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Donne e diritti Aspetti penalistici

Giurisprudenza PA, G.Di Chiara


2015

1.La mia vita in fuga da un amore violento.

Noi tutti sappiamo che, sogg. attivo del reato è quella persona che ha commesso il fatto di reato, persona
appunto, individuo, senza distinzione di sesso.

Si può configurare uno statuto penale della donna (intesa come donna coniugata, convivente more uxorio
e madre)?

L'Art 3 cp punisce le condotte di “chiunque” realizzi la condotta prevista dalla legge come reato, l'art 27
Cost. riguarda il principio di colpevolezza (la responsabilità Penale è personale) indicando nella persona, il
centro di imputazione soggettiva del reato, l’art 3Cost. dispone l’eguaglianza formale e sostanziale senza
distinzioni di sesso,razza..
Nell'800 illustri penalisti sostenevano con vigore le tesi della minorazione psico-fisica delle donne, con
pensieri del tipo “la debolezza dello spirito della donna risiede nel midollo spinale, più debole e delicato di
quello maschile. La dottrina tedesca affermava anche l'incapacità delle donne di intendere e di volere “la
potenza degli organi sessuali prevale sul raziocinio e sull'intelletto”.
Il codice Zanardelli non indicò il sesso tra le cause che escludono o diminuisco l'imputabilità anche se la
dottrina di matrice positivista continuò ad elaborare tesi di diversità. Anche il codice Rocco all'art 85 (è
imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere) non pone distinzioni tra uomo e donna in quanto
soggetti liberi dotati di intelletto e volontà che hanno raggiunto la piena maturità fisica e psichica con il
raggiungimento della maggiore età, ma guarda appunto alla capacità;
Tuttavia, la giurisprudenza della sua evoluzione ha previsto cause di esclusione o attenuazione della
capacità di intendere e volere riferibili esclusivamente alle donne, quali malattia mentale di natura
patologica ad es. la criminologia nordamericana ha riscontrato in alcuni neonaticidi la cd “psicopatologia
puerpurale” (cioè gravi forme di depressioni psicotiche), questa differenziata imputabilità affonda le
radici in una “naturale diversità biologica-psichica” (vedi più avanti paragrafo sull’infanticidio)

La progressiva emancipazione della donna trova la sua origine nelle trasformazioni delle società, da
struttura patriarcale, ad economia industriale, si ha avuto uno spostamento del focus dalla società, alla
persona con conseguente mutamento dell’interesse da proteggere; la radice di tale mutamento sta
nell’art2Cost “diritti inviolabili dell’uomo”, art 3 “eguaglianza formale-sostanziale”, e a seguire le norme
sulla famiglia e l’eguaglianza dello status dei coniugi.

La legge sul femminicidio(119/2013), fu un procedimento complicato soprattutto a causa dell’elevato


numero di emendamenti – 414 – presentati alla Camera, per questo il Senato confermò il testo senza
apportarvi modifiche. Il testo della legge – «Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto
della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province» – è
diviso in quattro parti:

- la prima si occupa di femminicidio (con cinque articoli su undici) mentre le altre contengono

norme che con il femminicidio non hanno nulla a che fare:

- norme in materia di sicurezza per lo sviluppo, e di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica,

- per la prevenzione e il contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale,

- norme in tema di protezione civile e di commissariamento delle Province.


Le nuove norme contro il femminicidio si basano soprattutto sull’inasprimento delle pene e delle

misure cautelari, ed il gratuito patrocinio (ammesso per tutte le vittime di stalking, maltrattamenti in

famiglia e mutilazioni genitali a prescindere dal reddito). È stato introdotto l’arresto in flagranza

obbligatorio per i reati di maltrattamenti in famiglia e stalking. La polizia giudiziaria potrà, su

autorizzazione del pm, disporre l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare e il divieto di

avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Gli aggressori allontanati dalla casa familiare

potranno essere controllati attraverso un braccialetto elettronico e dispositivi simili, e in caso di

stalking potranno essere disposte anche le intercettazioni telefoniche. Rispetto al decreto legge, il

nuovo testo prevede l’inasprimento delle pene quando la violenza è commessa contro una persona con

cui si ha una relazione, e non soltanto se si convive o si ha un vincolo (recesso o meno) di matrimonio.

Le aggravanti sono previste anche quando i maltrattamenti avvengono in presenza di minori e contro

le donne incinte.

La legge non consente le segnalazioni anonime, ma mantiene segreta l’identità di chi le fa. Stabilisce

inoltre che la persona che ha subito i maltrattamenti possa fare la denuncia e raccontare la sua

testimonianza in modalità protetta, cioè senza la presenza del compagno; inoltre la querela sarà

irrevocabile per le minacce più gravi, tra cui quelle in cui sono coinvolte le armi, mentre potrà essere

revocata nei casi di stalking più leggeri.

L’irrevocabilità era stata decisa così da proteggere le donne da eventuali intimidazioni successive alla

denuncia: molti sottolineano che la misura potrebbe trattenere ancora di più le donne dal denunciare i

maltrattamenti, altri invece sostengono che la misura in modo “paternalista” non tiene conto a sufficienza

della libertà di scelta delle donne.

La legge prevede anche lo stanziamento di 10 milioni di euro per un piano anti-violenza e le case-rifugio,

ed anche che le donne immigrate che subiscono violenza e maltrattamenti in ambito domestico possano

ottenere il permesso di soggiorno dopo aver ascoltato il parere dell’autorità giudiziaria. Gli autori delle

percosse invece potranno essere espulsi.

Ricapitolando. Le MISURE CAUTELARI sono previste dalla legge per evitare:

-inquinamento delle prove, -pericolo di fuga, -pericolo di reiterazione, -protezione sostanziale della

vittima. Esse sono:

-allontanamento da casa

-divieto di avvicinamento, a)dai luoghi(elencati nel provvedimento) b)dalle persone-familiari-

compagno..(senza elenco)

-informativa all’offeso(tramite suo legale) per evitare sgraditi imprevisti per la vittima che sa

l’aggressore in carcere, ed invece se lo ritrova davanti

-audizione della vittima, a)a porte chiuse b)con divieto di domande capziose, attraverso l’incidente

probatorio liberalizzato.

-gratuito patrocinio senza alcun interesse alla capacità contributiva, viene concesso a chiunque per

invogliare a denunciare.
Il D.P. ha atteso decenni per arrivare a tutto ciò:

 Pre- 1968: cancellazione definitiva di due figure di reato: ADULTERIO (art 559 cp. infedeltà
coniugale perpetrata della donna) e CONCUBINATO (art 560 cp. infedeltà coniugale perpetrata
del marito in luogo pubblico), come si vede la disciplina era differenziata sul piano sanzionatorio,
perchè nel caso dell'adulterio bastava un solo caso di tradimento della donna per aversi reato
,invece, per il concubinato si doveva avere una continuità e doveva creare un disagio economico-
sociale per l'integrazione del reato.
L’idea era che fosse più grave il tradimento della donna in base alla configurazione dei ruoli: la
donna angelo del focolare che si dedica alla prole, e che porta in grembo una creatura
sicuramente sua, ma, in caso di adulterio, in dubbio sulla paternità.

 Anni '80: 1981 cancellazione con legge dello Stato del MATRIMONIO RIPARATORE e CAUSA
D'ONORE, nuova configurazione dell’INFANTICIDIO.
-Il primo(art. 554) stabiliva che in una serie di ipotesi di reato a sfondo sessuale il matrimonio tra
persona che offende e persona offesa estingueva il reato, anche per i complici (caso Franca
Viola), il successivo matrimonio era causa di non punibilità perché veniva restituito alla vittima e
alla famiglia, l’onore perduto (=focus società).
-La Causa ad onore era un tipo di reato caratterizzato dalla motivazione soggettiva di chi lo
commetteva, volta a salvaguardare (nella sua intenzione) una particolare forma di onore, o,
comunque, di reputazione, con particolare riferimento a taluni ambiti relazionali come ad esempio
i rapporti sessuali, matrimoniali di famiglia: chi commetteva reato per causa d’onore, aveva
un’attenuante, se ad es. il marito sorprendeva la moglie con un altro uomo e li uccideva
entrambi, non veniva configurato reato di omicidio, anzi, se determinato dallo stato d’ira per
l’onore turbato era apprezzabile.
-Residua una sola fattispecie penale incriminatrice riferibile alla donna, che è l'infanticidio
divenuto “infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale”(578 cp): la madre se
durante il parto o subito dopo uccide il feto, è in una condizione psicologica diversa da chi
commette un omicidio, ella non ha ancora realizzato ciò che è accaduto, non distingue il feto da
se stessa, e questa è un’attenuante, non andrà incontro a sanzione penale per il reato di
omicidio, ma risponderà di infanticidio qualora sussista la condizione di abbandono morale e
materiale (reclusione da 4 a 12 anni); nell'ipotesi di compartecipazione del reato, il terzo è punito
con reclusione non inferiore ad anni 21(=omicidio), tuttavia se questo ha agito con il solo scopo
di favorire la madre la pena è diminuita da 1\3 a 2/3.

 1996: riforma reati sessuali, ovvero, DEI DELITTI CONTRO LA LIBERTA’ SESSUALE,
VIOLENZA CARNALE e ATTI DI LIBIDINE VIOLENTA (il focus era ancora quello della società,
che quindi veniva prima rispetto la persona, per cui tali reati da essere percepiti contro la morale,
divennero contro la persona), il confine tra uno e l’altro, stava nell’avvenuta consumazione
nonostante nella vittima, invece, non facesse alcuna differenza, per questo i secondi furono
ricompresi nel più generico concetto di violenza sessuale, ove eventualmente la differenza risiede
nel grado di punibilità.
Con l’intervento del 1996, il legislatore ha voluto innanzitutto emancipare la tutela personale della
sfera sessuale della donna dalla dimensione autoritaria di interesse pubblicistico. Nella nuova
prospettiva si individua il perseguimento della funzione promozionale del diritto penale: il diritto
all’autodeterminazione e alla libertà sessuale è espressione della personalità umana e
strumentale al corretto sviluppo psicologico della donna. Con la legge n. 66/1996 la donna cessa
di essere strumento – oggetto, per il perseguimento della “pubblica moralità” e diviene soggetto
di diritto soggettivo.
 LEGGE 66/96, è violenza sessuale qualunque atto sessuale, attivo o passivo, imposto ad
una persona contro la sua volontà, mediante violenza, minaccia o abuso di autorità. Sono
compresi nel reato gli atti sessuali che taluno è indotto a compiere o subire a causa delle
condizioni di inferiorità fisica o psichica al momento del fatto o perché il colpevole si è, con
l'inganno, sostituito ad altra persona. Essa distingue, quanto alla procedibilità, tra querela di
parte e querela d'ufficio. Si procede d'ufficio, quindi anche contro la volontà della parte offesa:
 se la vittima al momento del fatto non aveva ancora compiuto 14 anni;
 se la vittima al momento del fatto non aveva ancora compiuto 16 anni e colpevole della violenza
è stato un genitore, un ascendente, un istruttore o un maestro cui il minore era affidato;
 se il reato è commesso da pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni.
Questo vuol dire che chiunque venga a conoscenza dell'accaduto, tanto più se riveste l'incarico di
pubblico ufficiale (medico, operatore sociosanitario, operatore scolastico), può denunciare il
delitto all'Autorità giudiziaria (artt. 331 e 334 c.p.p.)
In tutti gli altri casi il reato è procedibile a querela della persona offesa entro sei mesi dal fatto
delittuoso. Una volta presentata la querela, essa non può più essere ritirata. Nel processo non
sono ammesse domande sulla vita privata o sulla vita sessuale della persona offesa se non sono
necessarie alla ricostruzione del fatto delittuoso. Al minorenne è assicurata l'assistenza dei servizi
minorili che fanno capo al Tribunale dei Minori ed agli Enti locali dove operano anche psicologi. La
legge garantisce la tutela della riservatezza della persona offesa e prevede delle contravvenzioni
per chi violi tale dettato. Il processo si svolge sempre a porte chiuse quando la parte offesa è un
minorenne e l'audizione di testimoni di età inferiore ai 16 anni viene effettuata in maniera
riservata, in strutture specializzate di assistenza o, in mancanza, presso l'abitazione del minore.
Le pene La pena per chi costringe una persona a subire o a compiere atti sessuali va da 5 a 10
anni di reclusione. Inoltre chiunque commette atti di violenza sessuale di gruppo è punito con la
reclusione da 6 a 12 anni.

 2009: introduzione degli atti persecutori, STALKING, e AMMONIMENTO DEL QUESTORE.


 LO STALKING
To stalk= fare la posta (cacciatori), la vittima diventa una cosa, una preda dell’agente ; il 612bis
(atti persecutori, Stalking) prevede la pena della reclusione da 6mesi a 4anni a carico di chi, con
condotte reiterate di minaccia o molestia, ingeneri nella vittima «un perdurante e grave
stato di ansia o di paura», o un «fondato timore» per l’incolumità propria, di un congiunto
o di una persona a lei legata da una relazione affettiva, o la costringa ad «alterare le proprie
abitudini di vita»; si può osservare come si è cercato di dare una risposta sanzionatoria a
condotte che, fino ad oggi, venivano inquadrate nei meno gravi delitti di minaccia, violenza
privata o nella contravvenzione di molestie, fattispecie, inidonee a fornire una tutela adeguata a
fronte di condotte più gravi, reiterate in modo persecutorio, e per la loro incidenza negativa sulla
sfera privata e familiare della vittima.
Le vittime sono soprattutto donne e, le molestie sono opera di ex mariti, ed ex conviventi ed ex
fidanzati. Per la sussistenza del reato è necessaria, in primo luogo, la reiterazione della
condotta criminosa, rappresentata da minacce e/o molestie. Secondo l’ormai consolidata
interpretazione dottrinale e giurisprudenziale, per minaccia si intende la prospettazione di un
male futuro e prossimo, per molestia, ogni attività che alteri dolorosamente o fastidiosamente
l’equilibrio psico-fisico normale di un individuo. Il reato rimane peraltro a forma libera, atteso che,
tanto le minacce, quanto le molestie, possono essere realizzate secondo una molteplicità di forme
idonee a produrre, nel primo caso, un effetto coartante sulla libertà psichica della vittima e, nel
secondo caso, un’indesiderata intrusione nella sua sfera individuale. È inoltre necessario che le
minacce o le molestie siano reiterate. La reiterazione evoca non solo una pluralità di condotte, ma
altresì il loro verificarsi in tempi e contesti differenti; è altresì necessaria la produzione di
almeno uno degli eventi menzionati dalla norma, ovvero:
a) un perdurante e grave stato di ansia o di paura nella vittima: qualificando lo stato d’ansia e di
paura come "perdurante" e "grave", la norma sembra riferirsi a forme patologiche di stress o di
alterazioni dell’equilibrio psicologico del soggetto passivo, tali da essere riscontrabili già sul piano
oggettivo.
b) un fondato timore per l’incolumità propria, di un prossimo congiunto o di persona legata alla
vittima da una relazione affettiva: anche in questa seconda ipotesi si specifica come il timore
debba essere "fondato", aggettivo che sembra rivolgersi come un monito al giudice affinché
accerti la concretezza e l’oggettività della situazione di paura vissuta dalla vittima. Il timore deve
avere ad oggetto l’incolumità della persona offesa, di un suo prossimo congiunto o di una persona
a lei legata da una relazione affettiva. E’ configurabile anche il tentativo, purché la ripetizione
degli atti raggiunga la soglia sufficiente a integrare il requisito delle reiterazione richiesto dalla
norma.
La norma comunque non descrive testualmente l’atteggiamento che rileva, ponendo la
questione di legittimità costituzionale dell’art. 612bis con il 25Co2 Cost. per il principio
di determinatezza delle fattispecie penali; la successiva sentenza 172/2014 ha chiarito
l’insussistenza di un contrasto dal momento che il legislatore, nel definire le condotte, ha fatto ,si,
ricorso ad una enunciazione sintetica non adottando, invece, una tecnica analitica dei
comportamenti sanzionati, ma ciò non comporta un vizio di indeterminatezza, se
attraverso l’interpretazione integrata, sistemica e teleologica, si pervenga alla
individuazione di un significato chiaro e preciso.
Il principio di determinatezza della fattispecie, non coincide necessariamente con il
carattere più o meno descrittivo della stessa, ben potendo la norma incriminatrice fare uso
di una tecnica esemplificativa, oppure riferirsi a concetti extragiuridici diffusi, ovvero ancora a
dati di esperienza comune o tecnica. Il principio di determinatezza non esclude – conclude la
Corte – l’ammissibilità di formule elastiche, alle quali non infrequentemente il legislatore deve
ricorrere stante la «impossibilità pratica di elencare analiticamente tutte le situazioni
astrattamente idonee a “giustificare” l’inosservanza del precetto e la cui valenza riceve adeguata
luce dalla finalità dell’incriminazione e dal quadro normativo su cui essa si innesta».
Il reato di stalking è stato riconosciuto a carico di colui che, con condotte reiterate,
osserva con atteggiamento minaccioso e segue ossessivamente presso il luogo di
lavoro la ex coniuge, ingenerando nella donna un perdurante e grave stato d’ansia e
costringendola a modificare le proprie abitudini di vita (l’ISTAT nel 2006, ha stabilito che le
violenze non denunciate sono circa il 96% ad opera del partner, il 93% ad opera di terzi)

Le tipologie di “stalker”, attori principali del reato, di stalking sono:


- il persecutore o molestatore assillante, che può essere un estraneo ma il più delle volte è un
conoscente che vuole recuperare il precedente rapporto o vendicarsi della vittima;
- la vittima.
Si stabilisce tra questi due soggetti una “forzata” relazione. Il soggetto agente, stalker, o
molestatore assillante è colui che mette in atto quell’insieme di condotte (atti persecutori)
consistenti, a mero titolo esemplificativo, nel seguire la vittima, appostarsi nei luoghi frequentati
dalla stessa, ecc. Per lo stalker la vittima non è più un soggetto ma un “oggetto” su cui rivestire
la propria attenzione. “Studiando” i vari profili psicologici dei vari stalker si sono individuate 5
differenti tipologie, ovvero:
- risentito: è una tipologia di stalker presente nella letteratura che spesso è un ex partner che
vuole “vendicarsi” dopo la fine del rapporto con la “vittima”; spinto da risentimento per la
relazione finita male il “risentito” ha quale scopo quello di ledere sia l’immagine della persona
mediante, ad esempio, la pubblicazione (anche su web) di immagini osé, foto, ecc. facendo,
magari, circolare le stesse nell’ambiente di lavoro della vittima, sia la persona stessa (magari
aspettandola fuori casa) e sia mediante il danneggiamento di cose di sua proprietà (ad esempio
rigandole la macchina);
- bisognoso di affetto: questo stalker agisce, normalmente, nell’ambito dei rapporti
professionali stretti, come ad esempio quello tra il medico e il paziente. In tali ipotesi lostalker
“fraintende” ciò che la vittima offre quale aiuto come un segno di un interesse particolare nei
propri confronti;
- corteggiatore incompetente: lo stalker manifesta una condotta basata su di una scarsa
abilità relazionale; tutto ciò viene tradotto in alcuni comportamenti opprimenti ed invadenti; gli
atti persecutori di questo stalker sono, solitamente, di breve durata;
- respinto: è lo stalker ex partner che manifesta comportamenti e atteggiamenti persecutori in
relazione ad un rifiuto della vittima;
- predatore: è quello stalker che ha quale scopo quello di avere rapporti sessuali con la vittima,
pedinata, inseguita e spaventata. Proprio questo stato di ansia e paura della vittima ingenera
nello stalker uno stato di eccitazione in quanto prova un senso di potere, pianificando la caccia
alla preda.
La procedibilità.
Il reato previsto dall’art. 612 bis del codice penale viene punito a querela della persona offesa,
con termine per la proposizione della querela di 6 mesi. Può, tuttavia, procedersi d’ufficio, quando
il fatto viene commesso nei confronti di un minore di età oppure di una persona con disabilità (L.
n. 104/1992) nonché quando il fatto viene connesso con altro delitto per cui debba procedersi
d’ufficio. E’, altresì, procedibile d’ufficio quando il soggetto sia stato ammonito ai sensi e per gli
effetti di cui all’art. 8 del D.L. n. 11/2009, convertito in L. n. 38/2009, secondo cui fino a quando
non viene proposta querela per il reato di stalking la persona offesa ha facoltà di esporre i fatti
all’autorità di pubblica sicurezza, avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti
dell’autore della condotta. La richiesta avanzata viene, quindi, trasmessa, senza ritardo, al
questore, il quale, assunte, ove necessario, le informazioni dagli organi investigativi e sentite le
persone informate dei fatti, nel caso in cui ritenga l’istanza fondata, ammonisce oralmente il
soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento. Lo invita, quindi, a tenere una
condotta conforme alla legge e redige, di ciò, processo verbale; copia di tale verbale viene
rilasciata al richiedente l’ammonimento nonché al soggetto ammonito. Per quanto concerne la
decorrenza del termine per la proposizione della querela, trattandosi di reato abituale, nel quale
non coincidono momento di consumazione e di perfezione del reato, il termine non scadrà prima
di sei mesi dopo l’ultimo della serie di atti che integrano la condotta (stessa cosa vale per la
prescrizione). La pena aumenta se il fatto è commesso dal coniuge legalemte separato o
divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva dalla persona offesa. La pena è
aumentata fino ala metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di
gravidanza o di una persona con disabilità.

 L’ammonimento del questore, è la procedura che la vittima richiede di attuare al questore nei
confronti dell’aggressore: un’istruttoria base, pre-processuale, di tipo amministrativo,
orale, che ammonisce l’aggressore.
Il questore apre un’inchiesta amministrativa per avviare le relative indagini, e con verbale
ammonisce l’aggressore, così che se il sogg. si attiene a quanto ammonito, la questione si chiude
li, ma se al contrario, reitera l’offesa, si procederà d’ufficio retroagendo al momento della
richiesta al questore, e la pena sarà aumentata di 1/3.
La DENUNCIA è un racconto di fatti, attraverso il quale il Pubblico Ministero o la polizia
giudiziaria prendono conoscenza di un fatto costituente reato, i privati possono anche presentarla
oralmente, ed il procedimento si avvia d'ufficio, senza che sia necessario l'intervento della
persona offesa dal reato.
La QUERELA non è un racconto, pur rientrando nella species “dichiarazione di volontà”,
presentata SOLO dalla vittima per poter procedere in ordine ad alcuni reati specifici, affinché il
colpevole sia punito previo procedimento penale: la legge richiede la c.d. condizione di
procedibilità che consiste appunto nella querela, essa è dunque la manifestazione di volontà
della persona offesa che si proceda in ordine ad uno specifico reato.
Il PM agisce sempre d’ufficio per il solo fatto di essere a conoscenza del fatto di reato, in deroga,
vi sono reati procedibili a “querela di parte” affinchè sia la vittima a scegliere se procedere o
meno (ad esempio per i reati di lesioni, percosse, ingiuria, diffamazione, stalking, reati contro la
sfera sessuale) per via di un bilanciamento di interessi personalissimo della vittima, in virtù della
possibile presenza di vittimizzazione secondaria(vedi paragrafo sotto), per questo l’ordinamento
fa un passo indietro e fa scegliere a lei.
Anche la querela può essere presentata oralmente (e in questo caso si redige un verbale per
iscritto ad opera dell'autorità che la riceve) e può essere anche rimessa (cioè ritirata se già
presentata) o rinunciata (se non è stata ancora presentata); la querela è atto revocabile con
cui verrà meno la procedibilità. Nell’ambito dei reati sessuali, invece, essa è irrevocabile e si
prescrive entro 6mesi: l’irrevocabilità è strumento di tutela per la vittima se il colpevole
minacci la vittima intimandola a rimettere la querela, questa non può neppure pensarci su, e
dunque per l’aggressore il gioco non vale la candela perché ormai la procedura è aperta, e
andrebbe solo ad aggravare ulteriormente la sua posizione. Nello stalking, a causa del silenzio del
legislatore, la querela è revocabile e questo non fa che aggravare la posizione della vittima per
quanto detto sopra: la l.119/2013(femminicidio) ha voluto intervenire ma ha creato un pasticcio,
ovvero, voleva renderla irrevocabile anche per il reato di stalking ma si è stabilito che sia
revocabile processualmente, quindi resa davanti al gidice o al PM o polizia giudiziaria, e solo
se il reato non è stato posto in essere con l’uso delle armi.

QUERELA REVOCABILE PER LO STALKING SOLO SE POSTO SENZA USO DELLE ARMI
QUERELA IRREVOCABILE PER I REATI SESSUALI
PERCHE’? PER PROTEGGERE LA VITTIMA DA EVENTUALI RITORSIONI DALL’AGGRESSORE!
2.La tutela della vittima vulnerabile nel processo penale: le fonti sovranazionali.
Negli anni 90 si fece strada una categoria specifica di omicidi di donne in quanto donne, commessi quasi
esclusivamente da coniugi, familiari e persone conosciute dalle vittime, bisognava dare un nome al
fenomeno; la prima teorica del femminicidio che stigmatizzò il concetto fu Marcela Lagarde: “il
femminicidio, è la forma estrema di violenza di genere prodotta dalla violazione dei suoi diritti in ambito
pubblico e privato, attraverso varie condotte (maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale,
patrimoniale, familiare..) che ne comportano l'impunità”, il femminicidio viene percepito come “violenza
illegale ma legittima, o meglio legittimata”.
Con Lagarde, il termine femminicidio si è configurato come problema strutturale a responsabilità sociale;
La codificazione del femminicidio segna un significativo spartiacque nella cultura, nella mentalità e nel
costume, viene inserito nel quadro del diritto internazionale umanitario.
La tutela per la vittima si è fatta strada faticosamente e solo negli ultimi20’anni attraverso una riscoperta
della vittima, nonostante vi sia chi sostiene uno spostamento troppo verso la vittima e poso verso il reo.
L’UE ha guidato i singoli Stati, le tre P: Prevenction, Protection, Prosecution sono il fulcro della
tutela della vittima del crimine, persona che ha subito un danno direttamente dall’autore del reato;
la vittimologia è la disciplina che studia la relazione tra vittima e aggressore, vittima e sistema
giudiziario, vittima e altre istituzioni, e comprende anche forme di violazione dei diritti umani. Da essa la
distinzione tra vittimizzazione primaria, che è la situazione psicologica della vittima e si crea
successivamente all’aggressione, e vittimizzazione secondaria, o da processo, è il patimento di un
nuovo trauma indotto dal processo e connesso alla riedizione del ricordo nel momento in cui dovrà far
fronte al processo; nel tutelarla punendo il colpevole, il sistema fa rivivere certi ricordi, ma, il fenomeno
può verificarsi anche in conseguenza di fattori esterni, si pensi ai processi mediatici che sempre più
frequentemente accompagnano la commissione dei crimini più efferati.
Fonti sovrannazionali:

 “CEDAW”: “Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle


donne”, 1979, rappresenta il principale testo internazionale sui diritti delle donne e impegna gli
stati a sancire la parità di genere, un'efficace protezione contro le discriminazioni e adottare
misure per eliminare tutte le forme di discriminazione. La quarta conferenza mondiale sulle donne
a Pechino segna un passaggio fondamentale con la proclamazione che i diritti delle donne sono
diritti umani e che la violenza di genere costituisce una violazione dei diritti fondamentali delle
donne.
 Convenzione dell'ONU pone impegni precisi per gli stati di adottare misure atte a cambiare la
cultura degli stereotipi e dei pregiudizi, che è alla base della violenza sulle donne ( occorre
sensibilizzare i bambini fin dai primi mesi di vita, con una rieducazione sentimentale, in quanto le
leggi non servono se non cambiano le teste; incentivare le denunce perchè il silenzio uccide
quanto un coltello o una pistola. E' più nocivo del fastidio di parlare. v. documento 12); adottare
strumenti di protezione delle vittime. E' la cd “obbligazione” delle 5 P: to Promote, promuovere
una cultura che non discrimini le donne; to prevent, prevenire la violenza maschile sulle donne;
to protect, proteggere le donne vittime di violenza; to punish, perseguire i crimini commessi sulle
donne; to procure compensation, risarcire, come compensazione non solo economica, le vittime
di violenza.
 Direttiva 2012/29/UE, guarda all’UE come una cornice entro cui i Paesi membri sono vincolati
nella legislazione nazionale ad implementare almeno i dettati della direttiva sulla tutela delle
vittime.
 Art 8 CEDU prevede obblighi negativi, divieto di ingerenza arbitraria che violano la privacy, e
positivi, che tutelano l'integrità fisica e psichica e l'autodeterminazione della persona nel contesto
familiare. (La corte ha riconosciuto la violazione dell'art 14 della CEDU, che tutela l'uguaglianza
dei sessi, considerando il principio di non discriminazione un vero e proprio diritto sostanziale e
un parametro autonomo per valutare l'illegittimità di comportamenti dei singoli stati che
favoriscono, un'ingiustificata disparità di trattamento.
 CONVENZIONE DI ISTANBUL, può essere considerato il punto di partenza e di arrivo di questo
percorso. Tale convenzione approvata dal comitato dei ministri, nel 2011 impegna gli stati
firmatari (30 stati di cui è richiesta la ratifica di 10 stati di cui 8 membri dell'UE) a prevenire e
contrastare le violenze contro le donne; a proteggere e sostenere le vittime. La convenzione è il
primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per proteggere le donne contro
qualsiasi forma di violenza; prevenire la violenza domestica; proteggere le vittime; perseguire i
trasgressori e riaffermare la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani. I reati
previsti dalla convenzione sono: violenza psicologica, stalking, violenza fisica, violenza sessuale,
stupro, matrimonio forzato, mutilazione genitali femminili, aborto e sterilizzazione forzata,
molestie sessuali e per avere un quadro normativo completo gli stati si impegnano ad includere
nei loro ordinamenti giuridici i delitti di violenza contro le donne. Il femminicidio, come omicidio di
genere, contiene e porta in sé tutte le forme di violenza e di sopraffazione contro le donne; la
violenza è un fenomeno che nasce dalla convinzione di poter dominare diritti corporei, spirituali,
economici, relazionali del partner ed è per la maggior parte fenomeno maschile.
Va infine ricordata perché ha introdotto la possibilità della testimonianza tramite videoconferenza
presso i tribunali (vedi paragrafo minore sottostante dich,infrasedicenne)
 OMS: Organizzazione Mondiale della Sanità, conferma che la violenza di genere costituisce una
questione strutturale, un fenomeno di dimensioni globali, un flagello che rappresenta la prima
causa di morte delle donne. La battaglia che parte da noi singoli individui e che finisce con
l'intervento di istituzioni, autorità, convenzioni umanitarie si impone come una sfida di civiltà e di
educazione culturale e sentimentale non una “questione di donne” come fatto individuale, ma una
difesa di un bene comune, di diritti fondamentali e di assunzione di responsabilità collettiva e
condivisa.

a) Il dichiarante infrasedicenne, disciplina.

Assistere le vittime di violenza nel processo penale è attività complessa che richiede competenza ed
impegno, disponibilità e capacità di uscire dagli schemi degli operatori del diritto. I problemi maggiori, si
pongono proprio le tipologie di vittime per definizione “vulnerabili”, per le caratteristiche legate al
soggetto (minore o infermo di mente) o per il tipo di violenza che hanno subito, e che rischiano di essere
indotte alla “vittimizzazione secondaria.
Forte è quindi l’esigenza di farsi carico, di assicurare la migliore tutela alle vittime di violenza siano
esse persone offese o testimoni. Ed in tal senso si muove il lavoro dei Centri Antiviolenza sul territorio e
della Rete nazionale antiviolenza.
E’ necessario, infatti, che l’approccio alla violenza sia effettuato attraverso una metodologia
multidisciplinare tra tutte le aree di intervento, al fine di offrire alla donna l’assistenza più consona al
proprio caso, prevedendo dei percorsi ad hoc di uscita dalla violenza.
Il panorama normativo registra una sempre più marcata attenzione verso i diritti e gli interessi
processuali propri di coloro che subiscono tali crimini
-la Decisione quadro del Consiglio dell’Unione europea n. 2001/220/GAI la quale, relativamente
alla posizione della vittima nel procedimento penale, la definisce come “persona fisica che ha subito un
pregiudizio, fisico o morale, sofferenze psichiche, e danni materiali causati direttamente da atti o
omissioni che costituiscono violazione del diritto penale di uno Stato membro” fissando un vero e proprio
statuto dei diritti delle vittime del reato, stabilendo all’art.2 che “Ciascuno Stato membro prevede nel
proprio sistema giudiziario penale un ruolo appropriato delle vittime e si adopererà affinché alla vittima
sia garantito un trattamento debitamente rispettoso della sua dignità personale durante il procedimento”.
-In questo senso, si è mosso anche il Trattato di Lisbona nell’ottica di uniformare le legislazioni degli
Stati membri con l’introduzione di norme minime comuni a tutela di tali diritti.
Questi atti rappresentano il comune denominatore dal quale partire quando si parla di tutela processuale
della vittima di reato, e nello specifico, delle vittime di violenza.
- la Convenzione di Istanbul, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e
la violenza domestica, di cui fondamentale è l’art. 3 che enuclea il concetto di violenza nei confronti delle
donne considerandola una delle più grandi violazioni dei diritti umani, ed in particolare dall’ art. 49 e
seguenti, enuncia i criteri da seguire nella fase delle indagini soffermandosi in particolare sulle misure di
protezione da adottare prima e durante il procedimento penale.
-E non da ultimo, il decreto sul femminicidio (93/2013).
Ad oggi il codice italiano non risulta pienamente conforme agli standard richiesti dalle fonti
sovranazionali, basti pensare all’irragionevole durata del nostro processo che esaspera le vittime poiché
qualunque soluzione legislativa deve fare i conti con i tempi del processo “non equo” sia per la persona
offesa che per l’imputato: è chiaro quindi che le gravissime disfunzioni conseguenti all’eccessiva lentezza
dei processi indeboliscono sensibilmente il diritto delle vittime ad ottenere giustizia, si veda a casi in cui
la vittima rinunci al secondo grado di giudizio; se infatti il procedimento penale è esageratamente lungo,
la vittima del reato non solo può perdere interesse alla definizione del giudizio ma può anche sentirsi
abbandonata da uno Stato che promette tutela e non la assicura in tempi ragionevoli. In effetti alla
persona offesa è notificato il rinvio a giudizio dell’imputato, talora dopo anni da quando fu vittima del
reato.
Per quanto concerne le modalità di audizione occorre sottolineare che a livello europeo si era posto il
problema delle condizioni in cui le vittime del processo possono essere ascoltate, un problema avvertito
in sede internazionale e recepito con legge comunitaria del 2009 (96/2010) che prevede l’obbligo per il
governo di “introdurre nel codice di procedura penale una o più disposizioni che riconoscano alla persona
offesa dal reato, che sia da considerare per ragioni di età, condizione psichica o fisica, particolarmente
vulnerabile la possibilità di rendere al propria testimonianza secondo modalità idonee a proteggere la
sua personalità e a preservarla dalle conseguenze della sua deposizione in udienza”; rendere
testimonianza connessa alla violenza subita è sempre difficile e psicologicamente pesante e traumatica.
In questi casi l’adozione di speciali modalità “protette” di assunzione della prova quanto a luogo,
ambiente, tempo nonché a modi concreti di procedere all’esame, non solo non contrasta con le esigenze
proprie del processo, ma, al contrario, concorre altresì ad assicurare la genuinità della prova medesima
suscettibile, al contrario di essere pregiudicata ove si dovesse procedere ad assumere la testimonianza
con le modalità ordinarie.
Pertanto il nostro codice recependo la legge comunitaria(96/2010) ha previsto che nel corso delle indagini
preliminari e dell’udienza preliminare:
-per il reato di maltrattamenti,
-per i delitti in materia di libertà sessuale,
-di sfruttamento della prostituzione e tratta minorile,
-stalking,
-riduzione in schiavitù,
la testimonianza del minore o di persona maggiorenne può essere assunta mediante incidente
probatorio “liberalizzato”: l’udienza in questi casi al fine di evitare al minore l’esperienza traumatica
del contesto dibattimentale può svolgersi in un contesto diverso dal Tribunale, avvalendosi di strutture e
di personale specializzato presso l’abitazione della vittima, o tramite l’uso di determinate tecniche quali
il vetro specchiato e/o impianto citofonico, o ancora , e questo tramite la convenzione di Istanbul, che gli
stati membri adottino le misure affinché le vittime possano testimoniare in aula senza essere fisicamente
presenti grazie al ricorso a tecnologie di comunicazione adeguate, quale la sempre più invocata anche
nel nostro ordinamento, “videoconferenza” che eviterebbe altresì il contatto tra vittima e aggressore, ciò
all’evidente fine di proteggere la fonte dichiarativa debole dal trauma psicologico di una deposizione in
sede dibattimentale.

b) La vittima (maggiorenne) inferma

Le norme in tema di tutela della vittima di reati contro la libertà sessuale non riservavano riguardo alcuno
alla figura della vittima maggiorenne affetta da infermità mentale. La Corte costituzionale è intervenuta in
un primo momento, dichiarando la manifesta infondatezza di una questione di illegittimità costituzionale
dell’art 392 nella parte in cui non si prevedeva l’incidente probatorio liberalizzante per il maggiorenne
infermo di mente, la corte chiariva, che il legislatore riteneva che di per se la situazione non fosse
equiparabile a quella del teste minore infrasedicenne. Un secondo ma più recente intervento, nel 2005,
ha condotto alla dichiarazione di incostituzionalità dl art 398 nella parte in cui non prevede che il giudice
possa provvedere nei modi lì previsti all’assunzione della prova quando lo ritenga necessario e opportuno,
nonché all’art 498 nella parte in cui non prevede che l’esame del maggiore infermo di mente, vittima del
reato, sia effettuato su richiesta con l’uso di vetro specchio e impianto citofonico. La Corte ha
significativamente chiarito che «rendere testimonianza in un procedimento penale, nel contesto del
contraddittorio, su fatti e circostanze legati all’intimità della persona e connessi a ipotesi di violenze
subìte, è sempre esperienza difficile e psicologicamente pesante se, poi, chi è chiamato a deporre è
persona particolarmente vulnerabile, più di altre esposta ad influenze e a condizionamenti esterni, e
meno in grado di controllare tale tipo di situazioni, può tradursi in un’esperienza fortemente
traumatizzante e lesiva della personalità. D’altronde l’adozione di speciali modalità “protette” di
assunzione della prova, quanto a luogo, ambiente, tempo, assistenza di persone che conoscano il teste o
di esperti, nonché a modi concreti di procedere all’esame, non solo non contrasta con altre esigenze
proprie del processo, ma, al contrario, concorre ad assicurare la genuinità della prova medesima,
suscettibile di essere pregiudicata ove si dovesse procedere ad assumere la testimonianza con le modalità
ordinarie». L’applicazione delle modalità “protette” è, peraltro, rimessa al giudice: «l’apprezzamento in
concreto delle condizioni e delle circostanze che impongano o consiglino il ricorso, anche nel caso
dell’infermo di mente, a siffatte speciali modalità, previste dal legislatore nel caso di testimonianza del
minore o del minore infrasedicenne, deve essere rimesso al giudicante, in relazione alla varietà possibile
di situazioni.

c) La vittima maggiorenne

Alla persona offesa maggiorenne, vittima di reati contro la libertà sessuale, si applica, ad oggi, il disposto
dell’art. 472 comma 3-bis c.p.p.: il dibattimento si svolge a porte aperte, pur se la persona offesa può
chiedere che si proceda, anche in parte, a porte chiuse (è, peraltro, previsto che si procederà sempre a
porte chiuse se la persona offesa è minorenne); nel corso dell’esame non sono, inoltre, ammesse
domande sulla vita privata o sulla sessualità della persona offesa se non siano necessarie alla
ricostruzione del fatto. Nel cd “pacchetto sicurezza” vi era la proposta di modifica per quanto riguardava il
procedimento per i più gravi delitti contro la libertà sessuale si intendeva estendere l’incidente probatorio
liberalizzato alla persona offesa maggiorenne ciò avvenne con l’approvazione del decreto legge nel 2009
convertito dalla l172/2012.
E’ appena il caso di precisare che troveranno, comunque, applicazione le norme generali in tema di
esame testimoniale: sono sempre vietate le domande che possono nuocere alla sincerità delle risposte
(art. 499 comma 2 c.p.p.); il presidente cura che l’esame del testimone sia condotto senza ledere il
rispetto della persona (art. 499 comma 4 c.p.p.), disponendo, all’uopo, di un potere-dovere di intervento
d’ufficio (art. 499 comma 6 c.p.p.). Per quanto riguarda un implemento di tutela della vittima
maggiorenne (per la tutela processuale) vittima di delitti contro la libertà sessuale.

3.Detenute madri, percorso legislativo

-La l.354 /1975 "Ordinamento penitenziario" consentiva alle detenute madri di tenere presso di sé i figli
fino all'età di tre anni; per la loro cura ed assistenza l'Amministrazione penitenziaria doveva organizzare
appositi asili nido. Tra le misure alternative alla detenzione, era previsto che le detenute madri di bambini
di età inferiore ai tre anni conviventi, potessero espiare la pena presso la propria abitazione o, in altro
luogo pubblico di cura o di assistenza, entro i limiti consentiti dalla legge.
-La l.165/1998 ha esteso la possibilità di usufruire della detenzione domiciliare alle detenute madri di
bambini di età inferiore ai dieci anni, sempre che non debbano scontare pene per gravi reati.
-La l.40/2001 ha ampliato l'operatività degli istituti del rinvio obbligatorio e facoltativo della pena per
madri di prole inferiore rispettivamente ad uno e tre anni, introdotto un'ipotesi "speciale" di detenzione
domiciliare, o di assistenza di figli minori all’esterno del carcere.

OGGI la 354/75 è stata sostituita dalla L.62/2011: Le donne condannate a pene detentive con figli
minori non saranno più detenute in carcere fin quando il bambino non avrà compiuto il 3anno di età, se
non nella ipotesi in cui vi siano “esigenze di eccezionale rilevanza” (in tal caso la detenzione sarà
disposta presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri; dunque nel caso in cui non vi sia
concreto pericolo di fuga o, di reiterazioni, le detenute potranno espiare la pena nella propria abitazione
o, in altro luogo privato di cura dopo aver scontato almeno 1/3della pena, o almeno 15anni nel
caso di ergastolo.
-Le norme previste saranno applicabili anche ai padri, nel caso in cui la madre sia deceduta o
impossibilitata all’assistenza dei figli.
-Le nuove regole scatteranno a partire dal primo gennaio 2014.
-Nuove regole anche per quanto concerne il diritto di visita al minore infermo, da parte della madre
detenuta o del padre: nella ipotesi di imminente pericolo di vita o anche nel caso di gravi condizioni di
salute, il magistrato di sorveglianza potrà concedere il permesso con provvedimento urgente alla
detenuta o imputata (o al padre) per far visita al figlio malato, con modalità che devono tener conto (nel
caso ad esempio di ricovero ospedaliero) della durata del ricovero e anche del decorso della patologia.
-Viene, altresì, previsto il diritto della detenuta o imputata (o del padre) di essere autorizzata dal giudice
all’assistenza del figlio minore durante visite specialistiche, con un provvedimento che dovrà
essere rilasciato non oltre le 24 ore precedenti la data della visita
-Altra novità concerne gli arresti domiciliari delle condannate incinte (o madri di figli con età
inferiore a 10 anni), in quanto con la normativa prevista si prevede che le condanne, in tal caso,
possano essere espiate fino a 4 anni presso una casa famiglia protetta.

Misure a tutela del rapporto detenute-figli minori

La l.40/2001 ha ampliato l'ambito di operatività degli istituti della detenzione domiciliare introducendo i
due nuovi istituti “detenzione domiciliare speciale” e “assistenza all'esterno di figli minori”, con lo scopo di
dare compiuta attuazione al principio costituzionale di cui all'art. 31 Cost. che officia lo Stato a
predisporre gli strumenti giuridici e sociali a tutela della maternità e dell'infanzia.
La concessione di tali benefici è valutata caso per caso, e questo ha comportato una concessione limitata
delle nuove opportunità in quanto la popolazione detenuta femminile, pur connotandosi per una
pericolosità sociale non elevata, presenta un alto tasso di recidiva: la maggior parte delle detenute sono
infatti in carcere per reati legati alla tossicodipendenza o per reati contro il patrimonio.

Icam. L'Istituto a custodia attenuata per detenute madri con prole fino a tre anni, è una struttura
costituita in via sperimentale nel2006 per consentire, alle detenute madri che non possono usufruire di
alternative alla detenzione in carcere, di tenere con sé i loro figli. L'ordinamento penitenziario italiano
prevede che le madri detenute con prole inferiore ai tre anni debbano usufruire di trattamenti alternativi
alla detenzione finalizzati a non traumatizzare eccessivamente i figli, che fino a quell'età devono in ogni
caso rimanere sotto la tutela del genitore di sesso femminile se è quest'ultima a chiederlo
espressamente. Questi trattamenti alternativi riguardano ad esempio il soggiorno in reparti particolari, a
custodia attenuata, meno duri rispetto al carcere vero e proprio: l'ambiente deve essere accogliente e più
simile ad una vera casa, proprio per evitare che i bambini soffrano l'esperienza della carcerazione forzata.
In Italia, esistono attualmente pochi centri a custodia attenuata. Uno di questi è l’ICAM di Milano
(introdotto nel 2015), luogo ove le "recluse" possono soggiornare con i loro figli sino al compimento del
terzo anno di età. L’ICAM non ricorda in alcuna maniera il carcere, essendo simile ad un asilo nido in cui i
bambini possono trascorrere serenamente il periodo di "carcerazione" insieme alle loro madri camere
confortevoli e luminose, ambienti personalizzati, infermeria, ludoteca, biblioteca e aula formativa per le
donne, cucina attrezzata e soggiorno sono stati appositamente concepiti per consentire alle madri
detenute con bambini piccoli una vita più dignitosa.

4.Le donne nella magistratura italiana.

L' ammissione delle donne all' esercizio delle funzioni giurisdizionali in Italia ha segnato il traguardo di un
cammino lungo e pieno di ostacoli.
La l.1176/1919 ammetteva le donne all'esercizio delle professioni ed agli impieghi pubblici, ma le
escludeva espressamente dall' esercizio della giurisdizione, i requisiti per accedere alle funzioni giudiziarie
erano infatti: “essere cittadino italiano, di razza ariana, di sesso maschile ed iscritto al P.N.F."
Questa ostilità, era dovuto al pensiero prevalente che “nella donna prevale il sentimento sul raziocinio,
mentre nella funzione del giudice deve prevalere il raziocinio sul sentimento, che soprattutto il complesso
anatomo-fisiologico la donna non può giudicare e che non si intende affermare una inferiorità nella
donna, però diversità effettivamente esistono, soprattutto fisiologiche legate a certi periodi della vita
femminile; per questi motivi , si ritiene che la partecipazione illimitata delle donne alla funzione
giurisdizionale non sia per ora da ammettersi.
Che la donna potesse ricoprire cariche pubbliche non era messo in dubbio, ma, negli alti gradi della
magistratura, dove bisognava arrivare alla rarefazione del tecnicismo, era da ritenere che solo gli uomini
potessero mantenere quell’equilibrio di preparazione che corrispondeva per tradizione a queste funzioni.
Pertanto alle donne poteva essere consentito giudicare soltanto in procedimenti per i quali era necessario
un giudizio il più possibile conforme alla coscienza popolare, piuttosto che razionale.
Solo nel 1956 fu permesso alle donne di far parte nei collegi di corte di assise, e dei tribunali per i
minori, con la precisazione che almeno tre giudici dovessero essere uomini.
Sette anni dopo nel 1963, si consentì l'accesso delle donne a tutte le cariche, professioni ed impieghi
pubblici, compresa la magistratura, da questa data però, si svolsero ben sedici concorsi dai quali le donne
erano state indebitamente escluse.
Fu nel 1965 che si ebbe la prima effettiva entrata delle donne in magistratura, con non poche successive
problematiche.
Alle prime generazioni infatti fu inevitabile, inizialmente, omologare totalmente il proprio ideale di giudice
all’ unico modello professionale di riferimento ed integrarsi in quel sistema declinato unicamente al
maschile attraverso un processo di completa imitazione ed introiezione di tale modello, quale passaggio
necessario per ottenere una piena legittimazione, posto che si richiedeva loro di essere brave quanto gli
uomini, efficienti quanto gli uomini, simili il più possibile agli uomini, e spesso vivendo in modo
colpevolizzante i tempi della gravidanza e della maternità come tempi sottratti all’ attività professionale.
Ci vollero ben 27anni prima che il CSM grazie all’Ass. Donne magistrato, ed al Comitato Pari Opportunità,
aprisse gli occhi circa la difficoltà delle donne a ricoprire in armonia la loro carica.
Negli ultimi tempi infatti, l’ attenzione per le tematiche sollevate dalle donne magistrato è certamente
aumentata: il Comitato Pari Opportunità del CSM, istituito nel 1992 su sollecitazione dell’ Associazione
Donne Magistrato, è impegnato ad esaminare le multiformi difficoltà che le donne magistrato incontrano
nel lavoro ed a formulare proposte sempre più calibrate dirette ad ovviare a dette difficoltà e ad attuare
politiche volte ad eliminare le disparità di fatto, da un lato superando le condizioni di lavoro che
provocano effetti diversi a seconda del sesso nei confronti di soggetti che pur svolgono le stesse funzioni,
dall’ altro lato favorendo, anche mediante nuove articolazioni dell’ organizzazione del lavoro, l’ equilibrio
tra responsabilità familiari e responsabilità professionali.
Sollecitato da tale organismo, il CSM ha adottato numerose delibere e circolari in materia di assegnazioni
e tramutamenti di sede, organizzazione del lavoro, formazione, e soprattutto flessibilizzazione del lavoro
in virtù delle future assenza in caso di maternità pre e post parto, con l’istituzione di un organico
aggiuntivo di magistrati distrettuali, destinati a sostituire i magistrati assenti nell’ ambito dei vari distretti
di corte di appello.
E tuttavia l’evidenza statistica sta ad indicarci che le donne in posizione dirigenziale sono ancora una
minoranza esigua. Poiché lo scarto è così forte da non trovare più giustificazione, come in passato poteva
ritenersi, nella minore anzianità di servizio, e poiché non è possibile credere che il mero passare del
tempo apporterà modifiche significative a tale deficit, è necessario innanzi tutto analizzare le cause di tale
fenomeno e quindi porre mano a misure di riequilibrio della rappresentanza ed alla elaborazione di
progetti organizzativi complessivi diretti a garantire la concreta immissione delle donne in ruoli di
responsabilità e di strumenti idonei a determinare un effettivo cambiamento nella mentalità e nella
pratica. In tal senso si muove lo strumento della riserva di quote per l’elezione negli organismi di
rappresentanza, già sperimentato in altri Paesi e recepito dall’ ANM con una modifica statutaria che
assicura la presenza di donne magistrato nelle liste per una quota pari al 40%. Si tratta di uno strumento
importante, ma ancora insufficiente ad assicurare l’effettiva partecipazione delle donne magistrato alle
scelte associative, come è confermato dalla perdurante scarsa presenza delle donne negli organismi di
vertice dell’Associazione, forse anche dovuta alla resistenza di una parte delle stesse donne magistrato a
revocare ogni delega per rappresentare direttamente le esigenze e le problematiche di genere, in modo
da incidere sulle scelte di politica associativa.
Attualmente le donne presenti in magistratura sono 3788, per una percentuale superiore al 40% del
totale. Dal primo concorso ad oggi il profilo professionale delle donne magistrato è certamente cambiato.