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Il libro

Di notte, Cassie non può più guardare il cielo stellato con gli stessi occhi
di prima; ora sa che loro arrivano da lì, da quegli astri luminosi e distanti,
e arrivano per distruggere il suo mondo. Cassie è tra gli ultimi superstiti,
sola, in fuga da loro, esseri mandati sulla Terra per sterminare la specie
umana: l’unica speranza che le resta è ritrovare Sammy, il fratellino che
le è stato strappato dalle braccia. Quando il misterioso Evan Walker si
offre di aiutarla, Cassie capisce che deve prendere una decisione: fidarsi
o rinunciare alla sua missione, arrendersi o continuare a lottare.
In un’avventura che mescola la suspence de La guerra dei mondi e
l’azione di Io sono leggenda, Rick Yancey narra l’avvincente lotta di una
giovane donna determinata e temeraria.
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L’autore

Rick Yancey è nato a Miami e si è laureato alla Yale University. Ha


iniziato ad amare la letteratura sin da piccolo, grazie ai libri che riceveva
in regalo da suo padre. Tra le sue letture preferite in assoluto ci sono Le
avventure di Sherlock Holmes e Il signore degli anelli. Oltre a leggere
molto, fin da bambino ha iniziato a scrivere storie, attività che non ha più
abbandonato.
Rick Yancey
LA QUINTA ONDA
Traduzione di Elisabetta Spediacci
La quinta onda

Per Sandy, i cui sogni ispirano e il cui amore sopporta

«Se mai gli alieni verranno a farci visita, non penso che l’esito sarà molto
diverso da quello dello sbarco in America di Cristoforo Colombo, che non si
è rivelato particolarmente fortunato per i nativi.»
STEPHEN HAWKING
Intrusione: 1995

Non ci saranno risvegli.


La mattina dopo, riaprendo gli occhi, la donna non avvertirà niente, solo una vaga
inquietudine e la netta sensazione di essere osservata. Il disagio svanirà in meno di un
giorno e di lì a poco verrà dimenticato.
Il ricordo del sogno, invece, resterà un po’ più a lungo.
In quel sogno c’è un grosso gufo che, appollaiato sul davanzale della finestra, la
fissa attraverso il vetro con enormi occhi cerchiati di bianco.
La donna non si sveglierà. E nemmeno l’uomo al suo fianco. L’ombra proiettata sul
letto non disturberà il loro sonno. E ciò per cui l’ombra è venuta – il bambino dentro la
donna addormentata – non sentirà nulla. L’intrusione non lacera la pelle, né provoca ai
corpi coinvolti danni cellulari di alcun tipo.
In meno di un minuto sarà tutto finito. L’ombra si allontanerà.
Non rimarranno che l’uomo, la donna, il bambino dentro di lei e l’intruso dentro il
bambino, tutti addormentati.
L’uomo e la donna si sveglieranno la mattina seguente, il bambino qualche mese
dopo, al momento del parto.
L’intruso dormirà ancora per diversi anni e si sveglierà quando ormai l’inquietudine
della madre del bambino e il ricordo del sogno saranno svaniti da tempo.
A cinque anni da quella notte, durante una visita allo zoo con il figlio, la donna vedrà
un gufo identico a quello del sogno. L’episodio la turberà per ragioni a lei
incomprensibili.
Non è la prima a sognare gufi nel buio.
E non sarà l’ultima.
I
L’ultima storiografia
–1–

Gli alieni sono stupidi.


Non parlo degli alieni veri. Gli Altri non sono stupidi. Gli Altri sono così evoluti
rispetto a noi, che sarebbe come paragonare l’umano più stupido al cane più
intelligente. Non c’è gara.
No, parlo degli alieni che popolano la nostra fantasia.
Quelli che ci siamo inventati a partire dall’istante in cui abbiamo capito che le luci
scintillanti nel firmamento erano soli come il nostro, probabilmente contornati di
pianeti come il nostro. Sì, insomma, gli alieni che ci immaginiamo, quelli che vorremmo
ci attaccassero, gli alieni umani. Li avete visti un milione di volte. Piombano giù dal
cielo sui loro dischi volanti per radere al suolo New York, Tokyo e Londra, oppure
attraversano il Paese su enormi macchine simili a ragni meccanici facendo fuoco con
armi laser, e dieci volte su dieci l’umanità mette da parte le divergenze e si coalizza
per sconfiggere l’orda aliena. Davide uccide Golia, e tutti (eccetto Golia) tornano a casa
felici. Stronzate.
È come se uno scarafaggio escogitasse il modo di fermare la scarpa che sta per
schiacciarlo.
Non potrò mai averne la certezza, ma scommetto che gli Altri sapevano degli alieni
umani che ci eravamo immaginati. E scommetto pure che li trovavano esilaranti. Si
saranno sganasciati dalle risate. Sempre che abbiano il senso dell’umorismo… o le
ganasce. Avranno riso come ridiamo noi quando un cane fa una cosa tenera e sciocca.
“Oh, ma quanto sono teneri e sciocchi questi umani! Pensano che pensiamo come loro!
Non sono adorabili?”
Dimenticatevi i dischi volanti, gli omini verdi e i giganteschi ragni meccanici che
sparano raggi della morte. Dimenticatevi le battaglie epiche con carri armati e aerei da
caccia in cui alla fine noi indomiti, intrepidi, combattivi umani trionfiamo sulla torma
dagli occhi a palla. Tutto questo è distante dalla verità pressappoco quanto il loro
pianeta morente dalla nostra florida Terra.
La verità è che, una volta che ci avevano scoperti, eravamo spacciati.
–2–

Forse, penso a volte, sono l’ultimo essere umano sulla Terra.


Allora sono anche l’ultimo essere umano dell’universo.
Lo so, è un’idea stupida. Non possono aver ucciso tutti… non ancora. Ma per come la
vedo io, alla fine ci riusciranno. Del resto, è così che gli Altri vogliono che io la veda.
Ricordate i dinosauri? Ecco.
Quindi magari non sono l’ultimo essere umano sulla Terra, ma uno degli ultimi sì.
Completamente sola – e con ogni probabilità destinata a restarlo – finché la Quarta
Onda non mi piomberà addosso trascinandomi sotto.
È uno dei pensieri che mi assillano di notte. Quelli della serie “Oddio, sono fregata”
che mi prendono alle tre di mattina. Quando, troppo terrorizzata per chiudere gli occhi,
mi raggomitolo su me stessa in preda a una paura così tremenda che devo fare uno
sforzo cosciente per respirare e impedire al mio cuore di smettere di battere. Quando
il cervello mi abbandona e comincia a saltare come un CD rigato. “Sola, sola, sola,
Cassie, sei sola.”
È così che mi chiamo. Cassie.
Non Cassie per Cassandra. Né Cassie per Cassidy. Cassie per Cassiopea, la
costellazione visibile dall’emisfero nord, la regina bella ma vanitosa che Poseidone, il
dio del mare, relegò per punizione in cielo legata a un trono.
I miei non sapevano assolutamente nulla del mito. Erano solo convinti che fosse un
nome carino.
Anche quando c’era chi poteva farlo, nessuno mi chiamava mai Cassiopea. L’unico
era mio padre, giusto per stuzzicarmi, per di più con le vocali strascicate: Caaas-
siooo-peee-aaa. Mi mandava in bestia. Non lo trovavo né dolce né divertente: mi faceva
odiare il mio nome. — Mi chiamo Cassie! — gli urlavo. — Cassie e basta! — Ora darei
qualsiasi cosa per sentirglielo dire un’altra volta.
Quando ho compiuto dodici anni – quattro anni prima dell’Arrivo – mio padre mi ha
regalato un telescopio. Una tersa e frizzante sera di autunno l’ha montato in giardino e
mi ha indicato la costellazione.
— Visto che sembra una M rovesciata?
— Com’è che l’hanno chiamata Cassiopea se è a forma di M? — ho detto. — M di
cosa?
— Ehm… non so se sta per qualcosa — ha risposto lui con un sorriso. Mamma gli
diceva sempre che era il suo punto di forza, perciò lui lo sfoderava di continuo,
soprattutto da quando aveva cominciato a perdere i capelli. Un sistema per far
abbassare gli occhi a chi aveva di fronte. — Quindi può stare per quello che ti pare!
Che ne dici di meravigliosa? O magnetica? O matura? — Poi, mentre scrutavo
attraverso la lente le cinque stelle che ardevano a oltre cinquanta anni luce dal punto in
cui ci trovavamo, mi ha messo una mano sulla spalla. Sentivo il suo fiato sulla guancia,
tiepido e umido nell’aria fresca e secca. Il respiro di mio padre vicinissimo, le stelle di
Cassiopea lontanissime. Adesso le stelle sembrano molto più vicine. Più vicine dei
cinquecento trilioni di chilometri che di fatto ci separano. Così vicine che si possono
toccare, che le posso toccare, che mi possono toccare. Vicine come il respiro di mio
padre quella sera di autunno.
È un discorso da pazzi. Mi ha dato di volta il cervello? Si può definire qualcuno pazzo
solo se c’è qualcun altro che è normale. Come il bene e il male. Se il bene fosse
dappertutto, allora non sarebbe da nessuna parte. Questo è un discorso da pazzi.
Pazzia: la nuova normalità.
In effetti potrei, una persona a cui paragonarmi ce l’ho: me. Non la me di adesso,
quella che trema in una tenda nel bosco, così spaventata da non riuscire neanche a
mettere la testa fuori dal sacco a pelo. No, parlo della Cassie di prima, prima che gli
Altri piazzassero le loro chiappe aliene in orbita, i cui più grandi problemi erano la
spruzzata di lentiggini sul naso, i ricci ribelli e il belloccio che, pur trovandosela davanti
ogni giorno, non si accorgeva nemmeno che esistesse. La Cassie che stava venendo a
patti con la dolorosa scoperta di essere passabile e basta. Passabile e basta
nell’aspetto. Passabile e basta a scuola. Passabile e basta in sport come il karate e il
calcio. Insomma, le sue uniche peculiarità erano il nome strambo e la capacità di
toccarsi il naso con la punta della lingua, cosa che alle medie aveva già smesso di far
colpo.
Magari sì, per gli standard di Cassie sono pazza. Di sicuro lei lo è per i miei. A volte
le urlo contro, urlo contro la Cassie dodicenne che si deprimeva per i capelli, il nome
strambo e l’essere passabile e basta. — Ma che stai facendo? — strillo. — Non sai
cosa ti aspetta?
Non è giusto, però. Perché di fatto no, non lo sapeva e non aveva modo di saperlo, è
il motivo per cui mi manca così tanto, più di chiunque altro, se devo essere sincera.
Quando piango – quando mi concedo di piangere – è per lei. Non piango per me stessa.
Piango per la Cassie che non c’è più.
E mi chiedo cosa quella Cassie penserebbe di me.
La Cassie che uccide.
–3–

Non doveva essere molto più grande di me. Avrà avuto diciotto anni. Forse diciannove.
Ma, cavolo, per quanto ne so, è possibile che ne avesse anche settecentodiciannove. A
cinque mesi dall’inizio di tutto, non ho ancora capito se la Quarta Onda è fatta di
umani o di ibridi o magari di veri e propri Altri, benché non mi piaccia pensare che gli
Altri si presentino come noi, parlino come noi e sanguinino come noi. Mi piace pensare
che gli Altri siano… be’, altro da noi.
Come ogni settimana, mi ero avventurata in cerca di acqua. Non lontano dal mio
accampamento c’è un ruscello, ma temo sia contaminato da sostanze chimiche,
liquami o corpi a monte. Oppure avvelenato. Privarci di acqua potabile sarebbe un
ottimo sistema per spazzarci via rapidamente.
Una volta alla settimana, quindi, mi metto in spalla il mio fido M16 e, dopo una
scarpinata nel bosco, raggiungo l’interstatale. Tre chilometri più a sud, subito oltre
l’uscita 175, ci sono un paio di distributori di benzina con minimarket annesso. Carico
tutte le bottiglie d’acqua che riesco a portare – non molte dato che pesano – e torno
all’interstatale e alla relativa sicurezza degli alberi il più in fretta possibile, comunque
prima che faccia completamente buio. Il crepuscolo è il momento migliore per
spostarsi. Non ho mai avvistato droni, al crepuscolo. Di giorno sì, tre o quattro, e di
notte parecchi, ma al crepuscolo neanche uno.
A ogni modo, appena mi sono infilata dalla porta frantumata, ho sentito che c’era
qualcosa di diverso. Non è che abbia visto: il minimarket era identico a una settimana
prima, con il solito arredo di pareti scarabocchiate, scaffali rovesciati, pavimenti
cosparsi di scatoloni vuoti ed escrementi di topo rinsecchiti, registratori di cassa
forzati e frigoriferi per la birra ripuliti. Era lo stesso schifoso e fetido marasma in cui,
da un mese, mi facevo strada ogni sette giorni per arrivare al magazzino. Perché la
gente avesse arraffato la birra e le bibite, i soldi dai registratori di cassa e dalla
cassaforte e i rotoli di biglietti della lotteria, lasciando invece lì i due bancali di
bottiglie d’acqua, superava le mie capacità di comprensione. Cosa pensavano?
“L’apocalisse aliena! Svelto, piglia la birra!”
E adesso, lo stesso disastro, lo stesso tanfo, lo stesso turbinio di polvere nella luce
fosca lasciata passare dalle finestre imbrattate, ogni cosa fuori posto al suo posto,
indisturbata.
Eppure.
C’era qualcosa di diverso.
Ero ferma nella pozzanghera di vetri rotti subito oltre la soglia. Non lo vedevo. Non
lo sentivo. Non lo fiutavo né lo tastavo. Ma lo sapevo. C’era qualcosa di diverso. È
passato tanto tempo da quando gli uomini erano prede. Centomila anni o giù di lì. Ma
sepolto in profondità nei nostri geni, il ricordo rimane: la consapevolezza della gazzella,
l’istinto dell’antilope. Il vento sibila tra l’erba.
Un’ombra guizza tra gli alberi. E subito si leva una vocina che dice: “Shhh, ora è vicino.
Vicino.” Non ricordo l’istante in cui mi sono levata di spalla l’M16. Un attimo prima mi
penzolava dietro la schiena, quello dopo era tra le mie mani, bocca in basso, sicura
tolta.
“Vicino.” Non avevo mai fatto fuoco contro niente che fosse più grande di un
coniglio, e quell’unico caso era stato una specie di esperimento per vedere se ero
davvero capace di usare il fucile senza farmi saltare via qualche parte del corpo. Una
volta avevo sparato sopra le teste di un branco di cani inselvatichiti che avevano
mostrato un po’ troppo interesse per il mio accampamento. Un’altra volta in aria,
praticamente in verticale, mirando al minuscolo ma minaccioso puntino di luce
verdastra emessa dall’astronave madre che si muoveva silenziosa sullo sfondo della
Via Lattea. Okay, ammetto che era stato un gesto stupido. Già che c’ero potevo anche
innalzare un cartellone con una grossa freccia puntata sulla mia testa e la scritta:
EHIII, SONO QUI!
Dopo l’esperimento del coniglio – che era stato trasformato in un ammasso
irriconoscibile di carne e ossa a brandelli – avevo rinunciato all’idea di usare il fucile
per cacciare. Non mi ero nemmeno mai esercitata nel tiro a segno. Nel silenzio sceso
di colpo con l’inizio della Quarta Onda, il rumore degli spari sembrava più forte di
un’esplosione atomica.
Ciò nonostante, consideravo l’M16 il migliore dei miei migliori amici. Era sempre al
mio fianco, anche di notte, rintanato con me nel sacco a pelo, fedele e fidato. Nella
Quarta Onda non puoi contare sul fatto che le persone siano sempre persone. Ma puoi
contare sul fatto che il tuo fucile è sempre il tuo fucile.
“Shhh, Cassie. È vicino.”
Avrei dovuto battere in ritirata. Quella vocina mi copriva le spalle. Quella vocina è
più vecchia di me. È più vecchia della persona più vecchia mai esistita.
Avrei dovuto ascoltarla.
Invece ho ascoltato il silenzio del minimarket abbandonato tendendo bene l’orecchio.
Lì vicino c’era qualcosa. Mi sono mossa appena appena in avanti, e i vetri rotti su cui
ho posato il piede hanno scricchiolato leggermente.
E poi quel qualcosa ha fatto un rumore, una via di mezzo tra un colpo di tosse e un
gemito. Veniva dalla stanza in fondo, dietro i frigoriferi, dov’era la mia acqua.
In quel momento non c’era bisogno dei consigli di una vecchia vocina per sapere
cosa fare. Era fin troppo chiaro: scappare.
Io, però, non sono scappata.
La prima regola per sopravvivere alla Quarta Onda è non fidarsi di nessuno. Non
importa che aspetto abbia. Gli Altri sono molto furbi in questo: okay, sono furbi in
tutto. Non importa se sembra una persona a posto, se dice le cose giuste, se fa
esattamente quello che ti aspetti che faccia. La morte di mio padre non l’ha forse
dimostrato? Anche se ti trovi davanti una vecchietta con l’aria più dolce della tua
prozia Tilly e un gattino indifeso stretto in braccio, non puoi essere sicuro – né sul
momento né mai – che non sia una di loro, e che dietro quel gattino non nasconda una
calibro 45 carica.
Non è irragionevole. E più ci ragioni su, più ragionevole diventa. La vecchietta deve
levare il disturbo.
È questa la parte difficile, la parte che, se ci ragionassi su troppo, mi spingerebbe a
infilarmi nel sacco a pelo, chiudere la cerniera e lasciarmi morire lentamente di fame.
Se non puoi fidarti di nessuno, allora non c’è nessuno di cui puoi fidarti. Meglio
scommettere che la cara prozia Tilly sia una di loro che giocarsela nella speranza di
essersi imbattuti in un altro superstite.
È diabolico.
Il dubbio ci lacera. Ci rende molto più facili da braccare e sterminare. La Quarta
Onda ci costringe alla solitudine, dove non c’è unione che faccia la forza, dove a poco a
poco scivoliamo nella pazzia per l’isolamento e la paura e la tremenda attesa
dell’inevitabile.
Per questo non sono scappata. Non potevo. Che ci fosse uno di loro o una prozia
Tilly, dovevo difendere il mio territorio. L’unico modo per restare vivi è restare soli. È
la regola numero due. Ho seguito i colpi di tosse simili a singhiozzi o i singhiozzi simili
a colpi di tosse o quello che erano finché, respirando a malapena e camminando in
punta di piedi, non sono arrivata alla porta della stanza sul retro.
Era aperta giusto quanto bastava a permettermi di infilarmi dentro di lato. Sulla
parete di fronte correva una scaffalatura di metallo e a destra un passaggio lungo e
stretto parallelo ai frigoriferi. Non c’erano finestre. L’unica luce era l’arancione pallido
del giorno morente che veniva da dietro di me, comunque abbastanza forte da
stampare la mia ombra sul pavimento appiccicoso. Mi sono accovacciata, e la mia
ombra si è accovacciata con me.
Non vedevo oltre lo spigolo del frigorifero. Ma sentivo la persona – o la cosa – che in
fondo alla stanza tossiva o gemeva o emetteva quei singhiozzi gorgoglianti.
“O è gravemente ferito, o fa finta di essere gravemente ferito” ho pensato. “O gli
serve aiuto, o è una trappola.”
È così che è diventata la vita sulla Terra dopo l’Arrivo. È un mondo o/o.
“O è uno di loro e sa che sei qui, o non è uno di loro e ha bisogno di soccorso.”
In entrambi i casi dovevo alzarmi e girare l’angolo.
Perciò mi sono alzata.
E ho girato l’angolo.
–4–

Giaceva a terra, appoggiato alla parete in fondo, a poco più di cinque metri di distanza
da dove mi trovavo, con le lunghe gambe distese in avanti e una mano premuta sullo
stomaco. Indossava una mimetica e un paio di scarponi neri, ed era sporco di sangue.
Il sangue era dappertutto. Sul muro alle sue spalle. In una pozza sul pavimento. Sulla
sua uniforme. Tra i capelli. E scintillava cupo, nero come pece nella semioscurità.
Nell’altra mano aveva un’arma, e quell’arma era puntata contro la mia testa.
L’ho imitato. Fucile contro pistola. Dita pronte sul grilletto: le mie come le sue.
Il fatto che mi tenesse sotto tiro non dimostrava niente. Magari era davvero un
soldato ferito convinto che io fossi una di loro.
O magari no.
— Metti giù il fucile — ha farfugliato.
“Col cavolo.”
— Metti giù il fucile! — ha ripetuto gridando, o perlomeno provandoci. Le parole gli
sono uscite incerte e spezzate, sconfitte dal sangue che risaliva dalle viscere. Un rivolo
gli è colato dal labbro inferiore ed è rimasto appeso tremolante al mento ispido. I denti
risplendevano rossi.
Ho fatto di no con la testa. Avevo la luce alle spalle e pregavo che bastasse a
impedirgli di vedere come tremavo o la paura nei miei occhi. Quello non era un coniglio
così stupido da infilarsi saltellando nel mio accampamento una bella mattina di sole.
Quello era un essere umano. O, in ogni caso, lo sembrava.
Quando si tratta di uccidere, il punto è che non sai se sei davvero capace di farlo
finché non lo fai.
Ha pronunciato la richiesta per la terza volta, ma con un tono più basso. Gli è uscita
come una supplica.
— Metti giù il fucile.
La mano che reggeva la pistola ha avuto uno spasmo. La bocca dell’arma si è
abbassata. Non molto, ma ormai i miei occhi si erano abituati alla luce scarsa, tanto
che ho persino visto una gocciolina di sangue scivolare lungo la canna.
E poi la pistola gli è sfuggita.
Gli è caduta tra le gambe con un colpo secco. Lui ha alzato la mano vuota e l’ha
tenuta così, più in alto della spalla, con il palmo in fuori.
— Okay — ha detto con un mezzo sorriso insanguinato. — Ora sta a te.
Ho fatto di nuovo cenno di no. — L’altra mano — ho ordinato. Speravo che la mia
voce suonasse più sicura di come mi sentivo. Mi tremavano le ginocchia, avevo le
braccia indolenzite e mi girava la testa. Stavo anche lottando con l’urgente bisogno di
vomitare. Non sai se sei davvero capace di farlo finché non lo fai.
— Non ci riesco — ha risposto.
— L’altra mano.
— Se la sposto, mi schizza fuori lo stomaco, ho paura.
Mi sono sistemata il calcio del fucile contro la spalla. Stavo sudando, tremando,
cercando di pensare. “O/o, Cassie. Cos’hai intenzione di fare, o/o?”
— Sto morendo — ha detto lui in tono disincantato. A quella distanza i suoi occhi
non erano che puntolini di luce riflessa. — Puoi finirmi o aiutarmi. Lo so che sei
umana…
— Come fai a saperlo? — mi sono affrettata a chiedergli prima che mi morisse
davanti. Se era davvero un soldato, magari sapeva come riconoscere la differenza.
Sarebbe stata un’informazione estremamente utile.
— Perché se non lo fossi mi avresti già sparato. — Ha sorriso di nuovo: due
fossette gli si sono formate nelle guance, e in quel momento ho capito quanto era
giovane. Avrà avuto giusto un paio di anni più di me.
— Visto? — ha detto piano. — Anche tu lo sai per lo stesso motivo.
— So cosa? — Mi stavano salendo le lacrime, e ai miei occhi il suo corpo
accartocciato tremolava come l’immagine in uno specchio della casa degli orrori. Ma
non osavo allentare la presa sul fucile per strofinarmeli.
— Che sono umano. Se non lo fossi, ti avrei già sparato.
Sembrava sensato. O sembrava sensato perché volevo che sembrasse sensato?
Magari aveva lasciato andare la pistola per indurmi a fare altrettanto e, appena l’avessi
imitato, ne avrebbe estratta un’altra dalla mimetica e mi avrebbe piantato un proiettile
nel cervello.
È questo che ci hanno fatto gli Altri. Non ci si può alleare per combattere insieme se
non c’è fiducia. E se non c’è fiducia, non c’è speranza.
Come si fa a rimuovere dalla Terra ogni traccia degli umani? Rimuovendo dagli
umani ogni traccia di umanità.
— Devo vedere l’altra mano — ho insistito.
— Ti ho detto che…
— Devo vedere l’altra mano! — A quel punto la voce mi si è rotta. Non sono riuscita
a evitarlo.
Lui è esploso. — Allora mi dovrai sparare, stronza! Dai, sparami e togliti il pensiero!
Ha abbandonato la testa contro il muro aprendo la bocca e cacciando un urlo di
disperazione che, dopo aver rimbalzato da una parete all’altra e dal pavimento al
soffitto, ha investito le mie orecchie. Non sapevo se stava gridando per il dolore o
perché aveva capito che non l’avrei salvato. Aveva rinunciato alla speranza, ed è una
cosa che uccide. Uccide prima della morte vera. Molto prima.
— Se la tiro su — ha ansimato dondolandosi avanti e indietro sul pavimento coperto
di sangue — se la tiro su, poi mi aiuti?
Non ho risposto. Non ho risposto perché non avevo una risposta. Me la giocavo un
nanosecondo alla volta.
E così è stato lui a decidere per me. Non aveva intenzione di farli vincere, adesso
credo di poterlo dire. Non aveva intenzione di smettere di sperare. Se questo l’avesse
ammazzato, perlomeno sarebbe morto con un briciolo di umanità intatto.
Con una smorfia ha spostato lentamente il braccio sinistro. Ormai il giorno era agli
sgoccioli, non c’era quasi più luce, e quella poca rimasta sembrava scorrere via,
lontano dalla sua stessa fonte, da lui, oltre me e la porta mezzo aperta.
La mano era incrostata di sangue in parte già secco. Sembrava avvolta da un guanto
rosso cremisi.
La luce calante l’ha sfiorata guizzando lungo un oggetto affusolato di metallo, e
allora il dito che tenevo sul grilletto è scattato indietro, e il fucile ha rinculato
sbattendomi forte contro la spalla, e la canna ha scalciato tra le mie mani mentre
svuotavo il caricatore, e in lontananza ho sentito qualcuno che gridava, ma non era lui,
ero io, io e gli altri sopravvissuti, se mai qualcuno era sopravvissuto, tutti noi stupidi
umani senza scampo né speranza perché avevamo sbagliato, avevamo sbagliato di
brutto, non c’erano affatto orde aliene che calavano dal cielo con dischi volanti o grossi
quattropodi metallici stile Star Wars, né dolci E.T. grinzosi che volevano solo staccare
un paio di foglie, mangiare un po’ di Reese’s Pieces e poi tornare a casa. Non è così
che va a finire.
Non è per niente così che va a finire.
Va a finire che ci ammazziamo a vicenda dietro file di frigoriferi nella luce morente
di un giorno di fine estate.
Gli sono andata vicino prima che la luce sparisse del tutto. Non per accertarmi che
fosse morto. Sapevo benissimo che lo era. Volevo vedere cosa stringeva in quella mano
insanguinata.
Era un crocifisso.
–5–

È stata l’ultima persona che ho visto.


Ormai le foglie cadono a mucchi e le notti sono diventate fredde. Non posso
rimanere nel bosco. Presto i rami spogli non mi ripareranno più dai droni e non potrò
arrischiarmi ad accendere il fuoco: devo filarmela.
So dove devo andare. Lo so da parecchio. Ho fatto una promessa. Quel genere di
promessa a cui tieni fede perché, se non lo fai, non hai tenuto fede a parte di te, forse
alla parte più importante.
Poi, però, è inevitabile dirsi delle cose. Cose tipo: “Prima devo inventarmi qualcosa.
Non posso entrare nella tana del leone così, senza un piano.” Oppure: “Non c’è
speranza, ormai è inutile. Hai aspettato troppo.”
In ogni caso, qualunque fosse il motivo per cui avevo rimandato fino a quel
momento, me ne sarei dovuta andare la notte in cui ho ucciso il soldato. Non so come
si fosse ferito: non ho esaminato né il corpo né altro, e invece avrei dovuto, a
prescindere da quanto stessi sragionando. Può anche darsi che fosse rimasto vittima di
un incidente, ma è molto più probabile che qualcuno – o qualcosa – gli avesse sparato.
E se qualcuno o qualcosa gli aveva sparato, quel qualcuno o qualcosa era ancora nei
paraggi… a meno che il soldato con il crocifisso non l’avesse fatto fuori. Oppure il
soldato era uno di loro e il crocifisso un trucco…
Ecco un altro modo in cui gli Altri ti mandano in paranoia: le circostanze incerte
della tua distruzione certa. Magari la Quinta Onda sarà proprio questo, un attacco
dall’interno che trasformerà le nostre menti in armi.
Magari l’ultimo essere umano sulla Terra non morirà di fame né di freddo né
divorato da bestie selvatiche.
Magari l’ultimo a morire sarà ucciso dall’ultimo a sopravvivere.
“Okay, non è questo che vuoi che ti capiti, Cassie.”
Sinceramente, per quanto sappia che restare qui è un suicidio e abbia una promessa
da mantenere, non ho nessuna voglia di andarmene. Ormai questo bosco è casa mia.
Ne conosco ogni sentiero, ogni albero, ogni rampicante e cespuglio. Ho abitato nella
stessa casa per sedici anni e non saprei dire di preciso com’era fatto il giardino sul
retro, ma potrei descrivere in dettaglio ogni foglia e ramoscello di questa zona. Non ho
la più pallida idea di cosa ci sia oltre il bosco e i tre chilometri di interstatale che
faccio ogni settimana per cercare da mangiare. Le stesse cose, suppongo, ma in
quantità maggiore: città abbandonate sature del tanfo di liquami e corpi in
decomposizione, scheletri di case bruciacchiati, cani e gatti inselvatichiti,
tamponamenti a catena per tratti di strada lunghi chilometri. E cadaveri. Cadaveri su
cadaveri.
Preparo i bagagli. Questa tenda è casa mia da parecchio, ma è troppo ingombrante e
io ho bisogno di viaggiare leggera. Prendo solo l’essenziale, assieme alla Luger, l’M16, le
munizioni e il mio fidato coltello da caccia. Sacco a pelo, kit di pronto soccorso, cinque
bottiglie di acqua, tre confezioni di carne essiccata e qualche scatoletta di sardine.
Prima dell’Arrivo le odiavo. Ora mi piacciono da impazzire. La prima cosa che cerco
quando entro in un negozio di alimentari? Le sardine.
E i libri? Sono pesanti e occupano un sacco di spazio nello zaino già strapieno. Io
però ho un debole per i libri. Anche mio padre ce l’aveva. Casa nostra si era riempita di
libri fino al soffitto dopo che la Terza Onda aveva spazzato via più di tre miliardi e
mezzo di persone. Mentre noi setacciavamo la zona in cerca di viveri e acqua potabile,
oppure facevamo scorte di armi per l’ultima inevitabile battaglia, papà se ne andava in
giro a raccattare libri con il carrettino giocattolo di mio fratello.
Malgrado i numeri impressionanti, lui non si scomponeva. Il fatto che fossimo
passati da sette miliardi a duecentomila in quattro mesi non scuoteva la sua certezza
che il genere umano sarebbe sopravvissuto.
— Dobbiamo pensare al futuro — ripeteva. — Quando sarà tutto finito, dovremo
ricostruire praticamente ogni aspetto della civiltà.
Torcia a energia solare.
Spazzolino e dentifricio. Quando verrà la mia ora, voglio perlomeno andarmene con i
denti puliti.
Guanti. Due paia di calzini, biancheria, miniflacone di detersivo, deodorante e
shampoo. (Me ne andrò pulita. Vedere sopra.)
Assorbenti. Sono sempre in ansia per la mia scorta: chissà se riuscirò a trovarne
altri.
Bustina di plastica zeppa di foto. Papà. Mamma. Sammy, il mio fratellino. Nonni.
Lizbeth, la mia migliore amica. Una di Ben Strafigo Parish, ritagliata dall’annuario, visto
che Ben doveva diventare il mio ragazzo e/o/forse marito. Non che lo sapesse. Sapeva
a malapena che esistevo. Avevamo alcuni amici in comune, ma per lui ero una faccia
sullo sfondo, una conoscenza di grado lontanissimo. La sua unica pecca era la statura:
era più alto di me di quindici centimetri. Be’, in realtà ora di pecche ne ha due: la
statura e il fatto che è morto.
Cellulare. Si è fulminato con la Prima Onda e non c’è modo di ricaricarlo. I ripetitori
non funzionano e comunque non avrei nessuno da chiamare. Però, be’, è il mio cellulare.
Tagliaunghie.
Fiammiferi. Non accendo mai il fuoco, ma prima o poi potrei avere bisogno di
bruciare o far esplodere qualcosa.
Due quaderni a righe, rilegati a spirale, uno con la copertina viola, l’altro rossa. Oltre
a essere dei miei colori preferiti, mi servono da diario. È una cosa che rientra nella
questione della speranza. Se poi invece sono l’ultima sopravvissuta e non è rimasto
nessuno a leggerli, magari lo farà un alieno e scoprirà cosa penso di lui. In caso tu sia
un alieno e stia leggendo: VAFFANBAGNO.
Un sacchetto di caramelle morbide, già depredato di quelle all’arancia. Tre pacchetti
di gomme da masticare alla menta. Gli ultimi due lecca lecca.
La fede di mamma.
Il vecchio orsacchiotto malandato di Sammy. Non che ora sia mio. Né che lo
abbracci o roba simile.
Di più nello zaino non riesco a ficcare. Strano. Sembra troppo e troppo poco.
C’è giusto spazio per un paio di tascabili. Huckleberry Finn o Furore? Le poesie di
Sylvia Plath o quelle di Roald Dahl di Sammy? Forse non è una buona idea prendere la
Plath. È deprimente. Dahl è da bambini, però continua a farmi sorridere. Vada per
Huckleberry (direi che è appropriato) e Versi perversi. Monta su, Jim. Benvenuto, Roald.
Mi isso lo zaino su una spalla, mi getto il fucile sull’altra e imbocco il sentiero che
porta alla statale. Non mi guardo indietro. Mi fermo un istante al riparo dell’ultima fila
di alberi. Un terrapieno di sei metri scende verso le corsie in direzione sud ingombre di
auto in panne, mucchi di indumenti, sacchi della spazzatura stracciati e carcasse
bruciate di camion. Dappertutto ci sono segni di incidenti, alcuni non più gravi di una
strusciata e altri a catena, con file di macchine che serpeggiano per chilometri, e la
luce del mattino scintilla sui vetri rotti.
Non ci sono corpi. Queste auto sono qui dalla Prima Onda, abbandonate dai
proprietari ormai da tempo.
Non ci sono state molte vittime nella Prima Onda, il fortissimo impulso
elettromagnetico che in un istante, alle undici in punto del decimo giorno, si è
propagato per tutta l’atmosfera. Solo mezzo milione, secondo le stime di papà. Okay,
sembrano parecchie, ma in realtà non sono che una goccia nel mare della popolazione.
Nella Seconda Guerra Mondiale ne sono morte cento volte tanto.
E poi un po’ di tempo per prepararci l’avevamo avuto, benché non sapessimo
esattamente a cosa.
Dieci giorni, dalle prime immagini satellitari dell’astronave in transito davanti a
Marte al lancio della Prima Onda.
Dieci giorni di caos.
Legge marziale, sit-in all’ONU, cortei, feste sui tetti, fiumi di parole via Internet e
copertura mediatica dell’Arrivo ventiquattro ore su ventiquattro. Il Presidente si è
rivolto alla nazione e poi è sparito nel suo bunker. Il Consiglio per la Sicurezza
Nazionale si è riunito d’emergenza per un incontro a porte chiuse non accessibile alla
stampa.
In tantissimi se la sono squagliata, tipo i nostri vicini, i Majewski. Il pomeriggio del
sesto giorno hanno stipato sul camper tutto quello che ci entrava e si sono messi in
strada, aggregandosi a un esodo di massa per un altrove qualsiasi, perché per qualche
strana ragione quell’altrove sembrava più sicuro. Migliaia di persone se la sono filata
dirette in montagna… o nel deserto… o in una palude. Altrove. L’altrove dei Majewski
era Disney World. Non solo il loro. Nei dieci giorni precedenti all’attacco
elettromagnetico, Disney World ha registrato un record di ingressi.
Papà ha chiesto: — Perché Disney World?
E lui ha risposto: — Be’, i bambini non ci sono mai stati.
Tutti e due i bambini frequentavano l’università.
Catherine, matricola alla Baylor tornata a casa il giorno prima, mi ha detto: — E voi
dove andate?
— Da nessuna parte — ho risposto. E mi stava benissimo così. Ero ancora in fase di
rifiuto e fingevo che tutta quella storia pazzesca degli alieni si sarebbe in qualche
modo risolta, magari con la firma di un trattato di pace intergalattico. Chissà, forse
avevano fatto giusto un salto per prendere un paio di campioni di terreno e poi se ne
sarebbero tornati a casa. O forse erano venuti in vacanza, così come i Majewski
andavano a Disney World.
— Ve ne dovete andare — ha detto Catherine. — Colpiranno prima di tutto le città.
— Sì, mi sa che hai ragione — ho risposto. — Non si sognerebbero mai di
distruggere il Magic Kingdom.
— Ma tu com’è che preferiresti morire? — ha ribattuto lei, secca. — Rintanata sotto
il letto o facendo un giro sulle montagne russe?
Bella domanda. Papà diceva che il mondo si stava dividendo in due schieramenti: chi
scappava e chi restava. Quelli che scappavano puntavano verso le colline, oppure le
montagne russe. Quelli che restavano inchiodavano assi alle finestre, facevano scorte
di scatolame e munizioni, e tenevano la TV sintonizzata sulla CNN giorno e notte.
Nel corso di quei primi dieci giorni, gli imbucati galattici non ci hanno inviato
messaggi di alcun genere. Niente spettacoli di luci. Niente atterraggi nel giardino della
Casa Bianca né tizi con il testone e gli occhi a palla che, coperti di una tuta argentata,
chiedevano di vedere il nostro leader. Niente trottole luminose comunicanti a tutto
volume con il linguaggio universale della musica. E non hanno nemmeno risposto al
nostro, di messaggio. Qualcosa tipo: “Salve, benvenuti sulla Terra. Vi auguriamo di
trascorrere un soggiorno piacevole. Per favore, non uccideteci.”
Nessuno sapeva cosa fare. Credevamo però che il governo più o meno lo sapesse. Il
governo aveva un piano per tutto, quindi supponevamo ce l’avesse anche per casi del
genere, in cui E.T., come il parente bislacco di cui a nessuno in famiglia va di parlare,
decideva di presentarsi senza invito e senza preavviso.
C’era chi restava. Chi scappava. Chi si sposava. Chi divorziava. Chi faceva figli. Chi
si suicidava. Noi andavamo in giro come zombi, con il viso inespressivo e i movimenti
da robot, incapaci di metabolizzare l’enormità di quanto stava succedendo. Ora faccio
fatica a crederci, ma la mia famiglia, al pari della stragrande maggioranza della gente,
ha continuato il proprio tran tran quotidiano come se non stesse assistendo, in diretta
dal basso, all’evento più allucinante della storia dell’uomo. Mamma e papà andavano al
lavoro, Sammy all’asilo, io a scuola e agli allenamenti di calcio. Era così normale, era
così assurdo. Alla fine del primo giorno, chiunque avesse più di due anni aveva visto da
vicino l’astronave almeno mille volte, un colosso luccicante tra il verde e il grigio,
grande all’incirca come Manhattan, che girava intorno alla Terra a quattrocento
chilometri di altezza. La NASA aveva annunciato il progetto di tirare fuori dalla
naftalina uno shuttle per tentare un contatto.
“Be’, buona idea” pensavamo. “Questo silenzio è assordante. Perché si sono fatti
miliardi di chilometri per poi stare lì a fissarci? È da maleducati.”
Il terzo giorno sono uscita con un tipo di nome Mitchell Phelps. Be’, a dire il vero
siamo usciti… di casa. Per via del coprifuoco, l’appuntamento era nel mio giardino.
Venendo da me era passato allo Starbucks lungo la strada, perciò ci siamo seduti con i
nostri bicchieroni sul portico del retro fingendo di non vedere l’andirivieni dell’ombra di
mio padre che si aggirava nervoso per il soggiorno. Mitchell si era trasferito in città
alcuni giorni prima dell’Arrivo. Aveva il posto dietro il mio a lezione di letteratura
mondiale, e avevo commesso lo sbaglio di prestargli l’evidenziatore. Un secondo dopo
mi aveva già invitata fuori, perché se una ragazza ti presta un evidenziatore deve per
forza trovarti figo. Non so perché gli ho detto di sì. Non era un granché e, al di là
dell’aura tipica dei nuovi arrivati, non era neppure così interessante. Di certo, poi, non
era Ben Parish. Nessuno lo era – eccetto Ben Parish – e fondamentalmente il problema
stava lì.
Al terzo giorno o passavi tutto il tempo a parlare degli Altri o cercavi di non parlarne
mai. Io rientravo nella seconda categoria. Mitchell nella prima.
— E se fossero noi? — mi ha chiesto.
Non c’era voluto molto perché, dopo l’Arrivo, tra i fissati con le teorie del complotto
cominciasse a girare voce di progetti riservati del governo e di un piano segreto per
inscenare una crisi aliena per privarci di ogni diritto. All’idea che volesse arrivare lì, mi
è sfuggito un lamento.
— Che c’è? — ha detto. — Non intendo noi noi. Intendo i noi del futuro.
— Tipo in Terminator, no? — ho ribattuto alzando gli occhi al cielo. — Sono venuti a
fermare la rivolta delle macchine. O magari le macchine sono loro. Magari è Skynet.
— Non credo — ha risposto lui comportandosi come se io parlassi sul serio. — È il
paradosso del nonno.
— È il paradosso del nonno, cosa? E poi che cavolo è il paradosso del nonno? —
L’aveva detto come se io dovessi per forza sapere cos’era, altrimenti ero un’idiota.
Quando la gente fa così, non la sopporto.
— Nel senso che non credo sia così perché non possono, cioè non è possibile in
generale, tornare indietro nel tempo e fare cambiamenti. Se tu tornassi indietro nel
tempo e uccidessi tuo nonno prima della tua nascita, non potresti davvero tornare
indietro nel tempo e uccidere tuo nonno.
— Ma perché uno dovrebbe voler uccidere suo nonno? — ho replicato girando la
cannuccia nel frappuccino alla fragola per produrre quell’impareggiabile stridio del
tappo.
— Il punto è che già solo presentandosi nel passato uno cambia la storia — ha
detto. Manco fossi stata io a tirare fuori la faccenda dei viaggi nel tempo.
— Dobbiamo proprio parlare di questo?
— Che altro c’è di cui parlare? — Ha fatto una faccia così sorpresa che le
sopracciglia gli sono arrivate all’attaccatura dei capelli. Mitchell aveva delle sopracciglia
cespugliose. Era la prima cosa che avevo notato in lui. E poi si mangiava le unghie.
Quella era la seconda. Lo stato delle pellicine può dire un sacco su una persona.
Ho tirato fuori il cellulare e ho mandato un messaggio a Lizbeth:
AIUTO.
— Ti mette paura? — ha ripreso lui. Cercava di attirare la mia attenzione. O di
essere rassicurato. Non mi staccava gli occhi di dosso.
Ho scosso la testa. — È solo che mi annoia. — Bugia. Certo che mi metteva paura.
Mi stavo comportando da stronza: lo sapevo, ma non riuscivo a trattenermi. Per motivi
che non sono in grado di spiegare, ce l’avevo con lui. Può darsi che in realtà ce l’avessi
con me stessa perché avevo detto di sì a un appuntamento con uno che non mi
interessava. O può darsi che ce l’avessi con lui perché non era Ben Parish, il che non
era colpa sua. Eppure…
AIUTO XKÉ?
— A me va benissimo parlare di qualsiasi cosa — ha continuato lui. Guardando verso
le rose, ruotava i rimasugli del suo caffè e muoveva il ginocchio su e giù sotto il tavolo
con tanta forza da far tremolare il mio bicchiere.
MITCHELL. Non credevo ci fosse bisogno di aggiungere altro.
— A chi scrivi?
TE L’AVEVO DETTO DI NON USCIRCI.
— A una che non conosci — ho risposto.
NON SO XKÉ L’HO FATTO.
— Possiamo andare da qualche altra parte — ha proposto. — Cosa dici di un
cinema?
— C’è il coprifuoco — gli ho ricordato. Nessuno, all’infuori dei mezzi militari e dei
veicoli per le emergenze, poteva circolare dopo le nove.
AHAHAH PER FARE INGELOSIRE BEN.
— Ma sei arrabbiata?
— No — ho risposto. — Mi annoio, te l’ho detto.
Lui ha stretto le labbra, frustrato. Non sapeva cosa dire.
— Stavo solo cercando di capire chi potrebbero essere — ha ripreso.
— Come chiunque altro sul globo — ho ribattuto. — Visto che nessuno lo sa per
certo e che loro non ce lo vogliono dire, tutti se ne stanno lì a fare ipotesi e
congetture, ma è fatica sprecata. Chissà, magari sono topi astronauti del pianeta
Formaggio venuti qui per il nostro provolone.
BEN MANCO SA CHE ESISTO.
— Sai — ha detto — non è proprio educato scrivere messaggi mentre cerco di fare
conversazione con te.
Aveva ragione. Mi sono infilata il telefono in tasca. Che mi stava succedendo? La
vecchia Cassie non si sarebbe mai comportata così. Gli Altri mi stavano già
trasformando in una persona diversa, e io ancora volevo fingere che non fosse
cambiato niente, soprattutto in me.
— Hai sentito? — mi ha chiesto tornando a bomba al discorso che, come avevo
precisato, mi annoiava. — Stanno costruendo un sito di atterraggio.
Avevo sentito. Nella Death Valley. Proprio il posto giusto.
— A me non sembra una grande idea — ha proseguito. — Stendere pure il tappetino.
— Perché no?
— Sono passati tre giorni. Tre giorni e loro hanno rifiutato qualsiasi contatto. Se
sono venuti in pace, perché non salutare?
— Magari sono solo timidi. — Mi stavo rigirando i capelli intorno al dito.
— Come ogni nuovo arrivato — ha detto lui, il nuovo arrivato.
Non dev’essere semplice essere il nuovo arrivato. Sentivo di dovergli delle scuse per
il mio comportamento da cafona. — Sono stata un po’ maleducata — ho ammesso. —
Mi dispiace.
Lui mi ha guardato confuso. Parlava degli alieni, non di se stesso, e io me n’ero
uscita con una considerazione su di me che non c’entrava niente con nessuna delle due
cose.
— Tranquilla. Ho sentito dire che non frequenti molti ragazzi.
Ahi. — Sì? E hai sentito dire anche altro? — Una di quelle domande di cui non vuoi
sapere la risposta, ma che sei costretta a fare.
Ha bevuto un sorso dal forellino nel tappo di plastica.
— Non molto. Non è che mi sono messo a indagare in giro.
— A qualcuno avrai chiesto se ti hanno detto che non frequento molti ragazzi.
— Ho solo accennato che pensavo di chiederti di uscire e una ragazza mi fa:
«Cassie non è niente male.» E io: «Che tipo è?» E lei mi ha risposto che sei
simpatica, ma che non dovevo sperarci troppo perché hai una fissa per Ben Parish…
— Ah, ti ha detto così? Chi è questa?
Lui ha scrollato le spalle. — Una, il nome non me lo ricordo.
— Era mica Lizbeth Morgan? — “La ammazzo.”
— Non lo so.
— Com’era?
— Capelli castani, lunghi. Occhiali. Può essere che si chiami Carly o giù di lì.
— Io non conosco nessuna Carly.
“Oddio. Una qualche Carly che neppure conosco sa tutto di me e Ben Parish… ovvero
niente.” E se lo sapeva questa Carly o giù di lì, allora lo sapevano tutti.
— Be’, comunque non è vero — ho farfugliato. — Non ho nessuna fissa per Ben
Parish.
— Guarda che non mi importa.
— Importa a me.
— Mi sa che tra noi non funziona — ha commentato. — Qualunque cosa io dica, tu o
ti annoi o ti arrabbi.
— Non sono arrabbiata — ho ribattuto stizzita.
— Okay, mi sbaglio.
E invece, di nuovo, aveva ragione. A sbagliare ero io, che non gli dicevo che la Cassie
di sua conoscenza non era la Cassie di sempre, la Cassie che non avrebbe fatto del
male nemmeno a una mosca. Non ero pronta ad ammettere la verità: con l’Arrivo degli
Altri non era cambiato solo il mondo. Eravamo cambiati noi. Ero cambiata io. Nel
momento in cui era comparsa l’astronave, avevo imboccato un sentiero che mi avrebbe
portata sempre più in basso, fino al retro di un minimarket, dietro una fila di frigoriferi
vuoti. Quella sera con Mitchell segnava solo l’inizio della mia trasformazione.
Mitchell aveva ragione anche riguardo a un’altra cosa: gli Altri non erano passati
giusto a salutare. Alla vigilia della Prima Onda, il più importante fisico teorico del
mondo, una delle persone più intelligenti del pianeta (in fondo allo schermo era
spuntata proprio questa scritta: UNA DELLE PERSONE PIÙ INTELLIGENTI DEL
PIANETA), aveva detto alla CNN: «Questo silenzio non promette bene. Non mi vengono
in mente motivi pacifici che possano spiegarlo. Temo che ci aspetti qualcosa di più
simile allo sbarco in America di Cristoforo Colombo che a una scena di Incontri
ravvicinati del terzo tipo, e conosciamo tutti le conseguenze di quello sbarco per i
nativi.»
Al che mi ero girata verso mio padre dicendo: — Ci vorrebbe una bella bomba
atomica. — Avevo dovuto alzare la voce per farmi sentire. Durante il telegiornale,
infatti, papà metteva sempre il volume a palla per non perdersi una parola nonostante
il frastuono del televisore che mamma teneva acceso in cucina. Mentre preparava da
mangiare, lei preferiva i programmi di intrattenimento. Era quella che io chiamavo
“Guerra dei Telecomandi”.
— Cassie! — Era così scioccato che gli si erano contratte persino le dita dei piedi
dentro i calzini bianchi di spugna. Essendo cresciuto con Incontri ravvicinati del terzo
tipo, E.T. e Star Trek, era convinto che gli Altri fossero venuti ad affrancarci dai nostri
stessi mali. Basta fame. Basta guerre. Debellate le malattie. Svelati i segreti del
cosmo. — Non capisci che questo potrebbe essere il passo successivo nell’evoluzione
umana? Un enorme balzo in avanti. Enorme. — Mi aveva stretto in un abbraccio di
conforto. — È una grande fortuna per noi essere qui ad assistere.
Poi con nonchalance, quasi parlasse di come si ripara un tostapane, aveva aggiunto:
— E comunque una bomba atomica non può fare grossi danni nel vuoto dello spazio.
Non c’è niente che propaghi l’onda d’urto.
— Quindi il cervellone che era in TV stava solo sparando stronzate?
— Non usare questo linguaggio, Cassie — mi aveva rimproverata lui. — Ha diritto ad
avere un parere, ma questo è. Un parere.
— E se invece avesse ragione? Se per caso quell’affare lassù è una specie di Morte
Nera?
— Secondo te avrebbero attraversato mezzo universo solo per farci saltare in aria?
— Mi aveva dato una pacca sulla gamba, sorridendo. In quell’istante mamma aveva
alzato il volume del televisore in cucina. Allora papà aveva fatto altrettanto con quello
in soggiorno.
— Okay, ma poniamo che siano un’orda mongolica intergalattica tipo quella di cui
parlava lui — avevo insistito. — Può darsi che siano venuti a sottometterci, sbatterci in
riserve, farci schiavi…
— Cassie — aveva replicato lui — il semplice fatto che una cosa sia possibile non
implica che sia destinata a succedere. E comunque sono tutte congetture. Quelle di
quel tizio. Le mie. Nessuno sa davvero perché sono qui. E allora non è altrettanto
probabile che siano venuti a salvarci?
Quattro mesi dopo aver pronunciato quelle parole, mio padre era morto.
Si sbagliava sugli Altri. Mi sbagliavo anch’io. E si sbagliava pure quel tipo tra le
persone più intelligenti del pianeta.
Non sono venuti a salvarci. E nemmeno a farci schiavi o ad ammassarci in riserve.
Sono venuti a ucciderci.
Tutti.
–6–

Mi sono chiesta a lungo se viaggiare di giorno o di notte. Se a preoccuparti è il fatto di


essere visto, il buio è meglio. Ma la luce è preferibile se vuoi individuare i droni prima
che loro individuino te.
I droni sono comparsi alla fine della Terza Onda. Fatti a forma di sigaro, color grigio
spento, capaci di volare rapidi e silenziosi a centinaia di metri di altezza. A volte
sfrecciano in cielo senza fermarsi. Altre volte girano in tondo come avvoltoi. Riescono
a fare dietrofront sul posto e inchiodare all’istante, passando da mach 2 a zero in
meno di un secondo. È bastato questo a dirci che non erano di fabbricazione nostra.
Sapevamo che non avevano uomini, o meglio alieni, a bordo perché se n’era
schiantato uno a un paio di chilometri dal campo profughi in cui stavamo. Un boato
nell’istante in cui aveva rotto il muro del suono, un fischio lacerante mentre scendeva
in picchiata verso terra, un tremito sotto i piedi quando era piombato in un campo di
grano a maggese. Una pattuglia era andata in ricognizione sul luogo dello schianto.
Okay, non proprio una pattuglia, solo papà e Hutchfield, il tizio che si occupava del
campo profughi. Una volta tornati indietro, avevano riferito che quell’affare era vuoto.
Erano sicuri? Magari il pilota si era lanciato fuori prima dell’impatto. Papà aveva detto
che l’interno era pieno zeppo di strumenti: non c’era spazio per un pilota. — A meno
che non siano alti quindici centimetri. — Risata generale. In qualche modo immaginare
gli Altri simili a lillipuziani rendeva l’orrore meno orribile.
Alla fine ho scelto di viaggiare di giorno. Potevo guardare in cielo con un occhio e in
terra con l’altro. Quello che mi sono ritrovata a fare, in realtà, è muovere la testa in
su e in giù, in su e in giù, poi di qua e di là, poi di nuovo in su e in giù, come una
groupie a un concerto rock, fino a farmi venire un capogiro e una leggera nausea.
Di notte, oltre ai droni ci sono altre cose di cui preoccuparsi. Cani selvatici, coyote,
orsi e lupi che scendono dal Canada, magari pure un leone o una tigre scappati da uno
zoo. Lo so, lo so, tra le righe si sente Il mago di Oz. E allora?
Magari la differenza non sarebbe sostanziale, ma credo che avrei più possibilità di
cavarmela contro uno di loro di giorno. O anche contro uno di noi, in caso io non sia
l’ultima. Cosa succederebbe infatti se mi imbattessi in un altro sopravvissuto convinto
che la strategia migliore sia comportarsi con chiunque gli capiti davanti come io mi
sono comportata con il soldato con il crocifisso?
Questo solleva la questione di quale sia la mia strategia. Sparare a vista? Aspettare
che sia l’altro a fare la prima mossa, rischiando però che mi sia fatale? Non riesco a
smettere di chiedermi perché, in passato, non ci siamo inventati una parola in codice o
una stretta di mano segreta o qualunque altra cosa che ci identificasse come i buoni.
Non avevamo modo di sapere che sarebbero spuntati proprio loro, ma qualcosa prima o
poi doveva spuntare per forza.
È difficile fare piani per il futuro quando il futuro non è mai ciò per cui hai fatto
piani.
Cercherò di individuarli per prima, deciso. Mi terrò ben nascosta. Eviterò ogni
confronto. Basta soldati con il crocifisso!
È una bella giornata. Non tira vento, ma fa freddo. Il cielo è sereno. Piano piano,
guardando ora in su e in giù ora di qua e di là, con lo zaino che mi rimbalza su una
scapola e il fucile che mi rimbalza sull’altra, cammino sul margine esterno dello
spartitraffico che separa le corsie in direzione sud da quelle in direzione nord,
fermandomi ogni pochi passi per girarmi di scatto e scrutare la zona alle mie spalle.
Un’ora. Due. E ho fatto a malapena un chilometro.
La cosa più inquietante, più inquietante delle auto abbandonate, dei grovigli di lamiera
e dei vetri rotti che scintillano sotto il sole di ottobre, più inquietante della spazzatura
e delle schifezze che ricoprono lo spartitraffico, molte delle quali nascoste così bene
nell’erba ormai alta fino al ginocchio da far sembrare la striscia di terra bitorzoluta e
coperta di pustole, la cosa più inquietante è il silenzio.
Il ronzio è sparito.
Il ronzio, sì che ve lo ricordate.
A meno che non siate cresciuti in cima a una montagna o abbiate vissuto in una
caverna per tutta la vita, eravate sempre circondati dal ronzio. Il ronzio era la vita. Era
il mare in cui nuotavamo. Il rumore costante di tutti gli oggetti che avevamo inventato
per rendere la nostra esistenza più semplice e meno noiosa. La canzone meccanica. La
sinfonia elettronica. Il ronzio di tutte le cose e di tutte le persone. Sparito.
Ora si sente il suono della Terra prima che la conquistassimo.
A volte a notte fonda, quando sono chiusa nella tenda, ho l’impressione di sentire le
stelle che strusciano contro il cielo. È a questi livelli, il silenzio. Dopo un po’ diventa
quasi insopportabile. Mi viene voglia di gridare a pieni polmoni. Di cantare, urlare,
pestare i piedi, battere le mani, qualsiasi cosa pur di manifestare la mia presenza.
Quando ho parlato con il soldato, erano settimane che non dicevo una parola a voce
alta.
Il ronzio è morto il decimo giorno dopo l’Arrivo. Ero in classe, alla terza ora, tutta
presa a scrivere a Lizbeth quello che sarebbe stato il mio ultimo messaggio inviato.
Non mi ricordo esattamente cosa dicesse.
Undici in punto. Una giornata calda e soleggiata di inizio primavera. Una giornata
fatta per scarabocchiare e fantasticare e sognare di essere dovunque tranne che a
lezione di analisi matematica con la signorina Paulson.
La Prima Onda si è abbattuta senza squilli di trombe. Non è stata niente di
spettacolare. Non ha causato sgomento né meraviglia.
La luce ha sfarfallato, e si è spenta.
La lavagna luminosa della prof è morta.
Lo schermo del mio cellulare è diventato nero.
Qualcuno in fondo all’aula ha cacciato un gridolino. Un classico. Non importa a che
ora succede: la corrente salta e qualcuno strilla come se stesse crollando il palazzo.
La signorina Paulson ci ha ordinato di rimanere seduti. Anche quello è un classico
quando salta la corrente. La gente balza in piedi… per andare dove? È strano. Siamo
così abituati ad avere l’elettricità che quando va via non sappiamo cosa fare. Perciò
balziamo in piedi o strilliamo o cominciamo a blaterare come idioti. Cadiamo in preda
al panico. È come se ci levassero l’ossigeno. L’Arrivo, poi, aveva peggiorato le cose.
Dieci giorni in tensione aspettando che succeda qualcosa senza che invece succeda
niente mettono i nervi a dura prova.
Perciò, quando ci hanno staccato la spina, ci siamo agitati un po’ più del solito. Tutti
hanno preso a parlare in contemporanea. Appena ho comunicato che mi era morto il
cellulare, gli altri hanno estratto i loro, ugualmente morti. Neal Croskey, che mentre la
prof spiegava se ne stava in ultima fila ad ascoltare l’iPod, si è tolto gli auricolari
chiedendosi a voce alta perché non si sentisse più la musica.
Quando staccano la spina, superata la fase panico, si corre alla finestra più vicina.
Non c’è un motivo preciso. Giusto l’idea che è sempre meglio vedere cosa sta
succedendo. Il mondo funziona dall’esterno all’interno. Quindi, se salta la luce, uno
guarda fuori.
E la signorina Paulson, vagando tra la folla assiepata alle finestre: — Silenzio!
Tornate a posto. Ora ci sarà di sicuro un annuncio…
Un annuncio in effetti c’è stato, circa un minuto dopo. Non all’interfono, però, e non
del signor Faulks, il vicepreside. È venuto dal cielo, direttamente da loro. Sotto forma di
un 727 che precipitava con una serie di capriole da tremila metri di altezza, per poi
scomparire dietro un filare di alberi ed esplodere in una palla di fuoco simile a un fungo
atomico.
“Ehilà, terrestri! Diamo inizio alla festa!”
Si potrebbe pensare che uno spettacolo del genere ci abbia fatto tuffare sotto i
banchi. Sbagliato. Ci siamo accalcati alle finestre scrutando il cielo terso in cerca del
disco volante che aveva senz’altro abbattuto l’aereo. Doveva per forza essere stato un
disco volante, no? Sapevamo come andavano le invasioni aliene degne di questo nome.
Dischi volanti che sfrecciano per l’atmosfera con squadriglie di F-16 alle calcagna,
missili terra-aria e proiettili traccianti che si levano fischiando dai bunker. Per qualche
incredibile e chiaramente malata ragione volevamo vedere qualcosa del genere. Avrebbe
reso quell’assurdità un’invasione aliena perfettamente normale.
Per mezz’ora abbiamo aspettato vicino alle finestre. Non parlavamo molto. Ogni
tanto la signorina Paulson ci diceva di tornare a posto. Noi la ignoravamo. Non erano
passati che trenta minuti dall’inizio della Prima Onda, e già l’ordine sociale si stava
sgretolando. Tutti continuavano a controllare il cellulare. Non riuscivamo a mettere
insieme i pezzi: l’aereo che si schianta, la luce che salta, i telefoni che muoiono,
l’orologio sul muro con la lancetta più lunga bloccata sul dodici e quella più corta
sull’undici.
Poi si è spalancata la porta e il signor Faulks ci ha ordinato di andare in palestra. Era
una mossa davvero astuta. Radunarci tutti quanti in un posto per non costringere gli
alieni a sprecare munizioni.
A ogni modo, siamo andati ordinatamente in palestra e ci siamo sistemati sugli
spalti nell’oscurità quasi totale, mentre il preside andava avanti e indietro, fermandosi
di tanto in tanto a strillarci di fare silenzio e aspettare che venissero a prenderci i
nostri genitori.
E quelli che erano venuti in macchina? Non se ne potevano andare?
— Le macchine non partono.
“Eh? Che cavolo significa che le macchine non partono?”
È passata un’ora. Poi un’altra. Ero seduta accanto a Lizbeth. Stavamo più che altro
zitte e, quando ci dicevamo qualcosa, bisbigliavamo. Non perché avessimo paura del
preside: perché eravamo in ascolto. Non so bene cosa cercassimo di cogliere, ma c’era
il tipo di silenzio che precede l’istante in cui le nubi si spalancano e il fulmine si
abbatte sulla terra.
— Forse ci siamo — ha sussurrato Lizbeth. Si è sfregata il naso, nervosa. Si è
conficcata le unghie smaltate nei capelli biondi tinti. Ha tamburellato con il piede. Si è
passata un polpastrello su una palpebra: aveva appena cominciato a portare le lenti a
contatto e le davano sempre fastidio.
— Di sicuro qualcosa è successo — ho risposto.
— No, forse ci siamo, cioè. Al capolinea.
Continuava a sfilare e rinfilare la batteria del cellulare. Meglio che stare lì a far
niente, immagino.
Poi si è messa a piangere. Le ho requisito il telefono e le ho preso la mano. Mi sono
guardata intorno. Non era l’unica a piangere. Qualcuno pregava. Qualcun altro faceva
entrambe le cose, piangeva e pregava. I professori erano raccolti vicino alla porta della
palestra a mo’ di scudo umano, nel caso le creature dello spazio avessero deciso di
invadere il campo.
— C’erano così tante cose che volevo fare — ha detto Lizbeth. — Non ho nemmeno
mai… — Ha ricacciato indietro un singhiozzo. — Hai capito.
— Ho la sensazione che in questo istante ce ne siano parecchi di “hai capito” — ho
risposto. — Probabilmente proprio sotto questi spalti.
— Dici? — Si è asciugata le guance con il palmo della mano. — Tu invece?
— Cosa, se io ho “hai capito”? — Non avevo problemi a parlare di sesso. Il mio
unico problema era parlare di sesso in relazione a me.
— Oh, lo so benissimo che non hai mai “hai capito”. Oddio! Non mi riferivo a quello.
— Mi era parso.
— Mi riferisco alle nostre vite, Cassie! Ma guarda te, potremmo essere a un passo
dalla fine del mondo e hai voglia di parlare di sesso!
Mi ha strappato di mano il telefono e si è rimessa ad armeggiare con lo sportello
della batteria.
— Ragion per cui glielo dovresti dire e basta — ha aggiunto tormentando i laccetti
del cappuccio della felpa.
— Dire cosa a chi? — Sapevo perfettamente cosa intendeva: stavo solo prendendo
tempo.
— A Ben! Gli dovresti dire cosa provi. Dalla terza elementare, per giunta.
— È una battuta, vero? — Stavo avvampando.
— E poi gli dovresti saltare addosso.
— Lizbeth, piantala.
— È la verità.
— Ma figurati se gli voglio saltare addosso dalla terza elementare — ho sibilato. La
terza elementare? Le ho lanciato un’occhiata per vedere se mi stava a sentire. A
quanto pareva, no.
— Se fossi in te, andrei dritta da lui e gli direi: “Mi sa che ci siamo. Ci siamo e non
ho la minima intenzione di crepare in questa palestra del cavolo senza aver mai fatto
sesso con te.” E poi sai cosa farei?
— Cosa? — Stavo cercando di soffocare una risata mentre mi immaginavo
l’espressione sul viso di Ben.
— Lo porterei tra i fiori del giardino e gli salterei addosso.
— Tra i fiori del giardino?
— Oppure nello spogliatoio. — Ha agitato la mano convulsamente, come a includere
tutta la scuola o magari il mondo intero. — Non importa dove.
— Lo spogliatoio puzza. — Ho abbassato lo sguardo sul profilo della meravigliosa
testa di Ben Parish, seduto due file più sotto. — Queste cose succedono solo nei film
— ho detto.
— E già, che assurdità, eh, mica come quello che sta succedendo in questo istante.
Aveva ragione. Era proprio un’assurdità. Sia una cosa che l’altra: che gli alieni
prendessero la Terra e che Ben Parish prendesse me.
— Perlomeno gli potresti dire cosa provi — ha aggiunto leggendomi nel pensiero.
Potere, potevo. Fare, be’…
E infatti non l’ho fatto. Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto, seduto nella
palestra buia e soffocante della squadra degli Hawks, due file sotto di me e per di più
solo di schiena. Con ogni probabilità è morto, come praticamente chiunque altro, nella
Terza Onda, e io non gli ho mai detto cosa provavo. Avrei potuto. Sapeva chi ero:
aveva il posto dietro il mio in un paio di corsi.
Magari lui non se lo ricordava, ma alle medie prendevamo lo stesso scuolabus e un
pomeriggio, quando gli avevo sentito raccontare che il giorno prima gli era nata una
sorellina, mi ero girata a dirgli: — A me invece la settimana scorsa è nato un
fratellino! — E lui: — Davvero? — Non sarcastico, ma come se la trovasse sul serio
una coincidenza fantastica, e all’incirca per un mese me n’ero andata in giro convinta
che tra noi ci fosse un legame speciale basato sui bambini. Poi, al liceo, lui era
diventato il migliore ricevitore laterale della squadra di football e io una delle tante che
lo guardavano segnare dalle gradinate. Lo vedevo a lezione o in corridoio, e a volte
dovevo reprimere la tentazione di correre da lui e dirgli: “Ciao, sono Cassie, quella dello
scuolabus. Ti ricordi dei bambini?”
La cosa buffa è che probabilmente se ne ricordava anche. Ben Parish non si
accontentava di essere il più bello della scuola. Per tormentarmi con la sua perfezione,
si ostinava a essere pure uno dei più svegli. E ho già detto che era persino gentile con
gli animali e i bambini? Durante le partite, la sua sorellina stava sempre a bordo
campo e, quando abbiamo vinto il torneo locale, lui è corso subito a prenderla, se l’è
messa sulle spalle e ha guidato la sfilata in pista con lei che salutava la folla come
una reginetta del ballo scolastico.
Oh, quasi dimenticavo: il sorriso assassino. Meglio chiuderla qui. Dopo un’altra ora in
palestra, è comparso sulla soglia mio padre. Ha abbozzato giusto un cenno di saluto,
come se tutti i giorni venisse a prendermi a scuola dopo un attacco alieno. Ho
abbracciato Lizbeth e le ho detto che l’avrei chiamata non appena il telefono avesse
ripreso a funzionare. Mi sforzavo di pensare ancora come prima dell’Arrivo. Si sa, la
corrente salta, ma torna sempre. Perciò mi sono limitata a quell’abbraccio: mi pare di
non averle nemmeno detto che le volevo bene.
Come siamo usciti, ho chiesto a mio padre: — La macchina dov’è?
E lui mi ha risposto che non era riuscito ad avviarla. Nessuno era riuscito a mettere
in moto la propria auto. Le strade erano ingombre di veicoli in panne, macchine e
autobus e moto e camion, e a ogni isolato c’erano incidenti e ammassi di rottami, auto
piegate intorno ai pali della luce o conficcate negli edifici. Molte persone erano rimaste
intrappolate nell’abitacolo: visto che le serrature automatiche non funzionavano, erano
state costrette a forzare le portiere oppure a rimanere lì ad aspettare che qualcuno le
tirasse fuori. I feriti in grado di muoversi si erano trascinati sul ciglio della strada o
sul marciapiede in attesa dei paramedici, ma i paramedici non erano arrivati perché
non si avviavano nemmeno le ambulanze, i camion dei pompieri e le auto della polizia.
Tutto ciò che andava a batteria o a corrente oppure aveva un motore era morto alle
undici in punto.
Mentre parlava, papà camminava tenendomi stretta per il polso, quasi avesse paura
che dal cielo potesse piombare giù qualcosa a portarmi via.
— Non funziona più niente. Impianto elettrico, telefonico, idraulico… — Abbiamo
visto un aereo schiantarsi.
Lui ha annuito. — Si saranno schiantati anche gli altri. Tutto quello che era in volo al
momento dell’attacco. Caccia, elicotteri, velivoli da trasporto militari…
— Ma che tipo di attacco è stato?
— Un impulso elettromagnetico — ha risposto. — Ne basta uno bello forte per
mettere fuori gioco tutta la rete. Corrente. Comunicazioni. Trasporti. Qualunque cosa si
sposti in aria o su terra ci resta secca.
Da scuola a casa nostra c’erano due chilometri. I due chilometri più lunghi che io
abbia mai percorso. Sembrava che su ogni cosa fosse calato un sipario, un sipario
dipinto in modo da sembrare identico a ciò che nascondeva. Di tanto in tanto, però, si
apriva uno spiraglio e bastava sbirciare un attimo per capire che era successo qualcosa
di molto grave. A dirlo erano dettagli tipo la gente ferma sulla veranda con il cellulare
in mano, quella incantata a guardare il cielo, oppure quella china sul cofano aperto
dell’auto ad armeggiare con i fili, perché è questo che si fa quando la macchina muore:
si armeggia con i fili.
— Però stai tranquilla — ha aggiunto mio padre strizzandomi il polso. — Ci sono
buone probabilità che i sistemi di riserva non abbiano subito danni, e poi il governo ha
di sicuro piani di emergenza, basi protette e compagnia bella.
— In che modo staccarci la spina si inserirebbe nel progetto di aiutarci a passare
alla fase successiva dell’evoluzione, papà?
Mi sono pentita di quelle parole nell’istante in cui le ho pronunciate. Ma stavo
cominciando a sclerare. Lui non se l’è presa. Mi ha guardata e, sorridendomi con aria
rassicurante, ha risposto: — Andrà tutto bene — perché è questo che volevo sentirgli
dire e perché è questo che lui voleva dire e perché è questo che si fa mentre cala il
sipario: si dice la battuta che il pubblico vuole ascoltare.
–7–

Verso mezzogiorno mi fermo per una breve pausa a base di acqua e carne essiccata.
Ogni volta che mangio qualcosa di confezionato – si tratti di carne, sardine o altro –
penso: “Uno in meno al mondo.” Un morso alla volta riduco le prove del nostro
passaggio sulla Terra.
Uno di questi giorni, ho deciso, metterò insieme il coraggio di acchiappare un pollo e
torcergli quel delizioso collo. Ucciderei per un hamburger. Sul serio. Se mi imbattessi in
qualcuno che mangia un hamburger, lo ucciderei per fregarglielo.
In giro ci sono tantissime mucche. Potrei stenderne una con il fucile e affettarla con
il coltello da caccia. Sono abbastanza sicura che non avrei problemi a macellarla. La
parte difficile sarebbe cucinarla. Accendere il fuoco, anche di giorno, è il modo migliore
per invitarli al barbecue.
Un’ombra sfreccia sull’erba una decina di metri più avanti. Rovescio la testa
all’indietro, dando una zuccata tremenda contro il fianco della Honda Civic a cui mi
sono appoggiata per gustarmi lo spuntino. Non è un drone. È un uccello, con tutti quelli
che ci sono proprio un gabbiano, che si libra placidamente in aria ad ali spiegate. Un
brivido di disgusto mi corre lungo la schiena. Odio gli uccelli. Prima dell’Arrivo non era
così. Nemmeno dopo la Prima Onda. Nemmeno dopo la Seconda Onda, che in realtà mi
ha coinvolta ben poco.
Ho cominciato a odiarli dopo la Terza Onda. Non è stata colpa loro, lo so. È come
se, di fronte a un plotone di esecuzione, uno ce l’avesse con i proiettili. Ma è più forte
di me.
Gli uccelli mi fanno schifo.
–8–

Dopo tre giorni in strada ho capito che le auto sono animali da branco.
Avanzano in gruppo. Muoiono in massa. Incidenti di massa. Guasti di massa. Da
lontano scintillano come gioielli. E poi, di colpo, la massa finisce. La strada è vuota per
chilometri. Ci siamo solo io e il fiume d’asfalto che taglia una gola cosparsa di alberi
mezzo spogli, con le foglie accartocciate che si aggrappano disperatamente ai rami
scuri. Ci sono la strada e il cielo nudo e l’erba alta ingiallita. E ci sono io.
I tratti vuoti sono i peggiori. Le macchine offrono copertura. E riparo. Dormo in
quelle senza danni (non ne ho ancora trovata una chiusa a chiave). Se di dormire si può
parlare. Aria scarsa, viziata: tirare giù i finestrini è impossibile e lasciare la portiera
aperta è fuori discussione. Morsi della fame. E pensieri della notte. “Sola, sola, sola.”
E il peggiore dei peggiori pensieri della notte: non sono un progettista alieno, ma se
dovessi disegnare un drone mi assicurerei di metterci un dispositivo di localizzazione
abbastanza sensibile da rilevare il calore emesso da un corpo anche attraverso il
tettuccio di un’auto. Ogni volta è la stessa storia: nell’attimo in cui comincio ad
appisolarmi, mi immagino le portiere che si spalancano e decine di mani che si
allungano verso di me, mani attaccate a braccia attaccate a qualunque cosa gli Altri
siano. E allora mi sveglio, cerco a tentoni l’M16, spio oltre il sedile posteriore e poi
scruto i dintorni, sentendomi in trappola e praticamente cieca dietro i finestrini
appannati.
Alla fine arriva l’alba. Aspetto che la foschia del mattino si dissolva, dopodiché bevo,
mi lavo i denti, controllo bene le armi, faccio l’inventario delle scorte e mi rimetto in
cammino. Guardo su, guardo giù, guardo tutt’intorno. Non mi fermo alle uscite. Per ora
con l’acqua sono a posto. Non ho alcuna intenzione di avvicinarmi alle città a meno che
non sia proprio necessario. Per un mucchio di motivi.
Sapete come si fa a capire che c’è una città nei paraggi? Dall’odore. È possibile
fiutare una città a distanza di chilometri. Sa di fumo. E di fogna. E di morte. In città,
come ti muovi inciampi in un cadavere. Che buffo: anche la gente muore in massa.
Comincio ad avvertire Cincinnati all’incirca un chilometro prima di vedere il cartello
che ne segnala l’uscita. Una densa colonna di fumo si alza pigramente verso il cielo
sereno.
Cincinnati sta bruciando.
Non mi stupisce. Dopo la Terza Onda, la cosa più comune che si incontrava in città,
cadaveri a parte, erano gli incendi. Un solo fulmine poteva distruggere dieci isolati. Non
c’era più nessuno che spegnesse il fuoco.
Cominciano a lacrimarmi gli occhi. Il tanfo di Cincinnati mi dà la nausea. Mi fermo
un attimo, quanto basta a legarmi uno straccio su naso e bocca, poi accelero il passo.
Mi tolgo il fucile di spalla e lo tengo in braccio mentre cammino spedita. Ho un brutto
presentimento su Cincinnati. La vocina nella mia testa è sveglia.
“Sbrigati, Cassie. Sbrigati.”
E poi, tra le uscite 17 e 18, trovo i corpi.
–9–

Ce ne sono tre, non ammucchiati come la gente di città, bensì distanti l’uno dall’altro,
nell’aiuola spartitraffico. Il primo è di un uomo adulto, pressappoco dell’età di mio
padre, direi. Porta un paio di jeans e un giubbotto dei Bengals. Faccia in giù, braccia
distese in fuori. Gli hanno sparato in testa.
Il secondo, all’incirca quattro metri più avanti, è di una ragazza appena più grande di
me, con indosso i pantaloni di un pigiama da uomo e una maglietta di Victoria’s Secret.
Ciocca viola tra i capelli corti. Anello a teschio all’indice sinistro. Smalto nero tutto
rovinato. E foro di proiettile nella nuca.
Qualche altro passo e c’è il terzo. Un bambino di undici o dodici anni. Scarpe da
basket bianche, nuove di zecca. Felpa nera. Difficile dire che faccia avesse prima.
Lascio il bambino e torno dalla ragazza. Mi inginocchio accanto a lei nell’erba alta e
ingiallita. Le tocco il collo pallido. Ancora caldo.
“Oh, no. No, no, no.”
Svelta, vado dall’uomo. Mi accovaccio. Gli tocco il palmo della mano tesa. Mi allungo
a guardare il foro insanguinato tra le orecchie. Lucido. Ancora bagnato.
Resto paralizzata. Dietro di me, la strada. Davanti a me, altra strada. Alla mia
destra, alberi. Alla mia sinistra, altri alberi. Ammassi di auto sulla corsia in direzione
sud, il più vicino a una trentina di metri. Qualcosa mi dice di guardare in alto. Proprio
sopra la mia testa.
Un puntino grigio sullo sfondo di un abbacinante azzurro autunnale.
Immobile.
“Salve, Cassie. Sono il signor Drone. Piacere di conoscerti!” Mi alzo, e nell’istante in
cui mi alzo – se fossi rimasta paralizzata un millisecondo di più io e il signor Bengals
avremmo sfoggiato due fori perfettamente uguali – qualcosa mi colpisce alla gamba,
una stilettata rovente appena sopra il ginocchio che mi fa perdere l’equilibrio
mandandomi lunga distesa.
Non ho sentito lo sparo. C’era il vento fresco tra l’erba e il mio respiro caldo sotto
lo straccio e il pulsare del sangue nelle orecchie: non c’era nient’altro prima che la
pallottola mi colpisse. “Un silenziatore.”
Per forza. Era ovvio che usassero il silenziatore. E ora ho il nome perfetto per loro:
Silenziatori. Un nome che si addice al loro compito. Quando vedi la morte in faccia,
dentro di te scatta qualcosa. La parte frontale del cervello stacca e cede il controllo a
quella più antica, quella che si occupa dei movimenti del cuore e dei polmoni e delle
palpebre. Quella che la natura ha costruito per prima in modo da preservarti. Quella
che dilata il tempo come un gigantesco pezzo di toffee, dandoti la sensazione che un
secondo duri un’ora e un minuto sia più lungo di un pomeriggio d’estate.
Mi lancio in avanti per prendere il fucile – mi è caduto quando il colpo è andato a
segno – e il terreno di fronte a me esplode investendomi con una pioggia di erba
maciullata, zolle di terra e sassolini.
Okay, addio all’M16.
Estraggo la Luger dalla cintura e saltellando corro, o correndo saltello, verso la
macchina più vicina. Il dolore non è poi così forte – anche se immagino che più tardi si
farà sentire eccome – ma tempo di arrivare all’auto, una Buick berlina vecchio modello,
e già il sangue mi ha inzuppato i jeans.
Mentre mi tuffo a terra, il lunotto va in frantumi. Strusciando sulla schiena mi infilo
sotto la macchina. Non sono affatto una ragazzona, ma ci sto appena, non ho spazio
per girarmi sulla pancia né modo di voltarmi nel caso spunti a sinistra.
Ho le spalle al muro. “Brava, Cassie, proprio brava. Tutte A l’ultimo semestre?
Menzione d’onore? Cerrrrrto… Te ne saresti dovuta rimanere nel tuo pezzetto di bosco,
dentro la tua tendina, con i tuoi libriccini e i tuoi ninnoletti ricordo. Perlomeno, quando
fossero venuti a cercarti, avresti avuto spazio per correre.”
I minuti si allungano. Distesa sulla schiena, mi dissanguo sull’asfalto freddo. Giro la
testa a destra, a sinistra, la sollevo di mezzo centimetro per guardare oltre i miei piedi
in direzione del bagagliaio. Dove cavolo è andato? Perché ci mette tanto? Poi mi si
accende la lampadina: sta usando un fucile di precisione a lunga gittata. Sicuro. Quindi
può darsi che quando mi ha sparato fosse a un chilometro di distanza.
E quindi ho più tempo di quanto pensassi. È ora di farsi venire in mente qualcosa di
meglio di una lacrimosa, disperata, sconnessa preghiera.
“Fa’ che se ne vada. Fa’ che si spicci. Fa’ che mi risparmi. Fa’ che finisca quello che
deve finire…”
Tremo senza controllo. Sto sudando, sto congelando.
“Stai per andare in shock. Pensa, Cassie.”
Penso.
È per questo che siamo fatti. È grazie a questo che siamo arrivati fin qui. È il
motivo per cui ho un’auto sotto cui nascondermi. Siamo umani.
E gli umani pensano. Progettano. Sognano e poi realizzano i loro sogni.
“Realizza il tuo sogno, Cassie.”
A meno che non si inginocchi, non potrà prendermi. E come si inginocchia… come
abbassa la testa per vedere dove sono… come allunga la mano per afferrarmi per una
caviglia e trascinarmi fuori…
No. È troppo sveglio per fare una cosa del genere. Darà per scontato che io sia
armata. Non si esporrà a un rischio simile. Non che ai Silenziatori importi di vivere o
morire… oppure sì? Chissà se sanno cos’è la paura. Di sicuro non amano la vita: ne ho
viste abbastanza da poterlo dimostrare. Ma chissà se amano la loro vita più di quanto
amino prendersi quella degli altri.
Un minuto è più lungo di una stagione. Ma perché cavolo ci mette così tanto?
Ormai sono in un mondo o/o. O sta venendo a chiudere la partita o no. Ma lui la
partita la deve chiudere, dico bene? Non è forse questo il suo compito? Non è forse
questo il punto di tutta la stramaledetta faccenda?
O/o: o scappo – correndo, saltellando, strisciando, rotolando – o resto qui sotto fino
a morire dissanguata. Se tento la fuga, mi centra al primo colpo. Non farei mezzo
metro. Se resto, ottengo lo stesso risultato, solo che il processo è più doloroso, più
angoscioso e molto, molto più lento.
Stelline nere spuntano e danzano di fronte ai miei occhi. Mi sento mancare l’aria nei
polmoni.
Tiro su la mano sinistra e mi tolgo lo straccio dal viso.
Lo straccio.
“Cassie, sei un’idiota.”
Appoggio la pistola accanto a me. È la parte più difficile: convincermi a mollare la
presa sulla pistola.
Sollevo la gamba e ci infilo sotto lo straccio. Non riesco ad alzare la testa
abbastanza da vedere cosa sto facendo. Con lo sguardo fisso sui visceri sudici della
Buick oltre il velo di stelline nere, avvicino le due estremità, stringo forte, più forte che
posso, e armeggio per fare un nodo. Poi allungo la mano per esaminare la ferita con i
polpastrelli. Il sangue continua a uscire ma, se prima era un fiotto gorgogliante, ora è
giusto un rivolo.
Raccolgo la pistola. Va meglio. Mi si rischiara la vista e non ho più così freddo. Mi
sposto a sinistra di qualche centimetro: non mi piace stare distesa nel mio stesso
sangue.
Dov’è andato? Ha avuto un sacco di tempo per mettere il punto a questa… “A meno
che non ce l’abbia già messo.”
All’idea mi sento raggelare. Per qualche secondo mi dimentico completamente di
respirare.
“Non verrà. Non verrà perché non ne ha bisogno. Sa che non oserai uscire e che, se
non esci e scappi, non ce la farai. Sa che morirai dissanguata, oppure di fame e di
sete.”
“Sa quello che sai anche tu. Scappare = morire. Restare = morire.”
“Per lui è ora di passare al prossimo.”
Se il prossimo c’è.
Se non sono l’ultima.
“Dai, Cassie! Da sette miliardi di persone a una sola in cinque mesi? Non sei affatto
l’ultimo essere umano sulla Terra, e se anche lo fossi – soprattutto se lo fossi – non
potresti arrenderti a una fine del genere. In trappola sotto una Buick del cavolo ad
aspettare di non avere più una goccia di sangue in corpo: è così che l’umanità dice
addio?”
Diavolo, no!
– 10 –

La Prima Onda si è portata via mezzo milione di persone.


Un numero umiliante rispetto a quello che è riuscita a fare la Seconda Onda.
In caso non lo sappiate, viviamo su un pianeta irrequieto. I continenti si trovano su
strati di roccia, detti placche tettoniche, che galleggiano in un mare di lava fusa.
Queste placche sfregano e strusciano e spingono di continuo l’una contro l’altra, il che
crea un gigantesco accumulo di pressione. L’accumulo cresce e cresce finché le
placche non slittano rilasciando enormi quantità di energia sotto forma di terremoti. Se
uno di questi terremoti si verifica lungo una delle linee di faglia che circondano ciascun
continente, la scossa genera una superonda detta tsunami.
Oltre il quaranta per cento della popolazione mondiale vive entro cento chilometri
dalla costa. Ovvero tre miliardi di persone.
Gli Altri dovevano soltanto far piovere.
Prendete una barra di metallo lunga il doppio dell’Empire State Building e pesante il
triplo. Posizionatela sopra una delle linee di faglia. Lasciatela cadere dall’alta
atmosfera. Non vi servono sistemi di propulsione o controllo: lasciatela cadere e basta.
Grazie alla forza di gravità, quando raggiungerà la superficie terrestre viaggerà a quasi
venti chilometri al secondo, cioè sarà venti volte più veloce di un proiettile fulmineo.
Colpirà la Terra con una forza un miliardo di volte più grande di quella della bomba
sganciata su Hiroshima.
Addio, New York. Tanti saluti, Sidney. Abbiate cura di voi, California, Oregon,
Washington, Alaska, British Columbia. A mai più rivederci, East Coast.
Giappone, Hong Kong, Londra, Roma, Rio.
È stato un piacere. Spero abbiate trascorso un soggiorno piacevole!
La Prima Onda è durata pochi secondi.
La Seconda Onda leggermente di più. All’incirca un giorno.
La Terza Onda? Per quella c’è voluto più tempo: dodici settimane. Dodici settimane
per uccidere… be’, secondo le stime di papà il novantasette per cento di quelli che,
come noi, avevano avuto la malasorte di sopravvivere alle prime due ondate.
Il novantasette per cento di quattro miliardi? Fate voi il calcolo.
È stato allora che l’impero alieno è calato a bordo di dischi volanti e ha cominciato a
sparare a raffica, vero? Che i popoli della Terra si sono uniti sotto un’unica bandiera
per giocare a Davide contro Golia. Carri armati contro armi laser. Avanti, fatevi sotto!
Non siamo stati tanto fortunati.
E loro non sono stati tanto stupidi.
Cosa si usa per eliminare quasi quattro miliardi di persone in tre mesi?
Gli uccelli.
Quanti uccelli ci sono al mondo? Provate a indovinare. Un milione? Un miliardo? E se
vi dicessi oltre trecento miliardi? Ovvero circa settantacinque uccelli per ogni uomo,
donna e bambino ancora in vita dopo le prime due ondate.
Su ogni continente ce ne sono migliaia di specie. E gli uccelli non conoscono
frontiere. In più scacazzano di continuo. Cinque o sei volte al giorno. Il che equivale a
più di mille miliardi di piccoli missili che piovono giù dal cielo ogni santo giorno.
Impossibile inventare un sistema di distribuzione più efficiente per un virus con un
tasso di mortalità del novantasette per cento.
Per mio padre avevano preso qualcosa tipo l’ebola del ceppo Zaire e l’avevano
geneticamente modificato. L’ebola non si diffonde per via aerea. Ma basta cambiare
una sola proteina perché lo diventi al pari dell’influenza. Il virus ti si insedia nei
polmoni. Ti viene una brutta tosse. Poi la febbre. Ti comincia a far male la testa. Molto
male. Prendi a sputare goccioline di sangue infetto. Il virus ti passa nel fegato, nei reni,
nel cervello. Ormai dentro di te ci sono miliardi di agenti patogeni. Ti sei trasformato
in un’arma biologica. E quando esplodi, inondi tutti quelli che ti stanno intorno. Lo
chiamano “esanguinamento”. Come topi che abbandonano la nave che affonda, i
microrganismi erompono da ogni orifizio. Dalla bocca, dal naso, dalle orecchie, dall’ano,
persino dagli occhi. Ti ritrovi a piangere vere e proprie lacrime di sangue.
Usavamo tanti nomi diversi per indicare il contagio. Morte Rossa o Epidemia
Sanguinaria. Pestilenza. Tsunami Scarlatto. Quarto Cavaliere. Comunque lo si volesse
chiamare, dopo tre mesi su cento persone novantasette erano morte.
Il mondo era una valle di lacrime di sangue.
Il tempo scorreva al contrario. La Prima Onda ci aveva rispediti nel Settecento. La
Seconda e la Terza ci hanno fatti ripiombare nel Neolitico.
Siamo tornati a essere cacciatori e raccoglitori. Nomadi. Base della piramide sociale.
Ma non eravamo pronti a rinunciare alla speranza. Non ancora.
Il numero di superstiti bastava per il contrattacco.
Non potevamo affrontarli direttamente, ma potevamo combattere una guerriglia.
Colpirli di sbieco. Avevamo armi e munizioni a sufficienza e persino qualche mezzo di
trasporto scampato alla Prima Onda. I nostri militari erano stati decimati, ma c’erano
ancora unità operative su tutti i continenti. C’erano bunker e caverne e basi sotterranee
in cui potevamo nasconderci per anni. “Voi, invasori alieni, fate l’America e noi
facciamo il Vietnam.”
E gli Altri tipo: “Hmm, okay, d’accordo.”
Pensavamo ci avessero già tirato addosso tutto quello che potevano, o perlomeno
quanto di peggio avevano, perché era difficile immaginare qualcosa di peggio della
Morte Rossa. Chi di noi è sopravvissuto alla Terza Onda – quelli naturalmente immuni
alla malattia – ha fatto provviste e si è acquattato in attesa di istruzioni dalle persone
al comando. Qualcuno al comando doveva esserci, ne eravamo sicuri, perché di tanto in
tanto vedevamo sfrecciare in cielo un caccia e sentivamo in lontananza il rumore di
combattimenti a fuoco e il rombo di mezzi militari appena sopra l’orizzonte.
Molto probabilmente la mia famiglia è stata più fortunata di tante altre. Il Quarto
Cavaliere si è portato via mamma, ma papà, Sammy e io siamo sopravvissuti. Papà si
vantava sempre della superiorità dei nostri geni. Una cosa che di norma andrebbe
evitata: gloriarsi in cima a un Everest di quasi sette miliardi di morti. Ma papà faceva
solo papà, cercando di sottolineare gli aspetti positivi alla vigilia dell’estinzione del
genere umano.
Dopo lo Tsunami Scarlatto quasi tutte le città, grandi o piccole che fossero, si sono
svuotate. Oltre al fatto che gli impianti elettrici e idraulici non funzionavano, negozi e
supermercati erano stati da tempo saccheggiati. C’erano strade coperte da due dita di
liquame. Gli incendi provocati dalle tempeste di fulmini estive erano all’ordine del
giorno.
E poi c’era il problema dei cadaveri.
Nel senso che erano dappertutto. Case, ricoveri, ospedali, condomini, uffici, scuole,
depositi, chiese e sinagoghe.
Quando il volume delle morti supera un certo limite, la bilancia si rovescia. Non c’è
tempo di seppellire né di bruciare tutti i corpi. L’estate della Pestilenza faceva un caldo
assassino, e il tanfo della carne in decomposizione aleggiava in aria come una
disgustosa nebbia invisibile. Noi inzuppavamo di profumo strisce di stoffa e ce le
legavamo su naso e bocca, ma a fine giornata il puzzo aveva impregnato il tessuto e
non potevamo far altro che stare lì a boccheggiare.
Finché – buffo – non ci siamo abituati.
Abbiamo aspettato che la Terza Onda si esaurisse barricati dentro casa. In parte
per via della quarantena. In parte perché c’era gente sballata di brutto che si aggirava
per le strade cercando di introdursi nelle abitazioni e appiccando incendi e tutto il
pacchetto di omicidi, stupri e razzie. In parte perché eravamo terrorizzati al pensiero
di cosa sarebbe potuto seguire.
Ma soprattutto perché papà non voleva lasciare mamma. Stava troppo male per
viaggiare, e lui si rifiutava di abbandonarla.
Lei gli aveva detto di andare. Di lasciarla lì. Tanto sarebbe morta comunque. Ormai
non si trattava più di lei. Si trattava di me e di Sammy. Di non esporci a rischi. Di
credere nel futuro e di aggrapparsi alla speranza che il domani sarebbe stato migliore
dell’oggi.
Papà non obiettava. Ma non la lasciava. Attendeva l’inevitabile aiutandola come
poteva e intanto studiava cartine, preparava liste e faceva scorte. È stato all’incirca in
quel periodo che gli è presa la mania di accumulare libri al grido di “dobbiamo
ricostruire la civiltà”. Nelle notti in cui il cielo non era completamente nascosto dal
fumo, uscivamo in giardino e, con il mio vecchio telescopio, guardavamo a turno
l’astronave che scivolava maestosa sullo sfondo della Via Lattea. Senza luci artificiali
che le offuscassero, le stelle splendevano più vivide che mai.
— Cosa aspettano? — gli ho chiesto una volta. Come chiunque altro, ero ancora in
attesa di dischi volanti, quattropodi meccanici e cannoni laser. — Perché non la fanno
semplicemente finita?
Papà ha scosso la testa. — Non lo so, scimmietta — ha detto. — Magari è già finita.
Magari il loro obiettivo non è ucciderci tutti, ma solo ridurci a una quantità gestibile.
— E poi? Cosa vogliono?
— Credo che la domanda più giusta sia di cosa hanno bisogno — ha risposto
dolcemente, come se mi stesse dando una terribile notizia. — Sono molto attenti, lo
vedi.
— Attenti?
— A non fare più danni di quanto strettamente necessario. È per questo che sono
qui, Cassie. Hanno bisogno della Terra.
— Ma non di noi — ho sussurrato. Stavo per avere una crisi di panico, di nuovo.
All’incirca per la milionesima volta.
Lui – all’incirca per la milionesima volta – mi ha messo una mano sulla spalla e ha
detto: — Be’, la nostra chance l’abbiamo avuta. E non è che gestissimo molto bene
quello che avevamo ereditato. Scommetto che se riuscissimo in qualche modo a
tornare indietro nel tempo per intervistare i dinosauri prima che l’asteroide
piombasse…
Al che gli ho sferrato un pugno con tutta la forza che avevo. E sono corsa dentro.
Non so cosa sia peggio, se dentro o fuori. Fuori ti senti completamente esposto,
costantemente osservato, nudo sotto il cielo nudo. Ma dentro c’è un crepuscolo
perpetuo. Di giorno luce schermata dalle assi alle finestre. Di notte candele, ma
all’epoca le candele cominciavano a scarseggiare, non ce ne potevamo permettere più
di una per stanza, e gli angoli un tempo familiari erano invasi di minacciose ombre
scure.
— Cos’hai, Cassie? — Sammy. Cinque anni. Adorabile. Occhioni castani da orsetto, in
mano l’altro membro della famiglia con occhioni castani, l’orsacchiotto di peluche che
ora custodisco in fondo allo zaino. — Perché piangi?
Vedendo me, ha attaccato anche lui.
Gli sono sfilata accanto per andare nella camera di un esemplare di sedici anni di
dinosauro umano, il Cassiopea Sullivanus extinctus. Poi sono tornata indietro. Non lo
potevo lasciare mentre piangeva in quel modo. Avevamo legato parecchio da quando
nostra madre si era ammalata. Quasi ogni notte brutti sogni lo facevano correre nella
mia stanza: si arrampicava sul letto, mi nascondeva il viso nel petto e a volte si
sbagliava e mi chiamava mamma.
— Li hai visti, Cassie? Stanno arrivando?
— No, piccolo — ho risposto asciugandogli le lacrime. — Non sta arrivando nessuno.
Non ancora.
– 11 –

Mamma è morta un martedì.


Papà l’ha seppellita in giardino, tra le rose. Glielo aveva chiesto lei prima di lasciarci.
All’apice della Pestilenza, quando se ne andavano centinaia di persone al giorno, la
maggior parte dei corpi veniva trascinata in periferia e bruciata. Le città morenti erano
circondate da roghi di cadaveri costantemente accesi.
Papà mi ha detto di stare con Sammy. Sammy, che si era trasformato in una specie
di zombi e vagava strascicando i piedi con la bocca aperta, o succhiandosi il pollice
come a due anni, e uno sguardo assente negli occhioni da orsetto. Solo pochi mesi
prima mamma lo spingeva in altalena, lo accompagnava a lezione di karate, gli lavava i
capelli, ballava con lui sulle note della sua canzone preferita. Ora invece era avvolta in
un telo bianco e posata sulla spalla di papà, diretta in giardino.
Dalla finestra di cucina ho visto mio padre che si inginocchiava accanto alla fossa
poco profonda. Aveva la testa china. Gli tremavano le spalle. Dal giorno dell’Arrivo non
l’avevo mai visto cedere, nemmeno una volta. La situazione continuava a peggiorare e,
proprio quando pensavi che non potesse peggiorare ancora, peggiorava ancora, ma lui
non si era mai fatto prendere dal panico. Anche quando mamma aveva cominciato a
mostrare i primi segni della malattia, lui era rimasto calmo, soprattutto davanti a lei.
Non le parlava di quello che succedeva oltre le porte e le finestre sbarrate. Le
appoggiava pezzuole bagnate sulla fronte. Le faceva il bagno, la cambiava, la
imboccava. Non l’ho mai visto piangere in sua presenza. Mentre la gente si sparava o
si impiccava o si imbottiva di pillole o si buttava nel vuoto, mio padre ricacciava
indietro l’oscurità.
Cantava per lei, le ripeteva migliaia di volte le stesse stupide barzellette e mentiva.
Mentiva come i genitori mentono ai figli, con le bugie a fin di bene che aiutano a
prendere sonno.
— Prima ho sentito un altro aereo. Sembrava un caccia. Quindi perlomeno qualcosa
si è salvato.
— Ti si è abbassata un po’ la febbre e oggi hai gli occhi più limpidi. Magari ci siamo
sbagliati. Potrebbe essere solo una banale influenza.
Nelle ultime ore le aveva asciugato le lacrime di sangue.
Le aveva tenuto la fronte mentre lei vomitava la poltiglia nera e infetta in cui le si
era trasformato lo stomaco.
Aveva accompagnato me e Sammy in camera a dirle addio.
— È tutto a posto, Sammy — aveva detto mamma. — Andrà tutto bene.
E a me: — Ora ha bisogno di te, Cassie. Prenditi cura di lui. E prenditi cura di tuo
padre.
Io le avevo risposto che si sarebbe ripresa. Ad alcuni era successo. Si erano
ammalati, e poi di colpo il virus li aveva lasciati perdere. Nessuno capiva perché.
Magari si era reso conto che dopotutto non gli piacevano. E non l’avevo detto per
tranquillizzarla. Ci credevo sul serio. Dovevo crederci.
— Sei tutto quello che hanno — aveva aggiunto mamma. Le sue ultime parole per
me.
Il cervello aveva resistito fino all’ultimo e poi, risucchiato via dalle acque rosse dello
Tsunami Scarlatto, aveva ceduto in pieno il controllo. C’era chi si dimenava
freneticamente quando la malattia gli friggeva i circuiti cerebrali. Tirava pugni,
graffiava, scalciava, mordeva. Come se, pur avendo bisogno di noi, il virus ci odiasse e
non vedesse l’ora di sbarazzarsi di tutti.
Mia madre, invece, guardava mio padre senza riconoscerlo. Non sapeva più dove
fosse. Chi fosse. Cosa le stesse succedendo. Sul viso aveva una specie di
agghiacciante sorriso fisso, con le labbra screpolate tirate indietro a scoprire gengive
sanguinanti e denti macchiati di rosso. Dalla bocca le uscivano dei suoni, ma non erano
parole. La zona del cervello che governava il linguaggio brulicava di virus, e i virus non
erano capaci di comunicare: erano capaci solo di replicarsi.
Alla fine mia madre è morta in una furia di convulsioni e grida strozzate, mentre gli
ospiti che non aveva mai invitato le sprizzavano via da ogni orifizio: non era rimasto
niente, l’avevano consumata, era tempo di spegnere le luci e trovare una nuova casa.
Papà le ha fatto il bagno per l’ultima volta. L’ha pettinata. Le ha lavato i denti fino a
scrostare il sangue secco. Quando è venuto a dirmi che se n’era andata, era calmo.
Non ha ceduto. Mi ha tenuta stretta mentre cedevo io.
Solo più tardi – lo guardavo dalla finestra della cucina – inginocchiato accanto a lei
tra le rose e convinto che nessuno lo vedesse, ha mollato la corda a cui si era
aggrappato per tutto quel tempo, ha sciolto la fune con cui si era assicurato mentre
chiunque altro intorno a lui era in caduta libera.
Dopo essermi accertata che Sammy stesse bene, sono uscita. Mi sono seduta al suo
fianco. Gli ho posato una mano sulla spalla. L’ultima volta che l’avevo toccato, avevo
usato il pugno e molta più forza. Sono rimasta in silenzio, e così lui, ma non per molto.
Mi ha messo in mano una cosa. La fede della mamma. Ha detto che lei avrebbe
voluto la tenessi io.
— Ce ne andiamo, Cassie.
Ho annuito. Sapevo che mamma era l’unico motivo per cui non l’avevamo ancora
fatto. Le foglie delicate delle rose hanno ondeggiato come a ripetere il mio cenno. —
Dove?
— Via. — Si è guardato intorno con occhi spalancati e atterriti. — Qui non è più
sicuro.
“Ma dai” ho pensato. “Perché, prima sì?”
— La Wright-Patterson, la base dell’Air Force, è a poco più di centocinquanta
chilometri da qui. Se ci mettiamo d’impegno e il tempo resta buono, ci possiamo
arrivare in cinque o sei giorni.
— E poi? — Gli Altri ci avevano abituati a pensare così: “Okay, ora questo, e poi?”
Speravo che mio padre potesse dirmelo. Era la persona più brillante che io conoscessi.
Se non aveva una risposta lui, non ce l’aveva nessuno. Io di certo no. Io, di certo,
volevo solo che ce l’avesse lui. Ne avevo bisogno.
Ha scosso la testa come se non capisse la domanda.
— Cosa c’è alla Wright-Patterson? — ho chiesto.
— Che io sappia, niente. — Ha tentato un sorriso, ma gli è uscita una smorfia, come
se sorridere gli facesse male.
— Allora perché ci andiamo?
— Perché non possiamo rimanere qui — ha risposto a denti stretti. — E se non
possiamo rimanere qui, dobbiamo andare da qualche parte. Se per caso è rimasto
qualcosa che somigli a un governo…
Ha scosso di nuovo la testa. Non era uscito per quello. Era uscito per seppellire sua
moglie.
— Torna dentro, Cassie.
— Ti aiuto.
— Non mi serve aiuto.
— Ma è mia mamma. Le volevo bene anch’io. Lascia che ti aiuti, per favore. —
Stavo piangendo di nuovo. Lui non se n’è accorto. Non mi stava guardando, e non stava
guardando neppure lei. Non stava guardando niente. C’era una specie di buco nero nel
punto in cui una volta c’era il mondo, e ci stavamo precipitando dentro entrambi. A
cosa potevamo aggrapparci? Gli ho staccato la mano dal corpo di mamma e me la
sono premuta sulla guancia dicendogli che gli volevo bene e che lei gli voleva bene e
che si sarebbe aggiustato tutto, e allora il buco nero ha perso un po’ di forza.
— Torna dentro, Cassie — ha ripetuto con dolcezza. — Sammy ha bisogno di te più
di quanto ne abbia lei.
Sono rientrata. Seduto in terra nella sua cameretta, Sammy giocava con il caccia
stellare che avrebbe distrutto la Morte Nera. — Vrooooom, vrooooom. Io provo a
entrare, Capo Rosso!
Fuori, mio padre era ancora inginocchiato tra le zolle appena rivoltate. Terra bruna,
rose rosse, cielo grigio, telo bianco.
– 12 –

Ora devo parlare di Sammy, immagino.


Altrimenti non saprei come spiegare quello che ho fatto.
Ovvero lasciare la Buick e uscire allo scoperto, dove la luce del sole mi ha accolta
baciandomi la guancia graffiata. Il primo centimetro è stato il più difficile. Il
centimetro più lungo dell’universo. Il centimetro equivalente a mille chilometri.
Ovvero voltarmi, lì in mezzo alla statale, per affrontare un nemico che non vedevo.
Ovvero riuscire a non diventare completamente matta, a non perdere la ragione dopo
aver perso tutto il resto.
Sammy è il motivo per cui non mi sono arresa. Per cui non sono rimasta sotto
quell’auto ad aspettare la fine.
L’ultima volta che l’ho visto è stato attraverso il lunotto di uno scuolabus. Con la
fronte schiacciata contro il vetro. Che mi faceva ciao. E mi sorrideva. Come se stesse
andando a una gita di classe: elettrizzato, agitato, per nulla spaventato. La presenza di
tutti quei bambini aiutava. E anche di quello scuolabus, così normale. Cosa c’è di più
normale di un grande scuolabus giallo? Così comune, appunto, che vederlo entrare nel
campo profughi insieme ad altri identici dopo quattro mesi di orrore era stato uno
shock. Era come vedere un McDonald’s sulla luna. Una cosa assurda, pazzesca.
Ci trovavamo al campo solo da un paio di settimane. Della cinquantina di presenti,
noi eravamo gli unici con legami di parentela. Tutti gli altri avevano perso il coniuge, i
figli, i genitori. Erano gli ultimi sopravvissuti della loro famiglia, sconosciuti l’uno
all’altro prima di arrivare lì. Il più anziano aveva suppergiù sessant’anni. Sammy era il
più piccolo, ma c’erano altri sette bambini, tutti con meno di quattordici anni.
Il campo sorgeva una trentina di chilometri a est di casa nostra, in uno spazio
ricavato nel bosco durante la Terza Onda per costruire un ospedale d’emergenza dopo
che quelli in città erano arrivati a saturazione. Gli edifici erano stati tirati su alla bell’e
meglio, con legno segato a mano e materiale di recupero: una grossa baracca per i
malati e una casupola per i due dottori che prestavano le cure prima di essere loro
stessi risucchiati dallo Tsunami Scarlatto. C’erano un orto e un sistema di raccolta
dell’acqua piovana che permetteva di bere e lavarsi.
Mangiavamo e dormivamo nella baracca. Lì dentro erano morte dissanguate tra le
cinque e le seicento persone, ma il pavimento e i muri erano stati puliti con candeggina
e i letti da campo bruciati. Si sentiva ancora un lieve odore di Pestilenza (simile a
quello del latte inacidito) e non tutte le tracce di sangue erano sparite. Sulle pareti
c’erano ancora delle macchioline che formavano strani disegni, e sul pavimento lunghi
aloni a forma di falce. Sembrava di vivere in un quadro astratto a tre dimensioni.
La casupola era diventata una via di mezzo tra un magazzino e un deposito di armi.
Verdura e carne in scatola, cibi secchi e generi di prima necessità, tipo il sale. Fucili,
pistole, semiautomatiche, persino un paio di lanciarazzi da segnalazione. Gli uomini
andavano in giro armati fino ai denti: era come essere di nuovo nel Far West.
Nel bosco, qualche centinaio di metri dietro il complesso, era stata scavata una
fossa non molto profonda per bruciare i cadaveri. Non eravamo autorizzati ad andarci,
quindi, naturalmente, io e alcuni dei ragazzini più grandi ci andavamo. Tra questi c’era
un tipo inquietante soprannominato Crisco, come la marca di grasso vegetale da
cucina, suppongo per via dei capelli lunghi sempre ingellati all’indietro. Aveva tredici
anni ed era un cacciatore di trofei. Si buttava in mezzo alle ceneri e frugava in cerca di
gioielli, monete e qualunque altra cosa di valore o “interessante”, almeno secondo lui. A
me sembrava psicopatico.
— Ormai sta qui la differenza — diceva ridacchiando soddisfatto mentre, con le
unghie sporche e le mani coperte della polvere grigia dei resti umani, faceva la cernita
del suo ultimo bottino.
_— La differenza tra cosa?
— Tra chi comanda e chi no. Siamo tornati al baratto, cocca! — Poi, tirando su una
collana di brillanti, aggiungeva: — E quando il pericolo sarà passato, le regole le
detteranno quelli con la roba giusta.
L’idea che volessero ucciderci tutti quanti non era ancora balenata in mente a
nessuno, nemmeno agli adulti. Crisco si vedeva come uno dei conquistatori che
avevano comprato Manhattan dai nativi americani per una manciata di perline, non
come un dodo, cosa invece ben più vicina alla verità.
Papà aveva sentito parlare del campo qualche settimana prima, quando mamma
aveva cominciato a mostrare i primi sintomi della Pestilenza. Aveva cercato di
convincerla a partire, ma lei sapeva che niente e nessuno l’avrebbe salvata. Se doveva
morire, preferiva farlo a casa sua piuttosto che in un ricovero malandato sperduto nel
bosco. In seguito ci era giunta voce che l’ospedale si era trasformato in un punto di
raccolta, una specie di porto sicuro per sopravvissuti, abbastanza lontano dalla città da
essere ragionevolmente esente da rischi all’arrivo dell’onda successiva, qualsiasi cosa
fosse (molti, però, scommettevano su un bombardamento aereo di qualche genere), ma
anche abbastanza vicino da essere trovato quando quelli al comando avessero deciso di
venire a cercarci per portarci in salvo (sempre che esistessero e decidessero di fare
qualcosa).
Alla fine avevamo deciso di andare lì.
Anche se non ufficialmente, il capo del campo era un marine in pensione di nome
Hutchfield. Sembrava un personaggio dei LEGO: mani quadrate, testa quadrata,
mascella quadrata. Indossava ogni giorno la stessa T-shirt senza maniche chiazzata di
qualcosa che aveva l’aria di essere sangue, ma in compenso i suoi scarponi neri erano
sempre lucidati a specchio. Si rasava la testa (ma non petto e schiena, cosa che
invece avrebbe fatto bene a prendere in considerazione) ed era coperto di tatuaggi. E
poi gli piacevano le armi. Ne teneva due sui fianchi, una infilata dietro la schiena,
un’altra in spalla. Nessuno ne portava più di lui. Il che può anche darsi avesse un
legame con il suo ruolo non ufficiale.
Il giorno del nostro arrivo eravamo stati avvistati dalle sentinelle e, come avevamo
messo piede sulla strada sterrata che inoltrandosi nel bosco portava al campo, ci
eravamo trovati davanti Hutchfield e un tizio di nome Brogden. Credo proprio che
l’entità delle armi che avevano addosso fosse lì per essere notata. Hutchfield ci aveva
ordinato di separarci. Voleva parlare con papà; nel frattempo Brogden si sarebbe
occupato di me e Sammy. Al che avevo dovuto dirgli cosa pensavo di quella richiesta. E
cioè, in pratica, in quale punto del suo didietro tatuato poteva ficcarsela.
Avevo appena perso un genitore. L’idea di perderne un altro non mi entusiasmava
troppo.
— Va tutto bene, Cassie — aveva detto mio padre.
— Non li conosciamo — avevo obiettato. — Potrebbero essere una delle solite bande
di delinquenti, papà. — Sotto il termine “delinquenti” rientravano i tanti assassini,
stupratori, sequestratori, trafficanti del mercato nero e teppistelli comparsi a metà
della Terza Onda, il motivo per cui la gente si era barricata in casa. Non era stato a
causa degli alieni che avevamo cominciato ad attrezzarci per la guerra: era stato a
causa dei nostri simili.
— È solo per precauzione. Al loro posto farei lo stesso — aveva ribattuto lui
dandomi una pacchetta sulla spalla. Io ero rimasta tipo: “Dannazione, se mi dai un’altra
di queste pacchette di sufficienza del cavolo…” — Non succederà niente, Cassie.
Poi si era allontanato con Hutchfield. Pur non sentendolo parlare lo vedevo, il che mi
aveva tranquillizzata un po’. Mi ero issata Sammy su un fianco e avevo fatto del mio
meglio per rispondere all’interrogatorio di Brogden senza tirargli un cazzotto con la
mano libera.
Come ci chiamavamo?
Da dove venivamo?
Tra di noi c’erano malati?
Avevamo notizie su quello che stava succedendo?
Cosa avevamo visto?
Cosa avevamo sentito?
Perché eravamo lì?
— Qui in questo campo o qui in senso esistenziale? — avevo chiesto.
Con le sopracciglia strette in un’unica linea severa, aveva detto: — Eh?
— Prima di tutto questo casino, a una domanda del genere avrei risposto qualcosa
tipo: “Siamo qui per servire il prossimo e contribuire alla società.” Oppure, volendo fare
la furba: “Perché se non fossimo qui, saremmo da un’altra parte.” Ma dato che il
casino c’è stato, mi limiterò a dire che siamo qui perché abbiamo avuto una fortuna
sfacciata.
Dopo avermi fissata un secondo a occhi socchiusi, aveva ribattuto secco: — La
furba l’hai fatta lo stesso.
Non so come avesse risposto mio padre, ma evidentemente era riuscito a passare
l’esame, perché ci avevano ammessi al campo con tutti i privilegi, il che significava
che lui (ma non io) era stato autorizzato a scegliere quello che voleva tra le armi del
deposito. Papà aveva un’avversione per le armi. Non gli erano mai piaciute. Diceva che
potevano anche non ammazzare nessuno, ma di sicuro spianavano la strada a chi
volesse farlo. Ormai, però, più che pericolose le considerava inutili al limite del ridicolo.
— A cosa credi possano servire contro una tecnologia più evoluta di migliaia, se non
milioni, di anni? — aveva chiesto a Hutchfield. — È come ribattere a un missile tattico
con clava e pietre.
Fiato sprecato. Hutchfield era un marine, diamine. Il fucile era il suo migliore amico,
il suo compagno più fidato, la risposta a qualsiasi domanda.
A quel tempo non lo capivo. Ora sì.
– 13 –

Quando c’era bel tempo, rimanevamo fuori finché non arrivava l’ora di andare a letto.
Quella baracca fatiscente emanava sensazioni negative. La ragione stava nel motivo
per cui era stata costruita. Per cui esisteva. Per cui si trovava – come noi – in quel
bosco. Certe notti il morale era alto, quasi come in un campo estivo dove per miracolo
tutti si piacciono. Bastava che qualcuno dicesse di aver sentito il rumore di un
elicottero nel pomeriggio, e partiva una serie di congetture piene di speranza: quelli al
comando si stavano senz’altro organizzando e preparando al contrattacco.
Altre volte, invece, il morale era a terra e l’aria del crepuscolo carica di angoscia.
Noi eravamo quelli fortunati. Eravamo scampati all’impulso elettromagnetico, alla
cancellazione delle coste, all’epidemia che aveva stroncato tutti quelli che
conoscevamo e amavamo. Avevamo sconfitto le statistiche. Avevamo guardato la
morte dritto negli occhi ed era stata lei ad abbassare lo sguardo per prima. Ma
contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo non ci faceva sentire né valorosi
né invincibili.
Eravamo come i giapponesi sopravvissuti allo scoppio della bomba di Hiroshima. Non
capivamo perché fossimo ancora lì, e non eravamo del tutto sicuri di volerci essere.
Ci raccontavamo pezzi di vita prima dell’Arrivo. In pubblico piangevamo per chi ci
aveva lasciati. In segreto, per lo smartphone, la macchina, il microonde e Internet.
Di notte osservavamo il cielo. L’astronave rispondeva al nostro sguardo fissandoci,
un malevolo occhio verde scialbo.
Discutevamo su dove andare. Era praticamente sottinteso che non potessimo restare
acquattati nel bosco per sempre. Gli Altri potevano arrivare o no, ma l’inverno era alle
porte. Avremmo dovuto trovare un riparo migliore. Avevamo scorte per diversi mesi,
meno se fossero giunte al campo molte altre persone. Volevamo aspettare i soccorsi o
metterci in strada per cercarli? Papà propendeva decisamente per la seconda
alternativa. Voleva ancora dare un’occhiata alla Wright-Patterson. Se era rimasto
qualcuno al comando, c’erano buone probabilità che si trovasse lì.
Dopo un po’ quei discorsi mi avevano stufata. Le parole si erano sostituite all’azione.
Ero pronta a dire a mio padre che dovevamo ordinare a quei deficienti di smetterla,
partire per la Wright-Patterson con chi voleva aggregarsi e mandare gli altri a quel
paese.
"L’unione farà anche la forza" pensavo "ma fino a un certo punto."
Ho portato dentro Sammy e l’ho messo a letto. Ho recitato la preghiera con lui. —
Angelo di Dio, che sei il mio custode… — Per me era solo un borbottio senza senso.
Non sapevo esattamente dove, ma avevo la sensazione che da qualche parte, tra Dio e
noi, ci fosse una promessa infranta.
La notte era serena. La luna, piena. Potevo permettermi di fare una passeggiata nel
bosco.
Al campo qualcuno aveva tirato fuori una chitarra. La melodia vagava per il sentiero
seguendomi tra gli alberi. Era dalla Prima Onda che non sentivo musica.
Così ci ritroviamo qui svegli
A sognare la nostra fuga.
Di colpo mi è venuta voglia di raggomitolarmi su me stessa e piangere. Di mettermi
a correre per il bosco, fermandomi solo quando le gambe mi avessero abbandonata. Di
vomitare. Di gridare fino a farmi sanguinare la gola. Di rivedere mamma e Lizbeth e
tutti i miei compagni, anche quelli che non mi stavano simpatici, e Ben Parish, solo per
dirgli che lo amavo più di quanto volessi vivere.
Poi la canzone si è spenta, soffocata dal molto meno melodico stridere dei grilli.
Ho sentito un ramoscello che si spezzava.
E una voce alle mie spalle.
— Cassie! Aspetta!
Ho continuato a camminare. Conoscevo quella voce. Chissà, magari pensando a Ben
mi ero portata sfiga da sola. Come quando muori dalla voglia di cioccolato e l’unica
cosa che hai nello zaino è una confezione mezzo spiaccicata di caramelle alla frutta.
— Cassie!
Ormai stava correndo. Non mi andava di fare altrettanto, perciò ho lasciato che mi
raggiungesse.
Ecco una cosa che non era cambiata: il modo più sicuro per non essere soli era
desiderare di esserlo.
— Che fai? — mi ha chiesto Crisco. Aveva il fiatone. Le guance rosso acceso. Le
tempie lucide, forse per tutto quel gel nei capelli.
— Non si vede? — ho ribattuto. — Sto costruendo un ordigno atomico per
distruggere l’astronave.
— Non serve a un cavolo — ha risposto, scrollando le spalle. — Molto meglio il
cannone a vapore di Fermi.
— Fermi?
— Il padre della bomba atomica.
— Non è Oppenheimer?
Sembrava colpito dalle mie conoscenze di storia.
— Be’, se non è il padre, è il padrino.
— Crisco, tu sei fuori di testa — ho detto. Suonava un po’ forte, perciò ho aggiunto:
— Ma non so com’eri prima dell’invasione.
— Allora, scavi una grossa buca. Ci appoggi in fondo una carica esplosiva. Riempi
tutto di acqua e poi ci piazzi sopra qualche centinaio di tonnellate di acciaio.
L’esplosione trasforma immediatamente l’acqua in vapore e il vapore spedisce l’acciaio
nello spazio a una velocità pari a sei volte quella del suono.
— Come no — ho commentato. — Bisognerebbe proprio che qualcuno ci provasse. È
per questo che mi tampini? Vuoi che ti aiuti a costruire un cannone a vapore?
— Ti posso chiedere una cosa?
— No.
— Guarda che non sto scherzando.
— Nemmeno io.
— Se ti restassero venti minuti di vita, cosa faresti?
— Non lo so — ho detto. — Ma di sicuro niente che ti coinvolgesse.
— Perché? — Senza aspettare la risposta, che come probabilmente intuiva non gli
sarebbe piaciuta, ha proseguito: — E se io fossi l’ultima persona sulla Terra?
— Se tu fossi l’ultima persona sulla Terra, non sarei lì a fare qualcosa con te.
— Okay. E se fossimo le ultime due persone sulla Terra?
— Allora finiresti comunque per essere l’ultima, perché mi suiciderei.
— Non ti piaccio.
— Ma dai, Crisco? Da cosa l’hai capito?
— E se, mettiamo, li vedessimo in questo preciso istante che arrivano per
eliminarci, cosa faresti?
— Boh. Li pregherei di uccidere prima te. Dove vuoi arrivare, Crisco?
— Sei vergine? — mi ha chiesto di punto in bianco.
L’ho fissato. Era serissimo. Ma d’altronde quasi tutti i tredicenni lo sono, quando si
tratta di questioni ormonali.
— Vai a farti fottere — ho sbottato passandogli di fianco per tornare al campo.
Pessima scelta di parole. Mi è corso dietro, e non gli si è mossa una, dico una,
ciocca di quei capelli impiastricciati. Sembrava portasse un casco nero lucido.
— Dico sul serio, Cassie — ha ansimato. — Di questi tempi ogni notte potrebbe
essere l’ultima.
— Deficiente, era così anche prima.
Mi ha presa per il polso. E strattonata perché mi girassi. Poi ha avvicinato la sua
grossa faccia untuosa alla mia. Io avevo un paio di centimetri di vantaggio, ma lui dieci
chili.
— Davvero vuoi morire senza sapere com’è?
— Coma fai a sapere che non lo so? — ho ribattuto, liberandomi. — Non azzardarti
mai più a toccarmi. — Giusto per cambiare argomento.
— Non lo scoprirà nessuno — ha insistito. — Non dirò una parola.
Ha cercato di afferrarmi di nuovo. Gli ho allontanato la mano con la sinistra e con la
destra l’ho colpito forte sul naso a palmo aperto. Quasi avessi aperto un rubinetto, il
sangue ha iniziato a sgorgare rosso acceso, finendogli in bocca.
— Stronza — ha rantolato. — Perlomeno tu hai qualcuno. Perlomeno tu non hai visto
morire tutti quelli che conoscevi. — Poi è scoppiato a piangere. Si è lasciato cadere sul
sentiero e si è arreso, si è arreso a quell’enormità, all’orribile sensazione che, per
quanto vada già male, andrà peggio.
Mi sono seduta al suo fianco. Gli ho detto di piegare la testa all’indietro. Lui si è
lamentato perché così il sangue gli andava in gola.
— Non lo dire a nessuno — mi ha supplicata. — Se no perdo la faccia.
Mi è scappato da ridere. Non sono riuscita a trattenermi.
— Dove hai imparato quella mossa? — ha chiesto.
— Dalle girl scout.
— Se la sai fare ti danno un distintivo?
— Danno distintivi per tutto.
In realtà era il risultato di sette anni di karate. Avevo mollato il corso l’anno prima.
Non mi ricordo per quale motivo. All’epoca sembrava buono.
— Comunque anch’io — ha detto.
— Anche tu cosa?
Ha sputato in terra un grumo di sangue e muco. — Comunque… anch’io sono
vergine.
Ma che sorpresa!
— Cosa ti fa pensare che io lo sia? — ho chiesto.
— Non mi avresti colpito, se no.
– 14 –

Il sesto giorno che eravamo al campo ho visto il mio primo drone.


Scintillava grigio nel cielo luminoso del pomeriggio.
Tutti hanno preso a gridare, correre di qua e di là, afferrare armi, sventolare maglie
e cappelli o, più in generale, agitarsi come dementi: chi piangeva, chi saltava, chi si
abbracciava, chi si dava il cinque. Si credevano già in salvo. Hutchfield e Brogden
cercavano di calmarli, ma senza grande successo. Il drone ha sfrecciato in cielo, è
scomparso dietro gli alberi, poi è tornato, più lento. Da terra sembrava un dirigibile.
Hutchfield e papà, accovacciati sulla soglia della baracca, lo osservavano passandosi
avanti e indietro il binocolo.
— Non ha ali. E neppure contrassegni. E hai visto quanto andava veloce prima?
Minimo mach 2. A meno che quelli al potere non abbiano inaugurato un velivolo segreto,
è impossibile che questo affare sia nostro. — Parlando, Hutchfield picchiava il pugno in
terra battendo un ritmo a tempo con le parole.
Papà ha annuito. Ci hanno radunati nella baracca e poi si sono rimessi sulla porta a
passarsi il binocolo.
— Sono gli alieni? — ha chiesto Sammy. — Stanno arrivando, Cassie?
— Shhh.
Ho girato lo sguardo e ho visto Crisco che mi fissava. “Venti minuti” ha scandito
senza emettere suono.
— Se arrivano, li faccio neri — ha bisbigliato Sammy. — Qualche calcio di karate e li
accoppo tutti!
— Giusto — ho detto accarezzandogli i capelli.
— Io non scappo mica — ha continuato. — Li uccido come loro hanno ucciso
mamma.
Poi il drone è scomparso: in verticale, mi ha raccontato dopo papà. Un battito di
ciglia, ed era sparito.
Abbiamo reagito a quell’apparizione come avrebbe reagito chiunque altro.
Facendoci prendere dal panico.
Qualcuno è fuggito. Ha arraffato quello che poteva ed è corso nel bosco. Qualcun
altro se l’è data a gambe solo con i vestiti che aveva indosso e la paura in corpo.
Nemmeno Hutchfield è riuscito a fermarli.
Gli altri sono rimasti acquattati nella baracca finché non è scesa la notte, momento
in cui la festa si è scatenata sul serio. Ci avevano individuati? Le truppe d’assalto o
l’esercito dei cloni o i quattropodi meccanici erano in arrivo? Stavano per friggerci con i
cannoni laser? Era buio pesto. Non vedevamo a trenta centimetri dal nostro naso
perché non osavamo accendere le lampade al kerosene. Sussurri concitati. Pianti
sommessi. Tremanti sui letti con le ginocchia al petto, sobbalzavamo a ogni rumore.
Hutchfield ha messo di guardia i tiratori più abili. Avevano l’ordine di sparare a vista.
Nessuno poteva uscire senza autorizzazione. E Hutchfield non la dava.
Quella notte è durata mille anni.
Papà è venuto da me al buio e mi ha messo in mano una cosa.
Una Luger semiautomatica già carica.
— Ma tu non credi nelle armi — ho sussurrato.
— Non credevo in un sacco di cose.
Una donna ha cominciato a recitare il Padre nostro. La chiamavamo Madre Teresa.
Gambe grosse. Braccia ossute. Vestito azzurro scolorito. Capelli grigi e sottili. Da
qualche parte, lungo la strada, aveva perso la dentiera. Non faceva che brancicare il
rosario e parlare a Gesù. Due o tre persone si sono unite a lei. Poi altre. — E rimetti a
noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
A questo punto il suo arcinemico, l’unico ateo rifugiato al campo, un professore
universitario di nome Dawkins, ha gridato: — In particolare quelli di origine
extraterrestre!
— Andrai all’inferno! — ha strillato una voce nel buio.
— Capirai che differenza — ha ribattuto Dawkins.
— Silenzio! — ha ordinato sottovoce Hutchfield dalla sua postazione sulla soglia. —
Basta con queste preghiere!
— È arrivata l’ora del giudizio — ha piagnucolato Madre Teresa.
Sammy è salito sul mio letto. Mi sono nascosta la pistola tra le gambe. Temevo che
la prendesse e mi facesse saltare la testa per sbaglio.
— Zitti, tutti quanti! — ho urlato. — State facendo paura a mio fratello.
— Io non ho paura — ha detto Sammy infilando il pugno sotto la mia maglia. — Tu
hai paura, Cassie?
— Sì — ho risposto. Gli ho dato un bacio sui capelli. Sapevano di cattivo. La mattina
dopo glieli dovevo lavare.
Sempre che, la mattina dopo, fossimo ancora lì.
— No che non hai paura. Tu non hai mai paura.
— In questo momento ho così paura che potrei farmela addosso.
Lui ha ridacchiato, il viso nell’incavo del mio braccio. Mi pareva gli scottasse la
fronte. Non è che aveva la febbre? È così che inizia. Mi sono detta che ero solo
paranoica. Era stato esposto al virus centinaia di volte. E lo Tsunami Scarlatto dilaga
subito dopo il contagio, a meno che uno non sia immune. E Sammy doveva per forza
essere immune. Altrimenti non sarebbe stato lì.
— Allora è meglio se ti metti il pannolone — ha suggerito scherzando.
— Hmm, perché no?
— Anche se vado per una valle oscura…
Quella tizia non aveva intenzione di smetterla. Sentivo il ticchettio dei grani del
rosario. Dawkins canticchiava per coprirne la voce. — Giro giro tondo… — Non sapevo
chi dei due fosse più irritante, la fanatica o il cinico.
— Mamma diceva che forse erano angeli — ha detto all’improvviso Sammy.
— Chi?
— Gli alieni. Quando sono spuntati, le ho chiesto se erano venuti a ucciderci, e lei mi
ha risposto che magari non erano alieni per niente. Che magari erano angeli del
paradiso, come quelli che nella Bibbia vanno a parlare con Abramo, Maria, Gesù e tutti
gli altri.
— Di sicuro a quei tempi venivano a parlarci molto più spesso — ho ribattuto.
— Poi però hanno cominciato a ucciderci davvero. Hanno ucciso mamma.
Si è messo a piangere.
— Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
L’ho baciato di nuovo sui capelli strofinandogli le braccia.
— Ungi di olio il mio capo.
— Cassie, ma Dio ci odia?
— No. Cioè, non lo so.
— Odia mamma?
— Certo che no. Mamma era una brava persona.
— Allora perché ha lasciato che morisse?
Ho scosso la testa. Mi sentivo pesante, come gravata da ventimila tonnellate.
— Il mio calice trabocca.
— Perché ha lasciato che gli alieni venissero a ucciderci? Perché non li ferma?
— Chissà — ho sussurrato lentamente. Mi pesava anche la lingua. — Chissà che
prima o poi non lo faccia.
— Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita.
— Io non voglio che mi prendano, Cassie. Non voglio morire.
— Non morirai, Sams.
— Me lo prometti?
Gliel’ho promesso.
– 15 –

Il giorno dopo il drone è tornato.


Quello o un altro, identico al primo. È probabile che gli Altri non avessero lasciato il
loro pianeta per un viaggio nello spazio mettendone in stiva uno solo.
Volava lento. Silenzioso. Nessun rombo di motore. Nessun ronzio. Si muoveva in cielo
come un’esca trainata in acqua calma. Ci siamo precipitati disordinatamente nella
baracca. Non c’è stato bisogno che ce lo dicessero. Mi sono ritrovata seduta su un
letto da campo a fianco di Crisco.
— So cosa vogliono fare — ha bisbigliato.
— Stai zitto — ho bisbigliato di rimando.
Annuendo tra sé e sé, ha proseguito: — Bombe sonore. Sai che succede quando ti
esplodono davanti duecento decibel? I timpani si disintegrano. I polmoni si squarciano,
l’aria entra nel sangue e il cuore collassa.
— Come fai a inventarti queste stronzate, Crisco?
Papà e Hutchfield si erano di nuovo accovacciati vicino alla porta aperta. Hanno
fissato lo stesso punto per diversi minuti. A quanto pareva, il drone si era
immobilizzato in cielo.
— Tieni, ti ho preso una cosa — ha riattaccato Crisco. Era una collana con un
pendente di diamante. Bottino della fossa cineraria.
— Fai proprio schifo — ho detto.
— Perché? Non l’ho mica rubata. — Ha messo il broncio. — Comunque lo so dov’è il
problema. Non sono scemo. La collana non c’entra. C’entro io. La accetteresti al volo
se mi trovassi sexy.
Chissà se aveva ragione. L’avrei accettata se a recuperarla tra le ceneri fosse stato
Ben Parish?
— Non che io ti trovi sexy — ha aggiunto.
Che schiaffo. Crisco il tombarolo non mi trovava sexy.
— Allora perché me la vuoi regalare?
— Perché l’altra notte, nel bosco, mi sono comportato da imbecille. Non voglio che
tu mi odi. O che pensi che io sia strano.
Troppo tardi.
— E io non voglio i gioielli dei morti della fossa — ho detto.
— Nemmeno loro — ha ribattuto.
Non aveva intenzione di lasciarmi in pace. Mi sono alzata per andarmi a sedere
dietro papà. Sbirciando da sopra la sua spalla, ho visto un minuscolo puntino grigio, una
lentiggine argentea sulla pelle senza imperfezioni del cielo.
— Che succede? — ho sussurrato.
Proprio in quell’istante il puntino è scomparso. Si è dileguato così in fretta che ho
avuto l’impressione si dissolvesse.
— Voli di ricognizione — ha bisbigliato Hutchfield. — Senza dubbio.
— Avevamo satelliti capaci di leggere l’ora dal polso dei passanti stando in orbita —
ha detto papà sottovoce. — Se ci riuscivamo noi con la nostra tecnologia primitiva, che
bisogno avrebbero loro di uscire dall’astronave per spiarci?
— Hai una spiegazione migliore? — A Hutchfield non piaceva essere contraddetto.
— Può darsi che questi aggeggi non abbiano niente a che vedere con noi — gli ha
fatto notare papà. — Potrebbero essere sonde atmosferiche o strumenti per
misurazioni impossibili da tarare dallo spazio. O magari servono a cercare qualcosa
che non riescono a individuare perché noi siamo ancora troppi.
Poi ha sospirato. Conoscevo quel sospiro. Significava che avrebbe voluto avere torto,
ma credeva di avere ragione.
— Stringi stringi, il punto è uno solo, Hutchfield: perché sono qui? Non per razziare
le risorse del pianeta: ce ne sono di identiche sparse per tutto l’universo, quindi non c’è
bisogno di spostarsi di centinaia di anni luce per trovarle. Non per ucciderci, anche se
ucciderci – tutti o quasi – è necessario. Sono come dei proprietari di casa impegnati a
cacciare l’inquilino moroso per dare l’appartamento, bello pulito, a un altro. Secondo
me, il loro unico scopo è fare in modo che il posto sia pronto.
— Pronto? Pronto per cosa?
Papà ha sorriso per nulla divertito. — Per il trasloco.
– 16 –

Un’ora all’alba. Il nostro ultimo giorno al campo.


Sammy accanto a me. Rannicchiato nel suo tepore, una mano sull’orsacchiotto,
l’altra sul mio petto, le dita cicciotte chiuse a pugno.
Il momento più bello della giornata.
Quei pochi secondi in cui sei sveglio ma vuoto. In cui non ricordi dove ti trovi. Cosa
sei ora, cosa eri prima. In cui hai coscienza solo del tuo respiro e del cuore che batte
e del sangue che scorre. Come se fossi di nuovo nel grembo materno. Nella pace del
nulla.
Lì per lì ho pensato che il rumore fosse proprio quello. Il battito del mio cuore.
Tum-tum-tum. Piano, poi più forte, poi ancora più forte, così forte da creare una
vibrazione sulla pelle. La stanza si è riempita di luce prima viva, poi vivissima. La
gente ha preso a barcollare qua e là, mentre si vestiva in fretta e furia e cercava a
tastoni le armi. La luce si è spenta ed è tornata. Le ombre ora saltavano sul
pavimento, ora correvano su per il soffitto. Hutchfield urlava di mantenere la calma.
Inutile. Tutti avevamo riconosciuto quel rumore. E tutti sapevamo cosa significava. I
soccorsi!
Hutchfield si è piazzato davanti all’uscita cercando di bloccarla. — Restate dentro!
— ha strillato. — Non vogliamo…
È stato spintonato via. Ci siamo riversati in cortile sbracciandoci mentre l’elicottero,
un Black Hawk, faceva un altro giro intorno al complesso, nero contro il cielo scuro che
andava rischiarandosi per l’alba imminente. Un fascio di luce è piombato giù
accecandoci, ma tanto eravamo già quasi tutti accecati dalle lacrime. Saltavamo,
gridavamo, ci abbracciavamo. Un paio di persone sventolavano bandierine americane, e
ricordo di essermi chiesta dove cavolo le avessero trovate.
Hutchfield ci urlava furiosamente di rientrare. Nessuno gli dava retta. Non era più il
nostro capo. Erano arrivate le persone al comando.
E poi, inaspettatamente come era venuto, l’elicottero ha fatto un ultimo giro ed è
volato via. Il frastuono dei rotori si è spento. Al suo posto è sceso un silenzio greve.
Eravamo disorientati, sbalorditi, sgomenti. Che ci avessero visti era sicuro. Allora
perché non erano atterrati?
Abbiamo aspettato che l’elicottero tornasse. Abbiamo aspettato tutta la mattina.
Molti hanno preparato i bagagli. Si è scatenata una serie di ipotesi su dove ci avrebbero
portati, come ci saremmo trovati, quante altre persone avremmo incontrato. Un Black
Hawk! Chissà cos’altro era scampato alla Prima Onda! Sognavamo luci elettriche e
docce calde. Nessuno dubitava che saremmo stati tratti in salvo ora che quelli al
comando sapevano di noi. Gli aiuti erano in arrivo.
Papà, come al solito, non ne era tanto sicuro.
— Non è detto che tornino — ha commentato.
— Non potrebbero mai lasciarci qui — ho replicato. A volte bisognava parlargli come
se avesse l’età di Sammy. — Perché dovrebbero?
— Può darsi che non fosse un’operazione di ricerca e soccorso. Magari erano
interessati ad altro.
— Al drone?
Quello che si era schiantato una settimana prima. Ha annuito.
— Comunque ora sanno che siamo qui — ho detto. — Qualcosa faranno.
Ha annuito di nuovo. Con aria assente, come se avesse la testa altrove.
— Questo è certo — ha risposto. Mi ha guardata fisso. — Hai ancora la pistola?
Mi sono battuta la mano sulla tasca di dietro. Lui mi ha messo un braccio sulle
spalle e mi ha portata al magazzino. Ha scostato una vecchia incerata stesa in un
angolo. Sotto c’era un fucile d’assalto semiautomatico M16. Quello che, dopo la
scomparsa di chiunque altro, sarebbe diventato il mio migliore amico.
L’ha preso e se l’è rigirato tra le mani ispezionandolo con lo stesso sguardo da
professore distratto di poco prima.
— Che te ne pare? — ha sussurrato.
— Di quello? È fighissimo.
Non mi ha ripresa per quel linguaggio. Anzi, si è lasciato sfuggire una risatina.
Mi ha fatto vedere come funzionava. Come impugnarlo. Come prendere la mira.
Come cambiare il caricatore.
— To’, provaci.
Me l’ha teso. Penso che fosse piacevolmente sorpreso dalla mia velocità di
apprendimento. Anche la coordinazione non era male, grazie alle lezioni di karate. Sul
piano dello sviluppo della fluidità, il karate non è da meno della danza. — Tienilo — ha
detto quando ho cercato di restituirglielo. — L’ho nascosto qui per te.
— Perché? — ho chiesto. Non che mi dispiacesse averlo, ma cominciavo a
spaventarmi. Mentre tutti gli altri festeggiavano, mio padre mi insegnava a usare un
fucile.
— Sai, Cassie, come si fa a distinguere i nemici in guerra? — Si stava guardando
intorno nervoso. Perché non poteva guardare me? — Se ti sparano: ecco come li
distingui. Non te lo dimenticare. — Ha fatto un cenno verso il fucile. — Non ci andare
in giro. Tienilo a portata di mano, ma al sicuro. Né qui né nella baracca. Okay?
Pacca sulla spalla. Troppo poco. Grosso abbraccio.
— D’ora in poi non perdere mai di vista Sam. Capito? Mai. Adesso vai a cercarlo. Io
devo parlare con Hutchfield. E, Cassie? Se qualcuno cerca di prenderti il fucile, mandalo
da me. E se cerca di prendertelo comunque, sparagli.
Ha sorriso. Non con gli occhi, però. I suoi occhi erano duri e vuoti e freddi come
quelli di uno squalo.
Era fortunato, mio padre. Tutti noi lo eravamo. Era stata la fortuna a farci superare
le prime tre ondate. Ma anche il giocatore più audace sa che la fortuna non dura per
sempre. Penso che quel giorno mio padre avesse un presentimento. Non che la nostra
fortuna fosse finita. Quello nessuno poteva saperlo. Penso piuttosto che avesse intuito
che alla fine a restare in vita non sarebbero stati i più fortunati.
Sarebbero stati i più duri. Quelli che la dea della fortuna la mandavano a quel paese.
Quelli con il cuore di pietra. Quelli capaci di lasciar morire cento persone perché ne
sopravvivesse una. Quelli in grado di comprendere la decisione di dare fuoco a un
villaggio per salvarlo.
Ormai il mondo era andato in malora.
E se non ti stava bene, eri solo in lista d’attesa per il cimitero.
Ho preso l’M16 e l’ho nascosto dietro un albero lungo il sentiero che portava alla
fossa cineraria.
– 17 –

L’ultimo scampolo del mondo che conoscevo si è stracciato sotto il sole caldo di quel
pomeriggio.
Annunciato dal rombo di motori diesel, dal brontolio e cigolio di assi, dal lamento di
freni pneumatici. Le sentinelle hanno avvistato il convoglio ben prima che raggiungesse
il campo. Hanno visto i riflessi della luce del sole sui finestrini e le nuvole di polvere
dietro le enormi ruote, simili alla scia di un aereo. Non ci siamo precipitati a salutarli
lanciando fiori e baci. Siamo rimasti nella baracca mentre Hutchfield, papà e i nostri
quattro migliori tiratori uscivano ad accoglierli. Eravamo tutti un po’ spaventati. E
molto meno entusiasti di poche ore prima.
Dal momento dell’Arrivo, niente di quello che ci aspettavamo era successo sul serio.
E tutto quello che non ci aspettavamo invece sì. Di fronte alla Terza Onda ci avevamo
messo due intere settimane a capire che l’influenza letale faceva parte del piano.
Nonostante tutto, l’uomo ha la tendenza a credere ciò che ha sempre creduto, pensare
ciò che ha sempre pensato, aspettarsi ciò che si è sempre aspettato: noi, quindi, non
ci chiedevamo “Verranno a salvarci?”, bensì “Quando verranno a salvarci?”.
Nel vedere esattamente quello che volevamo e ci aspettavamo di vedere –
l’autocarro pieno di soldati, i fuoristrada irti di torrette per mitragliatrici e lanciamissili
terra-aria – abbiamo comunque esitato.
Poi sono apparsi gli scuolabus. Tre, uno attaccato all’altro. Pieni di bambini. Nessuno
si aspettava nulla del genere. Come ho detto, era una cosa stranamente normale,
spaventosamente surreale. Qualcuno si è messo persino a ridere. Uno scuolabus giallo!
E dove diavolo sarebbe la scuola?
Dopo alcuni minuti di tensione, in cui non si sentiva altro che il verso roco dei
motori e il vociare allegro dei bambini a bordo, papà ha lasciato Hutchfield a parlare
con il comandante ed è venuto da me e Sammy. Intorno a noi si è subito formato un
capannello di persone pronte a origliare.
— Vengono dalla Wright-Patterson — ha detto. Sembrava a corto di fiato. — E pare
che i militari sopravvissuti siano molti più di quanti pensassimo.
— Perché portano la maschera antigas? — ho chiesto.
— Per precauzione — ha risposto. — Sono chiusi in isolamento da quando è
scoppiata l’epidemia. Noi invece siamo stati tutti esposti e potremmo essere portatori
sani.
Ha abbassato lo sguardo su Sammy, stretto a me con le braccia avvolte intorno alla
mia gamba.
— Sono venuti a prendere i bambini — ha aggiunto.
— Perché? — ho chiesto.
— E noi? — ha domandato brusca Madre Teresa. — Non ci lasceranno mica qui?
— Il comandante ha detto che torneranno a prenderci dopo. Ora c’è posto solo per i
bambini.
Intanto guardava Sammy.
— Noi non ci dividiamo, papà.
— Certo che no. — Si è voltato ed è entrato come un fulmine nella baracca. Quando
è uscito, aveva in mano il mio zaino e l’orsacchiotto di Sammy. — Tu vai con lui.
Non aveva capito.
— Senza di te io non vado da nessuna parte! — ho esclamato. Che avevano in testa
lui e tutti quelli come lui? Si presenta una qualche autorità e loro spengono il cervello.
— Hai sentito cosa ha detto! — ha strillato Madre Teresa agitando il rosario. — Solo
i bambini! Se avanza posto, devono darlo a me… alle donne. È così che funziona. Prima
donne e bambini! Donne e bambini.
Papà l’ha ignorata. Poi è venuto il momento della mano sulla spalla. L’ho scrollata
via.
— Cassie, devono innanzitutto mettere in salvo chi è più vulnerabile. Arriverò giusto
qualche ora dopo di voi…
— No! — ho gridato. — O restiamo tutti o andiamo tutti, papà. Digli che ce la
caveremo finché non tornano. Mi posso occupare io di Sammy. L’ho fatto finora.
— E continuerai a farlo, Cassie, perché andrai con lui.
— Non senza di te. Non ti lascio qui, papà.
Ha sorriso come se avessi detto una cosa tenera. — So badare a me stesso. —
Quello che provavo era difficile da esprimere a parole: avevo la sensazione, simile a un
tizzone ardente nella pancia, che dividendo ciò che restava della nostra famiglia ne
avremmo segnato la fine. Che se avessi lasciato lì mio padre, non l’avrei mai più
rivisto. Magari era una paura irrazionale, ma anche il mondo in cui vivevo era ormai
irrazionale.
Papà ha staccato a forza Sammy dalla mia gamba e se l’è messo su un fianco, poi
con la mano libera ha afferrato me per il gomito e mi ha costretta ad andare agli
scuolabus. Per via di quelle mostruose maschere antigas, vedere in faccia i soldati era
impossibile. In compenso era possibile leggerne i nomi cuciti sulle mimetiche verdi.
GREENE. WALTERS. PARKER.
Nomi affidabili, solidi, americani al cento per cento. Accompagnati da una bandierina
a stelle e strisce sulla manica. E poi la postura, dritta ma naturale, vigile ma rilassata.
Molle pronte allo scatto. Proprio l’aria che ci si aspetta da un soldato. Siamo arrivati
all’ultimo scuolabus della fila. I bambini a bordo ci hanno accolti con grida e saluti. Per
loro era tutta una grande avventura. Il soldato robusto davanti alla porta ha alzato la
mano per fermarci. La targhetta del nome diceva BRANCH.
— Solo i bambini — ha ordinato, la voce smorzata dalla maschera.
— Certo, caporale — ha risposto papà.
— Cassie, perché piangi? — ha chiesto Sammy allungando una manina verso il mio
viso.
Papà l’ha messo giù. Poi si è inginocchiato per guardarlo da vicino. — Stai andando in
gita, Sam — ha detto. — Ora questi simpatici signori dell’esercito ti portano in un
posto dove sarai al sicuro.
— Tu, papà, non vieni? — Gli ha tirato la maglietta con le dita minuscole.
— Sì. Sì che vengo, ma non ora. Presto, però. Prestissimo.
Ha stretto Sammy. L’ultimo abbraccio. — Comportati bene. Fa’ quello che dicono i
signori dell’esercito. Okay?
Sammy ha annuito. Poi mi ha presa per mano. — Vieni, Cassie. Facciamoci un giro
sullo scuolabus!
La maschera nera si è girata di scatto. Una mano guantata si è sollevata. — Solo il
bambino.
Ho attaccato a inveirgli contro. Già non mi andava di abbandonare lì mio padre,
figuriamoci se lasciavo partire Sammy senza di me.
Il caporale mi ha bloccata. — Solo il bambino.
— È sua sorella — ha tentato papà. Puntava sulla ragionevolezza. — Ed è piccola
anche lei. Ha solo sedici anni.
— Deve restare qui — ha detto il caporale.
— Allora non sale neanche lui — ho ribattuto cingendo Sammy. Se lo voleva
prendere, doveva prima staccarmi le braccia. Per un terribile istante il caporale è
rimasto in silenzio. Ero tentata di strappargli la maschera e sputargli in faccia. Il sole
batteva sulla visiera con un riverbero odioso.
— Vuoi che resti?
— Voglio che resti con me — l’ho corretto. — A bordo. A terra. Non importa. Ma con
me.
— No, Cassie — è intervenuto papà.
Sammy ha cominciato a piangere. Aveva capito: con papà e il soldato contro, non
avevamo nessuna possibilità di vincere. Ci era arrivato prima di me.
— Restare può — ha detto il soldato. — Ma noi non possiamo garantirne l’incolumità.
— Oh, davvero? — gli ho urlato in quella faccia da insetto. — Sul serio? Perché,
potete garantire l’incolumità di qualcuno?
— Cassie… — ha iniziato papà.
— Voi non potete garantire un bel niente — ho strillato.
Il caporale mi ha ignorata. — A lei la decisione, signore — ha detto rivolto a mio
padre.
— Papà — ho implorato. — L’hai sentito. Può restare.
Lui si è morso il labbro. Ha alzato la testa e si è grattato sotto il mento, gli occhi
fissi sul cielo vuoto. Pensava ai droni, a quello che sapeva e a quello che non sapeva.
Ripassava quanto aveva imparato. Soppesava i pro e i contro, calcolava le probabilità,
resisteva alla vocina che dalle profondità della sua coscienza si era levata gridando:
“Non lo lasciare.” E alla fine, ovviamente, ha fatto la cosa più sensata. Era un adulto
responsabile, ed è questo che fanno gli adulti responsabili. La cosa più sensata.
— Hai ragione, Cassie — ha detto. — Non possono garantire la nostra incolumità,
nessuno può. Ma certi posti sono più sicuri di altri. — Ha preso Sammy per mano. —
Forza, campione.
— No! — ha urlato lui, mentre un fiume di lacrime gli scendeva sulle guance
arrossate. — Senza Cassie, no!
— Cassie viene — gli ha assicurato papà. — Veniamo tutti e due. Arriveremo subito
dopo di te.
— Ci penso io a proteggerlo, a tenerlo d’occhio, non gli succederà niente — ho
scongiurato. — Tanto tornano a prendere tutti, no? Basta aspettare un po’. — Gli ho
tirato la maglietta guardandolo con la mia migliore espressione supplichevole. Quella
con cui di solito ottenevo ciò che volevo. — Ti prego, papà, no. È un errore. Dobbiamo
restare insieme, punto.
Non funzionava. Mio padre aveva negli occhi l’espressione dura di prima: fredda,
risoluta, impietosa. — Cassie, di’ a tuo fratello che non c’è da preoccuparsi — ha
ordinato.
E così ho fatto. Dopo averlo prima detto a me stessa. Dopo essermi spronata ad
avere fiducia in papà, nelle persone al comando e negli Altri, che non avrebbero certo
incenerito degli scuolabus pieni di bambini. Perché non potevo permettere che la fiducia
morisse come i computer, i popcorn per microonde e i film di Hollywood in cui, negli
ultimi dieci minuti, i viscidi alieni del pianeta Xercon vengono sbaragliati. Mi sono
inginocchiata sul terreno polveroso di fronte a mio fratello.
— Devi andare, Sams — ho detto.
Gli tremava il labbro. Stringeva l’orsacchiotto. — Ma, Cassie, poi chi ti abbraccia
quando hai paura? — Era serissimo. Somigliava così tanto a papà con quelle rughette di
preoccupazione in fronte che per poco non mi è venuto da ridere.
— Ormai non ho più paura. E non dovresti averne nemmeno tu. Finalmente sono
arrivati i soldati e ci porteranno al sicuro. — Ho guardato il caporale Branch. — Giusto?
— Giusto.
— Sembra Dart Fener — ha bisbigliato Sammy. — Anche la voce è uguale.
— Esatto, ti ricordi? Alla fine diventa buono.
— Sì, ma prima fa esplodere un pianeta e ammazza un mucchio di gente.
Non sono riuscita a trattenermi: sono scoppiata a ridere. Cavolo, se era sveglio. A
volte pensavo che fosse più sveglio di me e papà messi insieme.
— Poi vieni anche tu, vero, Cassie?
— Ci puoi scommettere.
— Me lo prometti?
Gliel’ho promesso. Qualunque cosa fosse successa.
Non aveva bisogno di sentire altro. Mi ha spinto l’orsacchiotto in petto.
— Sam?
— Per quando hai paura. Ma vedi di non abbandonarlo. — Ha sollevato un ditino per
sottolineare quel punto. — Non te lo scordare. — Ha teso il braccio verso il caporale. —
Aiuto, Fener!
La mano guantata ha avvolto la mano cicciotta. Il primo gradino era quasi troppo
alto per le sue gambe. Appena ha girato l’angolo e ha imboccato il passaggio centrale, i
bambini a bordo si sono messi a strillare e battere le mani.
Sammy era l’ultimo. La porta si è chiusa. Papà ha provato a mettermi un braccio
sulle spalle, ma io mi sono allontanata. Il motore si è avviato. I freni hanno emesso un
sibilo. E poi, con il viso sorridente premuto sul vetro imbrattato, mio fratello stava già
sfrecciando sul suo caccia stellare giallo verso una galassia lontana lontana, finché,
fatto il salto a velocità della luce, la navicella impolverata non è stata inghiottita dalla
polvere.
– 18 –

— Da questa parte, signore — ha detto educatamente il caporale. Seguendolo, siamo


tornati indietro. Due dei fuoristrada erano partiti per scortare gli scuolabus fino alla
Wright-Patterson. Gli altri erano parcheggiati davanti alla baracca e al magazzino, con
le canne delle mitragliatrici rivolte verso terra, simili a teste chine di creature
metalliche assopite. Il complesso era deserto. Tutti, soldati compresi, erano dentro la
baracca.
Tutti, tranne uno.
Mentre ci avvicinavamo, Hutchfield è uscito dal magazzino. Non so cosa splendesse
di più, se la sua testa rasata o il suo sorriso. — Ottimo, Sullivan! — ha urlato a papà.
— E tu che volevi squagliartela dopo il primo drone.
— A quanto pare mi sbagliavo.
— Tra cinque minuti riunione con il colonnello Vosch. Ma prima devi restituire le
dotazioni.
— Le cosa?
— Le armi. Ordini del colonnello.
Papà ha lanciato un’occhiata al soldato al nostro fianco. Il vetro nero e inespressivo
della maschera ha risposto al suo sguardo. — Perché? — ha chiesto.
— Ti serve una spiegazione? — Pur continuando a sorridere, Hutchfield ha stretto gli
occhi.
— Mi piacerebbe averla, sì.
— Normale procedura, Sullivan. In tempo di guerra non è ammissibile che dei civili
senza esperienza né addestramento se ne vadano in giro armati fino ai denti. —
Parlava con sufficienza, come se si stesse rivolgendo a un cretino.
Ha teso la mano. Papà si è tolto il fucile di spalla. Hutchfield glielo ha strappato via
ed è scomparso nel magazzino.
Papà si è girato verso il caporale: — Siete riusciti a stabilire un contatto con… — Ha
cercato la parola giusta. — Con gli Altri?
Un’unica sillaba, pronunciata con voce stridente e priva di intonazione: — No.
Hutchfield è uscito ed è scattato sull’attenti di fronte al caporale. Era immerso nel
suo elemento, di nuovo in compagnia di commilitoni. Sprizzava gioia da tutti i pori,
tanto che pareva lì lì per farsela addosso dall’emozione.
— Tutte le armi sono state rintracciate e poste al sicuro, caporale. — “Tutte
eccetto due” ho pensato. Ho guardato papà. Non ha mosso un muscolo, salvo quelli
degli occhi. Guizzo a destra, guizzo a sinistra. “No.”
Ci poteva essere un’unica spiegazione per quel gesto. E quando ci ripenso, se mi ci
fisso, comincio a odiare mio padre. A odiarlo perché non si è fidato del suo istinto. A
odiarlo perché ha ignorato la vocina che di sicuro gli sussurrava: “C’è qualcosa che non
va. C’è qualcosa che proprio non va.”
Lo odio anche adesso. Se fosse qui, gli darei un pugno in faccia per quel
comportamento da ingenuo.
Il caporale ci ha fatto segno di entrare nella baracca. Era ora di andare alla riunione
del colonnello Vosch.
Ora che il mondo finisse.
– 19 –

Ho capito subito chi era Vosch.


Fermo accanto alla porta, altissimo, l’unico uomo in mimetica che non avesse in
braccio un fucile.
Appena siamo entrati nel carnaio dell’ex ospedale, ha rivolto un cenno a Hutchfield. Il
caporale Branch gli ha fatto il saluto e si è infilato tra i soldati allineati lungo le pareti.
Era quella la scena: soldati in piedi su tre lati, profughi nel mezzo. La mano di papà
ha cercato la mia. Mi ci sono aggrappata mentre con l’altra stringevo l’orsacchiotto di
Sammy. “Allora, papà? Si è fatta più forte la vocina quando hai visto quegli uomini
armati in fila contro il muro? È per questo che mi hai presa per mano?”
— Bene, ora possiamo avere delle risposte? — ha urlato qualcuno nel vederci
arrivare.
E tutti – tutti tranne i soldati – hanno cominciato a gridare domande in
contemporanea.
— Sono atterrati?
— Come sono fatti?
— Cosa sono?
— A che servono quegli apparecchi grigi che si vedono di continuo in cielo?
— Quando ce ne andiamo?
— Quanti sopravvissuti avete trovato?
Vosch ha sollevato la mano per avere silenzio. L’effetto è stato parziale.
Hutchfield gli ha fatto il saluto: — Ci sono tutti, signore!
Ho contato rapidamente le teste dei presenti. — No — ho detto. C’era troppo
baccano: dovevo alzare la voce. — No! — Ho guardato papà. — Crisco non c’è.
Hutchfield ha aggrottato la fronte. — Chi è Crisco?
— È uno psic… un ragazzino…
— Un ragazzino? Allora sarà andato via in scuolabus con gli altri.
Gli altri. Fa quasi ridere a ripensarci ora. Amaramente.
— Devono essere tutti qui — ha detto Vosch da dietro la maschera. La sua voce era
profondissima, simile a un brontolio sotterraneo.
— È più probabile che gli sia venuta una crisi di panico — ho ribattuto. — È un
coniglio.
— Dove potrebbe essere andato? — ha chiesto Vosch.
Ho scosso il capo. Non ne avevo idea.
E invece sì che ce l’avevo, e più di un’idea. Sapevo esattamente dov’era andato.
— Alla fossa cineraria.
— E dov’è questa fossa cineraria?
— Cassie — si è intromesso papà. Mi stava stritolando la mano. — Perché non lo vai
a cercare? Così poi il colonnello può iniziare la riunione.
— Io?
Non capivo. Probabilmente a quel punto la vocina di papà stava gridando a
squarciagola, solo che io non potevo sentirla e lui non poteva dirmelo. L’unica cosa che
poteva fare era provare a comunicarmelo con gli occhi. Magari il messaggio era: «Sai,
Cassie, come si fa a distinguere i nemici in guerra?»
Non so perché non si sia offerto di accompagnarmi. Forse pensava che di me non
avrebbero sospettato e che così almeno uno di noi ne sarebbe uscito vivo, o se non
altro ne avrebbe avuto la possibilità.
Forse.
— D’accordo — ha detto Vosch. Ha mosso il dito verso il caporale Branch: “Vai con
lei.”
— Può cavarsela da sola — ha osservato papà. — Conosce questo bosco come le
sue tasche. Cinque minuti, okay? — Ha guardato Vosch e ha sorriso. — Cinque.
— Non dire scemenze, Sullivan — è intervenuto Hutchfield. — Non può andare là
fuori senza scorta.
— Giusto — ha risposto papà. — Vero. Hai ragione, certo.
Si è sporto ad abbracciarmi. Non troppo forte, non troppo a lungo. Un abbraccio
rapido. Stretta. Rilascio. Più di così sarebbe sembrato un addio. “Addio, Cassie.”
Branch si è voltato verso il comandante e ha detto: — Priorità assoluta, signore?
E Vosch ha annuito: — Priorità assoluta.
Siamo usciti nella luce splendente del giorno, l’uomo con la maschera antigas e la
ragazzina con l’orsacchiotto. Di fronte a noi, due soldati aspettavano appoggiati a un
fuoristrada. Prima, mentre passavamo lì davanti, mi erano sfuggiti. Nel vederci si sono
raddrizzati. Il caporale ha fatto segno con il pollice che procedeva tutto bene, poi ha
alzato l’indice. “Priorità assoluta.”
— È lontano? — mi ha chiesto.
— Non molto — ho risposto. La mia voce suonava esile. Forse l’orsacchiotto di
Sammy mi stava riportando all’infanzia. Il caporale mi ha seguita per il sentiero che si
inoltrava serpeggiando nel bosco dietro il complesso, in braccio il fucile con la canna
abbassata. Il terreno arido scricchiolava in segno di protesta sotto i suoi scarponi di
cuoio marrone.
Era una giornata calda, ma sotto le fronde del verde intenso di fine estate si stava
meglio. Abbiamo superato l’albero dietro cui avevo nascosto l’M16. Non mi sono girata
a guardarlo. Ho continuato a camminare verso la radura.
Ed eccolo lì, lo stronzetto, immerso fino alle caviglie nello strato di ossa e ceneri,
che frugava tra i resti polverizzati in cerca dell’ennesimo, inutile, inestimabile gingillo
da portare con sé quando si fosse messo in strada verso il suo futuro tra quelli che
comandavano.
Appena siamo sbucati nello spiazzo erboso, si è girato. Luccicava di sudore e della
schifezza che si spalmava sui capelli. Aveva le guance striate di polvere nera.
Sembrava la brutta copia di un giocatore di football. Quando ci ha visti, si è portato
una mano dietro la schiena. Un oggetto d’argento ha scintillato al sole.
— Ehi! Cassie? Ehi, eccoti. Ero venuto qui a cercarti dato che non ti trovavo nella
baracca, e poi mi sono accorto che c’era…
— È lui? — mi ha chiesto il soldato. Si è buttato il fucile in spalla facendo un passo
avanti.
Eravamo io, il soldato in mezzo e Crisco tra i resti nella fossa. — Sì — ho detto. —
È Crisco.
— Non mi chiamo Crisco — ha squittito. — Mi chiamo…
Non saprò mai come si chiamava davvero.
Non ho visto la pistola né sentito lo sparo. Non mi sono resa conto che il soldato la
estraeva dalla fondina sul fianco, ma d’altronde non stavo guardando lui, stavo
guardando Crisco. La testa gli è schizzata all’indietro, come se qualcuno l’avesse tirato
per quei capelli unti. Poi, quasi ripiegandosi su se stesso, è crollato stringendo in mano
i tesori dei morti.
– 20 –

Era il mio turno.


Il turno della ragazzina che, zaino in spalla e ridicolo orsacchiotto in mano, se ne
stava due metri dietro di lui.
Si è voltato di scatto con il braccio teso. Nella mia memoria la scena successiva è
un po’ confusa. Non ricordo di aver lasciato cadere l’orsacchiotto, né di aver tirato fuori
la pistola dalla tasca posteriore. Non ricordo nemmeno di aver premuto il grilletto.
Ricordo solo il vetro nero della visiera che andava in frantumi.
E il soldato che piombava in ginocchio davanti a me.
E poi ricordo i suoi occhi.
I suoi tre occhi.
Be’, poi ovviamente ho capito che non aveva davvero tre occhi. Quello al centro era
il foro annerito creato dal proiettile.
Dev’essere rimasto scioccato nel girarsi e vedersi una pistola puntata in faccia.
Perché ha esitato. Quanto? Un secondo? Meno di un secondo? Ma in quel millisecondo
l’eternità si è attorcigliata su se stessa come un’anaconda gigante. Chiunque abbia
subito un incidente sa di cosa parlo. Quanto ci mette un’auto a schiantarsi? Dieci
secondi? Cinque? A chi è a bordo di quell’auto non sembra così poco. Sembra una vita.
È crollato in terra di faccia. L’avevo stecchito, su questo non c’erano dubbi. Nella
nuca aveva un foro d’uscita simile a un cratere.
Ma non ho abbassato l’arma. L’ho tenuta puntata contro la sua testa mentre
indietreggiavo verso il sentiero.
Poi mi sono voltata e ho cominciato a correre a gambe levate.
Nella direzione sbagliata.
Verso il campo.
Non è stata una mossa intelligente. Ma ormai non ragionavo più. Ho solo sedici anni,
ed era la prima volta che mi capitava di sparare a bruciapelo a qualcuno. Avevo
problemi a gestire la cosa.
Volevo solo tornare da papà.
Papà avrebbe aggiustato tutto.
Perché è questo che fanno i papà. Aggiustano tutto.
Il mio cervello ci ha messo un po’ ad accorgersi dei rumori. Nel bosco
riecheggiavano le scariche intermittenti delle armi automatiche e le urla della gente,
ma non ne ha afferrato subito il senso, così come era stato per lo scatto all’indietro
della testa di Crisco, per il modo in cui il suo corpo si era accasciato nella polvere
grigia quasi ogni osso si fosse d’un tratto trasformato in gelatina, o per la magistrale
piroetta con cui il suo assassino si era girato stringendo una pistola dalla canna
luccicante.
Il mondo si stava disintegrando. E i pezzi di quel disastro mi stavano piovendo
addosso.
Era l’inizio della Quarta Onda.
Rallentando pian piano, mi sono fermata a pochi passi dal complesso. In aria
aleggiava l’odore pungente della polvere da sparo. Dalle finestre della baracca si
alzavano spire di fumo. Una persona si stava trascinando verso il magazzino.
Era mio padre.
Aveva la schiena inarcata. Il viso coperto di terra e sangue. Dietro di lui c’era una
scia di macchie rosse.
Appena sono sbucata dagli alberi, si è voltato.
“No, Cassie” ha scandito con le labbra. Poi gli hanno ceduto le braccia. È piombato
giù ed è rimasto immobile.
Dalla baracca è emerso un soldato. È andato verso mio padre. Tranquillo, con le
spalle rilassate e le braccia lungo i fianchi.
Sono indietreggiata tra gli alberi. Ho alzato la pistola. Ma si trovava a più di trenta
metri di distanza. Se lo mancavo…
Era Vosch. Sembrava ancora più alto vicino al corpo accartocciato di mio padre. Papà
non si muoveva. Probabilmente si stava fingendo morto.
Inutile.
Vosch gli ha sparato lo stesso.
Non ricordo di aver fatto rumori mentre lui premeva il grilletto. Ma devo comunque
avere in qualche modo messo in allarme il suo senso di ragno. La maschera nera si è
girata, il sole un riflesso accecante sulla visiera. Con la mano tesa verso i due soldati
che stavano uscendo dalla baracca, Vosch ha prima sollevato l’indice, poi ruotato il
pollice nella mia direzione.
“Priorità assoluta.”
– 21 –

Si sono slanciati verso di me come due ghepardi. Si muovevano talmente in fretta che
l’impressione era proprio quella. In vita mia non avevo mai visto nessuno correre così
veloce. L’unica cosa che ci andasse vicino era una ragazzina fuori di sé dalla paura che
aveva appena visto suo padre morire ammazzato.
Foglia, ramo, viticcio, rovo. Il sibilo dell’aria nelle orecchie. La rapida successione dei
colpi dei miei piedi sul sentiero.
Schegge di cielo azzurro tra le fronde degli alberi, lame di luce piantate nella terra
distrutta. Il mondo sottosopra e allo sbando.
Mentre mi avvicinavo al punto in cui avevo nascosto l’ultimo regalo di mio padre, ho
rallentato. Errore. Una serie di proiettili di grosso calibro si è conficcata nel tronco a
cinque centimetri dalla mia tempia. Nell’impatto si è sollevata una nuvola di legno
polverizzato. Frammenti minuscoli e sottili come capelli mi sono entrati nella guancia.
«Sai, Cassie, come si fa a distinguere i nemici in guerra?»
Non potevo batterli in velocità.
Non potevo batterli in potenza di fuoco.
Forse, però, potevo batterli in astuzia.
– 22 –

Arrivati alla radura, per prima cosa hanno visto il corpo del caporale Branch, o di
chiunque si facesse chiamare così.
— Ce n’è un altro laggiù — ha detto uno dei due.
Scricchiolio di scarponi pesanti su uno strato di ossa friabili.
— Morto — ha riferito il secondo.
Ronzio di ricetrasmittente, poi: — Colonnello, abbiamo Branch e un civile non
identificato. Negativo, signore. Branch è stato ucciso in azione. Ripeto, Branch è stato
ucciso in azione. — Rivolgendosi al compagno fermo accanto a Crisco, ha detto: —
Vosch vuole che rientriamo immediatamente.
Altri scricchiolii mentre il secondo soldato si sollevava per tornare indietro.
— La ragazzina ha mollato qui questo.
Il mio zaino. Avevo cercato di lanciarlo nel bosco, il più lontano possibile dalla fossa.
Ma era finito contro un albero ed era caduto proprio sul confine della radura.
— Strano — ha aggiunto.
— Poco male — ha detto il primo. — Si occuperà di lei l’Occhio.
“L’Occhio?”
Le voci si sono spente. Nel bosco è tornato il rumore della quiete. Il fruscio del
vento. Il cinguettio degli uccelli. Il tramestio di uno scoiattolo tra i cespugli.
Io, però, non mi sono mossa. Ogni volta che sentivo affiorare la tentazione di
fuggire, la ricacciavo indietro.
“Non avere fretta, Cassie. Quello che volevano fare, l’hanno fatto. Ora tu devi
rimanere qui finché non viene buio. Resisti!” Così ho resistito. Sono rimasta immobile
nel letto di polvere e ossa, coperta dalle ceneri delle vittime crudelmente mietute dagli
Altri.
E ho cercato di non pensare.
Di non pensare a cosa c’era sopra di me.
Poi mi sono detta: “Queste ossa erano persone e queste persone mi hanno salvato
la vita.” E l’orrore che provavo si è affievolito. Erano solo persone. Come me, non
avevano chiesto di stare lì. Però ci stavano, e allora ci sono rimasta anch’io, immobile.
È bizzarro, ma avevo quasi l’impressione di sentire le loro braccia, calde e morbide,
intorno a me.
Non so quanto tempo sia durato quell’abbraccio. Ore, o così mi sembrava. Quando
alla fine mi sono rimessa in piedi, la luce del sole era diventata di un giallo dorato e
l’aria più fresca. Ero coperta dalla testa ai piedi di cenere grigia. Dovevo somigliare a
un guerriero maya.
«Si occuperà di lei l’Occhio.»
Si riferiva ai droni, gli occhi nel cielo? Se si riferiva ai droni, allora quella non era
un’unità deviata che batteva le campagne per eliminare ogni possibile portatore della
Terza Onda e, quindi, il rischio di contagio per chi non era ancora stato esposto al
virus.
Un’unità del genere sarebbe stata un gran brutto affare.
Ma l’alternativa era decisamente peggio.
Sono corsa a recuperare lo zaino. Il fitto del bosco mi chiamava. Più distanza
mettevo tra me e loro, meglio era. Poi però mi sono ricordata del regalo di mio padre,
lungo il sentiero ma parecchio lontano, praticamente a due passi dal complesso. Perché
non l’avevo nascosto nella fossa?
Poteva senz’altro rivelarsi più utile di una pistola.
Non si sentiva volare una mosca. Anche gli uccelli si erano zittiti. C’era solo il vento.
Le sue dita passavano sui cumuli di resti sollevando in aria ceneri che danzavano nella
luce dorata.
Se n’erano andati. Non c’era pericolo.
Eppure non li avevo sentiti partire. Non mi sarebbe dovuto arrivare il rombo
dell’autocarro, il brontolio dei fuoristrada?
Poi mi è tornato in mente Branch che avanzava verso Crisco. «È lui?» Che si
buttava in spalla il fucile.
Il fucile. Mi sono avvicinata furtiva al corpo. Ogni passo sembrava un tuono. Ogni
respiro un’esplosione in miniatura.
Era caduto ai miei piedi di faccia. Ora era disteso supino, ma il viso era ancora in
gran parte nascosto dalla maschera antigas.
Pistola e fucile erano spariti. Dovevano averli presi i soldati. Per un secondo sono
rimasta immobile. E muoversi era vitale a quel punto della battaglia.
Quella non era parte della Terza Onda. Era una cosa completamente diversa. Era
l’inizio della Quarta Onda, senza dubbio. E forse la Quarta Onda era una versione
malsana di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Forse Branch non era umano e aveva il
viso coperto proprio per quello.
Mi sono inginocchiata accanto al corpo. Ho afferrato la sommità della maschera e
l’ho abbassata fino a scoprire gli occhi, occhi castani dall’aspetto assolutamente umano
che mi fissavano senza vedermi. Ho continuato a tirare.
Poi mi sono fermata.
Volevo e non volevo vedere. Volevo ma non volevo sapere. “Vattene e basta. Non è
importante, Cassie. È importante? No. Non è importante.”
A volte capita di rivolgersi alla propria paura dicendo cose tipo “Non è importante”,
parole con la stessa funzione di pacche in testa a un cane irrequieto.
Mi sono alzata. No, in effetti non era importante se quel soldato aveva la bocca da
astice o era il fratello gemello di Justin Bieber. Ho raccolto l’orsacchiotto di Sammy e
ho cominciato ad attraversare la radura.
Qualcosa però mi ha trattenuta. Non mi sono infilata nel bosco. Non mi sono
precipitata verso ciò che, più di tutto il resto, poteva salvarmi: la distanza.
Può darsi sia stato per via dell’orsacchiotto. Quando l’ho tirato su, ho rivisto mio
fratello con il viso schiacciato contro il vetro dello scuolabus e ho risentito in testa la
sua vocina. «Per quando hai paura. Ma vedi di non abbandonarlo. Non te lo scordare.»
E invece c’era mancato poco. Se non fossi andata a cercare le armi di Branch, me lo
sarei proprio scordato. Il caporale ci era praticamente caduto sopra.
«Vedi di non abbandonarlo.»
Di fatto, al campo di corpi non ne avevo visti. Solo quello di papà. E se qualcuno
fosse sopravvissuto a quei tre minuti di eternità nella baracca? Magari era ferito e
l’avevano lasciato lì a morire. Ma se c’era qualcuno ferito e i finti soldati avevano
levato le tende, andandomene sarei stata io a lasciarlo a morire.
A volte, si sa, ti racconti di avere scelta, ma in realtà non ce l’hai. Solo perché
esistono più alternative non significa che tu le abbia davvero a disposizione.
Ho fatto dietrofront, sono tornata sui miei passi girando intorno al corpo di Branch e
ho imboccato il tunnel scuro del sentiero.
– 23 –

Stavolta il fucile d’assalto l’ho preso eccome. Mi sono cacciata la Luger nella cintura,
ma non potevo certo pretendere di usare l’M16 con una mano occupata, perciò ho
dovuto lasciare l’orsacchiotto sul sentiero.
— Tranquillo. Non mi scorderò di te — gli ho sussurrato.
Ho deviato dal sentiero e ho girato silenziosa tra gli alberi. Arrivata in prossimità del
campo, mi sono acquattata e ho proseguito strisciando.
“Be’, ecco perché non li hai sentiti partire.”
Vosch stava dando ordini a due soldati sulla soglia del magazzino. Un altro gruppetto
di militari bighellonava vicino a uno dei fuoristrada. In tutto c’erano sette persone,
quindi ne mancavano cinque. Erano in giro per il bosco a cercarmi? Il corpo di papà era
sparito: magari a quei cinque era toccato il compito di disfarsi dei cadaveri. Senza
contare i bambini andati via con gli scuolabus, al campo c’erano quarantadue persone.
Ne avevano da smaltire.
Alla fine è saltato fuori che avevo ragione: era un’operazione di smaltimento.
Solo che i Silenziatori non smaltiscono i corpi come noi.
Vosch adesso era a volto scoperto. Così i tizi insieme a lui. Non avevano bocche da
astice né tentacoli sul mento. Sembravano normalissimi esseri umani, perlomeno da
lontano.
Dunque non avevano più bisogno delle maschere. Perché no? Evidentemente se
n’erano serviti solo per la messinscena. Avevano finto di proteggersi dall’infezione
proprio come noi ci aspettavamo.
Due soldati si sono allontanati dal fuoristrada portando una specie di boccia o
mappamondo dello stesso colore metallico grigio spento dei droni. Vosch ha indicato un
punto a metà tra il magazzino e la baracca: quello, sembrava, in cui era caduto mio
padre.
Poi si sono allontanati tutti eccetto un soldato donna, che si è inginocchiata accanto
alla sfera grigia.
I fuoristrada hanno preso vita con un ruggito. Un altro motore si è unito al coro:
l’autocarro per il trasporto truppe parcheggiato all’entrata del complesso, fuori della
mia visuale. Me n’ero dimenticata. A quanto pareva, gli altri erano già a bordo in
attesa. In attesa di cosa?
La donna si è alzata ed è corsa dai compagni. L’ho guardata salire sul fuoristrada.
Ho guardato il fuoristrada girarsi e partire in un turbinio di polvere. Ho guardato la
polvere vorticare e posarsi. Contemporaneamente, si è posata su tutto la quiete del
crepuscolo estivo. Il silenzio mi martellava nelle orecchie.
E poi la sfera grigia si è illuminata.
Poteva essere un bene, un male o né un bene né un male, ma comunque cosa fosse,
un bene o un male o né un bene né un male, dipendeva dal punto di vista.
A piazzare lì la sfera erano stati loro, quindi per loro era un bene.
La luce si stava intensificando. Era di un nauseabondo verde giallastro. Pulsava
leggermente. Come un… un cosa? Un faro?
Ho scrutato il cielo già quasi scuro. Stavano spuntando le prime stelle. Non ho visto
droni.
Se dal loro punto di vista era un bene, probabilmente dal mio era un male.
Be’, non probabilmente. Più che altro, sicuramente.
L’intervallo tra i lampi diminuiva ogni pochi secondi. I lampi sono diventati baleni. I
baleni, guizzi.
Lampo… Lampo… Lampo…
Baleno, baleno, baleno.
Guizzoguizzoguizzo.
Nel buio la sfera mi ricordava un occhio, un ammiccante bulbo oculare di un tenue
giallo verdastro.
«Si occuperà di lei l’Occhio.»
La mia memoria ha conservato traccia di quello che è successo dopo con una serie
di istantanee, tipo fotogrammi di un film d’essai con riprese sussultanti da cinepresa
portatile.
IMMAGINE 1: Sul sedere, mentre mi muovo all’indietro come un gambero per
allontanarmi dal campo.
IMMAGINE 2: In piedi. Mentre corro. Il fogliame, una macchia sfocata di verde,
marrone e grigio muschio.
IMMAGINE 3: L’orsacchiotto di Sammy. La zampetta distrutta dai colpi di gengive e
denti che mio fratello ha cominciato a dargli quando era un bebè che mi si agitava tra
le mani.
IMMAGINE 4: Io che raccolgo per la seconda volta quell’orsacchiotto del cavolo.
IMMAGINE 5: La fossa cineraria in primo piano. Io a metà strada tra il corpo di
Branch e quello di Crisco. Con l’orsacchiotto di Sammy stretto al petto.
IMMAGINI 6-10: Ancora bosco, ancora io che corro. Guardando attentamente,
nell’angolo in basso a sinistra della decima immagine si vede un burrone.
IMMAGINE 11: Ultimo fotogramma. Io sospesa a mezz’aria sul burrone pieno di
ombre, subito dopo essermi lanciata dal ciglio.
L’onda verde è passata con un rombo sopra il mio corpo raggomitolato sul fondo
tirandosi dietro una gigantesca massa di detriti: alberi, sassi, corpi di uccelli e
scoiattoli e marmotte e insetti, ceneri della fossa, schegge della baracca e del
magazzino polverizzati – compensato, cemento, chiodi, lamiera – più i primi cinque
centimetri di terra in un raggio di cento metri dall’esplosione. Ho avvertito l’onda d’urto
ancora prima di piombare sul fondo fangoso del burrone. Una pressione spaventosa su
ogni centimetro del corpo, talmente intensa da farmi scricchiolare le ossa. Per poco
non mi si sono spaccati i timpani, al che mi è tornato in mente Crisco che diceva:
«Sai che succede quando ti esplodono davanti duecento decibel?»
“No, Crisco, non lo so.”
“Ma un’idea ce l’ho.”
– 24 –

Non riesco a smettere di pensare al soldato dietro i frigoriferi e al crocifisso che aveva
in mano. Il soldato e il crocifisso. Forse è per quello che ho premuto il grilletto. Non
perché pensassi che il crocifisso fosse un’arma. Ho premuto il grilletto perché lui era
un soldato, o perlomeno dall’abbigliamento lo sembrava.
Non era né Branch né Vosch né uno degli altri militari presenti il giorno in cui mio
padre è morto.
Non lo era e lo era.
Non era nessuno di loro ed era ognuno di loro.
Non è stata colpa mia. È questo che mi ripeto. “Sono stati loro, non io” dico al
soldato morto. “Se vuoi accusare qualcuno, accusa gli Altri, e lasciami in pace.”
Scappare = morire. Restare = morire. Più o meno è questo il tema della festa.
Sotto la Buick sono scivolata in un crepuscolo tiepido e languido. Il laccio emostatico
di fortuna aveva fermato quasi del tutto l’emorragia, ma la ferita pulsava al ritmo
sempre più lento dei battiti del mio cuore.
“Non è così terribile” ricordo di aver pensato. “Tante storie, ma in fondo morire non
è così terribile.”
E poi ho rivisto il viso di Sammy schiacciato contro il lunotto dello scuolabus giallo.
Sorrideva. Circondato da quei bambini si sentiva al sicuro, e in più c’erano i soldati, e i
soldati avrebbero fatto in modo di proteggerlo, accudirlo e assicurarsi che tutto
andasse bene.
C’era una cosa che mi tormentava da settimane. Che mi teneva sveglia di notte.
Che mi assaliva quando meno me lo aspettavo, mentre leggevo o cercavo da mangiare
o me ne stavo semplicemente sdraiata nella mia tenda nel bosco a pensare alla vita
prima della comparsa degli Altri.
A che scopo?
Perché stare a mettere in piedi la gigantesca farsa dei soldati che vengono a
salvarci in extremis? Con le maschere antigas, le uniformi, la “riunione” nella baracca?
A che scopo darsi tanto da fare quando potevano mandarci tutti quanti all’altro mondo
semplicemente sganciando da un drone uno dei loro bulbi lampeggianti?
In quella fredda giornata di autunno, mentre mi dissanguavo sotto la Buick, mi è
piombata addosso la risposta. Mi è piombata addosso con più violenza del proiettile che
mi aveva trapassato la gamba.
Sammy.
Volevano Sammy. No, non solo lui. Volevano tutti i bambini. E per prendere i bambini,
dovevano convincerci a fidarci di loro. “Convinciamo gli umani a fidarsi, prendiamo i
bambini e poi facciamo saltare in aria ogni cosa.”
Ma perché si erano scomodati a salvare i bambini? Con le prime tre ondate ne
avevano uccisi milioni e milioni: non mi pareva proprio che avessero un debole per loro.
Perché allora avevano preso Sammy?
Ho alzato la testa senza riflettere e l’ho picchiata contro il telaio della Buick. Non
me ne sono quasi accorta.
Non avevo la certezza che Sammy fosse vivo. Per quanto ne sapevo, potevo essere
l’ultima persona sulla Terra. Ma avevo fatto una promessa.
L’asfalto fresco mi graffia la schiena.
Il sole caldo mi sfiora la guancia fredda.
Con dita insensibili artiglio la maniglia della portiera e la utilizzo per tirare su da
terra quello straccio di corpo incline all’autocommiserazione che mi ritrovo.
Non posso mettere il peso sulla gamba ferita. Mi appoggio all’auto per un secondo,
poi mi spingo in piedi. Su una gamba, ma in piedi.
È possibile che mi sbagli a pensare che volessero Sammy vivo. È dall’Arrivo che mi
sbaglio praticamente su tutto. È anche possibile che io sia l’ultimo essere umano sulla
Terra.
È possibile – anzi, è probabile – che io sia condannata.
Ma se sono davvero l’ultimo esemplare della specie, l’ultima pagina del libro
dell’umanità, non ho la minima intenzione di lasciare che la storia finisca così.
Magari sono l’ultima, ma sono ancora in piedi. Sono quella che, su una statale
deserta, si gira ad affrontare il cacciatore senza volto in agguato nel bosco. Sono quella
che non scappa né resta, bensì affronta.
Perché se sono l’ultima, allora sono l’umanità intera.
E se questa è l’ultima guerra dell’umanità, allora sono il campo di battaglia.
II
Mnemolandia
– 25 –

Chiamatemi Zombi.
Testa, mani, piedi, schiena, pancia, gambe, braccia, petto: mi fa male tutto. Mi fa
male anche battere le palpebre. Quindi cerco di non muovermi e cerco di non pensare
troppo al dolore. Cerco di non pensare troppo, punto. Negli ultimi tre mesi ho visto
abbastanza casi di contagio da sapere cosa seguirà: cedimento totale del sistema, a
partire dal cervello. La Morte Rossa prima trasforma il cervello in poltiglia, poi liquefa
gli altri organi. Non sai dove sei, chi sei, cosa sei. Diventi uno zombi, un morto che
cammina: se avessi la forza di camminare, ma non ce l’hai.
Sto morendo. Lo so. Diciassette anni e la festa è finita.
È durata poco. Sei mesi fa, le mie più grandi preoccupazioni erano passare l’esame
di chimica e trovare un lavoretto estivo che mi permettesse di finire di sistemare il
motore della mia Corvette del ’69. Appena è comparsa, ovvio, l’astronave ha assorbito
parte dei miei pensieri, ma ci ha messo poco a scivolare in secondo piano. Seguivo il
telegiornale come chiunque altro e passavo fin troppo tempo a condividere buffi video
di YouTube sull’argomento, ma non ho mai pensato che la cosa mi avrebbe toccato
personalmente. Vedere in TV le manifestazioni e le marce e le sommosse che hanno
preceduto il primo attacco era come guardare un film o un servizio del notiziario girato
in un paese straniero. Non avevo l’impressione che quella faccenda mi riguardasse.
Morire non è molto diverso. Non pensi che ti possa succedere… finché non ti
succede. Sto morendo, lo so. Non c’è bisogno che me lo dicano. Però Chris, il ragazzo
con cui dividevo questa tenda prima di ammalarmi, lo fa ugualmente: — Bello mio,
secondo me stai morendo — dice senza battere ciglio restando accovacciato fuori,
davanti all’apertura, e premendosi sul naso uno straccio lurido.
È passato a controllare in che stato sono. Ha una decina di anni più di me, e credo
che mi veda come un fratello minore. O magari è passato solo a controllare se sono
ancora vivo: in questa parte di campo è lui il responsabile dello smaltimento. I fuochi
sono accesi ventiquattro ore su ventiquattro. Di giorno, il campo profughi intorno alla
Wright-Patterson è immerso in una nebbia densa e soffocante. Di notte, il bagliore delle
fiamme tinge il fumo di un rosso intenso che dà l’impressione che l’aria sanguini.
Ignoro il suo commento e gli chiedo cosa ha sentito dalla Wright-Patterson. La base
è completamente isolata da quando, dopo l’attacco alle coste, è sorta la tendopoli.
Nessuno è autorizzato a entrare o uscire. Stanno cercando di contenere la Morte Rossa,
o almeno così dicono. Ogni tanto qualche soldato armato fino ai denti e coperto dalla
testa ai piedi da una tuta protettiva varca il cancello principale con acqua e viveri, ci
assicura che si sistemerà tutto e poi fila di nuovo dentro abbandonandoci a noi stessi.
Abbiamo bisogno di medicinali. E loro ci dicono che non esiste cura per l’epidemia.
Abbiamo bisogno di fognature. E loro ci danno pale per scavare una fossa. Abbiamo
bisogno di informazioni. “Che cavolo sta succedendo?” E loro ci dicono che non lo
sanno.
— Non sanno niente — sbotta Chris. È magrolino e stempiato: prima che gli attacchi
rendessero la contabilità obsoleta, faceva il contabile. — Nessuno sa niente. Girano solo
voci che però tutti prendono per notizie. — Mi lancia un’occhiata, poi distoglie lo
sguardo. Come se guardarmi gli facesse male. — Vuoi sentire l’ultima?
Mica tanto. — Certo. — Così almeno resta. Lo conosco solo da un mese, ma non mi
rimane che lui. Sono bloccato qui, su un vecchio letto da campo con uno spicchio di
cielo per vista. Spesso vedo passare tra il fumo forme indistinte dal profilo umano,
simili a personaggi di un film dell’orrore, e ogni tanto sento grida e pianti, ma sono
giorni che non parlo con nessuno.
— L’epidemia non sarebbe opera loro, ma nostra — dice. — Sfuggita da un impianto
segreto del governo dopo che è saltata la corrente.
Tossisco. Lui fa uno scatto indietro, ma non se ne va. Aspetta che mi passi
l’attacco. Da qualche parte ha perso una delle lenti degli occhiali. È costretto a tenere
l’occhio sinistro sempre strizzato. Sposta il peso da un piede all’altro sul terreno
fangoso. Vuole e non vuole andarsene. Conosco quella sensazione.
— Non sarebbe comico? — ansimo. Mi sento in bocca il sapore del sangue.
Scrolla le spalle. Comico? Non c’è più niente di comico. O magari è tutto talmente
comico che non ha più senso definirlo tale. — Non è opera nostra. Pensaci bene. I primi
due attacchi spingono i superstiti verso l’interno in cerca di riparo in campi tipo questo.
Di conseguenza la popolazione si concentra e si viene a creare il terreno ideale per la
riproduzione del virus. Tonnellate di carne fresca tutte comodamente ammassate in un
punto. È geniale.
— Bisogna riconoscerglielo — dico cercando di essere ironico. Non voglio che se ne
vada, ma non voglio nemmeno che parli. Ha l’abitudine di lanciarsi in sproloqui: è uno di
quelli con un’opinione su tutto. Però, quando ogni persona che incontri muore pochi
giorni dopo le presentazioni, in te scatta qualcosa e smetti di fare lo schizzinoso
riguardo alle tue compagnie. Passi sopra a un sacco di difetti. E ti liberi anche di un
sacco di fisime, per esempio non ti fai più problemi ad ammettere che te la fai
addosso all’idea che le tue budella si riducano in pappa.
— Sanno come pensiamo — dice.
— Come cavolo fai a sapere cosa sanno? — Mi sto incazzando. Non capisco perché.
Forse sono invidioso. Dividevamo la tenda, l’acqua, il cibo, eppure a morire sono io.
Cosa lo rende tanto speciale?
— Non lo so — risponde subito. — L’unica cosa che so è che non so più niente.
In lontananza riecheggia uno sparo. Chris non fa una piega. Capita piuttosto spesso
al campo. Tiro a segno con gli uccelli. Avvertimenti alle bande che attentano alle tue
scorte. In alcuni casi i colpi indicano un suicidio: una persona all’ultimo stadio che
decide di far vedere alla malattia chi è che comanda. Appena sono arrivato, ho sentito
la storia di una donna che, anziché affrontare il Quarto Cavaliere, ha ucciso i tre figli e
poi si è ammazzata. Non riuscivo a capire se era stata coraggiosa o stupida. Poi ho
smesso di preoccuparmene. Che importanza ha com’era se tanto adesso è morta?
Chris non ha molto altro da dire e si affretta a farlo, così poi può andarsene. Come
molte delle persone non contagiate, è pieno di tic e in perenne stato di allerta. Gola
irritata: per il fumo o…? Mal di testa: per la mancanza di sonno, la fame o…? Deve
sentirsi come nel momento in cui, subito dopo aver passato la palla, con la coda
dell’occhio vedi che il difensore di cento chili ti sta per piombare addosso a tutta
velocità. Solo che quel momento non finisce mai.
— Torno domani — dice. — Ti serve qualcosa?
— Acqua. — Anche se non riesco a tenerla nello stomaco.
— Ce l’hai lì, amico. — Si alza. Ormai non vedo che i suoi pantaloni e gli scarponi
sporchi di fango. Non so come lo so, ma so che non lo rivedrò. Non tornerà o, nel caso,
io non me ne renderò conto. Non ci salutiamo. Nessuno si saluta più. I saluti hanno
preso tutto un altro significato da quando è comparso in cielo il Grande Occhio Verde.
Resto a osservare il fumo che turbina al suo passaggio. Poi tiro fuori da sotto la
coperta la catenina d’argento. Tenendomela davanti agli occhi nella luce morente, passo
il pollice sulla superficie liscia del medaglione a forma di cuore. Il fermaglio si è rotto
la notte in cui gliel’ho strappata dal collo, ma sono riuscito ad aggiustarlo con un
tagliaunghie.
Guardo verso l’ingresso della tenda e la vedo lì: so che non è davvero lei, che è il
virus a farmela immaginare, perché indossa lo stesso medaglione che ho in mano. Il
virus mi fa immaginare cose di tutti i tipi. Cose che ho voglia di vedere e cose che non
ho voglia di vedere. La bambina sull’ingresso è entrambe. “Perché mi hai abbandonata?”
Apro la bocca. Ancora quel sapore. — Vattene.
La sua immagine comincia a tremolare. Mi strofino gli occhi e mi ritrovo le nocche
bagnate di sangue. “Sei scappato. Perché sei scappato?” E poi il fumo la disgrega, la
frantuma, la manda in mille pezzi. Grido il suo nome. Non vederla è ancora peggio che
vederla. Stringo la collanina d’argento così forte che le maglie mi si conficcano nel
palmo.
Mi protendo per prenderla. Mi ritraggo per evitarla.
Mi protendo. Mi ritraggo.
Fuori della tenda, il fumo rosso delle pire funerarie. Dentro, la nebbia rossa della
malattia.
“Sei tu quella fortunata” dico a Sissy. “Te ne sei andata prima che le cose si
mettessero veramente male.”
Nuovi spari riecheggiano in lontananza. Stavolta, però, non si tratta dei colpi isolati di
qualche profugo disperato che fa fuoco contro le ombre, ma dei boati assordanti di
pezzi d’artiglieria. Del sibilo acuto di proiettili traccianti. Delle detonazioni rapide di
armi automatiche.
La Wright-Patterson è sotto attacco.
Una parte di me è sollevata. È una specie di liberazione, lo scatenarsi del temporale
a lungo atteso. L’altra, invece, quella ancora convinta che potrei guarire, è lì lì per
farsela sotto. Troppo debole per alzarsi da letto e, comunque, troppo terrorizzata per
farlo. Chiudo gli occhi e prego sottovoce che gli uomini e le donne della Wright-
Patterson tolgano di mezzo un invasore o due per me e Sissy. Ma soprattutto per
Sissy.
Ora siamo alle esplosioni. Forti esplosioni. Esplosioni che scuotono la terra, vibrano
sulla pelle, sbattono sulle tempie e opprimono il petto. Sembra che il mondo stia
andando a pezzi, e in un certo senso è davvero così.
La tenda è invasa dal fumo e l’apertura brilla come un occhio triangolare, un tizzone
ardente di un rosso inferno. “Okay, ci siamo” penso. “Quindi non morirò di malattia.
Vivrò ancora quanto basta per essere ucciso da un invasore alieno vero e proprio. È
comunque un modo migliore di andarsene, se non altro più veloce.” Sto cercando di
vedere la mia imminente dipartita sotto una luce positiva.
Risuona uno sparo. Vicinissimo, a giudicare dal rumore, forse un paio di tende più in
là. Sento una donna che strilla cose incomprensibili, un altro sparo, e la donna non
strilla più. Poi silenzio. Poi altri due colpi. Il fumo turbina, l’occhio rosso brilla. Ora lo
sento, sta venendo verso di me, sento i suoi scarponi affondare nel terreno viscido.
Rovisto tra la massa caotica di indumenti e bottiglie d’acqua vuote accanto al letto:
cerco la mia pistola, un revolver che Chris mi ha dato il giorno in cui mi ha invitato a
stare nella sua tenda. «Dov’è che tieni la pistola?» mi ha chiesto. Quando ha saputo
che non ce l’avevo, è rimasto scioccato. «Devi assolutamente avere una pistola,
amico» ha detto. «Ce l’hanno anche i bambini.» Poco importa che io abbia la mira di
un cieco o che ci siano ottime probabilità che mi prenda un piede: nell’era post-umana
Chris è un convinto sostenitore del diritto al possesso di armi sancito dal Secondo
Emendamento.
Aspetto che compaia sull’ingresso, stringendo il medaglione di Sissy in una mano e il
revolver nell’altra. Da una parte, il passato. Dall’altra, il futuro. È un modo di vedere le
cose. Magari se mi fingo morto, passerà oltre. Sorveglio l’apertura con le palpebre
mezzo abbassate.
E poi eccolo, una grande pupilla nera nell’occhio rosso, mentre con passo malfermo
si sporge dentro la tenda, a neanche un metro da me: non riesco a vederlo in faccia,
ma lo sento ansimare. Tento di controllare il mio, di respiro, ma per quanto mi sforzi il
rantolo dell’infezione che mi invade il petto è più forte delle esplosioni della battaglia.
Non capisco esattamente com’è vestito, ma mi sembra che abbia i pantaloni infilati
negli scarponi. Un soldato? Probabile. Ha in braccio un fucile.
Sono salvo. Alzo la mano con il medaglione e grido con un filo di voce. Lui viene
avanti incespicando. Finalmente riesco a vederlo in faccia. È un ragazzo appena più
grande di me, con il collo e le mani luccicanti di sangue. Si inginocchia accanto al letto
e come nota sul mio viso i segni rivelatori della malattia – la pelle giallastra, le labbra
gonfie, gli occhi infossati e iniettati di sangue – fa uno scatto indietro.
A differenza dei miei, i suoi occhi sono limpidi, e sbarrati per il terrore.
— Abbiamo sbagliato tutto, tutto! — sussurra. — Sono già qui… da parecchio…
proprio qui… dentro di noi… tutto questo tempo… dentro di noi.
Due grosse figure balzano dentro la tenda. Una afferra il soldato per il colletto e lo
trascina fuori. Sollevo la pistola o, meglio, ci provo, perché mi scivola di mano prima
ancora che io riesca ad alzarla di cinque centimetri dalla coperta. Poi la seconda figura
mi piomba addosso, spinge via il revolver e mi tira su con violenza. Per un istante
vengo accecato dal dolore. La figura si volta e grida al compagno appena rientrato: —
Controllalo! — Mi viene premuto in fronte un disco di metallo.
— È pulito.
— E malato. — Entrambi indossano una mimetica identica a quella del soldato
trascinato via.
— Come ti chiami, amico? — mi chiede uno dei due.
Scuoto la testa. Non capisco. Apro la bocca, ma non riesco ad articolare parola.
— Ormai è uno zombi — interviene l’altro. — Lascialo lì.
Il primo annuisce passandosi la mano sul mento, ma senza smettere di guardarmi.
Poi dice: — Il comandante però ha ordinato di recuperare tutti i civili non infetti.
Mi avvolge nella coperta e con un unico movimento fluido mi solleva e mi posa sulla
sua spalla. Come civile decisamente infetto sono a dir poco sconcertato.
— Tranquillo, zombi — mi rassicura. — Stai andando in un posto migliore.
Gli credo. E per un attimo mi concedo di sperare che non morirò.
– 26 –

Mi portano all’ospedale della base dove, su un piano in quarantena riservato alle vittime
dell’epidemia e soprannominato Reparto Zombi, vengo imbottito di morfina e di un
potente cocktail di antivirali. A occuparsi di me è una donna che si presenta come
dottoressa Pam. Ha lo sguardo dolce, la voce calma e le mani gelide. Porta i capelli
tirati in uno chignon. E sa di disinfettante ospedaliero misto a una traccia di profumo.
Due odori che non vanno molto d’accordo.
Ho una possibilità su dieci di cavarmela, dice. Scoppio a ridere. È probabile che io dia
leggermente i numeri per via dei farmaci. Una su dieci? E io che credevo di essere
condannato a morte. Non potrei essere più felice.
Nei due giorni che seguono, la febbre mi schizza a quaranta. Comincio a sudare
freddo, e persino il mio sudore è screziato di sangue. Mentre i medici bombardano
l’infezione, io entro ed esco da uno stato di semincoscienza delirante. Non esiste cura
per la Morte Rossa. L’unica cosa che possono fare è tenermi controllato e sotto
sedativi finché il virus non decide se sono di suo gusto o meno.
Il passato torna a farsi strada con prepotenza. A volte vedo mio padre, altre volte
mia madre, ma di solito a sedere al mio fianco è Sissy. La stanza diventa rossa. Sul
mondo cala una diafana cortina di sangue. Il reparto arretra e scompare dietro la
tenda. Resto a tu per tu con il nemico che mi ha invaso il corpo e con i morti: non
solo quelli della mia famiglia, ma tutti, tutti i miliardi di vittime che si protendono per
prendermi mentre io mi ritraggo per evitarli. Si protendono. Mi ritraggo. A pensarci
bene, non c’è davvero differenza tra noi, i morti e i vivi. È solo una questione di tempo:
i morti passati e i morti futuri.
Il terzo giorno la febbre mi dà tregua. Il quinto già trattengo i liquidi nello stomaco,
sento i polmoni più liberi e la vista è più chiara. La cortina rossa si scosta e metto a
fuoco il reparto, l’esercito di dottori, infermiere e inservienti in divisa e mascherina, più
le file di pazienti che, in vari stadi di morte futura, galleggiano in un calmo mare di
morfina. Altri, i morti presenti, vengono portati via con il viso coperto.
Il sesto giorno la dottoressa Pam annuncia che il peggio è passato. L’unica cosa che
mi dispiace è il fatto che dà ordine di levarmi tutte le medicine: la morfina mi
mancherà.
— Non è una decisione mia — spiega. — Tra poco verrai trasferito nel reparto
convalescenti, dove resterai finché non sarai di nuovo in grado di reggerti in piedi.
Avremo bisogno di te.
— Di me?
— Sì, per la guerra.
La guerra. Ricordo spari, esplosioni e un soldato che è entrato nella mia tenda
sussurrando: «Sono dentro di noi.»
— Che novità ci sono? — chiedo. — Cos’è successo?
Ma lei si è già girata e, porgendo la mia cartella a un inserviente, dice a voce bassa,
ma non così bassa che io non possa sentire: — Portalo in ambulatorio alle quindici,
quando avrà smaltito i farmaci. Muniamolo di impianto e poi avanti il prossimo.
– 27 –

Vengo portato in un grosso hangar vicino all’ingresso della base. Ovunque guardi, vedo
tracce della recente battaglia. Veicoli bruciati, macerie di edifici rasi al suolo, piccoli
fuochi caparbi ancora accesi, asfalto butterato e crateri larghi un metro provocati dai
colpi di mortaio. La recinzione, però, è stata riparata: oltre, dove prima sorgeva la
tendopoli, non c’è che una distesa annerita di terra di nessuno.
All’interno dell’hangar un gruppo di soldati dipinge enormi cerchi rossi sul pavimento
di cemento levigato. Non ci sono aerei. Passando per una porta nella parete in fondo,
vengo spinto in un ambulatorio, poi sollevato di peso dalla sedia a rotelle, appoggiato su
un lettino e lasciato lì per diversi minuti a rabbrividire nella mia vestaglietta leggera
sotto vivide luci al neon. A che servono quei grandi cerchi rossi? Come hanno fatto a
ripristinare la corrente? E cosa intendeva la dottoressa quando ha detto: «Muniamolo di
impianto e poi avanti il prossimo»? Non riesco a tenere a freno i pensieri. Cos’è
successo alla base? Se è stata attaccata dagli alieni, dove sono i corpi? Dov’è il disco
volante abbattuto? Come siamo riusciti a difenderci da un’intelligenza migliaia di anni
più evoluta della nostra e, per giunta, a sconfiggerla?
La porta si apre ed entra la dottoressa Pam. Mi punta una lucina negli occhi. Mi
ausculta il cuore e i polmoni, poi mi batte in un paio di punti. Mi mostra un cilindretto
grigio argento grande pressappoco come un chicco di riso.
— Cos’è? — chiedo. Quasi mi aspetto che dica che è una navicella spaziale e che gli
alieni non sono più grossi di amebe.
Invece risponde che è un dispositivo di localizzazione collegato all’elaboratore
centrale della base. Un apparecchio coperto dal massimo segreto in uso da anni in
ambito militare. Vogliono impiantarne uno in tutto il personale sopravvissuto. Ogni
dispositivo emette un segnale diverso, una specie di firma rilevabile con appositi
strumenti a un chilometro e mezzo di distanza. L’obiettivo è tenerci d’occhio, dice.
Proteggerci.
Mi fa un’iniezione dietro il collo per anestetizzarmi, quindi mi inserisce il cilindretto
sotto pelle, vicino alla base del cranio. Mette un cerotto sul punto d’inserimento, poi mi
aiuta a risalire sulla sedia a rotelle e mi porta nella stanza accanto. È molto più piccola
dell’altra. C’è una poltrona reclinabile bianca che mi ricorda quelle da dentista. Ci sono
un computer e un monitor. Mi dà una mano a salire sulla poltrona e poi inizia a
legarmici: cinghie ai polsi, cinghie alle caviglie. Il suo viso è vicinissimo al mio. Oggi,
nella guerra degli odori, il profumo è in leggero vantaggio sul disinfettante. La mia
espressione non le sfugge. — Non avere paura — mi dice. — Non fa male.
— Cos’è che non fa male? — sussurro impaurito.
Va al computer e comincia a battere comandi.
— Un programma che abbiamo trovato sul portatile di uno degli infestati — spiega.
Senza darmi il tempo di domandarle chi cavolo sono gli infestati, prosegue impassibile:
— Non sappiamo a che scopo lo usassero, ma sappiamo che è del tutto sicuro. Il suo
nome in codice è Mnemolandia.
— A cosa serve? — chiedo. Non ne sono sicuro, ma credo mi stia dicendo che in
qualche modo gli alieni erano riusciti a infiltrarsi alla Wright-Patterson e inserirsi nel
sistema informatico. Non riesco a levarmi di testa la parola infestati. Né il viso
insanguinato del soldato che ha fatto irruzione nella mia tenda. «Sono dentro di noi.»
— A fare una mappatura — risponde. Una risposta che non è una risposta.
— Una mappatura di cosa?
Per un lungo e imbarazzante momento, mi guarda come se stesse decidendo se
dirmi o no la verità. — Una mappatura della mente. Chiudi gli occhi e fa’ dei bei respiri
profondi. Tre… due… uno…
E l’universo implode.
Di colpo ho tre anni e, aggrappato alle sponde del lettino, salto e strillo come se mi
stessero ammazzando. Non sto ricordando quel giorno: lo sto rivivendo.
Ora di anni ne ho sei, e agito una mazza da baseball di plastica. Quella che adoravo
e di cui mi ero dimenticato.
Poi dieci, e sono in macchina di ritorno dal negozio di animali: sulle gambe ho un
sacchetto con dentro un pesce rosso e sto decidendo che nome dargli insieme a mia
madre, vestita di un abito giallo acceso.
Tredici, ed è venerdì sera: sto giocando a football e la folla esulta mentre corro in
profondità.
Il nastro comincia a rallentare. Ho la sensazione di annegare, annegare nel sogno
della mia vita. Scalcio, ma è inutile perché ho le gambe bloccate: scappare è
impossibile.
Il mio primo bacio. Lei si chiama Lacey. L’insegnante di algebra di prima superiore e
la sua orribile calligrafia. L’esame per la patente. La mia vita è tutta quanta lì, non
manca niente, e viene risucchiata via mentre io vengo risucchiato dentro Mnemolandia.
Tutta quanta.
Massa verde nel cielo notturno.
Io che tengo ferme le assi di legno mentre papà le inchioda sulle finestre del
soggiorno. Gli spari in fondo alla strada, il rumore di vetri in frantumi, le grida dei
vicini. E i colpi del martello: bum, bum, BUM.
Mia madre che bisbiglia in tono isterico: — Spegnete le candele. Non li sentite?
Stanno arrivando!
E mio padre, calmo, che nel buio pesto dice: — Se mi succede qualcosa, prenditi
cura di tua madre e della tua sorellina.
Sono in caduta libera. Ho raggiunto la velocità massima. Non posso fuggire. Non
ricorderò semplicemente quella notte. La rivivrò attimo per attimo.
Mi ha inseguito fino alla tendopoli. Sono scappato, sto ancora scappando, ma quella
notte non mi lascerà mai in pace.
È ciò verso cui mi protendo. Ciò davanti a cui mi ritraggo.
«Prenditi cura di tua madre e della tua sorellina.»
La porta d’ingresso si spalanca. Papà spara a bruciapelo al petto del primo intruso.
Quello però dev’essere strafatto, perché continua a venire avanti. Vedo un fucile a
canne mozze puntato in faccia a mio padre, e poi del suo viso non resta niente.
La stanza si riempie di ombre, una è mia madre, seguono trambusto e urla roche, e
io mi precipito su per le scale con Sissy in braccio, rendendomi conto troppo tardi che
mi sto infilando in un vicolo cieco.
Una mano mi afferra per la maglia e mi tira indietro. Ruzzolo giù riparando Sissy
con il mio corpo e sbatto la testa ai piedi della rampa.
Ancora ombre, ombre enormi, e un brulichio di dita che mi strappano Sissy dalle
braccia. E lei che grida: — Aiuto, aiuto, aiuto, aiuto!
Mi allungo ad afferrarla nel buio. Le mie dita si agganciano al medaglione che porta
al collo e spezzano la catenina d’argento.
Poi di colpo, con la rapidità con cui il giorno del primo attacco si sono spente per
sempre le luci, la voce di mia sorella ammutolisce.
In un istante quelli si avventano su di me. Sono in tre, in botta o in crisi d’astinenza,
tirano calci e pugni, mi tempestano di colpi alla schiena e allo stomaco, e mentre porto
su le mani per proteggermi il viso, vedo in controluce il martello di papà che si alza
sulla mia testa.
Si abbassa con un sibilo. Mi scanso rotolando. La punta mi sfiora la tempia e per lo
slancio termina la sua corsa nello stinco dell’intruso, che cade in ginocchio ululando per
il dolore.
Balzo in piedi e mi fiondo in corridoio per andare in cucina, dove c’è la porta di
servizio, subito inseguito da un calpestio violento.
«Prenditi cura della tua sorellina.»
In giardino inciampo in qualcosa, probabilmente il tubo per annaffiare o uno degli
stupidi giocattoli di Sissy. Cado di faccia nell’erba umida, sotto un cielo zeppo di stelle,
e il lucente globo verde, l’Occhio orbitante, mi fissa gelido: fissa il ragazzo che stringe
un medaglione d’argento nella mano sanguinante, il ragazzo che è sopravvissuto, il
ragazzo che non è tornato indietro, il ragazzo che è scappato.
– 28 –

Sono precipitato in un baratro così profondo che niente può raggiungermi. Mi sento
stordito come non mi succedeva da settimane. È come se fossi un altro. Il mio essere
sconfina nel nulla.
La voce della dottoressa Pam si fa strada nell’oscurità, e io mi ci aggrappo come a
una cima di salvataggio per uscire da quel pozzo senza fondo.
— È finita. Stai tranquillo. È finita…
Riemergo nel mondo reale, boccheggiando e piangendo senza controllo. “Si sbaglia,
dottoressa” penso. “Questa storia non finirà mai. Andrà avanti per sempre.” Metto a
fuoco il suo viso, allungo il braccio per afferrarla, ma vengo bloccato con violenza dalla
cinghia. Deve far finire questa cosa.
— Che accidente è stato? — chiedo in un sussurro roco. Ho la gola in fiamme, la
bocca secca. Mi sembra di pesare due chili, come se la carne mi fosse stata strappata
via dalle ossa. E io che pensavo non esistesse nulla di peggio dell’epidemia!
— È un sistema che ci permette di vedere dentro di te, per capire cosa succede —
risponde lei dolcemente. Mi passa la mano sulla fronte. Quel gesto mi riporta in mente
mia madre e, a cascata, il fatto che l’ho persa, che sono scappato e che non dovrei
essere legato a questa poltrona bianca. Dovrei essere con lei e Sissy. Era mio dovere
restare ad affrontare quello che avevano affrontato loro. «Prenditi cura della tua
sorellina.»
— Proprio quello che volevo chiederle io — dico sforzandomi di rimanere
concentrato. — Cosa succede?
— Sono dentro di noi — risponde. — Siamo stati attaccati dall’interno, da personale
infestato inserito nei corpi militari.
Mi lascia il tempo di elaborare quell’informazione mentre mi lava via le lacrime con
un panno fresco e umido.
Quando ha finito, mi guarda dritto negli occhi. — Sulla base del rapporto tra infestati
e puliti qui alla base, crediamo che uno su tre degli esseri umani sopravvissuti sia uno
di loro.
Comincia a liberarmi. Sono immateriale come una nuvola, leggero come un
palloncino. Ho la sensazione che, quando anche l’ultima cinghia verrà sciolta, volerò via
dalla poltrona e andrò a sbattere contro il soffitto.
— Ti andrebbe di vederne uno? — chiede.
E mi tende la mano.
– 29 –

Mi spinge per un corridoio fino a un ascensore rapido. È un congegno a un’unica


direzione che ci porta diverse decine di metri sotto terra. Le porte si aprono su un
lungo tunnel dalle pareti bianche costituite da blocchi di cemento. La dottoressa Pam
mi informa che siamo in un rifugio antiatomico grande quasi quanto la base e capace
di resistere a esplosioni nucleari di cinquanta megatoni. Le dico che mi sento già più
sicuro. Lei ride come se avessi fatto chissà quale battuta. Passiamo davanti a
imboccature laterali e porte non contrassegnate e, benché il pavimento sia orizzontale,
ho la sensazione di andare verso la cavità al centro della Terra in cui risiede il diavolo.
Lungo il corridoio ci sono soldati che vanno e vengono in fretta: quando li incrociamo,
guardano altrove e smettono di parlare.
«Ti andrebbe di vederne uno?»
Sì. Assolutamente no.
Si ferma davanti a una di quelle porte anonime e striscia una tessera magnetica
nella serratura elettronica. La lucina rossa diventa verde. Mi spinge dentro e mi
sistema davanti a un grosso specchio, al che spalanco la bocca e chiudo gli occhi,
perché qualunque cosa ci sia su quella sedia a rotelle non sono io, non posso essere io.
Quando è comparsa l’astronave, pesavo novanta chili, perlopiù di muscoli. Venti di
quei chili sono spariti. Lo sconosciuto nello specchio mi guarda con gli occhi di un
denutrito: enormi, infossati, segnati da profonde occhiaie. Il virus mi ha lavorato sul
viso di coltello, scavandomi le guance, affilandomi il mento, assottigliandomi il naso.
Ho i capelli stopposi, secchi e, in certi punti, persino radi.
«Ormai è uno zombi.»
La dottoressa Pam fa un cenno verso lo specchio. — Non ti preoccupare. Non ci
vedrà.
“Chi? Di chi sta parlando?”
Preme un interruttore, e la luce inonda la stanza dall’altra parte del vetro. Il mio
riflesso diventa spettrale. Attraverso di me vedo la persona sul lato opposto.
È Chris.
È assicurato con quattro cinghie a una poltrona identica a quella della stanza di
Mnemolandia. Sul cranio ha diversi fili collegati all’ampio quadro di controllo zeppo di
lucine rosse lampeggianti che si trova alle sue spalle. Fatica a tenere la testa dritta,
come un bambino assonnato in classe.
Nel vederlo, mi irrigidisco.
La dottoressa se ne accorge e mi chiede: — Che c’è? Lo conosci?
— Si chiama Chris. È il mio… Ci siamo conosciuti al campo profughi. Mi ha invitato
a stare nella sua tenda e mi ha aiutato quando mi sono ammalato.
— È tuo amico? — Sembra sorpresa.
— Sì. No. Sì, è mio amico.
— Non è quello che credi.
Schiaccia un tasto e un monitor prende vita. Giro gli occhi portando lo sguardo
dall’esterno all’interno di Chris, dal visibile all’invisibile, perché sullo schermo appare il
suo cervello racchiuso da un osso traslucido che emana una luce di un nauseabondo
verde giallastro.
— E questa che roba è? — sussurro.
— L’infestazione — risponde la dottoressa Pam. Preme un altro tasto e ingrandisce
la parte anteriore dell’immagine. Quel colore disgustoso si intensifica diventando
brillante come un neon. — Questa è la corteccia prefrontale, la parte pensante del
cervello, la parte che ci rende umani.
Ingrandisce ulteriormente un’area delle dimensioni di una capocchia di spillo, ed è a
quel punto che vedo. Mi si rivolta pian piano lo stomaco. Incassata nel tessuto molle,
c’è un’escrescenza pulsante a forma di uovo, ancorata al cervello con migliaia di
filamenti simili a radici, che si diramano in tutte le direzioni e affondano in ogni piega
e fessura.
— Non sappiamo come abbiano fatto — continua la dottoressa. — Non sappiamo
nemmeno se gli infestati siano consapevoli della loro presenza o siano state delle
marionette per tutta la vita.
La cosa abbarbicata al cervello di Chris pulsa.
— Levatela di lì. — Fatico a scandire le parole.
— Ci abbiamo provato — risponde la dottoressa. — Farmaci, radioterapia,
elettroshock, asportazione chirurgica. Non c’è niente che funzioni. L’unico modo per
ucciderli è uccidere l’ospite.
Fa scivolare la tastiera verso di me. — Non sentirà nulla.
Confuso, scuoto il capo. Non capisco.
— Ci mette meno di un secondo — mi assicura. — Ed è del tutto indolore. Questo
tasto qui.
Lo guardo. Sopra c’è una scritta: SOPPRIMI.
— Non stai uccidendo Chris. Stai distruggendo la cosa dentro di lui che è pronta a
uccidere te.
— Ha avuto la possibilità di ammazzarmi — ribatto scrollando di nuovo la testa. È
troppo. Non reggo. — Ma non l’ha fatto. Mi ha lasciato vivere.
— Perché non era ancora il momento. Ti ha abbandonato prima dell’attacco, vero?
Annuisco. Torno a fissare Chris attraverso lo specchio unidirezionale e la cornice
sfocata del mio riflesso trasparente.
— Stai uccidendo le cose responsabili di questo. — Mi mette in mano un oggetto.
Il medaglione di Sissy.
Il medaglione, il tasto, Chris. E la cosa annidata in Chris.
E me. O quello che resta di me. Cosa resta di me? Cosa mi è rimasto? Le maglie
metalliche della catenina di Sissy mi si conficcano nel palmo.
— È il solo modo che abbiamo per fermarli — mi incalza la dottoressa. — Prima che
sia troppo tardi.
Chris sulla poltrona. Il medaglione nella mia mano. Quanto tempo è che scappo?
Scappo, scappo, scappo. Chris, sono stufo di scappare. Sarei dovuto restare. Avrei
dovuto affrontare la situazione allora. Se l’avessi fatto, non mi ritroverei a farlo
adesso, ma prima o poi bisogna scegliere tra scappare e affrontare ciò che sembrava
impossibile da affrontare.
Abbasso il dito con tutta la forza che ho.
– 30 –

L’ala convalescenti è molto meglio del Reparto Zombi. Innanzitutto l’aria è respirabile,
e poi ognuno ha la sua stanza. Non ti incastrano in una corsia insieme ad altre cento
persone. La mia camera è silenziosa e appartata, tanto che è facile fingere che il
mondo sia ancora com’era prima degli attacchi. Finalmente, dopo settimane, riesco a
mangiare cibi solidi e andare in bagno da solo, anche se evito di guardarmi allo
specchio. Di giorno mi sento più positivo, ma di notte no: ogni volta che chiudo gli
occhi, rivedo il mio doppio scheletrico nella stanza delle esecuzioni, Chris legato
dall’altra parte del vetro e il mio dito ossuto che si abbassa.
Chris non c’è più. Be’, secondo la dottoressa Pam, non c’è mai stato. A controllarlo
era la cosa che a un certo punto (non si sa quando) si era insediata (non si sa come)
nel suo cervello. Nessun alieno era sceso dall’astronave per attaccare la Wright-
Patterson. Era partito tutto dall’interno della base, con soldati infestati che avevano
rivolto le armi contro i commilitoni. Prima di uscire allo scoperto, quindi, gli alieni
erano rimasti mascherati a lungo, in attesa che le prime tre ondate riducessero la
popolazione a una quantità gestibile.
Cos’aveva detto Chris? «Sanno come pensiamo.»
Sapevano che avremmo cercato forza nell’unione. Che saremmo corsi a rifugiarci da
chi disponeva di armi. E come si risolve allora il problema, signor Alieno? È semplice,
perché voi sapete come pensiamo, no? Basta inserire unità dormienti là dove sono le
armi. Se anche le truppe falliscono l’assalto iniziale, come è successo alla Wright-
Patterson, viene comunque raggiunto l’obiettivo più importante, ovvero mandare all’aria
la società. Se il nemico è identico a te, come fai a combatterlo?
A quel punto la partita è chiusa. Fame, malattie, animali selvatici: è solo questione
di tempo, e poi anche gli ultimi isolati superstiti moriranno.
Dalla mia finestra al quinto piano vedo il cancello d’ingresso. Verso il tramonto un
convoglio di vecchi scuolabus gialli esce scortato da fuoristrada. Dopo qualche ora i bus
tornano pieni di civili, perlopiù – malgrado il buio renda difficile dirlo – bambini, che
vengono portati nell’hangar per essere muniti di impianto. Chi è infestato non supera la
selezione e viene eliminato. Perlomeno è questo che mi dicono le infermiere. A me,
considerando cosa sappiamo degli attacchi, tutta questa storia sembra una follia. Come
sono riusciti a uccidere così tanta gente in così poco tempo? Oh, già, grazie al fatto
che gli umani si accalcano come pecoroni! E ora eccoci qui ad ammassarci di nuovo. In
bella vista. Tanto varrebbe dipingere sulla base un bel bersaglio con il centro rosso.
“Siamo qui! Quando siete pronti, sparate!”
Non ne posso più.
Malgrado il mio corpo si irrobustisca, il mio spirito comincia ad accartocciarsi.
Proprio non capisco. Che senso ha? Non il loro agire: quello è stato chiarissimo fin
dall’inizio.
Che senso ha il nostro agire. Di sicuro, se pure non ci ammassassimo di nuovo,
avrebbero un altro piano, fosse anche semplicemente usare sicari infestati per farci
fuori, uno stupido, isolato umano alla volta.
Non c’è modo di vincere. Se fossi in qualche modo riuscito a salvare mia sorella, me
ne sarei fregato. Avrei cercato di regalarle un paio di mesi in più.
Ormai siamo tutti morti. Non c’è nessun altro. Solo morti passati e morti futuri.
Cadaveri e promessi tali.
Da qualche parte, nel tragitto tra la stanza nel sotterraneo e questa camera, ho
perso il medaglione di Sissy. Nel cuore della notte mi sveglio stringendo il pugno vuoto,
e la sento che mi chiama come se fosse a mezzo metro da me, e sono furioso,
imbestialito, e le urlo di stare zitta, l’ho perso, non ce l’ho più. Sono morto anch’io, non
ci arriva? Uno zombi, ecco cosa sono.
Smetto di mangiare. Rifiuto le medicine. Rimango a letto per ore, a fissare il soffitto
aspettando che tutto finisca, ansioso di raggiungere mia sorella e i sette miliardi di
altri fortunati. Il virus che mi divorava ha ceduto il posto a una malattia diversa, ma
ancora più famelica. Una malattia con un tasso di mortalità del cento per cento. Mi
dico: “Non dargliela vinta! Anche questo rientra nel loro piano”, però non serve a niente.
Posso farmi discorsetti di incoraggiamento tutto il giorno, ma questo non cambia il
fatto che nell’attimo stesso in cui è comparsa in cielo l’astronave, la partita era
chiusa. Non si trattava di se, ma di quando.
E proprio nel momento in cui sto per raggiungere il punto di non ritorno e l’ultima
parte di me in grado di reagire sta per spegnersi, spunta, quasi fosse stato sempre lì
in attesa di quell’attimo, il mio salvatore.
La porta si apre e la sua ombra riempie la stanza: un’ombra alta, magra e spigolosa
come se fosse stata ricavata da una lastra di marmo nero. Poco alla volta mi oscura
mentre l’uomo che la proietta avanza verso il mio letto. Vorrei distogliere lo sguardo,
ma non ci riesco. I suoi occhi – freddi e azzurri come un lago di montagna – mi
inchiodano. Appena entra nel cono della luce, vedo il resto: capelli chiari tagliati corti,
naso affilato e labbra sottili tirate in un sorriso per nulla divertito. Uniforme
perfettamente stirata. Scarponi neri lucidissimi. Mostrine da ufficiale sul colletto.
Mi fissa per un lungo e imbarazzante momento. Perché non riesco a distogliere lo
sguardo da quegli occhi azzurro ghiaccio? Il suo viso è così cesellato da sembrare
irreale, un volto intagliato nel legno.
— Sai chi sono? — mi chiede. Ha la voce profonda, molto profonda, una voce da
narratore fuori campo.
Scuoto la testa. Come cavolo faccio a saperlo? Non l’ho mai visto in vita mia.
— Sono il tenente colonnello Alexander Vosch, il comandante della base.
Non mi tende la mano. Si limita a fissarmi. Si allontana per prendere la cartella
clinica ai piedi del letto. Ho il cuore a mille. Mi sento come se fossi stato convocato
nell’ufficio del preside.
— Polmoni a posto. Frequenza cardiaca, pressione sanguigna. Tutto a posto. —
Riappende la cartella al gancio. — Solo che non è davvero tutto a posto, dico bene?
Anzi.
Avvicina una sedia al letto e si accomoda. È un movimento continuo, fluido, sciolto,
come se si fosse esercitato per ore e avesse fatto del sedersi una scienza esatta.
Prima di aggiungere altro, si sistema la piega dei pantaloni in modo che sia
perfettamente dritta.
— Ho visto il tuo profilo di Mnemolandia. Molto interessante. E istruttivo.
Si infila la mano nel taschino della giacca, anche stavolta con un’eleganza tale da
trasformare un semplice gesto in un passo di danza, e tira fuori il medaglione di Sissy.
— Credo sia tuo.
Lo lascia cadere sul letto, vicino alle mie dita. Aspetta per darmi il tempo di
prenderlo. Mi sforzo di rimanere immobile, non so perché.
Si riporta la mano nel taschino. Mi lancia sulle gambe una piccola foto. La sollevo.
C’è un bambino biondo sui sei-sette anni. Ha gli occhi di Vosch. È in braccio a una bella
donna pressappoco dell’età del comandante.
— Intuisci chi sono?
Non è una domanda difficile. Annuisco. Per qualche strana ragione, quella foto mi
infastidisce. Gliela tendo perché se la riprenda. Non lo fa.
— Sono la mia catenina.
— Mi dispiace — rispondo non sapendo che altro dire.
— Non erano costretti ad agire così. Ci hai mai pensato? Potevano prendersela bella
comoda: perché allora hanno deciso di eliminarci così rapidamente? Perché tempestarci
con una malattia capace di uccidere nove persone su dieci? Perché non sette su dieci?
Perché non cinque? In altre parole, che fretta hanno? Io una teoria ce l’ho. Ti va di
sentirla?
“No” penso. “Non mi va. Chi è questo e perché si è piazzato qui a parlare con me?”
— Stalin una volta ha detto una cosa — continua. — «La morte di un uomo è una
tragedia, la morte di milioni è statistica.» Prendi un oggetto qualsiasi: riesci a
immaginartene sette miliardi? Io faccio fatica. È una quantità al limite della nostra
capacità di comprensione. Ed è proprio per questo che hanno agito come hanno agito. È
come quando a football si accumulano un sacco di punti di vantaggio. Tu ci giocavi,
vero? Ciò che si vuole distruggere non è tanto la possibilità dell’avversario di
contrattaccare, quanto la sua volontà di farlo.
Prende la foto e se la rimette nel taschino.
— Io perciò non penso ai sette miliardi o quasi di vittime. Penso solo a due di loro.
— Accenna con la testa al medaglione di Sissy. — L’hai abbandonata. Aveva bisogno di
te e tu sei scappato. E continui a farlo. Non pensi che sia ora di smetterla e di
combattere per lei?
Apro la bocca, ma qualunque cosa intendessi dire si riduce a: — È morta.
Lui fa un gesto spazientito. Mi sto comportando da stupido. — Siamo tutti morti,
figliolo. Alcuni sono semplicemente un po’ più avanti di altri. Lo so che ti stai
chiedendo chi diavolo sono e perché sono qui. Be’, chi sono te l’ho detto, e ora ti dirò
perché sono qui.
— Bene — sussurro. Così poi, magari, mi lascia in pace. Questo tizio mi rende
nervoso. Sarà il modo in cui mi guarda con quegli occhi di ghiaccio, la sua – non c’è
parola più adatta – durezza, come se fosse una statua che ha preso vita.
— Sono qui perché ci hanno uccisi quasi tutti, ma non tutti. Ed è questo l’errore,
figliolo. È questa la pecca del piano. Perché se non uccidi subito tutti quanti, chi resta
non è debole. Chi resta è forte, senza eccezioni. Gente che si piega ma non si spezza,
per intenderci. Gente come me. E come te.
Scuoto la testa. — Io non sono forte.
— Be’, su questo devo dissentire. Sai, Mnemolandia non si limita a mappare il tuo
vissuto: mappa la tua personalità. Oltre a dirci chi sei, ci dice come sei. Il tuo passato
e il tuo potenziale. E il tuo potenziale, puoi credermi, è ben sopra la media. Sei la
persona giusta al momento giusto.
Scatta in piedi. Torreggia su di me.
— Alzati.
Non è una richiesta. Ha la voce dura quanto i lineamenti.
A fatica, ma scendo dal letto.
Lui avvicina il viso al mio e con voce bassa e minacciosa mi chiede: — Cosa vuoi?
Sii sincero.
— Voglio stare da solo.
— No. — Scuote bruscamente la testa. — Cosa vuoi?
Il labbro inferiore mi sta scivolando in fuori, come se fossi un bambino sul punto di
crollare. Mi bruciano gli occhi. Mi mordo con forza i bordi della lingua e mi impongo di
non fuggire il fuoco gelido del suo sguardo.
— Vuoi morire?
Ho annuito? Non me lo ricordo. Forse sì, perché lui dice: — Non te lo permetterò.
Quindi?
— Quindi vivrò, immagino.
— Immagini male. Morirai. Morirai e nessuno, né io né te né altri, può fare niente
per cambiare le cose. Io, te e tutti quelli ancora su questo grande e splendido pianeta
moriremo e lasceremo il posto a loro.
È andato dritto al cuore del problema. La frase più adatta nel momento più adatto, e
quello che stava cercando di cavarmi fuori prorompe di colpo.
— E allora perché lottare, eh? — gli urlo in faccia. — Perché cazzo lottare? Visto
che lei sa tutto, su, me lo dica, perché io non capisco per quale motivo dovrei
affannarmi!
Mi prende per il braccio e mi scaglia verso la finestra. Tempo due secondi ed è al
mio fianco che scosta la tenda. Vedo gli scuolabus fermi accanto all’hangar e dei
bambini in fila che aspettano di entrare.
— L’hai chiesto alla persona sbagliata — ringhia. — Chiedilo a loro. Dillo a loro che
lottare è inutile. Dillo a loro che vuoi morire.
Mi afferra per le spalle e mi gira per costringermi a guardarlo in faccia. Mi dà un
colpo al petto.
— Hanno stravolto l’ordine naturale delle cose, figliolo. Meglio morire che vivere.
Meglio arrendersi che combattere. Meglio nascondersi che affrontare. Sanno che per
spezzarci devono prima ucciderci qui. — Mi dà un altro colpo al petto. — La battaglia
finale per la Terra non avrà per sfondo una piana, una montagna, una giungla, un
deserto o un oceano. Si combatterà qui. — Mi colpisce di nuovo. Con forza. Pum, pum,
pum.
Ormai completamente sfinito, mi arrendo a tutto quello che ho soffocato in me dalla
notte in cui è morta mia sorella, e scoppio a singhiozzare come se non avessi mai
pianto prima d’ora e trovassi sollievo in quell’esperienza nuova.
— Sei argilla umana — mi sussurra Vosch con foga all’orecchio. — E io sono
Michelangelo. Sono l’artista e tu sarai il mio capolavoro. — Il fuoco azzurro chiaro nei
suoi occhi mi consuma fino a giungere nel profondo dell’anima. — Dio non chiama chi
ha le armi, figliolo. Dà le armi a chi chiama. E tu sei stato chiamato.
Mi lascia con una promessa. Impresse a fuoco nella mia mente, quelle parole mi
accompagneranno fin nel cuore della notte e nei giorni che seguono.
— Ti insegnerò ad amare la morte. Ti svuoterò dal dolore, dal senso di colpa e
dall’autocommiserazione e ti riempirò di odio, scaltrezza e voglia di vendetta. Creerò
qui la mia ultima linea difensiva, Benjamin Thomas Parish. — Un colpo al petto, poi un
altro, e un altro ancora finché la pelle non mi brucia e il cuore non mi si infiamma. —
E tu sarai il campo di battaglia.
III
Silenziatore
– 31 –

Avrebbe dovuto essere semplice. Bisognava solo aspettare.


Era bravo ad aspettare. Riusciva a rimanere acquattato muto e immobile per ore, lui
e il fucile un corpo e una mente soli, senza linee di confine. Anche i proiettili che
sparava sembravano mantenere con lui una connessione, quasi fossero uniti al suo
cuore da una corda invisibile, perlomeno finché non andavano a segno.
Il primo colpo l’aveva gettata a terra, al che si era affrettato a fare di nuovo fuoco,
mancandola però di parecchio. Ci aveva riprovato mentre lei si tuffava accanto alla
Buick, ma aveva centrato solo il lunotto dell’auto, che era esploso in una nuvola di
vetro infrangibile polverizzato.
Poi si era infilata sotto la macchina. L’unica alternativa che avesse, in effetti, il che
ne lasciava a lui due: aspettare che uscisse o abbandonare la sua postazione nel bosco
a fianco della statale e chiudere la faccenda. L’alternativa meno rischiosa era restare
tranquillo dov’era. Se fosse strisciata fuori, l’avrebbe uccisa. In caso contrario, ci
avrebbe pensato il tempo.
Ricaricò lentamente il fucile, con la calma di chi sa di avere tutto il tempo che
vuole. Dopo giorni passati a pedinarla, la conosceva abbastanza da essere certo che
non si sarebbe mossa di lì. Era troppo sveglia per farlo. Aveva avuto la fortuna di
scampare a tre colpi, ma le probabilità che anche il quarto andasse a vuoto erano
minime, e lei lo sapeva. Cos’è che aveva scritto nel diario?
Alla fine a restare in vita non sarebbero stati i più fortunati.
Avrebbe calcolato bene le probabilità. Uscendo allo scoperto non aveva chance. Non
era in condizioni di correre e, comunque, non sapeva da che parte stesse la salvezza.
La sua unica speranza era che lui lasciasse il suo nascondiglio per stringere i tempi. In
quel caso tutto sarebbe stato possibile. Con un colpo di fortuna avrebbe anche potuto
sparare per prima.
In caso di scontro diretto, si sarebbe senz’altro rifiutata di morire in buon ordine. Il
soldato del minimarket ne era la prova. Magari in quel momento era terrorizzata, e
magari in seguito il pensiero di averlo ucciso l’aveva tormentata, ma la paura e il
senso di colpa non le avevano impedito di riempirlo di piombo. La paura non paralizzava
Cassie Sullivan come invece paralizzava molti altri. La paura le snebbiava la mente, le
rafforzava la volontà, le chiariva le alternative. La paura l’avrebbe tenuta sotto la
macchina, non per mancanza di coraggio, ma per assenza di opzioni più valide.
Quindi avrebbe aspettato anche lui. Al calare della notte mancavano ore. A quel
punto, se non era già morta dissanguata, sarebbe comunque stata così debole a causa
dell’emorragia e della disidratazione che eliminarla sarebbe stato semplice.
Eliminarla. Eliminare Cassie. Non Cassie per Cassandra. Né Cassie per Cassidy.
Cassie per Cassiopea, la ragazza del bosco che dormiva con un orsacchiotto in una
mano e un fucile nell’altra. La ragazza con i riccioli biondo ramato che a piedi scalzi
arrivava appena a un metro e cinquantacinque, così candida nell’aspetto da non
dimostrare minimamente i suoi sedici anni. La ragazza che singhiozzava nel buio pesto
del folto del bosco, prima atterrita, poi spavalda, chiedendosi se fosse l’ultima persona
sulla Terra, mentre lui, il cacciatore, se ne stava acquattato neanche cinque metri più
in là ad ascoltarla piangere. Alla fine, spossata, piombava in un sonno agitato: il
momento ideale per intrufolarsi nella sua tenda, puntarle la pistola alla testa ed
eliminarla. Perché era proprio quello che lui faceva. Ed era proprio quello che lui era: un
eliminatore.
Aveva cominciato allo scoppio dell’epidemia. Quarantotto mesi prima, a quattordici
anni, si era svegliato all’interno del corpo umano che avevano scelto per lui e aveva
capito subito cos’era. Un eliminatore. Un cacciatore. Un assassino. Il nome non aveva
importanza. Anche quello che gli aveva dato Cassie, Silenziatore, andava bene. Si
addiceva al suo compito: far cessare il rumore degli uomini.
Con Cassie, però, non l’aveva fatto. Sia la prima notte che quelle successive. E un
po’ alla volta, avanzando centimetro dopo centimetro sulla coperta boschiva di foglie
marce e fertile terreno umido, si era avvicinato alla tenda fino a raggiungerne lo
stretto ingresso e proiettare la sua ombra all’interno, un interno che sapeva di lei. A
quel punto non c’erano che la ragazza con in mano l’orsacchiotto e il cacciatore con in
braccio il fucile, una presa a sognare la vita che le era stata tolta, l’altro intento a
pensare alla vita che avrebbe tolto. La ragazza addormentata e l’eliminatore che
cercava di convincersi a eliminarla.
Perché non l’aveva fatto?
Perché non c’era riuscito?
Si era detto che sarebbe stato da sciocchi. La ragazza non poteva rimanere nel
bosco all’infinito. L’avrebbe di sicuro condotto da altri esemplari della sua specie. Gli
esseri umani sono animali sociali. Si radunano come api. Gli attacchi contavano proprio
su questa forma di adattamento. L’imperativo evoluzionistico che li spingeva a vivere
in gruppo forniva l’opportunità di ucciderli a miliardi. Cos’è che dicevano? L’unione fa la
forza.
Poi però aveva trovato i quaderni e scoperto che la ragazza non aveva piani né veri
obiettivi se non quello di sopravvivere fino al giorno dopo. Non aveva né posti né
persone da raggiungere. Era sola. O così credeva.
Quella notte si era tenuto lontano dall’accampamento. Aveva aspettato il pomeriggio
del giorno dopo, senza ammettere con se stesso che le stava dando il tempo di fare i
bagagli e andarsene. Senza cedere alla tentazione di pensare al suo grido silenzioso e
disperato: Forse, penso a volte, sono l’ultimo essere umano sulla Terra.
Ora, mentre gli ultimi minuti dell’ultimo essere umano si dilatavano sotto la
macchina sulla statale, la tensione nelle sue spalle cominciava ad allentarsi. Non
sarebbe andata da nessuna parte. Abbassò il fucile e si sedette ai piedi di un albero,
muovendo la testa da una parte all’altra per sciogliere il collo. Era stanco. Negli ultimi
tempi dormiva male. E mangiava poco. Dall’inizio della Quarta Onda aveva perso
qualche chilo. La cosa, comunque, non lo preoccupava troppo. Gli avevano anticipato la
possibilità di contraccolpi fisici e psicologici in quella fase. La prima eliminazione
sarebbe stata la più difficile, ma via via sarebbe diventato tutto più facile, perché è
vero: anche la persona più sensibile può fare il callo alla cosa più insensibile.
La crudeltà non è un tratto della personalità. La crudeltà è un’abitudine.
Respinse quel pensiero. Definire crudele ciò che faceva implicava avere una scelta.
Scegliere tra la tua specie e un’altra non era crudele. Era necessario. Non semplice,
soprattutto se avevi passato gli ultimi quattro anni di vita a fingerti identico a loro, ma
necessario.
Il che sollevava una questione problematica: perché non l’aveva eliminata il primo
giorno? Quando aveva sentito gli spari dentro il minimarket e l’aveva seguita
all’accampamento, perché non l’aveva eliminata allora, mentre piangeva raggomitolata
al buio?
I tre colpi andati a vuoto sulla statale si spiegavano in fretta. Stanchezza, mancanza
di sonno, sorpresa. Era convinto che, se mai avesse lasciato il suo rifugio, si sarebbe
diretta a nord, e non di nuovo a sud. Nel rivederla, aveva sentito un’improvvisa scarica
di adrenalina, come se girando un angolo si fosse imbattuto in un amico perso di vista
da tempo. Doveva essere stata quella a fargli sbagliare il primo colpo. Il secondo e il
terzo erano solo questione di fortuna: della ragazza, non sua.
Che dire però dei tanti giorni in cui l’aveva seguita, intrufolandosi nell’accampamento
mentre lei era in cerca di cibo per fare lui stesso qualche ricerca tra le sue cose, fra
cui il diario su cui c’era scritto: A volte a notte fonda, quando sono chiusa nella tenda,
ho l’impressione di sentire le stelle che strusciano contro il cielo? E di tutte le mattine
in cui, prima dell’alba, aveva attraversato svelto e silenzioso il bosco per sorprenderla
nel sonno, determinato a chiudere quella storia facendo ciò a cui si era preparato per
tutta la vita? Non sarebbe stata la prima volta che eliminava qualcuno. E nemmeno
l’ultima.
Avrebbe dovuto essere semplice.
Si strofinò le palme umide sulle cosce. Tra gli alberi c’era fresco, ma lui grondava di
sudore. Si passò una manica sugli occhi. Il vento sulla statale: un rumore solitario. Uno
scoiattolo scese a balzi lungo un tronco lì vicino, per nulla turbato dalla sua presenza.
Sulla strada in basso, sfumata all’orizzonte in entrambe le direzioni, nulla si muoveva
all’infuori della spazzatura e dell’erba piegata dal vento solitario. Gli avvoltoi avevano
trovato i corpi nello spartitraffico: tre grossi uccelli si erano avvicinati a dare
un’occhiata, mentre gli altri volteggiavano sostenuti dalle correnti ascensionali. Non
erano gli unici animali spazzini a godere di un’esplosione demografica. Insieme a loro,
corvi, gatti tornati allo stato selvatico, cani affamati riuniti in branchi. Gli era capitato
più volte di imbattersi in un cadavere spolpato che era chiaramente servito da cena a
qualcuno.
Avvoltoi. Corvi. Il soriano di zia Millie. Il chihuahua di zio Herman. Mosconi e altri
insetti. Vermi. A ripulire il resto pensavano il tempo e gli elementi. Se non fosse
uscita, Cassie sarebbe morta sotto la macchina. A pochi minuti dal suo ultimo respiro,
una mosca si sarebbe posata su di lei per deporre le uova.
Scacciò quell’immagine disgustosa. Era un pensiero umano. Erano passati solo
quattro anni dal suo Risveglio, e doveva ancora combattere contro la tendenza a vedere
il mondo con occhi umani. Quel giorno, quando aveva visto per la prima volta il viso
della donna che gli aveva fatto da madre, era scoppiato in lacrime: non si era mai
trovato davanti a niente di più bello. O di più brutto.
La fusione era stata un processo doloroso. Né fluido né rapido come per alcuni dei
Risvegli di cui gli era giunta voce. Supponeva che il motivo di tanti problemi stesse
nell’infanzia felice trascorsa dal corpo che lo ospitava. Le menti sane ed equilibrate
erano anche le più difficili da assorbire. Era stata – ed era ancora – una lotta
quotidiana. Quel corpo non era una cosa disgiunta da lui e manovrabile come una
marionetta. Era lui stesso. Gli occhi che usava per vedere il mondo erano gli occhi
dell’ospite. Il cervello che usava per interpretare, analizzare, percepire e ricordare il
mondo era il cervello dell’ospite, cablato da migliaia di anni di evoluzione. Evoluzione
umana. Quel corpo non era un carcere né un mezzo di locomozione da guidare come un
fantino guida un cavallo. Quel corpo era lui e lui era quel corpo. E se a quel corpo fosse
successo qualcosa – se, per esempio, fosse morto – lui ne avrebbe condiviso la sorte.
Era il prezzo della sopravvivenza. Il costo dell’ultimo disperato azzardo della sua
specie: per liberare la nuova casa dall’umanità, doveva diventare umano.
E, da umano, doveva sconfiggere la propria umanità.
Si riscosse. Cosa stava aspettando? Cassie per Cassiopea era condannata, un morto
vivente. Era gravemente ferita. Che scappasse o restasse, non aveva scampo. Non
poteva medicarsi, e nel raggio di chilometri non c’era nessuno in grado di aiutarla. Nello
zaino aveva un tubetto di pomata antibiotica, ma le mancavano kit di sutura e bende.
Nel giro di pochi giorni la ferita avrebbe fatto infezione, la gamba sarebbe andata in
cancrena e lei sarebbe morta, sempre ammesso che nel frattempo non fosse
sopraggiunto a eliminarla qualcun altro.
Stava sprecando tempo.
Dunque si alzò. Per la sorpresa, lo scoiattolo sfrecciò su per l’albero con un sibilo
furioso. Imbracciato il fucile, il cacciatore inquadrò la Buick e passò il reticolo rosso
del mirino sulla carrozzeria, prima avanti e indietro, poi su e giù. E se avesse sparato
alle gomme? La macchina sarebbe crollata sui cerchioni, inchiodando così la ragazza
sotto il telaio da una tonnellata. A quel punto, addio fuga.
Abbassò il fucile.
Gli avvoltoi che pasteggiavano nello spartitraffico levarono in aria il corpo sgraziato.
Il vento solitario smise di soffiare.
E il suo istinto gli sussurrò: “Girati.”
Una mano insanguinata stava spuntando da sotto l’auto. Poi fu la volta di un braccio.
E di una gamba.
Il cacciatore riportò il fucile in posizione. Prese la mira trattenendo il respiro. Il
sudore gli scivolava sul viso e gli annebbiava la vista. Dunque si era decisa a farlo. Si
era decisa a scappare. Si sentiva sollevato e inquieto al tempo stesso.
Non poteva mancarla anche al quarto tentativo. Allargò le gambe, raddrizzò le spalle
e aspettò che lei facesse la sua mossa. La direzione non importava. Una volta uscita
completamente allo scoperto, non avrebbe più avuto modo di ripararsi. Nel suo
profondo, però, sperava andasse dalla parte opposta, così da non doverle piantare il
proiettile in faccia.
Cassie si tirò su, crollò per un attimo contro l’auto, poi si mise dritta sistemandosi
in equilibrio precario sulla gamba ferita e stringendo la pistola. Lui le puntò la croce
rossa del mirino in piena fronte e irrigidì il dito sul grilletto.
“Ora, Cassie. Scappa.”
Lei si spinse via dalla macchina. Sollevò l’arma. Mirò una cinquantina di metri a
destra. Ruotò il braccio di novanta gradi, poi lo riportò indietro. Nel silenzio ovattato, la
voce gli giunse acuta e debole.
— Sono qui! Vieni a prendermi, figlio di puttana!
“Sto arrivando” pensò il cacciatore, perché fucile e proiettili facevano parte di lui, e
quando il colpo fosse andato a segno, uccidendola, sarebbe stato lì anche lui.
“Non ancora. Non ancora” si disse. “Aspetta che scappi.”
Ma Cassie Sullivan non scappava. Attraverso il mirino telescopico, il suo viso, sporco
di terra e grasso e sangue, sembrava a pochi centimetri di distanza, così vicino che le
si potevano contare le lentiggini sul naso. Nei suoi occhi c’era lo sguardo spaventato di
sempre, lo sguardo già visto centinaia di volte, lo sguardo di chi ha di fronte la morte.
Ma c’era anche dell’altro. Qualcosa di più agguerrito, più battagliero, più aggressivo
della paura, qualcosa che la teneva lì ferma con la pistola guizzante. Lì ferma senza
nascondersi, senza scappare, pronta ad affrontare il nemico.
L’immagine nel mirino si sfocò: il sudore gli era di nuovo finito negli occhi.
“Scappa, Cassie. Scappa, ti prego.”
In un conflitto prima o poi arriva il momento in cui bisogna oltrepassare l’ultima
linea. Quella che separa ciò che si ha caro da ciò che la guerra totale esige. Se non
fosse riuscito a oltrepassare quella linea, avrebbe perso la battaglia e perduto se
stesso.
Il cuore, la guerra.
La ragazza, la battaglia.
Con un grido silenzioso il cacciatore si voltò.
E corse via.
IV
Efemera
– 32 –

Considerate le possibili alternative, la morte per assideramento non è affatto male.


È questo che penso mentre muoio assiderata.
Senti caldo ovunque. Non provi alcun dolore. Sei leggero leggero, come se ti fossi
appena scolato un intero flacone di sciroppo per la tosse. Il mondo bianco ti stringe tra
le sue braccia bianche e ti trascina in un gelido mare bianco.
Il silenzio è così silenzioso che il battito del tuo cuore sembra l’unico suono
dell’universo. La quiete così quieta che i tuoi pensieri sembrano mormorare nella
torpida aria gelata.
Sei immerso fino alla vita nella neve, sotto un cielo senza nuvole, sorretto dal
cumulo di ghiaccio perché le tue gambe hanno ceduto.
E non fai che pensare: “Sono vivo, sono morto, sono vivo, sono morto.”
E c’è quell’orsacchiotto odioso che, affacciato allo zaino, ti fissa con i suoi grandi,
vuoti, inquietanti occhi castani e ripete: “Brutta stronza, avevi promesso.”
Fa così freddo che le lacrime ti si congelano sulle guance.
— Non è colpa mia, Orso — gli dico. — Non lo decido io come dev’essere il tempo.
Se hai da lamentarti, rivolgiti a Dio.
Ultimamente mi capita spesso: mi rivolgo a Dio.
Tipo: “Dio, ma che cavolo?”
Risparmiata dall’Occhio così che potessi uccidere il soldato con il crocifisso.
Graziata dal Silenziatore così che potessi sviluppare un’infezione alla gamba e patire a
ogni passo le pene dell’inferno. Tenuta in vita fino all’arrivo della tormenta così che,
intrappolata in questo cumulo da due giorni ininterrotti di neve, potessi morire di
ipotermia sotto un cielo di un azzurro sfolgorante.
“Grazie, Dio.”
“Risparmiata, graziata, tenuta in vita” dice l’orsacchiotto. “Grazie, Dio.”
“Per quel che conta” penso. Ce l’avevo con papà perché osannava gli Altri cercando
di far apparire la situazione meno disperata di quel che era, ma di fatto io non ero
molto meglio. Neppure io riuscivo a mandar giù l’idea di essermi addormentata essere
umano e risvegliata scarafaggio. Non è semplice accettare di essere uno schifosissimo
insetto portatore di malattie con il cervello non più grande di una capocchia di spillo. Ci
vuole tempo.
E l’orsacchiotto dice: “Lo sai che uno scarafaggio può vivere senza testa anche una
settimana?”
“Già. L’ho imparato a biologia. Quindi per te sono meno di uno scarafaggio. Grazie.
Cercherò di scoprire che razza di immondo insetto sono.”
Ecco. Dev’essere per questo che il Silenziatore della statale non mi ha finita: spruzzi
l’insetticida e te ne vai. Che bisogno c’è di restare a guardare lo scarafaggio che si
ribalta e agita in aria le sue sei zampette scarne?
Rimanere sotto la Buick, tentare la fuga, difendere il territorio: cosa cambiava?
Qualunque cosa scegliessi, ormai il danno era fatto. La gamba non sarebbe guarita da
sola. Il primo colpo era una condanna a morte, quindi perché sprecare altri proiettili?
Appena è cominciata la tormenta, mi sono sistemata nel retro di una Ford Explorer.
Ho abbassato gli schienali e mi sono creata un accogliente rifugio di metallo da cui
osservare il mondo che diventava bianco, ma, visto che non potevo tirare giù i
finestrini elettrici per far entrare aria fresca, l’abitacolo del SUV si è subito riempito
dell’odore di sangue e pus.
Dopo dieci ore ho finito la scorta di antidolorifici.
Tempo un giorno sono rimasta senza cibo.
Quando mi veniva sete, sollevavo leggermente il portellone del bagagliaio e tiravo su
manciate di neve. Lasciavo aperto per arieggiare finché non mi battevano i denti e non
mi si ghiacciava il fiato davanti agli occhi.
Il pomeriggio del secondo giorno lo strato bianco sfiorava già il metro, e il mio
piccolo rifugio di metallo cominciava a somigliare più a un sarcofago che a un riparo. Il
giorno era appena più luminoso della notte, e la notte era la negazione della luce: non
c’era buio, ma assoluta mancanza di luce. “Quindi” pensavo “è così che i morti vedono
il mondo.”
Ho smesso di chiedermi perché il Silenziatore non mi avesse finita. Ho smesso di
preoccuparmi per la stranissima sensazione di avere due cuori, uno nel petto e l’altro,
minuscolo, nel ginocchio. Ho smesso di domandarmi se a cessare per prima sarebbe
stata la tormenta o la mia vita.
Non ho mai davvero dormito. Sono sempre rimasta sospesa tra il sonno e la veglia,
stringendomi al petto l’orsacchiotto. Che ha tenuto gli occhi aperti anche quando io non
ci riuscivo. E che, restandomi accanto ogni istante, ha mantenuto la promessa di
Sammy.
“Ehm, Cassie, a proposito di promesse…”
Durante quei due giorni passati intrappolata nella neve, credo di avergli chiesto
perdono un migliaio di volte. “Scusa, Sams. Ti avevo detto che sarei venuta qualunque
cosa fosse successa ma, anche se sei ancora troppo piccolo per capirlo, devi sapere
che si dicono tanti tipi di stronzate. Ci sono quelle che sai che sono stronzate, quelle
che non sai che sono stronzate e quelle che credi sinceramente che non siano
stronzate. Fare una promessa nel bel mezzo di un’operazione segreta aliena rientra in
quest’ultima categoria. Quindi… scusami!”
“Scusami tanto.”
Ormai è passato un altro giorno e Cassie, la regina delle nevi, semisepolta in un
cumulo bianco con un festoso berretto di cristalli, capelli gelati e ciglia incrostate di
ghiaccio, sentendosi calda e leggera, sta morendo un poco alla volta, ma perlomeno a
testa alta, avendo tentato di mantenere la promessa che non aveva alcuna possibilità
di mantenere.
“Scusami, Sams, scusami tanto.”
“Basta stronzate.”
“Non verrò.”
– 33 –

Questo posto non può essere il paradiso. Non ne dà proprio l’impressione.


Cammino in una densa nebbia di nulla bianco e privo di vita. In uno spazio inanimato.
Senza rumori. Nemmeno quello del mio respiro. In effetti, non sono neppure in grado di
dire se sto respirando. Cioè il primo punto della lista “Come faccio a sapere se sono
viva?”.
C’è qualcuno qui con me, ne sono sicura. Non lo vedo né lo sento, non ne percepisco
l’odore né lo tocco, ma sono sicura che c’è. Non so come lo so, ma so che è un lui e
che mi sta guardando. Mentre avanzo in questa fitta nebbia bianca, lui resta immobile
ma, per qualche strana ragione, sempre alla stessa distanza. Sapere che è lì a
guardarmi non mi spaventa. Ma neanche mi conforta. È solo un fatto come un altro, al
pari della nebbia. C’è la nebbia, ci sono io e c’è lui, sempre vicino, sempre vigile.
Quando la nebbia si dissolve, però, non c’è nessuno. Mi ritrovo in un letto a
baldacchino sotto tre strati di trapunte dal delicato profumo di cedro. Il nulla bianco
svanisce, rimpiazzato dal caldo alone giallo della lampada a cherosene posata sul
comodino. Sollevando leggermente la testa, vedo una sedia a dondolo, uno specchio da
terra a figura intera e le ante ad assicelle di un armadio a muro. Un tubicino di plastica
parte dal mio braccio e risale fino a una sacca piena di un liquido chiaro appesa a un
gancio metallico.
Ci metto qualche minuto a metabolizzare l’ambiente nuovo che mi circonda, capire
che sono addormentata dalla vita in giù e riprendermi dall’ultramegasconcertante
scoperta che non sono affatto morta.
Allungo la mano, e le mie dita incontrano lo spesso strato di bende intorno al
ginocchio. Mi piacerebbe toccare anche piede e polpaccio, perché non avverto alcuna
sensazione e ho quasi paura di non avere più né piede né polpaccio oltre quell’ammasso
di bende. Senza tirarmi su però non ci arrivo, e che io mi tiri su è escluso. A quanto
pare, le uniche parti che mi funzionano sono le braccia. Me ne servo per liberarmi dalle
coperte, esponendo così all’aria fredda la metà superiore del mio corpo. Ho indosso una
camicia da notte di cotone a fiorellini. Come la vedo, penso: “E questa?” Sotto, sono
nuda. Quindi, va da sé, a un certo punto tra l’attimo in cui mi hanno tolto i vestiti e
l’attimo in cui mi hanno infilato la camicia da notte sono stata completamente nuda,
ovvero completamente nuda!
Okay, seconda ultramegasconcertante scoperta.
Giro la testa a sinistra: cassettone, comodino, lampada. A destra: finestra, sedia,
scrivania. E poi c’è l’orsacchiotto che, appoggiato accanto a me sul cuscino, fissa
assorto il soffitto, senza una preoccupazione al mondo.
“Dove diavolo siamo, Orso?”
Le assi del pavimento tremano quando, al piano di sotto, sbatte una porta. Rumore
di pesanti scarponi sul legno nudo. Poi silenzio. Silenzio assoluto, se si esclude il
martellio del mio cuore contro le costole, che peraltro è assordante come le bombe
sonore di Crisco.
Bum, bum, bum. Il rumore aumenta a ogni bum.
Qualcuno sta salendo le scale.
Cerco di tirarmi su. Non è una grande idea. Mi stacco dal cuscino di dieci centimetri
appena. Dov’è il mio fucile? Dov’è la mia Luger? Fuori della porta c’è qualcuno, e io non
riesco a muovermi, e in ogni caso sotto mano ho solo questo cavolo di peluche. Che ci
faccio? Ci ammazzo di coccole il tizio là fuori?
Quando non sai che fare, la cosa migliore è non fare niente. Fingerti morto. La
tattica dell’opossum.
A occhi socchiusi guardo la porta che si apre. Vedo una camicia a quadrettoni rossi,
una cintura marrone, un paio di jeans. Due mani grandi e forti con unghie ben curate.
Mentre mi sforzo di mantenere il respiro regolare, lui, fermo accanto a me davanti
all’asta di metallo, controlla la flebo, o almeno credo. Poi si gira e si sistema sulla
sedia a dondolo vicino allo specchio. Ora vedo il suo viso e il mio, riflessi nello
specchio. “Respira, Cassie, respira. Ha una faccia a modo, non da malintenzionato. Tra
l’altro, se avesse avuto cattive intenzioni, non ti avrebbe portata qui e attaccata a una
flebo per idratarti, e poi guarda che lenzuola belle pulite, e d’accordo che ti ha tolto i
vestiti e infilato questa camicia da notte, ma cosa doveva fare? Quei vestiti erano
luridi, proprio come te, che però ora lurida non sei più e, anzi, hai la pelle che sa
leggermente di lillà quindi, oh Cristo santo, deve averti lavata.”
Continuo a sforzarmi di controllare il respiro, ma non mi riesce molto bene. Poi il
proprietario della faccia a modo dice: — Lo so che sei sveglia.
Dato che non rispondo, aggiunge: — E so anche che mi stai guardando, Cassie.
— Come fai a sapere come mi chiamo? — gracchio. Mi sembra di avere la gola
rivestita di carta vetrata. Apro gli occhi. Ora lo vedo per bene. Non mi sbagliavo sul
viso. È a modo e con tratti definiti, un po’ stile Clark Kent. Diciotto o diciannove anni,
spalle larghe e belle braccia, più quelle mani con le pellicine in perfetto stato. “Be’”
penso “poteva andarti peggio. Potevi essere salvata da un pervertito di cinquant’anni
con un girovita tipo ruota di trattore e lo scheletro della madre in soffitta.”
— Patente — spiega.
Non si alza. Rimane seduto con i gomiti sulle ginocchia e la testa china, in un
atteggiamento che sembra più timido che minaccioso. Guardo le sue mani penzoloni e
me le immagino mentre passano un panno bagnato e tiepido su ogni centimetro del
mio corpo. Del mio corpo nudo.
— Io mi chiamo Evan — dice poi. — Evan Walker.
— Piacere.
Ridacchia come se avessi detto qualcosa di buffo.
— Piacere — risponde.
— Dove diavolo sono, Evan Walker?
— In camera di mia sorella. — Ha profondi occhi castani della stessa sfumatura
cioccolato dei capelli e uno sguardo leggermente triste e interrogativo, da cucciolo.
— È…?
Annuisce. Si strofina le palme l’una contro l’altra. — Tutti in famiglia. E nella tua?
— Anche, tranne Sammy, il mio fratellino. Quest’orsacchiotto… ehm, è suo, non mio.
Sorride. È un sorriso a modo, proprio come la faccia. — È un gran bell’orsacchiotto.
— Prima era meglio.
— Potrei dire lo stesso di molte altre cose.
Suppongo parli del mondo in generale, non del mio corpo. — Come hai fatto a
trovarmi? — chiedo.
Distoglie lo sguardo. Poi torna a fissarmi con quegli occhi cioccolato dall’espressione
persa. — Grazie agli uccelli.
— Che uccelli?
— Gli avvoltoi. Quando li vedo volteggiare, controllo sempre. Sai com’è. In caso…
— Certo, chiaro. — Non voglio che approfondisca. — E perciò mi hai portata qui a
casa tua, mi hai infilato una flebo nel braccio… a proposito, dov’è che l’hai trovata? E
poi mi hai tolto tutti i… e mi hai lavata…
— A essere sincero, quando ho visto che eri viva non ci credevo. E non credevo
neppure che ce l’avresti fatta. — Continua a strofinarsi le mani. Ha freddo? È nervoso?
Io entrambe le cose. — La flebo era già qui. È tornata utile durante l’epidemia. Forse
non dovrei dirtelo, ma ogni giorno, rientrando a casa, mi aspettavo sul serio di trovarti
morta. Eri messa davvero male.
Si infila la mano nel taschino della camicia e io, chissà perché, sussulto. Se ne
accorge e mi rassicura con un sorriso. Tira fuori un pezzo di metallo bitorzoluto,
grande pressappoco quanto un ditale.
— Se ti avesse presa da un’altra parte, saresti morta. — Si fa rotolare il proiettile
tra pollice e indice. — Da dove veniva?
Alzo gli occhi al cielo. Non riesco a trattenermi. Mi verrebbe da chiedergli: “Secondo
te?” Ma evito. — Da un fucile.
Scuote la testa. Pensa che non abbia capito la domanda. Ho l’impressione che con lui
il sarcasmo non funzioni. Se è davvero così, sono nei guai: è la mia modalità di
comunicazione standard.
— Il fucile di chi?
— Non lo so: degli Altri. Alcuni di loro si sono spacciati per soldati e hanno
ammazzato mio padre e tutti quelli che erano al nostro campo profughi. Io sono l’unica
che ne è uscita viva. Be’, senza considerare Sammy e gli altri bambini.
Mi guarda come se stessi dando i numeri. — Perché, cos’è successo ai bambini?
— Li hanno presi. Con degli scuolabus.
— Degli scuolabus…? — Ha l’aria incredula. Alieni in scuolabus? Sembra lì lì per
sorridere. Devo avergli fissato le labbra perché, a disagio, se le strofina con il dorso
della mano. — Presi per portarli dove?
— Non lo so. Ci hanno detto alla Wright-Patterson, ma…
— Alla Wright-Patterson? La base dell’Air Force? Da quanto ho sentito, è
abbandonata.
— Be’, non penso che ci si possa fidare di quello che dicono. Sono il nemico. —
Deglutisco. Ho la gola secca.
Evan Walker dev’essere una di quelle persone che notano tutto, perché mi chiede: —
Vuoi qualcosa da bere?
— No, non ho sete — mento. Perché ho mentito su una cosa del genere? Per fargli
vedere quanto sono tosta? O per tenerlo seduto lì dov’è, visto che sono settimane che
– se si esclude l’orsacchiotto, cosa che non bisognerebbe fare – non parlo con
nessuno?
— E perché li hanno presi? — Adesso ha gli occhi grandi e rotondi come quelli di
Orso. È difficile stabilire quale sia il suo punto di forza. Quegli occhi dolci color
cioccolato o il mento spigoloso? Forse i capelli folti, il modo in cui gli cadono sulla
fronte quando si sporge verso di me.
— Il motivo preciso non lo so, ma immagino che dal loro punto di vista sia ottimo e
dal nostro pessimo.
— Pensi che…? — Non riesce a finire la domanda, o magari non vuole perché gli
dispiace obbligarmi a rispondere. Sta guardando l’orsacchiotto appoggiato accanto a me
sul cuscino.
— Cosa? Che Sammy sia morto? No. Penso che sia vivo. Soprattutto perché
altrimenti non avrebbe avuto senso portare via i bambini. Dopo, infatti, hanno ucciso
tutti gli altri. Hanno fatto saltare in aria il campo con una specie di bomba verde…
— Aspetta un secondo — dice alzando una delle sue grandi mani. — Una bomba
verde?
— Non me lo sto inventando.
— Sì, ma perché verde?
— Perché il verde è il colore dei dollari, dell’erba, delle foglie di quercia e delle
bombe aliene. Che cavolo ne so io perché verde?
Sta ridendo. Una risata silenziosa, trattenuta. Il lato destro della bocca è
leggermente più in alto di quello sinistro. “Cassie” mi dico dopo un attimo “ma com’è
che gli stai fissando le labbra?”
Non so come mai, ma il fatto di essere stata salvata da un ragazzo bellissimo con
un sorriso sghembo e grandi mani forti è la cosa più snervante che mi sia capitata
dalla comparsa degli Altri.
Pensare a quello che è successo al campo mi mette i brividi, perciò decido di
cambiare argomento. Abbasso lo sguardo sulla trapunta. Sembra fatta in casa. Mi
balena in testa l’immagine di una vecchietta intenta a cucire e, per qualche ragione, di
colpo mi viene voglia di piangere.
— Da quanto sono qui? — chiedo con un filo di voce.
— Una settimana domani.
— Mi hai dovuto…? — Non so come porre la domanda.
Per fortuna, non serve che io lo faccia. — Amputare la gamba? No. Anche se di
poco, il proiettile ti ha mancato l’articolazione, quindi credo che potrai tornare a
camminare, ma è possibile che ci sia un danno al nervo.
— Oh — dico. — Mi ci sto già abituando.
– 34 –

Mi lascia e dopo un po’ torna con del brodo, non di pollo né di manzo, ma di qualche
altro tipo di carne, cervo forse. Mentre stringo il bordo della trapunta, mi aiuta a
tirarmi su per permettermi di sorseggiarlo tenendo la tazza calda tra le mani. Mi fissa,
non con uno sguardo da maniaco, ma nel modo in cui si guardano i malati, quando uno
si sente a sua volta sottosopra e non sa come essere d’aiuto. O magari, penso, è
davvero un maniaco, e quello sguardo preoccupato è solo una scaltra copertura. Chissà
se i pervertiti sono pervertiti soltanto nel caso in cui le loro vittime non li trovino
attraenti. Quando Crisco aveva tentato di regalarmi la collana di un cadavere, mi ero
definitivamente convinta che fosse uno psicopatico, ma secondo lui avrei avuto un
atteggiamento diverso se l’avessi trovato sexy, tipo Ben Parish.
Il ricordo di Crisco mi fa passare l’appetito. Nel vedere che tengo la tazza sulle
gambe limitandomi a fissarla, Evan me la sfila delicatamente dalle mani e la posa sul
comodino.
— Potevo farlo io! — esclamo, più brusca di quanto intendessi.
— Raccontami dei soldati — dice. — Come fai a essere sicura che non fossero…
umani?
Gli spiego che sono arrivati poco dopo i droni e che, una volta spediti via i bambini
sugli scuolabus, hanno radunato tutti nella baracca e aperto il fuoco. A levarmi ogni
dubbio, però, era l’Occhio. Di chiara origine extraterrestre.
— Sono umani — sentenzia lui quando ho finito. — Che collaborano con i visitatori.
— Oddio, ti prego, non li chiamare così! — Detesto quel nome. Nel periodo
precedente alla Prima Onda, lo usava chiunque commentasse l’Arrivo in televisione, su
YouTube o via Twitter, nonché il Presidente durante le conferenze stampa.
— E come li dovrei chiamare? — chiede. Sta sorridendo. Ho l’impressione che, se
volessi, li chiamerebbe bietoloni.
— Io e mio padre li chiamavamo gli Altri, nel senso di contrapposti a noi, agli umani.
— È proprio questo che intendo — dice annuendo serio. — Le probabilità che ci
somiglino come gocce d’acqua sono estremamente scarse.
Parla come parlava mio padre durante le sue tirate piene di congetture, e d’un tratto
mi sento infastidita, non so bene perché.
— Be’, ottimo allora, no? Una guerra su due fronti. Noi contro di loro e noi contro di
noi e loro.
Scuote la testa con aria afflitta. — Non sarebbe la prima volta che qualcuno cambia
bandiera quando ormai si è capito chi è il vincitore.
— Quindi per te i traditori hanno portato via i bambini perché, pur essendo disposti
ad aiutare a sterminare il genere umano, si fanno scrupoli con chi ha meno di diciotto
anni?
Scrolla le spalle. — Tu cosa pensi?
— Io penso che siamo davvero fregati se chi ha le armi decide di allearsi con i
cattivi.
— Magari mi sbaglio — dice, ma non ne sembra affatto convinto. — Magari, che ne
so, sono vis… Altri travestiti da umani o cloni di qualche genere…
Annuisco. In una delle interminabili elucubrazioni di papà sul possibile aspetto degli
Altri, ho già sentito anche questa.
Il problema non è perché non potrebbero, ma perché non dovrebbero. Noi siamo al
corrente della loro esistenza da cinque mesi. Loro, invece, di sicuro sono al corrente
della nostra da anni. Centinaia, forse migliaia di anni. Un tempo più che sufficiente a
estrarre il nostro DNA e riprodurlo in tutte le copie necessarie. È possibile che siano
persino costretti a servirsi di cloni umani per attaccarci. Per migliaia di ragioni, infatti,
la Terra potrebbe non essere adatta al loro organismo. Basti pensare a La guerra dei
mondi.
Probabilmente è per questo che mi sono inacidita. In questi discorsi Evan mi ricorda
tantissimo mio padre. Il che me lo riporta sotto gli occhi mentre muore, quando invece
vorrei solo guardare da un’altra parte.
— O magari sono dei cyborg, tipo Terminator — dico, scherzando ma anche no. Ne
ho visto uno da vicino, il soldato a cui ho sparato a bruciapelo alla fossa cineraria. Non
gli ho controllato il polso né altro, ma morto lo sembrava di certo, e anche il sangue
sembrava decisamente vero.
Ripensare al campo e alle cose che ci sono successe non manca mai di gettarmi nel
panico, e infatti mi viene un attacco di panico.
— Non possiamo rimanere qui! — esclamo.
Evan mi guarda come se fossi impazzita. — In che senso?
— Ci troveranno! — Afferro la lampada a cherosene, tiro via la parte superiore e
soffio forte sulla fiamma danzante che sibila, ma rimane accesa.
Lui mi toglie di mano il vetro e lo rimette sulla base. — Fuori ci sono tre gradi, e il
rifugio più vicino è a diversi chilometri — dice. — Se mandi a fuoco la casa, siamo
fritti. — Fritti? Magari ha provato a fare una battuta, però non sta sorridendo. — E poi
non sei in condizioni di viaggiare. Dovrai stare a riposo minimo altre tre o quattro
settimane.
Tre o quattro settimane? Ma chi crede di prendere in giro questo ragazzone con
l’aria da boscaiolo? Non camperemo tre giorni con le finestre illuminate e il ricciolo di
fumo dal comignolo.
Ha colto la mia crescente agitazione. — Okay — sospira. Spegne la lampada e la
stanza piomba nel buio. Non vedo niente, nemmeno lui. Sento il suo odore, però, un
misto di legno affumicato e qualcosa tipo borotalco, e qualche attimo dopo avverto lo
spostamento d’aria causato dal suo corpo a pochi centimetri dal mio.
— Quindi il rifugio più vicino è a diversi chilometri? — chiedo. — Dove cavolo vivi,
Evan?
— Nella fattoria dei miei. A un centinaio di chilometri da Cincinnati.
— E dalla Wright-Patterson?
— Non lo so. Centoventi, centotrenta. Perché?
— Te l’ho detto. Ci hanno portato mio fratello.
— Hai anche detto che è solo quello che hanno detto.
Le nostre voci si sovrappongono, si intrecciano e poi si separano nel buio pesto.
— Be’, da qualche parte dovrò pure cominciare — ribatto.
— E se non c’è?
— Se non c’è, vado avanti a cercarlo. — Ho fatto una promessa. Quell’orsacchiotto
odioso non mi perdonerà mai se non la mantengo.
Ora avverto anche il profumo del suo alito. Cioccolato. Cioccolato! Mi viene
l’acquolina in bocca. Sento le ghiandole che pompano saliva. È più di una settimana che
non mangio cibi solidi, e lui cosa mi porta? Un brodo untuoso di carne non meglio
identificata. Mi tiene nascosto il meglio, questo bastardo di un ragazzo di campagna.
— Ti rendi conto, vero, che sono molti più di te? — mi chiede.
— E quindi? — Visto che non risponde, aggiungo: — Tu credi in Dio, Evan?
— Certo.
— Io no. Cioè, non lo so. Prima che arrivassero gli Altri, sì, ci credevo. O almeno
così pensavo, se mai mi capitava di pensarci. Poi però sono arrivati e… — Devo
fermarmi un secondo per riprendere il controllo. — Magari un qualche Dio esiste
davvero. Sammy ci crede. Ma lui crede anche a Babbo Natale. Malgrado tutto, ogni sera
dicevamo la preghiera insieme. La cosa non riguardava me. Riguardava lui e quello che
lui credeva, e se tu l’avessi visto mentre dava la mano a quel soldato finto e saliva
sullo scuolabus…
Sto crollando, ma non me ne importa un granché. Al buio piangere è sempre più
semplice. All’improvviso, sulla mia mano fredda si posa quella calda di Evan: ha il
palmo morbido e liscio come il cuscino sotto la mia guancia.
— Mi fa star male — singhiozzo. — Pensare alla sua fiducia assoluta. La stessa
fiducia che avevamo noi prima che venissero a mandare all’aria il mondo e ogni nostra
certezza. Tipo che quando faceva buio potevi accendere la luce. O che quando ti veniva
voglia di un frappè alla fragola potevi montare in macchina, arrivare in fondo alla
strada e prendertene uno! O che…
Con l’altra mano trova la mia guancia e mi asciuga le lacrime con il pollice. Poi si
china in avanti travolgendomi con il suo profumo di cioccolato e mi sussurra
all’orecchio: — Basta, Cassie. Basta, basta, basta.
Gli butto un braccio al collo e appoggio la guancia bagnata alla sua, bella asciutta.
Tremo come se fossi in preda a una crisi epilettica. Quel buio accecante mi acuisce i
sensi, e per la prima volta avverto il peso delle trapunte sulle dita dei piedi.
È un ribollire confuso di pensieri e sensazioni di ogni genere. Ho paura di avere i
capelli puzzolenti. E ho voglia di cioccolato. Il ragazzo che mi stringe – be’, in realtà è
più il contrario – mi ha vista come mamma mi ha fatta. Cos’ha pensato del mio
corpo? E io cosa penso del mio corpo? A Dio importa davvero delle promesse? E a me
importa davvero di Dio? I miracoli sono cose come il Mar Rosso che si apre o più
come Evan Walker che mi trova imprigionata in un blocco di ghiaccio sperduto nel
bianco?
— Stai tranquilla, Cassie — dice piano.
La mattina dopo, quando mi sveglio, trovo sul comodino al mio fianco una pralina di
cioccolato.
– 35 –

Ogni notte esce a fare un giro di ronda e a cacciare nei terreni intorno alla fattoria. Ha
la dispensa piena di alimenti secchi e sua mamma, dice, adorava preparare marmellate
e conserve, ma a lui piace la carne fresca. Quindi mi lascia sola per andare a cercare
creature commestibili da sacrificare. Il quarto giorno dal mio risveglio entra in camera
con un autentico hamburger in mezzo a un panino ancora caldo, il tutto accompagnato
da patate arrosto. È il primo cibo vero che mi trovo davanti dopo la fuga dal campo
profughi. Per giunta è un hamburger, prelibatezza che non mangio dall’Arrivo e per cui,
come penso di aver detto, ero disposta a uccidere.
— E il pane dove l’hai preso? — chiedo quando sono ormai a metà, con l’unto che mi
cola sul mento. Era da parecchio che non mangiavo neanche quello. È ben lievitato e
soffice, appena appena dolce.
Potrebbe chiudermi la bocca con un’infinità di battute cattive, perché c’è un’unica
risposta possibile. Ma non lo fa. — L’ho preparato io.
Dopo avermi rifocillata, mi cambia la fasciatura alla gamba. Gli dico che voglio
guardare. No, mi risponde. Okay, in realtà non voglio affatto guardare. Però voglio
scendere dal letto, farmi un bagno come si deve, sentirmi di nuovo una persona
normale. È troppo presto, obietta. Gli dico che mi voglio lavare i capelli. Troppo presto,
ribadisce. Gli dico che se non mi aiuta gli fracasserò in testa la lampada a cherosene.
Così piazza una sedia da cucina dentro alla vasca con i piedini, mi porta nel piccolo
bagno in fondo al corridoio dalle pareti rivestite di carta a fiori mezzo spellata, mi
mette giù, esce e torna con una grossa bacinella metallica piena di acqua fumante.
La bacinella dev’essere pesantissima. Ha le vene in evidenza sul collo e i bicipiti in
tensione sotto le maniche, quasi fosse Bruce Banner lì lì per trasformarsi
nell’incredibile Hulk. L’acqua profuma leggermente di petali di rosa. Per versarla usa
una caraffa da limonata con una decorazione a soli sorridenti. Rovescio la testa
indietro. Quando comincia a frizionare per distribuire lo shampoo, gli spingo via le
mani. Quello posso farlo da sola.
L’acqua scorre giù dai capelli e mi finisce sulla camicia da notte, che mi si appiccica
al corpo. Evan si schiarisce la gola e, quando gira la testa, i folti capelli gli scendono
sulla fronte, il che mi turba leggermente ma in modo piacevole. Gli chiedo un pettine
con i denti larghi e, mentre lui fruga nell’armadietto sotto il lavandino, lo osservo con
la coda dell’occhio, notando appena la curvatura delle sue spalle forti sotto la camicia
di flanella e i suoi jeans scoloriti con le tasche posteriori sfilacciate, non prestando la
benché minima attenzione alla rotondità del sedere dentro quei jeans e ignorando
completamente il fatto che, sotto l’acqua tiepida che mi gocciola dai capelli, i lobi delle
orecchie mi stanno andando a fuoco. Dopo un paio di eternità trova il pettine e mi
chiede se ho bisogno di altro prima che se ne vada, al che io mormoro di no, anche se
in realtà avrei voglia di ridere e piangere al tempo stesso. Rimasta sola, mi sforzo di
concentrarmi sui capelli, che versano in uno stato pietoso. Ci sono nodi e grovigli e
pezzi di foglie e grumi di terra. I nodi mi danno talmente da fare che nel frattempo
l’acqua diventa fredda e comincio ad avere i brividi per via della camicia da notte
bagnata. Sospendo quel lavoraccio solo quando sento un leggerissimo rumore oltre la
porta.
— Sei lì fuori? — chiedo. Qualche istante di silenzio e poi arriva, smorzata, la
risposta: — Sì.
— Come mai?
— Sto aspettando per poi sciacquarti i capelli.
— Ci vorrà un po’ — dico.
— Non c’è problema.
— Perché non vai a preparare uno sformato o roba simile e non torni tra un quarto
d’ora?
Non mi pare abbia risposto. Ma nemmeno che se ne sia andato. — Sei ancora lì?
Le assi del corridoio scricchiolano. — Sì.
Mi arrendo dopo altri dieci minuti di su e giù con il pettine. Evan rientra e si siede
sul bordo della vasca. Sostenendomi la testa con il palmo della mano, versa l’acqua per
eliminare la schiuma.
— Strano comunque che tu sia qui — dico.
— Ci vivo.
— Che tu sia rimasto qui, cioè. — Quando con l’arrivo dei sopravvissuti ha
cominciato a circolare la notizia della Seconda Onda, un sacco di ragazzi sono partiti
per le stazioni di polizia, i centri della National Guard e le basi militari più vicine. Come
dopo gli attentati dell’11 settembre, ma dieci volte tanto.
— Senza contare i miei genitori, eravamo in sei — dice. — Io ero il più grande.
Quando papà e mamma sono morti, sono stato io a occuparmi degli altri.
— Piano, Evan — esclamo mentre mi rovescia in testa metà caraffa. — Mi stai
affogando.
— Scusa. — Mi appoggia il bordo della mano sulla fronte a mo’ di diga. L’acqua,
piacevolmente tiepida, mi fa il solletico. Chiudo gli occhi.
— Ti sei ammalato anche tu? — chiedo.
— Sì. Poi però sono guarito. — Prende altra acqua dalla bacinella e io trattengo il
respiro pregustando quel calore solleticante. — La mia sorellina più piccola, Val, è
morta due mesi fa. La camera in cui stai era sua. È da quel giorno che cerco di
decidere cosa fare. Non posso restare qui per sempre, lo so benissimo, ma una volta
sono arrivato fino a Cincinnati e non credo di doverti spiegare perché non ho nessuna
intenzione di tornarci.
Con una mano versa, mentre con l’altra schiaccia i capelli bagnati per rimuovere
l’acqua in eccesso. Una pressione decisa, ma non troppo forte: giusta. Come se non
fossi la prima ragazza a cui lava i capelli. Nella mia testa una vocina si mette a
strillare isterica: “Che razza di idee ti vengono? Non lo conosci nemmeno!” Poi però
aggiunge: “Che mani fantastiche. Già che c’è, potrebbe farti un massaggio al cuoio
capelluto.”
Fuori dalla mia testa, intanto, la voce calma e profonda di Evan prosegue: — Credo
che ormai non abbia più senso partire. Ma quando farà meno freddo potrei andare alla
Wright-Patterson o nel Kentucky. Fort Knox è ad appena duecento chilometri da qui.
— Fort Knox? Cos’è, lo vuoi rapinare?
— Essendo un forte militare, è ben fortificato. Il punto di raccolta più logico. —
Unisce le punte dei capelli e le strizza. L’acqua cade a goccioloni nella vasca.
— Se fossi in te, eviterei i punti di raccolta più logici — dico. — È logico che saranno
anche i primi a essere cancellati dalla faccia della Terra.
— Da quello che mi hai raccontato del campo, non è logico raccogliersi da nessuna
parte.
— Esatto. E nemmeno rimanere nello stesso posto più di qualche giorno. Bisogna
stare in gruppi piccoli e muoversi di continuo.
— Finché…?
— Non ci sono finché — rispondo. — Solo a meno che.
Mi tampona i capelli con un morbido asciugamano bianco. Sul coperchio del water c’è
una camicia da notte pulita. Guardo Evan negli occhi color cioccolato e ordino: — Girati.
— Lui si gira. Mi allungo oltre le tasche sfilacciate dei jeans perfettamente aderenti al
sedere che non sto rimirando, e prendo il cambio. — Se cerchi di sbirciare dallo
specchio, me ne accorgo — lo avverto, anche se so che mi ha già vista nuda, ma in
quel caso ero nuda senza saperlo, che non è la stessa cosa. Lui annuisce, china la
testa e stringe le labbra come se stesse trattenendo un sorriso.
Mi libero dalla camicia da notte bagnata, mi infilo quella asciutta e gli dico che può
rigirarsi.
Mi alza dalla sedia e mi riporta al letto della sorella morta: ho un braccio sulle sue
spalle e lui mi tiene stretta – ma non troppo – per la vita. Il suo corpo sembra più
caldo del mio di una decina di gradi. Mi appoggia con delicatezza sul materasso e mi
copre le gambe con la trapunta. Ha le guance liscissime, i capelli perfettamente a
posto e, come ho già avuto modo di notare, le pellicine impeccabili. Dunque, nell’era
postapocalittica, tenersi in ordine è in cima alla lista delle sue priorità. Perché? Chi lo
deve vedere?
— Quant’è che non vedi gente? — chiedo. — Escludendo me.
— Vedo gente quasi tutti i giorni — risponde. — Ma prima di te, l’ultima persona che
ho visto viva è stata Val. E prima di lei, Lauren.
— Lauren?
— La mia ragazza. — Distoglie lo sguardo. — È morta anche lei.
Non so che dire. Così dico: — Fregata dal virus.
— Non è stato il virus — mi corregge. — Cioè, era malata, ma non è stato il virus a
ucciderla. Lauren non gliene ha dato il tempo: si è uccisa da sola.
È in piedi accanto al letto, in chiaro imbarazzo. Non se ne vuole andare, non ha una
scusa per rimanere.
— È solo che non ho potuto fare a meno di notare quanto… — No, non è un buon
attacco. — Immagino che sia difficile, quando si è soli, prendersi cura… — Ehm, no.
— Prendersi cura di cosa? — mi incalza. — Di una persona quando tutte le altre o
quasi sono morte?
— Non stavo parlando di me. — E poi rinuncio a cercare di inventarmi un modo
educato di dirlo. — Tieni parecchio al tuo aspetto.
— Non è questione di tenerci.
— Non ti stavo accusando di essere vanitoso…
— Lo so. Ti chiedi qual è il punto.
Be’, speravo di essere io, il punto. Ma sto zitta.
— Non lo so neanch’io — continua. — È una cosa su cui ho controllo. Dà ordine alla
mia giornata. Mi fa sentire più… — Scrolla le spalle. — Più umano, direi.
— E hai bisogno di aiuto per questo? Per sentirti umano?
Mi lancia un’occhiata strana, dopodiché mi dà qualcosa su cui riflettere mentre lui
non c’è.
— Perché, tu no?
– 36 –

In genere di notte è via. Di giorno, invece, è sempre pronto a servirmi e riverirmi,


perciò non ho idea di quando dorma. A ogni modo, dopo più di una settimana rinchiusa
in quella cameretta al primo piano, ero sul punto di sbroccare. Per cui una mattina in
cui la temperatura era un po’ salita, mi ha aiutata a infilarmi dei vestiti di Val, con
l’accortezza di distogliere lo sguardo quando ce n’era bisogno, e mi ha portata sul
portico d’ingresso, gettandomi subito una grossa coperta di lana sulle gambe. Mi ha
lasciata lì ed è tornato con due tazze di cioccolata fumante. Non si può dire che la
vista fosse un granché. Terra bruna, sterile, rugosa; alberi spogli; cielo grigio e scialbo.
Ma l’aria fredda sul viso era piacevole e la cioccolata calda al punto giusto.
Non parliamo mai degli Altri. Parliamo della nostra vita prima degli Altri. Dopo il
diploma lui voleva studiare ingegneria alla Kent State University. Si era offerto di
restare alla fattoria per un paio di anni, ma suo padre aveva insistito perché andasse al
college. Lui e Lauren si erano conosciuti ai tempi della quarta elementare e avevano
cominciato a frequentarsi al secondo anno di superiori. Parlavano di matrimonio. Quella
mattina, mentre me lo raccontava, sono rimasta in silenzio, cosa che non gli è
sfuggita. Come ho detto, è uno che nota tutto.
— Tu invece? — mi ha chiesto. — Stavi con qualcuno?
— No. Be’, in un certo senso. Uno che si chiamava Ben Parish. Aveva, come dire,
una simpatia per me. Ci siamo visti un paio di volte. Così, senza impegno.
Mi sono stupita io stessa di quella balla. Per lui Ben Parish era solo un nome. Cioè
pressappoco quello che io ero per Ben Parish. Ho agitato i rimasugli di cioccolata
evitando il suo sguardo.
Il giorno dopo si è presentato al mio letto con una stampella ricavata da un unico
pezzo di legno. Scartavetrata tanto da luccicare, leggera, perfetta come altezza.
Appena l’ho vista, gli ho chiesto di dirmi tre cose che non sapeva fare.
— Andare sui rollerblade, cantare e parlare con le ragazze.
— Ti sei scordato spiare — ho commentato mentre mi aiutava a scendere dal letto.
— Ti becco sempre quando ti apposti dietro l’angolo.
— Me ne avevi chieste tre.
Non mentirò: l’avvio della riabilitazione è stato terribile. Ogni volta che mettevo il
peso sulla gamba, mi partiva una fitta nel lato sinistro del corpo, mi cedeva il
ginocchio e l’unica cosa che mi impediva di finire con il sedere per terra erano le
braccia forti di Evan.
Però ho insistito, lungo giorno dopo lungo giorno. Ero determinata a rimettermi in
forze. Più in forze di com’ero prima che il Silenziatore mi atterrasse e mi lasciasse a
morire. Più in forze di com’ero nel mio piccolo nascondiglio nel bosco, raggomitolata
nel sacco a pelo e tutta presa a piangermi addosso quando Sammy stava soffrendo Dio
solo sa cosa. Più in forze di com’ero ai tempi del campo profughi, quando andavo in
giro ingrugnita e arrabbiata con il mondo, colpevole di essere quello che era e che era
sempre stato: un posto pericoloso che il rumore degli uomini aveva fatto sembrare
molto più sicuro.
Tre ore di riabilitazione al mattino. Pausa di mezz’ora per pranzo. Poi altre tre ore di
riabilitazione nel pomeriggio. Lavorando sulla ricostruzione dei muscoli finché il mio
corpo non si trasformava in una massa sudata e gelatinosa.
Ma la giornata non finiva lì. Avevo chiesto a Evan la mia Luger. Dovevo superare la
paura delle armi. E la mia precisione di tiro faceva schifo. Lui mi ha fatto vedere come
stringere l’impugnatura e usare il mirino. Le prime volte come bersaglio sui pali dello
steccato metteva vecchi bidoncini vuoti di vernice da cinque litri, poi, via via che
miglioravo, li ha sostituiti con contenitori più piccoli. Gli ho chiesto di portarmi a caccia
– devo abituarmi a colpire obiettivi mobili e vivi – ma lui si rifiuta. Sono ancora troppo
debole, non riesco nemmeno a correre: che succederebbe se un Silenziatore ci
individuasse?
Al tramonto andiamo a passeggiare. All’inizio reggevo a malapena un chilometro,
dopodiché la gamba mi cedeva ed Evan doveva riportarmi alla fattoria a braccia. Ma
ogni giorno resistevo un po’ più del precedente. Quel chilometro è diventato uno e
mezzo e poi due. Dopo una settimana facevo già tre chilometri senza soste. È vero,
non riesco ancora a correre, ma ho migliorato notevolmente velocità e resistenza.
Evan cena con me e mi tiene compagnia per un paio di ore, poi si mette in spalla il
fucile ed esce dicendomi che tornerà prima dell’alba. Di solito quando rientra io dormo
e il sole è sorto da un pezzo.
— Ma dov’è che vai tutte le notti? — gli ho chiesto un giorno.
— A caccia. — Un uomo di poche parole, Evan Walker.
— Allora mi sa che come cacciatore fai schifo — l’ho stuzzicato. — Torni
praticamente sempre a mani vuote.
— Per la verità sono molto bravo — ha risposto in tono neutro. Anche quando dice
cose del genere, che sembrerebbero sbruffonate, in realtà non si sta vantando. Si
capisce da come le dice, senza darci peso, quasi stesse parlando del tempo.
— Quindi ti manca giusto il coraggio di uccidere?
— Se devo fare una cosa, il coraggio di farla ce l’ho. — Si è passato una mano tra i
capelli con un sospiro. — All’inizio si trattava di sopravvivere. Poi di proteggere i miei
fratelli e le mie sorelle dai pazzi che hanno preso a circolare dopo lo scoppio
dell’epidemia. Poi ancora di difendere il territorio e le scorte…
— E ora, di cosa si tratta? — ho chiesto piano. Era la prima volta che lo vedevo
leggermente teso.
— Mi distende i nervi — ha ammesso scrollando le spalle con aria imbarazzata. —
Mi tiene occupato.
— Come l’igiene personale.
— E poi di notte fatico a dormire — ha continuato. Si ostinava a non guardarmi. Non
guardava niente, in realtà. — Be’, fatico a dormire in generale. Quindi da un po’ ho
smesso di provarci e ho preso a sonnecchiare quando capita. Se capita. Di fatto dormo
due o tre ore al giorno.
— Sarai stanchissimo.
Finalmente mi ha guardata, e nei suoi occhi c’era qualcosa di triste e disperato.
— È questa la parte peggiore — ha risposto in un sussurro. — No. Non sono per
niente stanco.
Il fatto che di notte sparisse continuava a mettermi ansia, perciò una volta ho
provato a seguirlo. Pessima idea. Dopo dieci minuti l’ho perso, ho temuto che mi sarei
persa anch’io, mi sono girata per tornare indietro e me lo sono ritrovato davanti.
Non si è arrabbiato. Non mi ha accusata di sfiducia nei suoi confronti. Ha
semplicemente detto: — Non dovresti essere qui, Cassie — e mi ha scortata fino a
casa.
Preoccupato più per la mia salute mentale che per la nostra incolumità (credo che la
storia dei Silenziatori non l’abbia del tutto convinto), ha appeso pesanti coperte sulle
finestre dell’ampia sala al pianoterra in modo che potessimo accendere il fuoco e un
paio di lampade. E lì aspetto che torni dalle sue spedizioni notturne, dormendo sul
grande divano in pelle o leggendo uno dei consunti romanzi d’amore in versione
tascabile un tempo appartenuti a sua madre, romanzi che in copertina hanno uomini
mezzo nudi dal fisico scolpito e donne dall’aria svenevole in eleganti abiti da sera
lunghi fino ai piedi. Poi, verso le tre di mattina, quando lui rientra, gettiamo altra legna
nel fuoco e parliamo. A lui non piace molto parlare della sua famiglia (quando gli ho
chiesto dei gusti in fatto di libri di sua mamma, si è limitato a scuotere le spalle e
dire che le piacevano i romanzi). Appena il discorso scivola troppo sul personale,
riporta la conversazione su di me. Vuole parlare più che altro di Sammy, nel senso che
vuole sapere come intendo mantenere la promessa. Dal momento che non ne ho idea,
la discussione non va mai a finire bene. Io sto sul vago, lui pretende dettagli. Io sono
diffidente, lui insistente. Alla fine io mi incattivisco e lui si zittisce.
— Rispiegamelo punto per punto — dice una notte dopo che ne abbiamo già parlato e
riparlato per un’ora. — Non sai di preciso chi o cosa sono, ma sai che hanno un sacco
di artiglieria pesante e accesso agli armamenti alieni. Non sai dove hanno portato tuo
fratello, ma ci stai andando per salvarlo. Una volta lì, non sai come lo salverai, ma…
— E questo cosa sarebbe? — sbotto. — Un tentativo di aiutarmi o di farmi sentire
stupida?
Siamo seduti sul grande e morbido tappeto davanti al caminetto: il suo fucile da una
parte, la mia Luger dall’altra, noi due in mezzo.
Alza le mani in un finto gesto di resa. — Sto solo cercando di capire.
— Inizierò dal campo profughi e seguirò le tracce che partono da lì — dico più o
meno per la millesima volta. Credo di sapere perché continua a rivolgermi le stesse
domande, ma fa così l’ottuso che è difficile inchiodarlo. Lui, ovviamente, potrebbe dire
lo stesso di me. Considerato cosa si intende per piano, il mio è più un obiettivo
generico che si spaccia per tale.
— E se le tracce non le trovi? — chiede.
— Non mi arrenderò finché non ci sarò riuscita.
Annuisce in un modo che significa: “Sto annuendo, ma non sto annuendo perché
penso che quello che tu dici abbia senso. Sto annuendo perché penso che tu sia
completamente pazza e non vorrei che mi stendessi con una mossa di kung fu usando
la stampella che ho realizzato con le mie stesse mani.”
Così aggiungo: — Non sono completamente pazza. Tu faresti lo stesso per Val.
Non controbatte. Si abbraccia le gambe e, appoggiato il mento sulle ginocchia, fissa
il fuoco.
— Pensi che io stia perdendo tempo — accuso rivolta al suo impeccabile profilo. —
Pensi che Sammy sia morto.
— Come faccio a saperlo, Cassie?
— Non sto dicendo che lo sai. Sto dicendo che lo pensi.
— Perché, quello che penso ha qualche importanza?
— No, quindi stai pure zitto.
— Non ho fiatato. Sei stata tu a…
— Non… dire… una… parola.
— E chi l’ha detta?
— Tu, in questo istante.
— Okay, ora la pianto.
— Però non lo fai. Lo dici e poi continui.
Sta per replicare, poi chiude la bocca in modo così brusco che sento lo schiocco dei
denti.
— Ho fame — dico.
— Vado a prenderti qualcosa da mangiare.
— Te l’ho chiesto? — Ho voglia di rifilargli una sberla su quella bocca dalla forma
splendida. Perché mi prudono le mani? Perché sono così arrabbiata? — Sono
perfettamente in grado di badare a me stessa. È questo il problema, Evan. Non sono
qui per dare uno scopo alla tua vita ora che la tua vita è finita. Devi pensarci da solo.
— Voglio soltanto aiutarti — replica, e per la prima volta vedo rabbia vera in quegli
occhi da cucciolo. — Perché salvare Sammy non può essere anche il mio, di scopo?
La sua domanda mi segue in cucina. Mi incombe sulla testa come una nuvola mentre
schiaffo della carne di cervo affumicata sul pane che Evan, da boy-scout modello qual
è, deve aver cotto nel suo forno all’aperto. Continua a seguirmi quando torno
zoppicando in sala e mi lascio andare sul divano davanti al tappeto. Sono tentata di
mollargli un calcio tra quelle spalle larghe. Sul tavolino accanto a me c’è un libro
intitolato Disperato desiderio d’amore. A giudicare dalla copertina, era meglio chiamarlo
I miei spettacolari addominali a tartaruga.
È questo il mio problema. Ecco! Prima dell’Arrivo, quelli come Evan Walker non mi
degnavano di uno sguardo, tanto meno mi lavavano i capelli o andavano a caccia per
me. Non mi hanno mai presa dietro al collo come la modella photoshoppata del libro di
sua madre, tutto un tendersi di addominali e guizzare di pettorali. Non mi hanno mai
guardata nel profondo degli occhi, né mi hanno mai alzato il mento per avvicinare le
mie labbra alle loro. Ero la ragazza sullo sfondo, l’amica e basta o – peggio ancora –
l’amica di un’amica e basta, quella che ha il posto accanto al tuo a geometria, ma di
cui non ricordi il nome. Sarebbe stato meglio se a trovarmi in quel cumulo di neve
fosse stato un uomo di mezza età con una collezione di personaggi di Guerre Stellari.
— Embè? — chiedo rivolta alla sua nuca. — Hai intenzione di non rivolgermi più la
parola?
Prendono a sobbalzargli le spalle. Una di quelle risatine ironiche, silenziose,
accompagnate da una mesta scrollata di capo. “Ragazze! Che sciocche.”
— Avrei dovuto chiedertelo, immagino — dice. — E non darlo per scontato.
— Cosa?
Ruota sul sedere per guardarmi in faccia. Io sono sul divano, lui in terra con gli
occhi in su. — Che sarei venuto con te.
— Scusa? Ma se non era neppure di questo che parlavamo! E poi perché vorresti
venire con me, Evan? Dato che secondo te Sammy è morto?
— Perché non voglio che muoia tu, Cassie.
È troppo.
Gli tiro in testa il mio spuntino. Il piatto gli rimbalza sulla guancia e, in un batter
d’occhio, mi ritrovo faccia a faccia con lui. Si sporge in avanti e piazza le mani accanto
alle mie gambe, bloccandomi. Ha gli occhi lucidi.
— Non esisti solo tu — dice digrignando i denti. — Mia sorella mi è morta tra le
braccia a dodici anni. Soffocata dal suo stesso sangue. E io non ho potuto farci niente.
Mi viene il voltastomaco a vedere che ti comporti come se il peggiore disastro della
storia dell’umanità riguardasse te e basta. Non sei l’unica che ha perso tutto, e non sei
l’unica che crede di aver trovato la sola cosa che può dare un senso a tutto questo
schifo. Tu hai la tua promessa a Sammy e io ho te.
Si ferma. Ha esagerato, e lo sa.
— No che non mi hai, Evan.
— Sai benissimo cosa voglio dire. — Mi sta fissando, ed è difficile resistere alla
tentazione di distogliere lo sguardo. — Non ti posso impedire di andare – be’,
probabilmente potrei – ma non ti posso nemmeno permettere di andare da sola.
— Da soli è meglio. Lo sai anche tu. È per questo che sei ancora vivo! — replico
conficcandogli il dito nel petto ansimante.
Si ritrae, e io devo combattere l’impulso di fermarlo. Parte di me non vuole che si
allontani.
— Non si può dire lo stesso di te, però — sbotta. — Senza il mio aiuto tu, là fuori,
non durerai due minuti.
Esplodo. Non riesco a trattenermi. Non poteva uscirsene con una cosa più sbagliata
nel momento più sbagliato.
— Ma vaffanculo! — grido. — Non ho minimamente bisogno di te. Non ho bisogno di
nessuno! Be’, magari se mi servisse qualcuno che mi lava i capelli, mi mette un
cerotto sulla bua o mi prepara una torta, tu saresti perfetto!
Dopo un paio di tentativi riesco ad alzarmi in piedi. Tempo di passare alla fase due
del litigio, quando lei si fionda inviperita fuori dalla stanza e lui incrocia le braccia sul
petto virile mettendo il broncio. A metà scale mi fermo un secondo, dicendomi che lo
faccio per riprendere fiato e non per dargli modo di raggiungermi. Lui, però, non mi sta
seguendo. Così salgo a fatica gli ultimi gradini e vado in camera mia.
No, non in camera mia. In camera di Val. Io non ho una camera. E probabilmente
non ce l’avrò mai più.
“Oh, basta con l’autocommiserazione. Il mondo non gira intorno a te. E basta con i
sensi di colpa. Non sei stata tu a far salire Sammy su quello scuolabus. E, già che ci
siamo, basta anche con il dolore. Evan può frignare quanto vuole, ma non per questo
riporterà in vita sua sorella.”
«Io ho te.» Be’, Evan, la verità è che non importa se siamo in due o in duecento.
Non abbiamo chance. Non contro un nemico come gli Altri. Mi sto rimettendo in forze
per… cosa? Per morire in forze quando verrà il momento? Che differenza fa?
Ringhiando, do una pacca all’orsacchiotto seduto in equilibrio precario sul letto. “Che
cavolo guardi?” Crolla su un fianco con un braccio in aria, come se avesse alzato la
mano in classe per fare una domanda.
Alle mie spalle la porta cigola sui cardini arrugginiti.
— Vattene — dico senza voltarmi.
Un altro cigolio. Poi uno scatto. Infine silenzio.
— Evan, sei fuori della porta?
Pausa. — Sì.
— Sei inquietante, lo sai, vero?
Se risponde, non lo sento. Mi stringo le braccia intorno al corpo e ci strofino sopra le
mani. La stanza è gelida. Il ginocchio mi fa un male cane, ma mi mordo il labbro e
rimango ostinatamente in piedi con la schiena alla porta.
— Sei ancora lì? — chiedo quando non reggo più quel silenzio.
— Se te ne vai senza di me, ti seguo. Non me lo puoi impedire, Cassie. Come
intenderesti farlo?
Scrollo le spalle impotente, ricacciando indietro le lacrime. — Bah, magari
sparandoti.
— Come hai sparato al soldato con il crocifisso?
Quelle parole mi colpiscono come un proiettile in mezzo alle scapole. Mi giro di
scatto e spalanco la porta. Lui sobbalza, ma non arretra.
— Come fai a saperlo? — Ovviamente c’è un’unica risposta. — Hai letto il mio
diario.
— Pensavo che saresti morta.
— Spiacente di averti deluso.
— Volevo sapere cos’era successo…
— Hai idea di che fastidio mi dà? Fino a dove sei arrivato?
Abbassa gli occhi. Le guance gli si colorano di rosso.
— L’hai letto tutto, vero? — Sono in tremendo imbarazzo. Mi sento violata e piena di
vergogna. È dieci volte peggio di quando, svegliandomi nel letto di Val, mi sono resa
conto che qualcuno mi aveva vista nuda. Quello era il mio corpo. Questa è la mia
anima.
Gli do un pugno nello stomaco. Non cede minimamente: è come se avessi colpito
una lastra di pietra.
— Non ci posso credere — urlo. — Sei rimasto lì impassibile mentre raccontavo
balle su Ben Parish. Sapevi la verità e sei rimasto lì impassibile ad assecondarmi!
Si ficca le mani in tasca guardando in terra. Come un bambino che si prende una
strigliata per aver rotto il vaso antico della madre. — Non pensavo fosse così
importante.
— Non pensavi…? — Scuoto la testa, incredula. Ma chi è questo tipo? D’un tratto mi
assale una strizza terribile. Qui c’è qualcosa che proprio non va. Sarà che ha perso
tutta la sua famiglia e la sua ragazza e ha vissuto da solo per mesi raccontandosi che
non fare niente è fare qualcosa. Sarà che si è creato un bozzolo in questo tratto
sperduto delle campagne dell’Ohio per arginare lo schifo che gli Altri ci hanno
rovesciato addosso, oppure sarà solo che è strano – strano prima dell’Arrivo e
altrettanto strano adesso – ma in ogni caso in questo Evan Walker c’è qualcosa di
decisamente sbagliato. È troppo calmo, troppo razionale, troppo a posto per essere
davvero a posto.
— Perché gli hai sparato? — chiede a voce bassa. — Al soldato nel minimarket.
— Lo sai benissimo — rispondo. Sto per scoppiare in lacrime.
Annuisce. — Per via di Sammy.
Ora sì che sono confusa. — Questo con Sammy non ha niente a che vedere.
Solleva gli occhi e mi guarda. — Sammy ha dato la mano al soldato. Sammy è salito
su quello scuolabus. Sammy si è fidato. E ora, anche se ti ho salvata, tu ti rifiuti di
fidarti di me.
Mi prende la mano. La stringe forte.
— Non sono il soldato con il crocifisso, Cassie. E non sono Vosch. Sono uguale a te.
Sono pieno di paure e rabbia e incertezze e non so che cavolo fare, ma so che alcune
cose si escludono a vicenda. Non puoi crederti un essere umano e un attimo dopo uno
scarafaggio. Sai che non lo sei. Altrimenti non ti saresti voltata ad affrontare quel
cecchino sulla statale.
— Oddio — mormoro. — Era solo una metafora.
— Ti vuoi paragonare a un insetto, Cassie? Bene, allora sei un’efemera. Qui per un
giorno e poi svanita. Ma gli Altri non c’entrano. È così da sempre. Ora qui e l’attimo
dopo no, però il punto non è quanto tempo restiamo, ma cosa facciamo con quel
tempo.
— Stai dicendo cose assolutamente senza senso, te ne accorgi? — Mi sento
precipitare in avanti, svuotata di qualsiasi voglia di combattere. Non capisco se Evan
mi frena o mi sorregge.
— Sei un’efemera — sussurra.
E poi mi bacia.
Con una mano si tiene la mia appoggiata al petto, con l’altra mi accarezza il collo,
un tocco soffice come una piuma, mandandomi un brivido lungo la schiena, giù giù fino
alle gambe, che stanno facendo una gran fatica a sostenermi. Sento i palpiti del suo
cuore contro il palmo, l’aroma del suo fiato, la barba ispida sotto il naso in netto
contrasto con la morbidezza delle labbra. Mi guarda, e io rispondo al suo sguardo.
Mi ritraggo quanto basta a parlare. — Smettila.
Mi prende in braccio. Ho la sensazione di fluttuare verso l’alto per un’eternità, come
quando ero piccola e mio padre mi lanciava in aria, e l’impressione di poter continuare
fino a raggiungere i confini della galassia.
Mi posa sul letto. Un attimo prima che mi baci di nuovo, dico: — Se ci riprovi, ti do
una ginocchiata dove pensi.
Ha le mani incredibilmente morbide: sembra che a toccarmi sia una nuvola.
— Non ti permetterò di… — cerca la parola giusta — … volare via da me, Cassie
Sullivan.
Con un soffio spegne la candela sul comodino.
Le sensazioni si fanno ancora più intense nel buio della camera in cui è morta sua
sorella. Nel silenzio della casa in cui è morta la sua famiglia. Nella quiete del mondo in
cui è morta la vita di un tempo. Evan si accorge che sto piangendo ancora prima di
me. Dove ci sarebbero lacrime, i suoi baci.
— Non sono stato io a salvare te — sussurra passandomi le labbra sulle ciglia. —
Sei stata tu a salvare me.
Lo ripete ancora e ancora, finché non ci addormentiamo stretti l’uno all’altra, la sua
voce nel mio orecchio, le mie lacrime nella sua bocca.
— Sei stata tu a salvare me.
V
La selezione
– 37 –

Cassie, dall’altra parte del vetro imbrattato, rimpicciolisce.


Cassie, sulla strada, stringe in mano Orso.
Gli alza il braccio per aiutarlo a salutare.
“Addio, Sammy.”
“Addio, Orso.”
La polvere che si solleva dietro le grosse ruote nere dello scuolabus, e Cassie che
rimpicciolisce nel turbine marroncino bruno scuro.
“Addio, Cassie.”
Cassie e Orso che diventano sempre più piccoli e il vetro duro sotto le dita.
“Addio, Cassie. Addio, Orso.”
Alla fine la polvere li inghiotte e lui si ritrova solo sullo scuolabus affollato, senza
mamma senza papà senza Cassie, e forse non doveva lasciare Orso, perché Orso gli è
stato accanto fin da prima che lui se ne rendesse conto. C’era sempre stato. Ma c’era
sempre stata anche mamma. Mamma e nonna e nonno e il resto della famiglia. E i
bambini della classe della signora Neyman e la signora Neyman e i Majewski e quella
cassiera gentile del supermercato che teneva i lecca lecca alla fragola sotto il banco.
Anche quelli c’erano sempre stati, proprio come Orso, c’erano fin da prima che lui se
ne rendesse conto, solo che ora non c’erano più. Chi c’era sempre stato non c’era più,
e Cassie diceva che non sarebbe tornato.
Mai più. Quando stacca la mano dal finestrino, il vetro ne conserva la traccia.
Mantiene il ricordo. Non come una foto, più come un’ombra indistinta, indistinta com’è
indistinto il viso di sua madre quando cerca di ricordarselo.
Esclusi quelli di papà e Cassie, i visi che ha avuto intorno da quando sa cosa sono i
visi stanno svanendo. Ora tutti i visi sono nuovi, tutti i visi sono visi di sconosciuti.
Un soldato avanza nel passaggio tra i sedili. Si è tolto la maschera nera. Ha la faccia
tonda e il naso piccolo, punteggiato di lentiggini. Non sembra molto più grande di
Cassie. Sta distribuendo sacchetti di caramelle gommose e brick di succo di frutta.
Dita sporche si allungano a ghermirli. Alcuni di quei bambini non mangiano da giorni.
Altri non vedono un adulto da quando sono morti i genitori. Altri ancora sono stati
trovati in periferia che vagavano tra cumuli di corpi anneriti e semicarbonizzati: sono i
più silenziosi, e fissano tutto e tutti come se tutto e tutti fossero qualcosa che non
avevano mai visto prima. Altri, infine, vengono come Sammy da un campo profughi o
da un piccolo gruppo di superstiti in cerca di soccorso: hanno sì i vestiti logori e i visi
magri e gli occhi assenti, ma non come quelli dei bambini silenziosi, quelli trovati che
vagavano tra i morti.
Il soldato arriva all’ultima fila. Sulla manica porta una fascia bianca con sopra una
grande croce rossa.
— Ehi, ti va qualcosa da mangiare? — gli chiede.
Succo di frutta e caramelle a forma di dinosauro. Il succo è fresco. È da un’infinità
che non beve qualcosa di fresco. Il soldato si siede nel posto accanto a lui e allunga le
gambe nel passaggio. Sammy infila la cannuccia nel brick e beve un sorso, e in
quell’istante gli cadono gli occhi sulla sagoma immobile di una bambina raggomitolata
sul sedile dal lato opposto. Ha i calzoncini strappati, la maglietta rosa macchiata di
fuliggine e le scarpe incrostate di fango. Dorme con il sorriso sulle labbra. Un bel
sogno.
— La conosci? — gli chiede il soldato.
Sammy fa cenno di no.
— Perché hai quella croce rossa?
— Sono un soldato sanitario. Aiuto chi sta male.
— Perché ti sei levato la maschera?
— Ora non mi serve — risponde il soldato. E si butta una manciata di caramelle in
bocca.
— Perché no?
— Il virus è là fuori. — Indica con il pollice verso il lunotto, oltre cui poco prima si
sono sollevate nuvole di polvere e Cassie, con in mano Orso, si è rimpicciolita fino a
scomparire.
— Ma papà mi ha detto che il virus è dappertutto.
Il soldato scuote la testa. — Non dove stiamo andando noi.
— E dove stiamo andando?
— A Camp Haven.
Tra il brontolio del motore e il sibilo del vento che entra dai finestrini aperti, gli è
quasi parso che il soldato dicesse “in campeggio”.
— Dove? — chiede.
— Ti piacerà un sacco. — Il soldato gli dà una pacca sulla gamba. — Abbiamo già
sistemato ogni cosa.
— Per me?
— Per tutti.
Cassie sulla strada che aiuta Orso a salutare.
— Allora perché non avete preso anche gli altri?
— Lo faremo.
— Quando?
— Appena voi sarete al sicuro. — Il soldato lancia un’altra occhiata alla bambina. Poi
si alza, si leva la giacca verde e gliela posa delicatamente addosso.
— Voi siete la cosa più importante — dice, e sul suo viso giovane c’è un’espressione
seria e risoluta. — Siete il futuro.
Da stretta e polverosa, la strada si fa più larga e asfaltata. Un’altra svolta, e diventa
ancora più larga. I motori vanno su di giri con un ruggito gutturale, gli scuolabus si
lanciano verso il sole sulla statale sgombra di veicoli. Le macchine distrutte o in panne
sono state spinte a lato della carreggiata per liberare il passaggio ai bus carichi di
bambini.
Il soldato con le lentiggini sul naso ha ricominciato il giro: stavolta distribuisce
bottigliette d’acqua e chiede di chiudere i finestrini perché alcuni bambini hanno freddo
e altri paura del rumore del vento che sembra il ruggito di un mostro. In un attimo
l’aria si fa pesante e la temperatura aumenta, mettendo sonnolenza ai piccoli.
Ma Sammy ha dato Orso a Cassie perché le tenesse compagnia, e non ha mai,
nemmeno una volta, dormito senza il suo peluche, non da quando si sono incontrati,
perlomeno. È stanco, ma è anche senza Orso. Più cerca di dimenticarselo, più se lo
ricorda, più gli manca e più vorrebbe non essersene separato.
Il soldato gli offre una bottiglietta d’acqua. E, anche se lui sorride e fa finta di non
sentirsi così triste e perso senza Orso, il soldato si accorge che c’è qualcosa che non
va. Gli si siede di nuovo accanto, gli chiede come si chiama e gli dice che il suo nome
è Parker.
— Quanto manca? — chiede Sammy. Presto farà buio, e il buio è il momento
peggiore. Non glielo ha detto nessuno, ma lui sa benissimo che quando alla fine
arriveranno sarà buio e non ci saranno avvertimenti, come per le altre ondate, e non ci
si potrà fare niente, succederà e basta, come la TV che si spegne e le macchine che si
rompono e gli aerei che cadono e l’epidemia – la Pestifera, la chiamavano Cassie e
papà – e la mamma tra le lenzuola insanguinate.
Dopo l’Arrivo, suo padre gli aveva detto che il mondo era cambiato e che nulla
sarebbe più stato come prima, ma che magari gli Altri l’avrebbero accolto
sull’astronave e persino portato all’avventura in giro per l’universo. E Sammy non
vedeva l’ora di salire a bordo e sfrecciare nello spazio come Luke Skywalker sul caccia
stellare. Ogni notte era un po’ come la vigilia di Natale. Al mattino, pensava, si sarebbe
svegliato e avrebbe trovato i fantastici regali portati dagli Altri.
Ma l’unica cosa portata dagli Altri era la morte.
Non erano venuti per dargli qualcosa. Erano venuti per togliergli tutto. Quand’è che
avrebbero smesso? Forse mai. Forse non avrebbero smesso finché non avessero preso
tutto, finché il mondo intero non fosse stato come lui, vuoto e solo e perso senza
Orso. Perciò chiede: — Quanto manca?
— Non molto — risponde il soldato di nome Parker. — Vuoi che rimanga qui con te?
— Non ho paura — dice Sammy. «Devi essere coraggioso ora» si era raccomandata
Cassie il giorno in cui mamma era morta, quando lui aveva visto il letto vuoto e senza
chiedere niente a nessuno aveva capito che era andata con nonna e con tutti gli altri,
quelli che conosceva e quelli che non conosceva, quelli che venivano ammucchiati e poi
bruciati alla periferia della città.
— Fai bene — dice il soldato. — Ora sei perfettamente al sicuro.
Sono le stesse identiche parole che gli aveva detto suo padre una notte dopo che era
ormai saltata la corrente, oppure dopo che aveva sbarrato porte e finestre perché i
cattivi con le armi avevano cominciato a rubare le cose.
«Sei perfettamente al sicuro.»
Oppure, ancora, dopo che mamma si era ammalata, e lui e Cassie si erano dovuti
mettere le mascherine di carta bianca. «Giusto per precauzione, Sam. Sei
perfettamente al sicuro, ne sono certo.»
— E Camp Haven ti piacerà davvero un sacco — dice il soldato. — Aspetta e vedrai.
Abbiamo sistemato ogni cosa proprio per i ragazzini come te.
— E lì non ci troveranno?
Parker sorride. — Be’, questo non lo so. Ma probabilmente al momento è il posto più
sicuro di tutto il Nordamerica. C’è anche un campo energetico invisibile, in caso i
visitatori tentino un attacco.
— I campi energetici non esistono.
— Be’, la gente diceva lo stesso degli alieni.
— Tu li hai mai visti?
— Non ancora — risponde Parker. — Non li ha mai visti nessuno, perlomeno nella
mia compagnia, ma siamo tutti impazienti. — Fa un sorriso da uomo duro, e il cuore di
Sammy accelera. Vorrebbe essere grande abbastanza da fare il soldato come Parker.
— Chissà — continua quello — magari sono uguali a noi. Magari ne hai uno davanti
proprio in questo istante. — Ora il sorriso è diverso. Scherzoso.
Il soldato si alza e Sammy gli afferra la mano. Non vuole che se ne vada.
— Ma davvero Camp Haven ha un campo energetico?
— Certo. E torri di guardia sempre presidiate, videosorveglianza ventiquattro ore su
ventiquattro, recinzioni alte sei metri con sopra il filo spinato e grossi, feroci cani da
guardia capaci di fiutare creature non umane a dieci chilometri di distanza.
Sammy arriccia il naso. — Non sembra un bel posto! Sembra una prigione!
— Solo che la prigione tiene i cattivi dentro, mentre il nostro campo li tiene fuori.
– 38 –

Notte.
In alto le stelle, luminose e fredde, e in basso la strada buia, più il ronzio delle ruote
sulla strada buia sotto le stelle fredde. I fari che fendono l’oscurità. Il dondolio dello
scuolabus e la pesante aria calda.
Ora la bambina dalla parte opposta del passaggio è sveglia: ha i capelli scuri
arruffati su un lato della testa, le guance scavate e la pelle della fronte talmente tirata
che sembra abbia gli occhi grandi come quelli di un gufo.
Sammy le sorride esitante. Lei non ricambia. Tiene gli occhi fissi sulla bottiglietta
d’acqua appoggiata alla gamba di lui. Sammy gliela porge. — Vuoi?
Un braccio ossuto si allunga fulmineo tra i sedili e gliela strappa di mano. La
bambina scola l’acqua rimasta in quattro sorsi, poi getta la plastica vuota nel posto
accanto.
— Dovrebbero averne altre, se hai ancora sete — dice Sammy.
La bambina non risponde. Lo fissa senza battere ciglio.
— E hanno anche delle caramelle gommose, se hai fame.
Di nuovo lei si limita a guardarlo senza fiatare. Gambe raccolte sotto la giacca di
Parker, occhi tondi sbarrati.
— Io mi chiamo Sam, però mi chiamano tutti Sammy. Tranne Cassie. Cassie mi
chiama Sams. Tu come ti chiami?
La bambina deve parlare forte per farsi sentire oltre il ronzio delle ruote e il
brontolio del motore.
— Megan. — Con le dita magre pizzica il tessuto verde della giacca militare. — E
questa da dove arriva? — si chiede, la voce appena più alta del rumore di sottofondo.
Sammy si alza e si infila nel posto libero accanto a lei, che sussulta e tira le gambe
più indietro che può.
— È di Parker — dice Sammy. — È quello là seduto vicino all’autista. È un soldato
sanitario. Significa che si occupa dei malati. È molto simpatico.
La bambina magra di nome Megan scuote la testa. — Io non sono malata.
Occhi cerchiati di scuro, labbra secche e screpolate, capelli aggrovigliati pieni di
rametti e foglie morte. Fronte lucida e guance arrossate.
— Dove stiamo andando? — chiede.
— A Camp Haven.
— Camp… cosa?
— È un forte militare — dice Sammy. — E non uno qualunque. Il più grande, il più
bello e il più sicuro di tutto il mondo. Ha anche un campo energetico!
Fa molto caldo nello scuolabus, quasi non si respira, ma Megan non riesce a
smettere di tremare. Sammy le rimbocca la giacca di Parker sotto il mento. Lei lo
fissa con quegli enormi occhi da gufo. — Chi è Cassie?
— Mia sorella. Viene anche lei. Tra poco i soldati tornano a prenderla. E prendono
anche papà e gli altri.
— Vuoi dire che è viva?
Sammy fa cenno di sì, perplesso. Perché non dovrebbe essere viva?
— Tuo papà e tua sorella sono vivi? — Le trema il labbro. Una lacrima traccia un
solco nella fuliggine che le copre il viso. La fuliggine prodotta dal fumo prodotto dal
fuoco prodotto dai corpi che bruciano.
D’istinto Sammy le prende la mano. Come aveva fatto con lui Cassie la notte in cui
gli aveva spiegato di cosa erano stati capaci gli Altri.
Era la loro prima notte al campo profughi. L’enormità di quanto era successo nei
mesi precedenti non l’aveva realmente travolto fino a quella notte, quando le lampade
erano state spente e lui si era ritrovato raggomitolato accanto a Cassie, al buio.
Dall’attimo in cui era andata via la corrente al momento in cui erano arrivati al
campo, passando per il giorno in cui papà aveva avvolto mamma nel telo bianco, era
stato un susseguirsi velocissimo di cose. Aveva sempre pensato che alla fine
sarebbero rientrati a casa e tutto sarebbe stato come prima. Mamma non sarebbe
tornata – non era un bimbo: sapeva che mamma non sarebbe tornata – ma non aveva
capito che non c’era modo di riportare indietro l’orologio e che quanto era successo era
per sempre.
Fino a quella notte, appunto. La notte in cui Cassie, tenendogli la mano, gli aveva
spiegato che mamma era una di miliardi. Che sulla Terra erano morti quasi tutti. Che
non avrebbero mai più vissuto nella loro vecchia casa. Che non sarebbe mai più tornato
a scuola. Che tutti i suoi amici non c’erano più.
— Non è giusto — sussurra Megan nella penombra dello scuolabus. — Non è giusto.
— Fissa Sammy dritto in faccia. — Tutta la mia famiglia è morta, e invece tuo padre e
tua sorella? Non è giusto!
Parker si è alzato di nuovo. Si ferma a ogni sedile, parla dolcemente a ogni bambino
e poi gli tocca la fronte. Nel momento in cui li tocca, una luce lampeggia nell’oscurità.
A volte è verde. Altre volte rossa. Quando la luce si spegne, Parker timbra la mano del
bambino. Luce rossa, timbro rosso. Luce verde, timbro verde.
— Mio fratello piccolo aveva all’incirca la tua età — aggiunge Megan. Quella frase
suona come un’accusa: “Come mai tu sei vivo e lui no?”
— Come si chiamava? — chiede Sammy.
— Che ti importa? Perché lo vuoi sapere?
Sammy vorrebbe che Cassie fosse lì. Cassie saprebbe cosa dire per confortare
Megan. Cassie sa sempre cosa dire.
— Si chiamava Michael, okay? Michael Joseph, e aveva sei anni e non aveva mai
fatto male a nessuno. Va bene così? Sei contento ora? Mio fratello si chiamava Michael
Joseph. Vuoi sapere anche come si chiamavano gli altri?
Ha lo sguardo puntato in alto alle spalle di Sammy, su Parker che si è fermato alla
loro fila.
— Ehilà, ciao, dormigliona! — esclama.
— È malata — interviene Sammy. — La devi aiutare a stare meglio.
— Aiuteremo tutti a stare meglio — risponde Parker con un sorriso.
— Non sono malata — replica Megan. Poi, nonostante la giacca, è colta da un brivido
violento.
— Certo che no — dice Parker con un cenno del capo e un altro bel sorriso. — Ma
magari è meglio se ti controllo la temperatura, giusto per essere sicuri. Okay?
Tira su un dischetto argentato grande come un quarto di dollaro. — Quando tocca
qualcosa sopra i 37,5 gradi si illumina di verde. — Si sporge su Sammy e lo appoggia
alla fronte di Megan. Il lampo è verde. — Oh-oh — mormora. — Fatti controllare, Sam.
Il metallo è caldo. Per un secondo il viso di Parker viene inondato di luce rossa.
Parker passa il timbro sul dorso della mano di Megan. L’inchiostro verde brilla umido
nella penombra. È una faccina sorridente. Anche per Sammy ce n’è una, ma rossa.
— Aspetta che chiamino il tuo colore, okay? — dice Parker rivolto a Megan. — I
verdi vanno diretti all’ospedale.
— Non sono malata — grida lei roca. La voce le si spezza. Si piega in due, tossendo,
e Sammy si ritrae istintivamente. Parker gli dà una pacca sulla spalla. — È solo un
brutto raffreddore, Sam — gli sussurra. — Si riprenderà.
— Io all’ospedale non ci vado — bisbiglia Megan a Sammy quando Parker torna al
suo posto davanti. Strofina furiosamente il dorso della mano sulla giacca, sbaffando
l’inchiostro. La faccina sorridente ora è solo un’informe macchia verde.
— Ma devi — le dice Sammy. — Non vuoi guarire?
Lei scuote forte la testa. Lui non capisce. — All’ospedale non ci si va per guarire.
All’ospedale ci si va per morire.
Quando sua madre si era ammalata, Sammy aveva chiesto al padre: — Ma non porti
mamma all’ospedale? — E lui gli aveva risposto che non era un luogo sicuro. Troppi
ricoverati e pochi dottori, e comunque non c’era niente che i medici potessero fare per
aiutarla. Cassie gli aveva detto che gli ospedali si erano rotti, proprio come la TV, le
luci, le macchine e tutto il resto.
— Ma si è rotto tutto? — le aveva chiesto lui. — Tutto tutto?
— No, non tutto tutto, Sams — aveva risposto lei. — Questo no.
Gli aveva preso la mano e gliel’aveva messa sul petto. Sotto il palmo aperto, il cuore
gli batteva forte.
— Questo non si è rotto.
– 39 –

Sua madre va da lui solo nello spazio intermedio, il tempo grigio tra veglia e sonno. Si
tiene alla larga dai sogni, come se sapesse che non ci deve andare perché, anche se
non sono reali, quando li vivi sembrano più che reali. Gli vuole troppo bene per fargli
una cosa del genere.
A volte riesce a vederle il viso, ma il più delle volte no, la vede solo come una
sagoma un po’ più scura dell’ombra dietro le sue palpebre, ne sente l’odore e le tocca i
capelli: ha proprio l’impressione che gli scorrano tra le dita. Se si ostina a cercare di
vederle il viso, lei svanisce nelle tenebre. E se si ostina a cercare di stringerla, scivola
via come i capelli tra le dita.
Il ronzio delle ruote sulla strada buia. La pesante aria calda e il dondolio dello
scuolabus sotto le stelle fredde. Quanto manca a Camp Haven? Ha l’impressione di
essere su quella strada buia sotto le stelle fredde da sempre. Aspetta sua madre nello
spazio intermedio, con le palpebre abbassate, mentre Megan lo osserva con i suoi
grandi, tondi occhi da gufo.
Aspettando si addormenta.
Dorme ancora quando i tre scuolabus si fermano davanti all’ingresso di Camp Haven.
Dall’alto della torre di guardia la sentinella schiaccia un tasto, la serratura elettronica
scatta e il cancello si apre scorrendo sulla guida. Li fa entrare e poi si richiude.
Sammy non si riscuote finché gli scuolabus non si fermano con un ultimo sibilo
rabbioso dei freni. Due soldati stanno passando tra i sedili a svegliare i bambini che si
sono addormentati. Sono armati fino ai denti, ma sorridono e parlano in tono gentile. —
Va tutto bene. È ora di alzarsi. Siete perfettamente al sicuro.
Sammy si tira su e, strizzando gli occhi per l’improvvisa inondazione di luce, guarda
fuori dal finestrino. Hanno parcheggiato davanti a un gigantesco hangar per aerei. Le
grosse saracinesche sono abbassate, perciò non vede cosa c’è dentro. Per un attimo
non è preoccupato all’idea di essere in un posto strano senza papà né Cassie né Orso.
Sa cosa significa tutta quella luce: lì gli alieni non sono riusciti a far saltare la
corrente. Significa anche che Parker gli ha detto la verità: la base ha davvero un campo
energetico. Non c’è altra spiegazione. Quindi poco importa se gli Altri sanno della base.
Sono perfettamente al sicuro.
Al suo fianco Megan sta ansimando. Si volta a guardarla. Nel bagliore delle
fotoelettriche, ha gli occhi enormi. Gli afferra la mano.
— Non mi lasciare — lo implora.
Un uomo corpulento sale a bordo. Si piazza accanto all’autista con le mani sui
fianchi. Ha la faccia larga e grassa e gli occhi piccoli piccoli.
— Buongiorno, bambini, e benvenuti a Camp Haven! Io sono il maggiore Bob. Lo so
che avete sonno, fame e magari anche un po’ di paura… Chi è che ha un po’ di paura?
Alzate la mano. — Non se ne alza neppure una. Ventisei paia di occhi lo fissano senza
espressione, e il maggiore Bob sorride. Ha i denti piccoli, proprio come gli occhi. —
Ottimo. E sapete una cosa? Fate bene a non avere paura! Al momento il nostro campo
è il posto più sicuro di tutto questo pazzo, pazzo mondo, e non lo dico mica per
scherzo. Siete perfettamente al sicuro. — Si volta verso uno dei soldati sorridenti, che
gli porge una cartellina con sopra una molla. — Dunque, qui a Camp Haven ci sono solo
due regole. Regola numero uno: ricordatevi di che colore siete. Su, fate vedere! —
Venticinque pugni scattano in aria. Il ventiseiesimo, quello di Megan, rimane giù. —
Rossi, tra un paio di minuti sarete scortati nell’Hangar 1 per le procedure di
ammissione. Verdi, restate seduti, dovete fare un altro po’ di strada.
— Io non ci vado — bisbiglia Megan all’orecchio di Sammy.
— Regola numero due! — tuona il maggiore Bob. — La regola numero due è fatta di
due parole: ascoltare e ubbidire. È facile da ricordare, no? Regola due, due parole.
Ascoltate il vostro capogruppo. Ubbidite a qualsiasi ordine vi dia. Non contestate e non
rispondete male. Sono tutti – siamo tutti – qui per una e una sola ragione, e cioè
proteggervi. E non possiamo riuscirci se voi non ascoltate e non ubbidite, all’istante,
senza fare domande. — Restituisce la cartellina al soldato sorridente, batte le mani
tozze e aggiunge: — Ci sono domande?
— Ha appena detto di non fare domande — sussurra Megan. — E ora chiede se ci
sono domande.
— Ottimo! — strilla il maggiore Bob. — Cominciamo con le procedure di
ammissione! Rossi, il vostro capogruppo è il caporale Parker. Non correte, non
spingete, non spintonate, ma andate avanti svelti. State in fila e in silenzio, e
ricordatevi di far vedere il timbro mentre uscite. Muoversi, gente. Prima finiamo, prima
potrete andare a riposarvi e a mangiare qualcosa. Il cibo non sarà il migliore del
mondo, ma di certo non manca!
Scende pesantemente i gradini. Lo scuolabus oscilla a ogni passo. Sammy fa per
alzarsi, ma Megan lo tira giù di forza.
— Non mi lasciare — ripete.
— Ma sono un rosso — protesta lui.
Gli dispiace per Megan, ma non vede l’ora di scendere. Gli sembra di essere lì sopra
da un’eternità. E prima gli scuolabus si svuotano, prima possono fare inversione e
andare a prendere Cassie e papà.
— È tutto a posto, Megan — dice cercando di confortarla. — L’hai sentito Parker. Ti
aiuteranno a stare meglio.
Si mette in fila dietro gli altri rossi. Parker è ai piedi degli scalini che controlla i
timbri. L’autista grida: — Ehi!
Sammy si gira e vede Megan che se la svigna. Arrivata sull’ultimo gradino, va a
sbattere contro il petto di Parker e, quando lui la agguanta per le braccia, si dimena e
strilla.
— Mollami!
L’autista la prende dalla stretta di Parker e la ritrascina su tenendola per la vita.
— Sammy! — grida Megan. — Sammy, non mi lasciare! Non glielo…
Le porte si schiudono di scatto troncando le sue parole. Sammy alza gli occhi verso
Parker, che lo rassicura con una pacca sulla spalla.
— Se la caverà, Sam — dice sottovoce. — Su, andiamo.
Sammy si avvia verso l’hangar ma, nonostante il rivestimento di metallo giallo dello
scuolabus, il brontolio roco del motore e il sibilo dei freni rilasciati, continua a sentirla
urlare: urla come se fosse sul punto di morire, come se la stessero torturando. Poi,
una volta varcato l’ingresso laterale, non la sente più.
Dentro, proprio accanto alla porta, c’è un soldato che gli consegna un cartoncino con
il numero quarantanove.
— Vai al cerchio rosso più vicino — ordina. — Siediti e aspetta che chiamino il tuo
numero.
— Io adesso devo andare in ospedale — dice Parker. — Stai tranquillo, campione, e
ricordati che ora è tutto a posto. Qui non ti può succedere niente. — Gli scompiglia i
capelli, promette che si rivedranno presto e, prima di andarsene, gli batte il pugno.
Con sua grande delusione, Sammy si rende conto che in quell’enorme hangar non ci
sono aerei. Non ha mai visto un caccia da vicino, anche se dall’Arrivo ne ha pilotato
uno migliaia di volte. Mentre sua madre moriva in fondo al corridoio, lui, nella cabina di
pilotaggio di un Fighting Falcon, sfrecciava ai margini dell’atmosfera a velocità
supersonica, puntando dritto verso l’astronave aliena. Sì, la sua superficie grigia piena
di torrette per mitragliatrici e cannoni laser era circondata da un campo energetico di
un verde malefico e nauseabondo, ma in quel campo c’era un punto debole, un buco
largo appena cinque centimetri più del suo caccia, e se fosse riuscito a centrarlo… E
doveva riuscirci, perché gli restava un solo missile e, con lo squadrone interamente
spazzato via, a difendere la Terra dall’orda aliena non era rimasto che lui, Sammy
Viper Sullivan.
Dipinti in terra ci sono tre grandi cerchi rossi. Sammy raggiunge i bambini in quello
più vicino alla porta e si siede sul pavimento. Non riesce a togliersi dalla testa le urla
terrorizzate di Megan. I suoi occhi enormi, il luccichio della sua pelle sudata e l’odore
tremendo del suo fiato. Cassie gli aveva detto che la Pestifera era finita perché aveva
già ucciso tutti quelli che poteva uccidere, visto che gli altri, tipo loro due e papà e i
profughi del campo, non potevano prenderla. Erano immuni, diceva Cassie.
Ma se per caso si sbagliava? Magari, semplicemente, in certi casi la malattia ci
metteva di più a uccidere. Magari stava uccidendo Megan in quel preciso istante.
O magari gli Altri avevano scatenato una seconda epidemia, un’epidemia persino
peggiore della Pestifera, un’epidemia che avrebbe ucciso tutti quelli che erano scampati
alla prima.
Scaccia quel pensiero. Da quando è morta sua madre, è diventato bravo a scacciare i
brutti pensieri.
Raccolti nei cerchi ci sono più di cento bambini, ma l’hangar è silenziosissimo.
Accanto a Sammy c’è un ragazzino così sfinito che si sdraia su un fianco, si
raggomitola e si addormenta sul cemento freddo. È più grande di lui, avrà dieci o undici
anni, eppure dorme con il pollice infilato in bocca. Si sente un trillo e poi
dall’altoparlante arriva una tonante voce femminile.
— Benvenuti a Camp Haven, bambini! Siamo molto contenti di vedervi! Sappiamo
che avete sonno e fame e che alcuni di voi si sentono poco bene, ma d’ora in avanti le
cose andranno meglio. Rimanete nel vostro cerchio, state attenti ai numeri e aspettate
che venga chiamato il vostro. Non allontanatevi dal cerchio per nessun motivo. Non vi
vogliamo perdere! State tranquilli in silenzio e ricordatevi che siamo qui per prenderci
cura di voi. Siete perfettamente al sicuro.
Dopo aver ripetuto il messaggio in spagnolo, la voce femminile chiama il primo
numero. Il bambino si alza e viene scortato da un soldato fino a una porta in fondo
all’hangar, rossa come il cerchio. Il soldato gli prende il cartoncino e apre la porta. Il
bambino entra da solo. Il soldato chiude la porta e torna al suo posto accanto al
cerchio rosso. Ogni cerchio ha due soldati: come quelli di prima, sono armati fino ai
denti, ma sorridono. Tutti i soldati sorridono. Non smettono mai.
I numeri vengono chiamati uno alla volta. I bambini escono dal cerchio, attraversano
l’hangar e scompaiono dietro la porta rossa. Nessuno torna indietro.
Ci vuole quasi un’ora perché arrivi il numero di Sammy. È stanchissimo, ha una fame
da lupi e a forza di stare seduto si sente un po’ irrigidito, ma quando chiamano: —
Quarantanove! Raggiungere la porta rossa, prego! Numero Quarantanove! — balza in
piedi e nella fretta per poco non inciampa nel ragazzino che dorme lì accanto.
Dall’altro lato della porta lo attende un’infermiera. Sa che è un’infermiera perché
indossa la divisa verde e le scarpe da ginnastica con le suole morbide che porta anche
Rachel, l’infermiera che lavora nello studio del suo dottore. Le somiglia anche nel
sorriso caloroso. Lo prende per mano e lo accompagna in una piccola stanza con un
cesto strapieno di vestiti sporchi e, accanto a una tenda bianca, una fila di vestagliette
di carta appese a ganci.
— Okay, campione — gli dice. — Da quant’è che non ti dai una bella lavata?
Di fronte alla sua espressione atterrita, ride. Poi con un gesto rapido scosta la tenda
scoprendo una doccia.
— Togliti tutto e buttalo nel cesto. Sì, anche la biancheria. Qui amiamo i bambini,
ma non pulci e zecche o altro che abbia più di due gambe!
L’infermiera insiste per aiutarlo. Dopo aver inutilmente protestato, mentre lei gli
spruzza sui capelli un fiotto di shampoo puzzolente e lo insapona dalla testa ai piedi,
Sammy rimane fermo a braccia conserte. — Tieni gli occhi chiusi se no brucia — lo
esorta con dolcezza.
Lascia che si asciughi da solo e poi gli dice di mettersi una delle vestagliette.
— Vai di là. — Indica una porta all’altro capo della stanza.
La vestaglietta gli sta enorme. Con l’orlo che gli struscia in terra, Sammy passa
nella sala accanto, un ambulatorio. Ad aspettarlo c’è un’altra infermiera. Rispetto alla
prima è più robusta, più anziana e molto meno gentile. Lo fa salire su una bilancia,
annota il suo peso su una cartellina di fianco al numero quarantanove e poi gli ordina di
mettersi sul lettino. Gli appoggia sulla fronte un dischetto di metallo uguale a quello
usato da Parker sullo scuolabus.
— Ti sto misurando la temperatura — spiega.
Lui annuisce. — Lo so. Parker me l’ha detto. Rosso significa normale.
— Sei rosso, bene — lo informa. Gli preme le dita fredde sul polso per prendergli il
battito.
Sammy rabbrividisce. Con indosso solo quella vestaglietta inconsistente congela, e
poi ha anche un po’ di paura. Non gli è mai piaciuto andare dal dottore e teme che gli
facciano una puntura. L’infermiera gli si siede davanti e annuncia che deve rivolgergli
qualche domanda. Lui è tenuto solo ad ascoltare con attenzione e dire la verità. Se non
sa rispondere, non c’è problema. Chiaro?
Nome e cognome? Quanti anni ha? Di dov’è? Aveva fratelli o sorelle? Sono vivi?
— Cassie — dice Sammy. — Cassie è viva.
L’infermiera prende nota. — E Cassie quanti anni ha?
— Sedici — risponde Sammy. — Devono tornare indietro a prenderla.
— Chi?
— I soldati. Hanno detto che non c’era più posto, ma che poi tornavano indietro a
prendere sia lei sia papà.
— Papà? Quindi è vivo anche tuo padre? E tua madre?
Sammy scuote la testa. Si morde il labbro. Viene scosso da un brivido violento. Fa
così freddo! Di colpo si ricorda che nello scuolabus due sedili vuoti c’erano: uno
accanto a lui, quello dove si è messo Parker, e uno accanto a Megan. — Hanno detto
che non c’era più posto, però il posto c’era! — esclama. — Potevano venire anche
Cassie e papà. Perché non li hanno fatti salire?
— Perché la nostra priorità siete voi bambini, Sam — risponde l’infermiera.
— Ma poi portano qui anche loro, vero?
— Tra un po’, sì.
Altre domande. Com’è morta sua madre? Che è successo dopo?
La penna dell’infermiera scorre rapida sulla pagina. Alla fine la donna si alza e gli dà
una pacchetta sul ginocchio nudo. — Non avere paura — dice prima di andarsene. —
Qui sei perfettamente al sicuro. — A Sammy sembra che abbia un tono piatto, come
se stesse ripetendo cose dette migliaia di volte. — Stai buono lì. Tra un minuto viene
la dottoressa.
Sammy ha l’impressione che passi molto più di un minuto. Si stringe le braccia
magre intorno al busto cercando di trattenere il calore corporeo. Irrequieto, vaga con lo
sguardo per la stanza. Un lavandino e un armadietto. La sedia su cui stava l’infermiera.
In un angolo, uno sgabello a rotelle e proprio sopra, montata sul soffitto, una
telecamera, l’occhio nero luccicante puntato sul lettino.
L’infermiera rientra seguita dalla dottoressa. Tanto l’infermiera è bassa e tonda,
quanto la dottoressa Pam è alta e magra. Sammy si sente subito più tranquillo. Quella
signora alta ha qualcosa che gli ricorda sua madre. Forse è il modo in cui gli parla,
guardandolo dritto negli occhi con voce calda e gentile. Anche le sue mani sono calde.
A differenza dell’infermiera, lo tocca senza mettersi i guanti.
Fa quello che Sammy si aspetta, le cose da dottori a cui è abituato. Gli punta una
lucina negli occhi, nelle orecchie, nella gola. Sente come respira con lo stetoscopio. Gli
strofina i polpastrelli appena sotto le mandibole, ma senza premere troppo,
canticchiando sottovoce per tutto il tempo.
— Sdraiati per bene, Sam.
Con dita ferme gli tasta la pancia.
— Ti fa male se schiaccio?
Gli chiede di alzarsi, piegarsi in avanti, toccarsi le punte dei piedi e intanto gli passa
le mani su e giù lungo la colonna vertebrale.
— Okay, bello, rimettiti sul lettino.
Avvertendo che la visita sta per finire, Sammy si affretta a obbedire. Niente punture.
Magari gli bucheranno un dito, il che non è affatto divertente, ma almeno niente
punture.
— Stendi la mano, per favore.
La dottoressa Pam gli posa sul palmo un minuscolo cilindretto grigio, non più grande
di un chicco di riso.
— Sai cos’è? Si chiama microchip. Hai mai avuto un animale domestico, tipo un cane
o un gatto, Sam?
No. Suo padre è allergico. A lui, però, avere un cane sarebbe sempre piaciuto.
— Be’, a volte chi ha un animale in casa gli mette un dispositivo molto simile a
questo in caso scappi via o si perda. Il nostro però è migliore. Emette un segnale che
può essere captato a distanza.
Basta inserirlo sotto pelle, spiega la dottoressa, e dovunque lui sia, saranno in grado
di rintracciarlo. Nell’eventualità succeda qualcosa. Camp Haven è un posto molto
sicuro, ma solo qualche mese prima anche il mondo sembrava sicuro da un eventuale
attacco degli alieni. Dunque ora bisogna essere prudenti e usare ogni precauzione…
Sammy smette di ascoltare dopo le parole sotto pelle. Gli vogliono iniettare
quell’affarino grigio? La paura lo riattanaglia.
— Non sentirai niente — dice la dottoressa percependo il suo terrore. — Prima ti
facciamo una piccola iniezione per addormentare la zona, e poi avrai giusto un po’ di
fastidio in un punto per uno o due giorni.
La dottoressa Pam è molto gentile. È chiaro che capisce quanto lui odi le punture, e
non è che voglia fargliela. Deve fargliela. Gli mostra l’ago per l’anestesia. È
sottilissimo, appena più largo di un capello. Gli sembrerà una puntura di zanzara, dice.
Non è un dolore così terribile. È stato punto dalle zanzare un sacco di volte. E la
dottoressa gli promette che poi non sentirà entrare il cilindretto grigio. Dopo l’anestesia
non sentirà niente di niente.
Sammy si sdraia a pancia in giù e nasconde il viso nella piega del gomito. La stanza
è fredda, e quando gli passano sul collo il cotone imbevuto di alcol, rabbrividisce.
L’infermiera lo invita a rilassarsi. — Più sei teso, più fa male — dice.
Lui cerca di pensare a qualcosa di bello, qualcosa che lo distragga da ciò che sta per
succedere. Con gli occhi della mente vede il volto di Cassie e rimane sorpreso. Si
aspettava di vedere quello della madre.
Cassie sorride. Nascosto dal braccio, lui sorride a sua volta. Una zanzara che
dev’essere grande come un uccello lo punge forte sul collo. Rimane immobile, ma
geme piano, premendo le labbra contro la pelle. In meno di un minuto è tutto finito.
Il numero quarantanove è stato munito di impianto.
– 40 –

Dopo aver messo un cerotto sul punto d’inserimento, la dottoressa Pam aggiorna la
cartella medica, la consegna all’infermiera e annuncia che resta un solo esame.
Sammy la segue nella stanza accanto. È molto più piccola dell’ambulatorio, appena
più grande di una cabina armadio. Al centro c’è una poltrona che gli ricorda quella del
suo dentista: stretta, con lo schienale alto e braccioli sottili su entrambi i lati.
La dottoressa lo invita a sedersi. — Sdraiati per bene, anche la testa indietro, esatto.
Stai rilassato.
Vrrr. Lo schienale si abbassa e la parte anteriore si alza sollevandogli le gambe in
posizione quasi orizzontale. La dottoressa fa capolino al suo fianco. Sorride.
— Okay, Sam, sei stato molto paziente con noi e questo è l’ultimo esame, giuro.
Non dura tanto e non fa male, ma a volte è un po’, come dire, intenso. Serve a testare
l’impianto che abbiamo appena inserito. Per essere sicuri che funzioni a dovere.
Richiede pochi attimi e tu devi stare fermo immobile. Non è sempre facile, vero? Non
ti puoi agitare, contorcere e nemmeno grattare il naso, se no falsi i risultati. Pensi di
riuscirci?
Sammy annuisce. Ricambia il sorriso caloroso della dottoressa. — Ho già giocato alle
belle statuine — la rassicura. — Sono bravissimo.
— Bene! Ma, per sicurezza, ora ti metto queste cinghie ai polsi e alle caviglie, non
troppo strette, giusto in caso ti cominci a prudere il naso. Almeno ti ricordi di stare
fermo. D’accordo?
Sammy fa cenno di sì.
Quando ha finito, la dottoressa Pam dice: — Okay, ora vado al computer. Il
computer manderà un segnale per regolare il transponder e il transponder invierà la
conferma. Ci vogliono pochi secondi, ma possono sembrare di più, molti di più. Dipende
da persona a persona. Pronto?
— Sì.
— Bene! Chiudi gli occhi. Tienili così finché non ti dico che puoi riaprirli. Fai dei bei
respiri profondi. Ci siamo. Mi raccomando gli occhi. Tre… due… uno…
Nella testa di Sammy Sullivan esplode una palla di fuoco di un bianco accecante. Il
suo corpo si irrigidisce: le gambe tendono le cinghie, le dita minuscole si chiudono sui
braccioli. Oltre la luce accecante, c’è la voce della dottoressa che lo tranquillizza: — È
tutto a posto, Sam. Non avere paura. Manca pochissimo, giuro…
Sammy vede la sua culla. Dentro, sdraiato accanto a lui, c’è Orso, e sopra la
giostrina con le stelle e i pianeti che gira pigra. Sua madre si sporge in avanti con un
cucchiaio in mano e gli dice di prendere lo sciroppo. Poi è estate, e lui sgambetta
incerto nel giardino sul retro con indosso solo il pannolone, e Cassie spruzza in aria
l’acqua del tubo per annaffiare, e dal nulla spunta un arcobaleno. Cassie agita il tubo
avanti e indietro, ridendo mentre lui cerca di acchiapparlo, e intorno è tutto un balenio
di colori inafferrabili, un luccichio di sprazzi di luce dorata. — Prendi l’arcobaleno,
Sammy! Prendi l’arcobaleno!
Immagini e ricordi scorrono via, come acqua risucchiata in uno scarico. In meno di
novanta secondi l’intera vita di Sammy, una cascata di sensazioni e profumi e sapori e
suoni, si riversa scrosciando nell’elaboratore centrale per poi scomparire in un nulla
bianco. In quel bianco abbagliante la sua mente è messa a nudo: tutto ciò che ha
provato, tutto ciò che ricorda e persino tutto ciò che non può ricordare, qualsiasi cosa
faccia parte della personalità di Sammy Sullivan viene estratta, catalogata e trasmessa
dal dispositivo alla base del suo cranio nel computer della dottoressa Pam.
Il numero quarantanove è stato mappato.
– 41 –

La dottoressa Pam scioglie le cinghie e lo aiuta a scendere dalla poltrona. Sammy non
si regge in piedi. Lei lo tiene sotto le braccia per impedirgli di cadere. Si sente rivoltare
lo stomaco e vomita sul pavimento bianco. Dovunque guardi, vede macchioline nere che
tremolano e sussultano. L’infermiera lo riaccompagna nell’ambulatorio, lo mette sul
lettino, lo tranquillizza e gli chiede se ha bisogno di qualcosa.
— Voglio il mio orsacchiotto! — grida lui. — Voglio papà e Cassie e voglio andare a
casa!
Compare la dottoressa. Nei suoi occhi gentili c’è comprensione. Sa cosa sta
provando. Gli dice che è stato coraggioso, coraggioso e fortunato e sveglio ad arrivare
fino a lì. Ha superato l’esame finale a pieni voti. È perfettamente sano e perfettamente
al sicuro. Il peggio è passato.
— È quello che diceva mio papà quando succedeva qualcosa di brutto, e ogni volta
andava ancora peggio — replica Sammy trattenendo le lacrime.
Gli portano una tuta bianca. Somiglia a quelle dei piloti di caccia, con la cerniera
davanti e la stoffa liscia. Gli sta grande. Le maniche continuano a cadergli sulle mani.
— Sai perché sei così importante per noi, Sam? — chiede la dottoressa Pam. —
Perché sei il futuro. Senza te e gli altri bambini non avremmo alcuna possibilità contro
di loro. È per questo che siamo venuti a cercarti e ti abbiamo portato qui, ed è per
questo che siamo al lavoro. Sei a conoscenza di alcune delle cose che ci hanno fatto, e
sono terribili. Terribili, orrende, ma c’è di più e di peggio.
— Cos’altro hanno fatto? — sussurra Sammy.
— Sicuro che lo vuoi sapere? Te lo posso dire, ma solo se lo vuoi sapere.
Nella stanza bianca ha appena rivissuto la morte di sua madre, sentito l’odore
ferroso del sangue, visto suo padre lavarsi le mani macchiate di rosso. Ma, stando alla
dottoressa, quella non è la parte peggiore di ciò che gli Altri hanno fatto. Vuole davvero
sapere il resto?
— Sì, lo voglio sapere — risponde.
La dottoressa gli mostra il dischetto argentato di cui l’infermiera si è servita per
misurargli la temperatura, lo stesso che Parker ha appoggiato alla fronte sua e di
Megan sullo scuolabus.
— Questo non è un termometro, Sam — gli spiega la dottoressa Pam. — È un
rilevatore, ma non di temperatura. Ci svela chi sei. Anzi, cosa sei. Dimmi, Sam, ne hai
mai visto uno? Hai mai visto un alieno?
Lui fa cenno di no. Malgrado la tuta bianca, sta tremando. È rannicchiato sul lettino.
Ha la nausea, gli scoppia la testa, è debole per la fame e la stanchezza. Da un lato
vorrebbe che la dottoressa si fermasse. È lì lì per gridare: “Basta! Non lo voglio
sapere!” Ma poi si morde il labbro. Non è che lo vuole sapere: lo deve sapere.
— E invece, mi dispiace dirtelo, sì, l’hai visto — continua la dottoressa con un tono
dolce e triste. — Tutti noi abbiamo visto degli alieni. Fin dall’Arrivo, non abbiamo
aspettato altro che si facessero vedere, ma la verità è che sono qui, sotto il nostro
naso, da tantissimo tempo.
Sammy scuote il capo più e più volte. La dottoressa Pam si sbaglia. Lui non ne ha
mai visti. Ha ascoltato per ore suo padre fare ipotesi sul loro aspetto. L’ha sentito dire
che forse non avrebbero mai scoperto che faccia avevano. Non c’erano stati né
messaggi, né sbarchi, né segni della loro esistenza all’infuori di quell’astronave verde in
orbita e dei droni senza equipaggio. Come fa ora la dottoressa Pam a dire che lui ne ha
visto uno?
Lei gli tende la mano. — Se vuoi, posso mostrartelo.
VI
Argilla umana
– 42 –

Ben Parish è morto.


Non mi manca. Era un vigliacco, un piagnone, un moccioso.
Zombi no.
Zombi è tutto quello che Ben non era. Zombi è un duro. Zombi è tosto. Zombi è
gelido.
Zombi è nato la mattina in cui ho lasciato il reparto convalescenti. Ha ricevuto una
tuta blu in cambio della vestaglietta. Preso posto nel letto assegnatogli nella Caserma
10. Recuperato in fretta la forma con tre esercitazioni al giorno e sedute di
allenamento brutale, ma soprattutto grazie a Reznik, il sergente istruttore capo del
reggimento, l’uomo che ha fatto in mille pezzi Ben Parish e poi l’ha ricostruito creando
la spietata macchina per uccidere che è oggi. Non fraintendetemi: Reznik è un bastardo
crudele, spietato e sadico, e ogni notte mi addormento fantasticando su come potrei
eliminarlo. Già il primo giorno si era prefisso di rendermi la vita un inferno, ed è
senz’altro riuscito nel suo intento. Sono stato preso a schiaffi, pugni, spintoni, calci e
sputi in faccia. Sono stato deriso, umiliato e assordato da urla nelle orecchie. Costretto
a restare in piedi per ore sotto la pioggia gelata, a lavare il pavimento dell’intera
caserma con uno spazzolino da denti, a smontare e rimontare il fucile fino a farmi
sanguinare le dita, a correre tanto da sentirmi le gambe ridotte a gelatina… insomma,
avete capito.
Io no, invece. Non all’inizio. Mi addestrava a fare il soldato o cercava di uccidermi?
Mi convinceva molto di più la seconda ipotesi. Poi mi sono reso conto che si trattava di
entrambe le cose: mi addestrava a fare il soldato cercando di uccidermi. Porterò giusto
un esempio. È più che sufficiente.
Sessione mattutina di ginnastica in cortile, tutte le squadre del reggimento, più di
trecento reclute, e Reznik sceglie quell’occasione per umiliarmi pubblicamente.
Incombendo su di me, gambe larghe e mani sulle ginocchia, avvicina al mio viso il suo
faccione butterato mentre scendo per la flessione numero settantanove.
— Soldato Zombi, tua madre ha avuto solo aborti?
— Signornò, signore!
— Scommetto che quando sei nato ti ha dato un’occhiata e ha tentato di ricacciarti
dentro!
Mi preme sul sedere il tacco dello scarpone nero per schiacciarmi giù. Io e la mia
squadra stiamo facendo le flessioni sulle nocche sulla pista di asfalto del cortile,
perché il terreno è una lastra di ghiaccio e invece l’asfalto assorbe il sangue: si scivola
meno. Vuole che ceda prima di arrivare a cento. Spingo contro il tacco: se lo scorda.
Non davanti all’intero reggimento. Mi sento addosso lo sguardo dei miei commilitoni.
Aspettano l’inevitabile collasso. Aspettano che Reznik vinca. Reznik vince sempre.
— Soldato Zombi, mi trovi perfido?
— Signornò, signore!
Mi bruciano i muscoli. Ho le nocche spellate. Ho riguadagnato peso, ma ho ritrovato
il fegato?
“Ottantotto. Ottantanove. Ci sono quasi.”
— Mi odi a morte?
— Signornò, signore!
“Novantatré. Novantaquattro.” Qualcuno nella squadra accanto bisbiglia: — Chi è quel
tipo? — E qualcun altro, una ragazza, risponde: — Si chiama Zombi.
— Sei capace di uccidere, soldato Zombi?
— Signorsì, signore!
— Sei pronto a mangiarti gli alieni in un boccone?
— Signorsì, signore! — “Novantacinque. Novantasei.” In cortile c’è un silenzio di
tomba. Non sono l’unico a detestare Reznik. Un giorno o l’altro qualcuno lo batterà al
suo stesso gioco, questa è la preghiera, e questa è la responsabilità che ho sulle spalle
mentre lotto per arrivare a cento.
— Stronzate! Mi è giunta voce che sei un codardo. Che una volta te la sei filata.
— Signornò, signore!
“Novantasette. Novantotto.” Ancora due e ho vinto. Sento la ragazza di prima –
dev’essere lì vicino – che mormora: — Forza.
Alla novantanovesima flessione Reznik mi butta a terra con un colpo di tallone.
Piombo sul petto, lascio andare la guancia sull’asfalto e mi ritrovo il suo faccione e i
suoi minuscoli occhi chiari a tre centimetri di distanza.
Novantanove, ne mancava una. Che bastardo.
— Soldato Zombi, sei una vergogna per la specie. Sei più molle di uno sputo. A
guardare te, viene da pensare che il nemico ci ha visto giusto sul genere umano. Dovrei
tenerti inchiodato a terra fino a ridurti a una sbobba e darti in pasto ai maiali! Be’, che
stai aspettando, puzzolente ammasso di vomito, un maledetto invito?
Ruoto la testa. “Un invito sarebbe carino, grazie, signore.” In mezzo alla squadra
accanto vedo una ragazza della mia età che mi guarda a braccia conserte scuotendo il
capo. “Povero Zombi.” Non sorride. Occhi scuri, capelli scuri, pelle così chiara che
sembra risplendere nella luce del primo mattino. Ho l’impressione di conoscerla
sebbene, che io ricordi, sia la prima volta che la vedo. Sono centinaia i ragazzi in
addestramento, e ogni giorno ne arrivano altrettanti: dopo aver ricevuto una tuta blu,
vengono assegnati a una squadra e stipati nelle caserme intorno al cortile. Ma lei ha
una di quelle facce che restano impresse.
— Tirati su, mollusco! Tirati su e fammene altre cento. Altre cento o giuro su Dio
che ti cavo gli occhi e me li appendo allo specchietto retrovisore per bellezza!
Sono completamente esausto. Non penso di avere la forza di farne nemmeno una.
Reznik se ne sbatte di quello che penso. Ecco un’altra cosa che ci ho messo un po’ a
capire: non solo si disinteressano di quello che penso, vogliono che non pensi proprio.
Tiene il viso così attaccato al mio che sento l’odore del suo alito. Sa di menta.
— Che c’è, dolcezza? Sei stanco? Vuoi andare a nanna?
Ho la forza di fare almeno un’altra flessione? Se riesco a farne anche solo una, non
avrò perso del tutto. Schiaccio la fronte sull’asfalto e chiudo gli occhi. C’è un posto
dove mi rifugio, un luogo che ho scoperto in me dopo che il comandante Vosch mi ha
indicato il campo di battaglia finale, un centro di calma assoluta mai sfiorato da
stanchezza, sconforto, rabbia o altre sensazioni negative causate dall’arrivo del Grande
Occhio Verde nel Cielo. Lì non ho identità. Non sono né Ben né Zombi: sono e basta.
Integro, inarrivabile, intatto. L’ultima persona in vita dell’universo con in sé tutto il
potenziale umano, compreso quello di fare un’altra flessione per il più grande stronzo
della Terra.
E la faccio.
– 43 –

Non che in me ci sia qualcosa di particolare.


Reznik è un sadico a favore delle pari opportunità. Tratta le altre sei reclute della
Squadra 53 con la stessa selvaggia indecenza. Flintstone, il mio coetaneo dalla testa
enorme e dal monociglio cespuglioso; Tank, il ragazzo di campagna mingherlino e
irascibile; Dumbo, il dodicenne con le orecchie a sventola e il sorriso facile
rapidamente scomparso durante la prima settimana di addestramento base; Poundcake,
il ragazzino di otto anni che non apre mai bocca ma spara meglio di chiunque altro;
Oompa, il cicciottello con i denti storti che arriva sempre ultimo negli esercizi ma
primo alla fila della mensa; e infine la piccola del gruppo, Teacup, la bambina di sette
anni più cattiva del mondo, la fanatica della squadra, pronta a baciare dove Reznik
mette i piedi a dispetto degli urli e delle strapazzate che si prende.
Non conosco i loro nomi veri. Non parliamo di chi eravamo prima, né di come siamo
arrivati al campo, né di cosa è successo alle nostre famiglie. Ormai non ha
importanza. Come Ben Parish, quelle persone – i pre-Flintstone, pre-Tank, pre-Dumbo e
così via – sono morte. Munite di impianto e messe al corrente che siamo l’ultima e più
grande speranza dell’umanità, il vino nuovo versato in otri vecchi. Abbiamo legato
tramite l’odio: l’odio per gli infestati e per gli alieni che li manovrano, certo, ma anche
l’odio feroce, saldo, puro per il sergente Reznik, una rabbia accresciuta dal fatto che
non poteva essere espressa.
Poi però quel Nugget è stato assegnato alla Caserma 10 e uno di noi, che come un
idiota non è più riuscito a tenersela dentro, ha lasciato che tutta la furia accumulata
esplodesse.
Indovinate un po’ chi era quell’idiota.
Quando è comparso all’appello non ci potevo credere. Cinque anni massimo, perso
nella tuta bianca, tremava nel freddo del mattino e del cortile, chiaramente stravolto
dalla paura e con tutta l’aria di essere lì lì per vomitare. Ed ecco che – berretto tirato
sugli occhi a spillo, scarponi lucidati a specchio e solita voce rauca a forza di strillare
– arriva Reznik e abbassa il grugno smorto e butterato per guardare dritto in faccia il
poveretto. Non so come quello scricciolo sia riuscito a non farsela sotto.
Reznik parte sempre calmo e tranquillo, poi cresce in vista del gran finale, la cosa
migliore per indurti a credere che, forse forse, è un essere umano.
— Bene, cosa abbiamo qui? Cosa ci hanno mandato dall’ufficio casting, uno hobbit?
Sei mica una creatura fantastica giunta qui da un regno di fiaba a stregarmi con la
magia nera?
Reznik si stava solo scaldando, e già il bambino stava ricacciando indietro le
lacrime. Appena sceso dallo scuolabus dopo aver passato Dio solo sa cosa là fuori, e si
becca subito uno svitato di mezza età che gli salta addosso. Chissà come si spiegava
Reznik e tutto questo manicomio che chiamano Camp Haven. Io stesso faccio ancora
fatica, e ho ben più di cinque anni.
— Oh, ma quanto sei carino. Sei così tenero che mi viene quasi da piangere! Santo
cielo, ho intinto in salsa piccante nugget di pollo più grandi di te!
Lento ma inarrestabile, alzava il volume avvicinando il viso a quello del bambino. E
lui reggeva sorprendentemente bene: sussultava, girava gli occhi a destra e a sinistra,
ma non si muoveva di un centimetro anche se, di sicuro, era tentato di filarsela per il
cortile a gambe levate.
— Che ti è successo, soldato Nugget? Hai perso mammina? Vuoi andare a casa? Eh,
lo so! Su, chiudiamo tutti quanti gli occhi ed esprimiamo un desiderio: chissà che
mammina non venga a prenderci per riportarci a casa! Non sarebbe bello, soldato
Nugget?
E il bambino ha annuito convinto, come se Reznik gli avesse fatto proprio la
domanda che voleva sentire. Finalmente qualcuno che capiva! Ha persino alzato gli
occhioni da orsetto guardando in quelli a spillo del sergente… una scena da spezzare il
cuore. Da mettere voglia di urlare.
Però non urli. Rimani fermo immobile, sguardo in avanti, mani lungo i fianchi, petto
in fuori, cuore spezzato, a sbirciare con la coda dell’occhio, mentre dentro di te si
sblocca qualcosa, srotolandosi come un serpente a sonagli all’attacco. Qualcosa che hai
trattenuto a lungo, e intanto la pressione sale. Non c’è modo di sapere quando avverrà
l’esplosione, è imprevedibile, e una volta partita non c’è verso di fermarla.
— Lo lasci in pace.
Reznik si è voltato all’istante. Nessuno ha fiatato, ma si è sentita lo stesso
l’esclamazione di sorpresa interiore. Flintstone, all’altro capo della riga, aveva gli occhi
di fuori: non credeva a quello che avevo fatto. Nemmeno io, d’altronde.
— Chi ha parlato? Chi di voi molluschi succhiamerda ha firmato la sua condanna a
morte?
A passi lunghi e decisi ci ha passati in rassegna a uno a uno, la faccia paonazza, i
pugni stretti, le nocche bianche.
— Ah, non è stato nessuno, eh? Be’, ora mi butto in ginocchio e mi copro la testa
perché nostro santissimo Signore in persona mi ha parlato dal cielo!
Si è fermato di fronte a Tank, che stava impregnando la tuta di sudore benché lì
all’aperto non ci fossero più di cinque gradi. — Sei stato tu, pezzo d’imbecille? Ti
strappo le braccia! — Ha tirato indietro la mano per sferrargli un pugno all’inguine.
Come dare il la all’idiota.
— Signore, l’ho detto io, signore! — ho gridato.
Stavolta il dietrofront di Reznik è stato lento. Per arrivare da me ci ha messo secoli.
In lontananza, il gracchiare di un corvo, l’unico rumore che si sentiva.
Si è piazzato al margine del mio campo visivo, non di fronte a me, il che non era un
bene. Non potevo girarmi verso di lui. Dovevo tenere lo sguardo in avanti. E peggio
ancora, non gli vedevo le mani: non sarei riuscito a capire quando – o dove – sarebbe
arrivato il colpo, dunque non avrei avuto la possibilità di ammortizzarlo.
— Quindi ora a dare gli ordini è il soldato Zombi — ha detto Reznik così piano che
sono riuscito a malapena a sentirlo. — Il soldato Zombi è il giovane Holden del cavolo
della Squadra 53. Soldato Zombi, mi sa tanto che ho una cotta per te. Ho le gambe
tutte molli. Mi fai odiare mia madre perché mi ha partorito maschio e adesso non
posso avere figli da te.
Dove, allora? Alle ginocchia? All’inguine? Probabilmente allo stomaco: Reznik ha un
debole per gli stomachi.
Sbagliato. È stato un colpo di taglio al pomo d’Adamo. Ho barcollato all’indietro
sforzandomi di restare in piedi e tenere le mani lungo i fianchi, intenzionato a non
dargli né soddisfazione né scuse per colpirmi di nuovo. Cortile e caserme stavano
fischiando, poi hanno preso a tremolare e a sciogliersi, mentre gli occhi mi si
riempivano di lacrime: di dolore, ovvio, ma anche di qualcos’altro.
— Signore, è solo un bambino, signore! — ho urlato con voce strozzata.
— Soldato Zombi, hai due secondi, due di numero, per tappare quella fogna che ti fa
da bocca o ti incenerisco insieme a quegli escrementi degli infestati dagli alieni!
Ha preso un bel respiro preparandosi alla raffica di insulti successiva. Avendo
completamente perso la testa, ho dischiuso le labbra e dato sfogo alle parole. Sarò
sincero: parte di me provava un gran sollievo e una sensazione che sapeva tanto, ma
proprio tanto, di gioia. Avevo tenuto quell’odio dentro per troppo tempo.
— Il sergente istruttore è libero di farlo, signore! A questo soldato non interessa un
granché, signore! Basta… basta che lasci in pace il bambino.
Silenzio assoluto. Anche il corvo aveva smesso di strepitare. Il resto della squadra,
invece, aveva smesso di respirare. Sapevo a cosa stavano pensando. Avevamo sentito
tutti la storia della recluta con la lingua lunga e dell’incidente durante il percorso di
guerra che l’aveva tenuta in ospedale per tre settimane. E anche quella del bambino
taciturno che, a soli dieci anni, era stato trovato impiccato nelle docce con una
prolunga. Suicidio, aveva detto il dottore. Ma molti non ne erano così sicuri.
Reznik non si è mosso. — Soldato Zombi, chi è il tuo caposquadra?
— Signore, il caposquadra di questo soldato è il soldato Flintstone, signore!
— Soldato Flintstone, un passo avanti! — ha tuonato Reznik. Lui è scattato in avanti
e gli ha fatto il saluto. Dalla tensione gli tremava il monociglio. — Soldato Flintstone,
sei degradato. Il soldato Zombi è promosso caposquadra. Il soldato Zombi è ignorante e
disgustoso, ma almeno ha fegato. — Mi sentivo trafiggere dallo sguardo di Reznik. —
Soldato Zombi, che è successo alla tua sorellina?
Ho sbattuto gli occhi. Due volte. Cercando di non dare a vedere nulla. Mentre
rispondevo, però, la voce mi si è incrinata leggermente. — Signore, la sorella di questo
soldato è morta, signore!
— Perché sei scappato come un coniglio!
— Signorsì, signore! Questo soldato è scappato come un coniglio, signore!
— Ora però non scapperai più, vero, soldato? Vero?
— Signornò, signore!
Si è tirato indietro. Sul viso gli è balenato qualcosa. Un’espressione che non gli avevo
mai visto. Era impossibile, certo, ma sembrava proprio rispetto.
— Soldato Nugget, un passo avanti!
Il nuovo arrivato non si è mosso finché Poundcake non gli ha dato un colpetto alla
schiena. Stava piangendo. Non voleva, cercava di trattenersi ma, santo cielo, alla sua
età chi non si sarebbe messo a piangere? La tua vecchia vita va a catafascio, e ti
ritrovi proprio in un posto del genere?
— Soldato Nugget, il soldato Zombi è il tuo nuovo caposquadra. Ti trasferirai nel
letto accanto al suo. Imparerai da lui. Ti insegnerà a camminare. Ti insegnerà a
parlare. Ti insegnerà a pensare. Sarà il fratello maggiore che non hai mai avuto. Chiaro,
soldato Nugget?
— Signorsì, signore! — Aveva la voce acuta e stridula, ma aveva afferrato le regole,
e in fretta.
Ed è così che è iniziata.
– 44 –

Ecco la tipica giornata nell’atipica nuova realtà di Camp Haven.


5:00 A.M.: Sveglia e bagno. Uniforme e letti in ordine per l’ispezione.
5:10 A.M.: In riga. Reznik controlla gli alloggi. Trova una grinza nel lenzuolo di
qualcuno. Strilla per venti minuti. Poi sceglie a caso un’altra recluta e strilla senza un
vero motivo per altri venti minuti. Tre giri intorno al cortile congelandoci le chiappe,
con me che incito Oompa e Nugget a stare al passo altrimenti arrivo ultimo e me ne
tocca un altro. Il terreno ghiacciato sotto gli scarponi. Il fiato che si condensa in aria.
Le due colonne di fumo nero che si innalzano dalla centrale elettrica oltre l’aerodromo
e il brontolio degli scuolabus che escono dal cancello principale.
6:30 A.M.: Rancio nell’affollata sala mensa pervasa da un leggero puzzo di latte
inacidito, un odore che mi ricorda l’epidemia e il fatto che tanto tempo fa pensavo solo
a tre cose: macchine, football e ragazze, in quest’ordine. Aiuto Nugget con il vassoio e
lo sprono a mangiare perché se no l’addestramento lo ucciderà. Dico proprio così:
«L’addestramento ti ucciderà.» Tank e Flintstone ridono dell’atteggiamento materno
che ho verso di lui. Hanno già preso a chiamarmi “tata”. Chi se ne frega. Dopo
colazione controlliamo la classifica squadre. Ogni mattina i risultati del giorno prima
vengono affissi su un tabellone fuori della sala mensa. Punti per il tiro a segno. Punti
per i tempi migliori nel percorso di guerra, nelle esercitazioni antiaeree, nei tremila
metri piani. Solo le prime quattro squadre si diplomeranno alla fine di novembre, e la
concorrenza è accanita. Noi siamo bloccati al decimo posto da settimane. Come
piazzamento non è male, ma non basta.
7:30 A.M.: Addestramento. Armi. Corpo a corpo. Tecniche base di sopravvivenza in
contesti naturali. Tecniche base di sopravvivenza in contesti urbani. Ricognizione.
Comunicazioni. La mia parte preferita sono le tecniche di sopravvivenza. Una volta
abbiamo dovuto bere la nostra urina: memorabile.
12:00 A.M.: Rancio diurno. Carne di animali ignoti tra fette di pane raffermo. Dumbo,
che cerca di essere divertente sparando cavolate grosse come le sue orecchie, dice
che i corpi degli infestati non vengono inceneriti, bensì macinati per dar da mangiare
alle truppe. Devo strappargli di dosso Teacup prima che gli spacchi la testa con una
vassoiata. Nugget fissa l’hamburger come se potesse saltare su dal piatto e morderlo
in faccia. Grazie, Dumbo. Il bambino è già abbastanza magro.
1:00 P.M.: Di nuovo addestramento. In genere al poligono di tiro. Nugget ha un
bastone al posto del fucile e spara colpi finti, mentre noi li spariamo veri contro
sagome di compensato a grandezza naturale. Il crepitio degli M16. Lo stridore del legno
polverizzato. Poundcake fa l’en plein; io sono il più scarso della squadra. Nella speranza
che la mia mira migliori, fingo che la sagoma sia Reznik. Non funziona.
5:00 P.M.: Rancio serale. Carne in scatola, piselli in scatola, frutta in scatola. Nugget
giocherella con il cibo che ha nel piatto, poi scoppia a piangere. Gli altri mi lanciano
occhiatacce. Nugget è responsabilità mia. Se Reznik ci riprende per condotta
disdicevole, la pagheremo cara e toccherà a me saldare il conto. Flessioni extra, razioni
ridotte; potrebbe persino levarci dei punti. L’unica cosa che ci importa è finire il corso
base con un punteggio sufficiente al diploma, entrare in azione e sbarazzarci di Reznik.
Flintstone, seduto dall’altra parte del tavolo, mi guarda in cagnesco sotto il monociglio.
Ce l’ha a morte con Nugget, ma ancora di più con me perché gli ho preso il posto.
Neanche l’avessi chiesto. Quel giorno è venuto da me e ha ringhiato: — Non mi
interessa chi sei ora; quando ci diplomeremo, sarò io a diventare sergente.
Al che gli ho risposto qualcosa tipo: — Buon per te, Flint. — L’idea che io possa
guidare un’unità in combattimento è ridicola. Nel frattempo, per quanto mi sforzi, non
riesco a calmare Nugget. Blatera di sua sorella. Del fatto che gli ha promesso che lo
raggiungerà. Chissà perché il comandante ci ha appioppato un bambino che non riesce
nemmeno a tirare su un fucile. Se Mnemolandia ha selezionato i combattenti migliori,
che razza di profilo aveva questo marmocchio?
6:00 P.M.: Riunione con il sergente istruttore in caserma, il momento del giorno che
preferisco in quanto tempo ben speso con la persona che più adoro in tutto il vasto
mondo. Dopo averci informato che siamo inutili ammassi di escrementi di topo secchi,
Reznik lascia spazio a domande e preoccupazioni.
La maggior parte delle domande riguarda la gara. Regole, prassi in caso di parità,
voci su questa o quella squadra che bara.
Non riusciamo a pensare ad altro. Diplomarsi significa entrare in servizio effettivo,
combattere sul serio: un’occasione per dimostrare a chi è morto che non siamo
sopravvissuti invano.
Altri argomenti: stato dell’operazione di soccorso e selezione (nome in codice
“Pecorella Smarrita”, non sto scherzando). Che notizie ci sono dall’esterno? Quand’è
che ci rifugeremo una volta per tutte nel bunker sotterraneo? Perché è chiaro che il
nemico vede cosa stiamo facendo e prima o poi ci polverizzerà di sicuro. A questa
obiezione riceviamo la risposta standard: il comandante Vosch sa quello che fa. Il
nostro compito non è preoccuparci di strategia e logistica. Il nostro compito è uccidere
il nemico.
8:30 P.M.: Tempo libero. Libero da Reznik, finalmente. Laviamo le tute, lucidiamo gli
scarponi, passiamo lo straccio per terra in caserma e nella latrina, puliamo il fucile,
facciamo circolare riviste spinte e ci scambiamo altri generi di contrabbando come
caramelle e gomme da masticare. Giochiamo a carte e ci prendiamo a cazzotti e ci
lamentiamo di Reznik. Riportiamo le chiacchiere sentite quel giorno e raccontiamo
barzellette sporche e ricacciamo indietro il silenzio che ci invade la testa, là dove un
eterno grido muto si leva come aria surriscaldata su una colata di lava. Invariabilmente
scoppia un qualche litigio che si ferma appena prima di degenerare in zuffa. Questa
situazione ci logora. Sappiamo troppo. Sappiamo poco. Perché il nostro reggimento è
composto soltanto di ragazzini con meno di diciotto anni? Cos’è successo agli adulti?
Li portano da un’altra parte e, se è così, dove e perché? Gli infestati sono l’onda finale
o ne arriverà un’altra, una quinta che al confronto farà impallidire le prime quattro?
L’idea di una Quinta Onda tronca la conversazione.
9:30 P.M.: Si spengono le luci. Tempo di starsene a letto svegli a escogitare un
modo del tutto nuovo e creativo di levare di mezzo il sergente Reznik. Dopo un po’ mi
stufo e ripenso alle ragazze con cui sono uscito, ordinandole secondo criteri diversi. Le
più sexy. Le più sveglie. Le più divertenti. Le bionde. Le brune. Il punto a cui sono
arrivato. Cominciano a fondersi in un’unica entità, la Ragazza Perduta, nei cui occhi Ben
Parish, il dio dei corridoi del liceo, rivive. Dal nascondiglio sotto il letto tiro fuori il
medaglione di Sissy e me lo premo sul cuore. Basta senso di colpa. Basta dolore.
Tramuterò l’autocommiserazione in voglia di vendetta. Il senso di colpa in scaltrezza.
Il dolore in odio.
— Zombi? — È Nugget, nel letto accanto.
— È vietato parlare dopo che hanno spento tutte le luci — bisbiglio.
— Non riesco a dormire.
— Chiudi gli occhi e pensa a qualcosa di bello.
— Posso pregare? O è contro le regole?
— Certo che puoi. Ma non a voce alta.
Sento il suo respiro leggero e, mentre si gira e rigira nel letto, il cigolio della
struttura di metallo.
— Cassie diceva sempre la preghiera con me — aggiunge.
— Chi è Cassie?
— Te ne ho parlato.
— Non me lo ricordo.
— È mia sorella. Mi raggiungerà.
— Oh, certo. — Non gli dico che, se non si è ancora presentata, probabilmente è
morta. Non sta a me spezzargli il cuore: ci penserà il tempo.
— Me l’ha promesso. Promesso.
Il rumore lieve di un singhiozzo. Perfetto. Nessuno lo sa con sicurezza, ma diamo
per scontato che la caserma sia piena di cimici e che Reznik ci spii in ogni istante
aspettando di coglierci in fallo per poterci bastonare ben bene. Violare la regola del
silenzio a luci spente costerà a tutti quanti una settimana di servizio in cucina.
— Ehi, stai tranquillo, Nugget…
Allungo la mano per confortarlo e, come trovo la sommità della sua testa appena
rasata, gli passo le dita sul cuoio capelluto. A Sissy faceva piacere quando era triste:
magari fa piacere anche a Nugget.
— Ehi, laggiù, piantatela! — grida a mezza voce Flintstone.
— Già — si unisce Tank. — Vuoi metterci nei guai, Zombi?
— Vieni qui — sussurro a Nugget mentre mi scanso e do due pacche sul materasso.
— Io dico la preghiera con te, ma poi tu dormi, okay?
La rete si incurva con l’aggiunta del suo peso. Oddio, che sto facendo? Se Reznik
entra per un’ispezione a sorpresa, finisco a pelare patate per un mese. Nugget è
sdraiato su un fianco con il viso rivolto verso di me e, portandosi i pugni al mento, mi
struscia contro il braccio.
— Che preghiera dite? — chiedo.
— L’Angelo di Dio — bisbiglia.
— Qualcuno piazzi un cuscino sulla faccia di quel nano — sbuffa Dumbo dal suo
letto.
Vedo il riflesso della luce esterna nei suoi grandi occhi castani. Il medaglione di
Sissy premuto sul petto e gli occhi di Nugget che brillano come fari gemelli nel buio.
Preghiere e promesse. Quella che sua sorella ha fatto a lui. Quella inespressa che io ho
fatto a mia sorella. Anche le preghiere sono promesse, e questi sono tempi di
promesse infrante. Tutto a un tratto ho voglia di tirare un pugno al muro.
— Angelo di Dio…
Lui si unisce dal verso dopo.
— … che sei il mio custode…
A quello successivo iniziano sbuffi e shhh. Qualcuno ci lancia un cuscino, ma noi
andiamo avanti.
— … illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla Pietà Celeste.
A metà frase le proteste cessano. Nella caserma scende un profondo silenzio.
Sulle ultime parole le nostre voci rallentano. È come se non volessimo finire perché
al termine della preghiera ci attende il nulla di un’altra notte di sonno sfinito e poi
un’altra giornata in attesa dell’ultimo giorno, il giorno in cui moriremo. Persino Teacup
sa che probabilmente non arriverà al suo ottavo compleanno. Ciononostante, ci
alzeremo e ci sottoporremo a diciassette ore d’inferno. Perché moriremo, ma
perlomeno moriremo senza esserci arresi.
— Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
– 45 –

La mattina dopo sono nell’ufficio di Reznik per una richiesta speciale. So già cosa
risponderà, ma la faccio comunque.
— Signore, questo caposquadra chiede che il sergente istruttore esoneri in via
eccezionale il soldato Nugget dall’incarico di questa mattina.
— Il soldato Nugget è un membro della squadra — mi ricorda Reznik. — E come tale
deve svolgere tutte le mansioni assegnate dal Comando Centrale. Tutte, soldato.
— Signore, questo caposquadra chiede che il sergente istruttore riconsideri la sua
decisione tenendo conto dell’età del soldato Nugget e…
Reznik liquida la mia obiezione con un cenno della mano. — Quel bambino non è
caduto dal cielo, soldato. Se non avesse superato le selezioni preliminari, non sarebbe
stato assegnato alla tua squadra. Ma sta di fatto che le ha passate, che è stato
assegnato alla tua squadra e che svolgerà tutte le mansioni assegnate dal Comando
Centrale, compreso C&S. Intesi, soldato?
Be’, Nugget, io ci ho provato.
— Che significa C&S? — mi chiede in mensa.
— Cernita e smaltimento — rispondo distogliendo lo sguardo.
Davanti a noi, Dumbo geme e spinge via il vassoio. — Perfetto. L’unico modo che
avevo per arrivare in fondo alla colazione era non pensarci!
— Spremi e getta, amico — dice Tank lanciando un’occhiata a Flintstone in cerca di
approvazione. Quei due sono culo e camicia. Il giorno che Reznik ha passato a me
l’incarico, Tank mi ha detto che se ne fregava di chi era il caposquadra: lui avrebbe
dato retta solo a Flintstone. Io ho risposto con un’alzata di spalle. Facesse come gli
pareva. Una volta diplomati – se mai fosse successo – uno di noi sarebbe stato
promosso sergente, e sapevo che non sarebbe toccato a me.
— La dottoressa Pam ti ha fatto vedere un infestato, vero? — chiedo a Nugget. Lui
annuisce. A giudicare dalla sua espressione, non ne ha un buon ricordo. — E tu hai
premuto il tasto. — Annuisce di nuovo. Più lentamente di prima. — Cosa pensi che
succeda alla persona dall’altra parte del vetro dopo che viene premuto il tasto?
— Muore — sussurra Nugget.
— E alla gente malata che recuperano fuori ma che comunque non ce la fa, cosa
pensi che succeda?
— Oh, dai, Zombi, diglielo e basta! — sbotta Oompa. Anche lui ha spinto via la
colazione. È la prima volta. Oompa è l’unico della squadra che fa il secondo giro. E sì
che qui a Camp Haven la roba da mangiare fa schifo, per usare un eufemismo.
— Non è il massimo, ma va fatto — dico ripetendo la linea ufficiale. — Perché
siamo in guerra, capito? In guerra.
Cerco sostegno nelle facce intorno al tavolo. L’unica persona che mi guarda negli
occhi è Teacup. Sta annuendo allegra.
— In guerra — ripete. Allegra.
Mentre usciamo dalla sala mensa e attraversiamo il cortile, dove diverse squadre si
stanno allenando sotto lo sguardo vigile dei rispettivi sergenti istruttori, Nugget
trotterella al mio fianco. Il cane di Zombi, lo chiamano gli altri della squadra. Tagliando
tra le Caserme 3 e 4, imbocchiamo la strada che porta alla centrale elettrica e
all’Hangar C&S. È una giornata fredda e nuvolosa: forse nevicherà. In lontananza, il
rumore di un Black Hawk che decolla e il secco ratatatata del fuoco delle armi
automatiche. Proprio di fronte a noi, le ciminiere gemelle della centrale eruttano fumo
nero e grigio. Quello grigio scompare tra le nuvole. Quello nero indugia nell’aria.
Davanti all’ingresso dell’hangar è stato montato un tendone bianco, una zona
ausiliaria delimitata da strisce di nastro bianco e rosso segnalanti rischio biologico. È
qui che ci vestiamo per la cernita. Una volta pronto, aiuto Nugget a infilarsi la tuta
arancione, gli scarponi, i guanti di gomma, la maschera e il cappuccio. Gli tengo una
lezioncina sul fatto che non deve mai, e sottolineo mai, levarsi niente all’interno
dell’hangar, mai, in nessun caso. Prima di toccare qualunque cosa deve chiedere
l’autorizzazione e, se per qualsiasi motivo ha bisogno di uscire, deve decontaminarsi e
passare i controlli prima di rientrare.
— Stammi vicino — gli dico. — Andrà tutto bene.
Lui annuisce: il cappuccio rimbalza avanti e indietro, e la finestrella trasparente gli
sbatte contro la fronte. Sta cercando di mantenere il controllo, ma non se la cava
molto bene. — Sono solo persone, Nugget — aggiungo. — Solo persone.
All’interno dell’Hangar C&S i corpi delle solo-persone vengono suddivisi: da una parte
gli infestati, dall’altra i puliti. I primi hanno un cerchietto verde acceso stampato sulla
fronte, ma di solito non c’è neanche bisogno di guardare: sono quelli messi meglio.
I corpi sono ammassati contro la parete in fondo, in attesa di essere disposti sui
lunghi tavoli metallici che vanno da un lato all’altro dell’hangar. Si trovano in vari stadi
di decomposizione. Alcuni sono vecchi di mesi. Altri così freschi che potrebbero tirarsi
su e farti ciao.
La filiera richiede tre squadre. Una carica i corpi sulle carriole e li mette sui tavoli.
Un’altra si occupa della cernita. L’ultima prende i cadaveri già esaminati e li impila
vicino all’ingresso per il prelievo. Ogni tanto le squadre ruotano per spezzare la
monotonia.
La cernita è la parte più interessante, ed è da lì che cominciamo. Dico a Nugget di
non toccare niente e di limitarsi a guardare finché non ha più o meno chiaro come
funziona.
Si svuotano le tasche. Se ne smista il contenuto. Le cose da buttare vanno in un
cesto, i dispositivi elettronici in un altro, i metalli preziosi in un terzo e quelli comuni
in un quarto. Portafogli, borsellini, carte, soldi: tutta roba che finisce nella spazzatura.
Qualcuno non riesce a trattenersi – le vecchie abitudini sono dure a morire – e va in
giro con rotoli di inutili banconote da cento dollari ficcati ovunque.
Fotografie, documenti, qualsiasi oggettino ricordo che non sia fatto di ceramica:
nella spazzatura. Tranne qualche rara eccezione, le tasche dei morti, dal più vecchio al
più giovane, sono piene di cose stranissime di cui solo i proprietari conoscevano il
valore.
Nugget non dice una parola. Mi guarda procedere lungo il tavolo, seguendomi passo
passo non appena mi sposto di lato per cambiare corpo. L’hangar è fornito di impianto
di ventilazione, ma l’odore è fortissimo. Però, come capita con ogni odore onnipresente
– anzi, con ogni cosa onnipresente – ti ci abitui: dopo un po’ non lo senti più.
È così con tutti i sensi. E con l’anima. Dopo aver visto il cinquecentesimo bambino
morto, come fai a essere ancora sconvolto o nauseato, oppure anche solo a sentire
qualcosa?
Al mio fianco, Nugget osserva in silenzio.
— Se ti viene la nausea, dimmelo — gli raccomando serio. È orribile vomitare dentro
la tuta.
Le casse in alto prendono vita e parte la musica. Durante la cernita, la maggior
parte delle reclute ascolterebbe solo rap; io invece lo preferisco mescolato con un po’
di heavy metal e R&B. Nugget vuole qualcosa da fare, perciò gli chiedo di portare i
vestiti rovinati nelle ceste della biancheria. Di notte saranno bruciati insieme ai
cadaveri. Lo smaltimento avviene qui accanto, nell’inceneritore della centrale elettrica.
Dicono che il fumo nero venga dal carbone e quello grigio dai corpi. Non so se è vero.
È la cernita più difficile che io abbia mai fatto. Devo badare a Nugget, occuparmi dei
corpi e tenere d’occhio il resto della squadra perché all’interno dell’Hangar C&S non ci
sono sergenti istruttori né altri adulti, tranne quelli morti. Solo ragazzini, e a volte
succede come quando, a scuola, l’insegnante viene improvvisamente chiamato fuori
dall’aula. Capita che la situazione degeneri.
Se si escludono le operazioni di cernita e smaltimento, tra le squadre c’è poca
interazione. La concorrenza per i primi posti della classifica è troppo accanita, e non
c’è niente di amichevole nella rivalità.
Perciò quando vedo la ragazza con i capelli scuri e la pelle chiara che porta i
cadaveri dal tavolo di Poundcake all’area smaltimento, non vado da lei a presentarmi né
fermo uno dei suoi compagni per chiedergli come si chiama. Mi limito a guardarla
mentre frugo nelle tasche dei morti. Mi accorgo che dirige il traffico davanti alla porta:
dev’essere la caposquadra. Durante la pausa di metà mattina prendo Poundcake da
parte. È un ragazzino buono, silenzioso ma non in modo strano. Secondo Dumbo, un
giorno o l’altro gli salterà il tappo e parlerà per una settimana filata.
— Hai presente la tipa della Squadra 19 che lavora al tuo tavolo? — domando. Lui
annuisce. — Sai niente di lei? — Fa segno di no con la testa. — Perché te lo chiedo,
Cake? — Scrolla le spalle. — Okay — dico. — Ma non dire a nessuno che ne abbiamo
parlato.
Dopo tre ore e passa, Nugget non è troppo saldo sui piedi. Ha bisogno di una pausa,
quindi lo porto fuori per qualche minuto. Ci sediamo con la schiena contro la porta
dell’hangar a osservare le volute di fumo nero e grigio sotto le nubi.
Nugget si tira via il cappuccio e appoggia la testa al metallo freddo, il viso tondo
luccicante di sudore.
— Sono solo persone — ripeto, fondamentalmente perché non so cos’altro dire. —
Man mano diventa più semplice — continuo. — Ogni volta impressiona un po’ meno.
Alla fine è come, che ne so, rifare il letto o lavarsi i denti.
Sono teso come una corda di violino in attesa che Nugget crolli. Pianga. Scappi.
Esploda. Qualcosa. Ma nei suoi occhi c’è solo uno sguardo assente, lontano, e
all’improvviso sono io quello sul punto di esplodere. Non con lui. Né con Reznik, che mi
ha costretto a portarlo qui. Con loro. Con i bastardi che ci hanno fatto questo. La mia
vita, pazienza: so come andrà a finire. Ma quella di Nugget? Cinque anni, porca vacca,
e che speranze ha? E poi perché cavolo il comandante Vosch l’ha assegnato a un’unità
di combattimento? Sul serio, non riesce nemmeno ad alzare un fucile. Magari l’idea è
prenderli piccoli e addestrarli fin dal parco giochi. Così quando arrivano alla mia età
sono assassini con il cuore non di pietra, ma di ghiaccio. Con azoto liquido al posto del
sangue.
Sento la sua voce prima di accorgermi che mi ha messo una mano sul braccio. —
Zombi, tutto okay?
— Sì, tutto a posto. — Le cose hanno preso una strana piega: ora è lui che si
preoccupa per me.
Un grosso autocarro accosta alla porta dell’hangar e la Squadra 19 comincia a
caricare i corpi, gettandoli sul pianale senza sponde come i volontari di
un’organizzazione umanitaria lancerebbero sacchi di grano. C’è di nuovo la ragazza con
i capelli scuri, tutta contratta nello sforzo di sollevare da sotto le ascelle un cadavere
grassissimo. Dà un’occhiata dalla nostra parte, poi entra a prendere un altro corpo.
Perfetto. Ora probabilmente segnalerà che ci stavamo gingillando in modo da farci
togliere qualche punto.
— Secondo Cassie possono fare quello che vogliono — dice Nugget — ma comunque
non riusciranno a ucciderci tutti.
— Perché no? — Vorrei tanto, ma proprio tanto saperlo, piccolo.
— Perché siamo troppo difficili da uccidere. Siamo invista… investra… invinta…
— Invincibili?
— Esatto! — Mi rassicura con una pacca sul braccio. — Invincibili.
Fumo nero, fumo grigio. E il freddo pungente sulle guance e il calore del corpo
intrappolato nelle tute, Zombi e Nugget e le nubi che incombono nascondendo alla vista
l’astronave che ha generato questo fumo grigio e, in un certo senso, noi. Anche noi.
– 46 –

Ormai ogni notte, dopo che si sono spente le luci, Nugget si infila nel mio letto per dire
la preghiera, e io lo lascio rimanere finché non si addormenta. Poi lo riporto nel suo.
Tank minaccia di fare rapporto, di solito quando gli do un ordine che non gli piace. Ma
non lo fa. Secondo me, sotto sotto, aspetta il momento della preghiera con impazienza.
La rapidità con cui Nugget si è adattato alla vita del campo è sbalorditiva. I bambini
sono così, però. Si abituano praticamente a tutto. Non riesce ancora a mettersi in
spalla il fucile, ma nel resto se la cava, e a volte persino meglio dei ragazzini più
grandi. È più veloce di Oompa nel percorso di guerra e più svelto di Flintstone quando
si tratta di imparare. In squadra l’unica persona che non lo sopporta è Teacup. Credo
sia per gelosia: prima del suo arrivo era lei la piccola di famiglia.
Nugget ha avuto giusto un piccolo attacco di panico durante la sua prima
esercitazione antiaerea. Come noi, non sapeva che ci sarebbe stata, ma, al contrario di
noi, non sapeva neppure che cavolo stesse succedendo.
Scatta una volta al mese e sempre nel bel mezzo della notte. Le sirene suonano così
forte che ti senti tremare il pavimento sotto i piedi nudi mentre, incespicando al buio,
ti infili alla svelta tuta e scarponi, agguanti l’M16 e ti precipiti fuori insieme a tutti gli
altri, centinaia di reclute che abbandonano le caserme e si riversano in cortile correndo
verso i tunnel di accesso al bunker sotterraneo.
Ero un paio di minuti indietro rispetto alla squadra perché Nugget strillava a pieni
polmoni e mi stava aggrappato come una scimmia alla madre, convinto che da un
momento all’altro le navicelle aliene avrebbero cominciato a sganciare bombe. Gli ho
gridato di stare calmo e di fare quello che facevo io. Fiato sprecato. Alla fine l’ho preso
e me lo sono gettato in spalla, il fucile in una mano, il suo sedere nell’altra. Mentre
schizzavo fuori, mi sono tornate in mente un’altra notte e un’altra persona terrorizzata.
Quel ricordo mi ha spinto a correre più in fretta.
Tromba delle scale, quattro rampe inondate di luce di emergenza gialla con la testa
di Nugget che mi sbatteva contro la schiena, porta in acciaio rinforzato, breve
corridoio, altra porta in acciaio rinforzato e finalmente eravamo nel complesso. Il
massiccio battente si è chiuso alle nostre spalle con un botto metallico, sigillandoci
dentro. Ormai Nugget era giunto alla conclusione che forse, dopotutto, non sarebbe
stato disintegrato, perciò l’ho potuto mettere giù.
Il rifugio è un labirinto di corridoi debolmente illuminati che si intersecano in più
punti, ma siamo stati addestrati così tanto che potrei trovare la nostra postazione a
occhi chiusi. Nel frastuono delle sirene ho strillato a Nugget di seguirmi e ho ripreso a
correre. Una squadra diretta dalla parte opposta ci è passata accanto al galoppo.
Destra, sinistra, destra, destra, sinistra e poi l’ultimo corridoio, il tutto tenendo
Nugget per la collottola con la mano libera per evitare che restasse indietro. Gli altri
erano già inginocchiati a una ventina di metri dalla parete di fondo del tunnel cieco, con
i fucili puntati verso la grata metallica che scherma il condotto di aerazione collegato
con la superficie. E alle loro spalle c’era Reznik, un cronometro in pugno. Eravamo in
ritardo di quarantotto secondi sul tempo prestabilito. Ci sarebbero costati tre giorni di
tempo libero. Quarantotto secondi che ci avrebbero fatti scendere di un’ulteriore
posizione nella classifica squadre. Quarantotto secondi che significavano Dio solo sa
quanti altri giorni di Reznik. Adesso, in caserma, siamo tutti troppo nervosi per
dormire. Metà della squadra ce l’ha con me, l’altra metà con Nugget. Per Tank,
ovviamente, la colpa è mia.
— Lo dovevi lasciare dov’era.
— C’è un motivo se facciamo le esercitazioni, Tank — gli ricordo. — E se fosse
stato un attacco vero?
— Sarebbe morto, immagino.
— È un membro della squadra, uguale identico a noi.
— Ancora non ci arrivi, eh, Zombi? È la natura. Chi è troppo debole o malato deve
levare il disturbo. — Si toglie con forza gli scarponi e li lancia nell’armadietto. — Se
fosse per me, getterei tutti quelli così nell’inceneritore con gli infestati.
— Ma uccidere la gente non era compito degli alieni?
Ha il viso paonazzo. Agita il pugno in aria. Flintstone fa la mossa di calmarlo, ma lui
lo caccia via.
— Chi è troppo debole, malato, vecchio, lento, stupido o piccolo levi il disturbo! —
strilla. — Se qualcuno non può né combattere né sostenere la causa è solo un peso!
— E quindi va eliminato — ribatto sarcastico.
— La catena è forte quanto il suo anello più debole — ruggisce Tank. — È la natura,
Zombi. Solo i forti sopravvivono!
— Ehi, dai, amico — gli dice Flintstone. — Zombi ha ragione. Nugget fa parte del
gruppo.
— Non rompere, Flint — grida Tank. — Lo stesso vale per voi! Manco fossi io il
responsabile di questo schifo!
— Zombi, fa’ qualcosa — mi prega Dumbo. — Sta dando di Dorothy. — Si riferisce
alla recluta che un giorno, mentre era al poligono di tiro, ha dato di matto e ha fatto
fuoco contro quelli della sua squadra. Prima che il sergente istruttore la colpisse alla
nuca con la pistola, ha ucciso due persone e ne ha ferite gravemente tre. Ogni
settimana gira una nuova storia su qualcuno che ha “dato di Dorothy” o, come diciamo
ogni tanto, “è partito per andare dal mago”. La pressione è troppa e uno scoppia. A
volte se la prende con gli altri. Altre volte con se stesso. Di quando in quando mi
chiedo quanto sia saggio da parte del Comando Centrale mettere armi automatiche a
lunga gittata in mano a bambini che potrebbero avere problemi seri.
— Oh, ma vaffanculo — sbotta Tank rivolto a Dumbo. — Come se ci capissi
qualcosa. Come se qualcuno ci capisse qualcosa. Che cosa stiamo facendo qui? Me lo
vuoi dire tu, Dumbo? Oppure tu, caposquadra? Me lo sai dire? Qualcuno di voi o di loro
farebbe bene a spiegarmelo all’istante, se no io spacco tutto. Spacco tutto e spacco la
faccia a tutti, perché a me questa storia proprio non mi torna. Vogliamo sfidare le
cose che hanno ucciso sette miliardi di persone? Con cosa? Con cosa? — Stringe il
fucile, la bocca rivolta verso Nugget, aggrappato alla mia gamba. — Con cosa? — Ride
isterico.
Quando il fucile si alza, si irrigidiscono tutti. Tiro su le mani e dico: — Soldato,
abbassa subito quell’arma.
— Io non prendo ordini da te! Non prendo ordini da nessuno! — È accanto al letto
con il fucile all’altezza del fianco. Sì, è sulla strada di mattoni gialli.
Sposto lo sguardo su Flintstone, che è il più vicino a lui, ad appena mezzo metro alla
sua destra. Flintstone risponde con un quasi impercettibile cenno del capo.
— Vi siete mai chiesti, imbecilli, perché non ci hanno ancora attaccati? — tuona
Tank. Non ride più. Sta piangendo. — Sapete che sanno che siamo qui e sapete anche
che sanno cosa stiamo facendo. Perché quindi ci lasciano stare?
— Non ne ho idea, Tank — dico. — Perché?
— Perché ormai non conta un cazzo cosa facciamo! È finita, amico. Finita! — Muove
freneticamente il fucile. Se gli parte un colpo… — E tu e io e chiunque altro in questa
base del cavolo siamo storia! Siamo…
Flintstone gli salta addosso e, dopo avergli strappato di mano il fucile, lo butta a
terra con uno spintone. Tank sbatte la testa contro la sponda del letto. Si raggomitola
tenendosi il capo e gridando a squarciagola, e quando non ha più fiato riempie di nuovo
i polmoni e ricomincia. In un certo senso è ancora peggio di quando brandiva l’M16
carico. Poundcake scappa a nascondersi in uno dei bagni della latrina. Dumbo si tappa
le orecchie a sventola e si sposta verso la testata del letto. Oompa mi si è avvicinato
pian piano e adesso è accanto a Nugget, che si tiene alle mie gambe con entrambe le
mani e, facendo capolino da dietro il mio fianco, sbircia Tank che si contorce sul
pavimento. L’unica rimasta indifferente davanti al crollo di Tank è Teacup, la bambina
di sette anni. Seduta sul letto, lo fissa imperturbata, quasi ci fosse ogni notte qualcuno
che crolla sul pavimento e strilla come se lo stessero ammazzando.
E d’un tratto capisco: ci stanno davvero ammazzando. In modo molto lento e molto
crudele, partendo dall’anima. Mi tornano in mente le parole del comandante: «Ciò che
si vuole distruggere non è tanto la possibilità dell’avversario di contrattaccare, quanto
la sua volontà di farlo.»
È inutile. È folle. Tank, che se n’è reso conto, è l’unico sano.
Ragion per cui deve levare il disturbo.
– 47 –

Il sergente istruttore è d’accordo con me, e la mattina dopo Tank sparisce, portato in
ospedale per un esame psichiatrico completo. Il suo letto resta vuoto per una
settimana, durante la quale la nostra squadra, con un componente in meno, non fa che
scendere in classifica. Non ci diplomeremo mai, non scambieremo mai le nostre tute
blu con uniformi vere, non ci avventureremo mai oltre la recinzione elettrica e il filo
spinato per metterci alla prova e vendicarci per una frazione di ciò che abbiamo perso.
Tra noi non parliamo di Tank. È come se non fosse mai esistito. Dobbiamo credere
che il sistema sia perfetto e che Tank ne sia solo una pecca.
Poi una mattina, nell’Hangar C&S, Dumbo mi fa cenno di andare al suo tavolo. Si
prepara a diventare il soldato sanitario della squadra, perciò deve dissezionare
determinati cadaveri, in genere di infestati, per prendere confidenza con l’anatomia
umana. Quando lo raggiungo, senza fiatare indica con il mento il corpo davanti a lui.
È Tank.
Lo fissiamo per un lungo istante. Ha gli occhi aperti, ciechi e piantati al soffitto. È
così fresco che fa impressione. Dumbo si guarda intorno per assicurarsi che nessuno
possa sentirci, dopodiché bisbiglia: — Non dirlo a Flint.
Annuisco. — Cos’è successo?
Lui scuote la testa. Sta sudando di brutto sotto il cappuccio di protezione. — È
proprio questa la cosa strana, Zombi. Non riesco a trovare niente.
Riabbasso lo sguardo su Tank. Non è pallido. Ha la pelle rosa chiaro senza segni di
alcun tipo. Com’è morto? Ha dato di Dorothy nel reparto psichiatrico e magari ha
esagerato apposta con le pasticche?
— Non potresti aprirlo? — chiedo.
— Non ci penso neanche — risponde lui. Mi guarda come se gli avessi proposto di
buttarsi giù da una rupe.
Certo. Che idea stupida. Dumbo non è un medico: è un ragazzino di dodici anni.
Lancio un’occhiata in giro. — Toglilo dal tavolo — dico. — Non voglio che lo veda
nessuno. — Me compreso.
Il corpo di Tank finisce nella catasta vicino all’ingresso dell’hangar in attesa di
essere smaltito. Dopo un po’ viene caricato sull’autocarro per la tratta finale del
viaggio verso gli inceneritori, dove sarà divorato dal fuoco: le sue ceneri si
mescoleranno al fumo grigio e si solleveranno in una colonna di aria surriscaldata per
poi posarsi su di noi in particelle minuscole, impossibili da vedere o sentire. Rimarrà
con noi – su di noi – finché la sera, facendoci la doccia, getteremo ciò che ne resta
negli scarichi collegati ai tubi collegati alle fosse biologiche, dove si mischierà ai nostri
escrementi prima di percolare nel terreno.
– 48 –

Due giorni dopo mandano qualcuno a rimpiazzare Tank. Veniamo a saperlo la sera
prima del suo arrivo perché Reznik ce lo comunica durante la riunione in caserma. Non
vuole dirci niente all’infuori del fatto che si chiama Ringer e che ha doti da fuoriclasse.
Appena se ne va, tutta la squadra entra in fibrillazione: Reznik deve aver avuto un buon
motivo per usare addirittura il termine “fuoriclasse”.
Nugget si avvicina al mio letto e mi chiede: — Cos’è un fuoriclasse?
— Una persona molto brava — gli spiego — così brava da dare una marcia in più alla
squadra in cui la mettono.
— Tiro a segno — ipotizza Flintstone. — È la cosa in cui siamo più scarsi. Tra noi
Poundcake è il migliore e io me la cavo, ma tu, Dumbo e Teacup fate pena. E Nugget
non sa nemmeno sparare.
— Vieni qui a dirmi che faccio pena — grida Teacup. È sempre pronta ad attaccare
briga. Se stesse a me decidere, le consegnerei un fucile e un paio di caricatori e le
lascerei mano libera con ogni infestato nel raggio di cento chilometri.
Dopo la preghiera, Nugget si gira e rigira alle mie spalle così tanto che alla fine non
ne posso più e gli sibilo di tornare nel suo letto.
— Zombi, è lei.
— Chi?
— Ringer! È Cassie!
Ho bisogno di un paio di secondi per ricordarmi chi è Cassie. “Oddio, basta con
queste cavolate.”
— Non credo che Ringer sia tua sorella.
— Non puoi nemmeno sapere che non lo è.
Per poco non mi scappa detto: “Non fare l’idiota, piccolo. Tua sorella non verrà
perché è morta.” Ma mi trattengo. Cassie è il medaglione d’argento di Nugget. La cosa
a cui si aggrappa disperatamente perché, se gli sfugge la presa, nulla potrà più
impedire al tornado di portarlo a Oz come è successo alle altre Dorothy del campo. È
per questo che un esercito di bambini ha senso. Gli adulti non sprecano il loro tempo
raccontandosi favole. Si bloccano sulle stesse scomode verità che hanno fatto finire
Tank su quel tavolo per la dissezione.
La mattina dopo Ringer non è presente all’appello. E nemmeno alla corsa e a
colazione. Ci prepariamo per il poligono, controlliamo le armi, ci incamminiamo
passando per il cortile. È una giornata serena, ma freddissima. Nessuno parla molto. Ci
stiamo tutti chiedendo dove sia il sostituto.
È Nugget il primo a vederlo, a una delle postazioni di tiro in lontananza, e in un
attimo ci rendiamo conto che Flintstone aveva ragione: spara alla grande. Il bersaglio
spunta dall’alta erba ingiallita e, bang!, la testa gli si disintegra. Poi altro bersaglio, e
stesso risultato. Fermo da una parte c’è Reznik, intento ad azionare i controlli. Appena
ci nota, comincia a premere i tasti più velocemente. I bersagli schizzano su dall’erba
uno dopo l’altro e quel Ringer li liquida con un colpo solo prima ancora che arrivino in
posizione verticale. Flintstone, al mio fianco, fa un lungo fischio di apprezzamento.
— Però.
Nugget se ne accorge prima di noi. Sarà qualcosa nelle spalle o magari nei fianchi,
ma dice: — Non è un ragazzo — e poi tagliando per il campo parte di scatto verso la
figura solitaria che stringe in braccio il fucile fumante nell’aria gelida.
Ringer si volta prima che lui la raggiunga e Nugget rallenta pian piano, prima
smarrito, poi deluso. A quanto pare, Ringer non è sua sorella.
Da lontano sembrava più alta. Ha pressappoco la statura di Dumbo, ma è più magra
di lui, e ha più anni. Direi quindici o sedici, viso da folletto con intensi occhi scuri,
impeccabile pelle chiara e capelli neri lisci. All’inizio a catturare sono gli occhi. Di quelli
in cui scruti per trovare qualcosa staccandotene incerto tra due possibilità: o quello
che c’è è così profondo che non riesci a vederlo, o non c’è niente di niente.
È la tizia che ho visto in cortile e che mi ha beccato con Nugget fuori dall’Hangar
C&S.
— È una ragazza — sussurra Teacup arricciando il naso come se le fosse arrivata
una zaffata di roba marcia. Adesso non solo non è più la piccola della squadra, ma non
è nemmeno più l’unica femmina.
— E ora che facciamo? — Dumbo è sull’orlo di una crisi di panico.
Io sorrido. Non riesco a evitarlo. — Ora risaliamo la classifica e ci diplomiamo —
rispondo.
E ci azzecco.
– 49 –

La prima notte di Ringer nella Caserma 10 in una parola: imbarazzante.


Niente sfottò. Niente barzellette sporche. Niente pose da bullo. Contiamo i minuti
che ci separano dallo spegnersi delle luci come un mucchio di imbranati al primo
appuntamento. Può anche darsi che nelle altre squadre ci siano ragazze della sua età:
nella nostra c’è Teacup. Ringer sembra ignara del disagio generale. È seduta sul bordo
del vecchio letto di Tank, intenta a smontare e pulire il fucile. Quel fucile le piace.
Parecchio. Si capisce dall’amore con cui passa lo straccio unto su e giù per la canna,
lucidandola finché il metallo non scintilla sotto i neon. Non fissarla ci costa un grosso
sforzo. Rimonta l’arma, la sistema con cura nell’armadietto e viene da me. Sento una
stretta al petto. Non parlo con una ragazza mia coetanea da… da quando? Da prima
dell’epidemia. E non penso mai alla vita prima dell’epidemia. Era di Ben, quella vita, non
di Zombi.
— Sei il caposquadra — dice. Ha la voce piatta, senza traccia di emozione, come lo
sguardo. — Perché?
Rispondo alla sfida insita nella sua domanda senza tirarmi indietro. — Perché no?
Calzoncini e maglia sbracciata della dotazione standard, frangetta che sfiora le
sopracciglia scure, mi osserva dall’alto. Dumbo e Oompa smettono di giocare a carte
per non perdersi la scena. Teacup sorride sentendo tensione nell’aria. Flintstone,
occupato a piegare il bucato, lascia cadere una tuta pulita in cima alla pila.
— A sparare sei una schiappa — dice Ringer.
— Sono bravo in altre cose — ribatto incrociando le braccia. — Mi dovresti vedere
con un pelapatate.
— Hai un bel fisico. — Qualcuno ridacchia: Flintstone, credo. — Sei uno sportivo?
— Lo ero.
Torreggia su di me con i pugni sui fianchi, i piedi nudi ben saldi in terra. Ma sono gli
occhi a innervosirmi. Il loro intenso colore scuro. — Football.
— Centro.
— E baseball, probabilmente.
— Quando ero piccolo.
Di punto in bianco cambia argomento. — Il tipo che sostituisco ha dato di Dorothy,
vero?
— Esatto.
— Come mai?
Scrollo le spalle. — Fa qualche differenza?
Annuisce. — Nella squadra di prima ero il capo.
— Non ne dubito.
— Essere caposquadra non ti garantisce il grado di sergente dopo il diploma.
— Spero sia vero.
— È vero. L’ho chiesto.
Gira sui talloni nudi e torna al suo letto. Abbasso gli occhi e noto che devo tagliarmi
le unghie dei piedi. Quelli di Ringer sono piccolissimi e con le dita nodose. Quando
rialzo lo sguardo, la vedo andare verso le docce con un asciugamano in spalla. Si ferma
sulla porta. — Se qualcuno in questa squadra prova a toccarmi, lo ammazzo.
Non c’è tono di minaccia o scherzo nel modo in cui lo dice. Sta esprimendo un fatto,
tipo che fuori fa freddo.
— Passerò parola.
— Quando sono nella doccia, vietato entrare.
— Ricevuto. Altro?
Rimane un attimo a fissarmi in silenzio dal lato opposto della stanza. Sento i miei
muscoli irrigidirsi. Cosa aggiungerà? — Mi piacciono gli scacchi. Tu ci sai giocare?
Scuoto la testa. Poi urlo ai ragazzi: — Qualcuno di voi degenerati sa giocare a
scacchi?
— No — risponde Flintstone. — Ma se le va un po’ di strip poker…
Succede così in fretta che faccio appena in tempo a staccarmi dal materasso di
cinque centimetri: Flintstone è a terra con le mani alla gola e agita le gambe come un
insetto calpestato. Su di lui incombe Ringer.
— E niente battute offensive e sessiste da pseudomacho.
— Grande! — esclama Teacup, e parla sul serio. Forse deve rivedere la sua
posizione su Ringer. Potrebbe non essere così male avere un’altra ragazza nel gruppo.
— Per una roba del genere sono dieci giorni a mezza razione — dico. Flintstone se
l'è cercata, quando non c’è Reznik, sono io che comando, ed è bene che lei lo impari.
— Vuoi fare rapporto? — Nella sua voce non c’è paura. Né rabbia. Non c’è niente.
— No, voglio avvertirti.
Annuisce, si allontana da Flintstone e mi sfila accanto mentre va a prendere
l’occorrente per la doccia. Profuma… be’, profuma di ragazza, e per un attimo mi sento
stordito.
— Molto gentile — dice scostandosi la frangia. — Me ne ricorderò quando mi
metteranno a capo di questa squadra.
– 50 –

Una settimana dopo l’arrivo di Ringer siamo passati da decimi a settimi in classifica.
Un’altra decina di giorni e abbiamo strappato il quinto posto alla Squadra 19. Poi, a due
sole settimane dal termine del corso, ci siamo incagliati, arrestandoci a sedici punti
dalla quarta posizione, una distanza quasi incolmabile.
Poundcake, che con le parole non è un granché ma con i numeri è un maestro,
analizza lo scarto. In tutte le categorie tranne una c’è pochissimo margine di
miglioramento: siamo terzi nelle esercitazioni antiaeree e nella corsa, secondi nel
percorso di guerra e primi negli “incarichi extra”, una sezione che include un po’ di
tutto, dall’ispezione del mattino alla “condotta consona a un’unità delle forze armate”.
A rovinarci è il tiro a segno, in cui siamo sedicesimi nonostante fenomeni come Ringer
e Poundcake. Se non riusciamo a crescere lì nelle prossime due settimane, non
abbiamo speranza.
Non bisogna essere maestri con i numeri per sapere perché siamo così in basso. Il
caposquadra a sparare è una schiappa. Perciò il caposquadra che a sparare è una
schiappa va dal sergente istruttore e fa richiesta di ore di allenamento aggiuntive, ma
il suo punteggio non si smuove. La mia tecnica non è male: faccio tutto quello che
devo fare nell’ordine in cui lo devo fare, eppure mi va di lusso se con un caricatore da
trenta colpi becco in testa il bersaglio una volta. Ringer è d’accordo con me: è solo
fortuna. Dice che persino Nugget potrebbe fare uno su trenta. Si sforza di non darlo a
vedere, ma la mia inettitudine la manda in bestia. La sua ex squadra è al secondo
posto nella classifica. Se non fosse stata riassegnata, avrebbe avuto la certezza di
diplomarsi con il primo gruppo e trovarsi in cima alla lista dei candidati ai galloni di
sergente.
— Ho una proposta da farti — mi dice una mattina mentre corriamo in cortile. Porta
una fascia per tenere indietro la frangetta setosa. Non che io noti quanto sia setosa. —
Ti aiuto io, ma a una condizione.
— Ha mica a che vedere con gli scacchi?
— Dimettiti da caposquadra.
Le lancio un’occhiata. Il freddo le ha dipinto di rosso acceso le guance color avorio.
Ringer è una persona silenziosa: non come Poundcake, bensì in modo intenso,
inquietante, con occhi che sembrano dissezionarti con l’affilata precisione dei bisturi di
Dumbo.
— È una cosa che non hai chiesto e che non ti interessa: perché non la lasci a me?
— suggerisce tenendo lo sguardo sul tracciato.
— Perché ci tieni tanto?
— Se a dare gli ordini sono io, ho più chance di rimanere in vita.
Rido. Avrei voglia di dirle cos’ho imparato. Una lezione di Vosch che nel profondo
dell’anima sapevo già: moriremo comunque. Qui non si tratta di sopravvivere. Si tratta
di vendicarsi.
Seguiamo il percorso che esce serpeggiando dal cortile, attraversa il parcheggio
dell’ospedale e poi sbocca nella strada d’accesso all’aerodromo. Davanti a noi la
centrale elettrica vomita il suo fumo nero e grigio.
— Senti questa variante — dico. — Tu mi aiuti, noi vinciamo, io mi dimetto.
È un’offerta senza senso. Siamo reclute. Non sta a noi decidere chi è il caposquadra:
sta a Reznik. E comunque so benissimo che il punto non è chi è il caposquadra. Il
punto è chi sarà sergente quando entreremo in servizio effettivo. Il ruolo di
caposquadra non garantisce la promozione, ma di certo non guasta.
Un Black Hawk passa tuonando sulle nostre teste, di ritorno dalla ronda notturna.
— Ti sei mai chiesto come hanno fatto? — domanda guardando l’elicottero virare a
destra. — A rimettere tutto in funzione dopo l’attacco elettromagnetico?
— No — rispondo con sincerità. — Secondo te?
I suoi respiri sono minuscole esplosioni bianche nell’aria gelida. — Bunker
sotterranei, probabilmente. Oppure…
— Oppure cosa?
Scuote la testa gonfiando le guance tirate per il freddo, e i suoi capelli neri oscillano
mentre corre baciata dal sole splendente del mattino.
— Niente, un’assurdità, Zombi — dice alla fine. — Dai, vediamo come te la cavi,
stella del football.
Sono più alto di lei di dieci centimetri. Per ogni passo che faccio, lei deve farne due.
Perciò la batto. Di poco.
Quel pomeriggio andiamo al poligono portandoci dietro Oompa perché azioni i
bersagli. Ringer mi guarda sparare alcuni colpi, poi mi offre la sua opinione da esperta:
— Fai schifo.
— È proprio questo il problema. La mia schifezzaggine. — Le rivolgo il mio sorriso
migliore. Prima dell’Armageddon alieno ero celebre per il mio sorriso. Non per vantarmi,
ma dovevo stare attento a non esibirlo mentre guidavo: aveva il potere di abbagliare
chi veniva dalla direzione opposta. Su Ringer, però, non ha il minimo effetto. Non
strizza gli occhi per la sua impressionante luminosità. Non batte nemmeno le palpebre.
— La tecnica è buona. Che succede quando spari?
— In linea di massima, sbaglio.
Scrolla la testa. A proposito di sorrisi, non gliene ho mai visto fare uno. Decido che
la mia missione sarà proprio strapparle un sorriso. Un pensiero più da Ben che da
Zombi: d’altronde, il lupo perde il pelo ma non il vizio.
— Intendo tra te e il bersaglio — dice.
“Eh?” — Be’, quando scatta…
— No. Mi riferisco a quello che succede tra questo punto — dita della mia mano
destra — e quello — bersaglio a venti metri di distanza.
— Non ti seguo, Ringer.
— Devi pensare che l’arma sia parte di te. A sparare non è l’M16: sei tu. È come
soffiare su un dente di leone. Mandi fuori il proiettile insieme al respiro.
Si toglie di spalla il fucile e dà il segnale a Oompa. Non sa dove spunterà, ma la
testa del bersaglio si disintegra in una pioggia di schegge ancora prima di arrivare in
posizione.
— È come se in mezzo non ci fosse spazio, come se tu fossi tutto. Sei il fucile. Il
proiettile. Il bersaglio. Sei tutto.
— Quindi in sostanza mi stai dicendo che è mia la testa che polverizzo.
Stavolta sono quasi riuscito a farla sorridere. Ha un fremito all’angolo sinistro della
bocca.
— È molto zen — ritento.
Aggrotta le sopracciglia. Terzo strike. — Si avvicina di più alla meccanica
quantistica.
Annuisco serio. — Oh, certo. È questo che intendevo. La meccanica quantistica.
Si volta. Per nascondere un sorriso? O perché io non veda che ha alzato gli occhi al
cielo per l’esasperazione? Quando si rigira, mostra solo quello sguardo intenso che mi
prende allo stomaco.
— Ti vuoi diplomare?
— Voglio assolutamente levarmi di torno Reznik.
— Non basta. — Indica una delle sagome in fondo al campo. Il vento gioca con la
sua frangetta. — Cosa vedi quando compare un bersaglio?
— Vedo una sagoma umana fatta di compensato.
— Okay, ma chi vedi?
— Ho capito dove vuoi arrivare. A volte mi immagino il viso di Reznik.
— E ti aiuta?
— Dimmelo tu.
— È una questione di legame — risponde. Mi fa cenno di sedermi. Si mette davanti a
me e mi prende le mani. Le sue sono ghiacciate, fredde come i corpi dell’Hangar C&S.
— Chiudi gli occhi. Oh, dai, Zombi. Come funziona il tuo metodo? Bene. Okay, ricordati,
non concentrarti su te e il bersaglio. Non concentrarti su cosa c’è nel mezzo, ma su
cosa vi lega. Pensa al leone e alla gazzella. Cosa li lega?
— Ehm. La fame?
— Quella riguarda il leone. Voglio sapere cos’hanno in comune.
Andiamo sul difficile. Forse è stata una cattiva idea accettare la sua proposta. Non
solo è del tutto convinta che come soldato faccio pena, ora magari comincia pure a
pensare che sono un idiota.
— La paura — mi sussurra all’orecchio, quasi mi stesse rivelando un segreto. — La
gazzella ha paura di essere sbranata. Il leone, di morire di fame. La paura è la catena
che li tiene legati l’uno all’altra.
La catena. Ne ho una in tasca, con attaccato un medaglione d’argento. La notte in
cui mia sorella è morta è lontana mille anni e sempre presente. È finita. Non è mai
finita. Da quella notte a questo momento non c’è una linea retta: c’è un cerchio.
Contraggo le dita stringendo quelle di Ringer.
— Non so cosa sia la tua catena — continua, il suo fiato caldo nel mio orecchio. —
Ognuno ha la propria. Loro però lo sanno. Grazie a Mnemolandia. È la cosa per cui ti
hanno messo in mano un’arma, ed è anche la cosa che ti lega al bersaglio. — Poi,
come se mi avesse letto nel pensiero: — Non c’è una linea retta, Zombi. C’è un
cerchio.
Apro gli occhi. Il sole al tramonto le crea intorno un alone di luce dorata. — Non c’è
distanza.
Lei annuisce e mi sprona ad alzarmi. — Tra poco è buio.
Imbraccio il fucile e mi sistemo il calcio contro la spalla. Non so dove spunterà il
bersaglio: so solo che spunterà. Ringer dà il segnale a Oompa, e alla mia destra l’erba
alta e secca fruscia un millisecondo prima che affiori il bersaglio, ma è un tempo più
che sufficiente: è un’eternità.
Non c’è distanza. Non c’è niente tra me e il resto.
La testa del bersaglio si disintegra con uno schiocco appagante. Oompa caccia un
urlo e agita il pugno in aria. Mi dimentico delle buone maniere e afferro Ringer per la
vita, sollevandola da terra e facendola roteare. Sono vicino a baciarla. Quando la
riappoggio, fa due passi indietro e si mette con cura i capelli dietro le orecchie.
— È stata una reazione fuori luogo — ammetto. Non so chi di noi sia più in
imbarazzo. Stiamo entrambi cercando di riprendere fiato. Forse per motivi diversi.
— Rifallo — dice.
— Cosa, sparare o esultare?
Contrae la bocca. Oh, c’ero quasi.
— Quello che conta.
– 51 –

Giorno del diploma.


Quando torniamo dalla colazione, troviamo ad aspettarci le uniformi nuove, stirate,
inamidate e ben piegate sui letti. Come bonus speciale, una sorpresa extra: fasce
fornite dell’ultima novità in fatto di rilevamento degli alieni, un dischetto trasparente
grande come un quarto di dollaro da sistemare sull’occhio sinistro. Attraverso la lente
gli infestati si illuminano. O almeno così ci dicono. Più tardi, quando domando al
tecnico com’è che funziona di preciso, ottengo una risposta molto semplice: chi non è
pulito diventa verde. Quando gli chiedo educatamente una breve dimostrazione, ride. —
L’avrai in campo, soldato.
Per la prima volta da quando siamo a Camp Haven – e probabilmente per l’ultima
volta della nostra vita – siamo di nuovo bambini. Urliamo di gioia e saltiamo da un
letto all’altro dandoci il cinque. Ringer è l’unica che per cambiarsi si infila in bagno. Noi
invece ci spogliamo dove siamo, gettando le odiate tute blu in un mucchio in mezzo
alla stanza. A Teacup viene la brillante idea di bruciarle, e lo farebbe se Dumbo non le
strappasse di mano all’ultimo secondo il fiammifero acceso.
L’unico senza uniforme è seduto sul letto con indosso la solita tuta bianca: dondola
avanti e indietro le gambe tenendo le braccia conserte e il labbro inferiore sporto in
fuori. Non sono così distratto da non accorgermene. Capisco benissimo. Dopo essermi
vestito, mi siedo al suo fianco e gli do una pacca sulla coscia.
— Arriverà anche il tuo turno, soldato. Tieni duro.
— Tra due anni, Zombi.
— E allora? Pensa a che roccia sarai tra due anni. Ci farai sfigurare tutti quanti.
Quando verremo schierati, Nugget sarà assegnato a un’altra delle squadre in
addestramento. Gli ho promesso che potrà dormire nel letto accanto al mio ogni volta
che sarò alla base, ma non so minimamente quando – o se – ci tornerò. La nostra
missione, ancora coperta dal massimo riserbo, è nota solo al Comando Centrale. Forse
nemmeno il sergente istruttore è al corrente di dove andremo. A me, in realtà, la
destinazione non interessa molto: l’importante è che Reznik resti qui.
— Su, soldato. Dovresti essere contento per me .
— Non tornerai. — Lo dice con così tanta rabbiosa convinzione che non so cosa
rispondere. — Non ti rivedrò mai più.
— Ma sì che mi rivedrai, Nugget. Te lo prometto.
Mi colpisce con tutta la forza che ha. Ripetutamente, dritto sul cuore. Lo afferro per
il polso e lui mi aggredisce con l’altra mano. L'afferro e lo richiamo all’ordine.
— Non promettere, non promettere, non promettere! Non promettere mai niente! —
Ha il visetto contratto in una smorfia di collera.
— Ehi, Nugget, ehi. — Gli piego le braccia appoggiandogliele al petto e mi sporgo per
guardarlo negli occhi. — Ci sono cose che non è necessario promettere. Uno le fa e
basta.
Mi infilo la mano in tasca e tiro fuori il medaglione di Sissy. Sgancio il fermaglio. È
la prima volta da quando, alla tendopoli, l’ho aggiustato. Cerchio spezzato. Gli passo la
catenina intorno al collo e la riaggancio. Cerchio completo.
— Non importa cosa succederà là fuori, io tornerò per te — dico.
Alle sue spalle vedo Ringer che esce dal bagno infilandosi i capelli sotto il berretto
nuovo. Mi metto sull’attenti e le faccio il saluto.
— Soldato Zombi ai suoi ordini, caposquadra!
— Il mio unico giorno di gloria — replica lei ricambiando il saluto. — Lo sanno tutti
chi è che diventerà sergente.
Scrollo le spalle con modestia. — Non do retta alle voci.
— Hai fatto una promessa che sapevi di non poter mantenere — dice in tono
distaccato, ovvero il tono che usa praticamente sempre. A scocciarmi è che lo dica
proprio davanti a Nugget. — Sicuro di non volerti dare agli scacchi, Zombi? Saresti
bravissimo.
Visto che al momento ridere sembra la cosa meno pericolosa da fare, rido.
La porta si spalanca e Dumbo grida: — Signore! Buongiorno, signore!
Ci precipitiamo in riga ai piedi dei letti e scattiamo sull’attenti, mentre Reznik
avanza per quella che sarà l’ultima ispezione. Rispetto al suo solito, è trattenuto. Non
ci chiama molluschi né mezzeseghe. È pignolo come sempre, però. Flintstone ha la
camicia che da un lato non è perfettamente infilata nei pantaloni. Oompa, il berretto
storto. Teacup, un peluzzo visibile solo a lui sul colletto. Glielo toglie e indugia lì per un
lungo istante, fissandola dall’alto, quasi comico nella sua serietà.
— Bene, soldato. Sei pronta a morire?
— Signorsì, signore! — urla Teacup al massimo della sua voce da guerriero.
— E voi? Siete pronti? — ci chiede Reznik.
— Signorsì, signore! — gridiamo all’unisono.
Prima di andarsene, Reznik mi ordina di fare un passo avanti. — Vieni con me,
soldato. — Un ultimo saluto al gruppo e poi: — Ci vediamo alla festa, bambini.
Mentre esco, Ringer mi lancia uno sguardo che sa tanto di: “Te l’avevo detto.”
Tenendomi due passi dietro di lui, seguo il sergente istruttore che attraversa spedito
il cortile. Alcune reclute in tuta blu stanno dando gli ultimi ritocchi al palco degli
oratori, appendendo bandierine, sistemando sedie per i pezzi grossi, srotolando un
tappeto rosso. Sul lato più lontano è stato appeso uno striscione enorme che va da una
caserma all’altra: SIAMO L’UMANITÀ. E di fronte: UNITI IN UN CORPO SOLO.
Entriamo in un anonimo edificio a un unico piano situato sul lato ovest del
complesso, passando per una porta di sicurezza con la scritta SOLO PERSONALE
AUTORIZZATO. Superiamo un metal detector sorvegliato da soldati inespressivi armati
di tutto punto. Saliamo su un ascensore che ci porta quattro piani sotto terra. Reznik
non parla. Non mi guarda nemmeno. Credo proprio di sapere dove stiamo andando, ma
non ho idea del perché. Tormento nervoso il davanti dell’uniforme nuova.
Proseguiamo per un lungo corridoio inondato di luce al neon. Superiamo un secondo
posto di controllo. Altri soldati inespressivi armati di tutto punto. Reznik si ferma
davanti a una porta priva di segni di riconoscimento e striscia una tessera magnetica
nella serratura elettronica. Entriamo in una piccola stanza. Un uomo con un’uniforme da
tenente ci accoglie sulla porta e poi ci fa strada per un altro corridoio fino a un ampio
ufficio privato. Dietro la scrivania c’è un uomo che sfoglia una pila di tabulati.
Vosch.
Congeda Reznik e il tenente. Restiamo soli.
— Riposo, soldato. — Divarico leggermente le gambe e porto le mani dietro la
schiena, pugno sinistro chiuso sul polso destro. Sono di fronte alla grossa scrivania, con
lo sguardo in avanti e il petto in fuori. Vosch è il comandante supremo. Io sono alla
base della scala gerarchica, una modesta recluta, per ora neppure un vero soldato. Il
mio cuore minaccia di far saltare i bottoni della camicia appena ricevuta.
— Allora, Ben, come stai?
Mi sta sorridendo caloroso. Non so nemmeno in che modo cominciare a rispondere.
In più sono spiazzato dal fatto che mi ha chiamato Ben. Dopo essere stato Zombi per
tanti mesi, trovo quel nome decisamente strano.
Sta aspettando, e per qualche stupida ragione mi lascio sfuggire la prima cosa che
mi passa per la testa. — Signore! Questo soldato è pronto a morire, signore!
Annuisce senza smettere di sorridere, dopodiché si alza, gira intorno alla scrivania e
dice: — Parliamo liberamente, da soldato a soldato. Dopotutto è questo che sei ora,
sergente Parish.
Li vedo in quell’istante: i galloni di sergente nella sua mano. Allora Ringer aveva
ragione. Scatto di nuovo sull’attenti mentre me li appunta sul colletto. Mi dà una pacca
sulla spalla fissandomi con gli occhi azzurri.
È difficile sostenere il suo sguardo. Ti fa sentire nudo, completamente esposto.
— Hai perso un uomo — dice.
— Sì, signore.
— Una tragedia.
— Sì, signore.
Si appoggia alla scrivania e incrocia le braccia. — Aveva un profilo eccellente. Non
come il tuo, ma… La morale della storia, Ben, è che tutti noi abbiamo un punto di
rottura. Siamo tutti umani, capisci?
— Sì, signore.
Sorride ancora. Perché? In questo bunker sotterraneo c’è fresco, ma io sto
cominciando a sudare.
— Falla pure — dice con un gesto di incoraggiamento.
— Signore?
— La domanda che stai pensando. Quella che ti ronza in testa da quando hai visto
Tank nell’Hangar C&S.
— Come è morto?
— Per overdose, come senz’altro sospettavi. Il giorno dopo che gli abbiamo tolto il
servizio di sorveglianza antisuicidi. — Fa un cenno verso la sedia accanto a me. —
Accomodati, Ben. Voglio discutere con te di una cosa.
Mi sistemo sul bordo, schiena dritta, mento in alto. Se è possibile stare sull’attenti
da seduti, io ci sto.
— Tutti noi abbiamo un punto di rottura — ripete tenendomi gli occhi addosso. —
Ora ti racconto del mio. Due settimane dopo la Quarta Onda, stavamo radunando
superstiti in un campo profughi a circa sei chilometri da qui. Be’, in realtà a
interessarci erano solo i bambini. Al tempo non avevamo ancora scoperto le
infestazioni, ma eravamo abbastanza sicuri che quanto stava succedendo non li
riguardasse direttamente. Visto che non eravamo in grado di stabilire chi era o non era
il nemico, il comando ha deciso di eliminare chiunque avesse più di quindici anni.
Si incupisce. Distoglie lo sguardo. Stringe il bordo della scrivania con tanta forza che
le nocche gli diventano bianche.
— Il comando, ovvero io. — Profondo respiro. — Li abbiamo uccisi, Ben. Dopo aver
caricato e portato via i bambini, abbiamo ucciso tutti gli altri. E quando abbiamo finito,
abbiamo incendiato il campo. L’abbiamo cancellato dalla faccia della Terra. —Torna a
guardarmi. Incredibile, ma ha le lacrime agli occhi. — Il mio punto di rottura è stato
quello. In seguito mi sono reso conto con orrore che stavo cadendo nella loro trappola.
Ero uno strumento del nemico. Per ogni infestato che avevo tolto di mezzo, erano
morti tre innocenti. Dovrò vivere con questa consapevolezza, perché vivere devo.
Capisci cosa intendo?
Annuisco.
Lui sorride triste. — Certo che capisci. Entrambi abbiamo le mani sporche di sangue
di innocenti, no?
Con una spinta si rimette in piedi, l’aria di nuovo professionale. Le lacrime sono
sparite.
— Sergente Parish, oggi diplomeremo le prime quattro squadre del vostro
battaglione. Come comandante dei vincitori, puoi scegliere l’incarico che preferisci. Due
squadre staranno di pattuglia intorno alla base. Le altre due saranno schierate in
territorio nemico.
Ho bisogno di un paio di secondi per metabolizzare la notizia. Me li concede. Prende
uno dei tabulati e me lo mostra. Ci sono un sacco di numeri, linee contorte e strani
simboli che per me non hanno alcun significato.
— Non mi aspetto che tu riesca a leggerlo — dice. — Ma vuoi azzardare un’ipotesi
su cos’è?
— Non sarebbe altro che questo, signore — rispondo. — Un’ipotesi.
— È il cerebrogramma di un essere umano infestato ottenuto con Mnemolandia.
Annuisco. Perché cavolo sto annuendo? Come se capissi: “Ah, già, comandante, un
cerebrogramma! Prego, continui.”
— Li analizziamo con Mnemolandia da parecchio, ovviamente, ma non riuscivamo a
districare la mappa dell’infestazione da quella della vittima, o del clone o di quello che
è. Fino a oggi. — Solleva il tabulato. — Questa, sergente Parish, è la riproduzione di una
coscienza aliena.
Annuisco di nuovo. Stavolta, però, comincio a capire. — Sapete cosa pensano.
— Esatto! — Mi sorride radioso, come a un alunno brillante. — Per vincere questa
guerra non bisogna puntare né sulla tattica, né sulla strategia, né sulla tecnologia. Per
vincere questa guerra o, meglio, qualunque guerra, bisogna capire come pensa il
nemico. E noi ora lo capiamo.
Aspetto che me lo sveli con delicatezza. Come pensa il nemico?
— Gran parte di ciò che avevamo supposto è corretta. Ci osservavano da tempo. Le
infestazioni erano state incorporate in individui chiave sparsi in tutto il mondo, agenti
inattivi potremmo dire, in attesa del segnale per lanciare un attacco contemporaneo
quando la popolazione, già decimata, fosse stata più gestibile. Sappiamo quale esito ha
avuto l’attacco qui a Camp Haven, ma abbiamo valide ragioni di ritenere che altre
installazioni militari non siano state ugualmente fortunate.
Si sbatte i fogli sulla coscia. Devo aver avuto un sussulto, perché mi rivolge un
sorriso rassicurante.
— Parliamo di un terzo della popolazione superstite. Gli infestati sono nascosti tra
noi e decisi ad annientare chi è sopravvissuto alle prime tre ondate. Te. Me. I membri
della tua squadra. Tutti noi. Se come il povero Tank temi che sia in arrivo una Quinta
Onda, puoi mettere da parte le tue paure. Non ci sarà nessuna Quinta Onda. Non hanno
intenzione di lasciare l’astronave finché il genere umano non sarà stato sterminato.
— È per questo che non ci hanno…?
— Attaccato di nuovo? Pensiamo di sì. Sembra che il loro principale obiettivo sia
salvaguardare il pianeta per farne una colonia. Ormai questa è una guerra di
logoramento. Le nostre risorse sono limitate: non dureranno in eterno. Lo sappiamo. E
lo sanno anche loro. Senza nessun tipo di rifornimento né possibilità di organizzare
forze combattenti significative, alla fine questo campo – al pari degli altri
eventualmente ancora in piedi – appassirà e morirà, come un rampicante con le radici
mozzate.
Strano. Sorride ancora. Come se qualcosa, in questo scenario da fine del mondo, lo
stimolasse.
— E allora che facciamo? — chiedo.
— L’unica cosa che possiamo fare, sergente. Diamo battaglia. — Il modo in cui lo
dice: senza incertezza, senza paura, senza scoramento. «Diamo battaglia.» È per
questo che è il comandante. Torreggia su di me sorridente, sicuro, con tratti cesellati
da statua antica, nobile, saggio, forte. È la roccia contro cui le ondate aliene si
infrangono, e non cede. «Siamo l’umanità» dice lo striscione fuori. Sbagliato. Ne siamo
solo pallidi riflessi, ombre scialbe, echi distanti. L’umanità è lui: ne è il cuore pulsante,
imbattuto e invincibile. Se in quel momento mi avesse chiesto di piantarmi un proiettile
in testa per la causa, l’avrei fatto. L’avrei fatto senza pensarci due volte.
— Il che ci riporta al tuo incarico — riprende pacato. — I nostri voli di ricognizione
hanno individuato nutrite sacche di guerriglieri infestati raccolte a Dayton e dintorni.
Lasceremo in entrambi i punti una squadra, che per quattro ore rimarrà da sola. Le
probabilità di uscire vivi dalla missione si aggirano sul venticinque per cento.
Mi schiarisco la gola. — E due squadre restano qui.
Annuisce. Mi trafigge con gli occhi azzurri: mi trafigge fino al midollo. — A te la
scelta.
Di nuovo quel leggero sorriso velato. Sa cosa sto per dire. Lo sapeva prima ancora
che entrassi da quella porta. Può anche darsi che glielo abbia detto il mio profilo di
Mnemolandia, ma non ne sono tanto sicuro. Mi conosce.
Mi alzo dalla sedia mettendomi sull’attenti.
E gli dico quello che già sa.
– 52 –

Alle nove in punto l’intero battaglione si aduna in cortile: un mare di tute blu
capeggiato dalle quattro squadre al vertice della classifica con la mimetica nuova e
senza una grinza. Più di mille reclute in formazione perfetta, rivolte a est, verso il
palco degli oratori montato il giorno prima. Le bandiere garriscono al vento gelido, ma
noi non sentiamo freddo. Al nostro interno arde un fuoco più caldo di quello che ha
trasformato in cenere Tank. Gli alti ufficiali del Comando Centrale avanzano lungo la
prima fila – quella dei vincitori – stringendoci la mano e congratulandosi con noi per
l’ottimo lavoro svolto. Seguono i sergenti istruttori, che spendono qualche parola per
ciascuno. Ho fantasticato a lungo su cosa avrei detto a Reznik in quel momento.
“Grazie per aver reso la mia vita un inferno… Oh, crepa. Crepa, figlio di puttana…”
Oppure la mia variante preferita, bella concisa e dritta al punto: “Fanculo.” Ma quando
mi fa il saluto e mi tende la mano, per poco non sbarello. Ho voglia al tempo stesso di
mollargli un pugno in faccia e di buttargli le braccia al collo.
— Complimenti, Ben — dice, il che mi scombussola del tutto. Non avevo idea che
sapesse il mio nome. Mi strizza l’occhio e passa oltre.
Due ufficiali che non ho mai visto tengono un breve discorso. Poi viene presentato il
comandante supremo e il battaglione si scatena, sventolando i berretti e agitando le
braccia in alto. L’ovazione rimbalza contro gli edifici che delimitano il cortile e l’eco
duplica il volume delle nostre grida facendoci sembrare il doppio. Il comandante Vosch
si porta la mano alla fronte con deliberata lentezza, ed è come se avesse premuto un
interruttore: il frastuono cessa all’istante mentre ricambiamo il suo saluto. Tutt’intorno
serpeggia una commozione soffocata. È un momento toccante. Dopo le sofferenze
passate prima dell’arrivo al campo e quelle subite qui, dopo tanto sangue e tanta morte
e tanti roghi, dopo il confronto con l’orribile immagine del passato rimandata da
Mnemolandia e con l’ancora più orribile verità sul futuro nella stanza delle esecuzioni,
dopo mesi di un brutale addestramento che ha portato alcuni di noi al punto di non
ritorno, siamo alla fine. Siamo sopravvissuti alla morte della nostra infanzia. Ora siamo
soldati, forse gli ultimi che mai scenderanno in battaglia, la sola ed estrema speranza
della Terra, uniti in un solo corpo dalla voglia di vendetta.
Non sento una parola del discorso di Vosch. Guardo il sole che, incorniciato dalle
ciminiere gemelle della centrale elettrica, sorge alle sue spalle riflettendosi
sull’astronave in orbita, l’unica imperfezione in un cielo altrimenti perfetto. Così
piccola, così insignificante. Ho l’impressione che, allungando la mano, potrei strapparla
da lì e buttarla in terra e schiacciarla sotto il tacco fino a ridurla in polvere. Il fuoco
che mi arde nel petto diventa bianco e mi si diffonde in tutto il corpo. Mi scioglie le
ossa, mi incenerisce la pelle: sono il sole diventato supernova.
Mi sbagliavo a pensare che Ben Parish fosse scomparso il giorno in cui ho lasciato il
reparto convalescenti. Mi sono portato dentro il suo fetido cadavere per tutto
l’addestramento. Quello che restava di lui viene bruciato adesso, mentre fisso la figura
solitaria che ha acceso il fuoco. L’uomo che mi ha mostrato il vero campo di battaglia.
Che mi ha svuotato perché potessi riempirmi. Che mi ha ucciso perché potessi
rivivere. E, lo giuro, lui risponde al mio sguardo con quei gelidi occhi azzurri capaci di
scrutare nel profondo dell’anima, e so – so – cosa sta pensando.
“Uniti in un corpo solo, io e te. Fratelli nell’odio, fratelli nella scaltrezza, fratelli nella
voglia di vendetta.”
VII
Il coraggio di uccidere
– 53 –

«Sei stata tu a salvare me.»


È notte. Abbandonata tra le sue braccia con quelle parole in testa, penso: “Idiota,
idiota, idiota. Non puoi farlo. Non puoi, non puoi, non puoi.”
Regola numero uno: non fidarti di nessuno. Il che porta alla regola numero due:
l’unico modo per restare vivi il più a lungo possibile è restare soli il più a lungo
possibile.
Le ho infrante entrambe.
Oh, sono così furbi. Più sopravvivere diventa difficile, più cresce la voglia di allearsi.
E più cresce la voglia di allearsi, più sopravvivere diventa difficile.
Il punto è che io ho avuto la mia occasione da sola, e non me la sono cavata molto
bene. Anzi, ho fatto pena. Sarei morta se Evan non mi avesse trovata.
Il suo corpo mi aderisce alla schiena, il suo braccio mi cinge protettivo la vita, il suo
fiato mi solletica piacevolmente il collo. La stanza è freddissima: sarebbe bello infilarsi
sotto le coperte, ma non voglio spostarmi. Non voglio che lui si sposti. Gli passo le dita
sull’avambraccio nudo ripensando al calore delle sue labbra, alla setosità dei suoi
capelli. Il ragazzo che non dorme mai sta finalmente dormendo. Sta riposando sulla
spiaggia di Cassiopea, un’isola in mezzo a un mare di sangue. «Tu hai la tua promessa
a Sammy e io ho te.»
Non posso fidarmi di lui. Devo fidarmi di lui.
Non posso rimanere con lui. Non posso lasciarlo.
Non ci si può più fidare della fortuna. Me l’hanno insegnato gli Altri.
Ma ci si può ancora fidare dell’amore?
Non che io lo ami. Non so neppure cosa si provi ad amare. So solo come mi faceva
sentire Ben Parish, una cosa che le parole non possono esprimere, se non altro quelle
che conosco io.
Evan si muove. — È tardi — mormora. — Faresti meglio a dormire un po’.
“Come fa a sapere che sono sveglia?” — E tu?
Si rotola giù dal letto e va alla porta con passo leggero. Mi tiro su con il cuore a
mille, non so esattamente perché. — Dove stai andando?
— A dare un’occhiata in giro. Non ci metterò molto.
Quando esce, mi spoglio e mi infilo come pigiama una delle sue camicie a
quadrettoni da boscaiolo. A Val piaceva la biancheria con i volant. Non è il mio stile.
Torno a letto e mi tiro le coperte fin sotto il mento. Cavolo se fa freddo. Ascolto il
silenzio. Della casa vuota, cioè. Fuori la natura è scatenata. Da lontano arrivano i latrati
dei cani. Gli ululati dei lupi. I versi dei gufi. È inverno, la stagione in cui la natura
sussurra. All’arrivo della primavera prevedo una sinfonia di animali selvatici.
Aspetto che Evan torni. Passa un’ora. Poi un’altra.
Sento il solito cigolio rivelatore e trattengo il respiro. In genere di notte capisco
quando lui rientra. La porta della cucina che sbatte. I colpi pesanti degli scarponi sulle
scale. Stavolta non ho sentito che il cigolio sull’altro lato della porta.
Mi allungo a prendere la Luger dal comodino. Me la tengo sempre accanto.
“Evan è morto” è il mio primo pensiero. “Non c’è lui: c’è un Silenziatore.”
Scendo piano dal letto e vado alla porta in punta di piedi. Appoggio l’orecchio al
legno. Chiudo gli occhi per concentrarmi. Impugno la pistola con due mani, come si
deve e come mi ha insegnato Evan. Ripasso mentalmente ogni mossa, come mi ha
insegnato lui.
“Mano sinistra sul pomello. Gira, tira, due passi indietro, pistola su. Gira, tira, due
passi indietro, pistola su…”
Un altro cigolio.
Okay, basta così.
Spalanco la porta, faccio un solo passo indietro – tanto valeva non ripassare – e
sollevo la Luger. Evan si ritrae con un balzo e va a sbattere contro il muro, alzando
istintivamente le braccia nel vedersi scintillare sotto il naso la bocca della pistola.
— Ehi! — grida. Occhi sbarrati, mani in alto: sembra abbia subito un tentativo di
rapina.
— Che cavolo stai facendo? — Fremo di rabbia.
— Stavo venendo a… a controllare se era tutto a posto. Potresti per favore mettere
giù quella pistola?
— Sai che potevo benissimo non aprire — ringhio abbassando l’arma. — Potevo
sparare con la porta chiusa.
— La prossima volta busso di sicuro. — Mi rivolge il suo inimitabile sorriso
sghembo.
— Stabiliamo un codice per quando ti viene voglia di strisciare lungo i muri. Un colpo
significa che vuoi entrare. Due, che sei solo passato a spiarmi mentre dormo. — I suoi
occhi si spostano dal mio viso alla mia camicia (che guarda caso è sua) fino alle mie
gambe nude, soffermandosi su queste ultime un secondo di troppo prima di risalire. Il
suo sguardo è caldo. Le mie gambe, fredde.
Poi bussa una volta sullo stipite. Ma è solo grazie al sorriso che ottiene il permesso
di entrare.
Ci sediamo sul letto. Cerco di ignorare il fatto che indosso la sua camicia e che
quella camicia sa di lui e che lui è a trenta centimetri da me e che anche lui sa di lui e
che io ho i crampi alla bocca dello stomaco tanto che mi sembra di aver inghiottito un
pezzo di carbone ardente.
Voglio che mi tocchi di nuovo. Voglio sentirmi addosso le sue mani morbide come
nuvole. Purtroppo, però, c’è il rischio che in quel caso tutti i sette miliardi di miliardi di
miliardi di atomi che compongono il mio corpo saltino in aria e si sparpaglino per
l’universo.
— È vivo? — sussurra. Riecco quello sguardo triste e disperato. Che è successo là
fuori? Perché sta pensando a Sammy?
Scrollo le spalle. Come faccio a saperlo?
— Io sapevo che Lauren era viva. O meglio, ho saputo subito che non lo era più. —
Tormenta la trapunta passando le dita sulle cuciture, seguendo i contorni delle toppe
come se ricalcasse il tracciato su una mappa del tesoro. — L’ho sentito. Eravamo solo
io e Val all’epoca. Val stava malissimo, ed era chiaro che non le restava molto.
Conoscevo i tempi, quasi ora per ora: c’ero già passato sei volte.
Gli serve un attimo prima di andare avanti. Qualcosa l’ha spaventato di brutto. Non
riesce a tenere gli occhi fermi. Vaga con lo sguardo per la stanza, come se stesse
cercando un oggetto in grado di distrarlo o magari, al contrario, di ancorarlo al
momento. Al momento con me. Non al momento che lo ossessiona.
— Un giorno — riprende — ero fuori a stendere le lenzuola e all’improvviso ho avuto
una strana sensazione. Come se mi avessero dato un colpo nel petto. Nel senso che è
stata proprio una cosa fisica, non mentale, non una vocina in testa che mi diceva che…
che Lauren se n’era andata. Ho davvero avuto l’impressione che mi avessero sferrato
un pugno. E ho capito. Perciò ho mollato le lenzuola e mi sono precipitato a casa sua…
Scuote la testa. Gli tocco il ginocchio, poi mi affretto a tirare via la mano. Basta un
contatto e diventa tutto troppo semplice.
— Come l’ha fatto? — chiedo. Non voglio costringerlo a riandare a qualcosa a cui
non è pronto. Finora, dal punto di vista emotivo è stato un iceberg, nascosto per due
terzi sotto la superficie, più incline ad ascoltare che a parlare, a chiedere più che a
rispondere.
— Si è impiccata — dice. — L’ho tirata giù. — Distoglie lo sguardo. Qui con me, lì
con lei. — E poi l’ho seppellita.
Non so cosa dire. Perciò non dico niente. È troppa la gente che parla quando in realtà
non ha niente da dire.
— È così che va, penso — continua dopo un istante. — Quando ami qualcuno. Gli
succede qualcosa e tu senti un colpo al cuore. Non come un colpo al cuore: un vero
colpo al cuore. — Scrolla le spalle e ride piano tra sé e sé. — O almeno è così che è
andata nel mio caso.
— E secondo te, visto che io non ho sentito niente, Sammy è ancora vivo?
— Lo so, è stupido. — Si stringe nelle spalle e ride imbarazzato. — Scusa se ho
tirato fuori questa storia.
— La amavi parecchio, vero?
— Siamo cresciuti insieme. — A quel ricordo gli luccicano gli occhi. — O lei era da
me o io ero da lei. Poi siamo diventati più grandi, e comunque o lei era da me o io ero
da lei. Perlomeno quando riuscivo a svignarmela. Teoricamente dovevo aiutare mio
padre alla fattoria.
— È lì che sei andato prima, vero? A casa di Lauren.
Una lacrima gli cade sulla guancia. La asciugo con il pollice, così come lui ha
asciugato le mie la notte in cui gli ho chiesto se credeva in Dio.
Di colpo si sporge e mi bacia. Semplicemente.
— A cosa devo questo bacio, Evan? — Prima parla di Lauren e poi mi bacia. È
strano.
— Non lo so. — China la testa. Quindi c’è un Evan enigmatico, un Evan taciturno, un
Evan passionale e ora anche un Evan bambino timido.
— La prossima volta vedi di avere un buon motivo — lo stuzzico.
— Okay. — Mi bacia di nuovo.
— Il motivo? — chiedo sottovoce.
— Ehm. Sei proprio carina?
— Può andare. Non so se è vero, ma può andare.
Mi prende il viso tra le mani morbide e si avvicina per darmi un terzo, lungo bacio,
che riaccende il grumo rovente nella mia pancia e mi fa drizzare e fremere felici i peli
sulla nuca.
— È vero — sussurra mentre le nostre labbra si sfiorano.
Ci addormentiamo nella stessa posizione a cucchiaio in cui eravamo poche ore
prima, il palmo della sua mano premuto alla base del mio collo. Nel bel mezzo della
notte mi sveglio e per un secondo sono di nuovo nel bosco dentro il sacco a pelo, sola
con me stessa, l’orsacchiotto e l’M16, più uno sconosciuto che mi si stringe addosso.
“No, è tutto okay, Cassie. È Evan, quello che ti ha salvata, che ti ha rimessa in piedi
e che è pronto a rischiare la vita per aiutarti a mantenere una promessa ridicola. Evan,
l’osservatore che nota tutto e che ha notato te. Evan, il semplice ragazzo di campagna
dalle mani calde, gentili e morbide.”
Ho un sussulto. Chi è che in campagna ha le mani morbide?
Mi stacco la sua mano dal petto. Lui si muove e sospira con il naso contro il mio
collo. Stavolta i peli sulla nuca fremono per tutt’altro. Gli sfioro il palmo con i
polpastrelli. Morbido come il culetto di un neonato.
“Okay, niente panico. Sono mesi che non lavora in campagna. E sai che pellicine
curate ha… Ma davvero calli vecchi di anni possono sparire nel giro di qualche mese
passato a cacciare nel bosco?”
A cacciare nel bosco…
Chino leggermente la testa per annusargli le dita. Sarà la mia fervida immaginazione,
ma questo non è l’odore acre e metallico della polvere da sparo? Quand’è che ha usato
il fucile l’ultima volta? Stanotte non è andato a caccia, ma sulla tomba di Lauren.
Ormai è l’alba. Perfettamente sveglia tra le sue braccia, avverto il battito del suo
cuore sulla schiena mentre il mio gli martella contro la mano.
«Allora mi sa che come cacciatore fai schifo. Torni praticamente sempre a mani
vuote.»
«Per la verità sono molto bravo.»
«Quindi ti manca giusto il coraggio di uccidere?»
«Se devo fare una cosa, il coraggio di farla ce l’ho.»
E cosa devi fare, Evan Walker?
– 54 –

Il giorno dopo è un’agonia.


So di non poterlo affrontare di petto. Troppo rischioso. Cosa succederebbe se la
peggiore delle ipotesi fosse vera? Se non esistesse nessun Evan Walker ragazzo di
campagna, ma solo un Evan Walker traditore del genere umano o, cosa impensabile
(parola che, da sola, ben si presta a riassumere l’invasione aliena), un Evan Walker
Silenziatore? Mi dico che quest’ultima è un’ipotesi ridicola. Un Silenziatore non mi
avrebbe rimessa in piedi né, tanto meno, mi darebbe un soprannome tanto dolce e mi
coccolerebbe al buio. Un Silenziatore si limiterebbe a… be’, ridurmi al silenzio.
Se faccio il passo irreversibile di affrontarlo, in pratica è finita. Se non è chi dice di
essere, non gli lascerò scelta. A prescindere dalle motivazioni che poteva avere per non
uccidermi, credo che cambierebbe idea all’istante rendendosi conto che so la verità.
“Piano. Ragiona. Non partire a razzo come sempre, Sullivan. Non sarà il tuo stile, ma
per una volta nella vita devi avere metodo.” Perciò fingo che non ci sia alcun problema.
A colazione, però, faccio in modo che la conversazione cada sulla sua vita prima
dell’Arrivo. Di cosa si occupava alla fattoria? Di tutto e di più, risponde. Guidava il
trattore, imballava il fieno, dava da mangiare agli animali, riparava gli attrezzi, fissava
il filo spinato. Gli guardo le mani mentre il mio cervello inventa giustificazioni. Magari
ha sempre portato i guanti, ma non riesco a trovare un modo di chiederglielo che suoni
naturale. “Sai, Evan, per essere uno che è cresciuto in campagna hai delle mani
morbidissime. Devi aver sempre indossato i guanti e, a differenza di molti ragazzi,
aver avuto una vera passione per le creme emollienti, eh?”
Non gli va di parlare del passato: è il futuro a interessargli. Vuole particolari sulla
missione. Secondo lui, bisogna programmare ogni passo tra la fattoria e la Wright-
Patterson e considerare ogni evenienza. E se partiamo senza aspettare la primavera e
si scatena un’altra tormenta? E se troviamo la base abbandonata? Come facciamo in
quel caso a scovare le tracce di Sammy? Quand’è che diciamo basta e ci arrendiamo?
— Io non mi arrenderò mai — rispondo.
Aspetto il calare della notte. Non sono mai stata brava ad aspettare, e lui nota la
mia irrequietezza.
— Pensi di potertela cavare? — È sulla porta della cucina con il fucile che gli penzola
dalla spalla. Mi tiene teneramente il viso tra le mani. E io lo guardo in quei suoi occhi
da cucciolo, Cassie la coraggiosa, Cassie la fiduciosa, Cassie l’efemera. “Certo che me
la caverò. Tu vai pure ad abbattere un po’ di gente, io intanto preparo i popcorn.”
Poi, appena si volta, chiudo la porta. Lo osservo scendere agile dal portico sul retro e
andare spedito verso gli alberi, in direzione ovest, verso la statale dove, come tutti
sanno, la selvaggina – cervi, conigli, Homo sapiens – ha l’abitudine di raccogliersi.
Passo in fretta da una stanza all’altra. Quattro settimane tappata in casa come se
fossi agli arresti domiciliari e non ho mai ficcanasato in giro.
Cosa scopro? Niente. E parecchio.
Album di foto di famiglia. C’è Evan neonato all’ospedale con un berrettino a strisce.
A due anni, alle prese con un tosaerba di plastica. A cinque, in sella a un pony. A dieci,
seduto sul trattore. A dodici, con un’uniforme da baseball…
E c’è il resto della famiglia, Val compresa: la individuo subito, e vedere il viso della
ragazzina che gli è morta tra le braccia e dei cui vestiti mi sono impossessata mi
riporta alla mente tutta questa situazione schifosa, e d’un tratto mi sento l’essere più
vile rimasto sulla Terra. Vedere i parenti di Evan in posa davanti all’albero di Natale,
riuniti intorno a una torta di compleanno o inerpicati su per un sentiero di montagna mi
sbatte in faccia la verità: non esistono più alberi di Natale, torte di compleanno,
vacanze in famiglia, né diecimila altre cose che ho sempre dato per scontate. Ogni
fotografia è un rintocco a morto, uno scatto del timer che segna il tempo mancante
alla fine della normalità.
In qualche foto c’è anche lei. Lauren. Alta. Atletica. Oh, e bionda. Certo, non poteva
essere altrimenti. Sono una coppia bellissima. E in più della metà degli scatti lei non
guarda l’obiettivo: guarda lui. Non nel modo in cui io guarderei Ben Parish, con gli
occhietti adoranti. Guarda Evan grintosa, come a dire: “Questo qui? È mio.”
Ripongo gli album. La mia paranoia sta svanendo. “Okay, ha le mani morbide, e
allora? Le mani morbide sono piacevoli.” Accendo un fuoco scoppiettante per scaldare
la stanza e ricacciare indietro le ombre che mi invadono. “Okay, le sue dita sanno di
polvere da sparo anche se è andato su una tomba, e allora? Ci sono animali selvatici
dappertutto. E di sicuro non era il momento per uscirsene con qualcosa tipo: già, sono
andato sulla sua tomba; a proposito, mentre tornavo ho dovuto sparare a un cane
rabbioso. Da quando ti ha trovata, non ha fatto che accudirti, proteggerti, starti
accanto.”
Ma non importa quanti predicozzi mi faccio, non riesco a calmarmi. C’è qualcosa che
mi sfugge. Qualcosa di importante. Vado avanti e indietro di fronte al caminetto,
rabbrividendo malgrado le fiamme vivaci. È come avere prurito e non potersi grattare.
Ma cosa potrebbe essere? So che non troverò niente che lo inchiodi, nemmeno
rivoltandogli la casa.
“Ma non hai cercato dappertutto, Cassie. Non hai guardato nell’unico posto dove,
secondo lui, non guarderesti mai.”
Zoppicando, vado in cucina. Non mi rimane molto tempo. Afferro un giaccone
dall’appendiabiti accanto alla porta e una torcia dal mobile, mi infilo la Luger nella
cintura ed esco nel freddo pungente. Il cielo è sereno, e il cortile rischiarato dalla luce
delle stelle. Sforzandomi di non pensare all’astronave a poche centinaia di chilometri di
distanza, raggiungo la stalla. Non accendo la torcia finché non sono dentro.
Odore di vecchio letame e di fieno ammuffito. Zampettio di topi sulle assi marce
sopra la mia testa. Passo la luce in giro, nei box vuoti, sul pavimento sporco, nel
deposito del fieno. Non so di preciso cosa sto cercando, ma continuo a cercare. Nei
film dell’orrore la stalla è il posto dove in genere si annidano le cose che non sai che
stai cercando e che ti penti sempre di aver trovato.
Trovo quello che non sto cercando sotto un cumulo di coperte cenciose ammassate
contro la parete in fondo. Un oggetto lungo e scuro che brilla nel cerchio di luce. Non lo
tocco. Scosto di lato tre coperte.
È il mio M16.
So che è il mio. Vedo le mie iniziali sul calcio, C.S., incise un pomeriggio mentre me
ne stavo nascosta nella tenda. C.S. per Completamente Stupida.
L’avevo perso nello spartitraffico quando il Silenziatore mi aveva colpita dal bosco.
In preda al panico l’avevo lasciato dov’era. Poi mi ero detta che non potevo tornare a
prenderlo. E ora eccolo qui, nella stalla di Evan Walker. Il mio migliore amico mi ha
ritrovata.
«Sai, Cassie, come si fa a distinguere i nemici in guerra?»
Indietreggio. Indietreggio per sfuggire al messaggio che mi manda. Indietreggio fino
alla porta tenendo la luce puntata sulla sua lucida canna nera.
Poi mi volto e vado a sbattere contro il petto di pietra di Evan.
– 55 –

— Cassie? — dice afferrandomi per le braccia per evitarmi di finire in terra. — Che ci
fai qui? — Lancia un’occhiata alle mie spalle.
— Mi era sembrato di sentire un rumore. — Che scema! Ora magari gli gira di
indagare. Ma è la prima cosa che mi è venuta in mente. La tendenza a rispondere di
getto è un vizio su cui dovrei proprio lavorare, sempre che vada oltre i prossimi cinque
minuti. Il cuore mi batte così forte che mi sento fischiare le orecchie.
— Ti era sembrato? Cassie, non dovresti uscire di notte.
Annuisco e mi sforzo di guardarlo negli occhi. Come ormai so, Evan Walker è uno
che nota tutto. — Sì, infatti è stata una stupidaggine. Ma eri via da un pezzo.
— Stavo seguendo un cervo. — Davanti a me c’è una grossa sagoma a forma di
Evan, una sagoma con un fucile a lunga gittata e un milione di soli per sfondo.
“Come no.” — Rientriamo, ti va? Sto morendo di freddo.
Non si muove. Sta scrutando l’interno della stalla.
— Ho già controllato — dico, cercando di mantenere la voce calma. — Topi.
— Topi?
— Già. Topi.
— Hai sentito dei topi? Nella stalla? Da dentro casa?
— No. Come avrei fatto a sentire dei topi da là? — In questo istante l’ideale sarebbe
un’espressione esasperata con tanto di occhi al cielo. Non la risatina nervosa che
invece mi sfugge. — Ero uscita sul portico a prendere un po’ d’aria.
— E li hai sentiti dal portico?
— Erano dei topi enormi. — “Trovato!” Sfodero quello che spero passi per un sorriso
civettuolo, poi prendo Evan a braccetto e lo tiro via. È come cercare di spostare un
palo di cemento. Se entra nella stalla e vede il fucile che spunta, è finita. Perché non
l’ho coperto?
— Non è successo niente. Mi sono spaventata, tutto qui.
— Okay. — Chiude la porta e, mentre ci riavviamo a casa, mi mette un braccio sulle
spalle con fare protettivo. Mi lascia solo quando arriviamo all’ingresso.
“Ora, Cassie. Un passo svelto a destra, Luger fuori dalla cintola, impugnatura a due
mani, ginocchia piegate e ricordati che il grilletto va premuto e non tirato indietro.
Ora.” Entriamo nel tepore della cucina. Occasione persa.
— Mi pare di capire che quindi cervi non ne hai presi.
— No. — Appoggia il fucile al muro e si scrolla di dosso il giaccone. Ha le guance
rosse per il freddo.
— Non è che hai sparato a qualcos’altro? — dico. — Magari ho sentito quello.
Fa cenno di no con il capo. — Non ho sparato a niente. — Si soffia sulle palme. Lo
seguo in sala, dove si china davanti al caminetto per scaldarsi le mani. Sono alle spalle
del divano, pressappoco a un metro da lui.
È la mia seconda chance di farlo secco. Vicino com’è, centrarlo non sarebbe un
problema. O, perlomeno, non lo sarebbe se la sua testa somigliasse a una lattina di
mais vuota, l’unico bersaglio a cui sono abituata. Estraggo la pistola dalla cintura.
Trovare il mio fucile nella stalla non mi ha lasciato molte alternative. È come essere di
nuovo sotto quella macchina: nascondersi o affrontare. Non prendendo iniziative,
fingendo che va tutto bene, non risolverei niente. Sparandogli alla nuca invece sì – lo
ucciderei – ma dopo il soldato con il crocifisso mi sono ripromessa di non uccidere più
innocenti. Meglio mostrare cosa ho in mano ora che in mano ho una pistola.
— Devo dirti una cosa — esordisco. Mi trema la voce. — La storia dei topi è una
bugia.
— Hai visto il fucile. — Non è una domanda.
Si volta. Con la schiena al fuoco, ha il viso in ombra: non riesco a decifrare la sua
espressione, ma il tono è rilassato. — L’ho trovato sulla statale un paio di giorni fa. Mi
avevi detto che ti era caduto mentre scappavi e, quando ho visto le iniziali, ho
immaginato che fosse il tuo.
Per un attimo resto in silenzio. La sua spiegazione ha perfettamente senso. Solo che
non mi aspettavo andasse dritto al punto in questo modo. — Perché non me ne hai
parlato? — chiedo alla fine.
Scrolla le spalle. — Volevo. Dev’essermi passato di mente. Che stai facendo con
quella pistola, Cassie?
“Oh, niente di che, pensavo solo di ficcarti una pallottola in testa. Ti avevo preso per
un Silenziatore, un traditore del genere umano o giù di lì. Ah-ah!”
Seguo il suo sguardo che si abbassa sull’arma e d’un tratto ho voglia di piangere.
— Dobbiamo fidarci l’uno dell’altra — sussurro. — Vero?
— Sì — risponde avvicinandosi. — Vero.
— Ma come… come può uno imporselo? — dico. Ormai ce l’ho davanti. Non si
protende verso l’arma. Si protende verso me con lo sguardo. E io voglio essere
afferrata prima di cadere e allontanarmi dall’Evan che credevo di conoscere, quello che
mi ha salvata per salvare se stesso. È tutto quello che ho. È il mio unico appiglio, il
cespuglietto striminzito che sporge dalla parete del dirupo. “Aiutami, Evan. Non lasciare
che io cada. Non lasciare che io perda ciò che mi rende umana.”
— Non può. Ma può concederselo. Può consentire a se stesso di fidarsi.
Annuisco guardandolo negli occhi. Così caldi. Così tristi e teneri. Uffa, perché deve
essere così bello? E perché io devo esserne così tremendamente consapevole? In cosa
la mia scelta di fidarmi di lui sarebbe diversa dalla scelta di Sammy di dare la mano al
soldato prima di salire su quello scuolabus? La stranezza è che i suoi occhi mi
ricordano proprio quelli di Sammy: ansiosi di sapere se le cose si sistemeranno. Gli
Altri hanno già risposto con un no inequivocabile. Che razza di persona sarei se
rispondessi a Evan nello stesso modo? — Io voglio farlo. Tantissimo.
Non so com’è successo, ma ora ha lui la pistola. Mi prende e mi porta al divano. La
posa in cima a Disperato desiderio d’amore, mi si siede vicino e si appoggia i gomiti
sulle ginocchia. Si strofina le mani come se fossero ancora fredde. Non lo sono: ne ho
appena stretta una.
— Non voglio andarmene di qui — confessa. — Non ho mai voluto, per diverse
ragioni che sembravano ottime, almeno finché non ho trovato te. — Batte piano le
palme l’una contro l’altra, frustrato: il discorso non gli sta uscendo bene. — So che non
hai chiesto tu di essere il motivo che mi spingesse ad andare avanti con… con tutto.
Ma dal momento in cui ti ho trovata… — Si volta e mi prende le mani, e di colpo ho un
po’ paura. Stringe forte e ha le lacrime agli occhi. È come se fossi io a tenerlo per
impedirgli di cadere in un dirupo.
— Non avevo capito niente — dice. — Prima di trovarti, credevo che l’unico modo di
tirare avanti fosse avere qualcosa per cui vivere. Mi sbagliavo. Per tirare avanti,
bisogna avere qualcosa per cui essere pronti a morire.
VIII
Voglia di vendetta
– 56 –

Il mondo sta gridando.


È solo il vento gelido che entra dal portellone aperto del Black Hawk, ma l’effetto è
quello. All’apice dell’epidemia, quando alla tendopoli morivano centinaia di persone al
giorno, ogni tanto capitava che nel panico generale venisse per sbaglio gettato nel
fuoco qualcuno semplicemente privo di conoscenza: mentre bruciava vivo, non sentivi
solo grida laceranti, ma anche un colpo al cuore.
Ci sono cose impossibili da lasciarsi alle spalle. Non appartengono al passato.
Appartengono a te.
Il mondo sta gridando. Il mondo sta bruciando vivo.
Dai finestrini dell’elicottero si vedono i fuochi che punteggiano il paesaggio scuro,
chiazze ambra su sfondo inchiostro, che si moltiplicano nei dintorni della città. Non
sono pire funerarie. Ad accenderli sono stati i fulmini dei temporali estivi e ad
alimentarli i venti autunnali, che hanno portato i tizzoni ardenti là dove il cibo
abbondava, dove la dispensa era piena. Il mondo brucerà per anni. Brucerà finché non
avrò l’età di mio padre, se mai ci arriverò.
Voliamo ad appena tre metri dalle cime degli alberi, con i rotori silenziati da
dispositivi antirilevamento, avvicinandoci al centro di Dayton da nord. Nevica
leggermente: i fiocchi scintillano in aloni dorati intorno alle fiamme, diffondendo una
luce che illumina il nulla.
Mi giro e vedo Ringer che mi fissa dal lato opposto. Tira su due dita. Annuisco. Due
minuti alla discesa. Mi calo la fascia per posizionare la lente del visore sull’occhio
sinistro e regolo la chiusura.
Ringer mi indica Teacup, nel sedile accanto al mio. Il visore continua a scivolarle
giù. Glielo stringo: lei alza il pollice e io mi sento salire un sapore amaro in bocca.
Sette anni. Santo cielo. Mi sporgo in avanti e le urlo all’orecchio: — Stammi vicino,
intesi?
Teacup sorride, fa no con la testa e indica Ringer. “Sto con lei!” Rido. È proprio
sveglia. Sorvolando il fiume, il Black Hawk passa a un metro dall’acqua. Ringer
controlla il fucile per la millesima volta. Flintstone, accanto a lei, batte il piede nervoso
con lo sguardo assente fisso in avanti.
Dumbo passa in rassegna il kit medico e Oompa abbassa la testa nel tentativo di
impedirci di vedere che si sta ficcando in bocca un’ultima barretta al cioccolato.
Poundcake, infine, sta a capo chino con le mani congiunte in grembo. Reznik gli ha
dato il nome di una torta dicendo che era dolce e tenero. A me non sembra spicchi né
per l’una né per l’altra cosa, specialmente al poligono di tiro. Fra tutti la più brava a
sparare è Ringer, ma ho visto Poundcake colpire sei bersagli in sei secondi.
“Già, Zombi. Bersagli. Sagome umane di compensato. Quando si tratterà di fare sul
serio, come sarà la sua mira? E quella di tutti noi?”
Incredibile. Siamo l’avanguardia. Sette ragazzini che solo sei mesi fa erano… be’,
solo ragazzini; mandati a contrattaccare un’offensiva che ha mietuto sette miliardi di
vittime.
Ringer mi fissa di nuovo. Mentre cominciamo la discesa finale, si slaccia la cintura
di sicurezza e viene da me. Mi posa le mani sulle spalle e mi grida in faccia: —
Ricordati il cerchio! Non moriremo!
In un attimo siamo nella zona prestabilita. L’elicottero non atterra: rimane sospeso
a pochi centimetri dal suolo ghiacciato mentre la squadra salta giù. Fermo accanto al
portellone aperto, mi giro e vedo Teacup che lotta con la cintura. Poi si libera e balza
fuori prima di me. Scendo per ultimo. Dalla cabina il pilota si volta e alza il pollice.
Ricambio il segnale.
Il Black Hawk riprende velocemente quota virando stretto a nord nel cielo notturno:
di lì a poco la sua fusoliera nera si fonde con le nuvole scure fino a venirne inghiottito
e scomparire. Nel piccolo parco accanto al fiume l’aria è stata ripulita dalle pale.
Quando l’elicottero si allontana, però, la neve ritorna vorticando furiosa. Dopo le grida
del vento, questo improvviso silenzio è assordante. Davanti a noi si profila una
gigantesca forma umana: la statua di un veterano della guerra di Corea. Alla sua
sinistra c’è il ponte. Sull’altra sponda, a dieci isolati in direzione sud-ovest, si trova il
vecchio tribunale in cui, stando al profilo di Mnemolandia di uno degli infestati catturati
nell’operazione Pecorella Smarrita, è stato ammassato un piccolo arsenale di armi
automatiche e lanciagranate, nonché di missili FIM-92 Stinger. È per questi ultimi che
siamo qui. Il nostro potenziale aereo è stato devastato dagli attacchi: dobbiamo
assolutamente proteggere le poche risorse che ci sono rimaste.
La missione è duplice: distruggere o fare nostri gli armamenti del nemico ed
eliminare le truppe infestate.
Eliminare senza tanti complimenti.
Ringer, che ha la vista migliore, è in testa. La seguiamo sul ponte oltrepassando la
statua dal volto severo: Flintstone, Dumbo, Oompa, Poundcake e Teacup, con me alla
retroguardia. Facciamo lo slalom tra le auto in panne che sembrano spuntare da una
tenda bianca coperte da uno strato di detriti frutto di tre stagioni. Alcune hanno i
finestrini rotti, sono guarnite di graffiti e non presentano più traccia di oggetti di
valore, ma ormai cos’è che ha valore? Teacup che cammina veloce davanti a me su
piedi da bambina: lei ha valore. È questo il grande insegnamento che mi sono portato a
casa grazie all’Arrivo. Ammazzandoci, ci hanno mostrato l’idiozia dei beni materiali. Il
proprietario di questa BMW? È nello stesso posto della donna che possedeva quella Kia.
Ci fermiamo a un pelo da Patterson Boulevard, all’estremità sud del ponte. Ci
accovacciamo accanto al muso sfasciato di un SUV e scrutiamo la strada. La neve
riduce la visibilità a circa mezzo isolato. Potrebbe volerci parecchio. Guardo l’orologio.
Quattro ore al recupero nel parco dove siamo atterrati. Un’autocisterna bloccata in
mezzo all’incrocio una ventina di metri più avanti ci copre la visuale sulla sinistra. Non
riesco a vederlo, ma dal briefing pre-missione so che su quel lato della strada c’è un
edificio a quattro piani, il punto ideale in cui stare di guardia volendo sorvegliare il
ponte. Faccio cenno a Ringer di tenersi sulla destra mentre lasciamo la nostra
postazione schermati dall’autocisterna. Arrivata al paraurti anteriore, Ringer inchioda e
si getta a terra. La squadra segue il suo esempio e io, trascinandomi sulla pancia, la
raggiungo.
— Cosa vedi? — sussurro.
— Tre persone, ore due.
Scruto attraverso il visore in direzione dell’edificio sull’altro lato della strada.
Malgrado la cortina della neve, scorgo tre macchie di luce verde che ballonzolano sul
marciapiede, diventando sempre più grandi a mano a mano che si avvicinano
all’incrocio. Il mio primo pensiero è: “Cacchio, queste lenti funzionano sul serio.” Il
secondo: “Cacchio, degli infestati, e vengono da questa parte.”
— Una ronda? — chiedo a Ringer.
Lei scrolla le spalle. — Probabilmente hanno avvistato l’elicottero e vogliono dare
un’occhiata. — È distesa sul ventre e li tiene sotto tiro in attesa che io dia l’ordine di
sparare. Le macchie verdi si allargano: le tre figure sono arrivate all’angolo opposto.
Riesco a malapena a distinguerne i corpi sotto i segnalatori verdi in cima alle spalle. È
un effetto strano, inquietante: sembra che la testa sia avviluppata da un vortice di
fuoco verde iridescente.
“Non ancora. Se cominciano ad attraversare, dai l’ordine.” Ringer fa un respiro
profondo, trattiene l’aria e aspetta il mio okay pazientemente, come se potesse restare
così migliaia di anni. La neve le si posa sulle spalle e le si aggrappa ai capelli scuri. Ha
la punta del naso rosso. Il momento si protrae. E se fossero più di tre? Se segnaliamo
la nostra presenza, rischiamo di attirarcene addosso cento da dieci nascondigli diversi.
Attaccare o aspettare? Mi mordo il labbro riflettendo sulle alternative.
— Sono a tiro — dice lei, fraintendendo la mia esitazione.
Le macchie di luce verde indugiano sul lato opposto della strada. Non capisco
nemmeno se sono girate verso di noi, ma di sicuro non sanno che siamo qui. In quel
caso, infatti, ci caricherebbero, aprirebbero il fuoco, correrebbero al riparo, farebbero
qualcosa. Abbiamo dalla nostra l’elemento sorpresa. E Ringer. Se anche mancasse il
primo colpo, quelli successivi non andrebbero a vuoto. È davvero una decisione
semplice. Cos’è allora che mi trattiene dal prenderla?
Ringer deve chiedersi la stessa cosa, perché mi lancia un’occhiata e sussurra: —
Zombi? Comandi?
Ci sono gli ordini: eliminare le truppe infestate. C’è il mio istinto viscerale: “Non
correre. Non forzare la situazione. Guarda come va.” E poi ci sono io, schiacciato nel
mezzo.
Un istante prima che le nostre orecchie registrino la detonazione di un fucile a lunga
gittata, il manto stradale a mezzo metro da noi si disintegra in una nuvola di neve
sporca e asfalto polverizzato. Il che risolve rapidamente il dilemma. Le parole mi
escono di bocca come se mi fossero state strappate fuori dai polmoni dal vento gelido:
— Stendili.
Il proiettile di Ringer finisce dritto in una delle ballonzolanti luci verdi, che si spegne.
Un’altra luce parte a razzo verso destra. Ringer gira la canna: sono in mezzo. Mentre
mi abbasso, spara di nuovo, e anche la seconda luce si spegne. La terza si
rimpicciolisce via via che si allontana di corsa tornando da dove era venuta.
Balzo in piedi. Non posso lasciare che scappi a dare l’allarme. Ringer mi afferra per
il polso e, con un violento strattone, mi tira di nuovo giù.
— Porco cane, Ringer, che stai…?
— È una trappola. — Indica la cicatrice di venti centimetri sull’asfalto. — Non hai
sentito? Non veniva da loro. Veniva da là. — Fa un rapido cenno con la testa verso
l’edificio sul lato opposto della strada. — Da sinistra. E a giudicare dall’angolazione,
dall’alto, forse dal tetto.
Non ci posso credere. Un quarto infestato sul tetto? Come faceva a sapere che
eravamo qui, e perché non ha avvertito gli altri? Siamo nascosti dall’autocisterna,
quindi deve averci visti sul ponte. Ci ha visti là e per sparare ha aspettato che fossimo
al riparo e impossibili da colpire. Non ha senso. E Ringer, come se mi avesse letto nel
pensiero: — Dev’essere questo che intendevano con “nebbia di guerra”.
Le cose si stanno complicando troppo in fretta. — Come avrà fatto a vederci
attraversare? — chiedo.
Scuote la testa. — Visore a infrarossi, probabilmente.
— Allora siamo spacciati. — Inchiodati accanto a diverse migliaia di litri di benzina.
— Farà esplodere l’autocisterna.
Ringer scrolla le spalle. — Non con un proiettile. Succede solo nei film. — Mi guarda.
Aspetta una decisione.
E altrettanto il resto della squadra. Lancio un’occhiata indietro. Mi fissano tutti a
occhi sbarrati nel buio nevoso. Teacup sta o morendo di freddo o tremando
terrorizzata. Flintstone ha un’espressione torva ed è l’unico a pronunciarsi mettendomi
al corrente del parere generale: — Siamo in trappola. Annulliamo la missione, vero?
È una tentazione, ma anche un suicidio. Se il cecchino sul tetto non ci fa fuori
mentre battiamo in ritirata, ci penseranno i rinforzi in arrivo. Ritirarsi non è una
soluzione. Avanzare non è una soluzione. Rimanere fermi non è una soluzione. Non ci
sono soluzioni. “Scappare = morire. Restare = morire.”
— A proposito di visori a infrarossi — sibila Ringer — ci avrebbero potuto pensare
prima di mollarci qui per una missione notturna. Dobbiamo andare alla cieca.
La guardo per un attimo. “Completamente alla cieca. Che Dio ti benedica, Ringer.”
Ordino alla squadra di serrare i ranghi intorno a me e dico sottovoce: — Al prossimo
isolato, sulla destra, attaccato al retro del palazzo con gli uffici, c’è un grosso garage.
— O almeno ci dovrebbe essere, stando alla cartina. — Salite al secondo piano. Andate
a coppie: Flintstone con Ringer, Poundcake con Oompa, Dumbo con Teacup.
— E tu? — chiede Ringer. — Con chi vai?
— Io vado da solo — rispondo. — Sono uno zombi con tutti gli attributi.
Ecco il sorriso. Adesso arriva. Niente.
– 57 –

Indico l’argine che digrada verso l’acqua. — Scendete e prendete quel percorso pedonale
— dico a Ringer. — E non mi aspettate. — Lei scuote la testa, accigliata. Mi sporgo in
avanti tenendo l’espressione il più possibile seria. — Pensavo di avercela fatta con la
battuta sullo zombi. Un giorno o l’altro te lo strapperò sì un sorriso, soldato.
— Non credo proprio — ribatte impassibile.
— Hai qualcosa contro il sorriso?
— È stata la prima cosa a sparire. — Poi la neve e il buio la inghiottono.
Il resto della squadra la segue. Sento Teacup che piagnucola sottovoce mentre
Dumbo la porta via dicendo: — Corri alla svelta quando serve, Cup, okay?
Mi accovaccio accanto al serbatoio dell’autocisterna e afferro il coperchietto di
metallo pregando che questo bestione sia bello pieno o, anzi, mezzo pieno, dato che a
fare il grosso sarà il fumo. Non oso incendiare il carico, ma a innescare l’esplosione
dovrebbero pensarci i pochi litri di diesel che ci sono sotto. Spero.
Il coperchietto è ghiacciato. Lo colpisco con il calcio del fucile e, stringendolo con
entrambe le mani, tiro con tutta la forza che ho. Si apre con uno schiocco secco e
appagante. Ho dieci secondi. Devo contare? No, al diavolo. Strappo la spina di sicurezza,
getto la bomba a mano nell’imboccatura e schizzo giù per la discesa. Alle mie spalle la
neve turbina irregolare. Inciampo in qualcosa e ruzzolo finché non atterro sulla schiena
sbattendo la testa sull’asfalto del percorso pedonale. Vedo la neve vorticarmi davanti
agli occhi e sento l’odore del fiume, poi mi arriva un rumore attutito, e l’autocisterna
prima fa un balzo di mezzo metro e poi sputa una meravigliosa palla di fuoco che si
riflette sui fiocchi di neve, un universo in miniatura di piccoli soli scintillanti, e ora
sono in piedi e risalgo sbuffando il pendio, non vedo la mia squadra da nessuna parte,
ma sento il calore sulla guancia sinistra mentre arrivo al livello dell’autocisterna, che è
ancora tutta intera, il serbatoio intatto. Buttarci dentro la bomba non è bastato a
incendiare il carico. Devo lanciarne un’altra? Continuare a correre? Accecato
dall’esplosione, il cecchino si sarà strappato via il visore a infrarossi. Non resterà
abbagliato a lungo.
Sono sul marciapiede dopo aver passato l’incrocio quando la benzina si infiamma. Lo
spostamento d’aria mi getta in avanti: sorvolo il corpo del primo infestato ucciso da
Ringer e vado a sbattere contro le porte a vetri del palazzo per uffici. Sento il rumore
di qualcosa che si spezza, e mi auguro che venga dalle porte e non da qualche parte
essenziale di me. Tempo zero mi piovono addosso enormi frammenti di metallo dai
contorni irregolari, pezzi della cisterna disintegrata dallo scoppio scagliati alla velocità
di un proiettile a centinaia di metri di distanza in ogni direzione. Mentre mi copro la
testa con le mani e mi raggomitolo su me stesso, sento un grido. Il calore è
incredibile. Mi sembra di essere stato inghiottito dal sole.
Il vetro alle mie spalle va in frantumi: per un proiettile di grosso calibro, non per
l’esplosione. “Mezzo isolato al garage: fila, Zombi.” E corro come un pazzo finché non
vedo Oompa accartocciato sul marciapiede e Poundcake che, in ginocchio al suo fianco,
lo scuote per la spalla con il viso contorto in un urlo muto. È stato Oompa a lanciare il
grido che ho sentito un attimo fa, e mi basta una frazione di secondo per capirne il
motivo: dalla base della schiena gli sporge un pezzo di metallo grande come un frisbee.
Spingo Poundcake verso il garage: — Vai! — e mi isso in spalla il corpicino
grassoccio di Oompa. Stavolta sento eccome la detonazione del fucile: mi arriva un
istante dopo che il tiratore dall’altra parte della strada ha fatto fuoco. Una grossa
scaglia di cemento si stacca dal muro dietro di me.
Il pianterreno del garage è separato dal marciapiede da un muretto di calcestruzzo
alto fino alla vita. Passo con cautela Oompa dall’altra parte, poi scavalco e mi chino.
Patapum: un pezzo di muro grande come un pugno viene sbalzato di qua. Inginocchiato
accanto a Oompa, alzo gli occhi e vedo Poundcake che sfreccia verso le scale. Ora,
sempre che questo non sia il nascondiglio di un altro cecchino, e sempre che l’infestato
fuggito non sia venuto a rifugiarsi qui…
Do un’occhiata alla ferita di Oompa: non ha un aspetto incoraggiante. Prima riesco a
portarlo di sopra da Dumbo, meglio è. — Soldato Oompa — gli sussurro all’orecchio —
non hai il permesso di morire, intesi?
Lui annuisce risucchiando aria gelida e soffiandola fuori scaldata dal suo corpo. Ma è
bianco come la neve che turbina nella luce dorata. Me lo ricarico in spalla e filo verso
le scale tenendomi più basso possibile senza perdere l’equilibrio.
Salendo due gradini alla volta arrivo al secondo piano, dove trovo gli altri membri
dell’unità accovacciati dietro la prima fila di macchine, a qualche metro dal muretto
che sta di fronte all’edificio in cui si nasconde il cecchino. Dumbo è inginocchiato vicino
a Teacup e le si affaccenda intorno alla gamba. Dalla mimetica stracciata si vede una
brutta lacerazione rossa nel punto in cui un proiettile le ha colpito il polpaccio. Dumbo
schiaffa una benda sulla ferita, lascia Teacup a Ringer, poi si precipita da Oompa.
Flintstone mi fissa scrollando la testa. — Te l’avevo detto che dovevamo annullare
la missione — dice. Ha una luce malevola negli occhi. — Guarda lì.
Lo ignoro. Mi rivolgo a Dumbo. — Allora?
— È messo male, sergente.
— E tu vedi di rimetterlo in sesto. — Mi giro verso Teacup, che piagnucola con la
testa affondata nel petto di Ringer.
— È superficiale — mi informa lei. — Si può muovere.
Okay. Oompa a terra. Teacup ferita. Flintstone pronto all’ammutinamento. Un
cecchino dall’altra parte della strada e un centinaio dei suoi migliori amici in arrivo alla
festa. Devo farmi venire un’idea geniale, e in fretta. — Sa dove siamo, quindi non
possiamo bivaccare qui per molto. Guarda se riesci a prenderlo.
Ringer annuisce, ma non riesce a staccarsi di dosso Teacup. Tendo le mani bagnate
del sangue di Oompa: “Dalla a me.” Una volta tra le mie braccia, Teacup si divincola.
Non mi vuole vicino. Indico la strada con un cenno del capo e aggiungo: — Cake, vai
con Ringer. Ammazzate quel figlio di puttana.
Ringer e Poundcake si infilano chini tra due macchine e scompaiono. Accarezzo la
testa scoperta di Teacup – ha perso il berretto da qualche parte – e guardo Dumbo che
con delicatezza tenta di estrarre il frammento piantato nella schiena di Oompa. Oompa
ulula per il dolore e artiglia il pavimento con le dita. Incerto, Dumbo alza gli occhi.
Annuisco. Deve uscire. — Svelto, Dumbo. Se fai piano è peggio. — Così tira con forza.
Oompa si piega in due e le sue grida riecheggiano per tutto il garage. Dumbo scaglia
via il pezzo di metallo seghettato e punta la torcia sulla ferita slabbrata.
Con una smorfia rotola Oompa sulla schiena. La parte davanti della mimetica è
intrisa di sangue. Dumbo la strappa e scopre il taglio: la scheggia è entrata da dietro
ed è arrivata a perforare l’altro lato. Flintstone si gira, si trascina mezzo metro più in
là e vomita inarcando la schiena. Nel vedere quella scena, Teacup si immobilizza. Sta
entrando in stato di shock. Teacup, la più assetata di sangue. Teacup, quella che
durante le cariche finte in cortile e i turni nell’Hangar C&S urlava e cantava più forte di
tutti. La sto perdendo.
E sto perdendo anche Oompa. Mentre Dumbo gli preme un tampone sulla ferita nel
tentativo di fermare l’emorragia, lui cerca il mio sguardo.
— Quali sono i tuoi ordini, soldato? — gli chiedo.
— Non… non voglio…
Dumbo getta via il tampone grondante di sangue e gliene appoggia sullo stomaco uno
nuovo. Mi fissa. Non c’è bisogno che dica niente. Non a me. Né a Oompa.
Lascio Teacup e mi inginocchio accanto a Oompa. Il suo alito sa di sangue e
cioccolato.
— È perché sono grasso — mormora con voce strozzata. Poi si mette a piangere.
— Finiscila con queste stronzate — replico serio.
Sussurra qualcosa. Avvicino l’orecchio alla sua bocca. — Mi chiamo Kenny —
bisbiglia, quasi fosse un terribile segreto che fino a quel momento non aveva avuto il
coraggio di svelare.
Alza gli occhi al soffitto. È morto.
– 58 –

Teacup è andata. Ha le braccia strette intorno alle gambe e la fronte premuta sulle
ginocchia. Chiamo Flintstone dicendogli di tenerla d’occhio. Sono preoccupato per Ringer
e Poundcake. Flintstone ha tutta l’aria di volermi uccidere a mani nude.
— Sei stato tu a dare l’ordine — ringhia. — Tienila d’occhio da solo.
Dumbo si sta pulendo dal sangue di Oompa, anzi, di Kenny. — Ci penso io, sergente
— interviene calmo, ma le mani gli tremano.
— Sergente — ripete rabbioso Flintstone. — Giusto. Che si fa ora, sergente?
Lo ignoro e, stando piegato, raggiungo il muretto, dove trovo Poundcake accovacciato
di fianco a Ringer che, in ginocchio, spia l’edificio sull’altro lato della strada. Mi
accoscio vicino a lei evitando lo sguardo interrogativo di Poundcake.
— Oompa non grida più — dice Ringer senza staccare gli occhi dal palazzo di fronte.
— Si chiamava Kenny — rispondo. Lei annuisce: ha capito. Poundcake, invece, ci
mette un paio di secondi in più. Poi si allontana, appoggia le mani al cemento e, scosso
dai tremiti, fa un respiro profondo.
— Hai dovuto, Zombi — dice Ringer. — Se no c’era il rischio che facessimo tutti
quanti la stessa fine.
Quelle parole suonano confortanti. Ancora più di quando me le ero dette da solo.
Mentre la fisso di profilo, mi chiedo cosa pensasse Vosch appuntandomi i galloni sul
colletto. Il comandante ha promosso la persona sbagliata.
— Allora? — le chiedo.
Accenna all’edificio di fronte. — Eccolo lì, il bastardo.
Mi tiro su al rallentatore. Alla luce del fuoco morente, esamino il palazzo: finestre
rotte, intonaco bianco scrostato, e il tetto un piano più in alto di noi, dove svetta una
sagoma indistinta, forse un serbatoio per l’acqua. Non vedo altro.
— Dove? — sussurro.
— Si è appena nascosto di nuovo. È un po’ che va avanti così. Su, giù, su, giù, come
un pupazzo a molla.
— È solo?
— Io non ho visto che lui.
— Si illumina?
Scuote la testa. — Negativo, Zombi. Non risulta infestato.
Mi mordo il labbro. — L’ha visto anche Poundcake?
Fa cenno di sì. — Non era verde. — Mi guarda con quegli occhi scuri che trafiggono
come coltelli.
— Magari non è stato lui a sparare… — ipotizzo.
— Ho visto che arma ha — replica. — Un fucile di precisione.
Allora perché non si illumina di verde? Quelli in strada l’hanno fatto, ed erano più
distanti di lui. In fondo però non importa se si illumina di verde, di viola o se non si
illumina proprio: sta cercando di ucciderci, e noi non possiamo muoverci finché non lo
neutralizziamo. E dobbiamo assolutamente andarcene prima che quello che è scappato
torni con i rinforzi.
— Non sono furbi? — mormora Ringer come se mi avesse letto nel pensiero. —
Mettersi una faccia umana in modo da gettare il sospetto su ogni faccia umana. Così
la soluzione è una sola: se non vuoi rischiare di essere ucciso da qualcuno, devi
uccidere tutti.
— Secondo te ci ha presi per il nemico?
— Oppure ha deciso che non gli interessa. È l’unico sistema per andare sul sicuro.
— Ma ha sparato a noi e non ai tre proprio sotto di lui. Perché ignorare i bersagli
facili per tirare a quelli impossibili?
Come me, non ha una risposta per questa domanda. Diversamente da me, non la
considera una questione da risolvere con urgenza. — È l’unico sistema per andare sul
sicuro — ripete.
Sposto gli occhi su Poundcake, che ricambia il mio sguardo. Aspetta una decisione,
ma in realtà non ci sono decisioni da prendere.
— Ce la fai a centrarlo da qui? — chiedo a Ringer.
Scrolla il capo. — È troppo lontano. Svelerei soltanto la nostra posizione.
Mi avvicino a Poundcake: — Resta qui. Tra dieci minuti sparagli addosso per coprirci
mentre attraversiamo la strada. — Mi fissa con fiduciosi occhioni da cerbiatto. — Sai,
soldato, dopo che l’ufficiale in comando ha dato un ordine, è consuetudine confermare
che lo si è inteso. — Poundcake fa cenno di sì con la testa. Ritento: — Con un
“signorsì, signore”. — Fa di nuovo cenno di sì. — Nel senso, a voce alta. A parole. —
Altro cenno.
Okay, perlomeno ci ho provato.
Quando io e Ringer torniamo dagli altri, il corpo di Oompa è sparito. L’hanno messo
in una delle auto. Un’idea di Flintstone. Per noi ha una proposta simile.
— Qui dentro siamo ben riparati. Io dico che dobbiamo stare nascosti nelle
macchine finché non vengono a prenderci.
— Solo che in questa unità, Flintstone, conta il voto di un’unica persona — gli
ricordo.
— Già, e funziona? — replica lui, sporgendo il mento in avanti, la bocca piegata in un
sorrisetto. — Oh, aspetta, ci sono. Chiediamolo a Oompa!
— Flintstone — interviene Ringer. — Calmati. Zombi ha ragione.
— Sì, certo, finché non finite in un’imboscata.
— A quel punto sarai tu l’ufficiale in comando e potrai decidere come ti pare —
sbotto. — Dumbo, tu occupati di Teacup. — Sempre che riusciamo a staccarla da
Ringer. Le si è aggrappata a una gamba. — Se non siamo qui tra mezz’ora, non
torniamo più.
Al che Ringer, essendo Ringer, dice: — Torneremo.
– 59 –

Dell’autocisterna non rimane niente. Accovacciato sull’ingresso pedonale del garage,


indico l’edificio di fronte, arrossato dalla luce del fuoco.
— Entriamo da lì. Terza finestra dall’angolo a sinistra, con il vetro completamente
sfondato, la vedi?
Ringer annuisce con aria assente. C’è qualcosa che la preoccupa. Continua ad
armeggiare con il visore, scostandolo e rimettendoselo sull’occhio. La sicurezza che
mostrava davanti alla squadra è sparita.
— I bersagli impossibili… — sussurra. Poi si gira verso di me: — Come fa uno a
sapere se sta dando di Dorothy?
Scuoto la testa. Cosa c’entra ora? — Non stai dando di Dorothy — dico, e sottolineo
il punto con una pacca sul braccio.
— No, sul serio, come può uno esserne sicuro? — Muove gli occhi di qua e di là,
irrequieta, in cerca di qualcosa su cui posarli. Proprio come faceva Tank prima di
esplodere. — I pazzi non pensano mai di essere pazzi. Sono convinti che la loro pazzia
abbia senso.
Ha uno sguardo disperato, che non è certo da lei.
— Non sei pazza. Fidati.
Ho detto la cosa sbagliata.
— Perché mai dovrei? — ribatte di getto. È la prima volta che la sento tradire
un’emozione. — Perché mai dovrei fidarmi di te e perché mai tu dovresti fidarti di me?
Come fai a essere certo che non sono una di loro, Zombi?
Finalmente una domanda semplice. — Perché ci hanno esaminati. E perché io non mi
illumino nel tuo visore e tu non ti illumini nel mio.
Mi guarda per un lunghissimo istante, poi mormora: — Oddio, quanto vorrei che tu
sapessi giocare a scacchi.
I dieci minuti sono trascorsi. Dal secondo piano Poundcake comincia a fare fuoco sul
tetto del palazzo di fronte: il cecchino risponde immediatamente e noi scattiamo.
Siamo a malapena scesi dal marciapiede quando l’asfalto davanti a noi si disintegra. Ci
dividiamo, Ringer a destra e io a sinistra, e sento un proiettile che fischia – un suono
acuto simile allo sfregare della carta vetrata – ben prima che mi laceri la manica della
giubba. Resistere all’istinto di rispondere al fuoco forgiato da mesi di addestramento è
molto difficile. Salto sul marciapiede opposto e in due passi ho la schiena attaccata al
confortante cemento freddo dell’edificio. Una frazione di secondo dopo vedo Ringer che
scivola su un lastrone di ghiaccio e cade di faccia a margine della strada. Mi fa cenno
di restare dove sono. — No! — Un proiettile stacca un pezzo di cordolo, che le graffia
malamente il collo. Me ne frego del suo no. In un balzo la raggiungo, l’afferro per il
braccio e la scaglio verso il palazzo. Mentre ripiego, un altro proiettile mi passa
sibilando accanto alla testa.
Ringer sta sanguinando. La ferita luccica scura alla luce del fuoco. Mi fa segno di
proseguire: “Vai, vai.” Corriamo lungo la facciata e, come arriviamo alla finestra rotta,
ci tuffiamo dentro.
Abbiamo impiegato meno di un minuto per attraversare la strada. Eppure ho
l’impressione che ci siano volute due ore.
Siamo all’interno di un locale che prima era una boutique di lusso. Saccheggiata più
volte, ora contiene solo scaffali vuoti e appendiabiti rotti, inquietanti manichini
decapitati e poster di modelle imbronciate attaccati alle pareti. Sul bancone c’è un
cartello con la scritta: CESSAZIONE ATTIVITÀ . Ringer è strizzata in un angolo della
stanza con una buona visuale sulle finestre e sulla porta che collega il negozio
all’ingresso del palazzo. Si tiene una mano sul collo, mano che è sporca di sangue.
Devo dare un’occhiata. Lei non vuole. La guardo come a dire: “Non fare la scema, devo
dare un’occhiata.” E lei cede. È superficiale. Trovo una sciarpa abbandonata su un
espositore. Lei la appallottola e se la preme sulla ferita. Indica con il mento la mia
manica lacerata.
— Ti ha preso?
Faccio cenno di no e mi siedo in terra accanto a lei. Abbiamo tutti e due il fiatone.
Mi gira la testa per la scarica di adrenalina. — Non per sputare sentenze, ma come
cecchino questo tizio fa schifo.
— Tre colpi tutti mancati. Peccato che non stiamo giocando a baseball.
— Molti più di tre — la correggo. Tentativi multipli per ogni bersaglio, e l’unico vero
centro è una ferita lieve alla gamba di Teacup.
— Un dilettante.
— È probabile.
— Probabile — ripete secca.
— Non si illumina e non è un professionista. Un lupo solitario che difende il suo
territorio e, magari, si nasconde dai tizi per cui siamo venuti qui. Spaventato a morte.
— Non aggiungo “come noi”. Posso parlare solo per me.
Intanto Poundcake continua a tenerlo occupato. Bang-bang-bang, silenzio greve, poi
bang-bang-bang. Il cecchino risponde ogni volta.
— Quindi dovrebbe essere semplice — dice Ringer, la bocca curvata in una piega
sinistra.
Sono un po’ sorpreso. — Non si è illuminato, Ringer. Non abbiamo l’autorizzazione
a…
— Io ce l’ho. — Si tira in grembo il fucile. — Proprio qui.
— Ehm. Pensavo che la nostra missione fosse salvare l’umanità.
Mi guarda con la coda dell’occhio scoperto. — Scacchi, Zombi: bisogna difendersi
dalla mossa che non c’è ancora stata. Conta qualcosa se non si illumina nel visore?
Che ci abbia mancato quando avrebbe potuto ucciderci? Se due possibilità sono
ugualmente probabili ma si escludono a vicenda, quale conta di più? Su quale punti la
vita?
Annuisco, ma proprio non la seguo. — Cioè mi stai dicendo che potrebbe comunque
essere un infestato — rispondo tirando a indovinare.
— Sto dicendo che la mossa più sicura è procedere come se lo fosse.
Estrae dal fodero il coltello da combattimento. Sussulto ripensando alla discussione
sul dare di Dorothy. Che bisogno c’era adesso di tirarlo fuori?
— Cos’è che conta — dice meditabonda. È spaventosamente immobile: una nube
carica di elettricità pronta a scoppiare, un vulcano fumante sul punto di esplodere. —
Cosa conta, Zombi? Sono sempre stata piuttosto brava a capirlo. E dopo gli attacchi
sono persino migliorata. Cos’è che conta davvero? Mia mamma è stata la prima a
morire. Un brutto colpo, ma perlomeno avevo ancora un padre, un fratello e una sorella
appena nata. Poi ho perso anche loro, ma perlomeno ero ancora viva. E a quel punto
non c’era più molto che contasse per me. Cibo. Acqua. Un tetto. Di cos’altro c’è
bisogno? Cos’altro conta?
Qui butta male, malissimo se va avanti così. Non ho la minima idea di dove voglia
andare a parare, ma se Ringer dà di Dorothy, è finita. Per me, e mi sa tanto anche per
gli altri. Devo riportarla al presente. Il modo migliore è un contatto fisico, ma ho paura
che mi sbudelli con quella lama da trenta centimetri se anche solo la sfioro.
— Conta qualcosa, Zombi? — Allunga il collo per guardarmi negli occhi, e intanto si
rigira lentamente il coltello tra le mani. — Che abbia sparato a noi e non ai tre tizi che
aveva davanti? O che ci abbia sempre mancati? — Ruota piano il manico tenendo la
punta premuta sull’indice. — Conta qualcosa che abbiano fatto ripartire tutto dopo
l’attacco elettromagnetico? Che operino in bella vista, radunando i superstiti, uccidendo
gli infestati e bruciandone i corpi a centinaia, dandoci armi, addestrandoci e poi
spedendoci a finire il lavoro? Dimmi che tutto questo non conta. Dimmi che le
probabilità che non siano chi dicono di essere sono insignificanti. Dimmi su cosa devo
puntare la vita.
Annuisco di nuovo, ma stavolta sì che la seguo, e la strada finisce in un posto molto
buio. La fisso dritto negli occhi. — Non so niente di questo tizio e non so come si siano
ripresi dal primo attacco, ma il comandante mi ha spiegato perché ci lasciano in pace.
Secondo loro non rappresentiamo più una minaccia.
Si scosta la frangia e sbotta: — E come fa il comandante a sapere cosa pensano?
— Mnemolandia. Sono riusciti a ottenere il profilo…
— Mnemolandia — mi fa eco. Scuote su e giù la testa. Gira lo sguardo verso la
strada innevata e poi torna a guardarmi. — Mnemolandia è un programma alieno.
— Esatto. — Stai con lei, ma cerca di riportarla indietro con dolcezza. — Infatti,
Ringer. Non ti ricordi? Dopo aver ripreso il controllo della base, l’abbiamo trovato…
— Oppure no, Zombi. Oppure no. — Punta la lama verso di me. — È una possibilità,
ugualmente valida, e le possibilità contano. Fidati, Zombi: sono un’esperta in questo
campo. Finora ho giocato a mosca cieca. Adesso è il momento di passare agli scacchi.
— Ruota il coltello e me lo porge dalla parte del manico. — Toglimelo tu.
Non so cosa dire. Fisso intontito la sua mano.
— L’impianto, Zombi. — Mi conficca l’impugnatura nel petto. — Ce lo dobbiamo
togliere. Tu aiuta me e io aiuto te.
Mi schiarisco la gola. — Ringer, non ce lo possiamo togliere. — Annaspo un secondo
in cerca di una buona motivazione, ma non riesco a trovare niente di meglio di: — Se
non riusciamo a tornare al punto di incontro, poi come fanno a trovarci?
— Porca miseria, Zombi, ma non hai sentito una parola di quello che ho detto? E se
non fossero con noi? Se fossero contro di noi? E se tutta questa storia fosse una
balla?
Sto per perdere la pazienza. Okay, l’ho già persa. — Oh, per amor del cielo, Ringer!
Sai che parli come una paz… cretina? Il nemico che ci salva, ci addestra e ci consegna
delle armi? Su, smettiamola di dire stronzate: abbiamo un lavoro da fare. Può anche
darsi che la cosa non ti vada a genio, ma sono l’ufficiale in comando e…
— D’accordo. — Ora è calmissima. Io mi scaldo e lei recupera la freddezza. — Ci
penso da sola.
Fulminea, si porta la lama dietro il collo chinando il capo. Gliela strappo di mano.
Basta così.
— Ordine, soldato. — Scaglio il coltello tra le ombre addensate dall’altra parte della
stanza e mi alzo. Tremo da capo a piedi, voce compresa. — Te la vuoi giocare? Va
bene. Resta qui finché non torno. Anzi, fammi fuori ora. Chissà, magari i miei padroni
alieni hanno trovato il modo di nasconderti che sono infestato. E quando hai finito con
me, riattraversa la strada e ammazza anche gli altri, ficca una bella pallottola in testa
a Teacup. Potrebbe essere il nemico, no? E allora falla secca! È l’unica soluzione, o
sbaglio? Se non vuoi rischiare di essere ucciso da qualcuno, devi uccidere tutti.
Ringer resta immobile, e in silenzio, per un lungo, lunghissimo istante. Dal vetro
rotto della finestra entrano raffiche di neve, i fiocchi di un intenso cremisi per i riflessi
del cumulo di braci a cui è ridotta l’autocisterna.
— Sei sicuro che non giochi a scacchi? — mi chiede. Raccoglie il fucile e passa
l’indice sul grilletto. — Voltarmi così le spalle, Zombi…
Siamo in fondo alla strada buia, ora, e non c’è sbocco. Sono a corto di
argomentazioni che possano anche solo sembrare convincenti, perciò mi affido alla
prima cosa che mi viene in mente.
— Mi chiamo Ben.
Lei non fa una piega. — Che nome orrendo. Zombi è meglio.
— E tu, come ti chiami? — insisto.
— È una delle cose che non contano. Ormai da parecchio, Zombi. — Con il dito
accarezza lentamente il grilletto. Molto lentamente. È un gesto ipnotico, che stordisce.
— Ti faccio una proposta. — Cerco di uscire da questa situazione. — Io ti levo
l’impianto, e tu prometti di non ammazzarmi. — Così almeno la tengo dalla mia parte,
dato che preferirei vedermela con dieci cecchini che con una Ringer versione Dorothy.
Immagino già il mio cranio che va in mille pezzi come quello delle sagome di
compensato del poligono di tiro.
Inclina la testa, e l’angolo della bocca le si contrae in un non proprio ma quasi
sorriso. — Okay.
Ricambio con un bel sorriso alla Ben Parish di un tempo, quello con cui mi
assicuravo praticamente tutto ciò che volevo. Be’, senza praticamente: sono stato
modesto.
— Non crederai di aver vinto, eh?
Posa di lato il fucile e si gira dandomi le spalle. Abbassa la testa. Si scosta dal collo
i capelli neri.
— Quasi. Scacco.
Bang-bang-bang fa il fucile di Poundcake. E il cecchino risponde. Con quegli spari
come musica di sottofondo, mi sistemo in ginocchio dietro di lei impugnando il mio
coltello. Una parte di me è più che disposta ad assecondarla se questo serve a
salvaguardare me e il resto dell’unità. Un’altra parte invece grida silenziosa: “Ma non ti
sembra, tipo, di dare un biscotto a un topo? Cosa chiederà poi, un’ispezione a cranio
aperto della tua corteccia cerebrale?”
— Tranquillo, Zombi — dice calma, tornando la vecchia Ringer. — Se gli impianti non
sono nostri, probabilmente tenerli non è una buona idea. Se invece lo sono, la
dottoressa Pam può sempre rimettercene uno quando rientriamo. D’accordo?
— D’accordo. Scacco per te.
— Scacco matto — mi corregge.
Ha il collo lungo e aggraziato, freddissimo rispetto alle mie dita che esplorano l’area
sotto la cicatrice in cerca di rigonfiamenti. Mi trema la mano. “Assecondala e basta.
Magari finirai alla corte marziale e passerai la vita a pelare patate, ma almeno sarai
salvo.”
— Sii delicato — sussurra.
Inspiro a fondo e passo la punta della lama lungo la minuscola cicatrice. Il sangue
affiora rosso acceso, in netto e allarmante contrasto con la sua carnagione perlacea.
Lei non si muove di un millimetro, ma glielo devo chiedere comunque: — Ti faccio
male?
— No, mi piace un sacco.
Armeggio intorno all’impianto con l’estremità della lama. Lei brontola sottovoce. Alla
fine il cilindretto aderisce al metallo, trattenuto da una gocciolina di sangue.
— Allora — dice Ringer voltandosi. Ha un abbozzo di sorriso sulle labbra. — Com’è
stato per te?
Non rispondo. Non ci riesco. Ho perso l’uso della parola. Mi lascio sfuggire di mano il
coltello. La guardo da mezzo metro di distanza, ma la sua faccia è svanita. O così
pare attraverso il visore.
La testa di Ringer è avviluppata da un accecante fuoco verde.
– 60 –

Come prima cosa mi verrebbe da strapparmi via l’apparecchio, ma non lo faccio. Sono
paralizzato dallo shock. Poi, in rapida successione, vengo colto da ribrezzo, panico,
sconcerto. La testa di Ringer, illuminata come un albero di Natale, brilla visibile a un
chilometro di distanza. Il fuoco verde scintilla e fiammeggia: quando distolgo lo
sguardo, l’occhio sinistro ne conserva l’immagine.
— Che c’è? — chiede lei. — Cos’è successo?
— Ti sei illuminata. Appena ho estratto l’impianto.
Ci fissiamo per un paio di interminabili secondi. Poi Ringer dice: — Chi non è pulito
diventa verde.
Scatto in piedi e, con l’M16 in mano, indietreggio verso la porta. Fuori, nel mondo
ovattato dalla nevicata, Poundcake e il cecchino si sparano l’un l’altro. Chi non è pulito
diventa verde. Ringer non accenna a prendere il fucile al suo fianco. Vista dall’occhio
destro, è normale. Dal sinistro, brucia come un bengala.
— Riflettici, Zombi — dice. — Riflettici. — Ha le mani davanti a sé, graffiate e
sbucciate per la caduta, una sporca di sangue secco. — Mi sono illuminata dopo che hai
estratto l’impianto. I visori non rilevano le infestazioni. Segnalano l’assenza di impianto.
— Scusami tanto, Ringer, ma non ha nessun senso. I tre tizi di prima si sono
illuminati. Come sarebbe potuto succedere se non fossero stati infestati?
— Lo sai. Solo che non lo vuoi ammettere. Si sono illuminati proprio perché non
erano infestati. Erano identici a noi, con l’unica differenza che non avevano l’impianto.
— Si alza. Sembra così piccola… Ma in fondo è una bambina, no? Se non altro, vista da
un occhio. Dall’altro, invece, è una palla di fuoco verde. Qual è? Cos’è?
— Ci portano dentro. — Un passo verso di me. Sollevo il fucile. Si ferma. — Ci
addestrano a uccidere. — Un altro passo. Metto l’M16 in posizione: “Stai lontana.” —
Chi è senza impianto si illumina di verde, e quando si difende oppure ci minaccia,
sparandoci come il cecchino lassù… be’, basta questo a dimostrare che è il nemico,
no? — Ora sto mirando dritto al cuore.
— Fermati — la imploro. — Per favore, Ringer. — Da una parte, il viso puro.
Dall’altra, in fiamme.
— E avanti così finché non avremo ammazzato tutti. — Un altro passo. Ormai ce
l’ho di fronte. La bocca dell’arma preme sul suo petto. — È la Quinta Onda, Ben.
Scuoto la testa. — Non c’è nessuna Quinta Onda. Nessuna! Il comandante ha detto
che…
— Il comandante ha mentito. — Allunga le mani e mi prende il fucile. Sto
precipitando in un mondo stregato, un mondo in cui il sopra è sotto e il vero è falso, un
mondo in cui il nemico ha due volti, il mio e il proprio, quello che mi ha salvato quando
stavo annegando, che si è impossessato del mio cuore e che ne ha fatto un campo di
battaglia. Con la mano libera Ringer afferra le mie e mi dichiara morto: — Ben, la
Quinta Onda siamo noi.
– 61 –

«Siamo l’umanità.»
È una menzogna. Mnemolandia. Camp Haven. La guerra stessa.
Come è stato semplice. Incredibilmente semplice, malgrado tutto quello che
avevamo passato. O forse proprio grazie a tutto quello che avevamo passato.
Ci hanno accolti. Ci hanno svuotati. Ci hanno riempiti di odio e scaltrezza e voglia di
vendetta.
In modo da poterci rispedire fuori.
Ad ammazzare quelli che restavano. Scacco matto.
Ho la nausea. Ringer mi trattiene per una spalla mentre vomito su un poster caduto
dal muro: DATTI ALLA MODA!
Rivedo Chris dietro lo specchio unidirezionale. Rivedo il tasto con la scritta
SOPPRIMI. E rivedo il mio dito che si abbassa con forza. Come è stato semplice farmi
uccidere un altro essere umano.
Quando ho finito, mi riappoggio sui talloni. Sento le dita fresche di Ringer che mi
frizionano il collo. E la sua voce che mi rassicura. Mi strappo il visore spegnendo di
colpo il fuoco verde e restituendole il suo viso. Lei è lei e io sono io, solo che non so
più cosa significhi. Non sono quello che credevo. Il mondo non è quello che credevo.
Forse è proprio questo il punto: adesso il mondo appartiene a loro, e gli alieni siamo
noi.
— Non possiamo tornare indietro — mormoro a fatica. Ho di fronte il suo sguardo
intenso, addosso le sue dita fresche.
— No, infatti. Ma possiamo andare avanti. — Raccoglie il mio fucile e me lo spinge
sul petto. — E possiamo partire dal figlio di puttana che è di sopra.
Non prima che io mi sia tolto l’impianto. Fa più male di quanto mi aspettassi, meno
di quanto mi meriti.
— Non ti colpevolizzare — dice Ringer mentre scava con la punta del coltello. —
Hanno preso in giro tutti quanti.
— E fatto passare per pazzi e poi ucciso quelli che non se la bevevano.
— Non solo loro — aggiunge lei in tono amaro. Mentre mi cade la benda dagli occhi,
sento come un pugno allo stomaco: l’Hangar C&S. Le ciminiere gemelle che eruttavano
fumo nero e grigio. Gli autocarri carichi di corpi, centinaia al giorno. Migliaia alla
settimana. E gli scuolabus che arrivavano notte dopo notte, colmi di disperati, colmi di
morti viventi.
— Camp Haven non è una base militare — sussurro con il sangue che mi gocciola
lungo il collo.
Ringer conferma scuotendo la testa. — E nemmeno un campo profughi.
Annuisco. Sta aspettando che traduca in parole la conclusione a cui sono arrivato.
Ricaccio giù la bile che mi sale per la gola. A volte bisogna pronunciare la verità a voce
alta, se no sembra irreale. — È un campo di sterminio.
La verità rende liberi, dicono. Che fesseria. A volte la verità sbatte la porta della
cella e mette mille catenacci.
— Pronto? — chiede Ringer. Sembra ansiosa di chiudere la faccenda.
— Non uccidiamolo — dico. Lei mi guarda incredula. Io però ho in testa l’immagine
di Chris legato alla poltrona. E dei corpi che, trasportati da un nastro, vanno
sobbalzando verso la bocca calda e affamata dell’inceneritore. Sono stato un loro
strumento più che a sufficienza. — Neutralizzare e disarmare, è questo l’ordine. Intesi?
Ringer esita, poi annuisce. Non riesco a decifrare la sua espressione, ma non è una
novità. Sta di nuovo giocando a scacchi? Poundcake, intanto, continua a sparare.
Comincerà a essere a corto di munizioni. È ora.
Uscire dal negozio è un tuffo nella più completa oscurità. Avanziamo spalla a spalla
passando le dita sul muro per orientarci e provando ogni porta in cerca di quella delle
scale. A eccezione del nostro respiro nell’aria fredda e viziata, l’unico rumore è lo
sciaguattare degli scarponi in uno strato alto due dita di acqua gelida e maleodorante,
probabilmente dovuto alla rottura di un tubo. Appena spingo la porta in fondo
all’ingresso, avverto un flusso di aria fresca. Le scale.
Ci fermiamo sul pianerottolo del terzo piano, ai piedi della stretta rampa che
conduce al tetto. La porta è leggermente scostata: sentiamo le detonazioni secche del
fucile, ma non vediamo il cecchino. Al buio i segnali sono inutili, perciò tiro Ringer
verso di me e le appoggio le labbra all’orecchio.
— Dovremmo avercelo proprio davanti. — Lei annuisce. I suoi capelli mi solleticano
il naso. — Usciamo decisi.
È Ringer la più brava a sparare, ed è Ringer che andrà per prima. Io farò fuoco per
secondo, in caso lei sbagli il colpo o finisca a terra. Abbiamo provato questa mossa
centinaia di volte, ma puntando sempre a eliminare il bersaglio, non a metterlo fuori
gioco. E il bersaglio non si è mai difeso. Ringer si avvicina alla porta. Le sto attaccato
dietro tenendole la mano sulla spalla. Il vento entra dallo spiraglio gemendo come un
animale morente. Ringer aspetta il mio segnale a testa china, respirando a fondo a
intervalli regolari. Chissà se sta pregando e, in quel caso, se si rivolge al mio stesso
Dio. Non so perché, ma non credo. Le do una pacca sulla spalla: con un calcio lei
spalanca la porta e, come se fosse stata sparata da un cannone, scompare nel vortice
di neve e apre il fuoco prima che io abbia il tempo di fare due passi. La ritrovo sul
tetto inginocchiata nell’umida coltre di neve bianca e per poco non inciampo. Tre metri
più avanti c’è il cecchino riverso su un fianco, che con una mano si tiene la gamba
ferita e con l’altra si allunga verso il fucile. Dev’essergli scappato quando Ringer l’ha
colpito. Lei spara ancora, stavolta alla mano tesa, ormai a dieci centimetri dall’arma.
Centro perfetto. Malgrado il buio pesto. E la pesante nevicata. Lui ritrae la mano con un
grido di sorpresa. Tocco Ringer sulla testa per farle segno di smettere.
— Fermo dove sei! — grido al cecchino. — Non ti muovere!
Lui si tira su premendosi sul petto la mano disintegrata: è curvo e rivolto verso la
strada, il che ci impedisce di vedere cosa fa con l’altra, ma noto un lampo d’argento.
— Molluschi — ruggisce. Mi sento raggelare. Conosco quella voce.
Mi ha strapazzato, dileggiato, umiliato, minacciato, insultato. Mi ha seguito
dall’istante in cui mi svegliavo all’istante in cui crollavo a letto. Non ha fatto che
sibilare, abbaiare, ringhiare e sputare veleno su me e sugli altri.
Reznik.
Lo capiamo entrambi. Restiamo inchiodati. Incapaci di respirare. Incapaci di
ragionare. Il che gli fa guadagnare tempo. Tempo che di colpo comincia a stridere e
rallentare come se l’orologio dell’universo messo in moto dal big bang stesse perdendo
spinta. Intanto, pian piano, Reznik si alza.
Si rimette in piedi. Passano sette o otto secondi.
Si volta verso di noi. Ne passano almeno dieci.
Stringe qualcosa nella mano sana. Lo prende a ditate con quella insanguinata. Ne
passano venti abbondanti.
E poi Ringer si rianima. Spara colpendolo in pieno petto. Reznik cade in ginocchio.
Apre la bocca. Si inclina in avanti e piomba giù di faccia.
L’orologio torna a posto. Nessuno si muove. Nessuno dice niente.
Neve. Vento. È come trovarsi soli sulla vetta ghiacciata di una montagna. Ringer si
avvicina a Reznik e lo gira sulla schiena. Gli toglie di mano un apparecchio argenteo.
Guardo quel viso smorto, butterato, dagli occhi minuscoli, e per qualche strana ragione
sono al tempo stesso sorpreso e no.
— Ha passato mesi ad addestrarci per poi finire per ucciderci — dico.
Ringer scuote la testa. Sta fissando lo schermo dell’apparecchio. La luce le illumina
il volto aumentando il contrasto tra la pelle chiara e i capelli nero corvino. È bella, di
una bellezza da angelo vendicatore più che da angelo e basta.
— Non ci voleva uccidere, Zombi. Almeno finché non l’abbiamo colto di sorpresa non
lasciandogli altra scelta. In ogni caso non intendeva usare il fucile. — Tira su
l’apparecchio per farmi vedere lo schermo. — Penso che volesse usare questo.
La metà superiore è occupata da una griglia. Nell’angolo in alto a sinistra c’è un
assembramento di puntini verdi. Più verso il centro, un puntino isolato.
— La squadra — dico.
— E questo qui da solo dev’essere Poundcake.
— Quindi se non ci fossimo tolti gli impianti…
— Avrebbe saputo esattamente dove eravamo — termina Ringer. — Ci avrebbe
aspettati al varco e non avremmo avuto scampo.
Indica i due numeri evidenziati a fondo schermo. Uno è quello che mi è stato
assegnato il giorno in cui la dottoressa Pam mi ha inserito l’impianto. Suppongo che
l’altro sia di Ringer. Sotto i numeri c’è un tasto verde che lampeggia.
— Che succede se lo premi? — chiedo.
— Niente, immagino. — E lo fa.
Sussulto, ma ha indovinato.
— È un soppressore — aggiunge. — Non può che essere questo. Collegato agli
impianti.
In sostanza avrebbe potuto farci secchi tutti quanti in qualsiasi momento. Se il suo
scopo non era ucciderci, a cosa mirava allora? Ringer mi legge in faccia la domanda. —
I tre “infestati”: è per quello che ha sparato il colpo iniziale — dice. — Siamo la prima
squadra uscita dal campo. Evidentemente volevano monitorarci per vedere come ci
comportavamo in un combattimento vero. O in quello che ritenevamo tale. Volevano
essere sicuri che reagissimo all’esca verde come bravi topolini. Devono aver portato
Reznik qui prima di noi, a premere il grilletto se le cose fossero andate diversamente.
E quando lui ha visto che non aprivamo il fuoco, ci ha dato una leggera spinta.
— E perché poi ha continuato a sparare?
— Per tenerci carichi e pronti a far fuori qualsiasi cosa si illuminasse di verde.
Con questa neve ho l’impressione che Ringer mi guardi da dietro una leggera tenda
bianca. I fiocchi le impolverano le sopracciglia e le scintillano tra i capelli.
— Un bel rischio — commento.
— Mica tanto. Ci teneva sotto controllo con il suo piccolo radar. Nel peggiore dei
casi, non doveva far altro che premere il tasto. Solo che non ha preso in considerazione
il peggiore dei casi peggiori.
— Che ci togliessimo gli impianti.
Annuisce. Si passa la mano sul viso per pulirlo dalla neve. — Non credo che questo
stupido bastardo si aspettasse che contrattaccassimo.
Mi consegna l’apparecchio. Lo chiudo tirando giù lo sportellino e me lo infilo in tasca.
— Ora sta a noi, sergente — dice piano, o magari è la neve a soffocarle la voce. —
Comandi?
Prendo una gran boccata d’aria, poi la ributto fuori lentamente. — Torniamo dalla
squadra. Estraiamo tutti gli impianti…
— E?
— Incrociamo le dita sperando che non sia già in arrivo un battaglione di Reznik.
Mi volto per andare. Lei mi afferra per il braccio. — Aspetta! Non possiamo tornare
indietro senza gli impianti.
Ci metto un secondo a capire. Poi annuisco strofinandomi il dorso della mano sulle
labbra intorpidite dal freddo. Senza impianti ci illumineremo nei loro visori. — Non
faremo in tempo ad arrivare a metà strada che Poundcake ci avrà già stesi.
— Li teniamo in bocca?
Scuoto la testa. E se per sbaglio li inghiottissimo? — Dobbiamo rimetterli dov’erano,
coprire bene la ferita e…
— Incrociare le dita sperando che non cadano?
— E che con l’estrazione non si siano disattivati… Non è che speriamo un po’
troppo?
Ha un piccolo spasmo all’angolo della bocca. — Magari è questa la nostra arma
segreta.
– 62 –

— Questa storia non sta proprio in piedi — dice Flintstone. — Il cecchino era Reznik?
Siamo seduti con la schiena appoggiata al muretto di cemento del garage, Ringer e
Poundcake ai due lati impegnati a sorvegliare la strada sottostante. Da una parte ho
Dumbo, dall’altra Flintstone; Teacup mi tiene la testa affondatata nel petto.
— Reznik è un infestato — ripeto per la terza volta. — Camp Haven è in mano a
loro. Ci stanno usando per…
— Piantala, Zombi! È la più grossa massa di stronzate paranoidi che io abbia mai
sentito! — Flintstone ha la faccia rosso peperone, il monociglio corrugato. — Avete
ammazzato il sergente istruttore! Che stava cercando di ammazzare noi! Durante una
missione per ammazzare gli infestati! Voi fate pure quello che vi pare, ma io ne ho
abbastanza. Eccome, se ne ho abbastanza. — Si alza e mi agita contro il pugno. — Me
ne torno al punto di incontro ad aspettare il recupero. Le vostre sono… — Cerca la
parola giusta, poi in mancanza di meglio conclude: — Cazzate.
— Flint — dico, mantenendo la voce bassa e calma. — Ordine.
— Incredibile. Tu hai dato di Dorothy. Dumbo, Cake, non ve la starete mica bevendo?
Non potete.
Tiro fuori dalla tasca l’apparecchio argenteo. Lo apro. Glielo schiaffo sotto il naso. —
Vedi questo puntino verde qui? Sei tu. — Faccio scorrere il cursore fino al suo numero,
che poi evidenzio con il pollice. Il tasto verde prende a lampeggiare. — Sai che succede
se schiacci qui?
È una di quelle cose che ti tengono sveglio di notte per il resto della vita e che
vorresti poter cancellare.
Flintstone balza in avanti e mi strappa di mano l’apparecchio. In un altro momento
forse sarei riuscito a bloccarlo, ma ho Teacup in braccio che mi rallenta. Prima che lui
prema il tasto, ho giusto il tempo di gridare: — No!
Rovescia violentemente la testa all’indietro come se qualcuno l’avesse colpito con
forza in fronte. Spalanca la bocca e gira gli occhi verso il soffitto.
Poi piomba a terra, gambe e braccia molli, come una marionetta con i fili allentati.
Teacup comincia a strillare. Ringer me la toglie di dosso e io mi inginocchio accanto
a Flintstone. Benché lo faccia comunque, non ho bisogno di controllargli il polso per
capire che è morto. Mi basta guardare lo schermo dell’apparecchio ancora stretto nella
sua mano: il puntino che prima era verde è diventato rosso.
— Mi sa che avevi ragione, Ringer — dico girando appena la testa.
Tolgo il dispositivo di controllo dalla mano senza vita di Flintstone. La mia trema.
Panico. Smarrimento. Ma soprattutto rabbia: sono furioso con lui. E seriamente tentato
di rifilargli un pugno su una di quelle guancione.
Alle mie spalle Dumbo dice: — Che facciamo ora, sergente? — Anche lui sta per
andare in panico.
— Per prima cosa estrai gli impianti di Poundcake e Teacup.
— Io? — chiede con la voce più alta di un’ottava.
— Sei tu il soldato sanitario, no? — rispondo abbassando la mia di altrettanto. — Del
tuo si occuperà Ringer.
— Okay, ma poi che facciamo? Non possiamo tornare indietro. Non possiamo… dove
dobbiamo andare?
Ringer mi guarda. Rispetto all’inizio trovo un po’ più semplice decifrarne le
espressioni. Quella leggera curvatura verso il basso della bocca significa che si sta
tenendo stretta, come se sapesse già cosa ho in mente. Chissà. Magari lo sa davvero.
— Infatti non ci tornerete, Dumbo.
— Non ci torneremo, vorrai dire — mi corregge Ringer. — Tu compreso, Zombi.
Mi alzo. Ho la sensazione che mi ci voglia un’eternità. Vado da lei. I capelli le
ondeggiano al vento come una bandiera nera.
— Uno di noi è rimasto là.
Fa un no netto con la testa. La frangetta le oscilla con grazia da una parte all’altra.
— Nugget? Zombi, non puoi tornare indietro per lui. È un suicidio.
— Non posso nemmeno lasciarlo lì. Ho fatto una promessa. — Vorrei spiegarle cosa
provo, ma non so neanche da dove cominciare. Come faccio a esprimerlo a parole? È
impossibile. Come trovare l’inizio di un cerchio.
O il primo anello di una catenina d’argento.
— Sono già scappato una volta — dico alla fine. — Non intendo farlo di nuovo.
– 63 –

C’è la neve, minuscoli puntini di bianco, che scende vorticando.


C’è il fiume, maleodorante di rifiuti e resti umani, che scorre nero e rapido e
silenzioso sotto le nuvole che nascondono il luminoso occhio verde dell’astronave.
E c’è l’ex liceale diciassettenne un tempo fissato con il football, vestito da soldato e
provvisto di un fucile semiautomatico ricevuto da quelli del luminoso occhio verde, che
si accovaccia accanto alla statua di un soldato vero, uno che ha combattuto ed è
morto con la mente e il cuore puri, non contaminati dalle menzogne di un nemico che
sapeva come pensava, rendeva malvagio ciò che in lui c’era di buono, sfruttava la sua
speranza e fiducia per trasformarlo in un’arma rivolta contro i suoi simili. Il ragazzo
che non è tornato indietro quando sarebbe dovuto, ma che lo fa adesso anche se non
dovrebbe. Il ragazzo detto Zombi che ha fatto una promessa e, se la infrange, sa che
la guerra è finita: non la guerra di tutti, bensì la guerra che conta, quella che ha per
campo di battaglia il suo cuore.
Perché le promesse contano. Ora più che mai.
Nel parco accanto al fiume tra la neve che scende vorticando.
Percepisco l’elicottero ancora prima di sentirne il rumore. Un cambiamento di
pressione, un’onda sulla pelle scoperta. Poi la percussione ritmica delle pale. Mi alzo
traballante, tenendomi la mano pigiata sulla ferita di arma da fuoco al fianco.
— Dove vuoi che ti spari? — mi ha chiesto Ringer.
— Non lo so, ma non può essere né alle gambe né alle braccia.
E Dumbo, ormai esperto di anatomia umana a forza di far pratica sui cadaveri: —
Sparagli al fianco. Da vicino. E con questa angolazione, se no gli perfori l’intestino.
E Ringer: — Se capita, che facciamo?
— Seppellitemi, perché sarò morto.
Un sorriso? No. Uffa.
Poi sempre lei, mentre Dumbo esaminava la ferita: — Per quanto ti aspettiamo?
— Non più di un giorno.
— Un giorno?
— Okay. Due. Se non arriviamo nel giro di quarantott’ore, non arriviamo più.
Non si è messa a discutere. Ha detto solo: — Se non arrivate nel giro di
quarantott’ore, arrivo io.
— Mossa sciocca, giocatrice di scacchi.
— Qui non stiamo giocando a scacchi.
Un’ombra nera passa rombando sui rami spogli degli alberi che circondano il parco, i
rotori pulsano veloci come un gigantesco cuore sotto sforzo, e un vento gelido si
abbatte sul terreno e sulle mie spalle mentre corro verso il portellone aperto.
Appena salto su, il pilota gira la testa: — Dov’è il resto dell’unità?
Mi accascio su un sedile vuoto: — Vai! Vai!
E lui: — Soldato, dov’è il resto dell’unità?
Il resto dell’unità risponde dagli alberi aprendo un fuoco di fila e, mentre i proiettili
colpiscono e trapassano la fusoliera rinforzata del Black Hawk, io urlo con tutto il fiato
che ho in gola: — Vai, vai, vai! — Il che mi costa non poco: a ogni “vai” il sangue
sprizza dalla ferita e mi gocciola tra le dita.
Il pilota decolla, parte in avanti, poi vira brusco inclinandosi a sinistra. Chiudo gli
occhi. “Vai, Ringer. Vai.”
L’elicottero comincia a mitragliare da bassa quota polverizzando qualunque cosa, e il
pilota grida qualcosa al copilota, e ora stiamo sorvolando gli alberi, ma Ringer e gli altri
dovrebbero essersela filata già da un pezzo lungo il percorso pedonale che fiancheggia
la sponda buia del fiume. Giriamo in tondo più e più volte, sparando fino a ridurre gli
alberi a tronconi distrutti. Il pilota lancia un’occhiata dietro e mi vede riverso su due
sedili con la mano premuta sul fianco sanguinante. Si solleva e dà gas. Il Black Hawk
sfreccia verso le nubi, e il parco viene inghiottito dal nulla bianco della neve.
Sto perdendo conoscenza. Troppo sangue. Troppo tutto. C’è il viso di Ringer, e cavolo
se sorride stavolta, ride addirittura, e complimenti, complimenti a me che sono riuscito
nel mio intento.
E c’è Nugget, e lui non sorride per niente.
«Non promettere, non promettere, non promettere! Non promettere mai niente!»
— Sto arrivando. Te lo prometto.
– 64 –

Mi sveglio là dove tutto è iniziato, in un letto d’ospedale, fasciato e fluttuante in un


mare di antidolorifici, cerchio completo.
Ci metto qualche minuto a rendermi conto di non essere solo. C’è una persona sulla
sedia accanto alla flebo. Giro la testa e per prima cosa inquadro gli scarponi, neri e
lucidati a specchio. Poi l’uniforme impeccabile, inamidata e stirata. Infine il volto
cesellato e i penetranti occhi azzurri che una volta mi hanno scrutato nel profondo
dell’anima.
— Eccoti qui — dice Vosch sottovoce. — Salvo anche se non proprio sano. I dottori
dicono che hai avuto una gran fortuna. Il proiettile è passato da una parte all’altra
senza fare grossi danni. Davvero sbalorditivo, considerando che ti hanno sparato da
vicino.
“Cos’hai intenzione di raccontargli?”
“La verità.”
— È stata Ringer — dico. Bastardo. Figlio di puttana. Per mesi l’ho visto come il mio
salvatore, anzi, come il salvatore dell’umanità. Con le sue promesse mi ha fatto il
regalo più crudele: la speranza.
Inclina la testa da un lato, con l’aria di un uccellino che scruti con occhietti lucenti
un boccone appetitoso.
— E perché il soldato Ringer ti ha sparato, Ben?
“Non gli puoi raccontare la verità.”
“Okay. Al diavolo la verità. Gli darò i fatti, invece.”
— Per via di Reznik.
— Reznik?
— Signore, il soldato Ringer mi ha sparato perché ho difeso Reznik giustificandone la
presenza.
— E che bisogno c’era di difendere Reznik, sergente? — Accavalla le gambe e
appoggia le mani sul ginocchio in alto. È difficile mantenere il contatto visivo con lui
per più di tre o quattro secondi di fila.
— Ci si sono rivoltati contro, signore. Be’, non tutti. Flintstone e Ringer, e Teacup,
ma solo perché l’ha fatto Ringer. Dicevano che la presenza di Reznik dimostrava che
era tutto quanto una menzogna, e che…
Mi fa segno di fermarmi. — Tutto quanto?
— Il campo, gli infestati. Sostenevano che venivamo addestrati a uccidere non alieni,
ma gente come noi. E che ad addestrarci erano proprio gli alieni.
Sulle prime rimane in silenzio. Preferirei quasi che sghignazzasse o sorridesse o
scuotesse la testa. In quel caso potrebbe venirmi qualche dubbio, potrei riconsiderare
l’intera storia della messinscena aliena e concludere che soffro di paranoia e disturbo
post-traumatico da stress.
Invece si limita a fissarmi privo di espressione con quegli occhietti lucenti da
uccellino.
— E tu non volevi avere nulla a che fare con la loro teoria del complotto?
Annuisco. Un gesto sicuro, deciso, pieno di fiducia. Almeno spero. — Hanno dato di
Dorothy, signore. Mi hanno messo contro tutta la squadra. — Sorrido. Un’aria tosta, da
soldato. Almeno spero. — Ma non prima che sistemassi Flint.
— Abbiamo recuperato il corpo — dice Vosch. — Anche nel suo caso il proiettile è
stato sparato da vicino. Ma in un punto più alto a livello anatomico.
«Sicuro, Zombi? Che bisogno c’è di sparargli in testa?»
«Non devono sapere che è morto fulminato dall’impianto. Magari se faccio
abbastanza danni, distruggo le prove. Stai indietro, Ringer. Lo sai che non ho la mira
migliore del mondo.»
— Li avrei uccisi tutti, ma ero in inferiorità numerica, signore. Ho pensato che la
cosa migliore fosse riportare le chiappe alla base e fare rapporto.
Di nuovo non si muove né fiata per diverso tempo. Mi fissa e basta.
“Cosa sei?” mi chiedo. “Sei un essere umano? Sei un infestato? O sei…
qualcos’altro? Cosa diavolo sei?”
— Sono svaniti, sai — dice alla fine. Poi aspetta. Per fortuna, ho già pensato a cosa
rispondere. Anzi, ci ha pensato Ringer.
— Si sono tolti l’impianto.
— Anche tu te lo sei tolto — mi fa notare. E aspetta. Dietro di lui vedo degli
inservienti con la divisa verde che avanzano lungo la fila di letti in uno stridere di suole
sul pavimento di linoleum. Un giorno come tanti nell’ospedale dei dannati.
Sono preparato anche a questa domanda. — Stavo al loro gioco. In attesa di
un’opportunità. Dopo di me Dumbo si è occupato di Ringer e io ne ho approfittato per
fare la mia mossa.
— Sparando a Flintstone…
— E poi Ringer ha sparato a me.
— E poi… — Braccia incrociate sul petto. Mento abbassato. Mi studia a occhi
socchiusi. Come un rapace potrebbe studiare la sua cena.
— E poi sono scappato, signore.
«Quindi sarei capace di stendere Reznik al buio nel bel mezzo di una tormenta, ma
non di prendere te a mezzo metro di distanza? Non se la berrà, Zombi.»
«Non serve che se la beva. Basta che la annusi per qualche ora.»
Si schiarisce la gola. Si gratta sotto il mento. Esamina per un po’ il soffitto, poi
torna a guardarmi. — Hai avuto proprio fortuna, Ben, ad arrivare al punto di incontro
prima di morire dissanguato.
“Oh, puoi dirlo forte, chiunque tu sia. Una fortuna sfacciata.”
Cala il silenzio. Occhi azzurri. Labbra strette. Braccia conserte.
— Non mi hai detto tutto.
— Signore?
— Stai omettendo qualcosa.
Scuoto lentamente la testa. La stanza oscilla come una nave in una tempesta.
Quanti antidolorifici mi hanno dato?
— Il vostro ex sergente istruttore. Qualcuno dell’unità deve averlo perquisito. E
trovato in possesso di uno di questi. — Mi mostra un apparecchio argenteo identico a
quello di Reznik. — E a quel punto qualcun altro – direi tu, visto che eri l’ufficiale di
grado più alto – si sarà chiesto cosa ci faceva Reznik con un congegno capace di
mettere fine alla vostra vita con la pressione di un tasto.
Annuisco. Io e Ringer avevamo immaginato che sarebbe andato a parare anche lì, e
ho la risposta pronta. Il punto è se ci crederà o no.
— C’è un’unica spiegazione sensata, signore. Era il nostro primo incarico, il nostro
primo combattimento vero. Dovevamo essere monitorati. E serviva una procedura di
sicurezza nel caso in cui uno di noi avesse dato di Dorothy e si fosse avventato sugli
altri…
Lascio la frase in sospeso, a corto di fiato e felice di esserlo, perché non mi fido di
me stesso sotto l’effetto dei medicinali. Non riesco a ragionare chiaramente. Cammino
su un campo minato avvolto in una fitta nebbia. Ringer l’aveva previsto. Mi ha
costretto a ripetere tutto più e più volte mentre, al parco, aspettavamo che tornasse
l’elicottero, subito prima di appoggiarmi la pistola all’addome e premere il grilletto.
La sedia gratta sul pavimento e di colpo il viso magro e duro di Vosch mi invade il
campo visivo.
— È davvero straordinario, Ben, che tu riesca a resistere alle dinamiche di gruppo in
combattimento, all’enorme pressione a seguire il gregge. È quasi… be’, disumano, in
mancanza di parole migliori.
— Io sono umano — sussurro, mentre il cuore mi martella così forte nel petto che
per un istante sono sicuro che lui lo vede battere sotto la mia camiciola leggera.
— Sì? Perché è questo il punto, no, Ben? Il nocciolo di tutta la questione! Chi è
umano e chi no. Forse non abbiamo occhi, Ben? Mani, membra, corpo, sensi, affetti,
passioni? Se ci pungete, forse non sanguiniamo? E se ci fate un torto, non ci
vendicheremo?
Lo spigolo duro della mascella. La severità degli occhi azzurri. Le labbra sottili,
pallide rispetto al viso arrossato.
— Shakespeare. Il mercante di Venezia. A parlare è un membro di una razza
disprezzata e oppressa. Come la nostra, Ben. Quella umana.
— Non credo che ci odino, signore. — Mi sforzo di mantenere la calma di fronte a
questa piega strana e inaspettata del campo minato. Ho la testa che mi gira. Ferito al
fianco, imbottito di antidolorifici, mi ritrovo a parlare di Shakespeare con il comandante
di uno dei più efficienti campi di sterminio della storia mondiale.
— Hanno un modo davvero bizzarro di mostrare il loro affetto.
— Non penso che ci considerino in termini di amore o odio. Gli siamo semplicemente
d’impiccio. Forse, per loro, siamo noi l’infestazione.
— Periplaneta americana contro Homo sapiens alieno? In questo caso è un bene
stare dalla parte dello scarafaggio. È difficilissimo da sterminare.
Mi dà una pacca sulla spalla. La faccenda si fa molto seria. Siamo arrivati al
momento decisivo, quello in cui si vince o si perde, si passa e si canna l’esame: lo
sento. Si sta rigirando in mano il lucido apparecchio argenteo.
«Il tuo piano fa schifo, Zombi. Lo sai.»
«Okay. Sentiamo il tuo.»
«Restiamo uniti. Tentiamo la sorte con quelli nascosti nel tribunale.»
«E Nugget?»
«Non gli succederà niente. Perché ti preoccupi tanto di lui? Cavolo, Zombi, là dentro
ci sono centinaia di bambini…»
«Sì, lo so. Ma io ho fatto una promessa a uno solo di loro.»
— Questo è uno sviluppo molto preoccupante, Ben. Molto preoccupante. Nel suo
delirio Ringer cercherà riparo con quegli stessi che era incaricata di distruggere. Li
metterà al corrente di tutto ciò che sa sulle nostre operazioni. Abbiamo già inviato in
zona tre squadre nella speranza di anticiparla, ma temo sia troppo tardi. Se è davvero
così, non avremo altra scelta che ricorrere all’estremo rimedio.
Nei suoi occhi brucia un fuoco azzurro chiaro. Appena si volta, sono percorso da un
brivido, e improvvisamente mi sento raggelato e molto, molto spaventato.
“Qual è l’estremo rimedio?”
Forse non se l’è bevuta, ma la sta annusando. Sono ancora vivo. E finché sono vivo,
Nugget ha una possibilità.
Si gira nuovamente, come se si fosse appena ricordato di una cosa.
“Merda. Ci siamo.”
— Oh, quasi dimenticavo. Mi spiace portare cattive notizie, ma stiamo per levarti gli
antidolorifici in modo da poterti sottoporre a un esame post-missione completo.
— Un esame post-missione, signore?
— Combattere fa strani effetti, Ben. Gioca scherzi alla memoria. E abbiamo
scoperto che i medicinali interferiscono con il programma. Il tuo sistema dovrebbe
tornare pulito tra circa due ore.
«Continuo a non capire, Zombi. Perché ti devo sparare? Perché non puoi
semplicemente dire che ci sei sfuggito? Spararti è un tantino eccessivo, se vuoi la mia
opinione.»
«Devo essere ferito, Ringer.»
«Perché?»
«Per farmi mettere sotto farmaci.»
«Perché?»
«Per guadagnare tempo. Per evitare che mi ci portino appena scendo dall’elicottero.»
«Ti portino dove?»
Benché non abbia alcun bisogno di chiedere a Vosch di cosa parla, lo faccio lo
stesso: — Mi collegate a Mnemolandia?
Con un cenno del dito lui chiama un inserviente, che viene avanti reggendo un
vassoio. Un vassoio con una siringa e un minuscolo cilindretto argentato.
— Ti colleghiamo a Mnemolandia, esatto.
IX
Come un fiore la pioggia
– 65 –

Ieri notte ci siamo addormentati di fronte al camino e stamattina mi sono svegliata a


letto. No, non nel suo. Nel mio. Oppure di Val? A letto, e non ricordo di aver salito le
scale, perciò dev’essere stato lui a portarmi su e rimboccarmi le coperte, solo che ora
non è qui con me. Appena me ne accorgo, mi viene l’agitazione. Mettere a tacere i miei
dubbi è molto più semplice quando ce l’ho accanto. Quando posso vedere i suoi occhi
color cioccolato fuso e sentire la sua voce profonda avvolgermi come una coperta
calda in una notte fredda. “Oh, sei proprio senza speranza, Cassie. Un disastro
colossale.”
Mi vesto in fretta nella debole luce dell’alba e scendo al pianoterra. Non è nemmeno
lì, ma c’è il mio M16: pulito, carico e appoggiato alla mensola del caminetto. — Evan —
chiamo. Risponde il silenzio.
Prendo il fucile. L’ultima volta che l’ho usato è stato il giorno del soldato con il
crocifisso.
“Non è stata colpa tua. E nemmeno di quel soldato.”
Chiudo gli occhi e vedo mio padre a terra ferito che dice «No, Cassie» subito prima
che Vosch gli si avvicini e lo zittisca per sempre.
“È stata colpa sua. Non tua. Non di quel soldato. Sua.”
Ho un’immagine vividissima di me che pianto il fucile alla tempia di Vosch e gli
faccio saltare le cervella.
Prima però devo trovarlo. E poi chiedergli educatamente di stare fermo mentre gli
pianto il fucile alla tempia e gli faccio saltare le cervella.
Mi ritrovo sul divano accanto a Orso e li cullo entrambi, l’orsacchiotto su un braccio
e il fucile sull’altro, come se fossi di nuovo nel bosco, nella tenda sotto gli alberi sotto
il cielo sotto l’occhio minaccioso dell’astronave sotto l’esplosione di stelle uguali
identiche al Sole: e che probabilità c’erano che tra i cento sestilioni di stelle
dell’universo gli Altri scegliessero proprio la nostra per mettere su bottega?
È troppo per le mie forze. Non posso sconfiggere gli Altri. Sono uno scarafaggio.
Okay, adopererò la metafora dell’efemera di Evan: le efemere sono più belle e
perlomeno sanno volare. E nel mio unico giorno sulla Terra una cosa posso farla: posso
uccidere alcuni di quei bastardi. E intendo iniziare da Vosch.
Una mano mi si posa sulla spalla. — Cassie, perché piangi?
— Non piango. È un’allergia. Questo cavolo di orsacchiotto è pieno di polvere.
Mi si siede accanto, dalla parte di Orso, non dell’M16.
— Dov’eri? — chiedo per cambiare argomento.
— A controllare il tempo.
— E…? — “Frasi complete, per favore. Ho freddo e ho bisogno della tua voce calda
come una coperta per sentirmi al sicuro.” Mi porto le ginocchia al petto appoggiando i
talloni sul bordo del cuscino.
— E credo che per stanotte possiamo stare tranquilli. — La luce del mattino filtra da
uno spiraglio tra le lenzuola appese sulla finestra e gli dipinge d’oro il viso. Gli risplende
sui capelli scuri, gli scintilla negli occhi.
— Ottimo. — Tiro su rumorosamente con il naso.
— Cassie. — Mi mette una mano sul ginocchio. È calda: ne sento il tepore
nonostante i jeans. — Sono arrivato a una conclusione che potrà sembrarti strana.
— Tutta questa faccenda è solo un brutto sogno?
Scuote la testa ridendo nervoso. — Non voglio che tu la prenda nel modo sbagliato,
perciò fammi finire prima di replicare, d’accordo? Ci ho pensato su parecchio, e non
starei a parlartene se non credessi che…
— Sputa il rospo, Evan. Sputa. Il. Rospo. — “Oddio, cosa mi vorrà dire?” Sento il mio
corpo irrigidirsi. “Non importa, Evan. Non me lo dire.”
— Lascia che ti aiuti.
Sono confusa. È uno scherzo? Abbasso gli occhi sulla sua mano, le dita strette con
delicatezza sul mio ginocchio. — Pensavo di averti già detto di sì.
— Nel senso, lascia fare a me. — Mi dà una leggera scrollata alla gamba per indurmi
a guardarlo.
Poi ci arrivo. — Ah, ecco. Io sto qui e tu vai a cercare mio fratello.
— Okay, un secondo, hai appena promesso di farmi finire…
— Io non ho promesso un bel niente. — Gli spingo via la mano. L’idea che mi
abbandoni qui non è solo offensiva: è terrificante. — L’unica promessa che ho fatto è
stata a Sammy, perciò piantala.
Non mi dà retta. — D’accordo, ma tu non hai idea di cosa c’è là fuori.
— Perché, tu sì?
— Più di te, sicuro.
Si allunga verso di me. Lo blocco mettendogli una mano sul petto. “Eh, no, mio caro.”
— Allora dimmelo.
Fa un gesto esasperato. — Secondo te, chi ha più probabilità di sopravvivere
abbastanza a lungo da mantenere la promessa a Sammy? Non dico che dipende dal
fatto che tu sei una ragazza o che io sono più forte, più duro o più quel che ti pare.
Dico semplicemente che se va uno solo di noi, nel peggiore dei casi l’altro ha una
seconda opportunità.
— Be’, può anche darsi che l’ultima parte del tuo ragionamento sia giusta. Ma non
sta a te fare il primo tentativo. È mio fratello. Figurati se ho intenzione di rimanere qui
ad aspettare che un Silenziatore bussi alla porta chiedendomi un po’ di zucchero.
Preferisco andare da sola.
Mi spingo giù dal divano come se volessi prendere la porta in quel preciso istante.
Lui mi afferra per il braccio. E io mi libero con uno strattone.
— Smettila, Evan. Continui a dimenticarti che sono io che lascio venire te, non il
contrario.
China la testa. — Lo so. Lo so benissimo. — Poi ride triste. — Sapevo anche cosa
avresti risposto, ma ci dovevo provare.
— Ci dovevi provare perché credi che non sia capace di badare a me stessa?
— No, perché non voglio che tu muoia.
– 66 –

Ci siamo preparati per settimane. Oggi, giorno della partenza, non è rimasto molto da
fare a parte attendere il tramonto. Viaggeremo leggeri: secondo Evan possiamo
arrivare alla Wright-Patterson in due o tre notti, salvo imprevisti tipo un’altra tormenta
o un agguato che costi la vita a uno dei due. Oppure a entrambi, il che comporterebbe
un ritardo indefinito.
Benché mi sia limitata al minimo indispensabile, ho problemi a far entrare Orso
nello zaino. Forse dovrei mozzargli le zampe e, nel restituirlo a Sammy, dare la colpa
all’Occhio che ha distrutto il campo profughi.
L’Occhio. Ecco cosa ci vorrebbe con Vosch: ancora meglio di un proiettile in testa,
una bomba aliena ficcata nei pantaloni.
— Forse dovresti lasciarlo qui — suggerisce Evan.
— Forse dovresti tacere — bofonchio io, piegando Orso in due e chiudendo a forza la
cerniera. — Là.
Evan sorride. — Sai, quando ti ho vista nel bosco, ho pensato che quell’orsacchiotto
fosse tuo.
— Nel bosco?
Il sorriso svanisce.
— Non mi hai trovata nel bosco — gli ricordo. All’improvviso la stanza sembra dieci
gradi più fredda. — Mi hai trovata in un cumulo di neve.
— Nel senso che ero io nel bosco, non tu — dice. — Ti ho vista dal bosco un
chilometro più in là.
Annuisco. Non perché gli creda. Annuisco perché so che faccio bene a non credergli.
— Continua a tenere gli occhi aperti perché non sei ancora fuori da quel bosco, Evan.
Sei tanto dolce e hai delle pellicine fantastiche, ma mi sfugge ancora come fai ad
avere delle mani così morbide e per quale motivo sapevi di polvere da sparo la notte in
cui, in teoria, sei andato sulla tomba della tua ex.
— Te l’ho detto, sono mesi che non lavoro nella fattoria, e quel pomeriggio avevo
pulito il fucile. Non so cos’altro…
Lo interrompo: — Ti sto dando fiducia solo perché sei bravo a sparare e perché non
mi hai ammazzata pur avendone avuto migliaia di occasioni. Non prenderla sul
personale, ma in te e in tutta questa storia c’è qualcosa che non mi torna. Ciò però
non significa che sarà così per sempre. Prima o poi capirò e, se per caso scopro che io
e te non stiamo dalla stessa parte, farò quello che devo fare.
— E cioè? — Ha di nuovo quel suo irritante sorriso sghembo e sensuale, più le spalle
alzate e le mani sprofondate in tasca, con un atteggiamento arrendevole senz’altro
studiato per mandarmi fuori di testa nel senso che gli conviene. Cos’ha di tanto
speciale da farmi venire voglia di prenderlo a sberle e coprirlo di baci nello stesso
tempo, darmela a gambe e corrergli incontro, rifilargli una ginocchiata in quel posto e
buttargli le braccia al collo? Vorrei imputare all’Arrivo l’effetto che ha su di me, ma
qualcosa mi dice che i ragazzi provocavano reazioni simili anche in passato.
— Quello che devo fare — rispondo.
Vado di sopra. Pensare a quello che devo fare mi ha ricordato che, prima di partire,
volevo proprio fare una cosa.
Entro in bagno e frugo nei cassetti finché non trovo un paio di forbici, dopodiché
procedo a una potatura di quindici centimetri. Le assi del pavimento scricchiolano alle
mie spalle, al che senza neppure voltarmi urlo: — Smettila di spiarmi!
Un attimo dopo Evan si sporge dentro. — Che fai? — mi chiede.
— Mi taglio simbolicamente i capelli. E tu che fai? Oh, giusto. Mi segui e ti apposti
dietro la porta. Chissà, magari un giorno o l’altro metterai insieme il coraggio di
varcare la soglia, Evan.
— A me pare che tu, i capelli, te li stia tagliando realmente.
— Ho deciso di sbarazzarmi di tutto quello che mi infastidisce. — Gli lancio
un’occhiata dallo specchio.
— Come mai ti infastidiscono?
— Come mai ti interessa? — Ora sto guardando il mio riflesso, ma continuo a
vederlo con la coda dell’occhio. Uffa, ancora simbolismo.
Decide saggiamente di levarsi di torno. Zac, zac, zac, e il lavandino si riempie di
riccioli. Lo sento aggirarsi di sotto, poi sbattere la porta della cucina. Magari prima
dovevo chiedergli il permesso. Come se fossi di sua proprietà. Come se fossi un
cucciolo che ha trovato smarrito tra la neve.
Faccio un passo indietro per esaminare l’opera. Con questo taglio corto e senza un
filo di trucco dimostro dodici anni. Okay, forse quattordici. Ma con l’atteggiamento e gli
accessori giusti potrebbero scambiarmi per una bambina. E magari darmi un passaggio
verso la salvezza su un simpatico scuolabus giallo.
Quel pomeriggio una coltre di nubi grigie si distende sul cielo portando un crepuscolo
anticipato. Evan scompare di nuovo e torna dopo pochi minuti con due taniche di
benzina da venti litri. Quando lo guardo, dice: — Sviare l’attenzione potrebbe essere
d’aiuto.
Ci metto un po’ a elaborare. — Vuoi dare fuoco alla casa?
Annuisce. Sembra quasi elettrizzato all’idea. — Esatto, voglio dare fuoco alla casa.
Mentre trascina di sopra una delle taniche per poi annaffiare le camere, io esco sul
portico per sfuggire ai fumi. In cortile c’è un grosso corvo nero che saltella qua e là: si
ferma e mi scruta con i suoi piccoli occhi lucenti. Sono tentata di estrarre la pistola e
sparargli.
Non penso che lo mancherei. Grazie a Evan sono diventata piuttosto brava, e in più
c’è il mio odio per gli uccelli.
La porta alle mie spalle si apre lasciando uscire una nauseante zaffata di benzina.
Scendo dal portico e il corvo si alza in volo gracchiando. Evan bagna l’esterno, poi butta
la tanica vuota di fianco alla casa.
— La stalla — dico. — Se volevi sviare l’attenzione, dovevi dare fuoco alla stalla.
Almeno al nostro ritorno avremmo avuto ancora una casa. — “Perché voglio illudermi
che torneremo, Evan. Io, tu e Sammy, un’unica grande famiglia felice.”
— Sai benissimo che non torneremo — risponde. E accende il fiammifero.
– 67 –

Ventiquattro ore dopo ho chiuso il cerchio che collega me e Sammy come un


cordoncino argentato, tornando nel posto in cui gli ho fatto la promessa.
Il campo profughi è esattamente come l’ho lasciato, ovvero non c’è nessun campo
profughi, ma solo una strada sterrata che taglia il bosco interrotta da uno spazio vuoto
di due chilometri di diametro là dove un tempo c’era il campo stesso, il terreno più
duro dell’acciaio e spoglio di qualunque cosa, erba cattiva o ramo secco o foglia morta
che sia. Certo, è inverno, ma per qualche ragione dubito che con l’arrivo della
primavera questa radura di origine aliena fiorirà come un bel prato.
Indico una zona alla nostra destra. — La baracca era là. Penso. È difficile dirlo
avendo come punto di riferimento solo la strada. E laggiù c’era il magazzino. Da quella
parte la fossa cineraria e ancora più indietro il burrone.
Evan scuote la testa incredulo. — Non è rimasto niente. — Batte il piede sul terreno
compatto come roccia.
— Oh, sì invece. Sono rimasta io.
Sospira. — Sai cosa intendo.
— Sono troppo emotiva.
— Hmm. Non è proprio da te. — Tenta di sorridere, ma non gli riesce bene. È molto
taciturno da quando abbiamo lasciato la sua casa in fiamme nel bel mezzo della
campagna. Nella luce declinante del giorno si siede sui talloni, tira fuori la cartina e
indica con la torcia il punto in cui ci troviamo.
— L’altro tratto di strada sterrata non è segnato, ma sbocca di sicuro sulla
principale, magari da queste parti. Possiamo seguire quella per arrivare alla 675, poi da
lì alla Wright-Patterson è tutta dritta.
— Quanto manca ancora? — chiedo sbirciando oltre la sua spalla.
— All’incirca quaranta o cinquanta chilometri. Un giorno di cammino, se ci diamo
dentro.
— Ci daremo dentro.
Mi siedo accanto a lui e rovisto nel suo zaino in cerca di qualcosa da mettere sotto i
denti. Trovo della misteriosa carne salata avvolta in un pezzo di carta da forno e un
paio di biscotti secchi. Gliene offro uno, che rifiuta con un cenno del capo.
— Devi mangiare — lo sgrido. — Smettila di preoccuparti tanto.
Ha paura che il cibo finisca. Ha il fucile, ovviamente, ma non può cacciare in questa
fase dell’operazione di salvataggio. Dobbiamo attraversare la campagna in silenzio. Non
che la campagna sia particolarmente silenziosa. Ieri notte abbiamo sentito un mucchio
di spari. In alcuni casi l’eco veniva da un’arma sola, in altri da punti diversi. Sempre in
lontananza, comunque, mai così vicino da spaventarci. Forse cacciatori solitari che,
come Evan, vivono di selvaggina. Oppure bande erranti di delinquenti. Chi lo sa? Può
anche darsi che ci siano altre sedicenni munite di M16 e stupidamente convinte di
essere le ultime rappresentanti del genere umano rimaste sulla Terra.
Alla fine Evan si arrende e prende il biscotto. Ne stacca un pezzo. Mastica con aria
pensierosa guardando il deserto che ci circonda mentre la luce muore. — E se gli
scuolabus non girano più? — chiede per la centesima volta. — Come facciamo a
entrare?
— Ci inventiamo qualcos’altro. — Cassie Sullivan: l’esperta stratega.
Mi lancia un’occhiata. — Soldati professionisti. Fuoristrada. E Black Hawk. E questa –
come l’hai chiamata? – bomba-occhio verde. Sarà il caso che ci inventiamo qualcosa di
geniale. Si ficca in tasca la cartina e si alza sistemandosi il fucile in spalla. Si sta
trattenendo dal fare qualcosa. Non so esattamente cosa. Piangere? Gridare? Ridere?
Anch’io. Tutte e tre le cose. E forse non per gli stessi motivi. Ho deciso di fidarmi di
lui, ma, come qualcuno ha detto una volta, imporselo è impossibile. Perciò bisogna
mettere tutti i dubbi in una scatolina, sotterrarla ben bene da qualche parte e poi
cercare di dimenticarsi dov’è. Il mio problema è che quella scatola sepolta è come una
crosticina che non riesco a smettere di tormentare.
— È meglio se andiamo — dice Evan con voce inquieta dopo un rapido sguardo al
cielo. Le nuvole arrivate ieri indugiano in alto nascondendo le stelle. — Qui siamo in
bella vista.
Poi, di colpo, si volta a sinistra e si immobilizza.
— Che c’è? — bisbiglio.
Tira su una mano. Mi fa un cenno brusco con il capo. Scruta nella quasi oscurità. Io
non vedo e non sento niente. Ma non sono un cacciatore come lui.
— Una torcia — mormora. Mi appoggia le labbra all’orecchio. — Cos’è più vicino, il
bosco lungo l’altro tratto di strada o il burrone?
Scrollo la testa. Non lo so con certezza. — Il burrone, direi.
Non esita un istante. Mi prende per mano e comincia a correre verso il punto che gli
ho mostrato qualche minuto prima, dove spero ci sia il burrone. Non so quanto ci
mettiamo a raggiungerlo. Probabilmente non molto, ma mi sembra un’eternità. Evan mi
aiuta a scendere per la parete rocciosa e poi mi raggiunge con un balzo.
— Evan?
Si porta il dito alle labbra. Si arrampica per sbirciare oltre il bordo. Mi indica a gesti
il suo zaino e io ci frugo dentro finché non trovo il binocolo. Lo tiro leggermente per
una gamba dei pantaloni – “Che succede?” – ma lui si libera. Si batte le dita sulla
coscia tenendo il pollice nascosto. Sono in quattro? È questo che intende? O sta usando
un qualche codice da cacciatore, tipo “mettiti a quattro zampe”?
Resta immobile per un sacco di tempo. Alla fine si cala giù svelto e mi riappoggia le
labbra all’orecchio.
— Stanno venendo da questa parte. — Scruta nell’oscurità verso la parete opposta
del burrone, che è molto più ripida di quella da cui siamo scesi, ma anche fiancheggiata
dal bosco, o perlomeno da ciò che ne resta: tronchi d’albero distrutti, grovigli di rami
spezzati e rampicanti. Un ottimo riparo. Se non altro migliore dell’essere
completamente allo scoperto in un canalone in cui i cattivi ci possono sparare come a
pesci in un barile. Si morde il labbro calcolando le probabilità. Facciamo in tempo a
scalare l’altro lato prima che ci individuino?
— Stai giù.
Si toglie di spalla il fucile, punta gli scarponi sulla superficie instabile e con una
spinta appoggia i gomiti sul ciglio. Sono proprio sotto di lui, con l’M16 in braccio. Già,
mi ha detto di stare giù, lo so. Ma non ho intenzione di aspettare la fine raggomitolata
su me stessa. È successo una volta e non ricapiterà più.
Evan fa fuoco: la calma del crepuscolo va in frantumi. Il rinculo del fucile gli fa
perdere l’equilibrio, il piede gli scivola e lui precipita giù. Per fortuna lì sotto c’è una
deficiente che attutisce la caduta. Gli è andata bene. Non altrettanto alla deficiente.
Rotola via, mi tira su e mi spinge verso il lato opposto. Ma è un po’ difficile
muoversi in fretta quando non si riesce a respirare.
Un bengala piomba nel burrone fendendo il buio con un infernale bagliore rosso. Evan
mi prende sotto le ascelle e mi lancia su. Mi afferro al bordo con le dita e pianto
furiosamente i piedi nella parete scoscesa, come una specie di ciclista folle. Poi mi
piazza le mani sotto il sedere per la spinta finale e, oh issa, sono fuori.
Mi giro per aiutarlo a salire, ma lui mi urla di scappare – ormai non c’è più ragione
di fare piano – mentre un aggeggino a forma di ananas cade alle sue spalle.
— Granata! — strillo, il che gli dà un intero secondo per ripararsi.
Non basta.
L’esplosione lo scaraventa a terra e in quell’istante, sul lato opposto del burrone,
compare una figura con indosso una mimetica. Faccio fuoco con l’M16, gridando
insensatamente con tutto il fiato che ho in gola. La figura indietreggia scomposta, ma
io continuo a sparare nello stesso punto. Probabilmente non si aspettava che Cassie
Sullivan rispondesse così al suo invito alla megafesta in stile post-apocalisse aliena.
Svuoto il caricatore e ne sbatto dentro un altro. Conto fino a dieci. Mi costringo a
guardare nel burrone pur sapendo cosa vedrò. Il corpo di Evan maciullato sul fondo, e
tutto per la convinzione che valesse la pena morire per me: la ragazza che si lasciava
baciare ma non baciava mai per prima; la ragazza che non l’aveva mai ringraziato per
averle salvato la vita, ma che, anzi, lo ripagava con sarcasmo e accuse. So cosa vedrò,
però non è quello che vedo.
Evan è scomparso.
La vocina nella mia testa che ha il compito di proteggermi grida: “Scappa!”
Quindi scappo.
Scavalcando alberi caduti e sterpaglie secche, ora accompagnata dal familiare
ratatatata delle armi a ripetizione.
Bombe a mano. Bengala. Fucili d’assalto. Questi non sono delinquenti. Sono
professionisti.
Uscita dalla luce diabolica del bengala, mi scontro con il muro dell’oscurità e centro
in pieno un tronco. L’impatto mi manda a tappeto. Non so quanto ho corso, ma
probabilmente parecchio, perché non vedo più il burrone e non sento altro che il battito
furioso del mio cuore.
Mi precipito verso un pino caduto che si trova poco più avanti e mi ci raggomitolo
dietro in attesa che il mio fiato mi raggiunga. In attesa che mi cada davanti un altro
bengala. In attesa che i Silenziatori arrivino sferzando il sottobosco.
In lontananza riecheggia un colpo di fucile seguito da un grido acuto. Quindi raffiche
di armi automatiche e l’esplosione di una seconda granata. Poi il silenzio.
“Be’, non è a me che sparano, quindi sarà a Evan” penso. Il che mi fa sentire da una
parte meglio e dall’altra molto peggio, visto che lui è là da solo a vedersela con dei
professionisti e io invece dove? Nascosta dietro un albero come una cacasotto.
Ma Sammy? Posso tornare indietro unendomi a una battaglia che con ogni probabilità
perderò, o restare buona qui per restare viva e mantenere la promessa.
È un mondo o/o.
Un altro colpo di fucile. Un altro grido.
Di nuovo silenzio.
Li sta facendo fuori uno alla volta. Un ragazzo di campagna senza alcuna esperienza
di combattimento contro una squadra di soldati professionisti. In inferiorità numerica.
In inferiorità di equipaggiamento. Eppure li stecchisce con la stessa brutale efficienza
del Silenziatore sulla statale, il cacciatore del bosco che mi ha messa in trappola sotto
una macchina e poi è misteriosamente sparito.
Colpo.
Grido.
Silenzio.
Non mi muovo. Aspetto terrorizzata dietro il mio fido tronco. Nel giro di dieci minuti
mi è diventato talmente caro che rifletto sulla possibilità di dargli un nome tipo
Howard, come fosse il cane di casa.
«Sai, quando ti ho vista nel bosco, ho pensato che quell’orsacchiotto fosse tuo.»
Schiocchi e fruscii di ramoscelli e foglie morte calpestati. Un’ombra più scura sullo
sfondo scuro del bosco. Il flebile richiamo del Silenziatore. Il mio Silenziatore.
— Cassie? Cassie, via libera.
Mi alzo in piedi e punto il fucile in faccia a Evan Walker.
– 68 –

Si ferma subito, ma l’espressione confusa prende forma pian piano.


— Cassie, sono io.
— Lo so che sei tu. Solo che non so chi sei.
Contrae la mascella. — Abbassa quel fucile, Cassie. — Ha la voce tesa. Rabbia?
Frustrazione? Non saprei dirlo.
— Chi sei, Evan? Ammesso che ti chiami davvero così.
Accenna un sorriso. E poi cade in ginocchio, ondeggia, crolla e rimane lì lungo
disteso.
Aspetto, l’M16 puntato alla sua nuca. È immobile. Scavalco il tronco e lo tocco con la
punta del piede. È ancora immobile. Mi inginocchio accanto a lui posandomi il calcio del
fucile sulla coscia e gli premo le dita sul collo in cerca del battito. È vivo. Ha i
pantaloni stracciati dal sedere in giù. È bagnato. Mi annuso le dita. Sangue.
Appoggio l’M16 all’albero caduto e rotolo Evan sulla schiena. Muove le palpebre. Alza
la mano e mi tocca la guancia con il palmo insanguinato.
— Cassie — sussurra. — Cassie per Cassiopea.
— Smettila — ordino. Mi accorgo che ha il fucile a fianco e lo allontano con un
calcio. — Quanto è grave?
— Parecchio, credo.
— Quanti erano?
— Quattro.
— Non avevano speranze, vero?
Lungo sospiro. Cerca il mio sguardo. Non c’è bisogno che dica niente: gli leggo la
risposta in faccia. — In effetti, no.
— Perché ti manca il coraggio di uccidere, ma se devi fare una cosa, il coraggio di
farla ce l’hai, giusto?
Trattengo il respiro. Deve aver già capito dove voglio arrivare.
Esita. Annuisce. Gli vedo il dolore negli occhi. Distolgo lo sguardo per impedirgli di
vedere quello nei miei. “Ma hai preso tu questa strada, Cassie. Ora non puoi tornare
indietro.”
— E sei molto bravo in quello che devi fare, giusto?
“Be’, è questo il punto, no? La questione riguarda anche te: cosa hai il coraggio di
fare, Cassie? “
Mi ha salvato la vita. Come fa a essere lo stesso che ha cercato di togliermela? Non
ha senso.
Ho il coraggio di lasciarlo qui a morire dissanguato, perché ora so per certo che mi
ha mentito, che non è affatto Evan Walker il cacciatore gentile e schivo, il figlio e
fratello e fidanzato in lutto, ma qualcosa che potrebbe addirittura non essere umano?
Devo o no seguire la prima regola fino alla sua brutale e inflessibile conclusione, ossia
piantargli un proiettile in quella fronte elegantemente scolpita?
“Oh, ma chi voglio prendere in giro?”
Comincio a sbottonargli la camicia. — Devo levarti i vestiti — borbotto.
— Non sai quant’è che aspetto di sentirtelo dire. — Sorriso. Sghembo. Sensuale.
— Stavolta non te la caverai solo grazie al tuo fascino, mio caro. Puoi tirarti un po’
su? Un altro po’. Tieni, prendi questi. — Due antidolorifici del kit di pronto soccorso. Gli
allungo una bottiglia d’acqua e lui li inghiotte con un paio di sorsate.
Gli tiro via la camicia. Mi fissa, ma io evito il suo sguardo. Mentre gli sfilo gli
scarponi, lui si slaccia la cintura e si abbassa la cerniera. Solleva il sedere, ma non
riesco a levargli i pantaloni: sono incollati al corpo dal sangue.
— Strappali — dice. Si gira sulla pancia. Ci provo, ma ogni volta che tiro, la stoffa
mi scivola tra le dita.
— Usa questo. — Mi porge un coltello insanguinato. Non gli faccio domande in
merito.
Taglio lentamente da uno strappo all’altro: ho una gran paura di tagliare lui. Poi gli
stacco il tessuto dalle gambe una striscia alla volta, come se sbucciassi una banana. È
proprio così, una similitudine perfetta: come se sbucciassi una banana. Devo scoprire
la verità, ed è impossibile arrivare alla polpa senza togliere lo strato esterno.
A proposito di polpa, mi sono rimaste – cioè, gli sono rimaste – giusto le mutande.
— Devo guardarti il sedere? — gli chiedo
— È un po’ che vorrei sentire la tua opinione.
— Basta con questi goffi tentativi di fare dello spirito. — Taglio la stoffa su
entrambi i fianchi e la tiro via, scoprendogli il fondoschiena. Non ha un bell’aspetto. Nel
senso che è stato sforacchiato dalle schegge. Per il resto, niente da dire.
Tampono il sangue con un pezzo di garza, ricacciando indietro risatine isteriche.
Dentro di me do la colpa all’eccessivo stress, non al fatto che gli sto palpeggiando il
sedere.
— Cavolo, sei proprio messo male.
Fatica a respirare. — Per ora cerca solo di bloccare l’emorragia.
Copro le ferite su questo lato come meglio posso. — Ti potresti girare?
— Preferirei di no.
— Devo vedere davanti. — “Oh, mio Dio. Davanti?”
— Davanti è a posto. Davvero.
Mi siedo, esausta. Su questo, lo prenderò davvero in parola. — Dimmi cos’è
successo.
— Dopo che ti ho spinta fuori dal burrone, mi sono messo a correre. Ho trovato un
punto meno profondo e sono salito da lì. Poi li ho presi alle spalle. Il resto
probabilmente l’hai sentito.
— Ho sentito tre spari. Hai detto che erano in quattro.
— Coltello.
— Questo coltello?
— Quel coltello. Il sangue che ho sulle mani è suo, non mio.
— Oh, grazie tante. — Mi strofino la guancia nel punto in cui mi ha toccata. Decido
di andare dritta alla peggiore spiegazione possibile. — Sei un Silenziatore, vero?
Silenzio. Che buffo.
— O sei umano? — sussurro. “Di’ che sei umano, Evan. E quando lo dici, dillo come
si deve, in modo da chiudere la questione. Per piacere, Evan, ho davvero bisogno di
togliermi il dubbio. So che mi hai già detto che uno non si può imporre di fidarsi, ma
allora, cavolo, convincimi tu a farlo. Convincimi. Dillo. Di’ che sei umano.”
— Cassie…
— Sei umano?
— Certo che sono umano.
Inspiro a fondo. L’ha detto, ma non come si deve. Non riesco a vedergli il viso: è
nascosto dal gomito. Magari, se ci riuscissi, potrei lasciarmi alle spalle quest’orribile
pensiero. Prendo delle salviette disinfettanti e comincio a togliermi il sangue – suo o di
chiunque altro – dalle mani.
— Allora perché mi hai mentito?
— Non ti ho mentito su tutto.
— Solo sulle parti che contano.
— No, è proprio su quelle che non ti ho mentito.
— Sei stato tu a uccidere quei tre sulla statale?
— Sì.
Sussulto. Non mi aspettavo dicesse di sì. Mi aspettavo qualcosa tipo: “Stai
scherzando? Smettila di fare la paranoica.” Invece ottengo una risposta semplice e
pacata, come se gli avessi chiesto se ha mai nuotato nudo.
La domanda successiva è più difficile: — Sei stato tu anche a spararmi alla gamba?
— Sì.
Rabbrividisco, facendo cadere la garza insanguinata. — E perché mi hai sparato alla
gamba, Evan?
— Perché non sono riuscito a spararti in testa.
“Bene. Eccoti accontentata.”
Tiro fuori la Luger e me la poso in grembo. La sua testa è a trenta centimetri dal
mio ginocchio. La cosa singolare è che la persona armata trema come una foglia,
mentre quella in sua balia è perfettamente calma.
— Ora me ne vado. Me ne vado e ti lascio qui a dissanguarti come tu hai lasciato
me sotto quella macchina.
Aspetto che risponda.
— Sei ancora qui — mi fa notare.
— Voglio sentire cos’hai da dire.
— È una faccenda complicata.
— No, Evan. Le bugie sono complicate. La verità è semplice. Perché sparavi a quelli
che passavano sulla statale?
— Perché avevo paura.
— Paura di cosa? — chiedo.
— Paura che non fossero umani.
Sospirando prendo una bottiglia d’acqua dallo zaino, mi appoggio all’albero caduto e
bevo un lungo sorso.
— Hai sparato a quei tre, a me e Dio solo sa a chi altri. Visto che sapevi già della
Quarta Onda, di notte non uscivi certo a caccia. Sono il tuo soldato con il crocifisso.
Annuisce senza staccare la testa dall’incavo del gomito. Voce soffocata: — Se la
vuoi mettere così.
— Se mi volevi morta, per quale motivo mi hai tirata fuori dalla neve anziché
lasciarmi lì a congelare?
— Non ti volevo morta.
— Non mi volevi morta, però mi hai sparato alla gamba e mi hai lasciata a
dissanguarmi sotto la macchina.
— No, eri uscita quando sono scappato.
— Sei scappato? E perché saresti scappato? — Faccio fatica a immaginarmi la
scena.
— Avevo paura.
— Hai sparato a quei tre perché avevi paura. Hai sparato a me perché avevi paura.
Sei scappato perché avevi paura.
— Okay, forse ho qualche problema al riguardo.
— Poi mi trovi e mi porti a casa tua, e mi rimetti in piedi, e mi cucini hamburger, e
mi lavi i capelli, e mi insegni a sparare, e mi baci… a che scopo?
Si gira quanto basta a guardarmi con un occhio. — Sai, Cassie, è un po’ ingiusto da
parte tua.
Rimango a bocca aperta. — Ingiusto?
— Farmi il terzo grado quando sono imbottito di schegge.
— Non è colpa mia! — esclamo secca. — Sei stato tu a insistere per venire. — Un
brivido mi corre lungo la schiena. — Perché sei voluto venire, Evan? Cos’è, una specie
di fregatura? Mi stai usando per ottenere qualcosa?
— L’idea di salvare Sammy è venuta a te — puntualizza. — Io ho cercato di
convincerti a lasciar perdere. Mi sono persino offerto di andare al posto tuo.
Sta tremando. È nudo e ci sono cinque gradi. Gli poso il giaccone sulla schiena e gli
copro il resto alla bell’e meglio con la camicia jeans.
— Mi dispiace, Cassie.
— Per cosa?
— Per tutto. — Biascica leggermente: gli antidolorifici cominciano a fare effetto.
Stringo forte la pistola con entrambe le mani. Tremo come lui, ma non per il freddo.
— Evan, io ho ucciso quel soldato perché non avevo scelta: non sono mai andata in
cerca di gente da ammazzare. Non mi sono mai appostata nel bosco per far fuori tutti
quelli che passavano per la strada solo perché c’era la possibilità che non fossero
umani. — Annuisco dandomi ragione da sola. La faccenda è molto semplice. — Non
puoi essere chi dici di essere, perché chi dici di essere non avrebbe mai potuto fare
quello che hai fatto tu!
Ormai voglio un’unica cosa: la verità. E smetterla di comportarmi da idiota. E di
provare sentimenti per lui, perché provare sentimenti per lui mi renderà molto più
difficile, se non impossibile, quello che devo fare, e se voglio salvare mio fratello, non
ci può essere niente di impossibile.
— Qual è la prossima mossa? — dico.
— Domattina dovremo estrarre le schegge.
— La prossima onda, intendo. Oppure tu sei l’ultima, Evan?
Mi guarda con un occhio scrollando la testa. — Non so come convincerti…
Gli punto la pistola alla tempia, proprio accanto a quell’occhione color cioccolato che
mi fissa da sotto in su, e ringhio: — Prima Onda: Blackout. Seconda Onda: Maremoto.
Terza Onda: Pestilenza. Quarta Onda: Silenziatore. E poi, Evan? Qual è la Quinta
Onda?
Non risponde. È svenuto.
– 69 –

All’alba è ancora privo di sensi, perciò prendo il fucile ed esco dal bosco per capire
meglio cosa ha fatto. Probabilmente non è una gran genialata. E se i quattro dell’Ave
Maria avessero chiamato i rinforzi? Sarei il bersaglio del tiro a segno del luna park. A
sparare me la cavo, ma non sono Evan Walker.
Be’, nemmeno Evan Walker è Evan Walker.
Non so cosa sia. Lui sostiene che è umano, e in effetti ha un aspetto da umano,
parla da umano, sanguina da umano e, sì, bacia da umano. E ciò che chiamiamo rosa
anche con un altro nome, bla bla bla. In più dice sempre la cosa giusta, tipo che il
motivo per cui si appostava come un cecchino è lo stesso per cui io ho sparato al
soldato con il crocifisso.
Io, però, non me la bevo. E in questo momento non sono in grado di decidere se è
meglio un Evan morto o un Evan vivo. L’Evan morto non può aiutarmi a mantenere la
promessa. Quello vivo sì.
Perché mi ha sparato se poi mi ha salvata? Cosa intendeva quando ha detto che ero
stata io a salvare lui?
È strano. Quando mi teneva tra le braccia, mi sentivo al sicuro. Quando mi baciava,
ero persa in lui. È come se ci fossero due Evan. Quello che conosco e quello che non
conosco. Evan il ragazzo di campagna dalle mani morbide, sotto le cui carezze mi
ritrovo a fare le fusa come un gatto. Ed Evan l’impostore, nonché l’assassino che mi ha
sparato a sangue freddo.
Gli concederò che è umano, perlomeno biologicamente. Magari è un clone ottenuto a
bordo dell’astronave a partire da DNA prelevato sulla Terra. O magari qualcosa di meno
fantascientifico e più spregevole: un traditore. Magari è questo che sono i Silenziatori:
mercenari umani.
Gli Altri lo pagano in qualche modo per eliminarci. Oppure l’hanno minacciato, per
esempio potrebbero aver rapito una persona a lui cara (Lauren? di fatto non ho mai
visto la sua tomba) e avergli proposto un accordo. “Ammazza venti umani e te la
restituiamo.”
L’ultima possibilità? Che sia davvero ciò che dice di essere. Solo, spaventato,
costretto a uccidere per non essere ucciso, un praticante convinto della prima regola,
che a un certo punto ha violato i propri principi lasciandomi andare e poi restituendomi
alla vita.
Spiega quello che è successo quanto le altre due possibilità. I pezzi combaciano.
Potrebbe essere la verità. Ma c’è solo un piccolo, fastidioso problema.
I soldati.
È per questo che non lo abbandono nel bosco. Voglio prima vedere con i miei occhi
cosa ha fatto.
Dal momento che il campo profughi ormai è più spoglio di una distesa di sale, non
faccio fatica a trovare le prede di Evan. Una poco lontano dal ciglio del burrone. Due
fianco a fianco qualche centinaio di metri più in là. Tutte e tre colpite alla testa. Al
buio. Mentre sparavano a ripetizione. L’ultima è riversa dove un tempo c’era la baracca,
magari persino nel punto esatto in cui Vosch ha ucciso mio padre.
Nessuna di loro ha più di quattordici anni. Su un occhio hanno delle bizzarre bende
argentate. Un qualche apparecchio per la visione notturna? In tal caso la bravura di
Evan sarebbe ancora più impressionante, anzi, inquietante.
Quando torno, Evan ha ripreso conoscenza. È seduto a gambe larghe con la schiena
appoggiata all’albero caduto. Pallido, tremante e con gli occhi infossati.
— Erano ragazzini — dico. — Erano solo ragazzini.
A calci mi apro un varco tra la boscaglia secca alle sue spalle e do di stomaco.
Dopo mi sento meglio.
Torno da Evan. Ho deciso di non ucciderlo. Non ancora. Per il momento mi fa più
comodo vivo. Se è un Silenziatore, potrebbe sapere cosa è successo a mio fratello.
Quindi afferro il kit di pronto soccorso e mi inginocchio davanti a lui.
— Okay, è ora di operare.
Trovo una confezione di salviette disinfettanti. Evan mi osserva in silenzio mentre
tolgo dal coltello il sangue della sua vittima.
Deglutisco con forza per reprimere un nuovo conato. — Non l’ho mai fatto — dico. È
piuttosto ovvio, ma ho l’impressione di avere di fronte uno sconosciuto.
Lui annuisce e si sdraia sulla pancia. Tiro via la camicia scoprendogli la parte
inferiore del corpo.
Fino a poche ore fa non avevo mai visto un ragazzo nudo. E ora eccomi qui. In
realtà, comunque, non vedo tutto. Solo la metà di dietro. Strano, non avrei mai detto
che la mia prima volta con un ragazzo nudo sarebbe stata così. Be’, no, forse non è
tanto strano.
— Vuoi un altro antidolorifico? — chiedo. — Fa freddo e mi tremano le mani…
— Non serve — borbotta con la faccia affondata nel braccio.
All’inizio procedo lentamente, infilando la punta del coltello nelle ferite con
circospezione, ma capisco alla svelta che non è quello il modo migliore di estrarre
frammenti di metallo dalla carne, sia o non sia umana: si prolunga solo l’agonia.
Il sedere è la parte che richiede più tempo. Non perché io indugi. È solo che è
strapieno di schegge. Evan non si muove. Sussulta appena. A volte fa: — Ahi! — A
volte sospira.
Gli sollevo il giaccone dalla schiena. Lì le ferite sono meno e concentrate nella parte
in basso. Dita rigide e polsi doloranti, mi sforzo comunque di essere rapida: rapida ma
accurata.
— Resisti — mormoro. — Sono a un passo dalla fine.
— Anch’io.
— Non abbiamo abbastanza bende.
— Copri solo i punti messi peggio.
— E l’infezione…?
— Nel kit ci sono delle compresse di penicillina.
Mentre lui si rimette supino, io cerco le pasticche. Ne prende due con un sorso
d’acqua. Mi siedo, grondante di sudore anche se siamo appena sopra lo zero.
— Perché dei ragazzini? — chiedo.
— Non sapevo che fossero dei ragazzini.
— Okay, forse no, ma erano armati fino ai denti e sapevano quel che facevano.
Purtroppo per loro, anche tu. Devi esserti dimenticato di accennare al tuo
addestramento da commando.
— Cassie, se non ci fidiamo l’uno dell’altra…
— Evan, non possiamo fidarci l’uno dell’altra. — Ho voglia di spaccargli la testa e
scoppiare in lacrime al tempo stesso. Sono arrivata al punto che sono stanca di essere
stanca. — È proprio questo il problema.
Il sole, intanto, si è liberato dalle nuvole, portando allo scoperto un luminoso cielo
azzurro.
— Cloni bambini di origine aliena? — ipotizzo. — L’America che gratta il fondo del
barile della coscrizione? Sul serio, perché mai dei ragazzini dovrebbero andarsene in
giro con armi automatiche e bombe a mano?
Scuote la testa. Beve un po’ d’acqua. Fa una smorfia. — Magari sì, ne prendo un
altro, di quegli antidolorifici.
— Vosch voleva solo i bambini. Cos’è, li sequestrano per usarli come soldati?
— Può anche darsi che Vosch non sia uno di loro. E che sia stato l’esercito a
prendere i bambini.
— Allora perché uccidere tutti gli altri? Perché ficcare un proiettile in testa a mio
padre? E se non è uno di loro, dove ha preso l’Occhio? Qui c’è qualcosa che non torna,
Evan. E tu hai le risposte. Lo sappiamo tutti e due. Perché non parli e basta? Ti fidi a
mettermi in mano un’arma e il tuo culo pieno di schegge, ma non a mettermi al
corrente della verità?
Mi fissa a lungo. Poi dice: — Peccato che tu ti sia tagliata i capelli.
In un altro momento avrei perso le staffe, ma ora sono troppo infreddolita, nauseata
e depressa per farlo. — Giuro su Dio, Evan Walker — dico con voce compassata — che
se non mi fossi utile, ti ammazzerei in questo istante.
— Lieto di esserti utile, allora.
— Ma se per caso scopro che menti sulla questione più importante, ti ammazzo
uguale.
— Qual è la questione più importante?
— Il fatto che sei umano.
— Sono umano quanto te, Cassie.
Mi prende la mano nella sua. Entrambe sono macchiate di sangue. La mia del suo. La
sua di quello di un ragazzino non molto più grande di mio fratello. Quanta gente ha
ucciso questa mano?
— Ma io lo sono davvero? — chiedo. Sto per avere una crisi con i fiocchi. Non posso
fidarmi. Devo fidarmi. Non posso credergli. Devo credergli. È questo lo scopo ultimo
degli Altri, l’onda che porrà fine alle ondate, scarnificare la nostra umanità, ridurla
all’osso dell’istinto animalesco, fino a renderci nient’altro che predatori senz’anima
condannati a fare il lavoro sporco per loro, solitari e feroci come squali?
Nota la mia espressione da animale in trappola. — Che c’è?
— Non voglio essere uno squalo — sussurro.
Mi scruta per qualche lungo, imbarazzante secondo. Potrebbe rispondere: “Uno
squalo? Cosa? Eh? Chi ha detto che sei uno squalo?” Invece annuisce, come se capisse
alla perfezione. — Non lo sei.
Sei, non siamo. Parla di me, non di entrambi. Lo scruto a mia volta. — Se la Terra
stesse morendo e noi dovessimo andarcene — dico lentamente — e se trovassimo un
pianeta adatto ma già occupato da qualcuno, qualcuno con cui per qualche ragione non
fossimo compatibili…
— Faremmo quello che è necessario.
— Come squali.
— Come squali.
Immagino che cercasse di essere delicato. Si augurava, suppongo, che il risveglio
non fosse troppo brusco, lo shock non troppo grande. Voleva, penso, che ci arrivassi da
sola.
Tiro su il braccio di scatto. Sono furiosa all’idea di avergli permesso di toccarmi.
Furiosa per essere rimasta con lui pur sapendo che mi nascondeva qualcosa. Furiosa
con mio padre perché ha lasciato che Sammy salisse su quello scuolabus. Furiosa con
Vosch. Furiosa con l’occhio verde sospeso sull’orizzonte. Furiosa con me stessa per
aver infranto la regola numero uno per il primo bellimbusto che mi è capitato davanti,
e per quale motivo? Per quale motivo? Perché aveva le mani grandi ma gentili e l’alito
che sapeva di cioccolato?
Lo colpisco e colpisco al petto tanto a lungo che me ne scordo la ragione, finché
tutta la rabbia fuoriesce svuotandomi: dentro di me non resta che un buco nero là dove
un tempo c’era Cassie.
Lui mi afferra per i polsi. — Cassie, smettila! Calmati! Non sono tuo nemico.
— Allora di chi lo sei, eh? Perché di qualcuno nemico sei. Di notte non uscivi a
caccia, non di animali almeno. E non hai certo imparato a muoverti come un guerriero
ninja lavorando alla fattoria di tuo padre. Continui a dire cosa non sei, ma a me
interessa solo sapere cosa sei. Cosa sei, Evan Walker?
Mi lascia andare e poi, cogliendomi di sorpresa, mi appoggia la mano sul viso e mi
passa il pollice liscio sulla guancia e sulla radice del naso. Come se mi stesse
toccando per l’ultima volta.
— Sono uno squalo, Cassie — risponde piano, allungando ogni sillaba, come se mi
stesse parlando per l’ultima volta. Mi guarda con le lacrime agli occhi, come se mi
stesse vedendo per l’ultima volta. — Uno squalo che sognava di essere un uomo.
Sto precipitando alla velocità della luce nel buco nero che si è aperto con l’Arrivo e
che ha subito cominciato a divorare tutto ciò che gli finiva davanti. Il buco dentro cui
fissava mio padre il giorno in cui è morta mia madre, quello che ho sempre
erroneamente creduto fuori, a sé stante. Invece era dentro di me, era dentro di me fin
dall’inizio, e non faceva che crescere, ingurgitare ogni grammo di speranza e fiducia e
amore, rosicchiare poco alla volta la galassia della mia anima mentre io mi aggrappavo
a una scelta, una scelta che ora mi guarda come per l’ultima volta.
Quindi faccio la cosa più ragionevole da fare nella mia situazione.
Scappo.
D’impeto nel bosco fitto, sbattendo contro aria gelida, rami spogli, cielo azzurro,
foglie appassite; poi, sbucata dagli alberi, libera in aperta campagna, il suolo ghiacciato
che scricchiola a ogni colpo degli scarponi, sotto la volta indifferente del cielo, tenda
azzurro vivido tirata a coprire miliardi di stelle che però restano lì, a osservare dall’alto
la ragazza che corre, capelli corti che si muovono su e giù e fiumi di lacrime che
scendono lungo le guance, corre non per fuggire da o verso qualcosa, corre e basta,
corre all’impazzata perché è quella la cosa più logica da fare quando ti rendi conto che
l’unica persona sulla Terra di cui hai deciso di fidarti non è una creatura di questa
Terra. Poco importa che ti abbia salvata così tante volte che neanche te le ricordi, o
che ti avrebbe potuta uccidere in centinaia e centinaia di occasioni, o che abbia
qualcosa di speciale, qualcosa di tormentato e triste e terribilmente, terribilmente
malinconico, come se fosse lui l’ultima persona sulla Terra, e non la ragazza che
rabbrividiva dentro un sacco a pelo abbracciando un orsacchiotto in un mondo diventato
di colpo troppo silenzioso.
“Basta, basta, zitto e basta.”
– 70 –

Non c’è quando torno indietro. Perché, sì, torno indietro. Dove dovrei andare senza armi
e soprattutto senza quell’orsacchiotto del cavolo, la mia ragione di vita? Non avevo
paura di tornare indietro: aveva avuto dieci miliardi di occasioni per uccidermi, che
differenza faceva una in più?
C’è il suo fucile. Il suo zaino. Il kit di pronto soccorso. E ci sono i suoi jeans
stracciati accanto all’albero caduto. Dal momento che non se n’è portato un paio di
ricambio, suppongo che si aggiri giulivo per il bosco ghiacciato con indosso solo gli
scarponi, come una sventola da calendario. Ah, no. Camicia e giaccone sono scomparsi.
— Su, Orso — borbotto agguantando lo zaino. — È ora che ti riporti dal tuo padrone.
Afferro l’M16 e controllo il caricatore, idem con la Luger, poi mi infilo dei guanti neri
di lana perché non mi sento più le dita, rubo cartina e torcia dal bagaglio di Evan e mi
incammino verso il burrone. Viaggerò con la luce del giorno: un rischio, ma almeno
staccherò l’Uomo Squalo. Non so dov’è andato, magari a revocare lo sciopero dei droni
visto che gli è saltata la copertura, ma non importa. È questo che ho deciso tornando
indietro, dopo aver corso fino a non poterne più: non importa chi o cosa sia Evan
Walker. Mi ha salvata da morte certa. Mi ha nutrita, lavata, protetta. Mi ha aiutata a
rimettermi in forze. Mi ha persino insegnato a uccidere. Con un nemico del genere, che
bisogno c’è di amici?
Mi calo nel burrone. All’ombra ci sono cinque gradi in meno. Risalgo dall’altro lato,
nel paesaggio distrutto del campo profughi, e comincio a correre su un terreno duro
come asfalto. Supero il primo corpo e dentro di me gli chiedo: “Se Evan è uno di loro,
tu per che squadra giocavi?” Arriverebbe Evan a eliminare un suo simile per tenere in
piedi la farsa con me, o è stato costretto a sbarazzarsi di lui e degli altri perché lo
credevano umano? Quel pensiero mi sconforta al punto da darmi la nausea: non c’è
fine a questo schifo. Più scavi, più ne salta fuori.
Oltrepasso l’ultimo corpo guardandolo appena ma, come la mia mente registra il
contenuto di quel mezzo sguardo, mi volto. Il soldato bambino non ha più i pantaloni.
Non importa. Proseguo. Ora sono sulla strada sterrata, diretta a nord. Mantengo un
passo veloce. “Muoviti, Cassie, muoviti, muoviti.” Mi sono scordata di prendere da
mangiare. Mi sono scordata di prendere da bere. Non importa. Non importa. Il cielo è
sgombro di nuvole, enorme, un gigantesco occhio azzurro che fissa il mondo dall’alto.
Corro sul margine, tenendomi vicino al bosco sul lato ovest. Se vedo un drone, posso
buttarmi sotto gli alberi. Se vedo Evan, prima sparo e poi faccio domande. Be’, non solo
Evan. Chiunque.
L’unica cosa che importa è la prima regola. L’unica cosa che importa è riavere
Sammy. Per un po’ me n’ero dimenticata.
Silenziatori: uomini, semiuomini, cloni di uomini o ologrammi di uomini proiettati da
alieni? Non importa. Obiettivo ultimo degli Altri: annientamento, internamento o
asservimento? Non importa. La mie probabilità di successo: uno, zero virgola uno o
zero virgola zero zero zero uno per cento? Non importa.
“Segui la strada, segui la strada, segui la polverosa strada sterrata…”
Dopo circa tre chilometri la strada svolta a ovest collegandosi alla statale 35. Da lì
qualche altro chilometro e si arriva al raccordo con la 675. Posso aspettare che passino
gli scuolabus al riparo del cavalcavia. Se gli scuolabus passano ancora dalla statale 35.
Se passano ancora punto.
In fondo alla strada sterrata mi fermo un istante per scrutare l’area alle mie spalle.
Niente. Evan non c’è. Mi ha lasciata andare.
Mi infilo tra gli alberi per riprendere fiato. Nell’attimo stesso in cui mi butto a
sedere in terra, prima ancora di cominciare a riprendere fiato, tutto quello da cui sto
scappando mi raggiunge.
«Sono uno squalo che sognava di essere un uomo…»
C’è qualcuno che grida, una ragazza: sento gli echi delle sue urla nel bosco. Il
rumore non accenna a smettere. Che mi attiri pure addosso un’orda di Silenziatori, me
ne frego. Mi porto le mani alla testa e mi dondolo avanti e indietro, e ho la strana
sensazione di fluttuare sopra me stessa, poi di sfrecciare in cielo a mille chilometri
orari e di guardare il mio corpo che si riduce a un puntino sempre più piccolo, alla fine
inghiottito dall’immensità della Terra. È come se avessi perso tutto ciò che mi legava
al mondo. Come se, senza più niente a tenermi giù, venissi risucchiata nel vuoto. Come
se il cordoncino argentato che mi ancorava al suolo si fosse strappato.
Prima che Evan mi trovasse, pensavo di sapere cos’era la solitudine, ma non ne
avevo la più pallida idea. Non sai cos’è la vera solitudine finché non hai provato il
contrario.
— Cassie.
Due secondi: sono in piedi. Altri due secondi e mezzo: punto l’M16 verso la voce.
Un’ombra saetta tra gli alberi alla mia sinistra, e io faccio fuoco esplodendo colpi a
casaccio contro tronchi e rami e aria.
— Cassie.
Davanti a me, più o meno a ore due. Svuoto il caricatore. So che non l’ho colpito. So
che non ho alcuna possibilità di riuscirci. È un Silenziatore. Ma se continuo a sparare,
magari se ne andrà.
— Cassie.
Esattamente dietro di me. Faccio un respiro profondo, ricarico e poi, senza fretta, mi
giro e riverso altro piombo sugli alberi innocenti.
“Non ci arrivi, imbecille? Vuole farti finire le munizioni.”
E così aspetto, gambe larghe, spalle dritte, fucile spianato, occhi che scrutano a
destra e a sinistra, e mi risento in testa la sua voce che, alla fattoria, mi dava
istruzioni: «Devi sentire il bersaglio. Come se fosse legato a te. Come se tu fossi
legata a lui…»
Succede tutto nell’arco di tempo tra un secondo e l’altro. Mi afferra con un braccio
da dietro, mi strappa di mano il fucile, poi mi sfila via la Luger. Un altro mezzo
secondo e mi ha stretta al suo petto in un abbraccio affettuoso e alzata da terra di
cinque centimetri, mentre io lo tempesto furiosamente di calci con i talloni, girando la
testa da una parte all’altra e cercando di addentargli l’avambraccio.
E per tutto il tempo le sue labbra solleticano il mio orecchio: — Cassie. Smettila.
Cassie…
— Mol… la… mi.
— È proprio questo il problema. Non ci riesco.
– 71 –

Evan lascia che scalci e mi dimeni fino a esaurire le forze, poi mi mette giù seduta
contro un albero e fa un passo indietro.
— Sai già cosa succede se scappi — mi avverte. Ha il viso arrossato. E qualche
problema a riprendere fiato. Quando si gira a recuperare le mie armi, si muove cauto e
rigido. Deve essergli costata una bella fatica, dopo essersi preso la granata al posto
mio. Ha indosso il giaccone aperto, la camicia jeans e i pantaloni tolti al ragazzino
morto, più piccoli di due taglie e stretti nei punti sbagliati. Sembra che porti un paio di
pinocchietti.
— Sì, mi spari alla nuca — ribatto.
Si infila la Luger nella cintura e si getta l’M16 in spalla.
— Volendo, potevo farlo tanto tempo fa.
Immagino si riferisca alla prima volta che le nostre strade si sono incrociate. — Sei
un Silenziatore — dico. Devo fare appello a tutto il mio coraggio per non balzare in
piedi e precipitarmi di nuovo in mezzo agli alberi. Certo, con lui fuggire non ha senso.
Scontrarsi neanche. Perciò devo batterlo in furbizia. È come stare di nuovo sotto quella
macchina sulla statale. Inutile nascondersi. Inutile scappare.
Si siede in terra a poca distanza da me, appoggiandosi il fucile sulle cosce. Trema.
— Se sei qui per ucciderci, perché finora mi hai risparmiata? — chiedo.
Risponde senza esitare, come se avesse deciso da tempo cosa dire nel caso in cui
gli avessi rivolto questa domanda.
— Perché mi sono innamorato di te.
Rovescio la testa all’indietro sbattendo contro la ruvida corteccia dell’albero. I rami
spogli in alto si stagliano netti nel luminoso cielo azzurro. — Be’, una storia d’amore
davvero tragica, non trovi? L’invasore alieno che si invaghisce della ragazza umana. Il
cacciatore, della preda.
— Io sono umano.
— Io sono umano… ma. Finiscila, Evan. — “Perché a questo punto io sono finita. Eri
l’unico amico che mi restava, e ora non ci sei più. Cioè, sei qui, qualunque cosa tu sia,
ma Evan, il mio Evan, non c’è più.”
— Non ci sono ma, Cassie. Semmai e. Sono umano e non lo sono. Sono entrambe le
cose e nessuna. Sono l’Altro e sono te.
Lo guardo dritto negli occhi, profondi e scurissimi nell’ombra del bosco. — Mi fai
venire voglia di vomitare.
— Come facevo a dirti la verità sapendo che te ne saresti andata e che andandotene
saresti morta?
— Non farmi la predica sulla morte, Evan. — Gli agito un dito davanti alla faccia. —
Ho visto morire mia madre. Ho visto uno di voi uccidere mio padre. In sei mesi ho
assistito a più morti io di chiunque altro nella storia dell’umanità.
Mi spinge giù la mano e digrignando i denti replica: — E se tu avessi potuto fare
qualcosa per proteggere tuo padre, per aiutare tua madre, non l’avresti fatto? Se avessi
saputo che con una bugia avresti salvato Sammy, non avresti mentito?
Certo che avrei mentito. Per salvare Sammy avrei persino finto di fidarmi del
nemico. Sto ancora cercando di afferrare il senso di quel “perché mi sono innamorato
di te”. Di trovare qualche altra ragione per cui potrebbe aver tradito i suoi simili.
Non importa, non importa. C’è un’unica cosa che importa. Il giorno in cui Sammy è
salito su quello scuolabus, alle sue spalle si è chiusa una porta con mille serrature, e
qui davanti a me, finalmente l’ho capito, è seduta la persona che ha le chiavi.
— Tu sai cosa c’è alla Wright-Patterson, vero? — dico. — Tu sai esattamente cos’è
successo a Sammy.
Non risponde. Non fa cenno di sì. Non fa cenno di no. Cosa starà pensando? Che
risparmiare un misero essere umano qualunque è una cosa, ma che rivelare il piano
generale è tutto un altro paio di maniche? Chissà se in questo momento si sente anche
lui sotto la Buick, senza la possibilità di scappare, senza la possibilità di nascondersi,
con un’unica alternativa a disposizione: voltarsi e affrontare il problema.
— È vivo? — chiedo. Mi inclino in avanti: la corteccia ruvida dell’albero mi si sta
conficcando nella schiena.
Lui esita mezzo secondo, poi dice: — Probabilmente sì.
— Perché l’hanno… perché l’avete portato alla base?
— Per prepararlo.
— Per prepararlo a cosa?
Stavolta tentenna un secondo intero. — Alla Quinta Onda.
Chiudo gli occhi. Per la prima volta, guardare quel viso meraviglioso mi riesce
insopportabile. Oddio, come sono stanca. Così terribilmente stanca che potrei dormire
mille anni. Magari, se dormissi mille anni, al mio risveglio scoprirei che gli Altri se ne
sono andati e che il bosco pullula di bambini che giocano spensierati. «Sono l’Altro e
sono te.» Che cavolo significa? Sono troppo stanca per mettermici a ragionare sopra.
Riapro gli occhi e mi sforzo di guardarlo. — Puoi farci entrare?
Scuote la testa.
— Perché no? Sei uno di loro. Puoi dire di avermi catturata.
— La Wright-Patterson non è un campo di prigionia, Cassie.
— E allora cos’è?
— Secondo te? — Si sporge in avanti: il suo fiato mi scalda il viso. — È una trappola
mortale. Non dureresti cinque secondi. Perché credi che abbia tentato di tutto per
impedirti di andarci?
— Di tutto? Davvero? E raccontarmi la verità, allora? Qualcosa tipo: “Ehi, Cass, a
proposito di questa idea di salvare Sammy. L’hanno preso gli alieni, e anch’io sono un
alieno, perciò posso dirti con sicurezza che non hai nessuna speranza”?
— Avrebbe fatto qualche differenza?
— Non è questo il punto.
— No, infatti. Il punto è che tuo fratello si trova all’interno della base più importante
che abbiamo… che hanno, gli Altri intendo, creato da quando è cominciata
l’epurazione…
— Da quando è cominciata cosa? Come l’hai chiamata? L’epurazione?
— O la pulizia. — Evita il mio sguardo. — A volte la chiamano così.
— Oh, quindi è questo che fate? Date una passata di straccio su noi sudici esseri
umani?
— Non sono stato io a scegliere questi termini e nemmeno a prendere la decisione
di epurare o pulire o quel che è — ribatte. — Se ti fa sentire meglio, non ho mai
pensato che avremmo dovuto…
— Io non mi voglio sentire meglio! L’odio che provo in questo istante è tutto quello
di cui ho bisogno, Evan. Tutto. — “Okay, sei stata sincera, ma non esagerare. È quello
che ha le chiavi. Continua a farlo parlare.” — Non hai mai pensato che avreste dovuto
cosa?
Beve un lungo sorso d’acqua dalla borraccia, che poi mi offre. Scuoto la testa. — La
Wright-Patterson non è una base qualunque: è la base — dice soppesando attentamente
ogni parola. — E Vosch non è un comandante qualunque: è il comandante, il capo di
tutte le operazioni sul campo e l’autore del piano di pul… colui che ha progettato gli
attacchi.
— Vosch ha ammazzato sette miliardi di persone. — Nelle mie orecchie quel numero
suona stranamente vuoto di significato. Dopo l’Arrivo, uno dei temi più ricorrenti nei
monologhi di papà era l’intelligenza superiore di cui dovevano essere dotati gli Altri, il
livello altissimo che dovevano aver raggiunto nella scala evolutiva considerato che
erano in grado di compiere viaggi intergalattici. E questa sarebbe la loro soluzione al
“problema” umano?
— Non tutti credevano che la risposta fosse l’annientamento — prosegue Evan. — Io
ero tra questi, Cassie. Ci è andata male.
— No, Evan, è andata male a noi.
È più di quanto possa reggere. Mi alzo aspettandomi che faccia altrettanto, invece
rimane dov’è, a guardarmi da sotto in su.
— Vosch non ti vede come ti vedono alcuni di noi… come ti vedo io — dice. — Per
lui sei una malattia mortale che dev’essere debellata.
— Una malattia. Ecco cosa sono per voi.
Non riesco più a guardarlo. Se lo guardo un altro secondo, vomito.
La sua voce, ora alle mie spalle, è dolce, pacata, quasi triste. — Cassie, ti stai
mettendo contro una cosa che va ben oltre le tue capacità. La Wright-Patterson non è
un campo di sterminio come tanti. Il complesso sottostante è il centro che coordina
tutti i droni di questo emisfero. In altre parole, gli occhi di Vosch: è così che vi
osserva. Fare irruzione per salvare Sammy non è semplicemente rischioso: è un
suicidio. Per entrambi.
— Entrambi? — Sbircio indietro con la coda dell’occhio. Non si è mosso.
— Non posso fingere di averti fatta prigioniera. Il mio compito non è catturare la
gente, ma eliminarla. Se anche ci provassi, ti ucciderebbero. E poi ucciderebbero me
per non averti uccisa. E non posso nemmeno farti entrare di nascosto. La base è
sorvegliata da droni e protetta da una recinzione elettrica alta sei metri con tanto di
torri di guardia, telecamere a infrarossi, rilevatori di movimento… e un centinaio di
soldati uguali a me, e sai di cosa sono capace.
— Allora entrerò senza di te.
Annuisce. — È l’unico modo possibile, ma il fatto che sia possibile non significa che
non sia comunque un suicidio. Quelli che portano dentro – quelli che non liquidano
all’istante, cioè – vengono sottoposti a un esame con un programma in grado di
mappare la mente, ricordi compresi. Scopriranno chi sei e perché sei lì… e poi ti
uccideranno.
— Ci deve pur essere un’alternativa che non finisca con quelli che mi ammazzano —
insisto.
— C’è — risponde. — Possiamo trovare un posto sicuro e rimanere nascosti in
attesa che sia Sammy a venire da noi.
Resto a bocca aperta e penso: “Eh?” Poi dico: — Eh?
— Potrebbe volerci parecchio tempo. Quanti anni ha, cinque? L’età minima è sette.
— L’età minima per cosa?
Guarda in terra. — L’hai visto.
Il ragazzino a cui ha tagliato la gola al campo profughi, quello con la mimetica e un
fucile grande quasi quanto lui. Ora sì che ho bisogno di bere. Mi riavvicino a Evan che,
mentre mi chino a prendere la borraccia, si immobilizza. Dopo quattro sorsate mi
sento ancora la bocca secca.
— Sammy è la Quinta Onda — dico. Quelle parole hanno un sapore atroce. Bevo di
nuovo.
Evan fa un cenno di conferma. — Se ha superato l’esame, è vivo e in fase di… —
Cerca il termine più adatto. — Programmazione.
— Lavaggio del cervello, vorrai dire.
— Indottrinamento, piuttosto. L’idea di fondo è che gli alieni si stiano servendo di
corpi umani ma che noi, gli umani intendo, abbiamo trovato il modo di individuarli. E ciò
che si può individuare si può…
— Questa non è un’invenzione — lo interrompo. — Vi state davvero servendo di
corpi umani.
Scuote la testa. — Non nel modo in cui crede Sammy.
— Che significa? O è così o non è così.
— Sammy ci crede una specie di infestazione annidata nel cervello, ma…
— Buffo, è esattamente così che vi immagino, Evan. Un’infestazione. — Non riesco a
trattenermi.
Allunga una mano verso di me. Vedendo che non la allontano né scappo nel bosco,
mi prende pian piano per il polso e mi tira giù con gentilezza. Malgrado il freddo
pungente, comincio a sudare. E ora cosa vuole?
— C’era un ragazzo, un ragazzo umano al cento per cento, che si chiamava Evan
Walker — dice fissandomi negli occhi. — Come ogni altro ragazzo, aveva una madre,
un padre, dei fratelli e delle sorelle, tutti umani. Sono stato inserito in lui prima che
nascesse, mentre sua madre dormiva. Mentre anch’io dormivo. Ho dormito dentro Evan
Walker per tredici anni: mentre lui imparava a stare seduto, a mangiare cibi solidi, a
camminare, a parlare, a correre e ad andare in bici, io ero lì, in attesa di svegliarmi.
Come migliaia di altri noi in migliaia di altri voi in ogni parte del mondo. Alcuni di noi
però erano già svegli e si davano da fare perché, una volta giunto il momento, fossimo
dove dovevamo essere.
Annuisco, ma perché sto annuendo? È stato inserito in un corpo umano? Che
significa?
— La Quarta Onda — continua per aiutarmi a capire. — I Silenziatori. È un nome
calzante. Eravamo silenziosi, nascosti in corpi umani, nascosti in vite umane. Non
dovevamo fingere di essere voi. Eravamo voi. Umani e Altri. Al mio risveglio, Evan non
è morto. È stato… assorbito.
Attento come sempre, Evan nota che con quella frase mi ha gettata nel panico più
totale. Fa per toccarmi e, quando mi ritraggo, sussulta.
— Cosa sei, quindi, Evan? — chiedo con un filo di voce. — Dove sei? Hai detto che
sei stato… com’era? — La mia mente viaggia a un fantastiliardo di chilometri orari. —
Inserito. Inserito dove?
— Forse inserito non è la parola giusta. Direi che il concetto che ci va più vicino è
quello di scaricato. Sono stato scaricato in Evan mentre il suo cervello era ancora in
via di sviluppo.
Scuoto la testa. Per essere molto più evoluto di me, fatica parecchio a rispondere a
una domanda semplicissima.
— Sì, ma cosa sei? Che aspetto hai?
Aggrotta la fronte. — Lo sai che aspetto ho.
— No! Oddio, a volte sei così… — “Attenta, Cassie. Ricordati cos’è che importa.” —
Prima di diventare Evan, prima di arrivare qui, mentre eri in viaggio verso la Terra dopo
aver lasciato il posto che hai lasciato, che aspetto avevi?
— Nessuno. Sono decine di migliaia di anni che non abbiamo più un corpo. Ci
abbiamo dovuto rinunciare quando siamo partiti.
— Stai mentendo di nuovo. Cos’è, somigli a un rospo, un facocero, un lumacone o
roba simile? Tutti gli esseri viventi sono fatti in qualche modo.
— Noi siamo pura coscienza. Pura essenza. Abbandonare il corpo scaricando la
mente sull’elaboratore centrale dell’astronave era l’unica soluzione se volevamo
metterci in viaggio. — Mi prende la mano e mi piega le dita fino a chiuderla a pugno. —
Questo sono io — dice sottovoce. Mi avvolge la mano con le sue, coprendola. — E
questo è Evan. In realtà non è un’analogia perfetta, perché tra me ed Evan non c’è un
vero confine. — Sorride timido. — Sto andando così così, eh? Ti va di vedere chi sono?
“Oh, mio Dio!” — No. Sì. Cioè? — Già me lo immagino che si scolla la pelle del viso
come una qualche creatura da film dell’orrore.
— Posso mostrarti cosa sono — risponde con un leggero tremito nella voce.
— Non sono necessari inserimenti di nessun genere, vero?
Ride piano. — Direi di sì. In un certo senso. Se vuoi, Cassie, io sono pronto.
Certo che voglio. E certo che non voglio. È chiaro che lui vuole, ma mi servirà ad
avvicinarmi a Sammy? In realtà qui Sammy non c’entra niente. Magari mi servirà a
capire come mai Evan mi ha salvata quando avrebbe potuto uccidermi. Come mai,
notte dopo notte, mi ha tenuta abbracciata al buio per proteggermi da pericoli esterni e
interni.
Continua a sorridere, probabilmente contento che non gli abbia cavato gli occhi o non
gli sia scoppiata a ridere in faccia, il che avrebbe potuto essere ancora più doloroso. La
mia mano è abbandonata tra le sue, chiusa in una stretta leggera, come il cuore tenero
di una rosa in boccio in attesa della pioggia.
— Cosa devo fare? — sussurro.
Mi lascia la mano. Allunga il braccio verso il mio viso. Sussulto. — Non ti farei mai
del male, Cassie. — Respiro. Annuisco. Respiro di nuovo. — Chiudi gli occhi. — Mi
sfiora le palpebre con dita delicate, così delicate da sembrare ali di farfalla. —
Rilassati. Inspira a fondo. Svuota la mente. Altrimenti non posso entrare. Vuoi che entri
in te, Cassie?
“Sì. No. Santo cielo, fin dove devo spingermi per mantenere la promessa?”
— Sì — rispondo.
Diversamente da quanto mi aspettavo, non parte dalla testa. Parte dal cuore, come
un piacevolissimo calore che si diffonde in tutto il corpo e poi si irradia fuori,
dissolvendo ossa, muscoli e pelle, fino a superare la Terra e i confini dell’universo. Il
calore è tutto e dappertutto. Permea il mio corpo e ogni cosa fuori dal mio corpo. E poi
lo sento, sento Evan: anche lui è immerso in quel calore, e tra noi non ci sono confini,
non ci sono punti di inizio o di fine, e io mi schiudo come un fiore sotto la pioggia, con
dolorosa lentezza e frastornante velocità, sciogliendomi in quel calore, sciogliendomi in
lui, e non c’è niente da vedere, quella è solo una parola che ha usato per praticità,
perché non esiste un termine adatto a descriverlo: lui, semplicemente, è.
E io lo accolgo, come un fiore la pioggia.
– 72 –

La prima cosa che faccio quando riapro gli occhi è scoppiare in singhiozzi. Non riesco a
trattenermi: in vita mia non mi sono mai sentita così abbandonata.
— Forse era troppo presto — dice Evan tirandomi a sé e accarezzandomi i capelli.
E io lo lascio fare. Sono troppo debole, troppo confusa, troppo vuota e sconsolata per
oppormi a un abbraccio.
— Mi dispiace di averti mentito, Cassie — mormora con le labbra appoggiate ai miei
capelli.
Il freddo torna a stringermi d’assedio. Ormai il calore è solo un ricordo.
— Dev’essere orribile per te ritrovarti intrappolato qui dentro — sussurro
appoggiandogli la mano al petto.
— Non mi sento intrappolato — dice. — In un certo senso, anzi, mi sento di nuovo
libero.
— Libero?
— Sì, di provare emozioni. Di provare questo. — Mi bacia. Un calore di tipo diverso
mi si diffonde per il corpo.
Sono tra le braccia del nemico. Cos’ho in testa? Queste creature ci hanno bruciati
vivi, schiacciati, annegati, infettati con una malattia mortale. Li ho visti uccidere tutti
quelli che conoscevo e amavo – con una sola speciale eccezione – e ora eccomi qui, a
sbaciucchiarmi con uno di loro! L’ho lasciato entrare nella mia anima. Ho condiviso con
lui qualcosa di più intimo e prezioso del corpo.
Ho in testa il bene di Sammy, ecco cosa. Come motivo suona bene, ma è
complicato. La verità è semplice.
— Hai detto che non credevi che la risposta fosse l’annientamento. Qual era,
secondo te? — gli chiedo.
— La coesistenza. — Parla con me, ma si rivolge alle stelle in alto. — Non siamo
tantissimi, Cassie. Solo alcune centinaia di migliaia. Avremmo potuto inserirci in voi e
vivere il resto della nostra vita tranquilli senza che nessuno si accorgesse di nulla. Ma
a essere di questo parere eravamo in pochi. Tutti gli altri erano dell’idea che fingersi
umani fosse svilente. E avevano paura che più a lungo avessimo finto di essere umani,
più umani saremmo diventati.
— E chi è che vorrebbe una cosa del genere?
— Io non pensavo che l’avrei voluto — ammette. — Finché non lo sono diventato.
— Quando ti sei… svegliato in Evan?
Scuote la testa e con semplicità, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, dice:
— Quando mi sono svegliato in te, Cassie. Non ero del tutto umano finché non mi sono
visto nei tuoi occhi.
E poi nei suoi occhi umanissimi spuntano lacrime umanissime, ed è il mio turno di
tenerlo stretto mentre soffre. Il mio turno di vedermi nei suoi occhi.
Forse non sono l’unica tra le braccia del nemico.
Io sono l’umanità, ma chi è Evan Walker? Umano e Altro. Entrambe le cose e
nessuna. Amandomi, non appartiene ad alcuno.
Lui non la vede così, però.
— Farò quello che vuoi, Cassie — dice inerme. I suoi occhi brillano più delle stelle.
— Capisco benissimo perché devi andare. Se ci fossi tu in quel campo, io andrei. Non
basterebbero centomila Silenziatori a fermarmi.
Mi appoggia le labbra all’orecchio e mi parla con voce bassa e vibrante, come se mi
stesse svelando il più grande segreto del mondo, il che è possibile.
— È un gesto senza speranza. Stupido. Suicida. Ma l’amore è un’arma contro cui non
hanno difesa. Sanno come pensate, ma non cosa provate.
Non sappiamo. Sanno.
Ha varcato una soglia, e non è uno sciocco. Si rende conto che non è di quelle che si
possono varcare due volte.
– 73 –

Passiamo il nostro ultimo giorno insieme a dormire sotto il cavalcavia della statale
come due senzatetto, quali in effetti siamo. Uno dorme, l’altro sta di guardia. Quando
arriva il suo turno di riposo, Evan mi consegna le armi senza esitare e prende sonno
all’istante, come se non gli venisse neanche in mente che potrei tranquillamente
svignarmela o sparargli in testa. Boh, magari invece gli viene in mente eccome. Il
nostro problema è che non pensiamo come loro. È per questo che all’inizio mi sono
fidata di lui, ed è per questo che lui sapeva che l’avrei fatto. I Silenziatori uccidono la
gente. Evan non mi ha uccisa. Ergo, Evan non poteva essere un Silenziatore. Chiaro, no?
Questa è logica. Ehm, logica umana.
Al tramonto finiamo quel poco che resta delle nostre provviste e ci inerpichiamo su
per il terrapieno per nasconderci tra gli alberi che fiancheggiano la statale 35. Gli
scuolabus viaggiano solo di notte, mi spiega. Non sarà difficile accorgersi del loro
arrivo. Dato il silenzio assoluto, il rombo dei motori si sente a chilometri di distanza.
Annunciati prima dalla luce dei fanali poi dal rumore, sfrecciano come grosse macchine
da corsa gialle visto che la strada è stata liberata dai rottami e che non esistono più
limiti di velocità. Non sa se si fermeranno o meno. Forse si limiteranno a rallentare
quanto basta perché uno dei soldati a bordo mi pianti un proiettile in mezzo agli occhi.
Forse non passeranno proprio.
— Hai detto che stavano ancora raccogliendo gente — gli faccio notare. — Perché
non dovrebbero passare?
Sta osservando la carreggiata in basso. — Prima o poi i ragazzini “tratti in salvo” o i
sopravvissuti rimasti fuori si renderanno conto di essere stati fregati. A quel punto la
base verrà chiusa, o se non altro verrà chiusa la parte dedicata alla pulizia. — Si
schiarisce la gola. Tiene lo sguardo fisso sulla strada.
— Chiusa in che senso?
— Chiusa come hanno chiuso il campo profughi dov’eri tu.
Rifletto su quelle parole. Come lui, ho gli occhi puntati sulla strada vuota.
— Okay — dico alla fine. — Allora speriamo che Vosch non abbia ancora staccato la
spina.
Raccolgo una manciata di terriccio, rametti e foglie morte, poi me la strofino sul
viso. Un’altra manciata per i capelli. Lui mi guarda in silenzio.
— Siamo al momento in cui mi dai un cazzotto in testa — dico. So di terra, e per
qualche strana ragione mi torna in mente mio padre inginocchiato tra le rose accanto
al telo bianco. — Oppure ti offri di andare al posto mio. Oppure mi dai un cazzotto in
testa e poi vai al posto mio.
Balza in piedi. Per un secondo ho davvero paura che voglia darmi un cazzotto in
testa, tanto è arrabbiato. Invece si stringe le braccia intorno al corpo come se avesse
freddo, o lo fa per impedirsi di darmi un cazzotto in testa.
— È un suicidio — sbotta. — Lo pensiamo tutti e due. Tanto vale che qualcuno lo
dica. È un suicidio se vado io, è un suicidio se vai tu. Vivo o morto, Sammy è perso.
Mi sfilo la Luger dalla cintura. Gliela appoggio vicino ai piedi. Stessa cosa con l’M16.
— Tienimeli da parte — dico. — Mi serviranno quando torno. E, a proposito, è bene
che qualcuno ti informi: con quei pantaloni sei ridicolo. — Mi avvicino allo zaino senza
staccare il sedere da terra. Tiro fuori Orso. Non c’è bisogno che lo sporchi: è già
abbastanza malmesso.
— Ma mi ascolti o no? — chiede in tono autoritario.
— Purtroppo sei tu che non ti ascolti — ribatto. — C’è una sola via d’accesso, ed è
quella da cui è passato Sammy. Tu non puoi andare. Io devo. Quindi non provare ad
aprire bocca. Se dici anche solo una parola, ti mollo un ceffone. — In quell’istante
succede una cosa stranissima: mentre mi alzo, lui sembra rimpicciolirsi. — Ho
intenzione di recuperare mio fratello e posso farlo in un unico modo.
Mi guarda a faccia in su, annuendo. È stato dentro di me. Tra noi non c’erano confini.
Sa già cosa sto per dire.
— Da sola.
– 74 –

Ci sono le stelle, spilli di luce che forano il cielo.


C’è la strada deserta sotto le luci che forano il cielo e, sulla strada, la ragazzina
che, viso sporco e capelli corti e ricci pieni di rametti e foglie morte, stringe in mano
un vecchio orsacchiotto malconcio, sulla strada deserta, sotto le stelle che forano il
cielo.
C’è il rombo dei motori e ci sono i fasci gemelli dei fanali che tagliano l’orizzonte, e
le luci si fanno via via più grandi e più brillanti, come due stelle che diventano
supernove, mentre avanzano rapide verso la ragazzina che ha nel cuore segreti e
promesse da mantenere, e la ragazzina affronta le luci che avanzano rapide verso di lei
senza scappare né nascondersi.
L’autista mi vede con largo anticipo. I freni stridono, la porta si apre sibilando e un
soldato scende sull’asfalto. Ha un’arma, ma non me la punta contro. Mi guarda,
inchiodata tra le luci dei fanali, e io lo guardo a mia volta.
Al braccio indossa una fascia bianca con sopra una croce rossa. La targhetta del
nome dice PARKER. Mi ricordo quel nome. Ho un sussulto. E se mi riconosce? In teoria
dovrei essere morta.
Come mi chiamo? Lizbeth. Sono ferita? No. Sono sola? Sì. Fa una lenta giravolta
scrutando i dintorni. Non vede il cacciatore che dal bosco osserva la scena tenendolo
sotto tiro. Ovvio che non lo veda. Quel cacciatore è un Silenziatore.
Mi prende per il braccio e mi aiuta a salire a bordo. Puzza di sangue e sudore. Solo
metà dei posti è occupata. Ci sono bambini. E anche adulti. Loro non contano, però.
Contano solo Parker e l’autista e il soldato con la targhetta che dice HUDSON. Mi lascio
andare su un sedile dell’ultima fila, accanto all’uscita di emergenza, lo stesso su cui
era seduto Sammy mentre con la manina schiacciata contro il vetro mi guardava
diventare sempre più piccola, finché la polvere non mi ha inghiottita.
Parker mi porge un sacchetto di caramelle gommose mezzo spiaccicate e una
bottiglietta d’acqua. Non li voglio, ma mangio e bevo lo stesso. Le caramelle, fino a un
attimo prima nella sua tasca, sono calde e appiccicaticce, e ho paura che mi venga da
vomitare.
Lo scuolabus prende velocità. Nei posti davanti c’è qualcuno che piange. Oltre a
quello, ci sono il ronzio delle ruote e il rombo del motore a pieni giri e il fischio del
vento freddo che entra dai finestrini leggermente aperti.
Parker torna con un dischetto argentato che poi mi appoggia alla fronte. Per
misurarmi la temperatura, dice. Il dischetto si illumina di rosso. Sto bene. Come si
chiama il mio orsacchiotto?
Sammy, rispondo.
Una luce all’orizzonte. È Camp Haven, mi spiega Parker. Lì sarò perfettamente al
sicuro. Basta scappare. Basta nascondersi. Annuisco. Perfettamente al sicuro.
La luce aumenta, filtra poco alla volta dal parabrezza, poi entra con impeto
crescente a mano a mano che ci avviciniamo, inondando infine lo scuolabus ormai
fermo davanti all’ingresso. Il cancello si apre accompagnato dal suono assordante di
una campanella. Nella torre di guardia si intravede la sagoma di un soldato.
Parcheggiamo di fronte a un hangar. Salta a bordo un uomo grasso che, come tanti
altri uomini grassi, sembra rimbalzare sulle punte dei piedi. Si chiama maggiore Bob.
Non dobbiamo avere paura, dice. Siamo perfettamente al sicuro. Dobbiamo tenere a
mente solo due regole. La regola numero uno è ricordarci di che colore siamo. La
regola numero due è ascoltare e ubbidire.
Mi metto in fila con il resto del gruppo e seguo Parker fino alla porta laterale
dell’hangar. Parker dà una pacca sulla spalla a Lizbeth e le augura buona fortuna.
Trovo un cerchio rosso e mi siedo. Ci sono soldati ovunque. Molti di loro sono
ragazzini, alcuni appena più grandi di mio fratello. Hanno tutti un’aria serissima,
specialmente quelli più piccoli. Quelli più piccoli in assoluto sono anche i più seri.
«Puoi manipolare un bambino fino a spingerlo a credere e fare praticamente tutto»
mi ha spiegato Evan nel briefing pre-missione. «Con l’addestramento giusto, c’è ben
poco più feroce di un bambino di dieci anni.»
Ho un numero: T-sessantadue. T per Terminator. Ah.
I numeri vengono chiamati da un altoparlante.
— Sessantadue! T-sessantadue! Raggiungere la porta rossa, prego! Numero t-
sessantadue!
«La prima tappa è la sala docce.»
Dall’altro lato della porta rossa c’è una donna magra con indosso una divisa verde.
Togliersi tutto e buttarlo nel cesto. Anche la biancheria. Lì amano i bambini, ma non
pulci e zecche. Quella è la doccia. Questo è il sapone. Una volta finito, mettersi la
vestaglietta bianca e aspettare di essere chiamati.
Appoggio l’orsacchiotto al muro e, nuda, avanzo sulle piastrelle fredde. L’acqua è
tiepida. Il sapone ha un odore pungente da medicinale. Sono ancora umida quando mi
infilo la vestaglietta di carta. Mi si appiccica alla pelle. È mezzo trasparente. Raccolgo
Orso e aspetto.
«Poi c’è il pre-esame. Domande su domande. Alcune sono quasi identiche. Servono a
testare quello che racconti. Stai calma. Stai concentrata.»
Porta successiva. Lettino. Altra infermiera, più robusta, più sgarbata. Mi guarda a
malapena. Devo essere, tipo, la millesima persona che si trova davanti da quando i
Silenziatori hanno preso il controllo della base.
Qual è il mio nome completo? Elizabeth Samantha Morgan.
Quanti anni ho? Dodici.
Di dove sono? Ho fratelli o sorelle? Tra i miei familiari c’è qualcuno che è ancora
vivo? Che fine hanno fatto? Dove sono andata dopo che ho lasciato la mia casa? Cosa
mi è successo alla gamba? In che modo sono stata ferita? Chi mi ha sparato? So per
caso dove si trovano altri superstiti? Come si chiamavano i miei fratelli? E i miei
genitori? Che lavoro faceva mio padre? Come si chiamava la mia migliore amica? Che
fine ho detto che hanno fatto i miei familiari?
Al termine mi dà una pacca sul ginocchio e mi dice di non avere paura. Sono
perfettamente al sicuro.
Mi stringo Orso al petto e annuisco.
Perfettamente al sicuro.
«Dopo c’è l’esame fisico. Poi l’impianto. L’incisione è piccolissima. È probabile che la
sigilli con un goccio di colla.»
La donna che si presenta come dottoressa Pam è così gentile che, mio malgrado, mi
piace. La dottoressa dei sogni: cordiale, affabile, paziente. Non irrompe nella stanza e
non mi mette subito le mani addosso: prima parla. Mi spiega per filo e per segno cosa
intende fare. Mi mostra l’impianto. Come un microchip per gli animali domestici, però
meglio! Così se per caso mi capita qualcosa, sapranno dove trovarmi.
— Come si chiama il tuo orsacchiotto?
— Sammy.
— Va bene se metto Sammy su questa sedia mentre inseriamo l’impianto?
Mi giro sulla pancia. Sono in preda alla paura irrazionale che dalla vestaglietta mi si
veda il sedere. Pensando alla puntura dell’ago, mi irrigidisco.
«Il dispositivo non può scaricare la memoria finché non è collegato a Mnemolandia.
Una volta inserito, è in piena funzione. Possono usarlo per rintracciarti e per ucciderti.»
La dottoressa mi chiede cosa mi è successo alla gamba. Delle persone cattive mi
hanno sparato. Lì non capiterà, mi assicura. A Camp Haven non ci sono persone
cattive. Sono perfettamente al sicuro.
Adesso sono munita di impianto. Ho la sensazione di avere un sasso di dieci chili
appeso al collo. È ora di fare l’ultimo esame, dice. Con un programma sottratto al
nemico. Lo chiamano Mnemolandia.
Recupero Orso e seguo la dottoressa Pam nella stanza accanto. Pareti bianche.
Pavimento bianco. Soffitto bianco. Poltrona da dentista bianca, con cinghie che
penzolano dagli appoggi per le braccia e le gambe. Una tastiera e un monitor. Mi invita
a sedermi e va al computer.
— Cosa fa Mnemolandia? — chiedo.
— Be’, è un po’ complicato, Lizbeth, ma in sostanza traccia una mappa virtuale delle
tue funzioni cognitive.
— Una mappa del cervello?
— Più o meno, sì. Dai, mettiti seduta, tesoro. Non ci vorrà molto, e ti assicuro che
non ti farà male.
Mi siedo abbracciando Orso.
— Oh, no, tesoro, Sammy non può stare sulla poltrona con te.
— Perché no?
— Su, dallo a me. Lo metto qui vicino al computer.
Le lancio un’occhiata sospettosa. Ma sta sorridendo, e finora è stata gentilissima.
Dovrei fidarmi di lei. Dopotutto lei si fida ciecamente di me.
Io però sono così nervosa che, mentre glielo tendo, me lo lascio sfuggire. Cade
accanto alla poltrona picchiando il testone peloso. Mi contorco per tirarlo su, ma la
dottoressa mi dice di stare ferma, ci pensa lei, e si china.
Le afferro la testa con entrambe le mani e la sbatto sul bracciolo. L’impatto mi
causa una fitta lancinante agli avambracci. Lei vacilla, stordita dal colpo, ma non perde
del tutto conoscenza. Non è ancora finita in ginocchio sul pavimento bianco che già io,
scesa con un balzo dalla poltrona, le sono alle spalle. Il piano prevedeva un colpo di
karate alla gola, ma è di schiena perciò improvviso. Agguanto la cinghia che penzola dal
bracciolo e gliela giro due volte intorno al collo. Lei porta su le mani, ma è troppo tardi.
Do uno strattone, poi punto il piede contro la poltrona per fare forza e tiro.
I secondi di attesa prima che svenga sono i più lunghi della mia vita. D’un tratto si
affloscia. Lascio subito andare la cinghia e lei piomba a terra di faccia. Le controllo il
polso. «So che sarai tentata di farlo, ma non la puoi uccidere. Tutto il personale della
base è collegato a un sistema di monitoraggio posto nel centro di comando. Se muore,
si scatena l’inferno.»
Giro la dottoressa Pam sulla schiena. Perde sangue da entrambe le narici.
Probabilmente ha il naso rotto. Mi porto la mano sotto la nuca. Questa è la parte più
vomitevole. Ma sono su di giri per la botta di adrenalina ed euforica perché finora è
andato tutto alla grande. Ce la posso fare.
Mi strappo il cerotto e tiro forte ai due lati dell’incisione. Mentre la ferita si riapre,
mi sembra di avere un fiammifero acceso premuto sulla pelle. In questo momento mi
farebbero comodo un paio di pinzette e uno specchio, ma non ho né una cosa né l’altra,
quindi per estrarre l’impianto uso il dito. La tecnica funziona meglio di quanto mi
aspettassi: dopo tre tentativi il cilindretto mi si conficca sotto l’unghia e lo tiro fuori di
netto.
«Per scaricare la memoria ci vogliono solo novanta secondi. Perciò hai a disposizione
tre, quattro minuti. Massimo cinque.»
Quanti minuti sono passati? Due? Tre? Mi inginocchio accanto alla dottoressa e le
ficco l’impianto nel naso spingendolo più su che posso. Bleah.
«No, non glielo puoi cacciare in gola. Deve stare vicino al cervello. Spiacente.»
Ho il dito sporco di sangue, il mio e il suo mescolati.
Vado alla tastiera. Ora viene la parte che mi preoccupa davvero.
«Non hai il numero di Sammy, ma dovresti trovarlo come rimando sotto il nome. Se
una variante non ti porta a niente, provane un’altra. Ci dovrebbe essere una funzione di
ricerca.»
Il sangue mi gocciola sul retro del collo e poi prosegue tra le scapole. Tremo come
una foglia, il che mi rende difficile battere sui tasti. C’è una casella azzurra che
lampeggia. Digito la parola ricerca. Devo farlo due volte prima di scriverla giusta.
INSERIRE NUMERO.
Io il numero non ce l’ho, cazzo. Ho il nome. Come si fa a tornare alla casella
azzurra? Premo ENTER.
INSERIRE NUMERO.
Oh, ora ho capito! Vuole un numero!
Provo con Sullivan.
DATO ERRATO.
Oscillo tra la voglia di scagliare il monitor dall’altra parte della stanza e quella di
prendere a calci la dottoressa finché non crepa. Nessuna delle due cose mi aiuterà a
rintracciare mio fratello, ma entrambe mi farebbero sentire meglio. Premo ESCAPE,
ricompare la casella azzurra e scrivo ricerca per nome.
Le parole svaniscono. Vaporizzate da Mnemolandia. La casella azzurra lampeggia, di
nuovo vuota.
Ricaccio indietro un urlo. Non ho più tempo.
«Se non riesci a trovarlo nel sistema, dovrai passare al piano B.»
Il piano B non mi esalta. Preferisco quello A, dove su una cartina compare la
posizione di Sammy e io corro dritta da lui. Il piano A è semplice e lineare. Il piano B,
complicato e caotico.
L’ultimo tentativo. Cinque secondi in più non possono fare molta differenza.
Digito Sullivan nella casella azzurra.
Lo schermo impazzisce. Una serie di numeri comincia a scorrere sullo sfondo grigio
riempiendo il video, quasi avessi dato istruzione di calcolare il valore di pi greco. Vado
nel pallone e comincio e schiacciare tasti a caso, ma il computer non si ferma. Sono
ben oltre i cinque minuti. Il piano B fa schifo, ma piano B sia.
Mi infilo nella stanza accanto, dove trovo le tute bianche. Ne prendo una dalla
mensola e tento saggiamente ma invano di vestirmi senza prima togliermi la
vestaglietta. Con un grugnito di frustrazione me la scrollo di dosso e per un secondo
mi ritrovo completamente nuda, il secondo in cui la porta al mio fianco si spalancherà
e un battaglione di Silenziatori invaderà la stanza. È così che vanno le cose nei piani B.
La tuta è troppo grande, ma meglio troppo grande che troppo piccola, penso, e in un
attimo mi tiro su la cerniera e sono pronta a tornare nella stanza di Mnemolandia.
«Se non riesci a trovarlo passando per l’interfaccia principale, tieni presente che la
dottoressa dovrebbe avere da qualche parte un’unità portatile. Funziona con la stessa
logica, ma devi stare molto attenta. Da una parte, infatti, serve a localizzare, mentre
dall’altra agisce da detonatore. Inserisci il comando sbagliato, e anziché trovare
Sammy lo fulminerai.»
Quando entro, la dottoressa Pam è seduta in terra con Orso in una mano e un
affarino argentato simile a un cellulare nell’altra.
Come ho detto, il piano B fa schifo.
– 75 –

Ha il collo rosso fuoco là dove ho stretto la cinghia. E la faccia coperta di sangue. Ma


le mani sono ferme e gli occhi hanno perso tutto il loro calore. Con il pollice sfiora un
tasto verde sotto un display numerico.
— Non lo schiacci — dico. — Non voglio farle del male. — Mi accovaccio, mani
aperte e palme rivolte verso di lei. — Sul serio, lei non vuole schiacciare quel tasto.
Lo schiaccia.
Viene catapultata all’indietro da uno scatto della testa e poi si affloscia. Tira un paio
di calci, ed è morta.
Balzo in avanti, le strappo Orso dalla mano inerte e mi fiondo di nuovo nella stanza
con le tute, da dove passo in corridoio. Evan non si è mai preso il disturbo di dirmi
quanto tempo ci vuole, dal momento in cui scatta l’allarme, perché le truppe d’assalto
si mobilitino, la base venga sigillata e l’intruso sia catturato, torturato e condannato a
una morte lenta e dolorosa. Probabilmente non molto.
Addio al piano B. Tanto non mi piaceva neanche un po’. L’unico problema è che io ed
Evan non abbiamo mai stilato un piano C.
«Sarà in squadra con altri ragazzini, quindi la cosa migliore è andare alle caserme
che circondano la piazza d’armi.»
Le caserme che circondano la piazza d’armi. Dovunque siano. Magari dovrei fermare
qualcuno e chiedere indicazioni, perché conosco solo una strada per uscire di qui, e cioè
quella da cui sono entrata e che parte da un cadavere, passa per due infermiere – una
vecchia, grassa e scorbutica, l’altra giovane, magra e gentile – e finisce tra le braccia
amorevoli del maggiore Bob.
In fondo al corridoio c’è un ascensore con un unico pulsante: un viaggio espresso di
sola andata per il complesso sotterraneo in cui, stando a quanto mi ha detto Evan,
vengono mostrate alle “reclute” creature fasulle attaccate ad autentici cervelli umani.
Complesso decorato da telecamere di sicurezza. Pullulante di Silenziatori. Ci sono solo
altri due modi per uscire da questo corridoio: la porta a destra dell’ascensore e la
porta da cui sono venuta.
Finalmente qualcosa su cui non devo spremermi le meningi.
Prendo quella a destra e mi ritrovo davanti a una rampa di scale. Anche in questo
caso la direzione è una sola: in giù.
Esito mezzo secondo. Le scale sono silenziose e strette, ma strette in maniera
piacevole, tipo raccolte. Magari dovrei fermarmi qui per un po’, abbracciare
l’orsacchiotto e, perché no, succhiarmi il pollice.
Mi sforzo di scendere con calma le cinque rampe che mi separano dal pianerottolo in
basso. I gradini sono di metallo, freddi a contatto con i miei piedi nudi. So che da un
momento all’altro partirà l’urlo delle sirene d’allarme, risuoneranno i colpi di pesanti
scarponi e sarò investita da una pioggia di proiettili provenienti da sopra e da sotto.
Penso a Evan e ai quattro soldati armati di tutto punto e addestrati alla perfezione che
ha fatto fuori praticamente al buio mentre eravamo al campo profughi, e mi chiedo
perché mai ho creduto saggio infilarmi nella tana del lupo da sola quando potevo avere
al mio fianco un Silenziatore.
Be’, non proprio da sola. Ho con me Orso.
Appoggio l’orecchio alla porta in fondo e poso le dita sulla maniglia. Non sento altro
che il battito del mio cuore.
D’un tratto la porta si spalanca verso l’interno costringendomi ad arretrare contro il
muro, e ora sì che sento i colpi degli scarponi mentre un gruppo di uomini provvisti di
semiautomatiche si lancia su per le scale. La porta fa per richiudersi, ma io afferro la
maniglia e mi tengo nascosta finché anche l’ultimo soldato non svolta sulla seconda
rampa e scompare dalla mia vista.
Sfreccio in corridoio prima che la porta si chiuda. Le luci rosse montate sul soffitto
girano proiettando la mia ombra sulle pareti bianche, cancellandola, riproiettandola.
Destra o sinistra? Sono un po’ disorientata, ma credo che la parte anteriore dell’hangar
sia alla mia destra. Mi avvio svelta in quella direzione, poi mi fermo. Dov’è che è più
probabile trovare il grosso dei soldati in un’emergenza? Verosimilmente, raccolti
davanti all’ingresso principale della scena del delitto.
Mi giro e vado a sbattere contro il petto di un uomo altissimo con penetranti occhi
azzurri.
Al campo profughi ero troppo lontana per vederli.
Ma la voce me la ricordo eccome.
Profonda, secca, tagliente.
— Bene, bene, ciao, pecorella — dice Vosch. — Devi esserti smarrita.
– 76 –

La stretta sulla mia spalla è decisa come la voce.


— Che ci fai qua sotto? — chiede. — Chi è il tuo caposquadra?
Scuoto la testa. Le lacrime che mi salgono agli occhi non sono finte. Devo ragionare
in fretta, e il mio primo pensiero è che Evan aveva ragione: questa azione in solitario
era condannata al fallimento, a prescindere da quanti piani di riserva escogitassimo. Se
solo Evan fosse qui…
Se Evan fosse qui!
— L’ha uccisa! — esclamo. — Un uomo ha ucciso la dottoressa Pam!
— Che uomo? Chi è stato?
Scuoto di nuovo la testa piangendo disperata e stringendomi Orso al petto. Dal
corridoio alle spalle di Vosch sta arrivando di corsa un’altra squadra di soldati. Il
comandante mi spinge verso di loro.
— Mettetela al sicuro e raggiungetemi di sopra. Abbiamo un’infrazione.
Vengo trascinata verso la porta più vicina, gettata in una stanza buia e chiusa dentro
a chiave. Dopo un attimo di incertezza, le luci si accendono. La prima cosa che vedo è
una ragazzina dall’aria spaventata con indosso una tuta bianca e in mano un
orsacchiotto malconcio. Per la sorpresa mi sfugge uno strillo.
Sotto lo specchio c’è un lungo bancone con sopra un monitor e una tastiera.
Evan me l’aveva descritta: è la stanza in cui avvengono le esecuzioni, quella dove
mostrano ai ragazzini appena reclutati i ragni cerebrali fasulli.
“Lascia perdere il computer. Non avrai mica intenzione di rimetterti a schiacciare
tasti a caso? Opzioni, Cassie. Che opzioni hai?”
So che oltre il vetro c’è un’altra stanza. E quindi dev’esserci almeno una porta, che
potrebbe essere chiusa a chiave come no. Quella di questa stanza, lo so per certo, è
chiusa, dunque posso aspettare che Vosch torni a prendermi, oppure tentare di andare
di là sfondando il vetro.
Sollevo una delle sedie e, con una breve rincorsa, la sbatto contro lo specchio.
L’impatto me la strappa dalle mani: cade in terra con un colpo – almeno per me –
assordante. Lo spesso vetro si è rigato, ma è l’unico danno che vedo. Risollevo la
sedia. Faccio un bel respiro. Abbasso le spalle e la porto indietro ruotando i fianchi. È
questo che insegnano a lezione di karate: la potenza sta nella rotazione. Miro al graffio.
Convoglio ogni briciolo di energia in quel punto. La sedia rimbalza facendomi perdere
l’equilibrio e piombare sul sedere. La botta è così forte che sbatto i denti e mi do un
morso secco alla lingua. La bocca mi si riempie di sangue: lo sputo centrando in pieno
il naso della ragazza nello specchio.
Riagguanto la sedia e la alzo respirando a fondo. Mi sono dimenticata uno degli
insegnamenti base del karate: l’aaah! Il grido di battaglia. Ridete pure: aiuta davvero a
concentrare la forza. Il terzo e ultimo colpo manda il vetro in frantumi. Per lo slancio
finisco di pancia contro il bancone e, mentre i piedi mi si staccano da terra, la sedia
cade con una capriola nella stanza accanto. Ci sono un’altra poltrona da dentista, una
sfilza di processori, diversi cavi che corrono sul pavimento e una porta. “Signore, ti
prego, fa’ che non sia chiusa a chiave.”
Raccolgo Orso e scavalco. Mi immagino già che faccia farà Vosch tornando e
vedendo il vetro sfondato. La porta si apre. Dà su un altro corridoio dalle pareti bianche
a blocchi di cemento, lungo cui si intravede una serie di ingressi anonimi. Ah, quante
possibilità. Non mi precipito fuori, però. Indugio sulla soglia. Davanti a me, la strada
non segnata. Dietro, quella che ho segnato personalmente: vedranno il buco. Sapranno
da che parte sono andata. Per quanto tempo riuscirò a conservare il vantaggio? Ho di
nuovo la bocca piena di sangue. Mi costringo a deglutire. Non è che posso rendere così
facile rintracciarmi.
A proposito: mi sono scordata di ficcare la sedia sotto la maniglia della porta della
prima stanza. Di certo non impedirà a nessuno di entrare, ma potrebbe farmi
guadagnare secondi preziosi.
«Se qualcosa va storto, non pensare troppo, Cassie. Hai un buon istinto: fidati.
Riflettere su ogni mossa va bene se stai giocando a scacchi, ma qui la faccenda è
diversa.»
In un lampo rientro e mi tuffo nel buco. Calcolo male l’ampiezza del bancone e
scivolo giù sbattendo la testa sul pavimento e capottandomi. Per un attimo resto lì
stordita, la vista offuscata da stelle rosso acceso. Ho lo sguardo rivolto verso il
soffitto, e la conduttura metallica che ci corre sotto. Ne ho notata una identica nei
corridoi: l’impianto di ventilazione del rifugio.
E poi penso: “Cassie, cavolo, l’impianto di ventilazione del rifugio!”
– 77 –

Strisciando sulla pancia, con la paura che i sostegni non reggano il mio peso, me la
svigno per il condotto fermandomi a ogni raccordo per tendere l’orecchio. Cosa io speri
di sentire, non lo so. Pianto di bambini impauriti? Risate di bambini felici? L’aria del
condotto è fredda, presa dall’esterno e incanalata sotto terra, più o meno come me.
L’aria però è dove deve stare, io no. Cos’è che aveva detto Evan?
«La cosa migliore è andare alle caserme che circondano la piazza d’armi.»
Perfetto, Evan. Ecco il nuovo piano. Troverò il condotto di aerazione più vicino e
risalirò in superficie. L’unico problema è che non saprò dove mi trovo né quanto è
distante la piazza d’armi, e in più senz’altro l’intera base verrà sigillata e comincerà a
brulicare di Silenziatori e bambini soldato con il cervello imbottito di assurdità, tutti in
cerca della ragazzina con la tuta bianca. E non scordiamoci dell’orsacchiotto. Per la
serie “come farsi sgamare di sicuro”! Perché ho insistito tanto per portarmelo dietro?
Sammy avrebbe capito se l’avessi lasciato fuori. Non gli ho promesso che avrebbe
rivisto Orso. Gli ho promesso che avrebbe rivisto me.
Cos’avrà mai di tanto speciale questo orsacchiotto?
Ogni pochi metri una scelta: girare a destra, girare a sinistra o tirare dritto? E ogni
pochi metri una sosta per tendere l’orecchio e sputare il sangue accumulato in bocca.
Qui non ho paura di lasciare tracce: sono le bricioline di pane che mi indicano la strada
del ritorno. La lingua, però, mi si sta gonfiando e pulsa a ogni battito del cuore,
l’orologio umano che, ticchettio dopo ticchettio, conta i minuti che mi restano prima di
essere scoperta e portata al cospetto di Vosch perché possa finirmi così come ha
finito mio padre.
Un affarino marrone mi viene incontro di gran fretta, come se avesse una
commissione importante da fare. Uno scarafaggio. Mi sono imbattuta in ragnatele,
cumuli di polvere e una misteriosa sostanza viscida che potrebbe pure essere muffa
tossica, ma questa è la prima vera schifezza che vedo. Mille volte meglio un ragno o
un serpente. Ed ecco che quel coso punta dritto verso la mia faccia. Mentre già me lo
immagino nitidamente che si infila nella tuta, uso l’unica cosa a mia disposizione per
schiacciarlo. La mano nuda. Bleah.
Continuo. Più avanti intravedo una luce di un indefinito grigio olivastro: dentro di me
lo chiamo verde astronave. Un centimetro alla volta raggiungo la grata da cui proviene.
Sbircio nella stanza sottostante, solo che chiamarla “stanza” non le rende giustizia. È
enorme, con ogni probabilità grande come uno stadio di football, di forma concava, e in
basso ha file e file di computer controllati da oltre cento persone, solo che chiamarle
“persone” è un’ingiustizia verso quelle vere. Sono loro, gli umani inumani di Vosch, e
non ho la più pallida idea di cosa stiano facendo, ma sono sicura che è questo il cuore
dell’operazione, il punto zero della “pulizia”. Una parete è occupata interamente da uno
schermo gigantesco che mostra una mappa della Terra coperta di brillanti puntini
verdi: la fonte di quella luce nauseabonda. Città, penso, e poi mi rendo conto che più
verosimilmente rappresentano sacche di superstiti.
Vosch non ha bisogno di darci la caccia. Sa dove siamo.
Proseguo sforzandomi di andare piano finché la luce verde non è piccola come i
puntini sulla mappa nella sala di controllo. Quattro raccordi dopo sento delle voci.
Maschili. E un clangore di metallo su metallo, più uno stridere di suole di gomma su
cemento indurito. “Muoviti, Cassie. Basta fermarsi. Sammy non è lì sotto, ed è lui
l’obiettivo.” Poi una voce fa: — Quanti ha detto?
E l’altra: — Almeno due. La ragazzina e il tizio che ha fatto fuori Walters, Pierce e
Jackson.
Evan. Non può che essere lui. Ma che…? Per un paio di secondi sono davvero furiosa.
La nostra unica speranza era che venissi qua da sola, aggirando le loro difese senza
farmi notare e portando via Sammy prima che capissero cosa stava succedendo. Certo,
non è andata proprio così, ma lui non aveva modo di saperlo. Eppure. Il fatto che Evan
abbia ignorato il piano che avevamo messo a punto con tanta cura e si sia infiltrato
nella base significa che Evan è qui.
E se deve fare una cosa, Evan il coraggio di farla ce l’ha.
Mi avvicino alle voci e, dopo esserci passata sopra, raggiungo la grata metallica.
Sbircio giù e vedo due Silenziatori che caricano sfere a forma di occhio su un grosso
carrello. Le riconosco all’istante. Ne ho già vista una.
«Si occuperà di lei l’Occhio.» Li osservo finché non se ne vanno spingendo
lentamente il carrello ormai pieno.
«Prima o poi la loro copertura non reggerà più. A quel punto chiuderanno la base, o
perlomeno la parte sacrificabile.»
Oh, mio Dio. Vosch farà a Camp Haven quello che ha fatto al campo profughi.
E, nell’istante esatto in cui mi si accende la lampadina, scatta l’allarme.
X
Mille modi
– 78 –

Due ore.
Nell’istante esatto in cui Vosch se ne va, dentro la mia testa comincia a ticchettare
un orologio. No, non un orologio. Più che altro un timer che segna il tempo mancante
all’Armageddon. Avrò bisogno di ogni secondo, quindi dov’è l’inserviente? Un attimo
prima che mi stacchi la flebo da solo, eccolo che spunta. È un ragazzino alto e secco
di nome Kistner: l’ho conosciuto l’ultima volta che sono stato male. Ha l’abitudine di
tirarsi nervosamente la casacca della divisa, come se la stoffa gli irritasse la pelle.
— Te l’ha detto? — mi chiede mantenendo la voce bassa mentre si sporge sul letto.
— È scattato il codice giallo.
— Come mai?
Scrolla le spalle. — Pensi che mi informino di qualcosa? Spero solo che non ci tocchi
correre di nuovo nel bunker. — A nessuno in ospedale piacciono le esercitazioni
antiaeree. Trasferire sotto terra diverse centinaia di ricoverati in meno di tre minuti è
un incubo tattico.
— Sempre meglio che restare in coperta a farsi incenerire da un raggio laser alieno.
Sarà una questione psicologica ma, appena Kistner mi sfila la flebo, parte il dolore,
un pulsare sordo a tempo con il battito del cuore nel punto in cui Ringer mi ha sparato.
Mentre aspetto che mi si snebbi la mente, mi chiedo se non sia il caso di riconsiderare
il piano. Un’evacuazione nel bunker sotterraneo potrebbe semplificare le cose. Dopo il
fiasco della prima esercitazione antiaerea di Nugget, il comando ha deciso di radunare
tutti i bambini non ancora pronti a combattere in una camera blindata al centro del
complesso. Sarebbe molto ma molto più facile portarlo via da lì che controllare ogni
caserma della base.
Ma non so minimamente quando – o persino se – daranno il via. Meglio attenersi al
piano originale. Tic-tac.
Chiudo gli occhi per visualizzare ogni passo della fuga nel modo più dettagliato
possibile. L’ho già fatto, ai tempi in cui c’erano licei e partite del venerdì sera e folle
esultanti. Ai tempi in cui aggiudicarsi un titolo distrettuale sembrava la cosa più
importante del mondo. Immaginando gli schemi, l’arco della palla che volava verso le
luci dello stadio, il difensore alle mie costole, il momento esatto in cui girare la testa e
alzare le mani senza perdere velocità. Prefigurando non solo l’azione perfetta, ma
anche quella iniziata storta, la maniera di aggiustare lo schema e di dare al
quarterback la possibilità di salvare il down.
Può andare male in mille modi diversi e bene in un unico modo. Non bisogna pensare
all’azione successiva, tanto meno a quelle dopo. Bisogna pensare all’azione in corso, al
passo del momento. Fai un passo giusto alla volta e segnerai.
Passo numero uno: l’inserviente.
Il mio caro amico Kistner, che lava con una spugna un tizio due letti più in là.
— Ehi — grido. — Ehi, Kistner!
— Che c’è? — risponde, chiaramente infastidito. Non gli piace essere interrotto.
— Devo andare in bagno.
— Non ti puoi alzare. Se no ti si strappano i punti.
— Oh, dai, Kistner. Il bagno è qua vicino.
— Ordini del dottore. Ora ti porto la padella.
Lo guardo zigzagare tra i letti per andare all’armadio con le scorte. Ho paura di
essere stato un po’ precipitoso e che l’effetto dei farmaci sia ancora troppo forte. E se
non riuscissi ad alzarmi? “Tic-tac, Zombi. Tic-tac.”
Tiro via le coperte e butto le gambe giù dal letto. Stringo i denti: questa è la parte
più difficile. Sono fasciato dal petto alla vita, e tirandomi su metterò in tensione i
muscoli strappati dal proiettile di Ringer.
«Io ti ho tagliata. Tu mi spari. È giusto così.»
«Ma è un crescendo. Al prossimo giro cosa succede? Mi cacci una bomba a mano
nei pantaloni?»
È un’immagine inquietante, cacciare una bomba a mano pronta a esplodere nei
pantaloni di Ringer. Inquietante a molti livelli.
Sono ancora imbottito di antidolorifici, ma quando mi metto seduto per poco non
svengo dal male. Resto immobile un secondo in modo da recuperare lucidità.
Passo numero due: il bagno.
“Sforzati di andare piano. Fai passi piccoli. Struscia i piedi.” Sento i lembi della
vestaglietta che sbatacchiano: sto mostrando le chiappe a tutto il reparto.
Il bagno è sì e no a cinque metri di distanza. Sembrano cinque chilometri. Se per
caso è chiuso o occupato, sono finito.
Non è né l’una né l’altra cosa. Entro e giro la chiave. Lavandino, tazza e una piccola
doccia. L’asta della tenda è avvitata al muro. Sollevo il coperchio del serbatoio del
water. Un corto braccio metallico che alza la valvola dello scarico, smussato a
entrambe le estremità. Il portarotolo è di plastica. Tanti saluti all’idea di trovare
un’arma qui dentro. Ma sono ancora in gioco. “Avanti, Kistner, ti sto aspettando.”
Due colpi secchi alla porta, poi la sua voce sull’altro lato: — Ehi, sei lì dentro?
— Te l’avevo detto che mi scappava! — strillo.
— E io ti avevo detto che ti stavo per portare la padella!
— Non ce la facevo più!
La maniglia sussulta.
— Apri!
— Privacy, per favore! — grido.
— Adesso chiamo la sicurezza!
— Va bene, va bene! Come se potessi andare chissà dove!
Conto fino a dieci, giro la chiave, indietreggio, mi siedo sul water. La porta si scosta
leggermente e nello spiraglio compare il viso magro di Kistner.
— Contento? — grugnisco. — Ora per cortesia potresti richiudere?
Kistner mi fissa per un lungo istante tirandosi la casacca. — Sono qua fuori — dice.
— Bene — rispondo.
La porta si chiude. Ora devo contare piano fino a sessanta. Un minuto buono.
— Ehi, Kistner!
— Sì?
— Mi sa che ho bisogno di una mano.
— In che senso?
— Ad alzarmi! Non riesco a tirarmi su da questa tazza del cavolo! Forse mi si è
strappato un punto…
La porta si spalanca. Kistner è rosso di rabbia.
— Te l’avevo detto.
Mi si piazza davanti. Tende le braccia.
— Su, afferrami i polsi.
— Potresti prima accostare la porta? È imbarazzante.
Mi accontenta. Gli stringo le dita intorno ai polsi.
— Pronto? — chiede.
— Come non mai.
Passo numero tre: lo scherzetto.
Mentre Kistner tira, io spingo le gambe in avanti e lo mando a sbattere contro il
muro di cemento piantandogli una spalla nel petto magrolino. Poi lo strattono verso di
me e, girandogli intorno, gli porto il braccio in alto dietro la schiena, costringendolo in
ginocchio davanti al water. Lo prendo per i capelli e gli ficco la testa sott’acqua.
Kistner è più forte di quanto sembri, oppure sono io molto più debole di quanto
pensassi. Ho l’impressione che ci voglia un’eternità perché perda conoscenza.
Lo lascio andare e mi allontano. Lui fa un mezzo giro lento e si affloscia a terra.
Scarpe, pantaloni. Lo tiro su per togliergli la casacca. La casacca sarà troppo piccola, i
pantaloni troppo lunghi, le scarpe troppo strette. Mi strappo di dosso la vestaglietta, la
butto nella doccia e mi metto alla svelta la divisa di Kistner. Le scarpe mi portano via
un sacco di tempo. Sono davvero troppo piccole. Un dolore acuto mi attraversa il fianco
mentre mi sforzo di infilarmele. Abbasso lo sguardo e vedo del sangue che filtra dalle
bende. E se macchia la casacca?
“Mille modi. Concentrati sull’unico giusto.”
Trascino Kistner nella doccia. Tiro la tenda. Per quanto tempo resterà privo di sensi?
Non importa. Devo andare avanti. Senza pensare a cosa succederà dopo.
Passo numero quattro: l’impianto.
Sulla soglia esito. E se per caso qualcuno ha visto entrare Kistner e ora vede uscire
me con indosso i suoi vestiti?
“A quel punto sei finito. Ma tanto Vosch ti ucciderà comunque. Okay, non limitarti a
morire allora. Muori provando.”
Tra me e l’ingresso della sala operatoria c’è un campo da football occupato da file di
letti e brulicante di inservienti, infermiere e dottori in camice bianco. Cammino il più in
fretta possibile cercando di non sforzare il fianco ferito, il che mi fa barcollare
leggermente, ma non posso evitarlo: per quanto ne so, Vosch mi sta tenendo d’occhio
e si chiede perché io non sia ancora tornato a letto.
Supero le porte a spinta e ora sono nella sala pre-operatoria, dove un chirurgo con
l’aria sfinita e le braccia insaponate fino ai gomiti si prepara a un intervento. Quando
entro, sussulta.
— Che ci fai qui? — chiede autoritario.
— Sto cercando dei guanti. Fuori li abbiamo finiti.
Mi indica con la testa una serie di armadietti lungo la parete di fronte.
— Zoppichi — dice. — Ti sei fatto male?
— Mi sono stirato un muscolo accompagnando in bagno un grassone.
Si sciacqua il sapone verde dagli avambracci. — Dovevi usare una padella.
Scatole di guanti in lattice, mascherine chirurgiche, garze sterili, rotolini di nastro
adesivo. Dove cavolo è?
Mi sento il fiato del dottore sul collo.
— La scatola proprio davanti a te — suggerisce. Mi sta guardando strano.
— Scusi — rispondo. — Non ho dormito molto.
— Non lo dire a me! — Ride e mi dà una gomitata proprio sulla ferita. La stanza
comincia a girare. Vorticosamente. Stringo i denti per impedirmi di urlare.
Il chirurgo s’infila svelto in sala operatoria. Mi sposto da un armadietto all’altro,
aprendo anta dopo anta, frugando tra le scorte, ma non riesco a trovare quello che
cerco. Stordito, a corto di fiato, con il fianco che mi pulsa da morire. Per quanto tempo
ancora Kistner resterà fuori gioco? Quanto ci vorrà perché qualcuno entri a fare pipì e
lo veda?
In terra, accanto agli armadietti, c’è un cestino con la scritta RIFIUTI PERICOLOSI
– MANEGGIARE CON GUANTI. Tiro via il coperchio e, bingo!, eccolo lì insieme a
tamponi chirurgici insanguinati, siringhe usate e cateteri da gettare.
Okay, il bisturi è coperto di sangue secco. Immagino che lo potrei pulire con una
salvietta disinfettante o almeno dargli una sciacquata nel lavandino, ma non c’è tempo,
e un bisturi sporco è l’ultima delle mie preoccupazioni.
“Appoggiati al lavandino per darti stabilità. Schiaccia le dita sul collo per localizzare
l’impianto sotto la pelle e poi premi senza muovere la lama smussata finché la carne
non si apre.”
– 79 –

Passo numero cinque: Nugget.


Un dottore dall’aria giovanissima si affretta in corridoio verso gli ascensori, con
indosso un camice bianco e una mascherina da chirurgo. Zoppica cercando di non
sforzare il fianco sinistro. Aprendogli il camice, gli vedresti una macchia rosso scuro
sulla divisa verde. Tirandogli giù il colletto, un cerotto attaccato in fretta e furia sul
collo. In entrambi i casi, però, il dottore dall’aria giovanissima ti ucciderebbe.
Ascensore. Chiudo gli occhi mentre la cabina scende. A meno che qualcuno non abbia
lasciato per mia fortuna un’automobilina incustodita di fronte all’ingresso, dovrò
raggiungere il cortile a piedi, e sono dieci minuti. Poi viene la parte complicata: trovare
Nugget tra le cinquanta e più squadre alloggiate lì intorno e uscire senza svegliare
nessuno. Perciò tipo mezz’ora tra scovarlo e portarlo via. Poi un’altra decina di minuti
per arrivare all’hangar di fronte a cui gli scuolabus lasciano il carico. A questo punto il
piano comincia a sbriciolarsi in una serie di strampalate improbabilità: nascondersi su
uno scuolabus vuoto, una volta fuori dal cancello mettere K.O. l’autista e gli eventuali
soldati a bordo e poi, quando, dove e come mollare tutto e darsela a gambe per
raggiungere Ringer?
“E se gli scuolabus non sono ancora rientrati? Dove pensi di nasconderti?”
“Non lo so.”
“E una volta che sei salito, quanto dovrai aspettare? Trenta minuti? Un’ora?”
“Non lo so.”
“Non lo sai? Be’, io invece una cosa la so: è troppo tempo, Zombi. Qualcuno darà
l’allarme.”
Giusto. È troppo tempo. Avrei dovuto uccidere Kistner. Il piano originale lo
prevedeva.
Passo numero quattro: uccidere Kistner.
Ma Kistner non è uno di loro. Kistner è solo un ragazzino. Come Tank. Come Oompa.
Come Flintstone. Kistner non ha voluto questa guerra e non sa la verità. Magari se
gliel’avessi raccontata non mi avrebbe creduto, ma comunque non gliene ho dato
l’opportunità.
“Sei troppo tenero. Avresti dovuto ucciderlo. Non ti puoi affidare alla fortuna e a pie
illusioni. Ha un futuro solo chi ha il cuore di pietra.”
Così, quando le porte dell’ascensore si aprono sull’atrio, dentro di me faccio a
Nugget una promessa, la promessa che non ho fatto a mia sorella, la bambina a cui
apparteneva il medaglione che ora porta al collo.
“Se qualcuno tenta di mettersi in mezzo a noi, è morto.”
Ho la sensazione che l’universo voglia in qualche modo rispondere perché, come
formulo la promessa, le sirene dell’esercitazione antiaerea scattano con un fischio da
far esplodere i timpani.
Perfetto! Per una volta la fortuna gira dalla mia parte. Ora non c’è più bisogno che
attraversi tutto il campo. Che mi infili in ogni caserma cercando Nugget come un ago
in un pagliaio. Che mi precipiti con lui agli scuolabus. Mi basta prendere le scale e
andare giù dritto nel complesso sotterraneo. Agguantare Nugget nel caos organizzato
della camera blindata, stare nascosto finché non suona il cessato allarme e poi
proseguire verso l’hangar.
Semplice.
Sono quasi arrivato alle scale quando l’atrio deserto si illumina di verde, lo stesso
verde fumo che danzava intorno alla testa di Ringer mentre indossavo il visore. I neon
sul soffitto sono stati spenti, una procedura standard in un’esercitazione, quindi la luce
non viene da dentro, ma da un punto del parcheggio.
Mi volto a guardare. Era meglio se evitavo.
Dalle porte a vetri vedo un’automobilina che sfreccia per il parcheggio in direzione
dell’aerodromo. Poi individuo la fonte della luce verde, piazzata nell’accesso coperto
dell’ospedale. Fatta a forma di pallone da calcio, però grande il doppio. Mi ricorda un
occhio. Lo fisso, mi fissa.
Lampo… Lampo… Lampo…
Baleno, baleno, baleno.
Guizzoguizzoguizzo.
XI
Il mare infinito
– 80 –

L’ululato delle sirene è così forte che mi sento vibrare i peli sulla nuca.
Mi sto muovendo all’indietro per tornare al condotto principale allontanandomi dal
deposito delle armi quando, d’un tratto, mi fermo.
“Cassie, è il deposito delle armi.”
Mi riavvicino alla grata e guardo giù per tre minuti buoni, scrutando dappertutto in
cerca di segni di movimento, mentre l’allarme mi rimbomba nelle orecchie rendendomi
molto difficile concentrarmi: grazie, colonnello Vosch.
— Okay, rompipalle di un orsacchiotto — mormoro con la lingua gonfia. — Si scende.
Con il piede scalzo do un colpo di tallone alla grata. Aaah! Si apre al primo tentativo.
Quando ho mollato il corso di karate, mamma mi ha chiesto perché, e io le ho risposto
che non mi sentivo più stimolata. Era il mio modo di dirle che mi annoiavo visto che
davanti a lei dire che ti annoiavi era vietato. Se ti beccava a lamentarti, ti ritrovavi in
mano uno straccio per spolverare.
Mi lascio cadere nella stanza. Be’, più un magazzino di media grandezza che una
stanza. C’è tutto ciò di cui un invasore alieno potrebbe avere bisogno per mandare
avanti un campo di sterminio per umani. Lungo quella parete potete vedere diverse
centinaia di Occhi, tutti ordinatamente riposti negli scaffali realizzati su misura per
loro. Sulla parete di fronte, file e file di fucili, lanciagranate e altri marchingegni che,
personalmente, non saprei proprio come usare. Da questa parte armi più piccole, tipo
semiautomatiche, bombe a mano e coltelli da combattimento con lama da trenta
centimetri. Là infine abbiamo una sezione riservata al guardaroba, con capi per ogni
ramo e grado dell’esercito, più tutti gli accessori da abbinare, come cinture, scarponi e
la versione militare del marsupio.
Mi sento una bambina in un negozio di caramelle.
Per prima cosa, via la tuta bianca. Prendo la mimetica più piccola che trovo e me la
metto. Poi mi infilo un paio di scarponi.
Ora devo equipaggiarmi. Una Luger con il caricatore pieno. Due bombe a mano. Un
M16? Perché no? Se vuoi recitare bene la parte, entra nel personaggio. Caccio un paio
di caricatori extra nel marsupio. Oh, guarda, la cintura ha persino un fodero per uno di
quei coltelli con l’aria malvagia e la lama da trenta centimetri! Ehilà, coltelli con l’aria
malvagia e la lama da trenta centimetri!
Accanto al mobile delle armi c’è una cassa di legno. Sbircio dentro e vedo una
catasta di tubi di metallo grigi. Cosa sono, delle granate a bastoncino? Ne prendo uno.
È cavo e ha un’estremità filettata. Ah, ho capito.
È un silenziatore.
E si adatta perfettamente alla canna del mio nuovo M16. Si avvita giusto giusto.
Mi infilo i capelli sotto un berretto troppo grande per me, rammaricandomi di non
avere uno specchio. Spero di passare per una delle giovanissime reclute di Vosch, ma
probabilmente somiglio più alla sorellina di Action Man che gioca con i vestiti del
fratello.
Ora devo occuparmi di Orso. Trovo una specie di borsa a tracolla di cuoio, ce lo
ficco dentro e poi me la metto in spalla. Ormai ho smesso di fare caso alle sirene.
Sono supercarica. Non solo ho guadagnato qualche chance in più, ma so anche che Evan
è qui, ed Evan non si arrenderà finché io non sarò in salvo o lui non sarà morto.
Tornando al condotto, sono indecisa: meglio provare a risalire, appesantita come
sono di dieci chili o quasi, oppure rischiarsela in corridoio? A che serve travestirsi se
poi ci si aggira di soppiatto? Appena mi volto per andare alla porta, le sirene si
zittiscono e piomba il silenzio.
Non lo prendo come un buon segno.
E poi mi rendo conto che stare in un deposito di armi pieno di bombe verdi –
ciascuna delle quali è in grado di radere al suolo un chilometro quadrato – mentre al
piano di sopra ne fanno esplodere una decina di identiche forse non è una buona idea.
Parto a razzo, ma non faccio praticamente in tempo a muovermi che avverto
un’esplosione. L’intera stanza trema. Sono a due passi dalla porta quando un altro
Occhio ha il suo ultimo guizzo, e questo doveva essere più vicino, perché piove polvere
dal soffitto e il condotto in fondo alla stanza spezza i sostegni e crolla con uno
schianto.
“Uh, mio caro Vosch, c’è mancato un pelo, non credi?”
Schizzo fuori. Non è il momento di mettersi a perlustrare il territorio. Più riesco ad
allontanarmi dalle bombe rimaste, meglio è. Corro sotto le luci rosse lampeggianti
imboccando corridoi a caso, cercando di non pensare a niente e affidandomi solo
all’istinto e alla fortuna.
Un’altra esplosione. Un altro scossone. Nuova polvere che cade dal soffitto. Da sopra
arriva il rumore di edifici dilaniati e sbriciolati fino all’ultimo chiodo. E da qui sotto,
grida di bambini terrorizzati.
Seguo le grida.
A volte giro dalla parte sbagliata e le urla si affievoliscono. Torno indietro e provo
nell’altra direzione. Questo posto è una specie di labirinto, e io sono la cavia da
laboratorio. I boati in superficie sono cessati, almeno per ora, perciò rallento e,
stringendo forte il fucile con entrambe le mani, continuo a tentare, fare dietrofront
quando necessario, ripartire. D’un tratto mi sento rimbombare intorno la voce al
megafono del maggiore Bob, proveniente da ogni punto e da nessuno in particolare.
— Okay, voglio che rimaniate tutti seduti con il vostro caposquadra! State buoni e
ascoltatemi! Rimanete con il vostro caposquadra!
Giro l’angolo e vedo una squadra di soldati che mi viene incontro. Della mia età,
perlopiù. Mi butto contro il muro e loro mi passano davanti senza degnarmi di uno
sguardo. Perché dovrebbero? Sono solo una delle tante reclute che si accingono a
combattere l’orda aliena. Appena svoltano, proseguo. Sento i bambini che, a dispetto dei
rimproveri del maggiore Bob, farfugliano e piagnucolano proprio dietro l’angolo.
“Ci sono quasi, Sammy. Ora vedi di esserci tu.”
— Alt!
L’intimazione viene da dietro. Non è una voce da ragazzino. Mi fermo. Raddrizzo le
spalle. Resto immobile.
— Dov’è la tua postazione, soldato? Soldato, parlo con te!
— Ho l’ordine di sorvegliare i bambini, signore! — dico nella tonalità più bassa che
mi è possibile.
— Girati! Guardami quando ti rivolgi a me, soldato.
Sospiro. Mi volto. È sui venticinque anni, belloccio, il classico ragazzone americano.
Non mi intendo di distintivi militari, ma potrebbe essere un ufficiale.
«Per andare sul sicuro, fai conto che chiunque abbia più di diciotto anni è sospetto. È
possibile che ci siano adulti umani in posizione di autorità, ma conoscendo Vosch ne
dubito. Perciò se vedi un adulto, e in particolare un ufficiale, direi che puoi escludere
che sia umano.»
— Qual è il tuo numero? — tuona.
Il mio numero? Dico la prima cosa che mi passa per la testa. — T-sessantadue,
signore!
Mi lancia un’occhiata perplessa. — T-sessantadue? Sicura?
— Sissignore, signore! — “Sissignore, signore? Oddio, Cassie.”
— Perché non sei con la tua unità?
Non aspetta la risposta e meno male, perché non mi viene in mente niente. Mi si
avvicina e mi squadra da capo a piedi, ed è evidente che non sono in regola.
All’ufficiale alieno non piace quello che vede.
— Dove hai messo la targhetta del nome, soldato? E che ci fai con un silenziatore
sul fucile? E cosa c’è lì dentro?
Tira la tracolla rigonfia in cui ho cacciato Orso.
Io tiro al contrario. La borsa si apre: sono fregata. — Un orsacchiotto, signore.
— Un che?
Fissa il mio viso rivolto in su e, quando gli si accende la lampadina e capisce chi ha
sotto il naso, la sua espressione cambia. Fulmineo, si porta la mano destra sulla
pistola al fianco, ma è una mossa davvero stupida considerato che non doveva fare
altro che darmi un pugno in testa. Con un rapido movimento ad arco posiziono il
silenziatore a un centimetro dalla sua bella faccia da ragazzone e premo il grilletto.
“Ci sei riuscita, Cassie. Hai bruciato l’unica possibilità che avevi, e pensare che c’eri
quasi!”
Non posso lasciare l’ufficiale dov’è caduto. Nel trambusto della battaglia il sangue
potrebbe anche passare inosservato, e comunque con queste luci rosse lampeggianti è
pressoché invisibile, ma il corpo no. Che faccio?
Ormai manca poco, pochissimo, e non ho intenzione di permettere a un morto
qualsiasi di impedirmi di trovare Sammy. Afferro l’ufficiale per le caviglie e lo trascino
lungo il corridoio, in un altro passaggio, dietro un altro angolo, poi lo mollo lì. È più
pesante di quanto sembri. Prima di filarmela, mi prendo un attimo per stiracchiarmi la
schiena contratta nella parte bassa. Ecco il piano: se qualcun altro mi ferma prima che
io riesca ad arrivare alla camera blindata, dirò qualunque cosa serva per evitare di
uccidere di nuovo. Sempre che abbia scelta. Altrimenti ucciderò di nuovo.
Evan aveva ragione: man mano diventa più semplice.
La sala è zeppa di bambini. Ce ne sono centinaia. Indossano tutti la stessa identica
tuta bianca. Sono divisi in grossi gruppi sparsi su un’area grande all’incirca quanto la
palestra di un liceo. Si sono un po’ calmati. Magari potrei semplicemente chiamare
Sammy a voce alta o prendere in prestito il megafono del maggiore Bob. Attraverso la
stanza con cautela, sollevando ben bene gli scarponi per evitare di schiacciare dita di
mani o di piedi. Così tante facce. Cominciano a sfumare l’una nell’altra. La stanza si
espande, esplode abbattendo le pareti ed estendendosi all’infinito, piena di miliardi di
piccoli visi rivolti in su: oh quei bastardi, quei bastardi, cos’hanno fatto? Nella mia
tenda piangevo per me stessa e per la sciocca vita che mi era stata sottratta. Ora
imploro perdono al mare infinito di visi rivolti in su.
Sto ancora barcollando come uno zombi, quando sento una vocina che mi chiama per
nome. Arriva da un gruppo che ho appena superato, ed è buffo che sia lui a riconoscere
me e non il contrario. Mi blocco. Non mi giro. Chiudo gli occhi, ma non riesco a
decidermi a muovermi.
— Cassie?
Chino la testa. In gola ho un groppo grande come il Texas. E poi, alla fine, mi volto e
lui è lì che mi fissa come se avesse paura, come se questa potesse essere l’ultima
goccia: vedere la copia di sua sorella che si aggira in punta di piedi travestita da
soldato. Come se fosse giunto ai confini della crudeltà degli Altri.
Mi inginocchio davanti a lui. Non si lancia tra le mie braccia. Mi osserva il viso
striato di lacrime e mi posa le dita sulle guance bagnate. Mi sfiora naso, fronte, mento,
palpebre tremanti.
— Cassie?
Va bene ora? Può crederci? Se il mondo infrange un milione e una promessa, ci si
può fidare della milionesima e due?
— Ehi, Sams.
Inclina leggermente il capo. Di sicuro la mia voce gli suona strana con questa lingua
gonfia. Armeggio con la fibbia della borsa di cuoio.
— Ho, ehm… ho pensato che magari rivolevi questo.
Tiro fuori il suo vecchio orsacchiotto malconcio e glielo porgo. Lui aggrotta la fronte,
scuote la testa e non lo prende, ed è come se mi avesse dato un pugno nello stomaco.
Poi me lo sbatte via di mano e mi affonda il viso nel petto: benché coperto dal
sudore e da un pesante aroma di sapone, lo sento, sento il suo odore, l’odore di
Sammy, l’odore di mio fratello.
XII
Per via di Kistner
– 81 –

L’occhio verde ha guardato me e io ho guardato lui, poi non ricordo cosa mi abbia
strappato da lì e cosa sia successo subito dopo.
La prima immagine chiara che mi è rimasta impressa? Io che corro.
L’atrio. Le scale. Il seminterrato. Il primo pianerottolo. Il secondo pianerottolo.
Quando arrivo al terzo, l’onda d’urto dell’esplosione mi sbatte sulla schiena come
una sfera per demolizioni, scagliandomi giù per l’ultima rampa contro la porta che dà
accesso al rifugio.
Sopra di me l’ospedale grida come se lo stessero squartando. È proprio questo che
sembra: un essere vivente che grida come se lo stessero facendo a pezzi. Lo schiocco
assordante di malta e sassi che si frantumano. Lo stridere di chiodi che saltano e gli
strilli di duecento finestre che esplodono. Il pavimento si deforma e si fende. Mi tuffo
di testa nel corridoio di cemento armato mentre la struttura in superficie si disintegra.
Le luci sfarfallano e subito il corridoio piomba nell’oscurità. Non sono mai stato in
questa zona del complesso, ma non ho bisogno di frecce luminescenti alle pareti per
sapere da che parte è la camera blindata. Non devo far altro che seguire le urla
terrorizzate dei bambini.
Prima, però, sarebbe utile riuscire a rimettersi in piedi.
La caduta mi ha strappato completamente i punti. Sto sanguinando di brutto da
entrambe le ferite: il foro d’ingresso e quello di uscita del proiettile di Ringer. Cerco di
alzarmi. Ce la metto tutta, ma le gambe non ne vogliono sapere di reggermi.
Mi sollevo un po’ e poi ricado giù, con la testa che mi gira e il fiato corto.
Una seconda esplosione mi spedisce lungo disteso a terra. Ho giusto il tempo di
trascinarmi per qualche centimetro, quando il terzo scoppio mi risbatte giù. Porco cane,
Vosch, che stai combinando lassù?
«Se è davvero così, non avremo altra scelta che ricorrere all’estremo rimedio.»
Be’, perlomeno il mistero dell’estremo rimedio è risolto. Vosch sta facendo saltare
in aria la sua stessa base. Sta distruggendo il villaggio in modo da salvarlo. Ma salvarlo
da cosa? A meno che la base non sia affatto di Vosch. Magari io e Ringer ci siamo
sbagliati alla grande. Magari sto rischiando la vita mia e di Nugget per niente. Magari
Camp Haven è quello che dice Vosch, e quindi Ringer si è infilata con la guardia
abbassata in un covo di infestati. Magari Ringer è già morta. Ringer e Dumbo e
Poundcake e la piccola Teacup. Santo cielo, l’ho fatto di nuovo? Sono scappato quando
sarei dovuto rimanere? Ho voltato le spalle quando avrei dovuto combattere?
L’esplosione che segue è la peggiore. È esattamente sopra di me. Mi copro la testa
con le braccia mentre dal soffitto piovono pezzi di cemento grandi come il mio pugno.
Le onde d’urto delle bombe, i farmaci ancora in circolo, l’emorragia, il buio… tutto
cospira per tenermi inchiodato qui. In lontananza sento qualcuno che grida, e poi mi
rendo conto che sono io.
“Devi alzarti. Devi alzarti. Devi mantenere la promessa che hai fatto a Sissy…”
No. Non a Sissy. Sissy è morta. L’hai abbandonata, schifoso ammasso di vomito.
Oh, se fanno male. Le ferite sanguinanti e quelle vecchie non rimarginate.
Sissy, con me al buio.
Vedo la sua mano che si protende nel buio verso di me.
“Sono qui, Sissy. Dammi la mano.”
Mi protendo nel buio verso di lei.
– 82 –

Sissy si ritrae e io mi ritrovo solo.


Quando arriva il momento di smettere di scappare dal passato, il momento di
voltarsi e affrontare ciò che pensavi di non essere in grado di affrontare – il momento
in cui la tua vita resta in sospeso in attesa che tu scelga se rinunciare o rialzarti – be’,
quando quel momento arriva, e arriva sempre, se non puoi rialzarti e non vuoi
rinunciare, ecco cosa fai: strisci.
Trascinandomi sul ventre, raggiungo l’incrocio con il corridoio principale, quello che
attraversa il complesso da una parte all’altra. Mi devo riposare. Due minuti, non di più.
Si accendono le luci di emergenza. Ora so dove sono. A sinistra del condotto di
aerazione, a destra del centro di comando e della camera blindata.
Tic-tac. I miei due minuti di pausa sono finiti. Mi rimetto in piedi usando il muro
come sostegno e per poco non svengo dal dolore. Se anche trovo Nugget senza essere
scoperto, come farò a portarlo fuori di qui in queste condizioni?
In più dubito sinceramente che siano rimasti degli scuolabus. O anche solo altre
tracce di Camp Haven. Quando lo trovo – se lo trovo – dove cavolo andiamo?
Procedo lungo il corridoio strusciando i piedi e tenendo una mano sulla parete per
stabilizzarmi. Ora sento qualcuno che, nella camera blindata più avanti, grida ai
bambini di stare calmi e rimanere seduti perché andrà tutto bene e lì sono
perfettamente al sicuro.
Tic-tac. Subito prima dell’ultima svolta, lancio un’occhiata a sinistra e vedo una cosa
accartocciata contro il muro: un corpo umano.
Un corpo umano morto.
Ancora caldo. In uniforme da tenente. E con metà faccia spappolata da un proiettile
di grosso calibro sparato a distanza ravvicinata.
Non è una recluta. È uno di loro. Possibile che qualcun altro qui dentro abbia capito la
verità? Forse.
O forse a sparargli è stata una recluta dal grilletto facile e dai nervi scossi che l’ha
preso per un infestato.
“Basta illusioni, Parish.”
Tolgo la pistola dalla fondina al fianco dell’uomo e me la infilo nella tasca del
camice. Poi mi copro il viso con la mascherina da chirurgo.
“Il dottor Zombi è desiderato d’urgenza nella camera blindata!”
E finalmente eccola, dritta davanti a me. Qualche altro metro e ci sono.
“Ce l’ho fatta, Nugget. Sono qui. Ora vedi di esserci tu.”
Pare quasi che mi abbia sentito, perché spunta stringendo in mano – incredibile ma
vero – un orsacchiotto.
Però non è solo. Con lui c’è un’altra persona, una recluta più o meno dell’età di
Dumbo che, mimetica cascante e tesa del berretto tirata sugli occhi, porta con sé un
M16 con una specie di tubo metallico fissato alla canna.
Non ho tempo di mettermi a riflettere. Perché risolvere il problema con una recita
vorrebbe dire rallentare e affidarsi troppo alla fortuna, e ormai quello che serve non è
fortuna. Quello che serve è un cuore di pietra.
Perché questa è l’ultima guerra, e solo chi ha il cuore di pietra sopravviverà.
Perché non ho altra scelta per via di quel passo del piano che ho saltato. Per via di
Kistner.
Mi infilo la mano in tasca. Aspetto che la distanza si riduca. Non ancora, non ancora.
La ferita mi rende instabile. Dovrò far fuori la recluta al primo colpo.
Sì, è un ragazzino.
Sì, è innocente.
E, sì, è spacciato.
XIII
Il buco nero
– 83 –

Vorrei inebriarmi dell’odore dolce di Sammy per sempre, ma non posso. Questo posto
brulica di soldati armati, alcuni dei quali Silenziatori o comunque con più di diciotto
anni, quindi devo fare conto che siano Silenziatori anche loro. Prendo Sammy da una
parte: un gruppo di bambini ci scherma dalla guardia più vicina. Mi abbasso il più
possibile e sussurro: — Stai bene?
Lui annuisce. — Lo sapevo che venivi, Cassie.
— Te l’avevo promesso, no?
Appeso al collo ha un medaglione a forma di cuore. Eh? Lo tocco e lui si ritrae
leggermente.
— Perché sei vestita così? — chiede.
— Te lo spiego dopo.
— Adesso sei un soldato, vero? In che squadra sei?
Squadra? — In nessuna — dico. — Faccio squadra da sola.
Aggrotta la fronte. — Non puoi fare squadra da sola, Cassie.
Non è davvero il momento di infilarsi in una discussione su questa ridicola faccenda
delle squadre. Mi guardo intorno. — Sams, ora usciamo di qui.
— Lo so. Andiamo su un aereo gigante. Ce l’ha detto il maggiore Bob. — Me lo indica
con un cenno della testa e fa per salutarlo. Gli spingo giù la mano.
— Un aereo? Quando?
Scrolla le spalle. — Presto. — Ha raccolto Orso. Adesso lo esamina rigirandoselo tra
le mani. — Ha uno strappo all’orecchio — mi fa notare in tono accusatorio, come se
avessi mancato al mio dovere.
— Stanotte? — chiedo. — Sams, è importante. Partite stanotte?
— Il maggiore Bob ha detto così. Ha detto che vaculeranno tutti quelli non
indispensabili.
— Vaculeranno? Oh. Okay, quindi evacueranno i bambini. — La mia mente lavora a
pieno regime cercando di valutare la cosa. È quella la via d’uscita? Salire
semplicemente a bordo con gli altri e giocarsela quando atterriamo, dovunque
atterriamo? Oddio, perché mi sono sbarazzata della tuta bianca? Del resto, se anche
l’avessi tenuta e avessi potuto infilarmi nell’aereo, il piano era un altro.
«Da qualche parte alla base ci sono delle capsule d’emergenza, probabilmente vicino
al centro di comando o all’alloggio di Vosch. In sostanza sono razzi monoposto pre-
programmati per atterrare in sicurezza lontano dal campo. Non mi chiedere dove. In
ogni caso, sono la soluzione migliore: la tecnologia non è umana, ma dopo ti spiego
come azionarle. Sempre che vi riesca di trovarle, entrarci in due e, soprattutto,
sopravvivere abbastanza da trovarle ed entrarci.»
Parecchie, come condizioni. Forse farei meglio a stendere una recluta della mia
taglia e fregarle la tuta.
— Da quant’è che sei qui, Cassie? — chiede Sammy. Credo sospetti che l’abbia
evitato, magari per via delle condizioni del suo orsacchiotto.
— Da più di quanto vorrei — mormoro, il che risolve il dilemma: non resteremo qui
un secondo più del necessario e non ci imbarcheremo su un volo di sola andata per
Camp Haven II. Non scambio un campo di sterminio per un altro.
Sta giocando con l’orecchio strappato. Non è certo la prima ferita di Orso. Ho perso
il conto delle volte che mamma l’ha dovuto rattoppare. Ha più punti di Frankenstein. Mi
sporgo in avanti per richiamare l’attenzione di Sammy, e in quello stesso istante lui mi
guarda dritto negli occhi e chiede: — Papà dov’è?
Muovo la bocca senza emettere suono. Non avevo assolutamente programmato di
dirglielo, tanto meno come dirglielo.
— Papà? Oh, è… — “No, Cassie. Non complicare le cose.” Non voglio che Sammy si
sciolga in lacrime proprio mentre ci prepariamo alla fuga. Terrò in vita mio padre un
altro po’.
— È al campo profughi che ci aspetta.
Gli trema già il labbro inferiore. — Come, non c’è?
— È impegnato — dico, sperando basti a chiudere la questione e sentendomi uno
schifo. — È per questo che ha mandato me. Vuole che ti riporti indietro. Ed è questo
che farò ora, ti riporterò indietro.
Lo tiro su. — Ma l’aereo? — mi chiede.
— È in overbooking. — Mi lancia un’occhiata perplessa: “Overbooking?” — Andiamo.
Lo prendo per mano e vado verso il corridoio a spalle dritte e testa alta perché
sgattaiolare verso l’uscita camminando in punta di piedi come Shaggy e Scooby-Doo è il
modo più sicuro di attirare l’attenzione. Urlo persino a un gruppetto di ragazzini di
togliersi di mezzo. Se qualcuno prova a fermarci, non gli sparo. Gli spiego che il
bambino sta male e che lo sto portando dal dottore prima che si vomiti addosso
schizzando dappertutto. Se non se la beve, allora gli sparo.
E poi siamo in corridoio e, incredibilmente, c’è un medico che viene dritto verso di
noi, con metà faccia nascosta da una mascherina da chirurgo. Quando ci vede
strabuzza gli occhi, e addio alla mia astuta storiella di copertura, quindi se ci ferma
sarò costretta a sparargli. Mentre ci avviciniamo, noto che si infila con nonchalance la
mano nella tasca del camice, al che scatta il mio allarme interiore, lo stesso allarme
che ha suonato dietro i frigoriferi del minimarket subito prima che svuotassi un intero
caricatore sul soldato con il crocifisso.
Ho una frazione di secondo per decidere. È la prima regola dell’ultima guerra: non
fidarsi di nessuno.
Mentre gli spiano contro il fucile, lui tira fuori la mano.
Stringe una pistola.
Io, però, un M16.
Quanto dura una frazione di secondo?
Abbastanza perché un bambino all’oscuro della prima regola balzi in mezzo a una
pistola e un fucile.
— Sammy! — strillo lasciando il colpo in canna. Saltellando, mio fratello afferra la
mascherina del dottore e la abbassa con forza.
Non vorrei mai vedere la faccia che ho fatto quando quella mascherina è scesa e ho
messo a fuoco il viso che c’era dietro. Più magro di quanto ricordassi. Più pallido. Con
gli occhi sprofondati nelle orbite, quasi vitrei, come quando si è malati o feriti, ma lo
riconosco, so benissimo di chi è il viso che fino a un attimo fa era nascosto. Solo che
non riesco a capacitarmene.
Qui, in questo posto. A mille anni e un milione di chilometri di distanza dai corridoi
della George Barnard High School. Qui, fermo davanti a me, nel ventre del mostro nelle
viscere della Terra.
Benjamin Thomas Parish.
E Cassiopea Marie Sullivan che, nel bel mezzo di un’esperienza extracorporea in
piena regola, si vede che lo vede. L’ultima volta è stato nella palestra del liceo dopo
che era andata via la luce, e comunque lui era di spalle; poi, da allora, solo nella sua
mente, la cui parte razionale ha sempre creduto che fosse morto come tutti gli altri.
— Zombi! — esclama Sammy. — Lo sapevo che eri tu.
“Zombi?”
— Dove lo stai portando? — mi chiede Ben con voce profonda. Non me la ricordavo
così. Ho una pessima memoria, o la sta abbassando apposta per sembrare più grande?
— Zombi, lei è Cassie — lo rimprovera Sammy. — Sai… Cassie.
— Cassie? — dice lui, come se non avesse mai sentito quel nome.
— Zombi? — dico io, perché davvero non ho mai sentito quel nome.
Mi tolgo il berretto pensando che possa aiutarlo a riconoscermi, e me ne pento
all’istante. Chissà in che stato ho i capelli.
— Frequentiamo lo stesso liceo — spiego passandomi in tutta fretta le dita tra i
riccioli mozzati. — Sono seduta davanti a te a chimica.
Ben scuote la testa come se si stesse liberando da una ragnatela.
— Te l’avevo detto che veniva — fa Sammy.
— Buono, Sammy — lo rimprovero.
— Sammy? — chiede Ben.
— Ora mi chiamo Nugget, Cassie.
— Oh, sì, certo. — Mi rivolgo di nuovo a Ben. — Quindi tu conosci mio fratello.
Lui annuisce guardingo. Ancora non capisco il suo atteggiamento. Non che mi aspetti
che mi butti le braccia al collo e nemmeno che si ricordi di avermi vista a lezione, ma
ha la voce tesa e continua a stringere la pistola lungo il fianco.
— Perché sei vestito da dottore? — domanda Sammy.
Ben da dottore. Io da soldato. Come due bambini che giocano a mascherarsi. Un
dottore e un soldato finti che si chiedono se far saltare le cervella l’uno all’altro.
Quei primi istanti tra me e Ben sono stranissimi.
— Sono venuto a tirarti fuori di qui — dice Ben rivolto a Sammy, ma con lo sguardo
fisso su di me.
Sammy mi lancia un’occhiata. Non è per quello che anch’io sono lì? Ora sì che è
confuso.
— Tu non porti mio fratello da nessuna parte.
— È tutta una menzogna — replica di getto Ben. — Vosch è uno di loro. Ci stanno
usando per far fuori i superstiti. Vogliono che ci uccidiamo a vicenda…
— Lo so — ribatto. — Tu com’è che l’hai scoperto? E comunque cosa c’entra questo
con Sammy?
Ben sembra sbalordito dalla mia reazione alla sua notizia bomba. Poi capisco. Crede
che sia stata indottrinata come tutti quelli del campo. È un’idea così ridicola che mi
scappa da ridere. E mentre rido come un’idiota, capisco anche un’altra cosa: nemmeno
lui è vittima del lavaggio del cervello.
Dunque posso fidarmi.
A meno che non stia recitando per convincermi ad abbassare la guardia – e il fucile
– in modo da eliminarmi e prendere Sammy.
Dunque non posso fidarmi.
Non sono in grado di leggergli nel pensiero, ma starà sicuramente pensando qualcosa
tipo: “Cos’ha da ridere questa svitata con i capelli appiccicati alla testa? Ho detto
un’ovvietà o, secondo lei, una cretinata?”
— Ci sono — dice Sammy per riportare la pace. — Possiamo andare tutti insieme!
— Conosci per caso qualche via d’uscita? — chiedo a Ben. Sammy è senz’altro più
fiducioso di me, ma l’idea merita di essere approfondita. Trovare le capsule
d’emergenza – se poi esistono davvero – è sempre stato il punto debole del mio piano
di fuga.
Fa cenno di sì con la testa. — E tu?
— Una sì, solo che non conosco la via per la via.
— La via per la via? Okay. — Sorride. Ha un aspetto orribile, ma il suo sorriso non è
cambiato per niente. Illumina il corridoio come una lampadina da mille watt. — Io
invece conosco la via e la via per la via.
Si rimette in tasca la pistola e mi tende la mano, ora vuota.
— Andiamoci insieme.
A irritarmi è che forse non prenderei quella mano se a tendermela non fosse Ben
Parish.
– 84 –

Sammy si accorge del sangue prima di me.


— Non è niente — borbotta Ben.
Non si direbbe a guardarlo in faccia. A guardarlo in faccia sembrerebbe ben più di
niente.
— È una storia lunga, Nugget — aggiunge. — Te la racconto dopo.
— Dove stiamo andando? — chiedo. In ogni caso – dovunque sia dove – non ci
arriveremo presto. Ben avanza per il labirinto di corridoi strascicando i piedi come un
vero e proprio zombi. Il viso del Ben che ricordo è sempre lì, ma è sbiadito… anzi, non
sbiadito: rappreso in una versione più magra, più netta e più dura. L’essenza è rimasta,
ma è come se qualcuno avesse tagliato le parti non strettamente necessarie.
— In generale? Fuori di qui. Il prossimo corridoio, quello lì a destra, porta a un
condotto di aerazione che possiamo…
— Aspetta! — Lo afferro per il braccio. Scioccata dal rivederlo, me n’ero scordata.
— L’impianto di Sammy.
Ben mi fissa per un attimo, poi scoppia in un risolino triste. — Me n’ero
completamente scordato.
— Di cosa? — chiede Sammy.
Poso un ginocchio a terra e gli prendo le mani. Siamo a parecchi corridoi di distanza
dalla camera blindata, ma la voce al megafono del maggiore Bob continua a
rimbombarci intorno. — Sams, dobbiamo fare una cosa. Una cosa molto importante. Le
persone di questo campo non sono chi dicono di essere.
— E chi sono? — sussurra.
— Sono persone cattive, Sams. Molto cattive.
— Infestati — interviene Ben. — La dottoressa Pam, i soldati, il comandante…
persino il comandante. Sono tutti infestati. Ci hanno presi in giro, Nugget.
Sammy strabuzza gli occhi. — Anche il comandante?
— Sì, anche il comandante — risponde Ben. — Perciò noi ora ce ne andiamo di qui e
poi raggiungiamo Ringer. — Mi becca che lo fisso. — Non è il suo nome vero.
— Oh, sul serio? — Scuoto la testa. Zombi, Nugget, Ringer. Dev’essere una cosa da
militari. Mi giro di nuovo verso Sammy: — Ci hanno mentito su un sacco di cose. In
pratica su tutto. — Gli lascio le mani e gli passo le dita sul retro del collo finché non
trovo il piccolo grumo sotto pelle. — L’aggeggino che ti hanno inserito qui è una delle
loro bugie. Lo usano per sapere dove sei, ma potrebbero usarlo anche per farti del
male.
Ben si accovaccia al mio fianco. — Quindi dobbiamo tirarlo fuori, Nugget.
Con il labbro cicciotto che gli trema e gli occhioni gonfi di lacrime, Sammy annuisce.
— O-okay…
— Ma tu devi stare zitto e fermo. Non puoi né strillare, né piangere, né agitarti.
Pensi di potercela fare?
Annuisce di nuovo, e dall’occhio gli spunta una lacrima che poi mi gocciola
sull’avambraccio. Mi alzo e mi allontano con Ben per un breve colloquio pre-operatorio.
— Dovremo utilizzare questo — dico, mentre gli mostro il coltello da combattimento
stando bene attenta che Sammy non lo veda.
Ben sgrana gli occhi. — Se sta bene a te… Io però pensavo questo. — Ed estrae un
bisturi dalla tasca del camice.
— Sì, probabilmente è meglio.
— Te ne vuoi occupare tu?
— Sarebbe il caso. È mio fratello. — Ma l’idea di incidere il collo di Sammy mi mette
i brividi.
— Posso farlo io. Tu lo blocchi e io taglio.
— Allora non è un travestimento? Ti sei laureato qui alla E.T. University?
Sorride cupo. — Cerca solo di tenerlo il più fermo possibile, così non rischio di fare
danni.
Torniamo da Sammy: seduto con la schiena appoggiata al muro, si stringe al petto
Orso e ci osserva impaurito. Rivolta a Ben, sussurro: — Se gli fai del male, Parish, ti
pianto il coltello nel cuore.
Lui mi guarda stupito. — Non gli farei mai del male.
Prendo in braccio Sammy. Lo giro in modo che sia disteso a faccia in giù sulle mie
gambe, il mento oltre la coscia. Ben si inginocchia. Guardo la mano che stringe il
bisturi. Sta tremando. — Sto bene — bisbiglia. — Davvero. Sto bene. Non lo mollare.
— Cassie… — piagnucola Sammy.
— Shhh. Shhh. Non ti muovere. Farà veloce — lo rassicuro. — Fai veloce — mormoro
a Ben.
Afferro la testa di Sammy. Via via che si avvicina, la mano diventa salda come una
roccia.
— Ehi, Nugget! — esclama Ben. — Va bene se prima mi riprendo il medaglione? —
Sammy annuisce e lui sgancia il fermaglio. Improvvisamente libere, le maglie
metalliche gli cadono tintinnando nel palmo.
— È tuo? — gli chiedo sorpresa.
— Di mia sorella. — Si mette la catenina in tasca. Da come l’ha detto, capisco che è
morta.
Giro la testa. Mezz’ora fa ero pronta a sparare in faccia a chiunque e ora non riesco
a guardare uno che fa un taglietto minuscolo. Quando la lama gli incide la pelle,
Sammy sobbalza. Per impedirsi di gridare, mi dà un morso alla gamba. Un morso bello
forte. Devo mettercela tutta per restare ferma. Se mi muovessi, a Ben potrebbe
scivolare la mano.
— Sbrigati — squittisco.
— Preso! — Ha l’impianto attaccato alla punta insanguinata del dito medio.
— Gettalo.
Lo scrolla via e piazza un cerotto sulla ferita. È venuto preparato. Io, invece, con un
coltello da combattimento con lama da trenta centimetri.
— Okay, abbiamo finito, Sams — gemo. — Puoi smettere di mordermi.
— Mi fa male, Cassie!
— Immagino. — Lo tiro su e lo abbraccio forte. — Ma tu sei stato molto coraggioso.
Annuisce con aria seria. — Lo so.
Ben mi tende la mano e mi aiuta a rimettermi in piedi. Ha le dita appiccicaticce per
via del sangue di mio fratello. Si infila il bisturi in tasca e afferra nuovamente la
pistola.
— È meglio se andiamo — dice calmo, come se rischiassimo di perdere un autobus.
Torniamo nel corridoio principale, Sammy appoggiato a me. L’ultima svolta, e poi
Ben si ferma così di punto in bianco che gli sbatto contro. Intorno a noi echeggia il
rumore di una decina di semiautomatiche che vengono armate, poi una voce familiare
dice: — Sei in ritardo, Ben. Ti aspetto da un bel po’.
È una voce molto profonda e dura come acciaio.
– 85 –

Perdo Sammy per la seconda volta. Un Silenziatore lo prende e lo riporta, suppongo,


nella camera blindata con gli altri bambini da evacuare. Un altro accompagna me e Ben
nella stanza delle esecuzioni. La stanza con lo specchio e il tasto. La stanza dove
persone innocenti vengono collegate a cavi e uccise con una scarica elettrica. La
stanza del sangue e delle bugie. Adeguato, come posto.
— Sapete perché vinceremo questa guerra? — ci chiede Vosch una volta lì. — Perché
non possiamo perdere? Perché sappiamo come pensate. Vi osserviamo da seimila anni.
Quando sono state innalzate le piramidi nel deserto egiziano, noi vi stavamo
osservando. Quando Cesare ha incendiato la biblioteca di Alessandria, noi vi stavamo
osservando. Quando avete crocifisso quel sempliciotto ebreo del primo secolo, noi vi
stavamo osservando. Quando Colombo ha messo piede nel Nuovo Mondo… quando
avete combattuto una guerra per liberare dalla schiavitù milioni di vostri simili…
quando avete imparato a scindere l’atomo… quando vi siete avventurati per la prima
volta oltre l’atmosfera… Cosa stavamo facendo?
Ben non lo guarda. Nemmeno io. Siamo entrambi seduti davanti allo specchio, con gli
occhi fissi sul nostro riflesso distorto nel vetro rotto. La stanza sull’altro lato è buia.
— Ci stavate osservando — dico. Vosch si è seduto di fronte al monitor a neanche
mezzo metro da me. Dall’altra parte ho Ben e dietro un Silenziatore decisamente
robusto.
— Stavamo imparando il vostro modo di ragionare. È questo il segreto per vincere,
come il qui presente sergente Parish già sa: capire come pensa il nemico. L’arrivo
dell’astronave non è stato l’inizio, ma l’inizio della fine. E ora eccovi qui con un posto in
prima fila per l’epilogo, un’anteprima speciale del futuro. Vi va di vedere il futuro? Il
vostro futuro? Vi va di vedere il fondo del calice umano?
Preme un comando sulla tastiera. Le luci della stanza oltre lo specchio si accendono.
C’è una poltrona con accanto un Silenziatore e, legato alla poltrona, mio fratello, la
testa piena di grossi cavi.
— È questo il futuro — sussurra Vosch. — L’uomo in catene da animale qual è, la
sua vita appesa a un filo. E quando avrete concluso il lavoro che vi abbiamo assegnato,
schiacceremo un tasto e la vostra deplorevole amministrazione di questo pianeta avrà
termine.
— Non c’è bisogno di arrivare a questo! — grido. Il Silenziatore mi posa una mano
sulla spalla e stringe forte. Ma non abbastanza da impedirmi di balzare in piedi. —
Basta che ci mettiate un altro impianto e ci scarichiate in Mnemolandia. Vi dirà tutto
quello che volete sapere, no? Non c’è bisogno di ucciderlo…
— Cassie — mormora Ben — lo ucciderà comunque.
— Non dovresti starlo a sentire, signorina — interviene Vosch. — È un debole. Lo è
sempre stato. Hai mostrato più coraggio e determinazione tu in poche ore che lui in
tutta la sua miserabile vita.
Fa un cenno al Silenziatore, che mi risbatte sulla sedia.
— Scaricherò te — continua. — E ucciderò il sergente Parish. Ma puoi salvare il
bambino. Se mi dici chi ti ha aiutata a infiltrarti nella base.
— Non ve lo dirà già Mnemolandia? — chiedo. Intanto penso: “Evan è vivo!” E poi:
“No, forse no.” Potrebbe essere rimasto ucciso nel bombardamento, vaporizzato come
tutto quello che si trovava in superficie. Può darsi che Vosch, come me, non sappia che
fine ha fatto.
— Perché qualcuno ti ha aiutata — prosegue lui ignorando la mia domanda. — E
sospetto che quel qualcuno sia diverso dal qui presente signor Parish. Me lo immagino
più simile a… be’, a me. E quindi capace di battere Mnemolandia nascondendo i tuoi
veri ricordi, lo stesso metodo con cui per secoli vi abbiamo nascosto la nostra
presenza.
Scuoto la testa. Non capisco minimamente di cosa parli. Veri ricordi?
— Gli uccelli sono i più comuni — prosegue Vosch mentre, con aria svagata, passa il
dito sul tasto con la scritta SOPPRIMI. — I gufi. Durante la fase iniziale, quando ci
stavamo inserendo in voi, spesso usavamo un gufo come ricordo schermo per
nascondere l’accaduto alle donne incinte.
— Io odio gli uccelli — mormoro.
Vosch sorride. — I più utili tra gli animali di questo pianeta. Diversissimi tra loro. In
linea di massima ritenuti innocui. Così onnipresenti da essere praticamente invisibili.
Sapete che, ironia della sorte, discendono dai dinosauri? Prima i dinosauri cedono il
posto a voi, e poi voi cedete il posto a noi con l’aiuto dei loro discendenti.
— Non mi ha aiutata nessuno! — strillo troncando quella lezioncina. — Ho fatto tutto
da sola!
— Davvero? Allora com’è che, nel preciso istante in cui stavi uccidendo la
dottoressa Pam all’Hangar 1, due delle nostre sentinelle si sono prese un proiettile,
un’altra è stata sventrata e una quarta ha fatto un volo di tre metri cadendo dalla sua
postazione nella torre di guardia sud?
— Non ne ho idea. Sono solo venuta a cercare mio fratello.
Si oscura in volto. — Non hai la minima speranza, sai. Non puoi vincere contro di
noi: tutti i tuoi sogni a occhi aperti e tutte le tue fantasie infantili sono senza senso.
Apro la bocca e la risposta esce da sola. Semplicemente.
— Vaffanculo.
E lui abbassa il dito sul tasto con violenza, come se lo odiasse, come se quel tasto
avesse un volto e come se quel volto fosse umano, il volto di uno scarafaggio
senziente, e il suo dito lo stivale che pesta in terra.
– 86 –

Non so quale sia stata la mia prima reazione. Forse gridare. So di essermi anche
liberata dalla stretta del Silenziatore e slanciata su Vosch con l’intenzione di cavargli
gli occhi. Ma non mi ricordo cosa sia venuto prima, il grido o lo slancio. Ben che mi
circonda con le braccia per trattenermi, so che quello è venuto dopo il grido e lo
slancio. Mi ha circondata con le braccia e mi ha tirata indietro perché ero concentrata
su Vosch, sull’odio che provavo. Non mi ero nemmeno girata verso lo specchio e mio
fratello, ma Ben, che stava guardando il monitor, ha visto la parola che è apparsa
quando Vosch ha premuto il tasto.
OOPS.
Mi volto di scatto verso lo specchio. Sammy è ancora vivo: piange a dirotto, ma è
vivo. Accanto a me, Vosch si alza così in fretta che la sedia vola per la stanza e
sbatte contro il muro.
— Si è inserito nell’elaboratore centrale e ha sovrascritto il programma — ringhia al
Silenziatore. — Tra un po’ staccherà pure la corrente. Tienili qui. — Poi grida all’uomo
dietro Sammy: — Blocca l’accesso! Che nessuno metta piede fuori finché non torno.
Esce sbattendo la porta. Si sente lo scatto della serratura. Non c’è via d’uscita. O
forse sì, quella che ho preso la prima volta che mi sono trovata in trappola in questa
stanza. Sbircio verso la grata. “Scordatelo, Cassie. Tu e Ben contro due Silenziatori, e
Ben è ferito. Non pensarci nemmeno.”
No. Io, Ben ed Evan contro i Silenziatori. Evan è vivo. E se Evan è vivo, non siamo
arrivati alla fine, al fondo del calice umano. Lo stivale non ha pestato lo scarafaggio.
Non ancora.
E proprio in quell’attimo lo vedo cadere e finire sul pavimento, il corpo di uno
scarafaggio vero, appena schiacciato. Lo guardo scendere al rallentatore, tanto che non
mi sfugge neppure il minuscolo rimbalzo quando tocca terra.
«Ti vuoi paragonare a un insetto, Cassie?»
In un lampo riporto gli occhi in alto e vedo un’ombra che guizza rapida come le ali di
un’efemera.
Al che sussurro a Ben: — Quello con Sammy è mio.
— Cosa? — risponde lui, stupito.
Do una spallata al pancione del Silenziatore che, preso alla sprovvista, barcolla
all’indietro in direzione della grata agitando le braccia per recuperare l’equilibrio e in un
istante muore, ucciso dal proiettile che Evan gli conficca nel cervello umano al cento
per cento. Ancora prima che piombi a terra, gli ho tolto la pistola e adesso ho una
possibilità, un colpo attraverso il buco che ho fatto prima. Se sbaglio mira, Sammy è
morto: il Silenziatore oltre il vetro lo sta già puntando come io punto lui.
Ma ho avuto un istruttore eccellente. Uno dei migliori tiratori del mondo, e lo
sarebbe anche se al mondo ci fossero ancora sette miliardi di persone.
Non è esattamente come sparare a una lattina sul palo di uno steccato.
È molto più facile: la testa è più vicina e parecchio più grossa.
Il tizio non si è ancora accasciato a terra che corro a liberare Sammy. Insieme
ripassiamo attraverso il buco nello specchio. Ben guarda prima noi, poi il Silenziatore
morto, poi l’altro Silenziatore morto. Non sa dove posare gli occhi. Io sì: sulla grata.
— Via libera! — grido.
Si sente un colpo alla parete del condotto. Lì per lì non capisco, poi scoppio a ridere.
«Stabiliamo un codice per quando ti viene voglia di strisciare lungo i muri. Un colpo
significa che vuoi entrare.»
— Sì, Evan. — Mi sbellico tanto che mi fa quasi male la pancia. — Entra pure. — Ora
che so che siamo tutti vivi, e in particolare lui, posso tirare un bel sospiro di sollievo.
Evan balza giù atterrando in piedi leggero come un gatto. Sono tra le sue braccia nel
tempo che ci vuole a pronunciare: — Ti amo. — Cosa che lui dice accarezzandomi i
capelli e sussurrando il mio nome seguito dalle parole: — Mia efemera.
— Come hai fatto a trovarci? — gli chiedo. È così totalmente lì con me, così
presente, che ho l’impressione sia la prima volta che vedo i suoi deliziosi occhi
cioccolato e sento la stretta delle sue braccia forti e il tocco delle sue labbra morbide.
— Semplice. Qualcuno è passato lassù prima di me e ha lasciato una scia di sangue.
— Cassie?
È Sammy, aggrappato a Ben, perché in questo momento si sente un po’ più vicino a
lui che a me. “Chi è questo tipo piombato giù dal condotto, e cosa sta facendo a mia
sorella?”
— Lui dev’essere Sammy — dice Evan.
— Esatto — confermo. — Oh! E lui è…
— Ben Parish — dice Ben.
— Ben Parish?! — esclama Evan guardandomi. “Quel Ben Parish?”
— Ben — ripeto, il viso in fiamme. Ho al tempo stesso voglia di ridere e di
nascondermi sotto il bancone. — Lui è Evan Walker.
— È il tuo ragazzo? — mi chiede Sammy.
Non so cosa rispondere. Ben ha un’aria completamente smarrita, Evan
estremamente divertita e Sammy solo terribilmente incuriosita. È la prima volta che
mi sento davvero in difficoltà da quando ho messo piede in questo covo di alieni,
eppure ne ho passate abbastanza.
— È un amico del liceo — farfuglio.
Al che Evan mi corregge, dato che ho evidentemente perso la ragione. — In realtà,
Sammy, è Ben l’amico del liceo di Cassie.
— Io non sono suo amico — dice Ben. — Cioè, mi pare di ricordarmela ma… — Poi
si accorge della stranezza delle parole di Evan. — Come fai a sapere chi sono?
— Non lo sa! — grido decisa.
— Cassie mi ha parlato di te — risponde Evan. Gli rifilo una gomitata e lui mi guarda
come a dire: “Cosa?”
— Perché non chiacchieriamo più tardi? — imploro rivolta a Evan. — Non credi che
ora sarebbe meglio se ci muovessimo?
— Giusto. — Annuisce. — Andiamo. — Guarda Ben. — Sei ferito.
Ben scrolla le spalle. — Un paio di punti strappati. Sto bene.
Mi infilo la pistola del Silenziatore nella fondina vuota, poi mi rendo conto che anche
Ben avrà bisogno di un’arma, e attraverso lo specchio rotto per andarla a prendere.
Quando torno sono ancora tutti fermi lì con le mani in mano, e Ben ed Evan si
sorridono a vicenda, con un’aria di intesa, a mio avviso.
— Che stiamo aspettando? — chiedo con voce un po’ più aspra di quanto volessi.
Piazzo una sedia sotto la grata e indico in alto. — Forse è meglio se stai in testa tu,
Evan.
— Non andiamo da quella parte — replica lui. Prende una tessera magnetica dal
marsupio del Silenziatore e la striscia nella serratura elettronica della porta. La lucina
diventa verde.
— Usciamo di lì? — domando. — Così, belli tranquilli?
— Così, belli tranquilli — ripete.
Controlla la situazione in corridoio e, al suo cenno, lo seguiamo fuori. La porta si
richiude alle nostre spalle. Tutt’intorno c’è un silenzio inquietante: sembra che il posto
sia deserto.
— Vosch ha detto che avresti staccato la corrente — bisbiglio estraendo la pistola.
Evan mi mostra un oggetto argentato simile a un cellulare a conchiglia. — Infatti.
Ora.
Schiaccia un tasto e il corridoio piomba nell’oscurità. Non vedo niente. Annaspo in
cerca della mano di Sammy. Trovo quella di Ben, prima di lasciarmi andare mi stringe
forte. Piccole dita mi tirano per la gamba dei pantaloni: le afferro e me ne aggancio
una a un passante della cintura.
— Ben, tieniti a me — dice Evan sottovoce. — Cassie, tu a Ben. Non è lontano.
Mi aspetto un passo lento e strisciato per questa coreografia di rumba nella più
completa oscurità, invece partiamo rapidi, quasi inciampando nei piedi l’uno dell’altro.
Evan dev’essere in grado di vedere al buio, un’altra qualità da gatto. Dopo poco ci
fermiamo davanti a una porta. Almeno credo sia una porta. Ha la superficie liscia,
diversa da quella granulosa delle pareti a blocchi di cemento. Qualcuno – Evan,
presumo – la spinge e subito arriva una folata d’aria fredda e pulita.
— Scale? — sussurro. Sono completamente cieca e disorientata, ma potrebbero
essere quelle da cui sono scesa prima.
— Da metà in su ci saranno un po’ di macerie — avverte Evan. — Ma dovrebbe
comunque esserci spazio per passare. Attenzione: potrebbero essere instabili. Quando
arrivate in cima, puntate a nord. Sapete da che parte è il Nord?
— Io sì — risponde Ben. — O perlomeno so come capirlo.
— Che significa “quando arrivate in cima”? — chiedo. — Perché, tu non vieni?
Mi sento toccare la guancia. So cosa significa perciò lo scaccio.
— Tu, Evan, vieni con noi.
— Devo fare una cosa.
— Esatto. — Cerco di prenderlo per mano. Appena ci riesco, lo tiro verso di me. —
Devi venire con noi.
— Ti troverò, Cassie. Non ti trovo ogni volta? Devo…
— No, Evan. Non puoi esserne certo.
— Cassie. — Non mi piace il modo in cui pronuncia il mio nome. La sua voce ha un
tono troppo dolce, troppo triste, troppo da addio. — Mi sbagliavo quando ti ho detto che
ero entrambe le cose e nessuna. Non è possibile: ora lo so. Devo scegliere.
— Aspettate un secondo — interviene Ben. — Cassie, questo tizio è uno di loro?
— È complicato — rispondo. — Ne parliamo dopo. — Stringo la mano di Evan tra le
mie portandomela al petto. — Non mi lasciare di nuovo.
— Sei stata tu a lasciare me, non te lo ricordi? — Appoggia la mano sul mio cuore,
come se lo abbracciasse, come se gli appartenesse, il territorio meritevolmente
conquistato dopo una dura lotta.
Mi arrendo. Cosa posso fare d’altronde, puntargli una pistola alla testa? “È arrivato
fino a qui” mi dico. “Arriverà fino in fondo.”
— Cosa c’è a nord? — chiedo spingendo contro le sue dita.
— Non lo so. Ma è la strada più corta per il posto più lontano.
— Il posto più lontano da cosa?
— Da qui. Aspettate l’aereo. Quando decolla, correte. Ben, pensi di farcela a correre?
— Sì, penso di sì.
— Veloce?
— Sì. — Non sembra troppo convinto, però.
— Aspetta l’aereo — mi sussurra Evan. — Mi raccomando.
Preme le labbra sulle mie e poi scompare lasciandoci ai piedi delle scale. Mi sento
sul collo il fiato di Ben, caldo nell’aria fresca.
— Non capisco cosa sta succedendo — dice. — Chi è quel tipo? È un… Cos’è? Da
dov’è spuntato? E dove sta andando?
— Non ne sono sicura, ma credo che abbia trovato il deposito delle armi.
«Qualcuno è passato lassù prima di me e ha lasciato una scia di sangue.»
“Oddio, Evan. Non mi stupisce che tu non me l’abbia detto.”
— Farà saltare in aria tutto quanto.
– 87 –

Salire le scale non è come correre verso la libertà. Procediamo stando praticamente
carponi, aggrappati l’uno all’altro, io in testa, Ben in coda e Sammy nel mezzo. L’aria
stagnante è invasa da minute particelle di polvere, e nel giro di poco ci ritroviamo tutti
quanti a tossire e ansimare così forte che, ho l’impressione, potrebbero sentirci nel
raggio di tre chilometri. Mi muovo con una mano tesa in avanti nel buio e annuncio a
mezza voce il traguardo raggiunto.
— Primo pianerottolo!
Cento anni dopo arriviamo al secondo. Siamo quasi a metà strada, ma non abbiamo
ancora incontrato le macerie su cui Evan ci ha messo in guardia.
“Devo scegliere.”
Ora che se n’è andato ed è troppo tardi, mi sono venuti in mente almeno una
dozzina di ottimi motivi per cui non doveva lasciarci. Il migliore è: “Non avrai tempo.”
Dall’attivazione alla detonazione dell’Occhio passa – quanto? – pressappoco un
minuto. Giusto il tempo di arrivare alla porta del deposito. “Okay, quindi farai il nobile e
ti sacrificherai per salvarci, ma allora non dire cose tipo ti troverò, perché questo
implica che ci sarà ancora un io a cercarmi dopo che avrai scatenato quelle infernali
palle di fuoco verdi.”
A meno che… Magari gli Occhi si possono innescare a distanza. Magari
quell’aggeggino argentato che aveva con sé…
“No. In quel caso sarebbe venuto con noi e le avrebbe fatte esplodere quando
fossimo stati al sicuro.”
Uffa. Ogni volta che ho la sensazione di aver cominciato a capire Evan Walker, lui
sguscia via. È come se, cieca dalla nascita, tentassi di vedere un arcobaleno. Se quello
che penso stia per succedere succederà davvero, sentirò – come è capitato a lui con
Lauren – un colpo al cuore nel momento in cui se ne va?
Non manca molto al terzo pianerottolo quando sbatto la mano contro dei blocchi. Mi
giro verso Ben e sussurro: — Vado a vedere se si può salire: può darsi che in cima ci
sia spazio per passare.
Mi aggrappo saldamente con entrambe le mani. Non ho grande esperienza in
arrampicata su roccia – okay, non ne ho per niente – ma quanto potrà mai essere
difficile?
Non sono salita neanche di un metro quando mi scivola l’appoggio sotto il piede e
ripiombo giù sbattendo forte il mento.
— Ci provo io — dice Ben.
— Non essere sciocco. Sei ferito.
— Ci avrei dovuto provare comunque, Cassie — mi fa notare.
Ha ragione, ovviamente. Mentre tengo Sammy, comincia a scalare l’ammasso di
cemento frantumato e barre di rinforzo andate a pezzi. Lo sento grugnire ogni volta
che si allunga in cerca dell’appiglio successivo. A un certo punto mi gocciola qualcosa
sul naso. Sangue.
— Stai bene? — grido.
— Ehm. Bene in che senso?
— Nel senso che non stai per morire dissanguato.
— Sto bene.
«È un debole» ha detto Vosch. Ricordo ancora il modo in cui Ben girava per i
corridoi della scuola, le spalle larghe che ondeggiavano, il sorriso letale con cui
fulminava la gente, padrone del suo universo. Allora non l’avrei mai definito debole. Ma
il Ben Parish che conoscevo è molto diverso da quello che ora si arrampica su una
parete frastagliata di cemento sbriciolato e metallo contorto. Il nuovo Ben Parish ha gli
occhi di un animale ferito. Non so minimamente cosa gli sia successo dopo quel giorno
in palestra, ma so che gli Altri sono riusciti a fare una selezione separando i deboli dai
forti.
I deboli sono stati spazzati via.
È questa la pecca del piano di Vosch: se non uccidi subito tutti quanti, chi resta non
è debole.
Chi resta è forte, gente che si piega ma non si spezza, come le barre di acciaio che
davano resistenza a questo cemento armato.
Inondazioni, incendi, terremoti, malattie, fame, tradimenti, solitudine, omicidi.
Ciò che non uccide affina. Tempra. Insegna.
“A forza di battere, stai trasformando vomeri in spade, Vosch. Ci stai riforgiando.
Noi siamo argilla e tu sei Michelangelo. Saremo il tuo capolavoro.”
– 88 –

— Allora? — grido qualche minuto dopo, visto che Ben non torna giù, né piano né
veloce.
— Appena… appena… spazio. Credo. — Suona lontanissimo. — Va avanti così per un
bel pezzo. Ma in fondo si vede una luce.
— Una luce?
— Sì, una luce intensa. Tipo una fotoelettrica. E…
— E? E cosa?
— E non è molto stabile. Si sente della roba che scivola.
Mi accovaccio davanti a Sammy e gli dico di salirmi in groppa e mettermi le braccia
intorno al collo.
— Stringiti forte. — Per poco non mi strangola. — Aaah — rantolo. — Non così forte.
— Non farmi cadere, Cassie — mi bisbiglia all’orecchio mentre comincio la scalata.
— No che non ti faccio cadere, Sams.
Mi appoggia il viso alla schiena, con la più totale fiducia in me. Ha assistito a
quattro attacchi alieni e sopportato Dio solo sa cosa nella fabbrica della morte di
Vosch, eppure è ancora convinto che, in un modo o nell’altro, si risolverà tutto.
«Non hai la minima speranza» ha detto Vosch. Ho già sentito quelle parole, con
un’altra voce, la mia, nella tenda nel bosco e sotto la macchina sulla statale. Senza
speranza. Senza chance. Senza senso.
Vosch l’ha detto, e io ci ho creduto.
Nella camera blindata ho visto un mare infinito di visi rivolti in su. Se mi avessero
chiesto un’opinione, avrei detto che non c’era speranza, che non c’era senso? O avrei
detto: “Salite in groppa, non vi farò cadere”?
Allunga. Afferra. Tira. Solleva. Riposa.
Allunga. Afferra. Tira. Solleva. Riposa.
“Salite in groppa, non vi farò cadere.”
– 89 –

Quando sono praticamente in cima, Ben mi afferra per i polsi, ma io, boccheggiando,
gli faccio segno di tirare su prima Sammy. Non ho più forze per quell’ultimo mezzo
metro. Mi limito a restare aggrappata lì in attesa di aiuto. A fatica Ben mi solleva nello
stretto passaggio, uno spiraglio tra il soffitto e il cumulo di macerie. Qui l’oscurità è
meno densa e riesco a vedergli il viso smunto coperto di polvere di cemento e graffi
sanguinolenti.
— Sempre dritto — sussurra. — Per una trentina di metri. — Non c’è spazio per
alzarsi né sedersi: siamo distesi sul ventre quasi naso a naso. — Cassie, c’è… il nulla.
Il campo, tutto quanto, è sparito. Semplicemente… sparito.
Annuisco. Ho visto di persona e da vicino cosa possono fare gli Occhi. — Mi devo
riposare — ansimo, e per qualche strana ragione mi preoccupo dello stato del mio alito.
Quand’è che mi sono lavata i denti l’ultima volta? — Sams, stai bene?
— Sì.
— Anche tu stai bene? — mi chiede Ben.
— Bene in che senso?
— Difficile dirlo: cambia di continuo — risponde. — Lassù hanno illuminato a giorno.
— L’aereo?
— È lì. Enorme, di quelli da carico.
— Ci sono un sacco di bambini.
Ci trasciniamo verso la striscia di luce che filtra dalla fessura tra i detriti e la
superficie. È una faticata. Sammy comincia a piagnucolare. Ha le mani sbucciate e il
corpo pieno di lividi. Ci infiliamo in punti così stretti che il soffitto ci gratta la schiena.
Una volta rimango impigliata e riesco a liberarmi solo dopo diversi minuti e con
l’intervento di Ben. La luce ricaccia indietro il buio, diventa brillante, così brillante che
riesco a distinguere il turbinare delle singole particelle di polvere sullo sfondo color
inchiostro.
— Ho sete — si lamenta Sammy.
— Ci siamo quasi — lo rassicuro. — Vedi la luce?
Quando mi affaccio all’apertura, mi trovo davanti la Death Valley orientale: lo stesso
paesaggio spoglio del campo profughi ma moltiplicato per dieci. La zona è rischiarata
da fotoelettriche appese a pali eretti in gran fretta e ancorati nei pozzi che
incanalavano l’aria nel complesso sottostante.
In alto, il cielo notturno è punteggiato di droni. Ce ne sono centinaia, sospesi a
trecento metri dal suolo, immobili, con il fondo grigio luccicante. A terra, in lontananza
sulla destra, c’è un aereo gigantesco rivolto verso di noi: al decollo ci passerà proprio
accanto.
— Hanno già caricato…? — comincio.
Ben mi interrompe con un sibilo. — Hanno avviato i motori.
— Da che parte è il Nord?
— All’incirca a ore due. — Ha il viso incolore. Tiene la bocca semiaperta, come un
cane ansimante. Quando si sporge per guardare l’aereo, vedo che ha il davanti della
casacca tutto bagnato.
— Ce la fai a correre? — chiedo.
— Devo. Quindi sì.
Mi giro verso Sammy: — Appena siamo fuori, salimi di nuovo in groppa, okay?
— Posso correre, Cassie — protesta lui. — Sono veloce.
— Lo porto io — si offre Ben.
— Non essere ridicolo — dico.
— Non sono debole come sembro. — Starà di sicuro pensando a Vosch.
— Certo che no — rispondo. — Ma se cadi con lui, siamo tutti morti.
— Anche se cadi tu.
— È mio fratello. Lo porto io. E poi tu sei ferito e…
Non faccio in tempo ad aggiungere altro. Il resto della frase viene soffocato dal
rombo dell’aereo che avanza verso di noi prendendo velocità.
— Ci siamo! — grida Ben, ma io non lo sento. Devo leggergli il labiale.
– 90 –

Ci prepariamo davanti all’uscita, mani e piedi come sui blocchi di partenza. L’aria
fredda vibra in sintonia con il tuono assordante del grosso aereo che sfreccia sul suolo
compatto. Mentre ci passa accanto, la ruota anteriore si solleva e, in quello stesso
istante, esplode la prima bomba.
E io penso: “Ehm, un po’ presto, Evan.”
Il terreno sussulta e noi partiamo a tutta velocità – Sammy che mi ballonzola sulla
schiena – mentre alle nostre spalle le scale collassano in apparente silenzio, dato che
ogni rumore è coperto dal rombo dell’aereo. Il ritorno di fiamma dei motori mi sbatte
sul fianco sinistro: barcollo verso destra e per poco non scivolo. Ben mi afferra e mi
dà una spinta in avanti.
Un attimo dopo vengo scagliata in aria. La terra si gonfia come un palloncino e
quando torna indietro il suolo si disintegra con una forza tale che ho paura mi siano
esplosi i timpani. Per fortuna di Sammy atterro sul petto: sfortuna mia, però, visto che
l’impatto mi svuota i polmoni di ogni centimetro cubo di fiato. Di colpo mi sento più
leggera e vedo Ben che si butta mio fratello in spalla, poi mi rimetto in piedi, ma resto
staccata e penso: “Col cavolo debole, col cavolo.”
Davanti a noi il terreno sembra estendersi all’infinito. Dietro, invece, viene
risucchiato in un buco nero, che ci insegue mentre si espande divorando tutto quello
che incontra. Una caduta, e saremmo risucchiati anche noi, i nostri corpi ridotti in
pezzetti microscopici.
Dall’alto arriva un grido acuto, un drone piomba a terra a una decina di metri di
distanza. Nello schianto si frantuma trasformandosi in una granata delle dimensioni di
un’auto: schegge taglienti come rasoi mi stracciano la maglia e mi lacerano la pelle
scoperta.
C’è un ritmo in questa pioggia di droni. Prima il lamento premonitore. Poi l’esplosione
contemporanea allo scontro con il suolo duro come roccia. Infine l’irradiarsi dei
frammenti. E noi schiviamo queste gocce di morte zigzagando sul terreno senza vita
che intanto, alle nostre spalle, continua a essere inghiottito dal famelico buco nero.
Ho anche un altro problema. Il ginocchio. La vecchia ferita, là dove il Silenziatore del
bosco mi ha centrata. Ogni volta che tocco terra con quel piede, una fitta lancinante
mi attraversa la gamba facendomi perdere l’equilibrio e rallentare. Sono sempre più
indietro, ho l’impressione non tanto di correre quanto di cadere in avanti mentre
qualcuno mi martella senza sosta il ginocchio.
Nel nulla perfetto davanti a noi appare uno sfregio. Si ingrandisce. Si muove
rapidissimo, venendoci dritto incontro.
— Ben! — strillo, ma lui non può sentirmi in quel frastuono, mentre duecento
tonnellate di roccia collassano con un’implosione assordante nel vuoto creato dagli
Occhi.
La macchia sfocata che avanza verso di noi si rapprende in una sagoma, e poi quella
sagoma diventa un fuoristrada irto di torrette per mitragliatrici lanciato a tutta
velocità.
Cocciuti bastardi.
Lo vede anche Ben, ma non abbiamo scelta, non possiamo né fermarci né fare
dietrofront. “Se non altro il buco nero risucchierà anche loro” penso. E poi cado.
Non so bene perché. Non mi ricordo cos’è successo. Ero in piedi, e l’attimo dopo,
faccia a terra che pensavo: “Da dove spunta questo muro?” Forse mi si è bloccato il
ginocchio. O forse sono scivolata. In ogni caso sono a pancia in giù e sento il suolo
che, mentre il buco nero lo dilania, urla e geme come un essere vivente sbranato vivo
da un predatore affamato.
Provo a rialzarmi, ma il terreno non collabora. Si deforma e cado di nuovo. Parecchi
metri più avanti c’è Ben ancora in piedi con Sammy in spalla e poi c’è il fuoristrada,
che gli sterza di fronte all’ultimo momento bruciando le gomme. Quasi non rallenta. La
portiera si spalanca e un ragazzo magro si sporge in fuori allungando il braccio.
Ben gli lancia Sammy, lui lo tira dentro e poi batte la mano sulla fiancata del veicolo
come a dire: “Andiamo, Parish, andiamo!” E Ben, anziché saltare sul fuoristrada come
avrebbe fatto qualsiasi persona normale, si gira e prende a correre verso di me. Gli
faccio segno di tornare indietro. “Non c’è tempo, non c’è tempo, non c’è tempo non c’è
tempo non c’è tempo non c’è tempo.”
Mi sento il fiato della bestia sulle gambe – un misto caldo e polveroso di pietre e
terra sbriciolate – e poi il suolo tra me e Ben si squarcia e il pezzo su cui mi trovo si
stacca dal resto e comincia a sprofondare nelle fauci oscure del mostro. Anch’io mi
ritrovo a scivolare all’indietro, allontanandomi da Ben, che al bordo della spaccatura si
è saggiamente gettato sulla pancia per evitare di finire nel buco nero insieme a me. I
nostri polpastrelli si toccano, si sfiorano civettuoli, poi il mio mignolo si aggancia al
suo, ma Ben non può tirarmi su per un dito quindi, nel mezzo secondo che ha per
decidere, decide, lo lascia e fa l’unico tentativo a sua disposizione per afferrarmi il
polso.
Lo vedo aprire la bocca, ma non lo sento dire niente mentre si butta indietro
tirandomi su e poi, senza mollarmi un istante, mi agguanta anche con l’altra mano e,
ruotando su se stesso come un lanciatore del peso, mi scaglia verso il fuoristrada. Ho
davvero la sensazione che i miei piedi si stacchino da terra.
Un’altra mano mi prende per il braccio e mi tira dentro. Mi ritrovo sulle gambe del
ragazzo magro, solo che ora da vicino mi rendo conto che non è un ragazzo, ma una
ragazza con gli occhi scuri e i capelli neri, lucidi e lisci. Oltre la sua spalla vedo Ben
che balza verso il retro del fuoristrada, ma non capisco se riesce a salire. In
quell’attimo il tizio al volante sterza bruscamente per evitare un drone in picchiata e io
vengo sbattuta contro la portiera. Ripartiamo a tavoletta.
Ormai il buco nero ha ingoiato tutte le luci, ma è una notte tersa e non ho problemi
a distinguere il ciglio della voragine che incalza il fuoristrada, la bocca della bestia che
si spalanca. Il guidatore, decisamente troppo giovane per avere la patente, continua a
sterzare di qua e di là per schivare i droni che ci scoppiano intorno. Uno si schianta
cinque metri davanti a noi: non c’è tempo di aggirarlo e così sfrecciamo dritti in
mezzo all’esplosione. Il parabrezza si disintegra investendoci con una pioggia di vetri.
Le ruote posteriori sdrucciolano, sobbalziamo, ma poi riusciamo a ripartire, ormai
con solo pochi centimetri di vantaggio sul buco nero. Non ce la faccio più a guardare
indietro, perciò guardo in su.
Dove l’astronave naviga serena in cielo.
Più in basso un altro drone precipita verso l’orizzonte.
“No, non è un drone” penso. “Brilla.”
Una stella cadente, ecco cos’è, la sua scia di fuoco un cordoncino argentato che la
collega al firmamento.
– 91 –

Sul fare dell’alba siamo ormai a chilometri di distanza, al riparo di un cavalcavia della
statale. Il ragazzino con le orecchie a sventola che chiamano Dumbo, in ginocchio, sta
cambiando a Ben la fasciatura al fianco. Prima si è occupato di me e Sammy,
estraendo schegge, pulendo ferite, mettendo punti e coprendo tagli.
Mi ha chiesto cosa mi è successo alla gamba. Gli ho risposto che mi ha sparato uno
squalo. Non ha fatto una piega. Non sembrava né sorpreso né divertito. Come se
prendersi un proiettile da uno squalo fosse una cosa assolutamente normale dopo
l’Arrivo. Come cambiare il proprio nome in Dumbo. Quando gli ho chiesto quale fosse il
suo nome vero, ha detto… Dumbo.
Ben è Zombi, Sammy è Nugget, Dumbo è Dumbo. Poi c’è Poundcake, un ragazzino dal
viso dolce che non parla mai, non so se perché non può o perché non vuole. E Teacup,
una bambina appena più grande di Sammy che mi dà l’idea di non avere il cervello a
posto, il che mi preoccupa perché non fa che stringere e accarezzare e coccolare un
M16 che ha tutta l’aria di essere carico.
Per finire c’è Ringer, una bella ragazza pressappoco della mia età, che non solo ha
capelli neri lucidissimi e liscissimi, ma anche la carnagione impeccabile di una modella
photoshoppata, di quelle che ti sorridono arroganti dalle copertine delle riviste di moda
mentre tu aspetti in coda alla cassa. Solo che, così come Poundcake non parla, Ringer
non sorride mai. Perciò ho deciso di aggrapparmi alla speranza che le manchi qualche
dente.
Tra lei e Ben c’è qualcosa. Nel senso che sembrano molto uniti. Appena siamo
arrivati qui, hanno attaccato a parlare e sono andati avanti per un sacco di tempo. Non
che li stessi spiando o roba simile, ma, essendo lì vicino, ho sentito per caso le parole
scacchi, cerchio e sorriso.
A un certo punto Ben le ha chiesto: — Dov’è che hai preso il fuoristrada?
— Un colpo di fortuna — ha risposto lei. — Hanno spostato un mucchio di
attrezzature e scorte in una zona ausiliaria circa due chilometri a ovest del campo,
suppongo in vista del bombardamento. C’erano delle guardie, ma io e Poundcake
abbiamo avuto la meglio.
— Non saresti dovuta venire, Ringer.
— Se non l’avessi fatto, non saremmo qui a parlare.
— Sai cosa intendo. Dopo aver visto saltare in aria il campo, saresti dovuta rientrare
a Dayton. Potremmo essere gli unici a sapere la verità sulla Quinta Onda. E questo
conta più di me.
— Tu per Nugget sei tornato indietro.
— È diverso.
— Zombi, non sei così stupido. — Come se, in ogni caso, un po’ lo fosse. — Non l’hai
ancora capito? Nell’istante in cui decideremo che una persona non conta più, avranno
vinto.
Su questo devo dare ragione alla piccola Miss Pelle Perfetta. Mentre tengo in braccio
e stringo mio fratello per scaldarlo. Sul terrapieno che guarda sulla statale
abbandonata. Sotto un cielo affollato da miliardi di stelle. Non mi importa se al
confronto siamo minuscoli. Anche il più piccolo, il più debole, il più insignificante di noi
conta.
È quasi l’alba. Si sente nell’aria. Il mondo trattiene il respiro, perché non c’è davvero
garanzia che il sole sorga. Ieri non implica domani.
Cos’è che ha detto Evan?
« Ora qui e l’attimo dopo no, però il punto non è quanto tempo restiamo, ma cosa
facciamo con quel tempo.»
E sussurro: — Efemera. — Il nome che mi ha dato.
È stato dentro di me. È stato dentro di me e io sono stata dentro di lui, insieme in
uno spazio infinito, fusi senza punti di inizio o di fine.
Sammy si muove. Si era appisolato, ma ora è di nuovo sveglio. — Cassie, perché
piangi?
— Non sto piangendo. Zitto e rimettiti a dormire.
Mi passa le nocche sulla guancia. — Sì che piangi.
Si sta avvicinando qualcuno. È Ben. Mi asciugo in fretta le lacrime. Si siede al mio
fianco con molta cautela, soffocando un gemito di dolore. Non ci guardiamo.
Osserviamo in lontananza le fiamme singhiozzanti che avvolgono i droni caduti.
Ascoltiamo il vento solitario che fischia tra i rami secchi degli alberi. E intanto il
freddo del terreno gelato ci penetra nei piedi attraverso le suole.
— Ti volevo ringraziare — dice.
— Per cosa?
— Per avermi salvato la vita.
Scrollo le spalle. — Tu mi hai tirata su quando sono caduta — rispondo. — Quindi
siamo pari.
Ho il viso coperto di cerotti, i capelli simili al nido di un uccello, il look di uno dei
soldatini giocattolo di Sammy, eppure Ben Parish si sporge e mi dà un bacio. Un
bacetto rapido, metà guancia, metà bocca.
— E questo per cosa? — squittisco con la voce della ragazzina che ero tanto tempo
fa, la vecchia Cassie lentigginosa con i capelli crespi e le ginocchia sporgenti, una
ragazza normale che in un giorno normale aveva condiviso con lui un normale
scuolabus giallo.
Pur avendo fantasticato sul nostro primo bacio all’incirca seicentomila volte, non me
l’ero mai immaginato così. Di solito quell’attimo da sogno includeva un chiaro di luna o
un velo di nebbia, o anche un chiaro di luna e un velo di nebbia: una combinazione
molto misteriosa e romantica, perlomeno nello scenario giusto. Un chiaro di luna con
un velo di nebbia accanto a un lago o a un fiume placido: idillio. Un chiaro di luna con
un velo di nebbia in qualsiasi altro posto, per esempio un vicoletto: Jack lo squartatore.
“Ti ricordi dei bambini?” dicevo nelle mie fantasie. E ogni volta Ben rispondeva: “Oh,
sì. Certo. I bambini!”
— Ehi, Ben, mi chiedevo se per caso ti ricordavi… Quando eravamo alle medie
prendevamo lo stesso scuolabus, e un giorno tu stavi parlando della tua sorellina
appena nata e io allora ti ho detto che anche a me era appena nato un fratellino, e mi
chiedevo se te lo ricordavi. Che sono nati insieme. Cioè, non insieme, se no sarebbero
gemelli, ah-ah, intendo nello stesso momento. Non nello stesso identico momento ma,
tipo, a una settimana di distanza. Sammy e tua sorella.
I bambini.
— Scusa? I bambini?
— Lascia stare. Non è importante.
— Non c’è più nulla che non sia importante.
Sto tremando. Dev’essersene accorto, perché mi cinge le spalle e per un po’
restiamo seduti così, Sammy stretto tra le mie braccia, io stretta dal braccio di Ben, a
guardare tutti e tre insieme il sole che spunta all’orizzonte sconfiggendo il buio con
un’esplosione di luce dorata.
Ringraziamenti
Scrivere un romanzo può essere un’esperienza solitaria, ma trasformarlo in un libro
finito no, e sarei proprio un ingrato se mi prendessi tutto il merito. Devo infatti
tantissimo alla squadra della Putnam per l’immenso entusiasmo che andava crescendo
via via che il progetto superava ogni nostra aspettativa. Un grazie enorme a Don
Weisberg, Jennifer Besser, Shanta Newlin, David Briggs, Jennifer Loja, Paula Sadler e
Sarah Hughes.
Ci sono stati momenti in cui ho davvero pensato che la mia editor, l’indomabile
Arianne Lewin, fosse posseduta da uno spirito demoniaco votato alla mia distruzione
creativa, mentre metteva alla prova la mia resistenza e, come fanno tutti i grandi
editor, mi spingeva verso i limiti misteriosi delle mie capacità. Ma, nonostante le
molteplici stesure, le infinite revisioni e le innumerevoli modifiche, Ari ha sempre
creduto fermamente nel manoscritto, e in me.
Il mio agente, Brian DeFiore, dovrebbe ricevere una medaglia (o perlomeno un
bell’attestato in un’elegante cornice) per il modo straordinario in cui tiene a bada le
mie angosce di scrittore. Brian appartiene a quella rarissima razza di agenti che non
esitano mai ad addentrarsi nel profondo del bosco insieme al loro cliente, sempre
pronti – per non dire di più – a prestare orecchio, tenere la mano e leggere la
quattrocentosettantanovesima variante di un testo in continua trasformazione. Lui non
direbbe mai che è il migliore, ma io sì: Brian, sei il migliore.
Grazie a Adam Schear per la gestione esperta dei diritti d’autore sul mercato estero,
e un ringraziamento speciale a Matthew Snyder della CAA per essersi calato nello
strano, meraviglioso e sconcertante mondo del cinema, attivando i suoi poteri magici
con straordinaria efficienza ancora prima che il libro fosse finito. Vorrei valere come
autore anche solo la metà di quanto lui vale come agente.
I familiari di uno scrittore sopportano un peso notevole durante la stesura di un
libro. A essere sincero, non posso davvero dire di sapere come vivono le nottate
interminabili, i silenzi lunatici, gli sguardi vacui, le risposte distratte a domande mai
davvero poste. A mio figlio, Jake, devo un grazie di cuore per avermi fornito un punto
di vista giovane e in particolare la parola che cercavo quando ne avevo più bisogno.
Non c’è nessuno a cui io debba più che a mia moglie, Sandy. A far nascere questo
libro è stata una conversazione avuta a notte fonda, piena dell’euforizzante miscela di
risate e brividi tipica di molte delle nostre conversazioni a notte fonda. Quella e una
disputa decisamente bizzarra che, qualche mese dopo, ha visto a confronto
un’invasione di alieni e un attacco di mummie. Sandy è la mia intrepida guida, la mia
critica più acuta, la mia fan più accanita e la mia sostenitrice più accesa. Nonché la
mia migliore amica.
Mentre mi dedicavo a questo libro ho perso un caro amico e compagno, Casey, il
fedele cane scrittore che, al mio fianco, affrontava ogni attacco, assaltava ogni
spiaggia e combatteva per ogni centimetro di terreno. Mi mancherai, Case.
Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non
può essere copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato,
licenziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun altro
modo ad eccezione di quanto è stato specificamente autorizzato
dall’editore, ai termini e alle condizioni alle quali è stato
acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge
applicabile. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata di
questo testo così come l’alterazione delle informazioni
elettroniche sul regime dei diritti costituisce una violazione dei
diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e
penalmente secondo quanto previsto dalla Legge 633/1941 e
successive modifiche.
Indice

Il libro
L’autore
Frontespizio
La quinta onda
Intrusione: 1995
I. L’ultima storiografia
–1–
–2–
–3–
–4–
–5–
–6–
–7–
–8–
–9–
– 10 –
– 11 –
– 12 –
– 13 –
– 14 –
– 15 –
– 16 –
– 17 –
– 18 –
– 19 –
– 20 –
– 21 –
– 22 –
– 23 –
– 24 –
II. Mnemolandia
– 25 –
– 26 –
– 27 –
– 28 –
– 29 –
– 30 –
III. Silenziatore
– 31 –
IV. Efemera
– 32 –
– 33 –
– 34 –
– 35 –
– 36 –
V. La selezione
– 37 –
– 38 –
– 39 –
– 40 –
– 41 –
VI. Argilla umana
– 42 –
– 43 –
– 44 –
– 45 –
– 46 –
– 47 –
– 48 –
– 49 –
– 50 –
– 51 –
– 52 –
VII. Il coraggio di uccidere
– 53 –
– 54 –
– 55 –
VIII. Voglia di vendetta
– 56 –
– 57 –
– 58 –
– 59 –
– 60 –
– 61 –
– 62 –
– 63 –
– 64 –
IX. Come un fiore la pioggia
– 65 –
– 66 –
– 67 –
– 68 –
– 69 –
– 70 –
– 71 –
– 72 –
– 73 –
– 74 –
– 75 –
– 76 –
– 77 –
X. Mille modi
– 78 –
– 79 –
XI. Il mare infinito
– 80 –
XII. Per via di Kistner
– 81 –
– 82 –
XIII. Il buco nero
– 83 –
– 84 –
– 85 –
– 86 –
– 87 –
– 88 –
– 89 –
– 90 –
– 91 –
Copy right