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La linguistica araba: le origini

A cura di Susanna Fontana

La storia araba preislamica presenta un problema di fonti, di testimonianze. Infatti l’area arabofona,
piuttosto vasta, si presentava divisa al suo interno in molti dialetti, corrispondenti alle molte tribù
beduine che popolavano la penisola arabica. La cultura dei beduini si era contraddistinta per la sua
trasmissione, prevalentemente orale; infatti si può dire che in questo tipo di società l’unica arte
riconosciuta e praticata fosse quella della parola, l’eloquenza era considerata la virtù che rendeva
grandi gli uomini. La poesia preislamica, tutt’oggi considerata di grande valore letterario, trattava i
grandi temi universali dell’amore, della guerra, della felicità e arrivava anche a toccare la satira, ma
è interessante notare come si sia formata proprio nei versi di questi beduini del deserto la coscienza
di appartenere ad un solo popolo, nonostante i contrasti fra le tribù.

Infatti la grande diversificazione tra queste tribù all’interno di un’area molto vasta non bastò ad
impedire lo svilupparsi di questo senso di appartenenza, nonostante non sia mai formata, neanche
durante il periodo di massima estensione dell’impero islamico, una vera e propria unità politica, dal
momento che l’impero, proprio per la vastità della sua estensione, aveva dovuto autofrazionarsi al
suo interno in governatorati che potessero tener conto delle differenze, effettivamente, esistenti fra
le diverse etnie. Ciononostante l’avvento del Profeta scatenò il risvegliarsi di un’identità già
presente in tempi non sospetti e che rendeva la popolazione già predisposta, in un certo senso, ad
unirsi sotto una comune autorità, Allah, che attuava sotto il profilo religioso un’unità che fino ad
allora poteva solo definirsi geografica.

L’avvento dell’Islam, è ovvio dirlo, cambiò molte cose. La predicazione di Muhammad venne
trascritta e diventò il libro sacro dell’Islam, il Corano. Come era già accaduto per molti popoli la
linguistica nacque in prima istanza per l’esigenza di diffondere e di rendere chiari gli insegnamenti
religiosi, nella fattispecie del Corano e, come alcuni studiosi hanno fatto notare, direttamente o
indirettamente tutte le scienze islamiche prendono le mosse da qui. L’esigenza di dare una lingua
ufficiale all’impero fu sicuramente un altro fattore di grande importanza. Bisognava adottare una
lingua che ad un tempo potesse salvaguardare la tradizione letteraria, il Corano e la poesia arcaica
preislamica, e riuscire comprensibile almeno agli arabofoni. Questa prima necessità non spinse
tanto alla codificazione di una grammatica quanto all’individuazione del dialetto perfetto, di quella
parlata che avesse le caratteristiche adatte. Questa venne identificata come la lingua parlata nel
deserto dalle tribù beduine intorno alla Mecca, che i grammatici successivamente codificarono, e
ancora oggi corrisponde all’arabo cosiddetto “classico”. Abbiamo visto come già la cultura
preislamica individuasse nell’eloquenza un’arte nobile e indispensabile, con l’avvento dell’Islam il
culto della parola divenne ancora più centrale. Così come il divieto di rappresentare Dio aveva
frenato li campo pittorico raffigurativo, per converso aveva aumentato l’importanza di riuscire ad
offrirne un’adeguata rappresentazione verbale, da qui i 99 nomi (attributi) di Allah, e gli studi sulla
calligrafia che iniziarono l’elegantissima tradizione degli arabeschi.

Nella storiografia occidentale come in quella orientale si è sempre cercato, per ogni campo di
ricerca dell’uomo, l’inventor, il primo studioso, in greco diremmo l’euretès, in arabo è chiamato
almukhtari’. La tradizione araba, nel corso della storia, ha indicato diversi personaggi storici come
gli artefici dei primi passi nel campo della grammatica. Alcuni fanno risalire questi primi studi
direttamente a Muhammad che, in quanto portatore della parola rivelata, si tramanda che disse “io
sono il più eloquente tra gli arabi”; altri individuano direttamente Allah che avrebbe insegnato ad
Adamo i nomi delle cose (come del resto è scritto nel Corano). Parte della tradizione è abbastanza
concorde nel far risalire le origini dello studio della grammatica al tempo del quarto califfato, quello
di Alì, e nella fattispecie individua nella persona di Abu alAswad alDuali la figura centrale nello
sviluppo della grammatica (VII sec.). Una di queste storie, di questi aneddoti si riferisce a Ziyad Ibn
Abihi, governatore della città di Kufa in Iraq, che avrebbe convocato l’erudito per convincerlo a
codificare la lingua del Corano e a trarne le regole per il corretto uso di quella che era ritenuta la
lingua perfetta, la lingua di Allah, d’altra parte però alDuali era riluttante a doversi sobbarcare
l’impresa di codificare la lingua della rivelazione divina, ma sentendo la gente commettere errori
nella declinazione, dovuti ad una pronuncia sbagliata delle parole, si convinse. La preoccupazione
condivisa era che l’arabo stesse attraversando un processo di corruzione, risalgono a quel tempo
diversi racconti satirici che parlano degli errori commessi dai nuovi abitanti dell’impero, i nuovi
musulmani. Interessante a questo riguardo è l’osservazione di molti studiosi contemporanei che
fanno risalire la codificazione delle lingue al momento in cui queste si allontana dal testo sacro della
propria civiltà, esattamente come accadde con i Veda in India. Infatti l’islamismo stabiliva che il
Corano non fosse traducibile in altre lingue, che andasse letto nella lingua della rivelazione e solo
con una corretta pronuncia si poteva fare un atto di devozione dando voce alle parole di Allah.
Spesso nella tradizione ritroviamo storie di matrice popolare che, probabilmente create ad hoc,
mirano a spiegare gli avvenimenti storici:

“Il governatore si recò dal Abu e gli disse: “Abu questi stranieri hanno moltiplicato i dialetti e
corrotto la lingua degli arabi. potresti scrivere qualcosa che corregga la loro lingua e dia al libro di
Dio la sua corretta pronuncia?” Abu rifiutò dicendo che non voleva soddisfare questa richiesta.
Allora Ziyad chiamò un uomo e gli disse: “vai e siediti in strada accanto a casa di Abu e quando lui
passerà vicino a te tu recita qualcosa dal Corano, ma cerca di fare degli errori”. L’uomo si appostò e
quando gli passò Abu vicino l’uomo iniziò: “ Dio ci preservi dagli infedeli e dal suo Profeta”. Abu
rimase scioccato e ritornò immediatamente da Ziyad e gli disse: “vorrei soddisfare la tua richiesta e
penso che farei bene ad iniziare con la pronuncia del Corano.”
(Ibn alAnbari, nuzhat al’alibba’, ed. da Attia Amer, Stoccolma, 1962, p.6)

Dello stesso filone è il racconto in prima persona dello stesso alDuali che fa invece risalire la
richiesta della codificazione dell’arabo al Califfo in persona, Alì. L’aneddoto si presenta qui anche
in una veste eziologica, che mira a spiegare l’etimologia della parola “grammatica” (nahw):

“Io andavo dall’Imam Alì Ibn Abi Talib, possa Dio averlo in grazia, e vidi nelle sue mani un
manoscritto. e dissi a lui: “che cos’è, oh guida dei fedeli?” e lui rispose: “stavo ragionando sulla
lingua degli arabi e notavo che è stata corrotta dal nostro esserci mischiati con gli stranieri e così
volevo creare qualcosa su cui loro potessero studiare per migliorare. Poi mi porse i suoi appunti
dove era scritto: “la lingua è formata da nome, verbo e particella. Il nome è quella parte che ci dà
l’informazione riguardo gli oggetti, il verbo è quella parte che completa il significato e la particella
dà il senso alla frase.” Lui mi disse: “segui questa direzione (unhu hadha annahw) e aggiungi quello
che scoprirai”.
Appare chiaro a questo punto che l’introduzione del sistema grafico delle vocali sembra risalire ad
alDuali e che fosse stata già stabilita la natura tripartita dell’arabo. Infatti era stata introdotto un
concetto che verrà tramandato fino ai giorni nostri e che si trova spesso nelle grammatiche, la
scansione in classi della sintassi, che viene ancora oggi presentata così: il verbo, il nome e la
particella. Questa classificazione poi sarà ripresa ed approfondita da Sibawayhi.

Di pari passo quindi con il fiorire delle scienze, in questa prima fase dell’espansione islamica si
colloca anche il crescente interesse per il linguaggio. Infatti dall’interpretazione del Corano veniva
derivata anche la teologia strettamente connessa con il diritto. Cruciali si rivelano quindi gli studi in
merito, e da questa esigenza nacquero le scienze linguistiche in ogni forma e specializzazione: la
lessicologia, la lessicografia, la semantica e la retorica oltre ovviamente la sintassi propriamente
detta. Nello stesso tempo, conseguentemente a questo logocentrismo imperante, anche il mestiere
del grammatico cambia la sua connotazione. Bisogna precisare che perlopiù non diventerà mai una
professione a sé stante nella società islamica, infatti molti grammatici dovevano avere un secondo
lavoro come avvocati, giudici, scribi e teologi. Questo però sembra doversi attribuire piuttosto ad
una sorta di concezione umanistica, quasi enciclopedica, del sapere che ad una scarsa stima della
materia, infatti sono note le storie riguardo al trattamento privilegiato di questi eruditi alle corti dei
califfi. Tanta era l’importanza che si dava al corretto uso della lingua che un antico detto recitava:
“chi m’insegna una lettera dell’alfabeto, divento suo schiavo”. Numerosi sono gli aneddoti a
riguardo come il califfo Ayyub asSahtiyani che si scusava per ogni errore di lingua che gli sfuggiva
dicendo “Iddio mi perdoni”. Sicuramente questa cura del “bello stilo” era un sintomo di un interesse
politico, volto a sacralizzare la lingua dei conquistatori, e di riflesso tutta la loro civiltà. Di contro
bisogna precisare che la codificazione della prima grammatica fu proprio per ovviare al dilagante
problema dell’analfabetismo, anche tra gli arabofoni, e questo, in sostanza, fu senza dubbio il
motivo principale che spinse Sibawayhi a comporre il suo “Kitab”.

Questa tripartizione stabilita al tempo di alDuali venne poi ripresa nella prima grammatica scritta
che ci è stata tramandata : alKitab di Sibawayhi. Dal titolo significativo, il “libro” nel corso del
tempo fu base imprescindibile per gli studi successivi, fino a diventare quasi oggetto di venerazione.
Sibawayhi visse nell’ VIII secolo, in un momento in cui gli studi di grammatica, come gli studi di
diritto e di teologia, non ancora del tutto divisi fra loro, stavano godendo di particolare interesse.
Risale a questo periodo la compilazione del primo dizionario di arabo ad opera di alHalil Ibn
Ahmad, maestro dello stesso Sibawayhi, e di lì a poco si struttureranno con maggiore nettezza i due
indirizzi di pensiero, l’analogia e l’anomalia, riconducibili a le scuole di Basra e di Kufa. Sibawayhi
era di padre persiano ed è interessante sottolineare come il suo interesse verso l’apprendimento
dell’arabo rappresenti lo stimolo ad integrarsi dei nuovi musulmani. L’autore riporta diversi
concetti nel suo Kitab che, con molta probabilità come riportano molti linguisti, sono ripresi da tutti
questi studi preesistenti e, anche per sua stessa ammissione, fa spesso riferimento ad autori che
l’hanno preceduto, come i suo maestro alHalil. Come dicevamo prima alHalil è l’autore del primo
dizionario esplicatore, della prima metrica araba ed è stato anche un importante giurista. Sibawayhi
riprende molta della tradizione anteriore e se non esita ad ammetterlo è anche perché, vista
l’importanza che veniva attribuita ai grammatici, in questo modo si creava un prestigioso
capostipite di una sua possibile scuola di pensiero che effettivamente poi si concretizzò nella scuola
di Basra. Nel suo Kitab, Sibawayhi spiega con cura il principio della partizione della sintassi in tre
classi di parole, ecco come inizia il primo capitolo del suo trattato:
“Questo capitolo insegna che cos’è la parola in arabo: le parole sono il nome, il verbo e la particella
impiegata per esprimere un senso e che non è né un nome né un verbo. Uomo, cavallo, mura. sono
dei nomi. quanto ai verbi questi consistono di diverse forme derivate dalle parole che esprimono gli
accidenti che modificano i nomi: queste forme sono destinate ad esprimere quello che è passato e
quello che sarà e non è ancora o quello che è ora e che non ancora cessato di essere. È così infatti
che voi date un ordine o enunciate un fatto. Se il fatto al momento in cui parlate non è ancora
cessato di essere voi userete la stessa forma. Ora spieghiamo in dettaglio, se dio vuole, queste forme
derivate dalle parole destinate ad esprimere gli accidenti che modificano i nomi, forme suscettibili a
diverse variazioni.”

Strenuo sostenitore dell’analogia come coerente realizzazione della perfezione divina, Sibawayhi
riporta anche l’importante studio sulla radice trilittera araba. L’individuazione di gruppi di tre
lettere che identificavano un campo semantico rese possibile spiegare i processi derivazionali delle
parole in termini di analogia. Così riprendendo l’esempio più usato dai linguisti contemporanei:

K/T/B  kataba (scrivere)

 katibu (scrittore)

 kitab (libro)

 maktabu (scrivania, ufficio)

Un altro concetto chiave presente in questa grammatica e oggetto di molte discussioni è il


cosiddetto ‘amil. ‘amil in arabo significa letteralmente “colui che fa”, nell’uso corrente vuol dire
“operatore” o “agente”, Sibawayhi lo usa per definire quella forza che rende possibile la
concordanza tra soggetto e verbo e che giustifica la flessione desinenziale (‘irab).

Nel periodo immediatamente successivo a Sibawayhi si dividono con nettezza le scuole di Kufa e di
Basra. La scuola di Basra, e successivamente quella di Baghdad, come abbiamo visto, vantava
capostipiti illustri e concedeva largo potere all’analogia (qiyas) nella determinazione dei fenomeni
linguistici, mentre i grammatici di Kufa, ammettevano modi linguistici in contrasto con il qiyas, e
quindi convenzionalmente sono ricondotti alla scuola dell’anomalia. Bisogna anche notare però che
la scuola di Basra fu probabilmente influenzata dalla logica aristotelica, anche se non vi è un nesso
accertato tra questa e i loro studi linguistici, a parte una più che certa interferenza nel lessico usato a
Basra per definire i problemi linguistici. Da questo punto di vista bisogna dire che sicuramente a
Basra c’era una maggiore apertura nei confronti delle culture non arabe. Da una parte quindi
eccezioni e irregolarità e dall’altra sistematicità e analogia. Bisogna però precisare che, differenza
della Grecia, dove pure il dibattito analogisti/anomalisti ebbe origine, nel mondo arabo non sempre
era vero il binomio analogisti quindi a favore di un origine del linguaggio per convenzione e
anomalisti quindi a favore di un’origine per natura. Infatti il fattore religioso poneva grandi
difficoltà per gli studiosi, l’integralismo islamico, in questo senso ha sempre creato dei problemi.
Nel Corano è scritto che l’arabo, lingua eletta, è stata insegnata da Allah ad Adamo, e per trovare
diverse interpretazioni di questo passo dobbiamo aspettare almeno un secolo, con la nascita di altre
confessioni interne all’islamismo, che concedessero maggiore libertà di interpretazione.

Nel corso dell’VIII secolo il periodo d’oro dell’impero islamico inizia la sua decadenza ma
troviamo comunque numerosi eruditi che continuano a scrivere trattati. Uno di questi è Abu l-Fath
Uthman Ibn Jinni (932-1002), figlio di una schiava bizantina, iniziò a interessarsi di grammatica a
17 anni. Nel corso della sua formazione conobbe Abu Ali alFarisi, un famoso grammatico del
tempo, che divenne successivamente il suo maestro. Viaggiò molto fino a stabilirsi a Baghdad dove
morì. Scrisse numerosi trattati di grammatica, il più famoso è alHasais, un discorso sull’origine
della lingua che riprende un antico dibattito, la lingua è stata rivelata o è convenzione? Così scrive
nel primo capitolo del suo trattato:

“Quest’argomento richiede di essere esaminato con molta attenzione. La maggior parte dei
pensatori ritiene che la lingua sia convenzione e non rivelazione conclusa. Abu Alì alFarisi, che
Iddio gli usi misericordia, mi disse un giorno “la lingua viene da Allah”, e giustificò questa
affermazione con le parole de Corano “e insegnò ad Adamo tutti i nomi”. Anche questo passaggio,
tuttavia, lascia spazio a discussioni, perché può essere interpretato come “Allah ha reso Adamo
capace di elaborare la lingua” […] Se questa interpretazione è possibile e non è da disapprovarsi, le
parole del Corano non costituiscono più un argomento, e questo lo disse una volta lo stesso Abu
Alì. Tale è anche il parere di Abu l-Hasan alAhfas, nel senso che [quella citazione] non esclude
l’idea di convenzione. Le parole del Corano sono però state interpretate anche in un altro modo
“Allah ha insegnato ad Adamo i nomi di tutte le cose esistenti in tutte le lingue”. […] Torniamo ora
all’argomentazione di coloro che dicono che la lingua non è rivelazione. Essi affermano che,
all’origine la lingua ci deve essere stata un’elaborazione convenzionale, all’incirca nel modo
seguente: si radunano in un certo luogo due o tre saggi, o anche più, vogliono esprimere delle cose
conosciute, e allora propongono per ciascuna cosa un segno o un’espressione sonora. È quanto
avviene sotto i nostri occhi con le denominazioni che gli artigiani danno agli utensili di recente
inventati nel loro mestiere. Alcuni pretendono che all’origine di tutte le lingue si trovino suoni uditi,
quali l’urlo del vento, il rimbombo del tuono, il sussurro dell’acqua ecc. Di qui più tardi sarebbero
nate diverse parole. A mio avviso, quest’opinione è corretta e accettabile. Sappi però che più
diligentemente attendo a questa materia e più trovo argomenti che mi tirano da una parte o
dall’altra. Quando medito su questa lingua, tanto nobile, trovo in essa una saggezza e una finezza
che mi rafforzano nella convinzione ch’essa sia rivelazione di Allah.”

Una delle idee fondamentali di Ibn Jinni è che la superiorità dell’arabo si manifesti nel modo in cui
si realizza l’adattamento, l’armonia fra senso e espressione sonora delle parole. I suoi studi in
merito si sono concentrati molto sulle cause che producono i fenomeni linguistici, quali suoni siano
incompatibili fra loro e perché, ricorrendo anche a concetti come la leggerezze e la pesantezza di
un enunciato. Ma questa sua convinzione ha origine anche dal fatto che gli arabi, secondo la sua
fede, sono il popolo eletto da Dio. Di tutti i grammatici di questi tre secoli di splendore e di fioritura
delle scienze linguistiche sicuramente Ibn Jinni è il più particolare. Come leggiamo nel passo
precedente infatti l’erudito non si schiera nel dibattito tra natura e convenzione, insomma non riesce
a trovare una posizione ben definita. Tendenzialmente, anche condizionato dal pensiero del suo
maestro alFarisi, Jinni tende verso una concezione innatista del linguaggio e in merito a questo il
pensiero più originale, e che sembra per certi aspetti precorrere i tempi, è che gli arabi avrebbero
una conoscenza innata del linguaggio grazie ad una sorta di dispositivo interno. Dice Bohas a
riguardo: “Secondo Ibn Jinni i parlanti sono dei grammatici senza saperlo e grazie alla loro
conoscenza innata sono in grado di fare quelle generalizzazioni che i grammatici cercano di
formulare”.
(The arabic linguistic tradition, Routledge, 1990).
Bibliografia:

N. Anghelescu, Linguaggio e cultura nella civiltà araba, Silvio Zamorani editore, Torino, 1993.

R. H. Robins, Storia della linguistica, il Mulino, Bologna, 1997.

G. Lepschy, Storia della linguistica, il Mulino, Bologna, 1990.

G. Bohas, The arabic linguistic tradition, Routledge, London, 1990.

M. G. Carter, Sibawayhi, I. B. Tauris, London, 2004.