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SAMADHI PADA

Il primo libro della pura consapevolezza, pura coscienza

1.1 Adesso l’esposizione (shasana, la disciplina, la scienza, la rivelazione) dello yoga


(stato
di unità)
1.2 Lo yoga è la sospensione (nirodha, arresto, sospensione, cessazione, integrazione,
stabilità) delle modificazione (vrtti, disperso, fluttuante, instabile, mulinello) della
mente (citta, i sensi, le emozioni, il pensiero). La radice di citta è cit- che ha il significato
di coscienza, coscienza dei sensi e della percezione, il classico modo di conoscere, la
risposta sensoriale, la reazione emozionale, l’elaborazione con il pensiero. Citta è lo
strumento classico della percezione e della relazione con la realtà, molto raffinato
nell’uomo, tendenzialmente automatico, ci permette di descrivere, di razionalizzare, di
immaginare, di sognare, di comunicare con la parola, di accumulare le esperienze nella
memoria. Le vrtti ,il movimento della psiche che divide, che sceglie, che giudica, quando il
conoscere è legato a citta vrtti klesa, stati mentali negativi questi originano causano la
sofferenza, duhkha.
1.3 Quando ciò si è realizzato la coscienza (drastr, il testimone, il centro) riposa nella
sua natura essenziale (svarupa, la propria forma, natura)
C’è un altro stato di coscienza più profondo un’altra energia (drg-sakti o drashtar) che se
l’energia del vedere (citishakti, 4.34) è purificata dal mulinello (vrtti), cioè l’osservazione è
purificata dai condizionamenti, dagli automatismi, esprime la nostra vera natura. Cioè la
consapevolezza è in grado di ‘vedere’ il movimento dei sensi, delle emozioni, dei pensieri.
1.4 Altrimenti (la coscienza) si identifica (è confusa) con le modificazioni della mente
(cittavrtti). Altrimenti c’è sovrapposizione, confusione, ignoranza (avidya).
I primi 4 sutra riassumono in modo geniale la via dello yoga.
Dal sutra 5 al sutra 11 vengono descritto il funzionamento della mente (cittavrtti), che in
realtà non è negativo di per sé, infatti ci sono anche termini positivi o almeno neutri: retta,
non dolorosa. Esse riguardano comunque il fondamentale processo del conoscere, ma
Patanjali ci avverte possono essere tutte fonte di confusione, ignoranza, farle cadere,
stabilizzarle, interromperne il processo automatico, l’abitudine, ci permette di aprirci a
una nuova coscienza.
1.5 Le modificazioni della mente (citta-vrtti) sono cinque, possono essere dolorose o non
dolorose.
1.6 Esse sono retta conoscenza (pramana), conoscenza erronea (viparyaya),
immaginazione (vikalpa), sonno (nidra), memoria (smrti). Pramana: la percezione
sensoriale diretta, vyparyaya: errata comprensione, vikalpa: immaginazione, nidra:
sonno, smrti: la memoria, depositare ricordi, esperienze.
1.7 La retta conoscenza ha tre fonti, la percezione sensoriale, la deduzione, la
testimonianza. La percezione sensoriale, la conoscenza tramite i sensi. La deduzione, da
un fatto secondario ne deduco validamente un altro. La testimonianza, per comunicazione
veritiera.
1.8 La conoscenza erronea rappresenta una falsa nozione perché non è fondata sulla
natura reale dell’oggetto.
1.9 L’immaginazione, evocata dalle parole o dai concetti è priva di sostanza reale.
1.10 Il sonno è quella modificazione della mente che ne arresta completamente il
funzionamento.
1.11 La memoria è la registrazione depositata delle precedenti esperienze.
Dal sutra 12 al sutra16, fondamentali, si spiega quale deve essere la ricerca,
l’atteggiamento interiore, che favorisce e realizza la stabilizzazione, l’integrazione della
coscienza periferica (citta vrtti).
1.12 La stabilità, la caduta (nirodha) della mente si ottiene con l’esercizio (abhyasa) e
il non attaccamento (vairagya).
Esercizio non traduce compiutamente il termine perché riconduce implicitamente a
qualcosa di ripetitivo, si tratta di un interesse vivo, continuamente rinnovato che
mediante il non attaccamento (vairagya, la caduta del desiderio,del volere) ci conduce alla
stabilizzazione, al silenzio del mentale (nirhoda). L’interesse a mantenere una condizione
di consapevolezza. Il termine vairagya contiene la parola raga, desiderio che è uno stato di
afflizione, dolore, (klesa, 2.7). I klesa, cause della sofferenza sono descritti dal sutra 2.2. al
sutra 2.9. Il vayragya permette quindi di abbandonare una delle principali cause del
dolore e della sofferenza interiori.
1.13 L’esercizio è l’energia necessaria per essere fondati stabili nella caduta del
mentale.
1.14 L’esercizio diviene stabile (sthiti) quando è praticato con perseveranza in modo
costante e con devozione.
1.15 Il non attaccamento (Vairagya,la caduta del desiderio) è la percezione (samjna) di
colui che ha cessato di avere sete (vi-trishna, l’arresto dell’ego, il voler possedere) del
mondo fenomenico (gli oggetti dei sensi).
1.16 Il non attaccamento più completo è comporta la libertà (non-identificazione) dai
fenomeni (i tre guna, tamas: inerte, spesso, pesante, oscuro; rajas: movimento, agitato,
rapido, confuso; sattva: luminoso, cosciente, chiaro, leggero) e permette la rivelazione
del Sé. (Il tutto, purusa- khiater).
I tre guna sono principi che tra loro mischiati danno origine al mondo fenomenico, qui si
fa specifico riferimento alla filosofia indiana del Samkhya. Dalla pratica di
abhyasavairagya nasce una evoluzione della coscienza il Samadhi, che viene utilizzato per
la comprensione (prajna).
Dal sutra 17 al 20 si introduce il tema del samadhi, stato di pura consapevolezza, stato di
coscienza, acuto, penetrante (Bliz). Il termine ha significato di fusione. La pratica continua
della consapevolezza è il samadhi. Sam- perfettamente -a- su se stessa - dhi - raccolta o
raccolto
1.17 La condizione di consapevolezza intuitiva (samadhi prajna) con seme o supporto
(samprajnata) si accompagna al ragionamento deduttivo (vitarka), all’indagine perfetta
(vicara, autoindagine), alla beatitudine (ananda) e da un senso del puro essere (asmita).
Il samhadi si deve accompagnare alla comprensione (prajna).
L’intuizione cosciente apre nuove possibilità di comprensione accompagnandosi al
ragionamento, alla riflessione a una spontanea contentezza, all’esserci.
Questa modalità di ricerca deposita buoni semi aiuta il processo di comprensione più
profonda della nostra natura.
1.18 La consapevolezza – conoscenza - intuitiva senza seme (asamprajnata), si produce,
quando dopo lunga pratica (abhyasa) si sono eliminati (virama) i meccanismi, i
contenuti del mentale (pratyaya), ma la mente conserva le traccie del passato
(samskarashesa,
residui inconsci).
Il processo di liberazione, dalle ferite depositate nell’inconscio, si trova descritto nel
quarto libro, si possono in particolare leggere i sutra 4.27, 4.28, quest’ultimo rimanda al
fatto che i samskara sono derivati dal deposito di klesa nella memoria, nella coscienza
deposito. Ciò che ci ha fatto soffrire in passato ritorna, rinnova la sofferenza. E’ necessario
quindi estinguere i klesa far cadere la sofferenza, questo aspetto viene approfondito in
tutta la prima parte del secondo libro sono particolarmente significativi i sutra da 2.10 fino
a 2.15.
Un' indicazione ci viene proposta anche alla fine di questo libro, quando dettaglia
l’evoluzione della coscienza negli ultimi sutra da 1.41 a 1.51
1.19 Per alcuni che per nascita ‘sanno’ di non appartenere ne' al corpo ne' alla natura
manifesta il samadhi è spontaneo.
1.20 Per gli altri è preceduto dalla fiducia (sradda), dall’energia vitale (virya),
dall’esperienza (smrti), dalla conoscenza intuitiva (prajna).
1.21 Il successo è più vicino a quanti hanno una motivazione intensa e sincera.
1.22 Le possibilità di successo variano in funzione dei diversi livelli o gradi
dell’impegno debole, medio, superiore.
Un’altra via per il samadhi, un approccio devozionale al tutto, all’energia cosmica, dal
sutra 1.23 al sutra 1.29.
1.23 Oppure con l’abbandono (pranidhana), devozione alla sorgente creativa (Isvara). La
parola ‘oppure’ indica chiaramente un ulteriore opportunità per il samadhi.
Isvara: l’energia cosmica che tutto pervade, che si manifesta nella realtà, connessa
all’esistere, non è una posizione teistica, ma un senso di abbandono di caduta dell’ego, si
sente di partecipare a qualcosa di vasto gratuito e donato, si ci apre a una sensazione di
stupore di meraviglia di fronte al mistero del tutto, dimensione della coscienza, che lascia
senza parole, senza pensieri, si ritorna al silenzio, alla fusione, alla caduta del mentale
(samadhi).
1.24 Isvara è un sé particolare non è coinvolto nella sofferenza (klesa), ne dalle azioni
sostenute dalla sofferenza (karma), ne dalle conseguenze di queste azioni.
1.25 Mediante la devozione si trova la fonte, il seme della conoscenza totale (sarvajna)
in modo perfetto.
1.26 Poiché non ha avuto origine, non ha nascita, tempo, è il maestro da sempre per gli
antichi.
1.27 La parola che lo contraddistingue è Om.
1.28 La sua ripetizione ne rende manifesto il significato, rende consapevoli. Questa
energia che ci fonda può essere percepita, nel sentire non duale profondo, che nasce dalla
pratica del mantra che lo designa.
1.29 A causa di ciò gli ostacoli scompaiono e la coscienza si interiorizza, si volge verso
l’interno verso l’interno (pratyak cetana).
Si può dire che l’affinamento della coscienza che si realizza con abhyasa varagya sutra
1.12 si realizza anche con Isvara pranidhana
I sutra 1.30 e uno 1.31 esaminano gli ostacoli sulla via.
1.30 Gli ostacoli che causano la dispersione della coscienza sono la separazione malattia
(vyadhi, vi-separarsi da una condizione di benessere), l’inerzia (styana, l’apatia, essere
senza energia), il dubbio (samshaya), la depressione (pramada), la pigrizia (alasya),
l’attaccamento agli oggetti (avirati), l’errata percezione (bhrantidarsana, illusione, la
visione falsa, erronea), l’instabilità (an-avasthitatva, incapacità a trovare l’equilibrio).
1.31 I sintomi che accompagnano una condizione distratta della mente (viksepa) sono la
sofferenza (duhkha), la disperazione, il tremito, l’irregolarità dell’inspirazione e
dell’espirazione .
Dal sutra 1.32 al sutra1.39 si considerano i mezzi per rimuovere gli ostacoli e riportarsi
alla pace, alla calma.
1.32 Per rimuoverli occorre l’intensa applicazione a un solo principio.
L’indicazione sembra riferirsi alla concentrazione o alla meditazione con supporto.
1.33 La purificazione (prasadana, la calma, la quiete) si ottiene coltivando l’attitudine
(bhavana, la modalità, la predisposizione ad essere), alla gentilezza amorevole (maitri),
alla compassione (karuna), alla gioia (mudita), all’equanimità (upeksanam,
l’imparzialità, l’equilibrio) nei confronti del piacere e del dolore.
1.34 La calma della mente si può anche ottenere attraverso l’espirazione e la
sospensione del respiro.
1.35 Oppure la calma può essere ottenuta mediante la caduta dei pensieri (manas) con
l’osservazione delle percezioni sensoriali. Un profumo, la musica, il tatto ecc.
1.36 Oppure si mediti sulla luce interiore che è fonte di serenità.
1.37 Oppure quando la mente ha come oggetto coloro che hanno trasceso il desiderio. I
maestri, gli illuminati coloro che hanno percorso la via.
1.38 Oppure si mediti sulla conoscenza che sorge durante il sonno.
1.39 Oppure si può ottenere nella relazione intima, meditativa con un supporto
piacevole.
Esaurita la trattazione degli ostacoli, Patanjali ritorna al tema centrale del libro il samadhi.
1.40 Grazie ai mezzi esercitati la dispersione si è ridotta e si ha una conoscenza (prajna,
intuizione) sull’infinitamente piccolo e infinitamente grande.
1.41 Nella coscienza in cui le modificazioni mentali (vrtti) sono state arrestate
(nirodha), si determina al pari di un cristallo trasparente che assume il colore degli
oggetti vicini una fusione completa (samapatti) del conoscente (grahitr), dell’atto di
conoscere (grahana) e del conosciuto (grahya).
Ecco una definizione precisa del samadhi il fondersi nell’unità dell’atto percettivo
1.42 All’inizio, a cause delle esperienze e delle idee passate,memoria, il mentale è
ancora legato alla costruzione mentale (vikalpa), e quindi soggetto alla confusione
risultante da ciò che abbiamo udito, letto o sperimentato. (Savitarka, con
argomentazione, con il ragionamento, con la logica.)
Avevamo già trovato vikalpa tra le citta-vrtti nei sutra 1.6 e 1.9
1.43 Quando la memoria è purificata le idee e i ricordi del passato recedono (nirvitarka),
rimane soltanto la consapevolezza della natura vuota (shunya svarupa) dell’oggetto.
(Nirvitarka, senza argomentazione)
Quando la coscienza è libera, purificata dai meccanismi del mentale, della parola, della
forma, dei significati, l’oggetto, cioè la percezione riposa nella sua vera natura vuota, non
esiste di per sé, non si percepisce separazione dalla totalità. Non esiste oggetto separato,
esiste l’interdipendenza.
1.44 Le spiegazioni date per il savitarka e nirvitarka samadhi chiariscono anche i livelli
di samadhi più elevati savicara samadhi (con l’indagine approfondita) e nirvicara
samadhi (senza l’indagine) per i quali gli oggetti di meditazione sono più sottili.
(vichara indagine.)
Vi può avere due significati connessi, il processo del dividere, ma anche la perfezione nel
dividere.
Abbiamo incontrato vitarka e vicara nel sutra 1.17 che riguardava il samadhi con prajna
(con la conoscenza, l’intuizione). Incontreremo in seguito viveva(la discriminazione).
1.45 La regione della coscienza profonda (samadhi) connessa agli oggetti sottili si
estende fino allo stadio privo di forma (alinga, indifferenziato) dell’energia. Per oggetti
di meditazione sottili cioè meno grossolani, dove l’energia non esprime una forma. Per
esempio possiamo descrivere degli stati interiori a volte molto fini, l’ansia, la paura sono
oggetti sottili. Se si produce nella nostra coscienza uno stato sottile di avversione
dovremmo coglierlo, oggetto sottile, ma la nostra coscienza non è vuota, esiste un seme
una reazione.
1.46 Negli stadi precedenti di coscienza (samadhi) esistono ancora dei semi.
1.47 Quando si ha la capacità di vivere l’esperienza della coscienza samadhi senza
ragionamento (nirvitarka) e senza indagine (nirvicara) si ha l’aurora della grazia, uno
stato di pace (prasad), di illuminazione.
Siamo di fatto tornati al sutra 1.18 il samadhi senza supporto, ma rimane la coscienza
deposito.
1.48 Con la coscienza profonda (prajna) si raggiunge il fondamento della verità ultima,
cosmica (rtambhara).
1.49 La conoscenza che si acquista con la coscienza profonda (il samhadhi) è differente
dalla conoscenza che si ottiene dalla testimonianza, studio dei testi sacri, dal
ragionamento, dalla deduzione, dalla testimonianza. Magnifico sutra che permette a
Patanjali di ritornare all’inizio e di sottolineare la differenza che c’è tra la coscienza
profonda e il mentale (citta-vrtti)
1.50 Lo stato di coscienza raggiunto deposita buoni semi che sono di ostacolo al
sopraggiungere delle impressioni abituali (residui inconsci Samskara).
Avevamo visto nel sutra 1.18 la difficoltà a rimuovere i meccanismi di reazione abituali,
depositati nella coscienza deposito, dovuti alla memoria delle esperienze delle azioni
(karma) passate, nel sutra precedente Patanjali ci da un’idea di come procedere. Gran
parte del quarto libro è dedicato a questo argomento.
1.51 Quando anche i residui incosci sono caduti (nirodha) essendo tutte le impressioni
cadute la coscienza è pura libera. (nirbijah samadhi).
L’osservazione più semplice è che il primo libro tratta di una evoluzione della coscienza,
Patanjali prosegue nel libro secondo illustrando la pratica (sadhana), mediante l’azione
krya-yoga, che è all’origine di questa evoluzione.
SADHANA PADA
Secondo libro: La pratica, la strategia

2.1 Lo yoga dell’azione (kriya) è costituito dalla volontà cosciente (tapas, motivazione),
dall’ auto-conoscenza (svadhiyaya, lo studio di sé, ma anche dei testi), l’abbandono al
tutto (isvara pranidhana).

In questo sutra vengono indicati i mezzi per l’evoluzione della coscienza e subito dopo 2.2
con grande chiarezza i risultati che si vogliono ottenere, possiamo notare un parallelismo
con il sutra 1.2, qui non si parla di stabilizzazione, caduta (nirhoda), ma di attenuazione
(tanu-karana, azione di rendere estremamente piccolo).

2.2 Esso (il krya yoga) comporta l’attenuazione (tanu-karana) delle afflizioni (klesa,
formazioni mentali dolorose) e permette la realizzazione della consapevolezza (samadhi).
Sutra di grande importanza, perché ci indica, che la consapevolezza (samadhi) si realizza
mediante l’azione, vedremo che quindi la pratica (sadhana) è orientata alla caduta dei klesa,
e che quindi essa stessa produce consapevolezza, si esercita quindi un processo che ha
mezzi concreti e una via di realizzazione.

2.3 Le cause del dolore, della sofferenza (klesa,maculazioni,ciò che macchia la coscienza)
sono l’ignoranzanza (avidya), l’ego (asmita), il desiderio (raga), l’avversione (dvesa),
l’attaccamento al vivere (abhinivesa, la paura della morte). L’esame di ciò che causa
sofferenza (klesa) sutra da 2.4 a 2.9

2.4 L’ignoranza è la fonte (la radice, la causa) della sofferenza (klesa) sia essa dormiente,
attenuata, intermittente o pienamente attiva.

2.5 L’ignoranza, è la mancanza di discriminazione (avidya khyaiter) tra ciò che è non
eterno (impermanente) per eterno (permanente), tra ciò che è impuro per puro, tra ciò che
arreca dolore per il piacere, il non sé per il sé. Vedremo in seguito come all’ignoranza
(avidya khyaiter) viene contrapposto il processo della discriminazione consapevole (viveka
khyaiter). Il sutra ci indica di osservare che è l’attaccamento ad una percezione errata della
realtà la fonte della sofferenza, che corrisponde ad una non comprensione della legge dell’
impermanenza dei fenomeni.

2.6 L’egoismo (asmita, il senso dell’io) è l’identificazione (sakti) di colui che vede (drg)
con la cosa vista (darsana), (drg sakti, l’energia del vedere)

2.7 Il desiderio (raga, l’amore possessivo) accompagna ciò che produce piacere.

2.8 L’avversione (dvesa, l’odio) accompagna ciò che produce dolore.

2.9 Il forte desiderio di vivere (abhinivesa, anche la paura della morte), sostenuto
dall’energia vitale, è radicato anche nel saggio.

La comprensione corretta del desiderio e dell’avversione, richiede un insegnamento diretto


e comunque non può essere facilmente descritta in poche righe, siamo al cuore di ciò che
produce sofferenza; se non abbiamo qualcosa abbiamo paura di non ottenerla, se abbiamo
qualcosa abbiamo paura di perderla, se la nostra coscienza è maculata dalla paura non può
esserci rilassamento, contentezza. Raga, il desiderio, è chiedere, volere che il piacere si
ripeta. Dvesa, l’avversione, è voler sfuggire al dolore e desiderare che non si ripeta.

2.10 Questi stati mentali (citta) divengono sottili e possono essere portati a
dissoluzione. Una buona notizia !!

2.11 La loro attività (vrtti) può essere sospesa con la meditazione (dhyana). Primo evidente
riferimento alla pratica, in seguito si vedranno i passaggi che portano alla meditazione.

2.12 L’accumulo di azioni (Karma) ha la sua radice negli stati mentali di sofferenza (klesa)
lo si sperimenta nella vita attuale e in quelle future.

2.13 Finché esiste questo accumulo nella radice continueranno a maturare le condizioni di
nascita , la durata della vita e le esperienze relative.

2.14 A causa degli impulsi buoni o cattivi che li hanno generati producono frutti piacevoli
o spiacevoli.

2.15 Per colui che discrimina(vivekinah), è evidente l’universalità del dolore, la totalità
del dolore (duhkha: sofferenza, costrizione ristrettezza), a causa del conflitto della lotta
(vi-rhoda, si può notare l’ opposizione a ni-rhoda), che riguarda il movimento,vortice,
della realtà fenomenica (gunavrtti) si producono le sofferenze (duhkhair), si ha incapacità
ad accettare i cambiamenti, l’impermanenza, (parinama-duhkha), desideri non appagati,
le passioni (tapa-duhkha), i residui incosci, le cicatrici, i meccanismi dell’abitudine
(samskara-duhkha).

2.16 Si deve evitare la sofferenza futura.(anagata, ciò che non c’è ancora)

Possiamo trovare altri riferimenti al tempo nel sutra 3.16 e nel sutra 4.12

Semplice, tutto ciò andrebbe evitato nel presente.

Subito dopo il come.

2.17 Ciò che si deve evitare è la sovrapposizione (l’identificazione) della coscienza (drastr)
con la ‘cosa’ vista (drsya).

2.18 Il visibile (drsya) consiste nei fenomeni (guna) e dagli organi di senso ha quindi la
natura della luminosità, dell’azione, dell’inerzia e permette alla coscienza di essere
condizionata esposta al suo influsso oppure al piacere (apavarga) della sua fruizione
(bogha)

2.19 Le tre essenze (guna) stabilità, l’azione, e l’inerzia hanno quattro stadi: il definito,
l’indefinito, il dissolubile e il non manifesto (indissolubile).

2.20 La coscienza (drasta colui che vede) è pura consapevolezza, sebbene pura sembra
vedere attraverso la mente.
Magnifico sutra dove si esplicita la confusione, ciò che vede è la coscienza profonda, la
confusione nasce dal ‘vedere’ con citta, il mentale, ma non è così perchè anche il mentale
può essere visto, questo aspetto viene approfondito da Patanjali nel quarto libro, si può per
esempio leggere i sutra da 4.18 a 4.26. La coscienza è in funzione della percezione, la cosa
vista.

2.22 Per colui che ha raggiunto lo scopo, la liberazione la cosa vista è inesistente, tuttavia
per gli altri dalla percezione comune essa è esistente. Attenzione lo yoga non nega la
realtà, ma afferma che gli oggetti non hanno esistenza propria, non esistono di per sé, non
hanno esistenza separata, la loro natura è vuota, cioè i fenomeni sono impermanenti e
interdipendenti.

2.23 La confusione (samyoga) tra la natura della coscienza e la natura della cosa vista
deve essere sperimentata in modo che sia possibile comprenderle.

2.24 La confusione (cioè la differenza fra colui che vede e la cosa vista) non appare
chiaramente a causa dell’ignoranza (avidya)

2.25 Quando l’ignoranza scompare cade la confusione e si ha la liberazione della


coscienza. (kaivalyam)

2.26 Il mezzo per ottenere la scomparsa della confusione è usare in modo incessante la
consapevolezza discriminante (vivekakhyati). Ecco l’indicazione preziosa per la caduta
dell’ ignoranza la consapevolezza discriminante, la nuda consapevolezza, si intende non
giudicante. Naturalmente non basta citarla bisogna apprenderla, farne esperienza di vita,
non intellettuale, la si frequenta come vedremo in seguito mediante la pratica.

2.27 Lo stato supremo dell’illuminazione viene raggiunto gradualmente in sette gradini.

2.28 Praticando lo yoga, si distruggono le impurità, sorge la luce di una nuova conoscenza
che culmina nella consapevolezza discriminante (viveka-khyati) di ciò che è. ( Il sé, la
realtà, il tutto )

La consapevolezza, si ‘apprende’ mediante un processo concreto che prevede otto braccia.

29. Le otto membra sono :1) la relazione con il prossimo, non imporre, l’astenersi (yama,
ciò da qui è bene astenersi), 2) la relazione con se stessi (niyama, ciò che è bene
osservare), 3) posture (asana), 4) il controllo dell’energia (pranayama), 5)
l’interiorizzazione dei sensi 6) la concentrazione (dharana), 7) la meditazione (dhyana), 8)
la coscienza profonda ‘raccolta’ (samadhi)

2.30 Le astinenze (voti) sono : non violenza (ahimsa), vivere nella verità, non mentire
(satya), abbandonare il desiderio di prendere (asteya), la moderazione (bramacharya),
non possessività (aparigraha).

Ahimsa,non farsi del male, non fare del male, essere consapevoli quindi del ferire e del
ferirsi.
Satya, essere sinceri, non recitare, non avere un’immagine, non essere in rappresentazione,
la relazione con la realtà è semplice non artefatta.

Asteya,il processo della coscienza che non divide, sente la realtà indivisa, non(a-)
rubare(steya) alla realtà, la realtà non ci appartiene.

Brahmacarya, vivere nella coscienza della non dualità (advaita).

Aparigraha, non accumulare, non acquisire, non creare fardelli pesi che appesantiscono la
coscienza, si ha l’intuizione dell’essere come bambini, freschi, senza paura, con ‘mente
principiante’.

Questa lettura è più profonda del semplice non rubare, non possedere oggetti materiali,
perché riguarda la percezione e l’interiorità.

2.31 Quando le astinenze sono universali non condizionate dalla nostra origine (casta),
dal luogo, dall’epoca, dalle circostanze costituiscono il grande voto.

2.32 Le osservanze: la purezza, essere in accordo con se stessi (sauca),la gioia naturale, la
contentezza (samtosa), la volontà cosciente (tapas), lo studio di sé (svadhyaya),
l’abbandono al tutto, (isvara pranidhana). Di fatto principalmente Patanjali ci propone di
praticare il Krya yoga vedi sutra 2.2

2.33 Quando si è turbati dalle inclinazioni nocive si mediti(vitarka) sui loro opposti.

2.34 E’ necessario meditare(vitarka) sugli opposti poiché i pensieri nocivi, sia che siano
deboli, medi o intensi,come il desiderio di fare del male, hanno come risultato
l’ignoranza e un’intensa infelicità senza fine (infinita), sia che essi siano compiuti
volontariamente o involontariamente, causati o determinati dall’avidità e dalla rabbia.

2.35 Allorché lo yogin è radicato nella non-violenza, coloro che sono in sua presenza
cessano ogni ostilità.

2.36 Quando la verità è radicata in lui, egli consegue i frutti dell’azione senza agire.

2.37 Quando non desidera più appropriarsi è stabile nell’onestà, le ricchezze interiori si
presentano spontaneamente.

2.38 Quando si è radicati nella non dualità si ottiene il vigore, non si disperde energia.

2.39 Quando si è radicato nella non possesso ha la conoscenza del come e del perché della
sua esistenza.

2.40 A causa della purezza (Saucha, essere in accordo con se stessi) si percepisce il proprio
corpo come protetto, difeso, non toccato dal contatto per quanto spiacevole con gli altri. Si
rimane quindi in armonia con il corpo anche se il contatto con il corpo degli altri può
provocare una reazione di avversione. La versione normalmente accettata è quella di Vyasa,
che scrive diversi secoli dopo nella quale prevale una visione della purezza di tipo
ascetico, della rinuncia : 2.40 Dal conseguire la purezza del corpo esteriore sorge nello yogin
un disgusto (jugupsa) del proprio corpo e si evita il contatto fisico con gli altri. Difficile
pensare al disgusto come traduzione perché lo yogin coltiverebbe un Klesa, l’avversione. Si
preferisce qui adottare la traduzione proposta come opzione da Jan Varenne, sanscritista,
che propone la radice gup- come proteggere, difendere.

2.41. Dalla purezza mentale (corpo interiore) sorge allegria, concentrazione, controllo dei
sensi e la capacità di realizzare il sé.

2.42 Con la contentezza (l’accontentarsi) si ha la suprema felicità. Essere lieti .

2.43 Dalla distruzione delle impurità mediante la volontà cosciente (tapas) si ottiene la
perfezione degli organi di senso e del corpo.

2.44 Attraverso la conoscenza intima di sé, l’unione con il sé il tutto

2.45 Con l’abbandono al Tutto la consapevolezza (samadhi)

2.46 La posizione (asana) deve essere stabile e felice (sukham, su-buono,-kha,spazioso).

2.47 Si pratica la postura rilassandosi dallo sforzo e rimanendo nella coscienza (samapatti)
in uno stato di equilibrio e infinità. Abbiamo incontrato samapatti nel sutra1.41

Importante Patanjali ci dice che l’esperienza del samadhi si incontra in asana. Cioè asana ci
permette di esercitare la consapevolezza, praticando senza ego, senza la volontà di ottenere.

2.48 Da questa esperienza cade il disagio della dualità.

2.49 Realizzata la postura si instaura un controllo dell’energia, si realizza la pausa alla


fine dell’ inspiro e alla fine dell’ espiro.

2.50 La sospensione del movimento si può manifestare in tre modi.


La prima sospensione alla fine dell’espiro è detta esterna, la seconda alla fine dell’inspiro
è detta interna, la terza non è ne interna ne esterna, si può situare in qualunque momento.

2.51 Un quarto stadio va al di la del controllo dell’energia,è passivo, si realizza una pausa
spontanea alla fine dell’inspiro alla fine dell’espiro.

2.52 A questo punto viene rimosso il velo che copre la luce.

2.53 Allora la mente è adatta alla concentrazione (dharana).

2.54 Quando i sensi si rifiutano di afferrare (pratyahara) i loro oggetti, assumono la natura
propria della coscienza.

2.55 Allora si ha la completa padronanza dei sensi.


Introduzione al terzo libro Vibhuti, le realizzazioni, i poteri.

Mi sembra necessario svolgere un’introduzione a questo libro per la notevole differenza


che, a seconda della cultura di appartenenza, della visione, della personale sensibilità, si
può riscontrare tra gli autori che hanno tradotto e commentato gli yogasutra.

Questa diversità di mappe, di traduzione è vera in generale per tutti e quattro i libri ma
per vibhuti pada esiste una difficoltà in più legata all’ argomento che pone delle difficoltà
nel scegliere una traduzione, e ho la sensazione che sarà comunque parziale e poco
soddisfacente. Su questo tema molto complesso, non mi pare ci sia un significativo
approfondimento, ma naturalmente rispetto e guardo con attenzione a tutto ciò che la
tradizione e quindi la pratica potrà manifestare durante la ricerca. Comunque questo
argomento produce grande confusione, ed è di difficile comprensione per la cultura
occidentale: cercherò di offrire qualche riflessione.

Per alcuni autori i poteri sono stati alterati, cioè non ordinari, della coscienza.

Questa impostazione ha dei vantaggi, le condizioni alterate dei sensi o le percezioni


extrasensoriali possono permettere una conoscenza più profonda della realtà e della
percezione. Patanjali avvalora questa tesi quando dice che i poteri sono raggiunti anche
con l’uso di droghe 4.1 e aggiunge in 4.2 che le siddhi sono potenzialità naturali, che
cambiano o si sviluppano in modo diverso per ciascun individuo.

Mentre alcune persone le possiedono naturalmente, altri ne fanno esperienza con le


droghe, e per altri ancora insorgono perché latenti e quindi si manifestano con
l’evoluzione della coscienza (samadhi).

La lettura che prevale nei commentari di yogasutra però non è orientata a stati
straordinari della psiche o a processi naturali che possono produrre una conoscenza, ma
vere e proprie capacità materiali dello yogin, usate meccanicamente, in pratca "applico il
samyama a questo o a quell’oggetto e ottengo un risultato", ma questo provoca in me un
naturale scetticismo.

Ho la sensazione che gli insegnanti e gli studiosi di yoga di fronte a questo argomento
dimostrino un certo imbarazzo oppure un atteggiamento di chi sposa il miracolismo senza
nessun senso critico

Quello che appare possibile è che Patanjali comprenda nelle siddhi (realizzazioni) anche
darhana, dyana e il samadhi (samyama) da qui forse la spiegazione del perché riportarle
nel quarto libro quando poteva sembrare più naturale concludere le otto braccia della
pratica nel terzo, ma d’altra parte lui stesso ci dice nel sutra 3.7 che i tre insieme hanno una
qualità diversa maggiore delle cinque precedenti.

Aggiunge nel sutra 3.38 che rivolgere questa capacità all’esterno cioè sul mondo manifesto
può essere di ostacolo, perché non si focalizza il processo della consapevolezza rivolto
agli stati interiori.
Quindi nel secondo libro e prima parte del terzo dettaglia la pratica che conduce a nuove
possibilità della coscienza (samadhi), se questa viene rivolta a conoscere ‘l’esterno’ si
hanno le realizzazioni, sviluppate nel terzo libro, se rivolta ‘all’interno’ l’evoluzione della
coscienza, primo libro, e successivamente gli effetti finali Kaivalya, la liberazione, nel
quarto libro.

Quindi il samyama (E’ necessario leggere i primi sutra del terzo libro) è la precondizione,
la qualità necessaria per ottenere profondi cambiamenti, ma il samyama deve essere
rivolto al conseguimento del kaivalya, la liberazione e dedica tutto il quarto libro a questo
aspetto basilare, anzi avverte in sutra 3.51 e 3.52 è necessario non attaccarsi a ciò che si è
conseguito, altrimenti non si può accedere alla liberazione. Si può dire che l’insorgere delle
realizzazioni può dare un senso di superiorità che rinforza l’ego.

Gli ultimi quattro sutra del terzo libro sono splendidi e indicano chiaramente ciò che
Patanjali considera fondamentale, in particolare la consapevolezza del presente. Si può
dire che per Patajali le siddhi non siano necessarie alla realizzazione tranne il samyama e
questo giustamente orientato alla ricerca interiore senza quell’aura di mistero e di magia
che alla pratica e alla ricerca seria non fanno bene e rischiano di confondere le persone che
si avvicinano o perché giustamente scettiche nei confronti del miracolismo o perché
affamate di straordinario.

Credo che per una buona ricerca interiore sia ‘sufficiente’ guardare la realtà ordinaria con
l’immenso stupore che essa merita.

Cercherò ora di dare alcuni esempi credo interessanti e porterò alcune testimonianze di
maestri sulle siddhi, i poteri.

Vorrei iniziare con la tradizione buddista con un piccolo racconto che riporterò dal libro
di Desjardin “alla ricerca del Sé” ed. Mediterranee.

“Un giorno il Buddha attraversava un fiume con i suoi discepoli,facendo ricorso al


traghettatore. In quel momento un grande yogin si mette ad attraversare il fiume
camminando sulle acque. I discepoli del Buddha (simili a tutti i discepoli del mondo,
pronti a dubitare del loro guru e del suo insegnamento) cominciano ad avere paura. “Ah!
Il Maestro ci fa salire sulla barca e non ci ha mai insegnato a camminare sulle acque e
questo yogin invece cammina sui flutti”. Uno dei discepoli fa quello che si fa in questi casi
quando ci si vuole rassicurare, accecare e soffocare immediatamente un dubbio; si mette a
dire:”Non ha alcun valore, questo genere di potere miracoloso”. “Si disse il Buddha, ha un
valore,tutto ha un certo valore”.

“Ah si? Che valore ha?”. “Non sono in grado di dirtelo ora, te lo dirò tra poco”. Quando la
barca ha raggiunto l’altra riva, il Buddha chiede al traghettatore: “Quanto ti debbo?” E
costui risponde: “Venticinque centesimi a persona. Il Buddha dice allora al discepolo:
“Ecco, quel potere miracoloso vale venticinque centesimi”.

Riporterò un brano interessante che mi sembra in sintonia con quanto vi ho raccontato


poco prima, tratto dall’insegnamento Zen di Shunryu Suzuki.
Una donna disse a Suzuki di aver sentito gli altri sostenere che era in grado di leggere la
mente. Quando gli fu domandato se fosse vero, rispose:”no!”. Nelle lezioni successive
negò di avere tali capacità.

Mel (discepola di Suzuki) sosteneva che chi era alla ricerca di miracoli o poteri
straordinari, era completamente fuori strada.”La magia di sensi è l’ordinario.”

Tratto da “Cetriolo storto”, di D.Chadwick, ed. Ubaldini

VIBHUTI PADA
Il terzo libro: delle realizzazioni

Vibhuti, estensione, sviluppo, manifestazione, realizzazione.

Siddhi, sinonimo di vibhuti, perfezione, compimento, poteri.

Il risultato dell’azione (Krya yoga) produce una nuova, più intensa, approfondita capacità,
di percezione.

Le tre qualità principali sono in realtà (dharana, dyana, samadhi).

3.1 La concentrazione (dharana) consiste nel fissare (bandh-legare) la coscienza in un


punto.

3.2 La meditazione (dhyana) è la capacità di mantenere (in modo ininterrotto) la


coscienza in quel punto (pratyaya).

3.3 La meditazione quando assume solo la forma essenziale (svarupa sunyam, la natura
vuota) dell’oggetto e non quella della sua rappresentazione mentale dicesi
consapevolezza (samadhi).

3.4 I tre (dharana, dhyana, samadhi) applicati insieme concordano (samyama).

3.5 Padroneggiandolo si consegue la luce della conoscenza vera intuitiva (prajna).

3.6 La sua applicazione è per stadi.

3.7 I tre presi insieme sono più profondi, interni, intimi, dei precedenti.

3.8 Tuttavia sono esterni rispetto alla consapevolezza senza semi. (nirbja samadhi).

3.9 Lo stabilizzarsi del movimento (nirhoda parinama) è quella trasformazione della


mente allorché viene progressivamente permeata da quella condizione di non mente
(nirhoda) che avviene fugacemente tra un’impressione che sta svanendo e quella che
prende il suo posto.
3.10 Questa condizione (nirhoda) diviene stabile con l’esercizio.

3.11 Questa condizione evolve nella consapevolezza (samadhi parinam) per l’assestarsi
graduale delle distrazioni e l’instaurarsi della concentrazione su un unico oggetto.

3.12 L’attenzione è su un punto sull’oggetto (ekagrata parinam), ogni tanto scompare


(rinsorgono movimenti della coscienza) ma è rimpiazzato l’istante successivo con un
oggetto del tutto simile.

3.13 Con ciò (l’evoluzione della coscienza) si spiegano le modificazioni (della


percezione) che riguardano i tre campi la qualità principale di un oggetto (dharma), i
suoi attributi e lo stato in qui si trova. Modificazioni che riguardano gli elementi
(butha) e gli organi di senso (indrya).

Cioè l’evoluzione della coscienza spiega un cambiamento profondo della percezione.

3.14 L’oggetto si fonda su qualità essenziali che sono sia sopite, sia non ancora
manifestate.

3.15 La diversità delle forme (varietà delle trasformazioni) dipende dalla percezione e
segue un destino un ordine naturale.

Quindi orientando il samyama su un oggetto ne possiamo avere una conoscenza più


profonda che va al di là della nostra comprensione ordinaria.

3.16 Grazie al samyama sui tre tipi di trasformazione (parinama) la conoscenza del
passato (atita) e del futuro (anagata).

3.17 Il suono e lo scopo e l’idea che vi stanno alle spalle sussistono insieme nella
mente, in uno stato confuso. Grazie al samyama sul suono avviene una separazione e
sorge la comprensione dei significati dei suoni prodotti dagli esseri viventi.

Per alcuni non la comprensione di tutte le lingue, ma la comprensione di come nasce e si


struttura il linguaggio in relazione alla coscienza.

3.18 Osservando le impressioni del passato si ottiene la conoscenza delle proprie


nascite.

Con il conoscere i Samskara, i propri condizionamenti provenienti dal passato se ne


conosce l’origine.

3.19 Grazie al samyama si può cogliere lo stato di coscienza altrui.

3.20 non tuttavia i suoi oggetti.

Non sappiamo però la causa di questo stato mentale.

3.21 Grazie al samyama applicato alla forma del corpo, in modo da interrompere la
ricezione, come pure il contatto tra l’occhio e la luce, si ottiene l’invisibilità.
Difficile capire se si riferisce alla capacità di svanire alla vista o alla comprensione
profonda delle proprietà della luce.

3.22 Così, allo stesso modo per i suoni.

3.23 Grazie al samyama applicato al karma oppure su segni premonitori si può intuire
l’esatto momento della propria morte.

3.24 Grazie al samyama sull’amore, sulla compassione, sulla letizia e sull’indifferenza


si ottengono a perfezione.

3.25 Praticando il samyama sulla forza dell’elefante ne si ottiene la forza.

3.26 Grazie al samyama sull’invisibile, si ottiene la conoscenza del piccolissimo e del


grandissimo.

3.27 Grazie al samyama sul sole si consegue la conoscenza del sistema solare.

3.28 Grazie al samyama sulla luna si consegue la conoscenza della posizione delle stelle.

3.29 Grazie al samyama sulla stella polare si conosce il loro movimento.

3.30 Grazie al samyama sull’ombelico (chakra munipura), si percepisce l’organizzazione


del corpo.

3.31 Grazie al samyama sulla gola (vishudha) conosciamo il centro che controlla la fame
e la sete.

3.32 Grazie al samyama sul (Kurmanadi) si ottiene la stabilità.

Un punto situato alla sommità del petto.

3.33 Grazie al samyama sulla luce sotto la corona del capo (sahasrara chakra), si
acquista la capacità di entrare in contatto con gli esseri perfetti.

Si conosce la condizione spirituale degli iniziati.

3.34 con l’onniscienza la conoscenza di ogni cosa.

3.35 Grazie al samyama sul cuore (anahata chakra) la natura della mente.

3.36 Nella esperienza ordinaria non c’è distinzione tra la pura consapevolezza e la
percezione pura grazie al samyama si conosce la loro distinzione.

3.37 Da ciò un ascolto, un tocco, un vedere, un gustare, un odorare sovrasensibili. (Al di


là del normale percepire)

3.38 Questi sono poteri se la mente è rivolta all’esterno, ma sono ostacoli sul cammino
della consapevolezza, della realizzazione (Samadhi).
3.39 Grazie al samyama mediante lo scioglimento dei legami e la conoscenza della
mente si può ‘possedere’ entrare nel corpo dell’altro.

Anche qui due interpretazioni, la prima più straordinaria, entrare , la possessione, il poter
esercitare azioni o influenze trasferendosi in un altro corpo. L’altra usare il potere delle
realizzazioni per influenzare, condizionare l’altro sia in termini positivi che negativi.

3.40 Mediante il dominio dell’energia vitale, lo yogin è in grado di levitare e di passare


senza contatto sull’acqua, il fango, le spine. Quindi al di là degli ostacoli.

3.41 Grazie al controllo del respiro si irradia la luce.

3.42 Esercitando il samyama sulla relazione esistente tra l’organo dell’udito e l’etere si
ottiene un udito senza limiti.

3.43 Con il samyama con la relazione che esiste tre etere e corpo, e identificandosi con la
condizione di leggerezza propria del cotone, si ottiene il potere di muoversi attraverso
lo spazio.

3.44 La ‘grande disincarnazione’ (maha videha,il fatto di essere al di fuori del proprio
corpo),è un’attività inconcepibile, grazie ad essa cade il velo che copriva la luce.

3.45 Grazie al Samyama sulle caratteristiche: l’aspetto grossolano, quello apparente,


quello sottile, quello connettivo e il loro scopo, si ottiene il dominio sugli elementi.

3.46 A causa di ciò si attua la manifestazione di poteri come diventare piccoli come un
atomo, altri poteri di questo tipo, così come la perfezione del corpo e l’indistruttibilità
delle sue qualità.

3.47 la percezione di perfezione corporea comprende le percezioni di bellezza, grazia


forza, solidità.

3.48 Grazie al samyama che si esercita sulle facoltà sensoriali sulla sostanza dell’essere
(svarupa) sul sentimento dell’io (asmita),sulla relazione tra soggetto e oggetto si ottiene
il dominio degli organi sensoriali e motori.

3.49 Grazie a ciò (il dominio degli organi sensoriali e motori) si ottiene anche la facoltà
di spostarsi veloci come il pensiero, lo sviluppo della facoltà di agire senza strumenti
d’azione e il dominio del segreto della natura.

I sutra che seguono sono fondamentali perché ribadiscono i punti essenziali per Patanjali.
Tutti i libri (pada) tranne il secondo finiscono con sutra essenziali che parlano di uno stato
profondo di coscienza, nel primo libro il Nirbjah samadhi, il secondo ha una
continuazione naturale nel terzo dove si prospetta il Samyama, ma il terzo ci conduce nella
sua parte finale dal sutra 3.50 al sutra 3.56 al kaivalya e il quarto gli è totalmente dedicato.
3.50. Soltanto nella consapevolezza della distinzione tra pensiero e consapevolezza
(purusa) si ottiene la conoscenza e il controllo di tutte le forme di percezione.
3.51 Quando poi si è liberi da attaccamento rispetto a tutti questi poteri si distrugge il
seme che imprigiona. A quel punto segue la liberazione (kaivalya).

3.52 Si dovrebbe evitare qualsiasi attaccamento o orgoglio nei confronti delle tentazioni
delle entità divine che governano i vari livelli esistenziali, poiché questo porterebbe
con se la possibilità di risveglio del male.

3.53 Praticando la concentrazione sul momento presente, sul momento passato e sul
momento che verrà, si ottiene la conoscenza nata dalla consapevolezza della realtà
suprema.

3.54 Da qui nasce la capacità di distinguere tra oggetti simili che non possono essere
indicati da specie, carattere o posizione.

3.55 La conoscenza superiore nata dalla consapevolezza della realtà è trascendente, e


include la cognizione di tutti gli oggetti, simultaneamente comprende tutti gli oggetti e
opera in qualunque direzione--- nel passato, nel presente e nel futuro--- e trascende il
modo di essere nel mondo.

3.56 Si consegue la liberazione (kaivalya) allorché esiste una uguale distribuzione di


purezza tra la consapevolezza e la percezione.
Il Kaivalya pada
Il quarto libro: l’isolamento, la liberazione

Questo libro è splendido e non richiede quasi alcuna indicazione di lettura anche perché
molti termini sanscriti sono stati introdotti in precedenza. Kaivalya sta per isolamento,
stato della coscienza, non c’è più confusione con il mentale, l’ignoranza sulla nostra vera
natura è caduta, la liberazione.

4.1 Le realizzazioni (siddhi) sono il risultato della nascita, delle droghe, del mantra,
della consapevolezza (samadhi).

4.2 La trasformazione (parinamah, il passaggio, il movimento) da una condizione (jati)


in un’altra avviene mediante il fluire delle proprie potenzialità naturali. (Prakriti)

4.3 Il fluire avviene perché rimovendo gli ostacoli come fa il contadino che smuove la
diga per far fluire l’acqua nei campi. La trasformazione ci dice Patanjali avviene
rimovendo l’identificazione con il principale ostacolo l’ego. Cioè esercitando la
consapevolezza (samadhi) sull’ostacolo si realizza (siddhi) il kaivalya (la liberazione).

4.4 Dall’ego discendono le diverse personalità

4.5 L’ego ne è la fonte

4.6 Dalla meditazione nasce la mente libera da identificazioni (anashayam,priva di


contenuti, costruzioni mentali).

4.7 L’azione (karma) dello yiogin non è ne bianca ne nera è triplice (bianca, nera, grigia)
negli altri.

4.8 In funzione di ciò si manifestano quelle impressioni (vasana) per le quali le


condizioni sono favorevoli.

4.9 Poiché le impressioni (samskara) permanenti nella memoria (smrti) possono


risorgere(sono latenti) benché si siano cambiati gli eventi, i luoghi, il tempo.

4.10 La produzione delle impressioni è permanente, è alimentata dall’attaccamento a


vivere.

4.11 Poiché le impressioni (vasana) dipendono da causa effetto, scompaiono allo


scomparire della loro causa.

Le cause sono le klesa (avidya, asmita, dvesha, raga, abhinivesha) vedi sutra 2.3, gli effetti
sono le Vasana il loro deposito nella memoria smrti crea i samskara.

Le vasana sono quindi l’espressione del desiderio, dell’avversione, movimenti della psiche
che si depositano, movimenti del corpo, delle emozioni, del pensiero, quando da semi
depositati nell’inconscio samskara, si realizzeranno le giuste condizioni questi da latenti
germineranno e diventeranno nuovamente dinamiche della psiche, azioni. Si formano
vere proprie strutture, rigidità della memoria, abitudini a ripetere ad entrare nello stesso
schema, condizionamenti. I klesa creano circoli viziosi che mantengono e rafforzano la
sofferenza. Il movimento dell’energia che gli corrisponde è citta-vrtti.

4.12 Il passato e il futuro sono espressione della vera natura della realtà (il presente) e si
esprimono a seconda delle condizioni (dharma).

4.13 Le potenzialità attuali, manifeste o potenziali non manifeste, sono espressione


della realtà fenomenica (guna).

4.14 L’essenza dell’oggetto, unicità, consiste nel suo continuo cambiamento. La realtà
esiste ma è in continuo cambiamento.

4.15 L’oggetto è medesimo (così com’è) sembra differente a causa delle diversità delle
cognizioni, sentieri, seguiti dalle menti. (citta).

4.16 Un oggetto non dipende da una sola mente allora cosa ne accadrebbe se non fosse
conosciuto?

4.17 Il conoscitore e il conosciuto sono la realtà vivente (vastu) si conoscono quando ‘la
passione naturale’ (uparaga)li unisce( la gioia di essere uniti).

Può essere utile rileggere il sutra 2.18

4.18 Le modificazioni della coscienza (citta-vrtti) sono conosciute dalla coscienza


(purusa) a causa della sua immobilità. C’è un’energia più ‘stabile’ più profonda che
osserva il mentale.

4.19 La mente (citta) non è auto illuminante ( non si rischiara da sola) poiché è
percepibile.

Essa è strumento, i soggetto è la coscienza, in noi generalmente la coscienza è passiva e il


mentale è attivo, si tratta di invertire la coscienza diviene attiva, il mentale passivo. (
Citando liberamente Gerard Bliz ).

4.20 E’ impossibile che sia ambedue (avidya) ciò che percepisce e il percepito
contemporaneamente.

4.21 Se si postulasse una seconda mente che illuminasse la prima si avrebbe la


cognizione (buddhi) di una cognizione (la descrizione di una descrizione) e la
confusione dei ricordi (tra le descrizioni).

4.22 La conoscenza della propria natura, tramite l’auto cognizione si ha quando la


coscienza non si confonde con i movimenti da un luogo all’altro della mente (citta).

4.23 La coscienza comprende ogni cosa, perché è in grado di vedere il soggetto, l’oggetto
il conosciuto, la percezione la colorazione.
4.24 La coscienza, sebbene colorata da numerose impressioni (vasana), comprende il
mentale a causa della loro associazione.

4.25 In colui che vede la distinzione tra la coscienza, il sé, e la natura del mentale, si
arresta il movimento del mentale che cerca il sé.

4.26 Allora la coscienza incline alla discriminazione (viveka) protende alla liberazione
(kaivalya).

4.27 Quando non si discrimina (non si è consapevoli) sorgono delle identificazioni


(attaccamento agli oggetti, pratyaya) in base alle impressioni depositate (samskara).

4.28 Queste impressioni possono essere eliminate con gli stessi mezzi descritti a
proposito delle formazioni mentali negative (klesa).

I mezzi vengono descritti dal sutra 2.11 al sutra 2.25, può essere interessante ritornare alla
lettura di questi sutra.

4.29 Quando non vi è più interesse nemmeno per gli stati più elevati di grazia (prasam)
ottenuti con la meditazione dalla discriminazione sorge la consapevolezza profonda
delle proprietà (dharma).

4.30 Segue allora la liberazione (nivrtti) dalle afflizioni (Klesa, maculazioni) e dal
deposito karmico (karma).

4.31 Allora, in conseguenza della rimozione di ogni confusione e di tutte le impurità, si


comprende che ciò che si conosce attraverso la mente è poca cosa rispetto
all’illuminazione.

4.32 Allora la percezione dei fenomeni (guna) (abituale) giunge a termine, si esaurisce il
loro scopo (permettere la dualità).

4.33 Il processo (il momento presente) è la successione dei cambiamenti che si


verificano di momento in momento.

4.34 La liberazione (kaivalyam) è lo stabilirsi dell’energia del vedere (citsakter) della


coscienza nella sua vera natura (svarupa pratisha), il ritorno della manifestazione (guna)
alla sua condizione originale vuota (sunyam).