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«A mme mi piac’ chi

dà nfaccia senza s’
fermà, ch’è tuost e
po’ s’arape pecché
LA SVOLTA GALILEIANA
sape c’adda dà»

Dario Cositore
Cassirer, Dall’umanesimo all’illuminismo

Galileo Galilei fonda un nuovo concetto di verità spostando l’interesse dal “verbo ispirato” all’ “opera di
Dio” che, come un libro aperto, può venir conosciuta una volta compresi i simboli con la quale è scritta;
questi simboli sono matematici e geometrici. Quindi, con Galileo la conoscenza della natura avviene
mediante la matematica, l’osservazione e l’esperimento. Il movimento spirituale che sottostà al Rinascimento
è il potenziamento dell’io; mediante il quale è possibile contemplare il cosmo. Questo movimento si
distingue in tre correnti: Cusano, Da Vinci e Galilei. Per Cusano l’universo è “la totalità concreta degli esseri
finiti”, questa totalità è un’unità della molteplicità degli esseri finiti. Ciò che differenzia quindi l’universo da
Dio è che il primo è “indefinito”, mentre il secondo è “infinito”; inoltre, Dio, è unità senza molteplicità. Per
Da Vinci “teoria” e “prassi” si compenetrano: sia nell’una che nell’altra si cerca la creazione e la
contemplazione del cosmo. Il suo Trattato della Pittura incomincia con lo studio della figura umana: onde
scoprire l’essere e il suo divenire. Quindi, Cusano dà un’interpretazione logico-metafisica dell’universo,
mentre Da Vinci ne spiega la morfologia. Cusano è metafisico, Da Vinci è artista, Galilei è fisico; perché il
primo descrive l’universo mediante i “concetti”, il secondo mediante la “figura”, il terzo mediante la “legge”.
Il posto di Galilei è importate per la scienza, per la filosofia, per la lingua e per la letteratura. Da principio la
sua importanza è legata ai lavori astronomici e, scrivendo in un epoca fortemente dominata
dall’aristotelismo, le sue idee e i suoi risultati saranno fortemente contrastati; soprattutto per il fatto che
difendeva il sistema Eliocentrico, in opposizione al sistema Geocentrico aristotelico-tolemaico. Il suo lavoro
uscì vittorioso da questa lotta perché basò la dinamica su un nuovo concetto di verità: rintracciabile in una
lettera che lo scienziato inviò nel 1613 (all’età di 49 anni) al suo allievo Castelli; qui, egli si pone contro il
“verbo ispirato” perché la parola è soggetta a malintesi e a falsificazioni, la parola è equivoca, il suo senso
non mi è dato fisso, ma sottostà all’interpretazione; dobbiamo, quindi, approdare sull’ “opera di Dio”, la
natura, che è scritta con simboli matematici e geometrici. Così la verità di natura diviene altrettanto
incontestabile quanto la verità della matematica: la totalità della scienza galileiana è proprio l’unione
dell’empiricità con la matematica. Questo era pericoloso da accettare per la chiesa, perché sarebbe caduto il
peccato originale, infatti, per Galilei la natura umana non è corrotta, e perciò non può venir deviata dalla sua
conoscenza della verità.

Ora, il nuovo concetto di verità non sarà applicato solo alla conoscenza della natura, bensì anche alla
filosofia della religione di Cherbury e la filosofia del diritto di Grotius: facendo differenza tra “oggettivo”,
“soggettivo”, “necessario” e “contingente”. Così come Galilei afferma il concetto di natura quale unità di
misura per la scienza fisica, Cherbury e Grotius la utilizzeranno per la conoscenza religiosa e giuridica. Così,
per analogia, in Cherbury, “come il senso esteriore ci schiude la verità della natura corporea, così un senso
interno schiude la verità della natura spirituale”. L’intelletto è la divinità che si esprime nello spirito umano.
Galilei afferma che noi possiamo considerare come vero solo ciò che si presenta sempre allo stesso modo,
quindi, partendo da questo criterio, non tutti i fenomeni della natura possono pretendere la verità empirica.
La nostra conoscenza empirica si divide in due classi: una ci dice le qualità oggettive delle cose, l’altra quelle
accidentali (e queste provengono dai sensi). Quando diciamo che qualcosa è rosso o amaro non diciamo altro
di ciò che quel qualcosa è in rapporto a noi. Le qualità dei sensi non hanno senso ontologico, ma soltanto
verbale; non esprimono l’essenza oggettiva delle cose ma le classificano per nomi, che hanno valore per noi,
ma non per la natura. Secondo Cherbury le verità religiose sono sottoposte allo stesso criterio della fisica:
ogni rivelazione particolare, sulla quale si appoggiano le singole religione positive, hanno il valore di nome e
non dobbiamo prenderlo per la cosa stessa: dietro questi nomi è possibile conoscere l’universalità mediante
la ragione teoretica o pratica. Se consideriamo De jure belli ac pacis di Grotius troviamo lo stesso principio:
l’ “invarianza”. Il diritto, per essere vero, deve essere sempre uguale a se stesso, poiché non è ordine esterno
ma impresso in noi stessi. Il legge fisica, religiosa e di diritto esisterebbe anche se non ci fosse Dio
(ovviamente tutti sono a favore della religione). La giustificazione di una scienza è in se stesse, e non
all’esterno. Nel Dialogo di Galilei troviamo che tra la conoscenza dell’uomo e quella di Dio non c’è
differenza, ma adeguazione. Onde giustificare tale tesi Galilei distingue tra “contenuto” e “estensione” di
sapere, tra norma intensiva e estensiva. A livello estensione l’indefinito è nulla rispetto all’infinito, a livello
intensivo coincidono: quindi il sapere intensivo, la matematica, è divino. Perché? Perché con la matematica
2
giungiamo alla comprensione della necessità. Grotius afferma che i principi del diritto naturale alla la stessa
saldezza degli assiomi della matematica. L’ “autonomia” del diritto, della religione e della fisica sta nel fatto
che il loro oggetto è universale.

Vi sono alcuni punti oscuri del processo di Galileo. Dietro a questi motivi c’è un’opposizione/appoggio da
parte di Urbano VIII che, se da un lato appoggiava Galilei, dall’altro affermava che non sarebbe stato
possibile conoscere Dio: le regole che valgono per noi non valgono per Dio. Galilei ammise questa
argomentazione nel suo Dialogo, pena la mancata pubblicazione. La citazione viene messa però in
appendice, e questo fu fatale per Galilei. L’argomento del papa dal punto di vista della religione era corretto:
si rivolgeva con la presunzione del sapere umano. L’opera di Dio era riconosciuta da Galilei come l’unica
manifestazione del suo essere.

Galilei introduce nella sua ultima opera, Discorsi e dimostrazioni matematiche, il metodo dell’osservazione
empirica e della deduzione matematica. Tutte le scuole razionalistiche e empiristiche subiranno la sua
influenza, nonché Kant che lo citerà nella prefazione della Critica della Ragion pura. La fama di Galileo è
dovuta alla scoperta delle leggi della dinamica e alla difesa del sistema copernicano. Afferma Galilei che:
“non esiste autorità divina o umana che si può porre al di sopra dell’esperimento e della deduzione
matematica”. Quindi, se dovesse sorgere una contraddizione tra l’osservazione empirica e le Sacre Scritture,
la verità spetta alla prima. Vi sono due rivelazioni di Dio, disse Galilei: la prima è la parola e la seconda è la
sua opera; ma in caso di dubbio la seconda prevale sulla prima. Nel sistema medievale vi erano “due verità”,
una umana e una divina, ma Galilei negò questa distinzione in quanto la matematica è indivisibile. Quindi,
egli non accettava la doppia verità, perché: “la verità è necessità, e questa non ha gradi”. Anche un altro
dualismo (platonico) Galilei doveva superare: matematica (mondo reale) e fisica (imitazione).

Una caratteristica del metodo di Galilei è la semplicità: la semplicità è il sigillo della verità. Incominciò ad
indagare un fenomeno ovvio: la caduta dei gravi. Ma le conclusioni che seppe trarre lo condussero ad una
visione generale di tutto il mondo della fisica. Sia Aristotele che Galilei considerano il “moto” come il dato
fondamentale della fisica; ma esiste una differenza nella concezioni tra lo stagirita e il pisano: per il primo è
qualitativo, per il secondo è quantitativo. Per Aristotele il moto di una determinata cosa dipende dalla sua
natura specifica, mentre per Galilei il moto è comune a tutti allo stesso modo. In Aristotele vi era una
divisione tra sfera celeste e sfera terrestre, la prima incorruttibile e immutabile, la secondo corruttibile e
transeunte; in Galileo viene distrutta questa differenza, tutto sottostà alle medesime leggi. Quindi,
l’interpretazione della natura in Aristotele è teleologica, in Galilei è nomotetica. Aristotele si basa su concetti
di mezzi e fini, Galilei di spazio e tempo.

La struttura logica della filosofia naturale di Galilei non può essere descritta con le categorie di empirismo o
razionalismo prese in senso tradizionale, perché la sua filosofia naturale unisce ragione e esperienza. I dati
non derivano dalla sola esperienza sensibile. I fatti bruti prima di diventare la base di ciò che chiamiamo la
legge naturale, debbono venir analizzati. Nell’opera di Galilei troviamo il primo esempio di questo tipo di
analisi. Qualsiasi investigazioni delle leggi naturali è collegata al metodo dell’analisi e della sintesi, ossia,
per usare i termini di Galilei, a un metodo di risoluzione e a un metodo di composizione. Applicando il
metodo analisi-sintesi arrivò alle sue principali scoperte nel campo della dinamica. Non vi sono simili
risultati per acume e per ampiezza di risultati, al pari delle risorse a disposizione: utilizzava il battito cardiaco
per misurare il tempo e non aveva il calcolo infinitesimale – eppure divenne il fondatore della fisica
teoretica.

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Galileo non è stato il primo a concepire la l’idea che la natura era governata da leggi inviolabili; ritroviamo
questa stessa concezione espressa più di 100 anni prima da Leonardo Da Vinci: “la necessità è la maestra
della natura”. Galileo è stato grande non solo per la sua genialità intellettuale, ma anche per la sua
personalità. Dopo l’abiura Galilei non pronunciò mai le parole “eppur si muove”. Il Galilei non sfidò
l’autorità ecclesiastica, ma prigioniero dell’inquisizione e in miseria continuò a completare la sua opera
principale: Discorsi e dimostrazioni matematiche (aveva più di 70 anni). Viveva recluso, senza amici, senza
comunicazione con altri studiosi, soffriva di alcune malattie e non gli venne concessa alcuna cura. In Galilei
appare anche per la prima volta l’etica della scienza: “credere che ciò che tu ritieni vero per te stesso sia vero
per tutti gli uomini”.

Si può considerare Galileo un platonico? Si può rispondere sia positivamente che negativamente. Nella
filosofia antica troviamo due tipi di platonismo, quello scettico e quello mistico; nel medioevo troviamo il
platonismo religioso e quello logico. Il platonismo di Galileo, se esiste, non ha a che fare con tutti questi.
Galilei si sente debitore nei confronti di Platone. Il platonismo di Galilei non era metafisico, ma fisico. Per
Platone il divenire non è paragonabile all’essere delle cose eterne, cioè la verità fisica non è paragonabile alla
verità matematica, la prima è doxa, la seconda è episteme. Se questo è il platonismo, Galilei non era un
platonico. Scienza in Galilei significa “necessità”, e questa non può basarsi sull’opinione. Secondo Galilei
esiste tanto una logica di quantità estratte, quanto una logica del moto: quindi, anche in fisica dobbiamo
giungere alla necessità. Quindi, Platone e Galileo hanno lo stesso concetto di scienza, ma sono antitetici sugli
oggetti della scienza. Platone ammetteva che non vi fosse una divisione completa tra i fenomeni e le idee: il
fenomeno partecipa della natura delle idee; ma partecipazione (methexis) non significa né identificazione, né
similarità: i fenomeni tendono alla perfezione “ispirano ad essere”, ma non raggiungono mai il loro fine. In
base a questa concezione Platone riuscì a creare una teoria fisica, che non si basasse sulla sensazione,
altrimenti come risultato avremmo avuto solo illusioni. Dobbiamo sostituire gli elementi sensibili con gli
elementi matematici1. Questo sembra simile alla concezione galileiana, ma non lo è; perché la natura in
Platone è statica, mentre in Galilei è dinamica. Per Platone la filosofia non iscritta nella natura, ma
nell’intelletto umano; ed era per mezzo della dialettica che la verità filosofica poteva venir cavata dalla sua
fonte. Platone non poté mai attribuire alla sua dottrina fisica quale valore logico e validità oggettiva
attribuitagli da Galilei. La verità però, e in questo i due concordano, come mostra il discorso dello schiavo
nel Menone, non può venir raggiunta per mezzo della sola esperienza. Inoltre, Galilei non accettava la teoria
della reminiscenza come scienza, ma solo come mito. Il tema dello schiavo è un tema etico: se la virtù la si
possa insegnare o meno. Ma un punto è fondamentale in Platone: per il metodo ipotetico della geometria. Il
metodo platonico definito “argomentare su un’ipotesi” fu il germe dell’ “analisi problematica”. Questo
metodo può essere utilizzato tanto nella matematica, quanto nella fisica. Anche Galilei era convinto del
metodo ipotetico, senza il quale molte delle sue scoperte sarebbero state impossibili.

Tutti i movimenti fisici sono interdipendenti e collegati, non è possibile pensare un corpo isolato: l’idea di
tale corpo fu uno dei paradossi della scienza. Così, Galilei passò il metodo ipotetico dalla matematica alla
fisica. Galileo fu il primo a rompere con la tradizione greca della differenza tra movimenti eterni e
movimenti transeunti. Questo, è avvenuto anche grazie al coraggio di sfidare l’autorità di Platone e di
Aristotele. Così i principi della meccanica hanno la stessa “realtà”, validità, oggettiva dei principi
matematici. Il vero filosofo, dice Platone, è colui che segue le giunture naturali, quando le taglia. Ma queste
giunture non sono “date”, ma sono scoperte mediante l’arte della dialettica: le risposta non sono belle e fatte,
bisogna trovarle. Per conoscere la natura i “dati”, offerti all’esperienza sensibile, e i “principi” sono
interdipendenti. I primi sono indotti, i secondi dedotti.

1
Alla porta d’entrata dell’accademia c’era scritto “Qui non entra chi non conosce per numeri e idee”.
4
Banfi, Vita di Galileo Galilei2 (1930)

Proveniente dalla media-borghesia, la sua cultura umanistica sia spoglia del suo significato erudito e retorica
(infatti, la media-borghesia era la classe attiva, in ascesa; quindi, pratica e dedita alla risoluzione di problemi
reali). Il Padre Vincenzo, professò la mercatura, era teorico della musica e maestro di canto. Ciò che
caratterizza gli scritti di Galilei è il loro indirizzo tecnico; allo scopo di risoluzioni pratiche. Della prima età
di Galileo nulla si sa di preciso a parte il fatto che nel 1574 si trasferì a Firenze, dove fu avviato agli studi
musicali e letterari. All’età di 16 anni viene immatricolato all’Università di Pisa per apprendere l’arte della
medicina, scelta dipesa dal padre, in considerazione del progresso degli studi medici.

La scienza, e la fisica, si basava sulla metafisica aristotelica, universale e sistematica. Ciò ha per
conseguenza che il procedimento di dimostrazione è deduttivo e che l’esperienza è filtrata solo a partite dai
principi universali della metafisica, quindi viene semplificata per ipotesi arbitrarie e false analogie. Così
concetti e fatti si sovrappongono senza che il pensiero sappia quale sia la relazione tra i due. Quindi, tra la
verità metafisica e il fatto bruto c’è uno schematismo logico sorretto da artifici retorici. Questo porta alla
fisica aristotelica alla sterilità teorica e pratica. La tecnica 3, invece, esige non un interpretazione teleologica
del fatto, ma una sua risoluzione nella legge, ossia l’immanente ordine di relazioni universali. Il problema
della tecnica dominava il Rinascimento. La scienza matematica acquistava così nuova funzione nella cultura.
Centro dell’insegnamento ufficiale erano Euclide e Sacrobosco; la corrente della matematica applicata ha il
suo rappresentante in Tartaglia che applicò le su dottrine ai problemi di balistica e di idraulica. Nelle ricerche
rivolte alla risoluzione pratica dei problemi venne via via formandosi un metodo scientifico, già con
Benedetti che sostituì il concetto sintetico-qualitativo aristotelico con quello analitico-quantitativo. Il nuovo
metodo aveva una validità pratica che le dava un senso profondamente umano. A questo indirizzo s’accosta
Galileo. Così continuò la tradizione di Archimede, cioè di matematica applicata, di meccanica, di idraulica.

Mentre le necessità della vita lo costringevano a impartire lezioni private a Firenze e Siena, Galileo cercò di
conquistare notorietà con la diffusione dei suoi scritti e con le conferenze pubbliche, come: “circa a figura, il
sito e la grandezza dell’Inferno di Dante”. Questi discorsi hanno un carattere puramente scientifico: così si
distacca dal dualismo vero/vero-simile, si distacca quindi dalla poetica: perché la verità è scritta nel libro
della natura in caratteri matematici. Galileo difende, quindi, l’ideale classico dell’opera d’arte, ossia
l’intuizione dell’armonia interna ed esterna. Così la fantasia non si dissolve né nel soggettivismo del
sentimento, né nell’oggettivismo del concetto. Questo si esprime artisticamente con l’opposizione tra il
classico Ariosto e il barocco Tasso. Nel primo Galilei trova una ricchezza di fantasia, nel secondo una
povertà; il primo riesce a catturare la complessità del mondo, il secondo no. Intanto Galilei era negli affanni
per assicurarsi una posizione, riuscì a prendere la cattedra di matematica all’università di Pisa a 25 anni
(1589). Argomento delle lezione erano la geometria euclidea e i principi dell’astronomia tolemaica, e
l’insegnamento di Galileo non oltrepassò tali limiti; ma nei suoi studi personali andò contro i principi
dell’aristotelismo. Nella fisica aristotelica il moto era considerato in funzione del sistema teleologico
metafisico; le nuove ricerche, invece, definivano il moto nella sua natura meccanica. Si devo notare però che
i primi scritti di Galileo sono lontani dalla coscienza metodica, e il concetto di legge manca ancora. Il
radicale cambiamento in Galileo avviene nella vita padovana. In quel periodo lo stipendio era misero (60
scudi), per di più nel 1591(quando Galileo ha 27 anni) moriva il padre e Galileio si vede a carico madre,
fratello e due sorelle. Ancora una volta si interessò il marchese Del Monte della vicenda di Galileo, così nel
1592 (28 nni) Galileo ottenne la cattedra di matematica all’Università di Padova, con uno stipendio di 180
fiorini l’anno.

2
Galileo Galilei (1564-1642) [78].
3 All’epoca la tecnica che richiedeva sempre più risoluzione pratica erano quelle collegate alla borghesia, quindi navigazione, guerre e costruzioni).
5
4

Dopo la pace di Cateau Cambrésis 4, Venezia era rimasta in Italia il solo stato veramente indipendente. Non è
un caso quindi che a Venezia la cultura Rinascimentale ebbe i suoi ultimi frutti preziosi. Qui, l’indipendenza
personale si equilibrava con un senso di socialità. Da Venezia, più di ogni altra terra, la cultura italiana
esercitò sull’Europa il suo fascino. Tutto il continente era attratto dalla cultura veneziana, perché era il centro
dei commerci. Padova, passata nel 1405 a Venezia, era libera da preoccupazioni politiche e la popolazione
viveva in larga agiatezza. Ma la fama di Padova era il suo Studio fondato dal Comune nel 1222, divenuto poi
centro di cultura per tutta l’Europa. Padova era nota anche per la sua tolleranza. L’indirizzo generale degli
studi era aristotelico e per non far sterilizzare l’interpretazione peripatetica era d’uso che due professori
commentassero, come antagonisti, i medesimi testi di Aristotele. A fianco della tradizione aristotelica,
soprattutto negli studi medici, si era sviluppato a Padova una corrente di ricerche empirico-sperimentali. Non
è però da credere che questo indirizzo entrasse in contrasto con l’aristotelismo.

Galilei iniziò le lezioni nel dicembre del 1592, due alla settimana; ma la fama accrebbe ben presto l’uditorio.
Gli argomenti di tali lezioni pubbliche rimasero stretti a quelli tradizionali: il commento agli Elementi di
Euclide e alla Sfera del Sacrobosco – questo ci è confermanto nel 1605 (quando Galilei era già copernicano)
quando Galilei scrive Cosmografia, su basi fisiche aristoteliche. Fuori dalle aule dello Studio, invece, vi
erano vari luoghi di ritrovo dove studiare fuori dalla tradizione. Tra le amicizie veneziane troviamo
Francesco Sagredo con cui Galilei condivise un nuovo metodo che armonizzava esperienza e ragione, questo
perché la tecnica esigeva nuovi metodi. Galileo ottenne così un largo consenso fuori dall’ambito
accademico. Il metodo galileiano è caratterizzato dall’assenza di ogni tonalità mistica è dal prevalere di una
tonalità tecnico-pratica. La missione non è rivelare una verità assoluta, ma rivelare al pensiero la sua
immanente legge di verità, che valga come principio di organizzazione di tutte le attività della vita. L’origine
medio-borghese di Galileo, che gli faceva apprezzare una piena indipendenza economica che soddisfa la sua
vigorosa sessualità, è il riflesso dei una esuberanza dionisiaca della vita, di una festosa accettazione
dell’esistenza. Tra il 1600 e il 1606 Galilei ebbe tre figli, quindi i suoi bisogni aumentavano; così il suo
stipendio aumentò nel 1599 da 180 a 320 fiorini, i quali erano insufficienti a coprire le spesse; infatti, dovette
ricorrere all’aiuto degli amici per pagare le sue cambiali. Egli riuscì, poi, ad aumentare i suoi proventi grazie
alle lezioni privati e all’invenzione del compasso geometrico-militare (che già eisteva da almeno 10 anni, ma
Galilei ne semplifico l’uso e ne aumentò l’efficienza). Il compasso divenne oggetto di lezioni e di relazioni
scritte, pubblicate nel 1606 sotto il titolo Le operazioni del compasso geometrico e militare; lo pubblicò onde
evitare che qualcun altro gli copiasse l’invenzione. Galileo, a tal proposito, fu accusato di plagio da parte del
matematico fiammingo Zugmesser il quale, nel dimostrare l’utilizzo dello strumento, fece vedere la sua
incapacità, che lo portò a essere esso stesso accusato di plagio. Anche un altro caso è rilevante quello dell’
Usus dell’amico e suo allivo Capra del 1607, che Galilei vide come un vero e proprio plagio. Capra fu
accusato, Galilei non accettò le scuse, e l’opuscolo venne sequestrato.

Il testo Le meccaniche è la dimostrazione che i problemi tecnico-pratici sono sempre stati il primo pensiero
di Galilei. Qui, l’autore pisano, vi è un’esplicazione sistematica del funzionamento delle macchine semplici,
fondato sul principio che: “in una macchina in azione a risparmio di energia corrisponde sempre ad una
proporzionale perdita di tempo e di velocità”. I problemi che interessano a Galilei sono, qui, ancora quelli del
movimento dei gravi e dei proiettili. Così nel 1609 nasce la fisica moderna: “i corpi materiali cadono,
nel vuoto (escludendo quindi qualunque effetto di attrito), tutti con la stessa accelerazione,
indipendentemente dalla loro massa”. In questa scoperta era implicita un nuovo orientamento della teoria del
moto. Se in Aristotele il movimento dei proiettili risultava da due movimenti successivi: l’uno proveniente
dal lancio e l’altro proveniente dalla forza di gravità; qui, invece, la scomposizione del movimento nei due
suoi componenti elementari implica che esso sia considerato al di fuori di ogni determinazione qualitativa,
nella sua struttura meccanica, secondo le leggi funzionali che lo caratterizzano. Il tal modo la dinamica

4 La pace di Cateau-Cambrésis (2/3 aprile 1559), fu un trattato di pace che definì gli accordi che posero fine alle guerre d'Italia e al conflitto tra
gli Asburgo e la Francia.
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galileiana si pone come modello del nuovo pensiero scientifico che, quindi, non riporta più, così come voleva
la tradizione aristotelica, “il dato dell’esperienza ad un sistema metafisico dei concetti”, bensì, il dato
dell’esperienza, viene riportato ad un sistema di relazioni (o leggi universali).

Nel XVI secolo la teoria astronomica tradizionale era messa in dubbio dalle nuove osservazioni
astronomiche. Da un lato troviamo l concezione tolemaica, ossia geocentrica, dall’altro la concezione
copernicana, ossia eliocentrica, nel primo caso vi è distinzione tra movimenti celesti e terrestri, nel secondo
caso vi è unità. A molte difficoltà di questa teoria si aggiungevano anche quelle della rotazione della terra sul
proprio asse e della rivoluzione terrestre intorno al sole. Se soluzioni a questi problemi verranno risolti da
Copernico nel suo De revolutionibus 1543. La concezione tradizionale, però, resistette fino alle ulteriori
osservazione del 1572, quando una nuova stella compariva nella costellazione di Cassiopea che dopo un
breve periodo di luminosità andava lentamente spegnendosi. Questo fu importante perché questo
“movimento” non si accordava con la teoria aristotelica dell’immobilità dei cieli, quindi il fenomeno doveva
essere spiegato su altra base. Poco dopo Bruno dava alla teoria copernicana consacrazione filosofica, ossia
un monismo naturalistico, color antesi religiosamente di panteismo, nel concetto, cioè, dell’unità divina
manifestantesi nella molteplicità del reale. Da ciò deriva una duplice conseguenza: da un lato, una nuova
coscienza della vita spirituale concepita come libero dinamismo infinito; dall’altro, il concetto
antiantropocentrico della natura e della sua infinità. Un più grave ostacolo al trionfo della concezione
eliocentrica venia proprio dall’interno della scienza, per opera di Brahe: egli affermava che la natura della
Terra non poteva essere equiparata a quella dei corpi celesti. Ma i suoi stessi studi confermavano, anziché
screditare, la teoria copernicana. A risolvere definitivamente i problemi che sorgevano con l’aristotelismo era
necessaria una sintesi tra la nuova scienza fisico-matematica e a teorica copernicana, e ciò avvenne con
Galileo. Le idee galileiane sul sistema copernicano risalgono al periodo pisano (1589-92), ma sarà solo nel
periodo padovano (1592-1610) che emergeranno con tutta la loro forza. Così a prima svolta avviene quando
Galilei sostituisce i concetto di incorruttibilità con quello di regolarità.

La prima applicazione del cannochiale risale al 1609 e, nello stesso anno in Sidereus Nuncius, Galileo ci
racconta: “che da un certo fiammingo (Hans Lippershey) era stato composto un cannocchiale, per mezzo del
quale gli oggetti, benché situati lontano dall’occhio dell’osservatore, apparivano distintamente come fossero
vicini”. L’importanza di Galilei è la originalità tecnica, così i cannocchiale, da semplice curiosità ottica,
s’elevò a strumento efficace del sapere. Il governo veneziano non tardò a manifestare al lettore dello Studio
di Padova i suo compiacimento e il giorno seguente gi fu confermata la cattedra a vita e uno stipendio di
1000 fiorini l’anno. La prima scoperta che annunciò fu quella del corpo lunare che apparve con una
superficie non uguale e liscia, come volevano gli aristotelici; bensì aspra e diseguale, come voleva
Anassagora. Così, affermando l’identità tra terra e luna era distrutto per sempre il geocentrismo. La notte del
7 gennaio Galilei fa un scoperta che “eccede” tutte le meraviglie: vide presso Giove tra stelle assai più
luminose di stelle di pari grandezza e il loro movimento: così veniva a cadere sempre l’eternità ciclica del
movimento delle stelle secondo Aristotele; il 12 scopre il movimento dei satelliti: così venne confermata la
teoria copernicana. Galilei era convinto del significato profondamente filosofico delle nuove scoperte che
giustificava l’ipotesi copernicana, ponendola come base di una estensione a tutto il campo naturale della
ricerche.

Il desiderio di lasciare Padova, nonostante confessa di aver trascorso i “migliori 18 anni della sua vita”, per
Firenze aveva un motivo: dare alla sua situazione economica una sistemazione definitiva. Perciò fino dal
1604 Galileo aveva intavolato trattative con il Duca di Mantova per passare al suo servizio, ma le trattative
fallirono per lo stipendio che voleva Galilei. Dopo questo fallimento le speranze si erano rivolte alla corte
medicea, così Galilei riesce a prendere l’educazione di Cosimo II de’ Medici 5; e nel 1605 fu ricevuto a corte.

5
Cosimo II de' Medici (1590 – 1621) fu Granduca di Toscana dal 1609 al 1621. Durante gran parte dei suoi undici anni di regno, delegò perlopiù
l'amministrazione della Toscana ai suoi ministri. È noto in particolare per essere stato il patrono di Galileo Galilei, suo tutore in giovinezza.
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A Firenze egli vedeva anche un maggior agio per gli studi e di qualche anno di ozio e “finire, prima della
vita, tre grandi opere”. Ciò non gli era possibile in uno Stato come quello veneziano, in cui il diritto della
libertà civile era fondato sul dovere di compiere l’opera, a cui era destinato, per il bene comune. Egli scrive:
“Ottenere da una Repubblica stipendi senza servire al pubblico non si costuma, perché per cavare l’utile dal
pubblico bisogna servire il pubblico, e non da uno solo particolare; simile comodità io posso sperare solo da
un principe assoluto”. L’autorità del principe introduceva un nuovo ordine di valutazione, fondato sulle
capacità dei singoli, spezzando il sistema della gerarchia e dei privilegi che nel sistema repubblicano serrava
l’individuo nei limiti della collettività; si comprende, perciò, come l’ossequio prestato da Galilei non è
servilismo, bensì garanzia della sua persona. A queste motivazione se ne aggiunse un’altra: il riconoscimento
dell’impossibilità di continuare l’insegnamento astronomico secondo la tradizione accademica, ora che la
teoria copernicana appariva non più come un’ipotesi matematica, ma come una verità d’esperienza.
Nell’ottobre del 1609 Galilei è a Firenze e svela al Granduca le scoperte lunari. Nel luglio del 1910 Galilei
ottenne la nomina di “Primario matematico e filosofo del Granduca di Toscana” e a settembre andò a
Firenze. Questo perché egli affermò di aver studiato più anni di filosofia che mesi di matematica; quindi, il
suo ruolo sarà non solo quello di risolvere particolare problemi matematici, ma completare la concezione
della realtà matematica.

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La situazione di Galilei si trova nello spirito della conquista della propria libertà, tipico della crisi della
cultura dell’inizio dell’età moderna. In tale tensione d’animo è comprensibile che la cerchia famigliare
mancasse per Galilei di valore. Spezzata con indifferenza la sua unità, trasportati i figli a Firenze, egli sentì
fin dai primi tempi la difficoltà della loro collocazione. Perciò fin dal suo arrivo egli li fece ritirare in
convento. Galilei intravedeva il sorgere della nuova umanità copernicana a cui la ragione consentisse insieme
la libera formazione delle propria spiritualità e il dominio sulla natura. A questo ideale la crisi della vita e
della cultura italiana toglievano le condizioni per una concreta realizzazione, anzi opponevano la forza
d’anno in anno soverchiante della reazione religiosa. Ma Galilei che già sentiva vivere in sé “l’uomo
copernicano”, non avvertiva in sé né quella decadenza né questo contrasto. Dal tempo della pubblicazione di
Sidereus Nuncius (1610), le osservazioni astronomiche avevano progredito. Già nell’ultima stagione
padovana ci fu la scoperta dell’anello di Saturno. Nel dicembre del 1610 giungeva da Firenze a Praga una
nuova fase enigmatica, risolta dopo pochi giorni nell’annuncio di una nuova scoperta, destinata, secondo
Galilei, a dare fondamento di certezza sperimentale alla teoria copernicana: la scoperta delle fasi di Venere e
che era un corpo opaco. Era così superata la disputa sull’origine della luce dei pianeti; sconfiggendo così la
concezione tolemaica. Ma l’astronomia ufficiale si risolve piuttosto alla teoria tychoniana, che sembrava
salvare, con la centralità della terra, i principi della concezione tradizionale. Il grave pericolo di questa
posizione di Tycho si confermava per Galilei nel fatto che l’astronomo danese aveva accolto le obiezioni
fisico-matematiche alla teoria eliocentrica, obiezioni che la dinamica galileiana dimostrava consistenti. Il
cannocchiale non soddisfa le nuove esigenze scientifiche, ma anche quel senso di incommensurabile,
caratteristico dello spirito barocco. A partire da questo periodo Galileo si vide indirizzare una lettera dai
padri del collegio romano, dove c’era scritto: “pensi bene prima che pubblichi questa sua opinione per vera”.
Qui emerge, per la prima volta, la forza che sbarrerà il cammino di Galilei. Questa forza è lo spirito della
reazione cattolica che procedeva ad arrestare le correnti d’indipendenza spirituale sgorgate alla soglia
dell’età moderna, e a rinchiudere la cultura nella chiusa cerchia della cattolicità. La cattolicità accoglieva la
nuova cultura ad una sola condizione: che fosse conciliabile con essa; altrimenti la soffocava. Ciò non
preoccupa Galilei il quale vede come veri nemici l’ignoranza, la cieca fiducia nella tradizione e l’adesione
all’astratto sistematismo, nonché la retorica.

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Il contrasto fondamentale di principio tra il sapere accademico tradizionale e il nuovo indirizzo di ricerche si
affermò anche fuori dall’ambito astronomico, nella polemica sul “galleggiare dei corpi”. Essa ebbe inizio in
un disputa avvenuta nell’estate del 1611in una cerchia di studiosi fiorentini sulle quattro qualità prime: caldo,
freddo, secco e umido. Avendo il Papazzone sostenuto che il freddo agisce provocando una condensazione
dei corpi e citato ad esempio il ghiaccio, come acqua condensata, Galileo replicò che nel caso del ghiaccio

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non si trattava di condensazione, perché il ghiaccio è più leggero dell’acqua come prove il suo galleggiare.
Rimandata la discussione dopo tre giorni si presentava come sostenitore della tesi aristotelica Ludovico delle
Colombe. In realtà questa disputa non avvenne, forse per l’essersi rapidamente così accesi gli animi; il
problema, infatti, aveva un significato superiore all’argomento, giacché involgeva una questione di autorità
aristotelica di fronte al mondo dei tecnici. Quanto al valore della scoperta delle macchie solari, Galileo,
accenna che essa vale come una riprova contro il principio aristotelico della distinzione di natura tra i corpi
celesti e la ragione sublunare. Galileo non si chiede il perché, ma il come del fatto, ricerca non la sua
essenza, ma la sua razionalità implicita nella relatività della sua esistenza fenomenica.

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L’intonazione della lettere, del 1613, sulle macchie solari, è copernicana. La certezza teoretica generata in
Galilei dalla validità sperimentale e razionale, gli facevano apparire facile la vittoria contro la cultura
tradizionale. Egli sottovalutò l’entusiasmo, sia perché trasponeva il dibattito sul piano metafisico, sia perché
nei profani poteva dar luogo a discussioni su come gli uomini possono essere discesi da Adamo o usciti
dalla’arca di Noè. Già nei paesi protestanti la discrepanza tra l’ipotesi copernicana e le parole della Bibbia
era stata rivelata da parte di un’autorità religiosa come Melatone e di un’autorità scientifica come Tycho
Brahe. Il primo segno del nuovo indirizzo della polemica fu uno scritto posto da Delle Colombe, nel giugno
del 1610, contro il Sidereus Nuncius del marzo dello stesso anno, in cui si poneva in rilievo l’opposizione
alla teoria copernicana di alcuni passi della Bibbia. Il cardinale Conti, inviato su preghiera di Galilei, a
pronunciarsi in proposito, nel luglio del 1612 negava che il testo biblico confermasse la teoria
dell’incorruttibilità dei cieli, a cui anzi in qualche passo contrasta; la lettera biblica contrasta, invece,
all’ipotesi di un movimento di rivoluzione intorno al sole. Sostiene Galilei che: “I libri santi non posso
errare, ma lo possono fare i loro interpreti; perciò nei problemi naturali non può essere attribuita alla
Scrittura un’autorità superiore alla natura stessa, che testimonia direttamente l’onnipotenza e la perfezione
divina poiché non sono ammissibili due verità, per ciò che riguarda i fenomeni naturali, l’esperienza e il
ragionamento scientifico devono, non solo prevalere sulla lettera, ma servir di base alla determinazione del
vero senso della scrittura”. Galilei mostra che la teoria copernicana è più concorde alla Sacra Scrittura di
quanto non lo sia la teoria tolemaica; ma la distinzione posta da Galilei tra il campo della scienza e il campo
della fede infrangeva la sintesi scolastica tra filosofia e teologia, che serviva a garantire l’assoluto dominio
della Chiesa sulla cultura e su i suoi valori. Il cattolicesimo di Galilei era quello della massa: cieca
accettazione della cultura, piuttosto che consenso ragionato. Ma questo non esclude che il principio
dell’autonomia della ragione fosse in contrasto con la restaurazione del dominio culturale della chiesa. Ciò
che complicò ancor di più la vicenda galileiana fu una lettera che l’autore pisano invia a Castelli (monaco,
matematico e fisico italiano) nel febbraio del 1615, dove scrive: “certi modi di dire della Sacra Scrittura non
sono validi; che gli interpreti errano; che le scritture riguardano solo la fede”. Nello stesso mese seguirà
l’esame dell’Inquisizione e l’esito fu che “Galilei aveva opinioni errate circa la Sacra Scrittura”. Ciò che
importava alla chiesa era la sua l’assoluta autorità nel determinare ogni valore e ogni verità. Alla fine di
febbraio fu pronunciata la sentenza. Della prima proposizione: “il sole è al centro del mondo, ed è
immobile”. Questa proposizione da parte del cardinale Bellarmino fu considerata “stolta e assurda”. Il giorno
seguente la sentenza il pontefice ordinò il cardinale di chiamare a sé Galileo e di invitarlo a rinunciare alle
sue opinioni e che se non si fosse adattato sarebbe stato gettato in carcere. Nel marzo del 1616 egli assentì
che non era il sole ad essere al centro del mondo, bensì la terra. Nei paesi protestanti il decreto rimase lettera
morta, ma la cultura italiana fu invece colpita in pieno. Se alcuni tra i dotti rimasero in segreto copernicani,
le nuove idee furono sottratte alla pubblica discussione; così, nel mondo accademico, trionfò il sistema
tradizionale. Nel maggio dello stesso anno Galilei invia una lettera al cardinale Bellarmino dove scrive che il
cardinale avrebbe dovuto rilasciargli un attestato che confermasse che Galilei stesso non avrebbe dovuto
soggiacere ad alcuna abiura o penitenza in quanto la teoria eliocentrica non era né affermabile né negabile.

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Questa energia di una persona insofferente di vincoli non era fatta per rinchiudersi in una cerchia di affetti
familiari, che richiedono condiscendenza e comprensione reciproca. Della famiglia, Galilei, portò sempre di
buona o di cattiva voglia pesi e responsabilità. Anzi, al suo ritorno a Firenze gli si aggravarono sventure ed
inquietudini. Nel 1620 perderà la madre, nel 1623 morirà la sorella Virginia. Rimasto solo, Galilei, ricorrerà
al fratello Michelangelo che stentava la vita a Monaco di Baviera, e quest’ultimo farà andare la propria
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famiglia nel 1627 a Firenze: così mentre Galileio sopperiva alla mancanze relazionali, il fratello
Michelangelo sopperiva a quelle economiche. Ma l’unione duro solo fino al 1631. E’ caratteristico quindi
che in questo periodo di crisi familiare, l’attività intellettuale galileiana si concentrasse specialmente nella
difesa del metodo. L’occasione per la veridicità delle sue affermazioni gli fu offerta quando ai suoi occhi
apparvero tre comete nel 1618. Al mondo dei dotti la questione delle comete si presentava sotto questo
aspetto: “Aristotele aveva concepito la cometa come una meteora atmosferica sollevantesi sino alla sfera del
fuoco e qui incendiata e trasportata dal movimento di rotazione dei cieli”. Le teorie erano tre: quella
tradizionale, difesa da Bovio; quella copernicana, difesa da Galilei; e quella intermedia difesa dai Gesuiti del
Collegio Romano.

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Il Saggiatore del 1623 può concepirsi come il manifesto della nuova scuola scientifica. La sentenza del 1616
lo riduceva al silenzio. Essa gli ricordava che la difesa della scienza nuova doveva essere spostata su altri
campi meno compromessi in rapporto ai principi della cultura tradizionale, ponendo in luce l’antitesi tra le
due mentalità; statica l’una, dinamica l’altra. La chiarificazione del metodo è l’essenza del Saggiatore. Il
primo baluardo contro cui la polemica si volge è il principio d’autorità; il secondo è che nessun testo, per la
relatività storica a cui è soggetto, può pretendere assoluta autorità teoretica. Così, come in precedenza Galilei
isola il campo religioso, qui cerca di isolare il campo poetico ed estetico. E benché Galilei riconosca all’arte
una sua ideale obiettività (e qui è figlio del suo tempo) la sente soggettiva, distinta dall’oggettività della
scienza. Egli scrive che “la natura non si diletta di poesie, perché alla poesia sono necessarie le favole e le
finzioni”. Spezzata così l’estrinseca unità retorica del sapere tradizionale, veniva isolandosi dinanzi a Galileo
la sua struttura teoretica dimostrativa, ed è naturale che essa gli apparisse sconnessa, mancante di un interno
criterio di verità. Ciò che infatti manca a tale sapere è il metodo, il rapporto tra la ragione e l’esperienza. La
critica di Galilei si volge anzitutto contro la pretesa di ridurre l’interpretazione teoretica di un determinato
aspetto della realtà al suo riconduci mento a quel sistema di concetti valutativi a fondo metafisico: in questa
critica scinde la sfera teoretica da quella valutativa. In secondo luogo pone in luce l’astrattezza del sistema
dei concetti in cui si muove il sapere tradizionale, isolato dal vivo dialettico rapporto con la molteplicità
dell’esperienza. Al di fuori di questo rapporto tali concetti si sono venuti determinando nella mera forma
linguistica, assumendo tutta l’arbitrarietà di significato e l’ambiguità di senso. Di qui le sottigliezze verbali,
dall’altro la trasformazione arbitraria di rapporti puramente linguistici in rapporti logici. Ma soprattutto
l’astrattezza delle posizioni concettuali si manifesta nel vano disputare dei loro rapporti, senza riguardo alle
connessioni concrete dell’esperienza su cui tali rapporti devono fondarsi. Il dogmatismo tradizionale si
riflette anche sulla riduzione e falsificazione dell’esperienza; così il dogmatico si accontenta dell’apparenza
dell’esperienza; e perciò cade in una cieca fede del dato sensibile, di fronte al quale gli manca ogni criterio di
discernimento. La problematicità dell’esperienza sensibile e i suoi errori gli rimangono ignoti. Questo è il
portato positivo del saggiatore. La nuova scienza appare qui nell’universalità della sua funzione razionale
dove l’immanente coerenza teoretica si basa su ipotesi, il cui criterio di verità sta nel dinamismo stesso del
pensiero. L’esperienza è perciò ben lungi dall’essere assunta nella sua immediatezza sensibile, nella confusa
e limitata apparenza con cui si presenta l’osservazione volgare. L’intelletto scientifico è proprio in questo
rapporto continuo d’interdipendenza tra ragione e esperienza. Questa natura del pensiero scientifico ci è
rappresentato da Galilei nel mito del ricercatore della causa dei suoni che trova l’unità sotto la molteplicità
dell’apparenza di questi. Perché sia colta questa struttura universale del fatto, è necessario anzitutto che ne
venga distinto il momento di soggettività relativo e arbitrario. Rilevando, ad esempio, i carattere soggettivo
dei sapori, degli odori, dei colori, troviamo che essi non possono essere pensati senza grandezza, forma,
dimensione e movimento: le qualità prime, insomma che definiscono la meccanicità. Il pensiero scientifico
mira, infatti, la struttura di interdipendenza tra i fenomeni, penetrando al di là della loro singolarità e
limitazione sensibile. L’interpretazione razionale della realtà appare a Galilei solo come il termine ultimo di
un infinito, complesso lavoro, in cui non bisogna mai perdere di vista la particolare concretezza dei
problemi; essa è perciò un limite; non un sapere definito, ma un metodo di sapere.

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Il Saggiatore è il manifesto di una scuola. Questa scuola ha il suo terreno nell’ambiente della nuova classe
colta dei pratici, dei tecnici, dei politici, degli spiriti aperti. Fra di essi la maggior parte volgeva la propria
attenzione ai problemi tecnico-scientifici, dipendenti dalle esigenze socio-economiche del tempo. La
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relazione tra Galilei e costoro non era certo la relazione autoritaria tra maestro e discepolo, ma “scambio”
vivo di pensiero, dove ognuno “dà” e “riceve” per quanto può, in un lavoro comune. Tra i discepoli due sono
particolarmente da ricordare: il Castelli e il Cavalieri. Il primo è scolaro diretto di Galilei, sin dal tempo di
Padova, ove nel 1604 già li ritroviamo al lavoro comune; Cavalieri discepolo del Castelli manca la curiosità
per ogni ambito dell’esperienza, e ciò che lo distingue è l’intuizione matematica. Fino al 1623 i galileisti
attesero l’occasione per affermare la teoria copernicana ad una più ampia fetta della cultura. Ciò avvenne in
questo periodo in quanto il Cardinale Barberini divenne papa colo nome di Urbano VIII. Galilei si rallegrò
perché conosceva Barberini fin dall’insegnamento pisano, dove il cardinale aveva sostenuto apertamente
Galilei; quest’ultimo con la nomina del nuovo papa cercava una rivincita sul decreto del 1616, di cui sentiva
gravare il peso dello sviluppo del pensiero scientifico. Egli, trattenuto dai reumatismi, non riesce ad andare
all’incoronazione del papa a Roma, ma gli invia il suo testo il Saggiatore. Inoltre ebbe sei colloqui privati col
pontefice dove difendeva il suo punto di vista, e affermando che la condanna del 1616 era avvenuta senza
una adeguata analisi della struttura dell’ipotesi. La teoria copernicana demoliva la tendenza generale
dell’antropocentrismo, e poneva l’uomo dinanzi a una infinità obiettiva del reale che corrispondeva
all’infinità della sua esigenza e attività spirituale, per cui la sua opera ha vera libertà e responsabilità.

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Questo riflettersi del conflitto tra l’antica e la nuova cultura nell’antitesi tra due concreti, viventi tipi di
personalità è il motivo che determina il pathos interiore e la forma dialogica della nuova opera di Galilei. La
letteratura dialogica del Rinascimento (Alberti, Machiavelli, Della Casa, Castiglione, Guazzo) corrisponde
and una situazione particolare della cultura. Essa indica, cioè, che i problemi di questa non sono più
considerati nella loro astratta generalità, ma nella loro implicazione alla concreta vita sociale. Il dialogo è lo
sviluppo studiato ed equilibrato d’un pensiero in sé unitario, attraverso contraddizioni parziali, che gli
concedono di dispiegarsi, in forma organica. Ma già al volgere del secolo quella tendenza unitaria è caduta:
nei vari campi le varie forze spirituali aspirano ciascuna alla propria universalità ed autonomia. Questa
situazione si riflette già nei dialoghi di Bruno, nelle loro antitesi vigorose, nel loro ardore, nel loro crudo
realismo. Ma i motivi del conflitto spirituale rimangono qui chiusi in una tensione soggettiva dell’anima del
filosofo, più che non trovino la loro espressione in una obiettiva situazione culturale. Da ciò
l’indeterminatezza delle figure spirituali sopraffatte dell’eroico furore dell’autore; il crudo distacco tra il
momento reale e ideale della visione. In Galilei, invece, la forma dialogica assume vita e concretezza in una
effettiva realtà di coltura. La ricerca del vero non è qui un tema meramente retorico, ma è un’esigenza che
sorge dalla vita delle persone. Il motivo più evidente del dialogo è il contrasto fra l’antica concezione del
mondo e il nuovo indirizzo di pensiero. Nei Dialoghi (1632) troviamo tre personaggi: Simplicio (difensore
del sapere tradizionale) e Salviati e Sagredo (difensori del metodo nuovo): in questo libero esercizio della
ragione l’umanità diviene padrona del proprio destino, pone le condizioni di un proprio mondo di civiltà che
dà senso e valore alla quotidiana fatica. Salviati è lo scienziato secondo il nuovo spirito che oppone al
dogmatismo di Simplicio il processo metodico preciso e l’uso dell’ipotesi come mezzo euristico, egli è
l’energia calma e serena della ragione; in Sagredo la coscienza dell’infinità problematica del reale, appare al
nuovo pensiero come l’eterna fecondità della vita. Questa dinamicità del pensiero scientifico trova la sua
piena manifestazione nel dialogo, giacché esso permette l’intreccio delle varie esperienze, le rapide
divagazioni, gli spostamenti improvvisi di prospettiva; forma questa che accarezza anche il gusto barocco del
varo, del decorativo, del movimento. Ma appunto per la sua mobilità di movimento il dialogo è pure la forma
in cui il pensiero scientifico trova la migliore condizione espressiva per una sua larga diffusione ed efficacia.
Si aggiunga a ciò anche la possibilità di usare una lingua viva d’espressione; qui è il linguaggio della cultura
vivente, sollevantesi dalla prassi ed attingente vivacità d’arte dal pathos che anima la ricerca. Mancano
perciò i neologismi e i termini astratti. Il dialogo ha per oggetto non tanto la dimostrazione e lo sviluppo
della teoria copernicana, quanto la sua difesa dalle obiezioni tradizionali. Il dialogo è diviso in quattro
giornate: nella prima si critica il sapere tradizionale e descriva la distinzione tra pensiero intensivo ed
estensivo; nella seconda si mira ad affermare i diritti della scienza contro l’autorità; la terza ha come oggetto
la dimostrazione della teoria del movimento annuale di rivoluzione terrestre; nel quarta si espone una prova
fisico-sperimentale del movimento terrestre (mediante la marea).

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Alla fine del ’29 il Dialogo era steso. La notizia della sua pubblicazione destava entusiasmo degli amici e dei
discepoli e richiamava a se l’interesse del Granduca Ferdinando II. L’intenzione di Galilei era quella di
ottenere l’appoggio di Urbano VIII (Maffeo Barberini), ed impedire l’azione di nemici come quelli che erano
andati diffondendo la voce della predizione astronomica della morte del pontefice. Così l’interesse del
Cardinare Barberini (nipote di Urbano VIII), del Granduca e dell’aristocrazia colta, Galilei vide la via
sgombra. Il 18 maggio egli era ricevuto dal pontefice e gli esponeva il piano del libro, insistendo che esso
non voleva contrastare il decreto del 1616, ma mirava a dimostrare che agli ambienti cattolici non erano
ignote le ragioni della dottrina copernicana. Il pontefice preso atto dell’intenzione, poneva come condizione
che la teoria venisse considerata come ipotesi matematica e che perciò si mutasse il titolo originario da “Del
flusso e del riflusso del mare” a “Dialogo sui due massimi sistemi del mondo, quello tolemaico e quello
copernicano”; e che si trovasse mondo di introdurre come conclusione l’argomento scettico che cioè non si
poteva considerare come impossibile che Dio avesse creato l’universo secondo un ordine differente da quello
risultate dalle deduzioni razionali. Cominciava così il triste gioco sull’equivoco che porto a gravi
conseguenze per Galilei: infatti, accentando questa impostazione, egli non previde che ne sarebbe stato della
sua vita. Il pontefice diede l’indirizzo per la revisione dell’opera galileiana al censore Riccardi; dopodiché
egli lo trasmise per la revisione scientifica al matematico Padre Visconti, che ritoccando alcune cose diede
consenso alla pubblicazione. Galilei soddisfatto dell’accoglienza ritornava a Firenze. Ma qui lo
sopraggiungevano pene inaspettate: il primo agosto del1630 moriva a Roma il principe Cesi, con cui veniva
a mancare a Galilei un amico devoto; alla fine del mese Castelli consigliava la pubblicazione a Firenze,
anziché Roma. Il Padre Riccardi, aveva ascoltato i Gesuiti e Scheiner che lo avevano chiamato ad un esame
più attento dell’opera: e questo gli aveva rivelato che all’interno dell’opera ci fosse la difesa la difesa della
teoria copernicana condannata nel 1616. Prima della metà del settembre del 1630 l’imprimatur era concesso
sia dalla censura ecclesiastica che dalla censura civile; ma per la pubblicazione si attendeva di nuovo il
consenso di Roma. Alla fine dell’inverno Galilei afflitto da tanto indugio per la pubblicazione invocava
l’intervento del Granduca. Ad un certo punto l’agitazione di Galilei diventa spasmodica, perdendo di vista la
realtà sospetta l’azione di nemici occulti, propone una seduta e discussione pubblica con inquisitori e teologi.
Il 10 luglio del 1631 lo schema del proemio era accettato e si chiede che alla fine dell’opera siano poste le
parole dette al pontefice sui limiti della conoscenza umana. Il libro uscì il 21 febbraio del 1632, con il nuovo
titolo: “Dialogo, sopra…”. Ma tutto questo entusiasmo non poteva che rivolgersi contro Galilei. Ai primi di
luglio Galilei veniva informato che il libro veniva sottoposto ad un nuovo esame, con l’intenzione di
correggerlo, sospenderlo o proibirlo; e il 21 luglio viene sospesa la vendita del libro. Che era avvenuto? Ciò
che temeva Riccardi, ossia alla pubblicazione si erano opposti gli ortodossi nemici di Galilei, tra cui i
Gesuiti. Ciò venne percepito da Urbano VIII come un inganno e così come prima era amici, ora il loro
rapporto diventa ostile. Un altro era però il motivo per il quale Urbano VIII ha agito in questo modo: la sua
politica. Infatti, il pontefice aveva mostrato fin dall’inizio di essere re anziché papa, e ne diede dimostrazione
creando un esercito permanente pontificio. In tale situazione l’offesa personale ch’egli attribuiva a Galileo
prendeva aspetto più grave. Più ancora, perché crescevano contro di lui le accuse di difendere gli eretici e
spezzare la tradizione della Controriforma. Il primo ottobre del 1632 Galilei, all’età di 68 anni viene richiesto
di presentarsi entro un mese all’Inquisizione di Roma. Galilei il 13 ottobre si rivolse al Cardinale Barberini
chiedendo se fosse possibile stendere la difesa per iscritto oppure d’essere inquisito a Firenze, a causa dei
suoi motivi di salute e temendo l’autorità romana. L’unica cosa che riuscì ad ottenere fu una dilazione a
dicembre dell’inquisizione, ma Galileo inviò un’altra lettera al pontefice dove scriveva che per motivi di
salute necessitava di un'altra dilazione; la risposta fu che gli sarebbe stata inviata a spese di Galilei i medici
di Roma, e che se avesse mentito sarebbe stato incarcerato. Galilei entra, a Roma nel febbraio del 1633,
accolto a Villa Medici; egli rimase chiuso nel palazzo fino agli inizi di aprile. L’ambasciatore Niccolini
consigliava Galilei di smettere di difendere la sua opinione e di sottomettersi. Il 12 aprile Galilei si
consegnava al palazzo del S. Offizio. La solitudine era ormai assoluta intorno a lui, ora anche l’ultimo
appoggio, quello del governo toscano, pareva venir a cessare. Questa volta l’accusa non era rivolta contro un
suo testo, ma contro la sua persona; in quanto si voleva che esso scontasse l’offesa al papa. L’atto su cui
s’appoggia l’accusa di Galilei è quello del febbraio del 1616, dove Galilei fu avvisato di non insegnare o
difendere la teoria copernicana; né a voce, né per iscritto – a qual precetto Galilei promise di obbedire.
L’obiettivo dell’inquisizione è dimostrare la colpevolezza di Galilei, così che egli potesse essere colpito
indipendentemente dal fatto d’aver ottenuto dall’autorità ecclesiastica la licenza per la pubblicazione del
dialogo. Il 12 aprile Galileo fu sottoposto ad un primo interrogatorio, il cui scopo era quello di contestargli e
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fargli riconoscere la violazione del 1616. Finito il primo esame, Galilei è stato accompagnato in una camera
nel dormitorio dei custodi, con l’ordine di non uscire senza licenza, sotto pena di punizione ad arbitrio della
S. Congragazione. La strategia per il S. Uffizio per vincere fu quella dell’isolamento e dell’umiliazione. Il
risultati del primo interrogatorio avevano mirato a far sì che Galilei confessasse di aver violato i patti del
1616. Ma ora l’inchiesta mutava direzione si voleva provare che il suo libro fosse una vera e propria difesa
del sistema copernicano. Il 30 aprile Galilei affermerà: “E’ stato error mio, lo confesso, di una vana
ambizione e di una pura ignoranza e inavvertenza”. Ma questa dichiarazione, in cui rinunciando alla difesa
dell’opera, Galilei salvava l’intenzione; pur riconoscendosi in colpa di leggerezza e di vanità egli richiese di
essere udito di nuovo, aggiungendo che, a conferma del non aver mai ritenuta per vera l’opinione
copernicana, si dichiarava disposta a confutarla in una o due giornate in aggiunta al dialogo: in queste
dichiarazioni era compiuto l’estremo sacrificio. Il Tribunale, compiaciuto, gliene riconobbe il merito,
concedendogli, per l’inferma salute, di rientrare in Villa Medici, con l’ordine però di averla per carcere e di
non trattare se non coi famigliari e domestici, presentandosi al S. Uffizio ogni volta che lo si fosse chiamato.
Il 10 maggio, infatti, fu richiamato e richiesto di presentare entro otto giorni la sua difesa. Ma Galilei la
presentò seduta stante, unendovi una copia della dichiarazione rilasciatagli dal Cardinale Bellarmino. In essa
affermava che la sua intenzione nella pubblicazione del Dialogo non era quella di violare il decreto del 1616.
La relativa libertà ottenuta fecero sperare a Galileo che ormai le cose volgessero in senso favorevole. Per ciò
ancor più grave dovette essere la sorpresa, quando, convocato il 21 giugno dinanzi al S. Offizio si sentì
chiedere s’egli ritenesse e avesse ritenuto la verità della teoria copernicana. Galilei rispose che nel 1616
riteneva le due teorie disputabili, ma dopo lasciò ogni esitazione per la teoria tolemaica. Il Commissario gli
disse di dire la verità, altrimenti si sarebbero presi provvedimenti. Intimorito Galilei rispondeva: “Io non
tengo, né ho tenuto questa opinione del Copernico, dopo che mi fu intimato per precetto che io dovessi
lasciarla”. Ma l’Inquisizione non si fermava: “dica la verità, altrimenti si verrà alla tortura”. Il 22 giugno del
1633 gli fu letta la sentenza che, per motivi non chiari, fu firmata da sette cardinali su dieci: “Diciamo che tu,
per le cose dette al processo, ti sei reso sospetto di eresia, cioè di aver creduto una dottrina falsa e contraria
alle Sacre scritture; dalle quali siamo contenti sii assolto, purché prima abiuri davanti a noi li suddetti errori
ed eresie; e finché questo tuo errore non resti impunito, ordiniamo che il libro Dialogo sia proibito. Ti
condanniamo al carcere formale in questo S. Uffizio ad arbitrio nostro”. Quindi, inginocchiato, Galilei
pronunciò l’abiura: “Io Galileo, d’anni 70, [...] abiuro, maledico e detesto suddetti errori ed eresie”.

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Così l’autorità della chiesa trionfò sui liberi spiriti. Perciò il 30 giugno fu ordinato che si spedisse copia della
sentenza e dell’abiura a tutte le nunziature apostoliche, specialmente a quelle di Firenze, Padova e Bologna,
sospette di galileismo. Il primo dicembre del 1633 fu concesso a Galilei di ritirarsi ad Arcetri, a patto che
“stesse riservato senza ammettervi persone nei discorsi, né a mangiarvi insieme”. Il 2 aprile del 1634 muore
la figlia Suor Maria Celeste: così che il dolore e la solitudine peseranno ancora di più su di lui. A partire dal
1637 una nuova sventura si abbatte su Galilei, perde la vista dell’occhio destro: “sono passato dall’ampliezza
dell’universo, alla ristrettezza di me stesso”. La clausura fu così rigorosa che nel marzo fu necessario uno
speciale decreto per recarsi ad udir messa in un a chiesa a pochi passi da casa sua: così aveva ancora più
effetto l’umiliazione.

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Le proposte di Galilei vennero a conoscenza del Grozio, allora a Parigi, che si interessò affinché esse
venissero prese in considerazione dal governo olandese. Le trattative con Galilei procedettero in modo che il
15 agosto del 1636 questi offriva agli stati d’Olanda gratuitamente il suo metodo di determinazione delle
longitudini. A testimonianza di gratitudine il governo olandese inviò Hove e una preziosa catena d’oro. Ma il
S. Offizio nel luglio del 1638, affermava che andava impedita la visita, se fosse un eretico; e se fosse
cattolico, vietato che egli potesse conferire intorno alla teoria copernicana. In olanda uscì, nel 1638, il libro
dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze. Che nei Discorsi Galilei avrebbe
voluto rinnovare la lotta del nuovo spirito scientifico contro il sapere tradizionale, risulta chiaramente dal
fatto che egli volle richiamare i tre interlocutori del dialogo: Simplicio, Salviati e Sagredo. La trattazione
parte da un fatto di portata tecnica: che cioè la resistenza degli strumenti meccanici, per gli sforzi uguali, è
direttamente proporzionale alla loro grandezza. Il discorso, anziché affrontarlo da un punto di vista
meccanico-tecnologico lo pone in senso generale, come il problema della natura e della costituzione della
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materia. Il primo inizio è dato da Simplicio, ma ben presto Salviati prende la direzione del ragionamento. In
luogo della netta separazione delle due mentalità, caratteristica del Dialogo, qui appare il passaggio dall’una
all’altra. Dopo tanti secoli di atomismo e matematismo, che il dogmatismo metafisico aveva opposto
secondo particolari significati culturali-valutativi, riconciliati nel loro senso razionale metodico divenivano il
fondamento della nuova speculazione scientifica. Questo carattere razional-metodico dell’ipotesi atomica in
Galilei appare chiaro non solo dal rifiuto ad accettarne le conseguenze e gli sviluppi nel campo metafisico e
filosofico, ma dall’uso ch’egli ne fa nello stesso tempo fisico. Il processo di tale esplicazione conduce
Galileo alla concezione di uno spazio continuo finito costituito di un’infinità di atomi e di piccoli spazi vuoti.
Ciò che Galilei ha voluto mostrare è la risoluzione scientifica dei concetti dogmatico-scientifici della
filosofia tradizionale della natura. La seconda giornata segna il trionfo di tale metodo, mentre la terza e la
quarta servono a dimostrarlo. Il metodo è quello geometrico per il quale all’identificazione astratta del dato
sperimentale e del concetto si sostituisce la risoluzione del dato stesso in un sistema di relazioni funzionali. Il
contenuto di tali giornate è la sintesi di tutte le ricerche galileiane sul movimento: in esse sono esposti e
sviluppati i principi della dinamica. Il campo in cui, per primo, si presentò l’occasione di applicare il nuovo
metodo fu quello dei fenomeni meccanici. A Galileo spetta il merito di avere tracciato i fondamenti
dell’assiomatica delle scienze meccaniche. La materia, lungi dall’essere la sfera dell’accidentale e
dell’irrazionale, è il piano della razionalità stessa, in quanto rappresenta il sistema universale dei rapporti
meccanico-matematici, la cui costanza e necessità si esprime nel principio della conservazione della materia.
Il movimento è concepito in maniera quantitativa, meccanicamente. Questa posizione implica i quattro
concetti fondamentali della fisica galileiana: 1. La relatività del movimento rispetto alle tre coordinate che
rappresentano lo spazio; 2. Il movimento è considerato dal punto di vista funzionale; 3. Il concetto di forza
esprime la causa dell’accelerazione, cioè della variazione della velocità (e non la causa della variazione della
velocità, cioè della posizione); 4. Il principio di inerzia che spiega, insieme all’azione continua della gravità,
il movimento uniformemente accelerato della caduta dei gravi. L’assiomatica della nuova fisica si fonda
nella distinzione tra qualità prime e seconde dei corpi. Il Saggiatore è l’affermazione della scienza nuova
contro la cultura tradizionale, i Dialoghi sono la sintesi delle scoperte e delle dimostrazioni scientifiche nella
concezione copernicana, i Discorsi sono la realizzazione della nuova scienza nella sua autonomia e
universalità razionale, dove lo spirito scientifico domina incontrastato. La nuova scienza caratterizza sempre
come ipotetico il suo processo, il quale si sviluppa in un continuo rinnovarsi di sintesi tra i due momenti
fondamentali del sapere: l’esperienza, da un lato, e la ragione, dall’altro, nella cui unione viene via via
universalizzandosi il sapere. In questo rapporto dinamico tra ragione e esperienza, Galilei riconosce il
movimento del pensiero in generale.

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Un carattere che prevale nella personalità di Galilei è la sua vitalità. Il momento attivo della personalità è qui
il centro d’incontro e di diffusione della azioni esterne. Se la malattia, fino alla prima maturità lo tormenta, le
sue energie sono piene; il suo è un agire, un creare, un affrontare la realtà per sottometterla. La sensualità e
l’ottimismo lo caratterizzano. Anche nel campo spirituale questa vitalità determina la natura e la sorte di
Galilei. Un così forte potere di integrazione e di trasfigurazione da parte della persona degl’impulsi esterni,
trasformati così in propria attività. L’immediatezza dell’azione e della passione è in Galilei sempre
giustificata, perché tutta la personalità la sussistere solo i propri problemi. I difetti di Galilei sono una propria
coscienza morale e religiosa. Da questa esuberante potenza di vita derivano così i vari aspetti: la dominante
sicurezza di sé che svaluta gli ostacoli, l’entusiasmo comunicativo, la serietà del lavoro assiduo. Dalla
medesima disposizione nasce il senso di centralità della propria vita e il desiderio di riconoscimento. La sua
personalità cerca l’azione esterna, il consenso, il successo per affermarsi e per svilupparsi. Di qui la sua
cortigianeria, che ha in Galilei un significato attivistico; per questo egli appoggi il sovrano – in quanto gli
permette la libertà dalla tradizione. Perciò non è mai un solitario, la solitudine lo paralizza. Agire tra gli
uomini gli è necessario. Lo scienziato non è il saggio che nell’astratta ragione risolve i problemi della vita,
ma è l’uomo copernicano che prepara nella concreta interpretazione razionale dell’esperienza i dati per la
libera risoluzione di tali problemi.

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E’ stato ritenuto più volte che la caratteristica della cultura rinascimentale è la scoperta che l’uomo fa di sé
stesso. Ma, da un lato, già sulla metà del XVI secolo il mito umanistico si dissolve, sia dall’azione delle
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stesse forze spirituali che ad esso s’erano ispirate, sia per il progresso degli studi critici ed il sorgere graduale
della coscienza storica; dall’altro, le condizioni sociali mutano rapidamente in Italia, travolgendo o
dissolvendo le classi dominanti. La crisi economica e politica italiana è il riflesso delle condizioni generali
della civiltà europea; per un verso, dallo spostamento dei centri e delle direzioni dell’attività economica;
dall’altro, della formazione degli stati moderni. Questo affermarsi delle forze spirituali si avverte in tutti i
campi della cultura. Già nel XIV secolo la scolastica pareva in dissoluzione: l’empirismo di Occam e di
Bacone annunciava, in lotta con la fissità concettuale del razionalismo dogmatico, una ripresa dell’interesse
teoretico. Questa scissione del momento religioso e di quello teoretico, appare nell’opera di Cusano. In essa
infatti il movimento religioso della trascendenza divina conduce alla posizione teoreticamente negativa della
docta ignorantia, dell’inconoscibilità del divino. Ciò giustifica e libera da ogni presupposto metafisico la
conoscenza della realtà finita, come conoscenza del sistema delle relazioni. Sorge in tal modo l’idea di una
scienza della natura fondata sulla esperienza, ma dominata dal principio di relatività, che prelude a
Copernico. Nella stessa direzione Telesio, fa valere l’indipendenza di una filosofia naturale che ha per
oggetto la natura nella sua mera immanente fisicità, e riposa perciò su di un empirismo sensistico. Ma già
questa natura assume qui l’indipendenza metodica e quella ontologica, di una realtà che ha in sé un proprio
autonomo principio di vita e di sviluppo. Tale processo diventa più netto in Bruno, giacché la natura, per la
sua stessa infinità fisica, rimanda ad un immanente principio di vita, ad una divina sostanza unitaria. Il
naturalismo si trasforma così in monismo panteistico, a cui corrisponde nel campo gnoseologico un
razionalismo dogmatico. Ma questo razionalismo non offre criterio metodico più sicuro del sensismo
telesiano, e il monismo metafisico a cui termina, semplifica in un dinamismo mistico – l’eroico furore – che
esprime solo astrattamente la libertà dello spirito, i nuovi valori spirituali. E’ naturale, perciò, che di fronte a
tali tentativi metafisici, dove l’arbitrario aveva una parte larghissima rimanesse fedele alla metafisica
aristotelica. Perché la speculazione uscisse da questa ambigua situazione era necessario che almeno in un
punto del sapere fosse raggiunta una certezza razionale indipendente da ogni presupposto metafisico-
sistematico. E’ il punto fisso fu offerto dalla fisica-matematica di Galileo, con risultati che passarono per
Newton e per Lagrange, e rimasero validi fino alla metà del XIX secolo.

Cosi come un grammo di azione pesa più di tonnellate di teoria, allo stesso modo un singolo gesto grava di
più di migliaia di parole.

Tuo figlio, ossia il tuo io futuro.

Dario

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