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TROVOLAVORO

Romer: i miei consigli per studiare meglio, parola di Nobel


Il vincitore del Premio per l’Economia 2018, che ha sviluppato tecnologie per l’apprendimento,
spiega come ottenere risultati migliori divertendosi

di GIULIANA FERRAINO di Giuliana Ferraino

Come studiare per imparare in modo


efficace e avere successo a scuola? La
chiave è «effort», cioè lo sforzo che ci si
mette, ma si può tradurre anche con fatica,
impegno, applicazione, sacrificio. E’ «la
lezione più importante» di Paul Romer, 62
anni, premiato quest’anno con il Nobel
dell’Economia (insieme a William
Nordhaus) per la sua teoria della crescita

Il premio Nobel per l’Economia 2018, Paul Romer, 63 endogena, che per la prima volta ha
anni integrato nei modelli economici il ruolo
della conoscenza e dell’innovazione, due
formidabili motori per la crescita. Con una laurea in fisica e un dottorato di ricerca (PhD) in
Economia, conseguiti all’Università di Chicago, oltre all’insegnamento (a Berkeley, Chicago,
Rochester, Stanford e infine alla New York University), Romer nel 2000 ha fondato Aplia, una
società online che sviluppa e applica tecnologie per migliorare l’apprendimento degli studenti.
Ecco i suoi consigli.

LO SCI COME MODELLO «Sciare è un ottimo esempio di come imparare a studiare in modo
efficace», sostiene Romer, che ha sempre sciato, fin da bambino. «Le persone che si iscrivono a
una scuola di sci, vogliono riuscire a sciare in breve tempo, perciò si sforzano per imparare. In
tutta la mia carriera ho osservato che l’applicazione da parte degli studenti è il fattore decisivo».
E poi è importante «aumentare progressivamente il grado di difficoltà per aumentare la sfida con
se stessi». Quindi: «Come il maestro da sci chiede man mano maggiore impegno, con una
discesa più ripida o una nuova curva, così l’insegnate dovrebbe creare una sfida via via più
complicata, per aumentare lo sforzo, ma che non sia mai troppo ardua, in modo che lo studente
possa farcela.

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Una delle cose che dà maggiore soddisfazione è affrontare una prova e superarla con
successo».

«Parte del successo di insegnare a sciare viene dal fatto che il maestro si assicura di mettere
sufficientemente alla prova gli studenti, personalizzando molto la didattica: il livello, per fornire
sfide progressive a ogni studente permettendogli di sperimentare la soddisfazione di
padroneggiare gli sci.

Questo è qualcosa che non facciamo molto bene nell’educazione formale. Tendiamo a mettere
tutti nella stessa classe e li sottoponiamo agli stessi test. Per alcuni studenti è troppo facile,
perciò si annoiano e non si applicano abbastanza; per altri studenti è troppo difficile, così si
scoraggiano e, di nuovo, non si sforzano abbastanza. Perciò una delle grandi lezioni sia per gli
educatori che per gli allievi è quella di selezionare bene le sfide, non renderle troppo facili, ma
offrire un’alta probabilità di successo, così gli studenti non si scoraggiano».

IL SOSTEGNO DEI PARI L’esempio del triathlon. «Quando abbiamo problemi a metterci alla
prova, dovremmo far parte di una squadra. Unirmi a un team è ciò che mi aiutato ad allenarmi
per il triathlon, perché c’era un rinforzo sociale. Possiamo creare un ambiente dove riceviamo un
sostegno dai nostri pari.

Un team inoltre ha un allenatore, che quando è bravo di sottopone a prove costanti e stabilisce
un tempo per realizzarle. Da soli invece tendiamo a rinviare le nostre scadenze. Ciò che rende le
sfide divertenti è il successo; quello che ci frena è la paura di fallire. Avere una scadenza ci aiuta
a metterci in moto. Le scuole ci provano: creano un ambiente sociale dove ci si può misurare su
una prova con altre persone e stabiliscono una scadenza,a d esempio un esame in un dato
giorno. Purtroppo non personalizzano abbastanza la prova per renderla adeguata al livello di
ogni studente».

«Fino alla scuola media, di rado mi sono messo alla prova su sfide ambiziose. Ero uno studente
abbastanza bravo da cavarmela senza troppo lavoro. Mi bastava una «B», non ho mai spinto
per arrivare ad «A». Penso che evitiamo di spingere un po’ di più perché abbiamo paura di
scoprire quali siano i nostri limiti. Però nella scuola secondaria sono andato molto male, in parte
perché ero un adolescente ribelle. Di fatto ho avuto problemi ad essere accettato al college,
molti mi hanno respinto. Era la prima sconfitta della mia carriera scolastica. Ho capito che ero
stato troppo disinvolto. Perciò all’università dovevo dimostrare qualcosa a me stesso e mi sono
impegnato molto. E questo mi ha dato molta soddisfazione. Ho scelto corsi molto difficili come
matematica e fisica con buoni risultati. Ho avuto l’esperienza positiva di superare la prova,
provare piacere, e affrontare un’altra sfida. Il successo si auto-alimenta. Sono stato fortunato
perché la battuta d’arresto al liceo mi ha spinto a dare di più al college. E sono stato
piacevolmente sorpreso di vedere che potevo riuscire, se mi applicavo. Una sconfitta talvolta
può essere utile».

I LIMITI DA SUPERARE «Nell’America del Nord molte persone credono che i risultati scolastici
dipendano da quanto si è intelligenti. Alcuni sono intelligenti, altri sono stupidi, perciò se uno va
bene bene a scuola è smart, se va male è scemo. Pensiamo troppo in termini di capacità, la
verità è che tutti andrebbero molto meglio a scuola se si applicassero di più. Molti dicono che
non suonano uno strumento perché non sono portati per la musica; idem per la matematica.

In altre culture, come quella giapponese, invece si mette molta più enfasi sull’impegno: tutti
possono suonare uno strumento, tutti possono imparare la matematica. C’è solo bisogno di
applicarsi a sufficienza. Poi se uno è dotato, farà meno sforzi, altri dovranno fare più fatica».

Non tutti diventano Beethoven, ma ognuno può imparare la musica. «Una volta qualcuno mi ha
detto che si può addestrare chiunque ad aver un orecchio assoluto per sentire una nota e
riconoscerla. Per alcuni è un dono naturale, e non devono esercitarsi affatto, alcuni non ce
l’hanno e devono apprenderlo.

Se mi chiedono: chiunque può diventare Beethoven? Probabilmente no, indipendentemente


dagli sforzi che si fanno. Però tendiamo a sottostimare l’importanza dell’esercizio e a
sovrastimare il ruolo del talento».

«Ho cominciato a studiare fisica e ho scoperto che mi piaceva davvero conoscere come
funziona il mondo. E’ come imparare a sciare: più lo fai, più ti piace. A me piaceva la fisica del
quotidiano, ad esempio il moto degli oggetti, i pianeti, ma anche la fisica del mondo
microscopico e subatomico, e la fisica dell’universo. La verità è che volevo diventare un
cosmologo».

«La lezione è che quando lavoriamo duramente, il ritorno è molto alto. Perciò conviene trovare
qualcosa che piace, perché se ci applichiamo con dedizione, saremo ricompensati. Non solo.
Quando proviamo piacere a lavorare sodo per qualcosa,lo faremo ancora di più.

COSA CI RENDE FELICI Quindi, prima di tutto dobbiamo capire che cosa ci rende felici fare,
specializzandoci nelle materie che ci danno soddisfazione. Come nel mio caso, non sempre
sappiamo dove questo ci porterà. Credevo che avrei fatto un dottorato in fisica, ma non ero
sicuro. In realtà, alla fine dell’università ero pronto a iscrivermi a una scuola di specializzazione
in legge e perciò ho frequentato un corso di economia, pensando che mi avrebbe aiutato a
capire il diritto. Poi all’ultimo ho cambiato idea e sono passato a una scuola di specializzazione
in economia, perché durante il corso ho scoperto che era qualcosa che mi divertiva e avevo
successo».

Romer identifica due modelli. «Nella carriera di ognuno non sappiamo quale strada si aprirà.
Possiamo scegliere di aspettare fino a quando sappiamo dove vogliamo andare, ma il rischio è
di restare fermi. Una strategia migliore invece è cominciare a muoverci, trovando una qualche
direzione che ci piace, che ci fa lavorare con impegno, e ci fa sforzare. Diverse opportunità si
presenteranno lungo il cammino. Quasi certamente cambieremo direzione, ma è molto più facile
farlo se siamo già in movimento.

Riassumendo: cominciate a muovervi in una direzione che vi piace e osservate le opportunità


per cambiare strada lungo il cammino. Senza preoccuparvi troppo di come andrà a finire, perché
se lavorate duro, fate gli sforzi sufficienti e vi muovete, di solito le cose finiscono bene».

DIECI CONSIGLI PRATICI:


Prendere appunti. «Nei corsi di matematica e fisica per me era
molto importante prendere appunti durante le lezioni, e qualche volta anche ricopiare gli appunti,
ad esempio riscrivere e organizzare le note, come un modo per provare a rendere il materiale
mio. Gli appunti presi in classe infatti erano disordinati e un po’ confusi; a volte perdevo il filo del
discorso e c’erano vuoti. Così copiavo gli appunti in una forma meglio organizzata per essere
sicuro di aver capito davvero».

L’importanza dei compiti a casa. «Un altro elemento molto importante nell’apprendimento di
matematica e in fisica era esercitarsi a risolvere i problemi a casa. Di solito lo facevo con alcuni
amici. In questo modo si ha il vantaggio dello sforzo di gruppo, si può andare avanti se ci
piantiamo, e in generale è più piacevole stare con altre persone”.

Pensare in termini di gerarchia, la struttura dell’albero. «Una cosa che ho trovato molto utile
è penare alle cose in termini di gerarchia. Ad esempio, se si cerca di imparare una
dimostrazione in matematica, è presentata in forma lineare, come un testo: si comincia dall’inizio
e si legge fino alla fine in linea retta. Possiamo pensare di prendere l’intera dimostrazione e
formare un’unica linea lunga stampata su una pagina enorme. Alcuni studenti tendono a
memorizzare una dimostrazione in quel modo, come se fosse una poesia o qualcosa di simile. E’
un modo molto difficile per ricordarsi qualcosa o perfino per capirlo. Ciò che ho imparato a fare e
dico ai miei studenti di fare è chiedere a se stessi qual è l’idea singola più importante per
comprendere la dimostrazione. Scegliete una sola cosa e disegnatela in testa alla pagina. Poi
chiedetevi quali sono i 2 o 3 step o concetti o argomenti principali per sostenere quell’idea
centrale. In questo modo ho un’idea e sotto posso disegnare alcune frecce dirette verso il basso,
una sorta di rami verso il livello sottostante. Poi si può aggiungere un terzo livello alla gerarchia,
se si vuole, con ulteriori dettagli. «Una struttura come questa è molto più facile da ricordare.
Forse non ricorderò i dettagli, ma potrò chiederò a me stesso qual è l’idea principale. Questo
basta per farmi cominciare. Dopo penserò alle 2 o 3 idee successive e man mano potrà
scendere lungo la mia struttura ad albero. Penso che nella nostra mente conserviamo le idee in
una sorta di forma gerarchica, poi per trasmetterle a qualcun altro le traduciamo in forma lineare.
Per questo non mi piace evidenziare i testi: si preserva la forma lineare, mentre prendere
appunti ci impone una struttura gerarchica sulle informazioni».

Fare domande. «Quando fare domande dipende dalla classe e dall’insegnate. In matematica
non facevamo molte domande, se non quando eravamo confusi. In una discussione di classe
fare domande, partecipando al dibattito, è un’ottima idea. Chi fa lo sforzo di prendere posizione,
dire ciò che pensa, avrà un vantaggio. Se si resta seduti ad ascoltare non si ottiene lo stesso
ritorno».

Leggere. «Non ho mai sottolineato o evidenziato quando leggevo. Non era un buon metodo per
riassumere. Piuttosto a volte prendevo appunti su ciò che leggevo, di solito in un quaderno, non
sul libro stesso. Ho dato un esame di diritto Costituzionale, che prevedeva tantissimo materiale
da leggere; in quel caso prendere note sulle varie decisioni della Corte, è stato un ottimo modo
per ricordare e riassumere i punti chiave».

Organizzare il tempo. «E’ difficile cominciare, perciò una volta che iniziavo, tendevo a
persistere per lunghi periodi. Durante il giorno andavo a lezione e parlavo con le persone. Ma
poi mi mettevo a studiare e restavo seduto dalle 6 di sera fino a mezzanotte».

I grafici. «Ho sempre usato i diagrammi e i disegni per la matematica e la fisica, ma anche in
economia, perché visualizzare aiuta molto a ricordare”. Prepararsi per un esame. Primo, non
saltare il sonno. “Tendevo a correre verso l’esame. Mi esercitavo regolarmente con i problemi e i
compiti a casa, ma poi studiavo intensamente vicino alla scadenza, mai però per tutta la notte.
Mi capitava solo quando dovevo consegnare problemi o prove scritte. Qualcuno una volta ha
detto che si perde un punto di quoziente d’intelligenza per ogni ora di sonno saltata e si
accumula nel tempo. Quindi se si tiene conto di diversi giorni, con 6-8 ore di sonno in meno, è
come se il nostro cervello funzionasse a un ritmo che è più lento di circa 6-8 punti. Non è uno
stato permanente, quando si recupera il sonno, si riprendono quei punti. Ma se si resta svegli
tutta la notte, il cervello non funziona altrettanto bene. Perciò, soprattutto prima di un esame, è
una cattiva idea restare svegli fino a tardi. Non penso che le persone lo capiscano, quando ero
più giovane non lo capivo nemmeno io. E’ come bere. Uno pensa che dopo alcuni bicchieri di
alcool la coordinazione sia la stessa. Ma quando si fa una test pratico, si vede che non è così.
Allo stesso modo, quando uno è stanco, pensa di essere altrettanto produttivo, ma in realtà non
lo è».

Gli appunti. «Per preparare un esame di matematica, riorganizzavo gli appunti presi in classe.
Se non lo avevo ancora fatto, li riorganizzavo e li riscrivevo. Molte volte erano esami a libri
chiusi, perciò non potevo portare gli appunti con me. Eppure il processo di riscrittura degli
appunti mi aiutava a capire. Era più attivo che limitarsi a rileggere, perché richiede meno sforzo
di rileggere, sintetizzare e scrivere appunti. A volte preparavo perfino una pagina di riassunto,
come un insieme di formule chiave».

Controllare l’ansia il giorno dell’esame. «Una cosa che mi ha sempre aiutato è che ero
sempre molto sicuro di me, magari ero ansioso prima, ma durante ero piuttosto rilassato. Come
il sonno può minare l’efficienza, l’ansia e il nervosismo possono penalizzare la performance e
quindi i risultati. Non so come ho sviluppato la mia fiducia, credo sia una questione di pratica. Un
modo per Come superare l’ansia è dare più esami possibile per prepararsi, anche esercitandosi,
ad esempio, con simulazioni di esami già dati. O iscriversi a materie che prevedono molti esami.
Un altro suggerimento. Quei pensieri ansiosi del tipo “Non riuscirò nemmeno a cominciare”, “Non
avrò nulla da dire”, o “Mi bloccherò” sono molto negativi. All’inizio dell’esame è meglio dirsi
dentro di se: “Conosco la materia”, “Ho un sacco di cose da dire sul tema”, “Ho studiato queste
cose”. Credetemi funziona. Terza strategia: cominciate dalla domanda più facile per aiutarvi. Un
altro consiglio: gestite il tempo con attenzione, organizzate e pianificate il temo e controllatevi
durante il test. Considerate quanto tempo avete e quanto tempo dovreste dedicare a ogni
domanda. Se vi piantate su una domanda, e state perdendo troppo tempo, potreste iniziare a
diventare ansiosi. In quel caso meglio passare a un’altra domanda».

Consigli finali. «Una volta mi è capitato di leggere una specie di strategia per vincere la
depressione. Lo psicologo suggeriva di tenere traccia delle cose che ci fanno sentire meglio e
fare più di queste cose. Fa quasi ridire, perché è così semplice. Ma in realtà è un concetto molto
potente. Perciò credo che sia una strategia generale per ogni studente. Prestate attenzione alle
cose che trovate gratificanti: una situazione, una struttura, l’argomento di una materia che vi dà
soddisfazione, e cercate di fare più di queste cose. Per alcuni è dedicare più tempo alla
matematica, per altri alla lettura; o lavorare in gruppo invece che da soli. Ci si sforzerà e si
lavorerà di più in modo naturale facendo cose che piacciono e ci fanno sentire bene. Al contrario
non aiuta se si prova a fare qualcosa contro voglia. Credere che per essere una brava persona
si debba lavorare davvero duramente anche se ci fa sentire infelici quando lo facciamo, è troppo
difficile. Punire se stessi di solito non funziona».

22 novembre 2018 (modifica il 22 novembre 2018 | 19:38)


© RIPRODUZIONE RISERVATA

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