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Mercato, Diritto e Libertà

Collana diretta da
Luigi Marco Bassani, Nicola Iannello,
Carlo Lottieri, Sergio Ricossa
I volumi della collana Mercato, Diritto e Libertà
sono pubblicati grazie al generoso contributo
dell’Istituto Adam Smith di Verona.
Milton Friedman

CAPITALISMO
E LIBERTÀ
Prefazione di Antonio Martino
Titolo originale
Capitalism and Freedom
(Chicago, University of Chicago Press, 2002)
Prima edizione 1962

Si ringrazia la University of Chicago Press


per la gentile concessione dei diritti di traduzione

Traduzione dall’inglese
David Perazzoni

AD
Uliva Foà

Copertina
Timothy Wilkinson

© 1962, 1982, 2002 by the University of Chicago.


All rights reserved. Licensed by the University of Chicago Press,
Chicago, Illinois, USA

© IBL Libri
Via Bossi, 1
10144 Torino
info@ibl-libri.it
www.ibl-libri.it

Prima edizione: agosto 2010


ISBN: 978-88-6440-023-5
Indice

Prefazione all’edizione italiana di Antonio Martino 7


Prefazione all’edizione del 2002 19
Prefazione all’edizione del 1982 23
Prefazione alla prima edizione 29
Introduzione 33
Capitolo 1
La relazione tra libertà economica e libertà politica 41
Capitolo 2
Il ruolo del governo in una società libera 61
Capitolo 3
Il controllo della moneta 81
Capitolo 4
Regimi commerciali e finanziari in campo internazionale 105
Capitolo 5
La politica fiscale 129
Capitolo 6
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione 143
Capitolo 7
Capitalismo e discriminazione 173
Capitolo 8
Monopolio e responsabilità sociale del mondo dell’impresa
e del lavoro 187
Capitolo 9
Le licenze per lo svolgimento di una professione 211
Capitolo 10
La redistribuzione del reddito 243
Capitolo 11
Assistenzialismo e welfare 265
Capitolo 12
Il soccorso ai poveri 283
Capitolo 13
Conclusione 291
Prefazione all’edizione italiana

Il più grande economista del ventesimo


secolo
di Antonio Martino

Il mio amico Milton


Nel 1965 superai la selezione e ottenni la prestigiosa
borsa di studio Harkness Fellowship of the Commonwealth
Fund. Questa borsa dava diritto a ventuno mesi di stu-
dio presso una università americana. A me interessava
studiare economia in modo più approfondito di quanto
avessi potuto fare nel mio corso di laurea in Giurispru-
denza. La mia domanda di ammissione venne accettata
sia dall’università di Harvard sia dall’università di Chi-
cago. Optai per quest’ultima e fu la scelta migliore e una
delle maggiori fortune della mia vita.
Chicago a quell’epoca era la più grande scuola di
economia del mondo e non credo che nel ventesimo se-
colo ci sia mai stato un centro di studio dell’economia
comparabile. Giusto per dare un’idea, sette dei miei
professori di allora vinsero poi il premio Nobel per le
scienze economiche: Milton Friedman, George J. Stigler,
Robert Mundell, Theodore Schultz fra gli altri. Ma il più
grande era lui, Milton Friedman. La sua fama era tale
che attesi tre mesi prima di trovare il coraggio di an-
darlo a trovare. Andai e mi trovai di fronte un uomo di
bassa statura, di irresistibile simpatia e di grande cor-
dialità. Da allora, era il 1966, siamo stati amici fino alla
sua morte, avvenuta nel 2006.
Milton Friedman è stato il mio maestro: quasi tut-
to ciò che so di economia l’ho imparato da lui, è stato
anche il mio consigliere: ogni volta che mi trovavo in

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Capitalismo e libertà

difficoltà nel prendere decisioni importanti mi consul-


tavo con lui. Ma, com’è ovvio, non è questa la sede per
parlare dell’uomo.1 Passo quindi a occuparmi del libro
che meritoriamente l’Istituto Bruno Leoni ripropone al
lettore italiano.2

Capitalismo e libertà
Il libro contiene una serie di conferenze tenute da
Friedman al Wabash College nel 1956 e raccolte, come
di consueto, con la collaborazione della moglie Rose
Director, anche lei economista e sorella dell’economista
Aaron Director. I tredici capitoli forniscono una splen-
dida sintesi del pensiero politico e delle tesi di politica
economica di Milton. Anche se non tutti sono egual-
mente accessibili a chi è digiuno di economia, sono
piacevolmente leggibili ed entusiasmanti. Questo libro,
ristampato innumerevoli volte e tradotto in un gran
numero di lingue, è un autentico classico del pensiero
liberale moderno.
L’incipit è rappresentato dalla critica devastante
all’affermazione di J.F. Kennedy: «Non chiedetevi cosa
il vostro paese possa fare per voi, chiedetevi cosa voi
potete fare per il vostro paese». Dice Friedman: «La for-
mula paternalista “cosa il vostro paese possa fare per
voi” lascia intendere che il governo è il tutore e il citta-
dino il discepolo, ossia una concezione in netto contra-
sto con la convinzione per la quale ogni uomo libero è
responsabile del proprio destino». “Cosa voi potete fare
per il vostro paese” rappresenta secondo Friedman la
conseguenza di una visione secondo la quale il governo
è il padrone e il cittadino il servo. «Per l’uomo libero, il
suo paese è l’insieme degli individui che lo compongo-

1. Sono l’unico biografo italiano di Friedman: Antonio Martino, Milton Fried-


man. Una biografia intellettuale, Soveria Mannelli-Treviglio, Rubbettino-Leonardo
Facco, 2005. Anche se datata, è l’unica opera del genere in italiano.
2. Questa, per quanto ne so, è la terza edizione italiana, dopo Efficienza eco-
nomica e libertà, Firenze, Vallecchi, 1967 (a quel tempo la parola capitalismo
era considerata sconcia!) e Capitalismo e libertà, Pordenone, Studio Tesi, 1987.
Tuttavia, entrambe queste edizioni hanno avuto modestissima circolazione e sono
irreperibili. È stata quindi una lodevole iniziativa questa dell’IBL di riproporlo.

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Prefazione all’edizione italiana

no, e non un’entità che li trascende».


Le idee prevalenti quando il libro fu scritto vengo-
no sottoposte da Friedman a una critica devastante e
messe al confronto con alternative radicali e inedite. Chi
legge oggi Capitalismo e libertà sarà colpito dalla natura
radicale delle proposte in esso contenute; non dovreb-
be, quindi, essergli difficile rendersi conto dell’impatto
che il volume ebbe mezzo secolo orsono: l’esposizione a
idee destinate ad apparire ancora radicali cinquant’an-
ni dopo produceva nel lettore un irresistibile stimolo a
ripensare gran parte delle sue convinzioni “alla radice”,
cioè radicalmente.
Si prenda per esempio il capitolo sulla moneta: in
poche pagine Friedman fa a pezzi le convinzioni eredi-
tate da una visione semplicistica delle teorie di Keynes
secondo cui “la moneta non ha importanza” e la politica
monetaria è impotente a impedire ristagno e recessione.
Friedman illustra in modo esemplare che, al contrario,
la moneta è troppo importante perché la sua gestione
sia lasciata alla discrezionalità delle autorità monetarie.
Avanza quindi la sua rivoluzionaria proposta di sostitu-
ire l’arbitrio dei banchieri centrali con l’imparzialità di
una regola predeterminata e nota agli operatori, elimi-
nando così una delle fonti di incertezza degli operatori
economici.
Ma, come il lettore scoprirà facilmente, le proposte
rivoluzionarie di politica economica contenute nel libro
sono molto numerose: l’imposta negativa sul reddito
come alternativa agli sprechi dell’assistenzialismo di
Stato; il “buono scuola” come strumento per garantire
concorrenza fra le scuole e quindi una sempre maggiore
efficienza del sistema scolastico; la flat tax per non di-
storcere gli incentivi e rendere il sistema tributario com-
prensibile e trasparente; la demonetizzazione dell’oro;
il ruolo dei sindacati, e tante altre.
Alcune di queste proposte sono state poi, in varia
forma, adottate, altre sono state bloccate dalle resistenze
dei gruppi d’interesse, altre ancora continuano a essere
considerate troppo innovative e non vengono prese in
considerazione. Il mio unico punto di dissenso da Fri-

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Capitalismo e libertà

edman è legato al fatto che, per distinguersi dai liberal


(che sono in realtà statalisti), Friedman si considerava
“un liberale del diciannovesimo secolo”. Credo invece
che egli sia stato un liberale del ventesimo secolo: toc-
cherà ai giovani che leggeranno queste pagine adope-
rarsi perché l’eredità del maestro sia tradotta in realtà
per un mondo più prospero e più libero.

“L’economia motore per la scoperta di verità concrete”


Milton Friedman non è stato soltanto il più impor-
tante e radicale riformatore liberale del ventesimo se-
colo, è stato anche il più grande economista del seco-
lo appena concluso, come dicevo. Per rendersi conto
dell’influenza del suo pensiero sull’economia occorre,
a mio parere, prendere le mosse da un suo scritto del
1952,3 che ha suscitato un enorme numero di commenti
nel mondo accademico ma è poco conosciuto dai non
addetti ai lavori.
A quel tempo, a voler giudicare dal lavoro degli eco-
nomisti, non era affatto chiaro cosa fosse l’economia e a
cosa servisse. I teorici dell’equilibrio economico genera-
le davano l’impressione che si trattasse di un esercizio
intellettuale mirante alla eleganza e alla completezza
dei suoi modelli descrittivi dell’intero sistema economi-
co; i “neo-ricardiani”, ispirati da Piero Sraffa all’univer-
sità di Cambridge (UK), sembravano convinti che il loro
lavoro dovesse porsi come obiettivo la dimostrazione
dell’iniquità della distribuzione del reddito per classi
sociali che emerge in un’economia di mercato in assenza
di un intervento dello Stato, col conseguente corollario
della desiderabilità di una distribuzione imposta dalla
politica; gli austriaci orientavano i loro lavori verso la
dimostrazione, spesso convincente e sempre stimolan-
te, che gli economisti dovessero difendere la libertà in-
dividuale illustrando i vantaggi che essa comporta non

3. Milton Friedman, “The Methodology of Positive Economics”, in Bernard F.


Haley (a cura di), A Survey of Contemporary Economics, vol. II, Chicago, Richard
D. Irwin Inc., 1952, pp. 455-457, ristampato in Milton Friedman, Essays in Posi-
tive Economics, Chicago, University of Chicago Press, 1953.

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Prefazione all’edizione italiana

solo per gli interessati ma anche per tutti gli altri. Il qua-
dro era talmente variegato che un noto economista alla
richiesta di dare una definizione dell’economia rispose
“l’economia è ciò di cui gli economisti si occupano”!
Friedman, nel suo saggio sulla metodologia, rifacen-
dosi a John Neville Keynes, padre del più famoso John
Maynard, sostiene che bisogna distinguere l’economia
positiva, che ci dice come stanno le cose, dall’economia
normativa, che si occupa di illustrare come dovrebbero
andare. Per Friedman l’economia positiva è una scien-
za che ha come obiettivo quello di farci comprendere il
mondo in cui viviamo. L’economista fornisce una sua
spiegazione di una data realtà e per sapere se è valida
esiste un solo modo: mettere a confronto le conclusioni
che da quella teoria scaturiscono con la realtà. Se i dati
disponibili non ne smentiscono le conclusioni possiamo
continuare a farne uso, ma con l’avvertenza che l’anali-
si quantitativa non può dimostrare che la teoria è vera,
può soltanto limitarsi a non falsificarla. Fintantoché non
viene contraddetta dai dati possiamo fidarcene; non ap-
pena i dati la smentiscono bisognerà trovare una teoria
alternativa.
Quando, su suo suggerimento, venni invitato per la
prima volta a una riunione della Mont Pèlerin Society a
Hillsdale (Michigan) nel 1975, gli chiesi cosa pensasse
di Popper, che sapevo essere anch’egli membro della
società. A quel tempo, infatti, ero infatuato del lavoro
del grande epistemologo austriaco e la lettura delle sue
opere mi aveva portato a ritenere che le posizioni sue
e di Friedman in campo metodologico fossero molto
simili.
Il principio di falsificabilità di Popper mi sembrava
assai simile se non identico alla posizione del mio ma-
estro ed ero interessato a sapere quale dei due avesse
influenzato l’altro. Friedman mi disse che, dopo il suo
primo incontro con Popper, ne era rimasto entusiasta,
ma che poi aveva cambiato opinione perché sembrava
che a Popper interessassero solo i suoi studi e le sue
idee, mostrando totale disinteresse per tutto ciò che non
lo riguardava da vicino.

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Capitalismo e libertà

La mia curiosità rimaneva così insoddisfatta, non re-


stava che cercare di appurare come effettivamente fos-
sero andate le cose. Era indubbio che i due si fossero
incontrati per la prima volta dopo la fondazione della
Mont Pèlerin Society (1947); il saggio di Friedman risale
al 1952, il volume di Popper nella edizione tedesca4 a
diversi anni prima. Tuttavia, Friedman non parlava né
leggeva tedesco e la prima edizione inglese dell’opera
di Popper5 è successiva al saggio di Friedman. Da tut-
to ciò ricavo la conclusione, peraltro confermatami da
altri, che i due maestri di liberalismo siano arrivati in
assoluta indipendenza alla medesima conclusione.
La posizione metodologica di Friedman ha portato
un gran numero di economisti ad applicare gli strumen-
ti dell’analisi economica a problemi fino a quel momen-
to considerati del tutto estranei al lavoro dei cultori del-
la “scienza lugubre”. Sono nate così l’analisi economica
del diritto (law and economics), che ha avuto nella facoltà
di legge di Chicago e nella rivista The Journal of Law &
Economics il suo centro principale, dilagando prima in
tutte le università americane, poi anche in quelle del
resto del mondo. Fra i pionieri di questo straordinaria-
mente fertile campo di applicazione dell’analisi econo-
mica, basti ricordare Aaron Director (fratello di Rose,
moglie di Milton Friedman) primo direttore della rivi-
sta e Ronald Coase, vincitore del premio Nobel. George
Stigler, anch’egli premio Nobel e straordinario econo-
mista di Chicago, impiegando l’analisi microeconomica
ha di fatto creato un altro importante settore di analisi:
l’economia dell’informazione. Un terzo premio Nobel
di Chicago, Gary Becker, ha più di ogni altro mostra-
to la versatilità dell’analisi economica applicandola ai
campi più disparati, dall’istruzione alla formazione del
capitale umano, dal diritto penale alla discriminazione,
e via via a quasi tutti i problemi legati allo studio del
comportamento umano. Ma la progressiva estensione
dell’analisi economica non si è affatto limitata ai casi cui

4. Karl Popper, Logik der Forschung, Vienna, Springer, 1934.


5. Karl Popper, The Logic of Scientific Discovery, Londra, Hutchinson, 1959.

12
Prefazione all’edizione italiana

ho accennato, un’elencazione anche sommaria richiede-


rebbe un intero volume.
Grazie, quindi, all’impostazione metodologica di Fri-
edman, l’economia è tornata a essere utile e utilizzata per
la soluzione di problemi concreti, l’analisi quantitativa
ha avuto un rilancio significativo e si è aperta un’epoca
entusiasmante per lo studio e l’impiego delle tecniche
di analisi degli economisti. A me è capitata la fortuna di
trovarmi nel posto giusto al momento giusto!

La storia monetaria
La seconda metà del secolo Venti è stata in gran par-
te dominata da un’ortodossia imperante basata su una
versione di comodo della Grande Depressione, un’in-
terpretazione a senso unico della teoria keynesiana e
una diffusa e profonda avversione per l’economia libe-
ra. Friedman ha demolito questi tre pilastri del pensiero
unico dei benpensanti. I suoi lavori illustrano in modo
superbo la superiorità del mercato sulla politica e questo
libro è, forse, il punto di riferimento principale per stu-
diare le posizioni di Friedman sull’economia di merca-
to. Le sue teorie hanno mostrato con ineccepibile rigore
le pecche del pensiero di Keynes (Friedman aveva una
grande considerazione dell’economista di Cambrid-
ge ma stimava assai meno i suoi acritici ammiratori).
Ha, infine, ma certamente cosa non meno importante,
dimostrato, grazie alla monumentale Storia monetaria,
come la Grande Depressione non fosse stata per nulla
un drammatico esempio di fallimento del mercato e di
impotenza della politica monetaria, ma al contrario la
più imponente dimostrazione del fallimento della poli-
tica e dell’importanza della moneta.6

6. L’aggettivo “monumentale” riferito agli studi di storia monetaria di Friedman


è lungi dall’essere una esagerazione. Basti fare riferimento ai principali, tutti scritti
in collaborazione con Anna J. Schwartz: A Monetary History of the United States,
1867-1960, Princeton, Princeton University Press, 1963 (860 pagine) [trad. it.:
Il dollaro. Storia monetaria degli Stati Uniti, 1867-1960, Torino, Utet, 1979],
Monetary Statistics of the United States, New York, Columbia University Press,
1970 (629 pagine), Monetary Trends in the United States and the United Kingdom,
Chicago, University of Chicago Press, 1982.

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Capitalismo e libertà

Infatti, il più imponente fenomeno di patologia eco-


nomica nella storia umana venne in larga misura de-
terminato da una politica monetaria sbagliata. La ban-
ca centrale degli Stati Uniti (la Fed) era stata creata per
evitare che in caso di panico bancario le banche, non
potendo onorare tutte le richieste dei depositanti, fos-
sero costrette a fallire per mancanza di liquidità. La Fed
avrebbe dovuto fungere da “prestatore di ultima istan-
za”, fornendo alle banche la liquidità necessaria a non
fallire. Così facendo, si sarebbe scongiurata una crisi
economica nazionale determinata dal fallimento delle
banche e dalla conseguente contrazione della quantità
di moneta in circolazione.
Ma nel 1929 la Fed si guardò bene dal fare ciò per cui
era stata creata e lasciò fallire un terzo di tutte le ban-
che americane fra il 1929 e il 1933, trasformando quella
che sarebbe stata una temporanea crisi finanziaria in un
incubo. Come se non bastasse, nel 1930 venne appro-
vato il Smooth–Hawley Tariff Act, che introdusse tariffe
doganali su 20.000 prodotti importati negli Stati Uniti,
scatenando provvedimenti di ritorsione da parte degli
altri paesi e la drastica riduzione degli scambi interna-
zionali.
I due errori, quello di politica monetaria e quello di
politica commerciale, trasformarono una crisi tempo-
ranea in un dramma duraturo. Infatti, contrariamente
a quanto sostenuto dalla vulgata keynesiana, la Gran-
de Depressione non ebbe termine grazie alle politiche
stataliste del New Deal di F.D. Roosevelt – il tasso di
disoccupazione americano dal 1931 al 1941 fu superiore
al 25 per cento - ma grazie alla guerra. Lo statalismo
rooseveltiano, lungi dal curare la Grande Depressione,
la inasprì dando vita a quella che è comunemente nota
come “la depressione nella depressione” del 1937-38.
Del resto l’importanza della politica monetaria e la
validità dell’impostazione di Friedman hanno una con-
ferma in quanto sta accadendo adesso. Anche la crisi
in corso non è per nulla imputabile a un fallimento del
mercato ma trova la sua origine ed è stata inasprita da

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Prefazione all’edizione italiana

errori politici che rischiano di prolungarla nel tempo.


Sorvolando sugli altri errori, non c’è dubbio che le “bol-
le” immobiliare e azionaria siano state determinate da
una politica monetaria eccessivamente espansiva.
L’ex-governatore della Fed, Alan Greenspan, nel
tentativo di impedire un rallentamento della crescita ha
condotto una politica monetaria energicamente espan-
siva, riducendo il tasso d’interesse a livelli molto bassi
e tenendolo all’uno per cento per alcuni anni. In genere,
una politica di questo tipo determina inflazione, ma in
questo caso il prezzo dei beni di consumo non è aumen-
tato significativamente, il che sembrerebbe indicare che
l’aggressiva espansione monetaria voluta e attuata da
Greenspan non sia stata controproducente. La conclu-
sione è affrettata perché una politica monetaria espan-
siva determina un aumento della spesa non solo in beni
di consumo ma anche in titoli, in abitazioni e altri beni
durevoli.
Il fatto che i prezzi dei beni di consumo non aumen-
tarono sensibilmente a causa dell’espansione monetaria
è spiegabile con l’aumento delle importazioni america-
ne di prodotti esteri favorito dalla debolezza del dollaro
e dalle aggressive politiche di stimolo alle esportazioni
adottate da molti paesi. È stata questa la direzione deci-
sa dai paesi asiatici che avevano fissato il cambio a livelli
artificiosamente bassi proprio per essere più competitivi
sul piano internazionale. L’importazione in USA di beni
di consumo dall’estero ha, per così dire, “calmierato” i
prezzi interni: l’aumentata domanda americana è stata
soddisfatta dai prodotti importati.
Ma l’aumento della spesa totale determinato
dall’espansione monetaria non si è rivolto soltanto
all’acquisto di beni di consumo, ha interessato anche il
mercato azionario e quello immobiliare. Gli americani,
avendo grazie alla politica di Greenspan più soldi da
spendere, li hanno spesi in beni di consumo perlopiù
importati, in azioni e in case. In conseguenza di ciò, sia
i corsi azionari sia il prezzo delle case sono aumentati
considerevolmente. Le “bolle” della Borsa e del mercato

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Capitalismo e libertà

immobiliare sono state il risultato della politica moneta-


ria inflazionistica voluta da Greenspan.
A quanti lo hanno criticato per questi motivi Green-
span ha risposto, nella prefazione al suo ultimo libro,
che “non poteva” astenersi dal perseguire una poli-
tica monetaria espansiva perché avrebbe provocato
una recessione e ciò era politicamente inaccettabile. In
ogni caso, dopo la sbornia della espansione monetaria,
com’era inevitabile, sono venuti i postumi perché il ri-
torno a una politica meno espansiva ha fatto aumentare
il tasso d’interesse che è salito velocemente al 5 per cen-
to. L’aumento del tasso ha sgonfiato le “bolle”: il prezzo
delle case ha preso a diminuire rapidamente, producen-
do il disastro dei mutui, le difficoltà delle banche e di
tutte le istituzioni interessate con conseguenze a valan-
ga su tutto il sistema economico, e il prezzo delle azioni
è crollato (dal massimo storico di 14.000, il Dow Jones è
sceso prontamente sotto 7.000).

Conclusione
Quanto è ancora attuale il pensiero di Friedman? A
me sembra che gran parte della sterminata produzione
del grande economista di Chicago mantenga intatta la
sua validità. È probabile che in futuro le sue teorie e i
suoi lavori scientifici vengano superati da nuove tecni-
che e da nuove teorie; per chi crede nel progresso anche
nel pensiero economico questa è una certezza. Più du-
rature, forse, saranno le proposte di politica economica
come la sostituzione di regole imparziali alla arbitrarie-
tà dei responsabili delle scelte politiche, o l’adozione di
una flat tax, o la sostituzione del farraginoso, costoso
e inefficiente sistema di trasferimenti in natura tipico
dell’attuale welfare state con un meccanismo di trasferi-
menti in denaro, che rispetti la libertà di scelta dei be-
neficiari.
Di una cosa sono, invece, assolutamente certo: l’ispi-
razione ideologica, il liberalismo radicale e riformatore,
sopravvivrà a lungo a tutto il resto. È, a mio avviso e
secondo l’esperienza storica, l’unica ideologia compati-
bile con la dignità degli esseri umani e con il progresso

16
Prefazione all’edizione italiana

civile. Paradossalmente, la sua lezione più longeva sarà


anche quella meno originale: è una lezione che ci viene
dai secoli passati e che non sembra volere invecchiare.

17
Prefazione all’edizione del 2002

Nella prefazione all’edizione del 1982 di questo vo-


lume menzionavo il deciso cambiamento nel clima in-
tellettuale che si era verificato nei vent’anni precedenti
e che si era manifestato nella diversa accoglienza riser-
vata alla prima edizione di Capitalismo e libertà (1962)
e di Liberi di scegliere (1980), un libro scritto a quattro
mani con mia moglie nel quale esponevo la stessa filo-
sofia della mia opera precedente. L’opinione pubblica
era cambiata, mentre (e, almeno in parte, proprio per-
ché) il ruolo dei poteri pubblici conosceva una crescita
esplosiva sotto l’impulso della creazione del welfare state
e delle teorie economiche keynesiane. Nel 1956, quando
tenni la serie di conferenze che, con l’aiuto di mia mo-
glie, sono diventate questo libro, la spesa pubblica negli
Stati Uniti (a livello federale, statale e locale) era pari al
26 per cento del reddito nazionale ed era destinata in
gran parte alla difesa. La spesa destinata ad altri scopi
raggiungeva appena il 12 per cento del reddito nazio-
nale. Venticinque anni dopo, quando venne pubblica-
ta l’edizione del 1982 di Capitalismo e libertà, la spesa
complessiva aveva raggiunto il 39 per cento del reddito
nazionale e quella non destinata alla difesa era più che
raddoppiata, ammontando ormai al 31 per cento del
reddito del paese.
Il mutamento nel clima intellettuale ebbe i suoi ef-
fetti: aprì la strada all’elezione di Margaret Thatcher in
Gran Bretagna e a quella di Ronald Reagan negli Stati

19
Capitalismo e libertà

Uniti. I due statisti riuscirono ad arginare la crescita del


Leviatano, ma non a ridurla. La spesa pubblica com-
plessiva negli Stati Uniti diminuì leggermente, dal 39
per cento del reddito nazionale nel 1982 al 36 per cento
nel 2000, ma la riduzione è stata dovuta quasi per inte-
ro ai tagli al bilancio della difesa. Il resto della spesa è
rimasto grosso modo costante: dal 31 per cento del 1982
al 30 del 2000.
Il cambiamento dell’atmosfera intellettuale del pae-
se ricevette un ulteriore impulso nel 1989, con la cadu-
ta del Muro di Berlino, e nel 1992, con la dissoluzione
dell’Unione Sovietica. Questi avvenimenti chiusero
drammaticamente un esperimento iniziato settant’anni
prima per dimostrare quale fosse il modo migliore di or-
ganizzare la società: dall’alto o dal basso, pianificazione
e controllo centrale o mercati e proprietà privata, in una
parola, socialismo o capitalismo. Il risultato dell’esperi-
mento era stato adombrato in scala più ridotta da una
serie di esempi concreti: Hong Kong e Taiwan facevano
registrare performance migliori rispetto alla Repubblica
Popolare Cinese, la Germania occidentale rispetto alla
Germania dell’Est, la Corea del Sud rispetto a quella del
Nord. Ma fu necessario lo spettacolare crollo del Muro
di Berlino e dell’Unione Sovietica affinché l’esito del-
la competizione tra i due sistemi venisse riconosciuto
dall’opinione comune, al punto che oggi si dà pressoché
per scontato che la pianificazione centrale è davvero La
via della schiavitù, per citare il titolo del brillante saggio
di Friedrich von Hayek del 1944.
Quel che vale per Stati Uniti e Gran Bretagna è altret-
tanto vero per le altre economie occidentali avanzate:
in un paese dopo l’altro, i primi decenni del dopoguer-
ra hanno visto una crescita vertiginosa del socialismo,
seguita da un lento declino. Oggi in tutti questi paesi
si tende a concedere ai mercati un ruolo più ampio e a
ridurre quello dello Stato. Ritengo che questa situazione
sia indice del ritardo con cui l’opinione pubblica abbia
accettato l’attuazione pratica delle nuove idee: la rapi-
da socializzazione della vita pubblica dei decenni suc-
cessivi alla Seconda Guerra Mondiale è stata un effetto

20
Prefazione all’edizione del 2002

della propensione al collettivismo che si era prodotta


prima della guerra stessa. Il declino del socialismo avu-
tosi negli ultimi anni è un segnale dei primi effetti del
mutamento del clima intellettuale, mentre la futura de-
socializzazione sarà la conseguenza della maturazione
del cambiamento d’opinione dovuto al crollo dell’Unio-
ne Sovietica.
Il mutamento nell’opinione pubblica ha avuto effetti
ancora più drastici in quelli che venivano chiamati pa-
esi meno sviluppati. Ciò si è verificato persino in Cina,
l’ultimo Stato che si dichiara esplicitamente comunista.
L’introduzione di riforme di mercato da parte di Deng
Xiaoping alla fine degli anni Settanta, che di fatto han-
no privatizzato l’agricoltura, ha fatto aumentare repen-
tinamente la produzione e ha portato allo sviluppo di
altri elementi di mercato in una società guidata dall’alto
e, pertanto, tipicamente comunista. L’aumento della li-
bertà economica ha cambiato il volto della Cina, con-
fermando in modo plateale la nostra fede nella capacità
di trasformazione del libero mercato. La Cina è ancora
lontana dall’essere una società libera, ma non può es-
servi dubbio che gli abitanti di quel paese siano oggi
molto più liberi e benestanti di quanto non fossero sotto
il regime di Mao. Ovviamente il paese è tutt’altro che
libero dal punto di vista politico, ma anche in questo
campo si possono intravedere i primi, timidi segnali di
un aumento della libertà politica, che si manifesta nella
possibilità di eleggere determinati funzionari in un nu-
mero crescente di villaggi. La Cina ha molta strada da
fare, ma si sta muovendo nella direzione giusta.
Nell’immediato dopoguerra la teoria comunemente
accettata affermava che lo sviluppo del Terzo Mondo
avrebbe richiesto una pianificazione centralizzata insie-
me a enormi quantità di aiuti. Il fallimento di questa
formula in tutte le occasioni in cui è stata messa in prati-
ca, come hanno evidenziato Peter Bauer e altri studiosi,
insieme allo straordinario successo delle politiche orien-
tate al mercato attuate dalle cosiddette “tigri asiatiche”
(Hong Kong, Singapore, Taiwan, Corea del Sud) hanno
prodotto una teoria dello sviluppo decisamente diver-

21
Capitalismo e libertà

sa. Oggi numerosi paesi dell’Asia e dell’America Lati-


na, oltre a qualche paese africano, hanno adottato politi-
che favorevoli al mercato e ridimensionato il ruolo dello
Stato. Molti degli ex-Stati satellite dell’Unione Sovietica
hanno imboccato la stessa strada. In tutti questi casi, a
conferma della tesi contenuta in questo libro, l’aumen-
to della libertà economica è andato di pari passo con
un aumento delle libertà politiche e civili, e ha prodotto
una maggiore prosperità. Il capitalismo, la concorrenza
e la libertà sono inseparabili.
Una nota personale per chiudere: per un autore è un
raro privilegio poter riesaminare una delle sue opere
quarant’anni dopo la sua comparsa; sono lieto di averne
l’occasione. Sono enormemente gratificato dal fatto che
questo libro ha retto egregiamente alla prova del tempo
e che rimane estremamente pertinente per i problemi
di oggi. Se proprio dovessi apportare un cambiamento
sostanziale, sostituirei la dicotomia fra libertà politica
e libertà economica con la “tricotomia” fra libertà eco-
nomica, civile e politica. Dopo avere finito di scrivere
il libro, l’esempio di Hong Kong, all’epoca non ancora
tornata sotto il dominio cinese, mi aveva convinto del
fatto che, mentre la libertà economica è una condizione
necessaria per godere delle libertà civili e politiche, la li-
bertà politica, per quanto possa essere auspicabile, non
è una condizione necessaria per l’instaurazione della li-
bertà economica e civile. Da questo punto di vista, oggi
ritengo che un grave difetto di questo libro consista
nell’inadeguatezza della disamina del ruolo della liber-
tà politica, che in determinate circostanze può favorire
le libertà economiche e civili, mentre in altri casi, al con-
trario, può soffocarle.

22
Prefazione all’edizione del 1982

Le lezioni che, con l’aiuto di mia moglie, hanno dato


forma a questo libro sono state tenute venticinque anni
fa. Oggi è difficile, anche per chi all’epoca era in piena
attività, per non parlare poi della metà della popolazio-
ne americana attuale che a quel tempo aveva meno di
dieci anni o non era ancora nata, ricostruire il clima in-
tellettuale di quel periodo. Chi, come me, nutriva gravi
preoccupazioni per i pericoli posti alla nostra libertà e
prosperità dalla crescita dello Stato, dal trionfo del wel-
fare state e delle idee keynesiane, faceva parte di una
esigua minoranza sotto assedio ed era considerato dal-
la gran parte degli altri intellettuali alla stregua di un
eccentrico.
Anche sette anni più tardi, quando questo libro ven-
ne pubblicato, le idee in esso esposte erano talmente al
di fuori del mainstream culturale che nessuno dei princi-
pali quotidiani a diffusione nazionale si degnò di recen-
sirlo: non una parola sul New York Times, né sulla Herald
Tribune (all’epoca ancora pubblicata a New York), o sul-
la Chicago Tribune, Time, Newsweek o anche solo la Sa-
turday Review, anche se le principali riviste scientifiche
e l’Economist gli dedicarono qualche articolo. E questo
per un volume diretto ai non specialisti, scritto da un
professore di una delle più importanti università degli
Stati Uniti e destinato a vendere oltre 400.000 copie nei
diciotto anni successivi. Sarebbe inimmaginabile pensa-
re che un libro scritto da un accademico di pari statura,

23
Capitalismo e libertà

ma favorevole al welfare state, al socialismo o al comuni-


smo avrebbe ricevuto un trattamento analogo.
Di quanto il clima intellettuale del paese sia cambia-
to negli ultimi venticinque anni è testimoniato dall’ac-
coglienza riservata a Liberi di scegliere, scritto a quattro
mani con mia moglie e diretto discendente di Capitalismo
e libertà, un libro che espone la stessa filosofia di fondo
e che è stato dato alle stampe nel 1980. Liberi di sceglie-
re venne recensito in tutte le principali pubblicazioni,
spesso con articoli lunghi e dettagliati. Non solo venne
riprodotto in parte in Book Digest, ma comparve sulla
sua copertina. Liberi di scegliere vendette circa 400.000
copie negli Stati Uniti nel primo anno di distribuzione,
è stato tradotto in dodici lingue ed è stato ripubblicato
nei primi mesi del 1981 in edizione economica.
La disparità di trattamento non può essere spiegata,
credo, dalla diversa qualità dei due volumi. Anzi, il pri-
mo dei due è più filosofico e astratto e, quindi, di mag-
giore importanza. Liberi di scegliere, come spieghiamo
nella prefazione, è inquadrato in «una cornice più pra-
tica e meno teorica». Si tratta di un testo che completa,
e non di un libro che sostituisce, Capitalismo e libertà. A
prima vista, la diversa accoglienza riservata ai due libri
potrebbe essere attribuita al potere della televisione. Li-
beri di scegliere era basato e pensato per accompagnare la
serie televisiva omonima trasmessa dalla PBS e indub-
biamente il successo della serie contribuì alla notorietà
del volume.
Questa spiegazione è superficiale, perché l’esistenza
stessa e il successo del programma della PBS sono a loro
volta una testimonianza del mutato clima intellettuale.
Negli anni Sessanta nessuno ci chiese di realizzare una
serie TV simile a “Liberi di scegliere”. Sarebbe stato dif-
ficile, se non impossibile, trovare sponsor per un pro-
gramma del genere e, se mai fosse stato realizzato, il
pubblico sensibile ai suoi contenuti sarebbe stato a dir
poco esiguo. In realtà, il successo del secondo libro e
della serie televisiva sono conseguenze del cambiamen-
to del clima intellettuale. Le idee espresse nei nostri due
libri sono ancora lontane dal far parte del mainstream

24
Prefazione all’edizione del 1982

intellettuale, ma oggi sono almeno rispettate negli am-


bienti intellettuali e molto probabilmente sono accettate
dalla popolazione nel suo complesso.
Il cambiamento non è stato prodotto da questo libro,
né da altri, come La via della schiavitù e La società libera di
Hayek, appartenenti alla medesima tradizione filosofi-
ca. Per rendersene conto sarebbe sufficiente vedere a chi
furono richiesti gli interventi per il simposio “Capitali-
sm, Socialism and Democracy” organizzato dalla rivista
Commentary nel 1978, che affermava tra l’altro: «L’idea
che possa esservi un chiaro nesso tra il capitalismo e
la democrazia ha iniziato ad apparire plausibile anche
a molti di quegli intellettuali che un tempo avrebbero
considerato tale concetto non solo erroneo, ma anche
politicamente pericoloso». Il mio contributo era com-
posto da un ampio stralcio di Capitalismo e libertà, da
una citazione più breve di Adam Smith e da un invi-
to conclusivo: «Benvenuti a bordo».1 Ancora nel 1978,
dei venticinque partecipanti al simposio oltre me, solo
nove manifestarono opinioni più o meno in sintonia con
il messaggio di fondo di Capitalismo e libertà.
Il mutamento del clima intellettuale venne prodotto
dall’esperienza concreta, più che da riflessioni teoriche
o filosofiche. La Russia e la Cina, un tempo la grande
speranza delle classi intellettuali, avevano chiaramente
deluso. La Gran Bretagna, il cui socialismo di stampo
fabiano aveva esercitato un’influenza dominante sugli
intellettuali americani, si trovava in una grave situazio-
ne di crisi. Entro i nostri confini gli intellettuali, imman-
cabilmente fautori di uno Stato interventista e in gran
maggioranza sostenitori del Partito Democratico, si era-
no sentiti traditi dalla guerra del Vietnam e, in partico-
lare, dal ruolo svolto dai presidenti Kennedy e Johnson.
Molti dei grandi programmi di riforma, in passato as-
surti al ruolo di veri e propri vessilli, come i programmi
assistenziali, l’edilizia popolare, il sostegno ai sindacati,
l’integrazione razziale nelle scuole, l’assistenza federale
all’istruzione, la “discriminazione positiva” (affirmative

1. Commentary, aprile 1978, pp. 29-71.

25
Capitalismo e libertà

action), stavano dimostrando il loro fallimento. Il resto


della popolazione era duramente colpito nel portafogli
dall’inflazione e da una tassazione eccessiva. Sono que-
sti fenomeni, e non la capacità di convincimento delle
idee illustrate in imponenti tomi teorici, che spiega-
no la trasformazione che ha portato dalla schiacciante
sconfitta del candidato conservatore-libertario Barry
Goldwater nel 1964 alla travolgente vittoria di Ronald
Reagan nel 1980, sebbene i due uomini avessero sostan-
zialmente lo stesso programma e portassero il medesi-
mo messaggio.
Quale può essere dunque il ruolo di un libro come
quello che state leggendo? Secondo me, la sua funzio-
ne è duplice: in primo luogo, fornire materiale per le
discussioni. Come scriviamo nella prefazione a Liberi di
scegliere: «L’unica persona che può convincervi davvero
siete voi stessi: dovete rimuginare a piacere le questioni,
considerare le diverse tesi, farle fermentare e, dopo il
tempo giusto, trasformare le vostre preferenze in con-
vinzioni». In secondo luogo, e si tratta di un aspetto più
importante, libri come questo devono mantenere aperte
le possibili opzioni fino al momento in cui le circostanze
fanno sì che il cambiamento diventi necessario. Nelle or-
ganizzazioni e nei meccanismi istituzionali privati, ma
specialmente in quelli pubblici, esiste un enorme grado
di inerzia, una tirannia dell’esistente. Solo una crisi (rea-
le o percepita) può produrre il cambiamento. Quando la
crisi si verifica, le azioni che vengono intraprese dipen-
dono dalle idee disponibili. Questa, io credo, è la nostra
funzione essenziale: sviluppare alternative alle politi-
che attuali, in modo che siano a portata di mano fino al
momento in cui ciò che oggi è politicamente impossibile
diventerà politicamente inevitabile.
Questa idea può essere meglio illustrata da un aned-
doto personale: verso la fine degli anni Sessanta parteci-
pai a un dibattito presso la University of Wisconsin con
Leon Keyserling, un collettivista convinto e impenitente.
Per mettermi al tappeto, Keyserling pensò di deridere le
mie idee etichettandole come un coacervo di concetti ir-

26
Prefazione all’edizione del 1982

rimediabilmente reazionari, servendosi dell’artificio di


leggere la lista di attività pubbliche al termine del Capi-
tolo 2 di questo libro, che, nelle mie parole, «non posso-
no essere giustificate alla luce dei principi espressi nelle
pagine precedenti». Il pubblico, composto prevalente-
mente da studenti, seguì entusiasticamente Keyserling
mentre enumerava la mia condanna dell’imposizione
dei prezzi nell’agricoltura, delle tariffe doganali e via
dicendo, finché non giunse al punto 11: “la coscrizione
militare in tempo di pace”. La mia opposizione al servi-
zio di leva suscitò un fragoroso applauso e fece perdere
a Keyserling il favore del pubblico e il risultato del di-
battito.
Incidentalmente, il servizio di leva è l’unico ele-
mento della mia lista che sia stato eliminato a tutt’og-
gi e questa vittoria non è assolutamente definitiva. Per
quanto riguarda la maggior parte delle altre voci della
mia lista, ci siamo addirittura allontanati dai principi
illustrati in questo volume. Se da una parte ciò è pro-
prio uno dei motivi che hanno causato il mutamento
dell’opinione pubblica, dall’altra è una dimostrazione
che questo cambiamento, finora, ha avuto effetti deci-
samente modesti. Non ultimo, è una dimostrazione del
fatto che la tesi di fondo di questo libro è rilevante nel
1981 non meno di quanto lo fosse nel 1960, per quanto
alcuni degli esempi illustrati nelle sue pagine possano
risultare ormai datati.

27
Prefazione alla prima edizione

Questo libro nasce, dopo una lunga gestazione, da


una serie di conferenze tenute nel 1956 in occasione di
un seminario presso il Wabash College diretto da John
Van Sickle e Benjamin Rogge e finanziato dalla Volcker
Foundation. Negli anni seguenti ho tenuto altre lezio-
ni a seminari Volcker diretti da Arthur Kemp, al Cla-
remont College diretto da Clarence Philbrook, presso
la University of North Carolina sotto la direzione di
Richard Leftwich e alla Oklahoma State University. In
ciascun caso ho trattato i temi esaminati nei primi due
capitoli di questo libro, che prendono in considerazione
i principi di fondo, per poi applicarli a una serie di pro-
blemi specifici.
Ho un debito di gratitudine nei confronti dei diret-
tori di questi seminari, non solo per avermi invitato a
tenere le mie conferenze, ma ancor più per i commenti
e le critiche che mi hanno rivolto e per le gentili pres-
sioni fatte su di me affinché mi decidessi a metterle per
iscritto, sia pure in forma più o meno provvisoria. Devo
inoltre ringraziare Richard Cornuelle, Kenneth Temple-
ton e Ivan Bierly della Volcker Foundation, responsabili
dell’organizzazione dei seminari. Un ringraziamento è
doveroso anche nei confronti dei partecipanti che, con
le loro incisive domande e il profondo interesse nelle
questioni che ho trattato, insieme al loro inesauribile en-
tusiasmo intellettuale, mi hanno obbligato a ripensare
numerosi punti e a correggere molti errori. Questa serie

29
Capitalismo e libertà

di seminari si distingue come una delle più stimolanti


esperienze intellettuali della mia vita. Inutile dire che
probabilmente nessuno dei direttori dei vari seminari
condivide interamente le tesi proposte in questo libro,
ma confido che nessuno di loro vorrà negare una picco-
la parte di paternità per questo testo.
La filosofia illustrata in questo volume, così come
numerosi punti specifici, vanno ascritti a molti maestri,
colleghi e amici, ma soprattutto a un illustre gruppo di
studiosi di cui ho avuto l’onore di far parte all’universi-
tà di Chicago: Frank H. Knight, Henry C. Simons, Lloyd
W. Mints, Aaron Director, Friedrich A. Hayek e George
J. Stigler. Mi devo scusare con tutti loro per non poter
accostare i loro nomi alle idee che hanno trovato espres-
sione in questo libro. Ho imparato talmente tanto da
questo gruppo di studiosi, e le loro idee sono diventate
a tal punto parte del mio pensiero, che non avrei davve-
ro saputo dove inserire i riferimenti a piè di pagina.
Non oso enumerare tutte le persone verso le quali
ho un debito di gratitudine nel timore di commettere
un’ingiustizia dimenticandone qualcuna. Tuttavia non
posso esimermi dal menzionare i miei figli, Janet e Da-
vid, per la cocciuta determinazione a non accettare nulla
come articolo di fede, obbligandomi così a esprimere le
questioni più tecniche in un linguaggio semplice e chia-
ro. In tal modo ho potuto capire meglio i diversi temi
trattati e, spero, la mia esposizione ne ha tratto benefi-
cio. Mi affretto a dire che anche i miei figli ammettono il
proprio contributo a quest’opera, ma non una perfetta
identità di vedute con il suo autore.
Ho attinto a piene mani da materiale già pubblicato. Il
Capitolo 1 è una versione riveduta di materiale compar-
so (con il titolo del presente volume) in Essays in Indivi-
duality, a cura di Felix Morley (Philadelphia, University
of Pennsylvania Press, 1959) e, in forma ancora diversa,
ma conservando lo stesso titolo, in The New Individualist
Review, vol. I, n. 1 (aprile 1961). Il Capitolo 6 è costituito
da un articolo avente il medesimo titolo e pubblicato
originariamente in Economics and Public Interest, a cura
di Robert A. Solo (New Brunswick, Rutgers University

30
Prefazione alla prima edizione

Press, 1955). Brani e parti di altri capitoli sono stati tratti


da miei articoli e libri.
Il refrain “se non fosse stato per mia moglie, questo
libro non sarebbe mai stato scritto” è ormai un luogo
comune nelle prefazioni dei testi accademici, ma in que-
sto caso è letteralmente la verità: è mia moglie che ha
messo insieme le parti di numerose conferenze, ne ha
uniformato le diverse versioni, ne ha tradotto il testo in
qualcosa di più prossimo all’inglese scritto e, dall’inizio
alla fine, è stata la forza propulsiva che ha permesso di
portare quest’opera a compimento.
Il riconoscimento nel frontespizio [dell’edizione
americana del 1962, NdT] è un understatement: Muriel
A. Porter, la mia segretaria, è stata una risorsa affidabile
ed efficiente nel momento del bisogno e nutro per lei
un enorme debito di gratitudine. Ha battuto a macchina
gran parte del manoscritto e le numerose bozze che lo
hanno preceduto.

31
Introduzione

In un notissimo passo del suo messaggio di insedia-


mento alla Casa Bianca, John Fitzgerald Kennedy affer-
mò: «Non chiedetevi cosa il vostro paese possa fare per
voi, chiedetevi cosa voi potete fare per il vostro paese».
È un segno significativo della nostra epoca il fatto che il
dibattito suscitato da questa frase abbia sostanzialmen-
te riguardato la sua origine e non il suo contenuto. In ef-
fetti, nessuna delle due proposizioni dell’alternativa of-
ferta da Kennedy descrive un rapporto fra il cittadino e
il suo governo che sia degno degli ideali di uomini liberi
che vivono in una società libera. La formula paternalista
“cosa il vostro paese possa fare per voi” lascia intendere
che il governo è il tutore e il cittadino il discepolo, ossia
una concezione in netto contrasto con la convinzione
per la quale ogni uomo libero è responsabile del pro-
prio destino. La formula organicistica “cosa voi potete
fare per il vostro paese” implica che il governo sia un
signore o una divinità e che il cittadino sia il suo servo o
il suo fedele. Per l’uomo libero, il suo paese è l’insieme
degli individui che lo compongono, e non un’entità che
li trascende. Egli è orgoglioso di un comune retaggio ed
è fedele alle comuni tradizioni, ma considera il gover-
no come un mezzo, come uno strumento, non come un
dispensatore di favori e di doni, e nemmeno come un
padrone o una divinità che debba essere venerata o ser-
vita ciecamente. L’individuo libero non ammette che la
nazione abbia un qualsiasi scopo che non sia la conver-

33
Capitalismo e libertà

genza degli obiettivi che ciascuno dei suoi concittadini


cerca autonomamente di realizzare.
L’uomo libero, dunque, non si chiede né che cosa il
suo paese può fare per lui, né che cosa egli può fare per
il suo paese. Semmai egli si chiede: “che cosa possiamo
fare io e i miei concittadini per il tramite del governo”,
affinché esso possa aiutare ciascuno di noi ad adempie-
re alle nostre responsabilità, a perseguire i nostri obiet-
tivi e, soprattutto, affinché esso tuteli la nostra libertà? E
a questo interrogativo egli ne affiancherà un altro: come
possiamo impedire che una nostra creazione, vale a dire
il governo, diventi una specie di mostro di Frankenstein
mirante a distruggere quelle stesse libertà che dovrebbe
proteggere? La libertà è un fiore raro e delicato. Il ragio-
namento ci dice, e la storia lo conferma, che la maggior
minaccia contro la libertà deriva dalla concentrazione
del potere. Il governo è necessario per preservare la no-
stra libertà, è uno strumento per mezzo del quale pos-
siamo esercitare la nostra libertà; ma è altrettanto vero
che, attraverso la concentrazione del potere nelle mani
dei rappresentanti politici, esso può diventare al tempo
stesso anche una minaccia per la libertà. Quand’anche
gli uomini che detengono questo potere si dedicassero
alle loro funzioni con le migliori intenzioni e anche nel
caso in cui non venissero corrotti dal potere che eser-
citano, prima o poi il potere finisce con l’attirare e pla-
smare individui di tempra ben diversa.
In che modo possiamo approfittare dei benefici pro-
messi dall’istituzione di una forma di governo senza
che si palesi la minaccia che essa pone alla libertà? Due
principi generali incorporati nella nostra costituzione
offrono la risposta che ha, sino a oggi, preservato la no-
stra libertà, sebbene molto spesso siano stati violati nel-
la pratica e sostenuti solo in teoria.
Innanzitutto, il campo d’azione del governo deve
essere limitato. La sua funzione essenziale deve essere
quella di tutelare la nostra libertà sia dai nemici esterni
che dai nostri concittadini: mantenere la legalità e l’or-
dine, far rispettare i contratti privati, favorire la concor-
renza nel mercato. Al di là di questa importante funzio-

34
Introduzione

ne, occasionalmente il governo può aiutarci a realizzare,


insieme ai nostri concittadini, obiettivi che raggiungere
da soli potrebbe risultare troppo difficile o troppo costo-
so. È bene rammentare, però, che fare ricorso ai poteri
dello Stato per raggiungere questi fini può comportare
grossi pericoli. Ovviamente non dobbiamo e non pos-
siamo evitare di servirci del governo in questo modo,
ma – prima di farlo – è bene che i prevedibili vantaggi
siano chiari e consistenti. Affidandoci preferibilmente
alla cooperazione volontaria e all’impresa privata, tanto
in campo economico quanto in altri settori, possiamo
garantire che il settore privato riesca a limitare i poteri
del settore pubblico e rappresenti una valida tutela del-
la libertà di parola, di religione e di pensiero.
Il secondo principio generale sul quale si fonda la
nostra forma di governo è che i poteri pubblici siano
separati e ripartiti fra più soggetti. Se le autorità devo-
no esercitare un potere, è preferibile che ciò avvenga a
livello di contea piuttosto che di stato, e se necessario è
meglio che tali poteri siano attribuiti al governo dello
stato piuttosto che concentrati a Washington, nelle mani
del governo federale. Se non sono soddisfatto dalle de-
cisioni prese nella mia comunità per quanto riguarda lo
smaltimento dei rifiuti, il piano regolatore o le scuole,
posso sempre trasferirmi in un’altra località e, anche se
non tutti i cittadini vorranno mettere in pratica questa
decisione, la semplice possibilità di questa ipotesi agisce
da freno all’arbitrio del governo locale. Se non mi piace
quello che fa il mio stato, posso trasferirmi in un altro.
Ma se non mi piace quello che mi viene imposto da Wa-
shington, non ho molte alternative in questo mondo di
nazioni malevole e sospettose.
Evidentemente, è proprio la difficoltà di sottrarsi alle
leggi del governo federale che rappresenta l’elemento
più attraente della centralizzazione per i suoi sostenito-
ri. Essi sono convinti che la centralizzazione li mettereb-
be in condizione di attuare più efficacemente progetti
che – secondo costoro – sono nell’interesse della popo-
lazione, come ad esempio il trasferimento di reddito dai
più ricchi ai più poveri o da fini privati a fini pubblici. In

35
Capitalismo e libertà

un certo senso, ovviamente, hanno ragione, ma questa


medaglia ha due facce: il potere di fare del bene è anche
il potere di fare del male. Chi controlla oggi le leve del
potere potrebbe venirne allontanato domani e, aspetto
ancora più importante, quello che un individuo può
ritenere buono, un altro può considerarlo un male. La
grande tragedia della marcia verso la centralizzazione e
verso l’ampliamento dell’ambito di azione del governo
in generale è che il più delle volte alla sua testa vi sono
individui armati delle migliori intenzioni, che saranno i
primi a dolersi delle sue conseguenze.
La conservazione della libertà rappresenta la mo-
tivazione “difensiva” per limitare e decentrare i pote-
ri del governo, tuttavia ve n’è anche una costruttiva. I
grandi progressi della civiltà, nell’architettura e nella
pittura, nella scienza e nella letteratura, nell’industria
e nell’agricoltura, non sono mai stati prodotti da un go-
verno centralizzato. Cristoforo Colombo non cercò una
nuova rotta per la Cina in risposta alla direttiva della
maggioranza parlamentare, per quanto fosse finanzia-
to in parte da un monarca assoluto. Newton e Leibnitz,
Einstein e Bohr, Shakespeare, Milton e Pasternak, Whit-
ney, McCormick, Edison e Ford, Jane Addams, Floren-
ce Nightingale e Albert Schweitzer: nessuno di questi
grandi personaggi ha aperto nuove frontiere nelle cono-
scenze umane, nella letteratura e nel progresso tecnico
in risposta a direttive statali. Il loro successo è stato il
prodotto del loro genio, di opinioni minoritarie forte-
mente radicate, di un clima sociale favorevole alla va-
rietà e alla diversità.
Lo Stato non può mai replicare la varietà e le diver-
sità dell’azione individuale. In ogni dato momento, im-
ponendo norme uniformi nell’edilizia abitativa, nella
nutrizione, nell’abbigliamento, le autorità possono in-
dubbiamente migliorare il livello di vita di molti indi-
vidui. Imponendo norme uniformi nell’istruzione sco-
lastica, nella costruzione di strade, nell’igiene pubblica,
il governo centrale può certamente migliorare il rendi-
mento in molti settori locali e fors’anche per la maggior
parte delle comunità. Ma così facendo, i poteri pubblici

36
Introduzione

sostituirebbero la stagnazione al progresso, imporreb-


bero una mediocre uniformità a quella varietà essenzia-
le per la sperimentazione grazie alla quale i meno ab-
bienti di domani vivranno in condizioni migliori della
media di oggi.
Questo libro esamina alcune di queste importanti
questioni. Il suo filo conduttore riguarda il ruolo gio-
cato dal capitalismo fondato sulla concorrenza – ossia
dall’organizzazione della gran parte dell’attività econo-
mica per il tramite dell’impresa privata operante in un
libero mercato – nella sua essenza di sistema di liber-
tà economica e di condizione necessaria per la libertà
politica. Il tema secondario del volume è rappresentato
dall’analisi del ruolo che i poteri pubblici devono rive-
stire in una società che ha fede nella libertà e che confi-
da principalmente nel mercato per organizzare l’attività
economica.
I primi due capitoli affronteranno tali questioni a li-
vello più astratto, in termini di principi piuttosto che di
applicazione concreta. I capitoli successivi applicheran-
no tali principi a una serie di problemi specifici.
Si può ipotizzare che una concezione astratta sia
completa ed esauriente (per quanto questo ideale sia
certamente ben lungi dall’essere realizzato nei prossimi
due capitoli), ma l’applicazione dei principi enunciati
non può mai essere esauriente. Ogni giorno porta nuovi
problemi e nuove circostanze. È per questo che il ruolo
dello Stato non può mai essere indicato una volta per
tutte nei termini delle sue funzioni specifiche. Per lo
stesso motivo, occasionalmente dobbiamo riesaminare
quei principi che, auspicabilmente, dovrebbero essere
immutabili alla luce dei problemi del momento. Di con-
seguenza dobbiamo mettere continuamente alla prova i
nostri principi e, così facendo, comprenderli meglio.
È estremamente utile poter disporre di un’etichetta
per indicare il punto di vista economico e politico espo-
sto in questo libro. L’etichetta più giusta e più opportu-
na è quella di “liberalismo”. Disgraziatamente, «come
elogio supremo, sia pure involontario, i nemici del siste-
ma dell’iniziativa privata hanno ritenuto opportuno ap-

37
Capitalismo e libertà

propriarsi della sua insegna»,1 così che, negli Stati Uni-


ti, il liberalismo ha finito con l’assumere un significato
molto diverso da quello che aveva nel diciannovesimo
secolo o che ha oggigiorno in gran parte dell’Europa
continentale.
Durante il suo sviluppo alla fine del diciottesimo e
all’inizio del diciannovesimo secolo, il movimento in-
tellettuale noto come liberalismo considerava la liber-
tà come lo scopo supremo e l’individuo come l’entità
primaria nella società. Sosteneva il laissez faire in pa-
tria come mezzo per ridurre il ruolo dello Stato nelle
questioni economiche e ampliare in tal modo il ruolo
dell’individuo; nei confronti degli altri paesi del mon-
do il liberalismo propugnava il libero scambio come
uno strumento per collegare pacificamente e democra-
ticamente le diverse nazioni. Per quanto riguardava le
questioni politiche, sosteneva lo sviluppo del governo
rappresentativo e delle istituzioni parlamentari, la ridu-
zione del potere arbitrario dello Stato e la tutela delle
libertà civili degli individui.
A partire dalla fine del diciannovesimo secolo e, ne-
gli Stati Uniti, dopo il 1930 in particolare, l’espressione
liberalismo finì con l’avere connotazioni decisamente
diverse, soprattutto per quanto riguardava la politica
economica del paese. Il liberalismo veniva collegato
sempre più spesso alla volontà di ricorrere allo Stato
piuttosto che alle istituzioni volontarie private al fine di
raggiungere gli obiettivi desiderati. Le parole d’ordine
divennero welfare e uguaglianza piuttosto che libertà.
Il liberale del diciannovesimo secolo riteneva che l’am-
pliamento della libertà fosse il modo più efficace per fa-
vorire il benessere e la libertà degli individui; il liberale
del ventesimo secolo ritiene che welfare e uguaglian-
za siano le premesse, o addirittura le alternative, alla
libertà. In nome di welfare e uguaglianza, il liberale del
ventesimo secolo è giunto ad auspicare una rinascita di

1. Joseph Schumpeter, History of Economic Analysis, New York, Oxford Universi-


ty Press, 1954, p. 394 [trad. it.: Storia dell’analisi economica. II. Dal 1790 al 1870,
Torino, Bollati Boringhieri, 1990, p. 481].

38
Introduzione

quell’interventismo e di quel paternalismo dello Stato


che il liberalismo classico aveva combattuto. Proprio
mentre cerca di tornare alle politiche mercantiliste del
diciassettesimo secolo, il liberale di oggi ama accusare i
veri liberali di essere reazionari!
Il cambiamento del significato attribuito al termine
“liberalismo” è ancora più notevole nelle questioni eco-
nomiche. Come il liberale del diciannovesimo secolo, il
suo corrispettivo del ventesimo secolo si schiera a fa-
vore degli istituti parlamentari, del governo rappresen-
tativo, dei diritti civili e così via. Ciononostante, anche
nelle questioni politiche, vi è una notevole differenza.
Il liberale del diciannovesimo secolo era gelosamente
protettivo nei confronti della libertà e quindi spaventa-
to dall’accentramento del potere: per questo auspicava
il decentramento politico. Dedicato al culto dell’azione
e fiducioso nella benevolenza del potere, a patto che si
trovi nelle mani di un governo formalmente controllato
dagli elettori, il liberale del ventesimo secolo è un deci-
so sostenitore del centralismo. Ogni dubbio, ogni incer-
tezza in merito a dove situare il potere viene immanca-
bilmente risolto a favore dello stato piuttosto che della
città, del governo federale anziché del governo dello
stato locale e di una qualsiasi organizzazione mondiale
piuttosto che del governo nazionale.
A causa della corruzione dell’espressione liberali-
smo, il modo di pensare che un tempo era connotato da
quella parola oggi viene spesso etichettato come conser-
vatorismo. Questa, tuttavia, non è una definizione sod-
disfacente. Il liberale del diciannovesimo secolo era un
radicale, sia nel senso etimologico di andare alle radici
della questione, sia nel senso politico di propugnare
profondi cambiamenti nelle istituzioni sociali. Parimen-
ti, anche il suo erede moderno dev’essere un radicale.
Noi non vogliamo conservare quegli interventi dello
Stato che hanno enormemente danneggiato la nostra
libertà, anche se, ovviamente, desideriamo conservare
quelli che l’hanno tutelata. Inoltre, nella pratica il ter-
mine conservatorismo abbraccia ormai una gamma di
opinioni tanto diverse e tanto incompatibili l’una con

39
Capitalismo e libertà

l’altra, che siamo certamente destinati a vedere la mol-


tiplicazione di specifici neologismi, quali conservatore-
libertario o conservatore-aristocratico.
Un po’ per la mia riluttanza a cedere il termine “libe-
rale” ai fautori di provvedimenti che annienterebbero la
libertà, un po’ perché non so trovare un’alternativa mi-
gliore, in questo libro risolverò il dilemma utilizzando
il termine liberalismo nel senso originario: ossia come
quella dottrina che mette al centro della sua speculazio-
ne l’uomo libero.

40
Capitolo 1

La relazione tra libertà economica


e libertà politica

È opinione diffusa che la politica e l’economia siano


due campi quasi del tutto separati, che la libertà indivi-
duale sia un problema politico e il benessere materia-
le sia un problema economico, e che qualsiasi assetto
politico possa essere combinato a piacimento con ogni
genere di ordinamento economico. La principale ma-
nifestazione contemporanea di questa idea può essere
ravvisata nel fatto che molti osservatori che condanne-
rebbero senza mezzi termini le restrizioni alla libertà
individuale imposte dal socialismo totalitario in Rus-
sia sono al tempo stesso accesi sostenitori del concetto
di “socialismo democratico”. Costoro, in pratica, sono
convinti che sia possibile per un paese adottare i tratti
essenziali dell’ordinamento economico russo pur conti-
nuando a garantire la libertà individuale per il tramite
delle istituzioni politiche. La tesi di questo capitolo è
che tale idea rappresenta solamente un’illusione. Tra
economia e politica vi è un intimo nesso, solo determi-
nate combinazioni di ordinamenti politici ed economici
sono possibili. In particolare, una società socialista non
può essere anche democratica, ossia una società in gra-
do di tutelare la libertà individuale.
Gli ordinamenti economici svolgono un duplice ruo-
lo nella promozione di una società libera. Da una parte,
la libertà di scegliere un determinato assetto economico
rappresenta di per sé una parte del più generale concet-
to di libertà: di conseguenza la libertà economica è essa

41
Capitalismo e libertà

stessa un fine. In secondo luogo, la libertà economica


rappresenta anche un mezzo indispensabile per il rag-
giungimento della libertà politica.
È importante sottolineare adeguatamente il primo
dei due ruoli della libertà economica, giacché, partico-
larmente tra gli intellettuali, esiste una forte tendenza a
sminuire l’importanza di questo aspetto. Gli intellettuali
tendono a manifestare un certo disprezzo per quelli che
considerano gli aspetti materiali della vita e a ritenere
che la loro ricerca di valori “più alti” sia enormemen-
te più significativa e meriti una particolare attenzione.
Per la gran parte degli abitanti di questo paese, tuttavia,
l’importanza immediata della libertà economica ha una
rilevanza almeno pari all’importanza indiretta della li-
bertà economica come mezzo per raggiungere la libertà
politica.
Il suddito britannico che, dopo la Seconda Guerra
Mondiale, non poteva trascorrere le proprie vacanze
negli Stati Uniti a causa dei controlli valutari era pri-
vato di una libertà essenziale in misura non minore del
cittadino degli Stati Uniti al quale veniva negata la pos-
sibilità di trascorrere le vacanze in Russia a causa delle
sue opinioni politiche. La prima era teoricamente una
limitazione economica, mentre l’altra una limitazione
politica. Tuttavia tra le due non vi è alcuna differenza.
Il cittadino degli Stati Uniti obbligato per legge a de-
stinare circa il 10 per cento del proprio reddito all’ac-
quisto di un particolare fondo pensionistico ammini-
strato da un ente pubblico viene privato di una parte
equivalente della propria libertà personale. È possibile
rendersi conto dell’intensità con cui può essere avverti-
ta questa privazione e quanto essa sia vicina alla priva-
zione della libertà religiosa, ossia a un aspetto che viene
comunemente considerato parte delle libertà “civili” o
“politiche”, piuttosto che “economiche”, rammentando
un episodio che ha coinvolto un gruppo di agricoltori
appartenenti alla setta degli Amish. Per motivi di prin-
cipio, questi agricoltori consideravano i piani pensioni-
stici federali obbligatori alla stregua di una violazione
della loro libertà individuale e pertanto si rifiutavano

42
La relazione tra libertà economica e libertà politica

di accettare la pensione pubblica, o di versare i relativi


contributi. Di conseguenza parte del loro bestiame ven-
ne pignorato dalle autorità e messo in vendita in un’asta
giudiziaria in modo da coprire il mancato pagamento
dei contributi pensionistici. È certamente vero che il nu-
mero di cittadini che considera l’assicurazione pensio-
nistica obbligatoria alla stregua di una privazione della
libertà può essere esiguo, ma chi crede nella libertà non
misura il valore di un’idea contando le teste delle perso-
ne che la condividono.
Un cittadino degli Stati Uniti che, secondo la legge
di numerosi stati dell’Unione, non è libero di svolgere
la professione che preferisce senza avere prima ottenu-
to una licenza dalle autorità è parimenti privato di una
parte essenziale della propria libertà. Ciò è altrettanto
vero per chi vorrebbe utilizzare parte dei propri beni
per, ad esempio, acquistare un orologio svizzero, ma
non può farlo a causa delle quote poste alle importazio-
ni. Una evidente privazione della libertà è rappresenta-
ta dal caso del cittadino californiano gettato in carcere
in osservanza delle cosiddette leggi sulla “concorrenza
sleale” per aver venduto Alka Seltzer a un prezzo infe-
riore a quello stabilito dal produttore. Oppure pensia-
mo all’agricoltore che non può seminare la quantità di
grano che preferisce. E potremmo continuare con altri
esempi. Sicuramente la libertà economica è di per sé una
parte estremamente importante della libertà nel suo com-
plesso.
Considerati nella loro qualità di mezzi per raggiun-
gere il fine della libertà politica, gli ordinamenti eco-
nomici sono importanti in virtù del loro effetto sulla
concentrazione o sulla dispersione del potere. Il tipo di
organizzazione economica che offre direttamente la li-
bertà economica, vale a dire il capitalismo fondato sulla
concorrenza, favorisce la libertà politica perché separa il
potere economico del potere politico e in tal modo fa sì
che l’uno possa contrastare l’altro.
Gli esempi storici sono unanimi nel dimostrare la
relazione tra libertà politica e libero mercato. Non cono-
sco alcun esempio di una società contraddistinta da una

43
Capitalismo e libertà

qualche misura di libertà politica che non abbia fatto


ricorso a un ordinamento comparabile al libero mercato
per organizzare la gran parte delle attività economiche.
Giacché viviamo in una società prevalentemente li-
bera, tendiamo a dimenticare quanto sia esiguo il las-
so di tempo e la parte del globo contraddistinti, più o
meno compiutamente, da un sistema rispettoso della
libertà politica: la condizione normale dell’umanità
consiste nella tirannia, nella servitù e nella miseria. Il
mondo occidentale del diciannovesimo e dell’inizio del
ventesimo secolo rappresenta una rara eccezione alla
tendenza generale della storia umana. In questo caso la
libertà politica si è chiaramente realizzata di pari passo
con il libero mercato e con lo sviluppo delle istituzioni
del capitalismo. Analoghe considerazioni potrebbero
essere fatte per la libertà politica nell’età dell’oro della
Grecia classica e agli inizi della Repubblica romana.
Gli esempi storici, in realtà, ci autorizzano solo ad
avanzare l’ipotesi che il capitalismo sia una condizio-
ne necessaria per la libertà politica. Chiaramente non si
tratta di una condizione sufficiente. L’Italia e la Spagna
sotto il regime fascista, la Germania in vari periodi degli
ultimi settant’anni, il Giappone prima delle due guerre
mondiali, la Russia zarista nei decenni precedenti alla
grande guerra, sono tutte società che non potrebbero
certamente essere considerate politicamente libere. Tut-
tavia, in ciascuna di esse, l’impresa privata rappresen-
tava la forma dominante di organizzazione economica.
Pertanto è evidente che un ordinamento economico
fondamentalmente capitalista può coesistere con un or-
dinamento politico non libero.
Anche nelle società alle quali abbiamo accennato i
cittadini erano considerevolmente più liberi di quelli di
un moderno Stato totalitario come la Russia o la Ger-
mania nazista, nei quali il totalitarismo economico si
affianca al totalitarismo politico. Pure nella Russia degli
zar alcuni cittadini, in determinate circostanze, poteva-
no cambiare lavoro senza dovere ottenere il permesso
dell’autorità politica, giacché il grado esistente di capi-
talismo e il rispetto della proprietà privata si opponeva-

44
La relazione tra libertà economica e libertà politica

no in un certa misura al potere centralistico dello Stato.


La relazione tra libertà politica ed economica è com-
plessa e certamente non univoca. All’inizio del dician-
novesimo secolo, Bentham e gli altri filosofi radicali ten-
devano a considerare la libertà politica come un mezzo
per ottenere la libertà economica. Essi ritenevano che
le masse fossero oppresse da vincoli di vario genere e
che, se le riforme politiche avessero concesso il dirit-
to di voto alla maggioranza della popolazione, questa
avrebbe votato a favore del sistema che l’avrebbe av-
vantaggiata, ossia avrebbe votato per il laissez faire. Col
senno di poi, non si può dire che fossero molto distanti
dal vero. In quel periodo vennero attuate numerose im-
portanti riforme politiche, alle quali fecero seguito rifor-
me economiche ispirate ai principi del laissez faire. Da
questa trasformazione dell’organizzazione economica
conseguì un enorme aumento del benessere della po-
polazione.
Al trionfo del liberalismo di stampo benthamiano
nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo fece seguito
una reazione che condusse a crescenti interventi dello
Stato nelle questioni economiche. Questa tendenza ver-
so il collettivismo subì una forte accelerazione, in In-
ghilterra e in altri paesi, durante le due guerre mondia-
li. Il tema dominante nei paesi democratici divenne il
welfare piuttosto che la libertà. Ravvisando la minaccia
che implicitamente tale tendenza poneva all’individua-
lismo, gli eredi intellettuali dei radicali – Dicey, Mises,
Hayek e Simons, per menzionarne solo alcuni – temeva-
no che continuare a spingersi verso il controllo centra-
lizzato dell’attività economica avrebbe portato sulla Via
della schiavitù, per usare il titolo dato da Hayek alla sua
penetrante analisi di questo processo. Questi pensatori
ponevano l’accento sulla libertà economica come mezzo
verso la libertà politica.
La storia del periodo successivo alla Seconda Guer-
ra Mondiale mette in luce un altro rapporto tra libertà
economica e politica. La pianificazione economica col-
lettivista ha effettivamente interferito con la libertà in-
dividuale. Il risultato, tuttavia, almeno in alcuni paesi,

45
Capitalismo e libertà

non ha portato alla soppressione della libertà, bensì a


un’inversione di rotta nella politica economica. Anche
in questo caso l’Inghilterra offre l’esempio più evidente.
Il punto di svolta fu probabilmente l’ordinanza sul co-
siddetto “controllo delle occupazioni”, che, nonostante
le numerose riserve, venne considerato dal Partito La-
burista un elemento indispensabile per la prosecuzione
della sua politica economica. Se fosse stata applicata pie-
namente, la legge avrebbe comportato l’assegnazione di
ciascun individuo a una delle possibili occupazioni da
parte di un organismo centrale. Questo provvedimento
era talmente contrario ai principi di libertà personale
che venne effettivamente applicato in un numero tra-
scurabile di casi e la legge fu presto abrogata. Tale epi-
sodio segnò una netta svolta nella politica economica
del governo, che di lì innanzi fu segnata da un minore
ricorso a “piani” e “programmi” centralizzati, dall’abo-
lizione di numerosi controlli sulle attività economiche e
da un maggiore accento posto sul libero mercato. Nella
maggior parte degli altri paesi democratici si produsse
una svolta analoga.
La spiegazione immediata di questo cambiamento di
rotta viene solitamente ravvisata nei modesti risultati
ottenuti dalla pianificazione centrale, o dalla sua asso-
luta incapacità di raggiungere obiettivi dichiarati. Tale
incapacità, tuttavia, può essere attribuita a sua volta,
almeno in qualche misura, alle conseguenze politiche
della pianificazione centrale e alla riluttanza a seguirne
coerentemente la logica quando ciò avrebbe imposto di
calpestare i diritti di proprietà, che erano ancora tenu-
ti in gran conto. È possibile che questa svolta sia solo
un’interruzione temporanea nella tendenza verso il col-
lettivismo che ha segnato questo secolo. Anche in tale
frangente, essa evidenzia lo stretto nesso intercorrente
tra la libertà politica e l’ordinamento economico.
Di per sé, le evidenze storiche non possono mai es-
sere del tutto persuasive. È possibile che l’ampliamento
della libertà si sia verificato contemporaneamente allo
sviluppo delle istituzioni del capitalismo e del mercato
per pura coincidenza: perché mai, in fondo, dovrebbe es-

46
La relazione tra libertà economica e libertà politica

servi un rapporto? Quali sono i nessi logici tra la libertà


economica e la libertà politica? Per rispondere a queste
domande prenderemo inizialmente in considerazione il
mercato come componente diretto della libertà, quindi
esamineremo la relazione indiretta tra gli ordinamen-
ti di mercato e la libertà politica. Secondariamente, la
nostra indagine produrrà un abbozzo dell’ordinamento
economico ideale per una società libera.
Da buoni liberali riteniamo che, quando dobbiamo
giudicare l’ordinamento e le strutture di una società, la
libertà dell’individuo, o eventualmente della sua fami-
glia, rappresenti il nostro scopo ultimo. La libertà, in-
tesa come valore nel senso appena indicato, interessa i
rapporti tra persone: non avrebbe alcun senso se venisse
applicata a un ipotetico Robinson Crusoe nella sua iso-
la deserta (privo perfino della compagnia di Venerdì).
Nella sua isola, Robinson Crusoe è soggetto a “vincoli”,
dispone di un “potere” relativamente esiguo e di un nu-
mero limitato di alternative, ma nel suo caso non esiste
il problema della libertà, almeno nel senso pertinente
alla nostra discussione. Analogamente, in una società la
libertà non ha niente a che vedere con quello che ciascun
individuo può o vuole fare con essa. Non si tratta cioè
di un principio etico che abbraccia ogni aspetto dell’esi-
stenza. In effetti, uno degli obiettivi più importanti per
un liberale consiste proprio nel lasciare che sia ciascun
individuo a venire alle prese con il problema dell’etica.
I problemi etici “realmente” importanti sono quelli che
ogni persona che vive in una società libera deve affron-
tare: in pratica, cosa debba fare con la propria libertà.
Per un liberale vi sono dunque due serie di valori: quelli
che attengono alle relazioni tra persone – ossia al con-
testo nel quale egli attribuirà la massima priorità alla li-
bertà – e quelli relativi all’individuo nell’esercizio della
propria libertà – che è il regno della filosofia e dell’etica
individuale.
Il liberale concepisce l’uomo come un essere imper-
fetto e ritiene che il problema dell’organizzazione socia-
le si concreti nella questione negativa di come impedi-
re che gli individui “cattivi” possano arrecar danno ai

47
Capitalismo e libertà

propri simili, piuttosto che in quella positiva di come


mettere le persone “buone” in condizione di fare del
bene. Inutile aggiungere che le persone “buone” e “cat-
tive” possono benissimo coincidere, a seconda di chi sta
emettendo il giudizio.
Il problema fondamentale dell’organizzazione socia-
le consiste in come coordinare le attività economiche di
un gran numero di persone. Anche in società relativa-
mente arretrate, è necessario un considerevole grado di
divisione del lavoro e di specializzazione delle funzioni
affinché sia possibile fare un uso efficace delle risorse
disponibili. Nelle società avanzate, la scala della coordi-
nazione necessaria per approfittare nel massimo grado
delle possibilità offerte dalla moderna scienza e tecnolo-
gia è incomparabilmente maggiore. Sono letteralmente
milioni gli individui impegnati nel compito di fornire
gli uni agli altri il pane quotidiano (per non parlare di
una macchina nuova ogni anno e altro ancora). Per chi
crede nella libertà, il problema riguarda il modo in cui
conciliare questo vasto grado di interdipendenza con la
libertà individuale.
In sostanza, vi sono solo due possibilità per coordi-
nare le attività economiche di milioni di individui: la
prima consiste nella direzione centralizzata tramite il
ricorso alla coercizione, ossia il metodo utilizzato da-
gli eserciti e dai moderni Stati totalitari. La seconda è la
cooperazione volontaria degli individui, vale a dire il
metodo che sottende il libero mercato.
La collaborazione volontaria si fonda sul concetto
(elementare, per quanto spesso negato) che entrambe le
parti di una transazione economica traggono beneficio
da essa, a patto che tale transazione sia per entrambi volon-
taria e basata su informazioni adeguate.
Lo scambio, quindi, permette di coordinare le azioni
degli individui senza necessità di coercizione. Un mo-
dello operativo di società realizzato per mezzo di scam-
bi volontari è l’economia di scambio fondata sulla libera
impresa privata, vale a dire quello che definiamo capita-
lismo in regime di concorrenza.
Nella sua forma più essenziale, una società siffatta

48
La relazione tra libertà economica e libertà politica

consiste di un certo numero di nuclei familiari autono-


mi, che possiamo considerare un po’ come altrettanti
Robinson Crusoe. Ciascun nucleo utilizza le risorse di
cui dispone al fine di produrre beni e servizi, che quindi
scambia con altri nuclei a condizioni mutuamente ac-
cettabili per le parti coinvolte nella transazione. In tal
modo ogni soggetto è in grado di soddisfare le proprie
esigenze in maniera indiretta, producendo beni e servi-
zi per i propri simili, anziché direttamente, producendo
tali beni e servizi per soddisfare i propri bisogni imme-
diati. L’incentivo a imboccare questa strada, eviden-
temente, consiste nella maggiore quantità di prodotto
resa possibile dalla divisione del lavoro e dalla specia-
lizzazione delle funzioni. Giacché ciascun nucleo ha
sempre la possibilità di produrre direttamente per sé,
un soggetto concluderà uno scambio solo se ne ricave-
rà un vantaggio. Di conseguenza, non avverrà alcuno
scambio a meno che entrambe le parti non ne traggano
beneficio. In tal modo si può ottenere la cooperazione
senza che sia necessaria la coercizione.
La specializzazione delle funzioni e la divisione del
lavoro non sarebbero sufficienti se l’unità produttiva
restasse il nucleo familiare. In una società moderna, in
effetti, ci siamo spinti molto oltre: abbiamo introdotto
le imprese, nel loro duplice ruolo di fornitori di servizi
e acquirenti di beni. Analogamente, la specializzazione
delle funzioni e la divisione del lavoro non potrebbe-
ro aiutarci se continuassimo a fare ricorso al baratto di
prodotti. Per questo l’umanità ha iniziato a fare uso del
denaro come mezzo per agevolare gli scambi e per far sì
che l’atto dell’acquisto e quello della vendita potessero
essere separati in due parti distinte.
Nonostante l’importante ruolo svolto da imprese e
denaro nella nostra economia e a dispetto dei numerosi
e complessi problemi sollevati da questi due strumen-
ti, la caratteristica essenziale del metodo di mercato
per realizzare la cooperazione si palesa appieno anche
in una semplice economia di scambio nella quale non
esistono né le imprese, né la moneta. Tanto in questo
semplice modello quanto in una complessa economia

49
Capitalismo e libertà

contraddistinta da imprese e denaro, la cooperazione è


rigorosamente individuale e volontaria, a patto che: (a) le
imprese siano private, in modo che in ultima analisi le
parti contraenti siano individui e (b) gli individui siano
effettivamente liberi di concludere o meno un determi-
nato scambio, in modo che ciascuna transazione sia ri-
gorosamente volontaria.
Affermare queste condizioni in termini generici è
certamente più facile che illustrarle dettagliatamente o
definire precisamente quali siano gli assetti istituzionali
più idonei per preservarle. Difatti una parte considere-
vole della letteratura in campo economico affronta pro-
prio tali questioni. Il requisito fondamentale consiste nel
mantenimento del diritto e dell’ordine, in modo da pre-
venire il ricorso alla coercizione fisica di un individuo
da parte di un altro e al fine di far rispettare i termini
dei contratti liberamente stipulati tra le parti, rendendo
così sostanziale il concetto di “privato”. A parte questo,
il problema più spinoso è rappresentato dalla questione
dei monopoli (che inibiscono di fatto la libertà negan-
do agli individui possibili alternative a un determinato
scambio) e dalle esternalità (ossia dagli effetti su terzi di
azioni per le quali non è possibile esigere un costo o un
indennizzo).1 Questi problemi verranno esaminati con
maggiori particolari nel capitolo successivo.
Purché venga effettivamente conservata la libertà di
scambio, la principale caratteristica dell’organizzazione
di mercato dell’attività economica consiste nel fatto che
essa impedisce che di norma una persona possa inter-
ferire nelle attività dei suoi simili. Il consumatore viene
tutelato dalla coercizione del venditore grazie alla pre-
senza di altri potenziali venditori ai quali rivolgersi. A
sua volta, il venditore viene protetto dalla coercizione
del consumatore perché vi sono altri consumatori ai
quali egli può vendere i propri prodotti. Il dipendente è
al riparo dalla coercizione da parte del suo datore di la-

1. Friedman usa l’espressione neighborhood effects (“effetti indotti”) per riferirsi al


concetto più comunemente indicato con l’espressione “esternalità” che, all’epoca,
era meno usata [NdT].

50
La relazione tra libertà economica e libertà politica

voro, in quanto vi sono altri soggetti per i quali lavorare


e così via. Il mercato riesce ad assolvere a questa fun-
zione in modo impersonale e senza che sia necessaria
un’autorità centrale.
In effetti, uno dei principali motivi di critica al con-
cetto di economia libera è proprio che essa riesce a svol-
gere perfettamente tale compito, offrendo agli individui
ciò che essi vogliono, anziché quello che – secondo que-
sto o quel gruppo di persone – essi dovrebbero vole-
re. In definitiva, la maggior parte delle accuse al libero
mercato si fonda sulla mancanza di fede nella libertà.
Ovviamente, l’esistenza di un libero mercato non eli-
mina la necessità di una forma di governo. Anzi, un si-
stema di governo è essenziale, sia come agone nel quale
determinare le “regole del gioco”, sia in qualità di arbi-
tro che interpreti e faccia valere le regole stabilite. L’ef-
fetto del mercato consiste in una vasta riduzione delle
questioni da decidere per il tramite dei mezzi politici e,
di conseguenza, nel ridurre ai minimi termini il grado
di partecipazione diretta al gioco delle autorità di go-
verno. La principale caratteristica delle azioni intraprese
attraverso canali politici è che generalmente esse richie-
dono o impongono un notevole grado di conformità.
Viceversa, il grande vantaggio del mercato è che esso
permette un considerevole livello di diversità. Ognuno
di noi, in pratica, può votare per il colore della cravatta
da indossare e “vincere le elezioni”. Al momento di ve-
stirci non dobbiamo controllare qual è il colore preferito
dalla maggioranza e, nel caso dovessimo trovarci in mi-
noranza, sottometterci al volere altrui.
È a questa caratteristica del mercato che alludiamo
quando affermiamo che esso garantisce la libertà eco-
nomica. Ma questo tratto ha ripercussioni che vanno
ben oltre il ristretto ambito dell’economia. Libertà poli-
tica significa assenza di coercizione sull’uomo da parte
dei suoi simili. La minaccia più pericolosa alla libertà
viene posta dal potere di costringere, a prescindere che
esso si trovi nelle mani di un monarca, di un dittatore,
di un’oligarchia o di una momentanea maggioranza. La
conservazione della libertà esige l’eliminazione di una

51
Capitalismo e libertà

siffatta concentrazione di potere nelle mani di uno o


pochi soggetti, insieme alla dispersione e distribuzione
di qualsiasi grado di potere che non possa essere elimi-
nato. In sintesi, esige un sistema di controlli ed equili-
bri dei poteri. Sottraendo l’organizzazione dell’attività
economica al controllo dell’autorità politica, il mercato
elimina questa fonte di potere coercitivo e permette alle
forze economiche di arginare il potere politico, piutto-
sto che di rafforzarlo.
Il potere economico può essere ampiamente diffuso:
non esiste alcuna legge di conservazione che imponga
che la nascita di nuovi centri economici avvenga a spe-
se dei centri già esistenti. Il decentramento del potere
politico, viceversa, è decisamente più difficile. In ogni
caso, il compito di mantenere un gran numero di pic-
coli centri di potere politico ed equipotenti all’interno
di un singolo, grande sistema di governo è considere-
volmente più arduo di quanto non sia l’avere numerose
concentrazioni di forze economiche in una sola, gran-
de economia. In una grande economia possono esistere
molti milionari, ma può esservi più di un solo grande
leader, più di una persona sulla quale si concentrano
le energie e l’entusiasmo dei suoi concittadini? Se il go-
verno centrale aumenta il proprio potere, è probabile
che ciò avvenga a spese dei governi locali. Si potrebbe
dire che la quantità di potere politico da distribuire è
fissa. Di conseguenza, se il potere economico si unisce
al potere politico, la concentrazione appare praticamen-
te inevitabile. Viceversa, se il potere economico viene
mantenuto in mani diverse da quelle che detengono il
potere politico, è verosimile che il primo agisca da argi-
ne e da contraltare del secondo.
Probabilmente la validità di questo ragionamento
astratto può essere meglio illustrata per mezzo di un
esempio. Iniziamo con una eventualità ipotetica, che
possa aiutarci ad evidenziare i principi del caso, per
passare quindi ad alcuni esempi concreti tratti dalla sto-
ria recente, in grado di illustrare in che modo il mercato
operi al fine di preservare la libertà politica.
Una delle caratteristiche della società libera è cer-

52
La relazione tra libertà economica e libertà politica

tamente la libertà di ciascun individuo di sostenere e


augurarsi apertamente il mutamento radicale delle
strutture della società stessa, a patto che la sua attività
si limiti alla persuasione e non faccia ricorso alla forza
o ad altre forme di coercizione. È un segno della libertà
politica esistente in una società capitalista il fatto che
ognuno possa dirsi a favore e adoperarsi per l’avvento
del socialismo. Analogamente, in una società socialista
la presenza della libertà politica richiederebbe che cia-
scun individuo potesse sostenere apertamente l’avvento
del capitalismo. Ma in che modo la libertà di propugna-
re il capitalismo potrebbe essere conservata e tutelata in
una società socialista?
Affinché un individuo possa sostenere una qualsiasi
causa, è necessario che in primo luogo egli possa gua-
dagnarsi di che vivere. Questa condizione pone già un
problema, giacché in una società socialista ogni posto
di lavoro si trova sotto il controllo diretto delle autorità
politiche. Per far sì che un governo socialista consenta ai
propri dipendenti di propugnare politiche direttamente
contrarie alla dottrina ufficiale, è necessario un grado
di abnegazione estremamente arduo, come dimostra
quanto avvenuto negli Stati Uniti nell’immediato dopo-
guerra, quando la possibile presenza di simpatizzanti
comunisti nei ranghi dei dipendenti pubblici federali
fece adottare draconiane misure di sicurezza nei loro
confronti.
Supponiamo ugualmente che un tale atto di abnega-
zione possa essere realizzato. Affinché una campagna
a favore del capitalismo possa essere minimamente si-
gnificativa, i suoi sostenitori devono essere in grado di
finanziare la loro causa, al fine di organizzare incontri
pubblici, diffondere pamphlet, acquistare spazi radio-
fonici, pubblicare giornali e riviste e via dicendo. In che
modo potrebbero raccogliere i fondi necessari? In un pa-
ese socialista potrebbero esistere – anzi, è probabile che
esistano – individui dotati di un reddito considerevole
o addirittura di grandi capitali sotto forma di buoni del
Tesoro e simili, ma costoro sarebbero necessariamen-
te alti funzionari pubblici. Si può arrivare a sostenere

53
Capitalismo e libertà

che un funzionario di basso grado possa continuare a


mantenere la propria posizione pur propugnando aper-
tamente il capitalismo, ma neanche la persona più cre-
dulona potrebbe immaginare che i vertici di un regime
socialista sarebbero disposti a finanziare queste attività
“sovversive”.
L’unico sistema per raccogliere fondi sarebbe quello
di ottenere esigue somme da un gran numero di pic-
coli funzionari, ma questa soluzione è logicamente im-
praticabile. Al fine di poter attingere a questa fonte di
finanziamento, queste persone dovrebbero già essere
convinte della validità della causa del capitalismo, men-
tre il nostro problema consiste esattamente nell’avviare
e finanziare una campagna mirante a tale scopo. Nelle
società capitaliste, i movimenti radicali non sono mai
stati finanziati in questo modo. In genere essi sono stati
sostenuti da un esiguo numero di individui molto ab-
bienti che sono stati convertiti alla causa, come un Fre-
derick Vanderbilt Field, una Anita McCormick Blaine o
un Corliss Lamont, per citare qualche esempio relativa-
mente recente, o un Friedrich Engels, se vogliamo risa-
lire più addietro nel tempo. Questo è, incidentalmen-
te, uno dei ruoli più misconosciuti che l’ineguaglianza
della ricchezza svolge nella conservazione della libertà
politica: quello di mecenate.
In una società capitalista basta convincere qualche
ricco individuo per ottenere i fondi necessari a lanciare
qualsiasi idea, per quanto bizzarra, e persone del genere
– tutti potenziali centri di sostegno autonomi – abbon-
dano. In effetti, non è neppure necessario convincere
le persone o gli istituti finanziari, che dispongono dei
fondi necessari, della bontà delle idee da diffondere. È
sufficiente convincerli che la diffusione di tali idee avrà
successo sotto il profilo finanziario, ovvero che il gior-
nale, la rivista, il libro o quale che sia l’impresa che pro-
poniamo permetterà di ottenere un profitto. Un editore
in concorrenza con altre aziende, ad esempio, non può
permettersi di pubblicare solo testi che incontrano la
sua approvazione: la sua pietra di paragone deve essere
la possibilità che il mercato di un determinato titolo sia

54
La relazione tra libertà economica e libertà politica

abbastanza grande da produrre una resa adeguata del


suo investimento.
In tal modo il mercato spezza il circolo vizioso e fa
sì che, in definitiva, sia possibile finanziare qualsiasi
impresa raccogliendo piccole somme da numerosi do-
natori senza che sia prima necessario persuaderli della
validità delle nostre idee. In una società socialista una
possibilità simile non esiste: in essa prevale solo uno
Stato onnipotente.
Facciamo uno sforzo di immaginazione e supponia-
mo che un governo socialista sia consapevole di que-
sto problema e sia composto da individui desiderosi di
conservare la libertà. Sarebbe disposto a fornire i fon-
di necessari? Forse, ma è difficile immaginare in che
modo. Ad esempio, potrebbe istituire un ministero per
sussidiare la propaganda sovversiva, ma in che modo
sceglierebbe i destinatari dei sussidi? Se li concedesse a
chiunque ne facesse richiesta, ben presto esaurirebbe i
fondi disponibili, giacché il socialismo non può abroga-
re una delle più elementari leggi economiche, secondo
la quale un prezzo sufficientemente elevato fa crescere
a dismisura l’offerta. In altri termini, fate sì che il soste-
gno di cause radicali diventi un’attività sufficientemen-
te remunerativa, e il numero di sostenitori di tali cause
non avrà limiti.
Per giunta, la libertà di propugnare cause impopo-
lari non esige che tale sostegno sia privo di costi. Al
contrario, nessuna società potrebbe essere stabile se cal-
deggiare un cambiamento radicale fosse gratuito, o ad-
dirittura favorito da sussidi. È perfettamente legittimo
che una persona faccia sacrifici per sostenere una causa
nella quale crede profondamente. Anzi, è importante
conservare la libertà solo per chi è disposto a difenderla
con abnegazione, altrimenti la libertà degenererebbe in
licenziosità e irresponsabilità. L’aspetto essenziale è che
il costo di propugnare cause impopolari sia tollerabile e
non proibitivo.
Ma non abbiamo ancora finito. In una società di li-
bero mercato è sufficiente disporre dei fondi: i fornitori
di carta, ad esempio, sono disposti a venderla tanto al

55
Capitalismo e libertà

Daily Worker quanto al Wall Street Journal. In una società


socialista disporre di fondi non basterebbe: il nostro ipo-
tetico sostenitore del capitalismo dovrebbe persuadere
una cartiera statale a vendergli il prodotto, una tipogra-
fia statale a stampare i suoi opuscoli, il servizio postale
di Stato a distribuirli, un ente statale ad affittargli una
sala per i suoi comizi e così via.
Forse esiste un modo per superare tutti questi osta-
coli e tutelare la libertà in una società socialista. Cer-
tamente non si può dire che sia del tutto impossibile.
Quel che è chiaro, tuttavia, è che l’obiettivo di creare
istituzioni in grado di tutelare efficacemente la possi-
bilità di dissenso incontrerebbe considerevoli ostacoli.
Per quanto posso affermare, nessuna delle persone che
sostengono al tempo stesso il socialismo e la libertà è
mai venuta seriamente alle prese con questo problema,
né ha fatto un ragionevole tentativo di sviluppare gli as-
setti istituzionali che permetterebbero di avere la libertà
sotto il socialismo. Viceversa, è perfettamente chiaro in
che modo una società capitalista fondata sul libero mer-
cato favorisca la libertà.
Un notevole esempio pratico di questi principi astrat-
ti è offerto dalle vicissitudini toccate a Winston Chur-
chill. A partire dal 1933 e fino allo scoppio della guerra,
a Churchill venne impedito di parlare alla radio britan-
nica che, come noto, all’epoca era un monopolio statale
amministrato dalla BBC, la British Broadcasting Corpo-
ration. Ecco il caso di un eminente cittadino britanni-
co, membro del parlamento, ex-ministro, un uomo che
stava disperatamente cercando di usare tutti i possibili
strumenti per convincere i suoi concittadini ad adotta-
re i passi necessari a sventare la minaccia rappresentata
dalla Germania hitleriana, eppure gli veniva impedito
di parlare al popolo britannico attraverso le onde radio
perché la BBC era un monopolio statale e la posizione di
Churchill era “troppo controversa”.
Un altro notevole esempio, riportato nel numero del
26 gennaio 1959 del settimanale Time, ci ricorda come
svanì la famosa “lista nera” di stampo maccartista a

56
La relazione tra libertà economica e libertà politica

Hollywood. Il settimanale riporta che:

Il rituale dell’assegnazione degli Oscar rappresenta


il principale strumento di Hollywood per acquistare
un certo grado di rispettabilità, ma due anni fa questa
rispettabilità ha subito un duro colpo. Dopo l’annun-
cio che un certo Robert Rich aveva vinto l’Oscar per
il miglior soggetto con il film The Brave One [in italia-
no La più grande corrida, NdT], nessuno si fece avanti
per accettare il premio. Robert Rich, in realtà, era uno
pseudonimo che nascondeva uno degli oltre 150 au-
tori inseriti nella “lista nera” del mondo del cinema a
partire dal 1947 per il sospetto di essere attivisti o sim-
patizzanti comunisti. Il caso era particolarmente imba-
razzante, in quanto la Motion Picture Academy (l’isti-
tuto che assegna i premi Oscar) escludeva dalla gara
chiunque avesse dichiarato la propria appartenenza al
Partito Comunista o si fosse appellato al Quinto Emen-
damento [per non auto-incriminarsi durante le depo-
sizioni giurate, NdT]. La settimana scorsa l’Academy è
improvvisamente tornata sulla regola anticomunista e
sull’identità di Rich.
È stato reso noto, infatti, che Rich altri non è che Dal-
ton Trumbo (immensamente celebre per il romanzo
Johnny Got His Gun), uno degli originari “Hollywood
Ten” che nel 1947 si rifiutarono di testimoniare durante
inchieste parlamentari sull’infiltrazione comunista nel
mondo del cinema. Come ha dichiarato Frank King,
produttore del film, che fino ad oggi spergiurava che
Robert Rich era “un giovanotto barbuto che vive in
Spagna”: «Abbiamo l’obbligo nei confronti dei nostri
azionisti di acquistare il migliore soggetto possibile.
Trumbo ci ha sottoposto The Brave One, e noi l’abbia-
mo comprato».
Si è trattato in effetti della formalizzazione della morte
della “lista nera” di Hollywood. Per gli autori boicot-
tati, la lista era scomparsa informalmente già molto
tempo prima. Pare che il soggetto o la sceneggiatura di
un buon 15 per cento dei film più recenti girati a Hol-
lywood siano stati scritti da autori appartenenti alla
“lista nera”. Come ha aggiunto King: «Ci sono più fan-
tasmi a Hollywood che in un castello scozzese. Ogni

57
Capitalismo e libertà

compagnia cinematografica ha utilizzato il lavoro di


persone sulla lista nera. Noi siamo solo i primi ad am-
metterlo pubblicamente».

Si può essere convinti, com’è il mio caso, che il co-


munismo annienterebbe tutte le nostre libertà, si può
avversare il comunismo nel modo più fermo e risolu-
to, ma, al tempo stesso, è da ritenersi intollerabile che
in una società libera venga impedito a un individuo di
concludere accordi volontari reciprocamente vantaggio-
si con un altra persona perché crede nel comunismo o
cerca di agevolarne l’avvento. La sua libertà comprende
la libertà di propugnare il comunismo. L’idea di libertà,
ovviamente, comporta il fatto che in tal caso altri indivi-
dui siano perfettamente liberi di non avere niente a che
fare con lui. La “lista nera” di Hollywood era un atto il-
liberale lesivo di questo principio, in quanto rappresen-
tava un caso di collusione che utilizzava mezzi coerci-
tivi al fine di impedire scambi volontari. Non funzionò
proprio perché il mercato imponeva un costo elevato al
suo mantenimento. Le considerazioni di carattere com-
merciale – ovvero il fatto che le persone che guidano
un’impresa abbiano l’incentivo a guadagnare tutto quel
che possono - hanno tutelato la libertà degli individui
posti nella “lista nera” offrendo loro un’opportunità di
impiego e offrendo ai possibili datori di lavoro un in-
centivo ad avvalersene.
Se Hollywood e l’industria del cinema fossero sta-
te imprese statali o se, in Gran Bretagna, la questione
avesse riguardato la possibilità di trovare impiego nella
BBC, è difficile immaginare che gli “Hollywood Ten” o
i loro equivalenti britannici sarebbero riusciti a trova-
re lavoro. Analogamente, è difficile credere che in tali
circostanze i più accesi fautori dell’individualismo o
dell’impresa privata (o, in effetti, i fautori di qualsiasi
idea che non fosse lo status quo) sarebbero stati in grado
di trovare un impiego.
Un ulteriore esempio del ruolo del mercato nella tu-
tela della libertà si è palesato nell’esperienza americana
con il maccartismo. A prescindere dalla sostanza delle

58
La relazione tra libertà economica e libertà politica

questioni e dai meriti delle accuse, che difesa avevano


gli individui – in particolare i funzionari pubblici – da
accuse irresponsabili e da domande alle quali la loro co-
scienza impediva di rispondere? Se non vi fossero state
alternative all’impiego nell’amministrazione pubblica,
appellarsi al Quinto Emendamento sarebbe stato poco
più di una beffa.
La tutela per gli inquisiti consisteva nell’esistenza di
un’economia di mercato nella quale avrebbero comun-
que potuto guadagnarsi di che vivere. Anche in questo
caso, la difesa non era assoluta: molti possibili datori di
lavoro privati erano ostili (giusto o sbagliato che fosse)
all’idea di assumere le persone perseguitate dalla “cac-
cia alle streghe”. Può accadere che i costi imposti a mol-
te delle persone coinvolte fossero molto meno giustifi-
cati dei costi genericamente imposti a chi sostiene cause
impopolari. Il punto importante, tuttavia, è che tali costi
risultavano limitati e non proibitivi, come sarebbe stato
invece il caso se l’unica possibilità d’impiego per gli in-
quisiti fosse stata offerta dallo Stato.
È interessante rilevare che, a quanto pare, una per-
centuale sproporzionata delle persone coinvolte in
questo triste episodio si sia dedicata ai settori più com-
petitivi dell’economia (piccola impresa, commercio,
agricoltura), ossia i settori in cui il mercato reale si avvi-
cina di più all’idea di libero mercato. Chi compra il pane
non sa se il grano di cui esso è fatto è stato coltivato da
un comunista, un repubblicano, da un sostenitore del-
la costituzione, da un fascista o da un bianco o da una
persona di colore. Questo esempio illustra in che modo
l’impersonalità del mercato riesca a separare l’attività
economica dalle opinioni politiche e protegga gli indivi-
dui dalla discriminazione, nel loro operare economico,
per motivi che niente hanno a che fare con la loro pro-
duttività.
Come evidenziato da questo esempio, i gruppi che
nella nostra società hanno l’interesse maggiore nella
conservazione e nel rafforzamento del capitalismo sono
proprio quei gruppi di minoranza che potrebbero più
facilmente essere oggetto della diffidenza e dell’avver-

59
Capitalismo e libertà

sione della maggioranza: i neri, gli ebrei, le persone di


origine straniera, per non menzionare che i casi più ovvi.
E tuttavia, paradossalmente, i nemici del libero mercato,
i socialisti e i comunisti, hanno attinto in modo spropor-
zionato proprio da questi gruppi. Anziché riconoscere
che l’esistenza del mercato li ha protetti dai pregiudizi
dei loro concittadini, essi attribuiscono erroneamente al
mercato la discriminazione che ancora esiste.

60
Capitolo 2

Il ruolo del governo in una società libera

Una delle accuse più comuni mosse alle società tota-


litarie è che in esse vale il principio che il fine giustifica
i mezzi. Presa alla lettera, questa accusa è chiaramente
illogica: se il fine non giustifica i mezzi, cosa mai può
farlo? Ma questa facile replica non basta a confutare
l’obiezione; semplicemente, evidenzia che essa è mal
posta. Negare che il fine giustifichi i mezzi significa af-
fermare indirettamente che il fine in questione non è il
fine ultimo e che il fine ultimo è in realtà l’uso dei mez-
zi appropriati. Desiderabile o meno che sia, qualsiasi
scopo che possa essere raggiunto solo per il tramite di
cattivi mezzi deve cedere il passo al fine fondamentale
rappresentato dal ricorso a mezzi legittimi.
Per un liberale, i mezzi giusti e legittimi sono rappre-
sentati dalla libera discussione e dalla cooperazione vo-
lontaria. Ciò implica che qualsiasi forma di coercizione
è inaccettabile. L’ideale è una condizione di unanimità
raggiunta tra individui responsabili sulla base di un di-
battito franco e aperto. Questo ideale, in effetti, non è
che un modo diverso di esprimere l’obiettivo della li-
bertà evidenziato nel capitolo precedente.
Da questo punto di vista, il ruolo del mercato, come
abbiamo già osservato, è quello di permettere di otte-
nere l’unanimità senza bisogno di conformità, ovvero
di essere un sistema di rappresentanza effettivamen-
te proporzionale. D’altro canto, il tratto caratteristico
dell’azione per il tramite di canali politici è che essa

61
Capitalismo e libertà

tende a richiedere o a imporre un sostanziale grado di


conformità. In genere, ogni questione dev’essere deci-
sa con un “sì” o con un “no”. Al massimo, è possibi-
le prevedere un numero limitato di alternative. Anche
il ricorso alla rappresentanza proporzionale nella sua
forma esplicitamente politica non muta questa con-
siderazione. Il numero di gruppi che può essere rap-
presentato è per forza di cose strettamente limitato ed
è incomparabilmente inferiore a quanto avviene con il
genere di rappresentanza proporzionale permesso dal
mercato. Inoltre, aspetto ancora più importante, giacché
l’esito deve necessariamente essere una legge parimenti
applicabile a tutti i gruppi, anziché un diverso provve-
dimento valido per ciascun “partito” rappresentato, la
rappresentanza proporzionale nella sua versione poli-
tica – ben lungi dal permettere l’unanimità senza con-
formità – tende all’inefficacia e alla frammentazione. Il
concetto, pertanto, opera ai danni di qualsiasi eventuale
consenso sul quale possa reggersi l’unanimità.
È evidente che vi sono questioni in merito alle quali
risulta impossibile realizzare una rappresentanza pro-
porzionale minimamente efficace. Non è possibile che
io ottenga il livello di sicurezza nazionale che desidero
e che, al tempo stesso, un mio concittadino ne ottenga
un livello diverso. Siffatte questioni indivisibili posso-
no essere discusse, dibattute e risolte per mezzo di una
votazione. Ma, una volta deciso, dobbiamo adeguarci.
È proprio l’esistenza di tali questioni indivisibili (la pro-
tezione degli individui e della nazione da atti di coerci-
zione è chiaramente la più importante) che impedisce
di confidare in via esclusiva nell’azione dei singoli per
il tramite del mercato. Se dobbiamo utilizzare parte del-
le nostre risorse per questi scopi indivisibili, dobbiamo
necessariamente avvalerci di canali politici al fine di ri-
conciliare le divergenze.
Il ricorso a canali politici, per quanto inevitabile, ten-
de a indebolire quella coesione sociale essenziale per
una società stabile. Le tensioni alle quali sarà soggetta
la coesione risulteranno inferiori se l’accordo necessario
per un’azione comune dovrà essere raggiunto solo per

62
Il ruolo del governo in una società libera

un ridotto numero di questioni, sulle quali, in ogni caso,


la gente nutre opinioni complessivamente simili. Qual-
siasi eventuale ampliamento del ventaglio di problemi
per i quali è necessario un accordo esplicito non può
che sottoporre a ulteriori tensioni le delicate fibre che
tengono insieme la società. Se tale ampliamento giunge
a toccare un soggetto in merito al quale le opinioni dei
singoli sono radicate e fortemente divergenti, ciò può
addirittura portare al disgregamento della stessa socie-
tà. È raro, se non addirittura impossibile, che fondamen-
tali divergenze in merito a valori basilari possano esse-
re risolte con il ricorso alle urne elettorali: in definitiva,
esse possono essere decise – ma non risolte – solo con
un conflitto. Le guerre religiose e civili che costellano la
storia rappresentano una sanguinosa testimonianza di
questa affermazione.
Il ricorso generalizzato al mercato permette di ridur-
re le tensioni sul tessuto sociale eliminando il bisogno
di conformità per quanto concerne tutte le attività che
si svolgono nel mercato stesso. Più ampia è la gamma
di attività interessate dal mercato, minore risulta il nu-
mero di questioni che necessitano di decisioni esplici-
tamente politiche e, di conseguenza, sulle quali è ne-
cessario giungere a un accordo vincolante per tutti. Di
conseguenza, minore è il numero di problemi sui quali
occorre trovare un consenso generale, maggiore è la
probabilità di pervenire a un accordo e conservare una
società libera.
L’unanimità, ovviamente, rappresenta una condizio-
ne ideale. Ma, in pratica, non possiamo permetterci di
impegnare il tempo e gli sforzi che sarebbero necessari
per ottenere una completa convergenza su ogni questio-
ne. Per forza di cose dobbiamo accontentarci di qualcosa
di meno e, pertanto, finiamo con l’accettare l’espediente
di utilizzare, in una forma o nell’altra, la regola delle
decisioni prese a maggioranza. Che tale regola rappre-
senti un espediente, piuttosto che un principio basilare,
è dimostrato dal fatto che la nostra disponibilità a farvi
ricorso (nonché l’entità della maggioranza necessaria)
dipende dalla gravità della questione in gioco. Se il pro-

63
Capitalismo e libertà

blema non è particolarmente importante e la minoranza


non ha particolari obiezioni nei confronti della possi-
bilità che la decisione non sia in suo favore, può essere
sufficiente una maggioranza relativa. D’altra parte, se la
questione da decidere tocca le corde più profonde della
minoranza, non basterà neppure una maggioranza sem-
plice. Ben pochi di noi, ad esempio, sarebbero disposti
a rimettere a una maggioranza semplice una decisione
in merito a questioni relative alla libertà di espressione.
Le nostre strutture giuridiche abbondano di distinzioni
relative alle diverse questioni e ai diversi tipi di mag-
gioranza che esse richiedono. A un estremo si trovano le
materie sancite dalla Costituzione. Si tratta di principi
talmente importanti da indurci a fare solo le concessioni
più limitate a considerazioni di praticità e opportunità.
Tali principi sono stati accettati grazie a un sostanziale
consenso, ed è un analogo grado di consenso che richie-
diamo affinché essi possano essere modificati.
La disposizione che impone di evitare il ricorso alla
maggioranza per decidere in merito a particolari que-
stioni contenuta nella nostra Costituzione (e nelle Co-
stituzioni, scritte o meno, di altri paesi), così come le
norme che proibiscono la coercizione degli individui
vanno esse stesse considerate come l’esito di una libera
discussione e come una indicazione di una sostanziale
unanimità in merito ai mezzi.
Passeremo adesso a esaminare più specificamente
(ma pur sempre in termini alquanto generici) quali sia-
no i settori d’attività che non possono essere assoluta-
mente demandati al mercato o che possono essere af-
frontati dal mercato, ma a un costo talmente elevato da
rendere preferibile il ricorso a canali politici.

Il governo come creatore di regole e come arbitro


È importante distinguere le attività quotidiane delle
persone dal quadro giuridico e consuetudinario entro il
quale queste hanno luogo. Le attività quotidiane equi-
valgono alle azioni dei partecipanti a un gioco durante
il suo svolgimento, mentre la cornice di norme e usanze
trova un parallelo nelle regole del gioco stesso. Proprio

64
Il ruolo del governo in una società libera

come un gioco esige che i partecipanti accettino sia le


regole, sia l’arbitro chiamato a interpretarle e a decidere
in base a esse, il buon funzionamento della società pre-
vede che i suoi membri siano d’accordo sulle condizioni
generali che governeranno le relazioni tra di essi e che
stabiliscano un metodo per arbitrare le diverse interpre-
tazioni di tali condizioni, nonché un sistema per impor-
re il rispetto delle regole comunemente accettate. Tanto
nei giochi quanto nella società, la maggior parte delle
condizioni generali rappresenta l’esito non deliberato
della consuetudine e viene istintivamente accettata. Al
massimo possiamo prendere esplicitamente in conside-
razione solo modifiche di piccola entità, anche se l’ef-
fetto cumulativo di una serie di piccole modifiche può
produrre una drastica trasformazione della natura del
gioco o della società. Sia nei giochi, sia nella società nes-
sun corredo di regole può imporsi, a meno che la mag-
gior parte dei partecipanti sia solita rispettarle anche in
assenza di sanzioni esterne: cioè a dire, a meno che esse
non siano sottese da un ampio grado di consenso so-
ciale. Tuttavia non possiamo confidare esclusivamente
sulla consuetudine o su questo consenso sociale per in-
terpretare e far rispettare le regole: è quindi necessario
un arbitro. Sono dunque questi i compiti essenziali di
un sistema di governo in una società libera: offrire un
metodo per modificare le regole, per mediare le diver-
genze in merito alla loro interpretazione e per imporre il
rispetto delle regole a quei pochi che, in caso contrario,
non parteciperebbero al gioco.
Un sistema di governo che regoli tali aspetti è neces-
sario poiché la libertà assoluta è impossibile. Per quan-
to attraente possa apparire, dal punto di vista filosofico,
l’anarchia, si tratta di un sistema impossibile da realizza-
re in un mondo popolato da individui imperfetti. Le li-
bertà degli uomini possono entrare in conflitto e, quando
ciò avviene, la libertà dell’uno deve essere limitata al fine
di garantire quella di un altro. Per usare la felice espres-
sione usata una volta da un giudice della Corte Suprema:
«La libertà di muovere il mio pugno chiuso dev’essere
limitata dalla vicinanza del tuo naso».

65
Capitalismo e libertà

Quando si deve stabilire quale sia il giusto ambito


di attività del governo, il maggiore problema consiste
proprio nel modo di risolvere gli eventuali conflitti tra
le libertà dei diversi individui. In taluni casi la risposta
è semplice. Non sarebbe difficile raggiungere un’unani-
mità pressoché completa sull’affermazione che la libertà
di uccidere il nostro vicino dev’essere sacrificata al fine
di tutelare la sua libertà di vivere. In altri casi, il proble-
ma è più spinoso. In campo economico, un grosso pro-
blema si presenta in relazione al conflitto tra la libertà di
associazione e la libertà di competere. Che significato si
deve attribuire all’aggettivo “libera” quando esso mo-
difica il termine “impresa”? Negli Stati Uniti, l’aggetti-
vo “libera” è stato interpretato nel senso che chiunque è
libero di costituire un’impresa, il che equivale a dire che
le imprese esistenti non sono libere di impedire l’acces-
so ai possibili concorrenti, se non offrendo un prodotto
migliore allo stesso prezzo o un prodotto equivalente a
un prezzo inferiore. Nella tradizione europea continen-
tale, viceversa, generalmente si ritiene che il concetto di
libera impresa significhi che ognuna di esse è libera di
agire come meglio crede, senza escludere la fissazione
dei prezzi, la spartizione dei mercati e il ricorso ad altri
metodi per impedire l’accesso ai potenziali concorrenti.
Non è escluso che il problema più arduo in questo cam-
po si presenti nel caso delle organizzazioni dei lavorato-
ri, nel quale il dilemma posto dalla libertà di associarsi e
da quella di competere risulta particolarmente acuto.
Un settore economico ancora più importante, nel
quale trovare una soluzione al problema è al tempo
stesso difficile e fondamentale, è quello della defini-
zione dei diritti di proprietà. Il concetto di proprietà,
così come si è sviluppato nel corso dei secoli ed è stato
incorporato nei nostri codici legali, è stato a tal punto
assimilato che tendiamo a darlo per scontato e non ci
rendiamo conto in quale misura le questioni riguardan-
ti cosa sia la proprietà e quali diritti siano conferiti dal
possesso siano complesse creazioni sociali, piuttosto
che proposizioni di per sé evidenti. Il fatto di possedere
un terreno e di essere libero di utilizzare come meglio

66
Il ruolo del governo in una società libera

credo la mia proprietà, mi permette di negare ad altri il


diritto di sorvolare il mio terreno in aeroplano? O il di-
ritto altrui di utilizzare liberamente il proprio velivolo
deve avere la precedenza? Oppure tale diritto dipende
dalla quota alla quale il pilota ha deciso di volare, o dal
rumore che il suo apparecchio produce? Il principio di
scambio volontario impone che il pilota debba compen-
sarmi per il privilegio di volare sul mio terreno? Oppu-
re sono io che devo pagarlo per evitare che egli svolazzi
sulle mie terre? Basta probabilmente la semplice men-
zione di concetti quali royalties, diritti d’autore, brevet-
ti, di quote azionarie di una società, o ancora di diritti
rivieraschi per evidenziare il ruolo che le norme sociali
generalmente accettate svolgono nella definizione dei
diritti di proprietà. Questo semplice elenco, inoltre, ci
fa capire che, in numerosi casi, l’esistenza di una defi-
nizione chiara e generalmente accettata del concetto di
proprietà è molto più importante della sostanza della
definizione.
Un ulteriore settore economico che solleva problemi
particolarmente spinosi è il sistema monetario. Il fatto
che il governo sia responsabile del sistema monetario è
stato riconosciuto da lungo tempo ed è esplicitamente
previsto dalla norma costituzionale che attribuisce al
Congresso la facoltà «di battere moneta, di stabilire il
valore della moneta stessa e di quelle straniere». Pro-
babilmente non vi è nessun altro campo di attività eco-
nomica nel quale l’intervento del governo sia stato ac-
cettato in modo altrettanto uniforme. Questa abituale e
ormai automatica accettazione della responsabilità delle
autorità pubbliche rende ancora più necessario capirne
a fondo le ragioni, giacché la naturalezza con cui accet-
tiamo l’intervento statale aumenta il pericolo che l’am-
bito di tale intervento si allarghi abbracciando settori in-
compatibili con una società libera. In poche parole, c’è
il rischio che il governo passi dal fornire un quadro di
riferimento monetario al compito di determinare la di-
stribuzione delle risorse tra gli individui. Esamineremo
più dettagliatamente tale problema nel Capitolo 3.
In definitiva, l’organizzazione dell’attività economi-

67
Capitalismo e libertà

ca per il tramite dello scambio volontario presume che


siano garantiti, per mezzo del governo, la legge e l’ordi-
ne, in modo da evitare la coercizione di un individuo da
parte di un altro, e che sia assicurato il rispetto dei con-
tratti volontariamente conclusi, che sia stata determina-
ta la definizione dei diritti di proprietà, insieme alla loro
interpretazione e applicazione e che infine sia garantito
un quadro di riferimento monetario.

L’intervento del governo motivato da monopolio na-


turale1 e da esternalità
Il ruolo dei poteri pubblici che abbiamo appena esa-
minato consiste nello svolgere un compito che il merca-
to non può assolvere, ossia stabilire le regole del gioco,
dirimere le controversie che insorgono in merito a esse e
farle rispettare. È inoltre possibile decidere di assegnare
al governo taluni compiti che in linea di principio po-
trebbero essere lasciati al mercato, in quanto quest’ulti-
ma scelta è resa problematica da determinate condizio-
ni tecniche o di altro genere. In questo caso ciò avviene
solo quando lo scambio rigorosamente volontario com-
porta costi straordinariamente elevati o risulta impossi-
bile da attuare in pratica. Vi sono due categorie generali
che abbracciano tali situazioni: l’esistenza di monopoli
o di analoghe imperfezioni del mercato e le cosiddette
esternalità.
Uno scambio è autenticamente volontario solo quan-
do esistono alternative pressoché equivalenti. Il mono-
polio comporta l’assenza di alternative e, quindi, limita
di fatto la libertà di scambio. In pratica il monopolio si
presenta sovente (se non addirittura sempre) in virtù
del sostegno del governo o in seguito ad accordi collu-
sivi tra individui. Il problema è quindi quello di evitare
che le autorità favoriscano la nascita di un monopolio o
di esigere l’applicazione effettiva di norme sul genere di
quelle stabilite dalla legislazione antitrust americana. Il
monopolio, tuttavia, può presentarsi anche in quei casi

1. L’espressione utilizzata da Friedman è in realtà technical monopoly, che abbiamo


preferito rendere con il più consueto “monopolio naturale” [NdT].

68
Il ruolo del governo in una società libera

in cui la presenza di un solo produttore o di una sola


impresa è tecnicamente efficiente. Per quanto io riten-
ga che tali casi siano in realtà molto più rari di quanto
comunemente non si creda, è indubbiamente vero che
essi si presentano. Uno degli esempi più semplici è pro-
babilmente la fornitura di servizi telefonici in una data
comunità. Indicherò tali casi con l’espressione “mono-
polio naturale”.
Quando determinate condizioni tecniche fanno sì
che un monopolio rappresenti l’esito naturale del mer-
cato, vi sono solo tre alternative: monopolio privato,
monopolio pubblico o regolamentazione da parte delle
autorità. Nessuna delle tre è una buona cosa, di con-
seguenza possiamo solo scegliere il male minore. Esa-
minando la regolamentazione dei monopoli negli Stati
Uniti, Henry Simons ha concluso che i risultati della
sua indagine erano talmente sconfortanti da rendere il
monopolio pubblico il male minore. Viceversa, a segui-
to di una disamina del monopolio pubblico nel settore
ferroviario vigente in Germania, Walter Eucken, rino-
mato esponente del liberalismo tedesco, è giunto alla
conclusione che il male minore sarebbe stato la regola-
mentazione. Alla luce degli insegnamenti di questi due
studiosi, la mia conclusione, per quanto riluttante, è che
il male minore potrebbe invece essere il monopolio pri-
vato, a patto che sia tollerabile.
Se la società fosse statica, ossia se potessimo essere
ragionevolmente certi che le condizioni che hanno ori-
ginato un monopolio naturale siano destinate a perma-
nere, non sarei troppo sicuro della mia posizione. In una
società soggetta a rapidi cambiamenti, tuttavia, le con-
dizioni che permettono un monopolio naturale mutano
spesso e ritengo che tanto la regolamentazione quanto il
monopolio pubblico risponderebbero con minore pron-
tezza al cambiamento e la loro eliminazione sarebbe
meno agevole di quanto non sia il caso di un monopolio
privato.
Le ferrovie degli Stati Uniti rappresentano un eccel-
lente esempio della mia tesi. Nel diciannovesimo secolo
era probabilmente inevitabile che, per motivi tecnici,

69
Capitalismo e libertà

nel settore ferroviario esistesse un considerevole grado


di monopolizzazione, che rappresentò la giustificazio-
ne per l’istituzione della Interstate Commerce Commis-
sion (ICC). Ma le condizioni sono cambiate: l’avvento
del trasporto stradale e aereo ha ridotto l’elemento
monopolistico nelle ferrovie a proporzioni trascurabili.
Ciò nonostante non abbiamo ancora eliminato la ICC,
anzi, questa Commissione, nata per tutelare i cittadini
contro lo sfruttamento da parte delle compagnie ferro-
viarie, si è trasformata in un ente avente lo scopo di tu-
telare le ferrovie dalla concorrenza dei trasporti stradali
e di altro genere. Addirittura, negli ultimi anni, la ICC
si è assunta il compito di proteggere le compagnie di
trasporti stradali esistenti dalla concorrenza dei nuovi
entranti! Analogamente, in Gran Bretagna, quando le
ferrovie vennero nazionalizzate gli autotrasporti ven-
nero inizialmente accorpati al monopolio statale. Se ne-
gli Stati Uniti le ferrovie non fossero mai state soggette
alla regolamentazione pubblica, è pressoché certo che
oggi i trasporti – ferrovie incluse – sarebbero un settore
fortemente competitivo e pressoché privo di elementi
monopolistici.
La scelta tra il male rappresentato da monopolio pri-
vato, monopolio pubblico e regolamentazione, tuttavia,
non può essere fatta una volta per tutte, a prescinde-
re dalle circostanze del caso. Se il monopolio naturale
interessa un servizio o un bene considerato essenziale
e se il suo potere di monopolio è considerevole, anche
gli effetti di breve periodo del monopolio privato non
regolamentato possono risultare intollerabili e il male
minore, in questo caso, può essere rappresentato dalla
proprietà pubblica o dalla regolamentazione da parte
delle autorità.
In talune occasioni il monopolio naturale può giusti-
ficare un monopolio pubblico di fatto. Di per sé, tuttavia,
esso non può giustificare un monopolio pubblico realiz-
zato dichiarando illegale la concorrenza in quel settore.
Ad esempio, non è possibile giustificare in alcun modo
l’attuale monopolio nei servizi postali. È certamente le-
cito sostenere che il trasporto della posta rappresenta

70
Il ruolo del governo in una società libera

un monopolio naturale e che un monopolio pubblico è


il minore dei mali: a queste condizioni si potrebbe forse
giustificare un servizio postale federale, ma certamente
non la legislazione attualmente in vigore, che ritiene il-
legale la distribuzione della posta da parte di qualsiasi
altro soggetto. Se la consegna delle lettere fosse un mo-
nopolio naturale autentico nessuno riuscirebbe a fare
davvero concorrenza al soggetto pubblico, ma in caso
contrario non vi sarebbe alcuna ragione per cui le auto-
rità debbano dedicarsi a questa attività. L’unico modo
per scoprirlo consiste nel consentire liberamente l’ac-
cesso a questo mercato.
Il motivo storico dell’esistenza di un monopolio del
servizio postale è che il Pony Express svolgeva in modo
talmente efficace il servizio di trasporto della posta nel
nostro paese che, quando il governo introdusse un ser-
vizio postale transcontinentale, quest’ultimo non riuscì
a competere efficacemente e il suo bilancio finì presto
in perdita. Il risultato fu la promulgazione di una legge
che rendeva illegale il trasporto e la distribuzione della
posta per tutti gli altri soggetti. È per questo che oggi la
Adam Express Company (una compagnia di trasporto
di merci e posta nata nell’Ottocento) è un fondo d’in-
vestimento, piuttosto che un’impresa di trasporti. Sup-
pongo che, se l’entrata nel mercato della consegna della
posta fosse aperta a tutti, un gran numero di imprese
inizierebbe a competere e in breve tempo questo arcaico
settore verrebbe letteralmente rivoluzionato.
Una seconda categoria generale di casi in cui uno
scambio strettamente volontario è impossibile si pre-
senta ogniqualvolta le azioni di un individuo hanno
effetti sul prossimo e non risulta praticabile esigere il
pagamento di un onere o di un indennizzo. Si tratta
del problema delle esternalità. Un classico esempio è
l’inquinamento di un corso d’acqua: a tutti gli effetti,
l’individuo che inquina un corso d’acqua costringe tut-
ti gli altri a scambiare acqua buona con acqua cattiva.
Gli altri individui toccati dal problema potrebbero es-
sere perfettamente disposti a concludere lo scambio, se
il prezzo fosse giusto, ma per costoro non è possibile,

71
Capitalismo e libertà

agendo individualmente, evitare lo scambio o imporre


il versamento di un adeguato risarcimento.
Un esempio meno ovvio è rappresentato dalla rea-
lizzazione di strade. In questo caso è tecnicamente fat-
tibile individuare gli utilizzatori delle strade ed esigere
da ciascuno di essi un pedaggio, permettendo così la
gestione privata delle vie di comunicazione. Tuttavia,
per le strade ad accesso generale, contraddistinte da nu-
merosi punti di entrata e di uscita, se si volesse stabilire
un pedaggio per i servizi specifici ottenuti da ciascun
guidatore il costo di riscossione sarebbe estremamente
elevato, giacché sarebbe necessario costruire barriere o
caselli in prossimità di tutte le possibili entrate. L’impo-
sta sulla benzina rappresenta un metodo più economico
per esigere da ciascun individuo un pagamento grosso
modo proporzionale al suo uso delle strade. Con questo
metodo, tuttavia, non è possibile stabilire uno stretto
collegamento tra il pagamento e l’uso particolare fatto
del servizio. Di conseguenza non è praticabile assegna-
re a un’impresa privata il compito di fornire il servizio
e riscuotere il pagamento senza istituire un monopolio
privato di vaste proporzioni.
Queste considerazioni non valgono per le gran-
di autostrade interstatali, caratterizzate da un’elevata
densità di traffico e da un ridotto numero di accessi. In
questo caso i costi di raccolta dei pedaggi sono esigui
e in numerosi casi vengono (in America) effettivamen-
te richiesti. Inoltre vi sono spesso numerose alternative
alle grandi strade a pedaggio; di conseguenza non si
pone alcun serio problema di monopolio. Pertanto non
vi è motivo per cui le strade di grande comunicazione
non dovrebbero essere gestite dalla società privata che
le possiede. In tal caso, il gestore dovrebbe ricevere le
imposte sui combustibili equivalenti al traffico sull’au-
tostrada.
I parchi naturali rappresentano un esempio interes-
sante, giacché evidenziano la differenza tra i casi di mo-
nopolio che possono essere giustificati dalle esternalità e
gli altri casi. Inoltre, a prima vista, la gestione dei parchi
nazionali è quasi unanimemente ritenuta una delle più

72
Il ruolo del governo in una società libera

ovvie funzioni pubbliche. In realtà, tuttavia, le esterna-


lità possono certamente giustificare un parco pubblico
cittadino, ma non rappresentano un motivo valido per
la gestione pubblica di un parco nazionale, come quello
di Yellowstone o il Grand Canyon. Qual è la fondamen-
tale differenza tra i due casi? Per un parco cittadino, sa-
rebbe estremamente complicato individuare le persone
che ne traggono un beneficio e imporre loro un paga-
mento per i vantaggi che ne derivano. Se nel centro di
una città si stende un parco, le abitazioni circostanti ot-
tengono il beneficio offerto dagli spazi aperti, così come
avviene per le persone che passeggiano intorno a esso o
entro i suoi confini. Situare addetti alla riscossione del
pedaggio ai cancelli del parco o imporre una tassa an-
nuale per ciascuna finestra che si affaccia su di esso sa-
rebbe oneroso e complicato. Gli accessi a un parco come
Yellowstone, invece, sono pochi e la maggior parte dei
visitatori si trattiene per un periodo ragionevolmente
lungo. Pertanto l’idea di installare caselli di pedaggio
e far un pagare un biglietto d’ingresso risulta perfetta-
mente praticabile. Questo è quanto avviene attualmen-
te, sebbene il costo del biglietto d’ingresso non copra
interamente i costi di gestione del parco. Se il pubblico
pagante desidera questo genere di attività a tal punto
da essere disposto a pagare, le imprese private avran-
no incentivi a sufficienza per dedicarsi alla gestione di
parchi naturali e in effetti vi sono oggi molte imprese
private che offrono questo tipo di servizi. È difficile im-
maginare quali esternalità o quali significativi effetti di
monopolio possano giustificare l’intervento dello Stato
in questo settore.
Considerazioni analoghe a quelle che ho incluso
nella categoria delle esternalità sono state utilizzate
per legittimare interventi pubblici di ogni tipo. In mol-
ti casi, tuttavia, l’appello alle esternalità va considerato
più come una strumentalizzazione che un’applicazione
legittima di tale concetto. Le esternalità, per così dire,
sono un’arma a doppio taglio e possono giustificare
tanto una limitazione quanto un ampliamento dell’in-
tervento pubblico in un determinato settore. Questo

73
Capitalismo e libertà

genere di effetti può ostacolare lo scambio su base vo-


lontaria in quanto risulta difficile individuare gli effet-
ti su terzi e misurarne l’entità, ma questo problema si
presenta anche nel caso dell’attività di enti pubblici. È
difficile stabilire fino a che punto l’entità di una esterna-
lità diventa sufficientemente grande da giustificare i co-
sti specifici necessari per fronteggiarla, ed è ancora più
difficile ripartire tali costi nel modo più opportuno. Di
conseguenza, quando i poteri pubblici intervengono al
fine di affrontare le esternalità causate da una determi-
nata attività, automaticamente creano una serie aggiun-
tiva di esternalità dovute all’impossibilità di stabilire il
costo o l’indennizzo più adeguati per l’intervento pub-
blico. Se le esternalità siano o meno più gravi di quelle
causate dall’intervento del governo è possibile stabilirlo
solo esaminando i dettagli specifici di ciascun caso e,
anche così, solo approssimativamente. Si aggiunga che
il ricorso ai poteri pubblici per venire a capo di determi-
nate esternalità produce a sua volta un effetto indotto
estremamente importante e del tutto scollegato dal par-
ticolare motivo che ha portato il governo a intervenire.
Ciascun intervento pubblico, infatti, limita direttamente
l’ambito della libertà individuale e minaccia indiretta-
mente la conservazione della libertà per i motivi illu-
strati nel primo capitolo di questo libro.
I nostri principi non ci permettono di tracciare una
linea univoca e certa che indichi fino a che punto sia
opportuno e legittimo ricorrere ai poteri pubblici per
realizzare insieme quel che è arduo o impossibile da
realizzare separatamente per il tramite di scambi rigo-
rosamente volontari. Ogniqualvolta si prospetta l’in-
tervento delle autorità, dobbiamo fare un bilancio enu-
merando separatamente tutti i vantaggi e gli svantaggi
di tale soluzione. I nostri principi ci dicono in quale
colonna situare ciascun elemento e ci offrono una base
per stabilire quanta importanza attribuire a ciascuno di
essi. In particolare, dovremo sempre annoverare tra gli
svantaggi di qualsiasi proposta di intervento pubblico
le esternalità lesive della libertà e dovremo attribuire
a questo effetto un peso considerevole. Ovviamente, il

74
Il ruolo del governo in una società libera

peso da attribuire a questo e ad altri elementi dipenderà


dalle circostanze del caso. Se, ad esempio, l’intervento
pubblico esistente è di ridotta entità, potremo attribui-
re un peso minore agli effetti negativi di ulteriori inter-
venti delle autorità. Questo è un importante motivo che
spiega perché molti liberali del passato, come Henry
Simons, scrivendo in un periodo in cui l’intervento sta-
tale era modesto rispetto a quanto avviene oggigiorno,
erano disposti ad accettare che il governo si assumesse
compiti che i liberali di oggi, dopo che l’ambito di at-
tività dei poteri pubblici è cresciuto a dismisura, non
riterrebbero più accettabili.

L’intervento del governo motivato dal paternalismo


La libertà è un obiettivo legittimo solo per individui
responsabili. Ovviamente non crediamo nella libertà
assoluta per i pazzi o i fanciulli. Non è possibile sot-
trarsi all’esigenza di tracciare una linea tra gli individui
responsabili e gli altri, ma ciò significa che esiste una
fondamentale ambiguità nella nostra convinzione che
la libertà rappresenti l’obiettivo ultimo. Per quelli che
annoveriamo tra gli individui irresponsabili, è inevita-
bile ricorrere al paternalismo.
Il caso più evidente è probabilmente quello dei paz-
zi: non siamo disposti né a concedere loro una totale
libertà, né a sopprimerli. Sarebbe bello se potessimo
confidare esclusivamente nelle attività volontarie de-
gli individui per offrire ai malati di mente un alloggio
e le cure necessarie, ma ritengo che non sia possibile
escludere che tali attività filantropiche possano risulta-
re inadeguate, non foss’altro in virtù delle esternalità
che si verificano in quanto gli uni traggono beneficio
dal fatto che altri contribuiscono all’assistenza dei ma-
lati di mente. Per questo motivo possiamo accettare che
la cura delle persone con problemi psichici sia deman-
data alle autorità.
I minori rappresentano un caso più spinoso. Il nu-
cleo fondamentale della società è la famiglia, non l’in-
dividuo, e tuttavia l’accettazione di questo concetto si
basa più su considerazioni di opportunità che di princi-

75
Capitalismo e libertà

pio. Riteniamo che in generale i genitori siano i soggetti


più indicati per tutelare i loro figli e per guidarne lo svi-
luppo in individui responsabili degni di godere di una
completa libertà. Tuttavia non crediamo che i genitori
siano liberi di fare tutto quel che vogliono alle altre per-
sone: i bambini sono potenziali individui responsabili e
un convinto difensore della libertà riconosce la necessi-
tà di tutelare i loro diritti futuri.
Per esprimere in modo diverso (e forse più sempli-
ce) questo concetto, consideriamo il fatto che i fanciulli
sono al tempo stesso beni di consumo e – potenzialmen-
te – membri responsabili della società. Ciascun indivi-
duo gode della libertà di fare uso delle proprie risorse
economiche come meglio crede: ciò include la libertà di
utilizzarle per avere figli. Da un punto di vista fredda-
mente logico, ciò equivale ad “acquistare” i servizi dei
figli come se si trattasse di un particolare tipo di consu-
mo. Tuttavia, una volta compiuta tale scelta, i fanciulli
hanno di per sé un valore e godono di un grado di li-
bertà che non rappresenta semplicemente un’estensio-
ne della libertà dei loro genitori.
La motivazione paternalista dell’intervento dei po-
teri pubblici è, sotto numerosi aspetti, la più problema-
tica per un liberale, in quanto comporta l’accettazione
di un principio – ossia, che gli uni possano decidere per
gli altri – che egli trova ripugnante nella maggior parte
dei casi e che giustamente ritiene un tratto distintivo
del suo principale nemico: il fautore del collettivismo
in tutte le sue forme (comunismo, socialismo o welfare
state). Ciò nondimeno è inutile far finta che i problemi
siano più semplici di quanto non siano in realtà: è im-
possibile negare la necessità di una qualche misura di
paternalismo. Come ebbe a scrivere Arthur V. Dicey nel
1914 a proposito di una legge per la tutela dei malati di
mente: «Il Mental Deficency Act non è che il primo passo
lungo una strada che nessun uomo nel pieno delle sue
facoltà può rifiutarsi di imboccare ma che, se percor-
sa per un tratto troppo lungo, condurrà gli uomini di
governo ad affrontare ostacoli troppo ardui da supera-
re senza una considerevole interferenza con la libertà

76
Il ruolo del governo in una società libera

individuale».2 Non esiste una formula che possa dirci


dove fermarci. Dobbiamo fidarci del nostro imperfetto
giudizio e, una volta presa una decisione, della nostra
capacità di convincere il prossimo che essa è giusta, o
della loro capacità di persuaderci a modificare le nostre
opinioni. Dobbiamo riporre la nostra fede – in questa
come in altre questioni – in un consenso raggiunto da
individui imperfetti e con pregiudizi per il tramite di
una libera discussione e imparando dagli errori com-
messi.

Conclusione
Possiamo immaginare una forma di governo in gra-
do di mantenere la legge e l’ordine, definire i diritti di
proprietà, servire da strumento per la ridefinizione di
tali diritti e delle altre regole del gioco economico, fun-
gere da arbitro in merito ai conflitti relativi all’interpre-
tazione delle regole, far rispettare i termini dei contratti,
favorire la concorrenza e offrire un quadro di riferimen-
to monetario. Il governo potrebbe inoltre operare per
contrastare i monopoli naturali e ridurre quelle ester-
nalità generalmente giudicate sufficientemente impor-
tanti da meritare l’intervento delle autorità, affiancare
le famiglie e gli enti privati di beneficenza nella tutela
degli individui irresponsabili (pazzi e fanciulli). Non
v’è dubbio che un governo siffatto svolgerebbe funzio-
ni importanti. Un liberale coerente non è per forza un
anarchico.
D’altro canto è evidente che questa ipotetica forma
di governo avrebbe compiti rigorosamente limitati ed
eviterebbe di effettuare numerosi interventi che oggi
sono svolti dalle autorità federali e statali negli Stati
Uniti e dalle loro controparti in altri paesi occidentali.
Nei capitoli seguenti esamineremo più dettagliatamen-
te alcuni di essi. Tuttavia può essere utile, al fine di dare
un’idea del ruolo che un liberale assegnerebbe ai poteri
pubblici, enumerare in chiusura di questo capitolo al-

2. Arthur V. Dicey, Lectures on the Relation between Law and Public Opinion in
England during the Nineteenth Century, Londra, Macmillan, 1914, p. LI.

77
Capitalismo e libertà

cune attività attualmente di competenza delle autorità


e che, per quanto posso giudicare, non possono essere
giustificate alla luce dei principi espressi nelle pagine
precedenti.

1. Programmi di sostegno all’agricoltura miranti a


stabilire un prezzo di parità;
2. Tariffe doganali sulle importazioni o restrizioni alle
esportazioni, come le attuali quote sulle importa-
zioni petrolifere, sugli zuccheri, eccetera;
3. Controllo della produzione da parte delle autorità,
come avviene per mezzo dei programmi assisten-
ziali agricoli o la determinazione di quote di produ-
zione simili a quelle stabilite dalla Texas Railroad
Commission;
4. Controllo dei fitti, come ancora avviene nella città
di New York o più in generale controllo dei prezzi e
dei salari come si è verificato durante e immediata-
mente dopo la Seconda Guerra Mondiale;
5. Salari minimi o prezzi massimi fissati per legge,
come il massimo legale (pari a zero) del tasso d’in-
teresse che può essere pagato sui depositi a vista da
parte delle banche commerciali o i tassi d’interesse
stabiliti dalla legge sui depositi di risparmio o a ter-
mine;
6. Dettagliate normative dei comparti economici,
come nel caso della regolamentazione del setto-
re dei trasporti attuata dalla Interstate Commerce
Commission. Tali normative potevano essere par-
zialmente giustificate dall’esistenza di monopoli
tecnici quando vennero introdotte nel caso delle
ferrovie; oggi non è più così, anche per altri tipi di
trasporto. Un altro eccellente esempio è rappresen-
tato dalla particolareggiata regolamentazione delle
banche;
7. Un esempio analogo al precedente, ma che merita
una menzione particolare a causa del potenziale di
censura e limitazione della libertà di espressione, è
il controllo della radio e della televisione da parte

78
Il ruolo del governo in una società libera

della Federal Communications Commission;


8. Gli attuali programmi di sicurezza sociale, in par-
ticolare quelli relativi alle pensioni, che di fatto im-
pongono agli individui di (a) dedicare una parte del
proprio denaro imposta dalle autorità all’acquisto
di una rendita vitalizia per il loro pensionamento
e (b) acquistare obbligatoriamente tale rendita da
un’impresa pubblica;
9. Le norme vigenti in svariate città e stati, che limita-
no lo svolgimento di specifiche attività, occupazio-
ni o professioni alle persone in possesso di licenze
concesse dalle autorità, in virtù delle quali la licen-
za di fatto altro non è che un’imposta richiesta a
chiunque voglia svolgere una delle attività regola-
mentate;
10. La cosiddetta edilizia popolare e gli altri sussidi
miranti a favorire la costruzione di abitazioni, qua-
li la garanzia delle ipoteche da parte della Federal
Housing Administration e della Veterans Admini-
stration, e via dicendo;
11. La coscrizione militare in tempo di pace. Il sistema
più legittimo in un regime di libero mercato consi-
ste nell’arruolamento volontario, ossia l’assunzione
di individui per la prestazione di un servizio mili-
tare. Non vi è alcuna giustificazione per rifiutarsi di
pagare le somme necessarie ad attirare il necessario
numero di individui. La coscrizione obbligatoria è
un sistema iniquo e arbitrario, che interferisce se-
riamente con la libertà dei giovani di dare un in-
dirizzo alla propria vita e probabilmente ha costi
superiori a quelli di un’alternativa di mercato (l’ad-
destramento militare universale al fine di preparare
una riserva da utilizzare in tempo di guerra è un
problema diverso e può essere giustificato sulla
base di principi liberali);
12. I parchi nazionali, come abbiamo accennato in pre-
cedenza;
13. Il divieto per legge del trasporto della posta a fini di
lucro;

79
Capitalismo e libertà

14. La proprietà e la gestione pubblica di strade a pe-


daggio, come abbiamo visto nelle pagine preceden-
ti.

Ovviamente questa lista è ben lungi dall’essere esau-


riente.

80
Capitolo 3

Il controllo della moneta

Negli ultimi decenni i concetti di “piena occupazio-


ne” e di “crescita economica” sono stati le principali
motivazioni per ampliare l’intervento pubblico nelle
questioni economiche. Si sostiene che un’economia ba-
sata sulla libera impresa sia intrinsecamente instabile e
che, lasciata a se stessa, sia destinata a causare cicli ri-
correnti di espansione e recessione. Pertanto il governo
deve intromettersi al fine di far procedere l’economia
senza inutili scossoni. Queste argomentazioni sono ri-
sultate particolarmente efficaci durante e subito dopo la
Grande Depressione degli anni Trenta, quando hanno
rappresentato uno dei principali elementi per giustifi-
care l’instaurazione del New Deal negli Stati Uniti e di
analoghi ampliamenti dell’intervento pubblico in altri
paesi. Negli ultimi anni lo slogan più popolare è stato
l’appello alla “crescita economica”: il governo, così si
sostiene, deve far sì che l’economia si espanda in modo
da produrre le risorse necessarie per la prosecuzione
della Guerra Fredda e dimostrare alle nazioni del mon-
do che ancora non hanno scelto di schierarsi che una
democrazia può crescere più rapidamente di uno Stato
comunista.
Queste tesi sono completamente insensate: il fatto è
che la Grande Depressione, come la maggior parte de-
gli altri periodi di grave disoccupazione, venne causata
dalle cattive scelte fatte dalle autorità e non da un’ipote-
tica instabilità connaturata all’economia privata. Prima

81
Capitalismo e libertà

della grave crisi del 1929 la responsabilità di guidare la


politica monetaria degli Stati Uniti era stata assegnata a
un ente pubblico (il Federal Reserve System). Nel 1930
e nel 1931 la Fed esercitò il proprio ruolo con tale inet-
titudine che quella che normalmente sarebbe stata una
moderata contrazione dell’economia divenne un’auten-
tica catastrofe (esamineremo più avanti come andarono
le cose). Analogamente, oggigiorno i provvedimenti del
governo rappresentano uno dei più grossi ostacoli alla
crescita economica degli Stati Uniti: le tariffe doganali e
gli altri impedimenti agli scambi internazionali, gli ele-
vati oneri fiscali e una struttura fiscale complessa e ini-
qua, le più svariate commissioni incaricate di produrre
normative, la determinazione di prezzi e salari da parte
delle autorità e una innumerevole quantità di misure
analoghe offrono agli individui l’incentivo a utilizzare
nei modi e per i fini più erronei le risorse disponibili e
distorcono gli investimenti dei risparmi creati. Quello di
cui abbiamo urgentemente bisogno affinché l’economia
sia al tempo stesso stabile e in crescita è una riduzione,
e non un aumento degli interventi pubblici.
Se attuata, tale riduzione lascerebbe comunque un
ruolo importante al governo in questi settori. È certa-
mente auspicabile che le autorità forniscano a un’eco-
nomia libera un quadro di riferimento stabile in campo
monetario: si tratta in definitiva di una parte della più
generale funzione di salvaguardare la stabilità del qua-
dro giuridico. È altresì auspicabile avvalerci dei pote-
ri pubblici al fine di garantire una cornice generale in
campo legale ed economico che permetta a ciascun in-
dividuo di contribuire alla crescita dell’economia, se ciò
è in sintonia con i suoi valori.
I settori d’intervento pubblico più pertinenti alla sta-
bilità economica sono la politica monetaria e le politiche
fiscali o di bilancio. Questo capitolo esaminerà la politi-
ca monetaria interna, il prossimo prenderà in conside-
razione gli accordi monetari a livello internazionale e il
Capitolo 5 affronterà il tema delle politiche fiscali e di
bilancio.
Il nostro obiettivo, in questo capitolo e nel successi-

82
Il controllo della moneta

vo, sarà quello di tracciare una via tra la Scilla e la Ca-


riddi di due concezioni opposte, nessuna delle quali è
accettabile, sebbene entrambe presentino elementi allet-
tanti. La nostra Scilla è rappresentata dalla convinzione
che il ricorso al gold standard sia fattibile e auspicabile e
che ciò risolverebbe tutti i problemi sollevati dall’obiet-
tivo di favorire la cooperazione economica tra individui
e nazioni in un ambiente stabile. Sulla sponda opposta,
Cariddi è la convinzione che la necessità di essere in
grado di adattarsi a circostanze impreviste impone di
attribuire ampi poteri discrezionali a un gruppo scelto
di tecnici, riuniti in una banca centrale “indipendente”
o in un analogo organo burocratico. Nessuna delle due
soluzioni è risultata soddisfacente in passato, e non è
verosimile che possa esserlo in futuro.
Quello che un liberale teme è fondamentalmente
la concentrazione del potere. Il suo obiettivo consiste
nel mantenere per ciascun individuo il massimo grado
di libertà compatibile con il requisito che la libertà di
ognuno non interferisca con quella del prossimo. Il libe-
rale ritiene che tale obiettivo possa essere raggiunto per
mezzo della dispersione del potere: egli diffida dell’idea
di assegnare ai poteri pubblici qualsiasi funzione che
possa essere svolta per mezzo del mercato, sia perché
così facendo si sostituisce la coercizione alla coopera-
zione volontaria nel campo in questione, sia perché, at-
tribuendo al governo un ruolo più ampio, esso mette a
repentaglio la libertà in altri settori.
La necessità di disperdere il potere solleva un pro-
blema particolarmente arduo nel campo della moneta.
Sul fatto che le autorità debbano avere una qualche re-
sponsabilità nella politica monetaria vi è un sostanzia-
le consenso. Inoltre è opinione comune che il controllo
sulla moneta può rappresentare un potente strumento
per indirizzare e plasmare l’economia. Ciò è dimostrato
dalla famosa affermazione di Lenin, secondo il quale il
modo migliore per distruggere una società consiste nel
distruggerne la moneta. Più banalmente, questo concet-
to è dimostrato dalla misura in cui il controllo della mo-
neta ha permesso, da tempo immemorabile, ai sovrani

83
Capitalismo e libertà

di imporre una pesante tassazione alla popolazione, il


più delle volte senza l’esplicito assenso del parlamento,
ammesso che ve ne fosse uno. Gli esempi vanno dall’an-
tica pratica di “tosare” le monete metalliche (o di fare
uso di espedienti analoghi) da parte dei monarchi alle
tecniche più raffinate dell’epoca moderna, con il ricor-
so alla stampa di maggiori volumi di valuta cartacea o
alla falsificazione pura e semplice dei bilanci pubblici.
Il problema consiste in come creare quelle strutture isti-
tuzionali che permettano al governo di esercitare le sue
responsabilità in campo monetario e che al tempo stesso
limitino il potere così concesso alle autorità e impedi-
scano che esso venga usato in modi che vadano a inde-
bolire una società libera.

Il commodity standard
Nel corso della storia, il meccanismo adottato più
spesso nei luoghi e nei tempi più diversi è stato il com-
modity standard, vale a dire l’uso a mo’ di moneta di un
bene fisico, quale l’oro o l’argento, l’ottone, lo stagno, le
sigarette o il cognac e via dicendo. Se la moneta consi-
stesse del tutto o in parte in un bene fisico di questo ge-
nere, in linea di principio non sarebbe necessario alcun
controllo da parte del governo. L’ammontare di moneta
circolante dipenderebbe dal costo necessario per pro-
durre il bene monetario anziché altri beni. Le variazioni
della quantità di moneta esistente dipenderebbero da
cambiamenti delle condizioni tecniche di produzione
del bene monetario e da variazioni della domanda di
moneta. È questo l’ideale che ispira molti seguaci di un
gold standard ciecamente automatico.
Gli esempi reali di commodity standard si sono con-
siderevolmente allontanati da questo semplice sistema,
che non richiede alcun intervento dei poteri pubblici.
Storicamente, a ciascun commodity standard (come quelli
basati sull’oro o sull’argento) si è affiancato un qualche
tipo di moneta fiduciaria, ufficialmente convertibile nel
bene monetario secondo termini prestabiliti. Vi è un ot-
timo motivo per questa deviazione: dal punto di vista
della società nel suo complesso, il difetto fondamenta-

84
Il controllo della moneta

le di un commodity standard consiste nel fatto che esso


esige l’impiego di risorse concrete al fine di accrescere
la massa di moneta. Bisogna scavare nelle viscere della
terra per estrarre l’oro in Sudafrica, solo per seppellirlo
nuovamente nei depositi di Fort Knox o in località ana-
loghe. L’esigenza di utilizzare risorse materiali al fine di
potersi avvalere di un commodity standard crea il forte in-
centivo di escogitare un modo per ottenere il medesimo
risultato senza dover attingere a tali risorse. Se ciascuno
di noi è disposto ad accettare come moneta un pezzo di
carta sul quale è stampata la frase «prometto di pagare
X unità del bene monetario corrente», questi pezzi di
carta possono svolgere la medesima funzione di pezzi
d’oro o d’argento e la loro produzione richiede l’impie-
go di risorse assai più esigue. Questa considerazione,
che ho svolto in modo più approfondito in altra sede,1
è secondo me il problema fondamentale del commodity
standard.
Se un commodity standard capace di sostenersi auto-
maticamente fosse realizzabile, ciò offrirebbe un’eccel-
lente soluzione al dilemma liberale: come realizzare
un quadro monetario stabile senza che vi sia il rischio
di un esercizio irresponsabile dei poteri in tale settore.
Immaginiamo, ad esempio, che la maggior parte della
popolazione di un paese appoggi un autentico standard
aureo, in cui la totalità della moneta circolante consiste
letteralmente di monete d’oro e che inoltre la popola-
zione creda fermamente nella mitologia del gold stan-
dard e sia profondamente convinta che sia immorale e
ingiusto che le autorità interferiscano nel suo funziona-
mento. Questa situazione presenterebbe un’efficace ga-
ranzia contro la manipolazione della moneta da parte
delle autorità e contro l’adozione di azioni irresponsa-
bili in questo campo. In un regime di tal genere, l’am-
bito d’azione dei poteri pubblici in campo monetario
sarebbe invero assai limitato. Tuttavia, come abbiamo
rilevato poc’anzi, storicamente un simile regime si è

1. Milton Friedman, A Program for Monetary Stability, New York, Fordham


University Press, 1960, pp. 4-8.

85
Capitalismo e libertà

sempre dimostrato irrealizzabile. Gli esempi che cono-


sciamo hanno sempre teso a svilupparsi in direzione di
un sistema misto contenente elementi fiduciari, come
banconote e depositi, o cartamoneta emessa dalle au-
torità a fianco del bene monetario in circolazione. Una
volta introdotti elementi fiduciari, è sempre risultato
difficile evitare che le autorità imponessero su di essi
il proprio controllo, anche quando tali elementi erano
stati emessi da soggetti privati. Il motivo, in sostanza,
consiste nel fatto che è difficile impedirne la falsificazio-
ne o il suo equivalente economico. La moneta fiduciaria
rappresenta un contratto di pagamento del bene mone-
tario standard. È nella natura delle cose che l’intervallo
intercorrente tra la stipulazione del contratto e la sua
applicazione tenda a essere relativamente lungo: questo
rende più arduo il compito di far rispettare tale contrat-
to e, pertanto, fa aumentare la tentazione di emettere
contratti fraudolenti. Inoltre, una volta che siano stati
introdotti elementi fiduciari, la tentazione per il gover-
no di emettere moneta fiduciaria diventa pressoché ir-
resistibile. Nella pratica, pertanto, i sistemi basati su un
commodity standard hanno mostrato una forte tendenza
a trasformarsi in regimi misti con un ampio intervento
da parte dello Stato.
È il caso di notare che, a dispetto delle numerosi voci
a sostegno dello standard aureo, praticamente nessuno
desidera oggigiorno l’istituzione di un gold standard ge-
nuino e completo. Chi sostiene di volere un gold stan-
dard intende quasi immancabilmente il sistema attuale,
o il regime mantenuto negli anni Trenta, ossia uno stan-
dard aureo gestito da una banca centrale o da un ana-
logo ente pubblico, che detiene una modesta quantità
d’oro a “copertura” (per usare un termine estremamen-
te fuorviante) della moneta fiduciaria. Alcuni si spingo-
no fino ad auspicare un sistema analogo a quello vigen-
te negli anni Venti, in cui era in circolazione una vera e
propria moneta aurea o titoli aurei, ossia un gold-coin
standard, ma anche costoro immaginano la coesistenza
dell’oro con una moneta fiduciaria pubblica accompa-
gnata da emissioni effettuate da banche in possesso di

86
Il controllo della moneta

riserve frazionarie in oro o in valuta fiduciaria. Anche


nel diciannovesimo secolo, quando lo standard aureo
era in auge e la Banca d’Inghilterra veniva ritenuta un
abilissimo timoniere del gold standard, il sistema mone-
tario era ben lungi dall’essere uno standard aureo auto-
matico propriamente detto. Anche in quel caso si tratta-
va di un regime guidato in misura considerevole dalle
autorità. Oggigiorno, in conseguenza del fatto che uno
Stato dopo l’altro ha accettato l’idea che il governo sia
responsabile della “piena occupazione”, la situazione si
è certamente ancora più estremizzata.
La mia conclusione è che un commodity standard au-
tomatico non rappresenta una soluzione attuabile o
auspicabile al problema di istituire le strutture mone-
tarie di una società libera. Non è auspicabile in quanto
comporterebbe un costo considerevole, sotto forma di
risorse necessarie a produrre il bene monetario, e non
è fattibile giacché la mitologia e le radicate convinzioni
necessarie per renderlo efficace non esistono.
Questa conclusione trova sostegno non solo nella ge-
nerica evidenza storica alla quale abbiamo accennato,
ma anche nelle specifiche vicende degli Stati Uniti. A
partire dal 1879, quando il paese tornò al gold standard
dopo la parentesi della Guerra Civile, e fino al 1913 gli
Stati Uniti adottarono uno standard aureo. Sebbene esso
fosse più prossimo a un gold standard pienamente auto-
matico di ogni altro sistema che abbiamo sperimentato
dopo la Prima Guerra Mondiale, era tuttavia lontano
dal rappresentare un genuino standard aureo. Le auto-
rità emanarono banconote e le banche private emette-
vano la gran parte del mezzo di scambio effettivamen-
te circolante nel paese sotto forma di titoli di deposito.
L’attività delle banche era rigorosamente regolamentata
da enti pubblici (le banche nazionali dal Comptroller of
the Currency, le banche statali dalle autorità di ciascuno
stato). L’oro, a prescindere che si trovasse nelle mani del
Tesoro, delle banche o direttamente in quelle dei singoli
individui sotto forma di moneta o di titoli aurei, conta-
va per circa il 10-20 per cento della massa monetaria,
anche se la percentuale esatta variava di anno in anno.

87
Capitalismo e libertà

Il restante 80-90 per cento consisteva di argento, mone-


ta fiduciaria e depositi bancari non coperti da riserve
auree.
Col senno di poi, oggi potremmo pensare che tale
sistema abbia funzionato abbastanza bene. Per gli ame-
ricani del tempo, viceversa, chiaramente non era così.
L’inquietudine per l’argento che si diffuse negli anni
Ottanta dell’Ottocento, culminata nel famoso discorso
della “croce d’oro” del populista William Jennings Br-
yan che rappresentò il tema dominante delle elezioni
presidenziali del 1896, non fu che uno dei segni di in-
soddisfazione per il sistema.2 Tale agitazione fu la causa
primaria della grave depressione economica dei primi
anni Novanta del secolo. L’insoddisfazione produsse
diffusi timori che gli Stati Uniti avrebbero abbandonato
l’oro e che, di conseguenza, il dollaro avrebbe perso va-
lore nei confronti di altre valute. A sua volta, ciò causò
una fuga dal dollaro e una fuga di capitali che determi-
narono nel paese l’insorgere della deflazione.
Le crisi finanziarie che si succedettero nel 1873, nel
1884, nel 1890 e nel 1893 produssero richieste sempre
più pressanti da parte del mondo degli affari e delle
banche per una riforma del settore bancario. Il pani-
co del 1907, un episodio durante il quale le banche si
rifiutarono di concerto di convertire a vista in valuta i
depositi dei risparmiatori, ebbe l’effetto di trasformare
il senso di insoddisfazione per il sistema finanziario vi-
gente in una urgente richiesta di intervento da parte del
governo federale. Il Congresso istituì una Commissione

2. Dopo l’approvazione del Coinage Act del 1873 gli Stati Uniti adottarono di
fatto un gold standard. Nel 1896 il Partito Democratico voleva tornare al “bime-
tallismo” permettendo il free coinage dell’argento e stabilendo un rapporto fisso
del valore dell’argento rispetto all’oro. Questa misura avrebbe prodotto inflazione,
favorendo i piccoli agricoltori e altri debitori, che avrebbero potuto ripagare più
facilmente i propri debiti. In pratica i Democratici desideravano attirare i voti
dei piccoli debitori (a prezzo di una maggiore inflazione), contrapponendo i loro
interessi a quelli dei creditori, assimilati al grande capitale industriale e finanziario.
Nel corso della Convenzione Democratica del 1896 il populista William Jennings
Bryan pronunciò un appassionato discorso in cui ammoniva i suoi avversari:
«Non porrete sulla fronte dei lavoratori questa corona di spine, non crocifiggerete
l’umanità a una croce d’oro». Bryan ottenne la candidatura alle successive elezioni
presidenziali, ma venne battuto da William McKinley [NdT].

88
Il controllo della moneta

Monetaria Nazionale, che pubblicò nel 1910 le proprie


raccomandazioni, aprendo la strada al Federal Reserve
Act approvato nel 1913. Le riforme delineate nel Federal
Reserve Act godevano del sostegno di ogni strato della
popolazione, dai lavoratori ai banchieri, e di entrambi i
partiti. Il Presidente della Commissione Monetaria Na-
zionale era il Repubblicano Nelson W. Aldrich, mentre
il Senatore che ebbe maggiore influenza sul Federal Re-
serve Act fu il Democratico Carter W. Glass.
La trasformazione delle strutture monetarie attuata
dal Federal Reserve Act risultò in pratica ben più drasti-
ca di quanto non volessero gli autori e i sostenitori del-
la legge. All’epoca in cui la legge venne approvata nel
mondo il gold standard regnava supremo. Certamente
non si trattava di uno standard aureo pienamente auto-
matico, ma pur sempre di un regime molto più prossimo
a tale ideale di quanto si sia verificato successivamente.
Si dava per scontato che le cose non sarebbero cambia-
te, limitando così in considerevole misura i poteri del
Federal Reserve System. Tuttavia, poco dopo l’appro-
vazione della legge, scoppiò la Prima Guerra Mondia-
le e la gran parte dei paesi coinvolti abbandonò il gold
standard. Al termine del conflitto la Federal Reserve non
era più una trascurabile aggiunta a uno standard aureo
avente lo scopo di garantire la convertibilità di una for-
ma di moneta in un’altra e di regolamentare e vigilare
sulle banche, ma era diventata una potente autorità do-
tata di ampia discrezionalità, in grado di determinare la
quantità di moneta in circolazione negli Stati Uniti e di
influenzare l’economia in tutto il mondo.

Un’autorità monetaria discrezionale


La creazione del Federal Reserve System ha rappre-
sentato il cambiamento più rilevante delle istituzioni
monetarie degli Stati Uniti dopo la promulgazione del
National Banking Act negli anni della Guerra Civile. Per
la prima volta dal 1836, quando decadde lo statuto della
Seconda Banca Nazionale degli Stati Uniti, veniva isti-
tuito un organo pubblico indipendente esplicitamente
incaricato di controllare le condizioni monetarie del pa-

89
Capitalismo e libertà

ese e, in linea di principio, dotato dei poteri necessari a


mantenere la stabilità monetaria o, quanto meno, a pre-
venire gravi condizioni di instabilità. È quindi utile con-
frontare le vicende in tale settore prima e dopo la crea-
zione della Federal Reserve, vale a dire grosso modo dal
periodo immediatamente successivo alla Guerra Civile
al 1914 e dal 1914 ai giorni nostri, in modo da esaminare
due lassi di tempo di durata simile.
Il secondo periodo è stato chiaramente contrad-
distinto da una maggiore instabilità dal punto di vi-
sta economico, indipendentemente dal fatto che tale
instabilità venga misurata in termini di fluttuazioni
della massa monetaria, dei prezzi o della produzione.
Almeno in parte questa maggiore instabilità è l’effetto
delle due guerre mondiali che si sono combattute nel
secondo periodo che stiamo esaminando: è ovvio che
esse sarebbero state una fonte di instabilità a prescin-
dere dal sistema monetario vigente nel paese. Tuttavia,
quand’anche eliminassimo dal nostro esame la guerra
e gli anni immediatamente successivi e considerassimo
solo gli anni di pace, diciamo dal 1920 al 1939 e dal 1947
a oggi, il risultato sarebbe identico. La massa moneta-
ria, i prezzi e la produzione sono risultati decisamente
più instabili dopo la costituzione del Federal Reserve
System di quanto non fosse accaduto in precedenza. Il
periodo più drammatico di instabilità della produzione
si è verificato, com’è noto, tra le due guerre ed è stato
contraddistinto dalle forti contrazioni del 1920-21, 1929-
33 e 1937-38. Nella storia americana non si è mai verifi-
cato che nel volgere di vent’anni si presentassero ben tre
contrazioni della produzione altrettanto gravi.
Questo sommario raffronto, naturalmente, non di-
mostra che la Federal Reserve non abbia contribuito alla
stabilità monetaria. È possibile che i problemi che essa
dovette affrontare fossero più gravi di quelli con cui era
venuta alle prese la precedente struttura monetaria e si
può ipotizzare che, nel regime precedente, questi pro-
blemi avrebbero causato un livello di instabilità mone-
taria ancora maggiore. Tuttavia, per quanto schematico,
il confronto dovrebbe indurre il lettore a esitare prima

90
Il controllo della moneta

di dare per scontato, come spesso avviene, che un or-


ganismo istituito da così lungo tempo, dotato di poteri
tanto vasti e di un ambito d’azione così esteso com’è il
Federal Reserve System svolga una funzione necessaria
e desiderabile e contribuisca al raggiungimento degli
obiettivi per i quali era stato creato.
Per conto mio sono convinto, sulla base di un ampio
studio dell’evidenza storica disponibile, che il diverso
grado di stabilità economica evidenziato dal nostro ap-
prossimativo confronto sia effettivamente da attribuire
alle differenti istituzioni monetarie. L’evidenza mi in-
duce a concludere che almeno un terzo dell’aumento
dei prezzi che si è verificato durante la Prima Guerra
Mondiale e nell’immediato dopoguerra debba essere
ascritto alla creazione della Federal Reserve e che non si
sarebbe prodotto se fosse stato conservato il preceden-
te sistema bancario. Sono altresì convinto che la gravità
delle recessioni del 1920-21, 1929-33 e 1937-38 debba es-
sere attribuita direttamente alle azioni e alle omissioni
delle autorità della Federal Reserve e che non si sareb-
be verificata sotto i precedenti regimi monetari e ban-
cari. È perfettamente possibile che in queste occasioni
(così come in altre) avrebbero potuto prodursi episodi
di recessione, ma è estremamente improbabile che essi
avrebbero raggiunto la gravità di una depressione eco-
nomica.
Ovviamente, in questa sede non è possibile illustrare
le evidenze.3 Tuttavia, in considerazione dell’importan-
za che la Grande Depressione del 1929-33 ha avuto nel
formare (o per meglio dire, deformare) l’orientamento
generale dell’opinione pubblica nei confronti dell’inter-
vento del governo nelle questioni economiche, per que-
sto episodio può essere il caso di illustrare più dettaglia-
tamente le conclusioni desunte dall’evidenza storica.
Per la sua drammaticità, il crollo della Borsa avve-

3. Si veda il mio A Program for Monetary Stability, nonché Milton Friedman -


Anna J. Schwartz, A Monetary History of the United States, 1867-1960, Princeton,
Princeton University Press, 1963 [trad. it.: Il dollaro. Storia monetaria degli Stati
Uniti, 1867-1960, Torino, Utet, 1979].

91
Capitalismo e libertà

nuto nell’ottobre del 1929, che segnò la fine del rialzo


del mercato iniziato nel 1928, viene solitamente consi-
derato sia come l’inizio che come la principale causa
della Grande Depressione. Nessuna delle due opinio-
ni è corretta. Il culmine dell’attività economica venne
raggiunto a metà del 1929, ossia diversi mesi prima del
crollo. Che questo picco sia stato raggiunto in anticipo
sul crollo della Borsa può essere stato dovuto almeno
in parte alla relativa severità della stretta monetaria im-
posta dalla Federal Reserve nel tentativo di soffocare
una presunta speculazione. È così che, indirettamente,
la Borsa potrebbe avere svolto un ruolo nell’innescare
la recessione. Non v’è dubbio che il crollo del mercato
azionario abbia avuto effetti indiretti sulla fiducia del
mondo economico e sulla propensione a spendere degli
individui, tendendo così a deprimere il corso degli affa-
ri. Di per sé, tuttavia, tali effetti non avrebbero potuto
causare un crollo dell’autorità economica: al massimo
avrebbero reso la recessione più lunga e più grave delle
recessioni relativamente leggere che hanno punteggia-
to la crescita economica degli Stati Uniti nel corso della
storia del paese, ma non avrebbero potuto trasformarla
nella catastrofe che conosciamo.
Durante il primo anno la recessione non esibì quei
tratti particolari che l’avrebbero contraddistinta nel suo
corso futuro. La riduzione dell’attività economica fu
più marcata di quanto era avvenuto nei primi dodici
mesi della gran parte delle recessioni precedenti, for-
se a causa degli effetti combinati del crollo del mercato
azionario e delle restrizioni monetarie insolitamente
rigide mantenute fin dalla metà del 1928, ma la reces-
sione non mostrava di avere caratteristiche qualitativa-
mente differenti e non dava segno di voler degenerare
in una vera e propria catastrofe. A meno di non voler
adottare l’ingenuo principio del post hoc ergo propter hoc,
ancora nel settembre o nell’ottobre del 1930 non vi era
alcun elemento della situazione economica che rendes-
se inevitabile (o anche solo molto probabile) il continuo
e drastico declino degli anni successivi. Col senno di
poi, è chiaro che la Federal Reserve avrebbe già dovuto

92
Il controllo della moneta

agire diversamente e che non avrebbe dovuto permet-


tere che la massa monetaria si riducesse di quasi il 3
per cento tra l’agosto del 1929 e l’ottobre del 1930, una
riduzione superiore a quanto si era verificato in quasi
tutte le fasi di contrazione economica del paese, tranne
forse le più acute. Sebbene ciò fosse un errore, può es-
sere considerato un errore comprensibile e certamente
non disastroso.
La natura della recessione cambiò repentinamente
nel novembre 1930, quando una serie di fallimenti ban-
cari innescò una corsa generalizzata agli sportelli: i ti-
tolari dei depositi bancari cercarono affannosamente di
convertirli in moneta sonante. Il contagio si diffuse da
un estremo all’altro del paese e raggiunse il culmine l’11
dicembre del 1930, con il fallimento della Bank of the
United States. Si trattò di un episodio critico, non solo
perché interessava una delle banche più grandi degli
Stati Uniti, con depositi per oltre 200 milioni di dollari,
ma anche per il fatto che, pur essendo una banca com-
merciale, il suo nome aveva indotto molte persone in
patria e ancora di più all’estero a considerarla una sorta
di banca pubblica.
Prima dell’ottobre 1930 non si era avvertito alcun se-
gno di una crisi di liquidità, né di una perdita di fiducia
nelle banche. Da quella data, invece, l’economia venne
colpita da ricorrenti crisi di liquidità. L’ondata di falli-
menti bancari si placava per qualche tempo, solo per
riaccendersi non appena qualche fallimento particolar-
mente grave o altri avvenimenti producevano una nuo-
va perdita di fiducia nel sistema bancario e una nuova
serie di corse agli sportelli. Tutto ciò era importante non
solo per i fallimenti delle banche, ma soprattutto per le
ripercussioni sulla massa monetaria.
In un sistema bancario a riserva frazionaria come il
nostro, nessuna banca dispone di un dollaro di valuta
corrente (o il suo equivalente) per ciascun dollaro nomi-
nale depositato nei suoi conti. È per questo motivo che
il termine “deposito” è ingannevole. Quando si deposi-
ta un dollaro in una banca, quest’ultima aggiunge qual-
cosa come 15-20 centesimi al contante realmente posse-

93
Capitalismo e libertà

duto: il resto viene concesso in prestito ad altri soggetti.


Il beneficiario del prestito può, a sua volta, depositare
la somma in una banca e l’intero processo si ripete. Il
risultato è che, per ciascun dollaro contante in possesso
di una banca, questa è debitrice di più dollari di depo-
sito. La quantità complessiva di moneta (contanti più
depositi) per un determinato ammontare di contanti è
quindi tanto maggiore quanto più grande è la frazione
del proprio denaro che la popolazione è disposta a te-
nere in deposito. Se tra i titolari di depositi si diffonde
il desiderio di “riprendersi i soldi”, ciò comporta neces-
sariamente una riduzione dell’ammontare complessivo
di moneta, a meno che non vi sia un modo di creare
contante aggiuntivo e di farlo pervenire alle banche. In
caso contrario una determinata banca, cercando di sod-
disfare le richieste dei propri clienti, eserciterà pressio-
ni sulle altre banche esigendo il pagamento dei prestiti
loro concessi, vendendo quote d’investimento o ritiran-
do i propri depositi; a loro volta le altre banche faranno
pressioni sulle rimanenti. Questo circolo vizioso, se non
viene interrotto, si autoalimenta mano a mano che il
tentativo da parte delle banche di ottenere denaro con-
tante fa diminuire il prezzo dei titoli finanziari, provoca
l’insolvenza di alcune di esse che, in condizioni norma-
li, sarebbero risultate perfettamente solide, scuote la fi-
ducia dei depositanti e innesca un nuovo ciclo.
Si tratta esattamente della situazione che, nel pe-
riodo precedente l’istituzione della Federal Reserve,
aveva provocato un “panico bancario” e la sospensio-
ne concertata della convertibilità dei depositi in con-
tante, com’era avvenuto nel 1907. La sospensione era
una misura drastica e, per qualche tempo, peggiorò la
situazione, ma si trattò al tempo stesso di una misura
terapeutica: essa spezzò il circolo vizioso prevenendo la
diffusione del contagio e impedendo che il fallimento di
alcune banche aumentasse le pressioni sulle altre e pro-
vocasse il fallimento di istituti fondamentalmente soli-
di. Dopo poche settimane o qualche mese, una volta che
la situazione si era stabilizzata, la sospensione poteva
venire revocata e l’economia avrebbe ripreso a crescere

94
Il controllo della moneta

senza che si verificasse una recessione.


Come abbiamo visto, uno dei principali motivi che
indussero alla creazione del Federal Reserve System
fu quello di poter venire alle prese con una situazio-
ne come quella appena descritta. Alla Federal Reserve
venne attribuito il potere di creare più moneta nel caso
in cui tra la popolazione si fosse diffusa l’esigenza di
disporre di denaro contante piuttosto che di depositi
bancari. Alla Federal Reserve, inoltre, vennero dati gli
strumenti per rendere disponibile la moneta così creata
per le banche, dietro la garanzia dei loro beni attivi. In
tal modo si prevedeva che un eventuale panico sareb-
be stato soffocato sul nascere e che non ci sarebbe stato
bisogno di ricorrere alla sospensione della convertibili-
tà dei depositi in contante, permettendo così di evitare
interamente gli effetti deprimenti per l’economia delle
crisi monetarie.
L’esercizio di tali poteri si rese necessario per la pri-
ma volta nel novembre e nel dicembre 1930, in conse-
guenza della serie di chiusure di banche che abbiamo
descritto poc’anzi. La Federal Reserve fallì miseramen-
te la prova: fece poco o nulla per fornire liquidità alle
banche, a quanto pare ritenendo che i fallimenti bancari
non richiedessero particolari misure. È il caso di osser-
vare, tuttavia, che alla Federal Reserve non mancaro-
no i poteri, ma la volontà di usarli. In questa occasione,
come nelle successive, il Federal Reserve System dispo-
neva di tutti i poteri necessari a rifornire le banche dei
contanti che i loro clienti chiedevano a gran voce. Se lo
avesse fatto, le chiusure di banche sarebbero cessate e la
débâcle monetaria sarebbe stata evitata.
L’ondata iniziale di fallimenti bancari si placò e nel
1931 vi furono i primi segni di un ritorno della fidu-
cia. La Federal Reserve colse l’occasione per ridurre la
propria esposizione creditizia, vale a dire che essa cercò
di compensare quelle forze che per loro natura stava-
no spingendo verso un’espansione economica attuando
misure moderatamente deflazionistiche. Ciò nonostan-
te vi erano chiari sintomi di miglioramento, non solo in
campo monetario, ma anche in altri settori economici.

95
Capitalismo e libertà

I dati relativi ai primi quattro o cinque mesi del 1931,


esaminati senza prendere in considerazione gli avveni-
menti successivi, presentano tutti i segni del nadir del
ciclo economico e dell’avvio della ripresa.
Questa incipiente ripresa, tuttavia, ebbe breve dura-
ta: il fallimento di altre banche innescò un’altra serie di
corse agli sportelli e una nuova riduzione della massa
monetaria. Ancora una volta la Federal Reserve rimase
a guardare: dinanzi a una liquidazione senza preceden-
ti del sistema bancario, i libri contabili del “prestatore
di ultima istanza” mostrano una riduzione dell’am-
montare di credito messo a disposizione delle banche
affiliate.
Nel settembre 1931 la Gran Bretagna abbandonò il
gold standard. Questa decisione venne preceduta e se-
guita da operazioni di ritiro di oro dagli Stati Uniti. Seb-
bene nel corso dei due anni precedenti l’oro fosse afflui-
to in gran quantità nel paese, e lo stock d’oro degli Stati
Uniti, così come l’aliquota di riserva aurea della Federal
Reserve, avessero toccato i massimi storici, il Federal
Reserve System reagì in modo rapido ed energico al
drenaggio di risorse auree dall’esterno, a differenza di
quanto era avvenuto precedentemente nel caso del dre-
naggio dall’interno. Il problema è che ciò avvenne in un
modo che avrebbe inevitabilmente intensificato i pro-
blemi finanziari interni al paese. Dopo più di due anni
di grave contrazione dell’attività economica, la Fed au-
mentò il tasso di sconto (vale a dire il tasso di interesse
praticato alle banche affiliate) di una percentuale mai
vista nel corso della sua breve storia, né mai eguaglia-
ta in seguito. Questo provvedimento riuscì ad arginare
l’emorragia di metallo aureo, ma di pari passo si veri-
ficò uno spettacolare aumento di fallimenti bancari e di
corse agli sportelli. Nei sei mesi tra l’agosto del 1931 e
il gennaio del 1932, circa il 10 per cento delle banche
allora esistenti sospese le proprie attività e l’ammontare
complessivo dei depositi nelle banche commerciali si ri-
dusse del 15 per cento.
Nel 1932, una temporanea inversione di rotta tra-
mite l’acquisto di buoni del Tesoro per un valore di 1

96
Il controllo della moneta

miliardo di dollari fece rallentare la velocità del decli-


no. Se questo provvedimento fosse stato preso nel 1931,
quasi certamente sarebbe stato sufficiente a prevenire
il collasso del sistema. Nel 1932 era ormai troppo tardi
perché la misura non risultasse altro che un palliativo
e, quando la Federal Reserve tornò alla passività pre-
cedente, al momentaneo miglioramento fece seguito
un nuovo crollo, culminato nella cosiddetta “vacanza
bancaria” (Bank Holiday) del 1932, quando tutte le ban-
che degli Stati Uniti vennero chiuse per decreto per più
di una settimana. Un sistema creato in buona misura
al fine di impedire la temporanea sospensione della
convertibilità dei depositi in contanti – ossia una mi-
sura che in passato aveva impedito il fallimento delle
banche – aveva fatto sì che quasi un terzo delle banche
del paese scomparisse, per poi attuare una sospensione
della convertibilità enormemente più ampia e grave di
tutte quelle che l’avevano preceduta. Ciò nonostante,
la capacità umana di autogiustificarsi è talmente gran-
de che nella relazione annuale per il 1933 il consiglio
direttivo della Federal Reserve poteva scrivere: «La ca-
pacità delle banche del Federal Reserve System di fare
fronte all’enorme domanda di moneta durante la crisi
ha dimostrato l’efficacia del sistema valutario istituito
dal Federal Reserve Act. […] Sarebbe arduo immaginare
quale direzione avrebbe preso la depressione se il Fede-
ral Reserve System non avesse perseguito una politica
di generosi acquisti sul mercato».
Nel complesso, tra il luglio 1929 e il marzo 1933, la
massa monetaria degli Stati Uniti si ridusse di un terzo.
L’abbandono del gold standard da parte della Gran Bre-
tagna contò per circa due terzi di tale riduzione. Se si
fosse prevenuto il declino della massa monetaria, come
chiaramente avrebbe potuto e dovuto essere fatto, la
recessione sarebbe stata più breve e decisamente meno
dolorosa. Rispetto ai precedenti storici, sarebbe stata
pur sempre una recessione relativamente grave, ma è
inimmaginabile che – se non ci fosse stata una riduzione
della massa monetaria – il valore monetario dei redditi
sarebbe diminuito di oltre la metà, e il livello dei prezzi

97
Capitalismo e libertà

si sarebbe ridotto di oltre un terzo in quattro anni. Non


sono a conoscenza di alcuna grave recessione, quale che
sia il paese o l’epoca che consideriamo, che non sia sta-
ta accompagnata da una drastica riduzione della massa
monetaria né, parimenti, di alcuna netta riduzione del-
la massa monetaria che non sia stata accompagnata da
una forte depressione economica.
La Grande Depressione che colpì gli Stati Uniti, ben
lungi dal rappresentare un sintomo dell’instabilità con-
naturata al sistema dell’impresa privata, testimonia in-
vece il danno che può essere causato dagli errori com-
messi da pochi individui in grado di esercitare un vasto
potere sul sistema monetario di un paese.
È certamente possibile che gli errori commessi pos-
sano essere scusati in considerazione delle conoscen-
ze disponibili all’epoca (anche se non lo credo), ma il
punto è un altro. Qualsiasi sistema conceda a un esiguo
numero di individui un potere e una discrezionalità tali
che i loro errori – giustificabili o meno – possono avere
effetti della portata vista negli anni Trenta è un cattivo
sistema. Si tratta di un cattivo sistema per chi crede nel-
la libertà proprio perché concede a un gruppo ristretto
di individui un enorme potere senza che la comunità
politica possa opporvi un argine: questa è la principa-
le argomentazione politica contro l’idea di una banca
centrale “indipendente”. Il sistema, tuttavia, è cattivo
anche per chi mette la sicurezza al di sopra della liber-
tà: gli errori, scusabili o meno, sono inevitabili in un si-
stema che stempera la responsabilità pur accentrando
un enorme potere nelle mani di pochi individui e, così
facendo, fa dipendere importanti decisioni dal caso o
dalla loro personalità. Per parafrasare Clemenceau, la
moneta è troppo importante per essere lasciata alle ban-
che centrali.

Regole, non autorità


Se non possiamo raggiungere i nostri obiettivi af-
fidandoci a un gold standard realmente automatico, né
concedendo ampi poteri discrezionali ad autorità in-
dipendenti, in che modo possiamo istituire un sistema

98
Il controllo della moneta

monetario che sia al tempo stesso stabile e scevro dall’ir-


responsabilità delle macchinazioni dei poteri pubblici,
un sistema in grado di offrire il necessario quadro di
riferimento monetario per un’economia basata sulla li-
bera impresa, ma che non possa essere utilizzato come
una fonte di potere per mettere a repentaglio la libertà
politica ed economica?
Tra i metodi finora proposti, l’unico promettente con-
siste nel cercare di essere governati dalle leggi, piuttosto
che dagli uomini, promulgando regole per la condotta
della politica monetaria che mettano la popolazione in
condizione di esercitare su di essa il proprio controllo
per il tramite delle autorità politiche elette e che al tem-
po stesso facciano sì che la politica monetaria non sia
soggetta ai mutevoli umori delle autorità politiche.
Il problema di stabilire per via legislativa le regole di
condotta della politica monetaria ha molti aspetti in co-
mune con un tema che, a prima vista, sembrerebbe del
tutto diverso, ossia la tesi che sottende il Primo Emen-
damento della Costituzione degli Stati Uniti. Ogni-
qualvolta viene auspicata una norma di legge che per-
metta di esercitare il controllo sulla moneta, la replica
stereotipata è che il tentativo di legare in questo modo
le mani delle autorità politiche non ha molto senso, in
quanto queste stesse autorità monetarie, se lo desidera-
no, possono fare volontariamente quello che tali regole
imporrebbero, ma – in assenza di un mandato imposto
per legge – esse avrebbero a disposizione anche altre
alternative. Di conseguenza, si sostiene, un’autorità li-
bera da vincoli può “indubbiamente” operare meglio di
quanto non avverrebbe sotto una norma di legge. Per il
potere legislativo vale una versione leggermente diver-
sa di questo ragionamento: se il parlamento è disposto
ad adottare la regola in questione, indubbiamente sa-
rebbe perfettamente in grado di decretare caso per caso
la politica “giusta”. In che modo, allora, adottare una
determinata regola offrirebbe una qualsiasi tutela da
decisioni politiche irresponsabili?
Il medesimo ragionamento può essere applicato,
cambiando solo pochi termini, al Primo Emendamento

99
Capitalismo e libertà

della Costituzione e, in effetti, all’intero Bill of Rights.


Non è assurdo, si sostiene in questo caso, avere un di-
vieto generale di interferenza nella libertà di parola?
Perché non prendere in considerazione ciascun caso
e giudicarlo secondo i suoi meriti? Ebbene, non è evi-
dente che si tratta del contraltare della tesi così comune
nelle discussioni di politica monetaria, secondo la quale
non è auspicabile legare preventivamente le mani delle
autorità monetarie, che queste ultime dovrebbero esse-
re lasciate libere di giudicare separatamente nel merito
ciascun caso? Perché mai questa tesi non è altrettanto
valida per la libertà di parola? Se qualcuno vuole pro-
clamare all’angolo della strada le virtù del controllo
delle nascita, qualcun altro vuole auspicare il comuni-
smo, un terzo desidera convincere il prossimo a diven-
tare vegetariano e così via, perché non promulgare una
legge che confermi o neghi per ciascun caso il diritto
a esprimere una particolare opinione? Oppure, perché
non attribuire il potere di decidere in merito a un ente
pubblico? Dovrebbe essere evidente che, se dovessimo
considerare separatamente ciascuna eventualità, nella
maggior parte dei casi (se non in tutti) la maggioranza
voterebbe quasi certamente per vietare il diritto di pa-
rola. Dovendo votare per stabilire se un tale possa fare
propaganda a favore della contraccezione, la maggio-
ranza deciderebbe quasi certamente per impedirglielo;
non diversamente avverrebbe per i fautori del comuni-
smo. Forse (ma non è detto) solo il vegetariano riusci-
rebbe a farcela.
Supponiamo invece che tutti questi esempi venisse-
ro raccolti in un solo caso e che la popolazione venisse
chiamata a votare su di esso, ossia a decidere se la li-
bertà d’espressione debba essere negata in tutti i casi o
concessa a tutti indistintamente. Possiamo immaginare
(e ritengo che sarebbe estremamente probabile) che la
stragrande maggioranza dei votanti deciderebbe di tu-
telare la libertà di parola, cioè che – decidendo sull’in-
sieme dei casi – la popolazione esprimerebbe un voto
esattamente opposto a quello che avrebbe espresso in
ciascun singolo caso. Perché mai? Uno dei motivi è che

100
Il controllo della moneta

ciascuno di noi teme maggiormente la prospettiva di


venire privato della libertà d’espressione quando si tro-
va in minoranza di quanto non sia disposto a privare
qualcun altro della medesima libertà quando fa parte
della maggioranza. Di conseguenza, dovendo votare
genericamente sul diritto di parola, egli darà molto più
peso all’infrequente negazione della libertà di parola
a se stesso qualora dovesse trovarsi in minoranza che
alla più frequente opportunità di negare tale libertà agli
altri.
Un’altra ragione, più pertinente alla politica moneta-
ria, è che, se tutti i casi vengono presi in considerazione
nel loro complesso, risulta evidente che l’eventuale de-
cisione avrebbe effetti cumulativi che, quando ciascuno
dei casi viene esaminato separatamente, tenderebbero a
non venire riconosciuti o a essere considerati con mino-
re attenzione. Dovendo votare per decidere se il signor
Jones possa proclamare le sue tesi all’angolo della stra-
da, si può non tenere conto degli effetti positivi di una
generica politica di tutela del diritto di parola, né del
fatto che una società in cui le persone non sono libere di
parlare pubblicamente in assenza di un’approvazione
per via legislativa è una società in cui le nuove idee, la
sperimentazione e il cambiamento verranno ostacolati
in innumerevoli modi che dovrebbero essere chiari a
tutti, in virtù del fatto che abbiamo la grande fortuna
di vivere in una società che non ha adottato il principio
di non considerare separatamente ciascun caso relativo
alla libertà di espressione dei propri membri.
Le medesime considerazioni possono essere appli-
cate al settore monetario. Se ciascun caso dovesse es-
sere giudicato nel merito, è probabile che la maggior
parte delle volte verrebbe adottata la politica sbagliata,
in quanto le autorità incaricate di giudicare esamine-
rebbero soltanto un ambito di evidenza limitato e non
prenderebbero in debita considerazione le conseguenze
cumulative della politica nel suo complesso. Viceversa,
se venisse adottata una norma generale per un gruppo
di casi da esaminare nella loro interezza, l’esistenza di
tale norma avrebbe effetti positivi sulla mentalità, sul-

101
Capitalismo e libertà

le convinzioni e sulle aspettative degli individui, effet-


ti che non potrebbero palesarsi anche nel caso in cui la
stessa decisione venisse presa in ogni diversa occasione
da un’autorità dotata di potere discrezionale.
Se, dunque, è auspicabile promulgare per legge una
norma, in cosa dovrebbe consistere? La regola proposta
più comunemente da chi si ispira a principi liberali è
quella del livello dei prezzi: le autorità monetarie avreb-
bero un mandato stabilito dalla legge di mantenere la
stabilità del livello dei prezzi. Secondo la mia opinio-
ne, si tratta della regola sbagliata, in quanto è formula-
ta in termini di un obiettivo che le autorità monetarie
non hanno il potere chiaro e diretto di raggiungere con
i propri interventi. Di conseguenza essa solleverebbe
il problema di disperdere la responsabilità e di conce-
dere eccessiva libertà d’azione alle autorità stesse. Non
v’è dubbio che esista uno stretto nesso tra gli interventi
in campo monetario e il livello dei prezzi, ma tale nes-
so non è così stretto, invariabile e diretto da far sì che
l’obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi possa es-
sere la guida più idonea per le decisioni prese quotidia-
namente delle autorità.
In altra sede ho esaminato in modo più approfondito
il problema della regola monetaria più opportuna,4 di
conseguenza mi limiterò a riassumere le mie conclusio-
ni. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, mi sembra
il caso di esprimere tale regola nei termini dell’anda-
mento della massa monetaria. Al momento, la mia scelta
andrebbe verso una norma di legge che imponesse alle
autorità monetarie di mantenere un determinato tasso
di crescita di tale massa. A tale scopo, includerei nella
definizione di massa monetaria la moneta circolante al
di fuori delle banche commerciali, oltre a tutti i depositi
effettuati in esse. Inoltre stabilirei che la Federal Reser-
ve dovrebbe far sì che l’ammontare complessivo della
massa monetaria così definita salisse, mese per mese o
meglio, se possibile, giorno per giorno, di un tasso an-
nuale compreso tra il 3 e il 5 per cento. A mio avviso, la

4. Milton Friedman, A Program for Monetary Stability, pp. 77-99.

102
Il controllo della moneta

definizione esatta del concetto di massa monetaria, così


come il particolare tasso di crescita scelto, contano assai
meno del fatto di stabilire una particolare definizione e
un determinato tasso di crescita.
Nella situazione attuale, la regola da me proposta
ridurrebbe drasticamente il potere discrezionale delle
autorità monetarie, ma lascerebbe ugualmente alla Fe-
deral Reserve e al Tesoro un livello eccessivo di discre-
zionalità in merito alle modalità per raggiungere il tasso
di crescita stabilito della massa monetaria, per la gestio-
ne del debito, per la vigilanza sulle banche e via dicen-
do. Ulteriori riforme in campo fiscale e bancario, che ho
tratteggiato in altra sede, sono fattibili e auspicabili. Tali
riforme avrebbero l’effetto di eliminare gli attuali inter-
venti pubblici nelle attività di investimento e di conces-
sione di prestiti e di tramutare le attività finanziarie dei
poteri pubblici da una perpetua fonte di instabilità e di
incertezza in un intervento ragionevolmente costante
e prevedibile. Tuttavia, per quanto importanti, tali ri-
forme sarebbero meno essenziali dell’adozione di una
norma mirante a ridurre la discrezionalità delle autorità
monetarie in relazione alla massa monetaria.
Vorrei sottolineare che non ritengo che la mia pro-
posta rappresenti l’alfa e l’omega della gestione delle
politiche monetarie e che la regola da me adombrata
sia incisa nella pietra e valida per l’eternità. Mi sembra,
tuttavia, la regola che offre maggiori garanzie di rag-
giungere un ragionevole livello di stabilità monetaria
alla luce delle nostre attuali conoscenze. Credo che, se
essa fosse in vigore, con l’aumento della nostra cono-
scenza delle questioni monetarie saremmo in grado di
escogitare norme ancora migliori che produrrebbero
risultati superiori. Questa regola appare ai miei occhi
l’unico strumento monetario concretamente attuabile
per trasformare la politica monetaria da una minaccia
alle fondamenta stesse di una società libera in una delle
sue colonne portanti.

103
Capitolo 4

Regimi commerciali e finanziari in campo


internazionale

Il problema sollevato dai regimi monetari internazio-


nali consiste nel rapporto tra le diverse valute nazionali,
ossia i termini e le condizioni che permettono ai singoli
individui di convertire dollari in sterline, dollari cana-
desi in dollari statunitensi e così via. Questo problema
è intimamente connesso con il controllo della moneta
esaminato nel capitolo precedente e ha inoltre uno stret-
to legame con le politiche statali in tema di commercio
internazionale, in quanto il controllo sugli scambi con
l’estero è uno dei metodi per influire sui pagamenti in-
ternazionali.

L’importanza dei regimi monetari internazionali per


la libertà economica
A dispetto della sua natura fortemente tecnica e della
sua enorme complessità, nessun liberale può concedersi
il lusso di ignorare la questione degli assetti monetari
internazionali. Non è un’esagerazione affermare che la
più grave minaccia di breve periodo alla libertà econo-
mica degli Stati Uniti – a parte, ovviamente, lo scoppio
di una terza guerra mondiale – è oggi la possibilità che
il governo sia indotto a imporre estesi controlli econo-
mici al fine di “risolvere” problemi di bilancia dei pa-
gamenti. Interferire con gli scambi internazionali può
apparire innocuo e ottenere così il sostegno da parte di
chi normalmente accoglierebbe con grande diffidenza
ogni interferenza del governo nella vita economica del

105
Capitalismo e libertà

paese; non pochi uomini d’affari potrebbero perfino


considerare tali interferenze alla stregua di un elemento
dell’American way of life. Eppure vi sono ben pochi inter-
venti pubblici in grado di interessare ambiti altrettanto
vasti e di causare, alla lunga, danni altrettanto gravi alla
libera impresa. Una messe di esempi concreti permet-
te di dimostrare che il modo più efficace di trasforma-
re un’economia di mercato in una società a economia
pianificata consiste nell’iniziare imponendo controlli
diretti sugli scambi valutari. Questo semplice provve-
dimento conduce inevitabilmente al contingentamento
delle importazioni, all’imposizione di controlli sulla
produzione interna che fa ricorso a prodotti importati
o che produce sostituti di prodotti importati e così via,
in una interminabile spirale. Ciò nonostante, anche un
paladino della libera impresa come il Senatore Barry
Goldwater è stato indotto in più di un’occasione, du-
rante i dibattiti sulla cosiddetta “emorragia dell’oro”, a
ipotizzare che l’introduzione di vincoli sulle transazioni
in valuta estera potesse rappresentare la “cura”. Que-
sta “cura”, in realtà, sarebbe enormemente peggiore del
male che si vuole curare.
Raramente vi è qualcosa di nuovo sotto il sole, alme-
no nella politica economica, dove le presunte novità si
rivelano come i residui dei secoli precedenti mascherati
alla bell’e meglio. Se non mi sbaglio, tuttavia, il totale
controllo sulla valuta estera e la cosiddetta “inconverti-
bilità della valuta” rappresentano un’eccezione a questa
regola e la loro origine non fa che metterne a nudo il po-
tenziale totalitario. Per quanto ne so, questi strumenti
vennero escogitati da Hjalmar Schlacht durante i primi
anni del regime nazista. Ovviamente è vero che in pas-
sato vi sono stati numerosi casi in cui le autorità hanno
dichiarato che una determinata valuta non era conver-
tibile, ma con questa espressione si intendeva dire che
il governo non era disposto, o non era in grado, di con-
vertire la moneta cartacea in oro (o argento o quale che
fosse il bene monetario utilizzato) al tasso di conver-
tibilità legale. Raramente ciò significava che un paese
proibiva ai propri cittadini e agli stranieri legalmente

106
Regimi commerciali e finanziari in campo internazionale

residenti di scambiare pezzi di carta recanti la promessa


di pagare una somma specifica nell’unità monetaria del
paese stesso con altri pezzi di carta recanti un’analoga
promessa espressa nell’unità monetaria di un diverso
paese (o in moneta sonante o altri metalli). Negli Stati
Uniti, ad esempio, durante la Guerra Civile e per i quin-
dici anni successivi, la valuta americana non era con-
vertibile, nel senso che il possessore di una banconota
non poteva restituirla al Tesoro e avere in cambio un
ammontare predeterminato d’oro. Durante questo pe-
riodo, tuttavia, ogni cittadino americano era libero di
acquistare oro al prezzo di mercato, o di acquistare e
vendere sterline britanniche in cambio di dollari a un
prezzo reciprocamente accettabile per le parti.
Negli Stati Uniti, il dollaro è stato inconvertibile nel
senso tradizionale fin dal 1933. Per i cittadini americani
è illegale possedere, acquistare o vendere oro. Il dollaro
non è mai stato inconvertibile nella nuova accezione del
termine, ma disgraziatamente sembra che stiamo per
adottare politiche che prima o poi renderanno molto
probabile che il nostro paese imbocchi quella strada.

Il ruolo dell’oro nel sistema monetario americano


È solo un ritardo culturale che ci fa ancora pensa-
re all’oro come all’elemento centrale del nostro siste-
ma monetario. Una descrizione più accurata del ruolo
dell’oro nella politica degli Stati Uniti ci permette di
ritenerlo principalmente una merce il cui prezzo è so-
stenuto dalle autorità pubbliche, un po’ come il grano o
altre derrate agricole. Il nostro programma di sostegno
al prezzo dell’oro differisce sotto tre importanti aspetti
dagli analoghi programmi di sostegno del prezzo del
grano: in primo luogo, versiamo il prezzo di sostegno
tanto ai produttori esteri quanto a quelli nazionali;
quindi, vendiamo liberamente al prezzo di sostegno
solo ad acquirenti esteri, e non a quelli interni; infine, e
questa è l’unica significativa reliquia del ruolo moneta-
rio dell’oro, il Tesoro è autorizzato a creare moneta per
pagare l’oro che acquista – in pratica a stampare car-
tamoneta – in modo che le spese destinate all’acquisto

107
Capitalismo e libertà

di metallo aureo non compaiano in bilancio, evitando


quindi la necessità di ottenere esplicitamente i necessa-
ri stanziamenti da parte del Congresso. Analogamente,
quando il Tesoro vende oro, i libri contabili mostrano
semplicemente una riduzione dei certificati aurei e non
una voce in entrata che dovrebbe figurare in bilancio.
Nel 1934, quando il prezzo dell’oro venne fissato
all’attuale valore di 35 dollari l’oncia, questo valore era
decisamente superiore al prezzo di mercato del metallo
prezioso. Di conseguenza negli Stati Uniti si riversò una
fiumana d’oro e le riserve auree del paese triplicarono
nel volgere di sei anni, portando così i depositi a più
della metà dello stock mondiale di oro. Gli Stati Uniti
avevano accumulato un “surplus” d’oro per lo stesso
motivo che ci aveva condotto ad accumulare un “sur-
plus” di grano: il governo offriva un prezzo d’acquisto
superiore al prezzo di mercato. Più recentemente la si-
tuazione è cambiata: mentre il prezzo legalmente fissato
dell’oro è rimasto al valore di 35 dollari l’oncia, il prezzo
di altri beni è raddoppiato o addirittura triplicato. Di
conseguenza, quei 35 dollari sono oggi un prezzo infe-
riore a quello che sussisterebbe in un mercato libero.1
Pertanto, oggigiorno siamo passati dall’avere un “sur-
plus” a dover affrontare una “scarsità” d’oro, per il me-
desimo motivo che fa sì che l’imposizione di un tetto ai
canoni di locazione produce inevitabilmente una “scar-
sità” di abitazioni: il governo cerca di tenere il prezzo
dell’oro al di sotto del prezzo di mercato.
Il prezzo legale dell’oro sarebbe aumentato da tem-
po (com’è avvenuto in ripetute occasioni per il prezzo
del grano) se non fosse che i principali produttori d’oro
(e, di conseguenza, i maggiori beneficiari di un aumen-
to del suo prezzo) sono la Russia sovietica e il Sudafri-
ca, ossia i due paesi verso i quali gli Stati Uniti nutrono
scarsissima simpatia politica.
Il controllo politico del prezzo dell’oro, non meno del

1. È bene rammentare che la questione è complicata e dipende dai fattori tenuti


costanti quando si cerca di stimare l’ipotetico prezzo di mercato, particolarmente
in relazione al ruolo monetario dell’oro.

108
Regimi commerciali e finanziari in campo internazionale

controllo di qualsiasi altro prezzo, è incompatibile con


un’economia libera. Questo simulacro di gold standard
dev’essere nettamente distinto dall’uso dell’oro come
moneta nel quadro di un autentico standard aureo che,
sebbene possa essere inattuabile, è perfettamente coe-
rente con i principi di un’economia libera. In realtà, più
ancora della determinazione per legge del prezzo, furo-
no i provvedimenti adottati nel 1933 e nel 1934 dall’Am-
ministrazione Roosevelt in concomitanza dell’aumento
del prezzo dell’oro a rappresentare una fondamentale
deviazione dai principi liberali e hanno stabilito pre-
cedenti che hanno finito con il causare gravi danni al
mondo libero. Mi riferisco cioè alla nazionalizzazione
dello stock aureo, al divieto fatto ai privati di possedere
oro a fini monetari e all’abrogazione delle clausole ine-
renti l’oro nei contratti pubblici e privati.
Nel 1933 e nei primi mesi del 1934 ai possessori pri-
vati di oro venne imposto per legge di versare il metallo
nelle casse del governo federale, in cambio di un in-
dennizzo calcolato sulla base del vecchio prezzo legale
dell’oro, che all’epoca era decisamente inferiore a quel-
lo di mercato. Per rendere efficace tale provvedimen-
to, il possesso privato di oro entro i confini degli Stati
Uniti venne dichiarato illegale, tranne che per l’uso a
fini artistici. Sarebbe difficile immaginare un provvedi-
mento più lesivo dei principi della proprietà privata sui
quali si regge una società di libera impresa. Non vi è
nessuna differenza di principio tra questa nazionaliz-
zazione dell’oro a un prezzo artificialmente basso e la
nazionalizzazione da parte di Fidel Castro di terreni e
fattorie a un prezzo altrettanto artificialmente basso. A
quali ragioni di principio possono appellarsi gli Stati
Uniti per obiettare a quest’ultima, dopo aver commes-
so la prima? E tuttavia è talmente grande la miopia di
taluni sostenitori della libera impresa quando si tocca il
tasto dell’oro che nel 1960 Henry Alexander, capo della
Morgan Guaranty Trust Company (erede di J.P. Morgan
& Company), ha potuto avanzare la proposta di esten-
dere il divieto per i cittadini americani di possedere oro
ai depositi aurei detenuti all’estero! Per giunta, questa

109
Capitalismo e libertà

proposta venne adottata dal Presidente Eisenhower


senza che dal mondo delle banche si levasse la minima
protesta.
Anche ammantato da misura volta a “conservare”
l’oro a fini monetari, il divieto di possesso privato di
oro non venne promulgato per servire un qualsiasi sco-
po monetario, buono o cattivo che fosse. La naziona-
lizzazione dell’oro venne decisa al fine di permettere
al governo di mietere per intero il profitto “sulla carta”
derivante dall’aumento del prezzo del metallo (o, forse,
per impedire che fossero i privati a beneficiarne).
L’abrogazione delle clausole auree tende al medesi-
mo scopo e anch’essa ebbe effetti deleteri sui principi
fondamentali della libera impresa. Innumerevoli con-
tratti stipulati in buona fede e con piena conoscenza dei
loro termini vennero annullati a beneficio di una sola
delle parti!

Pagamenti correnti e fuga dei capitali


Per esaminare più genericamente i rapporti mone-
tari internazionali è necessario distinguere due pro-
blemi piuttosto diversi: la bilancia dei pagamenti e il
pericolo di una corsa all’oro. La differenza può essere
evidenziata in modo abbastanza semplice prendendo
in considerazione un’analogia con una comune banca
commerciale. La banca deve organizzarsi in modo che
le sue entrate, sotto forma di commissioni, interessi sui
prestiti e via dicendo, siano abbastanza consistenti da
metterla in condizione di fare fronte alle proprie spese:
salari, interessi sulle somme prese in prestito, costo del-
le forniture, utili agli azionisti e così via. La banca, cioè,
deve sforzarsi di mantenere in buone condizioni il pro-
prio conto di reddito. Tuttavia, anche così, una banca
può trovarsi in difficoltà qualora i titolari dei depositi
non abbiano più fiducia nella sua solidità ed esigano
improvvisamente in massa di ritirare le somme deposi-
tate. Non poche banche economicamente sane sono sta-
te costrette a chiudere i battenti a causa di siffatte corse
agli sportelli durante le crisi di liquidità descritte nel
capitolo precedente.

110
Regimi commerciali e finanziari in campo internazionale

È evidente che questi due problemi non sono del tut-


to privi di legami: uno dei motivi più importanti che
possono indurre i depositanti a perdere fiducia nella
loro banca è il fatto che essa registri perdite nel proprio
conto economico. Ciò nonostante, i due problemi conti-
nuano a essere fondamentalmente diversi. Per iniziare,
in generale eventuali problemi nel conto economico si
presentano con una certa lentezza, offrendo quindi un
tempo considerevole per essere affrontati e risolti. Capi-
ta di rado che essi giungano come sorprese inaspettate.
Una corsa agli sportelli, viceversa, può nascere dal nulla
in modo improvviso e imprevedibile.
La situazione degli Stati Uniti rappresenta un esatto
parallelo: i residenti nel paese e il governo cercano di ot-
tenere valuta estera con i dollari di cui dispongono allo
scopo di acquistare beni e servizi in altri paesi, per inve-
stire in imprese straniere, per pagare gli interessi sui de-
biti contratti all’estero, per restituire prestiti o per effet-
tuare donazioni ad altri soggetti, pubblici o privati. Per
gli stessi fini, nello stesso momento gli stranieri cercano
di comprare dollari con la propria valuta. A conti fatti,
il numero di dollari spesi per ottenere valute estere sarà
esattamente uguale al numero di dollari acquistati con
tali valute, un po’ come il numero di scarpe vendute è
identico al numero di scarpe acquistate. La matematica
non è un’opinione e quella che per l’uno è una vendita,
per l’altro è un acquisto. Tuttavia non vi è alcuna garan-
zia che, per un dato prezzo della valuta estera espresso
in dollari, il numero di dollari che gli uni sono disposti
a spendere sia identico al numero di dollari che gli al-
tri vogliono acquistare. Per usare l’esempio precedente,
non è possibile prevedere se, dato un prezzo, il numero
di scarpe che la gente è disposta ad acquistare sia esat-
tamente uguale al numero di scarpe messe in vendita.
L’uguaglianza a posteriori è indice dell’esistenza di un
meccanismo che elimina ogni eventuale discrepanza a
priori. Il problema di realizzare il meccanismo più ido-
neo a raggiungere tale fine è il contraltare del proble-
ma di mantenere un conto di reddito sano per la nostra
banca.

111
Capitalismo e libertà

In aggiunta, gli Stati Uniti devono venire alle pre-


se con un problema analogo alla corsa agli sportelli per
una banca. Gli Stati Uniti si impegnano a vendere oro
alle banche centrali e ai governi degli altri paesi al prez-
zo di 35 dollari l’oncia. Le banche centrali, i governi e i
cittadini stranieri detengono negli Stati Uniti considere-
voli fondi sotto forma di depositi o di titoli rapidamente
convertibili in dollari. In qualsiasi momento i possessori
di questi beni possono innescare una “corsa” al Tesoro
degli Stati Uniti cercando di convertire in oro i loro beni
in dollari. Ciò è esattamente quanto è avvenuto nell’au-
tunno del 1960 e che, molto probabilmente, è destina-
to a ripetersi in futuro (forse, chissà, prima ancora che
questo libro venga dato alle stampe).
I due problemi sono connessi sotto due aspetti: in
primo luogo, così come avviene per una banca, gli even-
tuali problemi nel conto di reddito rappresentano una
delle cause principali di perdita di fiducia nella capacità
degli Stati Uniti di onorare la promessa di vendere l’oro
a 35 dollari l’oncia. Il fatto che gli Stati Uniti abbiano
dovuto ottenere prestiti dall’estero al fine di mantenere
in equilibrio il proprio conto di reddito è uno dei princi-
pali motivi che inducono i possessori di dollari a cercare
di convertirli in oro o in altre valute. In secondo luogo,
il prezzo fissato per l’oro rappresenta lo strumento che
abbiamo adottato per ancorare un’altra serie di prezzi
(il prezzo del dollaro espresso in valuta estera) e i flus-
si di oro sono il meccanismo che abbiamo adottato per
risolvere le discrepanze a priori nella bilancia dei paga-
menti.

Meccanismi alternativi per realizzare l’equilibrio


nei pagamenti con l’estero
È possibile fare maggiore luce sulle due relazioni esa-
minando quali meccanismi alternativi siano disponibili
per ottenere l’equilibrio della bilancia dei pagamenti,
che è il primo e, sotto molti aspetti, il più importante
dei due problemi.
Supponiamo che gli Stati Uniti si trovino grosso modo
in equilibrio nella bilancia dei pagamenti con l’estero e

112
Regimi commerciali e finanziari in campo internazionale

che improvvisamente si verifichi un evento che cambia


la situazione, ad esempio diminuendo il numero di dol-
lari che gli stranieri sono disposti ad acquistare rispetto
al numero di dollari che i residenti degli Stati Uniti de-
siderano vendere. Ovvero, se esaminiamo la questione
dall’altra prospettiva, aumentando l’ammontare di va-
luta estera che i possessori di dollari vorrebbero acqui-
stare in confronto alla quantità che i detentori di valuta
estera sono disposti a vendere in cambio di dollari. Vale
a dire, qualcosa minaccia di causare un “deficit” nei pa-
gamenti statunitensi. Ciò potrebbe derivare da un au-
mento dell’efficienza della produzione all’estero, o da
una riduzione della corrispettiva efficienza in patria, da
un aumento delle spese americane per gli aiuti allo svi-
luppo o da una riduzione dei medesimi aiuti da parte di
altri paesi, o da una miriade di altri cambiamenti come
avviene continuamente.
Vi sono quattro, e solo quattro, modi in cui un paese
può venire alle prese con questa eventualità, modi che
possono essere utilizzati in combinazione tra di essi.
1. È possibile diminuire le riserve americane di va-
luta estera, o aumentare le riserve straniere di valuta
degli Stati Uniti. In pratica, questo significa che gli Sta-
ti Uniti possono far diminuire il proprio stock di oro,
giacché quest’ultimo può essere scambiato con valute
estere, oppure possono ottenere prestiti in valuta estera
e metterli a disposizione in cambio di dollari al tasso di
cambio ufficiale. O ancora, i governanti stranieri posso-
no accumulare dollari vendendo ai residenti degli Stati
Uniti valuta estera al tasso di cambio ufficiale. Fare affi-
damento sulle riserve, ovviamente, è nella migliore del-
le ipotesi un espediente temporaneo. In effetti, è proprio
l’ampio ricorso che gli Stati Uniti hanno fatto a questo
metodo che ha causato le grandi preoccupazioni per la
bilancia dei pagamenti.
2. I prezzi interni negli Stati Uniti possono essere
obbligati a diminuire in rapporto ai prezzi all’estero.
Questo è il principale meccanismo di adattamento in
un genuino regime di gold standard. Il disavanzo ini-
ziale produrrà un deflusso di oro (si veda il meccani-

113
Capitalismo e libertà

smo 1 appena illustrato); il deflusso d’oro causerà una


riduzione della massa monetaria; a sua volta questo
innescherà una caduta dei prezzi e dei redditi nel pae-
se. Contemporaneamente, all’estero si verificheranno i
fenomeni opposti: l’afflusso di oro espanderà la massa
monetaria, facendo così aumentare prezzi e redditi. La
riduzione dei prezzi negli Stati Uniti e il corrispettivo
aumento all’estero renderebbe i prodotti americani più
allettanti per gli stranieri e, pertanto, farebbe aumentare
la quantità di dollari che questi ultimi saranno disposti
ad acquistare. Al tempo stesso, la variazione dei prezzi
farà sì che i prodotti stranieri risultino meno convenien-
ti per i residenti negli Stati Uniti, riducendo in tal modo
il numero di dollari che essi vorranno vendere. Entram-
bi gli effetti agirebbero in modo da ridurre il deficit e
ripristinare l’equilibrio senza che vi sia necessità di ul-
teriori flussi di oro.
Nell’ambito del moderno standard gestito, questi ef-
fetti non sono automatici: i flussi d’oro possono ancora
verificarsi come primo passo, ma senza andare a modi-
ficare la massa monetaria né nel paese che vede aumen-
tare il proprio stock aureo, né in quello in cui esso dimi-
nuisce, a meno che le autorità monetarie dei due paesi
decidano che ciò avvenga. Oggigiorno in ogni paese la
banca centrale o il Tesoro hanno il potere di compensa-
re l’influenza dei flussi aurei o di modificare la massa
monetaria in assenza di flussi d’oro. Di conseguenza,
tale meccanismo verrà utilizzato solo se le autorità del
paese che subisce il disavanzo sono disposte a produrre
deflazione, creando così una maggiore disoccupazione,
allo scopo di risolvere i problemi di pagamento o, di
contro, se le autorità che hanno un surplus sono dispo-
ste a creare inflazione.
3. I medesimi effetti possono essere ottenuti tanto
da una variazione dei tassi di cambio quanto da una
variazione dei prezzi interni. Ad esempio, supponiamo
che nell’ambito del meccanismo 2 il prezzo di un de-
terminata automobile negli Stati Uniti si riduca del 10
per cento, passando da 2.800 a 2.520 dollari. Se il prez-
zo della sterlina rimanesse sul valore di 2,80 dollari, ciò

114
Regimi commerciali e finanziari in campo internazionale

significherebbe che il prezzo in Gran Bretagna (trascu-


rando il costo del trasporto e altri costi) si ridurrebbe da
1.000 a 900 sterline. La medesima riduzione di prezzo in
Gran Bretagna potrebbe essere ottenuta senza necessità
di modificare il prezzo negli Stati Uniti se il prezzo di
una sterlina dovesse aumentare da 2,80 a 3,11 dollari. Se
prima ogni inglese doveva spendere 1.000 sterline per
ottenere 2.800 dollari, dopo la rivalutazione gliene ser-
virebbero soltanto 900. Egli non sarebbe minimamente
consapevole della differenza tra la riduzione del costo
ottenuta in questo modo e la corrispettiva riduzione per
mezzo di un calo del prezzo negli Stati Uniti ottenuto
senza una variazione del tasso di cambio.
In pratica esistono svariati modi in cui si può verifi-
care una variazione del tasso di cambio. Con il genere di
tassi di cambio prefissati utilizzati oggigiorno da nume-
rosi paesi, ciò può avvenire in seguito a una svalutazio-
ne o a una rivalutazione, vale a dire una dichiarazione
da parte delle autorità che stanno cambiando il prezzo
al quale si ripropongono di fissare il valore della propria
valuta. È anche possibile evitare di ancorare il tasso di
cambio ad altre valute: tale valore può essere determi-
nato giorno per giorno in un mercato, com’è avvenuto
per il dollaro canadese tra il 1950 e il 1962. Nel caso di
un tasso di cambio di mercato, può trattarsi di un tasso
di mercato autentico, determinato prevalentemente da
transazioni private, come a quanto pare era per il tasso
canadese tra il 1952 e il 1961, oppure può essere mani-
polato dalla speculazione del governo, come ha fatto la
Gran Bretagna nel periodo 1931-39 o il Canada nel 1950-
52 e nel 1961-62.
Di queste svariate tecniche, solo un tasso di cambio
liberamente flottante è interamente automatico e scevro
da controlli da parte delle autorità.
4. Gli aggiustamenti prodotti dai meccanismi 2 e 3
consistono in cambiamenti nei flussi di beni e servizi
indotti da variazioni dei prezzi interni o dei tassi di
cambio. Viceversa, è possibile avvalersi di interventi o
di controlli diretti degli scambi da parte delle autorità
al fine di ridurre le spese potenziali degli Stati Uniti

115
Capitalismo e libertà

ed espandere le entrate del paese. È quindi possibile


aumentare le tariffe doganali al fine di restringere le
importazioni, concedere sussidi al fine di stimolare le
esportazioni, imporre quote alle importazioni dei beni
più svariati, stabilire controlli sugli investimenti di ca-
pitale all’estero da parte di cittadini o aziende statuni-
tensi e così via, fino ad abbracciare l’intera panoplia dei
controlli valutari. In questa categoria vanno inclusi non
solo i controlli sulle attività private, ma anche eventua-
li modifiche a programmi pubblici a fini di riequilibrio
della bilancia dei pagamenti. Ai beneficiari degli aiuti
allo sviluppo potrebbe essere imposto di spendere tali
somme negli Stati Uniti, oppure le forze armate potreb-
bero acquistare i propri equipaggiamenti negli Stati
Uniti anche in presenza di alternative più economiche
all’estero allo scopo di risparmiare “dollari” (per avva-
lersi della contraddittoria terminologia usata in questi
casi) e così via, ricorrendo agli espedienti più disparati.
L’aspetto importante da notare è la necessità di do-
versi avvalere di uno di questi metodi. Alla fine ogni
partita doppia deve risultare in pareggio: i pagamen-
ti devono essere pari alle entrate. L’unica questione è
come ottenere tale risultato.
La politica nazionale ufficialmente dichiarata dagli
Stati Uniti è stata e continua a essere quella di non adot-
tare nessuna di queste misure. In un discorso tenuto nel
dicembre 1961 alla National Association of Manufactu-
rers, il Presidente Kennedy dichiarò: «Questa Ammi-
nistrazione, dunque, finché resterà in carica – e voglio
ribadire questo concetto nel modo più chiaro – non ha
alcuna intenzione di imporre controlli valutari, di sva-
lutare il dollaro, di aumentare le barriere agli scambi o
di soffocare la nostra ripresa economica». Logica vuole
che questa dichiarazione lasci aperte solo due possibi-
lità: indurre gli altri paesi ad adottare i provvedimenti
del caso, obiettivo a dir poco incerto, oppure attingere
alle riserve del paese, ossia seguire quella via che, come
avevano ripetutamente affermato lo stesso Presidente
e numerosi esponenti del governo, non potevamo as-
solutamente continuare a percorrere. Ciò nonostante il

116
Regimi commerciali e finanziari in campo internazionale

settimanale Time riportò che la promessa del Presidente


venne accolta da uno scroscio di applausi dall’assem-
blea di imprenditori. Per quanto concerne la nostra po-
litica, ci troviamo nella posizione di un uomo che vive
al di sopra dei propri mezzi e che continua ad afferma-
re che non gli è assolutamente possibile guadagnare di
più, né spendere di meno, né ottenere un prestito, né
infine finanziare le spese liquidando i propri beni!
Giacché non abbiamo voluto adottare una politica
coerente, tanto gli Stati Uniti quanto i nostri partner
commerciali (che fanno le nostre medesime dichiara-
zioni nel migliore stile dello struzzo) hanno per forza
dovuto fare ricorso a tutti e quattro i meccanismi. Nei
primi anni del dopoguerra le riserve degli Stati Uniti
sono aumentate. Recentemente sono diminuite. Abbia-
mo accettato l’inflazione più di buon grado di quanto
non accadde quando le nostre riserve stavano crescendo
e dopo il 1958, in virtù dell’emorragia di oro, abbiamo
avuto una deflazione maggiore di quanto non avremmo
avuto altrimenti. Sebbene non abbiamo mutato il prez-
zo ufficiale dell’oro, questa misura è stata adottata dai
nostri partner commerciali, modificando così la ragione
di cambio tra le loro valute e il dollaro, non senza che
siano state assenti pressioni da parte degli Stati Uniti.
Infine, i nostri partner hanno fatto ampio ricorso a inter-
venti diretti e, giacché eravamo noi a dover venire alle
prese con un deficit, anche noi ci siamo avvalsi di una
vasta gamma di interventi diretti nei pagamenti, dalla
riduzione della quantità di beni stranieri che i turisti
americani possono portare in patria senza dover paga-
re dazi doganali (un passo pressoché trascurabile, ma
estremamente indicativo) al requisito che i nostri aiuti
allo sviluppo debbano essere spesi negli Stati Uniti, dal
proibire alle famiglie dei militari di raggiungere i loro
cari stazionati all’estero a quote d’importazione del pe-
trolio più stringenti. Siamo addirittura arrivati al degra-
dante passo di chiedere ai governi stranieri di adottare
misure particolari al fine di rafforzare la bilancia dei pa-
gamenti degli Stati Uniti.
Dei quattro meccanismi, da quasi ogni punto di vista

117
Capitalismo e libertà

il ricorso a controlli diretti sull’economia è chiaramen-


te il peggiore ed è certamente quello che ha gli effetti
più nocivi per una società libera. E tuttavia, invece di
adottare una sola politica chiara, siamo stati indotti in
misura crescente a fare ricorso, in una forma o in un’al-
tra, proprio a tali controlli. Pubblicamente predichia-
mo le virtù del libero scambio, ma siamo stati forzati
dall’inesorabile pressione della bilancia dei pagamenti
a muoverci in direzione opposta e vi è un rischio non
trascurabile di andare ben oltre. Possiamo promulgare
ogni immaginabile legge per ridurre le tariffe doganali
e l’Amministrazione può negoziare con gli altri paesi al
fine di conseguire un’infinità di riduzioni di tali tariffe,
ma finché non adotteremo un meccanismo alternativo
per risolvere il disavanzo della bilancia dei pagamen-
ti finiremo col rimpiazzare un gruppo di ostacoli agli
scambi con un altro, probabilmente andando di male
in peggio. Per quanto le tariffe siano un male, le quote
sulle importazioni e altri interventi diretti sono anche
peggio. Una tariffa, come un prezzo sul mercato, è im-
personale e non comporta l’interferenza diretta delle
autorità negli affari. L’imposizione di una quota com-
porta verosimilmente una ripartizione e altri interventi
amministrativi, oltre a offrire ai burocrati preziosi frutti
da offrire a interessi privati. Peggio ancora di tariffe e
quote sono probabilmente tutti i tipi di accordi extra-
legali, come l’accordo “volontario” da parte del Giap-
pone di ridurre le esportazioni di prodotti tessili.

Tassi di cambio fluttuanti come soluzione di libero


mercato
Vi sono solo due meccanismi compatibili con un li-
bero mercato e con la libertà degli scambi. Uno di essi è
un gold standard internazionale pienamente automatico
che, come abbiamo visto nel capitolo precedente, non è
realizzabile, né auspicabile. In ogni caso, non potremmo
adottarlo unilateralmente. L’altro è un sistema di tassi
di cambio flessibili determinati dal mercato in transa-
zioni private senza interferenza da parte dei governi. Si
tratta in effetti della giusta controparte di libero mercato

118
Regimi commerciali e finanziari in campo internazionale

alla regola monetaria propugnata nel precedente capi-


tolo. Se non adotteremo questo sistema, inevitabilmen-
te non riusciremo ad ampliare l’area soggetta al libero
scambio e prima o poi saremo indotti a imporre estesi
controlli diretti sul commercio. In questo campo, come
in altri, le condizioni possono cambiare inaspettatamen-
te, come in effetti avviene regolarmente. Può darsi che
riusciremo bene o male a superare le difficoltà che stia-
mo fronteggiando nel momento (aprile 1962) in cui sto
scrivendo queste righe e niente vieta che potremo tro-
varci in una posizione di surplus, anziché in disavanzo,
accumulando le riserve che fino a poco prima stavamo
esaurendo. Se le cose andranno in questo modo, signi-
ficherà solo che vi saranno altri paesi nella necessità di
imporre controlli. Nel 1950 ho scritto un articolo in cui
proponevo un sistema di cambi flessibili. Ciò avveniva
nel contesto dei problemi nella bilancia dei pagamenti
europea che stavano accompagnando la presunta “scar-
sità di dollari” dell’epoca. Un simile capovolgimento
di fronte è sempre possibile, anzi, è proprio l’intrinseca
difficoltà di prevedere quando e come si verificheranno
mutamenti del genere a rappresentare la tesi più forte a
favore del libero mercato. Il nostro problema non consi-
ste in come “risolvere” un problema di bilancia dei pa-
gamenti, bensì come risolvere il problema della bilancia
dei pagamenti adottando un meccanismo che permet-
ta alle forze del libero mercato di fornire una risposta
pronta, efficace e automatica al cambiamento delle con-
dizioni che influiscono sul commercio internazionale.
Sebbene un sistema di cambi liberamente flessibili
sia evidentemente il meccanismo di libero mercato più
giusto, tale sistema viene auspicato solo da un ridotto
numero di liberali (prevalentemente economisti) e vie-
ne rifiutato da molti liberali che solitamente si oppon-
gono agli interventi statali e alla determinazione dei
prezzi da parte delle autorità in pressoché ogni altro
campo. Come mai? Una ragione è semplicemente la ti-
rannia dello status quo. Un secondo motivo è la confu-
sione esistente tra un gold standard puro e uno standard
aureo artefatto. In un regime di gold standard autentico i

119
Capitalismo e libertà

prezzi delle varie valute nazionali, espressi nei termini


delle altre valute, sarebbero quasi rigidi, giacché le varie
divise non sarebbero che etichette diverse per determi-
nate quantità d’oro. È facile cadere in errore e credere
che possiamo ottenere la sostanza di un gold standard
reale con il semplice espediente di adottare la forma di
una dipendenza meramente nominale dall’oro, ossia
istituendo un gold standard fittizio in cui i prezzi relati-
vi delle diverse valute nazionali sono rigidi solo perché
sono prezzi ancorati in mercati manipolati. Una terza
ragione è l’inevitabile tendenza a dichiararsi a favore di
un libero mercato per tutti, ma di ritenere di meritare
per sé stessi un trattamento particolare. Questo fenome-
no colpisce in particolare i banchieri per quanto riguar-
da i tassi di cambio: ai banchieri piace avere un prezzo
garantito. Per giunta, essi non hanno grande familiarità
con i meccanismi di mercato che si svilupperebbero per
fare fronte alle fluttuazioni dei tassi di cambio. Le im-
prese specializzate nella speculazione e nell’arbitraggio
in un libero mercato dei cambi non esistono. Questo è
solo uno dei modi in cui la tirannia dello status quo ten-
de a imporsi. In Canada, ad esempio, svariati banchieri,
dopo che un decennio di tassi di cambio liberi aveva
creato un diverso status quo, furono tra i primi a propu-
gnare il suo mantenimento e a opporsi all’adozione di
un cambio ancorato o alla manipolazione del tasso di
cambio da parte delle autorità.
Ancora più importante di queste ragioni, credo, è
l’erronea interpretazione delle passate esperienze stori-
che di cambi flessibili, derivante da un errore concettua-
le statistico che può essere facilmente illustrato con un
classico esempio. Per un tubercolotico l’Arizona è chia-
ramente il peggior luogo degli Stati Uniti dove recarsi,
giacché il tasso di mortalità per tubercolosi dello stato
è il più elevato della nazione. In questo caso, l’errore
è evidente. Meno evidente appare in relazione ai tassi
di cambio. Quando un paese si trova in gravi difficoltà
finanziarie a causa della cattiva gestione della propria
politica monetaria o per qualsiasi altro motivo, in defi-
nitiva deve fare ricorso a un tasso di cambio flessibile.

120
Regimi commerciali e finanziari in campo internazionale

Non vi è controllo valutario o restrizione diretta agli


scambi che possa permettergli di rimanere ancorato a
un tasso di cambio incompatibile con la realtà economi-
ca. Di conseguenza, è indubbiamente vero che un tasso
di cambio flessibile è sovente associato a condizioni di
instabilità finanziaria ed economica, come ad esempio
gli episodi di iperinflazione o di forte inflazione che
hanno contraddistinto numerosi paesi sudamericani.
Da questa constatazione è facile concludere – come mol-
ti hanno fatto – che un tasso di cambio flessibile produ-
ce instabilità.
Dirsi favorevoli a un tasso di cambio flessibile non
significa auspicare un tasso di cambio instabile. Quando
sosteniamo un sistema di prezzi liberi, ciò non equivale
a sostenere che auspichiamo un sistema in cui i prezzi
oscillano furiosamente. Quel che vogliamo è un siste-
ma in cui i prezzi sono liberi di variare, ma nel quale le
forze che li determinano sono sufficientemente stabili
da far sì che, di fatto, i prezzi oscillino entro limiti relati-
vamente ristretti. Ciò vale anche per un sistema di tassi
di cambio flessibili: l’obiettivo ultimo è un mondo in cui
i tassi di cambio, pur essendo liberi di variare, sono di
fatto alquanto stabili giacché le condizioni e le politiche
economiche di base sono stabili. L’instabilità dei tassi di
cambio è un sintomo dell’instabilità della struttura eco-
nomica sottostante. Eliminare tale sintomo imponendo
un congelamento dei tassi di cambio non cura nessuno
dei problemi di fondo e fa solo sì che venire alle prese
con essi sia più doloroso.

I provvedimenti politici necessari per un libero mer-


cato dell’oro e delle valute estere
Per illustrare concretamente quali sarebbero le con-
seguenze di questa nostra indagine è il caso di descrive-
re dettagliatamente i provvedimenti che, a mio parere,
dovrebbero essere decisi dagli Stati Uniti al fine di favo-
rire un mercato dell’oro e delle valute estere realmente
libero.

1.5 Gli Stati Uniti dovrebbero rinunciare pubblicamente

121
Capitalismo e libertà

all’impegno di acquistare o vendere oro a un prezzo


fisso.
2.5 Le leggi attualmente in vigore che vietano agli indi-
vidui di possedere, acquistare o vendere oro dovreb-
bero essere abrogate, in modo che non vi sia alcuna
restrizione al prezzo al quale l’oro può essere scam-
biato in ragione di qualsiasi altro bene o strumento
finanziario, ivi incluse le valute nazionali.
3.5 La legge che stabilisce che la Federal Reserve deve
possedere certificati-oro di valore pari al 25 per cen-
to delle sue passività dovrebbe essere abrogata.
4.5 Un grosso ostacolo nel tentativo di eliminare intera-
mente il programma di sostegno del prezzo dell’oro
(analogamente a quanto vale per i programmi di so-
stegno del prezzo del grano) consiste nel decidere
cosa fare, durante la transizione al nuovo sistema,
degli stock accumulati dal governo. In entrambi i
casi la mia opinione è che le autorità dovrebbero im-
mediatamente ripristinare un libero mercato adot-
tando le misure 1 e 2, per poi disfarsi dei loro stock.
Tuttavia sarebbe probabilmente preferibile che il go-
verno si disfacesse gradualmente delle riserve accu-
mulate. Per il grano, cinque anni mi sono sembrati
un periodo più che sufficiente: di conseguenza ho
sostenuto che le autorità dovrebbero impegnarsi a
liberarsi di un quinto del proprio stock di grano per
ciascun anno. Un periodo analogo sembrerebbe per-
fettamente adeguato anche al caso dell’oro, pertanto
ho sostenuto che il governo debba mettere all’asta
sul libero mercato l’oro di cui dispone in un periodo
di cinque anni. In un libero mercato, gli individui
potrebbero ritenere che un certificato di deposito
d’oro sia più utile dell’oro in quanto tale. Ma in tal
caso vi sarebbero certamente imprese private dispo-
nibili a fornire il servizio di immagazzinare l’oro ed
emettere certificati. Perché mai il servizio di imma-
gazzinare oro ed emettere certificati dovrebbe essere
nazionalizzato?
5.5 Gli Stati Uniti dovrebbero inoltre annunciare che non
dichiareranno alcun tasso di cambio ufficiale tra il

122
Regimi commerciali e finanziari in campo internazionale

dollaro e le altre valute e, in aggiunta, che non si de-


dicheranno ad attività speculative o di altro genere
miranti a influenzare i tassi di cambio, che sarebbero
interamente determinati dal mercato.
6.5 Questi provvedimenti contrasterebbero con gli ob-
blighi formali presi preso il Fondo Monetario Inter-
nazionale, che impongono agli Stati Uniti di spe-
cificare una parità ufficiale per il dollaro. Il Fondo,
tuttavia, è riuscito a conciliare con il proprio statuto
l’impossibilità da parte del governo canadese di sta-
bilire una parità ufficiale per la propria valuta e ad
approvare un tasso di cambio flessibile per il dollaro
canadese. Non vi è ragione perché ciò non possa va-
lere anche per gli Stati Uniti.
7.5 Altri Stati potrebbero decidere di ancorare la propria
valuta al dollaro. Questo è affar loro e non vi è ra-
gione di obiettare, a patto che il nostro paese non
assuma l’impegno di acquistare o vendere tali valu-
te a un prezzo fisso. Questi ipotetici Stati potrebbero
mantenere l’ancoraggio al dollaro solo adottando
una o più delle misure precedentemente descritte:
attingere alle proprie riserve o accumularne di ulte-
riori, coordinare le loro politiche interne con quelle
degli Stati Uniti, restringendo o allentando i control-
li diretti sugli scambi.

Eliminare le restrizioni americane sugli scambi


Un sistema analogo a quello tratteggiato nel para-
grafo precedente risolverebbe una volta per tutte il pro-
blema della bilancia dei pagamenti. In tal modo non si
potrebbe creare alcun disavanzo e, quindi, i rappresen-
tanti del governo non dovrebbero implorare i governi e
le banche centrali degli altri paesi per ottenere assisten-
za, il Presidente degli Stati Uniti non dovrebbe annaspa-
re come un banchiere di provincia con l’acqua alla gola
nel tentativo di ripristinare la fiducia dei risparmiatori
nella sua banca, un’Amministrazione che propugna il
libero scambio non dovrebbe imporre vincoli alle im-
portazioni, né sarebbe costretta a sacrificare importanti
interessi nazionali e personali a una questione di scarsa

123
Capitalismo e libertà

rilevanza quale il nome della valuta utilizzata per ef-


fettuare i pagamenti. Questi ultimi sarebbero sempre in
pareggio, perché un prezzo (il tasso di cambio estero)
sarebbe libero di produrre un equilibrio. Nessuno po-
trebbe vendere dollari, a meno di non trovare una con-
troparte disposta ad acquistarli e viceversa.
Un sistema di tassi di cambio flessibili, pertanto, ci
metterebbe in condizione di procedere direttamente
verso una completa libertà degli scambi di beni e servi-
zi, con la possibile eccezione di quegli interventi delibe-
rati che potrebbero rendersi necessari per motivi stret-
tamente politici o militari, come ad esempio il divieto di
vendita di materiali strategici ai paesi comunisti. Finché
saremo prigionieri della camicia di forza dei cambi fissi
non potremo passare definitivamente a un sistema di
libero scambio e dovremo conservare la possibilità di
imporre tariffe o controlli diretti come valvola di sicu-
rezza in caso di necessità.
Un sistema di cambi flessibili presenta inoltre il van-
taggio di palesare nel modo più evidente l’erroneità
della tesi più diffusa contro il libero scambio, ovvero
che l’esistenza di salari “bassi” in altri paesi rende ne-
cessaria l’applicazione di tariffe sulle importazioni al
fine di proteggere i salari “alti” che abbiamo in patria.
Possiamo dire se il salario di 100 yen all’ora di un ope-
raio giapponese è alto o basso rispetto a una paga oraria
di 4 dollari per un operaio americano? Tutto dipende
dal tasso di cambio. Cosa determina questo valore?
L’esigenza di portare in pareggio i pagamenti, ossia di
far sì che l’ammontare di quanto possiamo vendere ai
giapponesi sia grosso modo pari all’ammontare di quel-
lo che essi possono vendere a noi.
Supponiamo, per semplicità, che Stati Uniti e Giap-
pone siano gli unici due paesi interessati allo scambio e
che per un determinato tasso di cambio, diciamo 1.000
yen per dollaro, i giapponesi possano produrre ogni
possibile bene passibile di essere scambiato a livello
internazionale più economicamente degli Stati Uniti. A
quel tasso di cambio i giapponesi potrebbero venderci
molti beni e noi nessuno. Supponiamo quindi di pagare

124
Regimi commerciali e finanziari in campo internazionale

tali beni con dollari cartacei: cosa ne farebbero gli espor-


tatori giapponesi? Non possono mangiarli, usarli come
vestiti, né come abitazioni. Se si accontentassero di te-
nerli nei propri forzieri, allora la stampa (vale a dire, la
stampa di dollari) sarebbe una splendida fonte d’espor-
tazione e i suoi prodotti ci permetterebbero di disporre
di tutte le cose belle della vita offerte a titolo quasi gra-
tuito dai giapponesi.
In realtà, ovviamente, gli esportatori giapponesi non
sarebbero affatto disposti a starsene seduti sui propri
dollari e cercherebbero di venderli in cambio di yen.
Sulla base del nostro assunto iniziale, non vi è niente
che possono acquistare con un dollaro che non potreb-
bero acquistare più a buon mercato con meno dei 1.000
yen del tasso di cambio che abbiamo presupposto. Ciò
vale parimenti per altri giapponesi. Perché mai uno di
essi vorrebbe cedere 1.000 yen in cambio di un dollaro
con il quale potrebbe acquistare un numero di beni in-
feriore? A questo punto, se il nostro esportatore giappo-
nese vuole cambiare i propri dollari in yen, dovrà accet-
tare un minor numero di yen, cioè il prezzo del dollaro
in termini di yen dovrà essere inferiore a 1.000, oppure
il prezzo dello yen espresso in dollaro dovrà essere su-
periore a un millesimo. Tuttavia, a un’ipotetica ragione
di cambio di 500 yen per dollaro, i prodotti giappone-
si costeranno il doppio di quelli americani rispetto alla
situazione precedente e, di converso, quelli americani
costeranno la metà. A quel punto i giapponesi non sa-
ranno più in grado di battere sul prezzo tutti i prodotti
americani.
A quale livello si stabilizzerà il prezzo dello yen
espresso in dollari? Al livello necessario a garantire che
tutti gli esportatori che desiderano farlo possano vende-
re i dollari che ottengono in cambio delle proprie espor-
tazioni agli importatori che se ne avvarranno per acqui-
stare beni in America. Approssimativamente, al livello
necessario a garantire che il valore delle esportazioni
americane (in dollari) sia pari al valore delle importa-
zioni (sempre in dollari). Dico approssimativamente
perché un’analisi più accurata dovrebbe tener conto di

125
Capitalismo e libertà

transazioni in conto capitale, doni e via dicendo. Questi


fattori, tuttavia, non modificano il principio fondamen-
tale.
Il lettore avrà notato che il nostro esempio non pren-
de in considerazione il livello di vita del lavoratore
giapponese o di quello americano. Si tratta infatti di
fattori irrilevanti: se il lavoratore ha un livello di vita
inferiore a quello americano è perché, in media, la pro-
duttività del primo è inferiore a quella del secondo, in
virtù del livello di formazione, dell’ammontare di ca-
pitale e di terra e così via con i quali deve operare. Se il
lavoratore americano è in media, diciamo, quattro volte
più produttivo del suo equivalente giapponese, sarebbe
uno spreco dedicarsi alla produzione di beni per i quali
la sua produttività non è almeno il quadruplo di quel-
la giapponese. È meglio produrre quei beni per i quali
è più produttivo e scambiarli con quei beni per i quali
egli è meno produttivo. Le tariffe non aiutano il lavora-
tore giapponese ad aumentare il proprio livello di vita
o a tutelare l’elevato standard del lavoratore americano,
anzi, in realtà le barriere doganali contribuiscono a ri-
durre il livello di vita giapponese e a impedire che quel-
lo americano raggiunga il suo pieno potenziale.
Ammesso che dobbiamo muoverci in direzione di
un regime di libero scambio, in che modo dovremmo
farlo? Il metodo che abbiamo cercato di utilizzare consi-
ste nella negoziazione di riduzioni reciproche di tariffe
doganali con altri paesi. A me sembra un modo di pro-
cedere sbagliato: in primo luogo, garantisce che i pro-
gressi saranno lenti. Chi viaggia da solo va più veloce.
In secondo luogo, alimenta una concezione erronea del
problema di fondo: fa sembrare, cioè, che le tariffe aiu-
tino il paese che le impone e che danneggino gli altri e
che, se riduciamo una tariffa, facciamo a meno di una
cosa buona e dovremmo ottenere qualcosa in cambio,
sotto forma di riduzione delle tariffe imposte dagli altri
paesi. La realtà è molto diversa: le nostre tariffe dan-
neggiano tanto noi quanto gli altri paesi e ricaverem-
mo un beneficio dalla loro abolizione anche se gli altri

126
Regimi commerciali e finanziari in campo internazionale

paesi mantenessero le proprie.2 Ovviamente il beneficio


sarebbe ancora maggiore se gli altri paesi riducessero le
proprie barriere doganali, ma il nostro vantaggio non
esige una riduzione bilaterale delle tariffe altrui. Gli in-
teressi egoistici coincidono e non sono in conflitto.
Sono convinto che per noi sarebbe molto meglio
adottare unilateralmente un regime di libero scambio,
come avvenne in Gran Bretagna nel diciannovesimo
secolo con l’abrogazione delle corn laws. Come per gli
inglesi, ne ricaveremmo un enorme aumento di pote-
re politico ed economico. Siamo una grande nazione e
non è dignitoso che pretendiamo vantaggi reciproci dal
Lussemburgo come condizione per ridurre una tariffa
imposta sui prodotti lussemburghesi o che gettiamo
dall’oggi al domani sul lastrico migliaia di profughi
cinesi imponendo quote sulle importazioni di prodotti
tessili da Hong Kong. Cerchiamo di vivere all’altezza
del nostro destino e di metterci alla testa di questo cam-
mino, piuttosto che seguire con riluttanza l’esempio al-
trui.
Per semplicità ho illustrato la questione in termini
di tariffe ma, come abbiamo già osservato, oggigiorno
le barriere non tariffarie possono rappresentare osta-
coli ben più gravi agli scambi e dovremmo eliminare
entrambe le cose. Un programma rapido, seppur gra-
duale, a tale fine potrebbe consistere nel decidere per
via legislativa che tutte le quote d’importazione e le
altre limitazioni quantitative – a prescindere che siano
state imposte dal nostro governo o accettate “volonta-
riamente” da altri paesi – debbano essere aumentate del
20 per cento all’anno, fino a raggiungere un livello tale
da risultare irrilevanti e poter essere abbandonate. Pa-
rallelamente tutte le tariffe dovrebbero essere ridotte di
un decimo del livello attuale in ciascuno dei prossimi
dieci anni.

2. È possibile immaginare eccezioni a questa affermazione ma, per quanto posso


vedere, si tratta di curiosità intellettuali e non di possibilità concrete in alcun modo
rilevanti.

127
Capitalismo e libertà

Tra le misure che possiamo adottare, ben poche sa-


rebbero altrettanto efficaci al fine di favorire la causa
della libertà, in patria e all’estero. Anziché concedere
sovvenzioni ai governi stranieri sotto forma di aiuti allo
sviluppo – favorendo così il socialismo – imponendo al
tempo stesso limitazioni ai beni che questi paesi riesco-
no a produrre – ostacolando così la libertà d’intrapresa
– dovremmo assumere una posizione coerente e di prin-
cipio. Potremmo cioè dire al resto del mondo: credia-
mo nella libertà e intendiamo praticarla. Nessuno può
obbligarvi a essere liberi, questo è affar vostro, ma noi
possiamo offrirvi completa cooperazione a pari condi-
zioni per tutti. I nostro mercati sono aperti ai vostri pro-
dotti: vendeteci quello che potete e quello che volete.
Usate i proventi per acquistare tutto quello che volete. È
così che la cooperazione tra individui può abbracciare il
mondo intero ed essere del tutto libera.

128
Capitolo 5

La politica fiscale

Fin dall’epoca del New Deal una delle principali giu-


stificazioni per l’ampliamento dell’attività del governo
federale è stata la necessità – vera o presunta – di av-
valersi della spesa pubblica al fine di eliminare la di-
soccupazione. Il ricorso a questo pretesto ha attraver-
sato una serie di fasi di sviluppo. Inizialmente, la spesa
pubblica avrebbe dovuto innescare il meccanismo: un
ricorso temporaneo alla spesa avrebbe rimesso in moto
l’economia, dopo di che le autorità federali avrebbero
potuto uscire di scena.
Quando gli interventi del governo non riuscirono a
eliminare la disoccupazione e, anzi, a essi seguì la for-
te recessione del 1937-38, venne sviluppata la teoria del
“ristagno secolare”, che avrebbe dovuto giustificare
permanentemente un elevato livello di spesa pubbli-
ca. L’economia era ormai matura, si sosteneva, le op-
portunità d’investimento erano state quasi interamente
sfruttate e non era verosimile che se ne presentassero
altre. Ciò nonostante le persone continuavano a esi-
bire una marcata propensione al risparmio. Pertanto
era essenziale che il governo spendesse e mantenesse
un perpetuo disavanzo. I titoli emessi per finanziare il
deficit avrebbero offerto a ciascun individuo un modo
di accumulare risparmi, mentre la spesa pubblica offri-
va opportunità d’impiego. Questa concezione è stata
completamente screditata sia dall’analisi teorica, sia – e
soprattutto – dall’esperienza concreta, che ha visto tra

129
Capitalismo e libertà

l’altro la comparsa di possibilità d’investimento privato


del tutto nuove e inimmaginabili per i seguaci della teo-
ria del “ristagno secolare”. Ciò nonostante, ha lasciato il
segno: sebbene nessuno ormai accetti l’idea in sé, i pro-
grammi federali istituiti sotto la sua influenza esistono
ancora oggi e causano un continuo aumento della spesa
pubblica.
Più di recente l’accento è stato posto sull’idea che la
spesa pubblica non debba servire a riavviare l’econo-
mia, né a tenere lontano lo spettro del ristagno secola-
re, bensì come volano stabilizzatore. Quando la spesa
privata si riduce per un qualsiasi motivo, si sostiene, la
spesa pubblica dovrebbe aumentare al fine di mantene-
re la stabilità del livello complessivo di spesa. Vicever-
sa, quando la spesa privata aumenta, quella pubblica
dovrebbe diminuire. Disgraziatamente il volano equi-
libratore non è poi così equilibrato. Ogni recessione,
per quanto leggera, fa correre un brivido sulla schiena
di amministratori e legislatori politicamente sensibili,
sempre pronti a vedere in ogni nube la minaccia del ri-
petersi della catastrofe del 1929-33. Immancabilmente,
costoro si affrettano a istituire un qualsiasi programma
federale di spesa. Molti di questi programmi, in realtà,
non hanno effetti concreti prima che la recessione sia
passata e pertanto, nella misura in cui influiscono sulla
spesa complessiva (argomento sul quale mi dilunghe-
rò più avanti), tendono a rafforzare la ripresa, piutto-
sto che a mitigare la recessione che la precede. La fretta
con cui tali programmi vengono approvati non è egua-
gliata da altrettanta prontezza nell’eliminarli (o even-
tualmente nell’eliminare altri programmi federali) una
volta che la recessione è passata e la ripresa è in corso.
Al contrario, di solito si proclama che una “salutare”
espansione non deve essere “messa a repentaglio” da
tagli alla spesa pubblica. Il danno più grave causato dal-
la teoria del volano equilibratore, pertanto, non è tanto
dovuto al fatto che non riesce a contrastare le recessioni,
né all’introduzione di una tendenza inflazionistica nelle
politiche federali, bensì alla conseguenza di alimentare
continuamente l’ampliamento del ventaglio di attività

130
La politica fiscale

pubbliche e di impedire una riduzione degli oneri fisca-


li federali.
Se consideriamo quanto sia esaltata l’idea di avva-
lersi del bilancio federale a mo’ di volano, è ironico che
la componente più instabile del reddito nazionale nel
dopoguerra sia stata proprio la spesa pubblica federale
e che tale instabilità non sia stata assolutamente dovuta
all’esigenza di compensare le variazioni delle altre com-
ponenti di spesa. Ben lungi dal fungere da volano equi-
libratore destinato a compensare le forze che provocano
fluttuazioni, il bilancio federale è stato se mai una signi-
ficativa causa di incertezza e di instabilità.
Giacché le sue spese rappresentano oggi una frazio-
ne considerevole dell’economia nel suo complesso, il
governo federale non può non avere rilevanti ripercus-
sioni sull’economia stessa. La prima necessità, quindi,
è che il governo faccia ordine a casa propria, ossia che
adotti procedure che conducano a un ragionevole grado
di stabilità nel proprio flusso di spesa. Se le autorità riu-
scissero in tale intento, contribuirebbero enormemente
a ridurre gli aggiustamenti ai quali costringono il resto
dell’economia. Fino a che ciò non avverrà, ogni espo-
nente politico e ogni funzionario che impieghi i toni di
sdegnata rettitudine di un maestro che cerca di mante-
nere l’ordine tra i suoi scolari non potrà che esporsi al
ridicolo. Il fatto che essi tendano a comportarsi in que-
sto modo non dovrebbe sorprendere nessuno: la pro-
pensione a scaricare il barile e a incolpare gli altri delle
proprie mancanze non è certo prerogativa esclusiva de-
gli uomini di governo.
Quand’anche volessimo accettare l’idea che il bilan-
cio federale debba e possa essere usato come volano
equilibratore (concetto che esaminerò più dettaglia-
tamente più avanti), non è assolutamente necessario
intervenire sul versante delle spese, in quanto è per-
fettamente possibile avvalersi della politica fiscale al
medesimo scopo. Una riduzione del reddito nazionale
produrrà automaticamente una riduzione più che pro-
porzionale del gettito delle imposte federali, spostando,
in tal modo, il bilancio federale in direzione di un disa-

131
Capitalismo e libertà

vanzo. Durante una fase di espansione, ovviamente, si


verifica il fenomeno opposto. Se si desidera intervenire,
è possibile ridurre il livello delle imposte durante una
recessione e accrescerlo durante la ripresa. È evidente
che anche in questo caso la politica possa imporre un
certo grado di asimmetria, facendo sì che la riduzione
delle imposte sia politicamente più allettante del loro
aumento.
Se la teoria del volano equilibratore è stata applicata
in pratica al versante delle spese, il motivo è che vi sono
altre forze che spingono a un aumento della spesa pub-
blica: in particolare, la grande diffusione tra gli intellet-
tuali della convinzione che il governo debba svolgere
un ruolo più vasto nella vita economica e privata. In al-
tre parole, si tratta del trionfo della filosofia del welfare
state. Questa filosofia ha trovato un utile alleato nella
teoria del volano equilibratore, che ha fatto sì che gli in-
terventi pubblici procedessero a una velocità superiore
a quanto sarebbe stato altrimenti possibile.
La situazione sarebbe ben diversa se la teoria del
volano fosse stata applicata sul versante delle imposte
anziché su quello delle spese. Supponiamo che in occa-
sione di ciascuna recessione fosse stato attuato un taglio
delle imposte e che l’avversione politica ad aumentarle
nuovamente durante la successiva fase di espansione
avesse prodotto una resistenza a nuovi programmi di
spesa pubblica e alla riduzione di quelli già esistenti.
Oggi ci troveremmo in una situazione in cui la spesa
pubblica federale assorbirebbe una percentuale del red-
dito nazionale assai inferiore all’attuale e in cui il reddi-
to stesso sarebbe superiore grazie ai minori effetti noci-
vi delle imposte.
È bene ribadire che con questa ipotesi non voglio
indurre il lettore a credere che io sia minimamente fa-
vorevole alla teoria del volano equilibratore. In prati-
ca, quand’anche i suoi effetti andassero nella direzione
prevista dalla teoria, essi giungerebbero in ritardo sulla
realtà. Per far sì che gli effetti pratici previsti dalla teoria
possano contrastare efficacemente le forze che produ-
cono le fluttuazioni del corso dell’economia, dovrem-

132
La politica fiscale

mo essere in grado di prevedere con grande anticipo


tali fluttuazioni. Per quanto concerne la politica fiscale,
così come quella monetaria, anche facendo astrazione
da qualsiasi considerazione politica, il semplice fatto
è che le nostre conoscenze non bastano a permetterci
di ricorrere a interventi sulla tassazione o sulla spesa
come meccanismo stabilizzante. Così facendo, quasi
certamente non faremmo che peggiorare le cose. Quan-
do siamo coerenti nei nostri comportamenti sbagliati in
realtà non peggioriamo davvero la situazione: in questo
caso la cura sarebbe semplicemente fare il contrario di
quello che inizialmente sembrava la decisione giusta. In
realtà, peggioriamo le cose introducendo una perturba-
zione fortemente casuale che va semplicemente ad ag-
giungersi alle altre perturbazioni della vita economica.
Questo è quanto abbiamo fatto in passato, in aggiun-
ta – ovviamente – agli altri grossolani errori che hanno
avuto ripercussioni davvero gravi. Quello che ho scritto
in altra sede in merito alla politica monetaria è parimen-
ti applicabile alla politica fiscale: «Ciò di cui abbiamo
bisogno non è tanto un abile timoniere monetario del
vascello dell’economia, in grado di virare continuamen-
te per adattarsi alle inattese irregolarità che incontriamo
sulla nostra rotta, quanto invece dei mezzi per impedire
al passeggero monetario che teniamo nella stiva a mo’
di zavorra di affacciarsi di tanto in tanto sul ponte e di
aggrapparsi al timone col rischio di spingere la nave
verso gli scogli».1
Per quanto riguarda la politica fiscale, il contraltare
della regola monetaria consisterebbe nella pianificazio-
ne dei programmi di spesa alla luce di quello che la co-
munità desidera fare per mezzo del governo, anziché
privatamente, e senza tenere nel minimo conto i proble-
mi contingenti di stabilità economica. Analogamente,
dovremmo programmare le imposte in modo da fornire
un gettito bastante a coprire le spese in base alla media
dell’anno precedente, anche in questo caso senza tenere
in considerazione questioni di stabilità economica. Infi-

1. Milton Friedman, A Program for Monetary Stability, p. 23.

133
Capitalismo e libertà

ne, dovremmo evitare ogni cambiamento anomalo del-


la spesa pubblica e delle imposte. È ovvio che qualche
modifica sarà inevitabile: una improvvisa trasformazio-
ne della situazione internazionale potrebbe imporre un
considerevole aumento delle spese militari o, viceversa,
potrebbe permettere una quanto mai gradita riduzione.
Nel dopoguerra, trasformazioni di questo genere han-
no prodotto alcuni cambiamenti repentini nella spesa
pubblica federale, ma non ne sono state assolutamente
la sola causa.
Prima di abbandonare il tema della politica fiscale
vorrei esaminare l’opinione, oggi molto diffusa, secon-
do la quale un aumento della spesa pubblica in rappor-
to al gettito delle imposte ha necessariamente un effet-
to di stimolo sull’economia, mentre una sua riduzione
tende a produrre una contrazione. Questa idea, che è
alla base della convinzione che la politica fiscale possa
essere utilizzata come volano equilibratore, viene ormai
data per scontata da uomini d’affari, economisti e co-
muni cittadini, a dispetto del fatto che non è possibile
dimostrarne la veridicità sulla base di un ragionamento
logico, non è mai stata documentata da evidenza em-
pirica e, anzi, è in netto contrasto con tutti i dati di cui
sono a conoscenza.
Questa convinzione deriva da una rozza analisi key-
nesiana. Supponiamo che la spesa pubblica venga au-
mentata di 100 dollari, mentre il gettito fiscale rimane
immutato. A questo punto, ci dice la nostra analisi sem-
plicistica, chi riceve i 100 dollari extra avrà un reddito
maggiore. Costoro ne destineranno una parte, diciamo
un terzo, al risparmio e spenderanno i due terzi restanti.
Ma questo significa che, in seconda battuta, qualcuno
riceverà 66 dollari e due terzi di reddito in più. Anche
costoro ne metteranno da parte una quota e spenderan-
no il resto, e così via all’infinito. Se a ciascun passaggio
un terzo della somma verrà messo da parte e il resto
verrà speso, i 100 dollari di spesa pubblica in più, se-
condo questa analisi, produrranno 300 dollari di red-
dito. Si tratta cioè della semplice analisi keynesiana del
moltiplicatore, in questo caso il moltiplicatore è pari a

134
La politica fiscale

tre. Ovviamente, se verrà effettuata una sola iniezione


di spesa supplementare, gli effetti tenderanno a esau-
rirsi e al balzo iniziale di 100 dollari di reddito in più
farà seguito un graduale declino fino a tornare al livello
iniziale. Ma se la spesa pubblica verrà aumentata di 100
dollari per unità di tempo (diciamo 100 dollari in più
all’anno), in base a questa analisi il reddito salirà per-
manentemente di 300 dollari.
Nella sua semplicità, questa analisi è estremamente
attraente, ma il suo fascino è spurio e deriva dal fatto di
trascurare altri effetti della variazione della spesa pub-
blica. Quando tali effetti vengono presi in considerazio-
ne, il risultato finale è molto più incerto e può andare da
un reddito invariato (qualora ai 100 dollari di aumento
della spesa pubblica corrisponda una diminuzione in
pari misura della spesa privata) alla variazione massi-
ma prevista dalla teoria. Inoltre, quand’anche il reddito
dovesse aumentare come auspicato, è possibile che pure
i prezzi aumentino, con la conseguenza che il reddito
reale può crescere in misura inferiore al previsto o non
crescere affatto. Esaminiamo dunque quali imprevisti
possano frapporsi tra il dire e il fare.
Per iniziare, nella nostra semplicistica analisi non vie-
ne preso in considerazione verso quale fine le autorità
destineranno i 100 dollari di spesa supplementare. Sup-
poniamo, ad esempio, che il governo spenda tale som-
ma a favore di qualcosa che gli individui cercherebbero
comunque di ottenere. Immaginiamo che essi spenda-
no 100 dollari per pagare il salario degli inservienti che
mantengono pulito un parco e che improvvisamente le
autorità si assumano tale onere, permettendo ai cittadi-
ni di entrare nel parco “gratuitamente”. Gli inservien-
ti riceverebbero così il medesimo reddito, ma ciascun
utente avrebbe a disposizione 100 dollari in più. Anche
al primo passaggio, il governo non avrebbe aumentato
il reddito individuale di 100 dollari: semplicemente vi
sono alcuni individui che hanno a disposizione 100 dol-
lari in più da destinare a usi diversi dalla gestione del
parco, usi ai quali essi attribuiscono presumibilmente
un minor valore. Possiamo attenderci che essi destine-

135
Capitalismo e libertà

ranno all’acquisto di beni di consumo una percentuale


del proprio reddito inferiore a quanto avveniva in pre-
cedenza, giacché stanno ricevendo a titolo gratuito la
fruizione del parco. Quanto inferiore è difficile da dire.
Anche ammettendo, nella nostra analisi semplificata,
che la gente risparmi un terzo del reddito aggiuntivo,
non ne consegue che, quando costoro ricevono “gratui-
tamente” un bene di consumo, i due terzi del denaro re-
stante vengano destinati all’acquisto di altri beni di con-
sumo. Una possibilità estrema, ovviamente, è che essi
continuino ad acquistare gli stessi beni di consumo di
prima e che aggiungano i 100 dollari ora disponibili ai
propri risparmi. In questo caso anche nella più semplici-
stica analisi keynesiana gli effetti dell’aumento di spesa
pubblica vengono interamente annullati: la spesa pub-
blica cresce di 100 dollari e quella privata si riduce dello
stesso ammontare. Oppure, per fare un altro esempio,
immaginiamo che i 100 dollari vengano utilizzati per
costruire una strada che sarebbe comunque stata realiz-
zata da un’impresa privata, o la cui costruzione renda
superflue le riparazioni degli autocarri di una compa-
gnia di trasporti. Quest’ultima avrebbe certamente una
maggiore disponibilità di fondi, ma non è detto che essi
vengano destinati interamente a investimenti che riter-
rebbe comunque meno attraenti. In questi casi, la spesa
pubblica non fa che mutare la destinazione della spe-
sa privata e inizialmente è disponibile solo l’eccedenza
netta di spesa pubblica affinché l’effetto moltiplicatore
possa iniziare a operare. Da questo punto di vista, è pa-
radossale constatare che l’unico modo per garantire che
le spese private non siano dirottate verso altri usi è che le
autorità spendano le somme disponibili per qualcosa di
completamente inutile: si tratta, in altre parole, dell’esi-
gua giustificazione intellettuale di quel genere di posti
di lavoro posticci esemplificati dal proverbiale “scavare
buche, riempire buche”. Ma ovviamente ciò non fa che
evidenziare che c’è qualcosa di profondamente sbaglia-
to in questa analisi.
In secondo luogo, nella nostra semplice descrizione
non si parla del modo in cui il governo ricava i 100 dol-

136
La politica fiscale

lari da spendere. Entro i limiti dell’analisi, è perfetta-


mente indifferente che il governo stampi il denaro extra
o lo prenda a prestito dalla popolazione del paese. In
realtà, però, la differenza c’è: per separare la politica fi-
scale da quella monetaria, supponiamo che il governo
prenda in prestito i 100 dollari, in modo che la massa
monetaria sia la stessa che avremmo avuto in assenza
di questo particolare intervento pubblico. Si tratta di un
assunto corretto, giacché la massa monetaria può esse-
re aumentata senza che vi sia necessità di accrescere la
spesa pubblica, se lo si desidera, semplicemente stam-
pando il denaro aggiuntivo e utilizzandolo per acqui-
stare buoni del Tesoro. Tuttavia è necessario chiedersi
quale sia l’effetto di questo procedimento. Per analizza-
re il problema, assumiamo che il “dirottamento” della
spesa non avvenga e che, pertanto, l’aumento iniziale di
100 dollari di spesa pubblica non venga compensato da
una riduzione in pari misura della spesa privata. Notia-
mo altresì che il fatto che il governo prenda in prestito
somme da destinare alla spesa non altera l’ammontare
di denaro nelle mani dei soggetti privati. In definitiva,
con una mano il governo prende in prestito 100 dollari
da alcuni individui e con l’altra mano distribuisce tale
somma ad altri individui. Il denaro si trova in tasche di-
verse, ma l’ammontare complessivo rimane immutato.
L’analisi keynesiana si fonda implicitamente sull’as-
sunto che prendere denaro in prestito non abbia alcun
effetto sulle altre spese. Vi sono due situazioni estreme
in cui ciò può avvenire: primo, immaginiamo che per gli
individui sia indifferente che il loro denaro sia sotto for-
ma di contanti o di buoni del Tesoro, di modo che i buo-
ni necessari per ottenere i 100 dollari del nostro esempio
possano essere piazzati senza che si renda necessario
offrire un interesse maggiore rispetto a quello assicura-
to in passato.2 In gergo keynesiano, ci troviamo in una

2. Ovviamente 100 dollari sono un ammontare talmente esiguo che in pratica


prenderli in prestito avrebbe un effetto trascurabile sull’aumento del tasso di
rendimento dei buoni del Tesoro necessario per venderli. Il nostro esempio serve a
illustrare il principio e l’effetto pratico può essere immaginato sostituendo ai 100
dollari una cifra pari 100 milioni, o a 100 decine di milioni.

137
Capitalismo e libertà

“trappola di liquidità” e, quindi, gli individui acquista-


no i buoni del Tesoro con “denaro non produttivo”. Se
non ci troviamo in questa situazione (come ovviamente
prima o poi accadrà), il governo potrà vendere i nuovi
buoni solo offrendo un tasso di rendimento superiore al
precedente. A questo punto sarà giocoforza che anche
gli altri soggetti che prendono denaro in prestito debba-
no offrire un tasso d’interesse maggiore. In generale, ciò
scoraggerà la spesa privata da parte di potenziali debi-
tori. Giungiamo così alla seconda situazione estrema in
cui vale l’analisi keynesiana semplificata: ciò avviene se
i potenziali debitori sono così testardamente propensi
alla spesa che nessun aumento del tasso d’interesse, per
quanto elevato, può indurli a ridurre le proprie spese
ossia, nel gergo keynesiano, se l’efficienza marginale
dell’investimento è perfettamente inelastica rispetto al
tasso d’interesse.
Non conosco alcun economista, per quanto possa
proclamarsi di stretta obbedienza keynesiana, che riten-
ga i due estremi attualmente validi, o che ritenga pos-
sano rimanere validi per una qualsiasi gamma signifi-
cativa di prestiti o di aumenti del tasso d’interesse, o
che in passato siano stati validi tranne che in circostanze
invero particolari. E tuttavia vi sono numerosi econo-
misti (per non parlare dei non-economisti) disposti ad
accettare la tesi che un aumento della spesa pubblica in
rapporto al gettito fiscale, anche se finanziato dall’in-
debitamento, abbia necessariamente l’effetto di stimo-
lare l’attività economica, a dispetto del fatto che, come
abbiamo visto, questa tesi richieda implicitamente che
valga una delle due situazioni estreme.
Se nessuno dei due assunti è valido, l’aumento della
spesa pubblica sarà compensato da una riduzione del-
la spesa privata, vuoi da parte di chi ha prestato fondi
alle autorità, vuoi da parte dei soggetti che – in assen-
za di intervento pubblico – avrebbero preso in prestito
quei medesimi fondi. Quanta parte dell’aumento della
spesa pubblica verrà così controbilanciato? Questo di-
pende dai detentori di quel denaro: l’assunto estremo
(implicito in una teoria quantitativa rigida della mone-

138
La politica fiscale

ta) è che l’ammontare di denaro che gli individui sono


disposti a detenere dipende in media esclusivamente
dal loro reddito e non dal tasso di redditività che pos-
sono ottenere da buoni del Tesoro o titoli analoghi. In
questo caso, giacché la massa monetaria rimane inva-
riata, anche il reddito monetario dovrà essere identico
affinché i soggetti interessati siano convinti a mantene-
re quel determinato stock di moneta. Ciò significa che
i tassi d’interesse dovranno salire abbastanza da elimi-
nare una misura di spesa privata esattamente identica
all’aumento di spesa pubblica. In questo caso estremo,
il governo non può in alcun modo attuare una politica
economica espansionistica. Nella situazione ora descrit-
ta, il reddito monetario non aumenta, per non parlare
del reddito reale. Tutto quel che succede è che la spesa
pubblica sale e quella privata diminuisce.
È bene che il lettore sappia che questa analisi è estre-
mamente semplificata: un’analisi esauriente richiede-
rebbe un libro intero. Tuttavia, anche in forma sem-
plificata, essa riesce a dimostrare che è possibile che si
produca un qualsiasi valore dell’aumento del reddito,
da 300 dollari a zero. Più i consumatori sono ostinati
nella loro propensione a destinare al consumo una par-
ticolare frazione di un determinato reddito e più gli ac-
quirenti di beni capitali sono caparbiamente propensi
ad acquistare tali beni a prescindere dal loro costo, tanto
maggiore sarà la probabilità che il risultato sia prossi-
mo all’estremo keynesiano di un aumento del reddito
pari a 300 dollari. Viceversa, quanto più tenacemente
i detentori di denaro sono attaccati al rapporto che vo-
gliono mantenere tra i fondi che possiedono e il loro
reddito, tanto più il risultato sarà vicino alla mancata
variazione del reddito prevista dalla teoria quantitativa
rigida. Sotto quale aspetto la popolazione si dimostrerà
più ostinata è una questione empirica da valutare sulla
base dei dati di fatto e non da dedurre sulla base di un
ragionamento teorico.
Prima della Grande Depressione degli anni Trenta,
la gran parte degli economisti avrebbe indubbiamente
ritenuto che l’aumento del reddito sarebbe stato più

139
Capitalismo e libertà

prossimo allo zero, piuttosto che a 300 dollari. Da allora,


il grosso degli economisti giungerebbe indubbiamente
alla conclusione opposta. Più di recente si è prodotto un
parziale ritorno alla posizione precedente. Purtroppo,
nessuna di queste posizioni appare fondata su un ade-
guato grado di evidenza: ogni cambiamento d’opinione
si è basato su valutazioni intuitive desunte da esperien-
ze sommarie.
Insieme ad alcuni dei miei allievi ho condotto un la-
voro relativamente ampio di ricerca empirica sugli Stati
Uniti e su altri paesi al fine di raccogliere dati maggior-
mente adeguati.3 I risultati sono rimarchevoli e indicano
che l’esito reale sarebbe più vicino all’estremo previsto
dalla teoria quantitativa che a quello keynesiano. Sulla
base dell’evidenza raccolta, sembra giustificato conclu-
dere che un ipotetico aumento di 100 dollari nella spesa
pubblica aggiungerebbe in media giusto 100 dollari al
reddito. Ciò significa che un aumento della spesa pub-
blica in rapporto alle entrate non ha alcuna funzione
espansionistica: esso può certamente far crescere il red-
dito monetario, ma questo aumento viene interamente
assorbito dalla spesa pubblica. Le spese private riman-
gono immutate. Giacché è verosimile che l’operazio-
ne faccia aumentare i prezzi (o, quanto meno, che essi
diminuiscano meno di quanto avverrebbe altrimenti),
l’effetto sarebbe quello di far contrarre in termini reali
la spesa privata. A una riduzione della spesa pubblica,
ovviamente, corrisponderebbero gli effetti opposti.
È evidente che queste considerazioni non possono
essere ritenute conclusive. Esse si basano sull’aggregato
di dati più vasto ed esauriente di cui sono a conoscenza,
ma che lascia pur sempre a desiderare.
Una cosa, tuttavia, è chiara: a prescindere dal fatto
che le diffuse opinioni in merito agli effetti della politica
fiscale siano giuste o sbagliate, esse sono contraddette

3. Una parte dei risultati può essere reperita in Milton Friedman - David
Meiselman, “The Relative Stability of the Investment Multiplier and Monetary
Velocity in the United States, 1897-1958”, in Stabilization Policies, Prentice-Hall/
Commission on Money and Credit, 1963, pp. 165-268.

140
La politica fiscale

da almeno un vasto aggregato di dati. Viceversa, non


sono a conoscenza di alcun complesso di dati parimenti
coerente e organico che le convalidi. Queste convinzioni
fanno parte della mitologia economica e non rappresen-
tano conclusioni dimostrate da un’analisi economica o
da studi quantitativi. Ciò nonostante, esse hanno eser-
citato un’immensa influenza, garantendo un diffuso
sostengo della popolazione al pervasivo interventismo
pubblico nella vita economica.

141
Capitolo 6

Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

Oggigiorno la scuola è pagata e quasi interamente


gestita da organi pubblici o istituzioni senza fini di lu-
cro. Questo stato di cose si è imposto gradualmente e
oggi viene dato per scontato, al punto che non ci si cura
più dei motivi che giustificherebbero questa particola-
re condizione, neppure in quei paesi nei quali la libera
impresa è il tipo di organizzazione e la filosofia predo-
minante. Il risultato è stato un indiscriminato amplia-
mento dell’ambito d’azione del governo.
Sulla base dei principi illustrati nel Capitolo 2, l’in-
tervento pubblico nell’istruzione può essere spiegato
sulla base di due motivi: il primo consiste nel fatto che
sussistono considerevoli esternalità, vale a dire quelle
circostanze in cui l’azione di un individuo impone al
prossimo costi significativi, per i quali non è possibile
esigere un indennizzo, oppure quando produce benefici
per gli altri individui senza che sia pratico ottenere da
costoro un compenso. Si tratta cioè di circostanze che
rendono impossibile uno scambio volontario. Il secon-
do motivo è rappresentato da una paternalista preoccu-
pazione per i giovani e per altri individui irresponsabi-
li. Le esternalità e il paternalismo hanno implicazioni
decisamente diverse per (1) l’istruzione generica della
cittadinanza e (2) l’istruzione specialistica. In questi due
campi, le ragioni dell’intervento pubblico sono conside-
revolmente differenti e giustificano interventi alquanto
diversi tra loro.

143
Capitalismo e libertà

Un ultimo commento preliminare: è importante


fare distinzione tra “scuola” e “istruzione”: non tutte
le attività scolastiche comportano istruzione, né tutta
l’istruzione comporta una frequenza scolastica. Il tema
che dovrebbe interessarci è l’istruzione. Le attività del-
le autorità pubbliche si limitano prevalentemente alla
scuola.

La formazione dei cittadini


Una società stabile e democratica non può esistere in
assenza di un livello minimo di alfabetizzazione e di co-
noscenze da parte della massa dei cittadini e senza che
vi sia un determinato insieme di valori comunemente
accettato. L’istruzione può contribuire su entrambi i
fronti. Di conseguenza, l’istruzione di un fanciullo non
va solo a beneficio del giovane o dei suoi genitori, ma
anche degli altri membri della società. L’istruzione di
mio figlio contribuisce al vostro benessere sostenendo
una società stabile e democratica. Non è possibile iden-
tificare i particolari individui (o famiglie) che ne traggo-
no beneficio ed esigere da essi un compenso per i servizi
resi. Esiste quindi un significativo grado di esternalità.
Che genere di intervento pubblico può essere giu-
stificato da questa particolare esternalità? Il più ovvio
consiste nell’esigere che ciascun fanciullo riceva un de-
terminato numero di anni di istruzione scolastica del
genere specificato. Un requisito siffatto potrebbe essere
imposto ai genitori, senza che vi sia necessità di ulte-
riori interventi pubblici, proprio come ai proprietari di
edifici e spesso a quelli di automobili viene imposto di
rispettare determinati standard al fine di tutelare la si-
curezza altrui. Vi è, tuttavia, una notevole differenza tra
i due casi: gli individui che non possono sopportare il
costo di rispettare gli standard relativi a edifici o auto-
mobili possono sempre liberarsi del bene in questione
vendendolo ad altri. Di conseguenza i requisiti di sicu-
rezza possono essere normalmente fatti rispettare senza
necessità di un sussidio pubblico. Separare un minoren-
ne dai genitori che non possono provvedere al grado di
istruzione minimo previsto sarebbe chiaramente in con-

144
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

trasto con il principio di considerare la famiglia come


l’unità sociale di base e con la nostra fede nella libertà
individuale. Per giunta, un passo tanto estremo avreb-
be verosimilmente ripercussioni negative proprio sulla
preparazione del fanciullo a diventare un cittadino in
una società libera.
Se gli oneri finanziari imposti dal requisito di istru-
zione scolastica potessero essere agevolmente sopportati
dalla gran parte delle famiglie di una comunità, esigere
dai genitori il pagamento diretto delle spese scolastiche
sarebbe fattibile e auspicabile. I casi di estrema necessità
potrebbero essere assistiti da sussidi particolari per le
famiglie bisognose. Oggigiorno, negli Stati Uniti vi sono
numerose regioni in cui queste condizioni sono ampia-
mente soddisfatte. In queste zone sarebbe fortemente
auspicabile far gravare i costi scolastici direttamente
sulle famiglie. Ciò eliminerebbe l’apparato pubblico
oggi necessario per la riscossione delle imposte da tutti
i residenti durante l’intero corso della loro esistenza per
poi finanziare questi stessi individui nel periodo scola-
stico dei loro figli. Questo renderebbe meno probabile
una gestione del sistema scolastico da parte delle auto-
rità pubbliche, questione che esamineremo più avanti.
Inoltre aumenterebbe la probabilità che la componente
delle spese scolastiche destinate ai sussidi diminuisca
mano a mano che il generico aumento del livello di red-
dito faccia diminuire la necessità di concedere sovven-
zioni. Se, come avviene oggigiorno, le autorità pagano
in ampia misura (o quasi per intero) le spese scolastiche,
un aumento del reddito conduce semplicemente a una
crescita del flusso circolare di fondi nel meccanismo fi-
scale e a un ampliamento del ruolo del governo. Infine,
ma non meno importante, far gravare i costi sui genitori
tenderebbe a uguagliare i costi sociali e privati del gene-
rare una prole e favorirebbe così una migliore distribu-
zione delle dimensioni dei nuclei familiari.1

1. Il fatto che il passo ora illustrato possa avere una significativa influenza sulle
dimensioni dei nuclei familiari è meno fantasioso di quanto può apparire. Ad
esempio, una delle spiegazioni della riduzione del tasso di natalità tra i gruppi

145
Capitalismo e libertà

Le differenze tra famiglie in termini di risorse e di


numero di figli, insieme all’imposizione di uno standard
scolastico che comporta costi considerevoli, renderebbe
tale politica praticamente inattuabile in molte parti de-
gli Stati Uniti. Tanto in queste zone quanto nel resto del
paese, le autorità si sono assunte gli oneri finanziari del
sistema scolastico. I vari livelli di governo non provve-
dono solo al pagamento del livello minimo di istruzione
scolastica previsto per tutti, ma anche per la frequenza
non obbligatoria delle scuole di ordine superiore. Una
motivazione spesso addotta per giustificare questi due
tipi di intervento si rifà alle esternalità precedentemen-
te illustrate. I costi dell’istruzione scolastica vengono
pagati perché questo è il solo metodo fattibile per far
rispettare l’obbligo minimo previsto. Analogamente,
le autorità si sobbarcano il costo delle scuole superiori
perché anche al resto della popolazione derivi un bene-
ficio dall’istruzione dei giovani più capaci, in quanto in
tal modo si può formare una leadership politica e sociale
di miglior livello. I vantaggi ottenuti da queste scelte
vanno confrontati con i loro costi ed è verosimile che vi
siano, in perfetta buona fede, considerevoli divergenze
d’opinione in merito all’entità più opportuna dei sus-
sidi da concedere alla scuola. Sembra probabile, tutta-
via, che la maggioranza della popolazione sia convinta
che i benefici dell’istruzione scolastica siano abbastanza
grandi da meritare una qualche misura di sovvenzioni
pubbliche.
Le motivazioni appena descritte giustificano le sov-
venzioni pubbliche, ma solo per determinati tipi di
istruzione. Per anticipare la mia tesi, esse non giustifi-
cano alcuna sovvenzione a beneficio della formazione
specialistica destinata ad accrescere la produttività eco-
nomica di uno studente, ma che non contribuisce alla
sua formazione di cittadino e di potenziale leader in

socio-economici più abbienti può certamente essere che il costo di ciascun figlio è
considerevolmente più elevato per una famiglia ricca rispetto a quanto avviene in
una famiglia più povera, in buona misura grazie al livello scolastico più elevato che
la prima tende a mantenere e il cui costo grava prevalentemente su di essa.

146
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

ambito sociale o politico. È estremamente arduo trac-


ciare il confine tra i due tipi di istruzione: gran parte
dell’istruzione scolastica generica aumenta il valo-
re economico dello studente. In effetti è solo in epoca
moderna e in pochi paesi che la semplice capacità di
leggere e scrivere ha perduto il suo valore di mercato.
È peraltro vero che buona parte dell’istruzione profes-
sionale amplia gli orizzonti dello studente. E tuttavia
la distinzione non è priva di significato. Sovvenzionare
la formazione di veterinari, estetisti, dentisti e di una
innumerevole schiera di altri specialisti, come avviene
negli Stati Uniti in una molteplicità di istituti sostenuti
da sussidi pubblici, non può essere motivato sulla base
delle medesime ragioni che giustificano il finanziamen-
to dell’istruzione elementare o, a un diverso livello, del-
le facoltà umanistiche. Esamineremo nel prosieguo del
capitolo se tali sovvenzioni possano essere giustificate
da considerazioni di altro tipo.
La tesi qualitativa basata sulle esternalità, natural-
mente, non può determinare i particolari tipi di istru-
zione scolastica che meritano di essere sussidiati, né
l’ammontare delle eventuali sovvenzioni. È presumibi-
le che il beneficio sociale sia maggiore per gli ordini sco-
lastici più bassi, per i quali esiste un consenso pressoché
unanime in merito al contenuto dell’insegnamento. Tale
consenso si riduce gradualmente mano a mano che il
livello scolastico sale. Tuttavia neppure questa afferma-
zione può essere data del tutto per scontata. Parecchi
stati hanno finanziato le università molto tempo prima
di concedere sussidi alle scuole di ordine più basso.
Quali forme di istruzione presentino i maggiori benefici
sociali e quale parte delle limitate risorse della comunità
debba essere destinata ad esse dev’essere stabilito dal-
la comunità stessa per il tramite degli opportuni canali
politici. Questa analisi non vuole trovare una risposta a
queste domande (spetta alle comunità dare la risposta),
bensì intende chiarire le questioni da affrontare al mo-
mento di fare una scelta, in particolare se sia opportuno
demandare tale scelta alla comunità, piuttosto che a cia-
scun individuo.

147
Capitalismo e libertà

Come abbiamo visto, sia l’imposizione di un livello


minimo di istruzione, sia il finanziamento dell’istruzio-
ne scolastica da parte dello Stato possono essere misure
giustificate dalle esternalità dell’istruzione stessa. Un
terzo passo, vale a dire la gestione vera e propria degli
istituti scolastici da parte delle autorità, ossia la “na-
zionalizzazione” del comparto scolastico, è molto più
arduo da giustificare sulla base di queste motivazioni
(o, per quanto posso giudicare, sulla base di qualsiasi
motivazione). Raramente ci si è soffermati a cercare di
capire quanto realmente sia auspicabile una nazionaliz-
zazione di tal fatta. In generale gli stati hanno finanzia-
to l’istruzione coprendo direttamente i costi di gestione
degli istituti scolastici. Questa misura poteva apparire
motivata dalla decisione di sovvenzionare la scuola, ma
i due passi potrebbero essere facilmente separati. Le au-
torità potrebbero richiedere un livello minimo di scola-
rizzazione finanziato assegnando ai genitori voucher di
valore pari a un determinato ammontare annuale mas-
simo per ciascun figlio, da spendere per ottenere i ser-
vizi scolastici “approvati”. I genitori sarebbero quindi
liberi di spendere questi fondi, oltre a eventuali somme
aggiuntive di tasca propria, presso l’istituto scolastico
“certificato” di loro scelta. L’istruzione potrebbe così
essere fornita tanto da imprese private a fini di lucro
quanto da organizzazioni no profit. Il ruolo del gover-
no si limiterebbe ad accertarsi che le scuole soddisfino
determinati requisiti minimi, come l’inclusione di un
minimo di contenuti comuni nei propri programmi,
esattamente come oggi le autorità si assicurano che i ri-
storanti rispettino standard igienici minimi. Un ottimo
esempio di questo metodo è rappresentato dal program-
ma di sostegno all’istruzione dei reduci istituito dagli
Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale: a ciascun
veterano dotato dei requisiti richiesti veniva assegnata
una somma annuale massima che egli poteva spendere
nell’istituto di sua scelta, a patto che esso rispettasse de-
terminati standard minimi. Un esempio più limitato è la
norma vigente in Gran Bretagna in virtù della quale le
autorità locali possono versare la retta di alcuni studenti

148
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

che non frequentano scuole pubbliche. Un altro ancora


è il sistema esistente in Francia, grazie al quale lo Stato
paga parte dei costi degli allievi che frequentano scuole
non statali.
Tra le argomentazioni a favore della nazionalizza-
zione delle scuole sulla base delle esternalità vi è la tesi
che, in assenza di tale misura, sarebbe impossibile ga-
rantire quel nucleo comune di valori ritenuti necessari
per assicurare la stabilità della società. L’imposizione di
standard minimi alle scuole private, come delineato nei
paragrafi precedenti, potrebbe non bastare a ottenere
questo risultato. La questione può essere illustrata con-
cretamente pensando a scuole gestite da diversi gruppi
religiosi: tali scuole, si potrebbe sostenere, instillerebbe-
ro nei loro allievi valori incompatibili con quelli di altre
scuole religiose e con quelli inculcati dalle scuole laiche.
In tal modo, si conclude, l’istruzione si trasformerebbe
in una forza centrifuga, piuttosto che unire la cittadi-
nanza.
Portato all’estremo logico, questo ragionamento do-
vrebbe prevedere non solo la gestione statale delle scuo-
le, ma anche l’obbligo di frequenza universale in esse. Il
sistema vigente negli Stati Uniti e quello di molti paesi
occidentali rappresentano una via di mezzo: le scuole
statali sono disponibili, ma non obbligatorie. Tuttavia
istituire un nesso tra il finanziamento dell’istruzione
scolastica e la sua amministrazione metterebbe le al-
tre scuole in posizione di svantaggio: esse, infatti, non
beneficerebbero affatto (o in misura minima) dei fon-
di pubblici destinati all’istruzione scolastica. Si tratta,
in effetti, di una situazione che ha causato forti contro-
versie politiche, particolarmente in Francia e negli Stati
Uniti. Si teme che l’eliminazione di questo svantaggio
potrebbe rafforzare enormemente le scuole confessiona-
li e rendere così ancora più arduo il garantire un nucleo
comune di valori.
Per quanto possa apparire persuasiva, non è assolu-
tamente evidente che questa tesi sia valida o che la de-
nazionalizzazione dell’istruzione scolastica avrebbe gli
effetti temuti. Per motivi di principio essa è in contrasto

149
Capitalismo e libertà

con la conservazione della libertà. Tracciare il confine


tra provvedere ai valori sociali comuni necessari per la
stabilità della società da una parte e un indottrinamento
che soffochi la libertà di pensiero e di fede dall’altra è
uno di quei tanti vaghi confini di cui è meglio non cer-
care di stabilire l’esatto tracciato.
A proposito dei suoi effetti, la denazionalizzazione
della scuola amplierebbe la gamma di scelte disponibili
alle famiglie. Se, come avviene attualmente, i genitori
possono far frequentare ai figli le scuole pubbliche sen-
za dover pagare nulla, ben pochi di essi potranno o vor-
ranno mandarli in altre scuole, a meno che anch’esse
non beneficino di sussidi pubblici. Le scuole confessio-
nali hanno lo svantaggio di non ricevere i fondi pubbli-
ci destinati all’istruzione, compensato dal vantaggio di
essere gestite da istituzioni disposte a finanziarle e ca-
paci di raccogliere i fondi necessari. Per le scuole priva-
te non vi sono molte altre fonti di finanziamento. Se la
parte di spesa pubblica attualmente destinata all’istru-
zione venisse messa a disposizione di tutti i genitori, a
prescindere dalle scuole che fanno frequentare ai loro
figli, nascerebbe immediatamente una innumerevole
quantità di scuole disposte a soddisfare le loro esigen-
ze. Le famiglie potrebbero esprimere le proprie opinioni
in campo scolastico nel modo più diretto e in misura
molto maggiore di quanto non avvenga oggi, sempli-
cemente ritirando i figli da una scuola e mandandoli in
un’altra. Oggigiorno, in generale per una famiglia il co-
sto che comporta seguire questa strada è considerevole:
i genitori possono cioè iscrivere i figli a una scuola pri-
vata, oppure possono trasferirsi altrove. Per il resto, essi
possono esprimere le proprie opinioni in tema scolasti-
co solo per il tramite dei lenti e inadeguati canali poli-
tici. Si può pensare che sia possibile offrire un maggior
ventaglio di libertà di scelta anche in un sistema gestito
dallo Stato, ma sarebbe difficile ampliare considerevol-
mente questa libertà, in considerazione dell’obbligo di
garantire un posto a ciascun fanciullo. In questo come in
altri settori, è verosimile che le imprese private operan-
ti in regime di concorrenza riuscirebbero a soddisfare

150
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

la domanda dei consumatori in modo decisamente più


efficiente di organizzazioni pubbliche o imprese gestite
per raggiungere altri scopi. Il risultato potrebbe essere
che le scuole confessionali, anziché avere più influenza,
tenderebbero a scomparire.
Un fattore correlato e che spinge nella stessa direzio-
ne è la comprensibile riluttanza dei genitori che manda-
no i propri figli in scuole confessionali ad accettare un
aumento delle imposte destinate a finanziare maggiori
spese pubbliche per l’istruzione. In conseguenza di que-
sto fenomeno, nelle zone in cui le scuole confessionali
svolgono un ruolo importante vi sono considerevoli dif-
ficoltà nel reperire i fondi per le scuole pubbliche. Nella
misura in cui la qualità dell’insegnamento è legata alla
spesa, cosa che almeno in parte è certamente vera, in
queste zone le scuole pubbliche tendono a essere meno
buone e, quindi, le scuole confessionali risultano più at-
traenti.
Un caso particolare della tesi secondo la quale le
scuole gestite dalla mano pubblica sono indispensabi-
li affinché l’istruzione sia una forza unificante è che le
scuole private tendono ad acuire le distinzioni di classe.
In presenza di una maggiore libertà di scegliere dove
mandare i propri figli, le famiglie di condizioni socio-
economiche simili tendono a iscrivere i figli alle stesse
scuole, impedendo in tal modo il salutare mescolamento
tra fanciulli di estrazione sociale diversa. A prescindere
dal fatto che questa tesi sia valida in via di principio,
non è assolutamente evidente che dalla gestione pubbli-
ca della scuola seguirebbero gli effetti sperati. Nel siste-
ma attuale, la stratificazione delle aree residenziali im-
pedisce di fatto l’incontro di scolari di estrazione sociale
diversa. Per giunta, oggi ai genitori non viene proibito
di iscrivere i figli a scuole private. Solo una categoria
decisamente ristretta di famiglie può o vuole farlo (sen-
za considerare le scuole confessionali), producendo così
una stratificazione ancora maggiore.
A dire il vero, a me sembra che questa tesi ci conduca
se mai nella direzione opposta, ossia verso la denazio-
nalizzazione delle scuole. In fondo, basta chiedersi sotto

151
Capitalismo e libertà

quale aspetto l’abitante di un quartiere disagiato, per


non parlare di un quartiere abitato da persone di colore
in una grande città, sia particolarmente svantaggiato. Se
costui dà grande importanza al possesso, diciamo, di
un’automobile allora egli, mettendo da parte il denaro
sufficiente, ha la stessa possibilità di acquistare un’au-
tovettura identica a quella del residente di un quartiere
più esclusivo. Per realizzare il suo obiettivo, egli non
deve trasferirsi in un quartiere diverso, anzi, facendo
economia sull’appartamento in cui vive, può rispar-
miare più facilmente il denaro che gli serve. Analoghe
considerazioni valgono per l’abbigliamento, la mobilia,
i libri e via dicendo. Ma immaginiamo che una fami-
glia povera che vive in un pessimo quartiere abbia un
figlio dotato di grande intelligenza e che attribuisca una
tale importanza alla sua istruzione da essere disposta a
sacrificarsi e a risparmiare per farlo studiare. A meno
che non riesca a ottenere qualche aiuto particolare o una
borsa di studio da una delle poche scuole private, que-
sta ipotetica famiglia si troverebbe in grave difficoltà. Le
scuole pubbliche “buone” sono tutte nei quartieri più
ricchi. Questa famiglia potrebbe essere perfettamente
disposta a spendere qualcosa in più oltre alle tasse che
paga al fine di avere una scuola migliore per il figlio, ma
non potrebbe permettersi allo stesso tempo di traslocare
in un quartiere dove la vita è più costosa.
Le nostre idee in merito a questo tema, io credo, sono
ancora influenzate dall’immagine della piccola cittadina
che aveva una sola scuola per tutti, ricchi e poveri che
fossero. In tali circostanze la scuola pubblica potrebbe
certamente avere contribuito a parificare le opportunità
degli allievi, ma con la crescita delle zone urbane e su-
burbane la situazione è mutata drasticamente. Il nostro
sistema scolastico attuale, ben lungi dall’offrire pari op-
portunità a tutti gli allievi, molto probabilmente opera
in senso opposto e fa sì che sia estremamente arduo per
i pochi studenti dotati (cioè proprio quelli che rappre-
sentano le speranze per il futuro) di elevarsi al di sopra
della loro condizione socio-economica.
Un’altra tesi a favore della nazionalizzazione della

152
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

scuola si fonda sul concetto di “monopolio naturale”.


Nelle comunità più piccole e nelle zone rurali il numero
di fanciulli può risultare troppo esiguo per giustificare
l’esistenza di più di una scuola di ragionevoli dimensio-
ni, con la conseguenza che non è possibile fare affida-
mento sulla concorrenza al fine di tutelare gli interessi
di genitori e studenti. Come negli altri casi di monopolio
naturale, le alternative sembrano consistere in un mono-
polio privato senza limiti, un monopolio pubblico e la
gestione pubblica delle scuole: la scelta diventa quella
del male minore. Questo ragionamento, per quanto sia
chiaramente valido e significativo, è stato fortemente
indebolito negli ultimi decenni dai progressi dei mezzi
di trasporto e dalla crescente concentrazione della po-
polazione nelle aree urbane.
Il sistema che sembra meglio adattarsi a queste con-
siderazioni (almeno per l’istruzione primaria e seconda-
ria) è una combinazione di scuole pubbliche e private. I
genitori che decidessero di far frequentare ai propri figli
una scuola privata riceverebbero una somma pari al co-
sto stimato necessario per far studiare un fanciullo in
una scuola pubblica, a patto che tale somma venga spe-
sa in una scuola privata certificata. Un sistema siffatto
darebbe una risposta ai problemi sollevati dalla tesi del
monopolio naturale e verrebbe incontro alle ragioni di
quelle famiglie che si lamentano del fatto che, inviando
i propri figli in una scuola privata, sono costrette a pa-
gare due volte per la loro istruzione: prima sotto forma
di imposte generali, poi sotto forma di retta scolastica.
Il sistema, inoltre, permetterebbe una vivace concorren-
za e, pertanto, favorirebbe lo sviluppo e il continuo mi-
glioramento di tutte le scuole. L’effetto della concorren-
za contribuirebbe in enorme misura a far nascere una
provvidenziale varietà di scuole e a introdurre maggio-
re flessibilità nei sistemi scolastici. Tra i suoi benefici,
vi sarebbe quello di sottoporre i salari degli insegnanti
alla disciplina del mercato, offrendo così alle autorità
un metro di giudizio indipendente per valutare l’entità
dei salari e favorire un più rapido adattamento al muta-
mento dell’equilibrio di domanda e offerta.

153
Capitalismo e libertà

Da più parti si sostiene che ciò di cui ha davvero bi-


sogno il mondo della scuola siano più fondi per costrui-
re nuove strutture e aumentare la paga degli insegnanti
al fine di attirare personale più qualificato. Questa dia-
gnosi sembra a dir poco erronea: le somme destinate
all’istruzione scolastica sono cresciute a un ritmo verti-
ginoso, ben superiore a quello con cui è cresciuto com-
plessivamente il nostro reddito. I salari degli insegnanti
sono aumentati in misura incomparabilmente superiore
a quanto è avvenuto in occupazioni simili. Il problema
principale non è che stiamo spendendo troppo poco
(anche se questo potrebbe essere vero), ma che ottenia-
mo risultati troppo esigui per ogni dollaro speso. È pos-
sibile che il denaro destinato alla costruzione di magni-
fiche strutture e di splendidi parchi giochi in numerose
scuole possa essere ragionevolmente classificato come
“spesa per la scuola”. Sarebbe più difficile da mandar
giù la pretesa che si tratti di soldi spesi per l’istruzione.
Ciò è non meno evidente per quanto riguarda tutti quei
corsi in cui si insegna agli studenti a intrecciare cesti-
ni, a danzare o a specializzarsi in una miriade di atti-
vità che dà lustro all’ingegnosità dei nostri educatori.
Mi affretto ad aggiungere che non può esservi alcuna
obiezione al fatto che i genitori spendano i propri soldi
in questo modo, se lo vogliono. Questi sono affari loro.
L’obiezione riguarda l’idea di utilizzare per tali scopi i
fondi raccolti per mezzo della tassazione imposta a chi
ha figli e a chi non ne ha. Quali mai possono essere le
esternalità che giustificano un uso siffatto del gettito
delle imposte?
Una delle cause più importanti di questo modo di
usare il denaro pubblico deriva dal sistema vigente, in
cui sussiste una commistione tra l’amministrazione e il
finanziamento delle scuole. Il genitore che preferirebbe
destinare i fondi scolastici al reclutamento di insegnanti
e testi migliori, piuttosto che in un buon allenatore della
squadra della scuola o in strutture meglio rifinite, ha un
solo modo di esprimere la propria preferenza: cercare di
convincere la maggioranza a modificare per tutti l’uso
di quei fondi. Si tratta, alla fine, di un caso particolare

154
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

di quel principio generale per cui il mercato permette a


tutti di soddisfare i propri gusti: un’efficace rappresen-
tanza proporzionale, laddove il processo politico im-
pone l’uniformità. Per giunta, il genitore che vorrebbe
spendere di più a favore dell’istruzione del proprio fi-
glio incontra enormi ostacoli. Ad esempio, non può ag-
giungere una determinata somma all’ammontare che il
sistema pubblico destina all’istruzione scolastica di suo
figlio e iscriverlo a una scuola più costosa: se decidesse
di intraprendere questo passo, dovrebbe pagare la retta
scolastica per intero. Tutto quello che può fare è spen-
dere le somme aggiuntive a favore di attività extra-sco-
lastiche, come lezioni di danza, di musica e via dicendo.
Giacché i canali privati per spendere una somma supe-
riore a favore dell’istruzione dei figli sono bloccati, la
pressione a favore di una maggiore spesa per l’istruzio-
ne si manifesta in una spesa pubblica sempre crescente
e sempre meno legata alla giustificazione di base per
l’intervento pubblico nella scuola.
Com’è implicito in questa analisi, l’adozione del-
le misure che abbiamo ipotizzato potrebbe benissimo
condurre ad avere una minore spesa pubblica destinata
alla scuola e, al tempo stesso, maggiori spese comples-
sive in questo campo. Tale sistema permetterebbe ai
genitori di acquistare in modo più efficiente quello che
desiderano e quindi li spingerebbe a spendere somme
maggiori rispetto a quanto avviene adesso, sia diretta-
mente, sia indirettamente per il tramite della tassazio-
ne. Inoltre eliminerebbe la frustrazione che oggigiorno
provano le famiglie che vorrebbero un aumento della
spesa per l’istruzione, sia per l’esigenza di conformità
nel modo in cui i fondi vengono spesi in questo settore,
sia per la comprensibile riluttanza da parte di chi non
ha, al momento, figli in età scolastica (per non parlare
di coloro che non prevedono di averne) ad accettare di
pagare imposte più gravose da destinare a scopi che,
non di rado, sono alquanto lontani dalla loro concezio-
ne dell’istruzione.2

2. Un notevole esempio del medesimo fenomeno in un altro campo è rappresen-

155
Capitalismo e libertà

Per quanto riguarda il salario degli insegnanti, oggi-


giorno il problema più grave non è che sono in media
troppo bassi (anzi, potrebbe essere vero il contrario), ma
che sono troppo rigidi e uniformi. I cattivi insegnanti
sono pagati troppo, mentre quelli bravi sono sottopa-
gati. Gli aumenti tendono a essere uniformi e a essere
determinati da fattori quali l’anzianità di servizio, i ti-
toli conseguiti e le certificazioni ottenute, piuttosto che
dal merito. Anche questo fattore è, in larga misura, una
conseguenza del nostro attuale sistema di amministra-
zione pubblica delle scuole e diventerà ancora più gra-
ve mano a mano che l’ambito controllato dalle autori-
tà pubbliche tenderà ad ampliarsi. In effetti, è proprio
questo il motivo che spinge le organizzazioni sindacali
del settore a propugnare energicamente questo amplia-
mento (dal distretto scolastico locale allo stato, e dallo
stato al governo federale). In qualsiasi organizzazione
burocratica, praticamente indistinguibile dalla pubblica
amministrazione, l’uniformazione della struttura sala-
riale è pressoché inevitabile: è praticamente impossibile
stimolare una concorrenza in grado di creare ampie dif-
ferenze salariali in base al merito. Gli educatori, vale a
dire gli insegnanti, finiscono con l’esercitare il principale
grado di controllo. Ai genitori o alla comunità locale ri-
mane ben poco. In qualsiasi settore, la maggioranza de-
gli addetti, che siano carpentieri, idraulici o insegnanti,
preferisce avere una struttura salariale standardizzata e
si oppone a una diversificazione basata sul merito, per
l’ovvio motivo che gli individui dotati di un particola-
re talento sono sempre pochi. Si tratta di un caso parti-
colare della tendenza generale che le persone hanno a
colludere al fine di fissare i prezzi, a prescindere che ciò
avvenga per mezzo di un sindacato o di un monopolio
industriale. Ma gli accordi collusivi, tuttavia, general-

tato dal National Health Service, il servizio sanitario nazionale britannico. In uno
studio attento e acuto, D.S. Lees giunge alla conclusione che «ben lungi dall’essere
esorbitanti, i fondi destinati al NHS sono stati verosimilmente inferiori a quanto i
consumatori avrebbero scelto di spendere in un libero mercato. Il ridotto numero
di ospedali costruiti, in particolare, è deplorevole». D.S. Lees, “Health Through
Choice”, Hobart Paper n. 14, Londra, Institute of Economic Affairs, 1961, p. 58.

156
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

mente vengono eliminati dalla concorrenza, a meno che


le autorità politiche non li impongano o, quanto meno,
non li sostengano in altro modo.
Se mai decidessimo di sviluppare un sistema per
assumere e pagare gli insegnanti che mirasse delibera-
tamente ad allontanare chi è dotato di immaginazione,
iniziativa e sicurezza in se stesso e ad attirare i candidati
più limitati, mediocri e banali, basterebbe imitare quel
meccanismo di certificati di insegnamento e strutture
salariali che si è imposto nei sistemi scolastici statali e
nelle città più grandi. Nella situazione attuale stupisce
se mai che la qualità dell’insegnamento nelle scuole
elementari e secondarie non sia peggiore di quel che è.
L’alternativa che abbiamo delineato risolverebbe que-
sti problemi e permetterebbe alla concorrenza di ope-
rare efficacemente nel premiare il merito e attirare il
personale più capace. Perché l’intervento pubblico nei
sistemi scolastici degli Stati Uniti ha imboccato questa
strada? Non conosco la storia dell’istruzione nel nostro
paese abbastanza a fondo da poter rispondere con cer-
tezza a questa domanda, ma posso comunque avanza-
re qualche congettura sul genere di considerazioni che
potrebbero averci allontanato dall’adottare le politiche
sociali più opportune. Non sono assolutamente certo
che il sistema che sto per tratteggiare sarebbe stato au-
spicabile un secolo fa. Prima dell’enorme sviluppo dei
trasporti, la tesi del “monopolio naturale” era molto più
convincente. Altrettanto importante, nel diciannovesi-
mo e nel ventesimo secolo, il maggiore problema negli
Stati Uniti non era quello di favorire la diversità, bensì
di creare quel nucleo comune di valori essenziale alla
stabilità di una società. Negli USA arrivavano enormi
flussi di immigranti provenienti da ogni parte del glo-
bo, contraddistinti da lingua e usi diversi. Il melting pot
doveva necessariamente contemplare una certa misu-
ra di conformità e di rispetto per taluni valori comuni.
Da questo punto di vista, la scuola pubblica svolgeva
un’importante funzione, non ultimo nella diffusione
dell’inglese come lingua comune. Se fosse stato in vigo-
re il sistema alternativo basato sui voucher, tra gli stan-

157
Capitalismo e libertà

dard minimi richiesti a una scuola per essere certificata


e poter ricevere i voucher in questione avrebbe certa-
mente potuto esservi l’uso della lingua inglese. Tutta-
via, in un sistema di scuole private, garantire il rispetto
di questo requisito sarebbe potuto risultare più difficile.
Non voglio necessariamente affermare che il sistema di
scuole pubbliche fosse assolutamente preferibile all’al-
ternativa prospettata, ma solo evidenziare che all’epoca
la tesi a favore della scuola pubblica sarebbe stata molto
più convincente di quanto non sia oggigiorno. Ai nostri
giorni il problema non è quello di garantire l’uniformi-
tà, anzi, se mai il rischio è proprio quello di eccedere in
tale direzione. Il nostro problema è quello di favorire la
diversità e il sistema alternativo che abbiamo delineato
vi riuscirebbe in modo molto più efficace di un sistema
scolastico nazionalizzato.
Un ulteriore fattore che avrebbe avuto un maggior
peso un secolo fa è la combinazione della diffusa disap-
provazione della concessione di sussidi in contanti agli
individui (considerati una specie di elemosina) e del-
la mancanza di un efficace meccanismo amministrati-
vo in grado di gestire la distribuzione dei voucher e di
vigilare sull’uso che ne sarebbe stato fatto. Apparati
amministrativi di tal fatta sono un fenomeno dell’epo-
ca moderna e si sono sviluppati appieno di pari passo
con l’enorme ampliamento della tassazione individua-
le e dei programmi di assistenza e sicurezza sociale. In
mancanza di ciò, è possibile che l’amministrazione di-
retta del sistema scolastico da parte delle autorità sia
apparsa come l’unico mezzo praticabile per finanziare
l’istruzione.
Come alcuni degli esempi menzionati più sopra
(Francia e Gran Bretagna) indicano, alcune caratteristi-
che del sistema da me proposto figurano già oggi in al-
cuni sistemi scolastici. Inoltre vi sono forti (e, io credo,
crescenti) pressioni a favore di sistemi analoghi in molti
paesi occidentali. La spiegazione, almeno in parte, va
trovata nella moderna evoluzione degli apparati am-
ministrativi pubblici che agevolerebbe queste soluzioni
alternative.

158
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

È evidente che, passando dal sistema attuale a quel-


lo proposto in queste pagine, insorgerebbero svariati
problemi di ordine amministrativo, ma nessuno di essi
sembra insolubile e inestricabilmente connesso a questo
settore. Come nella denazionalizzazione di altri tipi di
attività economica, le strutture e le attrezzature esistenti
dovrebbero essere vendute alle imprese private disposte
a entrare in questo settore: in tal modo il cambiamento
non comporterebbe alcuno spreco di capitale. Giacché
gli enti pubblici, almeno in talune località, continuereb-
bero ad amministrare le scuole, la transizione sarebbe
semplice e graduale. Analogamente, l’amministrazione
locale delle scuole che sussiste negli Stati Uniti e in sva-
riati altri paesi agevolerebbe la transizione, in quanto
favorirebbe la sperimentazione su piccola scala. Indub-
biamente si presenterebbero ostacoli di vario tipo nel
determinare chi abbia titolo alle sovvenzioni da parte
di un particolare organo pubblico, ma ciò non sarebbe
sostanzialmente diverso dal problema attuale di stabi-
lire quale organo abbia il dovere di fornire l’istruzione
scolastica di un questo o quel fanciullo. Le differenze
nell’ammontare dei sussidi renderebbero alcune regioni
più allettanti di altre, proprio come oggigiorno le diffe-
renze nella qualità dell’insegnamento sortiscono il me-
desimo effetto. L’unica complicazione nascerebbe dalle
più elevate opportunità di abusare del sistema offerte
dalla maggiore libertà di scegliere dove educare i propri
figli. La difesa dello status quo si basa di solito su ipote-
tiche difficoltà nell’amministrazione del nuovo sistema.
In questo caso particolare si tratta di una difesa ancora
più debole del solito, giacché il sistema vigente deve su-
perare non solo gli stessi problemi che affliggerebbero
la soluzione qui proposta, ma anche i problemi supple-
mentari creati dall’amministrazione delle scuole come
funzione dell’apparato statale.

L’istruzione superiore e universitaria


La disamina fatta nelle pagine precedenti ha riguar-
dato principalmente l’istruzione scolastica primaria e
secondaria. Per l’istruzione di livello superiore, la tesi a

159
Capitalismo e libertà

favore della nazionalizzazione giustificata da esternalità


o da monopolio naturale è perfino più debole. In merito
ai livelli scolastici più bassi vi è un notevole consenso,
prossimo all’unanimità, su quale sia il contenuto più op-
portuno di un programma educativo rivolto ai cittadini
di una democrazia: di fatto, questi contenuti potrebbero
consistere semplicemente nel leggere, scrivere e far di
conto. Quando veniamo alle prese con l’istruzione di
ordine superiore, il grado di consenso diminuisce con-
siderevolmente: indubbiamente, ben prima di giungere
al livello del college, il grado di consenso in merito ai
contenuti non potrebbe giustificare l’imposizione a tutti
gli studenti delle opinioni della maggioranza, men che
meno quando tale maggioranza è solo relativa. Questo
fattore potrebbe addirittura far sorgere qualche dubbio
in merito all’opportunità di concedere sussidi a favore
di questo grado di istruzione e certamente indebolisce
notevolmente la tesi a favore della sua nazionalizzazio-
ne sulla base dell’esigenza di fornire un nucleo di valori
comuni. Inoltre, in considerazione delle distanze che
separano gli istituti di istruzione superiore dalla resi-
denza originaria della gran parte dei loro studenti, non
si può certo parlare di “monopolio naturale”.
Negli Stati Uniti, gli istituti pubblici rivestono nel
campo dell’istruzione superiore un ruolo meno impor-
tante rispetto a quanto avviene per le scuole primarie
e secondarie. A dispetto di ciò, la loro importanza è
continuamente cresciuta, certamente almeno fino agli
anni Venti del Novecento, al punto che oggi contano
per più di metà degli studenti che frequentano college e
università.3 Uno dei principali motivi di questa crescita
è il fatto che gli istituti pubblici sono relativamente eco-
nomici: la gran parte dei college e delle università stata-
li e municipali esigono tasse di frequenza più basse di
quanto non possano fare le università private. Queste
ultime, di conseguenza, si sono trovate in serie difficoltà

3. Si veda George J. Stigler, “Employment and Compensation in Education”,


Occasional Paper n. 3, New York, National Bureau of Economic Research, 1950,
p. 33.

160
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

finanziarie e si sono lamentate, abbastanza comprensi-


bilmente, della concorrenza “sleale” ai loro danni. Le
università private hanno voluto mantenere la propria
indipendenza dalle autorità, ma, al tempo stesso, spin-
te dalle pressioni finanziarie, hanno cercato di ottenere
aiuti pubblici.
L’analisi svolta nelle pagine precedenti lascia intra-
vedere su quali linee potrebbe svilupparsi una possibile
soluzione. Le spese pubbliche a favore dell’istruzione
scolastica superiore possono essere giustificate come
strumento per formare i giovani ai loro doveri di cit-
tadini e ad assumere posizioni di guida nelle rispettive
comunità (anche se voglio sottolineare che la notevole
percentuale della spesa corrente che viene destinata alla
formazione strettamente professionale non può essere
giustificata su tale base né, come vedremo più avanti,
per qualsiasi altro motivo). Escludere dalle sovvenzio-
ni istituti diversi da quelli amministrati dalle autorità
non ha alcuna ragion d’essere. Ogni eventuale sussidio
dovrebbe essere concesso ai singoli studenti per essere
speso presso gli istituti di loro scelta, con l’unica condi-
zione che il tipo di istruzione sia tra quelli che si voglio-
no sovvenzionare. Le scuole pubbliche che dovessero
eventualmente essere conservate dovrebbero esigere
tasse di frequenza commensurate ai costi, in modo da
entrare in concorrenza su un piano di parità con gli
istituti privi di sostegno pubblico.4 Il sistema risultante
seguirebbe grosso modo i contorni dell’organizzazione
adottata negli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mon-
diale per finanziare l’istruzione dei reduci, con la diffe-
renza che i fondi proverrebbero presumibilmente dalle
casse statali, anziché da quelle federali.
Adottare una soluzione di questo tipo permettereb-
be di avere un maggior grado di concorrenza tra vari
tipi di scuole e un utilizzo decisamente più efficien-
te delle loro risorse. Eliminerebbe ogni pressione per

4. In questa ipotesi non sto considerando le spese per la ricerca: ho interpretato il


concetto di istruzione nel senso più stretto, al fine di escludere considerazioni che
ci porterebbero troppo lontano.

161
Capitalismo e libertà

ottenere un’assistenza diretta del governo a favore di


college e università private e quindi permetterebbe di
conservarne l’indipendenza e la diversità, pur offren-
do loro la possibilità di crescere al pari degli istituti
pubblici. Questo sistema, inoltre, potrebbe presentare
il beneficio aggiuntivo di esaminare con più attenzio-
ne le finalità per le quali vengono concessi i sussidi
pubblici. La concessione di sovvenzioni agli istituti di
istruzione superiore, piuttosto che agli individui che li
vorrebbero frequentare, ha portato a un sostegno indi-
scriminato a tutte le attività svolte da queste istituzio-
ni, anziché solo a quelle che lo stato vorrebbe sussidia-
re. Anche la più superficiale delle occhiate basterebbe
a concludere che, sebbene vi sia una certa sovrappo-
sizione tra le due categorie di attività, esse non sono
assolutamente identiche.
La difesa di questo sistema alternativo per motivi di
equità è particolarmente solida a livello di college e uni-
versità, in virtù dell’esistenza di un gran numero e una
notevole varietà di scuole private. Lo Sato dell’Ohio,
ad esempio, dice ai propri cittadini: «Se avete un figlio
che desidera frequentare il college, il governo gli conce-
derà automaticamente una sostanziosa borsa di studio
quadriennale, a patto che egli sia in grado di rispettare
requisiti educativi minimi e che sia abbastanza sveglio
da scegliere l’università dell’Ohio. Se il giovanotto
vuole andare all’Oberlin College, alla Western Reserve
University, non parliamo poi di Yale, Harvard, North-
western, Beloit o dell’università di Chicago, noi non
scuciremo un centesimo». Su quale base si può giusti-
ficare un sistema del genere? Non sarebbe molto più
equo (oltre a favorire un livello accademico più ele-
vato) destinare i fondi che lo stato dell’Ohio desidera
stanziare a favore dell’istruzione superiore a borse di
studio spendibili in qualsiasi college o università del
paese ed esigere che l’università dell’Ohio competa su
un piede di parità con essi?5

5. Nel mio esempio ho usato l’Ohio, piuttosto che l’Illinois, perché da quando
ho scritto l’articolo sul quale si basa questo capitolo (ossia nel 1953) lo stato dell’Il-

162
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

La formazione professionale e tecnica


La formazione professionale e tecnica non presen-
ta alcuna delle esternalità che abbiamo genericamente
attribuito all’istruzione. Si tratta di una forma di inve-
stimento nel capitale umano perfettamente analoga a
qualsiasi investimento in macchinari, strutture o altre
forme di capitale non umano. La sua funzione è quella
di aumentare la produttività economica del singolo in-
dividuo: in caso di successo, in una società basata sulla
libera impresa ogni cittadino viene premiato ottenendo
per i propri servigi un compenso maggiore di quanto
non avverrebbe altrimenti.6 La differenza di remunera-
zione rappresenta l’incentivo economico a investire ca-
pitale, a prescindere che ciò avvenga sotto la forma di
una macchina o di un essere umano. In entrambi i casi,
la maggiore remunerazione dev’essere valutata rispetto
al costo necessario per ottenerla. Per quanto riguarda la
formazione tecnico-professionale, le principali voci di
costo sono il reddito non percepito durante il periodo
formativo, gli interessi perduti rimandando l’inizio del
periodo produttivo della propria vita e le spese speci-
fiche per ottenere la formazione in questione, quali le
tasse di frequenza e il costo di libri e attrezzature. Per
quanto riguarda il capitale fisico, i costi principali sono
la spesa necessaria per la costruzione dei beni capita-
li e gli interessi perduti durante la costruzione. In en-
trambi i casi, è verosimile che un individuo ritenga tale
investimento auspicabile se la valutazione che egli dà
della maggiore remunerazione supera quella dei costi

linois ha istituito un programma sulle linee della mia proposta, grazie al quale
vengono messe a disposizione borse di studio utilizzabili presso college e università
private in Illinois. Anche la California ha seguito l’esempio dell’Illinois, mentre la
Virginia ha istituito un programma analogo per gradi di istruzione più bassi, ma
per un motivo completamente diverso, ossia evitare l’integrazione razziale. Il caso
della Virginia verrà esaminato nel Capitolo 7.
6. Può accadere che il maggiore rendimento si manifesti solo parzialmente in
forma monetaria: esso può anche consistere in benefici non pecuniari inerenti
all’occupazione per la quale la formazione professionale è più adatta all’individuo
in questione. Analogamente, tale occupazione può presentare svantaggi non pecu-
niari, che vanno inclusi tra i costi dell’investimento.

163
Capitalismo e libertà

aggiuntivi.7 Come che sia, se l’individuo in questione


sceglie di effettuare tale investimento e lo Stato non
concede sussidi alla formazione, né tassa la maggio-
re remunerazione che ne consegue, in generale egli (o
i suoi genitori, i suoi finanziatori o i suoi benefattori)
sopporta tutti i costi aggiuntivi e riceve tutta la maggio-
re remunerazione. Non compaiono costi non sopportati
o guadagni inesigibili che possano tendere a far deviare
sistematicamente gli investimenti privati da quelli so-
cialmente opportuni.
Se il capitale necessario all’investimento in un essere
umano fosse altrettanto facilmente reperibile di quello
per l’investimento in beni materiali, sia per il tramite
del mercato, sia attraverso l’investimento diretto del-
le risorse dell’individuo in questione (o della famiglia
o ancora di un benefattore), il tasso di rendimento del
capitale tenderebbe a essere pressappoco uguale in en-
trambi i campi. Se il tasso fosse più elevato per il capi-
tale non umano, i genitori avrebbero tutto l’incentivo
ad acquistare questo genere di capitale per i propri figli,
anziché investire una somma simile per la loro forma-
zione professionale, e viceversa. In realtà, tuttavia, vi è
una considerevole quantità di evidenza empirica che il
tasso di rendimento dell’investimento in formazione
professionale sia decisamente superiore a quello in in-
vestimenti in capitale fisico. Tale differenza ci induce a
sospettare che vi sia un sotto-investimento in capitale
umano.8
Questo sotto-investimento in capitale umano è pre-
sumibilmente indice di un’imperfezione del mercato
dei capitali. L’investimento in esseri umani non può
venire finanziato agli stessi termini o con la medesima

7. Per una descrizione maggiormente particolareggiata e precisa delle conside-


razioni che entrano in gioco nella scelta di un’occupazione, si veda Milton Fried-
man - Simon Kuznets, Income from Independent Professional Practice, New York,
National Bureau of Economic Research, 1945, pp. 81-95 e pp. 118-137.
8. Si veda Gary S. Becker, “Underinvestment in College Education?”, American
Economic Review, 50, n. 2, 1960, Papers and Proceedings of the Seventy-second
Annual Meeting of the American Economic Association, pp. 356-364; Theodore
W. Schultz, “Investment in Human Capital”, American Economic Review, 61,
1961, p. 117.

164
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

facilità degli investimenti in capitale fisico. È facile ca-


pirne il motivo: se, al fine di finanziare un investimento
in capitale fisico, viene effettuato un prestito in denaro
a tasso fisso, chi lo concede può ottenere qualche ga-
ranzia sotto forma di un’ipoteca o di un diritto di pre-
lazione sul bene fisico in questione. Così facendo, in
caso di inadempienza del beneficiario, egli può essere
certo di recuperare almeno parte del prestito vendendo
il bene fisico. Se, invece, il prestito viene fatto al fine
di accrescere le capacità di guadagno di un particolare
individuo, è evidente che il mutuante non può ottenere
garanzie analoghe. In una situazione in cui la schiavitù
non esiste, non è possibile acquistare e vendere l’indi-
viduo che ha ottenuto il prestito e, anche se ciò fosse
possibile, la garanzia non sarebbe comunque compara-
bile al caso precedente. In generale, la produttività del
capitale fisico non dipende dalla disponibilità a coope-
rare da parte del beneficiario del prestito. Viceversa, ciò
è vero nel caso della produttività del capitale umano.
Un prestito concesso per finanziare la formazione di un
individuo che non ha alcuna garanzia da offrire, tranne
i suoi guadagni futuri, è quindi una prospettiva assai
meno allettante di un prestito concesso per finanziare la
costruzione di un edificio: le garanzie sono minori e il
costo del successivo recupero del capitale e dell’interes-
se maturato è considerevolmente maggiore.
Un’ulteriore complicazione nasce dal fatto che un
prestito a reddito fisso non è lo strumento più appropria-
to per il finanziamento di un investimento in formazio-
ne professionale. Un investimento del genere compor-
ta necessariamente un considerevole grado di rischio.
Il rendimento atteso medio può essere elevato, ma le
oscillazioni intorno alla media sono piuttosto forti. Tra
le cause di tale variazione vi è evidentemente la morte
o l’invalidità del soggetto, che tuttavia è probabilmente
un fattore meno significativo delle normali differenze in
abilità, energia e fortuna tra individui diversi. Di conse-
guenza, se venissero concessi prestiti a reddito fisso ed
essi fossero garantiti solo dai guadagni futuri attesi dal
beneficiario, una notevole frazione di tali prestiti non

165
Capitalismo e libertà

verrebbe mai restituita. Al fine di rendere tali prestiti al-


lettanti per i mutuanti, il tasso d’interesse nominale pra-
ticato su tutti i prestiti dovrebbe essere abbastanza ele-
vato da compensare le perdite di capitale incorse in caso
di inadempienza. Un tasso nominale sufficientemente
elevato contravverrebbe alle leggi sull’usura, oltre a
rendere prestiti di questo tipo poco attraenti agli occhi
dei potenziali richiedenti.9 L’accorgimento adottato per
ovviare a problemi analoghi che si presentano in caso
di altri investimenti ad alto rischio consiste nell’acqui-
sto di una partecipazione a responsabilità limitata per
gli azionisti. Il corrispettivo nel campo dell’istruzione
potrebbe essere l’acquisto di un “pacchetto azionario”,
per così dire, nelle prospettive di guadagni futuri di un
individuo. A questo punto sarebbe possibile anticipar-
gli i fondi necessari a finanziare la sua formazione, a
patto che egli si impegni a versare al suo finanziatore
una frazione prestabilita dei suoi guadagni futuri. In tal
modo il finanziatore otterrebbe una somma superiore al
proprio investimento iniziale nel caso di individui che
dovessero fare fortuna, somma che andrebbe a compen-
sare l’impossibilità di recuperare l’analogo investimen-
to fatto a favore di persone meno capaci.
Non sembra esservi alcun ostacolo di natura legale
a contratti privati di questo genere, per quanto siano
economicamente equivalenti all’acquisto di una fetta
della capacità di guadagno di un individuo e, quindi,

9. A dispetto degli ostacoli che presentano i prestiti a rendita fissa, a quanto pare
in Svezia essi sono un sistema alquanto diffuso per il finanziamento dell’istruzione.
Nel paese scandinavo questo genere di prestiti è disponibile a un tasso d’interesse
moderato. È presumibile che una spiegazione possa essere ravvisata in una variazio-
ne del reddito tra i laureati minore di quanto non avvenga negli Stati Uniti. Questa,
tuttavia, non può essere una spiegazione esauriente e potrebbe non essere la sola
ragione (né la più importante) di questo diverso modo di fare. Sarebbe auspicabile
uno studio più approfondito dell’esperienza pratica svedese e di altri paesi, in modo
da poter vedere se le ragioni sopra esposte rappresentino una spiegazione adeguata
dell’assenza, negli Stati Uniti come altrove, di un florido mercato dei prestiti per il
finanziamento della formazione professionale, o se non vi siano invece altri ostacoli
più facili da eliminare. Negli ultimi anni, negli Stati Uniti si è verificata una gradita
crescita dei prestiti privati a favore di studenti universitari. La molla principale di
questo fenomeno è stata la United Student Aid Funds, un’organizzazione no profit
che garantisce i prestiti concessi dalle banche private.

166
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

paragonabili a una condizione di parziale schiavitù.


Uno dei motivi che hanno impedito la diffusione di
questo tipo di contratti, per quanto siano potenzialmen-
te vantaggiosi per entrambe le parti, è probabilmente
rappresentato dall’elevato costo amministrativo che
essi richiedono, in considerazione della libertà di ogni
individuo di trasferirsi da una località all’altra, dell’esi-
genza di ottenere accurate dichiarazioni del reddito del
beneficiario e della lunga durata del contratto stesso. È
presumibile che tali costi risulterebbero particolarmen-
te elevati per investimenti su scala ridotta a favore di
individui residenti in località geograficamente molto
distanti. È quindi possibile che tali costi possano essere
il principale motivo che ha impedito che questo genere
d’investimento si diffondesse sotto gli auspici dell’im-
presa privata.
Sembra estremamente probabile, tuttavia, che un
ruolo importante sia stato svolto dall’effetto cumulati-
vo del fatto che si tratta di un’idea inusitata, dalla rilut-
tanza a concepire un investimento in un essere umano
alla stregua di un investimento in beni fisici, dalla pro-
babilità che questo tipo di contratti (a prescindere che
fossero stipulati volontariamente) susciterebbe nell’opi-
nione pubblica un irrazionale sentimento di condanna
e dai limiti legali e convenzionali del genere di inve-
stimenti che possono essere effettuati dagli intermedia-
ri finanziari più idonei ad operare in questo mercato,
vale a dire le compagnie di assicurazione sulla vita. I
potenziali guadagni, specialmente per chi si affacciasse
per primo in questo particolare mercato, sono talmente
elevati che varrebbe certamente la pena sopportare costi
amministrativi estremamente forti.10

10. È divertente cercare di immaginare in che modo sarebbe possibile condurre


queste transazioni ed escogitare qualche possibile accorgimento per ricavarne un
profitto. I primi soggetti a entrare nel mercato sarebbero in grado di scegliere gli
investimenti migliori imponendo elevatissimi standard qualitativi agli individui in
cerca di un finanziamento. In tal caso, aumenterebbero la redditività del proprio
investimento ottenendo un pubblico riconoscimento della qualità degli individui
ai quali avessero concesso un prestito. La dicitura “Formazione finanziata dalle
Assicurazioni XYZ” potrebbe diventare un vero e proprio marchio di qualità in
grado di attirare altri clienti. La nostra ipotetica compagnia XYZ, inoltre, potreb-

167
Capitalismo e libertà

Quale che ne sia il motivo, un’imperfezione del mer-


cato ha causato un sotto-investimento in capitale uma-
no. Pertanto si potrebbe razionalizzare un interven-
to pubblico sia sulla base del concetto di “monopolio
naturale”, in quanto l’ostacolo allo sviluppo di questo
genere di investimenti sono stati i costi amministrativi,
sia con lo scopo di migliorare il funzionamento del mer-
cato, qualora l’ostacolo fossero semplicemente gli attriti
e le rigidità del mercato stesso.
Qualora il governo decidesse di intervenire, che
forma dovrebbe assumere l’intervento? Una soluzione
abbastanza ovvia, che peraltro a tutt’oggi è la sola che
si sia concretata, consiste nell’offerta diretta di sussidi
pubblici a favore dell’istruzione e della formazione pro-
fessionale, finanziata dalle entrate generali dello Stato.
Si tratta di una modalità chiaramente inopportuna: l’in-
vestimento dovrebbe essere effettuato fino al punto in
cui il rendimento extra ripaga l’investimento stesso e
frutta il tasso d’interesse di mercato su di esso. Se l’in-
vestimento è a favore di un essere umano, il rendimen-
to extra assume la forma di una remunerazione per i
servizi dell’individuo in questione più alta di quanto
non avverrebbe in assenza dell’investimento stesso. In
un’economia privata di mercato, il nostro individuo
otterrebbe questo rendimento sotto forma di reddito
personale. Se gli investimenti di cui parliamo fosse-
ro sussidiati, egli non avrebbe sopportato alcun costo.
Di conseguenza, se i sussidi a favore della formazione
professionale venissero concessi a chiunque ne facesse
richiesta e fosse dotato dei requisiti di qualità minimi,
ci sarebbe la tendenza a sovra-investire in esseri umani,
giacché ogni individuo avrebbe l’incentivo a ottenere
tale formazione a patto che essa fruttasse un rendimen-
to extra rispetto ai costi sopportati privatamente, anche
nel caso in cui il rendimento fosse insufficiente a ripaga-
re l’investimento effettuato, per non parlare di fruttare
un qualsiasi interesse. Per evitare il sovra-investimento,

be rendere un’enorme varietà di servizi di altro tipo ai “suoi” medici, avvocati,


dentisti e così via.

168
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

il governo dovrebbe limitare i sussidi e, anche facendo


astrazione dal problema di calcolare l’ammontare “cor-
retto” di investimenti, ciò comporterebbe l’esigenza
del razionamento, in modo essenzialmente arbitrario,
dell’ammontare limitato di investimenti tra un numero
di richiedenti superiore a quello che sarebbe possibile
finanziare. Tra costoro, chi avesse la fortuna di ottenere
una sovvenzione per la propria formazione ricevereb-
be l’intero rendimento dell’investimento, mentre i costi
sarebbero sopportati dai contribuenti. È evidente che si
tratterebbe di una redistribuzione del reddito completa-
mente arbitraria e quasi certamente controproducente.
L’obiettivo che cerchiamo di ottenere non è quello di
redistribuire il reddito, bensì di far sì che il capitale sia
disponibile a condizioni simili sia per gli investimen-
ti umani, sia per quelli in beni fisici. Gli individui do-
vrebbero sopportare i costi degli investimenti a proprio
favore, così come dovrebbero riceverne i benefici. Cer-
tamente, le imperfezioni del mercato non dovrebbero
impedire loro di effettuare l’investimento, qualora fos-
sero disposti a sopportarne i costi. Un modo per otte-
nere questo risultato consiste nel far sì che le autorità
acquistino una “partecipazione azionaria” degli indivi-
dui che beneficiano dei loro sussidi. Un organismo pub-
blico, cioè, potrebbe offrire il finanziamento (completo o
parziale) della formazione professionale di chiunque sia
in possesso di determinati requisiti qualitativi minimi.
Questo ente metterebbe a disposizione una somma an-
nuale per un determinato numero di anni, a condizione
che il beneficiario la utilizzi per ottenere la formazione
desiderata presso un istituto certificato. In cambio, que-
sti accetterebbe di versare alle autorità una percentuale
annua prefissata dei suoi guadagni (purché superiori a
una soglia minima) per ogni migliaio di dollari del fi-
nanziamento iniziale. Questo pagamento potrebbe age-
volmente essere accorpato al pagamento dell’imposta
sul reddito, comportando in tal modo spese ammini-
strative minime. L’ammontare della soglia minima po-
trebbe essere pari ai guadagni medi stimati ottenibili in
assenza della formazione in questione e la percentuale

169
Capitalismo e libertà

dei guadagni da versare alle casse pubbliche potrebbe


essere calcolata in modo da rendere l’intero program-
ma finanziariamente autonomo. In questo modo i be-
neficiari dei sussidi ne sopporterebbero interamente
il costo. L’ammontare dell’investimento verrebbe così
determinato dalle scelte individuali. A patto che questo
fosse l’unico metodo con cui le autorità finanziano la
formazione tecnica e professionale, e a condizione che il
calcolo dei guadagni tenesse conto di tutti i costi e tutti
gli utili pertinenti al caso, la libera scelta degli individui
interessati tenderebbe a produrre l’ammontare ottimale
d’investimento.
Purtroppo non è molto probabile che la seconda
condizione possa essere pienamente soddisfatta, in
considerazione dell’impossibilità di tener conto degli
introiti non pecuniari che abbiamo menzionato prece-
dentemente. In pratica, quindi, anche con questo siste-
ma gli investimenti sarebbero un po’ troppo bassi e non
sarebbero distribuiti in modo ottimale.11
Per svariate ragioni sarebbe preferibile che questo
sistema venisse sviluppato da istituti finanziari privati
e no profit, come fondazioni e università. A causa delle
difficoltà che si incontrerebbero cercando di stimare i
guadagni base e la frazione di tali guadagni superiori al
dato base da destinare alla restituzione al governo, vi è
il grande pericolo che un sistema siffatto si trasformi in
un’occasione di polemica politica. Le informazioni rela-
tive ai guadagni correnti nelle diverse occupazioni of-
frirebbero solo una approssimazione dei valori in grado
di rendere il programma finanziariamente autonomo.
In aggiunta, i guadagni base e la frazione di cui sopra
dovrebbero variare da individuo e individuo, a seconda
dei differenziali nella capacità attesa di guadagno che
può essere prevista, esattamente come i premi assicu-
rativi sulla vita variano tra gruppi aventi una diversa

11. Desidero ringraziare Harry G. Johnson e Paul W. Cook Jr. per avermi sugge-
rito di aggiungere questa condizione. Per una disamina più approfondita del ruolo
dei benefici e degli svantaggi non pecuniari nel calcolo degli introiti derivanti dalle
diverse carriere professionali, si veda Milton Friedman - Simon Kuznets, Income
from Independent Professional Practice.

170
Il ruolo dei poteri pubblici nell’istruzione

speranza di vita.
Se gli oneri amministrativi costituiscono l’ostacolo
principale alla realizzazione di un sistema privatistico
per il finanziamento della formazione professionale, il
livello più idoneo a mettere a disposizione i fondi neces-
sari è il governo federale. Nel tentativo di tenere traccia
degli individui che hanno beneficiato di finanziamenti,
qualsiasi stato dell’Unione incontrerebbe gli stessi co-
sti che avrebbe, diciamo, una compagnia assicurativa.
Il ricorso alle autorità federali permetterebbe di ridurre
al minimo, anche se non di eliminare, tali costi. Se un
individuo emigrasse in un altro paese, ad esempio, sa-
rebbe pur sempre soggetto all’obbligo legale e morale
di versare la frazione concordata dei suoi guadagni, ma
far rispettare tale obbligo sarebbe difficile e costoso. Gli
individui di particolare successo, quindi, avrebbero un
incentivo a emigrare all’estero. È evidente che si tratta
di un problema analogo a quello che si presenta nel caso
dell’imposta sul reddito, per giunta in misura decisa-
mente maggiore. Questo e altri problemi amministra-
tivi che si presenterebbero nella gestione del program-
ma a livello federale, per quanto complessi nei dettagli,
non appaiono particolarmente gravi. Il vero problema
è quello politico già menzionato: come impedire che il
programma diventi un pretesto politico e, sull’onda di
polemiche strumentali, venga trasformato da un pro-
getto finanziariamente autonomo a un programma di
sovvenzioni a fondo perduto.
Se questo pericolo è concreto, altrettanto reali sono
le opportunità offerte da un programma del genere. Le
imperfezioni esistenti nei mercati dei capitali tendono a
riservare i tipi di formazione professionale più costosi
agli individui che possono approfittare di genitori o di
benefattori disposti a finanziarli. Ciò rende costoro un
gruppo “fuori gara”, messo al riparo dalla concorren-
za dei molti individui che non dispongono del capitale
necessario. Il risultato è quello di perpetuare le inegua-
glianze in ricchezza e posizione sociale. La nascita di un
sistema come quello delineato nelle pagine precedenti
aumenterebbe la disponibilità di capitale e contribui-

171
Capitalismo e libertà

rebbe enormemente a rendere reale la parità di oppor-


tunità per tutti, a ridurre le ineguaglianze di ricchezza
e condizione e a favorire il massimo uso delle risorse
umane del paese. E tutto ciò verrebbe realizzato senza
ostacolare la concorrenza, distruggere gli incentivi e cu-
rare solo i sintomi, come avverrebbe con una redistri-
buzione bella e buona del reddito, ma rafforzando la
concorrenza, facendo valere gli incentivi ed eliminando
le cause dell’ineguaglianza.

172
Capitolo 7

Capitalismo e discriminazione

Uno degli eventi più importanti della storia umana


è che lo sviluppo del capitalismo è stato accompagnato
da una enorme diminuzione delle particolari limitazioni
imposte alle attività economiche di determinati gruppi
religiosi, etnici o sociali. In altri termini, abbiamo assisti-
to a una straordinaria riduzione della discriminazione.
La sostituzione di accordi contrattuali ai precedenti or-
dinamenti basati sulla condizione (civile o sociale) degli
individui ha rappresentato il primo passo del cammino
verso la liberazione dei servi della gleba nel Medio Evo.
La sopravvivenza delle comunità ebraiche nel Medio
Evo è stata resa possibile dall’esistenza di un settore di
mercato nel quale esse potevano operare e mantenersi
nonostante la persecuzione delle autorità. Le comunità
di Puritani e di Quaccheri riuscirono a mettere da parte
i fondi necessari per emigrare nel Nuovo Mondo grazie
alle loro attività commerciali, a dispetto delle numerose
limitazioni imposte su altri aspetti della loro vita. Dopo
la Guerra Civile, gli stati del Sud adottarono numero-
se misure al fine di imporre svariate limitazioni legali
alla popolazione di colore, tuttavia non venne mai im-
posto, almeno su una scala significativa, alcun ostaco-
lo al possesso di beni reali o personali. È evidente che
il fatto di non aver imposto limitazioni alla proprietà
non nasceva da una particolare benevolenza per i neri
che vivevano in quegli stati, ma si tratta chiaramente
della conseguenza di una fede nella proprietà privata

173
Capitalismo e libertà

così radicata da prevalere sul desiderio di discriminare


la popolazione di colore. Il rispetto delle norme gene-
rali che sottendono la proprietà privata e il capitalismo
ha rappresentato una notevole opportunità per i neri,
che grazie a ciò hanno potuto fare molti più progressi
di quanto non sarebbe accaduto altrimenti. Se vogliamo
prendere un esempio più generico, in qualsiasi società
i campi nei quali opera più frequentemente la discrimi-
nazione sono proprio i settori dai tratti più monopoli-
stici, mentre la discriminazione ai danni di particolari
gruppi razziali o religiosi è minima in quei campi dove
esiste una maggiore libertà di competere.
Come abbiamo evidenziato nel Capitolo 1, uno dei
paradossi della nostra storia è che, a dispetto dell’evi-
denza del passato, di norma i più accesi e numerosi fau-
tori di una completa trasformazione della nostra società
capitalista sono stati proprio i gruppi di minoranza. Essi
hanno mostrato la tendenza ad attribuire al capitalismo
le residue limitazioni di cui ancora soffrono, anziché
riconoscere che il principale fattore che ha fatto sì che
le limitazioni ancora esistenti siano tanto esigue è stato
proprio il libero mercato.
Abbiamo già osservato come il libero mercato sepa-
ri l’efficienza economica da altre considerazioni. Come
evidenziato nel Capitolo 1, chi acquista del pane non sa
se esso sia stato fatto col grano coltivato da un bianco,
da un nero o da un ebreo. Di conseguenza il produtto-
re di grano si trova nella condizione di poter utilizzare
le proprie risorse nel modo più efficiente, senza curarsi
dell’atteggiamento della popolazione nei confronti del
colore della pelle, della religione o di altre caratteristiche
dei suoi dipendenti. Inoltre, cosa ancora più importan-
te, in un libero mercato esiste un incentivo economico a
separare l’efficienza economica dalle altre caratteristi-
che di un individuo. Un uomo d’affari o un imprendi-
tore che, nella propria attività, esprime preferenze che
non hanno relazione con l’efficienza produttiva si pone
in posizione di svantaggio nei confronti dei concorrenti
che non si curano di tali considerazioni. Di fatto, questo
ipotetico imprenditore si accollerebbe volontariamente

174
Capitalismo e discriminazione

costi più elevati di quelli che gravano sui concorrenti


che non hanno le medesime preferenze. Di conseguen-
za, in un mercato libero i secondi tenderebbero a estro-
mettere il primo dal mercato.
Lo stesso fenomeno presenta implicazioni più vaste.
Si dà spesso per scontato che, quando una persona met-
te in atto una discriminazione ai danni di altri, a causa
della loro origine etnica, della religione, del colore della
pelle o di qualsiasi altra caratteristica, essa non incorra
in alcun costo e imponga solamente un costo alle vittime
della discriminazione. Questa concezione è l’equivalen-
te del diffuso errore concettuale secondo cui un paese
che impone tariffe alle importazioni di beni dall’estero
non patisce alcun danno.1 Entrambe le idee sono del tut-
to sbagliate. Chi non è disposto ad acquistare i prodotti
di una persona di colore, ad esempio, o non vuole la-
vorare con loro, limita in tal modo la possibile gamma
delle proprie scelte. In generale, quindi, dovrà pagare
un prezzo più alto per i beni che acquista o ricevere una
remunerazione più bassa per il proprio lavoro. Ovvero,
in altri termini, chi ritiene che il colore della pelle o la
religione siano irrilevanti, può acquistare alcune cose
più a buon mercato.
Come queste osservazioni possono far intuire, il
tentativo di definire e interpretare il concetto di di-
scriminazione comporta seri problemi. Chi attua una
discriminazione ne paga il prezzo. In pratica, è come
se “acquistasse” quello che ai suoi occhi è un “prodot-
to”. È difficile capire che la discriminazione può avere
un significato diverso da quello di un “gusto” per gli
altri che non tutti condividono. Non riteniamo che sia
una discriminazione (almeno, non nella medesima ac-
cezione negativa) se un individuo è disposto a pagare
un prezzo più elevato per ascoltare un cantante anziché
un altro, ma pensiamo che lo sia nel caso in cui questa

1. In una brillante e penetrante analisi di alcune delle questioni economiche


presenti nella discriminazione, Gary Becker dimostra che il problema della discri-
minazione è pressoché identico nella sua struttura logica a quello degli scambi con
l’estero e delle tariffe. Si veda Gary S. Becker, The Economics of Discrimination,
Chicago, University of Chicago Press, 1957.

175
Capitalismo e libertà

persona sia disposta a pagare un prezzo più alto pur di


ottenere determinati servizi da parte di un individuo di
un certo colore piuttosto che di un altro. La differenza
tra i due casi è che nel primo condividiamo il gusto che
spinge il nostro individuo alla discriminazione, nel se-
condo invece no. Vi è dunque una differenza di princi-
pio tra il gusto che induce il padrone di casa a preferire
una servitù di bell’aspetto a brutti domestici e il gusto
che spinge un altro a preferire una persona di colore a
un bianco, o viceversa, tranne il fatto che possiamo con-
dividere il primo e contestare il secondo?
Con questo non voglio certo affermare che tutti i gu-
sti siano uguali. Al contrario, sono fermamente convinto
che il colore della pelle di un uomo o la religione dei suoi
genitori non siano di per sé un buon motivo per trattar-
lo in modo diverso dagli altri. Credo che un individuo
debba essere giudicato per quel che è e quel che fa e non
sulla base di queste caratteristiche esteriori. Non posso
che deplorare quello che considero il pregiudizio e la ri-
strettezza di vedute di coloro che, sotto questo aspetto,
hanno gusti diversi dai miei e per questo motivo la mia
considerazione per persone di questa fatta viene meno.
Tuttavia, in una società basata sulla libera discussione,
la soluzione giusta è cercare di convincerle che i loro
gusti sono sbagliati e che dovrebbero mutare le loro opi-
nioni e il loro comportamento, ma non si dovrebbe mai
ricorrere alla coercizione per imporre agli altri i propri
gusti e la propria mentalità.

Le leggi contro la discriminazione sul lavoro


In numerosi stati dell’Unione sono state costituite
commissioni di pari opportunità, aventi lo scopo di pre-
venire casi di “discriminazione” sul posto di lavoro per
motivi di ordine etnico o religioso. La legislazione in ma-
teria comporta chiaramente un’intrusione nella libertà
di ciascun individuo di stipulare contratti volontari con
i suoi simili. Le leggi di questo tipo subordinano ogni
contratto all’approvazione delle autorità. Si tratta per-
tanto di un’interferenza diretta nella libertà individuale
di un genere che troveremmo quasi sempre intollerabile

176
Capitalismo e discriminazione

in contesti diversi. Per giunta, come avviene per la gran


parte delle intrusioni nella libertà dei singoli, le persone
soggette alla legge possono risultare diverse da quelle
che i suoi fautori si riproponevano di controllare.
Ad esempio, consideriamo una situazione in cui, in
un quartiere abitato da persone fortemente contrarie
all’idea di essere servite da impiegati di colore, vi siano
svariati negozi di alimentari. Supponiamo inoltre che
uno di questi negozi cerchi un commesso e che la prima
persona che si presenta per avere il posto di lavoro sia
appunto un nero. Supponiamo infine che, in virtù della
legge, il negoziante sia obbligato ad assumerlo. L’effetto
di tale azione sarebbe quello di ridurre il giro d’affari
del negozio e causare perdite per il suo proprietario. Se
le preferenze della comunità sono abbastanza forti, il
negozio potrebbe addirittura chiudere i battenti. Quan-
do il proprietario assume un commesso bianco invece
che uno di colore, può darsi che non stia esprimendo la
preferenza o il pregiudizio che lo animano, ma che stia
semplicemente interpretando i gusti della comunità. Di
fatto, sta producendo i servizi che il consumatore è di-
sposto a pagare. Nondimeno, egli viene danneggiato (e
in effetti può essere l’unico soggetto danneggiato con-
cretamente) da una legge che gli proibisce di compor-
tarsi in questo modo, ossia gli proibisce di venire incon-
tro ai gusti della comunità che preferisce un commesso
bianco a uno di colore. I consumatori, ossia i soggetti
le cui preferenze la legge vorrebbe soffocare, saranno
colpiti solo nella misura in cui il numero di negozi di-
sponibili sarà limitato e quindi i prezzi che dovranno
pagare dopo che uno di essi sarà fallito diventeranno
più alti. Questa analisi può essere generalizzata. In una
percentuale di casi piuttosto elevata, quando adottano
criteri di assunzione che prendono in considerazione
fattori che non hanno alcuna rilevanza per la produt-
tività tecnica e fisica dei dipendenti, i datori di lavoro
trasmettono le preferenze dei loro clienti o degli altri di-
pendenti. In realtà, come abbiamo osservato, in genere
i datori di lavoro hanno un incentivo a trovare il modo
di eludere le preferenze dei loro clienti o dei loro dipen-

177
Capitalismo e libertà

denti se esse impongono loro costi più elevati.


I fautori della legislazione contro la discriminazione
sul lavoro sostengono che, in questo campo, l’ingeren-
za nella libertà individuale di stipulare contratti è giu-
stificata dal fatto che, se un datore di lavoro preferisce
assumere un bianco anziché un nero quando entram-
bi hanno le medesime qualifiche in termini di capacità
produttiva, egli sta danneggiando altri soggetti, vale a
dire il gruppo etnico o religioso che vede in tal modo
diminuite le proprie opportunità d’impiego. Questo ra-
gionamento confonde due tipi di danno profondamen-
te diversi. Un tipo consiste nel danno positivo che un
individuo causa a un altro per mezzo della forza fisi-
ca o obbligandolo a stipulare un contratto senza il suo
consenso. Un esempio abbastanza ovvio è il caso di una
persona che colpisca un’altra con un manganello. Un
esempio meno evidente è il caso dell’inquinamento di
un corso d’acqua esaminato nel Capitolo 2. Il secondo
genere è rappresentato dal danno negativo che si verifica
quando due individui non sono in grado di stipulare un
contratto accettabile per entrambi, come avviene quan-
do non siamo disposti ad acquistare il bene o il servizio
che ci viene offerto e quindi facciamo sì che le condizio-
ni del venditore siano peggiori di quanto non sarebbe
accaduto se avessimo concluso l’acquisto. Se la popo-
lazione nel suo complesso esibisce una preferenza per
i cantanti di blues piuttosto che per i cantanti d’opera, è
evidente che ciò farà aumentare il benessere economico
dei primi rispetto ai secondi. Se un aspirante cantante
di blues trova un posto di lavoro, mentre un cantante
d’opera non ci riesce, ciò significa semplicemente che il
primo sta offrendo un servizio che la comunità è dispo-
sta a pagare, mentre il secondo non si trova nella mede-
sima condizione. L’aspirante cantante d’opera, quindi,
viene “danneggiato” dai gusti della comunità. Se i gusti
fossero opposti, egli si troverebbe in condizioni migliori
e il cantante di blues sarebbe “danneggiato”. È chiaro
che questo tipo di danno non comporta alcuno scambio
involontario, né l’imposizione di un costo o la conces-
sione di benefici a terzi. Vi sono buoni motivi per soste-

178
Capitalismo e discriminazione

nere il ricorso ai poteri pubblici al fine di impedire a un


individuo di imporre un danno positivo ad altri, vale a
dire, di prevenire la coercizione. Non vi è invece alcun
motivo per avvalersi delle autorità al fine di evitare il
tipo “negativo” di danno. Anzi, un intervento pubblico
di tal fatta non può che ridurre la libertà e limitare la
cooperazione volontaria.
La legislazione contro la discriminazione sul lavo-
ro comporta l’accettazione di un principio che i fautori
di questo tipo di leggi troverebbero esecrabile in qua-
si ogni altro contesto. Se è giusto che lo Stato affermi
che gli individui non possono discriminare i candidati
a un posto di lavoro sulla base della loro etnia o della
loro religione, allora può essere altrettanto giusto che lo
Stato, ammesso che una maggioranza voti in tal senso,
imponga agli individui di discriminare i candidati sulla
base della loro etnia o della loro religione. Le leggi di
Norimberga nella Germania nazista e le leggi che impo-
nevano particolari svantaggi ai neri negli stati del Sud
dell’America sono esempi di legislazione che si regge
sul medesimo principio della legislazione contro la di-
scriminazione sul lavoro. I fautori della legislazione per
le pari opportunità in materia di assunzione che con-
dannano le leggi naziste o “sudiste” non possono soste-
nere che in via di principio queste ultime siano sbagliate
e che giustifichino un tipo di intervento statale che non
dovrebbe essere permesso. Possono solo sostenere che i
particolari criteri di discriminazione utilizzati sono irri-
levanti e possono cercare di convincere i loro concitta-
dini che i criteri ai quali fare ricorso dovrebbero essere
altri.
Se guardiamo alla storia umana e vediamo di cosa
sia possibile convincere una maggioranza se ciascun
singolo caso dev’essere deciso autonomamente piutto-
sto che in base a un principio generale, ci convinceremo
facilmente che le ripercussioni di una generale diffusio-
ne dell’accettabilità dell’intervento pubblico in questo
campo sarebbero estremamente deprecabili, anche dal
punto di vista di chi oggi sostiene la legislazione con-
tro la discriminazione. Se al momento costoro sono in

179
Capitalismo e libertà

condizione di far prevalere le proprie opinioni, è solo in


virtù di una situazione costituzionale e federale in cui
una maggioranza in una parte del paese è in grado di
imporre le proprie convinzioni alla maggioranza di una
diversa parte dello stesso paese.
In generale, qualsiasi minoranza che faccia affida-
mento su una specifica azione da parte della maggioran-
za per difendere i propri interessi è oltremodo miope.
L’accettazione di un vincolo generico applicabile a una
classe di casi può impedire che particolari maggioranze
opprimano determinate minoranze. In assenza di una
siffatta disposizione, possiamo esser certi che le mag-
gioranze si avvalgano del proprio potere per mettere in
pratica le proprie preferenze (o, se preferite, pregiudi-
zi) e non per tutelare le minoranze dai pregiudizi delle
maggioranze stesse.
Per esprimere il concetto in modo diverso e forse più
comprensibile, immaginiamo una persona che ritenga
che i gusti di oggi siano deplorevoli e che le persone
di colore abbiano minori opportunità di quanto sareb-
be giusto. Supponiamo che costui metta in pratica la
propria convinzione scegliendo sempre un candidato
di colore tra un certo numero di candidati più o meno
qualificati sotto altri aspetti. Nella situazione attuale, la
legge dovrebbe impedirgli di farlo? La logica della le-
gislazione per le pari opportunità dovrebbe certamente
condurre a una risposta positiva.
Il contraltare delle pari opportunità nel settore in
cui questi principi sono stati portati alle estreme con-
seguenze, vale a dire il settore della libertà di parola, è
il concetto, per così dire, di “correttezza di parola”. Da
questo punto di vista, la posizione di un’organizzazione
come l’American Civil Liberties Union (ACLU) appare
del tutto contraddittoria, essendo a favore sia della tota-
le libertà di parola, sia delle leggi anti-discriminazione.
La necessità di tutelare la libertà di espressione può es-
sere spiegata con la convinzione che una maggioranza
transitoria non possa decidere quali espressioni possa-
no essere considerate di volta in volta accettabili. Vo-
gliamo un libero mercato delle idee, in modo che ogni

180
Capitalismo e discriminazione

idea abbia la possibilità di conquistarsi i favori della


maggioranza o perfino dell’intera popolazione, anche
se inizialmente erano in pochi a condividerla. Le me-
desime considerazioni valgono per l’occupazione o, più
genericamente, per il mercato dei beni e dei servizi. Il
fatto che una maggioranza transitoria possa decidere
quali caratteristiche sono pertinenti alla decisione di
assumere un lavoratore è forse più auspicabile del fat-
to che la medesima maggioranza possa decidere quali
idee o quali espressioni sono accettabili? E in effetti, è
possibile conservare a lungo un libero mercato delle
idee se il libero mercato dei beni e dei servizi viene an-
nientato? La ACLU è disposta a battersi fino all’ultimo
per difendere il diritto di un razzista di predicare la dot-
trina della segregazione razziale, ma sostiene che costui
possa essere addirittura incarcerato se dovesse agire in
armonia con i suoi principi e rifiutasse di assumere una
persona di colore.
Come abbiamo già sottolineato, la via più appro-
priata per chi ritiene che il colore della pelle sia irrile-
vante consiste nel cercare di convincere i nostri simili
delle proprie idee, non di usare il potere coercitivo dello
Stato per obbligarli ad agire in accordo con particolari
norme di condotta. Di tutte le organizzazioni esistenti,
la ACLU dovrebbe essere la prima a riconoscere e a pro-
pugnare questo principio.

La legislazione sul diritto al lavoro


Alcuni stati hanno promulgato leggi che impongo-
no il cosiddetto “diritto al lavoro”. Si tratta di leggi che
proibiscono di imporre l’appartenenza a un sindacato
come condizione per essere assunti.
I principi che stanno alla base di questo tipo di le-
gislazione sono identici a quelli che sottendono le leg-
gi contro la discriminazione. Entrambe interferiscono
con la libertà di stipulare i termini di un contratto di
assunzione, in un caso specificando che l’appartenenza
d una particolare etnia o religione non può essere uno
dei fattori presi in considerazione nell’assunzione di un
dipendente, nell’altro specificando che tra questi fatto-

181
Capitalismo e libertà

ri non può esservi l’appartenenza a un’organizzazione


sindacale. Sebbene i principi siano identici, le opinioni
in merito ai due tipi di legge divergono completamente:
quasi tutti i sostenitori della legislazione anti-discrimi-
nazione si oppongono alle leggi sul “diritto al lavoro”, e
viceversa. Da buon liberale, sono contrario a entrambe
le cose, così come condanno le leggi che proibiscono i
cosiddetti contratti yellow-dog (ossia i contratti che riser-
vano l’assunzione a chi non è iscritto a un sindacato).
Data per scontata una competizione tra datori di la-
voro e dipendenti, non vi è ragione per proibire ai primi
di offrire ai propri dipendenti i termini d’impiego che
preferiscono. In qualche caso i datori di lavoro constate-
ranno che i loro dipendenti preferiscono che parte della
loro remunerazione assuma la forma di confort, come
un campo da baseball, o una sala ricreazione o per il
relax personale. In tal caso, il datore di lavoro scopri-
rà che è più proficuo offrire nei contratti d’assunzione
strutture di questo tipo, anziché un salario più alto.
Analogamente, un datore di lavoro può offrire un piano
pensionistico, o esigere la partecipazione del lavoratore
in un piano di questo genere e via dicendo. Niente di
tutto ciò interferisce con la libertà di ciascun individuo
di trovare un impiego. Queste condizioni sono un ef-
fetto del tentativo da parte dei potenziali datori di la-
voro di rendere le caratteristiche dell’impiego allettanti
e adatte alle esigenze dei dipendenti. Purché vi siano
abbastanza datori di lavoro, tutti i lavoratori che hanno
una particolare esigenza riusciranno a soddisfarla accet-
tando l’offerta che meglio risponde alle loro necessità.
In regime di concorrenza, le medesime considerazioni
varrebbero anche per quanto riguarda il cosiddetto clo-
sed shop (ossia la situazione in cui l’appartenenza a un
sindacato è condizione necessaria per l’assunzione). Se
nella pratica alcuni lavoratori preferiscono trovare un
impiego in un’azienda in regime di closed shop, mentre
altri preferiscono la situazione opposta, nascerebbero
svariate forme di contratti di assunzione, ognuna con le
clausole più opportune.
In pratica, ovviamente, vi sono alcune importan-

182
Capitalismo e discriminazione

ti differenze tra la legislazione anti-discriminazione e


quella volta a garantire il diritto al lavoro, differenze
che consistono nella presenza di monopoli sotto forma
di organizzazioni sindacali sul versante dei dipendenti
e nella presenza della legislazione federale in materia di
sindacati. È lecito dubitare del fatto che, in un mercato
del lavoro in regime di concorrenza, i datori di lavoro
non potrebbero mai ottenere un qualche utile offrendo
una clausola di closed shop come condizione per l’assun-
zione di un lavoratore. Mentre, infatti, capita spesso che
un sindacato sia privo di un sostanziale potere di mo-
nopolio in relazione alla forza lavoro, per un closed shop
questa condizione non vale quasi mai, anzi, il closed shop
è quasi sempre un simbolo di potere monopolistico.
L’identità tra closed shop e monopolio della forza la-
voro, comunque, non è un buon motivo per auspicare
una legislazione per il diritto al lavoro, bensì è un’ot-
tima ragione per eliminare il potere di monopolio, a
prescindere dalle particolari forme e manifestazioni che
esso assume. Si tratta, in altre parole, di una ragione per
un intervento antitrust più efficace e diffuso nel mondo
del lavoro.
Un’altra caratteristica particolare che assume una
certa rilevanza nella pratica è rappresentata dal conflit-
to tra legislazione federale e statale. Al momento esiste
una legge federale valida per tutti gli stati, che lascia ai
singoli stati l’unica scappatoia offerta dalla legislazio-
ne per il diritto al lavoro. La soluzione ottimale sarebbe
un emendamento della legislazione federale in materia,
ma il problema è che nessun singolo stato dell’Unione
si trova nella posizione di poter percorrere questa stra-
da, anche se una parte della sua popolazione potrebbe
desiderare di emendare la legislazione che governa le
organizzazioni sindacali nello stato in questione. La le-
gislazione per il diritto al lavoro può risultare l’unica
via per realizzare questo obiettivo e, pertanto, il minore
dei mali. Giacché propendo a credere che di per sé la
legislazione per il diritto al lavoro non possa avere ef-
fetti particolarmente rilevanti sul potere di monopolio
dei sindacati, non posso accettare una giustificazione

183
Capitalismo e libertà

del genere. Le motivazioni pragmatiche mi sembrano


troppo deboli per poter prevalere sulle obiezioni di
principio.

La segregazione nella scuola


La segregazione nella scuola solleva un problema
particolare che non è stato affrontato finora per un solo
motivo, vale a dire che nella situazione attuale l’istru-
zione è gestita e amministrata prevalentemente dalle
autorità pubbliche. Ciò significa che in questa materia il
governo deve prendere una decisione esplicita: mante-
nere la segregazione o imporre l’integrazione. Entrambe
mi sembrano pessime soluzioni: chi ritiene che il colore
della pelle sia un tratto irrilevante e che sia auspicabile
che tutti lo riconoscano, pur essendo un convinto asser-
tore della libertà individuale, si trova dinanzi a un di-
lemma. Certamente, dovendo scegliere tra il male del-
la segregazione imposta dalle autorità e l’integrazione
imposta dalle autorità, ritengo che sarebbe impossibile
non preferire l’integrazione.
Questo capitolo, scritto inizialmente senza tener in
alcun conto il problema della segregazione razziale, of-
fre la soluzione più idonea in grado di evitare entrambi
i mali e presenta al tempo stesso un ottimo esempio di
come quegli ordinamenti miranti ad accrescere generi-
camente la libertà individuale possano venire brillan-
temente alle prese con particolari problemi in tema di
libertà. La soluzione più opportuna è quella di elimi-
nare la gestione pubblica delle scuole e di permettere
ai genitori di scegliere il tipo di scuola che vogliono far
frequentare ai propri figli. Al tempo stesso, ovviamente,
tutti noi dovremmo, nella misura del possibile, cercare
di favorire con la persuasione e con l’esempio il diffon-
dersi di mentalità e opinioni che conducano verso una
maggioranza di scuole miste, lasciando che quelle che
attuano una segregazione su base razziale rimangano
una rara eccezione.
Se una proposta analoga a quella esposta nelle pa-
gine precedenti venisse adottata, potrebbero nascere
scuole di ogni genere, alcune con un corpo studentesco

184
Capitalismo e discriminazione

interamente bianco, altre solo con allievi di colore, al-


tre ancora miste. Ciò farebbe sì che la transizione da un
gruppo di scuole a un altro (auspicabilmente composto
di scuole miste) avvenisse gradualmente di pari passo
con il mutare della mentalità della comunità. Ciò evite-
rebbe gli accesi conflitti politici che hanno contribuito in
considerevole misura a esacerbare le tensioni sociali e a
turbare le nostre comunità. In questo specifico settore,
come sempre avviene con il libero mercato, la concor-
renza permetterebbe di realizzare la cooperazione sen-
za imporre la conformità.2
Lo stato della Virginia ha adottato un piano che con-
tiene molte delle caratteristiche che ho delineato. Seb-
bene sia stato adottato al fine di evitare l’integrazione
obbligatoria, prevedo che l’effetto della legge sarà in ul-
tima analisi alquanto diverso: dopo tutto, il divario tra
intenzioni e risultati è una delle principali motivazioni
per avere una società libera. È auspicabile che gli indivi-
dui seguano l’impulso dei propri interessi, perché non
vi è alcun modo di prevedere quali risultati ne conse-
guiranno. In effetti, anche nelle prime fasi di attuazione
della legge della Virginia vi sono state delle sorprese: a
quanto pare una delle prime richieste di un voucher per
finanziare il trasferimento verso un’altra scuola è stata
avanzata da un genitore che voleva far frequentare al
figlio una scuola integrata. Il trasferimento non è sta-
to richiesto per questo motivo, ma solo perché il grado
di istruzione offerto dalla scuola integrata era migliore.
In futuro, se il sistema dei voucher non sarà abolito, la
Virginia rappresenterà un esperimento in grado di met-
tere alla prova le conclusioni del capitolo precedente.
Se esse sono corrette, in quello stato dovremmo assiste-
re a una proliferazione delle scuole disponibili, con un
aumento della loro diversità, una crescita sostanziale,
sia pure non spettacolare, della qualità delle migliori tra

2. Al fine di evitare malintesi, è bene osservare che, illustrando la proposta del


capitolo precedente, parto dall’assunto che tra i requisiti minimi imposti alle scuole
al fine di certificarne l’idoneità a ricevere i voucher per l’istruzione assegnati dal
governo, non è incluso il fatto che nella scuola vi sia o meno segregazione.

185
Capitalismo e libertà

esse e, in seguito, un aumento generalizzato della quali-


tà dell’insegnamento su impulso delle scuole migliori.
D’altro canto non dovremmo essere tanto ingenui da
supporre che valori e convinzioni profondamente radi-
cati possano essere eliminati in men che non si dica. Ad
esempio, vivo a Chicago, dove non sono in vigore leggi
che impongano la segregazione razziale nelle scuole;
anzi, la legge richiede l’integrazione. Eppure, di fatto, le
scuole pubbliche di Chicago sono segregazioniste, pro-
babilmente non meno di quelle di tante città del Sud.
Non vi è dubbio che, se un sistema come quello adotta-
to dalla Virginia entrasse in vigore anche a Chicago, il
risultato sarebbe una notevole diminuzione della segre-
gazione e un enorme aumento delle opportunità a di-
sposizione dei giovani di colore più capaci e ambiziosi.

186
Capitolo 8

Monopolio e responsabilità sociale del mondo


dell’impresa e del lavoro

L’espressione inglese competition ha due significa-


ti alquanto diversi: competizione e concorrenza. Nel
linguaggio corrente significa rivalità personale, una
gara in cui un individuo cerca di prevalere sull’altro.
Nel mondo economico, il significato dell’espressione è
quasi l’opposto: nel mercato non vi è rivalità personale.
L’agricoltore che coltiva grano non avverte un senso di
rivalità personale con il suo vicino, né si sente minaccia-
to da questi che, pure, è il suo concorrente nel mercato.
L’essenza di un mercato in regime di concorrenza è la
sua impersonalità. Nessuno dei partecipanti può deter-
minare le caratteristiche per le quali gli altri partecipanti
possono avere accesso ai beni o ai posti di lavoro. Tutti
ritengono i prezzi alla stregua di fattori determinati dal
mercato e ciascun individuo, con le sue sole forze, può
avere su di essi un’influenza appena marginale, sebbe-
ne tutti i partecipanti, in virtù dell’effetto complessivo
delle loro azioni, contribuiscano a determinare i prezzi
stessi.
Un monopolio esiste quando uno specifico indivi-
duo (o una singola impresa) possono esercitare su un
particolare prodotto o servizio un grado di controllo
sufficiente a determinare in misura significativa i termi-
ni ai quali gli altri individui possono avere accesso. Sot-
to svariati aspetti il monopolio si avvicina al concetto
di competizione, giacché comporta un grado di rivalità
personale.

187
Capitalismo e libertà

Il monopolio solleva due ordini di problemi per una


società libera. In primo luogo, l’esistenza del monopolio
comporta una limitazione degli scambi volontari in vir-
tù della riduzione del numero di alternative disponibili
per ciascun individuo. Secondo, l’esistenza del mono-
polio solleva la questione della “responsabilità sociale”,
come si dice adesso, del monopolista. Il partecipante a
un mercato in regime di concorrenza non ha quasi al-
cun potere di modificare i termini dello scambio; egli è
pressoché impercettibile come entità separata e, quindi,
sarebbe difficile poter sostenere che abbia una qualche
“responsabilità sociale” se non quella di obbedire alle
leggi e di vivere seguendo il proprio giudizio come ogni
altro cittadino. Il monopolista, invece, è ben visibile e
dispone di un determinato potere. È facile sostenere che
egli debba avvalersene non soltanto per badare ai pro-
pri interessi, ma anche per favorire fini socialmente au-
spicabili. E tuttavia l’applicazione generalizzata di una
siffatta dottrina distruggerebbe ogni società libera.
È evidente che la concorrenza è un “tipo ideale”,
come una linea o un punto nella geometria euclidea.
Nessuno ha mai visto una linea secondo la definizione
che ne dà Euclide, ossia un elemento del tutto privo di
spessore e di profondità, ciò nondimeno tutti noi com-
prendiamo l’utilità di considerare numerosi elementi
dotati di volume (come, ad esempio, il metro di un ge-
ometra) alla stregua di linee euclidee. Analogamente,
non esiste la concorrenza “perfetta”. Ciascun produtto-
re ha un effetto, per quanto minuscolo, sul prezzo del
proprio prodotto. La questione importante, sia per la
nostra comprensione del fenomeno, sia per prendere
scelte politiche in materia, è se tale effetto sia significa-
tivo o se sia il caso di trascurarlo, così come il geometra
può trascurare lo spessore del proprio metro e consi-
derarlo una “linea”. La risposta, naturalmente, dipen-
de dal problema. Tuttavia, nei miei studi sulle attività
economiche degli Stati Uniti, sono rimasto colpito in
misura crescente dall’enorme numero di problemi e di
comparti produttivi per i quali è opportuno considerare
l’economia come se vigesse una concorrenza perfetta.

188
Monopolio e responsabilità sociale del mondo dell’impresa e del lavoro

Le questioni sollevate dal monopolio sono tecniche


e coprono un campo di studi nei quali non posso van-
tare particolari competenze. Di conseguenza, questo
capitolo sarà dedicato a una disamina non troppo ap-
profondita di alcuni dei problemi di più ampio respi-
ro: l’ampiezza del monopolio, le sue fonti, le politiche
pubbliche più opportune e la responsabilità sociale del
mondo dell’impresa e del lavoro.

L’ampiezza del monopolio


Vi sono tre importanti settori del monopolio che ri-
chiedono di essere considerati separatamente: il mono-
polio nelle attività economiche, il monopolio nel mondo
del lavoro e il monopolio creato dai poteri pubblici.
1. Il monopolio nelle attività economiche. L’aspetto prin-
cipale del monopolio nel campo delle imprese è l’im-
portanza relativamente scarsa che esso riveste dal punto
di vista dell’economia nel suo complesso. Oggi vi sono
circa quattro milioni di imprese attive negli Stati Uniti;
ogni anno ne nascono circa 400.000, mentre un nume-
ro più esiguo chiude i battenti. Quasi un quinto della
popolazione attiva è composta di lavoratori autonomi.
Praticamente in quasi ogni settore economico convivo-
no giganti e pigmei.
A parte questi dati generici, è difficile trovare una
misura obiettiva e convincente dell’ampiezza del mo-
nopolio e della concorrenza. Il motivo principale è già
stato osservato: questi concetti, almeno così come sono
utilizzati nella scienza economica, sono costruzioni ide-
ali aventi lo scopo di analizzare particolari problemi, e
non di descrivere situazioni concrete. Di conseguenza,
non si può stabilire in modo chiaro e inequivocabile se
una determinata impresa o comparto produttivo debba-
no essere considerati monopolistici o concorrenziali. La
difficoltà di assegnare un significato preciso a tali ter-
mini causa considerevoli equivoci. A seconda del baga-
glio di esperienze sulla base del quale viene giudicato lo
stato della concorrenza, la stessa parola può essere uti-
lizzata per indicare cose diverse. Probabilmente l’esem-
pio migliore è dato dalla propensione di uno studioso

189
Capitalismo e libertà

americano a definire monopolistico un sistema che un


europeo considererebbe fortemente competitivo. In
conseguenza di ciò, gli europei tendono a interpretare
la letteratura e i dibattiti americani sulla base del signifi-
cato attribuito ai termini “concorrenza” e “monopolio”
in Europa e, quindi, tendono a ritenere che negli Stati
Uniti esista un grado di concentrazione molto più gran-
de di quanto non sia in realtà.
Svariati studi, in particolare quelli di G. Warren Nut-
ter e di George J. Stiegler, hanno cercato di classificare i
settori produttivi in varie categorie: soggetto a monopo-
lio, funzionalmente in regime di concorrenza e sogget-
to alla gestione o alla supervisione dei poteri pubblici,
cercando inoltre di seguire l’evoluzione nel tempo delle
tre categorie.1 La conclusione è che, nel 1939, circa un
quarto dell’economia poteva essere considerato sog-
getto alla gestione o alla supervisione delle autorità,
mentre dei tre quarti restanti al massimo un quarto e
forse appena un 15 per cento poteva essere considerato
monopolistico, mentre tre quarti o addirittura l’85 per
cento operava in regime di concorrenza. Come tutti san-
no, nel corso degli ultimi cinquant’anni il settore sotto
l’autorità dei poteri pubblici è cresciuto enormemente.
Il settore privato, d’altra parte, non ha mostrato segni di
una tendenza all’aumento dell’ampiezza dei monopoli,
che addirittura potrebbe essere diminuita.
Sospetto che sia molto diffusa l’impressione che il
monopolio sia di gran lunga più rilevante di quanto
non indichino queste stime e che la sua incidenza sia
progressivamente cresciuta. Una ragione che potrebbe
aver prodotto questa erronea impressione è la tendenza
a confondere le dimensioni assolute con quelle relative.
Man mano che l’economia è cresciuta, le dimensioni as-
solute delle imprese sono parimenti aumentate. Questo
fatto è stato interpretato come un segno che esse contino
per una parte più grande del mercato, quando invece

1. G. Warren Nutter, The Extent of Monopoly in the United States, 1899-1939,


Chicago, University of Chicago Press, 1951 e George J. Stiegler, Five Lectures on
Economic Problems, Londra, Longmans-Green & Co., 1949, pp. 46-65.

190
Monopolio e responsabilità sociale del mondo dell’impresa e del lavoro

il mercato potrebbe essere cresciuto in misura ancora


maggiore. Una seconda ragione è che il monopolio “fa
notizia” e attira più attenzione di quanto non faccia la
concorrenza. Se a una persona qualunque venisse chie-
sto di enumerare le imprese più grandi degli Stati Uniti,
quasi certamente essa menzionerebbe le case automo-
bilistiche, ma ben pochi includerebbero la rivendita di
beni all’ingrosso. E tuttavia l’importanza del commer-
cio all’ingrosso è quasi doppia rispetto all’industria
automobilistica. Il fatto è che il settore dell’ingrosso è
fortemente concorrenziale e per questo richiama scarsa
attenzione. Ben pochi individui saprebbero menzionare
il nome di una delle principali imprese attive in que-
sto campo, sebbene alcune di esse abbiano dimensioni
considerevoli in termini assoluti. L’industria dell’auto,
sebbene sia sotto alcuni aspetti fortemente competitiva,
comprende un numero di imprese decisamente inferio-
re ed è certamente più prossima a una condizione di
monopolio. Chiunque saprebbe menzionare il nome di
uno dei principali produttori. Per citare un altro note-
vole esempio: il settore dei servizi domestici è enorme-
mente più importante del settore della telefonia. Una
terza ragione consiste nella generica propensione a
sopravvalutare l’importanza del grande rispetto al pic-
colo, di cui le precedenti considerazioni non sono che
una particolare manifestazione. Infine, si ritiene che la
caratteristica principale della nostra società sia la sua
industrializzazione. Ciò tende ad attribuire eccessiva
importanza al settore manifatturiero, che in realtà conta
per appena un quarto circa della produzione e dell’oc-
cupazione. E il monopolio è molto più diffuso in campo
manifatturiero che negli altri comparti dell’economia.
Alla sopravvalutazione dell’importanza del settore
manifatturiero si accompagna, per i medesimi motivi,
una sopravvalutazione dell’importanza delle innova-
zioni tecnologiche che favoriscono il monopolio rispet-
to a quelle che accrescono la concorrenza. Ad esempio,
la diffusione della produzione di massa è stata enorme-
mente esaltata. Viceversa, alle innovazioni nei trasporti
e nelle comunicazioni che hanno favorito la concorren-

191
Capitalismo e libertà

za riducendo l’importanza dei mercati locali e hanno


ampliato i campi entro i quali può agire la concorrenza
è stata rivolta un’attenzione molto minore. La crescen-
te concentrazione dell’industria automobilistica è un
luogo comune. La crescita del settore dei trasporti su
strada che ha ridotto la dipendenza dalle ferrovie passa
inosservata, così come la sempre minore concentrazio-
ne nell’industria siderurgica.
2. Il monopolio nel mondo del lavoro. La tendenza a so-
pravvalutare l’importanza del monopolio esiste anche
sul versante del lavoro. Gli iscritti a un sindacato com-
prendono circa un quarto della popolazione lavorativa e
questo dato sopravvaluta considerevolmente l’influen-
za dei sindacati sulla struttura salariale dei lavoratori.
Molte organizzazioni sindacali sono del tutto inconclu-
denti e anche quelle più forti e potenti riescono ad avere
effetti limitati sui salari. Nel caso del mondo del lavoro,
la causa della forte tendenza a esagerare l’importanza
del monopolio è ancora più chiara di quanto avvenga
per l’industria: se esiste un sindacato, qualsiasi aumen-
to salariale avverrà per il tramite di esso, anche nel caso
in cui non sia una conseguenza della sua attività. Ad
esempio, i salari del personale domestico sono notevol-
mente aumentati negli ultimi anni: se fosse esistito un
sindacato delle collaboratrici domestiche, l’aumento sa-
rebbe stato stipulato con il sindacato stesso, che ovvia-
mente se ne sarebbe assunto il merito.
Con ciò non vogliamo affermare che i sindacati
non siano importanti. Come il monopolio nel mondo
dell’impresa, essi rivestono un ruolo significativo e ri-
levante, portando i salari a un livello diverso da quel-
lo che il mercato raggiungerebbe se fosse lasciato a se
stesso. Pertanto, sottovalutarne l’importanza sarebbe
un errore altrettanto grave che esagerarla. In passato ho
stimato che, grazie ai sindacati, un buon 10-15 per cento
della popolazione lavorativa ha ottenuto un aumento
del salario di circa il 10-15 per cento. Ciò significa che, di
conseguenza, una frazione tra l’85 e il 90 per cento della
popolazione lavorativa ha subito una riduzione salaria-

192
Monopolio e responsabilità sociale del mondo dell’impresa e del lavoro

le pari a circa il 4 per cento.2 Dall’epoca della mia stima


sono stati effettuati altri studi molto più dettagliati, dai
quali ho ricavato l’impressione che producano risultati
dello stesso ordine di grandezza.
Se i sindacati fanno aumentare i salari di una deter-
minata occupazione o in un particolare comparto, ne
consegue necessariamente che la quantità di posti di
lavoro disponibili in quel medesimo comparto sia in-
feriore a quanto avverrebbe in assenza dell’intervento
sindacale, così come un aumento dei prezzi causa una
diminuzione degli acquisti. L’effetto, quindi, è che una
maggiore quantità di individui cercherà un impiego in
altri settori, il che produce una riduzione dei salari nel-
le altre occupazioni. Giacché in genere i sindacati sono
particolarmente forti tra i gruppi che riceverebbero co-
munque un salario più alto, il loro effetto è stato quello
di far sì che lavoratori ben pagati ottenessero un sala-
rio ancora più alto a spese dei lavoratori meno pagati.
I sindacati, quindi, non hanno solo danneggiato la po-
polazione nel suo complesso e l’insieme dei lavoratori
in virtù delle distorsioni nell’utilizzo della forza lavoro,
ma hanno anche fatto sì che le diseguaglianze tra i lavo-
ratori aumentassero, riducendo le opportunità disponi-
bili per i lavoratori meno avvantaggiati.
Da un certo punto di vista, vi è una sostanziale dif-
ferenza tra monopolio nell’impresa e nel mondo del la-
voro: se nell’ultimo mezzo secolo non sembra che vi sia
stata una tendenza alla crescita dell’importanza del mo-
nopolio nel mondo dell’impresa, questo fenomeno si è
certamente verificato per quanto riguarda il monopolio
nel mondo del lavoro. L’influenza dei sindacati è consi-
derevolmente cresciuta dopo la Prima Guerra Mondia-
le, si è ridotta negli anni Venti e sul principio degli anni
Trenta e ha subito una notevole impennata nel perio-
do del New Deal. Dopo il secondo conflitto mondiale i

2. Milton Friedman, “Some Comments on the Significance of Labor Unions for


Economic Policy”, in David McChord Wright (a cura di), The Impact of the Union,
New York, Harcourt-Brace, 1951, pp. 204-234.

193
Capitalismo e libertà

sindacati hanno ulteriormente consolidato i guadagni


ottenuti, mentre più di recente sono solo stati in grado
di conservare il terreno conquistato o hanno subito un
leggero declino, che tuttavia non è il segno di una dimi-
nuita importanza delle istituzioni sindacali nell’ambito
di determinati comparti produttivi, bensì l’effetto della
minore importanza dei settori e delle occupazioni in cui
i sindacati sono più forti rispetto a quelli in cui essi sono
più deboli.
La differenza che ho tratteggiato tra monopolio
nell’impresa e monopolio nel lavoro è, sotto un impor-
tante aspetto, troppo netta. Entro certi limiti, i sindacati
sono serviti come mezzo per imporre il monopolio nella
vendita di un prodotto. L’esempio più evidente è rap-
presentato dal carbone: il Guffey Coal Act rappresentò il
tentativo di offrire un sostegno legislativo a un cartello
di fissazione del prezzo da parte di alcuni gestori di mi-
niere. Quando, verso la metà degli anni Trenta, questa
legge venne dichiarata incostituzionale, John L. Lewis
e la United Mine Workers, il sindacato di cui era Presi-
dente, scesero in campo. Dichiarando uno sciopero o un
arresto del lavoro ogniqualvolta la quantità di carbone
estratto diventava abbastanza grande da minacciare di
far scendere i prezzi, Lewis riuscì a controllare la produ-
zione e, di conseguenza, i prezzi con la tacita approva-
zione delle società operanti nel settore. I guadagni de-
rivanti da questo cartello venivano spartiti dai gestori
delle miniere e dai minatori. Il guadagno per i minatori
assumeva la forma di salari più alti, il che ovviamente
significava che sarebbe stato assunto un minor numero
di lavoratori. Pertanto, solo quei minatori che riuscivano
a conservare il proprio posto di lavoro potevano condi-
videre i guadagni derivanti dal cartello, che, peraltro, si
manifestavano in buona parte sotto forma di maggiore
tempo libero. I sindacati hanno la possibilità di svolgere
questo ruolo giacché sono esenti dalle norme stabilite
dallo Sherman Antitrust Act. Vi sono molti altri esempi
di sindacati che hanno approfittato dell’esenzione. Que-
ste organizzazioni andrebbero viste più come imprese
per la vendita del servizio di “cartellizzazione” di un

194
Monopolio e responsabilità sociale del mondo dell’impresa e del lavoro

comparto produttivo che organizzazioni sindacali vere


e proprie. Tra di esse, la più rimarchevole è senz’altro la
Teamster’s Union.
3. Monopolio pubblico e monopolio sostenuto dalle au-
torità di governo. Negli Stati Uniti, il monopolio diretto
di enti pubblici nella produzione di beni destinati alla
vendita non è particolarmente diffuso. Tra i principa-
li esempi si contano le poste, la generazione di energia
elettrica come nel caso della Tennessee Valley Authori-
ty e di altre centrali elettriche di proprietà pubblica, i
servizi autostradali, pagati indirettamente per il tramite
delle imposte sulla benzina, o direttamente per mezzo
di pedaggi, gli acquedotti municipali e servizi analoghi.
Inoltre, in considerazione degli enormi fondi destinati
alla difesa, all’esplorazione dello spazio e alla ricerca,
il governo federale è diventato in sostanza l’unico ac-
quirente dei prodotti di numerose imprese e di interi
settori produttivi. Ciò comporta notevoli problemi per
la conservazione di una società libera, ma certamente di
un genere diverso da quelli che è il caso di classificare
nella categoria del monopolio.
Il ricorso ai poteri pubblici al fine di costituire, so-
stenere e imporre cartelli e accordi di monopolio tra
produttori privati è cresciuto in misura molto maggiore
dei monopoli pubblici diretti e oggigiorno è molto più
rilevante. La Interstate Commerce Commission rap-
presenta uno dei primi esempi di questo fenomeno e
ha ampliato il proprio campo d’azione dalle ferrovie ai
trasporti su strada e ad altri mezzi di trasporto. I pro-
grammi di sostegno all’agricoltura sono indubbiamente
i più noti, nel bene e nel male, di questo tipo di mo-
nopoli: si tratta sostanzialmente di un cartello imposto
dall’autorità del governo. Altri esempi sono la Federal
Communications Commission, che controlla la radio e
la televisione, la Federal Power Commission, che ha au-
torità sul trasporto del gas naturale e del petrolio nel
commercio tra gli stati dell’Unione, la Civil Aeronautics
Board, che controlla le linee aeree, per finire con l’impo-
sizione da parte della Federal Reserve Board dei tassi
d’interesse massimi che le banche possono pagare sui

195
Capitalismo e libertà

depositi a tempo e il divieto di legge di pagare interessi


sui depositi a vista.
Questi sono tutti esempi a livello federale. Oltre a essi
vi è stata un’enorme proliferazione di fenomeni analoghi
a livello statale e locale. La Texas Railroad Commission,
ad esempio, che per quanto ne so non ha niente a che
vedere con le ferrovie, impone un tetto alla produzione
dei pozzi petroliferi, limitando il numero di giorni in cui
essi posso estrarre greggio. Ciò avviene teoricamente al
fine di conservare le risorse naturali, ma di fatto lo sco-
po consiste nel controllare il prezzo del petrolio. Negli
ultimi anni è stata considerevolmente assistita in questo
compito dalle quote federali alle importazioni petrolife-
re. Imporre ai pozzi petroliferi di rimanere inattivi per la
maggior parte del tempo al fine di mantenere un elevato
livello del prezzo mi sembra un esempio di favoritismo
in nulla diverso dalla pratica di mantenere sulle loco-
motive a gasolio la presenza di fochisti destinati a rima-
nere perfettamente inoperosi. E tuttavia alcuni di quegli
esponenti del mondo dell’impresa che tuonano contro
la pratica di mantenere posti di lavoro fittizi come quelli
appena menzionati, ritenuta nociva per la libera impre-
sa (e i petrolieri sono tra di essi), non emettono parola
quando ne sono i beneficiari.
Le norme che prevedono la concessione di licenze
per lo svolgimento di svariate attività economiche, che
esamineremo più a fondo nel prossimo capitolo, rap-
presentano un ulteriore esempio di monopolio creato e
sostenuto dalle autorità statali. I limiti sul numero di
taxi circolanti in una determinata città ne sono un al-
tro esempio a livello locale. Nella città di New York, il
medaglione che certifica la licenza di esercitare l’attività
di tassista autonomo si vende oggi a un prezzo di 20-
25.000 dollari. A Filadelfia una licenza di tassista costa
15.000 dollari. Un ulteriore esempio a livello locale è
rappresentato dai codici dell’edilizia, teoricamente pro-
mulgati per tutelare la sicurezza, ma di fatto in genere
sotto il controllo dei sindacati o delle associazioni locali
di costruttori. Restrizioni di questo genere sono nume-
rose e valgono per una considerevole gamma di attività

196
Monopolio e responsabilità sociale del mondo dell’impresa e del lavoro

a livello municipale o statale e costituiscono limitazioni


arbitrarie della possibilità da parte degli individui di
concludere accordi volontari. Tali vincoli limitano la li-
bertà e favoriscono lo spreco di risorse.
Un tipo di monopolio creato dalle autorità di gover-
no e che si fonda su un principio assai diverso da quelli
esaminati finora è la concessione di brevetti agli inven-
tori e di diritti d’autore agli artisti. Si tratta di monopoli
diversi in quanto possono essere considerati alla stregua
di una definizione dei diritti di proprietà. Nel senso più
letterale del termine, se posso vantare un titolo di pro-
prietà su un determinato appezzamento di terreno, si
può dire che esercito in relazione al terreno in questione
un monopolio definito e fatto rispettare dai poteri pub-
blici. Per quanto riguarda invenzioni e pubblicazioni, il
problema è se sia auspicabile istituire un analogo diritto
di proprietà. Questo problema fa parte della più gene-
rale esigenza di avvalersi del governo al fine di stabilire
cosa possa essere considerato come proprietà.
Tanto per i brevetti quanto per i diritti d’autore, è evi-
dente che a prima vista la tesi a favore dell’istituzione di
un titolo di proprietà è assai forte. A meno che ciò non
venga fatto, l’inventore incontrerebbe considerevoli dif-
ficoltà nel tentativo di farsi pagare per il contributo dato
dalla sua invenzione alla produzione di un determinato
bene. In tal caso, di fatto egli conferirebbe ad altri bene-
fici per i quali non può ottenere una remunerazione, di
conseguenza non avrà alcun incentivo a impegnare il
tempo e la fatica necessari alla realizzazione della sua
invenzione. Analoghe considerazioni valgono per gli
scrittori.
Al tempo stesso, la questione comporta dei costi.
Tanto per iniziare, vi sono molte “invenzioni” per le
quali non è possibile richiedere un brevetto. L’“inven-
tore” del supermercato, ad esempio, ha prodotto grandi
benefici per i suoi simili, benefici per i quali non può
esigere un compenso. Nella misura in cui il medesimo
genere di abilità è parimenti necessario per tipi diversi
di invenzioni, l’esistenza dei brevetti tende a stornare le
attività verso le invenzioni brevettabili. Un altro aspet-

197
Capitalismo e libertà

to negativo consiste nel ricorso a brevetti “banali”, o a


brevetti che, se contestati in tribunale, risulterebbero di
dubbia validità, al solo fine di mantenere accordi collu-
sivi privati che, in assenza di questo stratagemma, sa-
rebbero difficili o impossibili da perpetuare.
Quelle appena espresse sono ovviamente conside-
razioni assai superficiali su un problema spinoso e im-
portante. L’obiettivo non è quello di indicare specifiche
risposte, ma solo mostrare sotto quali aspetti brevetti e
diritti d’autore appartengano a una categoria diversa ri-
spetto agli altri monopoli sostenuti dalle autorità e illu-
strare il problema di politica sociale che essi sollevano.
Una cosa è evidente: le specifiche condizioni annesse a
brevetti e diritti d’autore (come ad esempio il fatto che
la validità di un brevetto sia esattamente pari a dicias-
sette anni) non rappresentano una questione di princi-
pio. Si tratta invece di questioni di opportunità da sta-
bilire in base a considerazioni pratiche. Personalmente
tendo a ritenere che sarebbe preferibile una durata dei
brevetti decisamente inferiore. Tuttavia la mia è un’opi-
nione affrettata su un tema sul quale sono stati condotti
numerosi studi particolareggiati e che necessita di ulte-
riori approfondimenti. Il suo valore, quindi, è piuttosto
limitato.

Le fonti del monopolio


Il monopolio trae origine da tre importanti cause:
considerazioni di ordine “tecnico”, assistenza diretta
e indiretta da parte dei poteri pubblici e collusione tra
soggetti privati.
1. Considerazioni tecniche. Come abbiamo osservato
nel Capitolo 2, il monopolio può nascere, almeno in par-
te, giacché determinate considerazioni di ordine tecnico
fanno sì che in un particolare mercato sia più efficien-
te o economico avere una sola impresa. L’esempio più
evidente è rappresentato dalla rete telefonica, dalla rete
idrica e da simili infrastrutture in una comunità. Disgra-
ziatamente non esiste alcuna buona soluzione al proble-
ma posto dal monopolio naturale. Si può solo scegliere
tra tre mali: monopolio privato non regolato, monopo-

198
Monopolio e responsabilità sociale del mondo dell’impresa e del lavoro

lio privato regolato dallo Stato e gestione pubblica.


È impossibile affermare, in generale, se uno di questi
tre mali sia sempre preferibile agli altri. Come abbiamo
visto nel Capitolo 2, il grande svantaggio della regola-
mentazione o della gestione pubblica del monopolio
consiste nel fatto che è estremamente arduo invertire la
marcia. Di conseguenza sarei propenso ad affermare che
il male minore sia il monopolio privato non regolamen-
tato ogniqualvolta ciò non risulti intollerabile. È molto
probabile che l’evoluzione dinamica del mercato porti
alla sua eliminazione e vi sono concrete probabilità che
tale evoluzione non venga ostacolata. Anche nel breve
periodo, peraltro, in generale sussiste una gamma di
possibili sostituti al monopolista più grande di quanto
non si creda, con la conseguenza che un’impresa priva-
ta può ricavare profitti mantenendo i prezzi al di sopra
dei costi solo entro limiti piuttosto ristretti. Per giunta,
come abbiamo visto, le autorità di regolazione tendono
sovente a cadere sotto il controllo dei produttori, con la
conseguenza che, anche in presenza di regolamentazio-
ne, i prezzi possono risultare ugualmente alti.
Fortunatamente i campi in cui particolari ragioni tec-
niche aumentano la probabilità che si produca un mo-
nopolio naturale sono abbastanza limitati. Tali ragioni
non rappresenterebbero una grave minaccia al mante-
nimento di un’economia libera se non fosse per la ten-
denza della regolazione, introdotta per i motivi deline-
ati precedentemente, ad abbracciare ambiti in cui non è
altrettanto giustificata.
2. Intervento pubblico diretto e indiretto. La fonte più
considerevole di potere del monopolio è probabilmente
l’assistenza, diretta e indiretta, dei poteri pubblici. Nelle
pagine precedenti sono stati menzionati svariati esempi
di assistenza diretta delle autorità nella creazione di un
monopolio. L’assistenza indiretta consiste in provvedi-
menti presi per altri scopi e che hanno l’effetto, per lo
più involontario, di imporre limiti alle attività dei po-
tenziali concorrenti delle imprese esistenti. Gli esempi
più evidenti sono probabilmente le tariffe doganali, la
legislazione in campo fiscale e l’applicazione della legi-

199
Capitalismo e libertà

slazione in materia di controversie sindacali.


Come tutti sanno, le tariffe sono state imposte pre-
valentemente al fine di “proteggere” le industrie na-
zionali, il che equivale a imporre ostacoli ai potenziali
concorrenti. Si tratta di misure che interferiscono ine-
vitabilmente con la libertà di ciascun individuo di con-
cludere scambi volontari con i suoi simili. In fondo, un
liberale assume come unità fondamentale della propria
filosofia l’individuo, non la nazione o il cittadino di una
particolare nazione. Di conseguenza, egli ritiene che, se
a due cittadini degli Stati Uniti e della Svizzera viene
impedito di concludere uno scambio reciprocamente
vantaggioso, la violazione della libertà non sia minore
di quanto avverrebbe se l’impedimento fosse ai danni
di due cittadini americani. Le tariffe non devono neces-
sariamente produrre un monopolio: se il mercato del
settore protetto è sufficientemente grande e se le con-
dizioni tecniche permettono l’esistenza di più aziende,
entro i confini nazionali e nell’ambito di quel particola-
re comparto produttivo può sussistere un efficace grado
di concorrenza, come avviene negli Stati Uniti per i pro-
dotti tessili. Chiaramente, tuttavia, le tariffe favoriscono
il monopolio: poche imprese trovano molto più facile
colludere al fine di fissare i prezzi e per le imprese di
uno stesso paese solitamente la collusione è più sempli-
ce di quanto non avverrebbe in campo internazionale.
Nel diciannovesimo secolo e all’inizio del ventesimo il
libero scambio ha difeso la Gran Bretagna dalla crescita
del monopolio, nonostante le dimensioni relativamente
modeste del suo mercato interno e le considerevoli di-
mensioni di molte imprese. Il monopolio è diventato in
Gran Bretagna un problema molto più grave dopo l’ab-
bandono del libero scambio, inizialmente dopo la Prima
Guerra Mondiale e, in misura molto maggiore, all’inizio
degli anni Trenta.
Gli effetti della legislazione in materia di fisco sono
stati ancora più indiretti, ma non meno importanti. Un
elemento particolarmente rilevante è stato il nesso tra
imposta personale e imposta sul reddito delle società,
combinato con il trattamento particolare dei guadagni

200
Monopolio e responsabilità sociale del mondo dell’impresa e del lavoro

da capitale nell’imposta sul reddito delle persone fisi-


che. Supponiamo che una società abbia un reddito di
un milione di dollari al netto delle imposte. Se la nostra
azienda versasse per intero questa somma ai suoi azioni-
sti, sotto forma di dividendi, costoro dovrebbero inclu-
derla nel proprio imponibile. Supponiamo che in media
essi debbano versare il 50 per cento di questo reddito
supplementare come imposta. A questo punto avrebbe-
ro complessivamente a disposizione solo 500.000 dollari
da destinare al consumo, al risparmio e all’investimen-
to. Se, invece, la società preferisce non distribuire un
dividendo, avrà a disposizione l’intero milione da de-
stinare a investimenti al proprio interno. Questo genere
di reinvestimento tende a far aumentare il valore delle
proprie azioni. Gli azionisti che, se avessero ricevuto un
dividendo, avrebbero destinato al risparmio i fondi così
ottenuti possono semplicemente tenersi strette le pro-
prie azioni e rimandare il pagamento dell’imposta sul
reddito al momento in cui decidessero di venderle. Co-
storo, esattamente come chi decidesse di vendere prima
in modo da realizzare un reddito da destinare al consu-
mo, verserebbero un’imposta sui guadagni da capitale,
che ha un’aliquota molto inferiore a quella dell’imposta
sul reddito.
Questa struttura delle aliquote fiscali favorisce la
conservazione degli introiti societari. Anche se la reddi-
tività dell’investimento interno all’azienda fosse consi-
derevolmente inferiore a quella che un azionista potreb-
be realizzare investendo i propri averi in altre imprese,
in virtù del risparmio sull’imposta sul reddito può es-
sere più conveniente investire nella “propria” azienda.
Ciò porta a uno spreco di capitale, che viene destinato
a impieghi meno produttivi. Questo fenomeno è stato
una delle principali cause della tendenza successiva
alla Seconda Guerra Mondiale verso la diversificazione
orizzontale delle imprese, che cercavano destinazioni
più proficue per i propri guadagni. Si tratta inoltre di
un importante fattore che pone le società già affermate
in posizione di vantaggio rispetto alle imprese nascenti.
Le prime, infatti, possono essere meno produttive delle

201
Capitalismo e libertà

seconde, ma i loro azionisti hanno comunque un incen-


tivo a investire internamente piuttosto che a esigere il
pagamento dei dividendi in modo da poterli investire a
favore di nuove imprese nel mercato dei capitali.
Una notevole fonte di monopolio nel mondo del la-
voro è rappresentata dagli interventi pubblici. Le norme
relative alle licenze, i codici edilizi e misure di questo
tipo esaminate precedentemente ne rappresentano un
esempio. La legislazione che concede privilegi ai sinda-
cati, come l’esenzione dalle leggi antitrust, i limiti alla
responsabilità delle organizzazioni sindacali, il diritto
di poter comparire dinanzi a tribunali particolari e così
via ne sono una seconda fonte. Di importanza almeno
pari, se non superiore, è l’orientamento dell’opinione
pubblica e il fatto che le autorità applichino alle azioni
intraprese nel corso di vertenze sindacali standard di-
versi da quelli utilizzati nei confronti di azioni analoghe
intraprese in circostanze di altro genere. Se una folla
rovesciasse le automobili per strada o danneggiasse la
proprietà altrui per pura malevolenza durante una som-
mossa per motivi privati, non una mano si leverebbe
per proteggerla dalle conseguenze legali del suo gesto.
Ma se essa commettesse le medesime azioni nel corso
di una vertenza sindacale, è perfettamente possibile che
la farebbe franca. Le azioni sindacali che comportano la
violenza fisica, o la minaccia di violenze, non potreb-
bero verificarsi se non vi fosse una tacita acquiescenza
delle autorità.
3. Collusione privata. L’ultima fonte di monopolio è
la collusione di soggetti privati. Come afferma Adam
Smith: «È difficile che persone dello stesso mestiere si
incontrino, sia pure per far festa e per divertirsi, senza
che la conversazione finisca in una cospirazione contro
lo Stato o in qualche espediente per elevare i prezzi».3
Una collusione o accordi di cartello privati come questi,
pertanto, nascono continuamente. Essi, tuttavia, sono

3. Adam Smith, The Wealth of the Nations (1776), Book I, Chapter X, Part II,
Londra, Cannan, 1930, p. 130 [trad. it.: La ricchezza delle nazioni, Roma, Newton
Compton, 1995, p. 155].

202
Monopolio e responsabilità sociale del mondo dell’impresa e del lavoro

generalmente instabili e di breve durata, a meno che


non possano fare appello sull’assistenza del governo.
La costituzione di un cartello, aumentando i prezzi, fa
sì che per gli esclusi sia più proficuo entrare nello spe-
cifico mercato in cui opera il cartello stesso. Per giun-
ta, siccome il prezzo più alto può essere determinato
esclusivamente dall’accordo dei partecipanti a ridurre
la rispettiva produzione al di sotto di quanto vorrebbe-
ro in modo che sia possibile mantenere il prezzo fissato,
ciascuno di essi ha l’incentivo a ridurre il prezzo al fine
di aumentare la propria produzione. Ognuno di essi,
va da sé, spera che gli altri rispettino l’accordo, ma è
sufficiente che vi sia soltanto uno, o al massimo pochi
“imbroglioni” (che, in effetti, sono benefattori pubblici)
affinché il cartello scompaia. In assenza di un aiuto del-
le autorità al fine di mantenere la disciplina del cartello,
è pressoché certo che in breve tempo i “traditori” riusci-
rebbero nell’intento.
Il principale ruolo svolto dalla nostra legislazione
antitrust è quello di impedire tali accordi collusivi pri-
vati. Da questo punto di vista, il maggiore contributo si
è avuto grazie ai suoi effetti indiretti, più che in virtù di
concrete azioni legali. Le leggi antitrust hanno proibito
gli strumenti collusivi più palesi, come riunioni pubbli-
che aventi esplicitamente questo scopo e pertanto han-
no reso la collusione molto più costosa. Aspetto ancora
più importante, esse hanno ribadito la dottrina di com-
mon law che afferma che le alleanze aventi lo scopo di
impedire il commercio non possono essere fatte valere
in tribunale. In diversi paesi europei i tribunali possono
imporre il rispetto di un accordo tra un gruppo di im-
prese che si siano impegnate a vendere i loro prodotti
esclusivamente per il tramite di un agente comune, im-
ponendo determinate penali ai membri che dovessero
violare l’accordo. Negli Stati Uniti, un accordo siffatto
non potrebbe essere fatto valere in tribunale. Questa
differenza è una delle principali ragioni che hanno per-
messo che in Europa i cartelli siano più diffusi e stabili
di quanto non avvenga negli Stati Uniti.

203
Capitalismo e libertà

La politica più opportuna


La prima e più urgente esigenza nel campo delle po-
litiche pubbliche è l’eliminazione di quelle misure che
sostengono direttamente il monopolio, a prescindere
che si tratti di un monopolio di imprese o un monopolio
nel mondo del lavoro, oltre a un’applicazione imparzia-
le delle leggi su imprese e sindacati. Entrambi dovreb-
bero essere soggetti alla legislazione antitrust, entrambi
dovrebbero essere trattati allo stesso modo rispetto alle
leggi in materia di danni alla proprietà e di interferenza
nelle attività private.
Oltre a questo, il passo più importante ed efficace
verso la riduzione del potere di monopolio sarebbe una
vasta riforma della legislazione in materia fiscale. L’im-
posta sul reddito delle società dovrebbe essere abolita.
A prescindere da ciò, alle società dovrebbe essere impo-
sto l’obbligo di versare ai singoli azionisti ogni ricavo
che non sia stato già distribuito come dividendo. Vale a
dire, quando una società paga un dividendo, dovrebbe
aggiungere una dichiarazione che affermi: «In aggiunta
al presente dividendo di X centesimi per azione, la vo-
stra società ha ricavato X centesimi per azione che sono
stati reinvestiti». Ogni azionista, a quel punto, avreb-
be l’obbligo di riportare sulla propria dichiarazione dei
redditi non solo il dividendo, ma anche la sua parte di
ricavi non distribuiti. Le società avrebbero ugualmen-
te la possibilità di reinvestire i fondi al proprio interno,
ma non avrebbero alcun incentivo a farlo a meno che
tale reinvestimento non fosse più proficuo di un investi-
mento esterno da parte degli azionisti. Ben pochi prov-
vedimenti potrebbero contribuire allo stesso modo a
rinvigorire il mercato dei capitali, a stimolare l’impresa
e a favorire la concorrenza.
Ovviamente, finché l’imposta sul reddito delle per-
sone fisiche sarà scaglionata come avviene attualmente,
vi sarà un fortissimo incentivo a escogitare ogni strata-
gemma per evaderne gli effetti. Sia in questo modo, sia
attraverso i suoi effetti diretti, un’imposta sul reddito
fortemente progressiva rappresenta un serio ostacolo
a un uso più efficiente delle nostre risorse. La soluzio-

204
Monopolio e responsabilità sociale del mondo dell’impresa e del lavoro

ne più opportuna sarebbe una drastica riduzione del-


le aliquote più alte, insieme all’eliminazione di tutte le
detrazioni e scappatoie che sono state incorporate nella
legislazione riguardante la materia fiscale.

La responsabilità sociale del mondo dell’impresa e


del lavoro
È sempre più diffusa la convinzione che i dirigenti
d’azienda e i leader sindacali abbiano una “responsabi-
lità sociale” che si aggiunge al dovere di badare rispet-
tivamente agli interessi degli azionisti e degli iscritti al
sindacato. Questa convinzione tradisce un profondo
equivoco in merito alla natura e al carattere di un’eco-
nomia libera. In essa, un’impresa ha una e una sola
responsabilità sociale: avvalersi delle proprie risorse e
svolgere attività miranti ad accrescere i suoi profitti, a
patto, ovviamente, di rispettare le regole del gioco, vale
a dire entrare in concorrenza aperta e libera con gli al-
tri soggetti presenti sul mercato, senza inganni o frodi.
Analogamente, la “responsabilità sociale” dei dirigenti
sindacali consiste nel servire gli interessi dei loro iscritti.
È responsabilità di ognuno di noi creare una cornice le-
gale tale che ciascun individuo che persegua il proprio
interesse sia, per citare ancora Adam Smith, «condotto
da una mano invisibile […] a perseguire un fine che non
rientra nelle sue intenzioni. Né il fatto che tale fine non
rientri sempre nelle sue intenzioni è sempre un danno
per la società. Perseguendo il suo interesse, egli spes-
so persegue l’interesse della società in modo molto più
efficace di quando intende effettivamente perseguirlo.
Io non ho mai saputo che sia stato fatto molto bene da
coloro che hanno dichiarato di commerciare per il bene
pubblico».4
Vi sono ben poche tendenze in grado di erodere le
fondamenta stesse della nostra società libera con altret-
tanta efficacia dell’assimilazione da parte dei dirigenti
d’azienda della convinzione di avere una responsabilità

4. Adam Smith, The Wealth of the Nations (1776), Book IV, Chapter II, p. 421
[trad. it.: La ricchezza delle nazioni, p. 391].

205
Capitalismo e libertà

diversa dal dovere realizzare i maggiori profitti possibili


per i propri azionisti. Si tratta infatti di una dottrina fon-
damentalmente sovversiva: se un uomo d’affari ha una
responsabilità sociale che esula dal semplice compito di
massimizzare i profitti dei propri azionisti, in che modo
può sapere di cosa si tratta? Forse che un certo numero
di individui privati autoselezionati può decidere quale
sia l’interesse della società? Possono forse decidere qua-
li oneri hanno il diritto di imporre a se stessi o ai propri
azionisti al fine di servire questo fantomatico interesse?
È forse tollerabile che le funzioni pubbliche di tassazio-
ne, spesa e controllo vengano esercitate da chi ha la ven-
tura di trovarsi in un determinato momento alla guida
di particolari imprese, dopo essere stati scelti per tali
incarichi da gruppi rigorosamente privati? Se i dirigenti
d’azienda vanno considerati alla stregua di funzionari
pubblici, piuttosto che dipendenti dei rispettivi azio-
nisti, è giocoforza che in una democrazia, prima o poi,
vengano selezionati per mezzo di procedure pubbliche
quali elezioni e nomine.
Ma, molto prima che ciò possa accadere, gli sarà stato
tolto ogni potere decisionale. Un esempio lampante di
questo fenomeno è la decisione di cancellare un aumen-
to del prezzo dell’acciaio presa dalla U.S. Steel nell’apri-
le 1962 dopo che il Presidente Kennedy aveva pubblica-
mente manifestato il proprio disaccordo e l’azienda era
stata fatta oggetto di larvate minacce di rappresaglia,
che andavano da azioni legali antitrust a una scrupolo-
sa verifica delle dichiarazioni fiscali dei suoi dirigenti.
Si tratta di un episodio degno di nota, perché ha com-
portato un’esibizione pubblica degli enormi poteri che
si concentrano a Washington. Abbiamo potuto renderci
conto del fatto che buona parte dei poteri necessari per
istituire uno Stato di polizia erano già disponibili alle
autorità federali. Il caso della U.S. Steel, inoltre, illustra
perfettamente il punto che sto cercando di evidenziare:
se il prezzo dell’acciaio viene stabilito da una decisione
pubblica, come dichiara la dottrina della responsabilità
sociale, allora non si può permettere che tale decisione
venga presa da soggetti privati.

206
Monopolio e responsabilità sociale del mondo dell’impresa e del lavoro

L’aspetto della dottrina della responsabilità sociale


illustrato dal nostro esempio (e che recentemente ha
assunto una particolare visibilità) consiste in una pre-
sunta responsabilità da parte di imprese e lavoratori di
moderare prezzi e salari al fine di evitare l’inflazione.
Supponiamo quindi che, in un periodo in cui vi sia una
pressione tendente all’aumento dei prezzi (che, ovvia-
mente, in ultima analisi è il segnale di un aumento della
massa monetaria), ogni dirigente d’impresa e ogni sin-
dacalista accetti tale responsabilità e supponiamo inol-
tre che riescano a impedire un aumento generalizzato
dei prezzi, vale a dire che sussista un controllo volon-
tario di prezzi e salari senza che vi sia inflazione. Quale
sarebbe il risultato? Evidentemente avremmo scarsità
di prodotti, scarsità di forza lavoro e la nascita di un
mercato sommerso e del mercato nero. Se ai prezzi non
è permesso di svolgere la funzione di razionare beni e
lavoratori, dev’esserci qualche altro strumento per as-
solverla. È possibile che il sistema alternativo di razio-
namento sia privato? Forse per un certo tempo e in un
settore di ampiezza e importanza ridotta. Ma se i beni
interessati sono numerosi e importanti, vi saranno ne-
cessariamente pressioni – probabilmente irresistibili – a
favore di un razionamento dei beni da parte delle au-
torità, di una politica salariale pubblica e di provvedi-
menti del governo al fine di assegnare e distribuire la
forza lavoro.
Qualora fossero fatti rispettare, i controlli sui prez-
zi, per legge o volontari, condurrebbero prima o poi
all’annientamento del sistema della libera impresa, che
verrebbe sostituito da un sistema pianificato dal centro
e, per giunta, non riuscirebbero neppure a tenere sotto
controllo l’inflazione. La storia offre numerose prove
del fatto che l’elemento che determina il livello medio
dei prezzi e dei salari è la quantità di moneta nell’eco-
nomia, e non l’avidità di uomini d’affari e lavoratori. I
governi si appellano alla moderazione delle imprese e
dei lavoratori in virtù della loro incapacità di assolve-
re ai propri compiti – tra i quali vi è il controllo della
moneta – e della tendenza, che accomuna ogni uomo, a

207
Capitalismo e libertà

scaricare su altri le proprie responsabilità.


Vi è un altro elemento nel campo della responsabi-
lità sociale che ritengo di avere il dovere di affrontare,
in quanto tocca i miei interessi personali. Si tratta della
tesi secondo la quale le imprese dovrebbero contribuire
al sostegno finanziario delle attività di beneficenza e, in
particolare, al sostegno delle università. In una società
fondata sulla libera impresa, questo genere di benefi-
cenza rappresenta un uso sbagliato dei fondi societari.
L’impresa è uno strumento degli azionisti che ne
sono i proprietari. Se essa effettua una donazione, im-
pedisce a ogni singolo azionista di decidere da sé in
che modo disporre dei propri fondi. In considerazione
dell’imposta sul reddito delle società e della detraibilità
dei contributi di questo tipo, è evidente che gli azioni-
sti potrebbero auspicare che la loro società distribuisca
donativi per conto loro, giacché ciò può metterli in con-
dizione di fare un dono più sostanzioso. La soluzione
migliore sarebbe l’abolizione dell’imposta sul reddito
societario. Tuttavia, finché questa imposta esisterà, non
vi è alcun buon motivo di permettere la detraibilità dei
contributi a favore di enti assistenziali e istituti accade-
mici. Tali contributi dovrebbero essere invece effettuati
dagli individui che, in ultima analisi, nella nostra socie-
tà sono i veri proprietari.
Chi auspica un ampliamento della detraibilità di
questo genere di sovvenzioni da parte delle aziende in
nome della libera impresa lavora in sostanza contro il
proprio interesse. Una delle critiche mosse più di fre-
quente al moderno sistema societario è che esso com-
porta la separazione della proprietà dal controllo, ossia
che l’impresa è diventata un istituto sociale che fa legge
a parte, con dirigenti non responsabili che non servo-
no gli interessi degli azionisti. L’accusa non risponde
al vero, ma la strada che stanno imboccando le politi-
che pubbliche, con il permesso concesso alle imprese di
elargire contributi per scopi benefici e permetterne la
detraibilità dall’imponibile a fini fiscali, porta verso la
creazione di una autentica separazione tra proprietà e
controllo e a indebolire la natura e il carattere fonda-

208
Monopolio e responsabilità sociale del mondo dell’impresa e del lavoro

mentale della nostra società. È un passo che ci allonta-


na da una società individualista e ci conduce verso uno
Stato corporativo.

209
Capitolo 9

Le licenze per lo svolgimento di una


professione

L’abbattimento del sistema medievale delle corpo-


razioni ha rappresentato uno dei primi, indispensabili
passi nel cammino verso la libertà del mondo occidenta-
le. Il fatto che, verso la metà del diciannovesimo secolo,
in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e, sia pure in minor
misura, nel continente europeo ogni individuo potesse
scegliere a piacere il proprio mestiere od occupazione
senza dover ottenere il nulla osta delle autorità ha rap-
presentato un chiaro segnale, ampiamente riconosciuto
già all’epoca, del trionfo delle idee liberali. Negli ultimi
decenni abbiamo assistito a un regresso, contraddistinto
dalla crescente tendenza a limitare l’accesso a determi-
nate occupazioni ai soli individui dotati di una licenza
concessa dallo Stato.
I limiti imposti alla libertà di ciascun individuo di
avvalersi come meglio crede delle proprie risorse sono
di per sé importanti e, in aggiunta, introducono un’ul-
teriore classe di problemi ai quali possiamo applicare i
principi descritti nei primi due capitoli di questo libro.
Esaminerò per primo il problema più generale, per
poi considerare un particolare esempio, ossia i vincoli
all’esercizio della professione medica. Ho scelto il caso
della medicina perché mi sembra preferibile esaminare
i vincoli per i quali imporre talune limitazioni appare
particolarmente ragionevole e opportuno, mentre non
c’è molto da imparare a sfondare delle porte aperte. Im-
magino che la gran parte delle persone, forse anche la

211
Capitalismo e libertà

maggior parte dei liberali, ritenga che sia auspicabile


limitare la pratica medica a chi è in possesso di una li-
cenza dello Stato. Concordo sul fatto che, nel caso della
medicina, la tesi a favore della licenza è più forte che
in altri campi, tuttavia le mie conclusioni saranno che i
principi liberali non giustificano il principio della con-
cessione di licenze neppure in campo medico e che, nel-
la pratica, le conseguenze della concessione di licenze in
questo settore sono state complessivamente negative.

L’onnipresenza delle restrizioni statali sulle attività


economiche accessibili agli individui
La concessione di licenze rappresenta un caso parti-
colare di un fenomeno più generale e straordinariamen-
te diffuso, vale a dire la pretesa che gli individui non
possano dedicarsi a particolari attività economiche se
non alle condizioni stabilite dalle autorità costituite del-
lo Stato. Le corporazioni medievali rappresentano un
esempio particolare di un sistema avente esplicitamen-
te lo scopo di stabilire quali persone potessero avere il
permesso di perseguire determinate attività. Il sistema
indiano delle caste ne è un ulteriore esempio. Le limita-
zioni, in misura considerevole per le caste, in grado mi-
nore per le corporazioni, erano imposte dalle consuetu-
dini della società più che da un esplicito provvedimento
delle autorità pubbliche.
Per quanto riguarda le caste indiane, è molto diffusa
la convinzione che l’occupazione di ciascun individuo
sia interamente determinata dalla casta a cui appartiene.
Agli occhi di un economista è evidente che ciò sarebbe
impossibile, giacché imporrebbe una rigida distribuzio-
ne delle persone tra le diverse occupazioni interamente
determinata dai tassi di natalità e non dalle condizioni
della domanda sul mercato. È ovvio che il sistema non
funzionava in questo modo: in realtà, come in certa mi-
sura avviene ancora oggi in India, esisteva un numero
limitato di occupazioni riservate ai membri di determi-
nate caste, ma non tutti i membri di esse si dedicavano
a queste particolari attività. Esistevano poi altre occupa-
zioni generiche, come l’agricoltura, aperte ai membri di

212
Le licenze per lo svolgimento di una professione

svariate caste e che permettevano così di armonizzare


l’offerta di lavoro nelle diverse occupazioni.
Oggigiorno le tariffe doganali, le leggi sul fair trade
(pratiche commerciali corrette), le quote d’importazio-
ne, le quote di produzione, i vincoli sindacali sull’im-
piego e via dicendo rappresentano altrettanti esempi di
un fenomeno analogo. In tutti questi casi, le autorità di
governo stabiliscono le condizioni alle quali determina-
ti individui possono dedicarsi a particolari attività, vale
a dire i termini che governano gli accordi tra queste per-
sone e i loro simili. Il tratto che accomuna tutti questi
esempi, come per le autorizzazioni e le licenze, è che la
legislazione che li regola viene promulgata a vantaggio
e per conto di un determinato gruppo di produttori. Per
quanto riguarda le licenze, il gruppo è solitamente rap-
presentato da un’arte o mestiere. Per quanto concerne
gli altri esempi, può trattarsi di un gruppo che produ-
ce un particolare bene e che desidera l’introduzione di
una tariffa doganale, o di un gruppo di rivenditori al
dettaglio che vorrebbe essere tutelato dalla concorrenza
dei supermercati, o ancora di un gruppo di compagnie
petrolifere, di agricoltori o di lavoratori dell’industria
siderurgica.
Al giorno d’oggi, l’obbligo di possedere una licenza
per lo svolgimento di particolari mestieri e professioni
è assai diffuso. Secondo Walter Gellhorn, che ha scritto
in materia uno dei migliori saggi di cui sono a cono-
scenza,

Nel 1952 vi erano oltre 80 diverse occupazioni (senza


includere attività quali ristoranti e compagnie di taxi)
per le quali la legge dello stato imponeva una licenza.
Oltre alle leggi dei singoli stati vi è una enorme abbon-
danza di ordinanze municipali, per non parlare delle
leggi federali che prevedono che determinate attività,
quali le trasmissioni radiofoniche e l’intermediazione
di bestiame, possano essere svolte solo dietro autoriz-
zazione delle autorità. Già nel 1938 un singolo stato (la
North Carolina) aveva assoggettato alla concessione
di licenze ben 60 occupazioni. Non sorprenderà con-
statare che la legge dello stato si applica a farmacisti,

213
Capitalismo e libertà

contabili e dentisti, nonché a igienisti e psicologi, agli


analisti minerari e agli architetti, ai veterinari e ai bi-
bliotecari. Ma quale sorpresa, invece, si proverà nello
scoprire che l’autorizzazione dello stato è necessaria
anche per gli operatori di trebbiatrici e per i rivenditori
di scarti di tabacco? E che dire dei classificatori della
qualità delle uova e degli addestratori di cani guida,
dei disinfestatori e dei rappresentanti di yacht, degli
innestatori e degli scavatori di pozzi, dei piastrellisti
e dei coltivatori di patate? E vogliamo parlare dell’im-
portante arte dell’ipertricologo, l’esercizio della quale
nel Connecticut richiede una licenza statale, in modo
che egli possa asportare i peli superflui con tutta la so-
lennità richiesta dal loro altisonante titolo?1

Nelle perorazioni con cui si cerca di convincere l’as-


semblea legislativa di uno stato a promulgare una legge
per la regolamentazione di questa o quella attività pro-
fessionale, la giustificazione immancabilmente addotta
consiste nell’esigenza di tutelare il pubblico interesse.
Tuttavia le pressioni a favore di questo genere di legisla-
zione raramente provengono da comuni cittadini fro-
dati o altrimenti lesi da un membro di una particolare
occupazione. Viceversa, tali pressioni provengono im-
mancabilmente proprio dai praticanti dell’occupazione
da “regolamentare”. Ovviamente, costoro sanno meglio
di chiunque altro se e quanto sfruttano i loro clienti e,
pertanto, forse possono affermare di fare appello alla
propria competenza in merito.
Analogamente, i meccanismi adottati per attuare la
concessione di licenze comportano quasi immancabil-
mente un controllo da parte dei membri della profes-
sione soggetta ad autorizzazione. Anche in questo caso,
sotto diversi aspetti si tratta di un fenomeno compren-
sibile: se il mestiere di idraulico può essere svolto solo
dagli individui dotati delle capacità e della competenza
necessarie per offrire un buon servizio, è evidente che

1. Walter Gellhorn, Individual Freedom and Government Restraints, Baton Rou-


ge, Louisiana University Press, 1956, p. 106 (il capitolo in questione si intitola “Il
diritto di guadagnarsi da vivere”).

214
Le licenze per lo svolgimento di una professione

solo altri idraulici saranno in grado di valutare se un


candidato possa essere accettato. Di conseguenza, la
commissione o altro organo incaricato di concedere la
licenza di svolgere una determinata professione è pres-
soché invariabilmente composta in gran parte da idrau-
lici, o farmacisti, o quale che sia la particolare professio-
ne di cui si vuole regolamentare l’accesso.
Gellhorn sottolinea che:

Il 75 per cento delle commissioni di autorizzazione


allo svolgimento di mestieri e professioni attualmente
esistenti nel paese è composto interamente da membri
delle rispettive occupazioni. Queste persone, la gran
parte delle quali svolge questo ruolo pubblico a fianco
della propria attività professionale, può avere un in-
teresse economico diretto in molte delle decisioni in
merito ai requisiti di ammissione e alla definizione
degli standard che i detentori della licenza sono tenu-
ti a rispettare. Cosa ancora più importante, di norma
costoro rappresentano gruppi organizzati nell’ambito
della rispettiva professione. Solitamente essi vengono
candidati da questi gruppi in vista della nomina a una
carica dirigenziale o ad altri incarichi, ma frequente-
mente le candidature sono una semplice formalità.
Spesso si preferisce fare a meno della formalità e le
nomine vengono effettuate direttamente dalle associa-
zioni di categoria, come avviene, ad esempio, nel caso
degli specialisti in composizione delle salme in North
Carolina, dei dentisti in Alabama, degli psicologi in
Virginia, dei medici in Maryland e degli avvocati nello
stato di Washington.2

La concessione di licenze, pertanto, sovente istitui-


sce un tipo di regolamentazione analogo a quello della
corporazione medievale, in cui lo Stato assegna il pote-
re decisionale ai membri della professione. In pratica, i
fattori presi in considerazione al momento di assegna-
re un’autorizzazione interessano spesso questioni che,
almeno agli occhi di un estraneo, non sembrano ave-

2. Walter Gellhorn, Individual Freedom and Government Restraints, pp. 140-


141.

215
Capitalismo e libertà

re alcun rapporto con la competenza professionale del


candidato. Questo fenomeno, ovviamente, non deve
stupirci: se un numero ristretto di individui deve sta-
bilire se un candidato possa essere ammesso a svolgere
una professione, è probabile che entrino in gioco le più
diverse – e irrilevanti – considerazioni. Di quali consi-
derazioni si tratti dipenderà dalla personalità dei mem-
bri della commissione e dalla temperie del momento.
Gellhorn osserva la diffusione della pratica di richie-
dere un giuramento di fedeltà alle istituzioni del paese
per accedere a svariate occupazioni nell’epoca in cui il
timore della sovversione comunista era particolarmente
acuto. Egli rileva che:

Uno statuto vigente in Texas nel 1952 prevede che cia-


scun candidato alla professione di farmacista presti
giuramento di «non essere iscritto al Partito Comunista
né affiliato a questo o a simili partiti, di non auspicare,
né di essere membro, né di sostenere gruppi o organiz-
zazioni che favoriscano o predichino il rovesciamento
della forma di governo degli Stati Uniti con la forza o
per il tramite di metodi illegali o anticostituzionali».
Non è chiaro che rapporto vi sia tra questo giuramen-
to e la salute dei cittadini, che dovrebbe rappresentare
l’interesse tutelato dalla concessione di una licenza per
l’esercizio della professione di farmacista. Non meno
oscuro è il motivo che in Indiana impone a pugili e lot-
tatori di giurare di non essere dei sovversivi. […] Un
insegnante di musica di una scuola media, costretto a
dimettersi dopo la rivelazione di essere un comunista
ebbe numerose difficoltà a trovare un impiego come
accordatore di pianoforti nel District of Columbia per-
ché, ovviamente, si trovava “sotto alla disciplina co-
munista”. I veterinari nello stato di Washington non
possono occuparsi di una vacca o di un gatto a meno
che non abbiano preventivamente sottoscritto una di-
chiarazione giurata di non appartenere al Partito Co-
munista.3

Quale che sia la posizione che il lettore ha nei confron-

3. Walter Gellhorn, Individual Freedom and Government Restraints, pp. 129-130.

216
Le licenze per lo svolgimento di una professione

ti del Partito Comunista, la pretesa che possa esservi un


rapporto tra questi requisiti e la qualità nel servizio che
la licenza professionale dovrebbe garantire è alquanto
discutibile. Gli estremi ai quali giungono questi requisi-
ti sfiorano spesso il ridicolo. Qualche altra citazione dal
testo di Gellhorn ci offrirà un momento di ilarità.4
Uno dei regolamenti più comici è quello relativo ai
barbieri, un mestiere che in numerose località può es-
sere svolto solo dietro ottenimento di un’autorizzazio-
ne. Qui di seguito riportiamo una legge del Maryland
successivamente cassata in tribunale, ma le cui norme
sono simili ad altre riscontrabili nella legislazione di al-
tri stati:

Il tribunale non ha apprezzato, anzi ha trovato scon-


fortante il fatto che i barbieri alle prime armi debbano
seguire un corso sui «principi scientifici dell’arte del
barbiere, dell’igiene, della batteriologia e dell’istologia
di barba e capelli, pelle, muscoli e nervi, della struttura
della testa, della faccia e del collo, delle basi chimiche
relative a sterilizzazione e procedure antisettiche, delle
malattie della pelle, dei capelli, delle ghiandole e delle
unghie, nonché del taglio dei capelli e della barba e
della pettinatura, acconciatura, colorazione, decolora-
zione e tintura dei capelli».5

E, per continuare con i poveri barbieri:

Dei diciotto stati inclusi in uno studio sulle normative


relative ai barbieri vigenti nel 1929, nessuno impone-
va ai candidati di disporre di un diploma conseguito
presso un’accademia del settore, sebbene un periodo
di apprendistato fosse obbligatorio in ciascuno di essi.
Oggi, normalmente gli stati pretendono un diploma

4. Per correttezza, devo aggiungere che Gellhorn non condivide la mia soluzione
al problema, ossia l’abolizione pura e semplice delle licenze. Anzi, egli è convinto
che, sebbene il sistema di concessione di queste licenze si sia spinto troppo oltre,
esse abbiano un’importante funzione da svolgere. Gellhorn propone riforme e
modifiche procedurali che, a suo parere, limiterebbero gli abusi nei meccanismi di
concessione delle autorizzazioni allo svolgimento di una professione.
5. Walter Gellhorn, Individual Freedom and Government Restraints, pp. 121-
122.

217
Capitalismo e libertà

conseguito presso una scuola di specializzazione che


offra non meno di un migliaio di ore di lezione su “ma-
terie teoriche” come la sterilizzazione degli strumenti,
al quale deve seguire un periodo di apprendistato.6

Spero che questi brani evidenzino il fatto che il pro-


blema posto dalle licenze professionali è più di un sem-
plice esempio del generale problema dell’intervento
pubblico. Questo problema rappresenta già oggi una
grave violazione della libertà di ciascun individuo di
svolgere le attività che preferisce e per giunta, a causa
delle continue pressioni sui parlamenti al fine di am-
pliare il sistema delle licenze, rischia di aggravarsi ul-
teriormente.
Prima di esaminare i vantaggi e gli svantaggi del
sistema delle licenze professionali vale la pena notare
per quale motivo tale sistema sia in vigore e quale sia il
problema politico più generale messo in luce dalla ten-
denza a promulgare leggi specifiche di questo tenore.
Il fatto che un gran numero di stati affermi che la can-
didatura di un barbiere debba essere approvata da una
commissione di barbieri non rappresenta una prova
convincente che questo tipo di legislazione tuteli effetti-
vamente il pubblico interesse. Certamente la spiegazio-
ne è un’altra: dal punto di vista politico, un gruppo di
produttori tende a essere più organizzato di un gruppo
di consumatori. Si tratta di un’osservazione abbastanza
ovvia e sovente ripetuta, ma la cui importanza non può
essere sopravvalutata. Ciascuno di noi è al tempo stesso
un produttore e un consumatore,7 tuttavia siamo deci-
samente più specializzati, e destiniamo una percentuale
molto maggiore della nostra attenzione, alla nostra atti-
vità di produttori che a quella di consumatori. Il fatto è
che consumiamo letteralmente migliaia, se non milioni,
di beni. Il risultato è che le persone che fanno il medesi-

6. Walter Gellhorn, Individual Freedom and Government Restraints, p. 146.


7. Si veda, ad esempio, il noto articolo di Wesley Mitchell intitolato “The Back-
ward Art of Spending Money”, successivamente ripubblicato nel volume avente
lo stesso titolo (Wesley Mitchell, The Backward Art of Spending Money, New York,
McGraw-Hill, 1937, pp. 3-19).

218
Le licenze per lo svolgimento di una professione

mo mestiere, come i barbieri o i medici, sono accomuna-


te da un intenso interesse per i problemi specifici della
rispettiva professione e sono disposte a dedicare una
considerevole energia al compito di affrontarli. Di con-
verso, chi di noi si serve di un barbiere lo fa sporadica-
mente e spende una frazione esigua del proprio reddito
per farsi tagliare i capelli. Il nostro interesse è appena
occasionale. Nessuno di noi è disposto a perdere tempo
al fine di presentarsi dinanzi al parlamento del proprio
stato per testimoniare contro l’iniquità dei vincoli all’ac-
cesso al mestiere di barbiere. La medesima considera-
zione vale per dazi e tariffe: i gruppi che ritengono di
avere un particolare interesse a ottenere l’imposizione
di determinate tariffe doganali sono gruppi concentrati
e omogenei e l’eventuale adozione della tariffa può cam-
biare considerevolmente le loro condizioni. L’interesse
della popolazione, viceversa, è estremamente disperso.
Di conseguenza, in assenza di un meccanismo generi-
co per compensare le pressioni degli interessi settoriali,
i gruppi di produttori avranno sul potere legislativo e
sulle autorità molta più influenza dei consumatori, che
hanno interessi diversificati e dispersi. In effetti, se con-
sideriamo la questione sotto questo aspetto, non fa me-
raviglia che abbiamo queste stupide leggi in materia di
licenze, ma che siano così poche. La domanda da porsi
è come abbiamo fatto a conservare la relativa libertà dai
controlli pubblici sulle attività produttive di cui abbia-
mo goduto e godono altri paesi.
L’unico sistema che riesco a immaginare al fine di
contrastare l’influenza dei gruppi d’interesse è quello
di vietare in linea di principio che le autorità pubbliche
intraprendano determinate attività. Solo se verrà rico-
nosciuto che le attività pubbliche debbano essere rigo-
rosamente limitate a una determinata categoria di casi
sarà possibile far sì che, qualora esse vogliano deviare
da questa generica proibizione, l’onere della prova toc-
chi alle autorità e che vi sia una ragionevole speranza di
limitare la diffusione dei provvedimenti specificamente
destinati a favorire interessi particolari. Si tratta di un
punto sul quale siamo tornati a più riprese e che è un

219
Capitalismo e libertà

tutt’uno con le ragioni che ci hanno portato ad adottare


il Bill of Rights e con la norma che ho auspicato per go-
vernare la politica monetaria e fiscale.

Le questioni sollevate dalle licenze professionali


È importante distinguere i tre livelli di controllo: pri-
mo, la registrazione; secondo, la certificazione; terzo,
l’autorizzazione e la concessione della licenza.
Per registrazione intendo un meccanismo in virtù del
quale chi si dedica a una particolare attività ha l’obbli-
go di iscriversi a un registro ufficiale. In questo sistema
non vi è alcuna norma che neghi il diritto di svolgere
una particolare attività a chiunque sia disposto a iscri-
versi al registro. Eventualmente, agli iscritti è richiesta
una somma, sotto forma di imposta di registrazione o
come tassazione.
Il secondo livello è la certificazione. In questo caso
un organismo pubblico può certificare che un individuo
possiede determinate competenze, ma non può impe-
dire in alcun modo che gli individui in possesso del-
le necessarie competenze, ma privi della certificazione
dell’organismo pubblico, possano esercitare la profes-
sione o il mestiere in questione. Un buon esempio è rap-
presentato dalla professione di ragioniere e di contabile.
Nella maggior parte degli stati americani, chiunque può
fare il ragioniere, indipendentemente dal fatto che sia
in possesso della certificazione pubblica, ma solo chi ha
superato un particolare esame può aggiungere al pro-
prio nome la sigla CPA (certified public accountant) o può
esibire tale titolo sulla targa del proprio ufficio. Spes-
so la certificazione non è che uno stadio intermedio.
In molti stati si è prodotta la tendenza a limitare una
gamma crescente di attività ai possessori di diploma
di CPA. Per quanto riguarda tali attività si deve quindi
parlare di concessione di licenza, e non di certificazione.
In alcuni stati, quello di architetto è un titolo del quale
possono fregiarsi solo le persone che hanno superato un
particolare esame. In questo caso possiamo parlare di
certificazione. Tuttavia, ciò non impedisce a nessuno di
poter offrire consulenza sulla costruzione di una casa in

220
Le licenze per lo svolgimento di una professione

cambio di un determinato onorario, cioè di svolgere la


professione di architetto.
Il terzo stadio consiste nell’autorizzazione vera e
propria. Si tratta di un meccanismo in base al quale
chiunque voglia dedicarsi a una particolare occupazione
deve ottenere una licenza da parte di un’autorità pub-
blicamente riconosciuta. La licenza non è una semplice
formalità: richiede di dimostrare un livello minimo di
competenza o di superare determinati esami aventi lo
scopo di garantire tale competenza. Inoltre, chi non è in
possesso della necessaria autorizzazione delle autorità
non ha il permesso di praticare la professione in que-
stione e, qualora lo facesse, rischierebbe un’ammenda o
addirittura il carcere.
La questione che vorrei esaminare è la seguente: vi
sono circostanze che possano giustificare uno di questi
stadi di controllo? Ritengo che la registrazione possa es-
sere accettabile da un punto di vista liberale sulla base
di tre considerazioni.
In primo luogo, la registrazione può aiutare a per-
seguire altri scopi. Ad esempio, la polizia deve spesso
occuparsi di atti di violenza. Durante le indagini è uti-
le poter accertare chi poteva disporre di armi da fuoco.
A fini di prevenzione, invece, è auspicabile che le armi
non possano giungere nelle mani di chi probabilmente
le utilizzerebbe per scopi criminosi. Per questo motivo,
può essere utile registrare i negozi che vendono armi da
fuoco. Ovviamente, se posso tornare su un punto già
toccato più volte nei capitoli precedenti, non basta mai
affermare che potrebbe esservi una giustificazione sulla
base di questo genere di motivi per concludere che tale
giustificazione esiste effettivamente. È sempre necessario
soppesare i vantaggi e gli svantaggi alla luce dei prin-
cipi liberali. Tutto quello che voglio affermare in que-
sta sede è che, in alcuni casi, questa giustificazione può
prevalere sul principio generale che gli individui non
dovrebbero avere alcun obbligo di registrazione.
In secondo luogo, talvolta la registrazione può es-
sere semplicemente uno strumento per agevolare la
tassazione. La domanda diventa pertanto se la tassa in

221
Capitalismo e libertà

questione sia un metodo opportuno per finanziare i ser-


vizi pubblici ritenuti necessari e se in tal caso la registra-
zione può agevolare la riscossione della tassa. Ciò può
avvenire perché la tassa viene applicata a chi si registra,
oppure perché questa persona viene utilizzata come
esattore della tassa stessa. Ad esempio, nella riscossio-
ne di un’imposta sul consumo applicata a determinati
beni, è necessario poter disporre di un registro o di una
lista di tutti gli esercizi che vendono il bene assoggetta-
to all’imposta in questione.
Terzo, e questa è l’unica possibile giustificazione
della registrazione che vada incontro al nostro interes-
se precipuo di liberali, la registrazione può essere un
modo per tutelare i consumatori dalle frodi. In generale,
i principi liberali assegnano allo Stato il potere di far
rispettare i contratti e la frode comporta una violazio-
ne del contratto. Ovviamente non è evidente fino a che
punto sia il caso di spingersi nella tutela preventiva dei
consumatori, giacché questo può comportare una con-
siderevole interferenza nei contratti volontari tra indivi-
dui. Tuttavia non credo che si possa escludere per mo-
tivi di principio che vi siano determinate attività nelle
quali la probabilità di incorrere in frodi è talmente ele-
vata da rendere auspicabile la disponibilità preventiva
di una lista delle persone dedite a tale attività. Un buon
esempio è probabilmente la possibilità di disporre in
anticipo di una registrazione dei tassisti. Un tassista che
di notte raccoglie un passeggero si trova in una posizio-
ne particolarmente favorevole per rapinarlo. Allo scopo
di inibire episodi di tal genere, può essere auspicabile
disporre di una lista delle persone dedite all’attività di
tassista, assegnare a ciascuna di esse un numero di ma-
tricola ed esigere che tale numero venga esposto sulla
vettura di modo che, qualora il tassista dovesse essere
identificato, sia sufficiente ricordarsi il numero del taxi.
Tutto ciò comporta semplicemente il potere di polizia
necessario per proteggere gli individui dalla violenza
esercitata da altri e potrebbe semplicemente essere il
metodo più spiccio per raggiungere lo scopo.
Trovare una giustificazione per la certificazione è un

222
Le licenze per lo svolgimento di una professione

compito molto più arduo. Il motivo è che si tratta di una


funzione che il mercato riesce generalmente a svolgere
autonomamente. Il problema è il medesimo, tanto per
i prodotti quanto per i servizi prestati da individui. In
numerosi settori esistono agenzie private in grado di
certificare la competenza di un individuo o la qualità
di un prodotto: ad esempio, il marchio di certificazio-
ne di qualità dei prodotti domestici Good Housekeeping
è un sistema di certificazione privato. Per i prodotti in-
dustriali vi sono laboratori privati di collaudo in gra-
do di attestare la qualità di un determinato prodotto.
Per i beni di consumo vi sono numerose associazioni
dei consumatori dedite alla valutazione della qualità
dei prodotti. Negli Stati Uniti, le più note sono Consu-
mers’ Union e Consumers’ Research. I Better Business
Bureaus sono organizzazioni volontarie che certificano
la qualità di particolari rivenditori. Le scuole tecniche, i
college e le università garantiscono la qualità dei loro di-
plomati. Una delle funzioni dei rivenditori al dettaglio e
dei grandi magazzini è quella di certificare la qualità dei
molti beni che vendono. Il consumatore acquista sem-
pre più fiducia in un determinato rivenditore e questi
ha l’incentivo a guadagnarsi la fiducia dei propri clienti
accertandosi della qualità dei prodotti che vende.
È possibile sostenere che in alcuni casi, o fors’anche
in numerosi casi, la certificazione volontaria non pos-
sa essere portata al livello che i consumatori sarebbero
disposti a pagare a causa delle difficoltà a mantenere
la riservatezza della certificazione stessa. Si tratta so-
stanzialmente del problema sollevato da brevetti e di-
ritti d’autore, vale a dire se taluni individui si trovino in
condizioni di approfittare del valore dei servizi che essi
rendono ad altri. Se decido di intraprendere un’attività
di certificazione, può darsi che non vi sia alcun sistema
efficiente che mi permetta di ottenere il pagamento dei
miei servizi. Se vendo le informazioni relative a una cer-
tificazione a una persona, come posso impedirle di tra-
smetterle a terzi? Di conseguenza può risultare impossi-
bile realizzare uno scambio volontario efficace in merito
a una certificazione, anche nel caso in cui si trattasse di

223
Capitalismo e libertà

un servizio che i consumatori sarebbero disposti a paga-


re. Un metodo per aggirare il problema, come abbiamo
visto nel caso di altre esternalità, consiste nell’assegnare
alle autorità pubbliche la funzione di certificazione.
Un’altra possibile giustificazione per la certifica-
zione si basa sulla questione del monopolio. Vi sono
in effetti alcuni elementi di monopolio naturale nella
certificazione, giacché il costo di effettuarla è pressoché
indipendente dal numero di persone alle quali verrà
trasmessa l’informazione. Ciò, tuttavia, non significa
assolutamente che il monopolio sia inevitabile.
L’autorizzazione e la concessione di licenze mi sem-
bra ancora più difficile da giustificare. Si tratta infatti di
un metodo che viola ancora più dei precedenti il diritto
dei singoli di stipulare contratti volontari. Nondimeno
vi sono alcune motivazioni di questa pratica che anche
agli occhi di un liberale devono apparire compatibili
con la nostra concezione di corretto intervento dei po-
teri pubblici (anche se, come sempre in questi casi, è
necessario soppesare i vantaggi e gli svantaggi di tale
intervento). Il primo argomento che un liberale deve
prendere in considerazione attiene all’esistenza di ester-
nalità. L’esempio più semplice ed evidente è quello del
medico “incompetente” che fa scatenare un’epidemia.
Finché egli danneggia solo il proprio paziente, la que-
stione si limita alle considerazioni relative al contratto
e allo scambio volontario tra il paziente e il proprio me-
dico. Da questo punto di vista, non vi è alcun motivo di
giustificare un intervento pubblico. Tuttavia si potrebbe
sostenere che, se un medico cura in modo inadeguato
il proprio paziente, può accadere che ciò causi un’epi-
demia che andrà a ledere terzi del tutto estranei alla
transazione originaria. In tal caso è concepibile che tut-
ti, compresi il medico e il paziente del nostro esempio,
siano disposti ad assoggettarsi all’imposizione di vin-
coli alla pratica della professione medica, che verrebbe
ristretta a individui “competenti” in modo da prevenire
l’insorgenza di epidemie.
In pratica, la tesi a favore del sistema delle licenze
professionali proposta più frequentemente non è quella

224
Le licenze per lo svolgimento di una professione

appena illustrata, che può risultare accettabile a un libe-


rale, bensì un ragionamento rigorosamente paternalisti-
co del tutto incompatibile con i principi liberali. Secon-
do questa tesi, gli individui non sono capaci di scegliere
come si deve chi dovrà fornirgli i servizi di cui hanno
bisogno, che si tratti di un medico, di un idraulico o di
un barbiere. Per poter scegliere correttamente il proprio
medico, a quanto pare, un individuo dovrebbe essere
laureato in medicina. La maggior parte di noi, afferma-
no i fautori di questa tesi, non dispone delle competenze
necessarie per prendere decisioni importanti e pertanto
dobbiamo essere protetti dagli effetti della nostra igno-
ranza. Ciò equivale a dire che, quando siamo elettori,
dobbiamo proteggere dalla nostra ignoranza noi stessi
quando siamo consumatori, facendo sì che le persone
non richiedano i servizi di medici, o idraulici o barbieri
incompetenti.
Finora ho enumerato le tesi a favore della registra-
zione, della certificazione e della concessione di licenze.
In ciascun caso è chiaro che vi sono considerevoli costi
sociali da mettere a confronto con i benefici dei tre meto-
di. Alcuni di tali costi sono già stati delineati e verranno
esaminati più dettagliatamente nel caso specifico della
medicina, ma credo che, a questo punto, sia necessario
descriverli in termini generali.
Il costo sociale più evidente è che ciascuno dei tre si-
stemi, che si tratti della registrazione, della certificazio-
ne o dell’autorizzazione, diventa quasi inevitabilmente
uno strumento a disposizione di questo o quel gruppo
di produttori al fine di ottenere un monopolio a spese
della popolazione. Non esiste alcun modo per prevenire
questo fenomeno. È possibile escogitare i meccanismi
procedurali più diversi aventi lo scopo di evitare que-
sta situazione, ma nessuno di essi può ovviare al fatto
che i produttori sono più concentrati e organizzati dei
consumatori. Le persone più interessate agli effetti di
tali sistemi, i gruppi che si adopereranno più energica-
mente per la loro adozione e seguiranno con maggiore
attenzione la loro amministrazione, saranno necessaria-
mente le persone dedite alla professione o al mestiere in

225
Capitalismo e libertà

questione. Costoro eserciteranno pressioni per trasfor-


mare la registrazione in certificazione, e la certificazio-
ne in autorizzazione. Una volta realizzato quest’ultimo
passo, si impedirà di far pesare la propria influenza a
chi potrebbe avere un interesse ad alleggerire la nor-
mativa. Costoro non otterranno la necessaria licenza e
dovranno quindi dedicarsi ad altre attività, perdendo
così interesse nella regolamentazione dell’occupazione.
Immancabilmente, il risultato è che l’accesso a questa
occupazione verrà controllato dai suoi membri, con la
creazione di una posizione di monopolio.
Da questo punto di vista la certificazione è decisa-
mente meno nociva. Se i possessori di un certificato di
qualità “abusano” di esso, se i membri della professione
impongono requisiti inutilmente stringenti ai candidati
e riducono eccessivamente il numero di chi si dedica a
una determinata occupazione, il differenziale di prezzo
tra chi possiede una certificazione e chi ne è sprovvisto
diventerà abbastanza elevato da indurre i consumatori
a servirsi dei secondi. In termini tecnici, l’elasticità della
domanda per i servizi dei professionisti certificati sarà
relativamente elevata, mentre i limiti entro i quali essi
potranno sfruttare i consumatori approfittando della
loro posizione privilegiata risulteranno decisamente
ristretti.
Di conseguenza, la certificazione senza obbligo di
licenza rappresenta una via di mezzo che garantisce
una notevole tutela dall’insorgere del monopolio. Cer-
tamente questo metodo presenta svantaggi, ma è il caso
di osservare che gli argomenti solitamente avanzati a
favore del sistema dell’autorizzazione, in particolare
quelli paternalisti, vengono soddisfatti pressoché inte-
ramente dal sistema della certificazione. Se la tesi è che
siamo troppo ignoranti per poter valutare se un profes-
sionista è sufficientemente competente, basta rendere
disponibili le informazioni pertinenti. Se, perfettamente
consapevoli di quel che facciamo, preferiamo comun-
que rivolgerci a un professionista sprovvisto di certi-
ficazione, sono affari nostri. In caso di problemi, non
potremo lamentarci di non avere avuto a disposizione

226
Le licenze per lo svolgimento di una professione

le necessarie informazioni. Giacché le tesi a favore del-


la concessione di licenze avanzate da chi non esercita
una professione possono essere soddisfatte appieno dal
sistema della certificazione, faccio fatica a immaginare
un solo caso in cui sia preferibile imporre requisiti di
autorizzazione.
Anche la registrazione comporta costi sociali signi-
ficativi. Si tratta di un decisivo primo passo verso un
sistema in cui ciascun individuo deve portare con sé
un documento di identità e in cui ognuno è tenuto a
informare preventivamente le autorità dei propri piani.
Per giunta, come abbiamo già osservato, il sistema della
registrazione tende a essere il primo stadio in direzione
della certificazione e, di lì, verso un sistema di licenze
professionali.

La concessione di licenze per l’esercizio della pro-


fessione medica
Per lungo tempo l’esercizio della professione medica
è stato limitato alle persone in possesso della necessaria
licenza. Di primo acchito, la domanda “dovremmo forse
permettere a medici incompetenti di praticare la profes-
sione?” sembra ammettere solo una risposta negativa.
Ma una riflessione più approfondita potrebbe indurci a
credere che la risposta, in realtà, non sia così semplice.
Per iniziare, la licenza è la chiave che permette alla
professione medica di controllare il numero dei suoi
membri. Per capire come ciò possa avvenire è neces-
sario esaminare più in dettaglio la struttura di questa
professione. La American Medical Association è proba-
bilmente l’organizzazione di categoria più potente degli
Stati Uniti. L’essenza del potere di un’organizzazione
siffatta sta nella facoltà di limitare il numero di indi-
vidui che possono dedicarsi a una particolare attività.
Tale limitazione può essere fatta valere indirettamente,
se l’organizzazione è in grado di imporre tariffe salariali
più alte di quelle che sarebbero in vigore in assenza di
interventi esterni. Se è possibile imporre salari e onorari
artificialmente elevati, ciò ridurrà il numero di persone
che potranno trovare da lavorare e quindi, indiretta-

227
Capitalismo e libertà

mente, il numero di individui che esercitano una deter-


minata occupazione. Questo metodo, tuttavia, presenta
taluni svantaggi, in quanto crea una minoranza insod-
disfatta di individui che cercherà un modo per accede-
re alla professione. Per un’organizzazione di categoria
è certamente preferibile poter limitare direttamente il
numero di persone che può esercitare una determinata
professione, cioè di coloro che cercheranno di entrare a
farne parte. In tal modo gli scontenti e gli insoddisfatti
vengono esclusi fin dal principio e l’organizzazione non
deve darsene pensiero.
La American Medical Association si trova esattamen-
te in questa posizione: si tratta di un’organizzazione di
categoria in grado di limitare il numero di persone che
possono entrare a far parte dei suoi ranghi. In che modo
riesce a farlo? Il controllo viene attuato essenzialmente
al momento dell’ammissione alla scuola di specializza-
zione in medicina. Le scuole di specializzazione post-
universitarie devono essere approvate dal Council on
Medical Education and Hospitals della American Medi-
cal Association: se tali scuole vogliono entrare nella lista
approvata dal Council e restare a farne parte, devono
rispettare gli standard stabiliti dal Council medesimo.
Il potere di questo organismo è stato ampiamente di-
mostrato ogniqualvolta vi sia stata l’esigenza di ridurre
il numero di praticanti. Ad esempio, negli anni Trenta,
in piena Depressione, il Council on Medical Education
and Hospitals scrisse una lettera alle scuole di specia-
lizzazione esistenti in cui si dichiarava che esse stavano
ammettendo un numero di studenti troppo alto per po-
ter fornire loro una formazione adeguata. Già a partire
dall’anno successivo le scuole ridussero il numero di
studenti ammessi, corroborando in tal modo l’ipotesi
che la raccomandazione del Council abbia avuto l’effet-
to sperato.
Perché l’approvazione del Council è tanto importan-
te? Se esso abusa del proprio potere, perché non vengo-
no fondate scuole che non si curano della sua approva-
zione? La risposta è che, in quasi ogni stato dell’Unione,
per esercitare la professione medica una persona deve

228
Le licenze per lo svolgimento di una professione

ottenere una licenza e per ottenerla deve essersi diplo-


mata in una scuola approvata dal Council. In quasi ogni
stato, la lista delle scuole di perfezionamento approvate
coincide con quella stilata dal Council on Medical Edu-
cation and Hospitals della American Medical Associa-
tion. È per questo motivo che la norma che impone la
licenza medica è la chiave per controllare l’accesso alla
professione. L’effetto è duplice: da una parte i membri
della commissione che concede la licenza medica sono
sempre medici e, quindi, possono esercitare un certo
controllo nello stadio in cui i diplomati chiedono di ot-
tenere tale licenza. L’efficacia di tale controllo è comun-
que inferiore a quella del controllo esercitato a livello di
scuola di specializzazione. In quasi tutte le professioni,
un candidato all’ammissione può ripetere la prova. Se
una persona sostiene l’esame d’ammissione abbastan-
za a lungo e in più giurisdizioni diverse, è probabile
che prima o poi riesca ad accedere all’agognata occu-
pazione. Giacché ha già investito tempo e denaro per
ottenere la formazione richiesta, ha un forte incentivo a
continuare a tentare di essere ammessa. Le normative in
tema di autorizzazione all’esercizio di una determinata
occupazione che hanno effetto solo dopo che un indivi-
duo ha ricevuto la specifica formazione professionale,
pertanto, influiscono sull’accesso alla professione prin-
cipalmente aumentando i costi di ammissione, giacché
possono comportare tempi più lunghi e, in ogni caso,
un certo grado di incertezza. Tuttavia questa selezione
sulla base del costo non è neppure lontanamente altret-
tanto efficace per limitare l’ammissione a un’occupazio-
ne del metodo alternativo, consistente nell’impedire a
un individuo di iniziare la carriera. Se un candidato vie-
ne eliminato al momento dell’ammissione alla scuola di
specializzazione medica, non si presenterà mai all’esa-
me per la concessione della licenza e a quest’ultimo
stadio non potrà mai essere un problema. Il modo più
efficiente per controllare il numero di membri di una
professione, quindi, è quello di controllare l’ammissio-
ne alle scuole professionali.
Il controllo sull’ammissione alle scuole di specializ-

229
Capitalismo e libertà

zazione medica e, in una fase successiva, sulla conces-


sione delle licenze permette alla professione medica di
limitare l’accesso in due modi. Quello più ovvio consiste
nel respingere un gran numero di candidati. Un metodo
meno plateale, ma probabilmente più significativo, con-
siste nello stabilire requisiti d’accesso all’ammissione e
all’autorizzazione talmente rigorosi da scoraggiare la
maggior parte dei potenziali candidati. Sebbene nella
maggior parte degli stati la legge richieda che uno stu-
dente abbia frequentato solo due anni di college prima di
presentarsi all’ammissione a una scuola di specializza-
zione medica, di fatto la quasi totalità dei candidati ha
alle spalle quattro anni di studi universitari. Analoga-
mente, la durata della formazione medica vera e propria
è stata allungata, in particolare grazie a disposizioni più
stringenti per i periodi di praticantato in ospedale.
Tra parentesi, gli avvocati non hanno avuto lo stesso
successo dei medici nel tentativo di esercitare un con-
trollo dell’ammissione alle scuole professionali, anche
se stanno facendo progressi in questa direzione. Il moti-
vo è, tutto sommato, divertente: quasi tutte le scuole di
specializzazione presenti nella lista di scuole approvate
dall’American Bar Association prevede corsi a tempo
pieno e il numero di scuole serali approvate è ridottissi-
mo. Molti membri delle assemblee legislative, vicever-
sa, si sono diplomati proprio in scuole serali: se votasse-
ro per limitare l’accesso alla professione ai diplomati in
scuole approvate, di fatto dichiarerebbero di non avere
le necessarie qualifiche professionali. La riluttanza dei
legislatori a condannare la propria competenza pro-
fessionale è stato il principale fattore che ha permesso
di arginare il tentativo da parte dei giuristi di imitare i
medici. Da anni non ho esaminato a fondo i requisiti di
ammissione alla professione legale, ma a quanto pare
questa limitazione si sta sgretolando. Il maggiore afflus-
so di studenti significa che una percentuale maggiore di
essi frequenta scuole a tempo pieno e questo fenomeno
sta cambiando la composizione delle assemblee legisla-
tive degli stati.
Per tornare alla medicina, è il requisito di possedere

230
Le licenze per lo svolgimento di una professione

un diploma conseguito in una delle scuole di specializ-


zazione approvate che rappresenta il principale fattore
di controllo sull’ammissione alla professione da parte
dell’organizzazione di categoria. Quest’ultima si è av-
valsa del controllo che può esercitare al fine di limitare il
numero dei propri membri. Per evitare equivoci, è bene
chiarire che non voglio assolutamente far intendere che
i singoli medici, i leader della categoria o i dirigenti del
Council on Medical Education and Hospitals cerchino
deliberatamente di limitare l’accesso all’ordine al fine di
aumentare il proprio reddito. Il meccanismo è diverso.
Anche quando i medici e i loro rappresentanti dichia-
rano esplicitamente la necessità di limitare il numero
di medici per aumentare il loro reddito, immancabil-
mente essi giustificano tale politica affermando che, se
venissero ammessi alla professione “troppi” candidati,
ciò avrebbe l’effetto di ridurre il loro reddito e, di con-
seguenza, essi sarebbero costretti a ricorrere a pratiche
contrarie all’etica professionale al fine di mantenere le
proprie entrate a un “livello adeguato”. L’unico modo
per garantire gli standard deontologici della professio-
ne, sostengono, consiste nel mantenere il reddito dei
medici a un livello adeguato ai meriti e alle esigenze
della professione. Devo confessare che questa tesi mi è
sempre apparsa deprecabile, sia dal punto di vista eti-
co, sia da quello empirico. È davvero straordinario che i
leader della professione medica dichiarino apertamente
di dover essere pagati profumatamente affinché rispet-
tino i loro principi etici. Se fosse così, dubito fortemente
che il prezzo avrebbe un limite. Non pare che vi sia una
correlazione significativa tra povertà e onestà. Se mai, ci
si dovrebbe attendere l’opposto: la disonestà non sem-
pre paga, ma, in qualche caso, certamente è decisamen-
te vantaggiosa.
Il controllo dell’ammissione viene giustificato esplici-
tamente sulla base delle considerazioni appena espresse
solo in periodi come la Grande Depressione, quando la
disoccupazione è alta e i redditi relativamente esigui. In
tempi meno difficili, la giustificazione della limitazione
all’accesso è diversa: in tal caso si dice che i membri del-

231
Capitalismo e libertà

la professione medica desiderano aumentare quelli che


considerano gli standard professionali. Il difetto di que-
sto paralogismo è abbastanza comune e ha effetti nocivi
sulla nostra capacità di comprendere adeguatamente il
funzionamento di un sistema economico: si tratta cioè
dell’incapacità di distinguere tra efficienza tecnica ed
efficienza economica.
Per meglio illustrare questo punto è forse utile men-
zionare un aneddoto relativo ai giuristi. In una riunio-
ne di studiosi di giurisprudenza in cui si discuteva il
problema dell’ammissione, un mio collega, schieran-
dosi contro i requisiti d’ammissione restrittivi, utilizzò
un’analogia presa dall’industria automobilistica. Non
sarebbe assurdo, disse, se questa industria sostenesse
che nessuno dovrebbe guidare una vettura di qualità
inferiore e che, quindi, a nessuna casa automobilistica
dovesse essere permesso di produrre modelli incapaci
di eguagliare gli standard di una Cadillac? Uno dei suoi
ascoltatori, a quel punto, si alzò ed espresse la propria
approvazione per l’analogia, aggiungendo, ovviamen-
te, che il paese poteva permettersi solo di avere avvocati
“a livello Cadillac”! La mentalità della professione ten-
de a essere questa. I membri dell’ordine guardano solo
agli standard tecnici di qualità e, di fatto, sostengono
che dobbiamo disporre esclusivamente di medici di ca-
libro superiore, anche se questo, ovviamente, significa
che vi saranno alcune persone che non potranno ottene-
re assistenza medica (e, altrettanto ovviamente, questo
aspetto non viene mai menzionato). Nondimeno, l’idea
che i cittadini debbano avere solo i servizi medici “ot-
timali” conduce sempre a una politica restrittiva, ossia
una politica che mantiene entro limiti ridotti il numero
dei medici. Naturalmente non voglio dire che questo
sia l’unico fattore in gioco, ma solo che questo genere
di considerazioni induce numerosi medici, pur armati
delle migliori intenzioni, ad accettare politiche che, se
non potessero appellarsi a questo tipo di giustificazione
razionale, respingerebbero senza esitare.
È facile dimostrare che l’appello alla qualità non è
altro che un modo per trovare una giutificazione razio-

232
Le licenze per lo svolgimento di una professione

nale e non il motivo di fondo della limitazione dell’am-


missione all’esercizio della professione. Il potere del
Council on Medical Education and Hospitals della
American Medical Association è stato usato per limita-
re il numero delle ammissioni in modi che non posso-
no assolutamente avere il benché minimo nesso con la
qualità. L’esempio più evidente è la raccomandazione
fatta ai vari stati che il possesso della cittadinanza ame-
ricana diventi un requisito per la pratica della professio-
ne medica. Mi sembra inconcepibile che la cittadinanza
di un candidato abbia la minima pertinenza con le sue
capacità di medico. Un analogo requisito, che l’orga-
nizzazione ha ripetutamente cercato di imporre, è che
l’esame per la concessione della licenza medica venga
tenuto in lingua inglese. Una notevole prova del potere
e dell’influenza della AMA (e dell’assenza di ogni re-
lazione con la competenza dei medici) è offerta da una
cifra che ho sempre trovato sconcertante. Dopo il 1933,
quando Hitler prese il potere in Germania, da questo
paese, così come dall’Austria e da altri paesi europei,
si verificò una considerevole fuga di professionisti, tra
i quali ovviamente si contavano numerosi medici desi-
derosi di praticare la professione negli Stati Uniti. Ebbe-
ne, il numero di medici ammessi alla pratica medica nei
cinque anni successivi al 1933 risultò identico a quello
dei cinque anni precedenti. Chiaramente, non si tratta-
va di un fenomeno naturale: la minaccia per la AMA
posta da quest’afflusso di medici fece sì che i requisiti
d’ammissione richiesti ai medici stranieri venissero resi
considerevolmente più stringenti, con la conseguenza
di imporre a questi medici costi estremamente elevati.
È chiaro che il sistema dell’autorizzazione alla pra-
tica medica rappresenta la chiave della capacità della
professione di limitare il numero di medici in attività.
È inoltre la chiave della sua capacità di limitare le tra-
sformazioni tecnologiche e organizzative della pratica
medica. La American Medical Association si è sempre
schierata contro la pratica della medicina di gruppo e
dei piani di assistenza medica prepagati. Questi metodi
possono avere tanto caratteristiche positive quanto ne-

233
Capitalismo e libertà

gative, ma si tratta comunque di innovazioni tecnologi-


che che i pazienti dovrebbero avere il diritto di provare,
se lo desiderano. Non vi è alcuna possibilità di afferma-
re in modo conclusivo che il metodo tecnico ottimale
per organizzare la pratica medica sia quello di affidarsi
a un medico indipendente. È possibile che la risposta
si trovi nella pratica di gruppo, o forse nell’assistenza
offerta da vere e proprie società. Quel che è certo è che
dovremmo poter disporre di un sistema nel quale sia
possibile mettere alla prova tutte le possibili varianti.
La American Medical Association si è opposta a tutti
i tentativi di riforma in questo campo ed è stata capa-
ce di soffocarli sul nascere. Se ha potuto farlo è stato
perché il sistema della licenza medica le ha attribuito
indirettamente il controllo dell’ammissione alla pra-
tica negli ospedali. Il Council on Medical Education
and Hospitals approva gli ospedali, oltre che le scuo-
le di specializzazione in medicina. Affinché un medico
possa essere ammesso a esercitare la professione in un
ospedale “approvato”, in generale deve avere ottenuto
preventivamente l’approvazione dell’associazione me-
dica della sua contea o dalla direzione dell’ospedale in
questione. Perché non è possibile aprire ospedali non
approvati dal Council? Il motivo è che, nelle condizioni
economiche attuali, affinché un ospedale possa funzio-
nare deve avere un certo numero di medici internisti.
Secondo la maggior parte delle leggi statali che regola-
no la concessione di licenze mediche, i candidati devo-
no avere una certa esperienza da tirocinanti, che deve
essere svolta negli ospedali “approvati”. Solitamente la
lista degli ospedali “approvati” coincide con quella sti-
lata dal Council on Medical Education and Hospitals,
di conseguenza la legge sulla concessione delle licenze
attribuisce alla professione medica un grado di control-
lo tanto sugli ospedali quanto sulle scuole di specializ-
zazione. Si tratta, in effetti, della chiave che ha permesso
alla AMA di opporsi con successo ai vari tipi di pratica
di gruppo. È vero che, in alcuni casi, questo tipo di grup-
pi è riuscito a sopravvivere: nel District of Columbia, ad
esempio, alcuni gruppi hanno vinto perché hanno po-

234
Le licenze per lo svolgimento di una professione

tuto citare in tribunale la American Medical Association


per violazione della legislazione federale antitrust dello
Sherman Act e hanno vinto la causa. In altri casi hanno
vinto per motivi legati alla specifica situazione. Tutta-
via non v’è dubbio che la tendenza verso la pratica di
gruppo sia stata considerevolmente rallentata dall’op-
posizione dell’AMA.
È interessante, tra parentesi, che la American Me-
dical Association sia contraria solo a un tipo specifico
di pratica di gruppo, ossia quella prepagata. Il motivo
economico sembra essere che questo sistema elimina la
possibilità di praticare prezzi discriminatori.8
È evidente che il metodo dell’autorizzazione allo
svolgimento della professione è stato il nucleo essenzia-
le delle limitazioni all’entrata e ciò comporta un con-
siderevole costo sociale, sia per gli individui che vor-
rebbero praticare la medicina, ma gli viene impedito,
sia per la popolazione nel suo complesso, che non può
avere l’assistenza medica che vorrebbe pur essendo di-
sposta a pagare per essa. Poniamoci adesso una doman-
da: gli effetti delle licenze, mediche o altro, sono così
positivi come viene sbandierato?
In primo luogo, la pratica del sistema dell’autoriz-
zazione aumenta effettivamente il livello di competen-
za? Non è assolutamente evidente che la risposta sia
positiva, e questo per diversi motivi. Per iniziare, ogni-
qualvolta si frappone un ostacolo all’entrata in un de-
terminato campo di attività si costituisce un incentivo
a trovare il modo di aggirarlo. Ovviamente la medicina
non fa eccezione. La crescente diffusione degli studi di
osteopatia e chiropratica ha indubbiamente un legame
con le restrizioni all’entrata nella professione medica.
Entrambe le pratiche rappresentano in certa misura un
tentativo di aggirare esattamente tali ostacoli ed entram-
be le professioni stanno cercando di istituire anche nel
proprio campo licenze e limitazioni all’entrata analoghe
a quelle della medicina tradizionale. L’effetto sarà quel-

8. Si veda Reuben Kessel, “Price Discrimination in Medicine”, The Journal of


Law and Economics, 1, 1958, pp. 20-53.

235
Capitalismo e libertà

lo di creare livelli e tipi differenziati di pratica medica,


per distinguere la professione tradizionale da surrogati
quali osteopatia, chiropratica, cure “spirituali” e via di-
cendo. La qualità di queste alternative può certamente
risultare inferiore a quella dei medici che, in assenza di
restrizioni, avrebbero potuto accedere alla professione.
Più in generale, se il numero dei medici è inferiore a
quello che si raggiungerebbe in assenza di restrizioni, e
se i medici esistenti sono occupati a tempo pieno, come
solitamente accade, ciò significa che la quantità comples-
siva di assistenza medica fornita da medici preparati è
inferiore. In pratica, è disponibile un minor numero di
ore-uomo di assistenza medica. L’alternativa è che qual-
cuno offra assistenza senza avere avuto la formazione
formale necessaria, fino addirittura a non avere alcuna
qualifica professionale. Peraltro, la situazione è ancora
più estrema: se la pratica della professione medica viene
riservata a chi è in possesso di una licenza, è necessario
definire in cosa consista tale pratica e ciò offre a costoro
il destro per avvantaggiarsi della situazione. Secondo
quanto prescritto dalle leggi che proibiscono la pratica
medica non autorizzata, i medici in possesso di licenza
sono i soli che possono effettuare molte operazioni che
potrebbero tranquillamente essere assegnate a tecnici o
ad altro personale specializzato privo di una formazio-
ne “di lusso”. Non sono abbastanza addentro alle que-
stioni tecniche per poter enumerare tutti gli esempi, ma
so che gli studiosi che hanno esaminato tale questione
affermano che la tendenza è quella di includere nella
“attività medica” una gamma sempre più vasta di ope-
razioni, che potrebbero essere svolte altrettanto bene da
tecnici sanitari. I medici dedicano così una parte consi-
derevole del proprio tempo a fare cose che potrebbero
tranquillamente essere lasciate ad altri specialisti. L’ef-
fetto è quello di ridurre drasticamente l’ammontare di
cure mediche. La qualità media di assistenza medica, se
mai è possibile immaginare un tale concetto, non può
essere ricavata facendo semplicemente la media delle
cure prestate: ciò sarebbe l’equivalente di valutare l’ef-
ficacia di un determinato trattamento prendendo in

236
Le licenze per lo svolgimento di una professione

considerazione solo i sopravvissuti. È invece necessario


tener conto del fatto che le restrizioni all’accesso riduco-
no la quantità di assistenza medica. Il risultato potrebbe
essere che il livello medio di competenza, nel senso più
ragionevole del termine, viene ridotto dalle restrizioni
all’accesso.
Anche queste considerazioni non esauriscono il tema,
in quanto considerano la situazione solo in un determi-
nato momento e non tengono conto dei cambiamenti
nel tempo. In ogni scienza e in ogni campo, i progressi
nascono spesso dal lavoro di un solo outsider perso in un
mare di svitati e ciarlatani e di individui che non occu-
pano alcuna posizione di rilievo nella professione. Nel-
le attuali circostanze, in campo medico è estremamente
arduo dedicarsi a ricerche o sperimentazioni, a meno di
non far parte della professione. Per quanto riguarda chi
ne fa parte, se vuole rimanerne membro rispettato, deve
subire forti limitazioni al genere di sperimentazioni che
è possibile condurre. Un “guaritore” può essere sem-
plicemente un ciarlatano che cerca di approfittare della
dabbenaggine dei suoi pazienti, ma è possibile che uno
su mille, o anche uno su diecimila, possa produrre un
importante progresso in campo medico. Vi sono molte
vie diverse per raggiungere la conoscenza e il sapere.
L’effetto di riservare la pratica di quella che chiamiamo
medicina e di limitarla, come tendiamo a fare, ai mem-
bri di uno specifico gruppo, che in generale dovranno
conformarsi alle idee e alle pratiche più ortodosse, non
può che essere quello di ridurre la quantità di sperimen-
tazione che viene svolta e, di conseguenza, di ridurre
il progresso delle conoscenze nel settore. Quel che vale
per il contenuto della medicina lo è anche per la sua or-
ganizzazione, come abbiamo visto. Approfondirò que-
sto punto più avanti.
Vi è ancora un modo in cui le licenze mediche e il
monopolio nella pratica medica che esse comportano
tendono a far sì che gli standard siano più bassi. Come
ho accennato, tale pratica riduce la qualità professiona-
le diminuendo il numero di medici, ovvero riducendo
per i medici qualificati il numero complessivo dispo-

237
Capitalismo e libertà

nibile di ore di lavoro da destinare ai compiti più im-


portanti e diminuendo gli incentivi a dedicarsi a ricer-
che e sperimentazione. A questo effetto si aggiungono
le difficoltà che i pazienti incontrano nel tentativo di
ottenere un risarcimento per errori medici. Una delle
tutele dall’incompetenza a disposizione dei singoli cit-
tadini è costituita dalla protezione dalle frodi e dalla
possibilità di agire legalmente contro i malfattori. In
campo medico non mancano le cause per negligenza e
i medici tendono a lamentarsi moltissimo delle somme
che devono sborsare per acquistare un’assicurazione
contro le azioni legali per negligenza. E tuttavia le cau-
se di questo tipo sono più rare e hanno meno successo
di quanto avverrebbe se non entrasse l’occhio vigilante
delle associazioni di categoria. Non è facile indurre un
medico a testimoniare contro un collega quando così
facendo si espone al pericolo di non trovare più un
posto in un ospedale “approvato”. In genere testimo-
nianze di questo tipo devono provenire dai membri di
commissioni appositamente costituite dalle stesse asso-
ciazioni di categoria, il tutto, beninteso, “nell’interesse
del paziente”.
Una volta presi in considerazione tutti questi effetti,
sono persuaso che il metodo dell’autorizzazione abbia
ridotto sia la quantità sia la qualità della professione
medica, che abbia limitato le opportunità di chi vorreb-
be praticare la medicina, obbligando queste persone a
trovare altre occupazioni che trovano meno interessan-
ti, che abbia portato i cittadini a pagare di più in cam-
bio di servizi medici meno soddisfacenti e che abbia
ritardato lo sviluppo tecnico della medicina e del modo
in cui essa è organizzata. Ne traggo la conclusione che
l’obbligo di ottenere una licenza allo scopo di praticare
la professione medica dovrebbe essere abolito.
A questo punto, sospetto che più di un lettore, com’è
capitato a più di una persona con cui ho discusso tali
questioni, ribatterà: «D’accordo, ma come posso fare a
sapere che il medico a cui mi rivolgo è qualificato? Pur
ammettendo tutte le considerazioni fin qui fatte sui co-
sti, non resta il fatto che la concessione di una licenza

238
Le licenze per lo svolgimento di una professione

medica è l’unico modo per offrire ai pazienti una ga-


ranzia di un livello minimo di qualità?». La risposta, in
parte, è che la gente non sceglie il proprio medico scor-
rendo a caso una lista di medici in possesso di licenza
e, in parte, è che il fatto che un medico abbia superato
l’esame di autorizzazione venti o trent’anni fa non rap-
presenta una garanzia della sua professionalità odierna.
Pertanto, una licenza medica non è oggi la principale (e
neppure un’importante) garanzia che il nostro dottore
abbia il minimo di qualità richieste. Ma la risposta più
seria è molto diversa: si tratta della constatazione che di
per sé la domanda è un indice della tirannia dell’esisten-
te e della povertà della nostra immaginazione quando si
entra in campi che non sono il nostro (o anche in campi
in cui abbiamo qualche competenza) in confronto alla
fertilità del mercato. Permettetemi dunque di illustrare
questo punto immaginando in che modo avrebbe po-
tuto svilupparsi la medicina e quali garanzie di qualità
avrebbero potuto imporsi, se la professione non avesse
esercitato il proprio monopolio.
Se chiunque fosse stato libero di praticare la medi-
cina senza alcuna restrizione, fatta salva la responsabi-
lità legale e finanziaria per i danni causati per frode o
negligenza, suppongo che lo sviluppo della professione
medica sarebbe stato completamente diverso. Il merca-
to attuale dell’assistenza medica, per quanto ostacolato
e vincolato, ci offre qualche indizio su quali differenze
avremmo visto. La pratica di gruppo in collegamento
con particolari ospedali si sarebbe enormemente diffu-
sa. Anziché un sistema costituito da numerosi studi me-
dici individuali e da grandi ospedali istituzionali gestiti
dalle pubbliche autorità o da enti assistenziali, avrem-
mo potuto assistere alla nascita di associazioni o società
mediche, ossia di squadre mediche. Tali organizzazioni
avrebbero messo a disposizione strutture centralizzate
per la diagnosi e la cura, comprendenti vere e proprie
strutture ospedaliere. Alcune, presumibilmente, sareb-
bero state prepagate, includendo in un unico pacchet-
to l’assicurazione ospedaliera, l’assicurazione sanitaria
e la pratica medica di gruppo. Altre avrebbero potuto

239
Capitalismo e libertà

esigere un pagamento per ciascun servizio mentre altre


ancora, ovviamente, avrebbero potuto avvalersi di en-
trambi i metodi di pagamento.
Queste squadre mediche (delle specie di “supermer-
cati della medicina”, se vogliamo) avrebbero svolto il
ruolo di intermediari tra i pazienti e il medico. Avendo
una durata prolungata e non potendo trasferirsi con fa-
cilità, queste società avrebbero avuto tutto l’interesse a
crearsi una buona reputazione per quanto riguarda l’af-
fidabilità e la qualità. Per il medesimo motivo, i consu-
matori avrebbero voluto conoscerne la reputazione. Esse
avrebbero avuto le competenze specialistiche per giudi-
care la qualità dei medici, anzi, da questo punto di vista
sarebbero gli agenti dei consumatori, esattamente come
i grandi magazzini fanno oggi per numerosi prodotti. In
aggiunta avrebbero potuto organizzare l’assistenza me-
dica nel modo più efficiente, combinando professionisti
aventi un diverso grado di specializzazione e di forma-
zione e avvalendosi di tecnici dotati di una formazione
professionale meno avanzata per i compiti per i quali
sarebbero stati più adatti e riservando le operazioni più
complesse agli specialisti di più alto livello. Il lettore
può divertirsi ad aggiungere tutti i dettagli che vuole,
ispirandosi in parte, come ho fatto nella mia ipotesi, a
quanto avviene già oggi nelle cliniche più avanzate.
Ovviamente non tutta l’assistenza medica potrebbe
essere offerta con questo metodo. Gli studi medici in-
dividuali continuerebbero a esistere, esattamente come
i negozi con una clientela ristretta continuano a soprav-
vivere accanto ai supermercati e lo studio del piccolo
avvocato continua a prosperare accanto ai grandi studi
legali. Ciascuno potrebbe stabilire la propria reputa-
zione e alcuni pazienti preferirebbero la riservatezza e
l’intimità del vecchio medico di famiglia. Alcune zone
potrebbero essere troppo piccole per poter essere servi-
te dalle squadre mediche del mio esempio e così via.
Non voglio neppure sostenere che le mie squadre
mediche dominerebbero il campo. Il mio scopo è solo di
mostrare con un esempio che vi sono numerose alterna-
tive all’attuale organizzazione della professione medi-

240
Le licenze per lo svolgimento di una professione

ca. L’impossibilità che un qualsiasi individuo o gruppo


ristretto possa concepire tutte le possibili alternative,
non parliamo poi di giudicarne il merito, è il grande ar-
gomento contro la pianificazione centrale da parte delle
autorità di governo e contro sistemi quali i monopoli
professionali che limitano le possibilità di sperimenta-
zione. Viceversa, il grande argomento a favore del mer-
cato è la tolleranza della diversità, la sua capacità di uti-
lizzare un vastissimo ventaglio di capacità e conoscenze
particolari. Il mercato fa sì che i gruppi d’interesse non
siano in grado di impedire la sperimentazione e per-
mette ai compratori e non ai produttori di decidere cosa
risponda meglio alle loro esigenze.

241
Capitolo 10

La redistribuzione del reddito

Un elemento fondamentale della diffusione di una


mentalità collettivista in questo secolo, almeno nei pa-
esi occidentali, è stata la convinzione che l’uguaglianza
del reddito debba essere un obiettivo che la società deve
porsi e che ci si debba avvalere della forza dello Stato
al fine di raggiungere tale finalità. Per valutare questa
mentalità egualitaria e le conseguenze che essa ha pro-
dotto è necessario porsi due domande. La prima è di
ordine normativo ed etico: quale giustificazione può
esser data all’intervento dello Stato mirante a favorire
l’uguaglianza? La seconda ha un carattere positivo e
scientifico: qual è stato l’effetto dei provvedimenti con-
cretamente adottati?

L’etica della redistribuzione


Il principio etico che dovrebbe giustificare diretta-
mente la redistribuzione della ricchezza in una socie-
tà in cui vige il libero mercato è: “a ciascuno secondo
quanto egli stesso e gli strumenti che possiede produ-
cono”. L’attuazione di questo principio dipende impli-
citamente dall’azione dello Stato: i diritti di proprietà
sono una questione di diritto e di convenzioni sociali.
Come abbiamo visto, la loro definizione e la loro tutela
è una delle funzioni primarie dello Stato. La distribu-
zione finale del reddito e della ricchezza sulla base del
principio espresso poc’anzi può dipendere in misura
considerevole dalle norme in materia di proprietà adot-

243
Capitalismo e libertà

tate dalla società.


Che apporto vi è tra questo principio e un secondo
principio che appare condivisibile sul piano etico, ossia
la parità di trattamento per tutti gli individui? In parte,
i due principi non sono in contraddizione: il pagamento
in accordo al prodotto realizzato può essere necessario
al fine di garantire un’autentica parità di trattamento.
Prendiamo ora in considerazione individui diversi che
possiamo ritenere uguali per abilità e risorse iniziali:
se gli uni hanno una spiccata preferenza per il tempo
libero e gli altri per i beni commerciabili, l’ineguaglian-
za del rispettivo reddito prodotta dal mercato diventa
necessaria al fine di assicurare l’uguaglianza dell’utile
complessivo, ossia l’uguaglianza del trattamento. Uno
di essi può preferire un lavoro di routine che gli per-
mette di avere abbonante tempo libero per rilassarsi,
invece di dedicarsi a un lavoro più impegnativo con un
salario maggiore. L’altro può preferire esattamente l’op-
posto. Se entrambi fossero pagati la medesima somma,
il loro reddito, nel senso più fondamentale del termine,
sarebbe ineguale. Analogamente, la parità di trattamen-
to impone che un individuo venga pagato per svolgere
un lavoro duro e faticoso più di quanto lo sarebbe per
un lavoro piacevole e gratificante. Molte delle inegua-
glianze che osserviamo appartengono a questo genere.
La differenza di reddito in termini monetari compensa
le differenze delle altre caratteristiche dell’occupazione
o del mestiere. Nel gergo degli economisti si parla di
“differenziali di compensazione” o “differenziali retri-
butivi”, necessari per far sì che il complesso dei “benefi-
ci netti”, pecuniari e non pecuniari, sia uguale per tutti.
Un altro genere di ineguaglianza che si produce in
virtù del funzionamento del mercato è altrettanto ne-
cessario, in un senso più sottile, per realizzare la parità
di trattamento o, per dirla in modo diverso, per soddi-
sfare i gusti individuali. Possiamo illustrare nel modo
più semplice questo concetto pensando a una lotteria.
Prendiamo un gruppo di individui che inizialmente
abbiano a disposizione fondi uguali tra loro e che ac-
cettino volontariamente di partecipare a una lotteria

244
La redistribuzione del reddito

con premi di valore notevolmente diversi. La disegua-


glianza di reddito che ne conseguirebbe sarebbe indub-
biamente necessaria al fine di permettere agli individui
in questione di sfruttare al meglio la loro uguaglianza
iniziale. L’eventuale redistribuzione del reddito dopo
l’estrazione equivarrebbe a vanificare la loro opportuni-
tà di partecipare alla lotteria. In pratica questo esempio
è molto più importante di quanto non potrebbe sem-
brare. Ogni individuo sceglie la propria occupazione,
i propri investimenti e simili cose almeno in parte in
accordo con la propria inclinazione verso l’incertezza.
La ragazza che cerca di diventare un’attrice anziché una
dipendente pubblica sta deliberatamente decidendo di
partecipare a una lotteria, analogamente all’individuo
che investe in azioni di una società mineraria attiva
nell’estrazione dell’uranio anziché in buoni del Tesoro.
L’acquisto di una polizza di assicurazione è un modo
per esprimere una propensione per la certezza. Anche
questi esempi non riescono a indicare pienamente fino
a che punto l’ineguaglianza possa essere il risultato di
meccanismi miranti a soddisfare i gusti degli individui.
Gli stessi meccanismi utilizzati per assumere e pagare
dei dipendenti sono influenzati da tali preferenze. Se
tutte le potenziali attrici avessero una forte avversione
per l’incertezza, esse tenderebbero a formare delle “coo-
perative” con l’impegno per ciascun membro di spartire
più o meno paritariamente i proventi del loro lavoro.
In tal modo, di fatto, si garantirebbero un’assicurazione
mettendo in comune i rischi. Se questo tipo di prefe-
renza fosse molto diffusa, le grandi società diversificate
comprendenti imprese caratterizzate da vari gradi di
rischio sarebbero la norma. Il cercatore indipendente
di petrolio, l’impresa individuale e la piccola società di-
venterebbero mosche bianche.
In effetti, questo è un modo per leggere i provvedi-
menti statali aventi lo scopo di redistribuire il reddito
per il tramite di una tassazione progressiva e di misure
analoghe. Si potrebbe sostenere che, per un motivo o
per un altro, ad esempio i costi amministrativi, il merca-
to non sia in grado di produrre la gamma di lotterie o il

245
Capitalismo e libertà

tipo di lotteria desiderata dai membri della comunità e


la tassazione progressiva, in effetti, equivalga a un’im-
presa pubblica avente esattamente questo scopo. Non
dubito che questa idea contenga un granello di verità.
Al tempo stesso, non vi si può certamente fare ricorso
per giustificare il tipo di tassazione vigente oggigiorno,
non foss’altro per il motivo che le imposte vengono ap-
plicate solo dopo che è noto chi, nella lotteria della vita,
ha estratto i biglietti vincenti e chi invece è rimasto con
niente in mano, e che le tasse vengono votate per lo più
da chi è convinto di appartenere a questo secondo grup-
po. Su questa base, si potrebbe giustificare l’idea che
una generazione voti per stabilire le aliquote fiscali da
applicare a una generazione successiva di contribuen-
ti. Questa ipotesi, almeno sulla carta, produrrebbe una
struttura delle aliquote molto meno graduale di quanto
non avvenga oggi.
Gran parte dell’ineguaglianza di reddito prodotta
dal metodo di pagare in base al prodotto realizzato è
indice dei differenziali di compensazione o della diver-
sa propensione degli individui per l’incertezza. Almeno
in parte, tuttavia, tale disuguaglianza è la conseguenza
delle diverse condizioni degli individui alla nascita, sia
sotto il profilo delle capacità personali che sotto quello
dei beni. È questa parte che solleva le questioni etiche
più spinose.
Molti sostengono che sia importante distinguere
l’ineguaglianza dei beni e delle doti personali dall’ine-
guaglianza derivante dalla ricchezza ereditata o ac-
quisita. L’ineguaglianza derivante dalle diverse capa-
cità personali, o dalla differente ricchezza accumulata
dall’individuo in questione viene ritenuta accettabile, o
almeno non così inaccettabile come l’ineguaglianza pro-
dotta dalla ricchezza ereditata alla nascita.
Si tratta di una tesi insostenibile: vi è forse una giu-
stificazione etica più valida per i grandi guadagni di un
individuo che eredita dai genitori una voce particola-
re, per la quale esiste una forte domanda, rispetto agli
elevati guadagni dell’individuo che eredita numerosi
beni? Nella Russia sovietica, il figlio di un commissario

246
La redistribuzione del reddito

del popolo aveva certamente maggiori probabilità di


arricchirsi (e, forse, anche di venire liquidato) dei figli
di un contadino. Forse che questa situazione è più (o
meno) ammissibile delle maggiori aspettative di reddi-
to del figlio di un milionario americano? Possiamo esa-
minare la questione anche da un altro punto di vista:
se un genitore dispone di una certa ricchezza che vuole
trasmettere al figlio, può riuscire nell’intento in più di
un modo. Ad esempio, può servirsi di una parte della
sua ricchezza per finanziare la formazione professiona-
le del figlio, facendolo diventare, che so, un contabile
certificato. Oppure può servirsene per metterlo in affari,
o per costituire un fondo fiduciario che gli garantisca un
vitalizio. In ciascuno di questi casi il ragazzo, una volta
cresciuto, disporrà di un reddito in cui non avrebbe po-
tuto sperare in assenza delle ricchezze del genitore. Nel
primo caso, tuttavia, tale reddito deriverebbe dalle ca-
pacità personali del giovane contabile, nel secondo dai
profitti della sua impresa e nel terzo da una ricchezza
ereditata. Vi è una qualunque base per differenziare in
termini etici queste diverse entrate? Infine, è illogico so-
stenere che un individuo abbia diritto a disporre di ciò
che ha prodotto grazie alle proprie capacità personali, o
ai frutti della ricchezza che ha saputo accumulare, ma
che non gli sia permesso di trasferire alcuna parte di
tale ricchezza alla propria progenie. A quanto pare, un
uomo ha il diritto di spendere i propri soldi per vivere
da debosciato, ma non di trasmetterli ai suoi eredi, an-
che se certamente quest’ultimo è un modo di utilizzare
ciò che egli ha prodotto.
Il fatto che queste tesi contrarie alla cosiddetta eti-
ca capitalista non abbiano validità, ovviamente, di per
sé non dimostra che l’etica capitalista sia accettabile. In
realtà faccio fatica a pensare che essa debba essere ac-
cettata o rifiutata, o anche a pensare che si debba trova-
re un qualche principio alternativo. Propendo invece a
credere che il capitalismo non possa essere considerato
un principio etico, ma che sia da ritenere uno strumento
o un corollario di un principio diverso, quale ad esem-
pio la libertà.

247
Capitalismo e libertà

Alcuni casi potranno aiutarci a comprendere questo


problema essenziale. Supponiamo che vi siano quattro
Robinson Crusoe, ciascuno naufragato su una differen-
te isola deserta del medesimo arcipelago. Uno di essi ha
avuto la fortuna di mettere piede su un’isola grande e
feconda, che gli permette di vivere bene senza troppa
fatica. Gli altri sono invece finiti in isolette brulle e deso-
late, sulle quali riescono appena a sopravvivere. Un bel
giorno i quattro naufraghi scoprono l’esistenza gli uni
degli altri. Ovviamente sarebbe un segno di generosità
se il Crusoe dell’isola grande e rigogliosa invitasse i suoi
compagni di sventura a raggiungerlo e a condividere la
sua abbondanza. Supponiamo invece che non lo faccia.
Sarebbe giusto, a quel punto, che gli altri tre naufraghi
unissero le loro forze per obbligare il quarto a spartire
con loro le ricchezze della sua isola? Più di un lettore
sarà tentato di rispondere di sì, ma prima di cedere alla
tentazione, consideriamo la medesima situazione sotto
un aspetto diverso. Immaginiamo di passeggiare per
una via in compagnia di tre nostri conoscenti e di accor-
gerci che sul selciato giace abbandonato un biglietto da
20 dollari. Sarebbe certamente generoso da parte nostra
dividere la somma con gli altri, o almeno invitarli a bere
un bicchiere, ma supponiamo di non volerlo fare. Sa-
rebbe giusto, allora, che i nostri tre compagni unissero
le loro forze per obbligarci a spartire con loro la somma?
In questo caso, sospetto che la maggior parte dei lettori
risponderebbe di no. Per giunta, ragionandoci un po’,
potrebbero anche giungere alla conclusione che la scelta
della generosità non è evidentemente la scelta “giusta”.
Siamo davvero disposti a pretendere che chiunque di-
sponga di una ricchezza superiore agli averi medi di
tutti gli abitanti della Terra debba immediatamente li-
berarsi della differenza distribuendola in parti uguali
al resto del mondo? Possiamo certamente ammirare e
lodare una siffatta decisione, se venisse presa da pochi
individui, ma una spartizione universale sarebbe in-
compatibile con l’esistenza di un mondo civilizzato.
Come che sia, due errori non fanno una cosa giusta: il
fatto che il fortunato scopritore dell’isola felice o dei 20

248
La redistribuzione del reddito

dollari per strada non voglia condividere la propria ric-


chezza non giustifica il ricorso alla coercizione da parte
degli altri. Come possiamo giustificare il fatto di essere
giudici del nostro caso, di decidere autonomamente se
e quando abbiamo il diritto di avvalerci della forza per
ottenere dagli altri quello che riteniamo ci sia dovuto? O
per strappare agli altri ciò che, secondo il nostro insin-
dacabile giudizio, non gli spetta? Se viste in prospettiva,
la gran parte delle differenze di condizione sociale, o
di posizione o di ricchezza possono essere considerate
il risultato del caso e della fortuna. Chi lavora duro ed
economizza dev’essere considerato “meritevole”, ma
possiamo anche pensare che queste qualità dipendano
in buona misura dal corredo genetico che ha avuto la
fortuna (o la sfortuna) di ereditare.
Sebbene tutti, a parole, affermiamo di ammirare
“il merito” e di non tenere in gran conto “il caso”, in
generale siamo maggiormente disposti ad accettare le
ineguaglianze derivanti dalla fortuna rispetto a quelle
chiaramente assegnabili al merito. Il professore univer-
sitario potrà invidiare il collega che vince la lotteria, ma
difficilmente gli serberà rancore o sentirà di avere subi-
to un’ingiustizia. Ma aspettate che il suo collega otten-
ga un aumento di salario, finendo per guadagnare più
di lui e molto probabilmente il nostro studioso ne sarà
fortemente amareggiato. In fondo la dea della fortuna,
come la giustizia, è cieca, mentre l’aumento del salario
del collega equivarrebbe a un giudizio deliberato sulle
qualità dei due docenti.

Il ruolo strumentale della distribuzione in relazione


al prodotto
In una società di mercato, la funzione operativa del
pagamento in base al prodotto non è primariamente di-
stributiva. Come abbiamo evidenziato nel Capitolo 1,
il principio essenziale di una società di mercato è la co-
operazione per il tramite dello scambio volontario. Gli
individui cooperano con altri perché in questo modo
possono soddisfare le proprie esigenze con maggiore
efficienza. Tuttavia, a meno che un individuo non riceva

249
Capitalismo e libertà

in toto quello che aggiunge al prodotto, egli concluderà


i suoi scambi sulla base di quello che può ricevere da
essi, e non di quello che può produrre. In tal modo non
si verificheranno scambi che sarebbero stati reciproca-
mente vantaggiosi se ciascuna delle due parti avesse ot-
tenuto l’equivalente del proprio contributo al prodotto
complessivo. Il pagamento in accordo al prodotto risul-
ta quindi necessario affinché le risorse vengano utiliz-
zate nel modo più efficace, almeno in un sistema che
dipende dalla cooperazione volontaria. Dato un suffi-
ciente grado di conoscenza, si potrebbe forse sostituire
la costrizione agli incentivi della remunerazione, ma in
realtà dubito che ciò possa mai essere possibile. Gli og-
getti inanimati si possono spostare da un luogo all’altro,
gli individui possono essere obbligati a trovarsi in un
determinato luogo a un orario stabilito, ma non è possi-
bile obbligare una persona a dare il meglio di sé. In altri
termini, sostituire la cooperazione con la costrizione fa
cambiare l’ammontare di risorse disponibili.
Sebbene il pagamento in base al prodotto abbia, in
una società di mercato, la funzione essenziale di per-
mettere l’assegnazione più efficiente delle risorse in
assenza di costrizione, è improbabile che tale pratica
sarebbe tollerata se non si ritenesse che essa mette in
atto una misura di giustizia redistributiva. Nessuna so-
cietà può essere stabile, a meno che non vi sia un nucleo
essenziale di giudizi di valore accettati istintivamente
dalla quasi totalità dei suoi membri. Alcune istituzioni
fondamentali devono essere accettate come elementi as-
soluti, e non semplicemente strumentali. Sono convinto
che il pagamento in accordo al prodotto sia stato (e, in
considerevole misura, sia ancora) uno di questi giudizi
di valore (o istituzioni) comunemente accettati.
È possibile dimostrare la validità della mia ipotesi
esaminando in base a quali motivi gli avversari interni
del sistema capitalista hanno attaccato la distribuzione
del reddito che ne deriva. Uno dei tratti distintivi del
nucleo di valori essenziali di una società è che esso
viene unanimemente accettato da tutti i suoi membri,
a prescindere dal fatto che essi si considerino fautori o

250
La redistribuzione del reddito

avversari del sistema sulla base del quale la società è


organizzata. Anche i nemici interni più accesi del capi-
talismo hanno implicitamente accettato l’idea che il pa-
gamento in relazione al prodotto sia eticamente equo.
La critica di più ampio respiro è venuta dalle fila dei
marxisti. Marx sosteneva che il lavoratore era sfruttato.
Per quale motivo? La risposta era che il lavoratore pro-
duceva interamente il prodotto, ma riceveva in cambio
solo una parte di esso. Il resto era, secondo Marx, “plu-
svalore”. Quand’anche volessimo accettare le dichiara-
zioni di fatto implicite in questa asserzione, il giudizio
di valore ne consegue solo se si accetta l’etica capitali-
sta. Il lavoratore può dirsi sfruttato solo se ha diritto a
ottenere quello che produce. Se si accetta invece la pre-
messa socialista (“a ciascuno secondo le sue necessità,
da ciascuno secondo le sue abilità”, qualunque cosa ciò
voglia dire) diventa necessario confrontare il prodotto
del lavoratore non con quello che egli riceve, bensì con
la sua “abilità”, e comparare la remunerazione del la-
voratore non con quello che egli riceve, bensì con i suoi
“bisogni”.
Ovviamente il ragionamento marxista è errato an-
che per altri motivi. Per iniziare, si confonde il prodotto
complessivo di tutte le risorse che hanno contribuito a
realizzarlo con la quantità aggiunta al prodotto stesso:
nel gergo dell’economista, il prodotto marginale. Cosa
ancora più notevole, nel passaggio dalla premessa alla
conclusione vi è una tacita trasformazione del significa-
to del termine “lavoro”. Marx riconosceva il ruolo del
capitale nella realizzazione del prodotto, ma riteneva
che il capitale non fosse che lavoro incorporato. Di con-
seguenza, se fosse espresso in modo compiuto, il sillo-
gismo dei marxisti suonerebbe nei seguenti termini: “il
lavoro presente e passato produce l’intero prodotto. Il
lavoro presente consente al lavoratore di ottenere solo
una parte del prodotto”. La conclusione logica, presu-
mibilmente, è che “il lavoro passato è sfruttamento”, da
cui si dovrebbe dedurre che per lavoro passato si do-
vrebbe ottenere una parte maggiore del prodotto, seb-
bene non sia affatto chiaro come ciò possa avvenire, se

251
Capitalismo e libertà

non erigendo lussuose lapidi sulle tombe del “lavoro


passato”.
Il principale ruolo strumentale nel mercato della
distribuzione in base al prodotto realizzato consiste
nell’ottenere l’assegnazione delle risorse senza che vi
sia costrizione. Ciò, tuttavia, non è il solo ruolo stru-
mentale dell’ineguaglianza che ne consegue. Abbiamo
osservato nel Capitolo 1 che l’ineguaglianza riveste il
ruolo di mettere a disposizione nuclei indipendenti di
potere in grado di opporsi alla centralizzazione del po-
tere politico. In aggiunta l’ineguaglianza svolge la fun-
zione di sostenere la società civile grazie ai “mecenati”
disposti a finanziare la diffusione di idee impopolari o
semplicemente inusitate. Oltre a ciò, nella sfera econo-
mica l’ineguaglianza permette l’esistenza di “mecenati”
in grado di finanziare la sperimentazione e lo svilup-
po di nuovi prodotti, ad esempio acquistando uno dei
primi esemplari di automobile, o di televisore, per non
parlare dei quadri degli impressionisti. Infine essa per-
mette che la redistribuzione avvenga in modo imper-
sonale, senza che vi sia il bisogno di un’“autorità”: si
tratta, in definitiva, di una faccia particolare del ruolo
più generale del mercato, consistente nel rendere possi-
bile la cooperazione e la coordinazione senza necessità
di costrizione.

La realtà della distribuzione del reddito


Un sistema capitalista che comporti il pagamento in
base al prodotto può essere (e in pratica è) contraddi-
stinto da un considerevole grado di ineguaglianza in
termini di reddito e di ricchezza. Questo dato di fatto
viene spesso interpretato come se il capitalismo e la li-
bera impresa producessero ineguaglianze maggiori di
altri sistemi. Un corollario sarebbe allora che la diffu-
sione e lo sviluppo del capitalismo abbiano comportato
un aumento dell’ineguaglianza. Questa erronea inter-
pretazione viene favorita dalla natura fuorviante della
maggior parte dei dati pubblicati in materia di distri-
buzione del reddito, dovuta in particolare all’incapacità
di distinguere l’ineguaglianza temporanea da quella di

252
La redistribuzione del reddito

lungo periodo. A questo punto sarà il caso di esaminare


alcuni dati di fatto in merito a tale tema.
Una delle constatazioni più sorprendenti, in piena
contraddizione con quello che si aspetterebbe la mag-
gior parte delle persone, riguarda le fonti di reddito. Più
un paese è capitalista, minore è la frazione del reddito
destinata a pagare per l’uso di quello che generalmen-
te viene considerato “capitale” e maggiore è la parte di
reddito utilizzata per i servizi umani. Nei paesi meno
sviluppati, come l’India, l’Egitto e così via, una buona
metà del reddito proviene dalle proprietà, mentre negli
Stati Uniti tale percentuale è circa un quinto e negli altri
paesi capitalisti non si discosta molto da questo valore.
Ovviamente questi paesi dispongono di una quantità di
beni capitali molto più elevata dei paesi più arretrati,
ma sono proporzionalmente molto più ricchi per quan-
to riguarda la capacità produttiva dei loro abitanti. Di
conseguenza, il reddito di proprietà, pur essendo più
grande, rappresenta una frazione minore del reddito
complessivo. La più grande conquista del capitalismo
non è stata l’accumulazione di beni, bensì l’opportunità
che questo sistema ha offerto a ogni individuo di am-
pliare, sviluppare e migliorare le proprie capacità. Ciò
nonostante, i nemici del capitalismo non si stancano di
accusarne il carattere materialista, mentre fin troppo
spesso i suoi difensori cercano di giustificare il materia-
lismo del capitalismo accontentandosi di affermare che
si tratta del prezzo che bisogna pagare per il progresso.
Un altro fatto rimarchevole, contrario anch’esso alle
concezioni più diffuse, è che il capitalismo produce un
minor grado di ineguaglianza rispetto a tutti gli altri
sistemi di organizzazione della società e che il suo svi-
luppo ha enormemente diminuito l’ineguaglianza. Il
raffronto tra esempi in tempi o in luoghi diversi confer-
ma la validità di questa asserzione. Indubbiamente vi
è meno ineguaglianza in società capitaliste occidentali
come nei paesi scandinavi, in Francia, in Gran Bretagna
e negli Stati Uniti rispetto a società basate sulle caste,
come l’India, o a un paese arretrato come l’Egitto. Un
confronto con i paesi comunisti come la Russia è più

253
Capitalismo e libertà

complesso a causa della scarsità e dell’inaffidabilità


dei dati disponibili. Tuttavia, se l’ineguaglianza viene
misurata in base alle differenze del livello di vita tra
i privilegiati e le altre classi, è verosimile che essa sia
maggiore nei paesi comunisti rispetto a quelli capitali-
sti. Se esaminiamo solamente questi ultimi, dobbiamo
constatare che il grado di ineguaglianza, nell’accezione
sensata del termine, risulta tanto inferiore quanto più
capitalista è un paese: in Gran Bretagna è minore che
in Francia, e negli Stati Uniti è inferiore a quella che si
ha in Gran Bretagna. È vero che raffronti di questo tipo
sono complicati dal problema di tener conto dell’etero-
geneità intrinseca delle varie popolazioni. Per realizza-
re un confronto più equo, probabilmente, dovremmo
comparare gli Stati Uniti non con il Regno Unito vero
e proprio, ma dovremmo aggiungere a quest’ultimo la
popolazione delle Indie Occidentali e dei suoi possedi-
menti africani.
Per quanto riguarda il cambiamento nel tempo, in-
sieme al progresso economico realizzato nei paesi capi-
talisti si è prodotta parallelamente una drastica diminu-
zione dell’ineguaglianza. Ancora nel 1848 John Stuart
Mill poteva scrivere:
Finora è dubbio se tutte le invenzioni meccaniche fin
qui compiute abbiano alleggerito la fatica quotidia-
na dell’uomo. Esse hanno consentito a una maggiore
popolazione di vivere la stessa vita di schiavitù e di
prigionia, e a un maggior numero di industriali e altri
di accumulare fortune. Esse hanno accresciuto gli agi
delle classi medie. Ma non hanno ancora cominciato
a operare quei grandi mutamenti nel destino umano,
che per loro natura sono destinate a compiere.1

Molto probabilmente questa affermazione non era


vera neppure all’epoca in cui Mill la scriveva, ma certa-
mente nessuno potrebbe proporla oggi per i paesi capi-

1. John Stuart Mill, Principles of Political Economy, edizione Ashley, Londra,


Longmans-Green & Co., 1909, p. 751 [trad. it.: Principi di economia politica,
Torino, Utet, 1953, p. 713].

254
La redistribuzione del reddito

talisti, mentre è ancora vera per il resto del mondo.


La principale caratteristica del progresso e dello svi-
luppo del secolo passato è che esso ha liberato le masse
dal lavoro più pesante e logorante e ha messo alla loro
portata prodotti e servizi che un tempo erano appan-
naggio solo delle classi superiori, mentre i prodotti e i
servizi disponibili per i più ricchi non hanno conosciuto
un’espansione paragonabile. A parte la medicina, in ge-
nerale il progresso tecnologico ha messo a disposizio-
ne delle masse i lussi che in precedenza erano sempre
stati alla portata, in una forma o nell’altra, solo dei veri
ricchi. Le moderne tubature dell’acqua, il riscaldamen-
to centralizzato, le automobili, la televisione e la radio,
per non citare che qualche esempio, offrono alla gente
comune comodità equivalenti a quelle di cui i ricchi po-
tevano disporre grazie alla servitù, agli attori e così via.
È difficile trovare dati statistici dettagliati di questo
fenomeno, anche se gli studi fatti confermano le conclu-
sioni appena tratteggiate. Le statistiche, tuttavia, pos-
sono risultare estremamente fuorvianti, in quanto non
possono separare le differenze di reddito equalizzanti
da quelle che non lo sono. Ad esempio, la brevità della
carriera di un giocatore di baseball significa che il reddi-
to annuale durante i suoi anni di attività deve essere più
alto di quello che potrebbe ricavare da altre occupazioni
al fine di rendere la carriera sportiva parimenti allettan-
te, dal punto di vista finanziario, delle possibili alterna-
tive. Questa differenza, tuttavia, viene considerata dalle
statistiche sull’ineguaglianza del reddito in modo del
tutto identico a ogni altra diseguaglianza. Anche l’uni-
tà di reddito utilizzata per la redazione delle statistiche
ha grande importanza: la distribuzione del reddito dei
singoli individui mostra sempre una ineguaglianza ap-
parente molto più marcata di quanto non avvenga per
una distribuzione del reddito familiare. Molti individui,
infatti, sono casalinghe e lavorano solo a tempo parzia-
le, oppure ricevono una piccola rendita o ancora sono
altri membri della famiglia che si trovano in una posi-
zione simile a questa. Occorre dunque chiedersi se la
distribuzione più pertinente per le famiglie sia quella in

255
Capitalismo e libertà

cui esse vengono classificate in base al reddito familiare


complessivo, o se invece la classificazione debba con-
siderare il reddito per ciascuna persona, o ancora deb-
ba essere fatta in base al reddito per unità equivalente.
Non si tratta di una questione secondaria: sono convin-
to che il fattore che più ha contribuito alla riduzione
dell’ineguaglianza dei livelli di reddito in questo paese
negli ultimi cinquant’anni sia stato il cambiamento del-
la distribuzione delle famiglie in base al numero di figli.
Indubbiamente si è trattato di un fattore più significa-
tivo della tassazione progressiva su eredità e reddito.
I livelli di vita particolarmente bassi del passato erano
la conseguenza di un reddito familiare relativamente
esiguo e di una prole relativamente numerosa. Con il
trascorrere del tempo il numero medio di figli si è ridot-
to e, aspetto ancora più importante, questa riduzione è
stata accompagnata (e, in considerevole misura, è stata
causata) dalla scomparsa pressoché totale delle fami-
glie numerose. Di conseguenze, oggigiorno le famiglie
tendono ad avere un numero di figli abbastanza simile.
Questa trasformazione, tuttavia, non si rispecchierebbe
in una distribuzione delle famiglie per entità del reddi-
to familiare.
Uno dei problemi più complessi quando si cercano
di interpretare i dati in merito alla distribuzione del red-
dito consiste nella necessità di distinguere due tipi di
diseguaglianza fondamentalmente diversi: le differenze
di reddito temporanee e le differenze di reddito di lungo
periodo. Consideriamo due società contraddistinte dal-
la medesima distribuzione annuale del reddito: in una
di esse esiste una notevole mobilità sociale e un con-
siderevole grado di cambiamento, con la conseguenza
che la posizione di determinate famiglie nella gerarchia
del reddito varia considerevolmente di anno in anno.
Nell’altra sussiste una grande rigidità, di modo che cia-
scuna famiglia tende a occupare la medesima posizione
anno dopo anno. Chiaramente, quale che sia il senso
che vogliamo attribuire al termine, la seconda sarebbe
una società caratterizzata da una grado di ineguaglian-
za molto più grande. Il primo tipo di ineguaglianza è

256
La redistribuzione del reddito

segno di dinamismo, di mobilità sociale, di pari oppor-


tunità; l’altro è il tratto distintivo di una società di casta.
Confondere i due tipi di ineguaglianza è un problema
particolarmente significativo, proprio perché il capitali-
smo basato sulla concorrenza e sulla libertà d’impresa
tende a rimpiazzare il secondo con il primo. Le società
non capitaliste tendono ad avere ineguaglianze più mar-
cate, anche se misurate sulla base del reddito annuale.
In aggiunta, in queste società le diseguaglianze tendono
a essere permanenti, mentre il capitalismo indebolisce il
mantenimento della propria condizione sociale e intro-
duce una maggiore mobilità.

I provvedimenti pubblici utilizzati al fine di modifi-


care la distribuzione del reddito
I metodi ai quali i governi hanno fatto più spesso
ricorso al fine di modificare la distribuzione del reddi-
to sono le imposte progressive sul reddito e le tasse di
successione. Prima di esaminarne i possibili benefici è il
caso di chiedersi se queste misure siano riuscite a rag-
giungere lo scopo previsto.
Sulla base delle cognizioni attuali, non è possibile
dare una risposta conclusiva. Il giudizio che segue ri-
guarda la mia opinione personale, sia pure, spero, suf-
fragata da alcuni dati di fatto. Per motivi di brevità, le
mie considerazioni verranno esposte in modo più dog-
matico di quanto non permetterebbe la natura delle in-
formazioni disponibili. La mia impressione è che questo
genere di imposte abbia avuto un effetto minimo, seppu-
re non trascurabile, per il raggiungimento dell’obiettivo
di ridurre le differenze di reddito tra le famiglie. Tutta-
via queste imposte hanno anche creato ineguaglianze
essenzialmente arbitrarie di entità paragonabile tra gli
individui appartenenti a specifiche classi di reddito. Di
conseguenza non è chiaro se l’effetto netto, nei termini
dell’obiettivo di fondo di parità di trattamento o di pa-
rità di esiti, sia stato quello di diminuire o di aumentare
l’uguaglianza.
Sulla carta le aliquote d’imposta sono elevate e for-
temente progressive. Il loro effetto, tuttavia, è stato at-

257
Capitalismo e libertà

tenuato in due modi: in primo luogo, esse hanno avuto


almeno in parte l’effetto di rendere più diseguale la di-
stribuzione del reddito al netto della tassazione. Si trat-
ta, in sostanza, del consueto effetto di incidenza della
tassazione: scoraggiando l’entrata in attività fortemente
tassate (in questo caso, attività che comportano rischi
elevati e svantaggi di ordine non pecuniario), questo
tipo di imposte aumenta la redditività di queste stesse
attività. In secondo luogo, esse hanno stimolato la pro-
duzione di provvedimenti legislativi e di altro genere
aventi lo scopo di eludere la tassazione. Si tratta in so-
stanza delle cosiddette “scappatoie” offerte dalla legge,
quali la riduzione delle percentuali imponibili (percenta-
ge depletion) a favore di taluni settori, la detraibilità degli
interessi sulle obbligazioni emesse dai governi statali e
municipali, il trattamento di favore dei redditi da capita-
le, i rimborsi spese, altri metodi di pagamento indiretti,
la conversione del reddito ordinario in guadagni in con-
to capitale e così via, nelle forme e nelle guise più diver-
se. L’effetto di questo cumulo di scappatoie è stato di far
sì che l’aliquota effettiva risultasse considerevolmente
inferiore a quella nominale e, cosa ancora più importan-
te, di far sì che l’incidenza delle imposte risultasse vo-
lubile e diseguale. Individui aventi il medesimo livello
di reddito possono pagare somme alquanto diverse, a
seconda dell’origine del loro reddito e delle opportuni-
tà offerte dalla legge di eludere il pagamento delle im-
poste. Se le aliquote attuali venissero rese pienamente
effettive, l’effetto potrebbe risultare talmente grave da
causare una drastica riduzione della produttività del-
la società. Pertanto l’elusione fiscale potrebbe essere un
elemento essenziale per il nostro benessere economico.
In tal caso, questo beneficio è stato acquistato al prezzo
di un enorme spreco di risorse e di una diffusa iniquità
del sistema fiscale. Una gamma di aliquote decisamente
più leggere, insieme all’ampliamento della base impo-
nibile grazie a una tassazione più omogenea di tutte le
fonti di reddito, potrebbe risultare marcatamente più
progressiva nell’incidenza media, più equa nei dettagli
e meno dispendiosa in termini di risorse.

258
La redistribuzione del reddito

L’opinione che l’imposta sul reddito delle persone fi-


siche abbia avuto un’incidenza arbitraria e un’efficacia
limitata nella riduzione dell’ineguaglianza è ampiamen-
te condivisa dagli studiosi di questa materia, compresi
i molti favorevoli al ricorso alla tassazione progressiva
al fine di ridurre le diseguaglianze. Anch’essi auspicano
una riduzione delle aliquote più alte e l’ampliamento
della base imponibile.
Un ulteriore fattore che ha contribuito a ridurre l’ef-
fetto della tassazione progressiva sull’ineguaglianza del
reddito e della ricchezza è che questo tipo di imposte,
più che sulla ricchezza, grava sul tentativo di arricchir-
si. Sebbene esse limitino l’uso del reddito derivante dal-
la ricchezza già esistente, tali imposte, nella misura in
cui sono efficaci, ostacolano in modo ancora più rimar-
chevole l’accumulazione della ricchezza. La tassazione
del reddito generato dalla ricchezza di un individuo
non riduce in alcun modo quest’ultima, ma si limita a
ridurre il livello di consumi e le aggiunte alla ricchezza
che il suo proprietario può sostenere. Queste misure fi-
scali creano un incentivo a evitare i rischi e a convertire
la ricchezza esistente in forme relativamente stabili, il
che riduce la probabilità che le accumulazioni esisten-
ti di ricchezza vengano dissipate. Viceversa, la via per
accumulare nuova ricchezza consiste prevalentemente
nel guadagnare elevati redditi correnti, destinati in am-
pia misura a essere risparmiati e reinvestiti in attività
ad alto rischio, alcune delle quali frutteranno elevati
rendimenti. Se l’imposta sul reddito fosse realmente
efficace, avrebbe l’effetto di sbarrare questa strada. Di
conseguenza, il suo effetto complessivo sarebbe quello
di tutelare dalla concorrenza dei nuovi venuti i posses-
sori attuali di grandi fortune. In pratica, questo effetto
viene ampiamente attenuato dagli strumenti per l’elu-
sione che abbiamo visto in precedenza. È da rimarcare il
fatto che una notevole percentuale delle nuove accumu-
lazioni di ricchezza si sia prodotta nel settore petrolife-
ro, nel quale il dispositivo della percentage depletion offre
una via particolarmente agevole per ricavare un reddito
quasi interamente esente da tasse.

259
Capitalismo e libertà

Se vogliamo valutare quanto sia auspicabile avere


una tassazione progressiva, credo sia importante di-
stinguere tra due problemi, sebbene tale distinzione
non possa essere particolarmente netta nella pratica. Si
tratta, in primo luogo, della raccolta dei fondi necessa-
ri a finanziare quelle attività pubbliche che si è deciso
di intraprendere (comprese eventualmente le misure
miranti all’eliminazione della povertà esaminate nel
Capitolo 12). In secondo luogo, dovremo esaminare le
imposte aventi esclusivamente scopi redistributivi. Il
primo problema può giustificare una certa misura di
progressività, sia per la necessità di calcolare i costi in
base ai benefici, sia per i motivi derivanti dalle norme
sociali di equità. Tuttavia, le forti aliquote nominali ne-
gli scaglioni di reddito più elevati, così come le impo-
ste di successione, non possono essere giustificate sulla
base di questi fattori, non foss’altro per il motivo che il
loro gettito è estremamente ridotto.
Trovo difficile, da liberale, ravvisare una qualsiasi
giustificazione per l’adozione di un sistema progressivo
di tassazione per il solo fine di redistribuire il reddito.
Ciò mi appare un caso evidente di ricorso alla coercizio-
ne al fine di togliere agli uni per dare agli altri e questo è
chiramente in conflitto con la libertà individuale.
Tutto considerato, la struttura dell’imposta sul red-
dito delle persone fisiche che mi sembra migliore sa-
rebbe un’imposta ad aliquota unica (flat tax) applicata
a qualsiasi reddito superiore a una somma esentata
dall’imposta, definendo il reddito in termini assai ampi
e permettendo esclusivamente la detrazione delle spe-
se, rigorosamente definite, incorse al fine di guadagnare
il reddito stesso. Come abbiamo ipotizzato nel Capitolo
5, affiancherei questo sistema all’abolizione dell’impo-
sta sul reddito delle società e all’obbligo per queste ulti-
me di attribuire il proprio reddito agli azionisti, i quali
avrebbero a loro volta l’obbligo di inserire tali somme
nella propria dichiarazione annuale dei redditi. Tra le
altre modifiche al sistema fiscale, la più importante sa-
rebbe l’eliminazione della percentage depletion sul petro-
lio e sulle altre materie prime, l’eliminazione dell’esen-

260
La redistribuzione del reddito

zione degli interessi prodotti dalle obbligazioni statali


e municipali, l’abolizione del trattamento particolare
dei redditi da capitale, la coordinazione delle imposte
su reddito, eredità e donazioni e infine l’eliminazione
delle numerose detrazioni attualmente esistenti.
L’esenzione dall’imponibile di una somma fissa, a
mio parere, può rappresentare un giustificabile grado di
progressività della tassazione (si veda più dettagliata-
mente quanto si dirà nel Capitolo 12). È ben diverso che
il 90 per cento della popolazione voti per imporre delle
tasse su se stessa insieme a un’esenzione per il 10 per
cento, e che il 90 per cento della popolazione voti per
imporre una tassazione punitiva sul 10 per cento restan-
te dei contribuenti, che è quanto accade attualmente ne-
gli Stati Uniti. Una flat tax proporzionale comporterebbe
pagamenti più elevati a favore dei servizi pubblici da
parte degli individui aventi i redditi più alti, il che non
appare particolarmente ingiusto in termini di benefici
conferiti. Questo tipo di imposta, tuttavia, permettereb-
be di evitare una situazione in cui un numero sufficien-
temente elevato di elettori può imporre sui concittadini
tasse che non accrescerebbero in alcun modo i propri
oneri fiscali.
La proposta di rimpiazzare l’attuale struttura fiscale
progressiva con un’imposta ad aliquota unica potrà ap-
parire agli occhi di numerosi lettori una soluzione radi-
cale. Indubbiamente, sotto il profilo concettuale, è così.
Proprio per questo motivo è il caso di ribadire con forza
che dal punto di vista del gettito, della redistribuzione
del reddito e di qualsiasi altro criterio pertinente, si trat-
ta di una proposta niente affatto radicale. Le aliquote
attualmente in vigore variano dal 20 al 91 per cento e
raggiungono il 50 per cento per imponibili superiori a
18.000 dollari per contribuenti singoli o a 36.000 dolla-
ri per coppie che presentino una dichiarazione comune
dei redditi. Tuttavia un’aliquota fissa del 23,5 per cento
del reddito imponibile, così come viene definito e di-
chiarato oggigiorno, vale a dire al di sopra dell’esenzio-
ne attualmente in vigore e al netto di tutte le possibili
detrazioni oggi esistenti, produrrebbe un gettito pari a

261
Capitalismo e libertà

quello generato dalle aliquote fortemente progressive


attualmente in vigore.2 In realtà, anche senza modifica-
re le altre disposizioni in campo fiscale, questa aliquota
unica produrrebbe un gettito superiore a quello attuale,
giacché verrebbe dichiarato un ammontare superiore
di reddito imponibile. Ciò avverrebbe per tre ragioni:
vi sarebbe un minore incentivo ad avvalersi di sistemi,
legali ma onerosi, miranti a ridurre il reddito dichiara-
to (la cosiddetta elusione fiscale); vi sarebbe un minore
incentivo a non dichiarare il proprio reddito (evasio-
ne fiscale); l’eliminazione degli effetti disincentivanti
dell’attuale sistema fiscale produrrebbe un uso più effi-
ciente delle risorse e un reddito più elevato.
Se il gettito dell’attuale sistema di aliquote, fortemen-
te progressivo, è così basso, altrettanto esiguo dev’esse-
re il suo effetto redistributivo. Ciò non significa che tali
imposte non causino danni, anzi, il gettito fiscale è così
esiguo anche perché alcuni degli individui più compe-
tenti del paese dedicano le proprie energie al compito
di escogitare sempre nuovi modi per mantenerlo tanto
basso e perché altre persone scelgono le proprie attività
tenendo conto degli effetti che ne deriveranno sulle tas-
se da pagare. Tutto ciò equivale a uno spreco di risorse
bello e buono. E cose ne ricaviamo? Nella migliore delle
ipotesi, un senso di soddisfazione da parte di alcuni in-
dividui contenti di sapere che lo Stato sta redistribuendo
parte del reddito di altri. Peraltro questo senso di soddi-
sfazione deriva dall’ignoranza in merito agli effetti reali
della struttura progressiva delle imposte sul reddito e,
se i fatti fossero noti, scomparirebbe all’istante.

2. Questo punto è talmente importante che è il caso di presentare i dati e i calcoli


sui quali si basa. L’ultimo anno per il quale sono disponibili i dati nel momento
in cui scrivo è l’anno fiscale 1959. I dati sono reperibili in U.S. Revenue Service,
Statistics of Income for 1959. Per questo anno abbiamo:
Imponibile complessivo 166.540 milioni di dollari
Gettito lordo dell’imposta sul reddito 39.092 milioni di dollari
Gettito al netto del credito d’imposta 38.645 milioni di dollari
Un’aliquota fissa del 23,5 per cento sull’imponibile complessivo avrebbe
prodotto un gettito pari a 39.137 milioni di dollari (0,235 x 166.540 milioni di
dollari). Se calcoliamo il medesimo credito d’imposta, il gettito finale sarebbe stato
approssimativamente pari a quello effettivamente registrato.

262
La redistribuzione del reddito

Per tornare alla distribuzione del reddito, se il nostro


scopo è quello di realizzare una distribuzione diversa
dall’attuale, allora esiste una chiara giustificazione per
un tipo di intervento sociale completamente diverso
dalla tassazione. La gran parte delle ineguaglianze re-
ali deriva dalle imperfezioni del mercato. Molte di esse
sono state create proprio dall’intervento pubblico o
potrebbero essere eliminate grazie all’intervento delle
autorità. Vi sono ottimi motivi, quindi, per modificare
le regole del gioco al fine di eliminare queste cause di
ineguaglianza. Ad esempio, i privilegi monopolistici
concessi dai poteri pubblici, le tariffe doganali e altri
provvedimenti che vanno a beneficio di gruppi parti-
colari rappresentano una fonte di ineguaglianza e la
loro abolizione sarebbe accolta con favore dai liberali.
L’ampliamento delle opportunità di istruzione è stato
uno dei fattori che più hanno contribuito a ridurre le
diseguaglianze. I provvedimenti in questo campo han-
no la virtù di colpire le fonti stesse dell’ineguaglianza,
anziché limitarsi ad alleviarne i sintomi.
La distribuzione del reddito è un altro campo in cui
l’intervento pubblico ha prodotto con una serie di misu-
re più danni di quelli che ha saputo eliminare con altri
provvedimenti. Si tratta dell’ennesimo esempio di giu-
stificazione dell’intervento dello Stato in base a presunti
difetti del sistema della libera impresa, quando invece
molti dei problemi indicati dai paladini dell’intervento
pubblico sono stati creati proprio dall’azione delle au-
torità.

263
Capitolo 11

Assistenzialismo e welfare

Il sentimento umanitario ed egualitario che ha con-


tribuito all’introduzione di un’imposta sul reddito for-
temente progressiva ha altresì prodotto una serie di altri
provvedimenti miranti a tutelare il “benessere” di parti-
colari gruppi. Tra queste misure, la categoria più signi-
ficativa è senz’altro quella erroneamente denominata
“sicurezza sociale”. Altre misure analoghe sono quelle
relative all’edilizia abitativa popolare, alla legislazione
in materia di salario minimo, al sostegno ai prezzi delle
derrate agricole, all’assistenza medica a favore di speci-
fici gruppi di cittadini, ai programmi assistenziali e così
via.
Inizieremo con una sintetica disamina di alcuni
esempi di questo secondo gruppo, principalmente al
fine di evidenziare in quale misura i loro effetti concreti
siano lontani da quelli previsti. Successivamente esami-
neremo più dettagliatamente l’elemento più consistente
del sistema di sicurezza sociale, vale a dire le pensioni
di vecchiaia e di reversibilità.

Alcuni programmi di welfare


1. Case popolari. Spesso i programmi di edilizia po-
polare vengono difesi appellandosi all’esistenza di pre-
sunte esternalità: si afferma infatti che le baraccopoli e
i quartieri degradati comportino per la comunità no-
tevoli costi, causati dalla necessità di fornire servizi di
polizia e contro gli incendi. È certamente possibile che

265
Capitalismo e libertà

questo genere di effetti si verifichi, ma di per sé ciò do-


vrebbe indurre ad auspicare non tanto la realizzazione
di case popolari, bensì l’imposizione di tasse più elevate
sul tipo di abitazioni che aumenta i costi sociali, giacché
questo tenderebbe a parificare i costi privati e quelli so-
ciali.
Si potrebbe replicare che questa maggiore tassazione
peserebbe proprio sugli abitanti meno abbienti, cosa che
vorremmo evitare. Questa risposta, tuttavia, evidenzia
che l’edilizia popolare non viene giustificata dalle ester-
nalità, bensì dal desiderio di assistere la popolazione
dal reddito più basso. Se è così, perché fornire sussidi
proprio all’edilizia popolare? Se dobbiamo usare i no-
stri soldi per aiutare i più poveri, non sarebbe meglio
fornire a questi ultimi direttamente i contanti, piuttosto
che beni in natura? Certamente le famiglie assistite pre-
ferirebbero avere una data somma in contanti piuttosto
che sotto forma di un appartamento: in tal caso, se lo
volessero, potrebbero cercare casa per conto proprio.
Di conseguenza, se ricevessero i fondi direttamente in
contanti, la loro condizione sarebbe comunque miglio-
re. Il sussidio in contanti risolverebbe il problema delle
esternalità non meno efficacemente di un sussidio in
natura, giacché – se non venisse destinato alla ricerca
di un’abitazione – sarebbe disponibile per sopportare la
maggiore tassazione necessaria per compensare even-
tuali esternalità.
L’edilizia popolare, quindi, non può essere giustifica-
ta adducendo il problema delle esternalità o la necessità
di assistere le famiglie più povere. L’unica giustificazio-
ne di questa politica, se ve n’è una, è il paternalismo: per
le famiglie assistite la casa è un “bisogno” più urgente di
altre cose, ma se avessero del denaro a disposizione po-
trebbero avere una diversa opinione o lo “sprecherebbe-
ro” spendendolo in modo dissennato. L’applicazione di
questo ragionamento ad adulti responsabili dovrebbe
apparire inaccettabile a un liberale. Sarebbe leggermen-
te più arduo rifiutare questa tesi nella sua forma più in-
diretta, vale a dire che i genitori potrebbero trascurare il
benessere dei figli, i quali avrebbero un maggiore biso-

266
Assistenzialismo e welfare

gno di una casa migliore. Non v’è dubbio, però, che un


liberale pretenderebbe prove più pertinenti e persuasi-
ve prima di accettare l’idea che questo ragionamento
dimostri in modo conclusivo la necessità di destinare
fondi cospicui alla costruzione di case popolari.
Tutto questo avrebbe potuto essere affermato in
astratto, prima che avessimo fatto esperienze concrete
nel campo dell’edilizia popolare. Dopo aver osservato
gli effetti pratici della costruzione di case popolari, pos-
siamo affermare che sono stati molto diversi da quelli
previsti.
Ben lungi dal migliorare le condizioni abitative dei
poveri, come si aspettavano i loro fautori, l’edilizia po-
polare ha avuto un effetto esattamente opposto. Per
iniziare, il numero di unità abitative abbattute per far
posto ai complessi di case popolari è risultato di gran
lunga superiore a quelle successivamente costruite. Tut-
tavia, di per sé, l’edilizia popolare non ha contribuito in
alcun modo a ridurre il numero di persone, pertanto il
risultato è stato quello di aumentare il numero di abi-
tanti per unità abitativa. È probabile che alcune famiglie
(ossia quelle che hanno avuto la fortuna di ottenere un
appartamento in un condominio di case popolari) sia-
no state alloggiate meglio di quanto non sarebbe stato
altrimenti il caso, ma ciò non ha fatto che peggiorare il
problema per le famiglie rimanenti, in quanto la densità
abitativa complessiva è aumentata.
Ovviamente l’impresa privata ha compensato alcuni
degli effetti più deleteri dei programmi di edilizia popo-
lare, ristrutturando gli alloggi esistenti e costruendone
di nuovi per chi aveva perso, direttamente o indiretta-
mente, l’abitazione dove alloggiava precedentemente.
Tuttavia è il caso di rammentare che queste risorse pri-
vate sarebbero state disponibili anche in assenza di case
popolari.
Perché l’edilizia popolare ha questo effetto? Il moti-
vo risiede in quel principio generale che continuiamo a
ripetere: l’interesse generale che aveva indotto una con-
sistente fetta della popolazione a istituire questo tipo
di programma assistenziale è diffuso e transitorio. Una

267
Capitalismo e libertà

volta che un programma viene istituito, esso è destina-


to a cadere sotto il controllo dei gruppi di interesse che
possono beneficiarne maggiormente. In questo caso, i
gruppi di interesse erano soggetti locali desiderosi di ri-
pulire e ristrutturare le zone depresse, perché vi posse-
devano terreni o perché i quartieri degradati minaccia-
vano di ridurre il valore delle zone commerciali vicine.
L’edilizia popolare ha rappresentato un utile strumento
per raggiungere questo obiettivo, che per sua natura ne-
cessitava più di distruzione che di costruzione.
In ogni modo, a giudicare dalle crescenti pressioni a
favore di un intervento federale, i “quartieri degradati”
esistono ancora e non accennano a scomparire.
Tra i benefici previsti dai fautori dell’edilizia popola-
re vi era la riduzione della delinquenza giovanile che sa-
rebbe stata prodotta dal miglioramento delle condizioni
abitative. Anche in questo frangente, in numerosi casi
il programma ha avuto effetti opposti a quelli sperati,
anche a prescindere dalla sua incapacità di migliorare
effettivamente la qualità degli alloggi. Molto compren-
sibilmente, per ottenere un alloggio pubblico e pagare
un affitto ridotto i richiedenti dovevano avere un red-
dito inferiore a un determinato livello. Ciò, tuttavia,
ha fatto sì che nelle case popolari vi fosse una elevata
densità di famiglie “disgregate”, tra le quali spiccava-
no madri divorziate o vedove. In questo tipo di nuclei
familiari i figli hanno un’alta probabilità di avere pro-
blemi di comportamento e un’elevata concentrazione di
ragazzi “difficili” favorisce l’aumento della delinquenza
giovanile. Il problema si è manifestato, tra l’altro, negli
effetti deleteri sulle scuole presenti nei quartieri di case
popolari: mentre una scuola può facilmente assorbire
qualche ragazzo “difficile”, se il numero di questi ultimi
diventa consistente la loro integrazione si fa alquanto
complicata. Ciò nonostante, in alcuni casi i nuclei fami-
liari “disgregati” possono rappresentare un terzo e pas-
sa del totale di un complesso di case popolari, che a sua
volta può contare per la maggioranza degli allievi delle
scuole vicine. Se queste famiglie fossero state assistite
con un sussidio in contanti, è probabile che si sarebbero

268
Assistenzialismo e welfare

distribuite più uniformemente sul territorio.


2. Legislazione sul salario minimo. Questo tipo di legisla-
zione rappresenta un caso lampante di provvedimento
che sortisce effetti diametralmente opposti a quelli au-
spicati dalle persone perfettamente benintenzionate che
sostengono misure di questo genere. I sostenitori delle
leggi per l’imposizione di un salario minimo deplorano,
del tutto comprensibilmente, i livelli salariali più bassi,
che considerano un fattore di povertà e sperano, vietan-
do per legge che i salari possano essere inferiori a un
determinato livello, di ridurre la povertà. In realtà, nella
misura in cui questo tipo di legislazione ha un effetto,
esso consiste proprio nell’aumento di quella povertà che
si vorrebbe eliminare. Lo Stato può certamente imporre
per legge un determinato livello salariale, ma non può
imporre ai datori di lavoro di mantenere tutti i dipen-
denti che precedentemente guadagnavano una paga in-
feriore: è evidente che ciò non sarebbe nell’interesse dei
primi. L’effetto delle leggi sul salario minimo, quindi,
è quello di aumentare il tasso di disoccupazione. Nel-
la misura in cui un salario ridotto è effettivamente un
segno di povertà, gli individui destinati a perdere il po-
sto di lavoro sono proprio quelli che meno si possono
permettere di rinunciare al reddito che percepivano, per
quanto esiguo possa apparire a chi vota a favore delle
leggi che si occupano di tale materia.
Da un certo punto di vista, questo esempio è mol-
to simile a quello dell’edilizia popolare. In entrambi i
casi le persone che vengono beneficiate sono visibili:
chi ottiene un aumento di salario e chi ottiene un al-
loggio popolare. Chi invece viene danneggiato rimane
nell’anonimato e i suoi problemi non presentano un
nesso evidente con le reali cause: si tratta di chi entra
a far parte delle schiere dei disoccupati o, più proba-
bilmente, chi non può sperare di trovare un impiego in
un determinato settore in virtù dell’esistenza di un sa-
lario minimo e deve quindi cercare altre attività ancor
meno remunerative o rivolgersi all’assistenza pubblica.
Parimenti, nel caso dell’edilizia popolare, si tratta di
chi è costretto a rimanere in un quartiere sovraffollato

269
Capitalismo e libertà

e degradato, che farà apparire la sua situazione come il


segno evidente della necessità di ulteriori case popola-
ri, piuttosto che una conseguenza della costruzione di
queste ultime.
Un notevole grado di sostegno per le leggi sui sala-
ri minimi proviene non tanto da soggetti disinteressati,
bensì da parti che hanno un interesse diretto nella que-
stione. Per citare un esempio, i sindacati e le aziende
del Nord degli Stati Uniti, minacciati dalla concorrenza
del Sud, sono favorevoli all’introduzione per legge di
un salario minimo al fine di rendere il Sud meno con-
correnziale.
3. Sostegno ai prezzi agricoli. Si tratta di un altro no-
tevole esempio: se vi è una qualsiasi giustificazione di-
versa dal fatto, tutto politico, che i distretti rurali sono
sovra-rappresentati nel collegio elettorale e nel Con-
gresso, questa può consistere solo nella convinzione che
il reddito degli agricoltori sia mediamente basso. An-
che ammettendo che ciò fosse vero, il sostegno ai prezzi
agricoli non favorisce l’obiettivo dichiarato di assistere
gli agricoltori bisognosi. Per iniziare, i benefici sono in
proporzione inversa al bisogno effettivo, giacché le sov-
venzioni sono proporzionali alla quantità di prodotto
venduto sul mercato. Non solo l’agricoltore di mezzi
modesti riesce a vendere meno prodotti di un agricolto-
re abbiente, ma per giunta egli ricava una frazione mag-
giore del proprio reddito dai prodotti destinati al consu-
mo familiare, che non vengono conteggiati nel calcolo
dei sussidi. In secondo luogo, i benefici, se ve ne sono,
che gli agricoltori traggono dai programmi di sostegno
dei prezzi agricoli sono molto inferiori all’ammontare
speso complessivamente per i sussidi. Ciò risulta evi-
dente nel caso dei fondi destinati all’immagazzinaggio
dei prodotti sussidiati e a operazioni analoghe, che non
finiscono nelle tasche dell’agricoltore. Anzi, in questo
caso i fornitori di strutture di stoccaggio possono esse-
re i principali beneficiari di questo tipo di programmi.
Considerazioni analoghe, tuttavia, valgono anche per
le somme destinate direttamente all’acquisto di prodot-
ti agricoli. In tal caso l’agricoltore è indotto a investire

270
Assistenzialismo e welfare

somme aggiuntive in fertilizzanti, sementi, macchina-


ri e via dicendo. Nella migliore delle ipotesi, egli finirà
per intascare i sussidi al netto di tali spese. Infine, anche
questo residuo di un residuo sopravvaluta il guadagno
effettivo, giacché l’effetto di questi programmi è quello
di mantenere nei campi molti individui che, in assen-
za di sussidi, avrebbero potuto cercare una diversa oc-
cupazione. Per costoro, il beneficio netto consiste nella
differenza (se ve n’è una) tra quello che possono gua-
dagnare con la loro azienda agricola sussidiata e quello
che potrebbero ricavare da una diversa attività. In de-
finitiva, il principale effetto dei programmi di acquisto
pubblico di prodotti agricoli è stato quello di aumentare
la produzione, e non di accrescere il reddito medio degli
agricoltori.
Alcuni dei costi causati dai programmi di sostegno
dei prezzi agricoli sono talmente noti ed evidenti che
sarà sufficiente farne semplicemente menzione: ad
esempio, il consumatore paga due volte per lo stesso
prodotto, prima sotto forma di imposte per il pagamen-
to delle sovvenzioni agricole, poi acquistando i prodotti
a un prezzo più alto del dovuto. Gli agricoltori vengono
assoggettati a vincoli onerosi e a un minuzioso controllo
centralizzato. Il paese si deve sobbarcare una burocra-
zia in continua crescita e via dicendo. Tuttavia, esiste
una serie di costi meno conosciuti: i programmi di so-
stegno agricolo hanno rappresentato un serio ostacolo
nella condotta della politica estera del paese. Al fine di
mantenere per i prodotti agricoli prezzi interni più alti
di quelli vigenti nei mercati mondiali, è stato necessario
imporre quote e contingentare l’importazione di nume-
rosi beni. I cambiamenti altalenanti delle nostre politi-
che hanno avuto serie ripercussioni su altri paesi. Se il
prezzo del cotone era alto, ciò spingeva altri paesi ad
aumentare la loro produzione interna. Quando i nostri
prezzi artificialmente elevati hanno fatto sì che gli stock
di cotone diventassero eccessivamente consistenti, ab-
biamo venduto cotone all’estero a un prezzo ridotto,
imponendo così pesanti perdite a quei produttori che,
spinti dalle nostre azioni, si erano dedicati a questa

271
Capitalismo e libertà

coltura. Potremmo compilare una lunghissima lista di


esempi analoghi.

Le pensioni di vecchiaia
Il sistema di previdenza sociale è uno di quei casi in
cui la “tirannia dell’esistente” sta iniziando a far sentire
i propri effetti. A dispetto delle controversie che ne han-
no accompagnato la creazione, il sistema pensionistico
viene ormai dato interamente per scontato, al punto che
non si mette più in dubbio quanto esso sia desiderabile.
E tuttavia esso comporta un enorme grado di ingerenza
nella vita privata di una considerevole parte dei citta-
dini, senza alcuna convincente giustificazione, almeno
a mio modo di vedere, non solo dal punto di vista dei
principi liberali, ma a partire da qualsiasi principio.
Vorrei quindi esaminare la componente più significa-
tiva del sistema, ossia il pagamento delle pensioni di
vecchiaia.
Dal punto di vista funzionale, il sistema per il paga-
mento delle pensioni di vecchiaia e a favore dei super-
stiti consiste di una imposta specifica applicata sui sa-
lari dei lavoratori dipendenti e del versamento a favore
degli individui che hanno raggiunto un’età prestabilita
di una somma periodica determinata dall’età alla quale
iniziano i pagamenti, dallo stato di famiglia e dalla sto-
ria salariale del pensionato.
Dal punto di vista analitico, il sistema consiste di tre
elementi diversi:

1. L’obbligo, a carico di un vasto gruppo di individui,


di acquistare un’assicurazione di rendita prestabili-
ta, vale a dire l’obbligo di versare contributi pensio-
nistici al fine di provvedere alla propria vecchiaia;
2. L’obbligo di versare i contributi a un ente pubblico,
ossia la nazionalizzazione della fornitura delle pen-
sioni;
3. Un piano per la redistribuzione del reddito, dovuto
al fatto che il valore della rendita vitalizia alla quale
hanno diritto i pensionati non equivale alle tasse che
pagheranno.

272
Assistenzialismo e welfare

È evidente che non vi è alcun bisogno di combinare


in un unico sistema questi tre elementi. Ciascun indi-
viduo potrebbe avere l’obbligo di acquistare la propria
rendita vitalizia; potrebbe avere il permesso di affidarsi
a imprese private, ma sarebbe sempre possibile stabilir-
ne per legge l’ammontare. Oppure il governo potreb-
be entrare nel mercato della vendita di rendite vitalizie
senza imporre ai cittadini l’obbligo di acquistare una
rendita di un valore specificato e assicurandosi che
questa attività mantenesse un bilancio in pareggio. E,
evidentemente, le autorità possono attuare la redistri-
buzione (e lo fanno!) senza avvalersi dello strumento
delle rendite vitalizie.
Prendiamo adesso in considerazione ciascuno dei
tre elementi per cercare di capire se, e in quale misura,
possano essere accettabili. Ritengo che la nostra analisi
risulterà più semplice se li esamineremo in ordine in-
verso.
1. La redistribuzione del reddito. Il sistema di pensioni
di vecchiaia attualmente in vigore comporta principal-
mente due tipi di redistribuzione: da alcuni pensionati a
favore di altri e dai contribuenti ai pensionati.
Il primo tipo di redistribuzione avviene prevalente-
mente da chi è andato in pensione relativamente presto
verso chi lo ha fatto in età più avanzata. Questi ultimi
ricevono infatti per diversi anni somme complessiva-
mente superiori a quelle che avrebbero potuto ottene-
re semplicemente in base all’ammontare delle imposte
pagate nel corso della loro vita. Sulla base del sistema
attuale, viceversa, chi va in pensione quando è ancora
relativamente giovane riceverà decisamente meno.
Non riesco proprio a trovare una sola ragione, libe-
rale o meno, che permetta di difendere questo genere
di redistribuzione. L’entità della pensione è del tutto
svincolata dalle condizioni economiche del beneficia-
rio: l’uomo di mezzi cospicui riceve esattamente quanto
l’indigente. La tassa che va a finanziare il sistema pen-
sionistico è un’imposta ad aliquota unica applicata sui
guadagni del contribuente fino a un tetto massimo e,
pertanto, per i redditi più bassi rappresenta una fra-

273
Capitalismo e libertà

zione più elevata di quanto non avvenga per i redditi


alti. Quale possibile giustificazione si può trovare per
un sistema che tassa i giovani per offrire un sussidio
agli anziani a prescindere dalle condizioni economiche
di questi ultimi? E che a tale scopo di fatto applica ai
redditi più bassi un’aliquota superiore che ai redditi più
elevati? O, se è solo per questo, per finanziare il sistema
pensionistico tassando i salari?
Il secondo tipo di redistribuzione si verifica perché
è improbabile che il sistema sia finanziariamente auto-
nomo. Nel periodo in cui i contribuenti erano numerosi
e i pensionati erano pochi, il sistema poteva certamente
apparire sostenibile, anzi, esibiva un surplus di bilan-
cio. Questa rosea situazione, tuttavia, dipende dall’ar-
tificio di trascurare gli impegni futuri di spesa a favore
dei contribuenti di oggi, impegni che continuano ad ac-
cumularsi. È legittimo dubitare che i contributi versati
complessivamente fino a oggi siano sufficienti a finan-
ziare gli obblighi accumulati. Molti esperti sostengono
che, in ogni caso, sarà necessario integrare i fondi, com’è
generalmente avvenuto per i sistemi analoghi esistenti
in altri paesi. Si tratta in realtà di una questione estrema-
mente tecnica, che non abbiamo necessità di affrontare
in questa sede e in merito alla quale possono sussistere
divergenze d’opinione in perfetta buona fede.
Ai fini del nostro studio sarà sufficiente porci una
domanda ipotetica: se un’integrazione da parte dei con-
tribuenti è necessaria, ciò significa che sia accettabile?
Personalmente non vedo come possa esserlo. È pos-
sibile capire chi vuole assistere i più poveri, ma quale
giustificazione può esservi per aiutare qualcuno, indi-
pendentemente dal fatto che sia indigente, solo perché
ha superato una certa età? Non si tratta di un criterio di
redistribuzione del tutto arbitrario?
L’unico argomento a giustificazione della redistribu-
zione connaturata al sistema delle pensioni di vecchiaia
di cui sono a conoscenza è completamente immorale,
sebbene sia estremamente diffuso. Si tratta della tesi
che la redistribuzione attuata dal sistema pensionistico,
sebbene comporti un considerevole elemento di arbi-

274
Assistenzialismo e welfare

trarietà, in media aiuta i pensionati meno abbienti più


di quanto non faccia per quelli più agiati. I sostenitori
di questa tesi aggiungono che sarebbe certamente au-
spicabile che la redistribuzione avvenisse in modo più
efficiente, ma che gli elettori non sembrano disposti a
votare esplicitamente per un programma di sussidi
diretti, mentre trovano accettabile una redistribuzio-
ne del reddito come parte del pacchetto di previdenza
sociale. In sostanza, questo ragionamento sostiene che
l’elettorato può essere ingannato e indotto a votare a
favore di una misura che aborrisce con il semplice ac-
corgimento di presentarla sotto mentite spoglie. Inutile
aggiungere che i sostenitori di questa tesi sono sempre
pronti a condannare senza pietà la pubblicità perché è
“ingannevole”!1
2. Nazionalizzazione della fornitura della rendita pensio-
nistica. Supponiamo di evitare la redistribuzione, obbli-
gando ciascun individuo a pagare interamente la rendi-
ta che otterrà, ovviamente nel senso che il premio che
versa sia sufficiente a coprire il valore presente del vita-
lizio, tenendo conto del tasso di mortalità e della rendi-
ta dovuta agli interessi. Che giustificazione potremmo
mai trovare per imporre a questo individuo l’obbligo di
acquistare la propria copertura assicurativa per la vec-
chiaia presso un ente pubblico? Se è necessario attuare
una redistribuzione, chiaramente è necessario avvalersi
del potere di tassare proprio dello Stato. Ma, se la redi-

1. Un altro esempio del medesimo ragionamento si può incontrare in relazione


alle proposte di fornire sovvenzioni federali all’istruzione scolastica (sotto la fuor-
viante denominazione di “assistenza all’istruzione”). Si potrebbe ragionevolmente
sostenere l’opportunità di fare ricorso a sovvenzioni federali per integrare la spesa
scolastica degli stati aventi un reddito più basso, in considerazione del fatto che,
una volta adulti, i ragazzi che hanno beneficiato di una buona istruzione potrebbe-
ro emigrare in altri stati dell’Unione, ma non vi è alcuna giustificazione per l’idea
di imporre una tassazione alla popolazione di tutti gli stati e fornire sussidi federali
a ciascuno di essi. E tuttavia tutte le proposte di legge esaminate dal Congresso
prevedono questo secondo sistema. Alcuni dei sostenitori delle proposte di legge,
consapevoli del fatto che è possibile giustificare solo l’offerta di sovvenzioni a de-
terminati stati, difendono la propria posizione asserendo che una legge in tal senso
non avrebbe alcuna possibilità di venire approvata e che l’unico modo di fornire
sussidi agli stati più poveri è quello di includerli in una proposta di legge che offra
sovvenzioni indifferentemente a tutti gli stati dell’Unione.

275
Capitalismo e libertà

stribuzione non fa parte degli scopi del sistema pensio-


nistico (e, come abbiamo appena visto, non vi è motivo
perché ciò avvenga), perché non concedere agli indivi-
dui che volessero farlo la possibilità di accantonare fon-
di per la vecchiaia presso una società privata? Si può
trovare una stretta analogia con le leggi statali che im-
pongono agli automobilisti l’acquisto di un’assicurazio-
ne di responsabilità civile. Per quanto ne so, in nessuno
stato dell’Unione in cui è in vigore questo requisito esi-
stono compagnie assicurative di proprietà pubblica, né
i cittadini sono obbligati ad acquistare l’assicurazione
della loro automobile presso un ente pubblico.
Le possibili economie di scala non sono una giu-
stificazione per la nazionalizzazione del sistema pen-
sionistico: se ve ne fossero e se il governo costituisse
un’azienda presso la quale i lavoratori possono versare
i propri contributi pensionistici, quest’ultima potrebbe
fare una concorrenza sleale alle assicurazioni private,
grazie alla possibilità di vendere i propri prodotti a bas-
so costo in virtù delle sue dimensioni. In tal caso questa
azienda pubblica conquisterebbe l’intero mercato sen-
za necessità di fare ricorso alla costrizione. Se, invece,
l’azienda pubblica non potesse battere i concorrenti sul
prezzo, ciò sarebbe segno che le economie di scala non
esistono o non bastano a compensare le diseconomie
della gestione pubblica.
Uno dei possibili vantaggi della nazionalizzazione
del sistema pensionistico consiste nel facilitare il com-
pito di far rispettare a ciascun individuo l’obbligo di
versare i contributi. Si tratta, tuttavia, di un beneficio
di poco conto: sarebbe semplice escogitare i più diver-
si accorgimenti amministrativi a tal fine, come imporre
a ciascun contribuente l’obbligo di presentare, insieme
alla propria dichiarazione annuale dei redditi, copia
della ricevuta del pagamento dei contributi pensioni-
stici. Alternativamente, si potrebbe imporre ai datori di
lavoro il requisito di certificare che i propri dipendenti
abbiano assolto al loro dovere. Qualsiasi problema di
ordine amministrativo sarebbe certamente trascurabile
se confrontato con quelli causati dal sistema attualmen-

276
Assistenzialismo e welfare

te esistente.
Appare evidente che i costi della nazionalizzazione
superano di gran lunga qualsiasi eventuale beneficio. In
questo come in altri casi, la libertà di scelta da parte de-
gli individui e la concorrenza tra imprese private a cac-
cia di clienti favorirebbero lo sviluppo di miglioramenti
nei contratti esistenti e stimolerebbero una maggiore
varietà e diversità in grado di soddisfare le singole esi-
genze. A livello politico va considerato l’ovvio beneficio
derivante dalla limitazione dell’espansione dell’inter-
vento dello Stato e della minaccia indiretta alla libertà
posta da tale intervento.
La natura del sistema attuale, inoltre, produce al-
cuni costi politici relativamente poco visibili. Le que-
stioni sollevate da questi problemi sono estremamente
tecniche e complesse e il cittadino comune raramente
dispone delle competenze necessarie per farsi un’opi-
nione in merito. La nazionalizzazione significa che gli
“esperti” diventano in gran parte dipendenti del siste-
ma nazionalizzato o membri del mondo accademico
strettamente collegati a esso. Inevitabilmente, costoro
diventeranno fautori del suo ampliamento, non – mi
affretto a precisare – per spudorati motivi di interesse
personale, ma perché gli “esperti” operano entro un
quadro di riferimento concettuale nel quale danno per
scontata la gestione pubblica e hanno familiarità solo
con i suoi metodi. L’unico fattore che fino a oggi ha sal-
vato gli Stati Uniti è l’esistenza di compagnie private di
assicurazione attive in questo settore.
Un controllo effettivo da parte del Congresso di enti
quali la Social Security Administration (che negli Stati
Uniti gestisce il sistema pensionistico) diventa sostan-
zialmente impossibile, in conseguenza della natura tec-
nica della materia e del quasi monopolio che esercitano
sugli esperti. Enti di tal fatta diventano in pratica organi
dotati di autogoverno e il Congresso si limita per lo più
a dare un placet formale alle loro proposte. Gli individui,
abili e ambiziosi, che fanno carriera al loro interno sono
comprensibilmente desiderosi di ampliare il campo
d’azione degli enti ai quali appartengono e impedirgli

277
Capitalismo e libertà

di raggiungere lo scopo è estremamente difficile. Se gli


esperti dicono “bianco”, chi ha le competenze necessa-
rie per opporgli un “nero”? È così che abbiamo assistito
al passaggio di una parte sempre più consistente del-
la popolazione sotto l’egida del sistema previdenziale
pubblico, al punto che oggi, quando il progresso in que-
sta direzione non offre più molte possibilità, vediamo
il tentativo di creare altri programmi di welfare, come
l’assistenza sanitaria pubblica.
Da tutto ciò concludo che la tesi contraria alla nazio-
nalizzazione del sistema pensionistico è particolarmente
valida, non solo nei termini stabiliti dai principi liberali,
ma anche sulla base degli stessi valori propugnati dai
sostenitori del welfare state. Se essi sono davvero convin-
ti che un ente pubblico possa offrire tale servizio meglio
del mercato, dovrebbero essere favorevoli a un sistema
in cui il settore pubblico concorresse liberamente con
altre società private. Se hanno ragione, l’ente pubblico
prospererà, mentre se hanno torto il benessere della po-
polazione verrà favorito grazie all’esistenza di un’alter-
nativa privata. Solo un socialista dottrinario o il fautore
di un controllo statale fine a se stesso può difendere in
via di principio la nazionalizzazione delle pensioni di
anzianità.
3. Obbligo di versare contributi pensionistici. Ora che
abbiamo fatto chiarezza in merito alle questioni secon-
darie, possiamo affrontare il problema essenziale, ossia
l’obbligo a carico di ciascun individuo di destinare una
parte del proprio reddito corrente all’acquisito di una
rendita per la vecchiaia, ossia l’obbligo di versare con-
tributi pensionistici.
Una possibile giustificazione per tale obbligo è stret-
tamente paternalista. Il ragionamento afferma che ogni
cittadino, se lo desiderasse, potrebbe certamente fare
individualmente quello che la legge impone all’intera
collettività, ma ciascuno, preso singolarmente, è miope
e imprevidente. “Noi” sappiamo meglio di “loro” che
è meglio provvedere alla propria vecchiaia in misura
più consistente di quanto “loro” farebbero se venissero
lasciati a se stessi. Non possiamo certo convincerli indi-

278
Assistenzialismo e welfare

vidualmente, ma possiamo convincere almeno il 51 per


cento degli elettori a obbligare tutti ad agire per il loro
stesso bene. Si tratta di un paternalismo rivolto ad adul-
ti responsabili, pertanto i suoi sostenitori non possono
neppure appellarsi alla consueta scusa di voler tutelare
i fanciulli e gli irresponsabili.
Questa posizione è perfettamente logica e interna-
mente coerente. Un paternalista convinto che la soste-
nesse non potrebbe essere persuaso del contrario evi-
denziando eventuali errori logici. Costui è un nostro
nemico per motivi di principio, e non semplicemente un
amico ingenuamente benintenzionato. Sostanzialmente
egli crede nella dittatura, una dittatura benevola e sor-
retta dalla maggioranza, ma nondimeno una dittatura.
Chi crede nella libertà deve necessariamente crede-
re nella libertà di sbagliare. Se qualcuno preferisce, in
piena consapevolezza, vivere per il presente, di utiliz-
zare le proprie risorse per godersi l’attimo, scegliendo
deliberatamente una vecchiaia da indigente, con quale
diritto possiamo impedirgli di farlo? Possiamo discute-
re con questo individuo, cercare di convincerlo che è nel
torto, ma abbiamo il diritto di avvalerci della coercizio-
ne per impedirgli di fare quello che ha deciso? Non vi è
comunque una possibilità che egli abbia ragione, e noi
torto? La virtù caratteristica del liberale è l’umiltà, quel-
la del paternalista è l’arroganza.
Ben pochi sono paternalisti convinti. Si tratta di una
posizione che, esaminata serenamente, risulta estre-
mamente repellente. Ciò nonostante i ragionamenti di
carattere paternalista hanno svolto un ruolo talmen-
te importante nell’adozione di misure come il sistema
pensionistico che è sempre il caso di renderlo esplicito.
Una possibile giustificazione dell’obbligo di contri-
buire al sistema pensionistico sulla base di principi libe-
rali consiste nell’asserire che gli individui imprevidenti
non soffriranno personalmente le conseguenze della
propria sventatezza, ma imporranno ad altri i loro costi.
Chi sostiene questa tesi afferma che in ogni caso non sa-
remmo disposti a vedere un anziano indigente soffrire
nella più abietta povertà senza far niente e che quindi

279
Capitalismo e libertà

lo vorremmo aiutare per mezzo di un’assistenza pub-


blica o privata. Di conseguenza chi non provvede per
la propria vecchiaia è destinato a diventare un peso per
la società. Obbligarlo ad accantonare fondi sufficienti a
sostenerlo in vecchiaia non è per il suo bene, bensì per
il nostro.
Il peso di questa argomentazione dipende evidente-
mente dai dati di fatto: se, in assenza di obblighi con-
tributivi, il 90 per cento della popolazione diventasse
un peso per la società non appena compiuti i 65 anni
d’età, il ragionamento avrebbe una certa consistenza. Se
questa condizione toccasse solo all’1 per cento della po-
polazione la tesi di fondo non avrebbe alcuna validità:
perché limitare la libertà del 99 per cento degli abitanti
di un paese al solo fine di evitare i costi che il rimanente
1 per cento imporrebbe al resto della comunità?
La convinzione che, se non vi fosse l’obbligo di
versare contributi previdenziali da parte di ciascun
individuo, una parte considerevole della comunità di-
venterebbe un peso per la società poteva apparire plau-
sibile, nel periodo in cui negli Stati Uniti venne istituito
il sistema di previdenza sociale, a causa della Grande
Depressione. In ciascuno degli anni tra il 1931 e il 1940
oltre un settimo della forza lavoro del paese risultava
priva di un’occupazione. La disoccupazione, peraltro,
era proporzionalmente più elevata tra i lavoratori più
anziani. Questo fenomeno non aveva precedenti nella
storia del paese e non si è più ripetuto da allora. Ciò
nondimeno, non era dovuto all’imprevidenza degli in-
dividui che non si erano curati di mettere da parte un
gruzzolo per la vecchiaia, ma si trattava, come abbiamo
visto, di una conseguenza della cattiva gestione pubbli-
ca dell’economia. Il sistema pensionistico è una cura, se
di cura si tratta, di una malattia ben diversa, di cui non
abbiamo mai avuto esperienza.
Non v’è dubbio che i disoccupati degli anni Trenta
abbiano rappresentato un grave problema di soccorso
dei bisognosi, causato dal gran numero di individui resi
incapaci di badare a se stessi. Tuttavia quello degli an-
ziani non era assolutamente il problema più grave: mol-

280
Assistenzialismo e welfare

tissime persone in età lavorativa si trovavano nei ranghi


degli assistiti dalla carità pubblica. Inoltre il progressivo
ampliamento della Social Security, che oggi abbraccia
oltre 16 milioni di pensionati, non ha impedito il conti-
nuo aumento degli assistiti dai servizi sociali.
I sistemi privati per l’assistenza agli anziani sono
cambiati enormemente nel tempo. Un tempo i figli era-
no il sistema più usato per garantirsi una vecchiaia di-
gnitosa. Mano a mano che la responsabilità di badare ai
genitori un tempo assegnata ai figli è scemata, sempre
più persone hanno iniziato a provvedere per la propria
vecchiaia accumulando beni o acquistando pensioni pri-
vate. Negli ultimi anni lo sviluppo di piani pensionistici
in aggiunta al sistema pubblico ha conosciuto un’acce-
lerazione. In effetti alcuni studiosi ritengono che, se la
tendenza attuale dovesse continuare, giungeremmo ad
avere una situazione in cui una frazione rilevante della
popolazione sarà disposta a tirare la cinghia durante la
vita produttiva al fine di assicurarsi in vecchiaia un li-
vello di vita superiore a quello di cui godevano nel fiore
della loro esistenza. Per quanto sia perfettamente possi-
bile pensare che si tratti di un’idea assurda, ben venga,
se rispecchia le preferenze della popolazione.
Possiamo concludere che l’obbligo di versare con-
tributi pensionistici ha imposto costi elevati in cambio
di esigui benefici. Ha privato tutti noi del controllo su
una parte consistente del nostro reddito, imponendo-
ci di destinarla a uno specifico fine (ossia l’accantona-
mento di fondi per la nostra pensione) in uno specifico
modo (vale a dire il finanziamento di un ente pubblico
preposto a tal fine). Ha vietato la concorrenza nella de-
stinazione dei contributi e ha ostacolato lo sviluppo dei
meccanismi pensionistici. Ha fatto nascere una enorme
burocrazia che esibisce la tendenza a crescere infinita-
mente su se stessa e ad ampliare il proprio campo d’in-
tervento da un settore all’altro della nostra vita. E tutto
ciò al solo fine di evitare che un numero ristretto di per-
sone diventasse un peso per la società.

281
Capitolo 12

Il soccorso ai poveri

La straordinaria crescita economica che ha avuto


luogo nel mondo occidentale negli ultimi due secoli, in-
sieme alla diffusione dei benefici prodotti dalla libera
impresa, hanno enormemente ridotto l’incidenza della
povertà, in ogni senso, nei paesi capitalisti dell’Occi-
dente. Il concetto di povertà, tuttavia, è almeno in parte
relativo ed è evidente che, anche in questi paesi, vi sono
numerose persone che vivono in condizioni che il resto
di noi non ha difficoltà a considerare di indigenza.
Un possibile rimedio, che sotto numerosi aspetti è il
più auspicabile, è la beneficenza privata. È interessante
osservare che, allo zenit del laissez faire, ossia nella se-
conda metà del diciannovesimo secolo, in Gran Breta-
gna e negli Stati Uniti nacque una incredibile quantità
e varietà di organizzazioni e istituzioni impegnate nella
beneficenza e nell’assistenza agli indigenti. Tra i costi
che abbiamo dovuto pagare per l’espansione delle atti-
vità assistenziali dello Stato, uno dei più gravi è stato il
corrispettivo declino delle attività assistenziali private.
Si potrebbe sostenere che la beneficenza privata non
è sufficiente, in quanto i benefici che ne derivano vanno
a vantaggio di individui diversi da quelli che donano:
in altre parole, si tratta di un esempio di effetto indot-
to. Se sono addolorato dallo spettacolo della povertà,
la mia coscienza viene lenita quando la povertà viene
ridotta. Questo beneficio, tuttavia, si produce comun-
que, a prescindere dal fatto che tale riduzione venga

283
Capitalismo e libertà

finanziata da me o da qualcun altro. Pertanto i benefici


della carità fatta da qualcun altro si ripercuotono, alme-
no in parte, anche su di me. Per esprimere il concetto in
modo diverso, siamo tutti disposti ad aiutare i poveri,
a patto che tutti contribuiscano a pagare. Se non fos-
simo rassicurati su questo punto, non saremo disposti
a contribuire per lo stesso ammontare. Nelle comunità
più piccole, la pressione dei concittadini può bastare a
garantire questa condizione, anche nel caso della carità
privata. Nelle grandi comunità impersonali che carat-
terizzano sempre di più la nostra società, raggiungere
questo obiettivo è molto più arduo.
Supponiamo di ammettere, com’è il mio caso, che
questo ragionamento giustifichi l’intervento dei poteri
pubblici al fine di alleviare la povertà, ossia, in pratica,
di stabilire un livello minimo per le condizioni di vita di
ogni membro della comunità. A questo punto bisogna
pur sempre rispondere a due domande fondamentali:
quale livello va considerato “minimo”? E in che modo
dobbiamo raggiungere lo scopo prefisso? In realtà non
vedo alcun modo per determinare quale possa essere il
livello minimo, se non in termini delle imposte che la
gran parte della popolazione del paese è disposta ad ac-
cettare per il finanziamento dell’assistenza agli indigen-
ti. Per quanto riguarda il “come”, vi sono ampi spazi di
discussione.
Due aspetti sono chiari: primo, se l’obiettivo è quello
di soccorrere i poveri, dovremmo istituire un program-
ma mirato ad assisterli direttamente. È perfettamente
lecito aiutare un povero agricoltore, non perché si tratta
di un agricoltore, ma perché è povero. Qualsiasi pro-
gramma assistenziale, cioè, dovrebbe essere strutturato
al fine di aiutare gli individui in quanto individui, e non
perché appartengono a un determinato gruppo (scelto
in base all’occupazione, all’età o al salario), o a parti-
colari organizzazioni sindacali o a specifici comparti
produttivi. Si tratta del difetto che inficia i programmi
di sostegno dei prezzi agricoli, dei sussidi agli anziani,
della legislazione sul salario minimo e su quella a fa-
vore dei sindacati, delle tariffe doganali, delle licenze

284
Il soccorso ai poveri

per l’esercizio di una professione o di un mestiere e così


via, senza che se ne possa intravedere la fine. In secondo
luogo, nei limiti del possibile il programma, pur ope-
rando per il tramite del mercato, non dovrebbe avere
effetti di distorsione del mercato stesso, né ostacolarne
il funzionamento. Si tratterebbe in questo caso del difet-
to che affligge il sostegno dei prezzi, le leggi sul salario
minimo, le tariffe e simili misure.
Il meccanismo più accettabile, per motivi puramente
tecnici, sarebbe un’imposta negativa sul reddito. Oggi
l’imposta federale sul reddito prevede un’esenzione di
600 dollari per persona (oltre a una detrazione minima
secca del 10 per cento). Se un individuo ricava un red-
dito imponibile (vale a dire, al netto di esenzioni e de-
trazioni) di 100 dollari, egli è tenuto a versare l’imposta.
Nella mia proposta, se questo individuo avesse un red-
dito imponibile negativo di 100 dollari (vale a dire, se
il suo reddito fosse inferiore di 100 dollari alla somma
di esenzioni e detrazioni), egli verserebbe un’imposta
negativa, ossia riceverebbe un sussidio. Se l’aliquota ap-
plicata al sussidio fosse pari al 50 per cento, ad esempio,
egli riceverebbe 50 dollari. Se costui non avesse alcun
reddito e, per semplicità, non potesse applicare alcuna
detrazione e se l’aliquota fosse costante, egli ricevereb-
be 300 dollari. Egli potrebbe ricevere un sussidio supe-
riore se potesse applicare detrazioni (ad esempio per
le spese mediche), ossia se, ad esempio, il suo reddito
fosse negativo una volta applicate le detrazioni e ancora
prima di far valere l’esenzione. L’aliquota da applicare
al sussidio, ovviamente, potrebbe essere graduata, esat-
tamente come avviene per le altre aliquote d’imposta.
In tal modo potremmo stabilire un limite minimo al di
sotto del quale il reddito di ciascun individuo (incluso
il sussidio) non potrebbe mai scendere: nel nostro sem-
plice esempio, il minimo sarebbe pari a 300 dollari. Il li-
vello esatto dipenderebbe dalla somma che la comunità
potrebbe permettersi di finanziare.
I vantaggi di questo sistema sono evidenti: sarebbe
orientato specificamente al problema della povertà; of-
frirebbe un aiuto nella forma più utile agli individui,

285
Capitalismo e libertà

ossia in denaro contante; avrebbe efficacia generale e


potrebbe sostituire la congerie di misure attualmente in
vigore; opererebbe al di fuori del mercato. Come ogni
altro provvedimento mirante ad alleviare la povertà,
esso ridurrebbe l’incentivo dei beneficiari a provvede-
re autonomamente a se stessi, ma non lo eliminerebbe
completamente, come avverrebbe invece nel caso di un
sistema che fornisse integrazioni al reddito fino a por-
tarlo a un livello minimo prestabilito. Ogni dollaro sup-
plementare guadagnato equivarrebbe comunque a una
somma maggiore da destinare alle proprie spese.
Indubbiamente vi sarebbero problemi di gestione,
ma ritengo che si tratterebbe di uno svantaggio di poco
conto, sempre che si possa parlare di svantaggio. Il siste-
ma si adatterebbe perfettamente al meccanismo dell’at-
tuale imposta sul reddito e potrebbe essere gestito nel
suo ambito. Il nostro sistema fiscale copre il grosso dei
cittadini che ricevono un reddito e l’esigenza di coprir-
li senza eccezioni avrebbe il benefico effetto collaterale
di migliorare il funzionamento dell’attuale imposta sul
reddito. Aspetto ancora più importante, se il metodo
dell’imposta negativa andasse a sostituire il coacervo
di misure attualmente dirette al medesimo fine, non v’è
dubbio che gli oneri amministrativi complessivi si ri-
durrebbero.
Un breve calcolo permette di capire che questa propo-
sta sarebbe di gran lunga meno costosa in termini finan-
ziari, per non parlare del grado di intervento pubblico
richiesto, del ventaglio di misure di welfare attualmente
in vigore. Viceversa, i nostri calcoli potranno essere utili
per mettere in luce quanto siano dispendiose le dispo-
sizioni attuali, specialmente se giudicate rispetto al loro
obiettivo dichiarato di assistere i poveri.
Nel 1961 i diversi livelli di governo degli Stati Uni-
ti (federale, statale e locale) contavano per circa 33 mi-
liardi di dollari spesi in sussidi diretti e in programmi
di welfare dei tipi più svariati: assistenza agli anziani,
pensioni, assistenza per i figli a carico, assistenza socia-
le generica, programmi di sostegno dei prezzi agricoli,

286
Il soccorso ai poveri

edilizia popolare e così via.1 Dal calcolo ho escluso le


prestazioni a favore di reduci e veterani. Inoltre non ho
tenuto conto dei costi diretti e indiretti di misure qua-
li le leggi sul salario minimo, le tariffe doganali, le au-
torizzazioni allo svolgimento di mestieri e professioni
e così via, né dei costi delle attività di sanità pubblica,
delle spese statali e locali a favore degli ospedali e degli
istituti per malattie mentali, e via dicendo.
Negli Stati Uniti esistono approssimativamente 57
milioni di unità-consumatori (ossia famiglie e individui
singoli). I 33 miliardi di dollari spesi nel 1961 avrebbe-
ro potuto permettere di assegnare al 10 per cento meno
abbiente di essi una sovvenzione in contanti pari a qua-
si 6.000 dollari per unità-consumatore. Questi ipotetici
sussidi avrebbero portato il loro reddito al di sopra del
livello medio per tutte le unità del paese. Alternativa-
mente, i fondi erogati avrebbero potuto finanziare una
sovvenzione di 3.000 dollari per unità-consumatore
a favore del 20 per cento avente un reddito più basso.
Quand’anche volessimo spingerci fino ad assistere quel
30 per cento di persone che i fautori del New Deal non
si stancavano di dipingere come malnutrite, malvestite
e male alloggiate, le spese del 1961 avrebbero permesso
di assegnare a ciascuna di esse una sovvenzione di qua-
si 2.000 dollari per unità-consumatore. Si tratterebbe
grosso modo di una somma che, dopo aver compensato
la variazione del livello dei prezzi, sarebbe pari al red-
dito che alla metà degli anni Trenta separava il terzo più
povero degli abitanti dai due terzi più abbienti. Oggi-

1. Il risultato è stato ottenuto sottraendo da tutte le sovvenzioni pubbliche (31,3


miliardi di dollari) le prestazioni per i veterani (4,8 miliardi); entrambe le somme
provengono dai conti nazionali del Dipartimento del Commercio. Al risultato
della sottrazione sono stati aggiunti i fondi federali destinati ai programmi di soste-
gno dei prezzi agricoli (5,5 miliardi) e quelli (sempre federali) a favore dell’edilizia
popolare e di altre misure per la casa (0,5 miliardi). I calcoli sono stati fatti sulla
base dei conti del Tesoro per l’anno terminante il 30 giugno 1961, ai quali è stata
aggiunta una maggiorazione di 0,7 miliardi di dollari per arrotondare la cifra e per
tener conto dei costi amministrativi dei programmi federali, dei programmi statali
e locali omessi dal calcolo e per varie ed eventuali. La mia opinione è che il risultato
sia una significativa sottostima del totale effettivo.

287
Capitalismo e libertà

giorno meno di un ottavo delle unità-consumatore del


nostro paese dispone di un reddito (al netto dell’infla-
zione) altrettanto esiguo di quello del terzo più povero
dei cittadini americani negli anni Trenta.
Chiaramente questi programmi farebbero scialac-
quare somme molto più consistenti di quanto potrebbe
essere giustificato dall’obiettivo di “soccorrere i pove-
ri”, anche interpretando tale termine nel modo più ge-
neroso. Un sistema che integrasse il reddito del 20 per
cento più indigente delle unità-consumatore in modo
da portarlo al livello più basso del resto delle unità co-
sterebbe meno della metà di quello che stiamo spenden-
do attualmente.
Il principale svantaggio della mia proposta di impo-
sta negativa sul reddito consiste nelle sue implicazioni
politiche: essa istituirebbe un sistema nel quale alcuni
contribuenti verrebbero sobbarcati di imposte al fine di
finanziare i sussidi a favore di altri, i quali, presumibil-
mente, godrebbero del diritto di voto. Vi sarebbe quindi
il pericolo che un meccanismo in virtù del quale una
consistente maggioranza degli elettori si tassa al fine
di aiutare una minoranza meno fortunata finisca con il
tramutarsi in un sistema che permette a una maggio-
ranza di imporre per il proprio beneficio tasse su una
minoranza recalcitrante. Giacché la proposta rende que-
sto aspetto particolarmente esplicito, il pericolo è forse
maggiore che in altri casi. In effetti non riesco a vedere
quale soluzione possa esservi, se non confidare nella
modestia e nella benevolenza dell’elettorato.
Scrivendo in merito a un problema analogo (le pen-
sioni di vecchiaia), nel 1914 Dicey affermava:

Non v’è dubbio che l’uomo più ragionevole e benevolo


potrebbe chiedersi se mai l’Inghilterra nel suo insieme
trarrebbe vantaggio dal principio che il beneficiario di
un soccorso ai poveri, sotto forma di pensione, debba
convivere con la possibilità per quest’ultimo di conti-
nuare a partecipare alle elezioni per il parlamento.2

2. Arthur V. Dicey, Law and Public Opinion in England, 2ª edizione, Londra,


Macmillan, 1914, p. XXXV.

288
Il soccorso ai poveri

Il verdetto della storia inglese riguardo alla doman-


da di Dicey è a dir poco ambiguo. La Gran Bretagna ha
adottato il suffragio universale senza imporre la perdita
del diritto di voto ai beneficiari di pensioni pubbliche o
di altra assistenza da parte dello Stato. Al tempo stes-
so, si è prodotto un enorme aumento della tassazione
di alcuni a beneficio di altri, fenomeno che ha senz’altro
rallentato la crescita del paese e, quindi, potrebbe avere
annullato i vantaggi per chi ritiene di essere un benefi-
ciario del sistema. Queste misure, tuttavia, non hanno
ancora distrutto le libertà inglesi o il carattere prevalen-
temente capitalista della sua economia. Inoltre, e cosa
più importante, si sono manifestati alcuni segnali che
indicano un’inversione di rotta e un ritorno alla mode-
razione da parte dell’elettorato.

Liberalismo ed egualitarismo
Al cuore della filosofia liberale sta la fede nella di-
gnità dell’individuo, la fede nella sua libertà di sfrut-
tare come meglio crede le proprie capacità e le oppor-
tunità che gli si presentano, con la sola riserva di non
poter violare la libertà altrui di comportarsi in maniera
analoga. Tutto ciò equivale ad avere fede, in un senso,
nell’uguaglianza di tutti gli uomini e, in un altro, nella
loro ineguaglianza. Ciascun individuo ha pari diritto
alla propria libertà. Si tratta di un diritto importate e
fondamentale proprio perché gli uomini sono diversi,
e ciascuno di essi potrebbe desiderare di utilizzare la
propria libertà in modo diverso da come farebbero gli
altri con il risultato che, così facendo, potrebbe contri-
buire più di altri alla cultura generale della società in
cui egli vive.
Un liberale, quindi, deve saper distinguere chiara-
mente l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità da
una parte, e l’uguaglianza materiale o l’uguaglianza dei
risultati dall’altra. Egli può accogliere con favore il fatto
che una società libera tende a produrre una maggiore
uguaglianza materiale di ogni altro tipo di società mai
sperimentata, ma riterrà questo fenomeno alla stregua
di un felice sottoprodotto di una società libera e non la

289
Capitalismo e libertà

sua giustificazione più importante. Un liberale favori-


rà qualsiasi misura che favorisca tanto la libertà quanto
l’uguaglianza, come i provvedimenti miranti a eliminare
il potere di monopolio e a migliorare il funzionamento
del mercato. Analogamente, considererà la carità priva-
ta a favore dei meno fortunati un esempio dell’uso più
opportuno della libertà dei singoli e potrebbe approva-
re gli interventi statali miranti ad alleviare la povertà,
ritenendoli un modo più efficace per mezzo del quale
il grosso della comunità può raggiungere un obiettivo
comune. Ma questa approvazione sarebbe sempre con-
cessa a malincuore, nella consapevolezza di avere sosti-
tuito un’azione obbligatoria a una volontaria.
Anche chi è animato da principi egualitari potrebbe
condividere questa posizione, ma non si accontentereb-
be e vorrebbe spingersi più oltre. Il fautore dell’eguali-
tarismo difenderebbe la pratica di prendere agli uni per
dare agli altri non come un mezzo più efficace grazie al
quale “gli uni” possono realizzare l’obiettivo prefissato,
ma per motivi di “giustizia”. A questo punto l’ugua-
glianza si trova in netto conflitto con la libertà e si deve
scegliere. In questo senso, non è possibile essere al tem-
po stesso un difensore dei principi egualitari e di quelli
liberali.

290
Capitolo 13

Conclusione

Negli anni Venti e Trenta la grande maggioranza de-


gli intellettuali americani era convinta che il capitalismo
fosse un sistema imperfetto, che soffocava il benessere
economico e, di conseguenza, la libertà e che la speranza
per il futuro risiedesse in un maggior grado di controllo
diretto ed esplicito delle attività economiche da parte
delle autorità pubbliche. La conversione degli intellet-
tuali a questa fede non venne prodotta dall’esempio
offerto da una società collettivista reale, anche se cer-
tamente venne accelerata dalla creazione in Russia di
una società comunista e dalle radiose speranze riposte
in essa. La conversione degli intellettuali venne causata
dal raffronto tra la realtà esistente, con tutte le sue in-
giustizie e i suoi difetti, e una ipotetica società ideale. Il
reale veniva confrontato con l’ideale.
All’epoca non era facile fare altrimenti. È vero che
l’umanità aveva conosciuto molte epoche di controllo
dall’alto e di particolareggiati interventi da parte dello
Stato nelle attività economiche. Tuttavia si era verificata
un’autentica rivoluzione nella politica, nelle scienze e
nella tecnologia. Certamente, si sosteneva, con la strut-
tura politica democratica e con gli strumenti e la scien-
za disponibili oggigiorno si sarebbe potuto fare molto
meglio di quanto non fosse possibile nelle epoche pre-
cedenti.
La mentalità di quegli anni è ancora viva e vegeta.
Esiste ancora la tendenza a ritenere che qualsiasi inter-

291
Capitalismo e libertà

vento pubblico sia auspicabile, ad attribuire tutti i mali


al mercato e a giudicare ogni nuova proposta di am-
pliamento del controllo statale nella sua formulazione
ideale, per come potrebbe funzionare se venisse gesti-
ta da individui capaci e disinteressati, del tutto liberi
dalle pressioni dei gruppi d’interesse. I fautori del go-
verno limitato e della libera impresa sono ancora sulla
difensiva.
E tuttavia la situazione è cambiata. Oggi possiamo
avvalerci di un’esperienza pluridecennale degli effetti
degli interventi dello Stato. Non è più necessario met-
tere a contrasto il funzionamento effettivo del mercato
con il funzionamento ideale dell’intervento statale, ma
possiamo confrontare la realtà concreta dei due sistemi.
In tal caso risulta evidente che, per quanto grande
possa essere il divario tra il funzionamento concreto e
quello ideale del mercato, esso è niente in confronto alla
disparità tra gli effetti reali degli interventi dello Stato e
quelli previsti dai loro fautori. Chi, oggi, può intravede-
re una speranza per l’avanzamento della libertà e della
dignità umana nella soffocante tirannia e nel dispotismo
che predomina nella Russia sovietica? Nel Manifesto del
Partito Comunista Marx ed Engels scrivevano: «I prole-
tari non hanno da perdere che le loro catene. Hanno un
mondo da guadagnare». Chi, oggi, può pensare che le
catene che cingono i proletari dell’Unione Sovietica sia-
no più leggere di quelle che pesano sui proletari negli
Stati Uniti, o in Gran Bretagna, in Francia, in Germania
o in qualsiasi altro Stato occidentale?
Se spostiamo il nostro sguardo più vicino a casa no-
stra, iniziamo a chiederci quale delle grandiose “rifor-
me” degli ultimi decenni ha raggiunto i propri obietti-
vi? Quale delle buone intenzioni dei loro fautori è stata
realizzata?
La regolamentazione delle ferrovie, in teoria attuata
al fine di tutelare il consumatore, si è rapidamente tra-
sformata in uno strumento in virtù del quale le compa-
gnie ferroviarie potevano tutelarsi dalla concorrenza di
nuovi rivali – ovviamente a spese dei consumatori.
L’imposta sul reddito comportava inizialmente ali-

292
Conclusione

quote assai ridotte, ma ben presto, convertita in un


mezzo per redistribuire il reddito a favore delle classi
meno abbienti, è diventata una misura di facciata ed è
sempre più costellata di scappatoie e di cavilli che ren-
dono pressoché inefficaci le aliquote (sulla carta) forte-
mente progressive. Un’aliquota unica del 23,5 per cen-
to sull’imponibile attuale frutterebbe un gettito pari a
quello che si ottiene con aliquote che spaziano dal 20 al
91 per cento. Un’imposta sul reddito che in teoria avreb-
be dovuto ridurre l’ineguaglianza e favorire la diffusio-
ne della ricchezza, in pratica ha incentivato il reinve-
stimento degli utili societari, favorendo così la crescita
della grande impresa, ostacolando il funzionamento del
mercato dei capitali e scoraggiando la fondazione di
nuove imprese.
Le riforme in campo monetario, realizzate allo sco-
po di favorire la stabilità dell’attività economica e dei
prezzi, hanno acuito l’inflazione durante e successiva-
mente la Prima Guerra Mondiale e, in seguito, hanno
assecondato un grado di instabilità superiore al passato.
Le autorità monetarie create da queste riforme sono le
principali responsabili della trasformazione di una acu-
ta recessione economica nella catastrofe della Grande
Depressione nel periodo 1929-33. Un sistema costituito
principalmente per evitare il caos nel sistema bancario
ha causato il panico più grave della storia degli Stati
Uniti.
Un programma di sostegno all’agricoltura avente lo
scopo di assistere gli agricoltori indigenti e di eliminare
le presunte inefficienze nell’organizzazione dell’agri-
coltura è diventato un motivo di scandalo per la nazio-
ne, con i suoi sprechi di denaro pubblico, la distorsione
dell’uso delle risorse, l’imposizione sugli agricoltori di
controlli sempre più pesanti e particolareggiati, l’inter-
ferenza con la politica estera degli Stati Uniti e, in cam-
bio di tutto ciò, ha fatto ben poco per aiutare gli agricol-
tori più poveri.
Un programma di edilizia popolare mirante a mi-
gliorare le condizioni abitative dei più poveri, a ridur-
re la delinquenza giovanile e a contribuire all’elimina-

293
Capitalismo e libertà

zione dei quartieri degradati, in realtà ha peggiorato le


condizioni in cui abitano i meno abbienti, ha contribuito
all’aumento della delinquenza giovanile e ha reso più
diffusi i bassifondi.
Negli anni Trenta, per gli intellettuali, l’espressione
“mondo del lavoro” era sinonimo di “sindacati”: la fede
nella purezza e nella virtù delle organizzazioni sinda-
cali era pari a quella nella famiglia e nella maternità.
Sono state approvate le leggi più diverse per sostenere i
sindacati e favorire rapporti lavorativi “equi”. La forza
delle organizzazioni sindacali non ha fatto che aumen-
tare, ma negli anni Cinquanta il termine “sindacato” era
diventato quasi una parolaccia: non è più sinonimo di
“mondo del lavoro” e non viene più considerato auto-
maticamente dalla parte del bene.
Sono state promulgate le più svariate misure di pre-
videnza sociale al fine di far sì che l’assistenza venisse
equiparata a un diritto e fosse eliminata la necessità di
un soccorso diretto. Oggi milioni di persone ricevono
sussidi e prestazioni dal sistema di previdenza sociale,
ma il loro numero continua a crescere e i fondi destinati
all’assistenza diretta continuano ad aumentare.
La lista potrebbe continuare: il piano di acquisto
dell’argento negli anni Trenta, le centrali elettriche pub-
bliche, i programmi di assistenza allo sviluppo del do-
poguerra, la Federal Communications Commission, i
piani di riqualificazione urbanistica, il programma di
accumulo di scorte. Tutti questi programmi, così come
numerosi altri, hanno avuto effetti decisamente diversi
(e sovente del tutto opposti) a quelli previsti.
Vi sono state eccezioni: le autostrade che attraversa-
no il paese, le maestose dighe che imbrigliano grandi
fiumi, i satelliti messi in orbita intorno alla Terra, sono
altrettanti tributi alla capacità del governo federale di
mobilitare ingenti risorse. Il sistema scolastico, con tutti
i suoi difetti e nonostante i possibili miglioramenti che
potrebbero venire facendo entrare in gioco le forze del
mercato, ha accresciuto le opportunità disponibili ai gio-
vani americani e ha contribuito ad ampliare la libertà.
La scuola è un testamento dello spirito di servizio delle

294
Conclusione

decine di migliaia di persone che hanno servito nei con-


sigli scolastici e della disponibilità da parte della citta-
dinanza di sopportare una tassazione relativamente pe-
sante per quello che essa considerava un fine pubblico.
La legislazione antitrust che fa capo allo Sherman Act,
con tutti i minuziosi problemi gestionali e amministra-
tivi che comporta, per il solo fatto di esistere ha favorito
la concorrenza. Le misure di sanità pubblica hanno con-
tribuito alla riduzione delle malattie infettive, mentre
i provvedimenti miranti all’assistenza hanno alleviato
sofferenze e indigenza. Le autorità locali hanno spesso
offerto strutture essenziali alla vita della comunità. L’or-
dine pubblico è stato mantenuto, anche se in più di una
grande città l’assolvimento di questa fondamentale fun-
zione di governo è stato lungi dall’essere soddisfacente.
Come cittadino di Chicago parlo per esperienza.
Se andiamo a tirare le somme, non v’è dubbio che
il quadro sia considerevolmente deludente. La maggior
parte delle iniziative intraprese dai poteri pubblici nei
decenni scorsi non ha raggiunto gli obiettivi prefissati.
Gli Stati Uniti hanno continuato a progredire e i loro cit-
tadini hanno a disposizione alimenti, abiti, case e mezzi
di trasporto migliori che nel passato. Le distinzioni so-
ciali e di classe si sono ridotte. Le minoranze sono meno
svantaggiate e la cultura popolare ha fatto grandi passi
avanti. Tutto ciò è stato l’esito dell’iniziativa e della pas-
sione di individui che hanno cooperato per il tramite
del libero mercato. I provvedimenti pubblici hanno solo
ostacolato questo progresso. Se abbiamo potuto permet-
terci di pagare il costo di queste misure e di neutraliz-
zarne gli effetti negativi è solo grazie alla straordinaria
fecondità del mercato. I progressi realizzati in virtù del-
la mano invisibile sono stati più forti degli arretramenti
causati dalla mano, ben visibile, del governo.
È un caso che un gran numero delle riforme pub-
bliche attuate negli ultimi decenni siano fallite, che le
luminose speranze si siano ridotte in cenere? Dobbiamo
credere che il problema sia che le riforme difettavano in
qualche particolare?
Io credo che la risposta sia chiaramente negativa: il

295
Capitalismo e libertà

difetto fondamentale di queste riforme è che esse cercano


di avvalersi dei poteri pubblici per obbligare gli indivi-
dui ad agire contro i loro interessi immediati al fine di
promuovere un presunto interesse generale. Gli inter-
venti pubblici cercano di risolvere questo presunto con-
flitto di interessi (o meglio, questa differente concezione
dell’interesse) non tanto istituendo una cornice comune
in grado di eliminare il conflitto, né convincendo ciascun
individuo a perseguire altre finalità, bensì obbligandoli
ad agire in modo contrario ai propri interessi. L’interven-
to pubblico sostituisce ai valori dei diretti interessati i va-
lori di perfetti estranei: ciò avviene facendo sì che gli uni
possano dire agli altri quale sia il loro vero bene, oppure
mettendo le autorità nella posizione di sottrarre ad alcu-
ni i loro beni a beneficio di altri. Queste misure, quindi,
vengono contrastate da una delle forze più energiche e
creative note all’umanità: il tentativo da parte di milioni
di individui di promuovere i propri interessi, di vivere
la propria vita in accordo con i propri valori. Questo è il
principale motivo che ha fatto sì che gli interventi pubbli-
ci abbiano sovente avuto effetti opposti a quelli previsti.
Si tratta inoltre di uno dei principali punti di forza della
società libera e ci permette di capire come mai le normati-
ve pubbliche non siano riuscite a soffocarlo interamente.
Gli interessi di cui parlo non sono semplicemente me-
schini interessi egoistici, anzi, essi comprendono l’intero
ventaglio di valori cari agli esseri umani e per i quali essi
sono disposti a spendere la propria fortuna e a sacrifica-
re la vita. I tedeschi che hanno perso la vita per opporsi
ad Adolf Hitler stavano perseguendo quelli che, nella
loro opinione, erano i loro interessi. Così avviene per chi
dedica tempo e fatica alle più diverse attività caritative,
educative e religiose. È ovvio che interessi di tal fatta oc-
cupano un posto importante solo per pochi, ma una del-
le virtù di una società libera è che essa concede a questi
interessi la massima libertà d’azione e non li subordina
ai gretti interessi materialisti che dominano la vita del-
la gran parte dell’umanità. È proprio per questo motivo
che le società capitaliste sono meno materialiste di quelle
collettiviste.

296
Conclusione

E perché allora, se consideriamo l’evidenza dei fatti,


l’onere della prova deve ricadere su chi si oppone a nuo-
vi interventi pubblici e cerca di ridurre il ruolo – già fin
troppo prominente – dello Stato? La risposta si può tro-
vare nelle parole di Dicey:

Gli effetti positivi dell’intervento statale, specialmente


sotto forma legislativa, sono diretti, immediati e, per
così dire, visibili, mentre i suoi effetti nefasti sono gra-
duali e indiretti e non si trovano sotto gli occhi di tutti.
[…] La maggior parte delle persone, per giunta, non
tiene conto del fatto che gli ispettori pubblici possono
essere incompetenti, sbadati e occasionalmente anche
corrotti. […] Ben pochi capiscono il fatto innegabile
che l’assistenza statale soffoca il senso di autonomia
dei singoli. Per tutti questi motivi la maggior parte
dell’umanità vede necessariamente – e ingiustificata-
mente – di buon occhio l’intervento dei poteri pubbli-
ci. Questa propensione naturale può essere contrastata
solo dall’esistenza, in una determinata società, […]
dell’inclinazione o del pregiudizio a favore della liber-
tà individuale, ossia del laissez faire. Pertanto, il sem-
plice declino della fede di poter badare a se stessi (e
che tale declino abbia avuto luogo è certo) è di per sé
sufficiente a spiegare l’aumento della legislazione ten-
dente verso il socialismo.1

Oggigiorno la conservazione e l’ampliamento del-


la libertà sono minacciate su due fronti. Una delle due
minacce è chiara ed evidente: si tratta della minaccia
esterna proveniente dai sinistri uomini del Cremlino
che promettono di seppellirci. L’altra minaccia è di gran
lunga più sottile: si tratta della minaccia interna posta da
quei benintenzionati che vogliono riformare noi e la no-
stra società. Insofferenti della lentezza della persuasione
e dell’esempio per realizzare i grandiosi mutamenti so-
ciali che immaginano, costoro sono ansiosi di avvalersi
del potere dello Stato per raggiungere i propri fini e sono
convinti della propria capacità di ottenere lo scopo. Ciò

1. Arthur V. Dicey, Lectures on the Relation between Law and Public Opinion in
England during the Nineteenth Century, Londra, Macmillan, 1914, pp. 25-78.

297
Capitalismo e libertà

nonostante, se essi riuscissero a ottenere il potere al qua-


le ambiscono, non solo non riuscirebbero a realizzare i
loro obiettivi immediati, ma creerebbero uno Stato col-
lettivista dal quale si ritrarrebbero con orrore e del quale
sarebbero le prime vittime. La concentrazione del potere
diventa innocua in virtù delle buone intenzioni di chi la
realizza.
Disgraziatamente le due minacce si rafforzano a vi-
cenda. Anche se riusciremo a evitare un olocausto nucle-
are, la minaccia posta dal Cremlino ci impone di desti-
nare una parte sostanziosa delle nostre risorse alle spese
militari. Il fatto che il governo sia l’acquirente di una par-
te considerevole della produzione del paese (e il solo ac-
quirente della produzione di un gran numero di società
e di comparti economici) sta concentrando già adesso un
pericoloso grado di potere economico nelle mani delle
autorità politiche, sta mutando l’ambiente nel quale ope-
rano le imprese e i criteri pertinenti per il loro successo e,
in questi come in altri modi, mette a repentaglio il libero
mercato. Non possiamo evitare questo pericolo, ma lo
rendiamo inutilmente più acuto continuando a tollerare i
diffusi interventi pubblici in settori che non hanno alcuna
relazione con la difesa della nazione e attuando sempre
nuovi programmi pubblici, dall’assistenza medica per gli
anziani all’esplorazione lunare.
Come ebbe a dire una volta Adam Smith: «In ogni
nazione vi sono molte cose che possono condurre alla
rovina». La struttura fondamentale dei nostri valori e
la rete di libere istituzioni possono sopportare molte di
esse. Sono convinto che saremo in grado di conservare
e ampliare la nostra libertà a dispetto dell’entità dei pro-
grammi militari e dei poteri in campo economico già con-
centrati a Washington, ma potremo farlo solo se ci rende-
remo conto della minaccia che dobbiamo affrontare, solo
se convinceremo i nostri concittadini che le libere istitu-
zioni offrono verso i fini che essi cercano una via più cer-
ta, seppure talvolta più lenta, del potere coercitivo dello
Stato. I barlumi di cambiamento che sono già visibili nel
firmamento politico sono un presagio incoraggiante.

298
Mercato, Diritto e Libertà Arnold Kling,
La sanità in bancarotta.
Richard Epstein, Perché ripensare i sistemi
Mercati sotto assedio. sanitari
Cartelli, politiche
e benessere sociale Andrea Giuricin,
Alitalia.
Benjamin Constant, La privatizzazione infinita
Conquista e usurpazione
Alberto Mingardi
Paul H. Rubin, (a cura di),
La politica secondo Darwin. La crisi ha ucciso il libero
L’origine evolutiva della libertà mercato?
Peter T. Bauer, Nicholas Eberstadt
Dalla sussistenza allo scambio. e Hans Groth,
Uno sguardo critico L’Europa che invecchia.
sugli aiuti allo sviluppo La qualità della vita
può sconfiggere il declino
Fred Foldvary,
Beni pubblici John B. Taylor,
e comunità private. Fuori strada.
Come il mercato può gestire Come lo Stato ha causato,
i servizi pubblici prolungato e aggravato
la crisi finanziaria
Sergio Ricossa,
Straborghese Kevin Dowd,
Abolire le banche centrali
Vernon L. Smith,
La razionalità nell’economia. Stephen Goldsmith
Fra teoria e analisi sperimentale e William D. Eggers
Governare con la rete.
Jonathan R. Macey, Per un nuovo modello
Corporate Governance. di pubblica amministrazione
Quando le regole falliscono
Gabriele Pelissero
Milton Friedman, e Alberto Mingardi
Capitalismo e libertà (a cura di),
Eppur si muove
Policy Come cambia la sanità in
Europa, fra pubblico e privato
Václav Klaus,
Pianeta blu, non verde.
Cosa è in pericolo: il clima
o la libertà?
Report
Andrea Giuricin
e Massimiliano Trovato
(a cura di),
La telefonia mobile
e il laboratorio Italia.
Primo rapporto sulla telefonia
mobile in Italia
Carlo Stagnaro
(a cura di),
Indice delle liberalizzazioni
2009
Piercamillo Falasca
(a cura di),
Dopo!
Come ripartire dopo la crisi
Carlo Stagnaro
(a cura di),
Indice delle liberalizzazioni
2010
L’Istituto Bruno Leoni (IBL), intitolato al grande filosofo
del diritto Bruno Leoni (1913-1967), nasce con l’ambizione di
stimolare il dibattito pubblico, in Italia, esprimendo in modo
puntuale e rigoroso un punto di vista autenticamente liberale.
L’IBL intende studiare, promuovere e divulgare gli ideali
del libero mercato, della proprietà privata e della libertà di
scambio.
Attraverso la pubblicazione di libri, l’organizzazione di
convegni, la diffusione di articoli sulla stampa nazionale e
internazionale, l’elaborazione di brevi studi e briefing
papers, l’IBL mira a orientare il processo decisionale, ad
informare al meglio la pubblica opinione, a crescere una
nuova generazione di intellettuali e studiosi sensibili alle
ragioni della libertà.
L’IBL vuole essere per l’Italia ciò che altri think tank sono
stati per le nazioni anglosassoni: un pungolo per la classe
politica e un punto di riferimento per il pubblico in generale.
Il corso della storia segue dalle idee: il liberalismo è un’idea
forte, ma la sua voce è ancora debole nel nostro Paese.
IBL Libri è la casa editrice dell’Istituto Bruno Leoni.
Volti ad approfondire la dimensione teorica dei dibattiti
sulla libertà individuale e sulla giustizia, i volumi della col-
lana Mercato, Diritto e Libertà si caratterizzano per il rigore
con cui difendono la tradizione liberale più coerente. L’obiet-
tivo è di offrire i migliori strumenti intellettuali alle giovani
generazioni, favorendo quel mutamento del dibattito cultu-
rale che è premessa indispensabile a un’efficace difesa delle
libertà minacciate e ad una riconquista di quelle perdute.

Istituto Bruno Leoni


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Finito di stampare nel mese di agosto 2010 da
FVA – Fotoincisione Varesina

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