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Zoroastrismo

Introduzione

Lo zoroastrismo è la più antica delle religioni fondate. Esso è stato istituito duemilasettecento anni fa da una
personalità storica. Zarathstra o Zoroastro. Nella sua lunga storia, lo zoroastrismo ha conosciuto tre fasi
principali: quella delle origini, contraddistinta dal messaggio di Zoroastro; quella del periodo successivo,
coincindente con l'avvento dei tre imperi, che si sono richiamati a vario titolo al messaggio del fondatore; la
fase successiva alla conquista islamica dell'Iran (VII secolo d.C.), in cui p stato conservato vivo, oltre che
presso un'esigua minoranza rimasta in Iran, sopratutto in una piccola ma influente minoranza dei Parsi dell?
India e del Pakistan. Il numero dei seguaci si aggira intorno ai 100.000. Lo zoroastrismo costituisce, per
l'importanza del suo contributo, una delle grandi tradizioni della storia religiosa dell'umanità. Il suo tratto
distintivo è il dualismo, legato alla centralità che il Male ha nel pensiero e nella vita dei suoi credenti: pur
essendo onnipotente e creatore, Ahura Mazda fronteggia un dio che è la personificazione del male.
Grazie al suo libero arbitrio, il credente è invitato a scegliere tra Bene e Male e a operare di conseguenza.
Se agirà bene, sarà retribuito come merità nella vita futura. La particolare teologia, che può essere definita
un monotesismo con tendeze dualistiche, la centralità dell'etica, l'importanza dell'escatologia, fondata su un
criterio di retribuzione individuale, costituiscono dunque i centri vitali di questa tradizione religiosa.

Fonti

L'Avestā è il titolo complessivo dei testi sacri dell'antico Iran, appartenenti allo zoroastrismo.
Il testo composto in una lingua anticoiranica detta appunto «avestico», prima di essere messo per iscritto, è
stato tramandato per molti secoli oralmente da sacerdoti, come è avvenuto per altre scritture sacre.
Anche se la tradizione zoroastriana, senza alcun fondamento storico, fa risalire il testo al periodo di
Zoroastro, l'Avesta attuale risale a una redazione scritta in un periodo successivo ad opera di sacerdoti che
composero il canone avestico, come avviene per ogni canone di scritture sacre, selezionando e eliminando
determinati scritti, per includerne altri. L'Avesta comprende testi di natura diversa, come un breviario per laici
con le preghiere o gli inni, ventuno composizioni dedicate ai venerabili, le varie entità alle quali era lecit o
doveroso rendere culto. La parte più imporante è quella costituita dai canti, cinque composizioni in versi
ritenute, secondo un parere tradizional in genere condivisio dagli studiosi, opera dello stesso Zoroastro.

Profilo storico

All'inzio della storia dello zoroastrism sta una figura enigmatica, Zoroastro, sulla cui origine, collocazioe
geografica, azione, le fonti a disposizione non permettono di ricostruire pressochè nulla di certo. Tutto quello
che si può dire è che egli visse in un periodo compreso tra gliinizi del primo millennio e la prima metà del VI
secolo a.C., in una regione del mondo iranico orientale. Zoroastro appare un personaggio ispirato
proveniente da un ambiente sacerdotale, un riformatore religioso che rifiuta, in nome della fede in Ahura
Mazda, la relgiione di tipo politeistico e fortemente ritualistica in cui si era formato. L'individuo è ora posto di
fronte a una scelta radicale, che dovrà compiere con la propria coscienza e libertà, rifiutando il male per
sceglierei il bene. Carattereristica essenziale del messaggio di Zoroastro è una fede di tipo monoteistico
nella sovranita di Ahura Mazda, inserita però in un quadro dualistico. Il dualismo zoroastriano è etico ma
anche metafisico: Dio è al di sopra di tutto, ma si oppone a lui uno spirito malvagio, signore del Male, con la
sua corte di demoni. Anche se il Male alla fine sarà annientato, la vita del singolo e la storia dell'umanità
sono contraddistinte da una lotta senza tregua tra i due principi.

Lo zoroastrismo fu la religione favorita dalle due grandi dinastie dell'antica Persia, gli Achemenidi ed i
Sasanidi. Con l'avvento dell'islam e la conversione di molti iraniani alla fede dei conquistatori, da religione di
stato lo zoroastrismo divenne religione di minoranza. Dal punto di vista teologico, grazie alle sue scritture,
alla natura monoteistica di Ahura Mazda e alla funzione profetica di Zoroastro, al pari di giudaesimo e
cristianesimo, lo zoroastrismo potà godere dello statuto di religione del Libro. Di fatto, però, i suoi seguaci
furono derisi e perseguitati come politeisti. Per fuggire alle persecuzioni si ritirarono nelle zone centrali e
remote dell'Iran, dove sono sopravvisuti fino alla rivoluzione khomeinista del 1979, quando sono stati oggetto
di nuove persecuzioni.

Credenze

Il forte dato etico che contraddistingue lo zoroastrismo ha il suo fondamento teologico in una concezione
dualistica. Lo zoroastrismo ha una visione dualistica del mondo divino, diviso tra spiriti buoni e spiriti cattivi,
guidati rispettivamente da Ahura Mazda e Angra Mainyu. L'universo demoniaco è dominato da Angra Mainyu
«spirito mlavagio». Come Ahura Mazda, anch'egli è un creatore, ma la sua crezione è negativa , è una
controcreazione parallela ma di segno contrario rispetto quella del dio sommo. Le sue caratteristiche sono la
conoscenza dell'avvenire (degli effetti, non delle cause), la sostanziale ignoranza, l'invisia, la brama di
sangue, la concupiscenza, la menzogna. A capo di una schiera di demoni simmetricamente opposta alle
entita benefiche, abita nelle tenebre, negli abisdi, nel nord. E' fonte di morte, di corruzione, di malattia, con le
quali sferra l'attacco alla creazione, penetrando dall'esterno e inquinandola.
La visione dle cosmo zoroastriano divide la terra in sette regioni. Nel cuore della regione centrale (l'unica ad
essere abitata dall'uomo) si erge la montagna cosmica, che, con il suo picco unisce la terra al cielo. Sulla
sua coma è appogiata un'estremità del ponte di cinvat, attraverso il quale le anime dei trapassati si avviano
per raggiungere il cielo. Ilmondo è stato creato d Ahura Mazda, non è dunque in se malvagio. Il male in esso
presente è opera di Angra Mainyu e dell'assalto che egli ha sferrato contro la creazione positiva del dio
sommo, inquinandola e contaminandola. In altri termini, il dualismo zoroastrico è un dualismo ontologico e
metafisico, che non prevede un'opposizione un'opposizione tra spiritio e materia, ma tra due realtà spirituali,
l'una positiva l'altra negativa. Inizialmente separate, in seguito all'assalto dello spirito del male si viene a
formare una «mescolanza» tra le due che coincide con la storia stessa del cosmo: la fine di questa
mescolanza e la sconfitta del male sono lo scopo della escatologia zoroastriana. Il mondo è creato in sei fasi
successive: il cielo, fatto di pietra e di cristallo di roccia, la terra, le piante, gli animali e l'uomo. La storia
dell'universo copre un periodo di dodicimila anni, diviso in quatto periodi di trmina anni ognuno. I primi
tremila anni sono quelli della creaione ideale; segue la crezione vera e propria; il terzo periodo è quello della
mescolanza come effetto dell'attacco di Angra Mainyu; gli ultimi tremila anni dono quelli della lotta dell'uomo
contro il male. Quest'ultima eta che ha inizion nell'anno 9000 della creazione, continua in tre tappe
successive, ognuna di mille anni, ciascuna caratterizzata dall'avvento di un salvatore. I tre salvatori sono
considerati dalla tradizione figli di Zoroastro. L'ultimo salvatore preparerà l'ambrosia (il cibo o la bevanda
degli dei) e renderà immortale e indistruttibile l'esistenza.
Secondo le credenze zoroastriane, ogni uomo è un composto di differenti elementi, quali la vita, la
conoscenza, l'anima, la dimensione immortale e preesistente. Al momento della morte, l'anima inizia un
viaggio che la porterà a conoscere il suo destino finale a seconda che nella vita abbia agito rettamente o
meno. Un tipico tema escatologico è il «ponte di cinvat» che si allarga se ad attraversarlo è un anima giusta,
ma si restringe come una lama di coltello per l'anima malvagia, così che essa precipita nell'abisso dove
l'attende la punzione eterna. A giudicare il giusto è preposto un tribunale divino. Superato il giudizio, egli
potrà accedere al paradiso e alle «luci infinite», dopo essere asceso alle sfere celesti dei «buoni pensieri»,
delle «buone parole» e delle «buone azioni» corrispondenti alle stelle, alla luna e al sole.

Culto

La buona condotta da sola non è sufficiente ad assicurare all'individuo la ricompensa nell'Aldilà. Il male si
configura anche in conseguenza di un complesso di regole di purità, come come contaminazione che
proviene dall'azione degli spiriti maligni. Contro queste impurità occorre reagire mettendo in atto un
complicatissmo sistema di azioni decontaminanti, dal momento che le occasioni di impuritò sono
innumerevoli. Per quedto lo zoroastrismo assegna un ruolo particolare ai sacerdoti, addetti, oltre che al culto
del fuoco e alle cerimonie che garantiscono la continuità della tradizione, a presiedere alle pratiche di
purificazione. Solo i maschi possono diventare sacerdoti e l'eleggibilità è ereditaria: i sacerdoti possono
sposarsi e mettre su famiglia. Per diventare sacerdote occorre che un fanciullo, tra i 7 e i 15 anni, impari a
memoria le preghiere e i servizi del culto. Vi sono tre ordini sacerdotali. Tra i Parsi dell'India, i sacerdoti non
sono in genere stipendiati ma vivono delle offerte dei fedeli.
Il simbolo centrale della presenza divina è il fuoco, al punto che gli zoroastriani sono stati soprannominati dai
loro avversari «adoratori del fuoco». Il culto ha luogo nel tempio del fuoco. Vi si trova una camera quadrata
al cui centro, su di una piattaforma di pietra, si trova una grande urna di metallo. Qui, il fuoco sacro
continuamente, tenuto in vita dai sacerdoti preposti, che aggiungono legna e recitano le preghiere
appropriate ad ognuno dei cinque periodi in cui si divide il giorno. Caratteristici dello zoroastrismo sono
anche i rituali funebri. Poiche il cadavere è considerato fonte di impurità, le pratiche funebri esigono che,
dopo purificazioni e celrimonie varie, esso sia collocato nella «torre del silenzio» a forma cilindrica, all'aria
aperta, in modo che gli avvolti e altri uccelli ne divorino le cane.
Le ossa denudate e purificate da ogni impurità verranno collocate del centro della torre; quando la torre è
colma di ossa, se ne costruisce un'altra.
Giudaismo

Introduzione

Nella sua accezione più ampia, il termine giudiamo indica la storia complessiva del popolo ebraico, dai suoi
inizi nell'epoca biblica sino al presente; esso può riferirsi quindi tanto al popolo ebraico nelle sue diverse
forme storiche, quanto alla religione e alla cultura degli ebrei.

Epoche della storia ebraica. Nella sua storia millenaria, il giudaismo ha conosciuto profonde trasformazioni.
In essa emergono alcune cesure fondamentali, che possono servire per una periodizzazione generale.

Il primo periodo dell'eta biblica, iniziato nel secondo millennio a.C. Termina con la caduta degli sitati
indipendenti di Israele e di Giuda e con la distruzione del Primo Tempio ad opera dei Babilonesi nel 587-586
(Giudaismo biblico).

Dopo il ritorno di una parte degli esuli da Babilonia ha inizio l'epoca del Secondo Tempio, che vede il
succedersi delle dominazioni persiana, ellenistica e romana, l'inizio di una vasta diaspora ebraica e la
nascita, accanto al Tempio, della sinagoga (Giudaismo ellenistico).

Dopo la distruzione ad opera dei Romani del Tempio nel 7 d.C., si svilupa il giudaismo rabbinico, che ha i
suoi centri in Palestina e in Babilonia e che, con la compilazione del Talmud, dà al giudaismo un nuovo punto
di riferimento fondamentale (Giudaismo rabbinico).

Con l'illuminismo, infine, e il movimento di emancipazione, l'identità del giudaismo in generale e del singolo
ebreo in particolare, viene messa radicalmente in discussione, dando luogo a una pluralità di risposte, che
caratterizzano il giudaismo contemporaneo, che ha negli Stati Uniti d'America e, a partire dal 1948, nello
stato di Israele i suoi poli più importanti (Giudaismo moderno).

Caratteri distintivi. Definire il giudaismo è problematico, in quanto, così come esso si è venuto configurando
nella sua veste rabbinica si tratta in sostanza di una serie di norme di origine divina che regolano tutta la
condotta del credente che il pio ebreo deve osservare se vuole realizzare se stesso e un sistema di giustizia
nel mondo. Nel giudaismo, religione e popolo, sono un binomio indissolubile: sono due elementi diversi ma
inseparabili. Il popolo ebraico è costituito dai discendenti della tribù di Giuda che sono sopravvissuti, come
gruppo separato nella diaspora, per 25 secoli. Il giudaismo è l'elemento vitale che ha permesso al popolo
ebraico di conservarsi e di rinnovarsi continuamente, adattandosi al mutare delle situazioni politiche, sociali e
culturali. L'insegnamento fondamentale del giudaismo in quanto religione è in genere identificato nel suo
monoteismo etico (il monoteismo etico implica che c'è un solo Dio, e un solo standard morale rivelato da Lui,
e che Egli ne chiede conto all'umanità) e nella particolare concezione della storia che ne consegue. Dio
viene concepito come onnipotente, creatore dell'universo e in grado di intervenire, oltre che nella natura,
nella storia. La sua azione nel mondo è finalizzata ad un disegno salvifico: l'elezione di Israele, il popolo
eletto, perchè sia di esempio a tutta l'umanità. L'avvento dei questo regno di Dio sulla terra, che culminerà
con l'epoca messianica, nel presente è legato all'osservanza della Legge, rivelata a Mosè sul Sinai e
condensata nei dieci comandamenti. La condotta ideale, da un punto di vista etico-religioso, è, di
conseguenza, qualla che rispetta le prescrizioni della Legge, un codice di comportamento che investe la vita
in generale sia del singolo sia della comunità. In genere, il giudaismo, sia nella sua forma rabbinica, sia nelle
sue forme settarie, è rimasto fedele a questi fondamenti etico-religiosi.

Fonti

Bibbia. La Bibbia ebraica è una collezione di 39 libri divisi in tre parti: 1) la Legge (in ebraico Torah,
«insegnamento», «istruzione»), la parte normativa più importante, comprendente i cinque libri che
costituiscono il Pentateuco: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; 2) i Profeti, divisi in anteriori e
posteriori; 3) gli Scritti. Il canone della Bibbia ebraica, e cioè il catalogo ufficiale degli scritti biblici che il
giudaismo, come poi il cristianesimo, considera normativo sul piano sia dottrinale sia etico, è diverso da
quello della Bibbia cattolica. Si discute su quale possa essere il criterio di canonicità che portò ad escludere
certi scritti, denominati poi «apocrifi», a beneficio di altri, diventati in questo modo «canonici».
Talmud. Il Talmud (abbreviazione di Talmud Torah, «studio della Legge») è unna vastissima raccolta di
materiale giuridico e rituale relativo a ogni aspetto della vita ebraica, nonchè la registrazione delle
discussioni che si facevano nelle avvademie sull'applicazione delle leggi, delle norme e dei precetti.
E' costituita da due parti: 1) la Mishnah («ripetizione», dal metodo didattico usato nelle scuole), che
comprende quella legislazione che non inserita nella Bibbia, era stata trasmessa per via orale. Essa è divisa
in sei ordini che trasmettono i seguenti argomenti: 1: preghiere e regole relative all'agricoltura; sabato e altre
feste; 3: le leggi matrimoniali; 4: diritto civile e penale; 5: culto e sacrifici del tempio; 6: norme su impurità sia
di persone sia di cose; 2) la Ghemara (in aramaico «completamento»), che contiene spiegazioni e le
aggiunte alla Mishnah. Quest'ultimo, per la sua ampiezza, qualità dell'esposizione e accurata revisione
finale, si impose come la seconda fonte del diritto ebraico dopo la Torah.

Codici. Nel medioevo la vastissiam legilsazione confluita, non sempre in modo organico, nel Talmud fu
ordinata e compendiata in manuali di più facile consultazione, i cosiddetti codici. Il codice che prevalse sugli
altri – e utlimo ad essere composto – è stato lo Shalan aruk («Tavola apparecchiata». La materia vi è
raggruppata in quattro sezioni 1: leggi sulla sinagoga, preghiere, sabato, feste, digiuni; 2: leggi alimentari,
carità, rispetto dei genitori, lutto; 3: leggi matrimoniali; 4: procedura legale, legge civile e legge penale.

Questioni e risposte. Sono considerate fonti anche le riposte e le decisioni che dall'atlo Medievo in poi
qualificati giurisperiti e rabbini, fornivano alle richieste di spiegazioni su casi controversi, sia teorici che
pratici, formulate dalle varie comunità della diaspora.

Sefer ha-zohar. Per coloro che aderiscono alla tendeza mistica, il testo fondamentale è il Sefer ha-zohar o
Libro dello Splendore, un ampio commento al Pentauteco con scritto verso il 1280-1286 da Mosè de Leòn
con l'intento di spiegare i significati nascosti della Bibbia e dei comandamenti divini.

Profilo storico

I regni d'Israele e di Giuda. (secoli X-VI a.C.). La Bibbia costituisce la fonte principale per ricostruire la storia
e le strutture dell'Israele antico. La storia nasce col costituirsi della monarchia davidica quando le tribù di
Aramei nomadi furono riunite in un unico regno, con capitale Gerusalemme, da Davide Prima e da Salomone
poi. Particolarmente significativo per il successivo sviluppo di Israele e del giudaismo fu il trasferimento della
capitale a Gerusalemme. Davide la conquistò e Salomone di eresse un Tempio, che divenne sempre più il
centro e il simbolo degli Israeliti e della loro religione. Alla morte di Salomone si formarono due regni: il regno
d'Israele al nord e il regno di Giuda al sud. Nei secoli successivi questi due staterelli rimasero coinvolti nelle
vicende e lotte per il dominio tra le grandi potenze del Vicino Oriente. Israele venne conquistata dagli Assiri.
Giuda fu conquistata dai babilonesi e il re e la classe dirigente furno deportati a Babilonia.
L'«esilio babilonese» costituì una cesura fondamentale nella storia ebraica. Con la scomparsa del regno di
Giuda era finita l'autonomia politica del popolo ebraico che d'ora in poi, con qualche breve eccezione vivrà
sempre soggetto a dominazioni straniere anche in patria. Inoltre, era iniziato quel fenomeno della diaspora,
che doveva caratterizzare da allora in avanti la millenaria storia del gudaismo: mentre una parte degli Ebrei
continuava a vivere nella terra d'Israele, una parte, sempre più ampia, viveva nella diaspora.

Il giudaismo del Secondo Tempio (538 o 515 a.C. - 70 d.C). Una parte degli ebrei esiliati in Babilonia decise
di tornare in Giudea per ricostruirvi il Tempio nel 515 a.C. Centrale divenne l'attività cultirale e sacrificale; di
conseguenza la classe sacerdotale si troò a svolgere quella funzione di guida che nel precedentemente era
stata svolta dai re. Successivamente la Giudea passò sotto il dominio dei Saleucidi di Siria. L'incontro con la
civiltà ennelistica influenzò profodamente la classe dirigente ebraica. Il processo di ellenizzazione culminò
nell'introduzione a forza del culto ellenistico nel Tempio di Gerusalemme, vissuta da molti giudei come
«l'abominio della desolazione». La successiva rivolta dei Maccabei si concluse con la riconquista
dell'autonomia politica ad opera di Simone Maccabeo, che riunì la carica di sommo sacerdote e rè,
inaugurando la monarchia fino al 6 d.C., quando la Giudea passò sotto il governo diretto di un procuratore
romano. In questo periodo si assiste all'emergere di un giudaismo molto diversificato al proprio interno.
Nel 70 d.C., per domare le continue ribellioni giudaiche, i Romani, invasero Gerusalemme distruggendo il
Tempio e ponendo fine al potere della classe sacerdotale. Nel 135 dopo una nuova rivolta giudaica, i Romani
trasformarono la Giudea in Palestina, radendo al suolo Gerusalemme che assunse un nuovo nome e ai
Giudei fu proibito mettervi piede.
Il giudaismo rabbinico. 1) Periodo talmudico (II-VII secolo): dalle rivolte contro Roma emerse come unica
corrente il giudaismo rabbinico (da rabbi, il titolo datoa i dottori esperti nell'interpretazione delle Scritture);
2) Dalla conquista araba all'espulsione dalla Spagna (1492): questo periodo è sotto il segno di una crescente
diaspora.
L'età moderna (secoli XVI-XVII). Tre sono i fattori decisivi della storia di questo periodo. 1) la nuova
distribuzione, come consuguenza dell'espulsione dalla Spagna nel 1492, degli Ebrei in Europa e nell'impero
Turco. 2) La riduzione, se non l'eliminazione, dei contatti con il mondo non ebraico in quegli stati in cui gli
Ebrei furono rinchiusi nei ghetti o costretti a vivere solo nelle «zone di residenza». 3) Alla reclusione fisica la
diminuzione dei contatti tra Ebrei e non Ebrei. La conseguenza fu che il giudaismo si rinchiuse nello studio
dei propri testi giuridici, rituali e mistici.

L'era contemporanea. L'incontro con l'Illuminismo prima, le conseguenze emancipatrici della Rivoluzione
francese poi, rappresentarono per il giudaismo un evento epocale. Alla sfida posta dalla modernità il
giudaismo dette risposte diverse, che originarono correnti e movimenti diversi, che contraddistinguono a
tutt'oggi la scena religiosa. 1) Il giudasimo ortodosso, si basa sulla convinzione che la Torah scritta e la Torah
orale, fissate nella letteratura talmudica, siano l'autentica parola di Dio, in quanto immutabile e intoccabile ,
per cui la legislazione ebraica tradizionale è sempre valida e vincolante. Questo movimento è largamente
rappresentato nello stato di Israele e costituisce la base del fondamentalismo ebraico. 2) Il giudaismo
riformato: nato in Germania all'inizio dell'Ottocento. Comincio con il sostituire il tedesco all'ebraico nelle
prediche, introducendo la musica d'organo, eliminando i riferimenti all'arrivo di un messia e al ritorno degli
ebrei nella terra degli antenati. La riforma si affermò sopratutto nel mondo angoamericano. Nello stato
d'Israele non sono ammesse comunità riformate. 3) Il giudaismo conservatore: nato anch'esso in Germania
nell'Ottocento. A differenza della riforma, il conservatorismo ritiene vincolante la tradizione, ma ne ha una
visione dinamica, ossia è possibile aggiornare la legislazione tradizionale al mutare dei tempi. Per esprimere
le diversità esistenti fra i tre movimenti possiamo die che l'ortodossia valorizza la Torah, la riforma valorizza
Dio, il conservatorismo valorizza il popolo ebraico.

Il sionismo e lo stato d'Israle. Il movimento sionista, fondato da Theodor Herzl, autore di un'opera
fondamentale, Lo Stato giudaico del 1896, tenne nel 1897 il primo congresso mondiale sionistico a Basilea,
dandosi una struttura istituzionale – l'organizzazione sionistica mondiale- religiosamente neutrale, in quanto
mirava a costituire un oderno stato laico ebraico e a dare una patria e un rifugio agli ebrei costretti a
emigrare per il crescere dell'antisemitismo. Solo in seguito alla Shoah il sionismo si ritrovò a poter riscuotere
consensi e solidarietà internazionali. La costituzione dello stato d'Israele mutò profondamente i suoi compiti
e le sue funzioni.

Dottrine e credenze

Il giudaismo non esige una fede in credenze rivelate nè, tanto meno in un sistema di dogmi. Esso è una
ortoprassi e cioè una legilsazione rivelata che impegna il pio ebreo all'osservanza della legge codificata nella
Bibbia e nell'insegnamento degli antichi maestri, una osservazione che mira a realizzare la giustizia di Dio in
questo mondo. Esso si configura come un sistema di precetti e di norme che regolano tutta la vita, sia
privata che pubblica, dell'ebreo. A differenza del cattolicesimo, il giudaismo non ha dogmi e cioè dottrine, il
cui contenuto, fissato dalla tradizione, debba essere creduto dal corpo dei fedeli. Il loro posto è occupato
daun serie di principi fondamentali, che vennero fissati nel Medioevo sotto l'influsso della filosofia araba e,
per suo tramite, dalla filosofia greco-ellenistica. Pur registrando il consenso della maggior parte degli esperti,
questi principi non sono per il pio ebreo rigidamente vincolanti, permettendo interpretazioni personali e
divergenze in quelle materie sulla quale la Bibbia e la tradizione non si sono pronunciate espressamente o
chiaramente.

Pratiche, culto e riti

La vita quotidiana degli Ebrei è regolata da una precettistica minuta, per la precisione 613 precetti, di cui 248
positivi e 365 negativi. L'osservanza delle regole ha eseritato una funzione fondamentale di identificazione:
costretti a distinguere tra cibo e cibo, gli Ebrei devono sempre aver presente l'obbligo di tenersi distinti dagli
altri popoli. Essendo vietato cibarsi del sangue dei quadrupedi e dei volatili – il sangue è considerato la sede
della vita – questi animali devono essere macellati esclusivamente secondo determinate regole.
Il compito della liturgia è la santificazione sia della vita familiare sia della sinagoga. I riti delle celebrazioni
sono scanditi dal sabato, che chiude la settimana, e dalle festività solenni. L'anno religioso ebraico
contempla un certo numero di feste e di giorni di digiuno. La prima festa è il Caposanno e fa riferimento alla
creazione a al giudiuzio del mondo da parte di Dio. Il Giorno dell'espiazione è considerato il giorno più sacro
dell'anno relgioso ebraico. Esso cade a conclusione del periodo di penitenza avviato con il Capodanno ed è
caratterizzato da preghere, digiuni e dalla confessione pubblica dei peccati.
Cinque giorni dopo il Giorno dell'espiazione cade la festa dei tabernacoli, che dura una settimana. Più o
meno nel tempo in cui i cristiani celebrano il Natale, gli Ebrei celebrano la festa delle luci, in memoria della
vittoria di Giuda Maccabeo sui Siriani. La festa dura otto giorni. Tra febbraio e marzo di celebrano i Purim, la
festa che ricorda la storia di Ester (personaggio della Bibbia ebraica e dell'Antico Testamento cristiano). La
più nota festa ebraia è la Pasqua, che coincide più o meno con la Pasqua cristiana e commemora la
liberazione del popolo di Israelel dalla schiavitù d'Egitto. Alla Pasqua segue un periodo di sette settimane di
lutto, che simbolicamente ricorda il fallimento della rivolta ebraica contro Roma nel II secolo d.C. La festa
della Pentecoste viene celebrata cinquanta grioni dopo il secondo giorno di Pasqua e commemora la
consegna della Legge da parte di Dio a Mosè sul Sinai.
Cristianesimo

Introduzione

Origine del nome. Con il termine «cristianesimo» si intende l'insieme dele chiese, delle comunità, delle sette,
dei gruppi come delle idee e delle concezioni, che si richiamano alla predicazione di colui che è
comunemente ritenuto il fondatore dei questa religione, Gesù di Nazaret.

Il fondatore e il suo messaggio. Il fondatore del cristianesimo è un profeta ebreo di nome Gesù, nato,
secondo il nostro modo di calcolare il tempo, in una data oscillante tra il 4 e il 6 dopo l'inizio dell'era volgare
in Palestina, a Betlemme in Giudea. Sulla sua vita siamo informati essenzialmente dai vangeli. Appartenente
a un a famiglia ebraica discendente dal re David, egli condusse per più di trent'anni un'esistenza anonima
nel piccolo di Nazaret. Negli ultimi tre anni della sua vita si taccò dalla famiglia e dal villaggio per darsi a una
forma di predicazione itinerante insieme a un gruppo di discepoli scelti (dodici, secondo i vangeli),
conducendo una vita da celibe e di radicale povertà. Il «vangelo» annunciato da Gesù ai Giudei era un
messaggio di salvezza dal male e dal peccato e di amore verso Dio e gli altri uomini. Il regno di Dio è di
imminente realizzazione e per questo è necessario cambiare radicalmente vita. Azioni straordinarie, come
guarigioni ed esorcismi, accompagnano la sua predicazione. La sua preferenza per i poveri e la sua libertà
dalle istituzionilo portarono allo scontro con il potere religioso giudaico (con la sua classe sacerdotale) e
romano. Venne condannato dal potere giudaico di bestemmia in quanto egli associava se stesso al Dio
d'Israele e dal potere romano per lesa maestà, in quanto lo si accusava di volersi sostituire a Cesare.
Dopo un'ultima cena con isuoi più intimi discepoli, subì il supplizio della crocifissione, probabilmente
nell'anno 30. Secondo i suoi primi discepli, il terzo giorno dopo la sua morte egli sarebbe risorto,
dimostrando la sua origine divina; dopo quaranta giorni sarebbe poi asceso al cielo.
Dopodichè i suoi discepoli iniziarono ad annunciarlo ai confratelli giudei come il Messia ateso, il Signore figlio
di Dio. La sua morte venne riletta come un sacrificio consumato per obbendienza al Padre celeste e per
amore verso gli uomini. Egli appare, così, come il salvatore escatologico, in quanto libera chi crede in lui
dall'ira del giudizio finale.

L'originalità del messaggio cristiano. Il cristianesimo delle origini è profondamente legato al mondo religioso
in cui è sorto, il giudaismo del Secondo Tempio, da cui però si è differenziato per una serie di caratteri
originali e distintivi. Con il giudaismo esso ha in comune la fede nell'unico Dio, Signore e Creatore del
cosmo; da esso si differenzia non solo per il fatto di avere identificato in Gesù il messia promesso, quanto
per averlo considerato il figlio di Dio.

Fonti

Per quanto riguarda la vita e le opere di Gesù di Nazaret la sola fonte storica ed esauriente a nostra
disposizione è costituita dalla raccolta di scritti nota come Nuovo Testamento, in contrapposizione all'Antico
Testamento, il complesso degli scritti che componevano la Bibbia ebraica. Il canone del Nuovo Testamento,
al pari del canone dell'Antico Testamento, ha conosciuto una storia complessa. Solo lentamente, accanto
alla tradizione orale – che a lungo rimase fondamentale – relativa alla vita e ai detti di Gesù, si vennero
condensando primi nuclei scritti, che portarono alla scrittura dei vangeli, il più antico dei quali è Marco, e poi
del vangelo attribuito a Giovanni .Il processo che porterà alla definizione dei quattro vangeli canonici ha il
suo momento decisivo nel II secolo quando, probabilmente in risposta al canone proposto da Marcione,
comincia ad affermarsi il riconoscimento di quattro vangeli (Matteo, Marco, Luca, Giovanni) come più
importanti. L'unanimità tra i Padri fu raggiunta solo alla fine del IV secolo, con il Concilio di Ippona e di
Cartagine. Il canone allora approvato è rimasto definitivo: comprende i quattro vangeli di Matteo, Marco,
Luca, Giovanni e altri scritti per un totale di ventisei scritti.

Profilo storico.

Dal regno alla chiesa. Gesù era un giudeo e il suo messagio iniziale fu rivolto ai Giudei. Ben preso però
grazie all'azione di Paolo, il vangelo fu rivolto anche ai pagani e comincià a diffondersi nel mondo
mediterraeo. In seguito alle missioni paoline il cristianesismo si diffuse si trasformò in movimento urbano che
conquistava i suoi adepti nelle città ellenistiche dell'impero romano, tra i diseredati ma anche negli strati
sociali intermendi. Con la distruzione de Tempio di Gerusalemme del 70, il cristianesimo, si distacco
progressivamente dalla sua matrice giudaica, strutturandosi in chiesa, con a capo un vescovo.
Successivamente il cristianesimo assunse una multiformità di tradizioni e di posizioni che in seguito
subiranno un processo di omogeneizzazione dottrinale. Si verrà così costituendo un canone scrittuistico
sempre più uniforme, con un credo e liturgie. Il Concilio di Nicea del 325 fu convocato per ristabilire la pace
religiosa e raggiungere l'unità dogmatica. Per quanto riguarda il rapporto con l'Impero romano, il
cristianesimo – tollerato all'interno dell'Impero – entrò in conflitto con il potere romano, dal momento che la
sua fede monoteistica gli impediva di riconoscere la pretesa natura divina degli imperatori. Fu così vittima di
una serie di persecusioni che si concluderanno con l'avvento al potere di Costantino che priviligerà il
cristianesimo rispetto al paganesimo. Successivamente il cristianesimo dienterà religione ufficiale
dell'impero, prendendo il posto al paganesimo di stato.

L'era costantiniana. La trasformazione del cristianesimo in reglione di stato ebbe come effetto un profondo
effetto tra chiesa cattolica e potere politico, che inaugurò un'epoca che si suole chiamare l'era costantiniana:
essa si caratterizza per la formazione di uno stato cristiano: le sue leggi civili recepiscono le fondamentali
norme morali del cristianesimo e ne proteggono le regole religiose ed ecclesiastiche. Nasce il monachesimo.
Tra il IV e il V secolo, definito dogmaticamente il problema della natura particolare del monotiesimo cristiano,
scopperianno dlele controversie relative alla natura del Cristo. Sorsero varie interpretazioni che vennero
affrontate in diversi concili

Il cristianesimo medioevale. Il cristianesimo aveva nel frattempo cominciato a diffondersi dall'Europa al Nord
Africa, diventando la religione dei nuovi regni barbarici. A seguito dell'espansione islamica dall'Egitto a dalla
Siria fino alla Spagna, il cristianesimo scomparve del tutto o rimase un fenomeno di minoranza nelle terre
tradizonalmente cristiane. Un secondo evento di grande importanza fu la diffusione del cristianesimo tra gli
Slavi. Nel frattempo tra Oriente e Occidente, in seguito a complesse vicende, si erano progressivamente
separati, come effetto del modo in cui le due chiese si erano venute costituendo. In Occidente, risultò
decisiva la riforma gregoriana, opera di Gregorio VII. Nella sua lotta contro l'impero, il pontefice si propose di
modellare un clero fedele a Roma, combattendo la simonia e il matrimonio tra preti praticato in Oriente.
Differenze che con le crociate finiscono per scavare un abisso che il Concilio di Lione del 1274 tenterà
inutilmente di scavare. In Oriente la continuitò della tradizione cristiana e del rapporto con lo Stato
inaugurato da Constantino permarrà fino alla caduta di Costantinopoli sotto i colpi dei Turchi nel 1453.
Nell'Impero romano d'Oriente sorse e si affermò un movimento contrario al culto delle immagini, detto
iconoclasta. Nel 730 l'imperatore Leone III emanava un decreto in cui si proibiva il culto delle immagini.
Il riprisitino definitivo del culto delle immagini ebbe luogo nell'843. La cristianizzazione dei popoli slavi, oltre a
costituire per l'impero e la sua cristianità una sorta di risarcimento per i territori persi ad opera dell'islam,
rappresentò anche un grande episodio di interculturazione del cristianesimo. Il vero protagonista fu il
monachesimo. L'esicasmo è un movimento ascetico e monastico diffusa tra i monaci dell'Oriente cristiano.
Scopo dell'esicasmo è la ricerca della pace interiore, in unione con Dio e in armonia con il creato. Acquisì nel
XV secolo un'egemonia spirituale sull'intera ortodossia, grazie all'opera di Gregorio Palàmas.

La riforma protestante. Esigenze di riforma percorrono tutta la storia del cristianesimo, costituendone uno dei
fattori dinamici. Ma per «riforma» si intende il rinnovamento evangelico sortoin Germania negli anni venti del
XVI secolo ad opera del monaco agostiniano Martin Lutero. Più precisamente si qualifica come l'arco
cronologico compreso tra il 1517 e la morte di Giovanni Calvino nel 1564, comprendendovi il pensiero e
l'opera sia dei riformatori classici e cioè, oltre a Lutero e Calvino, anche di Zwingli e Bucero, sia dei
riformatori radicali, rappresentati da Thomas Muntzer e dai capi del movimento anabattista. Il principale
carattere del protestantesimo è la libertà di coscienza del singolo, a partire dalle Scritture, in materia di fede.
Promuovendo questa riforma protestante – che avrà come effetto di spezzare l'unità della chiesa occidentale
– Lutero rivendica la continuità delle sue concezioni teologiche con quelle della chiesa primitiva. Due i punti
chiave della sua dottrina: si è salvati non dalle opere ma dalla grazia misteriosa di Dio mediante il sacrificio
del figlio e l'autorità della Bibbia e superiore a quella della chiesa e del papa. I sacramenti e il culto vennero
semplificati, venne rivalutato lo stato laico e svalutato il monachesimo. Contemporaneamente a Lutero,
Zwingli riformò in modo più radicale la chiesa di Zurigo. A Ginevra operò nella generazione successiva un
altro dei padri della riforma, Giovanni Calvino. La pluriformità della Riforma si manifesta anche nella
presenza di un'ala radicale: gli anabattisti. Si tratta di un vasto e articolato movimento di riforma evangelica
radicale, nato a Zurigo nel 1523-1525. Il cuore dell'anabattismo può essere individuato in un biblicismo
rigorso e nella «separazione» della comunità con il mondo. Gli Anabattisti non usarono mai questo
nome per definirsi credenti; tra loro si chiamavano semplicemente "Fratelli in Cristo" o "Fratelli". Il termine
"anabattista" fu coniato dai loro nemici con intento mistificante: quando gli "anabattisti" battezzavano i
credenti, non intendevano, infatti, "ri-battezzare", perché per loro il battesimo dei neonati, un battesimo
ricevuto per volontà altrui e per interposta persona, era nullo. Un discorso diverso va fatta per
l'anglicanesimo. La sua storia è inseparabile da quella dell'Inghilterra e le sue origini sono legate al nome del
re Enrico VIII. La sua rottura con Roma fu dettata non da ragioni teologiche, come nel caso della Riforma
protestante, ma da ragioni politiche e personali, legate al desiderio del re di risposarsi, divorziando dalla
prima moglie, divorzo che la chiesa romana si rifiutò di avallare.
L'epoca moderna. La crisi provocata dalla Riforma fu affrontata dalla chiesa romana attraverso il Concilio di
Trento (1545-1563). Si cercò di por fine agli abusi esistenti, rinnovando la vita ecclesiale. In tale opera di
disciplinamento, decisivo risultò il contributo dei Gesuiti. In ambito protestante nacquero fome di protesta che
auuspicavano un ritorno al «vero cristianesimo». Queste tendenze si coagularono in un movimento il
pietismo. Il pietismo nasce in Germania nella seconda metà del XVII secolo e il suo fondatore è Philipp
Jakob Spener. Per le chiese cristiane in genere, l'Illuminismo rappresentò un'epoca di profonda crisi.
Mentre le chiese protestanti, in forme e gradi diversi, accettarono la sfida posta dalla cultura moderna, in
seno al cattolicesimo i lumi stentarono ad affermarsi. Le nuove idee mettevano in crisi la concezione
tradizionale che l'organizzazione della società fosse di origine divina. La chiesa cattolica si arroccò in una
posizione difensiva, ulteriormente rafforzata dallo scoppio della Rivoluzione francese e dai processi di
scristianizzazione che ne seguirono. Con il Concilio Vaticano I (1869-1870) la chiesa romana sottolineò la
propria specificò dottrinale e la sua distanza dalle altre confessioni cristiane.

Il cristianesimo contemporaneo. Il conflitto con la modernità sembra stemperarsi con l'enciclica Rerum
novarum (1891) di Leone XIII. Tuttavia rimane la condanna del modernismo - movimento di pensiero
cattolico operante tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, che cercava una conciliazione tra filosofia
moderna e teologia cristiana – che fu duramente condannato da papa Pio X nel 1907. Al modernismo si
contrappone la risposta antimodernista. Per gli antimodernisti ogni tentativo di apertura al mondo si
configura come tradimento volto alla distruzione del cattolicesimo. Tra le due guerre mondiali, con l'emergere
sulla scena europea dei vari autoritarismi di destra e, in particolare, del fascismo in Italia, si assiste,
all'incontro tra la chiesa romana e l'autoritarismo di destra, che ha il suo culmine con il Concordato tra chiesa
cattolica e stato fascista del 1929. Nel secondo dopoguerra si è tenuto il Concilio Vaticano II (1962-1965)
che, oltre a favorire l'ecumenismo, ha ridefinito alcuni aspetti fondamentali della dottrina e della prassi nella
chiesa cattolica. Per il prostestanesimo, il XX secolo ha significato sopratutto l'avventoo di un ecumenismo,
ormai presente in tutte le chise, che ha determinato un nuovo modo di essere cristiani. Il termine
«ecumenismo» è il movimento che tende a riavvicinare e a riunire tutti i fedeli cristiani e quelli delle diverse
Chiese. Nel nostro secolo è sorto un movimento ecumenista che si propone di favorire e conseguire l'unità di
tutti i cristiani. Convezionalmente, si fa coincidere la sua nascita con la conferenza di Edimburgo del 1910.
Le prime due grandi assemblee sono state quelle di Stoccolma nel 1925 e quella di Losanna nel 1927.

Le differenti confessioni

Il cattolicesimo. Il cattolicesimo oggi costituisce la maggiore chiesa del cristianesimo, diffusasi ovunque in
seguito alla colonizzazione europea e ai collegati movimenti di evangelizzazione e di conquista missionaria.
L'unità di base è costituita dalla parrochia; le parrocchie a loro volta sono riunite in diocesi sotto un vescovo.
La cattedrale, considerata la chiesa principale della diocesi e sede del vescovo, è di solito governata da un
«capitolo» di canonici guidatida un decano. Al vertice della gerarchia si trova il papa. Oggi il numero dei
cattolici è circa 884 milioni, cioè il 57% di tutti i cristiani. Il culto cattolico riconosce sette sacramenti, da
intendersi come i segni materiali che i cattolici ritengono istituiti dallo stesso Geà Cristo per simboleggiare e
comunicare doni spirituali (battesimo, comunione, confessione, unzione degli infermi, ordine sacro,
matrimonio).

L'ortodossia. Chiese ortodosse si definiscono quelle chiese che hanno accettato le deliberazioni dei primi
sette concili ecumenici e si considerano, di conseguenza, di «retta dottrina». A partire dal 1054 hanno
interrotto ogni rapporto con la chiesa romana d'Occidente. La loro definizione ufficiale è: chiesa d'Oriente
che accoglie tutti i credenti di retta fede. Il numero complessivo dei fedeli ammonta oggi a circa 130 milioni
ossia il 18% di tutti i cristiani. Le singole chiese si dichiarano «autocefale» in quanto sottoposte all'autorità di
un capo nazionale e dotate di una prorpia giurisdizione. Sono ortodossi gli antichi patriarcati di Alessandria
(Cairo), di Antiochia (Damasco), di Gerusalemme e di Costantinopoli (Istambul). Il patriarca di Costantinopoli
ha il titolo di «patriarca ecumenico» e gode di una sorta di primato morale. Oltre ai quattro antichi patriarcati,
la Chiesa ortodossa comprende cinque patriarcati pià recenti, di Russia, Serbia, Romania, Bulgaria, Georgia,
le chiese ortodosse di Cipro, Grecia, dell'ex Cecoslovacchia, di Polonia e Albania, e varie altre chiese.
Un tratto spiccatamente conservatore contraddistingue tutt'ora l'ortodossia, in modo particolare nel culto.

Il protestantesimo. Il protestantesimo comprende in genere le forme del cristianesimo che hanno avuto
origine a aprtire dalla Riforma. Se si escludono gli anglicani, il protestantesimo comprende oggi circa 300
milioni di credenti e cioè il 18% dei cristiani, la maggior parte di quali vive nel Nordamerica. Il luteranesimo è
la più grande tra le chiese riformate. Le chiese presbiteriane e riformate comrpendono circa 35 milioni di
membri. L'anglicanesimo, con i suoi 63 milioni di fedeli, è presente in tutti i continenti, anche se è chiesta di
stto solo in Inghilterra. Nell'alveo del protestantesimo si suole far rientrare, infine, anche le cosiddette chiese
libere, come i congregazionisti, i metodisti e i battisti. Il termine congregazionismo designa le chiese
governate da funzionari eletti dalla comunità a in cui ogni chiesa locale è indipendente. Il congregazionismo
influenzò profondamente i fondatori delle colonie nella Nuova Inghilterra e gli Stati Uniti costituiscono ancor
oggi uno dei principali centri. Il metodismo è un tipico movimento di risveglio religioso derivatto da una
«santa associazione», costituitasi a Oxford nel 1729. L'elemento centrale del culto è il canto degli inni.
Con oltre 26 milioni di seguaci è oggi una delle maggiori chiese libere degli Stati Uniti. I Battisti, con circa 35
milioni di seguaci , sono una chiesa libera, sorta in Inghilterra nel 1640, che propugna in particolare il
batteismo degli adulti attraverso l'immersione. I quaccheri sono i fedeli di un movimenti cristiano che per
sfuggire alla repressione inglese, migrò nella Nuova Inghilterra dove fondarono lo stato della Pennsylvania. Il
loro culto si svolge in silenzio, molto forte è l'impegno sociale e l'ampia tolleranza e la libertà. Oggi i membri
sono circa 500.000. I Testimoni di Geova sono gli appartenenti a una comunità fondata a Pittsburgh negli
Usa nel 1878 da Carles Taze Russel e derivno il loro nome da un'espressione del profeta Isaia. Essi
interpretano la Bibbia alla lettera, respingono la Trinità, intendono Gesù come un uomo. Ai gruppi vicini al
protestantesimo europeo appartengono i valdesi. Movimento laico quindi composto da persone non ordinate,
fu fondato nel 1176 da Pietro Valdo. I vladesi si riconoscono in un rigoroso ideale di povertà. Oggi la chiesa
evangelica valdese conta 46.000 aderenti.
Islam

Introduzione

L'islam, termine che significa in arabo «sottomissione (a Dio)» e da cui deriva il nome «musulmani» è, nel
contempo, una tradizione religiosa, una civiltà e, come dicono i musulmani, «un sistema di vita completo».
Esso proclama una fede religiosa e prescrive determinati rituali, ma stabilisce anche un certo ordinamento
della società, occupandosi di vita familiare, legislazione, affari, etichetta, alimentazione, abbigliamento,
igene. Per l'islam non ha senso la divisione occidentale tra vita religiosa e vita secolare. Dal punto di vista
musulmano, infatti, son pochi gli aspetti dell'esistenza individuale e sociale che non siano consideratii
espressione dell'islam, il quale è visto come una civiltà completa e complessa in cui le persone, la società e i
governi dovrebbero riflettere la volontà di Dio.

Le fonti

Le fonti per lo studio dell'islam sono due: le opere nell'arabo classico e le opere in lingue moderne. Fra le
numerose opere in arabo classico, la fonte principale è considerata il Corano.Vengono poi gli hadit, le
raccolte in più volumi di narrazioni relative a detti e fatti del profeta. Essi costituiscono una guida ufficiale per
tutti gli aspetti della vita quotidiana dei musulmani, per i quali il Profeta si pone come modello per eccellenza.
Oltre al Corano e agli hadith, le fonti fondamentali per lo studio dell'Islam includono le biografie di Maometto
e altri leader musulmani, opere storiche, filosofiche, letterarie e mistiche, poesie e manuali.

Profilo storico

L'islam viene datato dagli ultimi dieci anni di vita del profeta Maometto. Nato intorno al 570, Maometto
rimase orfano. Verso i venticinque anni, raggiunse la sicurezza economica sposando una ricca vedova.
In seguito, verso i quarant'anni, cominciò ad avere visioni e ricevere rivelazioni che annunciò pubblicamente
nelle strade della Mecca. Temendo la predicazione monoteistic di Maometto, i potenti della città lo
perseguitarono insieme ai suoi seguaci e dovette cercare rifugio altrove. In seguito compì la migrazione
verso una nuova destinazione, che venne chiamata Medina «la città del Profeta». Qui, nel breve periodo di
dieci anni, il leader religioso di un piccolo gruppo di emigranti divenne il capo politico di tutta l'Arabia centrale
e occidentale. Dopo la morte del Profeta, la guida spirituale e politica della maggioranza dei musulmani fu
assunta da una linea di successione di califfi ovvero di «rappresentanti» di Maometto, i quali governarono al
suo posto sotto tutti gli aspetti, tranne che come profeti. In seguito gli Arabi sotto assunsero il controllo di vari
regioni dell'attuale medioriente. Dopo la moerte del quarto califfo, Alì, cugino e genero di Maometto, la
comunità musulmana si divise con una maggioranza chiamata più tardi sunnita che seguì la dinastia degli
Omayyadi e quella degli Abbasidi. Nel 711 gli Arabi penetrano in Spagna dal Nord Africa e vi rimasero per
sette secoli e mezzo. Furono costretti a lasciare definitivamente la Spagna con la caduta di Granada nel
1492. I Turchi ottomani invasero nel XIV secolo l'Europa orientale e conquistarono la maggior parte dei
balcani. Ad oriente, i musulmani Moghul (Mongoli) comtrollavano praticamente l'intero subcontinente indiano.
Ma nel corso del XVIII e XIX secolo perserò gradualmente il controllo di molti territori, fino a quando gli Arabi
furono cacciati dall'Europa, i Turchi da quasi tutta l'europa occidentale e i Moghul dall'India. Oggi i
musulmani sono presenti in tutte le razze e le culture, ma la grande maggioranza vive in una fascia del globo
che va dalle sponde altaniche dell'Africa settentrionale e occidentale fino all'Indonesia. La più numerosa
comunità di musulmani è quella del sub-continente idniano che assomma a circa 225 milioni di aderenti.
Tuttavia altre grandi comunità vivono nell'Africa sub-sahatiana, ex URSS, Cina e Europa.

La teologia islamica

La natura particolare della teologia islamica è rivelata dal suo stesso nome: kalam, «discorso», che si
riferisce sia a quel partiolare «discorso» che è la Parola divina sia al fine principale della teologia islamica,
che è apologietico prima che speculativo. Il kalam, infatti, a differenza della teologia cristiana che vuole
essere una riflessione razionale sul mistero della fede, non aspira ad approfondire con l'intelligenza il dogma
musulmano, ma a difenderlo dai suoi avversari. La prima vera e propria scuola di teologia musulmana fu
quella dei mu'taziliti. Le loro posizioni sono riassumibili in cinque tesi: 1) la difesa radicale del principio
comune dell'assoluta unità e unicità di Dio; 2) la seconda tesi riguarda il rapporto tra Dio e l'uomo e tratta il
tema della giustizia; 3) la terza tesi riguarda la retribuzione: essa non avverrà solo in base alla fede, ma
anche tenendo conto delle opere di ciascuno; 4) la quarta tesi sostiene che il peccatore continua ad essere
parte della comunità musulmana, occupando una posizione tra il credente e l'infedele; 5) la quinta tesi
sostiene che è dovere di ogni musulmano far osservare il bene e difendere dal male. I mu'taziliti hanno avuto
il merito di contribuire all'evoluzione del pensiero musulmano durante una fase cruciale del suo sviluppo.
In complesso fino al XV secolo il pensiero religioso musulmano ha continuato a presentare posizioni
diversificate; solo col tempo ha finito per imporsi una certa uniformità.
Il maggior teologo islamico, al-Ghazzali, cerco di rispondere alla necessità di una sintesi teologica.
Il movente di fondo della sua opera è la ricerca di una via che possa condurre alla certezza. Secondo il suo
pensiero ne la teologia, ne la filosofia rispondevano a quello scopo. Il tipo di conoscenza di Dio verso il quale
al-Ghazzali tendeva non era soltanto razionale, ma intuitiva e affettiva. Le pratiche mistiche, sarerbbero il
mezzo per purificare il cuore dell'uomo. L'esplosione contemporanea del radicalismo islamico ha riportato al
centro dell'attenzione un'ultima significativa corrente teologica: quella hanbalita. La sua caratteristica di
fondo è quella della più stretta fedeltà agli insegnamenti originari dell'islam espressi nel Corano e nella
sunna.

La sunna e la legge

Summa è un termine che significa, "consuetudine", "abitudine", "costume" e, in senso lato, "codice di
comportamento", ed è uno dei tesi sacri dell'islam. La Sunna è stata "codificata" alcuni secoli dopo la morte
del Profeta, in base ai racconti che sono stati tramandati di bocca in bocca da soggetti "degni di fede",
considerati quindi come anelli della catena di garanti della tradizione silamica stessa. Per questo motivo il
Corano ha priorità assoluta sui ḥadīth. Gli hadit, i racconti che riportano fatti e detti del Profeta costituiscono
una sorta di memoria collettvia mediante la quale la prima generazione de credenti ha affidato alle
generazioni successive il ricordo e l'eredità del periodo aureo delle origini. La Sunna è la raccolta dei
comportamenti che il Profeta ha assunto in differenti occasioni e sono diventati, per questa ragione, esempi
da seguire da parte della comunità dei musulmani e chiave d'interpretazione per la liceità o meno di
fattispecie non previste espressamente dal Cornao. A tali comportamenti è stato quindi attribuito un
significato e un valore normativo. In senso più ampio la Sunna comprende anche i comportamenti dei
Compagni del profeta e delle maggiori personalità del primo periodo dell'Islam. La Sunna per eccellenza è
costituita dal complesso dagli atti e detti del Profeta Maometto, che sono stati trasmessi nei singoli hadit
("racconti" o "aneddoti" brevi di 5 o 10 righe). Esistono milioni di aḥādīth (plurale di hadit). La collezione della
totalità dei singoli ḥadīth costituisce appunto la Sunna.

Dottrine fondamentali

Dio angeli spiriti. La fede in Dio è il cuore dell'islam: la religione islamica, infatti, si distingue per il radicale
teocentrismo e per la sottomissione senza limiti a Dio e alla sua volontà. Secondo la dottrina «Dio è uno».
L'unicità è ribadita dalle varie scuole teologiche musulmente per distinguere il Dio dell'islam dagli dèi del
politeismo, sia per distinguerlo dal Dio dei cristiani: infatti il Corano, pur sottolineando l'importanza della
missione profetica di Gesù, ne rifiuta la natura di Figlio di Dio, in quanto minerebbe l'unicità di Dio (a maggior
ragine viene rifiutata la dottrina della trinità). L'azione di Dio è, prima di tutto, un'azione creatrice. La
creazione dle mondo viene descritta con molti dettagli nel Corano. Tra Dio e l'uomo, il Corano colloca, al pari
delle scritture dei giudei e dei cristiani, creature spirituali intermendie: angeli, demoni e ginn (spiriti che
rappresentano le forze della natura, gia venerati e temuti in epoca preislamica).

Profeti e inviati. I profeti dell'islam sono uomini inviati da Allah per additare all'umanità la via della salvezza.
Sono descritti nel Corano e dalla tradizione letteraria dei musulmani tutti (compresi Gesù e Maometto) sono
considerati esclusivamente e del tutto uguali di fronte a Dio (Allah). La tradizione islamica insegna che i
profeti sono inviati da Dio ad ogni nazione. Nell'islam è stato infine inviato - dopo Hud, Salih e Shuʿayb -
Maometto, al fine di portare una volta per tutte il messaggio divino a tutta l'umanità, mentre altri profeti
sarebbero stati inviati per portare un messaggio a specifici gruppi o nazioni. Diversamente dal giudaismo e
dalla cristianità, l'islam distingue tra messaggeri di Dio (rasul) e profeti (nabī). Entrambi sono portatori della
rivelazione "ispirata divinamente". I messaggeri sono portatori del messaggio divino per una specifica
comunità attraverso un libro. Ogni messaggero (rasul) è quindi anche profeta (nabi) ma non è vero il
contrario. I musulmani credono che il primo profeta sia stato Adamo , mentre l'ultimo sarebbe Maometto.

Natura e destino dell'uomo. Nel Corano, la creazione e il giudizio finale dell'uomo sono spesso menzionati
insieme, spesso con riferimento alla resurrezione. Quanto alla natura fondamentale dell'uomo, la potenzialità
del bene e del male è concessa da Dio ad ogni persona al momento della nascita; poi, nel corso della vita,
ognuno è messo alla prova da Dio: mentre alcuni sceglieranno il bene e saranno premiati, altri sceglieranno
il male e saranno puniti. La ricompensa e la punizione eterne saranno assegante da Dio nel Giorno del
Giudizio. Questo grande evento conclusivo della storia del mondo, chiamato anche «il Giorno della
Resurrezione» viene vividamente descritto nel Corano. Alla fine dei tempi, in un luogo non precisato, ma che
la tradizione islamica ha individuato nell'area di Gerusalemme, gli uomini vissuti fin dal tempo della
creazione di Adamo saranno resuscitati e chiamati tutti a rendere conto delle loro azioni per ricevere il
premio o il castigo divino.
Pratiche fondamentali

Esistono cinque pratiche fondamentali, conosciute come i Pilatri dell'islam. I cinque pilastri dell'Islam (Arkān
al-Islām) indicano i cinque obblighi fondamentali di ogni musulmano, uomo o donna, in base alla legge
religiosa che il musulmano devoto è tenuto a osservare, ritenendoli atti essenziali per compiacere Dio (Allah)
che li ha ordinati. Esse sono 1) Le due testimonianze di fede; 2) le preghiere rituali; 3) l'elemosina rituale; 4)
Il digiuno durante il mese di Ramadam; 5) il pellegrinaggio alla Mecca una volta nella vita per tutti quelli che
siano in grado di affrontarlo. Tutte sono prescritte dal Corano, ma nessuna vi è descritta dettagliatamente.

Il «primo pilastro» del culto musulmano consiste nella professione o confessione di fede, con cui il fedele
musulmano dichiara di credere in un Dio uno e unico e nella missione profetica di Maometto.

Il «secondo pilastro» è la preghiera quotidiana. I musulmani eseguono la preghiera rituale cinque volte al
giorno.

Il «terzo pilastro» è elemosina legale. Uno dei principi fondamentali dell'Islam è il credo che tutte le cose
appartengano a Dio e che il benessere appartiene solo agli uomini meritevoli di fiducia. Ogni musulmano
calcola la sua zakàt, l'elemosina rituale, individualmente, e nella maggior parte dei casi questo implica il
pagamento annuale del 2,5% del capitale in eccesso a quello necessario per i bisogni primari. Un
musulmano può anche donare una somma addizionale come atto di carità volontaria (sadaqa), nella
speranza di ottenere un'aggiuntiva ricompensa divina.

Il «quarto pilastro» è il diguno. L'osservanza del Sawm (digiuno) include l'astinenza dal mangiare, dal bere,
dal fumare e dai rapporti sessuali. Il digiuno è ordinato dal Corano, e viene osservato dai musulmani devoti
puberi, durante tutto l'arco del dì, fino al calar del sole, per i 29 o 30 giorni del mese lunare di Ramadan. Ne
sono esentati gli impuberi, i malati e le donne durante il loro ciclo mestruale (i giorni "saltati" devono
comunque essere recuperati il prima possibile).

Il «quinto pilastro» è il pellegrinaggio alla Mecca. L'esecuzione del pellegrinaggio almeno una volta nella vita
è obbligatoria per tutti quelli che siano in grado di affrontarlo, economicamente e fisicamente

Unità e diversità

Fin dai tempi di Maometto, la comunità islamica ha avuto la tendenza a dividersi in vari gruppi. Su questo
processo hanno influito sia fattori politici e culturali sia telogici e filosofici. Un aspetto importante di questo
processo è rappresentto dal cosiddetto sufismo, termine con il quale in genere si designa la dimensione
mistica dell'islam. Da coloro che ne fanno parte, cioè i sufi, viene considerata la dimensione mistica
dell'islam. La divisione più importante rispetto all'islam sunnita è quella rappresentata dagli sciiti.
Il sunnismo è la corrente maggioritaria dell'Islam, comprendendo circa il 90% dell'intero mondo islamico.
Essa riconosce la validità della Sunna e si ritiene erede della giusta interpretazione del Corano.
L'islam sciita è il principale ramo minoritario dell'Islam (tra il 10 e il 15%). Gli sciiti nacquero come movimento
politico fra coloro che sostenevano che il genero di Maometto e i suoi discepoli erano i soli legittimi
successori del Profeta alla testa della comunità musulmana. In seguito gli sciiti divennero una comunità
religiosa separata, che alla fine dell'Iran il centro delle sua attività. I sunniti si differenzia essenzialmente
dagli Sciiti per il loro netto rifiuto di riconoscere la pretesa degli Sciiti che la guida della Comunità islamica
dovesse essere riservata alla discendenza del profeta Maometto: al contrario il sunnismo è per un'elezione
da una ristretta cerchia della guida della comunità.

L'islam moderno

Nell'epoca moderna, l'islam di è dovuto confrontare con un ampio ventaglio di forze che ne hanno messo in
discussione l'identità. Con la nascita del nazionalismo islamico e l'istituzione di stati indipendenti si sviluppò
una lotta endemica per il predominio tra le varie realtà dell'islam: mentre alcune volevano la creazione distati
secolari sul modello occidentale, altre aspiravano a una qualche forma di stato islamico. Occorre poi
ricordare l'importanza che ha avuto, in molti paesi islamici, l'incontro con il socialismo, sia marxista che non
marxista.

La prima riforma revivalista. Ai primi secoli che portarno all'apice lo sviluppo della cilità musulmana, seguì un
lungo periodo di ristagno culturale e irrigidimento dottrinale, che accompagno l'islam dino a tutto il XVIII
secolo della nostra era, con un evoluzione di segno opposto a quella occidentale. I primi impulsi di una
nuova vita arrivarno sotto forma di movimenti riformisti revivalisti. Uno dei primi e più influenti fu il Il
Wahhabismo. Esso costituisce una forma estremamente rigida di Islam sunnita, che insiste su
un'interpretazione letteralista del Corano. I wahhabiti credono che tutti coloro che non praticano l'Islam
secondo le modalità da essi indicate siano pagani e nemici dell'Islam. In India il movimento di riforma prese
l'avvio gia nel XVII secolo. In altri parti del pianeta si svilupparono movimenti di riforma – come in India o in
Africa – accomunati dall'esigenza di restaurare l'islam delle origini lasciando cadere gli sviluppi culturali
successivi, dal rifiuto dell'idea che il vero islam fosse quello del periodo medioevale, dalle nuove idee di
importazione occidentale e, infine, dalla propensione a portare avanti la riforma revivalista con la forza delle
armi.

La riforma riformista. Verso la metà del XIX secolo, concezioni di tipo decisamente modernista
incominciarono ad emergere nell'islam, specialmente in India e in Egitto. In India troviamo Ahmad Khan, che
spinse i suoi correligionari a darsi un'educazione moderna e a non sottrarsi al confronto con il mondo
moderno. Un'altro eminente riformatore indiano fu il giurista sciita Amir Alì che diede interpretazioni
modernizzanti del significato dei «pilastri» e di altri doveri religiosi. In Medio Oriente concezioni analoghe
erano espresse dal più importante esponente del modernismo egiziano, Muhammad Abduh, che affermava
la compatibilità tra islam e scienza moderna.

Sviluppi attuali. Il XX secolo ha vsito la formazione di svariati gruppi e movimenti islamici, i quali hanno
proseguito o contrastato gli interessi e i programmi del modernismo isamico del XIX secolo. Parecchi di
quesi movimenti d sono impegnati in campo sociale e politico. I Fratelli Musulmani costituiscono una delle
più importanti organizzazioni islamiste internazionali con un approccio di tipo politico all'Islam. Furono fondati
nel 1928 da al-Ḥasan al-Bannā in Egitto. Sono diffusi soprattutto in Egitto (Partito Libertà e Giustizia) e in
Palestina (Hamas). L'equivalente indo-pakistano della Fratellanza è il Partito Islamico fondato nel 1941 da
Abul al-Mawudi. Il Pakistan fu istituito nel 1947 come esito di un nuovo esperimento nel mondo islamico.
I primi proponenti l'indipendenza di una nazione musulmana iniziarono ad apparire al tempo dell'India
coloniale britannica. Tra essi vi era lo scrittore e filosofo ‘Allāma, Muhammad Iqbal, che argomentava che
una nazione separata per i musulmani era essenziale in un subcontinente altrimenti dominato dagli Indù. La
causa trovò una guida in Mohammad Ali Jinnah, che divenne noto come Padre della nazione e riuscì a
convincere i britannici a dividere la regione in due parti: il Pakistan, a maggioranza musulmana, e l'India, a
maggioranza indù.
Religioni dualiste

A differenza del monoteismo e del politeismo, con il termine dualismo si intende descrivere una serie di
dottrine contraddistinte dall'esistenza di due principi conflittuali. Le religioni dualistiche che prenderemo in
esame – lo gnosticismo e il manicheismo – hanno come caratteristica di essere sorte su un terreno religioso
tipicamente monoteistico: quello del monoteismo della tradizione giudaico-cristiana. In ambito religioso, il
problema del dualismo è strettamente collegato al problema dell'origine del Male. Su questo sfondo, con
«religioni dualiste» si intentono quelle religioni che, pur cercando a loror modo di preservare la trascendenza
assoluta e l'unicità del principio divino, nel tentativo di conciliare l'esistenza di un Dio assolutamente buono
con l'esistenza di un Male radicale di cui Egli non è in alcun modo responsabile, sono ricorse a un impianto
teologico tipicamente dualistico, che presuppone l'esistenza di due principi divini, uno dei quali è la causa e
l'origine del Male. Una religione dualistica è lo Zoroastrismo. Altre tipiche religioni dualistiche, oltre a quelle
che prenderemo in esame, sono il mandeismo, il bogomilismo, il catarismo.

Gnosi

La conoscenza gnostica. Con gnosi si intende in generale una forma di conoscenza religiosa che di per sè
salva. Essa non dipende da un oggetto particolare, in quanto ha in se stessa il suo valore e il suo
fondamento. E' quindi conoscenza totale, perchè conoscenza assoluta dell'assoluto. La conoscenza
gnostica si pretende in grado di superare la divisione e la scissione tra sè e il mondo e tra sè e Dio,
recuperando l'integrità minacciata, restaurando l'unità perduta. La fenomenologia della gnosi si configura
come un'oscillazione tra due poli: da un lato, il senso lancinante di una separazione, di una divisione, di una
rottura, provocate dall'esistenza del male, di un male ontologico variamente configuratesi sul piano delle
rappresentazioni mitologiche; e, dall'altro, l'esigenza, culiminante appunto nella gnosi, di superare questa
scissione, recuperando e restaurando l'unità perduta. Lo gnostico è colui che in virtù di un'illuminazione o di
una rivelazione, è in grado, ritrovando il proprio sè, di superare definitivamente le lacerazioni presenti,
ristailendo l'identità originaria e, con ciò, facendo coincidere inizio e fine, del proprio essere.

Le fonti dello gnosticismo. La prima forma storicamente compiuta e documentata di gnosi è lo gnosticismo,
un movimento religioso sorto tra il I e II secolo d.C e fioritp tra II e III secolo d.C., noto attraverso gli scritti in
lingua copta scoperta a Nag Hammadi nel 1945. In secondo luogo, esso è noto grazie alla confutazione che
ne fecero alcuni Padri della Chiesa a partire dalla metà del II secolo d.C., che combatterono lo gnosticismo
come eresia cristiana e che nelle loro confutazioni riportarono documenti preziosi. Non va dimenticata la
confutazione che compì Plotino, il fondatore del neoplatonismo.

Il mito gnostico. La dottrina dello gnosticismo ha per oggetto quella che lo gnostico considera la verarealtà
spirituale dell'uomo: il Sè ontologico, reale, consostanziale con la stessa sostanza divina. Trasmessa da un
rivelatore/salvatore e garantita da una particolare tradizione esoterica, questa conoscenza di per sè salva chi
la riceve. Spesso questa illuminazione/rivelazione si accompagna a una didascalia o istruzione, mediante cui
l'adepto è iniziato ai misteri della gnosi e che si fonda sulla comunicazione esoterica di un racconto mitico, il
quale ha lo scopo di rispondere agli interrogativi esistenziali dello gnostico. Alla base delo gnosticismo c'è la
contrapposizione tra il demiurgo o artefice divino, considerato un dio ignorante o malvagio e il Dio buono
assolutamente trascendente, sconosciuto e inconoscibile se non mediante la rivelazione della gnosi. Intorno
a questo nucleo dualistico, che oppone il mondo di tenebre creato dal demiurgo al mondo superiore della
pienezza divina, si costruisce il mondo variegato della mitologia gnosica. Questa mitologia è contraddistinta
dal racconto di una vicenda che all'origine conosce la pienezza di un mondo divino, il quale in seguito a un
«incidente» interno alla vita stessa del divino o pleroma, dà origine al mondo della deficienza e del vuoto,
cosmico e umano. La mitologia gnostica non fa che narrare le vicende di Dio, ricordandogli le sue origini,
esplicitando le cause dell'oblio che lo ha precipitato in queto mondo di tenebre e morte, indicandogli nel
contempo che la gnosi rende possibile la via della salvezza. La gnosi è una forma tipica di processo
autoredentivo. Nei testi gnostici il processo salvifico messo in opera dalla gnosi è un processo di
autoconoscenza, di conoscenza cioè della propria realtà divina.

La teologia gnostica. Il Primo Principio degli gnostici è Deus nel senso di sostanza infinita, informe, ignota,
che non può essere conosciuta per via negativa, dal momento che al suo interno non conosce
determinazioni di sorta. Egli è definito Prepadre, nel senso che è dotato di esistenza assoluta ed esclusiva di
cui nessuno partecipa; egli non è principio di alcunchè o padre di un figlio, cosa che lo proietterebbe al di
fuori della sua perfetta autosussistenza. Questa situazione di perfetta autosussitenza a un certo punto si
interrompe. Egli vede se stesso in se stesso. In virtà dell'autocontemplazione il Prepadre genera dunque
«nel suo seno» il Figlio, dando così inizio all'economia salvifica. La generazione del Figlio coincide con la
manifestazione delle potenzialità latenti nella natura divina e che si realizzeranno nella formazione del
pleroma. Le vicende interne al pleroma, prefigurano le successive vicende di erramento e ritrovamento dello
gnostico.
Per una storia dello gnosticismo. Per tentare una ricostruzione della storia dello gnostiscismo e orientarsi nei
numerosi rami e scuole cui esso diede vita si è costretti a ricorrere alle fonti eresiologhe o di osservatori
esterni, anch'esse polemiche e critiche. Gli eresiologi hanno individuato l'iniziatore dello gnosticismo in
Simon Mago, un mago che con il suo potere taumaturgico avrebbe sedotto in Samaria le folle. Tuttavia solo
con la prima metà del II secolo si trovano testimonianze sicure relative all'eistenza di capiscuola gnostici,
operanti in centri come Alessandria e Roma. Il primo è Basilide, che visse ad Alessandria. A Roma
operarono Marcione e Valentino. Per quanto concerne il primo, si continua a discutere sulla natura del suo
sistema, se e in che misura possa essere fatto rientrare nei sistemi gnostici del II secolo. Quanto a Valentino,
egli è fondatore di una scuola significativa, che può essere considerata come la scuola più originale e ampia
dello gnosticismo del II secolo, caratterizzata dal tentativo di rileggere i dati della fede cristiana alla luce di
una speculazione teosofica a sfondo mitico. In questo modo, i valentiniani hanno recato un contributo
fondamentale al sorgere della teologia cristiana. Questa scuola era divisa in due rami: «anatolico» o
orientale, intorno ad Alessandria, e «italico» o occidentale, ruotante intorno a Roma.

Manichesimo

Introduzione. Il manicheismo è una religione gnostica universalistica,che deve il suo nome al fondatore,
Mani. Ciò che la distingue dalle altre religioni fondate, come il cristianesimo o l'islam, è la consapevolezza di
Mani di voler fondare una religione che, a differenza delle religioni fondate che lo avevano preceduto, da lui
definite come antiche, come lo zoroastrismo, il buddismo e il cristianesimo, non cadesse in quegli errori che,
a suo avviso, avevano caratterizzato l'azione dei rispettivi fondatori e che consistevano nell'assenza di una
tradizione fissa nell'ambito della dottrina e della prassi culturale. Per questo Mani, fatto unico nella storia
delle religioni dell'antichità, si è creato un proprio canone di Sacre Scritture, alla cui fissazione ha dedicato la
massima attenzione. Il genio organizzativo del suo creatore unita alla tradizione scritta ha permesso al
manicheismo di conservarsi per secoli in un area geografica che va dal Nord Africa alTurkestan cinese.
Altro tratto distintivo del messaggio redentivo di Mani la sua vocazione universalistica, contraddistinta dal
tentativo originale di collegare tra di loro le tradizioni religiose dell'Oriente (dall'Iran all'India) e quelle
dell'Occidente (giudaismo e cristianesimo). Mani seppe fondere elementi di differenti tradizioni in una sintesi
originale. Nelle fonti troviamo vari modi di autodefinizione dei questa religione, anche in linea con la sua
vocazione universalistica e l'invito di Mani di «adattare» il messaggio alle differenti situazioni culturali e
religiose. Una definizione caratteristica, che ne coglie l'intima essenza di religione dualistica è quella di
«dottrina dei due principi e dei tre tempi», che mette a fuoco due concezioni essenziali di questo tipo di
religione: il dualismo radicale di luce e tenebre, e il corseo della storia universale contraddistinto dalla loro
mescolanza. Il nucleo del messaggio redentivo di Mani è tipicamente gnostico e ruota intorno all'idea che la
conoscenza porti alla salvezza. Una conoscenza, ovviamente, di tipo gnostico, una anamnesi grazie alla
quale il singolo è in grado di ricordare e con ciò, appunto, di riconoscere che la sua anima, coincidente col
suo sè, è una particella di luce consiustanziale con Dio trascendente.

Fonti. Fino all'inizio del XX secolo la conoscenza del manicheismo si fondaca eslcusivamente sulla
letteratura antimanichea e sulle citazioni degli scritti manichei che essa riporta. Nel corso del XX secolo si è
entrati in possesso di numerose fonti originali, per via delle scoperte avvenute in luoghi diversi.

Mani. Mani nacque il 14 aprile del 216 d.C a sue-est di Ctesifonte, sulla sponda orientale del Tigri. La sua
famiglia era iranica e crebbe insieme al padre che lo introdusse in una comunità giudeocristiana di battisti,
con caratteri gnostici ed esoterici. Mani ebbe due rivelazioni da parte del suo «gemello», un angelo detto
anche il «paraclito vivente», all'età di dodici anni e di ventiquattro. Egli gli rivelò dei misteri e gli preannunciò
che avrebbe dovuto lasciare in età matura la sua comunità, cosa che avvenne nel 240. Alla luce delle
rivelazioni ricevute, Mani iniziò la sua missione allo scopo di annunciare il nuovo messaggio di salvezza
all'umanità. Nelle sue prime missioni si diresse verso l'India. Si direse poi verso le regioni occidentali
dell'ipero iranico. Dopo un ventennio di instancabile attività missionaria si stabilì presso Ctesifonte. Con la
morte di re Shabhur, la sua fortuna declinò rapidamente. Fu arrestato e messo a morte. Morì in catene nel
277, accusato d'impostura e d'eresia. Mani fu uom o colto e poliedrico. Importante nella sua formazione
intellettuale risultò la letteratura cristiana e gnostica. Fu inoltre familiare della tradizione zoroastriana, che lo
influenzò col suo dualismo. Fu pittore rinomato, si diede all'arte del libro e della scrittura ma si conquisto
fama anche come medico e taumaturgo.

Il mito manicheo. Il mito manicheo si basa sulla dottrina dei due principi e dei tre tempi. Esso afferma che fin
dalle origini le due forze, Bene e Male, si contrappongono restando separate, mentre nel nostro mondo
decaduto esse esistono mescolate, finchè, alla fine dei tempi, si separeranno definitivamente. Il primo tempo
è quello della separazione radicale della Luce e delle Tenebre. Posto in alto, il Regno della luce è la casa del
Padre della Grandezza. In basso si trova il Regno delle tenebre, retto dal Principe delleTenebre. Il secondo
tempo è quello della creazione operata dallo Spirito vivente. Il terzo momento del tempo è il tempo dei
messaggeri gnostici: il Padre emana Gesù, un essere trascedente e cosmico che trasmette ad Adamo il
messaggio liberatore; il messaggio è la Gnosi; si succedono i suoi messaggeri, da Sethel figlio di Adamo fino
a Gesù. Nell'ultima fase, per la quale occorrerà attendere il tempo della fine, comparirà Gesù come giudice,
che separerà i salvati dai dannati e promuoverà la sconfitta definitiva delle forze del male, che saranno
collocate in un grande ammasso e rese impotenti per sempre.

Eccelsiologia, etica, liturgia. La chiesa manichea, le cui colonne portanti sono gli eletti, obbligati a condurre
una vita monastica, si articola in 5 stati (12 apostoli, 72 vescovi, 360 presbiteri, gli eletti e gli uditori). Gli
spirituali, che formano i primi quattro stati e hanno già conseguito la gnosi, ricevono il sussidio materiale
dagli uditori, i quali, pur continuando a vivere nel mondo, se tengono un comportamento religioso adeguato,
hanno la possibilità, dopo una rinascita, di accedere allo stato di eletti e quindi pervenire alla redenzione.
L'etica manichea di riassume nei «tre sigilli»: i sigilli della bocca, delle mani e del cuore; occorre, infatti,
sigillare le porte dei sensi contro il male, per impedirgli che contamini la parola, l'azione e i sensi. Essi
vengono interpretati in modi diversi dalle due categorie che compongono la chiesa manichea. Agli eletti,
infatti, è prescritta la continenza totale, vietato qualsiasi contatto sessuale. Sono previste forme radicali di
digiuno, interdizione della carne, del sangue, del vino e dell'alcool e divieto di tutte le parole nocive. Questo
aspetto del digiuno è collegato al compito di salvezza cosmica che gli eletti hanno. Quanto algli uditori,
anch'egli, attraverso il digiuno limitato alla domenica, si sforza di domare gli arconti del corpo: è il sigillo del
centre. Attraverso la preghiera fatta diverse volte al giorno ponendosi in direzione del sole e della luna,
annuncia e proclama a sua modo la salvezza: questa è la sua partecipazione al sigillo della bocca. Il terzo
sigillo, quello delle mani, consiste nella preparazione del pasto degli eletti. Infatti, per gli eletti, date le
restrizioni cui sono sottoposti, è impossibile procurarsi da sè il pasto quotidiano, cui provvedono appunto gli
uditori. Così, i pasti da loro preparati costiuiscono anch'essi una collaborazione alla salvezza cosmica.
La festa manichea più importante è quella del Bema, una festa pasquale che veniva celebrata ogni anni a
fine febbraio o inizio marzo, al termine di un digiuno rigoroso. Il termine, che rimanda alla tribuna dell'oratore
o al seggio del giudice, indica prima di tutto il podio di cinque scalini che simboleggiano le cinque grandezze
del regno, le cinque emanazioni del Padre, le cinque missioni di salvezza, le cinque tappe della liberazione
della luce. Questi scalini sono il simbolo della via della liberazione che ogni anima è invitta a ripercorrere e
cosituisconola scala di accesso al Regno. In cima al podio, si ergeva maestosamente la grande immagine di
Mani, che dominava le scritture sacre dal lui redatte. Bema è innazitutto il giorno del perdono dei peccati,
istituito dallo stesso Mani. Nel corso dell'anno, la confessione personale dei manichei era di rigore per gli
eletti e gli uditori: la confessione pubblica fatta dall'assemblea nel giorni della festa rivestiva, però, un
significato particolare, essendo il segno del perdono.
Induismo

L'induismo non ha un unico fondatore e neppure una solo dogmatica. Le mitologie, le credenze religiose, i
culti di diversi popoli e di molteplici correnti culturali si sono scontrate, intrecciate e fuse a formare una
tradizione millenaria, molto legata all'identità hindu. Fulcro dell'esperienza spirituale induista è la fede in un
Assoluto, il Brahman, la sola realtà vera, increata, fonte prima e fine ultimo di ogni fora del cosmo, concepito
anche come un dio supremo personale (Visnu, Siva). Brahman è l'Uno ed è anche il Tutto. A sua volta
l'atman è il principio universale che illumina di sè l'individuo empirico, il respiro di eternità racchuso in ogni
forma mutevole dell'esistenza. Le vite si susseguono in un ciclo infinito e imprigionante di rinascite,
governate dal karman, la legge della retribuzione degli atti, ma l'atman permane. Diverse sono le vie di
liberazione insegnate per generazioni dai maestri spirituali: rinuncia, meditazione, devozione – tutte invitano
ad un ricerca interiore che permette di comprendere che la scintilla di infinito in noi e l'Assoluto sono la
medesima realtà. La visione induista permea di sè tutti gli aspetti della vita sacralizzansoli con le norme di
purezza e i rituali, nella convinzione che il senso della propria esistenza e l'armonia della propria comunità
siano fondate su una legge vera ed eterna, il Dharma. Che cioè l'ordine del cosmo si possa riflettere
nell'ordine sociale e nella vita del singolo, disciplinata dai riti tramandati nei testi della rivelazione vedica,
dalle regole di condotta codificate dalla tradizione e illiminata dalla riflessione interiore e dalla devozione.
La speculazione induista ha sempre riconosciuto il valore dell'antica sapieza sacra racchiusa nei testi del
Veda. Le interpretazioni sono state molte e talvolta contrarie, ma l'autorità spirituale del Veda è stata posta al
di sopra della storia, nella convinzione che le parole dei veggenti fossero la rivelazione dell'Assoluto.

La sapienza antica del Veda. Le radici dell'indusimo sono antichissime ed è difficile delinearne con
chiarezza. La prima raccolta di testi hindu è il grande corpus del Veda. I testi vedici sono frutto di un
processo plurisecolare. La tradizone induista non si è curata delle date di composizione o degli autori del
Veda, proprio prechè li ha sempre considerati testi eterni e impersonali, frutto di una rivelazione. Gli antichi
mistici, tramite umano dello svelarsi della verità assoluta, tradussero le loro visione nelle parole di inni e
preghiere segreti che furono trmandati oralmente per generazioni da famiglie di ritualisti e sono stati
conservati come patrimonio della casta brahmanica. La parte più arcaica è costituita dagli inni vedici,
raggruppati in quattro Samhita, «raccolte». Le Samhita tamandano un complesso sistema rituale incentrato
sul sacrificio, sia solenne che domestico. Le formule rituali delle Samhita lasciano trasparire in certi passaggi
l'inizio di una speculazione sull'origine ultima del mondo, sul tempo, sull'uomo.

Il potere sacerdotale. Dal X secolo a.C., a mano a mano che le popolazioni degli Arii penetravano nel
subcontinente indiano e si stabilivano nella valle del Gange, l'antica visione si trasformava in una defe più
articolata, in un sistema di riti dal simbolismo molto più complesso. Di questo mutamento sono tesimonianza
i Brahmana, composti tra il X e il VII secolo a.C. Emerge la nozione di Brahman, l'Assoluto, principio e
fondamento trascendentale del mutevole succedersi dei fenomeni, e di un demiurgo personale responsabile
della manifestazione del mondo, il dio Brahma. Gli unici che hanno accesso alla conoscenza del suo
mistero, discendenti degli antichi veggenti, sono i brahmana, i «bramini». Nella religiosità brahmanica il
sacrificio è fondamentale, in quanto azione simbolica che rivive una dramma cosmico e rigenera l'universo.
Al vertice della società induista si sviluppa una tensione fra due ruoli di potere complementari ma rivali: il
guerriero, in posizione di comando politico e militare, detentore della forza e della ricchezza, e il brahmana,
depositario delle visioni mistiche e dei riti. In questo lungo periodo, il ruolo del sacerdote conosce il suo
apogeo: i brahmani godono di un altissimo prestigio perchè hanno potere sugli dèi e tramettono la sapienza.
Il maestro brahmano (guru) insegna ai giovani il sapere sull'Assoluto. La verità e iniziativa: il guru spiega le
immagini e le formule del Veda, conduce il discepolo a conquistare la piena consapevolezza interiore e a
scoprire il Brahman nel fondo di sè. Si pone come l'intermediario. L'induismo non ha strutture istituzionali
centrali che sanciscono l'ortodossia: è il guru, in virtà della sua saggezza che conferma o elabora la sapieza
antica e diventa respnsabile della verità eterna e dell'ordine sacrale e sociale che scaturisce da essa: il
Dharma.

La nuova visione religiosa: le «Upanisad». Il mondo brahmanico continua a essere imperniato


sull'ordine che i sacrifici consacrano; eppure, fra l'VIII e il III secolo emergono in India le molteplici
istanze di una società in movimento. SI delina un pensiero filosofico libero che richiama all'interiorità,
che esige la ricerca di un'esperienza mistica che oltrepassi il formalismo rituale. Non si abbandona il
sacrificio, ma se ne reinterpreta il senso: l'offerta sacrificale diventa un dono di s è, del proprio «fuoco»
interiore. E' l'intenso splendore di pensiero racchiuso nelle Upanisad, l'ultimo grande corpus della rivelazione
vedica. I due concetti chiave su cui si articola tutta la visione upanisadica sono Brahman e atman. La
tendenza a ridurre la molteplicità degli dèi a un unico principio unico, che già appare nelgi inni del Veda,
diviene ora dominante: l'Uno e Brahman, fondamento dell'universo, inizio e di ogni esistenza. A sua volta
l'atman è l'intima essenza della coscienza, la scintilla di universale in ogni individuo. E' il vero sè, profndo,
ineffabile, anch'esso eterno. I concetti sono di origine diversa: il Brahman appartiene alla tradizione
sacerdotale, l'atman è il fulcro della tradizione ascetica. La speculazione delle Upaniad congiunge i due
percorsi, nell'idea che Brahman e atman sono i due nomi della verità, due prospettive di un'unica realtà.
L'essenza delle Upaisad è forse racchiusa in una folgorazione «Tutto questo universo, sei tu». Realizzare
quest'idea significa liberarsi dalla propria individualità empirica, superare le barriere dei dualismi concettualei
e mettere fine all'eterno ritorno nel mondo. Ma il pensiero upanisadico ha definito anche un secondo nome
dell'Assoluto ossia Purusa, "Uomo cosmico": l'essere primordiale increato che, secondo i Veda, fu sacrificato
per dare origine al mondo manifesto. La nozione di Assoluto assume così due possibilità di interpretazione:
coma Brahman, principio impersonale e come Purusa, Dio. L'identià tra Purusa e Visnu o Siva, così come la
sintesi fra tecniche yoga e l'abbandono di fede costituiranno gli elementi portanti dell'induismo classico.
L'atman trasmigra da un'esistenza all'altra, in un ciclo continuo di vita, di morte e di rinascita (samsara) che
si alternano in una spirale angosciosamente infinita. Questo eterno reincarnarsi dell'atman è guidato da una
logica ferrea, il karman. L'esistenza in cui l'anima di trova dipende dagli atti compiuti nella vita precedente
cosi come ogni atto che si compie in questa vita porterà i suoi frutti nelle reincarnazioni del futuro. Nelle
Upanisad, il karman, non è più inteso come legge positiva bensì negativa: una legge inesorabile di
retibuzione che tiene prigioniero l'uomo nel ciclo delle rinascite. La nuova dottrina di afferma rapidamente e
sarà desitnata a improntare tutta la vita spirituale dell'India. L'uomo diventa così protagonista del proprio
destino. Il nuovo ideale insegnato dalle Upanisad, molto vicino alla speculazione buddhista, pone la salvezza
della liberazione. Moksa designa lo scioglimento di un legame, è la libertà dopo morte dalla shività del
samsare. Liberazione quindi attraverso l'azione ma anche attraverso la conoscenza. Liberazione è
liberazione dall'ignoranza. L'uomo deve rinunciare ai suoi desideri, distaccarsi dalle illusioni del suo sè
empirico e ragguiungere la comprensione mistica del Brahman, realizzando l'identità profonda con
l'Assoluto.

«Smrti», la memoria. Tra il 200 a.C e il 100 d.C, la Samhita, i Brahmana, gli Aranyaka, le Upanisad sono
riuniti in un corpus unico. Si afferma che essi sono manifestazioni spontanee dell'Assoluto, testi senza tempo
e senza imperfezioni. Il processo di divinizzazione del Veda fu forse la reazione dell'ortodossia brahmanica
di fronte al buddhismo che aveva creato un proprio canone. Tutti gli altri testi appartenevano alla tradizione,
la smrti, «la memoria», e il loro insegnamento era considerato inferiore. La smrti doveva solo servire a
chiarire l'oscurità del linguaggio vedico e insegnarne i precetti con esempi chiari.

La creazione del mondo e l'ordine del tempo. Secondo la cosmogonia l'universo è creato , si evolve e si
distrugge per rinascere ancora. Purusa è dio. E' Visnu o Siva Yogin supremo che scende a stati inferiori di
meditazione, unendosi alla Natura. Da questa interazione affiorano le forme di vita. Giunti al tempo della
grande dissoluzione, dio sovraintende alla fine dell'universo, guidando le forme di vita a essere riassorbite in
lui. Il purusa emana da sè i mondi e per salvarli li distrugge. E' la folgorante visione che Arjuna ha di Krsna
nella Bhagavadgita. Dio è bene e gioia ma annullarsi in Dio è la vera liberazione. La fine del mondo non è
però la fine del tempo. Di nuovo ci sarà il risveglio di dio dalla meditazione e l'Uno di dividerà in molteplice.
Brahma è il dio che crea. Siva è il dio che distrugge e Visnu è il dio che, in meditazione, preserva tutto
l'ordine di questo infinito cliclo.

Il gioco divino. Anche l'induismo affronta il problema del perchè dio abbia creato l'universo. I testi
suggeriscono l'idea di lila per rispodere alla contraddizione di una divinità che è senza desideri, e che
tuttavia crea. Lila significa «gioco», attività spontanea, piacevole e innocente. La vera e propria dottrina di lila
si forma nella tradizione devozionale di Krisna: tutte le azioni di Visnu e delle sue apparizioni in terra hanno
la naura di atti ludici. L'idea di lila è affascinante e ambigua: può anche voler dire che l'universo è stato
creato solo per finta, è solo maya, l'incanto di illusioni.

I quattro «varna» e l'ordine della società. I miti e i più antichi testi vedici parlano di una società ordinata in tre
gruppi distinti. Nei testi successivi si parla di quattro gruppi. La divisione della società in quattro varna ha un
fondamento mitico: dallo smembramento del Purusa primordiale, immolato come vittima sacrificale, ebbero
vita il cosmo e gli uomini: i brahmana, i sacerdoti, conoscitori del Veda, gli ksatriya, i detentori del potere,
governanti e guerrieri, i vaisya, gli allevatori, contantini e arigiani e infine i sudra, i servitori. Nascono
categorie sempre più specifiche. Tutti questi sottogruppi, jati, inquadrati all'interno dei varna, sono le vere
«caste». Varna e jati si comprenetrano e formano una struttura rigida e fortemente gerarchica di posizioni
sociali, in cui ogni individuo trova la sua collocazione, con specifici diritti e doveri. Le donne non accedono
alla sapienza sacra, nè esercitano l'attività rituale, non possono pervenire alla liberazione: rinascere donna,
anche in una famiglia brahmana, significa ancora espiare il proprio karman. Le Jati sono gruppi chiusi in cui
dominano le regole matrimoniali dell'endogamia di casta. I testi insistono che l'unione più impura è quella di
un maschio sudra e di una donna brahmana e che da essa ebbe origine lo strato sociale più marginale, gli
«intoccabili». Molti maestri spirituali, quali Buddha e Jina, rifiutarono le caste. Gandhi chiamò i senza-casta,
«figli di dio». Ma il sistema catastale, per secoli ha resistito ad ogni attacco.
I quattro «asmara» e l'ordine della vita. Come l società è divisa in quattro categorie, così anche la vita
dell'uomo si sviluppa in quattro stadi, asrama. Nel primo il giovane vive in casa del maestro è apprende
l'insegnamento dei Veda, apprende l'obbedienza, il controllo dei desideri e pratica la castità. Segue il
secondo stadio nel quale, divenuto adulto, l'uomo si sposa e si apre all'esperienza dell'amore e della
sessualità. Dopo aver assolto ai propri doveri sociali, il capofamiglia fa i primi passi verso il terzo stadio, nel
quale si allontanna dalal vita sociale e si dedica alla riflessione dei testi vedici. Periodo che si conclude con
l'ultimo stadio, ossia l'abbandono del mondo: l'uomo staccato da ogni legame cerca di recuperare la luce del
proprio atman. Le Upanisad insistono sull'importanza di realizzare la conoscenza mistica dell'Assoluto per
ottenere la salvezza ma l'esperienza ascetica esige prima di tutto il compimento dei doveri sociali. La
salvezza consiste non nel rifiuto dei desideri ma in una loro graduale rarefazione, purificazione, fino al
distacco e alla loro sublimazione in dio.

Il culto. All'inizio vi era il sacrificio vedico, mezzo per dèi e uomini di instaurare da pari uno scambio simbolico
equilibrato che obbediva alla logica del dono per ottenere la realizzazione dei propri desideri materiali. Con il
tempo si sviluppò un irto più semplice, non cruento e più spontaneo di offerta e adorazione, che venne a
sostotuire il sacificio vedico. Ma in questo nuovo contesto religioso la divinità è superiore all'uomo, che nel
rito la serve e la onora. Il fedele presenta le offerte, composto da cib, frutta, dolci. Una parte del cibo è
restituita agli astanti come benedizione e pasto comunitario. Dopodichè vi è anche ilculto privato, svolto in
solitudine, con la preghiera, la recitazione dei mantra, la meditazione, l'adorazione silenziosa. Vi sono
divinità pure e impure. Le prime sono manifestazioni degli dèi supremi, Visnu e Siva. Le caste basse
avevano e tutt'ora mantengono i loro templi dove sono adorate le divinità impure, in genere divinità femminili.
L'induismo presenta un'impressionante varietà di riti, che spesso affondano le loro radici in tempi remoti.

Le scuole di pensiero. La speculazione sul sapere della rivelazione diede vita a vari darsana, scuole di
pensiero che elaborarono ermeneutiche e aperi diversi e si confrontarono in un dibattito costante,
influenzandosi reciprocamente. Si svilupparono all'interno della tradizione induista – riconoscevano infatti
l'autorità del Veda – ma in modo indipendente proposero un loro cammino spirituale di salvezza, attenti
anche al pensiero «eterodosso» buddhista. I Darsana sono differenti sistemi di studio della filosofia induista.
Si tratta dei sistemi ortodossi, formatisi nel periodo classico dell'India con lo scopo di riassettare e riformare
la mole di informazioni prodotta dal Vedismo, la fase storica che precede l'Induismo moderno. Le scuole
Darsana sono sei: il Samkhya, lo Yoga, il Nyaya, il Vaisesika, il Purva Mimamsa e la Vedānta. Il sistema più
conosciuto e diffuso in Occidente è lo Yoga, il cui testo principale è lo Yoga Sutra di Patañjali.

Il rinnovamento religioso nell'ideale della devozione. Il consolidamento nella sua forma classica avviene nel
segno della bhakti, un ideale che rinnova radicalmente la visione religiosa tradizionale. E' una via di
liberazione attraverso l'esperienza di purificazione e sublimazione dell'io nell'amore di dio. Bhakti è un
termine sanscrito che nelle tradizioni religiose dell'India indica l'aspetto devozionale della fede in una divinità
personale o anche un maestro spirituale, caratterizzato spesso da una partecipazione emotiva intensa e
totalizzante. "La via della bhakti" (bhaktimarga o anche Bhakti Yoga) è, in molte di queste tradizioni, uno dei
mezzi per ottenere la liberazione (mokṣa).

Visnu. Infiniti poemi cantano Visnu, lasua tiara spelndente digemme, il blu profondo del suo corpo, le sue
otto braccia, il giallo solare della sua veste. E' il dio che sostoene l'esistenza dell'universo e ne governa
l'armonia. Nella lunghissima notte fra il distruggersi e il ricrearsi del mondo, egli giace su un mitico cobra
avvolto su se stesso e il suo sonno è uno stato di concentrazione yoga. Difficile dire come Visnu sia
divenuto, in rivalità con Siva, il dio supremo del pantheon indiano. Dalle scarne illusioni degli inni vedici, la
figura si evolve assimilando la natura di divinitò e aumentanto sempe di più di importanza e di significati
simbolici. Questo avviene grazie a un espediente ermeneutico di importanza fondamentale nella religiosità
indiana: il concetto di avatara. Avavtara è una manifestazione, una «discesa» della divinità nel mondo
terreno sotto forma di animale o di uomo. Nel respiro del ciclo cosmico, al tempo infelice del kaliyga, dio
scende nel mondo per salvarlo dall'autodistruzione e dal male e riportare l'ordine della verità, affinchè la
società torni a rispecchiare il modello perfetto del Dharma.

Siva. E' un dio di vertigine, di oscura profondità e di illuminazione folgorante, di inquietudine e di sapienza, di
morte e di liberazione. Nei testi vedici è Rudra, divinità selvaggia, pericolosa e incontrollabile come lo
scatenarsi della natura. Nelle Upanisad viene al vertice dell'universo. In seguito viene venerato come dio
degli dèi. Immanente e trascendente, ha un corpo, un viso, ma nessuno pu vederlo, se non la mente
dell'asceta in meditazione. Dolcissimo protettore di coloro che gli sono devoti. Terribile e affascinante, crea
gli esseri, così come li distrugge alla fine dei tempi, perchè è causa sia dell'illusione delle forme dell'universo
sia della liberazione da esse. Alimentata dalle esperienze di gruppi di asceti la devozione a Siva diede vita a
vari movimenti relgiosi, raccolti nell'ampia categoria di «sivaismo». Il Śivaismo è una corrente dell'Induismo
che riconosce Shiva come Dio supremo. I seguaci dello Śivaismo, definiti "Śivaiti" o "Śaiva".
Il movimento più antico fu quello dei Pasupata che elaborò un corpus di testi sanscriti, gli Agama, che
sviluppavano una metafisica su linee speculative diverse da quelle di origine vedica e prospettavano una
teologia e una mistica incentrata sulla fede di Siva. All'autorità degli Agama fecero capo due grandi correnti:
lo sivaismo settentrionale e quello meridionale.

Krsna. E' il più importante fra gli avatara di Visnu, forse quello che, fra tutti lo ha manifestato più pienamente.
Krsna è immaginato come assoluto purusa ed eterno atman. Al di là del perituro, pervade e sostiene tutti i
mondo come il supremo karmayogin, che agisce per il bene del mondo e senza alcun desiderio personale.
Egli chiede ai suoi devoti di abbandonarsi completamente a lui, di donargli ogni azione, come in un sacrificio,
ma per il bene del Dharma. I movimenti krsnaiti realizzano nella pratica di culto il «gioco divino» con
modalità trasgressive e devianti rispetto all'etica ortodossa. Nei loro riti c'è esuberanza di sentimenti e ardore
estatico. I fedeli di Krsna non si aspetano di fondersi con la divinità, ma di sperimentare uno stato di
liberazione rivivenso sulla terra lo spirito della lila divina. Emozione ed esperienza religiosa si fondono. Dio
diventa un essere personalissimo che si manifesta nell'immagine affascinante di Krsna e il desiderio di unirsi
a lui dilata il cuore del fedel e lo rende capace di un amore puro e universale. La gioia che caratterizza
l'atteggiamento dei krsnaiti è l'espressione di un incontro con il divino che avviene dopo una purificazione dei
sensi e dello spirito.

Il tantrismo. Il tantrismo è una dottrina esoterica basata su una rivelazione in parte diversa dal quella del
Veda. Le sue origini sono oscure: asceti e rinunciatari giocarono un ruolo fondamentale nel suo sviluppo.
I centri in cui il tantrismo si sviluppò erwno aree di confine, il Kasmir, il Bengala, l'Assam, zone di
interscambio culturale, dove la penetrazione brahinica era stata più debole. Nei primi secoli d.C il tantrismo
aveva già assunto una fisionomia di corrente religiosa autonoma tra il VI e l'VIII secolo apapre ben radicato
nella tradizione indiana. Le ragioni per cui un movimento misterico come questo, arduo e inquietante, a un
certo punto si espanse in tutta l'India, influenzando tutte le tradizioni religiose, è da ricercare nel problema di
una salvezza basata sulla rinuncia. La risposta tantrica fu un rovesciamento di prospettive. La visione
tantrica non contrapponeva il desiderio alla salvezza; non negava i sensi e i sentimenti ma si proponeva di
controllarli secondo un'ascesi graduale e di valorizzarli piegandoli a una prospettvia di conoscenza e di
liberazione che poteva essere raggiunta già qui interra, in questo corpo. L'adepto tantrico a gradi realizza di
vivere in una realtà infusa di energia divina. La Kundalini è presente come energia divina, prana, «respiro»
dell'universo, e dorme raccolta come un serpente nel suo corpo sottile. La salvezza si realizza attraverso n
percorso spitituale che si svilupperò in fasi successive ci conoscenza sempre più rarefatta. Gli sarà vicino il
suo maestro: in segreto gli svelerò a mano a mano verità più profonde, inquietanti da affrontare in
meditazione. La disciplina fisica e mentale utilizza le tecniche dello Hathayoga, che combinano posizioni del
corppo, controllo del respiro ed esercizi di contemplazione. Tre sono le vie: la pronuncia dei mantra, la
meditazione sui mandala e la concentrazione nelle mudra, gesti delle mani e posizioni del corpo.
Le pratiche del Kundaliniyofa sono volte a risvegliare la sakti che dorme nel cakra più basso e buio del
corpo. Con la forza della meditazione l'adepto suscita dal pronfondo di sè questa energia-serpente, riesce a
farla salire lentamente per tutti i sei cakra fino al cervello. Bhavana è lo stato di conoscienza più alto, quando
la mente e il corpo dell'adepto si identificano completamente con la conoscenza purea di dio e con il cosmo.

Il culto della dea. Gia dal II millennio a.C le popolazioni autoctone di agricoltori veneravano una Dea Madre.
Diffuososi nei centri urbani, il culto divenne prerogativa della famiglia reale e santuari della Dea furono eretti
all'interno dei palazzi dei sovrani. Le speculazioni del tantrismo e del movimento della bhakti trovarono una
fornte di insiprazione nell'idea tradizionale della Dea portatrice di fecondità, di vita e protettrice del Dharma.
L'antica «madre» divina assunse le connotazioni religiose di «sposa» di dio e il tema della fecondità si
trasformò nel simbolismo sacro dell'unione sessuale, con forme di intenso erotismo.

L'induismo moderno. A partire dal XIX secolo nell'induismo si creò un fermento di rinnovamento, dovuto
all'impatto con il colonialismo che imponeva alla cultura indiana un confronto forte con il pensiero e la
religione dell'Occidente e una radicale riflessione sul senso della propria tradizione. Le correnti riformatrici
dimostravano un'attenzione tutta nuova verso i problemi sociali e politici e certe riflessioni furono comuni a
vari maestri spirituali: l'idea, per esempio, che l'induismo fosse aperto alle fedei di altre religioni e in accrodo
con le scoperte della scienza occidentale oppure la critica al sistema delle caste o l'ideale della non-violenza.
Fra in principali movimenti innovatori si possono ricordare innanzitutto il Brahmo Samaj nel 1828 da Raja
Ram Roy, influenzato dalla mistica del sufi dell'islam e dalla dottrina cristiana: rifiutava le caste, i culti idolatri
fondati sul sacrificio, l'idea della della trasmigrazione, del karman, attaccava la poligamia e l'uso del rogo per
le vedove. Pochi decenni dopo, nel 1875, troviamo il moviment Aryasamaj che promuoveva la cultura indiana
sottraendola agli influssi cristiani e musulmani. Bhaktivedanta fondà il movimento Hare Krishna per rivivere
con un nuovo fervore la tradizione estatica di abbandono all'amore di dio. Mohandas Gandhi, il Mahatma,
sarà la voce della non-violenza, della solidarietà e della tollerenza religiosa, fondata sulla ricerda della verità,
maestro dell'impegno etico che cerca di tradursi in azione politica, la guida spirituale che portò l'India alla
libertà.
Buddhismo

Introduzione. Il buddhismo ha origine in India nel VI secolo a.C., in un'epoca di significativi mutamenti
economici e sociali e di intenso ripensamento religioso. Fenomeni razionali e speculativi e disagio verso
l'antica verità rivelata si tradusserò in un movimento – gli sramana – di «dissidenza » religiosa e filosofica.
Anche il buddhismo rifiutava i sacrifici e la logica sacrale che essi implicavano; negava l'esistenza di un dio
personale o di un principio assoluto e rifiutava la tradizione sacra concentuta nel Veda. L'ordine monastico
che si era formato intorno al Buddha proponeva una diversa concezione dell'esperienza religiosa. Da
corrente minoritaria e deviante divenne, nell'arco di pochi secoli, una tradizione spirituale dominante in India.

La vita del Buddha. Il suo nome era Siddharta, Gautama il suo patronimico. Sono scarsi i dati storici su di lui
ma la maggior parte degli studiosi contemporanei ritine che la data della sua nascita sia intorno al 566 a.C e
la sua morte nel 486 a.C. La biografia del Buddha è un insieme di verità sotrica e racconto immaginario,
impossibile da separare. Già il suo concepimento è straordinario. Il Buddha sceglie il momento e il luogo
della sua nascita. Poco dorpo il parto la madre muore e il bambino è allevato dalla zia. Il padre lo ama
teneramente e cerca di proteggerlo da ogni turbamento. I testi parlano di un giovane Siddharta bello, buono
e sapiente che trascorre i suoi giorni nei giardini del palazzo, in un mondo a parte, meravoglioso. Questo
incanto a un certo punto si rompe, quando Siddharta uscì dal palazzo e prese coscienza della sofferenza e
dell'illusiorietà del vivere. Preso congedo dalla sua sposa e dal bambino, Siddharta abbandona la casa, si
spoglia dei vestiti da principe ed entra nel bosco in solitudine, per cercare il nirvana. Segue un lungo e
sofferto periodo di travaglioe di prove nel quale diventa discepolo di vari maestri. Alla fine intraprende in
solitudine la sua ricerca spirituale. Per anni si impone le più estremo forme di ascesi ma giunge alla
convinzione che attraveros l'umiliazione del corpo non si possa ottenere una maggiore luce della mente.
La via da seguire sarà un'altra: uno stato di calma distaccata dal coinvolgimento emotivo, di serena gioia. I
suoi discepoli lo abbandonano. In meditazione ai piedi di un albero affronta l'ultima delle prove iniziatiche e
la vittoria sulle tentazioni segna la sua radicale trasformazione. Attraverso quattro stadi di meditazione,
Siddharta diventa Buddha, l'illuminato. Buddha torna nel mondo e i primi ad ascoltare la sua nuova dottrina
saranno proprio i discepoli che lo avevano abbandonato. Buddha sostiene che esiste una «via di mezzo» per
chi cerca la verita e la liberazione, tra la devozione totale ai sensi e il rifiuto totale del corpo. Il discorso
espone le Quattro nobili Verità che rappresentano il nucleo dottrinale del primo buddhismo. La scelta di vita
mendicante ed erravonda porterà il Buddha a insegnare in diversi regni. Seguiranno conversioni e aumento
del numero dei fedeli. Nasce il samgha, la Comunità dei monaci. Si avvicina il tramonto della vita. Buddha ha
potere anche sulla morte e controlla il momento e il modo. Per aver mangiato cibo avariato, si ammala
gravemente. Il Buddha chiama a sè Ananda e gli spiegha l'inevitabilità del cambiamento e della fine. I testi
tramandano che uscì dal mondo senza angoscia, calmo, in meditazione.

I fondamenti dottrinali: le Quattro Nobili Verità. Sono il fulcro dell'esperienza di meditazione del Buddha. La
prima esserzione parla della presa di coscenza di un disagio esistenziale profondo. La seconda e la terza
nobile veirtà mettono in luce l'origine del dolore e l'identifica in un'eterna sete di vivere che affonda le sua
radici nei desideri e nell'ignoranza. La quarta nobile verità indica il cammino che conduce alla liberazione.
E' qualcosa più di un codice morale e assume il carattere di una terapeutica spirituale, con l'osservanza di
ben definite tecniche di controllo della mente. Si sviluppa in tre direttrici: la pratica delel virtù morali, la pratica
della meditazione e la pratica della sapienza.

Il «nirvana». Il nirvana è la più alta esperienza spirituale, raggiungibile attraverso un lungo processo di
conoscenza e di meditazione, di controllo dei sensi, di illuminazione. E' la liberazione dal samsara,
«l'estensione» definitiva di quel flusso di aggregati detto «io». Se il samsara è inteso in termini oggettivi
come il mondo tansuente che dà solo dolore, allora in nirvana è l'uscita definitiva dal ciclo delle
reincarnazioni.

Il ricordo della parola: la formazione del Canone. La trasformazione degli ideali ascetici in un sistema di
dottrina e in un codice di regole monastiche fu un lavoro lento ma costante per fissare gli insegnamenti del
Buddha. I Canoni che sono pervenuti fino a noi costituiscono testi sacri particolarmente complessi, frutto di
un'elaborazione collettiva che vide lo sforzo di generezioni di monaci per tramandare a memoria
l'insegnamento del fondatore. L'opera di trascrizione dei testi avvenne circa quattro secoli dopo la morte del
Buddha.

La comunità dei monaci. L'insegnamento del Buddha si propone come un «cammino» verso la verità, da
verificare con l'esperienza personale fondata sulla pratica. Nel periodod di predicazione del Buddha, i
discepoli formarono intorno a lui la prima comunità. Gli antichi monaci si spostavano di villaggio in villaggio,
dormendo all'aperto e vivendo di carità. All'inizio, la comunità era un gruppo non-conformista. Con il tempo le
comunità divennero sedentarie e iniziò la vita nei monasteri. Lo loro vita era fatta di povertà, di silenzio, di
meditazione e studio delle scritture. Due sono le ordinazioni La prima segna l'atto di rinuncia del novizio ai
vincoli del mondo, indossando la veste, facendosi radere i capelli e osservando i dieci precetti fondamntali.
Terminato il noviziato, con una cerimonia, viene ammesso all'ordine. Fra i doveri del monaco vi è innanzitutto
il divieto di uccidere e fare male ad altri esseri. Vi è poi la regola della povertà. Altra regola monastica è la
castità e tutta una serie meticolosa di proibizioni.

Le prime scuole di pensiero. Il buddhismo sviluppò la problematica filosofica implicita nell'insegnamento del
fondatore. Alcuni testi anctichi ci suggeriscono che i primi maestri enfatizzavano la rinuncia al mondo, la
meditazione, il distacco, più che le attrattive e le inquietudini della speculazione metafisica. Ma non per
questo si può sostenere che il primo messaggio del Buddha fosse carente di pessore teoretico. Il famoso
«silenzio» del Buddha di fronte a talune domande non significa che fosse indifferente ai problemi astratti.
Tuttivia così come aveva rifiutato l'ascesi, cosi il Buddha rifiutava gli estremi della metafisica e le Quattro
Nobili Verità spostavano il fuoco della filosofia sul processo di liberazione dalla sofferenza di esistere.
Una moltemplicità di cause favorì il sorgere di diverse scuole all'interno della prima comunità. I rari
documenti parlano di un primo grande scisma certo anni dopo la morte del Buddha. Seguirono altre divisioni
ma le divergenze di interpretazioni non intaccavano il nucleo centrale dell'insegnamento e della pratica.

La tradizione «Mahayana». Nasce la tradizione Mahayana, «grande veicolo», così chiamata per accentuare
il distacco dalle scuole soprannominate con tono dispregiativo «del Piccolo Veicolo». La presenza dei laici e
la crescente importanza della donna nel disegno di salvezza condizionarono la formazione di un diverso
ideale religioso ma il rinnovamento aveva un forte elemento di continuità costituito da un nucleo di idee
originarie che non furono mai negate.

I «sutra mahayana». Il panorama dei sutra mahayana è straordinario: si va da composizione di poche righe
fino ad opere immense. Guide alla meditazione, impalcature della mente per penetrare la dottrina, le «parole
del Buddha» con le loro immagini ed esempi aiutavano a sperimentare la realtà così come era vissuta
dall'illuminato.

L'ideale del «bodhisattva». Il bodhisattva («la cui essenza è l'illuminazione») è il nuovo modello di santità.
Essi incentravano le loro pratiche religiose, meditative edevozionali sul Buddha, identificandosi in lui in
particolare quando, nel periodo delle vite passate, egli, come loro, era alla ricerca dell'illuminazione con
l'intento di salvare tutti gli esseri. Da un senso iniziale molto limitato, il Mahayana fece del bodhisattva un
luminoso paradigma di salvezza universale. E così il cammino dell'arhat rivolto solo alla propria liberazione
fu giudicato egoistico, incompleto e la sua illuminazione, inferiore. La «via del bodhisattva» mira a
raggiungere la metà più elevata, la perfetta buddhità. Ma già all'inizio, quando concepisce l'aspirazione
all'illuminazione e formula il voto di diventare buddha, il credente sa che la propria salvezza implica
necessariamente la completa e totale dedizione alla salvezza degli altri e quindi fa voto di posporre la sua
estinzione nel nirvana fino a che tutti gli esseri non siano illuminati. Il boddhisattva deve superare, attraverso
innumerevoli vite, dieci stadi di perfezione associate a dieci perfezioni: un cammino lungo che è un itinerario
di salvezza individuale in un processo di redenzione del mondo.

«Prajna», la sapienza. Il Mahayana pone la sapienza all'inizio del cammino spirituale e alla fine. Moralità e
meditazione non possono portare alla liberazione. La perfezione di Prajñā implica il raggiungimento di una
consapevolezza assoluta di non-dualità in cui tutte le affoermazioni o le negazioni sono trascese e
ricomposte a un livello più rarefatto. Libera da ogni forma concettuale, da ogni discorso razionale, la mente
coglie l'indicibile rella realtà cosi com'è, cioè il vuoto.

Nagarjuna e la scuola «Madhyamika». Il pensiero madhyamika radicalizzò il silenzio del Buddha cercando di
dimostrare come ogni tentativo filosofico di caratterizzare la relatà fosse limitato dalla logica delle parole e
dei concetti. Solo la pratica della meditazione poteva condurre a penetrare in modo diretto e immediato il
livello superiore di verità. Nella dottrina Madhyamika ogni discussione metafisica è radicalmente rifiutata.
Nagarjuna, fondatore della scuola, è il primo grande filosofo del Mahayana e ceerto uno dei più sofisricati
pensatori buddhisti. La sua opera consiste nel tentativo di ritornare al messaggio originale del Buddha e una
critica alla concezione sul reale molto radicale. Tutta la realtà è vacuità; ogni cosa è prima di esistenza
intrinseca, dal momento che dipende da un flusso di natura causale. Per Nagarjuna l'illuminazione è la
pacificazione di tutte le idee, la fine delle parole. La mente illuminata supera ogni pensiero dualistico per
identificarsi con il vuoto anche è al di là anche dell'essere e del non essere. Non c'è differenza fra nirvana e
samsara: li accomuna una medesima natura relativa.

La scuola «Yogacara». Una nuova corrente di pensiero mahayana, lo Yogacara. Fenomeno culturale
complesso, le sue origini affondano nella tradizione speculativa sulla sapienza. Nel più antico testo
yogacara, la dottrina dell'esistenza della sola mente viene introdotta nel contesto di una riflessione sulla
meditazione per comprendere il rapporto tra coscienza ed esistenza fenomenica. La tradizione yogacara
vede in Maitreyanatha il fondatore, ma furno due fratelli, Asaga e Vasubandhu, i pensatori più originali di
questa scuola. Le pratiche yoga che esploravano gli stati profondi di coscienza e le tecniche di
contemplazione del Buddha portareono alla convinzione che non esistesse altro che la mente e che tutte le
forme dell'uiniverso non fossero altro che costruzioni mentali.

«Karuna», la compassione. Insieme alla sapienza, l'ideala portante del mahayana è karuna, la compassione
per la sofferenza esistenziale che ispira il voto dei bodhisattva di porre la salvezza di tutti gli esseri come
condizione della propria salvezza. Secondo la dottrina più antica, azioni buone e pensieri virtuosi
procuravano meriti a chi li compiva tanto da assicurargli una migliore rinascita. Nella nuova dottrina
mahayana, il bodhisattva dona i suoi infiniti meriti a tutti colo che credono in lui affinchè raggiungano
l'illuinazione. Molte sono le vie per acquisire meriti ma la virtù principale è dana, la generosità.

Il «sutra del loto». Il Sutra del Loto è un testo paradigmatico della svolta teoretica del Mahayana e fonte di
altissima ispirazione religiosa. E' venerato come un testo «eterno» perchè racchiude la verità ultima, la
rivelazione più attesa, insegnata dai buddha di ogni epoca. È considerato una delle scritture buddiste più
importanti, che ha ampliamente influenzato la tradizione mahayana in tutta l’Asia orientale. Il suo messaggio
centrale è che la Buddità – una condizione di felicità assoluta, libertà dalla paura e da tutte le illusioni – sia
inerente a ogni forma di vita. In particolare, in questo sutra viene dichiarato che tutti gli esseri viventi
possiedono la natura di Budda e che non esistono categorie di persone che non possono ottenere la Buddità
nella vita presente. Viene inoltre chiarito che il Budda non esiste in qualche luogo speciale e non è un essere
soprannaturale, poiché la Buddità esiste da sempre perché è connaturata alla stessa vita dell’universo.

La teoria del «tathagatagarbha». In ogni essere era innatao un nucleo di illiminazione pura, il tathagatarbha,
la «essenza della buddhità», nascosta al fondo della mente e offuscata dai preconcetti della ragione e dalle
illusioni dei sensi. I maestri di meditazione insegnavano le tecniche meditative per liberare la mente dalle
impurità e far sbocciare la buddhità latente in tutta la sua luce di verità. Nel Mahayana l'illuminazione diventa
il vero fulcro della ricerca spirituale. Il fine del percorso del bodhisattva non è più la fuga dal ciclo delle
rinascite. Non che i maestri mahayana rifiutino il concetto di «liberazione» da ogni illusione e attaccamento,
ma ne reinterpretano il senso. Il voto del bodhisattva è di posporre la sua estinzione dino a che tutti gli esseri
senzienti non siano salvati, ma la dottrina mahayana insegna che il bodhisattva considera il nirvana un
traguardo «inferiore» e aspira a un diverso e più alto tipo di «liberazione finale», intesa come condizione in
cui l'illuminato non è attaccato all'estinzione nè al ciclo delle rinascite. Una salvezza con una forte
connotazione etica, perchè implica il dono d sè per la salvezza di tutti gli esseri.

Le Terre Pure. Le Terre Pure sono un luogo di felicità senza fine. Uno spazio purificato e illuminato dalla
sapienza e dalla compassione di buddha e bodhisattva celesti. Un luogo bellissimo e felice, governato da un
sovrano benevolo e giusto, dove coloro che soffrrono possono sperimentare una vita nuova, di pace, di
eguaglianza e di abbondanza. Con descrizioni dettagliate, i testi portano la mente a visualizzare, nel silenzio
interiore della concentrazione, queste spazialità astratte.

Il buddhismo tantrico. Gia nella tradizione mahayana erano presenti pratiche esoteriche, ma ben presto la
prospettiva teoretica tantrica si espanse perchè riuscì a interpretare meglio le inquietudini religiose del
tempo.I testi della corrente tantrica racchiudono la verità più profonda rivelata direttamente dal Buddha
supremo Mahavairocana e tramandata in segreto da maestro a discepolo al di fuori dei sutra canonici.
Si tratta quindi di una sapienza iniziativa che si nega al profano: per questo i testi usano un linguaggio
oscuro, ricco di simboli misteriosi e terrificanti. La salvezza potrà essere conquistata solo da chi si sarà
dimostrato capace di affrontare un percorso interiore aspro e vertiginoso. Sia il tantrismo induista, sia quello
budhista, pur diversi fra loro, condividono il medesimo postulato e un certo numero di pratiche di culto,
derivanti dall'idea che i sensi, la passione dell'uomo, l'energia del suo corpo e della sua menti, possono
essere sublimati per accedere all'illuminazione. Riti misterici stabiliscono il modo per piegare le forze
presenti in sè come nell'universo, far affiorare le pulsioni inconsce del desiderio e sublimarle. Per questo il
percorso mistico verso la liberazone in questa vita implica anche l'acquisizione di straordinari poteri sul
mondo e sulla mente.
Buddhismo cinese.

Buddhismo e cultura cinese. Il buddhismo ha avuto una vastissima diffusione in Asia, lungo due direttrici
principali: dall'India si è propagato verso il nord nei paesi dell'Asia centrale, per raggiungere poi la Cina e,
attraverso la Corea, il Giappone.Seguendo la rotta meridionale è giunto nel Sud-Est asiatico. Il passaggio in
Cina segna un momento cruciale nella trasformazione della dottrina indiana. I pensatori cinesi operano
grandi scelte che adattano i concetti basilari del buddhismo indiano e lo rendono coerente e in armonia con
la loro antica tradizione. Giunge in Cina nel I secolo d.C quando il paese è governato dalla dinastia Han che
garantisce pace, unità e prosperità nei commerci. Monaci missionari percorrono la stessa via di terra dei
mercanti sulla Via della Seta, la grande direttrice commerciale dell'epoca. La cultura cinese consce il
buddhismo in modo lento e frammentario perchè i testi canonici arrivano a più riprese e i Cinesi si trovano di
fronte a diverse scuole e interpretazioni diverse e contraddittorie. Un'ulteriore ostacolo alla conoscenza della
dottrina è rappresentanto dai problemi di traduzione. Esisteva un'altro problema: come tradurre i concetti
buddhisti che appartenevano a un mondo di pensiero estraneo alla tradizione filosofica cinese. I primi
traduttori scelsero di utilizzare la terminologia taoista. Un passo di fondamentale importanza perchè da un
lato tradiva l'ortodossia dell'insegnamento e dall'altro immetteva nel buddhismo nuove suggestioni
filosofiche.

Le prime scuole. Erano molti i testi fondamentali indiani di cui i cinesi erano a conoscenza suppur in
traduzioni ancora grezze. Quando il grande traduttore Kamarajiva giunse nella capitale venne messo a capo
di un centro di traduzione L'operazione sistematica di Kumarajiva di traduzione e ordinamento delle scritture
segna uno spartiacque che diede impulso del Mahayana. Nel V secolo, sull'onda di un'esigenza di
comprensione più profonda della dottrina, alcuni monaci affrontarono un viaggio verso l'India.
In seguito tornarono in Cina e continuarono l'opera iniziata da Kamarajiva, fino a produrre le traduzioni in
assoluto più vicine agli originali. L'incontro del buddhismo con la cultura cinene non fu sempre facile: il
confucianesimo non poteva accettare l'idea di vacuità o di fuga dal mondo; non potevano tollerare che il
samgha costituisse una società nella società e che non riconoscessero l'autorità sacrale dell'imperatore.
Ma storicamente il buddhismo riuscì a rispondere in modo nuovo alle istanze di salvezza di un'epoca in crisi,
mentre l'antica tradizione si era andata isterilendo.

Il «Chan». Il Chan, più conosciuto come Zen, il nome giapponese della scuola, è forse l'elaborazione più
innovativa del buddhismo cinese, frutto di una sintesi originale fra le dottrine mahayana e il pensiero taoista-
La tradizione vuoe che il fondatore sella scuola in Cina sia stato il maestro indiano Bodhidharma.
I maestri chan incentrano tuttal la pratica sulla meditazione per spingere la mente ad andare oltre le
dicotomie di cui è prigioniera e ad aprirsi all'intuizione dell'identità profonda fra il relativo e l'assoluto, e
scoprire finalmente la propria natura di buddha. L'idea che l'illuminazione non sia frutto di una graduale
acesa della mente ma che sia piuttosto racchiusa in un bruciante momento di intuizione, è un concetto
cardine del Chan. Il maestro, con l'insegnamento diretto e provocatorio, spinge il discepolo a capire i limiti
della razionalità discorsica, a superare lo studio dei testi dottrinali in favore di una diretta collisione con la
realtà.
Buddhismo giapponese.

Il buddhismo e la cultura giapponese. Il buddhismo cominciò a diffondersi in Giappome del VI secolo d.C a
opera di immigrati cinesi e coreani. Fondate su concezioni diverse e più raffinate rispetto alla tradizione
religiosa autoctona, il buddhismo fu visto non solo come via di salvezza ma anche come espressione più
avanzata della società cinese. L'azione del principe Shotoku sancì la vittoria del nuovodiscorso culturale e il
buddhismo divetò religione ufficiale. Adottata la teoria della mutua dipendenza della Legge del Buddha e
dela legge del sovrano, i monaci accettarono di essere subordinati al governo e il governo, a sua volta,
patrocinò la costruzione di importanti templi e monasteri in ogni provincia del paese. I testi delle diverse
tradizioni del pensiero buddhista arrivarono in Giappone tutti insieme e nello stesso periodo. Fiorirono sei
scuole principali impegnate in un'intensa opera di intepretazione dottrinale.

Tendenze sincretiche ed esoterismo. Presto si sviluppò tutto un mondo do asceti che cercavano l'esperienza
del sacro fuori dalle organizzazioni monastiche ufficiali, nella solitudine delle montagne. Erano gli eremiti
buddhisti che praticavano l'ascesi, i maestri del sapere divinatorio yin-yang e delle pratiche meditative del
taoismo e gli esperti delle tecniche dell'estasi che comunicavano con l'Aldilà. Le loro dottrine e i riti erano
segreti e venivano insegnati orlmente da maestro a discepolo. Più avanti queste comunità ascetiche si
organizzarono sotto la guida di maestri e con regole comuni. Si delineò un movimento religioso, lo
shugendo, in cui la dottrina tantrica si fondeva alle antiche visioni shinto-sciamaniche e ai temi della
meditazione taoista. Agli ideali di ricerca mistica di questo mondo religioso nascosto nelle montagne si
ispirarono due grandi maestri, Saiche e Kukai. Dopo aver studiato in cina, essi rinnovarono il messaggio
buddhista e proposero sistemi filosofici sistematici e omnicomprensivi.Grazie a Kukai, Saicho e poi Kakaban
anche il mondo religioso ufficiale adottò la teoria secondo cui le divinità dello shinto appartenevano al regno
dell'illuminazione: erano manifestazioni di buddha e bodhisattva. Di conseguenza venerare gli dèi equivaleva
a venerare i buddha: un espediente che permise al buddhismo di penetrare a fondo nella cultura
giapponese.

Lo sviluppo delle scuole. Nascono vari movimenti. Al di là delle differenze dottrinali questi movimeti hanno
varie caratteristiche in comune. Hanno un orientamento settario, combattivo ed esclusivista. Ognuno di essi
sceglie un'idea, una pratica particolare e ne fa il fulcro esclusivo di una speculazione coraggiosa: per le
scuole adimiste la via di salvezza è la fede nel buddha Amida, per lo Zen è la meditazione, per la scuola
Nichiren è la devozione al messaggio del Sutra del Loto. Nei periodi seguenti queste tendenze dottrinali si
cosolidarono e si approfondirono. In seguito il governo protesse le scuole buddhiste e contribuì a dar loro
stsbilità e prosperità. Esse si organizzarono in istituzioni monastiche gerarchizzate e il governo centrale si
servì di loro per combattere il cristianesimo e controllare la popolazione attraverso un capillare sistema di
parrocchie. Il rinnovamento ideologico che doveva portare il Giappone verso la «modernizzazione» non troò
la sua ispirazione nel buddhismo, ma si operò attraverso la riscoperta della antica fede shinto. Il governo
intervenne nella prassi religiosa prima per separare il culto buddhista da quello shinto, poi per perseguitare il
buddhismo. Non riuscì a distruggerlo ma riuscì a piegarlo alle esigenze della sua strategia ideologica di
controllo del consenso. L'impatto della cultura occidentale e del cristianesimo, dalla seconda metà del
secoloc a oggi, ha influenzato le varie scuole buddhiste, le quali hanno riscoperto il valore dell'attività
educativa e l'impegno nelle opere di carità. Nella drammatica crisi del dopoguerra il buddhismo ha
dimostrato la sua vitalità attraverso nuovi movimenti religiosi che hanno cercato di rinnovare l'esperienza
spirituale buddhista, fondendola nell'attività in campo sociale e politico.
Buddhismo tibetano e «bon»

Il buddhismo in Tibet. Il buddhismo giunse in Tibet attorno al VII secolo d.C con il patrocinio della casa
regnante, ed ebbe fin dall'inizio forti legami con il potere politico. Il buddhismo tibetano è caratterizzato dalla
presenza di caratteri sciamanici derivati dai rapporti con i culti pre-buddhisti e dalle tecniche tantriche
indiane. La caraterisica più appariscente del buddhismo tibetano è tuttavia la figura carismatica del Dalai
Lama, capo religioso e politico, considerato incarnazione del bodhisattva Avalokiteśvara, il bodhisattva della
compassione. Per i buddhisti tibetani, il Dalai Lama è il Quarto Gioiello che si aggiunge al Buddha, al
Dharma e al Samgha. Il sistema lamaista rielabora la dottrina della reincaranzione, che in India ha un
significato negativo, reinterpretandola in modo positivo come manifestazione della misericordia di
Avalokiteśvara. La successione del Dalai Lama non avviene per diritto di nascita, ma sulla base di oracoli e
prove iniziatiche. Accanto al Dalai Lama è importante ricordare la figura del Panche Lama, suo maestro,
considerato incarnazione di Amitabha, un Buddha celestiale. Inizialmente aveva solo compiti spirituali ma, in
questo secolo, ha assunto anche incarichi politici. Il Canone tibetano è l'opera che raccoglie i sutra, i tantra
e in generale le scritture buddhiste ritenute importanti per la tradizione del Buddhismo in Tibet. Il canone fu
composto dal monaco Butön (Bu ston) (1290 - 1364) ed è diviso in due parti: Kangyur (bKa'-'gyur) e
Tengyur (bsTan'gyur). Nella prima sono raccolte le opere espressione diretta degli insegnamenti dei Buddha
o dei Bodhisattva, nella seconda i commenti e gli scritti delle varie scuole e lignaggi del Buddhismo tibetano.

Il «bon». Il bon è un'antica religione del Tibet e del Nepal[1], diffusa anche in alcune aree dell'India, del
Bhutan e in alcune province cinesi.Viene solitamente definita come religione legata allo sciamanesimo e
all'animismo. Il Bön distingue tre fasi del proprio sviluppo: una orale, di "bon manifesto", in cui sarebbe stata
prevalente la prassi dell'estasi oracolare e dei sacrifici, forse anche umani. Nella fase successiva, di "bon
differente" si officiavano soprattutto culti funerari regali. Infine i testi sacri del bon riconoscono una terza fase
di "bon trasformato", in cui si ammette l'influsso del pensiero buddhista. Quest'ultima è l'unica fase
storicamente accertabile del bon nella forma attuale e risale all'epoca dell'introduzione del buddhismo in
Tibet. Dopo la diffusione del buddhismo in Asia, si è mescolato con quest'ultimo e oggi sopravvive in una
serie di rituali e di usanze considerate compatibili con il buddhismo stesso.
Taosimo

Introduzione. Il taoismo ha sviluppato lungo i secoli un sistema di pensiero che individua il principio primo e
la meta ultima all'interno del mutamento. La Via della sapienza taoista non rifugge, ma valorizza la realtà del
mondo in tutte le sue espressioni. Il dao è il principio immanente della realtà, il respiro dell'universo e
l'essenza dell'uomo, è il ritmo segreto della natura, la logica stessa delle incessanti trasformazioni.
Dao è la «Via», principio oggettivo e verità ultima che devono essere compresi e sperimentati nella continua
ricerca interiore. Tutti conoscono il dao, eppure nessuno lo può definire. Non può essere fermato in un nome
o imbrigliato in una classificazione.Il taoismo è una tradizione iniziatica e anche per questo è difficile da
conoscere a fondo. I testi rivelato sono conservati religiosamente dagli adepti e spiegati in segreto dai
maestri; mai divulgati a gente anonima. Gli insegnamenti hanno un tono provocatorio. Il saggio taoista invita
al raccoglimento ma gioca con il bizzarro, sente le costrizioni del linguaggio e privilegia il senso della
meditazione, ama la solitudine e rifugge dagli onori del potere. Non predica, non prende l'iniziativa di
convincere gli altri. Ma a colui che cerca e che domanda, risponde. La tradizione taoista afonda le sue radici
nel buio dell'antichità. All'affermarsi del confucianesimo come ideologia dell'impero, in Cina si venne a creare
una spaccatura destinata a durare nel tempo: la colta classe dominante che governava lo stato seguiva la
dottrina e l'etica confuciane mentre le comunità locali si esprimevano nella religiosità taoista. Anche
l'individuo nella sfera pubblica osserverà i comportamenti rituali e obbedirò alle norme confuciane, mentre
nel privato cercherà la via taoista della libertà interiore e dell'immortalità.

«Yin» e «yang» e le cinque fasi. Il mutamento è il risultato dell'interazione fra i due aspetti antitetici e
complementari del dao: yin e yang. L'eterno del divenire è dato dalla loro alternanza, dal prevalere
vicendevole dell'uino sull'altro, con un respiro ciclico senza posa: quando l'uno si esprime nella sua
completezza già genera il suo contrario. E' il principio illustrato dal simbolo molto conosciuto del cerchio
diviso in due parti che si avvolgono in una spirale di espansione e contrazione. E' una modalità di
ragionamento tipica del taoismo: la tradizione dell'Occidente è stata dominata da opposizioni molto forti.
Nel pensiero cinese invece ciascuna delle due polarità concettuali, yin e yang, dipende dall'altra e richiede
l'altra per essere compresa. Cinque Fasi – Legno, Fuoco, Terra, Metallo e Acqua – sono individuate dal
pensiero taoista come agenti che fondano la varietà delle forme del mondo. In combinazione con lo yin e lo
yang esse creano uno schema complesso. Come lo yin e lo yang, anche le Cinque Fasi si compenetrano, si
producono a vicenda nello stesso ritmo ciclico. Si distruggono per rigenerarsi. Il ciclo vitale dell'universo è
regolato dal gioco di equilibri mutevoli in cui le doverse forze che lo animano non sono mai statiche.

Lo «Yiging» e la tradizione divinatoria. Lo Yijing, Classico dei mutamenti, tramanda un sistema divinatorio.
I maestri lo hanno sempre considerato tanto un manuale di divinazione quanto un'opera cosmologica, che
svelava agli iniziati tutti i meccanismi dell'universo. Fu inserito fra i Classici confuciani e in epoca più tarda
diventò un testo di astratta e rarefatta speculazione filosofica.

Il «Daodejing» e lo «Zhuangzi». Il Daodedejing è un testo scarno, incisivo, oscuro. Introduce l'ideale del
saggio taoista, una visione fondata sulla serenità interiore, che esalta la spontaneità, il raccoglimento, la non-
azione e rifiuta i valori tradizionali. Il Zhuangzi è un testo di grande fascino intellettuale e fonte di continua
ispirazione religiosa, parla della ricerca interiore del dao. Sullo sfondo c'è il tema della fuga dal mondo.
Emerge la figura del saggio immortale, proposto come modello di esperienza di salvezza. Ha realizzato in sè
il dao ed è quindi capace di infinit cambiamenti pur rimanendo sempre se stesso, unico e vero.

Corpo fisico, corpo cosmico. L'insegnamento tramandato dai maestri ha continuato a mantenere vivo l'ideale
di una vita in solitudine di osservazione attenta della natura, sei suoi ritmi, alla ricerca di una sintonia con
essa. Alla base c'è un'intuizione profonda: esiste una simmetria fra la struttura e le caratteristiche
dell'universo e quelle del corpo umano. Sono due mondi speculari: il microcosmo del corpo corrisponde in
ogni punto all'universo, nè è l'immagine fedele. Dall'idea ch l'uomo è il cosmo in una proiezione più piccola e
racchiusa, derivano due percorsi di realizzazione interiore che i maestri hanno tramandato.

L'ideale del non-agire e la ricerca dell'Uno. La Via taoista afferma che la realizzazione della sapienza è nella
non-azione. Questo concetto è interpretato in molti modi: in un primo senso come la quiete, il silenzio
interiore, l'immobilità nella concentrazione mistica; in un secondo senso come la capacità di immedesimarsi
con le leggi del divenire, un'umile assecondare i processi naturali. Laozi è considerato, insieme a Zhuangzi,
il fondatore del Taoismo, e viene considerato l'autore del Daodejing (testo sacro taoista). Se il Daodejing non
è esplicito sugli esercizi ascetici e le esperienze mistiche cui allude, il testo dello Zhuāngzǐ è più chiaro e
descrive gli stati alterati di coscienza che portano all'unione con il dao. Assorto nell'immobilità, il saggio
taoista riesce a coincidere con l tutto, recuperare l'unità fra sé e il mondo, ricostruire la non-dualità.
Non c'è dubbio che l'antica tradizione sciamanica abbia influenzato pensiero e prassi del taoismo.
Il taoismo e la sapienza confuciana. Spesso i maestri taoisti hanno considerato la sapienza di Confucio e
Mencio come una pura follia. Perchè imprigiona con i suoi riti e regole l'azione spontanea della natura;
perchè l'imposizione di ogni modello precostituito che incarni un costrutto etico-politico da violenza all'uomo,
così come le virtù sociali offuscano la purezza di un principio, quello del dao, che è al di là del bene e del
male. Ma è un merito della cultura cinese aver saputo mantenere l'originalità di entrambi i discorsi, anche se
spesso opposti, intuendo nello loro dissonanza una più profonda armonia creativa. Il pensiero confuciano
classico pone l'uomo, nella sua realtà di «essere sociale», quale unico oggetto della propria speculazione.
Confucio usa per primo la parola dao, ma ciò che cerca è il giusto corso dei rapporti sociali, la Via degli
uomini più che il dao del Cielo. Il mondo divino fa da sfondo in un quadro dove l'attenzione è tutta rivolta al
problema dell'esistenza sociale e del destino dell'uomo nella dinamica della storia. La Via confuciana è una
ricerca sull'uomo, sulle virtù che ne esaltano la natura, sul senso più profondo, sacrale, della sua azione
nella società. Confucio considerava il suo messaggio come una «trasmissione» di valori dimenticati, anche
se di fatto fu l'elaborazione geniale di una sapienza nuova che si ispirava all'antico. Di qui l'importanza delo
studio dei classici che perpetuavano il ricordo dell'età felice dei «re saggi». Sono testi aperti al commento
dell'uomo colto che ne ricerca i significati più reconditi. Tutti i filosofi dopo Confucio sceglieranno la tecnica
del commento. L'ideale dell'«uomo superiore» racchiude virtù senza tempo. Fra tutte ren è di sicuro la più
importante: è la benevolenza, l'attenzione affettuosa, la compartecipazione alle vicende felici o dolorose
dell'altro, ma è anche fermezza, di virile risolutezza. C'è una continua interazione fra ricerca dell'armonia
interiore e dell'armonia sociale, fra coltivazione personale e responsabilità politica. In questo senso la via
confuciana è via morale, via politica e anche di salvezza, perchè impone di governare con l'esempio, di
guidare il suddito facendo scoprire anche a lui la sua vera natura. Altri due postulati fondamentali sono che la
natura umana è buona e che la bontà si fonda su valori altruistici. La tradizione confuciana attribuiva molta
importanza ai riti (li) e insisteva sulla loro funzione catartica per sviluppare quegli stati interiori «buone» che
fondavano le relazioni sociali giuste. Li delimita un concetto complesso, che comprende le cerimonie ma
anche le norme tradizionali di comportamento fondate sull'onore, il rispetto e la dignità. Un modo ottimale per
riuscire a far convergere l'interiorità delle virtù dell'individuo con le esigenze del gruppo sociale. Nel pensiero
taoista c'è uno stretto legame fra la vira di perfezionamento interiore e il rituale pubblico: entrambi esprimono
la ricerca di un ordine più autentico. E' l'antica utopia di una società senza gerarchie, di uomini che, liberi da
pregiudizi da convenzioni sociali, da vincoli di legge, sanno regolarsi da soli e realizzano il dao. Ai vertici,
l'imperatore, il figlio del Cielo, garante dell'armonia fra l'ordine dell'universo e l'ordine della società, governa
come il saggio taoista, senza nulla imporre.

La Via dei Maestri del Cielo. Non è possibile parlare di una «chiesa» taoista forte e unitaria che nei secoli
abbia assunto un ruolo di difesa dell'ortodossia della dottrina e dei riti. Le comunità locali, anche se collegate
ad altre comunità, hanno sempre goduto di una larga indipendenza. La prima tradizione culturale taoista è la
Via dei «Maestri del Cielo», un movimento cinese Daoista fondato da Zhang Daoling nel 142 d.C. Le
antiche «diocesi» erano sulle montagne sacre ma successivamente i Maestri del Cielo non furono più legati
al mondo rurale e presero a insegnare negli ambienti colti della capitale. Gli adepti, uomini e donne, dopo un
periodo di apprendistato rituale e di studio della dottrina misterica, erano ordinati Maestri e ricevevano gli
scritti sui riti e sulle formule sacre, i manuali per la corretta meditazione e infine un «registro» che definiva il
loro rango nella gerarchia sia terrena che celeste. I Maestri non praticavano il celibato, vivevano in famiglia,
svolgevano un lavoro e partecipavano alla vita della comunità. Una delle caratteristiche più salienti del
movimento è quella di privilegiare l'azione rituale e utilizzare il simbolismo per tramandare la propria visione
religiosa. Il tempio apparteneva a tutta la comunità: era luogo di ritiro e purificazione dove i taoisti
comunicavano con gli Immortali e con le altre divinità del dao, offendo incenso. L'incensiere, dalla forma di
una montagna sacra, era, ed è tuttora, il punto focale di ogni rituale.

La ricerca dell'immortalità. La visione di salvezza del taoismo appare incentrata sulla ricerca della longevità e
illuminata dall'ideale dell'immortalità, poiché colui che realizza in sé i ritmi della natura e dei cicli cosmici vive
rinnovandosi perennemente. Immortalità non intesa come vita eterna dopo la morte ma come il
prolungamento dell'esistenza terrena da raggiungere con tecniche psico-fisiche che insegnano al saggio a
realizzare la perfezione. Se l'uomo volgare, che non comprende il dao, è prigioniero del destino e subisce
l'alternanza della vita e della morte, il saggio taoista conosce i meccanismi del proprio universo interiore.

Gli immortali. Le pagine dello Zhuangzi hanno fissato l'immagine degli immortali. Gli immortali vivono sulle
montagne sacre dei miti, la loro pelle è bianca come la neve, le ossa come giada, il viso spendente,
un'aureola contorna la loro testa, tutto il corpo è radioso di luce. Sono gentili e delicati come vergini. Si
nutrono di vento e bevono la rugiada. Appaiono e spariscono, fondendosi a tal punto con l'ambiente da non
essere più distinguibili. Hanno vinto un sottile, paziente gioco con il tempo e i suoi segreti. Possono vedere il
futuro e hanno il dono dell'ubiquità.
Le divinità. Nei secoli la devozione taoista ha accolto santi locali ed eroi leggendari, demoni e anime di morti
senza pace, facendone oggetto di venerazione o di esorcismo e al contempo rendendone eterea e vaga la
figura. I Maestri del Cielo riuscirono in questo modo a incalanare le forme della fede antica e a sublimare a
loro vantaggio il fervore popolare. La tradizione dei Maestri del Cielo adottò degli schemi gerarchici per
definire simbolicamente la natura, i ruoli e i comportamenti delle moltissime divinità, costruendo un governo
metaforico di celesti imperatori, regine, principi e funzionari del dao, che mantenevano la pace e la giustizia
nel mondo. Vi erano gli immortali e gli spiriti celesti o terrestri, le divinità dei monti e delle acque, del vento e
del tuono, gli spiriti del campo e del focolare, ecc., simbolizzazione sacrale delle forze della natura ed
espressione delle mutazioni del dao.

La tradizione «Shangqing». Una nuova corrente religiosa che recepiva diversi spunti della dottrina buddhista.
Con lo Shangqing si formò una nuova èlite religiosa, ben organizzata in comunità e monasteri, che relegò in
secondo piano la corrente dei Maestri del Cielo. Lo Shangqing è una tradizione mistica di ricerca interiore in
cui la concentrazione della mente, l'evocazione di visioni cosmiche, la riscoperta della fantasia mitica
contano più dell'atto rituale. L'immortalità rimane il fine ma non è più conquistata attraverso un processo
esterno ma attraverso la contemplazione interiore che trasforma la visione che l'adepto ha del mondo e di se
stesso.

La tradizione «Lingbao». Il movimento riprendeva la tradizione rituale dei Maestri del Cielo e la rielaborava,
ampliandola e arricchendola di nuovi spunti fortemente influenzati dal buddhismo Mahayana.

Meditazione e «alchimia interiore». Il Neiguan è una tradizione di meditazione e di pratiche di concentrazione


silenziosa che, sotto l'influenza del buddhismo, tende a ricreare nella mente il vuoto e l'unione con il dao.
La teoria esposta nel Neiguanjing, uno dei testi più originali, è che alla nascita l'essenza dell'uomo è pura; la
corrompono i sensi, le emozioni, le tensioni egoistiche che la turbano e la offuscano nell'ignoranza.
Distaccarsi dal desiderio, ritornare alla propria natura originale, è il ruolo della coscienza e della volontà nel
processo di salvezza: l'immortalità è la liberazione che si acquisisce attraverso il dao è il dao affiora
spontaneamente se la mente si è fatta limpida. Queste speculazioni confluiscono nella tradizione neidan.
La ricerca dell'immortalità torna ad essere una via individuale di salvezza e si separa dall'esperienza
religiosa comunitaria delle feste e del culto. Diventa un percorso arcano e solitario. La principale scuola della
tradizione neidan fu la Quanzhen che continua tutt'ora nella Repubblica Popolare Cinese. Pratica una
dottrina taoista fortemente imbevuta dei principi del buddhismo e della morale confuciana.
Shinto

Introduzione. La «Via dei kami» è un intrecciarsi poliedrico di concezioni religiose, riti e istituzioni sacrali
radicato nella storia del Giappone. Un sistema ricco e complesso che si esprime nell'umile tradizione dei
villaggi e nei culti agresti ma si traduce anche in un'istituzione religiosa a livello nazionale, fonte di
riferimento ideologico dell'autorità del sovrano. Lo shinto emerge all'alba della storia del Giappone dalla
fusione di motivi religiosi diversi. Le diverse tradizioni delle popolazioni che migrarono nell'arcipelago
giapponese dalle isole malayo-polinesiane, dalla Cina meridionale e dalla Corea, amalgamate e adattate col
tempo ai nuovi valori di una società che scopriva l'uso dei metalli, adottava la coltivazione del riso e
diventava sedentaria, formarono il nucleo dell'esperienza religiosa shinto. Dal VII secolo d.C., l'influenza
della più sofisticata cultura cinese divenne il fattore determinante nello sviluppo delle società giapponese: le
diverse teorie taoiste, confuciane e buddhiste si diffusero e vennero adottate per legittimare una diversa
concezione dello stato incentrato sulla figura dell'imperatore. Nel 712 venne compilato il Kojiki e nel 720 il
Nihonshoki. In questi testi la cultura giapponese dell'epoca, nel selezionare e trascrivere i propri miti,
rielabora la visione delle proprie origini e della propria storia. In entrambi i testi compaioni gli dèi creatori,
Izanagi e Izanami. Essi generano ogni essere dell'universo attraverso un'unione sessuale carica di desiderio
erotico. I due genitori primordiali danno vita a mari e astri, isole, foreste e campi. Questi due testi sono
fondamentali nello shinto, perchè fissano concetti, simboli e rituali e sanciscono la sacralità della dinastia
imperiale. In periodi di crisi ideologica, intellettuali, uomini di fede o di governo si rivolgeranno a questi antichi
testi, caricandoli di un'aura di divino e rileggendoli nell'utopia di potervi riscoprire la «purezza dello spirito
giapponese» e dei suoi «autentici» valori, non ancora contaminati da influenza straniere. Alla fine del IX
secolo lo shinto si era consolidato in un sistema religioso coerente di dottrine, miti, pratiche, luoghi di culto e
organizzazione sacerdotale.

Il divino e la purezza. L'esperienza religiosa shinto è animata dall'idea di una sostanziale identità fra divino e
umano. Prevede l'adorazione dei kami, ossia divinità soprannaturali misteriose e sfuggenti, con potere
creativo e distruttivo, che si rivelano negli elementi della natura, negli animali e nell'uomo. Più umili, ma cerro
più radicati nella fede popolare sono i kunitsukami, gli dèi della terra. Gli dèi pervadono tutti gli aspetti
dell'esistenza: ogni kami ha in sé una forza, detta tama, che può essere armoniosa, buona, serena come
rude, selvaggia, violenta. Dipende dall'uomo controllarne le potenzialità con un'azione rituale corretta e
indirizzarle a proprio favore. Questa stessa essenza di energia è presente anche negli uomini, è la loro
«anima», che deve essere «pura». La concezione di purezza e di impurità sono di fondamentale importanza.
Lo shinto non ha elaborato il concetto di peccato come violazione di un comandamento divino di carattere
morale. Tsumi è uno stato di impurità rituale che allontana l'uomo dagli altri uomini e da dio. L'atto di
purificazione che riporta l'armonia non prevede una confessione di peccati o una conversione interiore.
L'atto di purificazione diventa, nella prassi shinto, un concentrarsi silenzioso della mente, la ricerca di una
dimensione di chiarezza interiore, di sincerità vista come perfetta aderenza, al di là del bene e del male, tra il
proprio pensiero e le scelte di azione. Nella fede shinto c'è il senso di un'accettazione totale della vita di
questo mondo, un'adesione spirituale profonda alla natura, un gusto per il fare, creare, produrre, e anche
gioire dei piaceri del corpo, nella serena certezza che spirito e materia sono fusi insieme e nella speranza di
una salvezza che è raggiungibile qui, ora, in questo mondo. Una prassi religiosa quotidiana che si traduce
nella ricerca di una felicità immediata, pratica e personale, che valorizza la salute, il benessere economico,
la riuscita nel lavoro e l'armonia nelle relazioni sociali. Anche la maggior parte dei movimenti shinto moderni
non disgiungono mai la salvezza del corpo da quella dello spirito.

La tradizione sciamanica. Nel rito della tradizione sciamanica i kami possedevano il corpo di una medium
che divinamente ispirata comunicava il volere di Dio. Oggi la miko è una giovane donna del santuario che,
composta e solenne, esegua la danza kagura durante i riti comunitari. Anticamente era la sciamana.
La vocazione di questa sciamana avveniva per elezione divina, attraverso sogni iniziatici o con un'impovvisa
possessione. Seguiva poi un periodo di dura ascesi, da cui apprendeva il repertorio di danze, inni sacri,
litanie e incantesimi della tradizione. Una cerimonia di sposalizio con la divinità segnava la pienezza del suo
ruolo sacrale. La miko svolgeva un ruolo centrale nella società. In seguito con l'influenza dell'ideologia
confuciana e del buddhismo, le esperienze estatiche furono bandite e relegate a realtà religiose più
marginali. Oggi le sciamane vivono nelle isole Ryukyu e nelle zone rurali del nord del Giappone.

Lo spazio sacro. Il santuario è spesso costruito alle falde della montagna, immerso in una foresta: esso
segna il confine tra il regno degli uomini e quello degli dèi. La montagna è lo spazio del sacro, il mondo
misterioso dello yama no kami, dio della risaia, della fertilità e della ricchezza. E' anche il regno delle anime
dei morti oltre che luogo dell'esperienza mistica degli asceti. Essi, ai margini del mondo religioso ufficiale,
fondevano in modo originale l'antica fede shinto con le teorie taoiste, le pratiche dell'estasi e la dottrina e i
rituali del buddhismo.
I riti comunitari. Il matsuri è un processo rituale rigorso e complesso che si incentra sull'incontro e la
comunione delle offerte tra una ben definita comunità e la sua divinità tutelare L'avvicinarsi dell'evento è
scandito dall'infittirsi delle regole di purezza e interdizioni di impurità che coinvolgono tutti i partecipanti e
trasformano la vita quotidiana del gruppo. Gli ultimi riti di purificazione aprono la cerimonia. Nel santuario, il
sacerdote legge le antiche formule rituali e prega il dio di discendere tra gli uomini. Come tutte le grandi
feste, i matsuri definiscono l'identità dei un gruppo sociale, ne sanciscono le gerarchie sociali e legittimano in
termini sacrali il potere di certe famiglie. Spesso colui che officia il rito e che, solo, può avvicinare il dio e
pregarlo è il capo del villaggio e sovente egli fa si che durante il banchetto sacro vengano definiti e risolti fra i
capifamiglia i problemi che travagliano la comunità. Il matsuri è anche tempo di festa con gare,
rappresentazioni teatrali, danze sacre, musica, spettacoli e durante l'anno i matsuri scandiscono le fasi più
importanti della coltivazione del riso. L'esperienza shinto si articola secondo schemi di relazioni religiosi
circoscritte, all'interno di differenti mondi sacri, autonomi l'uno dall'altro. Il primo vero nucleo religioso
istituzionale è lo ie, il clan, che ha le sue divinità protettrici, gli antenati e i kami. L'autorità religiosa è
incarnata nel capoclan che officia i suoi riti nel luogo più importante della sua casa con una srie di cerimonie
famigliari. Il modello familistico è trasportato nell'esperienza religiosa del villaggio. Anch'esso infatti ha le sue
divinità specifiche destinatarie di un culto officiato dal capovillaggio. Altre istituzioni creano un loro sfera di
attività religiosa. Al vertice della piramide sociale c'è il sovrano, che riassume tutti i diversi mondi culturali e
diventa il simbolo primo dell'unità del popolo giapponese. Una società gerarchica come quella giapponese
tradizionale trovava la sua legittimazione ultima nella figura del sovrano:egli aveva diritto all'obbedienza e
alla lealtà dei sudditi perchè aveva ricevuto il mandato dal Cielo attraverso una linea ininterrotta di antenati
che risaliva fino alla dea del sole.

Il sincretismo religioso. Solo quando la nuova dottrina buddhista riuscì a trovare un'armonia con la fede
shinto, riuscì davvero a penetrare nella cultura giapponese. La peculiarità dell'esperienza giapponese sta nel
modo in cui le diverse tradizioni religiose hanno interagito e si sono influenzate tra loro e nel modo in cui la
visione shinto le ha interpretate, modificate e amalgamate senza rinunciare a quelle concezioni profonde che
costituiscono il cuore della propria, originale concezione del sacro. Già all'inizio dell'VIII secolo nei templi
buddhisti si pregavano i kami, anche se questi primi monaci consideravano le divinità scinto come esseri
ancora prigionieri del ciclo delle rinascite e quindi inferiori ai buddha. Col tempo i religiosi itineranti e gli
asceti delle montagne, presero a fondere l'antica visione sacra con i temi e i rituali buddhisti, con le pratiche
estatiche e le dottrine taoiste. Di conseguenza venerare i kami equivalse a venerare i buddha. Il buddhismo
si appropriava così della spiritualità autoctona, si radicava in profondità nel tessuto culturale giapponese, lo
influenzava e, a sua volta, ne veniva influenzato in modo originale. Sotto l'inflenza del confucianesimo, le
concezioni shinto sul divino assunsero ulteriori caratteristiche. Nel rapporto uomo-kami venne asscentuato
l'elemento morale con le nozioni di onestà, sincerità e rettitudine.

Le correnti dottrinali. Nonostante le tendenze al sincretismo, lo shinto mantenne, nelle umili tradizioni dei
santuari dei villaggi, la sua indipendenza. In contrapposizione al crearsi movimenti buddhisti settari e radicali,
anche il mondo religioso dello shinto per reazione cercò di riscoprire la sua originalità e di rispondere in
modo diverso alle esigenze nuove della società. Su questa linea di indipendenza e di ricerca teoretica si
formò la scuola dello Yuitsushinto, basata sulla dottrina tramandata da numerose generazioni della famiglia
sacerdotale Yoshida, la quale sosteneva che lo shinto era la fede più profonda e originale, cui anche il
confucianesimo, il buddhismo e il taoismo si erano ispirati. Il periodo feudale vede la tradizione shinto
riprendere vigore. Nella stessa epoca, vari intellettuali e studiosi, lontani dal mondo dei letterati confuciani e
di spirito fondamentalmente anti-buddhista, cercarono di definire una nuova visione del mondo, della storia e
del destino dell'uomo nella società. Si rivolsero a un passato mitico e si avvicinarono con rigore filoogico ai
testi più antichi della mitologia, di letteratura e di poesia. La figura di maggiore spicco fu Motoori Norinaga, il
quale propugnava un rifiuto radicale della razionalità filosofica dei confuciani e degli ideali buddhisti in favore
di un ritorno alla purezza della sensibilità dello spirito giapponese, che poteva essere ritrovato solo nelle
radici autoctone della spiritualità shinto. La visione del mondo e della società, che Motoori Norinaga
delineava in termini vaghi e venati dall'utopia di una lontana età dell'oro, fu tradotta in una più precisa
teorizzazione di carattere politico e sociale da Hirata Atsutane, con le sue idee sulla sacralità della figura
dell'imperatore, il destino della nazione e la «Via dei Kami » come unica vera religione del Giappone.

Lo «shinto» e la modernità. Paradossalmente il processo di occidentalizzazione in cui il Giappone si


avventurò alla fine del XIX secolo, fu sostenuto ideologicamente proprio da quella che era la visione religiosa
più arcaica. Le sue concezioni servirono alla classe dirigente per manipolare il consenso verso radicali
mutamenti economici e sociali imposti dall'alto. Nella prima metà del Novecento il governo riuscì a creare
un'ideologia religiosa di stato utilizzando l'antica dottrina sulla suprema autorità del sovrano di origine divina
e, mentre il dissenso politico veniva gradualmente imbrigliato e messo a tacere, le autorità premevano sul
senso di disciplina, obbedienza, unità alla nazione. Fu attuata una politica di sistematica ingerenza nelle
antiche pratiche di fede e fu gradatamente realizzata un'unione fra organizzazione religiosa e stato dalle
tonalità sempre più nazionalistiche. Infine l'organizzazione dello shinto di stato passò sotto l'edigia del
Ministero degli Interni. Le scuole buddhiste e le Nuove Religioni furono perseguitate e ridotte al silenzio.
Dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale, tutto il sistema fu smantellato. La nuova costituzione
sancisce la libertà di culto.