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COLPO DI MANO A MOSCA

di SVEN HASSEL
Traduzione dall'edizione francese
Je les ai vus mourir di Giovanna Rosselli

Io vi guido verso un radioso


avvenire.
Hitler, discorso del 3 giugno 1937
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Un tac-tac metallico e sordo
risuonava ritmico nel silenzio gelido
e uniforme.
Il rumore dei grossi stivali era
simile a delle salve di fuoco.
Un cane gemeva, molti uomini si
lamentavano e dei bimbi gridavano;
delle donne giacevano inerti al
suolo, lambite dall'ultimo raggio del
sole che stava per cadere.
Il sangue si raggelava in questo
freddo quasi inumano. Ma si
dimentica mai il ricordo del sangue
di chi è stato assassinato?
Era la guerra, purtroppo, la guerra.
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Noti appena i tedeschi avranno
adottato la dottrina bolscevica, io
trasferirò il mio quartier generale da
Mosca a Berlino; in vista della rivolu-
zione mondiale imminente, infatti,
giudico questo popolo ben più capace
dei russi, sotto il profilo militare.
Lenin. All' Ambasciatore di
Turchia Ali Fouad Pacha.
14 gennaio 1921

Nel corso del 1930, l'SS Obergruppenführer


Heydrich immaginò un piano machiavellico per
spezzare alle radici la struttura dell'Armata
Rossa. Per il tramite di agenti della Gestapo
infiltrati all'interno della GPU, infatti, fece sì che
Stalin venisse avvertito che molti traditori
occupavano posti di alto livello nello stato
maggiore dell'esercito russo.
Si puntava sulla diffidenza patologica di Stalin,
sua caratteristica predominante, e il risultato
superò tutte le aspettative. Un'ondata di terrore
passò lentamente su tutta la Russia, lasciandovi
pesantemente i segni. Stalin e il suo ministro
Seria fecero giustiziare degli eminentissimi capi
di stato maggiore dell'esercito, come il
maresciallo Toukhachevsky, Blucher, Je-gorov,
ad esempio, il comandante di corpo d'armata
Oborewitsch, e Jakir, comandante in capo della
flotta russa, e i suoi due ammiragli Orlof e
Wiktorov.
Oltre ai comandanti di quasi tutte le
circoscrizioni territoriali, almeno l'ottanta per
cento dei capi di corpo d'armata e di divisione e
quasi tutti i comandanti dì reggimento e di
battaglione vennero destituiti, e inviati ai lavori
forzati sotto accusa di essere nemici del popolo.
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Heydrich poteva essere più che soddisfatto a
questo punto. Stalin, infatti, dopo aver
eliminato in modo totale e drastico tutti i veri
cervelli, dell'Armata Rossa, li aveva rimpiazzati
con degli incapaci o degli adulatori altrettanto
incapaci, in grado, come massimo limite delle
loro possibilità, di comandare una sezione di
mitragliatori.
Nello spazio di una sola notte, molte migliaia
di mediocri capitani e di maggiori furono
promossi generali. La maggior parte di essi non
aveva mai nemmeno frequentato una vera
scuola militare, e nessuno aveva mai messo
piede nell'Accademia Frunse. Non si contarono
nemmeno più le violazioni di frontiera sul
fronte, fino alla fine del giugno 1941, tanto
erano frequenti. Gli aerei tedeschi facevano
chiaramente dei voli di ricognizione molto
all'interno del territorio russo, e Stalin proibiva
che si aprisse il fuoco su di loro. Sulla stessa
linea di frontiera, la minima provocazione da
parte delle truppe russe veniva punita con la
pena di morte e, praticamente, Stalin rifiutava
alla propria armata il diritto dì difendersi.
« Perché? » chiedeva il maggior generale
Grigorenko. « Ma per quale ragione, infine? »
Purtroppo coloro che sarebbero stati in grado
di rispondere erano morti nel corso dei due
primi mesi di guerra, liquidati dalle pallottole
dei plotoni di esecuzione, e Berla e Stalin
eliminarono in un secondo tempo anche i
testimoni e gli esecutori del più monumentale
errore militare della storia. O forse si trattava di
tradimento? mormorava sempre più sconcer-
tato Piotr Grigorenko.
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IL SERGENTE: UNA DONNA
« Perché sei così restia? » chiede il tenente.
« Non posso », risponde la donna in divisa di
sergente.
« Non vuoi? »
« Ti dico che non posso. »
« Confessa invece che non vuoi, ecco tutto »,
insiste il tenente accarezzando i lunghi capelli
della donna, e facendole cascare per terra il
berretto. « Si può, e anche se si è feriti
gravemente. L'ho già fatto una volta, io, e
avevo tutte e due le gambe ingessate. »
« Quando sei stato ferito? »
« Nella zona della Lapponia sovietica. Il giorno
in cui i finlandesi ci sono piombati addosso. »
« Toh! Non sapevo che eri stato di guarnigione
a Leningrado. Ma in ogni caso piantala adesso,
Oleg. Ti ho già detto che non posso! »
« Forse non ti piace? Ho ricevuto anche la
medaglia dell'Ordine della Bandiera Rossa, se
questo ti può far riflettere in proposito. »
« Non si va a letto con un uomo unicamente
perché è stato una volta decorato, capisci? E
dove l'hai presa, quella medaglia? »
« A Suomussalmi. »
« Dove diavolo è? »
« Nell'Est, in Finlandia, quando abbiamo
schiacciato e distrutto i fascisti finlandesi. »
« Intendi dire la famosa, grande battaglia dei
mezzi corazzati? »
« Abbiamo costretto alla resa tutto il corpo
d'armata, e il nostro comandante ha distribuito
sei decorazioni al valore, di cui una
personalmente a me, cara », replica lui,
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tentando di far scivolare la mano dentro la
scollatura della camicetta della giovane donna,
e poi sollevandole la gonna.
Lei si divincola e i due rotolano nell'erba alta.
« Eh via, basta ora! » fa lei. « Dopotutto sono
un soldato esattamente come lo sei tu. E per
questo tipo di cose si deve aspettare fino... alla
vittoria finale. »
« Quante storie, ragazza! » replica lui
sghignazzando. « Se credi che sia divertente
starsene* sempre soli la sera dentro a un
maledetto carro armato! »
« Come sei sempre insistente e volgare! »
sbotta la donna risistemandosi la cintura cui era
agganciato il nagan.
« Certo sei proprio un vero soldato, Jelena
Vladimirovna, e telegrafista di un carro armato,
per di più! »
La stringe alla nuca e, mentre lei si difende a
calci, la gonna le si alza mettendo in mostra uno
splendido paio di cosce velate dalle calze color
kaki regolamentari. .
« Smettila, o ti segnalerò al Sampolit, cafone!
»
« Se credi che io abbia paura di quei porci! Nel
caso non vengano liquidati tutti prima
dell'entrata a Mosca dei nazi, quei pochi rimasti
saranno impiccati, stai pur certa. Tremano già di
paura, e ne hanno ben donde, ovviamente. Non
riusciremo, noi, a battere i fascisti, sai? »
« Sei impazzito, Oleg? Dubiti della vittoria,
adesso? Ti costerebbe la testa se solo volessi
denunciarti! »
« Anche tu, anche tu ne dubiti, Jelena, sii
sincera. Dal mese di giugno quei mostri di Hitler
non fanno che darci la caccia, come fossimo
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solo dei poveri polli terrorizzati. Migliaia di
soldati sono già morti, e altre migliaia sono
prigionieri in Germania. E sul nostro fronte, dei
punti chiave di difesa che sembravano
inespugnabili sono caduti come fossero dei gio-
cattoli per bambini, in un baleno! Prima di
Natale, Hitler sarà dentro il Cremlino, te lo dico
io. E cosa ne è del resto del generale Bagramia
e della sua invincibile divisione della Guardia?
La guerra è cominciata solo da tre mesi e i carri
armati tedeschi si trovano già a
trecentosessanta chilometri da Mosca, capisci?
Se il bel tempo continua, il Cremlino cadrà nel
giro di otto giorni, non un giorno di più. Non hai
sentito la radio nemica l'altra sera? 'Distruggete
fino alle radici il comunismo internazionalel ' I
tedeschi sono dei demòni, è inutile, nessuno
riuscirà mai a batterli. Li hai visti i loro carri
armati? Contro uno solo dei loro che va in
fiamme, cento dei nostri vengono distrutti; per
ben cinque volte la nostra brigata di mezzi
corazzati è stata formata, distrutta, rimessa
insieme, ridistrutta, e così via; ti par possibile
che possa continuare cosi, questa situazione?
Ho sentito questa mattina delle voci che al
Cremlino stanno sbaraccando tutti, per tagliare
la corda in tempo, loro. Stalin ha deciso di
sacrificare noi per potersi salvare lui e la sua
bella brigata, perché quanto a ferocia e distacco
assomiglia a Hitler sputato, quell'uomo, te lo
dico io. Lo sai l'ordine che è stato diramato? Se
si indietreggia si sarà fucilati, se ci si arrende le
nostre famiglie saranno giustiziate, dalla prima
persona all'ultima. Bella prospettiva, vero? »
« Preferirei morire piuttosto che arrendermi, ti
giù ro », mormorò Jelena a bassa voce.
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« Non far tanto la spavalda, ragazza mia! Chi
può dire, in ogni caso, che ci sarà data
quest'alternativa? Noi non ci siamo ancora
imbattuti nelle loro SS, ma dicono tutti che sono
mille volte peggio dei nostri NKVD. »
« Non è possibile », balbettò quasi piangendo
la giovane donna terrorizzata. « Nessuno può
essere più crudele di Berla, nessuno. »
« Aspetta di vedere con i tuoi occhi gli uomini
con la testa di morto sull'elmetto. Uccidono per
il piacere di uccidere, quelli. Si dice che tutte le
mattine viene somministrata loro una razione di
mezzo litro di sangue, di sangue sovietico,
naturalmente, Jelena. »
« È vero quello che dicono, che mangiano i
bambini ebrei? »
« Non credo, ma semplicemente perché non si
degnerebbero nemmeno di mangiarli, le SS! Ma
per quanto riguarda la guerra, è perduta, Jelena,
credimi. Che Dio ci assista! »
« Credi in Dio, Oleg? Tu, un ufficiale
dell'armata sovietica? »
« Ci credo, sì, dal giorno della battaglia di
Minsk credo in Dio. È. la nostra sola e ultima
speranza. Ma Jelena, via, io ti amo, ti ho amata
dal primo istante in cui ti ho vista. Vieni, su, non
dirmi più di no. Siamo in guerra, capisci, chissà
se domani saremo ancora vivi! »
« No, non posso! Sono fidanzata. »
« Sciocchezze », ribatté il tenente con spregio.
« La verità è un'altra, invece! C'è qualcosa sotto
tra te e la capitana Anna Skarjabina, tutta la
brigata ne parla, sai? Si dice anche che dalla
vostra unione nascerà uno splendido T 34 »,
sghignazza. « Sei la pollastra della capitana,
quella strega che corre dietro alle ragazze e poi
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le fa sparire quando se ne è stancata! Ma que-
sta faccenda finirà, stai pur certa, ragazza mia,
perché il colonnello Botapof la detesta. »
« Non può niente lui, contro Anna. Ha degli ap-
poggi ben più importanti, lei. »
« Allora ne sei innamorata, non è così? Mi fai
ribrezzo, Jelena, a questo punto. »
« Allora lasciami andare, una volta per tutte,
Oleg! E tu puoi benissimo denunciarmi al
colonnello, se vuoi, ma sappi che se mi
metteranno al muro tu sarai di fianco a me,
capisci? »
« Oh, ma tu te la saprai cavare sempre, questo
e certo! Non hai che da nasconderti dentro il
letto di Anna, e qualsiasi denuncia non avrà
alcun seguito, non è vero cara? »
« Porco! Sei un vero porco, Oleg! »
« Perdonami, ma tu mi fai diventare pazzo,
Jelena! Se anche fosse l'ultimo gesto della mia
vita, io ti voglio, capisci? J Fritz saranno qui
prima del tramonto, ormai, e poi sarà la fine. »
Le strappa la camicétta. « E dopo sarai
finalmente liberissima di andare a riferire alla
tua capitana che è molto più bello fare l'amore
con un uomo. »
« Ma guarda un po' », bisbiglia Fratellino, dalla
postazione avanzata dalla quale osservano i
carri armati russi. « Farebbe venir la fregola a
un agnello castrato! Quel traditore sovietico la
sta baciando e non crede più alla vittoria di
Stalin! Dovrebbero metterlo al muro, quello! »
« Sarà la ragazza che sarà messa al muro,
invece », ride Porta. « E di punto in bianco
eccoci trasformati in due voyeur! Decisamente,
la guerra ti riserva sempre delle sorprese, e
ogni volta quando meno te lo aspetti! »
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« Piantatela voi due cialtroni, sporchi cialtroni
che non siete altro», li rimprovera il Vecchio
puntando contro di loro il suo LMG nuovo
modello, munito di baionetta, da usare nei
corpo a corpo.
Barcelona scoppia anche lui in una risata, e
decapsula una granata a mano.
<( Sarà il suo ultimo colpo sulla terra, poi
andremo a presentarci ufficialmente, cosa ne
pensate?»
La giovane donna, a seno scoperto, respira
affannosamente e schiaffeggia il suo
aggressore, e questo naturalmente non fa che
accrescere l'eccitazione dell'uomo. Li si sente
mentre lottano dentro l'erba alta, e si intravede
anche il grosso revolver da spalla di lei,
grottesco e comico sulla sua pelle candida.
Tutti ridiamo, insieme, salvo il Vecchio e il
Legionario, e Porta ora emette un lungo
profondo sospiro, simile a un fischio sottile.
« Cosa c'è? » fa Jelena inquieta,
interrompendo la lotta.
« Un uccello di palude che chiama la sua
compagna », risponde Oleg. « Via, una volta
sola, per farmi piacere, Jelena. »
Un istante di silenzio, poi si ode sommesso un
gemito nel campo di grano, un grido soffocato,
delle parole incomprensibili. Siamo tutti muti e
immobili, tesi e con il respiro mozzo come in
attesa, con gli occhi concupiscenti.
« Santa Maria di Kazan! » mormora Porta. «
Che bella faccenda! Noi siamo venuti fin qui per
fregare l'Armata Rossa, ma bisogna riconoscere
che Ivan ha molto più buon senso di noi, perdio!
Lui almeno imbarca anche delle belle pollastre
in uniforme. Ecco cosa vuol dire battersi per una
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causa santa, amici: si mischia Dio al Diavolo e
così si arriva a sera, mica come la nostra fottuta
Armata di Adolfo! »
« Li lasciamo finire, prima di cominciare noi? »
chiede Stege.
Il Vecchio, che si sta strofinando nervosamente
un orecchio, non risponde. Quello che succede
davanti ai nostri occhi non lo interessa
assolutamente, per la verità. La ragazza ora si
rimette in piedi, e con un certo disagio si
riordina i capelli e si riassetta l'uniforme
sgualcita. Ritorna sergente.
« lo filo via », dice con un sorriso che mette in
evidenza i suoi denti bianchissimi, « ma ritorno,
dopo l'appello, intesi?»
« Sicuramente no », sghignazza il tenente. «
Non tornerai da me! »
« Tornerò davvero, invece », ribatte la ragazza
ri dendo, e scompare fra le alte spighe di grano
verso il gruppo dei quattro BT russi, appostati
dietro il campo dei girasoli.
Se li avessero dipinti in giallo come i nostri
carri, non li avremmo nemmeno visti, per la
verità. Tutto è giallo in Russia, in questa
stagione; anche la gente ingiallisce lievemente,
qui, quando l'autunno sta per finire. Ma il loro
colore verde acceso li rivela immediatamente in
questo paesaggio giallo-bruno piatto e
uniforme.
« Dovrebbero ridipingere quattro volte all'anno
i loro carri, come facciamo noi », dice Porta. «
Due volte solo non basta, quando si fa la
guerra, è chiaro. »
« Si dovrebbe farlo ogni mese, invece »,
interviene a dire Stege. « La neve in gennaio è
ben diversa che in dicembre, e quella farinosa
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di novembre non ha niente a che vedere con
quella già un po' vecchia di fine febbraio, e in
marzo poi ha un altro colore ancora, per cui
sono ben cinque le differenti sfumature di
bianco. Anche in inverno, perciò, quando il
bianco sembra bianco, non serve molto
ridipingere un carro una volta sola. E in
primavera, poi, il verde cambia sfumatura ogni
settimana, puntualmente. A cosa serve
andarsene in giro dentro una macchia dipinta
con i colori della primavera in mezzo al verde
scuro e intenso dell'estate piena? A niente. Se si
sapesse come mimetizzarsi in un modo
migliore, si riuscirebbe a prolungare la vita della
bassa truppa come noi, per esempio. Guardate
le nostre uniformi! Grigio-verde! Salvo nella
polvere delle strade sconnesse, dove troveresti
tu un colore come questo? E anche i ragazzi di
Ivan vanno ancora in giro in primavera nei loro
kaki di autunno. Sono proprio dei gran coglioni
quei burocrati che hanno inventato il colore
delle uniformi! »
« A suo tempo erano rosse e blu », commenta
Fratellino.
« Era per mettere paura al nemico »,
sghignazza Barcelona. « Una truppa che
avanza, baionetta al fianco, in uniforme rosso
vivo,* faceva venire le emorroidi anche ai più
coraggiosi! Sembrava quasi un'ondata di
sangue. »
Il tenente russo si è steso nell'erba, tenendo
fra i denti una spiga di grano, e ride fra sé,
soddisfatto e appagato. Con la camicia aperta, e
una piccola chiocciola che zampetta sulla stella
della sua decorazione al valore, preso da
sopimento chiude gli occhi. Ed è solo
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nell'istante in cui l'ombra del Legionario piomba
su di lui, che intuisce il pericolo. Ma è troppo
tardi, ormai, per lui, che ora è morto, inerte a
terra con la gola squarciata. Il Legionario, senza
alcuna apparente emozione, asciuga la lama del
suo coltello sporco di sangue sulla camicia
estiva della sua vittima, mentre il profumo del
caffè che i carristi russi stanno preparando
arriva fino a lui.
« Buon Dio! » bisbiglia Porta, sempre il primo a
sentire e a capire, « Del caffè, del vero caffè!
Questi comunisti proprio non si privano di
niente, però!»
Porta adora il caffè, e molte volte ha già
rischiato la vita per impadronirsi di un sacchetto
di caffè; il Vecchio poi afferma che sarebbe
sicuramente disposto a vendere l'intera sua
compagnia, carri compresi, in cambio di un etto
di quella polvere bruna. Fratellino che procede
in testa al gruppo, il bazooka sotto il braccio, a
un tratto si ferma e si appiattisce a terra indi-
cando con la mano tra le spighe un soldato
russo, seduto davanti a un piccolo fuoco sul
quale è posato in qualche modo un bricco di
metallo nero che emette vapore e aroma. Porta
aspira con delizia questo odore inebriante.
« Guardate! » mormora Julius Heide. « Qualtro
BT5! »
« Cinque! » lo corregge Porta. Vi è anche un
KW, infatti, dietro un covone di fieno, quello del
comandante della compagnia.
« Tutta questa bella roba va distrutta seduta
stante », dichiara Fratellino accarezzando la sua
granata magnetica. « A questi coglioni passerà
tutta in una volta la voglia di fornicare con le
belle soldatesse. Se Giuseppe ci vedesse ci
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decorerebbe al valore, ve lo dico io. »
« È proibito portare le decorazioni sovietiche »,
dichiara dogmatico e ottuso come sempre
Heide.
« Basta sciocchezze, ragazzi », taglia corto il
Vecchio. « Calma. Nessuno spari prima di un
mio ordine, chiaro? »
Dal piccolo campo sovietico si sentivano
venire delle risate. Una voce di donna, più alta e
squillante delle altre, superava di tono il brusio
uniforme, una voce forte e perentoria.
« Il capitano senza... la verga », dice il
Legionario estraendo di tasca il suo coltello
moresco. « Quella è mia, vi avverto subito. »
« Basta, ho detto! » ribadisce il Vecchio. «
Siamo ancora troppo lontani dai veicoli, e quelle
cinque scatolette devono saltare in aria
contemporaneamente. Tu, Barcelona,
'ramazzerai' per terra con la tua MG e farai fuori
tutti, chiaro? Nessuno di loro deve avere il
tempo e la possibilità di arrivare al ponte,
perché se ci arrivano e lo fanno saltare, c'è il
Consiglio di Guerra per noi, bello e pronto. È
determinante quel ponte maledetto, e deve
essere minato, due tonnellate di esplosivo come
minimo. »
« Che bella scorreggia che farebbe! » sogna
ad occhi aperti Fratellino. « Una tonnellata di
polvere, e lo sentirebbero anche gli esquimesi, il
botto! »
I russi si raccolgono insieme per il caffè.
« Speriamo che ce ne lascino un po' », geme
Porta. « Mi domando da dove se lo fanno
arrivare! »
« Quelli fanno parte della Guardia », spiega
Heide che sa sempre tutto, « razioni speciali,
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ovviamente. »
« Come lo sai? »
« Uniforme estiva verde con le spalline
d'argento, dovresti saperlo anche tu, del resto.
Fa parte del regolamento conoscere alla
perfezione tutte le uniformi del nemico.
Sabotaggio degli ordini, dunque, come sempre!
»
« Piantatela », tronca il Vecchio, « e partiamo,
via! »
I russi, seduti in cerchio, stanno inghiottendo
delle grosse fette di pane intinte nel caffè
profumato. È il tramonto, e il cielo è rosso come
il sangue, al di là del fiume. Uno dei soldati
raccatta da terra la sua balalaika ed ecco che si
alza un canto, cui tutti si uniscono in coro.

Da mollo tempo ormai, tuo padre è seppellito,


e il tuo caro fratello è esiliato.
Pena camminando nel ghiaccio siberiano
con le catene ai piedi ed alle mani,
sotto i colpi crudeli della nagajka...

Da alcuni decenni si canta in Russia questa


canzone melanconica e struggente... dal giorno
in cui esistono i campi di concentramento in
Siberia.
« Che canto terribile! » mormora Fratellino.
In lontananza, si ode crepitare l'artiglieria. Noi
veterani del fronte sappiamo che dalle linee
sparano con degli « Opslagsspringerer », i
cannoni pesanti tedeschi, e che questo significa
: « Attacco ». Sarebbe meglio non farsi trovare
sul posto in quel momento, e proviamo
compassione per quei poveretti delle linee
nemiche, che si interrano immediatamente nel
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foro di granata che hanno più vicino, e che
rappn senta il solo incerto riparo contro la
morte. Il fuoco dei carri armati russi provoca
una luminosità fantastica e non c'è niente di più
impressionante di una scura foresta di pini
illuminata dal bagliore di queste deflagrazioni
gigantesche.
« Passami il cognac dei poveri », dice Porta a
Barcelona che gli tende la grossa gavetta da
campagna usata dall'armata francese.
Il tiro aumenta di intensità e la luminosità
diventa folgorante. I russi, come noi, guardano
verso nord. Amici o nemici, le granate non
fanno differenza per nessuno, purtroppo!
« Avanti! Per cosa credete di essere a questo
mondo? »
Con i motori ringhianti, i carri avanzano,
mentre i fanti corrono lungo il loro fianco, quasi
malati dal terrore, lanciati dentro a
quest'inferno da degli uomini politici
irresponsabili. Avanzano. I carri devono
attraversare i campi minati, l'ordine è questo, e
non ci si preoccupa dei granatieri che corrono
affannati, che si riparano di tanto in tanto
contro le alzaie, cadono, si fanno trascinare, si
rialzano, sparano contro la vaga ombra di un
elmetto che appare al di sopra del parapetto
della trincea. È questa, la guerra! Uccidi il figlio
di un'altra mamma prima che questi uccida te,
e hai guadagnato un punto nella grottesca
lotteria della morte. Se non diventi pazzo, ritorni
in patria come un eroe, certo, ma cerca di non
dimenticare mai che niente al mondo scompare
più rapidamente della figura di un eroe. Due
mesi dopo la fine della guerra, non se ne parla
già più, ed è un bene, forse.
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Sopra le nostre teste, i razzi lasciano una scia
luminosa e sibilante nel cielo, e poi cadono al di
là del fiume. Il grano ormai secco dopo il sole
dell'estate prende immediatamente fuoco.
Questi dannati razzi lanciafiamme, non c'è
niente al mondo che noi odiamo di più.
Fabbricati con il pelo del culo del diavolo,
afferma Porta, seminano ovunque distruzione,
istantanea.
« Preparatevi a partire », esclama una dura
voce russa.
Degli ordini precisi e secchi vengono
pronunciati da un ufficiale.
« Che cosa diavolo starà dicendo? » dice il
Vecchio che non è ancora riuscito ad imparare
una sola parola di russo.
« Ha detto che devono sbrigarsi a raggiungere
i loro mezzi », traduce Porta con tranquilla
disinvoltura.
Noi deviamo lievemente per metterci in una
migliore posizione di tiro, e io imbraccio il
mitragliatore e punto al carro più vicino.
Fratellino sospira d'impazienza, come Heide, del
quale ogni gesto è esattamente conforme al
regolamento, come sempre. È un automa
vivente quest'uomo, imbottito di regolamenti,
questo nazi. Non uccide degli uomini come lui,
bensì qualche cosa di anonimo che lo lascia
perfettamente indifferente. Taglierebbe la gola a
chiunque se ne ricevesse l'ordine, dal momento
che non discute mai, in modo assoluto, nessun
ordine. Se gli venisse detto di marciare fino alla
luna, preparerebbe le sue cose con la stessa
meticolosa cura di una recluta, prenderebbe
delle razioni per otto giorni, e battendo i tacchi
si metterebbe in riga sull'attenti. Diritto come il
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manico di una scopa, prenderebbe la direzione
della luna e marcerebbe fino al momento in cui
crollerebbe a terra morto o fino a quando non
arrivasse un contrordine. Malauguratamente per
noi, nell'esercito ci sono un sacco di sottufficiali
come lui, ma Porta afferma che non si può fare
a meno di questi individui ossessionati dal
regolamento, in caso contrario tutta l'armata se
ne andrebbe a carte quaranta. La fifa è una
componente indispensabile per quelli che
debbono obbedire.
« Pronti! » ordina secco il russo.
In fermento, la guarnigione dei carri s'istalla
nei propri mezzi.
« Motori in moto. »
I motori partono. Una donna alta e vigorosa in
uniforme verde inveisce contro il comandante
del carro di testa.
« Attenzione! », bisbiglia il Vecchio.
Le cinque mitragliere sono puntate.
« Vieni, dolce morte, vieni! » canticchia il
Legionario.
« Dawai, dawai! » urla il comandante del
primo carro ai ritardatari, che raccolgono ancora
i vari utensili di cucina. I soldati, tutti i soldati
del mondo, non amano mai essere strappati via
dall'atmosfera di pace domestica di un
accampamento, dove anche per poco si riesce a
dimenticare la guerra.
« Dov'è Oleg? » chiede la donna in uniforme di
sergente, guardandosi intorno inquieta.
« Già, dov'è Oleg? » ripete l'ufficiale del terzo
carro.
« Fuoco! » grida il Vecchio, alzando e poi
lasciando ricadere il braccio.
Cinque comete incandescenti sibilano via,
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dirette verso i mezzi blindati, e una mostruosa
esplosione rimbomba nella foresta.
Un'esplosione che assomma cinque esplosioni
insieme. Alla distanza di trenta metri, infatti,
questa carica è sempre fatale, per qualsiasi tipo
di carro. Dei brandelli di acciaio incandescente
si abbattono sugli alberi, gli uomini della tor-
retta, proiettati nell'aria, sembrano come
oscillare sull'estremità di una lingua di fiamma,
poi, con le membra dilaniate, sono ridotti quasi
a polvere dalla pressione fortissima dell'aria. La
giovane donna sergente ruota su se stessa,
trasformata in torcia umana, e il giovane
soldato che preparava il caffè corre, privo della
testa, verso il bosco. Ci siamo più volte chiesti
quanto ancora può muoversi e camminare un
corpo privo della testa, e quest'immagine in
fondo non provoca più in noi uno speciale
stupore. Dopo un certo numero di mesi in cui si
vive la guerra, come noi la stiamo vivendo
minuto per minuto, tutto appare come un fatto
consueto. L'altro giorno un nazi correva senza
gambe, urlando atrocemente; era un grosso
comandante della riserva, comico a vedere, per
la verità, anche se sembra mostruoso solo il
dirlo. Heide, naturalmente, ci ha subito fatto un
discorsetto appropriato, descrivendo i nervi
particolarmente solidi ed elastici del popolo
tedesco, grazie, naturalmente alla dietetica
nazi. Un soldato russo, per non parlare di un
ebreo, ovviamente, non avrebbe mai potuto
correre senza gambe come questo comandante
tedesco; ma che un russo possa correre senza
testa non è poi un fatto così stupefacente,
affatto, perché anche i polli fanno, questo è
innegabile.
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Ci spingiamo dentro al campo dei girasoli in
fiamme, ed ecco che un piccolo cane bianco si
mette ad abbaiare con tale evidente
disperazione, che Barcelona lo raccatta e se lo
mette sotto il braccio. Pessima idea, purtroppo,
perché il piccolo animale di pura razza russa,
evidentemente, lo morde con tale accanimento
che Barcelona imprecando lo lancia in mezzo
alle fiamme. Ben inteso, Heide ha nel suo
tascapane, in base al regolamento diffuso in
tutta l'armata tedesca nel 1936, una piccola
scatola di metallo che contiene una pinza e i sei
metri di garza regolamentari.
Il naso di Barcelona è così in buone mani, e si
può scommettere la propria pelle che appena
finito l'attacco, Heide si farà rifornire dei pochi
metri di garza mancanti dopo la medicazione!
La capitana cade viva nelle nostre mani, e
come una lupa si avventa su Stege, crolla a
terra per uno sgambetto fattole da Porta, e si
sforza di prendere a pugni Fratellino con il suo
grosso pugno caucasico, innegabilmente forte.
Un colpo alla nuca di quella megera non è
sufficiente, però, per neutralizzarla; si rialza
d'un botto, si butta sul Vecchio, ma a questo
punto i nostri sei revolver sparano insieme. La
donna ricade a terra, urlante, il sangue le esce a
fiotti dalla bocca, ed è molto lenta, purtroppo, a
morire. Nessuno di noi osa avvicinarsi, perché
potrebbe avere nascosto in una manica
dell'uniforme uno di quei piccoli revolver a
grilletto automatico Bowden micidiale; se uno di
noi, infatti, avesse la malaugurata idea di
chinarsi per tamponarle il sangue o darle da
bere, lei riuscirebbe ancora a sparargli nel
petto, istantaneamente. Ci è capitato sovente di
21
assistere a cose di questo tipo. La guerra
dell'Est non ha niente a che vedere con le altre
guerre, proprio cosi. Qui, anche da morti si
riesce ad uccidere. La donna tuttavia si torce
sopraffatta da tali dolori che Fratellino estrae il
suo nagan.
« No », interviene a dire il Vecchio. « Altrimenti
sono costretto a denunciarti come assassino di
un prigioniero. »
« Ma giova anche a lei e io non posso
sopportare di vedere una bella donna che soffre
a questo modo. Lasciami fare e poi ce la filiamo.
»
« Chi spara, lo ammazzo », ribadisce il
Vecchio. « Badate a voi. »
« Avresti dovuto essere l'abate superiore di un
convento, tu », replica Fratellino riponendo la
sua arma. Ma la donna si incarica lei stessa di
porre fine alle proprie sofferenze; aveva proprio,
come tutti avevano supposto, il piccolo revolver
Bowden infilato nella manica.
« E io che ero quasi sul punto di darle una
sorsata di vodka! » esclama Stege terrorizzato.
« Non fare mai una cosa di questo tipo,
ragazzo », lo ammonisce il Legionario. « Spara
su un cadavere prima di avvicinarti a lui, se ci
tieni alla tua vita da cane. »
I nostri compagni sono già lontani e noi ci
affrettiamo dietro di loro; Porta, naturalmente,
ha sulle spalle un grosso sacchetto di caffè. Al di
sopra degli alberi, i razzi folgoranti passano
sibilando, senza sosta, ed ecco intervenire ora
anche l'inferno dei lanciarazzi multipli, le
famose « canne d'organo di Stalin »!
« Meglio non farsi, trovare dove quelli vanno a
cadere », commenta Fratellino. « Una bella
22
invenzione, però, far volare un affare enorme
come quello e poi farlo esplodere dove e
quando si vuole, proprio non c'è niente da dire.
»
« È stato calcolato e fatto proprio con questo
scopo. »
«È pazzesco pensare a cosa bisogna avere nel
cervello per riuscire a mettere insieme un
meccanismo come quello, che cade, a
comando, proprio sulla testa di un generale, per
esempio. Sensazionale, veramente! »
23

Un uomo curioso, questo Hitler, ma


Cancelliere o Comandante in capo, non
lo sarà mai. Al massimo potremmo
affidargli il Ministero delle Poste.

Parte di un colloquio del presidente del


Reich von Hindenburg con il generale
von Schleicher.
4 ottobre 1931

Fu il maresciallo Malinovski, personalmente, a


scrivere net 1961, sul giornale « Wojenno-
Istrischesski » queste frasi memorabili:
« L'errore più grave commesso da Stalin è
stato il preciso ordine alle truppe di non
abbandonare le guarnigioni di stanza, dislocate
molto lontane dalla linea di frontiera, anche
quando lo stato maggiore russo stesso aveva in
mano le prove inconfutabili di un imminente
attacco predisposto da Hitler.
« Nel corso dei tre mesi precedenti il giorno ' J
', un milione di soldati tedeschi era già allineato
sulla frontiera russa della Polonia. Il piano di
difesa sovietico, messo a punto
meticolosamente in tutti i dettagli dallo stato
maggiore generale, e ben noto a Stalin, non fu
mai, e per suo personale ordine, messo in* atto;
e i vari corpi d'armata erano stati ripartiti in
modo cosi sciocco e irrazionale, che i mezzi
corazzati tedeschi furono in grado di
distruggerli senza alcuna difficoltà e in un
brevissimo arco di tempo. Ma il punto
culminante dell'aberrazione avvenne il sabato
sera che seguì il 21 giugno 1941. Quel giorno
vennero ritirati dalle divisioni di fanterie tutti i
24
reparti di mezzi corazzati, con il pretesto di
raggrupparli e formarne nuove brigate. I carri di
vecchio modello vennero fatti allineare sulle
piazze d'armi (BT5 e BT7), mentre gli equipaggi
addestrati venivano fatti partire verso altre
guarnigioni. Così, quando giunsero sul posto i
tedeschi, il lunedì immediatamente successivo,
questi soldati di élite non avevano ancora alcun
carro a disposizione, e furono fatti prigionieri
con estrema facilità.
« Nei primi tre giorni dell'attacco sferrato su
tutti i fronti da parte dell'armata tedesca, il
novanta per cento delle forze dell'aviazione
russa, che aveva la proibizione assoluta di
alzarsi in volo e di contrattaccare, venne
annientato sui campi dai bombardieri tedeschi.
E durante le prime sei ore del 22 giugno, Stalin
proibì alle divisioni dell'Armata Rossa di fron-
tiera di dare inizio al fuoco ma, come con amara
ironia riferi Piotr Grigorenko: 'Dio ci ha assistiti,
perché molti soldati indisciplinati infransero
l'ordine dei loro superiori!'
<( Stalin si rifiutava ostinatamente di credere
che le truppe tedesche avessero superato la
linea di frontiera per ordine diretto di Hitler, e
fino all'estate dello stesso anno, rimase
persuaso che era stato un errore, provocato
sprovvedutamente dagli Junkers tedeschi. Con-
tinuava a ripetere, infatti: ' Non può essere
vero. Hitler non rinnega la parola data. ' Il
ministro degli Affari Esteri, von Ribbentrop, non
l'aveva forse più volte rassicurato della fedeltà
del Führer nei suoi con-frontif
« In ogni caso, anche se con molta lentezza, a
Mosca si cominciò a prendere coscienza della
realtà delle cose. Il ministro della Guerra,
25
Timotchenko, illudendosi di trovarsi ancora e
sempre nel 1917, all'epoca della rivoluzione,
ordinò la più folle delle cose, cioè l'attacco
all'arma bianca, f comandanti del fronte sup-
plicavano tutti, invano, di non avventurarsi sulle
strade e sui percorsi militari prima del calar
della notte, ma Stalin ordinò di attaccare, e tutti
perciò partirono diretti ad una morte certa. Una
preda ben facile, ovviamente, per le squadriglie
tedesche! E quello che ancora era rimasto dei
mezzi corazzati russi venne così consacrato
senza scampo al massacro.
« Nella fornace di Kiev, la V armata corazzata
si batté con disperazione cieca nell'intento di
evitare la distruzione totale, e avrebbe in effetti
potuto evitarla, se non fossero giunti altri ordini
insensati impartiti dal Cremlino. Migliaia e
migliaia di eccellenti soldati russi vennero a
questo modo uccisi stupidamente, e in seguito,
quando finalmente degli individui più chia-
roveggenti ebbero risistemato la situazione sul
fronte, apparve indispensabile e urgente
trovare i capri espiatori, ovviamente. Si
cominciò scegliendo alcuni ufficiali del distretto
militare dell'Ovest. Uno dei più giovani e dei più
dotati fra i comandanti d'armata russi venne
passato per le armi, e il suo capo di stato mag-
giore, il coraggioso tenente generale Tupikov
seguì la stessa sorte. Dal nord al sud
dell'immenso impero, i plotoni di esecuzione
presero a crepitare senza sosta. »
II maggior generale Grigorenko afferma che
ottan-tottomila ufficiali superiori vennero
giustiziati in quindici giorni. E non appena
furono fatti scomparire anche i testimoni oculari
di questa follia del Cremlino, Stalin si fece
26
nominare generale in capo.»
27
LA VIA CRUCIS DI HERR
NIEBELSPANG

Poco prima del nostro arrivo, nel grande


castello dalle alte pareti bianche era insediato
lo stato maggiore della GPU. Nelle sue buie
cantine giacevano duecento cadaveri, tutti
uccisi con un colpo nella nuca, e l'indomani di
quel giorno tutto il personale addetto alla
propaganda arrivò in massa per le classiche foto
da diffondere nel paese. Terminato questo primo
compito, tutti i cadaveri vennero seppelliti nelle
aiole destinate ai fiori, dato che il terreno qui
era molto più friabile che altrove. Il parco era
cosi pesantemente nutrito di cadaveri, ma il
castello doveva essere comunque ancora ben
affollato se, alla nostra partenza, proprio in quel
luogo nacque la celebre brigata speciale delle
SS Heydrich; e tutto il mondo sa cosa essa
abbia rappresentato nella storia.
La maggior parte di noi era molto giovane, a
quel tempo, e non aveva ancora mai conosciuto
l'allegro e spensierato periodo dell'adolescenza.
Fummo mandati in guerra ancor prima di aver
cominciato a vivere. Ma evidentemente qualche
cosa di molto importante si stava preparando in
quel momento: addestramento regolare su
strada ogni dodici ore, cosa indispensabile
trattandosi dei nuovi motori Maybach, per la
verità: se rimangono fermi troppo a lungo,
infatti, ripartono con molta difficoltà, e i mezzi
corazzati invece non possono mai sapere
quando scocca l'ora X. Ci si distrae con il
pensiero, si dimentica momentaneamente la
28
guerra, e improvvisamente risuona l'ordine: «
Avanti, in marcia! »
A questo punto, inaspettatamente, comincia
l'inferno, e il granatiere con il quale si stava
tranquillamente chiacchierando è già una
mummia calcihata. Il peggio, poi, è l'olio dei
lanciafiamme; i malaugurati anche solo sfiorati
da queste armi demoniache cuociono
lentamente, e sono ancora vivi, a volte, quando
si arriva vicino a loro, ma se solo li si sfiora la
loro carne vi resta fra le mani, come macerata.
Muoiono in ogni caso, e Sarebbe molto più
opportuno lasciarli dove si trovano, ma il
regolamento esige invece il loro trasporto
all'infermeria del campo, e i soldati sprovveduti
seguono i regolamenti, naturalmente.
« Nell'esercito ci vuole l'ordine », afferma
Porta, <( altrimenti addio guerra e addio vittoria
finale! E un grande popolo come il nostro ha
bisogno di tanto in tanto di fare la guerra per
dimostrare al suo vicino di casa che è sempre in
piena forma. Dove saremmo adesso se ogni
coglione facesse quello che gli pare? Tutti
taglierebbero la corda il primo giorno stesso, e
cosa avrebbero da fare più i nostri uomini
politici? Con tutto il daffare che hanno avuto per
combinare una bella guerra, pianificata come si
deve! » conclude facendo scattare il portello
della torretta.
È sempre verso notte che si parte. Piove a
dirotto e l'odore di gas bruciato vi prende alla
gola. La fanteria addetta ai carri arriva sul
posto, già inzuppata di pioggia, congelata di
freddo, le tende arrotolate in spalla e gli elmetti
cacciati il più possibile in avanti fino sopra le
orecchie. I veterani, carichi di esperienza in
29
queste cose, hanno di loro iniziativa avvolto le
loro armi automatiche dentro a grandi fogli di
carta oliata, ma nessun capo sezione ve lo
suggerirebbe mai. Molto spesso, si tratta di falsi
allarmi, e perché allora trovarsi poi con le armi
inutilmente imbrattate e scivolose? È proibito,
perdipiù, ma quante cose proibite si fanno,
ormai! La violazione agli ordini è punita con
l'impiccagione, ma è molto raro che ciò
avvenga, per la verità. Una volta, nel villaggio di
Drogubosch trovammo una bella ragazza, molto
mal ridotta per la verità: affermava di essere
stata violentata nel giro di un'ora da ben
venticinque uomini successivamente. Il medico
dichiarò che effettivamente era possibile questo
caso, e tutto finì lì. Non uno di quei dannati
poliziotti si fece avanti, o volle mettere in chiaro
la cosa, e nell'interesse dell'armata tutto fu
messo a tacere.
« Infermiere! » grida una voce nel buio. «
Aiuto, non ho più una mano! »
È proprio così. Ogni volta che viene dato
l'allarme, uno sciocco senza volerlo, mette la
mano sulla bocca di un'arma. Un fischio, un
sibilo... immediatamente si sente il tipico odore
di carne bruciata, e della mano non resta che un
moncone d'osso. L'uomo verrà naturalmente
punito per la sua sbadataggine, ma sei set-
timane di ospedale sono una vacanza
meravigliosa paragonata al fronte! L'infermiere
infatti impreca violentemente contro di lui, e
parla subito di Consiglio di Guerra. « Invalidità
volontaria. » Se è scarognato gli va male del
tutto, però. Domenica scorsa, per esempio, una
recluta si è trovata con tutte e due le gambe
amputate per una sbadataggine di questo tipo,
30
e le autorità l'hanno subito sistemato in qualche
modo su una sedia perché potesse morire
eretto. Le esecuzioni, infatti, si devono sempre
fare secondo i regolamenti!
« Quello lì avrà i suoi guai », predice Fratellino,
inghiottendo la sua razione nella frazione di un
solo secondo, come un Gargantua.
« Come diavolo fai a ingollare tutto a quel
modo? » chiede il Vecchio stupefatto.
« So mica, io. Già da quando avevo otto anni,
inghiottivo un pollo intero in una boccata sola,
con tutte le sue brave ossa e le interiora. Lo si
impara quando si deve mangiare di nascosto,
credo. Ti ricordi le anitre di Natale del sergente
capo Edels? »
Ah, certo che quelle anitre non era possibile
dimenticarle! Quando la polizia segreta
comparve sul posto per constatare, secondo i
regolamenti, il furto di otto anitre ingrassate da
mesi e destinate ai capi, venne distribuito un
emetico a tutta la compagnia per scoprire i
colpevoli. Le anitre vennero restituite a chi di
dovere, immangiabili per la verità, ma
fortunatamente il capo degli uomini
dall'uniforme nera era un amico di Porta, e
anche l'interrogatorio regolamentare finì in una
gigantesca partita a carte, talmente ben giocata
che tutta la squadra della polizia se ne ripartì
dopo la missione senza nemmeno un cappotto
di cuoio!
« Blindo, in avanti! » urla la radio.
I motori Maybach cominciano a ringhiare, il
Vecchio inforca i suoi occhiali speciali di
protezione, dalla foresta provengono deboli
rumori: i nostri granatieri devono aver
contattato la fanteria nemica. La mitragliera
31
lavora incessante sulla posizione, che diventa
dopo pochi minuti un magma informe.
« Non avremmo dovuto mai entrare in Russia
», commenta Stege, pessimista. Vede sempre
tutto nero, lui, quando l'atmosfera comincia a
farsi rovente.
Gli MG miagolano come gatti arrabbiati, dei
mortai calibro 80 sputano delle granate in
direzione degli MG, la terra ribolle come un
geyser, tanto che la pista bitumata che porta a
Pocinok sparisce dentro a una specie di ovatta
biancastra. Non siamo mai stati a Pocinok, ma
ne conosciamo tuttavia tutti i punti chiave.
Sappiamo dove è stata sistemata la loro PAK,
anche se nessuno l'ha ancora vista; e se hanno
dei carri, sono sicuramente mimetizzati dietro la
scuola elementare che è, come sempre, il posto
ideale. Non avrebbero nemmeno la necessità di
mimetizzarli, per la verità, perché con i nostri
fucili mitragliatori a canna corta non possiamo
far nulla noi contro i loro pesanti KW1 e KW2. La
PAK, invece, deve trovarsi vicino alla sede del
Partito, sicuramente, perché normalmente
l'ultima cosa che si abbandona è la sede del
Partito, nella grande Russia.
Signore, come piove! La pioggia si infiltra
dentro le sottili fessure d'evacuazione del gas di
scarico, che non devono essere più in efficienza
come prima, evidentemente. Ispeziono
minuziosamente la mia maschera a gas e i due
filtri; del primo ci siamo serviti per fabbricare
clandestinamente dell'alcool e, Dio come puzza!
Alla fine decido che un attacco coi gas non sarà
poi una cosa così spaventosa, perché saremo
già ubriachi fradici prima di renderci conto di
essere buttati dentro al cloro!
32
Sul ciglio della strada, a metà dentro un fosso,
troviamo un camion rovesciato: uno di quelli
molto massicci dell'artiglieria pesante; le
portiere sono sconquassate e lontane sul prato,
una delle ruote deve essere volata via
stroncando molti rami di un albero, e
sparpagliate intorno, un po' dappertutto,
vediamo una quantità di mele molto mature.
L'autunno del 1941 è stato una stagione
fortunata per il raccolto, solo per il raccolto
ovviamente, e le donne addette alla raccolta
della frutta erano in pieno lavoro. La scala,
tranciata di netto, sembra sia stata tagliata da
una sega elettrica circolare, e una delle donne
giace a terra inerte, la gonna e la camicia
strappate, ancora una scarpa su un piede e una
sottile catenina intorno al collo. Il troncone di un
gradino della scala le è penetrato nello stomaco
e l'estremità terminale le esce dalla schiena.
Intorno al camion, diversi artiglieri morti, e uno
di questi trattiene ancora stretta nella mano
una bottiglia di vino; è morto bevendo, quasi
un'estrema fortuna, per lui, dopotutto. Sul lato
della barriera di siepe che si snoda lungo la
strada giace un fantaccino tedesco, un ragazzo
di non più di diciassette anni. Le sue due mani
sono affondate dentro il ventre come in un
estremo tentativo di trattenere gli intestini dopo
lo squarcio del suo addome, e le sue costole, a
nudo, sembrano di avorio. In una grossa buca
provocata dall'esplosione della granata,
dell'acqua cola portando con sé del sangue e
dei brandelli di carne umana.
« È strano, però », mormora Porta. « La guerra
comincia quasi sempre in autunno e termina in
primavera. Perché poi? »
33
È vero, ed è strano anche. Le prime
scaramucce della fanteria cessano, trascorre un
breve intervallo di tempo senza scosse, poi,
notte dopo notte, si cominciano a sentire
sempre più vicini i motori dei mezzi d'assalto...
e improvvisamente, qualche minuto dopo l'alba,
ecco che tutto ha inizio! Il primo giorno è
sempre il peggiore. Si muore, si muore, non si fa
che morire. Poi la morsa si attenua; no, non si
attenua, invece, è solo una sensazione; la realtà
è che ci si abitua fin troppo presto a vivere in
compagnia della morte.
Da tre settimane, ormai, non fanno che
arrivare delle truppe fresche, che passano,
notte e giorno, davanti al castello dalle alte
pareti bianche. Compagnie, battaglioni,
reggimenti, divisioni. All'inizio, guardavamo con
una certa curiosità questo costante avvi-
cendarsi di uomini, questa singolare sfilata.
Questa gente veniva dalla Francia, e come era
piena di denaro! Porta e Fratellino erano riusciti
a combinare dei grossi affari, naturalmente. In
combutta con un <( Obermaat » di marina
erano riusciti perfino a vendere un
controsilurante, nuovo di zecca, pronto per
entrare in servizio! Fratellino sognava una bella
decorazione inglese a fine guerra, per questo
massiccio baratto, e infatti i due uomini che
comperavano quel mezzo l'avevano promessa...
Senza incontrare alcuna resistenza
attraversiamo il villaggio, e il forte calore del
tubo di scappamento lentamente ci assopisce.
Porta ha delle grosse difficoltà nel guidare,
nell'intento di mantenere il grosso mezzo al
centro dello stuolo delle truppe in marcia. Un
solo istante di distrazione, infatti, e si schiaccia
34
sotto i cingoli una intera compagnia... dietro le
sue spalle, la fanteria addetta ai carri è quasi
asfissiata per l'ossido di carbonio che il carro
butta fuori, ed è un rischio mortale per
l'imprudente che si distende sul motore ai due
lati dello scappamento, ma chi non lo farebbe?
Si sente un cosi delizioso tepore, in quella
posizione così comoda!
Fratellino dorme, sdraiato sulle sue granate, e
russa talmente forte che quasi supera il rumore
sordo del motore. Quattro grosse pulci
percorrono il suo corpo, una razza speciale con
una piccola croce sul dorso. Devono essere
molto rare e pericolose, se si arriva a farsi dare
in cambio quasi un marco per ognuna di esse
che si riesce a consegnare viva all'infermiere,
che poi le infila tutte dentro a un tubetto di ve-
tro e le spedisce in Germania. Porta sostiene
che le lasciano poi libere in un campo di
concentramento per pulci dove si sta allevando
una razza speciale di pulci ariane, purissime,
che alzano la zampa destra su comando, in un
saluto nazi perfetto... Heide, ascolta questa
battuta, poi si alza indignato. Il Vecchio sveglia
Fratellino e attrae la sua attenzione sulla
fortuna che sta zampettando sul suo corpo, e
che ovviamente gli spetta di diritto. Il gigante
ne acchiappa tre ma la quarta riesce a salvarsi
saltando dentro l'apertura del collo di Porta, che
naturalmente ne rivendica la proprietà. Le si
fissa con uno spillo sulla guarnizione di gomma
dell'optometro, per averle subito a portata di
mano nel caso il sergente si presentasse a
richiederle, e Porta reinnesta, la marcia.
Improvvisamente, una colossale palla di fuoco
piomba nel fossato davanti al carro di testa. Gli
35
uomini si buttano freneticamente fuori del
veicolo, pazzi di terrore, con il cuore che batte
all'impazzata. Restano distesi dentro la mota,
come aspettando la morte, ma qualcosa d'altro
sembra spazzare il suolo che hanno davanti; dei
proiettili rimbalzano sulle lamiere d'acciaio, un
muro di fiamma si alza compatto davanti a noi.
Arriva dal bosco, si alza nel cielo come un
lugubre arcobaleno, si snoda in una curva e
ritorna verso di noi.
« Le ' Canne d'organo di Stalin ' », mormora
Heide, che involontariamente si appoggia sul
Funker MG, e con un fragore d'Apocalisse, tutto,
in un istante, viene rasato al suolo.
« Blindo, in avanti! » grida la radio, ma ancora
prima di aver cambiato marcia, arriva le
seconda salva.
Porta innesta pieno gas, e spinge il mezzo
dentro l'acqua e il fango. I motori Maybach
urlano a piena forza, i cingoli macinano il fango
che schizza altissimo nel cielo. Il rogo del
villaggio di Spas Demensk provoca una vera
pioggia di scintille e proietta delle travi
incandescenti sulla colonna dei carri armati in
marcia. Una fabbrica di zucchero brucia con un
bagliore chiarissimo e accecante, e proprio
mentre noi passiamo, esplode proiettanto una
massa di liquido bollente molto lontano.
Esplosioni, bracieri umani, fuoco di artiglieria,
lanciagranate, mitragliatrici, rombo di motori
dei carri armati, tutto ciò assommato è una
realtà agghiacciante di distruzione e di morte.
Lentamente il nostro carro avanza attraverso
muri pericolanti e strutture metalliche contorte,
dentro una nube di fumo soffocante. I carri di
testa ci guidano per mezzo della radio, e per la
36
verità, nessun esercito del mondo è stato
addestrato a mantenere un coller gamento
continuo e così perfetto come il nostro. Riu-
sciamo infatti a rimanere in contatto pur avendo
l'artiglieria pesante alle spalle, ma quando
arriviamo davanti ai mostruosi KW2 russi, di
fronte ai quali non possiamo far nulla con i
nostri inefficaci 7,5, ci diamo da fare per
spezzare o demolire i loro cingoli,
immobilizzandoli e chiamando poi l'artiglieria
pesante che può intervenire pesantemente
contro questi colossi.
Il primo battaglione è già in contatto con la
fanteria di trincea e la PAK del nemico, ma
vediamo orde di soldati inondati di sangue
venire verso di noi, e pensiamo che ì nostri
devono aver subito perdite immani.
Avanziamo al passo, con Porta che mantiene la
direzione fissando la fiamma del tubo di
scappamento del carro che ci precede, mentre
bombe traccianti filano via sibilando,
ininterrotte, verso le posizioni nemiche.
Improvvisamente, un grosso BT6 compare da un
sentiero di traverso alla strada, oscilla un poco
nell'accedere al percorso principale più elevato,
ricade pesantemente sulla strada, si butta su un
Pili, lo rovescia, vira come una trottola e si
dirige proprio verso di noi.
Precipitosamente, sparo senza nemmeno
prendere la mira. In uno sfolgorio di scintille, la
granata atterra sulla torretta, ma i due mezzi
corazzati cozzano violentemente uno contro
l'altro, e l'impatto durissimo ci fa rotolare tutti
nel fondo del carro. Il Vecchio sblocca il portello
e il comandante del carro nemico esegue
esattamente lo stesso gesto, simultaneamente,
37
ma il Vecchio è stato più rapido di qualche
frazione di secondo e il suo fucile mitragliatore
crepita prima di quello del nemico. Fratellino
salta fuori con un balzo, nella mano tiene
stretta una mina S. Come un folle si arrampica
sul cofano del nostro carro e lancia la sua mina
all'interno della torretta aperta del carro russo.
Nell'intervallo di pochi secondi, cbsì, del colosso
gigantesco che poteva sopraffarci, non resta
che una struttura contorta e carbonizzata.
Dal relitto svincoliamo il nostro carro, mentre
siamo tallonati dai comandi del capo della
compagnia, l'Oberleutnant Moser, che ci grida:
« Altezza quattro metri, PAK nemico a 125
metri, granate esplosive. Fuoco! »
Il cannone PAK riprende a sparare ma, per la
verità, è come se lanciasse su di noi dei piselli.
Il fragore del nostro tiro e quello dell'esplosione
ci giungono quasi simultaneamente, e non resta
più nulla, nulla, del cannone PAK, ora.
Inaspettatamente il nostro carro sprofonda in
avanti, dentro a una grossa buca provocata da
una granata, e la parte anteriore viene in parte
sommersa da un terriccio molle e avvolgente.
Porta innesta la marcia indietro ma i cingoli
slittano. Cerca allora di districarsi ruotando un
po' a destra e un po' a sinistra, ma senza
successo. Fratellino durante questa manovra
precipita sul ripostiglio delle munizioni, mentre
Heide si è incastrato tra il Funker MG e il blocco
radio. Gemendo sostiene di essersi dilaniata
una mano ma si è solo rotto un dito, per sua
sfortuna però, perché un dito rotto non è
sufficiente per essere inviato a riposo per
qualche giorno, lontano da questo inferno. Il
Vecchio è scivolato su una cassa di munizioni e
38
si è ferito malamente a un braccio; quanto a me
sono caduto addosso a Porta e mi si è incastrato
nell'inguine il pedale della frizione. Soffro in
maniera atroce, ma l'infermiere si rifiuta di
farmi ospedalizzare, purtroppo. Ci occorre una
buona mezz'ora per riuscire tutti ad uscire in
qualche modo dal carro mentre Moser tuona
delle feroci imprecazioni, e sembra sempre più
convinto che la nostra manovra sia stata
premeditata.
« Se si ripete un'altra faccenda come questa,
c'è il Consiglio di Guerra per tutti, chiaro?! »
Ci mettiamo in posizione nei pressi
dell'ospedale incendiato. I ventidue carri della
compagnia sono già allineati, con i cannoni
puntati in perfetta regola, e vicino alla fabbrica
di zucchero in fiamme il resto del battaglione si
apposta in attesa di ordini.
L'alba giunge portando con sé una fitta e
pesante nebbia grigia, e questa è la costante di
rischio quando ci si accampa nei pressi di un
fiume: non si riesce a vedere né a sentire nulla.
Le armi pesanti tacciono, e solo qualche
mitragliatrice crepita dall'altra sponda del
fiume. Dov'è }a fanteria? È riuscita a penetrare
nelle linee nemiche? Abbiamo tutti la
sensazione angosciante di essere stati
volutamente dimenticati qui soli, nell'immensa
Russia. A poco a poco la nebbia si alza, e
appaiono indistinte delle sagome di case e di
alberi altissimi. La fanteria addetta ai carri
arriva incolonnata, procedendo lungo i muri
delle case, e si raggruppa intorno ai grossi
veicoli. Cannoni è mitragliere pesanti tuonano,
la terra trema. Delle immense lingue di fiamme
escono dalle bocche dei cannoni e uno « stormo
39
» di granate traccianti si alza sul campo di
battaglia.
La fanteria di linea avanza a balzi, mentre noi
spariamo al di sopra delle loro teste con un fuo-
co intenso di copertura molto ben calcolato, ma
certo non è allegro avanzare a balzi verso la
morte con sopra la testa quello stormo che
ugualmente porta la morte. Se il tiro è troppo
corto, infatti, i proiettili ti arrivano nella nuca, ed
è già accaduto purtroppo e sovente. Che poi noi
si sia spediti al Consiglio di Guerra per questa
inesatta valutazione di tiro, a quei poveretti non
serve più a niente, purtroppo!
Molto lontano e all'indietro, delle sagome
scure appaiono e scompaiono in mezzo alla
nuvola densa deHa nebbia. Sono più di cento i
carri che avanzano ringhiando verso le linee
nemiche, e i russi fuggono presi dal panico
verso le posizioni arretrate. Noi siamo
schierati .tutti in fila perfetta come in una
piazza d'armi per una parata, ma qui i bersagli
sono esseri viventi, non fantocci! All'improvviso,
tutto cambia! Una lunga fila di cacciatori russi
sorge come dal nulla proprio davanti ai musi dei
nostri carri immobili. Che duello! All'Ottava
compagnia, jl primo carro salta in aria, e
Barcelona annuncia a gran voce che la sua
torretta è stata raggiunta da una granata e il
cannone perciò è fuori uso, almeno tempo-
raneamente. Bisogna ripararlo, e ripararlo
d'urgenza per di più, ma un secondo più tardi
arriva fino a noi una granata, in pieno sul
davanti del carro. Un fragore tale che per
qualche minuto ci sembra di essere diventati
sordi, poi un condotto dell'olio si spezza, e se
tempo addietro non avessimo, durante
40
un'esperienza del tutto simile a questa,
incastrato dei rottami di cingoli sopra tutta la
parte anteriore del carro, la granata avrebbe
trapassato la corazza d'acciaio, e noi ora
saremmo già morti tutti, ormai!
A sua volta, il Legionario annuncia che anche
uno dei suoi cannoni leggeri è deteriorato, e
deve ripararlo. Tre carri della 4a sezione
esplodono in fiamme, e tutto l'equipaggio
muore carbonizzato all'interno. Un nuovo tipo di
granata, che questa volta ci manda all'aria tutto
il blocco dello sterzo e delle marce, e ora non è
più possibile fare alcuna manovra. Rischio
mortale per un carro, purtroppo, perché se non
si riesce a cambiare di continuo posizione con
delle sterzate costanti, il PAK vi distrugge
nell'intervallo di qualche secondo. In qualche
modo, superando se stesso come sempre, Porta
riesce a portare il carro dietro una bassa collina,
e con degli attrezzi di fortuna, riusciamo,
imperlati tutti di sudore dalla testa ai piedi, a
cambiare in blocco la scatola del cambio e lo
sterzo. Anche un cingolo deve essere riparato
alla meglio ma, per nostra fortuna arriva in
aiuto un carro-attrezzi, e ripartiamo in tempo
per assistere alla distruzione quasi simultanea
di sette dei nostri carri!
Lontano, al limite del bosco, vediamo
comparire dei veicoli grigi che a una prima
occhiata prendiamo per degli anticarro su
affusto motorizzato. Ma tre sezioni virano per
contrattaccare, e ci accorgiamo subito che è
ben altro che quello che pensavamo... Cinque T
34 e dieci T 60. Alla distanza di circa ottocento
metri, i primi T 60 saltano in aria in un geyser di
fuoco e di fumo, ma noi viriamo come dei pazzi,
41
nel tentativo di sfuggire ai T 34 e alle loro
granate mortali. È il carro più pericoloso che
esista, in questa guerra, la miglior arma, in
effetti, dell'Armata Rossa. Tre dei nostri PIV
bruciano, altri due sono talmente in avaria che
devono abbandonare il campo di battaglia, e un
Pili semplicemente si volatilizza, preso in pieno
da ben due granate che gli piombano addosso
simultaneamente.
Una batteria Flak calibro 8 arriva in nostro
soccorso e molto rapidamente distrugge i carri
nemici che abbiamo davanti, con le.sue
micidiali granate di nuovo modello, e, infine,
anche la 27a sezione blindata attacca a sua
volta, e poco dopo l'artiglieria russa è
chiaramente sopraffatta e tace.
Il nostro carro esige delle riparazioni urgenti :
la torretta è immobilizzata, essendosi inceppato
il meccanismo che la fa ruotare, molti cingoli
vanno cambiati, ma ciononostante la radio non
cessa di urlare: k Attaccate! Attaccate! Non
lasciate il tempo al nemico di riorganizzarsi!
Stategli sotto, non mollate un minuto! » Sfiniti
dalla fatica, sfiniti per la lunga mancanza di un
vero riposo, soffriamo tutti di nevralgie quasi
intollerabili, con una sistema nervoso ormai a
pezzi. Nessuno sa nemmeno più quello che dice
e tutti abbiamo i nervi a fior di pelle. I villaggi
e.le città che attraversiamo sono un ammasso
di rovine fumanti, e la pista bitumata che
percorriamo è costeggiata di relitti, di carri e di
cadaveri. Dei cani scheletrici divorano quei
poveri corpi, e dei polli bisticciano fra di loro per
impadronirsi delle intestina ancora tiepide; si
lanciava loro addosso dei sassi le prime volte,
poi nemmeno questo li spaventava più e
42
continuavano la loro orrenda occupazione, e noi
ora non interveniamo più. Tutti i pali del
telegrafo sono abbattuti e i fili si attorcigliano
intorno ai nostri cingoli, le case vengono
abbattute a file intere, e i russi che ne escono
furtivi vengono ridotti in poltiglia. Indietro,
mugiki! Arrivano i liberatori! Diventerete tutti
tedeschi, per vostra grande fortuna, proclama la
propaganda di Berlino.
Breve pausa per riparazioni, per fare il pieno
dell'olio, per far pulire i filtri d'aerazione, e
riparare le catene. "Ma non ci viene consentito
un solo secondo per dormire e non appena il
carro è pronto, risuona l'ordine: «In avanti,
blindo!»
Qualche centinaio di metri, ed ecco ora
arrivare i Jabos! Scendono in picchiata, la
mitraglia crepita sul suolo duro, la prima
compagnia è spazzata via nell'intervallo di
pochi istanti, altri carri bruciano, i granatieri
terrorizzati fuggono, quando di punto in bianco,
un'ondata di soldati russi appare e riempie
come una marea tutto il campo di battaglia.
« Urrà Stalin! Urrà Stalin! »
Sono i giovani della KPU con gli elmetti dalla
croce verde acceso, dei politici fanatici che
attaccano baionetta in canna. Trecento metri
prima di arrivare in contatto con quest'orda, la
voce della radio grida e ordina : « Con granate
esplosive e tutte le armi automatiche a
disposizione, fuoco! » Duecento fucili mi-
tragliatori e cento cannoni sparano sull'onda
russa che si schianta, ma eccone altri, che
sembrano sbucare dal suolo ed altri ancora,
dietro di loro. Tutto si distrugge, in questo
inferno di ferro e fuoco. Anche il cielo stesso
43
brucia, e se ancora un sopravvissuto resiste
viene schiacciato e spappolato sotto i cingoli, e
questo combattimento atroce forse non verrà
nemmeno menzionato nel comunicato tanto è
insignificante, anche se è costato la vita a
migliaia di giovani e di adulti.
Sembra che l'atmosfera si plachi. Ora stiamo
marciando diritto verso nord-est e
raggiungiamo l'autostrada Smolensk-Mosca che
serpeggiando attraversa paludi, foreste, passa
sopra il fiume e intorno a città con belle curve
molto ben costruite in cemento armato.
Superiamo interminabili colonne di fanteria e di
artiglieria trainata da cavalli; le unità motoriz-
zate, infatti, sono molto più avanti di qui, ce ne
accorgiamo dalla quantità enorme di relitti che
gia-ciono sui due bordi della strada. A un certo
punto, ci imbattiamo in un intero reggimento,
chiaramente distrutto in un sol colpo.
ce Bombe ad aria compressa », commenta il
Vecchio.
Questi meccanismi demoniaci vi strappano i
polmoni, in senso letterale. Tutto il reggimento è
là, disteso in ordine, come se un ordine di
questo tipo fosse stato dato: « In marcia verso
la morte» e fosse stato puntualmente eseguito.
Un solo albero, dai rami spogli, è rimasto in
piedi e serve da forca per un cavallo, anch'esso
morto.
Una nebbia bassa, collosa, acre, simile a una
coltre umida, ovatta tutto questo paesaggio che
odora di morte. La fanteria marcia in colonna
lungo l'auto strada, ma gli uomini dormono
camminando. La palude ha spinto la nebbia fin
sulla strada, e non si vede alla distanza di un
metro, in questa caligine bianca. Le colonne
44
sembrano delle lunghe serpi in marcia, e
quando la strada ha un declivio scompaiono,
totalmente, per poi riapparire poco dopo. I carri
ringhiano, tutti con la torretta aperta, ma non si
vede nulla e siamo guidati per mezzo della
radio. Non c'è niente di peggio al mondo che la
nebbia per un'armata costretta ad avanzare in
luoghi ignoti. Col respiro mozzo, siamo in
costante tensione per il rischio di imbatterci
all'improvviso nel nemico, che può piombarci
addosso da un momento all'altro, e infilzarci con
il suo coltello, ancora prima di avere il tempo di
aprir bocca.
Tre carri si tamponano, proprio davanti a noi,
uno dei tre si rovescia e, naturalmente, subito si
sente il grido: «Sabotaggio! Consiglio di
Guerra!» e tutta la colonna diventa un
inestricabile groviglio. Vi sono ben due morti nel
carro rovesciato, e ora arriva dalla parte
opposta un camion dell'Armata dell'Aria che
frena ovviamente, derapa ovviamente, e spazza
via dentro il fossato un'intera compagnia.
« L'aviazione ne ha piene le tasche di queste
bestialità », urla l'aviatore inferocito. «
L'esercito ci rompe i coglioni dal primo giorno di
guerra, perdio! Radiotelegrafista! Chiamate
immediatamente il capo di stato maggiore di
stanza presso il maresciallo del Reich! »
« Riferisco al signor tenente che la radio è
inutilizzabile. »
« Sabotaggio! » grida il tenente, sempre più
inferocito, che si agita come una marionetta,
nella nebbia. « Esigo che chiamiate il
maresciallo del Reich, e se la nostra radio è
stata sabotata, allora gridate o andate a piedi a
Berlino; è un ordine, chiaro? »
45
« Sì, signor tenente », risponde il
radiotelegrafista, che gira i tacchi e parte in
direzione ovest.
Si ferma davanti al nostro carro dove Porta,
disteso tranquillamente sul suo piano anteriore,
sta nutrendosi con piena soddisfazione di una
gelatina di frutta dall'aspetto molto invogliante.
« Sai la strada che porta a Berlino, camerata?
»
« Ci metteresti un mucchio di tempo se vai a
piedi, amico! Vieni piuttosto con noi fino a
Mosca, sono solo circa 160 chilometri da qui. Da
laggiù telegraferai, cosa ne pensi? »
« Sarebbe proprio una buona idea, certo, ma il
mio tenente vuole che vada a Berlino ad
avvertire il maresciallo del Reich che il mio
tenente desidera parlargli. »
« Allora vacci, a Berlino. Un ordine è un ordine,
lo si insegna a tutti i buoni tedeschi fin da
quando sono ancora in culla. Prendi l'autostrada
fino a Smolensk, poi quella fino a Minsk. A Minsk
cerca la fontana dalla scritta : « La Signora che
Piscia » tutti la conoscono. E proprio lì vicino
potrai dormire presso il mercante di grano Ivan
Dornasliki, un cecoslovacco esiliato, in via
Ramash. Ma sforzati di non aver l'aria del
barbone perché in ogni caso tu sei noto,
denunciato regolarmente sia presso quei
cialtroni della polizia, sia presso i partigiani. Ti
avrà quello che paga ai più, ecco tutto; e sarà
una cifra che va dai 50 ai 150 marchi. In qualità
di caporale di una certa esperienza in cose di
questo tipo, penso che saranno i partigiani ad
offrire di più. Noi, dell'esercito, non valiamo mai
più di cinquanta marchi, uno per l'altro, e un SS
non lo vogliono di solito, perché può dare delle
46
noie, capisci? Creare delle grane. »
« Credi veramente che gli aviatori valgano cosi
tanto? »
« Certo, siete una rarità in guerra, in certo
senso. Non vi si vede mai, salvo alle consegne
delle decorazioni o delle razioni supplementari.
»
« È vero. »
« Dopo Minsk, passa per Drohobitz, vicino a
Lem-berg. Di là, prendi l'autostrada verso
Berlino via Monaco e Plon. Potresti anche
prendere la strada del nord, lungo il Baltico, ma
laggiù sei costretto a passare da Reval, che
formicola di SS e di ebrei. Te lo sconsiglio nel
modo più assoluto. Se, nella tua qualità di
aviatore cadi nelle loro mani, sei fottuto, dai
retta a me! Né quelli dal naso lungo, né le SS
hanno alcuna simpatia per il maresciallo del
Reich. »
« Si è sempre in pericolo di vita, su questa
maledetta terra!»
« È proprio così. Guarda, ti voglio raccontare la
storia di un mio amico, M. Niebelspang, che
trafficava in bottiglie vuote a Berlino. Un giorno,
ha dovuto recarsi a Bielefeldt perché era morta
una sua zia e il notaio gli aveva spedito una
lettera così concepita:
« ' Molto Onorato Signor Niebelspang,
« ' Vostra zia, la Signora Leopoldina
Schluckebier, si è impiccata annodandosi, molto
solidamente per la verità, la corda del bucato
appartenente al suo vicino di casa intorno al
collo, un istante prima di saltar giù dallo
sgabello della sua personale cucina. In qualità
di suo unico erede, vogliate immediatamente
farmi sapere se accettate il patrimonio e i debiti
47
della defunta. Con la presente lettera, vi
segnalo in ogni caso che il vicino di casa esige,
in modo assoluto, una nuova corda per stendere
il suo bucato. '
« ' Urrà! ' gridò il trafficante di bottiglie di Ber-
lino, che non pensava che all'eredità, ma parte
della sua gioia svanì quando un amico, che
faceva lo straccivendolo nei quartieri alti, il
signor Puppermann, gli sottolineò la breve
parola ' debiti ' del documento notarile.
Ciononostante il signor Niebelspang, senza por
mente a questo saggio consiglio, si precipitò
alla stazione e prese il primo treno che da
Berlino lo portò a Bielefeldt. Dunque; era notte
e.nevicava fitto quando giunse a destinazione,
un mercoledì, e lui doveva rientrare a Berlino il
venerdì per una consegna di bottiglie che
arrivavano da Lipsia. Così, filò dritto dal notaio
senza lontanamente pensare che l'ora non era
molto adatta. ' Chi è quell'idiota che suona alla
porta alle tre del mattino, perdio? ' gridò furiosa
infatti una voce col tono caratteristico della
autentica maleducazione tedesca. M.
Niebelspang si ritirò nell'ombra rapido, e si
sdraiò su una panchina in un parco del vicino
convento, per tirare mattina. All'alba, mezzo
assiderato dal freddo, si presentò al notaio
dove, in piena fiducia, firmò tutti i documenti
che gli venivano presentati. Non appena ebbe
siglato l'ultima firma, però, gli venne spiegato
che tutta la sua eredità consisteva in un enorme
cumulo di debiti, e fu rovinato.
« L'unica via di salvezza per questi sfortunati è
l'esercito, naturalmente, e lui chiese l'ingaggio e
l'ottenne dunque nel 46° fanteria, entrando in
Francia con il grado di sergente. Ma Dio, colà,
48
chiaramente, lo proteggeva. Avendo l'artiglieria
tedesca regolato il suo tiro di sbarramento
lievemente più corto del dovuto, massacrò il
povero reggimento di fanteria quasi per intero e
rimasero ben pochi sopravvissuti cui attribuire
la Croce di Ferro. Il superstite signor M. Nie-
belspang la ricevette, inviatagli per posta dal X
corpo d'armata. Poi venne trasferito al IX corpo,
come staffetta motorizzata, e fu da quel giorno
fatidico che ebbero inizio le sue grane.
« Una magnifica motocicletta che filava come
il vento, e che portava dei plichi di
un'importanza considerevole, per la verità. Era
un incarico affascinante in estate, un po' meno
in inverno però: la neve, il fango, il freddo e
tutto il resto. Un giorno, la staffetta di cui
parliamo venne inviata a Berlino in missione
segreta, munita di una bella bandiera nera con
l'aquila del Reich ricamata sopra in rosso vivo,
perché fosse ben chiaro che si trattava di una
missione molto segreta.
« Dei buoni amici gli consigliarono di passare
per Stoccarda, dove la gente non pensa che a
una sola cosa, possedere una bella Mercedes.
Ma quell'imbecille preferì passare per Amburgo,
e mal gliene incolse. A Brema, infatti, venne
fermato dagli schupos, che dopo delle
meticolose investigazioni durate ben quattro
giorni scoprirono che era necessario avere
un'autorizzazione del Reich per avere il diritto di
soffiarsi il naso, e venne invitato, molto
severamente, per la verità, a rallentare
l'andatura della sua staffetta, sempre munita
dell'aquila del Reich, naturalmente. Il mio
povero amico continuò dunque la sua Via Crucis
sulla sua magnifica macchina, con marcia
49
indietro e cilindri verticali. Vicino ad Amburgo si
imbatté in un blocco, una schiera di uomini
dall'uniforme nera del reggimento SS del Führer.
Consideravano Amburgo un loro feudo
personale, quelli, naturalmente. Venne condotto
alla caserma di Lan-gehorn, dove passò tre
giorni interi a farsi prendere a calci nel culo da
tutte le SS della suddetta caserma.
« Poi, sempre con, la sua motocicletta e la sua
bandiera, prese l'autostrada di Lubecca, dove
ricevette un'altra dose massiccia di calci in culo
dalla polizia di Sicurezza, sotto l'accusa di non
aver alzato sufficientemente il braccio nel
regolamentare saluto hitleriano. Finalmente,
raggiunse l'autostrada vicino ad Halle dove non
avendo niente di meglio da fare commise
l'imprudenza di far accomodare sul sellino una
bella puttana, che aveva alle sue calcagna, ma
non glielo aveva detto, tutta la squadra del
Buoncostume della città. Proprio prima di
Willmanstadt, là dove si erge il vecchio patibolo,
i gendarmi erano in attesa della loro preda. '
Fermi, o spariamo! '. gridò un
Unterwachmeister, un tipo strano di individuo,
al quale nel 1916 sul fronte della Somme, un
proiettile francese gli aveva fatto saltar via...
una certa cosa. Veniva chiamato Muller II
perché un altro Muller si trovava in
quell'ospedale. ' Spia! ' grida Muller II. ' Ti
consiglio di confessare, e immediatamente
anche, perché c'è ben poco da sperare da me, ti
avverto! Sono rUnterwachmeister Muller II,
Herbert Cari, della polizia di Halle, e ho
schiaffato dentro ben altra gente prima di te:
due assassini, quattro ladri, tre loschi trafficanti
e un traditore. Tutti decapitati ', aggiunse tutto
50
soddisfatto. ' Dunque, tu devi essere amico dei
sovietici e nemico del Reich, non è così? Ca-
merati, picchiate sodo! '
« La sua squadra si armò di grossi pesanti
bastoni, e il mio amico era in uno stato di salute
che credo immagini quando venne trasportato
di peso all'ambulanza di polizia n. 7. Seguì una
terribile litigata tra il capitano Sauerfleish e
Muller II, dopo una lunga telefonata che il primo
dei due ricevette, sudando sempre di più e
parlando sempre meno, dal quartiere generale
III a Berlino. »
« Perché mi racconti queste cavoiate? » chiese
l'aviatore.
« Lo faccio per prepararti alla tua marcia su
Berlino e alle situazioni terribili che dovrai
affrontare in questo nostro grande Reich
nazionalsocialista. »
« Protesto! » grida Heide. « Alto tradimento,
propaganda sovversiva! »
« Chi è quel tipo? » chiese ancora l'aviatore
stupito.
« Non badargli, ogni circo ha i suoi clown. Alla
5a compagnia il clown è il sottufficiale Julius
Heide. »
« Cosa se ne vede, di questi tempi!
D'altronde... »
« Cosa state facendo qui, a chiacchierare? »
urlò una voce stentorea alle spalle dell'aviatore.
« Vi ho ordinato o no di andare dal maresciallo
del Reich? Venti piegamenti sulle ginocchia, la
carabina ben stretta sotto il braccio, presto! »
« Non scendere troppo in basso col tuo culo,
amico », suggerisce Porta, « fai troppa fatica poi
a farlo ritornare in su. »
« Rimettetevi in piedi, Obergefreiter »,
51
borbotta il tenente, nel rendersi conto
dell'atmosfera ironica che lo circonda.
Un breve istante, l'aviatore simula uno
svenimento, il che ha sempre il suo effetto in
circostanze di questo tipo. Questo tipo di
vessazione, infatti, che normalmente
impongono gli anziani alle reclute, è proibita
nell'armata tedesca, perché è costata troppe la-
cerazioni muscolari e rotture vascolari, e una
storia di questo genere fatta davanti a
testimoni, porta al Consiglio di Guerra, di questi
tempi. Faccenda sgradevole, in effetti.
« Il tuo signor tenente ti ha ordinato di
metterti sull'attenti », lo ammonisce Porta con
la bocca piena di gelatina.
Il tenente furioso si volge ora a Porta.
« Sull'attenti voi, caporale! Non vedete
davanti a voi un tenente dell'aviazione? »
ce Segnala al signor tenente che non vedo
assolutamente nulla, perché sto dormendo. In
base al regolamento, infatti, è proibito
disturbare gli autisti dei mezzi corazzati, o
impiegarli in un compito improduttivo, qualsiasi
esso sia. Come il carro armato si ferma, il suo
autista deve riposare, anzi mettersi a dormire
immediatamente. Ordine del mio capo, il
colonnello Hinka. »
Il tenente, con gli occhi fuori delle orbite ma
ammutolito, si gira e si avvia verso il suo
camion rovesciato.
« Sempre così », commenta Porta,
tranquillamente. « Arrivano come dei leoni
inferociti, e poi se ne ripartono come agnelli
castrati. Se fossi ufficiale, non vorrei mai avere
a che fare con dei caporali, farei la guerra senza
di loro, assolutamente. »
52
« E la perderesti », sghignazza Barcelona.
« Lo è già, in ogni caso. Sopprimendo i
caporali la perderesti lo stesso, naturalmente,
ma senza che i caporali ti abbiano preso per il
culo per tutta la sua durata. Sarebbe già
qualcosa, non credi? »
Il sergente capo Edel si avvicina lentamente,
alla esatta maniera dei sergenti capo, vale a
dire con tutte e due le mani appoggiate sui
fianchi. Si ferma davanti al nostro carro e lancia
a Porta uno sguardo omicida.
« Porta », gli dice facendo sibilare le parole
attraverso le labbra sottili e terree, « tu finirai i
tuoi giorni appeso a una forca, e mentirei se
dicessi che la cosa non mi riempirebbe di gioia.
La cosa più intelligente che potresti fare a
questo punto, sarebbe di cercare
disperatamente di fare la morte dell'eroe, e al
più presto, anche. Caporale capo Porta, sei la
vergogna e l'onta più bieca di tutta la grande
armata tedesca. Se il Führer sapesse della tua
presenza al fronte, darebbe immediatamente le
dimissioni. »
« Segnalo al mio sergente capo, che sarebbe
forse il caso di farglielo sapere, tramite una
cartolina postale. »
Il sergente capo Edel sparisce; sapeva per
esperienza personale che era sempre un errore
attaccar briga con un tipo come Porta. Per
sopramercato poi, dopo qualche minuto anche i
gendarmi fanno la loro apparizione, ma non
sono ancora arrivali in contatto con i carri, che i
mortai russi riprendono a tuonare e l'ordine di
riprendere la marcia risuona stentoreo. Con una
colossale risata, Porta si arrampica sulla torretta
e si infila nel carro, i motori Maybach prendono
53
a ringhiare e i cingoli scricchiolano sull'asfalto.
La guerra si è di nuovo ricordata di noi.
54
Ho spesso provato una profonda
tristezza nel pensare al popolo tedesco,
del quale ogni individuo è una persona
rispettabile, mentre nell'insieme è
tanto... penoso.
Goethe

Il commissario di divisione Malanijin passò


lentamente attraverso le corsie dell'ospedale. A
dispetto delle proteste dei medici di turno,
strappò quasi tutte le bende ai feriti che spinse
brutalmente verso il grande atrio dove in un
angolo erano ammucchiate molte uniformi e
vario materiale di equipaggiamento militare.
« Non siete che degli scansafatiche e dei
porci! Meritereste di essere tutti liquidati sul
posto ma io non sono crudele per natura, e
lascio questi mezzi di coercizione un po' pesanti
ai fascisti. Dunque, farò solo una scelta, a caso,
in questa massa di buoni a niente che siete, e i
prescelti pagheranno anche per gli altri ecco
tutto. » Designò a caso, infatti, una decina di
soldati giovanissimi che avevano delle ferite
sanguinanti ormai a nudo. « Cialtroni! Ve ne
state a riposare in un letto d'ospedale tranquilli
e beati, mentre i vostri concittadini sovietici
lottano per la patria di Stalin. »
« Sono ferito, signor maggiore », rispose
timidamente il soldato Andrei Rutych, che
compiva proprio quel giorno diciott'anni.
a Non hai forse una testa sulle spalle, due
braccia e due gambe? »
« Sì, ma sono stato ferito al torace e ho
perduto un polmone. »
« Te ne basterà uno solo, ragazzo», e si voltò
verso il medico capo. « Questi dieci banditi sono
55
condannati a morte. »
Si allacciò ben stretto il cinturone e si rimise in
capo l'elmetto.
« Filare! Liquidate questa faccenda
immediatamente e all'incrocio di due strade;
voglio il massimo dei testimoni presenti al fatto.
»
« È finita! » pensò disperato Andrei Rutych, il
cui padre era ufficiale superiore dell'armata
dislocata al fronte. « Nessuno ritroverà la mia
tomba, mi butteranno dentro a una buca come
un cane, e pigeranno poi sopra la terra con gli
scarponi per cancellare il loro crimine. »
All'alba, i dieci condannati vennero condotti
all'incrocio prescelto delle due strade. Avevano
fatto allineare in precedenza lungo i muri delle
case tutti i feriti dell'ospedale; fra loro molti
dovevano essere sorretti dagli infermieri. Venne
afferrato per la camicia il primo giovane soldato
e gli si buttò sul viso un pezzo di stoffa. La salva
crepitò dieci volte, consecutive; l'ultimo fu il
soldato Andrei Rutych, ma dal momento che
era caduto svenuto al suolo venne portato di
peso in infermeria. E dato che tutto doveva
avvenire in modo assolutamente e
meticolosamente regolamentare, un dottore gli
fece riprendere conoscenza e lo ricondusse poi
dove erano stesi a terra gli altri, e gli tese il
pezzo di stoffa con cui coprirsi il viso.
Tre ore più tardi, il comandante del
reggimento, colonnello Kubyschef, apprese che
il commissario Ma-lanijin era stato ucciso.
« Un vero suicidio », commentò stupito
l'aiutante di campo. « Quel demonio si è buttato
contro un carro senz'altra arma in mano che. il
suo MPI e sicuramente è stato schiacciato sotto
56
i cingoli. »
« Che orrore! » grugnì il colonnello. « In ogni
caso, forse è una buona cosa! Ripiegheremo;
perché restare sarebbe una vera follia, dato che
grazie a questo coglione abbiamo perduto
almeno la metà dei nostri e,jettivi. Ordine di
ripiegare, e in fretta, intesi?»
La colonna si mise in marcia al suo seguito,
ma venne a imbattersi questa volta nelle truppe
di sicurezza sovietiche che, senza alcun
preavviso e in base agli ordini, falciarono al
completo i fuggitivi del 436" reggimento dei
cacciatori di Omsk. Pochissimi riuscirono a
sfuggire al massacro, e questi pochissimi qual-
che giorno dopo vennero tutti giustiziati con un
colpo alla nuca.
« Nitchevo! » commentò un veterano della
sezione dei miliziani. « Avrebbero dovuto
immaginarlo, quelli; è sempre così che va a
finire quando si ripiega. »
57
CACCIATORI CORAZZATI

Risistemo di fretta il mio microfono


sull'occipite dato che i cannoni PAK, giunti nel
corso della notte, cominciano già a sparare.
Un muro di fuoco si leva, rosso sangue, verso il
cielo. Sparano con delle granate alla nafta
munite di molla di reinnesto, ora! La foresta
brucia, il fuoco si estende ai campi di grano
maturo e i soldati investiti dal getto di nafta
corrono in tutti i sensi all'intorno, trasformati in
allucinanti torce viventi.
Un fragore assordante! Due PIV saltano in aria,
e i resti carbonizzati dei cacciatori, impigliati
dentro a un altissimo abete, oscillano come
impiccati al vento, mentre una colonna di fumo
nero e sporco sale a fungo verso il cielo.
«Blindo, in marcia! » comanda il colonnello
Hinka per radio, dal suo carro.
I duecentosessanta carri si mettono in
formazione, in testa e alle due ali i PIV; dietro i
Pili, con i loro calibro 5 di vecchio modello;
seguono come dei fox-terrier astiosi i PII e gli
Skoda. L'aria non è che un ruggito di motori,
alcune postazioni russe vengono annientate,
centinaia di soldati nemici sono ridotti in
poltiglia, e un fetore di fumo bluastro e venefico
segue i colossi d'acciaio.
Arresto brusco. I cannoni rinculano, vomitano
lingue di fuoco, tiro e impatto son una cosa
sola, una colonna di fiamme si alza dalla parte
opposta, là dove si schiantano al suolo le
granate al fosforo; si sparano alternativamente
granate al fosforo e granate esplosive, e poi
58
tutto si annienta, feriti e morti. Di colpo una
muraglia di fuoco, proveniente dall'artiglieria
russa, ci costringe a frenare.
« Indietro tutti », comanda il Vecchio, che con
cautela ora si affaccia al bordo della torretta e
preme
Porta con un piede. « A tutto gas, presto. »
I PIV ringhiano sulla strada, ma d'un tratto
vedo un T 34 sbucare da un folto d'alberi. La
sua torretta vira, il lungo cannone si impiglia
dentro a un ramo ed evidentemente il tiratore
cerca di riuscire a liberarlo. A tutta velocità
faccio ruotare la torretta, varie cifre e linee
danzano dentro lo schermo ottico; se il T 34
rincula infatti sarà in grado di sparare, e noi
saremo perduti. La nostra salvezza, perciò,
dipende solo dalla nostra velocità. I russi hanno
commesso un errore imperdonabile, per
fortuna; ci sono solo quattro. uomini in un T 34,
il quinto, l'osservatore, evidentemente manca, il
che fa perdere del tempo molto prezioso al
tiratore della torretta, che deve
contemporaneamente mettere a fuoco
l'obiettivo e azionare i comandi del carro.
« T 34 a duecento metri. Granate », comanda
il Vecchio.
Una fiamma giallastra si alza a fungo, e
un'esplosione gigantesca lo fa saltare in aria. Un
corpo umano, proiettato contro il nostro carro,
esplode come un frutto troppo maturo; ancora
una granata al fosforo per assicurarci contro un
eventuale agguato, poi sotto i nostri cingoli
schiacciamo del tutto il relitto. Ora arriviamo
sull'argine della strada, e il carro vi si arrampica
sopra, un po' di traverso, mentre una granata
PAK ci sfreccia sopra la torretta. Porta impreca,
59
e manovra in velocità dando tutto gas al
motore. Con i cingoli che addentano il terreno
scricchiolando, ci issiamo sulla strada mentre
colpo dopo colpo, tuona il cannone calibro 75.
Una sezione di fantaccini viene spazzata via
nell'intervallo di pochi secondi, mentre i feriti
tentano di sfuggire al massacro nascondendosi
dove possono, il tutto nell'alone di luminosità
accecante dei proiettori.
« Caricare, chiudere la calotta di sicurezza »,
mormora meccanicamente Fratellino.
Nello stesso istante gli sfugge un urlo di
dolore; aveva dimenticato di non aver in testa
l'elmetto, e il colpo gli arriva diretto sulla frontel
« Perdio! » urla, asciugandosi cpn la mano il
sangue che gli cola dalla ferita. « Come mi fa
male, accidenti! »
« Non stare a pietire troppo », borbotta Porta,
« il tuo grosso crapone è incapace di soffrire,
credimi. La sola cosa che contiene è un passero
che ci ha fatto il nido, prendendolo per un
tronco vuoto. »
« Distanza, 500 metri », comanda il Vecchio. «
Granate esplosive, fuoco! »
Come un animale da preda l'otturatore si
richiude sulla granata.
« Caricare, togliere la sicura », ripete
meccanicamente Fratellino dando un calcio a
Heide, che casca proprio sopra il blocco radio.
« L'hai fatto apposta, cretino! »
« Non sono io, è solo il mio piede. In tutto me
stesso vige la democrazia, per cui tutto è libero,
amico. »
I carri avanzano dentro una nube di fetore
pesante, il PAK nemico è annientato e una ruota
atterra sulla torretta del nostro veicolo. Dei
60
serventi al pezzo non resta più nulla, ma dal
cannone vicino un'ultima palla di fuoco parte in
direzione di un PLV. Questo cannone russo non
comporta più di due serventi al pezzo, il soldato
e un comandante. È un cannone di modello
recente, di cui Piotr Waska è molto fiero. Il suo
reggimento della milizia, formato solo otto gior-
ni fa, è «comunque già stato annientato.
« Bravo Alex! » grida Piotr. « È già il quarto di
questi demòni fascisti che fai saltare! Dacci
dentro ancora con questi porci! » grida ancora,
ben deciso a seguire alla lettera le istruzioni del
commissario:
« Non ritirarsi di un solo passo, mai. »
I due serventi al pezzo russi, inondati di fango,
colpiscono ancora due bersagli. La testa di un
tedesco con ancora sul capo l'elmetto atterra ai
loro piedi, facendoli scoppiare in una risata. Un
buon augurio!
« Spaccagli il culo! » grida Piotr fanatico.
I due soldati, bisogna riconoscerlo, si battono
come demòni; né l'uno né l'altro pensano a
fuggire, e d'altronde chi lo proponesse sarebbe
subito abbattuto. Nelle loro orecchie, infatti,
risuona sempre il grido dei commissari politici :
« È dovere di ogni soldato russo aver
ammazzato almeno cento fascisti prima di
lasciarsi ammazzare. Colui che non raggiunge
que sta cifra è un traditore e la sua famiglia
pagherà per lui. Viva Stalin, viva l'Armata
Rossa! »
« Diritto sul PAK nemico », dice la voce pacata
del Vecchio, nell'individuare il cannone anticarro
di Piotr.
« Individuato », dico anch'io, facendogli eco.
Il cannone PAK ci appare come fosse pieno
61
giorno, in un brevissimo lampo di luce; il
comandante russo è proiettato lontano, il
servente al pezzo ruota su se stesso poi cade
stritolato, e il nostro carro lo trascina per
qualche metro ancora; il braccio si stacca da
una parte, una gamba dall'altra, mentre il torso
resta impigliato al veicolo.
« Se solo tutto questo sangue non sporcasse
così tanto! » impreca Porta irritato. « Non c'è
modo di pulire questo benedetto veicolo. Se Dio
avesse pensato ai carri armati nel creare il
mondo, avrebbe inventato del sangue che non
si appiccica e che si potrebbe lavare via con la
pompa! »
Lentamente, avanziamo attraverso il villaggio.
Due compagnie del 41° fanteria giacciono a
terra, uccise con un colpo alla nuca. La
propaganda hitleriana dichiara che è opera
della NKVD, ma una quantità di bossoli di marca
tedesca sono sparpagliati a terra attorno ai
cadaveri. Si sussurra che le SD hanno ucciso dei
disertori, ed è perciò proibito esaminare più at-
tentamente i cadaveri. Una granata di mortaio
cade proprio nel mezzo di un gruppo di SD e un
braccio strappato dal corpo con ancora la
rivoltella in pugno atterra davanti a Porta, che si
affretta a raccattare l'oggetto sanguinante e a
mostrarlo a tutti, agitandolo come un trofeo.
« Camerati! Guardate che cos'è di
straordinario la grande armata di Adolfo! Perfino
un braccio strappato dal corpo tiene ancora ben
salda la rivoltella! Questo mi ricorda l'epoca in
cui mio padre partì in guerra con il 67° fanteria
di Potsdam, che nell'entusiasmo di morire per la
patria si era tutto infiorato di rose. Già al terzo
giorno tutti l'avevano capita e filavano, ma non
62
prima di aver frustato a sangue un sacco di
viennesi che gridavano proditoriamente : ' Mor-
te ai prussiani! ' In quel 67° c'era anche un
sergente alcolizzato, di nome Mateka, e tutti
sostenevano di non aver mai conosciuto un
simile idiota. »
« Da dove veniva? » chiede Fratellino.
« Da Praga. Sua madre era polacca, di
Lemberg, e andava a letto con un sensale di
cavalli ebreo. Questi comperava i cavalli delle
steppe per trasferirli poi in Scandinavia, dei
ronzini talmente vecchi che si era costretti a
tinger loro le ciglia prima di imbarcarli; durante
il tragitto si dava loro del fieno ben salato
perché avessero un piccolo bel ventre rotondo;
e ai più decrepiti si metteva del pepe nel culo,
ciò che ridava loro una illusoria piena
giovinezza, quando venivano presentati
all'acquirente. Se poi una bestia era talmente
fottuta che nemmeno il pepe gli faceva più
nulla, allora veniva mischiato dell'alcool a
dell'arsenico e questo miscuglio ridava loro un
po' di forze! »
« Ma il tuo sergente Mateka? » chiede il
Vecchio.
« Già, l'avevo dimenticato. Si presentò al
capitano dei dragoni che lo presentò a Giuseppe
Malan, gendarme altrettanto cretino. Dopo la
prima bottiglia si accusarono reciprocamente di
essere dei traditori, ma alla terza cantavano già
in coro dei canti patriottici, poi, sottobraccio,
infilarono la via Libjatka e qui incontrarono la
moglie del comandante e... infilarono anche lei
con una manata sul culo! Lei si lamentò,
ovviamente, con il colonnello, che telefonò al
capitano di gendarmeria tuonando contro la
63
totale mancanza di disciplina del distretto.
Questo capitano, ubriaco fradicio anche lui,
imprecò per l'incidente ma dopo un'altra
bottiglia di Tokai radunò la squadra di gendarmi
che suddivise in tre gruppi. I primi ricevettero
delle scudisciata, come era consuetudine
quando i signori ufficiali s'imbattevano nella
truppa. I secondi dei calci nel culo
regolamentari, i terzi un paio di ceffoni in faccia,
perché non erano che i terzi. Questo capitano
era universalmente conosciuto come un debole
di spirito, che vomitava ingiurie quando era
ubriaco, ciò che d'altronde era il suo stato abi-
tuale. Dopo un torrente di ingiurie dichiarò:
« ' Quei maiali che in pubblico mettono le
mani sul culo delle mogli degli ufficiali dovranno
essere portati ai posti comando ammanettati.
Le signore anche, ma senza manette, in quanto
sono testimoni. Bassa forza, circolare ora, al
comando per il rapporto. Si procederà alla
ricostruzione dei fatti.
« Questo capitano di gendarmeria del distretto
di Zagrabria, era un onorevole idiota, come ho
già detto, e regolarmente si svestiva
completamente nel corso dei festini del sabato
sera degli ufficiali. Ci mancò poco che finisse
tutto molto male per lui, quando si sdraiò tutto
nudo davanti alla statua di Thihomil, sulla
piazza Hierre, con un'aguglia nel culo, spiegan-
do ai passanti di essere una sirena in escursione
nel Montenegro. Sarebbe stato ancora nulla se
l'idiota non si fosse appeso la sciabola con il
budriere alle anche nude, e appeso il suo
berretto a... quello che sapete. Più tardi si scusò
dicendo che non era una questione di pudore,
ma lo fecero ugualmente mettere ai ferri.
64
L'indomani il capoguardia della prigione fu re-
trocesso di due gradi per aver mancato di
rispetto a un ufficiale, ovviamente. Non gli servì
a niente protestare dichiarando che il capitano,
essendo completamente nudo, assomigliava
come una goccia d'acqua a un qualsiasi
dannato civile, perciò... »
« Porta! » grida il Vecchio esasperato. « Ci
rompi le tasche con le tue maledette storie.
Piantala una buona volta e mettiti in marcia; se
continui ti faccio saltare il cervello. Chiaro?! »
« Perché, razza di imbecilli, non volete sapere
la storia che capitò al 7° Ulani, il cui colonnello
disprezzava in blocco tutte le armi di nuovo
modello? ' I fucili mitragliatori non significano
niente, spiegò infatti al suo aiutante, e lo
dimostreremo facendo avanzare tutto il
reggimento a ranghi serrati come a una parata
militare. Quando i francesi vedranno le nostre
belle uniformi blu scure, avranno una tale fifa
che si dimenticheranno totalmente dei loro fucili
mitragliatori... ' »
« Se aggiungi ancora una sola parola », dice il
Vecchio fuori di sé, ce ti arriva una palla nella
nuca, Porta. Non ne possiamo più, perdio! »
Accanto a noi, un cannone PAK tedesco è
interrato nel fossato dietro uno sbarramento
fatto di vario materiale agricolo. La sua granata
vola proprio al di sopra del T 34 di testa, per cui
leggera correzione di tiro, il colpo va diritto al
bersaglio, e i serventi al pezzo applaudono al
tiratore. È un tiratore vete rano dai nervi
d'acciaio, dote indispensabile per un artigliere
anticarro, d'altronde. Il tiro ha colpito il
bersaglio, ma l'esito è solo una pioggia di
scintille, perché la granata scoppia contro la
65
torretta.
« Fuoco! » grida l'ufficiale furioso.
Medesimo risultato, senza successo. Il
cannone tuona ma è come se sparasse dei
piselli.
« Che cos'è questo mostro? » grida l'artigliere.
È la prima volta nella sua vita che vede un T
34. Finora non se ne vedevano che isolati, e
raramente, ma eccoli ora in formazione
completa. E ci raccontano che Ivan è fottuto!
Con terrore, i serventi al pezzo contemplano i
giganti, i loro stupefacenti cingoli, i loro fianchi
inclinati, e l'enorme cannone che si drizza dalla
torretta rotonda, sulla quale scintilla la Stella
Rossa.
« Fuoco a volontà! Sempre nella medesima
direzione! » grida la voce disperata del tenente.
Nessun successo.
I colpi piovono sul mostro che vira e ringhia, e
un camion fermo è ridotto in polvere. Di colpo, il
portello si apre e una sagoma vestita di cuoio
appare minacciosa con il pugno chiuso teso
verso la batteria anticarro. I serventi al pezzo
del PAK aspettano il colpo di grazia, uno dei due
caricatori preso dal panico fugge in direzione
del bosco, ma un proiettile sparato dal T 34 lo
stende al suolo, e i quattro uomini del carro
russo scoppiano in una risata; vendicano in
questo momento tutti i loro BT5 schiacciati
come gusci d'uovo all'inizio della guerra.
« Perché non vengono avanti, e la facciamo
finita? » geme il comandante della batteria.
« Gioiscono della loro suprema superiorità »,
replica il tiratore, un caporale che combatte dal
lontano 1939.
Il T 34 ruota lentamente, il grande cannone
66
cali bro 7,65 si abbassa, un urlo, delle fiamme,
un mare di fuoco sul margine della foresta, e un
nido di mitragliatrici tedesche viene
volatilizzato. Medesima sorte per una batteria di
mortai. I motori Diesel girano a tutto gas, delle
lingue di fuoco escono dai tubi di scappamento,
e un fetore di olio bruciato soffia il suo alito
venefico verso lo sbarramento anticarro. Il
tiratore tedesco accende una sigaretta con un
ramoscello infiammato, lancia un'occhiata verso
le nubi grigie che corrono nel cielo e con un
ghigno torvo indica con il pollice il T 34 al suo
comandante.
« Hans, hai perso la guerra ormai. Fra poco la
grande nazione dei signori sarà inghiottita da
questa razza di schiavi », tende la borraccia
all'amico. « Tieni, bevine, bevine sempre.
Quando si è ubriachi non si fa più caso alla
morte, anche se ti arriva a cavalcioni di un carro
nemico. »
« Tu credi che morire faccia molto male? »
chiede l'ufficiale, fissando con terrore il T 34, il
cui proiettore fruga nel bosco.
« Mai provato », sghignazza l'uomo. « Se i
colleghi laggiù nelle loro tombe di ferro ci
afferrano con correttezza, allora non ci
accorgeremo neanche di morire, forse... in caso
contrario credo che può essere molto
sgradevole. »
« Mi occuperò io stesso della mia morte », dice
l'ufficiale togliendo la sicurezza della sua P 38.
« Adolfo non lo apprezzerebbe, certamente.
Due anni fa eri l'eroe del reggimento e sei stato
citato nell'Ordine del Giorno. Ora ti fai saltare il
cervello per la fifa che ti mettono questi
sottosviluppati. Sei la vergogna della tua patria,
67
amico. »
« Piantala! Questi demòni sovietici ci faranno
fuori in un istante, capisci? »
« Speravi che andasse diversamente, forse? »
ride l’artigliere. « Anche tu credevi che Ivan
avrebbe subito capitolato davanti al primo
elmetto d'acciaio tedesco? E se noi la facessimo
finita con la guerra, in un bel campo di
concentramento di quelli di faccia; cosa ne
pensi tu? »
« I bolscevichi ci liquiderebbero. »
« Balle. Non deve poi essere così terribile, in
fondo. Mio padre è stato prigioniero per otto
anni dopo l'ultima guerra, per cui lo so per
certo. Ne è uscito perfino comunista! »
« E cosa ne hanno detto gli amici di Adolfo? »
« Hanno spedito il vecchio a Fühlsbuttel. Un
giorno gli riuscì di saltare i fili spinati, ma
l'Oberscharführer Zack gli sguinzagliò dietro il
cane. Che importa, pensò, troverò bene il modo
di piombargli proprio sul sedere. »
« Io non sapevo che i cani da pastore
divorassero gli uomini. »
« Gli si fa fare qualsiasi cosa, a quelli. Sono i
soli animali cui si è potuto insegnare a correre
con delle mine anticarro agganciate sul dorso.
Con i dogues inglesi non ha funzionato, ma i
nostri pastori tedeschi corrono come frecce, con
le mine sulla schiena. »
Il T 34 è a pochi metri, ormai, dallo
sbarramento, e si ferma un istante. Come una
montagna d'acciaio, il mostro domina il
cannone PAK e l'odore pesante di olio rovente
avviluppa i serventi al pezzo, paralizzati dal
terrore. Tutto si schianta sotto i larghi cingoli,
ma il veicolo ora oscilla in avanti; i cingoli non
68
fanno presa, e in un fragore assordante il T 34 si
tuffa in avanti, e il suo cannone si tuffa
anch'esso in avanti, in un miscuglio di acqua,
sangue e mota.
Il tiratore si lascia rotolare su un fianco. Con
calma, poi, aggancia tre granate insieme a una
bottiglia di benzina, e si arrampica dietro il carro
russo, folle di vendetta e di odio. Con i denti
strappa la sicura alle granate, lancia l'esplosivo
e si appiattisce a terra. Due catene di cingoli
saltano, il carro si ferma, il motore brontola, ma
il T 34 ora non può che girare su se stesso,
come una mosca cui siano state strappate le
zampe. Con il fucile mitragliatore puntato, il ti-
ratore si nasconde dietro il relitto di un camion,
vede aprirsi il portello della torretta, e tre
uomini vestiti di cuoio che saltano a terra nel
tentativo di riparare il guasto. Solo il
conducente è rimasto a bordo.
L'arma crepita, e i tre russi son già morti. A
questo punto il cacciatore estrae dal suo stivale
una granata a mano, svita la capsula, e aspetta.
Non molto. Dopo un istante, infatti, l'ultimo
russo compare, in cerca dei suoi compagni. La
granata vola ed è la fine del T 34 in una colonna
altissima di fuoco.
Lentamente il cacciatore si dirige verso la
foresta vicina, ma non ha individuato in tempo
un PIV tedesco che sventra il sottobosco e
schiaccia l'uomo sotto i suoi cingoli! Di un eroe
non resta ormai che una pozza di sangue e un
elmetto d'acciaio appiattito.
I nostri cadono in ranghi serrati sotto il fuoco
dei russi, che sparano all'altezza del ventre. Le
prime postazioni sono annientate, si combatte
alla baionetta, corpo a corpo, e chi colpisce per
69
primo ha ancora una possibilità di
sopravvivenza; i guastatori lanciafiamme
arrivano alla riscossa, e un nastro di fuoco
passa rasente il suolo; l'odore di carne bruciata
dà la nausea, e dalla fessura di una cava abbaia
ancora una mitragliatrice. I granatieri attaccano
l'edificio del Partito in fiamme, da dove esce un
gruppo di uomini con le mani al di sopra della
testa, ma vengono falciati senza pietà. Non
siamo più degli uomini, ormai hanno fatto di noi
dei mostri assetati di sangue e affamati di
cadaveri.
I carri ringhiano attraverso delle rovine in
fiamme. Vediamo una fila di soldati appiattirsi
contro un muro, e due fucili mitragliatori
prendono a sparare nello stesso istante. Uno di
essi è nelle mani di Heide, che ride come un
folle.
« Ma sono i nostri, pezzo di fesso! Non sai più
distinguere il grigio dal kaki? »
« Gesù, cosa ho fatto! » geme Heide.
« Al tuo Führer non piacerebbe
quest'invocazione a un ebreo. »
« Gesù non era ebreo, l'ha detto Rosemberg.
Era tedesco! »
«Questa è bella!» grida il Vecchio dall'alto
della torretta, scoppiando a ridere.
Una detonazione ci interrompe;. il carro,
sollevato pericolosamente, oscilla sulla strada;
un tubo di scarico della benzina si è incrinato, e
la benzina filtra all'interno.
« Avaria al cingolo sinistro », dice Porta, calmo
come sempre. « Veicolo in panne. »
Ferma il motore e beve una lunga sorsata di
vodka, mentre il Vecchio apre il portello con
precauzione. Ai nostri lati, bruciano due PIV in
70
volute di fumo molto acre, e l'equipaggio
carbonizzato giace inerte per metà al di fuori
del portello.
Nel villaggio, vicino al pozzo, un gruppo di gra-
natieri uccisi. Sembrano addormentati, hanno
solo un filo di sangue che cola dalla giuntura del
labbro. Morti per quelle dannate bombe ad aria
compressa, arnesi micidiali che sono appena
stati messi in uso, purtroppo.
« Un vero giorno di morte, questo », brontola
Stege.
Dalla sua torretta, il colonnello Hinka osserva
col binocolo i T 34 che si stanno predisponendo
a un nuovo attacco. È la prima volta che
subiamo un attacco vero e proprio di questi
carri; non si vedevano che a gruppi isolati,
prima, come supporto della fanteria pesante. Il
colonnello prende il microfono e chiama tutti i
carri del reggimento.
« Ascoltate », dice la sua voce tranquilla. « La
nostra sola speranza di sopravvivenza sta nella
mobilità. Non perdete la testa. Avanti a tutta
forza! Bisogna accostarsi a quattrocento metri,
poi virare *e dar loro un colpo di cannone nel
posteriore. I punti sensibili dei T 34 sono la
torretta e i cingoli, ma rauo-vetevi, soprattutto
muovetevi! Non fermatevi per sparare, sparate
in movimento, sempre. »
Proprio dietro a uno sbarramento abbattuto in-
contriamo i primi T 34, che avanzano ad angolo;
manovra che hanno imparato da noi, d'altronde.
In giugno attaccavamo dei dilettanti storditi, ma
ora, in settembre, abbiamo a che fare con degli
esperti, ormai.
« Più in fretta, più in fretta », comanda il
tenente colonnello Moser.
71
Gli equipaggi russi giubilano vedendo
avvicinarsi i tedeschi così, a portata di cannone.
Il capitano Gorelik si vede già vittorioso nel suo
T 34 tutto nuovo, il miglior carro del mondo
senza alcun dubbio, grazie alla sua meravigliosa
concezione, assolutamente all'avanguardia. Gli
ingegneri che costruirono questo emissario di
morte avevano pensato alla stagione del
disgelo, e di qui i cingoli così larghi da apparire
quasi comici, ma quest'idea venne presto
copiata dai costruttori stranieri. Oltre a questa
caratteristica, la sua sagoma di tartaruga senza
spina dorsale e questo cannone calibro 75 di
una lunghezza smisurata erano veramente una
trovata!
Quattrocento metri prima di arrivare a
contattare i T 34, ecco dei carri tedeschi che
s'impantanano nella melma. Con disperazione
crescente, gli equipaggi manovrano per cercare
di uscire dal fango, ma non fanno che
sprofondare sempre di più. Accorrono dei
guastatori con dei bulldozer, i russi sparano, ma
per ogni guastatore caduto, un altro si lancia
fuori del bosco e aiuta a trascinare dei tronchi
abbattuti fin davanti ai carri.
Tarsis, capò sezione della compagnia del
capitano Gorelik, trepida di gioia. È un vecchio
soldato decorato con la Zolostaya Zvezda, e
aveva lasciato volontariamente un incarico
sedentario alla guarnigione, tre giorni dopo la
dichiarazione di guerra. Con evidente
soddisfazione, contempla i carri nemici
impantanati nel fango, e si pavoneggia. «
Abbiamo tutto il tempo che vogliamo, amici!
Lasciamo quei porci di fascisti a faticare, non
saranno che una preda più facile, dopo. » È l'ora
72
della sua personale rivincita, lui che era stato
catturato nel suo carro a Kiev. Che umiliazione,
che vergogna! Quattro giorni di campo tedesco
dove frustò con le proprie mani tre dei suoi sol-
dati che avevano accettato di lavorare per il
nemico. Poi era riuscito a evadere, era rientrato
nelle linee russe e aveva denunciato i tre
sciagurati collaborazionisti. Buoni per una palla
nella nuca, se mai fossero tornati!
« Honig! » grida il colonnello Hinka al capo del
primo battaglione. « Ho ordinato di attaccare ad
angolo, ed eccoci là tutti ammucchiati. »
« Signor colonnello, è questo dannato fango,
tutto il battaglione è impantanato. I carri
sprofondano. Solo la seconda compagnia è
riuscita a far manovra, ma in qualsiasi momento
Ivan può sparare, e ridurci in poltiglia. »
« Un po' di sangue freddo, via, vi mando dei
carri da montagna. Il secondo battaglione vi
coprirà, mentre voi adoprerete le granate
fumogene. Il nemico spara solo a colpo sicuro,
capite? »
Il primo battaglione sparisce in una cortina di
fumo gialla e venefica, ma ecco il nemico che
attacca come un cuneo d'acciaio, senza
preoccuparsi minimamente del fango sul quale
sembra volare grazie ai suoi larghi cingoli.
A quattrocento metri lanciamo granate su
granate, ruotiamo, avanziamo, rinculiamo,
siamo in perpetuo movimento. I tedeschi sono
superiori ai russi in mobilità e rapidità. Risultato
insperato! I carri russi sono presto in un folle
disordine.
« Demòni! » urla il capitano Gorelik, folle di
rabbia. Sa che per lui si tratta o del plotone di
esecuzione o di trasferimento in un reggimento
73
disciplinare. « Caricate più svelto, cani! » grida
ai suoi uomini.
Proprio davanti al nostro periscopio, in pieno
nella linea di puntamento, una nube esplosiva
rosso sangue: il carro del tenente Sinewirskij è
colpito e tre altri dei temibili T 34 saltano in
aria. L'aiutante Tarsis è sempre più furioso. Per
una ventina di volte, infatti, ha mancato il
bersaglio perché il nemico non è mai
sufficientemente captabile con la mira!
« Tarsis, cosa proponete di fare? » grida
attraverso la radio il capitano, tesissimo.
L'umore dell'aiutante rimonta alle stelle, ovvia-
mente. È la prima volta, infatti, che un ufficiale
superiore chiede il suo consiglio. Inghiotte lo
sputo che aveva pensato di schiaffare sulla
nuca del suo conducente, evita tre fantaccini
che fuggono davanti alla sua mitragliatrice,
apre il portello e si issa premendo sui gomiti.
Sotto il suo elmetto di cuoio nero, sorride. Che
questo capitano, abitualmente cosi sicuro di sé,
abbia chiesto il suo consiglio, è un fatto in-
credibile, il più bel giorno dejlla sua vita, in
effetti.
« Tovarisch Kamandìr, impieghiamo finalmente
i nuovi lanciafiamme! Li terrorizzeremo, quei
cani. Entriamo nella foresta e viriamo di bordo.
Loro sono abituati a vedere che il nemico si
salva allontanandosi, e questa manovra sarà
una bella sorpresa invece. »
Ma il capitano Gorelik ha molte ragioni per es-
sere teso. Qualche metro alle spalle di ognuno
dei T 34 piroetta infatti un carro tedesco, che
sputa delle lingue di fuoco.
« Come diavolo fanno, quelli? » si chiede il
capitano. « Queste pulci sanno quello che
74
fanno, perdio! »
Dà ordine di ritirarsi sotto la copertura della fo-
resta, ma i PIV li tallonano da dietro. Ora il
terreno è solido sotto i cingoli, e se un carro va
in fiamme l'equipaggio ne esce, fucile
mitragliatore imbracciato, e il combattimento
continua. Il nostro prende fuoco proprio qualche
metro prima di arrivare al fiume, e sento a
malapena l'ordine del comandante.
« Carro in fiamme, uscite, presto! »
Ci appiattiamo a qualche metro dal carro che
brucia, ma non osiamo abbandonarlo, finché
non lo vedremo calcinato del tutto. Il Vecchio sa
molto bene, infatti, che verrà impiccato se il
carro non sarà stato giudicato
inequivocabilmente un relitto dopo essere stato
abbandonato, o se per caso non brucia bene;
fuma, infatti, ma non brucia.
« Diavolo! » impreca Porta. « Normalmente
questa merda brucia ancora prima che si abbia
il tempo di uscirne! »
Fratellino impugna una mina T e la lancia
all'interno attraverso il portello laterale e questa
volta non resta più nulla del nostro mezzo, e noi
ce la filiamo verso il sottobosco dove troviamo
due cavalli a terra, morti. Che bistecche
eccezionali, per Porta!
All'improvviso, nuovo rumore di cingoli! Chi va
là? T 34! Ci voltiamo di scatto e con
disperazione crescente e panico io mi butto
dentro il pantano. Riesco a individuare nella
torrretta il comandante, la cui uniforme nera
luccica inumidita dalla pioggia, mentre una fitta
nebbia scende e avvolge tutto.
Porta salta come un furetto sul posteriore del
carro russo e lancia una granata a mano
75
attraverso il portello aperto, proprio dietro le
spalle del comandante.
Fragore terrificante. Il comandante è proiettato
in aria all'altezza di almeno una quarantina di
metri, l'equipaggio salta a terra trasformato in
torcia vivente, e si rotola frenetico nel terreno
umido sperando così di spegnere le fiamme che
carbonizzano all'istante tutti gli indumenti.
« A morte! » grida il Vecchio, sparando con il
suo 08.
Non ne resta uno solo vivo. Noi ci ritiriamo
dietro un nido di mitragliatrici abbandonato, e
Fratellino sta già prendendo possesso di una
delle armi quando il Vecchio grida, terrorizzato:
« Indietro! »
Dietro di noi, infatti, un T 34 avanza nel
sottobosco. Il mostro verde oscilla in avanti, e
interrato quasi del tutto nel pantano, tremando
di paura, io vedo il suo ventre d'acciaio che
scivola lentamente proprio verso di me... il mio
cuore cessa di battere, soffoco. Poi vedo ancora
il cielo grigio, sento le gocce di pioggia che
bagnano il mio viso... Sono ancora vivo!
76
I tedeschi hanno forti principi. Se
un'idea entra nei loro cervello, vi
credono con tale accanimento che
solo con molto sforzo vi rinunciano.
Lenin, all'Ambasciatore di Turchia Ali
Fouad Pacha.
Mosca, 3 aprile, 1921

I capi di corpo d'armata e di divisione erano


riuniti nel grande salone dove l'imponente
lampadario a gocce di cristallo si rifletteva
luminosissimo sulle decorazioni e sui bottoni di
metallo delle uniformi. Il fumo dei sigari
serpeggiava a volute verso il plafone, e
l'atmosfera era rumorosa e gaia; si beveva
champagne, brindando fiduciosi a una fine
rapida della guerra in corso.
Il generale in capo Guderian si spolverò un
velo di polvere dal lungo cappotto di cuoio nero,
strinse la mano del maresciallo von Back, suo
vecchio camerata, e a voce bassa i due ufficiali
presero a commentare le ultime notizie. Poi il
maresciallo si diresse al suo tavolo da lavoro e
si diede a sfogliare alcuni documenti.
« Signori, il Führer ha dato ordine di attaccare
la città di Mosca », iniziò a dire con voce
chiaramente emozionata, « e attraverso questa
impresa di grande portata, noi apriamo così la
definitiva ed ultima fase della guerra. La presa
di Mosca sarà la più grande vittoria della storia
mondiale, ed è un immenso onore per noi e per
la nostra armata il compito di schiacciare e
distruggere del tutto il mostro comunista. »
L'ufficiale si volse ora alla grande carta
geografica appesa alla parete.
« L'Operazione Tifone verrà realizzata in due
77
tempi. La prima azione sarà la penetrazione del
fronte nord nemico, a nord e a sud
dell'autostrada Smolensk-Mosca cioè. Poi il
raggruppamento di tutti t reggimenti dei mezzi
corazzati a Viasma. In seguito, inseguimento e
distruzione immediata delle unità nemiche in
fuga, pressione diretta verso Mosca, accer-
chiamento e presa della città. Un piano molto
ardito, signori. In totale 24 divisioni blindate e
46 divisioni di fanteria, saranno allineate
insieme in funzione dell'ultimo e definitivo
attacco alla città di Mosca. L'armata dispone di
tre settimane per percorrere questi 300
chilometri, ha dunque tutto il tempo di predi-
sporre e mettere in allo il piano. Entro quattro
settimane, grande parata militare davanti al
Führer sulla Piazza Rossa, che verrà
ribattezzata Adolfo Hitler. » // vecchio
maresciallo, dal lungo naso aquilino, si eresse
sulla punta dei suoi stivali lucidissimi. «Il Führer
è un genio! » concluse con occhi scintillanti di
fanatismo.
« Dio solo sa se lo è », bisbigliò il generale in
capo dei mezzi blindati von Hunersdorff
all'orecchio del generale Hoepner.
« Se lo fosse », rise sommesso Hoepner, « non
avrebbe rinunciato questa estate alla presa di
Smolensk, quando Mosca si presentava senza
difesa davanti ai nostri carri armati. Clausewitz
afferma che non si deve mai deflettere dal
proposito originale, se non in caso estremo. »
« Il Führer ha studiato attentamente tutti i
saggi di Clausewitz! » intervenne a dire il
generale Conradi. « Quando'ha ordinato alle
truppe di entrare in Ucraina invece di
.continuare l'aggressione su Mosca, aveva le
78
sue buone ragioni. Io credo nel Führer», ribadì
fissando il generale Hoepner così
minacciosamente da metterlo molto a disagio.
« Cosa ne pensate del piano di attacco? »
chiese Hunersdorff al generale Strauss.
« Ufficialmente, riusciremo a realizzarlo, come
potrebbe del resto essere altrimenti?» replicò
questi, scoppiando in una risata.
« E non ufficialmente? » insiste a chiedere Hu-
nersdorff con un sorriso freddo.
« Se esprimessi quello che penso, sarei
spedito al Consiglio di Guerra, signore », rispose
il generale di artiglieria.
« Così, lei dubita del suo buon esito? »
« Questo ' caporale della Boemia ' ha
aspettato troppo a lungo », mormorò Strauss. «
Un piano può essere ardito... ma anche idiota.
Siamo già in autunno e la pioggia minaccia, e
se piove non possiamo predisporre le cose. I
russi, quelli, sanno molto bene di cosa si tratta
e sono coriacei a tutto questo. Se Mosca è per-
duta, il loro prestigio è fottuto. Perciò si
batteranno come dei demòni, fino all'ultimo
uomo.»
« La nostra armata è la migliore del mondo! »
dichiarò con fermezza von Hunersdorff. « Se il
tempo si mantiene così, potremo benissimo
arrivare a Mosca, ma dobbiamo sbrigarci e
correre giorno e notte prima della stagione
delle piogge e delle nevi. »
« E per quanto riguarda l'equipaggiamento per
l'inverno? » chiese prudentemente il generale
Hibe.
« Il Führer ne ha bloccato la fabbricazione »,
rispose il feldmaresciallo con aria
condiscendente. « Parlare e di
79
equipaggiamento d'inverno è puro disfattismo,
capite? La guerra sarà terminata molto prima
che se ne abbia bisogno. L'equipaggiamento
invernale già distribuito ad alcune divisioni
deve quindi essere ritirato e rinviato ai depositi.
È l'ordine.del Führer, signori. »
Un certo numero di generali si scambiò lunghe
occhiate, ma nessuno azzardò un solo
commento.
80
PORTA »CANTORE ALLE ARMI«

Siamo tutti sdraiati con le mani in mano sotto


grandi alberi da frutta. Le foglie cadono, ed è
una tiepida, dolce giornata di autunno, come
non ne esistono che in Russia, credo.
Il reggimento, notevolmente indietro rispetto
alle linee, aspetta di essere riformato. Dei nostri
duecento carri, infatti, non ne rimangono che
sedici: il 68 per cento dell'effettivo, dunque, è
stato annientato. I nuovi cominciano ad
arrivare, ma ci spettano di diritto ben cinque
giorni di riposa, e alcuni di noi insistono nel dire
che sono i più bei giorni della guerra;
l'Intendenza infatti ha commesso un errore...
meraviglioso nei nostri confronti! La compagnia
ha ricevuto razioni per duecentoventi uomini,
mentre non siamo che sessantatré, e il furiere
sembra non capire più nulla quando si vede
arrivare davanti solo sessanta uomini.
« Cosa devo fare, Dio buono? » geme quello. «
Ho firmato per 220 persone, io! E perché poi
voi, razza di culi, che non siete altro, vi fate
ammazzare d'urgenza prima che io abbia il
tempo di consegnare le razioni? Dovrebbe
essere proibito, dal regolamento, questo casino.
»
Si comincia a discutere, il furiere esita perfino
davanti a Fratellino che lo minaccia, ma grazie a
Dio il colonnello Hinka che sta passando per
caso di lì ordina che ci venga consegnato il
tutto. Eccoci dunque distesi sotto i meli, e nel
giro di solo due ore ognuno di noi è certamente
ingrassato più di un chilo. Porta non solo ha già
81
ingollato la propria razione, ma è riuscito ad
appropriarsi di tutte quelle destinate alla 4ª
compagnia. È seduto su un fusto d'olio vuoto,
cosa che gli risparmia altresì la noia di recarsi
alle latrine, e insomma tutto si svolge nel modo
più rilassante e piacevole: fumiamo dei grossi
sigari, e beviamo cognac dentro a grossi
boccali. Dal momento che è una giornata
speciale e importante, Porta si è infilato il suo
monocolo, e Fratellino due ali di pollo dalle due
parti del suo famoso cappello color melone. È
anche la prima volta, dopo ben sei settimane,
che ci è consentito di toglierci gli stivali;
insomma, è una vera deliziai
« Il prete del battaglione è un ubriacone! »
dichiara Fratellino tra una sorsata e l'altra di
cognac, che inghiotte mista a birra. « Quel
sant'uomo era talmente saturo di vino l'altra
sera che quasi stava per fare la corte a quella
vecchia gobba, là vicino alla capanna del
traghettatore. La tastava proprio come farebbe
un ebreo con una manciata di pepite d'oro.
Purtroppo era buio e ho sentito più che visto,
ma beveva come un otre. D'altronde era ben
noto a Lipsia, dove nessuno dei cittadini voleva
riceverlo. Durante il suo ultimo sermone è
cascato dalla sedia sulle ginocchia del
comandante, proprio nel momento in cui
raccontava la parabola del paralitico! »
« Toh », dice Porta, « questa storia mi fa venire
in mente il periodo in cui ero primo cantore nel
coro del cappellano militare Kurt Wienfuss a
Monaco. Questo monaco era un vero coglione,
che aveva per di più il vizio di mettere sempre il
naso nelle cose che non lo riguardavano. Un
giorno, decidemmo di controllare
82
personalmente l'esattezza di alcune dicerie a
proposito dei costumi molto depravati della
città, e avevamo iniziato la nostra missione
dalla Hofbrauhaus, dove abitualmente alcune
persone come si deve, i borsaioli ad esempio, si
ritrovavano per farsi una bella mangiata.
Arrivammo verso le otto, quando il banchetto
era in pieno ritmo. C'eravamo tutti, cappellano
militare compreso, e ci mettemmo in un angolo
per organizzare i nostri piani. ' Porta ', mi dice il
sant'uomo, ' scelgo lei, che è svelto, intelligente
e modesto, e riesce anche a capire le attitudini
degli ecclesiastici in missione. Non l'ho mai
vista bere né fumare, non ha mai una sola volta
rubato anche soltanto un sorso del vino della
messa, e a quanto lei stesso afferma, non ha
intrighi fastidiosi con donne. Inoltre lei è un
buon compagno, e il contabile mi ha assicurato
che non ha mai chiesto un anticipo di paga. E
ancora, ho notato personalmente che economiz-
za la carta igienica e che rivolta i colli delle
camicie che possono così essere usate due
volte. Nessun cantore la supera nei vocalizzi e
lei non fa mai una sola stecca. Perciò ora le
affido una missione importante e rischiosa, ma
non si lasci tentare! Vada dentro a questo covo
di borsaioli, e dia un'occhiata. Eccole dieci
marchi perché non debba rimetterci del suo. Io
andrò sopra, alla sala Ludwig dove sono gli
ufficiali, e domani stenderemo un rapporto su
quello che abbiamo visto. Appuntamento questa
sera, alle nove, al presbiterio. '
« Io scesi dal contabile, sottufficiale Balko, che
mi aspettava di buon umore. Mi estorse un
recipiente da quattro galloni di birra, però,
prima di ridarmi la somma di 700 marchi, che
83
avevo depositato presso di lui. »
« Il tuo monaco non sapeva davvero niente, di
te? » chiede il Vecchio.
«No, sapeva di me solo quello che volevo
sapesse, ecco tutto. Dunque, per riprendere la
mia storia, sappiate che, entrato nella sala
Ludwig, il mio santo superiore era capitato in
una pessima compagnia. Un gruppo di ufficiali
lo aveva costretto a bere del sugo di lampone
benedetto, perciò era proprio pieno fino all'orlo
quando ci siamo ritrovati al presbiterio, mentre
scoccavano puntualmente le nove. Al punto da
offrirmi la suora, assicurandomi che lui non
l'aveva mai nemmeno sfiorata, naturalmente!
Più tardi mi fece delle proposte anche, e alla
fine si mise a piangere, reclamando una
punizione perché aveva peccato col pensiero.
Pena che gli somministrai con vero piacere
ovviamente. Purtroppo lo colpii così forte che
dovette essere trasportato di peso all'ospedale
con un rapporto al reggimento. Mi accusò di
aver cagato dentro le sue scarpe di gala, cosa
invece che aveva fatto lui stesso; la banda degli
ufficiali alla Hofbrauhaus aveva fatto ingoiare
per scherzo delle pillole lassative al poveretto!
Mi affibbiarono tre settimane di arresto
semplice, e il colonnello si oppose a che mi
dessero di più, per mia fortuna. Durante
quell'intervallo di tempo, il monaco, cui era
passata la sbronza, si ristabilì e mi regalò un
pacchetto di sigarette, pregando il carceriere
che mi trattassero con umanità. Ero un ragazzo
che temeva Dio, solo depravato dalle cattive
compagnie, disse accorato. L'indomani del mio
arresto mi mandò la sua ordinanza con un
paniere pieno di viveri, e una Bibbia rilegata nel
84
più bel verde speranza. Sulla copertina aveva
scritto a mano: 'Soldato, volgiti a Dio; non di-
menticare di pregare, e la stella della speranza
brillerà dentro la tua buia cella '. In ogni caso la
luce non mancò mai grazie ad una lampada ad
acetilene, così Gesù fu in grado di economizzare
anche lui un po' di corrente. Il mio compagno di
cella, un soldato della bassa truppa, sapeva
imitare in modo perfetto tutti i rumori degli
animali. Ne aveva fatto il suo mestiere, prima di
entrare nell'esercito, soprattutto nei villaggi
dove i contadini si divertivano molto a sentire
un borghese cittadino che grugniva come un
maiale o chiocciava come una pollastra.
Occupavamo tutti e due la cella dei condannati
a morte, le cui pareti, coperte di graffiti, erano
molto interessanti. Uno degli ultimi che l'aveva
occupata aveva scritto brevemente e in gergo
militare:
Addio banda di culi!
Sergente Paul Schluntz.
Sono nato il medesimo giorno in cui è nato il
Führer,
20 aprile.
Purtroppo però, lui non crepa con me. 3.5.38

« E un politico filosofo, anche lui ospite della


cella, aveva scritto sul plafone:
Che cos'è in fondo il marxismo?
la nonna non ariana del nazionalsocialismo.
« Il quarto giorno il monaco venne a farci una
visita, e per fargli piacere acconsentimmo a fare
la comunione. Il tutto fu così solenne e
commovente che il mio compagno soldato
scoppiò in singhiozzi, e questo gli costò altri
otto giorni di arresto, perché il comandante si
85
ostinò ad affermare che ci eravamo presi gioco
di lui. »
Esposione improvvisa, e tutti scattiamo in
piedi.
Finito, purtroppo, il nostro dolce far niente! A
ranghi serrati infatti la fanteria russa vestita in
kaki sta inondando tutta la pianura. Migliaia e
migliaia di uomini arrivano come enormi onde,
dentro l'erba fluttuante delle steppe. La fanteria
tedesca, in grigioverde, sembra una piccola
goccia d'acqua a paragone di queste orde, che
senza preoccuparsi minimamente del fuoco
nutrito che le accoglie avanzano baionetta in
canna.
In una fuga precipitosa i nostri fantaccini
abbandonano le postazioni; gli ufficiali,cercano
di fermarli, e armi tedesche sparano sui soldati
tedeschi, ma gli uomini, presi dal panico,
passano ugualmente sopra i corpi dei loro
ufficiali. La patria, certo, ma la pelle è la prima
cosa da salvare. Nel cielo si alza il segnale per
l'artiglieria; un tiro di sbarramento terrificante si
abbatte sui russi e spezza quest'orda selvaggia.
Lentamente i carri armati avanzano,
arrampicandosi sulla collina dalla quale la vista
si estende, per chilometri, verso est: non si
vedono che russi, russi dappertutto, un mare!
A sostegno della fanteria i carri avanzano
lentamente in larga formazione, attraverso delle
rovine. L'acciaio freme: siamo come presi dalla
febbre della caccia, sghignazziamo frenetici
quando ci capita di centrare il bersaglio, senza
nemmeno pensare che stiamo uccidendo un
essere umano.
Il tempo si arresta, il calore è infernale in
questi giorni di autunno. Ci stiamo battendo da
86
un'ora, o da cinque ore? Non lo sappiamo
nemmeno più. Alcuni cacciatori di carri, nascosti
dentro alle rovine, cercano di farci saltare in aria
con le loro granate magnetiche, ma con gioia
selvaggia noi li carbonizziamo con i
lanciafiamme.
« Attacco di carri nemico! » grida la radio.
Tre o quattrocento T 34 appaiono sulla
sommità delle colline, e in un tuono da
Apocalisse, i carri aprono il fuoco tutti insieme.
La terra trema sotto questo inferno; i primi T 34
vanno in fiamme ma, a tempo di record,
innumerevoli PIV esplodono con bagliori
biancastri e fumo nero e densissimo sale verso
il cielo. Degli equipaggi, ben pochi si salvano, la
grande maggioranza si dissolve in questo
oceano di fiamme, e questa è la sorte abituale
dei soldati addetti ai carri.
Improvvisamente, tutti i T 34 virano e
scompaiono dietro il dosso delle colline. Un
istante di sosta, speriamo per qualche minuto
che fuggano, ma no, purtroppo! È solo una
manovra. Ritornano in forze e penetrano senza
nemmeno fermarsi attraverso la nostra sottile
linea di fantaccini dislocata qualche chilometro
verso nord. Questi porci adottano la stessa
tattica tedesca, accerchiare e quindi annientare
tutto quello che è rimasto dentro le sacche.
Il colonnello Hinka intuisce immediatamente il
pericolo e dà ordine di ripiegare
istantaneamente. È necessario abbandonare
alla loro sorte i compagni delle trincee per
salvare quelli delle autoblindo! Un minuto
ancora "ci fermiamo per raccogliere dei feriti,
caricandoli di furia attraverso il boccaporto
posteriore, ma non c'è tempo di fare
87
complimenti, purtroppo! Quei poveretti si
attaccano dove possono: sulle placche frontali,
sulla torretta, lungo le barre del veicolo, dove
sono costretti a degli sforzi sovrumani per non
cadere quando il veicolo oscilla sul terreno ac-
cidentato. Si levano delle grida laceranti.
«Compagni, portateci con voi! Non
abbandonateci! » Mani tese ci supplicano.
Siamo costretti a voltare il capo, Porta innesta a
tutto gas, e fatalmente se proseguirà l'attacco,
quelli che si sono abbarbicati sulla struttura
esterna del carro saranno falciati dalle
mitragliatrici nemiche.
A piena velocità filiamo attraverso il bosco e le
forre, e il carro da 25 tonnellate oscilla come
una nave sopra un mare agitato. Una vera corsa
contro la morte! Se riescono a chiudere la sacca
prima che noi ne siamo fuori, siamo fottuti,
infatti.
« Più presto! Più presto! » grida la radio, senza
sosta.
Breve sosta per prendere a rimorchio il veicolo
avariato di Barcelona, ma il cavo stride, salta e
decapita un sergente che si era abbarbicato
sull'esterno posteriore del nostro carro.
Imprecando e sudando, ne agganciamo un
secondo agli anelli di rimorchio e ri partiamo a
velocità ridotta attraverso villaggi in fiamme.
Qui, l'artiglieria ha provocato grossi danni: mon-
coni di corpi insanguinati, milioni di mosche in
nubi ronzanti, un fetore di carogna che mette a
tutti nausea. Non appena attraversato il
villaggio un T 34, avariato lui stesso, ci lancia
addosso una granata che volatilizza i cingoli del
carro di Barcelona. Allora, senza più pensare ai
nostri feriti a bordo, faccio virare il cannone e
88
tiro sul carro nemico. Un'esplosione... e niente
più rimane del carro nemico. Purtroppo però il
PII è colpito in pieno, ed è inutile perciò
continuare a rimorchiarlo. Fratellino lo liquida
con qualche granata e l'equipaggio di Barcelona
monta sul nostro carro.
Corriamo, corriamo sema sosta, perché solo la
velocità ci può salvare. Nella radio di bordo
sentiamo il colonnello Hinka imprecare contro il
comandante di compagnia che si è impantanato
con il suo Skoda da 38 tonnellate. Pensava di
poter abbreviare il percorso passando lungo il
fiume, e avrebbe potuto riuscirci, per la verità,
se avesse avuto un PIV meno pesante e cingoli
più larghi.
« Domani cercheremo di venirvi a recuperare
con del materiale adatto. Passerai la notte
vicino al carro, Moser, intesi? »
« Condanna a morte », commenta
tranquillamente Porta. « Non avrebbe mai
dovuto dirlo, che aveva il culo nella palude.
Della gente più intelligente avrebbe fatto saltar
in aria tutto il carro, e inviato poi un bel
rapporto relativo a una granata di un T 34 che li
aveva presi in pieno. Non siamo ancora arrivati
a controllare con esattezza le munizioni del
nostro Ivan! Arriveremo anche a questo? »
« Che senso del dovere! » grida Heide
indignato. « Non si fa mai saltare il proprio
carro, se non in caso estremo! »
« Ne prendo nota, amico, ma se ci si
impantana, caro Eroe del Partito, sarebbe
divertente starti a guar dare, quando te li vedi
arrivare proprio in faccia. Toh, questa merda di
macchina ho l'impressione che stia mollando.
Non si può nemmeno più fidarsi di un motore!
89
Di questi tempi è tutto un tradimento. »
« Che cosa c'è? » chiede il Vecchio, teso.
« Sterza male, come un ebreo diretto a una
caserma delle SS », risponde Porta dando un
calcio al volante.
Ci fermiamo, dobbiamo alzare il cofano, ma
non vediamo niente; sembra tutto in perfetto
ordine.
« Vieni qui tu! » mi grida Porta tirandomi per
un piede. « Ma guai a te se mi demolisci la
scatola del cambio. »
Brutalmente mi spinge sul sedile perché lo
sostituisca al volante e preso dal nervosismo, io
lascio andare il veicolo dentro a una forra, dove
per poco non si ribalta. Porta e Heide si danno
da fare sul motore.
« Che merda! » dice il Vecchio furioso. « E pro-
prio quando cerchiamo di passare attraverso le
linee di Ivan. Proprio niente di peggio ci poteva
capitare. »
« Non sono del tuo parere », replica Porta, « e
un motore in panne è molto meglio di due
granate di un T 34 nel culo. »
« Chiama il Legionario perché ci rimorchi! »
Ma il Legionario è già lontano su una cresta,
non sente la radio e un istante dopo, con
terrore, vediamo una fiamma bluastra uscire dal
suo carro. Due uomini saltano fuori dalla
torretta. Grazie a Dio! Il Legionario e il «
professore ». Gli altri tre devono essere già alla
griglia. Porta è fino a metà busto dentro il
motore, pesta, avvita, impreca, maledice i russi,
il Partito, e soprattutto Julius Heide.
« È colpa tua, merdoso! Se voialtri, disgraziati
coglioni di nazisti, non vi foste impicciati di
niente, non ci sarebbe adesso questa lercia
90
guerra e non avrei mai fatto conoscenza con un
motore Maybach. Vai a farti fottere, perdio,
eunuco fallito! »
Un ventilatore calcinato viene lanciato sulla
testa di Heide, e il motore ora fa le fusa come
un gatto beato. Ripartiamo... e, senza fermarci,
acciuffiamo passando il Legionario e il «
professore », e li issiamo dentro il veicolo.
« I russi ammazzano i feriti », ci annunciano.
« Ci dobbiamo fermare per raccattarli? »
chiede il Vecchio esitante.
« Impossibile. Ti avverto che io tengo
schiacciato l'acceleratore fino a che non ne
vedo almeno una, di testa quadrata tedesca. »
Nello stesso istante, un lampo folgorante
esplode dentro il carro, e fa saltare in aria le
torrette. Vengo proiettato verso il basso,
incastrato sotto il cannone, mentre un grosso
fiotto di sangue mi acceca. Fratellino cade
senza conoscenza in mezzo alle sue granate.
Barcelona ha una guancia talmente dilaniata
che gli si vedono i denti, come fosse una testa
di morto. Quanto al Vecchio, ha l'impressione di
avere la schiena spezzata, ma per fortuna, non
è cosi. Cerchiamo di rimettergli in sesto le ossa,
ma le sue urla di dolore ci assordano!
« Questa volta, è fottuta la gondola », dice
Porta, ce facciamo saltare il carro e si rientra a
piedi. »
« Uscite », ordina il Vecchio. « Fate saltare! »
« E tagliate la corda in velocità », conclude
Porta, indicando i russi che ci osservano da
lontano.
Barcelona è già sparito con altri equipaggi
appiedati. Noi seguiamo a passo di corsa, il
sangue pulsa nelle orecchie, i polmoni dolgono,
91
le mucose sono ir-ritatissime dopo tanto gas e
polvere che respiriamo senza sosta.
I russi ci vedono benissimo, e allora cosa
aspettano, perdio?
« Più presto », grida il Vecchio. « Dobbiamo
passa re le colline, gli altri sono già lontani! »
« Mi chiedo perché Ivan non spara », dice
Porta, col respiro corto. « Potrebbe prenderci
come tanti conigli. »
Heide incespica su un elmetto, cade, e sbatte
contro una pietra. Lo rimettiamo in piedi con
una certa brutalità, ma non ce la fa più.
« Restiamo qui », dice asciugandosi il sangue
dal viso. « In tutti i casi saremo ammazzati.
Mica si può pensare che ci lascino scappare. »
« Sbrigati, nazi del cavolo! Al di là della cresta
della collina, ti aspetta di diritto una croce gam-
mata, una bella svastica, non sei contento? »
« Io non ne posso più », geme il Vecchio
accasciandosi. « Sono troppo vecchio, non
posso più correre così a lungo come voi. »
« Guardati solo dietro la schiena », gli dice
Porta, ridendo. « E ti spunteranno le ali, per
volare fino a raggiungere il nostro caro Adolfo! »
Comprendiamo solo ora perché i russi non ci
sparano addosso. Ci vogliono vivi e sono a soli
500 metri da noi. Il Vecchio si raddrizza come
una molla, tutta la sua stanchezza sembra
cancellata. Corriamo come dei campioni in uno
stadio, ed ecco che piombiamo addosso ad un
tenente ferito che giace nell'erba alta. Lo
trasciniamo. Dalla gamba spezzata spuntano le
ossa.
« Grazie, compagni », dice singhiozzando.
Ma i russi ci sono alle calcagna, e non abbiamo
altre armi che le baionette e i coltelli da
92
combattimento. Le armi automatiche sono
rimaste nel carro. Solo il tenente ha una
rivoltella, ma a cosa serve contro una sezione di
cauri?
« Se solo avessimo un MG », geme Porta.
« Non abbandonatemi, ragazzi », supplica il
lenente che Heide e io trasciniamo. Ha solo
diciannove anni e deve essere da poco sul
fronte. Nessuna decorazione, seppure nel
Partito ne siano molto prodighi.
« Fritz, Fritz! Venire! » gridano i russi. « Belle
ragazze da noi còme cuscini per dormire! »
Vorrebbero lusingarci... guardo Heide che fa
un'aria indifferente, e tutti e due abbandoniamo
la presa del ferito. Grida il poveretto, e fa
qualche passo zoppicando, poi si affloscia a
terra.
« Non lasciatemi, qui! Non lasciatemi qui, vi
prego! Ivan mi prenderà. »
Ma si tratta della nostra pelle, ormai. Il
poveretto cerca di arrampicarsi, ci rinuncia, e
poi si rannicchia dentro la buca di una granata
sperando di non essere visto.
Senza quasi più respiro, morti di stanchezza,
raggiungiamo finalmente la cima della collina,
dalla quale parte un pendio di tre o quattro
chilometri di larghezza, e vediamo con sorpresa
un centinaio di mucche che vi pascolano
tranquillamente. Presto, presto! Di corsa verso
le mucche! Se non siamo ancora morti, è quasi
un miracolo! Alcuni spari crepitano in
lontananza, dei proiettili ci sibilano sopra la
testa proprio quando raggiungiamo il branco,
ma per nostra fortuna occorrerebbe
dell'artiglieria pesante per distruggere questo
sbarramento vivente. Sulla cresta della collina,
93
vediamo i russi che danzano intorno al tenente
ferito, urlano, poi udiamo degli spari e dei
lunghi scoppi di risa.
« L'hanno finito », commenta Porta.
« Poveretto », geme il Vecchio, « non era che
un ragazzino. »
« Un ragazzino volontario », ritorce secco
Porta, fissandolo duramente negli occhi.
« Come lo sai? »
« Così giovane e già tenente? Ha messo il
casco in testa a sedici anni, quello, come tutti
quelli che vogliono diventare ufficiali, di loro
iniziativa e mica
aspettano di essere richiamati. »
Là, in alto, i russi si dimenano ancora,
allegrissimi. Hanno tagliato la testa del tenente
e la brandiscono verso di noi infilzata
all'estremità di un ramo.
« Siberiani », dichiara Porta. « Be', così siamo
avvisati se ci mettono per caso le mani
addosso. Dove diavolo sono gli altri? »
« Alla velocità a cui corrono, saranno già a
Berlino! »
Un fucile mitragliatore abbaia, delle pallottole
sibilano vicino a noi e ci ributtiamo a galoppare.
« Attaccatevi al volante! » urla. Porca,
afferrando con le due mani la coda di una
mucca.
Idea meravigliosa! Filiamo come il vento, ma
Fratellino ha un'idea ancora migliore, e riesce a
saltare in groppa alla sua mucca che, atterrita,
corre al galoppo verso ovest. Tutti lo imitano, e
si gioca ai cowboy. Heide viene disarcionato
diverse volte, e quasi muore dalla paura
nell'accorgersi di essere in sella a un toro.
Barcelona viene sbalzato in aria dal suo animale
94
che non ne vuole sapere di lui. Quanto ai russi,
sempre sulla cresta della collina, si tengono la
pancia dal ridere e sparano in aria per
spaventare ancora di più le mucche.
Evidentemente è uno spettacolo insolito, anche
per loro! La velocità aumenta. Nessuno di noi,
per la verità, aveva cognizione idi come può
correre una mucca! Facciamo un'enorrne fatica
a restare in groppa di questi proiettili viventi
che saltano i muretti, sfondano le aie e i covoni
di fieno, passano attraverso i rovi, facendoci
strappare tutta l'uniforme e brandelli di pelle,
che trestano attaccati alle spine!
Il gruppo passa come un razzo attraverso una
sezione di fantaccini russi, talmente stupefatta
davanti a questo spettacolo che si dimentica di
spararci addosso, poi in una nuvola di polvere
atterriamo finalmente nelle linee tedesche.
Lo stato maggiore di un reggimento tedesco
sta discutendo un piano, ma l'arrivo del branco
a testa bassa butta tutto all'aria, e le mappe
volano da ogni parte. L'orda muggente è già
scomparsa però verso un villaggio dove è
accampata una compagnia, che si mette a
scappare all'impazzata credendo di avere a che
fare con i rusi.
Porta giubilante sventola il suo grande
cappello giallo, ma in quello stesso istante la
sua mucca si blocca, solleva le due zampe
posteriori, e Porta fila in aria come un razzo per
atterrare con un tonfo sordo dentro a un
enorme mucchio di letame!
95
Vi sbagliate! Non sono un uomo finito
come voi credete. Vi sbagliate tutti,
ripeto! Voi mi sottovalutate perché
provengo dal popolo, perché non ho
cultura e non mi so comportare con
quella compitezza di gesti che simula
così bene il genio nei vostri cervelli di
gallina.

Hitler, nel corso di una conversazione


con il presidente del Senato, Hermann
Rauschning.

Dentro l'altoparlante, la voce diabolica di


Hitler tuonava rauca.
« Tedeschi! Camerati tedeschi! Sappiate tutti
che il nemico è totalmente annientato, ormai,
dalla mia armata invincibile. E quel bieco
popolo di razza inferiore non potrà più rialzare
la testa... »
Gli « Urrà » di migliaia di gole ben innaffiate di
birra facevano tremare i muri della sala.
« Davanti alle mie gloriose truppe si prostra
ora una nazione vinta, quattro volte più grande
della grande Germania del 1933, anno nel quale
ho preso il potere. E posso assicurarvi già fin da
ora che la nostra Patria diventerà ancora cento
volte più grande. Niente e nessuno può più
fermarci. Abbiamo bisogno di spazio vitale, e
quelli che si metteranno contro di noi saranno
schiacciati sotto i nostri piedi, tutti e senza
alcuna pietà. »
Gli applausi scoppiarono frenetici dai
fedelissimi del Partito, assiepali nella
Burgerbraukeller: «Heil! Heil! Heil Hitler! »
« Saluto con sincero rispetto i coraggiosi
soldati e gli ufficiali che si apprestano a
96
realizzare la più grande battaglia della storia. Io
vi prometto, miei fedeli camerati, che fra non
più di tre mesi tutto sarà finito. A Natale le
nostre truppe rientreranno nella loro Patria e ai
loro focolari, e mille anni passeranno prima che
sopraggiunga una nuova guerra, sempre che
questo possa ancora accadere! »
Il delirio stava toccando il suo parossismo: «
Sieg Heil! Prosit! Sieg Heil! Prosit! »
Milioni di tedeschi stavano ascoltando per
radio questo frenetico discorso. Segretamente
tutti erano pessimisti, ma nessuno osava
parlare. Le denunce piovevano a fiumi, in quel
Terzo Reich, e l'occhio dell'SS
Obergruppenführer Heydrich era dappertutto,
giungeva perfino fra le coltri del letto coniugale.
« Noi ora daremo il colpo di grazia a questo
nemico aborrito », urlava Hitler, preso lui stesso
da una autentica trance. Il sudore gli colava sul
viso, gli occhi iniettati di sangue erano fìssi e
vitrei, e con i due pugni picchiava frenetico sul
piano del pulpito. Aveva la cravatta di traverso,
i bottoni della camicia tutti strappati. « Mai più
le orde di Stalin si rimetteranno da questa
disfatta, e se anche chiederanno la
capitolazione, noi non l'accorderemo. Questa è
una guerra santa, e io giuro di continuarla fino
al totale annientamento del bolscevismo. »
Il generale von Hunersdorff camminava in su e
in giù ascoltando questo discorso folle.
'Divagazioni frenetiche di un malato di mente',
disse fra sé. Non un solo soldato della grande
armata tedesca sottovalutava il valore del
soldato russo, e nessuno credeva a questo
nemico ormai vinto. L'avvenire era carico di
avvenimenti terribili, purtroppo.
97
Von Hunersdorff sollevò dal piano della sua
scrivania un foglio così redatto che lesse a voce
sommessa al suo capo di stato maggiore, il
colonnello Laut: « Qualsiasi soldato, di qualsiasi
grado, che dopo questo mio ordine scritto,
abbandona il suo posto, deve essere
immediatamente condotto davanti al Consiglio
di Guerra, e in seguito condannato a morte. »
Il generale ricordò ora le parole del grande
Moltke:
« Non si può realizzare nessuna operazione
militare senza tener conto della stagione. È
determinante la sua importanza per il buon
esito di qualsiasi piano bellico. »
E l'Operazione Tifone stava per svolgersi in
autunno e in un paese come la Russia, rifletteva
fra sé, intravedendo all'orizzonte una tremenda
disfatta.
98
I TEPLUSCHKA

Le celebri tempeste autunnali russe


imperversavano su tutta la steppa, coprendola
di giganteschi cumuli di neve, e l'inverno faceva
così la sua entrata in scena in tutta la sua
maestà. Le prime nevi erano cadute già intorno
al 10 di ottobre, molto in anticipo per la verità,
sul consueto. Si sarebbe potuto dire che il cielo
si era messo dalla parte dei senza Dio, questa
volta!
Le armate tedesche non erano che a 145
chilometri da Mosca, e se il tempo avesse retto,
vi saremmo entrati entro una decina di giorni.
Le divisioni russe invece, molto provate finora,
vedevano avvicinarsi con sollievo un periodo di
sosta, molto propizio in effetti per rimettersi in
assetto. Vennero loro distribuite magnifiche
uniformi invernali nuove fiammanti, mentre noi
non avevamo nemmeno un berretto di pelo, e ci
stavamo artigianalmente fabbricando noi stessi
qualcosa alla meglio, utilizzando le divise dei
morti. A guisa di pelliccia adottammo carta di
giornale a più strati, a contatto diretto con la
pelle; e la paglia premuta dentro i grossi stivali
era diventata preziosissima e di conseguenza
una rarità.
Lo stato maggiore tedesco dichiarò che
l'inverno ci aveva sorpresi, naturalmente, ma
era proprio su questo che i russi puntavano. Se
quei signori con le spalline d'oro avessero
studiato un po' meglio la storia e le
consuetudini del popolo russo prima di piombar-
gli addosso alla cieca, avrebbero intuito subito
99
quali sarebbero state anche le sole premesse
del loro inverno. Quando le nuvole grigio-
azzurre filano all'orizzonte verso est e l'acqua
dei fiumi comincia a sobbollire, il contadino
russo ritira subito dentro casa gli ultimi pezzi di
legno che è riuscito a trovare nel bosco e che
rappresentano il solo combustibile reperibile per
quanto il clima diventerà terribile. E questo può
succedere da un istante all'altro, purtroppo, ma
loro lo sanno. Allora Babushka blocca
ermeticamente tutte le fessure delle finestre
con delle strisce di carta « Nuova Russia »
distribuite gratuitamente a tutti, e che i cittadini
sono ben lieti di mostrare quando il Soviet del
distretto viene in visita.
Dopo due giorni consecutivi di gelo, gli alberi
cominciano a « scoppiare », come si suol dire, e
il rumore che producono è simile allo sparo del
cannone calibro 75, mentre orde di lupi si
buttano ad inseguire la sprovveduta armata
tedesca. I primi giorni li avevamo presi a
fucilate e sembrava una distrazione, nella lunga
tediosa marcia, ma ora la cosa non ci diverte
più. Quando la colonna è in marcia essi non
osano avvicinarsi, ma guai a chi distrattamente
si distanzia un poco, anche se armato; vi
saltano addosso prima ancora che voi abbiate il
tempo di sparare il primo colpo. Il freddo cresce
di ora in ora. Dappertutto vediamo animali e
uomini morti assiderati; tutta la natura sembra
ibernarsi in attesa della primavera, ma chi
riesce a pensare alla primavera con 50 gradi
sotto zero e il vento della steppa che urla travol-
gendovi e coprendovi tutti di piccoli cristalli di
ghiaccio!
L'equipaggiamento è assolutamente
100
inadeguato e anche gli approvvigionamenti di
viveri fanno difetto; il caffè sintetico si ghiaccia
dentro le gavette, e l'armata tedesca si trova
totalmente impreparata, in ogni dettaglio, a
questo clima terribile.
Non abbiamo olio antigelo per le armi, e l'olio
comune peggiora le cose bloccando i
meccanismi. A questo punto intere colonne di
mezzi motorizzati giacciono abbandonate sui
bordi delle strade, tutto scoppia a causa del
gelo, e un motore fermo anche per sole due ore
diventa inutilizzabile per sempre.
« Napoleone ne ha già prese a suo tempo, di
fregate, davanti a Mosca, ma vedrai l'inculata
che prenderà il nostro Adolfo! » grida Porta,
rivolto a tutta la compagnia. « Come mai non
protesti, Heide? »
Julius Heide lo fissa con uno sguardo vitreo,
ancora più cupo del consueto per il freddo
intenso.
« Rispondi qualcosa, su », lo punzecchia
Fratellino, ostinato come sempre. « Porta ha
detto che il tuo grande Adolfo ha perso la
guerra, Heide. »
«Ti segnalerò al comando», borbotta Heide
con voce spenta e gutturale.
« Cantate! » ordina una voce.
« È la. disfatta totale », urla Porta, « vienimi un
po' più vicino, Heide, che te lo soffio nelle
orecchie, in modo che il vapore gelato ti svegli il
cervello! »
Un maggior generale arriva a passo di corsa, e
vuole sapere chi ha osato protestare e
imprecare.
«Non auguratevi di sapere chi sono!» grida in
mezzo alla tormenta.
101
« Nessuno ne ha la minima voglia », mormora
Porta.
« Cantate! » ordina Moser con stanchezza.
Stendiamo il braccio sinistro in avanti per
mantenere la distanza regolamentare che
dobbiamo sempre rispettare, anche all'inferno,
e prendiamo a cantare:

Lungo è il cammino che ci riporta al paese,


lungo, oh così lungo!
Là dove le stelle segnano il limitare delle
foreste
Cominciano i giorni felici,
Sì, i giorni felici!
Ogni coraggioso granatiere pensa a te in
segreto,
Lungo è ti cammino per ritrovare il focolare,
lungo, ho così lungo!
Corrono le nuvole al di sopra dei mari,
Ma l'uomo non vive che una volta, e muore per
sempre.

Quattro volte di seguito risuona questo canto


melanconico, e solo ora il maggior generale
sembra soddisfatto, e ci caccia d'autorità dentro
la foresta a maggior scorno dei lupi che
rifuggono i luoghi dove non si trovano maggior
generali che amano i cori!
Trascorsa un'ora, quell'imbecille ne ha
abbastanza di noi e sparisce nella sua Kubel,
scortato dai suoi intendenti e dalle nostre
maledizioni.
La grande armata tedesca diventa poco a poco
un lungo serpente grigio-verde di anime morte,
che si trascinano stancamente verso nord-est.
Mosca, dove batte il cuore più vivo della grande
102
Russia, è l'amante che l'ha attirata fin qui. Il
volto coperto di brina, ognuno degli uomini in
marcia fissa la schiena di chi lo precede. Si
muove meccanicamente articolando le proprie
gambe, calcolando che fa duemila passi per
chilometro, e che mancano ben 140 chilometri a
Mosca. Non sarebbe gran che, in contingenze
normali, ma nell'inverno russo è un inferno
inimmaginabile. Il diavolo stesso fuggirebbe
senza nemmeno pensarci un istante, e i pochi
sopravvissuti all'Operazione Tifone, rientreranno
con la colonna vertebrale così profondamente
provata che rimarranno paralizzati per sempre.
Durante le soste si deve dare il cambio alle
sentinelle ogni quarto d'ora, in caso contrario li
si ritrova stecchiti, allo stato di cadaveri
irrigiditi. E a poco a poco, mentre il freddo
diventa sempre più pungente, svanisce del tutto
la nostra fede in Hitler e in Dio.
« È l'anticamera dell'inferno questa », dichiara
Porta, inghiottendo un pezzo di pesce
congelato. « Invidio i dissidenti d'Africa o di
Spagna, perché là almeno, la guerra la si fa al
caldo tutto l'anno. Arrivo quasi a rimpiangere la
Lapponia che è già fredda;
lì almeno, si trovavano le ostriche. »
« Delle ostriche in Lapponia? » chiede Stege
sorpreso.
Non era ancora con noi nel '39-'40 ai tempi in
cui, soldati tedeschi in uniforme finlandese,
indossavano uniformi russe per seguire il
tenente Guri, lappone, dietro le linee nemiche.
C'erano giorni nei quali non sapevamo
nemmeno più cosa eravamo, da tante uniformi
cambiavamo di continuo!
« Ce ne sono poche nel fiume Koda, ma è
103
facile trovarne parecchie nell'Umba. Erano
splendide, ovali, e qualcuna era di un argento
quasi azzurro. I lapponi le chiamavano con un
nome impronunciabile, per la verità. Si andava
alla ricerca di quei molluschi in mezzo alla
tormenta e al freddo più glaciale, e ci
dimenticavamo poi di raccattare il fucile e l'el-
metto, ma un giorno Ivan ci ha scoperto e da
quel giorno ci è passata la voglia delle ostriche,
te lo dico io! »
« Sì, era molto bello davvero in Finlandia »,
interviene a dire anche il Vecchio con un sorriso.
« La sera mangiavamo delle meravigliose trote
che riuscivamo a pescare con degli uncini. Un
trucco che abbiamo imparato dal tenente Guri,
ricordate? »
« Ma la cosa più bella era il ritorno », evoca
nostalgico Porta. « Dovevamo essere puntuali
come un treno espresso del Reich, rientravamo
in camion, e avevamo poi diritto a una sauna,
per poterci liberare di tutta la sporcizia che
avevamo accumulato da Ivan. E bevevamo dei
piccoli calici di latte, proprio come i finlandesi.
Ma come faceva freddo quel giorno che siamo
stati costretti a buttarci in mare!. Ci si è quasi
congelato il culo. »
« E ci trattavano come fossimo dei veri
colonnelli, con tutte le decorazioni annesse »,
rincara a sua volta Fratellino, ripensando con
rimpianto a quel periodo beato. « L'armata
finlandese, ecco una vera armata con delle
uniformi che vi stanno a pennello! »
« Mi sto chiedendo cosa sarà successo del
tenente Guri », dice il Vecchio come parlando
fra sé.
« Deve essere stato richiamato allo stato
104
maggiore e poi fatto capitano. »
Durante questa nostra marcia tormentosa,
molti soldati si lasciano cadere sfiniti nella neve,
mezzi assiderati. Ma cosa importa ormai! Prima
ancora che la colonna sia scomparsa in avanti,
la neve farinosa li avrà ricoperti
completamente, e dopo pochi istanti saranno
nelle mani di Dio. Non è poi così terribile,
d'altronde, morire congelati, il peggio invece' è
essere rianimati, e solo chi ha passato questa
esperienza ne conosce l'atroce sofferenza,
questo fetore orrendo, questa progressiva
cancrena delle carni. Niente puzza di più di un
arto congelato, infatti.
Ci fermiamo vicino a un villaggio in rovina, che
prima dell'inizio della guerra doveva essere un
piccolo nodo ferroviario; ora tutto è bruciato. Ci
diamo da fare per riuscire a estrarre un po' di
mais dal deposito carbonizzato, ma Fratellino si
rompe addirittura un dente nell 'assaggiarlo,
perché sembra quasi di mordere del granito. Ed
ecco su un binario morto, una lunga fila di
Tepluschka! Tutti ci giriamo attorno con
precauzione, guardinghi. Come mai questi va-
goni non sono stati bruciati come gli altri? Cosa
potrebbe esserci dentro? I portelli sono tutti
chiusi con un grosso, pesante catenaccio.
Porta picchia con il calcio della sua rivoltella
sulla serratura, ma è fortissima e solida, come
tutte le serrature dei treni. Si gratta la testa e
riflette.
« Devono esserci delle cose di valore dentro a
queste scatole così ben chiuse. E perché non il
tesoro del Cremlino a questo punto? È tutta la
vita che sogno di possedere una verga d'oro.
Non avete mai pensato a quante cose si
105
potrebbero fare con un pezzetto anche piccolo
così? » ,
« Io, la sola cosa che vorrei trovarci dentro
sarebbe qualcosa da mettere sotto i denti »,
mormora Stege. <( Ho una fame tale che
comincio a capire le strane abitudini dei
cannibali! »
Dato che l'immaginazione ha sempre le ali,
non ci sono più limiti alle nostre supposizioni sul
contenuto di questi Tepluschka.
« E se fossero tutti pieni di avena?»
« Santa Maria di Kazan! Allora per cagare non
avremmo più problemi! »
Ma nessuno osa attaccarsi seriamente alle
serrature, perché sappiamo che i Tepluschka
vanno avvicinati con molta precauzione. Dal
giorno in cui sono entrati in uso i treni, la Russia
ha adottato i Tepluschka. In un primo tempo
questi vagoni erano stati destinati al
trasferimento della truppa, sono infatti dei solidi
vagoni merce fabbricati in legno massello sibe-
riano e al centro di ognuno è sistemata una
piccola stufa in ferro il cui tubo esce dal tetto. Di
fianco alla stufa un foro nel piancito, che funge
da rudimentale gabinetto senz'acqua,
elementare, pratico, come tutto in Russia del
resto! Il vagone è stato calcolato per contenere
30 soldati più 12 cavalli, oppure 70 prigionieri,
avviati ai campi di internamento: Kolyma,
Novosibirsk, e molti altri ancora. Il capolinea per
i contestatori del Cremlino, dunque. Quando vi
viaggiavano dei soldati, attraverso la
meravigliosa e infinita Russia, il vagone
imbarcava anche paglia e fieno; ma quando
invece vi erano caricati dei prigionieri, il
fumaiolo puzzava a distanza di chilometri,
106
perché il tubo di scarico del vvc si congelava
con molta rapidità e la zuppa di pesce marcio
distribuita ai prigionieri provocava a tutti quei
poveretti una tremenda diarrea. A suo tempo, i
Tepluschka trasportavano o i soldati dello zar o i
prigionieri, e quello che lo zar comandava di
fare era un ordine sacro e assoluto, almeno fino
a quel terribile famoso giorno dell'ottobre del
1915; ora era il turno degli uomini liberi di ieri di
viaggiare in Tepluschka, la stella zarista essendo
stata rapidamente sostituita con quella rossa, e
tutti i Tepluschka avevano qualcosa in comune;
le persone che vi viaggiavano morivano tutte
per la Patria, o su un campo di battaglia, o nelle
miniere di piombo di Stalin e dei suoi
successori!
Porta decide alla fine di brandire un fucile
mitragliatore, e lo fa cadere con tutta la sua
forza e tutto il suo peso sulla serratura, poi con
una barra di ferro, tutti insieme con molto
sforzo riusciamo finalmente a scardinare la
dannata serratura e ad aprire il portello.
« Scommetto il mio elmetto che là dentro c'è
della carne congelata! » grida Fratellino pieno di
speranza.
Da cinque giorni, infatti, non mangiamo nulla.
Ma, di solito i russi fanno saltare in aria tutto,
ritirandosi; tattica della terra bruciata, vecchia
come il mondo, d'altronde, e questo fatto
insolito ci lascia molto perplessi.
Lentamente, le porte del primo vagone si
aprono, e indici reggiamo tutti con orrore nel
vedere un cadavere congelato che ci rotola ai
piedi...
« In fondo è proprio carne congelata come
pensavo », commenta Fratellino. « Ma grazie
107
tante, non ho più fame, io! »
Scoraggiati, ci dividiamo quello che resta della
« razione di combattimento », quando nella
foresta sentiamo abbaiare una mitragliatrice
tedesca. È un'arma di nuovo modello che viene
sperimentata, e il rumore che provoca è molto
simile a quello di un motore mal regolato.
Barcelona al limite dei nervi e disilluso in quanto
ai Tepluschka, si mette a piangere in silenzio, ed
ecco un'altra cosa inaspettatamente molto
pericolosa, per la verità. Le lacrime, infatti,
nell'intervallo di pochi secondi si congelano, ed
è così che si perde la vista. Prima almeno questi
candidati alla cecità potevano essere trasferiti
agli ospedali di campagna, ma ora gli infermieri
non vogliono neanche saperne di dar loro
un'occhiata! E se non si hanno degli amici che
vi aiutino, si è fottuti! Tutto diventa bianco, e si
comincia a girare su se stessi come ubriachi. Il
poveretto che si infila dentro una colonna di
soldati a lui sconosciuti, perché ha perduto il
contatto col suo reggimento, viene brutalmente
spinto lontano, dimenticato, e agonizza solo. Se
gli resta un minimo di energia barcolla ancora
per qualche metro ma poi cade nella neve e vi
muore. Una voce molto diffusa sostiene che più
di centoventimila soldati tedeschi sono morti
assiderati sulla strada che conduce a Mosca,
ma, in base agli ordini del Führer, è proibito
censire i cadaveri dei tedeschi morti a questo
modo. Solo i lazzaroni muoiono, un soldato
tedesco non si lascia morire... Come ne
abbiamo riso, di questa battuta!
Il « professore » che tiene il suo diario
quotidiano non vuole, a dispetto delle nostre
ammonizioni, esimersi dal prenderne nota. Ma
108
la cosa è molto rischiosa. Può avere delle grosse
noie se la gendarmeria viene a saperlo, e ci
sono delle spie dappertutto, o anche solo
persone che vengono forzate ad esserlo. Non si
può mai essere sicuri al cento per cento del
comportamento del proprio vicino, anche se
questi si protesta amico, e soprattutto se questo
supposto vicino ha qualche parente in un
campo di concentramento; è ormai assodato
infatti che dal 1933 ci si serve degli ostaggi per
ottenere delle rivelazioni. Quando il « pro-
fessore» è arrivato alla compagnia, credeva
fermamente alle dottrine del nazional-
socialismo, ma non più ora. Non crede che a
quello che vede, ed è orribile quello che vede.
« Con dei Tepluschka come questi, si potrebbe
comodamente fare il giro del mondo », geme il
Vecchio, lasciandosi cadere sfinito nella neve.
Poi cerca di distrarsi accendendo la sua pipa. «
Copriremmo tutto il piancito di paglia fresca e
morbida, installeremmo una pentola sempre in
funzione e piena di zuppa sulla stufa... » sogna,
ad occhi chiusi, con le ciglia e le sopracciglia
coperte di brina. « Ivan ha più cura dei suoi
schiavi, però. Avete mai incontrato un mugiko
con la gavetta vuota? Ma gli eroi prussiani, che
cosa sono invece? Migliaia di pagine di sporche
menzogne di propaganda sul paradiso che sarà
tutto nostro, quando avremo vinto la guerra »,
riesce finalmente ad accendere la sua grossa
pipa, a dispetto della neve e del gelo che gli
rattrappisce le dita. «È bene che lo sappiate,
ragazzi. La guerra è perduta e dobbiamo
gioirne, noi, dopotutto. »
« Alto trad... »
Julius Heide non riesce a concludere la sua
109
solita dogmatica frase, Fratellino infatti l'ha «
addormentato » con un colpo di canna di fucile
sulla testa. Quando parla il Vecchio, infatti, tutti
tacciono, perché quell'uomo non parla mai
tanto per parlare, e la 2* sezione si è già resa
conto chiaramente che Adolfo Hitler ha perduto
la guerra, a soli 115 chilometri da Mosca. Era
evidente, e avremmo potuto e dovuto
rendercene conto già da tempo, ma i discorsi
alienanti del Führer ci avevano resi ciechi e le
interminabili colonne di prigionieri russi che
ingombravano le strade e che incontravamo di
continuo ci avevano ancora fatto illudere di una
possibile vittoria. Ma per la verità, cosa
significavano per Stalin quelle migliaia di pri-
gionieri? Perderne qualche centinaio di migliaia
o anche di milioni, che peso poteva avere per
lui? Equivalgono come rapporto numerico a una
nostra divisione, e per ogni russo ucciso lui ne
recluta altri cento.
« L'armata tedesca sta correndo verso la sua
distruzione », riprende il Vecchio, « Guardate
noi stessi, soldati carristi con i nostri mezzi
corazzati così vistosi e tanto costosi come
sappiamo, eccoci a piedi come dei volgari
fantaccini. Ivan è molto più furbo di noi,
conosce il valore di un soldato di un mezzo
corazzato, ma il suo caso è ben diverso. Quando
uno dei suoi carri viene distrutto l'equipaggio ne
riceve quasi immediatamente un altro, uno
splendido T 34 nuovo di zecca. Figlioli miei,
finiremo con l'impararne tante di Ivan, sempre
che riusciamo a uscirne vivi da questo inferno di
Russia ».
« Disfattista, quello che dici offende il nostro
Führer capisci? » grida Heide che ha ripreso
110
conoscenza.
Fratellino alza di nuovo il fucile.
« Lascia perdere, va'! » gli dice il Vecchio,
scrollando le spalle.
« E perché, poi? È nostro preciso dovere
castrarlo, amico, altrimenti c'è il rischio che
metta al mondo tanti bei bambini nazi come lui!
»
« 5ª compagnia in marcia! » ordina il tenente
colonnello Moser.
Tristemente, ci rimettiamo in piedi. « Avanti,
su », dice Stege, scuotendo per le spalle
Barcelona disteso su un cumulo di neve.
« Non rompermi le balle! Andateci pure voi a
Mosca visto che ne avete tanta voglia, io non
sono un tedesco! »
« Questo vigliacco vuole abbandonare i
compagni? » chiede Fratellino. « Adesso lo
vedremo. »
Afferra per il collo Barcelona e gli appioppa un
violentissimo pugno proprio sul viso bluastro di
freddo.
« In marcia, culo di pietra, il grande Adolfo
ordina a tutti noi di andare a Mosca, si
obbedisce agli ordini, chiaro? »
Barcelona faticosamente si rimette in piedi e si
asciuga il sangue che gli cola dalle labbra.
« Buono per Torgau! » gli risponde, cupo.
« Ci farei la firma, amico, e ti prometto fin da
ora di abbracciare per te Gustavo di Ferro, e di
baciarlo sulla bocca. Gli leccherei il culo anche,
pur di andare a Torgau, stai pur sicuro! »
« Imparerai finalmente a conoscermi,
maledetto! » urla Barcelona, fuori di sé.
« Ti conosco già abbastanza, se è per quello,
vecchio coglione! »
111
Barcelona fa scattare la sicura della sua
pistola e noi vediamo apparire nei suoi occhi
quello strano bagliore, segno inequivocabile
della malattia che inaspettatamente colpisce i
soldati, quando troppo a lungo e costantemente
sono in prima linea.
« Osa mettere la mano su un sergente »,
grida, « e io... » si volta di scatto, come volesse
accertarsi di avere dei testimoni e lentamente
alza la sua pistola, mentre ad alta voce
pronuncia delle parole completamente prive di
senso.
Ci buttiamo dietro l'incerto riparo di un tronco
d'albero... fra un istante, infatti, potrebbe
scambiarci per dei russi e cominciare a sparare
all'impazzata facendoci correre il rischio di
crepare.
« Toh! Un diavolo russo si permette di alzare la
mano su un sergente tedesco! » farnetica
aggressivo infatti.
In un batter d'occhio la compagnia sembra
essere sparita, volatilizzata. Fratellino si è
buttato per terra coii il suo MPI pronto a
sparare, e gli sarebbe facile, per la verità,
liquidare una volta per tutte questo pazzo, ma
nessuno di noi ama sparare a un compagno,
anche se questi è diventato improvvisamente
un pericolo mortale per tutti e ci scambia per
dei nemici.
« Andiamo, sergente Blom », interviene il
Vecchio, « la pace è stata firmata. » Si avvia
apparentemente calmo verso Barcelona. «
Deponi le armi. Vedi bene che anch'io sono
disarmato», gli dice allargando le braccia, come
in segno di resa.
« Sei un traditore, tu, un infame comunista »,
112
ruggisce Barcelona. « Ma ti metterò a posto io,
adesso! »
Con un balzo da tigre, Fratellino scatta in
avanti, si butta su quel pazzo e lo fa crollare a
terra, proprio un secondo dopo che la raffica del
suo mitragliatore si scarica quasi ai piedi del
Vecchio. Barcelona emette delle grida
animalesche, tutti urlano insieme, e alcuni
propongono addirittura di giustiziare il poveretto
sul posto, prima che diventi pazzo del tutto, ma
per sua fortuna ecco avvicinarsi il medico in
seconda che gli inietta immediatamente una
puntura calmante: Barcelona riprende
lentamente coscienza, e non appena si rende
conto di quello che stava per commettere nei
confronti dei suoi compagni, tende la mano a
tutti noi e si scusa. Che strana malattia! Tutti
quelli che sono presi da queste crisi,
immediatamente dopo si comportano in questo
stesso modo. Qualche tempo fa, abbiamo visto
un sottufficiale che blaterava in delirio di angeli
neri dalle ali gialle e sosteneva di essere
garagista in cielo. Lo si sorvegliava per cogliere
l'istante nel quale i suoi occhi avrebbero
cominciato a luccicare frementi, ma
improvvisamente le cose si misero molto male.
Riuscì infatti ad ammazzarne sei, dei suoi
compagni, prima che si avesse il tempo di
renderlo inoffensivo disarmandolo, e anche lui
fece il giro di tutti i compagni tendendo loro le
mani e scusandosi, perfino con i morti,
assicurandoli con calore che non ce l'aveva con
nessuno. La stessa sera la sua crisi riprese, e
questa volta si diede a correre verso le linee di
Ivan, per far la pace con loro, diceva. Non
l'abbiamo più rivisto, ovviamente.
113
Ripartiamo. Davanti a noi il cielo è rosso come
il sangue, e di continuo si alzano lampi vicini e
lontani di forti esplosioni. Un reggimento di carri
SS ci supera, ma qualche ora dopo lo
ritroviamo. I carri sono distrutti, e tutti gli
equipaggi impiccati, cadaveri congelati ormai,
appesi alle torrette. Fra gli alberi, alcuni relitti di
carri armati russi distrutti, molti cadaveri di
soldati nemici, dei quali una buona metà
chiaramente uccisi con una palla alla nuca. Pro-
babilmente dei fuggiaschi, che volevano
disertare, pensiamo. Come dei rapinatori, tutti
noi frughiamo loro nelle tasche, ma senza
successo, purtroppo! Evidentemente sia il
nostro esercito sia quello russo hanno qualcosa
in comune: la fame.
In una piccola capanna, troviamo cinque civili
uccisi. « Palla nella nuca anche a questi, e
nagan », diagnostica Stege. « Dunque devono
essere stati dei traditori. »
« Non rompermi più i coglioni con questo
dannato termine di traditore », gli dice il
Vecchio, irritato. « È veramente la parola più
usata di questi tempi che io conosca, perdio.
Chiunque abbia urgente bisogno di un capro
espiatorio per i suoi crimini, ecco che taccia
qualcuno di traditore, e di preferenza si sceglie
quasi sempre un disgraziato che non è in grado
di difendersi. » Indica con la mano una giovi-
netta morta> inerte a terra vicino alla legnaia, il
viso completamente spappolato da una raffica,
chiaramente : « Pensate che quella poveretta
possa aver tradito, forse? E tradito chi? »
« Ma in una guerra ci sono sempre dei
traditori», protesta Fratellino. « A scuola
abbiamo imparato tutti che i nostri antenati
114
alsaziani erano dei traditori.
Ci sparavano addosso nel 1914, non è stato
così? Il mio professore, che era maledettamente
bravo nel distribuire delle sberle potenti, lo era
anche lui a sua volta, e uno di quei diavoli di
alsaziani infatti gli aveva sparato una bella
pallottola dentro la sua bella spalla tedesca... »
« E piantala! » gli grida il Legionario. « Gli alsa-
ziani erano francesi, ed era loro preciso dovere
sparare sui tedeschi. Ma gli abitanti di una
regione sulla frontiera sono sempre come un
pidocchio preso fra due unghie. Nel '17 gli
alsaziani sono diventati tedeschi dopo la
disfatta della Francia e sono stati costretti a
obbedire agli ordini di Berlino. Nel '18 erano
tornati ad essere francesi ed era Parigi che
comandava. Nel '40 sono tornati a essere
tedeschi e quando finalmente avremo perduto
la guerra, ritorneranno francesi. Credi che sia
così facile sapere dove si è al mondo? »
« Ma », insiste a dire Barcelona, indicando con
un gesto della mano i cinque cadaveri, « quelli
erano russi, perciò non ci dovrebbero essere
problemi in quanto a nazionalità. »
« Per me », interviene a sua volta il Vecchio,
aspirando dalla sua pipa con gli occhi
semichiusi, « devono averli costretti a sparare
su di noi, devono essere sorte delle difficoltà o
delle discussioni in proposito, e come ben
sappiamo gli NK.VD queste faccende le
liquidano in un modo solo. »
Troviamo un po' di grano e ciascuno di noi ha
una razione di sole due cucchiaiate; la fame
perciò diventa sempre più intollerabile e il
freddo sempre più intenso. Sfiniti, decidiamo di
fermarci tfa le rovine di una fornace, in mezzo a
115
dei cadaveri di soldati russi carbonizzati e
congelati.
« Lanciafiamme », commenta Stege.
Tutti ci buttiamo per terra, a caso, stravolti
dalla stanchezza; i nostri piedi, dentro agli
stivali grossi e resi rigidi dal gelo, sembrano di
piombo; nessuno apre bocca, anche Porta tace.
Mi sistemo vicino a lui che si è infilato dentro la
bocca del forno, ed è un buon riparo,
constatiamo subito, e ancora un po' tiepido.
Qualcuno si addormenta, il tenente colonnello
Moser si è arrotolato sopra un mucchio di ce-
nere ancora calda dopo aver indossato il
cappotto di pelo di un capitano russo morto.
Molto rischiosa la sua iniziativa, per la verità,
nel caso venissimo sorpresi e fatti prigioneri! Il
Vecchio si mette vicino a noi e ci tende qualcosa
che ha estratto dalla tasca interna della sua
giacca foderata di pelo. Un po' di zucchero, e un
pezzetto, molto piccolo per la verità, di salsiccia
di montone.
« Dove diavolo hai trovato questa roba? »
« Mangia e taci. Ce n'è solo per tre, come vedi,
e se gli altri se ne accorgono...! »
« Ne hai dell'altro? »
« Ancora un po' di salsiccia, un pezzo di pane,
e una bustina di zuppa in polvere. »
« Che banchetto! Passami il pane, su, e la
zuppa la teniamo per domani. »
« Hai molto freddo? » mi chiede il Vecchio,
mettendomi un braccio intorno alle spalle, tutte
ingobbite per il freddo.
« Terribilmente. » Tremo infatti dentro il mio
cappotto leggero, non abbiamo mai ricevuto un
solo indumento invernale, noi.
« Voltati e mettiti di schiena », mi dice.
116
Mi soffrega la nuca con forza e mi soffia
addosso il suo caldo respiro, lungo tutto il dorso.
Lentamente il calore mi invade, e non appena
mi sento meglio, faccio la stessa cosa con lui.
Poi lo facciamo tutte e due a Porta e Porta lo fa
a noi, questo miracoloso massaggio. Ora ci
sentiamo ben caldi tutti e tre, e ci arrotoliamo
per terra stretti uno all'altro, per cercar di
dormire.
Nel corso della notte, nove del nostro
reggimento muoiono congelati. Un gran peccato
per quei poveretti, perché l'alba ci porta il
giorno più bello della nostra vita. Il sottufficiale
cuciniere ci ha raggiunti con la sua meravigliosa
cucina volante! Un'aringa a testa e metà
gavetta per ciascuno di zuppa bollente; e come
sorpresa finale 250 grammi di pane per ognuno
di noi! Di cosa ci si lamenta più, ora? Ma se ci
sentiamo dei nababbi!
« Ragazzi! » giubila il Vecchio mettendosi a
ballare sul piancito. « Non siamo stati
completamente dimenticati come credevamo!
Evviva! »
Quello che resta della 2ª sezione è seduto in
cerchio per terra, e ognuno ha una splendida
aringa congelata in bocca. Certo non perdiamo
un minuto, ma ci vuole il suo tempo a
inghiottire un'aringa congelata. Se ne spezza un
piccolo pezzo e lo si infila dentro la guancia
dove lentamente comincia a scongelarsi. Dio,
come sembra buono! Plana su di noi un silenzio
quasi sacro. Stretti uno all'altro come degli
uccellini dentro a un nido, il calore che emana
dal vicino aumenta il nostro e siamo finalmente
un po' rilassati e ottimisti: è tanto tempo che
non ci sentiamo così allegri, per la verità, e ogni
117
boccone viene gustato come qualcosa di
meravigliosamente prelibato. Non ne
sprechiamo nemmeno un grammo, e nessun
gatto ripulirebbe la lisca meglio di noi. Spar-
giamo un velo di zucchero sopra il pezzetto di
pane e poi a piccoli bocconi ce lo infiliamo nella
guancia, dove lo assaporiamo a lungo prima di
inghiottirlo. La saliva infatti lo fa gonfiare e così
ci si illude che il boccone sia molto più grosso di
quanto in effetti non sia, poi lo zucchero ci
scivola in gola, ravvivando tutte le nostre forze
in modo quasi miracoloso.
« Pane e zucchero è veramente la cosa più
buon.t che esista al mondo », dichiara Porta,
tendendone un piccolo mòrso al Vecchio.
Il Vecchio non è solo il nostro capo sezione, ma
è per noi anche il sostituto di un padre e di una
madre, questo piccolo fabbro dalle gambe
arcuate, che proviene dai quartieri poveri di
Berlino e che indossa un'uniforme di sergente.
Per noi avere al nostro fianco il Vecchio è
veramente questione di vita o di morte, e se lo
perdessimo, tutto sarebbe finito; e tutti noi lo
sappiamo bene.
Il tenente colonnello Moser si avvicina. Ha del
tè. Una grande teiera piena, e ciascuno di noi
ha diritto a una lunga sorsata di quella bevanda
caldissima e dolce! Poi Porta si toglie di tasca
tre « papyross » (sigari) con i quali si riescono a
fare tre giri completi di boccate, e nessuno di
noi manca il suo turno, o cede il suo diritto a
una lunga aspirata così densa di profumo. Che
bella, indimenticabile mattina!
118
Non capiscono nulla, questi incapaci,
questi burocrati dall'animo gretto, tutti
questi ufficiali superiori dell'Armata, quel
branco di bestiame dello stato maggiore
che non merita che una sola qualifica:
sporchi caporali! Avete notato come tre-
mano e chinano la testa, tutti, davanti a
mei

Hitler, nel corso di una conversazione


privata con l'Obergruppenführer
Heydrich.
23 dicembre 1936

« Signori, domani di buon'ora, attaccheremo


Borodino », esordì il tenente generale Weil. « In
questo stesso luogo ormai storico Napoleone, il
7 settembre 1812, sconfisse il generale russo
Koustousov. E io sono felice al pensiero che con
questa nuova vittoria la Germania entra
gloriosamente nella leggenda. Quando Borodi-
no cadrà, la via sarà libera fino al Cremlino, e vi
saranno solo pochi e deboli ostacoli da
superare. »
Il generale tacque qualche istante per
accendersi un sigaro, e una foresta di
accendisigari si protese sollecita verso di lui.
Fuori e in lontananza si sentiva tuonare il
cannone, il piccolo castello quasi ne vibrava
alte radici e le gocce di cristallo del grande
lampadario al soffitto tintinnavano. Il generale
guardò la cerchia dei suoi ufficiali con aria
motto, molto soddisfatta di sé e del proprio
successo, e sorrise.
« Signori, quasi oso dire che sarebbe bello
morire su questo suolo bagnato dalla storia... »
Un tuono assordante spense di colpo la sua
119
verbosità ampollosa e sembrò quasi che il sole
entrasse esplodendo nella grande sala. Il
plafone sprofondò, il colonnello Gabelsberg,
comandante di fanteria, si chinò sul corpo del
generale e aiutato dal capo di stato maggiore,
lo trasportò con tutta la cautela che gli fu
possibile, fino al grande divano accostato a una
parete. Lo scoppio di una granata aveva
squarciato il petto del grande uomo, e il medico
capo, accorso a precipizio, non potè fare più
nulla per lui.
« Signori, il nostro grande generale è morto »,
esclamò con voce pacata il colonnello. «
Rendiamogli dunque gli onori che gli sono
dovuti. » Batté i tacchi, si portò la mano destra
alla tesa del berretto e tutti gli ufficiali lo
imitarono. « Il tenente generale Weil è stato un
soldato di un coraggio veramente fuori del
comune. Per molti anni ha portato la nostra
divisione di vittoria in vittoria, e grazie a lui, noi
tutti abbiamo sempre avuto l'onore
insostituibile di combattere in prima linea.
Grazie a lui, per di più, dall'inizio di questa
guerra abbiamo potuto allineare sulla nostra
bandiera ormai storica, che garriva al vento già
dai tempi di Waterloo, molte altre medaglie e
decorazioni. Il nostro capo ha avuto la morte
che in cuor suo certo sognava, sempre sulla
breccia, e nelle alte sfere della più bella e
grande armata del mondo. Camerati, Sieg Heil!
Onore ai nostri croi morti per la Patria! »
Gli ufficiali, tutti con il berretto nella mano
destra premuto contro il fianco e irrigiditi in
questo omaggio colmo di rispetto, assentivano
tristemente, come era loro preciso dovere fare.
« In qualità di più anziano fra gli ufficiali,
120
prendo personalmente il comando della
divisione », continuò rapido e fluente il
colonnello, che per la verità dissimulava molto
male la sua intima gioia davanti a questa
promozione inattesa. « La nostra divisione co-
razzata conserva le più alle tradizioni gloriose di
tutta la grande armata tedesca, e nella mia
nuova funzione di capo di questa divisione
saprò continuare a percorrere questa strada già
seminata di tanti onori. Non attardiamoci a
piangere i morti, ma ringraziamoli invece per la
consegna che ci affidano di poter morire noi
stessi per l'onore della divisione. Signori, io
stesso sarei fiero disperdere la mia vita oggi
stesso
per il Führer, per il popolo e per la Patria. »
Il gruppo si separò con solennità e in dignitoso
silenzio. La contingenza infatti esigeva del
tatto, e nessuno osò accendersi un sigaro o
parlare di donne; gli ufficiali sanno sempre
essere all'altezza della situazione in cui si
trovano! Il nuovo comandante di divisione si
allontanò a bordo della sua Kubel, che schiz-
zava fango dappertutto passando veloce nella
grande piazza sottostante il palazzo, gremita di
soldati. La grossa automobile slittava e
sbandava a destra e a sinistra tra due pareti di
nette sporca e semisciolta.
« Finalmente! » sospirò di sollievo il
conducente sentendo sotto le ruote il terreno
ridiventato compatto.
Il nuovo comandante si arrotolò in tre coperte
di caldissima lana, appoggiò i piedi sopra un
cuscino a sacco foderalo di pelo, rialzò il bavero
del suo cappotto dal collo ampio di pelo d'orso,
e si abbandonò all'ìndietro per farsi un buon
121
sonno. Avrebbe affidato il reggimento al
lenente colonnello Renff e se ne sarebbe
ritornato allo stato maggiore, e soprattutto se
ne sarebbe ritornato finalmente a un buon letto
morbido. La guerra stava finalmente
diventando un po' più comoda, e lui meritava
bene questo mutamento in meglio della sua
vita. Sorbì una lunga sorsata di cognac dalla
sua fiaschetta e sospirò dì soddisfazione.
Povero generale Weil, pensa fra sé, non
avrebbe mai potuto vedere Mosca con i suoi
occhi, mentre fra pochi giorni lui, colonnello
Gabelsberg, sarebbe invece entrato nel
Cremlino, e non vi erano più dubbi ormai sulla
sua promozione a generale. In fondo, una
guerra come questa non era poi tanto infame
come si sarebbe potuto credere.
In quello stesso momento, una detonazione
terribile fece esplodere la macchina in corsa. Il
colonnello, il suo aiutante di campo e il
conducente vennero proiettati in aria, e dopo
un lungo volo i loro corpi sanguinanti ricaddero
al suolo e vennero, sommersi dalla neve.
Sagome indistinte scomparvero all'interno del
bosco che fiancheggiava la strada. Partigiani,
naturalmente, che avevano posto qualche ora
prima delle mine a questo preciso scopo, e
adesso avevano constatato personalmente il
successo della loro missione.
122
IL DEPOSITO DI CARNE

Il sergente capo sta fissando il vuoto, tutti e


due i gomiti appoggiati al piano della sua
scrivania. Indossa un cappotto foderato di
pelliccia, e un vistoso berretto di astrakan gli
copre la grossa testa. Porta e Fratellino si
mettono sull'attenti, fanno battere tre volte i
tacchi a ritmo alternato, sollevano il braccio
destro in un impeccabile saluto hitleriano, e
avanzano maestosamente verso l'uomo seduto.
Con un gesto fermo e perfettamente sincrono
poi, lo sollevano di peso dalla sedia dove sta
seduto e lo scaraventano con un volo molto
grazioso, per la verità, attraverso la finestra
aperta dentro a un grosso cumulo di neve.
Il sergente capo ricade in modo da assumere
una posa molto naturale, bisogna riconoscerlo,
e dieci fantaccini si mettono immediatamente
sull'attenti davanti al suo cadavere, che
rapidamente si sta congelando, mentre Porta e
Fratellino perquisiscono il suo ufficio dal primo
cassetto all'ultimo. Prelevati tutti i documenti e
dei blocchi di carta intestata, sono ormai in
grado di poter distribuire a tutto il reggimento
permessi speciali e biglietti di viaggio tanto da
fare il giro completo dell'Europa.
I nostri due sono già lontani di qualche metro,
quando Porta si batte una mano sulla fronte : «
Dio, come si perde la memoria facilmente di
questi tempi! Pensa che mi sono scordato di
controllare se aveva dei denti d'oro; è il colmo,
proprio! »
I due soldati fanno un rapido dietro-front, e
123
con la canna del loro fucile mitragliatore
ribaltano il corpo inerte del grosso sergente
capo, e immediatamente, con un gesto veloce e
perfettamente calibrato, Porta gli estirpa due
denti.
« Come bisogna sempre tenere gli occhi
aperti, in tempo di guerra! Ci sono valori
dappertutto, proprio dappertutto. Quel tipo qui
per esempio ben foderato di lardo si lascia
gelare ben bene del tutto, così la sua mascella
diventa come una serratura bloccata. E credimi,
per me l'ha fatto apposta, sai, per evitare che
della gente perbene come te e me, per
esempio, possano scoprire che ha del metallo
nobile nella sua lurida bocca. »
« Tu credi che riusciremo a uscirne da questa
maledetta guerra, come dei veri capitalisti? »
chiede Fratellino sorridendo, e infilando dentro
la camicia il sacchetto ormai quasi pieno di
denti d'oro e di intarsi.
« Potrebbe essere, certo. Siamo entrati
nell'esercito senza un soldo, ma quando
torneremo a casa forse saremo come due
splendidi ebrei tutti d'oro, in divisa da ufficiale.
»
« No! Davvero credi che diventeremo anche
ufficiali? »
« È abbastanza probabile, ma è sempre meglio
non farsi troppe illusioni. Certo che quando si è
al servizio di Adolfo, tutto è possibile, in effetti.
»
« Già mi vedo, sai, come quei generali che
hanno quelle belle strisce rosa sui fianchi dei
pantaloni. Spedirei subito il capitano Hofmann
dentro un mucchio di merda, e quanto a Heide,
lo costringerei a gridare 'Sieg Heil! ', con sulla
124
faccia la maschera a gas, naturalmente,
dall'alba alla notte. »
« Toh! Cos'è questa roba? » dice all'improvviso
Porta, indicando una grande scritta, quasi per
metà coperta di neve.
Raschiata via la neve, i due leggono queste
parole: III Armata. Deposito Viveri.
Proibito l'ingresso a chi non è addetto ai
servizi.
« Credo proprio che questa faccenda
dobbiamo invece esaminarla più da vicino. »
« Speriamo che non ci sparino addosso
qualche fucilata, però. Non mi fido molto, io, di
quei tipi che hanno il vizio di sparare su della
gente come si deve che vorrebbe mettere il
naso nella loro dispensa. »
« Ascolta, figlio mio; Mosè è riuscito a
condurre tutto il suo popolo attraverso il mare,
con i carri armati del faraone dietro al culo,
figurati un po' se noi non siamo capaci di
mettere le mani dentro a un deposito di lardo
tedesco. Tieni la bocca chiusa e lascia fare a
me. Tu, gioca a fare l'SS implacabile e feroce,
con la mano sinistra sul tuo fucile automatico, la
mitra-glietta sotto il braccio destro e con il dito
sul grilletto. »
« Allora, devo sparare? » chiede Fratellino
tutto beato alla sola idea.
« Ma no, perdio, no, coglione che non sei altro!
Quei macellai di bassa lega sono capacissimi di
risponderti sparando anche loro, da tanto che
sono pazzi. Bisogna paralizzarli dal terrore, e tu
dovrai anche grugnire come un gorilla roteando
gli occhi, esattamente come quella volta che
abbiamo regolato definitivamente i nostri conti
ai cessi, per farci dare una locomotiva, ricordi? »
125
« La cosa mi piace molto, proprio molto. »
E cantando a squarciagola, i due allegramente
marciano verso il deposito.
« Andiamo, su », dice Porta, con un gesto
ampio della mano, come se tutto quello che ha
davanti ai suoi occhi gli appartenesse.
Eccoli all'interno dei reticolati che circondano
l'enorme deposito, a suo tempo campo militare
russo. Senza il minimo timore passeggiano
all'interno del campo per prendere meglio
conoscenza del luogo, quando improvvisamente
un sergente si fa avanti per impedir loro il
passo.
« Cos'è che vi ha fottuti fin qui, razza di
cialtroni? » urla brandendo il revolver. « Non lo
sapete, cretini, che è zona interdetta?»
Porta si pianta davanti all'uomo a gambe
divaricate, con Fratellino alle spalle come fosse
la sua guardia del corpo, e prende a oscillare sui
piedi imitando perfettamente le SS e sputando
con spregio sui piedi del sergente.
« Ascoltami bene, brutto figlio di puttana;
aspetta che trovi una enorme merda sovietica
da cacciarti in gola prima di spedirti da Gustavo
di Ferro a Torgau, amico, e poi cominceremo a
discutere. »
Il sergente non è un eroe e la situazione gli
appare subito difficilissima. Non sa più cosa
fare, per la verità: se urlare ancora o sparire. Ma
una cosa sa, però, per diretta esperienza; un
caporale che osa parlare di merda da fare
inghiottire a un sergente non può essere un
caporale comune, perciò si appresta a sparire,
senza ribattere una sola parola.
« Vedi? » constata Porta, mentre si insinuano
nel mezzo dei baraccamenti strettamente
126
interdetti al pubblico. « Basta parlargli come
una puttana della zona, e subito la gente se la
fa addosso dalla paura. E ora mostreremo a
questi cialtroni che il tempo non ha nessuna
importanza, per noi due. »
« Proprio come la Gestapo che va a caccia
d'uomini soli nella notte nera », dice Fratellino
la cui gioia è al colmo.
« Esattamente. In fondo non sei poi così
cretino come sembra. »
« Ma cosa ci facciamo qui? Perché ci diamo
tanto da fare solo per mettere paura a un
soldato di merda? »
Porta si ferma stupito. « Caporale Wolfgang
Creutzfeldt, ma tu non hai fame, perdio? »
« Io? Sempre, Non sono mai riuscito a saziarmi
del tutto neanche una sola volta in vita mia. »
« Ci troviamo dentro la pentola di bollito
dell'armata tedesca e tu mi chiedi cosa ci
facciamo? Ci foraggiamo, caporale Creutzfeldt,
e dal momento che non abbiamo purtroppo dei
buoni di prelevamento, dobbiamo agire con
intelligenza. »
I fili telefonici che raggiano nel cielo hanno già
diffuso questa incredibile notizia: «Controllo
improvviso al deposito! » Tutti vengono presi da
un'attività febbrile. Dei barattoli di marmellata
che erano spariti misteriosamente,
misteriosamente ricompaiono, delle bilance
sfalsate son riportate a piombo perfetto, dei
registri vengono corretti di furia. Cinque camion
che sembravano spariti riappaiono come per
incanto, pronti per la consegna immediata. Il
deposito dei pastrani di pelo che era vuoto, si
riempie di nuovo a una velocità record.
Degli sguardi inquieti seguono questi due
127
«controllori », che procedono lentamente lungo
i due percorsi innevati. Una catastrofe viene
evitata di una sola giustezza allorché Fratellino
riempie il suo accendino al deposito benzina. Il
capo afferra la sua valigetta, già pronta da
tempo per il caso di emergenza, e sparisce in
una Mercedes.
« Una visita di controllo imprevista è molto
peggio di una decina di pulci sulla pancia »,
nota Porta, indicando un gruppo di soldati
armati di scope che chiaramente sono stati
mandati in ricognizione. Ma tutti finalmente
respirano con sollievo quando i due malandrini
spariscono dentro al deposito della carne, e tutti
concordemente compiangono il povero sergente
Brunirne, che è costretto a star dietro a quei
due merdosi.
« Dio ci protegga! » esclama il gigante addetto
al pane, il sergente Wilinsky. « Quel grosso
maiale è tutto sudato. E avete visto il rossiccio
che gli vien dietro? Deve essere senz'altro lui il
capo. Puzza di Gestapo alla distanza di
chilometri, quello. Anche se non hanno
l'uniforme regolamentare si capisce subito che
sono delle SS. »
Brunirne, il sergente di stato maggiore
dell'Intendenza, è il solo che ancora ignora
l'arrivo dei controllori segreti della Gestapo.
« È fottuto, quello », dichiara Wilinsky con
gioia maligna. « Buono per Torgau, se non sarà
liquidato sul posto, ovviamente », aggiunge
raggiante al solo pensiero.
Ecco Fratellino e Porta che entrano in un
enorme locale dove centinaia di carcasse di
animali sono appese per la coda tutte in fila.
« Dov'è il tuo capo? » chiede brusco Porta al
128
sottufficiale grasso e tozzo seduto sopra a uno
sgabello, che ignaro dell'ingresso dei due, si sta
mangiando tranquillamente un bel pezzo di
salsiccia.
L'uomo contempla questi due estranei con uno
sguardo freddo da pesce, persuadendosi
sempre di più che non valgono nemmeno una
risposta di due parole. La sua salsiccia indica
una porta dall'altra estremità del locale, ma con
la velocità di un lampo Fratellino gliel'ha già
strappata di mano e la inghiotte come farebbe
un pitone con un coniglio.
« Cala le arie, soldato », dice minaccioso. « La
tua salsiccia è sparita e anche se mi ritornasse
fuori dalla gola, non la mangeresti più, mio
caro! »
« Bel colpo. E adesso questo buco del culo
credo che abbia imparato un minimo di
educazione, e risponderà con coerenza alle
domande. In ogni caso, dove lo spediamo,
Creutzfeldt? A Glatz o a Torgau? »
« Gemersheim andrebbe meglio », risponde
Fratellino, concludendo con un fragoroso rutto la
sua proposta.
Il sottufficiale inebetito riesce tuttavia a
riprendere quel tanto di spavalderia che gli
consente di lanciare contro la schiena di
Fratellino un enorme pesante osso di animale,
ma nello stesso istante si sentono dei rumori
provenienti dall'ufficio del magazzino.
Il sergente di stato maggiore dell'Intendenza,
Brunirne, non è un timido, per la verità. Alto due
metri, con un giro di petto non inferiore a quello
di uno stallone belga, un cranio enorme
completamente calvo, e un paio di occhi di una
perfidia al di fuori del comune che luccicano
129
come due proiettori ai due lati di un naso da
pugilatore rosso bluastro. È distéso su una
tavola lunga e alta da squartamento di animali
macellati, si è messo un cuscino sotto la nuca, e
si sta nettando tranquillamente i denti con la
punta della sua baionetta. Trascorrono ben dieci
interi minuti prima che si accorga di una
presenza estranea, a pochi metri da lui.
« Cosa vogliono questi due maiali? » chiede
con spregio.
« Una brevissima chiacchierata, sergente »,
articola Porta, impadronendosi
contemporaneamente di una enorme bistecca,
posata su un piano laterale. « Mi hanno detto
che sei un gran brav'uomo e che adori fare un
piacere a un amico. »
Brumme si alza seduto, sbatte un quarto di
libbra di carne contro il muro, dove il pezzo
sanguinolento si spiattella rumorosamente
proprio sotto il ritratto del Führer, e fissa Porta
con degli occhi crudeli scoppiando poi in una
grossa risata.
« Questa è bella! » grida con voce stridula, da
ubriaco. <( Dei vermi della terra che chiedono
udienza al sergente Brumme! Chi diavolo vi ha
mandati da me, scimmie che non siete altro?
Cacciatevi bene in testa che io non sono affatto
un brav'uomo, e non mi sogno nemmeno di fare
un piacere a nessuno, mai. D'altra parte non lo
potrei nemmeno, sono il diavolo in persona, io.
»
Si alza in piedi e spinge il suo grosso pugno fin
sotto il naso di Porta, un pugno enorme, per la
verità.
« Cosa ne pensi di questo? » chiede con una
risata rauca. « Quando tutti i cacciatori di carri
130
saranno stati liquidati, arriverò io e con questo
pugno che vedi li polverizzerò tutti i famosi T 34
che vi mettono tanto paura! »
« In effetti è un bel pugno », replica Porta
calmo, « ma lo sai tu, piccolo padre, che
nessuno è mai riuscito a vincere una guerra con
una risata e con un pugno, anche se grosso
come il tuo? Abbiamo avuto un comandante
addetto alle prigioni che ti assomigliava molto a
Gemersheim, un certo Liebe. Aveva delle
manone così grosse e così forti che riusciva a
tenerci dentro al completo un gatto adulto, e
quando faceva questo scherzo chiamava uno
schiavo detenuto e gli chiedeva : ' Sai cosa c'è
qui, dentro la mia mano, coglione? Se lo
indovini ti trasferirò al reparto calafataggio, se
invece ti sbagli ti taglio la gola con la mia
sciabola. ' Questo giochetto funzionò benissimo
per due anni, fino al giorno in cui un controllore
mascherato da caporale capo arrivò a Gemer-
sheim per vedere un po' quello che vi
succedeva. Ordine del Reichsführer. Era un
lunedì proprio come fosse oggi e nevicava
anche. Il tenente Liebe che era ben lungi da
questo pensiero, gridava e impazzava come suo
solito a dispetto del suo dolce nome, 1 ma ancor
prima di accorgersi di quello che gli stava
capitando si ritrovò in strada diretto come una
freccia al fronte est, e venne ucciso pochi giorni
dopo il suo arrivo in una postazione avanzata.
Sergente di stato maggiore, desiderate voi
morire per il Führer, il popolo e la Patria? »
Il sergente inghiotte la saliva prima di
rispondere perché non capisce chi siano questi

1
Liebe: amore.
131
due sconosciuti: o due veri uomini della
Gestapo o dei mistificatori o anche dei burloni.
È necessario fare molta attenzione, dunque,
perché se fossero della Gestapo sicuramente le
cose si metterebbero molto male per lui, e su-
bito anche. Indica con la mano il muro dove
troneggia il grande ritratto di Hitler e grida con
fierezza:
« Heil Hitler! »
« Ma certo, amico, certo, ma qui non si respira
affatto l'aria dell'eroismo patriottico, mi sembra!
Ci si approfitta della vita tranquilla e beata fin
che si può, ben lontano dal cannone, vero?
Dubitate forse della vittoria finale? » dice Porta,
puntando contro il sergente il suo grosso dito
accusatore.
« Certamente no! » mente Brumme (che
domanda idiota, dice fra sé, soltanto un
coglione risponderebbe si).
« Avete ascoltato l'ultimo discorso del Führer?
»
« Naturalmente! Ha parlato in modo stupendo,
affascinante... (e si chiede quale idiozia Hitler
abbia potuto dire nel suo ultimo discorso).
« Avete degli ebrei nella cerchia della vostra
famiglia?» continua Porta con degli occhi feroci
e inquisitori, mentre Fratellino grugnisce come
era stato in precedenza stabilito.
« Il mio certificato di ' arianismo ' è regolare »,
risponde Brumme visibilmente inquieto, dato
che il suo certificato risale fino alla razza di sua
nonna. Proveniva infatti da una provincia
esterna dove bastava avere una sola nonna
ariana per essere in regola. Dannati ebrei!
« E questa nonna, non si chiamava per caso
Rachele? »
132
« No, Ruth », mormora Brumme che credeva
che questo nome fosse assolutamente e
solidamente ariano.
« Molto interessante », sghignazza Porta
allegramente. « È dovere di ognuno di noi dare
delle informazioni alla Commissione della Razza,
se si sospettano degli antenati ebrei nella
nostra grande armata. Abbiamo scoperto
proprio l'altro giorno il generale Hosenfelder che
si era fatto rifare il naso, un perfetto naso
ariano per la verità, ma un caporale si era ac-
corto che non mangiava mai della carne di
maiale. Era suo dovere riferirlo e una bella
mattina sono arrivati degli ' esperti razziali ',
che sono poi ripartiti portando con sé il naso
ariano del generale. Una menzogna di questo
peso da parte di un personaggio di così alto
grado avrebbe potuto contaminare tutta l'ar-
mata, e noi non saremmo mai arrivati fin quasi
a Mosca. »
«Sieg Heil! » urla Brumme con voce alterata,
alzando il braccio teso in un perfetto saluto
nazi.
« I nostri coraggiosi soldati non devono
assolutamente mancare di quanto loro
abbisogna, nel corso della più grande crociata
della storia. Lo scopo del nazional-socialismo è
la distruzione di tutti i demòni bolscevichi,
"nell'intento di procurare al popolò tedesco
oppresso lo spazio vitale di cui ha diritto e bi-
sogno. »
« Deve essere uno di quei dementi iscritti al
Partito », si dice tristemente Brumme, « ma
questi tipi di fanatici, però, sono estremamente
pericolosi. »
« Un popolo, uno stato, un Führer! » grida
133
Fratellino entusiasta ed eccitatissimo.
Silenzio di morte nel locale, mentre i tre
uomini si guardano l'un l'altro. In lontananza
risuonano i rumori della battaglia in corso, e
insieme anche un coro di soldati in marcia.

In alto la bandiera!
In ranghi serrati
SA in marcia...!

« Sergente, voi dirigete il deposito della carne


», dice bruscamente Porta, posando una mano
sulle cartelle colme di documenti e fogli,
allineati sulla scrivania. Il sergente impallidisce
e si fa indietro come gli fosse comparso davanti
lo spettro del Consiglio di Guerra. « Un deposito
di questa importanza non è uno scherzo »,
aggiunge Porta burbero, « non lo si affida a un
uomo qualsiasi. Avete degli esperti, almeno
come collaboratori? »
« Tutti i miei subordinati sono degli esperti,
usciti dalla scuola macellatori di Dresda. »
« Per squartare delle carcasse di animali »,
commenta Porta con il tono compunto
dell'istitutore, « occorre avere della gente che
abbia del cervello e sappia altresì di
matematica. »
« Di matematica? » ripete Brumme, la cui
fronte si imperla di sudore. « Ma io dirigo un
deposito militare di carni e non un istituto di
statistica! So tutto della carne ma non mi
interesso nel modo più assoluto di matematica.
So che una compagnia deve ricevere 175
porzioni, di cui il cinquanta per cento della
carne deve essere senz'osso. Non mi è stato
mai chiesto niente di più da parte del servizio di
134
vettovagliamento. Ho il mio pallottoliere: 175
palle rosse a destra, e la compagnia ha ricevuto
la sua razione in base ai regolamenti, ecco
tutto. »
« È proprio qui che vi sbagliate », replica
seccamente Porta. « Prima di cominciare a
tagliare le porzioni nella carcassa, si deve
calcolare il calo. Vi è una percentuale d'acqua
molto forte sia nel corpo dei soldati sia in quello
degli animali. Se vogliamo fare un esempio, voi
avete nel depòsito 400 chilogrammi di carne di
maiale, con una determinata percentuale di
acqua e di ossa, che un soldato affamato certo
non apprezzerebbe come voi forse credete. Ma
voi, voi avete ricevuto 400 chilogrammi di
carne, e pensate che ridistribuendone altri 400,
sia tutto regolare, non è così? Nel frattempo
arrivano i controllori che constatano la
sparizione criminale del 35 per cento del peso.
Allora siete voi il capro espiatorio, amico, per-
ché non avete calcolato il calo. I cadaveri poi,
anche quelli saranno pesati, e alle grane si
aggiungeranno altre grane. Lo so per
esperienza perché ho dovuto pesare uno per
uno i cadaveri dell'ospedale di questa zona,
prima di tagliarli a pezzi. »
« Non ho mai esaminato sotto questo profilo il
taglio della carne », balbetta Brumme,
oscillando sulle gambe per non rivelare il
proprio crescente disagio. « Ho sempre pesato
le porzioni sulla bilancia del reggimento, e con
un controllore al mio fianco. Qui non si tiene una
contabilità a partita doppia », aggiunge con
fierezza. « Tanti chili di carne senza osso, tanto
di ossa, e infine un tanto di pezzi di muscolo e
di carne non consumabile. Non ci si può
135
sbagliare! »
« Ecco, che ci siamo », grida Porta trionfante.
« Voi ricevete 50 tonnellate di carne proprio
prima della chiusura serale del deposito, avete
fretta, e firmate una ricevuta per 50 tonnellate.
Mi seguite, fin qui? »
« Naturalmente », risponde Brumme che
ripensa a tutte le volte che ha fatto scivolare
una scarpa sotto la bilancia, perché segnasse
più del doppio. « Gli aghi che segnano il peso
non sbagliano mai. »
« Eccoci finalmente al punto », dichiara Porta
altero. « Gli aghi della bilancia e i moduli di
consegna dicono sempre la verità? Che prova
lampante per il Consiglio di Guerra! È stato
qualche giorno fa che ho fatto fucilare il
sorvegliante al deposito della IV Armata. Vi
assicuro, signor sergente, che tutti lo credevano
innocente, e lui stesso era convinto di esserlo.
Dodici palle nel petto, ugualmente. »
« Ma allora voi avete comandato una sezione
di... liquidatori! »
« E come no! Ce ne sono stati mica male di
soldati dell'Intendenza che io ho graziosamente
spedito in un mondo migliore. Ma ritorniamo
alle 50 tonnellate di carne il cui arrivo avete
verificato e firmato in modo molto sprovveduto,
per non dire irregolare. Voi vi sdraiate a dormire
su due guanciali, mentre i vostri subalterni
imbecilli si mettono a tagliare le porzioni.
Risultato, 45 tonnellate. Si verifica la bilancia,
ma la bilancia della grande Germania è sempre
esatta, sempre. Voi avete ricevuto 50
tonnellate, ma i soldati affamati non ne
ricevono che 45, dato che la carne nel
frattempo, sorniona e ipocrita, ha avuto un calo
136
di liquido di ben 5 tonnellate. E dal momento
che né voi né i vostri subalterni cretini sapete
nulla a proposito di questi processi chimici,
riceverete una bella lavata di testa, se non
peggio naturalmente, quando la Commissione
Segreta scopre le vostre coglionerie. Dal
momento però che voi, personalmente intendo
dire, siete molto furbo, di questo fatto ve ne
accorgete ben prima della Commissione, della
sparizione misteriosa di 5 tonnellate di merce
cioè, e dal momento altresì che sapete, per
esperienza direi, che ogni uomo è un ladro in
potenza, piombate sui vostri schiavi come un
uragano. Se fra i componenti del vostro
personale ci sono degli imbecilli, voi
naturalmente siete salvo. Si può persuaderli con
la forza, ovviamente, a confessare che hanno
tagliato la corda durante la notte con un bel
carico di 5 tonnellate di carne; ma se invece di
imbecilli non ce ne sono, Gustavo di Ferro, a
Torgau, sarà senz'altro in grado di prendersela
con voi direttamente e con i sistemi che tutti noi
conosciamo. £ uno specialista in questo ramo, e
non gli occorrono che nove minuti e ventun
secondi per sistemare una questione in modo
definitivo. Io stesso, che ora vi parlo, ho visto
con i miei occhi Gustavo di Ferro occuparsi di un
intendente della 5a divisione blindata.
L'imbecille non aveva riferito nulla al Consiglio
di Guerra, anche se Vjebada, ufficiale della
Giustizia Militare molto celebre per i suoi metodi
di persuasione, aveva cercato di fargli capire
che avrebbe avuto tutto l'interesse a parlare.
Con Gustavo di Ferro la sua versione non ha
funzionato. L'intendente confessò che durante
la notte, essendo molto affamato, aveva
137
divorato personalmente 5 tonnellate di carne,
ma l'indomani stesso venne fucilato. Sergente,
siamo chiari, solo chi riesce a sfuggire con la
pelle intatta a Gustavo di Ferro ha il diritto di
fare il solletico al buco del culo del diavolo. In
ogni caso, io vi suggerisco di rimandare di fare
la sua conoscenza, se appena vi è possibile; lo
sapete che dorme con l'elmetto in testa? »
Il sergente Brumme va in sudore sempre di
più.
« Dunque, ora diciamo che ben cinque
tonnellate sono sparite misteriosamente », dice
Porta, assumendo il tono di un giudice severo e
implacabile.
Il cervello di Brumme ora lavora come un
meccanismo che si sta guastando. Non gli
occorre molto, però, per rendersi conto con
disagio crescente che nella sua organizzazione
ci sono molti punti deboli! Ma all'improvviso
un'idea gli attraversa il cervello frastornato:
perché non farla finita con una bella schioppet-
tata su questi due Gestapo della malora? Nella
nuova macchina per trinciare, c'entrerebbero
poi perfettamente, e verrebbero a far parte
delle porzioni per l'esercito eliminando altresì il
problema del calo... un delitto perfetto! E gli si
illuminano gli occhi nel guardare la grande
macchina tritacarne, a tre metri da lui. Ma
Fratellino ha seguito il suo sguardo, e si dirige
verso la macchina con un sorriso d'intesa. Il ner-
vosismo di Brumme cresce ora visibilmente; il
sudore gli cola sulle sopracciglia.
« Ma infine, chi siete voi due, e da dove
venite? » dice sospettoso, asciugandosi col
fazzoletto la fronte madida.
« Caporale Josef Porta, di Berlino Moabitt », ri-
138
sponde Porta in tono educato, « e il mio collega
caporale Wolfgang Creutzfeldt, Kònigin Allee,
Amburgo. »
« Getta la maschera questo porco», pensa
Brumme, cercando di impadronirsi della mazza
che teneva appesa a un gancio sotto la
scrivania. « Kònigin Allee è la polizia degli
Interni, e Berlino Moabitt, il servizio di controllo
dell'Intendenza! Un bel paio di pulci mi hanno
spedito addosso! Dio, se è un giorno sca-
rognato, questo! »
« Sergente, quanti uomini dell'Intendenza
avete per il servizio di ripartizione delle
porzioni? »
« Quaranta uomini. »
« Sono specialisti, in questo settore? »
« I migliori che si possano trovare. Lavorano
come dei robot. »
« Ecco un termine schiacciante! Dei robot! Dei
robot che hanno scelto l'Intendenza per
mettersi a sedere beati e tranquilli ed evitare le
prime linee, non è così? » grida Porta indignato.
« Qui non si corre il rischio di ricevere una
pallottola nella nuca, il solo rischio che si corre è
di ricevere un quarto di maiale sulla nuca, se si
sfila da un gancio! Ma tutta questa gente si
sbaglia, amico, tutti questi grandi eroi del lardo
la faranno finita, perdio! Tagliare a pezzi della
carne è un mestiere molto serio e difficile, e
rischioso anche, non è vero? Sergente, sia
sincero, quando si deve fare un sanguinaccio,
l'impasto lo si gira a destra o a sinistra? »
« Girare, cosa? » geme Brumme stordito.
« Nemmeno un culo di un tedesco lo girerebbe
a sinistra. Soltanto gli inglesi lo girano a sinistra,
ma a questa velocità ridotta si formano spesso
139
dei grumi di sangue. Ma per tornare ai vostri
robot, siete voi, personalmente, che ne portate
la responsabilità, siete voi, personalmente, che
dovreste dirigere il lavoro. Ditemi un po', amico,
mi auguro che fosse Mein Kampf quel libro
che,stavate beatamente leggendo quando
siamo entrati qui », chiede Porta con voce dura.
« Ma certamente », balbetta Brumme
mentendo e cercando di infilare il suo romanzo
porno sotto un pezzo di lardo. (E l'autore si
chiama anche Levy, per sopramercato! Questo
tipo di lettura può portarmi diritto alla
Commissione della Razza, e poi a Torgau!)
« E ora vediamo se sapete eseguire i tagli
correttamente », dice Porta dirigendosi verso il
grande locale adibito appunto al taglio della
carne. « Vi mostrerò, sergente, che ci vuole una
certa intelligenza per questo tipo di lavoro. C'è
in giro una quantità di cretini che sognano di
potersi comprare uh negozio di macellaio, come
fosse il lavoro più facile del mondo. Che
coglionil Anche se la carne vi viene servita
coperta di mostarda francese vi accorgereste
subito se è stata tagliata da un calzolaio che ha
voluto cambiare mestiere e crede di essere un
perfetto macellaio, non è vero? E questo cos'è?
» grida poi, fingendo un raptus di furore e
dando un violentissimo pugno sopra un grosso
pezzo di carne, con uno sguardo omicida che fa
fremere il povero intendente.
« Un quarto posteriore », risponde Brumme,
cupo. È infatti proprio il pezzo che abitualmente
mette da parte per il colonnello dell'Intendenza,
che sempre chiude un occhio durante i controlli
regolamentari. . «Vergogna! Chiunque vedrebbe
e affermerebbe che questa è carne avariata.
140
Sergente, sono molto dispiaciuto per lei, ma
devo essere, molto severo e rigido
nell'espletamento del mio incarico. Se il Führer
esigesse un arrosto un po' speciale, non ne
uscireste bene, ho ragione di credere. »
« Pensavo che il Führer fosse vegetariano, per
la verità », protesta Brumme, stupefatto.
« Tutti gli imbecilli hanno il pieno diritto di cre-
dere quello che vogliono. Ma sarebbe forse
proibito al nostro grande capo di amare
l'arrosto, forse? »
« Certamente no », balbetta Brumme,
terrorizzato e sempre più stordito. « Se il Führer
richiedesse un arrosto, io glielo taglierei dal
pezzo con le mie stesse mani », dichiara con
nerezza, impadronendosi di un grosso coltelllo
da trancio. La lama d'acciaio brilla e in un
tempo record, per la verità, il più bel trancio di
arrosto del mondo si rivela splendidamente
scelto e tagliato, sullo spesso piano di legno
massello.
Porta, con spregio, si toglie di tasca una lente
e la posa sulla carne sanguinolenta, poi si volge
a Fratellino e gli chiede :
« Cosa ne pensi di questa carne, che sembra
di avvoltoio? »
« Assolutamente impropria alla consumazione
», risponde il gigante che sbava di desiderio, e
si sforza di non darlo a vedere.
« Voi lo vedete bene, con i vostri occhi,
sergente! Il caporale Creutzfeldt se ne intende;
dirigeva prima della guerra una sezione speciale
sulla Reparbahn. La sua circoscrizione si
estendeva fino dall'altra parte della
Kònigstrasse, ad Altona. »
« IV2 A, sezione Gestapo! » dice a se stesso
141
Brumme, che a suo tempo aveva in gestione un
piccolo ristorante proprio nella Heyn Hoyer
Strasse. Due « visite » inaspettate della IV2 A
gli erano costate infatti ben sette mesi di
prigione. Bisognava fare attenzione, la massima
attenzione, Dio santissimo! Ma Signore che stai
nei cieli, fa' sì che la Germania perda questa
guerra, ti prego!
« Non dico che questo sia un pessimo trancio
di arrosto, ma per delle bocche un po' speciali e
viziate sotto questo profilo, devo dire che a voi
manca la formazione anatomica del
competente, del profondo conoscitore del
problema. Decisamente la nostra società
militare è un po' difficile da accontentare, ma
c'è molta, troppa gente in giro che avrebbe
bisogno di un bel calcio nel culo per imparare a
vivere. Il confort genera pigrizia e indifferenza,
ognuno cerca di trovare un buon posto comodo
e tranquillo e aspetta il momento della pensione
senza muovere un dito. Questo tipo di vita non
può che generare dei traditori, e questa è la
strada più sicura e diretta verso la disfatta
totale. E lo si chiama socialismo, questo
paradiso dei fannulloni! »
Brumme non crede alle sue orecchie. Questa
critica dello Stato nazional-socialista è molto
caustica, ma pur essendo dello stesso parere di
Porta, si guarderebbe bene dall'ammetterlo
ufficialmente. Nella pausa di silenzio che segue,
Porta si è impadronito del coltello e con gesto
molto professionale si appresta a tagliare un
enorme pezzo di carne di prima scelta.
« Ecco qui un vero splendido arrosto al trancio
», dice accarezzando il gigantesco pezzo di
carne.
142
« Sì, veramente perfetto, un vero arrosto »,
consente Brumme stupefatto. « Figurerebbe
molto bene sulla tavola del Feldmaresciallo, ma
poiché lui non ne conosce l'esistenza,
potremmo mangiarlo noi, come piatto di mezzo
di una buona cena; che ne dite? »
« Mentirei a me stesso se rifiutassi », dice
Porta sorridendo. « La fame è un problema
chiave, anche intorno a una tavola ben
imbandita dove ci si può credere sazi. Sergente,
ne reclamerò una porzione doppia, quando ci
siederemo a tavola per festeggiare questo
nostro primo incontro imprevisto. »
Brumme scoppia in una risata stentorea,
senza bene sapere perché in verità, ma pensa
che a questo punto sia la miglior cosa da fare.
« Ho anche qualche buona bottiglia del 1936.
»
« L'anno della mia classe! Evviva! »
Il sergente afferra l'immenso arrosto, se lo
stringe al petto e fila come un razzo alle cucine
per ordinare un pasto degno della Commissione
Segreta. E man mano che il pasto si svolge,
l'atmosfera diventa sempre più cordiale. Dopo
quasi due ore, non sono ancora arrivati alla
prima metà del banchetto, e divorano tutto alla
maniera dei Vichinghi. Si sbrana la carne
tenendola fra le dita e si buttano le ossa dietro
le spalle. Porta si rimpinza e beve come un otre,
e così fanno Fratellino e Brumme. Ma ecco che
a.Brumme un boccone va di traverso e poco
manca che non muoia soffocato; un infermiere
accorre sollecito, e dopo aver rimediato in
qualche modo alla vita del suo sergente, riceve
una razione speciale tutta per sé.
« È giusto che anche la truppa possa avere
143
qualcosa da mettere sotto i denti », dice
Brumme, « anche se mai nessuno ha ordinato
che venisse saziata. Noialtri graduati, dobbiamo
domarla questa gente, però, altrimenti è finita
per noi, non credete? Il grido ' Proletari unitevi '
a me non calza affatto, in ogni caso, il solo
posto dove forse potremmo unirci è la fossa
comune, a mio parere. »
« Un vero orrore, purtroppo, ma è la verità »,
afferma Porta accompagnando il tutto con un
peto sonoro.
« A me poi i distinti padreterni che piazzano la
parola coglione ogni tre parole, non mi
piacciono affatto», aggiunge Fratellino.
« Hai proprio ragione », dice Brumme con aria
cupa. « Il mio capo, l'intendente Blankenschild,
è di quelli che pensano che bisogna sempre
prendere a calci in culo i propri sergenti. Se voi
riusciste a tirargli la pelle del culo fin sopra alle
orecchie, avreste di diritto sempre un posto, alla
mia tavola. »
« Un gioco da ragazzi per noi », risponde
Porta, lanciando un osso nella direzione dove è
scomparso l'infermiere.
« Portate le bistecche alla tartara », ordina
Brunirne a due suoi schiavi addetti agli
approvvigionamenti.
La maggioranza di questa gente fa il
cameriere nella vita civile; uno che a suo tempo
lavorava da Kamin-ski è il coppiere privato di
Brumme. Una assicurazione a vita contro l'invio
al fronte, in cambio della morte di un ipotetico
eroe.
« Ci occuperemo del tuo capo », promette
Porta, coprendo la grossa bistecca con una larga
e spessa fetta di lardo. « Dove andrebbe a finire
144
la patria se li lasciano scorrazzare liberi come
l'aria questi porci? »
« Non vi capitano mai delle faccende
sgradevoli, durante le vostre ispezioni? » chiede
inaspettatamente Brumme, dando una manata
sulla spalla di Fratellino.
« Oh, no. Sappiamo tutti i trucchi, noi. Non si
deve mica cercare di farci passare per fessi, e in
ogni caso nessuno ci è mai riuscito, per la
verità. »
«Vi arrivano spesso delle ispezioni, qui?»
chiede Porta con aria noncurante. « È vero che
da molto non viene nessuno? »
« Be', non è poi molto tempo che sono venuti,
l'ultima volta. Quei dritti di ispettori mettono il
loro naso dappertutto. Ci vorrebbe una bella
rivoluzione... Oh, scusate », conclude rapido, nel
rendersi conto che si è lasciato sfuggire un
pensiero molto intimo, per la verità, un sogno
proibito.
« Accordate le scuse », sorride amabilmente
Porta. <( E dimmi un po', amico. Non sei mai
stato preso per il naso, tu? Volevo dire, non è
mai venuto qualche burlone qui a recitare la
parte della Commissione di Controllo? »
Un istante di silenzio pesante di minaccia
plana su tutto il locale. Brumme impallidisce,
poi a poco a poco il volto gli diventa paonazzo.
« Cristo di un Dio! Se qualcuno osasse fare
una cosa simile al sergente Brumme, filerebbe
al fronte passando prima sotto la macchina
tritacarne e riuscendone fuori sotto forma di
razione individuale! »
« Io ti consiglierei comunque di diffidare della
gente », lo mette in guardia amichevolmente
Porta. « Tu non sai come si può essere
145
straordinariamente capaci nell'imitare quei
funzionari. Ne abbiamo già colto qualcuno sul
fatto, noi. »
« Qui, impossibile! » tuona Brumme. « Quei
tipi lì io li spedisco lontano dei chilometri, con
uno dei miei calci! Si dovrebbe condannarli tutti
a morte. »
Dopo quattro ore buone di un banchetto senza
paragone, arriva in tavola una enorme torta di
mele freschissima. L'ex cameriere del ristorante
Kaminski fa girare lo champagne, in ragione di
una bottiglia a testa circa. Non si può far di
meno in un pranzo da signori, in Germania. Tutti
si abbracciano e si giurano amicizia eterna.
« I sigari, e subito! » ordina Brumme
all'infermiere che obbedisce all'istante. Cosa
non si farebbe infatti pur di evitare il fronte?
« Ecco cosa vuol dire la disciplina », confida
Brumme a Fratellino, e aggiunge a mezza voce:
« Io so come si uccide un nemico facendolo
soffrire a lungo e atrocemente, sai? »
« Anche noi. »
« È una bella cosa saper comandare », sorride
Porta, malizioso. « Così non si teme mai una
visita improvvisa e inaspettata di qualcuno che
vuole mettere il naso nei documenti e nel
magazzino. Ma tu sembri proprio un uomo
onesto, camerata Brumme. »
Silenzio improvviso e opprimente. I tre si
guardano, scrutandosi con un misto di sospetto
e di odio.
« Vi farò preparare un bellissimo piccolo
pacchetto, una sorpresa, che vi darò al
momento della vostra partenza », dice sollecito
il sottufficiale. « Io mi sono subito reso conto
che voi eravate come minimo, delle vere ' teste
146
di ferro '. Al primo momento, devo confessarlo,
avevo dei sospetti », aggiunge chinandosi verso
Porta e guardandolo fisso negli occhi. « Ben
lecito, mi pare, avere dei sospetti, non sei
d'accordo con me? »
« Caro amico », esclama untuosamente Porta,
« e chi non dubiterebbe, dal gennaio '33? O si è
dei pericolosi irresponsabili uomini politici o
degli ancora più pericolosi patrioti. Noi viviamo
in un'epoca piena di disagi e di pericoli, tutto il
mondo la vive. Quello là per esempio è un
bandito e sembrerebbe una persona esemplare.
Come ti dicevo, Brunirne, evita di invitare
chicchessia alla tua tavola, credimi. »
« Sei volontario dell'esercito, tu? »
« Volontario è una parola grossa, ma per la
verità non ho nulla contro questo tipo di ' club di
cannoni ' che è la guerra, almeno fino a quando
la vita civile non mi sembrerà più invidiabile di
questa. Per il momento, in ogni caso, l'uniforme
mi protegge e mi va benissimo. »
Dopo il caffè e il cognac tutti escono per
andare ad ammirare la nuova macchina per
impastare le salsicce.
« Cosa ne pensate? » chiede Brunirne molto
fiero davanti a questo congegno che lavora a
pieno ritmo e produce chilometri di salsiccia
seduta stante.
« Si direbbe proprio che è una vacca che caga
a una tavola calda », risponde Porta, sorpreso
suo malgrado.
« Il mio intendente di stato maggiore è un
porco », confida Brunirne ai suoi nuovi amici,
pregandoli di rimettersi a tavola per gustare
un'enorme porzione di salsiccia fresca, che
naviga nel vino rosso.
147
» È possibile, certo », dice Fratellino. « È
sempre meglio fare un bel giro ampio e
starsene alla larga dai capi; è cosa ben nota,
d'altronde. »
Il punto culminante della festa avviene verso
le due del mattino. Urla, canti a squarciagola,
melange di vodka e di birra. Il personale
femminile del campo viene invitato al completo,
e lo strip-tease non tarda, e avviene in piena
regola. Si lavora, a pieno ritmo, in tutti i sensi.
Al mattino la conversazione si svolge con una
tale franchezza di termini da far impallidire il
Consiglio di Guerra.
Si parla infatti del Führer e dei suoi sbirri come
fossero già morti dopo una serie di torture atroci
che, del resto, tutti gli augurano.
È solo molto più tardi, addirittura il giorno
dopo, che i tre uomini cominciano a riprendere il
controllo di sé. Sono tutti e tre distesi sopra il
grande letto a due piazze di Brumme, un'eredità
sua personale della guerra in Bulgaria. Porta
afferra la bottiglia di vino che è posata sul
pavimento accanto a lui e riprende a bere.
Fratellino si dirige a tentoni verso un secchio
pieno d'acqua per cacciarvi dentro la testa e
insieme bere, come farebbe un cammello asse-
tato nel deserto, e non si ferma se non quando
il secchio è completamente vuoto. Brumme, già
per metà fuori del letto, emette degli strani
rumori.
« Questi due tipi sono dei falsi Gestapo »,
farfuglia vomitando.
« Farli fucilare, bisogna », gli fa eco Fratellino.
« Fucilarli, si! » geme Brumme.
Spara con la sua pistola e tre pallottole si
conficcano nel plafone, ma è solo il consueto
148
segnale per la prima colazione. Qualche ora più
tardi i tre si separano molto commossi. Era nata
una vera amicizia, che sarebbe sicuramente
durata tutta la vita. Porta e Fratellino si avviano
per rientrare al battaglione e ognuno porta sulla
spalla un sacco pesante e pienissimo Brumme,
dalla soglia li vede scomparire inghiottiti dalla
tormenta di neve, e ancora si chiede perplesso
se è stato preso in giro molto bene da due
sciacalli, o se veramente è riuscito felicemente
a sfuggire dalle grinfie di due vere « teste di
ferro ».
« Se mi hanno fottuto, guai a loro! Dodici palle
a testa non gliele leva nessuno a quei due! »
dice fra sé con uno strano inesplicabile senso di
odio. Poi con la mano fa un ultimo gesto di
saluto a Porta ormai lontano e si mette
meccanicamente sull'attenti.
149
Esigiamo la pena di morte per tutti
coloro che si oppongono al nostro
conflitto, destinato all'unione totale dei
nostri popoli. Chiediamo ugualmente la
pena di morte per tutti i criminali che
agiscono contro il popolo; gli usurai, i
traditori, i disfattisti, i parassiti della
società, che non rispettano né la nostra
fede né la nostra razza.

Estratto del programma nazional-


socialista.

Il maggiore russo Michael Gostonow, capo dei


partigiani del distretto di Minsk, era un uomo
grosso e brutale, odiato da tutti i suoi
subalterni. Era un uomo, costui, che amava «
sdraiarsi sopra i cadaveri », come si suol dire.
I suoi piccoli occhi cattivi guardavano uno per
uno
i presenti nell'isbà dove stagnava un fetore
pesante di
abiti umidi e di corpi non lavati da tempo.
« Domani, durante la notte, attaccheremo il
villaggio », disse asciutto.
Indicò con la canna del fucile un vecchio
gobbo, vestito di indumenti molto lisi, con i
piedi tutti avvolti di fasce, come migliaia di
contadini russi usano fare durante l'inverno per
evitare di congelarsi le estremità.
« Rasin, tu ti occuperai di appiccare il fuoco al
tuo villaggio, dopo la mezzanotte. Quando tutto
sarà in fiamm.e e i nazi si butteranno fuori dalle
capanne per correre via, allora attaccheremo
noi e li ammazzeremo tutti, quei cani. »
Il vecchio, segnato da una vita intera di
lavoro e di miseria, si torse le mani disperato.
150
« Tovarisch Gospodin, e i nostri figli e le nostre
donne? I vecchi, i malati? Fa un freddo terribile,
che aumenta di giorno in giorno. Sono anni che
non ricordo un inverno simile. »
« Piantala, mugik, la guerra è la guerra. Tutti
devono soffrire, è inevitabile. Le vostre vite non
hanno alcun valore rispetto alla lotta per la
nostra patria sovietica. Che il diavolo ti
protegga, vecchio, se il tuo dannato villaggio
non sarà in fiamme esattamente due ininuti
dopo mezzanotte, chiaro? »
Estrasse il suo nagan e con quello colpì
duramente il volto grinzoso dell'uomo. Due
denti gli schizzarono fuori dalle labbra e il
sangue gli colò dal naso.
« Tu sei uno starotz, non dimenticarlo. Fai
dunque il tuo dovere nei confronti di Stalin che
ti dà di che vivere e di che nutrirti. La patria
esige dei martiri, e non mi sembra che tu ne
dubiti, almeno voglio crederlo. Brucia la tua
stalla per porci in base ai miei ordini, fila! »
Il maggiore ora si volse ai suoi accoliti.
« Bisogna far sentire il polso duro, a questi
fannulloni! » sghignazzò. « Permettono ai
fascisti di dormire nei loro letti, mangiano con
loro, si rimpinzano dei loro approvvigionamenti
invece di morire di fame ma con onore. »
Si cacciò in bocca un grosso pezzo di
prosciutto e lo inghiottì senza quasi masticarlo,
mentre una bottiglia di cognac francese
passava di mano in mano. Era il bottino di un
attacco ben riuscito a una colonna tedesca,
messo in atto il giorno prima.
« È solo con il pugno di ferro che si riesce a te-
nerli, questi cani. E ora non vi sono che due
alternative, amici, la vittoria o la morte. Non
151
dimenticatevi che tutti i prigionieri catturati dai
tedeschi vengono orrendamente torturati prima
di essere impiccati, è bene che lo sappiate. Non
possiamo contare su nessun aiuto, di nessun
tipo, e la nostra vita non ha alcun valore. Per
noi, la sola cosa cui dobbiamo pensare è il
preciso dovere nei confronti di Stalin e della
nostra grande e gloriosa patria. »
152
DAVANTI A MOSCA

Il freddo è disumano, se così si può dire, e


soltanto durante la notte usciamo dalle nostre
buche per raggiungere le nuove postazioni ai
fianchi della foresta. Come dei puri folli, e non
possiamo che esserlo per la verità, serpeggiamo
come una colonna che avanza disordinata, gonfi
sotto la divisa di strati di giornali a contatto
diretto della pelle. Questa è l'ultima novità
ideata dalle nostre autorità competenti.
Secondo loro, infatti, il giornale messo a strati
scalda esattamente quanto una pelliccia.
Gli sprovveduti che hanno avuto il coraggio
insensato di addormentarsi nella neve sono
morti. Noialtri, che non siamo per nulla arditi,
abbiamo proseguito affidandoci solo alla buona
sorte, ma naturalmente siamo alla mercé di
qualsiasi cosa possa accadere, purtroppo. Il
compagno che vi ha camminato al fianco da
tempo sprofonda nella neve e vi rimane,
immobile, la mano aggrappata al suo fucile. Se
vi resta ancora un soffio di energia, vi chinate
sul poveretto, strappate dal collo la sua
catenina di identità e ve la cacciate nella tasca.
Eviterete cosi che i parenti perdano il loro
tempo in mutili sempre più disperate ricerche.
La nebbia sale dal fiume e, nel nostro stato di
semi-incoscienza, vediamo immagini di sogno.
Porta, naturalmente, vede gigantesche tavole
imbandite. Fratellino un enorme pezzo di lardo,
ma la sola cosa che la sua grossa mano riesce a
sfiorare è il sacco da montagna sulle spalle di
Heide che lo precede, bianco e gelido di brina.
153
Stupito e sconcertato, si contempla la mano
vuota. Come, davvero non esiste quel lardo? La
visione era stata così simile al vero che aveva
sentito perfino l'odore appetitoso di quel lardo
di sogno e la bocca gli si era riempita di saliva,
che adesso gli cola da un angolo delle labbra.
« Caramba! Avete visto le cupole fatte come
cipolle? » grida Barcelona.
« Siamo arrivati, dunque! Questa sera
dormiamo al Cremlinol » grida Stege con
sollievo.
« Cosa diavolo è, quella sarebbe Mosca? »
mormora il Vecchio radioso, tirando una lunga
boccata alla sua pipa. « Sentite lo scampanio?
Ma perché hanno acceso tanti fuochi nelle
strade? »
Non sono le campane che il Vecchio ha sentito,
e non si è nemmeno nelle vie di Mosca. Sono
invece delle fontane di fuoco e il tuono delle
granate di un violentissimo tiro di sbarramento,
che quasi dissipa del tutto la nebbia fitta.
La compagnia piega subito su un lato, diretta
verso il limite del bosco, disordinata e affannata
in mezzo agli scoppi delle granate che sibilano
nelle orecchie di tutti. Questi minuscoli oggetti
traccianti vi spezzano le ossa come fossero fatte
di vetro, e gli scoppi delle granate poi sono un
inferno, provocano ferite orribili, e con questo
freddo una morte certa, senza discussione.
« Avanti », grida il tenente colonnello Moser,
con voce rauca. Si ferma un istante e si
appoggia pesantemente al suo fucile
mitragliatore.
« Sta male », dice a bassa voce il Vecchio. «
L'infermiere mi ha detto che ha pisciato sangue
ieri, come dire che i suoi reni sono fottuti, ma
154
bisogna avere almeno la testa spaccata in due
perché vi spediscano all'ospedale. »
« Avanti! » grida Moser, il cui volto esangue è
imperlato di sudore.
Con un gesto stanco e come astratto, alza un
braccio e ci indica la direzione da seguire.
« 5ª compagnia, avanti! »
A gruppi, la compagnia prosegue. Ogni passo
è una tortura, perché gli scarponi sono gelati, e
duri come fossero di legno; questi scarponi, di
dotazione dell'esercito, non sono stati fabbricati
in previsione dell'inverno russo, ma Porta,
naturalmente, già da tempo ha scambiato i suoi
con un paio di pesanti ma splendidi stivaloni di
grossa pelle chiara dei soldati lapponi. Lui
possiede sempre tutto quello che si sognerebbe
di possedere quando si esce scoraggiati da un
deposito dove vi hanno consegnato quanto vi
spetta, e tutto quello che indossa, o quasi,
proviene dai depositi dell'armata russa; nessuno
riesce a capire come faccia quell'uomo, ma è un
fatto che trova sempre e al momento opportuno
quello che gli abbisogna. L'altro giorno, proprio
mentre passavamo da Djil, dopo aver seguito a
lungo la strada ferrata, Porta a un tratto si
ferma: «Aspetta un po'! Ho la netta impressione
che ci sia qualche cosa da recuperare in quel
granaio! »
Ed ecco che si infila come una lepre dentro al
corpo più basso della struttura di legno, che
evidentemente era una piccola stalla, e ne esce
poco dopo con un agnello sotto il braccio e un
bidone di vodka in mano. Ed eccoci subito tutti-
dentro a una buca a rimpinzarci e a bere.
« Se non ci si riempie un po' », commenta
Porta, « non si può sopravvivere a una guerra
155
mondiale, mai. »
Siamo sempre affamati, è proprio cosi.
L'armata tedesca rappresenterà sempre per noi
un luogo dove si ha avuto perennemente fame
e dove si muore dal sonno, se non peggio.
Ci viene detto che dobbiamo solo passare il
fiume, dopo di che potremo finalmente goderci
un po' di ore di riposo. Sarà vero? Non
desideriamo altro, in verità. Ancora qualche
notte di questo freddo mortale e sarà la line per
noi. È inutile, non abbiamo quasi più energie,
siamo al limite estremo, tutti.
Il percorso è disseminato di corpi di cavalli
morti, irrigiditi nelle posizioni più strane. Un
reggimento di cavalleria deve essere stato
falciato in un solo istante dalle micidiali « canne
d'organo di Stalin » che fanno scoppiare i
polmoni. Si soffoca così rapidamente che non si
diventa nemmeno bluastri, ma per la verità noi
preferiamo quest'arma micidiale e diabolica alle
granate. Si sente il sibilo del razzo in arrivo, ma
prima ancora che si abbia il tempo di mettersi in
qualche modo al riparo, eccole già sulla vostra
testa. Il sibilo del loro arrivo è esattamente
uguale al sibilo di partenza, e ora hanno anche
uno scatto a molla, in aggiunta. Heide afferma
che questo modello di granata è stato interdetto
all'uso dalla Convenzione di Ginevra, ma anche i
lanciafiamme lo sono, se è per quello, senza
parlare dei proiettili esplosivi che vi strappano
d'un sol colpo la metà della testa. Heide
naturalmente possiede un piccolo libretto rosso
dove sono indicate tutte le armi proibite e ogni
volta che constata qualcosa di irregolare,
annota il luogo, l'ora e i testimoni in un piccolo
taccuino nero. Più tardi, afferma, lo consegnerà
156
nelle mani di una Commissione Internazionale,
che giudicherà i criminali di guerra.
« Sei proprio nato per pisciare controvento, tu
», sghignazza Porta. « Credi veramente, amico,
che ci si occuperà di un piccolo sottufficiale nazi
che tutta la sua vita ha pensato solo alla croce
uncinata e ha fatto gli scongiuri per il timore di
non mettere al mondo dei veri piccoli nazi come
lui? »
Questo orribile freddo riempie la foresta di
strani rumori, come di cristalli che si spezzano.
Il vento soffia e la neve e la nebbia ci
inghiottiscono di nuovo. Non si fa che cadere in
enormi buche dalle quali i compagni devono poi
tirarci fuori con enorme sforzo.
Il « professore » sembra quasi stia per
impazzire, perché senza gli occhiali
praticamente è cieco, e dal momento che la
neve posandosi di continuo sopra le sue lenti le
appanna, non riesce più a camminare in una
direzione precisa, e cosi decidiamo di attaccarlo
con un cinturone a Barcelona. Siamo tutti molto
affezionati a questo piccolo studioso norvegese,
che in un primo tempo avevamo tanto odiato,
ed era stato oggetto dei nostri scherzi pesanti e
crudeli, perché proveniva dalle SS. Come mai è
arrivato in mezzo a noi? Nessuno lo sa. Si dice
che per un quarto sia ebreo, e questa è di solito
una ragione molto valida nelle sfere delle SS per
fbtterlo altrove. Abbiamo anche fra noi dei « tre
quarti » ebrei, e Porta stesso sostiene di essere
almeno per metà ebreo anche lui, ma lo dice
unicamente per mandare Heide fuori dei
gangheri.
Siamo costretti ad appiattirci a terra in mezzo
a un campo, perché il tiro di sbarramento
157
diventa sempre più pesante e implacabile. I
russi sembra facciano di tutto per impedire che
noi si raggiunga il fiume, e quando le loro
granate raggiungono il suolo, sentiamo uno
strano rumore, in effetti, come un tonfo sordo
nella neve, che poi viene sollevata in aria,
altissima, come un immenso spruzzo candido.
Nelle linee opposte, questi demòni hanno
giustiziato tre dei nostri, e l'indomani l'hanno
annunciato solennemente e a gran voce, di
prima mattina, come sempre fanno quando
impiccano un soldato nemico. Nei primi tempi
questi annunci ci scoraggiavano terribilmente e
ci riempivano di sgomento, poi ci abbiamo fatto
l'abitudine, naturalmente, perché a tutto ci si
abitua, in guerra.
« Le esecuzioni sono necessarie in tempo di
guerra », spiega Porta, quando il nostro gruppo
raggiunge il luogo e l'albero dove oscillano i tre
corpi al vento. « I raffinati definiscono una
faccenda di questo tipo con il termine di '
pedagogia militare '; in effetti, alla massa dei
soldati uno spettacolo simile fa passare la voglia
di schermare, non c'è dubbio. Credetemi, molti
patiboli testimoniano di una grande armata! »
« In marcia, in marcia! » grida Moser.
« Più presto! » gridano anche i capi di sezione
eccitatissimi, minacciando il cielo con i loro
pugni chiusi, il che significa « andatura
accelerata ». Pare che si debba superare la
postazione dell'artiglieria, ma non è così facile
come sembra! Si raccolgono le forze sotto il suo
fuoco intenso e avanzando rapidamente ci si
sottrae al tiro. Niente di più semplice, in effetti. I
manuali militari vi insegnano un sacco di cose di
questo tipo e il grosso HDV è la Bibbia del
158
soldato tedesco. C'è della gente che anche nella
vita privata e civile adotta i sistemi imparati su
questa sacra Bibbia, e uno di questi è
sicuramente Gustavo di Ferro di Torgau, non c'è
dubbio! Sappiamo che ha fatto quasi diventar
pazza sua moglie, costringendola a una vita
assolutamente folle. Si cambiano le lenzuola
solo ogni sei settimane, in base ai dogmi
dell'HDV; un bagno solo il sabato tra le dieci e
mezzogiorno, l'acqua a diciotto gradi esatti, e il
cosiddetto bagno consiste in una doccia di sette
minuti precisi, non un secondo di più. Dopo
vent'anni di matrimonio, sua moglie infatti
ancora non capisce perché non si possa servirsi
di una vasca avendola installata in casa, benché
suo marito le abbia cento volte spiegato che la
vasca può essere solo usata dagli ufficiali. Sopra
la porta della casa di Gustavo di Ferro,
un'insegna a lettere gotiche annuncia : « Ich
Diene » (Io servo), e tutta la famiglia deve
conformarcisi.
Mezzo sepolti nella neve noi camminiamo, e
stiamo percorrendo il cammino che ci porta alla
morte. Il peso delle armi accresce la nostra
tortura, il percorso diventa ripido e si è costretti
a aggrapparsi ai rami dei cespugli per issarsi.
Proprio davanti a me un fantaccino si ferma
eretto e rigido come fosse davanti a un muro,
poi crolla nella neve dove resto per qualche
minuto a contemplarlo.
Il fuoco degli MG diventa sempre più nutrito e
mortale, sparano su di noi dall'alto della cresta,
infatti. Le salve lacerano e squarciano le cime
degli alberi, e pietre e blocchi di ghiaccio si
infrangono su di noi. La 5ª compagnia cerca di
interrarsi precipitosamente, ma è urgente
159
installare le mitragliatrici in posizione per
coprire la 7ª compagnia che è passata in testa.
Sul pendio della collina anche l'artiglieria ha
preso posizione e ben presto il rumore
rassicurante dei nostri mortai si diffonde. È
terribile quando si tratta delle mitragliatrici
nemiche, ma è una musica deliziosa questo
fragore se si tratta dei nostri!
« Baionetta al cannone! Pronti per il corpo a
corpo! »
« Fai attenzione alla tua pancia, Ivan il
puzzolente! » grida Fratellino, che esce in quello
stesso istante dalla sua buca e balza in avanti,
coperto dal fuoco di Heide.
Quanto a me, devo distruggere un nido di
mitragliatrici pesanti russe, e lancio cinque
granate che non raggiungono il bersaglio, però.
« Presto! » grida il Vecchio. « Bisogna farlo
tacere del tutto quel dannato nido! » ma anche
un moscerino verrebbe ammazzato se si
azzardasse ad uscire sulla neve, davanti a un
MG. « In avanti, e dove ti segnalo io! » grida il
Vecchio inferocito.
Decapsulate le mie granate a mano, le lancio
correndo, e la mitragliatrice nemica salta in aria
insieme ai suoi serventi al pezzo. A testa bassa
tutti ora ci lanciamo verso la trincea nemica e in
certo qual modo ora il pericolo è quasi diminuito
della metà, a condizione che nessuno di noi si
precipiti come un imbecille dentro il
camminamento, che può nascondere ancora
qualche russo che ci aspetta al varco.
« Ripulire » una trincea con le granate, è un
lavoro che conosciamo bene, ma è necessario
che il nemico non abbia il tempo di dire « a »
nei primi tre secondi. Passando, lancio le mie
160
granate dentro tutti i bunker che vedo, e questi
saltano immediatamente alle mie spalle. Un
gruppo di soldati russi si trova ancora interrato
nell'ultimo cui arrivo correndo, e la mia ultima
granata è per loro; la neve diventa scarlatta, mi
strappo di spalla la mitragliatrice leggera, ne
vuoto tutto il nastro su qualsiasi cosa vedo
anche solo lievemente muoversi, e finalmente
crollo a terra in mezzo a tutti questi corpi
dilaniati.
« Ben fatto », commenta il Vecchio
soddisfatto.
« Verrà citato come eroe del giorno nel
comunicato di questa sera », ride Fratellino. «
Poi si renderanno conto che è un ebreo, e allora
lo impiccheranno con una stella di David
attaccata al culo! »
« Riposo », ordina finalmente il tenente
colonnello Moser, « cinque minuti. »
Quasi tutti si addormentano quasi
istantaneamente e anch'io sto per assopirmi,
ascoltando lontana la voce di Porta che
racconta qualcosa a proposito di un asino che...
« 2ª sezione, in testa. Si parte. Sbrighiamoci,
fannulloni», ordina Moser.
Le granate nemiche piovono tutt'intorno, e
buttando un'occhiata alle nostre spalle ci
congratuliamo con noi stessi per non essere più
dentro quella trincea, perché ora è tutta una
pesante cortina di fuoco.
« Ecco il fiume », annuncia il Vecchio con
sollievo, indicando con la canna del suo fucile
una specie di largo fossato in cui scorre
dell'acqua sporca. Anche il ghiaccio che la
ricopre è mperto di uno strato di polvere
grigiastra.
161
« E pensare che sono settimane che corriamo
dietro a questa specie di latrina da campo!
Capisco finalmente perché nessuno ne aveva
mai sentito parlare! »
« Il fiume si chiama Nara », mormora Moser. «
Allora ci siamo, se Dio vuole! E non deve essere
ormai molto lontano da Mosca, a quanto dicono.
»
« Non ci sarebbe un tram? » chiede Porta. « Le
mie ginocchia cominciano a diventare un po'
troppo dolenti. »
Tutto è stranamente scoraggiante, da qualche
tempo: Anche se siamo passati di vittoria in
vittoria, almeno ufficialmente, e anche se
abbiamo visto passare davanti a noi
interminabili colonne di prigionieri, solo
l'ostinato Heide crede ancora in una fine glorio-
sa della nostra guerra.
La 3ª compagnia si appresta ad attraversare la
sponda ghiacciata, sotto la protezione delle
nostre armi automatiche, ma non è ancora a
metà del percorso che tutto il fiume sembra
esplodere. L'acqua giallastra e maleodorante
sprizza in aria a getti altissimi, una colonna di
fuoco fa scoppiare tutti insieme i blocchi di
ghiaccio che ricoprivano la superficie, e la 3ª
compagnia sparisce, corpi, armi e tutto dentro
l'acqua che ribolle.
E ora le «.canne d'organo di Stalin » comincia-
no a tuonare. Tutti i pianeti dell'universo
ricadono con fragore sul suolo e il cielo si copre
di lapilli incandescenti che escono senza sosta
dai razzi e sembrano stelle filanti. E, dove vanno
a cadere, anche la più piccola ombra di vita
scompare d'acchito.
«Porci!» grida Heide inferocito.
162
« E perché mai? » risponde Porta. « Loro
adoperano lutto quello che si trovano
sottomano per cercare di fermarci, e non la
smetteranno se non quando ci avranno
incastrati. Io credo proprio che il tuo grande
Führer si è preparato con le sue mani una bella
sorpresa, là. Del resto gli austriaci hanno
sempre una tale inventiva! »
« Joseph Porta, è mio preciso dovere segnalarti
al NSFO. Tientelo per detto, chiaro? »
« Basta con queste storie, su », interviene il
Vecchio irritato. « 2ª sezione, avanti tutti, dietro
di me. »
Porta inciampa nel corpo di un maggiore
tedesco che porta ancora al collo la croce di
cavaliere.
« Gli eroi crepano tutti », commenta Fratellino
mettendosi a cavalcioni sul cadavere, per
sfilarne una grossa borraccia piena di vodka che
poi fa passare ad ognuno di noi.
« L'hai fregata al diavolo questa roba, perdio?
» tossisce Porta mettendosi una mano al collo
che si sente bruciare. « È vetriolo puro! »
« Cosa state combinando, fannulloni? » grida
un sergente sconosciuto.
« A rapporto, sergente. Stiamo cercando di
rianimare il maggiore! »
« Sbrigatevi e via », ordina il sergente
correndo verso la foresta.
« Hai guardato bene? » mormora Porta.
« Mi ero quasi dimenticato, merda! » risponde
sgomento Fratellino aprendo impassibile la
mascella del morto. « Tre denti d'oro purissimo.
»
« Ma cosa avete distribuito da bere, è un vero
orrore! » dice a sua volta il Vecchio.
163
All'improvviso una mitragliatrice comincia a
crepitare; vediamo delle sagome scure poco
lontane e sentiamo delle parole incomprensibili.
Butto una granata, rispondono delle grida.
« Razzo illuminante », ordina il Vecchio.
Il razzo fosforescente si alza in cielo e tutto si
illumina di una luce bianca e accecante e noi
sembriamo spettri in un cimitero.
« Fermi, fermi tutti! » urla il Vecchio con
angoscia, e per radio grida: «Qui reggimento di
blindo 27 ZBV ».
« Qui cacciatori 106. Parola d'ordine? »
« Mela bacata », risponde il Vecchia
Ci rimettiamo in piedi e ci incamminiamo
verso il bosco ceduo. Toh! Ecco arrivare il
sergente di poco prima." « Ancora voi! » grida
quello. « Andate a farvi fottere, Cristo! » e
raggruppa i suoi uomini.
«Che coglioni!» commenta Fratellino. «Farsi
sparare addosso dai camerati, per pura
imbecillità! »
« Eccovi qui, felicemente », grugnisce
avvicinandosi a noi un colonnello cieco da un
occhio, rivolto al Vecchio. « I Rossi hanno
minato tutte le sponde del fiume, ma non sono
riusciti a far saltare il ponte, che bisogna
attraversare seduta stante. Passate prima voi
con la vostra sezione e stabilite una testa di
ponte, io vi seguo con la mia compagnia. Filare,
sergente. »
« Sì, signor colonnello », risponde il Vecchio,
apatico, dirigendosi verso il ponte.
A cosa servirebbe far osservare a questo
colonnello che non siamo ai suoi ordini? Ci
considera un dono del cielo quello, e ci
adopererà per poter stabilire una testa di ponte.
164
Si rallegreranno con lui dopo, ma siamo noi a
pagare, naturalmente.
« Vai avanti tu », ordina il Vecchio a Porta che
ha sottobraccio il suo MPI.
« Sei un po' tocco, amico », risponde Porta,
senza alcun imbarazzo. « Se Adolfo in persona
mi ordinasse di mettere un piede su quel ponte,
io gli direi di no. Rivolgiti a Julius. »
« Mi credi matto, forse? » ribatte Heide, col
volto contratto dall'ira.
« Il fatto che tu sia membro del Partito, lo
dimostra, se è per quello. »
« Basta! » grida il Vecchio. « Vada avanti Porta
con te. Si tratta di Mosca ora. Ti metterai in
posizione al terzo pilone, mentre Sven ti copre,
e lancerai da laggiù le granate, chiaro? »
Con mille precauzioni procediamo malfermi
lungo una putrella d'acciaio talmente scivolosa
che rischiamo parecchie volte di precipitare.
Non ho solo da portarmi appresso le granate ma
anche la sacca delle munizioni, e i russi ci
sparano addosso, senza sosta.
« Il nostro vicino ci accoglie fra le sue tenere
braccia! » dice Porta, sollevando all'indietro il
suo cilindro giallo.
Molto lentamente, carica la mitragliatrice e
versa sul congegno una mezza bottiglia di olio
russo.
« Chi bene ingrassa, bene procede », dice. «
L'ho imparato da un cinese che faceva il
ruffiano nel 1937. Forniva un chilo di vaselina
alla settimana alle sue puttane, perché non si
accorgessero di quello che veniva loro infilato
dentro! »
Un rumore sordo, è Fratellino che si butta a
terra con il suo MG vicino a noi.
165
« Salute, ragazzi! »
« Hombre! » geme Barcelona. « Questo mi
ricorda altri tempi, quando eravamo sull'Ebro,
insieme agli spaghetti in camicia nera. »
Una granata di mortaio russo fa saltare la
metà del pilone, due uomini feriti cadono dentro
il fiume sotto di noi, e un cannone automatico
tuona dalla parte opposta. Queste piccole
granate sono odiose. Fan saltar via delle
schegge di cemento dai piloni, che sibilano
passando vicino alle nostre orecchie. Ed ora
ecco due Maxim pesanti che ci sparano addosso
con rabbiosa insistenza.
« Indietro! » ordina il Vecchio, tesissimo.
Ma se noi ci apprestiamo a ritirarci, sarà il
colonnello cieco da un occhio che si appresterà
a sparare su di noi, e tutto sommato preferiamo
ancora rimanere sul posto.
« Tenete duro, ragazzi! » grida una voce
dall'argine. « Arrivano i lanciafiamme! »
È vero. Eccoli là i guastatori con i loro
lanciafiamme e le cariche esplosive che volano
al di sopra del fiume. Attacco su tutta la linea
dei primi bunker dove i soldati si difendono con
ferocia inaudita. Sono dei komsomol della
regione industriale, coraggiosissimi. Mi è stata
data una sacca piena delle atroci granate a
mano di nuovo modello. Jl tenente guastatore
mi aveva messo in guardia, consegnandomele :
« Anche solo una goccia di questo liquido su
una mano, divora la carne ». E la prova su un
cane ci aveva fatti restare allibiti. Il povero
animale infatti aveva accennato due o tre salti,
aveva urlato, e quasi subito non ne era rimasto
che lo scheletro.
Sono tutto solo con la mia sacca, mentre gli
166
altri si tengono a prudente distanza. Appoggiato
da due guastatori attacco il primo bunker, uno
di quelli grandi muniti di ascensore, la cui
cupola sporge dal terreno come una grossa tana
di talpa. Lancio tre granate, e lo spesso strato
corazzato sembra fondersi, mentre il fumo acre
brucia gli occhi e i polmoni, a dispetto delle
nuove maschere che portiamo in viso.
« Me la batto, io », dice uno dei guastatori, «
Restare è pura follia. »
« Tu resti qui, invece», lo minaccia il
compagno con il suo lanciafiamme. « Non
dimenticarti che sei con noi per punizione,
perché avresti dovuto essere liquidato a
Gemersheim, traditore! Il capo esige che tu
stringa il culo qui, ma tu non vedrai mai Mosca,
te lo dico io. »
Io taccio. Non mi riguarda affatto che un
tenente degradato sia stato trasferito nel corpo
dei guastatori lanciafiamme. Ne facciano pure
ciò che vogliono i suoi compagni. Corro verso la
buca più vicina, lancio ancora due granate e mi
appiattisco sul fondo.
I guastatori mi raggiungono, delle lunghe
lingue di fiamma si dirigono sibilanti contro il
bunker, e nel medesimo istante l'ex tenente si
alza dalla buca e si precipita verso la trincea
russa, con tutte e due le braccia alzate.
« Fottigli una granata! » grida il suo compagno
pieno di odio.
« Fatevi i fatti vostri, se bisogna ucciderlo non
tocca a me. »
« Tovarisch, tovarisch! nicht schiessen!
(compagni, compagni! non sparate!) » urla il
tenente a qualche metro dalla trincea russa.
Mi auguro di cuore che ci arrivi, perché è una
167
morte orribile altrimenti per lui, a Gemersheim,
in fondo a una cella! Noi lo sappiamo, noialtri
della 5ª compagnia, che ci trovavamo là di
guardia, appena dopo la campagna di Francia. Il
capo della sezione speciale, l'Oberfeldtwebel
Schòn, era insopportabile, per la verità. Per
poco non aveva rotto la schiena a Fratellino che
a sua volta gli aveva tirato uno scrittoio di
quercia addosso. Il gigante ne è uscito un po'
sciancato per sempre, dopo questo scambio di
gesti di amicizia...
Prima di tutto bisognava cercare di evitare di
essere chiamati dal comandante della prigione,
il tenente colonnello Ratcliffe, che era il più
odiato fra gli ufficiali, ma tutti per la verità si
odiavano a più non posso, e l'intera
Gemersheim viveva veramente con il coltello
fra i denti, mentre la povera compagnia di
guardia se la cavava come poteva. Le varie
compagnie restavano solo qualche mese, ma
molto più disgraziato era il personale
permanente, condannato a vita, anche se
possedeva le chiavi delle celle! Nessuno osava
uscire da solo dalla prigione, per paura di
imbattersi in un prigioniero liberato, che tornava
a « rivedere » la sua prigione durante un
permesso. Porta ed io abbiamo incontrato una
volta un tenente, talmente decorato da
sembrare una cartolina postale, che una notte,
in trincea, ci raccontò che desiderava
ardentemente ritornare a Gemersheim, per
regolare i conti con tre tipi del personale
permanente. « Ma mi ammazzeranno prima,
forse! » gridava folle dal desiderio di vendetta.
Non riuscì mai, comunque, a tornare a
Gemersheim, perché i cacciatori russi su sci lo
168
ammazzarono la notte stessa.
Strano, però! I seviziatori se la cavano quasi
sempre, di solito! Assassinano legalmente
giorno dopo giorno, e ogni mattino reca loro
nuovi nemici da uccidere; e si può incontrarli,
pensionati, che tengono i nipotini sulle
ginocchia!
Il guastatore alza il suo lanciafiamme, prende
di mira con estrema cura il tenente disertore,
che ora è molto vicino alle linee russe.
« Maledetto traditore! » borbotta il soldato, la
cui voce suona cupa e sorda sotto la maschera
a gas.
La lingua di fuoco passa radente il terreno
sconvolto, e del tenente non resta che una
macchia nera, proprio a pochi metri dalla
trincea nemica. Due secondi ancora, e si
sarebbe salvato.
Io non compiango chi si comporta come un
imbecille, perché se si vuole veramente
disertare e cavarsela, occorre una minuziosa
preparazione. Quel cretino ha avuto quello che
gli spettava, tanto più che essendo stato a
Gemersheim, avrebbe dovuto sapere come ci si
protegge dalla morte!
L'attacco continua, si demoliscono i bunker
uno ad uno, opere imponenti predisposte dalla
organizzazione di difesa di Mosca; villaggi che
sono già stati fatti saltare una volta, saltano di
nuovo, ci si batte per ogni metro di terra,
mentre dei ponti vengono gettati senza soste
sul fiume, per le lunghe colonne di carri e di
batterie pesanti che avanzano verso la capitale
russa, di cui ora si distingue nettamente il
profilo, non lontano. Tutta la notte ci battiamo
contro dei nemiti sfiniti ma indomiti, che
169
applicano alla lettera la tattica della terra
bruciata. Non si riesce dunque a recuperare
niente, e il freddo aumenta di ora in ora. Gela a
52 gradi sotto zero, e il peggio è che non ab-
biamo olio antigelo per le armi. Arriviamo al
punto di agganciare delle pietre surriscaldate
intorno agli ingranaggi per evitare che si
inceppino, dato che la nostra sopravvivenza
dipende solo dall'efficienza delle nostre armi
automatiche.
Per di più, dal calar della notte, ecco i «
macinini da caffè », vecchi bimotori che portano
piccole bombe agganciate sotto la fusoliera.
Finché si sentono i motori in moto si può ancora
sperare, ma quando sopravviene il silenzio,
nascondetevi, e al più presto! Un sibilo,
un'ombra sulla neve, e tosto il fragore della
bomba e le grida dei feriti. L'altra notte Porta è
riuscito ad abbatterne uno, ma il pilota ha
ucciso tre dei nostri prima di uccidersi lui
stesso, così ci è passata la voglia all'istante, di
avvicinare un pilota russo a terra.
Fa talmente freddo che, nonostante il
tremendo rischio, che ne consegue, non
resistiamo alla tentazione di accendere grandi
falò, e questo ci procura almeno delle pietre
calde. Dal momento in cui i fuochi cominciano
ad ardere, però, tuonano le demoniache calibro
75; gli osservatori russi infatti non possono non
vedere i fuochi, e dove c'è un fuoco c'è un
nemico, è ovvio.
« Che freddo, Dio che freddo! » piange Stege
disperato. « Se soltanto si potesse rimaner feriti
e farsi evacuare! Darei una gamba per un buon
letto d'ospedale. »
Barcelona si strofina freneticamente il viso,
170
per salvare il suo naso già pericolosamente
bianco, ma Porta lo mette in guardia. Lui se ne
intende e sa che cosa
bisogna fare in questi casi.
« Non troppo forte, amico, se no il tuo bel
nasone ti salta via. Fregati con la neve, è il solo
mezzo pei scongelare una protuberanza
congelata. »
Barcelona non sarebbe il primo, in effetti, a
perdere il nasol Ce lo si ritrova
inaspettatamente fra le mani, e al suo posto c'è
solo un foro.
« Sono ben energiche le cimici, però! » grida
Porta, grattandosi come un cane pieno di pulci.
« Solo quando gli si gela il pungiglione quelle
tagliano la corda! Ma è sufficiente riscaldarsi un
poco e appallottolarsi per dormire, e loro si
mettono subito a fare casino. »
« È la guerra », replica il Legionario, « anche le
cimici si battono contro gli invasori fascisti. »
« Io non sono mai stato fascista; che marcino
tutte contro Julius Heide, che è pieno di sangue
nazi, perdio! »
« È ben strano però, essere quasi a Mosca! »
esclama Stege. « Sei mesi fa non ci si pensava
neppure, ma ora si tratta di penetrare nella città
e in quindici giorni avremo firmato la pace,
finalmente. Quando saremo sulla Piazza Rossa,
Stalin sarà fottuto, amici. »
« È più lontano di quello che crede, il
Cremlino! » dice Porta che batte i piedi per terra
per scaldarsi.
« Il Cremlino? Ma se si vede di qui! »
«Abbiamo anche visto l'Inghilterra, se è per
quello, ma non ci abbiamo mai messo i piedi
sopra. I Lord non avevano che da comportarsi
171
bene, credevamo, ed ecco fatto tutto. Noialtri
tedeschi abbiamo proprio la mania dì
grandezza, però! 'Che Dio punisca l'Inghilterra! '
diceva il Kaiser! Perché non l'ha fatto lui stesso,
maledizione? Ora è la volta di Adolfo, ma io
temo proprio che non ce la faccia neanche lui,
anche mettendocela tutta. »
All'alba, tiro micidiale da parte dei russi. Le
cannonate si succedono senza interruzione, e
scavano enormi crateri nel suolo ghiacciato.
Dalla foresta, ecco che si vede la fanteria
nemica! Spossate, le sezioni tedesche escono
dalle rovine, mentre dei razzi illuminano le orde
sovietiche che arrivano come una marea, get-
tando urla selvagge. Con rapidità febbrile si
installano le mitragliatrici, le baionette
luccicano, si predispongono le granate sul bordo
della trincea, ma se arrivano fin qui, certo è la
fine. Siamo troppo pochi ormai per un corpo a
corpo, e non ne sono rimasti molti di quelli che
partirono all'attacco il famoso 22 giugno! La
maggior parte di loro è una lunga fila di
cadaveri fra Minsk e Brest-Litowsk, e da Kiev a
Mosca. A migliaia navigano nel Volga e nel
Dniepr, gloriosi morti immolatisi per la grande
Germania e il suo Führer.
Un fantaccino esce da questa nube di vapore
nera e rossa, scoppiando a ridere come un folle;
getta il suo fucile e annaspa come un animale
ferito sul suolo, frustato da una pioggia di ferro
e di fuoco. Nessuno pensa a fermarlo, perfino
uno di quei cani delle gendarmerie si
accorgerebbe che è impazzito, perché le sue
grida sono inequivocabili; non è certo un
simulatore, purtroppo. I gendarmi lo spedirono
all'ospedale, ma possono ugualmente
172
abbatterlo, per sbarazzarsene.
Il tiro tedesco non è meno terribile, ma i russi
procedono impassibili verso questo fuoco
mortale. Una nuova fila di vivi rimpiazza subito
la fila dei morti. È come un flusso di marea di
uomini in uniforme kaki, tra i quali si
riconoscono subito i commissari politici, con i
loro berretti di pelo dalla falce e martello.
Aggiungete la croce verde, segno di potere im-
placabile! Guai al soldato sovietico che esiti
anche solo un istante ad avanzare, i commissari
se ne incaricano immediatamente. Le granate
volano, i contatti con la nostra retroguardia
sono interrotti e quelli attaccano, baionetta in
canna, in ranghi compatti falciati dalle nostre
armi.
« Che massacro! » dice Heide. « Sono
veramente dei fanatici. »
« Mica poi tanto. Da loro, l'uomo costa molto
meno caro di una munizione. E prima ancora di
averne ammazzato la metà, noi non avremo più
niente da sparare. Non siamo i primi ad aver
tentato, del resto. La Russia non la si può
prendere, è inutile. »
Di colpo, due russi saltano dentro la trincea e
se Fratellino non si trovasse sul posto il tenente
colonnello Moser e il Vecchio ora sarebbero già
stati infilzati. Ma con il suo gigantesco pugno lui
li prende per il collo, e li strozza.
Proprio nel medesimo istante in cui risuona
l'ordine di ritirarsi, arriva in appoggio una
batteria di artiglieria. Fuoco nutrito di granate al
fosforo sul nemico, e le ondate umane in un
batter d'occhio sono mutate in torce. Le
successive esitano, infatti, e i commissari
sparano nel gruppo, ma invano; i loro uomini si
173
ritirano, presi dal panico, ad intere colonne, e
all'improvviso ecco che la terra di nessuno è di
nuovo deserta... no, non deserta, tutt'intorno
giacciono dei monconi, dei cadaveri, e
dappertutto nel fitto sottobosco relitti umani si
dondolano al vento.
Puliamo le armi, riempiamo di nuovo i
caricatori, lavoriamo come pazzi. Chissà quando
ritorneranno, quelli? Le slitte motorizzate di
approvvigionamento arrivano alle nostre spalle,
e aiutiamo i soldati del convoglio a scaricare le
munizioni. Sono dei vecchi fanti dell'ultima
guerra, che lo stato maggiore ha destinato a
questo compito per risparmiar loro il fronte, ma
hanno da combattere contro i partigiani e le
mine, in compenso. Dei poveri fossili, che non
parlano più di donne e si accontentano di
scrivere lunghe lettere a delle mogli dal viso
sciupato, terrorizzate dalle incursioni aeree sulla
Germania. E molti di loro hanno figli della nostra
età, che sono in prima linea, purtroppo.
Subito dopo il calar della notte, nuovo attacco
dei russi, che marciano ora spalla contro spalla.
Per fortuna la nostra artiglieria li falcia, e per
tutta la notte questo macello umano prosegue
sulla piana. Avanziamo su cumuli di cadaveri,
aggrappandoci alle loro braccia irrigidite per
non scivolare sul terreno gelato, ma verso il
mattino, nuovo attacco. Questa volta, sfondano
il tiro di sbarramento é noi ci prepariamo al
nostro ultimo combattimento. Ma, cosa
straordinaria, il maltempo ci salva! Una
tempesta di neve arriva sopra il fiume e ricopre
la terra come un piumino di neve. Impossibile
riconoscere l'amico dal nemico. Si marcia alla
cieca, si grida la parola d'ordine, e se la risposta
174
non giunge nell'intervallo di qualche istante la
baionetta si ficca dentro a un corpo. Solo chi è
più rapido riesce a prolungarsi la vita, ma
spesso si prende un abbaglio e si apre il ventre
di un compagno. Che cosa importa, pur di
sopravvivere! Questo tipo di guerra non ce
l'hanno insegnato -alla guarnigione; però,
questa è la guerra delle bestie feroci e selvag-
ge, e durante le brevi pause affiliamo i coltelli
da trincea, la cui lama ora potrebbe fungere da
rasoio.
Per proteggerci dalla tempesta furiosa ci siamo
avvolti il viso con degli stracci, solo gli occhi
sono lir beri, ma l'olio delle armi gela e le
mitragliatrici rischiano di diventare inutilizzabili,
ed è il corpo a corpo, ora, dove coltelli e pale
sono le nostre armi migliori. Abbiamo, per
nostra fortuna, le pale dei soldati russi uccisi, e
quelle di Ivan sono molto migliori delle nostre.
Nelle mani di Fratellino una pala tedesca si
rompe al primo colpo, mentre quelle rozze dei
russi resistono e tagliano di netto la testa che
salta via come una palla, sempre che si colpisca
proprio sotto l'orecchio, naturalmente. Non
bisogna colpire la gola infatti, perché è sovente
protetta dal tessuto molto spesso del bavero del
cappotto.
Pala in una mano e revolver nell'altra, si salta
di buca in buca, pronti a balzare di nuovo
quando si è ripresa un po' di lena, e quando il
cuore che batte all'impazzata si è un po'
calmato. L'artiglieria pesante ha piazzato uno
sbarramento, ed è un inferno. Dalla foresta
escono immense fiamme bianche e gli alberi
cadono come sotto una falce gigantesca. Si
vedono i russi che si rifugiano dietro ai morti
175
usandoli come schermo, poiché un cadavere è
ugualmente efficace di un sacco di sabbia. Per
quel che riguarda la sensibilità, al fronte non c'è
più posto per essa; ma non lo rimproverate ai
disgraziati soldati, bensì ai criminali che
provocano le guerre!
Spari e attacco cessano, lentamente. Quello
che si sente ora sono le grida dei feriti, e
proprio davanti alle nostre linee c'è un uomo
che grida da tutta la mattina e che ci rende folli.
Gettiamo delle granate verso il punto dove
pensiamo si trovi, ma ogni volta che la neve
ricade e noi pensiamo di averlo raggiunto,
quello riprende i suoi atroci gemiti. Il Vecchio
pensa che abbia ricevuto una carica esplosiva
nel ventre, e la sua morte avverrà perciò con
molta lentezza; non può essere infatti un
proiettile penetrato nel polmone, che
rapidamente soffoca il malcapitato che ne è
stato colpito; si soffre terribilmente, certo, ma
almeno la morte è quasi istantanea. La cosa
migliore è ancora lo scoppio di una granata
nella coscia, perché l'arteria sezionata vi svuota
del sangue, prima che abbiate il tempo di
accorgervene. Le ferite al ventre e alla testa
sono le peggiori, e anche se si andasse alla
ricerca di quei poveretti rischiando la propria
pelle, cosa si potrebbe fare per loro? Sono fottu-
ti. Chi sarà? Un tedesco, poiché grida
costantemente:
« Mutti, mutti! Hel miri » (mammina,
mammina, aiutami!) Un russo griderebbe «
Matj! » e sicuramente poi deve essere giovane
perché in caso contrario non Chiamerebbe sua
madre. I più adulti chiamano le loro mogli,
infatti.
176
Non se ne può più, e al crepuscolo il Vecchio
chiede volontari per andare alla ricerca del
ferito. Nessuno si fa avanti.
« Razza di coglioni! » dice, issandosi sulla
spalla la barella della fanteria.
Moser vuole fermarlo, ma senza alcun rispetto
per il grado, il Vecchio gli da uno spintone.
« Merda! » dice Porta, levando la barella dal
dorso del Vecchio. « Andiamo noi a cercare
quello sciagurato che non fa che gridare! Ma al
ritorno gli rompiamo il collo, a quello. Forse è un
volontario anche, che si illudeva che la guerra è
un gioco da signori! »
Piegati in due corrono nella terra di nessuno.
Fratellino agita uno straccio bianco, cosa che
non è d'altronde così indispensabile perché i
vicini devono soffrire quanto noi di queste urla.
Gli spari si arrestano, infatti, come per incanto. I
due spariscono nella buca di una granata, ma
non è certo piacevole per nessuno trovarsi così
a tiro di fuoco. Moser spedisce di furia una
staffetta alla retroguardia e il comandante russo
dalle linee nemiche agita una bandiera bianca.
La loro artiglieria si è zittita, così come la
nostra. Porta esce dalla buca, molto vicina alla
trincea nemica, e raggiunge il ferito, che non ha
che diciassette anni e come diceva il Vecchio,
una carica di esplosivo nel ventre lo aveva
dilaniato. Porta e Fratellino l'hanno ora
ricondotto indietro, ma muore poco dopo e noi
gli abbiamo sacrificato una preziosa dose di
morfina. Non c'è tempo per sotterrarlo e lo
ricopriamo di neve.
A turno, ognuno si avvicina al fuoco per
scongelare le armi e riscaldare alla meglio le
ossa ghiacciate I russi hanno in dotazione delle
177
maschere contro il freddo, mentre noi dobbiamo
accontentarci di sciarpe, e deprediamo i
cadaveri nemici per toglier loro quelle eccellenti
maschere e gli stivali di feltro.
« Oggi è il primo dicembre », dice Heide, « la
guerra sarà presto finita, amici. »
Stupefatti, cessiamo di battere i piedi per terra
vicino al fuoco. « Come fai a saperlo? Stalin ti
ha telefonato, forse? »
« Il Führer ha dichiarato che questa sporca
razza di vermi sarà sterminata a Natale»,
afferma fiero Heide.
Lo scoppio di risa è tale che i membri del
Partito non devono certo essere in forte
maggioranza al fronte, evidentemente!
« Dio, che freddo che fa! » geme il Legionario,
buttando un pezzo di legno sul fuoco che si va
spegnendo.
All'interno delia foresta abbaia una
mitragliatrice, e il suo crepitio sommesso
appare comicamente anodino rapportato a
quello delle granate. Accendiamo dei fuochi,
molti fuochi, per riuscire a sopravvivere a
questo freddo mortale, mentre alcuni mortai
crepitano, delle granate filano sopra le nostre
teste in lunghe sottili traiettorie, ma sono
abbastanza lontane e non ci sentiamo inquieti,
a parte Stege che non riesce a non guardare
costantemente nella direzione di partenza del
tiro.
«Calma, ragazzi», dice il Vecchio, « non
perdiamo il controllo dei nervi senza ragione.
Avranno bisogno di tempo ancora, prima di
arrivare fin qui. Sarà solo quando la neve
comincerà a sciogliersi che bisognerà stare con
le orecchie tese e non chiudere mai tutti e due
178
gli occhi. »
« Ma perché aspettare proprio qui? » chiede
Barcelona inquieto.
« Perché gli ordini sono gli ordini. La guerra è
fatta così, non è lecito fare di testa propria. »
« Oh, che merda! Da quando abbiamo messo
piede in questa stramaledetta marcia armata,
non si sente che questo ' verbo indiscutibile '.
Gli ordini sono gli ordini! E tutto perché un
cretino col bavero della divisa pieno di nastri
ricamati l'ha deciso. »
« Le tue stellette di tolla devono pesarti molto,
sergente Blom », ride Porta. « Ma non è difficile,
sai, sbarazzartene. Devi solo dichiarare di
averne le balle piene, e a Gemersheim ci sono
un sacco di specialisti nello scucire le stellette
dalle spalline. »
Una granata di mortai scoppia al limite della
foresta; ne seguono altre, poi un sibilo seguito
da gemiti e grida. Ora bisogna sbrigarsi perché
nell'area di 50 metri tutto fra qualche istante
sarà distrutto. Prima ancora che noi si sia
riusciti a correre sotto un riparo, infatti, ecco
un'esplosione enorme, e scoppi susseguenti che
sibilano come draghi infuriati. Il panico che ci ha
invaso tutti è a malapena svanito, quando ne
arriva una seconda, e mi sono appena alzato
per correre a un riparo, che la bomba scoppia
proprio davanti ai miei piedi, e una valanga di
neve mi ricopre. Trasformato in una palla di
neve, cerco di avvicinarmi allo squarcio del
terreno provocato dall'esplosione, dove già
Porta e Stege si stanno appiattendo. Con
stupore sento molto calore dentro la cavità, e la
neve infatti cola in acqua lungo i bordi del
cratere. Ancora un sibilo prolungato poi un'altra
179
spaventosa detonazione, e un'ondata di aria
calda passa sopra di noi simile a un fiato
mortale.
Come una foglia morta durante un uragano,
vengo proiettato lontano, proprio nella terra di
nessuno, ma qui il mio volo viene bruscamente
arrestato dai fili spinati, e quando poco dopo
riprendo conoscenza sento degli spari che
provengono da un folto di alberi scuri. Disperato
e sgomento, mi butto a scavare con le mani una
buca per interrarmi in qualche modo ma una
nuova granata sembra stia per cadere proprio
sopra di me. L'esplosione è così violenta che
quasi mi mozza il respiro, e ne segue dopo
qualche istante un'altra. Mi butto a correre
verso la nostra postazione, e correndo sento un
sibilo che corre anch'esso sopra la mia testa, e
piombo dentro la trincea proprio mentre
l'esplosione scoppia alle mie spalle, inondandoci
completamente di neve.
All'improvviso, il fuoco dei mortai sembra
cessare. Ci raggruppiamo dentro le rovine del
villaggio e qui il Vecchio, di umore pessimo,
reclama il controllo delle piastrine di identità
perché, a suo avviso, non ha alcuna importanza
per le autorità e le alte sfere dell'esercito, se
verremo tutti uccisi o meno. Prima di tutto è
necessario fare un conteggio preciso delle per-
dite, per poter provare in modo indiscutibile che
siamo morti. Tutto questo, ovviamente, al fine di
potersi accertare che nessuno ha disertato, e in
caso contrario invece, al fine di poterne riferire
alla gendarmeria. Durante la prima guerra
mondiale, vennero conteggiati ben 8916
disertori dei quali solo sette uscirono indenni,
fatto questo che colmò di giòia la gendarmeria
180
stessa. Un buon esempio, dunque, per ispirare a
noi il terrore di agire allo stesso modo di quei
poveracci! L'ultimo di quelli che avevano ten-
tato di disertare l'abbiamo tenuto noi sotto
stretta sorveglianza per ben sette giorni, prima
che la gendarmeria finalmente se lo accollasse
e se ne occupasse personalmente. Sua moglie
gli aveva scritto che il mare aveva rotto gli
argini e che il fieno bagnato aveva cominciato a
marcire. « Se solo tu potessi essere qui,
Herbert!» aveva scritto la donna, senza sapere
che questa frase avrebbe significato la morte
certa del marito. Il contadino Herbert Damkul
infatti si era messo in viaggio, ina era stato
riacciuffato nei pressi di Brest-Litowsk. Era stato
segnalato mancante all'appello da sole
diciannove ore; e, seduta stante, condannato a
morte al campo di Paderborn, fu fucilato qual-
che giorno dopo a Scnnclager. Pioveva, e il suo
fieno continuava a marcire in Frisia, al di là della
diga che si era squarciata.
Il Legionario tiene pazientemente la sua
fiaschetta al disopra della fiamma del fuoco, per
cercare di scongelarne il contenuto. Ogni tanto
la scuote e tutti noi sentiamo il rumore
cristallino dei pezzi di ghiaccio all'interno della
borraccia di metallo, e seguiamo in silenzio ogni
suo gesto. Si toglie di tasca una tazza di
porcellana, vi versa dentro il caffè che ora è
caldo e emana un vapore invogliarne, con gli
stessi gesti educati con cui i francesi
eseguirebbero questo delicato compito. Il nostro
compagno ha condiviso per tanto tempo la vita
con loro che ne ha assimilato molto più di noi le
consuetudini.
« Sembra quasi di essere seduto al Cafè di rue
181
de la Paix a Parigi, in una sera di maggio »,
fantastica nostalgico arrotolandosi una
sigaretta, cui inserisce un piccolo' filtro russo
che produce un aroma speciale.
« Dio sia ringraziato! Domani siamo a Mosca »,
grida Heide, che si sta lucidando freneticamente
gli stivali, a dispetto della loro già notevole
lucentezza. Si pettina con cura e pulisce
meticolosamente il suo revolver. Sempre ligio ai
regolamenti, quello, perfino a letto, senza
dubbio.
Il Legionario contempla i pini scuri che
delimitano il bosco con aria nostalgica. «
Dovreste vedere Parigi in una sera di maggio. Le
ragazze hanno addosso abiti così leggeri che
sembra quasi che si possano soffiar via con un
sospiro e alla minima brezza di vento infatti
tutte le loro gonne si sollevano. Il mondo intero
si dà appuntamento al Café de la Paix. È uno
spettacolo straordinario, e chi non l'ha mai
visto, non ha mai visto niente, dovete credermi!
»
« Io ci sono stato, a Parigi », ribadisce
Fratellino, per nulla scosso da queste eteree
descrizioni. « Ma mi hanno fottuto e messo alla
porta da tanto che ero ubriaco. Dopo una
pioggia di sberle tanto tedesca quanto francese,
per la verità, sono arrivati quei disgraziati della
gendarmeria e il divertimento è finito,
immediatamente. Sono stato accusato di aver '
insudiciato la reputazione dell'armata tedesca '
agli occhi di tutta la Francia! Come fosse
possibile fare altrimenti! Io l'ho dichiarato al
capo di quei cretini a Fre-sne, e allora mi hanno
raddoppiato la pena, soprattutto quando ho
aggiunto che eravamo tutti dei coglioni, ma che
182
alcuni erano più bravi di altri a nasconderlo. I
più furbi, infatti, si facevano cucire delle
stellette fasulle sulle spalline, e vi giuro che la
cosa ha funzionato benissimo, per un po'. Ma il
capo guardia-ciurma mi ha accollato otto giorni
supplementari di arresto, per aver osato
offendere gli ufficiali della grande Germania con
un sospetto di questo tipo. Sono guarito subito
cosi dalla voglia di sedermi al Café de la Paix
dove i culatoni e le puttane si danno ap-
puntamento, come tu sostieni, caro Barcelona.
»
Un violento, improvviso tiro di granata
interrompe il suo racconto. È la quarta volta che
il « professore » viene proiettato lontano, contro
i reticolati, e impreca come un pazzo quando lo
recuperiamo. Ha perso gli occhiali, infatti, è
cieco ora, e questo lo rende folle di rabbia e di
impotenza.
« Cretino », commenta Fratellino. « In guerra
non non c'è nessun bisogno di vedere. Si marcia
diritti verso il cannone di Ivan, e basta. Dove lo
senti tuonare accorri, ecco tutto. »
Il nostro comandante in seconda, tenente
Jansen, geme nel fondo della trincea. L'abbiamo
coperto con tutti i pastrani dei morti, ma
rabbrividisce di freddo ugualmente con una
febbre da cavallo e terribili dolori alle reni. A
dispetto del suo grado, è molto più giovane di
quasi tutti noi. Arrivato qui direttamente dalla «
fabbrica degli ufficiali », come si suol dire, tutto
quello che sa l'ha imparato da noi, e ci guarda
sempre con flebile timore infantile. È
abbastanza intelligente per capire che non è
che un peso per noi, e che se appena lo
volessimo lo faremmo fuori e nessuno di noi se
183
lo rimprovererebbe. Se si è in postazione,
infatti, la cosa ancora regge, ma se siamo
costretti a muoverci, è chiaro che rappresenta
una grossa palla al piede per tutti, in quello
stato. Il poveretto intuisce che per-sto o tardi
saremo costretti ad abbandonarlo nella neve,
ben avviluppato nelle coperte, con un pacchetto
di sigarette stretto fra le mani e una pistola,
dove passerà tranquillamente, ce lo auguriamo
tutti, dalla vita alla morte, assiderato.
« Camerati », grida Porta, « quando dirò tre...
»
Dato che ci sentiamo addosso gli occhi di
Jansen, ci sentiamo tutti a disagio e ci vediamo
costretti ad allontanarci di qualche metro da lui
per occuparci delle nostre armi. Il Vecchio viene
a sedersi vicino a lui e gli getta un'occhiata
affettuosa.
« Come va? » chiede, sistemando il fodero di
una maschera a gas sotto la nuca del giovane
ufficiale febbricitante.
« Male », risponde Jansen con stanchezza e
palese sofferenza, asciugandosi con uno
straccio sporco la fronte madida di sudore. « Mi
hanno condannato. »
« Che sciocchezza state dicendo? E perché
mai lo farebbero? »
« Porta ha fatto una scommessa, e mi ha dato
solo tre giorni. »
« Ma stanno giocandosi una bottiglia di vodka
quelli! » dice il Vecchio, fingendo uno scherzo.
« Hanno scommesso quanti giorni durerò
ancora, invece, e Porta ha detto tre giorni »,
mormora il giovane con ostinazione.
« Cercate di riprendervi un po', tenente,
ricordate che siete il comandante in seconda. È
184
un dovere farsi forza, sapete? »
« Metterei fine ai miei giorni da solo, se lo
potessi », dice con fermezza il tenente
mostrando il suo revolver. « Sono molto malato
e vi procuro solo disturbo e peso. »
« Andiamo, su, un po' di coraggio », replica il
Vecchio, « non siete poi così grave come
credete. Che mestiere facevate prima di essere
richiamato? »
« Impiegato di banca », risponde il giovane
con aria stanca, «e non posseggo alcuna delle
doti necessarie per essere un buon ufficiale, un
militare nel senso esatto della parola. Voi sì,
sergente, dovreste essere ufficiale, non io che
non ne ho la stoffa. »
Il Vecchio scoppia in una risata. Ufficiale, lui!
Quasi non riesce a capire come ha fatto a
diventare sergente, sebbene, anche se non
vuole riconoscerlo, è realmente nato per una
posizione di comando.
« Cosa sta facendo Ivan? » chiede il giovane
tenente.
« Sono stato alla 3ª sezione ieri, per assistere
all'interrogatorio dei prigionieri. Il nostro vicino
di casa sta raccogliendo tutto quello che può,
dicono, e truppe fresche equipaggiate
magnificamente di novità in fatto di indumenti
invernali e armi. Innumerevoli battaglioni di
siberiani, dei fanatici cui è stata promessa la
luna se riescono a schiacciare sotto i piedi i
fascisti. Centinaia di T 34 sono già sotto
pressione, con il motore in moto, pronti a partire
alla carica. Se tutto quello che dicono è vero,
noi potremmo cominciare subito a fare i
bagagli... »
Il Vecchio accende la pipa, poi estrae il
185
caricatore del suo fucile mitragliatore per
esaminarlo con occhio critico. « Sempre nessun
ordine per noi dallo stato maggiore del
reggimento? »
« Non ancora », conferma il tenente preso da
un nuovo attacco di febbre. « Ma succederà
certamente qualcosa! Non possono piantarci qui
a questo modo e tagliare la corda! »
« Certo che la cosa li metterebbe in un certo
imbarazzo », replica il Vecchio, con sarcasmo. «
Ma cosa conta una pulciosa compagnia davanti
alla possibilità di poter salvare un intero
reggimento? La maggioranza passa davanti alla
minoranza, è la legge del Partito, questa. »
« Che il demonio maledica il Partito, il Führer e
tutta questa maledetta guerra », borbotta il
tenente battendo i denti.
Un tiro violento rompe il silenzio, e ogni cosa
intorno è avvolta in un fumo acre e bruciante.
Uomini proiettati fuori dalle loro buche saltano e
ricadono sulla neve, e alcuni di essi tentano di
rialzarsi ma vengono nuovamente proiettati
contro gli alberi che bruciano anch'essi come
tutto quanto ci circonda. In un istante, la neve e
la terra cuociono insieme, colpite dal metallo
infuocato.
Fuggiamo indietro attraverso un vapore
soffocante, quasi impenetrabile, ma che almeno
ci protegge dalla vista dei russi. Un colonnello è
stato lanciato contro un albero, le labbra aperte
in uno strano sorriso di morte. Ha perduto tutte
e due le braccia che sono cadute lontano e
sanguinano sulla neve candida. Alcuni cosacchi
corrono, con la sciabola sguainata, poi
spariscono inghiottiti dal fumo. Un tiro a quattro
tedesco che galoppa via si schianta ed è ridotto
186
in poltiglia sanguinante, e davanti a noi, il
terreno si apre, come stesse avvenendo un
terremoto; le pietre, la terra, la neve, lutto è '
violentemente spinto lontano, non resta che un
enorme cratere profondo, dove una casa di
quattro piani non raggiungerebbe la superficie
col suo tetto! Un camion vola in aria, sopra le
nostre teste, con il conducente seduto al
volante che sembra stia tuttora guidando, e poi
atterra dentro la cavità del cratere riducendosi
in un ammasso di ferraglie contorte. Poco
lontano un soldato, i cui intestini colano
sanguinando dal ventre, grida a squarciagola e
poi si ripiega su se stesso per poi sparire in un
geyser di fuoco. Grandi tronchi d'albero, cui
sono appesi brandelli di corpi umani, filano nello
spazio con una forza da titani e uh impulso che
sembra soprannaturale, e si conficcano lontano
nel suolo come enormi lance puntute di giganti.
Porta e io trasportiamo faticosamente la
mitragliatrice. Fratellino si è caricato sulle spalle
il tenente Jansen, e in qualche modo prendiamo
posizione tra le rovine, guardando atterriti un
nugolo di Jabos che invade il cielo grigio.
187
È ormai del tutto inutile ricorrere alla
Giustizia. Un ordine diretto del Führer
sarà più che sufficiente ove si trattasse
di esecuzioni capitali di criminali dello
Stato.

Himmler, al Capo della Polizia, SS


Gruppen-führer Kurt Daluege.
3 gennaio 1942

Da ben tre ore consecutive, Hitler infuriava


paros-sisticamente al Grande Quartier
Generale.
« Banda di vigliacchi, traditori, miserabili! »
urlava diretto a tutti i suoi ufficiali muti e
immobili, seduti ai due lati della grande tavola
di quercia massiccia.
Il maresciallo Keitel si gingillava con una
matita, mentre il generale Olbricht contemplava
una mosca che zampettava sulla grande mappa
delle operazioni belliche in corso. L'insetto si
faceva strada in mezzo alle diverse bandierine
colorate e finalmente si arrestò del tutto sopra
una grossa macchia circolare colorata di rosso:
Mosca. Il generale Jodl sfogliava un fascio di
documenti sull'insufficiente produzione di mezzi
corazzati; il maresciallo Goering schizzava dei
disegni per delle nuove uniformi, e l'SS
Reichführer Himmler annotava frettolosamente
gli ordini confusi che uscivano a fiume dalla
bocca del Führer.
« Licenziate seduta stante Guderian! » urlava
Hitler. « Hoepner, questo criminale dilettante,
non deve nemmeno lui comparirmi più davanti.
Non ho forse ordinato alle truppe di difendere
fanaticamente le posizioni acquisite e di
188
combattere fino all'ultimo uomo e l'ultima
cartuccia? E cosa mi venite a dire, ora? Che
appena quei trogloditi si mettono a sparare, la
nostra immonda soldatesca molla tutto e
scappa come una lepre! Arrossisco di vergogna
pensando al popolo tedesco; e se non fossi un
uomo d'onore, rassegnerei le mie dimissioni
adesso, seduta stante. »
Accompagnò questa sfuriata con un violento
calcio contro una sedia, che colpì agli stinchi il
generale Fellgiebel. L'uomo osò emettere un
flebile gemito di dolore e il Führer gli lanciò di
rimando uno sguardo carico di odio omicida.
« Il feldmaresciallo von Bock viene destituito
dalla sua carica, e gli proibisco personalmente e
da questo stesso istante di indossare in
pubblico la divisa. Haider mi ha fatto sapere
che abbiamo un milione e centomila fra morti e
feriti gravi... ma, infine, cosa significa tutto
questo? Catastrofe, osano dire! No, è solo una
bella ripulita, perché solo i vigliacchi possono
essere sopraffatti da questo branco di gente di
razza inferiore che abbiamo di fronte. Proibisco
nel modo più assoluto qualsiasi decorazione al
merito o avanzamento fino a che tutta la nostra
armata non sarà riabilitata, chiaro?»
Hitler pretese anche la destituzione di
trentotto generali, dei quali dodici vennero
giustiziati. Model, generale in capo di tutti ì
mezzi corazzati dell'armata, fece presente che
Napoleone aveva invaso la Russia il 22 giugno e
raggiunto Mosca il 14 settembre esattamente
ottantasei giorni dopo, quindi, e ai tempi in cui i
soldati della Grande Armata avanzavano pra-
ticamente a piedi. Mentre il 14 settembre 1941
le truppe motorizzate di Hitler si trovano
189
purtroppo ancora a ben 341 chilometri da
Mosca.
Per cinque lunghissimi minuti Hitler, rigido e
terreo come un morto, fissò il piccolo generale
a bocca aperta, poi esplose in una furiosa
imprecazione e gli buttò sul viso un fascio di
documenti.
« Osate dire che io, il Führer della Grande
Germania, sono inferiore a quel ridicolo corso?
Solo un popolo degenerato come quello
francese pu§ andar fiero di un individuo come
lui! Model siete destituito, e non comparitemi
più, davanti, perché avete offeso la Grande
Germania con le vostre parole. »
Solo otto giorni più tardi Hitler fu
cionondimeno costretto a riabilitare Model,
perché questi organizzasse alla meglio la
ritirata. Altri sei generali prima di lui avevano
rifiutato questo onore, e due di loro erano stati
minacciati di invio immediato in un campo di
concentramento, ma ugualmente non avevano
ceduto.
La crudeltà del Führer da quel giorno non
conobbe più limiti. Truppe speciali furono
inviate al fronte con l'ordine di sparare sui
traditori che erano riusciti ad aprire, una
breccia nelle linee del nemico, e vennero così
giustiziati, e dagli stessi tedeschi, molti soldati
che si erano battuti come eroi per evitare
l'accerchiamento dei russi. Senza alcuna
inchiesta anche formale, e senza alcuna reale
cognizione della situazione contingente,
vennero tutti fucilati. Quelli che si presentavano
disarmati erano ugualmente perduti; fu loro
fracassata la mascella con un colpo di canna di
fucile, e furono quindi tutti allineati davanti al
190
plotone di esecuzione.
191
IL CAPITANO MONGOLO

Wolf, il sorvegliante del parco macchine, ha


inaspettatamente osato avventurarsi fino alla
nostra posizione, che con accanimento ci
sforziamo di mantenere a dispetto del rischio
costante e mortale. Bolso e asmatico, si siede in
qualche modo sul relitto di un affusto di
cannone, e accende con aria pensosa uno di
quegli eccellenti sigari che solo lui e i fedeli del
Führer hanno il privilegio di fumare.
Gestisce la più grossa concessione di auto
private dell'armata tedesca, e si può acquistare
tutto presso di lui, a condizione che venga
pagato in valute forti. Due grossi pastori
tedeschi, i cui occhi gialli e lucenti ci guardano
vigili, sono sdraiati ai suoi piedi. Un solo gesto
del loro padrone, però, e quei molossi ci
farebbero a pezzi, a piccolissimi pezzi.
Wolf indossa un costoso cappotto da ufficiale
foderato di pelliccia, che lo rende molto simile,
per la verità, a un generale da operetta di un
piccolo teatro dei quartieri bassi di Vienna.
Bottoni e decorazioni sono in argento puro e un
berretto di pelo e una sciabola, che non
taglierebbe in ogni caso neanche un filo d'erba,
completano l'abbigliamento. Chiunque verrebbe
punito per questa volgare carnevalata, ma a
Wolf tutto è concesso.
Solo Porta osa tener testa a questa specie di
bandito, nessuno di noi si azzarderebbe a farlo.
«Cosa diavolo ti ha portato fin qui, vecchio bol-
so? » chiede infatti Porta, diffidente.
Wolf sghignazza condiscendente, la mascella
192
aperta che brilla tutta d'oro; si illude infatti di
essere molto elegante, potendo ostentare una
bocca carica di denti d'oro. Il giorno che
mettemmo per caso le mani su una clinica
dentaria russa completa di tutto il personale,
Wolf si fece d'autorità ricoprire tutti i denti, di
una spessa placca d'oro puro. Fino a quel giorno
aveva sorriso raramente, ma ora era un sole
splendente.
« Sono venuto per salutarti », esclama
untuoso.
« Parti? »
« No, non io. Tu. »
« Cosa vuoi dire, disgraziato? » chiede Porta,
preso alla sprovvista da una sensazione molto
sgradevole.
Se un tipo come Wolf si è avventurato fino alle
prime linee per venirgli a dire qualcosa, è certo
una cattiva notizia.
« Vuol dire che lo so, ecco tutto. Quando si
vive nell'ambiente automobilistico-militare, si
hanno delle relazioni di un certo tipo. So anche
che i tre camion ZIM che hai rubato non ti
serviranno affatto, dove stai andando. Allora ho
pensato che potremmo fare un piccolo affare,
noi due. Ti propongo un blocco massiccio di
generi alimentari e di munizioni di prima scelta,
sufficiente per un'intera sezione. E per te
personalmente, un blocco extra di 150 chili. Ne
avrai molto bisogno nei giorni a venire, te lo
dico io. Ma la decisione spetta a te,
naturalmente, e sei liberissimo di rifiutare. Se
preferisci marciare accontentandoti della
razione regolamentare della bassa truppa,
senza un grammo di lardo in più, fai come vuoi,
ma certo che avrai una tale fame che i brontolìi
193
del tuo ventre si sentiranno fino a Berlino,
amico! »
« Su, farabutto », dice Porta sempre diffidente,
ma anche un po' inquieto. « Cosa hai saputo
che mi riguarda? »
Wolf con aria pensosa si taglia una grossa
fetta di salsiccia, senza peritarsi di nascondere
che l'impazienza di Porta lo diverte
enormemente.
« Uno ZIM di cinque tonnellate contro il mio
segreto. »
« Merdoso! » replica Porta con aria
indifferente, giocherellando con la sicura del suo
fucile mitragliatore. « Gli ZIM rappresentano per
me il biglieto di ritorno a Berlino, amico; non
posso separarmene, lo puoi ben capire. »
« Grazie per l'informazione », sorride
trionfalmente Wolf, rimettendo in mostra tutti i
suoi denti d'oro. « Stai pur certo che non ne
dubitavo, se è per quello. E dimmi, è vero che ti
sei anche messo da parte una batteria di
Haubitzer calibro 15? »
« Cretino! Cosa pensi che me ne farei di un
Haubitzer? Non sono mica un artigliere, io, lo sai
meglio di me! »
« Vorresti farmi credere che non hai previsto
che la grande armata tedesca si tiene bene
attaccata la pelle del culo, davanti alla
imminente disfatta? La penuria dei cannoni è
tale che tu potrai chiedere quello che vuoi per la
tua batteria privata, e al momento che ti parrà,
anche. »
« Come coglione sei uno dei migliori, Wolf!
Sarà semplicemente requisita. »
Wolf scoppia in una risata e inghiotte una
sorsata da un flacone di argento decorato,
194
senza offrirne una goccia a nessuno
naturalmente.
« Non credi nemmeno tu a quello che dici, e lo
sai bene. E sai bene anche come giostrare le
proposte d'affari. »
« Fai attenzione a non passare i limiti »,
dichiara Porta irritato. « Sono pronto a
scommettere che quando i tedeschi qui, si
metteranno a fare marcia indietro, Ivan non ti
darà neanche un copeco per il tuo parco
macchine! E il giorno che marcerai diretto a
Kolyma, sarei proprio contento di farti una
visitina e vedere coi miei occhi come crepi bene
nelle miniere di piombo. Taglieranno le code dei
tuoi sporchi cani e te le cacceranno dentro il
buco del culo, perché tu possa essere utile
almeno a scopare la strada. »
« Non hai una grande opinione di me,
evidentemente », dice Wolf, con aria offesa, «
ma puoi essere sicuro che tutte le mie macchine
saranno ben lontane e al sicuro, e fuori dalle tue
grinfie. In ogni caso, a me mancano solo i tuoi
ZIM per completare l'ultimo carico, e se vuoi ti
confido anche il nome del luogo dove si trova il
mio deposito. A Libau, ragazzo mio, dove
guarda caso c'è anche un bel porto efficiente. E
se la nostra grande armata, sempre così vitto-
riosa dappertutto, rincula un po' verso casa, io
potrò sempre imbarcarmi sulla nave che porta
in Svezia. Sono socialdemocratici, laggiù, e
accolgono sempre molto bene tutto quanto
arriva dalla buona società. »
« Come hai fatto a organizzare tutto così
bene? » chiede Porta, suo malgrado
visibilmente impressionato.
« Per realizzare un colpo simile in un paese
195
come la Santa Russia, bisogna essere
sorvegliante di un parco macchine e aver
frequentato la scuola di sergenti capo »,
risponde Wolf con orgoglio.
« Ti impiccheranno un giorno o l'altro », replica
amichevolmente Porta, non nascondendo che
sarebbe il suo miglior augurio.
« Mai », ribadisce Wolf, « mentre tu metterai
fine alla tua vita da cani appeso a una corda,
amico; ma ti prometto già fin da ora che verrò a
tagliarla prima che ci si mettano i corvi. »
« Sei la persona più ripugnante che abbia mai
conosciuto», afferma Porta, energico.
« Basura! (' sporca immondizia ' in spagnolo)
», commenta Barcelona.
« Taci, tu! » grugnisce Wolf, fissando Barcelona
con i i suoi occhi verde acceso. « Se apri la
bocca un'altra volta, impiccione, ti giuro che
cagherai per tutto l'anno! Allora? » chiede ora,
rivolto a Porta. « Siamo d'accordo, o no? Il più
piccolo dei tuoi ZIM contro il mio segreto. »
« Puzzi come un secchio di letame », dice
Porta tappandosi il naso con due dita, dal
disgusto.
« E non riuscirebbe neanche a guadagnare un
solo marco come stallone!» sghignazza
Fratellino, facendo annusare a tutti il fazzoletto
di Wolf impregnato di un greve profumo
dolciastro.
« È la tua ultima chance », dichiara Wolf,
preferendo ignorare il commento pesantemente
offensivo del gigante.
Porta scoppia in una risata : « Se avessi avuto
solo una chance durante tutta questa maledetta
guerra, sarei morto e risuscitato almeno cento
volte! E me ne fotto io, sai, del tuo segreto. »
196
« Basta con le pagliacciate, Porta. Parliamo
seriamente di affari, ora. Ti confesso che i tuoi
ZIM mi danno molto fastidio. »
« Oh, ecco finalmente qualcosa che ti dà
fastidio, mentre io me ne sbatto. E questo è
molto, molto importante, come prima base di
contrattazione. Perché poi, dovrei venderti i
miei ZIM? Lo sappiamo benissimo, tu e io, che
quei signori aspirano a ritornare il più presto
possibile ai loro agognati focolari domestici; il
prezzo di un veicolo fornito di un certo numero
di litri di benzina, perciò, cresce di giorno ih
giorno, e questo è chiaro, come il sole. Ma dal
momento che sono un uomo di cuore, ti
concederò un favore speciale: un cinque
tonnellate senza cingoli, se ti va! »
« Cosa vuoi che me ne faccia di quella merda?
Non parte nemmeno nella neve comunista! Per
l'ultima volta: uno ZIM chiavi in mano e
serbatoio pieno. Sono onesto, Porta, e fedele
nelle amicizie, io. »
« Tagliatene una bella bistecca, di questo tipo
», suggerisce Fratellino infastidito.
« Questo disgraziato di amburghese non
diventerà mai una persona distinta », mormora
Wolf. « È, e resterà sempre, un proletario, che
crede che qualsiasi affare si possa regolare a
pugni. »
Dopo una lunga e segreta contrattazione,
Porta e Wolf si mettono ugualmente d'accordo
sullo ZIM, che Wolf esamina in tutti i dettagli per
assicurarsi del tutto contro un'ipotetica bomba
a scoppio ritardato. Ma tutto è in perfetta regola
e l'uomo offre a tutti da bere, un bicchiere a
testa, naturalmente, non un goccio di più.
« Tu, per la verità, non meriti proprio niente »,
197
dice a Fratellino, « ma dal momento che molto
più presto di quello che pensi creperai, offro un
bicchiere anche a te. Congratulatevi tutti, amici!
State per partire per un commando con il
reggimento Brandeburgo », dichiara
trionfalmente, accompagnando questa
dichiarazione con un sorriso perverso.
« Una merda di SS? » chiede Barcelona
inquieto.
« Idiota! » scoppia in una risata Wolf. « Le SS
non vorrebbero nemmeno sfiorarvi con il loro
spazzolino del cesso, neanche se vi metteste
tutti in ginocchio davanti a loro. Il reggimento
Brandeburgo è la cloaca dell'armata, truppe dei
commando della morte, dove solo il cinque per
cento di uomini parlano tedesco. La grande
maggioranza sono traditori russi, quelli che
hanno disertato e sono passati da noi. Quando
ho saputo questa bella notizia, l'ho inghiottita
insieme a una bottiglia di champagne, che in
verità conservavo per la vittoria finale tedesca.
»
« Il colonnello Hinka non accetterà mai! »
grida Porta indignato. « Siamo dei carristi, noi, e
protesterà certamente con le autorità. »
« L'ha già fatto, se è per questo, ma quelli
l'hanno mandato a ranare », risponde Wolf. « Il
buon Dio tedesco ha deciso di farvi crepare a
Mosca, ragazzi. »
« E cosa dovremmo andare a fare nel
reggimento Brandebufgo? » chiede Porta, subito
inquieto.
« Hanno avuto delle tremende perdite in
questi ultimi tempi », dice Wolf con tristezza di
pura circostanza. « É quando si tratta di
commando, si cerca di colmare i vuoti con i
198
relitti e i rifiuti dell'armata e della flotta. È
proprio per questo che hanno invitato te e il tuo
esimio club. Siete comandati a partire per
Mosca per far saltare in aria una fabbrica di
carri armati. »
«Ma questo è compito dell'aviazione!
Distruggerebbero quella porcheria risparmiando
un bel po' di prezioso sangue tedesco! »
« Dolente, ma questa alternativa non è stata
nemmeno proposta. Tu e i tuoi negri bianchi,
d'altronde, non contate certo più del pene di un
ebreo, amici. Dunque vi sarà messa in mano
una tonnellata di plastico e avrete come guida
uno strano tipo dagli occhi alla cinese. Un giallo,
un piccoletto sottosviluppato che non riesce
nemmeno a pronunciare correttamente la
parola lardo in tedesco. Così furbo però e falso
che non se ne troverebbe l'uguale nella Bibbia
anche a rileggerla tutta! »
Il telefono squilla a lungo, e Wolf tende il
ricevitore al Vecchio.
« Dunque amici, la cosa è in marcia e non
avrete da aspettare molto a partire », continua
in tono paterno, « e voi tutti fareste bene a
prepararvi spiritualmente per l'altro mondo. Se
dicessi che la cosa mi addolora mentirei, dato
che dal giorno del nostro primo incontro, nel
'36, aspettavo con ansia il momento in cui ti
avrei visto partire per il commando del cielo,
caro Porta. Non sono poi un uomo cattivo, io,
sono soltanto un irriducibile uomo d'affari, una
componente assolutamente indispensabile per
poter sopravvivere. Qui », e si colpisce il petto
con un gesto teatrale, « batte un cuore grande,
e per te, Porta in modo particolare. Per cui ti
auguro di crepare rapidamente, senza soffrire
199
troppo, nonostante meriteresti molto di peggio.
Accenderò un cero per te, alla tua povera anima
dolente. Ma sii fiero, in fondo, stai per morire
per la patria e su un suolo... storico. »
« Non sei altro che un mucchio di letame, tu! »
gli inveisce contro Porta, furioso.
« Ne ho perso già abbastanza di tempo con te,
caporale Porta », conclude ora rapidamente
Wolf. « E gli altri tuoi ZIM, e i cannoni? In nome
della nostra vecchia amicizia, io te ne libererei
volentieri. »
« Non ho niente contro i tuoi intrallazzi di
compra e vendita », dichiara Porta, « ma tu non
sei assolutamente in grado di pagare i miei
veicoli. Mettiamola in modo diverso: io ti
compro la tua roba contro una cambiale, ti va? »
Wolf quasi scoppia dalle risa: « Questa è bella,
veramente! Avresti dovuto fare il clown, nella
tua vita, non il militare! Delle cambiali, e da te
proprio! A solo otto chilometri dal Cremlino, e
proprio quando stai salendo sulla ghigliottina
per farti l'ultima barba! Ma mi credi pazzo? Non
ho mai permesso alla mia testa di caricarsi del
peso di un elmetto, e non sono certo venuto in
questa armata della malora per servire la patria
e il Führer, sai, ma solo per farci dei buoni affari.
Tratte? Non con me, amico. Al massimo
un'ipoteca farei, ma solo con dei colonnelli che
abbiano alle spalle dei grossi beni immobiliari. »
« Nessuno ti ha mai detto che sei solo il culo di
un grand'uomo, Wolf? »
« Molti me l'hanno detto », sghignazza Wolf
tutto soddisfatto. « E me l'hanno anche scritto,
se è per quello, ma in queste cose io assomiglio
decisamente agli ebrei, per la verità; me ne
fotto di tutto, a condizione che paghino. Allora,
200
Porta, cosa ne facciamo dei tuoi ZIM e dei tuoi
cannoni? »
Il telefono squilla ancora. Porta afferra il
ricevitore come fosse il direttore generale di
una grossa società, ascolta con il viso
impenetrabile, poi con un gesto elegante di
noncuranza lascia ricadere il ricevitore
sull'apparecchio.
« La Borsa è chiusa », esclama tutto contento.
« Finiti gli affari, tovarisch Wolf. Puoi dartela a
gambe subito per Libau, se vuoi, la tua
presenza qui mi mette il vomito, animale
puzzolente. »
« Cosa ti hanno detto al telefono? »
« Gekados (segreto di Stato) », sorride Porta
con aria maliziosa. « Ti verrebbe una crisi di
fegato se te lo dicessi. »
« Sei proprio molto più stupido di quanto non
credessi! » ruggisce Wolf inviperito.
« Prendi al più presto il battello che ti porta dai
tuoi democratici svedesi, amico! La tua
presenza mi mette schifo, te l'ho già detto.
Comprati anche un bello specchio per guardarti
in faccia; e ti garantisco che ti viene
immediatamente una tale diarrea che stai in
piedi tutta la notte dentro alla latrina. »
Wolf si rimette ritto, minaccioso, come una
belva defraudata di una preda sicura.
« Se sogni di farti un bel magazzino di scatole
ruotanti a mie spese, ti avverto, Porta! In
qualsiasi posto ti vada poi a nascondere, io ti
becco e ti faccio saltare il cervello, chiaro? »
« Anche se credi di appartenere a una razza di
signori, bello mio, stai attento a non farti
attaccare una bella bomba esplosiva sotto il
culo, non c'è niente di più facile, sai. »
201
« Attaccagli sotto anche solo un trappola per
topi, Porta, basta e ne avanza, te lo dico io! »
suggerisce Fratellino.
« Proprio tu dai di questi suggerimenti! Sei
forte come un bue, amico, ma stupido come un
vitello, e ti schiaccerò sotto i piedi come niente,
quando me ne verrà la voglia! » grugnisce Wolf
allontanandosi
Una sezione del reggimento Brandeburgo in
uniforme da cacciatori su sci, arriva poco dopo
per presentarsi al Vecchio. E non molto dopo
appare anche un piccolo mongolo, strabico, ma
con il viso tutto rischiarato da un grande sorriso.
Indossa l'uniforme di capitano della NKVD:
pastrano in cuoio nero molto lungo, cinturone
con due budrieri incrociati sul petto, e il grande
nagan che gli brilla lucentissimo, infilato dentro
il cinturone sul fianco sinistro. Sotto il braccio
stringe un Kalashnikov come una mamma strin-
gerebbe al petto il suo ultimo nato.
« Vassili! » si presenta e tende la mano a tutti
noi. (e Per Konfu, avere buon odore schnaps
(grappa), qui! » esclama annusando l'odore di
alcool di cui siamo tutti impregnati. Vassili
evidentemente ama anche lui bere! Vuota
infatti in un battibaleno la gavetta di Porta e poi
sempre velocissimo si arrotola tutto dentro al
telone di una tenda. « Noi non attraversare
linee russe prima che tutto buio, tutto buio.
Meglio poi, vicino a Starodanil, dove miserabili
Karabat vivere. Loro cagarsi dentro pantaloni
quando tutto buio. Noi arrivare. Dire grande
severo controllo NKVD. Loro molta paura. Gente
di Karabat essere sempre da parte sbagliata.
Trattare con traditori e vendere grifas (sigarette
oppiate). »
202
« Interessante! » dice Porta pieno di speranza.
« Molto interessante! »
« Ora io dormire » e Vassili si copre la testa
con il cappuccio della sua giacca mimetizzata. «
Due ore, voi svegliarvi tutti. Io condurvi, azione
molto pericolosa, grosso salto fino a Mosca. Poi
io tagliare e voi arrangiarvi. »
Solo qualche secondo e Vassili russa già
pesantemente.
« Da dove diavolo arriva questo tipo qui? »
chiede Barcelona.
« Dovremmo liquidarlo », dichiara Heide con
spregio.
Il Vecchio svolge una grande mappa di Mosca
sul piano del tavolo e discute della nostra
missione con il sergente del reggimento. Ed
ecco arrivare anche il colonnello Hinka.
« Che Dio vi protegga! » dice. « Vedete di
ritornare tutti sani e salvi, ragazzi. E soprattutto
vedete di non cadere nelle mani di quegli altri,
proprio mentre indossate delle uniformi come le
loro. Sapete bene come trattano le spie e i
soldati dei commando. »
« Quando mi trovavo nel reparto corazzato 35,
a Bamberg », comincia come suo solito a
raccontare Porta, « ero io l'incaricato a portare
l'acqua agli alloggiamenti degli ufficiali sposati.
Il comandante era molto severo ed esigeva che
tutti gli ufficiali si trovassero ai loro posti alle
sette precise del mattino. Alle sette e mezzo io
cominciavo a portare l'acqua al primo degli
alloggi, del tenente Potz, della 3a compagnia, e
avevo finito di... servire sua moglie circa verso
le otto. Poi continuavo il mio giro e andavo dal
tenente colonnello Ernst. E sua moglie aveva
anche lei quello che le spettava verso le otto e
203
mezzo. Alle dieci e mezzo circa avevo già visto
tanti di quei sederi di mogli di ufficiali, che mi
sembrava di essere diventato un caprone. E
bisognava che facessi salotto anche dalla
moglie del maggiore Linkowsky, che dicevano
fosse tanto pia. Lei e suo marito venivano dal
15° cavalleria di Kònigsberg, e la poveretta mi
raccontava che laggiù era stata costretta a
mettersi una cintura di castità ogni ora del
giorno e della notte, ma che qui a Bamberg
aveva deciso di farsi indennizzare di tutte le
occasioni perdute. È stato proprio a Bamberg
che ho cominciato a fare collezione di mutande,
deliziose mutandine di tutte le virtuose mogli di
uomini di alto livello dell'armata.
« Ma ecco che un giorno mi piomba addosso
una squadra di poliziotti ben bardati, con i loro
cappotti di cuoio nero e i cappelli cacciati giù
fino alle orecchie, che inseguivano però solo un
ipotetico ladro. Scoprirono casualmente tutte le
mie mutande e stesero un regolamentare
rapporto, s'intende. Che storia che ne venne
fuori, ragazzi! Tutte le mogli negarono,
naturalmente, ma la cosa non funzionò come
spera-ravano, perché uno di quelli dal cappotto
nero era uno strano tipo di caporale che non
sopportava la vista dei graduati. Era una cosa
più forte di lui, proprio. Perciò misero le mani
sulle mie mutande e spedirono il tutto al
laboratorio della polizia del Reich, a Berlino.
Appena i ragazzi di Alex vi ebbero cacciato
dentro il naso, vennero chiamate a rapporto
tutte le mogli. Il nostro comandante, il
colonnello Kackmeister, riuscì, non si sa come, a
leggere il rapporto segreto della polizia, e si
dice che abbia avuto un attacco di cuore molto
204
serio per l'effetto che «gli aveva fatto, poverino!
Tutti gli ufficiali che portavano le corna furono
spediti d'urgenza nei reggimenti di prima linea.
Qualcuno di loro tentò di dare le dimissioni dal
suo incarico, ma gli vennero rifiutate d'autorità.
Questi signori ufficiali dovevano obbedire agli
ordini, e come compenso vennero loro offerte
cinture di castità per le rispettive consorti ormai
forzatamente virtuose. »
« E tu, che cos'hai fatto? » chiede Barcelona. «
Sei stato spedito via anche tu? »
« Si, in Vestfalia, al. 2° reparto corazzato di
Paderborn. Ma lì non ho più distribuito l'acqua a
nessuno però... »
« Chiudi quella tua" maledetta bocca »,
interviene il Vecchio, irritato. « Bisogna dormire,
adesso. Vai al diavolo tu e le tue stramaledette
pollastre spennacchiate di Bamberg! »
Tre ore dopo, un fantaccino ci sveglia tutti.
« Che ore sono? » chiede il Vecchio
insonnolito.
« Le due e mezzo. »
« Ti avevamo detto di svegliarci alle due,
maledizione! » lo rimprovera il nostro capo
infilandosi di furia gli scarponi.
« Avete dormito durante il vostro turno di
guardia, soldato », dichiara asciutto Heide. «
Dovrei segnalarvi per negligenza agli ordini, e
può costare la testa, questa infrazione. »
Barcelona si alza lentamente, stira le braccia
ancora pieno di sonno, e senza accorgersi urta e
fa rotolare per terra l'MPI del sergente del
Brandeburgo. Solenne lavata di capo a tutti ma,
finalmente pronti, ci avviamo e scivoliamo
attraverso le linee, finendo diritti proprio dentro
a una trincea russa. Il capitano Vassili impreca
205
nel tono più perfetto delle NKVD contro il
tenente russo di guardia e lo minaccia di con-
fino a Kolyma. Si alza un po' di vento e nuvole
grosse e scure si addensano sopra le nostre
teste. Io devo avere un grosso sasso déntro a
uno stivale che mi fa dolere il piede e cerco di
non pensarci, col risultato che non penso che a
questo. Mi sembra di averci addirittura tutta
una roccia, conficcata dentro, e mi siedo per
terra, infuriato e sofferente. Sono sicuro che nel
piede c'è una piaga sanguinante.
« Che cos'hai, maledizione? » mi chiede il
Legionario.
« Un sasso in uno stivale. »
« Tutto qui? Vai un po' a Gemersheim, dove ti
riempiono di sassi tutti e due gli stivali, solo per
fare un po' di esercizio! »
Mi aiuta tuttavia a togliermi lo stivale, e il
sasso che ne esce è così piccolo che mi accusa
di aver mentito con premeditazione, ma faceva
così male, veramente!
« Che coglione! Piangere per così poco! »
Dopo una marcia pesante e difficile, facciamo
una sosta vicino al cimitero di Danilovskoye, in
mezzo a una terribile tempesta di neve. Porta
propone una partita ai dadi, ma dal momento
che nessuno gli risponde, gioca da solo, e vince
lui tutti i colpi, fortunato come sempre!
« Fra poco fare grande rumore », spiega
allegro Vas-sili. « Ma fare grande attenzione a
NKVD. Se prenderci, finita la commedia. »
Nell'attraversare l'ampia via Varsavskoe, una
colonna di T 34 ci passa così vicino che
sentiamo il calore infuocato dei loro tubi di
scappamento lam birci il viso.
« Perché non prendere per l'argine del fiume?
206
» propone il Vecchio. « È più breve, e ci si può
nascondere dietro gli hangar. »
« Nix Karosh! » grida Vassili, con aria di
superiorità, mettendo in mostra tutti i suoi denti
bianchissimi in un enorme sorriso. « Zona
maledettamente pericolosa. Tedeschi stupidi
andarci, e lì tagliare loro teste con grandi
coltelli. NKVD essere là. Generale grande
armata tedesca dire a Vassili: porta sudicioni di
soldati commando dentro a fabbrica, e fare
bum! Io sempre fare quello che dice generale, e
se tu non fare quello che dire io, io andare da
generale e dire che tu porco traditore. Hitler
molto contento. Io decorazione, e tutti fare
grandi occhi spalancati quando io rientrare a
Chita. »
« Quasi quasi diventa simpatica, questa
scimmia gialla», ride Porta.
« A me non piace affatto, invece », dichiara
secco Heide. « È sicuramente falso come Giuda.
»
« Cos'è che piace a te, a parte il tuo santo
Führer? Gli baceresti volentieri il culo tu, a quel
caporale maledetto! »
« Andiamo su, Vassili », interviene il Vecchio
con impazienza. « Facciamo saltare in aria
quella baracca e tagliamo la corda, presto! Non
mi diverte affatto questo tipo di passeggiata! »
« Arrivare solo momento giusto merdosa
fabbrica ZIM. Konfu sempre dire andare piano
andare lontano e sicuro. Noi non essere treno
espresso che arrivare Pechino domani! Noi fare
grande giro intorno. Se vuoi, andare tu tutto
dritto e farti saltare tua testa quadrata tedesca!
»
« Bene, allora facciamo questa lunga
207
deviazione, a patto che si arrivi una buona volta
a questa dannata fabbrica, almeno prima di
sera. »
« Tu molto stupido. Noi non arrivare grande
fabbrica prima di tre giorni, e poi aspettare
notte buia prima di far tutto saltare. Oggi
guardia molto attenta vicino a fabbrica, e NKVD
sapere che tedeschi trovarsi qui. Se noi non
arrivare né domani né giorno dopo domani, loro
credere che noi partiti e rientrare loro caserme.
»
« Come fai a saperlo? »
« Mongoli sapere molte cose. Noi sempre
sapere cosa pensare gli imbecilli. Io aver visto
spia femmina dentro linee tedesche. Quando io
rientrare, a prostituta mettere lunga corda
intorno a collo. »
« Ma perché non l'hai denunciata subito?»
chiede il Legionario.
« Solo imbecilli uccidere subito spia »,
risponde il furbo Vassili. « Intelligente mongolo
di Harbin lusingata pollastra comunista. Lei
indicarci altre spie, e noi uccidere tutte insieme,
più facile e svelto. Lavoro pulito. »
« Pensi che dovremo rimanere dentro Mosca
parecchi giorni, allora? »
« Mosca bella città. Molta gente venire di
lontano per vedere città tanto bella. »
« È veramente spiritoso », dice Porta,
scoppiando a ridere. « Ma se i suoi compatrioti
sono tutti come lui, io in Cina non ci andrò mai,
questo è sicuro! »
« Spiegami una cosa, Vassili », dice il Vecchio,
chinandosi attentamente sulla mappa di Mosca,
« perché non prendiamo per il viale Starodanil,
e poi a sinistra, verso il lungo fiume? »
208
« Zona strettamente interdetta! Palle
comuniste dentro a cadaveri nazi prima ancora
che fabbrica saltata in aria. Grande Konfu
ordinato a Vassili: va' da NKVD e dire che tu
aver preso cattivi tedeschi. Vassili eroe con
decorazione comunista molto bella e grande. Se
voi andare per lì, io più conoscervi. Mongolo non
così stupido come imbecilli bianchi pensare. »
« Certo che non nasconde affatto quello che
pensa di noi, questo bel giallino d'Oriente! »
ride Porta.
Una grossa colonna di soldati ci supera e noi ci
nascondiamo di furia dentro un piccolo parco
alberato.
« Cosa proponi di fare, Vassili? Sei tu che
comandi, ho ragione di credere. »
« Njet, njet, tovarisch sergente, io non amare
affatto comandare. Lui generale detto: 'Vassili
tu condurre commando a fabbrica e poi
riportare qui sopravvissuti dopo grande bum! '.
Io fottermi di cosa voi voler fare. Voi dire: 'Vassili
fuori dai piedi, se noi rientrare senza ordine '.
Allora, io andare da NKVD e tutto raccontare.
Ricevere bellissima stella rossa su mio petto e
forse anche grazia da prigione... »
« Cosa stai raccontando, maledetto diavolo
giallo? » grida Porta. « Hai tagliato la corda dalla
prigione, forse? »
« Da, da », confessa Vassili allegramente,
come se per noi fosse la cosa più piacevole del
mondò essere guidati, nella città di Mosca, da
un evaso da una prigione russa. « Tutta gente
molto bene dentro prigione. Grande onore per
paradiso sovietico. »
« Merda, perdio! Vorresti dire che oltre a
essere evaso hai alle calcagna un collimando
209
che ti insegue per metterti le mani addosso,
forse? »
« Da, da, per questo io credere a Führer nazi.
Lui generale non chiesto a me: 'Tu essere stato
in prigione? ' Il padre di me, mongolo molto
intelligente, vivere a Chita e sempre dire a suoi
diciotto figli: mai dire parola prigione se non
chiesto. Generale tedesco non chiesto niente. '
Tu sai trovare strada, Vassili? ' chiesto a me,
invece. Io dire, sì. Se io dire no, essere bugia. »
« Banda di coglioni! Un bandito che ci fa da
guida, roba da pazzi! Che Allah ci protegga. »
« Calma, calma, soldato. Cretini russi non
avere tempo correre dietro povero piccolo
mongolo, evaso senza nemmeno dire
arrivederci. Doversi occupare di Hitler e molto
anche. »
« Ma cosa avevi combinato, per finire in
prigione? Niente di molto grave, mi auguro. »
« Vassili essere persona perbene, mai fare
brutte cose e fare male. Solo piccola cosa.
Tagliato solo testa donna imbecille che era
dentro letto di altri e vendere cavalli a uomo
ebreo a Chita. »
« Uxoricida! » geme Porta. « Proprio solo una
piccola cosa. Dio sa cosa sono le grandi, allora!
»
« E dobbiamo affidarci a questa merda gialla!
» impreca Heide. « Non cerca nemmeno di
nascondere il grosso vantaggio che trarrebbe
vendendoci alle NKVD! »
« Ma no, via! » dice il Legionario. « Io li
conosco bene questi piccoli demòni asiatici. Ci
arrivarono addosso fino in Indocina
attraversando tranquillamente il deserto dei
Gobi, e qualcuno di loro restava con noi per
210
qualche tempo, anche. Se non si trovavano
bene, se ne ripartivano altrettanto
silenziosamente come erano arrivati, e poi si
cambiavano uniforme infilandosi quella dei
nostri avversari. Sono molto religiosi, e quasi
tutti se ne vanno a spasso con una statuetta di
Budda nella tasca. È proibito dal Soviet, ed è
proprio per questo che odiano qualsiasi cosa sia
legata a questo regime, ma vi avverto che se
non facciamo quello che vuole lui, certamente ci
consegna senza l'ombra di un rimorso nelle
mani delle NKVD o della Gestapo. A chi gli dà di
più, ecco tutto. Strangolare una moglie infedele,
non è assolutamente grave ai loro occhi, ve lo
dico io. » Si rivolge a Vassili e rapidamente gli
parla in lingua cinese.
Vassili scoppia in una risata, estrae un kriss 1
dal gambale dei suoi stivali e lo brandisce
fieramente al di sopra della sua testa.
« Naturalmente è proprio così, ne ero già
convinto », esclama il Legionario, «ha trascorso
tre anni interi con i Gurkhas. »
« E cinque in prigione! Che età potrebbe
avere? »
« Non saprei e anche lui lo ignora, credo. La
grande maggioranza di questa gente smette di
invecchiare puntualmente a venticinque anni, e
anche se vive fino ai cento, sembra sempre che
ne abbia solo venticinque. Anche se li si impicca
sorridono sempre, a condizione di avere in tasca
il loro piccolo Budda. Essere punito per aver
ammazzato una moglie infedele gli parrebbe
altrettanto grottesco che esserlo per aver
ammazzato un maiale o una capra. Per questa

1
Pugnale malese.
211
gente è un fatto assolutamente
incomprensibile. La donna è un oggetto di loro
proprietà, come un mobile o, tut-t'al più, un
cane. »
« E siamo stati affidati a un personaggio di
questo tipo, roba da pazzi! » geme Stege. «
Quello ci venderà alla prima occasione, perdio!
»
« Il suo odio nei confronti dei sovietici lo rende
automaticamente fedele, in certo senso, ai
tedeschi », continua a spiegare il Legionario,
paziente e tranquillo. « La Grande Germania
riuscirebbe anche a fargli fare il giro del mondo
a piedi, se glielo chiedesse. E poi, ragazzi miei,
penso proprio che non abbiamo scelta »,
commenta con fatalismo arrotolandosi una
sigaretta con un gualcito pezzo di carta.
« Bene », taglia corto il Vecchio, rivolgendosi a
Vassili, « tutti siamo d'accordo, per cui decidi
cosa dobbiamo fare, amico. »
« Tu intelligente, non stupido come altre teste
quadrate tedesche. Noi fare grande deviazione,
arrivare a bellissimo vecchio ponte che tutti
turisti ammirare. Da altra parte del ponte,
prigione Tanganskaye. Là, noi non incontrare
tante NKVD. Sapere che tutti molta paura
prigione politica. Solo cretini passare di qui loro
volontà. »
« In quanto ai cretini e alle prigioni, mi sembra
che ragioni molto bene », dichiara Porta.
« Gente di NKVD stesso parere », continua
Vassili. « Quando noi, falsi russi, andare là, loro
credere che noi prendere turno di guardia a
fabbrica siluri Kozhukhovo, e non tendere mano
212
per chiedere : ' Propuskì '1 Io camminare di
fianco a voi come essere grande capo, e
salutare come buono ufficiale sovietico che
lecca culo di NKVD. »
« Bene, e dopo, quando avremo passato la
prigione? » chiede il Vecchio ansioso, sollevando
il cappuccio di pelo che nasconde l'elmetto
russo con la stella rosso fiamma.
« Allora marciare verso fabbrica », spiega
Vassili, come fosse la guida di un pacifico
gruppo di turisti festanti. « Prendere passaggio
Dubrovsky e superare blocco di guardia NKVD,
poi abbreviare strada attraverso vecchi percorsi
di tram fino a Ugrezhskaya. Gente di NKVD non
vedere noi, sempre dormire sodo. Io con amico,
un giorno, rubato camion proprio là, pieno cose
meravigliose. NKVD solo scoperto tre giorni
dopo. Loro sempre dormire. Strada però molto
pericolosa. Loro credere che niente succedere
mai, e certamente niente quasi succedere mai.
Solo quando Vas-sili venire con amici, loro ridere
molto e essere felici contenti. »
« E allora perché non prendere la strada
diretta attraverso il viale Simonovoslobodsk? »
taglia corto il Vecchio, irritato dalle chiacchiere
del piccolo mongolo. « La stazione Ugrezhskaya
è un enorme incrocio. »
« Io credevo tu intelligente, tovarisch
sergente. Enorme fabbrica NKVD vicino a fiume,
dove fabbricare cose molto segrete. Dunque
andare tutto dritto in zona interdetta. Noi non
dritto, vedere cose fabbricate da fabbrica. »
« Cos'è questa storia? » chiede il sergente del
reggimento Brandeburgo, molto interessato.

1
Lasciapassare.
213
« Amico di Chita essere NKVD, e tenente
raccontare a me. »
« Allora dillo anche a noi! »
« Mica bene per imbecilli sapere troppo »,
ritorce pronto Vassili. « Io solo dire a saggi nazi.
Loro pagare bene. Quando guerra finita, io
dividere con amico NKVD mia casa a Chita. »
« Questa gente qua, io veramente non la
posso soffrire », grugnisce Barcelona. « Sono
come le perle false di Maiorca. »
«Voi non prendere ripa del fiume. Molti cattivi
NKVD laggiù e loro spaiare o prendere e
torturare. Fare grosso incrocio e strada con
Vassili e salvare pelle. »
Eccoci dunque ancora vicino al cimitero,
quando vediamo arrivare una pattuglia di NKVD
composta di tre uomini. Il loro capo, un caporale
dall'aria molto energica con tanto di gradi sulla
manica, tende la mano nel gesto internazionale
per esigere la presentazione dei documenti. Il
sergente del reggimento Brandeburgo,
naturalmente, non capisce una sola parola.
Vassili lo spinge indietro, dà una manata ami-
chevole sul braccio del caporale e gli tende un
libretto militare russo.
Una sezione di mezzi corazzati passa e
sparisce avvolta dentro a una nuvola di neve. Il
caporale guarda Vassili e sgualcisce con rabbia
il libretto, cui evidentemente manca qualche
timbro. A dispetto della pignoleria tedesca,
evidentemente qualcosa è stato dimenticato, un
ennesimo timbro fra i mille che sempre ci sono.
I Russi e i Tedeschi hanno in comune una
passione, autentica e ardente: i timbri sui docu-
menti.
» Job Tvojemadjl » impreca Vassili, indicando
214
con un gesto perentorio il proprio distintivo con
la stella rossa di commissario.
« Propusk commandantura! » insiste il
caporale, furioso.
« Non essere ostinato, fratello », gli dice ora
Vassili in tono calmo e amichevole, parlandogli
in lingua russa, « altrimenti il mio comandante ti
spedisce a Kolyma con dieci pedate nel culo! Tu
fai ritardare una missione molto importante con
tutte queste storie. »
« Propusk », insiste il caporale ostinato,
tendendo una mano guantata di spesso cuoio
nero e lucido.
Vassili fa un gesto di rassegnazione e apre il
suo grosso giaccone di pelo, come volesse
esibire altri documenti che tiene più riposti.
« L'hai voluto tu, fratello mio. Tua madre
piangerà. »
Il sibilo di un Kandra, e la testa del caporale
rotola per terra: il corpo oscilla qualche istante,
mentre un fiotto di sangue sgorga dal collo
tranciato di netto. Rapidi come è rapido il
lampo, il Legionario e Fratellino hanno già
sgozzato gli altri due. Ma una lunga colonna di T
34 passa rumorosamente proprio non lontano
da noi, e non appena vediamo le sagome dei
comandanti, ognuno sulla torretta del suo
mezzo, buttiamo i tre cadaveri nell'entrata di
una cantina e la neve rapidamente li ricopre.
Con un calcio, Vassili spedisce la testa
mozzata verso la fessura di un muro, dove la
sua comparsa spaventa una coppia di gatti che
stanno dormendo beatamente. Filano via
miagolando i due animali, mentre il piccolo
mongolo ride, trovando il tutto estremamente
divertente.
215
« Filiamo, presto! » dice il Vecchio, molto teso.
Gambe in spalla ci buttiamo a correre per
stradine sconosciute, ed eccoci incastrati in
mezzo a una folla di gente che deve passare un
controllo da parte di una sezione di NKVD,
schierata con le armi in posizione di tiro. La
strada è bloccata da due T 34.
« Diavolo », impreca a bassa voce Vassili. «
Rapinatori. Fucilare gente uno su tre, per
insegnare a gente non rapinare. Molto
pericoloso tutto questo. »
Un tenente ci richiama con molta autorità, e
Vassili si presenta come ufficiale della guardia in
servizio attivo.
« Propusk! » ordina brusco e freddo l'ufficiale,
guardando ora il documento con aria
indifferente.
« Vai al diavolo te e i tuoi! Presto! »
Non ce lo facciamo dire due volte. Ma proprio
quando stiamo per voltare l'angolo della via,
sentiamo due colpi d'arma da fuoco. Ci voltiamo
un istante, e constatiamo con i nostri occhi che
stanno fucilando una fila di civili. Questa gente
non ne sa nulla dei rapinatori, ma vanno
sempre a finire così, le cose. E certamente
domani si leggeranno sugli angoli di tutte le
strade i nomi delle vittime, come serio ammoni-
mento a tutti.
« Avete visto come quella piccola scimmia ha
tranciato di netto la testa di quel russo? » dice a
un tratto Fratellino, facendo schioccare la lingua
come encomio di ammirazione sincera. «
Nemmeno Alois L'Ascia, il famoso bandito di
Amburgo, avrebbe fatto di meglio, bisogna
proprio riconoscerlo. E devo dire che era sempre
sotto allenamento, in quanto a questo, sempre.
216
Aveva già fatto saltar via ben sette teste, prima
che la Kripo (Polizia Criminale) gli mettesse le
mani addosso. Nass e quei coglioni della
gendarmeria stavano semplicemente
inseguendo dei ladri di grifas (sigarette
all'oppio) e stavano giusto entrando dentro
l'elevatore del III° reparto del Ponte del Tra-
ghetto. All'improvviso si sente un ' flop ', e una
bella testa mozzata di netto rotola davanti ai
loro piedi! L'ho visto coi miei occhi, sapete,
stavo proprio passando di là, per caso
naturalmente, con un paniere pieno di pesce. »
« E cosa ci facevi con quel pesce? » chiede
Porta incredulo.
« Lavoravo per la società di trasporti Grònne
Gunthers. Tutte le aringhe erano farcite di grifas
nel ventre e bisognava in qualche modo
allontanare i sospetti dei cani da pastore
tedeschi del commissario Nass, che venivano ad
annusarmi sempre intorno come gatti in amore.
Nass e i suoi biechi della Kripo naturalmente
credevano che i loro cani annusassero le mie
aringhe, perché ci sono dei doberman che, per
esempio, vanno matti per le aringhe farcite,
piatto tipicamente ebreo. Dunque, per farla
breve, una sera tarda in cui già mi trovavo in un
bistrot, compaiono ben cinque dobermann ebrei
che sbavano come pazzi, avendo capito
dall'odore che il cuoco, per metà ebreo anche
lui, stava facendo cuocere un grosso quarto di
petto di bue farcito. Entrano in tromba nel
bistrot e piombano sul cuoco, che era stato da
poco messo alla porta della grande armata
tedesca per vìa del ' cattivo ' sangue che
scorreva nelle sue vene. Notate bene che a lui
di essere stato fottuto dall'esercito non gli
217
dispiaceva affatto, per la verità, e per noi il solo
punto negativo era che dovevamo per forza
abboffarci solo di piatti ebrei. I Kripo ritrovarono
tutti i loro cani accucciati intorno al cuoco e ai
suoi fornelli semiebrei, e rispedirono fuori della
porta a calci nel culo questi spregevoli animali
senza pensione dello stato, che dovevano
considerarsi già fin troppo fortunati per non
essere stati cacciati dentro una camera a gas!
« ' Nel nome del führer, siete tutti in stato di
arresto! ' gridò il commissario Nass a tuti i clien-
ti dell'ebreo, che furono però rilasciati quasi im-
mediatamente dopo che un'ascia afnlatissima
gli volò sopra la testa, proprio nel momento in
cui. per sua fortuna, aveva chinato il capo. Alois
era là, nascosto dietro una porta. Almeno venti
paia di manette gli furono infilate ai polsi,
munite di catene pesantissime, e nessuno
pensò più a noi, naturalmente. Era ricercato da
più di quattro anni, e ora il destino lo
presentava servito sopra un piatto d'argento,
una vera fortuna per quei Kripo della malora!
Dopo questa faccenda, il commissario Nass fu
preso da manie di grandezza; tutti i giornali
parlavano di lui, naturalmente, ed egli fu tanto
meschino da non svelare mai come solo il caso
lo avesse messo in grado di ricevere questo
inaspettato regalo prezioso! Decorazioni di ogni
tipo, quindi, e un ottimo posto come
commissario generale di divisione con servizio
esclusivamente diurno; ma anche questo
incarico non durò a lungo, perché non
aspettarono molto, le autorità, a fotterlo di
nuovo fuori! »
Una lunga colonna di soldati, vestita in modo
curioso, ci sfila davanti, interrompendo il
218
racconto di Fratellino.
« Compagnia suicida », spiega Vassili con un
gesto di chiara indifferenza per la cosa. « Teste
d'uovo venire da Tanganskaya. Graziati da
Kolyma per incarichi molto pericolosi contro
tedeschi. Stalin non stupido affatto. Non fare
condannare sudicioni politici. Stalin dire che
essere grandi eroi per loro patria. Tedeschi
stupidi uccidere, e Stalin tutto contento perché
sbarazzato senza grane di loro. »
Nei pressi della stazione Pavlet un altro blocco,
dove le NKVD formicolano ovunque. Vengono
controllate tutte le unità militari di passaggio,
senza alcuna esclusione, e un colonnello
dall'aria minacciosa passeggia su e giù, con il
suo Kalashnikov sotto il braccio.
« Santa Maria, proteggici! » mormora il
Vecchio, tesissimo.
Non lontano di qui, in effetti, liquidano sul
posto quattro ufficiali con una palla nella nuca,
e ne buttano i cadaveri sopra un furgone
aperto, fermo in attesa lungo il marciapiede. Il
sangue cola dappertutto.
Noi ci rifugiamo nell'adiacente via dei Tartari,
con Vassili in testa sempre sorridente, che
senza alcuna paura o disagio apparente ci guida
verso un ponte irto di strutture di legno molto
simili a dei patiboli.
« È il colmo, andare di nostra iniziativa proprio
lì! » geme Heide, spaventatissimo. « Non hanno
che da pizzicare uno di noi e fargli una
domanda, e siamo fritti tutti. Di soldati
completamente muti non ne esistono affatto
nell'armata russa, maledizione. »
« Io reciterò la parte dell'idiota », dichiara
deciso Fratellino.
219
« Non farai molta fatica, caro, dato che lo sei
già di natura! »
Il Vecchio e il Legionario imbracciano i loro
MPI, ed evidentemente pensano che ci si dovrà
battere in qualche modo, nella speranza di
uscirne vivi.
« Se veniamo scoperti, difendetevi fino alla
morte », mormora infatti il Vecchio. « È la nostra
sola possibilità, perché se ci beccano con
queste dannate uniformi russe addosso, ci
tortureranno bestialmente prima di concederci il
diritto sacrosanto di morire. »
Anche lo stesso Vassili sembra molto inquieto,
ora. Ha appena finito di chiacchierare con un
sergente NKVD, che dormicchia annoiato dentro
il furgone.
« Porci NKVD preso altro commando
Brandeburgo », bisbiglia. « E essere pronti fare
molti altri cadaveri. Adesso grande pericolo.
Loro sapere che turisti nazi essere in Mosca.
Molto pericoloso per noi essere qui con
documenti falsi e uniformi rubate. »
« Bella prospettiva », mormora Porta, molto
poco rassicurato, ovviamente. « Non sarebbe
mica meglio per noi rientrare, e mollarla a
qualcun altro questa dannata fabbrica da far
saltare? »
Il Vecchio sta riflettendo e guarda Vassili con
aria meditativa. Il mongolo gli risponde con un
ampio sorriso cinese, che significa non si sa
bene cosa, ma certo è molto ambiguo.
« Impossibile », dice il nostro capo, « questo
scimpanzé giallo non è solo la nostra guida ma
anche il nostro attento guardiano. Se tentiamo
di tagliare la corda, quello ci fa liquidare senza
pensarci un momento, capite? »
220
Vassili, tutto un sorriso, si avvicina al Vecchio e
gli dice amichevole.
« Tu molto intelligente, Feldwebel. Tu venire
con Vassili e niente paura plotone tedesco;
plotone tedesco non beccare mai te. »
« Se sei proprio così sicuro di scampare... »
replica il Vecchio, cupo.
« Me nessuna importanza. Io non avere vita
più lunga se grande Konfu non volere. Konfu
solo, decide. Quando Konfu decide, tu niente più
potere fare. » Prende Fratellino per una manica.
« Tu forte come orso di Siberia. Spaccare cranio
comunista con un solo colpo. Tu tenerti dietro
Vassili e ritornare vivo tua casa, giocare con tuoi
bambini. Se tu non fare come io dico, io giuro tu
morto. »
Fratellino che per la verità non ha capito
neanche la metà delle cose che il piccolo
mongolo ha asserito con tanta sicurezza,
consente comunque con un gesto della mano.
Come ci sia stato possibile attraversare il
blocco delle NKVD, io non lo ricordo, se devo
essere sincero. Ricordo solo di essere stato
schiaffeggiato da un sergente, cosa che riempì
di gioia tutta la troupe dei berretti verdi.
Quando finalmente approdiamo indenni a
Kozhukhovo, ci accoglie subito un nugolo di
Stukas, appena comparsi nel cielo grigio e
coperto di nuvole molto basse.
E ora sono le nuove bombe al fosforo che
cadono come pioggia, e polverizzano case,
stabilimenti e tutti i binari del nodo ferroviario :
il suolo poi è ' spazzato ' fino all'ultimo
centimetro dalle mitragliatrici degli aviatori
tedeschi che passano rasoterra con spericolati
voli radenti.
221
« Stukas molto bene aiutare! » giubila Vassili.
« NKVD tutte dentro rifugi per salvare loro triste
pelle comunista. Ora noi mettere plastico e far
saltare tutta grossa fabbrica Stalin, sotto culo di
NKVD. Poi rientrare da Hitler e riposare bene,
prima di prossimo altro viaggio. »
All'improvviso uno dei soldati del Brandeburgo
incespica e cade in avanti, fra due grossi blocchi
di cemento di una casa appena abbattuta dal
mitragliamento a tappeto degli aerei. Ci
precipitiamo tutti per salvarlo ed estrarlo dalle
macerie, ma uno dei due blocchi oscilla, poi
cede del tutto e gli squarcia il ventre. Grida il
poveretto nella notte buia, e il sergente è
costretto ad incollargli alla nuca il suo revolver
munito di- silenziatore. È un'arma speciale, que-
sta, e tutti i soldati dei commando sono
purtroppo obbligatoriamente condannati a
morire, se non sono più in grado di seguire i
compagni nella missione. 'Nessuno, infatti, deve
cadere nelle mani del nemico, mai, nel modo
più assoluto.
La sua tomba occasionale e così sinistra viene
dissimulata con altre pietre e blocchi di
cemento perché non venga scoperta da
eventuali pattuglie di guardia che passassero di
lì, e noi proseguiamo in silenzio.
Le bombe degli Stukas hanno già distrutto in
parte vari settori del grosso stabilimento,
constatiamo arrivando nella zona, e questo
faciliterà la nostra missione. Proseguiamo
ancora per via Lizina, anche se sarebbe stato
più opportuno prendere invece la via Tyufelev,
secondo il Vecchio, ma Vassili che si è inoltrato
poco più oltre in ricognizione dichiara con
fermezza che è impossibile. È completamente
222
ostruita da una lunga colonna di carri armati
leggeri.
È una grossa fornitura pronta per l'Armata
Rossa, o invece un blocco massiccio di difesa
contro i sabotatori, piazzato dalle NKVD? Non lo
sappiamo, almeno per il momento, ma in ogni
caso vediamo che tutti gli equipaggi sono
all'interno dei carri, ed è assolutamente
impensabile aprire un conflitto contro di loro,
con le nostre inadeguate e insufficienti armi an-
ticarro. È giocoforza perciò passare da un'altra
parte per evitarli.
Vassili, d'accordo con il Vecchio e il sergente
del Brandeburgo, ordina di marciare in colonna
per tre, come fossimo una regolare pattuglia.
Il nostro piccolo mongolo sostiene che riuscirà
a farla franca con la sua uniforme di capitano, e
se anche gli verrà chiesto il propusk, una
pattuglia in regola ha pieno diritto di ingresso
dentro l'area di un impianto militarizzato. C'è
evidentemente il rischio di una parola d'ordine
ancora ignota, che può ugualmente essere una
frase perfettamente logica o anche la più
inverosimile delle imbecillità. Potrebbe essere
ad esempio che vi gridino: «Ivan il Terribile» e si
debba rispondere: «Topo morto»...
Mentre Vassili si dà da fare per trovare
l'ingresso all'interno del grosso fabbricato, noi ci
appiattiamo sotto alcuni vagoni merce della
vicina stazione di Kozhukhovo, dove stanno
predisponendo il trasporto dei feriti all'ospedale
di Kashirskaya, di cui vediamo già diversi edifici
in fiamme però, dopo il bombardamento degli
Stukas di poco fa.
« Dovremmo almeno riuscire a trovare il
tempo di farci una bella scopata di passaggio
223
con quelle ragazze! » dice Fratellino guardando
concupiscente le infermiere che salgono e
scendono dai diversi vagoni. « È un bel po' che
non metto le mani su nessun culo, e ne sento la
mancanza, perdio! »
« Maledette NKVD, assolutamente folli », dice
Vassili, ritornando di corsa fino a noi con il
respiro corto. « Aver perduto molti idioti
comunisti per bombardamento, e noi niente
poter fare subito. Loro occuparsi di feriti, e
NKVD essere là con carri armati. Meglio noi
aspettare un'ora. Grande Konfu dire mai fare
cose di fretta. Prendere tempo e conservare
molto di più nostra testa su collo, dice. Io
conoscere ora parola d'ordine. Loro gridare:
'Guerra' e noi rispondere: ' Mela verde '.
Imbecille di colonnello dire forte parola d'ordine
mentre io disteso sotto sua vettura per
ascoltare. Loro sapere che partigiani di
Brandeburgo essere qui, dunque noi non farsi
prendere e correre gambe levate quando grossa
bomba scoppiata! Loro andare poi a caccia di
sporchi tedeschi dentro tutta Mosca, casa per
casa! »
« Certo che taglieremo la corda, non temere in
quanto a quello, ma prima bisogna che la
baracca salti in aria, se non erro. »
« Cosa guardare, tu? » chiede Vassili
spingendo Fratellino indietro con la canna del
suo revolver.
« Ragazze sovietiche », risponde il gigante,
con gli occhi golosi e inteneriti. « Quando
montano sui gradini dei vagoni si vede
benissimo sotto le loro gonne. Avrei proprio
dovuto farmi ingaggiare nella Sanità, perdio.
Deve essere molto più divertente che non
224
sguazzare qui dentro e far saltare delle
sudicerie. »
Anche Vassili ora vuole dare un'occhiata.
« Molto tempo io non avere donna, molto
tempo! Quando venire pace, .tutti voi partire
con Vassili lungo viaggio fino mio cugino di
Hong Kong. A ristorante ' Piccola pollastra '
molti cinesi vendere a voi merce proibitissima.
Cugino fare anche buona cucina; prima servire
Tang-ts'u-yu, pesce agro con zucchero; poi noi
mangiare delizioso Fuh-rung-chi-p-ien, crema
pollo con gamberi molto, molto piccoli, poi Pao-
yang-reo, giovane montone, e poi finire con
Cheng-chiao-tze, bignè dolci di primavera. Poi
belle ragazze arrivare da bordello vicino per
giocare e bere sakè. »
« E si impara anche a mangiare con i
bastoncini, alla cinese? » chiede Fratellino. « Se
non riesco nemmeno a infilzare una barra di
ghiaccio con la baionetta, come farò a mettermi
in bocca una porzione di riso? »
« Basta, andiamo su! » tronca il Vecchio
allacciandosi il budriere.
Ci vengono distribuite delle grosse matite
esplosive e delle barre di P 62, di cui sentiamo il
forte odore dolciastro di mandorla che emanano
a distanza di chilometri, mentre strappiamo la
carta oleata che le avvolge.
« Sembra incredibile, però, che anche un solo
pezzo di questa roba possa' far saltare una
baracca grossa come questa che abbiamo
davanti! » commenta Porta, cacciando le sue
cariche dentro la sacca piena di segatura.
« E adesso vedete di evitare di cascar per
terra, con tutto quello che avete addosso,
ragazzi », dice il Vecchio, autoritario. « Ordino
225
perentoriamente a chi venisse ferito e non
potesse seguire il gruppo, di uccidersi sul posto,
chiaro? Un biglietto diretto per il cielo è molto
meglio che non cadere nelle zampe delle NKVD.
»
« Sembri un prete che fa il suo sermone »,
sghignazza Heide.
« Non me ne importa niente, amico, di cosa ti
sembro, ma immagina un po' di essere ferito e
che noi si debba abbandonarti qui. Sarà
interessante vedere se avrai il coraggio di farti
saltare il cervello. Il tuo Führer si aspetta proprio
questo da te, sai? »
« Fracasseranno a tutti i coglioni », sostiene
Porta, cupo. « Ci daranno dentro una bella
morsicata, te lo dico io. »
« Allora si spaccheranno i denti con quelli di
Fratellino », ride Stege. « Ha dei coglioni di
granito, quello, dovrebbero adoperare degli
attrezzi speciali. »
« Stare tranquilli, NKVD avere attrezzi adatti »,
ride Vassili. « Mancare di niente a Lioubjanka,
proprio di niente! Gente molto intelligente per
far parlare traditori tedeschi. »
Il corpo posteriore della fabbrica è già in
fiamme, e già tre scale dei pompieri sono sul
posto e in funzione mentre gli uomini srotolano
di furia le loro lunghe pompe. Dappertutto
regna una frenetica agitazione.
« Cosa non si riesce a vedere, in guerra! »
bisbiglia Fratellino. « Io proprio li adoro, i
pompieri. Sai, Porta, che avevo una voglia
matta di fare quel mestiere, ma non m'hanno
preso perché ero un po' piromane, secondo
loro? A parte il fatto che in fondo il fuoco non
aveva nemmeno preso, se vogliamo essere
226
esatti. »
« Toh! E cosa volevi incendiare? »
ce Della gente della Davidstrasse, solo quella;
ma mi hanno beccato, proprio mentre
preparavo il colpo. Per grazia di Dio uno
psicologo mi ha salvato, raccontando qualcosa
a proposito di un mio complesso infantile nei
confronti delle uniformi della polizia. Se avesse
detto più chiaramente che il mio vero
complesso era il Commissario della Criminale
Otto Nass, avrebbe avuto ragione, se devo
essere sincero. Gli schupos, siano quel che
siano, non mi hanno mai rotto le balle e io a loro
non gliene voglio, perché mi hanno spesso
anche messo in guardia contro Nass. Mi hanno
poi raccontato che lui è scappato in Danimarca,
a Copenaghen, e spero proprio che i partigiani
danesi l'abbiano fatto fuori quello, altrimenti il
mio giudizio nei confronti di quei Vichinghi sarà
per forza molto severo. »
« Piantala! » dice il Vecchio, « Parli talmente
forte che ti sentiranno fino al Cremlino, perdio;
non vedi quanta gente c'è vicino a quella porta?
»
« È sempre il solito rischio, quando si
conoscono le lingue straniere e le si parla in
pubblico », borbotta Fratellino. « Se tutti al
mondo parlassero tedesco, non ci sarebbe
nessun problema, anche in Russia. Prova un po'
a recitare il Padre Nostro in russo, però, e ti
sono subito tutti sul culo. »
Recitare il Padre Nostro a dei comunisti?»
interviene Stege, sorpreso. « Ma è proibito! »
« Proprio perché è proibito, bello mio, non c'è
in Russia una sola persona che non la sappia a
memoria questa preghiera. L'hanno tutti
227
imparata dalle loro nonne quando ancora non
sapevano camminare. »
Ritmando i nostri passi pesantemente,
entriamo dentro la fabbrica, e nonostante la
nostra perplessità dobbiamo riconoscere che iL
passo cadenzato russo è praticamente identico
al passo dell'oca tedesco. Un sergente
dell'IviKVD si mette sull'attenti davanti a Vassili
che marcia a serrafila, il Kalashnikov sul petto
perfettamente regolamentare, e per un istante,
il proiettore del turno di guardia ci coglie nel suo
fascio di luce. Una pattuglia ci viene incontro e il
tenente che la guida dà una pacca amichevole
e cordiale a Vassili sulla spalla.
« Tenente molto contento », bisbiglia poi il
mongolo. « Avere catturato diversi partigiani del
Brandeburgo proprio oggi e prepararsi adesso a
far saltare loro coglioni con attrezzi speciali, per
far sputare prigionieri tante cose segrete di
Hitler. Tenente invitato me a vedere, ma io dire
di non avere tempo. Lavoro importante da fare,
detto io. E non essere nemmeno grossa bugia! »
In un'immensa galleria coperta, ecco una fila
di almeno cinquecento T 34 nuovi di zecca,
pronti a partire per il fronte.
« E se arraffassimo una di queste carriole per
ritornarcene a casa un po' più in fretta, e più
comodi? »
« Mica una brutta idea », commenta il Vecchio
a bassa voce. « Guardate se hanno dentro le
munizioni. »
Porta, come un furetto secondo il suo solito, è
già dentro al carro un istante dopo e Fratellino
accarezza con amore i larghi cingoli che lo
affascinano.
« Che macchina spettacolosa! Ne dovremmo
228
avere anche noi qualche migliaio. E queste
rotondità proprio uguali identiche a quelle di
una bella pollastra francese, di quelle care,
però! »
« Con un materiale a disposizione di questo
tipo, Ivan non può che vincerla la guerra, è
inutile », commenta cupo Stege.
« Dubiti della vittoria, disgraziato? Alto
tradimento! » interviene come suo solito Heide.
«Lui, Julius, completamente idiota», afferma
Vassili, « non capire proprio niente del tutto,
quello. Tutti idioti politici essere come lui. »
« Mica tanto facile sgraffignarlo, questo coso
», annuncia Porta emergendo dal carro. « Non
c'è neanche un goccio di benzina, per di più.
Certo che potremo chiedere a Heide di
spingerci, cosa ne dite? »
Tutta la sezione scoppia in un'enorme risata.
« Basta ragazzi, al lavoro adesso », ordina il
Vecchio. « E nel giro di mezz'ora tutti devono
essere già fuori e pronti a filare. Avete preso
nota dei tempi esatti? Le prime esplosioni
devono avvenire entro mezz'ora, e a questo
punto tagliate la corda, perché se il colpo riesce
il rumore si sentirà fino a Berlino! »
« Mettiamo un po' di plastico anche sotto
queste carriole? Altrimenti ce le ritroviamo tutte
belle schierate in fila al fronte. »
« No », dice il Vecchio, « non c'è abbastanza
esplosivo per far saltare anche quelle, e
dobbiamo invece piazzarlo nel montaggio a
catena. Far saltare queste scatole di acciaio non
presenta alcun speciale interesse, a paragone
della produzione a venire. »
La fabbrica ronza come un alveare, e noi
passeggiamo impassibili in mezzo agli uomini
229
dell'NKVD e agli operai, uno dei quali ci rivolge
la parola.
« Job Tvojemadj'. » grugnisce autoritario Porta
all'uomo che sparisce all'istante.
Io colo sudore in tutto il corpo dal terrore,
mentre Porta si dirige tranquillamente verso il
reparto imbutitura dell'officina, seguito dallo
sguardo incuriosito di un caporale russo, e
cincischio febbrilmente il mio revolver in mezzo
a questo fragore infernale di macchine in moto
che ci spacca le orecchie. Sembra incredibile
che si possa lavorare qui giorno e notte senza
diventare pazzi, o sordi. Porta esce dal reparto
e, con aria molto professionale, si asciuga le
dita sporche di olio con uno straccio di canapa
che poi lancia ridendo sulla testa del caporale, e
questi glielo ributta allegramente. Io avrei una
voglia pazza di mettermi a urlare invece, dal
nervosismo che mi prende tutto. Devo salutarlo
anch'io questo dannato caporale? Avrebbero
dovuto darci maggiori informazioni sulla
disciplina che vige nell'Armata Rossa, perdio...
alla fine mi decido a salutarlo, con noncurante
camerateria, pensando che è sempre meglio un
saluto di più che uno di meno o niente del tutto.
I caporali di tutte le armate del mondo sono
molto sensibili e suscettibili in fatto di saluti, so
per esperienza diretta. Lui mi fissa per qualche
secondo con uno sguardo di ghiaccio, poi mi fa
segno di filare. Un caporale dell'NKVD non
risponde mai al saluto di un suo inferiore di
grado, infatti; lo esige e lo accetta, ma tutto
finisce qui, è la regola.
Proseguiamo sempre all'interno della fabbrica,
quando a un tratto Porta si ferma di botto e
indica con una mano il soffitto. Un'enorme gru
230
sta facendo calare un carro proprio sulla mia
testa! Deve allinearsi a una lunga fila di carri
già montati sopra dei vagoni, anch'essi già
allineati all'esterno dell'immenso locale. Su
ciascun vagone vengono sistemati due T 34, il
cui smalto fresco verde acceso brilla come una
fonte di luce sotto le enormi lampade ad arco. I
consiglieri imbecilli del nostro Führer
dovrebbero vedere con i loro occhi uno
spettacolo come questo, e chissà poi se
riuscirebbero a cambiare un po' idea riguardo
all'efficienza di mezzi dell'Armata Rossa! In
questa sola fabbrica c'è, è già pronto, di che at-
trezzare di carri almeno cinque divisioni, e
quando tutti questi mostri saranno messi in
moto, che Dio abbia pietà, dall'alto, della
povera armata tedesca!
Saltiamo così velocemente sul marciapiede del
carromatto per portarci al reparto n. 9 che mi
sfugge di mano uno dei sacchetti con le barre di
esplosivo, e un operaio servizievole e ignaro mi
aiuta a raccattarlo. Al di fuori dell'immenso
reparto l'improvviso silenzio totale ci colpisce
come un pugno nello stomaco, ma nel reparto
verifica e aggiustaggio dei cannoni, dove sono
radunate in fila tutte le torrette dei carri, il
fragore ridiventa allucinante. Perfino l'esplosio-
ne di uno di questi cannoni quasi non si
sentirebbe, ho ragione di credere.
Una locomotiva elettrica guida i diversi vagoni
per portarli fin davanti al grande reparto e qui si
danno da fare molti pompieri dall'elmetto di
ottone lucido. Uno di questi, cui evidentemente
do fastidio, mi spinge indietro con una spallata
dicendomi qualcosa, che ovviamente non
capisco. Gli grido: «Job Tvojemadj! » e lui mi
231
minaccia con un pugno, ma vedendo che
cincischio il mio Kalashnikov l'uomo si
addolcisce subito. Una NKVD ha sempre
ragione, soprattutto se ha le mani sopra un
Kalashnikov, è chiaro!
Non appena i vagoni rallentano, mi affretto a
raggiungere Porta che sta collegando dei fili a
un grosso armadio blindato. E come sempre,
sono io che devo coprirlo in caso di pericolo
mentre lui lavora, e ho già decapsulato tutte le
mie granate a mano infatti. Lo vedo
impadronirsi con impertinenza di una sigaretta
che un operaio si è appena arrotolato, e vedo
quest'ultimo avvicinargli servizievole e sollecito
l'accendino. Porta in cambio gli regala un grosso
sigaro.
« Sigaro tedesco! » grida.
« Grazie! » risponde grato e felice l'operaio.
Poveretto! Avrei la tentazione di offrirgli la pos-
sibilità di salvarsi, perché è al Cremlino che
avrebbero dovuto mandarci, non qui! Una
lampada rossa prende ora a lampeggiare, a
intervalli regolari e ravvicinati, dal grande
soffitto del reparto. Che cosa sarà? Sanno che
siamo qui e danno l'allarme forse? Proprio nello
stesso istante una pattuglia di soldati attraversa
a passo rapido tutto il reparto e scompare dietro
a una piccola porta dalla struttura metallica,
mentre degli NKVD, molto eccitati, corrono nella
direzione opposta. Che abbiano catturato uno
dei nostri? Ecco che un sergente capo ci ferma,
e Porta agita una mano con aria indifferente
come sempre fanno i russi intendendo dire: «
Job Tvojemadj». In Russia, infatti, se un soldato
risponde così a un ordine, vuol dire che ha
capito, tutto qui. Ma insistere bisogna, tutti i
232
russi in uniforme lo sanno.
Parecchi T 34 escono dal reparto direttamente
coi propri mezzi, e noi ci aggrappiamo ai ganci
di rimorchio di uno di questi: un colonnello ne
controlla il numero all'uscita e noi ci infiliamo
rapidi dentro a uno stretto passaggio, che sfocia
in un grande spiazzo. Qui Porta si siede su un
muretto di pietra e accende una sigaretta,
imperturbabile.
« Credo che diventi molto rischioso vivere qui
», dice con un sorriso sardonico. « Fra tre minuti
partono le prime cariche di esplosivo, e poi salta
tutto, in aria questo bel bordello. »
« Avete piazzato la vostra merda? » chiede il
Vecchio che esce in quel momento dal reparto
cannoni.
« Non tarderai molto a saperlo; dai, agganciati
il budriere, altrimenti finirai per perderlo per
strada. »
« Filiamo », brontola il Vecchio, « incomincia a
scottare l'aria qui. »
Saltiamo dentro a un vagone in moto e
abbandoniamo la zona, approdando poco dopo
presso la FLACK demolita, dove già sono
radunati quasi tutti i nostri.
« Voi sprofondare dentro a grosso buco di
neve, ora », dice Vassili con il suo luminoso
sorriso asiatico. « Io messo bomba vicino a
granate chimiche. Tenersi bene attaccati
altrimenti volare via fino a Cina. »
All'improvviso, l'urlo di una sirena. Un brulicare
frenetico di NKVD, risuonano grida rauche. «
Stoi Koi! » si sente gridare dall'interno
dell'officina.
« Cosa succede? » chiede Porta inquieto.
« Sono tornati tutti, i tuoi? » chiede il Vecchio
233
al sergente del Brandeburgo.
« Tutti, sì. »
« Deve essere successo qualcosa se danno
l'allarme. Delle corte salve infatti vengono
sparate dall'alto del muro dell'officina, e anche
in città stanno esplodendo delle "granate; il tiro
aumenta, la notte è lacerata da un fuoco
violento.
« Al fiume! » grida Barcelona, ansante.
« Njet, njet! » dichiara Vassili. « Ritornare a
linea ferroviaria. NKVD correre verso fiume.
Molto pericoloso laggiù. Molto arrabbiati,
adesso. »
Un razzo illuminante sale proprio sopra le
nostre teste, e rischiara tutto di un livido
bagliore.
« Non muoverti! » grida di furia Porta. « Resta
lì, anche in piedi ma fermo! » Il razzo rimane
sospeso nel cielo per un intervallo di tempo che
sembra un'eternità; e nonostante il terrore non
oso muovermi, ma finalmente si spegne e a
tutta velocità mi sprofondo nella neve. Un
soldato del Brandeburgo rotola fino a noi,
ansirnante, con il viso livido e macchiato di
sangue.
« Come ci sei venuto, in questa armata di
pazzi? » chiede Porta, tendendogli una boccata
della sua sigaretta.
« Ci hanno detto che bisognava. Si era in
Polonia, in tutto c'era rimasto un battaglione
solo. »
« Ma certo, lo dicono sempre loro quello che
bisogna fare », sospira Porta con stanchezza.
D'improvviso, a ovest, il cielo si illumina di una
lingua di fiamma d'un rosso giallastro e vivo, e
un'esplosione enorme e prolungata, seguita da
234
un'altrettanto enorme ondata di aria calda, si
srotola come un tappeto sopra le nostre teste.
Tre altre esplosioni seguono la prima, poi di
nuovo ci sommerge un'ondata di calore rovente
come il soffio dell'inferno. Poi il silenzio,
assoluto. Una fila di proiettori si accende alla
sommità del muro dell'officina, cento fasci di
luce si mettono in funzione per scoprirci, e
raffiche di proiettili schizzano e solcano il
grande avvallamento della cloaca, dove
vorremmo andare a rifugiarci, a dispetto del
consiglio del Vecchio. È evidente che non sanno
assolutamente dove siamo, per nostra fortuna.
« Ancora due minuti », ordina il Vecchio, « poi
buttatevi a terra; ci sarà un bel vulcano in
eruzione fra qualche minuto, qui. »
Insieme al frastuono delle fucilate si sentono
degli ordini, che Vassili ascolta, rizzando un
poco la testa.
« Adesso NKVD non sparare più. Credere di
avere beccato porci sabotatori. Indispensabile
sparire tutta velocità. Loro essere matti furiosi,
ora. »
«A terra!» tuona il Vecchio. «Non muovetevi! »
Un nuovo, ordine in lingua russa arriva fino
alle nostre orecchie e una sezione di NKVD esce
correndo dalla porta principale, ma soltanto un
piccolo numero di essi riesce a raggiungere la
strada, perché di colpo, dall'interno della
fabbrica, un boato esplode gigantesco e la notte
si illumina come fosse pieno giorno.
Un'immensa lingua di fiamma si alza, capace di
renderci ciechi con il suo fulgore, e in una frazio-
ne di secondo vediamo delle sagome di soldati
delinearsi contro questa luce fantastica, che
diminuisce ora, e una fiamma ancora più
235
bianca, più atroce, li fa di nuovo riapparire ai
nostri occhi. Poi tutto sparisce in una catena di
esplosioni, e improvvisamente la terra sembra
sollevarsi come sopra il dorso di un Titano,
mentre un fungo di fumo rosato prende forma e
si diffonde su tutto il paesaggio. Dove siamo?
Come fossimo delle foglie morte, lo
spostamento d'aria ci ha proiettati fuori dalle
nostre conche di neve, verso il fiume Moskova.
Piangenti, sordi, ciechi, con jl sangue che ci
imbratta tutto il viso, ci alziamo penosamente in
piedi, e la prima cosa che vedo è Fratellino che
tenta di dissotterrare il Vecchio da un
gigantesco cumulo di neve. Al primo momento
lo crediamo morto... ma grazie al cielo è solo
svenuto!
« Che scorreggia tremenda! » geme Porta,
emergendo da una fossa profonda. La scheggia
di una granata gli ha solcato profondamente la
cute sotto la zazzera rossa e, quanto a
Fratellino, non riesce a darsi pace constatando
che una pallottola gli ha forato la borraccia.
Niente più vodka ora, maledizione; e ne avrebbe
così bisogno!
Sulla sponda del fiume ritroviamo gli altri, ma
ne mancano ancora otto del Brandeburgo.
Eccone uno ridotto a pezzi, non lontano di qui
nella neve, un contadino della Frisia al quale era
stato promesso un congedo definitivo, al suo
ritorno da questa missione; un altro è sparito
senza lasciare traccia e senza dubbio è stato
polverizzato dalla pressione dell'aria. Ma tutto
quello che resta della immensa fabbrica è una
gigantesca nube di fumo color fuliggine che
ribolle in grosse volute, mucchi di ferraglia e
blocchi di cemento. E dal lato opposto della
236
strada, l'officina che produceva siluri non è ora
che un oceano di fuoco così rovente che fonde
la neve e fa colare l'acqua a torrenti.
Il calore è insopportabile, l'ultimo piano
dell'ospedale sembra sia stato tranciato di netto
dalla scure di un gigante, la stazione è sparita,
come soffiata via, e la casa del traghettatore,
proprio sulla sponda del fiume, è trapassata da
parte a parte da un enorme palo di
segnalazione stradale che assomiglia alla
gigantesca lama di una lancia. Non si vede
anima viva, tutto ciò che viveva deve essere
stato polverizzato infatti. Come atto di
sabotaggio, è un gran successo, molto ben
riuscito, bisogna riconoscere.
« Cosa diavolo è stato? » mormora il Vecchio,
ancora stordito.
« Oh merda! Dobbiamo aver fatto saltare un
enorme deposito di munizioni, ma ci dovevano
essere anche dei liquidi incendiari, all'interno.
Questa luce di un bianco folgorante, fa subito
pensare a del dannato fosforo allo stato liquido.
»
« Povera gente », commenta Barcelona. « Mi
fa pena, sai, non amavano la guerra più di
quanto non ramiamo noi, quei poveri operai. »
« Lavorato bene », dice Vassili, sempre
sorridente. « Io guardato dentro, e tutto Kaput!
T 34, vagoni, più niente. Più grosso bum io mai
visto! Grande decorazione al merito. »
« Prima di pensare alla decorazione è meglio
pensare a salvare la carcassa! » risponde Porta,
già in testa al gruppo. « Sarebbe ora di filarsela
a gambe, no? »
Le sirene, ancora le sirene! Ecco ora la FLACK
che prende a sparare.
237
« Prendere noi per bombardieri! » ride Vassili.
« Meglio per NKVD pensare che essere stati
aerei e non Brandeburgo. Capi di Cremlino
terribilmente arrabbiati contro imbecilli che non
aver sorvegliato bene grande fabbrica. Molto
difficile poveri imbecilli trovare scusa per
salvate loro pelle. »
ce Ascoltate! » dice Porta tendendo l'orecchio.
« JU 87, Stukas », segnala Fratellino.
« No, Heinckel », ribatte Stege. <c Quelli non
fotto-no come gli Stukas. »
« Signore! » esclama Barcelona. « Sono una
caterva, però. Niente affatto divertente trovarsi
sotto il loro tiro. »
Al di sopra del Cremlino vediamo sprizzare
come un geyser di proiettili, ed evidentemente
è là che hanno piazzato la batteria più
massiccia della FLACK, mentre le sirene
continuano a lacerare la notte buia.
« Sono proprio Stukas, invece », afferma Porta.
« Esplosioni a nord e a sud della città! Occorre
muoversi, ragazzi! »
« Attraverso cimitero Danilov », consiglia
Vassili. « Noi arrivare viale Serpukhovsky,
continuare fiume Krocjanka, e così rientrare
tutto dritto. Dentro parco Gorki molti soldati
comunisti, meglio loro non vedere noi. Io
pensare essere di ritorno domani sera, altri-
menti noi morti, tutti uccisi da NKVD. Grande
Konfu decidere lui. »
« Evidentemente », sospira il Vecchio. « E noi
speriamo con un po' di abilità e l'aiuto di Dio, di
cavarcela. »
Un piccolo errore di itinerario ed eccoci proprio
nel mezzo della Smolenskaya, da dove la vista
si estende fino al Cremlino. Per un istante
238
restiamo là, inebetiti, ad ammirare le cupole a
bulbo di cipolla, che luccicano come diamanti in
questa limpida alba invernale. Porta stesso
sembra affascinato, ma Vassili invece, di colpo
sembra molto inquieto. Possiede quel sicuro
istinto del pericolo che tutti i mongoli hanno.
« Mica stare tanto a guardare diavolo di
Cremlino, molto pericoloso anche per comunisti.
Noi spicciarci, più lontano possibile, subito. Dire
a Chita, che chi vedere Cremlino più niente
avere ancora in questa vita da cani. »
Filiamo verso la Moskova, diretti al ponte
Borodinsky, ma proprio là vediamo ferma una
lunga fila di camion carichi di prigionieri. Deve
essere una grossa retata, e molte uniformi,
vediamo, fra i prigionieri.
« Cacciatori di teste della NKVD. Non andare
là, noi. Loro arrestare anche generali se volere,
e io soltanto capitano miserabile, buono per
calci nel culo come cane senza padrone. Io far
loro solo segno frettoloso di lontano mentre voi
filare subito dentro via Smolensky. Loro credere
noi essere dietro il culo di gente cattiva da
uccidere. »
A tutta la velocità consentita alle nostre
gambe, prendiamo delle stradette laterali, con
Vassili sempre dietro di noi, come avesse le ali
ai piedi.
«Presto! Dentro cortile! NKVD arrivare con
fucili mitragliatori. Loro non credere a me. »
A testa bassa attraversiamo un cortile e
scavalchiamo una fila di recinti in legno. Un
guardiano ci intima l'alt, poi estrae la rivoltella,
ma nell'intervallo di un solo secondo la corda di
acciaio del Legionario l'ha già strangolato.
Buttiamo in un bidone di immondizie il corpo
239
dell'uomo e riprendiamo a correre fino a via
Souvorovskyn dove ci infiliamo in una porta
semiaperta. È un'agenzia dell'Intourist.
« L'agenzia è chiusa! » dice una voce
femminile.
« Non rompermi i coglioni! » le replica il
Legionario, balzando allo scoperto, e colpendola
al viso con il dorso della mano.
«Tedeschi!» mormora la donna, sconvolta, «
Tedeschi! » ripete fissandoci con occhi da folle.
Nello stesso istante passano nella strada i carri
BT 5 dall'alta caratteristica torretta. Il
comandante sorride e sorveglia a vista la
strada, attraverso il vetro appannato dal gelo.
« Attenzione! Se si insospettisce, ci incolla una
granata esplosiva al culo, quello! »
Il vento soffia contro i vetri e li ricopre di una
patina di neve, e il carro accelera sfiorando il
muro nel passare. Improvvisamente, un grido
acuto ci fa sussultare e, a una velocità
sbalorditiva, la donna ci sfugge attraversando il
locale. Il grido di terrore risuona una
seconda'volta. Con un salto il Legionario si
precipita su di lei, ma ella lo evita, si infila sotto
la tavola e afferra una lampada di pesante
metallo, che con tutta la sua forza lancia contro
i vetri della finestra.
« Uccidere! Lei molto pericolosa! » grida
Vassili.
La donna fa un balzo, si butta contro il
Legionario, investe in pieno il Vecchio, cui il
revolver sfugge di mano scivolando via sul
pavimento, e io cerco di dominarla e prevalere
su di lei ma ricevo un grosso calcio in faccia che
mi lascia stordito. La donna urla per la terza
volta, e se il carro armato non avesse per nostra
240
fortuna accelerato proprio nello stesso istante,
sarebbe sicuramente stata udita. Proprio
quando ha già quasi raggiunto la porta
Fratellino l'agguanta e le affonda il coltello fra il
collo e la spalla. Costei si dimena come una
belva, stretta dal pugno di ferro del gigante, e
lentamente Fratellino estrae ora il coltello dalla
spalla e lo riaffonda con tutta la sua forza fra i
due seni. La donna emette un grido soffocato,
rauco, e ricade afflosciata fra le braccia di
Fratellino, che contempla un istante il cadavere,
poi asciuga il pugnale sul vestito di lei.
« Santa Madre di Kazan! Non ci si abitua
proprio mai! » e corre a vomitare dentro un
secchio appoggiato contro la parete.
« Fatela sparire », dice il Vecchio, il viso chiuso
e serio. Porta e io la trasciniamo verso un
armadio dentro il quale la chiudiamo. Su un
ripiano è posato un cappello molto fuori moda,
guarnito di una piuma verde.
« Bestia di donna! Se non gridare vivere
ancora », dice Vassili, distribuendo dei viveri
trovati in un cassetto. « Io adorare formaggio di
capra. »
Nell'uscire, affiggiamo un grande cartello sulla
porta dell'ufficio: « Chiuso per lutto ». Ci
garantirà qualche momento di sollievo, di pace
forse. E si riparte. Vicino alla via Smolenskaya,
in un angolo protetto ci separiamo dal gruppo
dei Brandeburgo, fissando loro un secondo
appuntamento dietro le linee russe. Lunga
marcia, ora, sul lungofiume della Lenskaya. Ci
infiliamo dentro a un giardino zoologico per pas-
sare la notte. Porta, Fratellino e Vassili vengono
inviati in ricognizione attraverso il parco
Krasnopresnensky, devono aspettarci presso il
241
primo laghetto, ed è là che ci riuniremo per
attraversare il fiume. Passare la ferrovia in quel
punto è un'impresa impossibile; bisogna andare
verso sud, invece, costeggiare la stazione di
Koutosov per arrampicarci poi sulle alture di
Pakionnaya, e di là ritrovare la strada di Mozhai-
skoe.
Per parecchie ore, nessuna notizia ci arriva
delle nostre staffette, e il Vecchio allora ordina a
ogni sezione di dirigersi verso il parco,
distanziandosi il più possibile. Il silenzio dei
nostri compagni è inquietante. Sono stati,
catturati, o uccisi?
« Che nessuno spari senza un mio ordine
preciso intesi? Se occorre battetevi all'arma
bianca, ma uno sparo con questo freddo si
propaga per molti chilometri, ed è troppo
rischioso », dice il Vecchio, concitato.
Lunga ricerca e improvvisamente eccoli seduti
vicino al grande lago. Sono nascosti alla meglio
dietro una immensa statua, da dove si gode una
splendida vista sui dintorni.
« Ma cosa state facendo là, voi tre? » ruggisce
il Vecchio, furioso. « E il rapporto? »
« Siediti, calma », gli dice Porta, armato del
suo splendido binocolo. « Il ponte è sempre
occupato, neanche una pulce ariana lo
attraverserebbe. Ma qui si sta da Dio, in
compenso! »
Fratellino geme a lungo e sorride, ma ha
anche lui gli occhi incollati al binocolo.
« È quasi meglio di un film porno! »
« Belle puledre! » nitrisce Vassili con una
risata carica di concupiscenza.
« Cosa diavolo state guardando? » grida il
Vecchio, strappando il binocolo dalle mani di
242
Fratellino. « Ah, ma questo state guardando,
allora! » È paonazzo. « E avete passato tutto
questo tempo ad adocchiare le ragazze, mentre
noi eravamo ansiosi per voi. »
« Hai qualcosa di meglio, forse? A me questo
basta, e ne avanza, anche », dice Porta.
« Dire una cosa, sergente. Buona idea andare
e prendere quelle signore soldatesse. Noi
ritrovare molte forze su materassi, prima di
riprendere strada molto pericolosa. »
« Andate tutti al diavolo, mi fate vergogna,
perdio! » sbotta il Vecchio esasperato.
« E stanno facendosi una splendida doccia,
anche », dice Porta, indicando una casa rossa
non lontana da noi, dove tutte le luci sono
accese nonostante sia ancora giorno.
« Si vede proprio tutto », ridacchia Fratellino
sempre attaccato al suo binocolo come una
sentinella al posto di guardia.
« Belle cerbiatte », dice Vassili a sua volta, «
rasate pei non prendere cimici. A Chita tutte
ragazze rasate. Cinesi non amare altrimenti.
Vieni sergente, e vedere anche te. Tua moglie
essere a Berlino, e tu fottertene. »
« Brutti porci! » brontola il Vecchio. « Finirò col
dover chiedere a quelle donne di abbassare le
tendine. »
Le ragazze cantano e chiacchierano.
« Che cosa dicono? »
« Io non bene capire. Dialetto caucasico. Non
proprio lingua umana. »
« Perché poi tant'acqua? Hanno l'aria di viverci
perennemente, sotto quelle docce. »
« Sicuramente molto pidocchiose. Donne
caucasi-che molto sporche, puzzare come
caproni. Obbligate lavarsi molto. Gente di Mosca
243
non amare ragazze che puzzano. »
« Bella faccenda se quelle si accorgono di noi
», dice il Vecchio, sempre irritato. « Le donne
detestano, questo tipo di cose. »
« Tu non essere arrabbiato, sergente. Piuttosto
guardare anche tu. Non vedere tutti giorni cose
così belle, durante guerra. »
« Se andassimo a dar loro una controllatina? »
propone Fratellino. « Non oserebbero rifiutarsi
se vedono le nostre mostrine. »
« Molto buona idea », rincalza Vassili.
« Santa Madre di Kazan! » geme Barcelona
spaventato. « Eccone una che arriva proprio qui.
»
« Forza ragazzi. Sta arrivando davvero.
Sbottonatevi le braghe e preparatevi tutti. Non
capita mica tutti i giorni di essere serviti a
questo modo. »
« Filiamo, presto! » insiste il Vecchio con voce
dura. (( Se quella ci vede darà subito l'allarme!
»
« Dimentichi che siamo dei biechi e rigidi
NKVD », dice Porta tranquillamente. « Tutti si
paralizzano come statue, alla nostra vista. »
« Dio mio, che paura! » mormora il «
professore », che si è buttato nella neve e come
uno struzzo si illude di non essere visto.
« Se una di quelle passa di qui, le facciamo
una scopata collettiva! » dichiara Porta, pieno di
speranza. « Si finisce per amarla questa
maledetta Mosca, a questo punto! »
« In piedi! » ordina il Vecchio. « Andremo
subito dall'altra parte del lago. »
Lentamente, a malincuore, seguiamo il nostro
capo. È un vero peccato, però, si stava così
bene! Dalla nostra nuova posizione vediamo
244
certamente molto più lontano, fino alla
stazione, ma certo che la sala doccia delle
soldatesse non è più visibile, e tristemente ci
mettiamo a nostro agio, ci sganciamo i budrieri,
ci avvolgiamo freddolosamente nei lunghi
cappotti russi, rialziamo i baveri di pelo, e ci
barrichiamo dietno un piccolo muretto di neve
per ripararci dal vento.
« Lo sapete che è quasi Natale? » dice Porta. «
Anche solo con qualche nastro legato attorno ai
pini, avremmo l'illusione di una festa, non vi
pare? »
E all'improvviso, come per incanto, ecco
sbucare quattro ragazze che passeggiano
cantando e chiacchierando, e ridendo si
avventurano sopra la lastra ghiacciata della
superficie del lago. Cosa diavolo stanno
facendo? Le vediamo chinarsi intorno a un foro
nel ghiaccio ed estiarre una lunga fune sottile
alla quale sono legati molti ami. Una dozzina di
pesci hanno abboccato, e ad un'altra fune che
estraggono poco dopo sono appesi altri pesci,
ma questi sono così piccoli che le ragazze li
staccano dagli ami e li lasciano cadere liberi
dentro l'acqua. Forano altri buchi nel ghiaccio,
vi infilano altre funi con altri ami e poi ricoprono
il tutto con della paglia per poterli ritrovare
qualche ora dopo.
E ora ecco che si stanno avvicinando proprio
alla conca dove siamo tutti nascosti, e quasi
non osiamo respirare dall'emozione!
A una decina di metri di distanza si fermano e
estraggono da un bunker molto basso delle
cassette. Sono molto belle queste ragazze e
sembrano dolci e gentili. Una di loro ha un viso
bellissimo e una massa di capelli biondi che
245
sfuggono alla calotta militare che li preme.
A questo punto Fratellino, inebetito come un
imbecille, lascia cadere il binocolo che rotola
rumorosamente lungo il lieve pendio. Il rumore
fa voltare di scatto la testa a tutte e quattro le
ragazze, che non sanno, poverette, come la loro
vita da questo momento sia solo legata a un
tenue filo! Ancora qualche passo e ci butteremo
su di loro per violentarle, prima di ucciderle:
nessuno, nemmeno il Vecchio riuscirebbe a
imporci di non farlo, è chiaro.
« E se le catturassimo?» bisbiglia Porta.
«Saremmo soltanto in due per ciascuna di loro,
e non sarebbe poi tanto male in fondo. Io
prendo quella con le mostrine rosse, in ogni
caso, ragazzi. Sarebbe la prima volta che mi
scoperei un sergente, senza essere poi. tacciato
di pederasta! » dice scoppiando in una tale
risata che le quattro ragazze si alzano in piedi
per guardarlo meglio.
« Cretino! » mormora il Vecchio. « Di bene in
meglio, ora. Bloccatele però se vi sembra che
abbiano intenzione di correre verso il loro
alloggiamento. Guai se dessero l'allarme;
saremmo fottuti, lo capite o no, teste di cavolo?
»
Ma non avviene nulla, almeno per il momento.
Rimangono ferme e perfettamente calme, così
calme e tranquille che Fratellino impasta con le
sue grosse mani una palla di neve, e poi la
lancia colpendo alla nuca una di loro.
« Huh, huh », grida poi, lanciandone un'altra.
« Io rivestirmi e alzarmi per mostrare loro
uniforme capitano », dice Vassili,
improvvisamente molto teso. « Molto
pericoloso, ora. »
246
Si alza eretto, e agita il suo berretto di pelo,
ma le ragazze allegre e ignare sorridono e
lanciano verso di noi altre palle di neve.
« Siete veramente la banda più schifosa di
tutto il fronte dell'Est », commenta il Vecchio,
esasperato. « Una battaglia a palle di neve,
quando si è ancora dietro le linee nemiche e
facciamo parte di un commando! Roba da pazzi;
non posso nemmeno fare un rapporto su di'voi,
perché nessuno ci crederebbe! »
Battaglia generale, tutte e quattro le ragazze
si mettono di lena, lanciano palle grosse e
candide, ridono, e le loro risate sicuramente si
sentono da molto lontano. La lesta termina
soltanto quando viene il tramonto e le ragazze
ci fanno un ultimo gentile e festoso gesto di
commiato con la mano, e si allontanano.
« È la più bella partita a palle di neve che ho
mai fatto all'estero », dice Porta, radioso.
Ancora un'ora di attesa, e poi ci azzardiamo ad
attraversare il parco. Passaggio difficile sul lago
gelato verso il cimitero Dorogonùlovskoy, dove
scopriamo per caso un cumulo di cadaveri
congelati, le vittime del bombardamento a
tappeto degli Stukas.
Un grido, in lingua russa! È la sentinella di
guardia a un blocco, sul limitare del cimitero.
« Meglio io solo parlare », dice Vassili. «
Altrimenti lui molta paura e gridare. Tu
Legionario fare necessario, poi. »
Un secondo ancora e la sentinella, strangolata
con il sottile filo di acciaio, si aggiunge al
cumulo di cadaveri.
« E se dessimo una guardatina ai denti, prima
di andartene? » propone Fratellino.
« Guardaci pure, perdio! » replica il Vecchio. «
247
E andrai a far parte anche tu del mucchio di
cadaveri; ti ritroverai proprio comodo sulla
cima, cretino! »
« Merda! Come sei sempre complicato e
pessimista, tu! Sempre la stessa cantilena,
perdio. Comincio ad averne abbastanza di te,
sai? »
Ci troviamo ora davanti all'edificio destinato
alla programmazione dei documentari di
propaganda, dove un vecchio maggiore che
finge di essere un generale ci dice perentorio : «
Propusk! » Per nostra fortuna questa mezza
luce della sera incipiente fa sì che l'uomo non ci
possa vedere che a malapena, e Vassili gli si
avvicina e gli mette una paura tremenda con la
sua divisa vistosa e le sue minacce di confino a
Lioubjanka. Quello si mette istantaneamente
sull'attenti infatti e noi proseguiamo abbastanza
sollevati.
Arriviamo ai binari della stazione ferroviaria, e
a passo molto sostenuto prendiamo la via per
Mozhai-skoe, insieme a una grossa unità di
fanteria alla quale ci siamo accodati, e, non
molto dopo, ci ritroviamo in piena campagna.
Il vento cresce di intensità di minuto in minuto
e ogni passo diventa uno sforzo sovrumano.
Montagne di neve ingombrano la strada, e
dobbiamo stare ben serrati uno all'altro, per non
perderci in questo allucinante inferno bianco.
Dopo qualche ora di riposo in una stalla
abbandonata, all'alba arriviamo finalmente nella
zona del fronte, dove ritroviamo i ragazzi del
Brandeburgo, molto ansiosi sulla nostra sorte.
Grossa sfuriata perché li abbiamo fatti aspettare
troppo a lungo e sono tutti congelati dal freddo,
e ora iniziamo l'ultima parte della...
248
passeggiata, che avviene in modo abbastanza
tranquillo, almeno per il momento, con rari in-
contri con reparti russi, molto indaffarati nei
preparativi per la loro grande offensiva; ed è
chiaro a tutti che è imminente, ormai. Tutta la
zona formicola di truppe di tutte le armi, infatti,
tutti si danno un gran daffare, e non è certo un
buon segno per noi, questo attivismo febbrile.
« Molto bene, loro molto occupati grande
offensiva », dichiara Vassili. « Niente tempo per
occuparsi di pulci tedesche. »
Solo quando il buio della notte è calato del
tutto ci azzardiamo a raggiungere la « Terra di
nessuno » e poco dopo il levar del sole
approdiamo finalmente nelle prime trincee
tedesche. Il sergente del Bran-deburgo è il
primo a saltarvi dentro, ma le troviamo
completamente deserte! I due nidi di
mitragliatrici... nessuna mitragliatrice, e il
terreno tutto mosso è la sola cosa che rimane di
una batteria di mortai pesanti sul fianco del
nido.
« Fritz, Fritz, idisodar! »
Questo richiamo risuona alle mie spalle e un
MG prende ad abbaiare sul nostro fianco destro.
In un batterdocchio siamo tutti appiattiti a terra,
gli MPI sparano a raffica, un gruppo di russi
cade, mentre le granate sibilano tutt'intorno.
« Filate, via! » grida il Vecchio. « Presto!
Rimango io a coprirvi. »
Ci arrampichiamo sul bordo della trincea vuota
e ci buttiamo di corsa verso sud, sentendo alle
nostre spalle crepitare il fucile automatico.
Inciampo in un cadavere, un ragazzo del
reggimento del Brandeburgo, e arrivo per primo
dentro la buca di una granata già incombra di
249
molti cadaveri riversi in pose atroci e
grottesche.
Gambe e braccia, irrigidite dal gelo, si
protendono con gesti allucinanti verso il cielo, e
delle dita accusatrici si tendono verso di me,
come volessero dire: « Osi ancora vivere, tu?»
Porta scavalca con un salto la buca e io lo se-
guo, ma scivolo e ricado lungo il pendio
ghiacciato. Il ghiaccio qui è rosso: di sangue
congelato, e in guerra non si vedono che queste
cose purtroppo!
I russi, alle nostre calcagna, continuano a
gridarci frasi di invito: « Fritz, Fritz, idisodar! »
ma noi galoppiamo verso sud correndo quanto
ci è più possibile. Dove sono i nostri,
maledizione? Vedo Fratellino che salta, poi si
appiattisce, salta di nuovo, corre, mentre la sua
mitraglietta spara senza sosta, e dei russi
cadono non lontano da lui.
Mi fermo qualche istante per lanciare delle
granate a mano alle mie spalle, sistema con cui
si « ripulisce )> una trincea. « Come assistessi a
un film proiettato molto più veloce del dovuto,
intravedo dei russi falciati dalle granate cadere
a terra, e un braccio strappato dal corpo mi
passa proprio davanti al viso. Una nuova corsa
disperata, verso ovest, ora. Ma dove possono
essersi ritirati i nostri? Devono essere stati
costretti a ripiegare, evidentemente.
Qualche metro davanti a me galoppa il
sergente del Brandeburgo, e all'improvviso,
qualcosa di simile a un gigantesco pugno ini
atterra. Il suolo si apre sotto i miei piedi, mentre
il corpo del sergente viene proiettato in aria e
sembra volteggiare ruotando su se stesso
all'estremità di una colonna di fiamme. Ricade
250
inerte davanti a me: la mina sulla quale
incautamente ha messo il piede gli ha dilaniato
tutte e due le gambe. Non c'è più nulla da fare
per lui, il sangue sgorga a fiume dai suoi
monconi troncati di netto! È una vista
raccapricciante!
Corro, corro senza più voltarmi indietro,
mentre le sue grida mi inseguono tormentose.
Mio Dio, abbi pietà di lui, fallo morire subito,
poveretto!
E finalmente ecco le nostre linee. Tiro di sbarra
mento istantaneo però, contro di noi.
« Non sparate! Non sparate, camerati! » urla il
Vecchio "disperatamente. « Siamo del
Brandeburgo! »
Un tenente, con lo sguardo caratteristico della
Gioventù Hitleriana, sporge con cautela la testa
al di sopra del bordo della trincea e chiede la
parola d'ordine.
« Vai a farti fottere! » grida di rimando Porta,
atterrando in salvo dentro, e mettendosi al
sicuro. <( Bisogna essere proprio pazzi per
sparare. Non c'è niente di più pericoloso che dei
cretini morti di paura agli ordini di un ufficiale
che non capisce un Cristo! »
« Siete tedeschi? » grida una voce, dal punto
dove pensiamo sia rintanato il tenente.
« Vieni a vedere se non ci credi, razza di
coglione! Potrai constatarlo coi tuoi occhi prima
che ti strangoli con le mie mani! »
Un'esplosione improvvisa ci fa sussultare tutti.
È una granata a mano. Vedo Vassili sollevato
molto al di sopra del suolo e ora ricade come
una massa inerte. Sotto il suo corpo la neve
diventa subito scarlatta.
« Tedeschi, idioti! » geme. « Ammazzarli tutti,
251
cattivi tedeschi. Ora Vassili andare presso
grande Konfu. Molto triste mai sapere come
guerra finire, e noi più mangiare pollo vellutato
da cugino di Pechino. » Tenta di mettersi seduto
e stringe la mano al Vecchio: « Dasvidanja,
sergente. »
È morto.
Presi tutti da un furore violento, con la
mitraglietta che ci crepita tra le mani corriamo
dentro il cunicolo destro della trincea, verso il
tenente e i suoi uomini che in un secondo sono
tutti disarmati. Il piccolo ufficiale, terreo per lo
sgomento, è come incollato alla parete della
trincea, e il Legionario, fuori di sé, gli lacera
d'un colpo tutta l'uniforme con il suo coltello da
combattimento dalla lama affilatissima.
«Non ucciderlo», gli dice il Vecchio. « Non è
che un ragazzino. »
« Questo immondo sudicione ha assassinato
Vassili! »
E prima che il Vecchio abbia il tempo di
intervenire con un gesto, il piccolo hitleriano
sprovveduto è preso a calci violentissimi e
buttato sul fondo della trincea. Un sergente
salta su Porta, ma crolla a terra con uno
squarcio alla gola. Ed eccoci tutti trasformati in
bestie feroci e selvagge, pazzi di, furore, fucili e
revolver puntati e pronti a sparare.
« Distesi per terra a pancia in giù, mani sotto
la nuca, o sparo a tutti! » ordina il Vecchio.
Immediatamente tutta la compagnia è a terra,
all'ordine perentorio del Vecchio, che tuttavia
esclama, scoraggiato: « È a questo modo che si
deve vincere la guerra, perdio? Dove è finito il
tempo in cui il soldato tedesco rappresentava il
modello, l'ammirazione di tutti? »
252
Quasi subito compare il colonnello Hinka,
seguito da altri ufficiali. Ci stringe la mano, dà
una manata sulla spalla di Porta, e ascolta in
silenzio il nostro rapporto sulla missione
compiuta. Poi distribuisce a tutti da bere e da
fumare.
« Avete spaventato da pazzi la compagnia di
guardia! » dice.
E con aria molto dura, per la verità, si rivolge
ora al giovane tenente, che sta appartato e
chiaramente è molto a disagio.
« E voi? Perché non avete obbedito agli ordini?
Sapevate bene che aspettavo l'arrivo di un
collimando che veniva da Mosca. »
« Indossavano le uniformi russe e non hanno
risposto alla parola d'ordine », risponde il
giovane, terreo.
« Pensavate che arrivassero in uniforme di
gala, e con il permesso di libera uscita timbrato,
forse? » gli risponde Hinka, furioso.
« Ma io credevo... »
« Lo saprete molto presto quello che credevate
», tronca Hinka voltandogli le spalle.
Il giovane ufficiale vorrebbe ancora dire
qualcosa.
« Dì una sola parola », ruggisce Porta,
sputando proprio davanti ai piedi dell'ufficiale, «
e te la trancio, quella tua sporca piccola gola! »
Vassili viene sotterrato su un piccolo poggio
dal quale si possono vedere i tetti della città di
Mosca che non è lontana, e un soldato canta
una marcia funebre. Gli lasciamo il fucile
mitragliatore e il kriss al fianco, perché solo le
donne arrivano davanti a Confucio senza armi,
avevamo saputo da lui stesso.
La sera rientriamo tutti al 2° Mezzi Corazzati, e
253
quel porco di Wolf non crede ai suoi occhi
rivedendo Porta ancora in vita.
Il suo stupore è tale che ci invita seduta stante
a un festino a base di sanguinaccio alla brace,
preparato da lui stesso. Ci rimpinziamo come
pazzi, naturalmente, ma l'indomani tutta la
sezione soffre orribilmente di male al ventre. Il
sanguinaccio di Wolf, era avariato
evidentemente, e forse era solo per quello che
ci aveva generosamente invitati a dividerlo con
lui.
254
I traditori devono tutti essere liquidati,
cosi come i loro figli. Niente,
assolutamente niente deve restare di
questa immonda plebaglia.

Adolfo Hitler, alla SS Obergruppenführer


Hey-drich.
7 febbraio 1942

Verso le tre del mattino dell'11 gennaio 1942


due uomini, in lunghi cappotti di cuoio ed
elmetto d'acciaio, bussarono violentemente a
una porta su viale Admiral von Tirpitz Ufer,
proprio in faccia al Potsdamer Bruche.
Non vedendo aprirsi i battenti, i due presero a
pugni la grande anta di legno massiccio e
pregiato. Un'altra porla ora si aprì, al piano di
sopra, e un uomo in xieste da camera si
affacciò alla balaustra della scala.
« Che cosa desiderale, signori? Sono il
consigliere di Stalo dottor Esmer, e vi dichiaro
fin d'ora che domattina farò un rapporto,
relativo al vostro inspiegabile comportamento. »
« Sparite! » gli ordinò burbero uno dei due
uomini. « Altrimenti verrete liquidato, domani
slesso. »
Solo ora il consigliere di Sialo notò le lettere
SS che ornavano il bavero del cappotto dei due
sconosciuti, e si affrettò a raggiungere la
moglie in camera da letto. All'alba i dite coniugi
partirono per un periodo di cure a Badgastein.
Un servitore aveva appena aperto il grande
portone d'entrala dell'appartamento del
generale.
« Vogliamo vedere subito il generale Stali! »
abbaiò uno degli ufficiali delle SS, respingendo
255
brutalmente indietro lo spaurito cameriere.
« Ma signori... »
« Vai a farti fottere! » replicò
l'Hauptsturmführer Ernst.
L'uomo si afflosciò su una sedia e stelle a
guardare a bocca aperta i due ufficiali alti e
sottili che entravano direttamente nello studio
privato del generale. Da vent'anni era il
servitore fedele dell'alto ufficiale, e nessuno,
mai, aveva osato introdursi a questo modo e
comportarsi in modo simile. Il generale era un
uomo distinto e contegnoso, infatti, e molto
rigido per quanto riguardava l'etichetta.
« Siete voi il generale di divisione Stali? »
chiese con voce secca e dura il
Sturmbannführer Lochner.
« Sì », rispose il generale stupefatto, che a
quest'ora tarda della notte era ancora seduto
alla sua scrivania.
« Il Führer vi ha condannato a morte per
trasgressione ai vostri precisi compiti, e
sabotaggio agli ordini. Avete dato, senza il suo
permesso, ordine alle truppe di ritirarsi. »
« Ma siete pazzi, se... »
Il generale non riuscì a concludere la frase.
Alcuni secchi colpi d'arma da fuoco risuonarono
nel vasto studio, e un grido si udì, acuto e
trafiggente. La signora Stali arrivò correndo e si
chinò disperata sul corpo inerte del marito.
« Questo porco è ancora vivo », disse uno dei
due, strappando brutalmente la donna
dall'abbraccio al morente.
Sollevò per i capelli la testa del generale, gli
appoggiò alla nuca la canna del revolver e
sparò due colpi. Il cervello del poveretto schizzò
via imbrattando tutta la stanza.
256
« È fatto », constatò l'Hauptsturmführer. « Heil
Hitler! »
Alzò il braccio in un saluto hitleriano perfetto,
e poi tranquillamente si avviò e lasciò
l'appartamento senza affrettarsi. Accostata al
marciapiede era pronta una grossa Mercedes
nera, e un soldato era al volante, in rispettosa
attesa.
«Al prossimo, ora. Dove si trova?» chiese uno
degli ufficiali.
« A Dahlem », borbottò l'altro. E rapidamente
la grande auto nera sparì sotto il
Landvehrkanal.
257
LA FUGA DEI GENERALI

Un fragore sordo e terribile proveniente dal


fronte, interrompe il nostro sonno già agitato.
« Mille diavoli! » impreca il Legionario. « Cosa
succede ancora? »
« Il primo colpo di centinaia di batterie »,
risponde il Vecchio con visibile inquietudine.
«Ma chi ha avuto il coraggio di dire che Ivan era
ormai fottuto? Speriamo almeno non si tratti di
una grande offensiva, ma certo che ne ha l'aria,
purtroppo. »
« È tutta dedicata a noi », aggiunge a sua
volta Barcelona, di pessimo umore.
Il fragore lontano e metallico aumenta, fino a
diventare un urlo potentissimo e agghiacciante.
Sono centinaia di migliaia di granate che si
avvicinano, in un terrorizzante crescendo.
In furia ci alziamo tutti, ma siamo poi noi
stessi, come il solito, a doverci appiattire al
suolo a sostegno dell'artiglieria, che è
chiaramente inadeguata al compito e non
risponde al fuoco.
Un boato che non ha nome e non ha uguale, e
le granate piovono su di noi sommuovendo
tutta la terra in un inferno di fiamme. Un intero
mondo che nel volgere di un istante cambia
volto. Le pietre, i ghiacci, e dei tronconi di
acciaio affilati come dei rasoi, volano a
centinaia di metri. Tutto è ridotto in briciole, e
senza sosta il tuono erompe. L'aria e il suolo, il
fiume e la città di Lenino appaiono come una
mostruosa incudine colpita senza interruzione
dal martello di un gigante. Tutto si schianta,
258
alberi interi vengono proiettati in cielo al di
sopra di cortine di fiamme scaturite da vulcani
invisibili, improvvisamente risvegliati nel cuore
della terra. Un denso vapore tossico dilaga su
tutto questo paesaggio mutilato, un miscuglio
orribile a vedersi di fango, neve, sangue e bran-
delli di carne umana. E noi siamo nel centro di
questo crogiolo demoniaco.
I bunker sussultano e tremano, come fossero
pezzi di sughero sopra un mare agitato, e molti
sono gli uomini che in questo inferno diventano
pazzi. Piovono gli schiaffi, allora, sola medicina
efficace contro la follia. La foresta brucia, e sulla
superficie del fiume il ghiaccio frantumato in
piccoli pezzi lascia scaturire dei torrenti mortali,
e questo fango nerastro diventerà la tomba di
migliaia di uomini, russi e tedeschi insieme.
Mi sforzo di appiattirmi al suolo come fossi una
foglia morta, ma gli scoppi, continui,
sconvolgono il nostro rifugio e i sacchi di sabbia
sono ormai tutti sventrati. Speriamo che almeno
le putrelle resistano a queste micidiali
esplosioni!
Un'ennesima granata, gigantesca ed
erompente, fa letteralmente scoppiare la
posizione, e sento un grido che mi sale dalle
viscere, e so ormai che i miei nervi non
potranno durare ancora a lungo!
Il Vecchio si attacca al telefono, e urla nel
ricevitore.
« Che cosa vorresti avere qui, amico? » gli
chiede Porta. » Se è per un taxi che urli tanto,
divido la spesa con te, ma credo che in una
notte come questa l'attesa rischia di diventare
un po' lunga.
« Bisogna assolutamente che riesca a
259
mettermi in contatto con il comandante di
compagnia! Esigo degli ordini precisi, è un
attacco in grande stile, questo! »
Lo spaventoso cannoneggiamento sembra
calmarsi un poco, ma è presagio di altre cose, lo
sappiamo fin troppo bene.
« Tiro di sbarramento! w urlano delle voci.
E tutti ci precipitiamo sulle armi.
« Come diavolo hanno fatto questi dannati
sottosviluppati a mettere insieme tanto
materiale pei scatenare un'offensiva simile? »
chiede Heide stupefatto. « Il Führer aveva detto
che erano distrutti e vinti ormai, e che l'ultima
parte della guerra l'avremmo fatta a passo di
parata! »
« Ebbene, fallo subito il tuo bel passo di
parata, specie di cretino che non sei altro,
voglio proprio vedere chi ti verrà dietro! »
Più velocemente che ci è possibile carichiamo
tutte le nostre armi delle munizioni, ci
riempiamo le tasche di granate e di altri
proiettili con cui riempire nuovamente i
caricatori, e infiliamo nel gambale degli
scarponi tutte le bombe a mano possibili.
L'attacco è imminente... come, riuscire a
sopravvivere in un simile apocalisse? Un boato
si abbatte su di noi dal cielo, e la strada che
avevamo davanti sembra cancellata del tutto
dal paesaggio. Cerchiamo di ritrovare dei volti
noti... ma non ci sono più volti. Migliaia di cose
e di brandelli umani volano in aria e tutt'intorno
a noi, e come ciechi corriamo all'assalto, con le
baionette che luccicano riflettendo le fiamme di
questo inferno e, se il caso ci farà sopravvivere
ci si ritroverà in coda davanti alla cucina volante
per farci dare una zuppa acquosa ma bollente,
260
che in qualche modo ci ristorerà. Oppure in
coda davanti all'infermeria anch'essa volante
per una medicazione di fortuna. Sogniamo tutti
un candido letto d'ospedale, ma l'infermiere ci
ride in faccia, quando ne accenniamo anche
timidamente.
Con tre compresse di aspirina, il « ferito
leggero » deve continuare a combattere.
Eccone un caso. Tutti i giovani del suo reparto
sono stati uccisi e il soldato viene trasferito e
arriva in una sezione, di sconosciuti, diventa
agente di collegamento, corre con i dispacci
attraverso la pioggia continua di granate, o
sotto i tiri di sbarramento, o sul terreno minato,
fino a che anche lui verrà ferito in modo grave o
morirà.
Questi sopravvissuti a dei reggimenti
annientati hanno una vita molto difficile e
amara perché vengono spediti di unità in unità,
raramente riescono a ricevere la posta da casa
indirizzata a loro, e non riescono mai a farsi dei
veri compagni. Forse il non ricevere posta da
casa può anche essere una fortuna, in certo
senso, perché qualsiasi notizia ravviverebbe in
lui una crudele nostalgia del focolare perduto e
tanto lontano, e distruggerebbe anche il più
precario equilibrio di nervi che un uomo in
questo tipo di vita fosse riuscita a mantenere.
Un ragazzo' di vent'anni sprofonda e cade a
terra. « Devo salvarmi! » dice a se stesso. « Alla
patria io non devo nulla, e lei ora esige la mia
vita. » A questo punto, di solito, preso da un
raptus di follia si strappa di dosso tutta la
bardatura militare e si incammina verso la
retroguardia. Ma qui cade quasi sempre nelle
mani di quei demòni della polizia; i soldati in
261
punizione disciplinare che provengono dalla
sezione Todt sono al loro agguato, e le
esecuzioni in massa sono molto utili come
esempio.
« Vorresti filartela, vero? » chiede Fratellino al
giovane aggregato.
« No, per chi mi prendi? » replica lui,
mentendo.
« Perché rinunciare allora a questo delizioso
bunker, dove si sta così bene? » gli chiede
Fratellino. » Avremmo potuto passarci tutto
l'inverno insieme e in allegria », dice,
guardandosi intorno con uno sguardo molto
molto triste.
Un'esplosione terribile scuote e fa rimbalzare
tutto il rifugio come fosse una palla di gomma. Il
soffitto crolla, l'interno del bunker si riempie di
fumo così soffocante da spegnere la lampada
ad acetilene.
« È necessario che vada a consultarmi col
capo », dice il Vecchio impugnando il fucile
mitragliatore.
« Ho l'impressione che sia un'offensiva
colossale, quella che si prepara. »
« Hamd'Allah », risponde il Legionario, «
guarda che se esci di qui noi poi non
ritroveremo neanche un bottone di te e della
tua uniforme! »
» Un'offensiva colossale », ripete il Vecchio,
meccanicamente. « E questa volta credo proprio
che andrà tutto a catafascio. »
« È colpa degli ebrei! » grida isterico Heide. «
Hanno cominciato loro, uccidendo Gesù. »
Nessuno si perita di rispondergli.
In un angolo il soldato Jacobo sta raccontando
la sua storia coniugale.
262
« Tua moglie è di puro sangue ariano? » gli
chiede Porta.
« Non del tutto, ma abbastanza. È una donna
un po'... speciale, ma bisogna pur vivere,
d'altronde, e se si ha una merce di qualità,
perché non venderne un poco? » Estrae dal suo
libretto militare una fotografia. « Guardate qui,
mia moglie sembra proprio una fregata che si
dirige a vele spiegate verso il candidato che
intravede all'orizzonte. Voi non lo credereste,
ma io ci posso giurare che in questo momento
Grete ha sicuramente un ospite pagante nel
nostro grande letto matrimoniale. »
« E tu sopporti una cosa simile? » chiede
Heide scandalizzato, « io al tuo posto la farei
arrestare immediatamente dalla polizia di
campagna. Il Führer ha detto che le mogli
infedeli devono essere spedite tutte dentro ai
bordelli, perché non sono degne della nostra
società nazional-socialista. La Germania deve
essere liberata anche dalle puttane, oltre che
dal resto. »
« Be', diciamo che la cosa non sarebbe poi
così divertente! » commenta Porta ridendo.
Il Vecchio sta manovrando freneticamente la
manovella del telefono da campo, e grida come
un pazzo dentro il ricevitore.
« Ma infine, con chi ce l'hai, ancora? »
s'inquieta Porta. « Il risultato lo sapevamo già in
partenza, ed ecco qui pronta la ritirata, lutto
qui. Il viaggio di ritorno è cominciato, e se li
dicessi che la cosa mi secca mentirei, amico. »
» Voglio il comando del reggimento. Buon Dio!
» urla il Vecchio. « Mi occorrono ordini per la
mia compagnia! »
« Potresti fabbricarteli benissimo da te gli
263
ordini per la compagnia, lo sai bene! »
« Idiota! La linea è interrotta », ruggisce il Vec-
chio, ce Secondo gruppo: ho bisogno di due
uomini per riassestare il collegamento. Voglio la
comunicazione, d'urgenza. »
« Oh, merda, ma non la vorrai davvero e
proprio adesso! Sei proprio tocco, amico. Se ti
riaggiustano il collegamento, salterà subito da
un'altra parte, e per concludere salteranno in
aria anche i due soldati che lo devono
aggiustare! È tanto chiaro, perdio! »
« Filiamo via, piuttosto », propone Porta,
arrotolandosi intorno alla vita un lungo nastro di
cartucce.
« Due uomini qui, per riparare! » tuona senza
sosta il Vecchio, ci E la comunicazione subito
con il reggimento! »
Vengono designati due uomini del secondo
gruppo. Un sottufficiale delle comunicazioni e
un soldato del telegrafo si cacciano in testa
senza fiatare l'elmetto e le maschere antigas.
L'aria infatti è diventata così venefica che quasi
pensiamo che l'attacco appena cessato sia stato
sferrato coi gas.
Chini in avanti, i due si inoltrano dentro questo
inferno. In testa il sottufficiale che avanzando
stende il filo che gli scorre tra le dita. Primo
contatto riparato e prova tramite il piccolo
apparecchio portatile. La linea è sempre muta,
come prima. Rapidi, continuano attraverso le
esplosioni il loro cammino, fino al punto dove
trovano la seconda rottura dei fili, e per sette
volte consecutive eseguono la stessa opera-
zione. Finalmente, il Vecchio riottiene la sua
comunicazione, e tutti noi stiamo in ascolto
vicino a lui.
264
« Sì, ho capito! » grida dentro il ricevitore. «
Resistere a qualsiasi costo. Scusate, signor
colonnello, scusate maggiore. Credevo di essere
in comunicazione con il mio capo. Qui 2ª
sezione, 5ª compagnia, sergente Beier. Bunker
distrutto. Quindici uomini, sì, signor maggiore...
ne rispondo sulla mia testa. Che cos'ho davanti
a me, dite? Non saprei dire... sembrerebbe tutto
un corpo d'armata... no, non voglio essere
impertinente... ho rischiato la vita di due dei
miei uomini per riottenere il contatto
telefonico... Coglioni! » mormora poi a bassa
voce nel riagganciare il ricevitore.
Lo guardiamo tutti con angoscia. È lui infatti
che deve decidere cosa dovremo fare; eseguire
gli ordini, oppure, sola cosa ragionevole da fare,
per la verità, abbandonare la posizione il più
velocemente possibile. Si mette in bocca una
cicca di tabacco, stende sul piano la mappa e si
concentra a studiarla attentamente,
strofinandosi il naso a patata, come fa so-
litamente quando deve prendere delle gravi
decisioni.
« Ai vostri posti e raccogliete tutto il vostro
equipaggiamento. »
« Ah, no, maledizione », geme Porta. «
Dobbiamo ancora giocare a fare gli eroi,
adesso? »
« Avete sentito gli ordini? Mantenere la
posizione a qualsiasi costo. Noi siamo la
spazzatura della Grande Germania e dobbiamo
obbedire, ma sarà poi Ivan a decidere la nostra
sorte. »
« Che peccato, questo bunker così
meraviglioso! » si lamenta Fratellino. «Non ne
troveremo uno così bello, una seconda volta. »
265
« Nel prossimo, se ne avrai il tempo, ci farai
anche la piscina! Cosa ne dici? »
Proveniente da est, dalla parte opposta della
strada che porta a Lenino, sentiamo un rumore
crescente di motori e di cingoli. Presto, alle
armi! Granate a mano, mine, nastri di cartucce,
pale, coltelli di trincea, esplosivi magnetici.
E rimaniamo in attesa... i nervi a fior di pelle.
Un razzo illuminante proietta la sua luce livida
sul terreno convulsamente accidentato, e
sembra ai nostri occhi che migliaia di cadaveri
si stiano alzando da terra. Lentamente il primo
razzo si spegne, ma un secondo si accende nel
cielo. Tutto il fronte è in fermento, un deposito
di artiglieria salta in aria e illumina la foresta
con un bagliore rosato.
Eccoli! Arrivano in masse compatte, un nugolo
d'uomini. Fantaccini nelle loro lunghe cappe
bianche mimetiche, e gambe, migliaia di gambe
stivalate calpestano la neve. In qualsiasi
direzione si guardi, non vediamo che degli
stivali che corrono verso di noi. È una marea, un
oceano di soldati.
« Urrà Stalin! Urrà Stalin! »
In un sol colpo, tutte le nostre armi
automatiche crepitano. Queste ondate umane
cadono come fossero spighe di grano falciate,
ma altre seguono, ed altre ancora, baionetta in
canna. Questa notte, pare, il maresciallo Joukov
si è presentato al fronte e ha dichiarato che non
rientrerà al Cremlino se non quando avrà
l'assoluta certezza della disfatta totale dell'ar-
mata tedesca.
La seconda ondata di fantaccini
s'impadronisce dei cadaveri a guisa di scudo, e
riparte immediatamente all'assalto. Ma, usciti
266
dalle nuvole ecco altri macellai all'attacco, e
sono i nostri aerei ora, che rovesciano un
tappeto di bombe sugli assaltanti. Al suolo,
l'attacco diminufsce, in effetti, di intensità,
mentre la neve si tinge di sangue. I russi
fuggono indietro, ma vengono bloccati dalle
NKVD che a sciabolate e fucilate li respingono, e
li ricacciano brutalmente di nuovo in avanti,
verso di noi. Pesantemente, e tristemente quei
poveretti riprendono l'avanzata in mezzo alla
neve e ai cadaveri, mentre le loro lunghe cappe
bianche svolazzano intorno alle massicce
gambe stivalate.
« Urrà Stalin! Urrà Stalin! »
Con le armi puntate e tenute all'altezza del
ventre, noi subiamo così un nuovo attacco,
l'ondata flette leggermente sotto il fuoco
mortale dei nostri mitragliatori, e i ranghi
nemici perdono il loro bell'ordine compatto
iniziale.
« Avanti, lazzaroni, vigliacchi! » urla loro il
commissario politico, sparando sui propri
uomini.
Ma il panico si impadronisce di tutti, si muta in
feroce aggressività, e i commissari vengono
massacrati; non sono più dei soldati all'attacco,
ora, sono delle bestie terrorizzate e selvagge
che cercano di fuggire al banco dello
scannatoio, mentre i loro crudeli macellai, sono
senza pietà, ma terrorizzati anch'essi.
All'improvviso, con un fragore lacerante, una
serie di granate si abbatte sulla posizione.
Vicino a me c'è un ragazzo, il solo sopravvissuto
della sua compagnia; mi guarda terrorizzato, le
labbra esangui, e anche se è ben poco che si
trova al fronte, ha già sicuramente visto coi suoi
267
occhi un mondo di orrori indimenticabili.
Ora, il fragore è proprio tutto su di noi, la terra
scoppia; urla, geme, viene dilaniata, e viene
solcata come da un gigantesco aratro.
« Santa Madre di Dio! » prega il ragazzo,
inginocchiandosi a mani giunte.
Lo guardo di sottecchi... so che fra non molto i
suoi nervi salteranno, e si precipiterà di sua
iniziativa dentro questo inferno. Alzo
lentamente il calcio del mio revolver per colpirlo
e farlo svenire, la sola cosa opportuna da fare in
questi casi, ma mi trattengo ancora, nel timore
che il colpo possa essere troppo forte, e gli
fratturi il cranio... Ma non è la stessa cosa, in
fondo, se poi i russi lo prendono prigioniero o lo
liquidano sul posto? L'HDV mi ordina di
impedirgli di salvarsi, tuttavia.
Un boato, e una colossale colonna di fuoco
scaturisce dietro le nostre spalle; mi è sfuggito
dalle mani il revolver e ho la sensazione che
tutte le mie ossa si siano come sgretolate: il
ragazzo è appiattito su di me.
Sparano ora con le loro grosse granate, i russi.
Visione atroce. Monconi di cadaveri sono
trasformati in una poltiglia senza nome, in una
massa informe di sangue e di carne. Dio, come
ho paura! Ma devo cercare di dominarla. Devo
sforzarmi di tenere stretto fra le mani il mio
LMG con la baionetta in canna.
« Mio Dio, sono ferito! » grida il giovane
fantaccino, accucciandosi nel fondo della
trincea come un animale braccato.
Mi avvicino a lui, ma mi sfugge e, come
prevedevo, si mette a correre nella « Terra di
nessuno ».
« Maria Vergine, sono diventato cieco! » e
268
cade in ginocchio con le mani dove fino a poco
prima aveva gli occhi.
Un singhiozzo mi lacera le orecchie, ma mi
butto di furia in avanti perché una granata
sembra cadere su di me ed è meglio che io non
mi faccia trovare dove quella andrà a cadere! Mi
piove addosso di tutto, mi tocco... sono stato
ferito, forse? So che al primo momento non ci si
rende conto di una ferita, anche se grave. Alzo
prudentemente il capo e arrischio un'occhiata al
di sopra del parapetto della trincea, e là dove
avevo visto il giovane fantaccino non vedo ora
che un enorme cratere.
Non sono ferito, per fortuna, ma tutto attorno
è il caos. Rimango in ascolto... l'artiglieria non è
solo un enorme spaventevole rumore
impossibile a capire e a descrivere, è anche
tutto un mondo di piccoli rumori diversi che solo
un veterano del fronte sa decifrare. Un certo tiro
di artiglieria vi dice se l'attacco è imminente
con l'appoggio della fanteria nemica, infatti, e
col cuore che batte guardo al di sopra del pa-
rapetto. C'è qualche cosa che si muove laggiù...
i russi forse? No. Non è che un dannato piccolo
abete, risparmiato non si sa come, e piegato
verso il suolo dalla pressione dell'aria rovente.
Sicuramente è l'unico superstite. Tutti gli alberi
giganteschi della foresta sono a terra e da
molto, e una sciocca idea mi passa per la testa.
Se questo piccolo testardo abete sopravvive, io
me la caverò.
« Curvati », dico all'abete nel sentir giungere
una nuova granata.
Sono inondato di neve, ma non resisto alla
tentazione di guardare la mia mascotte; l'abete
è sempre lì e oscilla ostinatamente per
269
rimettersi diritto. Una dichiarazione di protesta
verde in tutto questo bianco.
Chino in avanti con il suo vecchio elmetto in
testa e la pipa tra i denti, il Vecchio corre
sollecito da ciascuno dei suoi uomini, e a me
porta un grosso pezzo di salsiccia.
« Come va? »
« È terribile, Vecchio, proprio terribile. »
Si toglie la pipa di bocca e guarda il cratere
dove è scomparso il giovane fantaccino.
« Deve essere stata dura qui da te! È successo
niente di grave? »
« No, niente di speciale data la situazione. Un
fantaccino accecato da una prima granata è
stato poi polverizzato. Credo comunque sia
stata la fine migliore per lui, dopotutto. »
« Uno dei nostri? »
« Non credo, non lo conoscevo. »
« Pazienza allora, ne muoiono talmente tanti!
Merda però, era un ragazzo. »
E il Vecchio sparisce verso un altro che è
appiattito dietro una curva. Il nostro Vecchio è
vivo! Che fortuna, non può capitarci più niente
di grave, se lui è con noi. Ci sentiamo sicuri e
protetti.
« Per fortuna, è la sezione del Vecchio che ha
in mano la situazione », dice Porta, « come
sempre, d'altronde. »
Quando il fuoco si acquieterà un poco, andrò a
cercare la piastrina del giovane fantaccino. Per i
suoi parenti lontani sarà la sola consolazione,
infatti.
In questo momento non sparano che le
batterie leggere e i lanciatori di granate. È
terribile naturalmente, ma meno pericoloso e
aleatorio di un tiro di grosse granate, e
270
riflettendo un po', c'è anche modo di evitarle.
Dei tipi come Porta infatti riescono a calcolare
con esatta precisione dove il congegno andrà a
cadere, se sentono il colpo di partenza, mentre
meno esperti non distinguono il colpo di
partenza da quello dello scoppio. Tra i due ho
contato esattamente ventidue secondi, più che
sufficiente come intervallo di tempo per gettarsi
in una buca dove si è un po' al riparo, e d'altra
parte è raro che due granate scoppino
esattamente nello stesso punto; la seconda può
scoppiare sul pendio del cratere ma non ne ho
mai viste cadere proprio sul fondo e mi
appiattisco allora dentro l'immensa buca
provocata dalla bomba.
Con un fragore infernale, i mortai ora
riprendono a sparare all'impazzata, proprio
sopra la mia testa. Orribili, questi mortai da 80
millimetri, proiettano tutto in aria e sconvolgono
completamente il suolo. Ma nella terra che ora
ricade dopo lo scoppio, vedo brillare qualcosa.
La piastrina di identificazione del giovane
fantaccino morto.
« Stammkompagnie. In fanterie,
Ersatzbattaillon 89. Fenner Ewald, nato il 9.8.24.
»
Ora la sua famiglia potrà sapere con esattezza
assoluta che il loro giovane figlio è caduto per il
Führer e la Patria in un combattimento glorioso.
Ma io, personalmente, non racconterò mai loro
la verità. Il loro figlio, infatti, dovrà essere
caduto come un eroe, e per loro sarà la sola
consolazione, e tutte le famiglie dei caduti
devono essere fiere di aver avuto un eroe.
Mi arrampico fino alla MG mentre il fuoco
dell'artiglieria riprende e gli scoppi sibilano
271
intorno a me, ma il mio piccolo abete resiste
sempre, e mi dà pace.
All'improvviso il silenzio. Un silenzio
raggelante, per la verità. Poi un grido sale, un
lungo grido lamentoso e selvaggio.
« Uih, uih, uih! Cani di tedeschi, i russi
vengono a scovarvi ora, uno a uno! »
Una mitragliatrice crepita, altre fanno seguito
alla prima, e molti proiettili sibilano sopra la
vasta « Terra di nessuno ». Poi il grido riprende
di nuovo, lungo, funebre, lamentoso, ora... Che
degli esseri umani riescano a gridare a questo
modo è veramente una cosa allucinante, che
paralizza.
« Germansky! Veniamo a scovarvi, ora. Mai
uscirete vivi dalla terra russa, mai! Vi
mozzeremo le orecchie e i coglioni. Fritz,
tremate, dunque! Questa notte stessa vi
verremo a scovare, uno a uno! »
Una fiammata accecante, e vengo proiettato
nell'aria. Ricado in un mare di sangue, di fango
e di neve, e nel riprendere lentamente
coscienza mi rendo conto di essere caduto non
molto lontano dalle linee russe. Li sento parlare
infatti... e di tanto in tanto, dei lanciagranate
illuminano il suolo. Non lontano dal punto dove
mi trovo disteso e immobile dev'essere piazzata
una batteria di campagna, perché,
incessantemente, i colpi di partenza dei tiri mi
percuotono i timpani con il loro crepitio.
Le ore passano, lentamente, a dispetto di
questa già corta giornata, ma il freddo è
veramente orribile. Intorno a me anche i
cadaveri sembrano raggrinzirsi e accartocciarsi,
come in un estremo tentativo di difesa. Il freddo
russo divora tutto. La notte cade e distilla il
272
freddo... questo freddo mortale.
Con infinite precauzioni, serpeggiando sul
suolo, striscio verso i miei compagni, ma mi
prende ora un terror panico. Sarà giusta, infatti,
la direzione che ho preso? Perché sono dei
siberiani che ho di fronte, e la sola idea di poter
cascare nelle loro mani mi terrorizza.
Con i nervi a fior di pelle continuo ad avanzare
strisciando, mi appiattisco quando un razzo
scoppia al di sopra della mia testa, e scivolo
dentro una buca se il tiro diventa troppo
violento. Alla luce riflessa dei proiettili
traccianti, individuo e decido dove mettermi al
riparo pochi passi più in là, ma dappertutto
vedo reticolati, e spesso dei corpi in essi
impigliati sembra mi facciano dei cenni, con le
loro braccia penzolanti e insanguinate.
Sento delle voci che parlano tedesco
finalmente! Sono ore ormai che striscio
appiattito in questo paesaggio lunare, e quasi
piango appoggiando la testa alla canna del mio
fucile mitragliatore. Dalle nostre linee parte un
terribile tiro di sbarramento, ma è troppo corto,
purtroppo, e non mi copre... Intravedo delle
ombre, e sento la voce inconfondibile di Porta e
del Legionario che mi stanno cercando!
« Sei ferito, vecchio? Ti abbiamo cercato,
dappertutto sai! » dice il Legionario appena mi
individua nel buio, ansante ed emozionato.
Porta mi tende una borraccia piena fino
all'orlo. » Dove diavolo sei andato a
nasconderti? Il Vecchio ti considerava già
disperso e ci ha promesso un banchetto coi
fiocchi, se ti ritrovavamo vivo. »
Alla luce violenta e rapida di un'esplosione,
vediamo qualcosa muoversi dentro a una
273
breccia nel reticolato, e stiamo già per puntare
le armi quando vediamo Fratellino ruzzolare fino
a noi, con una barella sotto il braccio.
« Coglioni che non siete altro, perdio! »
grugnisce furioso. « Io striscio centimetro per
centimetro in questa terra che scotta e rischio
la mia ' unica ' vita, per voi, e voi state
chiacchierando qui beati come se niente fosse!
»
Qualche ora dopo siamo seduti su delle casse
di margarina ammonticchiate sul fianco della
cucina volante, e ci guardiamo l'un l'altro
contenti, congratulandoci vicendevolmente di
essere ancora vivi e sani. Cosa si può
desiderare di più, in effetti? Stiamo giocando ai
dadi, abbiamo davanti una bella marmitta di
fagioli in umido caldi e profumati, un bel fuoco
con cui riscaldarci, e soprattutto la pioggia di
granate è a una distanza... di piena sicurezza.
Fratellino mi porge un grosso sigaro, e lui ne
fuma due insieme, avendo avuto l'insperata
fortuna di un furto ben riuscito di un'intera
cassa, quando l'altro giorno guidava la
macchina del nostro generale di divisione.
Ma io mi sento a disagio, continuamente
ossessionato dal pensiero del giovane
fantaccino, e mi sento colpevole della sua
morte perché non l'ho protetto abbastanza.
L'indomani non resisto più e mi confido al
Vecchio che mi ascolta in silenzio, aspirando
delle lunghe boccate alla sua pipa. Il Vecchio è
la sola persona al mondo che riesca a ridarmi
fiducia ed equilibrio. Mi porta con sé dai tiratori
scelti, questi « esecutori di morte» dalle
stellette dì sergente, e per qualche istante
osserviamo con il binocolo questi loro allucinanti
274
assassina inconsulti.
" Uccidere », mi dice il Vecchio, « finisce per
diventare un fatto del tutto naturale, come vedi.
Ogni volta infatti che si mira a qualcuno
dall'altra parte delle linee, automaticamente
sarà uno di meno per noi da uccidere, e che ci
ucciderebbe. Si dice anche che la guerra è
indispensabile per mantenere un equilibrio
possibile tra i vivi e i morti, e non a torto, in
fondo. »
Tutta la notte, mentre ci rimpinziamo di zuppa
di cavoli, sentiamo la terra tremare in
continuazione sul fronte nemico, un rumore
ininterrotto come di veicoli in moto.
« Ivan sta facendo scaldare i motori dei suoi T
34 », dice Porta, asciutto.
« E ci arriveranno addosso fra due ore, circa »,
aggiunge il Vecchio, con aria meditativa e, dopo
una pausa di silenzio, ci ordina di riunire tutte le
mine e le cariche magnetiche, e di tenerci
pronti.
Il tempo passa... poi un improvviso inaspettato
tiro di artiglieria distrugge, dietro le nostre
linee, alcune batterie anticarro.
Arrivano! Arrivano a un'andatura pressante, i
larghi cingoli che sollevano nuvole di neve, e la
loro artiglieria spara senza sosta sull'esile
schieramento delle trincee tedesche.
« Non lasciatevi prendere dall'orgasmo,
ragazzi », dice il Vecchio. « Appiattitevi a terra e
lasciate passare tutti i carri. Immediatamente
dopo lanciate le mine e le cariche magnetiche,
intesi? »
Nel volgere di qualche minuto, tutto il fronte
tedesco è sfondato, e profondamente all'interno
anche, ma dall'altra parte del fiume una FLACK
275
ruggisce, e immediatamente di seguito diciotto
T 34 saltano in aria.
La fanteria di appoggio ai carri viene falciata
da una terribile sequenza successiva di raffiche,
e come conseguenza momentanea avviene una
pronta conversione dei carri rimasti nel punto
dove le linee tedesche sono più deboli nel
contrattaccare.
Ma in più punti, purtroppo, le truppe d'assalto
russe hanno anch'esse penetrato il fronte
sparpagliandosi nella campagna, e dei T 34,
accompagnati da reparti di sciatori, filano veloci
verso ovest martellando le posizioni tedesche di
sostegno.
A Schalamowo, un intero stato maggiore si
prepara a sbaraccare in tutta fretta, e una lunga
fila di camion ha già tutti i motori in moto. Il
comandante della divisione, un generale in un
lungo vistoso capr potto di pelo, affida nelle
mani del suo capo di stato maggiore la
consegna del comando : « Le posizioni devono
essere mantenute, e devono resistere fino al-
l'ultimo uomo », ordina, abbottonandosi il
cappotto.
« Sono gli ultimi sussulti del nemico prima
della fine », spiega all'ufficiale sgomento, un
giovane appena uscito dall'Accademia di
Guerra.
« Sì, signor generale, capisco; si tratta di una
ritirata strategica messa in atto per attirare il
nemico in una sacca, e quindi annientarlo. È
una manovra molto ingegnosa e molto efficace
», risponde il giovane ufficiale pieno di
entusiasmo.
« Esattamente. Conto su di voi per la
realizzazione di questo piano durante la mia
276
assenza. Siate severo, e mantenete una rigida
disciplina, perché ci sono state inviate negli
ultimi tempi delle truppe pessime, direi, sotto
questo punto di vista. E se ve la sbrigherete
bene, come io mi auguro, sarete promosso te-
nente colonnello fra non molto, ragazzo. »
Si stringono solennemente la mano, e
l'ufficiale novellino è ben deciso a mostrarsi al
più presto in prima linea, subito dopo la
partenza del generale.
Farà certo una buona impressione, questa sua
presenta costante, alle truppe in
combattimento.
Il generale se ne va dentro la sua pelliccia e
dentro la sua lustra Mercedes, soddisfatto di
lasciare in questa zona così pericolosa un
imbarazzante testimone della sua fuga
estemporanea e improvvisa. Qualche chilometro
più lontano, nei pressi di una foresta, ordina al
suo autista di fermare la macchina, estrae dal
fodero il suo prezioso binocolo e contempla con
interesse i T 34 che sparano senza sosta sulla
postazione che l'ufficiale difende strenuamente.
Sorride soddisfatto. È la terza divisione che fa
massacrare in conflitti eroici, ma questa volta
otterrà finalmente la croce di cavaliere, che
allineerà vicino alla croce al merito, ricevuta
quale valoroso capo di stato maggiore di un
divisione di fanteria nel 1917, nelle lontane
Fiandre.
La gendarmeria lo precede. Il capitano di
questo reparto, un duro fra i più duri,
sicuramente se la sbrigherà benissimo a far
passare in testa la grossa Mercedes del suo
comandante di divisione, a dispetto del traffico
che è intensissimo e caotico. L'aiutante di
277
campo, un capitano che parla con una dolce
voce in falsetto volta il capo, ossequioso e
servile, e gli chiede:
« Signor generale, non siamo forse stati un po'
troppo impazienti di partire? Vogliate scusarmi,
ma forse con la nostra divisione avremmo
potuto predisporre una bella linea di difesa, in
questa zona. »
Il generale non risponde, ma mentalmente
prende nota di trasferire ai mezzi corazzati
questo giovane omosessuale, non appena gli si
presentasse un'occasione opportuna. Gli
aiutanti di campo che... « pensano » sono molto
pericolosi, dovrebbero solo obbedire e tacere,
invece. Si accende un grosso sigaro, ma già la
prima boccata gli si blocca in gola. Proprio
davanti a lui non c'è forse un villaggio in
fiamme? La macchina si ferma, l'aiutante gli
tende il binocolo, muto e agghiacciato il
generale vede dei T 34 fermi vicino al villaggio,
e riesce anche a leggere una scritta sulla
torretta che lo raggela ancora di più, sempre
che sia possibile: «Uccidete gli invasori, la bieca
teppaglia fascista! » e sempre muto, lascia
cadere in grembo il binocolo.
« Datemi il vostro fucile automatico, capitano
», dice poi. « Sono dei carri tedeschi, senza
dubbio delle unità del 2° Panzer. Prendete la
macchina e andate un po' a vedere cosa
succede. Soldato Stolz, tu resti con me ad
aspettare qui. Guidate voi personalmente la
macchina, capitano, ma sbrigatevi a ritornare a
prendermi. »
Il soldato Stolz, un vecchio caporale in servizio
per-manente, scende sorridendo dalla
Mercedes. Si è reso perfettamente conto che i
278
carri sono russi, ma naturalmente preferisce
tacere. Se questi signori vogliono, ma forse non
lo sanno, suicidarsi con le proprie mani, la cosa
non lo riguarda. In silenzio, si mette nelle tasche
diverse granate a mano.
« Cosa volete farne? » chiede il capitano
sempre con la sua voce in falsetto.
« Buttarle in grembo al vicino, eventualmente
», risponde il caporale ridendo sotto i baffi.
« Mi sembra che siate da troppo tempo allo
stato maggiore », gli dice asciutto il capitano. «
Sarà opportuno farvi trasferire, credo. »
« Anche tu cambierai di posto per sempre,
signorina », dice fra sé il caporale, mettendosi
sotto il braccio il suo LMG. Prima di essere
trasferito al reparto conduttori e di seguito
destinato alla Mercedes del generale, era noto
per essere stato un eccellente tiratore, e
impugna infatti strettamente la sua arma,
sempre guardando con aria meditativa il
generale.
« Pezzo di vigliacco, dovresti finire diritto
davanti al Consiglio di Guerra, tu », dice fra sé,
« ma non si può nemmeno sfiorarti con una
mano, perché tutta la società dalla quale
provieni vacillerebbe, allora. Sei un generale, e
quando diserti il tuo atto viene definito ' ritirata
strategica ' e verrai decorato, anche per so-
pramercato », e sputa per terra con disprezzo.
La Mercedes non ha fatto nemmeno un
chilometro che è già sparita e distrutta da un T
34, ma l'aiutante di campo sicuramente deve
essere morto felice di « cadere da eroe », un
eroe della Grande Germania. Il generale è
condotto lontano e al sicuro da un altro ufficiale,
ma il caporale, accucciato dentro il fossato,
279
osserva tutte le unità che sfilano davanti a lui e
aspetta pazientemente una divisione di
convogli, per essere più esatti, quella di
approvvigionamento viveri destinati al corpo
d'armata. Su questi convogli si può girare in
perfetta sicurezza l'intera Europa, infatti! Si
distende per dormire in un camion che trasporta
carne macellata, e niente riuscirebbe più a
svegliarlo; solo se il motore avesse una panne,
sarebbe costretto a muoversi. Un camion
immobile, durante una ritirata è un pericolo
mortale, infatti.
Ventidue giorni dopo ritrova il suo generale, e i
due a mezzavoce si intendono subito
perfettamente. Dopo la stesura di un rapporto
totalmente redatto sulla fantasia, il generale
riceve la sua croce di cavaliere e il caporale una
EKI (croce di ferro di lª classe). Il generale viene
promosso generale di divisione, il caporale è
gratificato di un nuovo nastrino sulle mostrine
della sua uniforme, ripartono tutte e due su una
nuova Mercedes, e fanno dei progetti per la
prossima ritirata strategica da mettere in atto.
Con un nuovo capo di stato maggiore, un nuovo
aiutante di campo e un nuovo castello, molto
all'interno delle linee ovviamente, come sede
stabile di accantonamento, il rumore di
eventuali cannonate non riuscirà a disturbare il
sonno di nessuno dei due.
« La guerra, in fondo, non è poi così terribile
come si vuol far credere. L'importante è
sapersela sbrigare nelle situazioni di
emergenza, credimi », dice il caporale a un
amico.
Altrove, naturalmente, non è la stessa cosa.
Vicino a Lokotnja dei T 34 sorprendono tutto
280
uno stato maggiore della 78ª ID che si sta
ritirando, e ancor prima che lo stato maggiore
stesso se ne sia reso conto tutti vengono
massacrati, e i T 34, imperterriti, proseguono la
loro avanzata.
Molto indietro rispetto al fronte, risuona il
grido terrificante: « Ivan ha sfondato il fronte! I
T 34 sono già sull'autostrada! »
Il capo di una batteria isolata della 232ª B
spara sempre, senza sosta, e con vero eroismo.
Raccoglie una banda di fuggiaschi presi dal
panico, li costringe a costruire di furia un riparo
tutt'intorno ai suoi cannoni calibro 105, e lancia
le sue granate esplosive sulle orde di siberiani
che si fanno avanti. Ma a dispetto del suo
coraggio, è costretto ugualmente a ritirarsi con
l'aiuto dei suoi soldati già carichi come bestie
da soma, i cannoni vengono trascinati indietro.
Sforzi sovrumani che dilaniano i muscoli. E sul-
l'angolo di una foresta l'ufficiale di artiglieria
piazza la sua batteria in posizione, per l'ultima
volta.
« Fuoco! » grida.
Per un'ora la batteria tuona, senza sosta, ma
le munizioni vengono a mancare. Il cannone
viene ribaltato e funge da irrisorio sbarramento
anticarro, e fa fronte ai T 34 ancora per qualche
minuto. E ora brandelli di carne umana intrisi di
sangue sono il solo ricordo di quello che è stato
un vero « pugno di uomini eroici ».
La fanteria russa marcia dietro e affiancata ai
mezzi corazzati, mentre i cingoli cantano una
canzone di vittoria. Distruggono nel passare un
deposito della cavalleria tedesca i cui animali
terrorizzati fuggono ancora per qualche metro
perdendo gli intestini, e quale delizia sono ora
281
per gli sciatori siberiani queste grosse fette di
carne fresca, che quei selvaggi in-ghiottono
cruda, come gli esquimesi. Ridono, mostrando
tutti i loro denti resi scarlatti dal sangue; la
carne cruda dà forza, infatti.
150 chilometri alle spalle della linea del fronte,
i T 34 avanzano verso l'ospedale di riserva 243:
una zona tranquilla dove non si pensa
nemmeno lontanamente a un attacco da parte
dei russi. Ma all'improvviso eccoli arrivare, ed è
una vera carneficina quello che avviene, e che
tutti i comandanti dei carri dall'alto delle loro
torrette contemplano impassibili. I siberiani
violentano, uccidono, bevono l'alcool delle
farmacie a litri, depredano il deposito dei viveri,
e prima di abbandonare il campo, pisciano di
proposito su tutto quello che non sono riusciti a
inghiottire o a rubare.
In questa notte di orrore del 15 dicembre
1941, assistiamo alla distruzione completa della
grande armata tedesca, alle porte di Mosca. Le
truppe russe formicolano all'interno della città; i
T 34, con la vernice ancora fresca escono di
continuo dagli stabilimenti di produzione, in file
ininterrotte. Gli artiglieri russi, cronometro alla
mano, sono in attesa degli ordini per il più
formidabile tiro di sbarramento che mai sia
stato predisposto nel corso delle due ultime
guerre. Migliaia e migliaia di cannoni, una
concentrazione gigantesca di artiglieria,
superiore di gran lunga, a quelle di tutte le
offensive della Prima guerra mondiale. Non c'è
un solo russo che non tremi di sgomento, e
questo inverosimile, costante tuono fragoroso
sembra scaturire da Satana in persona. La notte
diventa luminosa come il giorno, rischiarata
282
dalle espio sioni che escono a migliaia da tutte
le bocche di fuoco dei cannoni. E all'alba
appaiono anche gli aerei, a sciami, e volano così
bassi che sembra sgretolino i comignoli delle
case di Mosca. Nessuno osa aprire bocca,
nessuno osa ugualmente gridare di entusiasmo,
tutti si guardano l'un l'altro con terrore.
Il 5 dicembre, alle dieci e mezzo del mattino,
un milione e mezzo di uomini si buttano
all'attacco. Un milione e mezzo contro
seicentomila tedeschi. Tre ore più tardi un
quarto di questo oceano di uomini è già caduto,
ma a ritmo incessante gli altri avanzano.
La seconda sezione tedesca di mezzi corazzati
demolisce in venti minuti ben 223 T 34, ma la
divisione ne esce con il 90 per cento di perdite,
e tutti i nostri carri sono distrutti.
Su altri settori del fronte, i mezzi corazzati
russi avanzano senza praticamente incontrare
alcuna resistenza, e si incuneano molto
profondamente nelle retrovie. Dappertutto
risuona il grido:
« I carri! I carri! »
E tutti vengono presi da raptus di follia; i
medici, i cappellani militari, gli intendenti, i
soldati dei convogli, i burocrati, tutti insomma
coloro che (inora non avevano conosciuto del
fronte che il lontano borbottio dell'artiglieria.
Tutti imballano di furia materiali e documenti, i
camion vengono caricati di tutto il caricabile, e
si fugge verso ovest.
I carri! Il grido terrificante fa fremere di
sgomento tutti coloro che non hanno mai visto
un T 34, e si auguravano di non vederne
nemmeno uno, per la verità. Ma ancora più
velocemente dei T 34, delle voci si ripercuotono
283
dappertutto, seminando il panico. Molti ufficiali
che blateravano tronfi di una guerra mai ve-
ramente vissuta, ora vengono colti da crisi di
nervi, e devono essere evacuati per, come essi
asseriscono, chiedere e ottenere dei rinforzi
dallo stato maggiore ». Un ufficiale di alto grado
deve sempre correre a rivolgersi a un' altro
ufficiale di alto grado, per dimostrargli
personalmente che i rinforzi sono indispensabili
e urgenti. Un tenente non arriverebbe mai da
solo a questo semplice ragionamento.
Altri, più affascinati dal gusto del teatrale, si
suicidano ma solo al momento in cui la ritirata
diventa chiaramente inattuabile, e lasciano
sulla loro scrivania la lettera di congedo
obbligatoria, diretta personalmente al Führer: «
Mio Führer, ho fatto il mio dovere. Heil Hitler! »
È raro, comunque che la lettera in questione
giunga a destinazione. La grande maggioranza
servirà come carta igienica di fortuna ai soldati
russi, per la verità. « Il fronte è rotto! Il fronte è
rotto! » È la breve, angosciosa frase sulla bocca
di tutti. « Il 50° corpo d'armata è stato
liquidato», bisbiglia in tono sommesso e
confidenziale un colonnello a un generale di
divisione, che si appresta di furia a fuggire
verso ovest.
Il panico si propaga con la stessa velocità con
cui un incendio si propaga nella steppa, e nel
volgere di pochi giorni, non ci sono
praticamente pili riserve tedesche, a soli cento
chilometri dietro il fronte di Mosca. Non si ha
nemmeno quasi il tempo di fermarsi a
raccogliere i feriti, e così vediamo dei ciechi con
sulle spalle un compagno mutilato di tutte e due
le gambe che si trascinano pietosamente sulle
284
strade: e dei folli alzano il braccio e gridano »
Heil! » ogni volta che un generale carico di
galloni rossi passa davanti a loro in Mercedes,
senza nemmeno degnarli di uno sguardo.
Nessuno pensa più ai soldati delle prime linee
che ancora combattono una battaglia disperata,
isolati, lontano a est, alle porte di Mosca. Tutte
le linee di rifornimento sono state troncate e
questi poveretti sopravvivono di quanto i russi
buttano via, questi russi che per loro e nostra
fortuna sono ben provvisti sia di viveri sia di
munizioni. Alcune sezioni si battono ancora,
piccole isole su di un mare scatenato, braccati
da tutte le parti dalle truppe nemiche.
« Buon Dio! » urla il colonnello Moser, dentro il
ricevitore. « Ma la linea è interrotta, allora! »
« No, signor colonnello, il collegamento è
intatto ma nessuno risponde più dall'altro capo
del filo. »
Fratellino non si occupa che dei suoi denti
d'oro, e sostiene di essere stato derubato, ma
Porta sa benissimo che nasconde sotto la
camicia ben due sacchetti colmi di quel metallo
che adora. Il telegrafista tenta ancora una volta
di mettersi in contatto con il comando del
battaglione, ma senza successo.
« Hanno tagliato la corda », afferma Porta. «
Buona notte, Rosina mia! »
« Offendi l'onore degli ufficiali tedeschi! »
grida Heide. « Un comandante tedesco non
fugge mai davanti a degli schiavi sovietici.
Signor colonnello, ho il dovere di segnalare il
caporale Porta. »
« Tacete, sottufficiale Heide! Mi date sui nervi
ben di più della fanteria russa, perdio! Andate a
controllare le sentinelle, piuttosto. »
285
« E cerca anche di metterti giusto sulla strada
di una bella granata», sghignazza Porta. «Ci
sarà un contagioso di meno, forse! Bisogna
saper difendersi dalle epidemie, ragazzi miei! »
« Cosa intendi dire con la parola epidemia,
cretino? »
« La peste nera. »
« Basta! » urla il colonnello Moser, « ne ho
abbastanza di voi e non voglio che siate sempre
alle prese con Heide. Non è colpa sua se vive in
mezzo a dei credenti. »
« Quali credenti? » chiede Fratellino a occhi
spalancati. <( Io credevo lui un vero nazi! »
« Proprio così », dice Porta. « Ma smettila di
pensare, amico, altrimenti ti viene l'emicrania. »
Due terribili colpi di granata... un agente di
collegamento si precipita dentro il bunker.
« Rapporto al signor colonnello: il comandante
del battaglione è caduto con tutto il suo stato
maggiore. Il battaglione era composto di l60
uomini. Ordine del comando del reggimento: la
compagnia ripiega su una posizione arretrata. A
Nivgorod, signor colonnello, troverà altri ordini.
»
Batte i tacchi e scompare; salta da una buca di
granata all'altra, e scivola come un serpente in
mezzo ai proiettili, ma non l'abbiamo più rivisto,
purtroppo, e la vita è corta per gente come lui,
sappiamo.
« Ritirata », ordina il colonnello Moser, «
porteremo tutto il possibile con noi. Sergente
Beier, predisponete le cariche di esplosivo, Ivan
non deve trovare nulla, assolutamente nulla qui,
intesi?! »
Porta aggancia al portello del bunker un blocco
di esplosivo, e una ben misera fine farà il russo
286
che ignaro aprirà la porta. Fratellino caccia una
cartuccia di dinamite dentro un ceppo di legna
che posa bene in vista vicino alla stufa, e che
rappresenterà una grande tentazione per chi
vorrà accendere un bel fuoco! Posiamo sulla
tavola un pezzo di carne avariata attaccata a un
filo, e se qualcuno la toccherà tutto il bunker
salterà in aria. Sotto un cadavere, una manciata
di granate e sotto la fotografia di Hitler, altre
granate. Nessun sovietico sopporta la sola vista
di una foto come quella, e la tentazione di
strapparla via dalla parete sarà troppo forte,
forse! Barcelona inchioda una piccola croce su
una porta e la collega con una carica di
esplosivo.
« Ben trovato! Nessun commissario politico
permetterebbe di lasciarla, e allora... Bum! Più
commissario, tutto è finito. »
« Vieni, Stege, che ti metto in guardia », dice
Porta conducendomi verso la latrina. « Se tu ti
siedi su una di queste assi e caghi, ti garantisco
che avrai il culo pulito come mai ti è successo in
vita tua, e ti verranno le emorroidi ancora prima
di aver finito di cagare! Ho collegato l'asse con
un detonatore Bowden. Ma il più divertente è
che anche quelli che faranno la coda davanti al
cesso salteranno in aria, perché ho collegato là
sotto il piancito il resto delle munizioni.
Dovranno aspettarne del tempo per dimenticare
la loro colica, poverini! »
« Presto! » grida il Vecchio. « Ivan sta
arrivando. Porta, per amor del cielo, pianta lì
subito quel tuo dannato sacco di viveri e
raccatta piuttosto quello delle bombe a mano. »
« Non posso mica mangiarle, quelle, e ho
sempre un gran vuoto allo stomaco, io. »
287
« Ma almeno con quelle potrai difenderti! »
« Perché difendermi se poi crepo di fame? »
risponde Porta ben deciso a non abbandonare il
suo sacchetto.
La testa della compagnia ha già attraversato il
fiume, quando all'improvviso sentiamo tuonare
le « canne d'organo di Stalin ».
« Più presto, più presto! » urla il colonnello. «
Comincerà a piovere, di qui a non molto. »
Quasi tutti siamo già passati oltre quando
cominciano a piovere, infatti, le prime granate.
L'acqua nera del fiume schizza in cielo, e degli
enormi spezzoni di ghiaccio vengono proiettati
verso la foresta. Un grido di terrore. È
Barcelona! La pressione dell'aria l'ha buttato
dentro un foro dell'acqua, e sparisce dentro quel
liquido mortale. In un batter d'occhio Porta si
infila il fucile dentro il cinturone e si avventura
sulla superficie ghiacciata fino al foro dove si
dibatte il nostro compagno. Fratellino e io
facciamo la catena dietro di lui, che cerca di
afferrare Barcelona per le braccia. Invano,
putroppo; e anche lui ora cade dentro
quest'acqua ghiacciata, talmente ghiacciata che
sembra vi strappi la pelle.
«Coglioni!» urla Fratellino, «ci vuole un cavo!»
« E dove vuoi che l'attacchi, il cavo? »
« Ai tuoi coglioni, se non hai nient'altro di me-
glio! I miei sopporterebbero il peso di un T 34,
se è per quello! »
Io salto indietro per uscire dal fiume, mentre
dei lastroni di ghiaccio si spezzano, ma riesco
ugualmente a non cadere nell'acqua.
Il Vecchio mi issa sulla terra ferma, mentre
Fratellino disteso a pancia in giù sul ghiaccio
riesce con la sua forza sovrumana ad estrarre
288
Porta dall'acqua, e tutti e due poi faticosamente
estraggono anche il povero Barcelona, che ha
tutte e due le gambe dure e pesanti come un
sacco di piombo.
Di furia accendiamo un piccolo fuoco e
costringiamo Barcelona a rotolarsi nudo nella
neve per ristabilire il flusso della circolazione del
sangue. Non si può fare un bagno in un'acqua a
meno di 52 gradi sotto zero senza poi fare un
trattamento energico di questo tipo, per poter
sopravvivere, perché, anche se al primo
momento si ha l'impressione di esserne usciti
indenni, l'interno del corpo è congelato. Bar-
celona piange, singhiozza, impreca, ma noi
teniamo duro, e finalmente dopo una mezz'ora
di questa tortura, siamo certi che è sicuramente
salvo, che anche questa volta se l'è cavata!
Porta, naturalmente, se l'è sbrigata da solo; si
è messo addosso l'uniforme di un maggiore
ucciso, e pretende che tutti noi ci si metta
sull'attenti ogni volta che si alza in piedi. Alla
fine, questo scherzo provoca la rabbia furiosa di
Fratellino, che sostiene che al 6° reparto blindo
si saluta un po' troppo!
Arriviamo a un burrone molto profondo. Non
esiste un ponte, solo de rami a strapiombo, e
dobbiamo attraversarlo aggrappandoci ad essi.
Il soldato Kuno è il primo ad avventurarsi... il
suo ramo si spezza e l'ultima visione che noi
abbiamo di lui è un corpo che cade nell'abisso.
« Avrebbero potuto proteggerci in qualche
modo però, invece di pensare soltanto a salvare
la loro pelle. Chi pensa a noi, adesso? »
« Il soldato tedesco impara solo ad attaccare,
e basta », risponde il colonnello Moser. « La
parola ' Ritirata ' non esiste nel vocabolario
289
dell'Accademia di Guerra. »
» Certo, è giudicata una parola ' immorale ' »,
ribadisce il Vecchio, stancamente.
« Proprio così », ribadisce Porta a sua volta,
sdegnoso, « potrebbe ' infrangere l'ardore al
combattimento ', ma arriva poi quel giorno in
cui gli eroi sono talmente stanchi che si può
pisciar loro sulla testa senza alcun timore di
ritorsioni. »
« Parlate proprio come dei topi di biblioteca,
voi », dice Fratellino, « ne ho abbastanza,
parliamo un po' di donne, su. »
« Se proprio vuoi... com'era quell'infermiera
russa che hai violentato l'altro giorno? » chiede
Porta, grattandosi freneticamente sotto
l'ascella, punto d'incontro favorito delle sue
pulci.
« Secca come un prosciutto appeso per
cent'anni ad affumicare, dentro a un camino!
D'altra parte non hanno assolutamente alcuna
idea di quello che si può fare in due, quelle; lo
sapevo già, in ogni caso. »
« Ah, sì? E come? »
« Io e un amico avevamo una casa che
affittavamo metà per ciascuno, segreta,
naturalmente, nella Hein Hoyer Strasse, al
numerò 19. Questo appartamentino
apparteneva al pellicciaio ebreo Leon, ma come
tutti gli altri anche lui aveva tagliato la corda
quando Adolfo cominciò a render la vita dura a
quelli della sua stessa razza. In un primo
momento, non sapevamo ancora fare le cose
molto bene e avevamo soltanto delle clienti e
dei clienti di passaggio, ma poi l'esperienza ci
ha insegnato. C'erano anche dei tipi incredibili,
fìssati che noi si facesse loro credito, figuratevi:
290
un giorno uno che veniva dalla Bolivia arrivò
fresco come una rosa; uscito dalla sua foresta
vergine, credeva che tutto fosse gratuito
naturalmente, e altrettanto naturalmente io l'ho
sbattuto fuori. ' Cerdo! cerdo! ' gridava quello
dall'altro bordo della strada, e a noi sembrava
un grido un po' ' polìtico ', per la verità. Quando
abbiamo saputo che voleva solo dire ' inaiale '
abbiamo subito telefonato ai ragazzi della
Davidstrasse: 'C'è qui un tipo che grida Adolfo
cerdo! ' abbiamo detto loro, e quelli che non
avevano capito niente, hanno risposto: ' Molto
educato, certo, lasciatelo fare; sicuramente vuol
dire Heil Adolfo! ' Ma poi hanno guardato dentro
a un dizionario spagnolo, e dopo solo sette
minuti sono piombati sul posto; ma il boliviano
che gridava 'cerdo' aveva tagliato la corda con
la rapidità di una lepre, intanto, per sua fortuna.
Figuratevi allora se dopo l'esperienza che ho
fatto in quella casa non me ne intendo di
puttane, io!»
« Attenzione! » grida il colonnello Moser. « In
fila tutti dietro di me! »
Qualche chilometro più in là ecco che
prendono a spararci dall'interno di un piccolo
bosco di pini, e le granate solcano tutto il
terreno duro come il ghiaccio; la luna si
nasconde dietro a una nuvola ma l'oscurità si
rischiara ad ogni esplosione. Fratellino che sì è
messo al riparo dietro un abete spara con il suo
MG nella direzione da dove vede scaturite la
luce, e lentamente il tiro nemico cessa. Dei
passi rapidi si inoltrano più all'interno del bosco,
e sentiamo il rumore secco di rami spezzati.
« Sparpagliatevi », ordina il colonnello, « 2ª
sezione in testa. Il nemico intende tagliarci la
291
ritirata al limitare del bosco, penso, ma noi
dobbiamo in ogni caso penetrare attraverso il
loro blocco. Tutti i feriti devono essere portati a
spalla. Se ne abbandonate anche uno solo, vi
faccio passare tutti al Consiglio di Guerra,
chiaro? Mi auguro che abbiate capito, ragazzi. »
Avanziamo in ordine sparso, cercando senza
sosta delle protezioni contro le raffiche nemiche
che ci inseguono. Arrenderci? Nessuno ci pensa,
assolutamente, sul fronte non ci si arrende mai.
Tre uomini della 3ª sezione sono stati feriti; il
sottufficiale Lehnart ha tutte e due le ginocchia
squarciate da una granata, ma gli fabbrichiamo
una stampella di fortuna usando un fucile la cui
canna funge da piede, una protesi che
inventiamo sul momento, ed egli geme ad ogni
passo, ma è sempre meglio che non morire
assiderati.
È incredibile ciò che un uomo sopporta! Lo
constatiamo tutti i giorni, con i feriti; il tenente
Gilbert cammina per diversi chilometri
trattenendo con le mani gli intestini che gli
escono dal ventre per la scheggia di una grossa
granata; l'Oberschutze Zobel attraversa
arrancando la « Terra di nessuno », a dispetto
dell'anca che è ridotta a brandelli di carne e di
ossa frantumate.
Il guastatore Blaske arriva fino all'infermeria
con metà del viso mancante e una gamba rotta.
E non dimentichiamo il sergente Bauer che si
trascina fino alla tenda del medico chirurgo con
ì due piedi appesi alla spalla e legati con una
corda! Pensava che riuscissero a
riattaccarglieli... e il portabandiera West, il cui
padre era stato generale, resiste per ben tre
giorni interi in trincea, aggrappato a due
292
baionette, con i polmoni che gli escono dal pet-
to. Porta e io lo portiamo in spalla, e per altri
quattro giorni resiste... potrei continuare
all'infinito con descrizioni di questo tipo.
Nonostante la grande maggioranza del nostro
gruppo abbia a malapena superato i vent'anni,
che esperienza sta vivendo! Sappiamo tutto sul
modo di uccidere e di morire, conosciamo ogni
tipo di ferita; un polmone trapassato da una
pallottola, o da una baionetta, una pallottola o
una granata nel ventre, una ferita provocata da
una carica di esplosivo, una ferita alla testa... le
nostre cognizioni anatomiche sono ormai quasi
perfette.
Breve pausa in una radura per raggruppare
per intero la compagnia. Il sergente telegrafista
Bloch ha una spalla trafitta da un colpo di
baionetta, e sanguina copiosamente. Arriva di
corsa l'infermiere Tafel, arresta l'emorragia e
lavora con stupefacente abilità e velocità, in
modo decisamente professionale. Aiutato da
Fratellino che gli tende gli strumenti chirurgici,
le sue dita incredibilmente abili dal lungo eserci-
zio, ricuciono la carne dilaniata.
« Te la caverai, sergente », gli dice,
avvolgendo le bende intorno alla sua spalla.
« Sei un riparatore di scheletri di professione,
tu? » gli chiede Fratellino stupito.
« Sì », replica Tafel, asciutto.
È arrivato qui da noi diretto da Gemersheim.
« Intendo dire un vero medico chirurgo che ha
il diritto di farsi pagare salato, che ha tutti i
documenti in regola dell'Università, e tutto il
resto? » insiste Fratellino, sempre più stupito e
ammirato.
« Sì te l'ho già detto, e con questo? E adesso
293
sono soldato semplice, infermiere, dovrebbe
bastarti, penso. »
« Porta! » grida Fratellino, « il nostro
infermiere è un vero pastrugnatore di intestini,
sai? Vieni a vedere, presto! Siamo veramente
dei tipi ' chic '. »
« Se sei un dottore con tutte le carte in regola,
come mai non sei ufficiale?» chiede Porta,
stupito anche lui. « E come mai esci da quella
galera di Gemersheim? »
« Bene », risponde Tafel di malavoglia. « Lo
sapevo che un giorno o l'altro, si sarebbe
saputo, ma proprio non avevo nessuna voglia di
confessarmi con voi. Vi curo perché fa parte dei
miei compiti, ma me ne fotto di voi, sia ben
chiaro. »
« Signor colonnello! » grida Fratellino, con
finta indignazione, n il nostro infermiere dichiara
ufficialmente che se ne fotte di noi. »
« Bene, visto che questa faccenda ti sta tanto
a cuore, ti risponderò : sono stato dottore, a suo
tempo. »
« Allora lo sei sempre », risponde il Vecchio,
dando una lunga boccata alla sua pipa.
« Non ho più il diritto di esercitare come
dottore, è già molto che possa fare l'infermiere.
»
« E perché? Hai ammazzato uno dei tuoi
clienti, forse? »
« Bah », taglia corto Fratellino. « La gente '
chic ' è sempre piantagrane Noi alla Reperbahn
ci accontentavamo di un bel colpo sulla testa. »
« In effetti avevo un gabinetto e una clientela
elegante », racconta Tafel. « Tutta gente più o
meno nevrastenica, capite, e questo ha finito
per scocciarmi. Una signora dell'alta borghesia
294
si era scoperta delle strane malattie, e io per
sbarazzarmene l'ho spedita a Badgastein, a fare
una cura generica, consegnandole una lettera
all'attenzione di un collega amico, che
esercitava laggiù. »
« E la lettera l'aveva data proprio a lei, dici? »
chiede Porta. « Come idea è stata una gran
bella idea! »
« Ho capito », dice Fratellino. « La pollastra se
ne è ritornata a casa sua, e subito ha aperto la
lettera mettendola sopra il vapore di una
pentola di minestra che bolliva. Non è andata
così? E chi d'altra parte non ha una voglia pazza
di sapere fino a che punto è ammalato grave? »
« E tu cosa vi avevi scritto? »
« Confesso che è stata una grossa
sciocchezza, ma quella megera mi aveva dato
proprio suoi nervi. Dicevo al mio amico : ' Ti
mando la peggior simulatrice di tutta l'Europa
centrale, non ha assolutamente niente, solo
troppo denaro. Fottila dentro i tuoi bagni con
cinque chili di sale da cucina e poi falla rotolare
dentro ai tuoi fanghi puzzolenti. Quella e suo
marito appartengono ai parassiti di questa
nostra triste epoca della storia. Falle poi una
fattura esorbitante, così ti prenderanno per un
genio. »
« Ah, è andata così! Il seguito è chiaro e lo si
capisce anche senza mettersi gli occhiali. Una
notte bussano alla tua porta, e coglione come
sei, vai ad aprire invece di filartela attraverso il
balcone. Un neonato avrebbe capito, ma tu no.
Due tipi in mantelli lunghi di cuoio e cappelli
flosci neri... »
« Proprio così. »
« E lo stallone della tua pollastra, chi era? »
295
« Una SS Brigadenführer », risponde Tafel
come avesse pronunciato la parola « morte ».
« Se mi dicessero che sei vergine, lo crederei,
amico », dice Fratellino, « avresti dovuto
andartene a letto con lei, e t'avrebbe anche
pagato, quella, stai pur certo! »
« Lasciatelo in pace », interviene a dire il
colonnello Moser. « In marcia, ora. Le posizioni
tedesche non possono essere ancora molto
lontane. Al massimo un giorno di cammino. »
« Un corno! » dice Stege, pessimista coinè
sempre. « Quei maiali sono già a Berlino, per
conto mio! »
Il terzo gruppo viene spedito in ricognizione, e
imprecando gli uomini spariscono in mezzo alla
neve alta.
« Magari stiamo andando nella direzione
sbagliata », geme Barcelona scoraggiato.
« Per noi l'ovest è sempre la direzione giusta
», dice Porta che cerca di addentare un pezzo di
pane russo, duro come l'acciaio. Lo divide con i
più vicini del nostro gruppo ed ecco che una
recluta si fa avanti e tende timidamente la
mano. Riceve solo un colpo di baionetta sulle
dita.
« Nella Grande Germania di Adolfo, ci sono
ben novanta milioni di uomini, e io non posso
nutrirli tutti. Chiama il tuo amato Führer al
telefono, e digli che hai fame. »
« Ovest, sempre ovest », dice Stege
esasperato. « Ora non si sente parlare che di
quello, mentre prima era sempre est. »
« Ci farai l'abitudine a marciare verso ovest,
alla fine », dice Fratellino accompagnando
questa affermazione con una pernacchia
gigante. » Può darsi anche che lo spazio vitale
296
del Partito sia sul Reno, adesso, se ne vedono
tante di questi tempi! »
Una risata folle lo scuote tutto, tanto l'idea
della disfatta gli sembra comica, ora.
La ritirata continua, si attraversano paludi
ghiacciate, pianure, foreste. Si liquidano volta a
volta gruppi isolati di russi e bande di partigiani.
« Occorre passare a qualunque costo », dice il
Vecchio al colonnello Moser, durante una breve
sosta. « Almeno fintantoché avremo delle
munizioni. »
« E quando si sarà fatta saltare tutta la
polvere, si solleva il culo di Ivan e poi lo si
schiaccia per terra », brontola Fratellino al buio.
« E se ci arrendessimo? » butta là il
maresciallo d'alloggio Bloch.
« Strapperei la coda al diavolo, piuttosto »,
grida Porta.
« Che bella idea abbiamo avuto a finire in
questa armata di merda », dichiara a sua volta
Fratellino. « È così che si diventa militaristi. »
« Andiamo, su! » ordina Moser. « Adunata. I
collegamenti in coda e il primo gruppo in testa.
»
Ma ecco il gruppo di ricognizione che ritorna a
gran furia. « Ci sono delle spie arrampicate
sopra ogni albero della foresta », dicono,
abbandonandosi poi sfiniti nella neve, « e a
quattro chilometri di qui c'è un villaggio dove è
accantonata una sezione di mezzi corazzati. »
Moser impreca.
« E dall'altro lato del villaggio? »
« Non sappiamo. »
« E allora, per cosa credete di essere stati
mandati in ricognizione, se sapete così poco? »
« Signor colonnello, la foresta sembra finire
297
solo pochi chilometri più in là. Due T 34
proteggono il villaggio dalle due parti. »
« E dicevate di non sapere niente? » ruggisce
Moser, paonazzo di rabbia.
Durante questa sosta, Fratellino ci racconta
una delle sue storie noiosissime e
sconclusionate, a proposito di un suo falso
matrimonio.
« Verso sera, eravamo arrivati a una specie di
albergo, dove era possibile affittare un letto per
una sola notte. Dato che avevamo fregato una
Mercedes tutta bianca sulla Reperbahn, si
trattava di una cosa molto chic, ovviamente.
Svegliandomi ancora ubriaco fradicio l'indomani
mi stavo domandando se ero capitato in un
bordello. Ma no, la puttana al mio fianco mi
dice, improvvisamente: 'Buon giorno marito
mio. Come è bello essere sposati!' 'Non lo so',
rispondo io, ' non ho mai provato, per la verità ',
e ricominciamo a far l'amore mentre il caffè si
sta raffreddando. Tuttavia ero sempre più
perplesso e stupito, e chiedo: ' Cosa intendi dire
con questa storia del matrimonio? ' ' Come sei
buffo! ' dice lei. ' Non sai che noi due ci siamo
sposati proprio ieri sera? ' ' Io? ' grido. ' Io,
incatenato per sempre? ' ' Proprio un bel
matrimonio, tutto il villaggio deve essere ancora
sbronzo marcio, adesso. ' ' E ce ne sono stati
altri che sono stati incatenati come me? ' ' Tutta
la compagnia ', mi risponde lei, ' anche Emil, il
più arrabbiato amatore di Amburgo. ' A furia di
ridere perdeva i denti nel caffè e poi se li
rimetteva a posto, facendo un rumore del tutto
simile a quello di un ippopotamo che soffia fuori
l'acqua dalla bocca. Appena ripresa un po' di
coscienza ho capito che si trattava di uno
298
scherzo, e abbiamo discusso insieme con i
compagni tutta la faccenda. Per liberarci di
queste maledette puttane, abbiamo dato loro la
chiave della Mercedes rubata, dicendo che ci
aspettassero alla Banca di Commercio della
Kaiser Platz. Emilio, che rideva come un beota,
chiamò per telefono gli schupos e disse loro che
un sacco di belle ragazze erano in viaggio
dentro a una splendida Mercedes bianca, rubata
naturalmente. »
« In piedi! » dice Moser con impazienza. « A ri-
schio di dover tagliare la gola a chiunque
troveremo sul nostro cammino, bisogna
passare, ragazzi. »
« Alla vostra salute », replica Porta. « Informo
il signor colonnello che ho finalmente finito di
mangiare. »
« Nella Bernhard Nocht Strasse », continua
Fratellino imperterrito, « c'era un pazzo che
tagliava la gola a tutte le puttane. Tutti i
grossisti di puttane, ovviamente, reclamavano a
gran voce la morte di quel sabotatore... »
« Piantala, con quella lingua! » dice il Vecchio
esasperato. « Lasciaci fiatare, e poi ti si sente a
chilometri di distanza, perdio! »
Poco dopo il bosco si rischiara, e la luce
proviene da un punto dove ci sono molti alberi
rinsecchiti e stenti. Deve esserci stato un grosso
incendio da quelle parti. Cala un silenzio greve
di minaccia, e ogni albero sembra spiarci. Con
tutti i nervi tesi all'estremo, scivoliamo in
avanti, pronti ad uccidere.
« Un villaggio! » sussurra Stege, atterrito,
buttandosi nella neve.
Non si vede nessuno, ma il vento ci porta un
rumore sordo di motori e di cingoli in moto. La
299
nebbia sembra un sudario, in alcuni punti
rasenta il suolo, e non si vede che qualche cima
degli alberi che ci circondano.
« È l'anticamera della morte », dice il Vecchio,
guardando il villaggio con il binocolo. « Se ci
avviciniamo ci spareranno addosso, proprio
come a dei conigli. »
« La nostra sola speranza è riuscire a passare
», risponde secco il colonnello, « e la nebbia ci
nasconde e ci protegge. »
Osserva attentamente la compagnia,
raggomitolata a gruppi nella neve, e alza il suo
pugno chiuso, segnale di partenza.
Infinitamente stanchi ci alziamo lentamente in
piedi. Moser e il Vecchio sono già in testa. La
neve scricchiola sotto i nostri passi, le armi urta-
no una contro l'altra, e ogni rumore sembra
riempire il mondo intero. La nebbia diventa più
fitta, il soldato di lesta sembra scomparire
avvolto in questo sudario umido, il rumore dei
motori aumenta, e ora sembra molto vicino.
« Che orrore! » dice Barcelona. « Come se il
boia affilasse la sua scure per l'ultimo colpo. »
Tanto rapidamente quanto lo permette questa
neve profonda, noi corriamo, uno dietro l'altro.
« Merda! » dice Fratellino. « A questo modo
andiamo diritti a finire nelle braccia del vicino! »
« Più a destra », sussurra il Vecchio.
Il colonnello cammina penosamente e il suo
respiro è affannoso. Occorre avere una forza
erculea in questa neve profonda, e ogni volta
che si solleva un piede si crede sia per l'ultima
volta. Si piange, si vorrebbe sostare
abbandonati dentro a questi alti cumuli di neve.
Con i giacconi da sci al vento, degli sciatori
russi ci passano molto vicini, come fantasmi, ci
300
ricoprono di una nube polverosa e sono già
spariti quando ancora non ci siamo resi conto
del tutto della loro presenza.
Tutta la compagnia si butta in ginocchio, con le
armi puntate.
« Non credo ci abbiano visto », sussurra il
Legionario, comunque molto teso.
« Non ne sarei poi così sicuro », replica il
Vecchio, strofinandosi il naso.
« E allora perché sono passati a quel modo?
Cosa staranno pensando di fare? »
« Sanno quello che fanno, te lo dico io. Metà
della compagnia muore già al solo vederli, in
ogni caso.»
« In marcia », ordina Moser, sollevando il
pugno. « Finché non saremo attaccati dobbiamo
proseguire. »
Un gruppo di commando è inviato in avanti, e
trascina con sé una LMG su una piccola slitta; è
molto meno pesante che portarla sulle spalle,
infatti.
« Non ci vorrà ancora molto, a ritrovare le
nostre linee, spero », dice il colonnello.
« Non si sa mai », replica Porta, scettico. <<
Quando un'armata coi suoi generali comincia a
tagliare la corda, è uno sfacelo generale. Forse
formeranno un nuovo fronte vicino a Berlino.
Sarebbe una cosa incredibile, meravigliosa! Che
senso ha infatti far la guerra così lontano da
casa propria, quando la si potrebbe fare
sull'uscio! »
« Io ho una paura terribile », dice Barcelona, «
questi dannati cacciatori sugli sci ci spiano da
qualche parte, e sono vicini, anche. Non è
possibile che non ci abbiano visto, perdio, ci
sono passati a meno di cinquanta centimetri! »
301
Arriviamo a un crinale. Ma da un folto d'alberi
dove i russi hanno preso posizione, ecco una
pioggia di pallottole, e il nostro commando è
massacrato, fir-> all'ultimo uomo.
« Li prendo di lato, io, quei maiali! » grida il
sergente telegrafista. « 4ª sezione dietro a me,
in marcia! »
Porta ci copre con la sua LMG, e le sue raffiche
perfettamente dirette, costringono gli sciatori
ad appiattirsi. Con le granate strette fra le mani,
attraversiamo il folto d'alberi dove giacciono dei
cadaveri, e ci affrettiamo a togliere loro le
giacche di montone e i mantelli mimetici.
« Presto, avanti! » grida Moser. « Quando
quelli torneranno alla carica, è meglio essere
lontani, e il più possibile anche! »
I nostri morti restano dietro di noi, e fissano
con i loro occhi spalancati il cielo grigio e
freddo. Di colpo esplode una granata proprio
davanti a me... Ci buttiamo tutti a terra nella
neve polverosa, che è un buon rifugio contro
questi congegni infernali.
E all'improvviso, muggendo, un enorme T 34
esce dalla nebbia, procedendo lentamente,
diritto proprio contro di noi! Nemmeno la neve
attutisce il rumore atroce dei suoi cingoli, poi
con uno scossone si ferma, e prende a sparare.
La granata è già esplosa alle nostre spalle, il
soldato Loli urla orrendamente, e questo grido
sappiamo bene cosa significa: deve aver la
schiena squarciata e aperta, fino ai polmoni!
« Questa volta è finita », geme il « professore
», e asciuga le sue grosse lenti appannate,
mentre delle lacrime congelano sulle sue
guance.
« Delle gran coglionate dici sempre, tu! »
302
replica Fratellino, « spicciati e passami una mina
magnetica. Stammi dietro, vedrai come aprirò
bene questo enorme uovo à la coque! »
« Non vorrai mica che torni indietro a
prenderle? » chiede il « professore »
terrorizzato. « Mi farei ammazzare! »
« Fai quel che ti dico, aringa affumicata! »
grida Fratellino. « Quando c'è una guerra, ci
sono per forza dei morti, lo capisci o no? »
Mentre il « professore » indietreggia di qualche
metro, arrancando verso le mine, il mostro
d'acciaio avanza lentamente e la sua
mitragliatrice solca la neve, non molto lontano
da noi. Ed ecco il povero norvegese che ritorna
portando con sé due mine.
« Bene », gli dice Fratellino, « me ne bastava
anche una, se è per quello. A meno che non
voglia far saltare anche tu un T '54, prima di
ritornartene a casa! Ti beccheresti una bella
croce di Adolfo. »
« No, no di sicuro! » geme il norvegese, «
Sono già stato il più grande imbecille della
terra, ad arruolarmi nel vostro fottuto esercito!
»
« Non sono certo io che ti costringo a dirlo,
amico. Ma allora, che cosa sei venuto a fare dai
prussiani, che non ti considerano più di una
scoreggia? Tutto ciò che non è prussiano non '
esiste ' neanche per i prussiani, lo sai o no? »
Il T 34 si avvicina, sempre sparando in
direzione del crinale, dove ci troviamo tutti
appiattiti come aringhe congelate.
« Fatti piccolo, come una mosca che si infila
nel buco del culo di una vacca! » consiglia
Fratellino al « professore », « e soprattutto non
dartela a gambe! È proprio quello che si
303
aspettano da te, quelli della carriola. E questa
volta ci avrebbero tutti in un mazzo,
un'occasione meravigliosa. »
Fratellino si piega su una gamba, si stringe
vicino la mina T, e come una molla tesa, aspetta
pazientemente che il mostro si trovi alla sua
portata. Poi con la mina sotto il braccio, arranca
nella neve profonda che quasi lo copre tutto. Il T
34 fa saltare in aria grossi pezzi di ghiaccio, e le
pallottole della sua mitragliatrice cadono
proprio nel punto esatto dove il nostro gigante
era fino a un secondo fa. Lo vedo, ora, pronto a
un successivo balzo in avanti.
« Proteggilo! » grido disperato a Porta.
« Con che cosa? Hai forse un PAK. in tasca, tu?
Cosa posso fare contro quei maiali, con questa
porcheria da due soldi! » grida, e furioso dà un
calcio alla sua LMC
« Vorrei essere un topo », geme il « professore
». « Basta che muoviamo gli occhi, e quelli ci
scoprono, Dio santissimo! »
Premo le mani contro le orecchie, perché
questo ruggito di cingoli mi rende pazzo.
Implacabile, il mostro si avvicina e il suo fragore
è simile a un coro, un canto di morte. Vorrei
scavare una galleria come una talpa, ma non
oso far nulla, non oso fare il minimo movimento
perché gli occhi agghiaccianti che ci scrutano
dalla torretta non ci scoprano. Con dei gesti da
felino, Porta afferra e avvicina a sé una mina
magnetica e la decapsula.
« Ma insomma, dov'è Fratellino? » chiede
Stege, teso.
« Forse dorme, e sarebbe proprio da lui fare
una cosa simile. » Ma Fratellino non dorme,
contempla anzi il colosso d'acciaio che si
304
avvicina diritto verso di lui, oscillando
lentamente. Calmo e freddo come un iceberg,
osserva l'immensa torretta e i larghi fianchi del
carro, e scivola sopra l'ultima piega del terreno
dietro la quale noi siamo appiattiti. Ad ogni se-
condo attendo la morte, e quale morte! Sono
costretto a mordermi i pugni per dominare il
desiderio folle di fuggire!
Fratellino si appresta al grosso salto, vediamo.
Chi crederebbe che è un poveraccio della
Reperbahn, una nullità nella società,
quest'uomo che ora si prepara invece ad un
atto incredibilmente coraggioso ed eroico,
davanti al quale anche dei generali
arretrerebbero? I poveri sono sempre i migliori
soldati, in tutto il mondo, proprio così.
Il carro è ora a circa dieci metri da noi.
Fratellino arranca verso di esso, e la sua
pesante mina T lascia un largo solco dietro le
sue spalle. Ansante, ogni uomo della
compagnia, segue con gli occhi questo conflitto
mortale. Ora ha legato la mina e la trascina. Un
balzo da belva, è in piedi e si precipita dietro il
mostro, in questo spazio di non più di sei metri,
nel quale il T 34 è obbligatoriamente cieco!
Come un discobolo, fa oscillare la mina al diso-
pra della sua testa, e nessun altro se non
questo gigante sarebbe in grado di realizzare
una simile impresa. La mina vola portandosi
dietro la corda, e atterra esattamente sotto la
torretta. Fratellino saluta, comicamente e
allegramente e poi rapido sparisce dentro a un
mucchio di neve.
Il carro ha una scossa come avesse urtato
contro una parete di cemento invisibile, si leva
un uragano di fuoco, un'esplosione gigantesca
305
proietta nel bosco le cose più disparate, mentre
un fungo nero prende forma al di sopra della
colonna di fuoco, e la MG di Fratellino crepita. I
tiratori cascano come fossero birilli, e il gigante
spara, spara, fino a che la sua arma si inceppa.
« Porcheria di propaganda tedesca! » impreca,
« se solo avessi una Maxim russa, perlomeno
sparerebbe tanto da doverci pisciare dentro per
raffreddarla! »
« Filiamo! » grida Moser, « prima che arrivino
altri carri! »
Attorniamo il villaggio dal fianco nord,
tagliando la gola a tre sentinelle prima che
queste possano dare l'allarme, e
disperatamente marciamo, corriamo attraverso
spine e rovi, con la paura che ci mette le ali.
Abbiamo con noi cinque feriti, uno di questi
muore e lo abbandoniamo addossato a un
albero, con gli occhi che fissano quell'ovest
tanto desiderato da lui e da tutti.
« Adolfo lo dovrebbe vedere, quel poveraccio!
» commenta Porta.
Con il respiro mozzo, ci precipitiamo dentro la
foresta, che ci dà più sicurezza della pianura in
cui siamo sempre allo scoperto. La nebbia ci
incolla una poltiglia ghiacciata su tutti gli
indumenti, sentiamo degli ordini, in lingua
russa, dei rumori di cingoli, la paura ancora ci
mette le ali, ma ognuno dei nostri muscoli è
talmente dolorante che finalmente il colonnello
Moser decide di fermarsi e ordina un quarto
d'ora di riposo.
Spossati, crolliamo al suolo, e a dispetto del
freddo inumano, il sudore ci cola sul viso, e le
uniformi si incollano ai nostri corpi.
« Maledette pulci! » impreca Porta, « appena
306
fa un po' caldo si mettono anche loro a fare una
specie di miniguerra mondiale. »
« Son forse queste? » dice Fratellino,
contemplandone due esemplari particolarmente
grossi. « Quella con la croce rossa sulla schiena
è sicuramente comunista, quella grigia una
nazi. Ma si mettono d'accordo sempre, quelle,
per sbafare! Molto più furbe di noi, in effetti! »
Tendiamo l'orecchio... nulla, nessun rumore,
solo il vento che sibila nei pini. Moser spiega
sulle ginocchia la mappa ormai sudicia e
spiegazzata, e chiama il Vecchio.
« Mi dica, Beier, questo villaggio che abbiamo
appena passato è certamente Nievskojo; e là »,
dice mostrando un altro punto, « ecco il
villaggio dov'era accantonato secondo le
informazioni, lo stato maggiore della divisione.
Non penso assolutamente che ancora si trovino
là, in ogni caso! »
« È molto dubbio, infatti », sorride il Vecchio. «
Gli stati maggiori si trovano sempre molto a
disagio, dove fischiano le granate. »
« Se solo sapessimo dov'è il fronte tedesco! »
« Si parla sempre di fronte tedesco », dice
Porta. « Chi diavolo può sostenere che esiste
ancora un fronte tedesco? »
« Non vorrai mica pensare che il fronte è stato
sfondato dappertutto! » grida Barcelona con
angoscia.
« Non è certo impossibile, amico. La Germania
si sfonda sempre, un momento o l'altro. È quasi
diventata un'abitudine! Davanti a Mosca, o
forse più tardi, verrà sicuramente il momento
però in cui molta gente cambierà volentieri i
galloni di generali con quelli di caporale, te lo
dico io! »
307
« E allora perché hanno impresso il ' GOT MIT
UNS ', su tutte le fibbie dei nostri cinturoni? »
« Perché è il solo che può capirci », spiega
Porta placido. « Fa sempre in modo che non se
ne esca vincitori noi, altrimenti peccheremmo di
orgoglio. Quando ci appioppano una bella
sventola sulla testa, noi poi rimaniamo tranquilli
almeno per una ventina d'anni, non è così,
forse? »
« In ogni caso», conclude Fratellino, «noi
tedeschi siamo proprio dei gran culi, è inutile! »
« Grazie », dice Porta.
« Non capisci mai quello che voglio dire,
perdio! Non te o me, naturalmente, ma certo
che è un gran casino, se ci si mette a pensar
troppo a queste cose. »
« Prendete le vostre armi, in fila indiana dietro
di me, presto », ordina il colonnello Moser
ripiegando la mappa. « Prima dell'alba
dovremmo essere in porto! »
Il vento soffia gelido nella foresta, sollevando
enormi cumuli di neve; gli alberi scricchiolano
per il gelo, e di tanto in tanto si spezzano con
un colpo secco. Tutta la notte e tutto il giorno
seguente, marciamo. Marciamo e ci trasciniamo
ora nel crepuscolo di questa strana tipica
giornata russa, che insinua un debole sole in
mezzo alle nuvole grigie. Il vento ci sferza
picchiettandoci il viso con mille piccoli cristalli di
ghiaccio e il freddo, questo terribile freddo
senza pietà, trasforma i nostri volti in immagini
mostruose. Ma il terrore della vendetta russa ci
stimola, e ci spinge in avanti. Continuiamo, e a
volte sommersi nella neve cerchiamo di
riscaldarci stringendoci gli uni agli altri,
rimanendo in ascolto, pieni di angoscia per tutti
308
questi rumori agghiaccianti della notte. Gli
immensi abeti si rizzano minacciosi tutt "intorno
a noi.
« Che ore sono? » chiede il Legionario
completamente sommerso in una nuvola di
neve turbinosa.
« Le due », risponde Porta stringendosi sempre
piti stretto a Fratellino e al Vecchio. È talmente
magro che nemmeno una cellula di grasso può
proteggerlo da questo freddo polare.
« Naldinah Zubanamouck », borbotta il
Legionario.
Un artigliere chiama sua madre; il poveretto
ha tutte e due i piedi congelati, e noi ci diamo il
cambio per portarlo in spalle, per evitargli di
doverli posare a terra. Molti altri soffrono di
congelature e imprecano, e Porta sostiene che
noi siamo già tutti morti da due giorni e che
assomigliamo in modo perfetto a quei volatili
che ancora volano per molti metri pur avendo il
capo mozzato. Abbiamo talmente camminato, in
quest'ultima parte della nostra vita, che
effettivamente forse continuiamo
meccanicamente, anche dopo la nostra morte...
« Credete che bisognerà camminare ancora,
quando dovremo andare in cielo? » chiede
Fratellino, soffre-gando con precauzione le sue
congelature che stanno suppurando.
« Eh no, amico mio! » gli risponde il
Legionario. « Là saremo tutti in pace,
finalmente! Viva la morte, ragazzi! »
« Merda! » geme Fratellino. « Credi almeno
che avremo il permesso di riposarci per
l'eternità? »
« Ma certo. »
« Allora ci sto. Che gioia, come lo aspetto il
309
giorno in cui la morte mi piglierà in braccio,
ragazzi! »
310
I morti sono abbandonati nei fango e gli
assassini hanno un alibi. Il carnefice non
fa che uccidere, e se ne gloria. Vecchia
Germania, non hai certo meritato un
simile destino!

Die Zeit, 3 Luglio 1034


(Dopo l'eccidio del 30 giugno)

In quel mattino di domenica del maggio 1942


il grande viale Bellevue era deserto. Tra le
foglie verde tenero degli alberi cominciavano a
sbocciare i primi fiorì, e la città sembrava
rivivere dopo il lungo inverno. Una Horch grigia
si immise sul viale, seguita da tre Mercedes. Si
arrestarono al centro della strada, davanti ad
un vecchio albergo dall'aspetto aristocratico.
Degli uomini dai lunghi cappotti di pelle nera e
berretti grigi da SS scesero rapidamente dalle
automobili e salirono a quattro a quattro i
gradini della scala. In testa al gruppo era un
uomo in uniforme grì-giatzurra: Adolfo Hitler.
Bussarono a una porta del terzo piano, dove
su una piccola targa di rame, si leggeva il nome
Berger, e non venendo questa aperta all'istante,
uno degli uomini la sfondò a calci. Hitler si
precipitò dentro, pistola in pugno, proprio
mentre un uomo alto e robusto, in vestaglia,
usciva da una delle camere.
« Mio Führer! » esclamò questi stupito.
« Traditore! » urlò Hitler agguantando Berger
alla gola. « Traditore, vigliacco! Siete in arresto!
»
Per due volte schiaffeggiò il generale
sbalordito; gli vomitò addosso gli epiteti più
immondi, poi alzò lentamente la rivoltella, mirò
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e sparò una serie di colpi, e solo ora lasciò
l'alloggio, col cappotto che gli svolazzava
intorno all'esile corpo.
L'SS Hauptsturmführer Rochner confidò più
tardi a un amico che in quel momento Hitler era
incredibilmente simile a un pipistrello, ma
questa arguta espressione gli costò la vita, ed
egli morì dopo poche settimane di internamento
a Dachau.
I vicini avevano udito i colpi di pistola, e
spiavano con terrore quello che stava
accadendo attraverso le loro porte socchiuse.
Furono brutalmente ricacciati dentro, e il
consigliere Walther Blume che aveva avuto
l'impudenza di protestare apertamente, fu
selvaggiamente ucciso sotto gli occhi dei tre
figli e della moglie. Quest'ultima che si era
precipitata per difenderlo morì anch'essa
colpita da una pallottola alla nuca.
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LA PARTIGIANA

« Siamo al quindicesimo giorno di ritirata »,


riferisce il Vecchio al colonnello Moser. « Se non
ritroviamo i nostri, e presto, siamo perduti,
signore. Più della metà della compagnia soffre
di congelamento agli arti e molti presentano già
sintomi di cancrena. Ventitré uomini sono feriti,
e quattro non passeranno la notte. »
« Lo so », risponde Moser. « E anch'io sono
spacciato, temo. Ma se ci catturano i russi
saremo torturati, prima di essere fucilati.
Dobbiamo passare, passare ad ogni costo,
Beier. »
« Se ce la faremo », brontola cupo il Vecchio. «
Tra non molto nemmeno le randellate
riusciranno più a rimettere in piedi gli uomini. »
« Che ritirata! » geme Moser avvolgendosi nel
lungo cappotto.
Porta mi dà una gomitata. Stanco e intirizzito
dal freddo, mi sollevo un po' da terra per vedere
cosa vuole. Stavo così bene in questo cumulo di
neve ammassata dal vento, rannicchiato contro
Barcelona! Mi passa una patata nera e gelata e
una sardina dura come il legno. Abbozzo un
sorriso riconoscente che si muta subito in un
gemito di dolore. Non si riesce nemmeno più a
sorridere con una bocca diventata dura come il
ghiaccio.
Adagio adagio, spingo la sardina fin sulla
lingua, dove lentamente si scongela. Che
delizia! Un boccone come questo può durare a
lungo se ci si sa fare, e si imparano solo in
Russia questi trucchi. Ficco nella tasca la patata,
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che mi servirà più tardi, quando di nuovo sarò
assalito dalla fame.
« Ma dov'è il fronte? » chiede il Legionario. «
Non può più essere molto lontano, ormai! »
«È da tanto che lo dicono», brontola Fratellino
mentre rompe i ghiaccioli che gli si sono formati
sulla barba.
Anche lui ha i piedi congelati, e da tre giorni
ha perduto la sensibilità delle dita. È così che
inizia la cancrena, la terribile cancrena che
corrode tutto dall'interno. Nessuno osa più
togliersi le scarpe per curarsi i piedi malati, si
rischia di veder la pelle staccarsi insieme ad
esse, e molti potranno dire addio ai loro piedi se
non saranno curati al più presto. L'odore tipico e
greve della cancrena non inganna nessuno.
« Questa puzza mi rivolta lo stomaco »,
impreca Fratellino nauseato.
« Io non mi muovo di qui », dichiara
improvvisamente il sergente telegrafista.
« Sei matto? » grida il Vecchio. « Hai
veramente perso la testa, e sarebbe un'idiozia
mollare proprio adesso. »
« Un po' di coraggio su », dice Stege dal fondo
della sua buca. « Domani sera saremo
certamente tra i nostri, e sarai trasferito
all'ospedale; letti bianchi ben puliti, pasti più
volte al giorno e caldi, anche. »
« No », geme il sergente telegrafista. « Ne ho
fin sopra i capelli, e le vostre bugie pietose mi
fanno ridere. Io resto qui, e senza di me
avanzerete più in fretta. D'altronde se
sopravvivessi non sarei che un mutilato, e
questo proprio non mi va. »
« Si abbandonano solo i morti », decide il
tenente colonnello risoluto. « Finché si respira si
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deve camminare, chiaro? »
« E dopo? » domanda il sergente in tono
provocatorio.
« Spetterà ai medici decidere cosa fare. »
Ma l'indomani riusciamo ad avanzare solo di
poco e a piccole tappe, costretti come siamo a
riposarci continuamente. Ben otto uomini sono
rimasti nella neve dietro di noi. All'ultima sosta
il sergente Loewe si è infilato silenziosamente,
non visto, la baionetta nel ventre. Un grido, un
rantolo, ed è già morto. Stege febbricitante,
delira e le bende che gli fasciano la testa sono
intrise di sangue congelato; batte i denti dal
freddo nonostante sia coperto da due cappotti
russi.
« Dell'acqua », supplica con un filo di voce.
Il Vecchio gliene fa colare qualche sorso tra le
labbra sanguinanti e il poveretto la deglutisce
con avidità.
« Purché riusciamo a salvarlo », dice Barcelona
cupo ficcandogli in bocca un pezzo di pane duro
come il ghiaccio.
« Certo, che ci riusciremo », borbotta il
Legionario.
« Ascoltatemi tutti! » grida Moser rialzandosi
di scatto in piedi. « Fatevi coraggio e rimettetevi
tutti in cammino perché se rimaniamo qui, nel
migliore dei casi moriremo assiderati. In piedi,
raccogliete le armi e in marcia; in marcia,
presto! »
Ci rimettiamo in piedi con enorme difficoltà,
ma qualcuno di noi ricade nella neve. Tutto
sembra ruotare intorno a noi come una giostra,
e Fratellino sghignala come un idiota:
« Sulla Reperbahn, la notte a mezzanotte... »
canticchia con aria vaga. « Se solo riesco a
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ritornare vivo », dice parlando tra sé a mezza
voce, « Otto Nass, quel bandito, si beccherà una
stangata tale da ricordarsela fin che campa. »
« A dire la verità », dice il Legionario, « non
sono per niente sicuro che tu e il tuo Kripo Nass
possiate fare a meno uno dell'altro, la
Reperbahn sarebbe ben noiosa se, di tanto in
tanto, Otto non uscisse dalla Davidstrasse in
cappotto di cuoio e cappello abbassato sugli
occhi! »
« Allora vi invito tutti a venire a vedere un
autentico e bell'assassinio a Sankt Pauli. Tutta la
banda della Kripo è sul piede di guerra e Otto si
dimena già come una merda fredda dentro a un
vaso da notte pieno di acqua bollente. Ma si tira
quasi sempre indietro, quello, all'ultimo
momento e chiede aiuto ai grandi della
Stadthausbrucke. A questo punto, per noi è
meglio darsela a gambe e starcene tranquilli e
beati in campagna finché non abbiano
acchiappato l'assassino o chiuso il caso,
altrimenti Otto si offre subito di fare una bella
retata per beccare due o tre cattivi soggetti
della Reperbahn. ' Eccoti in trappola! ' grida
sputando dalla finestra. ' Questa volta ti costerà
la testa, a Fühlsbuttel. ' Ma quando poi salta
fuori che non siamo stati noi, e ci deve
rilasciare, ne fa una vera malattia e minaccia
persino di dimettersi, dalla rabbia. Che cinema!
Otto morirebbe senza la sua Davidstrassc! »
Il Vecchio e Moser aiutano il telegrafista ad
alzarsi e gli porgono due fucili che gli serviranno
da stampelle.
« Vieni », ordina il Vecchio, sputando una
grossa cicca nella neve.
Il sergente telegrafista fa il saluto militare e si
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avvia zoppicando, appoggiandosi alla spalla del
Vecchio. Lentamente, la compagnia si mette in
moto con alla testa il sergente maggiore con
l'MPI, ma ad ogni passo qualcuno crolla a terra.
Lo si rimette in piedi, lo si carica di insulti, lo si
picchia, lo si schiaffeggia, ma un poco più in là,
ne cade un altro e la faccenda si ripete. Alcuni
poi crollano come statue di sale, e sono già
morti prima ancora di toccare la neve.
Poco prima di notte, un giovane fantaccino
impazzisce. È l'ultimo di una sezione che si è
unita a noi da qualche giorno. Fino a qualche
momento fa divertiva gli altri con le sue storie
comiche, ed ecco che di colpo ruota su se
stesso, sparando colpo dopo colpo col suo fucile
mitragliatore. I suoi occhi allucinati non vedono
più niente.
« Venite dunque! » grida il ragazzo,
continuando a spaiare.
Dei soldati si buttano su di lui e gli strappano
l'arma, ma il giovane si impadronisce di un MPI
russo e scompare nella foresta prima che si sia
potuto fare un gesto per fermarlo. Si odono
delle grida sempre più lontane, poi la foresta lo
inghiotte. Inutile inseguirlo, e d'altra parte non
ne abbiamo certo la forza.
« Compagnia, seguitemi, in marcia! » ordina
Moser.
Continuiamo ancora per qualche ora e poi ci
risiamo, dobbiamo fermarci, non riusciamo più
nemmeno a camminare.
« Breve sosta », concede Moser a malincuore.
« Ma che nessuno si sdrai, appoggiatevi agli
alberi, o sostenetevi a vicenda; ci si riposa
perfettamente anche così, credetemi. I cavalli
che sono molto più grandi di voi. dormono in
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piedi, lo sapete bene. »
« Hanno anche quattro zampe, però », dice
Porta appoggiandosi al tronco di un abete.
« Se vi coricate, nell'intervallo di pochi minuti
siete già morti », insiste Moser.
Le braccia ciondoloni, ci appoggiamo agli
alberi cercando di rimanere in piedi,
sostenendoci gli uni agli altri. Lentamente,
molto lentamente, la spossatezza mortale
scompare per lasciare il posto ad un singolare
torpore agitato. La fatica e il freddo ci rendono
però sempre più simili a dei pezzi di legno!
Prendo un tozzo di pane duro come ghiaccio
trovato addosso ad un cadavere, lo avvicino alla
bocca, ma poi ci ripenso e lo ripongo nella mia
tasca, inghiottendo solo un po' di neve. Può
passare ancora molto tempo prima che mi
riesca di trovare qualche cosa di commestibile,
e il sapere che ho già del pane nella tasca
sicuramente attenuerà la mia fame. Due uomini
muoiono in piedi, congelati e tra poco li
abbandoneremo cosi come si trovano,
appoggiati agli alberi come rigidi burattini, dopo
che il Vecchio avrà tolto loro le piastrine di
riconoscimento e se le sarà messe nella tasca
insieme a quelle di tanti altri.
Li invidiamo. Non uno di noi che non sogni, in-
fatti, di lasciarsi cadere e finirla una volta per
tutte con questo inferno di sofferenze atroci, nel
quale ci hanno buttato in nome della patria!
« Andiamo », grida furioso Moser. « Sbrigatevi!
Chi non cammina, lo ammazzo... »
Nessuno si muove.
« Miro al ventre », dice alzando la pistola verso
Barcelona che giudica il meno coraggioso della
sezione di Beier. « Andiamo, in marcia », ripete
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più dolcemente, ma con fermezza.
« Mi scocci, sai! » risponde insolente
Barcelona. « Va' tu da solo a vincere questa
sporca guerra, io ne ho abbastanza, Cristo! »
Barcelona si appoggia mollemente a un albero
e si concentra a pulirsi le unghie con la
baionetta.
« Sparo! » urla Moser tremante di rabbia.
« Non oserete », replica fermo Barcelona. « Io
rimango qui e aspetto il mio vicino. Ne ho le
balle piene della grande patria di Hitler, e se voi
foste furbo, signor colonnello, fareste come me.
»
« Ammazzatelo! » urla Heide fuori di sé. «
Liquidate questo traditore. »
« Chiudi il becco, fottuto imbecille di un
nazista! » grida Porta fuori di sé buttando a
terra Heide con un grosso pugno.
Un mormorio minaccioso si alza da tutta la
compagnia che per la maggior parte,
ovviamente, approva Barcelona.
« Metto una pietra sopra quest'atto di
indisciplina se prendete le vostre armi e mi
obbedite», promette Moser con tono
cameratesco.
« Puoi fottertele tutte sulla schiena, se vuoi »,
urla con voce stridente Barcelona, di nuovo
esasperato e fuori di sé, « e quando ti sarai
stancato, vai pure al Gran Quartiere Generale a
pisciare sul culo di Adolfo, con tutti i miei più
cari saluti. »
« Conto fino a tre », dice Moser. « Uno... »
« Ecco il tipico modello del lurido eroe tedesco
», dice Barcelona con voce ormai fioca. «
Minacciare una porcheria simile a un soldato
disarmato! »
319
« Due... »
Porta a sua volta alza la pistola, ma la punta
sul colonnello Moser. Se Barcelona non cede,
infatti, tra poco avverrà una strage; che il
colonnello sia deciso a sparare nessuno ne
dubita, certo, ma nello stesso istante anche lui
sarà morto, e anche di questo nessuno dubita.
« Avete deciso, sergente? »
« Se vi diverte, fate pure. »
« L'avete voluto... », Moser mette il dito sul
grilletto.
Nello stesso momento, uno sparo! Qualcuno,
nessuno sa chi, ha forato il berretto di pelliccia
del colonnello con un proiettile.
« Vieni, dolce morte, vieni », canticchia il
Legionario che gioca sorridendo col suo MPI.
Senza una parola, Barcelona si mette l'arma in
spalla e si incammina con fare confuso, mentre
Moser respira, visibilmente sollevato.
« Andiamo, sbrighiamoci! » grida Moser senza
degnare di uno sguardo Barcelona.
Lentamente la compagnia si mette in moto,
ma Fratellino sembra che non ce la faccia;
vacilla sulle sue povere gambe malandate.
« Quanto male fanno, perdio. Non avrò pace
fin quando non mi avranno tagliato via questi
dannali piedi! »
« Non potrai più ballare sulla Reperbahn, però.
»
« Non ne sono mai stato capace, se è per
quello. Tutto quello che sono capace di fare coi
miei piedi è di camminare, e in fondo posso
benissimo farne a meno da oggi in avanti. »
« E credi che le ragazze verranno ancora a
letto con te quando non avrai più piedi? »
« Inventerò una storia talmente eroica che
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tutte sbaveranno d'ammirazione, e dopotutto,
non è coi piedi che si bacia! »
« Mica stupido, però », ridacchia Porta.
Occorrono più di due ore per fare solo due
chilometri, anche Moser è agli estremi e crolla
come un sacco vuoto accanto agli altri. Io mi
tolgo di tasca il pezzo di pane gelato, ma non
appena comincio a rosicchiarlo vedo che gli altri
mi osservano. Subito, lo tendo a Porta che poi lo
passa a tutti gli altri, e spetta un morso ad
ognuno di noi. Avrei dovuto mangiarlo di
nascosto, forse? No, è impensabile! Dopo una
simile azione non avrei più potuto guardare in
faccia un camerata, e tutto quello che ci rimane
al mondo è questo nostro autentico
cameratismo, nostra sola possibilità di
sopravvivere.
« Cosa faresti tu Porta, se la guerra
terminasse? » chiede il « professore ».
« Non finirà. Durerà ancora mille anni e una
sola estate. »
« Tu scherzi! Sii serio, ti chiedo cosa faresti se
finisse. »
« Mi troverei una donna russa smobilitata e le
farei un trattamento tale da farle credere che la
guerra è ricominciata. »
« Veramente? » dice il « professore » stupito. «
Niente di più? »
« E non ti basta? Ti giuro che il mio '
trattamento ' metterebbe in ginocchio anche
una regina.»
« E tu, Fratellino? »
« Farei come Porta », risponde il gigante che
sta succhiando un pezzetto di ghiaccio. « Le
puttane sono la sola cosa che ha una certa
importanza a questo inondo, ve lo dico io. »
321
« Quanto a me », dice Barcelona, con gli occhi
che già gli brillano alla sola idea, « prenderei
l'appartamento reale dell'Albergo Vier
Jahreszeiten (Grand Hotel di Monaco), mangerei
a crepapelle, e me la spasserei un mondo a
vedere poi le loro facce quando si rendono
conto che non sono in grado di pagare. »
« Io, mi iscriverei immediatamente come
allievo all'Accademia di Guerra », dice Julius
Heide.
« Non riuscirai mai a diventare tenente senza
la laurea, amico mio », dice il Legionario.
« Voglio i gradi e li avrò », afferma Heide
furibondo. « Mio padre era un disgraziato che
passava la maggior parte del suo tempo nelle
prigioni prussiane; mia madre lavava la
biancheria sporca dei ricchi e lucidava i loro
pavimenti. Io sono deciso a salire più in alto
possibile nella scala sociale, per vendicarmi in
blocco di tutte le umiliazioni subite da quei
privilegiati. Li odio, capite? »
« Ma dove troverai il denaro per fare
l'Università? » domanda Porta.
« Metto da parte il 75 per cento del mio
stipendio con cui compero le obbligazioni del
Prestito di Guerra al 20 per cento; e lo faccio già
dal '37. »
« Ma a quel tempo non c'era ancora nessun
Prestito di Guerra. »
« Avevamo il Piano Quinquennale che è lo
stesso e quando mi avranno pagato, avrò una
bella somma. » Orgogliosamente mostra un
librétto della Cassa di Risparmio. « Puoi vedere
coi tuoi occhi : solo cifre nere. »
« Mio Dio! » esclama Porta, stupefatto. «
Nemmeno una soia cifra rossa di debito! Se
322
guardassimo il mio, ci vorrebbero gli occhiali da
sole per non rimanere abbagliati da tutto il
rosso che c'è! »
« E come puoi sapere che riuscirai a laurearti?
» domanda Fratellino a Julius.
« Lo so », risponde Heide categorico. «
Quando sarete richiamati, dieci anni dopo la
fine di questa guerra, io sarò capo di stato
maggiore di divisione. »
« Non contarci su di me quanto a essere
salutato secondo i regolamenti, però! »
sghignazza Fratellino. « E poi, se dovesse
succedere, sarai tu che non ci riconoscerai più.
»
« Non lo potrei più », risponde Heide altezzoso.
« Apparterrò finalmente ad un'altra classe
sociale. Arriva un momento nella vita nel quale
bisogna dimenticare tutto il passato! »
« E ti metteresti anche il monocolo, come tutti
quegli inetti dagli stivali lucidi? »
« Se la mia vista si sarà abbassata, cosa di cui
dubito, avrò un monocolo come tutti i prussiani,
certo. Non approvo assolutamente gli ufficiali
che portano gli occhiali; sono adatti solo a delle
bestie come voi. »
Attraversiamo una palude gelata, ed ecco
arrivare un piccolo plotone di fantaccini guidati
da un sergente di lª classe.
« Da dove venite? » chiede Moser stupito.
« Siamo ciò che rimane del 37° reggimento di
fanteria, 1° battaglione », risponde cupo il
sergente sputando nella neve.
« E voi chi siete? » replica secco Moser. «
Avete dimenticato come ci si presenta per un
rapporto? E quando parlate a un ufficiale,
vogliate mettervi sull'attenti, signore. »
323
Il sergente fissa il nostro capo senza dire una
parola, ma nel suo sguardo brutale si legge
chiaramente il furore represso. Poi batte i
tacchi, raddrizza il cinturone, e preme; secondo
il regolamento, la mano destra sulla cucitura del
pantalone.
« Signor colonnello », grida con voce sguaiata
da caserma. « Sergente capo Klockdorf e
diciannove uomini, ciò che resta del 37°
reggimento di fanteria, 1° battaglione. Chiedo
ordini. »
« Finalmente », dice il colonnello soddisfatto. «
Anche noi siamo ' ciò che resta ', in ogni caso;
evidentemente si sta liquidando l'armata
tedesca. »
« Ti aspettavi qualcos'altro? » sussurra Porta. «
Anche un deficiente avrebbe potuto indovinare
che sarebbe finita così. »
Moser, che ha sentito tutto, volta il capo verso
di lui.
« Sapreste, dirmi, allora, cosa sta succedendo?
»
« Segnalo al signor colonnello la sola cosa che
io sappia con assoluta certezza, che Ivan sta
prendendoci a calci nel culo. »
« Voi proprio non sapete niente », risponde
ironico il colonnello. « Non leggete la Gazzetta
dell'Armata? Pure è vostro dovere, è un ordine
preciso emanato dai superiori. »
Tutti scoppiano in una grossa risata mentre il
sergente capo guarda stupito Moser. Si trova
davanti ad un pazzo, forse? Decisamente si sarà
visto di tutto in questa guerra, ma i soldati
tedeschi sanno ormai bene come comportarsi
con i pazzi; respira perciò profondamente, e
batte di nuovo i tacchi, gesto che fa sempre
324
piacere ai graduati prussiani.
« Signor colonnello, nel mio plotone un
sottufficiale di stato maggiore di divisione
afferma che si sta creando un nuovo fronte più
ad ovest. »
« Siete veramente carico di informazioni, a
quanto vedo », ride il colonnello. « Un nuovo
fronte più ad ovest, dite? A Berlino, forse? »
« È in effetti possibile, signor colonnello, a
meno che non si tratti di Parigi », risponde
l'uomo che non ha minimamente percepito
l'ironia.
Cade la notte, allorché appare proprio davanti
a noi un villaggio, che sembrerebbe deserto. Le
piccole capanne sono per metà sepolte dalla
neve, ma Porta è il primo a scoprire un
sottilissimo filo di fumo che sale da un camino
verso il cielo ugualmente grigio come il fumo.
Un segno di vita, forse.
« C'è anche qualcuno che parla », mormora
Fratellino che sta sempre con l'orecchio teso.
« Davvero? » chiede Moser incredulo.
« Quando Fratellino dice che sente qualche
cosa, è assolutamente e matematicamente
certo », risponde Porta. « Sentirebbe un colibrì
nel nido, a venti chilometri, e contro vento. »
« Parlano russo o tedesco? »
« Russo, è una banda di ragazze che
chiacchierano. »
« Cosa dicono? »
« Non capisco il russo, io; dovremmo piombar
loro addosso e insegnare subito il tedesco a
tutte quante. È sempre una fregata parlare
un'altra lingua, in tutti i casi. »
« Bene », dice il colonnello, « Facciamo una
bella ripulita e restiamo qui per la notte. »
325
Questa frase galvanizza tutti! Passare una
notte al caldo con qualche cosa da mettere
sotto i denti, perché ci deve ben essere qualche
cosa da mangiare nel villaggio!
Rivoltella in pugno, eccoci pronti, e tutti
d'intesa che al minimo rumore spareremo.
Ammazzeremo persino i bambini se ci
sentissimo minacciati e, nelle foreste russe,
anche i bambini sono pericolosi. Già parecchie
volte è successo che un bimbo di cinque anni
abbia lanciato delle granate su una compagnia
distesa addormentata, ma in quanto a questo
non vi è alcuna differenza tra i russi e i tedeschi,
bisogna riconoscere.
« Attenzione! » grida Moser allorché
penetriamo in una fornace, il Vecchio in testa,
come sempre.
« Sì », dice Porta. « È scuro come il buco del
culo di un negro, qui. »
« Silenzio! » sussurra Fratellino. « Qualcosa qui
puzza. »
« Mi fai cagare addosso dalla paura »,
risponde il Legionario rannicchiandosi dietro un
mucchio di tegole.
« Ti dico che c'è qualcuno che ha appena tolto
la sicura alla sua pistola, pronto a sparare »,
insiste Fratellino.
« Davvero? » chiede Heide che ha già
decapsulato una granata.
« Puoi sempre andare a vedere, se non ci
credi. »
Stiamo in guardia, e ci corichiamo per terra.
« Chiudete gli occhi », dice il Vecchio, « che
lancio un razzo. »
Ci tappiamo tutti gli occhi subito, perché la
luce provocata dal fosforo è così forte che
326
provoca dolore oltre ad essere molto dannosa.
Porta si rialza un poco e lancia una salva, e da
un angolo della fornace arrivano fino a noi delle
grida acute di donna, così acute da soffocare
quasi, il crepitio della mitraglia. Una granata a
mano rotola ai piedi di Fratellino che con un
calcio la spedisce fin sul soffitto. Io lancio la mia
granata a mano... e poi, tutto tace.
Sei donne in uniforme giacciono morte in un
angolo. Una di esse ha avuto la testa come
tranciata da un coltello, è coperta da un mare di
sangue, ma i suoi occhi ci fissano ancora
straordinariamente vivi.
« Bella! » dice Fratellino che raccoglie la testa
e ne annusa la chioma. « E ha un buon odore di
shampoo, anche. Che peccato dover
ammazzare una così bella ragazza per colpa
della patria! Una vera sudiceria! »
E con precauzione sistema la testa sotto il
braccio della morta.
« Una volta, quando si tagliava la testa a
qualcuno », commenta Heide, « gli si metteva la
testa tra le gambe. »
« All'Isola del Diavolo », spiega il Legionario, «
il boia prende la testa mozzata per le orecchie,
e dice: ' La giustizia ha operato in nome del
popolo francese '. »
« Che orrore! » grida Porta, « Credevo i
francesi un popolo più civile. »
« Certo che lo è, ma nel caso che ti ho detto si
trattava di criminali », risponde il Legionario che
difende sempre la sua Francia.
« I criminali... » medita ad alta voce il Vecchio.
« Di questi tempi non si sa quasi più chi è un
criminale e chi è un eroe. Cambia ogni giorno, il
modo di pensare della gente. »
327
« Proprio così, ma in questo momento siamo
costretti ad essere criminali », sussurra Porta
guardando bieco Julius. « Sono veramente
contento di non essere iscritto al Partito. »
« Cosa vuoi dire? » grida Heide, subito
minaccioso.
« Quello che ho detto. »
« Andiamo! » grida il colonnello. « Sergente
Beier, presto! »
« Arriviamo », risponde il Vecchio. « Avanti,
voialtri, non crederete sia già stata firmata la
pace. »
In pochi minuti il villaggio è rastrellato a fondo
e dei civili escono dai loro nascondigli,
piangendo, strillando, assicurando ovviamente
che odiano i comunisti e che ci adorano.
« Quasi si direbbe che erano nazisti ancora
prima della nascita di Adolfo », dice Porta
interrogando una donna di mezza età. « Tu Matj
(Madre) », dice in russo. « non comunista? Ami i
nazisti? Alza la mano destra e ripeti: 'Heil Hitler,
grosse Arschloch!' »1
Tutti si mettono a strillare, felici, senza
naturalmente capire una sola parola di quello
che vien fatto loro dire.
«Non ho mai udito niente di più infamante!»
urla Heide. « Sentiremo poi cosa ne dirà il
Führer! »
« Basta, ora », taglia corto il colonnello. « Dite
a loro piuttosto di far cuocere delle patate e di
non economizzare la legna. »
Il Vecchio insulta un artigliere che è stato così
sciocco da togliersi gli stivali, e che ora osserva
attonito e sgomento i propri piedi erosi e

1
« Heil Hitler, gran buco di culo! »
328
consumati dal congelamento. L'infermiere Tafel
ci fa un cenno di disperata impotenza.
« Bisogna amputarlo d'urgenza. Portatemi
dell'acqua bollente », dice.
« Qui? » dice Moser sbalordito.
« Impossibile fare in altro modo. Non può
seguirci in questo stato, e noi non possiamo
ucciderlo. »
« Che nessuno si tolga gli stivali! » grida
Moser. « È un ordine. »
Leghiamo l'artigliere a un tavolo usando le cin-
ghie dei fucili. Una donna porta dell'acqua calda
e aiuta Tafel meglio che può, una povera donna
che ha il marito e due figli nell'Armata Rossa.
Un'ora dopo quest'operazione di fortuna è
terminata, ma all'alba, il soldato muore senza
nemmeno aver ripreso conoscenza. Lo
seppelliamo in una buca di neve; sopra a un
piolo il suo elmetto e nella tasca del Vecchio
scivola una nuova piastrina di riconoscimento.
Si dimentica presto il dolore e la morte davanti
a delle meravigliose patate caldissime. Un vero
banchetto! Tutti si sentono rivivere, al punto che
nessuno protesta per il suo turno di guardia,
doppia pei ogni postazione; trenta soli minuti a
testa, d'altronde, perché nessuno
sopporterebbe questo freddo spaventoso più a
lungo.
Moser ha dato ordine di partire alle sette,
perciò avremo ancora tre ore di luce piena per
coprire un buon tratto di strada, preziose nel
caso gli abitanti del villaggio avessero avvisato i
partigiani della nostra presenza. Per loro è un
dovere vitale se non vogliono essere fucilati
come collaborazionisti, e ne sono talmente
terrorizzati che il sergente maggiore Klockdorf
329
cinicamente propone di ammazzare tutti i civili
prima di andarcene.
« I cadaveri non parlano », afferma.
« Sei matto », dice Porta. « Perdiana, non
vorremo mica ammazzare anche le vecchie
matjes! (madri)»
« E perché no? O loro o noi, e d'altra parte non
servono a niente, ormai. Quando una persona
ha superato cinquantanni, bisogna eliminarla,
anche Heydrich lo ha detto. »
« Bene a sapersi. Verrò a cercarti quando avrai
cin-quant'anni, e sarò curioso di sapere cosa ne
penserai. »
Poco dopo mezzanotte, siamo noi al turno di
guardia. Fa un freddo bestiale, ha ripreso a
nevicare e non ci si vede a due metri. Porta e io
restiamo di sentinella nella zona nord del
villaggio, e Fratellino è dispensato per i suoi
piedi dolenti, ordine dell'infermiere. È già
trascorsa circa la metà del nostro turno, quando
dall'ombra spunta il sergente maggiore Klock-
dorf, accompagnato da due uomini che
sostengono a braccia una giovane donna.
« Hai trovato un bordello? » chiede Porta,
guardando la donna con vivo interesse.
« Una partigiana, sì! » sghignazza Klockdorf
con espressione sadica, mentre con il mitra le
punzecchia il ventre.
« E la porti dal capo? » indaga Porta, sornione.
« Certamente no e poi non ti riguarda.
L'ammazziamo all'istante questa strega. »
« È troppo carina per morire, regalamela
piuttosto. »
« Prova un po' a toccarla e vedrai! Questa
sgualdrina è vetriolo puro. » Si china ora sulla
ragazza che non ha più di vent'anni. «
330
Baldracca! Creperai stai sicura, ma lentamente,
però. Cominceremo con l'affibbiarti una
pallottola nel ventre. »
« Cane di un nazista », urla la donna
sputandogli in faccia. « Non riuscirai mai a
uscire vivo dalla Russia! »
Klockdorf la colpisce con un durissimo pugno
sotto la vita e lei, gemendo si piega in due.
« Sporcacciona! » grida il sergente verde di
rabbia. « Vedrai, ora! Schiaccerò sotto i miei
piedi ogni osso della tua carcassa comunista
prima di farti crepare! »
« Dalle dei calci nel ventre, di modo che il culo
le esca dalla bocca », ridacchia un lubrico
guastatore. « Conosco questo genere di
puttane, a Minsk mettevamo loro una corda al
collo, poi le trascinavamo dietro le nostre auto
all'impazzata. »
Il suo vicino, un Oberschutze, scoppia in una
risata.
« A Riga, le appendevamo per i piedi, e
quando gridavano troppo forte, ordinavamo al
fabbro di toglier loro la lingua con le sue pinze.
»
« Qualcuno ha una corda sottile? » chiede
Klockdorf con una espressione perversa negli
occhi.
«Io», dice il guastatore mostrando un pezzo di
cavo del telefono.
« Perfetto! » sghignazza il sergente passando
quasi teneramente il filo di rame attorno al collo
della giovane donna.
« Laggiù c'è una trave », dice il suo camerata
tutto contento, mostrando una capanna vicina.
« Si arriva appena a toccare per terra con le dita
dei piedi, così ne avrà da sgambettare quella! Io
331
adoro questo tipo di spettacolo, proprio non c'è
cosa che mi diverta di più! »
« Andiamo, vieni figliola », dice Klockdorf sorri-
dente, spingendo la prigioniera col calcio del
fucile.
Hanno appena finito di far passare il cavo del
telefono attorno alla trave, quando entra nella
capanna il colonnello Moser, seguito dal
Vecchio.
« Vorrei proprio sapere, sergente, cosa state
facendo qui? » dice il colonnello con gli occhi
che sprizzano scintille.
«Abbiamo catturato una partigiana», risponde
Klockdorf ridendo in maniera forzata. « Una
vera donna selvaggia, che morde. »
Questo bruto non era mai riuscito a capire il
temperamento del colonnello, e lo detestava.
Nella sua vita militare non aveva mai incontrato
un tipo simile di ufficiale.
« Veramente? » dice il colonnello. « E cosa
intendete voi col termine di donna selvaggia?
Non ho mai letto questo termine in un testo
militare, e non sarebbe invece il momento di
fare il vostro rapporto al comandante di
compagnia? »
A malincuore, con l'odio che gli sprizza da tutti
i pori, il sergente batte i tacchi e sputa, quasi, le
sue parole.
« Signor colonnello, il sergente capo Klockdorf
riferisce che ha catturato una partigiana. »
« Bene », risponde Moser con esasperazione a
stento repressa. « E contro tutti i regolamenti
voi vi istituite giudice e carnefice? Andate, filate
via, mascalzone, fintanto che ancora riesco a
trattenermi! Levatevi di torno, o vi farò
giudicare dal Consiglio di Guerra, e il sergente
332
maggiore Beier testimonierà a vostro carico.
Via! »
« Permettete che io la liquidi, colonnello »,
insinua Porta felice, impugnando già il suo fucile
mitragliatore. » Sarebbe l'azione di guerra che
mi ha dato più soddisfazione! »
« Mi avete sentito, sergente! » grida Moser
schiumando di rabbia. « Altrimenti do ordine al
caporale Porta di abbattervi sull'istante, da quel
bruto che siete. »
Mentre l'uomo si eclissa seguito dai suoi due
scherani, il Vecchio libera la ragazza che guarda
il colonnello a bocca aperta e non capisce più
nulla. Lei avrebbe agito come Klockdorf, in
effetti, se le parti fossero state invertite.
« Beier », riprende Moser, « guardate a vista
quel mascalzone, e al minimo accenno di
indisciplina, liquidatelo. »
« Sarà una ghiottoneria », dice il Vecchio. «
Hai sentito Porta, è una faccenda che riguarda
te e Fratellino. »
« Prima che passino ventiquattr'ore, avrai in
dono i suoi coglioni dentro a una bella custodia
», sghignazza Porta. « Fra dieci minuti Fratellino
sarà sulle sue piste e sai già bene come andrà a
finire. »
« Ho detto: al minimo cenno di indisciplina»,
taglia corto il colonnello in tono asciutto.
« E di quella, cosa ne facciamo? » domanda il
Vecchio indicando la ragazza che ha ancora
attorno al collo il filo di rame.
« Fucilatela! » grida Heide. « In base alle leggi
internazionali di guerra, è permesso uccidere i
civili trovati in possesso di armi. Si devono
combattere i bolscevichi con tutti i mezzi, l'ha
proclamato il Führer in persona. »
333
« Un calcio in culo, perdio », dice Porta senza
precisare se intende Heide oppure il Führer.
« Sono dolente di quanto è successo », dice il
colonnello alla ragazza, che abbiamo nel
frattempo fatta entrare nella capanna dove
Moser è acquartierato. « Ovviamente sarete
giudicata da un Consiglio di Guerra regolare, ma
non vi accadrà nulla, linché rimarrete nella mia
compagnia. »
Porta traduce nel suo caotico russo, ma è
chiaro che la ragazza conosce molto bene il
tedesco e non ha bisogno di nessuna
traduzione.
« Rapporto al signor colonnello », dice Porta
battendo i tacchi. « La partigiana chiede che il
colonnello venga preso a calci nel culo e
aggiunge che sicuramente non uscirà vivo dalla
Russia. »
Moser alza le spalle e si allontana col Vecchio.
Il nostro colonnello è un uomo che dissente dai
fanatismi della politica, è un idealista ed è
ancora convinto che la guerra si combatte tra
gentiluomini!
Nella stufa bruciano grossi ceppi di legna e il
calore si espande benefico nella capanna dal
soffitto molto basso; Porta e disteso, tome si
deve, dietro la stufa, e tutto addossato alla
ragazza; se lei volesse fuggire dovrebbe prima
passare sul corpo del suo guardiano! Ma ecco
che all'improvviso la porta viene socchiusa, e
appare il Legionario al colmo dell'agitazione.
« Porta! » chiama a mezza voce.
« Sono sulla stufa. »
« Vieni di corsa pezzo d'idiota! Ho trovato un
deposito di viveri. »
« Kraft durch Freude! Die Strasse frei! (Il
334
vigore attraverso il piacere! La via è libera!) »
mormora Porta ruzzolando velocemente dalla
stufa, « Andiamo subito a vedere questa
meraviglia! »
« Vengo anch'io! » grida felice Fratellino che
non è stato invitato, ma si affretta ugualmente
a districarsi dal telo-tenda in cui è avvolto.
Silenziosamente usciamo dalla capanna per
penetrare poi in una specie di vasto capannone,
aperto sui due lati.
« Cosa ne dite? » fa il Legionario spostando
delle assi.
Gli occhi sbarrati, contempliamo delle casse
che hanno sul coperchio delle scritte in lingua
inglese: « Il popolo americano saluta il popolo
russo. » Sono piene di scatole che tocchiamo
con religioso rispetto.
« Conserve », dice Fratellino. » Corned beef,
ananas, pere sciroppate! Troppo bello per
essere vero. »
Ma di colpo mentre noi lo guardiamo
stupefatti, getta la scatola che stringeva con
amore, corre lontano con due balzi e si
appiattisce nella neve profonda.
« Filate! » urla. « Filate, vi dico, sento il
ticchettio! »
« Dove? » domanda Porta sempre fermo in
contemplazione delle casse. « Non sarà nella
tua testa? »
« Bombe a scoppio ritardato! » urla ancora il
gigante.
In un baleno, Porta salta fuori dal capannone,
e si butta a terra vicino a un deposito di
barbabietole.
« Continua a ticchettare? » grida a Fratellino. «
Non ti sei confuso con un passero che vuole
335
aprire la gabbia? »
« Pezzo di cretino! Salterà tutto tra poco, ti
dico! »
« È pericoloso solo quando non fa più rumore
», esclama Porta, « Avrò sempre le pere,
almeno. »
In un secondo si impadronisce di una cassa.
Ma è appena arrivato oltre un cumulo di neve,
che la terra sembra spaccarsi. Una colonna di
fuoco di inaudita potenza sprizza verso il cielo e
proietta le casse sventrate in tutte le direzioni.
Piovono frutta sciroppata, pezzi di corned beef e
scatole di alluminio dai bordi taglienti come
rasoi sprizzano ovunque come schegge di
granate.
« Che fottuta commedia! » dice Porta
indignato. « Non la perdonerò tanto presto a
Ivan. »
Fratellino raccoglie un pezzo di corned beef
che ha un disgustoso odore di salnitro, ma
aprendo la cassa di Porta quasi sveniamo dalla
gioia, trovandovi dentro una trentina di scatole
di frutta sciroppata. Ma improvvisamente... «
Attenzione! » urla il gigante. « Ricomincia il
ticchettio! »
Imbecilli! Appena il tempo di svignarcela e si
scatena un inferno, un boato molto più forte del
primo, e tutto il deposito salta in aria. Delle
bottiglie Molotov si sparpagliano nell'aria, e
scoppiano molte granate al fosforo. Quando è
quasi terminato tutto ci affrettiamo a
raggiungere la compagnia che è morta di paura.
Ma ancora prima di aver potuto spiegare loro
cos'è accaduto, si sente l'urlo della sentinella:
« Attenti! Partigiani! »
Le armi crepitano nella notte, le grida dei feriti
336
lacerano le nostre orecchie, delle sagome scure
saltano di capanna in capanna, delle esplosioni
gigantesche, delle fiamme. L'incendio avvolge
ormai tutto il villaggio.
« Vieni, dolce morte, vieni! » canticchia il
Legionario facendo scattare la sicura della sua
LMG.
Ombre nere corrono attraverso il villaggio in
fiamme, e subito il pesante fucile mitragliatore
di Fratellino ne falcia ranghi interi. Ma ve ne
sono una quantità; formicolano, queste ombre,
nelle piccole stradine che ci circondano. Un
commissario grida e brandisce un mitra sopra la
sua testa. Miro, con tutte le mie forze lancio una
granata a mano che' esplode proprio ai suoi
piedi, e il russo dilaniato viene proiettato fino
all'altro capo del villaggio.
« Bel colpo! » ammira Porta.
Corro in avanti col « professore » che porta in
spalla le sacche colme di granate, lui me le
porge dopo aver tolto la sicura, ma ho dato
tanta forza al mio primo lancio che le braccia
ora mi dolgono, e non arrivo più a lanciare oltre
i 70 metri. Per un granatiere dilettante, non
sarebbe male, in effetti. 1 partigiani sono
fuggiti. In Russia, è sempre così; appena i com-
missari spariscono, tutto crolla, sia che si tratti
di commando, sia di partigiani o di soldati. Per
maggior sicurezza il Legionario butta una mina
T in una capanna ancora intatta, che si spacca
in due come una mela matura. E torna il
silenzio, ma si sentono correre dei passi nella
foresta. Vediamo Klockdorf abbattere due
prigionieri con un colpo alla nuca, e spaccar loro
la testa a colpi di calcio di fucile.
« Cosa vi piglia? » urla Moser, con rabbia.
337
« Riferisco al signor colonnello che eseguo gli
ordini del Consiglio di Guerra. Ho appena colto
questi due nell'istante in cui stavano tagliando
la gola dello staraste, (sindaco), che protestava
perché i partigiani gli incendiavano il villaggio. »
« Vi segnalerò per sabotaggio agli ordini »,
rimbrotta il colonnello, reso più furioso dall'aria
ironica con la quale il bruto accoglie la sua
minaccia.
Abbiamo perduto dodici uomini, due sentinelle
hanno il cranio spaccato, cinque uomini sono
feriti in modo grave, uno di essi con una raffica
di mitra nel ventre.
« Pronti a partire», comanda Moser.
«Ritorneranno, dopo essersi raggruppati; in
marcia, dunque! »
Siamo in cammino da ormai mezz'ora, quando
il colonnello si ricorda improvvisamente della
partigiana.
« Dov'è? » chiede a Porta.
« È tornata a casa, pregandomi di salutare
tutti », risponde Porta, tranquillamente.
« Non mi starete dicendo che ve la siete
lasciata scappare! » esclama il colonnello,
stupito di tanta disinvoltura.
« Affatto! La trovavo anche di mio gusto se è
per quello e le ho proposto la direzione del mio
futuro bordello sulla Friedrichstrasse. Allora lei è
diventata sprezzante e volgare e ha cercato di
rubarmi il fucile; le ho mollato uno schiaffo e
sono uscito per cercare una corda con la quale
legarla. Ma nel frattempo lei se l'era svignata, e
quando l'ho raggiunta, mi ha affibbiato una
randellata con una pala ed è filata via nella
foresta. Le ho gridato di ritornare per non farvi
arrabbiare, ma quella puttana mi ha mandato al
338
diavolo. »
« Siete un fenomeno, veramente! » dice Moser
sbigottito. « Mi auguro che le nostre strade
divergano, un giorno o l'altro perché ne ho fin
sopra i capelli di tutti voi, maledizione! »
« Stia tranquillo colonnello, non durerà ancora
a lungo, gli ufficiali da noi non invecchiano, è
una strana tradizione », replica Porta
sorridendo, fissandolo con aria candida.
Tre giorni dopo eccoci in un villaggio distrutto,
dove solo dei comignoli dall'aspetto sinistro si
stagliano contro il cielo.
« Là », dice il Vecchio indicando l'orizzonte. «
Proiettili traccianti russi. »
La notte è scura, senza stelle, e delle pesanti
nuvole si rincorrono sopra di noi. Di tanto in
tanto nevica, e per qualche minuto rimaniamo
in contemplazione davanti a quei fuochi lontani.
Come sono belli, visti da qui! I proiettili
tracciano nel crepuscolo archi luminosi, lasciano
delle scie che esplodono in getti multicolori.
« Sono i nostri », osserva Moser. « Si tratta
solo di far presto, ormai. Domattina forse
potrebbe essere troppo tardi, visto che i russi ci
tallonano senza requie. »
È vero. L'orizzonte prende fuoco e
immediatamente dopo un boato tremendo
arriva fino a noi. Senza dubbio stiamo capitando
in mezzo ad un poderoso duello di artiglieria.
« Mi chiedo cosa sta succedendo al fronte »,
dice Moser dubbioso dopo aver contemplato
l'incendio del cielo con il suo binocolo.
« Sparano forse le loro ultime cartucce »,
mormora Porta con una smorfia che sembra un
sorriso.
« I capi sezione a rapporto da ine. Fra dieci
339
minuti partenza, e tutti pronti per uno scontro »,
ordina Moser aggiustandosi la cinghia
dell'elmetto sotto il mento.
« Adesso? Con questo buio? » chiede sbigottito
il sergente Kramm, che con undici uomini si è
unito a noi qualche giorno fa. « Ci sono russi
ovunque. »
« Vorreste dirmi dove non ci sono russi? »
risponde Moser sarcastico. « Partenza tra dieci
minuti, ho detto. E bisogna passare,
assolutamente, dovessimo batterci con la pala e
la baionetta. »
La breve sosta è servita a rifornire di caricatori
e di nastri le mitragliatrici, tutti brontolano, e
ormai vicini alla meta sembra che il morale
vacilli, in tutti noi.
« Ascoltatemi », dice il colonnello quando tutti
sono allineati e pronti a partire. « Siamo
diventati una compagnia abbastanza completa
e presentabile; unità decimate si sono unite a
noi, dal personale d'ufficio alle cucine volanti,
fino agli esperti in fatto di razzi e di esplosivi. Le
linee tedesche sono a cinque o sei chilometri da
qui, dunque con un ultimo sforzo saremo presto
tra i nostri. Dobbiamo partire subito. Domattina
il nemico può aver sfondato ancora il fronte e i
nostri possono essersi ritirati ancora.
Preparatevi a un combattimento furioso, ma è la
nostra sola possibilità di salvezza. Per quanto è
possibile si porteranno con noi i feriti, ma
disgraziatamente per essi ciò non ci deve far
ritardare. E prima di tutto mantenete sempre il
collegamento! La compagnia avanza in fila
indiana, con la 2ª sezione in testa. Conto su di
voi, sergente Beier. »
« E se il nostro sfondamento fallisce? »
340
domanda Klockdorf.
« Moriremo, ecco tutto. »
Fratellino ha scovato un fucile mitragliatore
russo nuovo fiammante, e lo accarezza
amorevolmente, e Porta mi getta una scatola di
composta di pere, che inghiotto avidamente e
che mi rimette in forze. Ci incamminiamo
attraversando una regione meno boscosa e non
siamo che a metà percorso quando udiamo
degli spari provenienti da un folto di alberi.
Porta avanza isolato, spara, e poi copre la
sezione che avanza in direzione del boschetto.
Moser ci supera col gruppo del collimando, tiro
intenso di granate, Fratellino balza come un
felino oltre a noi e la sua arma crepita. Dal
boschetto arrivano alle nostre orecchie grida e
imprecazioni.
« Job Tvojemadj, Germanski, Germanski! »
La neve stride sotto dei passi rapidi, e una
salva abbatte due guastatori sui quali si china
l'infermiere.
« Avanzate! » grida il colonnello spingendo
davanti a sé Tafel.
La 2ª sezione travolge e sgomina un gruppo di
russi che viene liquidato all'arma bianca, e con
un sol colpo del suo terribile pugno Fratellino
spezza la nuca a una donna-capitano la cui
testa ora è piegata all'indietro come in un
tentativo di guardarsi alle spalle. Senza più fiato
in corpo, corriamo nella neve polverosa, e
spesso sprofondiamo fino alle spalle e i came-
rati sono costretti a risollevarci per le braccia.
Questa neve assomiglia a una palude fangosa
senza fondo che vi aspira verso i suoi abissi,
come in una voragine.
Tre fantaccini russi ne vengono inghiottiti, e il
341
sergente Klockdorf li liquida con un colpo alla
nuca.
Bieve sosta. Mancano all'appello ventitré
uomini, e un gruppo di mitraglieri sono
scomparsi senza lasciare traccia. Il colonnello
Moser è furibondo.
« Non sarebbe mai successo se aveste
mantenuto il collegamento come avevo
ordinato. Chi è che manca? »
Nessuno lo sa. Sono unità di altri battaglioni
che si sono aggregate a noi da qualche giorno.
« Niente da fare », decide Moser, asciutto. «
Impossibile andare a ricercarli, ma per l'amor di
Dio, badate costantemente a mantenere il
collegamento! È la nostra sola possibilità di
riuscire ad attraversare le linee nemiche. La
morte è ovunque, lo capite o no? »
Quattro volle consecutive Fratellino cade nella
neve molle e profonda, e per estrarle una
massa pesante come la sua lo sforzo è uguale a
quello che si farebbe per estrarle un cavallo. La
quarta volta diventa quasi folle di rabbia e
stanchezza, spara nella neve, e fa saltare a
pedate due cadaveri.
« Uscite di là, morti cretini! Non ostruite il
passaggio, proprio dove io faccio la guerra! »
Estenuato, il « professore » si trascina, ultimo
della fila, penosamente, finisce per stramazzare
a terra singhiozzando, e il Legionario è costretto
a prenderlo sotto braccia per sostenerlo. Ma di
colpo si accorge di aver perduto le sacche delle
munizioni, ed è il portatore di Fratellino per
giunta!
« Devo ritornare indietro! » piange. « Fratellino
mi ammazza se si accorge che ho perso le sue
dannate munizioni! »
342
« Chiudi il becco! » grida il Legionario
trattenendolo stretto. « Ne troverai un mucchio
di sacche piene di munizioni quando ci
imbatteremo nei vicini, e non tarderà poi molto.
»
La rabbia di Fratellino nei confronti della neve
si è appena placata, quando si accorge della
sparizione delle sue preziosissime munizioni.
« Non avrai buttato via le mie polveri spero! »
mugola puntando il suo sudicio dito sul «
professore ».
« Le ho perdute! » geme il poveretto.
« Perdute! » urla il gigante con un tono di voce
tale che ne risuona tutta la foresta. « Perdute! E
nel bel mezzo di una guerra! Bisogna essere
pazzi! Niente polveri, niente guerra! Torna
indietro! » urla alzando ancora il tono della
voce, « e ritrova le munizioni! Come posso
ammazzare i ' vicini ' senza i miei arnesi del
mestiere? Ecco cosa capita a mescolare degli
stranieri prussiani! Riportami quello che ti ho
detto, e presto! »
» No », dice il Legionario, « lui rimane qui. »
« Cosa? » borbotta Fratellino sbalordito. « Cosa
dici tu, soldato delle sabbie? Osi sabotare la
Seconda guerra mondiale? Dovevi restare nel
tuo Sahara... »
« Non dimenticare che sono un sottufficiale,
Creutzfeld. Ordino che lui rimanga qui, chiaro? »
« Ma come! » urla il gigante furente. « Ecco
che ora non ho più portatore. Tientelo pure il
tuo straniero, del resto! »
» Puoi anche incollartelo al tuo culo da
deserto, se vuoi! Ne ho abbastanza dei
norvegesi, preferirei dei veri guastatori e delle
vere strade per camminarci sopra fino in Russia!
343
»
Sparisce nella foresta, col fucile sotto il braccio
come fosse una pala, e per un bel po' lo si sente
tuonare contro la Norvegia, il Marocco e la
Legione, che rende in blocco responsabili della
perdita delle sue munizioni.
« Ma chi sbraita in questo modo? » chiede
Moser.
«Fratellino», risponde Porta, « Forse ha
morsicato un commissario. »
« Ancora la vostra sezione, Beier?
Decisamente mi farà impazzire! O sparite tutti
dalla 5ª compagnia, o esplodo, non ne posso
più! »
« Quei crumiri di comunisti sono ad un
chilometro da qui, dall'altra parte della miniera
di carbone! » È la voce tonante di Fratellino che
risuona di nuovo, mentre lo vediamo spuntare
tra gli abeti. » Hanno cagato tutto un carico di
esplosivi quando ho sparato sotto ai loro culi! »
E brandisce sopra la testa due sacchi rigonfi. «
Propongo di andare ad ammazzarli subito! Sono
solo dei miliziani e hanno solo una mitra-
gliatrice; un bel po' di pedate nel culo, e via! »
« Andate al diavolo! » urla Moser. « E’
veramente il colmo! »
« Colmo cosa, un barile? » domanda il gigante
veramente stupito, « Se troviamo dell'acquavite
prima di rientrare a casa, ho ben diritto a
doppia razione, spero!»
« Sentite », dice Moser esasperato, muovendo
un passo verso di lui, « se aprite la bocca
ancora una sola volta, sarà l'ultima parola che
pronuncerete nella vostra vita, chiaro? »
Fratellino si rifugia vicino a Porta.
« Questa guerra diventa ogni giorno più
344
impossibile », dice offeso. « Non si può più
nemmeno chiacchierare, e tra un po' non si
potrà nemmeno andare al cesso. »
Il tiro dell'artiglieria è ora simile al rombo del
tuono. Le posizioni russe non sono lontane, e
fiammate si alzano di continuo e altissime sopra
le cime degli alberi. Improvvisamente Porta alza
una mano in silenzio, segno d'allarme, e la
compagnia si appiattisce a terra. Uno scoppio
tremendo: è un cannone russo a qualche metro
da noi. Le riamine provocate dalla partenza del
colpo illuminano la scena come fossimo in pieno
giorno, e vediamo gli artiglieri affaccendarsi per
il tiro successivo.
« Diavolo », dice il Legionario, » calibro 38. Ba-
sta un quarto d'ora per ricaricare, possiamo
ammazzarli tutti prima che parta il secondo
colpo. Non si accorgeranno neanche di esser
morti. 'Vive la mort! »
L'acciaio tintinna contro l'acciaio, si odono
ordini brevi e secchi e dei cigolìi quando issano
il grosso proiettile in posizione di tiro.
« Pronti? » sussurra il Vecchio, togliendosi
dallo stivale il coltello da trincea.
« Come tanti uccellini affamati », dice Porta
che intanto punta la sua LMG.
Nell'istante preciso in cui parte il tiro del
cannone, una granata lanciata da Moser cade
proprio in mezzo ai serventi al pezzo e nello
stesso istante tutte le nostre armi crepitano. Ci
precipitiamo. Inciampo in un cadavere, mi
rimetto in piedi e rotolo in fondo a un leggero
pendio, delle spine mi lacerano la pelle delle
mani e del viso. Porta mi è alle calcagna. Come
un serpente rotola e spara simultaneamente su
delle sagome che vengono verso di noi
345
risalendo il pendio e che vediamo accasciarsi a
terra. Fratellino ruzzola giù a valanga
agguantando un ufficiale russo al quale fracassa
la testa contro una pietra. Avanti! Avanti! Da
una trincea una mitragliatrice spara su di noi.
Pioggia di granate di rimando, che distruggono
il nido di mitragliatrici. Più presto, più presto! La
nostra salvezza dipende solo da questa corsa
contro la morte.
Il sergente telegrafista è colpito al collo e un
fiotto del suo sangue mi spruzza sul viso. Il
poveretto grida, e cerca di tamponarsi la ferita
con della neve, ma non c'è più nulla da fare per
lui, l'arteria è troncata. Due SS precipitano in un
fosso e restano infilzati a delle baionette
allineate in senso verticale, con urla laceranti.
Anche per loro non c'è più nulla da fare. Col
fiato mozzo ci avviciniamo a delle baracche,
delle stalle per il bestiame e i pastori.
Fratellino è in testa. Lancia una granata a
mano in una porta socchiusa e balza di lato per
ripararsi.
Una granata esplode con un tonfo sordo. Poi,
silenzio.
« Senti qualcosa? » gli chiede Porta.
« Non vola una mosca. »
« Strano», replica Porta insospettito.
« Non c'è nessuno, ti dico. Sai bene che
sentirei volare una mosca. »
Lancio un razzo che ridiscente lentamente
illuminando' una zona dove effettivamente non
vedo nulla di anormale, mentre il colonnello e il
Vecchio arrivano di corsa.
« Che diavolo aspettate? » esclama Moser. «
Distruggete tutto! Non c'è un minuto da
perdere. »
346
Fratellino si butta in avanti e lo trattiene per il
braccio.
« Aspettate, signor colonnello, altrimenti temo
che non ci rivedremo proprio più. Un gatto nero
è uscito da. una baracca. »
« E con ciò? »
« Niente, era solo un gatto nero. »
Arrivano, anch'essi di corsa, altri soldati dei
quali non sappiamo nemmeno i nomi, che
abbiamo raccattato mezzi morti di paura in un
bunker tre giorni fa.
« Fermatevi! » urla il colonnello.
Ma gli uomini, estenuati, hanno
evidentemente perso la testa, completamente
disorientati, cominciano a gridare: « Tovarisch,
nicht schiessen! (Compagni, non sparate!) » Ci
hanno forse scambiato per dei russi? Con le
mani alzate, si precipitano urlando verso le
baracche.
« Fermatevi, fermatevi! ho detto! » grida
ancora Moser agitando le braccia.
Ma per tutta risposta non sente che: « Nicht
schiessen, nicht schiessen, Tovarisch! » Ed
eccoli davanti a una baracca pronti a sfondarne
la porta a pedate.
« Tutti a terra! » grida Porta con voce
angosciata.
In quello stesso istante si sente un boato, e
tutto salta in aria. Le esplosioni si succedono
una all'altra e dei poveri soldati sconosciuti non
resta neppure l'ombra.
« Mio Dio! » mormora Moser esterrefatto. «
Cosa è stato? »
« Un regalo di Stalin », ride Porta. « Nelle
ritirate è sempre meglio stare molto attenti
prima di aprire una porta. »
347
« Hai visto », dice Fratellino trionfante, «
avevo ragione io col mio gatto nero! I novellini
si fanno sempre fregare al primo colpo. Bella
coglionata ficcarsi così alla cieca in un posto
simile, si capiva subito che era uno scherzetto
di Ivan! »
« Filiamo ora », ordina Moser.
« Un attimo ancora, signor colonnello »,
risponde Porta. « Gli ' amici ' stanno venendo a
vedere chi ha ricevuto il regalo del loro Stalin. »
« Eccoli! » grida Fratellino facendo
immediatamente fuoco, e un gruppetto di russi
cade, falciato dai suoi colpi.
« Questa volta sì che ce la filiamo », urla Porta.
Con le ultime forze rimasteci, ci buttiamo a
correre nella neve. I russi giacciono a terra in
una pozza di sangue e uno di loro geme
guardandosi attonito il corpo orrendamente
mutilato. Il colonnello Moser fa l'appello,
mancano quattordici uomini. Siamo rimasti in
settantatré, e questo significa che abbiamo
perduto più di trecento uomini. Visibilmente
teso e scoraggiato il nostro capo, giocherella
cupo con la sua rivoltella. Fratellino si concentra
e arrotola fra le dita qualcosa che assomiglia a
una sigaretta, ne aspira una profonda boccata,
trattiene a lungo il fumo in bocca, poi la passa a
Porta. Una tirata per ognuno della 2ª sezione,
come sempre.
Tuona di nuovo l'artiglieria, fischiano le
granate, a ovest è tutto un bagliore di fuoco.
« Chi e quel coglione che ha detto che
l'esercito di Ivan era fottuto? » domanda Porta.
« Sta' zitto! » risponde il Vecchio. « Mi viene
da vomitare, se ci penso. »
« Se continua così, prima di aver attraversato
348
le linee nemiche potrai anche cancellare il nome
di Joseph Porta, dalla grande armata tedesca. »
Il « professore » è al limite, e scoppia a
piangere ad ogni passo.
« Via! » gli dice Porta. « Certo non hai molte
possibilità essendo straniero, te ne do atto, ma
stai incollato a me per tutto il resto della guerra,
che non è poi molto ancora, e vedrai che te la
caverai. E poi alla fine riuscirai a ritornare dai
tuoi, e più presto di quanto non credi, anche. »
Gli caccia d'autorità una mezza pera allo
sciroppo di grappa in bocca, e gli dice, paterno:
« Mastica lentamente e inghiotti prima il sugo. È
come il pepe nel culo di un cavallo, vedrai. »
Io resto più volte sommerso dentro a dei
cumuli di neve, dai quali i miei compagni
devono estranili con molta fatica e molte
imprecazioni. Questa neve molle è un inferno,
purtroppo. Sono talmente stanco che supplico
che mi abbandonino, e piango anche, proprio
come il « professore ». Ma tutti, per la verità,
sono al limite delle forze.
Dopo il forzato passaggio attraverso un
cespuglio di rovi che ci strappa le uniformi già di
per sé lacere da tempo, la pelle a nudo è tutta
intrisa di sangue e di sudore, ma finalmente la
nevicata piano piano diminuisce, e poi cessa del
tutto. La luna appare in mezzo alle nuvole, è
quasi chiaro, e questa luce sulla neve è
talmente bella, che dimentichiamo per qualche
istante le nostre sofferenze. Ma questa
atmosfera fantasmagorica può far si che i russi
ci individuino con più facilità, e i nostri passi
sono rumorosi, purtroppo! Ci fermiamo di tanto
in tanto per ascoltare questi scricchiolii sinistri,
e abbiamo la sensazione di camminare sopra un
349
abisso.
« Presto! » dice il Vecchio. « Non pisciatevi
addosso dalla paura; siamo sopra una palude
senza fondo, ma ringraziate il cielo che è così
ben ghiacciata! »
Delle canne dell'altezza di un uomo ci danno
una certa sensazione di sicurezza, ma la palude
termina improvvisamente, ed eccoci invece
davanti a un piccolo agglomerato di case.
« Sloi kto! » si sente dire nella notte; un'arma
crepita, appare una lunga lingua di fiamma, e
una salva squarcia il viso del soldato Bohle.
«Avanti!» grida Moser. « Fuoco a volontà.»
Tutto sembra scoppiare. Spazziamo d'un sol
colpo le sentinelle, la compagnia parte
all'attacco, lancia delle granate attraverso le
piccole finestre, apre la porta con un calcio, e
svuota i caricatori sui soldati addormentati. Un
deposito di munizioni... Porta senza riflettere,
lancia una granata che atterra proprio nel
mezzo del mucchio delle casse! Esplosione
fantastica che, letteralmente, ci proietta fuori
dal villaggio, e tutto brucia in un apocalisse di
fuoco e di calore.
« Siete il più gran cretino che abbia mai visto,
maledizione! » grida Moser, rialzandosi in piedi
inondato di sangue e di neve.
« È stato proprio un bel fracasso », replica
Porta, con indifferenza. « I vicini, qui, devono
aver pisciato sulla testa dei loro commissari,
dalla paura. »
Per un certo numero di ore, marciamo su una
strada solcata da tracce di cingoli, niente di
rassicurante, perciò.
« Carri! » bisbiglia infatti Fratellino,
appiattendosi d'acchito a terra.
350
Una lunga fila di T 34 si intravede sotto
l'ombra degli abeti.
« Questo è il gran momento per il cappellano
militare », dite Porta ansioso. « Siamo stati tutti
dei buoni figli di Maria Vergine, credo. »
« Sì, ma lei non ha mai avuto la disgrazia di
capitare in una guerra mondiale, però! »
Lunga deviazione per evitare i T 34,
attraversiamo un vivaio di abeti, ed eccoci ora
in una radura. Davanti a noi vediamo un piccolo
crinale, un po' più elevato rispetto al piano dove
ci troviamo, ed evidentemente dobbiamo
superarlo. Su una strada laterale, vediamo una
fila di camion russi i cui fari sono smaltati di blu
e che si dirigono lentamente verso ovest; delle
pallottole traccianti sibilano in tutte le direzioni,
Klockdorf e il Vecchio si arrampicano sulla cima
della cresta, mentre la compagnia rimane in
attesa, mimetizzata alla meglio nella neve.
« Bisogna passare attraverso una posizione
russa che è piazzata proprio davanti al crinale »,
dice il Vecchio ritornando sui suoi passi.
« In marcia! » ordina Moser, sostituendo il
caricatore del suo MPI.
La compagnia si sparpaglia e coniatilo, tutti
piegati in due. verso la cresta. Del fosforo
fluttua raso terra, illuminando tutto di uno
strano chiarore di morte, e ora possiamo
individuare con precisione le trincee e i bunker
del nemico, mentre i razzi traccianti formano
come delle collane al di sopra del suolo, scavato
e solcato. Breve sosta per raggrupparci di nuo-
vo, e il tenente Moser posa ora una mano sulla
spalla del Vecchio.
« Questo è l'ultimo ostacolo, e questa volta, ce
la faremo: ma, ancora una volta vi ripeto,
351
sergente Beier, fate la massima attenzione e
mantenete costantemente i collegamenti. »
« E i feriti? »
« Fate quello che potete », risponde Moser
evasivo.
A balzi successivi, avanziamo verso la
posizione. Se veniamo scoperti prima di riuscire
a raggiungere le nostre linee, siamo finiti, morti,
non c'è altro da dire.
« Dove diavolo è Ivan? » bisbiglia Porta,
stupito e perplesso, nell'appiattirsi proprio a
pochi metri dalle linee russe; non vediamo in
effetti nessuno, non una sola ombra di soldato.
« La posizione deve sicuramente essere difesa
», mormora Klockdorf, tesissimo.
« Laggiù, sul lato del bosco ci sono gli
avamposti tedeschi », dice Moser, a bassissima
voce.
« Allora gli ' altri ' devono proprio essere vicini
anche loro », bisbiglia Fratellino. « Si
aggrappano sempre al culo dei tedeschi, quelli!
»
« Tutti presenti? »
« Sì. Gli eventuali ritardatari avranno una
multa e una nota di biasimo », dichiara
Fratellino.
Nel silenzio più assoluto, arranchiamo
strisciando verso le trincee.
«Ah, eccolo lì, un Ivan! Caro vecchio mio!
Avevo proprio paura che preso dallo
scoraggiamento fosse rientrato a casa sua! »
dice Porta.
Ora li vediamo distintamente. Sono allineati
contro il parapetto della trincea, ma tutti
mimetizzati sotto teloni bianchi. Strano e poco
credibile, che non ci abbiano ancora
352
individuati...
« Granate a mano », mormora Moser. « Tutti
insieme, via. »
L'effetto è molto simile a un attacco di
artiglieria, nella stretta trincea in cui tutti sono
stati presi alla sprovvista; e come conseguenza
semina il panico generale. « Ripuliamo » tutto
all'arma bianca, e corriamo con tutta la velocità
che ci è consentita dalle nostre gambe tanto
provate dalle lunghissime marce, nella « Terra di
nessuno ». Molte mine esplodono, e corpi umani
vengono proiettati in aria. Chi? Non lo sappiamo
ancora, ma non abbiamo il tempo né la
possibilità di saperlo, perché il fuoco ci brucia
gli occhi e molte teste dei nostri compagni
scoppiano come conchiglie che si schiudono.
Porta e Barcelona tranciano i reticolati, ma ecco
che ci imbattiamo in un ricognitore russo che
prende a sparare. D'un balzo Porta lo afferra e
lo strangola, ma ci è già costato cinque uomini,
e anche Stege è ferito. Trasciniamo il nostro
compagno dentro al telone di una tenda,
insensibili ai suoi gemiti, ma può dirsi fortunato
perché è uno dei pochi feriti che siamo riusciti a
salvare; gli altri sono rimasti indietro, al di là dei
reticolati, soli a morire.
Ma i russi hanno superato il momento di
panico, e sentiamo ora degli ordini che vengono
impartiti con voci secche e autoritarie; subito
prendono a sibilare delle granate, le
mitragliatrici crepitano, dei razzi illuminanti, a
centinaia, si alzano verso il cielo, e noi ci
appiattiamo a terra più che possiamo.
Continuare a correre con questa luce accecante
sarebbe una follia, infatti.
Per quanto tempo siamo rimasti immobili in
353
quella posizione? Un mese, un giorno, un'ora?
Saremmo stupefatti se ci dicessero che fu solo
questione di secondi. Furiosamente cerchiamo
di appiattirci e di sommergerci del tutto dentro
la neve, io mi volto verso il mio vicino per
aiutarlo ma la sola cosa che vedo ormai di lui è
una macchia di sangue. Era lì un secondo prima
ed era allegro anche, illuso di essere ormai al
sicuro, ed è toccata a lui purtroppo. L'avevo
sentita venire quella granata di 80 millimetri,
una granata di mortaio, terribile, ed ecco che
ora prendono a tirare con i loro Katiusha, e il
terreno si alza come una parete davanti e dietro
di noi.
Moser si precipita in avanti; il Legionario lo se-
gue, ma è ricacciato indietro da una lingua di
fuoco. Urla, si porta le mani agli occhi, e vedo
del sangue che cola attraverso le sue dita. Mi
butto su di lui, lo prendo per i piedi e lo tiro
dentro la mia buca. Ma metà del suo viso non la
vedo più!
« Non vedo, non vedo », geme, « sono cieco.
Dammi il revolver. »
« Balle », gli dico. « I tuoi occhi non hanno
niente, è la medicazione che ti sto facendo che
li copre. La tua guancia destra è partita del
tutto, invece, e questo ti varrà almeno due mesi
di ospedale. Una vera fortuna! »
Ma non mi crede. Devo sollevare una parte
della benda con cui gli ho avvolto tutto il viso,
perché si convinca di non essere diventato cieco
ma, per prudenza, gli tolgo dal fodero la pistola.
I feriti alla testa a volte hanno idee molto
lugubri.
« Avanti! » grida Moser.
Tengo stretta la mano del Legionario per
354
correre con lui; e vicino a me corre anche il «
professore », che ha perduto il suo fucile
mitragliatore e teme il Consiglio di Guerra. E lo
sento arrivare, il sibilo mortale... arrivo giusto in
tempo per buttare il Legionario insieme a me
dentro a una buca profonda, ma il « professore
» è così concentrato nel pensiero della perdita
della sua arma, che non ha sentito in tempo il
sibilo della granata. Il suo braccio viene
strappato dal corpo, proiettato in aria, e poi
ricade di nuovo, quasi addosso a lui.
Stupefatto lo raccoglie, e non capisce al
momento che questo moncone era parte del
suo stesso corpo, e che il sangue che sprizza è il
suo; tendo fino allo spasimo un laccio
emostatico di fortuna fatto con la cinghia della
sua maschera a gas, e spolvero dei sulfamidici
sulla ferita aperta. Non sente alcun dolore, dice
stupito lui stesso, mentre io chiamo gli altri a
raccolta: ma nessuno mi può sentire. Così ne ho
ben due da trascinarmi appresso e mi auguro di
non imbattermi in un russo, perché prima
ancora che mi sia possibile estrarre la mia
arma, sarei già morto cento volte.
Improvvisamente « il professore » si mette a
urlare, in modo atroce; l'anestesia del primo
choc è svanita e il poveretto soffre come un
dannato. Come solo compenso può sentirsi
liberato dei suoi complessi di mancata
disciplina, perché se gli chiedessero dove è il
suo fucile, può sempre rispondere che se n'è
partito insieme al suo braccio! E anche il più
severo e rigido dei Consigli di Guerra non
sarebbe in grado di provare il contrario. O forse
esigeranno che lui riconsegni regolarmente
fucile e braccio? Porta sostiene che la perdita di
355
un braccio può essere giudicata un atto di
sabotaggio, ma la sua tesi non mi sembra plau-
sibile, per la verità. Se perdete un braccio non
servite più a niente, in ogni caso, mentre se
avete tutte e due le gambe amputate potete in
qualche modo ancora servire alla patria, fornito
di protesi, nel reparto convogli e
approvvigionamenti, i prussiani vantano dei
sergenti istruttori che riescono a ottenere cose
inaudite da questi infelici grandi invalidi!
L'urlo orrendo dei 10,5 è proprio sopra le
nostre teste, ed è molto simile al fragore che
migliaia di tamburi di ferro farebbero
precipitando uno sull'altro dentro a una buca
profonda. Un gruppo di artiglieri che correva
proprio davanti a me, sparisce come d'incanto
avvolto in una fiamma folgorante. Geyser di
neve e di terra si alzano verso il cielo, nerastri,
Porta si aggrappa al reticolato sempre
trascinando con sé Stege ferito, ma a un tratto
lancia un grido! Abbandona il suo fucile
automatico, si comprime tutte e due le mani sul
ventre e cade in avanti, inerte. Mi butto vicino a
lui, e singhiozzo convulso; Porta, il mio caro
compagno, forse è morto, l'ho visto cadere in
modo strano, innaturale, arrotolandosi su se
stesso e con una gamba come disarticolata dal
corpo. Anche il Vecchio si affretta ad avvicinarsi
a noi, seguito da Fratellino. Ma, grazie al cielo,
vediamo che Porta apre gli occhi.
« Devo aver messo un piede su un elmetto,
deve essere stato proprio così », dice. « Ma
dove mi ha colpito quella dannata granata? »
« A una gamba », gli dice il Vecchio,
dolcemente.
« Una gamba? » fa Porta stupito. « Ma io ho un
356
gran male al petto e al ventre! »
Il Vecchio, ansioso, lo tasta tutto, ma non trova
niente, nessuna scalfittura né al petto né al
ventre.
« Non mettermi troppo le mani addosso, sai
che non lo sopporto! » gli dice Porta, sorridendo
con malizia.
Ma le dita agili del Vecchio continuano a
percorrere veloci il corpo del compagno. Mi
guarda e poi guarda l'anca di Porta. Una brutta
ferita, e ci diamo tutti da fare usando le bende
che abbiamo in dotazione per medicarlo alla
meglio.
« Come va? »
È il colonnello, che è balzato dentro la nostra
buca e si china su Porta. Tace, le sue labbra
tremano, e intuiamo tutti che è al limite di una
crisi di nervi. Butta per terra il fucile e accarezza
paternamente la testa dai capelli rossicci del
suo soldato ferito. « Non è così grave,
compagno. Ti varrà il ricovero all'ospedale e la
vita tranquilla di guarnigione per tutto il resto
della guerra. Quando saremo tutti rientrati ti
menzionerò per la EKI (croce di guerra), e se
vorrai essere promosso ufficiale, lo sarai,
intesi?»
» Grazie, signor colonnello », risponde Porta
sorridendo. « Vada per la EKI, ma in quanto alla
guarnigione, quel tipo di vita non mi calza
affatto; e poi cosa ne sarebbe della 2ª sezione
senza di me? »
Mi allontano strisciando, alla ricerca del
Legionario e del « professore ».
« Anche loro, Dio buono! » geme Moser. « Ma
ci sarà qualcuno di noi che ritornerà a casa
indenne? »
357
Ripartiamo. Fratellino si è caricato sulle spalle
Porta, il Vecchio trascina Stege. Moser prende
con sé il « professore » e io il Legionario, e
abbiamo già percorso un lungo tratto, quando
con sgomento mi accorgo che ho dimenticato
dentro la buca il mio fucile mitragliatore. È
impossibile rientrare nelle linee senza armi,
troppo rischioso! Se perdete un braccio o
qualsiasi altro membro, forse ve lo si perdona,
ma il fucile automatico... si rischia la testa, non
c'è dubbio. Consegno il legionario a Barcelona,
e ritorno indietro strisciando attraverso le
brecce aperte nei reticolati; ma
improvvisamente mi chiedo dove sono. Non è la
direzione giusta quella che ho preso... devo aver
sbagliato strada, Dio buono! Sento che mi
coglie una crisi di nervi, e tremo tutto dal
terrore, proprio come una giovanissima recluta.
Sono su un campo minato, maledizione! Proprio
davanti a me, infatti scorgo dei sottilissimi fili
che corrono sul terreno, e se uno di questi salta,
ne saltano altre centinaia, tutt'intorno... L'orrore
mi trattiene immobile, come mutato in una
statua di sale. Se solo sfioro uno di questi fili
non rimarrà più nulla di me, e mio malgrado mi
scaturisce dall'intimo una flebile preghiera a
Dio. Lentamente, lentissimamente, indietreggio,
un lembo del mio cappotto rimane impigliato
nel reticolato, tiro, riesco a liberarmi, e sto per
rintanarmi dentro una buca per prendere un po'
fiato, quando mi accorgo con rinnovato terrore
che c'è qualcosa... un « dono di Stalin », tutto
dedicato a me! Un luccichio metallico... e sul
fondo della buca ora vedo delle baionette pun-
tute... se mi fossi precipitato dentro di furia in
cerca di riparo, mi avrebbero infilzato, quelle!
358
Indietreggio ancora, e poco dopo mi perdo in
un labirinto di reticolati. Altro gioco di astuzia
anche questo: se uno sventurato vi entra non è
più in grado di uscirne, infatti. Ma grazie a Dio e
a Porta, ho con me un trincetto a pinza, con cui
mi appresto a praticarne una breccia... e se
fosse collegato a un'alta tensione? Se fosse
così, mi dissolverei in un lampo accecante... ma
non ho alternative; chiudo gli occhi, trancio il
filo metallico che saltando di netto mi sfregia il
viso, ma ancora una volta non so dove sono.
Dov'è la breccia fatta da Porta? Dove ritrovare
un indizio che me la indichi? Cammino avanti e
indietro, mi fermo un istante per calmare i nervi
tesi allo spasimo, e per cercare di intuire cosa
intende fare l'artiglieria e dove è piazzata, ma è
molto arduo riuscire a farsene un'idea razionale,
in questo caos.
Improvvisamente un Maxim prende a crepitare
a pochi metri da me, e solo ora mi accorgo che
se avessi fatto ancora qualche passo in avanti,
sarei caduto proprio dentro a un nido di
mitragliatrici russe... avventura molto più facile
che non si creda ai soldati che si sono perduti
nella « Terra di nessuno ». Sono al limite dei
nervi... sul punto di rinunciare a salvarmi,
quando ecco proprio davanti ai miei occhi un fu-
cile automatico. Anche se non è il mio, è
comunque un'arma simile alla mia, ma per
maggior sicurezza lo tasto bene, per vedere se
entra nel fodero del mio 08. Quasi non credo
alla mia fortuna, ormai posso considerarmi
salvo.
Un'ora dopo, al mio rientro, violenta
strapazzata di Moser nei miei confronti, che
subisco senza fiatare.
359
« Buon Dio, dove eravate finito? Ancora
qualche minuto e vi avrei segnalato mancante!
»
Non replico e rimango irrigidito sull'attenti,
pensando fra me che solo fra qualche minuto
saremo finalmente tutti al sicuro, nelle nostre
linee; e già si intravedono le trincee tedesche al
limitare del bosco! Non è lontano, ma Porta ha
perduto conoscenza purtroppo. Come « stecca »
di fortuna leghiamo strettamente un fucile
contro la sua gamba e la sua anca molto mal
ridotta per la verità; il Legionario è preso da una
terribile sete e gli facciamo succhiare una
manciata di neve.
« Andiamo! » ordina Moser. « Siamo alla fine
del viaggio, ormai! »
Kiockdorf si alza per primo, e corre
contemporaneamente al suo compagno, quello
che ama veder la gente impiccata. Volano...
eccoli quasi giunti in salvo, ma Kiockdorf non
raggiungerà mai la trincea tedesca tanto
agognata, perché è caduto diritto dentro una
zona minata. Una eruzione vulcanica, il suo cor-
po salta in aria, ricade, fa esplodere altre mine,
e il suo compagno che ha tutte e due le gambe
amputate in un sol colpo, muore dissanguato,
ancor prima che noi si possa raggiungerlo e far
qualcosa per lui.
E ora anche ì tedeschi prendono a sparare, e
le loro mitragliatrici e le loro granate ci costano
un'altra decina dì morti, purtroppo! È
allucinante quest'ultima tappa.
Io mi appresto a saltare sopra una larga buca
di granata quando mi sento colpito come da un
violentissimo pugno nel ventre. Cos'è accaduto?
Non mi sono reso conto di nulla, per la verità. La
360
sola sensazione che mi invade tutto è una furia
violenta contro l'idiota che mi ha colpito così
bruscamente, ma immediatamente sento un
dolore acutissimo, una coltellata nel petto...
« Cos'hai? » mi chiede il Vecchio, chinandosi
su di me. « Perché sei finito proprio dov'ero io?
»
« Credo di essere ferito », rispondo sgomento.
« Puoi ben sentirti fiero di essere stato colpito
da un proiettile tedesco! Sfattene lì tranquillo e
non aver paura, ragazzo, ti torneremo a
raccattare, appena avremo ristabilito i contatti
con i nostri. »
«Dove mi hanno ferito, quelle vacche? Dio,
dime mi sento stanco! »
« Una fortuna, che sei stato colpito da un
proiettile tedesco. Sei sfuggito a una mina
russa, capisci? È solo una palla di fucile, non
vale neanche la pena di parlarne. »
« Si fa presto a dire, ma mi fa un male
pazzesco, Dio santissimo! Sei sicuro che non è
qualcosa di peggio? Mi sento bruciare tutta la
schiena. »
« Si sarà conficcata dentro a un osso, ecco
tutto, ma mi raccomando di non metterti a
mangiare della neve, mentre ci aspetti qui. Se
hai una palla nel ventre, sai bene che non devi
né mangiare né bere. »
E lo vedo impadronirsi furtivamente della mia
pistola.
« No, ridammela, ti prego! » lo supplico. « Se
arrivano i russi non voglio essere preso
prigioniero! »
Il Vecchio riflette per qualche istante, poi me
la restituisce e mi aiuta a trovare una posizione
più comoda, appoggiandomi contro la parete
361
della buca e nella sua cavità. È una posizione un
po' pericolosa, oserei dire, se a qualcuno
venisse in mente di saltarci dentro di schianto!
Le fucilate sibilano sopra la mia testa e tutto il
fronte ora è in piena attività. Da tutte e due le
parti si preparano a un attacco imminente e
definitivo, e io sono solo, tutto solo nella « Terra
di -nessuno », proprio nel mezzo delle
postazioni russe e di quelle tedesche. Dove si
troveranno ora Porta, Fratellino, Stege, il
Legionario e gli altri feriti? Il Vecchio ha detto
che ci lascia qui, in attesa, che ritornerà a
riprenderci fra poco, e la cosa è molto ra-
gionevole, in effetti. Le LMG tedesche potranno
coprire con la massima sicurezza chi verrà a
portarci in salvo, e soprattutto non rischieremo
di essere massacrati proprio dai nostri stessi
compagni!
Un dolore bruciante mi passa da parte a parte,
lo sgomento mi fa quasi delirare e mi rendo
conto di impugnare la mia pistola manovrandola
in modo febbrile.
« Job Tvojemadj! » sento dire a pochi metri da
dove sono accucciato.
Qualcuno ride! Cerco di coprirmi alla meglio
con la neve che mi avvolge, ma ogni mio gesto
è così difficile! Il minimo movimento mi provoca
dei dolori lancinanti, e quando mi tasto il ventre
e ritiro la mano la vedo intrisa di sangue... Mi
fingo morto, anche se forse già lo sono
veramente, e attraverso le ciglia semichiuse
vedo un berretto di pelo e degli occhi sottili che
mi guardano. Della neve viene gettata sopra il
mio corpo mentre io mi sforzo di rimanere per-
fettamente immobile, e se la buca non fosse
stata casualmente così profonda, a quest'ora il
362
mongolo mi avrebbe infilzato con la sua
baionetta, anche solo per divertirsi. Sento i suoi
passi vicino alla mia testa e la sua frase:
« Njet Germanski. »
« Job Tvojenadj », risponde un altro.
« Pìestre, piestre! (presto, presto!) » urla una
voce autoritaria.
Poco dopo, sento qualcuno che grida a lungo e
pietosamente, e dai suoi lamenti immagino sia
stato colpito al ventre. Chi sarà? Un russo? Una
MG tedesca crepita e abbaia a corte raffiche, ed
ecco improvvisamente apparire il Vecchio, che
scivola rapido dentro il cratere, mi prende di
peso e mi lancia in avanti come fossi un sacco
di farina.
Vedo degli stivali di cuoio scuro che corrono,
poi degli stivali neri tedeschi, proprio mentre un
violentissimo tiro di sbarramento si scatena
sull'intera linea del fronte. Una granata fa
schizzare in aria neve e terra proprio a pochi
centimetri da me, mentre un proiettile perfora il
mio elmetto. Dove sono? Nella trincea tedesca,
e come in un sogno vedo un fantaccino che mi
avvicina alle labbra una borraccia e bevo
avidamente, finché la mano del Vecchio
allontana bruscamente la gavetta dalla mia
bocca arsa.
« Una palla nel ventre », dice asciutto al
sergente di stato maggiore.
« Ah, ho capito! » replica il veterano che ha
già conosciuto e vissuto ben due guerre, e
altrettante inesorabili disfatte.
Le nostre barelle vengono portate dentro il
bunker dove il comandante del reggimento
viene a stringere la mano ad ognuno di noi e
distribuisce a tutti delle sigarette Juno.
363
« Vi avevamo scambiati per Ivan », dice a
Moser un tenente anziano, mortificato.
« Poco importa! » replica Moser con
stanchezza. « Quasi non riesco a capire 'come'
siamo arrivati fin qui, e ' se ' siamo veramente
qui, in salvo. Siamo usciti dall'inferno, in effetti.
»
Al posto di soccorso, il Vecchio e Barcelona
vengono a salutarci e a porgerci un caloroso
arrivederci, prima di vederci evacuare. In quello
stesso istante, il colonnello Moser lancia
un'occhiata al di sopra del parapetto della
trincea, seguendo con uno sguardo
infinitamente stanco un razzo illuminante che
saetta nel cielo. Il sole sta levandosi dietro le
linee russe, e il gelo rende tutto brillante il
paesaggio in questo impreveduto, splendido
mattino dell'inverno russo. Si accende una
sigaretta, e non sente lo scoppio, non sente
l'esplosione della granata che gli dilania
completamente il viso. Le sue mani si lasciano
sfuggire l'MPI, il suo corpo si china in avanti
lentamente, e una nuova granata lo ricopre
completamente di neve. Un mucchio informe,
bianco.
« Pioprio prima di partire ho visto con i miei
occhi morire il nostro capo », racconta Fratellino
nel treno-ospedale che lo porta lontano. «
Aveva detto che non voleva più vedere le nostre
facce, e per la verità, è stato esaudito. »
» La guerra è fatta così, amico », dice il
Legionario, in tono filosofico.
« Mi aveva promesso la croce di ferro », dice
Porta, la cui "amba stesa e rigida, segue il
movimento del treno e tutti i suoi scossoni. «
Pazienza! »
364
« Il medico non vuole assolutamente segarmi
via i piedi », dice Fratellino, mostrando un
colossale bendaggio che li avvolge tutti. « Così
sarò costretto a tornare a marciare per tutta la
vita. Ho proprio e sempre ben poca fortuna, io!
»
« E io, ho un serpente dentro la pancia », dico,
mettendo in mostra un tubo di drenaggio che
mi esce dalla piaga.
E quanto al « professore », quello piange.
Rientrare in Norvegia come un uomo monco di
un braccio, è un pensiero che lo fa impazzire, e
per rabbonirlo il medico capo gli ha promesso il
trasferimento in una caserma di reclute, ma
quasi non osa crederci, il poveretto. Dopo molte
ore di viaggio, ci scaricano alla stazione di
Lemberg, per essere rimessi in salute in Polonia
prima del definitivo rientro in Germania.
« Da dove venite? » ci chiede un'infermiera,
dalla mascella molto dura e maschile.
« Da Mosca », sghignazza Porta con insolenza,
« ma guarda un po' se si deve faticare tanto ad
arrivare fin qui per essere accolti dalla più
brutta e dalla più scostante delle lavoratrici in
grembiule bianco che abbia mai visto! »
« Farò rapporto sulla vostra sfacciataggine! »
protesta la donna molto offesa.
« E io ti presterò il mio pene, per scriverlo
meglio il tuo rapporto! » risponde Porta,
scoppiando in una grossa risata.
E prorompe in una rumorosa scorreggia, che
conclude la nostra campagna di Russia.

FINE
365

INDICE
Il sergente: una donna.............................. 5
La via crucis di Herr Niebelspang............. 24
I cacciatori corazzati................................. 51
Porta « cantore alle armi »........... 71
I Tepluschka.............................................. 88
Il deposito di carne................................... 110
Davanti a Mosca....................................... Ì36
Il capitano mongolo.................................. 170
La fuga dei generali.................................. 229
La partigiana............................................ 278