Sei sulla pagina 1di 679

Indice

Il libro
L’autrice
Frontespizio
Prologo
1
2
3. Dal ricettario di Josie
4
5
6
7. Dal ricettario di Josie
8
9
10. Dal ricettario di Josie
11
12
13
14
15
16. Dal ricettario di Josie
17
18
19
20
21
22
23. Dal ricettario di Josie
24
25
26
27
28. Dal ricettario di Josie
29
30. Dal ricettario di Josie
31
32. Dal ricettario di Josie
33
34
35. Dal ricettario di Josie
36
37
Epilogo
Un altro epilogo
Ringraziamenti
Copyright
Il libro

Mi dicono che sono dotato. Beh,


ovviamente non intendo solo in quel
senso… Ho anche un discreto cervello e
un cuore grande. E mi piace usare tutti i
miei doni al meglio. Sono, in pratica, un
ragazzo d’oro.
La mia vita scorreva tranquilla finché
mi sono ritrovato alle prese con una
coinquilina provocante, in una situazione
davvero complicata… Perché riuscire a
scovare un appartamento a New York è
più difficile che trovare il vero amore.
Così, anche se adesso vivo con la
sorellina del mio migliore amico,
estremamente sexy e incredibilmente
affascinante, so perfettamente come mi
devo comportare: posso resistere a Josie,
sono disciplinato e so tenere le mani a
posto, anche se condividiamo solo
cinquanta metri quadrati e le tentazioni
sono tante. Ma io le ho sempre ignorate,
almeno fino alla notte in cui lei ha
insistito per infilarsi sotto le mie
coperte… L’avrebbe aiutata a dormire
dopo ciò che era successo quel giorno,
diceva. Vi dò un indizio: nessuno dei due
ha dormito…
Vi ho già detto che lei è anche la mia
migliore amica? Che è brillante e
stupenda sotto ogni punto di vista?
Immagino che queste qualità rendano
anche lei una ragazza d’oro…
L’autrice

Lauren Blakely è un’autrice americana di


contemporary romance. Ha venduto più
di due milioni di copie e i suoi libri
hanno scalato le vette delle classifiche di
USA Today e Wall Street Journal. Un
ragazzo d’oro ha raggiunto il 1° posto
della classifica ebook del New York
Times.
Lauren Blakely

UN RAGAZZO
D’ORO

Traduzione di Rosa Prencipe


Questo libro è dedicato al dottor Khashi.
Grazie per il trattamento laser e per tutto
il suo tempo!
Prologo

Diciamo, per ipotesi, che state


pensando di andare a vivere con una
donna che volete farvi.
Considerato che trovare un
appartamento è più difficile che
imbattersi nel vero amore, se per
accaparrarvelo doveste accettare di
dividerlo con una coniglietta che
magari avete sempre ritenuto una
bomba sexy, lo fareste, giusto?
Oh, lo so cosa state pensando.
“Guai in vista. Non firmare quel
contratto. Scegli un’altra strada.”
Ma lei è solo un’amica, lo giuro.
E poi questa è New York. Gli affitti
sono altissimi. Non è forse meglio
sborsare la metà? Andiamo! Per
ridurre le spese, chi non sarebbe
disposto a diventare il suo
confidente per gli appuntamenti
online?
Per piacere, posso farlo a occhi
chiusi. Consigliarla sui pesci della
riserva in cui getta la lenza è facile.
Mi basta indicare la foto del profilo
e dire: “Questo è uno stronzo, questo
è un idiota, questo è un coglione…”.
Perché nessuno di quegli
imbecilli è degno di lei.
Firmereste il contratto anche se
foste costretti a sopportare la dolce
tortura di vedere quello schianto nel
corridoio ogni mattina, fresca di
doccia, con un minuscolo
asciugamano attorno alle tette.
Facile come bere un bicchiere
d’acqua.
Anche se lei dicesse: “Ehi,
Chase, mi porteresti la crema per il
corpo?”.
Sì, un gioco da ragazzi.
Okay, ammetto che forse mi è
scappato un gemito quando me l’ha
chiesto. E ammetto anche che la
situazione è diventata un po’ dura,
diciamo d’acciaio, nel momento in
cui l’asciugamano è scivolato e ho
avuto una fugace visione della sua
carne perfetta prima che se lo tirasse
di nuovo su.
Ma, ripeto, posso cavarmela.
Nessun problema.
Volete sapere perché?
L’ho fatto per anni, è il mio
talento nascosto.
Ognuno possiede una dote
particolare. C’è chi è capace di
leccarsi il gomito, chi di infilarsi un
pugno in bocca (bambini, non
provateci), chi di muovere gli occhi
in direzioni opposte. Sono senz’altro
tutti trucchetti notevoli.
Il mio talento, unico nel suo
genere, mi salverà da una situazione
destinata a indurre un alzabandiera
mattutino che dura tutto il giorno.
Ecco il mio dono: sono il re dei
compartimenti stagni. Ogni cosa
viene stivata in un apposito cassetto:
desideri e azioni; libidine e
sentimenti; amore e sesso. Uno va
qui, l’altro va lì. E non si mescolano
mai.
È questa la ragione per la quale,
quando una mia carissima amica mi
ha proposto una soluzione in grado
di risolvere un grosso problema di
entrambi, ho accettato, convinto che
niente sarebbe sfuggito al mio
controllo.
Tutto ciò che devo fare è tenere le
mani lontano da lei, blindare i
pensieri sconci e guardare dall’altra
parte la prossima volta che si
spoglia.
A qualche metro da me, cazzo.
Posso farcela. Ne sono
assolutamente capace.
Quando sei un virtuoso della
resistenza, niente può farti cedere.
Neanche dividere cinquantacinque
metri quadrati con la donna che
desideri da anni.
Questo fino alla notte in cui mi
sono svegliato e l’ho trovata
raggomitolata accanto a me sotto le
coperte…
1

Ho una teoria secondo cui il nostro


cervello ha bisogno di tre tentativi
per elaborare del tutto
un’informazione in aperto conflitto
con ciò che vorremmo sentire.
Adesso io sono al terzo.
Anche se distinguo chiaramente
le parole della donna al telefono,
sono sicuro che, se le ripeterò in
forma di domanda, alla fine lei dirà
quello che mi aspetto. «Ho perso
l’appartamento?» Ci riprovo,
convinto che la cattiva notizia che
mi sta dando magicamente si
trasformerà in qualcosa di positivo.
Come una torta di riso che diventa
una pizza, meglio ancora se con il
formaggio e i funghi.
Perché è impossibile, cazzo, che
l’agente immobiliare mi stia dicendo
questo.
«Il proprietario ha avuto un
ripensamento» ribadisce di nuovo
lei, e il fantastico bilocale a Chelsea
mi scivola tra le dita.
Stringo i denti e trattengo il
respiro mentre vado avanti e indietro
fuori dall’entrata del pronto
soccorso. Il marciapiede è intasato
da medici e infermiere, per non
parlare dei visitatori. Mi allontano,
camminando lungo l’acciottolato,
durante questa breve pausa nella mia
giornata lavorativa. «Ma è la quinta
volta che salta tutto» replico,
facendo del mio meglio per
mantenere un tono pacato. Non ho
un brutto carattere. Non mi arrabbio
mai ma, se dovessi, questa potrebbe
essere l’occasione giusta. Perché
Dante si sbagliava: nell’inferno c’è
un decimo cerchio, riservato a
coloro che cercano un appartamento
a New York.
Basta pensare alla mia fortuna in
questa impresa finora impossibile: la
prima volta la proprietaria ha
cambiato idea; la seconda il posto è
stato affittato a un famigliare del
padrone; la terza l’appartamento era
infestato dalle termiti. Insomma, mi
sono spiegato.
«In questo momento il mercato è
complicato» dice Erica, l’agente
immobiliare. Devo dargliene atto:
sta cercando di trovarmi quattro
mura e un pavimento da più di un
mese. «Controllerò per vedere se ci
sono nuove opzioni disponibili.»
«Grazie. Il mio subaffitto è agli
sgoccioli, quindi presto sarò un
senzatetto.» Mi giro e torno verso
l’entrata. Comprare casa è fuori
questione. Devo ancora saldare il
debito universitario, e i medici non
guadagnano più come una volta.
Soprattutto quelli al primo anno in
pronto soccorso.
Lei ride. «Dubito che diventerai
un senzatetto. E poi, te l’ho detto, il
divano di casa mia ha scritto sopra il
tuo nome. Adesso che ci penso,
anche il letto, se capisci cosa
intendo.»
Resto interdetto. Capisco
eccome, solo che non mi aspettavo
una proposta del genere dalla mia
agente immobiliare alle due di
pomeriggio di un mercoledì.
O di un giovedì, o di un venerdì,
se è per quello. «Ti ringrazio per
l’offerta.» Nascondo la mia
sorpresa, perché ero convinto che
fosse sposata, e anche felicemente.
«Fammi sapere, Chase. Preparo
un ottimo ceviche, sono
incredibilmente ordinata e non
dovresti sborsare neanche un
centesimo. Potremmo trovare
qualche altra forma di pagamento»
aggiunge facendo le fusa.
La mia agente immobiliare mi ha
appena chiesto ufficialmente di
essere il suo toy boy. Cazzo. È
tempo di farsi crescere la barba. So
di sembrare giovane per essere un
medico, ma non credevo così tanto
da ricevere una proposta del genere.
Mi giro verso la vetrata
dell’ospedale e studio la mia faccia.
Ben rasato, occhi nocciola, capelli
castano chiaro, mascella scolpita…
Caspita, sono un bell’esemplare.
Non dovrei meravigliarmi delle sue
avance. Forse mi converrebbe
prenderla più sul serio.
Anche se non sono per niente
interessato a diventare lo schiavo
sessuale di qualcuno, la sua offerta
quasi mi tenta perché sono al
capolinea. Ho passato al setaccio
Craigslist e qualsiasi altro portale,
ma tanto varrebbe vendersi un rene
per un bilocale. Sarebbe comunque
più facile che trovare un buco in
questa città.
Avete presente quei programmi
tivù in cui una briosa assistente
pubblicitaria poco più che ventenne
si accaparra un fantastico
appartamento con le fioriere, le
pareti viola acceso e un angolo
lettura nell’Upper East Side? O un
redattore neoassunto si aggiudica
uno sciccoso monolocale a Tribeca?
Sono tutte menzogne.
A questo punto, darei la milza per
uno sgabuzzino in un sottoscala. Un
momento, mi rimangio quello che
ho detto. Per cedere un organo,
anche se uno senza il quale
tecnicamente si può vivere,
dovrebbe essere uno sgabuzzino al
primo piano.
«Che ne pensi? Ci stai?» mi
chiede Erica, con quella che senza
dubbio è la sua voce sexy per
eccellenza. «Bob dice che per lui
non è un problema.»
Aggrotto la fronte. «Bob?» Vorrei
poter ritirare la domanda all’istante
perché ho il brutto presentimento
che Bob sia il suo vibratore. E io che
ci sono cascato in pieno!
«Sì, Bob, mio marito» risponde
lei senza fare una piega.
Adesso mi piacerebbe che
stessimo parlando di un giocattolo.
«Davvero generoso da parte sua»
ribatto, imperturbabile. «Ti prego,
digli che, pur apprezzando la sua
magnanimità, si è appena liberato un
materasso nello spogliatoio.»
Spengo il telefono e torno dentro.
La mia breve pausa è finita. Sandy,
la riccioluta caposala, viene dritta da
me e, con aria seria, mi indica il
vicino ambulatorio.
Dall’impercettibile scintillio nei suoi
occhi grigi capisco che la situazione
del mio nuovo paziente non è
tragica.
«Sala due. Corpo estraneo
conficcato nella fronte» annuncia
lei. È il segnale che devo
dimenticare metri quadrati e alloggi
non convenzionali.
Quando entro nell’ambulatorio,
trovo un ossuto Aquaman biondo
appollaiato sul bordo del lettino.
«Sono il dottor Summers. Bel
costume.» Gli scocco un sorriso.
Aiuta sempre ad alleggerire la
situazione. E poi, se mi concedessi
di reagire alla scheggia di vetro di
sette centimetri che spunta dalla
fronte di questo tizio in costume
verde, finirei con il farmi radiare
dall’albo.
Lui mi restituisce un sorriso
mesto mentre guarda la sua tenuta.
La tuta di poliestere è strappata sul
braccio destro e ha uno squarcio
sulla coscia.
«Dev’essere stata una mattinata
divertente» dico, osservando il
frammento di cristallo nella sua
pelle. «Mi faccia indovinare. La sua
fronte ha avuto un tête-à-tête con un
lampadario?»
Lui annuisce con aria colpevole e
dall’espressione nei suoi occhi
capisco che non stava cercando di
volare.
«E mi faccia azzardare un’altra
ipotesi.» Mi accarezzo il mento.
«Stava cercando di aggiungere un
po’ di pepe alla sua vita sessuale
sperimentando l’idea di appendersi
ai lampadari?»
Aquaman deglutisce, fa un altro
piccolo cenno di assenso e poi gli
esce un tremolante “sì”. «Può tirarlo
fuori?»
«Dev’essere quello che ha detto
anche lei» replico, e lui ridacchia.
Gli do una pacca sulla spalla. «Non
ho saputo resistere. Comunque la
risposta è sì, e resterà solo una
piccola cicatrice. Sono bravissimo a
ricucire.»
Il tizio fa un respiro profondo, e
io mi metto all’opera,
anestetizzandogli la fronte prima di
rimuovere il vetro. Nel frattempo
chiacchieriamo, lui della sua
passione per i supereroi e io della
mia sfortunata caccia
all’appartamento.
«Manhattan è folle» osserva.
«Perfino l’edilizia commerciale è
schizzata alle stelle.» Poi aggiunge,
quasi imbarazzato: «Ma non posso
lamentarmi, visto che è il mio
campo».
«Uomo saggio. I metri quadrati
in questa città sono un gioiello
prezioso» commento mentre finisco
di dargli i punti.
Venti minuti dopo gli ho ricucito
la fronte, e un’infermiera mi porge
un sacchetto di plastica per i rifiuti
biologici contenente la scheggia, che
io consegno al legittimo
proprietario.
«Un souvenir della visita di oggi
al pronto soccorso» gli spiego.
Lui prende il sacchetto. «Grazie,
dottore. La cosa triste è che non
siamo neanche arrivati al dunque.»
«Ecco perché è una leggenda
metropolitana. Non si può farlo
davvero appesi a un lampadario. E,
ehi, la prossima volta che si sente in
vena di avventure, faccia un corso di
cucina, poi vada a casa e usi il
tavolo per il dessert, okay? Ma si
assicuri che sia di un legno bello
liscio perché non vorrei rimuoverle
una scheggia di sette centimetri dal
gluteus maximus. Non è il massimo
come ferita di guerra.»
Aquaman annuisce risoluto.
«Promesso. Basta acrobazie.»
«Ma è fortunato ad avere una
donna che tiene così tanto a lei»
aggiungo mentre lasciamo la stanza.
L’ho incuriosito. «Come lo sa?»
Con un cenno indico la fila di
sedie nella sala d’attesa in fondo al
corridoio. Una donna bruna con un
abito scollato verde smeraldo si
mordicchia il labbro e guarda
l’orologio. Quando alza la testa, i
suoi occhi si illuminano nel vedere
Aquaman.
«Immagino sia stata quella sirena
a portarla qui. Ed è anche rimasta ad
aspettarla.»
«Eh, già» risponde Aquaman,
guardando la sua donna con un
sorriso ebete.
«Stasera usi il letto, mi
raccomando» dico a bassa voce.
Prima di andarsene lui mi fa il
segno del pollice in su.
E per oggi questo è l’ultimo
capitolo dei racconti delle birbonate
per cui si può finire al pronto
soccorso. Ieri è stato il cattivo
funzionamento di una lampo, la
scorsa settimana una frattura dopo
una rovesciata all’indietro. Be’, non
è il caso di specificare qual era
l’osso in questione.

Più tardi, alla fine del turno, vado


nello spogliatoio a cambiarmi.
Abbottono i jeans e mi infilo una
maglietta. Dopo essermi pettinato
con le dita, afferro gli occhiali da
sole e mi lascio alle spalle la
giornata lavorativa. Nell’istante in
cui le porte del Mercy Hospital si
chiudono, spengo una parte del
cervello, mi infilo gli auricolari e
alzo il volume dell’audiolibro che
sto ascoltando da un po’. Parla della
teoria del caos e mi tiene compagnia
mentre mi dirigo al Greenwich
Village per incontrare una persona.
Una volta in centro, emergo dalla
metropolitana in mezzo a una folla
di newyorkesi in un caldo giorno di
giugno e mi avvio allo Sugar Love
Sweet Shop, dove ho appuntamento
con la mia amica Josie.
Già, si dà il caso che io abbia un
rapporto di amicizia con una donna.
In effetti, questa è un’altra delle
mie teorie: un uomo e una donna
possono essere grandi amici, anche
se lei possiede il più fantastico paio
di tette che lui abbia mai visto. Un
corpo è un corpo. E per quanto io
apprezzi quello di Josie, con tutte le
sue morbide curve, non significa che
voglia appendermi a un lampadario
con lei o farmela su un tavolo.
Va bene, ammetto che è
assolutamente scopabile, ma non mi
permetto di pensare a Josie in questi
termini, nonostante abbia un aspetto
fantastico con la T-shirt rosa scollata
e un grazioso grembiulino a pois
legato attorno alla vita.
Non appena mi vede, mi fa segno
di entrare nel negozio di caramelle.
Vado e mi viene l’acquolina in
bocca solo perché mi piacciono le
cose dolci.
2

Josie mi fa penzolare davanti un


pesce rosso. «Pescato oggi.» Indica
orgogliosa la minuscola leccornia
che ha in mano. «Fresco di scaffali
del reparto caramelle.»
«Ha opposto resistenza?»
Lei scuote la testa mentre fa
cadere il pesce nel sacchetto di
plastica. «Macché. Ha ceduto alla
mia carta di credito. Anzi, ha
abboccato, così» risponde
schioccando le dita.
Siamo a Abingdon Square Park,
un piccolo triangolo verde ai bordi
del Village. È uno dei pochi parchi
di Manhattan che danno la
sensazione di stare su un’isola, e ci
siamo seduti su una panchina di
legno blu scuro. Non è lontano dal
negozio dove si è tenuta la lezione di
sushi di caramelle.
Prende qualcos’altro dal
sacchetto e lo tiene nel palmo.
«Pronto?»
Apro la bocca. «Buttalo dentro,
piccola.»
Be’, forse è suonato un po’
sconcio.
Ma a chi importa? A me no e
nemmeno a Josie, che si dà il caso
che sia la sorella minore del mio
migliore amico Wyatt. Lei ha
preteso che stasera le facessi da
cavia. Il test del primo assaggio
consiste in un rotolino di quello che
chiama “pesce svedese”. La
caramella gommosa rossa poggia su
un letto di Rice Krispies, e il tutto è
legato da una striscia di Fruit Roll-
Up verde.
Momenti come questo mi
ricordano l’importanza di mettere le
cose in prospettiva. Perché,
accidenti, la mia vita potrebbe essere
peggiore. Certo, forse da un giorno
all’altro mi ritroverò a vivere in stile
Airbnb, saltando da un divano
gibboso a un futon pieno di bozzi,
ma adesso la dolcezza sta per
atterrarmi sulla lingua.
Addento il rotolino, ed è un
tripudio di delizia. Muovo le
sopracciglia su e giù, annuendo
entusiasta mentre finisco di
masticare. Faccio la voce del critico
gastronomico di alto livello. «Il mix
perfetto di bontà al marshmallow
che si fonde meravigliosamente con
il gusto del Fruit Roll-Up. Se si
aggiunge la nota aromatica del
favorito di sempre, il pesce svedese,
si ha tra le mani un capolavoro.»
Josie è una pasticciera, ma non
una qualunque: è una dessertier di
livello internazionale. Non so se la
parola esista, ma dovrebbe, cazzo,
visto il modo in cui questa donna sa
maneggiare un mixer e una teglia da
forno. Ogni dolce che prepara è una
festa per la bocca. Ecco perché la
decisone di rilevare il vecchio
negozio dei genitori, la Sunshine
Bakery, si è rivelata un enorme
successo.
Lei sgrana gli occhi nel sentire
“capolavoro”. «Davvero? Non lo
dici tanto per dire?»
Sono serissimo quando le
rispondo: «Non mento mai sui dolci.
Per esempio, hai presente quando
hai fatto quei biscotti con le gocce di
cioccolato che contenevano la
peggior schifezza del mondo?».
«Non riesci ancora a nominarla,
eh?»
Chiudo gli occhi e un brivido mi
percorre la schiena. «Cerco solo di
cancellare il ricordo…» Faccio un
respiro profondo e sputo fuori:
«Dell’uvetta». Quando riapro gli
occhi, sono sicuro che siano ancora
colmi di orrore al pensiero di ciò che
hanno dovuto subire quei poveri
dolci indifesi. «Ma insomma, come
hai potuto svilire una cosa tanto
meravigliosa come i biscotti alle
gocce di cioccolato con… dell’uva
secca?»
Lei fa spallucce. «In cucina è così
che scopri cosa funziona e cosa no.
Devi provare. Stavo sperimentando
qualcosa di nuovo. Biscotti con
gocce di cioccolato, cocco e…»
Le metto una mano sulla bocca.
«Non dirlo di nuovo.»
Appena la libero, Josie alza gli
occhi al cielo e mima con le labbra:
“Uvetta”.
Faccio una smorfia. «A ogni
modo, questi sushi roll sono l’esatto
contrario. Perfetti. Ma perché hai
voluto frequentare un corso? Non
potevi semplicemente seguire una
ricetta?»
La sua risposta è semplice. «Mi
piace andare ai corsi e poi voglio
che questi dolci siano i migliori. In
più, la donna che gestisce il negozio
ha caramelle di grande qualità. Non
sono i banali pesci svedesi che trovi
in qualsiasi supermercato. Li fa a
mano con una ricetta di famiglia.
Sono così buoni, non trovi? Ecco
perché volevo che ci incontrassimo
subito dopo la lezione. Per
assaggiarli appena fatti.»
«Hai intenzione di servirli
freschi?»
Josie annuisce entusiasta e allarga
le mani. L’anello d’argento a forma
di cuore che porta all’indice luccica
al sole della sera. «Ecco il piano.
Pensavo di cominciare a offrire un
dolcetto nuovo e particolare ogni
giorno. Tipo il sushi di caramelle il
lunedì, i biscotti al cioccolato e
cocco, ma senza l’alimento che non
si può nominare, il martedì…»
Articolo un “grazie”.
«Il mercoledì pomeriggio, per
esempio, potrei offrire macaron al
pompelmo. In questo modo sarò in
grado di promuovere meglio il
negozio sui social, come fanno i
chioschi ambulanti. Sarà un dolce
appuntamento quotidiano alla
Sunshine Bakery.»
«Ma è geniale!» Mi schiarisco la
voce, faccio un sospiro profondo e le
metto una mano sul braccio. «Però
devo dirtelo: a nessuno piace il
pompelmo. Neanche nei macaron.»
I suoi occhi verdi scintillano
come se stesse per rivelare un
segreto. «Ah, è solo perché non hai
mai provato i miei macaron al
pompelmo. La prossima volta te li
faccio. Sono una delizia, garantito.»
Si sistema la coda di cavallo. Ha i
capelli castano scuro con le punte
tinte di rosa. In genere le ciocche di
colori vivaci non mi fanno impazzire
ma a Josie stanno bene. Si addicono
alla sua personalità. Lei è briosa ed
estroversa. Amichevole e gioiosa. È
esattamente il tipo di persona che sta
da dio con i capelli striati di rosa,
nata per vendere biscotti e tortine a
sette strati in un’allegra pasticceria
dell’Upper West Side. E anche sushi
di caramelle.
Ha tutti i requisiti necessari:
morbide curve, sorriso invitante,
sguardo caldo, capelli buffi e un
atteggiamento positivo. Non c’è da
stupirsi che lei sia diventata una dei
miei amici più cari dopo che l’ho
conosciuta dieci anni fa. Josie non
può non piacere.
E non ho neanche accennato al
suo davanzale. Visto? Sono un tipo
educato.
Mi dà un altro paio di dolcetti da
provare, e nessuno dei due mi fa
impazzire. Quando glielo dico, si
limita ad annuire e a ringraziarmi.
Dal sacchetto tira fuori quello che
sembra un Twinkie, avvolto nel
toffee per rappresentare l’alga.
«Prova questo.» Me lo porge mentre
la brezza estiva agita i rami di un
albero vicino.
La guardo interdetto. «Ma i
Twinkie non fanno male?»
Lei mi strizza l’occhio. «Non lo
sai? Tutto quello che ha un buon
sapore fa male.»
«Però fingiamo che ci faccia
bene.»
«Comunque non è un vero
Twinkie» precisa Josie indicando il
sushi dolce.
«E allora che cos’è? Il cugino
malvagio del Twinkie? Un Twinkie
pervertito?»
«È un Trinkie» risponde lei
ridendo. «È artigianale. L’ho
preparato per portarlo a lezione. Si
tratta della mia versione personale
del Twinkie. Perciò non è, sai…
disgustoso. Coraggio.»
Lo addento e sgrano gli occhi.
«Porca miseria. Questo devi
venderlo.»
«Sono così felice che ti piaccia! E
con questo le tue fatiche in qualità di
assaggiatore preferito della
sottoscritta sono terminate. Hai idea
di quanto sia stato terribile per me
quando eri in Africa?»
«Neanche immagino l’inferno
che hai passato in mia assenza.» Ho
trascorso un anno nella Repubblica
Centrafricana con Medici senza
Frontiere per aiutare chi soffre a
causa del conflitto armato e
dell’instabilità del paese. È stato uno
dei periodi più impegnativi ma
anche più gratificanti della mia vita.
Mi ha reso un medico migliore e
spero anche una persona migliore.
Ma le prove di assaggio mi sono
decisamente mancate.
«È stata dura, Chase» dice Josie,
tutta seria, per prendermi in giro.
«Ho dovuto affrontare un giorno alla
volta per andare avanti.»
«A proposito di momenti
difficili… Oggi arriva questo tipo in
ospedale.» So che lei ama le
“Cronache dal pronto soccorso”. I
suoi occhi si illuminano e si sfrega
le mani come per sollecitarmi a
proseguire. «Stava testando
l’integrità strutturale di un
lampadario» racconto e poi la faccio
partecipe del resto dell’episodio
delle avventure di Aquaman.
Josie fa una smorfia prima di
scoppiare a ridere. «Be’, questo
batte la mia mattinata folle.»
La guardo con gli occhi
socchiusi. «Non dirmi che hai
cercato di entrare in intimità con un
mixer!»
«Ah-ah. No. È che la settimana
scorsa mi sono messa a cercare una
coinquilina, visto che Natalie ha
traslocato.»
«Ah, sì?» Natalie divideva
l’appartamento con Josie. Adesso sta
con Wyatt e vivono insieme da lui.
«Non sai la seccatura. Stamattina
una donna che aveva risposto
all’annuncio è venuta a vedere
l’appartamento e mi ha chiesto qual
è la mia “ora del silenzio”.
Insomma, voleva sapere a che ora
spengo le luci di sera.» Josie mi
scocca un’occhiata come per far
intendere che è un’idea folle.
«Le hai detto qual è il
coprifuoco?»
«Le nove in punto» risponde lei
con sussiego, raddrizzando la
schiena. «Ma non mi sono presa il
disturbo di spiegarle che dopo le
nove impazzisco e guardo i
programmi chiassosi e volgari di
HBO. »
«Come se ce ne fossero di un
altro tipo.»
Mi dà un colpetto sulla gamba.
«E questo è niente in confronto alla
signora che voleva sapere se nel
palazzo sono ammessi i serpenti.»
«Neanche per sogno» commento,
disgustato. Posso sopportare la vista
di sangue, viscere e ogni tipo di
oggetto in parti del corpo assurde,
ma gli animali che strisciano? No.
Non posso farcela.
«Serpenti. Proprio i serpenti
dovevo trovarci?» recitiamo
all’unisono io e Josie, citando I
predatori dell’Arca perduta.
Lei rabbrividisce. «Giuro che mi
sono limitata a cercare qualcuno con
cui condividere l’appartamento. E la
processione di matte è iniziata non
appena ho messo l’annuncio per una
coinquilina tra i venti e trent’anni.
Una tipa voleva sapere se avrei fatto
dolci di notte. Ha detto che anche se
il mio appartamento aveva un
“profumo divino”, voleva assicurarsi
che le sue narici non sarebbero state
assalite dall’odore di torta dopo le
otto di sera. Per lei è l’equivalente
del lucido da scarpe o qualcosa di
altrettanto orribile.»
«Vedi? Questo a me non darebbe
alcun fastidio. Se vivessi da te,
saresti libera di infornare a tutte le
ore.»
«Potresti assaggiare tutti i miei
esperimenti.»
Gonfio le guance. «Diventerei
una mongolfiera.» Sottolineo il
concetto tracciando un arco sul
ventre con la mano.
«Non credo.» Josie allunga
fulminea la sua e mi dà un colpetto
sulla pancia. È piatta come un’asse.
Faccio un sacco di ginnastica.
Inoltre giro per la città a piedi o in
bicicletta. Mi piace tenermi in
movimento. Mia madre diceva che
da bambino ero una macchina a
moto perpetuo. Mi definiva anche
“ad alta energia”, sempre acceso ed
esasperante. E non necessariamente
in quest’ordine. È la ragione per cui
la medicina mi si addice ed è anche
per questo che ho scelto il pronto
soccorso per la pratica. Mi tiene
allerta, impegnato. È una sfida
mentale e fisica.
«Se solo tu fossi una ragazza…»
Josie sospira, demoralizzata.
«Saresti la coinquilina perfetta.»
«Se fossi una ragazza, giocherei
con le mie tette tutto il giorno.»
«No che non lo faresti.»
«Invece sì.» Agito le mani
davanti al petto per mimare la mia
attività preferita in questo ipotetico
scenario.
Me le schiaffeggia. «Sei
ridicolo.» Poi inclina la testa quando
un uccello cinguetta su un albero
vicino. «Ma basta parlare di me.
Ormai avrai buone notizie sul fronte
casa. Hai preso l’appartamento a
Chelsea a cui facevi il filo?»
Incrocia indice e medio. Sa che già
da un po’ sono a caccia di un mono
o bilocale decente, un posto tutto
mio dove nessuno mi dia fastidio a
fine giornata. E neanche all’inizio, a
dire il vero.
Mi passo una mano tra i capelli.
«Macché. Ti dico solo che alcune
condizioni legate all’ultima offerta
mi hanno fatto capire che devo
ricominciare da zero. Soprattutto
perché la mia agente immobiliare mi
ha proposto una cosa a tre.»
Lei resta a bocca aperta. «Sul
serio?»
«Già. Sul serio. Ero convinto che
la sua fosse un’offerta in buonafede
fin quando non mi ha detto di saper
fare un ottimo ceviche. Cioè, per
quale altro motivo avrebbe dovuto
tirare in ballo il ceviche? È chiaro
che lo ha usato come esca.»
Josie è perplessa. «Non capisco.
Il ceviche si usa nelle cose a tre?»
Rido e scuoto la testa. «A essere
sincero, non lo so perché non sono
pratico. Ma era così dannatamente
disinvolta quando parlava sia della
cosa a tre sia del pesce, che ho
capito che diceva sul serio.»
Lei alza le mani in segno di resa.
«Hai vinto tu. Questo è più folle
della tipa del coprifuoco, di quella
dei serpenti e di quella che non
vuole sentire odore di torta la sera
messe insieme.»
«Non me lo dire. Saltare da una
parte all’altra mi sta sfinendo.»
Tornato negli Stati Uniti, qualche
mese fa, sono andato a vivere con
mio fratello Max, ma lui abita in
centro – e intendo centro centro –
mentre io lavoro nella zona
residenziale. E poi non è nel mio
stile restare con lui per sempre. «Mi
sembra di avere una specie di
maledizione quando si tratta di
trovare un posto decente in affitto. E
tu hai una maledizione quando si
tratta di trovare…»
«Una coinquilina decente.» La
sua voce si affievolisce mentre mi
guarda. Anzi, mi fissa. E, intanto
che mi studia, scatta la risposta. La
lampadina si accende nello stesso
momento per tutti e due. Lo vedo
nel luccichio dei suoi occhi. Sono
sicuro che è uguale al mio.
«Perché non ci abbiamo pensato
prima?» domanda lentamente, come
se volesse invitarmi a riempire i
puntini.
Indico prima me e poi lei. «Parli
del fatto che io posso risolvere il tuo
problema coinquilina e tu puoi
risolvere il mio problema casa?»
Josie annuisce svariate volte.
«Solo perché stavo cercando una
coinquilina, non significa…»
«Che un coinquilino non possa
andare bene?» concludo, sentendo la
speranza crescere in me. Questa
potrebbe essere la soluzione. Porca
miseria. Questa potrebbe essere la
fottuta soluzione, e non sarò
neanche costretto a cedere la milza o
un rene oppure a rinunciare al sesso
a due per abbracciare il poliamore.
Josie deglutisce. Sembra nervosa.
«Sarebbe strano? So che ci tenevi ad
avere un posto tutto tuo.»
Scuoto la testa con decisione. «A
questo punto, voglio solo un posto.
Me lo stai offrendo davvero?»
chiedo. Forse dovrei riflettere su
tutti i piccoli particolari e le
sfumature, ma, cazzo, qui non si
tratta di un paziente che presenta
sintomi insoliti per cui c’è bisogno
di chiamare il dottor House. È un
semplice malanno, un mal di testa da
liquidare con un “prenda un’aspirina
e mi chiami domani”.
Con una mano Josie mima un
piatto della bilancia, soppesando la
situazione. «A me serve una
coinquilina. Non ne ho trovata una
che non sia pazza.» Poi ripete il
gesto con l’altra mano. «A te serve
un posto dove vivere. Non ne hai
trovato uno che non sia maledetto.»
Frega i palmi l’uno contro l’altro. «E
non dimentichiamoci che andiamo
d’accordissimo, ed è sempre stato
così.»
Annuisco con vigore. «Siamo
l’esempio modello di due persone
che vanno d’accordo.»
«Insomma, ci sono mai stati un
ragazzo e una ragazza che si
intendono bene come noi?»
«Cazzo, no. Non da quando è
nato il mondo.»
«Inoltre a te piace la mia cucina e
io apprezzo che tu non monopolizzi
lo specchio del bagno per un’ora per
asciugarti i capelli o per truccarti.»
Mi indico la faccia. «Dentro e
fuori in cinque minuti. Questa è tutta
bellezza naturale.»
Josie mi dà una gomitata. «L’altra
cosa fantastica è che ognuno di noi
avrà il suo spazio. Visto che io esco
presto, non ci staremo addosso ogni
istante.»
Il mio uccello si risveglia, non
perché io sia eccitato ma per il
semplice motivo che l’immagine del
suo fantastico corpo sexy sopra di
me non può non indurre
un’erezione. Se non fosse così,
dovrei preoccuparmi di avere una
disfunzione erettile.
«Ci staremo addosso solo
qualche secondo al giorno» replico a
tono, incapace di resistere. Poi, per
vendermi meglio, perché questo è il
biglietto vincente per tutti e due,
aggiungo: «Sono anche
incredibilmente bravo a prendere le
cose sugli scaffali in alto, ad aprire
le bottiglie di champagne, a portare
fuori la spazzatura e a svolgere
qualsiasi altro compito maschile tu
voglia affibbiarmi. Per non parlare
di ricucire ferite e far ripartire
cuori».
Lei si picchietta un dito sulle
labbra. «Può essere molto utile. Ho
almeno due dozzine di bottiglie di
champagne ancora chiuse che
esigono la tua attenzione.»
Alzo un pugno in aria. «Vuol dire
che cancelli l’annuncio? Tipo,
adesso?»
Josie afferra il telefono e lo fa.
Così, con una bella aspirina abbiamo
risolto il problema senza neanche
bisogno di chiamare il dottore
domattina.
3
Dal ricettario di Josie

Roll ai pesci svedesi di Josie


Ingredienti
1 cucchiaio di burro

12 marshmallow (ma, per favore,


usate il tipo senza gelatina, perché
gelatina = schifo. E, come dice il
mio amico Spencer, una caramella al
manzo non è una caramella)
2 tazze di riso soffiato

4 Roll-Up alla frutta

Pesci svedesi (il numero lo decidete


voi. La mia regola è: tanti pesci
svedesi quanti ve ne servono per la
ricetta, considerato il fatto che li
mangerete mentre preparate il sushi,
perché sono una vera delizia)

Procedimento
1. Fate fondere il burro in una
padella media a fuoco basso e
aggiungete i marshmallow.
Mescolate fino a quando non si sono
sciolti del tutto.

A proposito di sciogliersi, non è


affatto così che mi sento in presenza
di Chase Summers, per quanto sia
attraente. Giuro che quell’uomo non
mi fa sciogliere. Però mi diverte, e
questa è una delle tante ragioni per
cui gli ho proposto di vivere
insieme. Abitare con Chase sarà
come guardare la tivù tutto il giorno.
Tranne le scene di nudo, a meno che
io non gli dia una sbirciatina nella
doccia. E non lo farò assolutamente.

2. Aggiungete il riso soffiato e


ricopritelo con cura.
3. Srotolate le strisce di Roll-Up.
Distribuite un quarto del riso
soffiato glassato su ciascun Roll-Up
e spalmate.

4. Disponete una fila di pesci


svedesi sul riso soffiato.

5. Arrotolate delicatamente il Roll-


Up con dentro il riso soffiato e i
pesci. Il sushi di caramelle richiede
un tocco discreto e sensuale.

6. Passate un coltello affilato in una


ciotola di acqua molto calda.
Affettate e servite.
7. Condividete il piatto con un
amico.

Passo facoltativo: datevi una pacca


sulla schiena per aver avuto la
brillante idea di convivere con un
buon amico che vi fa ridere e vi dà
una mano negli affari. Io e Chase
siamo incredibilmente affini.
4

Io e Josie marciamo per la città


come due generali conquistatori che
hanno unito le forze sul campo di
battaglia del settore immobiliare di
New York. Ci lasciamo dietro le
spalle il massacro e stabiliamo le
regole del nostro nuovo futuro.
Poiché lei e Natalie hanno
rilevato un affitto a scadenza
mensile da Charlotte, quando lei è
andata via, pagheremo un tizio di
nome Barnes, che è il proprietario
dell’appartamento. Charlotte ha
spianato la strada perché il contratto
fosse trasferito a loro. Non credete a
chi sostiene che per trovare un
appartamento a New York fortuna e
conoscenze non c’entrano.
«Non ho molte regole, ma voglio
essere franca. Non mi piacciono i
calzini sporchi, perciò sei pregato di
non fare lo sciattone» dice Josie, con
i sandali che ticchettano sul
marciapiede mentre andiamo a casa
sua a Murray Hill. La gonna corta
mette in mostra le gambe nude,
toniche per via degli allenamenti di
calcio. Comunque non le sto
guardando le gambe. Le sue gambe
forti e ben tornite.
Sbuffo. «In circolazione non c’è
nessun altro ordinato come me.»
Lei mi guarda di traverso. «E sei
etero?»
Alzo le mani. «Donna, gli uomini
etero possono essere ordinati. Evita
gli stereotipi.»
Josie ride e mi dà una gomitata
nel fianco mentre andiamo verso est.
«Stavo scherzando. Conosco
entrambi questi aspetti di te,
l’eterosessualità e la pulizia, dottor
Schianto» dice mentre superiamo un
fioraio. Per poco non mi blocco nel
sentire quel nomignolo, ma prima
che possa chiederle perché mi ha
chiamato così e se davvero pensa a
me in quel modo, è già passata a un
altro argomento. «Per quanto
riguarda musica, rumore, tivù e tutto
il resto, chiedo solo rispetto
reciproco. Mi sveglio presto per
aprire la pasticceria e ho bisogno di
sette ore filate di sonno altrimenti
divento una strega.»
«Tu? Una strega? Ne dubito.»
Lei sghignazza e piega le dita ad
artiglio. «Con tanto di cappello a
punta e gatto nero, se non dormo
bene.»
«Non disturberò il tuo sonno con
l’heavy metal né con gli audiolibri a
volume troppo alto.» Arriviamo alle
strisce pedonali e aspettiamo che
l’omino del semaforo diventi verde.
«E poi uso sempre gli auricolari. La
relazione con le cuffie è
probabilmente la più lunga che io
abbia mai avuto.»
Certo più lunga di quella con la
mia ex, una collega di nome Adele.
Siamo stati insieme un anno, cioè
circa undici mesi più del dovuto.
Una nuvola scura incombe ai
margini della mia mente; non mi
piace ricordare la ragazza che un
tempo era la mia amica più cara.
Praticamente cerco di non pensare
mai a Adele, se posso farne a meno.
«Siamo sulla stessa lunghezza
d’onda per quanto riguarda pulizia e
cucina, e i nostri orari si incastrano
alla perfezione» dice Josie mentre ci
separiamo per un attimo per lasciar
passare una mamma stressata che
carica la folla serale con un
passeggino. «Oh, e l’affitto si paga il
primo del mese al signor Barnes. Se
vuoi trasferirti subito, sarebbe
fantastico.» Josie ha l’aria di sentirsi
un po’ in colpa, come se le
sembrasse brutto chiedermi di
traslocare così presto. Ma, essendo
un senzatetto a tutti gli effetti, la sua
offerta mi fa comodo.
«Posso entrare questo weekend.»
«Grazie a Dio!» esclama lei
tirando un sospiro di sollievo. «Devi
sapere che ho chiesto un prestito
qualche mese fa per ampliare la
pasticceria e adesso sono un po’ a
secco, tra le rate e l’affitto ogni
mese. Me la cavo, ma ho proprio
bisogno di un coinquilino per
dividere le spese. Ecco perché sono
così contenta. Mi stai salvando. Non
so cosa avrei fatto senza il tuo
intervento.»
Le stringo una spalla. «Puoi
contare su di me, Josie. Ho un
contratto annuale con il Mercy,
perciò non lascerò la città. E poi
anche tu stai salvando me, quindi
siamo pari.»
«Bene. Adesso non mi servi più
solo per la tua bocca talentuosa.»
A quelle parole resto interdetto e
la guardo, cercando di capire se si
rende conto del doppio senso che le
è appena sfuggito. È sul punto di
farlo. Aggrotto le sopracciglia. «Sì,
la mia bocca è dannatamente
talentuosa. E lo sapevi che la mia
lingua ha una resistenza
incredibile?»
Alzando gli occhi al cielo, Josie
ridacchia. «Me la sono cercata. Non
ti ho lasciato altra scelta.»
«Non puoi dire cose del genere e
aspettarti che io non faccia
commenti.»
«Oh, credimi, conosco bene il
livello delle tue battute sporche, ed è
una gran cosa che le trovi divertenti.
Tutti i tuoi doppi sensi mi stanno
facendo dimenticare le linee guida
per valutare la compatibilità con un
coinquilino.» Josie si ferma davanti
a una svettante chiesa di pietra, dalla
facciata di ardesia grigia, e alza lo
sguardo verso il vasto cielo di New
York, questa sera di un raro azzurro
senza nuvole mentre il sole sta
tramontando. Sembra intenta a
riflettere su qualcosa, poi si stringe
allegramente nelle spalle. «Avevo un
lungo elenco di domande da fare, ma
ormai non ha più importanza. Non
ho dubbi sul fatto che siamo
compatibili.»
Allargo le braccia. «Sono così
come mi vedi.»
«Sai che è proprio questo che
amo di te» replica lei mentre
riprendiamo a camminare.
Io e Josie ci conosciamo da anni
e siamo andati d’accordo fin dal
primo giorno. Quando frequentavo il
college, suo fratello Wyatt mi portò
a far visita ai suoi genitori a New
York, e tra noi scattò subito l’intesa.
Non appena varcai la soglia della
casa di arenaria nell’Upper West
Side, lei non esitò a gettarmi le
braccia al collo e ad accogliermi in
famiglia. Subito dopo mi mise tra le
mani un vassoio di minicupcake, e il
resto è storia.
Anche Josie era tornata a casa dal
college, e uno dei motivi per cui ci
siamo intesi all’istante è la vicinanza
di età. Da ragazzino avevo fatto tre
anni in uno, così ho finito il liceo a
sedici anni. Wyatt e io
frequentavamo insieme l’ultimo
anno di college, anche se lui ha due
anni più di me. A ogni modo, da
allora ho passato un sacco di
weekend a casa di Wyatt, dal
momento che i miei vivono fuori
Seattle e io andavo a scuola a
Manhattan. In quei lunghi fine
settimana si univa a noi anche il
gemello di Wyatt, Nick, e
guardavamo film, gironzolavamo
per la città per ascoltare qualche
band oppure visitavamo – si fa per
dire, ovviamente – trappole per
turisti come il museo delle cere a
Times Square, per intrufolarci nelle
foto dei visitatori.
Nei locali, Nick e Wyatt davano a
me e Josie il tormento perché non
eravamo abbastanza grandi per bere.
A nostro favore va detto che
scoprimmo di essere una forte
squadra a Scarabeo, gioco in cui
battevamo i gemelli Hammer, partita
dopo partita. Conoscevo termini
scientifici come “dispnea” e
“zigotismo”, mentre Josie,
studentessa di letteratura, dava la
mazzata finale grazie al suo folle
amore per le parole e
all’imbattibilità con i bisillabi. Una
sera distruggemmo quegli stronzi
con la doppietta “diplococco” e
“QI ”.
Il premio?
Furono costretti a uscire per
comprarci una birra. La vittoria non
aveva mai avuto un sapore tanto
buono.
È buffo che, nonostante Wyatt sia
il mio migliore amico, io sia riuscito
a instaurare un bel rapporto anche
con sua sorella. Forse lo si deve
principalmente al fatto che lui sa che
tra me e Josie non c’è altro a parte la
cucina. Diamine, in quale altro
modo spieghereste un’amicizia così
lunga con una ragazza? Ovviamente,
non la desidero.
Inoltre, ci sono già passato e ho
imparato nel modo peggiore che una
relazione con una donna della quale
si è amici può solo finire male.
Grazie, Adele, per quella lezioncina.
Non ci ricascherò più. Mai più.
Quando raggiungiamo Fifth
Avenue, Josie si schiarisce la voce,
riportandomi al presente. «Però c’è
una domanda del mio elenco che
voglio farti.»
«Spara.»
«Qual è la tua situazione
sentimentale? È bene saperlo se due
persone vanno a vivere insieme, non
trovi?»
Mi guarda negli occhi. La
domanda mi sembra strana. Non
conosce la mia situazione
sentimentale? «Non sono
impegnato. Ma questo già lo
sapevi.»
Lei alza le mani, quasi sulla
difensiva. «Preferisco non dare
niente per scontato. Magari ieri sera
hai incontrato una tipa carina»
replica in tono leggero.
Rido. «Macché. Ieri sera ho fatto
cinquanta chilometri con Max, in
preparazione alla corsa in bici di
fine estate.» Sporgo il mento verso
di lei e qualcosa mi resta bloccato in
gola quando le chiedo: «E tu? Hai
una relazione con qualcuno?».
Perché mi sembra di gracchiare?
E perché sto stringendo i pugni,
sperando con tutto me stesso che
dica no?
Josie scuote la testa mentre
attraversiamo la strada e ci
dirigiamo verso il suo appartamento.
Anche se so dov’è, non ci sono mai
stato perché lei si è trasferita mentre
ero in Africa. «No.»
Tiro uno strano sospiro di
sollievo, poi mi dico che è più
semplice se la persona con cui
convivi è libera da legami. Avere
altra gente sempre in giro per casa
può essere una rottura. «Grande.»
«Ma vado su un sito di incontri
online.»
Mi si annoda lo stomaco. «E
perché mai?»
Mi guarda come se fossi pazzo a
chiederlo. «Perché non dovrei? Ho
ventotto anni e sono single. Non mi
dispiacerebbe conoscere un bel
ragazzo.»
«E pensi di trovare un tipo carino
su internet?»
«Ti stupisce tanto? Ormai è così
che la gente si incontra.» Mi indica.
«Tu dove le conosci le donne?»
A essere sincero, gran parte delle
donne con cui ultimamente ho avuto
un coinvolgimento sono dottoresse o
infermiere, o tipe incontrate al bar
che poi mi sono portato a letto. Ehi,
succede. Ma evito di dirlo a Josie.
«Al lavoro, di solito.» Mi sfrego la
mascella, riflettendo sugli incontri
online. «Hai intenzione di portare a
casa un tizio conosciuto su
internet?»
Lei ride. «Lo dici come se fosse
una brutta cosa.»
In un certo senso lo è. In realtà
non avevo preso in considerazione
questo aspetto della convivenza.
Anche se non credevo che avremmo
condotto un’esistenza monacale, non
mi era venuto in mente di calcolare
l’impatto della vita amorosa di
un’altra persona. Merda, adesso mi
tocca pensare a quello che potrebbe
succedere quando lei porterà
qualcuno a casa. Come trovare un
calzino appeso alla maniglia al
ritorno dal lavoro. È un’immagine
che mi disturba. «Ci sarà un calzino
ad avvertirmi di stare alla larga?»
Josie mi fa l’occhiolino. «No, un
perizoma di pizzo nero.»
Per poco non inciampo in una
crepa del marciapiede. Starebbe
bene in perizoma nero. O rosa. O
bianco. O di qualsiasi altro colore.
Merda, presto potrei vederla con
addosso solo…
«Per la cronaca, non è mia
abitudine girare per casa in
biancheria intima e tacchi alti.»
Dannazione. Un sogno infranto.
Ma forse posso farlo tornare in vita.
«C’è qualche margine di
ripensamento? Magari un paio di
giorni dopo che mi sarò trasferito?»
Josie ride e fa di no con la testa.
«Non credo che nessuno di noi
voglia essere beccato senza
pantaloni. Siamo onesti. Stavo
cercando una coinquilina perché per
me è più facile vivere con un’altra
donna. E tu volevi un posto per
conto tuo. Purtroppo non abbiamo
avuto fortuna, perciò dobbiamo
tenere in considerazione che siamo
un uomo e una donna, buoni amici
che abiteranno sotto lo stesso tetto, e
dovremo abituarci all’idea che io
potrei portare a casa un ragazzo e tu
una ragazza, giusto?»
Annuisco. Ha ragione, nonostante
la cosa non mi piaccia. E, anche se
non è che colpisco e affondo ogni
sera, il fatto di portare una donna
nell’appartamento che dividerò con
Josie mi pare strano. In ogni caso, è
meglio essere preparati. «Sì, ci
servirà un piano.»
«Proprio così.»
«Non dovremmo semplicemente
comportarci come fa ogni buon
coinquilino? Scoparsi qualcuno nel
bagno del bar prima di tornare a
casa?» propongo in modo innocente
sbattendo le ciglia.
Josie mi dà una pacca sul braccio
mentre attraversiamo la strada. «Sei
terribile. Io intendevo soltanto che ci
serve una parola in codice. Un
avvertimento. Ce la manderemo per
SMS .»
«Tipo oritteropo? Ho sempre
pensato che “oritteropo” fosse una
fantastica parola in codice perché si
capisce benissimo che è una parola
in codice.»
Lei mi sfida con lo sguardo
mentre raggiungiamo il suo isolato.
«E oritteropo sia. Ma se le cose
diventassero imbarazzanti tra noi?»
«In che senso?»
Josie fa spallucce. «Non so. Tipo,
se tu sei sotto la doccia quando torno
a casa, come faccio a sapere che non
devo entrare in bagno?»
Aggrotto la fronte. «Non basta il
rumore dell’acqua?»
Lei schiocca le dita. «Ottimo
ragionamento. È che stavo pensando
che… se ci sentissimo a disagio…»
Agita le mani, indicando se stessa e
poi me.
Oooh. Adesso ho capito. «Alludi
per caso alla ten-sio-ne ses-sua-le?»
bisbiglio, sillabando le parole con
deliberata lentezza.
Josie arrossisce. «No, non
intendevo quello. Volevo solo dire
che siamo un uomo e una donna che
vivranno insieme. È meglio essere
preparati a eventuali… stranezze.»
«Stavo scherzando, Josie.» Le
metto un braccio attorno alle spalle.
«Le cose non si faranno mai
imbarazzanti fra noi. Ma se mai lo
diventassero, di’ solo “pesce
svedese”. Quella sarà la nostra
parola di sicurezza.»
«E a quel punto come
allenteremo la tensione?»
Mi do un colpetto sul mento.
«Questa è un’ottima domanda.»
Peccato che nessuno dei due
abbia una risposta.
Qualche minuto dopo entriamo
nel palazzo, andiamo all’ascensore e
schizziamo su al sesto piano. Lungo
il corridoio mi fa una specie di
presentazione. «Le stanze sono
entrambe minuscole. Quando
Charlotte è andata a vivere con
Spencer, il signor Barnes ha
permesso a Wyatt di dividere in due
la camera da letto, in modo che io e
Natalie potessimo avere una stanza a
testa.»
Apre la porta, mi guida attraverso
il soggiorno e spalanca l’ingresso
della mia nuova camera…
Le sopracciglia mi schizzano fino
all’attaccatura dei capelli. È grande
quanto… be’, un materasso. Il letto
è contro la parete e, se l’altra stanza
è delle stesse dimensioni, significa
che il mio sarà accanto al suo.
Una parete sottile ci separerà.
A proposito di pesce svedese!
5

La risata di mio fratello risuona in


tutto Battery Park mentre lui
ingrassa la catena della sua bici alla
luce di un lampione. Nonostante
l’alba si profili all’orizzonte, il cielo
è ancora di quel blu scuro che
precede il sorgere del sole. Sono le
cinque e mezzo di un venerdì, e ci
stiamo preparando a pedalare.
Regolo la pressione delle gomme
e mi giro a guardare Max. «Cosa c’è
di tanto divertente?»
Lui asciuga la catena con uno
straccio, assicurandosi che sia ben
oliata. «Quello che hai appena detto.
Ecco cosa c’è.»
«Il fatto che mi trasferisco da
Josie?»
Max annuisce svariate volte.
«Proprio così. E io che ti credevo il
genio della famiglia! Si vede che
l’altro giorno ti sei scordato di
prendere la tua dose di buonsenso»
dice mentre fa girare la catena.
Si guadagna da vivere
personalizzando le automobili,
perciò questo genere di preparazione
per lui è semplice routine. Inoltre
l’allenamento di oggi prevede
quarantotto chilometri, e vogliamo
accertarci che le ruote reggano.
Nell’imminenza della gara, per noi è
importante essere pronti. Ecco il
motivo della levataccia. Facciamo
parte di una squadra che sta
raccogliendo fondi per assicurare
cure mediche ai veterani.
Mi alzo, poggiando un palmo sul
sellino. «Questa scelta è sensata al
cento per cento. Siamo amici da
sempre e a entrambi serve un posto
dove vivere. Inoltre, tu mi hai
sbattuto fuori.»
Anche Max si alza, ergendosi in
tutta la sua altezza. Io non sono
certo basso, ma lui supera il mio
metro e ottantatré ed è più grosso. Si
potrebbe definire minaccioso,
specialmente per via dei muscoli e
degli occhi scuri. Con me però è un
vero orsacchiotto, e lo è sempre
stato, perciò lo sguardo da
omaccione non funziona.
Mi punta un dito contro il petto.
«Io non ti ho sbattuto fuori. Ti ho
detto che tuo fratello maggiore era
lieto di ospitarti nel lusso più
sfrenato per tutto il tempo che
volevi» dice indicando il fantastico
grattacielo in cui vive. Ho già
macinato qualche chilometro per
incontrarlo qui.
«Abiti troppo lontano dal Mercy.
Casa di Josie è più vicina. Ci metto
solo dieci minuti per arrivare al
lavoro, invece dei trenta che
impiego da qui.»
Mi dà una pacca sulla spalla.
«Non credo proprio che i venti
minuti risparmiati valgano la tortura
di dividere l’appartamento con una
ragazza per la quale hai una cotta. È
da pazzi.»
Sbuffo. «Non ho una cotta per
Josie. Noi due siamo amici da una
vita.»
Max mi fissa con uno sguardo
d’acciaio. E va bene, non è sempre
un orsacchiotto. A volte è un
rompipalle, specie quando cerca di
fare il serio. «Pensi o no che sia una
gran figa?»
Sollevo il mento. Sono in grado
di reggere bene il suo interrogatorio.
E comunque in questo caso la
risposta è facile quanto mangiare
una torta. Una deliziosa torta alla
ciliegia, come quella che Josie ha
fatto per me qualche settimana fa.
«Sì, penso che sia una gran figa.»
Quando sorride compiaciuto, tiro su
un dito per aggiungere: «Su un
piano puramente empirico».
Mio fratello liquida il commento
con un cenno.
«Per la cronaca, non ho mai fatto
un bel niente al riguardo. E questo
perché sono un essere molto
evoluto, perfettamente in grado di
ammirare l’aspetto di una donna
senza volermi infilare a tutti i costi
nelle sue mutandine.»
Max mi assesta un’altra pacca.
«Allora spero che tu e il tuo
apprezzamento empirico non abbiate
problemi a stare in prossimità degli
attributi fisici di Josie.» Prende il
casco dal manubrio e se lo infila con
una mano sola, poi inforca la bici.
Salgo in sella anch’io. «Perché
pensi che la convivenza non possa
funzionare? Lei mi piace. È
incredibile.»
Mi risponde di nuovo con una
risata. «Perché flirti con lei di
continuo.»
Ci allontaniamo dal parco,
dirigendoci verso l’Hudson River
Greenway con un’altra manciata di
ciclisti mattinieri.
«Eppure, incredibilmente, non ci
ho mai provato. Non credi che, se io
fossi davvero attratto da Josie,
sarebbe accaduto qualcosa almeno
una volta in tutti questi anni che ci
conosciamo?»
Lui scuote la testa mentre
prendiamo velocità, pedalando
fianco a fianco sulla pista ciclabile.
«No. Il problema è che adesso sei
passato al livello superiore, e sai
cosa succede quando versi benzina
su qualcosa e poi accendi un
fiammifero, no?»
Faccio l’ingenuo. «Bah, non so,
prende fuoco?»
Max sbuffa. «In questo momento
ti darei una sberla se non fossimo in
bici.» Le ruote girano più veloci
mentre filiamo sulla pista di
cemento liscio, evitando con cura
quelli che fanno jogging o che
camminano.
Mentre superiamo un gruppetto
compatto, mi porto in testa.
«Scommetto che lo faresti!»
esclamo. «Se solo riuscissi a
prendermi.»
Per tutti e quarantotto i chilometri
pedalo a un ritmo che mi tiene due
lunghezze davanti a mio fratello.
Quando ci fermiamo, il cuore mi
batte forte e il sudore mi cola dalla
fronte. Smonto dalla bici nel punto
da cui siamo partiti, a Battery Park,
e lui fa altrettanto.
Do un’occhiata all’orologio.
«Appena in tempo per
un’abbondante colazione prima di
andare al lavoro.» Ho un’ora prima
dell’inizio del mio turno al Mercy. Il
venerdì tende a essere un giorno
frenetico al pronto soccorso. La
situazione si scalda, specialmente il
pomeriggio. Questo potrebbe essere
il mio unico pasto della giornata.
«Ci sto.»
«Oh, e a proposito, è esattamente
questo che mi permetterà di vivere
con Josie: tenere a distanza le
potenziali complicazioni come ho
tenuto a distanza te per tutta la
corsa» dichiaro mentre ci avviamo
alla nostra tavola calda preferita
dall’altro lato della strada.
«Continua a ripetertelo.»
Leghiamo le bici e andiamo
dentro a ordinare.
È proprio quello che ho
intenzione di fare quando mi
trasferirò questo weekend.
6

Indico il supporto di legno ricurvo


con un gancio in cima. «Spiegami
questo.»
Josie si mette le mani sui fianchi.
«È un reggi banane.»
Le scocco un’occhiata severa.
«So leggere. Non mi serve sapere
cos’è. Ho bisogno di sapere perché.»
Do qualche colpetto con un dito
all’oggetto sullo scaffale di Bed
Bath & Beyond, altrimenti noto
come il paradiso delle cose
superflue. Sono convinto che al
centro di questo negozio ci sia una
specie di vortice o di campo di forza
che attrae tutti gli utensili più
bizzarri e stravaganti. «Perché le
banane non possono stare sul
bancone della cucina? O, che ne so,
in una fruttiera?»
«Magari alle banane piace stare
appese» suggerisce lei. «Penzolare
libere?»
Mi do una manata sulla fronte e
la assecondo. «Ah, adesso sì che ha
senso.»
«Sono qui per aiutarti.» Josie mi
tira per una manica. «Ma possiamo
per favore andare alla corsia delle
lenzuola? Non puoi dormire sul
materasso nudo.»
«Hai ragione, ma potrei
decisamente dormire nudo sul
materasso» replico, e lei ride mentre
percorriamo un’altra corsia affollata
del gigantesco negozio.
È l’una del pomeriggio e mi sono
trasferito da lei stamattina. Ci sono
volute due ore. Tra la scuola di
specializzazione e il tirocinio ho
avuto poco tempo per accumulare
effetti personali, perciò gran parte
della mia roba entra in una sacca da
campeggio. Possiedo davvero poco.
Non ho neanche le lenzuola per un
letto a due piazze, perciò passo il
sabato da Bed Bath & Beyond, che è
un po’ come scorrere uno di quei
post intitolati “10 cose che non
userò mai”.
Anzi, cinquecento. No, aspettate.
Facciamo cinquecentouno, perché
ho appena visto il nuovo numero
uno della lista.
«Quello.» Vado dritto a uno
scaffale di cannelli bruciatori e ne
agguanto uno color argento. «Ti
prego, dimmi che possiamo fare una
festa di benvenuto e che tu
preparerai la crème brûlée. Io
entrerò tutto fiero in cucina» dico
gonfiando il petto e facendo la voce
profonda «e sfoggerò il cannello,
così tutti resteranno a bocca aperta
per l’incendio virile che appiccherò
per caramellare un dolce.»
«Incendio virile?» ripete Josie,
interdetta.
Annuisco con vigore. «E a quel
punto lascerai che gli ospiti, a turno,
mi prendano a cazzotti in faccia per
essere tanto idiota da possedere un
cannello bruciatore per la crème
brûlée.»
Lei sgrana gli occhi. «Vuoi
davvero che la gente ti prenda a
cazzotti?»
Sono mortalmente serio quando
le rispondo: «Se mai dovessi
comprare un cannello bruciatore, sei
autorizzata a riempirmi di pugni,
Josie. Dovresti farlo davvero».
Ripongo l’attrezzo sullo scaffale e le
prendo una mano, stringendola forte
nella mia. «Prometti che mi
prenderai a pugni se mai possiederò
un cannello bruciatore, un
portacravatte rotante o più di un tipo
di grattugia per formaggi. Questo fa
parte del nostro patto di
convivenza.»
Lei mi stringe più forte la mano e
i suoi occhi verdi brillano di serietà.
«Giuro solennemente di prenderti a
cazzotti in tutte le sopraccitate
circostanze. Come prova di amicizia
e solidarietà fra coinquilini.»
«Sei una santa.» La attiro a me
per darle un bacio sulla fronte.
E, ciao, dolce, sexy profumo di
Josie. Cos’è quest’odore delizioso?
È… oh, cazzo. Ciliegie. Mio Dio,
profuma di ciliegie. Come il perfetto
frutto estivo. Come il frutto più
malizioso. E mi ritrovo a chiedermi
se sia la sua crema per il viso, lo
shampoo o il bagnoschiuma.
“Bagnoschiuma.”
Mi perdo e iniziano le
associazioni di parole. Perché cosa
può richiamare il bagnoschiuma se
non la nudità?
Donna nuda sotto la doccia. Che
si lava. Che si insapona.
Ah, dannazione!
“Riprenditi, cazzo, Summers.”
Ficco tutte quelle immagini nel
cassetto più buio della mente e mi
allontano da Josie. Mi stampo in
faccia un sorriso allegro e genuino.
«Grazie per il tuo impegno nella mia
lotta all’imbecillità.»
«Ti guardo le spalle» dice lei
dandomi una pacca consolatoria. Poi
indica una teglia per cupcake.
Ansima come un cane. «Devo.
Averla.»
«Non ne hai già venti, di quelle?»
Josie annuisce mentre la
agguanta dallo scaffale. «Sì. Ma non
bastano mai.» Gira su se stessa e la
sua mano sfreccia fulminea verso
qualcos’altro. «È un leviga glassa.
Me ne serve uno nuovo. Cielo,
questa corsia è l’orgasmo del
pasticciere!» Sorride euforica.
«Orgasmo del pasticciere. Mi
piace.» Mi offro di reggere gli
utensili. Josie me li dà e io li infilo
sotto il braccio.
Quando giriamo l’angolo per
imboccare la corsia successiva, lei si
ferma agli scaffali che espongono le
promozioni. Batte la mano su una
grossa scatola argentata. «Svelto.
Stampo per waffle. Questo è il vero
test per la nostra compatibilità come
coinquilini. Ti serve uno stampo per
waffle?»
Assumo un’espressione
concentrata prima di abbassare la
mano di scatto come per premere il
pulsante di un gioco a premi. «E la
risposta esatta è: no. Mai. È per
quello che esiste il brunch della
domenica.»
Lei alza un palmo e ci diamo il
cinque. «Vinci questo round del
“Nuovo Coinquilino Show”. Perché
chi vorrebbe comprare una
mostruosità per fare i waffle una
volta l’anno quando nella nostra
minuscola cucina newyorkese non si
sa neanche dove metterla?»
«Non quest’uomo.»
«E neanche questa donna.»
Fantastico, la nostra convivenza
fa faville!
Mentre andiamo a caccia di
lenzuola, vaghiamo tra le applique.
Ma, sul serio, che cazzo è
un’applique? C’è qualcuno che lo
sa? Impossibile, perché è una cosa
che non esiste. Poco dopo
incappiamo in un’intera rastrelliera
di gelatiere tecnologiche che mi
spinge a chiedermi: “Chi diavolo ha
deciso che dovevamo farci il gelato
da soli?”. La gente sa che il mondo è
pieno di gelaterie?
Alla fine del labirinto di corsie e
ascensori, arriviamo al reparto
lenzuola. Non credo ai miei occhi.
«Josie, qui ce ne sono letteralmente
cinquecento tipi diversi» osservo
esterrefatto.
«È bello poter scegliere.» Si
picchietta il mento con un dito
mentre dà un’occhiata alle
innumerevoli opzioni.
Scruto le file su file di lenzuola
blu, bianche, nere, a pois e con altri
motivi maschili e mi sento
sopraffatto. Perché comprare della
biancheria da letto è tanto
complicato? Giuro che far ripartire
un cuore è più semplice che stabilire
la giusta densità del filato.
Indico le montagne di cotone
egiziano. «Ogni paio proclama di
essere migliore dell’altro. Che
succede se prendo un trecento fili?
Mi resterà sempre il dubbio che non
possa competere con la morbidezza
di un cinquecento fili? Più alto è il
numero di fili e meglio è? Ho
bisogno di un ottocento? Come
faccio a scegliere?»
Josie afferra un set da
quattrocento fili e me lo spinge tra le
braccia con un’autorità
decisamente… sexy. «Ecco come
fai.»
«Maledizione, donna. Hai preso
la decisione così.» Schiocco le dita.
«Con le lenzuola bianche non
puoi sbagliare. E saranno morbide
quanto basta» mi dice accarezzando
la confezione.
Poso gli occhi sulle sue dita e
resto a guardarla mentre le fa
scorrere sull’involucro di plastica.
La mia mente compie svariati,
inappropriati passi avanti, pensando
a come sarebbe sentirle
sull’addome… chiedendosi se la sua
pancia sia morbida quanto basta…
Scuoto la testa. Ma certo che è
morbida quanto basta. Che le donne
siano morbide è un dato di fatto.
«Mi hai convinto.» Mi infilo le
lenzuola sotto il braccio insieme al
resto del bottino e la trascino via dal
reparto biancheria da letto, per
evitare che mi frullino per la testa
altre fantasie scatenate dalla libera
associazione tra “Josie”, “lenzuola”,
“dita”, “carezze”, “pelle morbida”,
“ciliegie” e così via.
Mentre lasciamo il reparto, lei si
ferma davanti a una gigantesca
vasca piena di cuscini di ogni forma
e dimensione. «Mi serve un cuscino
nuovo.»
Sono confuso. «Perché?»
Ne afferra uno blu con i bordi di
paillettes e se lo stringe al petto. «Mi
piacciono i cuscini.»
«Sei una cuscinofila?»
«Assolutamente sì.» Dopo aver
lasciato ricadere quello blu nel
contenitore, Josie affonda le mani e
rovista, smuovendo un mare di
cuscini color cioccolato, viola scuro
e rosso carico. Alcuni sono quadrati,
altri tondi, altri ancora cilindrici. Ne
pesca uno lungo verde smeraldo.
«Guarda!» Il suo viso si illumina
come se avesse trovato il tesoro dei
pirati.
«Come mai tutto questo amore
per i cuscini, Josie?»
Stringendolo a sé, lei risponde:
«Sono oggetti meravigliosi. Servono
per fare un pisolino, si possono
stringere o usare per metterci sopra i
piedi». Mi fa segno di avvicinarmi e
abbassa la voce a un sussurro.
«Inoltre sono amici delle tette.»
E io sono un personaggio dei
cartoni messo KO da una padella di
doppi sensi. La parte sconcia del
mio cervello si scatena. «Amici
delle tette?»
Josie muove su e giù le
sopracciglia e indietreggia fino alla
corsia accanto a quella dei cuscini.
Le vado dietro.
In questo momento la seguirei
ovunque perché ha appena
pronunciato la mia parola preferita.
“Tette.” Per la cronaca, la seconda è
“poppe”. La terza, “seno”.
Si morde il labbro, guarda da una
parte e dall’altra e poi si infila il
cuscino proprio in mezzo alla valle
delle divinità sul suo petto.
Mi sfugge un sonoro gemito.
E quello stronzo senza pudore del
mio uccello balza sull’attenti nei
jeans.
Josie Hammer si lancia in un
racconto. «Tanto tempo fa avevo un
coccodrillo di peluche. Era una
piccola creatura verde che viveva sul
mio letto, un regalo di quando da
bambina avevo una grande passione
per i libri della serie Lyle, Lyle,
Crocodile. Lo facevo parlare e
l’avevo anche chiamato Lyle Lyle.»
«Arguta.»
Le brillano gli occhi. «Ma il vero
colpo di genio l’ho avuto alle medie,
quando ho scoperto il vero scopo di
Lyle Lyle. Sai, è tornato utile a
questa ragazza dallo sviluppo
precoce. A dodici anni loro hanno
cominciato a crescere» dice
indicando quei magnifici globi «e io
ho preso l’abitudine di dormire con
Lyle Lyle.»
«Dormivi con il peluche?» La
mia gola è tanto secca quanto il mio
pene è duro.
Lei annuisce e stringe con più
forza il cuscino verde tra i seni.
«Perché?» chiedo, senza capire.
Josie si sporge leggermente sulla
destra. «Perché quando dormi sul
fianco, le ragazze cadono l’una
addosso all’altra e si colpiscono.
Può essere un po’ scomodo.»
“Proprio come senso di
oppressione nelle mie mutande in
questo momento” commento tra me
e me. «Ci scommetto» replico con la
voce strozzata.
«E così Lyle Lyle si è trovato un
lavoro. L’ho assunto come amico
delle tette. Dormiva con me e
forniva un completo e assoluto
comfort alle mie tette.»
Che fortuna, quel fottuto
pupazzo! «Voglio diventare un
coccodrillo di peluche.»
Josie sgrana gli occhi verdi e poi
ride. «Comunque a me piaci così
come sei.»
Tiro su l’avambraccio. «Allora
prendi in considerazione questo.
Funzionerebbe come amico delle
tette? In via ipotetica, ovvio. Sono
sicuro che la mia mano lì in mezzo
ci starebbe alla perfezione.»
Lei mi dà una manata. «Se il
cuscino fallisce, busso due volte alla
parete.»
«Ma figurati, non devi neanche
disturbarti a bussare. Vieni nella mia
stanza, afferri la mia mano e te la
infili tra le ragazze.» I miei occhi si
posano sulla sua quarta coppa C.
Be’, che c’è? Mi basta uno sguardo
per saperlo. È un talento scientifico.
«Di che colore sono i miei
occhi?»
La sua domanda mi spiazza.
Riporto l’attenzione sulla sua faccia.
«Verdi.»
Si indica l’attaccatura del naso.
«E si trovano qui.»
«Ma insomma, stavi parlando di
tette. Siamo pragmatici, non avevo
altra scelta se non guardare
l’argomento di conversazione.»
La sua occhiata dice: “Ti ho
beccato”.
Sollevo le mani. «Non stiamo
parlando di caramelle gommose. Sei
stata tu a cominciare.»
Josie mi colpisce in testa con il
cuscino verde. «Ho preso nota della
tua offerta.»
«Cercavo solo di rendermi utile.
Tutto qui.»
«E io lo apprezzo. Ma compro
anche questo cuscino.»
Arrivati alla cassa, pago il
cuscino e gli utensili da pasticceria.
«Ti ho mai detto che faccio dei
regali fantastici? È una specie di
talento speciale.»
Lei alza gli occhi al cielo ma,
quando ce ne andiamo, si fa seria e
mi dà un bacetto sulla guancia.
«Grazie per i bellissimi doni. È stato
molto dolce da parte tua.»
Più tardi, quando passiamo la
nostra prima serata da coinquilini,
sono assurdamente geloso di un
cuscino.
Ma, una settimana dopo, non è
più quello l’oggetto della mia
gelosia.
7
Dal ricettario di Josie

Popcorn soffiato per le serate


sul divano
Ingredienti
Un quarto di tazza di chicchi di mais

Utensili
Macchina per popcorn
Procedimento
1. Mettete i chicchi di mais nella
macchina per popcorn.

2. Chiudete il coperchio.

3. Infilate tutto nel microonde.

4. Questa è la parte più difficile.


Avvicinatevi. Aspettate… pigiate il
tasto per i popcorn sul microonde.
Guardate. Quando il microonde fa
drin, voilà!

Consigli per servire: rovesciate il


popcorn soffiato in una ciotola,
aggiungete una spolverata di sale e
parmigiano e preparatevi a godervi
uno spuntino buono da morire
mentre vi raggomitolate sul divano a
guardare la tivù.

Istruzioni speciali: resistete e non


poggiate i piedi sulle gambe di
Chase. Trattenetevi dal rannicchiarvi
accanto a lui. Tenete le mani lontane
da quei capelli castano dorato,
leggermente mossi e dall’aspetto
così dannatamente soffice. Siete
amici e vi piace passare il tempo con
lui. Le cose stanno così e non
credete che l’amicizia vi dia il diritto
di toccargli i capelli. Anche se
vorreste davvero, davvero, davvero
farlo.
8

Sei cose che ho imparato sulle


donne vivendo insieme a una di
loro…

Uno
Usano un sacco di carta igienica.
Okay, un momento. Non mi
riferisco a niente di increscioso.
Quello che intendo è più un epico
tripudio di carta igienica in bagno.
«Puoi prendere la carta igienica
quando torni a casa?» domanda
Josie al telefono una sera mentre sto
lasciando l’ospedale, dopo una folle
giornata di slogature e ossa
fratturate. «L’abbiamo quasi finita.»
«Ce n’è mezzo rotolo» replico,
perché quella basta per tre giorni,
giusto?
Macché.
Mi sbaglio.
«Chase» mi riprende mentre mi
avvio in strada. «Finirà in un paio
d’ore.»
E so perché. La ragazza ama la
carta igienica. È come in quei video
dove un gatto arpiona il rotolo e
tutto felice lo strappa dal supporto.
Josie la usa per ogni cosa: per
struccarsi, per asciugare l’acqua dal
piano del lavabo e addirittura per
spolverare. Proprio così.
Appallottola una decina di fogli e
con quelli toglie la polvere dalle
mensole. La srotola con i suoi
piccoli artigli felini e la utilizza per
soffiarsi il naso, producendo un
adorabile squittio.
Faccio un salto al supermercato e
prendo un pacco di carta igienica
della sua marca preferita. Perché
questo la rende felice.
Due
I capelli.
Sono praticamente ovunque.
Trovo fili castani sul divano e fili
rosa nel lavabo. A essere sincero,
becco i capelli di Josie perfino tra i
miei. Sst, non diteglielo, ma è
perché uso la sua spazzola. Per
qualche ragione le spazzole delle
donne sono decisamente meglio dei
pettini. Sono una meraviglia, cazzo.

Tre
A Josie piace quando svolgo
lavoretti maschili. E a me piace che
a lei piaccia. Scusate se questo non
fa di me una persona corretta. So
che dovrei scostarmi dai classici
stereotipi di genere e farle una
sciarpa ai ferri o piantare fiori, ma
non mentirò: preferisco di gran
lunga quando mi chiede di sollevare
pesi. Qualche giorno fa voleva
spostare il tavolino. Sono stato felice
di accontentarla e ho apprezzato il
fatto che mi guardasse le braccia.
L’altra sera mi ha chiesto di aprire
un vasetto di cetriolini. Sono entrato
impettito in cucina, ho contratto i
bicipiti e ho dato inizio allo
spettacolo.
«Pavone» ha borbottato lei.
«È difficile che io mi offenda se
usi quella parola.»
Lei ha alzato gli occhi al cielo.
«Scemo.»
Mi sono stretto nelle spalle.
«Idem come sopra.»
«Fai lo splendido con un vasetto
di sottaceti.»
Le ho picchiettato un dito sul
naso. «Bingo!»
«Ti sei offeso adesso?» Josie ha
tirato un pugno in aria. «Ottimo.»
«Hai intenzione di insultarmi.
Sono davvero triste» ho detto. Poi
ho preso un cetriolino e l’ho
mangiato.
Lei mi ha toccato la pancia. «Sei
incinto?»
«Che orrore!»
«Ma dài, neanche fosse la cosa
peggiore del mondo.»
Le ho scoccato un’occhiataccia.
«Sì, una specie.»
Preferirei essere quello che
“innesca” il bambino, non quello
che lo porta in grembo.
Come ho detto, mi sento più a
mio agio con le faccende maschili.

Quattro
Dopo una lunga giornata in
ospedale, che in pratica descrive
ogni mio turno di lavoro al Mercy, è
bello avere qualcuno da cui tornare.
E non lo dico solo perché Josie fa
dei popcorn fenomenali.
Però li fa. Sono deliziosi, e li
sgranocchiamo mentre guardiamo la
tivù. Quando finiscono, scuoto il
recipiente e fingo di cercarne
ancora, annusando all’interno.
«Sembri un cane che lecca la
ciotola dopo aver mangiato, nel caso
sia rimasto un croccantino
invisibile» osserva lei.
Ficco la faccia nel contenitore
rosso e do una leccata.
«Ti taglio i viveri.» Josie me lo
strappa di mano e lo posa sul
tavolino. Si sposta un po’ e appoggia
i piedi su di me.
Li osservo. Sono piccoli e snelli,
con le unghie laccate color zaffiro. I
miei occhi si posano sul dorso di un
piede e per poco non mi schizzano
fuori dalle orbite di fronte a tanta
abbondanza. «Hai delle vene
bellissime.»
Mi guarda come se fossi pazzo.
«Cosa?»
Le afferro il piede e lo tiro su. «È
meraviglioso!» esclamo, facendo
scorrere un dito sul dorso, dove la
vena è spessa e azzurrina. «Potrei
prelevare un sacco di sangue da
qui.»
Josie resta interdetta. «Sei un
vampiro?»
«No. Sono solo un appassionato
dell’organismo umano. Potresti
donare sangue dal tuo fottuto
piede.» Lo attiro verso la mia bocca.
Lei strilla, dimenandosi mentre
fingo di addentarle l’arco plantare.
«Sei matto.»
Mollo la presa e il piede ricade
sulla mia coscia. «Quali altre
meravigliose vene vivificatrici mi
stai nascondendo? Mostrami le
braccia.»
«Questa è per caso una specie di
fantasia erotica dei dottori?»
Annuisco e di sicuro mi brillano
gli occhi. «Tu hai la teglia per
cupcake e il leviga glassa. Non mi è
certo sfuggito come hai guardato
quel matterello. Ti sei divertita.
Adesso tocca a me.»
«E va bene.» Si sfila la felpa
leggerissima e allunga il braccio.
Le metto una mano attorno al
polso e lo passo in rassegna. Alla
fine indico una vena
nell’avambraccio. «Con questa
potresti salvare interi paesi.»
«Dici sul serio?»
«Sì. È la fine del mondo, Josie,
una specie di miniera di diamanti.
Cavoli, se non sapessi già che sei
fantastica, mi basterebbe vedere le
tue vene per capirlo. Ti prego,
dimmi che sei una donatrice.»
Lei annuisce. «Certo. Vuoi
prendermi il sangue qualche volta?»
Inspiro rumorosamente e chiudo
gli occhi. «Non farmi eccitare.»
Quando li riapro, mi dà un calcio
nella pancia. «Sei pessimo.»
«Lo so.»
Si tira su a sedere e mi chiede:
«Qual è stata la cosa più difficile nel
periodo che hai passato in Africa?».
«A parte la nostalgia della
pizza?»
Josie sorride. «A parte la pizza,
anche se comprendo quella specie di
vuoto.»
«Specialmente per quella
formaggio e funghi.»
«La tua preferita.»
Distrattamente, le sfrego il
braccio mentre torno con la mente ai
giorni trascorsi nella Repubblica
Centrafricana. «Senz’altro le
sofferenze di cui sono stato
testimone.»
«Ovvio» conviene lei, seria.
«Dev’essere stata dura.»
«Sì. A livello personale, invece,
se ho capito bene quello che intendi,
mi mancavano gli amici. Mio
fratello Max, anche se è un
rompiscatole, e pure Wyatt. È stata
dura non poter parlare con qualcuno
che non fosse un medico.
Chiacchierare di qualcosa che non
avesse a che vedere con il lavoro.»
«Sei una persona socievole»
osserva lei in tono tenero.
«Da sempre. Comunque adoravo
le tue e-mail» dico, ricordandomi
che lei, più di chiunque altro, si era
tenuta costantemente in contatto con
me. «Mi eccitavo solo alla vista del
tuo nome nella mia casella Gmail.»
Josie fa un gran sorriso.
«Davvero?»
«Già. È stata un’esperienza
incredibile, ma avevo nostalgia di
casa e ogni volta che ricevevo un tuo
messaggio mi sembrava di ritrovare
un pezzetto di New York. Come
quando mi hai raccontato di quella
donna che voleva una torta per sé da
parte dei suoi cani e che si era
presentata a ritirarla dicendo: “I miei
cani hanno ordinato una torta”.»
Josie ride. «Era adorabile. Una
scrittrice. Il suo nuovo libro era
appena entrato in classifica e
sosteneva che i suoi cani volevano
festeggiarla con una torta.»
«Un’amabile svitata. E tu l’hai
assecondata come se niente fosse.»
Lei fa spallucce. «Ma certo. Ho
detto: “Satchel e Lulu sono così fieri
del suo successo! Ecco la torta al
cioccolato che hanno ordinato per
lei”.»
«Probabilmente hai illuminato la
sua giornata. Pensa che il solo
leggere quel racconto ha illuminato
la mia. L’unica nota dolente è stata
la foto della torta che mi hai
mandato, tentatrice che non sei
altro» dico, scoccandole uno
sguardo minaccioso.
«Ti mancavano le mie torte…
Che dolce!»
Faccio un sorriso malinconico.
«Mi sei mancata anche tu.»
«Davvero?» domanda Josie in
tono meno sarcastico del solito.
«Certo. Sei una dei miei più cari
amici.»
«Giusto. Posso dire lo stesso di
te.» Lei si schiarisce la voce. «Hai
stretto nuovi legami in Africa?»
«Certo. Ho fatto amicizia con
medici e infermiere.»
«Infermiere?»
La sua voce si è fatta più secca.
Per una frazione di secondo mi è
quasi sembrato di cogliervi una
punta di gelosia. Ma io e lei siamo
amici da troppo tempo perché le
cose tra noi cambino.
«Sì, si è creato un gruppetto
molto unito. Camila, un’infermiera
spagnola con le braccia piene di
tatuaggi, era fantastica.»
«Un’infermiera spagnola?
Coperta di tatuaggi?» ripete Josie,
come se fosse un concetto astruso o
assurdo.
«Sì. Era un vero spasso, sempre lì
a raccontare storie buffe sui suoi
connazionali. Poi c’erano un dottore
inglese, George, e un altro della
Nuova Zelanda di nome Dominic
che però aveva il classico humour
inglese. La nostra squadra era molto
unita.»
«Qualcuno era un feticista delle
vene come te?»
«E chi non lo sarebbe se nei
paraggi ci fosse un esemplare come
te, con tutto quel ben di Dio!» Le
afferro di nuovo il braccio e passo le
dita lungo le vene, come se fossi
ipnotizzato.
La sua morbida peluria, quasi
invisibile, si rizza, e per un istante
lei trattiene il respiro. Una strana
sensazione mi percorre la spina
dorsale; è come se stessi
galleggiando.
Non ha senso, perciò scaccio
l’idea.
Alzo lo sguardo dal braccio e
incrocio gli occhi verdi di Josie,
trovandovi qualcosa che non ho mai
visto prima. Non so di che si tratta.
Non sono in grado di definirlo.
«Sto usando la tua spazzola» dico
tutto d’un fiato. Chissà poi perché
gliel’ho confessato proprio ora…
Forse per via di quegli occhi grandi
fissi sui miei.
«Lo so.»
«Non ti dà fastidio?»
Josie si protende verso di me e mi
passa una mano tra i capelli. La
strana sensazione di poco prima
raddoppia di intensità. Triplica. Si
moltiplica in modo esponenziale.
«No. Penso che non saresti male con
i capelli rosa.»

Cinque
I profumi.
Una delle particolarità di vivere
con una donna è che tutto ha un
buon odore. Il bagno è come una
fumeria d’oppio di delizie muliebri.
Solitamente, Josie si alza prima di
me ed esce proprio quando mi
sveglio. Nell’entrare in bagno ho
l’impressione di addentrarmi in una
tana di femminilità.
Resto lì a riempirmi il naso.
I turbinanti aromi dell’acqua alla
ciliegia, della crema per il corpo alla
vaniglia e del bagnoschiuma al
caprifoglio permeano l’aria come un
allettante sogno erotico. Ogni
mattina vengo avviluppato dal
profumo di donna. È dolce,
seducente e inebriante, e sa di lei.
In breve, è l’ambiente perfetto
per una sega sotto la doccia.
Che c’è? Avete da ridire? Mi
sveglio con l’alzabandiera e sono
solo sotto un getto di acqua calda.
Un lavoretto di mano mattutino ci
sta tutto.

Sei
Ecco uno degli aspetti della
convivenza con una donna con cui
l’uomo deve fare i conti. Una cosa
che non può evitare.
L’alzabandiera mattutino.
Svegliarsi con un’erezione è una
conseguenza del fatto di possedere
un cromosoma Y. E dal momento
che in genere Josie se ne va prima
che io mi alzi, a chi importa? A volte
però mi capita di incrociarla. Come
succede questo sabato. Con addosso
solo i boxer neri esco a piedi nudi
dalla mia stanza, sfregandomi gli
occhi e sbadigliando. Ed eccola in
corridoio con un adorabile paio di
shorts rosa che non contribuisce a
ridurre il gonfiore nelle mie
mutande. Anzi, la vista delle sue
cosce morbide e del rigonfiamento
delle tette sotto la maglietta di
cotone sottile lo fa crescere a
dismisura.
Perché…
Lei. Non. Porta. Il. Reggiseno.
Non sono un tipo religioso, ma
sto seriamente pensando di rivolgere
una preghiera al suo petto. Ecco
come dev’essere il paradiso! Quei
globi. Che Dio mi aiuti, c’è un
angelo davanti a me.
«’giorno, Chase.»
«’giorno, Josie.» Ho la voce roca
per l’ora e per lo spettacolo.
Josie abbassa lo sguardo e la
vedo sbattere le palpebre. Seguo i
suoi occhi e il mio uccello punta
dritto verso di lei, come un
cartellone pubblicitario.
Non sembra scomporsi.
Faccio spallucce. «Intendevo, è
davvero un buon giorno.»
Josie sorride compiaciuta e non
posso fare a meno di notare che il
suo sguardo indugia un po’ più a
lungo del dovuto. Non posso dire
che la cosa mi dia fastidio.
Più tardi però la giornata prende
una piega decisamente negativa,
perché capisco qual è la cosa che fa
più schifo dell’avere una coinquilina
come Josie.
Ha un appuntamento.
9

Cerco di uscire prima di lei.


Non voglio sapere cosa indossa.
Non voglio sapere come si è fatta i
capelli. Non voglio neanche sapere
dove andrà.
Fino a che non me lo dice. Ho la
mano sulla maniglia, pronto a
filarmela dall’appartamento per non
fare la figura del patetico idiota che
resta a casa quando la sua
coinquilina sexy va a un
appuntamento.
Josie mi chiama dal corridoio.
«Ehi!»
«Sì?»
Entra in soggiorno. «Sto andando
al Bar Boisterous sulla
Cinquantesima.»
I miei occhi diventano due
fessure. «Va bene. Perché me lo stai
dicendo?»
«Così saprai qual è la mia ultima
posizione nota.»
Sento montare l’irritazione. «Non
dirmi che stai uscendo con qualcuno
che pensi ti farà a pezzi.»
Lei rabbrividisce e agita le dita in
modo inquietante. «Sì. Gli dirò di
mandarti la mia testa in una
scatola.»
«Non è divertente.»
«E se ci mettesse sopra un
fiocco? Come un regalo?» Josie si
avvicina e adotta uno stile narrativo
alla Vincent Price. «Mi taglierà in
pezzi minuscoli e mi darà in pasto ai
ghiottoni.»
«Sul serio, non fa ridere. Sei
davvero preoccupata per questo
tizio?» chiedo, senza dare spago al
suo tentativo di fare dell’umorismo.
Anche se, in altre circostanze, Josie
guadagna un sacco di punti perché
non solo ride delle battute degli altri
ma ne fa a sua volta. Questa dote è
una rarità. Le persone spiritose sono
come diamanti.
Solo non in questo momento.
Si piazza le mani sui fianchi.
Indossa una maglietta bianca con lo
scollo tondo e un paio di jeans
aderenti. Il suo appuntamento non la
merita. Non ho idea di chi sia né di
cosa faccia, non so niente di lui, ma
non ne ho bisogno. Non è all’altezza
di questa donna incredibilmente
spiritosa, generosa, con un seno
magnifico e un grande talento per la
cucina. «Hai fatto una domanda
ridicola, Chase.»
«Sei tu che hai voluto darmi la
tua ultima posizione nota» replico
con severità.
«Sto soltanto prendendo delle
precauzioni. Nessuna paranoia.»
Cedo. «Scusa.»
«Però ho un favore da chiederti.»
Dal tono si capisce che non scherza.
«Ma certo. Qualsiasi cosa.» Fra
me e me aggiungo: “E io la farò”.
La sua voce è innocente,
addirittura speranzosa. «Posso
chiamarti se succede qualcosa?»
«Del tipo?»
«Non so.» Armeggia con il
ciondolo a cuore del bracciale
d’argento. «Qualsiasi cosa,
immagino. Ho visto Henry una sola
volta durante l’estate e siamo stati
bene. Poi è dovuto partire per un
incarico. Non so molto di lui, e di
solito la mia amica Lily che gestisce
il negozio di fiori in fondo alla
strada mi copre le spalle. Ma stasera
esce con il suo ragazzo, Rob, perciò
se succede qualcosa, puoi essere tu il
mio Bat-segnale?»
Se la mette così, devo
accantonare la frustrazione che
provo per il suo appuntamento. Josie
sarà anche uno schianto, ma
innanzitutto è una mia amica.
Un’amica molto importante.
Attraverso a grandi passi la stanza,
la cingo con un braccio e la attiro a
me per rassicurarla.
Solo che… Errore tattico.
Aspiro a fondo l’odore dei suoi
capelli. Quella palla di frustrazione
non si srotola. Anzi, si fa più stretta,
perché… lui la annuserà questa sera.
Sentirà il suo profumo alla ciliegia.
Stringo i pugni. Provo un senso
di oppressione al petto. Contraggo la
mascella.
D’altra parte mi sto solo
preoccupando per lei, dico a me
stesso. Sono un leone che protegge il
suo branco.
Non c’è niente di personale. Qui
non si tratta di un uomo che si
prende cura della sua donna. La mia
è una reazione naturale, tipica del re
della giungla. Sono un ragazzo che
bada a una ragazza a cui tiene. Il
mio compito è guardarle le spalle.
Proteggerla. «Sai che lo farò,
piccola» le sussurro all’orecchio.
Piccola?
E che cazzo? Io non uso termini
affettuosi. Non dico dolci
sciocchezzuole.
Quando ci separiamo, lei mi
ringrazia. «È solo che questa storia
degli incontri online…» Fa un
respiro profondo. «È piena di sfide.
Sono uscita con una persona qualche
mese fa e, be’, diciamo che non ha
funzionato.»
«A volte con le relazioni
succede.»
Josie annuisce e sorride. «Sono
felice di potermi appoggiare a te.»
Mi inclino come la Torre di Pisa.
«Appoggiati pure.»
Mi preme la spalla contro il petto
e il mio cuore prende a battere forte.
Cioè, molto più veloce del normale.
Che strano! Lo giustifico dicendomi
che il battito accelerato ha una
spiegazione semplice: l’umano
desiderio di sentirsi necessari. La
ragazza migliore che conosca ha
bisogno che io sia il suo punto
fermo. Ecco cosa sarò per lei; non il
tizio che pensa al suo seno, alle sue
gambe o ai suoi inebrianti capelli.
So già che portare un’amicizia a un
livello diverso può mandare tutto a
puttane.
Rischia di rovinare tutto quanto.
Compreso il cuore.
Quando Josie si allontana da me,
il battito torna normale. La indico.
«Per te, faccio visite a domicilio. Il
dottore c’è sempre.»
Mi ringrazia di nuovo, ed esco
per incontrare i miei amici da Joe’s
Sticks, un biliardo sulla
Cinquantesima est. Max, Spencer,
Nick e Wyatt sono a un tavolo e
stanno disponendo le palle.
Quando li raggiungo, Max mi dà
una pacca sulla schiena. «Come va
la tua vita da sitcom?»
«Ah ah ah.»
Mio fratello mi porge una birra.
«Siamo già a “Tre cuori in affitto”?»
Prendo la bottiglia. «Tranne che
siamo solo in due.»
Adesso i suoi occhi scuri mi
fissano. «So contare. So anche fare
congetture, e quel piccolo numero,
due, mi suggerisce che sarà ancora
più dura per te.» Scuote la testa
mentre mi porge una stecca. «Sei
nella mia squadra. E non vedo l’ora
di dirti che te l’avevo detto.»
«Ecco cosa amo di te. Il sostegno
incondizionato.»
«Sempre a disposizione» replica
Max strizzando l’occhio. Poi indica
il tavolo. «Tira tu per primo.»
Saluto gli altri e mi appresto a
tirare. Sono bravo a biliardo. È un
gioco che richiede concentrazione,
la stessa che serve per ricucire una
fronte. Inoltre sono dotato di
un’eccellente coordinazione occhio-
mano, cosa che mi aiuta parecchio.
Anche Max è una bomba, perciò
insieme siamo gli imbattibili fratelli
Summers.
Allineo la stecca e colpisco.
Mando la palla bianca contro quella
viola, che fila sul panno verde e
finisce precisa nella buca d’angolo.
«Bel colpo» commenta Wyatt.
Prima mi ha mandato un SMS per
dirmi che questa sera sua moglie
Natalie si sarebbe vista con
Charlotte, la moglie di Spencer, per i
preparativi del matrimonio. Perché
Wyatt e Natalie, dopo essersi sposati
a Las Vegas qualche tempo fa,
stanno organizzando una cerimonia
anche qui per gli amici e i parenti.
Mentre giro attorno al tavolo,
studiando la prossima mossa, Wyatt
mi chiede: «Come va la vita con la
mia sorellina?».
«Alla grande» rispondo. Perché è
la verità.
«Cosa combina stasera?»
Ho una breve esitazione, incerto
se dirgli quello che sta facendo.
«Esce.»
Spencer si mette la mano attorno
alla bocca come un megafono.
«Parola in codice per
“appuntamento romantico”.»
Nick raddrizza la schiena e
guarda interdetto Spencer. «Sul
serio? Mia sorella non ha
appuntamenti romantici.»
Spencer gli dà una manata sulla
schiena. «Già. Proprio come non ce
li aveva mia sorella» replica,
scoccandogli un’occhiata eloquente,
dal momento che Nick è fidanzato
con sua sorella Harper.
Nick alza le mani. «Va bene, va
bene.»
Spencer lo pungola con la stecca.
«Rassegnati, amico. Abituati all’idea
che tua sorella esce con dei tizi. Fra
tutti quelli a disposizione, io mi sono
beccato te.»
Mando in buca il primo colpo e
poi manco il successivo. Quando
arriva il turno di Nick, Wyatt mi
chiede: «Chi è il fortunato di
stasera? E quando dobbiamo
pestarlo?».
Faccio spallucce. «Non lo so.»
Mi scocca un’occhiataccia. «Non
lo sai?»
«Amico, non sono il suo baby-
sitter.»
«No che non lo sei, testa di
cazzo, ma devi tenerla d’occhio.»
Wyatt mi punta contro la bottiglia di
birra.
«Già, perché gli uomini sono dei
maiali» dice Max.
A quell’affermazione tutti quanti
solleviamo le birre.
Più tardi Wyatt mi prende in
disparte. «Sul serio, amico. Tieni
d’occhio Josie. La primavera scorsa
frequentava un tizio che l’ha fatta
soffrire parecchio.»
Come per una reazione chimica,
la rovente gelosia di poco prima si
trasforma in qualcosa di inedito: il
desiderio di fare del male a quel
tizio. «Chi è questo stronzo? Quello
con cui esce stasera? Henry?»
Wyatt scuote la testa ed emette un
lungo sbuffo. «Non è Henry. Non
conosco tutti i dettagli. Ne ha parlato
con Natalie ma, in poche parole,
questo tizio conosciuto online
sembrava assolutamente cotto e,
quando si sono incontrati di persona,
era evidente che non volesse altro
che…»
Stringo i denti. «Cazzo, odio gli
stronzi.»
«Già, anch’io.»
«Cosa è successo?»
«L’ha mollata dopo aver ottenuto
quello che voleva.»
«Classica mossa da bastardo.»
«Proprio così» conviene Wyatt.
«Giuro che se lei mi avesse detto chi
era, probabilmente lo avrei ucciso,
anche se non ha commesso il
peccato peggiore in assoluto. Però
ha fatto soffrire mia sorella,
quindi…»
«Vorresti ammazzarlo» concludo
per lui.
«Odio la gente che fa del male a
Josie. Ho bisogno che tu la tenga
d’occhio. Proprio come io farei per
Mia, se tu me lo chiedessi.» Mia
sorella è sulla West Coast, dove si
sta facendo il culo per mettere in
piedi un’azienda tutta sua, e va alla
grande in base a quello che mi dice
tramite SMS ed e-mail. «Adesso vivi
a casa di Josie, amico. Saprai meglio
di chiunque altro cosa bolle in
pentola. Devi sorvegliare il suo
fottuto profilo sul sito di incontri.»
Alzo un pugno per batterlo contro
il suo. «Contaci.»
Questo nuovo ruolo è di
fondamentale importanza. C’è una
giungla là fuori, e se posso fare
qualcosa per aiutare Josie a
districarsi non mi tirerò indietro.
Sono in grado di fiutare gli stronzi.
Posso proteggerla dalle teste di
cazzo di questo mondo.
Quando più tardi lei mi chiama,
entro in servizio. «Qui intervento
rapido» scherzo, allontanandomi dai
miei amici.
«Sta soffocando» dice Josie. In
sottofondo si sente musica ad alto
volume e lei sembra scossa, in
procinto di farsi prendere dal panico.
Entro all’istante in modalità
pronto soccorso. «Che cosa
succede?»
«Il mio appuntamento. Henry. Sta
soffocando e non riesce quasi a
parlare. Ha in mano una EpiPen ma
ha difficoltà a usarla. Gliela
conficco nella coscia?»
Comprensibilmente il suo tono è
teso, carico di una tensione che mi è
capitato di sentire innumerevoli
volte.
«Sì» rispondo in modo
pragmatico mentre esco dalla
rumorosa sala biliardo. Più tardi
manderò un SMS a Wyatt per dirgli
dove sono andato. «È facile.
Affondala nella coscia, fai clic e io
sarò lì tra cinque minuti.»
«Resta al telefono con me» dice
Josie con la voce tremante.
«Assolutamente sì.» Prendo un
taxi e sfreccio lungo qualche isolato
fino al Bar Boisterous, cercando di
calmarla per tutto il tragitto mentre
il suo accompagnatore riprende a
respirare.
Una volta dentro, trovo subito
Josie con un hipster barbuto e
prendo in mano la situazione. Lo
aiuto a uscire e lo portiamo al più
vicino pronto soccorso.
Nonostante ci sia la folla del
sabato sera, lo visitano seduta stante,
e non solo perché è scortato da un
medico. Infatti c’è mancato un pelo
che l’amico di Josie concludesse la
serata nel peggiore dei modi.
Il tizio è allergico alle noccioline,
presenti in tracce nel pesto del
panino che ha ordinato al Bar
Boisterous.
Due ore dopo lasciamo Henry
nelle mani di medici e infermieri.
Adesso saranno loro a occuparsi di
lui e faranno in modo che stia
benone.
Le porte dell’ospedale si
chiudono alle nostre spalle e io
dedico la mia attenzione a Josie.
10
Dal ricettario di Josie

I waffle con le fragole possono


portare a momenti inattesi
Ingredienti
2 tazze di fragole, divise in quarti

2 uova

2 tazze di farina
Mezza tazza di latte

Mezza tazza di burro fuso

2 cucchiai di zucchero

4 cucchiaini di lievito

Mezzo cucchiaino di sale kosher

2 cucchiaini di estratto di vaniglia

Procedimento
1. Preriscaldate lo stampo dei
waffle. (Andiamo, so che ce l’avete.
Questa è la prima volta che fate i
waffle da zero. Ammettetelo.)

2. Mentre si scalda, preparate il


composto. Frullate una tazza di
fragole. Passate fino a che la purea
diventa liscia.

Non fatevi distrarre da parole come


“liscia”, che è come immaginate la
pelle del torace di Chase…

3. Aggiungete alla purea di fragole


le uova, il burro, il latte e l’estratto
di vaniglia e amalgamate.
Aggiungete metà della farina, lo
zucchero, il sale, il lievito e ripetete
il procedimento. Incorporate il resto
della farina e amalgamate tutto
quanto. Mescolate nel composto le
fragole rimaste.

Cosa buffa. Le fragole mi ricordano


il dolce preferito di Chase: i
deliziosi cupcake di pastafrolla alle
fragole che preparo per la Sunshine
Bakery. Dovrei proprio fargliene
qualcuno. Mi piace come i suoi
occhi nocciola si illuminano quando
li mangia, come se fossero la cosa
migliore che abbia mai assaggiato.

4. Una volta che lo stampo è caldo,


spruzzate olio spray da cucina e
cominciate a preparare i waffle.
Versate il composto in un angolo e
distendetelo con una spatola.
Cuocete. Estraete i waffle dallo
stampo e metteteli da parte. Ripetete
fino a finire il composto, o fino a
che deciderete di andare a mangiare
waffle in uno dei tanti meravigliosi
locali di Manhattan che li fanno
perfino più saporiti di una
pasticceria.

Vantaggio: non vi toccherà pulire la


cucina e non dovrete trovare un
posto per riporre un oggetto
assurdamente pesante. Inoltre,
andare a mangiare waffle con Chase
è un’ulteriore prova che la nostra
convivenza funziona, tanto che non
vedo l’ora di parlargli del mio
ultimo folle appuntamento.
11

In strada, Josie tira un enorme


sospiro di sollievo e poi mi mette le
mani sulle spalle. «Non so come
ringraziarti.»
Un taxi sfreccia accanto a noi, a
caccia di un cliente in fondo
all’isolato. Mi schermisco. «Non
pensarci neanche. Praticamente non
ho fatto niente.»
Lei mi stringe più forte le spalle,
inchiodandomi con lo sguardo. «No.
Hai fatto tutto.»
«Sei tu quella che ha usato
l’EpiPen. Quasi non hai avuto
bisogno di me.»
Josie scuote la testa. «Ti sbagli.
Avevo un disperato bisogno di te.
Ho potuto chiamarti, tu mi hai
raggiunta, l’hai portato
all’ospedale… Chase.» Fa una
pausa. «Sei stato incredibile.»
Non ci sono andato neanche
vicino, ma non posso negare che il
mio cuore si metta a battere
all’impazzata dopo quel
complimento. Vorrei che non mi
piacesse così tanto.
«Muoio di fame» continua Josie.
«Ti va di venire con me a mangiare
dei waffle?»
A rispondere è il brontolio del
mio stomaco. «Mangiare waffle
mentre vengo con te sarebbe un
sogno.»
Lei mi sferra una gomitata e mi
scocca un sorriso mentre ci avviamo
lungo il marciapiede. «Il re dei
doppi sensi.»
«E me ne vanto.» Cerco di
pensare ai waffle, anche se il modo
migliore in assoluto per mangiarli
sarebbe addosso a lei.
Sotto le luci fluorescenti del
Wendy’s Diner dietro l’angolo, la
curiosità uccide il gatto. Dopo che la
cameriera ci ha portato acqua e caffè
e ha preso le ordinazioni, mi
accarezzo il mento come se avessi la
barba. «Barba. Occhiali. Jeans
aderenti.»
Josie pare confusa. «È la tua lista
della spesa?»
«No. È forse la tua? Avrei
ricevuto un “oritteropo” via SMS che
mi avvisava di non tornare a casa
questa sera? Hai un debole per gli
hipster?»
Faccio un cenno verso l’ospedale.
Non mi ero mai chiesto che tipi
potessero piacerle. Non è uno dei
nostri argomenti di conversazione. Il
fatto è che ho solo qualche vaga
notizia riguardo alle sue
frequentazioni passate. Però so bene
che, di tutte le cose che potrei
essere, non sono di certo un hipster.
Non so perché sento i muscoli
contrarsi mentre aspetto la risposta o
perché mi ritrovo a sperare che non
abbia la passione per gli hipster.
Josie ride e beve un sorso
d’acqua. Si stringe allegramente
nelle spalle. «Non ho un tipo in
particolare.»
Mi rilasso. «Ti piacciono tutti?»
Lei alza gli occhi al cielo. «Certo
che no. L’aspetto fisico è
importante, ma non è un requisito
indispensabile possedere dei
tatuaggi, la barba, i muscoli o i
capelli rossi. Così, per fare un
esempio.»
Mi passo una mano sulla testa,
incapace di trattenermi dal flirtare
con lei anche in questo frangente.
«Capelli castano chiaro farebbero al
caso tuo?»
Josie allunga un braccio sul
tavolo di formica e mi sfrega i
capelli. «Sì, e caldi occhi nocciola,
la mascella squadrata, braccia forti e
pancia piatta» dice, lasciandosi
andare.
Sgrano gli occhi nel sentire
quella sfilza di complimenti mentre
il mio corpo si gode il momento.
«Forse dovresti scrivere il mio
profilo su PlentyOfFish.» Faccio
finta di digitare su una tastiera.
«Tipo: “Bello in modo assurdo,
mascella scolpita, occhi che ti
sciolgono, arguto e, extrabonus,
fantastico a letto”.»
Lei ride. «Be’, adesso che hai
nominato il bonus…»
Mi indico con il pollice. «Ho solo
descritto in assoluta sincerità
l’equipaggiamento base di
quest’auto.»
«Apprezzo la tua schiettezza,
Chase» replica lei, impassibile. Poi
aggiunge: «E, sì, un tipo ce l’ho. È
intelligente, spiritoso, gentile con gli
animali e tratta bene le donne».
«E dovrebbe anche poter
consumare le noccioline, giusto? Si
dà il caso che io le adori.»
Josie ride. «Quello delle
noccioline è un optional. Meglio le
noci, piuttosto. Se poi sono quelle
pecan, allora firmo.»
«E che noci siano! Prendo nota.»
Mimo un segno di spunta.
«Inoltre, punti extra se non è un
bugiardo.» Lei indugia su
quest’ultimo requisito mentre una
cameriera ci passa accanto tenendo
in equilibrio tre piatti di uova
strapazzate e bacon.
Afferro il mio caffè e ne bevo un
lungo sorso. Quando poso la tazza,
chiedo: «Allora, cosa c’è sotto?
Wyatt ha parlato di un tizio con cui
uscivi».
Josie sospira, abbassa lo sguardo
sul tavolo e poi lo rialza. «È una
cosa stupida.»
Allungo una mano e la poso sulla
sua. «Non lo è.»
Lei scuote la testa. «È solo che tu
ti metti in gioco per poi scoprire che
qualcuno non è quello che sembra.
Capisci cosa voglio dire?»
“Come sempre.” Rispondo: «Sì».
«E con questo tipo, Damien, è
andata così. L’ho conosciuto su un
sito di incontri ed è subito scattata la
scintilla. Eravamo in sintonia su
tutto: senso dell’umorismo, amore
per la lettura. Gli piaceva perfino
giocare a Scarabeo.»
Una fulminea esplosione di
gelosia mi devasta. Quella è la
nostra passione. Digrigno i denti
mentre lei parla.
«Ci divertivamo un sacco a
chattare. Facevamo le ore piccole
chiacchierando di qualsiasi cosa. Lui
ha cambiato il suo stato in
“esplorando una nuova relazione”.
Siamo usciti insieme un paio di
volte, appuntamenti apparentemente
perfetti, idilliaci» continua Josie, e
già odio Damien con tutto me stesso.
«Siamo andati a un pianobar, e
anche quando mi ha sentita
canticchiare sottovoce non mi ha
presa in giro.» Mi scocca un sorriso
stanco. «E sai bene quanto sono
stonata.»
«Limitati ad articolare le parole»
sussurro.
Il suo sorriso si allarga. «Lui
questo non lo sapeva. Sei l’unico a
conoscenza di quella storia del
terrore.»
Durante una delle nostre vacanze
dal college, mentre eravamo tutti e
due nel soggiorno di casa sua distesi
sul divano, le chiesi quale fosse stato
il momento più imbarazzante che
aveva vissuto.
“Facile. Seconda elementare.
Lezione di musica” rispose lei.
Avevo drizzato le orecchie.
“Racconta.”
“Ogni studente doveva cantare
Scotland’s Burning davanti agli altri
e, arrivato il mio turno, sono andata
in mezzo al cerchio, ho aperto la
bocca e ho cominciato a cantare: ‘La
Scozia sta bruciando, la Scozia sta
bruciando, state attenti, state attenti’.
Ero sicura di andare benone fino a
che l’insegnante si è coperta le
orecchie.”
“Ahi.”
“Il vero colpo è stato quando mi
ha detto: ‘Limitati ad articolare le
parole, piccola. Articola le parole’.”
“E quella è stata la fine del sogno
di Broadway.”
Josie mimò l’atto di schiacciare
un insetto con la mano per poi
cantare un verso della canzone. Era
terribilmente stonata, e io mi unii a
lei, commettendo gli stessi crimini
musicali con la mia voce terribile.
“Non dirlo ai miei fratelli.”
“È il nostro segreto” le assicurai.
E lo è stato. Da allora.
«A ogni modo» dice Josie,
tornando alla storia di Damien. «La
volta dopo mi ha portata alla
presentazione di un libro. Jojo
Moyes era in città, e lui sapeva che
la amo. Così siamo andati da An
Open Book, dove mi sono fatta
autografare Io prima di te.»
Il mio odio per lui si intensifica.
Josie ama quel romanzo. E so che in
qualche modo quella testa di cazzo
si è servito dell’informazione per
approfittarsi di lei. «Ricordo che mi
hai parlato di quel libro l’anno
scorso. Di quanto ti abbia costretto a
riflettere su un sacco di cose e di
quanto il finale ti abbia fatto
arrabbiare.»
Lei annuisce e un sorrisetto le
schiude le labbra. «Già. Non sto
dicendo che condivido le scelte dei
personaggi, ma quel libro mi ha
toccato» ribadisce lei dandosi un
colpetto sul cuore. Poi si porta la
mano alla testa, battendosi la tempia.
«E mi ha fatto pensare.»
«Mi ha fatto piacere che tu mi
abbia descritto la tua reazione via e-
mail.»
«E a me ha fatto piacere
condividerla con te.» Josie si
interrompe per un istante. «L’ho
detto anche a lui che quel libro mi
aveva indotta a riflettere. Gli ho
spiegato come mi aveva fatta
sentire.» Sospira. «E così mi ha
portata all’incontro con l’autrice. Si
stava sforzando di essere l’uomo che
pensava io desiderassi, in modo da
poter avere quello che voleva.»
Deglutisce.
Io so come va a finire questa
storia, e non per merito
dell’anticipazione di Wyatt. Lo vedo
nei suoi occhi, lo sento nella sua
voce, e vorrei poter cancellare tutto
il dolore che ha provato. «Qualche
altro appuntamento, qualche altro
bacio, qualche altro tappeto rosso
per Josie Hammer.»
Lei distoglie gli occhi per un
attimo, poi scuote la testa e mi
guarda. «Dopo siamo andati a letto
insieme.»
E anche se me l’aspettavo, non
sono in grado di tenere a bada il
mostro dagli occhi verdi che si
dibatte dentro di me, lottando per
liberarsi.
Riesco, tuttavia, a controllare la
mia reazione. «E allora?» chiedo,
mantenendo un tono di voce neutro.
«È stato bello» risponde lei senza
preamboli.
La creatura scuote le sbarre,
scalciando e urlando. Ma io non
cedo. «E il giorno dopo non ti ha
chiamata?»
Un respiro profondo. Una patina
sui suoi occhi. «Ho aspettato.
Stupidamente.» Un filo di voce.
«Come se il telefono fosse
un’estensione della mia mano. Gli
ho perfino mandato un SMS la sera
seguente. Come una sciocca
adolescente. “Ehi”» dice, adottando
un tono esageratamente allegro
«“spero che tu abbia passato una
giornata fantastica. La mia lo è stata
perché ho pensato a te.”»
Sento lo stomaco rivoltarsi per la
rabbia. Una rabbia legittima. «Ti ha
mai risposto?»
Josie annuisce. «Sì. Ha scritto:
“Giornata fantastica”.»
Quel tizio non è stato neanche
capace di buttare giù una frase di
senso compiuto. «E non l’hai più
sentito?»
«No. Il mattino dopo ha cambiato
il suo status in “disponibile e in
cerca”. Poi, lettera morta.»
«È uno dei più grossi sprechi di
spazio del pianeta.» Le stringo la
mano. «Non ti merita, ed è stato un
vero stronzo a illuderti. Se varcasse
la porta in questo momento, io…»
Scruto il tavolo e agguanto una
bottiglia arancione. La brandisco
come un’arma. «Gli spruzzerei il
tabasco negli occhi.»
Josie sorride. «Ma sarebbe uno
spreco di ottimo tabasco.»
Allora afferro la pepiera.
«Metterei in fila una decina di
queste fuori dalla porta e mi
apposterei all’angolo aspettando che
inciampi e sbatta la testa.»
Il suo sorriso si trasforma in un
vero e proprio ghigno. «Adesso mi
stai tentando.»
Sollevò un dito. «Un momento.
Ci sono. Registrami mentre canto
Scotland’s Burning e hackeriamogli
il telefono, in modo che suoni a
ripetizione, facendolo impazzire con
la mia orribile voce.»
Josie scoppia a ridere così forte
che comincia a sbuffare dal naso.
Cazzo, è adorabile e gratificante al
tempo stesso. «Se davvero vogliamo
torturarlo, dovrebbe essere un
duetto» ribatte. I suoi occhi verdi
brillano all’idea di uno scherzo
epico.
Battiamo il cinque e lei intreccia
le dita alle mie. Le do una stretta e
poi, delicatamente, le passo i
polpastrelli sulla pelle morbida della
mano. Nei suoi occhi adesso guizza
qualcos’altro, un tipo diverso di
eccitazione che non avevo mai visto
prima ma che scopro di voler
rivedere.
Tutto però svanisce fin troppo in
fretta quando arriva la cameriera.
«Waffle per due» dice con il suo
pesante accento di Long Island,
facendo scoppiare una bolla di
chewing gum mentre ci serve.
La ringraziamo e, quando se ne
va, Josie prende la forchetta.
«Seriamente, che vuoi farci? Capita
a tutti di incontrare qualcuno come
Damien, prima o poi. Non si tratta di
una cosa terribile che è successa
solo a me. Fa male, ma l’ho
superata. Però mi sembrava giusto
che lo sapessi, visto che me l’avevi
chiesto.»
«Ehi, non minimizzare così. Un
mal di pancia dovuto all’influenza
può anche non essere brutto quanto
un’appendicite, ma sono dolorosi
tutti e due.»
Lei sorride. «Questo è vero.»
«Mi dispiace solo non averlo
potuto prendere a calci in culo.» Mi
lancio sui miei waffle. «E poi, scusa,
ma devo dirtelo. Insomma…
Damien? Non era una specie di
nomen omen? Hai presente? Per via
del film.»
Josie ride. «Sto imparando a
leggere i segnali. Chiaramente, ne
ho di strada da fare. Ma adesso che
sei qui, ho un traduttore personale.»
«Servizio garantito
ventiquattr’ore su ventiquattro, sette
giorni su sette.» Addento un
delizioso pezzetto di waffle. «E che
mi dici di Henry? Rivedrai il signor
Nocciolina?»
Josie fa spallucce. «Non lo so. È
stato carino ma non è scoccata la
scintilla.»
Alzo un virtuale pugno di trionfo
e trattengo un ghigno plateale.
«Qual è il segreto per avere un
secondo appuntamento con
l’inimitabile Josie Hammer?» chiedo
mentre taglio un altro pezzo di
waffle. «Dimmelo. Cos’è che cerchi
in un uomo?»
Gli angoli della sua bocca si
sollevano. «Voglio quello che vuole
ogni donna.»
«E cioè?»
Lei inclina la testa. Mi guarda
dritto negli occhi. Si lecca le labbra.
«Voglio il pacchetto completo.»
12

Quando torniamo all’appartamento,


prendo il suo laptop grigio dal
tavolino di legno. È tardi ma non mi
importa. «Domani non lavoro e tu
nemmeno. Non ci sono scuse.
Fammi vedere chi sceglieresti sul
tuo sito di incontri.»
Sprofondo nel comodo divano,
accomodandomi su uno dei milioni
di cuscini che si sono moltiplicati
come conigli grazie alla cuscinofilia
della signorina Hammer.
Lei afferra dal tavolo un elastico
per capelli e ferma le ciocche
castane in uno chignon. Qualcuna le
ricade attorno al viso,
incorniciandole le guance di fili
rosa. Ha le labbra lucide, e capisco
che a un certo punto deve essersi
messa il rossetto. Forse quando ho
fatto una scappata al bagno della
tavola calda. Sono sicuro che l’avrei
notato se se lo fosse applicato
davanti a me. L’avrei guardata e
sarei rimasto incantato dalla sua
espressione quando le sue labbra
avrebbero formato una O. Indugio
troppo su quella lettera e su tutte le
sue deliziose possibilità, su che
aspetto avrebbe Josie con la bocca
aperta per il piacere mentre grida il
mio…
“Riprenditi, bello.”
Ricordo a me stesso che sono
molto abile a separare i sentimenti
dai pensieri. Il fatto che io apprezzi
le sue labbra non significa che
voglia baciarle. E non significa che
non possa vegliare su di lei.
«Vuoi davvero vedere i ragazzi?»
Josie si piazza accanto a me e infila i
piedi sotto il corpo.
«Certo che sì.» Non posso
lasciarla un’altra volta in balia di
uno come Damien. Di sicuro avrei
capito al volo che lui era il tipo di
stronzo da fare una cosa del genere.
Non per mancare di rispetto a Josie,
ma le ragazze non sempre ci
arrivano. Io parlo il gergo maschile
alla perfezione e le farò da traduttore
perché abbia ciò che vuole e merita
dalla vita.
Josie apre lo schermo, va sul sito
di incontri e clicca su una foto. Il
tizio sembra sulla quarantina e
sorride come un agente immobiliare.
«Questo è Bob. A quanto pare,
mi ha mandato un messaggio
stasera.»
Mi frego le mani. «Va bene.
Cos’ha da dire il caro Bobby?»
Lei apre il messaggio sul sito e
legge a voce alta. «“Ehi, ciao,
Pasticciera. Mi piace la tua foto. Sei
davvero carina. Abbiamo un sacco
in comune. Anche a me piacciono i
libri.”»
La fisso, mi porto le mani alle
ascelle e muovo le spalle avanti e
indietro come uno scimmione. «Io
piacere libri. Libri buono.»
«Per lo meno non ha esordito
chiedendomi che tipo di sesso
preferisco» replica lei, come se
questo potesse far sembrare il
messaggio del tizio meno
neandertaliano.
«Concedimi l’onore.» Cestino
Bob per lei. «Cos’altro abbiamo?»
Josie scruta lo schermo e indica
un messaggio da parte di Fire-Trev.
«Che mi dici di Trevor? È un
pompiere.»
Leggo la descrizione del suo
profilo. «Piccola, posso accendere il
tuo fuoco?» Inarco un sopracciglio.
«Cancellato.»
Lei mi blocca il braccio. «È forse
peggio di te che dici: “Vieni dal
dottore”?»
«Uno, io non sono iscritto a un
sito di incontri, perciò non potrei
mai dire una cosa del genere. E due,
no. Per questo, se mai postassi una
frase del genere, dovresti darmi un
cazzotto alla gola.»
Le sue labbra hanno un guizzo
malizioso. «Con un cannello
bruciatore?»
«Consideralo il tuo strumento di
tortura quando supero il massimo
livello accettabile di porcate.»
«E qual è il livello massimo?»
Faccio spallucce. «Ascolta, non
si può eliminare del tutto la
stronzaggine. È come uno
scarafaggio: sopravvivrà a
un’esplosione nucleare. Si tratta di
una qualità maschile molto tenace.
Trovo che sia meglio tollerarla entro
i limiti in cui ci si può convivere. Di
solito in questo caso si manifesta
sotto forma di spavalderia, sicurezza
o comportamenti da spaccone.» La
guardo con diffidenza. «Ti crea
problemi accettare la dura realtà?»
Josie fa un cenno di diniego,
determinata come un soldato. «Mi
sembra fattibile.»
Indico lo schermo e mi avvicino
a lei. «Cos’altro abbiamo?»
Afferrato un cuscino color
mirtillo in mezzo a noi, lo getta sullo
schienale del divano. Interessante.
Ha fatto più spazio. Dà un colpetto
sulla porzione che ha liberato, e io
mi accosto mentre clicca sul
messaggio successivo. La foto del
profilo ritrae un uomo bruno fin
troppo affascinante con addosso un
completo. «Questa urla: “Ho preso
la foto da un archivio immagini”.»
«Probabile. Vediamo cosa dice.»
Josie ingrandisce il messaggio e
legge: «“Ti farò una serie di
domande. Ecco la prima: usciresti
mai con uno a cui piacerebbe
mettersi le tue mutandine?”».
I miei occhi rimbalzano su di lei.
«Ma questa roba è vera?»
Josie ride. «Purtroppo, sì.»
«Ma è assurdo. Non possiamo
bloccarlo seduta stante? Un
momento. La risposta alla sua
domanda è no, giusto?»
«In generale, trovo che le
mutandine siano un capo di vestiario
che non si presta a nessuno.»
Sono sul punto di cestinarlo
quando un’idea malefica mi balena
nella mente. «Posso rispondere?»
«Che intenzioni hai?» mi chiede
lei, incuriosita.
«Ti fidi di me?»
I suoi occhi dicono “mah”. «Sì.
Però…»
Faccio scrocchiare le nocche.
«Lasciami il volante.»
Josie mi afferra il braccio. «Non
scriverai niente di folle, vero?»
«Niente che non ti farà divertire.»
Indugio con le dita sui tasti e poi
digito, scandendo le parole che
scrivo: «Certo, ma solo se le mie
mutandine te le metti in testa per
andare al lavoro».
Lei si porta le mani alla bocca,
ridacchiando. Lo prendo come un
segno di incoraggiamento.
La domanda successiva di Mr
Fascino è: “Quali sono i video intimi
che trovi più eccitante guardare?”.
Accidenti, se muoio dalla voglia
di sapere cosa la eccita, ma non è
quello il punto. Rispondo
all’elegantone: “Quelli in cui recita
tua madre”.
Josie scoppia a ridere e io passo
alla domanda successiva. “Quante
volte alla settimana vieni?”
Mi giro verso di lei e, anche se
vorrei conoscere il totale dei suoi
orgasmi settimanali più di Mr
Fascino, questo non è il momento
giusto. Digito: “Ottima domanda.
Mi piacerebbe rispondere, ma forse
potremmo partire con qualcosa di
più facile. Qual è l’ultimo libro che
hai letto? Che tipo di cereali
preferisci? Porti i calzini?”.
Il tipo deve essersi appena
collegato e ha visto per primo
l’ultimo messaggio, perché la sua
risposta è fulminea.
“Il giovane Holden. Non mi
piacciono i cereali. Calzettoni.”
Chiudo di scatto il laptop e
scocco a Josie un’occhiata
eloquente. «Il giovane Holden è una
lettura obbligata alle superiori. Se è
l’ultimo libro che ha letto, che Dio
ci aiuti. Inoltre, i calzettoni sono un
motivo di rottura. E non puoi
frequentare uno a cui non piacciono
i cereali. Per quello non ci sono
scuse.»
Lei si fa la croce sul cuore.
«Giuro solennemente di difendere i
cereali.» Appoggia il computer sul
tavolo. «Bene, allora stasera
abbiamo stabilito che ci sono un
sacco di pesci nel mare, che l’amore
per un determinato alimento è
inviolabile e che una donna deve
tollerare un briciolo di stronzaggine
negli uomini. Giusto?»
Annuisco con decisione. «Proprio
così.»
«Sto imparando.» Josie si infila
una ciocca rosa dietro l’orecchio e il
bracciale d’argento le scivola lungo
il braccio. «Che mi dici di te?»
Sono perplesso. «Come?»
«Perché sei così contrario agli
appuntamenti online? È per via di
Adele? Cos’è successo esattamente
con lei? Non ho mai saputo perché è
finita.»
Sospiro. Adele. Con lei ho rotto
due anni fa. Prima dell’Africa.
L’arguta e intelligente Adele…
medico come me. Siamo andati
d’accordo all’istante e abbiamo
stretto una bella amicizia, da cui in
seguito è nato qualcos’altro. Lei era
in gamba, estroversa e ci sapeva fare
con i pazienti. E a letto era una
bomba.
Rossa, con le gambe lunghe e
tremendamente sensuale, sembrava
la donna perfetta per me. E poi le
piaceva sperimentare.
«Diciamo solo che l’agente
immobiliare non è stata la prima
donna a propormi un triangolo»
rispondo.
Josie mi rivolge un’espressione
di impazienza e agita le mani come
per dire: “Dai, racconta”.
«Pensava che una delle
infermiere, una mora di nome
Simone, fosse parecchio sexy e mi
ha chiesto se mi sarebbe andata una
cosa a tre. Sinceramente, non mi
entusiasmava. Sono un tipo da una
donna e basta.»
«Nessun interesse in assoluto per
i ménages à trois?»
«Macché. Non ne ho bisogno.
Non fa per me. Ma Adele voleva.
Era una sua fantasia e io ero pazzo
di lei, perciò mi premeva
accontentarla.»
Josie si avvicina di più. «È stata
dura con due donne
contemporaneamente?»
Rido. «No. Perché non l’ho
fatto.»
«Non l’hai fatto?»
«No. Ognuna delle due si è presa
cura dell’altra. Io ero solo una specie
di terzo incomodo.»
Lei aggrotta la fronte. «Non è…
strano?»
«Un pochino, forse.»
«E quindi avete rotto per via di
un bizzarro triangolo?»
«No. Non sono il tipo che si fa
scoraggiare da un solo incontro
sessuale strano. Voglio dire, è una
cosa che capita a tutti, giusto?»
«Come no.»
«Il fattore scatenante è stato che
Adele, all’epoca la mia migliore
amica, ha iniziato con Simone una
relazione sentimentale durata diversi
mesi.»
Josie resta a bocca aperta.
«Quando ha rotto con me, mi ha
detto che si era innamorata di
Simone fin da quella volta a tre.»
«Ma è tremendo» mormora Josie.
«Già, e in ospedale non era un
segreto. Lì tutti sanno gli affari degli
altri. Alcuni colleghi mi dicevano:
“Non starci male. Non hai la
passera, perciò non hai mai avuto
una chance”.» Era stato così che
alcuni avevano cercato di
minimizzare la rottura. «Pazienza, le
piacciono le donne e l’ha scoperto
mentre stava con me. Sono
abbastanza uomo da non andare
fuori di testa e pensare di averla fatta
diventare lesbica. Non è quello il
problema. Ma, solo perché non ho la
dotazione giusta» aggiungo,
puntando lo sguardo sul mio inguine
«non significa che la separazione sia
stata meno dolorosa.»
Josie mi accarezza il braccio.
«Non si tratta della dotazione né del
fatto di aver avuto o no una chance
con lei. Si tratta di questo. Del tuo
cuore» dice, posandomi una mano
sul petto.
Avverto una bella sensazione e
provo l’impulso di afferrargliela e
bloccarla lì. Perché mi piace quello
che sento quando le sue mani sono
su di me.
Grande shock.
«Proprio così. È questione di
amicizia, di impegno, di aspettative.
Ma tra i colleghi c’era la
convinzione che avrei sofferto di più
se Adele si fosse scopata un altro
uomo. Chi se ne importa? Non era
questo a far male. Il problema era
che lei amava qualcun altro e che si
era lasciata coinvolgere mentre stava
con me. Non era meno doloroso solo
perché non avrei mai potuto
“competere”.» Mimo il segno delle
virgolette.
«Faceva male perché ti fidavi di
lei. Perché innanzitutto era tua
amica.»
«Esatto.» È stato così che ho
imparato nella maniera peggiore che
portare l’amicizia a un altro livello
ha come unico risultato un cuore
infranto. «La cosa più terribile era
che mi mancava averla nella mia
vita.»
«Ti capisco. Mi mancheresti se
non ci fossi.»
«Anche tu. Come quando ero in
Africa.»
Josie mi fa un sorriso tenero. «E
mi mancheresti ancora di più se
qualcosa si mettesse tra noi.»
Mi si irrigidiscono i muscoli.
Questo è un ulteriore monito a
mantenere ogni pensiero riguardante
Josie su questo livello, ovvero
quello dell’amicizia.
I suoi occhi mi scrutano e infine
mi si posano sulle spalle. «Sei così
teso» sussurra. Poi si sposta, si mette
dietro di me e mi scosta dallo
schienale del divano. Prima che me
ne renda conto, mi sta massaggiando
le spalle.
L’effetto del suo tocco su di me è
assolutamente inaspettato. Mi dà
conforto, anche se non sto più male.
Lei sembra determinata a continuare
e, per la miseria, ha un vero talento
per i massaggi. Quando mi affonda
le dita nelle spalle, provo una
sensazione maledettamente bella, al
punto che mi sfugge un gemito.
«Oh, Josie, hai delle mani
fantastiche.»
«È perché impasto.»
Rido e mi appoggio contro il suo
petto mentre mi massaggia. In
questo momento sono un edonista,
sono un gatto, sono uno schiavo del
piacere. Ma le mani di Josie sono
magiche e non ho altra scelta se non
soccombere.
«Hai le spalle contratte, tesoro.»
Il suo respiro lieve mi solletica il
collo.
Tesoro. Piccola.
Stasera entrambi abbiamo usato
termini affettuosi per rivolgerci
l’uno all’altra. Che diavolo succede?
Ma quando i suoi pollici
spingono più in profondità, smetto
di pensare. Spengo la mente e cedo
alla straordinaria sensazione delle
sue mani su di me. Gemo e poi
mormoro: «Che bello».
La sento spostarsi, avvicinare la
faccia. Le sue labbra sono quasi a
contatto con i miei capelli. «Bene.
Lascia che ti faccia stare meglio.»
Ed è così, anche se prima non
stavo affatto male. Il senso di
benessere si propaga ovunque,
compreso nelle parti basse, dove c’è
un macigno a sottolineare il
concetto.
È stimolante.
È eccitante.
Mentre mi godo il suo tocco con
gli occhi chiusi, la mente vola via.
La immagino che fa scivolare le
mani lungo il mio petto, arrivando
all’orlo della maglietta e
sfilandomela dalla testa.
L’eccitazione aumenta
ulteriormente quando mi figuro il
tragitto di ritorno, quelle morbide
mani forti che mi massaggiano gli
addominali, poi risalgono fino ai
pettorali, esplorandomi.
Mi sfugge un sospiro che sembra
un altro gemito. Perché la mia
fantasia continua a galoppare.
Mentre lei mi tocca, immagino le
sue mani che scivolano tra i miei
capelli, le sue labbra che mi sfiorano
il collo, il suo profumo dappertutto.
E poi vedo me stesso fare la cosa
più logica.
L’unica.
Rigirarmi per metterla sotto di
me e bloccarle i polsi sopra la testa.
E scoparla.
Anche se sono solo un amico che
non oltrepassa il limite, tutti i
segnali nella mia testa e nel mio
corpo indicano un’intenzione
diversa.
Josie Hammer mi eccita, e questo
è un grosso problema.
13

Qualche giorno dopo trovo sul


tavolino un sacchetto di plastica
trasparente della pasticceria di Josie.
All’interno c’è un assortimento di
frutta secca: noci pecan, noci e
arachidi. Appeso a un nastro giallo
c’è un bigliettino.

Grazie ancora per essere corso in mio


aiuto lo scorso weekend. Cosa farei senza
un amante delle noci come te?
Sorrido e lo metto in tasca, poi
mi caccio in bocca un po’ di frutta
secca mentre esco per andare al
lavoro.

Le settimane seguenti in ospedale


passano in un turbinio di ferite da
arma da fuoco, dolori al petto,
cadute sotto la doccia, overdose di
droga, ustioni da acqua bollente e
una mela infilata dove non batte il
sole.
L’uomo che ha fatto un’intima
conoscenza con il frutto insisteva di
essere caduto su un cesto di Granny
Smith mentre spazzava il pavimento.
“Mi piace tenerle a portata di mano.
Le mele fanno bene” ha detto per
giustificare quella… disavventura.
Nel suo caso una mela al giorno non
ha tolto il medico di torno.
Durante un turno pomeridiano i
paramedici hanno trasportato
d’urgenza un inglese
incredibilmente educato che si era
scontrato con un palo di legno in un
cantiere. “Credo di avere una
scheggia” ha dichiarato, riferendosi
ai quindici centimetri di legno
conficcati nelle costole.
Ahi.
Oggi invece è stata la volta di un
bambino a sorpresa.
Quando torno a casa, racconto
l’accaduto a Josie mentre lei tira
fuori le lasagne dal forno per
controllarne la cottura. Mi appoggio
alla porta della minuscola cucina,
annusando l’aroma. «La ragazza
aveva diciotto anni. È arrivata
lamentando un avvelenamento da
cibo. Quando l’abbiamo informata
che era incinta e dilatata di dieci
centimetri, ha detto che ci avrebbe
querelati per diffamazione.»
«Be’, naturale. Sentirsi dire da un
dottore che sei incinta costituisce
una solida base per un’azione
legale» replica lei chiudendo il
forno. «Altri cinque minuti.»
«Poi ha iniziato a spingere e,
quando il bambino è venuto fuori, le
sue prime parole sono state: “Non è
mio. Deve tornare dalla sua mamma.
Ridatelo alla vera madre”.»
Josie si acciglia. «Oh, povera
creatura.»
«Già» convengo.
«Pensi che lei non volesse essere
incinta e perciò stesse cercando di
negarlo, oppure era mentalmente
instabile?»
«Difficile dirlo. Non è la prima
che arriva al pronto soccorso senza
sapere della gravidanza.»
«Ma se non vuole il bambino, che
ne sarà di lui?»
Faccio spallucce mentre prendo
un acino d’uva da una scodella di
vetro sul bancone e me lo caccio in
bocca. «Non so. Spetta all’assistente
sociale dell’ospedale risolvere la
situazione.»
«Vorrei che potessimo fare
qualcosa per il bambino» dice Josie
con voce sommessa.
«Starà benone. È sano» replico,
dal momento che è l’unica
informazione che ho.
Lei ha un’espressione
preoccupata. «Come fai a sapere che
starà bene?»
La sua domanda mi dà da
pensare. «Non lo so con sicurezza,
ma ho fiducia che le persone
competenti aiuteranno entrambi.»
Josie fa un sospiro e scuote la
testa. «Per un secondo pensa a
quello che succederà dopo. Come
sarà la vita per loro?»
Sono combattuto fra il desiderio
di darle la risposta che vuole sentire
e quello che smetta di chiedere. Non
mi piace riflettere su cosa accadrà
poi ai miei pazienti. Poi non è
sempre bello. Poi non è sempre
buono. Faccio quello che posso nella
sala visite. Non è salutare mettersi a
rimuginare sugli aspetti della di vita
altrui sui quali non ho alcun
controllo. «Non posso passare il
tempo a concentrarmi su questo» le
dico, cercando di mantenere un tono
pacato.
«Perché? È una cosa triste. Per
quale ragione è così brutto
concentrarsi su questo?» Josie dà
un’occhiata al timer della cucina.
«Non posso farci niente. Sto male
per tutti e due.»
Alzo le mani in segno di resa.
«Se la caverà.»
Lei mi scocca un’occhiata
scettica. «Chi? Il bambino? La
madre?»
«Entrambi, immagino.»
Nella sua voce percepisco una
combinazione di tristezza e
irritazione. «Non puoi limitarti a
immaginarlo.»
«E invece sì. Fa parte del
lavoro.»
Josie appare contrariata. «Non ci
arrivo. Come fai a essere tanto
distaccato? Come puoi dire che se la
caverà quando in realtà non lo sai?»
Respiro a fondo e cerco di
rimanere calmo. Josie si sta
lasciando coinvolgere troppo,
affezionandosi a persone che non
conosce nemmeno. Devo fare un
discorsetto alla Florence Nightingale
che è in lei. «Ehi» dico, mettendole
una mano sul braccio. «In ospedale
c’è gente che è in grado di
intervenire. Abbiamo un’ottima
assistente sociale. Faremo tutto il
possibile. Come medico, l’unico
modo in cui potevo aiutarli era
fornire loro le cure di cui avevano
bisogno. Adesso ci sono altri
professionisti che se ne
occuperanno, d’accordo?»
Lei fa un respiro profondo, come
se stesse incamerando prezioso
ossigeno. Quando annuisce come se
fosse tutto a posto, sono pronto ad
archiviare l’accaduto. Poi mi passa
accanto. «Scusa» bofonchia con un
filo di voce e se ne va. Qualche
istante dopo la porta del bagno si
chiude sbattendo.
«Cazzo» borbotto.
E aspetto. E aspetto. E aspetto.
Sentendo il timer del forno
suonare, penso quasi che l’orologio
interno di Josie farà altrettanto e che
la vedrò uscire dal bagno. Ma, dopo
sessanta secondi, è ancora dispersa,
perciò prendo un sottopentola, tiro
fuori le lasagne e le metto a
raffreddare. Dopo essere rimasto a
guardarle per un minuto elaboro la
mia strategia. Se Josie è tanto
turbata, c’è solo una cosa che posso
fare per darle conforto.
Servire la cena.
Cerco una bottiglia di vino, trovo
un merlot e lo stappo. Prendo due
bicchieri e li appoggio sul tavolino
in soggiorno che funge anche da
tavolo da pranzo. Aggiungo i
tovaglioli di stoffa, gli unici che
usiamo, dal momento che Josie mi
ha insegnato che quelli di carta sono
dannosi per l’ambiente. Quando
torno in cucina, prendo due piatti
giallo sole e una spatola. Faccio le
porzioni, una per lei e una per me.
Mentre sistemo i piatti sul
tavolino insieme alle forchette, lei
gira l’angolo. Ha in mano un
mucchietto di fogli di carta igienica.
«Mi dispiace tanto» dice con la voce
arrochita dal pianto. Adesso ha
un’espressione contrita. «Non
intendevo accanirmi così tanto su
una tua paziente.»
«Non pensarci. Ma… stai bene?»
Vado verso di lei.
«Non sei tu. È solo che…» Josie
si asciuga le guance. «È stata una
lunga giornata e abbiamo finito le
tortine a sette strati prima del
previsto. Arriva questa cliente che
quando lo sa dà di matto e ci
minaccia.» Si interrompe per
assumere un tono da stronza. «“Vi
faccio un culo così su Yelp.” Mi
rendo conto che è una sciocchezza
nel grande schema delle cose, ma ho
lavorato così sodo per mettere su
una bella attività dopo essere
subentrata a mia madre, e a volte
basta una cattiva recensione per farti
a pezzi. Così ho aspettato tutto il
giorno che capitasse il peggio e,
come se non bastasse, il ragazzo
della mia amica Lily si sta
comportando da vera testa di cazzo,
e io sto male per lei perché le piace
ancora, ma non vale il suo tempo e
voglio che se ne renda conto. Perciò
mi sono messa a preparare le
lasagne per non pensare a niente.» È
un fiume in piena, sembra che si stia
confessando. «E poi tu torni a casa,
e sei così bravo a buttarti tutto alle
spalle, mentre io proprio non ci
riesco. Sono pessima in questo.»
Un’altra lacrima le riga la guancia.
Prendo un fazzolettino e gliela
asciugo. «Non devi affrontare le
cose nel modo in cui le affronto io.
Tu sei tu e dovresti comportarti
come credi.»
Fa un respiro profondo e
annuisce. «Vorrei riuscire a staccare
la spina come fai tu.»
«È un dono ma anche una
maledizione» scherzo.
«È senz’altro un dono» replica
lei, convinta.
«Ascolta, devo prendere le
distanze dai miei pazienti, almeno
un po’. Non posso lasciarmi
coinvolgere come vorrebbero,
perché, se lo facessi, non mi
occuperei al meglio di loro, non
trovi?»
Josie annuisce, e io le metto un
braccio attorno alle spalle per
guidarla verso il divano.
«Scusa se me la sono presa con
te» mormora.
«Ma dài, non è stato niente. E se
anche tu decidessi di prendertela con
me, sarei in grado di sopportarlo.»
Gonfio il petto e me lo batto.
«Acciaio, piccola. Sono d’acciaio.
Posso farcela.»
Josie mi rivolge un sorriso mesto.
«Però non devi sentirti frustrata
se le emozioni traboccano. Tu sei
così, e questo è parte di ciò che ti
rende…» Faccio una pausa,
cercando le parole giuste. «Una
delle persone più incredibili che io
conosca.»
Mi dà uno schiaffetto sulla spalla.
«Ma smettila.»
«Ehi, è la verità.» Poi aggiungo
con un sorrisetto: «Però, a essere
onesto, pensavo che tu avessi il
ciclo».
«Imbecille.»
«Sì, sono un imbecille totale. Ma
questo imbecille ha servito la cena.»
Faccio un cenno verso il tavolino.
«Mangi con me?»
«Cavolo, pensavo che non me
l’avresti mai chiesto.»
Mentre ci tuffiamo sulle lasagne,
il mio stomaco la ringrazia. Indico il
piatto con la forchetta. «È la cosa
migliore che io abbia mai
assaggiato.»
«Lo dici di tutto quello che
cucino.»
«E sono sempre sincero.»
«Grazie. Oh, e nel caso te lo
stessi chiedendo, ho avuto il ciclo la
settimana scorsa e non te ne sei
neanche accorto.»
«Dannazione, sei discreta nelle
questioni ormonali.»
Mi dà una spallata. «Scusa di
nuovo. Mi perdoni?»
La guardo negli occhi e, per un
istante, sono tentato di passarle una
mano tra i capelli, di sfiorarle le
labbra con le mie, di baciarla
teneramente per rassicurarla.
Poi torno in me.
Eppure vorrei poterle dire la
verità. Confessarle che sta
diventando sempre più difficile
mettere in atto questo trucco, che lei
come nessun altro mette a dura
prova la mia abilità di dividere tutto
in compartimenti stagni. Provo
l’impulso di baciarla, di toccarla, di
portarla a letto.
Ma un uomo non può lasciarsi
dominare dall’istinto.
“È la mente che comanda”
ricordo a me stesso.
La buona notizia è che, quando
più tardi controlla, la pasticceria ha
ancora un’ottima media su Yelp. Le
dico che quella donna era solo
chiacchiere. Quando mi dà il bacio
della buonanotte, sulla guancia,
stringo i pugni per non scordarmi di
tenere tutto sotto controllo. Una
volta che gira i tacchi e se ne va in
camera da letto, i miei occhi non la
abbandonano, ed è questo il
problema. Ormai è fin troppo chiaro
che i miei cassetti si stanno
incasinando sempre di più ogni
giorno che passa.
Non so bene come tenerli chiusi.
Ma giuro che ci proverò.
14

I giorni successivi mi impegno nella


mia missione. L’obiettivo è costruire
e puntellare l’ala dell’amicizia della
casa di Josie e Chase, non il
corridoio della lussuria.
In generale, ci riesco. Monitoro
Yelp e riferisco allegramente che la
troll non ha colpito. Compro la carta
igienica quando Josie la finisce. Le
offro le mie papille gustative per i
macaron al pompelmo. Aveva
ragione, sono fantastici.
Ma basta un attimo a farmi
crollare.
Lei è in camera sua e nel
corridoio aleggia una nuvola di
vapore, visto che l’acqua delle sue
docce ha la temperatura della
superficie di Mercurio. Quando
entro in bagno a lavarmi i denti
prima di uscire in bicicletta con
Max, faccio la sauna.
Josie mi chiama. «Ehi, Chase, sei
ancora in bagno? Ho dimenticato di
mettere la crema per il corpo.»
«Quale? Te la porto io.»
«Quella alla ciliegia nera» grida
lei. «Ripiano in alto dell’armadietto
di legno.»
Oh, ecco un altro aspetto della
convivenza con le donne: prendono
possesso di tutti i metri calpestabili
del bagno. Anche mia sorella Mia
era così, perciò sin da ragazzo ho
imparato a sopravvivere con
pochissimo spazio a disposizione.
Qui sono riuscito a occupare
abusivamente un angolo
dell’armadietto dei medicinali per
metterci il deodorante e la schiuma
da barba. Il resto è invaso.
Prendo la crema, infilando nel
cassetto della pudicizia la fantasia
profumata di ciliegia di passarle la
lingua lungo la paradisiaca valle tra i
seni; è lo stesso cassetto in cui tengo
gattini, cuccioli e paperelle. La
vicinanza con la “pucciosità” è
contagiosa e trasformerà quello che
è sconcio in puro, giusto?
La porta della sua stanza è aperta,
ma busso comunque.
«Entra» dice Josie.
Quando spalanco la porta, non
sono pronto ad affrontare questa
prova. Impossibile superarla.
«Avevi bisogno di un
asciugamano oltre al canovaccio che
stai usando?» chiedo, perché fare
dello spirito è l’unico modo in cui
posso affrontare il fatto che a
coprirle le tette c’è un pezzo di
stoffa minuscolo.
Non sono abbastanza forte. Sto
per alzare bandiera bianca.
«Oh» fa lei, abbassando lo
sguardo mentre tira su l’orlo del
piccolo asciugamano. «Giorno di
bucato. L’unico rimasto è questo.
Penso che sia per le mani.»
«Puoi scommetterci» dico,
mentre Josie cerca di sistemare la
stoffa blu che copre i suoi preziosi
gioielli e che le arriva appena alle
cosce. Così facendo distrugge tutto
il mio lavoro degli ultimi giorni,
perché finisce con il rivelare ancora
più porzioni di perfetta pelle
cremosa. La curva dei seni è
scoperta. Ho l’acquolina in bocca.
La bava. La schiuma. Mi affloscio
sul pavimento in un mucchietto di
ormoni e testosterone in libertà. Per
anni gli scienziati mi studieranno
come esempio di morte per
sovraesposizione erotica.
Lei mi fissa con il palmo aperto.
Sbatto le palpebre, ricollegando
in qualche modo la bocca agli ultimi
neuroni che non sono andati
distrutti. «Sì? Cosa c’è?» Scuoto la
testa. «Hai detto qualcosa?»
Josie ride. «La crema. Posso
averla?»
«Oh, giusto.» Mi fisso la mano
come se avessi appena scoperto che
è attaccata al corpo. Uh. Non sono
morto. Non sono caduto a terra.
Sono sopravvissuto all’overdose,
sono vivo e la sto guardando come
un ebete. Le porgo il flacone. «Ecco
a te.»
Con ogni briciolo di
determinazione che ho, me ne vado,
recupero la bici dal seminterrato e
pedalo verso il centro per incontrare
Max. Passare del tempo con mio
fratello è la doccia gelata più
efficace del mondo.
Per sicurezza, aggiungo al mix
mia sorella. Alla fine della corsa,
mentre chiudo la bicicletta nel
seminterrato del palazzo, chiamo
Mia. «Hai già salvato il mondo?» le
chiedo quando risponde.
Mia sorella ha una risata
fantastica, calda e cordiale. Si addice
alla perfezione al suo pungente
senso dell’umorismo. «Solo qualche
altro coniglietto» dice.
La società di Mia, specializzata in
cosmetici e prodotti di bellezza
cruelty-free, è la realizzazione del
suo più grande desiderio fin da
quando era piccola: salvare tutti gli
animali del pianeta.
Ci aggiorniamo brevemente e poi
lei deve lasciarmi per andare al
lavoro.
La telefonata tuttavia ha fatto il
suo dovere, distraendomi dal corpo
di Josie.
Ma solo per qualche giorno.
Venerdì sera, Josie entra in
soggiorno, con i tacchi che
ticchettano sul pavimento. Alzo lo
sguardo dall’e-book che sto
leggendo.
Stasera indossa un vestito rosa
scuro che è…wow… Wow e basta.
La definizione di supersexy. Le
fascia i fianchi e il seno e mette in
risalto le gambe tornite dagli
allenamenti di calcio.
Sbatto più volte le palpebre.
Forse dieci. Forse cento. «Chi è il
fortunato?» le chiedo con la migliore
voce da amico premuroso che riesco
a tirare fuori.
«Stasera ho un appuntamento con
Paul. È il project manager
informatico che hai scelto sul sito di
incontri. L’unico che pensavi
sembrasse normale, ricordi?»
«La gemma rara che conosceva la
grammatica e possedeva la dote di
fare domande che non riguardassero
lingerie e pompini» dico. Visto che
avevo capito che prima o poi avrei
dovuto dare l’okay a uno di loro, lui
era quello più affidabile. «Ma sei
terribilmente elegante!»
Josie si stringe nelle spalle come
se non fosse niente di che. «Ho
comprato questo abito e non mi era
ancora capitata l’occasione di
sfoggiarlo. Mi sono detta che
sarebbe stato divertente. Non mi
metto in ghingheri per andare al
lavoro.»
Dentro di me, sto pensando che
potrebbe vestirsi bene per uscire con
me, come quando andiamo a fare
acquisti per la casa, al supermercato
o addirittura a fare scorta di carta
igienica. Forse è da egoisti, ma le
cose stanno così.
«Be’, questo tipo è un fortunato
figlio di puttana.»
Josie armeggia con la collana.
«Non riesco a chiudere il fermaglio.
Mi aiuti? Ho ancora le dita unte di
crema.»
Mi alzo, mi sfrego le mani sui
jeans e le vado vicino. Lei si tira su i
capelli, scoprendo il collo. La gola
mi si secca. La pelle mi formicola di
desiderio. Il suo lungo, adorabile
collo è spettacolare. Eccellente per i
baci.
Ma non posso, perciò prendo i
capi della collana e, anche se mi
trastullo con l’idea di metterci più
del dovuto, scelgo di essere un
gentiluomo e faccio in fretta quello
che devo. Non posso tradirmi.
«Ecco» dico e, mentre lei fa ricadere
i capelli sulle spalle, spero con tutto
me stesso che non sarà Paul a
sganciarle il fermaglio stasera. Non
appena questa sgradevole ipotesi si
affaccia alla mia mente, stringo i
pugni e cerco di tenere a bada la
gelosia.
Non mi resta che augurarmi che
Josie detesti quel tizio, perché è
impossibile che chi la vede stasera
non finisca per innamorarsene
pazzamente.
Lascio l’appartamento poco dopo
di lei. Pur di non restare a casa come
uno sfigato di venerdì sera, ho
chiesto di uscire a una radiologa
bionda di nome Trish a cui piace
giocare a fantabaseball. Io sono un
grande fan degli Yankee, perciò
abbiamo parecchio di cui parlare. In
un bar qui vicino, beviamo birra e
guardiamo una partita sul grande
schermo, discutendo dei migliori
lanciatori nella storia del baseball. È
una serata piacevole ma, quando
arriva il momento dell’inevitabile
“perché non…”, non me la sento,
così la saluto e vado via.
Mentre vago per le strade di
Murray Hill, ascoltando un
audiolibro sulla fisica nella vita di
tutti i giorni e scansando i branchi di
newyorkesi già sbronzi, mi rendo
conto che sono in ansia di parlare
con Josie molto più di quanto lo
fossi per il mio appuntamento, per
avere la conferma che Paul è stato
un disastro.
Non appena apro la porta, mi
accoglie il profumo delle tortine a
sette strati. Questo significa che
anche lei è rientrata presto. E quindi
sono felice e contento.
Vado in cucina. Lei tira fuori dal
forno una teglia e sorride. Non si è
cambiata, ma i tacchi sono spariti. È
adorabile con l’abito elegante e i
piedi nudi.
«La serata è finita presto?»
«Quando mi ha invitato a vedere
il suo gerbillo, ho pensato che fosse
il momento di andare.»
«La cosa non ti alletta?»
«Fosse stato un furetto, ancora
ancora, ma per i gerbilli è un no
deciso.»
«Sai se ce l’aveva nelle mutande
o in gabbia?»
«Non siamo andati così oltre da
scoprirlo. Ho detto: “Grazie, devo
bagnare le piante”. Poi me la sono
filata.»
Faccio un sorrisetto. «Ecco
perché Trish mi ha scaricato. Con lei
ho provato la scusa del criceto.»
Josie mi colpisce con un
sottopentola a forma di panda.
«Certo, avrei dovuto capire il tipo.
All’inizio ha fatto un sacco di
commenti sul tema della
masturbazione.»
Mi appoggio al bancone della
cucina. «E questo ti ha turbata, dal
momento che tu non lo fai mai,
giusto?»
Mentre infila la spatola sotto il
dolce, mi guarda con gli occhi
sgranati. «Proprio così, Chase. Non
mi tocco mai. Mai.» Agita una mano
davanti all’inguine. «Zona
totalmente libera dalle mani.»
Prendo la sua affermazione alla
lettera. «Capisco. Usi dei sex toy. Di
che tipo?» non riesco a trattenermi
dal chiederle.
Lei alza gli occhi al cielo. «Non
te lo dico.»
Borbotto e agguanto una tortina
dalla teglia. Josie mi schiaffeggia la
mano con la spatola.
«Ahi.»
«Non ti ho fatto male. E dovresti
saperlo che non si rubano i miei
dolci prima che siano pronti.»
«E tu sai che non devi colpirmi
sulle mani.» Le sollevo entrambe.
Veloce come un lampo, mi
percuote di nuovo con l’utensile,
stavolta sull’altra mano.
«Basta.» Parto all’attacco e le
faccio il solletico ai fianchi. «Dimmi
quali usi e la smetto.»
Josie scoppia a ridere e agita le
braccia, colpendomi con i gomiti, le
mani e anche con la spatola, fino a
che cedo alle sue invocazioni di
pietà.
Resto a fissarla in quello
sgabuzzino che è la nostra cucina.
«Sto aspettando.»
«Vuoi davvero saperlo?»
Annuisco, bramoso. Sto giocando
con il fuoco ma non resisto. La
curiosità supera tutto il resto.
Lei infila di nuovo la spatola
sotto i dolci e scuote la testa. «Non
riesco a credere che stiamo avendo
questa conversazione.»
Allargo le mani. «E dài, noi due
parliamo praticamente di tutto.» Poi
mi viene un’idea. Apro la credenza,
prendo una bottiglia di Patrón e
gliela mostro. «Questa ti farà
passare la timidezza.»
Mi scocca un’occhiata diffidente.
«Non sono per niente timida.»
Prendo due bicchierini e verso la
tequila. «Prevenire è meglio che
curare, miss Non-sono-per-niente-
timida.»
Gliene porgo uno e lei lo prende.
Poi vuoto il mio, e il liquido mi
brucia la gola. Josie fa altrettanto,
inghiottendo in fretta, quindi, come
me, posa il bicchiere.
Mi frego le mani. «È l’ora della
confessione. Cosa usi?»
«Ma vuoi davvero saperlo?»
chiede di nuovo lei.
La guardo minaccioso. «Quale
parte del fatto che hai uno sporco
bastardo come coinquilino non hai
ancora capito? Certo che voglio
saperlo. Sono un ragazzo. Per me è
tipo la mattina di Natale. Ma se
questa può aiutarti…» Riempio altri
due bicchierini di tequila e ne faccio
scivolare uno verso di lei.
Beviamo.
Josie fa un respiro profondo.
«Visto che insisti… Sì, ho qualche
sex toy. Un piccolo proiettile
d’argento. Un delfino più grande. E
un vibratore da dito impermeabile.»
La temperatura del mio corpo
schizza alle stelle. Mi tiro il collo
della maglietta. «Per la doccia?»
gracchio.
«Dal momento che non abbiamo
la vasca, sì, è per la doccia.»
«Ti masturbi nella doccia?» La
scena è così fottutamente chiara
nella mia mente… Josie sotto un
getto di acqua bollente che le scivola
sui seni e un vibratore da dito
all’opera tra le cosce.
Lei annuisce mentre mette le
tortine a raffreddare. Mi viene in
mente che l’altra sera, quando aveva
dato di matto, aveva promesso di
farmele. Ed è stata di parola. Cazzo,
penso che potrebbe essere perfetta,
con i suoi dolci e il suo passatempo
sotto la doccia.
«Perché ti interessa tanto?»
chiede in tono ultrainnocente. Poi si
porta una mano alla bocca.
«Trastulli la scimmietta a letto
mentre io dormo?»
Punto un pollice verso di me.
«Doccia anche per me, piccola.»
Josie inarca un sopracciglio.
«Allora la doccia è una specie di
sacerdote: mantiene i segreti di
entrambi.» Indica i dolci. «Appena
si raffreddano, puoi prenderne uno.
Ma dimmi, pulisci la doccia dopo
che hai finito?» Mi strizza l’occhio,
agguanta tequila e bicchierini e si
dirige al divano.
La seguo, da quel cane che sono,
lingua penzoloni e ansimante, in
attesa che cada qualche briciola.
«Io sono quello ordinato,
ricordi?» Do un colpetto allo
schienale del divano. «Scommetto
che non ti dedichi al fai da te solo
sotto la doccia. Probabilmente usavi
anche questo divano prima che io mi
trasferissi. Questo è un divano
bollente, ammettilo.»
«Be’…» Josie giocherella con
una ciocca di capelli e se la prende
comoda a rispondere. «Non è che si
possono guardare i porno sotto la
doccia.»
Quella confessione mi strappa un
gemito. Le immagini si susseguono
veloci nella mia mente. «È qui sopra
che guardi i porno e ti ecciti?»
Lei ride e prende la bottiglia,
versando un altro giro. Spinge un
bicchiere verso di me e stavolta
facciamo un brindisi. «Sì, qualche
volta mi è capitato di guardare un
porno» risponde con un’espressione
eloquente.
Si accosta il bicchiere alle labbra
e lo vuota in un sorso. La seguo shot
dopo shot, e il liquore ci scioglie la
lingua. Siamo sempre stati parecchio
aperti, ma questa conversazione sta
prendendo una direzione tutta
nuova.
«Solo di tanto in tanto?» mi
informo.
Lei si stringe nelle spalle con aria
maliziosa, come se avesse un
segreto.
«È tutto a posto. Dillo al dottore.
Masturbarsi è normale. Non
vergognarti.» La avvolgo in un
enorme abbraccio, come per
confortarla. Sia chiaro, non sto
cercando di toccarla. Quando ci
separiamo, mi schiarisco la voce.
«Allora, che tipo di porno ti piace?»
le chiedo, adottando un tono di voce
da intervistatore, come se fossi il
tizio del sito che le aveva rivolto la
stessa domanda.
Solo che da parte sua non era
appropriato. Per me, invece, è
assolutamente accettabile, dal
momento che lo faccio in nome
della ricerca scientifica.
«Vuoi saperlo?» Josie mi fissa
con gli occhi sgranati.
Dio, sì. Da impazzire. Muoio
dalla voglia di scoprire che cosa la
eccita. «Certo che voglio sapere
quello che stuzzica Josie sul divano
bollente.» Mi lancia addosso un
cuscino. Lo acchiappo. «E va bene.
Il Covo del piacere. Posso chiamarlo
così?»
«Solo se io posso chiamare la
doccia la tua Segheria.»
Assumo un’espressione
scioccata. «E va bene, aggiudicato.
Ma rispondi alla domanda.»
«D’accordo». Lei fa un respiro e
raddrizza le spalle. «Mi piace il
porno uomo-uomo.»
Per un momento resto spiazzato.
«Davvero?»
«Sì. Ti dà fastidio? Sembri
stupito.»
«Mi hai sorpreso, ma non mi dà
fastidio. A ciascuno il suo.»
«Adesso tocca a te» dice lei con
aria di sfida. «Cosa ti piace?»
La risposta è facile. «Mi
piacciono quelli con le ragazze che
si toccano.»
Nei suoi occhi scorgo un’ombra
di desiderio. «Ah, sì?»
Faccio un cenno d’assenso.
«Perché?» La sua voce è bassa
ma ansiosa. Trasuda curiosità.
Cambio posizione, come se ciò
potesse alleviare la tensione nei
jeans. Ma no. In questo momento il
mio pene sta cercando di battere il
record della durezza, come se stesse
partecipando alle Olimpiadi
dell’erezione. D’altra parte, non me
la sento di biasimarlo. È impossibile
non eccitarsi durante questa
conversazione.
La tequila accentua la mia
tendenza all’onestà. O forse è la
convivenza con Josie a farlo. Per
qualche ragione, stasera non ho
voglia di trattenermi. «Perché trovo
irresistibile l’immagine di una donna
tutta sola, così eccitata che sente
l’esigenza di risolvere la questione
da sé. Non è coinvolto nessun altro.
C’è solo lei, su di giri da morire per
qualcosa che ha pensato,
immaginato. Chiude gli occhi. La
sua mano scivola in basso. Crea una
fantasia nella sua mente.»
Josie fa un brusco respiro. «È
intrigante» mormora, e la sua voce
sembra diversa. Eccitata.
Allungo il braccio sullo schienale
del divano e dipingo il quadro con
altre parole, compiaciuto per la
nuova piega che sta prendendo la
conversazione. «Amo vedere quanto
si bagna prima ancora di togliersi le
mutandine. Cazzo, questo sì che mi
arrapa.»
La guardo negli occhi; le sue iridi
verdi brillano di inconfondibile
desiderio. Neanch’io nascondo il
mio. Se siamo temporaneamente
attratti l’uno dall’altra o
semplicemente eccitati dalla
conversazione, questo non lo so. E
non mi importa. In questo momento
non riesco ad analizzare un bel
niente. Sono duro e scommetto che
lei è bagnata.
«È divertente essere bagnata»
dice Josie con una voce roca che si
insinua nelle mie ossa come una
dose di pura lussuria liquida. «Posso
capire perché ti piaccia guardarle.»
«E poi mi manda fuori di testa
vedere una donna meravigliosa che
allarga le gambe, si tocca e viene.»
Lei sbatte le palpebre, emette un
lungo soffio e si agita la mano
davanti alla faccia. «Accidenti.
Quelle tortine sono state un sacco in
forno. L’aria è bollente qui dentro.»
Le do un colpetto sul braccio. Le
si mozza il fiato. «Tocca a te. Perché
ti piace uomo-uomo?»
La sua risposta è istantanea.
«Perché mi piacciono i maschi.»
«Ah, sì?» chiedo, ricordando il
suo commento riguardo alle
tipologie di uomini. «Ma perché
proprio quel genere?»
Josie si infila una ciocca di
capelli dietro l’orecchio e fa un
respiro profondo. Forse sta
radunando il coraggio, o forse la
tequila gliel’ha già dato perché la
sua spiegazione è audace e sexy.
«Mi piace ciò che rende uomo un
uomo e vederne due insieme mi
eccita ancora di più. E guarda che
sono assolutamente etero»
puntualizza. Allunga una mano
verso i miei capelli. «Adoro ogni
particolare degli uomini. Per
esempio, i capelli.»
Passa le dita nei miei, e le
palpebre mi si chiudono. Assaporo il
suo tocco e il modo in cui il
desiderio mi pervade dopo quel
semplice gesto.
«Mi piace la mascella virile»
continua Josie.
Accarezza la mia con il pollice, e
la libidine divampa come un
incendio dentro di me.
Apro gli occhi e deglutisco a
fatica. Non dico una parola. Non è
necessario. Josie sta declamando
un’ode al genere maschile e in
questo momento io sono la sua
musa.
«Mi piace la barba di qualche
giorno» aggiunge mentre mi tocca la
faccia, dimostrando tutto il suo
apprezzamento. Poi la mano scende
sul mio braccio. «E i muscoli forti.»
La mano guizza sulla mia pancia. I
suoi occhi brillano maliziosi. La
voce diventa un sussurro sexy. «Mi
piace anche la sottile striscia di
peli.»
L’incendio diventa un rogo. Mi
arroventa il sangue. Mi divora. Non
so se mi raffredderò mai.
«Ecco perché amo guardare due
uomini insieme» conclude lei, come
per riassumere la risposta a una
domanda d’esame. «Mi eccitano.
Ma non mi interessa partecipare a un
triangolo.»
«Cosa vuoi allora?»
Josie si stringe nelle spalle. «Un
uomo che mi desideri come io
desidero lui.»
’Fanculo a questa storia dei
coinquilini. ’Fanculo alla situazione
immobiliare di New York. ’Fanculo
all’odissea di trovare quattro mura.
Vorrei essere quell’uomo con tutto
me stesso.
«Dovresti essere venerata. Te lo
meriti.» Ho la voce impastata da una
lussuria che non riesco a
nascondere. «Sei perfetta.»
Le sue labbra si schiudono e
dolci parole si riversano da esse.
«Anche tu.»
Eccoci sul divano bollente a
parlare di ciò che ci eccita. Non so
come ho potuto pensare di separare
il sesso dall’amicizia e la libidine
dal sentimento. Ora che Josie mi
guarda con gli occhi verdi carichi di
ardore, devo fare ricorso a ogni
briciolo di autocontrollo.
Per fortuna, lei si alza e mi salva
da me stesso. Si dà una manata sulla
fronte. «L’avevo completamente
dimenticato. Devo lavarmi i capelli.
Credo che ci sia finito sopra
dell’impasto per dolci.»
«Sì, giusto. Devi proprio
eliminarlo.»
Lei gira l’angolo e va in bagno.
Stavolta so che non sta battendo
in ritirata. Non piange. Non è triste.
È eccitata.
15

Un minuto più tardi sento l’acqua


della doccia battere sulle piastrelle.
Chiudo gli occhi, ho il respiro
affannoso e la immagino nuda. Nella
mia fantasia io sono lì e la guardo.
Le sue mani scivolano sui seni pieni
e poi tra le gambe. In questo
momento non le serve neanche il
suo giocattolino, talmente è su di
giri.
E lo sono anch’io, cazzo. Il mio
uccello mi punirà se non trovo
immediatamente il modo di arginare
questi livelli epici di eccitazione.
’Fanculo. Non ce la faccio più.
Devo risolvere questa situazione.
Lei è al sicuro sotto la doccia e io
sono al sicuro in soggiorno. Tiro giù
la lampo dei jeans, infilo la mano
nei boxer e la avvolgo attorno al
pene.
Con l’acqua che mi fa da colonna
sonora, lo accarezzo a lungo, dalla
base alla punta. Passo l’altra mano
sulle palle, che sento così
fottutamente pesanti, cariche di
desiderio per lei. Un desiderio del
tutto inappropriato per la mia
coinquilina, la mia buona amica, la
sorella del mio migliore amico.
Ma cosa deve fare un uomo?
A pochi metri da me, la donna dei
miei sogni proibiti è nuda e si sta
trastullando. Questa è la mia più
grande fantasia. Josie era così
eccitata che ha dovuto provvedere
da sola. Che Dio mi aiuti. Non ho
scelta.
«Cazzo» mormoro. La sua fica
deve essere scivolosa e bagnata in
questo momento. Così dannatamente
scivolosa!
Stringo più forte, facendo
scorrere una goccia di liquido dalla
punta e poi lungo la verga. Facilita il
mio assolo. Non c’è tempo per la
preparazione. Non c’è tempo per
farlo durare. Ho una missione e sono
sulla corsia veloce, diretto verso un
agognato sollievo.
Probabilmente c’è quasi arrivata
anche lei, appoggiata alla parete
della doccia sotto il getto d’acqua,
quella fortunata bastarda che le
scorre su tutto il corpo.
Con quella magnifica visione
nella mente, sprofondo ancora di più
nel divano e continuo. Colpi più
energici, più veloci, più bruschi. Il
pugno si stringe sempre più mentre
immagino la scena in bagno. Le sue
dita volano. Non se la prende affatto
comoda. Con il vibratore si sfrega
con foga il clitoride pulsante. Perché
è disperata, proprio come me. Ha
bisogno di un orgasmo.
Mi sfugge un sibilo. Scommetto
che onde di piacere si stanno
rincorrendo nel suo corpo mentre i
capelli sgocciolano e la pelle si
infiamma.
Le cose che potrei fare per
aiutarla…
Muovo la mano ancora più in
fretta e, ansimando, immagino di
entrare in bagno, spogliarmi e
infilarmi sotto la doccia. Toglierle
quel giocattolo dal dito e usarlo su di
lei. Lasciare che il suo corpo si
sciolga contro il mio mentre mi
prega di darglielo.
“Chase, è così bello.”
“Chase, muoio dalla voglia di
averti.”
“Ti imploro, fammi venire.”
Adesso il mio pene è di ferro e il
respiro esce dalla bocca in rantoli
strozzati. Penso a tutti i modi in cui
potrei farla godere. Mi sostituirei a
quel vibratore e le accarezzerei quel
dolce clitoride mentre la scopo con
le dita. Andrebbe in pezzi tra le mie
braccia.
La tensione cresce tra le mie
gambe, e all’idea di farle avere un
altro orgasmo, stavolta con la bocca,
sentendola impazzire sotto la mia
lingua, i quadricipiti si contraggono.
Poi le bloccherei le mani contro le
piastrelle, mi infilerei in quella dolce
fica calda e giocherei con le sue
magnifiche tette mentre la scopo
fino a farla venire di nuovo.
Come sto per fare io. Porca
puttana. Sto per venire perché voglio
essere quello che la sconvolge di
piacere. Voglio essere l’uomo che lei
desidera ardentemente.
Un violento, potente orgasmo mi
colpisce fragoroso, dandomi la
scossa mentre vengo nella mano.
Respiro come un ciclista in
volata, come se avessi pedalato più
forte di quanto abbia mai fatto.
Quando apro gli occhi, ringrazio Dio
che Josie sia fissata non solo per la
carta igienica ma anche per i
fazzolettini, perché c’è una scatola
di Kleenex accanto a me. Ne afferro
qualcuno e mi pulisco, poi vado in
cucina a lavarmi le mani e a
sistemarmi l’uccello. Quando
l’acqua nella doccia si spegne, le
fantasie continuano. Non vedo altro
che lei nuda, bagnata e vogliosa di
me. E nella mia mente non riesco a
smettere di scoparla. Non riesco a
levarle le mani di dosso.
Passano cinque minuti e lei
emerge; ha i capelli bagnati legati in
uno chignon. Indossa pantaloni del
pigiama celesti e una canotta rosa.
Accosta le mani l’una all’altra. «Le
tortine dovrebbero essere pronte
ormai» dice, tutta dolcezza e
innocenza.
Poco dopo siamo seduti con un
bicchiere di latte e i dolcetti, come
un bravo ragazzo e una brava
ragazza.
Mentre la guardo mordicchiare
un angolo ricoperto di cioccolato
della tortina, mi chiedo se sotto la
doccia abbia fantasticato su due
uomini sconosciuti.
Oppure se sia venuta pensando al
suo coinquilino.
16
Dal ricettario di Josie

Le magiche tortine dell’oblio di


Josie
Ingredienti
Mezza tazza di burro non salato fuso

1 tazza e mezzo di biscotti secchi


sbriciolati

1 tazza di noci pecan finemente


tritate (si possono sostituire con le
noci)

1 tazza di gocce di cioccolato


fondente

Mezza tazza di gocce di toffee

1 tazza di cocco disidratato

1 barattolo di latte condensato


zuccherato

Quando volete togliervi qualcuno


dalla testa, raccomando caldamente
le tortine a sette strati. Il sapore è
così inebriante e delizioso da
arrivare quasi a sostituire il… Be’,
diciamo solo che questi dolcetti sono
una specie di sublimazione.

Procedimento
1. In una ciotola, mescolate i biscotti
sbriciolati e il burro. Premete bene il
composto sul fondo di una teglia.

Il gesto di premere forte richiede


tutta la mia energia e mi costringe a
concentrarmi sulla cucina anziché
sull’attesa del momento in cui Chase
tornerà a casa, su quanto io adori
vivere con lui e sul piacere che ho
provato mentre gli massaggiavo le
spalle l’altra settimana. Bah. Ho
fatto un casino con la ricetta. Torno
subito.

2. Disponete a strati i restanti


ingredienti; pressate con una
forchetta, poi versate in modo
uniforme il latte condensato sul
composto.

Fare dolci è una terapia. Mi


conforta. Se frequentare qualcuno a
New York è un’esperienza strana,
frustrante e deludente, per lo meno
c’è qualcosa che so fare bene. Posso
mescolare e creare, trasformare gli
ingredienti in qualcosa di gustoso
che fa felici le persone.
Sinceramente, suppongo che sia
questo ciò che voglio dalla vita. Far
felice qualcuno. Ancora meglio se
quel qualcuno mi ricambia con la
stessa moneta.

3. Mettete a cuocere nel forno


preriscaldato a 180° per 25 minuti o
fino a che la pasta si sarà
leggermente scurita. Fate
raffreddare. Tagliate a fettine.

Servite il dolce al vostro coinquilino


come se niente fosse, come se non lo
aveste appena immaginato mentre vi
afferra, vi tocca e vi scopa con forza
sotto il getto bollente della doccia.
No, giuro che non ho fantasticato su
ogni centimetro del suo corpo nudo
e che non è lui la ragione per cui ho
dovuto mordermi il labbro per
impedirmi di urlare il suo nome.

4. Prendete una seconda porzione di


dolce.

Be’, l’avevo detto che queste tortine


sono una sublimazione.
17

La linea rossa diventa piatta.


L’angoscia mi pervade. Il dolore mi
scorre nelle vene.
Il paziente è morto.
Lo abbiamo perso, un
trentaquattrenne di nome Blake
Treehorn.
Tutti i farmaci, i defibrillatori, le
ambulanze veloci, gli infermieri e i
medici del Mercy non sono riusciti a
salvargli la vita.
Sospiro, sconfitto. Un’infermiera
si fa il segno della croce. Un’altra
passa delicatamente la mano sul
braccio del paziente.
«Una e trentacinque del
pomeriggio» dico, e l’infermiera
annota l’informazione sulla cartella.
Mi sfrego la mascella mentre un
profondo senso di tristezza e di
fallimento si insinua dentro di me. A
breve firmerò il certificato di morte.
David, un altro medico di pronto
soccorso che si è impegnato a
salvare la vita di quest’uomo, mi dà
una pacca sulla schiena. «Abbiamo
fatto del nostro meglio» mormora.
«Sì.»
È proprio questo il punto. I
paramedici hanno fatto irruzione qui
dentro con un impiegato che
lavorava in un’azienda a dieci isolati
dall’ospedale. Durante una riunione
di routine del mercoledì pomeriggio,
Blake si è portato le mani al petto,
lamentando dolore. Qualche istante
dopo è crollato, e i colleghi hanno
chiamato il 911. Se ne stava
andando e abbiamo lottato con tutte
le forze per salvarlo. A mezz’ora di
distanza giace morto su un letto
d’ospedale in un pronto soccorso nel
centro di Manhattan.
«La vita è breve, amico» dice
David in tono serio.
«Altroché.» Sospiro.
Non è certo la prima volta che
perdo un paziente. Capita a ogni
dottore. L’anno scorso, in Africa, ho
detto addio a più persone di quante
volessi contarne. Fa parte del lavoro.
Lo capisco e posso conviverci. È
l’impegno che mi sono preso.
Ma sono di carne e non d’acciaio,
come fingo di essere. E questo è
stato un duro colpo. Blake era
giovane e in salute. Ho sentito dire
da uno dei suoi colleghi che l’altra
mattina erano andati a correre
insieme.
Non ho tempo per scendere a
patti con questo miscuglio di
emozioni, perché la caposala mi
informa che sono in arrivo ferite
multiple da arma da fuoco. Devo
indossare subito la mia corazza.
Il resto del pomeriggio mi sfila
davanti un corteo di dolore e
struggimento. Niente infortuni
sessuali, niente aneddoti divertenti
né momenti maliziosi da raccontare
agli amici. È tutto fottutamente
crudo. Una delle vittime della
sparatoria muore dissanguata. Un
altro paziente, che sembrava
migliorato dopo essere arrivato ieri
con un infarto, ci lascia.
Quando finalmente il mio turno si
conclude, crollo sulla panca nello
spogliatoio. Per oggi non vedo l’ora
di congedarmi dalla Cupa Mietitrice.
Invece resto seduto lì, non riesco a
muovermi. Un peso di piombo grava
sopra di me. Mi prendo la testa fra le
mani e lascio che la tristezza mi
avvolga. In genere sono bravo a
scindere il lavoro dalle emozioni.
Ma a volte il lavoro è emozione. Per
quanto mi vanti della mia capacità di
indossare il paraocchi, il fatto è che
il mio mestiere è questione di vita e
di morte.
E la morte fa schifo.
La porta si apre cigolando e
David entra con passo pesante. «Ti
va una birra?»
Sollevo la faccia. «Sono sicuro
che intendevi un whisky.»
Un accenno di sorriso si delinea
sul suo volto stanco. «Facciamo
doppio.»
«Ci sto.»
Ed è così che mi ritrovo allo
Speakeasy di Midtown alle cinque
del pomeriggio. Io e David ci
raccontiamo le nostre imprese e
parliamo di sport per alleggerire un
po’ l’atmosfera di questa giornata.
Alla fine David si sistema gli
occhiali sul naso e dice: «È ora che
io torni a casa dalla mia donna».
Ci salutiamo con una stretta di
mano e, quando vado via, quelle
ultime parole riecheggiano nella mia
mente. C’è un’unica donna che ho
voglia di vedere.
Josie chiude tardi il mercoledì
sera, perciò prendo la metropolitana
ed esco sulla Settantaduesima.
Mentre mi avvio lungo l’isolato del
negozio, la folla del tardo
pomeriggio si infittisce, e ho
l’impressione che la nuvola scura si
dissolva. Al solo pensiero di vederla
sento il cuore più leggero. Lei è il
mio raggio di sole in questa giornata
uggiosa.
Mentre la suadente voce del
narratore dell’audiolibro esamina a
fondo la fisica del moto perpetuo,
passo davanti a un negozio di fiori e
scorgo un mazzo di margherite. Per
un brevissimo istante un’idea prende
piede, ma la scaccio sprezzante. Sto
solo andando a salutarla. Portarle dei
fiori sarebbe una di quelle cose che
fanno gli sfigati che escono con lei.
Questo non è un appuntamento. Non
devo preoccuparmi se Josie sarà
nella mia vita domani, o il giorno
dopo oppure tra un anno. Lei è nella
mia vita perché siamo amici, ed è
per questo che passo a salutarla al
lavoro e che trascorriamo del tempo
insieme. Il resto degli imbecilli non
arriva neanche al secondo
appuntamento.
Però a lei piacciono i fiori.
Mi fermo, faccio dietrofront e
compro le margherite dalla sua
amica Lily. Non l’avevo mai vista
prima d’ora, ma la mora che mi
serve è dolce e simpatica, perciò do
per scontato che si tratti di lei. Spero
che risolva la situazione con quello
stronzo del suo fidanzato perché,
chiunque egli sia, deve trattarla
meglio.
«I fiori sono bellissimi. Le
auguro una buona serata» dico, dal
momento che il minimo che posso
fare è essere un cliente gentile.
«Anche a lei» replica Lily con un
amichevole cenno della mano.
Esco dal negozio.
In prossimità della pasticceria di
Josie un intero plotone di nervi si
scatena nel mio petto. Il battito del
cuore accelera. Non credo che si
tratti di ansia accumulata durante il
giorno. Sembra qualcosa di
completamente diverso. Qualcosa
che non provavo da tanto tempo.
Qualcosa di bello ma, al tempo
stesso, di terribilmente pericoloso.
Stringendo più forte il mazzo di
fiori, apro la porta gialla della
Sunshine Bakery. Josie, che lavora
da sola, è china sul bancone di vetro
a tagliare un’enorme fetta di torta al
cioccolato. Si raddrizza, la infila in
una scatola bianca e la porge alla
cliente, una rossa smilza in jeans e
tacchi alti, che si frega le mani.
«Non vedo l’ora di mangiarla.
Questa è la mia torta preferita in
tutta New York.»
Josie le rivolge un sorriso
sincero. «Mi fa davvero piacere.
Oggi se ne merita una fetta» dice
prima di battere lo scontrino.
Si è tirata indietro i capelli con
una bandana a scacchi rosa e indossa
una maglietta arancione con
l’allegro logo del sole della
pasticceria. Ha dei bracciali rigidi al
polso. Quando la cliente se ne va, i
suoi occhi incrociano i miei e si
illuminano.
«Ehi!» Sguscia fuori da dietro il
bancone per venire ad abbracciarmi.
Di solito non è così che ci salutiamo,
ma forse questa è un’eccezione
dovuta al fatto che non passo spesso
a trovarla. O forse sente che ne ho
bisogno.
«Ehi» dico con un sospiro. Oggi
profuma di torta glassata, di
zucchero e di tutto quello che c’è di
buono al mondo, e una marea di
strane sensazioni mi avvolge ancora
una volta mentre il cuore batte
stranamente forte.
Quando ci stacchiamo, mi guarda
incuriosita. «Cosa ti porta da queste
parti, straniero? Sto per chiudere.»
Mi schiarisco la voce e le allungo
i fiori.
Il suo sorriso si fa ancora più
grande. Affonda il naso tra i petali e
aspira a fondo. «Le adoro. Sono le
mie preferite.»
«Lo so.»
«Voglio portarle a casa per darle
un tocco di allegria» dice mentre va
alla porta, la chiude a chiave e mette
il cartello CHIUSO .
Quando si volta a guardarmi, mi
lascio cadere su una sedia e mi passo
una mano tra i capelli.
«Oh-oh.» Lei posa i fiori e mi
raggiunge. «Brutta giornata al
lavoro?»
Annuisco.
Avvicina una sedia alla mia.
«Immagino che sia stata davvero
terribile, non come quando ti rubano
il panino al tonno dal frigo della sala
relax.»
«Odio i panini al tonno.»
«Anch’io.» Josie ride.
«Raccontami cos’è successo.»
E così lo faccio.
Quando finisco, mi sento
incredibilmente meglio, più leggero
e felice che dopo la bevuta con
David. Senza offesa per lui. È un
tipo a posto.
Ma non è Josie, ed era lei la
persona con cui volevo parlare in
questo momento.
Rettifico: lo è da un sacco di
tempo.
Soprattutto perché è brava ad
ascoltare e in certi giorni spaccia
farmaci infallibili. Il cupcake con la
frolla alla fragola che mangio
mentre torniamo a casa è in grado di
curare quasi ogni tristezza.

Più tardi, sono a letto sveglio.


Il buio è calato sulla nostra casa.
Il chiaro di luna si insinua tra gli
scuri, proiettando strisce di luce
sulla trapunta blu. All’esterno, un
clacson strepita e un camion della
spazzatura procede lento lungo la
strada, sollevando e rovesciando,
sollevando e rovesciando.
Mi giro su un fianco e le lenzuola
mi scivolano sulla vita.
I led verdi dell’orologio mi
dicono che sono le 11.55.
Stanotte non riesco a prendere
sonno con la solita facilità. Non
posso rimproverarmi per quanto è
successo al Mercy. Ho dovuto
lasciare andare quelle persone.
Domani è un altro giorno e ho
bisogno di essere lucido per
qualsiasi cosa mi aspetti. Non sono
un tipo superstizioso, ma le cattive
notizie non vengono mai da sole,
perciò è bene che sia pronto ad
affrontare eventuali future catastrofi.
Ma non è più ai pazienti –
possano Blake e il tizio della
sparatoria riposare in pace – che sto
pensando adesso.
Penso alla donna dall’altro lato di
questa parete. A tenermi sveglio è la
parte di me che ha insistito perché io
andassi a trovarla alla fine della
giornata. La parte che mi ha spinto a
recarmi alla Sunshine Bakery, a
comprarle dei fiori, a raccontarle ciò
che era successo.
Strizzo forte gli occhi,
immaginando che un paziente si
presenti in ospedale con i miei stessi
sintomi. Quale sarebbe la diagnosi?
Li elenco nella mente: battito
accelerato a riposo, nervi a fior di
pelle, impazienza di vederla dopo
una giornata da schifo.
Quando arrivo all’ultimo,
desiderio, mi blocco, perché c’è la
sua incarnazione sulla soglia.
Josie è ferma nell’ombra. Alza la
mano e saluta. «Ehi» dice con voce
sommessa.
«Ehi.»
«Sei sveglio?»
«No, dormo profondamente.»
Lei ride e appoggia la spalla allo
stipite. Indossa la sua consueta
tenuta della notte: shorts – del tipo
che si trovano in un catalogo di
Victoria’s Secret, sottili come una
ragnatela e altrettanto impalpabili –
abbinati a una maglietta larga e
scollata. Niente reggiseno.
Sono fottuto.
Mi reggo la testa con la mano.
«Pensavo che fossi la regina dei
dormiglioni. Che cosa ti è successo?
Hai avuto un attacco di insonnia?»
Josie fa un sorrisetto e allarga le
mani. «Ho un sacco di cose per la
testa.»
Mi tiro un po’ più su. «Ah, sì?»
Lei giocherella con l’orlo della
maglietta. «Continuo a pensare alla
tua giornata.» Poi alza gli occhi al
cielo. «Mi conosci. È tutto
mescolato.»
«Come l’impasto di una torta?»
«Proprio così.» Lei annuisce e
mima il gesto di amalgamare gli
ingredienti.
«Ti va di… parlare?»
«Non voglio tenerti sveglio.»
«Lo sono già.»
I suoi occhi si posano sul letto.
Mi sfugge un sospiro. Merda.
Cazzo. Non ci sono scuse per quello
che sto per fare. Ma lo faccio
comunque.
Do un colpetto sul materasso.
Lei risponde incurvando un po’ le
labbra.
Poi fa un passo. I suoi piedi nudi
avanzano sul pavimento. Ogni
momento è una chance per fare
dietrofront, invece lei si avvicina
sempre più.
Sempre più.
E adesso si siede sul letto. Non
ha quasi niente addosso. Io ho solo i
boxer. Lei è sopra le lenzuola. Io
sono sotto. Ma è a pochi centimetri
da me.
Tecnicamente, posso raccontarmi
quello che voglio, razionalizzare
questa scelta con estrema semplicità.
Siamo ancora vestiti. Un lenzuolo ci
separa. Lei è distesa sulla schiena. Io
sono sul fianco. Ma il chiaro di luna,
la tarda ora e lo struggimento che
sento nel petto mi impediscono di
continuare a mentire a me stesso.
Sono ubriaco.
La possibilità mi dà decisamente
alla testa. Ci siamo abbracciati, ci
siamo toccati, ci siamo comportati
come studentelli delle medie
battendo spalla contro spalla e
facendoci il solletico.
Stasera siamo due adulti a letto.
«Stavo pensando al tuo
paziente.» Il suo tono è
introspettivo. «Hai detto che Blake
aveva trentaquattro anni e che
l’infarto è stato del tutto inaspettato.
Io ho ventotto anni.»
«Tu non avrai un infarto, Josie.»
«Sì. Lo so. Cioè, penso che non
l’avrò. Non mangio molti dolci»
replica lei con gli occhi che brillano.
Si dà un colpetto sulla pancia. «Be’,
forse qualcuno più del dovuto.»
«Smettila. Sei bellissima» dico
prima di riuscire a trattenermi.
Josie inarca un sopracciglio.
«Davvero?»
«Sì.»
«Potrei perdere qualche chilo.
Magari cinque.»
Alzo gli occhi al cielo. «Se
perdessi anche solo un paio di chili,
non saresti più tu. Sei una
pasticciera. A nessuno piacciono le
pasticciere secche. E, fidati,
ovunque siano questi chili che
consideri di troppo, io non voglio
vederli sparire.»
Lei sorride. «Grazie. La cosa
buffa è che penso che il rimpianto di
non assaggiare i dolci che preparo
sarebbe più grande del piacere di
pesare un po’ meno. Perciò,
sinceramente, sono felice con i miei
chili di troppo. Sento che arrivata al
capolinea, che siano trentaquattro,
novanta o ventinove anni, non dirò:
“Vorrei aver mangiato meno
zuccheri”. Oppure: “Vorrei aver
rinunciato alle tortine a sette strati”.
Così come non credo che dirò
nemmeno: “Avrei dovuto passare
più tempo su Facebook, Twitter o
Snapchat”.»
Rido. Josie non è quasi mai
online. È una persona socievole, ma
nella vita reale. «E allora cosa
rimpiangerai?»
Lei si gira sul fianco, reggendosi
la testa con la mano, proprio come
me. Lo spazio tra noi è infinito e, al
tempo stesso, quasi inesistente. Ci
separano quindici, forse venti
centimetri. Abbastanza pochi per
infilarle le dita fra i capelli, attirarla
a me e baciarla appassionatamente.
Ma anche più che sufficienti per non
varcare quella linea.
Confini. Amicizia. Averla nella
mia vita. Vivere con lei. Ci sono un
sacco di ragioni per restare su questo
lato della barriera.
«Non sono sicura che avrò
rimpianti» risponde lei. «Sto
cercando di evitarlo. Sono contenta
di aver rilevato la pasticceria, di aver
acceso un mutuo per realizzare i
miei sogni. Sono perfino felice di
questa faccenda degli incontri
online.»
A quelle parole, sento il cuore
affondare come un sasso.
«Davvero?»
«Vorrei trovare quello giusto.
Vorrei innamorarmi, avere una
famiglia e compagnia bella.»
«Davvero?»
«Sì. Cerco di fare tutto quello che
ritengo importante così da non avere
rimpianti. Tu ne hai?»
Mi giro sulla schiena, riflettendo
sulla sua domanda. «Finora ho
vissuto come volevo. Perciò, in tutta
onestà, a parte te che usi la mia
mano come Lyle Lyle, non mi viene
in mente una cosa che mi pento di
non aver fatto» dico, impassibile
fino alla fine.
Josie tace, e io la osservo.
Poi lentamente un sorriso si
disegna sul suo bel viso. Gli occhi
verdi brillano maliziosi e le
morbide, fantastiche labbra si
sollevano in un ghigno sensuale.
Si gira sull’altro fianco,
rivolgendomi le spalle, e si infila
sotto le lenzuola. Si avvicina. Lo
prendo come un segnale per
abbracciarla da dietro.
Ho bevuto troppo champagne. Ho
mangiato troppi dolci. Sono a letto
con Josie Hammer, il suo dolce
corpo sexy premuto contro il mio, e
lei mi prende una mano.
La faccio scivolare sulla sua
maglietta, tra i seni, e gemo.
Sono finalmente diventato un
coccodrillo di peluche, ed è meglio
che in tutte le mie fantasie.
Josie fa uno di quei sospiri di
soddisfazione che derivano dal
vivere una vita senza rimpianti. Mi
piacerebbe pensare di essere capace
di raggiungere il suo stesso
obiettivo, ma quando un minuto
dopo lei si addormenta fra le mie
braccia mi rendo conto che è
impossibile.
Rimpiango il fatto di essere
assolutamente incapace di resistere
alla mia amica.
Le do un bacio sulla nuca e sono
certo di non poter più restare da
questo lato della barriera.
18

Devo essermi addormentato anch’io.


Quando mi sveglio, è come se
stessi ancora sognando. Cingo Josie
con le braccia e la mia mano è
incastrata fra i due più bei seni che
io abbia mai visto.
Ma non è la mia mano a fare la
cosa più interessante.
Niente affatto.
È la sua.
Lei mi sta accarezzando. Mi
tocca, facendo scorrere le dita dal
fianco lungo la mia gamba.
Questo è il più bel sogno del
mondo.
Le si mozza il respiro e, quando
preme il sedere contro il mio pene,
balzo direttamente al livello onirico
venti, cinquanta o dieci milioni.
Josie si ritrae leggermente e un
gemito sommesso le sfugge dalle
labbra.
Ohhh. È il suono più sexy mai
sentito.
E mi arrendo.
«Josie» mormoro con la voce
roca.
«Mmh» fa lei.
«Voltati, piccola.»
Le lenzuola frusciano, e ci
ritroviamo faccia a faccia. Le prendo
il viso in una mano, passandole il
pollice lungo la guancia. Poi la
bacio, e ’fanculo a tutto quanto.
Prendo fuoco nel giro di pochi
secondi. Sono in fiamme ovunque.
Scintille, desiderio, bramosia: tutto
quanto esplode nell’istante in cui le
nostre bocche si sfiorano.
Le affondo le dita nei capelli.
Quando la sua mano scivola sul mio
petto nudo, la bacio senza
trattenermi. Senza riserve. Senza
rimpianti.
La mia lingua si intreccia alla
sua, e lei ricambia con passione,
famelica. Le sue labbra sono avide
ed esplorano le mie proprio come io
faccio con lei. È un botta e risposta,
avanti e indietro. Guido io, poi le
cedo il comando. Ci baciamo con
foga e sembriamo non riuscire a
saziarci. Non voglio smettere perché
Josie ha un sapore maledettamente
buono e mi eccita da impazzire. La
desidero più di quanto abbia mai
desiderato nessun’altra.
Dopo qualche istante so già
com’è a letto, come dà e come
prende. Mi accarezza il torace, le
unghie che graffiano i pettorali, i
polpastrelli che tracciano il contorno
dell’addome. Le prendo la testa in
un palmo per sorreggerla mentre la
bacio di nuovo, succhiandole il
labbro inferiore, poi quello superiore
e infine divorandole la bocca.
Le spingo le spalle contro il
materasso e ci giriamo. Lei ora è di
schiena e so dove mi vuole. Io so
dove voglio essere.
Mi tira per un fianco e mi metto
sopra di lei. A quel punto sono
fottuto, perché allarga le gambe. Le
afferro una coscia, me la aggancio
attorno al fianco e poi mi sfrego
contro di lei.
Sì, stiamo facendo petting. Ed è
incredibile, cazzo. Bacio e spingo, e
lei geme e si inarca. Mi bacia con
tutto il suo corpo e la testa mi gira
dal desiderio. Sto morendo dalla
voglia di essere dentro di lei.
Sono maledettamente duro e lei è
già bagnata. Sento le sue mutandine
umide attraverso quei sottili shorts
che vorrei strapparle di dosso. Ma
non voglio interrompere il contatto,
voglio solo scopare Josie così.
Quando lei accompagna una forte
spinta delle mie, un’incandescente
scarica di piacere mi attraversa la
schiena e interrompo il bacio. Non è
che corro il pericolo di venire subito,
ma non posso più tenere per me
quello ho in mente.
Lei mi guarda confusa. Le afferro
il mento e le tengo fermo il viso.
«Per te è tutto okay?» chiedo con
voce tesa. Devo saperlo. Ho bisogno
di avere la certezza che ciò che sta
succedendo le stia bene.
«Assolutamente sì» risponde
Josie con voce sicura quanto il mio
desiderio.
Sospiro, infinitamente grato che
siamo sulla stessa lunghezza d’onda.
La guardo negli occhi e le dico
quello che bramavo dirle: «Ti voglio
così tanto!».
Non è poesia. Non è neanche
un’oscenità da primo premio. Ma
non mi importa. È la verità nuda e
cruda.
«Anch’io ti voglio, Chase.»
Musica per le mie orecchie.
Lasciandole andare il mento,
affondo la faccia nel suo collo e
succhio. Il profumo della crema alla
ciliegia mi satura le narici,
inebriandomi. È fottuta cocaina per
me e, Dio, ne voglio ancora. È
euforia, è elettricità lo sballo che
provo annusandola, muovendomi
sopra di lei, baciandola.
«Dio, quanto sai di buono!»
ringhio. «Hai una vaga idea
dell’effetto che mi fa averti in giro
per casa con questo profumo?»
Lei ridacchia e nel frattempo
stringe le gambe attorno alle mie
natiche. «Che profumo ho?»
«Di ciliegie, sesso e dolci. Mi
basta sniffarti una volta e mi viene
duro» dico, spingendo contro di lei
per dargliene la prova.
Josie mugola e allunga il collo.
«Sei eccitato, e io amo questa cosa,
perché hai lo stesso effetto su di
me.» Mi afferra la faccia, tenendomi
fermo mentre mi si sfrega contro.
«L’altro giorno ho annusato la tua
schiuma da barba.»
Sgrano gli occhi. «Davvero?»
«Non eri a casa. Ho aperto
l’armadietto in bagno, l’ho annusata
e ho avuto un brivido.» Poi Josie
abbassa ulteriormente la voce. «E mi
sono bagnata solo pensando a te.»
Il desiderio mi squassa le ossa.
Ruoto i fianchi e mi strofino contro
di lei attraverso tutti questi stupidi
vestiti. «Eri così eccitata?»
«Oh, sì» mormora mentre mi
lascia andare la faccia per afferrarmi
il sedere.
«Quando hai dato uno strattone a
quell’asciugamano, sono impazzito»
ammetto, e le confessioni rotolano
fuori, finalmente libere.
«L’altra mattina?»
Annuisco mentre mi premo
contro di lei.
Le sfugge un rantolo. «Oh, sì.
Penso che verrò così» dice, e quello
è un grido di battaglia, se mai ne ho
sentito uno. Passo all’azione. La
scopo con i vestiti addosso. Lei
geme e urla. In qualche modo,
allarga ancora di più le gambe e poi
si dondola contro di me, trovando un
ritmo perfetto.
Mentre spingo, la bacio sul collo,
passo all’orecchio e le mordicchio il
lobo. Voglio sentire ogni suo gemito
da vicino. Voglio i suoi versi in
stereo. Voglio affogare nei suoni che
emette mentre viene, nei suoi “sì” e
“oh, Dio” e “ci sono quasi”.
Affonda le unghie nelle mie
natiche e si muove insieme a me.
Sono felice che abbia ciò che
desidera, che il mio pene, anche se
attraverso i vestiti, eserciti una
frizione sufficiente per farla godere.
E quando accade, è come
un’esplosione. Urla. Geme. Freme.
E mi avverte, come se ce ne fosse
bisogno.
«Sto venendo, oh, sì, sto
venendo, oh, cazzo, sto venendo,
cazzo.»
Che bocca meravigliosamente
sconcia. Le sue labbra formano una
O, gli occhi si chiudono. Piacere e
tormento creano una fusione squisita
sul suo viso. Ormai non cerco
neanche più di separare le cose. Mi
sono perso completamente in lei.
Non fingo. Non voglio farlo. Mi
limito a guardare ammirato la
magnificenza di Josie che ha un
orgasmo nel mio letto.
«Oh Dio, oh Dio, oh Dio» ansima
mentre comincia a tornare in sé.
Espira, e ogni soffio è un distillato
di soddisfazione.
Dopodiché ride. All’inizio
sommessamente, poi più forte.
Inarco un sopracciglio. «Qualcosa di
buffo?»
Lei scuote la testa e apre gli
occhi. Sono lucidi di desiderio e
traboccanti di soddisfazione. «No,
rido perché è stato bellissimo.»
Le scocco un sorriso storto, in
preda a un impeto di orgoglio. «Sì?»
Mi cinge il collo con le braccia e
mi attira a sé, accostando la bocca
alla mia per baciarmi. Quando si
interrompe, risponde: «Sì, Chase. È
stato sconvolgente».
Sono compiaciuto.
A quel punto la sua piccola mano
solerte sfreccia in mezzo a noi in
cerca dei miei boxer. Mi prende il
pene, e non so se sarò mai più in
grado di parlare. Non c’è niente di
più bello di Josie che mi tocca
quando sono già al limite.
Lei emette un leggero fischio di
approvazione. «Bel pacco,
Summers.»
Che posso dire? Non mi sono
fatto fregare quando distribuivano
gli uccelli.
Poi Josie mi lascia andare, mi dà
un spintone sul petto e mi fa
rovesciare sulla schiena. Nel giro di
un istante sono immobilizzato. Si
mette a cavalcioni su di me e atterra
sul mio pene, strusciandosi. I suoi
minuscoli shorts sono bagnati, anzi
fradici. Afferrandomi i polsi, me li
blocca sopra la testa. Che creatura
impetuosa. A cavalcioni su di me, si
dondola avanti e indietro. Porca
miseria, la mia coinquilina è
un’amante selvaggia. È audace e
spavalda, e mi vuole. Mi sbalordisce
lo sguardo nei suoi occhi, tutto
calore e fuoco: le sue iridi sembrano
smeraldi in fiamme.
Abbassa la faccia sulla mia, con i
capelli che ricadono come una
cortina, avviluppandomi ancora di
più nel suo stupendo profumo. Dio,
come ho fatto a diventare così
dipendente dall’odore di qualcuno?
Non ne ho idea, ma con lei è
successo.
«Chase» mormora. Per un istante
mi irrigidisco, pensando che lei
abbia intenzione di parlare di quello
che stiamo facendo. Non voglio
discuterne né analizzarlo. Ma siamo
sulla stessa lunghezza d’onda perché
dice: «Ti piacerebbe sapere cos’altro
mi eccita?».
Mi si secca la gola. «Sì,
dimmelo.»
Una piccola spinta dei suoi
fianchi. «Vuoi sapere a cosa ho
pensato l’altra sera sotto la doccia?»
Mi dibatto sotto le sue mani.
Muoio dalla voglia di toccarla ma
capisco che vuole essere lei al
comando di questa nave. «Non vedo
l’ora di saperlo» gracchio, con la
voce simile a stoppie secche in un
rovente giorno estivo.
Poi la civetta si passa la lingua
sui denti, accosta la bocca al mio
lobo e sussurra: «Ho pensato di
succhiarti l’uccello».
Sono arrosto. Sono fritto. Sono
carbonizzato. Spingo contro le sue
mani, mi metto a sedere e le prendo
il viso per guardarla negli occhi.
«Fallo» le dico.
Lei si mordicchia il labbro e mi
rivolge un ghigno malizioso.
Fulminea, sfreccia in basso e
agguanta l’elastico dei boxer. Me li
tira giù con uno strattone, liberando
il pene come una molla.
Si inginocchia tra le mie gambe e
lo prende in una mano. Resta in
silenzio per un momento. Quando
apre bocca, le sue parole sono una
meravigliosa poesia sconcia. «Sei
bellissimo, cazzo» mormora,
fissandomi come se fosse
ipnotizzata. E non sta guardando la
mia faccia. È il mio uccello che
guarda, e il fatto che stia
dispensando lodi a questa parte di
me mi rende estremamente felice.
Avvolge meglio la mano e dà un
colpo verso l’alto. Avverto una
sensazione così bella che mi sembra
irreale. Rabbrividisco. Lei si china
di più e lo lecca.
«Porca puttana» sussurro,
lasciando cadere la testa sul cuscino.
È assurdamente bello.
Josie fa roteare la lingua sulla
punta, ciucciandola come se fosse
una caramella, ed emette dei gemiti
più sexy che mai.
«Cazzo, è fantastico, piccola.»
Lei lo prende fra le labbra e
scende più in basso. Il piacere
schizza fino alla stratosfera.
Non vorrei impazzire e scoparle
la bocca con forza ma, Dio, lo
desidero così tanto! Le infilo le mani
nei capelli e inizio a dare delle
spinte nella sua bocca celestiale,
lasciando che sia lei a condurre.
Josie me lo succhia fino alla base
e poi torna su leccando. Mi manda
fuori di testa.
«Cazzo» gemo e, quando abbasso
lo sguardo, vedo che sta
sogghignando. Incrocio i suoi occhi,
colmi di malizia e assoluto piacere
sensuale.
Mio Dio. Questa donna. Questa
incredibile donna…
Aumenta il ritmo e la sua bocca
mi appare come una macchia
confusa. Ho la vista offuscata e il
corpo che sfrigola, crepita,
scoppietta. Sono al culmine. Sto
perdendo il controllo e un orgasmo
cresce dentro di me mentre la sua
bocca sfreccia sul mio pene. Quando
avvolge la mano attorno alla verga,
strizzandone la base, esplodo.
Un indicibile piacere mi travolge,
così potente che mi scuote fin nelle
ossa.
Grugnisco e le stringo la testa,
contraendo le mani mentre vengo
nella sua bocca, e tutto il mio mondo
diventa elettrico per l’estasi.
A un certo punto gli spasmi si
placano, ma sto ancora
galleggiando. È stato il tipo di
orgasmo che si può misurare solo
con la scala Richter. Di quelli di cui
si parla al telegiornale. Che
innescano terribili scosse di
assestamento. Tremo mentre un’altra
ondata di piacere mi assale.
Con un sonoro schiocco Josie mi
lascia andare, si asciuga la bocca
con una mano e striscia sopra il mio
corpo. «Avevi un sapore migliore
che non sotto la doccia.»
La bacio, e lei sulle prime sembra
sorpresa, come se pensasse: “Chi
bacerebbe una che gli ha appena
fatto un pompino?”.
Subito dopo ricambia il bacio e,
quando ci stacchiamo, dico: «Voglio
farlo a te».
«Lo voglio anch’io.»
Le prendo una guancia nella
mano. «Voglio dormire con te, Josie.
Voglio stare dentro di te. Dio, ti
desidero così tanto che non ci sono
abbastanza pesci svedesi per
spiegarlo.»
«Anch’io.» Mi sfiora le labbra
con le sue. «Ma stanotte non sono
pronta.»
Non so cosa significhi, però
sembra palese che non si è trattato di
un evento unico.
19

Josie si è alzata ed è uscita prima


che io mi svegliassi.
Probabilmente è meglio così.
Non che io non voglia vederla.
Anzi, proprio il contrario, ma non so
cosa dovremmo dire o fare dopo la
notte scorsa.
Se la incontrassi mentre vado in
bagno a lavarmi i denti, la saluterei
con un “ehi” come se niente fosse?
Oppure cominceremmo a
sbaciucchiarci?
Trascino il culo fuori dal letto,
felice di non dover prendere queste
decisioni stamattina. Dopo la doccia,
mi vesto, recupero il telefono e vado
alla porta.
Mi fermo.
E guardo.
E ghigno.
Alla maniglia è appeso un
perizoma di pizzo nero, come quello
che Josie aveva promesso di lasciare
in caso avesse in programma di
darci dentro. Ma era stato quando
avevamo stabilito le regole della
convivenza. Quando non
prevedevamo di darci da fare l’uno
con l’altra. A dire la verità, però,
ricordo le piccole fitte di gelosia che
avevo sentito all’idea che lei stesse
con qualcun altro.
Maledizione, forse questa cosa è
cominciata ben prima che me ne
rendessi conto.
Prendo il brandello di pizzo, lo
faccio ruotare attorno a un dito e lo
accosto al naso. Sa di fresco e pulito,
come il detersivo per bucato di
Josie. Mi trastullo con l’idea di
ficcarmelo in tasca, ma non sono un
accumulatore di mutandine e di
solito non è nemmeno mia abitudine
annusarle.
Le lascio sul tavolino e sto
cercando un foglietto per scriverle
un messaggio quando scorgo
qualcos’altro.
Una bustina di plastica
trasparente della sua pasticceria con
attorno un nastro giallo sole. Dal
fiocco pende un bigliettino. Lo apro
e leggo.

Adesso la situazione tra noi sarà


imbarazzante? O strana? O tesa? Spero di
no. Ma, nell’eventualità… ecco dei pesci
svedesi, e la speranza di un seguito.

Il cuore mi batte più forte di


quanto dovrebbe di fronte a un
omaggio dolciario. Ma non sono le
caramelle. Il punto è che si tratta del
perfetto discorso da “mattino dopo”.
È tutto quello che avrei voluto dire
ieri notte, senza esserne capace. Lei
invece sa come gestire tutto questo.
Ed è l’ennesima ragione per cui
la desidero in ogni senso.
Raggiungo l’ospedale in
bicicletta. Sfreccio nel traffico
mattutino sentendomi invincibile. E
lo sono, perché sta succedendo
qualcosa di selvaggio, di pazzo e di
incredibilmente sciocco che però in
questo momento mi sembra bello da
morire: come veleggiare, come
librarsi nel cielo.

Chase: Non. Riesco. A. Smettere. Di.


Pensarti.
Josie: Idem. Idem. Idem.
Chase: Adoro le mutandine.
Josie: Lo sapevo.
Chase: Amo i pesci. Li ho mangiati
tutti mentre andavo al lavoro. Mi sono
strafatto di zucchero prima di ricucire
un mento. Un tipo è caduto dallo
skate.
Josie: Ahi. Ma forse hai scoperto una
nuova droga naturale per i medici!
Chase: Ah-ah, può darsi. Mi è piaciuto
un sacco anche il biglietto. Sono
curioso. È stato un caso che tu avessi
le caramelle a portata di mano?
Josie: Chissà. Forse le tenevo da
parte per un’occasione speciale.
Chase: A più tardi. Un forcipe mi sta
chiamando. Ma questo è fantastico.
Josie: Buona fortuna, dottor Schianto.
Quando hai finito con l’emergenza, qui
c’è questa sorpresa per te.
Un’immagine riempie il display.
Mi fermo nel corridoio
dell’ospedale, mi aggrappo al muro
e cerco di rimettere la lingua in
bocca. Perché sto ansimando forte
mentre guardo come un allocco
l’immagine della parte superiore
delle sue tette. Si è fatta uno
stramaledetto selfie e adesso sono
eccitato alla grande.
Ma qui devo tenere i cassetti in
ordine, perciò spengo il telefono. Per
le due ore successive, fino alla
pausa, penso solo al lavoro.

Chase: Ho dovuto rimuovere una


biglia da un naso e c’è voluta tutta la
mia concentrazione per non pensare
al triste fatto che ieri notte non sono
riuscito a vedere le tue tette dal vivo.
La foto non ha aiutato. Aspetta. Mi
correggo. Mandamene altre.
FAMMELE VEDERE TUTTE.
Chase: Dovevo dirtelo che sono uno
sporco bastardo, e tu hai il seno più
meraviglioso che abbia mai visto, solo
che non l’ho ancora visto. Perciò, sono
triste.
Josie: Non essere triste. Ho la
soluzione per renderti felice.
Chase: Altre foto???
Josie: Meglio. Te lo mostro quando
torni a casa.
Chase: L’hai sentito il gemito di
eccitazione?
Josie: C’è ancora l’eco in tutto l’Upper
West Side.
Chase: Ma, ti prego, fa’ qualcos’altro
oltre a mostrare.
Chase: Devo andare. La pausa è
finita. Ci vediamo.
Josie: Buona fortuna. Fammi sapere
se vuoi che porti a casa qualcosa.
Chase: Te.
20

Max abbassa il cofano di una


bellezza blu elettrico, chiudendolo
delicatamente. I suoi occhi sono
concentrati per tutto il tempo
sull’incontro metallo-metallo, fino a
che nel parcheggio non cala il
silenzio. Poi si gira, si pulisce le
mani con uno straccio a scacchi
rossi e mi saluta con un cenno.
«Quanto mi costerebbe quel
gioiellino color zaffiro?» Indico con
il mento l’agile veicolo, così lucido
che riflette i grattacieli di Midtown
West, nei pressi dell’officina di
Max.
Lui ride e scuote la testa. «Più di
quanto potrai mai permetterti»
risponde, poi si infila lo straccio
nella tasca posteriore dei jeans
macchiati di grasso.
È a torso nudo, il dannato
esibizionista. «Fratello, mettiti
addosso qualcosa.»
«Non ce la fai a sopportare tanta
virilità, eh?»
Gonfia il petto, mettendo in bella
mostra gli intricati tatuaggi celtici
sul torace e le fasce tribali sulle
braccia.
Alzo gli occhi al cielo. «Diciamo
che in un giorno vedo più corpi nudi
di quanto tu possa immaginare e,
anche se la maggior parte non
comparirà certo su un calendario, il
tuo è quello che ho meno voglia di
vedere.»
Nel giro di un istante Max mi
cinge con un braccio e mi
immobilizza in una presa di
wrestling.
Cazzo, avevo scordato quanto è
forte! Stringe attorno a me il bicipite
muscoloso e affonda le nocche nella
mia testa, ricordandomi che è un
maestro in questo.
«Di’ che mi ami più di tutti» mi
ordina con voce profonda.
«Soprattutto il mio petto nudo.»
Faccio una smorfia mentre lui
accentua la presa. Rifiuto di cedere.
«Mai» grugnisco.
«Sicuro?»
Forse in questo momento le sue
nocche mi stanno perforando il
cranio. È anche sudato. Merda.
Devo arrendermi.
Macché. Non posso cedere.
«Amo te ma non il tuo petto»
dico con il fiato mozzo.
La punizione si aggrava. Max
stringe più forte. Mi manca l’aria.
Non ho scelta.
«E il tuo stupido petto»
bofonchio.
Nonostante la presa diventi a
tenaglia, sfrutto la sua pelle sudata e
con un movimento fulmineo mi
libero e sfuggo alle sue grinfie.
Alzando le braccia in aria, cammino
spavaldo sull’asfalto. «E la velocità
batte la forza» lo provoco.
Max si limita a scuotere la testa
mentre si avvia a grandi passi verso
il garage. Afferra una maglietta nera
dalla scrivania in disordine,
disseminata di carte e di attrezzi. Se
la infila e poi si asciuga la fronte.
Torna nel piccolo parcheggio. «In
ogni caso, questo gioiellino costa la
bellezza di cinquecentomila dollari»
dice, passando amorevolmente la
mano sulla carrozzeria.
Faccio un fischio. «Cavolo. Che
pezzi hai messo insieme?»
«È una Lamborghini modificata e
senti questa…» I suoi occhi marrone
scuro brillano di eccitazione. «Poco
fa mi hanno chiamato per
customizzare un’auto per una nuova
serie televisiva in cui il protagonista
è una specie di moderno Magnum
P.I.»
«E vai, cazzo» dico, afferrandogli
la mano per congratularmi. «È
magnifico.»
«Sarà una bomba e dovrebbe fare
miracoli per il lavoro.» Mima
un’esplosione. Gli affari di Max
vanno già a gonfie vele e ha diversi
clienti celebri, oltre a tanti ricconi
sconosciuti. «Sarà una pubblicità
enorme.»
«Sei una star.» Stavolta non
scherzo. «Pronto per la corsa?»
«Sempre.»
Abbiamo in programma un giro
di allenamento prima di tornare a
casa. Josie ha il torneo di calcio,
perciò non so bene a che ora
rientrerà.
Max va dentro a prendere la
bicicletta e nel frattempo mi arriva
un SMS . Prendo il telefono dalla
tasca posteriore.

Josie: Partita finita. Abbiamo stravinto.


Chase: Perché sei una furia sul
campo.
Josie: Forse è vero. :) Okay, sto
prendendo il metrò. Torno a casa.
Com’è stata la tua giornata?

Prima di digitare rispondo


mentalmente. La mia giornata è stata
fantastica. La mia giornata è stata
incredibile. La mia giornata è stata
la migliore di sempre. Grazie alla
notte scorsa. Ma, ancora di più, per
via di dove voglio essere in questo
preciso momento. Dov’è lei.
Okay, basta. Ho capito. È tutto
chiaro. Lo so. Cazzo, lo so.
È con lei che desidero concludere
la giornata, parlare dei momenti
belli e di quelli brutti. Josie non è
solo la mia coinquilina o una buona
amica. È la persona che voglio
accanto. Non ho idea di cosa
succederà domani, ma ho bisogno
che la serata con lei cominci
immediatamente.
Quando Max esce dal garage in
bicicletta, punto il pollice verso la
città. «Devo andare.»
«Eh?» fa lui, come se le mie
parole non avessero senso.
«Avevi ragione.»
«Ce l’ho sempre. Ma riguardo a
cosa stavolta?»
«Di’ solo “te l’avevo detto”.
Forza, dillo.»
«Te l’avevo detto.»
«È vero. Devo andare da Josie.
Aspetta. No. Mi correggo. Voglio
andare da Josie.»
Max ridacchia e mi scocca il più
grosso ghigno “te l’avevo detto”
nella storia delle espressioni facciali.
Mi stringo nelle spalle, poi mi
avvio verso l’unico posto in cui
desidero trovarmi adesso.
Ripenso alla diagnosi che stavo
cercando di fare la notte scorsa.
Tutti i sintomi indicano un’unica
malattia.
Sono cotto di questa ragazza. Il
mio è un fottuto caso da manuale di
innamoramento.
E non sono pronto a prendere una
pillola per curarlo.
21

Mi ritrovo davanti una scena tratta


da una fantasia che non ho mai
avuto, ma è così incredibilmente
allettante che schizza direttamente al
vertice della mia classifica
personale.
Stiamo parlando del pantheon
delle immagini piccanti, e non è
nemmeno oscena.
Josie, in cucina, indossa un
grembiule e i tacchi alti. Ha i capelli
raccolti in uno chignon che tiene
fermo con una bacchetta. Una cena
casalinga è messa a raffreddare
vicino ai fornelli. Non avevo mai
fantasticato su casalinghe maliziose,
ma penso che potrei cominciare
adesso.
L’appartamento profuma del mio
cibo preferito in assoluto, quello che
più mi è mancato in Africa: pizza
con formaggio e funghi. Un brano
degli anni Ottanta, Tempted degli
Squeeze, suona in sottofondo. Se mi
soffermo a pensarci, le parole sono
terribilmente sbagliate. In pratica è
una canzone su una relazione
clandestina. Ma sono convinto che
sia diventata famosa perché si
sentono solo lo struggimento, il
desiderio, la brama per un’altra
persona. Succede così con le parole
delle canzoni: recepisci le parti che
ti colpiscono.
La tentazione mi parla forte e
chiaro.
La tentazione le fa agitare il
sedere a tempo.
Che Dio mi aiuti.
Quando la porta si chiude dietro
di me con un sonoro schiocco, Josie
sussulta e si volta. Si porta una
mano al petto. «Cavolo, mi hai fatto
paura.»
«Scusa» dico lasciando le chiavi
sul tavolo vicino alla porta.
Lei prende il telefono dal
bancone della cucina e abbassa il
volume. «Ehi, ti ho fatto una…»
Le chiudo la bocca con la mia
prima che possa dire “pizza”. Un
“ohhh” sexy le sfugge dalle labbra,
poi mi dà tutto ciò che voglio.
Lei.
Aggancia le braccia attorno al
mio collo, infilandomi le dita tra i
capelli e giocando con le ciocche.
Una scarica di eccitazione mi
percorre la schiena. Mi impossesso
delle sue labbra, e le nostre bocche
si uniscono mentre troviamo il ritmo
che rende questo bacio una specie di
canzone sensuale. Non riesco a
spiegarne la melodia o le parole, le
note o gli accordi. So solo che ha
tutti i numeri per diventare un
grande successo. Quell’indefinibile
non so che che ti arriva dritto al
cuore, che ti colpisce al petto e fa
schizzare la temperatura a livelli
roventi.
La faccio indietreggiare verso il
bancone e premo il corpo contro il
suo. Le sfugge un gemito quando
interrompo il bacio. «Ehi, tu»
mormoro famelico.
«Anche per me è bello vederti»
dice Jodie attirandomi di nuovo a sé
per posare le labbra sulle mie.
Affondo le mani nei suoi capelli e
sfilo il fermaglio, lasciando che
quelle soffici onde castane mi
ricadano sulle dita mentre il
bastoncino di legno finisce sul
pavimento.
La bacio, e la mente mi si
annebbia archiviando tutto ciò che
non è desiderio, eccitazione e calore.
Serrandole il viso tra le mani,
continuo a baciarla con passione
crescente fino a che non mi basta
più.
Voglio lei, tutta.
Quando allontano le labbra, Josie
sta ansimando. Ha i capelli
scarmigliati, le labbra gonfie e rosse,
quasi tumefatte. I suoi occhi verdi
brillano di eccitazione. Non l’ho mai
vista più desiderabile di così. Studio
il suo corpo. Sotto il grembiule
celeste con un motivo di ciliegie
indossa una gonna rosso scuro
appena sopra il ginocchio e una
canotta bianca con le spalline sottili.
Le passo le mani sulle braccia e la
vedo rabbrividire. «Questo
grembiule…» sussurro toccandone
l’orlo.
«Sì?»
Le mie mani schizzano sul suo
petto e poi dietro il collo, dov’è
annodato. Ma non disfo il nodo.
«C’è una cosa che mi incuriosisce.»
«E cioè?»
Mentre armeggio con le spalline,
la guardo negli occhi. «Non riesco a
smettere di chiedermi come staresti
con solo il grembiule addosso.»
Le sue labbra si incurvano in un
sorriso sensuale. Allunga le braccia
dietro di sé. Il tintinnio metallico di
un fermaglio che si sgancia
raggiunge le mie orecchie,
strappandomi un gemito. Josie sta
liberando il seno dai suoi confini. Il
mio corpo vibra di trepidazione. Mi
lecco le labbra mentre osservo ogni
suo movimento. Adesso porta le
mani sulle spalle per eseguire quella
che a me sembra un’acrobazia da
circo. Ma è una cosa che le ragazze
sanno fare a occhi chiusi. Si abbassa
una spallina del reggiseno sul
braccio destro e la sfila. L’altra
scivola sul braccio sinistro. Poi
mette di nuovo le mani sotto il
grembiule e mi chiede di chiudere
gli occhi. La accontento.
Quindici secondi dopo dice:
«Aprili».
Quando lo faccio, la canotta
bianca è sul pavimento, e Josie fa
penzolare da un dito il reggiseno di
pizzo bianco. Il grembiule è ancora
al suo posto. «È quello che volevi?»
«Esattamente quello.»
Prendo il reggiseno, lo lancio
nell’altra stanza e afferro lei per i
fianchi. La isso sul bancone e mi
godo la vista.
Gonna, tacchi, grembiule. I seni
sono appena coperti e, per un uomo
ossessionato dalle tette come me,
verrebbe da pensare che li palpeggi
all’istante. Ma non ho dodici anni.
Voglio assaporare la vista, ammirare
la mia ragazza. Voglio vivere ogni
meraviglioso secondo di questa
serata, imprimermelo nella mente,
nutrire ogni singola cellula della mia
memoria.
Tiro il nodo del grembiule. Le si
mozza il respiro e trema. Un brivido
le percorre il corpo.
«È tutto a posto?» le chiedo. «Hai
freddo?»
«No, affatto. Sto molto, molto
bene» risponde Josie sollevando il
mento. I suoi occhi incontrano i miei
e, in un lampo, vedo in essi così
tanta vulnerabilità, così tanto
desiderio che per poco non crollo in
ginocchio. Mi viene voglia di
denudare la mia anima davanti a lei,
di dirle quello che ho capito prima,
al garage di Max. Ma se esiste una
ricetta per uccidere l’amicizia, è
proprio questa. Quando aggiungi
l’amore, quando lo dichiari
apertamente, tanto vale dire addio a
ciò che c’era prima. Possiamo essere
amici e trarne dei vantaggi, ma
spingersi oltre equivale a giocare
con il fuoco. Io lo so, ed è probabile
che lo sappia anche lei.
Stasera siamo amanti.
Ecco su cosa mi concentro
quando disfo il nodo del grembiule.
Si scioglie e le spalline scivolano
giù.
Oddio, è stupenda! I suoi seni
sono magnifici come immaginavo:
morbidi, cremosi, fantastici globi dai
capezzoli rosei ed eretti. Mi chino su
di lei, prendo fra le labbra una
deliziosa punta e succhio.
«Oh.» A Josie sfugge un gemito,
e le sue mani mi afferrano la testa,
tenendomi stretto.
Proprio quando penso che non
possa esistere un momento più
perfetto, ho la dimostrazione che mi
sbaglio.
Questo va al di là di ogni
paragone. Prendo l’altro seno nella
mano sinistra, strizzandolo, poi le
pizzico il capezzolo mentre succhio.
Sento un verso gutturale, seguito da
un sofferto “ti prego” e da un
ansimante “Dio, che meraviglia!”.
Sì, è proprio una meraviglia
sprofondare nelle tette di Josie.
Potrei restarci fino a domani, o alla
prossima settimana o per un mese
intero. Anzi, quando qualcuno del
Mercy verrà a cercarmi perché ho
saltato una marea di turni, mi troverà
perduto nel mondo dell’estasi
estrema.
Qui.
Non ci sono giustificazioni per la
mia ossessione. Non si tratta
nemmeno di un piacere proibito
perché non provo un briciolo di
senso di colpa per qualcosa che fa
impazzire entrambi. A giudicare da
come le sue dita sono serrate attorno
alla mia testa, Josie ama le
attenzioni che sto dispensando alle
sue tette tanto quanto io amo
rivolgergliele. Il suo respiro
accelera, e lei dimena fianchi sul
bancone mentre le lecco, le succhio
e le bacio i seni. Sospira e mormora.
A un certo punto, forse dopo un
secolo, mi stacco e la fisso negli
occhi, senza lasciare andare quelle
meraviglie. Le palpo mentre la
guardo, tutta arrossata e sexy.
«Cazzo, Josie» dico, in totale
adorazione di lei. Di tutto. Del suo
sguardo. Di come schiude le labbra.
Dell’innocenza nei suoi occhi. Del
modo di cui si avvicina piano a me.
«Sono innamorato…» Mi
trattengo prima di fare danni. «Delle
tue tette. Sono perfette. Spero che la
mia adorazione non ti dispiaccia.»
Le scocco un sorriso storto.
Lei ride. «Non mi dispiace affatto
e ti darò libero accesso se tu farai
qualcosa per me.»
«Di’ pure.»
Mi prende il mento e mi attira a
sé, poi depone un bacio dopo l’altro
sulla mia mascella, facendomi
impazzire. Il mio pene sta bussando
alla porta dei jeans, implorando di
essere liberato.
Josie arriva all’orecchio e
sussurra: «Muoio dalla voglia di
essere leccata, ma ancora di più che
mi scopi».
«Cazzo, è così sexy quello che
hai appena detto.»
«Era un sì?»
Mi fingo contrariato. «Perché non
posso avere entrambe le cose?»
Mi passa un dito sul labbro
inferiore. «Puoi. Ma in questo
momento» aggiunge, avvicinandosi
ancora di più «ho bisogno di averti
dentro di me.»
Ecco.
Bene.
Pronto.
Lo ha chiesto e lo avrà. Le tiro la
gonna fin sopra la vita, scuotendo la
testa. «In questo momento dovrei
divorarti la fica. Mi hai distratto con
le tue tette perfette e così non ho
avuto il tempo di andare laggiù. E tu
cosa mi fai? Mi chiedi di scoparti.
Che è praticamente la cosa più sexy
dell’intero universo.»
Josie ride. «Mi piace chiedere
quello che voglio. Mi eccita.»
Le infilo una mano sotto la
gonna. «Anche a me piace sapere
quello che vuoi. E amo quando lo
chiedi.»
I miei occhi vagano sulle sue
gambe, fino all’area peccaminosa in
cima alle cosce. È fradicia. Le
mutandine sono da strizzare. E io
sono un bastardo arrogante perché
mi sento riempire di orgoglio.
Questa è opera mia, sono stato io a
farla eccitare così. Amo che si
infiammi quando ci baciamo, ci
tocchiamo e ci accarezziamo. Passo
un dito sul tessuto bagnato e lei
rabbrividisce contro di me.
Mentre le tolgo gli slip, mi
afferra l’orlo della maglietta e me la
sfila da sopra la testa. Poi le sue
mani sono sui jeans, strattonando il
bottone.
«Dannazione, donna.»
«Ti voglio» dice Josie con
determinazione. «Adesso.»
«Fidati, piccola, mi avrai. E farò
in modo che sia bellissimo. Ma
prima ci serve questo.» Tiro fuori il
portafogli dalla tasca posteriore e
prendo un profilattico. «Spero non
penserai che sono un taccagno, ma
l’ho preso in ospedale.»
Lei ride. «Uno dei vantaggi del
tuo lavoro.» Mi avvolge le braccia
attorno al collo e mi attira a sé. Il
suo sguardo è intenso. «Dimmi che
l’hai preso oggi.»
«Sì, cazzo» mormoro. «Perché è
tutto il giorno che penso a quanta
voglia ho di scoparti.»
«Anch’io. Tantissima.» Josie mi
tira giù i jeans sul sedere, liberando
l’uccello.
«Mettimelo, piccola. So che vuoi
farlo.»
«Oddio, sì.»
Non so come, ma ero sicuro che
lo volesse. Sto imparando a
conoscerla in fretta. A capire com’è.
Apro l’involucro e le porgo il
profilattico. Mentre lei lo sfila, mi
afferro il pene e comincio a
massaggiare.
È come un’iniezione di lussuria
dritto nelle sue pupille. Mi guarda e
geme. «Smettila. Mi stai facendo
impazzire.»
«Allora funziona.» Perché è così
che la voglio. Pazza. Folle di
desiderio. E non mi fermo. Stringo
la mano attorno al pene e la faccio
risalire verso la punta, strizzando. Le
si mozza il respiro e resta a bocca
aperta.
Mi osserva con sfrenato
abbandono. Già sto pensando a tutte
le cose che farò con lei, a tutti i
modi in cui la scoperò. A tutto il
piacere che voglio darle.
Josie si morde il labbro, poi
avvolge una mano attorno al mio
pene e si unisce a me. Nel suo
sguardo alla languidezza ora si è
sostituita l’eccitazione. «Guardami»
mi ordina.
E io lo faccio, fissando le sue
graziose mani infilare la protezione
sul mio uccello, pizzicando la punta
del lattice. E adesso sono io quello
in fiamme.
O forse lo siamo entrambi.
La afferro per i fianchi, la tiro sul
bordo del bancone e sfrego la punta
del pene contro la sua dolce fica
scivolosa.
Lei sussurra il mio nome. Sembra
una parola oscena e sporca sulle sue
labbra. Lo dice come se avesse
cinque sillabe e volesse essere
scopata da ciascuna di esse.
«Cazzo» mormoro, perché è una
sensazione fantastica.
«Sì» mormora lei di rimando.
Adoro il fatto che siamo sulla
stessa lunghezza d’onda.
La sua cavità mi accoglie. C’è il
paradiso dentro Josie. È stretta,
bollente e bagnata quando la
penetro. Fa scivolare le dita sul mio
petto e mi afferra per le spalle. Mi
aggrappo con una mano al bancone
e con l’altra al suo fianco.
Spingo, e lei urla.
Inizio a muovermi, dapprima
lentamente, poi sempre più veloce
perché non riesco a trattenermi.
Posso aspettare per leccarla e per
portarla in camera da letto, ma non
sono in grado di resistere alla
sensazione mozzafiato di scivolare
dentro e fuori da questa donna
meravigliosa, sensuale e audace che
mi vuole con la stessa intensità con
cui io voglio lei. Aggrappata alle
mie spalle, si struscia contro di me.
Per qualche istante non siamo
altro che mormorii e sospiri, gemiti
e mugolii, carne che schiaffeggia
altra carne. Un uomo e una donna
bramosi che si divorano l’un l’altra.
Poi Josie mi prende la faccia tra
le mani, stringe forte e schiude le
labbra. «Portami lì» dice con voce
roca e sexy, ma anche vulnerabile,
come se avesse espresso il suo più
profondo desiderio.
Spingo più a fondo, fino al limite,
prima di fermarmi e guardarla negli
occhi. Vedo tutto quello che pare mi
abbia colpito all’improvviso, ma
capisco che c’è sempre stato, anche
se non lo avevo notato.
Lei è la donna per me.
Lei è quella che voglio.
Sto scopando la mia amica.
Mi sto ripassando la mia
coinquilina.
Ma sto anche facendo l’amore
con la donna di cui mi sto
innamorando.
Più penso alla mia follia e alla
mia stupidità, più rischio di dirle
tutto e di rovinare il nostro rapporto.
E comunque in questo momento
ho un compito. Portarla lì.
«Lo faccio, piccola, lo faccio.»
Le infilo le dita nei capelli e le
accosto la bocca all’orecchio mentre
accelero il ritmo. Lei aggancia le
gambe attorno alle mie natiche e mi
stringe ancora di più. Sprofondo
dentro di lei, spingendo fino a
quando lei urla così forte che so che
è al limite.
Poi me lo dice. Perché è questo
ciò che fa, come una telecronista.
«Ci sono quasi.
«Continua a scoparmi.
«Sì, così.»
Come se potessi fermarmi…
Si dimena per trovare la frizione
perfetta contro la mia verga e presto
ci riesce. Scopre il suo piacere, che
sembra esplodere dentro di lei.
Trema da capo a piedi.
Rabbrividisce e chiude gli occhi.
«Sto venendo» mormora in un
impercettibile sussurro. Poi, più
forte: «Oddio, sto venendo».
Dopodiché un urlo assordante
scatena il mio orgasmo. Mi assale, si
abbatte su di me con l’impeto di una
tempesta, imperversa nel mio corpo
mentre continuo a scoparla
grugnendo il suo nome e
sussurrando parole quasi
incomprensibili. E, mentre il piacere
continua a inondarmi, devo
mordermi la lingua per non
aggiungere altro. Perciò non le dico
che non è mai stato così bello. Ho
raggiunto un livello tutto nuovo. Un
livello da cui temo di essere già
diventato pericolosamente
dipendente.
Non voglio dirlo ad alta voce,
non ancora, o forse mai. Se lo
facessi, potrei perderla, e questo è
un rischio che non sono disposto a
correre.
Invece, mangiamo la pizza.
22

Piego una fetta e do un altro morso a


quella delizia. Mostro il mio
entusiastico apprezzamento per le
doti culinarie di Josie. «Mi sono
sbagliato tutte le altre volte. È
questo il piatto migliore che tu abbia
mai fatto.»
Lei ride. «Hai detto che era la
cosa che ti mancava di più in
Africa.»
«Oh, altroché, una nostalgia
feroce.»
«Di’ solo una parola e ti preparo
anche quella con la patata.» Quando
ammicco malizioso, lei alza una
mano. «Alludevo al tubero.»
«Sai che la parola “patata” suona
sempre ambigua?»
Siamo sul divano, mezzi vestiti,
dopo quello che senza esagerare
posso definire il sesso migliore della
mia vita. Josie si è annodata di
nuovo il grembiule con le ciliegie e
lo indossa con i tacchi. Aveva detto
di essere convinta che la sua tenuta
post sesso mi sarebbe piaciuta
moltissimo. Aveva ragione. Per
quanto riguarda me, sono in jeans.
«Lo so» risponde lei, poi si
protende per arruffarmi i capelli.
Il suo gesto mi scalda il cuore e
al contempo mi fa riflettere. Josie è
sempre stata una a cui piace toccare,
perciò non sembra fuori luogo. Ma è
così… da coppia. Una parte di me
vorrebbe disperatamente aprirle il
cuore e dirle ciò che provo.
Perché, dentro, mi sento al
settimo cielo. Sono uno stronzo
felice, rilassato, che mangia pizza
con la ragazza migliore che conosca.
La nostra intesa fisica è incredibile.
Andiamo d’accordo come due piselli
in un baccello. Lei è mia amica da
sempre. Cavolo, stiamo per fare una
partita a Scarabeo prima di passare
al secondo round.
Ma c’è un “ma”.
Perché questo nostro fluttuare su
una nuvola di assoluta e sensuale
felicità è uno specchietto per le
allodole, un trucco perfettamente
congegnato dal corpo umano.
Cazzo, perché innamorarsi deve
essere un simile sballo?
Conosco la risposta.
C’è una ragione per il rilascio
delle endorfine. Queste sostanze
chimiche sono nel nostro organismo
in modo che innamorarci ci spinga a
procreare. Lo sfrenato appagamento
che sento turbinare dentro di me è
solo questione di elementare
conservazione della specie. È
un’illusione prodotta dalla chimica
cerebrale.
Ma finché tengo la testa sulle
spalle, i sentimenti pericolosi non
potranno ingannarmi.
Anche se una parte di me
vorrebbe mandare al diavolo la
cautela, dare ascolto a questo
martellare che ho nel petto e dire:
“Ehi, siamo io e te, sfidiamo le
probabilità”.
Scopare, mangiare pizza e
giocare a Scarabeo. Sì, non c’è
bisogno d’altro.
Fino a che Josie si schiarisce la
voce. «Allora…»
E quell’unica parola risucchia
tutto l’ossigeno della stanza.
La gioiosa, inebriante vibrazione
“sbronziamoci e scopiamo”
svanisce. Evapora nella notte.
Un’unica sillaba, e so che è tempo di
parlare.
Nonostante io e Josie possiamo
chiacchierare di tutto, qualsiasi cosa
venga dopo “allora” è l’unico
argomento di cui non sono pronto a
discutere. Perché ciò che sta
succedendo tra noi è carico di mille
complicazioni. Scoparsi il proprio
coinquilino è come intervenire su un
rene quando sai che nel farlo
danneggerai un’arteria principale.
Sono troppi i sistemi collegati: la
casa, l’amicizia, il sesso, l’affitto.
Perfino le utenze rientrano nella
nostra vita sessuale.
Naturalmente, il mio passo
successivo è cercare di disinnescare
la bomba.
«Con “allora” intendi la parola di
sei lettere a Scarabeo, oppure è
“all’ora” con l’apostrofo?»
Josie ride, scuote la testa e mi
appoggia una mano sulla coscia.
«Chase» dice, in tono amichevole
ma serio.
Dannazione. «Sì?»
«Dobbiamo parlare di quello che
sta succedendo fra noi.»
Come se mi avessero infilato un
palo d’acciaio nella schiena mi
raddrizzo e ribatto brusco:
«D’accordo».
Perché mi sento pervadere dal
terrore alla sola idea di questa
conversazione?
Oh, giusto. Perché l’ultima donna
per cui provavo dei sentimenti mi ha
tradito. Perciò le relazioni non fanno
per me. Io apro il cuore e gli altri lo
calpestano. A questo si aggiunge il
minuscolo, trascurabile particolare
che innamorarsi di un’amica
comporta il fatto che probabilmente
la perderai quando il rapporto
finisce, e tutto ciò che voglio è
comportarmi da monaco. Be’,
almeno per la parte relativa al voto
del silenzio. Per il resto no.
«Lo sai che dentro di me si
mescola tutto, no?» mi dice lei.
«Sei una specie di mixer.»
Josie mi rivolge un timido
sorriso. «E questo» continua
indicando se stessa e poi me «ha il
potenziale per essere un enorme
frullato di emozioni.» Ha uno
sguardo intenso e risoluto. «Mi
conosco. Anche tu mi conosci. Hai
visto in che modo traboccano le mie
emozioni. Non sono capace di
dividere per compartimenti stagni. È
tutto qui» aggiunge battendosi il
petto. «E questa cosa tra noi sta
diventando il frullato più grosso di
tutti. Siamo amici, siamo coinquilini
e adesso siamo amanti. Non sono in
grado di tenere gli ingredienti
separati. Capisci cosa intendo?»
Per un millesimo di secondo
immagino che salteremo la parte
difficile. Josie dirà che anche lei è
innamorata di me, e vivremo così
per sempre, senza che niente vada
storto.
«Vuoi dire che ti piacciono i
frullati?» azzardo, non sapendo se
questo preambolo significhi che lei
ha avuto la mia stessa illuminazione
e che saremo la prima coppia di
amici nella storia dell’universo a
non mandare a rotoli il passaggio
all’altra fase, quella chiamata
“relazione”.
C’è una prima volta per tutto,
giusto?
Lei ride. «Sì, mi piacciono i
frullati, Chase» risponde,
passandomi le dita sul petto. «Ma
non possono sostituire tutti i pasti
della giornata.»
«La dieta del frullato è approvata
dai medici senza riserve» replico
impassibile.
Ma evidentemente Josie non è in
vena di scherzare, o di mangiare
dolci tutto il giorno. «Quello che
intendo è che dobbiamo essere
prudenti. Voglio che siamo
d’accordo su questo punto. Non ho
intenzione di finire con il cuore
spezzato o di ferirti e, soprattutto,
non voglio rovinare la nostra
amicizia.»
È questa la ragione principale per
cui ho tenuto la bocca chiusa e per
cui continuerò a tacere. Le sue
parole non fanno che rinsaldare il
mio bisogno di dividere in
compartimenti stagni, anche se lei
non ci riesce, di tenere l’amore da
una parte e il sesso dall’altra.
«Cassetti separati» dico con un
cenno di assenso. Mimo l’azione di
aprire uno schedario. «Dobbiamo
chiudere il sesso in un cassetto e
l’amicizia in un altro.»
Se non lo facciamo, corriamo il
rischio concreto di rovinare la nostra
amicizia. “Mi mancheresti
infinitamente se qualcosa si mettesse
tra noi” penso.
Lei mi rivolge un pallido sorriso.
«Sì. Non pensi che sia il modo
migliore per non perderci?»
Annuisco perché devo
assicurarmi che Josie sappia che non
manderò tutto a puttane. Deve capire
che posso fare quello che mi ha
chiesto. «Hai bisogno che ti aiuti a
separare il fatto che me lo fai venire
duro come un bastone da quello che
pago metà dell’affitto.»
«E anche dalla nostra incredibile
intesa a Scarabeo per favore»
aggiunge lei ridendo. Poi torna seria.
«Per me non è facile dividere le
cose. Devi sapere che mi ecciti da
impazzire e che hai accumulato
punti extra per essere fantastico a
letto; inoltre sei il mio più caro
amico e ti trovo meraviglioso.» Non
posso fare a meno di sogghignare
per quei complimenti. «E non
sopporto l’idea di perderti.»
Una vita senza Josie sarebbe
l’inferno sulla terra. «Neanche io
voglio perderti.»
«Ecco perché ho bisogno che sia
tu quello forte. Devi essere il dottore
che alla fine strappa via il cerotto»
dice lei con un sorriso mesto.
«Approfitta del dottore,
accomodati» mi lamento
scherzosamente.
Josie però è seria. «Non voglio
fare come Adele, sparire dalla tua
vita.» La sua voce si incrina.
Santo cielo, questa ragazza è la
sincerità in persona! Mi mostra tutti
i suoi sentimenti. È impavida e
audace, non solo a letto, ma anche
adesso, mentre mi apre il suo cuore.
Non affrontiamo questo
argomento in punta di piedi.
Nessuno suona alla porta nel bel
mezzo di una conversazione
difficile, troncandola. Macché. Non
stiamo evitando il problema, anzi, ci
tuffiamo a capofitto.
Tutto ciò che lei fa mi spinge a
desiderarla in ogni senso.
«Ecco perché penso che sia
l’unica linea d’azione» aggiunge.
Ingoio il rospo, ricordando il
senso di vuoto che ho provato
quando Adele ha voltato pagina. Mi
costringo a rievocare il dolore di
perdere qualcuno per cui nutrivo
sentimenti profondi. Certo, le notti
solitarie facevano schifo, ma la cosa
più dolorosa era la mancanza di una
persona sulla quale facevo
affidamento. La mia amica. «Non
sopporto l’idea di non essere più tuo
amico. Non possiamo lasciare che
accada.»
«Esatto» replica Josie in tono
così sincero che mi va dritto al
cuore. «Ma non voglio neanche
farmi illusioni come è successo con
Damien.»
La guardo duramente. «Io non
sono Damien. Quel tizio superava i
livelli accettabili di stronzaggine di
un milione per cento.»
«Lo so, ma fa ancora male. Ho
imparato la lezione e voglio mettere
le cose in chiaro fin dall’inizio.
Occorre tracciare dei confini.
Dobbiamo promettere che, vada
come vada questa faccenda del
sesso, una volta finita saremo ancora
amici.»
«Sono d’accordo» replico, perché
è ciò che voglio anch’io.
«È un dato di fatto che la
convivenza ha scatenato una
chimica pazzesca, giusto?»
Annuisco. Forse sottolineo il
concetto con uno schiocco della
lingua.
Lei ride. «E dobbiamo espellerla
dall’organismo, giusto?»
Rammento a me stesso che la
divisione in compartimenti stagni è
la mia specialità. L’ho affinata nel
corso degli anni. L’ho resa una
stramaledetta abitudine. Io mi
prendo cura del corpo e altri
gestiscono il cuore e la mente. Per
una volta Josie vuole che mi affidi al
mio talento migliore, l’abilità di
separare l’aspetto fisico da quello
emotivo. Mi chiede di dedicare tutta
la mia attenzione ai suoi orgasmi e
poi di congedarla con la prescrizione
di regolari check-up dell’amicizia.
Sembra facile.
Dovrebbe essere un gioco da
ragazzi.
«Josie, la pensiamo allo stesso
modo.» Raddrizzo le spalle e faccio
sfoggio di tutta la mia sicurezza.
Non ha bisogno di sapere che mi sto
innamorando di lei come uno
stupido. Schiaccerò il freno e mi
impedirò di trascendere. Questa cosa
tra noi non deve essere più una
dolce, piccola tresca con la mia
sexy, stupenda, impegnativa,
sfrenata coinquilina.
Tutte quelle strane sensazioni che
affollano il mio petto? Andate. Le
sto mettendo alla porta per gettarle
via con la spazzatura. “Ci si vede,
innamoramento.”
Josie tira un sospiro di sollievo.
«Sono così felice che siamo in
sintonia! Sarei tristissima se tu
uscissi dalla mia vita.»
Rido e le accarezzo una guancia.
«Non vado da nessuna parte. Non
correrei mai il rischio di perderti,
perché tu non sei solo un’amica.
Anche se odio l’idea di doverlo
confessare a Wyatt, sei la mia
migliore amica.»
«E tu sei il mio.» Josie è
raggiante. «Sarà il nostro segreto.»
«Come Scotland’s Burning.»
«State attenti, state attenti»
comincia a cantare, e io la seguo a
ruota nel nostro orribile duetto.
Quando abbiamo finito di
massacrare la canzone, alzo il pugno
per batterlo contro il suo, dicendo le
cose come stanno. «Saremo
coinquilini con benefit particolari
fino a che non avremo espulso
queste sostanze dall’organismo.»
Lei batte il pugno. Adesso siamo
a posto.
Solo che io non riesco a
fermarmi. Sento la necessità di darla
a bere a giudice e giuria, di essere
convincente fino in fondo per non
farle capire quanto sono andato
vicino a vuotare il sacco. «E dovresti
anche frequentare altra gente» dico
con nonchalance.
Josie è interdetta. «Non ho
intenzione di farlo mentre
scopiamo.»
«Solo quando avremo smesso»
aggiungo, da quel magnanimo e
meraviglioso amico che sono. Al
quale, si capisce, piace affermare
l’ovvio.
«D’accordo» acconsente lei,
esitante.
«Quando ci saremo depurati»
puntualizzo. Mi stampo un sorriso in
faccia per ricordarle che prima o poi
tra noi finirà. La nostra è una storia
temporanea. A che pro soffermarsi
su quello che provavo prima?
Non ha alcun senso. Neanche
quando la sera scopiamo di nuovo
sul divano. Neanche quando lei mi
stringe a sé e sussurra il mio nome.
Neanche quando mi dice quanto è
bello.
No. Non mi lascio influenzare da
niente di tutto questo.
Affatto.
Nemmeno lontanamente.
Sono d’acciaio.
Tengo duro perfino quando Josie
si addormenta fra le mie braccia e
mi si raggomitola accanto,
profumata di sé, di me e del miglior
sesso che io abbia mai conosciuto.
Perché non è stato solo sesso.
Solo che… non può essere.
23
Dal ricettario di Josie

Frullato “Oh, no, non ci credo


che l’hai fatto” di Josie
Ingredienti
Mezzo chilo di gelato al cioccolato

Magari di una varietà


incredibilmente peccaminosa e
deliziosa, che vi farà sentire come se
vi steste innamorando… anche se
non è affatto così; non potete, e non
volete.

Mezza tazza di latte

Il latte fa bene! Il latte fortifica le


ossa! Questa ricetta è chiaramente
salutare.

Ghiaccio, per anestetizzare il cuore.

Procedimento
1. Mettete tutti gli ingredienti in un
frullatore e impostate la velocità al
massimo fino a che non sarà tutto un
miscuglio di sentimenti, emozioni,
sesso, male al cuore, amicizia e
possibilità. Poi, alla salute!

Questa parte della ricetta è la più


essenziale. Una volta consumato il
frullato dei vostri sentimenti
mischiati, agitati, fusi e confusi,
fregatevi le mani, sorridete e non
mescolateli mai più. Mangiate il
gelato separatamente, proprio come
farete con quell’uomo.

È tutto ciò che potete fare per


proteggere il vostro cuore, l’unico
modo per avere lui. Qualcosa in più
e potreste perdere il migliore amico
che abbiate mai avuto.
24

Qualche giorno più tardi, dopo aver


curato un runner svenuto per
disidratazione durante la sua corsa
mattutina a Central Park, la caposala
mi raggiunge con una cartellina in
mano.
«Dottor Summers, è desiderato»
abbaia Sandy. La sua voce da
sergente maggiore mi mette in
allerta.
Sono il suo soldato. «Cosa
abbiamo?»
Mi aspetto che snoccioli una
sfilza di traumi in arrivo, invece
punta il pollice in direzione
dell’atrio. «Una graziosa brunetta in
sala d’attesa che chiede di lei.»
Le mie orecchie si drizzano. Il
pene balza sull’attenti. Il cuore fa
una capriola. Josie è passata a
salutarmi. Forse mi ha portato il
pranzo. Mi brontola lo stomaco.
Istinto pavloviano. Adesso che ci
penso, l’uccello non è da meno, a
giudicare dalla sua rapidità di
reazione alle parole “graziosa
brunetta”.
Un saluto in piena regola sotto il
camice. “Ottimo lavoro, amico.”
Non mi sorprende, dal momento
che le ultime serate con Josie sono
state strabilianti, e non solo per me.
Non mi sono limitato a essere il
destinatario del piacere. Come Josie,
sono uno che prende e che dà. Ho
elargito orgasmi multipli elevati
all’ennesima potenza, somministrati
in svariati modi.
Lei è vorace, e io ho soddisfatto
il suo appetito ogni volta. Compreso
con la lingua. La prima volta che
sono andato là sotto, una volta non è
bastata a nessuno dei due. Ho fatto il
bis, e la seconda volta è venuta
ancora più intensamente.
Il mattino seguente ho trovato un
sacchetto di pasticceria sul tavolo in
soggiorno con dentro due biscotti
alle gocce di cioccolato e un
biglietto che diceva: “Le cose belle
vanno a coppie”.
Il giorno dopo, conclusa una
maratona per testare la resistenza dei
nostri mobili, Josie mi ha lasciato un
brownie. Quella volta il messaggio
recitava: “Penso che ieri sera tu
l’abbia bruciato. A proposito, sono
davvero colpita da quanto sia
robusto il nostro tavolo. Per non
parlare della parete”.
Non vedo l’ora di sapere perché
lei è qui a mezzogiorno.
Ringrazio Sandy e mi avvio,
attraversando a grandi passi il
corridoio e superando il banco degli
infermieri. Spingo le grosse porte a
battente che si aprono sulla sala
d’attesa. Un tipo sulla ventina in
felpa con cappuccio sta curvo su una
sedia e tossisce. Una mamma
atletica in pantaloni sportivi tiene un
bambino tra le braccia. Il piccolo ha
la faccia arrossata e sta tremando.
Febbre, sospetto. C’è un’altra
manciata di persone che aspettano;
qualcuno guarda il telefono, altri la
tivù appesa alla parete. Al pronto
soccorso del Mercy ci vantiamo di
avere i tempi di attesa fra i più brevi
al mondo e, a giudicare dall’atrio
poco affollato, non ce la caviamo
male.
Questo però implica anche che è
facile vedere che Josie non è qui.
Tutte le parti di me che erano gonfie
si afflosciano.
«Dottor Summers?»
Mi giro in direzione della voce
decisamente mascolina. Il viso
spigoloso mi è familiare: naso
affilato, occhi gentili, capelli biondi.
La lampadina si accende. Sorrido e
indico il tizio. «Aquaman.»
L’uomo la cui fronte ha funto da
parcheggio per un souvenir sessuale
viene da me con la mano tesa. Ha
un’elegante camicia bianca e
pantaloni costosi. Buffo, non l’avrei
etichettato come un ricco uomo
d’affari quando indossava il costume
di Aquaman, ma gli abiti che porta
oggi, dai gemelli alla seta della
camicia, mi fanno capire che nel
denaro ci sguazza. Non si può mai
dire a chi piaccia dondolare dai
lampadari.
Gli stringo la mano e poi mi
rivolgo alla graziosa brunetta al suo
fianco. «E la sirenetta» aggiungo.
Lei sorride e mi dà a sua volta la
mano. Al suo dito brilla un anello
con diamante. È vestita elegante e ha
l’aria di una dirigente affermata.
«Sono Cassidy» si presenta.
«Lieto di conoscerla. E di
rivedere lei» dico al mio ex paziente.
«Come sta andando il programma di
astinenza da lampadari?»
Lui sorride. Lo fa anche la sua
ragazza, arrossendo. «Abbiamo
seguito il suo consiglio. Il tavolo in
cucina è senz’altro un’ottima
alternativa.»
«Eccellente. E questa…» Indico
la sua fronte. Si vede appena una
leggerissima cicatrice. «Questa ha
un bell’aspetto.»
«Lo so.» Aquaman fa un largo
sorriso. «Quasi non si vede.»
Cassidy gli posa una mano sulla
spalla e lo guarda con aria adorante.
«La perfetta cicatrice sexy»
commenta dolcemente, sfiorandogli
la guancia con un bacio. Poi si
rivolge a me. «Grazie, dottore. Ha
fatto un lavoro incredibile nel
ricucire Kevin. Quasi non si nota.»
«Ottimo. È il mio obiettivo
rendere invisibile il lavoro che
faccio.»
«L’uomo invisibile» dice Kevin,
come se avesse appena coniato
l’appellativo per un nuovo
supereroe. Si schiarisce la voce.
«Volevamo portarle un piccolo dono
di ringraziamento per le eccellenti
cure che mi ha prestato. E per i suoi
consigli. Il tavolo, ma anche l’altro
che ci ha dato. L’abbiamo seguito e
ci auguriamo che piaccia anche a
lei.»
Sono curioso.
Cassidy mi porge una piccola
busta. Infilo il pollice sotto il lembo
e la apro. Dentro c’è un biglietto da
visita bianco, insieme a un buono
regalo per un corso di cucina.
“Allettanti antipasti e irresistibili
dessert.”
Scoppio a ridere, ricordando la
nostra conversazione sul lettino,
quando l’ho incoraggiato a iscriversi
a un corso di cucina. «Ben fatto,
Aquaman. Ben fatto.»
Kevin mi rivolge un sorriso e si
stringe nelle spalle, imbarazzato.
«Ordini del dottore. Lungi da me
disobbedire.»
«Fa bene a seguirli.»
«Senta» aggiunge poi lui, in tono
più serio.
Inclino la testa, in attesa.
I suoi occhi azzurri incontrano i
miei. «C’è qualcos’altro per cui
devo ringraziarla.»
«Di che si tratta?» Sono
perplesso. Ma, quando sentiamo una
sirena e il classico stridore di freni di
un’ambulanza all’esterno, dico: «Mi
dispiace, devo andare».
Ci salutiamo in fretta e, mentre
mi precipito nel pronto soccorso,
faccio una rapida sosta al bancone
della sala d’attesa. Una bionda
ossigenata alza gli occhi stanchi su
di me. «Sì, dottore?»
Indico con la testa il bambino
ammalato. «Si assicuri che il piccolo
venga visitato il prima possibile.»
Lei annuisce.
Torno al manicomio, dando nel
frattempo una veloce occhiata al
buono regalo. È un corso di cucina
per due. Me lo infilo in tasca perché
sta arrivando un uomo di
cinquant’anni che ha subito un
infarto. Stavolta salviamo una vita.
Dopo un frenetico pomeriggio senza
pause, finito il turno trovo un SMS di
Wyatt.

Dalle tue parti. Ci prendiamo una


birra?

Gli rispondo di sì e decidiamo


per un posto vicino, il bar di Spencer
e Charlotte, il Lucky Spot.
Stavolta c’è Spencer dietro il
banco e ci saluta con un cenno del
mento. Ci versa la birra e sbatte i
bicchieri sul piano di legno. «Allora,
un dottore e un falegname entrano in
un bar…»
Alzo gli occhi al cielo. «Sì? E poi
cosa succede? Il barista serve una
birra chiara e una barzelletta?»
I suoi occhi verdi studiano Wyatt
e me. «Sì. Volete sapere cosa
succede quando incroci un chirurgo
con un falegname?»
«Oh, diccelo, diccelo» risponde
Wyatt, scimmiottando Spencer
quando si infervora come un
bambino eccitato.
«Non lo so… ma non vorrei mai
vedere cosa fanno con una sega»
dice e poi sbatte il palmo sul
bancone per dare enfasi alla battuta.
Emetto un gemito. «Sul serio?»
«È il meglio che sai fare?»
domanda Wyatt.
Spencer indica il mio amico
tuttofare. «Pensavo di averti
“inchiodato”.» Quindi si rivolge a
me. «Ma non tanto bene quanto
Chase ti avrebbe “fatto secco”.»
«Ah ah ah. Cerco di porre un
freno alle mie capacità» replico.
Bevo un sorso alla birra.
Pavoneggiandosi, Spencer si
soffia sulle unghie. «D’accordo,
teste di cazzo. Fanno cinquanta
dollari.»
«Sei economico stasera» osserva
Wyatt mentre tira fuori il portafogli
e finge di cercare un bigliettone.
«Scherzavo. I vostri soldi non
valgono qui. Per qualche ragione,
lascio bere gratis voi due coglioni»
ribatte Spencer. Poi va a servire dei
clienti all’altro lato del banco.
Io e Wyatt chiacchieriamo
bevendo le nostre birre. Dopo un po’
lui mi squadra. «Cosa sta
succedendo con Josie?»
Per poco non sputo la birra.
Il fratello della donna della quale
sto cercando con tutte le forze di non
innamorarmi perdutamente ride e mi
dà una manata sulla schiena. «Che
c’è, non reggi la birra?»
«Mi è andata di traverso.»
«Sai, amico, ho ripensato a
quanto ci siamo detti da Joe’s Sticks.
Come se la sta cavando con gli
appuntamenti mia sorella?»
«Alla grande» rispondo,
mentendo spudoratamente e
odiandomi per questo.
«Si vede con qualche idiota? O li
hai liquidati tutti quanti?»
La mia mente torna al tizio del
gerbillo, all’imbecille che ha cercato
di ficcare il naso nella sua vita
privata online e infine a quello che
ha cominciato tutto, Damien,
prendendo in giro la mia ragazza.
“La mia ragazza.”
Mi sfrego la mascella. Lei non è
mia. Non posso pensare a Josie in
questo modo. Alzo il bicchiere.
«Sarai lieto di sapere che l’ho tenuta
al sicuro da tutti gli idioti.»
Nel novero non includo me
stesso. Io non sono come gli altri,
non sto ferendo Josie andando a
letto con lei. Abbiamo un accordo
temporaneo, un’intesa, un patto da
coinquilini con benefit. Semmai,
sono io quello che corre più rischi di
farsi male.
Wyatt fa un brindisi. «Bene.
Sapevo di poter contare su di te per
badare alla mia seconda persona
preferita nell’universo.» Poi,
imbarazzato, a bassa voce aggiunge:
«È strano non poter più definire
Josie la mia persona preferita. Lo è
stata per così tanto tempo! Per gran
parte della mia vita. Ma adesso quel
posto spetta alla signora Hammer.»
«Sì, Natalie viene per prima,
amico.»
Wyatt mi dà una pacca sulla
spalla. «Fortuna che ci sei tu ad
assicurarti che Josie sia in buone
mani.»
«Sì, ci penso io» replico,
distogliendo lo sguardo.
Perché le buone mani sono le
mie, dove spero che si troverà tra
circa un’ora.

Tornando a casa ci scambiamo


messaggi. Lei è sul treno espresso,
io sulla linea locale. Ridiamo,
tramite SMS , del fatto che stiamo
tornando a casa
contemporaneamente.
Poi, mentre salgo le scale della
stazione ed esco sull’affollato
marciapiede, il suo ultimo
messaggio mi provoca un’esplosione
di eccitazione, perché la vedrò
presto.

Josie: Vuoi fare qualcosa di pazzo,


che ne so, camminare insieme per gli
ultimi isolati?
Chase: Sei una creatura selvaggia.
Josie: Già. Soprattutto quando saprai
cos’ho in serbo per te stasera.

Un fischio simile a quelli che i


muratori lanciano alle donne sexy
lacera la calda aria della sera. Una
voce familiare mi chiama. «Ehi, bel
manzo.»
Quando mi fermo e mi volto,
Josie viene verso di me,
ancheggiando leggermente, con un
sorriso civettuolo sulle belle labbra
rosa. Indossa una gonna corta con un
motivo a spirali e una maglietta
viola a V. Ha i capelli legati in una
coda di cavallo e al polso tintinnano
i suoi bracciali d’argento.
È così sexy! E bellissima. E
sfrontata.
Mi guardo attorno, come se
cercassi qualcun altro, quindi mi
punto un dito contro il petto. «Dici a
me?» chiedo nel mio miglior tono da
poliziesco.
«Sì, dico a te, bel culetto.»
«Voltati e fammi vedere il tuo.»
Lei gira su se stessa e si ferma
davanti a me. «Ehi, dottor
Schianto.» Adesso la sua voce è più
dolce ma sempre sexy. Si alza in
punta di piedi e mi dà un bacetto
sulla guancia. Il mio cuore accelera.
Sciocco organo. Mi impongo di
ricordare che lo scopo del cuore è
pompare sangue, un fluido corporeo
che porta sostanze nutritive e
ossigeno alle cellule, non quello di
farmi sentire stordito e inebriato in
presenza di Josie.
Ciò nonostante le prendo il viso
tra le mani e incollo le labbra alle
sue. Se ha intenzione di deporre
casti baci sulla mia faccia in
pubblico, allora reclamerò la sua
bocca maliziosa con la mia.
Le sfugge un flebile gemito, e io
mi beo di quel suono. Quando
interrompo il bacio, sospira. La
osservo. Mentre apprezzo la sua
mise, un pensiero orribile mi balena
nella mente. «Hai avuto un
appuntamento dopo il lavoro?»
La gelosia mi travolge come un
tornado. Ma non ho alcun diritto di
essere geloso, dal momento che lei
non è mia. Meglio rivedere la conta
degli idioti, visto che adesso ne
faccio parte anch’io.
Josie scuote la testa. «No. Sono
andata a cena con Lily in una
piccola paninoteca nell’East Side»
risponde mentre camminiamo nella
sera newyorkese diretti al nostro
palazzo.
«Come se la passa?»
Lei sorride. «Finalmente sta
dando a Rob il benservito. Detesto
dirlo, ma ne sono proprio felice. Lui
non andava bene per Lily.»
Quando mi prende sottobraccio,
soffoco un sorrisetto perché in
questo momento sembriamo molto,
molto più che due coinquilini che
rientrano a casa insieme.
Mi tornano alla mente i
commenti di Wyatt sugli
appuntamenti, l’affermazione di
Josie di non voler uscire con
nessuno e il buono regalo a cui non
avevo più pensato. «Non è che ti
andrebbe di seguire insieme a me un
corso di cucina per “Allettanti
antipasti e irresistibili dessert”?»
Ho la gola secca, come se non
avessi mai chiesto prima a una
ragazza di uscire. Mentre attendo, il
martellare nel petto ha l’ardire di
ripresentarsi. Spero che lei dica sì.
Josie inarca un sopracciglio. «Il
corso sensuale?»
Resto interdetto. «Si tratta di
questo? Pensavo solo che fosse
buffo e so che ti piace
sperimentare.»
«Ho sentito dire che è
fantastico.»
«Ti va di andarci?»
Lei annuisce entusiasta.
«Moltissimo.»
Immagino che questo significhi
che adesso ho un appuntamento con
Josie.
Ho il passo più leggero quando
raggiungiamo il palazzo. Poi ricordo
a me stesso che non si tratta di un
appuntamento. Lei è solo un’amica.
È solo la ragazza con la quale vivo.
Non appena la porta
dell’ascensore si chiude, sono pronto
ad avventarmi su Josie, a
imprigionarla tra le mie braccia e a
baciarla fino a morire. Ma una
donna attempata con dei fili
d’argento fra i capelli ci segue
dentro. Suo marito è dietro di lei.
Alzo il mento, riconoscendo due
inquilini del palazzo. «Salve. Avete
passato una bella serata?»
Lei scuote la testa, contrariata. «È
andata d’incanto fino a quando non
ho aperto la cassetta della posta.»
Tira su il fascio di buste che ha in
mano. «Ho sempre detestato la
posta. Bollette, bollette, bollette.»
Il marito annuisce saggiamente.
«La posta ha la capacità di
abbatterti» interviene Josie. «A
meno che qualcuno non ti mandi
denaro, biscotti o caramelle.»
La donna ride. «Be’, quello sì che
sarebbe un bel giorno di posta.»
Scendono al quinto piano.
Quando l’ascensore rallenta al
nostro, torno all’ultimo SMS di Josie.
«Cos’hai in serbo per me stasera?»
In tutta risposta, lei mi lancia
un’occhiata civettuola mentre esce e
mi impartisce questo allettante
ordine: «Vieni da me tra dieci minuti
e lo saprai».
25

Un lussurioso senso di trepidazione


si impossessa del mio corpo. Si
tratta dell’equivalente adulto
dell’attesa di Babbo Natale. E io ero
un fan sfegatato dell’allegro uomo in
rosso. Ma in questo momento,
mentre butto giù un bicchiere di
scotch in cucina e controllo l’ora,
sono certo che, qualsiasi cosa mi
aspetti sotto quell’albero di Natale
che è la camera di Josie, sarà meglio
di ogni bici, ogni gadget di Star
Wars e ogni scatola dell’Allegro
Chirurgo che io abbia mai ricevuto.
E sì che amavo l’Allegro
Chirurgo.
Ma amo molto di più il sesso.
Mi correggo: amo il sesso con
Josie assai più di qualsiasi regalo.
Quasi più di tutto il resto.
Una melodia lenta e sensuale
aleggia nell’appartamento. Chiudo
gli occhi e ascolto. È bassa e
seducente. Da qui non riesco a
distinguere le parole, ma sono in
grado di riconoscere un invito
quando ne sento uno.
Finisco il liquido ambrato,
poggio il bicchiere sul bancone e
seguo la voce suadente.
Casa nostra è piccola. Non ci
metto molto a raggiungere la camera
di Josie. Il volume della musica
aumenta. La voce della cantante
trasuda sex appeal. Il testo
altrettanto. Forse è Joss Stone.
La porta è socchiusa e un
frammento di luce filtra nel
corridoio. Busso piano.
«Avanti.» La voce di Josie è roca
come quella della canzone.
Quando apro la porta, resto senza
fiato. «Porca puttana» borbotto
mentre ho un’erezione.
Josie è sopra la coperta bianca, le
ciocche di capelli castane e rosa che
formano un ventaglio sul cuscino.
Indossa mutandine di pizzo rosa e
uno di quei reggiseni che coprono
solo metà delle sue prodigiose tette.
Balconcino, credo si chiami.
In realtà, non me ne frega niente
del nome della sua lingerie. So solo
che è la cosa più eccitante che una
donna abbia mai indossato. Tuttavia
ciò che rende la scena un vero e
proprio afrodisiaco è la posizione
delle mani di Josie.
Una tiene nel palmo il seno
destro, palpandolo.
E l’altra… Oddio, l’altra mano
cincischia tra le sue gambe. Le dita
sono impegnate ad accarezzare le
mutandine bagnate.
Il mio film porno ha preso vita.
Lei incrocia il mio sguardo, e il
luccichio che le vedo negli occhi mi
invita a farmi avanti.
Ho la gola riarsa e deglutisco a
fatica. Afferro l’orlo della camicia,
me la sfilo dalla testa e in un baleno
tiro giù la zip dei jeans. Stabilisco
un nuovo record di spogliarello
quando i boxer cadono a terra un
secondo più tardi.
«Tu» gracchio mentre mi metto
sul letto ai suoi piedi «sei così
fottutamente sexy che ci servirà una
nuova parola per descriverlo.»
Mi sorride, sfregando con un dito
il contorno del clitoride turgido.
Ansimando, chiede: «È questo il
tipo di cosa che ti piace guardare?».
Le metto le mani sulle ginocchia,
aprendole di più le gambe mentre
osservo la stupenda scena erotica
che ho davanti. La mia ragazza in
rosa, con le mutandine bagnate, che
si tocca perché non può farne a
meno.
Scuoto la testa. «Non mi piace.
Lo adoro, cazzo!»
Inginocchiandomi, prendo il pene
pulsante nella mano, facendo
scorrere il palmo su tutta la
lunghezza.
I suoi fianchi schizzano in alto.
«Oh, è talmente arrapante!»
«Sì?» Lo rifaccio,
accarezzandomi l’uccello sotto il
suo sguardo.
«È così che ti stavo immaginando
prima che entrassi.» Le sue dita si
muovono più veloci. Non riesco a
distogliere gli occhi. Non che voglia
farlo. Non sono pazzo, solo
incredibilmente eccitato nel vederla
tanto bagnata. La mia più grande
fantasia si è appena concretizzata.
«Ti stai facendo una sega su di me»
dice.
Maledizione.
Mi sbagliavo.
Questo va oltre la mia più
eccitante fantasia.
Perché lei non solo si sta
toccando, ma lo fa mentre guarda
me.
«Via questi adesso.» Le tiro giù
gli slip lungo le cosce sensuali e
glieli sfilo dalle caviglie. Le sue dita
tornano subito sulla fica, ma io
scuoto la testa.
«Ti voglio nuda. Via anche il
reggiseno» le dico e, mentre lei lo
sgancia, con le mani le divarico
ancora di più le gambe.
Il mio pene è di marmo e brama
attenzioni, ma questo – la sua fica
nuda – è la materia di cui sono fatti i
sogni proibiti. È scivolosa e bagnata,
selvaggiamente eccitata per me.
Sono stravolto dall’assoluta,
sconcia perfezione di questa donna.
Adesso che le magnifiche tette
sono libere e lei è nuda come me,
con un cenno del mento le indico di
proseguire. «Adesso riprendi a fare
la cosa più sexy che io abbia mai
visto.»
Le sue dita agili tornano sulla fica
bagnata e, nell’istante in cui si tocca,
geme. Sollevando i fianchi, parte
alla ricerca del proprio piacere. Le
palpebre le si abbassano di nuovo
mentre si accarezza. «Oddio»
mormora.
È come se una folata di calore mi
investisse l’uccello. Gli avvolgo la
mano intorno e inizio a muoverla.
«Ecco come eravamo la settimana
scorsa» dico. «Ci siamo masturbati
pensandoci a vicenda.»
Josie apre gli occhi; le iridi verdi
sono offuscate dal desiderio. «Ti ho
pensato così spesso, Chase» sussurra
mentre sfrega il dolce, piccolo
clitoride con abbandono.
«E ti ho sempre fatta venire?»
Lei annuisce e dondola i fianchi.
«Sempre. Mi hai scopata un sacco di
volte.» Il ritmo aumenta e il respiro
si fa affannoso.
«Josie» dico mentre una carezza
mi provoca un brivido bollente.
«Scopati con le dita.»
Lei sgrana un attimo gli occhi e
poi si mette all’opera. Si infila
dentro un dito, poi un altro, senza
trascurare il delizioso, turgido
clitoride, che strofina con il pollice.
E, dannazione, se la scena che ho
davanti non basta a farmi godere in
questo preciso momento, non so
cos’altro ci voglia. Ma stringo i
denti e richiamo i cani, perché non
mollerò il colpo prima di lei.
Ho bisogno di guardare ogni
fotogramma del più eccitante video
porno che io abbia mai visto. Non
me ne perderò neanche uno.
Con l’altra mano si tocca i capelli
e gira la testa di lato. Le labbra si
schiudono e l’ansimare si fa più
forte. Poi diventa un coro di “oddio,
ci sono quasi”.
E ci dà dentro.
Con abbandono.
Con intensità.
Con uno sfrenato bisogno di
venire.
Lo vedo nei suoi lineamenti, nel
tormento sul suo viso mentre
raggiunge il culmine, nella folle
velocità delle dita che entrano ed
escono, nel pollice che accarezza e
accarezza e accarezza fino a che lei
non arriva all’apice del piacere.
Urla un ultimo “oddio” e i suoi
fianchi si sollevano.
Poi trema. Un fremito le percorre
tutto il corpo. È come se potessi
vedere l’orgasmo prendere forma
dentro di lei. È la cosa più bella a
cui abbia mai assistito. Josie non si
trattiene. «Oh, mio Dio, oh mio Dio,
scopami.»
“Certo, perché no?”
Sto per venire anch’io, ma non
posso raggiungere un profilattico.
Perciò mi metto a cavalcioni su di
lei mentre il ritmo della mia mano
aumenta.
Josie apre gli occhi e si accorge
di dove sono. Spinge i seni uno
contro l’altro, e non ho bisogno di
sapere altro.
Le infilo il pene fra le tette,
puntando una mano sul cuscino
accanto alla sua faccia. Scopro un
nuovo regno di piacere. Il mio
uccello è nel posto che preferisco in
assoluto e sto per raggiungere
l’orgasmo. Lei serra ancora più forte
i seni, creando un caldo tunnel per la
mia verga, poi tira fuori la lingua e
la fa guizzare sulla punta.
È una sensazione magnifica che
accende l’interruttore.
«Sto venendo» grugnisco,
schizzando getti di seme sul suo
petto. Rabbrividisco e le spalle
prendono a tremarmi. «Porca
puttana» borbotto. È stato epico.
Per merito di Josie.
Quando torno sulla terra, afferro
dei fazzolettini dal comodino.
«Fammi dare una pulita.»
Asciugo lo sperma dalla sua pelle
mentre lei mormora: «Mi piaceva,
però».
«Ah, sì? Volevi tenertelo addosso
per tutta la notte?»
Ride e fa spallucce. «Mi piace
quando mi vieni addosso.»
Mi alzo e vado a gettare i
fazzoletti nel cestino, poi torno da
lei, prendendola tra le braccia.
«Davvero?»
Josie annuisce e solleva il mento,
incrociando il mio sguardo. «Farti
godere è la cosa che preferisco»
mormora. Poi fa scorrere un dito sul
mio torace. Il suo tocco elettrico
basta a farmelo tornare duro. «Mi
piace quando vieni dentro di me.»
Le sue dita scendono lungo i
pettorali. «E nella mia bocca.» Poi
raggiungono l’addome. «E sul mio
corpo.» Il fianco. «Amo quando ti
ecciti.»
Sono così esterrefatto dalla pura
sensualità di quell’affermazione e
dalla sua stupenda onestà che non so
cosa dire. Mi limito ad abbassare la
bocca sulla sua e a baciarla,
dapprima dolcemente, poi con più
passione, perché il suo sapore mi
accende e mi fa ammutolire.
Meglio, così non cederò alla
tentazione di pronunciare parole che
lei non vuole sentire. Parole che mi
chiudono la gola e lottano per uscire.
Parole che devo ricacciare indietro
perché rivelerebbero tutto.
La schiettezza e la sensualità di
Josie non solo mi eccitano oltre ogni
dire ma mi vanno dritte al cuore e
mi fanno innamorare di lei ancora
più perdutamente.
Quando interrompe il bacio, la
guardo in modo eloquente. «Anch’io
adoro quando vieni. Perciò diamoci
da fare.»
Mi muovo lungo il suo corpo,
baciandole i bellissimi seni, la
pancia morbida, la curva dei fianchi
e poi sprofondo la faccia tra le sue
gambe, leccando fino a farla godere
di nuovo. Il mio nome è sulle sue
labbra a ogni brivido, a ogni fremito,
a ogni grido.
E questo mi uccide.
Mi sento morire per quanto la
desidero in tutti i sensi.
Più tardi, quando la faccio
mettere carponi e la scopo fino a che
lei geme, io gemo e il letto geme,
devo rettificare l’affermazione
secondo cui il suo seno è il mio
posto preferito.
È lei è il mio posto preferito.
Sono assurdamente felice di stare
con Josie, anche se dubito che
durerà a lungo quanto vorrei.
La nostra relazione ha una
scadenza. E più serate passiamo a
letto, più sarà difficile tornare a
essere amici come prima quando
tutto questo finirà.
26

Se pensavo che Josie fosse una


patita della musica d’atmosfera è
perché non avevo ancora avuto a che
fare con Ivory.
Durante la prima lezione del
corso di cucina sensuale a Soho, un
venerdì sera, l’insegnante ci propina
un flusso costante di Sade.
Inoltre ha anche disposto candele
profumate lungo il perimetro della
stanza. Ho il sospetto che ci stia
spronando a darci da fare sul
bancone della cucina dopo aver
preparato le fragole ricoperte di
cioccolato.
Io e Josie non siamo gli unici
partecipanti al corso “Allettanti
antipasti e irresistibili dessert”, ma
forse siamo i soli a non essere una
vera coppia. O gli unici due che non
prendono troppo sul serio la lezione.
Tra le altre, c’è una coppia più
matura, sulla sessantina. Lui non fa
che mettere le mani addosso alla sua
donna. In teoria non sono contrario
alle effusioni in pubblico, ma
vederlo palpeggiare il culo di lei in
continuazione non mi fa
particolarmente piacere. Però è bello
che siano così presi l’uno dall’altra.
Poi c’è una coppia più giovane, e la
donna aspetta un bambino. A
giudicare da come lui la bacia
mentre affettano ortaggi, parrebbe
che stia cercando di metterla incinta
di nuovo, se solo fosse possibile.
Sono presenti anche due uomini, e
pure loro ci vanno pesanti con le
smancerie.
E va bene, è un corso di cucina
sensuale, ma sembra di essere sul set
dell’Isola delle coppie. “Osserviamo
le dinamiche dell’accoppiamento tra
un uomo e una donna al giorno
d’oggi. O di un uomo con un uomo.
O di una donna con una donna.”
Be’, anch’io ho tutte le intenzioni
di darmi da fare con Josie. Solo, non
in classe. Stasera lei indossa un
vestito estivo e sopra ha il grembiule
con il motivo a ciliegie che mi fa
pensare alla prima volta che
abbiamo fatto…
Che abbiamo scopato, insomma.
Perché è di questo che si è
trattato, e lei è così sexy con il suo
grembiule mentre mescola la
cioccolata fusa in una ciotola di
vetro sul bancone della cucina.
Abbiamo già preparato un piatto
a base di peperoncini, intanto che
Ivory, nel suo attillato abito rosso, ci
spiegava come il piccante stimoli la
circolazione del sangue, la
produzione di endorfine e, come
avrete capito, le erezioni.
Considerando che ce l’ho duro per
quasi tutto il tempo in cui sto
accanto a Josie, non ho bisogno di
alimenti che facciano l’effetto del
Viagra. Però l’antipasto era invitante
e saporito, perciò lo abbiamo
sgranocchiato.
Poi è stata la volta delle ostriche,
e Ivory ha incoraggiato Josie a
imboccarmi. Io ho declinato.
“Dovresti provarle. Ti rendono
virile” ha detto Ivory.
“Lo sono già” ho replicato.
Quando l’insegnante è passata a
un’altra coppia, ho bisbigliato a
Josie: “Non sopporto le ostriche”.
Lei ha arricciato il naso.
“Neanch’io. Ecco perché hai preso
un punteggio tanto alto nel test di
compatibilità fra coinquilini.”
In seguito Ivory ha tessuto le lodi
di banane e asparagi, accennando
alle sostanze stimolanti che
contengono ma anche al fatto che la
loro forma aiuta nei preliminari.
Tutti gli altri hanno annuito
convinti, come se Ivory stesse
diffondendo una nuova dottrina.
Nessuno però si è azzardato a
chiedere ulteriori spiegazioni su
quell’ultima affermazione.
“Intendi perché sono fallici?” ha
domandato Josie, come se per lei
fosse un’assoluta novità.
“Sì” ha risposto Ivory
accarezzando una banana. “Visto?”
“Oh, adesso ho capito” ha detto
Josie. Quando l’insegnante si è
voltata, ha spalancato la bocca come
per praticare una fellatio al frutto.
Quel gesto ha illuminato la mia
serata.
Sì, forse siamo dei cialtroni
irriverenti. Può darsi che questa
lezione non faccia esattamente per
noi, perché è un po’ troppo seria, ma
ci stiamo divertendo a modo nostro.
Specialmente adesso che è il
momento del dolce.
«Il cioccolato è l’afrodisiaco per
eccellenza» spiega Ivory, vagando
per la stanza come una maestra di
danza. I capelli scuri sono raccolti in
una treccia che le ricade lungo la
schiena. Si ferma accanto a una
coppia di hipster, composta da un
tipo con gli occhiali neri e il pizzetto
che affetta fragole e da una donna
con un taglio di capelli da elfo.
Ivory mette una mano sulla spalla di
ciascuno dei due. «Il cioccolato è
delizioso, ma non è questa l’unica
ragione per cui è afrodisiaco. Sapete
perché?»
La donna si schiarisce la voce.
«Si dice che provochi le stesse
sensazioni dell’innamoramento.»
L’insegnante annuisce e alza un
dito. «Sì, ma perché? Per quale
ragione il cioccolato ci fa sentire
come se ci stessimo innamorando?»
Josie mi lancia uno sguardo
furtivo, e per un attimo penso che
sia per via dell’argomento. Possibile
che riesca a leggermi negli occhi
quello che provo? L’ansia mi invade,
risalendomi su per la gola. Ma poi
lei mi dà di gomito e capisco che si
sta solo divertendo. «So che lo
scienziato che è in te muore dalla
voglia di rispondere» mi sussurra.
Non si sbaglia. A scuola ero una
bomba. Cavolo, non ho fatto tre anni
in uno per niente. Adoravo dare le
risposte giuste durante le
interrogazioni. Una parte di me
vorrebbe urlare: “È chimica!”.
Ivory continua il suo discorso. «Il
cioccolato è afrodisiaco perché si
scioglie sulla lingua e perché
migliora la circolazione sanguigna.
Ma, cosa più importante, rafforza il
cuore.» Si ferma in mezzo alla
stanza e scruta ciascuna postazione.
«E sapete cosa fa un cuore forte?»
Non. Riesco. A. Resistere.
Rispondo: «Un cuore forte
registra centomila pulsazioni al
giorno e pompa circa
settemilaseicento litri di sangue nel
sistema circolatorio per garantire la
sopravvivenza. Con un cuore così si
può fare ogni cosa meglio, più
velocemente e più a lungo.» Ivory
mi guarda allibita. «Questo significa
che un cuore forte migliora la
resistenza.» Raddrizzo le spalle.
«Compreso tra le lenzuola.»
Con la coda dell’occhio noto il
fremito sulle labbra di Josie. Si
copre la bocca con una mano. Poi le
sfugge un risolino.
«Molto bene» dice Ivory.
«Vedete, il cioccolato fa bene al
cuore e vi aiuta a durare tutta la
notte.»
Josie mi agguanta un braccio e vi
affonda le unghie, sicuramente per
impedirsi di scoppiare a ridere.
«E adesso godetevi il vostro
stimolante» prosegue Ivory,
spalancando le braccia come se
fosse uno sherpa che ci guida su per
la montagna dell’esplorazione
sessuale. «Intingete le fragole nel
cioccolato e imboccate il vostro
partner.»
Josie si gira verso di me e, con un
sorrisetto malizioso e una fragola tra
le dita, sussurra: «Apri bene».
Obbedisco, facendo guizzare
fuori la lingua perché capisca che
cosa avrei voglia di mangiare.
Lei ci appoggia una fragola
ricoperta di cioccolato. È gustosa e
la ingoio in fretta. Poi noto che tutti
gli altri si stanno muovendo al
rallentatore, rigirandosi i frutti in
bocca e sfiorando con le labbra
quelle del partner.
Non fraintendete: mi piacerebbe
baciare Josie in questo preciso
momento, ma in privato. Abbasso la
voce. «Mi sembra di essere a un
corso di educazione sessuale dove
noi siamo gli unici fuori posto.»
Josie ride. «È lo stesso per me. E
comunque conoscevo già questa
teoria per cui il cibo può metterti in
sintonia con il tuo cuore» dice,
battendo una mano sul mio.
Provo una bella sensazione. Mi
ricordo dove voglio essere. “Non
qui.”
Evidentemente, anche lei la pensa
allo stesso modo perché sussurra:
«Ce la filiamo?».
Spicco un balzo come se stessi
partecipando a una gara di atletica.
Lei scuote la testa, poi infila le mani
nella sua borsa, armeggia con
qualcosa e subito dopo il mio
telefono prende a squillare.
Josie assume un’espressione
preoccupata. «Oh, mio Dio, è
l’ospedale?» recita da vera attrice.
Mi calo nella parte. «Credo di sì»
dico affranto. «Sono di turno
stasera.»
Agguanto il telefono, passo il
pollice sullo schermo e me lo
accosto all’orecchio, rispondendo in
tono professionale. Poi fingo di
ascoltare le istruzioni. Alla fine
dichiaro: «Arrivo subito.
Stabilizzatelo e fategli una flebo».
Tutti gli occhi nella stanza
convergono su di me. «Sarò lì tra
dieci minuti.» Quindi, per il
divertimento di Josie, aggiungo con
voce minacciosa: «E qualunque cosa
tu faccia, Bob, non perdere il
paziente».
Terminata la chiamata, Ivory
indica la porta. «Andate! Buona
fortuna.»
Usciamo nella notte di Soho,
ridendo della nostra grande fuga
dallo sdolcinato corso di cucina.
«Che strana lezione» commenta
Josie mentre ci dirigiamo alla
metropolitana. «E pensare che me ne
avevano parlato così bene!»
«In effetti è divertente, ma forse
non fa per noi. A ciascuno il suo,
suppongo. Il tizio che mi ha
raccomandato il corso è uno che
ama dondolarsi dai lampadari.»
Ci fermiamo al semaforo,
aspettando che scatti il verde per
attraversare. Josie alza lo sguardo
verso le fioche stelle nel cielo, come
se stesse riflettendo. «La storia degli
alimenti afrodisiaci è forte, ma forse
non è il cibo in sé a essere
sensuale.» Mi guarda negli occhi.
«Forse dipende solo dalla
compagnia, e non dal lume di
candela, dalla musica o dal modo in
cui imbocchi qualcuno.»
Le metto un braccio sulla spalla e
le confesso tutta la verità. «Josie, tu
potresti mangiare un panino al tonno
e io mi ecciterei lo stesso.»
Lei si porta una mano al petto e
sbatte le ciglia. «Penso che sia la
cosa più erotica che tu mi abbia mai
detto.»
Poi scendiamo nella stazione
della metropolitana.
27

Mettiamo le cose in chiaro: la


metropolitana non è afrodisiaca ma
Josie sì.
Parliamo per tutto il tragitto della
lezione, del cibo e di quello che
potrebbe succedere nella prossima
stagione di “Vice Principals”. Mi
infila la mano tra i capelli e gioca
distrattamente con le ciocche mentre
parliamo.
E nella rumorosa, squallida,
sporca metropolitana è questo che
mi eccita. Io e la mia ragazza ce ne
torniamo a casa. Quando il treno
supera la Quattordicesima, Josie mi
prende la mano.
Mi si mozza il fiato non appena
mi stringe le dita. Basta quello.
Lascio ricadere indietro la testa,
sbattendola contro il finestrino alle
nostre spalle.
«Stai bene?» mi chiede lei.
«Magnificamente.» Tra me e me
aggiungo: “Fregato alla grande”.
Sollevo le nostre mani unite e le
bacio le nocche, chiedendomi cosa
diavolo dovrei fare riguardo al fatto
che non l’ho espulsa dal mio
organismo. Neanche per idea.
Neppure un pezzetto.
Josie appoggia la testa sulla mia
spalla.
Noi non ci teniamo per mano.
Non usciamo insieme. Non facciamo
i piccioncini.
Non in pubblico, per lo meno.
E, in privato, di solito siamo
nudi.
Ma stasera, sul treno, lei
giocherella con i miei capelli, si
rannicchia contro di me, intreccia le
dita con le mie. Non ci vuole un
genio per capire che è un
comportamento da fidanzata, anche
se Josie ha messo bene in chiaro che
il nostro è solo un rapporto di
“coinquilini con benefit”. È
cambiato qualcosa per lei?
Mi balena un’idea folle. È
possibile che…
No. Non posso permettermi di
pensarlo. È una pazzia e va al di là
di ogni esito previsto.
Tuttavia il mio cuore salta un
battito, la pelle si infiamma e nel
petto mi sboccia qualcosa che
assomiglia alla speranza. Sembra
un’eventualità assurda, ma voglio
disperatamente crederci. Passare da
questa fase alla successiva senza
intoppi. Essere l’eccezione. Riuscire
in questa folle impresa.
Accarezzo l’idea mentre
torniamo a casa.
Raggiunto il nostro palazzo, il
portiere baffuto ci rivolge un saluto
frettoloso indicando gli ascensori.
«Quello principale è guasto. Ci
stiamo lavorando. L’ascensore di
servizio funziona ma è un po’ lento.
Dovrebbe tornare giù tra qualche
minuto.»
«Prendiamo le scale» dice Josie
con un sorriso. «Abbiamo cuore
forte e resistenza.»
L’uomo si sistema la giacca
verde. «Ah, scusi, signorina
Summers? Il postino ha consegnato
qualcosa per lei. Vuole che glielo
vada a prendere in magazzino?»
Lei fa segno di no con la testa.
«Facciamo domani. Deve essere il
matterello che avevo ordinato.»
Arriviamo al vano scale e apro la
porta, lasciando passare prima lei.
Mentre sale, mi godo la vista
delle sue gambe, delle natiche, della
gonna. Al primo pianerottolo, la
prendo per mano e la tiro indietro,
premendola contro di me. «Sei tu
l’invitante antipasto.»
Josie fa un sospiro languido e mi
posa entrambi i palmi sul petto. «Lo
stesso vale per te.»
Schiude le labbra e, mio Dio, che
cazzo posso fare se non baciarla?
E tenerla tra le braccia.
E possederla.
E desiderarla.
All’inizio il nostro è un bacio
lento e sensuale. Una provocazione.
Il principio di qualcosa. Poi lei inizia
a mormorare contro la mia bocca, e
tutto cambia.
Le cingo la vita con un braccio e
la attiro ancora di più a me. «Sto
seriamente pensando di scoparti qui
sulle scale» le dico.
Josie abbassa la mano e la
strofina contro il mio pene attraverso
i jeans. «Adoro questa idea. Ma
quando lo farai voglio essere nuda.»
Mi sfugge un gemito. La
sculaccio e ringhio: «Di sopra, più
veloce che puoi. Ti leverai quel
vestito e ti darai da fare».
«Sissignore.»
Sale rapidamente le rampe
successive. Quando raggiungiamo il
quarto piano, si volta a scoccarmi
un’occhiata furtiva.
«Cucù.» Si solleva il retro della
gonna, facendomi vedere le
mutandine.
Le sue mutandine trasparenti di
pizzo rosso.
Un’ondata di calore divampa
dentro di me e l’istinto prende il
sopravvento. Faccio per
acchiapparla ma, nella fretta di
raggiungere il ballatoio, metto giù
male il piede.
Un dolore istantaneo e lancinante
mi saetta lungo il polpaccio destro,
dritto alla caviglia. Un supplizio.
«Cazzo» impreco.
Josie scende i gradini di corsa.
«Oh, no! Stai bene?»
Faccio una smorfia. «Sì»
rispondo a denti stretti, tenendomi la
caviglia.
Lei mi accarezza la schiena con
fare rassicurante. «Tesoro, è tutto a
posto? Mi stai facendo
preoccupare.»
«Nessun problema» bofonchio.
Mi tiro su, perché non posso essere
quel tipo d’uomo. Un debole.
«Permettimi di aiutarti.» Josie si
mette al mio fianco e mi cinge la
vita con un braccio.
«Sto bene.»
«Non è vero. Lascia che ti
sostenga.» La sua voce è decisa.
«Ti assicuro che è tutto a posto.»
«Smettila di fare il macho.»
Josie vince la battaglia e mi regge
mentre io mi sforzo di non
zoppicare.
«È stata colpa del mio sedere»
dice lei in tono contrito. «Le mie
natiche ti hanno distratto.»
Abbasso di scatto una mano per
strizzarne una. «Valgono bene una
caviglia slogata.»
Quando raggiungiamo
l’appartamento, una fitta di dolore
mi trafigge ed entro zoppicando,
mentre Josie tiene aperta la porta.
«Va’ a sederti» mi ordina. «Sul
divano bollente.»
Obbedisco e mi lascio cadere sui
cuscini soffici, che mi trasmettono
una bella sensazione. Sollevo la
gamba destra e appoggio il piede sul
tavolino mentre Josie mi mette le
mani sulle spalle.
«Dimmi quello che ti serve.
Ghiaccio, immagino.»
«Sì e dell’ibuprofene. Devo
tenere il piede sollevato, ma a quello
ho già pensato io.»
Lei va in bagno e torna subito
dopo con un paio di pillole e un
bicchiere d’acqua. Butto giù le
medicine. Josie va in cucina e
riappare qualche istante più tardi con
un asciugamano e una compressa di
ghiaccio. Mi toglie scarpe e calze e
tira su l’orlo dei pantaloni, poi si
siede sul tavolino e mi appoggia con
delicatezza sulla caviglia
l’asciugamano con dentro il
ghiaccio.
«Ahi! È gelido.»
«Be’, è ghiaccio» replica lei
spazientita.
«Ma è freddissimo.»
«Ti hanno mai detto che sei un
paziente terribile?»
«Cerco di non essere mai
dall’altra parte dello stetoscopio.»
Sul suo viso si disegna un sorriso
dolce. «Ma stavolta hai
un’infermiera che offre cure
amorevoli molto speciali.»
Il mio piede non sente più freddo.
Anzi, quasi non mi fa più male
quando Josie si rannicchia accanto a
me e mi tempesta di baci.
Dieci minuti dopo il piede è
congelato ma tutto il resto va a
fuoco.
«Ti riprenderai?» mi chiede.
«Sopravvivrò» rispondo con il
broncio. Il lato positivo delle
slogature è che guariscono in fretta.
Però adesso c’è un problema molto
più grosso nei miei pantaloni.
Abbasso lo sguardo sull’erezione.
«Sei in grado di fare qualcosa
riguardo alla nuova complicazione
che hai creato?»
Josie sogghigna. «È la mia
specialità» risponde mentre si alza
per iniziare a spogliarsi. A ogni
indumento che si toglie, sono
sempre più eccitato. Come sia
possibile, non lo so, ma è questo
l’effetto di Josie. La aiuto tirando
giù la cerniera dei jeans e
abbassandoli sulle ginocchia.
In tutta la sua nuda gloria, prende
un profilattico dal tavolo e si mette a
cavalcioni su di me.
Le scosto qualche ciocca dal
viso. «Il rosa sta sbiadendo»
osservo, passandole un dito sui
capelli.
«Devo ritoccarlo. Lo faccio
domani mattina visto che non
lavoro. Ci metto un po’ perché,
quando applico il colore, devo stare
attenta che non mi finisca sul collo»
spiega mentre apre l’involucro del
profilattico.
«Vuoi che ti aiuti? Ho mani
ferme.»
«Lo faresti?»
«Ma certo» rispondo,
trattenendomi dall’aggiungere:
“Farei qualsiasi cosa per te”.
Depone un bacio sulle mie labbra
e poi mi infila il profilattico.
Buonanotte ai discorsi sui capelli.
Adesso mi importa solo di questo.
Josie si siede su di me, e la sua fica
calda e bagnata avvolge il mio
uccello. Gemiamo all’unisono.
Un’ondata di elettricità mi scorre
dentro. Il piacere si diffonde a ogni
molecola. Le afferro i fianchi.
«Oddio, Josie.»
Lei si solleva e poi si abbassa di
nuovo. «È così bello!» La sua voce
sembra sul punto di incrinarsi.
Mentre mi cavalca, le afferro le
natiche. «Cosa devo fare con te?»
Scuote la testa, come se neanche
lei conoscesse la risposta.
«Sei talmente buona con me»
mormoro prima di impossessarmi
delle sue labbra.
Non so come affrontare questa
cosa. Non quando lei mi possiede, si
prende cura di me e conquista il mio
cuore un pezzo dopo l’altro.
Non posso fare a meno di
sentirmi così. Non riesco a smettere
di innamorarmi. La amo così tanto
che fa male. Voglio essere quello
che corrisponde alle sue aspettative.
“Un uomo che mi desideri come io
desidero lui.”
“Ce l’hai” vorrei dire. “È proprio
qui, cazzo.”
Josie interrompe il bacio e
aumenta il ritmo. È uno spettacolo
guardarla inseguire il suo piacere.
Abbasso le mani per strofinarle il
clitoride mentre lei mi scopa fino a
che rabbrividisce e poi si stacca.
La sua testa ricade accanto alla
mia, guancia a guancia, la bocca che
mi sfiora l’orecchio. «Non riesco a
smettere» mi sussurra.
Che io sia dannato se ne sono
capace.
Più tardi, quando siamo a letto e la
rassicuro per la decima volta che le
sue cure hanno funzionato e la
caviglia sta benone, Josie mi mette
una mano sulla spalla. «Ti è piaciuto
il nostro appuntamento?»
Quest’ultima parola mi mozza il
respiro. La punta di nervosismo
nella sua voce mi fa pensare che
speri davvero che io dica di sì.
«L’ho adorato» rispondo,
passandole le dita fra i capelli.
«Nonostante l’eccentrica
insegnante e la classe che non era
assolutamente nel nostro stile?»
«Sì, nonostante quello.»
«È stato perfetto» dice lei
dolcemente, stringendosi di più a
me.
Il nostro. Appuntamento. Noi.
La sorgente della speranza sgorga
di nuovo. È il punto di svolta, il
momento in cui lei dirà che vuole
andare fino in fondo. Questi siamo
noi senza intoppi.
Josie sospira e mi abbraccia.
«Come vorrei che potesse essere
sempre così!»
Mi irrigidisco. Non sembra una
frase che pronuncerebbe chi avesse
davvero intenzione di andare fino in
fondo. «Così come?» chiedo cauto.
«Come stasera. Perfetto.
Malgrado la caviglia.»
«Perché non può esserlo?»
Lei mi guarda negli occhi. «Non
voglio perderti. Lo sai.»
Mi limito ad annuire per paura di
rovinare quello che abbiamo.
Ma forse lo farà lei, considerato
ciò che dice dopo. «Chase, cosa
succederà quando sarà finita?»
Ho male al petto. Mi brucia il
cuore. «In che senso?» domando con
voce strozzata.
Josie agita la mano in direzione
della parete che separa le nostre
stanze e fa un respiro profondo,
come per darsi forza. «Te ne tornerai
nel tuo letto? Nella tua camera?»
«Non lo so.» Ogni parola sembra
un sasso nella mia bocca.
«Non voglio che finisca.»
Sentendo la disperazione nel suo
tono provo l’impulso di afferrarla,
stringerla e dirle che non succederà.
«Ma deve finire, giusto?»
Le trema la voce, come se fosse
sull’orlo delle lacrime. Per un istante
la speranza fa del suo meglio per
contrastare la dura legge secondo cui
gli amici che approfittano troppo dei
benefit sono condannati. Perché,
come me, Josie sembra non volere
che tutto questo abbia fine. È come
se anche lei stesse cercando un
appiglio.
Ma non sono sicuro che esista.
In medicina bisogna fare i conti
con i rischi e gli effetti collaterali.
Occorre soppesarli e decidere se la
terapia valga la cura. Buttarmi con
Josie, confessarle che sono
pazzamente innamorato di lei non è
come cacciarsi in bocca un
antidolorifico per alleviare il dolore
a una caviglia. È più come imbottirsi
di steroidi che a lungo termine
potrebbero provocare seri danni.
«Giusto?» ripete lei, come per
sollecitarmi a separare gli
ingredienti.
Mi tornano alla mente i timori
che aveva espresso la prima sera in
cui eravamo andati a letto insieme:
“Ho bisogno che sia tu quello forte.
Devi essere il dottore che alla fine
strappa via il cerotto”.
La guardo negli occhi. Sta
aspettando una risposta. Ha bisogno
che io sia forte. Cazzo. Non voglio
avere questo ruolo con lei.
Ma se ci preme riuscire
nell’impresa di tornare ad
Amicizialandia, non ho altra scelta.
Inghiotto il nodo che ho in gola.
«Giusto.»
Josie fa un sospiro rassegnato e al
contempo terribilmente afflitto.
«Faremmo la fine di una torta troppo
cotta. Devi tirarla fuori dal forno,
altrimenti brucerà.»
«Non voglio bruciare» replico.
Anche se temo che sia già
successo.
28
Dal ricettario di Josie

Una mela al giorno


Ingredienti
Qualsiasi tipo di mela

Procedimento
1. Prendete una mela.

2. Mangiatela.
3. Sperate con tutta l’anima che
compia il suo dovere, anche se una
parte di voi non lo vuole affatto.
Nemmeno un po’. Proprio per
niente.

Sapete cosa fa una mela al giorno.


29

Josie dorme profondamente. Il


lenzuolo le è scivolato sulla vita e i
suoi lineamenti sono delicati alla
luce blu scuro del primo mattino. I
capelli castani si allargano sul
cuscino. Ha il respiro lento e
regolare.
L’orologio segna le 5.30,
avvertendomi non solo che è ora di
andare, ma anche che siamo sempre
più vicini alla fine. Io e Josie
potremo anche non avere una data di
scadenza, ma siamo senz’altro cotti
a puntino.
Magari ci resta un’ultima notte.
Ieri lei ha messo bene in chiaro che
il timer può suonare da un momento
all’altro.
Faccio un sospiro mentre mi
infilo un paio di calzoncini sportivi e
una T-shirt. Vado in bagno e mi lavo
i denti.
Prendo le scarpe da bicicletta e
avanzo a passi felpati sul pavimento,
caricando il peso sul piede sinistro.
Le ho mentito: la caviglia mi faceva
male. Avverto ancora delle fitte ma
andrò comunque in bici con Max.
Chiudo piano la porta per non
svegliarla.
Mi metto le scarpe in corridoio,
poi scendo nel seminterrato a
prendere la bici e pedalo veloce fino
in centro, mentre taxi e bus mi
tengono compagnia, insieme ai miei
pensieri.
Vorrei che ci fossero altre
opzioni.
Ma la procedura che ho adottato
– prenderla in ogni modo possibile –
puzza di negligenza lontano un
miglio. Comporta rischi ben noti che
possono condurre a un esito
negativo, compresi l’infortunio e la
morte.
Mi sforzo di soppesare le
alternative nello stesso modo in cui
valuterei una terapia complessa.
Da una parte, potrei dirle ciò che
provo. Ma sarebbe un intervento
chirurgico molto pericoloso. E se la
spaventassi? Se la spingessi a
sbattermi fuori di casa dicendo:
“Scusa, amico, non sei il pacchetto
completo che voglio”? A quel punto
la nostra amicizia tirerebbe le cuoia
sul tavolo operatorio.
Dall’altra parte, potremmo
azionare i freni e salvare il paziente
(la nostra amicizia, per l’appunto).
Questa è la scelta più sicura.
L’unica altra opzione è così folle,
così assurda che non riesco neanche
a prenderla in considerazione. Si
basa sul presupposto che io le dica
ciò che provo e, miracolosamente,
lei voglia la stessa cosa. Ci
metteremmo a saltellare
allegramente per la strada che
conduce al paese del Vissero per
sempre felici e contenti.
Mentre rallento al semaforo, rido
di me stesso per averlo anche solo
pensato.
Al pronto soccorso c’è una
definizione per questo genere di
cose: lo “scenario alleluia”. Si
applica ai casi in cui un esito
positivo è talmente inatteso che
pazienti e famigliari lo reputano un
miracolo.
Però un professionista non può
fare affidamento sui miracoli,
soprattutto quando in gioco c’è
qualcosa di tanto cruciale quanto la
vita.
Quando raggiungo il palazzo di
Max e mi fermo davanti al portone,
sento un senso di pesantezza in tutto
il corpo. L’unica opzione è che io e
Josie torniamo a essere quello che
eravamo, secondo i piani. Resteremo
buoni amici, e le ultime settimane
rappresenteranno semplicemente un
piccolo intermezzo divertente.
Ripenseremo a questo periodo e
rideremo dei giorni in cui eravamo
coinquilini con benefit.
Max esce dall’androne spingendo
la bici. Mi saluta con un cenno del
mento. «Ehi.»
«Ehi.»
«Pronto?»
«Certo.»
Facciamo il solito giro mentre il
sole sorge, ma sono fuori fase. Un
senso di pesantezza mi grava
addosso, rallentandomi. Sono più
fiacco che mai.
Da diverse lunghezze più avanti,
Max si gira a lanciarmi un’occhiata
e urla: «Coraggio, fratello.
Raggiungimi».
Non è un monito. È un
incoraggiamento. Lui mi conosce, sa
che la velocità è una mia risorsa.
Stamattina però ho le gambe di
piombo.
Non ce la faccio.
Max rallenta e si ferma. «Che
succede?»
Lo raggiungo sulla pista.
«Niente.»
Scuote la testa e poi indica una
panchina nei paraggi. Ci sganciamo
i caschi e parcheggiamo le chiappe,
lasciando le biciclette sull’erba.
«C’è qualcosa che non va.»
Mi prendo la testa fra le mani.
Non riesco a trattenermi un secondo
di più. «Sono innamorato di Josie,
ma è una storia impossibile.»
Per un brevissimo istante mi
sento leggero. Ho pronunciato quelle
parole ad alta voce. Le ho dette a
un’altra persona.
Quando alzo di nuovo la faccia,
quasi mi aspetto che mio fratello
rida di me, anche se so che non è nel
suo stile.
«L’amore fa schifo.» Max esala
un respiro e mi guarda negli occhi.
«Lei ricambia?»
Mi stringo nelle spalle. «Non lo
so. Ma non ha importanza. Ha detto
che dobbiamo darci un taglio.»
Max forma una T con le mani.
«Alt. Darci un taglio con cosa?»
E così gli riassumo la situazione.
«Chase.» Lui fa un sospiro che
contiene tutta la saggezza da fratello
maggiore del mondo.
«Lo so.»
«Ti spezzerà il cuore.»
Mi volto di scatto verso di lui.
«Eh?» L’ho sentito, è solo che mi
rifiuto di credere che Josie ne
sarebbe capace.
«Ma guardati! Sei un disastro.
Soffrirai, come per…»
Lo interrompo prima che possa
dire “Adele”. Non sento il bisogno
di difendere la mia ex, ma non
sopporto di sentire il suo nome
accanto a quello di Josie. «Non è la
stessa cosa.»
«Lo so.» Max si passa una mano
tra i capelli. «Cazzo, odio vederti
ridotto così per una donna.»
«Non è una donna qualsiasi.»
«Questo lo capisco.» Mio fratello
mi squadra con i suoi occhi scuri,
che mi sono sempre sembrati raggi
laser. «È la tua coinquilina e la tua
migliore amica, nonché la tua
amante. E adesso vuoi che diventi la
tua ragazza.» Si interrompe e scuote
la testa frustrato. «Lei ti ha detto che
non può succedere, e tu hai
comunque deciso di cacciarti in un
mondo di dolore.»
Diavolo, so che ha ragione. E il
terrore che pervade ogni molecola
del mio corpo ne è la riprova.
Eppure un flebile barlume di
speranza non mi abbandona. «Ne sei
sicuro?»
«Ascolta, probabilmente esiste
qualche scuola di pensiero che ti
spronerebbe a fare l’uomo e dirle
quello che provi. Magari dovresti. Io
di certo non sono un grande esperto
di relazioni.» Max si sfrega la
mascella. «Ma, Chase… questo è un
castello di carte molto precario.» Fa
schioccare pollice e indice per
radere al suolo l’immaginaria
struttura. «Non vedo proprio come
tu possa cavartela senza distruggere
tutto quanto. Lei non è
un’infermiera per cui hai i bollori,
una tipa conosciuta online o una che
hai abbordato a una fiera di auto.»
Mi viene da ridere perché
quest’ultima è una sua debolezza.
«Pensavo che avessi smesso.»
Lui fa il segno degli scout,
alzando la mano destra. «Sono
astemio.» Poi mi stringe una spalla.
«A ogni modo, il punto è che si
tratta di Josie» dice con un’intensità
che eguaglia ciò che provo per lei.
«Per la quale hai un debole più o
meno da… una vita. Lo sapevano
tutti tranne te.»
Resto interdetto. «Davvero?»
«Fratello, è chiaro come il sole.
Flirti con lei di continuo e se la vedi
la tua faccia si illumina. Inoltre,
quando ne parli, sorridi come un
idiota.»
Sbuffo. «Chiudi il becco. Non è
vero.»
«E invece sì.»
Metto il broncio, solo per
dimostrare di non essere uno sciocco
accecato dall’amore.
«Ecco perché non vedo come tu
possa riuscire nell’intento» continua
Max. «Se c’è qualcuno che sa come
bilanciare azioni e prove di forza,
quello è il mio fratellino. Ma qui
non si tratta di spingere il corpo al
limite per finire una gara o di
affrontare un turno di trentasei ore
senza uno sbadiglio. Non si tratta
neanche di fare tre anni in uno a
scuola, sapientone. Questa impresa è
parecchio più difficile.»
Respiro profondamente,
lasciando che l’aria mi riempia i
polmoni. «Perciò dovrei chiudere e
basta?»
«Non posso essere io a dirtelo.
Ma sappi che, se decidi di vuotare il
sacco, sarà meglio che ti prepari a
un uragano.»
Mi affloscio sulla panchina, certo
che quello di mio fratello sia un
buon consiglio. Perché Josie aveva
messo bene in chiaro sin dall’inizio
che la nostra era una storia
temporanea e l’ha ribadito ieri sera.
«E dopo? Torno a essere suo
coinquilino e suo amico?»
Lui mi mette un braccio attorno
alle spalle. «No.»
Lo guardo come se parlasse
swahili. «Cosa?»
«Non si torna indietro. Perché per
un po’ non vieni a stare da me?
Concediti una pausa prima che la
sua vicinanza ti faccia impazzire. Se
vorrai, potrai trasferirti di nuovo a
casa di Josie fra qualche settimana o
qualche mese. Prenditi tutto il tempo
di cui hai bisogno per risolvere
questa faccenda.»
Il mio primo impulso è quello di
snobbarlo, di dirgli: “Macché, non
ne ho bisogno”. Ma nella sua
proposta c’è qualcosa che mi
trasmette un senso di calma che non
provo da un po’. Più resto con Josie,
più dura sarà quando finisce. Perché
finirà. Siamo agli sgoccioli. «Forse
dovrei.»
Max annuisce. «Non pretendo di
avere tutte le risposte, ma ti voglio
bene. Non mi piace per niente l’idea
di vederti star male e, in questo
momento, capisco che stai
soffrendo.»
Ha ragione, e non sopporto di
sentirmi così. Mi sforzo di fare
dell’umorismo. «Quindi mi vuoi
bene?»
Lui mi sfrega con forza le nocche
sul cranio. «Sì.»
«Come un fratello?»
Max ride. «Proprio così.»
Adesso forse è esattamente di
questo che ho più bisogno.
30
Dal ricettario di Josie

Tutto tranne i biscotti all’uvetta


Ingredienti
1 tazza e mezzo di farina multiuso

1 cucchiaino e un quarto di
bicarbonato

1 cucchiaino di sale
1 cucchiaino e mezzo di cannella in
polvere

1 tazza di burro, fatto ammorbidire

1 tazza e mezzo di zucchero di


canna

1 tazza di zucchero bianco

2 uova

1 cucchiaino e mezzo di estratto di


vaniglia

1 tazza di ciliegie disidratate


2 tazze di fiocchi d’avena

Mezza tazza di cocco essiccato

2 tazze di gocce di cioccolato


fondente

1 tazza di noci pecan sminuzzate

Procedimento
1. Preriscaldate il forno a 180°.
Imburrate una teglia da biscotti.
Setacciate insieme farina,
bicarbonato, sale e cannella.

2. In una grande ciotola, mescolate


burro, zucchero di canna e zucchero
bianco e amalgamate tutto.
Aggiungete le uova uno alla volta,
sbattendo delicatamente perché
altrimenti rovinerete le uova,
distruggerete la ricetta e vi resterà
una gigantesca ciotola di delusione
che non potrete né infornare né
mangiare.

3. Aggiungete la vaniglia. Mescolate


agli ingredienti setacciati fino a
ottenere un impasto omogeneo.
Metteteci molta cura. Se esagererete,
state certi che manderete tutto in
malora. Fate come dico.
4. Usando un cucchiaio di legno,
aggiungete le ciliegie, l’avena, il
cocco, le gocce di cioccolato e le
noci pecan. Non sarà facile, perciò
impegnatevi al massimo. Il
procedimento è davvero complicato,
ma lo diventerà ancora di più se non
lo fate come si deve.

5. Dopo aver ricavato delle palline


dall’impasto, disponetele sulla
teglia, a una distanza di circa due
centimetri l’una dall’altra. Non
impazzite e non mettetele troppo
vicine, altrimenti dovrete gettare
tutto l’impasto. Non volete fare una
cosa del genere, giusto?
6. Cuocete da otto a dieci minuti nel
forno preriscaldato.

7. Mentre aspettate, asciugatevi


quella stupida lacrima dalla guancia.
È meglio così. Lo sapete.
31

Possiedo un talento e non ho paura


di sfruttarlo.
Anche se sono stato colpito dal
virus dell’amore, posso ancora fare
affidamento sulla mia capacità di
separare i sentimenti dalle azioni
come se fossero indumenti bianchi e
colorati da mettere in lavatrice.
Tornato a casa, mi concentro
esclusivamente sui capelli di Josie.
In effetti, l’acre odore chimico
della tintura aiuta. Che cavolo, forse
ho trovato qualcosa di lei che non mi
eccita. Questa roba puzza di brutto.
Josie si è piazzata sul sedile del
water, in leggings e reggiseno, con
un asciugamano sulle spalle. Io sono
dietro di lei e le applico il composto
sulle punte dei capelli.
«Pensi che questa sia la tua
nuova vocazione?» mi chiede
mentre avvolgo nell’alluminio una
ciocca appena ritoccata. «Sembri un
ottimo parrucchiere.»
Mi interrompo, avvicino la faccia
alla sua e dico in tono minaccioso:
«Se fossi in lei, signorina, non
prenderei in giro il tizio che ha in
mano un pennello pieno di tintura
per capelli».
«Scherzavo» replica Josie con
voce dolce, ma anche con una punta
di timore. «Lo sai, vero?»
«Certo. Ti stavo solo prendendo
in giro.» Per superare questo
momento devo assolutamente
alleggerire la tensione, ricreare
l’atmosfera che c’era prima tra noi.
«Apprezzo quello che fai» dice
lei, sollevando il viso verso di me.
Cazzo. Quegli occhi verdi.
Quelle belle labbra… È così difficile
deriderla quando vorrei solo
baciarla.
Il dovere chiama e ritocco
un’altra ciocca. «Non ho velleità di
diventare parrucchiere. Lo faccio
solo per te.»
Lei allunga le braccia dietro di sé
e mi stringe le cosce. «Grazie.»
Ignoro l’impulso di deporle un
bacio sulle labbra o di sussurrarle
qualcosa di sexy all’orecchio e
completo l’opera.
A un certo punto Josie rimette le
mani in grembo. Per un momento mi
chiedo se percepisca la tensione
nella stanza, se si sia accorta del
cambiamento.
Quando ho finito, si alza e mi
guarda. I suoi occhi sono colmi di
preoccupazione, forse anche di
paura. «Devo lasciare in posa per
venti minuti. Vuoi guardare un altro
episodio di “Investigatore per
noia”?»
Acconsento e ci sistemiamo l’uno
accanto all’altra sul divano.
Abbiamo cominciato a vedere
questa serie qualche giorno fa, dopo
una sessione sfrenata sotto le
lenzuola durante la quale ci siamo
resi conto di essere una di quelle
coppie che non solo amano, ma sono
davvero brave nel sessantanove.
Cazzo.
Non volevo dire “coppia”.
In ogni caso, abbiamo fatto
faville in quella posizione. Nessuno
dei due ha perso il ritmo neanche per
un attimo. Io le divoravo la fica
mentre lei si dava da fare con il mio
uccello, e abbiamo raggiunto
l’orgasmo nel giro di sessanta
secondi l’uno dall’altra.
E adesso sono eccitato mentre
guardo Ted Danson. Grandioso!
Anche se non la sto nemmeno
toccando e odora come una fabbrica
di sostanze chimiche, il solo ricordo
di lei che viene sulla mia faccia
basta a innescare una mega erezione.
Mmh.
Forse quello che mi serve è
un’altra volta con Josie.
Sì, ho decisamente bisogno di un
round finale. Non è necessario un
sessantanove per fare di me un
uomo felice. Andrà bene qualsiasi
posizione.
Quando il programma finisce e
lei spegne la tivù, le offro i miei
servigi. «Vuoi che ti risciacqui
quella roba?»
«Magari.»
Torniamo in bagno. Josie si toglie
l’asciugamano dalle spalle e si sfila i
leggings. Si sgancia il reggiseno di
pizzo bianco, che cade sulle
piastrelle. Mi spoglio anch’io mentre
apre il rubinetto. In attesa che
l’acqua si scaldi, disfo i rotolini di
stagnola, li appallottolo e li getto nel
cestino dei rifiuti.
Poi, con un cenno del capo, Josie
indica la doccia.
Senza che lei apra bocca, potrei
giurare di averla sentita dire:
“Un’ultima volta”. O forse è solo
un’eco nella mia testa.
Le apro la porta della doccia.
«Prima le signore.» Si mette sotto il
getto caldo e io la raggiungo.
Cascate rosate le scivolano sul
corpo, sui seni e poi lungo le gambe.
La tintura schizza sulle piastrelle
formando una pozza fucsia sul
pavimento.
Prendo lo shampoo, ne verso un
po’ nel palmo e le insapono i capelli.
Lei emette un sospiro felice, come
un gatto che viene accarezzato. È
una delle tantissime cose che amo di
questa ragazza. Accoglie con gioia il
contatto. È incredibilmente brava a
dare piacere e anche ad accettarlo.
Non tutte le donne sanno crogiolarsi
nel momento e gustare il fatto che
qualcuno sta adorando il loro corpo.
Ma Josie ne è capace. Si lascia
totalmente andare quando qualcuno
la adora come merita. E questo mi
eccita da impazzire.
Mi concentro sul compito di
lavarle i capelli. Una volta che sono
ben cosparsi di shampoo, le faccio
piegare la testa all’indietro e
risciacquo. Quando la sua chioma è
lucida come il pelo di una foca,
sposta la testa dal getto.
«A posto» annuncio.
Lei apre gli occhi e mi mette le
braccia attorno al collo. Solleva il
mento e mormora un sommesso
“grazie”.
«Quando vuoi» replico. Mi
sforzo di mantenere un tono leggero
che non rispecchia per nulla come
mi sento.
Josie mi passa un dito sul labbro
superiore mentre l’acqua calda
scroscia su di noi. «Sai che prendo
la pillola?»
Resto senza fiato. Annuisco. «Sì,
lo sapevo.»
Ecco il vantaggio di condividere
il bagno e il relativo armadietto dei
medicinali. Non abbiamo troppi
segreti.
«Vuoi farlo senza protezione?»
Mi sfugge un gemito e, in
qualche modo, il mio membro
diventa ancora più duro,
praticamente implorandomi di darci
dentro in questo preciso istante.
Josie mi sta uccidendo, cazzo.
Max aveva ragione: devo andarmene
da qui. Non posso starle vicino. Non
riesco a resisterle.
Adesso non ho intenzione di
farlo.
La spingo contro la parete e le
infilo una mano tra le gambe. Le
accarezzo la fica e mi meraviglio
della sensazione che provo. Mi
rendo conto che si è eccitata per il
semplice fatto che le ho lavato i
capelli.
“Maledizione.” In un universo
parallelo, sarei il più fortunato
bastardo sulla faccia della terra ad
avere una donna così
incredibilmente arrapata. Ma in
questo sono solo un imbecille che
sta per sfruttare il suo ultimo benefit.
Non fraintendetemi, me lo godrò
più che mai.
Mi aggancio una gamba di Josie
intorno alla vita, tenendola stretta,
poi sfrego il pene contro la sua dolce
fica bagnata. Un mugolio sensuale
sfugge dalle sue stupende labbra, e
la penetro. È straordinario.
Non voglio mai più indossare un
profilattico perché questo è il
paradiso. Il suo calore mi avviluppa.
Contrae i muscoli intorno alla mia
erezione. Le si mozza il respiro ed
emette il suono più disperato che io
abbia mai sentito.
Poi la scopo.
Nella mente, continuo a ripetere
come un mantra: “Questo è scopare.
Questo è scopare. Questo è
scopare”.
Non è fare l’amore.
Si tratta solo dell’ultima scopata
prima che io me ne vada. Non
indugerò sul modo in cui infila le
mani nei miei capelli. Non presterò
attenzione ai suoi mormorii o a
come si aggrappa a me e urla il mio
nome quando viene, quasi io fossi la
risposta a ogni suo desiderio.
Non mi do il tempo di pensare al
fatto che Josie sembra persa quanto
me, perché dopo qualche istante
vengo anch’io, e il piacere offusca il
dolore sordo.

Più tardi, asciutto e vestito, chiudo


lo zaino che contiene qualche
cambio d’abito. Dei passi risuonano
dietro di me, poi una domanda:
«Cosa stai facendo?».
Mi giro, faccio un respiro e
strappo via il cerotto, come le avevo
promesso. «Vado a stare da Max.»
Josie resta a bocca aperta.
«Cosa?»
Annuisco. «Solo per un po’.»
«Perché?» chiede lei dalla soglia,
con la voce un po’ tremante e la
fronte aggrottata. Indossa i jeans e
una graziosa camicia verde. Si è
asciugata i capelli, le cui punte
adesso sono di un bel rosa brillante.
Mi avvicino. «Penso che ormai la
torta sia cotta, piccola» sussurro,
ricordandomi che devo farlo. «Sarà
più facile così.»
«Te ne vai e basta?»
«Ti prometto che tornerò.» Anche
se in questo momento mi sembra
impossibile, perché la desidero
troppo per poterle starle vicino.
«Sapevamo che a un certo punto
avremmo dovuto smettere, e non ce
la farò mai se continuo a vivere in
cinquanta metri quadrati con te. Mi
sembra di giocare alla famigliola
felice.»
Josie si morde il labbro come se
volesse trattenere tutta la tristezza.
«Pensi che sia solo un gioco?»
Mi guardo intorno e indico le
pareti. Dentro di me la frustrazione
cresce, unita al dolore. «Non
possiamo andare avanti così.» Poi
dico basta e rompo gli argini, dando
libero sfogo ai sentimenti. «Mi
sveglio accanto a te e ho voglia di
toccarti. Quando siamo davanti alla
tivù, non riesco a smettere di
baciarti. Cavolo, ti tingo i capelli e
finiamo nudi sotto la doccia. Non
posso darci un taglio come se niente
fosse e tornare a guardare
“Investigatore per noia” senza
provare il desiderio di fare l’amore
con te.» Mi rendo conto di aver
commesso un grande errore.
Deglutisco nervosamente ma non
mi rimangio nulla.
I suoi occhi mi inchiodano, Josie
sta zitta per un tempo che mi pare
infinito. Quando parla, il suo tono è
dolce e tenero. «È così che ti senti?»
Non ho intenzione di espormi
ulteriormente. «E tu?» La mia voce
è roca, rotta.
Josie incrocia le braccia senza
rispondere. Serra le labbra, poi
mormora: «Non voglio che tu te ne
vada».
La prendo per un gomito mentre,
dentro di me, la disperazione
aumenta a dismisura. Non so
nemmeno bene la ragione per cui sto
lottando: se per farle capire come si
sarebbe potuto trasformare il nostro
rapporto o per convincerla a
lasciarmi andare. «Vuoi che
restiamo amici, vero?»
Lei annuisce. «Sai che è così.»
Le stringo più forte il braccio.
«Hai detto che questa cosa doveva
finire, Josie. Per me è troppo
difficile vivere qui in questo
momento. Lo devi accettare.»
Una lacrima le riga la guancia.
Poi ne sgorgano altre, come un
acquazzone estivo. Si asciuga il
viso, ma sta affrontando una
battaglia impari.
Sono combattuto fra il desiderio
di prenderla tra le braccia e
consolarla e il bisogno di proteggere
me stesso. Ma c’è anche
qualcos’altro: una curiosità
morbosa, che alla fine vince. «Josie»
dico. Lei inspira bruscamente e alza
lo sguardo. «Per te era lo stesso?»
Schiude le labbra, ma in quel
momento un forte colpo alla porta
riecheggia in tutto l’appartamento.
«Hai ordinato il pranzo?» le
chiedo.
Lei scuote la testa. «Il portiere ha
chiamato poco fa» mi spiega mentre
va ad aprire. «Aveva qualcosa da
sbrigare al nostro piano e si è offerto
di portare su il pacchetto.»
Nel frattempo, continuano a
bussare.
«Ah, il tuo matterello.»
«Probabile» ribatte Josie con
voce inespressiva. Guarda dallo
spioncino e poi mi fa un cenno.
Toglie il fermo e apre la porta.
Un uomo basso e robusto in
giacca verde è fermo sull’uscio. Il
portiere di giorno. «Signorina
Hammer, questo è per lei.» Le
consegna una busta bianca formato
A4.
Lei la osserva incuriosita. «Di
che cosa si tratta?»
«L’hanno consegnata ieri. È una
raccomandata.»
Quando il portiere si gira e se ne
va, Josie lascia andare la porta, che
si richiude. Guarda me e poi la
busta. Mi stringo nelle spalle e la
incito ad aprirla.
Josie estrae un foglio e legge. Un
minuto dopo mi fissa interdetta. «È
del padrone di casa» mi informa in
un gracchiante sussurro.
«Cosa dice?»
«Il signor Barnes ha bisogno
dell’appartamento per sua nipote»
risponde lei affranta. Poi scuote la
testa come se non riuscisse a credere
a quello che le è appena capitato.
«Dobbiamo andarcene entro un
mese. Stiamo perdendo la casa.»
A quanto pare i giorni trascorsi a
giocare alla famigliola felice sono
finiti per davvero.
32
Dal ricettario di Josie

Insalata triste di Josie


Ingredienti
Lattuga

Pomodori

Carote

Qualsiasi cosa
Procedimento
1. Lavate la lattuga. Anche in giorni
come questi non è il caso di
mangiare dell’insalata sporca.

2. Affettate dei pomodori come se


ve ne fregasse qualcosa.

3. Tagliate qualche carota. Non


importa se le sbucciate o no.

4. Condite con olio e aceto. Oppure


non fatelo. Come volete.

5. Mangiatela per punizione. Avete


scazzato alla grande e lo sapete
bene. Da dove cominciare? Da
qualsiasi parte. Dall’inizio fino
all’altro giorno, quando l’avete visto
prendere la porta. Gli idioti non
meritano dolci.
33

Mi piacerebbe poter dire che la


settimana seguente mi immergo nel
lavoro, ma sarebbe come sminuire
tutti gli altri giorni in cui ho curato
una ferita, ricucito un ginocchio o
estratto un vasetto di mostarda da un
sedere.
Ehi, è uno sporco mestiere ma
qualcuno deve pur farlo.
A ogni modo, il lavoro mi salva.
Mi ci sono sempre gettato anima
e corpo e mi piace pensare che
l’unico modo per svolgerlo sia
dedicargli tutto me stesso. Il Mercy
riceve il centodieci per cento della
mia attenzione. Forse è questo che
mi rende un bastardo fortunato: fare
qualcosa che amo al punto di non
avere neanche il tempo di rivolgere
un pensiero alla ragazza della quale
sento la mancanza. Alla fine di ogni
turno sono sollevato di aver
totalizzato dieci o dodici ore senza
pensare a lei.
Il problema è che il turno finisce.
È allora che la nostalgia mi assale
e mi provoca lo stesso dolore di un
arto fantasma, una sorta di
persistente promemoria di ciò che
non ho più.
Una sera, dopo il lavoro, ricevo
un SMS di Wyatt che mi chiede di
uscire con lui e Nick. Dice che è la
stagione del softball e che devo
portare il culo a Central Park.
Vado e sono al contempo felice e
maledettamente addolorato che Josie
quest’anno non partecipi.
Nick segna un fuoricampo; per
lui è normale amministrazione.
Quando è il mio turno di battere,
riesco a provare un po’ di
soddisfazione nell’eliminare due
corridori. Quella lieve euforia però
svanisce non appena me ne vado,
torno a casa di mio fratello e
controllo il telefono. Nessun
messaggio da Josie. Sospiro e mi
lascio cadere sul divano,
armeggiando distrattamente con il
cellulare. Potrei scriverle. Dovrei.
Ma è troppo difficile. Non l’ho
incrociata nemmeno quando,
qualche giorno fa, sono passato
dall’appartamento per prendere il
resto della mia roba. Ho fatto in
modo di andarci a un’ora in cui
sapevo che sarebbe stata al lavoro.
Quando Max rientra con cibo
cinese e birra, spengo l’area del
cervello riservata a Josie per
accendere quella della fame.
L’operazione funziona e mi rendo
conto con un certo sollievo che sto
tornando alle vecchie abitudini. Non
ho perso completamente la mia
capacità di suddividere tutto in
compartimenti stagni. Sarebbe una
sorta di rinascita tornare a essere il
tizio che non è innamorato
pazzamente di una ragazza.
E io questo tizio lo conosco bene.
Posso riuscirci. Mentre metto i piedi
sul tavolino di Max, stiracchio le
braccia e do il bentornato al mio
vecchio io.
Max mi allontana i piedi con un
calcio. «Ehi, questa non è una
confraternita.»
«Josie me lo lasciava fare»
borbotto.
Mio fratello inarca un
sopracciglio. «Non è lei a dettare le
regole qui.» Afferra il telecomando
e accende la tivù, mettendo su HBO .
«Hai visto il nuovo episodio di
“Ballers”? Questa serie è una
bomba.»
Mugugno e mi passo una mano
sulla faccia.
«Che c’è? Non ti piace?»
«No, non è quello.»
«Non dirmi che ti ricorda Josie.»
Beccato. «Forse» bofonchio.
«Dovresti mandarle un
messaggio. Vederla. Non siete
amici? Fa’ l’amico, cazzo.»
«Lei però mi ha scritto solo per
chiedermi le chiavi
dell’appartamento.»
Max mi dà uno scappellotto. «Ma
quanti anni hai? Dodici?» Agguanta
il mio telefono dal tavolo e lo spinge
verso di me. «Chiamala. Prendete un
caffè o fate qualcos’altro che non
abbia nessuna attinenza con la
casa.» Regola al massimo lo sguardo
laser. «Altrimenti ci penso io.»
La minaccia funziona. Le mando
un SMS chiedendole se le va di fare
colazione con me domani. Mi
risponde che uscirà presto per
andare al lavoro e propone di cenare
o di bere qualcosa la sera.
Optiamo per il drink. È strano,
perché non è mai stata una nostra
abitudine uscire a bere. Quando ci
frequentavamo, ci piaceva
assaggiare cibi nuovi, andare al
cinema, vagare per le librerie,
passeggiare, chiacchierare e testare i
suoi esperimenti culinari.
Non voglio andare a bere una
birra con lei.
Lo faccio comunque, e il giorno
dopo ci incontriamo allo Speakeasy
a Midtown. Quando entro, lei è già
al bancone. Appollaiata su uno
sgabello, tiene le gambe accavallate
e indossa sandali rosa, una gonna
viola con un motivo di caramelle e
una canotta bianca.
Sento la pelle bruciare e devo
tenere a freno i pensieri sconci, in
particolare il ricordo di com’è lei
senza quei vestiti addosso. Di che
sensazioni provoca. Del sapore che
ha. Di come si muove, dei suoi
gemiti… “Cazzo, cervello, dammi
un po’ di tregua.” È crudele evocare
certe immagini allettanti proprio
adesso. La raggiungo e per un
momento mi sento in imbarazzo.
Poi Josie balza giù dallo sgabello
e mi getta le braccia al collo. «Ehi.»
«Ehi» rispondo. Dentro di me
esulto. Possiamo farcela.
Lei alza una mano. «Prima di
ordinare, ti ho portato questo.»
Prende un dolcetto dalla borsa.
Ecco i bei vecchi tempi! Sì,
siamo di nuovo noi. «Non vedo
l’ora.»
«È un mini pasticcino alla
cannella. Nasce dall’incontro fra una
torta e un biscotto.»
«E hanno generato dei figli?»
Lei ride. «Altroché. Si sono dati
da fare nel forno e il risultato sono
dei deliziosi figli cannellosi e
zuccherosi. Provalo.»
«Introdurre del cibo in un bar…
Che faccia tosta!»
Josie si porta un dito alle labbra.
«Sst.»
Mi porge la pasta, che è una delle
cose più dolci che io abbia mai
assaggiato. «Il tuo mini pasticcino è
fantastico» commento,
guadagnandomi un sorriso. «E, sì, so
che può suonare un po’ sconcio.»
«È vero, ma sono felice che tu
l’abbia detto e che ti sia piaciuto.»
Josie si avvicina, con un’espressione
maliziosa negli occhi. «Devo
confessare che ho sempre avuto un
debole per la cannella.»
Questa mi giunge nuova. Scopro
che mi sta rivelando qualcosa di sé,
proprio come faceva prima.
«Davvero? Dimmi di più.»
Lei si stringe nelle spalle.
«Quando la mangio, ho la
sensazione di poter fare qualsiasi
cosa.»
«Quindi è come una droga?»
«Proprio così.» Mi dà un colpetto
sul ginocchio com’era sua abitudine.
«Sono contenta che ci siamo visti.»
«Sì, anch’io.» Perché un po’ di
Josie è sempre meglio di niente.
«Ehi, hai mai preparato un brownie
al burro di arachidi?»
«Intendi un brownie al cioccolato
con aggiunta di burro d’arachidi?»
«Esatto.»
«Sì, ma non di recente.»
«Mettilo tra le specialità del
pomeriggio. Sarebbe fantastico.»
Lei mima l’azione di prendere un
appunto mentre il barista ci chiede
cosa vogliamo. Quando lui si
allontana, chiacchieriamo come due
vecchi amici che recuperano il
tempo perduto. «Novità sulla
faccenda della casa?»
«A dire il vero» risponde Josie
esitante «mi sono trasferita subito
dopo che sei passato a prendere la
tua roba.»
«Accidenti, che velocità. Non hai
lasciato neanche raffreddare il
cadavere.»
«Era la scelta più logica.»
«Hai fatto in fretta a trovare un
altro posto. Sono invidioso dei tuoi
successi in campo immobiliare.»
Lei scuote la testa. «Ho stivato
parte dei mobili nel garage dei miei
genitori. Be’, è stato Wyatt a
occuparsene, visto che ha un
furgone» spiega.
Mi sento un idiota per aver
lasciato che fosse suo fratello ad
aiutarla. «Scusa se non ti ho dato
una mano.»
Sulla sua faccia compare un
sorrisetto. «Non c’è problema. È
stato facile. Lily si è offerta di
ospitarmi fino a che non avrò risolto
la faccenda. Dal momento che ha
sbattuto fuori Rob, c’è spazio per
me.»
Lily e Josie. Due adorabili single
che vivono insieme. Mi parte il
radar. «Hai ripreso a vedere gente?»
Lei mi guarda come se fossi un
idiota. «Davvero me lo stai
chiedendo?»
Deglutisco, cercando di fare il
disinvolto. «Non ci è consentito
parlarne? Un tempo lo facevamo.»
Josie annuisce.
«Allora, esci con qualcuno?» La
gelosia divampa dentro di me come
un incendio, una bestia rovente e
furiosa.
Lei stringe gli occhi. «Non
volevo incoraggiarti. Stavo solo
ammettendo che un tempo
parlavamo di queste cose» ribatte,
palesemente infastidita dalle mie
domande. «E tu?»
Sbuffo, poi ci aggiungo una risata
di scherno. «Cavolo, no.»
«Allora perché dovrei farlo io?»
Josie allarga le mani per sottolineare
il concetto.
«Una volta ti interessava» le
ricordo.
«La situazione è cambiata.»
Scandisce con durezza ogni parola.
Ha ragione: niente è più come
prima.
Lei respira profondamente, come
per calmarsi. «D’accordo,
ricominciamo.» Mi scocca un
sorriso allegro. «Come va in
ospedale?»
Parliamo solo di lavoro, come se
tutto il resto fosse stato accantonato.
Forse è giusto così. Quando arriva il
momento di andare via, usciamo
insieme e restiamo sul marciapiede,
in preda all’imbarazzo.
«Chase?»
Il cuore mi batte più forte quando
Josie pronuncia il mio nome. «Sì?»
chiedo, come se quell’unica parola
contenesse tutta la speranza
dell’universo.
Josie mi rivolge un sorriso mesto.
«Mi manchi.»
La speranza si dissolve. La
nostalgia non mi basta. Volevo di
più. Tuttavia le rispondo con
sincerità. «Anche tu.»
«Dovremmo rivederci presto.»
«Assolutamente sì.»
Perché siamo amici, proprio
come volevamo. Come avevamo
programmato.
Lei mi dà un bacetto sulla
guancia prima di allontanarsi.
Non sono sicuro che questa
ritrovata normalità mi piaccia più di
quanto mi piacesse stare senza di lei.
34

Giovedì sera io e Max facciamo un


salto al nuovo Lucky Spot. Gli affari
sono andati a gonfie vele per
Spencer e Charlotte, che ne hanno
approfittato per ampliare il loro
locale nel cuore di Chelsea,
aggiungendo una saletta da ping-
pong. Il lunedì e il mercoledì il bar
ospita tornei e oggi c’è una serata a
tema ping-pong e champagne.
Wyatt e Natalie ci hanno
convocato per festeggiare il loro
matrimonio, per la terza o forse la
quarta volta. Quei due adorano
ricordare a tutti di essere sposati,
perciò è presente la banda al
completo.
Per la prima volta da quando si è
conclusa la nostra breve convivenza
io e Josie ci ritroviamo con il gruppo
di amici.
Nessuno, a parte Max, è al
corrente di quello che c’è stato fra
noi. «Acqua in bocca con gli altri,
okay?» ricordo a mio fratello mentre
camminiamo lungo la Diciottesima
Strada.
«Ti riferisci alla cotta per Josie
Hammer?» sussurra lui con fare
teatrale.
«Sì» replico a denti stretti.
«Ricevuto. Tanto nessun altro
riuscirebbe a capirlo.» Max spalanca
la porta del bar e raggiungiamo gli
altri nella saletta da ping-pong.
I miei occhi la individuano
all’istante. Josie è in piedi, con un
fianco appoggiato al tavolo verde.
Indossa una gonna rossa e stivaletti
alla caviglia che starebbero
d’incanto parcheggiati sulle mie
spalle o agganciati intorno alla mia
vita.
Mi passo una mano tra i capelli e
sfoggio un sorriso amichevole, nel
timore che qualcuno possa capire
che stavo passando in rassegna le
mie posizioni preferite.
Josie ha in mano un bicchiere di
champagne e chiacchiera con
Natalie. Stanno guardando tutt’e due
Harper che, racchetta alla mano,
saltella sulle punte a un’estremità
del tavolo. All’altro capo, Nick
serve la pallina di plastica bianca,
poi palleggiano per qualche minuto.
Lui, intensamente concentrato,
ribatte colpo su colpo, ma quando
Harper manda la pallina nell’angolo
destro, malgrado l’allungo la manca.
Lei alza le braccia in aria. «La
serie continua!»
Josie solleva il flûte, brindando
alla vittoria di Harper. Natalie
fischia e schiamazza.
Una nuova coppia varca la soglia
ed entra nella saletta. Lei è una
bionda minuta dagli ondulati capelli
color miele. Il tizio invece è alto e
grosso.
La donna prende la parola.
«Nick, non riuscirai mai a batterla.
Ormai dovresti saperlo.»
Nick si spinge gli occhiali sul
naso e fa spallucce. «Ma non posso
smettere di provarci, Abby.»
«Ritenta e sarai più fortunato»
dice il nuovo arrivato con un sorriso.
A quel punto Harper mi presenta
ai suoi amici, Simon e Abby. Dopo
che ci siamo stretti la mano, Simon
cinge le spalle di Abby con un
braccio e la bacia sulla guancia,
senza un altro motivo se non che
può farlo. Fortunato bastardo.
Guardandomi intorno non vedo
che coppie. Natalie e Wyatt, Spencer
e Charlotte, Nick e Harper, Simon e
Abby. Qui gli unici single sono i
fratelli Summers e Josie. Per quanto
ne so, Max è felice della sua
condizione e, almeno in linea di
principio, nemmeno io la trovo poi
tanto male. Non mi era mai pesato
stare da solo fino a quando non mi
sono innamorato di Josie.
Tutte queste coppie felici mi
ricordano che sono l’unico a non
aver avuto la donna che voleva.
Wyatt mi mette una mano sulla
spalla. «Pronto a farti distruggere?»
chiede mentre mi consegna una
racchetta.
«Sono pronto» replico sicuro di
me. Faccio una pausa a effetto. «Ad
annientarti.»
Lui inarca un sopracciglio,
mettendo in dubbio la mia serietà.
Ma non sto scherzando: io e i giochi
da bar siamo una combinazione
vincente. Inoltre stasera il ping-pong
ha un gradito effetto collaterale,
perché stracciare Wyatt mi impedirà
di fissare per tutto il tempo sua
sorella.
«Bastardo» borbotta lui quando
batto la palla vincente del secondo
round, visto che dopo che l’ho steso
una volta mi ha chiesto la rivincita.
Decisione sciocca da parte sua.
Prima che possa sfotterlo per la
seconda sconfitta, la voce di Spencer
rimbomba nella stanza. «Come avete
risolto la questione abitativa voi due,
ora che il padrone di casa vi ha
sbattuto fuori?»
Quest’uomo è un asso a tirare
fuori argomenti scomodi, anche
senza farlo apposta. Guarda me e poi
Josie.
«Io sto da un’amica» risponde
lei.
«Un sacco di lotte con i cuscini e
chiacchierate fino a tarda notte?»
domanda Spencer. «Oppure vi
acconciate i capelli a vicenda?
Magari ve li tingete? Fate biscotti e
guardate la tivù?»
Josie incrocia il mio sguardo
dall’altro lato del tavolo da ping-
pong. Un sorrisetto le incurva le
labbra. So che è a mio esclusivo
beneficio e lo ricambio. Nei suoi
occhi c’è un luccichio malizioso.
Poi quell’accenno a segreti
condivisi viene sostituito da
qualcosa di completamente diverso.
Determinazione? Rassegnazione?
Non saprei.
Lei annuisce e guarda Spencer,
che sta aspettando una risposta.
«Esatto, è proprio quello che
facciamo ogni sera.»
Non so se lo abbia detto per
provocare me o Spencer. Il problema
è che Josie mi sembra così vicina ma
anche così lontana dalla mia portata.
Spencer si gira nella mia
direzione. «E tu? Come va la vita
dei fratelli Summers? Vi tenete
occupati guardando gare di monster
truck ed evitate con cura qualsiasi
cibo che richieda una
preparazione?»
Cerco Max con lo sguardo, ma è
scomparso. «Sì, un tripudio di
stereotipi virili. Alcune sere ci
battiamo il petto come Tarzan.»
Charlotte ride. «Scommetto che ti
manca il tocco femminile di Josie.»
“Cavolo, se mi manca.” Quella
frase è come un cazzotto nel petto.
Ancora una volta incrocio lo
sguardo di Josie per cercare una
risposta nei suoi occhi verdi. Ma non
so neanche cosa vorrei trovare.
«Già» mi limito a dire, visto che in
questo momento non mi viene
neanche una battuta.
Wyatt solleva la sua birra. «Ma è
stato bello finché è durato, giusto?»
Non può neanche immaginarlo.
Deglutisco e gli rispondo: «Più che
bello».
Josie si mordicchia il labbro e
distoglie lo sguardo. Harper
interviene, con fare protettivo, come
se stesse vegliando su di lei. «Ne
sono certa.» Solleva la racchetta
sopra la testa. «A qualcuno va
un’altra partita? O siete tutti troppo
sfigati per battere la campionessa di
ping-pong?»
Le sue parole aizzano Spencer,
che strappa la racchetta a Nick.
Mentre loro giocano, Max torna
dentro. Ha l’aria tesa e
un’espressione arrabbiata.
«Tutto bene?» gli chiedo.
Lui scuote la testa. «Dovevo
rispondere al telefono» borbotta. Si
sfrega la mascella. «Fottuta Henley
Rose.»
Resto interdetto. Erano secoli che
non sentivo quel nome. «La tua ex
apprendista?»
Max sospira e mi scocca
un’occhiata come per dire: “Ma ti
rendi conto?”. «Proprio lei.»
Sono davvero sorpreso. «Quella
che ti ha mollato per la concorrenza
e che in un accesso di rabbia ti ha
detto: “Rimpiangerai il giorno che
mi hai lasciata andare”?»
«Grazie per avermi ricordato le
sue parole di commiato.»
«Sarebbe più facile se ti
ricordassi che la trovavi una figa
spaziale e che la tua più grande
conquista quotidiana era non fissarla
ogni istante mentre stava stesa sotto
una macchina o piegata su un
cofano?»
Max stringe gli occhi. «Non è
mai successo niente con lei» ribatte
a denti stretti.
«Allora, cosa voleva?»
Lui mi fa un breve riassunto della
telefonata, lasciandomi a bocca
aperta. «Be’, questa sì che è una
storiaccia da raccontare.»
Max mi dà una manata sulla
schiena. «Sarà per un’altra volta.»
«Non vedo l’ora.» Sono davvero
ansioso di saperne di più sul conto
della donna che tanto tempo fa lo ha
fatto diventare matto.
Qualche minuto più tardi, dopo
aver battuto l’arrogante fratello,
Harper viene da noi indicando un
tavolino nell’angolo, accanto ad
alcune comode sedie color smeraldo.
«Hanno Scarabeo là in fondo. Vi va
di giocare?»
«No» declina Max.
Ma per me è difficile resistere a
una partita a Scarabeo, e sono certo
che Harper conosca il mio punto
debole.
Mi dà di gomito. «E tu, Chase?
Con Josie siete un’ottima squadra,
giusto?»
Poco più distante, Josie replica:
«Siamo i migliori. Battiamo i
gemelli Hammer ogni volta».
Harper si frega le mani. «Non
vedo l’ora di assistere.» Con il
mento indica la scatola del gioco.
«Fateci vedere quanto siete bravi.»
Nick afferra una sedia e apre la
tavola. «O non credi di poterci
battere, dottor Cervellone?»
Non ho scelta. Adesso devo
distruggerlo. «Queste sono parole
pesanti, Nick. Preparati a una morte
lenta e dolorosa inferta da decine di
trisillabi e più combinazioni con J e
X di quante tu riesca immaginare.»
Josie scoppia a ridere. «Sì, cari
fratelli. Noi giochiamo per
uccidere.»
E siamo di parola.
Vinciamo con una combinazione
finale di “gravoso” e il monosillabo
“ex” che Josie compone durante il
nostro ultimo turno.
Cerco di non leggervi un
significato nascosto. È solo una
parola di due lettere.
Quando tutti sono impegnati a
fare cose da coppie, lei appoggia una
mano sul mio braccio. «Sono
contenta che ci riusciamo, Chase. Mi
fa piacere che siamo ancora amici. E
tu?»
«Assolutamente sì. Ne sono
entusiasta.»
Ma Josie è anche qualcos’altro. È
un’ex, e questa è tutta un’altra
faccenda. Sto apprendendo che
essere amici di un’ex non è la stessa
cosa che essere amici di una donna.
Una volta varcato il confine
diventando amanti, tutto cambia.
Tornare a come si era prima non è
facile.
È gravoso.
35
Dal ricettario di Josie

Coraggio liquido di Josie


Ingredienti
Caffè

Cannella

Panna

Coraggio
Procedimento
1. Fatevi un caffè con la vostra
miscela preferita.

2. Versate nella vostra tazza


preferita. Mescolatevi della cannella.
Aggiungete una cucchiaiata di
panna.

3. Preparatevi. Siete in grado di fare


qualsiasi cosa.
36

Quel sabato io e Max prendiamo


parte alla cento chilometri. La nostra
squadra arriva terza e raccogliamo
qualche migliaio di dollari per i
veterani. Niente male per due ciclisti
non professionisti.
Il mattino seguente mio fratello
va a una fiera di automobili mentre
io, lungo il tragitto per il lavoro,
finisco un audiolibro sul ruolo della
casualità nelle nostre vite
(anticipazione: il caso è tutto). In
ospedale, inizio il turno con una
paziente che presenta i sintomi di
un’influenza precoce. Ci occupiamo
di lei e poi passiamo a un bambino
con il braccio fratturato. Sono casi
da manuale e li curiamo
efficacemente.
Tutto sembra più normale che
mai. Incredibile che si possa pensare
di non sopravvivere a un cuore
spezzato: l’esperienza mi ha
insegnato che si può eccome. Si va
avanti. La vita continua. Durante la
pausa pranzo con David, in mensa
prendo un panino al tacchino e
faccio la fila per pagare. Con la coda
dell’occhio scorgo un chirurgo
ortopedico che conosco mentre apre
un sacchetto di carta marrone e ne
tira fuori un panino al tonno. Il mio
primo istinto è quello di mandare un
SMS a Josie per informarla che ho
trovato qualcuno a cui piace il cibo
che più detestiamo.
Per un attimo mi chiedo se io
possa ancora farlo. Se dovrei farlo.
L’idea di non conoscere la risposta
mi tormenta.
Arriva il mio turno alla cassa.
Quando apro il portafogli, mi cade
un biglietto da visita. Lo tiro su dal
banco e lo giro. È il biglietto di
Kevin. Giusto. Me l’aveva dato
insieme al buono regalo per il corso
di cucina.
“Oh, merda.”
Non l’ho mai ringraziato.
Appena finito di mangiare dico a
David che devo andare. In corridoio
faccio una telefonata e, quando mi
presento, la segretaria di Kevin mi
passa subito il suo capo.
«Dottor Summers, come sta?
Spero che non stia chiamando per
avvisarmi che ha trovato qualcosa di
sospetto in una vecchia lastra della
mia fronte.»
Rido. «Macché. E diamoci del tu.
A ogni modo, volevo ringraziarti per
il corso di cucina. È stato un bel
gesto da parte tua. Ci siamo divertiti
un sacco.»
«Fantastico. Ti sei fidanzato
anche tu?»
Mi blocco davanti alla stanza
della risonanza magnetica. «Cosa?
No. Perché? Ci sono andato con
un’amica.»
«Ah, ottimo. Stavo solo
scherzando. Sai, io e Cassidy ci
siamo fidanzati.»
«Per merito del corso?» Riprendo
a camminare verso le scale.
«Sì, e lo dobbiamo a te. È uno dei
motivi per cui volevamo ringraziarti
quando siamo passati in ospedale
qualche settimana fa. Frequentare un
corso di cucina era esattamente ciò
di cui avevo bisogno. Quella sera, da
“Allettanti antipasti”, qualcosa è
scattato dentro di me. Ho capito che
Cassidy era la donna giusta e il
giorno dopo le ho fatto la proposta.»
Quando arriva un inserviente che
spinge un carrello dei medicinali
lungo il corridoio, mi appoggio alla
parete per lasciarlo passare mentre
incasso la notizia di Kevin. «Quindi
hai avuto l’illuminazione?»
«Sì, è diventato tutto chiaro.»
Ripenso alla sera in cui io e Josie
avevamo partecipato alla bizzarra
lezione e al modo in cui eravamo
scappati da Ivory. Mi torna in mente
che in metropolitana lei aveva
appoggiato la testa sulla mia spalla e
intrecciato le dita alle mie.
Ed era tutto chiaro.
Poi, a casa, lei si era presa cura
della mia caviglia.
Ed era tutto chiaro.
Una parte di me lo sapeva già
allora. Una parte di me era
dannatamente certa che lei provasse
quello che provavo io. Eppure non
ho fatto niente per tenermela stretta.
Non ho corso alcun rischio.
Ho scelto la via più sicura, non
quella pericolosa, impegnativa, lo
scenario alleluia.
Adesso anche qualcos’altro
diventa chiaro. Non ho voltato
pagina. Non l’ho dimenticata. E,
decisamente, non mi interessa essere
suo amico.
Voglio sapere di poterle mandarle
un SMS su un dannato panino al
tonno perché sono il suo uomo, non
il suo migliore amico. Poi voglio
portarla fuori a cena e vagare per la
città mano nella mano con lei. E alla
fine della serata voglio tornare a
casa, andare a letto e fare l’amore.
Ed è esattamente quello che
volevo anche qualche settimana fa,
quando me ne sono andato. I miei
sentimenti per lei non sono cambiati.
Adesso mi appare palese che il
rischio più grosso non è perdere
un’amica, bensì perdere la donna
che, ormai ne sono sicuro, è l’amore
della mia vita.
«Ehi, Kevin, posso chiederti un
favore?» dico, ricordando il nome
della sua società sul biglietto da
visita. Il lavoro di questo tipo
potrebbe essere la mia carta
vincente. Conoscerà delle persone,
giusto?
«Qualsiasi cosa. Di’ pure.» Gli
spiego ciò di cui ho bisogno e lui
replica: «Consideralo fatto».
Quando riattacchiamo, mando un
SMS a Josie.
Ehi! Non è che posso passare dalla
pasticceria quando finisco il turno? Ho
qualcosa per te.

La sua risposta arriva un minuto


dopo.

Sì. Anch’io ho qualcosa per te.

C’è qualcun altro con cui ho


bisogno di parlare prima. Invio un
SMS a Wyatt che mi dà l’indirizzo
del posto in cui lavora oggi.
Appena finisco il turno salto sulla
bici senza nemmeno cambiarmi e
attraverso la città per raggiungere
Wyatt. L’adrenalina che ho in
circolo mi trasforma in un demone
della velocità.
Il mio amico sta ristrutturando la
cucina di una casa di arenaria
nell’Ottava ovest. Viene ad aprire la
porta e mi fa entrare nell’atrio.
«Cosa c’è? Hai accennato a una
missione cruciale» esordisce, con il
martello in mano e la cintura degli
attrezzi intorno alla vita.
Sono affannato dopo la corsa in
bici. «Sì. È cruciale.» Vado subito al
sodo. «Devi sapere che sono
innamorato di tua sorella.»
Lui ride e si passa la mano libera
sul mento. «Dimmi qualcosa di
meno scontato.»
Resto a bocca aperta. «Eh? Come
lo sapevi?»
Wyatt mi dà una pacca sulla
spalla e ride. «Amico, non è certo un
segreto. La domanda è: hai
finalmente deciso di fare qualcosa al
riguardo?»
Trattengo a stento un sogghigno.
«Sì, ne ho tutte le intenzioni. È un
problema per te? In tal caso, scusa
ma non me ne frega niente.
Comunque ci tenevo a informarti.»
Wyatt ride. «Lo apprezzo,
davvero. Quando ti ho chiesto di
badare a lei, era per proteggerla
dagli imbecilli. E fortunatamente
sono convinto che tu non rientri
nella categoria. Non credo che a
trattenerti sia il fatto di esserti
innamorato della sorella del tuo
migliore amico. Il vero ostacolo è
sempre stato che voi tenete troppo
l’uno all’altra.» Mi stringe forte la
spalla. «Hai la mia approvazione
incondizionata. Adesso basta parlare
e va’ da lei. Vedi se riesci a
diventare la sua persona preferita in
tutto l’universo.»
È proprio questo il mio obiettivo.
«Grazie, amico» gli dico, e ci
abbracciamo. Ma, badate bene, è un
abbraccio virile. Poi me ne vado.
Quando arrivo alla Sunshine
Bakery, mi tolgo il casco e lego la
bici a un parchimetro. Toccandomi
la tasca del camice, impreco. Che
diavolo ho che non va? Mi sto
presentando a mani vuote. Non è
così che si conquista il cuore di una
donna.
Mi guardo intorno alla ricerca di
qualcosa. Qualsiasi cosa.
I miei occhi atterrano su un mare
bianco e giallo, e mi balena nella
mente il ricordo della volta in cui le
ho portato le margherite. Sembra
passato troppo tempo. Stavolta però
il dono ha un altro scopo. Ne
compro un mazzo nel negozio della
sua amica e, quando raggiungo la
porta della pasticceria, il mio cuore
batte come un martello pneumatico.
Scariche di eccitazione mista a
nervosismo mi percorrono il corpo.
Non so cosa provi Josie. Non ho
idea di cosa dirà o farà.
So solo che la possibilità di un
noi vale il rischio.
Quello che una volta sembrava
uno scenario alleluia adesso è
l’unica opzione.
37

Sulla porta c’è il cartello CHIUSO ,


ma busso due volte. Alzando lo
sguardo da dietro il bancone, Josie
sorride, si pulisce le mani sul
grembiule e si avvia alla porta. La
apre e mi fa entrare. Ha i capelli
legati in una coda di cavallo e le
labbra lucide di gloss.
Non perdo tempo. «Sì» dico con
enfasi. Ad alta voce. Sicuro di me.
«Sì cosa?»
«Ogni volta che siamo stati
insieme ho sentito che stavamo
facendo l’amore. Tutte le maledette
volte.» I suoi occhi verdi brillano
all’istante, come se le mie parole li
avessero accesi. «E la ragione è che
mi ero innamorato di te prima
ancora che andassimo a letto
insieme.»
«Davvero?» La sua voce è
impalpabile e carica di meraviglia.
«Mi fai impazzire. Desidero
mangiare pesci svedesi con te tutto il
tempo. Non voglio mai più dormire
dall’altro lato della parete.» Agito la
mano in direzione del centro, dove
vive Max. «E decisamente non
voglio stare al capo opposto della
città. Mi sembra che ci siano milioni
di chilometri a separarci e non lo
sopporto.»
«Non lo sopporto neanche io»
dice lei con un filo di voce mentre fa
un passo verso di me.
Poso i fiori sul tavolo più vicino e
prendo le sue mani nelle mie. La
guardo negli occhi, laghi verdi in cui
desidero perdermi. «Voglio essere
quello da cui torni a casa e con cui ti
svegli. Voglio comprare la carta
igienica per te e andare a scegliere le
lenzuola per un letto che
dividiamo.» Le tremano le labbra e
anche le spalle. «Al mio rientro
voglio trovarti con un grembiule che
ti rende ancora più sexy e non voglio
mai più resisterti.»
Josie continua ad annuire, con le
lacrime che le rigano le guance. E
nel mondo ogni cosa è tornata al suo
posto. Tutto è miracoloso, perché
quello che pensavo lei stesse
provando durante il corso di cucina
è vero. È chiaro. È reale.
«Non resistermi.» Mi afferra per
il colletto. «Ti amo così tanto!»
Adesso il mio cuore non si limita
a pompare sangue nelle arterie. È un
razzo che sfreccia attraverso
l’atmosfera e va oltre. Non è più
solo un organo che garantisce le
funzioni vitali del corpo. È quello
che svolge il ruolo più fondamentale
di tutti: amarla.
Accosto la bocca alla sua,
assaporandone la dolcezza. Il suo
bacio è cupcake e glassa, sesso e
amore. È tutto ciò che mi eccita e di
cui ho bisogno per essere felice. Mi
è mancato e non riesco a
saziarmene. Ci metto più passione,
infilando le dita fra i suoi capelli e
lasciandomi andare.
Quando ci interrompiamo, mi
sento come se galleggiassi, come se
questa fosse la mia nuova normalità.
E sono dannatamente felice di
averglielo detto, perché la possibilità
di stare con la persona che desideri e
ti desidera nello stesso modo vale il
rischio.
Le passo il dorso delle dita sulle
guance morbide. «Il fatto è che
credo di essere innamorato di te da
tanto tempo, Josie. Fin da prima di
partire per l’Africa. Sia mio fratello
che il tuo hanno riso di me quando
ho detto loro che ti amavo, come se
fosse la cosa più palese del mondo.»
Il suo sorriso è grande quanto il
cielo. «Anch’io sono pazza di te da
tanto tempo e penso che, grazie alla
convivenza, il cuore abbia avuto la
meglio sul cervello facendo sì che
me ne rendessi conto.»
«Davvero?» Sorrido come un
ebete. Voglio che questo sballo non
passi mai.
Mi cinge il collo con le braccia,
giocherellando con le punte dei
capelli, come aveva fatto quella sera
sul treno. «Ieri sera stavo sfogliando
le ricette che ho scritto negli ultimi
mesi. Un mucchio sono su di te, e
quando le ho rilette ho capito che era
già da un po’ che provavo qualcosa
di grosso.»
Mi struscio contro di lei.
«Anch’io provo qualcosa di grosso»
dico, e Josie ride. Poi aggiungo, più
seriamente: «Un giorno o l’altro mi
piacerebbe vederle, le tue ricette».
«Te le mostrerò volentieri.
Stamattina ne ho scritta una del
caffè con la cannella.»
Una felicità inedita mi inonda il
petto perché conosco il motivo per
cui questa ragazza adora la cannella.
Amo essere al corrente di tutte le sue
manie: dal tonno alla cannella al
sessantanove, all’autoerotismo.
«Perché la cannella ti dà la
sensazione di poter fare qualsiasi
cosa.»
Lei annuisce. «E oggi volevo
trovare il coraggio di dirti quello che
provo. Poi ti sei presentato qui e lo
hai fatto tu.»
Rido. «Che stupidi ad avere
aspettato tanto!»
Josie non è d’accordo. «Penso
che entrambi tenessimo troppo alla
nostra amicizia per correre il rischio
di rovinarla. Però starti lontana è
stato comunque una perdita. Ecco
perché ti ho detto che avevo
qualcosa per te. Qualcosa di nuovo
che ho fatto.» Mi consegna un
sacchetto della pasticceria, uguale a
quelli che mi ha dato in altre
occasioni, e per l’ennesima volta
resto di stucco. Mi fa di continuo
regali, e mentirei se dicessi che
riceverli non mi rende felice in
modo indecente.
Leggo prima il biglietto.
«Brownie al cioccolato e burro
d’arachidi tutto compreso» dico con
un sorriso.
«Diamo a Cesare quel che è di
Cesare. L’idea è stata tua.»
Poi passo alla ricetta.

Ingredienti

2 tazze di gocce di cioccolato


1 tazza di burro
Mezza tazza di burro d’arachidi
Mezzo cucchiaino di estratto di vaniglia
1 tazza e un quarto di farina multiuso
1 tazza di zucchero semolato
3 uova, sbattute
2 cucchiaini di bicarbonato
Un quarto di cucchiaino di sale

Procedimento
1. Preriscaldate il forno a 180° e imburrate
una teglia mentre vi preparate ad aprire il
vostro cuore.
2. Fondete insieme le gocce di cioccolato,
il burro e il burro di arachidi, come si è
sciolto tutto quanto quando vi siete
innamorate di Chase. Mescolate di
frequente per evitare che bruci. Sì, questo
già vi preoccupava prima, ma adesso in
gioco c’è qualcosa di più grosso.
3. Aggiungete al composto l’estratto di
vaniglia, la farina, lo zucchero, le uova, il
bicarbonato e il sale. Versate l’impasto
nella teglia. Questa è una miscela nuova di
zecca dove niente è più separato. È tempo
di accettare che amore, amicizia, sesso e
felicità sono diventati un tutt’uno.
4. Mettete la teglia nel forno preriscaldato
fino a che i brownie non saranno cotti.
Fate raffreddare a temperatura ambiente
prima di tagliare in quadrati. Servite al
ragazzo che volete e che sperate voglia voi
allo stesso modo.
Alzo lo sguardo dal foglio e lo
poso sulla mia ragazza.
Lei è mia.
«Questo significa che adesso
posso avere anche il brownie e
mangiarlo?»
Un brillio malizioso le si accende
negli occhi e il desiderio cresce
dentro di me. Quasi vorrei
prendermi a calci per non averle
detto prima di amarla, ma so che ci
siamo arrivati alle nostre condizioni,
al momento giusto, quando
l’amicizia non ci bastava più.
Stacco un angolo del dolce e lo
addento. Sono in estasi culinaria. «È
la seconda miglior cosa che io abbia
mai assaggiato.»
«Qual è la prima?»
Le avvolgo una mano attorno alla
testa. «Te.»
Poi la bacio e sento che lei è tutto
quello che mi è mancato, tutto
quello che voglio e tutto quello che
amo.
Josie ricambia il bacio con una
tenerezza e un’intensità che, adesso
lo so, provengono dal suo cuore. Ha
sempre dato tutta se stessa, anche
quando cercava di trattenersi. Una
volta pensavo di poter rinchiudere
ogni cosa in cassetti separati ma
forse, dopotutto, non sono poi così
diverso da lei.
Quest’armonia che si è instaurata
fra noi è fantastica. La vita è più
bella quando siamo insieme.
Adesso c’è solo una cosa che mi
piacerebbe di più: lei nella sua
totalità. Interrompo il bacio e mi
guardo intorno nel negozio. «Quanti
regolamenti sanitari infrangeremmo
se ci dessimo da fare qui dentro?»
Lei sorride. «Vieni nel mio
ufficio.»
Muovo le sopracciglia in modo
eloquente mentre Josie chiude a
chiave la porta. «Adoro come
suona.»
Prendendomi per mano, mi guida
fino a un cubicolo sul retro. Si
appollaia sul bordo di una scrivania
ricoperta di carte e buste,
probabilmente fatture e conti. Mi
attira a sé e le copro la bocca con la
mia, baciandola senza indugio. È il
tipo di bacio che porta a una cosa
sola.
Poco dopo le sollevo la gonna, le
tiro giù le mutandine e scivolo
dentro di lei.
Il suo nome esce dalle mie labbra
in un ringhio. «Josie. Ti amo,
cazzo.»
Lei mi stringe ancora di più e mi
sussurra all’orecchio: «Ti amo
anch’io, cazzo. E, sì, è sempre stato
così anche per me».
In preda alla foga, presto
raggiungiamo entrambi il culmine.
Dopo, la aiuto a chiudere la
pasticceria e ci avviamo alla porta.
«Aspetta.» Mi fermo al tavolo.
«Anch’io ho un regalo per te.» Le
porgo i fiori. «Potrai pensare che
non ho molta fantasia, ma l’ultima
volta che ti ho regalato dei fiori hai
detto che avrebbero rallegrato casa
nostra. Stavolta te li ho presi perché
voglio tornare a vivere con te. In un
posto nuovo, solo per noi.» I suoi
occhi sembrano emanare faville
mentre lei aspetta che continui. «Ti
piacerebbe abitare con me? Come la
mia ragazza?»
Mi prende la mano. «Mi
piacerebbe moltissimo.»
Epilogo

Cinque mesi dopo


Stavolta la caccia all’appartamento
non è stata lunga.
Nessuna maledizione. Nessun
matto. Non mi è toccato vendermi la
milza o un rene.
Si dà il caso che estrarre un pezzo
di lampadario dalla fronte di un tizio
e ricucirgliela senza lasciare traccia
sia stato sufficiente.
Kevin mi ha trovato degli
agganci. Chi l’avrebbe detto che un
tizio vestito da Aquaman capitato un
giorno nel mio pronto soccorso con
una scheggia di vetro di otto
centimetri nella fronte sarebbe
diventato un amico? Gli avevo
sistemato la faccia e lo avevo
instradato verso pratiche sessuali
meno rischiose. Alla fine lui si è
fidanzato e ha ricambiato il favore
mettendomi in contatto con alcune
sue conoscenze nel campo
immobiliare. Il nuovo bilocale a
Chelsea costa un occhio della testa,
ma in qualche modo ce la caviamo,
facendo del nostro meglio ogni
giorno.
La pasticceria di Josie va a gonfie
vele. Le specialità del giovedì hanno
attirato molti clienti, e tutti amano i
mini pasticcini alla cannella, i
brownie al cioccolato e burro di
arachidi, il sushi di caramelle e
perfino i macaron al pompelmo.
Niente con l’uvetta, però. Grazie a
Dio.
Ma stasera non c’è lei ai fornelli.
Ci sono io.
Sarò sincero: cucinare non è mai
stato il mio forte. Ma imparo in
fretta. Ho spulciato qualche ricetta,
guardato dei video, fatto pratica un
paio di volte e adesso le sto
preparando la cena.
Nel menu figura la pasta
primavera. È un piatto semplice, ma
è il suo preferito e, visto che quando
si occupa del cibo Josie mi tratta da
re, voglio trattare lei come una
regina.
Quando varca la soglia di casa,
tira su il naso e inspira. «Mmh» fa,
come una gattina sexy. «Che buon
profumo. Qualcuno sarà fortunato
stasera.»
Esco dalla cucina, le cingo la vita
con un braccio e la bacio. «Se avessi
saputo che prepararti la cena era il
modo migliore per infilarsi nelle tue
mutandine, l’avrei fatto prima.»
Ride e mi depone un altro bacio
sulle labbra. «Te lo immagini? Te la
darei tre volte al giorno invece di
una o due.»
Già, siamo regolari come orologi.
Lo facciamo ogni sera. A volte
pure la mattina, anche se di rado ci
alziamo alla stessa ora. Ma questo
non ci scoraggia, visto che il sesso
mattutino non richiede di essere
perfettamente svegli.
Dopo aver messo giù la borsa ed
essersi lavata le mani, mi raggiunge
e consumiamo la cena che ho
preparato.
Una volta finito, mi schiarisco la
voce. «Josie, devo dirti una cosa.»
Lei sgrana gli occhi. «Sì?»
Metto una mano sulle sue, poi
assumo un’espressione accigliata.
«Si tratta del dolce. Cattive notizie.»
Asseconda la mia recita. «Hai
fatto una torta e ti è caduta? Hai
messo troppo sale nei brownie? No,
aspetta. Non dirmi che hai preparato
qualcosa con l’uvetta.»
Rabbrividisco. «Mai. Ma voglio
essere sincero con te.» Inspiro a
fondo, rincarando la dose. «Per la
crème brûlée sul menu non ho usato
il cannello bruciatore. A dire la
verità, è una bella rogna da fare.
Confesso, l’ho comprata.»
Josie scoppia a ridere e si passa le
mani tra i capelli. «Ti perdono e non
ti darò neanche un pugno alla gola.»
Indico la cucina. «Non è che
potresti andare a prenderla? Io penso
ai piatti.»
«Certo.»
Non appena si alza, corro alla
velocità della luce fino al divano,
afferro la tavola dello Scarabeo che
avevo infilato sotto e la porto a
tavola, con tutta la cautela di cui
sono capaci le mie mani salde.
La poso e constato che le tessere
sono ancora al loro posto.
E, quando Josie esce dalla cucina,
anch’io sono al mio posto: su un
ginocchio, con una scatolina di
gioielleria in mano.
Lei emette un verso strozzato e
indica il tavolo a bocca aperta. Fissa
le tessere dello Scarabeo. Le parole
non sono collegate l’una all’altra,
ma poco importa. Non sto cercando
di vincere una partita. Quello che
desidero è vincere il suo cuore per
sempre, e per questo servono due
parole. Le dico ad alta voce. «Vuoi
sposarmi?» Apro la scatolina,
svelando uno scintillante anello con
diamante. «Ti amo pazzamente,
Josie Hammer. Vuoi essere più della
mia coinquilina, più della mia
ragazza? Sei già la mia migliore
amica. Vuoi diventare mia moglie?»
«Sì» risponde lei e mi getta le
braccia al collo, baciandomi tra le
lacrime. «Non vedo l’ora.»
«Anch’io.» Estraggo l’anello
dalla scatola.
Josie allunga la mano e glielo
infilo al dito. «Immagino che stasera
quella fortunata sia io» osserva con
un sorriso gioioso sulle labbra.
Lo stesso vale per me, soprattutto
perché ogni sera, dopo aver praticato
il nostro hobby preferito, lei lascia
che la mia mano sia Lyle Lyle.
Presto quella mano avrà una fede
al dito.
Un altro epilogo

Poco tempo dopo


Supponiamo che vi siate innamorati
pazzamente della vostra migliore
amica. Ringraziereste la vostra stella
di aver avuto la possibilità di vivere
con lei, giusto?
Se non mi fossi trovato ad
affrontare quell’incubo che è il
mercato immobiliare di New York,
non sono sicuro che le cose
sarebbero andate in questo modo.
Vivendo in uno spazio di soli
cinquantacinque metri quadrati non
ho potuto fare a meno di notare ciò
che avevo davanti: la donna dei miei
sogni.
Un tempo ero convinto di essere
il re della compartimentalizzazione.
Pensavo di poter gestire l’amore
come gestisco le emozioni nei
confronti dei pazienti. Ma dopo
essermi trasferito a casa della mia
migliore amica ho scoperto che
alcune cose sono migliori quando si
mescolano tra loro.
Come desideri e azioni.
Libidine e sentimenti.
Amore e sesso.
Prima, uno andava qui, l’altro lì.
Ma, scontrandosi con Josie, gli
ingredienti si sono uniti e hanno
dato vita a una combinazione
esplosiva. Ripensandoci, sono
felicissimo che la sera in cui si era
infilata nel mio letto avesse bisogno
di un amico delle tette. È stato
quello che ha innescato tutto, e
adesso lei è mia moglie.
A volte mi chiama Pacchetto
completo, che era poi ciò che fin
dall’inizio sosteneva di cercare.
“Amo il tuo cervello, il tuo cuore e il
tuo sorriso. E in particolare amo
questa parte” dice maliziosa. A me
sta bene. “Ma, soprattutto, amo che
tu sia il mio marito stonato, patito
dei doppi sensi e dei dolci, il
generoso dottor Schianto che si
prende cura di me in ogni modo.”
Sapete, anch’io sono innamorato
perso della mia audace, sfrontata,
brillante e bellissima giocatrice di
Scarabeo, che profuma di ciliegia e
si prende cura di me.
Potrei dire che Josie è il
pacchetto completo, e non
sbaglierei.
Ma la verità è che lei è… un
dono.
Ringraziamenti

Grazie a Helen Williams per la


stupenda copertina originale. Grazie
a KP Simmon per tutto quanto. Un
grande abbraccio a Kelley per aver
governato la nave, a Candi e
Keyanna per ogni cosa, e alle mie
ragazze, Laurelin, CD e Kristy. Un
grazie speciale a Lili Valente.
A Jen McCoy e Dena Marie va
tutto il mio affetto per avere amato
Chase e Josie e contribuito a
trasferire sulla carta la loro magia.
Sono grata a Lauren McKellar per lo
sguardo acuto, a Karen Lawson per
la vista d’aquila, a Janice per la
grande attenzione per i dettagli.
Grazie alla mia famiglia, a mio
marito e ai miei favolosi cani! Ma,
soprattutto, grazie a te, lettore!

Baci
Lauren
Questo ebook contiene materiale
protetto da copyright e non può
essere copiato, riprodotto, trasferito,
distribuito, noleggiato, licenziato o
trasmesso in pubblico, o utilizzato
in alcun altro modo ad eccezione di
quanto è stato specificamente
autorizzato dall’editore, ai termini e
alle condizioni alle quali è stato
acquistato o da quanto
esplicitamente previsto dalla legge
applicabile. Qualsiasi distribuzione
o fruizione non autorizzata di
questo testo così come l’alterazione
delle informazioni elettroniche sul
regime dei diritti costituisce una
violazione dei diritti dell’editore e
dell’autore e sarà sanzionata
civilmente e penalmente secondo
quanto previsto dalla Legge
633/1941 e successive modifiche.
Questo ebook non potrà in alcun
modo essere oggetto di scambio,
commercio, prestito, rivendita,
acquisto rateale o altrimenti diffuso
senza il preventivo consenso scritto
dell’editore. In caso di consenso,
tale ebook non potrà avere alcuna
forma diversa da quella in cui
l’opera è stata pubblicata e le
condizioni incluse alla presente
dovranno essere imposte anche al
fruitore successivo.
Questo libro è un’opera di fantasia.
Personaggi e luoghi citati sono
invenzioni dell’autrice e hanno lo
scopo di conferire veridicità alla
narrazione. Qualsiasi analogia con
fatti, luoghi e persone, vive o
scomparse, è assolutamente
casuale.

www.librimondadori.it

Un ragazzo d’oro
di Lauren Blakely
Copyright © 2017 by Lauren
Blakely
Published by arrangement with
Bookcase Literary Agency
and Wolfson Literary Agency
The moral rights of the author have
been asserted
© 2018 Mondadori Libri S.p.A.,
Milano
Titolo dell’opera originale: Full
Package
Ebook ISBN 9788852085277

COPERTINA || GRAPHIC
DESIGNER: NADIA MORELLI |
FOTO ©
INNERVISION/DEPOSITPHOTO