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Illibro

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REDDIE MERCURY È STATO IL PIÙ GRANDE FRONTMAN DI TUTTI I TEMPI.

Ma anche il più misterioso. Il suo genio musicale e la sua incomparabile

creatività gli hanno fatto conquistare l’adorazione di milioni di fan, eppure pochifinoa oggihannopotutopenetrarenelsuoprivato,conoscerelesueoriginio addirittura incontrarel’uomo chelui stesso temeva di essere.In questa eccezionale biografia la giornalista musicale Lesley-Ann Jones, fin dai primi anni Ottanta a stretto contatto con i Queen e il loro entourage, scandaglia il mito, sfrondando chiacchiereepettegolezziperportareallalucelapersonalitàdiunindividuotimidoe affascinante, deciso a sperimentare ogni eccesso – compresi quelli che gli abbrevieranno drammaticamente la vita – pur di esprimersi. Il testo ripercorre gli eventi fondamentali dell’esistenza del cantante, dai giorni in cui era solo Farrokh Bulsara,ungiovaneafro-indiano,allaconsacrazionedellarockstarFreddieMercury. LanascitaaZanzibar,lasolitudinedelcollegioinIndia,lafugaaLondra,ilsuccesso planetario della band e la tragica morte per AIDS: nessun evento viene tralasciato nella ricerca della verità sulla persona e sull’artista. Un racconto documentato, avvincenteericcodianeddoticherivelalarigidaeducazione,eiconseguentisensidi colpa,dacuinacquelasessualitàconfusacheportòFreddiealegarsiprofondamente

siaauominisiaadonne;lapassionedivoranteperlamusica;iltormentoel’euforia allaradicedicanzonirimastenellastoria;ilperiodocrucialeincuiunaspettacolare performance al Live Aid catapultò il gruppo di nuovo al centro della scena. Nessun’altra biografia può vantareunaccesso diretto a cosìtantefigurechiave,tra cui amanti, famigliari, amici, dirigenti, musicisti, addetti stampa, fotografie produttori. Un resoconto appassionato non solo di come quel ragazzino trasformatosi in leggenda vedeva se stesso, ma anche di come il mondo vedeva FreddieMercury.Il ritratto definitivo di una dellefigurepiù complesseeamatedei nostritempi.

L’autrice Lesley-AnnJonesèunagiornalistaeopinionistainglese,daoltre venticinque anni nel mondo della musica e

L’autrice

Lesley-AnnJonesèunagiornalistaeopinionistainglese,daoltre venticinque anni nel mondo della musica e dell’industria discografica. Autrice di numerosi libri, documentari e trasmissioni,viveaLondra. www.lesleyannjones.com

LESLEY-ANNJONES

I WILL ROCK YOU

FREDDIE MERCURY LA BIOGRAFIA DEFINITIVA

TraduzionediDadeFasic

LESLEY-ANNJONES I WILL ROCK YOU FREDDIE MERCURY LA BIOGRAFIA DEFINITIVA TraduzionediDadeFasic

Permiamadreemiopadre

PerMia,HenryeBridie

Introduzione

Montreux

ALL’EPOCA non scrivemmo nulla. Prendemmo nota, mentalmente, come si faceva allora, per poi scarabocchiare appunti alla toilette prima che l’alcol cominciasse a fare effetto. Certo, avevamo i registratori, ma non potevamo usarli:eranounmezzosicuroperuccidereunaconversazionesulnascere,in particolar modo se ti trovavi in una situazione compromettente, in cui non eraunabuonaideadichiararsigiornalista. Noitre–unpaiodiscribacchinieunpaparazzo–cieravamosfilatidalla festa per la stampa che furoreggiava al centro conferenze perché volevamo farci una birra in tranquillità nell’unico pub sul corso principale di Montreux. Un posticino intimo e tranquillo, il White Horse si chiamava, soprannominatoBlancGigi. PercasoFreddie era lìquella sera, insieme con un paiodiamici, forse svizzeriofrancesi, con ipantaloniattillati. Quelpub inglese era uno dei suoi locali preferiti, e lo sapevamo. Freddie non aveva bisogno di guardie del corpo, ma di sigarette sì. Il nuovo giornalista dell’Expresscheeraconnoieraunfumatoreincallitoeavevasempreconsé almenoquattropacchetti. Le nottieranolunghe perigiovanireporterdello showbusiness.Eravamopreparati. Non era la prima volta che incontravo Freddie. Ci eravamo già visti in diverse occasioni. Ero stata un’appassionata di rock fin dall’infanzia: avevo incontratoDavidBowieaundiciannieJimiHendrixeramortoilgiornodel mio compleanno, nel 1970 (doveva essere stato un segno; che cosa non lo era?). Ero stata iniziata alla musica elettrizzante e complicata dei Queen nell’estate successiva al mio ultimo anno di scuola, grazie alle sorelle Jan e Maureen Day, due fan, quando miero ritrovata a viaggiare con loro su un pullman ansimante diretto a Barcellona e alle spiagge della Costa Brava.

Erano gli anni in cui tutti avevano una chitarra e un plettro che era appartenutoaGeorgeHarrison. Ma il mio destino non era diventare una nuova Chrissie Hynde o una nuovaJoanJettedaiprimianniOttantaavevocominciatoascriveredirock epopperilDailyMail,ilMailonSunday,ilsuosupplementoYou, e ilSun. Ero una giornalista in erba dell’Associated Newspapers quando avevo incontrato i Queen per la prima volta. Un bel giorno del 1984 ero stata speditaaintervistare Freddie e BriannegliufficidellabandaNottingHille da allora era nata una frequentazione asimmetrica: loro ti chiamavano, tu andavi. A ripensarci ora, gli anni successivi furono surreali. Lo show business era più semplice allora: artisti e giornalisti viaggiavano spesso insieme, condividendoaereie limousine; alloggiavamoneglistessialberghi, pranzavamo agli stessi tavoli, insieme facevamo feste infernali nelle città di mezzomondo. Un ristretto numero di quelle amicizie è durato nel tempo. Oggi non è più così. Troppi manager, agenti, promoter, pubblicitari, dipendenti delle case discografiche e tirapiedi vari, tutti sulle spine. E se non lo sono, fanno finta.Ènellorointeressetenerequellicomenoidietrolabarriera.All’epoca, invece, con un po’ di faccia tosta entravamo ovunque, con o senza il pass laminatoche diceva ACCESS ALL AREAS. Anzitalvolta nascondevamoinostri lasciapassare, solo per tenerci allenati: intortare le guardie era parte del divertimento. L’anno precedente avevo visto i Queen a Wembley per il Live Aid dal backstage–ogginonmilascerebberonemmenodareunasbirciatina–enel 1986 ero stata invitata a una serie di date del Magic Tour. A Budapest, avevo partecipato a un ricevimento esclusivo in onore della band all’ambasciata britannica e avevo visto il loro storico spettacolo dietro la Cortina di ferro, in Ungheria, che probabilmente è stato il loro migliore momentolive inassoluto. Mipiace pensare che eroparte integrante diquel mondo, che non ero altro se non una ventenne magra e lentigginosa come tante,innamoratadelrock’n’roll. Ciò che mi sorprendeva sempre, ogni volta che lo vedevo, era quanto Freddie fosse più magrodicome loricordavo. Forse era la sua dieta a base di nicotina, vodka, vino, cocaina e adrenalina. Quando si esibiva era così imponente,cheloimmaginavialtrettantonellavitareale.Nonloeraaffatto.

Al contrario, era abbastanza minuto, tenero e con l’aria da bambino. Ti scatenava l’istinto materno e faceva lo stesso effetto a tutte le ragazze, propriocome l’androginoBoyGeorge deiCulture Club,che eradiventatoil cantante preferitodalle casalinghe dopoaveropportunamente «confessato» dipreferireunabuonatazzaditèalsesso. Al White Horse, Freddie si stava guardando intorno mormorando «siga…» in quel suo accento rapido e asciutto, e vagamente effeminato. Quellaseraalpubpensaichequell’uomoeraungrovigliodicontraddizioni. Lontano dai riflettori poteva essere umile e alla buona tanto quanto sul palcoapparivaarrogante e pienodisé. Più avanti, loudiimormorare «pipì» con una vocina da bambino e osservai incantata uno dei suoi amici accompagnarlo alla toilette. Era fatta: ero cotta di lui. Avrei voluto portarmeloa casa, immergerloin un bagnocaldo, chiedere a mia madre di cucinargliunbell’arrosto.Aripensarciora,eraovviochequellagrandestella

del rock sapesse andare al gabinetto da solo, ma sarebbe stato un obiettivo troppovulnerabileinunbagnopubblico. Roger Tavener, il nuovo dell’Express, gli offrì una Marlboro. Freddie esitòprimadiaccettare: avrebbe preferitounaSilkCut. Ciosservòdallasua postazione con vago interesse mentre scambiammo qualche battuta con gli habitué. Forse proprio perché non gliprestammo troppe attenzioni, ritornò danoiperun’altrasigaretta.Allora,dov’erachealloggiavamo?AlMontreux Palace,rispostaesatta.Freddieciavevavissuto,inunasuitepersonale.Luie

i Queen erano proprietari dei Mountain Studios, l’unico studio di

registrazione in quella seriosa località di villeggiatura svizzera. All’epoca i MountaineranoritenutiimiglioristudiinEuropa.Toccavaaluioffrire.Un altrogirodiqualsiasicosaavessimobevutoprima. «Ovviamente sapete chisono», disse, dopoun’oretta, con un barlume di

consapevolezza negli occhi d’ebano. Naturale: era proprio per lui che ci trovavamo lì. Qualche vodka tonic prima, forse ci avrebbe anche

riconosciuti. Mandati dai nostri direttori a partecipare al Rose d’Or, il festival internazionale del varietà televisivo, dovevamo occuparci anche del suo evento collaterale, un gran galà del rock ampiamente seguito da varie emittentitelevisiveechepernoierasolounascusaperspassarcelaunpo’. Avevamo pensato che Freddie non volesse essere infastidito, invece era

in vena dichiacchiere. In linea dimassima non frequentava noigiornalisti.

Dopoessere statoridicolizzatoe citatoerroneamente più volte inpassato, si

fidava dipochinelnostroambiente. David Wigg, all’epoca responsabile per lospettacolodelDailyExpress e anche luipresente a Montreux, era un suo grandeamico.Moltospessoeraluiaotteneregliscoop. Stavamo diventando speciali, buttando all’aria la possibilità di un’intervista ufficiale (e ne eravamo consapevoli). Prima del mattino, Freddie ciavrebbe scoperto e, peggio ancora, ci avrebbero scopertianche il suo management e i suoi addetti stampa. Avendo superato il limite (così avrebbero pensato) probabilmente non saremmo mai più riusciti ad avvicinarlo. Quelloera il suobar, il suoterritorio. Nonostante ciò, appariva vulnerabile e nervoso, molto diverso dalla grande star che pensavamo di conoscere. «È per questo che vengo qui», disse. «Siamo solo a due ore da Londra, ma posso respirare, pensare, scrivere, registrare e andarmene a spasso; e credochesiapropriodiquestocheavròbisognoneiprossimianni.» Condividemmo. Mostrammo solidarietà per il tormento della celebrità, anche se era unproblema suo, noncertonostro. Cercavamodicontrollarci, di apparire tranquilli e rilassati. Aspettando che il nostro istinto omicida si placasse, quelloche voleva farcicorrere altelefonopercomunicare ainostri direttoriloscoopdell’anno,cioècheeravamoriuscitiainchiodarelastarpiù ricercata delrockinuna bettola svizzera, ingollammounpaiodibicchierini extraeattendemmo.Eraun’opportunitàinestimabile.IoeTavenereravamo complici novelli, volevamo far colpo l’una sull’altro e per giunta le testate per cui lavoravamo erano acerrime rivali. In teoria, avremmo dovuto guardarciconreciprocosospettoegirarciintornocomeduepescecani. Rassicurammo Freddie e gli dicemmo che eravamo abituati a lavorare con le celebrità, che sapevamo tutto sulla privacy: la prima cosa che le persone famose sacrificano e l’ultima che si rendono conto di rivolere. Questocommentotoccòiltastogiusto. Freddiefissòlavodkanelsuobicchiere,scuotendolo. «Sapete, è proprio questo che mi tiene sveglio la notte», rifletté. «Ho creatounmostro.Quelmostrosonoio.Nonpossoincolparenessunaltro.È ciò che volevo fin da piccolo. Avrei ammazzato per avere tutto questo. Qualsiasi cosa mi accada è colpa mia. È ciò che volevo. È quello che cerchiamotutti: successo, fama, soldi, sesso, droga…tuttoquelche vuoi. Io ce l’ho. Ma ora inizio a capire che anche se l’ho creato io, voglio sfuggirgli.

Comincioapreoccuparmi,pensodinonpoterlocontrollaretantoquantolui controllame. «Quando salgo sul palco, cambio», ammise. «Mi trasformo totalmente nel‘grandeshowman’,ilmiglioreditutti.Edicocosìperchésonocostrettoa esserlo.Nonpotreimaiaccontentarmidiesseresecondo,piuttostorinuncio. Devo pavoneggiarmi, devo afferrare il microfono in un certo modo. E mi piace farlo. Come mi piaceva guardare Jimi Hendrix che spremeva il suo pubblico. Anche lui era così, e i suoi fan lo adoravano per questo. Ma lontanodalpalcoeraabbastanzatimido.Forsesoffrivaperché,nonvolendo deludere le aspettative, anche lontano dai riflettori tentava di essere quel

personaggio trasgressivo che in realtà non era. Quando salgo lassù è come fare un’esperienza extracorporea. È come se mi vedessi dall’alto e pensassi:

Cazzo, che figo. Poi mi rendo conto che sono io: Okay Freddie, adesso mettiamociallavoro «Certo che è una droga», proseguì. «Uno stimolante. Ma è difficile quandolagente miriconosce perstrada e vuole quelloche ha vistolassù: il ‘grandeFreddie’.Iononsonolui,sonomoltopiùtranquillo.Alloracerchidi separare la tua vita privata da quella pubblica, altrimenti diventi

schizofrenico. Temo che sia questo il prezzo da pagare

Non

fraintendetemi, non sonoun ‘poveroragazzoricco’. La musica è quelloche mitiragiùdallettolamattina.Sonodavverofortunato.» Cosacipotevafare? «Sto facendo un dramma per niente, vero?» Di colpo, uno sprazzo del grande Freddie. «Soldia palate, adulazioni, una casa a Montreuxe una nel quartiere più riccodiLondra. Possocomprare aNewYork, Parigi, ovunque voglia. Sono viziato. Il tizio sul palco può fare quello che desidera. Il pubblicole vuole. Iomipreoccupodicome andràafinire», confessòinfine.

«Dicosa significhifarparte diuna delle band più famose del mondo. Èun ruolo che comporta certi problemi. Significa che non puoi farti una passeggiatadovevuoioandareaprendertiuntèconlepasteinundelizioso localedelKent.Devosempresoppesarequestecose.Èunviaggiobellissimo, emipiace,vel’assicuro.Maavolte…» Uscimmo, nel cuore della notte. Freddie e un paio di amici stavano in unavillainmontagna,che secondoluinascondevaantichitesori,alcunidei qualitrafugatidainazistidurantelaguerra.L’ariafrizzanteodoravadipino. LeAlpiilluminatedallalunagettavanoombresulleacquesonnacchiose.

Era ovvio che Freddie adorasse quel suo rifugio svizzero: una bomboniera in riva al lago, famosa per il festival jazz, i vigneti, Nabokov e Chaplin,eperSmokeontheWater, l’inconfondibile branodeiDeepPurple, composto in un albergo del posto nel dicembre del 1971. Era ispirato a un fattosuccessoduranteunconcertodiFrankZappa:unfanavevaincendiato il casinò per errore, sparando un razzo segnaletico. L’edificio bruciò, e mentre il fumo volteggiava sul lago Roger Glover contemplò la scena dalla suacamera,conilbassoaportatadimano. «Gettate le mie spoglie mortali nel lago quando non ci sarò più», disse Freddiescherzando.Loripetéalmenoduevolte. La conversazione cadde sull’importanza di godersi le cose semplici della vita, evitando accuratamente di menzionare il fatto che, grazie al suo patrimonio,potevapermettersidirealizzarequalsiasifantasiachelepersone comunipossonosolosognare. Che cosa ne facemmodiquell’«esclusiva»? Nulla. Non scrivemmonulla. Ciservìsoloacapirequalcosainpiù. Freddie e i suoi amici erano brave persone. Era stata una serata piacevole. Lui era stato onesto. Probabilmente non si fidava affatto di noi. Sapeva chi eravamo, deve avere immaginato che l’avremmo fregato. Forse voleva che lo facessimo, perconfermare la sua convinzione che i giornalisti erano tutti cattivi. Lui in particolare, fra tutte le rockstar, era abituato a essere tradito, specialmente da quelli come noi. Anche se forse non lo capimmo allora, oggi il suo comportamento appare sensato. Può darsi che sentisse diavere igiornicontati. Dicertoviveva come se non vifosse alcun domani. Forse aveva oramai deciso di rinunciare a qualsiasi cautela, imprigionatocom’era dalla sua stessa fama. Proprioperché sapevamoche si aspettava il peggio da noi, io e Tavener concordammo di commettere un’infrazione punibile con il licenziamento: non avremmo venduto le sue confidenzeincambiodiunmiserotitolosuinostririspettivigiornali. L’alba cominciava a luccicare sulle punte ammantate di neve. I suoi colorivivacipunteggiavanol’acquadellago, mentre rientravamoinalbergo. Nessunoparlò.Nonc’erapiùnulladadire.Tavenerfumòl’ultimasigaretta.

«Lamusicarockèdiimportanzacapitale»,sostieneCosmoHallstrom,un celebre psichiatra che ha trascorso quarant’anni a lavorare con i ricchi e

famosi. «Rappresenta la cultura al punto in cui è oggi. Vi gira molto denaro, il che la rende una carriera desiderabile. È un fenomeno che non può essere ignorato.Unifica,creaunlegamecomune. «Il rock’n’roll è immediato. Parla di emozioni grezze, primordiali, non mediate, e lo fa con concetti semplici e ribaditi a fondo. È irresistibile, non lopuoiignorare.Nonpuoievitarediessernescosso.Dovrestiesseresordo,e forse nemmeno in quel caso… Parla a un’intera generazione. Le dona una conferma,comenessun’altracosapotrebbefare.» «Essere un artista significa gridare ‘aiuto’», mi ribadisce Simon Napier- Bell, il più famigerato manager del settore. E se c’è qualcuno che può saperlo, è proprio lui: ha composto alcuni dei grandi successi di Dusty Springfield, ha trasformato Marc Bolan, gli Yardbirds e i Japan in nomi familiaria tutti, ha inventatogliWham! e ha convertitoGeorge Michael in una superstar solista. Napier-Bell non usa mezzi termini, in particolare su questoargomento. «Gli artisti sono persone terribilmente insicure. Desiderano disperatamenteesserenotati.Sonoallaricercacostantediunpubblico.Sono costrettiaesserecommerciali,cosacheodiano,machesecondomemigliora la loro ‘arte’. E hanno anche tutti lo stesso passato, il che è fondamentale. PeresempioEricClapton: quandol’hovistolaprimavoltahopensato: Non è unartista, è solounmusicista. Nellaband diJohnMayallsuonavadando le spalle alpubblico, tantoeratimido. Mapoisiè evolutoe allorahocapito che era davveroun artista. Era cresciutosenza ilpadre, con una sorella che gli faceva da madre, e una nonna che chiamava mamma. Gli artisti hanno sempreinfanziesegnatedaabusi,almenointerminidicarenzeaffettive.Per questo provano un bisogno disperato di successo, amore e attenzioni. Tutti glialtriprimaopoirinunciano.Perché,lasciachetelodica,èorribileessere una star. È bello ottenere il tavolo migliore al ristorante, ma poi mentre mangi c’è qualcuno che ti interrompe ogni trenta secondi. È un incubo. Eppure le star accettano di buon grado queste cose. Fanno parte del pacchetto. «Di solito sono persone squisite quando le incontri la prima volta», prosegue. «Ma hanno un lato oscuro. Quando hanno preso da te tutto ciò che possono, non gli servi più e ti sputano via. Io sono stato sputato via tante volte, ma non me ne frega niente. Le capisco, so che cosa provoca

questareazione. Nonserve aniente offendersioarrabbiarsiperché unastar

ti ha trattato male. Sono quel che sono. Hanno tutti avuto qualche trauma

psicologicodapiccoli. Possogarantire che, se siindaganellaloroinfanzia, si

scoprecos’èstato.Checosapuòdartiquelbisognocosìdisperatodiapplausi

e adulazioni? Che cosa può farti vivere una vita schifosa, una vita che non potrai mai definire davvero tua? Nessuna persona normale vorrebbe mai essereunastar,pertuttoildenarodelmondo.» «Freddie Mercury ha fatto la cosa più importante di tutte», controbatte Hallstrom.«Èmortogiovane.Anzichédiventareunacheccagrassa,gonfiae presuntuosa, è cadutonelfiorfiore degliannie saràricordatoaquell’etàin eterno.Nonèunbruttomodoperandarsene.» Questaèlasuastoria.

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LiveAid

Conquestoconcertostiamofacendoqualcosadiconcretoche

aiuteràlagenteaguardare,ascoltaree,speriamo,adonare.Se

cisonopersonechemuoionodifame,questoèunproblemadi

tutti.[…]Talvoltamisentoimpotenteequestaèun’occasione

perfarelamiaparte.

FREDDIE MERCURY

ErailpalcoscenicoperfettoperFreddieMercury:

ilmondointero.

BOBGELDOF

UNA volta i politici erano anche grandi oratori, una capacità che in questo secolo si è ridotta in maniera drastica. Sorprendentemente, il rock’n’roll è ancora uno dei pochi ambiti in cui un singolo artista, o un gruppo, può tenere inpugnounpubblicoenorme, catturandomigliaia dipersone conla voce. Gliattorinon possono farlo. I dividella televisione non siavvicinano nemmeno. Forse è questo che rende la rockstar l’ultima grande figura carismatica dei nostri tempi. Il pensiero mi balenò nel backstage del Live Aidmentreerodietroilsipario,conilbassistadegliWhoJohnEntwistleela sua fidanzata Max. Stavamo guardando Freddie esibirsi in una calura soffocante davanti a quasi ottantamila persone, più chissà quanti spettatori davantiaiteleschermi(sonostatefattemoltestimenegliannisuccessivi,ma si passa da «quattrocento milioni in quasi cinquanta Paesi via satellite» a «un miliardo e novecento milioni in tutto il mondo»). Con nonchalance,

arguzia, sfrontatezza e sensualità, Freddie diede tutto se stesso. Restammo ammaliati.Ilruggitoassordantedeglispettatoriannullavaqualsiasitentativo dirivolgersia loro, ma Freddie noncifece caso. Ilmagnetismoconilquale incantò il pubblico fu così potente e tangibile che lo si poteva inspirare. Dietro il palco, i nomi più leggendari del rock smisero di chiacchierare per guardare il rivale che rubava loro la scena. Freddie sapeva quel che faceva. Per diciotto minuti, quell’improbabile re e la sua «regina» dominarono il mondo.

La fortuna è casuale. Bob Geldof che scarabocchia sul suo diario in un taxi, un giorno come tanti: fortuna. Era il novembre del 1984. Dalle profondità del suocervello, un «campodibattaglia dipensiericonflittuali», comelodescrisseluistesso,emerseropochestrofechebenprestoavrebbero scosso il mondo. Poco prima, Geldof aveva visto un servizio di Michael Buerk sulla terribile carestia in Etiopia, trasmesso dal notiziario della BBC. Scioccato dalle immagini che mostravano una sofferenza di proporzioni bibliche,sierasentitoinsiemeraccapricciatoeimpotente,mentrel’istintogli diceva che doveva impegnarsi, anche se ancora non sapeva come. Poteva fare quello che gli riusciva meglio: mettersi a tavolino e scrivere un tormentone, per poi devolvere i proventi a Oxfam, l’organizzazione che da anni si batte contro la povertà e l’ingiustizia. Ma all’epoca il suo gruppo punk irlandese, i Boomtown Rats, era oramai in declino; non aveva un brano nella TopTen dal 1980. L’apice era stato raggiunto con I Don’t Like Mondays, che era stata numero uno nel 1979. Geldolf sapeva che un singolo di beneficenza avrebbe venduto molto se fosse uscito sotto Natale, ma soloa pattoche fosse realizzatoda un artista famoso. Quindisitrattava ditrovare uncollega bendispostoe convincerloa registrarne uno, oancora meglio diconvincere un’intera galassia dicantantia collaborare a un unico brano. Parlò con Midge Ure degli Ultravox, quella settimana sarebbe stato ospite su TheTube, un programma musicale di Channel 4 presentato dalla fidanzata (e in seguito moglie) di Geldof, Paula Yates, oggi scomparsa. Midge accettòdimusicare ilbranoe diorchestrare qualche arrangiamento. Poi Geldof contattò Sting, il cantante dei Duran Duran Simon Le Bon e GaryeMartinKempdegliSpandauBallet.

Più i giorni passavano, più il fantastico elenco di star si allungava e finì per comprendere, fra gli altri: Boy George, Frankie Goes To Hollywood, Paul Weller degli Style Council, George Michael e Andrew Ridgeley degli Wham! e Paul Young. Anche Francis Rossi e Rick Parfitt degli Status Quo accettarono prontamente. Phil Collins e le Bananarama seguirono a ruota. David Bowie e Paul McCartney, che avevano altri impegni, assicurarono il loro contributo a distanza, da mixare sul brano in seguito. Sir Peter Blake, artista di fama internazionale e noto per la leggendaria copertina di «Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band», fu reclutato per creare la grafica del disco. Nacque Band Aid. Il nome era volutamente allusivo: come l’omonimo cerotto, anche questa band era un aiuto. Stavolta, peril mondo intero. Do They Know It’s Christmas? fu registrato gratuitamente ai Sarm West

StudiosdiTrevorHornaNottingHill,aLondra,il25novembre1984euscì

doposoliquattrogiorni. Quella settimana il primo posto in classifica era occupato da Jim Diamond, lo straordinario cantante scozzese, con una stupenda ballad, I ShouldHaveKnown Better. Sebbene ilgruppodiDiamond, iPhD, avessero avutouna hitnel1982 con I Won’tLetYou Down, il cantante non era mai andato al numero uno come solista. Anche per questo la sua casa discografica restò distucco quando lui, con un gesto diestrema generosità, dichiarò in un’intervista: «Sono felicissimo di essere numero uno, ma la settimana prossima non voglio che la gente compriil mio disco. Voglio che compriquellodelBandAid». «Non potevocrederci», raccontòGeldof. «Anch’ionon andavoal topda cinque anni, dunque sapevo quanto gli costasse dire quelle cose. Aveva appena buttato via il suo primo successo per aiutare gli altri. Era un gesto davverogeneroso.» La settimana successiva, DoThey KnowIt’s Christmas? schizzò al vertice nel Regno Unito, vendendo più di tutti gli altri brani in classifica messi insieme e diventando il singolo più venduto in minor tempo nel Paese fin dall’istituzione della classifica nel 1952. Un milione di copie sparì dagli scaffali nella prima settimana, e il brano restò al primo posto per cinque settimane. Divenne il singolo più venduto del Regno Unito di tutti i tempi (più di tre milioni e mezzo di copie), interrompendo i nove anni di supremazia di Bohemian Rhapsody, il capolavoro dei Queen. Sarebbe stato

superato solo nel 1997 da Candle In the Wind / Something About the Way You Look Tonight, il singolo che Elton John reincise come tributo per la scomparsadellaprincipessaDiana. «I Queen erano chiaramente delusi per non essere stati invitati», ammetteSpikeEdney,sessionmancheavevaseguitolabandindiversitour in qualità di «quinto membro», collaborando a tastiere, voci e chitarra ritmica, e siera fatto un nome suonando periBoomtown Ratsnonché per unasfilzadialtrigruppifamosi. «All’epoca ero in tour proprio con i Rats, e lo dissi a Bob. Fu allora che misvelòdivolerorganizzareungrandeconcertoeaggiunsecheinquelcaso avrebbe sicuramente chiesto ai Queen di partecipare. Ricordo che pensai:

Balle.Èpazzo.Noncelafaràmai.» Ma la reazione dell’industria discografica alsuccessodiGeldof suggeriva altrimenti. Sull’immediata scia di Band Aid arrivò il contributo americano alla campagna diaiuti: il supergruppoUSA forAfrica con il 45 giriWe Are theWorld,scrittodaMichaelJacksone LionelRichie,e prodottodaQuincy Jones e Michael Omartian. La session di registrazione riunì alcuni dei musicisti più leggendari del mondo: si tenne agli A&M Studios di Hollywood nel gennaio del 1985 e con un cast stellare che comprendeva DianaRoss, Bruce Springsteen, SmokeyRobinson, CyndiLauper, BillyJoel, Dionne Warwick, Willie Nelson e Huey Lewis. In totale vi presero parte oltre quarantacinque tra ipiù rinomatiartistiamericani. Ad altricinquanta sidovettediredino.Quandoipresceltiarrivaronoallostudio,trovaronoun cartellocheliinvitavaalasciareilproprioegoall’ingresso.Furonopoiaccolti da Stevie Wonder: con fare sbarazzino li informò che se la canzone non fosse risultata perfetta al primo colpo, lui e Ray Charles – due ciechi – li avrebbero personalmente riaccompagnati a casa in macchina. Il disco vendetteoltreventimilionidicopie,diventandoilsingolopoppiùdiffusoin minortempoinAmerica. I Queen erano da poco riemersi dalle disastrose polemiche seguite alla pubblicazione di «The Works» in America, quando Geldof alzò la posta nella sua campagna di beneficenza annunciando il più ambizioso progetto nellastoriadelrock.Siccomeeranostatiignoratiperilsingolo,iQueennon pensavano di essere messi in cartellone. Con il senno di poi, sembra paradossale. Eppure, nonostante i quindici anni di carriera, un catalogo impareggiabile di album, singoli e video, diritti d’autore per miliardi, una

collezione deipiù prestigiosiriconoscimentimusicali, e grazie a una tecnica

in grado di spaziare tra rock, pop, opera, rockabilly, disco, funk e folk, la stelladeiQueenparevaoramaialtramonto. Laband erastatalontanadalla patria per un periodo considerevole (dall’agosto 1984 al maggio 1985) per promuovere «The Works»; il giro di concerti aveva fatto tappa anche al

festivalRockinRio(gennaio1985),doveiQueenavevanosuonatodalvivo

davantiatrecentoventicinquemilafan.Mailtourerastatoafflittodadiversi problemi. Correva voce che i membri del gruppo avrebbero preso strade diverse. «Erano alla deriva, e si vedeva», conferma Edney. «I tempi erano cambiati,sieraaffermatoungeneremusicaledeltuttonuovo.Imperversava ilnew romantic: Spandau Ballete DuranDuran. Successoe fallimentonon conoscono spiegazioni e tantomeno garanzie. Le cose andavano male da un po’ per i Queen, specialmente in America. C’erano problemi con l’etichetta statunitense. Erano sfiduciati. Forse si rinfacciavano un po’ a vicendaquestedifficoltà.Echinonfarebbealtrettanto?» «Ehi, la gente litiga», incalza il loro amico Rick Wakeman, gran maestro delletastiere,exmembrodegliStrawbsedegliYes. «Inungruppoè normale avere contrasti. Ècomprensibile. Inquale altro mestiereseicostrettoastaresempreinsieme?Intoursifacolazioneinsieme, sivaalavorareinsieme,sipranzaesicenainsieme.L’unicomomentoincui

eneanchesempre.Perquantofortesial’amicizia,arrivail

seisoloèaletto

giorno in cui ti dici: Se quello si gratta la testa una volta ancora, gli pianto un coltello in pancia. Devi imparare a dare agli altri il loro spazio e viceversa. Se fai la musica giusta, non importa se uno si incazza, uno si infognaconladroga,unostasulpalcoafareleproveeunaltrovaavedersi una partita di calcio. Metti insieme una band di quattro o cinque persone

estremamentecreative,chefannocosemagnificheconlaloromente,leloro manielelorovoci,erischiifuochid’artificio.Sottoquestoaspetto,iQueen noneranodiversidatuttiglialtri.» Nel 1982, dopo un tour per promuovere «Hot Space», il loro sconcertante album«dance»privodichitarre, Freddie Mercury, BrianMay, Roger Taylor e John Deacon si erano praticamente sciolti per concentrarsi su progettiindividuali, inparticolarmodoBrianconEddie VanHalensullo Star Fleet Project e Freddie sul suo album solista. Nell’agosto del 1983, si eranodinuovoriunitia LosAngelespercollaborare a «The Works», illoro

decimoalbumin studioe ilprimoa uscire su CD. RadioGa Ga era stato il primosingoloestrattodall’LP.«TheWorks»contenevaancheunpezzohard rock, Hammer to Fall, una ballad malinconica, Is This the World We

e I Want to Break Free. Quest’ultima era stata promossa da un

video controverso in cui i Queen si erano travestiti da donne parodiando una scenetta domestica tratta dalla soap opera inglese Coronation Street. Anche se ilsingoloavevariscossounenorme successonelRegnoUnitoe in altriPaesi, il videoaveva offesol’America più conservatrice e la band siera alienatamoltifan. Peggio ancora, nell’ottobre del 1984 i Queen avevano infranto il boicottaggio culturale promosso dalle Nazioni Unite nei confronti del Sud Africa (lo stesso fecero Rod Stewart, Rick Wakeman, gliStatusQuo e altri) esibendosi in pieno regime di apartheid a Sun City (il grande resort, con tanto di casinò e golf club annessi, del magnate Sol Kerzner) nel Bophuthatswana.Ladecisioneavevaattiratoasprecritichedapiùfrontiegli eracostataunamultael’espulsionedallaMusicians’Union,l’organizzazione disettoredeimusicistibritannici.PerunartistanatoinAfricacomeFreddie l’intera faccenda era ridicola, ma le polemiche sarebberocessate solocon la fine della segregazione razziale nel 1993, un anno prima dell’elezione di Nelson Mandela alla presidenza del Sud Africa, quando i Queen erano oramaidiventatigrandisostenitoridelleaderdell’ANC. «Ero dalla parte dei Queen quando decisero di suonare in Sud Africa», afferma Wakeman. «Anch’io avevo fatto un concerto nel bel mezzo dell’apartheid,conun’orchestracompostadazulù,indianiebianchi. «SuonaiJourney to the Centre of the Earth laggiù e la stampa inglese mi mise in croce. Cercai di spiegare le mie ragioni, ma non vollero ascoltarmi. La musica non è ‘bianca’ o ‘nera’, è solo un’orchestra, un coro. Suonare lì non significava sostenere il regime. Anche George Benson c’era andato. E Diana Ross. Com’è che gli artisti di colore potevano esibirsi e i bianchi no? Era un’idea razzista in sé. Shirley Bassey aveva liquidato la cosa con: ‘Che cazzo,sonomezzaneraemezzagallese,chemalec’è?’CosìquandoiQueen andarono in Sud Africa, li applaudii in tutto e per tutto. Puntarono un riflettore sulla stupidità diquella faccenda e attiraronol’attenzione sulfatto chelamusicanonhaconfinidisesso,culturaorazza.Èpertutti.» Il «jukeboxglobale» diLive Aid sarebbe andato in scena su due enormi palcoscenici il 13 luglio 1985. Furono prenotati lo stadio di Wembley e lo

Created ?

stadio John F. Kennedy di Filadelfia. L’organizzazione dell’evento si rivelò unautenticoincubologistico. «Quando Bob venne nel mio ufficio per la prima volta a parlarmi di quest’evento, pensai che stesse scherzando», ricorda il promoter Harvey Goldsmith. «Nel 1985 non c’erano nemmeno i fax, figuriamoci computer, cellulari o altri aggeggi. Lavoravamo con telex e linee fisse. Passammo un pomeriggio intero con una grande mappa dei satelliti e un paio di vecchi compassi, cercando di capire dove il satellite si sarebbe trovato in un dato momento. E poi, quando andammo alla BBC, Bob batté i pugni sul tavolo dicendo: ‘Voglio diciassette ore di diretta’; era una cosa rivoluzionaria. Quando la BBC accettò, usammo il suo avallo per persuadere le reti televisive di tutto il mondo a fare altrettanto. Era la prima volta che succedeva una cosa del genere. Il mio compito era mettere insieme i vari pezziefarsìchetuttofunzionasse.» Poicifulasfidadiconvincereipiùgrandinomidelrock,alcunideiquali avevano già contribuito alla registrazione dei singoli di beneficenza, a esibirsi per raccogliere altri fondi destinati ai bisognosi. L’evento voleva essereunaplatealerappresentazionedellafratellanzamusicaleaigovernanti dituttoilmondochenonavevanoalzatounditoperlacarestiaafricana. Come affermaFrancisRossidegliStatusQuo: «Eravamole teste dicazzo del rock’n’roll che si davano una mossa. Se ci ripenso mi arrabbio. Credo chesetuttiavesseropartecipato,seavessimocompresolaportatadiquelche stavamo per fare, avremmo potuto convincere le compagnie petrolifere, le varie BP e Shell e le altre, a fare la loro parte. Avremmo potuto raccogliere venti volte tanto. Non ditemi che i governi non avrebbero potuto fare una legge per aggirare i problemi della pubblicità e così via. Tutte le grandi imprese avrebbero potuto partecipare e il risultato sarebbe stato mega. All’epoca,però,esploravamounterritoriovergine.OggivediamoilLiveAid con occhi diversi. Comunque sia, tutto il merito è di Bob. È riuscito a fare qualcosachepochialtriavrebberosaputofare». EcomefeceGeldofaconvincereiQueen? «Bob mi pregò di chiedergli se ci stavano, ed ebbi l’opportunità di farlo mentre eravamo in tournée in Nuova Zelanda», racconta Edney. «Mi risposero: ‘Perché nonce lodomanda luidirettamente?’Spiegaiche temeva un rifiuto. Non erano molto convinti, ma dissero che avrebbero preso in

considerazione l’idea. Riferii a Bob, che a propria volta contattò Jim Beach [ilmanagerdeiQueen]inviaufficiale.» InseguitoGeldofspiegòcomeliavevapersuasi. «Stanai Jim, che era in qualche posto in riva al mare, e gli dissi: ‘Senti, Cristo santo, cosa c’è che non va?’ Jim disse: ‘Oh, sai, Freddie è molto suscettibile’.Allorarisposi:‘Di’aquellavecchiacheccachequestosaràilpiù grande eventodituttiitempi, unacosagrandiosa’. Allafine mirisposerodi sì,cheavrebberosenz’altropartecipato.EquandosalironosulpalcodelLive Aid, furono i migliori in assoluto, a prescindere dai gusti personali. Quel giorno, suonarono meglio di tutti, avevano il suono migliore e sfruttarono finoinfondoiltempoalorodisposizione. Avevanocapitoallaperfezione la mia idea: fare un jukebox globale, come l’avevo chiamato io. Salirono sul palco e sfoderarono una hit dopo l’altra. Fu incredibile. Ero su, proprio nell’area degli organizzatori, quando all’improvviso udii quel suono e pensai:Dio,machiè?» Geldof non poteva sapere, così come nessun altro alle 18.40 di quel pomeriggio,chepocoprimadellaperformancedeiQueen,illorotecnicodel suono, James Khalaf detto «Trip», era andato a «dare una controllatina all’impianto»eavevamanipolatofurtivamenteilimiter. «Abbiamo suonato con il volume più alto di tutti al Live Aid», confessò Roger Taylor. «D’altronde, se suoni in uno stadio, il pubblico devi sovrastarlo!» «Andai fuori», disse Geldof, «e vidi che erano i Queen. Guardai giù la folla impazzita. Furono strepitosi. Erano contentissimi dopo, Freddie in particolare. Era il palcoscenico perfetto per lui: il mondo intero. E aveva potuto fare la checca sul palco cantando We Are the Champions e tutto il resto.Erailmassimoperlui.» «Non conoscevamo affatto Bob», osservò John Deacon in una rara intervista.«PerDoTheyKnowIt’s Christmas?aveva sceltoartistiemergenti. Per il concerto voleva parecchi pezzi grossi. La nostra prima reazione fu incerta: venti minuti, senza sound check! Quando fu chiaro che la cosa si sarebbe fatta, discutemmo se partecipare o no. Avevamo appena finito il tour in Giappone e durante una cena in albergo decidemmo di accettare. Quel giorno mi sentii orgoglioso di lavorare nel mondo della musica. Di certo non ti capita sempre di sentirti così! Ma quel giorno fu davvero fantastico, tutti accantonarono la rivalità. Fu ottimo anche per il nostro

morale,perchécidimostròquantoseguitoavessimoinInghilterraechecosa potessimoancoraoffrirecomeband.» «Non ci fu nulla di magico nell’organizzazione del nostro intervento», ammetteEdney. «Ci riunimmo tutti per decidere quali brani suonare e alla fine arrivammo all’idea di fare un medley di successi. Non è una novità: se hai un mucchio di canzoni e non sai scegliere è l’unica cosa sensata da fare. Tutto qui a parte il tempismo perfetto, ovviamente. Ogni membro della band è un perfezionista pazzesco e menomale. Sirivelòla carta vincente, quelgiorno.» «I Queen provarono e riprovarono nello Shaw Theatre di Euston Road per un’intera settimana, mentre altri salirono sul palco e improvvisarono», raccontaPeter«Phoebe»Freestone,l’assistentepersonalediFreddie. «Eccoperchéfuronoimiglioriquelgiorno.RicordolostuporediFreddie quando attaccò Radio Ga Ga e vide migliaia di mani alzarsi e battere all’unisono. Restò sbalordito, non aveva mai visto nulla di simile. Avevano semprefattoquelpezzoalbuio.» Tuttavia Edney ha un ricordo un po’ diverso e sostiene che Freddie era «in modalità avanti tutta», e che lui e la band avevano affrontato l’evento senza agitarsi. Da quel che vidi, devo concordare. Fu l’apice dei Queen, quellopercuiavevanocostruitotuttalalorocarriera. «Nel backstage regnava una sorta di caos organizzato», ricorda Edney. «Tutti erano fin troppo simpatici e aperti. Nessuno diceva cattiverie, né cercava diemergere suglialtri. Finché iQueen salironosulpalco, pareva di stare a un bel picnic estivo. Il che significa che i Queen abbiano fatto i furbetti o premeditato chissà che. Si comportarono come erano abituati a fare, aspettandosi la medesima cosa. Rimasi esterrefatto quando sentii certi artisti suonare il loro ultimo singolo: quello non era il loro pubblico! I Queennonlofecero, silimitaronoaseguire le direttive diBob, ossiacreare

‘il più grande concerto rock di tutti i tempi’, come spesso viene chiamato oggiLive Aid. In realtà cosa significa? Che una band all’apice della carriera hadatoilmegliodiséehaspaccatoilculoatuttiglialtri.»

tranne i Queen», ricorda Pete Smith,

coordinatore mondiale dell’evento e autore del documentario Live Aid. «Seguii la performance sui monitor nel backstage. La BBC aveva installato dei televisori in tutta l’area degli artisti. Insieme con gli orologi ordinati da

«Nessuno era pronto

Harvey, quei monitor ci tenevano aggiornati sul procedere dell’evento. I Queen stracciarono il manuale e lo riscrissero in venti minuti. Ci fu un effettotangibile.Dopodiloro,LiveAidentròinebollizione.» Ilgruppoeraall’apicedalpuntodivistamusicaleetecnico(nonc’erapiù nessuna grande rock band professionista in giro in quegli anni), eppure la suareputazionesullascenamondialeeraormaiindeclino.Lapopolaritàera diminuita a causa di una serie di errori, di contrattempi e di un generale mutamento nei gusti musicali del pubblico. I Queen sentivano che i loro giorni migliori erano alle spalle. Lo scioglimento definitivo era una possibilità concreta: l’eventualità era lì sul piatto, ne avevano già parlato. GrazieaLiveAid,tuttociòsarebbecambiato. Allora perché gli osservatori rimasero così sorpresi dalla loro galvanizzanteperformance?NemmenoEdneysaspiegarselo. «IQueeneranocosì!»esclamòridendo.«Eranofamosiintuttoilpianeta per i loro spettacoli eccezionali, perché davano il massimo. Erano dei veterani degli stadi, non certo dei novellini. Quello era il loro habitat naturaleepiùpubblicoc’era,meglioera.Avrebberopotutofareunconcerto a occhichiusi. Francamente furonocolpitida tuttoquellostupore! Perloro il Live Aid fu solo una normale ‘giornata dilavoro’come tante altre. Detto questo, quando siamo scesi dal palco sapevamo che ce l’avevamo fatta. Dopo quel concerto, i Queen scoprirono che il loro mondo era completamentecambiato.» Il PR Bernard Doherty si occupò di tutta la promozione dell’evento tenendoicontatticonimedia. «Sapevamo che dovevamo tenerci buona la stampa, per assicurarci la massima copertura possibile. Avevo solo otto pass per accedere a tutte le aree e centinaia di giornalisti che li volevano. Dovevamo giostrarceli. Dissi loro, uno per uno: ‘Bene, hai quarantacinque minuti di tempo: entra dentro, acchiappaquelche puoie poiesci. Civediamoall’HardRockCafé’, che aveva aperto una ‘succursale’ nel backstage. Pareva un raduno di carovane,conglialloggi-containerdegliartistirivoltiall’internoedEltonche faceva una grigliata lì in mezzo, perché non gli piaceva il menù del Café. David Baileyallestìilsuostudiofotograficoinunangolinopuzzolente; non ne era molto orgoglioso. Nessuno era in condizioni ideali, tutto era stato allestitoinquattroe quattr’otto, ma inunmodoonell’altrofunzionò. Tutti

entrarononellospiritodella manifestazione e quasituttilasciaronoa casa il proprioego.Sì,funzionò.» All’epoca Doherty aveva anche David Bowie tra isuoiclienti, perciò era costrettoaoccuparsianchedeibisognidelcantante. «Èsempre unpo’snervante quandodeviseguire iltuoartistae fare altro al tempo stesso; due lavori contemporaneamente. Anzi nel mio caso, quel giorno, circa diciotto lavori contemporaneamente. Non scorreva più tanto amore fra David ed Elton; era evidente che avevano litigato. David uscì bene dalla sua performance. E così Elton. L’unico musicista che David fu davvero contento di rivedere fu Freddie. Erano felicissimi di ritrovarsi di nuovoinsieme. Simiseroa chiacchierare come se sifosserolasciatiilgiorno prima. L’affetto fra di loro era tangibile. David indossava un meraviglioso completo azzurro: era brillante e in forma. Poco prima che toccasse a lui, Freddie glistrizzòl’occhioe disse: ‘Se non ticonoscessimeglio, caromio, ti mangerei’. Non c’è da meravigliarsi che quello salì sul palco con un sorriso enormeinvolto.» Pertuttoilgiorno,Freddierimaserilassato. «Restò seduto a tenere banco, in quel suo modo perfettamente kitsch e insieme affabile», raccontò Doherty. «Sapeva di avere un certo potere sulle persone, ma non per questo si montava la testa. Se fosse stato seduto davanti a una cabina su una spiaggia di Southend-on-Sea, per esempio, avrebbe incantato la gente allo stesso modo. Era una vera star, possedeva quelcertononsoche. JohnDeaconnonsapevinemmenose c’era; dov’era? EnonhovistoBrianMayoRogerTaylorparlarsitraloropertuttoilgiorno. Parevanounacoppiadivorziatacostrettaastareallastessafesta.» FrancisRossinonerad’accordo. «NoncredoallateoriasecondolaqualeiQueenstavanopersciogliersiin quel periodo. A me sembrava che andassero d’accordo, e li conoscevo abbastanza bene. In tutti i gruppi c’è diversità di vedute. Di certo erano unitinelloroimpegnoperlacausadelLiveAid.» Nonostante ciò, nel backstage, le voci di un imminente scioglimento si sprecavano. «Sivedeva»,insistetteDoherty.«Nonquandosalironosulpalco,però.Se avevano delle divergenze, furono abbastanza intelligenti da accantonarle e fare il loro dovere. Andarono là fuori e vinsero. I Queen avevano il wow factor. Cos’altro ciricordiamo del Live Aid? L’audio che sparisce durante il

pezzo degli Who, Bono che va in bambola, perde il filo e confonde i

compagni;quandosonoscesidalpalcoglialtriU2nonglihannopiùrivolto

laparola.» Anche se il Live Aid fu il concerto che affermò gli U2 come un grande gruppodastadioconunavveniredasuperstar,perpocolaloroperformance non fu un fiasco. Non solo suonarono una versione autocelebrativa di quattordici minuti del loro brano sull’eroina, Bad (tratto dall’album del 1984 «The Unforgettable Fire»), ma Bono lo intervallò imprudentemente con frammenti di Satellite of Love e Walk on the Wild Side di Lou Reed, oltrechediRubyTuesdayeSympathyfortheDevildeiRollingStones.Restò soloiltempoperun’altracanzone e cosìdovetterobuttare alle ortiche Pride (In the Name of Love), il loro megasuccesso globale con cui dovevano chiudere l’esibizione. Durante la performance, Bono vide una ragazza che veniva schiacciata dagli spettatori accalcatisi sotto il palco, attratti dal suo stessocarisma.Segnalòfreneticamentelasituazioneagliassistenti,maquesti nonlocapirono.Allorasibuttògiùdalpalcoalladisperata(unsaltodinove metri)persalvarlaluistesso:andòafinirecheballaronoinsiemeperunpo’. L’episodio evidenziò il legame impareggiabile che il cantante sapeva instaurareconilpubblico.Quellabrevedanza,sigillatadaunbacio,divenne un’immagine indelebile delLive Aid, e diconseguenza tuttiglialbumdegli

U2rientrarononelleclassificheinglesi.

Secondo Doherty, «quel giorno, però, pensavano diavere combinato un disastro».AncheSimonLeBonpreselapiùgrandesteccadituttiitempi. «Poi c’erano i critici che sbavavano per Bowie. E poi Phil Collins, che si esibìsiaaWembleysiaalJFKgrazie alConcorde, anche se pensoche molti avrebbero preferito che evitasse, non ultimi i Led Zeppelin, riformatisi in fretta e furia, periqualisuonò la batteria al JFK. Quanto aiQueen, fecero esattamente quel che Bob aveva chiesto loro. Li guardai dalle quinte e rimasi meravigliato. Ero dietro Freddie, vicino al pianoforte, a neanche un metro da lui. Osservai il pubblico con una certa trepidazione: anche il più grandecantantedelmondopuòfallire,senzasapereperché.» Una preoccupazione inutile. I Queen diedero il massimo. Guardandoli, mi vennero in mente molti altri celebri performer: Alex Harvey, il grande cantante glam rock della Sensational Alex Harvey Band; Ian Dury and the Blockheads; MickJagger; ZiggyStarduste gliSpiders. Forse ciòche Freddie dimostrò meglio a Wembley rispetto ad altre occasioni fu di possedere il

talento naturale della star e di sapere come rendere imperdibile uno spettacolo. Mise in campo tutto il genio del vaudeville. Era come se avesse studiato e assimilato i più reconditi segreti di ogni grande artista che lo aveva precedutoe avesse distillatoun po’deirispettivicarisminella propria performance;un’autenticamagia.Eternopavone,Freddiesedussetutti. Non che fosse consapevole di scrivere un pezzo di storia quel giorno, ammise Doherty. «Non quel giorno, no. Avevole cuffie e un walkie-talkie; niente cellulari all’epoca. Ero preoccupato per Dave Hogan e Richard Young, in agitazione perBob e Harvey. Succedeva ditutto, avevo un sacco dicose cuipensare. Ma compresiche iQueen andavanoalla grande, certo:

la folla era impazzita e tutti quelli del backstage avevano smesso di parlare per guardarli. Quella sì che è una cosa strana: non succede mai. Chi c’era prima odopodiloro? Quasinessunolosa. Cosa miricordodiquelgiorno? CheFreddieMercuryèstatoilmigliorcantantedituttoilconcerto.Forsedi tuttiitempi.» David Wigg, storico giornalista che allora scriveva per il Daily Express, eradatempoamicopersonalediFreddie. «Sonostato l’unico della stampa autorizzatoa rimanere in camerino con lui mentre si preparava per il più grande spettacolo del mondo. Era molto rilassatoenonvedeval’oradiuscireafarelasuaparte.» «Suoneremo deipezzicon cuile persone possono identificarsi, vogliamo trasformarequestoeventoinunafesta»,spiegòFreddie. PoiparlaronodegliintentidelLiveAidedell’infanziadiFreddie. «Disse che la prima volta che siera resocontodiessere più fortunatodi molti altri bambini era stato nel collegio inglese in India, dove le terribili condizionidivitadeipoverieranopropriosottoisuoiocchidiragazzino.» «Ma di certo non faccio questo per un senso di colpa», aveva puntualizzato Freddie. «Non mi sento in colpa perché sono ricco. Se fosse così, il problema resterebbe comunque. Purtroppo è una cosa che esisterà sempre.L’ideaallabasediquest’eventoècostringereilmondoadaccorgersi che queste cose continuano a succedere. Con questo concerto stiamo facendo qualcosa di concreto che aiuterà la gente a guardare, ascoltare e, speriamo, a donare. Se ci sono persone che muoiono di fame, è un problemaditutti.» Freddieconfessòall’amicochequandoavevavistounserviziosuimilioni di africani che perdevano la vita per l’inedia aveva dovuto spegnere la

televisione. «È troppo sconvolgente, non riesco a guardare quelle cose. Talvolta mi sento impotente e questa è un’occasione per fare la mia parte. Bob è stato magnifico, perché ha dato il via a tutto. Sono sicuro che ciascuno di noi aveva le potenzialità per tirar fuori una cosa del genere, ma c’è voluto uno comeluipermettereinmotolamacchinaeriunircituttiqui.» Per uno spettatore in particolare quel giorno fu davvero memorabile, perché era il suoprimoconcertorock. JimHutton, il modestoparrucchiere che era diventatoil nuovocompagnodiFreddie pocoprima del Live Aid e che sarebbe stato con lui fino alla fine, non avrebbe certo potuto

immaginare che solo sei anni dopo avrebbe assistito al funerale del suo amato. Portato allo stadio in pompa magna sulla limousine personale del cantante, era la prima volta in assolutoche andava a un concerto, non solo deiQueen. «Quando si dice essere mandati allo sbaraglio», scherzava. «Ero un po’ sconvolto da tutte le superstar, a dire il vero. Ogni membro del gruppo avevalasuaroulotte personale. C’eranotutte le mogli, oltre aifiglidiRoger e Brian. Freddie conosceva tutti. Mi presentò a David Bowie, che in realtà avevo già incontrato una volta prima, perché gli avevo tagliato i capelli, e persino a Elton John, chiamandomi ‘il mio nuovo uomo’. Freddie non dovette prepararsi, ma salì sul palco con quel che indossava quando eravamo usciti di casa: una canottiera bianca con un paio di jeans sbiaditi. Portava anche le sue scarpe da ginnastica preferite, una cintura e un bracciale borchiato. Quando toccò a loro, scolò una grande vodka tonic tuttad’unfiatoedisse:‘Andiamo!’ «Lo accompagnai fino al palco e gli diedi un bacio, augurandogli buona fortuna. Non che ne avesse bisogno. Sentirsuonare quelle canzonidal vivo –un pezzo diBohemian Rhapsody con Freddie al pianoforte, Radio Ga Ga con la folla che applaudiva all’unisono, Hammer to Fall, poi Freddie alla chitarraperCrazyLittleThingCalledLove,WeWillRockYou e WeArethe Champions che rimbombarono come il tuono – per una persona normale come me fu semplicemente sbalorditivo. Poipiù avanti, quand’era già buio, Freddie e Briandinuovosulpalcoinsieme, sololorodue, a suonare quella

bellissima ballad, Is This the World We Created

L’avevano registrata

molto tempo prima del Live Aid, vero? ma era come se l’avessero scritta appostaperl’occasione. Le parole eranoperfette e ilmodoincuiFreddie la

?

cantò fu magico. Mi commosse fino alle lacrime, cosa che peraltro faceva spesso.» Jim, scomparso nel 2010, aveva potuto finalmente vedere il suo compagnoneipannidellarockstar. «Diede tutto se stesso lassù. Mi incantò. Poi quando scese, pareva contento che fosse finita. ‘Grazie a Dio è fatta’, disse ridendo. Un’altra vodka gigante ed era di nuovo calmo. Restammo fino alla fine per salutare tutti,maFreddienonavevavogliadiandareallafestadeldopospettacoloal Legends. Tornammo a casa, a Garden Lodge, come una vecchia coppia sposata,perguardareilrestodell’eventoamericanointelevisione.» Notevole fu l’assenza dei genitori di Freddie i quali, sebbene partecipassero spesso ai concerti inglesi dei Queen, quella volta scelsero di seguirelospettacolodacasa. «Eraunacosacosìenorme che sarebbe statotroppocomplicatoandarci», ricordòlamammadiFreddie,Jer.LeieBomi,ilpadre,restaronoacasaper timore della folla e degli intasamenti previsti intorno allo stadio. «Così lo guardammo in tv. Ero orgogliosissima. Mio marito si girò verso di me e disse:‘Ilnostroragazzocel’hafatta’.» Secondoitecniciincaricatiditrasmettereeregistrarel’evento,l’esibizione di Freddie fu a dir poco sensazionale. Mike Appleton, ex produttore esecutivo di The Old Grey Whistle Test (l’importante serie televisiva della BBC dedicata al rock) ricorda la performance di Mercury come «appassionante». «All’inizionon doveva nemmenopartecipare. I dottorigliavevanodetto che non era in forma. Aveva un terribile mal di gola, a causa di un raffreddore o qualcosa del genere. Non stava abbastanza bene per cantare, maluiinsistette.Einveceallafine,luieBonorisultaronoimigliori. «Fu molto interessante osservare Freddie sui monitor. Restai chiuso in uno studio mobile per tutto il giorno; si soffocava. Stavamo letteralmente creando un programma dal vivo mentre si svolgeva. Alle cinque ci trasferimmo in diretta dal JFK alternando venti minuti là, venti minuti qua… e ora mettiamoci un’intervista, poi un pezzo live registrato in precedenza, unacarrellatadellaprimaorainquest’altrosegmento…Eraun modo entusiasmante di fare televisione, l’unico che mi piace. Freddie semplicemente salì sul palco e si impossessò all’istante della scena, con calmaesanguefreddo,poipassòaimpadronirsidelpubblicointero.

«In quel momentoiQueen non eranoin auge e da temponon avevano prodottoun albumsignificativo. L’esperienza delLive Aid lirimise in pista, anzi ebbe lo stesso effetto sull’industria discografica in generale. Nel complesso, le vendite di dischi aumentarono. Il Live Aid ebbe un effetto corroborantepertuttoilsettore.EsiccomeFreddiefulaverastelladiquella giornata, senza dubbio fu lui l’ingrediente principale di quel ricostituente. Può darsi che a livello emotivo l’evento appartenesse a Bob, ma a livello musicaleerasicuramentediFreddie.» In seguito Appleton ricevette due premi BAFTA per il Live Aid, come produttoreecomemiglioretrasmissioneinesterni. Dave Hogan, che fotografò l’evento, condivide l’opinione di Appleton. «FuronosceltisoloseifotografiufficialiperilLiveAid»,rivelailleggendario fotografo del Sun conosciuto anche come «Hogie» (e che, come la sua testata, non è estraneo a titoloni a effetto: «Maimed By Madonna», «MutilatodaMadonna»,fuilsuomomentodigloria). «Fotografavamo per il libro-souvenir Live Aid, perciò potevamo andare ovunque. Quel giorno tutti capirono che era Freddie la star principale, ma nonfinoaquandononfufisicamentesulpalco.Fuoriscena,Freddienonsi comportava da primadonna, era riservato e signorile nei modi, rispetto a moltialtri Nessunosirese contodel suopotere finché lovedemmolassù. A quel punto, capimmo. Ricordo quando attaccò Radio Ga Ga. Non era nemmeno buio, incantò il pubblico con la sua magia alla luce del sole. Quell’oceanodifanchebattevanolemanieipiediinsiemetidavaibrividi. Per noi era il paradiso: sono quelli i momenti che aspetti. Freddie colse l’attimo e lo fece suo. Ma quel giorno fu pieno di episodi fantastici: Bono chesaltagiùdalpalcotralafolla,laprimaesibizionelivediPaulMcCartney dalla morte di John Lennon. Ciò che vidi fare a Freddie, però, mi lasciò senza fiato. Coinvolse tutti, ogni singola persona presente nello stadio. All’unisono.Nessunaltrociriuscì,primaodopodilui.» E fu così che il fior fiore del rock cantò e ballò per dare da mangiare al mondo. È stato ripetuto fino alla nausea che la performance dei Queen è stata la più entusiasmante, la più commovente, la più memorabile di tutte, superioreaquelladeiloropiùgrandirivali. «Digranlungalapiù straordinaria», concluse ilpresentatore radiofonico Paul Gambaccini. «Sentii un fremito nel backstage quando le teste dei presentisigiraronoversoimonitorcomecanichehannouditounfischio.[I

Queen] rubarono la scena e riconquistarono la loro posizione in vetta; non l’avrebberopersamaipiù.» Glialtrimembridelgruppofuronoiprimiacongratularsiconilcantante. «Noisuonammobene,maFreddiediedeilmassimoeportòl’esibizionea unaltrolivello», disse Brian, contipicamodestia. «Lìsottononc’eranosolo fandeiQueen,maFreddieriuscìastabilireuncontattocontutti.» Riflettendo sull’episodio in una toccante intervista nel quartier generale dei Queen, Brian ribadì il concetto: «Il Live Aid è stato Freddie. Era unico al mondo. Sembrò di vedere la nostra musica scorrere attraverso di lui. Nessuno poteva ignorarlo: Freddie era originale, speciale. Non suonammo soloperinostrifan,maperquelliditutti.Freddiediedetuttosestesso». DellesettecentoquattroesibizionidalvivodeiQueenconFreddie,quella del Live Aid resta la più rappresentativa, il loro vero momento di gloria. L’evento diede alla band l’opportunità di dimostrare che, senza arredi e trucchi di scena, senza luci e attrezzature proprie, fumo o altri effetti speciali, senza nemmeno la magia naturale della luce al crepuscolo e con meno di venti minuti a disposizione per mettersi in gioco, erano i sovrani incontrastatidelrockeavevanoledotinecessarieperscuotereilmondo.Da quel momento in poi avrebbero accettato la verità incontrovertibile che i Queen erano maggiori della somma delle loro parti. Non potevano sapere che il loro momento migliore era già alle spalle. Esultanti e di nuovo uniti per la causa, ogni tentazione di carriera solista archiviata, almeno per il momento, avrebbero presto scoperto che la loro seconda possibilità di un futuroconFreddieavrebbeavutovitatragicamentebreve.

2

Zanzibar

Misvegliavanoidomestici.Afferravounaspremuta,mettevo

unpiedefuoridicasaederoinspiaggia.

FREDDIE MERCURY

Eramoltoriservatosulsuopassato.Nonmihamaidetto

nemmenoilsuoveronome.Avevalacarnagioneleggermente

scura,unincrocioframediorientaleeindiano,perciònon

potevanasconderelesueoriginiesotiche,odiaverealmenoun

genitorestraniero.Forsevolevanasconderlo.Nonperchissà

qualeoscuromotivo,néperchéfosserazzista.Nonsepensia

quantovenerasseJimiHendrix.

TONY BRAINSBY,primoaddettostampadeiQueen

FORSE Freddie pensava che neglianniSettanta ifan non fossero prontiper una rockstar di origini africane e indiane. Oggi non sarebbe un problema, anzi molti lo vedrebbero come un vantaggio: più un artista ha un retaggio culturale e musicale oscuro e mischiato, meglio è. In quegli anni però, le cose erano diverse. Non è difficile immaginare che Freddie ritenesse che il suo passato fosse in contrasto con l’immagine che voleva dare. All’epoca la rockstar per definizione era preferibilmente americana e veniva da posti come la California (i Beach Boys), New York (Lou Reed), la Florida (Jim Morrison), il Mississippi (Elvis Presley) o lo Stato di Washington (Jimi Hendrix). Anche Liverpool andava bene, grazie ai Beatles, così come Londra,perviadiMickJaggereKeithRichardsdeiRollingStones.Biancoe

anglosassone era il pedigree preferito, oppure nero e americano. Per i musicisti, inoltre, era normale sfumare i dettagli del proprio passato, dato chequestocreavaun’auradimisteroeinteresse. Le informazioni sull’infanzia di Freddie erano così contraddittorie che decisidicondurreunanuovaricerca. PresiunvoloperDaresSalaamviaNairobie trovaiunpassaggiosu una barca diretta a Zanzibarin un portopienodisambuchie semplicicanoe da pesca. Era un luogo esotico sotto ogni aspetto. A me, nata in un posto anonimo e banale, il rifiuto di Freddie nei confronti di Zanzibar sembrò enigmatico. Me lo immaginavo intrattenere gli ospiti con racconti orientaleggianti, storie di Alì Babà, Sinbad e avventurosi principi arabi. Perché non l’aveva mai fatto? Doveva esserci una ragione. Un «passato da favola»sarebbestatolaquintessenzadiFreddie.

Zanzibar,pocopiùdiunamacchiolinasulmappamondo,sitrovaappena a sud dell’equatore, allargodelle coste orientalidell’Africa. Se siosserva da vicino, ci si accorge che in realtà le macchioline sono due: una è l’isola principale, Unguja, e l’altra è la più remota Pemba, oggimeta popolare per gli europei in luna di miele. Con il Tanganica, ex colonia prima tedesca e poi inglese, oggi Zanzibar forma la Repubblica Unita di Tanzania. Pur essendo un territorio molto piccolo, le isole hanno patito distruzioni, massacri e corruzione in quantità. Invase nel corso dei secoli da assiri, sumeri, egizi, fenici, persiani e arabi, oltre che malesi, cinesi, portoghesi, olandesie inglesi,lalorostoriapare trattadalle Milleeunanotte. Alcunidi questi conquistatori, soprattutto i persiani shirazi, provenienti dall’odierno Iran meridionale, gli arabi omani e molti anni dopo gli inglesi, decisero di insediarsi e governarle. La civiltà swahili del posto risale alle prime conquiste musulmane. Con l’introduzione dei chiodi di garofano nel 1818, cominciò il commercio delle spezie: zenzero, noce moscata, vaniglia e cardamomoprodottisulleisolefuronoesportatiintuttoilmondo.Iracconti dei missionari e degli esploratori di passaggio nei loro viaggi verso il continentenero,iqualinarravanodifavolosiharem,diintrighidicorteedi epiche fughe d’amore, contribuirono a creare intorno a Zanzibar un’atmosfera romanzesca. In quanto fiorente centro del commercio di avorioe dischiavi, però, ilpostoacquisìanche unareputazione più sinistra.

Prima dell’abolizione della schiavitù nel 1897, circa cinquantamila schiavi l’anno,provenientidaipostipiùremoti,findailaghicentralidelcontinente, passaronoincateneattraversoisuoibarbarimercati. Sulle spiagge di Unguja sorgono gli imponenti palazzi dei sultani, un antico forte arabo con i cannoni arrugginiti, diversi edifici coloniali e le dimoredeiricchimercanti,alcuniinlentorestauro,altriinrovinaoltreogni possibilità di recupero. Dietro questi, si sviluppa un labirinto di bazar e stradine piene di case. Per i primi diciotto anni di vita, un appartamento frontemarediStoneTownfuilluogocheFreddiechiamòcasa. La madre era poco più che una fanciulla quando partorì nell’ospedale pubblico di Zanzibar giovedì 5 settembre 1946, che per caso era anche il giorno del capodanno parsi. Che il minuscolo primogenito di quella diciottenne fosse un maschio fu considerata una benedizione. Quando il padre, Bomi, ricevette la notizia al lavoro, esultò: il suo cognome aveva un futuro. Almenocosìpensava, ignorandole scelte divitache ilfiglioavrebbe compiuto in un futuro ancora lontano. La coppia pensò a un nome per il neonato. Tutti e due erano parsi, ovvero seguaci dello zoroastrismo (una fede monoteistica nata in Persia nel sesto secolo avanti Cristo) e quindi le loro opzioni erano limitate. Scelsero «Farrokh», e con quel nome Bomi registròilfiglioall’anagrafecittadina. «Ricordochiaramente quandonacque Freddie», midisse PervizBulsara, sposata Darunkhanawala, quando la intervistai a casa sua nel quartiere di Shangani.PervizèlanipotediBomi.IlpadrediPervizeilpadrediFreddie, Bomi,eranoduediottofratelli. «Sono nati e cresciuti a Bulsar, un paese a nord di Bombay nello Stato indiano del Gujarat», spiegò. (Bombay è diventata ufficialmente Mumbai solo nel 1995, quando il vecchio nome è stato dichiarato un’eredità indesiderabiledelpassatocoloniale.) «Perquestoportavanoilcognome ‘Bulsara’. Tuttiifratellivenneroquia Zanzibarl’unodopol’altroincercadilavoro. Miopadre trovòunpostoalla Cable and Wireless, Bomi andò a lavorare al tribunale come cassiere per il governo britannico. Quando arrivò a Zanzibar, Bomi non era sposato. Solo dopotornòinIndiaesposòlamadrediFreddie,Jer,aBombay.Poilaportò quienacqueFreddie. «Eracosìpiccolo,comeuncucciolino.Anchequandoeraappenanato,lo portavano qui da noi, lo lasciavano a mia madre e uscivano. Quando

diventòunpo’piùgrande giocavapercasa. Eraunveromonello. Ioeropiù grande e mi piaceva prendermi cura di lui. Era un bravo bambino. Ogni voltachevenivaqui,nonvolevomaicheseneandasse.» Pervizspiegòcome iBulsaraconducesserouna vita sociale relativamente attiva, entro i limiti rigorosi della loro religione e cultura. Con il salario di un modesto impiegato statale in Gran Bretagna, Bomi poteva permettersi una casa comoda con domestici, compresa una ayah (bambinaia) per Freddie, Sabine. La famiglia non mancava di nulla e in casa regnava un’atmosfera di pace e tranquillità. Nel 1952, quando Freddie aveva sei anni,nacquelasorellaKashmira. BomilavoravanelBeit-elAjaib,la«casadellemeraviglie»edificataafine Ottocento dal sultano Sayyid Barghash come palazzo per le cerimonie. Sopravvissuto al cannoneggiamento della flotta britannica, all’epoca era l’edificio più alto di tutta l’Africa orientale e vantava un rigoglioso giardino botanico. Anni dopo è stato ristrutturato e convertito nel principale museo di Zanzibar. Il lavoro di Bomi prevedeva lunghi viaggi nella colonia e in India, un fattoche quasicertamente influenzòla sua decisione dimandare il suo unico figlio in un lontano collegio. Tuttavia c’era anche un’altra questioneinballo:acasalasuaeducazionesarebbestatalimitata.Sebbenei genitoricontinuasseroa praticare lozoroastrismo, a cinque anniFarrokh fu mandato alla scuola missionaria di Zanzibar, gestita dalle suore anglicane. Più intelligente della media, dimostrò una propensione per la pittura e il disegno. «Si trasformò in fretta in un bambino cortese, serio e preciso», raccontò Perviz. «A volte era unpo’dispettoso, ma perlopiù loricordoriservatoe timido. Molto timido. Non parlava molto, anche quando veniva a trovarci con i genitori. Era il suo carattere. Crescendo, non lo vidi più tanto spesso, dato cheerasempreagiocareinstradaoinspiaggiaconglialtriragazzi.» «Da piccolo era felice e amava la musica», ricordava la madre. «Folk, lirica, classica, glipiacevaditutto. Credoche abbiasempre volutodiventare unuomodispettacolo.» Perviz si disse sorpresa quando le spiegai i miei tentativi infruttuosi di ottenere una copia del certificato di nascita del cugino. Nemmeno un appuntamentoconildirettoredeldipartimentoavevaavutoesitopositivo. «Dunque lei è qui per il certificato di nascita di Freddie Mercury?» mi

aveva detto sorridendo. «Non c’è più. Qualche anno fa un’argentina è venuta a cercarlo e le abbiamo dato una copia. Da allora l’originale è scomparso, anche se è stato richiesto più volte, presumo dai suoi fan. Il problema principale è che nel1946 onel1947 nonc’era unarchivioveroe proprio.Soloalcunifoglietticheorasonosparsiingiro.Lefacciovedere.» Dietro il bancone dell’ufficio principale, il direttore rovistò in alcuni schedari e tornò con una manciata di certificati di nascita. Una decina cadderoaterraelìrimasero. «C’è una persona, un certo dottor Mehta, che al momento si trova in Oman, ma che dovrebbe tornare la settimana prossima. So che lui ha una copia del certificato di nascita di Freddie.» Per quanto abbia tentato, tuttavia,nonsonoriuscitaarintracciareildottorMehta. Non tutte le persone che incontrai a Zanzibar condividevano il mio

interesse sulle origini di Freddie Mercury. La bellissima figlia di Perviz, Diana, si mostrò indifferente, insistendo che non le interessava affatto «FreddieMercouri».Perché? «Sen’èandatodaZanzibarquandoeropiccola»,risposealzandolespalle

e arrossendo. «Ha cambiato cognome. Non viveva come noi. Non aveva nullaachespartireconnoi.Nonèmaitornato.Noneraorgogliosodiessere cresciutoaZanzibar.Eraunostraniero.Vivevaun’altravita.» La mia richiesta di ulteriori spiegazioni fu accolta da un rifiuto. Quindi c’eradell’altro. L’atteggiamento di Diana era comune. Sebbene diversi zanzibari oggi sostenganodiabitare nellacasadeiBulsara, nessunoè ingradodiprodurre prove tangibili e nessuno pare davvero interessato a farlo. Come mi spiegò unnegozianteindiano:«Nonsoniente,enessunosaniente.Chiunquedica

il contrario tira a indovinare. Specialmente quelle guide che ti portano in

giro per l’isola a farti vedere tutti i posti in cui Freddie sarebbe stato. Sono interessatisoloaisoldi. Nonc’è più nessunoquiche sappiaqualcosa. Molta gentesen’èandataall’improvvisoenellostessoperiodo,tantotempofa.Ma se scopre qualcosa, per favore torni qui e me lo riferisca. Perché sono davvero stufo di tutta questa gente che mi chiede informazioni: americani, sudamericani, inglesi, tedeschi, giapponesi. La gente di qui non capisce; insomma,chieraquestoFreddieMercury?» Chi era il figlio più famoso di Zanzibar? Peri fan dei Queen, l’isola è la meta definitiva dei loro pellegrinaggi. Alcuni tour operator offrono costose

vacanze tematiche a Zanzibar, dove una manciata di ristoranti con una bellissimavistaeunpaiodinegozidisouvenirapprofittanodellasituazione. In vita, però, Freddie Mercury non fu maiuna starin patria. Niente chiavi della città. Nessun documento ufficiale. Nessun riconoscimento nel museo locale (almeno fino all’epoca della mia visita). Nessuna casa convertita in santuario. Niente statue, ritratti, portacenere o magneti da frigo con la sua effigie. Nemmeno una cartolina, anche se ci sono cartoline di quasi ogni altra attrattiva dell’isola. Forse a Zanzibar pure i termometri sono privi di mercurio!Semaisivolessetrovarel’antitesidellaGracelanddiElvisPresley, questaèlaZanzibardiFreddieMercury. Il mistero del certificato di nascita mancante riaffiorò al mio ritorno a casa. Un giorno, fui contattata inaspettatamente dalla famosa argentina Marcela Delorenzi. Era una giornalista di Buenos Aires e stava venendo a Londra con un regalo per me. Mi portò una copia del certificato di nascita diFreddie. Nongliel’avevochiesta, noncieravamomaiparlate. Nonavevo cercatodirintracciarlaeleinonmidomandònullaincambio.Nonsoseagì per un senso di colpa, non ne discutemmo. Mi disse che quando aveva ottenuto la sua copia, il documento originale era ancora nell’archivio. L’avevavisto.Forseèstatovendutoe,chissà,magarioggisitrovainqualche collezioneprivata.

Nel2006,l’Associazioneperlamobilitazioneelapropagazionedell’Islam

(UAMSHO)protestòa granvoce control’idea difesteggiare ilsessantesimo compleannodiFreddie sull’isola, sostenendoche il cantante aveva violatoi dettami dell’Islam con il suo comportamento apertamente omosessuale e trasgressivo. L’associazione radicale chiese che la prevista festa in spiaggia per turisti gay fosse annullata e che migliaia di fan provenienti da tutto il mondoperlecelebrazionifosserorispeditiacasa. Non fu certouna sorpresa. Zanzibaraveva messofuorilegge le relazioni gay nel 2004, attirandosi le critiche delle organizzazioni per i diritti degli omosessuali di tutto il mondo. Il capo della UAMSHO, Abdallah Said Alì, sostenne provocatoriamente che l’evento avrebbe «mandato un messaggio sbagliato»almondo. «Non vogliamo lasciar credere alle nostre giovani generazioni che l’omosessualità sia tollerata a Zanzibar», disse. «La nostra religione ci imponeildoverediproteggerelamoraledellasocietà,echiunquecorrompa lamoraleislamicadev’esserefermato.»

Morale islamica a parte, c’era la fede della famiglia di Freddie da prendere in considerazione. Il cantante amava e rispettava i genitori e la sorella, e sapeva anche che gli zoroastriani ortodossi sono favorevoli alla totale soppressione dell’omosessualità. Forse era per questo che aveva tentato a lungo di reprimere le sue tendenze omosessuali. Nel testo sacro dello zoroastrismo, il Vendidad, si afferma: «L’uomo che giace con il maschio come l’uomo giace con la femmina, o come la femmina giace con l’uomo, è un daeva (demone): quest’uomo è un adoratore dei daeva, un concubinodeidaeva». Periparsi, quindi, l’omosessualità non è soloun peccato, ma una forma diadorazionedeldiavolo. Mettiamole cose nelgiustocontesto. Irapportiomosessualiconsenzienti fra adulti sono tuttora illegali in circa settanta Paesi (su un totale di centonovantacinque nazioni nel mondo). In quaranta di questi è vietato solo il sesso fra maschi. I rapporti sessuali fra due maschi adulti sono diventatilegaliinInghilterrae inGallesnel1967, mentre inScoziasolonel

1980einIrlandadelNordnel1982.DuranteglianniOttantaeNovanta,le

organizzazioni per i diritti degli omosessuali si sono battute per l’equiparazione dell’età del consenso fra eterosessuali e omosessuali. Oggi l’etàdelconsensoinInghilterra,Scozia,GalleseIrlandadelNordèfissataa sedicianni. «Freddie non viveva come noi», aveva detto sua cugina Diana. «Viveva un’altravita.» La verità nuda e cruda, meglio di qualsiasi bugia attentamente confezionata. A quanto pare Freddie aveva abbandonato la sua patria africanaperilpiùbasilaredeimotivi. Forsenelprofondodelcuoresisentivahiraeth,unanticoterminegallese che non ha un corrispettivo preciso. Evoca melanconia, nostalgia, una tristezza profonda e radicata per una cosa perduta. Forse Freddie, come molti di noi, in segreto piangeva la sua innocenza perduta e sentiva la mancanzadiunapartedelsuopassatochenonpotevapiùraggiungere. Talvolta torniamo, rivisitiamo, consoliamo il nostro sé adulto con i ricordi. Freddie non ha mai potuto farlo. Era costretto a riempire il vuoto con qualcos’altro. Secondo alcuni Seven Seas of Rhye («I sette mari di Rhye»), primo successo dei Queen nel 1974, era il suo tentativo di rappacificarsi con il passato. È l’unico brano hard rock in un album

progressive, con un testo basato su un regno di fantasia che da piccolo Freddie immaginava con la sorellina Kashmira. Può darsi che siano stati i misteri delle loro radici persiane, in particolare l’epico viaggio del profeta Zarathustra,adalimentarelalorofantasiaeaispirarelelorofavolesuRhye. Secondo Phil Swern, produttore della britannica Radio 2 e rinomato collezionista dimusica, questa è una possibilità concreta. «Hosempre avuto l’impressione,daicommenti[diFreddie]indiverseintervisteneglianni,che Seven Seas of Rhye parlasse della sua vita a Zanzibar. Era il suo rifugio, almeno a livello mentale. Era il luogo in cui fuggire quando la realtà diventavatroppoopprimente.» In un’intervista radiofonica, Freddie descrisse il testo del brano come «purofruttodellamiaimmaginazione». «Itestidellemiecanzonisonosoprattuttodifantasia»,disse.«Liinvento, nonsonoconcreti,sonocampatiinaria,inuncertosenso.Nonsonounodi quei compositori che va in giro per strada e di colpo è ispirato da una visione, e nemmeno uno di quelli che va a farsi un safari per prendere ispirazione dagli animali selvatici, o che scala una montagna o cose del genere.No,no,perispirarmibastachestiasdraiatonellavascadabagno.» Comunquesia,Rhyeera un tema ricorrente. AltribranideiQueen degli inizitrattavanoargomentidifantasia,comeLilyoftheValley(«Mughetto»), The March of the Black Queen («La marcia della regina nera») e My Fairy King («Il mio re fatato»). Rhye avrebbe esercitato un fascino duraturo sul gruppo. Nel musical-jukebox della band, il futuristico We Will Rock You, che debuttò a Londra nel 2002, il «Seven Seas of Rhye» è il luogo in cui i ribelli «Bohemians» vengono trasportati dopo essere stati lobotomizzati dal perfidoKhashoggi, ilcomandante della polizia della GlobalsoftCorporation checontrollailmondo. Alla fine di Seven Seas of Rhye, mentre svaniscono le ultime battute, si sente un coro sguaiato che intona una vecchia canzone inglese da spiaggia:

«Oh, I do like to be beside the seaside» («Oh, come mi piace star in riva al mar»).Un’ulterioreallusioneallaspensieratavitadaspiaggiadiFreddie,fra leintattebarrierecorallineelesabbieadornedipalmedellasuagiovinezza? Non potremo mai saperlo con certezza. Quel che sappiamo è che non avrebbe mai potuto esserci un «bentornato a casa» per l’uomo che aveva infrantoidettamidellafededifamiglia.

3

Panchgani

Ero[…]unbimboprecoceeimieigenitoripensaronocheil

collegiomiavrebbefattobene.Perquesto,quandoavevocirca

setteanni,menescelserounoinIndiaemicimandaronoper

unpo’.Fuunosconvolgimentoradicaledalpuntodivista

educativo,chesembraaverefunzionato,direi.

FREDDIE MERCURY

IsuoigenitorilomandaronoascuolainIndia.Fuimoltotriste

quandolovidipartire,maquiaZanzibar,all’epoca,lescuole

noneranomoltobuone.Inoltremisembrachepiùomeno

nellostessoperiodoigenitoridovetterotrasferirsisull’isoladi

Pembaperlavoro,edisicurolìnonc’eranoscuolediuncerto

livello.Perciòpensaronochelasoluzionemigliorefosse

mandarlodallasorelladiBomi,chesichiamaancheleiJer–è

miazia,abitaaBombay–doveavrebbepotutostudiarecome

sideve.

PERVIZDARUNKHANAWALA,

cuginadiprimogradodiFreddie

NEL novembre del 1996 fui invitata alla Royal Albert Hall per l’inaugurazione di una mostra fotografica dedicata a Freddie Mercury: si commemoravailquintoanniversariodellasuamorte. Tuttiipresentiquella sera avevano avuto un legame diretto con Freddie e i Queen, da Marje, la domestica del cantante, a Ken Testi, il primo managerdel gruppo, a Denis

O’Regan, ilfotografodellaband. C’eranoanche igenitoridiFreddie, gracili eanziani,equandomipresentaimisalutaronoconaffetto. «È bellissimo vedere tutte queste fotografie e queste persone riunite in onore del nostro caro figliolo. Siamo molto orgogliosi», disse il padre dopo avermistrettolamano. Lamostraavrebbe giratoilmondoe sarebbe stataripresentataindiverse città, fra cui Parigi, Montreux e Mumbai. Dopo l’inaugurazione londinese, alcuni giornalisti decisero di smascherare The Great Pretender («Il grande simulatore») per avere celato le sue origini indiane. Con titoli come «Bombay Rhapsody» e «Star of India», Freddie fu messo a nudo come la prima rockstar indiana dell’Inghilterra. Benché gli articoli contenessero poche verità, la bufala fu ripresa da diversigiornali, che la sormontaronodi titoloni scandalistici. Le origini persiane di Freddie furono messe in discussione, la comunità parsi di Londra si indignò e ne nacque un’accesa polemica. Non che ai giornali inglesi importi qualcosa di offendere qualcuno. «Ilnostropopolonon vive in Persia dalnonosecolo, ma non perquesto siamomenopersiani»,dichiaròilportavocedeiparsi. «Anche se siamo spesso definiti ‘zoroastriani indiani’, discendiamo dagli zoroastrianipersianiche sirifugiaronoin India durante il settimoe l’ottavo secolo per sfuggire alle persecuzioni musulmane. Quella migrazione non ci ha reso indiani. Se sei di fede ebraica, ma la tua famiglia non vive in Palestina da duemila anni, forse questotirende menoebreo? C’è parecchia differenza fra razza e nazionalità, fra radici e cittadinanza. Può darsi che i parsi persiani non abbiano una patria [la loro antica terra d’origine oggi è partedell’Iran],nonostanteciò,rimangonoparsinelcuore.» Tornando a Freddie, basta guardare una sua foto qualsiasi per rendersi conto delle sue origini iraniche piuttosto che indiane. Ogni sua immagine, nonostantequelladentaturapronunciata,tradiscelasuadiscendenza. Nati nell’India coloniale, i genitori di Freddie erano tutti e due sudditi britannici, di nazionalità indo-britannica. Era questa la dicitura sui documenti ufficiali, presente sul loro certificato di nascita e su quello del figlio. È significativo che come razza si fossero dichiarati entrambi parsi. Freddie era nato a Zanzibar, perciò era considerato uno zanzibari. Si può sostenere che fosse più africano che indiano. Definirlo «la prima popstar indiana d’Inghilterra» era un’esagerazione: l’ennesimo titolo per riproporre

una storia vecchia. Perché la famiglia non ha mai protestato per questo travisamento del proprio retaggio culturale, perquesta negazione delle loro originietniche?Spessoillorocomportamentoèparsoincomprensibile. Persone calme, semplici e diligenti, perniente materialiste e contente di ciò che hanno, i Bulsara vivono in modo tranquillo, osservando i rituali, le regole e le limitazionidellalororeligione e cultura.Sonotuttie due minuti, con una costituzione quasi delicata. Freddie aveva preso più dalla madre, ereditando in particolare le labbra carnose, l’ampio sorriso e l’insolita dentatura. Riservatiinpubblico, Bomie Jersonosempre gentilie giovialiin privato, seppure un po’ troppo controllati. Anche se era un autentico capofamiglia con un forte senso della tradizione, Bomi non era mai stato una figura autoritaria né tantomenoun modellovirile perilfiglio. Freddie siera sempre sentitopiù a suoagiofra le donne della famiglia e non aveva mai mostrato il desiderio di voler seguire le orme del padre in termini professionali. La madre avrebbe voluto che studiasse legge, ma l’idea di lavorareinunufficiononloavevamaientusiasmato. Essendo così riservati e così poco espansivi, i Bulsara non hanno mai avuto un rapporto molto fisico con ifigli, come Freddie avrebbe rivelato in seguitoaisuoiamantiBarbara Valentin e JimHutton. Quandoabitavanoa Zanzibar, i bimbi erano seguiti dalla tata, Sabine. Sebbene né Freddie né Kashmira ricevessero mai punizioni corporali dai genitori, non ebbero mai nemmeno molte coccole. Secondo Jim, di tanto in tanto Freddie si domandava se la carenza di affetto provata durante l’infanzia fosse ciò che l’aveva portato a nutrire «un’ossessione sproporzionata per il contatto fisico in età adulta […] Un desiderio che troppo spesso si manifestava in sesso insignificante, perché in genere non era in grado di trovare l’uno senza l’altro. Il sesso non era mai riuscito a sostituire ciò che desiderava di più, cioè l’affetto, la prova di essere amato. Era abbastanza infantile in questo senso. Tutte le carezze e le coccole che riservava ai gatti, per esempio, rappresentavanociòcheluiavrebbevolutoricevere.» Il 14 febbraio 1955, secondo i registri della scuola, Freddie (all’epoca ancoraFarrokh)fu iscrittocome «Farookh BomiBulsara»(sinotiladiversa ortografiadelnome rispettoalcertificatodinascita)allaStPeter’sSchooldi Panchgani, un collegio retto dalla Chiesa anglicana, dove fu ammesso alla «classe terza». Aveva otto anni. Vi sarebbe restato per quasi un decennio, rivedendo i genitori solo una volta l’anno, per un mese estivo. Non

sorprenderà, quindi, se la sua relazione con la madre e il padre divenne

sempre più distaccata, come dimostrano le lettere rispettose ma fredde che scriveva loro. Nonostante gli insegnanti lo esortassero a non lasciar trasparire le sue emozioni, è impossibile pensare che Freddie non si sia

sentitovulnerabileesolocosìlontanodacasa,senzanemmenoillussodiun

telefono per chiamare i genitori quando sentiva la loro mancanza, il che accadevaspesso. «Aveva seianniquando sono nata, percuiho passato solo un anno con lui, ma sonosempre stata moltoorgogliosa dimiofratellomaggiore, che mi

proteggeva», ricordò la sorella in un’intervista per il Mail on Sunday nel

novembredel2000.

«Non sempre tornava a casa perle vacanze, talvolta restava dalla sorella dipapà a Bombay, oppure con quella della mamma, anziè stata propriolei

a fargli muovere i primi passi con il pianoforte e il disegno. Era bravo in

tutte le materie. Ero invidiosa, chiaramente. Mamma e papà hanno tenuto tuttelesuepagelle.» Per il piccolo Freddie, il viaggio da Zanzibar alla nuova scuola fu molto difficile. «Andòvia nave conilpadre e poiprese iltrenofinoa Poona [oggi

Pune]», ricorda la cugina Perviz. «Era un viaggio lungo e stancante, anche

sec’eranocollegamentiregolarifraZanzibareBombay»,chegiàalloraerala

città più caotica, industrializzata e moderna dell’India. «Anche noi ci andavamo spesso, a trovare i parenti. Durante le vacanze scolastiche,

Freddie stava dalla zia Jer, la sorella diBomi. Era una signora moltobuona

e generosa, che si occupava anche dei bambini di un altro fratello di mio

padreinIndia.» Panchgani («Cinque colli») era una tipica località turistica del Raj Britannico nell’India occidentale, a circa trecento chilometri da Mumbai. Famosa per i suoi edifici pubblici, le villette pittoresche, le antiche dimore parsie ilussureggianticampidifragole, quella tranquilla cittadina coloniale

fu fondata durante il dominio inglese come sanatorio e luogo di villeggiatura estiva. Affacciata sulle pianure costiere, su fitte foreste e sul fiume Krishna, la cittadina è tuttora una destinazione popolare perituristi,

attrattidallesueacquesorgivericchediferroeidensifanghirossidiorigine

vulcanica.MoltiabitantidiMumbaisirifugianolìperscapparedaimonsoni (la capitale dista quattro o cinque ore di macchina). Alcuni ci mandano in collegioifigli,inistitutiimpostatisulmodelloinglese.

La St Peter’s School esiste tutt’oggi. Fondata nel 1904, continua a promuovere la cultura e i valori tradizionali dell’India e a sostenere la tolleranza religiosa nei confronti di tutte le fedi, dal cattolicesimo allo zoroastrismo.Ilmottodell’istitutoè«UtProsim»(«cheiopossagiovare»).Il suo stemma, «simbolo di speranza di rinascita», rappresenta la fenice che risorge dalle ceneri, con un ramoscello di ulivo nel becco. Ai tempi di Freddie era diretta da Oswal D. Bason, entrato in carica nel 1947, l’anno dell’indipendenza dell’India. Bason sarebbe rimasto al suo posto fino al 1974, propriomentre iQueengustavanoilloroprimoassaggiodinotorietà. Sebbene la scuola non ostenti quel suo allievo famoso, non è nemmeno riluttante ad aprire le porte ai curiosi. I suoi dipendenti hanno persino collaborato alle riprese dialcunidocumentarisu Freddie Mercury. Insieme con l’amico Victory Rana (in seguito generale dell’esercito nepalese) e Ravi Punjabi, filantropo e imprenditore, Freddie Mercury è fra gli ex allievi più famosidell’istituto. Quando arrivò nell’ampio e gradevole campus della scuola, Freddie era stato indottrinato nella fede della famiglia ed era uno zoroastriano praticante.AottoanniavevafattoilNavjote,unacerimoniacheriguardasia imaschisiale femmine (come lacresima)e che somigliaalbarmitzvahdei maschi ebrei. Comincia con un bagno rituale, che simboleggia la purificazione della mente e dell’anima. Poi l’iniziato indossa una tunica bianca e una cintura di lana, e recita antiche preghiere su una fiamma che gli zoroastriani ritengono sacra ed eterna. Fuochi come questo sono un elemento centrale della fede e si dice che in alcuni templi brucino senza interruzione damigliaiadianni. L’Avesta, laraccoltadisacre scritture dello zoroastrismo, non prevede alcun comandamento formale, ma solo «tre buone cose» che i parsi si impegnano a osservare da generazioni: humata, hukhta,huvarshta,ovvero«buonipensieri,buoneparole,buoneopere». All’epoca di Freddie, il St Peter’s era ritenuto uno dei migliori collegi privati maschili di Panchgani. Offriva un programma di studi in inglese e vantava un’ottima percentuale di successo. Attirava allievi dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Golfo Persico, oltre che da tutta l’India. Le lezioni iniziavanoametàgiugnoefinivanoametàaprile,perviadelclimaindiano. La pausa principale era quindi di otto settimane. A questa si aggiungevano duesettimanedivacanzaaNatale.Ladisciplinaerarigidaelecondizionidi vita abbastanza austere. C’era acqua calda solo di mercoledì e di sabato

all’ora di pranzo. I bagni venivano fatti sotto la supervisione della capo infermiera, la quale gestiva anche l’ospedale dell’istituto con l’aiuto di una collaboratrice interna e un dottore esterno. Il collegio aveva una sua cappellaegliallievidovevanoadeguarsialleabitudinireligiosedell’istitutoa prescindere dal loro credo. Sebbene la scuola rispettasse tutte le fedi, la messadomenicaleeraobbligatoriapertutti.Nessunallievopotevausciredal perimetro dell’istituto senza essere accompagnato da un membro del personale. Nonostante ciò, il St Peter’s era rinomato per la premura dei docentineiconfrontidegliallievie perla sua atmosfera rilassata e cordiale:

aiutava a coltivare le virtù deiragazzie a faremergere il loro lato migliore. In seguito Freddie avrebbe dichiarato di essersi sentito privilegiato per essere statomandatoinquelcollegio: sapeva quantisacrificifosse costatoai genitori. IBulsaranonsoloavevanodovutolavoraremoltopercoprirelaretta,ma anchesepararsidalloroprimogenitoecostringerelafigliaacrescerelontana dall’unicofratello. Ma il pensiero di essere un privilegiato non era sufficiente a debellare l’inquietudine legata alla separazione dalla famiglia. Dopo esser vissuto a strettocontattocon la madre e la sorella, ritrovarsiin un collegioa migliaia dichilometrididistanza, a soliottoanni, dev’essere statodolorosissimoper lui. È impossibile pensare che non si sia sentito solo e impaurito, che non abbia desiderato un abbraccio o una favola della buonanotte prima di addormentarsi. Chi gli è stato vicino negli anni, ha dichiarato che Freddie era risentito nei confronti dei genitori per essere stato «mandato via» da piccolo, anche se con loro si comportò sempre in modo assolutamente rispettosoepremuroso.Èevidentechefacevadelsuomegliopersuperareil sensodirifiutoprovatoallora. All’epocaJereBomipreseroladecisionecheritenneromiglioreenonc’è dubbio che sia costata loro moltissimo. Tuttavia mandare un bambino timidocome Freddie cosìlontanodacasafu probabilmente ungrandissimo errore,forseilpiùgrandedellalorovita.Alcunibambinisopportanomeglio dialtrila separazione dalle famiglie, ma perFreddie, unragazzinosensibile e per sua stessa ammissione un po’ troppo appiccicoso, lo strappo fu insopportabile, almeno all’inizio. La notte piangeva fino ad addormentarsi nellacameratachecondividevaconaltridiciannovebambinialtrettantosoli. Privato di attenzioni quotidiane e affetto in un momento cruciale della

crescita e in un’età estremamente delicata, inevitabilmente Freddie cambiò, sviluppando un nuovo carattere e iniziando a vedere la vita in modo diverso. Cercò conforto nei compagni. Oltre a Victory Rana, diventò amico di Derrick Branche, che in seguito si trasferì in Australia e divenne un attore disuccesso. Nel1985, infatti, propriomentre Freddie siesibiva alLive Aid, Branche recitava nel film My Beautiful Laundrette, una commedia drammatica con Daniel Day-Lewis che esplora le relazioni fra la comunità biancaequellaindiana,echeaffrontatemidifficilicomel’omosessualitàeil razzismo. Nella cerchia diFreddie c’era anche FarangIrani, che in seguitoaprìun ristorante a Bombay, e Bruce Murray: di lui si sa solo che di recente lavoravacomefacchinoallastazioneVictoriaaLondra.Negliannisuccessivi i cinque divennero inseparabili, dormendo in letti vicini e organizzando scherzi.OspitatodallaziapaternaJerodaquellamaternaSheroodurantele pause fra i quadrimestri, di rado Freddie rivide i genitori durante la permanenzaalStPeter’s,persinonelcorsodellevacanzescolastiche. «Dovevi fare quel che ti dicevano, per cui la cosa più ragionevole era sfruttare la situazione al meglio», disse anni dopo. «Imparai a badare a me stessoecrebbimoltoinfretta.» Così cominciò a formarsi il carattere del «vero» Freddie, quello che l’avrebbe accompagnato per il resto della sua vita. Dovendo guardarsi le spalle da solo e difendersi dai bulli, Freddie imparò in fretta a stare al mondo.Sireseanchecontodidovercambiarenome:«Farrokh»eradifficile dapronunciare,specialmenteallamanierapersiana,«Farroh»,piuttostoche all’africana «Faruk». Fu per lui un sollievo quando insegnanti e amici gli affibbiarono un nome inglese di tutto rispetto: «Freddie». Per sua fortuna, tuttiloadottarono. Anche famigliarie genitorinon sollevaronoobiezioni, e ancora oggi si riferiscono al figlio chiamandolo «Freddie». Il cambio di cognome, invece, sarebbe avvenuto solo molto più tardi e per ragioni diverse. Verso i dieci anni, Freddie cominciò a mostrare un nuovo tratto caratteriale:ilriserbo,peralcuniversicondiscendente,unacaratteristicache avrebbe mantenutoperilrestodellavita.Sebbene incerte occasionipotesse diventareastioso,noneramaiscorteseocattivo. Non era portatoperigiochidisquadra. Eccelleva neglisport individuali

o di coppia, come gli scacchi, la corsa, la boxe e il ping-pong. Divenne

campione di tennis da tavolo dell’istituto prima ancora di avere compiuto undicianni.Sebbenerugbyecalciononfacesseroperlui,sidicecheamasse

il cricket, anche se in seguitò lo negò. Chissà, magari pensava che una

dichiarazione d’amore per quello sport avrebbe danneggiato la sua immagine hard rock, machipuòdirlo? Nel1958, aquasidodicianni, vinse

il premio come miglior allievo dell’istituto e l’anno successivo quello per il

migliorrendimentoscolastico. Interpretòilruoloprincipale in diverse pièce teatrali e cantò un pezzo solista nella produzione del Canto d’amore indiano. La sua materia preferita era l’arte e dedicava la maggior parte del tempo libero a disegnare e a dipingere, in particolare per la zia Sheroo e i nonni di Bombay. Cominciò anche a dedicarsi con entusiasmo alla musica comeattivitàextracurricolare. Già a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, Bombay vantava una culturacosmopolitaeinternazionale,apertaancheall’influenzadellamusica leggera occidentale. Freddie amava studiare musica classica, in particolare l’opera, ma adorava addirittura dipiù il rock e il popcontemporanei. Prese lezionidipianoforte superandogliesamisiaditeoriamusicale siadipratica edentròafarpartediuncoro.Congliamicidelcollegioformòilsuoprimo gruppo: gli Hectics, che si affermarono grazie al suo stile pianistico boogie- woogie. Iniziarono a esibirsi in concerti all’interno dell’istituto e alla festa annuale del collegio. Le ragazze delle altre scuole si mettevano davanti al palco e gridavano come matte, perché avevano sentito dire che così ci si comportava ai concerti rock. Gli idoli dell’epoca erano Elvis Presley, Cliff Richard, FatsDominoe Little Richard, ed era a questiartistiche Freddie si ispirava.Studiòmoltoperimitareillorostile,manoneraancoraprontoper diventare il leader di un gruppo, ed era felice di restare in seconda fila e lasciare ilpostoprincipale all’amicoBruce Murray,che cantavae suonavala chitarra. «Poic’erailcorodelcollegio, contuttoilrepertoriotradizionale diopere corali e inni, che provava regolarmente per guidare i canti durante la messa», ricordòBranche. «Il coroaveva circa venticinque elementie spesso partecipavano anche le ragazze di un altro istituto della città. Non solo Freddie amava cantare nel coro, ma credo che amasse anche una delle ragazze:GitaBharucha,cheavevaquindicianni.» Alcunisostengono che Freddie ebbe iprimirapportisessualiin collegio,

all’etàdicircaquattordicianni,soprattuttoconaltriragazziepersinoconun paio di dipendenti dell’istituto. La sua prima «fidanzatina», però, dubita parecchiodiquesteipotesi. «Nonhomaipensatoche ‘Bucky’fosse gay», disse Gita. «Assolutamente no. Mai visto alcun segno che lo indicasse. Forse i suoi insegnanti lo sapevanomaeranodiscreti. Noi, isuoiamici, dicertononlosapevamo. Sul palco era il più sgargiante, si vedeva che era nel suo elemento, e puntualmenteinterpretavapartifemminili.» Dopo Panchgani Gita si sposò, cambiò cognome in Choksi e si trasferì a Francoforte, dove lavorò per un tour operator indiano. Per questo non fu facile rintracciarla. Quando ci riuscii, all’inizio fu riluttante a parlare di Freddie.Allafine,tuttavia,accettòeciincontrammoaLondra. «La prima volta che vidi Freddie fu nel 1955, quando andai alla KimminsSchooldiPanchgani»,raccontò. «Era una scuola gestita da missionariprotestantiinglesi. Cirimasifinoal 1963 e per quasi tutti i dieci anni che Freddie trascorse a ‘Panchi’ rimanemmo amici. Io venivo da Bombay, ma vivevo con la mamma e i nonni a Panchi. Ero un’allieva esterna. Funzionava così: i ragazzi frequentavano l’asilo della Kimmins, poi proseguivano alla St Peter’s. Con alcunisonostata nella stessa classe peranni: con VictoryRana e anche con Bucky; è cosìche chiamavoFreddie: leprotto, perviadeidenti. C’eraanche DerrickBranche. «Io e Bucky eravamo molto vicini, ma solo amici. Nient’altro. Ci tenevamo permano e basta. Affittavamo biciclette pertre rupie al giorno e andavamo a farci dei giri. A volte andavamo in barca sul lago Mahableshwar. La mamma mi lasciava fare delle feste, o invitare amici a pranzo, dopodiché facevamo una passeggiata o giocavamo. Spesso Bucky restava da noi durante le vacanze. Era estremamente educato e gentile. A miamadreeaimieinonnipiacevatantissimo.» Janet Smith, un’insegnante diPanchganiche risiedeva al St Peter’sdove la madre teneva corsi di arte alla classe di Freddie, invece sostiene di non avereavutoalcundubbiosull’omosessualitàdelgiovaneFreddie. «Aveva l’abitudine di chiamarti ‘tesoro’, il che mi sembrava un po’ lezioso. Sapevo che era gay, lo sapevo e basta. Era una cosa senza dubbio insolita in quei tempi, ma quasi accettabile per un ragazzo come Freddie. Normalmente sarebbe statoorribile, ma nelsuocasononloera. Era giusto.

Enon era una fase, ma un trattofondamentale del suoessere. Non potevo fare a meno di provare pena per lui, perché gli altri lo prendevano in giro. Stranamente,però,nonsembravachequestoglidessefastidio.» Nonostante Gita e Freddie fosserostaticompagniinseparabilidurante la scuola,inseguitoleinonebbepiùsuenotizie. «Ètriste, loso, ma è andata così. Come se volesse divorziare dall’India e passareallostadiosuccessivodellavita.» Quando Freddie arrivò alla decima classe, il suo rendimento scolastico peggiorò. Non passò l’esame di fine anno e lasciò la scuola prima dell’undicesimo anno. Non superò mai il primo livello nell’educazione superiore britannica. Forse confuso per il suo orientamento sessuale e distrattodapassionipiùcreative–musicaearte–perseinteresseneglistudi

e iniziò a seguire obiettivi e attività più stimolanti. Sebbene altri biografi abbiano scritto che uscì dal St Peter’s con una sfilza di attestati in varie materie, e ottimi voti in inglese, storia e arte, questo non corrisponde al vero. Il motivo percuiiprimiaddettistampa deiQueen falsarono la realtà diventa chiaro quando si confrontano i risultati accademici degli altri membri del gruppo. Brian May studiò fisica e matematica all’Imperial College di Londra conseguendo una laurea in fisica. Cominciò poi un dottoratoinastrofisicachecompletòtrent’annidopo.JohnDeaconsilaureò con i massimi voti in elettronica al Chelsea College (oggi parte del King’s College) di Londra, mentre Roger Taylor ottenne un posto per studiare odontoiatriaalLondonHospitalMedicalCollege, mainseguitoabbandonò glistudiperconcentrarsisullamusica.

ignorante, rispetto agli altri

membri dei Queen», commentò Jim Jenkins, amico del gruppo e coautore diQueen:labiografiaufficiale. «Forse è perquestoche raccontavaingirodi avere superato gli esami superiori quando in realtà non era vero. È comprensibile,datelecircostanze.» La zia materna di Freddie, Sheroo Khory, mi parlò dell’amato nipote in casasua,nellacoloniaparsidiDadaraBombay. «Anche quando Freddie stava da Jer, veniva sempre a trovarmi dopo colazione e a volte passavamo tutto il giorno insieme. Era molto bravo a disegnare e io lo incoraggiavo. Quando avevo otto anni fece un bellissimo disegno di due cavalli in una tempesta, che firmò ‘Farrokh’. Ce l’aveva la madreappesoincasa.Nonsosesiaancoralì.»

«Freddie non voleva passare per un

Ma quando andò in Inghilterra, «era finita», disse. «Non volle più tornare in India. Diceva di essere inglese, gli piaceva quella società più civile, specialmente il sistema legale, rispetto all’enorme corruzione che c’è quiinIndia.Mahasempremantenutoicontattiemihapersinospeditodel denaro per un’operazione agli occhi di cui avevo molto bisogno. Voleva anche portarmi a visitare l’Europa. Non si è mai dimenticato della sua vecchiazia.» Anni dopo, Sheroo iniziò a corrispondere regolarmente con la ex fidanzata di Freddie, Mary Austin, scambiando fotografie del nipote da piccolo con quelle di lui nei panni della famosa rockstar. La nostra conversazione toccò anche l’argomento dei «nemici» che Freddie aveva in Inghilterra e leidisse diavere temutoperla sua incolumità. Era dispiaciuta per le polemiche religiose che c’erano state, specialmente per le voci che parlavano di una conversione di Freddie Mercury al cristianesimo poco primadellascomparsa. «Tutta la famiglia è rimasta turbata da quelle notizie», disse. «Èstatoun colpoterribile e crudele. Tutte bugie, inparticolare quellache eradiventato cristiano. Sono sicura che non è vero. Di certo non che io sappia, e sono sicurachemel’avrebbedetto.» Nonostante a volte sia stato riportato il contrario, Freddie tornò a Zanzibar nel 1963 e completò gli ultimi due anni di scuola presso la St Joseph’s Convent School, un istituto cattolico. Bonzo Fernandez, un ex poliziottodiZanzibar,poitassista,conobbeFreddieinquell’occasione. «Ricordo che aveva un ottimo rapporto con la famiglia e che aveva una sorellamoltobrava.Eramoltoeducato.TuttiiBulsaraeranobuoniegentili. Giocavamo a hockey e a cricket insieme. Lui era particolarmente bravo a cricket»,disse. «Sapevo che era stato via per studiare in India, ma non parlava mai di quelperiodo.Talvoltadopolascuolaandavamoalmareafarciunanuotata, cosa che lui adorava. Frequentavamo anche lo Starhe Club in Shangani Street, che aveva una spiaggia pulitissima. Altre volte andavamoinbicifino a Fumba, al Sud, a Mungapwani nel Nordovest, dove ci sono le vecchie caverne deglischiavioa Chwaka, nella penisola all’estremoSudest. A volte in gruppo. Nuotavamo, facevamo uno spuntino, scalavamo le palme da cocco. Eravamo solo un po’ vivaci, ma non dei ragazzacci. Niente alcol, drogaosigarette;nonainostritempi.

«Se chiudo gli occhi vedo ancora quel ragazzino magro e felice con i pantaloncini corti blu e la camicia bianca. Era sempre ben vestito, specialmente per giocare a cricket, quando la sua divisa sembrava la più immacolataditutte. «Dopo la rivoluzione ce ne andammo via tutti dall’isola. Non ho mai saputo dove fosse Freddie, né che cosa gli fosse capitato. Solo molto più tardiscopriicheavevamoabitatotuttiedueaLondranellostessoperiodo,e solo dopo la sua scomparsa mi sono reso conto che quel mio vecchio compagnodiclasseeradiventatofamosissimo.» Gita Choksi riferisce un’esperienza simile: «Anni dopo, quando scoprii chieradiventato,compraiqualchesuodisco.Mipiacquerotantissimo. «Nonl’homaivistoesibirsidalvivo,però,emièsempredispiaciuto.Una volta, un altrodeinostrivecchicompagnidiscuola andòa un concertodei Queen e provò a parlargli nel backstage, ma quando riuscì ad averlo di fronte, lui guardò quel poveraccio e gli disse: ‘Mi spiace, ma temo di non conoscerlaaffatto’. «Fu in quel momento che capimmo percerto che Bucky non voleva più avere nulla a che fare con noi, che era determinato a lasciarsi alle spalle il passato.»

4

Londra

Sonountipodacittà.Nonmiattiral’ariadicampagnae

l’odoredelletame.

FREDDIE MERCURY

MoltisonoattrattidaLondraperlarelativaanonimitàche

offre.Puoiperdertifralafollaeincontraremoltepersonechela

pensanocomete.C’èunamassacritica.Londraeramolto

vivaceinqueglianni,mentreZanzibareralimitanteperuno

comeFreddie,perunospiritoirrequietocomelui.

COSMO HALLSTROM,psichiatra

GLI anniCinquantaviderounanettaimpennatadelsentimentonazionalista contro il dominio britannico in tutto il mondo. L’indipendenza di India e Pakistannel1947, della Birmania e diCeylon(poiSriLanka) nel1948 e la rivoluzione cinese del 1949 ebbero un impatto notevole sulle lotte indipendentiste nelle colonie africane dell’impero. Zanzibar non restò immune da questi sconvolgimenti. I sindacati dell’isola iniziarono a trasformarsiinpartitiperincentivare ilcambiamento.IlPartitoNazionalista di Zanzibar, fondato nel 1956 dalla minoranza araba e shirazi si fuse nel Partito Afro-Shirazi, con una leadership di origini soprattutto africane. Le lotte operaie divenneropiù intense e gliscioperiazzopparonodiversisettori dell’economia. Nonostante l’indipendenza raggiunta nel dicembre 1963, il perdurare degli squilibri nella rappresentanza parlamentare (a favore della minoranza araba) e un’annata fallimentare nelle coltivazioni di chiodi di

garofano e cocco fecero infuriare la maggioranza africana e sfociarono in una rivolta distamposocialista. Nel1964 la violenta insurrezione portòalla caduta del nuovo sultano Jamshid bin Abdulla e il leaderdel Partito Afro- Shirazi, Sheikh Abeid Amani Karume, divenne il primo presidente di Zanzibar. Migliaia di persone persero la vita negli scontri. La famiglia Bulsara, come molte altre, fuggì dall’isola per mettersi in salvo. Partirono con poche valigie e andarono in Inghilterra, dove avevano alcuni parenti chesieranooffertidiaiutarli. «E così finirono i nostri rapporti con gli zii e i cugini», ricordò Perviz, la cuginadiFreddie,conunacertaamarezza. «Quando venni a sapere, molto tempo dopo, che Freddie era diventato unmusicista famoso, erocontentissima diavere avutoungenioinfamiglia. Eravamo molto orgogliosi di lui, ma non ci contattò mai, non ci spedì mai nemmenounacassetta.» Dopo la rivoluzione, Zanzibar si unì spontaneamente al Tanganica nell’aprile del 1964, diventando un territorio semiautonomo della neonata Tanzania. Oggi gli zanzibari sono persone tranquille, pacifiche e tolleranti, tranne per la loro quasi universale avversione nei confronti dell’omosessualità.

I Bulsara non erano preparati per lo shock culturale che li attendeva al loro arrivo a Feltham, nella municipalità londinese di Hounslow, un’anonima cittadina a circa venti chilometri a sud-ovest della capitale e a pochichilometridall’aeroportodiHeathrow. «Papà aveva un passaporto inglese», spiegò Kashmira, «perciò l’Inghilterraeralametapiùovviapernoi.» «Freddie era entusiasta», ricordò la madre. «‘È in Inghilterra che dobbiamoandare,mamma’,diceva.Mafumoltodifficilepernoi.» La grigia, monotona regolarità di quella periferia aeroportuale, per non dire delclimafreddo,eramoltodiversadaciòcuieranoabituatiaZanzibar e Bombay.ALondraiBulsarasiritrovaronosenzaposizione,senzareddito; niente domestici o casa in riva al mare. Nonostante i suoi contatti nell’amministrazione pubblica e ilsuocurriculum, ilpadre diFreddie faticò a trovare un impiego da semplice contabile. Alla fine, ottenne un posto come tesoriere per il gruppo Forte, mentre la moglie andò a lavorare come

commessa da Marks&Spencer, un impiegoche avrebbe conservatoperun certoperiodoanchequandoilfigliosarebbediventatofamoso. «Eravamo palesemente diversi [dai ragazzi inglesi]», ricordò Kashmira, cheall’epocaavevacircadiecianni. «Freddie era molto pignolo sul suo aspetto. Era sempre lindo e curato, con i capelli tirati indietro, mentre i nostri coetanei portavano i capelli lunghi e avevano un aspetto disordinato. Quando camminavamo in strada restavo sempre qualche passo indietro, perché non volevo far pensare alla gentecheciconoscessimo. «Ma cambiò look in fretta», proseguì. «Passava ore allo specchio a pettinarsiiriccioli.» A diciott’anni Freddie si trovò di fronte a un dilemma. Sebbene non vedesse l’ora dispiegare le alie spiccare ilvolo, nonaveva nessuna fonte di reddito, quindi dipendeva dai genitori ed era costretto a vivere con loro. Sapevabenissimochelametropoliavevamoltodaoffrirgli,percuisisentiva intrappolatoeobbligatoacontenersi. «Nelle piccole cittàlagente hadifficoltàad accettare chiunque sidiscosti dallanorma»,osservòJamesSaez,produttore,autore,musicistaedexfonico alla Record Plant di Los Angeles, che ha lavorato con Madonna, i Led Zeppelin,iRadioheadeiRedHotChiliPeppers,fraglialtri. «Freddie era cresciuto a Zanzibar e in India, dunque sapeva benissimo tutto questo. Se sei nato in un posto del genere e dentro ti senti diverso, e saichenonsarestiaccettato,deviperforzatrasferirtiincittà.Fuunafortuna perluiandareaLondraproprioaquell’età.» Sebbene molti suoi coetanei lavorassero e fossero già indipendenti, i genitoridiFreddievollerocheilfiglioproseguisseglistudi.Nessunacarriera in legge o economia, però: per sua stessa ammissione, Freddie non era «abbastanza intelligente» per l’università. Decise invece di sviluppare il suo talento artistico e nel 1966 si iscrisse all’Isleworth College per ottenere un esame di livello Advanced (quello che permette l’accesso all’università) in arte. Quello stesso autunno, passò all’Ealing College of Art, l’accademia d’arte di Ealing, per seguire un corso di grafica e illustrazione. L’avrebbe terminato nell’estate del 1969, a ventitré anni, conseguendo un diploma in artigrafiche. Lungidall’essere «l’equivalente diuna laurea», ilrisultatonon eraparagonabileaquellideisuoifuturicompagnidigruppo. «Sono andato a scuola con l’intenzione di prendermi un diploma, cosa

che ho fatto», disse Freddie. «Poi volevo lavorare come illustratore, sperandodimantenermicomefreelance.» «Usciva molto», ricordò Kashmira, «e stava via tutta la notte. Con la mamma era un litigio costante. Lei lo assillava perché voleva essere sicura che studiasse finoalla laurea, ma luiera determinatoa fare ditesta sua. Ci sono state molte porte sbattute, ma quando Freddie ha poiavuto successo, lamammafumoltoorgogliosa.» «È solo allora che ho cominciato a conoscerlo per davvero», aggiunse. «Miaiutavafareicompitieioglifacevodamodellaperidisegni.» Durante le vacanze scolastiche, Freddie si guadagnava qualche soldo lavorandonelserviziodicateringdell’aeroportodiHeathrow e anche inun deposito di container nella zona industriale di Feltham. Alle battute dei colleghi,chelosfottevanoperisuoimodieffeminati,rispondevadiesserein realtàunmusicista,solomomentaneamenteinpausainattesadisviluppi. Londra, la mecca della cultura giovanile, in quegli anni era in pieno fermento. Il boomdel popera a un punto disvolta e il mercato deisingoli cominciavaacedere ilpassoaquellodeglialbum. Iproprietaridelle sale da ballo, visto che le serate rock’n’roll e beat non attiravano più il pubblico di prima, cominciavanoaproporre musicadaballare. IBeatleseranoancorail gruppo più popolare del mondo e nelle classifiche rivaleggiavano con i RollingStones,gliAnimals,ManfredManneGeorgieFame.TomJones,un corpulento cantante gallese, era l’ultima novità del pop. Sandie Shaw e PetulaClarkeranole vocifemminilipiù famose inInghilterrae ilboomdel folk, esploso l’anno precedente, non accennava a diminuire. Joan Baez e BobDylanusavanolapropriainfluenzaperparlaredelVietnam.NelRegno Unito, Donovan seguiva le orme diDylan mentre ElvisPresley, Peter, Paul and Mary, i Byrds, i Righteous Brothers, Sonny & Cher e altri artisti americani occupavano le classifiche del Paese. Cominciavano a guadagnare terreno i programmi televisivi dedicati alla musica, primo fra tutti Ready, Steady,Go!presentatodaCathyMcGowan. Anche la moda era in pieno boom. Mary Quant e Angela Cash dominavano la scena, mentre John Stephen divenne il «re di Carnaby Street», all’epoca epicentro mondiale dei mod. La moda giovanile aveva i suoi esponenti. Gli Who resero popolari i design basati sulla op art, indossando magliette che sfoggiavano cerchi concentrici o bandiere inglesi. JohnLennonfece lastessacosaperilberrettoditweed, mentre Dave Clark

(dei Dave Clark Five e in seguito amico personale di Freddie) trasformò i Levi’s bianchi in un capo d’abbigliamento obbligatorio per i giovani. Freddie, magro e sinuoso, preferiva pantaloni di velluto attillati, giacche di pelleoscamosciate,camicedirasocontemiflorealiestivalettidicuoio. Vivere ai margini della città più elettrizzante al mondo lo rendeva irrequieto e ribelle. Desiderava più che mai andarsene di casa e presto cominciòadormireingirodagliamici,accampandosisulsofàoaterra. «Vivevacomeunozingaro»,avrebbericordatoBrianMay. Voleva tutto e lo voleva adesso (come avrebbe cantato in seguito), e «tutto» era proprio lì, sulla porta di casa sua: i negozi di abbigliamento, di dischiedilibri,ilocali,ipubelediscotechepiùinvoga;KensingtonMarket eilfamosoemporiodiBibadivenneroisuoiritroviabituali. L’Ealing College of Art vantava diversi personaggi famosi fra i suoi ex allievi,compresiPeteTownshenddegliWhoeRonnieWood,chitarristadei Faces e in seguito dei Rolling Stones. Jerry Hibbert, anche lui ex allievo dell’Ealing, lo ricorda come un istituto innovativo e pratico, il genere di college che sforna diplomati pronti per il mondo del lavoro. Arrivando da

Oxfordnel1968,JerryeradueclassiindietrorispettoaFreddie,mafinìper

conoscerlo bene grazie ai loro comuni interessi musicali. «L’Ealing College attraversavaunperiododicambiamentiinqueglianni»,ricorda. «Madison Avenue a New York, con le sue agenzie pubblicitarie, era il nostropuntodiriferimento,einfluenzavatuttiinostriatteggiamenti,finoal modo di vestirci. Volevamo somigliare ai dirigenti delle agenzie newyorchesi. Portavamo i capelli corti e andavamo a scuola in giacca e cravatta, perché all’epoca dominava la moda hippy e agli studenti d’arte è sempre piaciuto distinguersi. Tutto era codificato da uno stile preciso:

avevamo persino un modo di camminare particolare. Non somigliavamo certoa deitipicistudentiche pensanosoloa giocare a rugbye a ubriacarsi. Il nostro punto di ritrovo era il ristorante interno del college. Freddie, che all’epoca era ancora Freddie Bulsara, era sempre con noi. Lui sì che stava attentoallostileeacomevesti.» «L’accademia d’arte ti insegna a essere consapevole del tuo aspetto», osservòinseguitoFreddie.«Aesseresempreall’avanguardia.» Le lezioni, però, lo annoiavano e gli mancava sia la disciplina sia la diligenza per seguirle, per cui ben presto perse ogni interesse nello studio. Gli piacevano invece i lati più edonistici della vita studentesca. In classe

passava il tempo a disegnare i compagni oppure il suo nuovo idolo Jimi Hendrix, la cui influenza gli avrebbe cambiato la vita. Il chitarrista afroamericanodiSeattle, che aveva soloquattroanniin più diFreddie, era stato scoperto a New York da Chas Chandler, il bassista degli Animals:

aveva persuaso i Beatles, Pete Townshend ed Eric Clapton a vederlo suonare. In poco tempo, Chandler aveva costruito un seguito di tutto rispetto per il suo talentuoso pupillo e per la sua band, la Jimi Hendrix Experience, che comprendeva anche ilbatterista Mitch Mitchelle ilbassista Noel Redding. Hendrix lasciò i rivali a bocca aperta per la sua incredibile abilità tecnica, che comprendeva svariate prodezze copiate da una sfilza di anonimi musicisti: suonava la sua FenderStratocasteral contrario, dietro il collo e con i denti. Sebbene molti altri chitarristi abbiano poi portato lo strumentoversonuove mete, pochisonoriuscitia uguagliare la genialità di Hendrix. «JimiHendrixera semplicemente un uomo bellissimo, un grande artista sulpalcoeunottimomusicista»,osservòinseguitoFreddie. «Andavo ovunque per vederlo suonare, perché aveva ciò che qualsiasi rockstar dovrebbe avere: stile e presenza sul palco. E non doveva sforzarsi, maglibastavaentrareinscenaperdarviaaldelirio.Eral’esempioviventedi tuttoquellochevolevoanch’io.» L’ambizione diFreddie sicristallizzò. Continuòcomunque ad ascoltare i musicistiamatifino ad allora –Cliff Richard, Elvis Presley, Little Richard e FatsDomino–maHendrixlomandòinestasi.Cominciòamodellarsiasua immagine e somiglianza. Proprio come la musica del chitarrista nero sovvertiva qualsiasi aspettativa, in futuro Freddie avrebbe fatto altrettanto conle sue composizioni, isuoiarrangiamentie la sua tecnica vocale. Grazie alla sua presenza scenica e al suo stile trasgressivo Hendrix lasciava il pubblico senza fiato. Era originale, innovativo e talmente energico che riuscivaastremare glispettatori. Freddie volevafare altrettanto: erapiù che mai determinato a sortire lo stesso effetto sui suoi fan un giorno o l’altro. Hendrixeraingradodisuonare qualsiasibrano,anche ilpiùbanale,e farlo sembrare una sua composizione originale. Nel1986 avreivistoFreddie fare la stessa cosa a Budapest: a un concerto fece piangere migliaia di spettatori con la sua interpretazione di una ballata popolare ungherese. Si era scarabocchiatoiltestoinlinguaoriginale sulpalmodellamanoe lamelodia

era tutt’altro che rock, ma Freddie lo interpretò con un trasporto e una dedizionetalecheincantòilpubblico. A Kensington, dove viveva in un minuscolo appartamento con le pareti ricoperte dalle immagini del suo idolo, Freddie si dedicò a perfezionare lo stile di Hendrix. Prese a indossare giacche sgargianti con motivi floreali su camicie nere o colorate, pantaloni aderenti, stivaletti, foulard annodati al pomo d’Adamo e grossi anelli d’argento. Secondo il compagno di scuola Graham Rose: «Non era diverso da tutti gli altri ragazzi dell’epoca. Nel complesso, era unragazzotranquillo, anche se spessogliveniva la ridarella. Quando gli capitava, portava subito la mano alla bocca per nascondere i dentoni. Me lo ricordo come un tipo eccezionale, molto dolce e rispettoso. Non c’era traccia di cattiveria in lui. Molti di noi sono stati sinceramente feliciperluiquandohaavutosuccesso». Jerry Hibbert conferma che Freddie non spiccava particolarmente al college. «Tranne per la sua passione per il canto. Stava seduto al banco a cantare. Era nella classe di fianco alla mia, un anno o due avanti a me. Si sedeva di fronte al suo amico Tim Staffell e cantava insieme con lui, in armonia. Era molto strano, dato che all’epoca eravamo tuttiappassionatidi blues, di John Mayall ed Eric Clapton pre-Cream. Ci appassionammo parecchio della musica che li aveva influenzati. Per esempio, non ci interessava più sentire Clapton che suonava Hideaway, ma volevamo vederla fatta da Freddie King. Anche Freddie Bulsara era interessato al blues, come tutti. Percuiera unpo’ridicolovederlocantare armonie vocali conTim,eraunacosachestonavarispettoaquelchefacevanoglialtri,maa luiquestononimportava,enemmenoaTim.Senestavanolì,adisegnaree cantareinsieme.» «Perme la musica è sempre stata un’attività parallela, che nel tempo ha cominciatoacrescere», osservòFreddie inseguito. «Quandofiniiilcorsodi illustrazione,erostufo,neavevofinsopraaicapelli.Nonpotevofarcarriera in quel campo, perché avevo altri interessi per la testa. Allora decisi di provare con la musica. Tuttivoglionodiventare una star, quindipensaiche avreipotutotentareanch’io…perchéno?» Per quel che riguarda il carattere di Freddie, Jerry non concorda con l’ipotesicheilcantanteavessebisognodiattenzioni. «No, non era fatto così. Era la persona più simpatica del mondo. Né avevo la minima idea che fosse gay, non lo dimostrava affatto. Era

tranquillo, cordiale, sempre gentile, il genere di ragazzo che tua mamma avrebbedescrittocome‘beneducato’.Scherzavaecantava,usandoilrighello comemicrofono,masoloperridere.» Terminato il college, Freddie, contrariamente a quanto aveva fatto fino ad allora, non ruppe i contatti con l’amico. Lui e Jerry continuarono a frequentarsiperunbelpo’. «Per la musica», spiega Jerry. «Io suonavo blues; a scuola, alle feste, a casadegliamici.Freddievenivaconmeesuonavamoinsieme.Aqueitempi non si mettevano ancora i dischi alle feste: se volevi musica, chiamavi un gruppo.» FreddieinfineconfessòaJerryilsuosognodidiventareunastar. «Quando lui aveva già finito il college, io ho suonato in un gruppo per circa due anni. Un giorno Freddie mi disse di volersi concentrare sulla musica e divolerformare una band. Glirisposi: Non farlo, continua con la grafica. Non ci sono soldi nella musica. Continua con quel che sai fare meglio.» MaFreddieavevagiàdeciso. «Lovidiancoradopoquellavolta,compraidellastrumentazionedalui,o gliela vendetti, non ricordo. Una volta tornò al college con un gruppo chiamato Wreckage. Non mi fecero un’ottima impressione, a dire il vero. Poiciperdemmodivista.» Jerryfinìperlavorarenelcampodell’animazione,inunadelletanteditte checollaboraronoallungometraggioanimatodeiBeatlesYellowSubmarine. «Persiqualsiasiinteresseperlamusica»,ammette.«Finiiperodiaretutto. Noncompraipiùunalbum,nonandaipiùaunsoloconcerto.Circaquattro annidopo,sentiiunDJallaradiocheparlavadiunabandchiamataQueen. Seven Seas ofRhyeera il loro primo successo. Non male. Ma non associaiil nome Freddie Mercury al mio vecchio amico Freddie Bulsara. Poi all’improvvisouscironounsaccodiarticoli. Anche volendo, nonpotevifare a menodivederlo. Einfatti, ungiornopercasovidiinedicola una copia di Melody Maker con la sua immagine in copertina. Una foto enorme, sormontata da un titolone. La fissai e pensai: Cavoli, ma quello è Freddie Bulsara!» Per caso, Jerry avrebbe collaborato a un progetto per i Queen verso la finedellavitadiFreddie,manonavrebbemaipiùrincontratoilsuovecchio amicoafacciaafaccia.

5

Queen

IQueenfuronounamiaideamentreeroancoraalcollege.

AncheBrianstudiavaancora.L’ideaglipiacqueeunimmole

forze.Leprimetraccedellabandrisalgonoaungruppo

chiamato«Smile».Liseguivoassiduamenteederavamo

diventatiamici.Andavoailoroconcertielorovenivanoai

miei.

FREDDIE MERCURY

All’inizioeraunnerd,dallatestaaipiedi.Unnerdconi

dentoni,chepoisiètrasformatonellasuastessafantasia.Il

classicoanatroccolochediventauncigno.Qualsiasiband

rinuncerebbeatuttopurdiavereuncantantecomeFreddie.

Nessunoloeguagliava.Bowieèstatol’unicoadarrivargli

vicino.

DAVID STARK,editorediSonglinkInternational, appassionatodirockebatterista

LE armonie vocali a due voci presto divennero un trio quando Freddie e Tim iniziarono a frequentare un altro studente del college, Nigel Foster. I tre dedicavano quasi tutto il tempo libero a perfezionare le loro versioni di Hey Joe, Purple Haze e The Wind Cries Mary, tutti brani di Jimi Hendrix entrati nella Top Ten inglese. Quelle jam session private, fatte per puro divertimento(almenosecondoidirettiinteressati) prestoavrebberoportato itre all’attenzione deifuturiQueen. Gliamicisapevanopochissimosul suo

passato e sui motivi che avevano costretto i Bulsara a emigrare in Inghilterra. Dato che lui non li invitava mai a casa, pensavano che i suoi genitorifosseropersonechiuseechenonvolesseronéintegrarsinéadattarsi alla società inglese. Circolava una voce (fasulla) che i genitori di Freddie quasi non parlassero inglese e che volessero conservare caparbiamente la lorocultura, religione e lingua, pernon farle contaminare da quelle inglesi. Inrealtà,Freddieavevaparlatoinglesefindallaprimainfanzia. All’epoca Tim suonava regolarmente con una band semiprofessionista chiamata «Smile» e Freddie cominciò ad accompagnarlo alle prove. Il chitarrista degli Smile era Brian May, un allampanato studente di fisica, matematica e astronomia del prestigioso Imperial College di Londra. Senza saperlo, lui e Freddie erano stati vicini di casa a Feltham. Brian infatti era cresciuto in una modesta casetta simile a quella dei genitori di Freddie in Gladstone Avenue, solo qualche strada più in là. Diligente figlio unico, suonavalachitarradaquandoavevaseiannie sieracostruitolostrumento da sé con l’aiuto del padre Harold a partire da un vecchio caminetto di mogano e alcuni scarti di rovere. Al posto del plettro usava una vecchia monetina da sei penny. Negli anni a venire, Brian avrebbe suonato la sua chitarrafaidate,ribattezzata«RedSpecial»,intuttoilmondo. Brian, come Freddie, a tempo perso aveva militato in alcuni gruppi dilettantisticiconicompagnidiscuola. «Nessuna di quelle band andò da nessuna parte, perché non facemmo mai dei concerti veri e propri né ci prendemmo mai sul serio», disse in seguito. A un ballo, una sera Brian e compagni notarono Tim Staffell che canticchiava e suonava l’armonica in fondoalla sala. Glichieserodientrare nel lorogruppo, i1984, e cosìTimsuonònel primoconcertoufficiale della band, nella sala pubblica della chiesa di St Mary a Twickenham. I 1984

eranoabbastanzapromettentienelmaggiodel1967furonoingaggiaticome

spalla per un concerto di Jimi Hendrix all’Imperial College. Qualche mese dopo, vinsero un concorso al Top RankClub di Croydon. Pareva l’inizio di un’incoraggiantecarrieraprofessionista.

«I1984eranounabandamatoriale,chesieraformataascuola,anchese

alla fine riuscimmo a guadagnare ‘qualcosa’: una decina di sterline o poco più…» Così ricordò Brian il gruppo anni dopo. «Non suonammo mai qualcosadiinteressante interminidipezzioriginali: facevamounmiscuglio

di cover, tutto ciò che la gente voleva ascoltare all’epoca. Erano gli anni in cuisistavanoaffermandogliStones, e più avantisuonammodeiloropezzi, e altri degli Yardbirds A me non stava bene. Lasciai il gruppo perché volevocomporreesuonarematerialeoriginale.» Brian disse ai compagni che doveva dedicarsi agli studi e uscì dai 1984, chefinironopersciogliersi.MantenneperòicontatticonTim.Dopounpo’, entrambi in astinenza di musica, iniziarono a parlare di formare un nuovo gruppo.DeciserodiriprovarciconChrisSmith,unaltrostudentedell’Ealing College,comeFreddieMercury,eunottimotastierista.ConTimallavocee albasso,eBrianallachitarra,aitremancavasoloilbatterista. Conla sua chioma bionda e gliocchiazzurriRogerMeddowsTaylorera quasi troppo bello per essere un maschio. Nato nel Norfolk ma cresciuto a TruroinCornovaglia,nellaregionesieragiàcostruitounacertareputazione come batterista. Suonava con un gruppochiamato «Johnny Quale and The Reaction»,chegodevadiundiscretoseguitoechesieraclassificatoquartoa un concorso musicale locale, la Rock and Rhythm Championship. Quando Johnny Quale lasciò il gruppo, Roger lo sostituì alla voce. Con il nome accorciato, la popolarità dei Reaction continuò a crescere. Il loro stile era imperniato soprattutto sulla musica soul, finché non scoprirono la Jimi Hendrix Experience nel 1967. Nell’autunno di quello stesso anno, Roger si trasferì a Londra per cominciare l’università. Andò a vivere in affitto a Shepherd’s Bush con altri tre ragazzi, fra cui un suo amico di Truro, Les Brown, che aveva un anno più di lui e che studiava all’Imperial College, come Brian May. Già determinato a diventare una rockstar, ma oramai lontanodaisuoivecchicompagnideiReaction(coniqualisiritrovòsoloper qualche concerto sporadico durante la pausa estiva del 1968), Roger aveva bisogno di una nuova band. All’inizio del quadrimestre autunnale si presentò un’opportunità, grazie a Les Brown. Scorrendo la bacheca degli annunci all’Imperial College in cerca di un gruppo adatto all’amico, infatti, un giorno Brown lesse un biglietto in cui si cercava un «batterista stile GingerBakeroMitch Mitchell». Era un segnoche chil’aveva messofaceva sulserio:BakersieraconquistatounseguitodinicchiaconlaGrahamBond Organisation,unabanddimusicisti«autentici»,eavevaancheincisocongli Who, prima di passare ai Cream di Eric Clapton; Mitchell suonava con la JimiHendrixExperience. L’annuncio diceva di contattare un certo Brian May. Roger lo chiamò

subitoe Brian glispiegòa grandilinee ciòche luie Timcercavano. In men che nonsidica, idue raggiunseroRogernelsuoappartamentoperunajam session con chitarre acustiche e bonghi, perché il batterista aveva lasciatola sua batteria a casa in Cornovaglia a prendere polvere. Poco dopo, i tre iniziarono a provare seriamente in una sala dell’Imperial College. Non solo riuscirono a produrre cover credibili, ma Brian e Tim cominciarono a comporre brani originali. Più metal che acustici, quei primi brani echeggiavano di sottofondi classici e attingevano a un’impressionante gammadiinfluenzediverse.GliSmileeranoinpartetrovatorielisabettianie in parte mostri del rock: il loro suono era composto da batterie drammatiche, chitarre insistenti, armonie intelligenti e voci energiche, mentre ilorotestieranocarichidiriferimentiaibranipiù svariati. L’effetto complessivo era una musica stratificata, colorita e mozzafiato: nient’altro se nonunprimoassaggiodicoseavenire;laveragenesideiQueen. «PossofartisentiredeipezzidegliSmilechehannolamedesimastruttura generale di quel che facciamo oggi», disse Brian in un’intervista nel 1977. L’alchimia dei futuri Queen stava prendendo forma, costruita da musicisti molto diversi che si completavano a vicenda. Brian, tranquillo e garbato lontano dal palco, era magro, spigoloso, snello e sinuoso neisuoi pantaloni di velluto, con i riccioli scuri che gli cadevano sensuali e ribelli davanti agli occhi mentre suonava. Tim era più grezzo e sbrigativo e, con i suoi jeans strappati, non proprio alla moda. Così come l’allegro Chris, l’unico del gruppoche studiavamusicaalivelloaccademico. Roger, descrittocome «un batterista in tutto e per tutto» e come «sesso che cammina», era così bello chequestoquasiglisiritorcevacontro.Manonostantelasuareputazionedi dongiovanni, era un ragazzo timido, simpatico e molto apprezzato dagli amici. La sua forza, il suo entusiasmo, il suo immancabile buonumore e il suocarattere spiritosoe intelligente eranolaforzache alimentavailgruppo. Eranogiornifelici,spensieratiepromettenti.

Nell’ottobre del 1968, Brian si laureò e partecipò alla relativa cerimonia alla Royal Albert Hall presieduta dalla regina madre in persona. Aveva già deciso di restare all’Imperial College come docente e per lavorare alla sua tesi di dottorato sul movimento del pulviscolo interplanetario: il suo obiettivoalungotermineeradiventareunastronomo.Maavevaanchealtri

due motivi per restare in seno all’università: sala prove e concerti. Nel frattempo, mentre Tim e Chris continuavano a studiare all’Ealing College, Roger aveva abbandonato l’università dopo avere completato solo metà del suo percorso di studi. Due giorni dopo la cerimonia di Brian, gli Smile suonarono come spalla dei Pink Floyd all’Imperial College. Sebbene non tutti concordino su questo fatto, l’esibizione è ricordata come il debutto della band, che in seguito avrebbe aperto anche i concerti di T. Rex, Yes e

Family.Nelfebbraiodel1969,Brian,TimeRogerchieseroaChrisSmithdi

usciredalgruppo.Smithhanegatoquestofatto,sostenendocheladecisione di lasciare la band è stata sua, causata da divergenze musicali. Un paio di sere dopo, irestantimembridegliSmile erano in cartellone a una serata di beneficenza alla Royal Albert Hall per raccogliere fondi a favore del National Council for the Unmarried Mother and Her Child (un’organizzazionecheaiutaleragazzemadri),presentatadalcompiantoDJ John Peel. Quella sera suonarono anche Joe Cocker e i Free. Né Brian né Roger però potevano sapere che trentacinque anni dopo avrebbero collaborato con il cantante dei Free, Paul Rodgers (che nel frattempo avrebbe militato nei Bad Company, nei Firm e nei Law) producendo due grandi tour mondiali, un album in studio («The Cosmos Rocks», il primo deiQueendopoquasiquindiciannidiassenza),unodalvivoedueDVD. All’inizio del 1969, Tim si presentò alle prove degli Smile portandosi dietroun amico: Freddie Bulsara. Appena lopresentòaglialtrimembridel gruppo, andarono subito tutti d’accordo. L’attrazione fu immediata e reciproca. Freddie sisentiva a suoagiofra musicistiabilied esperti; era più convinto che mai di voler seguire quella strada nella vita. Brian e Roger rimasero altrettanto incantati, innamorandosi all’istante dello stile, dell’umorismoasciuttoeargutodelgiovaneBulsara. Come avrebbe ricordatoin seguitoLesBrown: «Non pensodiavere mai incontratounapersonaaltrettantoesuberante.Eraentusiastapertutto.Una volta, miha trascinatoa forza in una stanza perfarmisentire un discosoul che glipiaceva da morire. Nessunoammetteva diascoltare soul all’epoca: il rock regnava supremo. Credo che volesse dimostrarmi di avere gusti universali». Presto Freddie divenne una presenza regolare ai concerti degli Smile e prese a esprimere apertamente le proprie opinioni. Commentava le

performance degli amici, diceva loro come pettinarsi e vestirsi, suggeriva persinoatteggiamenti,poseedespressionidaadottare. «Aveva un modo di darti dei consigli che li rendeva impossibili da rifiutare», ricordò Brian. «Non l’avevamo mai visto cantare, né sapevamo chesapessefarlo.Pensavamochesiatteggiassesolodamusicista.» Quando sidiplomò, nell’estate del 1969, Freddie non aveva un impiego a tempo pieno, né alcuna intenzione di cercarne uno. Lui e Roger (che aveva oramai abbandonato il secondo nome «Meddows») iniziarono ad allestire un piccolo banchetto in stile «casbah» nel mercato coperto di Kensington, nel vicoletto dell’antiquariato conosciuto come «braccio della morte». Kensington Market era distribuito su tre piani ed era occupato soprattuttodaartistieccentricie scrittoridisoccupati. Erafrequentatoanche da personaggi famosi, come Michael Caine, Julie Christie e Norman Wisdom. Per cominciare, i due vendettero i lavori di Freddie, soprattutto disegni di moda o ritratti di Jimi Hendrix, e quelli di altri studenti dell’EalingCollege;riuscironopersinoarifilareaqualcunolatesidiFreddie su Hendrix. Non c’è dubbio che oggi quegli articoli varrebbero moltissimo, ma all’epoca erano tutti oggetti senza valore. Freddie e Roger avevano bisogno di soldi. Impenitenti maniaci della moda, decisero di tentare con l’abbigliamento e gli accessori del perfetto damerino divennero il loro pane quotidiano.Vendevanoqualsiasicosa,daifoularde iteliesoticialle giacche e alle sciarpe dipelliccia, tuttociarpame aprezzisvergognatamente gonfiati. Cominciarono anche a confezionare i propri capi, riciclando scampoli, e divennero esperti nell’acquistare interi lotti di abiti usati; per cinquanta sterline compravanouninteroscatolone dipellicce tarmate daunmercante distraccidiBatterseaperrivenderleaottosterlinel’una. «Io e Roger ce ne andiamo in giro a posare e a spararle grosse e di recente cihanno definito ‘un paio dichecche’[a coupleofqueens]», scrisse Freddieall’amicaCelineDaleyinquelperiodo. Tim Staffell ricorda che Roger e Freddie si divertivano ad atteggiarsi da «banchettari» narcisistici e sbruffoni. «Gli piaceva trasgredire», dice. «Freddie sviluppò il suo lato effeminato, che riteneva divertente. Ma non pensammo mai che fosse davvero gay. Non aveva un comportamento sessualmenteesplicito.» Freddie, oramai parte dell’entourage degli Smile, cominciò a seguire il grupponeisuoispostamenti.

Nell’aprile del 1969, la band si esibì al Revolution Club di Londra, dove conobbe Lou Reizner, direttore della divisione europea della Mercury Records, conosciuto per avere negoziato il contratto americano di David Bowie e in seguito per avere prodotto i primi due album solisti di Rod Stewart. Reizner, oggiscomparso, produsse anche la versione orchestrale di «Tommy»,l’operarockdegliWhoe«JourneytotheCentreoftheEarth»di Rick Wakeman. Originario di Chicago ed ex cantante, il dirigente offrì agli Smile un contratto per un unico singolo esclusivamente per il mercato americano, che i tre firmarono all’istante. Poi non accadde granché fino a giugno,quandol’etichettaprenotòiTridentStudiosanomedellaband.

Erauniniziopromettente.ITridentStudios,al17diStAnne’sCourt,un

vicolo di Soho nel cuore del West End londinese, erano nati da un’idea di Norman Sheffield, ex batterista degli Hunters (una band attiva negli anni Sessanta), e del fratello Barry. «Un approccio rilassato all’ingegneria del suono» e la tecnologia all’avanguardia degli studi avevano attratto diversi artistifamosi. All’epoca, neglialtristudidiregistrazione, come peresempio inquellidellaEMIinAbbeyRoad, ifonicilavoravanoancoraindossandoil camice bianco. Un altro importante richiamo deiTrident era il leggendario pianoforte Bechstein (suonato per ore da Rick Wakeman) che nei tasti portavaancoraletraccesonorediPaulMcCartneyinHeyJude. Il primo successo dello studio era stata My Name Is Jack di Manfred Mann,uscitanelmarzodell’annoprecedente.Fraglialbumstoriciregistrati negli anni ai Trident Studios c’è anche «Transformer» di Lou Reed, prodotto da David Bowie, che registrò i propri capolavori nelle stesse sale, non ultimo «The Rise and Fall of Ziggy Stardust». In quei giorni il session man alle tastiere era Rick Wakeman, che suonò in diversi brani di Bowie, come Changes e Life On Mars. Fra gli altri artisti rinomati che incisero lì ricordiamoJamesTaylore HarryNilsson. Ma glistudi, che esistonoancora oggi, erano già diventatileggendarinel luglio del 1968: aiTrident era stata registrata Hey Jude, che con la sua durata eccezionale (oltre sette minuti) era diventato il singolo più lungo ad arrivare in cima alla classifica inglese. Anche alcune tracce del «White Album» e di «Abbey Road» furono registrateinqueglistudi. Gli Smile produssero alcuni pezzi e poi attesero la data per l’uscita del loro primo singolo americano. Un contratto con l’agenzia discografica Rondo li tenne impegnati in una serie di concerti durante l’estate. Ad

agosto, la Mercury Records lanciò il singolo Earth / Step on Me negli USA, dove, in assenza di qualsiasi attività promozionale, affondò nel nulla senza lasciar traccia. L’etichetta però non intendeva sprecare una band tanto promettente e sapevache Briane Timavevanocompostoaltribrani, percui siiniziòadiscutere diunpossibile albumoEP. GliSmile furonomandatiai De Lane Lea StudiosinEngineersWay, a Wembley(e nonnella succursale al 129 della Kingsway, come è stato sostenuto altrove). In quegli studi, fondati nel 1947 e famosi per aver messo il loro nome su diverse composizioni dei Beatles, dei Rolling Stones, degli Who, dei Pink Floyd, della ELO e della Jimi Hendrix Experience negli anni Sessanta, gli Smile lavorarono con il produttore Fritz Freyer (oggi scomparso) su due pezzi originali e una cover. Ma il previsto EP non vide mai la luce e le incisioni finirononeldimenticatoio, soloperriemergere quindiciannidopo, quando iQueen erano oramaidiventatidelle superstar. Anche allora, però, il disco sarebbe uscito solo in Giappone, dove ifan avevano un appetito insaziabile perlerarità. GliSmile eranodemoralizzatie sull’orlodellaseparazione. Cosache Tim Staffellfecedavvero,stufodellamonotoniaedellamiseriacollegateallavita intour.Lasciòlabanddicendochenoneraquellagiustaperlui. «Cominciavo ad avere una visione negativa della nostra musica, poi ascoltai James Brown e pensai: Dio! In parole povere, avevo cambiato binario,musicalmenteparlando»,avrebbespiegatopiùavanti. Tim si unì a Colin Petersen, ex batterista dei Bee Gees, in un gruppo denominato«HumpyBong».Unsingolo,un’apparizionetelevisivaelaband era già dimenticata. Tim avrebbe finito per dedicarsi agli effetti speciali, acquisendouna relativa notorietà come creatore deimodellinidella serie tv perbambiniIltreninoThomas. La Mercuryconcluse che senza uncantante gliSmile noneranopiù una band e sollevòRogere Brian da ogniobbligocontrattuale. Seppuravviliti, i due non si diedero per vinti e riuscirono a ottenere una nuova seduta di registrazione grazie a Terry Yeardon, un ex DJ di Blackburn incontrato tramite una conoscenza incomune (forse Christine Mullen, la futura prima moglie di Brian). Yeardon lavorava come tecnico di manutenzione ai Pye Studios di Londra, famosi per avere lanciato Petula Clark e per le produzioni del duo compositivo Tony Hatch e Jackie Trent (una coppia nella vita come sul lavoro, che creò i temi musicali di alcune famose serie

televisive come Crossroads e Neighbours). Nel 1966 i Pye avevano anche prodottoHeyJoediHendrixeWildThingdeiTroggs,eavevanogiàapertoi battenti a Kinks, Richard Harris e Trini Lopez. Gli studi poterono vantare Jimmy Page e John Paul Jones fra i loro session man, prima che questi si unisseroconRobertPlanteJohnBonhamperdarvitaaiLedZeppelin. Yeardon, aspirante produttore, organizzò una session a tarda notte per gli Smile. Furono incisi gli acetati di due brani: Polar Bear e Step on Me, dando agli Smile un disco professionale da presentare alle audizioni con altre etichette. Non che Yeardon siaspettasse dirivedere queiragazzipieni disperanze. In quei tempi Brian, Roger, Tim e un paio di musicisti di una band di Liverpool chiamata «Ibex» dividevano un appartamento con una sola cameradalettoinFerryRoad,nelsobborgolondinesediBarnes,all’interno di una bifamigliare chiamata «Carmel». Due sorelle, Helen e Pat McConnell, si erano unite alla combriccola dopo avere visto gli Smile suonare nel pub sotto casa. Quell’alloggio sovraffollato e ammuffito in seguito sarebbe stato definito «bohémien», un termine prodotto da una visione distorta del passato. In realtà, i ragazzi vivevano in condizioni di assoluto squallore, dormendo su materassi sudici messi a terra. Come se non bastasse, poco dopo si aggiunse un nuovo inquilino: Freddie Bulsara. Checosadovevanofaresecondolui?

6

Frontman

DicevoaBrianeaRoger:«Perchésprecatetempoconquesta

roba?Dovrestesuonarepezzipiùoriginali,dovresteesserepiù

estroversi.Sefossiilvostrocantante,iofareicosì!»

FREDDIE MERCURY

Quandoesageriunpo’suonimeglio.Nellavitanonseiil

performerchesiesibiscesulpalco.Iltruccoènoncomportarti

cosìanchequandolospettacoloèfinito.Bowieharaffinato

questapratica,nehafattaun’arte.Ognisettimanaerauna

personadiversa.Freddieharaccoltoiltestimoneedèschizzato

via.Scommettochenonhamaipreparatonemmenounaposa

diquellecheassumevasulpalco.Lasuatecnicaeraistintivae

questaèunaformad’arteinsé.Nonhoideadichecosa

avrebbepotutofaresenonfossediventatouncantante.

RICKWAKEMAN

SEMPRE ossessionato da Jimi Hendrix e ispirato dalla musica di Brian, Freddie siprocuròunachitarradisecondamanoche Timriparòe modificò perlui.Poiacquistòunmanualeperimparareasuonareecominciò.Sapeva che non sarebbe mai diventato un asso della chitarra, ma non era quello il suo obiettivo. Assalito dal bisogno improvviso di comporre brani originali, doveva imparare a suonare lo strumento solo per trovare gli accordi giusti. Quei suoi primi tentativi di composizione non furono diversi da quelli di chiunque altro: rozzi, maldestri, strazianti e troppo personali. In poco

tempo, però, Freddie acquisì un approccio più astratto, imparò a scavare sotto la superficie delle proprie emozioni e a guardare più in là delle sue esperienzepersonali,affrontandotemiuniversali. Poco dopo, il resto degli Ibex raggiunse i due membri in Ferry Road. Il chitarrista Mike Bersin, il bassista John «Tupp» Taylor e il batterista Mick «Miffer»Smith,gestitidalgiovane KenTesti,sceseroaLondradaLiverpool acacciadiuncontrattodiscografico.Talvoltaneiconcertisiunivaalgruppo anche Geoff Higgins al basso: così Tupp poteva suonare il flauto. Gli Ibex suonavanocoverdiRod Stewart, deiBeatlese degliYese disolitoaprivano i concerti con Jailhouse Rock, il grande successo di Elvis Presley di dodici anniprima. Perquantobravi, Freddie nonpoté fare a menodirilevare che algruppomancavauncantantedegnodiquestonome.Propriocomefaceva con gli Smile, iniziò ad accompagnarli in sala prove e a seguirne i concerti, talvoltasalendosulpalcopercantareconMikeBersin. «Le sue performance eranogià identiche a quelle successive, quandoera all’apice dellacarriera», ricordaTesti. «Eraunastarprimaancoradiesserlo, capiscicosavogliodire?Andavasuegiùperilpalcotuttoimpettitocomeun pavone.» Nonostante quella parentesi londinese, gli Ibex erano ancora di base a Liverpool, dove Freddie li raggiunse per un breve periodo. Fu ospitato dai genitori di Higgins, che abitavano sopra un pub chiamato Dovetale Towers in Penny Lane, proprio la strada immortalata dall’omonima canzone dei Beatles. Freddie dormivaaterraincameradell’amico, manonsilamentava maidinulla.Comportarsidaospiteperfettoeraancheunmodoperrendere onoreaiproprigenitori.LamadrediGeoff,Ruth,loadorava. «A mia madre piaceva perché parlava bene, con un perfetto accento del sud», spiegò Geoff a Mark Hodkinson, autore di Queen: The Early Years. «Freddieeragentilissimoconlei.» Nel 1969 la band si esibì il più possibile in tutto il Regno Unito: nessun contratto in vista, però. Si finì per parlare di scioglimento. Miffer aveva alcuni problemi famigliari e doveva assolutamente trovare un reddito fisso. Unamicodella band, Richard Thompson, losostituìalla batteria. La nuova formazione, però, fece un solo concerto, disastroso. Tutto quel che poteva andare storto – luci, suono, strumentazione – andò storto. Persino le aste dei microfoni non si comportarono a dovere. Freddie, infatti, era solito roteare l’asta come una majorette, ma quella aveva un sostegno

particolarmente pesante e quandoluilasollevò, lametàinferiore sistaccòe cadde a terra. Pernulla turbato, continuòa cantare stringendosolola metà superiore: nacque così quello che sarebbe diventato un segno distintivo dellesueesibizioni. Il bizzarro contrasto tra «Freddie il performer» e «Freddie Bulsara» era così evidente che nemmeno lui poteva più ignorarla. Persino su un palco improvvisato e senza nemmeno esser stato nominato cantante ufficiale del gruppo, Freddie sprizzava sicurezza e fiducia, con gesti e movimenti melodrammatici e spettacolari. Dopo il concerto, si rifugiava subito nelle cucine e nei ripostigli (i camerini improvvisati dei pub e dei club dove la bandsuonava),dovesiinfilavainabiticosìattillatichequasigliimpedivano di respirare o sedersi. Relativamente piccolo, smilzo e non tanto bello – almeno secondo i canoni estetici convenzionali – sapeva di spiccare grazie allacarnagionescura.Lasuafisionomia,però,talvoltaglicausavaimbarazzo e Freddie iniziò a nascondere gli occhi dietro una frangetta floscia e i dentoni dietro la mano ogni volta che rideva. Appena finiva di cantare, la sua timidezza congenita prendeva il sopravvento e gli impediva di chiacchierare con scioltezza con gli spettatori. Non gli veniva in mente granché da dire. Ad aggravare le cose, sebbene si esprimesse in un inglese perfetto, parlava a voce bassa, quasi con un sussurro, e le sue frasi erano piene di pause ed esitazioni. Aveva anche una lieve pronuncia blesa, forse per via della dentatura eccessiva. Di tutto questo era dolorosamente consapevole. Solo quando era rilassato, in compagnia di amici, lasciava sprigionare la sua «vera» personalità e il suo umorismo più autentico, e si permetteva diridere senza inibizioni. Sennò, se nonera su unpalco, faceva delsuomeglioperpassareinosservato.Nonancoraabituatoaubriacarsioa drogarsi (non poteva permetterselo, per cui si faceva bastare un «porto e limonata», un drink da femminucce), era sempre un po’ a disagio fra gli sconosciuti. E non avrebbe mai davvero imparato a esserlo: per quanto si divertisse alle sue feste, era sempre un pesce fuor d’acqua in quelle degli altri. Freddie si stancò di correre avanti e indietro da Liverpool, di essere sempre senzasoldi,didormire perterraincasad’altri,inqualunque cittàla band si ritrovasse a esibirsi, e poco dopo il suo ventitreesimo compleanno lasciò gli Ibex. Tornò a Londra una volta per tutte con Mike Bersin e cominciòascandagliaregliannuncidelleband.

Raccontò in seguito Testi: «Credo che gli Ibex siano stati un tappabuchi per Freddie. Lui voleva un gruppo e loro approfittarono moltissimo dalla sua presenza, ma fu un matrimonio di convenienza per entrambe le parti. Eravamo tutti molto ingenui… Per Freddie, [la band] era come la prima automobile,quellacheticompridisecondamanoappenaracimoliunpo’di soldi:dopounpo’,nevuoiunamigliore». NessunodiedelacolpaaFreddieperloscioglimentodellaband.Tuttigli volevano bene a prescindere, trovavano commovente la sua ambizione ed erano mossidalla sua dedizione e dalla sua inebriante gioia divivere. Testi parlò pertuttiquando commentò: «Fu molto educativo conoscere Freddie.

Si impegnava tantissimo, in tutto. Era tenace, era determinato a eccellere a tuttiicosti». Bersin e Taylor tornarono a Liverpool; Thompson evaporò nella scena musicalelondinese.Glialtricontinuaronoastrizzarsinelminuscoloalloggio sovraffollato di Barnes, Freddie senza una band e Roger e Brian senza un cantante.Perchénonloprendevanoabordo? «Gli Smile pensavano che Freddie non facesse sul serio», avrebbe ammessoinseguitoChrisDummett,unamicocomune.«Loprendevanoun po’ per il culo in modo affettuoso, credo.» Spesso la soluzione migliore a

un problema è proprio quella che abbiamo sotto il naso anche se non la vediamo.

Comesenonavessegiàabbastanzaproblemi,Freddieavevacominciatoa preoccuparsi per il suo orientamento sessuale. Nonostante avesse già avuto alcune fidanzate, in particolare una compagna di classe di nome Rosemary Pearson, alcuni ricordano che era attratto dai gay, ma che gli mancava il coraggioperlasciarsiandare. «Pensava di amare le donne e gli ci volle un bel po’prima di capire che era gay. Secondo me non era in grado di affrontare i suoi veri sentimenti. Era evidentemente attratto dall’omosessualità, ma ne aveva anche paura. Credo che fosse un po’ puritano e che temesse di confessare a se stesso di esseregay»,sostieneuncompagnodicollege. UnaltroamicoricordacheFreddiefrequentavaregolarmenteungruppo

di omosessuali che condividevano un appartamento a Barnes, ma che

nascondeva quelle visite aipropricoinquilini, forse perché glimancavanole

parole per spiegare un’attrazione che lui stesso ancora non capiva. Sempre preoccupatodell’opinionealtrui,ditantointantosiritiravanelsuoguscioe diveniva abbastanza schivo e solitario. Più o meno nello stesso periodo, cominciarono a emergere alcuni tratti meno positivi del suo carattere. A volte Freddie sidimostrava egocentrico ed egoista, pernon dire capriccioso escontroso,comesefossetormentatodaunosnervanteconflittointeriore. Tutti hanno un lato oscuro. Di fondo Freddie era generoso, gentile e premuroso. Avverso a usare il prossimo per ottenere ciò che desiderava, pareva invece contento di lasciare che gli altri lo usassero senza aspettarsi nullaincambio.Forselasuacaratteristicapeggioreeralavanità.Passavaore e ore ad acconciarsi e a provarsi i vestiti davanti allo specchio, ed era ossessionato dalla propria immagine. Le sue incessanti declamazioni sul fatto che un giorno sarebbe diventato «una leggenda», finivano per irritare chiglistavaintorno. Quell’ossessione per le apparenze peggiorava la sua situazione già precaria. Sebbene vivesse alla giornata come quasi tutti i suoi amici, infatti, Freddie si rifiutava di usare i trasporti pubblici, per esempio, preferendo spendere gli ultimi centesimi che aveva in tasca per un taxi, piuttosto che per comprarsi da mangiare. Gli amici avevano cominciato a perdere ogni speranzaperlui:cosanesarebbestatodelcaroFreddie,sidomandavano,se non fosse diventatofamoso? Nonostante il diploma digraficopubblicitario, infatti,ilgiovaneBulsaranonavrebbemaimantenutounlavororegolare. Mancando di stabilità come anche di progettualità in ogni aspetto della vita, è ovvio che si sentisse insicuro. Sapeva di non essere come la maggioranza delle persone, ma sapeva altrettanto bene di doversi mantenere in qualche modo. Anche se c’era ancora una camera che lo aspettavaincasadeigenitori, dove erasempre ilbenvenuto, erariluttante a risprofondarci e ammettere così la sconfitta. Sapeva che i genitori non avrebbero accettato facilmente il suo nuovo stile di vita, tanto che, come abbiamogiàricordato,nonavevamaiportatonessunamicoincasa. «Come mamma ti preoccupi, ma devi lasciare che tuo figlio viva la sua vita»,disseJerinseguito. Freddie andava a cena daigenitoripiù omenouna volta la settimana, e in quelle occasioni la madre gli cucinava il suo piatto preferito, il dhansak, una portata deliziosa ancorché laboriosa assai diffusa fra i parsi: una specie di matrimonio tra i gusti della cucina persiana e di quella gujarati. Gli

ingredienti sono verdure e lenticchie, aglio, zenzero e altre spezie, che accompagnano la carne, di solito montone, e la zucca. Date le poco floride finanze, è probabile che quello fosse l’unico pasto completo di Freddie in tuttalasettimana. I primi, gelidi giorni del 1970 lo videro trascinarsi per le agenzie pubblicitarie di Londra con il suo portfolio. La Austin Knight in Chancery Laneaccettòdirappresentarloedipresentareilsuolavoroapossibiliclienti. MaFreddienonavevalapazienzaperrestarefermoinattesacheiltelefono squillasse. Decise quindi di diventare freelance e cominciò a distribuire annunci. Nel frattempo, però, continuò a occupare il tempo con gli Smile, seguendoli in prove e concerti, senza concentrarsi sulla ricerca di un impiego regolare, che in fondo non desiderava davvero. Alla fine capì di non avere scelta: doveva formare una band tutta sua. Raggruppò Richard Thompson,ilbatteristaoccasionaledegliIbex,MikeBersineTuppTaylor,e reinventò la disciolta band di Liverpool ribattezzandola «Wreckage». Il primo concerto fu tenuto all’Ealing College of Art, al quale parteciparono ancheBrian,Roger,ivaricoinquilinidiFreddiepiùuncontingentediamici di Kensington Market rumoroso e incoraggiante. Brian e Roger, che non avevano ancora colto le potenzialità di quel loro amico tanto effeminato quanto ostinato, rimasero del tutto sconcertati. Se musicalmente la band non era granché, Freddie era un magnete per gli occhi. Il concerto fu un successo e i Wreckage furono ingaggiati per suonare all’Imperial College, oltrecheaunaseriedidatesuccessive. Nonostante ciò, Freddie rimaneva frustrato: sapeva diavere tutte le doti necessarie persfondare, ma sentiva che qualcosa ancora non andava. Forse si aspettava subito un contratto per tre album con una grande etichetta o forsenonerainsintoniaconlostilemusicaledeiWreckage.Comunquesia, poco dopo lasciò il gruppo e, in attesa che Brian e Roger finalmente capissero,feceun’audizioneperunabandchiamata«SourMilkSea».

Sour Milk Sea era una canzone scritta da George Harrison durante le session di registrazione del cosiddetto «White Album» dei Beatles. RegistratapoidaJackieLomax,unartistadellaAppleRecordseuscitacome singolo nel 1968, era uno dei pochi brani non dei Beatles incisi con la partecipazione ditre membridelgruppo. CisuonaronoGeorge Harrisoned

EricClaptonallachitarra, PaulMcCartneyalbasso, RingoStarrallabatteria e NickyHopkinsalpianoforte: ilpezzoavevacolpitoChrisDummet(che in seguitoavrebbe cambiatoilcognome in Chesney) e JeremyGallop, un paio di amici e allievi dell’esclusivo college privato di St Edward a Oxford, al puntoche idue avevanocambiatoilnome dellalorobandliceale,iTomato City, nel titolo della canzone. La formazione dei Sour Milk Sea comprendeva anche il batterista Robert Tyrrell, che con Mike Rutherford e Anthony Phillips aveva suonato negli Anon, il gruppo pre-Genesis, anche questoformatosiinuncollegioprivato,laprestigiosaCharterhouse.Laband aveva debuttato nella sala del municipio diGuildford, dove aveva aperto il concertoperdiversigruppiemergenti, fra cuiDeepPurple, Taste, Blodwyn Pig e Junior’s Eyes, che si erano guadagnati imperitura fama per aver fatto da spalla a David Bowie nel 1969. Il fondatore e chitarrista dei Junior’s Eyes, Mick Wayne, aveva partecipato con Rick Wakeman alla produzione del rivoluzionario album di Bowie «Space Oddity». Nel giugno del 1969, i Sour Milk Sea erano diventati una band professionista, ma sapevano che mancava loro un non so che. Arrivò sotto forma di Freddie Bulsara, che si catapultònellacriptadiunachiesadiDorkingdovesitenevanoleaudizioni per il nuovo cantante della band. Con la sua chioma corvina e l’abbigliamento da dandy, Freddie trasudava stile e nonchalance. Aveva diversi anni in più degli altri membri dei Sour Milk Sea, e si vedeva. Si presentòcome«FredBull». «Era molto carismatico ed è per questo che lo scegliemmo», ricordò Jeremy «Rubber» Gallop, divenuto poi insegnante di chitarra e morto nel gennaiodel2006 peruncancroalpancreas, «sebbene avessimol’imbarazzo della scelta. Nelle audizioni di solito ti capitano quattro o cinque candidati scadenti, ma quelgiornoc’eranoaltridue cantantimoltobravi. Unoera un neroconuna voce divina, ma senza ilcarisma diFreddie e l’altro, omeglio l’altra, era la cantante folk Bridget St John, in seguito definita ‘la John Martynfemmina’». Freddieentrònelgruppoesidiedesubitodafare.PocodopoiSourMilk Sea furono ingaggiati per un concerto di alto profilo nella sala da ballo del RandolphHoteldiOxford,unaserataperirampollidellabellasocietà. «Ilnostrosuonononeragranché», ammise Gallop. «MaFreddie riuscìa tenere in pugno il pubblico, grazie a un’attitudine aggressiva e al suo bell’aspetto. Si dava un sacco di arie ed era molto effeminato, e anche

abbastanza vanitoso. Ricordo che una volta era a casa mia che si guardava allo specchio passando le mani tra i capelli e disse: ‘Sono bello oggi, non credi, Rubber?’ All’epoca avevo solo diciott’anni e non lo trovai molto divertente.» L’unico altro concerto rilevante dei Sour Milk Sea con Freddie fu uno spettacolo di beneficenza per Shelter, un ente che si occupa dei senzatetto, pressolasalaparrocchiale Highfield diHeadington(Oxford), nelmarzodel 1970. La band rilasciò un’intervista all’Oxford Mail, che pubblicò anche il testodella canzone diFreddie, Lover: siapriva con l’indimenticabile distico «You never had it so good / the yoghurt-pushers are here» («Non t’è mai andata così bene / gli spacciatori di yogurt sono qui»). Dopo quell’inizio promettente,però,ChesneyeGalloplitigarono. «Freddie voleva cambiarci», spiegò Gallop. «Sul palco si trasformava, diventava elettrico, proprio come quando sarebbe stato famoso. Altrimenti era abbastanza calmo. Loricorderòsempre come una persona tranquilla ed educata. A mia mamma piaceva. Mi vergogno un po’ a dirlo, ma fui io a sciogliereilgruppo.» Gallop era parente di Jonathan Morrish, futuro dirigente della CBS Records e della Sony, nonché addetto stampa e confidente di Michael Jackson per ventotto anni, che ricorda di avere visto quel concerto da giovane. «In quel momento, Freddie era per me un Martin Peters», sostenne, riferendosi al leggendario calciatore che portò l’Inghilterra a vincere il campionatodelmondonel1966 e che era «diecianniavantirispettoalsuo tempo», secondo il suo manager Sir Alf Ramsey. (Peters era talmente versatile da poter ricoprire qualsiasi ruolo nella sua squadra, il West Ham United,inclusoquellodiportiere.) «Freddie era appariscente ed estroverso come cantante, in un’epoca in cuiimusicistisalivanosulpalcoindossandoivestitidituttiigiorni», spiega Morrish. «Persino allora era chiaro che Freddie padroneggiava già l’arte dello spettacolo. Oggi è difficile capire, per chi non c’era, cosa significasse allora sviluppare il rock. Le persone volevano essere musicisti: si comportavano musicisticamente. Facevanoquella vita là. A livellointuivo, Freddie seguiva già la regola d’oro dello spettacolo: fare spettacolo. ‘Mach Schau!’ come gridavano i promoter tedeschi ai Beatles nello Star Club di Amburgo.

Freddie facevaciòche EpsteinavevafattoconiBeatles.Inaltre parole,non bastava suonare e cantare bene, ma ci volevano anche le giacche senza bavero, i capelli a caschetto e i sorrisetti timidi. I Beatles passarono gli otto anni successivi a ribellarsi contro quel look, come se volessero provare che per loro contava solo la musica. Ma Freddie, persino agli albori, sapeva già chenoneracosì.» Morrish fu vicinoa MichaelJacksonfinoalla fine. Le ragionidellegame fra Freddie e Michael, sostiene, erano ovvie per chi li conosceva entrambi. «Nessuno dei due era solo un musicista, o solo un cantante. Quel che Freddie fece con Bohemian Rhapsody, Michael lo ripeté con Thriller. I grandi artisti vanno dritti al punto. Sanno per istinto come essere ‘multimediali’. Il genio di Freddie era di capire che non conta solo la canzone – parole, melodia e musica – ma come la trasmetti, perché il pubblico la comprenda e la assimili; come la registri, come la presenti sul palco,comeconfezioniilvideo,cometivesti.Possoimmaginarmelodurante le riprese: ‘Ragazzi! Trucco, costumi, azione!’ Chi cazzo si truccava allora? Gli uomini no. Nel 1970, se ti mettevi la crema idratante venivi bollato come frocio. Eppure, ad anni di distanza, il mercato dei cosmetici per uominihaungirodimiliardi. Come hodetto, Freddie eramoltopiù avanti dei suoi tempi. Già nel 1970, diceva: ‘Guardate, ragazzi, è così che si fa spettacolo!’»

Pertuttal’esistenzadeiQueenècircolatounerrorecircaivarinomipresi inconsiderazionedallabandprimadisceglierequellodefinitivo. «BrianeRogerdapiccoliavevanoentrambilettolatrilogiadiC.S.Lewis, Lontano dal pianeta silenzioso, dalla quale proveniva la frase ‘the Grand Dance’», spiegano Jacky Gunn e Jim Jenkins nella biografia ufficiale dei

Queen(1992).Questaspiegazioneèstataripetutainnumerosilibridedicati

ai Queen e a Freddie Mercury tanto che è diventata un «dato assodato», finoacomparireaddiritturasulsitoufficialedellaband,dovel’espertoRhys Thomas, in AReview (7 marzo 2011), cita «The Grand Dance», «The Rich Kids»(inseguitoadottatodall’exSexPistolGlenMatlockcome nome peril suo nuovo gruppo) e «Build Your Own Boat» come i diversi nomi valutati dai Queen prima di scegliere quello definitivo. Nel marzo 2011, in un’intervista per la rivista Q, Brian disse: «Avevamo una rosa di nomi

possibili.‘Queen’erastatopropostodaFreddie.Unaltroera‘GrandDance’, che secondo me non sarebbe stato molto buono…» In realtà, questa dichiarazione è non è completamente giusta. Lontanodal pianeta silenzioso è il primo libro della trilogia fantascientifica di Lewis, detta anche «trilogia spaziale», «trilogia cosmica» o «trilogia di Ransom». Gli altri due volumi della saga, a sua volta ispirata a A Voyage to Arcturus (1920) di David Lindsay, sono Perelandra e Quell’orribile forza. Nel secondo romanzo, Perelandra,Lewiscreaunnuovogiardinodell’EdensulpianetaVenere,con un Adamo e un’Eva alternativi e un nuovo serpente tentatore. L’autore esplora la possibilità che in quel tempo Eva resista alla tentazione evitando così la caduta dell’uomo. È proprio in Perelandra che troviamo il nostro riferimento a uno dei possibili nomi dei Queen: una descrizione dell’esperienza mistica legata alla visione diretta della «Great Dance», (e non «Grand Dance»), ossia la «grande danza» della coscienza spaziotemporale e multidimensionale che costituisce il cosmo temporale:

«Cosìè con la Grande Danza: posate gliocchisu un movimento ed esso vi condurrà attraverso tutti gli schemi, tanto da sembrarvi il movimento principale.Mal’apparenzacorrispondealvero.[…]Sembranonvisiaalcun disegnoperché tuttoè disegno; sembra nonvisia alcuncentroperché tutto ècentro;cheEglisiabenedetto!» Inomisingolifunzionanomeglio, però, sostenne Freddie: sonopiù facili da memorizzare, fanno colpo. La sua proposta, provocatoria, era di chiamarsi «Queen». Gli altri si opposero con sdegno, infastiditi per i connotati omosessuali del termine. All’epoca «gay» era una parola che si udiva di rado e che probabilmente si impose in seguito proprio come reazione alla diffusione di queer («diverso»), il suo predecessore denigratorio. Sebbene Freddie non avesse ancora fatto outing(né l’avrebbe mai fatto ufficialmente), era abituato a essere chiamato «vecchia checca» (old queen) e non gli dispiaceva. Adorava il riferimento androgino e il rimando regale del termine. Ancor meglio, il nome era una perfetta scusa peratteggiarsidacheccaapiùnonpossosulpalco.BenprestoBrianeRoger cedettero:avevanocoltol’ironiadelnome,datochenessunoerapiùmacho, più eterosessuale e più infatuatodelgenere femminile dilorodue. Ilnome «Queen»funzionava. Chiarital’identitàdellaband,Freddiedecisedicambiareancheilproprio cognome e abbandonò Bulsara a favore di Mercury, «Mercurio», il

messaggero degli dei secondo gli antichi romani. Come Hermes, la sua controparte greca, Mercurioè rappresentatoconisandalialatie unbastone con due serpentiavvinghiati. Mercurioè anche il nome del metalloliquido già conosciuto in Cina e in India fin dall’antichità, e ritrovato persino nelle tombeegizie,nonchéquellodelpianetasenzalunepiùvicinoalSole. Negli anni sono state avanzate molte teorie sulla scelta di quel nome d’arte. Secondo Jenkins: «Me lo disse Freddie in persona nel 1975, che avevasceltoilnomedelmessaggerodeglidei.Loricordocomefosseoggi.Si

èdettochel’avessepresodaMikeMercury,dellaserietvFireballXL5,mati

assicurochenonc’entravanulla». Questo è il ricordo di Brian May: «Freddie aveva scritto una canzone intitolata My Fairy King, dove c’è un verso che dice: ‘Oh Mother Mercury whathaveyoudonetome?’[‘OhmadreMercurio,chemihaifatto?’Main realtà il testo recita: ‘Mother mercury / look what they’ve done to me / I cannot run, I cannot hide’(‘Madre Mercurio, guarda che mi hanno fatto / nonpossofuggire,nonpossonascondermi’)]. «Dopodiché disse: ‘Voglio chiamarmi Mercury, perché la “madre” di quellacanzoneèmiamadre’.Enoi:‘Maseimatto?’ «Ilcambiodinomerispecchiavailsuocambiodipelle.IlgiovaneBulsara eraancoralì,maperilpubblicovolevadiventareunadivinità.» Sebbene molti credano che Freddie cambiò cognome con un atto ufficiale intorno al 1970, non esiste alcuna prova ad avallare questa teoria. Non esiste nessun documento in tal senso al Public Records Office (oggi National Archives), l’archivio nazionale con sede a Kew (Londra), sebbene ce ne sia unoperElton John. Un funzionariodell’ente ha dichiarato: «Solo il dieci percento dei cambi di cognome vengono registrati tramite la Corte suprema e quindi compaiono nei nostri registri. Anzi, in quegli anni la percentuale si aggirava intorno al cinque percento. Non esistono obblighi giuridici: in Inghilterra uno può chiamarsi come meglio crede. È probabile che il signor Mercury abbia cambiato cognome tramite un legale, con un attochedovrebbeavereconservatoluiel’avvocatostesso». Freddie rivelòilsuointeresse perlamitologiae l’astrologiadisegnandoil leggendariologodelgruppo, che raffigura una fenice conle alispiegate, un simbolo di immortalità ripreso dallo stemma del suo vecchio collegio indiano, e i segni zodiacali dei quattro membri della band: due leoni per RogerTayloreJohnDeacon,ungranchioperBrianMay(cancro)eunpaio

difate perFreddie Mercury (vergine), il tutto sistemato intorno a una «Q» sormontatadaun’elaboratacorona. A dispetto di impegni precedenti, la band si accinse a debuttare come «Queen» in un concerto di beneficenza per la Croce Rossa nella sala comunale di Truro in Cornovaglia. Lo spettacolo, che ebbe luogo il 27 giugno 1970, era stato congiuntamente organizzato dalla madre di Roger, Win Hitchens, e la formazione comprendeva anche Mike Grose al basso (sarebbe rimasto con la band per appena tre concerti). Aprirono con Stone Cold Crazy, un pezzo energico composto dal gruppo nel suo insieme e basato su un brano precedente dei Wreckage, che però non fu accolto con moltocalore dalla sala semivuota. I presentiricordanoche la band non era tanto affiatata e che il cantante in particolare non era ancora molto coordinato. «Freddie noneraquelloche sarebbe poidiventato», affermalamadre di Roger.«Nonavevaancoraperfezionatoisuoimovimenti.» «Freddie aveva grandi ambizioni per quella band», sostiene invece la sorellaKashmira.«Eraassolutamentedeterminatoasfondare.» «Io e la mamma di Brian ci chiedevamo: Ce la faranno?» ricordò la madrediFreddieinseguito. Seguì un concerto all’Imperial College il 18 luglio, in cui i quattro suonarono quasi solo cover, da James Brown a Little Richard, da Buddy HollyaShirleyBassey, conunpaiodibranioriginali: StoneColdCrazy, alla cuistesuraavevapartecipatol’interogruppo,eLiar. «Facevamomoltorock’n’rollconiQueenperdareallagentequalcosacui aggrapparsi:Salisu,dagliquelchevoglionoevattene»,spiegòBrian. PoiGrosefusostituitoalbassodaBarryMitchell,chesuonòconiQueen finoaNatale, perundiciconcertiche sitenneroindiversicollege londinesi, al famoso Cavern Club di Liverpool e in un paio di sale parrocchiali. I Queennonavevanoancoratrovatoilbassistagiusto. Rogernel frattemposiiscrisse al North London Polytechnicperstudiare biologia e vinse anche una borsa di studio con cui integrare il suo scarso reddito. Freddie rimase quindi l’unico membro dei Queen non impegnato in studi universitari; non che questo importasse a nessuno. I quattro continuaronoaesibirsiconvigoreequellostessosettembre,Brianorganizzò un concerto-vetrina all’Imperial College cui invitò diversi importanti agenti londinesi. Si presentarono in molti, ma nessuno rimase così colpito dal

gruppodaoffrire lorountour. Ambiziosie impazienti, iQueencirestarono male. Il 18 settembre 1970 fu un giorno tragico per Freddie, come per moltissimialtrifan: JimiHendrixmorì. Il musicista pereccellenza, che solo l’anno precedente aveva suonato la sua elettrica versione dell’inno americano a Woodstock e che aveva appena inaugurato il suo studio di registrazione personale (il modernissimo Electric Lady, nel Greenwich Village di New York), e che solo il mese precedente aveva raggiunto il suo record di pubblico (seicentomila persone al festival sull’isola di Wight), fu trovato morto in una pozza di vomito rosso nell’appartamento della fidanzata Monika Dannemann, al Samarkland Hotel di Notting Hill. Sebbene per anni si siano susseguite voci di un omicidio, la causa più probabiledeldecessoèun’overdosediVesparax,unsedativo,abbinatoaun abusodialcolici.Inseguitolafidanzatasièsuicidata. Freddie era inconsolabile. Troppo sconvolto per lavorare, chiuse il banchetto di Kensington per lutto. Più tardi quello stesso giorno, mentre i Queenprovavanoall’ImperialCollege,praticamenteaduepassidall’albergo in cui era appena morto Hendrix, Brian, Roger e Freddie offrirono il loro tributo improvvisando Voodoo Chile, Purple Haze, Foxy Lady e altri brani immortalidelloroidolo. Il bassista giusto continuò a eluderli finché, nel febbraio del 1971, incontrarono per caso John Deacon in una discoteca di Londra. Nato a Leicester, John aveva suonato in diversi gruppi fin da quando aveva quattordici anni e studiava elettronica al Chelsea College. Taciturno di carattere, compensava conunforte sensodelritmoe una mente irrequieta. Era anche esperto di amplificatori e altre apparecchiature elettroniche, e stavacercandoungruppo. «Era perfetto. Noitre eravamo già affiatatie su digiri», aggiunse Roger, «e siccome lui era un tipo tranquillo pensammo che si sarebbe integrato senza troppe difficoltà. Era un ottimo bassista – oltretutto – e anche un magodell’elettronica,ilchefuunfattoredecisivo.» Da quel momento in poi, fino all’ultimo concerto dei Queen il 9 agosto

1986,laformazionedellabandnonsarebbemaipiùcambiata.

Seguirono sei mesi di prove intense in cui Brian, Roger e Freddie insegnaronoaJohnilrepertorio. IntantoBrianscrivevalasuatesi, datoche per lui, come per il nuovo bassista, i Queen erano pur sempre un hobby

extracurriculare.SoloRogereFreddiepotevanodedicaretuttoillorotempo alla band, ed erano determinati a diventare professionisti e ad avere

successo.L’11luglio1971,iQueeniniziaronounpiccolotourdiundicidate

in Cornovaglia, terminando il 21 agosto al Festival di musica contemporaneadiTregye.Seguironoaltriappuntamentiinautunno,incluso

unoall’ImperialCollegeil6ottobre,unoalleSwimmingBathsdiEpsomil9

dicembre e un concerto di capodanno al London Rugby Club di Twickenham. Roger, nel frattempo, aveva persoogniinteresse nel banchetto. Il fattore novità si era oramai esaurito, ma, oltretutto, il batterista aveva iniziato a sentirsi «svilito» da quell’impiego. Abbandonò la «casbah», lasciando Freddie conuncollega,AlanMair.Freddie invece erapiùlegatoche maial mercato di Kensington e non solo perché era un protagonista assoluto di quellascena,sieraancheinnamorato.

7

Mary

Tuttiimieipartnermihannochiestoperchénonpossono

sostituireMary,maèsemplicementeimpossibile.Permeera

comeunamoglie.Permeeravamosposati.Credevamol’uno

nell’altro,equestopermeèabbastanza.Nonpotreimai

innamorarmidiunuomocomemisonoinnamoratodiMary.

FREDDIE MERCURY

Lapresadicoscienzadev’esserestatounprocessomolto

importanteperlui[…]Freddieprovenivadaunaculturaincui

l’amoretrauomininonècontemplato.Quindiproviad

adeguarti,ancheseèunatorturainteriore.Succedespesso.

Eltonl’hafattoduevolte.Nelloroviaggioallascopertadise

stessi,spessoigaycheprovengonodaunambienterepresso

vivonounaparentesidiamoreeterosessuale.Avolteèuna

questionedinecessità,altreuntentativodiconformarsial

voleredellasocietà.

PAULGAMBACCINI

CON i suoi capelli color albicocca, gli occhi verdi e le ciglia lunghe come Bambi, MaryAustineral’incarnazione diunposterdiBiba. Quandofondò il suo emporio di tendenza, la stilista Barbara Hulanicki avrebbe potuto benissimosceglierlacomemusaispiratrice.Esileeminuta,ciòcheMarynon avevainterminidialtezzaesicurezzalocompensavaconunlookeunostile anniSettantaquasidamanuale.

Mick Rock, nato a Londra, laureato in lingue moderne a Cambridge ed ex allievo della London Film School, iniziò la carriera di fotografo professionista quando Syd Barrett (il primo leader dei Pink Floyd, oggi scomparso)glichieseunservizioperlacopertinadelsuoalbumsolista«The Madcap Laughs». Rock (è il suo vero cognome) entrò così nella cultura psichedelicadeglianniSettantadallaportaprincipale,diventandopoiamico e fotografo ufficiale di David Bowie. Gli si attribuisce il merito non solo di avere documentatolascenamusicale diquell’epoca(«L’uomoche fotografò glianniSettanta», è statodetto), ma diavere contribuitoa crearla. Scattòle prime immaginipromozionalidiFreddie Mercurye deiQueen,e inseguito creò la grafica per le innovative copertine di «Queen II» e «Sheer Heart

Attack».Dal1977abitaaNewYork,dovehafrequentatotuttigliesponenti

dispicco della scena underground della città, fra cuiiRamonese iTalking Heads. «FreddievivevagiàconMaryquandol’hoconosciuto.Sì,lihoconosciuti insieme e ho voluto bene a entrambi», racconta Rock. «Andavo sempre a trovarlinel loro appartamentino perfare quattro chiacchiere verso l’ora del tè. Freddie adorava il tè. Era l’epoca d’oro del glam rock e Mary era bellissima:avrebbeconquistatochiunque,avrebbepotutofarequalsiasicosa. Ma non pensava di essere speciale, non le piaceva mettersi in mostra. Era schiva,dolceeaffascinante.Avederlativenivavogliadicoccolarla.» Pallida,timidaeconilvoltoincorniciatodalucenticioccheramate,Mary Austinaveva uncontegnoche ricordava MaryHopkin, ilprodigiodalvolto angelicolanciatoda Paul McCartney e che riscosse un grande successocon Those Were the Days. Le due Mary condividevano un’apparenza eterea, intoccabile, casta, che perfezionava lostile bohémiendiqueglianni. Tempo dopo sarebbe stato chiamato «il look alla Stevie Nicks» (dal nome del cantante deiFleetwood Mac)ed eragiàdiffusoperle strade diKensington:

abitimidi, giacconi, zeppe, foulard, collarinidivelluto, rossettiviola e occhi bordatidinero. «Provenivadaunasituazionedifficile»,ricordailgiornalistaDavidWigg. «I suoi genitori erano entrambi sordomuti e comunicavano a gesti e leggendole labbra; ed eranopoveri. Ilpadre faceval’operaioinunadittadi carta da paratie la madre le pulizie in una piccola azienda. Ma questonon era certo un problema per Freddie, perché a lui non interessavano le riccone, preferiva le persone che erano un gradino sotto il suo nella scala

sociale.Unaquestionediinsicurezza,secondome.Glipiacevanogliartisti,o quelli che erano venuti su dal nulla. Artista e simpatico erano le caratteristichefondamentaliperpiacereaFreddie.Epoiamavaridere.Mary eratimida,masapevafarloridere.» Mary aveva lavorato come apprendista segretaria finché non era entrata da Biba a diciannove anni, con un impiego che negli anni è stato definito nei modi più disparati: «pubbliche relazioni», «segretaria», «commessa», «responsabiledireparto»e«manager».Qualunquesiastatalasuaposizione, o le sue posizioni, nel famoso emporio, il mondo del commercio pare una strana scelta professionale per una ragazza timida e che aveva difficoltà persino a impostare una normale conversazione, essendo cresciuta in una casa silenziosa. Il grande negozio, profumato d’incenso e adornato di felci, era una specie di caverna di Aladino affollata e rumorosa, piena di abiti, scarpe, trucchi, gioielli, borse e bellissime commesse. Era frequentato da numerose stelle della musica e del cinema che si mescolavano liberamente con i giovani alla moda, molti dei quali andavano lì proprio per riuscire a scorgereunMickJaggerounPaulMcCartney. Nonostante la sua riservatezza, Marysiritrovòimmersa nella scena rock della città. Brian May fu il primo a notarla nel 1970 durante un concerto all’ImperialCollegeeandòapresentarsi. Mary era la sua ragazza ideale sotto molti aspetti. Brian, alto, bruno e sexy, non perse tempo e le chiese di uscire. Andarono d’accordo, ma non scattò la scintilla. Il chitarrista vide che tra loro due ci sarebbe stata solo amicizia e nient’altro. Freddie, invece, ci vide dell’altro. Dopo avere tormentato Brian perché gliela presentasse, finalmente conobbe la ragazza deisuoi(parziali)sogni. L’attrazionefuimmediataereciprocaenonsarebbemaicessata.Èstrano quindi che Mary abbia passato i successivi sei mesi a evitare Freddie, al punto di uscire con altri, seppur senza iniziare nessuna storia seria. Anni dopo avrebbe spiegato il motivo di quel suo comportamento: credeva che Freddie fosse interessato alla sua amica, non a lei. Una sera, dopo un concertodellaband, Marydisse che dovevaandare inbagnoe invece sparì, lasciandolo solo con l’amica. Freddie cirimase disasso, ma non perquesto rinunciò a corteggiarla. Le chiese di uscire per il suo ventiquattresimo

compleanno,il5settembre1970,maleifinsediaveregiàunimpegno.

«Cercavodifare la difficile», spiegòpoia Wigg. «Non avevodavveroun

altroimpegno.MaFreddienonhalasciatoperdereesiamouscitiinsiemela sera dopo. Siamo andati a vedere i Mott the Hoople al Marquee, a Soho. Nonavevamoltisoldiallora,percuiquandouscivamofacevamolecoseche fannotuttiiragazzi.Nientecenecostose:quellesarebberovenutesolodopo ilsuccesso.» Presto i due divennero inseparabili e iniziarono una relazione che negli anni avrebbe sempre avuto la precedenza su qualsiasi altro legame, eterosessualeoomosessuale,instauratodaFreddie. Freddie e Mary avevano molte cose in comune. Entrambi si erano allontanatidaigenitorieavevanoprovatounfortebisognodiindipendenza. Tutti e due tendevano a mostrare solo la punta dell’iceberg della propria personalità e a celare illorosé più autentico; potevanoapparire superficiali, frivoli e materialisti; tendevano a vivere alla giornata, almeno quand’erano più giovani, anche se spesso questa era solo un’immagine, un modo per nascondere la loro innata timidezza; erano molto sensibili e riservati, e più profondidiquel che sembravano. Sividero l’uno riflesso nell’altra e questo divenne il fondamento di un legame fascinoso ed eterno. Con il passare degli anni, gli aspetti più contraddittori del loro carattere finirono per consolidare il loro rapporto. Mary poteva apparire dolce e gentile, il genere di ragazza che non farebbe male a una mosca, ma quella fragilità esteriore nascondeva una notevole serenità e una forza interiore, due qualità che Freddie ammirava molto, forse perché temeva che The Great Pretender in lui non le avesse. Mary sapeva che Freddie aveva una famiglia a Feltham, masarebbe passatoparecchiotempoprimache luiglielapresentasse. Nonè difficile capire il perché: Mary era la nuora ideale per i coniugi Bulsara. Se l’avessero conosciuta, è probabile che avrebbero iniziato a fare pressioni su diluiperchélasposasse,epoidesseloroilnipotinochetantodesideravano. Ma Freddie non era pronto per il matrimonio. D’altronde – anche se nessunopotevasaperloallora–nonlosarebbemaistato. Negli anni, Mary divenne la roccia su cui Freddie poggiava e da cui traeva la forza necessaria per vivere. Ogni volta che i suoi eccessi gli sfuggivanodimanoechenoneraingradodisostenerelepressionilegateal lavoro, Freddie correva a rifugiarsi da lei. Solida e affidabile, clemente e comprensiva, Mary era per lui una figura materna a cui aggrapparsi nei momentidifficili. «In un certo senso Mary Austin era davvero sua madre», riflette

Doherty. «Per Freddie, lei c’era sempre, in qualsiasi momento; pronta a sospendere la propria vita per aiutarlo. Lo seguiva ovunque, era sempre al suo fianco. Colmava il vuoto lasciato dai genitori quando era piccolo. L’avevano ficcato su una nave e spedito in collegio a migliaia di chilometri didistanza, un viaggio che allora durava sessanta giorni. Aveva otto anni ma tiimmagini? Era statoun trauma, che Freddie non avrebbe mairisolto. Poi però era arrivata Mary. ‘Mother Mary comes to me’ [‘Mamma Mary viene dame’], cantavaMcCartneyinLetItBe, proprionel1970, vero? Che coincidenza:l’annoincuiMaryeFreddiesisonoincontrati. «Avrebbe potuto benissimo essere la ‘loro’ canzone, con tutti quei riferimenti matriarcali alla Vergine Maria. Mary era quella della canzone. Erapura.AllafineFreddienonciandavanemmenopiùalettoinsieme…» Forse perché aveva oramai scelto di essere gay, trasformando la compagnainunavergineimmacolata? «Il mito fu preservato», concorda Doherty. «Nella sua testa lei era perfettaedesistevasoloperlui.» «Senza dubbioMaryera una figura materna [perFreddie]», concorda lo psichiatraCosmoHallstrom. «Più precisamente, una figura materna idealizzata, rappresentava quello che secondo lui una donna doveva essere. Freddie aveva un appetito sessuale molto sviluppato e non era selettivo nella scelta dei partner. Era capacedifarel’amoreconleiepoiscapparviaeavereunaseriedisbrigativi rapporti clandestini con altre persone. Tutte relazioni fragili ed effimere, però. Alla fine, infatti, tornava sempre da lei. E lei, chiaramente, era lì ad aspettarlo:prontaperilsuouomo.» «Si prendeva cura di lui, lo accudiva, coltivava il suo lato positivo. Era il suo fondamento, la sua forza. Era proprio quella relazione che gli permetteva di avere altri flirt. [Mary] divenne quindi la moglie sofferente oltre che la matriarca, accettando ogni sorta di assurdità. Il suo ruolo era fondamentale: Freddie soffriva per via dei sensi di colpa e questa era la chiavedellasuacreatività.Unapersonafelicenonsenteilbisognodicreare. Chi è felice si accontenta di quel che ha, ama le cose così come sono. Freddie invece era perennemente tormentato proprio a causa dei suoi sentimenti per Mary. Ma questo tormento era anche la sua fonte di ispirazione.»

Alcuni hanno descritto il sentimento di Mary perFreddie come «amore materno» (mother love). Non c’è da sorprendersi quindi che questo sia diventato il titolo di un brano malinconico di «Made in Heaven», l’album

uscitoquattroannidopolamortedelcantantenel1991.

«Passo da un estremo all’altro», disse Freddie una volta. «Ho un lato teneroeunoduro,senzaviedimezzo.Selapersonagiustariesceatoccarmi il cuore, divento molto vulnerabile, come un bambino, e puntualmente ci vadodimezzo.Talvoltaperòsonoforteequandosonocosìnessunoriescea toccarmi.» Mary fu una delle poche persone a cui Freddie confessò di soffrire di mania di persecuzione. In particolare aveva paura che la gente lo sfottesse alle spalle e di essere effettivamente ridicolo. Erano paure che lo perseguitavanofindapiccoloecheFreddienonavrebbemaivintodeltutto. Forse non erano del tutto infondate. Peter «Ratty» Hince, per molti anni roadie dei Queen e oggi fotografo, sostiene: «A essere sincero, tutti pensavano che Freddie fosse un po’ scemotto. Era esagerato anche per un gruppo glam rock: tutti quei costumi… Secondo me agli inizi non era nemmeno l’elemento più forte del gruppo. All’epoca erano parecchio compatti». Forse la mania di persecuzione era anche la causa dei suoi occasionali scoppi di rabbia: lo spingevano a comportarsi in modo iniquo e persino crudele con amici e collaboratori, pronunciando commenti sprezzanti e denigratori, tanto gratuiti quanto astiosi. Alcuni commentatori hanno ipotizzato che Mary sviluppò un meccanismo difensivo per proteggere Freddie e se stessa da media e curiosi. È possibile, però, che in realtà la donnavolesseproteggereloroduedallatooscurodiFreddiestesso. La loro unione era un incontro di cuori, menti e anime, non si poteva tuttavia ignorare l’aspetto carnale. La loro relazione sessuale durò sei anni, un periodo che perun ventenne è come una vita intera e che testimonia il loro reciproco impegno. Presto andarono a convivere in un monolocale piccolo e squallido in Victoria Road, vicino a Kensington High Street: in quelquartiereFreddieavrebbepoisemprefattoritorno.All’epocapagavano solo dieci sterline la settimana in quella che oggi è una delle zone più costoseintuttal’Inghilterra. Due anni dopo, si trasferirono in un appartamento più grande e autonomo, ma umidissimo, su Holland Road: costava diciannove sterline la

settimana.

«Siamo cresciuti insieme. Freddie mi piaceva e la nostra relazione è partita da lì», ricordò una volta Mary. «Mi ci sono voluti circa tre anni per innamorarmi davvero. Non ho mai provato la stessa cosa per nessun altro, néprimanédopo…Loamavotantissimo.» «Mi sentivo sicura con lui», confessò a Wigg. «Più lo conoscevo, più lo amavo per quel che era. Aveva delle qualità che secondo me sono molto rare oggi. Sapevamo di poterci fidare l’uno dell’altra e che non ci saremmo maifattidelmaleapposta.» «Una volta, a Natale, mi comprò un anello e lo mise in una scatola enorme. La apriie dentroc’era un’altra scatola, e poiun’altra finché arrivai

a una scatola piccolissima. Quando la aprii, vidi un bellissimo anello con

uno scarabeo egizio. Si dice che porti fortuna. Freddie era impacciato e dolcissimoquandomelodiede.» «A prescindere da tuttoquelche accadeva», spiega MickRock, «Freddie aveva la sua dolce vita domestica con Mary, molto comoda e piacevole. Ognivolta che andavoda lorolotrovavoinvestaglia e pantofole e stavamo cosìachiacchierareperore.» Marysiè sempre rifiutatadidiscutere dellasuavitaprivataconFreddie, facendone quasiunaquestione d’onore ed evitandodiparlare persinodegli

aspetti più spicci della convivenza. In qualche intervista, tuttavia, sono trapelatialcunidettagli. Peresempio, sisa che quandoFreddie veniva colto dall’ispirazione, avvicinavailpianoforte allettoe andavaavantiacomporre,

a qualsiasi ora del giorno o della notte. Un’altra donna si sarebbe presto

stufatadiun’abitudinecosìinvasiva. Se aveva dei sospetti sulle preferenze sessuali di Freddie, all’inizio Mary tentòdiignorarli.

«Unavoltaledissi:‘Qualchevoltadeveperforzaessertivenutoildubbio che fosse gay’», riferisce Wigg. «Ma ovunque andavamo, le ragazze impazzivanoperlui», gliaveva rispostoMary. «Quandoscendeva dalpalco, gli saltavano addosso.» Una volta, Freddie fu assalito da uno stormo di ragazze a fine concerto. Mary fece per andarsene, pensando: Freddie non ha più bisogno di me. Tuttavia lui la vide e le corse dietro. «Dove vai?» «Nonhaibisognodime,cisonoloro»,glirisposelei.«Eccomesehobisogno dite,invece»,insistéFreddie.«Nonvoglioviveretuttoquestosenzate.» «Più avanti iniziò a rientrare sempre più tardi la sera e pensai: Ecco,

basta, è finita», rivelò Mary a Wigg, aggiungendo di avere pensato che Freddie avesse un’altra. «Credevo che non mi volesse più. Aveva sempre qualche scusa: ‘Eravamo in studio, tesoro’, oppure ‘Ci siamo lasciati prendere, scusa se ho fatto così tardi’.» Tutto il resto tra di loro andava bene, disse Mary, tranne quegliinspiegabiliritardi. Una sera Freddie infine confessò: «Mary, devo dirti una cosa». Lei era convinta che lui la tradisse con un’altra donna, per cui si preparò alla notizia. Con enorme sollievo, invece,luiledissesemplicemente:«Credodiesserebisessuale». «No Freddie, non credo che tu sia bisessuale», rispose lei. «Secondo me seigay.» «Freddie ci restò male, ma da lei lo accettò», riferisce Wigg. «Freddie aggiunse:‘Vogliochetufacciasemprepartedellamiavita’.Einfattiquando sitrasferìa Garden Lodge, comprò a Mary un piccolo appartamento dietro l’angolo;dallafinestradelbagnosivedevacasasua.» Per certi versi, Mary divenne la matriarca della nuova «famiglia» di Freddie,ilsuoentouragedicollaboratori-amici,quasituttigay. «FreddieinstauròconMaryunarelazioneonestaeaperta,proprioquella che non poteva avere con la madre naturale, a causa della religione e della culturadifamiglia»,sostieneWigg. Rock ricorda che Freddie andava «fuori di sé» se si affrontavano questionilegateallasessualità. «Questo prima che si dichiarasse apertamente. Sapeva di essere gay, ma non esclusivamente, e questo lo incasinava. Era lacerato, come se volesse sapereconcertezzaseeragayono,inveceeraintrappolatoinmezzo,inuna specie di terra di nessuno. Amava le donne. Amava la compagnia femminile. Può darsi che più avanti negli anni si sia rivolto soprattutto agli uomini per il sesso, che sia stato più promiscuo con gli uomini, ma amava circondarsididonne.Maryeral’amoredellasuavita,illegameaffettivopiù forte che avesse mai avuto. L’ironia della sorte è che nel profondo lui era gay, ma il suo amore più significativo era una donna. Forse ciò era dovuto piùalladonnainquestione che alle preferenze sessualidiFreddie.Fraluie Mary c’era vero amore. L’aspetto sessuale non era tanto importante quanto illegameemotivoespirituale.» Freddie iniziò ad avere amanti maschi, ma non li portò mai nel monolocale che divideva con Mary. All’inizio, si comportò con discrezione, mantenendo una relazione di facciata con la compagna. Sperando che si

trattasse solo diuna fase, Mary pazientò e chiuse un occhio. Con il passare del tempo, tuttavia, capì senza ombra di dubbio che Freddie preferiva davveroimaschieallafinenemmenoluiriuscìpiùanascondersilaverità,e confessò. «Vedevoche c’eraqualcosache loturbava», raccontòMaryaWigg. «Per cui fu un sollievo quando me lo disse. Apprezzai la sua onestà. Forse pensava che non avreiappoggiato la cosa, ma non potevo negargliil diritto diesseresestesso.» Ilfattoche Maryaccantonòilpropriodolore perlafine dellarelazione e che permise a quest’ultima di trasformarsi in un’amicizia platonica, la dice lunga sulle sue qualità umane. Da allora in poi, Mary divenne la leale servitrice di Freddie incontrandolo almeno una volta al giorno. Si descrisse comeilsuo«galoppino».Freddielachiamava«lamiafedelissima». Eraliberadicercarsiunaltro,masarebbepassatomoltotempoprimache lo facesse sul serio. Non era in grado di lasciarlo andare e si dice che una volta gli abbia persino chiesto di darle un figlio (pare che Freddie rispose che avrebbe preferito prendere un gatto). In seguito Mary avrebbe avuto due figli: Richard, dicuiFreddie era il padrino, e Jamie, natopocodopola morte del cantante. Quasi tutte le future relazioni diMary, però, parevano condannate al fallimento, forse perché nascevano sempre nell’ombra di Freddie e di un rapporto che la donna non aveva mai superato davvero. Persino quella con il padre dei suoi figli, l’arredatore di interni Piers Cameron,terminò.«SièsempresentitoeclissatodaFreddie»,spiegòMary. In seguito Freddie ebbe altre relazioni con donne, in mezzo a un flusso incessante di partner maschili. Dato che aveva scelto di restargli vicino, Mary dovette accettare anche questo. Quasi tutte le persone che hanno conosciuto entrambi sostengono che nessuna donna avrebbe mai potuto prendere il posto di Mary nel cuore di Freddie. Il fatto che lui le abbia lasciato in eredità la sua grande dimora e buona parte del suo enorme patrimonio,probabilmenteneèlaprova. «Mary è una santa», spiega Rock. «È favolosa, straordinaria, fedele, umile, discreta. Davvero una brava persona, una delle migliori che abbia maiconosciuto.Dopoche iQueenavevanosfondatoe iomierotrasferitoa Manhattan, vedevo spesso Freddie a New York. Uscivamo insieme e chiacchieravamo. Una volta, anni dopo, mentre ero a Londra incontrai Maryperuntè e midisse unacosamoltostrana. All’epocanonlacapii, ma

oggiforsesì.Midisse:‘Primamiopadre,poiFreddie,oraimieifigli.Sembra

proprio che sia venuta su questa terra per badare agli uomini’. Voleva dire che la missione della sua vita era quella. Una strana vita, se cipensi. Ma ha senso.» PerRockfuunsollievovederecheFreddielatrattavabene. «Freddie era una persona unica al mondo: chiunque avrebbe avuto difficoltà ad averci a che fare. Inoltre era più interessato al lavoro che a qualsiasi altra cosa. E, ad aggravare le cose, aveva dei momenti di inspiegabilefollia.Dev’esserestatounincubolavorareevivereconlui.Elui losapeva,nonerastupido.Maryaccettòcosechepochiavrebberoaccettato,

e non ha maismesso diamarlo; fino a oggi. Sipuò dire che ha dato la vita

perlui. Equelche ha avutoin cambioè niente rispettoa quelche ha dato, credimi.» Come spiegò Mary: «[Freddie] ha allargato i miei orizzonti, facendomi conoscere il balletto, l’opera e l’arte. Ho imparato tantissime cose da lui, e mihadatotantissimo.Nonl’avreimaiabbandonato,mai». Non che questo rendesse più facile la convivenza. Non solo Freddie faceva di tutto un dramma, ma era molto pignolo: persino i vasi di fiori andavano sistemati in un posto preciso, per esempio, altrimenti li faceva volaredallafinestra. «Erailsuostile», disse unavoltaMary. «Volevale cose fatte amodosuo

e a volte era molto difficile. Litigavamo parecchio. Ma lui amava una bella

baruffa.» Diversi anni dopo la morte di Freddie, Mary si fece una ragione della fortuna lasciatale dal cantante e ritrovò la felicità con Nick, l’imprenditore londinese che sposò nel 1998 a Long Island, lontano dai riflettori e con i figlicomeunicitestimoni.

«Nickè statomoltocoraggiosoasposarmi», disse aWigg. «Portoconme un‘bagaglio’pesante…Più passanogliannie più riescoad apprezzare quel chehoavuto,equelchehoora,eadandareavanticonlavita.» Aggiunge Rock: «Alcuni l’hanno criticata per essere rimasta vicino a

Freddie,emoltihannosospettatocheavessedeisecondifini,mapossodirti

per certo che non è rimasta per i cazzutissimi soldi. Potrei scommetterci la vitasuquesto». Le persone possono dire quel che vogliono. Chi li conosceva aveva sentito le ragioni di entrambi (e ci sono sempre almeno tre versioni della

medesimastoria). PerventunanniMarysiè tenuta le sue opinionipersé e la sua lealtà nei confronti di Freddie la dice lunga. Perché non aveva accettato la separazione cominciando una nuova vita, magari in un’altra città?ForseperchétemevachesenzaFreddienonsarebbestatanulla? «Il fatto che sia rimasta in una situazione che qualsiasi altra donna avrebbe rifiutato a favore di un ambiente eterosessuale è il risultato di un’estrema perseveranza e di una – bisogna dirlo – finzione», commenta DavidEvans,amicointimodiFreddie. «Credo onestamente che Mary non fosse a suo agio nell’entourage omosessuale diFreddie», rivelò nel 1995 nel suo libro dimemorie More of theRealLife. «Percepivoilsuodisagioe perquelche potevomitigavoilmio comportamentoperadattarelasuafemminilitàcosìeterosessuale.Marynon fu mai ‘una di noi’, come altre donne di Freddie. Sembrava mancarle la sicurezza e l’esuberanza di Barbara Valentin, Anita Dobson o Diana Moseley. Tutte donne forti e piene di talento, che non si sentivano per nienteminacciatedallatrasgressivitàdiFreddie,anzineuscivanorafforzate. «Maryerasempreremota,distaccatanellospiritoenellacarnedalla‘Vita reale’[comel’entouragecasalingodiFreddiedefinivasestesso].» SiaFreddiesiaisuoiamicifuronofelicissimiquandoMaryiniziòauscire con Piers Cameron e poi restò incinta, ma nessuno si sorprese quando la storia finì. «Èinnegabile che continuò a farparte della Vita reale», afferma Evans. Lui sperava che Mary superasse il suo «attaccamento malato a una situazione che aggravava il dolore della separazione, dal quale evidentementenonsieramairipresa».

8

Trident

Èmoltodifficilefidarsideglialtri,specialmentepercomesiamo

fatti.Siamoipersensibili,meticolosiepignoli.Quelcheè

successoconlaTridentcihasottrattomolteenergieecosìdopo

siamodiventatiattentieselettivineiconfrontidichilavora

connoi,dichientraafarpartedell’unità-Queen.

FREDDIE MERCURY

LesessioniinstudiodeiQueenhannosemprebeneficiatodella

tecnologia.Agliinizi,nelprimissimodisco,ebberoaccessoai

TridentStudiosneitempimorti.Findall’iniziodellaloro

carriera,quindi,sitrovaronoaincidereneimiglioristudi

disponibili.Poteronousareleattrezzaturepiùmoderne,che

all’epocaeranoasedicipiste.Spessolebandsviluppanoilloro

suonoinstudio,dovepossonosfruttareletecnichedichitarra

multitracciacheprevalgonoinmoltipezzirock.Grazieaquegli

studi,BrianMaypotéportarelasuamusicaaunaltrolivello.

Fumoltoimportanteperloro.

STEVE LEVINE,leggendarioproduttorediscografico eproprietariodellaHubrisRecords

IL 1971 eraquasifinito, malacarrieradeiQueenancoranoneradecollata, nonostanteiquattrosifosseroesibititantoquantogliimpegniaccademicidi Brian e John avevano permesso loro, e nonostante i numerosi tentativi di ottenere un contratto discografico. Come osservò Brian: «Prima di

abbandonarelecarriereperlequaliavevamostudiatotanto,volevamoavere un introito fisso dalla musica. Avevamo tutti molto da perdere, sai, e non era facile. A essere onesto, penso che nessuno di noi credesse che ci sarebbero voluti tre anni interi per arrivare da qualche parte. Di certo non fuunapasseggiata». Freddie: «A un certo punto, due o tre anni dopo l’inizio, ci siamo quasi sciolti. Vedevamo che non funzionava, che c’erano troppi squali in quell’ambiente e che era troppo pernoi…Ma qualcosa cispinse ad andare avantieaimpararedallenostreesperienze,belleobruttechefossero». In un’altra occasione, però, Freddie contraddisse questa precedente valutazione sugli inizi dei Queen, dichiarando: «Non ho mai avuto dubbi, tesoro,mai.Sapevochecel’avremmofatta.Lodicevoatutti». Anche Roger ricorda quei primi tempi in una luce positiva: «Per i primi due anninon accadde nulla diserio. Ciimpegnavamotuttimoltissimo, ma non facevamo progressi. Avevamo molte idee davvero buone, però, e sentivamocheinunmodoonell’altrocel’avremmofatta».

I Queen avevano parecchio lavoro da fare. Sicuri del proprio talento musicale e convinti di essere una band ben assortita, continuarono a tormentare tutte le case discografiche di Londra e a esibirsi in ogni occasione, accettando qualsiasi concerto gli venisse proposto. Alcuni di questiattiraronoun pubbliconotevole, altrimeno. Alla fine TonyStratton- Smith, proprietario dell’etichetta indipendente Charisma Records, mostrò un certo interesse per la band e fece ai quattro un’offerta considerevole:

ventimila sterline. Una cifra niente male. Stratton-Smith, detto «Strat», era un eccentrico proprio come Freddie: ex giornalista appassionato di calcio,

grandebevitore,proprietariodiuncavallodacorsaeomosessuale,nel1958

era scampatoalla morte neldisastroaereodiMonaco, incuiavevanoperso la vita ventitré persone, fra cui otto giocatori del Manchester United. All’ultimominutoaveva decisodinon imbarcarsiperseguire una partita di qualificazione per la Coppa del Mondo. Verso la fine degli anni Sessanta, Strat era diventato un manager di gruppi rock e aveva fondato una sua etichetta, che dirigeva da un minuscolo ufficio nel cuore di Soho, in Dean Street. Nel 1970 scritturò i Genesis e negli anni produsse gli album dei MontyPythonoltre che diversilavoridiPeterGabriel, Lindisfarne,Vander

Graaf Generator, Malcolm McLaren e Julian Lennon. I suoi artisti lo adoravanoelodefinivano«l’uomocheavveraisogni». Ma i Queen non furono sedotti dal grande Strat, pur essendo davvero fattigliuniperl’altro.Secondoalcunevoci,iquattrotemevanodidiventare laruotadiscortadeiGenesis.Pensandoche,seperStratvalevanoventimila bigliettoni, per altri dovevano valere molto di più, usarono l’offerta della Charismaperattirarel’interessedialtreetichette. «Appena abbiamoincisoundemo, abbiamoavvistatoglisquali», ricordò Freddie nel 1974. «Ricevevamo offerte incredibili, da parte di persone che dicevano:‘VifacciodiventareinuoviT.Rex’,mastavamopiuttostoattentia nonbuttarciallaciecafralebracciadichicchessia.Siamoandatiaconoscere ogni singola etichetta della città prima di impegnarci con una. Non volevamoesseretrattaticomeunabandqualunque.» «In parole povere, siamo molto presuntuosi», ammise Brian in seguito, «nelsensoche siamoconvintidiquelche facciamo. Se qualcunocidice che facciamo schifo, pensiamo che sia quella persona a sbagliarsi, piuttosto che crederle.» «Miravamo alla prima piazza», spiegò Freddie. «Non ci saremmo mai accontentatidimeno.» In altre parole i Queen non pensavano di essere bravi: sapevano di esserlo. Quello che altrove è stato riportato come un incontro fortuito con John Anthony,all’epocaunodeipiùintelligentiproduttoridiscograficidiLondra, probabilmente non fu tanto una felice casualità quanto il risultato della perseveranzadiFreddie. Molto conosciuto a Kensington e Chelsea per le sue attività musicali e sartoriali,ilsabatopomeriggioFreddieerasolitoindossareabitivistosiefare le vasche lungo Kensington High Street e la King’s Road, di solito dopo essersi ingraziato qualche amico per farsi tenere il banchetto. A tutti quelli che lostavanoad ascoltare, parlavaincessantemente deisuoiidoli: all’epoca Liza Minnelli, gli Who, i Led Zeppelin e il David Bowie periodo Ziggy. Giustificava la quantità vergognosa di tempo che dedicava a mantenere il suo look dicendo che «non sai mai chi puoi incontrare». Freddie voleva esserenotato,edaqualcunoinparticolare. La sua costanza fu ripagata. Durante la sua abituale passeggiata, un giorno incontrò John Anthony e, senza perdere tempo, riuscì a strappargli

uninvitoaportarelabandacasasuaperdiscuteredellorofuturo. Quello sì che era un colpo grosso, data la reputazione di cui godeva il produttore. Ex DJ di importanti locali londinesi come lo Speakeasy, la Roundhouseel’UFOClub,Anthonyerapassatoallaproduzionediscografica dopo avere registrato qualche demo per gli Yes nel 1968. Come socio di Strat, aveva anche lavorato con i Genesis, i Van der Graaf Generator e i Lindisfarne.Ilsuomottoera:«C’èunsolomodoperfarebeneundisco,ma cenesonoquattrocentoperfarlomale». Dopo l’incontro, Anthony persuase Barry Sheffield, coproprietario con il fratello Norman dei Trident Studios, ad accompagnarlo a un concerto dei Queen nell’oramai scomparso Forest Hill Hospital, nel sudest di Londra, venerdì 24 marzo 1972. Fino ad allora i fratelli Sheffield avevano solo sentito un demo di cinque brani, ma non avevano mai visto la band dal vivo. Barry voleva vedere come si comportavano sul palco, prima di impegnarsi con un contratto. Rimase così colpito, specialmente dalla loro versione effeminata dell’immortale Hey Big Spender di Shirley Bassey, che vollescritturarlisedutastante. «ITridenteranoimiglioristudidelmondo», raccontòpoiAnthony, «ed èperquestocheeranoprenotativentiquattr’oresuventiquattro.» Poco tempo prima, però, i fratelli Sheffield avevano fondato una consociata, la Trident Audio Productions con un progetto innovativo:

mettere sotto contratto nuovi talenti e farli incidere nei loro modernissimi studi, per poi negoziare un accordo di produzione e distribuzione vera e propria con una grande casa discografica. I Queen sapevano che non potevano permettersi di fare troppo i difficili, anche se la proposta non corrispondeva esattamente a quel che cercavano. EifratelliSheffield erano due scaltri imprenditori noti per i loro metodi «risoluti». Fecero balenare davanti ai quattro diverse cifre, finché i loro occhi luccicarono al punto da non vederci più. Fra le clausole del contratto, infatti, si nascondeva un accordo non esclusivo: era invece un pacchetto che li avrebbe accorpati ad altri due artisti, un cantautore irlandese di nome Eugene Wallace e un gruppo chiamato Headstone. Altrettanto preoccupanti erano le norme sul controllomanagerialedeifratelliSheffield.Laloroeraun’offertainconsueta e prevedeva un contratto complessivo di management e incisione in cui la Tridentavrebbegestito,prodotto,registratoepubblicatoilorodischi,oltrea negoziare un contratto di produzione e distribuzione per conto loro. I

Queen videro solo un conflitto di interessi. Nonostante avessero ottenuto l’inclusione di contratti secondari per definire ogni aspetto del pacchetto, eranotitubantiall’idea che la Tridentavrebbe controllatoogniaspettodella loro carriera. Presero tempo, tentennando per circa otto mesi, durante i qualenonfeceronemmenounconcerto. «Gli dissi di tenere un profilo basso», spiegò Anthony. «Volevo che si concentrasserosullaloromusica,perpoitornareefareconcertipiùgrossi.» Dato che nessuna delle persone coinvolte ricorda qualcosa, i motivi di quell’attesarestanoincerti.Noncifuronolunghecontroversielegali,percui forse la band provò, come al solito, a sfruttare l’offerta della Trident per ottenerne una migliore da un’altra etichetta. Se il loro procrastinare invece eramiratoaprocurarsiunaccordomiglioreconifratelliSheffield,nonservì a nulla. Alla fine i Queen firmarono uno pseudo-contratto, anche se sarebbe trascorso parecchio tempo prima che se ne rendessero davvero conto. Per giustizia nei confronti della Trident e dei suoi proprietari va detto che i fratelli godevano di un’ottima reputazione. Non solo dirigevano uno dei migliori studi della città, usato regolarmente dagli artisti più importanti delmomento,manoneranoconosciutiperesserescorrettinegliaffari.Dato che investivanotempoe denaroneiQueen, ritenevanodiavere dirittoaun cospicuo ritorno. Anni dopo, solo Brian avrebbe riconosciuto il loro contributo al successo dei Queen, il resto del gruppo non ne volle più sapere. Come avrebbe dichiaratoFreddie, dopola cessazione deirapporticon la Trident: «Per quel che ci riguarda, il nostro vecchio management è morto. Per noi non esiste più, in alcun modo […] E ci sentiamo parecchio sollevati!» Atuttiglialtri,ilcontrattosembròtroppobelloperesserevero:imigliori studi di registrazione del mondo davano a una band esordiente pieno accessoailoroimpianti. I Queenavrebberoincisoilloroprimoalbumsotto l’ala protettrice di John Anthony e del suo amico Roy Thomas Baker, il qualesisarebbepoiincaricatodiproporloallegrandicasediscografiche.Ma l’affare non era così buono come sembrava: la band, già umiliata dal fatto che nessuna etichetta siera interessata a loro fino ad allora, avrebbe subito l’oltraggio di poter registrare solo durante i tempi morti, ossia quando gli studinoneranooccupatidaclientipaganticomeDavidBowieoEltonJohn.

«Cichiamavanoe cidicevanoche Bowie aveva finitocon qualche ora di anticipo, per cui avevamo lo studio dalle tre del mattino fino alle sette, quandoarrivavanoledonnedellapulizia»,raccontòBrian.«Abbiamoanche avuto qualche giorno completo, ma per la maggior parte era un pezzettino quieunolì…» Un compromesso che non favoriva certo la creatività. È strano quindi pensare che propriodurante unadiquelle attese iQueeninciserounbrano importante per l’epoca dei Trident e che oggi è diventato un ricercatissimo pezzo da collezione. Un giorno, mentre aspettavano che si liberasse un posto,furonoinvitatidalproduttoreRobinCablearegistrareduecover,una

diI Can Hear Music (scritta da Phil Spectored Ellie Greenwich ed entrata nellaTopTennel1969, inunaversione deiBeachBoys)e un’altradiGoin’ Back, un brano scritto da Gerry Goffin e Carole King e inizialmente pubblicato dai Byrds. Freddie cantò, mentre Brian e Roger suonarono e crearono le armonie. Ricevettero tutti un modesto compenso per il loro lavoro. Nessuno all’epoca avrebbe potuto immaginare quanto quelle malfamate registrazioni sarebbero diventate preziose. I tre non firmarono nullaeingenuamenterinunciaronoaognidirittosulprodottofinito.Ibrani uscirono l’anno successivo perla EMI, sotto il nome fittizio diLarry Lurex, un omaggioironicoal famosocantante glamrock GaryGlitter. Ma la presa in giro ebbe l’effetto contrario a quello desiderato. Quasi tutti i più importanti DJ inglesi si offesero per la frecciatina nei confronti del loro beneamato «leader», come lo chiamavano (questo ovviamente molto prima cheGlittercadesseindisgraziainseguitoaripetutecondanneperpedofilia), eildiscofutrasmessopochissimoatterrandocosìneicestidelleoffertissime. Anni dopo sarebbe stato ridistribuito e sarebbe diventato un pezzo ricercatissimo, come è tutt’ora: puòpassare dimanosolopergrosse somme

di denaro. Oramai ricchi e abituati a muoversi nello spietato mondo della

musica,iQueenavrebberoinfineacquisitoidirittidiquelleincisioni.

All’epoca però ingoiarono il rospo e continuarono a lavorare al loro primo album, ma senza Anthony. Il produttore, che durante il giorno registravaconAlStewartelanotteconiQueen,unaserastramazzòaterra.

Il medico diagnosticò la mononucleosi, che causa affaticamento cronico.

Anthony sparì per un lungo periodo di riposo in Grecia e lasciò i Queen

nellemaniespertediBaker. Ex apprendista fonico della Decca, Baker era passato alla Trident nel

1969, dove aveva già collaboratoalla produzione disuccessicome All Right Now dei Free e Get It On dei T. Rex. Aveva anche lavorato con i Rolling Stones, Frank Zappa, Eric Clapton, Nazareth, Dusty Springfield e Lindisfarne, dunque era uno dei produttori più rispettati dell’epoca. Il suo rapportoconiQueen,però,nonfusemplice e allafine l’albumrisultòprivo di forma. Tornato dalla Grecia, Anthony lo ascoltò e lo definì «schizofrenico». «Quindiio,FreddieeBrianloremixammoquasiperintero…Volevoche fosse [unalbum]conle palle, e che avesse l’energiadeiloroconcerti», disse Anthony. La messa a puntodeldiscoesaurìtutti. Unfonicocoinvoltonelprogetto osservòa propositodiFreddie: «Era esasperante lavorare con una superstar nata». Poi Baker e Anthony cominciarono a fare il giro delle varie case discografiche, ma nessuno voleva saperne dei Queen. I due erano sconcertati. Una delle critiche più comuni era che la band suonava troppo come gli Yes e i Led Zeppelin, anche se tutti quelli che avevano lavorato all’albumconcordavanosulfattocheillorosuonoerasenzaeguali.IQueen non trovaronoun’etichetta pronta a stampare il loroalbume a distribuirlo. Andò meglio con i diritti di pubblicazione, per i quali ottennero un contratto con B. Feldman & Co. I fratelli Sheffield, nel frattempo, avevano tirato a bordo un energico dirigente dell’industria, Jack Nelson, un americano, per aiutare i Queen a ottenere un contratto e un manager. Entusiasta per quel che ascoltò in studio e perplesso per la mancanza di interesse delle grandilabel, Nelsondecise digestire laband personalmente. «Micivolle piùdiunannoperconcludere uncontrattoperiQueen;nonli voleva nessuno», racconta. «Voglio dire, proprio nessuno. Non ti faccio nomi,malorosannobenissimochisono,unoperuno.» Nelson rimase molto colpito dal talento della band. «I Queen mi ricordavanol’assettodeiBeatles. Ognunodiloroera diversissimodall’altro, erano come i quattro estremi di una bussola. Freddie componeva alle tastiere e proveniva da una formazione classica; una personalità davvero complessa, ma piena di talento. Brian era un vero chitarrista rock, ed era quella l’influenza che portava alla band; pieno di talento anche lui; con la testa tra le nuvole ma determinato; aveva una laurea in astronomia dell’infrarosso. John era il bassista; portava solidità al gruppo, come fannoi bassisti; li radicava; aveva una laurea a pieni voti in elettronica. Roger, il

batterista, aveva due lauree. Probabilmente erano i musicisti più colti in circolazione. Conpersonalitàtotalmente diverse. Avolte magariarrivavamo in aeroporto e uno si fermava, uno andava a sinistra, uno a destra e uno drittodavantiasé.Mainsiemeeranounaforzacreativaenorme.Quandosi incontravano, al centro, con le quattro voci sovrapposte, l’effetto era incredibile.» Ognuno di loro era primus inter pares. Nessuno era il capobranco. Troppo intelligenti per coalizzarsi contro gli altri, Freddie e Roger condividevano una certa complicità in termini di amicizia, sebbene Roger abbiainseguitodichiaratodiavereavutopiùcoseincomuneconBrianagli inizi. «Non siamo sempre andati d’accordo, ma abbiamo capito di avere

bisognol’unodell’altro»,disseallarivistaQnelmarzo2011.

«Brianèilmiomiglioreamico,maeroanchemoltovicinoaFreddie.Noi dueeravamoi‘mascalzoni’delgruppo.» Brian prendeva tutto con molta serietà; era paziente, introspettivo, caparbioerestioacedereilcontrollo. «Interagivamoinmanieraabbastanzacomplessa,sudiversilivelli»,spiegò sempre a Q. «È per questo che funzionava, tutto sommato. Per certi versi ero molto vicino a Roger, perché avevamo già suonato insieme. Eravamo come fratelli, lo siamo tuttora. Eravamo in perfetta sintonia per quel che riguardava le nostre aspirazioni e i nostri gusti musicali, ma chiaramente eravamoanche moltodistantisu parecchie altre cose. Come tuttiifratellici amavamo e ci odiavamo al tempo stesso In un certo senso ero molto vicinoaFreddie,inparticolarequandositrattavadicomporre.Mièsempre piaciuto fare le voci sui pezzi di Freddie, guidarlo in una certa direzione.» SucosavertevanoidisaccordiconRoger? «Su qualsiasi cosa. Qualunque dettaglio legato alla nostra musica. Eravamocapacididiscuterepergiorniinterisuunasingolanota.» John interveniva poco, ma contribuiva molto, in particolare curando gli interessi finanziari della band. Ci sarebbero voluti anni, però, perché i malumorilegatiaidirittid’autoresidissipassero.Chiunquefirmavaundato brano(inclusiquelliperil latoB deisingoli) riceveva tuttiidirittid’autore. Le dispute cessaronosoloquandotuttie quattroconcordaronodiattribuire i pezzi al gruppo nel suo insieme, in modo da spartire i guadagni in modo equo. E a quel punto si chiesero perché non ci avessero pensato prima.

Secondo Freddie quella fu una delle migliori decisioni prese dai Queen. Nonsoloerailmetodopiùdemocratico,mastroncavaqualsiasiconflittosul nascere.Moltigruppisisonoscioltiemolteamiciziesonostaterovinateperi malumorilegatiaidirittid’autore,comescoprìasuespeseunvecchioamico

diFreddie,TonyHadley.Nel1999,luiealtriduemembridellasuavecchia

band, gli Spandau Ballet, John Keeble e Steve Norman, fecero causa al principale compositore delgruppo, GaryKemp, perottenere laloroparte di diritti d’autore sui successi passati. Persero e non parlarono più al loro compagno per dieci anni, anche se alla fine, nel 2009, accantonarono le differenzeesiriunironoperungranderitornosullescene. Ciascun membro dei Queen contribuiva a modo suo, completando gli altri. Eranotuttiottimimusicisti. Sebbene Freddie e Briansianoconsiderati iprincipaliautoridellacanzonidelgruppo,constilitalvoltaapparentemente contraddittori, anche Roger e John composero alcuni grandi successi della band, un fatto davvero insolito per un gruppo rock. Freddie scrisse Bohemian Rhapsody, Killer Queen, Somebody to Love e We Are the Champions, fra gli altri; Brian Tie Your Mother Down, We Will Rock You, Hammer to Fall e Who Wants to Live Forever; Roger Radio Ga Ga, One Vision,AKindofMagiceTheseAretheDaysofOurLives;eJohnYou’reMy BestFriend,IWanttoBreakFreeeAnotherOneBitestheDust. «La maggior parte delle band sono composte da un leader e dal suo accompagnamento», commenta Doherty. «Non ci sono molti gruppi che salgonosulpalcoetifannoesclamarequattrovolte‘wow!’.» «FreddieeBriansicompletavanoavicenda»,spiegaGambaccini.«Nonsi sovrapponevano, per cui non c’erano problemi di gelosia; c’era solo ammirazione.Inoltresisollevavanoavicendadaunafettadiresponsabilità. Briannoneraunoshowman, noncome Freddie almeno, percuigliandava benissimo che Freddie lo fosse. A lui piaceva salire sul palco e fare la sua parte, lasciandoche Freddie sioccupasse del resto. Al tempostesso, non se ne stavalìapensare Sonoundiodella chitarra. Siconcentravasulla musica ed era davvero uno spettacolo vederlo suonare. Era contento che Freddie, Roger e John avessero anche loro composto delle hit. Prova a paragonare i Queen a un gruppo come i Bread, dove David Gates ha composto tutti successi della band, mentre i brani degli altri non sono andati altrettanto bene, e a furia di litigare hanno finito per sciogliersi. Nei Queen invece, BrianeracontentissimochelecanzonidiFreddieavesserosuccesso.Questo

produceva album equilibrati, e già in questo senso [i Queen] erano dei geni.»

Nelnovembredel1972,dopoaverefirmatoilcontrattoconlaTrident,la

band tenne un concerto pergliaddettiailavorial Pheasantry, un locale di tendenzasullaKing’sRoad,doveinseguitoBobGeldofavrebbeorganizzato lasuacampagnadelLiveAidechealmomentodellastesuradiquestolibro è diventato una filiale di Pizza Express. Tutti i conoscenti della band si diedero da fare per contattare chiunque potessero nell’industria discografica, chiedendo favori, prendendo a prestito indirizzari, rubando numeriditelefono. Nonostante tuttiquestisforzi, però, lapartecipazione fu scarsa e lo show deludente. L’attrezzatura non funzionò a dovere, la band suonò male… insomma successe di tutto. E in sala non c’era neanche un talentscout. Cinque giorniprima diNatale, iQueen suonarono nel famoso Marquee Club diSoho, in WardourStreet, che aveva ospitatounodeiprimiconcerti dei Rolling Stones, nel luglio 1962 (nella sua sede precedente in Oxford Street), e che aveva visto esibirsi i più grandi artisti del momento: gli Yardbirds,gliWhoeJimiHendrix.Fuunconcertomiglioredelladisastrosa apparizione al Pheasantry, ma non produsse nulla che somigliasse a un contratto. Poi ci fu un barlume di speranza sotto forma di Jac Holzman, amministratore delegato dell’Elektra, un’etichetta americana. Holzman avevaricevutounnastrocontuttol’albumdeiQueendaJackNelson. «Lo ascoltai prima sullo stereo, poi in cuffia», ricorda. «Era stato registrato e suonato alla perfezione. C’era tutto: era come se mi fosse atterrato sulla scrivania un diamante tagliato perfettamente. Fui subito catturato.Keep YourselfAlive, Liar, TheNightComes Down…tutte canzoni bellissime e con una produzione magnifica, come un gelato purissimo rovesciatosuunaverabaserock’n’roll.VolevoiQueen.» Dopo interminabili negoziati, Nelson riuscì a portare l’americano a un concerto della band al Marquee. «Presi un aereo per Londra», ricorda Holzman.«VidiilconcertocheJackavevaorganizzatoerimasiterribilmente deluso. Sul palco non vidi nulla che eguagliasse l’energia di ciò che avevo sentito sui nastri. Ma la musica era tutta lì. Scrissi ai Queen una lunga lettera, quattro o cinque pagine fittissime, piena di osservazioni e suggerimenti.» È vero che in quel momento lo stile di Freddie sul palco era ancora

abbozzato e non per tutti. Forse Holzman si aspettava un’immagine più rock’n’roll e virile, non certo body leopardati, stole di piume e scarpette da ballerina. A prima vista le pose e gli atteggiamenti vanitosi di Freddie contrastavano con l’immagine che Holzman si era fatto della band ascoltandol’album. I Queennonrappresentavanola loromusica come se li eraimmaginati. Pocodopo, tuttavia, ciripensòe cominciòa vedereciòche aveva sentito. Èvero, queiragazzieranodiversie fuoriditesta, ma iniziavanoa piacergli. AccettòdiscritturarlipergliUSA. Nonostante stesseropercondividere una rinomata etichetta americana con i Doors, però, i Queen erano ancora scoperti per il mercato inglese. Rimaneva loro solo l’insoddisfacente contrattoconlaTrident.

9

EMI

KeepYourselfAliveèunbranocherappresentaallaperfezione

l’essenzadeiQueeninquelperiodo.

FREDDIE MERCURY

Mivengonoinmentesolodueartistichetidavanosubito

l’impressionediesseredellestar,findalprimomomentocheli

incontravi.UnoeraPhilLynott,l’altroeraFreddie.

TONY BRAINSBY,addettostampadeiQueen

NONOSTANTE tutte le frustrazioni che ne avevano preceduto la nascita, l’album di debutto dei Queen, completato nel gennaio 1973, era un capolavoro. Il mese successivo, la band registrò una puntata per il programma radiofonico diJohn Peel. Anche quello era un traguardo in sé, dato che in quei tempi non era praticamente mai successo che Radio 1 invitasse nei suoi studi un gruppo senza contratto. I Queen ebbero un ulteriore colpo di fortuna quando la B. Feldman & Co fu acquisita dalla EMI Music Publishing, perciò all’improvviso si trovarono automaticamente sotto contratto con una major. Fu un ulteriore passo verso l’avverarsi del lorosogno.

«Negli anni Settanta la EMI era la casa discografica più importante di tutte», ricorda Allan James detto «Jamesie», ex dirigente della promozione della EMI e uno dei più famosi promotori nel campo. Jamesie, che i suoi artistichiamavano«l’uomoinnero», neglianniha seguitoartistidelcalibro

di Elton John, Alice Cooper, Rick Wakeman, Kim Wilde, Eurythmics e innumerevolialtri. «LaWarnerelaCBSeranoamericane»,osserva. «LaPye,laDeccaelealtreetichetteinglesieranodellenullità.LaEMIdi Manchester Square era l’industria discografica. Funzionava anche da filtro per tutte le etichette alternative americane dell’epoca, come la Capitol e la Motown. La EMI aveva messo sotto contratto i Beatles, aveva prodotto i maggiori successi della musica leggera e aveva nella sua scuderia tutti i principali artisti, da Vera Lynn a Cliff Richard. In quegli anni era la più grandeetichettadiscograficadelmondoeiQueensognavanodientrarvi. «Il presidente, Sir Joseph Lockwood – l’unico ‘Sir’ dell’industria allora – era una specie di spaventapasseri estremamente effeminato e Freddie lo idolatrava. Non avrebbe potuto trovare un padrone migliore di ‘Sir Joe’. E infatti sembravano fatti con lo stampino, avevano un sacco di cose in comune. La megalomania, tanto per cominciare: ogni volta che Sir Joe entrava nella reception della EMI con il suo entourage, c’era sempre un ascensorecheloaspettavaperportarlodrittoalsuoatticopersonale. «Poic’eranoiconiugiEast. «Ken East era l’amministratore delegato della EMI negli anni Settanta. Era un australiano grande e grosso, e spudorato, che aveva lavorato come camionista prima di entrare nell’industria. Sua moglie Dolly prima aveva lavorato nelle pubbliche relazioni e permoltiversi aveva continuato a farlo anche dopo. Era una donna imponente, un personaggio irresistibile alla MamaCass.Kenadoravagliartistiefuunodeiprimiascenderedallatorre d’avorio per mischiarsi con loro. La EMI era piena di froci, per cui Ken e Dollybazzicavanoanchequell’ambiente. «Andavamoa cena fuoriconCliff Richard e combinavamoguaineiclub di Soho. Era un periodo epico, pieno di fantasia. Ovvio che Freddie desiderasseentrareinquelmondo.Accidentiseerafantastico.Eperchémai laEMInonavrebbevolutoavereiQueen?Sembravanofattiappostaperlei. Perché? Perché erano diversi e intelligenti, e avevano un atteggiamento creativo. Erano in sintonia con lo spirito del tempo, ascoltavano i gusti del pubblico, cercavano di anticiparli e svilupparli. Sapevano esattamente quel chefacevano,propriocomelaEMI.» All’epoca, il capo della divisione A&R, il funzionario dell’etichetta che doveva decidere se accettare o no i Queen, era Joop Visser, che Steve

Harley, l’ex leader dei Cockney Rebel, ricorda come «un adorabile olandesone». «Joopera quelloche aveva scopertole tre band miglioridell’epoca e che

se le eraassicurate tutte e tre allostessotempo», sostiene Harley. «Laprima erano iQueen. La seconda iPilot, il gruppo degliexBay City RollersDave

Patone BillyLyall(mortoperuna complicazione legata all’AIDSnel1989). La terza, ovvio, eravamo noi. Joop scritturò i Cockney Rebel per tre album senza clausole direcessione. Neanche un singolo con l’opzione discaricarci

se non fosse andato bene. Un genere di contratto che oggi non esiste più.

Joop era uno che faceva sul serio. Ha dato il via alla mia carriera e mi ha cambiatolavita. «Avevo ventidue anni ed ero arrogante e presuntuoso. Grazie a Dio ho avuto a che fare con Joop: chiunque altro miavrebbe preso a calciprima o poi.Jooperaunodacuiandaviachiedereconsigli. «Ero uno spirito indipendente, una specie di giocatore d’azzardo, irrequieto, spavaldo. Ma non si offendeva mai. Lo adoravo con tutto il cuore. Può darsi che io abbia fatto degli errori che i Queen invece hanno evitato, perché sono stati più furbi. Io e Freddie avevamo in comune un debole per la teatralità. Nulla a che fare con il glam rock: quella era un’etichetta inutile perun gruppocome il mioocome quellodiFreddie. Il

fatto è che i Queen di Freddie Mercury sarebbero stati teatrali in qualsiasi epoca. Non avevano bisogno dell’etichetta ‘glam rock’ per confermare e contestualizzareillorostile.» Fu ilfotografoMickRockastimolare lapropensione perlaspettacolarità

in artisti come Freddie, Bowie e Harley stesso. «Spingendola ai massimi

livelli», prosegue Harley. «Mick era un catalizzatore, sempre indaffarato a mettere incontattole persone fradiloro. Ricordoche unavoltaportòMick

Ronson[ilcompiantochitarristadegliSpidersfromMarsdiBowie,deiMott the Hoople, diVan Morrison e dimoltialtrigruppi] a casa mia, nella zona

di Edgware Road, dicendo che dovevamo assolutamente conoscerci perché

saremmo diventati subito amicissimi. Cosa che effettivamente successe. I

musicistiloadoravano.Lovolevanolìconloronelfronte-palco,pergliscatti panoramici.Mickeraunmusicistasenzaesserlo. «Mick mi fotografò ovunque e fece anche un lavoro magnifico con i Queen. Lui mi capiva, così come capiva Freddie. Incoraggiava la nostra creatività. Noi, come i Queen, volevamo scuotere l’industria dalle

fondamenta. Nel profondo del cuore sono un cantante folk, anche se all’epoca non volevo ammetterlo: fanculo Woodstock. Truccarsi e fare la checcaingiroeralacosa‘in’diqueglianni.SocheancheFreddielapensava così, perché ne abbiamo parlato più di una volta a cena, giù al Legends. So pure che i Queen adoravano Joop tanto quanto lo amavo io, specialmente Freddie.» Ma non era stato amore a prima vista. Joop Visser stava cercando un gruppo per colmare il vuoto lasciato da Ian Gillan quando questi aveva abbandonato i Deep Purple dopo l’estenuante tour mondiale di «Machine Head». All’inizio, però, non rimase particolarmente colpito dai Queen. Anche lui andò a vederli dal vivo al Marquee il 20 dicembre 1972, ma la performancelolasciòindifferente.QuandopoiVisserandòatrovarliinsala prove, il suogiudiziofu della serie: «Embè?» Avrebbe poiconfessatoche le «personalità» della band l’avevano «lasciato freddo». C’era ancora molto lavorodafare. Tuttavia, dopo un altro concerto per gli addetti ai lavori (sempre al Marquee, il 9 aprile 1973) e dopotre mesidicomplicate contrattazionicon la Trident, durante le quali quest’ultima riuscì a strappare le condizioni migliori, l’indomito Visser scritturò i Queen per la EMI. Per la band il risultato compensava ampiamente l’agonia dell’attesa. E infatti i Queen sarebbero rimasti alla EMI per tutta la loro carriera, o quasi (l’avrebbero

abbandonatasolotrentottoannidopo,allafinedel2010).

Il loro primo singolo ufficiale, Keep Yourself Alive, uscì il 6 luglio 1973. Era il brano che apriva l’album del debutto ed era stato scritto da Brian May. Ma non bastò. La campagna pubblicitaria fu liquidata dalla stampa come una «montatura» e, per quanto oggi possa apparire abbastanza normale, all’epoca fu accolta come opportunistica e di cattivo gusto. La frustrazione di Freddie raggiunse i massimi livelli, perché a suo avviso i Queen avevano tutti i numeri per riuscire. Rifiutato cinque volte dai palinsesti dell’emittente nazionale Radio 1 e in assenza di un’alternativa commerciale (le radio private sarebbero nate anni dopo), il singolo non entrò nemmeno in classifica. Fu la prima e ultima volta nella carriera dei Queen che accadde una cosa del genere. L’unico DJ a passarlo fu Alan «Fluff» Freeman, descritto da John Peel come «il più grande disc jockey duro e puro di tutti i tempi», creatore di molte espressioni poi entrate in

voga.Freeman(oggiscomparso)trasmiseilsingolosulsuoprogrammaRock Show,inondailsabatopomeriggio. LaEMInonsiscoraggiòeingranòlaquinta.Senzadubbio,inqueglianni lamigliore visibilitàperunaband eraunpassaggiosuTheOldGreyWhistle Test(OGWT), il programma musicale dicultodella BBCpresentatodal DJ Bob Harris. La trasmissione andò in onda per sedici anni, mentre i programmiequiparabilidioggiraramentesopravvivonoallasecondaserie. Il nome del programma (letteralmente «il test del fischiettio dei vecchi grigi») derivava da un’antica espressione della prima industria discografica americana, quella conosciuta come «Tin Pan Alley». Quandoinuovidischi arrivavanosulleloroscrivanie,idirigentilifacevanosentireai«vecchigrigi», cioè ai loro portieri, che indossavano una divisa grigia. Questi avevano l’abitudinedifischiettareimotivipiùaccattivantidopoununicoascolto,per cuisidicevache queipezziavevanopassato«iltestdelfischiettiodeivecchi grigi». Al contrario diTop ofthePops, il programma settimanale della BBC chepresentavalehitdellaclassifica,OGWTsioccupavasolodialbum. Unwhitelabel (un discopromozionale con l’etichetta bianca) dell’album dei Queen fu spedito alla produzione di OGWT. Il mittente però si era dimenticato di scriverci sopra il nome della band e della casa discografica. Nessunosapevadadovearrivassequeldisco,néchifosseilgruppo. «All’epoca molti album di una certa consistenza provenivano dagli Stati Uniti», ricorda Mike Appleton, produttore del programma. «Quindi molte band non potevano venire nel nostro studio a esibirsi dal vivo. Per questo avevo cominciato a trasmettere i brani dei loro album accompagnati da immaginimontateappostadalgenialePhilJenkinson.Secondomolti,quella nostra idea ha poiportatoall’invenzione del videomusicale. Econ il senno di poi, posso aggiungere che [il video] fu un vero disastro per l’industria della musica, perché sottrasse denaro e importanza alle esibizioni dal vivo. Diversi locali dovettero chiudere e i programmi televisivi dedicati al rock finironopersomigliarsitutti.» Creareimmaginicheaccompagnasserolecanzoni,tuttavia,eraun’attività moltopiacevole. «Gli appassionati di musica cominciarono a sintonizzarsi sul nostro programma solo per quello», concorda Appleton. «Fra gli artisti che comparivanoregolarmente nellatrasmissione c’eranoLittle Feat,ZZTop,JJ Cale, il primo Springsteen, Lynyrd Skynyrd: avrei potuto passare la loro

Freebird ogni settimana ed essere comunque inondato da richieste; era il brano più popolare di tutti all’epoca. Usavamo immagini diversissime:

cartoni animati, film astratti, pezzi sperimentali, di tutto. Funzionava benissimo.Ungiornopresiinmanoquelwhitelabelchesitrovavasullamia scrivania e notai che mancava il nome della band e dell’etichetta. Avrei potuto benissimo ignorare l’album o buttarlo direttamente nel cestino, ma casovolle che lomisisulgiradischi, senza sapere che sitrattava deldebutto deiQueen.» Appleton rimase così colpito da quel che udì che decise di trasmettere KeepYourselfAlivenellapuntatadellasettimanasuccessiva. «Feci un po’ di telefonate per scoprire da chi venisse di quel disco. Nessuno sapeva niente. Alla fine lo diedi a Phil e gli dissi: ‘Mettiamolo su. Diremointrasmissionechenonsappiamodichidiavolositrattanédadove diavolo viene, ma se c’è qualcuno là fuori che lo sa, che ci telefoni’. Phil ci aggiunse degli spezzoni di cartoni animati in bianco e nero di un treno argenteo e affusolato con il volto di F.D. Roosevelt, che attraversava l’America alla velocità della luce; era un filmato usato durante una campagna elettorale degli anni Trenta. Il giorno successivo, la EMI ci chiamò perdirciche la nostra band misteriosa erano iQueen. Decidemmo di annunciare la notizia nella puntata successiva, ma gli spettatori ci batterono sul tempo: ricevemmo una valanga di richieste di persone entusiaste;unareazionedavverofuoridalcomune.» L’album uscì il 13 luglio 1973, per pura coincidenza esattamente dodici anni prima della trionfale esibizione dei Queen al Live Aid. La stampa musicale non lo accolse con favore. La maggior parte dei critici usò toni quanto meno sprezzanti. Alcuni lo detestarono, in particolare il critico del New Musical Express Nick Kent, che lo descrisse come «un secchio di urina», dando così inizio a una lunga faida fra i Queen e lo stimato settimanale. Almenoilpubblico, però, cominciòad ascoltarli. L’albumrestò in classifica per diciassette settimane, raggiungendo la posizione numero ventiquattroediventandodiscod’oro.DopounulteriorepassaggiosuRadio

1–ancheseglialtezzosiselezionatorimusicalicontinuavanoaignorarli–la

Trident mandò i Queen agli studi cinematografici di Shepperton per sviluppare nuovi brani e provare quelli vecchi. Fu in questo periodo che la band giròilsuoprimovideoclip: da pocola Tridentsiera infattiingrandita nelcampodellaproduzione difilmatimusicali, creandoun’altraconsociata,

la Trillion. Ilvideoperpromuovere Keep YourselfAlivee Liar fu diretto da MikeMansfield,futuroproduttoreeregistadisuccessonelcampo. «Il video promozionale, allora ancora allo stadio embrionale, sarebbe diventatounostrumentoindispensabile nellapromozione diundiscoe ben presto le case discografiche avrebbero speso migliaia di sterline per ingaggiare i registi migliori, girare in location esotiche e riempire i loro prodotti di sbalorditivi effetti speciali; tutto pur di spingere i loro artisti in alto nelle classifiche», spiega Scott Millaney, produttore di alcuni dei video più rappresentativi nella storia della musica pop, fra cui Video Killed the Radio Star dei Buggles (il primo videoclip a essere trasmesso da MTV nel 1981),AshestoAshesdiDavidBowieeIWanttoBreakFreedeiQueen. In tutto,lasuacasadiproduzione,laMGMM,avrebbecreatodiecivideoperi Queen. «L’industria dei video promozionali, con tutti i suoi trucchi e le sue tecniche speciali, ha finito per esaurirsi da sola», ammette Millaney. «E a quel punto l’industria discografica si è ricordata dell’elemento umano, e l’intero ciclo è ricominciato da capo. Ma negli anni Settanta il video era ancora una novità entusiasmante e ha favorito moltissimo la carriera di decine di artisti, alcuni dei quali avevano ben poco talento per giustificare tuttoilcancan.» Secondo Millaney, per avere successo un video promozionale si deve fondare su tre elementi essenziali: la musica e il testo della canzone, la performance «dal vivo» dell’artista e un’immagine che lo distingua da tutti gli altri. Quando il miscuglio di questi tre ingredienti è corretto, un unico passaggio in televisione può lanciare un disco e affermare un artista più di qualsiasinumerodipassaggiradiofonici.Diconseguenza,prestomoltiartisti abbandonaronodel tutto il circuito deiconcerti, perché avevano capito che con il video potevano dare una parvenza di perfezione, un risultato che nessunospettacolodalvivoavrebbemaipotutoeguagliare. «L’aspettonegativodellafaccendaè che girare unvideoclipè un’impresa impegnativaefaticosa»,osservaMillaney. «Leripresecomincianospessoall’albaeavoltefinisconoanottefonda.È unatabelladimarciamassacrantepergliartisti,eallafinelafaticamostrail conto. Non c’è dubbio che le case di produzione come la nostra abbiano trasformatoilvideononsoloinun’industriaindipendente,mainunaforma d’arte.El’abbiamoaffinataalpuntocheeravamonellaposizionedidirealle

case discografiche: Dovete pagare una fortuna se volete il meglio. Collaboravo con i migliori creativi del mondo. Eravamo noi a fissare lo standarddelsettoreelavoravamogiàdueanniprimadellanascitadiMTV, checonilsuoavventocambiòtutto.» La prima esperienza dei Queen con il nuovo medium non fu molto incoraggiante. La band non era a suo agio negli studi e sorsero alcuni contrasti con Mansfield, che liquidò quasi tutti i loro suggerimenti artistici come «roba da principianti», preferendo seguire le sue idee «di esperto». Freddie in particolare pensava che Mansfield non avesse capito la loro musicaecheilsuolavorofossegiàsuperato,prevedibilee«presuntuoso».Il risultato finale fu definito inutilizzabile e di conseguenza scartato. Quando sitrattòdigirare ilvideoperLiar, iQueen sirifiutaronodilavorare ancora con Mansfield. Avevano capito che l’unico modo per ottenere ciò che volevanoeradifarlodasolie quindiunironole loroforze aquelle diBruce Gowers,untecnicodeiBrewerStreetStudiosdiLondra,percrearequalcosa che fosse «in sintonia con l’immagine che la band voleva dare di sé». Quel video, oramai una rarità, è stato il primo a essere usato per promuovere i Queen, sebbene a quei tempi ci fossero pochi programmi televisivi in cui mostrarlo, per cui non è stato visto da molti, come recita il libretto che accompagna il DVD «Queen Greatest Video Hits 1». Liar era un brano scritto da Freddie e non uscì mai come singolo nel Regno Unito, solo in NordAmericaeinunavesteabbreviata.LaversionechecomparenelDVD noneramaistatadistribuitaprima. L’esperienza insegnò ai quattro che solo se mantenevano il controllo completo del proprio lavoro potevano rilassarsi abbastanza per correre qualche rischio dal punto di vista creativo. Questo sarebbe diventato il modellooperativodituttalalorocarriera. «Non direi che avevano la mania del controllo», affermò il loro primo addetto stampa, Tony Brainsby, nel 1996, quattro anni prima di morire. «Ma sapevano sempre quel che volevano e non scendevano quasi mai a compromessi, né si accontentavano facilmente. Avevano le idee chiare, per cuiingenereerainutilecercarediconvincerliadaccettarequalcos’altro.» BrainsbyfuingaggiatodallaTridentaunprezzoesorbitantepercostruire l’immagine pubblica dei Queen. Il PR viveva come una star ed era molto rinomato nella scena musicale. Girava per Londra a bordo di una Rolls- Royce, era magrissimo, allampanato e occhialuto, e di solito portava una

giacca nera con il collo alla coreana, pantaloni a tubo e stivaletti Chelsea. Era esattamente il genere di portavoce con cui Freddie poteva trovarsi in sintonia. Oltre ad avere l’indispensabile look eccentrico anni Sessanta, Brainsby vantava ottime credenziali rock. Da giovane aveva condiviso un appartamentoa Sohocon EricClapton e Brian JonesdeiRollingStones. La sua rubrica sulla rivista Boyfriendloportava a partecipare regolarmente alle prove dellatrasmissione televisivaReadySteadyGo!,cosa che poiloispiròa lanciare la sua agenzia di pubbliche relazioni. Quando incontrò i Queen, Brainsby era il PR più ambito di Londra. Fra i suoi clienti vantava i principali artisti dell’epoca, da Cat Stevens ai Thin Lizzy, dai Mott the Hoople ai Strawbs. Mick Rock, il fotografo delle band e suo grande amico, gliavevafattoilserviziodelmatrimonio. Brainsby dirigeva il suo impero da una grande dimora assai disordinata in Edith Grove, fra FulhamRoad e la King’sRoad, zeppa diragazze, piante morte e televisori. Quelli di noi che sono ancora vivi, ricordano tutt’oggi le festeinquellacasa:seneriemergevasolodopodiversigiorni. «IQueenmivenneropropostidaloromanageramericano,JackNelson», ricordòBrainsby. «Non era da me accettare gruppi relativamente sconosciuti, ma i Queen eranodiversi.Ricordocheandaiavederliall’ImperialCollege.Nonc’eraun palco, solo una pista da ballo. C’era Freddie che dava spettacolo con una mantellina bianca e il suo atteggiamento impudente. Quella performance era molto lontana da quello che sarebbero diventatiin seguito, ma dicerto Freddieavevagiàtuttalasuapresenzascenica.» In generale ciò che colpiva Brainsby dei Queen era che Freddie non cercavadiaccaparrarsituttalagloria. «Quel che trovavo encomiabile era che i Queen non provavano mai a presentarsi come ‘Freddie Mercury e la sua band’. Erano un vero gruppo e Freddie non tentava mai di proporsi come il loro leader. Per quel che vedevo, i rapporti fra di loro erano perlopiù armoniosi. Erano diversi dagli altri musicisti rock, perché erano tutti molto intelligenti. Potevi sentirti persinoinadeguatoinloropresenza.» All’inizio, ammise Brainsby, c’era la tendenza a utilizzare Freddie più di Brian,RogeroJohnperleinterviste. «Poiimparaiadassicurarmichetuttiricevesserolastessaesposizione.Più avanti, Freddie venne riservato alle interviste più importanti. Poi ci

mandammoBrian, che raccontava sempre la storia dicome avesse costruito

la sua chitarra usando un vecchio caminetto. Era facile promuoverli e

finirono sulle riviste musicali più serie. Roger, che era il pinup del gruppo,

andava bene per le riviste da adolescenti, come Jackiee 19. Era bellissimo. AlmenoiQueen non facevanoipreziosicon la stampa, e menomale, dato che molti giornalisti non erano interessati a chiacchierare con loro. Devo dire però che erano abbastanza pignoli per le fotografie. Volevano approvarle una per una prima che potessi distribuirle. Freddie era il più suscettibile. Ilproblemaeranoisuoidenti. Erauntale perfezionista tipico

di quelli della vergine. Aveva persino creato uno stemma per la band, che

raggruppavatuttiilorosegnizodiacali.» Tutto ciò sarebbe stato ripreso dalla parodia di una band heavy metal,

creatadaRobReinereimmortalatanel1984conilfalsodocumentarioThis

IsSpinalTap. Per quanto Brainsby fosse uno di mondo, rimase subito affascinato da Freddie.«Avevamoltepiccolemanie‘stilose’chelorendevanomemorabile. Per esempio si metteva lo smalto nero sulle unghie di una mano sola, la destra ola sinistra, oppure solosu unmignolo. Riempiva le frasidi‘tesoro!’ oppure ‘miei cari!’ e i suoi modi effeminati erano molto divertenti e accattivanti. Era bellissimo stargli vicino. Non ti annoiavi. Le ragazze lo adoravanoquandovenivainufficio. «All’epoca viveva con Mary, chiaramente. All’inizio la sua vita sessuale era un autentico mistero per noi, non riuscivamo a decifrarla. Di certo lui nonneparlavamai.» Non che Brainsby frequentasse i membri della band o fosse diventato loroconfidente. «Mièsemprepiaciutotenereunacertadistanzaconiclienti.Pensareche siano i tuoi migliori amici è il più grande errore che puoi fare nel mio campo.Finisconoperprendertiperilculo.Gliartistisonodeirompicoglioni

se gli stai troppo vicino. Lasciavo quel compito alle ragazze dell’ufficio. Era perquellochelepagavo.» Ilrock’n’roll,concluseBrainsby,parlandoanomeditutti,«èunbusiness incostante,instabile,emotivoepienodipersoneegocentriche.Propriocome le star. Provaalavorarcitantoquantociholavoratoioe nontisorprenderà più vedere che ogni singolo musicista è paranoico ed eccentrico. È il businesschelifadiventarecosì.»

Freddiesisalvavaperchéerasìeccentrico,masimpatico. «Lo ammiravo moltissimo», disse Brainsby. «Era pieno dicreatività, non solonellasuaimmaginazione,maperdavvero.Esapevadiesserlo,anchese all’epoca aveva ventisette anni, mi pare. Voglio dire, [i Queen] erano abbastanza vecchi per un gruppo rock esordiente, no? Quanto dev’essere stato frustrante sapere di avere tutte le qualità necessarie per sfondare, provarciinognimodoenonriuscircipercosìtantotempo.» Freddie dava l’impressione di essere stato consapevole delle proprie capacitàfindall’infanzia. «Avevaunbisognodisperatoditrovare unosfogoperlasuacreatività. Il successodev’essere statoun sollievoenorme perlui. C’era statoun periodo in cui aveva combattuto con le unghie e con i denti per ottenere quel che voleva, il che normalmente non tira fuori il lato migliore nelle persone Battersi, lottare e gridare per fare colpo e conquistarsi un posto sono tutte cose che hannoconseguenze negative sullapersonalità.Quandoloconobbi, Freddieeraarrivatoproprioaquelpunto.» IlpiùricercatoPRdiLondranoneral’unicoadavereunlavorodifficile.

10

Giovanotti

Magarisembreràcheabbiamoaffrontatolanostracarrierain

modoscientificoecalcolato,mainostriegovolevanosoloil

meglio.Hosemprepensatochefossimounagrandeband.

Suonamoltopresuntuoso,loso,maècosì.

FREDDIE MERCURY

LacosachedistinguevaiQueendaglialtrigruppirockèche

loroscrivevanocanzoniconl’intenzionedifarnedeigrandi

successi.Puoiancheessereilmusicistapiùbravodelmondo,

maèdifficilissimocomporreungioielloditreminutiemezzoe

fareinmodopoicheilmondointerolocanticchi.Senesei

capaceeinpiùsaisuonarebene,haivinto.Èquestoilsegreto

dellorosuccesso.

JAMES NISBET,chitarristaesessionman

AGOSTO 1973. I Queen tornarono nei Trident Studios per incidere il secondoalbum. Grazie agli incessanti sforzi di Tony Brainsby per promuovere la loro immagine, questa volta ebbero il permesso diusare glistudicome qualsiasi altro cliente pagante: poterono persino registrare durante il giorno, se lo desideravano. Il13 settembre andaronoalGoldersGreenHippodrome e parteciparono a un’importante trasmissione radiofonica per la BBC. Ricorda Jeff Griffin, produttore dell’emittente britannica: «Registrammo la prima sessione dal

vivo deiQueen perIn Concertdi Alan Black [il laconico DJ scozzese, oltre che fumettista e animatore diYellowSubmarine, oggi scomparso]. I Queen non suonarono per un’ora intera. Avevo fatto venire [il cantautore] Peter Skellerncome spalla. Oggidevoammettere che eraunabbinamentostrano. IQueeneranotranquilli,soloFreddiemostròqualchesegnodinervosismo. Era normale, dato che non aveva fatto molte cose dal vivo all’epoca. Lo spettacoloandòbeneegeneròmoltointeresseperlaband». Quellostessomese, l’Elektra lanciòilprimoalbumdelgrupponegliStati Uniti. Dopo l’accoglienza tiepida del Regno Unito, però, i Queen non si aspettavanomolto.Fuunapiacevolesorpresaquindi,quandoappreseroche iDJamericaniliavevanodefiniti«unnuovo,entusiasmantetalentoinglese» e avevano cominciato a trasmettere il loro album. Un’ondata di richieste fece volare il disco in alto nella classifica americana, dove raggiunse quota ottantatré: niente male per una band sconosciuta. Il successo non passò inosservato. Brainsby aveva già presentato i Queen a un’altra grande band presentenellasuarosadiclienti,gliirrefrenabiliMotttheHoople,capitanati dall’ironico Ian Hunter. Nonostante un nutrito seguito di fedelissimi nei

concerti,levenditediscografichedeiMotteranodeludenti,eversoil1972i

membri della band avevano deciso di sciogliersi. Erano stati però incoraggiati a proseguire da David Bowie che li aveva portati sotto l’ala protettrice del suo management. Avevano firmato un nuovo contratto con la CBSRecords (poiSony) e lo stesso Bowie aveva scritto e prodotto il loro più grande successo: All theYoungDudes («Tuttiigiovanotti»). Nel1973, i Mott avevano sfornato altri singoli che si erano piazzati fra i primi venti in classica, tra cui All the Way From Memphis e Roll Away the Stone. Da questo successo era nato un grande tour inglese di venti date, che sarebbe cominciato il 12 novembre nella sala municipale di Leeds e che si sarebbe concluso all’Hammersmith Odeon di Londra poco prima di Natale. Grazie allapresentazionediBrainsby,pernonparlaredelcompenso(inqueitempi stava appena diventando accettabile che una band pagasse per partecipare alla tournée diun’altra), iQueen divenneroil gruppospalla deiMott. Il 1º novembre 1973, al Kursaal di Southend-on-Sea (il primo parco a tema del mondo, che anticipò persino Coney Island a New York), Freddie, Brian e RogerfecerodacoristiperiMottsuAlltheYoungDudes.

Nel 1964 fu fondata la pionieristica Radio Caroline, un’emittente indipendente che trasmetteva senza licenza da una nave ancorata in acque internazionaliallargodellecosteinglesi.Natapersfidareilmonopoliodelle casediscograficheedellaBBCsullatrasmissionedibranimusicalinelRegno Unito, la radio lanciò la carriera di diversi DJ come Tony Blackburn, Mike Read, Dave Lee Travis, Johnnie Walker ed Emperor Rosko. Il successo dell’emittente fu stroncato dal governo inglese nel 1967, con una legge su misura che bandì i pirati dell’etere e che svegliò la BBC dal suo letargo, spingendola a creare una nuova «stazione per gli adolescenti», Radio 1, lanciata proprio da Tony Blackburn. Radio Caroline sarebbe rinata più

avanti,manelfrattempo,mentreRadio1muovevaiprimipassi,unanuova

emittentebalzòallaribalta:RadioLuxembourg. Il DJ David Jensen detto «Kid» iniziò a lavorare per la radio del granducato nel 1968, quando aveva appena diciotto anni. La sua trasmissione notturna KidJensen’s Dimensions, in onda fra la mezzanotte e letredelmattino,divenneunadellepiùseguite,attirandounampioseguito diammiratori,fracuiancheilfuturoprimoministroingleseTonyBlair.

JensenincontròiQueenperlaprimavoltanell’ottobredel1973,durante

un tour promozionale organizzato dalla EMI. Oltre che in Francia, Germania, Olanda e Belgio, infatti, la band si esibì anche in Lussemburgo, inunconcertoorganizzatopropriodaKid.

«Dal1968al1973,RadioLuxembourgeral’unico‘postoserio’inEuropa

dovepoteviascoltaremusicarockepop»,spiegaJensen. «In quei giorni Radio 1 finiva le trasmissioni abbastanza presto la sera; poi si fermava anche Radio 2. A quel punto molti ascoltatori cambiavano stazionepersintonizzarsisullenostrefrequenze.Noiciconcentravamosulla musica cosiddetta ‘progressiva’. Facevamo tendenza e tutti gli artisti dell’epoca volevano passare da noi. Una sera incontrai la fidanzata di Jimi Hendrixaunafesta,dopocheluieragiàmorto,emidissecheJimiadorava ilmioprogramma.‘Tornavamodallefesteetiascoltavamo’,midisse. «I Queen mi hanno colpito subito, fin dall’inizio. Keep Yourself Alive è statoilprimobranoche hoascoltato. Avevosempre avutoundebole perle chitarre, ma quel pezzo era diverso. Era così… energico. I Queen avevano tutto: John, il bassista tranquillo e affidabile; Brian, il brillante chitarrista; Roger, l’incredibile batterista, che sigodevaalmassimolavitadarockstar; e poi Freddie Mercury, il grande showman, forse il più grande di tutti.

Nonostante avesseroincisounalbumconuna tecnica perfetta e innovativa, erano stati respinti dalle radio. Sapevo che non li avevano passati su Radio 1. Quando mi dissero che sarebbero venuti qui per un tour promozionale, organizzaiunconcertinoalBlowUpClub,incentro,cheavevaunacapienza dicircaduecentopersone. «Per fortuna i proprietari del club si fidavano di me, sapevano che gli portavo solo le band migliori, per cui mi diedero carta bianca. Il pubblico era composto soprattutto da ragazzini sui vent’anni. Quella sera c’era un programma variegato: i Queen suonarono insieme con altri importanti gruppi rock: Status Quo, Wishbone Ash, Grateful Dead e Canned Heat. Radio Luxembourgvoleva registrare il concerto pertrasmetterlo più avanti, ma l’attrezzatura non funzionò a dovere, per cui purtroppo non esiste alcuna registrazione di quella serata. I Queen erano sicuri di sé e fecero parecchio rumore. Erano già una tacca sopra tutti gli altri, persino in quei primitempi. «Dopolospettacoloandainella camera diFreddie conilloropromotore discografico,Eric‘Monster’Hall,etirammotardi,parlandoditutto.Freddie era molto simpatico e gli piaceva chiacchierare; davvero un perfetto anfitrione.Noncreavamaiproblemi. «Mi piacevano a livello umano. Scrissi un pezzo su di loro per il Record Mirror.IQueenandavanocontroigustimusicalidialcunicritici,cheinfatti non li amavano per niente, ma io li ammiravo proprio per questo. Non erano una band solo ‘sesso, droga e rock’n’ roll’, anche se facevano tutte queste cose. Erano circondati da una certa atmosfera intellettuale. Credo che ognunodiloroavrebbe potutoavere successoin qualsiasicampo. Sono molto grato ai Queen perché hanno aiutato me e il mio programma a crescere. Hotrasmessoilorobranidurante le nottidiRadioLuxembourge questohacontribuitoadaumentarelamiapopolarità.» Anche la popolarità della band era in costante crescita e durante l’apertura dei concerti per i Mott the Hoople i fan li accolsero calorosamente. Finalmente Freddie ottenne quel che aveva sempre desiderato: un pubblicoincoraggiante, una folla in visibilioche glichiedeva di cantare. Le recensioni della stampa musicale, invece, continuarono a essere perlopiù negative; l’opinione generale era che iQueenfosserounpo’ comei«vestitidell’imperatore». «Che se ne vadano affanculo, tesoro, se non ci capiscono», rispose

FreddieaunBrainsbyallibito. L’agente, che spesso doveva sobbarcarsi la collera e la frustrazione del suoclientedifronteallerecensioninegative,nonpotéfareamenodinotare chel’adorazionedeifanstavaavendounimpattocrucialesulcantante. «Nonostantelecritichesullastampa,Freddieerasemprepiùsicurodisé, mavedevochenonglipiacevafareleinterviste.Dopounpo’smettemmodi usarlo del tutto, tranne quando si trattava di promuovere un album o un

tour. Quella sua elusività calcolata lo faceva apparire più misterioso, cosa chechiaramenteglipiaceva.» Così la pensava Freddie all’epoca: «Credo che siamo un bersaglio facile [per la stampa] perché siamo diventati famosi più in fretta di molte altre band»,disse,interpretandoilpassatoinchiaverevisionistaedimenticandosi quantoavesse faticatoa emergere dopoannididelusionie frustrazioni. Ma forse il suo atteggiamento era comprensibile proprio perché aveva sofferto tantopersfondare. «Il mese scorso siamo stati la band più discussa», proseguì, «perciò è

Sarebbesbagliatosericevessimosolocritichepositive,mamidà

inevitabile

fastidioleggere recensioniingiuste e disoneste, dove vediche gliautorinon hannofattoillorolavorocomesideve.» DenisO’Regan,ilpremiatofotografocheiniziòalavorarenelmondodel rock ritraendo David Bowie all’Hammersmith Odeon con una macchina fotografica prestatagli dallo zio, e che in futuro sarebbe andato in tournée

coniQueencomefotografoufficiale,nel1973andòavedereilconcertodei

Mott,sempreall’Odeon,erestòallibitoper«lapretenziositàelasicurezzadi sé»delcantantedelgruppospalla. «Freddie gesticolavae simettevainposa, persinoallora, quandoerasolo

il cantante della band di supporto», ricorda. «Diceva qualche parola fra un

brano e l’altro, per introdurli. Brian May era fantastico. Non li avevo mai sentitiprima.Aqueitempieranormaleascoltareanchelabanddisupporto, oltre che quella principale. Mi girai verso il mio amico George Bodnar [in futuroanche luiun nome importante nell’ambitodella fotografia musicale]

e dissi: ‘Ma chi si crede di essere quel cretino?’ Chiaramente la risposta mi

arrivòun annodopo, quandoiQueen divennerofamosiin tuttoil mondo. In realtà iniziaia seguirlidavvero solo dopo che liascoltaialla trasmissione diJohnPeel.Daallorasonosemprestatounlorofan.» «Amioavviso», osserva JoopVisser, «fu solodopoiltourconiMottthe

Hoople che i Queen iniziarono a esibirsi bene, e voglio dire tragicamente bene. Verso la fine del tour, infatti, i Mott tremavano: i Queen gli stavano rubandolascena.» Nel frattempo, le recensioni migliorarono. «Atmosfera elettrica.» «Band sensazionale.» I Queen conclusero la loro svolta aprendo un concerto dei

10ccaLiverpool.

Quando gli domandarono di commentare quello che era cominciato come il tour dei Mott, ma che era finito per essere quello dei Queen, Freddie rispose: «Suonare con i Mott era una grande opportunità, ma sapevobenissimocheallafinedeltournonavremmomaipiùfattodaspalla anessuno,almenononinInghilterra».

OramailaEMInonriusciva più a gestire lavalanga dilettere deifandei Queen, né le pressantirichieste difotografie, quinditentòdidemandare la responsabilità alla Trident, ma anche questa nonpoteva ononvoleva farlo. C’era unsolomodoperrisolvere ilproblema. Alla fine del1973 nacque un fan club ufficiale, gestito da due vecchi amici di Roger dai tempi della Cornovaglia: Sue e Pat Johnstone. Il fan club ha cambiato mano nel corso deglianni,tuttaviahasemprepotutovantareunrapportoprivilegiatoconla band. Non solo esiste tutt’oggi, ma ogni anno organizza un raduno che attiraancoraungrossonumerodifan. Dato che le vendite dell’album andavano molto bene, la EMI si concentrò sulla campagna pubblicitaria internazionale. Nel gennaio del 1974 fu organizzato un tour in Australia. Poco prima di partire, la band sfioròildisastro,quandoBriansviluppòunacancrenaalbraccioaseguitodi una vaccinazione, così grave che si temette l’amputazione. Per fortuna il chitarrista guarì e il viaggio poté procedere. Poi però toccò a Freddie. Durante il volo per Sydney, fu assalito per la prima volta dalla paura di volareedebbequasiunacrisidipanico.Ilsuonervosismoeraacuitodauna dolorosa otite, che l’aveva reso temporaneamente sordo. Freddie avrebbe odiato gli aerei per il resto della vita. Il viaggio sembrava iellato fin dall’inizio.NéFreddienéBrianeranoinformaeiconcertiinAustralianon furonogranché. Almeno in patria le cose andavano meglio. In un sondaggio fra i lettori del New Musical Express, i Queen si classificarono secondi nella sezione

nuoviarrivi,senzaaveremaiavutonemmenounahitinpatria.InAmerica, l’Elektradistribuìunsecondobranotrattodalprimoalbum,che peròcadde nelvuoto. La EMI nonsiperse d’animoe mise inprogramma l’uscita diun nuovo singolo. Il 21 febbraio 1974, inoltre, si liberò un posto all’ultimo minuto su Top of the Pops (perché il promo del nuovo singolo di David Bowie, Rebel Rebel non era pronto) e i Queen furono trasportati di corsa negli studi della BBC per cantare Seven Seas of Rhye in playback, prima ancoracheilsingolouscissesulmercato. «Ricordo Freddie che correva lungo Oxford Street per vedere la sua apparizione in tv nella vetrina di un negozio di elettrodomestici, perché all’epocanonavevaancoralatelevisione»,raccontaBrainsby. Il singolo uscìin fretta e furia la settimana stessa. La fortuna continuò a girare dalla parte della band. Il secondo album, «Queen II», era oramai pronto e i quattro si prepararono ad affrontare il primo tour del Regno Unito da protagonisti. Il giro sarebbe iniziato a Blackpool il 1º marzo per concludersi quattro settimane dopo al Rainbow Theatre di Londra. L’edificio, che sorge all’angolo fra Isledon Road e Seven Sisters Road, era nato negli anni Trenta come cinema ed è oggi un bene protetto usato da unachiesapentecostale. Negliannierastatounimportante locale musicale:

lìnel1967 JimiHendrixavevadatofuocoallasuaprimachitarra, lìiBeach Boysavevanoregistratoilloroalbum«Live inLondon», lìavevanosuonato fra gli altri Stevie Wonder, Who, Pink Floyd, Van Morrison, Ramones e DavidBowie. Laband cominciòsubitole prove periltouragliEalingStudios. Secondo Brainsby, fu Freddie che ebbe l’idea dichiedere alla giovane stilista Zandra Rhodes di creare dei costumi appositi per la tournée, dopo avere visto gli abiti che questa aveva disegnato per Marc Bolan. Gli altri membri del gruppo sidissero subito d’accordo. I dirigentidella EMI non tanto, a causa dell’esorbitante parcella di cinquemila sterline della creativa, sebbene dovettero poi ammettere che le eccentriche vesti di seta con «ali di pipistrello»fossero«moltoQueen».FusoloinquelmomentocheFreddiesi sentìabbastanzasicuroperdireaddioalbanchettodiKensington. Quattro giorni dopo il concerto di Blackpool, Seven Seas of Rhye andò drittaalnumeroquarantacinque dellaclassificabritannica. Tre giornidopo, uscì «Queen II», che si piazzò al trentacinquesimo posto, fra recensioni contrastanti. Il tour, però, fu segnato da una serie di incidenti, inclusa una

violenta rissa fra gli studenti dell’università di Stirling, in Scozia, in cui furono accoltellati due spettatori. Anche se la band riuscì a salvarsi chiudendosi a chiave nelle cucine, due roadie furono aggrediti e dovettero essere ricoverati. Lo spettacolo successivo, a Birmingham, fu cancellato, ma oramai il danno era fatto: i Queen furono di nuovo attaccati dalla stampa musicale. L’ostilità dei giornalisti continuò anche dopo la data sull’isola di Manafine marzo. Nonostante ciò, ilgruppoe ilsuoentourage celebrarono il tour con nuovi eccessi, alzando gli standard dei loro afterparty, le feste tenute alla fine degli spettacoli. In un’altra data, invece, prima che la band salisse sul palco, gli spettatori intonarono l’inno God Save the Queen, un brano che sarebbe diventato d’obbligo nei concerti della band da quel momentoinpoi. Con «Queen II» al numero sette nella classifica degli album anche le vendite delprecedente LPripreseroa salire, finché entròperla prima volta in graduatoria al quarantasettesimo posto. Più o meno nello stesso tempo, l’Elektra lo distribuì in Giappone, dove fu accolto da recensioni entusiaste. Ma né la Trident, né la EMI, e nemmenoglistessiQueen, potevanosapere quantolabandsarebbediventatafamosanellaterradelSolLevante. Ilsuccesso,però,haunprezzo.Freddieerasemprepiùirascibile,perdeva le staffe al minimo contrattempo, e Brian cominciò a perdere la sua proverbiale pazienza. I loro litigi logoravano tutti e di solito finivano con il cantantecheseneandavastizzito,mentreirimanentitrealzavanolespalle:

secondoloroerainutileperdertempoquandoavevanotantolavorodafare. Molto più avanti, però, commemorando il quarantesimo anniversario dei Queen in un’intervista per la rivista Q, Brian e Roger avrebbero entrambi ricordato Freddie come un paciere: «Credo che sia sbagliato schiacciare Freddie nel ruolo di primadonna. In realtà era un gran diplomatico e se c’eranodeidisaccorditradinoi,ingeneresapevacomerisolverli». Il senno di poi una cosa favolosa. Secondo Freddie, invece, i Queen avevanosempre«litigatosututto,persinosull’ariacherespiravano». Conilmorale sempre più altograzie alsuccessodelprimotour, iQueen furonocontentimanonsorpresiquandoiMottthe Hoople liinvitaronoad accompagnarli nella loro tournée americana: sarebbe iniziata a Denver in Colorado e prevedeva diverse date a New York. Nonostante la paura di volare, il 12 aprile Freddie fu il primo agli imbarchi. La Elektra sfruttò l’arrivo della band negli Stati Uniti per fare uscire «Queen II» prima del

previsto. I quattro erano galvanizzati dalla prospettiva della loro prima tournéeamericana,untraguardocheinseguivanodaanni. La band aveva attiratol’attenzione degliartistipiù stravagantidel Paese. «Enoiche pensavamodiessere diversi…»commentòBrian.«Incontrammo un saccodiartistieccentrici, persinoperinostristandard. Moltitravestiti: i New York Dolls, Andy Warhol… persone talmente creative da riuscire a cestinare tuttoquelche erasuccessoprima». Manonfuunapasseggiata. La band sfioròdinuovoildisastro, a New York, quandoBriancollassòperché non si è ancora ripreso da un’infezione contratta in Australia. La data di Boston fu annullata e quando al chitarrista fu diagnosticata l’epatite, i Queen dovettero rinunciare al resto della tournée. La delusione fu enorme per tutti e il chitarrista si sentì in colpa per avere compromesso il debutto dellabandsullesceneamericane. I quattrotornaronoa casa e, nonostante Brian fosse ancora debilitato, si ritirarono negli studi gallesi di Rockfield per cominciare a lavorare al terzo album. Negli anni Sessanta i Rockfield erano i primi studi di registrazione che offrivano la possibilità di risiedere sul posto. Negli ultimi quarant’anni sono stati usati da diversi artisti rinomati, inclusi Mott the Hoople, Black Sabbath, Motörhead, Simple Minds, AztecCamera, ManicStreetPreachers, NigelKennedyeDarkness(cheeranoquasiunatributebanddeiQueen).I Queen amarono molto i Rockfield. Il 15 luglio 1974, la band tornò poi ai TridentStudios,collaborandodinuovoconBaker,cheoramaieradiventato il «quinto membro» del gruppo. Le registrazioni, suddivise tra altri studi londinesi,inparticolareAir,SarmeWessex,furonointerrottequandoBrian dovette essere di nuovo ricoverato: questa volta per ulcera duodenale. Un’altra tournée americana, programmata per settembre, fu abbandonata. Briansprofondònella depressione e temette che iQueenavrebberodovuto cercarsiunnuovochitarrista.Untimoreinutile:ilrestodelgruppocontinuò a lavorare senza diluiconl’intenzione diaggiungere isuoipezzidichitarra inunmomentosuccessivo. In compenso, il secondo album raggiunse il disco d’argento dopo avere vendutooltrecentomilacopie.Comesuosolito,Brainsbyorganizzòun’abile montatura pubblicitaria per celebrare l’evento al Café Royal, sotto forma dell’attraente attrice Jeannette Charles, un’icona della tv britannica che sovente impersonava la regina Elisabetta. Fu una scelta azzeccata, specialmente perché i Queen avevano oramai prodotto una personale e

rispettosa versione dell’inno nazionale inglese, da usare in chiusura dei concerti. Nell’ottobre del 1974 uscì il terzo singolo della band, Killer Queen, estrattodall’imminenteterzoalbum,«SheerHeartAttack». «Killer Queen parla di una squillo d’alto bordo», spiegò Freddie. «Con quel pezzo volevo dire che anche le donne dell’alta società possono essere delle puttane» aggiunse, quasicome siriferisse a se stesso. «Èdiquestoche parla, anche se preferiscoche ognunola interpretia modosuo, che cilegga quelche preferisce. Le persone eranoabituate ainostripezzipiù duri, hard rock,quellainveceeraunacanzoneadattaaNoëlCoward.Eraunbranoda bombettae giarrettiere», aggiunse, inomaggioalsuofilmpreferito, Cabaret con Liza Minnelli. «Non che Noël Coward avrebbe mai indossato cose del genere!» «Fu una svolta», osservòin seguitoBrian. «Era un pezzoche riassumeva benissimo il nostro stile musicale e fu un grande successo. Avevamo un bisogno disperato di un brano che confermasse la nostra popolarità. Non avevamo un centesimo in tasca, sai, come tutti. Vivevamo in monolocali minuscoli,propriocomeglialtrimusicisti.» Killer Queen arrivò fino al secondo posto in classifica, ma non riuscì a conquistare la vetta, che era occupata dall’idolo delle donne David Essex con la sua hit Gonna Make You a Star («Farò di te una stella»). Per uno scherzo del destino, il successivo tour inglese dei Queen fu promosso da Mel Bush, grande impresario musicale, che aveva fatto diventare una stella proprioDavid Essex! Il toursiprefigurava come il progettopiù ambiziosoe complessodeiQueenfinoa quelpunto. La stampa musicale fu costretta ad ammettere che quel gruppo, unico nel suo genere, non poteva più essere ignorato. Non solo «Sheer Heart Attack» era stato accolto da ottime recensioni,maadessoinclassificac’eranotuttietreglialbumdeiQueen.La copertina del nuovo disco, un’altra creazione di Mick Rock, segnò una fratturadall’immagineprecedente,quelladi«QueenII». «Deve sembrare come se fossimo stati abbandonati su un’isola deserta», disse Freddie a Rock, che lo prese alla lettera. Prima cosparse i quattro di vaselina, poi li spruzzò di acqua, li fece stendere a terra e li fotografò dall’alto. I brani del nuovo album sorpresero tanto quanto l’immagine in copertina,eincontraronoilfavoresiadellacriticasiadeifan. «Nel 1974 mio padre comprò ‘SheerHeart Attack’», ricorda KimWilde,

figlia delmusicista MartyWilde e cantante disuccessonegliOttanta (ilsuo primosingoloKidsinAmericaarrivòalnumerodueinclassifica). «All’epoca avevoquattordiciannied eroappassionata dimusica leggera;

avevo appena cominciato a comprarmi i dischi che volevo. Adoravo Slade, Sweet, Mud, Elton John e Marc Bolan. Senza dimenticare i Bay City

Rollers

«‘SheerHeartAttack’èunodeglialbumpiùentusiasmanticheabbiamai ascoltato. È stato il primo che ho scaricato con iTunes dopo l’avvento dell’era virtuale. AdoravogliacutidiFreddie, le sue armonie vocalie ilsuo senso dell’umorismo. Anche la musica di Brian era piena di energia e passione, ed ero cotta di Roger Taylor. John Deacon era il collante che li tenevatuttiinsieme.Chegruppo…» Alla fine diottobre, iQueen intrapresero una nuova tournée nel Regno Unito, che doveva terminare con un’unica serata londinese al Rainbow Theatre, alla quale peròne venneroaggiunte altre due il19 e 20 novembre perchéibigliettiperlaprimaandaronoesauritinelgirodiunpaiodigiorni. I due concerti furono filmati e registrati per future produzioni. Durante la festa conclusiva della tournée, tenutasi all’Holiday Inn di Swiss Cottage e assolutamentedecorosarispettoaquellefuture,ilpromoterMelBushdonò al gruppo una targa commemorativa peravere registrato il tutto esaurito in ognidata della tournée. Fu quindiorganizzatoilprimotoureuropeoperla fine di novembre, che avrebbe toccato i Paesi scandinavi, il Belgio, la Germania e la Spagna. Le vendite in Europa andavano benissimo e la maggiorparte deiconcertifeceroiltuttoesaurito. ABarcellona, unacittàdi cui Freddie si innamorò all’istante e in cui sarebbe poi tornato più volte, i seimilabigliettidelconcertosparirononelgirodiventiquattr’ore. A dicembre iQueendeciseroche ilcontrattoconla Tridentnonera più sostenibile. Sebbene i loro compensi settimanali fossero saliti da venti sterline a sessanta dopo il successo di «Sheer Heart Attack», si trattava di somme assolutamente insufficienti per vivere. Oltretutto, nonostante le ottime previsioni di vendita, la Trident si rifiutava di concedere qualsiasi anticipo. John Deacon voleva comprarsi una casetta per lui e la fidanzata Veronica Tetzlaff, che aspettava un bambino, ma la Trident gli negò le quattromilasterlinedicaparra.FreddievolevaunnuovopianoforteeRoger un’utilitaria. Tutte le loro richieste, però, venivano rigettate di netto. I rapporticonl’etichettasifecerocosìtesiche iQueendeciserodirivolgersia

erogiovane!

unavvocatodell’ambienteperrisolverelecontroversie.Cominciòcosìilloro rapporto con Henry James Beach, detto «Jim», socio dello studio legale Harbottle & Lewis. Nel 1978, Beach sarebbe diventato il manager dei Queen, incarico che mantiene tutt’oggi. Gli ci vollero nove mesi per negoziare l’uscita della band dalla Trident, la quale comprensibilmente voleva tenersela stretta. Nel frattempo, dato che sia il singolo Killer Queen sia l’album «Sheer Heart Attack» erano entrati nella Top Ten delle classifiche statunitensi, i Queen erano pronti per affrontare la loro prima grandetournéeamericana. Il 18 gennaio1975 John sposòVeronica, con la quale avrebbe poiavuto sei figli. Il 5 febbraio, la band partì per l’America. Anche questa volta, nonostante ilsostegnodell’etichetta americana, iltourfu segnatoda diversi contrattempi e da alcune critiche ostili, in cui i Queen furono paragonati negativamente ai Led Zeppelin. Per la prima volta Freddie ebbe dei problemi con la voce, a causa di alcuni presunti (o confermati, a seconda dellediagnosi)nodulibenigniallagola.Imedicigliordinaronodistarezitto per tre mesi (addirittura!), ma la sera successiva, Freddie cantò a squarciagola a Washington. A causa della sua salute altalenante, però, la bandfucostrettaacancellareparecchiedate.EraevidentecheFreddiestava esagerando e che le sue esibizioni erano troppo stressanti per la sua costituzione e per le sue corde vocali. Doveva assolutamente prendersi un periodo di riposo per recuperare le forze, ma sarebbe passato molto tempo primachelofacesse. In America i Queen sfiorarono un’altra potenziale catastrofe. Fra una data e l’altra accettarono di incontrare il terribile Harry Levy alias Don Arden (ex cantante e attore inglese di vaudeville, un tempo di stanza a Brixton) con l’idea di assumerlo come manager se fosse riuscito a tirarli fuoridal debilitate contrattocon la Trident. Probabilmente eranodisperati. Arden, famosoperavere progettatole carriere diSmall Faces, ELO e Black Sabbath, era soprannominato «il padrino inglese» per i suoi metodi illeciti nelcondurre gliaffari. Era risaputoche nonesitava a ricorrere alla violenza quando le cose non andavano come voleva lui. Leggenda vuole che abbia persino fatto penzolare certi artisti fuori della finestra tenendoli per i piedi pur di convincerli a firmare un contratto. Quando la figlia Sharon sposò il leaderdeiBlackSabbath,ArdendivenneilsuocerodiOzzyOsbourne.Sesi pensacheiQueenrischiaronodifiniresottoilcontrollodell’«AlCaponedel

rock», oggi scomparso, c’è da chiedersi se sarebbero sopravvissuti così a lungo.

11

Rhapsody

BohemianRhapsodyeraunacosachevolevofaredatempo,a

direlaverità.Nonciavevodatotroppopesoneglialbum

precedenti,maquandosiamoarrivatialquarto,sapevoche

l’avreifatta.

FREDDIE MERCURY

BohemianRhapsodyèstatounbranoinnovativosottomolti aspetti;nonèmaiapparsosuperato.Èquestalacaratteristica chedistingueipezzifondamentalidellastoriadellamusica,

comeI’mNotinLovedei10cc:un’altracanzonecheha

superatoiconfinidellaproduzionemusicaleecheoggièancora

frescacomeunarosa.GoodVibrationsdeiBeachBoys:puoi

metterlasuadessoedèancorafantasticacomelaprimavolta

chel’haiascoltata.BeMyBabydiPhilSpector:appenasenti

quell’attaccotivienevogliadiballare

unagrandeproduzioneècheresisteallaprovadeltempo.Tutti

igrandidischicomincianoconungrandebrano,manonè

ilsegnodistintivodi

possibileseparareilbranodallaproduzione.Percertiversièla

produzionequellachetiriecheggiaintesta,anchesepoiascolti

lacanzonedalvivo.

STEVE LEVINE,produttorediscografico

I QUEEN non erano pronti per la «Beatlemania», che li attendeva a Tokyo nell’aprile del 1975. Più ditremila fan istericisiaccalcarononella sala degli

arrivi all’aeroporto internazionale di Haneda, molti impugnando i dischi

della band o alcuni striscioni improvvisati. «Sheer Heart Attack» e Killer Queen erano in vetta alle classifiche del Paese e ogni singola data del tour eraesauritadatempo,perciòiQueenavrebberodovutoaspettarsiuneroico benvenuto di quel genere. E probabilmente se l’aspettavano, almeno Freddie, che simostròperfettamente all’altezza della situazione, sorridendo

e salutando i fan. Con sarcasmo, un giornalista ipotizzò che Freddie si

sentisseasuoagioinGiapponeperchénondovevanascondereidenti,dato che molti dei suoi fan nipponici avevano «sorrisi» altrettanto esagerati. Scherzi a parte, non solo Freddie prese in simpatia i fan giapponesi, ma

venne contagiato subito anche dal loro Paese. D’altronde che cosa c’era di meglio di quella terra antica e remota per riaccendere il suo amore per l’esotico, mai del tutto sopito? Freddie rimase affascinato da tutto ciò che era giapponese: la storia, la tradizione e la cultura, cosìcome lo stile divita moderno e tecnologico. Divenne un fervido collezionista di porcellane, dipintiealtreopered’artegiapponesi. Freddie e il Giappone avevano molto in comune. Proprio come lui, il Paese era un groviglio di contraddizioni, con una personalità complessa, curiosa e sfaccettata. Alle sue orecchie i nomi delle diverse isole dell’arcipelago riecheggiavano come un incantesimo: Hokkaido, Honshu, Kyushu, Shikoku. Era attratto dal popolo giapponese, gentile e imperturbabile, sopravvissuto a secoli di dominio feudale e risorto con estrema tranquillità dalle ceneri della Seconda guerra mondiale. Corse dappertutto, assorbendo ogni dettaglio con avidità. Mangiò sushi e bevve sakè, comprò bamboline, kimono di seta e scatole laccate. Frequentò i malfamati bagni pubblici e le kage-me-jaya («case da tè appartate nell’ombra», rese popolaridaisoldatiamericani)e le immancabiligeishe, di tuttie due itipi. Divenne amicodiAkihiroMiwa, la bellissima dragqueen che aveva prodotto un suo cabaret nel quartiere di Ginza (l’equivalente giapponesediPigalleaParigiodiSohoaLondra).Dopolasuaprimavisita, Miwa (che oggi, a settantacinque anni, simostra ancora con una cascata di capelli biondi), iniziò a interpretare le canzoni dei Queen in onore del suo nuovoamico.«L’unicopostoincuiFreddiesiècomportatocomeunturista

è il Giappone», ricorda il suo assistente personale Peter Freestone. «Era

appassionato del Giappone e di tutto quel che era giapponese, mentre le altrelocalitàincuièstatoeranosolounpostofratanti.»

Il concerto di apertura e quello di chiusura del tour giapponese si tennero alla grande arena Nippon Budokan di Tokyo e furono indimenticabili. Nemmeno le guardie grosse come lottatori di sumo riuscironoacontenerelavalangadiragazzineisteriche,oltrediecimila.Aun certopuntoFreddie fu costrettoainterrompere lospettacolodidebuttoper implorare gli spettatori perché, per il loro stesso bene, si calmassero e facesseroun profondorespiro. In ognialtra città in cuisiesibironola scena siripeté.

Al ritorno nel Regno Unito li aspettavano buone e cattive notizie. Finalmente la volubile stampa britannica li acclamava, dopo che avevano vinto un premio IvorNovello e un Leone d’oro belga perKillerQueen, ma la burrascosa questione con la Tridentnon era ancora stata risolta. I fratelli Sheffield avevano investito oltre duecentomila sterline nei Queen; «Sheer HeartAttack» era costatoda solotrentamila sterline, una bazzecola rispetto ai costi odierni, ma una cifra esorbitante all’epoca. Ora che avevano cominciato ad avere successo, i Queen si aspettavano di guadagnare finalmentequalcosa,maconsgomentoscoprironodiessereindebitaticonla Trident fino al collo. Non sopportavanol’idea diessere ancora squattrinati, mentre tutti pensavano che ce l’avevano fatta. L’unica possibilità che avevano era rimettersi al lavoro e produrre un nuovo album. La situazione generò parecchie tensioni, che i quattro iniziarono a scaricare l’uno sull’altro, alimentando le voci di un imminente scioglimento. Per fortuna queste dicerie furonosufficientia farliragionare e a spingerlia raggiungere una tregua. In fin dei conti, erano tutti sulla stessa barca. Poi arrivarono a unaccordoconlaTrident,che accettòdiliberarlidagliobblighicontrattuali incambiodiuna compensazione una tantumdicentomila sterline, più l’un percento deidirittid’autore suiloro seialbumsuccessivi. Non che iQueen avesserolerisorseperliquidareifratelliSheffield,maalmenoeranoliberidi firmare un nuovo contratto con la EMI nel Regno Unito e l’Elektra negli USA.Selasarebberocavata,conunpiccoloaiutodeiloroamici.

L’agostodel1975livide provare ibraniperilquartoalbum, «ANightat theOpera»,inunadimorainaffittonell’Herefordshire.Iltitoloeratrattoda

una commedia dei fratelli Marx (Una notte all’Opera) che loro adoravano. Poi si trasferirono ai Rockfield Studios, che sarebbero quindi diventati leggendariperavereospitatolasedutadiregistrazionedellatracciadifondo di Bohemian Rhapsody. Quando Freddie propose l’idea per il brano agli altri,ricordòBrian,«sembravachecel’avessegiàtuttoinmente». Ilpezzoeraun’impresaepicae comprendevaun’introduzione acappella, una sequenza strumentale di pianoforte, chitarra, basso e batteria, un interludio pseudolirico e un finale rock. Sembrava presentare problemi tecniciinsormontabili. «Non avevamo idea dicome [Freddie] intendesse legare tuttiqueipezzi insieme»,raccontòBrian. La canzone portava in vita una serie di personaggi oscuri: Scaramouche, una maschera della commedia dell’arte; l’astronomo Galileo; Figaro, il protagonistadelBarbierediSivigliaedelleNozzediFigarodiBeaumarchais, un testo dal quale furono tratte opere di Paisiello, Rossini e Mozart; Belzebù, che il Nuovo Testamento identifica con Satana, principe dei demoni, ma che anticamente era definito il «signore delle mosche» oppure il «signore delle dimore celesti». Dall’arabo c’era il termine «bismillah», tratto da un versetto del Corano: «bismi-llahi r-rahmani r-rahiim», che significa«innomediDioclemente,misericordioso». Nel1986, durante una festa nella sua suite a Budapest, esposia Freddie la mia teoria su questipersonaggidiBohemian Rhapsody. Scaramouche era Freddie, vero? L’avevo intuito dal suo ritorno al tema del pagliaccio triste nel brano It’s a Hard Life. Galileo Galilei, astronomo, matematico e fisico del Cinquecento, nonché padre della scienza moderna, era evidentemente Brian. Belzebù era altrettanto chiaramente Roger, il festaiolo del gruppo, con un diavolo in serbo («a devil put aside») per il suo amico. Il mio ragionamentosifaceva un po’forzatoperilriferimentoa John, «iltimido», che vedevo rappresentato da Figaro, ma non tanto il personaggio lirico, quanto il gattino bianconero della Disney che compare nel Pinocchio del 1940. Infindeiconti, Freddie adorava igatti. Forse misbagliavo, ma come diceva Freddie, ogni ipotesi era concessa. Lui non aveva mai spiegato a nessuno il significato di Bohemian Raphsody, e aveva persino dichiarato al suo amico DJ Kenny Everett che il testo era solo «un insieme casuale e insensatodiriferimentiinrima». Perché maiavrebbe dovutosvelarloame?

Nonmiaspettavochelofacesseeinfattisilimitòafissarmiconunsorrisetto enigmatico. La registrazione del brano, che pareva non avere mai fine, stancò tutti i presenti,ancheperleripetutesovraincisionidicantatosulnastro. «La gente la ricorda come una registrazione leggendaria», disse Brian, «masemetteviilnastrocontrolucequasicivedeviattraverso!Ognivoltache Freddieaggiungevaunaltro‘Galileo’,neperdevamounpezzo.» AglistudiSarmEasteScorpiodiLondra,cominciòpoiunlungoprocesso disovraincisione, non privodiincidenti, come ricordòRobert Lee, artista e amicodellaband. «Avevo appena cominciato a registrare con Levinsky e Sinclair [un duo scritturato dalla Charisma di Tony Stratton-Smith e conosciuto grazie al KennyEverettShow]»,ricordòLee,cheoggicurailsitoufficialedegliWho. «Freddie era amico di un mio coinquilino e di solito il venerdì mattina andavamo in cerca di pezzidiantiquariato al mercato diPortobello. Aveva un gusto impeccabile: ho ancora due stampe cinesi che mi ha convinto a comprare mentre cercavo un regalo per mia madre me le sono riprese dopocheèmorta. «John Sinclair[che oggi è diventato un rabbino e abita a Gerusalemme] era il proprietario deiSarmStudiosin fondo a Brick Lane. C’era anche sua sorella Jill, che Dio la benedica.» (Jill sarebbe poi rimasta vittima di un tragicoincidente.) «C’eranoiQueenchemixavanoBohemianRhapsody.RoyThomasBaker al timone. Freddie & company al mixer. Era un megamix di ventiquattro piste, con bobine di lavoro [con submix di tracce su cui sovraincidere], premix e prove di mixaggio. Per cui moltissimi fader dovevano essere accuratamente regolati in tempo reale, ed era davvero difficile. Passarono ore e ore cercando di trovare il giusto mixaggio, ma senza riuscirci. Poi, miracolo, eccolo lì. Tutto che si incastrava alla perfezione. C’erano riusciti, eranoquasiallafine.Eranotuttitesiperlatroppaadrenalina,mafelicissimi. Poi, all’improvviso, si spengono le luci ed entra Jill, con un’enorme torta piena di candeline e cantando ‘Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguricaroFreddie…’edovetteroricominciaretuttodacapo!» «Is this the real life is this just Battersea» («È questa la vita reale, o è solo Battersea»), canta Allan James sorridendo. «Bohemian Rhapsody

generò parodie fin dall’inizio: il miglior complimento che potesse ricevere. ConquelsingolodaseiminutiiQueencambiaronolastoria.» «Quella registrazione è un’autentica opera d’arte», afferma Frank Allen, bassista deiSearchers, «digranlunga superiore a quasituttiibraniprodotti altempo.Ilmodoincuiavevanosovraincisotuttelepartiinun’epocaincui c’erano solo apparecchiature analogiche a ventiquattro piste – che erano tante allora ma che sono pochissime e limitanti oggi – è incredibile. BohemianRhapsodyèstatoillorotourdeforce.Ancheripensandociadesso èpazzescoquelchesonoriuscitiafare.Ogninuovostratodiarmonievoleva dire una perdita di qualità del suono. La differenza fra successo e disastro eraminima,malorosonoriuscitilostessoatirarfuoriunpezzogeniale.»

Nel 1975, le somiglianze fra Freddie Mercury ed Elton John non erano subito apparenti. Nessuno poteva certo sapere che sedici anni dopo Elton sarebbe stato uno degli ultimi a tenere la mano del cantante al suo capezzale. I due si erano incontrati di sfuggita verso la fine degli anni Sessanta, quando Freddie era andato a vedere un concerto del cantante-pianista al famosoCrawdaddyClubdiRichmond,nelSurrey.Ilritrovoerarinomatoin tutto il mondo per avere ospitato i migliori artisti blues americani e per avere lanciato iRollingStones. Fondatodal regista Giorgio Gomelsky verso la fine del 1962 in un locale all’interno dello Station Hotel, di fronte alla stazione ferroviaria di Richmond, il club si era poi trasferito nel più ampio complessodiatletica nella medesima località. IlCrawdaddy aveva ospitatoi primiconcertidiEricClapton con gliYardbirds, deiLed Zeppelin e diRod Stewart, ed era esattamente il genere di locale in cui Freddie aspirava a esibirsi.Eraforsequellochesognavamentreposavanudonelcorsoseraledi disegnodalvero,perdiecisterlinelasettimana. Chi li conosceva entrambi, sapeva che Elton e Freddie avevano molti strani punti in comune. Da piccoli entrambi erano stati molto legati alla madre;tuttiedueeranostatibambinisolitariesensibili,eavevanostudiato il pianoforte fin dalla tenera età. Sia l’unoche l’altroaveva cambiatonome:

EltondaReginaldKennethDwightaEltonHerculesJohn(e come Freddie, anche lui aveva scelto il nome di un personaggio mitologico). Anche la strada di Elton verso il successo era stata lunga e tortuosa, e segnata da

ostacoli. Entrambi avevano avuto difficoltà ad accettare il proprio aspetto e avevano adottato un look eccentrico (nel caso di Elton, occhiali con montature bizzarre, scarpe con le zeppe, abiti piumati e sfrangiati) per nasconderelaloropresuntabruttezza.Tuttiedueeranoconfusi,adirpoco, sullalorosessualità. SecondoJamesSaez, propriola sessualità era la chiave della creatività di entrambi. «Negli anni Settanta cosa poteva esserci di più conflittuale dal punto di vista psicologico, che l’essere omosessuale e cercare di mettersi a nudo senza…be’,mettersianudo?»domanda. «Mi sembra abbastanza plausibile che Elton abbia creato il suo personaggio, con quei costumi stravaganti e i gesti teatrali, proprio per gestire quel dilemma interiore e al tempo stesso aprirsial mondo. Presumo che ‘Farrokh’ avesse un problema simile. La cosa che mi ha sempre colpito

di lui era che, per quanto apparisse forte e carismatico, in un certo qual

modoeraanchefragile,quasisprovveduto.» Nella vita di Elton, come in quella di Freddie, c’erano state delle fidanzate e anche quella che al mondo esterno era apparsa come una relazione convenzionale. Si dice che la fonica tedesca Renate Blauel sia tuttora addolorata dal fallimento del suo breve matrimonio con Elton nel 1984. Il cantante ha dichiarato di essere gay nel 1988 e nel 2005 ha

contratto un’unione civile con il regista David Furnish; la coppia ha avuto anche un figlio, Zachary Jackson Levon Furnish-John, nato da una madre

surrogatailgiornodiNataledel2010.

Freddie ed Eltondivenneroamicie svilupparonole rispettive personalità

in parallelo. Con il passare degli anni divennero sempre più dipendenti

l’unodall’altro. «Eltonè untipotosto, vero?»osservòFreddie. «Loadoro. Secondome è favoloso. Per me è come una di quelle grandi attrici hollywoodiane, quelle che valevano ancora qualcosa. È stato un pioniere del rock’n’roll. Fin dalla prima volta che lo conobbi era magnifico, il genere di persona con cui vai subitod’accordo.MidissecheglierapiaciutaKillerQueen, e chiunque dica unacosadelgenere finisce subitosulmio‘librobianco’. Ilmio‘libronero’è pienodascoppiare!» Tuttavia presto sarebbe emersa un’affinità più tragica fra i due cantanti. Come affermò uno psicoanalista riferendosi a Elton in Tantrums and

Tiaras, il documentario per la televisione diretto dal compagno David Furnish: «È un tossicodipendente nato; con una personalità ossessivo- compulsiva.Senonèl’alcol,èladroga,senonladrogailcibo,senonilcibo le relazioni e se non le relazioni lo shopping. E sai cosa ti dico? Credo che [Elton] sia dipendente da tutte e cinque le cose». Un terribile verdetto che Elton non smentì. E il suo coraggio per avere accettato che fosse trasmesso intelevisionefuricompensatodaun’enormeimpennatadipopolarità.Elton eralospecchiodiciòche Freddie divenne versolametàdeglianniOttanta, quando il peso della fama e degli eccessi a essa legati cominciarono a farsi sentiresempredipiù.

Nel1975, però, la cosa più importante che idue avevanoincomune era unesuberantegiovanottodioriginiscozzesi:JohnReid. Originario di Paisley, a soli ventisei anni Reid era diventato un potente magnate della musica e sedeva alvertice diun’azienda che valeva quaranta milionidisterline;untraguardocheavevaraggiuntopervietraverse.Lasua vita professionale, infatti, era iniziata in un negozio di abbigliamento per uomo, dove aveva lavorato come commesso. Poi era entrato nell’industria musicale cominciando dal basso, come promotore discografico. Estremamente ambizioso, aveva fatto rapidamente carriera coltivando diverse amicizie importantie a soliventun anniera diventatoilmanagerdi EltonJohn,nonchésuoamanteeconviventepercircacinqueanni.Reidera un altro incerto sulla propria sessualità: nel 1976 infatti, anche se solo per un breve periodo, e si fidanzò con Sarah Forbes, una giovanissima pubblicitariachelavoravanegliufficidellasuaRocketRecords.Sarahèfiglia del regista Bryan Forbese dell’attrice Nanette Newman. Èsopravissuta alla separazione e ha poi sposato l’attore John Standing (alias Sir John Ronald Leon Standing, quarto baronetto di Bletchley Park). Il rapporto professionale di Reid con Elton durò invece ventotto anni, ma terminò fra astio e recriminazioni. Nel 2000 il cantante diede inizio a una battaglia legale multimiliardaria contro il suo ex manager, sostenendo che questi avevagestitomaleisuoiinteressi. Sempre nel 1975, Elton siunìa un altroscozzese che tentava difarsiun nome: Rod Stewart. I due decisero dicoprodurre un albumperLongJohn Baldry,concuiavevanocollaboratoinprecedenza:volevanoravvivarelasua

carriera oramai in declino. Fu durante le sedute di registrazione per quell’LP che iniziarono a darsi soprannomi femminili, riprendendo una vecchia abitudine del teatro. Elton fu ribattezzato «Sharon Cavendish», un nome che avrebbe poi usato abitualmente in tournée. Rod divenne «Phyllis», come l’attrice Phyllis Diller. Baldry diventò «Ada» e John Reid «Beryl», in omaggio all’attrice inglese Beryl Reid. Quando Freddie scoprìla cosa, volle parteciparvi e divenne «Melina», come l’attrice greca Melina Mercouri. Cliff Richard era «Silvia Disc», per via di tutti i dischi venduti. Neil Sedaka, per ragioni simili, era «Golda Disc». Più avanti, Freddie avrebbe esteso il gioco a tutto il suo entourage. Il suo assistente personale era chiamato «Phoebe» (Peter Freestone), il suo ex amante e successivamente cuoco era «Liza» (Joe Fanelli) e il suo manager personale PaulPrenterera «Trixie». Nemmenogliamicie glialtrimembridella band sfuggirono: Brian era «Maggie», come il successo di Rod Stewart Maggie May. Roger era «Liz», come Elizabeth Taylor. David Nutter, fratello del famoso sarto Tommy Nutter, era «Dawn», e Tony King, assistente di Mick JaggeregrandeamicodiFreddie,divenne«Joy».MaryAustin,perribaltare le cose,era«Steve»,come ilSteve Austindellaserie televisivaL’uomoda sei milionididollari.Lespiacevaesserechiamatacosì? «Nessuno aveva il permessodispiacersi!» rispose ridendo «Phoebe». «Se uno aveva un soprannome voleva dire che era stato accettato nel gruppo. John Deacon non ne ha mai avuto uno, strano. Forse perché era così timido…» Dopo il semiritiro dalle scene diElton e dopo seiannididuro lavoro in giro per il mondo, John Reid, che oltre a gestire gli interessi della star dirigeva anche la sua etichetta personale, la Rocket Records, era in cerca di nuove direzioni in cui espandere il suo impero. Per questo colse al volo la possibilità di gestire i Queen. Sebbene vi fossero altri candidati per il posto (PeterGrantdeiLed Zeppelin, HarveyLisbergdei10cce PeterRudge, tour manager degli Who, fra gli altri), la band arrivò a scegliere Reid per eliminazione. Non era proprio una soluzione ideale, anche se Reid, appena ottenutol’incarico,lasciòtuttidistuccotrovandosubitolecentomilasterline necessarie per liquidare la Trident. In realtà lo scozzese non fece altro che chiedereallaEMIunanticiposuifuturidirittid’autoredellaband.

PertornareaBohemianRhapsody,EltonconfessòaReidcheasuoavviso il brano sarebbe stato un fiasco. Anche la EMI e l’industria della musica in generale espresseroriserve. Le radiosidomandaronoche diavolodovessero fare con un singolo che durava ben sei minuti. Persino John Deacon manifestò qualche timore, seppur in privato, sostenendo che far uscire Bohemian Rhapsody come singolofosse il più grande errore strategicodella loro carriera. Tutto sommato, fu un inizio abbastanza incerto perun brano che sarebbe entratonella storia della musica, imponendosicome ungrande classico del rock di tutti i tempi. Persino quelli che già all’epoca ne riconobbero l’importanza esitarono a esprimersi, dato che il pezzo segnava unafratturaradicaledalleregoledellacanzonerock. Che cosa ispirò Freddie a comporre un brano del genere? Ascendente e decadente, pieno di tormento ed estasi, il pezzo è un miscuglio impossibile di barocco e ballata, di varietà e rock; una serie di spezzoni incongruenti tenuti insieme da cacofoniche schitarrate, sequenze classiche di pianoforte, impetuosiarrangiamentiorchestraliecoriricchiesfaccettati.Iltuttoincisoe sovrainciso al punto che può talvolta risultare insopportabile, a seconda dell’umore dell’ascoltatore. Credo che ci siano pochissimi fan del rock sul pianetachenonloconoscanoamemoria. «Anche se è un pezzo incredibile e rivoluzionario, oggi mi ha stufato»,

ammettePhilSwern,produttorediRadio2ecollezionistadidischi.

«Viene trasmesso con allarmante regolarità alla radio. È stato passato e ripassato fino alla nausea. Eppure nessuno può negare che sia un’opera eccelsa e intelligente. Dura quasi sei minuti e infrange ogni singola regola della canzone rock. Che cosa glisiavvicina? Sempre iBeatlescon A Day in theLife[l’ultimobranodell’album«Sgt Pepper’sLonelyHeartsClubBand» del 1967, che dura 5’03”]. Stairway to Heaven dei Led Zeppelin [8’02”; il brano più richiesto alla radio negliStatiUniti, anche se non uscìmaicome singolo in quel Paese] e McArthurPark [7’21”] di Jimmy Webb, registrato daRichardHarris». «Se ti allontani abbastanza nel tempo rivedi tutto sotto una nuova prospettiva»,osservaPaulGambaccini. «Oggi è difficile entusiasmarsi per un brano rock o pop che dura tre minutie mezzo, quando in passatosono usciticapolavorilunghissimicome Bohemian Rhapsody, McArthur Park, Hey Jude, Light My Fire e American Pie. Oggi nessuno aspira più a raggiungere quei livelli. Possiamo quindi

guardarci indietro e vedere che si è trattato di autentici traguardi artistici. DonMcLeannonscrisseAmericanPiecon l’intenzione difarne un singolo, non poteva nemmeno immaginarla come un singolo: durava otto minuti e mezzo! Fu la casa discografica a dividerla in due. Don era un veroartista e nonpensavache American Piesarebbe diventata una hit. Ovvioche era un capolavoro, ma la inserì nel suo album come un pezzo qualsiasi. Lo stesso dicasi per Bohemian Rhapsody, che era l’ultima traccia di «‘A Night at the Opera’». «Okay, sì, l’ha scritta Freddie», prosegue Gambaccini, «ma Brian ci ha messo quell’incredibile assolo di chitarra in mezzo, Roger ci ha messo gli acuti e anche John ha dato il suo contributo, ovvio. Quando si collabora così, si lavora benissimo. I Queen l’hanno sempre fatto, anche per le loro composizioni individuali. Sono sicuro che è questo che li ha tenuti insieme neglianni. C’è volutalagenialitàdiKennyEverettpercapire che Bohemian Rhapsodysarebbediventataunclassico.» Originario diLiverpool e amico intimo diFreddie, oltre che deiBeatles, KennyEverett,conosciutocome«Ev»,divennefamosocomeDJradiofonico e presentatore televisivo, conducendo i programmi Kenny Everett Video Show e Kenny Everett Television Show. Nel 1989 risultò sieropositivo e nel 1995 morì per una patologia correlata all’AIDS; aveva cinquant’anni. Nel 1966, sposò la cantante pop «Lady Lee» Middleton, ex fidanzata del cantante Billy Fury (che poi divenne un medium e guaritore spirituale con lopseudonimodiLee EverettAlkin). La coppia siseparònel1979, quando Everett rivelò di essere omosessuale. Si ritiene che il DJ fu contagiato da Nikolai Grishanovitch, un libertino di origine russa, tristemente noto negli ambienti gay londinesi («Quel coglione egoista di Nikolai!») per avere contribuito più di chiunque altro a diffondere l’HIV nella città all’inizio degli anni Ottanta. L’ex soldato dell’Armata Rossa, a sua volta morto per AIDS nel 1990, talvolta è additato come colui che ha contagiato anche Freddie,seppuresecondomoltisiastatoinveceloscomparsoRonnieFisher, exaddettostampadellaCBS/Sony. «Penso che le date della ‘teoria Nikolai’ non combacino», osserva Gambaccini. «Non mi pare di averlo conosciuto prima dell’anno in cui partì la campagna di sensibilizzazione sull’AIDS [1987], perché mi ricordo che lo incontraiconFreddiequandolapubblicitàstavaperuscire.Unoodueanni

dopo,Freddiehapoimostratoiprimisintomidellamalattia.Sepensichedi norma ci vogliono dieci anni fra il momento del contagio e l’insorgere dei primi sintomi, si capisce che non era passato abbastanza tempo. Inoltre sapevo che Freddie aveva avuto una vita ‘dissoluta’, per usare un termine che piacerebbe a mia madre, verso la fine degli anni Settanta, il che combacerebbe perfettamente con i tempi di incubazione. Certo, non è da escluderedeltuttochesiastatoNikolai,maèmoltoimprobabile.» «Nonsodovesisianoconosciuti»,aggiunge,«manonmisorprenderebbe

se fosse stato al Coleherne di Earl’s Court. Era uno dei pub preferiti di

Freddie [l’altro era il London Apprentice di Shoreditch] ed era a due passi

da casa sua. È da quel pub che l’HIV è entrato a Londra, portato da un

americano, si dice. Tutti quelli che frequentavano quel giro si sono ammalati.» Dato che Ev e Freddie erano esponenti di spicco della medesima scena gay e che frequentavano lo stesso ambiente musicale, era inevitabile che le lorostradesiincrociassero. «Non ho mai pensato che Freddie e Kenny fossero amanti», afferma Gambaccini.«Selofosserostati,tuttil’avrebberosaputonellanostracerchia.

E non l’ho mai pensato perché a livello sessuale erano troppo simili. Certo, questo non esclude un’avventura di una notte, ma non è un’idea che mi convince.Perdirlaconfranchezza,eranoridicoliinsieme.» Everett giocò un ruolo fondamentale nella diffusione di Bohemian Rhapsody come singolo. Fu il primo DJ a passare il brano alla radio prima che uscisse ufficialmente. Aveva ricevuto un demo con il divieto categorico

di trasmetterlo: Freddie voleva solo che lo ascoltasse e gli desse la sua

opinione. Everett invece lo trasmise subito, per ben quattordici volte, durante il fine settimana, ogni volta dicendo che gli era «scappato il dito».

Lasuafacciatostacontribuìaportareilbranoall’attenzionedegliascoltatori londinesi,mentrelacosanonèaltrettantocertasuscalanazionale.

«Nel1975facevounprogrammaquotidianosuRadio1»,raccontainvece

David «Diddy» Hamilton, riferendosi alla sua seguitissima trasmissione radiofonica,chearrivòadaveresedicimilionidiascoltatorialgiorno. «Il palinsesto prevedeva Noel Edmonds a colazione, Tony Blackburn a metàmattina,JohnnieWalkerapranzoeiodopopranzo.Avevamotuttiun nostro ‘disco della settimana’. Ovviamente sarebbe stato molto facile scegliere gli Abba o i Bee Gees, dato che tutti i loro singoli diventavano

automaticamente dei successi. Ma a volte ti capita di pensare fuori dagli schemi. Quell’ottobre venne a trovarmi Eric Hall, il famoso promotore discografico. «Abitavo in un appartamento in Hallam Street, dietro il palazzo della BBC,espessomiportavanoidischidirettamenteacasa»,ricordaDiddy. «Quel giorno Eric arrivò da me con Bohemian Rhapsody, gridando: ‘Un mostro! Un mostro! Questo sarà un successone!’ Lo ascoltai ed era totalmente diverso da qualsiasi altro pezzo che avessi mai sentito. Era innovativo, lirico, saliva inaltoe poiscendeva inpicchiata e tientrava sotto lapelle.Nonriuscivoasmetteredicanticchiarnedeipezzetti.Inufficioebbe un’accoglienzacontrastata.TonyBlackburndissechenonlocapivaenessun altro sembrò apprezzarlo molto. Rispetto alla disco music che girava all’epoca, That’s the Way I Like It di K.C. and the Sunshine Band e tutta quella roba lì, era un pezzo unico, diversissimo. Gli Stones erano una rock band tradizionale. Anche iQueen eranoun grupporock, ma non perforza deirocker.Èdiverso. «Dissi al mio produttore Paul Williams che volevo adottarlo come disco della settimana. Disse di sì. Poi si sa, la canzone andò al numero uno e ci restò per nove settimane: un record. Nel gennaio del 1976 aveva venduto più di un milione di copie qui e diversi milioni in tutto il mondo, e probabilmente è una delle più grandi canzoni di tutti i tempi. Mi piace pensarechehocontribuitoadiffonderla.Eromoltoorgogliosodeibraniche sceglievocome discodellasettimana,e quellononmideluse.Sidice che sia stato Kenny Everett a lanciarlo, rubandone una copia prima che uscisse, e trasmettendola all’infinito su Capital Radio. [Everett] siè preso il merito di avere fatto conoscere il pezzo al mondo. Di certo l’ha sostenuto, ma non esageriamo: in queigiorniCapital Radio trasmetteva solo a Londra; nessun

altrointuttoilRegnoUnitolaprendeva.Radio1hafattoconoscereilbrano

a livello nazionale, ma non ha mai ricevuto alcun riconoscimento per questo» Dopo la morte di Freddie, il singolo fu ristampato e tornò al numero uno,restandocipercinquesettimane.Èilterzosingolopiùvendutoditutto ilRegnoUnitoedèarrivatoinvettaalleclassificheinmoltialtriPaesi.Negli StatiUnitiha raggiuntoilnonopostonel1976 ed è poitornatoinclassifica nel 1992 grazie all’enorme popolarità del film Fusi di testa, con la famosa scenaincuiiprotagonistilocantanoinmacchina.

Il compianto Tommy Vance, uno deipiù grandinomidell’etere inglese,

presentatore di molte trasmissioni dedicate al rock su Capital Radio, Radio 1, Virgin Radio e VH1, descrisse Bohemian Rhapsody come «l’equivalente rockdell’assassinioKennedy». «[Perché] tutti si ricordano che cosa stavano facendo quando l’hanno sentitaperlaprimavolta. Iostavotrasmettendoilmioprogrammarockalla Capital. Quando l’ho sentita, ho pensato che fosse una canzone da manicomio. Era così oscura… ma anche magnifica: sarebbe per forza diventata un successo. Dal punto di vista tecnico, era un casino. Non seguiva nessuna convenzione o formula commerciale. Era solo una sequenza di sogni, flashback, flash forward, accenni, idee slegate. Cambia sequenza, colore, tono, tempo, senza apparente motivo, proprio come l’opera lirica. Ma il concetto di fondo era geniale: trasudava ottimismo. Aveva un certonon soche…una magia sorprendente. Èstupenda. Ancora oggi è riverita come un’icona. Esiste una canzone paragonabile? Assolutamente no. Ma prova ad analizzare iltestodiBohemian Rhapsody e scopriraicheèsenzasenso.» Il paroliere Sir Tim Rice, vincitore di un Oscar e coautore di alcuni dei piùgrandimusicaldellastoria, fracuiJosephandtheAmazingTechnicolour Dreamcoat, Jesus Christ Superstar ed Evita, nonché coautore con Freddie dei brani per lo stravagante LP Barcelona, non è affatto d’accordo con quest’ultimaaffermazione. «Per me è abbastanza ovvio che con quella canzone Freddie dichiarò la propria omosessualità al mondo», spiega. «Ne ho anche parlato con Roger. Fin dal primo ascolto ho notato che conteneva un messaggio molto chiaro. Era Freddie che in pratica diceva: ‘Vengo allo scoperto. Ammetto di essere gay’.» «Sì, all’inizio lo ammetteva solo con se stesso, ma poi, per forza di cose anche con il resto del mondo, perché il brano è diventato un successo. ’

[‘Mamma, ho appena ucciso un uomo’]: ha

‘Mama, I just killed a man

ucciso il vecchio Freddie, la sua vecchia immagine. ‘Put a gun against his head, pulled my trigger, now he’s dead’ [‘Gli ho puntato una pistola alla testa, hopremutoilgrillettoe ora è morto’]: è mortol’eterosessuale che era in lui. ‘Mama, life had just begun, but now I’ve gone and thrown it all ’

all’aria’]. Voglio dire… questa è solo la mia teoria, ma combacia. [Freddie]

[‘Mamma, la vita era appena cominciata, ma ora ho buttato tutto

away

ha sparatoe distruttol’uomoche prima cercava diessere, e ora è diventato sestessoecercadiconvivereconilnuovoFreddie.Èuntestomoltooscuro, ovvio, ma pensa al pezzoche fa: ‘I see a little silhouette of a man ’[‘Vedo una piccola silhouette diun uomo’] Èlui, perseguitatoda quelche ha fatto e da quel che è. Perme è una spiegazione sensata. Anche dopotuttiquesti anniognivoltache sentolacanzone allaradiopensoaFreddie che cercadi abbandonare una personalità per abbracciarne un’altra. Ce l’ha fatta, secondo me? Credo che ci stesse riuscendo, e anche abbastanza bene. Freddie era un autore eccezionale e senza dubbio Bohemian Rhapsody è unodeibranipiùbellidelventesimosecolo.» DunqueBohemianRhapsodyrifletterebbelavitadelsuoautore?Freddie hasempreevitatodidarespiegazioni. «Vuol dire questo, vuol dire quello Tutti che vogliono sapere la stessa cosa», disse. «Che se ne vadano affanculo, tesoro. Non dirò una parola in più di quello che direbbe qualsiasi poeta rispettabile se osassi domandargli dianalizzareunasuaopera:secileggiunacosa,cara,allorac’è.» SecondoBrian, erafondamentale che ilsignificatodellacanzone restasse oscuro. «Credochenonlosapremomai,eancheselosapessiprobabilmentenon te lo direi», spiegò. «Di certo non vado a raccontare in giro di che cosa parlanole mie canzoni. Trovoche questopercertiversile distrugga, perché la cosa bella delle grandi canzoni è collegarle alla propria esperienza personale, alla propria vita. Di sicuro Freddie era afflitto da parecchi conflitti interiori e può darsi che li abbia riversati in quel pezzo. È sicuramente vero che voleva cambiare immagine, ma in quel periodo non era una buona idea, per cui credo che abbia deciso di farlo solo molto più tardi.» Forse Brian intendeva dire che Freddie lottava con se stesso perché temeva le inevitabili conseguenze di quella trasformazione: troncare la relazione con Mary e cominciare una nuova vita da omosessuale. L’idea lo terrorizzava, per cui continuava a rimandare. Aveva paura anche della reazionedeigenitori.Dichiararsiomosessualegliavrebbesemplificatolavita nellungotermine,cosìcomeaccaddeaKennyEverett,ilqualenonpersené ifanné lamoglie ammettendocononestàlaproprianaturasessuale. Come spiegò Lee Everett, la moglie del DJ: «Era quel che era, ma questo non mi haimpeditodiamarlougualmente.Siamorimastivicinifinoallafine».

«SeFreddiesifossedichiaratoalmondononsarebbeandatacomepergli altri»,osservaSimonNapier-Bell. «Non sarebbe stato come per George Michael, che l’ha ammesso solo quando è stato costretto a farlo e che comunque non era davvero una rockstar,masoloungrandecantantepop.SeFreddiesifossedichiaratogay avrebbe costretto un sacco di omofobi a guardare in faccia la propria ipocrisia. Sarebbe stato un passo più semplice di quel che credeva, perché per molti suoi amici lui era già omosessuale dichiarato e anche molto trasgressivo. «Quel che intendeva dire quando sosteneva di essere diverso in privato rispetto all’artista sul palco, era che doveva nascondersi perché la sua famiglia temeva che lui si dichiarasse pubblicamente omosessuale. Se l’avesse fatto fin dall’inizio, però, la sua morte, lunga e lenta, sarebbe stata accolta con riconoscenza dalla comunità gay. Gli omosessuali l’avrebbero usata in modo positivo, l’avrebbero trasformata in un evento magnifico, in una tragedia da show business; avrebbero fatto di lui la nuova Judy Garland.Eprobabilmenteluisisarebbepuredivertito!» Forse Bohemian Rhapsody era davvero un’allegoria in cui il nuovo Freddie, finalmente libero, uccide la sua incarnazione precedente e abbraccia il suo autentico sé. Frank Allen, il bassista dei Searchers, concorda: «Però potrebbe anche parlare di tutt’altro. Non lo so per certo, non gliel’homaichiesto. Quandohannochiestoa Don McLean dispiegare il significato di American Pie, lui ha risposto: ‘Significa che non dovrò mai più lavorare’. Forse in realtà Bohemian Rhapsody contiene una verità più semplice e immediata, ma non sono abbastanza intelligente per giudicare. Miaccontentodigodermelaperché è unacanzone costruitaallaperfezione:

unasuite intre particontempi, chiavie umoridiversi, propriocome ibrani classici.Nelpoperaun’assolutanovità». Ma, come osservòTommyVance, ciòche comprovòdavveroil valore di BohemianRhapsodynonfurononéilsuotestoinnovativonélesuemelodie impazzite. Non furono le infinite discussioni sul suo significato a trasformarlainsuccesso,négliinfinitipassaggiallaradio.Fulatelevisione.

12

Ilsuccesso

BohemianRhapsodyfuunodeiprimivideoaricevere

l’attenzionecheoggisiriservaloro,ecostòsolocinquemila

sterlinecirca.Avevamodecisochedovevamomettere

Rhapsodysuvideoperfarlavedereallagente.Nonsapevamo

comel’avrebberoaccolta.Pernoierasoloun’altraformadi

teatro.Mafuunsuccesso.Capimmocheconilvideopotevi

raggiungereunsaccodipersoneinmoltissimiPaesi,senza

andarcidipersona,echepotevifaruscireundiscoeunvideo

incontemporanea.Tuttodivennemoltopiùvelocee

incrementòlevenditeinmanieraesponenziale.

FREDDIE MERCURY

Perognigrandeartistaarrivailsuomomento,maluidev’essere

prontoacoglierlo.[…]Dev’essereprontoaprenderelapallaal

balzoeanonlasciarselascappare.Seciazzecca,puòfareuna

canzonechecommuoveognisingoloascoltatore,uomo,donna

obambino.Isentimentisonouniversali,lacanzonetisiinfila

sottolapelleecirestapersempre.Ilgenio,lamagia,ènel

creareunacosadelgenereepoiriuscireadiffonderla,a

renderlaentusiasmanteecaricadisignificati.Nonservea

nullaavereideegenialietenerselepersé.

JONATHAN MORRISH

«FU il primo successo generato dalle immagini», sostiene Allan James.

«Prima, i video usati dai Beatles e altri erano solo dei piccoli cortometraggi che accompagnavano la musica. Nessuno sapeva come classificare iQueen, eccoperché civolle ilvideoperlanciarlidavveroin alto. Da quelmomento in poi non fu più possibile liquidarli come una rock band bizzarra ed eccentrica. I Queen costrinsero l’industria intera a imboccare una nuova strada.» «Il successo diBohemian Rhapsody obbligò Top of the Pops a dargli una possibilità», ricorda Vance. «Perché se un pezzo entrava tra i primi trenta, dovevano trasmetterlo. E più lo trasmettevano, più saliva. La cosa incredibile è che il video, diretto da Bruce Gowers e prodotto da Lexi Godfrey per la Jon Roseman Productions, era costato solo cinquemila sterline.» Il promo avrebbe segnato una svolta nella carriera di Gowers, che divenne poi un famoso produttore e regista di speciali dedicati alla musica lavorando, fra gli altri, con Michael Jackson, Rolling Stones, Paul McCartney,BritneySpears,RobinWilliams,BillyCrystaleEddieMurphy,e finendoperdirigeredalvivoAmericanIdol,l’XFactord’oltreoceano. «Gowers stava filmando un concerto della band agli Elstree Studios», ricorda Vance, «e girò il video di Bohemian Rhapsody il giorno stesso, in quattro ore soltanto. Ci mise dentro un sacco di idee. Usò dei prismi, per esempio, per creare gli effetti speciali, molto prima dell’avvento dei computer. Fu ispirato dall’album: conteneva così tanti spunti creativi che scatenò la sua fantasia. Ma il concetto fondamentale si basava sulla copertinadiunprecedentediscodeiQueen.» Ossia quella di «Queen II» (1974), che ritrae i volti dei quattro membri del gruppo su fondo nero con un contrasto marcato; solo Freddie appare con le mani incrociate come due ali sul petto. L’idea della foto era stata di MickRock. «Leindicazioniperquellacopertinaeranomoltoconcise»,raccontaRock. «Volevanounacopertinapieghevole,conuntemainbiancoenero.Doveva esserci la band. Tutto il resto era un problema mio. Potevo fotografarla e disegnarla come volevo. Per caso avevo appena fatto amicizia con John Kobal,cheerauncollezionistadifotodeiprimifilmdiHollywood.» Kobal,storicoeautorecanadesedioriginiaustriache,erastatounafigura dispicconell’epocad’orodiHollywood. «In cambio di un servizio fotografico John mi regalò alcune immagini

della sua collezione», spiega Rock. «Fra cui una che non avevo mai visto prima, di Marlene Dietrich nel film Shanghai Express. Aveva le braccia conserte e indossava un abito nero su uno sfondo nero; la foto aveva una luce stupenda. Il capo piegato e le mani la facevano sembrare come se fluttuasse nello spazio. Vidi subito un nesso. Era un’idea viscerale, una questione di intuito. Molto forte. Molto chiara. Affascinante, misteriosa e classica. L’avrei trasformata in un mostro a quattro teste. Gli sarebbe piaciuta. Quindi andai da Freddie e lui capì subito la mia idea, gli piacque all’istante e convinse gli altri. ‘Io sarò Marlene’, disse ridendo. ‘Che idea deliziosa!’» Freddie fugòle riserve deglialtrimembridel gruppo, che temevanoche l’immaginesarebberisultatatroppopresuntuosa. «Amava citare Oscar Wilde», spiega Rock. «‘Spesso ciò che oggi è considerato pretenzioso, domani è considerato all’avanguardia. La cosa importanteèessereconsiderati.’» E così la copertina di «Queen II» ispirò il video di Gowers, che prese l’immagine,laelaboròelaportòalleestremeconseguenze.Labandcapìche il nuovo medium era uno strumento promozionale di fondamentale importanza, dato che era impossibile suonare il brano per intero nei concerti. «Fu il primo disco che balzò in primo piano grazie a un video», commentaVance. «OggiaiQueenviene attribuitoilmeritodiessere statiil primo gruppo a produrre un video surrealista, ma non è del tutto vero. Mi pare che i Devo li precedettero.» Band americana post-punk e art rock, i

Devosiformarononel1973efuronofraipionieridelvideoclip.

«Ma i Queen furono sicuramente la prima band a creare un ‘concept video’, con immagini che coglievano il senso della loro musica alla perfezione. Edevodire che non era solomeritodiFreddie. La canzone era la canzone, ma l’interpretazione visuale la trasformò in quel che divenne, perché ogni volta che nella canzone si sente un’eco, nella mente dell’ascoltatore siriverberano le immaginidel video. Canzone e video sono diventati indivisibili. Ora non puoi più ascoltarla senza che ti vengano in mente le immaginidelvideo. Sipuòdire che Bohemian Rhapsody è stato il primosingoloinassolutoaessere‘visto’ovunque.» Appleton ricordò l’entusiasmo generale quando il promo arrivò negli studidiOGWT.

«Davveroun’idea magnifica», disse. «Rimasiipnotizzato. Non dovevamo farenulla,solotrasmetterlocosìcom’era.Freddiemiincantò.Miaccorsiche non c’era mai stato nessun altro come lui prima di allora. Né dopo peraltro Con Bohemian Rhapsody Freddie maturò: all’improvviso sembrò l’unico adulto in un business dominato da ragazzini viziati e petulanti. I Queen sapevano il fatto loro ed erano dei veri signori. Non ho mai conosciutoun’altrabandchelavorassecontantoimpegno.» DiprimoacchitoBrainsbytrovòilsingolo«bizzarro». «Tutti lo pensarono. Mi piacque subito, ma senza sapere il perché. Per me fu un momento di svolta. Li avevo presi quando erano praticamente sconosciutie liavevoaccompagnatisu, su, finoa creare unodeipiù grandi successi di tutti i tempi. Mi sentivo come uno che è appena diventato padre.» L’entusiasmo di Brainsby, però, ebbe vita breve. I nuovi accordi della band con John Reid rendevano la sua posizione insostenibile. «Reid rese difficile la mia collaborazione con i Queen. Preferiva usare i suoi collaboratoriinterni.Eraimpossibilecontinuare.» In futuro Brainsby avrebbe di nuovo lavorato per i Queen, ma in quel momentolabanderaentrataoramainell’orbitadell’uomochecontrollavala più grande star del mondo, il cantante che aveva fatto volare il «Rocket Man».

«A Night at the Opera» uscì il 21 novembre 1975 e fu lanciato con una festa smisurata. Questo, ricorda Gambaccini, «era il mododiReid perdire:

‘Ecco: adesso iQueen giocano nello stesso campionato diElton John’. Reid sapeva benissimo quanto valesse quella band, ma non si rendeva conto quanto fosse stato fortunato a subentrare in quel particolare momento. Se mai c’è stato un momento ideale per lavorare con i Queen, era proprio appenaprimadell’uscitadelquartoalbum». Rapportiprofessionaliaparte,Gambaccinistrinseunrapportodiamicizia che,almenonelcasodiFreddie,sarebbeduratotuttalavita. «Erano un perfetto esempio di musicisti che hanno capito le regole di questo pazzo gioco. Sapevano che era un business. Non si aspettavano di diventare i migliori amici l’uno dell’altro. Sapevano che dovevano solo andare d’accordo e rispettarsi a vicenda. Questo atteggiamento rilassato e

imparziale gli ha permesso di superare certe difficoltà che nel caso di altre bandhannoportatoalloscioglimento. «Freddie era quello con cui avevo più confidenza. Andava dritto al punto,sempremoltodirettoepersonale;nientechiacchiereinutili.Inparte, credochediventammoamiciperchéeroanch’ionelgirogaydelrock.» Forse Freddie invidiava Gambaccini per il suo coraggio di dichiararsi apertamenteomosessuale,perchéinfondodesideravafarelostesso. «Forse…Unavoltamidisse:‘Ungiornofaremoun’intervistaelodiremo a tutti’. Non successe mai. Ma ti dirò che altre volte mi fece sentire uno sprovveduto», prosegue, riferendosi alla promiscuità sessuale di Freddie, moltopiùsfrenatadellasua. «Era come se luifosse il‘vero’omosessuale tra noidue. Ioloammettevo apertamente, mentre lui lo teneva per sé, ma sotto sotto era un gay con la ‘G’ maiuscola. A confronto, io ero un dilettante.» Cinque giorni dopo il lancio, Bohemian Rhapsody divenne la prima numero uno dei Queen. La band festeggiò in grande stile con un breve tour di ventiquattro date, incluso un elettrizzante concerto all’Hammersmith Odeon la vigilia di

Natale,trasmessosiadaOGWTsiadaRadio1.

Tre giorni dopo anche l’album arrivò al primo posto in classifica, diventando disco di platino, con oltre duecentocinquantamila copie vendute, un numero che raddoppiò nel giro di poche settimane. Sarebbe anche rimasto nella classifica americana per cinquantasei settimane. E il nuovoannoportòulterioririconoscimenti,inclusounaltroIvorNovelloper Bohemian Rhapsody. Con un gestoperluiinconsueto, ilparsimoniosoReid comprò uno spazio pubblicitario sulla rivista Sounds per congratularsi del successoconisuoi«ragazzi». Eraoradipianificare unasecondatournée americana, questavoltacome grandi rockstar. Sarebbe stata la più estenuante fino ad allora, con date quasi in ogni stato e sotto la guida di un nuovo tour manager, Gerry Stickells. Fu unanominafortunata: inpassatoStickellsavevalavoratoperla Jimi Hendrix Experience (prima come roadie, poi come tour manager) e sarebbe rimastocon iQueen finoalla fine. Sidice che fosse con Hendrixla seraincuiquestimorì,sebbenelatragediasiaavvoltadalmisteroeStickells nonamiparlarne. Fu proprio durante quella colossale tournée americana che i Queen perfezionaronol’artedegliafterparty.Daallorainpoilelorofestesarebbero

statefamosecomelemigliorinell’ambiente.Ovunquesiesibissero,iquattro invitavanopezzigrossiecelebritàdelluogoapartecipareailorobaccanali.Il giornalista Rick Sky, che ha pubblicato un suo tributo personale a Freddie, TheShowMustGoOn, pocodopolamorte delcantante, ricorda una«festa tranquilla e moderata» per celebrare il successo di un concerto al Madison SquareGardendiNewYork. «MiinvitaronoaNewYorkperun’intervistainesclusivaconFreddieelo raggiunsinelbackstage»,raccontaSky. «C’erano decine dicameriere in toplesscon magnumdichampagne che ti riempivano il bicchiere di continuo. Nessuno poteva restare a secco. Freddie indossava una canottiera bianca e teneva un bicchiere di champagne in una mano e una sigaretta nell’altra. Sembrava rilassato. Mi disse che il segreto della felicità era vivere la vita fino in fondo. ‘Gli eccessi fanno parte della mia natura’, disse. ‘Per me la monotonia è una malattia. Hobisognodipericoliedeccitazione.Nonsonofattoperstarmeneincasaa guardare la tv. Sono una persona molto attiva sessualmente. Una volta dicevo che mi sarei fatto chiunque, ma ora sono un po’ più selettivo… Adorocircondarmidipersonestraneeinteressanti,perchémifannosentire vivo. Quelle normali mi annoiano a morte. Mi piace la gente stravagante. Per natura sono irrequieto e nervoso, quindi non sarei mai un buon padre difamiglia. Saltoda un estremoall’altroe spessoquesta è una caratteristica distruttiva,permecomeperchimistaintorno. «Vivo la vita al massimo», aggiunse in seguito, con fare provocatorio. «Houn appetitosessuale enorme. Vadocon uomini, donne, gatti, qualsiasi cosa. Ho un letto enorme, ci si può stare comodamente in sei. Preferisco il sessosenzaimpegni.» Celebrità e ricchezza avevano dato a Freddie la libertà di concedersi qualsiasilusso. «Ci dava davvero dentro», prosegue Sky. «Ma questo significava compromettere la possibilità di una relazione stabile e duratura, che in fondoèquelchedesideriamotutti.Comedisseluistesso:‘Inamorenonmi impegno mai solo a metà. Non credo nelle mezze misure o nei compromessi.Dotuttomestesso.Sonofattocosì’.» L’America, e in particolare New York, gli diede alla testa. Freddie si innamorò della città, della sua densità e intensità, e ovviamente del suo sottobosco omosessuale. Se di giorno passeggiava per i negozi di lusso e gli

alberghi del centro, di notte vagava per le stradine acciottolate dell’antico quartiere dei macelli, dove sorgevano i più famigerati bar e club gay della città. Quasi tutti quei locali avrebbero chiuso verso la metà degli anni Ottanta durante l’epidemia di AIDS(e la zona sarebbe diventata una delle piùesclusivediManhattan),maall’epocaattiravanocomecalamiteigayele lesbichedituttoilPaese.LarivoltadiStonewall,chelanciòilmovimentodi liberazione omosessuale, scoppiò nel giugno del 1969 proprio nel più frequentatobargaydiNewYork: losquallidoStonewall Inn in Christopher Street(unatraversadellaSettimaAvenuenelcuoredelGreenwichVillage), che divenne poi famoso in tutto il mondo come la culla dell’attivismo gay. La «glasnost» omosessuale legalizzò una serie di commerci molto redditizi che giravano intorno alla comunità gay. Nightclub, cinema porno, bagni turchi, locali sadomaso e bar con privé, con nomi come The Mineshaft («il pozzo della miniera») e The Anvil («l’incudine») spuntarono come funghi, favorendo i rapporti occasionali e anonimi. In quei tempi, le malattie venereenoneranoancoraunpericoloserio. Fu proprio all’Anvil che una sera Freddie posò gli occhi su uno dei Village People mentre ballava sul bancone. Il gruppo di Y.M.C.A., che giocava con gli stereotipi americani vestendosi da cowboy, poliziotto, muratore, motociclista, indiano e soldato, era in quel momento famosissimo. Secondo Mick Rock, che era con lui, Freddie restò letteralmente «ipnotizzato» da Glenn Hughes, il «motociclista». «Da quel momentononsarebbemaipiùstatolostesso»,osserva. Alcuni ritengono che l’episodio ispirò sia il look «in pelle nera» del cantante, sia quello «macho» (o clone). Il primo avrebbe avuto vita breve, mentre il secondo – che con capelli corti, baffi, petto muscoloso e jeans attillati rappresentava una frattura radicale dalla sua immagine bohémien deglianniSettanta–sarebbe duratoa lungo. Inrealtà, quellookera natoa San Francisco ed era definito Castro clone, dal nome del più famoso quartiere omosessuale della città, una decrepita area irlandese e hippy, che aveva attiratoigaydituttoilPaese. Questieranostatiiprimia «clonare»il look delle persone «normali», per passare inosservati. La moda aveva poi generato un’intera gamma di «codici» di comportamento. Un gay poteva persinoindicare le sue preferenze sessualilasciandopenzolare unfazzoletto di un determinato colore dalla tasca posteriore dei pantaloni. Il cosiddetto hanky code ovvero il «codice del fazzoletto» o «codice della bandana», fu

molto usato dagli omosessuali per tutti gli anni Settanta. I fazzoletti venivanoannodatiallacinturaoall’asoladeipantaloni:asinistravolevadire che tipiacevastare sopra, adestra, sotto. Sebbene isignificatideivaricolori non fossero identici ovunque, i più conosciuti erano giallo per «pissing», marrone per«scat», nero per«sadomaso», viola per«amo ipiercing», rosso per (lasciamo perdere), azzurro per «sesso orale», grigio per «bondage» e arancioneper«mivabenetutto». Uno delle cose più entusiasmanti per un omosessuale a New York alla fine degli anni Settanta, soprattutto per uno appena giunto alla fama come Freddie, era che igay vivevanouna stagione diaffermazione sociale: erano usciti allo scoperto, si erano uniti e avevano assunto il controllo delle loro vite e dellorodestino. Ela situazione poteva solomigliorare, oalmenocosì sipensava.Sipotevanospingereiconfinidellasperimentazionesessualefino agli estremi, una cosa al tempo impensabile in qualsiasi altra città del mondo,tranneforseMonacodiBaviera. «Freddie si comportava abbastanza bene a Londra, rispetto a quel che combinavaaNewYorko–piùavanti–aMonaco»,raccontaGambaccini. «Erano le capitali del sesso anonimo, una cosa che non mi ha mai interessato. Senza dubbio Freddie se le è godute fino in fondo. È tutto un mondo, grande quanto quello della musica. A New York, Freddie perdeva ogniinibizione,maeralascenagaydellacittàchelorichiedeva.» In una chiacchierata con il rubricista, poi editore John Blake, Freddie confessòdiavere«fattolabaldracca»aNewYork. «È la città della perdizione», mormorò. «Devi andartene al momento giusto. Se resti un giorno di troppo, sei fregato. Molto ipnotica… Tutte le mattine rientri barcollando alle otto o alle nove e devi farti le iniezioni alla golapercantare.Èunacittàvera.Laadoro.» Sebbene in queste frasi ammettesse vagamente la propria licenziosità sessuale, nelle interviste Freddie mantenne sempre un silenzioso riserbo sulla sua passione per la cocaina. A parte il fatto che la droga era del tutto illegale quasi ovunque, di certo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, a lui non era mai piaciuta l’immagine del tossicodipendente e aborriva l’idea di passare pertale.Nonlofumaidavvero:quandodecise dismettere,ciriuscì da un giornoall’altro. In queglianniperòla sua vita era ilclassicocliché di «sesso,drogaerock’n’roll».QuelcheFreddieamavaeralabottaistantanea, l’effetto che il mix di alcol e coca aveva sulla sua personalità e sulla sua

libido. Lacocainalofacevasentire sicurodisé, glidava ilcoraggiodiessere «FreddieMercury». Se a New York Freddie diventava un edonista tutto «sesso e shopping» era soprattutto perché poteva permetterselo. Quando si stufò dei suoi alberghipreferiti(ilWaldorfAstoria, ilBerkshirePlacee l’Helmsley Palace), si comprò un lussuoso e sorvegliatissimo appartamento con vista sul Chrysler Building (uno dei suoi palazzi preferiti), oltre che sulle Torri gemelle e l’Empire State Building. L’alloggio sorgeva al quarantatreesimo pianodelSovereign Building, Cinquantottesima Strada estnumero425, fra la Prima Avenue e Sutton Place e a breve distanza da Central Park, dai grandi magazzini Bloomingdale’s e dalla Carnegie Hall. Oltre ai famosi edifici, dall’appartamento si vedevano sette ponti di Manhattan, incluso quello della Cinquantanovesima Strada immortalato da Simon e Garfunkel nellacanzoneomonima,dettaancheFeelin’Groovy. «Freddie era la classica persona raffinata che ama frequentare i bassifondi», osserva Sky. «La sua massima fantasia era portare un marchettaro all’opera. Rudolph Nureyev era molto simile a lui, perché amavasialaculturaelevatasiaquellapopolare;unacosarara.» Freddie adorava i ballerini, ma nonostante le voci di un’avventura appassionata con Nureyev (in una lettera pubblicata nel 1995 il ballerino russo scrisse di una «relazione» con il cantante e di avere visitato casa sua) Peter Freestone, poi divenuto assistente personale del cantante, nega, sostenendo che Nureyev non andò mai a Garden Lodge e che quella presuntastoriad’amorenonebbemailuogo. Pochicapivanoperchéconducesseunavitacosìdissolutaedepravata.Gli altri membri della band non si immischiavano: nel mondo si erano fatti progressinelcampodellalibertàsessualeeinfindeicontichieranoloroper giudicare? La vita privata di Freddie era affar suo. Inoltre la sessualità era solo un aspetto fra i tanti della sua personalità e i fan tendevano ad accettare quel che sapevano e a chiudere un occhio sul resto. Erano solo i giornalistia eccitarsiappena fiutavanol’odore diunoscandalo. Freddie era unadellepochestardelrockabbastanzaintelligentipercapirecheisuoifan lo adoravano proprio perché viveva una vita di eccessi con tutti i relativi pericoli, ossia perché faceva ciò che loro non avrebbero mai osato. Oltre a intrattenerli con ottima musica e spettacoli indimenticabili, Freddie gli facevavivereun’esistenzadabrividoperinterpostapersona.

«Andavamo ai concerti dei Queen, intervistavamo Freddie, vedevamo i suoieccessi…emangiavamolebriciole»,raccontaRickSky. «Questo ci rendeva dei privilegiati come loro, relativamente parlando. I Queennoneranoaffattoegoisti,volevanochetuttisidivertisserocomeloro. Eranogenerosie condividevanolalororicchezzae questo, rispettoalle altre bandchefrequentavamo,lirendevaimiglioridelmondo.»

13

Champions

«DayattheRaces»finisceconunacosagiapponese,unbrano

cheBrianhaintitolatoTeoTorriatte,chesignifica«restiamo

uniti».Èunpezzoemotivo,unodeimiglioricheabbiamai

scritto.Briansuonal’armoniumefaunpezzodichitarra

fantastico.Èunabellacanzoneperchiuderel’album.

FREDDIE MERCURY

LamusicadeiQueenpossedevaunaforzaeun’energiacapaci

ditogliertiilfiato.Oggi,conlenuovetecnologielagenteè

diventatapigra.Sudore,sangueecoraggio,civogliono.Freddie

dovevacantarequellecanzoniconognisingolacelluladelsuo

corpo.Oggivediuncantantecondiciottoballerinidietrodilui

enonsaisecantaoèinplayback,ochealtrodiavolofa.

Freddietidavatutto,ederaautentico.

LEEE JOHN,Imagination

ALL’INIZIO del1976, contuttie quattroidischiinclassifica fra iprimiventi nel Regno Unito, i Queen affrontarono un nuovo tour in Giappone e Australia,doveillorosuccessocrescevaadismisura.Poitornaronoinstudio per lavorare al quinto album, che avevano intenzione di produrre da soli, dopoessersiseparatiamichevolmente daRoyThomasBaker. IlnuovoLPsi intitolava «A Day at the Races», da un altro grande film dei fratelli Marx (Un giorno alle corse). A marzo, uscì il loro primo lungometraggio, Live at TheRainbow.Amaggio,BriansipreseunavacanzapersposarsiconChrissy

Mullen. Il 18 giugno, uscìil primo singolo firmato da John Deacon, You’re My Best Friend, un brano dolcissimo composto per la moglie Veronica (il matrimonioduratutt’oggi, facendodiDeaconl’unicomembrodellaband a essere rimasto con la prima compagna). Nel brano, oltre al suo strumento abituale, il bassista suona anche il Wurlitzer. Sebbene fosse molto diverso daiprecedenti, ilpezzoentròsubitonellaTopTen. Ilvideofugiratoinuna grandesaladaballoilluminatadamigliaiadicandele. Poi i Queen suonarono in Scozia, alla Edinburgh Playhouse, nell’ambito di un festival sponsorizzato da Reid, e poi all’aperto a Cardiff. Il 18 settembre, per il sesto anniversario della morte di Jimi Hendrix, organizzarono un grande concerto gratuito a Hyde Park, per ringraziare i fan peril sostegno: il classicogestocommovente alla Queen. Ne arrivarono circa duecentomila. L’evento fu coorganizzato da Richard Branson, l’ambizioso proprietario della Virgin Records che volava alto già all’epoca. Quando Branson presentò la sua assistente personale Dominique Beyrand alla band, senza saperlo regalò a Roger Taylor una nuova compagna. Poco dopoinfattilacoppiamisesucasa,aFulhameinunalussuosamagionenel Surreycircondatadaettaridiboscoedotatadiunostudiodiregistrazione. Il giornodel concertosplendeva il sole. L’eventone ricordava altrisimili tenuti nello stesso parco alla fine degli anni Sessanta da Jethro Tull, Pink FloydeRollingStones.KikiDee,ancheleigestitadaReid,dovevacantareil suorecentesuccessoinduettoconEltonJohn.Nonostantemoltialtrisingoli celebri, Don’tGoBreakingMy Heartera diventata la prima numerounodi Elton. Ma il cantante non riuscì a partecipare al concerto e Kiki dovette accontentarsidiesibirsiafiancodiunagrandesagomadicartone. «Benvenuti al nostro piccolo picnic in riva alla Serpentine», disse Freddie,scintillandonellasuatutaelasticizzatabianca. «Tie Your Mother Down è uno dei pezzi duri di Brian», osservò in seguito. «Ricordoche la suonammoa Hyde Park prima ancora diinciderla. Riuscii a cantarla dal vivo prima di registrarla. Dato che va cantata con la vocerauca,funzionò.» DenisO’Regan,alloraunfotografoalleprimearmi,riuscìaimbucarsinel backstage e a seguire il concerto da sotto il palco. Da tempo coltivava i contatticonicollaboratoridella RocketRecordsperavvicinare iQueencon la speranza didiventare illorofotografoufficiale. Un amicoe collaboratore

diReid, Paul Prenter, lo aveva preso in simpatia e aveva iniziato a lasciarlo entrarenelbackstage. «UnadelleprimevoltefuaParigi»,ricordaO’Regan.«Notaicheavevano montato un altro piccolo palco dietro le quinte. Dapprima pensai che i Queen avrebbero improvvisato uno spettacolino per gli addetti ai lavori, perchéc’eranodiversefiledisedieallineatedavantialpalco.Inveceentròin scena una ragazza e fece uno spogliarello. Poi un’altra e un’altra ancora, finchéallafinec’eraunadecinadidonnesulpalco.Poifeceroungigantesco spettacolo lesbico, e questo era riservato solo a quelli che lavoravano o si aggiravano nel backstage. Un po’ squallido, ma il genere di cosa che si sarebbe vista spesso alle feste dei Queen. Sceglievano sempre culi e tette, e sessodebosciato.Nientedidavverosordido;solorobacosì,tantoperridere. I Queen coltivavano un interesse per il sesso e lo usavano apposta per proiettareun’immaginediversadisé.Immaginocheinpartequestoservisse permettereatacerelevocisull’omosessualitàdiFreddie.» Anche se all’epoca l’avrebbero negato, non c’è dubbio che Freddie e Rogerfosserolamentedietroqueifestinitrasgressivi.

«Mi piacciono gli spogliarelli e le spogliarelliste, e le feste selvagge piene

di donne nude», dichiarò una volta Roger con disinvoltura, come a voler

aggiungere:Eperchéno?

O’ReganfucolpitodalfattocheiQueenrestasseroinsiemeanchedopoi concerti:eranounadellepochegrandibandafarlo. «Cosa che odiavo perché una volta, finito il lavoro, avevo solo voglia di

uscire e divertirmi. Ma c’era sempre la cena insieme dopo il concerto. Le altrebandnonfacevanocosì.Sparivanosubito:finitodisuonare,c’eranogià

le limousine che li aspettavano con i motori accesi, pronte a portarli

all’aeroportooinalbergo.Piùavantimiresicontocheinquell’abitudinedei

Queen c’era un vero spirito di cameratismo; capii che gli piaceva davvero stare insieme. Più avanti si è detto che non andavano d’accordo, che viaggiavanoinlimousine separate e cosìvia. Matuttilofannoquandosono delle star e possono permetterselo. Freddie, su un pullman? Ma stai

scherzando?»

Oltretutto, come dichiarò Roger a Q nel 2011 a proposito delle «limousine separate»: «Erailmodopiù semplice perviaggiare. Lalimousine èlapiùstupidadellemacchine.C’èspaziosoloperduepasseggericomodie

di solito hai con te la ragazza o la moglie, o la compagna, o l’assistente.

Potevamo permettercene quattro, sai? Non era perché non andavamo d’accordo». Il 10 dicembre uscì «A Day at the Races», con prevendite per mezzo milione di copie. Per promuoverlo in grande stile, la EMI affittò un padiglioneall’ippodromodiKemptonParkeorganizzòunospeciale«giorno alle corse». Portate sontuose, alcol a fiumi e spettacoli dal vivo dei Tremeloes e dei Marmalade, più un telegramma di Groucho Marx in persona, resero memorabile l’evento. Per certi versi l’album risultò una delusione rispettoalprecedente, mailprimosingolo, Somebody toLove, un branosinceroe personale scrittoda Freddie, andòdrittoalnumeroquattro nellaclassificaingleseealnumerounoinquelladiRadioLuxembourg. «Con quella canzone ho fatto un po’ il matto», disse Freddie. «Volevo scrivere qualcosa nello stile di Aretha Franklin, ero ispirato dall’approccio gospel dei suoi primi album. Può sembrare che abbia lo stesso approccio sulle armonie vocali, ma è moltodiversoinstudio, perché è un’intonazione diversa.»

IlNataledel1976videlabandfesteggiarelaprimaposizioneinclassifica

dell’album, coninnumerevolirichieste diapparizionitelevisive e passaggiin radio. La BBC trasmise in replica il concerto per Whistle Test all’HammersmithOdeon. Freddie sifece unregaloinsolito: trovòilcoraggio per confessare onestamente a se stesso e al grande amore della sua vita, MaryAustin,lasuaveranatura,ponendocosìfineallalorolungarelazione. «Eravamo più vicini di chiunque altro, anche se abbiamo smesso di vivere insieme dopo circa sette anni», ammise Freddie. «La nostra storia è finitamalamente,maneèscaturitounlegamechenessunopuòportarcivia. Èintoccabile.» Non dev’essere stato facile per lui. Sebbene oramai preferisse i rapporti occasionali senza alcun coinvolgimento emotivo, Freddie amava anche la sicurezza e la comodità che solo una relazione stabile poteva dargli. Dev’essergli costato molto dibattersi fra questi due desideri contrastanti. Freddie lasciò il nido che condivideva con Mary e si trasferì in un appartamento al 12 di Stafford Terrace, sempre a Kensington, e comprò all’ex fidanzata un altro alloggio. Lei sarebbe rimasta al suo fianco come assistente e «coordinatrice», incontrandolo quasi ogni giorno fino alla sua scomparsaquindiciannidopo. Il 1977 portò alla band una sfida imprevista: il punk. I punk erano

ragazzaccipericolosie arrabbiati, rispettoaigruppidepravaticome iQueen:

rappresentavanopropriotuttociòchesecondoSexPistolsecompagniabella c’era di sbagliato nella scena musicale. Nessuna delle due fazioni poteva emergere vittoriosadaquellapolemica. C’erasolounacosadafare: un’altra tournée di tre mesi in Nord America, questa volta con i Thin Lizzy di Phil Lynott come gruppo spalla. Il tour fu un successo, come il precedente, tranneduedatecancellateperunproblemaallagoladiFreddie. «Inodulisonoancoraqui», disse. «Hoquestibrutticalliche micrescono in gola e di tanto in tanto feriscono le mie doti canterine. Al momento, però, sto vincendo io. Bevo meno vino e il programma sarà riorganizzato intornoalmioproblema.» Fu durante quella tournée che Freddie iniziò la sua relazione con Joe Fanelli, un cuoco di ventisette anni. Dopo l’avventura, Fanelli avrebbe lavoratoinunaseriediristoranti(inclusoilrinomatoSeptember’sin Fulham Road) prima di diventare un membro a tempo pieno dello staff di Freddie nellasuagrandedimoralondinese.Cosìcomeilsuopadronedicasa,anche FanellisarebbemortodiAIDS. Poi cominciò il tour europeo, a Stoccolma, che arrivò a toccare la Gran Bretagna a maggio, al Bristol Hippodrome. I proventidel secondo concerto londinese, aEarl’sCourt, furonodonatialfondoperilgiubileodellaregina Elisabetta II. Durante quell’evento la band presentò al pubblico la cosiddetta «corona»: un impianto luci che si sollevava dal palco fra nuvole difumo.Finitoiltour,labandtornòsubitoinstudioperincidereunnuovo album. I quattro, inoltre, avevano cominciato tutti a esplorare la strada solista,oltrecheapparirecomeospitineidischidialtriartisti. Se fama e ricchezza cominciavano a sembrare un lavoro, almeno la musicariuscivaaentusiasmarliancora.Instudioc’erasempreuninsiemedi tensione e sana rivalità a spronarli e anche i concerti sembravano andar megliodopounabellalitigata. «Sebbene Freddie avesse bisogno di una certa stabilità emotiva per registrare, durante i concerti i litigi erano uno stimolo», osserva Peter Freestone. Non c’è dubbio che i contrasti fossero alimentati dal perfezionismo del cantante. «Sapeva esattamente quel che voleva e faceva una scenata se qualcosa non andava come voleva lui. Sapeva benissimo che quegli sfoghi furiosi

eranomoltoutilie affinché fosseropiù efficaciliindirizzava aicompagnidi gruppo, o ai soci. Sapeva che in quel modo le altre persone coinvolte sapevanocheluisapevadiessereindispensabile!» Il singolo successivo, l’inno We Are the Champions, si sarebbe rivelato uno dei successi più amati e durevoli della band. Nonostante la tiepida accoglienza della stampa inglese, impantanata nel gorgodel punk, il 45 giri si piazzò al secondo posto sia nel Regno Unito sia in America, e al primo nella classifica della rivista specializzata RecordWorld. Distribuito come un doppiolatoA con WeWill RockYou negliUSA, WeAretheChampions fu adottata sia dai New York Yankees sia dai Philadelphia 76ers, mentre il corodiWeWill RockYou fu presoin prestitoda legioniditifosidifootball americano. Dolce vendetta Trentacinque anni dopo il brano è ancora popolare intuttoilmondoed è suonatoabitualmente neipiù grandieventi sportivi. Da luglioa settembre la band registròilsestoalbuminstudio, «Newsof the World», nei Basing Street Studios di Chris Blackwell a Notting Hill, il fondatore della famosa Island Records(rinominatipoiSarmWest, glistudi sarebbero diventati famosi per la registrazione di Do They Know It’s Christmas?), e negli oramai scomparsi Wessex Studios a Highbury New Park,doveunavoltaJohnnyRottenvomitònelpianoforte.Percoincidenza, proprio mentre i Queen erano lì, i Sex Pistols stavano registrando «Never Mind the Bollocks» in una sala adiacente. A un certo punto, Sid Vicious ruzzolò nello studio dei Queen e insultò Freddie, perché questi aveva dichiarato di voler portare il balletto alle masse (in un’intervista con Tony Stewart per il New Musical Express intitolata: «Questo è uno stupido secondo voi?»). Freddie rispose con una battuta indimenticabile: «Ah, misterFerocious!Facciamodelnostromeglio,caromio!» Ottobre portò ai Queen un Britannia Award della British Phonographic Industry (l’associazione della case discografiche inglesi) per Bohemian Rhapsody, votato miglior singolo inglese degli ultimi venticinque anni. Lo stessomese iniziòla campagna promozionale per«Newsof the World», un album esuberante ma anche un po’ lontano dai gusti dei fan (e da quelli della critica), con una copertina che raffigurava un gigantesco robot disegnatodaFrankKellyFreas. Era sempre più evidente che John Reid non aveva il tempo per gestire adeguatamente i Queen: oramai erano ai livelli di Elton John in termini di

fama e avevano assoluto bisogno di un manager esclusivo. I quattro convocarono dinuovo l’avvocato JimBeach pernegoziare la cessazione del contratto con la John Reid Enterprises, una procedura che si rivelò relativamente indolore seppurcostosa. Dato che il contratto veniva rescisso prima della scadenza, Reid ottenne una cospicua buonuscita più il quindici percento dei diritti d’autore su tutti gli album precedenti dei Queen, per sempre. Pete Brown, il dipendente diReid che aveva effettivamente curato gliaffarideiQueen, se ne andòconloroe fu nominatomanagerpersonale. Anche un altro collaboratore dello scozzese, Paul Prenter, si unì alla squadra. Da quel momento in poi, Beach gestì tutte le questioni legali per conto della band e Gerry Stickells si occupò delle tournée. Fu creata la Queen Productions Ltd, seguita poi dalla Queen Music Ltd e dalla Queen FilmsLtd. Finalmente iQueen eranoproprietaridelle loroopere e deiloro diritti. Fuunasvoltasottomoltialtriaspetti. Sebbene iproblemiimprenditoriali fosserorisolti,alivellocreativoiQueeneranoaunbivio.Sapevanodidover cercare nuove sfide se volevano mantenere intatto il loro entusiasmo e alimentare la loro ispirazione. Così comprarono un jet privato e si imbarcarono in due ambiziose tournée americane. Durante la prima, che

cominciòaPortland,nell’Oregon,l’11novembre,FreddieeseguìLoveofMy

Life dal vivo per la prima volta, invitando il pubblico a cantare con lui, inaugurandocosìquella che sarebbe diventata una tappa obbligata dituttii successivi concerti dei Queen. A New York, Freddie andò a vedere Liza Minnelliateatro,inTheAct. Dopoaverla citata come sua artista preferita e suagrandefontediispirazione(insiemeconHendrix),conimmensopiacere Freddie scoprì che la stima era reciproca. Anni dopo, nel 1992, la stella di Cabaret sarebbe stata una delle prime ad accettare di esibirsi al grande concertotributoperlamortedelcantante. Al Madison Square Garden, Freddie mandò in visibilio la folla indossandoperibisladivisadeiNewYorkYankees.Lasquadradibaseball della città aveva appena vinto la World Series, e il pubblico era entusiasta perquell’omaggio di una band inglese al loro sport più sacro. Nei concerti, Freddie era solito inserire qualche piccolo omaggio alla nazione in cui si esibiva:unafrasenellalinguadelposto,unmantelloconlabandierainglese da un lato e quella del Paese ospite dall’altro A volte rifletteva ore per individuare il gesto migliore da regalare a un determinato luogo. Era il suo

modoperdarequalcosaincambioaifandelposto,cheimmancabilmentelo adoravanoperquesto. Nel gennaio del 1978 durante il MIDEM, la fiera dell’industria discografica a Cannes, e grazie a We Will Rock You al primo posto nella classificafranceseperpiùdidodicisettimane,iQueenfuronopremiatinella categoria Radio come la rock band con maggiori potenzialità. Persino la Francia («Vous appelezcela dela musiquerock!») aveva apertogliocchisui Queen. Anche il fisco, però. Nel 1978 la band fu costretta a trascorrere la maggior parte del tempo all’estero per evitare di pagare troppe tasse in patria. Intraprese un nuovo tour europeo dopodiché tornò in studio per lavorare a un altro album. Furono scelti i Mountain Studios di Montreux, perchéeranoimiglioriinEuropaalivellotecnicoeiQueenavevanosempre cercatoquestotipodiqualità.Ilfattochepoisorgesseroinunodeipostipiù incantevoli del pianeta era un bonus aggiuntivo. Lo stupendo lago di Ginevra e le maestose alpi svizzere innevate lasciarono i quattro a bocca aperta. All’inizio Brian e Freddie restarono in Inghilterra, il primo per la nascita del primogenito, Jimmy, e il secondo per produrre l’album dell’amicoPeterStraker,tramitelasuanuovacasadiproduzione,laGoose. Straker, un attore di origini giamaicane, aveva conosciuto Freddie nel 1975 da Provan’s, un ristorante di Londra. Il primo era in compagnia del manager David Evans, mentre il secondo cenava con John Reid. Per uno scherzodeldestino,EvanslavoravaancheperReid. «Ricordo la pelliccia sciupata e le unghie smaltate di nero, gli zoccoli bianchi e l’acconciatura», racconta Straker. «E che era anche leggermente ingobbito. Ma a parte questo, micolpìla sua estrema timidezza. Teneva gli occhibassi,comesemprequandoincontravaunapersonanuova.» Quandosiincrociaronodinuovopercaso,StrakerinvitòFreddieallasua festa di compleanno, nel suo appartamentino in Hurlingham Road. Era il novembre del 1975 e si trattava di una festa in maschera: ognuno doveva vestirsi come il suo personaggio preferito. Freddie rispose che se fosse andato (cosa che fece), non si sarebbe mascherato, perché era lui il suo personaggiopreferito. «Freddie arrivòconDavidMinns[ungiovane operaioconcuiavevauna relazione segreta] abbastanza presto e con un jeroboam di champagne:

Moët & Chandon, chiaramente! Se non ricordo male fu quella sera stessa chedigettoglichiesidiprodurreunalbumperme.» Iduesimiserod’accordoperrivedersiapranzo. «Dalìinpoidiventammoamici.Èdifficilericordareluoghiedateprecisi, dato che da quel momento in poile nostre vite sisono intrecciate in modo inestricabile.Inaltritermini:abbiamoingranato.» Ben presto Freddie e Straker, che era figlio di una cantante lirica, iniziarono ad andare a vedere balletti e opere insieme, oltre a bazzicare i peggioripubenightclubdellacittà.Cominciaronopersinoagiocareatennis insieme nell’esclusivo Hurlingham Club. Educato e cortese, dotato di una

voce sopraffina e anche di un’incredibile estensione vocale, che avrebbe dovuto portargli più successo di quanto ottenne in realtà, Straker voleva incidere un album di brani post-glam rock e vaudeville. Freddie non solo accettò, mainvestìventimilasterline nelprogetto, intitolato«ThisOne’sOn Me». Uscirono anche due singoli: Jackie e Ragtime Piano Joe. Gli amici li ricordano come «due monelle» oppure come «due fratelli», mai come amanti,einfattiillororapportoerabasatosuunasortadiconflittofraterno. «Straker lo aiutava ad allentare la tensione», racconta Peter Freestone. «Erasempreprontoafarloridere». «La profonda amicizia fra Freddie e Peter era fondata sull’amore per l’opera e per i classici», ricorda Leee John, leader del trio soul-dance Imagination,famosoneglianniOttantaegrandeamicodientrambi. «Iovenivodalsoul,dall’R&Bedaljazz,etentavodicapireilbluesetutta la musica africana, ma Freddie mi suggerì di studiare l’opera, per il bene della mia carriera. Shéhérazade [di Rimskij-Korsakov, basata sulle Mille e una notte] era l’unica che conoscevo. Mi disse: ‘Tesoro, è un buon inizio’. Quindi per un’intera estate andai a vedere un’opera la settimana. Di tutto,

da Don Giovanni a L’anello del Nibelungo. Mi addormentai! Ma mi

emozionai anche, e risi, e imparai tantissimo. Voglio dire, prima ero

appassionato di Motown, pensa un po’… Molta musica classica ha origini africane, e Freddie lo sapeva. C’è un senso del ritmo unico nel suo genere.

Mi insegnò anche molte tecniche vocali. Tutto quadra, se ci ripensi dopo

anni. Straker, però, era sullo stesso piano di Freddie: imparavano l’uno dall’altro.Avevanoentrambiincontratounloropari.» PoiBrianeFreddieraggiunseroRogereJohnaMontreux,doveillavoro peril nuovoLPproseguiva spedito. Quell’estate la EMI ricevette il Queen’s

Award to Industry per le esportazioni, uno dei premi regi più ambiti dagli industriali inglesi. Per commemorare l’evento, l’etichetta stampò Bohemian Rhapsodyin una tiratura limitata diduecentocopie su vinile blu, numerate a mano. All’inizio le cromie prescelte erano oro e viola, per richiamare il logodelgrupposullacopertinadi«Queen»,maqualcosaandòstorto. «Avevamo deciso di fare una copertina bordeaux e oro, con il vinile viola», racconta Paul Watts, allora direttore generale della divisione internazionale dellaEMI. «Maquandoarrivòdallafabbricaildiscononera per niente viola, ma blu. Si erano sbagliati! Dato che volevamo solo duecento copie [mille o millecinquecento era la tiratura normale], non valevalapenacambiarlo.» Il premio fu consegnato ai dirigenti della EMI nel luglio 1978, nella CotswoldSuitedelSelfridgeHotel. Né Suamaestàné iQueenparteciparono alla cerimonia. La band era in «esilio» per il fisco e stava festeggiando alla grandeilventinovesimocompleannodiRogeraMontreux. Leprimequattrocopiedell’edizionelimitatafuronospediteinSvizzeraai quattro membri della band. Un gruppo selezionato di dirigenti della EMI ricevette le altre, insieme conigiornalistie conalcunidegliinvitati; tuttigli altri si videro consegnare un paio di calici commemorativi o uno speciale foulard diseta. Pochifortunatise ne andaronocon tuttie tre iregali. Quel discoètutt’oggiunodeglioggettipiùricercatidaicollezionistidicimeli,non solodeiQueenmadelrockingenerale. Leregistrazioniproseguironoinunaltrostudio,ilSuperBeardiNizza.Lo spostamento era stato dettato sempre da motivi fiscali: i Queen non potevanorischiarediprodurreuninteroalbuminununicoPaeseperpaura didovervipoipagareletasse. Il trentaduesimo compleanno di Freddie fu celebrato nell’incantevole paesino di Saint-Paul-de-Vence dove Bill Wyman dei Rolling Stones aveva una casa. La festa scatenatissima culminò con un’esibizione di Freddie e StrakerubriachicheintonaronoariediGilberteSullivan.Duegiornidopo,i Queen brindarono al ricordo di Keith Moon, il batterista degli Who scomparso per un’overdose di clometiazolo nell’appartamento di Harry Nilsson in Curzon Place a Mayfair (lo stesso in cui quattro anni prima era mortadiinfartoCassElliot,lastelladeiMamas&Papas). Il nuovo singolo, Fat-Bottomed Girls, uscì come doppio lato A con Bicycle Race, un brano ispirato al Tour de France, che attraversò Nizza

mentre la band era lì in studio. Per promuovere il singolo, i Queen affittaronolostadiodiWimbledon a Londra e ingaggiaronosessantacinque ragazzeperfareunagarainbiciclettacompletamentenude.L’eventogenerò un filmato esilarante ma non solo: le bici erano state affittate dalla catena Halfords e i suoi dirigenti insistettero perché la band rimborsasse le spese persostituiretuttiisellini«usati».Ilsingolosipiazzòall’undicesimopostoin classifica, non senza polemiche: il sedere prominente della ciclista che campeggiava in copertina fu ritenuto offensivo e nelle copie successive dovetteesserericopertodaunpaiodipudichemutandine. A ottobre partì una nuova tournée americana. A New Orleans, per lanciare ilnuovoalbum, «Jazz», iQueenorganizzaronoquella che puòsolo essere definita un’orgia. La sera di Halloween invitarono quattrocento selezionatissimi rappresentanti della stampa nordamericana, sudamericana, inglese e giapponese, nellasaladaballodiunalbergocittadino. Illuogoera statotrasformatoinuna palude, completa difoschia e vegetazione, incuisi aggiravano nani, drag queen, mangiatori di fuoco, lottatrici nel fango, spogliarelliste, serpenti, steel band, danzatori vudù, danzatori zulù, prostitute, groupie, alcuni di questi intenti a commettere inimmaginabili, e probabilmente illegali, atti osceni, da soli o in gruppo, davanti agli invitati. Una modella entrò sdraiata su un vassoio di fegato crudo, altre si contorcevano dentro gabbie sospese. Quella follia fu ripresa dai giornali di tutto il mondo e confermò le feste dei Queen come le più corrotte e smodatenelcircodelrock. Nel bel mezzo di quella baldoria, arrivò Tony Brainsby, il vecchio addettostampadeiQueen,cheavevaripresoilsuoposto.GiunsedaLondra conunseguitodiscribacchinialseguitoesiritrovòsubitonelsuoelemento. «Selvaggio», fu il suo laconico commento dell’evento. «Andammo dall’aeroporto alla festa e dalla festa all’aeroporto, senza nemmeno sfiorare un letto. Ne avevo viste di feste ai miei tempi ma mai niente del genere. Alcuni giornalisti avevano gli occhi a penzoloni quando finì. Freddie autografò il sedere di una spogliarellista, e quella fu la cosa più casta che vidi.Micivollequasiunmeseperriprendermi.» L’Americapuritanareagì.«Jazz»comprendevaunposterdicicliste nude, che fu censurato come «pornografico» e vietato in alcuni stati. L’album venne quindi distribuito senza poster ma con un modulo che permetteva all’acquirente di richiederlo tramite posta. I Queen furono sorpresi dalla

reazione americana per quella che a loro avviso era solo un po’ di innocua ironia, ma questo non impedì loro di portare una frotta di cicliste scampanellantisulpalcodelMadisonSquareGardenduranteBicycleRace. Inpatria«Jazz»arrivòalsecondopostoe restòin classifica perventisette settimane: un nuovo traguardo. Ora dovevano superarlo. Che cosa si sarebberoinventatiperl’albumsuccessivo? Eperquellodopoancora? Forse iQueensieranodimenticaticomecisirilassa.

14

Monaco

MipiaceMonaco.Cihopassatocosìtantotempochedopoun

po’lepersonenonfacevanonemmenopiùcasoame.Hotanti

amicilaggiùchesannochisonomamitrattanocomeun

normaleessereumano,chemiaccettanoperquelchesono.E

questopermeèunottimomodoperrilassarmi.Nonvoglio

doverminascondereotacere.Andreifuoriditesta.Piùdi

quantononlosiagià.

FREDDIE MERCURY

Nonsivergognavaadirecheamavailsessoequestaerauna

ventatad’ariafresca.Pochiloammettevanoall’epoca.

CAROLYN COWAN,truccatricediFreddieMercury

ROGER, Brian e John si erano sistemati e rigavano dritto come buoni padri difamiglia,almenoquandononeranointournée.Brian,peresempio,siera già innamorato di un’altra a New Orleans, una certa Peaches. John, in genere attento ai propri obblighi coniugali, aveva iniziato a bere. Roger, grande protagonista ditutte le feste, dirado era solo fra la mezzanotte e la colazione. Freddie, però, li batteva tutti, e aveva gettato al vento qualsiasi precauzione come mai prima di allora. Se nessuno dei quattro era un angioletto in tour, infatti, Freddie era un diavolo incarnato. All’inizio del 1979, mentre il loro circo strombazzava attraverso l’Europa con una mastodontica tournée di ventotto date, incluse due nell’allora Jugoslavia, il cantante si concesse ogni vizio come se dovessero finire. Gennaio vide

l’uscita del dodicesimo singolo della band, Don’t Stop Me Now, accolto da una serie di recensioni entusiaste. Poi la band tornò a Montreux per produrre un doppio albumdal vivo, «Live Killers». Sentendosicome a casa lorosulle sponde dellagodiGinevra, iquattrocolseroalvolol’occasione di comprare i Mountain Studios, dietro consiglio del loro commercialista, per migliorare la loro posizione fiscale. David Richards, fonico di stanza agli studie in seguitoproduttore della band, siunìalla squadra. Poil’invitodel produttore Dino De Laurentiis (Barbarella, Il giustiziere della notte, King Kong, Hannibal, Red Dragon) a comporre la colonna sonora del film di fantascienza Flash Gordon, basato sull’omonimo personaggio dei fumetti, permise diconcretizzare un’altraambizione che iQueencovavanodalungo tempo. Dopo un’altra serie di concerti in Giappone, accompagnati dalle oramai abituali orde di fan entusiasti, il gruppo si ritirò per l’estate nei Musicland StudiosdiMonaco,famosiperaveresfornatoisuccessidelladiscomusicdel produttore Giorgio Moroder. Sempre costretti a registrare all’estero per evitare il fisco, in Germania i Queen collaborarono con un nuovo produttore, il famoso Reinhold Mack, che aveva fondato i Musicland proprio con Moroder. Anche Marc Bolan, i Deep Purple e i Rolling Stones avevano lavorato in quegli studi. A detta di Mack, i Queen non erano i musicistipiù«facili»concuiavevacollaborato. «Avevano abitudini rigide, come i pensionati», ricorda. «Il loro mantra era: ‘Abbiamo sempre fatto così’. Rispetto a loro, avevo il vantaggio di prendere decisioniin fretta, difare le cose mentre glialtrisiperdevanonei dettagli.» Ingenerale,però,ilsuorapportoconiQueenfu«abbastanzarilassato». «La band arrivava da una tournée in Giappone e aveva un po’ditempo ‘libero’ prima di tornare in Inghilterra. Quando si dice trovarsi al posto giusto nel momento giusto All’inizio l’intenzione non era di registrare un album [anche se in seguito sarebbe diventato ‘The Game’], ma solo di fare una serie di session di una o due settimane. Il primo brano su cui lavorammo fu Crazy Little Thing Called Love. Freddie prese la chitarra acustica e disse: ‘Svelti! Facciamola prima che arriviBrian’. Seiore dopo, la canzoneerafinita.L’assolodichitarraloaggiungemmodopo.Brianmiodia ancora perché lo costrinsi a usare una Telecaster per quella parte. Il pezzo uscìcome singoloapripista dell’albume andòdrittoal primoposto. Questo

ovviamente aumentò la fiducia del gruppo e migliorò il nostro rapporto professionale.» Mack ricordò che la composizione dei brani non era priva di complicazioni. «C’erano due scuole: Freddie e Brian. Con Freddie era facile: la pensavamo più o meno allo stesso modo. In una ventina di minuti era in grado di produrre un pezzo eccezionale. Brian invece arrivava con un’idea bellissima, ma dopo quella prima scintilla si perdeva in dettagli insignificanti.» All’epoca il motto della città diMonaco era «WeltstadtmitHerz», «Una città cosmopolita con un cuore» (dal 2006 è stato cambiato in «München mag Dich», «Monaco ti ama», ma questa è un’altra storia). Il soggiorno bavarese deiQueenavrebbe avutouneffettoprofondoe persinodistruttivo su tutti e quattro i membri della band, in particolare su Freddie, che ben presto divenne dipendente dalle attrattive più equivoche della città. Chiunque avesse soggiornato a lungo in uno dei grandi centri culturali d’Europa, si sarebbe immerso nella sua storia e nella sua architettura. La città vantava una fiorente cultura che risaliva al Settecento ed era stata un centroparticolarmente dinamicodurante laRepubblicadiWeimar. Mozart, Wagner, Mahler, Strauss, lo scrittore Thomas Mann e il pittore Vasilij Kandinskij(duranteilsuoperiodoespressionista)eranostatituttiattrattida quellacittà,tantoipnoticaquantopiovosa. Ma perFreddie l’attrattiva principale diMonacoera la sua effervescente scena gay, concentrata in una piccola zona del centro conosciuta come «il Triangolo delle Bermude». L’enclave era diventata un rifugio per gli omosessualiditutta Europa, propriocome ilVillage a New Yorke Castroa San Franciscopergliamericani. La scena bavarese era tranquilla e rilassata. I localigayabbondavano, pienidicorpisudatisette giornisu sette. Freddie si sentì libero di sperimentare senza avere i paparazzi sulla porta di casa a seguire ogni suo spostamento. Un’altra attrattiva, per la band nel suo insieme, erano le ottime discoteche della città, che in quel momento vivevanola loroetà dell’oro. La vita notturna era unsordidoviaggioa rotta dicollofralocalitetrieassordanti,comegliOchsenGardens,ilSugarShack, ilNewYorkeilFrisco. Nel«triangolo»pochidavanopesoaicomportamenti gay più offensivi, perché tutti – gay e non – erano troppo occupati a divertirsi.ComericordòMack:«Freddieamavacircondarsidigentediversa.

Non gli era mai piaciuto un mondo esclusivamente gay. Era una persona riservataenondavamaiscandalofuoricontesto.Nontisbattevainfacciala sua omosessualità. Non faceva mai scenate e teneva sempre un comportamento impeccabile quand’era in una compagnia mista. ‘Ogni cosa alsuoposto’erailsuomotto». Come spiega Brian in Queen: la biografia ufficiale: «Monaco influenzò profondamente le nostre vite. Dato che ci restammo parecchio, divenne quasiunasecondacasapernoi,unluogoincuivivereunavitadiversa.Non eracomeintournée,doveavevamouncontattomoltointensoconunacittà per un paio di giorni e poi si passava ad altro. A Monaco rimanemmo invischiati nella vita della gente del posto. Ci trovammo a frequentare le stesse discoteche quasi tutte le sere, per tutta la notte. Ci incantò. Il Sugar Shackin particolare. Era una discoteca rock con un impianto fantastico e il fatto che alcuni dei nostri dischi non suonassero molto bene là dentro ci fece vedere la nostra musica e i nostri mix sotto una luce diversa. Guardando indietro, probabilmente è giusto affermare che non fummo molto efficienti a Monaco. A causa delle nostre nottate iniziavamo a lavorare tardi ed eravamo sempre stanchi, e – specialmente per me, ma forse anche per Freddie – le distrazioni emotive di quella città erano distruttive». Nonostante nella capitale bavarese Freddie conducesse un’esistenza dissolutaesenzapudori,secondoMackiniziavaaesserestufodiquellavita. «Diverse volte mi disse: ‘Magari uno di questi giorni lascio perdere questa vita da gay’. Aveva scelto di diventare omosessuale a ventiquattro o venticinque anni. Prima lo consideravano eterosessuale. Con lui tutto era possibile. Credoche avrebbe potutosmettere diessere gay, perché amavale donne.Vedevocomesicomportavaconloro;noneracertoiltipodigayche nonvuoleaveredonnenellapropriavita,anzi » FreddiedivenneunospiteabitualeincasadiMackestrinseamiciziacon la moglie Ingrid. La coppia gli domandò persino di fare da padrino a uno deifigli. SecondoMack, Freddie nonera refrattarioalle comodità della vita famigliare. Un giorno gli avrebbe confessato addirittura che gli sarebbe piaciutosposarsie avere deifigli, nonostante in quel momentonon cifosse alcunrapportostabilenellasuavita. «In fondo Freddie desiderava farsi una famiglia e avere una vita normale»,sostieneMack.

«Unavoltaeroneiguaiperchédovevopagareunsaccoditassearretrate. Ero molto depresso e ne parlaia Freddie, e luidisse: ‘Che cazzo, sono solo soldi! Perché ti preoccupi per roba del genere? Hai tutto, tutto ciò che ti serve: una famiglia e deifiglistupendi. Haituttoquelche iononpotròmai avere.Lìmiresicontoche ciosservavaquandovenivadanoi,che guardava lanostravitafamigliareeimmaginavacomeavrebbepotutorenderlofelice.» Kashmira, però, non è d’accordo: «No, non credo [che sarebbe stato un buon padre difamiglia]. Sarebbe statobravissimoa viziare, ma non tantoa farrispettareleregole». Sempre durante il soggiorno bavarese, Mack scoprì che Freddie si era sentitoterribilmentesolodapiccolo. «Una volta udii per caso una conversazione fra lui e mio figlio Felix», racconta.«Freddie glistavadicendo:‘Iononhoavutolafortunache haitu. Quand’ero piccolo ho passato molti anni in collegio, lontano da mamma e papà’. Con i miei figli parlava molto della sua infanzia. Adorava i bambini:

appena eranoingradodicamminare, parlare e rispondere, glipiaceva stare conloro.» PerquelcheriguardalamusicacheiQueenprodusseroaMonaco,Brian ammisecheilcambiodidirezionemusicalefuispiratodaFreddie. «Tentammo un approccio differente», disse. «Con l’idea di sfrondare brutalmente e produrre un album più compatto, anziché lasciare che la fantasiaciportasse intante direzionidiverse. L’impulsolodiede soprattutto Freddie. Pensavache cifossimodiversificatitroppo, alpuntoche le persone nonriuscivanopiù ainquadrarci. Iltemadiquell’album–se ce n’è uno–è ritmo ed essenzialità: mai due note se ne bastava una. Era difficile pernoi, richiedeva molta disciplina, perché avevamola tendenza ad abbondare. Era anche una novità, perché perla prima volta entravamoin studiosenza una scadenza,masoloconl’ideadibuttaregiùqualchetracciacosìcomeveniva. «Era un modo per rompere lo schema ripetitivo: ‘album, tour inglese, tour americano eccetera’. Volevamo cambiare e vedere che cosa avremmo prodotto. Dopo un po’ devi pur inventarti qualcosa di nuovo per tenere accesalapassione » Mack decantò il metodo lavorativo di Freddie in studio: la creatività spontanea, l’impegno, la passione, la velocità e l’abilità tecnica. L’unico aspettonegativoera l’incapacità diconcentrarsiperlunghiperiodi. Soltanto la limitata capacità diconcentrazione pareva limitare il talentodiFreddie e

lostessovaleva perla sua vita privata: se una cosa sembrava troppolunga o laboriosa,luiperdevasubitoogniinteresse.Noneraingradodiconcentrarsi suununicopezzoperpiùdiun’oraemezza. «InKillerQueen sicapisce che siè sedutoalpianoe l’ha fatta digetto. Il finaleèunpo’irrisolto»,spiegaMack.«EratipicodiFreddie.Volevasempre passareacosenuove,diverse.Andavamomoltod’accordo.Mipiacevaavere achefareconungenio.Eloeradavveroalivellomusicale:riuscivasubitoa individuareilcentrointornoacuidovevagirareunacanzone.» Insieme, Mack e Freddie aggiunsero una nuova dimensione al suono

della band, in sintonia con l’umore diqueglianni, e la ispiraronoa tagliare nuovitraguardicreativi. Dopo qualche apparizione in alcuni festival all’aperto in Germania, Freddie tornò a Londra per le prove di uno spettacolo di beneficenza organizzato dal Royal Ballet a favore della City of Westminster Society for Mentally Handicapped Children, un ente di beneficenza a favore dei bambini con handicap mentali. Era stato Wayne Eagling, primo ballerino delRoyalBallete suoamicopersonale, a convincerloa partecipare. Furono create le coreografie per Bohemian Rhapsody e Crazy Little Thing Called Love, che Freddie doveva danzare e cantare dal vivo. La sera dello spettacolo, al London Coliseum, il cantante ballò così bene che fu salutato daunastandingovation. «Conoscevo il balletto solo per averlo visto in televisione», confidò Freddie aJohnBlake, all’epocagiornalistamusicale dell’EveningNews. «Ma mièsemprepiaciuto.» «PoisonodiventatomoltoamicodiSirJoseph Lockwood dellaEMI, che era anche il presidente del consiglio del Royal Ballet, e ho iniziato a conoscere un sacco di persone in quel mondo. Mi affascinava sempre più. Alla fine hovistoBaryšnikovballare e sonorimastobasito. Più diNureyev, più dichiunque altro. Vogliodire, [Baryšnikov] sa davverovolare. Quando l’hovistosulpalcoerotalmenteestasiatochemisonosentitounagroupie.» Riguardoallospettacolocon ilRoyalBallet, commentò: «Mihannofatto

fare gli esercizi alla sbarra e tutto il resto: stirare le gambe

In una

settimana dovevo fare quello che loro facevano da anni. Ero morto. Dopo due giorniavevomale dappertutto.Mifacevanomale certimuscoliche non sapevonemmenodiavere, caromio. Poiquandoè arrivata la sera del gran galà, ero sbalordito dalle scene dietro le quinte. Quando toccava a me, ho

dovutofarmilargofra Merle Park e AnthonyDowell e tutta quella gente e dire:‘Scusatemi,devoandareinscena’.Eraincredibile». FreddieballòecantòBohemianRhapsody. «Sì caro, ho fatto il salto. Un salto magnifico, che ha fatto partire un applauso,epoimihannopresoehocontinuatoacantare.» Quando gli domandarono se gli sarebbe piaciuto diventare un ballerino professionista,rispose:«Sì,masonoanchemoltocontentodiquelchefaccio adesso. Non puoi svegliarti a trentadue anni e decidere di diventare un ballerino». Dopo lo spettacolo, girò voce che Freddie non fosse proprio un «vero uomo».Quandogliarrivòall’orecchio,scoppiòaridere.«ODio…caromio! Lascia che dicano quel che vogliono. Vedi, se ti dicessi no o sì, sarebbe barboso. Nessuno mi chiederebbe più nulla. Preferisco che continuino a chiedermelo. Oh, è tutto così scontato. Caro mio, la vita personale è una questione privata. Voglio dire, con uno come Elton, penso: che potrò mai dire?Eluièuntipopiù‘mediatico’,no?Maamenoninteressa.» In seguito Freddie, commentò scherzosamente quel suo balletto con l’amico giornalista David Wigg. «Cantare a testa in giù è bellissimo. Tremavodietrole quinte, dalnervoso. Èsempre difficilissimofare qualcosa fuori dal proprio ambito, ma mi sono sempre piaciute le sfide. Mi piacerebbevedereMickJaggeroRodStewartprovarequalcosadelgenere!» Aggiunse anche, col suo solito umorismo, che il momento più memorabile dellaserataerastatoquandolafamosaballerinaMerle Parkgli avevadatounpizzicottosulsedere:«Èindecente,quelladonna!» Quellabrevesortitanelmondodellepunteedeiplié,però,èimportante soprattuttoperchéprocuròaFreddieunanuovaamiciziadestinataadurare pertuttalavita.

15

Phoebe

Ioscatenomoltefrizioni,quindinonèfacileavererapporticon

me.Sonolapersonapiùgentiledelmondo,carimiei,maè

difficilissimovivereconme.Credochenessunosiaingradodi

sopportarmi.Inuncertosensosonouningordo:vogliotutto

comepiaceame.Machinonloè?Soamareesonomolto

generoso.Chiedomolto,madoanchemoltoincambio.

FREDDIE MERCURY

EroilcuocodiFreddieeancheilsuotuttofare,ilsuo

cameriere,maggiordomo,domesticoesegretario

Hoviaggiatointuttoilmondoconlui,eroconluineimomenti

migliorieinquellipeggiori.Glihofattodaguardiadelcorpo

quandoservivaeallafine,ovviamente,anchedainfermiera.

econfessore.

PETER«PHOEBE»FREESTONE

NEL backstage della Royal Opera House, durante i preparativi per il suo debutto nella danza, Freddie conobbe un giovane assistente costumista:

Peter Freestone. Indispensabile da subito. Prontamente ribattezzato «Phoebe», Peter sarebbe diventato l’assistente personale di Freddie, rimanendoalsuofiancofinoallafine. «Freddie venne all’Opera House per provare i costumi per il galà del RoyalBallet»,raccontò. Fisicamente imponente e affabile di carattere, il tipo di persona per cui nulla è mai un problema, è facile capire perché Freddie si «innamorò» di

Peterall’istante. «Era gentilissimo ed educato la prima volta che lo incontrai», ricordò Peter. «Più avanti scoprii che era sempre educato, a meno che qualcuno lo infastidisse, nel qual caso andava su tutte le furie. Era abbastanza in soggezione quandovenne alla Opera House perché era fuoridalla sua sfera abituale. [Inoltre] quello era un bastione dell’establishment e lui era

l’opposto. Il galà fu stupendo: il modoin cuiballeriniportaronoFreddie in

giroperilpalco

«Cantò Crazy Little Thing Called Love con i suoi costumi in pelle, poi

sparì dietro un muro di ballerini e riapparve con un vestito di paillette per fareBohemianRhapsody. «Era la prima volta che lo vedevo esibirsi, che vidi il grande showman. Prima di allora avevo sentito vagamente parlare dei Queen e una volta l’avevo visto con Mary: prendevano un tè alla Rainbow Room di Biba, nel 1973. Aveva i capelli fino a qui e un giacchettino in pelliccia di volpe. Era lui,nesonocerto. «Giàquellaeraunaperformance»,aggiunseinseguito. Durantelafestadopolospettacolo,alLegends,PeterincontròFreddiein compagnia del manager Paul Prenter e si fermò a chiacchierare con entrambi. «Tre settimane dopo, Paultelefonòalmiocapoe glichiese se conosceva qualcunointeressatoauncontrattodiseisettimanepercurareilguardaroba

dei Queen durante una tournée. Da quando l’avevo visto sul palco volevo

vivere quella vita. Avevo visto La bella addormentata e Il lago dei cigni migliaiadivolte. Volevorivedere quellapersonacosìentusiasmante, vedere più rock. Non sapevo a cosa andavo incontro, pensavo che gestire il

guardaroba per quattro persone non potesse essere peggio che gestirlo per un’interacompagniadidanza.» Peter si licenziò, perdendo un ottimo posto fisso in cambio di un contrattotemporaneoconiQueen.Dopoiltoursitrovòquindidisoccupato e fu costretto ad accettare un impiego temporaneo come centralinista alla British Telecom, «finché iQueen non fosseroandatidinuovoin tournée e

mi avessero richiamato. Poi mi tennero anche quando non erano in

tournée,midavanounfissoeglifacevodiversilavoriinufficio.Dopoiltour americano, Paule Freddie deciseroche misareioccupatoesclusivamente di

magnifico.

Freddie. Nei tour avrei sempre gestito il guardaroba per tutti, ma in ogni altraoccasionedovevobadaresoloalui» Chiacchierando i due scoprirono di essere stati entrambi in collegio in India, a migliaia dichilometrididistanza dairispettivigenitori. Nacque un legame molto forte e Freddie cominciò ad abbassare le difese. Una delle primecosechecolpironoPetereral’avversionediFreddieperilitigi. «Noneramaimaleducato», ricorda. «Se nascevaunadisputasifacevain disparte e lasciava che se la sbrigassero glialtri. Luisilimitava ad ascoltare, infilando qualche commento qua e là. È vero che lui e Mary litigavano spesso,masoloperchéluisiaspettavadellecosedallepersoneesequestelo deludevano si arrabbiava. Imparai in fretta a lavorare con lui. Se sbagliavi qualcosatelofacevanotareetufacevimoltaattenzioneanonsbagliareuna seconda volta. Ma questo non funzionava con Mary, perché se lei si era messa in testa una cosa la faceva e basta, e a modo suo, e se questo contrastavaconleideediFreddie,scoppiavailGranLitigio.» D’istinto Peter imparò a tenere le proprie opinioni per sé. Sapeva anche quando era giusto superare i confini professionali e quando invece era meglio mantenerli. Il mondo sregolato dei Queen era per lui un pianeta sconosciuto, che iniziò a esplorare con attenzione. A volte si sentì oppresso daiprivilegiedaglieccessichelabanddavaperscontati. «A ogni nuovo tour volevano sempre più luci, più impianti, più scenografie», ricorda. «Tutto doveva essere una novità, uno spettacolo più grandioso di quello precedente. Anche solo questo faceva di loro una grande band. Qualche anno fa, ho visto Michael Jackson a Wembley per due giorni di fila. Il secondo concerto era esattamente uguale al primo. I Queen erano sempre diversi. Non sapevimaicosa aspettarti. Anche le loro riunioni erano costosissime, perché le facevano in studio, che costava una fortunaall’ora.Ogginessunofarebbeunacosadelgenere.» Il nuovo assistente era cosìdiscreto e tranquillo che presto glifu chiesto dibadareallenecessitàpersonalidiFreddie. «Glipreparavopersinolavaligia»,racconta.«Chiamavol’autochevenisse aprenderci, miassicuravoche [Freddie]avesse presosoldi, carte dicredito, passaporto e biglietti, anzi no, tenevo tutto io. Lo mettevo sull’aereo. Il più delle volte era come prendersi cura di un bambino. Ero sempre con lui, letteralmente al suo fianco, anche sull’aereo. Considerando il tempo che abbiamo passato insieme, è incredibile che siamo andati così d’accordo. A

LosAngeles, dove restammounpo’ditempomentre iQueenregistravano,

c’era sempre altra gente intorno, per cui ero in parte alleggerito dalle mie responsabilità.MaaNewYork,eravamosolonoidue.Ilmodopiùsemplice perdescrivere ilnostrorapportoè dire che c’era unconfine: da una parte il datore di lavoro, dall’altra l’amico. Ma non era mai un limite netto e immutabile. Dopo un po’ ero in grado di capire esattamente dov’era il confine inqueldatomomento: capivose aveva bisognodelsuodipendente perfarequestoequello,oppureseinveceavevabisognodell’amico.Eracosì perforza.Inquelmodosapevachepotevasgridarmi,cosachefacevaspesso, soprattutto per sfogare le sue frustrazioni. Sapevamo tutti e due perché lo faceva, percuiandava bene così. Dopononne parlavamopiù. Freddie non serbavarancore.Sisfogavasulmomentoepoierafinitalì.» Era difficile essere sempre a disposizione del suo «padrone»? C’erano state volte in cui si era sentito come un servitore? La sua risposta era negativa. «Soprattuttoperché–edèterribileammetterlo–Freddienonmitrattava come io invece avevo trattato i domestici che avevamo in India,

Erasempregentilissimoconme;quasi

ordinandoglidifarequestoequello

sempre. Anche se avevounostipendio, non dovevopagare mainiente, così cometuttiquellichelavoravanoperlui.Maiunacena,néunabirra.Seuna volta gli offrivamo noi da bere era contento, ma non se lo aspettava. Se andavaalbared eravamoindieci, finivatuttosulsuoconto. Manonaveva soldiin tasca, quelli glielitenevamo noi. Era proprio come un aristocratico, inquestosenso.Nonmihamaifattosentireadisagio.» Ora che tutto è finito, Peter riconosce di avere avuto «una vita molto fortunata»conFreddieeiQueen. «Atuttiglieffettihovissutolasuastessavita, senzadovermelameritare.

Nondovevocomporrecanzonioparlareaigiornalisti.HopresoilConcorde unamiriade divolte, sonostatonelle migliorisuite deimigliorialberghidel mondo, ho fatto acquistiperconto suo nelle miglioricase d’asta, con isuoi assegni firmati in bianco. Vivevo e spendevo come lui. Come avrei mai potutosentirmiun‘servitore’?» La forte amicizia personale che nacque tra i due, negli ultimi anni si basavasulrispettoesullafiduciareciproci. «Freddie non si fidava delle persone con tanta facilità», racconta Peter. «Osifidavadite nelgirodipoco, ononsifidavaperniente. Ilfattoche mi

avesse assegnato quel ruolo fu la base della nostra amicizia: iniziò già durante il primo anno. Litigammo sul serio una volta sola, nel 1989 circa», quando Freddie pensò che Peter avesse parlato della sua malattia in giro, cosachenoneravera. «Ma durò poco. Gli dissi che ne avevo avuto abbastanza, che volevo andarmene. ‘Ti prego, non farlo’, mi rispose. ‘Resta qui. Ho bisogno di te.’ Era tutto quel che volevo sentirmi dire. Dimenticai subito le sue accuse ingiuste,erimasiconluifinoallafine. «Lasuacerchiapersonaleeradavverolasuafamiglia.Facevamotuttoper lui. Avrei fatto di tutto per lui. E non solo perché mi pagava, ma per rispetto. Per me era su un piedistallo… Non lo feci perché lo ammiravo o perchéeroinsoggezione,maperchéavevoavutolafortunadidiventaresuo amico.Nonl’avreifattopernessunaltro.» QuandoPeterdivenneilsuoassistentepersonale,Freddievivevagiàuna vita di eccessi. Molti si domandano come abbia fatto a tenerla nascosta ai media.«Semplice»,spiegaPeter,«erasolounaquestionediriservatezza.» «Ci sono certi personaggi nel mondo del rock che andrebbero all’inaugurazione di uno sgabuzzino pur di farsi fotografare», spiega. «Se non fanno notizia, ne creano una, solo perrestare sotto iriflettori. Freddie invecefacevadituttopernonfiniresuigiornali.Certo,partecipavaatuttigli eventi promozionali dei Queen, ma non alle grandi feste o alle varie première dello show business. Di rado andava ai concerti degli altri. Era molto riservato. La musica era il suo mestiere, lo studio il suo ufficio. E quandononerainufficio,nonvolevacertolavorare.» Nonostante gli eccessi e le imprudenze del cantante, Peter sostenne di nonaveremaitemutoperlasuaincolumità. «Era normale in quegli anni», ricorda con un’alzata di spalle. «Erano i primianniOttanta.Sipotevafarequalsiasicosa.» C’era anche un altro motivo per cui Freddie era di buon umore nell’ottobre del 1979: il quattordicesimo singolo della band, Crazy Little ThingCalledLove,spalleggiatodaWeWillRockYoudiBriansullatoB, era stato accolto con euforia dalla stampa musicale, piazzandosi al secondo posto nella classifica inglese. Oramai abbandonato del tutto il look bohémien, Freddie aveva abbracciato gli abiti di pelle in versione gay, con pantalonineriorossi, e berrettinida macho. Era quella la sua nuova divisa sulpalco,perdareun’immaginepiùduraeaggressiva,cheperònonsarebbe

durata a lungo. Nel giro di qualche anno, il look si sarebbe evoluto, ammorbidendosimolto, finoaraggiungere l’immagine definitiva: canottiera bianca e jeans. Freddie era pienamente padrone della sua immagine e proiettava un atteggiamento di sfida. Il look essenziale era perfetto per il nuovo decennio alle porte. «Da ora in poi, i costumi sgargianti sono out», dichiarò. «Trasmetterò il nostro messaggio musicale vestendomi più casual. Ilmondoècambiato,lagentevuolequalcosadipiùdiretto.» Dopo tutti quegli anni di successi, i Queen cominciavano ad avvertire i primi segni di stanchezza. Erano stufi e nervosi, e con l’affievolirsi dell’entusiasmo e dell’energia i loro rapporti si deteriorarono sempre più. Negli anni ho visto diverse grandi band attraversare periodi simili. Arriva sempre un momento in cui la carriera non è più tutto, in cui non si è più coinvolticomeagliinizi.Brian,Freddie,RogereJohnstavanoinvecchiando. Oramai erano tutti adulti, con mogli o compagne, figli, case, dipendenti, un’immagine pubblica da difendere, impegni solisti e di beneficenza da onorare. Ognunodiloroeraunapiccolaaziendaconinfinite responsabilità. I Queen non erano più la band dei primi tempi, cioè un gruppo di giovanotti spensierati e pieni di talento, che giravano il mondo a cantare e ballare, facendo ciò che più gli pareva. Anche le loro rispettive personalità, maturando, liavevanoportatiin direzionidiverse. Rogerera a suoagionel ruolo della grande superstar e riempiva i titoli dei giornali tanto quanto il leaderdel gruppo, specialmente perla sua movimentata vita privata. Brian, invece, non amava molto la notorietà, anche se si era abituato, soprattutto dopo avere incontrato un’attrice, Anita Dobson (sua seconda moglie), che conosceva molto bene l’ambiente dello show business. John infine era totalmente immerso nel mondo domestico e famigliare che Freddie aveva rifuggitoedalqualesierasentitoforseescluso. Sotto questo aspetto, forse Freddie si sentiva in colpa. John infatti, era l’uomo ideale per i suoi genitori: i Bulsara avrebbero dato qualsiasi cosa perché il figlio fosse come Deacon. Il bassista personificava tutte le qualità cheFreddienonaveva. Dei quattro, stranamente era proprio Freddie quello meno interessato all’esposizione mediatica. Lui si riteneva prima di tutto un musicista e uno showman, e solo in seconda analisi una rockstar. A suo avviso, la cosa importante era cesellare dischi perfetti e fare uno spettacolo più

sorprendente dell’altro; essere sempre il migliore, per i fan come per se stesso. «Era un gran perfezionista», concorda Peter. «Passava ore su una canzone: voleva assicurarsi che non ci fosse un modo migliore per strutturarla, che non esistesse melodia migliore per esprimere quel che voleva. Componeva innanzitutto per se stesso; cercava la perfezione per se stesso,nonperglialtri.» A Freddie non interessava partecipare alle feste «giuste» o alle première «immancabili».Nongliinteressavacolt