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Prime

osservazioni sul disastro brasiliano www.euronomade.info


di TONI NEGRI.
1. La via democratica al fascismo. È diventata una scontata
osservazione che ogni potere sia “potere d’eccezione”. Peccato che
quest’affermazione non spieghi la differenza tra un regime fascista ed un
regime costituzionale. Non c’è nessuna differenza, replica colui che
afferma la normalità dell’“eccezione”. Che vada dunque a spiegarlo ai
cittadini brasiliani che attendono l’insediamento di Bolsonaro e si sentirà
rispondere: “Tu sei matto!”.
Nella tradizione del marxismo rivoluzionario si rifiuta l’analogia tra
il regime democratico ed il regime fascista. Quando negli anni ’20 la
Terza Internazionale impose questa somiglianza (che presto diventò
un’identità) sappiamo come andò a finire. Con eguale attenzione e
discriminazione mi sembra si debba guardare al concetto di “potere
costituente”: esso non può essere confuso e neppure meticciato con
l’“eccezione politica”, con il suo esercizio, come invece sostengono i
cultori dell’“autonomia del politico” sulle orme di Carl Schmitt – per i
quali il potere costituente non sarebbe che una figura dell’“eccezione”.
Rispetto a quanto avvenuto in Brasile, per tornare a noi, va notato in
primo luogo il fatto che il fascismo sia arrivato non attraverso un “colpo
di Stato” classico (dall’esterno delle istituzioni democratiche), attraverso
l’“eccezione” (come più o meno avvenne per i fascismi americano-latini
fino a Pinochet e ai militari argentini), ma dall’interno del processo
costituzionale; non attraverso una rottura di legalità costituzionale, ma
attraverso la costruzione costituzionale di nuova legittimità. Mi sto, in
secondo luogo, convincendo che probabilmente il governo fascistizzante
brasiliano non eserciterà il potere attraverso una mutazione esterna e
violenta del regime costituzionale ma piuttosto attraverso
un’attenuazione morbida (salvo contro le popolazioni nere) delle libertà
civili e una governance della Costituzione esistente. Ovvero attraverso la
messa in movimento di una sorta di “potere costituente”, all’interno della
governance – funzionale, come assorbito in essa e capace di determinare
profonde modificazioni del tessuto costituzionale. Questo cammino
perverso della democrazia, ora affermatosi in Brasile, ma già
sperimentato in parte o in toto in altre situazioni e in altri paesi (Turchia,
Egitto, ad esempio, senza parlare dei paesi ex-socialisti) va sottoposto a
critica – chiedendosi che cosa significhi più oggi “democrazia
rappresentativa”, ma anche “democrazia” in genere, e quindi come, in che
forme e su quali obiettivi ci si debba muovere da parte di chi si proponga
di costruire e di difendere una Costituzione che rispetti la libertà,
costruisca eguaglianza e ne preveda (proponga) le condizioni – e infine se
sia ancora possibile porsi queste questioni o non si debba riqualificare il
tessuto stesso del questionamento.
2. Colpo di Stato istituzionale. “Colpo di Stato costituzionale” e/o
“colpo di Stato democratico”: così si può chiamare quanto avvenuto in
Brasile, e ormai inserirlo in una nuova accademica casella del diritto
costituzionale. Il rovesciamento del potere legittimamente esistente e la
sua sostituzione con un potere non legittimato dal suffragio universale
ma da un organo dello Stato, il Congresso, si è realizzato dietro una
maschera costituzionale. Si è cominciato con l’impeachment della
Presidente e si è continuato con la sua sostituzione, semplicemente da
parte del Congresso, escludendo una nuova elezione generale, dopo che
da poco tempo era stato rinnovato elettoralmente il mandato
presidenziale. Il “colpo di Stato” è poi proseguito (cosa non irrilevante)
con l’immediata approvazione da parte del Congresso di alcune leggi
caratterizzanti un regime neoliberale (fra le quali emerge la fissazione
per un lungo periodo del divieto di aumentare la spesa pubblica) che
hanno, immediatamente e proditoriamente, rovesciato i paradigmi
“materiali” della Costituzione esistente. Il legame fra l’impeachment di
Dilma per motivi politico-morali (corruzione) e la liquidazione
dell’indirizzo politico del suo governo attraverso l’affermazione
costituzionale di un principio neoliberale, rivela che la defenestrazione ha
avuto una qualificazione politica di parte, cioè carattere di “colpo di
Stato” – essendo ad essa seguita una modificazione radicale dell’indirizzo
politico del governo o, come altrimenti si può dire, della “costituzione
materiale”. Si è così liberata la strada per la costruzione di contrafforti
che, anche nel caso di nuove elezioni, evitassero che una diversa
maggioranza presidenziale (che i sondaggi attribuivano a Lula) potesse
ristabilire (perché ora costituzionalmente vietato) proposte non-liberali
di redistribuzione del reddito o comunque dispositivi alternativi alla
legittimità economica nuovamente determinata. A sostegno della
continuazione di una politica liberale, e quindi sulla linea di un
rinnovamento delle politiche statuali fuori (e comunque prima) di una
legittimazione popolare, si è poi mossa la magistratura attraverso la
condanna e la carcerazione di Lula e, successivamente, attraverso la sua
esclusione dal “voto passivo” (cioè dalla possibilità di essere votato). Non
a caso, questa magistratura è stata immediatamente cooptata nel governo
Bolsonaro. Infine, le elezioni si sono svolte sotto la minaccia – anche
questa volta non “esterna” al processo istituzionale – di un intervento
dell’esercito nazionale, qualora la sinistra avesse trionfato nelle elezioni.
Si è a questo punto eletto il nuovo Presidente, un “fascista del XXI
secolo”, restaurando in questo modo a posteriori la legittimazione
democratica del potere. Una restaurazione assai dubbia, in ogni caso
effettiva. Nel governo che entrerà in carica alla fine dell’anno, oltre al
procuratore Lava Jato (operazione che, come è stato espressamente
dichiarato dal giudice Greco, non ha nulla a che fare con Mani Pulite),
siederà alle Finanze e all’Economia un Chicago Boy, agli Esteri un uomo
legato all’alt-right ed alle politiche di Trump, mentre all’esercito saranno
attribuite le funzioni del Ministro dell’Interno, di un Ministero
dell’ordine.
Questo perverso cammino, dalla democrazia al fascismo, lineare,
organizzato non da movimenti esterni ma dalle stesse istituzioni del
potere costituzionale, attraverso il conformarsi degli organi di controllo
(della magistratura in particolare) alle linee politiche dell’estrema destra,
il disvelarsi di un disegno coerente che corre attraverso le istituzioni,
distruggendo ogni legame ed incidendo su nuove conformazioni delle
figure formali della Costituzione e della materialità del suo indirizzo
politico, garantita dal processo di legittimazione elettorale, e quindi
dissipando ogni carattere etico del principio democratico: tutto ciò
impone, quando e qualora l’indignazione si sia placata, una riflessione sul
tema stesso della democrazia.
Ma non basta. Il fascio-populismo di Trump-Bolsonaro commette un
ulteriore stupro della democrazia. La “democrazia diretta” viene infatti
qui assunta, in maniera massificata e mistificata, da queste leadership
fasciste e rovesciata da “modo di governo” in “figura di legittimazione”
del governo. I tweet di Trump interpretano questo rovesciamento. Social
media e media istituzionali si chinano ormai volentieri a questa funzione
di legittimazione. Si può anche aggiungere (e la letteratura su questo
argomento è spropositata) che la producano – o comunque la rendano
possibile. Quando l’indignazione si sia placata dovremo ancora porci il
problema di una “libera espressione” infeudata al potere. È il primo dei
problemi che un movimento di resistenza, all’insegna di “libri, non armi”
(come oggi si comincia a dire in Brasile), si dovrà porre, perché esso
dovrà innanzitutto liberare la “libera espressione”. Certo, la
contraddizione fra libera espressione (costituzionalmente protetta) e
denaro (= proprietà, = corruzione, = uso criminale del falso da parte dei
grandi media…) sembra insolubile. Ma lo è solo per quelli che continuano
a considerarla come un nodo gordiano e non confidano che una spada
possa tagliarlo. Una forza politica che voglia uscire dalla melma che
democrazia e fascismo, embedded, rappresentano, deve porre questo
problema come primo da risolvere.
3. Un problema generale. Negli USA è in corso un processo analogo
a quello brasiliano. La solidità democratica e il pregio della Costituzione
di quel paese impediscono per ora che il processo di trasformazione abbia
gli aspetti perversi e talora grotteschi di quanto sta avvenendo in Brasile.
Negli States, la presenza di forze di opposizione può ancora bloccare (e
comunque rendere incerto) il realizzarsi di una tendenza quale quella
brasiliana. Ciò non toglie, tuttavia, che un processo di consolidamento
reazionario del potere sia in corso. Lo rilevano il pesante spostamento del
Partito repubblicano verso lo “zoccolo duro” trumpiano (e, dietro questo,
a quello suprematista, alt-right), la destinazione ventennale della Corte
suprema su posizioni ultra-conservatrici, la realizzazione di colossali
operazioni finanziarie di controllo mediatico del voto, ecc.
In maniera ben più fragile, ma con accelerazioni talora feroci,
processi analoghi stanno avvenendo anche in Italia. Comunque
l’orizzonte politico populista si allarga in Europa e in America latina.
Questa estensione approfondisce drammaticamente il problema sopra
posto: come avviene che il fascismo si affermi dentro/attraverso le
istituzioni democratiche? E, in secondo luogo, che cosa è questa
insorgenza fascistizzante?
Cercheremo, se non di dare risposta, di introdurre più largamente
questa domanda, nel prosieguo. Per ora contentiamoci di definire questo
strano fascismo che qui si presenta in coniugazione profonda con il
neoliberalismo. Meglio, cerchiamo di definire le difficoltà di realizzazione
che, a noi sembra, un nuovo esperimento radicale delle teorie di Chicago
debba trovare nel suo sviluppo. Le attuali conversioni fascistizzanti della
classe dirigente capitalista (non tutta, per il momento) sembrano infatti
determinate dalla necessità di appoggiare con più forza, con tutti i mezzi
dello Stato, costrittivamente, uno sviluppo more neoliberale in profonda
crisi. È importante sottolineare questa consueta difformità: la forza
dell’autoritarismo è chiamata a sostegno della crisi del liberismo. Ora, in
questa prospettiva, il fascismo sembra presentarsi (anche se non solo)
come faccia dura del neoliberalismo, come pesante recupero del
sovranismo, come inversione dello slogan “prima il mercato poi lo Stato”,
in varie figure, sui punti di massima difficoltà dello sviluppo, o di rottura
dei suoi dispositivi, oppure, meglio, a fronte di forti resistenze che
eventualmente emergano.
È un riflesso reazionario quello che caratterizza questo fascismo.
Questo lo distingue dai fascismi degli anni ’20-’30 che reazionari erano
certamente sul terreno politico mentre sul terreno economico potevano
essere relativamente progressisti, pseudo-keynesiani. Probabilmente
questa reazione è dunque sintomo di debolezza, è effetto di risposta più
che di attacco. Ne è prova il fatto che queste istanze fasciste, piuttosto che
tecniche totalitarie, sembra intendano utilizzare meccanismi flessibili per
la trasformazione autoritaria dello Stato, calibrando la governance come
una sorta di nuovo perverso “potere costituente”… Ma queste sono
previsioni che solo l’intensità della lotta di classe a venire potrà
confermare o negare.
Resta comunque da chiedersi: che cos’è questo fascismo del XXI
secolo? Quello del XX voleva distruggere i soviet, in Russia e ovunque nel
mondo si trovassero. Oggi dove sono i “bolscevichi”? Sono evidentemente
fantasticati. Ma la fatica del neoliberalismo a consolidarsi, le crisi
politiche che si aggiungono a quelle economiche, resuscitano la paura dei
“bolscevichi”. Questa insistenza sbalordisce.
Per cercare di razionalizzarla avanziamo un’ipotesi che ci permetta
di qualificare queste tendenze fasciste in un’epoca nella quale lo sviluppo
del modo di produzione ha posto la moltitudine al centro della lotta di
classe. Ora, la moltitudine è un insieme di singolarità, connesse dalla
cooperazione sociale. L’elemento della cooperazione è per la moltitudine
(in specie per quella metropolitana) il punto centrale della sua esistenza
di classe. In termini produttivi, questa potenza cooperativa spinge la
moltitudine verso il comune. Quando però intervengono forti tensioni
che agiscono sulle singolarità (che compongono la moltitudine), in
termini ad esempio di insicurezza economica o ambientale e di paura
del futuro, allora la cooperazione moltitudinaria può implodere in
termini di difesa identitaria. Il fascismo del XXI secolo sembra
sostenersi su questi incidenti della natura cooperativa della moltitudine.
4. Fascismo e neoliberalismo. Se, ai tempi di Platone, le costituzioni
democratiche risultavano inadeguate a bloccare la crisi della democrazia,
nell’attuale situazione esse favoriscono l’ascesa del fascismo, generando
corruzione.
Le costituzioni democratiche moderne erano organizzate su un
confronto dinamico degli interessi, eventualmente coalizzati a destra e a
sinistra, attorno ad un modello di inimicizia e di pacifica, normata
soluzione di questa, nell’ipotesi di una composizione equilibrata degli
interessi contrastanti. Oggi, la globalizzazione ha spinto verso la
omogeneizzazione delle governance a livello globale (si potrebbe dire
verso la loro omologazione), sicché governare nella globalizzazione esige
oggi di comporre il rapporto fra costituzione formale e quella materiale
attraverso l’inserzione nella prima di regole sviluppate dai rapporti
monetari multinazionali delle imprese sul mercato globale – e quindi di
elidere sostanzialmente il confronto/conflitto, interno alla costituzione
stessa. L’“estremismo di centro”, le “GroKo” sono stati, in questo senso,
momenti fondamentali nel ricomporre, attraverso la governance, profili
costituzionali ormai ampliatisi a livello globale. Ma questa fase è
terminata e l’accentuarsi dei conflitti nella globalizzazione sospinge le
formule tradizionali di governance democratico-liberali ad una crisi
profonda. Si susseguono quindi esperimenti di rottura: America first,
Brexit e ora Brazil first, Italy first…
È qui che le governance (ossia quell’insieme di dispositivi che ha
unitariamente configurato l’orizzonte di governo nazionale e quello
globale) si trovano a subire sempre più frequenti incidenti costituzionali
che hanno soprattutto l’effetto di obliterare quegli aspetti di “democrazia
progressiva” che le Costituzioni avevano ereditato dal secondo
dopoguerra e dalla fine della Guerra fredda. In tal modo si trasformano le
facce degli Stati in barba alla democrazia. La lunga crisi del 2007 ha
peggiorato le cose. Governare la crisi ha sempre significato che la crisi
imponesse le sue esigenze alla democrazia. Oggi, misuriamo in maniera
piena le conseguenze di questi incidenti. Sempre di più le dinamiche
dialettiche costituzionali sono disattese, le opposizioni integrate alla
governance, il keynesismo distrutto col consenso dei keynesiani. Le
eventuali operazioni di “eccezione” si dànno direttamente all’interno della
governance democratica, quasi come nascoste articolazioni di “potere
costituente”, piuttosto che attraverso opzioni e meccanismi controllabili.
Voglio dire che la trasformazione che questi movimenti accennano è
ormai comandata da un potere distruttivo della democrazia.
Con la crisi e l’indebolirsi della potenza americana che aveva finora
determinato un certo equilibrio globale, pur nel colore del suo dominio,
questi processi si sono accelerati, portando caos ovunque. Il nuovo
fascismo si installa dentro questo caos. Armandosi del neoliberalismo
come progetto per dominarlo, troverà condizioni durature di sviluppo? È
assai difficile. In queste condizioni, il neoliberalismo si trova come in una
situazione disperata, se vuol ricostruire equilibrio. Avendo dislocato o
respinto il vecchio equilibrio costituzionale democratico, è ora come
esposto sul vuoto. Ha bisogno di qualcosa di nuovo, che risponda alle
nuove difficoltà, e non lo trova che in forme di autoritarismo, di
rinnovato fascismo… Per sopravvivere a questo passaggio nel vuoto, deve
ricorrere a strumenti mediatici, ideologici e deve infamare e distruggere
le forze che lo hanno contrastato (spesso timidamente o addirittura
anticipandone le direzioni distruttive – questa crisi è lunga e profonda e
le responsabilità sono ancora tutte da definire). Erano forze social-
democratiche, keynesiane. Ora, i neoliberali che costruiscono le nuove
formule di governo fascistizzanti in Brasile, li chiamano “comunisti” e
“bolivariani”, sostenitori del caos… Negli USA li riconoscono come bobo
metropolitani e sovvertitori dell’identità nazionale… Questo fascismo
fondato sul vuoto ideologico si qualifica dunque come falsificatore della
memoria e restauratore reazionario di identità passate. Che sia un
passato schiavista, come in USA, importa; che sia un presente schiavista,
come in Brasile, questo preoccupa ancor di più.
5. Non aver paura. I miei amici brasiliani si chiedono come la
vittoria di Bolsonaro sia stata possibile, perché i loro concittadini lo
abbiano votato in maniera così massiccia. La risposta è semplice: non
hanno votato il fascismo, hanno votato piuttosto per la fine della
corruzione e dell’insicurezza, in quella congiuntura critica per la loro vita
che, appunto, una parte della popolazione imputava al PT. Non è poi
difficile pensare che il movente razzista e la difesa della famiglia (si veda
la spropositata polemica sul genere) abbiano costruito il coagulo fascista
di quel disagio. È facile profezia pensare che, come già abbiamo detto,
Bolsonaro non ce la farà a istituire il suo governo come regime. Per lui si
aggiungono, a quelli che abbiamo sopra ricordato come ostacoli al
matrimonio fascismo/liberismo, specifiche difficoltà interne: bisognerà
infatti (a fronte degli impedimenti tattici che lo sparpagliamento del voto
crea nel Congresso) continuare a comperare le maggioranze parlamentari
dagli evangelici o da altri mercenari; il prezzo da pagare agli agrari per
l’appoggio elettorale, per il sostegno al governo e nella contrattazione dei
limiti ecologici all’espansione dei loro interessi, sarà ancora più salato; le
estreme proposte di privatizzazione del patrimonio pubblico troveranno
l’ostilità dell’esercito a nome della nazione, ecc. ecc. Non sarà per lui
facile avanzare. Ed anche il consolidamento di questa vittoria sarà
difficile, molto difficile e si scontrerà contraddittoriamente con le stesse
costanti dell’economia brasiliana (aperte ai mercati internazionali
dell’alimentare e dell’energia, chiuse sui limiti ecologici di enorme
importanza, sollecitate ad una forte dinamica produttiva dall’ampiezza
del mercato del lavoro…). Siamo – ci sembra – su un margine sul quale le
promesse della vittoria di Bolsonaro si scontrano con le intenzioni dei
suoi sostenitori neoliberali. Come potranno equilibrarsi? Non siamo negli
anni ’30, quando il fascismo si organizzava su una pianificazione in
favore della grande industria (di guerra) e del grande capitale bancario –
con ridondanze tuttavia di immediati vantaggi sociali per il proletariato.
Quello che fa tremare, dopo la vittoria di Bolsonaro, è prevedere i
disastri che comunque questo governo produrrà, incapace di sviluppare
un disegno politico che si scosti da un terreno di razzia contro i poveri, i
neri ed in generale da una proposta antisociale – come mostra il suo
programma ultraliberale. Militarista, omofobo, machista, premuto
dall’odio per una popolazione ormai maggioritariamente colorata, nera
(siamo ben lontani dal 54 % ancora bianco del censimento del 2000),
Bolsonaro sarà esposto alla spinta demografica non bianca che aumenta
incessantemente. Il disastro che lo attende è enorme ma le conseguenze
saranno lunghe negli anni a venire.
Che fare, ora? È necessario smettere di piangere, occorre mettersi a
lavoro, confortati dalla consapevolezza che il quadro fascista è ancora
debole. In che senso, con quale spirito mettersi a lavoro? Già si misurano
le provocazioni e nel futuro si moltiplicheranno. Nelle università
appaiono squadracce che provocano, gruppi di destra sono a lavoro per
costruire elenchi di “comunisti”, i programmi scolastici cominciano ad
essere riempiti di richiami ad un passato schiavista, ecc. ecc. È necessario
non aver paura. Non aver paura diviene l’elemento centrale per la
costruzione di una resistenza.
Il fascismo si sostiene sulla paura. Qui esso suscita e coltiva la paura
del negro e quella del comunista. Ma questa coppia è simbolo della vita e
la sua lotta è segno di liberazione. I partiti della sinistra, a partire
dall’irrecuperabile PT, sono in crisi. È sul rapporto e la ricomposizione
politica di neri e di comunisti che una sinistra radicalmente antifascista
può essere costruita. Questo passaggio è fondamentale. Non c’è
antifascismo in Brasile senza una ricomposizione politica dei comunisti
bianchi e della popolazione di colore. Inutile aggiungere che di questa
ricomposizione i movimenti femminili sono già da oggi la scintilla. Questi
sono movimenti maggioritari e la maggioranza non ha paura.
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