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La riflessione critica in Europa e la fisica teorica

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Salvo D’Agostino

LA RIFLESSIONE CRITICA IN EUROPA


E LA FISICA TEORICA

Introduzione

La Fisica Teorica sorse e si affermò nell’Europa di fine Ottocen-


to, anche se le sue radici più lontane sono nell'illuminismo e quelle
più vicine nelle scienze di Founer e di Ampère; la divisione del la-
voro scientifico fra attività teoriche e sperimentali era stata comune
nei secoli XVII e XVIII a varie scienze, fra le quali la fisica, ma
soltanto nella fisica di fine Ottocento la ricerca e l'insegnamento
teorico divennero una specialità a se stante1. La sua affermazione
non avvenne senza contrasti e incomprensioni sia sul piano istitu-
zionale che su quello delle idee. Non fu facile persino ai fisici che
contribuirono al suo affermarsi rendersi pienamente conto del nuo-
vo tipo di ricerca: Ludwig Boltzmann, il grande scienziato austria-
co, affermava nel 1895 che "persino la comprensione di questo
concetto [quello di fìsica teorica] non è del tutto facile"2.
Se è vero che la fìsica teorica si affermò principalmente nella
scienza tedesca ed ivi ricevette per prima anche riconoscimenti isti-
tuzionali (il primo insegnamento ufficiale di fìsica teorica fu tenuto
nel 1891 da Heinrich Hertz, a Bonn, a cui succedette Max Planck)
occorre riconoscere che fisici di altri paesi europei ebbero parti im-
portanti nella sua affermazione3. Sin dall'inizio dell'Ottocento in
Francia in Inghilterra e in altri paesi europei i fisici-matematici
come Ampère e Fourier prepararono attraverso la "fisica matemati-
ca" gli strumenti analitici per la nuova disciplina. Ad esempio, i fi-

1
W. Wien, Ziele und methoden der theoretischen Physik, «Jahrbuch der
Relativität und Elektronik», 12 (1915), pp. 24l-59: 241.
2
L. Boltzmann, Popoläre Schriften, Leipzig, 1905, p. 94.
3
Ibid., p. XVI.
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sici-matematici francesi Lamé, Poisson e Cauchy perfezionarono


l'analisi infinitesimale e il calcolo attraverso i tentativi di costruire
modelli elastici di un etere adatto a sostenere le teorie elastiche del-
l'ottica. Com'è noto, la tradizione di questa disciplina fiorì a metà
secolo in Inghilterra a Cambridge con le teorie di G.Green e
G.G.Stokes e nella Francia di fine secolo fu illustrata dalla grande
opera di Henri Poincaré - per non citare che i maggiori esponenti
della fisica e della fisica-matematica della seconda metà dell'Otto-
cento.
Nella seconda metà dell'Ottocento e nei primi decenni del nuovo
secolo, la tendenza verso una riflessione critica sulla scienza assun-
se in Germania le grandi dimensioni e il rilievo ben noti. Ma occor-
re constatare che essa, pur con un minore rilievo, fu comune alla
scienza dei grandi stati scientifici Europei, alla Francia, (Poincaré,
Duhem), all'Inghilterra (Maxwell, Eddington). Il fatto è che la ri-
flessione critica accentuò in Germania, pro o contro, il problema
dell'a-priori nella fisica e nella scienza, innestandosi sulla ricca tra-
dizione dell'apriorismo kantiano e neo-kantiano, che aveva avuto
un illustre esponente in Helmholtz e un cospicuo seguito in Hertz,
Boltzmann, Mach, Planck, sino alla ripresa einsteiniana.
Anche in Italia nello stesso periodo fiorì una importante scuola di
matematici e fisici-matematici4, fra i quali menzionerò qui per bre-
vità soltanto Gregorio Ricci-Curbastro e Tullio Levi Civita, le cui
ricerche riguardarono, assieme agli argomenti della grande scienza
europea, anche importanti innovazioni utili alla Relatività Generale
di Einstein.
Si può quindi affermare che la fisica teorica è scienza tipicamen-
te europea anche se essa si diffuse nei primi decenni del Novecento
in Usa e in altri paesi del mondo orientale come l'India e il Giap-
pone. Tuttavia in questo lavoro, che riguarda un conciso esame di
un problema storiografico ed epistemologico che ha ricevuto più

4
Cfr. R. Tazzioli, I contributi di Betti, Beltrami alla fìsica matematica
italiana, in (a cura di P.Tucci), Atti del XVII Congr. Naz. di St. della Fis.
e della Astr., Milano, 1917.
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estese e dettagliate attenzioni nella bibliografia5, limiterò il signifi-


cato del termine fisica teorica (indicato in seguito con TP) per indi-
care quelle teorie che si cominciarono a sviluppare nell'ultimo
quarto dell'Ottocento, principalmente in Germania. Dedicherò an-
che un breve esame alla situazione della fisica teorica in Italia nei
primi decenni del Novecento ed all'emergere della figura e dell'o-
pera del primo fisico teorico italiano, Enrico Fermi.

1. La fisica tedesca nell'ultimo quarto dell'Ottocento

Secondo le incisive considerazioni di Ernst Cassirer6, molti capi-


toli della fìsica di fine Ottocento esprimono la consapevolezza di
una crisi nei fondamenti stessi della fisica. Mentre dai tempi di Ga-
lileo e di Newton, pur nella diversità delle teorie, il loro riferimento
ontologico non era messo in discussione7 (cioè si sapeva di che co-
sa, di quali oggetti naturali, si stesse parlando) alla fine del secolo
la nuova fisica, seguita alle teorie del campo elettromagnetico di
Maxwell e di Hertz, e alle scoperte dei raggi Röntgen e dell'elettro-
ne, mise in discussione proprio questo aspetto. I fisici furono quasi
costretti dallo sviluppo della loro disciplina a prendere in conside-
razione i fondamenti ontologici e, ciò facendo, dovettero confron-
tarsi con il pensiero fìlosofico.
Cassirer parla al proposito di una riflessione critica sulla stessa
fisica che, se pure non del tutto assente nel passato, ebbe sviluppi
considerevoli nel periodo in questione.
Per rendersi conto del mutato contesto teorico-sperimentale in
cui si inserisce la TP si può cominciare col riferirsi all'opera di al-
cuni dei suoi pionieri, come Hermann von Helmholtz, Heinrich
Hertz e Ludwig Boltzmann. Helmholtz aveva una formazione ini-
ziale di medico, e proseguendo i suoi studi sulle percezioni e ba-

5
Ch. Jungnickel, R. Mc Cormmach, Intellectual Mastery of Nature,
Theoretical Physics from Ohm to Einstein, 2 vols., Chicago, 1986; v. I,
Preface, p. XIX.
6
E. Cassirer, The Problem of Knowledge, Philosophy, Science and Histo-
ry since Hegel, Yale, 1950, p. 82.
7
Ibid., p. 84.
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sandosi sulla fondamentale scoperta di von Muller, la cosiddetta


tesi dell'energia specifica dei sensi, era arrivato al problema dell'a-
priori kantiano attraverso la fisiologia. Nel suo indirizzo rettorale
"I fatti nella percezione"8 dichiarava che scienza e filosofia incon-
trano gli stessi problemi provenendo da direzioni diverse9. Sulla
tesi kantiana dell'origine a priori degli assiomi che stanno alla base
della geometria di Euclide, egli pensava di aver migliorato lo stes-
so Kant provando che ciò che è a-priori non può essere cosi pieno
di contenuti empirici come gli assiomi euclidei10.
Il risultato di questa riflessione critica assieme ai nuovi esperi-
menti e alle nuove teorie portò a una trasformazione non solo nelle
teorie ma nei fondamenti stessi e nei metodo della fìsica. In sintesi,
la trasformazione dei fondamenti della teoria fìsica portò ad un al-
lentamento del tradizionale rapporto tra teoria ed esperimento – al-
la rinuncia cioè dell'idea di crucialità nella verifica sperimentale,
risalente alla scienza di Galileo-Newton - e al riconoscimento del
problema del pluralismo teorico11. Botzmann, Hertz, e lo stesso
Einstein, dedicarono pagine dei loro scritti all'esame del problema.
Molto significativamente la sottodeterminazione del sistema-
teoria nei riguardi dell'esperimento condusse alla rinuncia di un
concetto di teoria come descrizione della natura a favore di una te-
oria come sua interpretazione (Bild, Scheinbild)12.

8
H. Helmholtz, Die Tatsachen in der Wahmehmung in: H. Helmholtz,
Populäre wissenschaftliche Vortrage, 2 vols., 1865 and 1871; H. Helm-
holtz, Vorträge und Reden, v. II, pp. 215-247, 387-406.
9
Ibid., p. 117.
10
Ibid., p. 128, passim.
11
S. D'Agostino, A Consideration on the Rise of Theoretical Physics in
Europe and its Interaction with the Philosophical Tradition, in: F.
Bevilacqua (a cura di), History of Physics in Europe in the XIX and XX
Centuries, SIF, Bologna, 1993; Hertz and Boltzmann on the Bild-
Conception of Physical Theory, «History of Science», 28 (1990), pp. 381-
398. È significativo che con la relatività di Einstein cominci la discussio-
ne sul problema della Vieldeutigkeith (sottodeterminazione empirica della
teoria o indeterminazionismo teorico).
12
D'Agostino, Heinrich Hertz on the Methods of Theoretical Physics: Ho-
lism and Bild Conception of Theory, in: Prospettive della Logica e della
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A queste trasformazioni nell'idea stessa di teoria fisica si accom-


pagnò un'accentuazione della concezione strumentalistica13 che,
manifesta in Ernst Mach, e serpeggiante negli energetisti, Helm,
Ostwald, riappare in seguito con Arnold Sommerfeld. Ma allo
strumentalismo fece da contraltare un'esigenza di riflessione critica
sul metodo e sulla natura della scienza, che produsse, fra le altre
cose, un’individuazione di criteri di selezione delle teorie interni
alle teoria stesse, quindi di carattere extra-empirico o, addirittura,
anti-empirico. Infatti, Hertz enunciò addirittura un a-priori norma-
tivo nella scelta delle teorie, nella sua grammatica logica, come e-
sigenza inderogabile di una buona teorizzazione14.
Ma è specificatamente l'epoca di Max Planck (1858-1947) che
corrisponde alla forte affermazione, sia culturale che istituzionale,
della fisica teorica di cui egli è uno dei primi cattedratici. La ri-
chiesta che la ricerca gli poneva, per così dire, fra le mani, nel
1899, di introdurre un quanto di azione nel continuo della teoria del
campo elettromagnetico, era tanto più inopportuna quanto più in
controfase rispetto al suo programma di realizzare una teoria unica
del continuo fisico che comprendesse l'elettromagnetismo e il suo
terreno di ricerca in termodinamica. Infatti, della sua introduzione
del quanto nella formula della radiazione di corpo nero si è parlato
come di un suo "atto di disperazione", quasi una forzatura alla sua
idea di fisica, a cui egli cercherà varie volte di rimediare nel corso
del suo successivo lavoro. È su questa problematica che si innesta
la sua innovativa concezione del compito del fisico teorico: è al fi-
sico teorico che egli rivendica il fondamentale compito di dare un
significato fisico alle misure, cioè: dare al "nucleo stabile", che egli
intuisce dietro all'episodicità strumentale della misura, "l'involucro

Filosofìa della Scienza. Atti del Convegno della SILFS, Roma-Pisa,


1996-1998.
13
Per strumentalismo scientifico si intende una concezione che assegna
alla teoria soltanto la funzione di utile strumento per progettare nuovi e-
sperimenti strumentali e trovare eventualmente nuovi risultati, senza che
la teoria, anche se confermata, abbia valore conoscitivo.
14
H. Hertz, Prinzipien der Mechanick in neuen Zusammenhange darge-
stellt, Leipzig, 1894.
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logico linguistico che consenta di inserirla in un processo reale di


cui essa stessa costituirebbe il segno"15.
Il concetto fisico secondo Planck, diversamente dalla misura, ha
qualcosa di indipendente dall'uomo che lo ha pensato (è questo
l'importante tema planckiano della progressiva eliminazione del-
l'antropomorfismo nella teoria fisica); ma affinché questo nucleo
stabile, concreto, generalizzabile, possa essere compreso, esso deve
essere espresso e connesso agli altri nuclei in termini più o meno
antropomorfizzati, utilizzando cioè quel sistema logico linguistico
che l'uomo ha sviluppato nella scienza16. Così la ricerca del senso
fisico conduce alla ricerca del riferimento (al mondo reale). È così
che il cerchio si chiude, inserendo in una unità fisica-teorica e fìsi-
ca sperimentale17. Ne consegue che "il senso fisico di una misura è
in ultima analisi il risultato di un compromesso" (Planck) fra il ten-
tativo di inserirlo in un determinato concetto che lo possa guidare
verso il suo riferimento reale e il condizionamento strumentale del-
la stessa. A volte il compromesso è impraticabile, e allora si deve
cambiare il concetto o il sistema di concetti. Ciò comporta la solu-
zione di un contrasto fra due principi, su uno dei quali il vecchio
sistema dei concetti si regge, con la necessità di cambiarne uno.
Però tale processo non consiste nel rifiuto o negazione di uno dei
due, ma nell'introduzione di un altro principio che sia la sintesi, a
livello più alto, di tutti e due.
In questo senso, Planck tiene ad affermare che, pur nello svilup-
po sorprendente di nuovi concetti, non si possa mai parlare di un
vero contrasto fra due teorie scientifiche, nel senso di una sconfitta
della validità scientifica della teoria perdente.

15
M. Badino, L'epistemologia di Planck nel suo contesto storico, Napoli,
2000, pp. 1-318 e 268.
16
Ibid., p. 286
17
Per il fisico tedesco, il processo di eliminare l'origine antropomorfica
dei concetti "non è propriamente la negazione dell'origine sensibile dei
concetti, negazione che renderebbe il concetto un'entità intimamente con-
traddittoria, ma è quella di rendere indipendente dalla sua origine sensibi-
le la funzione principale del concetto: quella di guidare verso il suo rife-
rimento reale" (Ibid., p. 387).
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Occorrerebbe piuttosto considerare che le nuove teorie propon-


gono una forma della loro conferma: è proprio su questa conferma
che Planck gioca quella prospettiva continuista, che egli ritiene es-
senziale alla sua idea di effettiva conoscenza scientifica18. Nello
stesso tempo egli è consapevole e testimone delle innovazioni ri-
chieste alla teoria dai risultati pressanti (ma non cruciali) dell'espe-
rimento. Questo contrasto fra continuismo teoretico e imprevedibi-
lità sperimentale richiede una conciliazione che Planck effettua sul
piano di una filosofia della misura e del suo significato. È in questa
sintesi che si realizza quel drammatico problema del superamento
delle pur valide vecchie teorie, senza che ciò comporti una loro ne-
gazione: essenzialmente, Planck introduce quello che sarà chiama-
to poi il glorioso Principio di Corrispondenza, sul quale si fonde-
rebbe l'idea stessa di una unità della fisica19.

2. La fisica teorica in Italia: riforme istituzionali ed evoluzione


culturale

L'idea che la conoscenza fisica si potesse ottenere a tavolino me-


diante un'elaborazione concettuale che interpretasse i dati speri-
mentali, senza metter direttamente le mani nel costoso e prestigioso
laboratorio sperimentale, che, in Germania, era gestito dai pochi
Ordinari, fu il risultato di una lenta e non facile evoluzione dell'i-
dea di ricerca in fìsica. È così che una storiografìa, anche se conci-
sa, della TP non può fare a meno di prendere in considerazione una
storia delle istituzioni. Nello stesso tempo, nelle università tede-
sche si era infatti prodotta una richiesta di modifiche istituzionali
da parte di "Privatdozenten" e categorie affini, tendente ad ufficia-
lizzare insegnamenti di fisica non-sperimentali. Speciali condizioni
istituzionali e culturali nella comunità dei fisici consentirono quin-
di che tale processo evolutivo ricevesse una sanzione accademica

18
Ibid., p. 268.
19
Cfr. S. D'Agostino, A Controversial Role for Correspondence in Theo-
retical Physics and Quantum Mechanicas, in: G. Carola, A. Rossi (a cura
di), The Foundation of Quantum Mechanics. Atti del Congresso di Lecce
1998, World Scientific, 2000.
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mediante l'istituzione delle prime cattedre di fisica teorica. Le pri-


me cattedre furono tenute da Gustav Robert Kirchhoff a Berlino,
da Hertz e poi da Planck a Bonn nel 1894.
Mi sembra dunque che questo sia un emblematico caso storico di
interazione fra una politica degli interessi di una parte della comu-
nità dei fisici (la difficoltà dei "Privatdozenten" a svolgere la ricer-
ca ufficiale a carattere prevalentemente sperimentale che era affi-
data alle mani dei pochi Ordinari) ed una concomitante trasforma-
zione del significato di ricerca in fìsica, che si può far risalire alle
idee di Helmholtz e Kirchhoff e all'interpretazione che il metodo di
Maxwell aveva ricevuto da parte di Hertz e Boltzmann, ma che ri-
cevette una formulazione coerente nelle idee di Planck sopra ac-
cennate.
È anche nell'ambito di questa storiografìa che diventa interessan-
te un confronto fra la rapida affermazione della TP in Germania e
la situazione della ricerca fisica in Italia. Fra Ottocento e Novecen-
to, la situazione della fìsica italiana era caratterizzata da un preva-
lente interesse per gli aspetti applicativi, mentre poco interesse ve-
niva destato da ricerche di fìsica fondamentale (teoreticamente
conformati) come quelle che riguardavano la natura dei Raggi Ca-
todici e la scoperta dell'atomo di elettricità, l'elettrone20. Mentre
non si può negare la verità storica del precedente giudizio, si deve
però anche osservare che alcune università e istituzioni italiane,
come l'Università di Pavia, la Specola dell'Osservatorio del Colle-
gio Romano a Roma, l'Istituto Tecnico di Firenze, avevano dei la-
boratori fomiti di apparecchiature tradizionali, in alcuni casi ancora
validi per una ricerca avanzata in fisica21.
È certamente vero che la recente riunificazione del paese, la crisi
economica e le scarse risorse destinate alla ricerca e allo sviluppo
dell'industria, furono fattori che impedirono uno sviluppo della
scienza e della fisica italiane paragonabili alle grandi nazioni scien-
tifiche europee. Si potrebbe anche dire che un ostacolo a un rinno-

20
Negli scritti a carattere generale metodologico, ad es. di Garbasso, tra-
spare inoltre una sfiducia per la matematizzazione spinta delle teorie, pro-
prio in controfase con gli sviluppi della fìsica teorica del tempo.
21
G. Giuliani, II Nuovo Cimento, Novant'anni di Fisica in Italia 1855-
1994, Pavia, 1996, p. 25.
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vamento della ricerca fu posto da una situazione socio-istituzionale


che si rifletteva sugli istituti di cultura superiore, introducendo au-
toritarismo culturale eccessivo (sotto questo aspetto non dissimile
da un'analoga tendenza in Germania), burocraticismo, e un troppo
lento reclutamento di giovani forze intellettuali capaci di critica
dell'esistente.
Ma, ciò detto, sembra di poter affermare che il disinteresse non
era, come è stato qualche volta detto, una conseguenza di un ecces-
sivo coinvolgimento dei fisici italiani nell'attività sperimentale ri-
spetto alla teorica, ma piuttosto effetto di "una carenza culturale
complessiva, non solo strettamente disciplinare"22. Se si volesse
precisare il significato di questa carenza si potrebbe affermare che
il rinnovamento in Italia fu pregiudicato da una tradizione culturale
che aveva fatto scarso posto ad interessi epistemologici, cioè a
quella riflessione critica a cui si riferiva Cassirer.
Vediamo di verifìcare questa tesi con alcuni dati oggettivi. Intor-
no al 1900, il rapporto fra il numero medio dei fisici in ciascuno
dei principali paesi europei (e in USA) e quelli italiani oscillava fra
2 e 1,5. Questi paesi avevano quindi un numero maggiore di addet-
ti alla ricerca fisica, ma non si può parlare di una rilevante spropor-
zione rispetto all'Italia, quale sarebbe stata ad es. quella di un ordi-
ne di grandezza. Si troverebbe forse una sproporzione maggiore se
si confrontassero le spese destinate alla ricerca in questi paesi e in
Italia. La frazione del reddito nazionale spesa per l'università ita-
liana raddoppia passando dal 1872 al 1915, pur rimanendo bassa in
assoluto; (0,06 e 0,12 rispettivamente)23. Inoltre, il patrimonio
tecnico dell'industria italiana era arretrato rispetto a quello dei pae-
si maggiormente sviluppati e le sue richieste alla ricerca fisica qua-
si nulle.
Ma è significativo per la mia tesi che, pur consapevoli delle ca-
renze della situazione economica e industriale del paese, alcuni
scienziati ritennero ugualmente la necessità di un rinnovamento sul
piano culturale e istituzionale. La fondazione nell'anno 1897 della

22
Ibid., p. 122.
23
A titolo orientativo, nel 1930, le dotazioni annuali di alcuni istituti di
fìsica variavano fra 11.000 e 30.000 lire (Ibid., pp. 9, 10) (fra 6 e 15 mi-
lioni di oggi in una mia stima).
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Società Italiana di Fisica ad opera dei maggiori fisici del tempo, si


proponeva di collegare le ricerche dei fisici italiani, spesso isolati
nelle università del paese24. Inoltre, l'interesse dichiarato per i do-
centi della scuola secondaria rappresentava la consapevolezza dei
maggiori fisici italiani fondatori della società che il problema dello
sviluppo della fisica in Italia si poneva anche come problema cultu-
rale del paese, cioè anche come problema di uno sviluppo di una
cultura scientifica di base25. Questo, che ha sempre rappresentato il
tallone di Achille dei programmi di sviluppo della scienza in Italia,
veniva allora riconosciuto come un problema importante, anche se
i consensi sui mezzi per affrontarlo dovevano cozzare con la parti-
colare struttura piramidale delle varie università. In ogni caso, la
diffusione fra i soci del Nuovo Cimento ebbe un benefico influsso
sulla ricerca italiana.
È rilevante notare che fra i maggiori esponenti della Società Ita-
liana di Fisica figuravano, assieme a Righi, Blaserna ed altri speri-
mentali, anche fisici-matematici come Beltrami e più tardi Volterra
(che ne divenne direttore nel 1906). La società rappresentava quin-
di il luogo adatto a quella maggiore collaborazione e interazione
fra la cosiddetta scienza pura e gli sperimentali che si era realizzata
in Germania con Helmholtz ed Hertz, e, in Inghilterra con i post-
maxwelliani e, in un certo senso, con il lavoro di J. J. Thomson al
Cavendish Laboratory.
Si deve però osservare che in Italia nei primi decenni del Nove-
cento la collaborazione e interazione fra teorie ed esperimenti nel

24
Com'è palesamente affermato nella frase introduttiva dell'appello dei 38
docenti universitari fondatori: "I sottoscritti, animati dal desiderio di
stringere meglio i legami che uniscono i cultori delle scienze fisiche in
Italia, si fanno promotori di una Società Italiana di Fisica" (Ibid., p. 25).
25
Nel mese di febbraio la redazione del Nuovo Cimento pubblicava l'e-
lenco di 214 soci, di cui ben 110 (oltre il 51) docenti di scuola secondaria.
Nel bando di fondazione si dichiarava anche che la pubblicazione sul
Nuovo Cimento, il giornale della società, di traduzione di articoli dei
principali giornali esteri di fisica doveva riuscire "sommamente utile ai
Professori di Scuola Secondaria e in generale ad ogni cultore delle scienze
esatte" (Ibid.).

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campo della fìsica non si realizzò. È ovvio che la situazione socio-


economica italiana contribuì a deprimere la ricerca in fisica sia sot-
to l'aspetto sperimentale che teorico. Ma a questo riguardo occorre
introdurre ulteriori precisazioni. Se è pure vero che esisteva in quel
periodo una certa separatezza culturale e istituzionale fra i fisici-
matematici che operavano nelle facoltà di matematica e i fisici spe-
rimentali che operavano nelle diverse università del paese, sarebbe
errato attribuire questa separatezza a una caratteristica della fisica-
matematica, come a una sua costituzionale incapacità di confron-
tarsi ed incontrarsi con la sperimentazione. Questo giudizio viene
infatti smentito dalla stessa realtà storica italiana, perché si deve
prendere atto che nella stessa Italia la collaborazione fra fisica-
matematica ed elettrotecnica produsse buoni frutti nel campo del-
l'ingegneria elettrotecnica; nello stesso periodo il modello dell'in-
gegnere elettrotecnico esperto di fisica-matematica ebbe un largo
seguito nell'ingegneria elettrica italiana: uno dei suoi maggiori e-
sponenti fu Giovanni Giorgi.
È su questo sfondo che acquista un grande interesse l'affermarsi
in Italia della fisica teorica, principalmente con l'opera e la figura
di Enrico Fermi26. La sua opera, pur situandosi in senso lato nella
tradizione di una fisica italiana che aveva raggiunto anche in tempi
recenti, dopo la morte di Righi, un buon livello di ricerca nel cam-
po sperimentale, non ne rappresenta in senso stretto la continuazio-
ne, ponendosi come una svolta significativa sia per i grandi contri-
buti sia per stile che per programma di ricerca.
A differenza di altri grandi fisici a lui contemporanei, egli univa
nell'attività di ricerca ampie ed approfondite conoscenze teoriche
alle competenze e capacità di un fisico sperimentale. La teoria del
decadimento beta (1933), la scoperta dell'effetto paraffina e il suo
inquadramento nella teoria dei neutroni lenti (1934-1935) rappre-
sentano da punto di vista metodologico il nuovo modo di inserire i
dati sperimentali in una nuova concezione della teoria ad alto livel-
lo di matematizzazione.
Vista sotto 1'aspetto di un'indipendenza culturale rispetto alla si-
tuazione della ricerca e dell'università nell'Italia del suo tempo,

26
Estraggo queste brevi note da vari lavori in collaborazione con il colle-
ga Arcangelo Rossi che qui ringrazio.
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questa singolarità di formazione rappresentò d'altra parte un fattore


che favorì la sua accettazione da parte degli esponenti più notevoli
della fisica matematica, come Volterra e Levi-Civita, da una parte
e, dall'altra, dei migliori rappresentanti della fisica sperimentale, A.
Bartoli, L. Puccianti, A. Garbasso, E. Corbino. Ai loro occhi infatti
Fermi appariva come la persona che, proprio per le sue doti origi-
nali e la sua piena autonomia scientifica, poteva costituire il punto
di riferimento e la maggiore speranza per uno sviluppo innovativo
della fisica italiana, come appunto recita la motivazione dell'attri-
buzione a Fermi della prima cattedra di fisica teorica italiana nel
1926.
Si realizzava così una certa continuazione della tradizione della
fisica matematica italiana e una sua convergenza verso aspetti più
propri della nuova indagine fisica, che all’estero, e specie in Ger-
mania, si era già imposta nella fisica teorica.

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