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Coincidenze

1.

Il giovane Marcello Pandolfi, neoassunto come operatore igienico nell’università Y,


stava lavando il pavimento della sala riunioni nel dipartimento di astrofisica, quando
improvvisamente la sua attenzione fu attratta da una lavagna elettronica lasciata
accesa.
Erano le nove di sera, in tutto il dipartimento non c’era più nessuno a cui chiedere
spiegazioni, evidentemente qualcuno si era dimenticato di disattivarla, così Marcello
pensò che fosse suo compito spegnerla, purtroppo per lui non aveva la minima idea di
come si facesse: interruppe il suo lavoro per pensare appoggiandosi al bastone, ma
dopo un paio di tentativi andati a vuoto non sapeva più che pesci pigliare. Non
c’erano pulsanti e la lavagna non rispondeva ai consueti comandi vocali. La sua
mente distratta dall’insuccesso incominciò a vagare e quasi senza accorgersene, si
mise a fissare la formula scritta in caratteri minuti; il tempo che passava sembrava
non avere nessuna particolare importanza per il giovane, era come incantato da quella
scrittura ritmica, quasi magica. Dopo un po’ qualcosa lo scosse dal suo torpore:
pensieroso, si accarezzò il mento con la mano sinistra, quella formula era bella, ma
c’era qualcosa di disarmonico, come una lieve imperfezione, che pur rimanendo
nascosta in una visione d’insieme, modificava sostanzialmente il risultato finale.
Gli ci volle un po’ per individuare di che cosa si trattasse con precisione, inoltre non
era sicuro di fare la cosa giusta, se l’avessero scoperto, l’avrebbero cacciato
sicuramente e lui non avrebbe mai più avuto una occasione come quella. Infine si
decise, prese la penna ottica e, senza cancellare la parte precedente, scrisse sopra, in
piccolo, con i suoi caratteri quasi infantili, la nuova versione. Rinunciò a spegnere la
lavagna, finì il suo lavoro e alle 10.30 era già a letto nella piccola stanza che
l’università gli aveva gentilmente concesso.

La mattina dopo il professor Ardotti tornò a studiare la sua formula nella sala
riunioni del dipartimento. Ovviamente trovò la lavagna accesa così come l’aveva
lasciata. Da un po’ di tempo a questa parte aveva preso questa strana abitudine. Per la
precisione da quando i suoi studi si erano arenati tre mesi prima. Di tanto in tanto
aveva delle intuizioni nel cuore della notte e così si recava di corsa alla sua potente
lavagna 3D, (si trattava in realtà di un potente elaboratore elettronico con video
ologramma), un vero gioiello nel suo genere, però il sistema di accensione era lungo e
laborioso, per questo il professore lo lasciava acceso sempre più spesso anche quando
non lavorava, tanto solo lui e i suoi più stretti collaboratori conoscevano il codice
d’accesso.
Rilesse la formula riesaminandola daccapo per la centesima volta, aveva impressi
nella memoria tutti i suoi caratteri e per questo non c’è da stupirsi se li per lì, pur
avendola davanti, non si accorse della correzione. Fu la sua assistente Marianna a
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notarla per prima: “cos’è? Una nuova variante professore?” chiese indicando i
caratteri scolastici di Marcello.
Il professore guardò la lavagna e si stupì di non essersene accorto prima. La sua
prima reazione fu un moto di stizza, quello era il suo sofisticatissimo elaboratore
personale, nessuno doveva metterci mano senza il suo permesso, di lì a breve qualche
suo poco disciplinato assistente avrebbe passato un brutto quarto d’ora.
Adesso però, non c’era nessuno su cui sfogare la sua rabbia, visto che Marianna,
chiaramente, non era responsabile di quello che era successo. Così si mise a studiare
la nuova soluzione convinto che si trattasse di qualcosa di sensato e non degli
scarabocchi di un uomo delle pulizie. In poco tempo si dimenticò di tutto, della
stizza, della lavata di capo da fare, persino del suo fantastico elaboratore e della
lezione che doveva tenere. Aveva la febbre. Quasi balbettava per la felicità, aveva in
mano la soluzione del rompicapo che lo tormentava da mesi, o almeno così sembrava
a prima vista, perché in questi casi si doveva sempre procedere con i piedi di piombo.
Doveva immediatamente discuterne con l’autore della correzione: parlò con tutti i
suoi collaboratori e solo allora, sgomento, si rese conto che nessuno di loro ne sapeva
nulla.

Dopo la sua uscita la sera prima, il sistema di sicurezza aveva individuato un solo
ingresso, quello di un uomo delle pulizie.
Il professore volò come un tornado verso l’ufficio amministrativo e ne sconvolse
l’intera routine finché non gli dissero chi era e dove abitava l’uomo delle pulizie.
Un quarto d’ora dopo, il professor Ardotti ed il rettore della facoltà di Fisica
bussarono alla porta di Marcello, che li accolse con la barba non ancora fatta ed un
vecchissimo pigiama logoro.
“Salve Marcello” disse cordialmente il rettore con un tono che avrebbe potuto usare
con un bambino di cinque anni “ti ricordi di me?”
“Certo signore, come potrei dimenticarmi, è stato lei ad offrirmi questa splendida
opportunità, senza di lei io sarei ancora in quell’orribile posto, mi vengono i brividi
solo a pensarci. Spero di aver fatto tutto bene, io non sono molto esperto in queste
cose, quando ero piccolo..... mi dicevano sempre che ero imbranato, ma mi creda
posso migliorare .....”
“Certo, certo, non ti preoccupare, non è per questo che siamo qui, calmati. Va tutto
bene”. Il rettore stava cercando di arginare il diluvio di parole che gli si era rovesciato
addosso e conosceva Marcello da abbastanza tempo per capire che se non lo avesse
tranquillizzato subito non sarebbero riusciti a cavarne nulla di buono, “hai fatto
perfettamente il tuo lavoro. Ora il professor Ardotti vorrebbe farti qualche domanda”
concluse, indicando il professore che si era tenuto in disparte fino a quel momento.
“Buongiorno signor Pandolfi, io sono il professor Ardotti” disse il professore
tendendogli la mano e lanciando uno sguardo torvo al rettore che si era mostrato così
irriguardoso dell’etichetta.
“Buongiorno professore, prego si accomodi e mi dica in che cosa posso esserle
utile” disse Marcello, tirando fuori uno smagliante sorriso. Ormai era tranquillo,

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avevano detto che il suo lavoro era perfetto e lui si era completamente dimenticato di
quello che aveva combinato la sera prima. L’unica cosa che gli dispiaceva era di
dover accogliere dei personaggi tanto importanti in condizioni così miserevoli.
“Ecco, a dir la verità, la cosa è molto semplice, per caso lei, ieri sera ha visto
qualcuno armeggiare attorno alla mia lavagna olografica” disse il professore
sedendosi su di una vecchia poltrona polverosa.
Marcello Pandolfi lo guardò incuriosito, si trattava di un uomo di bassa statura,
quasi completamente calvo, nel complesso un po’ buffo, eppure il rettore lo trattava
con grande deferenza e così facevano anche tutti gli altri che aveva visto; si
meravigliava sempre che una persona così insignificante potesse avere così tanto
potere nelle sue mani, gli sembrava innaturale. Però se tutti facevano in questo modo
evidentemente c’era un buon motivo e lui era abbastanza furbo per capire che
esistevano delle persone più intelligenti di lui.
“No, non ho visto nessuno ieri sera. Perché è successo qualcosa di spiacevole?”
chiese Marcello con una punta di sincera preoccupazione.
“Tutt’altro, è successa una cosa bellissima. Mi dica, è stato lei a correggere la mia
formula sulla lavagna? Non risponda subito, si prenda tutto il tempo necessario, le
assicuro che se è stato lei non le accadrà niente di male, tuttavia deve comprendere
che per me è di vitale importanza scoprire l’autore della correzione”.
Marcello, nonostante le rassicurazioni del professore, non era assolutamente
tranquillo, e come sempre in questi casi incominciò a balbettare “io no... non ho fa ..
fatto niente di male, le...le assicuro”.
“Certo, niente di male” disse il professore ripetendo le parole di Marcello per
rassicurarlo “anzi hai fatto una cosa bellissima!”
“Da...da davvero?” chiese Marcello leggermente rincuorato.
“Si, meravigliosa”.
Il volto di Marcello si distese e il suo splendido sorriso fece nuovamente capolino.
“Allora sei stato proprio tu?”
“Si”.
“Finalmente” disse il rettore uscendo dal suo riserbo.
“Non mi interrompa” disse seccato il professore rivolto al collega. “Quello che
vorrei capire adesso” continuò congiungendo le dita delle mani e tenendo lontani i
palmi “è, come hai fatto”.
“L’ho fatto e basta, la formula era affascinante, ma c’era qualcosa che minava la sua
bellezza, e allora l’ho corretta”.
“Ma come l’hai corretta?” disse il professore facendo uno sforzo per mantenersi
calmo.
“Non lo so, non ho fatto dei conti, l’ho corretta nell’unico modo possibile per farla
diventare armonica” disse Marcello alzando le spalle. E il discorso finì lì.

Nei giorni seguenti Marcello fu sottoposto a tutta una serie di esami per capire come
avesse potuto ottenere quel risultato straordinario. Ma tutto fu inutile.
“Niente! Se ti dico niente mi devi credere Antonio” disse il dott. Assi.

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“Si, Stefano ti capisco, però mi sembra impossibile che sia arrivato alla soluzione
giusta così per caso” rilanciò il professor Ardotti.
“Non so più come dirtelo, gli ho fatto tutti gli esami e tutti i test possibili ed
immaginabili, il suo quoziente intellettivo è basso, non è proprio scemo ma quasi, non
sarà mai un genio. L’unica cosa fuori dall’ordinario che ho trovato è la sua alta
capacità nel risolvere complessi problemi matematici, solo che poi non è in grado di
spiegare come ha raggiunto il risultato”.
“Una specie di idiot savant”.
“Si, uno stupido intelligente per così dire, ma un caso del genere non si è mai
verificato da quando è nata la scienza moderna.”
“Ma teoricamente è possibile? Lo incalzò Ardotti.
“Si, teoricamente. Forse potrebbe esserci qualche relazione con il suo lieve
autismo”.
“Oh, vedi che sei riuscito a tirarla fuori una spiegazione razionale” disse il professor
Ardotti, finalmente soddisfatto, salutando il vecchio compagno di studi.

Quello stesso pomeriggio il professore si recò da Marcello e lo invitò a fare una


passeggiata con lui, gli spiegò come aveva fatto a correggere la formula pur senza
saperlo a livello cosciente e disse che quella formula sarebbe passata alla storia come
la - Ardotti-Pandolfi -. Una formula che dimostrava inconfutabilmente la possibilità
teorica dei viaggi interstellari a velocità superiori a quella della luce, passando
attraverso una quarta dimensione. A questo punto, inaspettatamente, esplose
l’opposizione di Marcello: “non è assolutamente giusto, la teoria è sua, io ho solo
aggiunto pochi simboli senza sapere cosa significassero”.
“E’ stata una piccola aggiunta ma determinante!”
“Ci sarebbe arrivato da solo, era solo questione di tempo, non voglio il mio nome
sui giornali, né da nessuna altra parte. All’università mi chiamano già il genio scemo,
non voglio essere chiamato così da nessuno. Non voglio il mio nome sulla formula!”
disse Marcello alterandosi sempre più via via che il discorso procedeva.
“Va bene Marcello, come vuoi tu, non ti agitare. Se non vuoi il tuo nome in vista,
farò in modo che nessuno parli di te. E adesso scusami ma ho da fare, si è fatto tardi”.
Avevano camminato e chiacchierato per un’ora buona, erano usciti dal campus
universitario e si trovavano adesso nel cuore della cittadina mentre la sera avvolgeva
tutto con le sue scure braccia. Il professore salutò Marcello e attraversò la strada in
direzione di casa sua.
Incominciò a piovere, non aveva un ombrello, ma Antonio Ardotti non si preoccupò,
nonostante l’aspetto gracile era un uomo avvezzo alle avversità, un po’ di pioggia non
poteva certo fargli male. Anzi, il profumo dell’aria umida e dell’erba bagnata che
sentiva camminando nel quartiere residenziale, gli piacevano moltissimo, lo facevano
sentire incredibilmente vivo.
Ormai era a due passi da casa quando sentì uno stridore sordo alle sue spalle, si
voltò di scatto e vide i fari di una magnetomobile puntare dritti su di lui. Si sentì
paralizzato dal terrore, la macchina era troppo vicina e veloce, non sarebbe mai

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riuscito ad evitarla. Stava per morire, stranamente non era angosciato come gli era
accaduto spesso pensando alla morte; aveva raggiunto il primo grande obbiettivo
della sua vita, lui aveva aperto la strada, altri avrebbero seguito le sue tracce. I suoi
muscoli si irrigidirono aspettando l’inevitabile urto, ed esso avvenne, ma in una
direzione diversa: una sagoma scura volò verso di lui e, letteralmente, lo trascinò via.
Rotolarono entrambi per qualche metro nel prato fradicio. Marcello l’aveva seguito
per ripetergli nuovamente che non voleva apparire sui giornali e fortunatamente si era
trovato al posto giusto nel momento giusto.
Fecero un rapido salto al pronto soccorso ma entrambi erano praticamente illesi.
Dopo il professore volle assolutamente invitare a cena Marcello: “ma come?” disse
fintamente indignato, ricordando anche il tetro squallore della stanza di Marcello “mi
hai salvato due volte in pochi giorni e adesso rifiuti anche un invito a cena?”
Così, mezz’ora dopo, Marcello e tutta la famiglia del professore si sedettero nella
sala da pranzo della sua villa. C’era Alessia, sua moglie, e Federica, la sua piccola
figlia di dieci anni. Come suo solito, davanti ad estranei, Marcello non parlò molto,
però dopo cena fece divertire un mondo la piccola Federica con i suoi giochi di
prestigio. Solo a notte inoltrata il professore lo riportò nella sua stanza all’università.

2.

Nel laboratorio di ricerche spaziali “Mercurio”, ormai da mesi, si viveva


un’atmosfera elettrizzante: la progettazione per la prima navetta interstellare era
ormai completa, entro la fine dell’anno sarebbero passati alla fase operativa.
Federica Ardotti, neolaureata nella nuova disciplina “fisica interstellare”,
collaborava con grande entusiasmo al progetto del padre. C’erano voluti quindici anni
per arrivare a quel punto: cinque solo per convincere la stupida comunità scientifica
della validità della teoria, due per trovare i finanziamenti e i restanti per sviluppare il
progetto.
Non era stato facile per il professor Ardotti, all’inizio quando aveva parlato di
srotolare la quarta dimensione, molti suoi colleghi si erano sbellicati dalle risa; il
buon Marcello aveva avuto un’intuizione geniale quando si era rifiutato di far
pubblicare il suo nome, già così un sacco di gente lo aveva preso per pazzo, figurarsi
cosa sarebbe successo se qualche giornalista fosse andato in giro ad intervistare il
secondo autore della formula, la sua teoria sarebbe stata coperta dal ridicolo senza
che nessuno si degnasse di prenderla in considerazione seriamente.
Gli ultimi due anni erano stati fantastici professionalmente, aveva lavorato come un
pazzo al progetto senza prendersi neanche un giorno di vacanza, ma ora non un solo
scienziato degno di questo nome confutava la validità della sua teoria. Avrebbe dato a
tutto il suo staff un meritato mese di riposo e poi sarebbero passati alla fase 2, lo
Sviluppo Operativo, cioè la costruzione del prototipo.
Ogni tanto gli capitava di pensare a Marcello, chissà che fine aveva fatto, pochi mesi
dopo la sua scoperta, (ormai si era intimamente convinto che fosse solo sua), se ne era

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andato via senza lasciare traccia, solo una lettera di saluti e di ringraziamenti,
nonostante tutto diceva di sentirsi troppo osservato all’università. L’aveva fatto
cercare più di una volta, giusto per sapere se aveva bisogno di qualcosa, ma non era
mai riuscito a trovarlo.

Al professor Ardotti la vacanza alle Bahamas aveva fatto veramente bene, si sentiva
più giovane di dieci anni, era abbronzato e di ottimo umore; passeggiava
tranquillamente sotto il sole settembrino nella piazza principale della città, il vento
dava una piacevole frescura e il professore si godeva gli ultimi caldi raggi di sole
della stagione, come se volesse immagazzinarli e metterli di scorta in previsione dei
lunghi mesi, forse anni, di duro lavoro che lo aspettavano.
“Professore, professor Ardotti”.
Una voce squillante interruppe i suoi pensieri.
“E’ proprio lei professore, non mi sono sbagliato!” disse un giovanotto stringendogli
vigorosamente la mano.
“Ci conosciamo, forse?” chiese il professore per formalità, visto che, da quando era
il capo del progetto Proxima Centauri, era diventato famoso quasi quanto una stella
del cinema e migliaia di persone desideravano conoscerlo per i motivi più disparati.
“Certo che ci conosciamo” disse il giovanotto sfoderando il suo inconfondibile
sorriso.
Il professore guardò il giovane con maggiore attenzione: aveva i capelli corti, dei
piccoli occhialini da intellettuale e indossava elegantemente un raffinato completo
blu; ma il suo splendido sorriso era unico. Aveva ritrovato Marcello!

Marcello discuteva affabilmente con i collaboratori del professore nella mensa


dell’università, “incredibile” pensò il professore, “gli avvenimenti di quei pochi
giorni, di tanti anni prima, non solo avevano cambiato la sua vita, ma anche quella di
Marcello: la formula lo aveva incuriosito a tal punto che si era messo a studiare fisica,
e nonostante avesse continuato a lavorare, era riuscito, in soli otto anni, a laurearsi in
astrofisica. Ed ora snocciolava le formule matematiche, su cui era basato il progetto,
con facilità impressionante”.
“A cosa pensi papà?” chiese sua figlia Federica vedendolo così assorto.
“Pensavo a Marcello, quindici anni fa mi avevano detto che praticamente era un
idiota, e adesso guardalo, sembra nato con un libro di fisica in mano”.
“Um, non saprei, quando è venuto a casa nostra tanti anni fa io ero molto piccola,
l’unica cosa che mi ricordo è che faceva dei giochetti di prestigio molto divertenti.
Sai papà, ora che lo guardo bene mi accorgo che non è invecchiato per niente, ha solo
cambiato modo di vestire e di comportarsi”.
“Già, si è conservato molto bene” disse il professore con una punta d’invidia.

Nel fine settimana, la famiglia Ardotti invitò Marcello nella nuova villa di
campagna.

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“E’ veramente un posto delizioso questo” disse Marcello a Federica mentre
prendeva il sole in costume, sul bordo della piscina.
“Si, è vero. Papà l’ha ottenuta ad un prezzo di favore l’anno scorso. Sai è diventato
molto famoso, se l’esperimento riuscirà nessuno potrà togliergli il premio Nobel”.
“Lo so, è parecchio che se ne parla in giro. A proposito, come va il progetto?”
“Va tutto bene, grazie. Non c’è più nessuna difficoltà teorica, i problemi adesso
sono solo dei tecnici e degli ingegneri”.
“Senti, per caso ....”.
“Mi dispiace, ma se stavi per chiedere un posto nel progetto, la risposta è no. Siamo
a ranghi completi da molto tempo e non immagini neanche quanti grandi scienziati
abbiamo dovuto rifiutare”.
“Veramente non volevo chiedere un posto, ma solo se era possibile dare un’occhiata
ai calcoli finali per il lancio”.
“Sono stati controllati centinaia di volte dai più illustri scienziati del pianeta, cosa ti
fa pensare di riuscire a trovare un errore?”
“Io non ho detto questo, la mia è pura curiosità scientifica”.
“Bugiardo! Guarda che ti ho sentito l’altro giorno alla mensa, non facevi che mettere
in dubbio gli algoritmi differenziali su cui è basato il calcolo di passaggio”.
“Ho solo chiacchierato un po’ con il dott. Sagata. Io credo che sia il più brillante
matematico vivente, non trovi?”
“Stai solo cercando di divagare” disse Federica irata “tu vuoi solo riavvicinarti a
mio padre ed usare questa vicinanza per distruggere il progetto. Ma io non te lo
permetterò!” poi si alzò di scatto e si allontanò, lasciando Marcello, esterrefatto per
l’accaduto, a guardarla mentre si avviava in direzione della villa, facendo
scricchiolare la ghiaia ad ogni passo della sua andatura sinuosa.
Quella sera stessa Marcello parlò con il professore e nonostante l’opposizione
manifestata precedentemente dalla figlia, non ebbe nessuna difficoltà ad ottenere tutti
i dati che desiderava.
“Sono già stati controllati da moltissime persone, tuttavia un paio di occhi in più non
faranno certo male” disse il professore consegnandoglieli “comunque se c’è qualcosa
che non va nella teoria lo scopriremo con il lancio della sonda il mese prossimo”.
“Senz’altro, senz’altro. La mia è pura curiosità, sono sicuro che la teoria sia valida e
che i calcoli siano perfetti, anche se vostra figlia crede che voglia sabotare il progetto
per avere un po’ di fama”.
“Che enorme sciocchezza, quella ragazza vede pericoli dappertutto, temo che dovrò
spiegarle quale sia stata la tua parte in tutta questa storia”.
“E’ sicuramente la cosa migliore. Buonanotte professore”.
Dopo il colloquio Marcello si ritirò nella sua stanza, ma no dormì affatto, passò tutta
la notte a studiare i calcoli di lancio del professore.

Un mese dopo, la sonda partì dalla stazione spaziale “Jupiter 4”, in orbita attorno a
Giove, e raggiunti i 600.000 km di distanza dal pianeta sparì, come previsto, per
riapparire presumibilmente, dopo pochi minuti, nelle vicinanze di Proxima Centauri.

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Ovviamente, per avere la certezza assoluta del successo, sarebbe stato necessario
aspettare che il debole segnale radio della sonda raggiungesse il sistema solare, cioè
almeno cinque anni di spasmodica attesa. Ma nessuno aveva intenzione di aspettare
così a lungo, la sonda era scomparsa proprio nel punto prestabilito, non poteva essere
un caso. Entro un paio di mesi la navetta “Exodus” sarebbe partita per il primo
viaggio interstellare dell’umanità.

3.

“Le dico che devo assolutamente parlare con il professore, è una cosa di vitale
importanza” disse Marcello alla segretaria personale del professor Ardotti.
“Mi dispiace ma il professore è troppo impegnato, mancano solo quindici giorni al
lancio” rispose acida la segretaria “ha altro da fare che chiacchierare con un
perditempo come lei”.
“Ma cos’è lei, la sua carceriera?” disse con sprezzante sarcasmo Marcello “possibile
che nessuno possa vederlo né parlargli?”
“Certo! Un sacco di persone, ma non lei, ho avuto precise istruzioni in proposito”.
“Oh! Siamo arrivati al punto finalmente. Chi è stato a darle queste precise
istruzioni? No no, mi lasci indovinare, è stata la figlia, la cocciutissima dottoressa
Ardotti, non è vero?”
“Si, è vero. Tuttavia non la trovo affatto cocciuta. E adesso se ne vada, altrimenti
chiamo la sicurezza”.
Dopo aver subito l’ennesimo smacco dalla segretaria, Marcello si diresse di gran
carriera verso l’ufficio di Federica. Doveva risolvere immediatamente questa
situazione paradossale.
Bussò alla porta, “almeno qui non ci sono segretarie mastino da superare” pensò, ma
la consolazione durò poco, perché subito dopo gli venne in mente che c’era un altro
mastino al di là della porta.
“Avanti” rispose una voce secca.
Marcello si affacciò nello studiolo e disse “disturbo?”
“A dire la verità si! Però qualcosa mi dice che non riuscirò a liberarmi di lei fino a
che non le avrò dato ascolto”.
“Parole sante” disse Marcello accomodandosi e mostrando un falso sorriso.
“Allora, cosa vuole?” disse bruscamente la dottoressa Ardotti.
“Voglio parlare con suo padre”.
“Impossibile, ha troppo da fare in questi giorni”.
“Maledizione, lei crede ancora che io voglia rovinare suo padre, credevo che le
avesse raccontato come si sono svolti i fatti in realtà”.
“Si, me l’ha raccontato. In effetti mi sono sbagliata su di lei, non vuole distruggere il
progetto”.
“Grazie a Dio!” esclamò Marcello alzando le braccia al cielo “finalmente parliamo
la stessa lingua”.

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“Non proprio, lei è comunque un pericolo per mio padre, l’ultima volta che è venuto
a casa nostra ha cercato di convincerlo che gli smorzatori di fase avrebbero spezzato
in due l’astronave. Papà si è fidato di lei e guardi cosa è successo, abbiamo perso
quasi un mese a rifare tutti conti per nulla”.
“Mi sbagliavo” disse sinceramente mortificato Marcello.
“Viva la sincerità, un po’ tardiva, non trova?”
“Ho sbagliato, lo ripeto, sono partito da un assunto improbabile ed ho ottenuto dei
risultati sballati. Però questo non significa che stia dicendo una sciocchezza anche
adesso”.
“Mi dispiace ma io non la farò parlare con mio padre, lei non fa che instillargli degli
inutili dubbi. Mi creda ne ha già tanti per conto suo, è molto sotto stress, la settimana
scorsa voleva quasi rinunciare alla direzione del progetto. Questo non lo sapeva
vero?” disse Federica notando la faccia stupefatta di Marcello “non posso
assolutamente caricarlo di altri problemi, se gli astronauti non dovessero tornare
indietro lui ne morirebbe di sicuro”.
“Capisco perfettamente le sue preoccupazioni e le condivido..... però almeno lei
potrebbe ascoltarmi. Se ho ragione e non fate nulla cinque uomini moriranno e il
professore li seguirà a ruota; se invece mi sbaglio avrà soltanto perso mezz’ora del
suo tempo. Vale la pena di ascoltarmi. Noo?”
“D’accordo, ma la prego di essere conciso”.
“Bene!” disse Marcello sistemandosi sulla sedia dopo essersi avvicinato alla
scrivania “la sonda aveva la funzione di viaggio di prova”.
“Certo” annuì Federica.
“E’ scomparsa nel punto previsto e questo fa ben sperare, tuttavia per avere la
certezza assoluta bisognerebbe aspettare il messaggio radio della sonda”.
“I dati in nostro possesso sono sufficienti a garantire esattezza dei nostri calcoli, non
c’è bisogno di aspettare cinque anni”.
“Sbagliato! Neanche il messaggio radio sarebbe sufficiente. Ci pensi bene, la sonda
è una copia perfetta della navetta, stessa forma, stessi metalli, stesso propellente, una
sola cosa è diversa” disse Marcello alzando l’indice della mano destra.
“Le dimensioni. La sonda è un modello in scala 5 a 1. Sarebbe stato troppo costoso
costruirne una in scala 1 a 1”.
“Esatto”.
“E allora qual è il problema?” disse Federica alzando le spalle.
“Tre parole” disse Marcello facendo cenno con la mano “distorsione di massa”
proseguì quasi sussurrando le parole nell’orecchio della sua interlocutrice.
“La distorsione di massa aumenta con il quadrato della materia nello spazio
quadridimensionale” recitò a memoria l’astrofisica.
“Questo solo se la grande teoria dell’unificazione vale anche per la quarta
dimensione” la incalzò Marcello.
“E’ ragionevole supporlo, la grande teoria dell’unificazione ha fuso, dopo più di un
secolo di tentativi, la teoria della relatività di Einstein con la fisica quantistica, è il

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meglio che abbiamo a nostra disposizione, o forse lei è riuscito a trovare qualcosa di
più soddisfacente” disse con sarcasmo Federica.
“No di certo, questo è un compito molto superiore alle mie forze. Tuttavia la vostra
è solo una congettura, non una teoria, troppo poco per rischiare la vita di cinque
uomini”
“Al momento non c’è nulla che faccia supporre il contrario”.
“Ma neanche che la convalidi”.
“Mi dica signor Genio, cosa dovremmo fare, bloccare tutto e tornare a casa?” disse
Federica, poi si appoggiò vistosamente allo schienale della sua poltrona e incrociò le
mani in segno di attesa. Era convinta di aver sferrato l’attacco finale, per sua stessa
ammissione Marcello non voleva bloccare il progetto e non aveva teorie alternative.
L’uomo rispose con un sorriso appena accennato alla sua aria di sfida. “Io avrei una
piccola idea per le mani: la stazione “Jupiter 2” è abbandonata da sedici anni a causa
di una falla nello scafo, però le sue stive dovrebbero essere ancora piene di
propellente, basterebbe collegare i due razzi di scorta della “Jupiter 4” e lanciarla
fuori dall’orbita di Giove. La sua massa è quasi uguale a quella della navetta”.
“Una sciocchezza che costerebbe solo qualche miliardo di elettromonete”.
“Perché tanta tirchieria?” chiese irato Marcello “questo progetto non è già costato
quasi ottocento miliardi di elettromonete, e non è forse vero che la sola navetta costa
duecento miliardi? Non vale la pena buttarne via un paio per salvarne duecento?”
“Secondo me no, però sono disposta a farla parlare davanti al consiglio direttivo del
progetto. Può darsi che loro la pensino diversamente”.

Federica guardò irosamente Marcello mentre usciva trionfante dalla grande sala
riunioni del progetto “Proxima Centauri”. La settimana precedente aveva proposto
l’audizione di Marcello per toglierselo dai piedi una volta per tutte, era sicura che il
consiglio direttivo non avrebbe dato peso alle sue paranoiche osservazioni; invece
quell’idiota si era mosso con un’abilità sconcertante: aveva preso contatti con diversi
consiglieri sfruttando il nome di suo padre ed era riuscito da insinuare dentro di loro
qualche piccolo dubbio. Ma il suo vero capolavoro era stato il coinvolgimento della
stampa e di qualche politico di spicco, aveva addirittura aizzato contro il progetto
quei pochi scienziati che si ostinavano a non riconoscerne la validità, insomma per
farla breve era riuscito a trasformare la cosa in una questione di interesse nazionale,
proprio quando i politici erano nella loro fase più sensibile (in mezzo alla campagna
elettorale per il rinnovo del parlamento).
In una situazione del genere un politico degno di questo nome non poteva lanciare
nello spazio, senza le necessarie garanzie, nessun astronauta-elettore, che in questo
caso - assurgeva a simbolo dell’interesse dei politici per la sicurezza dei loro cittadini
- e proprio con quelle parole un famoso editorialista aveva sintetizzato la situazione il
giorno precedente, profetizzando l’approvazione del secondo lancio sperimentale.
La giovane figlia del professor Ardotti lasciò a lunghe falcate il centro di ricerche
spaziali “Mercurio” come se fosse gravemente in ritardo per qualche appuntamento,
ma in realtà l’unica cosa che voleva era allontanarsi da Marcello. Con le sue ridicole

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paure quello sciocco aveva rallentato ulteriormente il progetto, proprio quello che lei
aveva tentato disperatamente di evitare. Camminando a grandi passi, scattante nella
sua gonna blu plissettata, ormai aveva raggiunto il grande parco a due isolati dai
laboratori, tuttavia la sua rabbia invece di diminuire aumentava: voleva distruggerlo,
ridicolizzarlo, polverizzarlo. Quel pallone gonfiato l’avrebbe pagata cara a qualsiasi
costo. E mentre urlava al suo cervello tutte queste cose sembrava aver completamente
dimenticato che il discorso di Marcello, nel suo ufficio, aveva generato un
piccolissimo dubbio anche nelle sue inamovibili certezze.

Tre mesi più tardi la stazione spaziale “Jupiter 2”, grazie all’aiuto di due razzi
ausiliari, lasciò l’orbita standard attorno a Giove ed accelerò fino a velocità-salto.
L’astronave improvvisata era stata riempita di congegni di trasmissione e controllo
per poterla monitorare fino all’ultimo secondo prima della scomparsa o
dell’esplosione. La sala controllo sulla Terra era immersa nella calma, in realtà pochi
degli studiosi presenti credevano che sarebbe successo qualcosa di anomalo; nella
sala attigua, divisa dalla precedente solo da un unico, gigantesco pannello di vetro, la
tensione era molto più alta, Marcello si era giocato tutto in un colpo solo e
passeggiava nervosamente su e giù per la sala stampa trasmettendo la sua tensione ai
cronisti presenti.
La dottoressa Ardotti scrutava Marcello dall’altra parte del vetro e già pregustava il
trionfo del suo contrattacco quando l’esperimento fosse riuscito.
Le telecamere di “Jupiter 4” erano puntate al massimo ingrandimento
sull’esperimento in corso e compensavano automaticamente la variazione d’orbita
della stazione.
Ancora un paio di minuti e il risultato del test sarebbe stato chiaro a tutti senza
bisogno di nessuna spiegazione, adesso l’ansia era palpabile anche nella sala
controllo. Si sarebbe potuto sentir cadere uno spillo tanto profondo era il silenzio che
avvolgeva tutti; silenzio che veniva interrotto, di tanto in tanto, solo dalla voce
sintetica che annunciava lo scorrere del tempo. Tutti gli sguardi erano rivolti al
schermo gigante: la grande massa della stazione spaziale si allontanava nelle
profondità dello spazio accelerando sempre di più, ad un certo punto furono visibili
solo gli scarichi dei due grandi motori montati per l’occasione.
Cinque, quattro, tre, due, uno, zero. La voce metallica del computer indicò la fine
del conto alla rovescia. Per un attimo non accadde nulla, poi, in una frazione di
secondo, un piccolo sole si accese tra Giove e Saturno, la “Jupiter 2” era esplosa
dilaniandosi tra le quattro dimensioni conosciute.
Il volto di Marcello, trasfigurato dalla tensione, si rilassò in un sorriso di trionfo,
mentre gran parte degli scienziati era rimasta pietrificata, con lo sguardo rivolto verso
la luce abbagliante proveniente dallo schermo.

4.

11
“E uguale Emme per Ci al quadrato” disse Marcello guardando soddisfatto la folla
riunita nella aula maggiore dell’università Y.
“Proprio così signori! Ancora una volta il vecchio Einstein ha avuto ragione. La
stazione spaziale “Jupiter 2” è esplosa nel passaggio verso la quarta dimensione e
l’energia scaturita dalla sua distruzione è stata proprio uguale alla massa per la
velocità della luce al quadrato. La stazione ha brillato nei cieli del sistema solare per
quasi una settimana, purtroppo non è stato possibile osservare questo fenomeno dalla
Terra” fece una pausa ben calcolata e proseguì “a meno che voi non risiediate
abitualmente nelle vicinanze del polo sud”. Qualche risata sommessa seguì alla sua
battuta mentre decine di flash lo abbagliavano.
“Attualmente non sappiamo con precisione cosa abbia scatenato l’esplosione, però
l’ipotesi più accreditata ci fa credere che la distorsione di massa sia molto più alta di
quanto non si fosse mai pensato prima. Se tutto ciò corrisponde a verità allora la
stazione si è letteralmente divisa non appena una piccola parte del suo scafo ha
raggiunto la quarta dimensione e grazie alla particolare struttura dello spazio
quadridimensionale, che porta più facilmente ad una fusione nucleare, ha provocato
la spettacolare esplosione di cui siamo stati testimoni. Adesso signori, se qualcuno
vuole fare delle domande.....”.
La conferenza continuò per diverse ore mentre tutti i capi del progetto rispondevano
alle domande della stampa mondiale.

Federica individuò Marcello che si allontanava dalla sala conferenze e lo raggiunse


“vorrei parlare con lei professore” disse avvicinandoglisi alle spalle.
“Guardi ora non ho proprio tempo” disse Marcello pensando di parlare con una
giornalista, poi riconobbe Federica e disse “come mai tanti formalismi?”
“Bè ormai sei diventato una persona importante, no?”
“No, non direi proprio. Perché usi questo tono tanto acido nei miei confronti?”
“Andiamo, adesso puoi smettere di fingere, hai raggiunto il tuo scopo!”
“Prego?” chiese lui allibito.
La faccia di Federica si induriva sempre di più in una maschera di rabbia. “Non fare
il finto tonto, sicuramente avrai un posto di rilievo nella prosecuzione del progetto.
Chiunque tu sia!”
Un lampo di preoccupazione passò negli occhi di Marcello. “Forse sarebbe meglio
se continuassimo questa discussione in un luogo appartato, non trovi?”
“Si, è meglio, andiamo” disse Federica vedendo un gruppo di cronisti che procedeva
nella loro direzione.
Percorsero il lungo corridoio che li separava dalla sala riunioni di astrofisica e vi si
chiusero dentro dopo aver controllato che nessuno li avesse seguiti.
“Bene, ora che siamo rimasti soli cerchiamo di chiarire tutte le sciocchezze che mi
hai detto!” disse con la sua bella voce improvvisamente diventata rauca Marcello,
sembrava sull’orlo di una crisi di nervi.
“Nessuna sciocchezza!” disse lei quasi urlandoglielo in faccia.
“Incredibile, sei ancora convinta che voglia rubare il posto a tuo padre”.

12
“Perché non è quello che stai facendo? Ho visto come ti sei comportato oggi alla
conferenza”.
“Il consiglio direttivo mi ha chiesto se volevo unirmi al progetto ma io ho risposto di
no. Anzi tra poco lascerò la città”.
“Non ci credo!”
“Vedrai tra poco, non vale neanche la pena di parlarne”.
“C’è qualcosa di molto poco pulito in tutta questa faccenda. Ho fatto un paio di
conti:
sai quante sono le probabilità che una persona riesca a trovare casualmente la
risposta esatta ad un complesso problema matematico? Che poi, sempre per caso,
questa stessa persona salvi da morte certa lo scienziato che si dibatteva con quel
difficilissimo problema? E che infine, lo stesso individuo si rifaccia vivo dopo
quindici anni giusto in tempo per risolvere un altro problema dello stesso progetto di
cui i migliori astrofisici del pianeta non si erano accorti?”
“Sinceramente non ne ho la più pallida idea e neanche mi interessa saperlo. Io non
ho risolto nessun problema, ho solo evitato la morte di cinque persone. Non mi
sembra che questo sia un crimine”.
“No, hai ragione, però anche se non ti interessa ti dirò che le probabilità sono meno
di una contro un miliardo. Troppo poche per giustificare delle coincidenze. Se poi a
tutto questo aggiungiamo che la tua esistenza non ha praticamente lasciato traccia su
questa terra escludendo due piccoli intervalli quindici anni fa e ora, e che dovresti
dimostrare quarant’anni ed invece sembra che tu abbia appena passato la ventina, il
mio ragionamento si rafforza”.
“Davvero?” disse lui in tono ironico. “Sarei proprio curioso di sapere come hai
calcolato le probabilità, visto che i dati non riguardavano dei dadi o delle monetine
ma la vita di molte persone. Comunque non voglio discutere su questo punto, hai
detto una probabilità su di un miliardo, vero?”
“Si”.
“OK” disse lui massaggiandosi le tempie come per concentrarsi meglio, “è una
probabilità bassa, ma esiste, prima o poi un evento del genere si doveva verificare,
anzi si è già verificato! Ti farò un esempio: nel XX secolo esisteva un campionato
automobilistico chiamato “Formula 1”, le macchine correvano su circuiti lunghi
diversi chilometri ed il tempo veniva misurato ad ogni giro con una precisione che
raggiungeva il millesimo di secondo. La probabilità che tre vetture registrassero lo
stesso medesimo tempo una in fila all’altra era bassissima, meno di una su di un
miliardo, ... eppure è avvenuto. Basta avere un numero di casi sufficientemente
elevato ed anche l’evento più strano, purché possibile, avverrà”.
“Certo, ma qui la cosa è diversa, tu non sei abbastanza intelligente per fare tutto
quello che hai fatto”.
“E’ una contraddizioni in termini” disse lui sorridendo.
“Non hai proprio niente di cui sorridere, ormai ti ho smascherato!”
“Stai diventando sempre più ridicola” disse lui sbuffando.

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“Nient’affatto. Sarà meglio per te starmi a sentire, altrimenti troverò sicuramente
qualcuno là fuori disposto ad ascoltare la mia storia!”
“D’accordo” disse lui rassegnato ad ascoltarla. Prese una piccola sedia di ferro e si
sedette “avanti sentiamo cosa ha partorito la tua fantasia, spara!”
“La fantasia la lascio a te per le scuse che dovrai inventare. Io ti esporrò solo fatti”
disse la ragazza calcando molto sulla parola io. “Tu non hai una vita”.
Marcello alzò le sopracciglia in segno di stupore e la lasciò proseguire.
“E’ perfettamente inutile che tu faccia quella faccia da finto ingenuo, tu non hai mai
avuto una vita vera e propria. Ho qui una copia del tuo certificato di nascita, i tuoi
genitori non ti hanno riconosciuto ed in seguito alle tue difficoltà di apprendimento a
tre anni sei stato trasferito nell’istituto Palmis che si occupa di ragazzi con problemi
mentali, lì sei rimasto fino ai ventitré anni quando l’università Y ti ha assunto”.
“E allora?” disse lui alzando le spalle “non ci vedo proprio niente di strano”.
“Lo strano è che nessuno si ricorda di te, nessun compagno di giochi o cose del
genere, niente di niente, ho parlato con quasi tutti quelli che sono stati nell’istituto”.
“Ero un ragazzo difficile, non legavo praticamente con nessuno, avevo una leggera
forma di autismo e poi non è strano che non si ricordino di me, la metà di loro non è
neanche in grado di allacciarsi le scarpe!”
“E lo stesso vale anche per gli insegnanti?” lo incalzò lei.
“Ho avuto un solo insegnante ed è morto cinque anni fa. Sei soddisfatta adesso?”
“No, dopo aver lasciato l’università Y sei scomparso senza lasciare tracce, mio
padre ti ha cercato in lungo ed in largo senza risultato”.
“Evidentemente ha guardato nei posti sbagliati” disse Marcello allargando le
braccia, cosa poteva farci lui se era un tipo insignificante che nessuno notava.
“Lascia perdere questa facile ironia, andiamo avanti: sette anni fa hai preso la laurea
in astrofisica ed anche lì nessuno dei tuoi compagni di corso ti ha mai visto”.
“Lavoravo, non avevo tempo per seguire le lezioni”.
“Bravo! Ecco un altro punto dolente, nessuno ha mai versato un contributo a tuo
nome”.
“Erano tutti lavori in nero” disse stancamente Marcello, la cosa incominciava a
seccarlo “dura ancora molto questo interrogatorio?”
“Non molto. Scommetto che non ti sei fatto nessun amico in questi quindici anni”.
“Diversi, ma nessuno per la pelle. Te l’ho già detto, sono un tipo poco socievole”.
“Bene, veniamo al presente, sicuramente hai lavorato in nero anche dopo la laurea
visto che non risultano contributi” disse ironicamente Federica.
“Sono andato all’estero, ho aperto una piccola attività commerciale che però è
fallita, ero appena tornato quando ho incontrato tuo padre”.
“In che paesi sei stato?”
“Malesia”. Rispose seccamente Marcello.
“Ma guarda, proprio uno stato attualmente in preda all’anarchia ed alla distruzione a
causa della guerra civile!”
“Basta! Sei insopportabile, ma cosa credi? Che abbia scatenato una guerra civile
solo per cancellare le mie tracce? Me ne vado!” e fece il gesto di alzarsi.

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“Non ho mai detto niente del genere! Siediti ed ascolta, hai pazientato fino ad ora,
puoi sicuramente trattenerti ancora un po’, adesso arriva la parte migliore”.
“Va bene, continua pure” disse lui facendo un cenno con la mano.
“Sei arrivato qui e in meno di un mese hai scoperto una falla nella teoria che i
migliori scienziati della Terra stavano elaborando da diversi anni”.
“Ho solo guardato la cosa sotto una prospettiva diversa rimettendo tutto in
discussione”.
“Non proprio, era come se tu sapessi già che la navetta sarebbe esplosa e cercassi
una giustificazione all’avvenimento. Questo spiegherebbe anche il tuo errore con gli
smorzatori di fase, è la prima cosa a cui avrei pensato anch’io in caso di esplosione”
disse lei come se questi pensieri si affacciassero per la prima volta nella sua mente.
“Inoltre se non ci fossi stato tu con la tua teoria sulla distorsione di massa sai quale
sarebbe stata la conclusione teorica più logica per spiegare l’incidente?”
“Quale” chiese lui con sincera curiosità.
“E’ semplice: la deviazione quantistica rende impossibili da governare i salti nella
quarta dimensione e quindi l’intero progetto “Proxima Centauri” va abbandonato”.
“Tu credi a questa possibilità?”
“No, ma se non ci fosse stata la tua brillante teoria a salvare vent’anni di studi,
l’avrei accettata senza dubbio”.
“Non riesco a capire dove vuoi andare a parare con il tuo ragionamento?”
“Lo vedrai, ma non subito. Sto morendo di fame. Andiamo a mangiare? Conosco un
delizioso ristorante cinese qui vicino” e senza aspettare risposta si avviò verso
l’uscita.
Marcello si alzò e la seguì al ristorante pensando che non sarebbe mai riuscito a
capire la psicologia femminile, per lui le donne cambiavano umore con una facilità
sconcertante.
Davanti ad un piatto di ravioli ai gamberetti e ad una ciotola di nuvole di drago la
conversazione divenne più amichevole “davvero vuoi lasciare la città?” disse
Federica.
“Si, qui c’è troppa gente che mi ronza in torno, non riesco a concentrarmi”.
“Umm, mi sembra di cogliere una lieve allusione.....”
“Non mi riferivo a te, credimi”. Marcello la guardò sorridendo, con tutte le aspre
discussioni che aveva avuto con lei, si era quasi dimenticato di quanto fosse bella.
“Ti va di riprendere la nostra discussione?”
“Perché no, sto ancora aspettando il meglio della storia, giusto?”
“Giusto. C’è una cosa molto interessante che non ti ho ancora detto. Ho passato la
giornata di ieri discutendo con l’Estodac”.
“Cosa?” fece Marcello incredulo “hai buttato via un giorno intero a parlare con
quell’ammasso di ferraglia arrugginita dell’Estodac 2?” non ci posso credere.
“Infatti non è vero”. Scoppiò in un’allegra risata e disse “tesoro, con il tuo viaggio
in Malesia sei rimasto un po’ indietro in fatto di elaboratori elettronici dotati di geni
cibernetici, due mesi fa ci è stata consegnata la nuova versione: l’Estodac 5, i suoi

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circuiti sono programmati come il sistema nervoso centrale umano, è in grado di auto
apprendimento...”
“Tutte cose già sentite” la interruppe lui “sembra di ascoltare uno slogan della
Estodac Corporation, anche le altre versioni erano ad auto apprendimento eppure non
superavano mai l’intelligenza di un bambino di otto anni”.
“Verissimo, però questo è diverso, dovresti parlarci anche tu qualche volta, se gli
fornisci i dati necessari è in grado di fare qualsiasi cosa. Mi stai facendo perdere il
filo, ho parlato con lui a proposito della tua teoria sulla distorsione di massa senza
riferirgli il risultato del secondo esperimento, e sai cosa a detto?” disse sporgendosi
verso di lui sopra il tavolo.
“Che si trattava di una brillante teoria?”
“No, una teoria priva di qualsiasi base scientifica e priva di qualsiasi sostegno
empirico”.
“Che cattivo, dovrei sculacciarlo un po’ questo Estodac 5” disse Marcello tra il serio
ed il faceto.
“Non fare lo stupido, dopo questa risposta ho inserito i risultati dell’esperimento con
la “Jupiter 2” e lui mi ha detto che il risultato era del tutto inaspettato e alla luce del
nuovo avvenimento la tua teoria prendeva significato”.
“Sembra il tuo fratello gemello, si è comportato proprio come te. Tutto qui?”
“C’è dell’altro, a questo punto gli ho chiesto se era possibile che una persona
particolarmente intelligente avesse capito tutto prima dell’esperimento cruciale ed ha
risposto di no, è assolutamente impossibile, neanche Einstein ci sarebbe potuto
arrivare, neanche una persona con sei volte il suo QI avrebbe potuto. Di conseguenza
neanche tu puoi averlo fatto” concluse soddisfatta del suo ragionamento.
“A parte il fatto che io ci sono riuscito, non starai dando troppa importanza a questo
computer?”
“Basandosi sui dati scientifici del 1.872 d.C. è riuscito ad elaborare la teoria della
relatività generale tutto da solo. Ti sembrano sufficienti come credenziali?”
“OK, lo ammetto, è il computer più intelligente che sia mai stato costruito, però si
sbaglia mi sembra chiaro, no?”
Federica scosse la testa “non si sbaglia mio caro”.
“Forse la mia è una intelligenza a livello inconscio che non siamo ancora in grado di
percepire” buttò lì lui.
“Ho qua i dati sul tuo QI di quindici anni fa. Tu non puoi aver elaborato quella
teoria, era impossibile prevedere quell’esplosione, con la tua intelligenza è già molto
strano che tu sia riuscito a laurearti!”
“Allora svelami il trucco” la sfidò Marcello. “Hai perso la parola? Lo immaginavo,
non hai nessuna spiegazione alternativa”.
“Ce l’ho, ma è quasi da manicomio”.
“Dì pure, io ci sono stato, non è poi così male” disse lui sarcasticamente.
“Supponiamo che nel futuro siano possibili i viaggi nel tempo...”
“E’ un’ipotesi plausibile” la interruppe Marcello.

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“E che per qualche ragione sconosciuta questi nostri discendenti vogliano accelerare
la corsa verso altre stelle senza manifestarsi direttamente per non modificare troppo il
futuro o cose del genere...”
“Molto fantasioso, potresti diventare un’ottima scrittrice di romanzi di fantascienza
se il progetto dovesse chiudere i battenti”.
Federica lo fulminò con uno sguardo “smettila di interrompermi! Sto parlando
seriamente, anche l’Estodac è d’accordo con me, questo scenario è vero con una
probabilità del 48%”.
“Incomincio ad odiare le tue probabilità. Comunque sentiamo, il restante 52% che
scenario sarebbe?”
“Parla di alieni o di altri scenari imponderabili rispetto ai dati in suo possesso.
Io non ho dubbi: tu sei un viaggiatore nel tempo venuto qui per far nascere l’era dei
viaggi interstellari. Tutte le tue azioni erano dirette a questo fine: prima hai corretto la
formula di mio padre con un procedimento matematico sconosciuto, poi l’hai salvato
da una morte prematura affinché potesse continuare i suoi studi e infine hai evitato
che il prototipo venisse distrutto e che noi considerassimo l’incidente come una pietra
tombale sui viaggi interstellari”.
“Getto la spugna” disse Marcello, ormai stanco dopo una giornata di intense
discussioni “lo ammetto, la tua teoria è affascinante, tutti i pezzi sembrano incastrarsi
al posto giusto.... ma è solo una teoria, non hai, né d’altro canto potrai mai avere,
nessuna prova di quello che dici”.
“Ne sei proprio sicuro?” disse lei maliziosamente.
“Sicurissimo” disse lisciandosi i risvolti della giacca.
“Bene allora non ti dispiacerà se domani andrò parlare con qualche giornale
scandalistico, sai loro ci sguazzano in queste cose”.
Marcello era diventato bianco come un lenzuolo. “Non lo farai mai!” disse con voce
roca.
“Scommettiamo?”
“Non ti rendi conto del danno che causeresti al progetto”.
“Quale progetto? Il nostro o il vostro?”
“Quello di entrambi ovviamente. Non capisci che se l’opinione pubblica fosse
sfiorata da un’idea del genere il progetto verrebbe cancellato? Nessuno sopporta
l’idea di essere manipolato, neanche a fin di bene, figuriamoci poi da qualche
sconosciuto proveniente dal futuro”. Marcello incominciava a sudare nonostante il
fresco venticello che li accarezzava nella loro passeggiata serale, temeva di non
riuscire a convincerla, la situazione gli stava sfuggendo di mano.
“Non vuoi che io parli con la stampa?”
“Esatto!”
“E allora dimmi la verità!”
“Ma te l’ho già detta” aggiunse Marcello in tono disperato.
“Bugiardo!” gli gridò in faccia, poi si calmò, gli chiese scusa e disse “ascoltami, non
lo dirò a nessuno, sarà il nostro segreto. Prometto”.

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Marcello si umettò le labbra pensieroso, rimase per diversi minuti in silenzio e poi
disse “va bene, ti racconterò tutto, ma non devi farne parola ad anima viva”.
Negli occhi di Federica brillò un lampo di incontenibile gioia: “finalmente!” fu tutto
quello che riuscì a dire.

Gli aghi della pineta scricchiolavano sotto le loro scarpe mentre la luna piena
rischiarava il loro cammino. Marcello rimase in silenzio ancora per qualche minuto
prima di decidersi a parlare, come se fosse vittima di un ripensamento tardivo, poi di
colpo iniziò il suo racconto: “mi chiamo Zonge Lirrillo e sono nato, secondo il vostro
calendario, nel 3.184 d.C. nella città atlantica, costruita sul fondo dell’oceano a largo
di Lisbona. Tra ottocento sessanta anni, esattamente nel 2.934 d.C., iniziarono o, se
preferisci, inizieranno i primi viaggi interstellari dell’umanità, nei due secoli seguenti
colonizzammo diciotto pianeti. Sette anni prima della mia partenza, durante una delle
nostre esplorazioni, incontrammo la prima forma di vita aliena dotata di intelligenza
superiore; sfortunatamente alcuni fraintendimenti culturali ci hanno portato, nel
volgere di pochi mesi, alla guerra. Una guerra che non possiamo vincere, abbiamo già
perso otto pianeti, ormai siamo destinati alla distruzione, c’è una sola speranza di
risollevare le sorti del conflitto”.
“Quella di non combatterlo?”
“Precisamente. A causa della struttura sociale e psicologica degli alieni, potremo
aspirare alla pacifica convivenza solo se ci troveremo su di un piano di parità di forze,
per questo dobbiamo accelerare il processo di colonizzazione il più possibile”.
“Non capisco, sarebbe stato più facile tornare indietro di pochi mesi ed evitare il
contatto con gli alieni, no?”
“No. Così facendo avremmo solo rimandato la guerra di un paio d’anni al massimo e
poi questa possibilità ci è stata preclusa, anche gli alieni conoscono i viaggi nel tempo
ed hanno costruito una barriera temporale protettiva attorno ai loro territori e alle
zone di guerra. Io sono qui solo perché loro non conoscono ancora l’ubicazione della
Terra, sono venuto nel 2.059 d.C. per correggere il lavoro di tuo padre, purtroppo
appena tornato nel metatempo ho scoperto che la nostra operazione non aveva
raggiunto i risultati sperati e così sono dovuto tornare frettolosamente per fare
un’altra piccola correzione...”.
“Cos’è il metatempo?” lo interruppe Federica.
“E’ un piccolo spazio fisico sospeso in un’altra dimensione indipendente dalla
nostra realtà fisica. E’ stato necessario costruirlo perché i nostri viaggi nel tempo
avrebbero potuto cancellare accidentalmente il nostro progetto e le nostre vite, invece
grazie a lui possiamo osservare i cambiamenti da una postazione oggettiva, e se
necessario rimediare agli errori commessi; ovviamente abbiamo ridotto al minimo i
nostri interventi per minimizzare gli sconvolgimenti nel futuro”.
“Capisco, ora tutte le tue azioni sono chiare, però...”.
“Però cosa?”

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“Perché avete corretto più volte gli studi di mio padre? Non sarebbe stato più facile
creare un finto centro di ricerche tutto vostro con falsi scienziati invece di indurre
qualcuno a cambiare il proprio lavoro?”
“Si, sarebbe stato molto più facile; solo che non ce lo potevamo permettere per due
motivi: primo, ci siamo posti come obbiettivo secondario di modificare il meno
possibile il passato per non danneggiare il futuro, ci limitiamo, per così dire, ad
aggiustare la mira del pensiero di alcune persone senza modificare il loro carattere, i
loro pensieri sono già rivolti verso le operazioni che ci interessano, noi accendiamo
solo una piccola luce in più. Secondo, creare un finto centro ricerche sarebbe stato
antieconomico, i viaggi nel tempo necessitano di un gigantesco dispendio di energia,
spostare decine di persone richiederebbe un’energia che la nostra economia di guerra
non si può permettere”.
“Avete escogitato un piano perfetto.... o quasi, visto che io ne ho intuito l’esistenza.
Perché hai parlato, in fin dei conti io non avevo nessuna prova”.
“Perché se ti fossi rivolta alla stampa avresti modificato irrimediabilmente il futuro,
non potevo permetterlo, è troppo rischioso, potresti distruggere secoli di pace e di
armonia e noi forse non avremo il tempo di correggere il danno. Non è facile da
spiegare, però ci proverò lo stesso, per me un giorno nel passato equivale ad un
giorno nel futuro, i due tempi scorrono paralleli; io ho passato, complessivamente,
quasi sei mesi nel passato e la situazione è gravemente peggiorata, ancora un anno e
sarà la fine di tutto, ora capisci l’importanza del tuo silenzio?” disse Marcello con un
tono che sfiorava la supplica.
“Si, capisco, però potreste sempre rifugiarvi nel metatempo”.
“No, gli alieni possono raggiungerci anche lì”.
“C’è solo una cosa che ancora non capisco: perché proprio mio padre, lui non è
certo stato l’unico astrofisico a lavorare sui viaggi interstellari”.
“Se avessimo scelto qualcun altro, avremmo modificato radicalmente la sua vita e
forse quell’uomo non avrebbe più potuto compiere qualche atto fondamentale che ha
portato al nostro futuro, invece con tuo padre non abbiamo modificato, ma gli
abbiamo creato un futuro che non aveva! Forse ti sembrerà una distinzione ridicola,
ma se potessi mostrarti le equazioni temporali alla base dei nostri studi, sono sicuro
che capiresti subito.”
“Certo, sarebbe dovuto morire in quell’incidente quindici anni fa” disse lei
seguendo il filo dei suoi pensieri e ignorando le ultime parole di Marcello.
“Si e non solo, nel passato alternativo tu saresti morta a vent’anni” fece una pausa,
le strinse le mani e proseguì “e non sai quanto piacere mi abbia dato cambiare il tuo
futuro”.
Lei lo guardò senza dire niente ma fu comunque chiarissima: si avvicinò e, al pallido
chiarore della luna calante, lo baciò. Più tardi andarono a casa di Federica e lì fecero
l’amore per la prima e l’ultima volta. Prima dell’alba lui la salutò e partì.
“Ti rivedrò?” chiese lei.
“Non credo, però non si può mai sapere” rispose lui allontanandosi.

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“Aspetta” lei cercava disperatamente un motivo per trattenerlo, ma disse soltanto:
“adesso che ne sarà del progetto Proxima Centauri?”
“Niente di eccezionale, nel giro di qualche anno riuscirete a risolvere il problema
della distorsione di massa e raggiungerete Proxima Centauri, anche se ovviamente lì
non c’è nulla di interessante da vedere”.
“E dov’è che troveremo qualcosa di interessante?”
“Ma, potresti fare un salto su Vega tra qualche decennio. Adesso devo proprio
lasciarti, mi stanno aspettando, addio”.
“Addio” rispose lei e rimase, come inebetita, a guardare la porta che si era chiusa
alle sue spalle.
Dopo un tempo che le sembrò infinito, si riscosse, tornò a letto e si riaddormentò.
In quel sonno agitato le parve di afferrare un particolare che fino a quel momento le
era sfuggito, un’intuizione che metteva tutto sotto una nuova luce. Scossa da quel
pensiero improvviso si svegliò, accese la luce sul comodino, si tirò su, cercò di
concentrarsi, ma l’idea le era sfuggita. Un senso di perdita l’avvolse, era come
sfiorare il cielo con un dito e di colpo ritrovarsi rasoterra, “maledizione, doveva
ricordare! Era troppo importante”.
Poi si rilassò, in questi casi spremersi le meningi non serviva a nulla: il pensiero
sarebbe riaffiorato dal suo inconscio da solo, spontaneamente, o non sarebbe tornato
affatto.
Cercò di pensare al sogno precedente e poi, come un lampo a ciel sereno, l’ipotesi si
formulò un'altra volta nella sua mente “e se si fosse inventato tutto solo per non farmi
danneggiare il progetto?”
Il pensiero le rimbombò nel cervello, con la potenza di una bomba atomica, per
diversi minuti, poi si sdraiò nuovamente nel letto e spegnendo la luce disse
“impossibile!”

FINE

Vi è piaciuto questo racconto? Non vi è piaciuto? Ditemi perchè scrivendomi al


seguente indirizzo di posta elettronica lorenzogrilli@libero.it sono bene accette sia
le lodi che le critiche purchè costruttive

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