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Ritiro di settore a Rota d’Imagna

Con l’inizio dell’anno associativo come da un po’ di anni i settori Milano A e Milano B hanno
organizzato il ritiro di settore di due giorni, 18 e 19 settembre 2010, presso la Casa Stella Mattutina a
Rota d’Imagna (BG). Le coppie presenti hanno potuto vivere in un clima accogliente e cordiale questo
momento che avrà sicuramente contribuito ad un arricchimento spirituale necessario prima della ripresa di
tutte le attività, permettendo inoltre, diverse preziose occasioni di riflessione e di preghiera vissute
insieme anche ad altre coppie. Efficiente il servizio di baby-sitter che ha permesso ai genitori di seguire
con tranquillità tutti i momenti.
Il tema proposto è stato “Beati gli invitati alle nozze dell’agnello” (Ap. 19,9) il relatore è stato Roberto
Rossi Consigliere Spirituale Regionale che ha proposto tre momenti di riflessione sviluppate in modo
interessante e profondo.
Infine suggestiva è stata l’adorazione eucaristica di sabato sera molto partecipata e la messa della
domenica alla quale hanno partecipato anche i bambini che hanno creato un clima vivace.

Primo momento (sabato 18 mattina)


Don Roberto dopo essersi presentato invoca lo Spirito Santo, nostro maestro interiore, e la Madonna
introducendo l’argomento che affronterà nella giornata: come vivere il sacramento dell’eucarestia e
vocazione al matrimonio ed il rapporto tra questi due sacramenti.
Partiamo dei fondamenti (il capitolo 19 dell’apocalisse, le nozze dell’agnello) “Allora l’angelo mi disse
scrivi: beati gli invitati al banchetto di nozze dell’agnello, poi aggiunse queste parole di Dio sono vere”
queste non sono altro che le nozze tra il Signore e l’umanità, che si compiono nella nuova alleanza, cioè
nell’Eucarestia. Allora dobbiamo credere che le nozze dell’agnello si compiono nell’Eucarestia e lì
veramente si realizza un matrimonio prima ancora che nel nostro. Il cuore della nuzialità è quindi il
convito nuziale dell’amore del Figlio che si realizza nell’Eucarestia che sono le vere nozze tra Dio e
l’umanità e dalle quali poi discende il sacramento del matrimonio.
Per capire l’Eucarestia partiamo dall’ultima cena (Luca 22,14): è desiderio di Gesù, cioè sua iniziativa,
celebrare l’ultima cena prima della sua passione, lui sa che deve morire, Gesù vuole vivere un momento
bello ed intimo, ma vuole farsi presente nei discepoli, essere in loro, nello stesso modo con cui Gesù è nel
Padre, cioè come il Figlio vive nel Padre così vuole che i suoi discepoli vivano di Lui ed in Lui per dare
una vita definitiva che va oltre la morte; Gesù ha questo desiderio di intimità forte e grande di unire a Se i
discepoli ed offrire la possibilità di farsi sentire in loro (avvertendo la morte imminente). In questa
circostanza Gesù li invita a pranzo e si consegna nel pane e nel vino che sono realmente corpo e sangue
donati sulla croce trasformando tutto questo in convito nella consapevolezza della fragilità dell’uomo.
Cosa troviamo della nuzialità dell’amore tra l’uomo ed la donna nel sacramento del matrimonio? La realtà
nuziale si configura come l’ultima cena di Gesù dove l’esperienza dell’amore che unisce i coniugi è un
sentimento di libertà che dona e chi ama è come un mendicante: chi dona chiede accoglienza, ti faccio un
regalo, ma tale diventa solo se tu lo prendi, lo accogli. E nel momento in cui l’altro accoglie questo dono
si arricchisce della tua presenza, del tuo amore.
Il banchetto è il luogo dell’intimità, si parla, ci si espone all’altro (ci si mette fuori); ed è in tal modo che
gli amanti non hanno più misteri tra di loro, sono divenuti intimi capaci di esporsi e pronti a perdersi per
l’altro e nell’altro così che possano diventare uno. L’unione degli sposi non è quindi solo quella dei corpi,
ma c’è un’unione che va cercata prima nel dialogo e nella contemplazione e quindi nello scambio verbale,
l’amore comunica, unisce, crea comunione nella parola e nello sguardo. Tutto questo caratterizza lo stesso
mistero eucaristico che è fatto di due momenti fondamentali: prima c’è la parola e poi c’è il gesto
dell’eucarestia, dell’ultima cena.
Riflettiamo sui tre momenti dell’END che ci permettono di comunicare, di andare all’intimo della coppia:
1. la messa in comune: si comunica e si raccontano gli eventi, le preoccupazioni e gioie vissuti nel
mese precedente alla luce della parola di Dio mentre si mangia così la narrazione di sé incomincia
a creare comunione per rimanere stupiti di come Dio opera nella vita dell’altro
2. compartecipazione (sicuramente il momento più importante) dice fino a che punto si è disposti ad
entrare in forte comunione le altre coppie della propria Equipe ed è il momento più importante per
la riuscita della riunione. È il momento che fa vivere il circolo virtuoso tra il cammino personale
di ciascuna coppia nello Spirito (che è il fine del metodo END aiutarci a camminare come sposi) e
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l’esperienza del cammino fatto insieme, quindi compartecipare il proprio cammino spirituale
mettendo in pratica i punti concreti d’impegno secondo la priorità che ci si è data nella regola vita
ed in questo modo si comunica agli altri come si sta camminando nello Spirito e nel Vangelo in
questo periodo e gli altri devono aiutarmi a camminare. La compartecipazione chiede
quell’esposizione della coppia che offre la testimonianza del proprio vissuto spirituale e nello
stesso tempo assume quella degli altri e si crea comunione nel dialogo.
3. dovere di sedersi: momento eucaristico fondamentale della vita di coppia lo si programma
desiderandolo, programmandolo, dicendoci le cose fondamentali e più intime che ci uniscono
aprendo il cuore a vicenda accogliendoci.

Secondo momento (sabato 18 pomeriggio)


Nel matrimonio si realizza il dono di sé e del proprio corpo all’altro. È storicamente vero che il corpo e la
sessualità siano da sempre stati visti dalla Chiesa come fonte di peccato, bisognerebbe ricordare sempre il
salmo 118: “Ti ringrazio o Dio, perché mi hai fatto come un prodigio”. Di fatto quando sappiamo
accoglierci in tutto il nostro essere ci predisponiamo al dono di noi stessi perché solo in quel momento
l’unione con la persona amata parte dall’intimo del cuore.
Nel matrimonio l’unione dei corpi è l’apice di un discorso già iniziato con le parole in cui si apre il cuore,
in cui tendiamo a dare tutto noi stessi anche nella parola che esprime il desiderio che abbiamo di donarci
all’altro. L’unione corporea di due persone porta con sé tutto l’individuo, tutti i discorsi fatti, tutti
significati che vogliamo esprimere in un gesto e limitarsi a uno solo dei due aspetti (la parola o il corpo)
porta a ridurci: siamo parola, ma siamo anche corpo e ci vogliono tutte e due le cose per esprimere
l’amore. Tutto questo lo ritroviamo anche nell’Eucarestia: Gesù non si è limitato a dire ai suoi discepoli
“vi amo”, ma ci ha donato anche un corpo che è il Corpo Eucaristico, ci ha dato un Sacramento.
Il dono del proprio corpo è il dare tutto di noi stessi all’altro allora il gesto sessuale nel matrimonio
diventa un segno nobile e grande che coagula intorno a sé tutta la nostra personalità, la nostra affettività, i
nostri sentimenti, il gesto sessuale diventa anche comunicazione che passa attraverso il corpo e ci vuole la
parola giusta per interpretare il gesto in modo corretto: la parola all’uomo serve per togliere
dall’ambiguità ogni sua azione. Per fare un esempio: lui tenero alza un braccio, lo passa intorno alla spalla
di lei, le accarezza la guancia, lei lo guarda, lui: “avevi un po’ di polvere” o “ti amo” ed ecco che la parola
toglie l’ambiguità al gesto.
La sessualità come espressione esplosiva della comunione, riassume tutta la comunicazione
interpersonale che si vive fra gli sposi e genera un’appartenenza data da quest’unione fatta uno per l’altro.
E fino al dono del corpo quest’appartenenza è sempre revocabile: si può avere una comunione spirituale,
psicologica, affettiva che sono segno di qualcosa che ci unisce anche di impegnativo, ma sempre
revocabile. Quando invece l’unione dei due sposi raggiunge anche l’unione dei due corpi, si arriva ad un
punto di non ritorno è un momento di unione grande, forte.
In principio era il Verbo, la Parola, ma il punto di non ritorno dell’amore di Dio verso di noi, la nuova
alleanza per cui niente ci separerà dall’Amore di Cristo (san Paolo) è stato il suo farsi corpo e il suo
donarsi sulla croce. Nell’incarnazione (il farsi corpo di Dio) e nel sacramento dell’Eucarestia, con cui noi
rinnoviamo quella morte, quel dono definitivo di Dio a ciascuno di noi si è compiuto l’atto di amore di
Dio, di Cristo verso l’umanità e così anche il dono del corpo nell’atto sessuale è il sigillo grande
dell’amore tra due sposi che non deve essere più rotto.
Per tutto questo è necessario che sia anche la verginità intesa come la capacità del silenzio verginale del
proprio corpo come premessa necessaria alla nuzialità. Diciamo ai nostri fidanzati di astenersi dai rapporti
prima del matrimonio, ma vale anche all’interno di una coppia già sposata; proprio perché l’esercizio
della sessualità esprime l’amore di due persone, esso è veicolo, strumento e mezzo di comunicazione
dell’amore, allora la verginità è una condizione che permette all’amore di spiegarsi fino al tempo della
consumazione, il silenzio del corpo non è assenza del corpo dell’altro, ma diventa un silenzio carico di
attesa per dirsi e raccogliere tutti quei contenuti capaci di essere espressi in quell’atto sessuale. Proprio
perché so che in quell’atto io dirò in maniera forte tutta la mia libera scelta di donarmi a te ecco che è
importante questa dinamica di silenzio e parola. Ed invece del discorso moralistico che si fa ai nostri
fidanzati che certe cose non si fanno perché è male, vale invece il dire che l’atto sessuale è un qualcosa
che arriva a sigillare un discorso d’amore che è fatto anche di parole e tu devi arrivare a quell’atto
sapendo bene che cosa devi dire all’altro.
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Gesù ha voluto che il matrimonio fosse un sacramento, esso è fatto anche dell’unione dei corpi ed in
questa io devo sperimentare la presenza di Cristo. Il diventare una sola carne deve significare e far vivere
le nozze di Cristo e della Chiesa, questo mistero è grande dice Paolo (con riferimento a Cristo ed alla
Chiesa). L’unione sessuale deve essere un gesto di comunione in cui deve essere garantita la presenza
salvifica del Signore Gesù, fra due amici questo non succede, avviene soltanto nel dono del corpo,
nell’atto sessuale. Vi riporto un pensiero di un noto teologo moralista Tullio Goffi: «l’etica sessuale in
quanto cristiana immette l’affettività sessuale entro il mistero pasquale di Cristo, lo sospinge ad integrarsi
in una visione caritativa cioè dentro l’amore di Gesù, invita ad attuarsi in un’esperienza secondo lo
Spirito, vuole che venga praticata con sensibilità di credenti che vanno partecipando ad una vita di risorti
in Cristo, in concreto una vita sessuale si propone cristiana non tanto perché è dominata da virtuose
iniziative personali né perché retta da direttive sociali altruistiche essa è cristiana in quanto è sollecitata
ed abilita dall’azione dello Spirito Santo così da sapersi esprimere in un piano trascendente di
comunicabilità, così da essere un atteggiamento che si offre qual dono agli altri ad imitazione al modo di
Cristo. Vivere sessualmente in senso cristiano è esprimere il comportamento personale e comunitario in
analogia alla pienezza caritativa esistente presso le persone divine».
La salvezza che Gesù ha portato nel mondo è l’entrare in comunione con Dio riconoscendoci figli ed
amandoci come fratelli perché nella carità verso gli altri si entra in comunione di amore col Padre. I
fratelli che sono diversi da noi e dove la diversità massima viene congiunta in unità, in un dono così
grande da diventare una cosa sola, una carne sola è proprio nell’atto sessuale e lì devo diventare
mediatore dell’amore di Cristo per l’altro non soltanto perché lo perdono, lo servo o faccio gesti di carità
verso il mio coniuge allora il mio amore è cristiano, ma mi faccio dono anche con il mio corpo all’altro
perché tu ed io possiamo compiere quell’unità per cui Gesù ha pregato: “Che siano una cosa sola come tu
ed io, Padre”.
La Messa e l’Eucarestia sono una celebrazione che viene preparata, l’amore lo si prepara come una
mensa, si prepara la tavola prima di mangiare e simboli espressivi di questa preparazione sono il pane ed
il vino eucaristici. Il pane ed il vino non li troviamo in natura, sono il frutto della terra, ce li dona il
Signore ed hanno bisogno del lavoro dell’uomo, sono insomma frutto della terra e del lavoro dell’uomo.
Il pane è frutto della fatica, della genialità di qualcuno che ha imparato un giorno a prendere quei grani di
quelle strane spighe a metterli insieme, a macinarli, a unirci insieme un po’ d’acqua, a farli cuocere.
Vanno trattati e solo così quando il frumento diventa pane, quando gli acini spremuti, fatti fermentare,
diventano vino allora sono alimento per noi. Allora c’è un aspetto simbolico che il pane ed il vino
eucaristici ci rivelano, non si hanno pane e vino senza che prima ci sia stata una macerazione del grano e
dell’uva, il grano va schiacciato e l’uva va pigiata per arrivare a dare il di più che serve. Potremmo dire
che solo attraverso un sacrificio preliminare che comporta la rottura: io spacco quei semi, io schiaccio
quell’uva, ma tutto questo assicura la preparazione del pane e del vino ed è nato attraverso la storia
dell’uomo, la sua fatica, la sua genialità. Il pane ed il vino dicono ciò quando li offriamo, c’è dentro tutto,
c’è il nostro essere creature, c’è il nostro lavoro, la nostra fatica, la nostra genialità, ci portiamo tutto noi
stessi. Trasponendo si può dire che non c’è amore se non è un amore crocifisso perché solo attraverso
questa macerazione di noi stessi c’è un’autentica consegna di sé, del dono che vogliamo fare agli altri.
Le due parole amore e morte sono da sempre legate perché l’amore implica una donazione totale di sé che
è un perdersi, uno spossessarsi per mettersi nelle mani dell’altro. Dal Cantico dei Cantici sentiamo spesso,
anche nei matrimoni che l’amore è forte come la morte, che ci dice da una parte l’inesorabilità dell’amore
come è inesorabile la morte, ma anche che l’amore implica un atto di morte. Lo sappiamo
dall’insegnamento del Signore Gesù: mettersi nelle mani di Dio per farsi dono per gli altri; il nostro
donarci l’uno all’altro come sposi diventa dono totale di se stessi, ma perché diventi qualcosa che fa
vivere, come l’Eucarestia che diventa alimento, bisogna mettersi nelle mani di Dio perché solo Dio sa
trasformare la nostra morte, il nostro dono totale in qualcosa che fa vivere.
Noi diciamo durante la messa “annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione,
nell’attesa della tua venuta” e in questa apertura al futuro, alle ultime cose, alla vita definitiva c’è un
riferimento alla venuta di Gesù che ha donato se stesso nel sacramento dell’Eucarestia, ma non soltanto il
sacramento della sua morte, ma anche il sacramento della sua resurrezione. L’Eucarestia è il sacramento
di tutta la passione e glorificazione di Gesù che va oltre la morte e nel sacramento dell’Eucarestia ci ha
dato qualcosa che va al di là della morte. Il grano datoci dalla spiga e schiacciato ci dà il pane, quell’uva
schiacciata che ci ha dato il vino e in tutta questa macerazione si apre qualcosa che è un di più che è vita,
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perché mangiamo e beviamo per vivere, allora il sacrificio, il dono di sé deve avere dentro la possibilità di
far vivere e io mi dono all’altro perché l’altro viva e possa vivere della vita di Gesù che va oltre la morte
che passa attraverso la morte, ma che va oltre la morte per entrare in quella vita definitiva che è quella
della resurrezione.
Mi abbandono nelle mani di Dio, mi abbandono all’altro coniuge, mi abbandono nelle Sue mani vuol dire
non tenere nulla nelle proprie, per me, vuol dire essere macerato, schiacciato perché solo questo so potrà
portare vita, è promessa di resurrezione, gli sposi possono incontrare il Signore risorto e quindi diventare
capaci con l’amore di Gesù di un amore più forte della morte, di un amore che pregusta la resurrezione
dentro questa capacità di abbandonarsi all’altro.
Questo può avvenire in forza dello Spirito ed è quello che accade nel momento della consacrazione:
quando il sacerdote invoca il dono dello Spirito Santo perché santifichi e trasformi il pane ed il vino nel
corpo e nel sangue di Gesù, ma lo Spirito viene invocato anche sui presenti “lo Spirito Santo ci riunisca in
un solo corpo” il corpo di Gesù; è lo Spirito Santo che ci permette di trasformare il nostro amore
coniugale nel segno dell’amore di Cristo sposo, come il pane ed il vino, elementi quotidiani, diventano il
simbolo reale di Gesù ed è lo Spirito, che dobbiamo imparare ad invocare, che può trasformare anche
l’amore umano, che è dono di sé, nella presenza dell’amore redentivo del Signore.
La meta finale è però Dio e ne saremo consapevoli nelle ultime cose, questo può essere letto come
l’amore di due sposi che non si esaurisce in un intimismo che li blocca e li chiude in sé, ma che si apre
anche agli altri, che porta gli sposi oltre all’amore l’uno per l’altro ad amare tutti; il destino ultimo
dell’amore pieno in Dio può essere già pregustato nel momento in cui il nostro amore l’uno per l’altro
diventa amore anche per gli altri e da come facciamo dono di noi stessi, ci spossessiamo, usciamo da noi
per realizzare l’amore verso gli altri. Riflettiamo anche sull’esperienza dell’Equipe Notre Dame e del
servizio da svolgere in alcuni ruoli o incarichi che minimamente strutturano il nostro movimento, se ci
aiutiamo fra di noi a vivere in pienezza il sacramento del matrimonio e a far vivere tutto quello che
abbiamo detto, il primo luogo in cui esercitare un servizio che ci fa andare oltre noi due e vivere la carità
per gli altri potrebbe essere il servizio nelle Equipe Notre Dame.

Terzo momento (domenica 19 mattina)


Nella terza parte seguendo il tema del banchetto che si lega all’Eucaristia dove gli Sposi sono sia invitati
sia invitanti. I testi biblici che ci parlano del banchetto ci aiutano a capire che questo non è soltanto un
soddifare il bisogno naturale di mangiare, ma è entrare in comunione e quindi il tema biblico del
banchetto ci ricorda che spiritualità coniugale non è solo un fatto privato intimistico ma che è soprattutto
una realtà comunitaria, gli sposi sono invitati ad aprirsi a tutti al fine di edificare la Chiesa. Il rapporto tra
matrimonio ed Eucarestia ci obbliga a considerare il ruolo che Gesù risorto ha nelle nostre coppie, quanto
sia presente proprio Lui che ci invita alle nozze e come la coppia deve vivere quell’incontro con Cristo
Risorto, con colui che celebra le sue nozze, le vere nozze nel banchetto eucaristico che gli sposi devono
vivere nella loro comunione.
Nel primo testo dell’Esodo (Es. 24, 9-11) c’è l’alleanza conclusa da Dio sul Monte Sinai, Egli si mostra ai
capi d’Israele e poi mangiarono e bevvero sottolineando l’intenso e vitale desiderio della comunione tra
Dio e gli uomini e quindi noi possiamo vedere Dio partecipando alla celebrazione eucaristica con
l’intenzione di incontrare Gesù nel banchetto. Questo tema ci deve portare ad un momento di verifica di
come viviamo la celebrazione eucaristica come sposi, se è diventata solo un’abitudine oppure ogni volta
c’è ancora il desiderio di incontrare Dio come coppia. Anche l’adorazione eucaristica è un momento in
più che può aiutare a vivere tutto questo, domandiamoci se riusciamo ancora a stare in silenzio con il
cuore che ascolta e che si apre a Dio. Bisognerebbe coltivare di più la dimensione contemplativa della
spiritualità eucaristica perché ci aiuta a fare i passi che ci permettono di trasformarci ad immagine di
Gesù.
Nel secondo testo (Is. 25, 6-9) il Signore ci preparerà un banchetto per tutti i popoli, in questo caso è Dio
a preparare il banchetto eucaristico per noi e questo ci deve impedire di sentirci noi gli artefici di tanta
grazia, ma è Lui che prepara. A questo banchetto non solo possiamo assaggiare l’amore di Dio, ma
dobbiamo sperimentarne in abbondanza cioè oltre il necessario per vivere. L’uomo infatti non è chiamato
solo a sopravvivere, ma a vivere bene ed in pienezza e la stessa cosa vale per gli sposi che sono invitati a
vivere la propria vocazione in pienezza nel dono reciproco di se stessi. Dio ci fa doni che vanno al cuore,
potremmo conoscerLo come egli è e sarà comunione piena: il linguaggio del vedere Dio (“ammettimi a
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vedere la luce del Tuo volto” come diciamo all’interno della preghiera eucaristica) si rifà al cerimoniale
della corte del re, dove solo i pochi intimi del re potevano guardarlo in faccia, tutti gli altri che entravano
al suo cospetto dovevano entrare a testa bassa e quindi godere della luce del Suo volto ci rende intimi con
Lui, in comunione piena. A questo punto ci si pone una domanda: chi è questo Dio che si dimostra in
grado di coinvolgere fino a tale profondità la nostra vita di coppia per farci suoi intimi e ancora la
famiglia che entra in relazione con la parola di Dio con che Dio è chiamata ad entrare in relazione? Se ci
lasciamo coinvolgere dalla parola di Dio ci accorgiamo che il Dio con cui entriamo in comunione è il
Vivente, che vuol dire il presente, capace quindi di entrare nella vita quotidiana di ciascuno di noi, che
vuole essere intimo con noi e che ci invita alla gioia delle sue nozze questo è un messaggio bello per la
nostra coppia ma anche per le persone che incontriamo.
Il terzo testo è più famoso: le nozze di Cana (Gio, 2) questo episodio si è verificato il sesto giorno della
settimana iniziale del racconto del vangelo di Giovanni, è lo stesso giorno nel quale Dio creò l’uomo e
l’evangelista collega la nuova creazione con l’occasione del banchetto, la festa nuziale. Giovanni pone
l’accento sull’azione potente di Dio: “fate attenzione a quello che si sta verificando, è una nuova vita, una
ricreazione, una risurrezione” come a dire che chi si avvicina al banchetto corre il “rischio” di vedere la
propria vita completamente rinnovata, gli sposi quindi dovrebbero scoprire e riscoprire di essere capaci di
fare festa in modo rinnovato e di celebrare qualcosa che ci rinnovi. Il segno dell’acqua trasformata in vino
è il modo con cui Gesù vuole far trasparire le sue intenzioni quando l’uomo vive nella gioia come in una
festa Dio vuole che questa festa sia vissuta nell’abbondanza e egli si senta sempre invitato alle nozze
anche quando la gioia viene meno (il vino che viene meno), Dio dona sempre la possibilità di rinnovare
questa festa e di avere un nuovo modo di festeggiare. Nel momento in cui l’uomo scopre la sua fragilità e
la sua incapacità, interviene Dio a realizzare il desiderio profondo di felicità dell’uomo l’amore con cui
Dio si prende cura di noi diventa il motivo fondante della nostra gioia e del nostro fare festa. Non basta il
solo sforzo anche immane dell’uomo per purificarsi e liberarsi dalla tristezza, anche obbedendo alla legge
di Dio Gesù non fa un miracolo dal niente trasforma l’acqua in vino, in nuova gioia. In questa storia
manca una protagonista: la sposa, il banchetto di Cana è la storia della salvezza di Dio del popolo di
Israele, 3000 anni di storia in cui Dio ha continuato a cercare la sposa, ma la sposa (l’umanità) non era
mai pronta, veniva sempre a mancare il vino. In Gesù finalmente si può compiere questa novità la sposa è
pronta ci dice il libro dell’apocalisse, sulla croce si celebrano le nozze dell’agnello che noi viviamo in
pienezza nell’Eucarestia. L’abbondanza di vino e di gioia ci deve far ricordare la gioia con cui
partecipiamo alle nostre eucarestie: sono gioiose le nostre eucarestie con il cuore pieno della grazia di Dio
di aver celebrato le nozze di Dio? In considerazione di tutto questo riflettiamo su quanto tempo
dedichiamo per preparare la messa perché possa essere veramente il banchetto di Dio che è la festa della
comunità. L’episodio si conclude con l’atto di credo fatto dai discepoli in Gesù: un contatto di fiducia di
amore verso Gesù e quindi per noi avere un rapporto con Gesù non per sentito dire, ma una fede che
coinvolga tutta l’esistenza, credendo così che partecipare al banchetto eucaristico è il luogo in cui
anzitutto viviamo rigenerati la nostra fede e la confermiamo.
Il quarto testo dell’apocalisse (Ap. 19, 6) è di difficile interpretazione, “beati gli invitati” e ci
domandiamo come è il volto degli sposi cristiani che partecipano al banchetto delle nozze dell’agnello è
un volto felice? Oppure è segnato da rancore o sentimenti negativi, da mormorazioni? Colui che partecipa
al banchetto di Gesù è per volere stesso di Dio, ma la condizione per partecipare a questo banchetto è la
veste di lino (la veste della festa) che ci vuole partecipi della sua stessa gioia. Beati gli invitati al
banchetto di nozze dell'agnello, ricordavo ieri che la liturgia ci fa fare un nesso non immediato, fa
coincidere il versetto dell'apocalisse con l'invito che il sacerdote fa al momento della comunione “ecco
l'agnello di Dio” ed alza l'ostia in adorazione. C'è una felicità partecipando all'Eucarestia, una felicità che
Dio ci dona e che dobbiamo indossare, ma è la felicità che deriva dal dire: “in Gesù troviamo l'agnello di
Dio che toglie il peccato del mondo”. Lui toglie il peccato del mondo perché lo prende su di sé ricordando
l'agnello biblico. La gioia ci deriva dal sapere che c'è qualcuno che ci toglie il male, che toglie il male del
mondo e ci redime, per questo dobbiamo essere beati ed andare all'Eucarestia anche come sposi e dire:
“sei Tu colui che ci toglie il male”.
Il quinto testo dal vangelo di Luca (Luca 14, 15) questa parabola ci permette di affrontare il tema
dell'essere invitati al banchetto dell'Eucarestia da un'altro punto di vista. Mettiamoci dalla parte di chi
invita, di Dio. Colui che invita si mette nella condizione di mendicante, perché si espone al rifiuto. Tu
puoi invitare, ma qualcuno può dire di no, per noi è una cosa ragionevole, ma mettiamoci dalla parte di
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Dio, il Dio che si fa mendicante che si espone al rifiuto: colui che invita è onnigeneroso e onnipotente,
perché onnifragile. Dio si espone senza esitare a tanti rifiuti e scortesie ad una sorta di vocazione al
fallimento. Dio incontra il rifiuto, il no di persone che dicono cose ragionevoli. Anche in questa parabola
troviamo un modo rinnovato di partecipare al banchetto eucaristico, a dare la priorità all'Eucarestia anche
rispetto a cose ragionevoli, prima di ogni valore economico ed affettivo. La frase finale del padrone è
molto dura, non pensate di venire a prendere il caffè o la torta, hai detto di no e di questo banchetto non
assaggerai più niente. Un'altro punto di vista per apprezzare questa parabola è quello del servo, che
potremmo identificare con la figura di Gesù. Un servo che ha un'intesa grande con il suo padrone, perché
dopo la seconda ondata, anticipa il suo pensiero e dice vuoi che vada a cercarne altri? Quasi fosse una
chiamata da parte di Gesù a partecipare alla festa voluta dal Padre. E' desiderio di Dio che al banchetto ci
siano proprio tutti come recita la terza preghiera eucaristica: "continui a radunare intorno a Te un popolo".
Forse come coppie cristiane dell'Equipe potremmo prendere come impegno quello di riuscire portare a
messa una coppia in più della nostra comunità e farle capire l'importanza dell'Eucarestia.

Don Roberto ci ha anche suggerito come lettura “di riserva” da leggere per approfondire questo discorso
la riflessione di papa Giovanni Paolo II sul rapporto fra Eucarestia e matrimonio fatta in occasione del
pellegrinaggio a Roma delle Equipes Notre Dame nel settembre 1982:
http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1982/september/documents/hf_jp-
ii_spe_19820923_foyers-equipes-notre-dame_it.html (che riportiamo sotto)

Bruna e Giovanni Sica (Pavia 2)


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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II


AI MEMBRI DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE
«FOYERS DES EQUIPES DES NOTRE-DAME»

Giovedì, 23 settembre 1982

Cari fratelli e sorelle.

Avete scelto, quale luce che rischiari il vostro pellegrinaggio a Roma, la parola del Signore: “Se tu
conoscessi il dono di Dio!”.

Siete stati ben ispirati. Questa domanda pressante e gioiosa attraversa tutta la Bibbia e ci raggiunge tutti:
“Se tu conoscessi il dono di Dio!. Se tu conoscessi, tu che cerchi da bere, spinto da una sete terrena, se tu
conoscessi la fonte inesauribile! Essa è vicina a te, ma la saprai riconoscere?

Questa domanda vi riguarda, riguarda anche voi, sposi cristiani, che mantenete e sviluppate l’impegno di
risalire all’origine del vostro amore e della vostra grazia in seno alle vostre Equipes, sotto la protezione
della nostra Signora, Madre del bell’amore.

Il mistero dell’alleanza

1. Fin dalle origini, il dono di Dio all’uomo è la vita e l’amore. E questo dono, questa grazia si esprime
nella grazia di un volto, di una donna, Eva, la madre di tutti i viventi, immagine imperfetta, ma nonostante
questo immagine della nuova Eva, Maria, piena di grazia. La gioia di Adamo che, colmato nella sua
attesa, esclama: “Ossa delle mie ossa, carne della mia carne” (Gen 2, 23). Tutti e due gioivano davanti
all’amore e alla vita in comune, quando nacque il loro primo figlio: “Ho acquistato un uomo dal Signore”
(Gen 4, 1). Eppure essi non capivano tutta l’estensione e la profondità del dono di Dio (cf. Ef 3, 18-19).

Questa grazia, questo dono dell’amore e della vita non è infatti che la prima tappa. Il Signore vuole
legarsi all’umanità, “accordarsi” con essa. Egli stipula un’alleanza con il popolo che ha scelto: “Io sono
Yhavè tuo Dio che ti ha fatto uscire dall’Egitto . . . Non avrai altro Dio all’infuori di me” (Es 20, 2-3). Ma
questa alleanza non è un semplice contratto né un’alleanza politica: così come il Signore vi impegna la
sua Parola e la sua Vita, essa chiede amore e tenerezza. L’alleanza si esprime attraverso il segno del
matrimonio. I profeti approfondiscono questo mistero dell’alleanza attraverso la storia tempestosa della
fedeltà di Yhavè e dell’infedeltà del suo popolo, alcune volte anche attraverso la propria vita coniugale
(cf. Os 2, 21-22), e Geremia giunge al punto di annunciare una nuova alleanza (Ger 31, 31).

E di fatto, “quando venne la pienezza dei tempi Dio mandò suo Figlio nato da donna . . .” (Gal 4, 4).
Cristo assume la condizione umana nel seno della Vergine Maria. “II Verbo si è fatto carne”. Alleanza
eterna, perché niente più potrà separare l’uomo da Dio, uniti per sempre in Gesù Cristo (cf. Rm 8, 35-39).
È ancora in termini di matrimonio che si svela il mistero: Gesù compì il suo primo miracolo alle nozze di
Cana (cf. Gv 2, 11); poi il Vangelo lascia capire che il vero sposo è lui (cf. Gv 3, 29; Ef 5, 31-32). Gesù
arriva al culmine dell’amore (cf. Gv 15, 13; 13, 1), sigilla l’alleanza con il sangue della croce e “effonde il
suo Spirito” (Gv 19, 30) alla Chiesa, alla sua Sposa.

La Chiesa appare così come il termine dell’alleanza: colmata dal dono di Dio, essa è la Sposa amata e
feconda che genera nuovi figli fino alla fine dei tempi. “Sacramento universale di salvezza” (cf. Gaudium
et Spes, 41, 1 et 42, 3; cf. etiam Lumen Gentium, 1, 1 et 48). Essa condurrà a poco a poco l’umanità,
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mediante l’annuncio della Parola e mediante i suoi sacramenti, a vivere pienamente il dono di Dio
nell’alleanza che gli è offerta.

Eucaristia e matrimonio

2. I sacramenti sono così dei luoghi di celebrazione e di compimento dell’alleanza. L’Eucaristia lo è a


particolare titolo (cf. Presbyterorum Ordinis, 5), ma il matrimonio, intimamente collegato con
l’Eucaristia (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 57), presenta un legame particolare con l’alleanza.
L’Antica Alleanza si è espressa nel segno del matrimonio degli uomini; ma la realtà del matrimonio
cristiano è come inabitata e trasfigurata dalla Nuova Alleanza.

Ho sottolineato nell’esortazione apostolica Familiaris Consortio, consacrata alla famiglia, a seguito del
Sinodo del 1980, la necessità di “scoprire e approfondire questa relazione” (Ivi.). Il vostro pellegrinaggio
a Roma mi dà l’occasione di aprire alcune vie che è vostro compito approfondire più avanti.

Comunione

L’Eucaristia infatti ci rende accessibile l’alleanza, il dono e Colui che si dona allo stesso tempo.
Sacramento per eccellenza dell’alleanza, essa è mistero di comunione, di unità, nel rispetto della persona
di ciascuno: “Chi mangia la mia carne . . . / dimora in me / ed io in lui” (Gv 6, 56). “Come . . . io vivo per
il Padre, / così anche colui che mangia la mia carne / vivrà per me” (Gv 6, 57). Essa manifesta la
comunione del Padre e del Figlio nello Spirito inserendo in questa comunione i fedeli, che si trovano così
in comunione gli uni con gli altri (cf. 1 Cor 10, 17). Nella carne di Cristo risuscitato si opera la
comunione nello Spirito: “Colui che si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1 Cor 6, 17).

Il compimento dell’alleanza nell’Eucaristia si ripercuote nell’alleanza coniugale. Il sacramento del


matrimonio non realizza forse anch’esso una comunione in cui l’unità della carne conduce alla
comunione dello spirito? Come l’alleanza di Cristo, l’alleanza coniugale porta gli sposi a vivere la fedeltà
nella “tenerezza e nella misericordia” e allo stesso tempo “nella giustizia e nel diritto” (Os 2, 21). “Il
matrimonio dei battezzati diviene così il simbolo reale dell’alleanza nuova ed eterna, sigillata dal sangue
di Cristo. Lo Spirito, che il Signore effonde, dona loro un cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci
di amarsi come Cristo ci ha amati” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 13). “È in questo sacrificio
della nuova ed eterna alleanza che i coniugi cristiani trovano la radice dalla quale scaturisce, è
interiormente plasmata e continuamente vivificata la loro alleanza coniugale” (Ivi. 57). Presso il Signore
essi imparano ad amare “fino alla fine”, nel dono e nel perdono. E come egli vive un’alleanza
indissolubile, così essi imparano da lui la fedeltà senza incrinatura alla parola e alla vita donate.

L’alleanza non solo ispira la vita della coppia, ma si compie in essa, nel senso che l’alleanza dispiega le
sue energie nella vita degli sposi: essa “modella” dall’interno il loro amore: essi si amano non solamente
come Cristo ha amato, ma già, misteriosamente, dell’amore stesso di Cristo, poiché il suo Spirito è loro
donato . . . nella misura in cui essi si lasciano “modellare” da lui (cf. Gal 2, 25; cf. Ef 4, 23). Nella Messa,
mediante il ministero del sacerdote, lo Spirito del Signore fa del pane e del vino il corpo e il sangue del
Signore; nel sacramento del matrimonio e, mediante esso, lo Spirito può fare dell’amore coniugale
l’amore stesso del Signore; se gli sposi si lasciano trasformare, possono amare con “il cuore nuovo”
promesso dalla nuova alleanza (cf. Ger 31, 31; Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 20).

“Chiamata del corpo e dell’istinto, forza del sentimento e dell’affettività, aspirazione dello spirito e della
volontà” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 13), mediante il dono del Signore l’amore degli
uomini può essere completamente irradiato dalla Sorgente dell’amore e manifestare realmente l’alleanza
nuova ed eterna che in lui brilla.

Siamo qui molto lontani, sicuramente, da un semplice impulso istintivo o da un semplice accordo
temporaneo legato agli interessi immediati scontati, ai quali molte persone, oggi, tendono a ridurre quel
dono del Signore che è l’amore!
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3. Ho detto: “Se gli sposi si lasciano trasformare”, perché il dono proposto da Dio non incontra solo
consenso: fin dalle origini cozza contro il rifiuto e l’orgoglio. I tentativi sempre rinascenti di un
cristianesimo senza sacrificio sono votati al fallimento: urtano contro la realtà del peccato. La missione di
Cristo è compimento dell’uomo mediante la sua croce e la sua resurrezione. L’Eucaristia ci ricorda senza
posa che il sangue dell’alleanza nuova ed eterna è “versato in remissione dei peccati” (Mt 26, 28).
L’alleanza è sigillata nel sangue dell’Agnello.

Niente di sconvolgente allora se il sacramento del matrimonio impegna gli sposi su di un cammino in cui
essi incontreranno la croce. Croce all’interno della coppia, sacrificio dell’egoismo di ciascuno, rifiuto,
debolezza, delusioni che chiedono il perdono, rotture. Croce che viene dai figli, dai loro limiti, dalle loro
infermità, dalle loro infedeltà. Croce per le famiglie sterili. Croce per coloro ai quali la fedeltà all’alleanza
provoca prese in giro, ironie e anche persecuzioni. Non viviamo in un mondo innocente! L’amore come
ogni realtà umana ha bisogno di essere salvato, riscattato. Ma la frequenza all’Eucaristia permette agli
sposi di fare delle loro prove un cammino di comunione, una partecipazione al sacrificio del Signore, una
nuova maniera di vivere l’alleanza e, al di là della croce, al di là di tutte le forme di morte che limitano la
loro esistenza, di accedere alla gioia: il matrimonio cristiano è una Pasqua.

4. Il sacrificio del Signore infatti lo conduce alla resurrezione e al dono dello Spirito. Esso sfocia
nell’azione di grazia e nella lode del Padre. È il senso originario del termine “Eucaristia” in cui noi
riceviamo la “coppa della benedizione” (1 Cor 10, 16). La benedizione dell’alleanza di Adamo ed Eva
sfocia nella benedizione del nuovo Adamo e della nuova Eva. Immersa nell’alleanza del Cristo e della
Chiesa (cf. Ef 5, 25 s.), l’alleanza coniugale sfocia così nella gioia, nella gratitudine e nell’azione di
grazia. In questo senso ugualmente ogni famiglia cristiana è chiamata a divenire una “piccola Chiesa”, un
luogo in cui risuona il rendimento di lode e l’adorazione (cf. Ef 5, 19). Gli sposi vi esercitano il loro
sacerdozio di battezzati. Voi, “Foyers des Equipes de Notre-Dame”, avete contribuito al recupero della
preghiera nelle famiglie, e in questo avete reso un apprezzabile servizio. La “riconoscenza”, l’azione di
grazia e la gioia fondate non sull’illusione, ma sulla verità del dono e del perdono, hanno anche un ruolo
importante da giocare nel mondo: arroccato su ciò che conquista esso rischia di perdere il senso del
gratuito. Esso si ferma allora alla gratitudine, all’azione di grazia, fonti di gioia, dimenticando che non è
solamente “degno e giusto” rendere grazia, ma anche “salutare”!

Fare Chiesa

5. Ho ricordato il servizio reso alla Chiesa mediante la preghiera delle “Equipes”. Voglio insistere sulla
dimensione ecclesiale della vostra vocazione coniugale. L’alleanza nuova ed eterna è offerta alla
“moltitudine” (Mt 26, 27). Per personale che sia l’incontro eucaristico di ciascun cristiano, esso riguarda
il Corpo nella sua interezza. “La Chiesa fa l’Eucaristia, ma l’Eucaristia fa la Chiesa”. Al di là delle
diversità di razza, di nazione, di sesso, di classe, l’Eucaristia fa esplodere le frontiere, il corpo eucaristico
di Cristo costruisce il suo Corpo mistico che è la Chiesa. La celebrazione dell’alleanza nuova ed eterna dà
piena consistenza alla assemblea cristiana: questa “fa corpo” nel corpo di Cristo (cf. 1 Cor 10, 17). Ma
lungi dal chiuderla nell’intimismo, l’Eucaristia la fa esplodere ai quattro angoli del mondo. Lo Spirito di
Cristo risuscitato assicura al tempo stesso la Comunione e la Missione (cf. At 1, 13; 2, 4; Mt 28, 18-20).
“Nel dono eucaristico della carità, la famiglia cristiana trova il fondamento della sua "comunione" e della
sua "missione": il pane eucaristico fa dei differenti membri della comunità familiare un solo corpo . . .” e
nello stesso tempo nutre il “dinamismo missionario ed apostolico” (Giovanni Paolo II, Familiaris
Consortio, 57). Sacramento dell’alleanza, quella Chiesa domestica che è la famiglia vivrà intensamente la
comunione, una comunione per nulla ripiegata nell’intimismo, ma tutta aperta alla missione.

Cellula di Chiesa, aperta alle altre comunità, la famiglia cristiana non è una cappella chiusa, un cenacolo.
È per questo che voi dovete avere la preoccupazione di lavorare in stretta comunione con i vostri Vescovi
e i pastori della Chiesa, a cominciare dai vostri parroci.

La vostra vocazione di “costruttori” della Chiesa comincia da un dono generoso della vita (anche nella
Chiesa, molte famiglie non sanno più che “i bambini sono il dono più grande del matrimonio” (Gaudium
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et Spes, 50). Essa si matura nelle molteplici attività che ogni coppia può portare avanti secondo la sua
propria vocazione, dalla catechesi all’animazione liturgica o all’azione apostolica sotto tutte le sue forme.
Ogni famiglia imparerà a comprendere la sua propria vocazione confrontando i suoi gusti e suoi talenti e
le sue possibilità con i bisogni e le domande della Chiesa e del mondo. Perché il servizio missionario più
urgente supera le frontiere della Chiesa. Questo mondo invecchiato (Giovanni Paolo II, Familiaris
Consortio, 6), non crede più alla vita, all’amore, alla fedeltà, al perdono; ha bisogno di segni dell’alleanza
nuova ed eterna, che gli rivelino l’amore autentico, la fedeltà anche nella croce, la gioia della vita, e la
forza del perdono; bisogna insegnargli di nuovo il valore di una parola donata e mantenuta, in una vita
offerta. Attraverso la fedeltà degli sposi, potrà intravedere la fedeltà del Dio vivo.

Fino a quando egli verrà

6. L’Eucaristia infine annuncia e prepara il ritorno del Signore e il compimento definitivo dell’alleanza.
L’Eucaristia è nutrimento per il cammino: prepara i tempi in cui essa stessa non sarà più necessaria
perché “noi lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3, 2). Lungi dal portarci a disprezzare il tempo che passa,
essa ci permette di fare esperienza dell’eterno nel tempo, ma nello stesso tempo ci impedisce di affondare
nel presente ricordandoci la nostra condizione di pellegrini su questa terra (Eb 11, 9-11; Fil 3, 20; 1 Pt 2,
11). Popolo verso la Città di Dio, verso la Gerusalemme celeste, in cui noi saremo ricolmati del dono di
Dio.

Questa prospettiva escatologica dell’Eucaristia si riflette anche nel matrimonio. Questo porta il marchio
dell’effimero: “Passa la scena di questo mondo” (1 Cor 7, 31). Ora il corpo è più che il corpo, esso è il
segno dello spirito che l’abita (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio in Audientia Generali habita, die 28 iul.
1982: vide supra, pp. 132 ss), il matrimonio cristiano è più che la carne. “L’amore è più che l’amore”
(Paolo VI, Allocutio ad Equipes Notre-Dame habita, 6, die 4 maii 1970: Insegnamenti di Paolo VI, VIII
[1970] 427). Trasfigurato dallo Spirito, l’amore costruisce dall’eternità perché “l’amore non passa mai”
(1Cor 13,8). Ma nello stesso tempo un amore coniugale autentico, plasmato pertanto di tenerezza e di
fedeltà, impedisce di fermarsi al proprio congiunto in un’adorazione indebita: porta dall’alleanza
coniugale all’Alleanza e dall’immagine alla sua Origine. È perché si riconosce inseparabile da un altro
segno dell’alleanza: il celibato “per il Regno” (Mt 19, 12; cf. Giovanni Paolo II, Allocutio in Audientia
Generali habita, die 30 iun. 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V, 2 [1982] 2452 ss). Esso ricorda
a tutti che il dono per eccellenza di Dio non è una creatura, per quanto sia amata, ma il Signore stesso:
“Il tuo sposo è il tuo creatore” (Is 54, 5). Il vero Sposo delle nozze definitive, è il Cristo, e la Sposa è la
Chiesa (cf. Mt 22, 1-14). La verginità consacrata, segno del mondo che deve venire (cf. Giovanni Paolo
II, Familiaris Consortio, 16), risuona come un appello nel cuore di tutte le famiglie cristiane. Essa non è
né paura né allontanamento, ma l’appello di un amore più grande (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio in
Audientia Generali habita, die 21 apr. 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V, 1 [1982] 1270 ss). Ho
voluto ricordare che, in questo senso, “la Chiesa . . . ha sempre difeso la sua superiorità nei confronti del
matrimonio” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 16), anche se questo oggi è mal compreso. Questo
per dirvi l’importanza che la Chiesa attribuisce ad un certo clima nelle famiglie cristiane affinché vi
fiorisca, nella libertà e nella gioia, la chiamata a lasciar tutto per Cristo.

Cammino

7. “Se tu conoscessi il dono di Dio”. Non vi basterà, fratelli e sorelle, tutta la vostra vita coniugale per
esplorare l’incommensurabile dono di Dio, “l’altezza e la profondità, la lunghezza e la larghezza
dell’amore di Dio che supera ogni conoscenza” (Ef 3,18-19). Ragion di più per applicarvisi sin da ora in
famiglia nelle “Equipes” e nella Chiesa.

Pur tuttavia questo richiamo sull’ambizione di Dio nei confronti del matrimonio dei suoi figli potrebbe
opprimervi: come assumere una tale missione tra gli uomini e le donne del nostro tempo?

Avete ragione di riconoscere i vostri limiti: l’umiltà è il primo passo verso la santità. Ma non dovete per
questo ridurre le ambizioni di Dio su di voi; come potrebbe sussistere l’amore se non riflettesse la santità
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della sua origine, nella fedeltà e nella fecondità? “Se il matrimonio cristiano può essere paragonato ad una
montagna molto alta che pone gli sposi nell’immediata vicinanza di Dio, bisogna riconoscere che la sua
scalata richiede molto tempo e molta fatica. Ma sarà questa una ragione per sopprimere o per abbassare
tale vetta?” (Giovanni Paolo II, Homilia in urbe Kinshasa habita, 1, die 3 maii 1980: Insegnamenti di
Giovanni Paolo II, III, 1 [1980] 1075).

La sproporzione che percepite tra l’attesa del Padre e le vostre povere risposte non deve paralizzarvi ma
rendervi ancora più dinamici. Sapete che una vera madre non si fa complice del rifiuto di mangiare, di
lavorare o di amare dei suoi figli! Essa li sollecita ad avanzare sulla strada della vita, senza debolezza né
durezza, con una tenera e misericordiosa esigenza. Ma sapete anche per esperienza che un padre che ama
non opprime i suoi figli perché essi maturano lentamente! Nell’esortazione apostolica, ho parlato non
della “gradualità della legge” perché le esigenze della creazione e della redenzione del corpo ci
riguardano tutti, a partire da oggi, ma della gradualità del “cammino pedagogico della crescita” (Giovanni
Paolo II, Familiaris Consortio, 9). Tutta la nostra vita cristiana non deve forse essere pensata in termini di
cammino?

In ciascuno degli ambiti in cui vi scontrate contro degli ostacoli, nell’amore e le sue espressioni, le sue
reticenze e le sue riprese, nei difficili problemi della regolazione delle nascite - per giungere a relazioni
coniugali “controllate e rispettose della natura e delle finalità dell’atto coniugale” (cf. Giovanni Paolo II,
Allocutio ad Centre de Liaison des Equipes de Recherche habita, 6, die 3 nov. 1979: Insegnamenti di
Giovanni Paolo II, II,2 [1979] 1033) e mantenere sempre un rispetto assoluto della vita umana - e
ugualmente per quello che è il vostro ruolo nella Chiesa e nel mondo, vi rimando a quello che disse Paolo
VI nel celebre discorso che vi indirizzò nel 1970: “Il cammino degli sposi, come ogni vita umana,
conosce molte tappe, e fasi difficili e dolorose . . . vi hanno il loro posto. Ma bisogna dirlo chiaramente:
mai l’angoscia e la paura dovranno abitare negli animi di buona volontà, perché il Vangelo non è forse
una buona novella anche per le famiglie, e un messaggio che, anche se è esigente, non è meno
profondamente liberatore?” (Paolo VI, Allocutio ad Equipes Notre-Dame habita, 15, die 4 maii 1970:
Insegnamenti di Paolo VI, VIII [1970] 433).

I vostri combattimenti spirituali e anche il rammarico per i vostri peccati, confidati al Signore nel
sacramento della riconciliazione (cf. Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 58) hanno ancora un ruolo
da giocare: possono rendervi più fraterni verso i vostri fratelli e le vostre sorelle provati da insuccessi di
ogni tipo, dall’abbandono del coniuge, dalla solitudine o dagli squilibri, e aiutarvi, senza rinnegare nulla
della vocazione della coppia alla santità, ad accompagnare questi fratelli e a rimetterli in cammino.

8. Queste ultime riflessioni non sono staccate dall’Eucaristia, esse al contrario vi ci riportano: l’Eucaristia
non è forse un viatico per coloro che sono in cammino? Non è l’incontro con Colui che è la Verità e la
Vita, e nello stesso tempo la Via? (cf. Gv 14, 6).

Allora, fratelli e sorelle molto amati, vivete al cuore del sacramento dell’Alleanza, nutrendo il vostro
matrimonio con l’Eucaristia e illuminando l’Eucaristia con il vostro sacramento del matrimonio; ne va
dell’avvenire del mondo. Malgrado i vostri limiti e le vostre debolezze, umilmente e nello stesso tempo
fieramente, la vostra luce brilli di fronte agli uomini. Gli uomini del nostro tempo si accalcano attorno a
sorgenti inquinate! La vostra vita tutta intera li conduca al pozzo di Giacobbe, la vostra vita di coppia li
interroghi: “Se tu conoscessi il dono di Dio!”. Vedendovi vivere, essi intravedano il “sì” entusiasta del
Signore all’amore autentico! La vostra vita tutta intera faccia comprendere loro la chiamata di Cristo:
“Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva
sgorgheranno dal suo seno” (Gv 7, 37-38)!

Che nostra Signora ottenga, a tutti voi, d’accogliere il dono di Dio e di donarlo a vostra volta agli uomini,
come Ella ha fatto con voi!
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Ed io, di gran cuore, a ciascuna delle vostre famiglie, a tutti i membri delle Equipes de Notre-Dame,
soprattutto a coloro che conoscono la prova, e anche ai sacerdoti e ai religiosi che accompagnano la
vostra riflessione, la mia benedizione apostolica.