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BIBLIOTECA NAZIONALE MARCIANA

Piero Falchetta

Storia del Mappamondo di Fra’ Mauro


Con la trascrizione integrale del testo
L’Editore ringrazia il Direttore della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, Dott. Maurizio Messina,
per l’autorizzare alla riproduzione del mappamondo.

Sul frontespizio il Mappamondo di Fra Mauro, Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana


IndIce

Presentazione 7
Premessa 9
L'opera e iL suo autore 13
L'esecuzione deLL'opera 23
I. Alcune questioni preliminari 23
II. Le prime testimonianze 26
III. Giambattista Ramusio 29
IV. Le carte “etiopiche” e la geografia degli arabi 32
V. Nuovi interrogativi 37
VI. Un mappamondo portoghese? 38
VII. Testimoni della geografia di Mauro 43
VIII. Un importante documento dagli archivi portoghesi 46
IX. Marco Foscarini e Antonio Galvão 49
X. Il primo scenario 51
XI. Il secondo scenario 55
XII. Conclusioni 57
iL mappamondo daL 1460 a oggi 59
La geografia deL mappamondo 65
I. Le fonti 65
II. Nicolò de Conti e Marco Polo 68
III. Tolomeo 71
IV. Acque e terre 79
Le note cosmografiche marginaLi 93
I. Numero dei cieli e distanze astronomiche (angolo superiore sinistro) 94
II. Teoria delle maree e delle terre emerse (angolo superiore destro) 97
III. Il Paradiso Terrestre (angolo inferiore sinistro) 99
IV. Teoria degli elementi e dell'abitabilità delle regioni australi 101
(angolo inferiore destro)
testo e immagini 105
Note 113
BiBLiografia deLLe opere citate 131
trascrizione deL testo 143
Presentazione

Il compito di conservare nel miglior modo possibile quanto la


tradizione artistica e culturale del passato ha trasmesso fino a noi è
certamente uno dei più impegnativi, ma anche uno dei più nobili ai quali
possiamo essere chiamati. Quando poi si tratta della conservazione di
un grande mappamondo che con straordinaria vivacità e precisione ci
consente la singolare esperienza di vedere il mondo come lo vedevano
gli uomini e le donne di cinquecento anni fa, tale compito è, se non più
doveroso, certamente più gratificante. Il restauro del mappamondo di
Fra’ Mauro, opera realizzata a Venezia intorno al 1450, è stato uno dei
più importanti risultati che la Biblioteca, con il sostanziale apporto dei
finanziamenti concessi dalla Direzione Generale per le Biblioteche del
Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, ha ottenuto
in questi ultimi anni.
Non si è trattato però soltanto di eseguire i delicati interventi di
pulizia, di rinforzo della struttura e di restauro delle parti danneggiate
dal tempo; fin dall’inizio ci si è proposti infatti di migliorarne la
fruibilità. Sono stati allo scopo realizzati una nuova teca in grado di
offrire maggiore protezione all’opera, e un sistema di illuminazione
a luce fredda che non danneggiasse le pergamene, i pigmenti e gli
inchiostri. Tali attività sono state svolte, con grande sapienza e perizia,
dallo Studio P. Crisostomi di Roma e dalla AR di Padova, a cui va il
ringraziamento della Biblioteca.
In concomitanza con tali operazioni, che hanno comportato lo
smontaggio del mappamondo e ne hanno di conseguenza permesso
lo studio approfondito, la casa editrice Imago srl, specializzata da
molti anni nella produzione di facsimili di opere di grande pregio,
ha realizzato la felicemente riuscita impresa di produrre un facsimile
tridimensionale del mappamondo, affidandosi alle mani di esperti
artigiani i quali, con infinita pazienza, hanno riprodotto le antiche
tecniche di lavorazione del legno, unendole poi alle più moderne
tecnologie digitali grazie alle quali ogni dettaglio dell’immagine e del
testo è riprodotto in un modo difficilmente distinguibile dall’originale.
Il presente volume, affidato alle cure di uno studioso di lunga
esperienza, Piero Falchetta, bibliotecario alla Marciana, è destinato
ad accompagnare il facsimile per far conoscere e rivivere la storia
dell’antico splendido manufatto.

Maurizio Messina
Direttore della Biblioteca Nazionale Marciana

7
Premessa***

La storia di un qualsiasi oggetto è costituita da una fitta trama di


conoscenze, competenze, relazioni, personalità, scelte, circostanze,
tecniche, tradizioni, invenzioni e di mille altre componenti – a
volte storicamente rilevanti altre volte del tutto occasionali – che
contribuiscono, nel loro insieme e nel loro continuo dipanarsi e
riannodarsi, a rendere quella storia degna di attenzione, di interesse,
e magari anche di studio. Scriveva Nabokov in Cose trasparenti:
“Quando noi ci concentriamo su un oggetto materiale [...] il solo atto
di prestare ad esso la nostra attenzione può farci sprofondare […]
nella sua storia”1. Se poi si tratta di un oggetto artistico, l’intreccio
di emozioni, di sentimenti e di idee che gli hanno dato vita s’incarna
talmente ad esso da farlo spesso sopravvivere al trascorrere del tempo,
in un dialogo ideale d’ininterrotta contemporaneità. Quando, infine,
l’oggetto è un grande mappamondo disegnato in un’epoca nella quale
la geografia e la cartografia non erano ancora scienze, e nei modi tipici
delle abilità più sopraffine e forse anche dell’arte pittorica intende
raffigurare – per riordinare e per intellettualmente governare – quella
“cosa” non percettibile eppure immanente che è lo spazio del mondo,
ciò che s’impone innanzitutto e soprattutto all’attenzione e alla
considerazione di chi osserva è la manifesta intenzione dell’autore di
dare al mondo una forma nuova e migliore. Ogni cartografo, prima
che le conoscenze scientifiche e le tecniche moderne diventassero dati
oggettivi e riferimento comune, poteva intestarsi a genitore di una
tale ricreazione, nel senso che ogni tentativo era un primo tentativo,
era un inizio, era il principio di una forma che non poteva essere
per davvero negata o contraddetta in quanto non poteva essere per
davvero sperimentata. Le parole che intorno alla metà del XIV secolo
Fazio degli Uberti mette in bocca a Solino nel poema didascalico
Il Dittamondo testimoniano l’incertezza sulla forma del mondo,
in quanto il suo spazio non è ancora superficie dalle dimensioni

*** Questo testo rappresenta la sintesi di un decennio di studi e ricerche dedicati


al mappamondo di Fra’ Mauro. Sono qui riuniti, rielaborati, sviluppati e resi disponibili
anche in lingua italiana gli studi da me pubblicati in Maps of the Eastern Islands from Fra’
Mauro to Coronelli (“Journal of the International Map Collectors’ Society”, 2004, n. 99,
pp. 47-56), Fra’ Mauro’s World Map, (Turnhout, Brepols, 2006), Giambattista Ramusio, le
mappe cinesi di Marco Polo e il mappamondo di Fra’ Mauro, (in Cartografi veneti. Mappe,
uomini e istituzioni per l’immagine e il governo del territorio, a cura di V. Valerio. Padova,
Editoriale Programma, 2007, pp. 115-118), Il Nilo Bianco nel mappamondo di Fra’ Mauro (in
Il bibliotecario inattuale. Miscellanea di studi di amici per Giorgio Emanuele Ferrari. Venezia,
Nova Charta, 2007, vol. 1, pp. 251-61), Lo spazio secondo Fra’ Mauro nel contesto delle
concezioni geografiche contemporanee, (in Cartografia di paesaggi. Paesaggi nella cartografia.
A cura di Cerreti – Federzoni – Salgaro. Granarolo nell’Emilia, Pàtron editore, 2010, pp.
353-361), La forme de l’eau: l’océan Indien de Fra’ Mauro (di prossima pubblicazione negli
atti del convegno Transferts de savoir dans les cartographies de l’océan Indien (Orient/
Occident, de l’Antiquité au XVIe siècle, Paris, Bibliothèque Nationale de France, 28
ottobre 2011), Il mappamondo (scomparso?) di Fra’ Mauro (“Studi Veneziani”, 62 (2011),
pp. 113-132), e infine gli approfondimenti recenti di quest’ultimo studio, anch’essi di
prossima pubblicazione.

9
definite bensì, più modestamente, semplice direzione e moto da un
punto a un altro punto: “E però formerò teco una mappa / tal, che la
’ntenderanno non che tue, / color ch’a pena sanno ancor dir pappa,
/ a ciò ch’ andando insieme poi noi due, / e trovandoci ai porti e a le
rive, / sappi quando saremo giú e sue”2. La mappa come strumento
d’orientamento – geografico o culturale – anziché, in senso moderno,
come definizione dello spazio: ogni carta premoderna è, in sostanza,
un repertorio di conoscenze, ipotesi, dicerie, leggende, testimonianze
alle quali si tenta di dare rappresentazione grafica. La qual cosa, com’è
evidente, è ben lontana dall’idea della moderna geografia (e della
moderna cartografia): là dove abbiamo oggi il mondo come quantità
affidata all’oggettività dei numeri, si aveva allora il mondo come
racconto delle sue qualità.
Questa breve premessa non è forse inopportuno avviso per chi
si accinga a incontrare uno dei più celebri documenti cartografici di
sempre, quale è appunto il mappamondo di Fra’ Mauro, e a entrare nel
fitto viluppo di idee, persone e fatti che concorsero alla sua ideazione
e alla sua composizione. Siamo infatti alla metà del XV secolo, in
una città, Venezia, che in quegli anni era senza dubbio uno dei più
importanti centri di elaborazione intellettuale e culturale dell’Europa
cristiana: il momento è storicamente rilevantissimo, in quanto qui e
ora si interpreta e si sperimenta con risultati quanto mai originali il
passaggio definitivo dal Medioevo all’Età Moderna, e il mappamondo
di Mauro è, in tale prospettiva, un testimone di assoluta importanza.
Nei pochi decenni che seguiranno molte cose saranno mutate, e dalla
visione “ecumenica” di Mauro che distingue con accenti persino
polemici, come si vedrà, la forma dal numero, si passerà alla celebre
chiosa di Jacopo de’ Barbari, pittore ma, per quel che più ci interessa
qui, autore della famosissima e insuperata veduta di Venezia dell’anno
1500: “Non pol essere proporcione senza numero, né pol essere forme
senza giometria”3.
C’è poi un altro elemento da considerare, di portata ancor maggiore.
L’idea che il mondo, ovvero la ripartizione tra acque e terre emerse,
abbia una forma definita e riconoscibile è stata acquisita abbastanza
di recente nella storia dell’umanità. Tutti noi moderni abbiamo ben
chiara nella nostra mente, in quanto parte di un elementare bagaglio
culturale ben consolidato, quella forma che vede i continenti disposti
secondo un certo ordine, rinchiusi entro contorni immediatamente
riconoscibili. Tutto ciò ci appare assai ovvio, persino naturale. Ma così
non era nel passato, quando la concezione dello spazio in generale
e di quello geografico particolare era compresa fra gli angusti limiti
dell’esperienza personale – e perciò dei piccoli spazi – e le speculazioni
filosofiche delle teorie aristoteliche, per come sono esposte nella
Fisica4 dello stagirita: poiché lo spazio (chóra) si determina innanzitutto
in quanto insieme dei luoghi (tópoi) propri dei corpi, ne consegue
che là dove non vi è luogo non vi è neppure spazio, concetto che, in
termini cartografici, si traduce in una sostanziale indifferenza per ogni

10
problema di posizione. Essendo tuttavia proprio la posizione l’elemento
costitutivo di ogni principio ordinatore dello spazio, ovvero di ogni
geografia, ne consegue la scarsa rilevanza, agli occhi del compositore
di mappaemundi medievale, della definizione sperimentale dello
spazio.
In altre parole, l’immagine del mondo non è da considerarsi,
prima dell’Età Moderna, quale espressione di una forma definita
bensì, prima di ogni altra cosa, quale repertorio mnemonico, quale
rassegna di tutte le conoscenze (autentiche o presunte) disponibili
all’epoca. In questa prospettiva il lavoro del cartografo – o meglio,
del disegnatore di mappamondi – non consisteva nel precisare forme
e rapporti spaziali, quanto piuttosto nell’inventio di una forma capace
di contenere quelle conoscenze. Il ruolo del cartografo ha in tal senso
qualche cosa di demiurgico in sé, poiché il mondo viene per sua mano
di volta in volta inventato e rivelato. Il semplice monaco Mauro, mai
assurto a importanti cariche nella congregazione monastica alla quale
apparteneva, quella dei Camaldolesi, vissuto quasi sempre, per quanto
se ne sa, in una piccola isola-monastero della laguna veneziana, con
il supporto di un’importante biblioteca a sua disposizione e di una
quanto mai probabile rete di relazioni e di conoscenze, è il protagonista
assoluto di una vicenda culturale per certi versi straordinaria, e la
sua creatura/creazione, il mappamondo, ha forse rappresentato il
momento più alto di istanze culturali che, mentre affondavano le loro
radici nelle idee e nel pensiero medioevali, tuttavia già rivelavano,
soprattutto per effetto della riscoperta di Tolomeo e dell’incontro con
altre tradizioni e altre conoscenze, i sintomi della crisi radicale dalla
quale stavano prendendo avvio un nuovo tempo e un nuovo mondo.

11
L’opera e iL suo autore

La vicenda biografica di Mauro camaldolese può essere riassunta


in poche righe, non avendo mai rivelato altro che sparsi frammenti di
vita, alcuni dei quali appaiono per di più assai incerti. Quasi tutte le
informazioni su di lui a noi note oggi furono pubblicate già nel 1806,
anno in cui Placido Zurla, anch’egli appartenente alla congregazione
camaldolese del monastero di San Michele di Murano in Venezia,
diede alle stampe il suo ampio studio sul mappamondo, studio che
segnò l’avvio alla riscoperta moderna dell’opera e del suo autore5.
A quell’importante inizio vanno aggiunte le notizie presentate da
Roberto Almagià e da Tullia Gasparrini Leporace, all’epoca direttrice
della Biblioteca Marciana, in occasione dell’edizione facsimilare del
mappamondo del 19566. Dopo tale data, gli studi non hanno prodotto
quasi più nulla sotto il profilo dell’approfondimento biografico. Ecco
dunque, ripresi dai testi ora citati e, ove non diversamente indicato,
dal regesto documentario compilato da Angelo Cattaneo7, i principali
elementi che costituiscono la scarna biografia di Mauro.
Il primo e quanto mai incerto riferimento a un “Frater Maurus de
Veneciis conversus” è in un documento del luglio 1409, dal quale si
desume l’appartenenza del “frater” al capitolo – ovvero all’organo
di governo – del monastero di San Michele. Quanto al termine
“conversus”, su cui si è molto discusso, si può dire che è connotato
da una certa ambiguità. Da un lato il termine infatti pare designare
uno status in qualche modo inferiore a quello di monaco; in ambito
cistercense, ad esempio, è noto un documento che distingue tra i
nobili entrati a far parte dell’ordine, chiamati “monachi” e gli altri
laici non patrizi, detti appunto “conversi”8. D’altro canto, numerose
sono le attestazioni archivistiche nelle quali diversi membri dei
vari ordini sono definiti insieme “monachus et conversus”9. Zurla
afferma invece che presso i Benedettini – dei quali i Camaldolesi sono
filiazione diretta – “essersi anticamente [...] chiamati monaci quelli che
nella puerizia venivano offerti da genitori, conversi poi quelli per lo
più che in età adulta abbandonavano il secolo”. Comunque stiano le
cose, rimane incertezza sul fatto che il “frater” nominato in questo
documento sia proprio l’autore del mappamondo. Un’altra questione
che in ambito monastico ha suscitato diversi interrogativi è se Fra
Muro fosse o meno sacerdote; Zurla ritiene che lo fosse, in quanto
la medaglia celebrativa a lui dedicata, e coniata probabilmente poco
dopo la sua morte, lo ritrae senza barba, mentre soltanto i “conversi
serventi” portavano per l’appunto la barba.
Una traccia successiva riferibile forse a Mauro è in un registro
del monastero dove, alla data 2 aprile 1434 un tale “Fra’ Mauro de
Venetiis” è citato come membro del capitolo di San Michele. La prima
testimonianza che con ragionevole certezza può essere messa in
relazione a Mauro e alla sua attività di cartografo è del 1437, data in

13
cui egli compose la carta topografica del territorio soggetto all’abbazia
camaldolese di Leme (Limski), in Istria; l’originale è perduto, ma la
carta ci è nota attraverso l’incisione che la riproduce, pubblicata nel
1762 nel settimo volume degli Annales Camaldulensium.
Chiamato dai Savi ed Esecutori alle Acque veneziani, il 25 novembre
1443 un tale “frar Moro da San Michiel de Muran” prese parte, insieme
a una commissione di esperti convocata ad hoc, a un sopralluogo
lungo il corso del fiume Brenta, in merito alla regolazione di quelle
acque10; la circostanza lascia supporre una sua competenza in materia
di idraulica, competenza che tuttavia non è altrimenti testimoniata.
Il 18 giugno 1445 Mauro è convocato in veste di testimone alla
sottoscrizione degli accordi territoriali fra la Repubblica e il patriarca
di Aquileia Lodovico Scarampi Mezzarota; anche in questo caso, come
in quello del monastero di Leme, si tratta della definizione di confini,
per la quale il ruolo di un cartografo è di evidente importanza.
Il primo indiscutibile riferimento alla composizione di mappamondi
da parte di Fra’ Mauro sopravvive soltanto nella testimonianza
indiretta di Zurla, in quanto il registro 451 delle spese del monastero
per il periodo 1448-1449, tenuto dall’economo dello stesso, Niccolò,
è andato perduto. In quelle carte vi è “non di rado notato il nome
di Fra’ Mauro e le spese per colori, per oro battuto ecc. per formar
mappamondi”. Si è invece conservato il registro di “Entrata e uscita”
del periodo 1453-1464, che pur con non poco disordine riferisce qua
e là di spese e attività diverse legate alla composizione dell’opera. In
quelle note scarne il nome di Mauro compare tuttavia poche volte.
La prima registrazione che cita Mauro e il suo lavoro è di Maffeo
Gherardo, abate del monastero dal 1448 al 1466, il quale, alla data 8
febbraio 1457, scrive: “don Benedetto Miani me dè contadi in horo
ducadi 28 i qual sono lasadi qui in nome del detto Segnor in depoxitto
per suplir a certe spexe le qual erano de bixogno per far compir l’opera
del suo mapamundi el qual lavora frate Mauro”. La seconda menzione
del camaldolese è alla data 21 ottobre 1457, dove si legge: “ho dadi
contadi a frar Mauro per pagar uno scriptor a laurado over scripto
su il mapamundi zorni 17”. Un riferimento indiretto a Mauro è nella
nota del primo luglio 1457, dove si registra un rimborso delle spese
sostenute da don Francesco da Cherso, che collaborò alla realizzazione
dell’opera. L’ultima registrazione che cita Mauro è dell’aprile 1459, e
riporta un pagamento di 8 ducati eseguito a titolo non specificato e in
data incerta11.
Si tratta, come si vede, di ben poca sostanza, insufficiente a
ricostruire un profilo completo dell’uomo e della sua esistenza. Va
certamente considerato che la vita monastica è una vita di comunità
nella quale la singola persona ha uno status diverso e, per così dire,
meno individualistico di quello delle persone che sono parte della
società civile; vi è poi il fatto che Mauro non ricoprì cariche particolari,
e rimase per tutta la vita semplice monaco, cosicché non è testimoniato
in epistolari e documenti di carattere amministrativo. Dopo la morte

14
di Mauro, avvenuta entro il 20 ottobre 1459, tutte le sue carte, i disegni
e gli scritti furono messi in una cassa e affidati, come annota l’abate
Gherardo, alle mani di don Andrea, priore del monastero di San
Giovanni Battista alla Giudecca; la cassa fece ritorno a San Michele nel
1464, ma andò poi dispersa, cosicché nessuna di quelle carte è arrivata
a noi12. Sono del tutto ignote le ragioni di questo doppio trasferimento,
ma la circostanza risulta in ogni caso piuttosto singolare; si trattava
forse di qualche confratello intenzionato a proseguire gli studi
cartografici di Mauro? Niente di certo si può affermare al riguardo.
In mancanza di fatti e di altri dati oggettivi, alcune caratteristiche
della personalità del camaldolese possono comunque essere desunte
dal testo stesso del mappamondo in quanto, in modo assai innovativo
e per certi aspetti sorprendente in un contesto del genere, Mauro vi
si esprime spesso in prima persona, rivendicando scelte e opinioni e
rivelando con ciò la propria ambizione, consistente nel tentativo di
correggere e rinnovare tante certezze e credenze sia degli antichi che
dei suoi contemporanei; egli intesse con questi un dialogo diretto,
franco e a volte persino polemico, e rivendica con orgoglio le proprie
affermazioni. Il testo delle iscrizioni riporta infatti di frequente
espressioni quali “io affermo”13 (*53, *480), “non me persuado”
(*2435), “demostrar questo per euidentissime chiareçe” (*389), “questa
opinion non è vera” (*2750), “la qual opinion io non credo” (*2752),
“ma qui uoglio che...” (*560), “ho solicitado uerificar la scriptura cum
la experientia, inuestigando per molti anni e praticando cum persone
degne de fede” (*2834), e molte altre nelle quali è evidente – come si
vedrà meglio più avanti – la sottolineatura del proprio ruolo di auctor
– nel senso etimologico del termine, ovvero di colui che fa aumentare
la conoscenza. Ma non solo. Anche se si può immaginare che la lingua
latina gli fosse ben familiare, e che l’impiego del latino, tradizionale per
questo genere di composizioni, avrebbe accresciuto la considerazione
dell’opera da parte dei lettori colti, egli tuttavia preferì comporre in
volgare, perché altrimenti, scrive, “pochi me haueria inteso salvo che
qualche literato” (*2202): è chiara qui la sua ambizione di rivolgersi
direttamente e senza mediazioni a un pubblico più ampio di quello
degli studiosi e degli esperti.
L’espressione “inuestigando per molti anni e praticando
cum persone degne de fede” lascia pochi dubbi sul fatto che il
mappamondo sia l’esito finale di un progetto di lunga durata, che
comportò numerosissime letture e altrettante relazioni personali. Per
quel che riguarda le letture, Mauro poteva contare per prima cosa
sulla ricchissima biblioteca del monastero, una delle più importanti
biblioteche veneziane del tempo, che è stata descritta in dettaglio nel
corso del XVIII secolo dal Mittarelli14. Per quel che riguarda i contatti
personali, dovettero essere assai vari e numerosi, ma fra questi
assumono una particolare importanza quelli con i rappresentanti
della chiesa d’Etiopia, che gli fornirono notizie e mappe dell’Africa15,
e quelli, probabilmente indiretti, con i portoghesi, che in quagli stessi

15
anni andavano intraprendendo sempre nuove esplorazioni lungo le
coste atlantiche dell’Africa16.
Le poche notizie qui raccolte lasciano intravvedere appena quale
poté essere la vita di un uomo dedicatosi alla vita monastica, ritirata
e schiva per definizione, il quale tuttavia, attraverso la sua opera,
ambiva a rivolgersi al mondo intero, lo stesso mondo per il quale
aveva creato una nuova forma. Una cosa si può affermare con certezza:
non fosse a noi nota l’appartenenza di Mauro a un ordine monastico,
potremmo con tranquillità considerare il mappamondo opera e frutto
di una cultura laica dalla quale ogni influsso e ogni tradizione religiosi
sono stati banditi. Persino il Paradiso Terrestre, che la tradizione delle
mappaemundi medioevali era solita situare nell’estremo oriente delle
terre allora note, è qui situato al di fuori del disegno geografico, in
uno degli angoli della cornice, mentre manca del tutto, nel ricchissimo
testo dell’opera, qualsiasi riferimento alla tradizione religiosa.
Anche se la data della morte di
Fig. 1: Mauro non è nota, può certamente
Riproduzione della essere fissata prima del 20 ottobre 1459,
medaglia celebrativa come si è visto. L’ultimo atto della
con il ritratto di sua vicenda terrena fu il conio di una
Fra’ Mauro, medaglia celebrativa, in bronzo, con
in P. Zurla, il ritratto del camaldolese contornato
Il mappamondo dall’iscrizione frater · mavrvs · s ·
di Fra’ Mauro, michaelis · moranensis · de · venetiis ·
Venezia 1806 ordinis · camaldvlensis ·chosmographvs
· incomparabilis [Fig 1]. Pur se
l’esaltazione delle virtù cosmografiche
di Mauro dovrà essere, come si vedrà, parzialmente corretta, è
indubbio che l’eccezionale tributo intendesse consacrare l’opera del
camaldolese a futura memoria. Chi abbia assunto l’iniziativa di tale
celebrazione, se l’autorità civile della Serenissima o quella religiosa del
monastero, non è dato sapere. Il confronto con la medaglia dell’anno
1525, dedicata a Pietro Dolfin, generale dell’ordine e traduttore in
lingua latina del testo del mappamondo – traduzione purtroppo non
pervenuta – fa comunque pensare che la decisione di celebrare così
due importanti personaggi appartenuti all’ordine fosse maturata
all’interno dell’ordine stesso e, più in particolare, all’interno della
comunità camaldolese veneziana17.

Il mappamondo che Mauro concepì è un oggetto composito,


realizzato anche grazie all’apporto di più mani e in diverse fasi
che possono essere così riassunte: a partire da un lungo lavoro di
raccolta e di selezione delle informazioni e delle testimonianze scritte,
cartografiche e orali, concluso entro il 1447-1448, furono realizzati
più disegni delle diverse parti del mondo. Il dato è pressoché certo
non soltanto perché l’annotazione del 20 ottobre 1459 indica in modo
esplicito l’esistenza di tali disegni, ma anche perché il manoscritto

16
Borgiano V della Biblioteca Vaticana risulta essere, come altrove
dimostrato18, la copia di uno di quei disegni preparatori. A questa
prima fase fece seguito la composizione dell’opera, realizzata fra il 1448
e il 1460; i tempi e i modi della realizzazione non sono noti, ma vi sono
valide ragioni, come si vedrà, per ritenere che il procedimento non sia
stato continuo e lineare, ma che abbia conosciuto rallentamenti, pause
e ripensamenti di varia origine. Nel 1460 l’”oggetto” mappamondo
può dirsi compiuto, e da allora in poi sarà il vanto e l’attrattiva
principale del monastero di San Michele, almeno fino al principio
del secolo XIX, quando la caduta della Serenissima, i provvedimenti
dell’amministrazione napoleonica e tutti gli avvenimenti legati alla
soppressione delle istituzioni religiose voluta del governo francese
coinvolsero la celebre mappa – e se ne darà più avanti ampio resoconto
– in una tormentata vicenda che si concluse soltanto nel 1924.

Il planisfero di Mauro è formato Fig. 2:


da un tondo centrale contenente il I quattro fogli
disegno geografico, che misura 195 x di pergamena
193 cm; si riscontra perciò una lieve che formano
deformazione della circonferenza il tondo centrale
lungo l’asse N-S. Il supporto ligneo del mappamondo
circolare è costituito da tre tavole
orizzontali di legno di pioppo19 e da
tre montanti che le tengono unite. Su
questa superficie sono stati incollati
quattro fogli di pergamena di vitello di
dimensioni diverse [Fig. 2], le cui misure particolarmente grandi si
riscontrano soltanto in pochi testimoni20.
Le iscrizioni leggibili oggi – giacché un’ampia area intorno al
Venezia è deteriorata al punto da rendere illeggibili molti toponimi –
sono in numero di 2991; la maggior parte di esse è formata da semplici
toponimi, ma numerose sono le annotazioni nelle quali l’autore cerca
di dare conto delle proprie scelte e delle fonti impiegate. La maggior
parte delle iscrizioni sono in inchiostro azzurro oppure rosso, ma là
dove la concentrazione di note è maggiore, la scrittura, più minuta,
è in inchiostro bruno; le iscrizioni poste nel mare sono entro cartigli
bianchi. I mari e gli oceani sono rappresentati in colore azzurro, con
una tecnica che vuole ricordare le onde del mare; navi di varie fogge,
pesci, gorghi e relitti di naufragi animano la superficie delle acque.
L’esame ravvicinato, condotto sull’originale anche con il supporto
di riprese all’infrarosso e a luce radente, rende evidenti i numerosi segni
di un lavoro condotto in momenti diversi e con una certa mancanza di
omogeneità. La forma “occeano”, con la “c” raddoppiata, ricorre più
volte nel testo del mappamondo (*53, *149, *2403, *2709, *2725, *2916),
mentre la forma con una sola “c” compare soltanto nelle iscrizioni a
lettere capitali dorate che indicano i vari oceani. Osservando queste
ultime si nota, anche grazie alle riprese effettuate a luce radente,

17
Figg. 3-6: che la grafia originaria
Correzioni riportava “OCCEANVS”,
apportate successivamente corretto
all’iscrizione in “OCEANVS” e, nel
“OCCEANVS” caso dell’iscrizione posta
nell’estrema posizione
sud-occidentale,
s’intravvede la nota
precedente nella forma “MARE OCCEANVS” [Figg. 3-6].

In particolare, si può osservare nelle figg. 4-5 come la doratura


dell’iniziale “O” sia stata apposta correggendo la “C” originaria
con l’aggiunta di oro entro un tracciato a inchiostro nero adattato
all’occasione. Se in tutti questi casi le dorature sono sovrapposte agli
altri elementi, e sono perciò da considerarsi ritocchi finali, ve ne sono
altri nei quali è la doratura a essere ricoperta dal disegno: la rosa dei
venti con “SIROCO” è parzialmente ricoperta dal disegno di alcune
isole [Fig.7]; il toponimo “Assiria” è attraversato dal disegno di una
strada [Fig. 8]; una strada ricopre parzialmente il testo dell’iscrizione

Figg. 7-8:
Particolari
di iscrizioni
alle quali
si sovrappone
il disegno

*0820: “...mesti|er menudo | et è stud<i>o | de ogn<i> | scie(n)<ti>a”,


diversamente da quanto accade nella maggioranza dei casi, nei quali
è la scrittura ad adattarsi o a sovrapporsi al disegno sottostante

18
Figg. 9-10:
Particolari
di iscrizioni che
si sovrapponegono
o si adattano
al disegno

[Figg. 9-10]. Questi particolari descrivono la situazione di un lavoro


condotto in maniera non unitaria e coordinata, ovvero in diverse
riprese che si sono succedute nel tempo, pur non essendo noi in grado
di determinare la collocazione e la durata di quei tempi.

Figg. 11-12:
Impronte
di “mostri” marini
sovrapposti
al disegno originale

Il segno di ripensamenti di una certa rilevanza appare anche nelle


silhouettes di due ”mostri” marini successivamente cancellati: il primo,
una specie di drago marino, è posto nell’Oceano Indiano, il secondo,
che ha l’aspetto di una piovra, si trova lungo la costa occidentale
dell’Africa [Figg. 11-12]. Ma la testimonianza più importante e
interessante riguarda l’intervento sistematico di riscrittura di un gran
numero di toponimi [Figg. 13-17].
Si tratta, in questo caso, non Fig. 13:
di interventi occasionali, bensì di Particolari
un’intenzione più generale di restiling, di iscrizioni
per così dire, dell’intera opera. Come cancellate
si può infatti vedere, i toponimi e riscritte
precedentemente scritti in inchiostro
bruno sono spesso malamente
cancellati per essere riscritti da altra
mano in forma calligrafica. L’intento
evidente è quello di impreziosire
il mappamondo, prima di tale

19
Figg. 14-15:
Particolari
di iscrizioni
cancellate
e riscritte

Fig. 16:
Particolari
di iscrizioni
cancellate
e riscritte

Fig. 17: intervento più asciutto e


Particolari semplice nell’esposizione
di iscrizioni dell’informazione
cancellate geografica; il risultato
e riscritte non è tuttavia sempre
soddisfacente, in
quanto le cancellazioni
appaiono maldestre e
approssimative, non
degne di un’opera
pienamente riuscita.
Queste tracce sembrano quindi indicare non soltanto che il
mappamondo è stato eseguito da mani diverse, come attestano del
resto le annotazioni superstiti del registro camaldolese, ma che è in
qualche momento è venuta a mancare una vera e propria ”direzione
dei lavori”, per così dire, da parte dell’autore, tale da conferire all’opera
una completa coerenza di stile e di maniere e da verificarne l’esito finale.
Le possibili ragioni di queste discontinuità nell’esecuzione dell’opera
saranno esaminate più avanti; per ora si può rilevare come alcuni
importanti errori presenti nel disegno geografico siano difficilmente
giustificabili Mauro praesente, e che debbano perciò essere interpretati
come i segnali di una impasse di non poco conto nella realizzazione
dell’opera. È perciò evidente che l’ipotesi, fino a oggi prevalente, di
una composizione ideata, avviata e completata nell’arco del periodo

20
1457-1459/60 sotto la guida di Mauro debba essere riconsiderata con
occhio critico e con maggiore attenzione.
Prima di tentare la ricostruzione del lungo e tormentato processo
compositivo che si concluse nell’agosto del 1460, è però necessario
completare la descrizione del
mappamondo. Il tondo centrale Fig. 18:
è delimitato al bordo estremo da La linea rossa
una linea rossa [Fig. 18] continua lungo il bordo
corredata da un motto latino che del mappamondo
risulta enigmatico in questo contesto:
“Quicquid agis prudenter agas” [Fig.
19]. A dire il vero il motto è riportato
in forma incompleta, in quanto
dovrebbe aggiungervisi “et respice
finem”, ovvero “Qualsiasi cosa tu
intraprenda, agisci con prudenza
e considera le
conseguenze”. Fig. 19:
Il significato di Il motto latino;
questa presenza è vedi anche b-ordo
oscuro; potrebbe (ripresa UV)
trattarsi di una
prova di penna,
ma la cosa non
pare probabile; più ragionevole l’ipotesi di un generico monito a chi si
accingeva a un’impresa tanto ardua quanto ambiziosa come quella di
dare nuova forma al mondo.
Il tondo è chiuso in una cornice dorata lavorata a sbalzo, ed è iscritto
in una superficie quadrata formata da quattro assi di abete rosso,
sulle quali trovano posto sette note cosmologiche che rappresentano
la parte meno innovativa dell’opera, poiché esse replicano senza
variazioni significative il sapere corrente del tempo, certamente alla
portata degli studiosi attraverso testimonianze diverse e molteplici.
Nell’angolo inferiore sinistro vi è infine la ben nota rappresentazione
del Paradiso Terrestre generalmente attribuita a Leonardo Bellini e
alla sua scuola22. La cornice esterna, anche questa lavorata a sbalzo
e dorata, conchiude l’opera. L’assetto definitivo del mappamondo,
con tutte le parti accessorie ora descritte, lo si ritiene generalmente

Fig. 20:
Iscrizione incisa
sul verso
del mappamondo

21
acquisito alla data del 26 agosto 1460, data che è riportata sul verso del
supporto ligneo: “MCCCCLX adì XXVI | avosto. Fo chonplido questo
| lauor” [Fig. 20].

22
L’esecuzione deLL’opera
I. Alcune questioni preliminari

Come si è già accennato, il materiale preparatorio, ovvero gli


appunti, i disegni parziali, le annotazioni e tutto quanto è lecito
immaginare Mauro abbia potuto accumulare nel corso degli anni
dedicati alla composizione del mappamondo non risultavano più
accessibili già dal 1464, anno dell’ultima attestazione della loro
esistenza da parte di Gherardo, abate del convento veneziano di
S. Michele, luogo nel quale l’opera fu ideata e composta: “1459. 20
Octubrio. Memoria fazo chomo le copie de Mappamondi e de disegni
e scripture de Frar Mauro ho depoxitade al Monestier de Missier San
Zuane de la Zudecha in man del prior del dicto Monestier zoè Don
Andrea, le qual scripture e disegni tutti sono posti in una chassa over
bancho e serradi con un luchetto, la chiave del qual hè qui appresso
de mi. Ho habuto tuto in drieto questo deposito adi 25 Octubrio
1464”23. Che comunque nessuno, anche dopo tale termine ipotetico,
sia riuscito a dar conto di quelle carte e quei disegni, è per via indiretta
confermato dal Mittarelli, il quale così scriveva nella sua Bibliotheca,
pubblicata postuma nel 1779: “neque dubitamus Maurum plures
topographicos typos concinnasse, cum tempore obitus ipsius multi
reperti fuerit, qui depositi fuere Monasterio S. Iohannis Baptistae de
Judaica Venetiarum”24.
Accade così che per lo studio del mappamondo ci si debba
accontentare quasi esclusivamente del mappamondo medesimo;
dell’opera si conosce quindi soltanto ciò che dalla stessa emerge,
e poco altro. Ne consegue che se da un lato l’interpretazione dei
contenuti geografici, che sono espliciti e trasparenti, non risulta
inficiata dall’assenza di altri documenti, quanto mai problematico è,
dall’altro, ogni tentativo di ricostruzione storica che tenti di situare il
grande lavoro di Mauro in un processo ideativo e costruttivo lineare
che possa essere ripercorso passo dopo passo.
Fra i diversi momenti di quel processo che non si è in grado di
rendere evidenti in modo tale da soddisfare fino in fondo il bisogno
di rigore storiografico, ve ne sono infatti alcuni di somma importanza,
che riguardano in particolare la datazione dell’opera, tanto in
relazione alla fase preparatoria del lavoro, quanto a quella esecutiva;
tale questione lascia aperti numerosi dubbi sulle date definitive da
assegnare al mappamondo inteso quale testo geografico da una parte,
e quale oggetto fisico dall’altra. Altro punto di grande incertezza è
rappresentato dalla tradizione, apparentemente indiscutibile, che ha
sempre affermato l’esistenza di due esemplari del mappamondo, uno
dei quali ancor oggi esistente e conservato alla Biblioteca Marciana
di Venezia, l’altro inviato nel 1459 a Lisbona in quanto realizzato su
commissione della corona di Portogallo e immediatamente scomparso
dalla scena dopo quella data: la relazione tra queste due realizzazioni

23
merita di essere interrogata ben al di là di quanto non lo si sia fatto
finora.
Tali questioni sono strettamente connesse l’una all’altra, cosicché il
loro riesame non può essere condotto separatamente, come risulterà
evidente nel prosieguo dell’analisi. Unico dovrà essere, invece, il
punto di partenza, che consiste nella serie di annotazioni contenute
nel già citato Libro di entrata e uscita di San Michele di Murano per gli
anni 1453-1460. Le brevi note di cassa vi appaiono però disposte in
modo confuso, in quanto le date delle registrazioni presentano diverse
sovrapposizioni e ripetizioni. Il loro completo riordino è perciò quanto
mai utile a una più corretta ricostruzione degli eventi.
Alla data del primo di gennaio dell’anno 1457 (c. 42v) fra Gherardo
registra di aver ricevuto dal “Signor de Portogal” per il tramite di tale
Benedetto Miani25 la somma di 28 ducati da 124 soldi26. Alla c. 129r,
8 febbraio, l’informazione è ripetuta in termini più circostanziati, là
dove si dice che “don Benedetto Miani me dè contadi in horo ducadi
28 i qual sono lasadi qui in nome del detto Segnor in depoxitto per
suplir a certe spexe le qual erano de bixogno per far compir l’opera del
suo mapamundi el qual lavora frate Mauro”. Si noti qui l’espressione
“far compir l’opera”, ossia far ultimare il lavoro – lavoro da intendersi
sia nel senso di attività materiale che in quello più generale di opus,
come risulta dalle altre occorrenze del termine (*2202, *2489, *2828,
*2834, 2847) – lavoro che evidentemente necessitava, come si vedrà in
seguito, di essere portato a compimento27. Altro particolare degno di
nota, l’accenno al fatto che in quel momento Fra’ Mauro in persona
era con ogni evidenza intento all’opera. Lo stesso 8 febbraio Gherardo
versa 11 di quei 28 ducati nelle mani di un certo Lio Roso (Leone Rossi?)
“per nome del Magnifico Segnor di Portogal per pagar pentori per
lavorar al suo mapamundi e per altre spexe”, nota che si ripete per tre
volte (cc. 124-125) sostanzialmente invariata, senza che ciò significhi
che furono effettuati tre distinti pagamenti, trattandosi invece con
ogni probabilità dello stesso pagamento registrato più volte, come
in altri casi di note confusamente ripetute nel medesimo registro.
L’ultimo riferimento esplicito a Mauro quale protagonista attivo dei
lavori al mappamondo porta la data del 21 ottobre 1457, giorno in
cui egli riceve da Gherardo la somma di 17 lire e 4 soldi destinati a
pagare uno “scriptor à laurado ouer scripto su il mapamundi zorni
17” (c. 125v). Altri pagamenti minori, indicati in modo più generico,
sono registrati all’incirca un anno più tardi, alle date del 7 ottobre 1458
“per pagar quondam scriptor” (c. 125v), del 9 ottobre “per pagar uno
maistro scripse” (ivi), nonché dell’8 gennaio e 5 febbraio 1459 (ivi).
La nota del 17 febbraio 1459 (c. 125v) nomina un certo Francesco da
Cherso, il quale ebbe un qualche ruolo non marginale nell’esecuzione
dell’opera; in quella data Gherardo gli consegna infatti 2 ducati per “far
comprar azuro”, il lapislazzuli dal quale si ricavava il pregiatissimo
colore azzurro impiegato dai pittori e dai miniaturisti. Alla data del
17 marzo è ancora una volta nominato il da Cherso, “che Fra’ Mauro

24
mandò a dimandar”, e al quale Gherardo annota di aver dato 2 ducati
“per certe opere lui dice aver fatte per el mappamundi”. Altri 2 ducati
facenti parte della somma versata dalla corona portoghese per tramite
del Miani, e che erano destinati al pagamento della collaborazione del
noto marinaio e cartografo veneziano Andrea Bianco, furono invece
devoluti, il 10 marzo 1459, a dir messe in suo suffragio, essendo egli
evidentemente scomparso prima di poter essere ricompensato del
lavoro svolto (c. 125v). Pochi giorni prima, alla data del 4 marzo, sono
inoltre contabilizzati nel registro di cassa 8 ducati e 12 soldi ricevuti
in qualche momento non meglio specificato da “Frar Mauro nostro”
(c. 174r).
La seguente nota del 24 aprile 1459 ci informa poi del fatto
che il patrizio Stefano Trevisan28, il quale aveva fatto da scorta al
mappamondo, una volta consegnata l’opera a Lisbona, ricevette un
rimborso per spese non meglio determinate: “Dom Nicolò nostro me à
dicto che essendo io a capitolo a Camaldoli è stato saldà questa raxon
a Messer Stefano Trevixan per nome del dicto Segnore quando per
el dicto Messer Stefano li fo mandato el suo mapamundi”29 (c. 169v).
Questo rimborso non figura fra le entrate del monastero annotate da
Gherardo, e per questo deve forse essere inteso quale cifra versata
a Lisbona al Trevisan per le spese da lui sostenute per il trasporto
dell’opera. Abbiamo infine, ultima delle spese gravanti sui 28 ducati
originariamente concessi, la notizia di altri 2 ducati devoluti in
elemosine in data 26 aprile (c. 172v).
Il riesame delle spese registrate ora condotto consente
alcune interessanti osservazioni. Innanzitutto se ne può ricavare
un’indicazione cronologica piuttosto precisa circa il termine dei lavori
al mappamondo. La data del 24 aprile 1459 è infatti successiva a
quella della consegna del planisfero a Lisbona, mentre il 5 febbraio
dello stesso anno registra l’ultimo intervento di uno “scriptor”; il
compimento dell’opera dovrà essere perciò fissato fra queste due date
estreme, ovvero nel febbraio-marzo 1459.
Si può inoltre osservare come l’ammontare complessivo di tali spese
risulti essere di circa 28 ducati30, cifra che corrisponde sì al versamento
iniziale ma che pare inadeguata per il pagamento di un’impresa tanto
complessa, prolungatasi alquanto nel tempo e che vide coinvolte
diverse figure adibite a compiti specifici. A semplice titolo d’esempio
si può ricordare che alla fine del ‘400 Marin Sanudo aveva pagato 20
ducati per una veste di raso, che Zorzi Negro segretario veneziano
in Genova pagava 25 ducati al mese per l’affitto di una casa, che
Zaccaria Loredan, “castelan”, ovvero capitano di fortezza nel porto
di Brindisi aveva uno stipendio di 25 ducati al mese, che un cavallo
di razza poteva valere 100 ducati31. È perciò assai probabile che quei
28 ducati costituissero l’ultima tranche di un pagamento maggiore,
certamente commisurato sia alla dignità del committente sia alla
qualità dell’oggetto; il termine “compir” nella nota 8 febbraio 1457
lascia pochi dubbi al riguardo. Si vedrà più avanti, nel riesame di un

25
importante documento portoghese del 1462, quanto tale ipotesi sia
fondata.
Altri elementi degni di nota che risultano dal registro di fra
Gherardo sono poi la già sottolineata attestazione del ruolo attivo
di Mauro fino all’ottobre 1457, mentre per gli anni successivi il suo
nome non compare più in relazione diretta con l’opera. È vero che al
17 marzo 1459 si dice che Mauro “mandò a chiamar” Francesco da
Cherso, ma questa data va riferita al solo pagamento di due ducati
“per certe opere lui dice aver fatte per el mappamundi”: l’intervento
di Francesco appare cioè collocato nel passato, e non v’è cenno di
una contro testimonianza, per così dire, con la quale Mauro attesti
l’effettiva partecipazione e il ruolo del da Cherso. Ma vi è soprattutto
un dato che in queste note assume particolare rilevanza, ed è che vi
si parla sempre di solo un mappamondo (“el mappamundi”) e che
non v’è menzione alcuna di un secondo esemplare dell’opera. In via
di principio ciò potrebbe prospettare la possibilità che entro il 1459 il
presunto secondo mappamondo, ovvero quello che viene solitamente
identificato con la “copia” veneziana conservata alla Marciana, fosse
già stato ultimato, o che fosse quanto meno vicino al compimento;
abbiamo infatti diverse spese destinate a “formar mappamondi”
registrate nel perduto libro di cassa di Niccolò monaco per gli anni
1448-144932. Tale possibilità comporterebbe tuttavia l’emergere di
un quadro assai contraddittorio, come si vedrà dall’esame di alcune
importanti particolarità dell’opera, e si dovrà perciò escluderla.
Quanto fin qui esposto impone che il processo compositivo
dell’opera debba essere nuovamente indagato e che alcune opinioni
fin qui largamente accolte debbano essere ridiscusse, prima fra
tutte quella che vuole l’esemplare veneziano (d’ora in avanti: MV)
esser copia di quello commissionato dal re del Portogallo e inviato
a Lisbona nel 1459 (d’ora in avanti: MP). Sarà perciò opportuno
ripercorrere ordinatamente le tappe principali delle testimonianze e
delle ricerche storiche precedenti, al fine di potersi meglio orientare
in un percorso tutt’altro che lineare e che chiede di essere ridisegnato
in considerazione delle poche ma significative evidenze delle quali si
dispone.

II. Le prime testimonianze

Consideriamo per prima cosa le testimonianze relative a MV


successive all’invio di un mappamondo – e si chiariranno più avanti le
ragioni di questo corsivo – alla volta di Lisbona. La prima in ordine di
tempo è quella del domenicano zurighese Felix Fabri, il quale soggiornò
alcune settimane a Venezia nel corso del suo pellegrinaggio alla Terra
Santa. Il diario di viaggio che ci ha lasciato, l’Evagatorium Fratris Felicis
in Terrae sanctae, Arabiae et Egypti peregrinationem, è assai dettagliato,
e sotto la data del 31 maggio 1483 riporta la seguente notizia: “Est
enim inter Venetias et Murianum insula, in qua est ecclesia nova et

26
pulchra S. Cristophori cum monasterio Ordinis albi. In illo monasterio
est depicta una mappa mundi valde pulchra”33. Non v’è dubbio che
si trattasse del mappamondo, e che questo dovesse colpire assai
l’attenzione del Fabri: infatti ben poche sono le circostanze profane,
per così dire, ricordate nel diario del suo soggiorno a Venezia, durato
l’intero mese di maggio 1483 e dedicato principalmente alla devozione
religiosa, ed esse riguardano, oltre al mappamondo, il monumento
del Verrocchio a Bartolomeo Colleoni, ultimato proprio in quei giorni
e non ancora posto nella sua sede definitiva, la lavorazione del vetro a
Murano, un elefante in attesa di essere trasportato in Inghilterra (dove
non giunse mai), la festa della Sensa (Ascensione) e il celebre Arsenale.
Una seconda importante testimonianza indiretta sul mappamondo
di Mauro è quella che ci è pervenuta per il tramite della lettera latina
scritta il 26 maggio 1494 da Pietro Dolfin, – camerlengo a San Michele
nel 1473, quindi generale della Congregazione camaldolese dal 1480 al
1513 – a Bernardino Gadolo, priore del medesimo convento veneziano.
Con questa lettera34 Dolfin invita il confratello a cercar meglio nella
sua cella certe “cartulas” sparse contenenti la propria traduzione
latina delle iscrizioni del mappamondo. La missiva, che è con ogni
evidenza una risposta alla richiesta del Gadolo (“ut petisti”, sottolinea
Dolfin) di aver copia di quelle note, ci dice innanzitutto che il Dolfin
avrebbe voluto raccogliere in un volume (“redacta in codicem”) le
note di Mauro, al fine di poterle più agevolmente consultare.
Il motivo principale di interesse è costituito dal fatto che quella
lettera ci lascia intendere come il mappamondo di Mauro, pochi
anni dopo la sua composizione, fosse già oggetto di attenzione e di
studio ben al di fuori del suo ambito originario, tanto è vero che casa
Medici aveva commissionato a certi “pictores” una copia dell’opera,
che fu eseguita evidentemente a Venezia. Al tempo stesso, tuttavia, si
riteneva che la sua divulgazione nell’ambiente umanistico fiorentino,
in quel periodo così vivamente interessato alle questioni geografiche35,
dovesse affidarsi alla lingua latina, più adatta a diffondere le conoscenze
messe a punto da Mauro oltre l’ambito linguistico veneziano entro il
quale l’opera era iscritta.
La questione della traduzione latina suscita comunque alcuni
interrogativi di un certo rilievo. Innanzitutto bisogna considerare
che la più gran parte delle circa tremila iscrizioni geografiche del
mappamondo è costituita da semplici nomi di luogo, per la quasi
totalità dei quali l’idea stessa di traduzione risulta incongrua; una
traduzione avrebbe avuto ragion d’essere soltanto per un certo numero
relativamente scarso di notazioni discorsive, e soprattutto per le sette
note cosmologiche iscritte fuori della circonferenza del planisfero36.
Resta poi il fatto che il mappamondo è prima di ogni altra cosa una
rappresentazione grafica dello spazio, e che il suo valore conoscitivo
e divulgativo consiste perciò in prevalenza nel disegno geografico.
Tuttavia la tradizione delle mappaemundi, tanto di quelle medioevali
che di quelle quattrocentesche, imponeva per tal genere di documenti

27
l’impiego pressoché esclusivo della lingua latina; soltanto le carte
di provenienza nautica, elaborate cioè in un ambiente più tecnico e
meno erudito, adottano di norma gli idiomi volgari. L’idea di tradurre
in latino le iscrizioni del mappamondo di Mauro rispondeva perciò
a un duplice intento: da un lato si intendeva conferire in tal modo
all’opera una più generale accessibilità, dall’altro si trattò, stante il
fatto che di una traduzione non c’era a rigor di termini veramente
bisogno, di un’operazione di maquillage culturale, intesa a reinserire
il planisfero all’interno di una tradizione colta che, partendo dalle
opere più antiche, passando per Tolomeo (latino) fino ad arrivare alle
grandi composizioni del genere di quella di Ebstorf o di Hereford,
non ammetteva altra lingua che il latino. Detto questo, non si spiega
facilmente la scelta di Mauro di comporre l’opus magnum della sua vita,
per di più ideato ed elaborato in un ambiente come quello monastico
nel quale il latino era nell’uso quotidiano, in un idioma volgare. La
giustificazione che egli adotta è di voler farsi comprendere da tutti e
non soltanto dai letterati: “se io hauesse fa|to altrame(n)te. pochi me
haueria inteso saluo che q(u)alche | literato” (*2202); ma considerando
che il destinatario dell’opera era il re del Portogallo, ovvero uno
straniero al quale la lingua veneziana non poteva certamente essere
familiare, allora quella giustificazione appare incongrua. Se poi, per
ipotesi, MP fosse stato composto direttamente in latino a beneficio dei
committenti portoghesi, perché avrebbe dovuto Pietro Dolfin curare
egli stesso una traduzione latina del mappamondo quando aveva a
disposizione le carte di lavoro di Mauro giacenti nel monastero già dal
1464? Si tratta con ogni evidenza di una contraddizione sulla quale
sarà necessario tornare in seguito.
È necessario progredire fino al primo Cinquecento per incontrare
altre tracce del mappamondo di Mauro che ci consentano, sia pure
in modo retrospettivo, di ottenere qualche ulteriore elemento di
comprensione circa il processo compositivo dell’opera e, in particolare,
di definire le relazioni che intercorrono tra MV e MP. Il testimone
in causa ora è la nota miscellanea geografica raccolta e redatta da
Alessandro Zorzi tra il 1519 e il 1538, con riferimento specifico al
quarto volume della raccolta, dedicato in gran parte all’Etiopia37. Al f.
29r di quel volume si legge: “Del 1470 per uno frate talian che veniva
da Æthiopia mi riferì che il Nilo nasceva fra due provincie, cioè Marora
et Salgu...”38. Al f. 5r, che comprende l’indice della raccolta, di mano
dello stesso Zorzi, si legge ancora: “Aviso di fra Nic(ola) monaco di
Oliveto dato in scriptura delle cose del Africa circa alla inchiesta di
diverse provincie, di quelle non si trovano alcune monstruosità di
homini”39. Infine, il f. 25r, che contiene notizie geografiche sull’Africa,
porta il seguente titolo, sempre di mano dello Zorzi: “Aviso di Fra
Nic(ol)a in scrip(tura) Fra di S. Michiel di Muran”, testo idealmente
lacunoso, forse da restituire nel modo seguente: “Aviso di Fra Nic(ol)
a in scrip(tura) Fra [Mauro] di S. Michiel di Muran”40. I testi che
seguono i ff. 25 e 29 sono infatti riportati, senza possibilità di dubbio,

28
dal mappamondo di Mauro, anche se non sembra possa trattarsi
di una trasmissione diretta. Già Crawford aveva infatti notato le
numerose difformità nei nomi di luogo nel testo di Zorzi rispetto alle
forme leggibili nel planisfero41, indizio di uno o più passaggi non
verificati alla fonte, imputabili magari a fra Nicola da Oliveto oppure
al monaco anonimo incontrato da Zorzi a Venezia nel 1470. Forse la
fonte coincide con le perdute carte di Mauro, ovvero con i materiali
preparatori del mappamondo – eventuale traccia, in questo caso, di
una circolazione di quei materiali oltre il termine del 1464 – o ancora
con la traduzione di Pietro Dolfin, cercata invano nelle celle di San
Michele da Bernardino Gadolo. L’aspetto più evidente ma anche più
enigmatico della vicenda consiste tuttavia nella scomparsa, all’interno
delle testimonianze fin qui esaminate, non soltanto del nome di Mauro
ma financo, in quest’ultimo caso, del mappamondo stesso, non citato
nel testo di Zorzi, e ancora, come per il testo che verrà ora preso in
esame, della memoria della sua composizione.

III. Giambattista Ramusio

Di una sorta di damnatio memoriae sembrerebbe in effetti il caso di


parlare nel rileggere il ben noto brano nel quale Giambattista Ramusio,
introducendo la propria edizione del testo di Marco Polo, tratta del
mappamondo di Mauro42. Come noto, Ramusio scriveva di ricordare
che in gioventù (presumibilmente negli anni ’10 del Cinquecento, e
perciò a considerevole distanza di tempo dal momento in cui compose
il testo al quale ci riferiamo) aveva ascoltato il racconto di Paolo
Orlandino, priore del monastero di San Michele, il quale riferiva di
avere a sua volta sentito narrare da alcuni confratelli anziani che il
planisfero di Mauro era stato copiato da una carta nautica e da un
mappamondo portati dalla Cina da Marco Polo in persona43

Resta ch’io dica ancora in generale alquante


cose sopra questo libro, ch’io già essendo giovane
udi’ piú volte dire dal molto dotto e reverendo don
Paolo Orlandino di Firenze, eccellente cosmografo
e molto mio amico, che era priore del monasterio
di Santo Michele di Murano a canto Venezia,
dell’ordine de Camaldoli, che mi narrava averle
intese da altri frati vecchi pur del suo monasterio.
E questo è come quel bel mappamondo antico
miniato in carta pecora, e che oggidí ancor in
un grande armaro si vede a canto il lor coro in
chiesa, la prima volta fu per uno loro converso del
monasterio, quale si dilettava della cognizione di
cosmografia, diligentemente tratto e copiato da
una belissima e molto vecchia carta marina e da un
mappamondo, che già furono portati dal Cataio

29
per il magnifico messer Marco Polo e suo padre; il
quale, cosí come andava per le provincie d’ordine
del gran Can, cosí aggiugneva e notava sopra le
sue carte le città e luoghi che egli ritrovava, come
vi è sopra descritto. Ma per ignoranzia d’un altro
che dopo lui lo dipinse e forní, aggiugnendovi
la descrizione d’uomini e animali di piú sorti e
altre sciocchezze, vi furono aggiunte tante cose
piú moderne e alquanto ridiculose, che appresso
gli uomini di giudicio quasi per molti anni perse
tutta la sua auttorità. Ma poi che non molti anni
sono per le persone giudiciose s’è incominciato a
leggere e considerare alquanto piú diligentemente
questo presente libro di messer Marco Polo che
fin ora non si avea fatto, e confrontare quello
ch’egli scrive con la pittura di lui, immediate si è
venuto a conoscere che ‘l detto mappamondo fu
senza alcuno dubbio cavato da quello di messer
Marco Polo, e incominciato secondo quello con
molto giuste misure e bellissimo ordine: onde fin
al presente giorno è dapoi continuamente stato in
tanta venerazione e precio appresso tutta questa
città, e coloro massime che si dilettano delle cose
di cosmografia, che non è mai giorno che d’alcuno
non sia con molto piacere veduto e considerato,
e fra gli altri miracoli di questa divina città,
nell’andare de’ forestieri a vedere i lavori di vetro
a Murano, non sia per bella e rara cosa mostrato

Due sono gli aspetti più interessanti di questa testimonianza: da


un lato l’omissione del nome di Mauro, dall’altro la messa in dubbio
dell’originalità del suo lavoro, motivazione sostanziale, ancorché
inespressa, per un oblio che in tal caso apparirebbe per così dire
giustificato.
Il testo ramusiano è tuttavia caratterizzato da una certa ambiguità,
o se si vuole da una qualche mancanza di chiarezza che ne rende
incerta l’interpretazione, e va perciò riletto con scrupolo e attenzione44.
L’Orlandino aveva dunque riferito a Ramusio che la carta di Marco –
si noti però che il riferimento di Ramusio è fin dal principio incerto,
in quanto tratta al singolare (“lo dipinse e fornì”) la “carta marina”
e il mappamondo di Marco, rendendo impossibile distinguerli – fu
corrotta da qualcuno che successivamente, “per ignoranzia lo dipinse
e fornì”, appunto, “aggiugnendovi la descrizione d’uomini e animali
di più sorti e altre sciocchezze, vi furono aggiunte tante cose più
moderne e alquanto ridiculose”; in conseguenza quel documento,
carta marina o mappamondo che fosse, fu del tutto discreditato
presso i contemporanei, perdendo così la propria attendibilità di

30
testimonianza originale.
Fino a questo punto la versione dei fatti data dal testo è abbastanza
coerente, non vi fosse subito dopo uno scarto per il quale Ramusio,
che si è fin qui riferito al mappamondo corrotto di Marco, passa a
considerare quello di Mauro, lodandolo per avere questo “molto
giuste misure e bellissimo ordine”, ma affermando nel contempo
che quest’ultimo era stato “senza alcuno dubbio cavato da quello di
messer Marco Polo”. Vi è perciò un’apparente e forse anche sostanziale
contraddizione, come si vedrà tra breve; infatti Ramusio spiega che il
credito universalmente accordato da un certo momento in poi all’opera
di Mauro si deve al fatto che “si è incominciato a leggere e considerare
alquanto più diligentemente questo presente libro di messer Marco
Polo”, e a rivalutarne così l’attendibilità, e si è in parallelo, e di
conseguenza, rivalutata la carta di Mauro, che del testo poliano
è per certi aspetti la rappresentazione grafica nonché la puntuale
trascrizione di alcuni suoi passi. In altre parole, vi è qui un giudizio
che nasce da un procedimento che trasferisce la rinnovata fiducia nel
testo poliano anche al disegno di Mauro; il giudizio di Ramusio non
tiene perciò in alcun conto lo specifico dell’opera del camaldolese,
ovvero il fatto che si tratti prima di tutto di una rappresentazione
cartografica del mondo e soltanto in seconda istanza di un repertorio
di notizie (di parole) circa alcune parti del mondo. È questo, in fondo,
nient’altro che un particolare caso nel quale si riconferma il ruolo
ancillare attribuito alla geografia – e perciò anche alla cartografia –
rispetto alla storia45 o, se si vuole parlare più generalmente, rispetto
al testo letterario. Il problema sorge però, in questo brano, quando
Ramusio scrive che il mappamondo di Mauro era stato copiato da
quello portato dal viaggiatore veneziano.
Si evince infatti dal testo, sia pure con qualche fatica, che l’operato
di Mauro sarebbe stato il seguente: copia del disegno cartografico dalla
carta di Marco Polo ed emendamento delle “sciocchezze” aggiuntevi
da una mano più tarda per effetto della rinnovata considerazione
accordata al testo poliano, preso da Mauro quale riferimento per le
notizie geografiche inserite nel mappamondo – o quanto meno nella
parte di esso descritta nella relazione di Marco. In altre parole, la
forma del mondo – e in particolare quella dell’Asia e, parzialmente,
dell’Africa – sarebbero derivate dalle carte “cinesi” giunte a Venezia
con i Polo, mentre il contenuto topografico (toponimi e loro posizione,
nonché informazioni di carattere più generale) sarebbe in certo senso
“garantito” dal testo del Milione. Se così fosse, tuttavia, un qualche
riflesso di una cartografia aliena dai modelli compositivi occidentali,
e cioè una qualche eco dei modelli cartografici orientali dovrebbero
trasparire dal disegno di Mauro.
Ed effettivamente, per quel che riguarda un’area di particolare
importanza nel dibattito geografico del tempo – ovvero la parte
orientale del continente africano, compresa la questione della
navigazione circumafricana, nonché la topografia della regione

31
etiopica, alla quale l’Europa guardava con grande interesse per
l’esistenza, colà, di un regno cristiano – la carta di Mauro mostra di
accogliere senza riserve le informazioni geografiche avute non certo
dalle carte “cinesi” bensì da quelle da lui avute da alcuni religiosi
della chiesa d’Africa, i quali facevano forse parte, come generalmente
si ritiene, della delegazione invitata al concilio di Firenze (1439-1443).
Scrive dunque Mauro: “Perché ad alguni par da nuouo che io parli de
questa parte meridional [dell’Africa] la qual quasi està incognita a li
antichi. perhò io respondo ch(e) tuto questo desegno da sayto in suso
io l’ò habuto da queli proprii che sono nasudi qui che sono stà religiosi
i qual cu(m) le suo man me hano desegnato tute q(ue)ste p(ro)ui(n)cie
e citade e fiumi e mo(n)ti cu(m) li suo nomi”46.

IV. Le carte “etiopiche” e la geografia degli arabi

In che cosa consistevano dunque tali informazioni? Se si prende


in esame l’unico testimone delle carte che chiameremo d’ora in poi
“etiopiche”, e cioè lo stesso mappamondo di Mauro, si può riscontrare
che in quest’ultimo l’Africa è descritta da circa 600 toponimi e note
diverse; di questi, 116 sono dedicati ai territori grosso modo compresi
tra Eritrea, Etiopia, Somalia e Gibuti, ma di questi ben 91 riguardano
il territorio etiopico vero e proprio. Il disegno dell’Africa di Mauro,
apparentemente piuttosto “esatto”,
Fig. 21: è perciò ingannatore: la forma
Area elaborata dal camaldolese richiama
del mappamondo senza dubbio la forma reale del
occupata dalla continente, mentre una grande parte
rappresentazione di questa carta si limita a descrivere
della regione la regione etiopica e i territori
che corrisponde circostanti e non, come si potrebbe
approssimativamente ritenere a un primo sguardo, l’intera
a Eritrea ed Etiopia estensione territoriale africana quale
noi la conosciamo [Fig. 21].
La definizione della forma
dell’Africa è in effetti decisiva nella
storia della geografia e della cartografia; Fra’ Mauro, attraverso
l’accettazione delle informazioni pervenutegli dalle carte “etiopiche”
mette in gioco nozioni e idee spesso estranee alle tradizioni
cartografiche europee, nozioni e idee che hanno le loro radici, come
tra breve si vedrà, nelle conoscenze e nelle teorie geografiche delle
società islamiche.
Si prenda ad esempio il disegno della costa africana orientale,
lungo la quale Mauro pone deuchali (Dancalia?, *399), mogadesur
(Mogadishu, *379), arabi (segna la presenza degli arabi nella regione,
*374), longagular (?, *367), zilla (Zeila, *363), xixeira (?, *357), sofrala
(Sofala, *357), nadaber (?, *143), cranoch (?, *128), prouincia hadel
(Adal, *109), hacdebach (?, *110), prouincia ardaden (?, *50), mogodisso

32
(Mogadishu, *43), xengibar (Zanzibar, *40), soffala (Sofala, 34), macdasui
(Mogadishu, *9), baraua (Brava, *10), maabase (Mombasa, *7), chelue
(Kilwa Kisivani, *5). Si nota qui una certa confusione, denunciata dalle
ripetizioni e dalle incertezze nell’ordinamento geografico dei luoghi,
ma nonostante ciò i toponimi segnati sulla carta corrispondono a quelli
delle basi commerciali costiere degli arabi, il cui nome risulta infatti
esplicitamente iscritto; Kilwa e Mombasa erano importanti approdi
commerciali già da molto tempo, le navi dell’Oman giungevano con
regolarità alle coste africane, avventurandosi a volte fino al Madagascar,
e l’oro indiano costituiva una parte non piccola dei commerci di quelle
regioni47. Si può perciò affermare che la geografia nautica d’Africa era
in certa misura ben nota ai navigatori arabi, e nel contempo notare
che ripetizioni ed errori simili a quelli del mappamondo di Mauro
ora considerati si ritrovano negli scritti di alcuni autori arabi, segnale
piuttosto indicativo circa l’origine di quelle informazioni48. Quelle città
del resto non compaiono nelle cartografie degli occidentali, e la carta
di Mauro deve perciò essere considerata come un precoce testimone
di un apporto nuovo al sapere geografico.
L’idea della possibilità di una navigazione circumafricana,
innanzitutto, è una di quelle che sono sottolineate con maggior
convinzione nel planisfero, essendovi esplicitamente dedicate
alcune importanti annotazioni. È vero che tale idea aveva già una
lunga tradizione risalente fino all’epoca classica – e non a caso il
camaldolese cita Plinio a questo riguardo – ma la sua corrispondenza
al vero viene qui affermata in due maniere del tutto nuove: da un lato
il planisfero propone infatti un disegno e una forma del mondo di
immediata leggibilità e di grande impatto, volto com’è a instaurare
una nuova percezione dello spazio geografico, dall’altro si chiamano
in causa alcuni anonimi ma apparentemente indiscutibili testimoni,
secondo i quali quella via, o almeno una parte di essa, era già stata
percorsa non già da leggendari navigatori del passato bensì da alcuni
“experimentadori de quel camin” contemporanei di Mauro, “homini
de gran prudentia”49. Ancora più esplicitamente, in un’altra nota,
l’autore afferma di aver parlato con un testimone diretto di una di
quelle navigazioni, secondo il quale la sua nave si era inoltrata per
duemila miglia oltre “el cavo de soffala e de le insule verde e qui pur
al garbin e al ponente”, ovvero verso sud-ovest50. In un’altra iscrizione
che riprende la precedente e che può forse essere riferita alle spedizioni
oceaniche dell’ammiraglio cinese Zheng He, si descrive la rotta
seguita nel 1420 da una giunca attraverso il “mar de India” navigando
verso sud-ovest la quale, dopo essere stata obbligata a navigare per
ben duemila miglia al largo del Madagascar (il “cavo de Diab”), aveva
fatto finalmente ritorno in settanta giorni, non avendo incontrato nella
sua navigazione altro che aria e acqua51. Tutte queste informazioni
rafforzano l’ipotesi cartografica di Mauro; ma ad esse vanno ad
aggiungersi alcuni altri elementi che paiono derivare direttamente
dalle conoscenze geografiche degli arabi – ancorché filtrate, queste

33
ultime, dalle carte “etiopiche” delle quali il camaldolese disponeva.
Uno dei nomi con i quali gli arabi chiamavano l’oceano era “Mare
delle Tenebre” (Bahr al-Zulumat), oppure “Mare Verde” (Bahr al-
Akhdar). Noi disponiamo di alcune descrizioni dell’oceano secondo la
concezione che ne avevano gli arabi, e in quei testi l’elemento oscuro
e tenebroso compare regolarmente. Si legge ad esempio nel seguente
passo di Idrisi: “Nessuno sa cosa c’è oltre l’Oceano Tenebroso, e
non si è potuto sapere niente di sicuro a causa degli ostacoli che alla
navigazione oppongono la profondità delle tenebre, l’altezza delle
onde, la frequenza delle tempeste, la varietà degli animali e la violenza
dei venti. C’è comunque in questo oceano un grande numero di isole,
sia abitate che deserte, ma nessun navigatore tenta di attraversarlo
né di andare in alto mare; si naviga sotto costa, senza allontanarsene.
Le onde di questo mare si innalzano come un muro alto quanto una
montagna, e niente le può intaccare, e anche se così non fosse, sarebbe
comunque impossibile superarle”52.
Al-Masudi, geografo di origine egiziana vissuto nel X secolo,
scriveva così dell’oceano: “Non vi si trovano terre coltivate e abitate
da esseri ragionevoli; non se ne conosce né l’estensione né la fine;
si ignora fin dove conduca, e lo si chiama Mare delle Tenebre, Mare
Verde o Mare Circondante”53. D’altra parte, la relazione tra le tenebre
e l’oceano era già presente, anche se in maniera allegorica, nel Corano,
là dove si legge: “e la feluca corre sulle onde... come una tenebra sul
mare abissale... Sotto le nuvole la tenebra è tale che un uomo che
stendesse la mano non riuscirebbe a vederla”54.
Nel mappamondo di Mauro si ritrovano ugualmente numerose
espressioni che rinviano alla medesima nozione di oscurità. Si può
infatti leggere in una nota posta all’estremità meridionale dell’Africa
“Qui co|menza | el mar scuro”55, e ancora, accanto a questa, “Pocho
lonçi da queste isole foreane | com(m)ença aparer le tenebre, le qual
q(u)i | olt(r)a q(ue)sto cauo no(n) impaçano i nauega(n)ti”56. La
“oscuritade” è ancora nominata alla nota *19, e le tenebre vengono
additate come un pericolo mortale per i naviganti nella parte orientale
dell’oceano57. Parallelamente, l’isola di Banda è indicata come
“propinqua a le tenebre”58. Una tale insistenza su un dettaglio che non
ha corrispettivo altrettanto insistito nella tradizione geografica del
mondo latino è certamente da mettere in relazione con le conoscenze
arabe giunte a Mauro attraverso l’intermediario delle carte “etiopiche”.
Ancor più rivelatrice dell’origine di alcune conoscenze geografiche
è la descrizione della regione costiera compresa tra il Madagascar, la
Tanzania e il Mozambico, e in particolare quella del braccio di mare
che separa la grande isola dal continente. L’imboccatura settentrionale
del Canale di Mozambico era, secondo le concezioni geografiche degli
arabi, e sia pure con qualche eccezione, il limite al di là del quale le
navi non potevano spingersi, pena il naufragio. Tale limite è descritto
da diversi autori, come ad esempio il navigatore Ibn Said, nato a
Granada al principio del XIII secolo: “Ora, quando una nave esce dal

34
Mare d’India perde la rotta ed entra in questo canale, e quando i venti
e le correnti la trasportano in vista di questa montagna, [a coloro che
sono a bordo] non resta che dolersi della sfortuna capitata e affidarsi
al destino; infatti o la nave va a schiantarsi contro la montagna,
oppure passa oltre, e non se ne sente più parlare. Si dice che in questo
mare ci siano dei gorghi che fanno ruotare le navi su loro stesse fino
a quando s’inabissano. Quelli che navigano il Mare d’India chiamano
queste parti Mare della Rovina (Bahr al-Suhayl)”59. Immagini molto
simili a quelle ora descritte si ritrovano anche nel mappamondo di
Mauro là dove, accanto all’isola di “Diab” – una vaga prefigurazione
del Madagascar – si legge: “Nota che questo cauo de diab è separato
da abassia | per uno canal. el qual è circundado da uno ladi e | da
l’altro de monti altissimi e albori sì grandi | e spesi che i fano quel
canal oscuro el qual ne | la sua insidia fa uno çirolo pericoloso per |
modo che se naue se ne abatesse le perico|leria”60.
Al di là dell’elemento favoloso e leggendario che traspare da queste
note, vi si può in ogni caso leggere la traccia di una qualche esperienza
diretta di navigazione condotta nel Canale di Mozambico, nel quale
c’è in effetti una corrente che fa parte del grande sistema delle correnti
di Agulhas, ben noto ai naviganti per la sua violenza e pericolosità.
Qualche decina d’anni dopo Fra’ Mauro, il celebre navigatore Ibn
Majid, il quale ci ha lasciato diverse opere che rappresentano la
sintesi delle esperienze secolari dei navigatori arabi, compose una
descrizione della geografia africana meridionale secondo la quale
c’era un canale (madkhal) tra l’isola di al-Qomr (il Madagascar) e il
continente, in fondo al quale l’Oceano Indiano e l’Oscurità, ossia
l’Atlantico, si ricongiungevano61. Un’ipotesi del tutto simile era stata
del resto formulata non soltanto da Abulfeda nel suo Taqwim al-buldan
(Almanacco dei paesi, del 1321), testo che era noto a Ibn Majid, ma
anche, ben prima di tale data, da al-Biruni, una delle personalità
intellettuali più importanti del mondo islamico, vissuto in Persia e
in India nell’XI secolo. L’antico sapiente riferiva infatti della scoperta
nel Mediterraneo, presso l’isola di Creta, di alcune assi che avevano
fatto parte della chiglia di una nave tipicamente orientale, e spiegava
il fatto affermando come le correnti avessero trasportato il relitto
lungo le coste africane, attraverso l’Atlantico, fino al Mediterraneo
– episodio che a noi appare più interessante per le conclusioni che
Biruni ne trasse dal punto di vista della geografia del mondo che non
per la sostanza dei fatti62.
A questo punto è abbastanza evidente come l’insieme delle tracce
fin qui ricordate possa dare forma e sostanza all’ipotesi di una stretta
relazione tra il sapere dei geografi e dei navigatori arabi, le carte
“etiopiche” grazie alle quali alcuni frammenti di quel sapere furono
per la prima volta divulgati in Occidente, e la carta di Mauro, che deve
perciò essere considerata come il più importante testimone “latino” di
quelle conoscenze e di quelle tradizioni. Non bastassero gli indizi ora
esaminati, si potrebbero trovare molti altri segni dell’influenza diretta

35
che quelle conoscenze esercitarono sul lavoro del camaldolese.
Molti nomi nell’interno del continente africano indicano luoghi
situati oltre il limite delle regioni frequentate dagli europei, città
colonizzate dagli arabi come quelle della costa oceanica orientale e
popolazioni del tutto sconosciute in Occidente. A titolo d’esempio si
possono citare Mandera (*517), nome di un’etnia, i Mandara, residente
da sempre in un’area situata tra il Camerun e la Nigeria63; o Bargemin
(*514), nome che rinvia ai Bagirmi, che abitavano una regione oggi
compresa nella Repubblica Centrafricana; o ancora Bolala (*500),
ovvero i Bulala o Bulahay, popolazione che nel XIV secolo si installò
nelle vicinanze del lago Fitri, nel Chad centrale; o infine Mergi (*531),
nome che identifica la popolazione Margi, stanziata nell’odierna
Nigeria fin dal XIV secolo64. Prima della carta di Mauro questi
nomi e questi popoli erano del tutto assenti dalla geografia e dalla
cartografia degli occidentali. Un caso ancor più evidente, anche se di
diversa natura, è quello della Provincia Dolcarmin, che compare per tre
volte nel mappamondo (*461, *556, *1043); con questo nome Mauro
designa una regione che si trova al limite sud-occidentale dell’Africa,
e che la tradizione islamica rappresenta come il punto estremo della
spedizione africana di Alessandro Magno; il quale, in tale tradizione, è
nominato appunto come il Dhu ‘l-Karnaym, ovvero “l’uomo dalle due
corna”: “Il Dhu ‘l Karneim, voglio dire Alessandro, arrivò fino a là [la
costa atlantica] e ne fece ritorno”, scriveva ad esempio Idrisi65.
Anche nel disegno dell’Oceano Indiano vi sono numerosi elementi
che svelano la propria origine culturale e linguistica araba, persiana
o più genericamente orientale. Un caso è quello dell’isola Duiamoal
(*31), in arabo Dhibat-al-Mahal, ovvero delle Maldive, frequentate
da secoli dai navigatori oceanici e descritte ad esempio dal celebre
viaggiatore Ibn Battuta, che vi approdò nel 1343; oppure il caso
dell’isola detta Main (*55), vale a dire Mahim, una delle sette isole che
formano l’odierna Mumbay. Abbiamo ancora l’indicazione del Golfo
de lasiavo (*238), equivalente del nome arabo del Golfo di Martaban,
il Gubbat Asiya, e così via con molti altri nomi indubbiamente non
latini. Un caso di particolare interesse poi quello della nota *230, la
quale recita: “Questo çirolo q(ui) de | soto è molto perico|lo per i
naueganti”. L’iscrizione è accompagnata dal disegno di un gorgo
lungo la costa del Bengala, tra il Capo Negrais e il Golfo di Martaban,
là dove le tradizioni nautiche di quelle regioni avevano segnalato il
pericolo, attribuendogli il minaccioso nome di “gorgo del dragone”66.
La presenza di un simile dettaglio rende inevitabile una domanda:
come ha potuto arrivare fino all’orecchio di Mauro tale informazione,
derivata con ogni evidenza dall’esperienza diretta dei naviganti?
Quale poté essere l’intermediario linguistico che rese possibile
l’emersione, all’interno di un contesto squisitamente “latino”, di un
particolare che non compare in nessuna fonte letteraria o cartografica
a noi nota? Le carte e le informazioni ricevute dai religiosi africani
dovettero senz’altro essere il veicolo principale di molte conoscenze

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“orientali”, e le risposte alle domande ora formulate vanno cercate al
di là di ogni dubbio in quel contesto.

V. Nuovi interrogativi

Questa ampia parentesi dedicata alle presunte fonti arabe del


sapere di Mauro è intesa non soltanto a documentare l’ipotesi,
frequentemente ventilata e tuttavia mai indagata a fondo, sulle
influenze che le conoscenze geografiche del mondo islamico poterono
avere nella composizione del mappamondo, ma serve anche a fornire
una sostanziosa prova di quale fosse l’apertura di credito che Mauro
concesse a saperi altri rispetto alla tradizione conclamata della
geografia contemporanea. Per ritornare perciò a quanto scriveva
Ramusio, un modello cartografico “cinese” avrebbe con ogni
probabilità sopravanzato, tanto più se sorretto dall’autorità di Marco
Polo, il modello tolemaico che il camaldolese invece adottò, come
dimostra il confronto diretto fra i profili costieri in Tolomeo, in Mauro
e nella celebre carta coreana, copia di una carta cinese contemporanea,
chiamata Kangnido67 [Fig. 22]. Il racconto di Ramusio va perciò

Fig. 22:
Profilo
della mappa
coreana detta
“Kangnido”

messo in dubbio, se non smentito, tenendo anche conto del fatto che
informazioni topografiche testuali non appartenenti alla lezione di
Tolomeo furono largamente impiegate da Mauro nel disegno di quella
parte dell’Asia per essere iscritte in una imago mundi tolemaica.
Resta a questo punto ancora un interrogativo. Abbiamo visto che
la testimonianza di Felix Fabri accenna al mappamondo ma non al
suo autore; quella di Zorzi cancella sia il nome di Mauro (“Fra di
S. Michiel di Muran”) sia il mappamondo stesso, del quale non v’è
menzione; infine, quella di Ramusio mette in dubbio l’originalità della

37
composizione e si riferisce al suo autore come a un anonimo “converso
del monasterio, quale si dilettava della cognizione di cosmografia”,
sottintendendo con le sue parole la relativa autorevolezza “scientifica”
dell’autore. Se non è questa una damnatio memoriae, è qualcosa che
molto vi assomiglia.
Quale è il motivo di tali omissioni? Si è scritto a questo proposito
che le ragioni di quei silenzi sono da ricercare nella volontà, da
parte delle gerarchie monastiche camaldolesi, di appropriazione
intellettuale dell’opera, la quale doveva essere presentata e percepita
come produzione della Congregazione e non di una sola persona68.
La spiegazione, pur se non da respingere, non tiene però conto di
alcuni elementi. Innanzitutto c’è la medaglia celebrativa con il ritratto
di Mauro, coniata con ogni probabilità negli anni immediatamente
successivi alla sua morte o forse, secondo quanto afferma Zurla,
mentre il religioso era ancora in vita69. Per quale motivo allora, se da
una parte si celebra, dall’altra invece si tace? Inoltre, appaiono singolari
le omissioni e le imprecisioni di un esperto quale Alessandro Zorzi, e
soprattutto quelle di Ramusio, se si pensa che alla pubblicazione delle
Navigationi diede il proprio contributo di cartografo Giacomo Gastaldi
e che questi, nella sua grande carta dell’Asia (1559-1561), mostrò di
conoscere a fondo la lezione di Mauro70. Tutta la vicenda risulta alla
fine poco chiara, e va perciò ridisegnata in una prospettiva nuova
che consenta a tutte le sue parti, o quanto meno al maggior numero
possibile di esse, di ricomporsi in un ordine più convincente.

VI. Un mappamondo portoghese?

Stando alla tradizione inaugurata da Placido Zurla71, primo


autorevolissimo studioso del planisfero, in principio vi erano almeno
due mappamondi, uno conservato da sempre a Venezia, mentre l’altro,
commissionato a Mauro dalla corona portoghese in data imprecisata,
si è già visto essere stato inviato a Lisbona nel 1459: “Ma ciò che
sovra ogn’altra sua opera il titolo di incomparabile gli procacciò,
sono i due celebri Mappamondi, uno de’ quali a contemplation di
questa illustrissima Signoria di Venezia ei fece, che è quello del quale
trattiamo, l’altro per Alfonso V re di Portogallo”72. Queste parole – che
necessitano anch’esse di un approfondimento ulteriore – si basano su
due evidenze, o quanto meno su due fatti soltanto apparentemente,
come si vedrà, incontestabili. Da un lato abbiamo infatti l’oggetto
marciano, dall’altro la già esaminata serie di annotazioni dei registri del
monastero di Murano che autenticano la commissione regia lusitana
del mappamondo, e che convergono verso l’esito dell’impresa, datato,
come già detto, al 24 aprile 1459 e in tal modo attestato: “Dom Nicholò
nostro me à dicto che essendo io a capitolo a Camaldoli, è stato saldà
questa raxon a messer Stefano Trevixan per nome del dicto segnor
quando per el dicto messer Stefano li fo mandato el suo mapamundi”73.
Nell’aprile 1459 un mappamondo partì dunque da Venezia alla volta

38
di Lisbona, ma questo solo fatto, è bene sottolinearlo, non ci consente
ancora di stabilire un rapporto certo fra l’opera inviata in Portogallo
e la carta conservata alla Marciana; una volta arrivata alle sponde
del Tago, la mappa destinata al re sembra infatti scomparire di colpo
senza lasciare traccia alcuna di sé.
A dire la verità, già da tempo sono state presentate alcune “prove”
relative a MP e alla sua presenza in terra portoghese. Prima fra queste
è la testimonianza relativa alla mappa veduta nel 1494 da Hieronymus
Münzer nel castello di San Jorge a Lisbona, allora residenza regia, e
così brevemente descritta: “Similiter cosmographiam in maxime et
bene descripta tabula deaurata cuius dyameter erat 14 palmorum”74.
Vari dubbi sorgono di fronte a questa identificazione. Il primo
nasce dal fatto che la pratica di abbellire alcuni dettagli delle mappe
con inserzioni di foglia d’oro era abbastanza comune all’epoca,
soprattutto in presenza di carte di un certo pregio; la definizione di
“tabula deaurata”, ammesso che il mappamondo di Mauro possa
essere così definito, è perciò assai poco denotativa, tanto più che le
dorature del planisfero – posta la similarità e comunque la derivazione
di uno dall’altro di MP e MV – si limitano a poche inserzioni in alcune
lettere capitali e in qualche minuto elemento decorativo, sicché la
presenza dell’oro non può certo dirsi caratteristica particolarmente
rilevante dell’opera75. In secondo luogo, Münzer afferma che il
diametro (si tratta perciò di un mappamondo circolare) della mappa
era di 14 palmi, misura che in verità poco si accorda con quella del
mappamondo a noi noto76 – sempre nell’ipotesi di due mappamondi
copia uno dell’altro. Né bisogna dimenticare, al riguardo, che Münzer
era un cartografo assai esperto, non un osservatore occasionale. A
tali dubbi se ne aggiunge un terzo più importante: il mappamondo
visto da Münzer era conservato nella residenza regia di San Jorge per
essere evidentemente esibito quale pièce de résistance, per così dire,
anche a visitatori illustri e competenti, quale appunto era il geografo e
cartografo Münzer. Non sembra perciò pensabile che la stessa mappa,
tanto prestigiosa da meritare pubblica mostra di sé, fosse ignota ai
cartografi portoghesi proprio in quella seconda metà del Quattrocento
che segnò l’epoca delle grandi esplorazioni oceaniche lusitane. Ora,
se la “bene descripta tabula” di San Jorge fosse stata quella di Mauro,
alcune sue caratteristiche particolarmente evidenti e originali (ad
esempio, la geografia africana, in particolare quella dell’Etiopia, o la
prefigurazione del Madagascar, o ancora l’inedita soluzione proposta
per il corso del Nilo) avrebbero potuto e forse dovuto lasciare qualche
segno nella tradizione geocartografica portoghese dei decenni
successivi, mentre, come già si è detto, non è pervenuta alcuna traccia
in tal senso. Se al contrario, come si è anche scritto77, MP fosse stato
segretato a causa delle informazioni che conteneva, non sarebbe
certamente stato esibito a un visitatore di passaggio, per quanto
illustre egli fosse stato, in un anno cruciale come il 1494, quando la
stipula del trattato di Tordesilhas consentiva finalmente alla corona

39
lusitana il varo del cosiddetto “plano da India”.
Una seconda mappa portoghese è stata ancora chiamata in causa in
relazione al mappamondo di Mauro78, in quanto (presunto) testimone
del celebre planisfero. Si tratta della carta affidata nel maggio 1487
a Pedro de Covilha e Alfonso de Paiva, emissari del re João II, in
occasione della loro missione esplorativa alle terre del Prete Gianni,
nell’Africa orientale, missione finalizzata alla ricerca di una rotta
oceanica fra Europa e Oriente. L’episodio del 1487 è ricordato nella
relazione del viaggio alle terre del Prete Gianni – ovvero, a quel tempo,
l’imperatore d’Etiopia David II o III (Lebna Dengel) – dal missionario
ed esploratore portoghese Francisco Alvares, il quale fu nel Corno
d’Africa fra il 1520 e il 1526. La relazione fu pubblicata a Lisbona nel
1540, con il titolo di A verdadeira informaçam das terras do Preste João, e
l’episodio in questione è descritto nei termini seguenti:
...e furono inviati a Santarém il giorno 7 maggio
1487, alla presenza del re Manuel, allora duca, il
quale diede loro una carta nautica tratta da un
mappamondo, a far la qual furono il fiduciario
Calçadilha che è vescovo di Viseu, il dottore mastro
Rodrigo, abitante alle Pedras Negras, e il dottor
mastro Moyses, a quel tempo ebreo, e questa carta
fu composta nella casa di Pêro d’Alcaçova79

Nel primo volume della celebre raccolta Navigationi et viaggi di


Giambattista Ramusio, pubblicato nel 1550, vi è la traduzione italiana
della relazione di Alvares, data alle stampe con il titolo Viaggio fatto
nella Etiopia, la quale tuttavia riporta un testo leggermente diverso da
quello dell’edizione portoghese:
E cosí del 1487, alli VII di maggio, furono
spacciati tutti due in Santo Arren, essendovi
presente sempre il re don Emanuel, che allora
era duca, e gli diedero una carta da navigare
copiata da un napamondo [sic], al far della quale
v’intervennero il licenziato Calzadiglia, che è
vescovo di Viseo, e il dottore maestro Rodrico,
abitante alle Pietre Nere, e il dottore maestro
Moyse, che a quel tempo era giudeo: e fu fatta tutta
questa opera molto secretamente in casa di Pietro
di Alcazova, e tutti i sopradetti dimostrarono lor
meglio che seppero come se avessero a governare
per andare a trovar li paesi donde venivano le
spezierie, e di passare anco un di loro nell’Etiopia
a vedere il paese del Prete Ianni, e se nei suoi mari
fusse notizia alcuna che si possa passare ne’ mari
di ponente, perché li detti dottori dicevano averne
trovata non so che memoria80

40
Le differenze tra le due versioni si spiegano con il fatto che
Ramusio compose il proprio testo avendo sotto gli occhi da una parte
l’edizione portoghese a stampa del 1540, e dall’altra una versione
manoscritta non pervenuta81. Ma tutto ciò riveste un’importanza
relativa ai fini della presente indagine. Quel che più interessa qui è
invece una terza testimonianza relativa a questo episodio, che si deve
allo storico Fernão Lopez de Castanheda. Questi diede alle stampe,
nel 1551, il primo degli otto volumi della sua História do descobrimento
e conquista da Índia pelos Portugueses, nel quale si narra come il re João
II, contemporaneamente alla spedizione oceanica di Bartolomeu Dias,
decise di tentare di raggiungere il regno di Prete Gianni – trampolino
di lancio verso l’India e le fonti delle spezie – anche per terra,
incaricando di ciò Pedro de Covilha e Alfonso de Paiva. Essi partirono
appunto da Lisbona nel maggio 1487, e in questo modo Castanheda
descrive la loro missione:
Poiché il re aveva un grande desiderio di
conoscere il Prete Gianni e di farselo amico, e
con il suo aiuto avere accesso alle Indie, decise di
andare alla sua scoperta per via di terra … E per
questa spedizione via terra scelse un suo servitore
che si chiamava Affonso de Payva e un altro di
nome Pedro de Covilhã, originario della città dallo
stesso nome, e in segreto disse che si aspettava un
grande servizio da loro... E ciò in cui voleva che lo
servissero era che andassero a scoprire e conoscere
il Prete Gianni per capire da dove arrivassero la
cannella e le spezie che dalle Indie a Venezia per
la Terra dei Negri... e furono mandati a Santarém
il giorno 7 maggio 1487 davanti al re Dom Manuel
che allora era duca di Beja; e il re diede loro una
carta che era tratta da un mappamondo, affinché vi
segnassero i luoghi della signoria del Prete e ugualmente
la strada per arrivarvi82

Ciò che risulta è quindi che i due esploratori disponevano di una


carta nautica (“carta de marear”) tratta da una “mapamundi”, e su
tale carta essi dovevano apporre (“posessem nela”) i luoghi soggetti
al Prete Gianni e il cammino per raggiungerli. Tali parole sembrano
individuare una carta sostanzialmente priva, o quanto meno assai
povera di indicazioni relative alla topografia delle regioni etiopiche – e
non per niente lo scopo dichiarato dell’affidamento a Covilhão e Payva
della carta era proprio quello di riempire quella carta di “lugares”
(luoghi) e di percorsi (“caminho”). Ebbene, pare assai difficile che
una carta di tal genere possa avere avuto quale modello la carta di
Mauro, in quanto quest’ultima è specialmente ricca di toponimi e di
altre informazioni geografiche, più spesso di prima mano, proprio
nelle regioni etiopiche dell’Africa, come si è già visto. Un modello

41
tanto ricco di indicazioni avrebbe certamente costituito una traccia
utilissima per i due due esploratori portoghesi, i quali si dovettero
invece accontentare, a quanto sembra, di una carta assai laconica.
Tutto ciò accadeva nel 1487, ma un altro piccolo indizio, più tardo,
sembra andare nella medesima direzione. La già citata relazione di
Francisco Alvares, capitolo quinto, narra che nel 1520 alcuni doni
furono presentati al Prete Gianni, fra i quali un “napamondo”83
(sic). Quattro anni dopo, nel 1524, il Prete restituì ai portoghesi il
mappamondo ricevuto in dono, affinché vi aggiungessero i nomi
dei diversi luoghi e regni anche in lingua “abissina”; essi si misero
allora all’opera sotto la dettatura di un interprete per quella che
viene descritta come una trascrizione fonetica dei nomi europei in
lingua etiopica – verisimilmente, in ge‘ez. La carta, così trattata, tornò
all’imperatore, il quale volle sapere come mai i vari regni d’Europa
fossero tanto piccoli, ottenendo in cambio questa risposta:
A questo gli rispose l’ambasciadore che sua
Altezza era ingannata o mal informata, e che
s’alcuno gli aveva detto questo non gli aveva
detto la verità, e che, se per vedere il napamondo
s’aveva immaginato questo, non prendeva la
vera cognizione delle terre, perché Portogallo e
Spagna stanno nel napamondo come cose da tutti
conosciute e non come necessarie da saperle, e per
questo erano poste in picciolo spazio con un nome
solo, come anche Venezia, Gierusalem e Roma; ma
che guardasse la sua Etiopia, la quale, per esser cosa
non conosciuta, era posta in grande spazio, piena
tutta di montagne, di fiumi, di lioni, d’elefanti
e d’altri animali, né vi è scritto nome di città né di
castelli...”84

Da questa testimonianza risulta che alla data del 1520 i territori


etiopici erano considerati “cosa non conosciuta”, ma soprattutto
che la carta che li rappresentava non riportava nomi di luogo. Tale
attestazione mette in dubbio la possibilità che la mappa di Mauro fosse
stata presa a modello dai geografi e dai cartografi portoghesi; in caso
contrario una spedizione ufficiale, voluta direttamente dalla corona,
avrebbe quanto meno provveduto a fornire agli esploratori tutte le
informazioni disponibili sui territori che si accingeva ad attraversare,
specialmente se fosse stato disponibile un disegno che, al pari di
quello di Mauro, dava una descrizione quanto mai particolareggiata
di quelle regioni.
Si può allora dire, a conclusione di questo excursus intorno alle
due presunte “prove” relative a MP, che esse non sono in grado di
fondare alcuna certezza, e che anzi quei due documenti ingenerano
più dubbi di quanti non ne risolvano. Ma non è in discussione, qui,
soltanto l’assenza di attestazioni dalle quali risulti in qualche modo

42
l’arrivo dell’opera a Lisbona, entrata così a far parte del patrimonio
della corona, e la sua destinazione provvisoria o finale; la mancanza
di simili testimoni non è di per sé decisiva. La questione ineludibile
riguarda invece il silenzio completo da parte degli autori lusitani
successivi, e in particolare da parte dei cartografi e dei geografi, le cui
carte sembrano del tutto ignare della lezione di Mauro85. La portata di
un simile silenzio può essere meglio compresa se si prendono in esame
le tracce riconducibili all’opera di Mauro – cioè, presumibilmente,
a MV – rilevabili nei lavori cartografici di alcuni grandi autori
cinquecenteschi non lusitani. È il caso, ad esempio, di Giacomo
Gastaldi e Paolo Forlani, nella loro carta dell’Asia, e in particolare
nella definizione della geografia delle isole maggiori dell’Oceano
Indiano; è ancora il caso di alcuni errori assai caratteristici della carta
di Mauro che si ritrovano variamente declinati sia nel mappamondo
di Benedetto Bordone del 1528 sia, e soprattutto, nella carta intitolata
Asia ex magna orbis terrae descriptione Gerardi Mercatoris desumpta,
pubblicata da Gerardo Mercatore figlio nel 1595.

VII. Testimoni della geografia di Mauro

Uno degli errori che contraddistinguono in modo inconfondibile


la carta di Mauro consiste in una singolare traslazione dei territori
delle regioni indiana e indocinese, tale per cui un fiume denominato
Indus (*662), e che è inteso essere l’Indo, attraversa però la regione del
Bengala, situata a est dell’India, e sfocia in un mare chiamato Indicvm;
in parallelo, il fiume Gange, chiamato anche Scierno e Phison, sembra
rappresentare forse nella parte superiore il corso dello Yangtze, mentre
in quella inferiore bagna alcune località effettivamente poste lungo il
Gange, situate però in un contesto territoriale che non è quello indiano
bensì quello indocinese, per sfociare infine nel Sinvs Gangeticvs. Si ha
perciò una rappresentazione dalla quale è scomparsa l’idrografia del
fiume Indo, mentre i territori che nella geografia reale sono situati tra
Indo e Gange risultano fortemente compressi e “scivolati”, per così
dire, in territorio indocinese86. Tale sistemazione, dovuta chiaramente
a una serie di errori sui quali sarà necessario tornare, contravviene
a una delle acquisizioni fin dall’epoca classica più scontate della
geografia, in quanto tramandata nelle innumerevoli carte tolemaiche
prodotte al tempo di Mauro e nelle altrettanto numerose carte post-
tolemaiche del secolo seguente. Si tratta della divisione del continente
asiatico in tre parti; l’India detta “prima”, che si estende fino al fiume
Indo, la “seconda” o “intra Gangem”, posta tra Indo e Gange, e la
“terza”, oltre il Gange, definita “extra Gangem”. Il mappamondo di
Mauro disegna una situazione territoriale per la quale diventa assai
difficile, se non impossibile, ricomporre un ordine geografico capace
di restituire un’immagine coerente di quella parte del mondo. Sulle
possibili ragioni di un errore tanto vistoso si dovrà tornare più avanti;
ci si limiterà per ora a illustrare in qual modo una variazione tanto

43
caratteristica quanto erronea possa aver trovato riscontro nel caso di
due importanti autori, quali furono appunto Bordone e Mercatore.
Il primo caso è rappresentato dal planisfero che Benedetto Bordone
pubblicò nel suo Isolario nel 1528. Diversi indizi indicano che l’autore
tenne in qualche misura presente il lavoro di Mauro nella composizione
del proprio planisfero; lo dimostrano la presenza delle due Giava,
Maggiore e Minore e, contestualmente, quella del Giappone, detto
Cimpagu come appunto in Mauro (Cipangu in Marco Polo), in un
assetto geografico che sembra ricalcato, per la regione indo-cinese,
sul mappamondo di Mauro. La divisione delle due Indie, di qua e
di là del Gange, è
Fig. 23: corretta, non fosse
Mappamondo di che, a dispetto di
Benedetto Bordone ciò, la posizione dei
del 1528 due fiumi, Indo e
(particolare) Gange, è invertita,
rendendo incerta
la rappresentazione
[Fig. 23], e tale
errore può senza dubbio essere derivato dalla difficoltà di interpretare
la geografia di Mauro.
Di ben altra rilevanza il secondo caso, che si ritiene necessario
approfondire qui in quanto l’evidenziarsi di alcuni caratteristici
errori in un documento assai più tardo uscito da un atelier tanto
autorevole quanto quello del Mercatore suggerisce la possibilità che al
mappamondo di Mauro, o a un suo ipotetico testimone, si guardasse
ancora, alla fine del ‘500, come a un modello degno di attenzione. La
carta dell’Asia di Mercatore, stando a quanto annunciato dal titolo,
sembra tratta dalla grande carta del mondo pubblicata da Gerardo
padre nel 1569, ma essa introduce un’anomalia vistosa là dove colloca

Fig. 24:
Gerard Mercato
(figlio),
Asia ex magna
orbis terra
descriptione,
1595
(particolare)

44
a est dell’India, anziché a ovest, un territorio così intitolato: “Indostan
al(ia)s India intra Gangem” [Fig. 24]. Da dove deriva un simile
errore? Percorrendo la produzione cartografica precedente si vede
che non v’è altra traccia di assetti territoriali ugualmente incerti; né i
mappamondi di Giacomo Gastaldi del 1546 e del 1561 né, dello stesso,
la grande carta dell’Asia, parte terza (largamente ispirata, peraltro, al
mappamondo di Mauro), sempre del 1561, mostrano niente di simile.
Ugualmente può dirsi, come accennato, per il grande mappamondo
di Mercatore del 1569, per quello dell’Ortelio dell’anno seguente, per
la mappa cordiforme di Caspar Vopell dello stesso anno, per la carta
di Petrus Plancius del 1592. Ma i dettagli interessanti da considerare
sono anche altri. In territorio cinese, a nord della grande penisola
indocinese, scorre infatti un fiume che sfocia, come il Gange-Scierno-
Phison di Mauro, nel mar di Cina dopo aver bagnato alcune località
dette Tacan, Mezu, Bompruo e Scierno, le quali sono esattamente le
stesse che il fiume corrispondente della carta di Mauro bagna lungo
il suo corso. Il fiume nel quale Mauro fuse i corsi dello Yangtze e del
Gange è rappresentato cioè alla stessa maniera anche da Mercatore.
Alla foce del fiume si legge poi Cantan fl(umen) olim Ganges il che
significa, da un lato, che Mercatore aveva nozione del vero corso del
Gange, ma anche, dall’altro, che egli aveva assunto in toto la lezione
di Mauro, senza correggerla né tanto meno cassarla. Le concordanze
onomastiche e la disposizione degli elementi geografici e idrografici
non possono non suggerire perciò una relazione tra i due documenti87;
rimane soltanto il dubbio riguardo al percorso che tali elementi
seguirono per arrivare da Venezia a Duisburg, e se debbano essere
ipotizzate tappe intermedie, per così dire, tra le due carte, o se non
si debba addirittura pensare a una relazione diretta al momento non
documentabile.
È dunque evidente, sulla base di quanto fin qui riportato, che il
mappamondo di Mauro fu capace di ispirare, anche là dove era
portatore di errori, alcune soluzioni che furono poi riproposte da
importanti cartografi del ‘500. Nelle carte lusitane, al contrario, una
simile influenza sembra non essersi verificata pur se la carta di Mauro
avrebbe potuto fregiarsi di un avallo quanto mai prestigioso come
quello del re di Portogallo. In parallelo, è con non poca sorpresa che si
osserva come della commissione regia portoghese – la quale di tanto
prestigio avrebbe certamente arricchito il nome del monastero di San
Michele nonché quello dell’intera congregazione camaldolese, e che
perciò avrebbe avuto tutti i motivi di esser fatta conoscere – non vi
sia cenno alcuno nelle testimonianze di osservatori eccellenti, i quali
ebbero occasione non soltanto di visitare San Michele e di vedere
il mappamondo, ma anche di scriverne diffusamente. Sono i casi,
già esaminati, di Felix Fabri, di Alessandro Zorzi e di Giambattista
Ramusio, nessuno dei quali dedica una sola parola all’esemplare
“portoghese” dell’opera o alla commissione regia della stessa. Anche
qui, una volta fatte le debite distinzioni, e per quel che può valere un

45
argomento ex silentio, appare istruttivo un confronto: la commissione
dei due grandi globi destinati a Luigi XIV di Francia costituì per il
minorita Vincenzo Coronelli un atout formidabile, che egli spese senza
risparmio in ogni momento della sua brillante carriera di editore e
cartografo.

VIII. Un importante documento dagli archivi portoghesi

La narrazione di Zurla è dunque all’origine di una fortunatissima


quanto indimostrata vulgata storiografica la quale, mentre ripete da
tempo che il planisfero di Venezia è copia di quello di Lisbona, non si
è in realtà mai interrogata sull’effettiva relazione fra le due opere88.
Gli argomenti fin qui addotti, ovvero le presunte prove della presenza
della mappa in Portogallo dopo il 1459, non contribuiscono in alcun
modo a chiarire tale relazione, e anzi incrinano diverse certezze circa
la presenza della carta di Mauro in terra lusitana. Tali considerazioni e
tali dubbi hanno poco per volta indotto chi scrive a ricercare risposte
alternative a quelle finora date – nonché a quelle rimaste finora inevase
– risposte che si traducono nell’ipotesi dell’esistenza ab origine di un
solo mappamondo, quello ancora oggi conservato a Venezia (MV).
Prima di proseguire in tale direzione, è tuttavia necessario liberare
la scena da uno scomodo ma assai sospetto testimone. Alcuni autori
hanno infatti recentemente rimesso in evidenza un documento della
cancelleria regia lusitana, segnalato già nel 193589, nel quale, alla data
del 3 febbraio 1462, si fa menzione di un pagamento relativo a MV.
Il documento costituirebbe per l’appunto la prova, secondo questi
autori, che a quella data MP si trovava effettivamente in Portogallo,
e che perciò i mappamondi erano indubitabilmente due, quello
veneziano oggi conservato alla Marciana e quello di Lisbona; in base a
tale presunta evidenza, essi dichiarano inammissibile ogni eventuale
ipotesi che affermi le due carte essere in realtà la stessa carta, ovvero
che il mappamondo di Mauro sia stato fin dal principio uno e uno
soltanto90. In che cosa consiste tale documento91? [Fig. 25] Si tratta

Fig. 25:
“Carta de quitaçãm”
della cancelleria
di Alfonso V,
Lisbona 1462
(particolare)
di una serie di registrazioni contabili (“carta de quitaçãm”) della
cancelleria di Alfonso V datate 1462 riferite tuttavia a somme che João
Fernandes da Silveira, al servizio della corte di Lisbona, aveva pagato
in anni precedenti al 1462 per conto della corona.
Il da Silveira (ca. 1420-1484), nipote di quarto grado di re Alfonso
III, fu un personaggio di grande spicco nella vita diplomatica e
militare portoghese, e nel 1475 ottenne la prima investitura baronale

46
mai elargita in Portogallo, essendo nominato barone di Alvito. Nel
1449 era stato incaricato dal re di recarsi in Italia per definire gli
accordi diplomatici da stipularsi in vista del matrimonio fra l’Infanta
Leonora di Portogallo e l’imperatore Federico III, e nel 1452 presenziò
all’incontro fra i promessi sposi nella cattedrale di Siena92. Ebbe un
ruolo di primo piano anche nelle iniziative diplomatiche riferibili al
progetto di papa Callisto III volto alla riconquista di Costantinopoli
da poco caduta in mano al Turco. Il progetto non ebbe seguito, ma
molti passi furono comunque fatti in quella direzione; fra questi,
l’incarico che Alfonso V affidò al da Silveira affinché tastasse il polso
dei principi italiani circa l’appoggio che essi avrebbero eventualmente
potuto dare alle forze navali e terrestri portoghesi impegnate nella
spedizione. Il 4 febbraio 1457 il da Silveira, nelle sue poliedriche vesti
di “miles”, “legum doctor”, “dominus”, “consiliarius et orator” del
re di Portogallo, era a Venezia, dove presentò al Senato una lettera
del sovrano con la quale veniva chiesto l’aiuto della Serenissima
in vista della futura iniziativa di guerra. La Repubblica assicurò
all’emissario regio, con voto pressoché unanime, il proprio appoggio
in termini di rifornimenti e di ospitalità nelle piazzeforti e nei porti
di del suo dominio, consigliando tuttavia – forse timorosa della
presenza di una flotta portoghese nel Mediterraneo – un attacco per
via di terra: senza esercito, scrive la delibera del Senato “parum at
nihil fieri posset”. Questo documento93 è importante perché certifica
le presenza a Venezia del da Silveira in una data assai significativa;
come si ricorderà, la doppia annotazione del libro di cassa di San
Michele, alle date 1 gennaio e 8 febbraio 1457, registra il versamento
“in nome del Signor de Portogal” di 28 ducati da 124 soldi nelle casse
del monastero “per suplir a certe spexe le qual erano de bixogno per
far compir l’opera del suo mapamundi el qual lavora frate Mauro”.
Il documento contabile del 1462 è esplicito nell’affermare che
il pagamento effettuato era a rimborso delle spese sostenute dal
diplomatico, il quale “…per nosso mandado rreçebeo e rrecadou e
despemdeo em corte de Roma, homde esteve por nosso serviço aos
anos pasados de 1456-1460”94; anche i ducati versati al monastero
veneziano facevano evidentemente parte di quelle spese. Si tratta
dunque di un documento retroattivo, per così dire, redatto con lo
scopo esplicito di evitare ogni qualsiasi rivendicazione di credito da
parte di famigliari ed eredi del Silveira: “E, porquanto nos deu de
todos os dictos djnheiros e coussas que asi conprou bõoa conta com
entrega, que em nehuma coussa nos nom ficou devedor, ho damos de
todo por quite e liure, deste dia pera todo ssenpre, elle e sseus beens e
herdeiros, que nunca jamais em alguum tempo por as dictas coussas
nem pora cada huma dellas possam mais ser demandados nem
chamados a comtos nem fora delles, pera mais averem de dar comta
nem rrecado, porquanto ja deu, como dicto he”95. Ne consegue che
la data di questo documento, il 1462, non può in alcun modo essere
adottata come prova della presenza di MP in Portogallo in quell’anno,

47
come si può ulteriormente accertare grazie alla lettura dello stesso.
La carta è strutturata nel modo seguente: sono dapprima elencate,
tutte insieme, le somme messe a disposizione del diplomatico con
diverse lettere di cambio; sono quindi descritte tutte le spese sostenute
dallo stesso, per un ammontare complessivo di 13.494 ducati, senza
indicazione alcuna della data nella quale ciascuna spesa fu effettuata.
Fra tali spese figurano pagamenti per il mantenimento di alcuni
cavalieri ed altri fiduciari della corte, per la sartoria (2.450 ducati), per
la stesura e la spedizione di lettere destinate al vescovo di Guarda (582
ducati), al monastero di Batalha (86 ducati) e a quello di Alcobaça (400
ducati), per l’accensione di una lampada votiva in Gerusalmme (15
ducati), per alcuni corrieri postali (193 ducati), per un carico di polvere
da sparo (493 ducati) e, finalmente, per il mappamondo veneziano
(30 ducati e ¾): “E deu e despemdeo trimta ducados tres quartos aos
pyntores que pyntarom o papa (sic) mundo em Veneza; e esto por sse
nom perder o que ja em elle era fecto”96.
Considerata l’importanza di questa breve nota al fine di delineare
meglio i contorni dell’intera vicenda, è più che mai necessario
esaminarne il testo con attenzione. Il passo può tradursi alla lettera
nel modo seguente: “diede e spese trenta ducati e tre quarti per
i pittori che dipinsero il mappamondo a Venezia; e ciò per non
perdere quanto in esso era già fatto”. Innanzitutto, va osservato che
il nome di Mauro non vi compare; il riferimento è piuttosto a certi
“pintores”, ed è noto come l’esecuzione dell’opera avesse coinvolto
già negli anni 1457-59 diversi “pentori”, oltre a uno “scriptor” e un
“maistro”97. In secondo luogo, quando vi si dice che il rischio era di
perdere ciò che nel mappamondo (“em elle”) era già stato fatto (“ja era
fecto”), pare evidente che si stia parlando di un lavoro che attendeva
di essere portato a compimento: la somma versata doveva perciò
garantire il proseguimento e magari il completamento dell’opera da
parte dei “pentori” veneziani. In altre parole, il mappamondo di cui
alla nota d’archivio non aveva ancora preso la strada di Lisbona. La
controprova di ciò è lampante: se il mappamondo si fosse già trovato
a Lisbona, quale rischio di perdita avrebbe potuto ragionevolmente
correre? Appare perciò pressoché certa l’ipotesi che il documento,
pur datato 1462, si riferisca a fatti accaduti ben prima di quella data,
e precisamente all’esecuzione dell’opera degli anni 1457-59. Il libro
contabile del monastero di San Michele registra infatti, come si è visto,
l’entrata dei 28 ducati versati “per nome del Signor de Portogal”
nel febbraio 1457, e la nota del 1462 non sarebbe in tal caso altro che
l’attestazione di un pagamento – probabilmente a saldo, considerato
l’ammontare piuttosto esiguo della somma a fronte delle altre spese
elencate – avvenuto in un periodo precedente. Se si considera inoltre
l’espressione “far compir” della nota del libro di cassa di San Michele
alla data 8 febbraio 1457, se ne potrà dedurre che fra quelle parole
e il testo del documento della cancelleria portoghese esiste un nesso
logico-temporale indiscutibile: si trattava di soldi sborsati per far

48
terminare un lavoro che era già stato avviato tempo prima. Tutto ciò,
e in particolare la presenza del da Silveira a Venezia nel febbraio 1457
per ragioni innanzitutto politiche e belliche, fa dubitare assai di ipotesi
altrove formulate, secondo le quali l’originaria commissione del
mappamondo deve essere datata al 1457, in un contesto di relazioni
italo-portoghesi avviate proprio in quell’anno98. In realtà, tutto sta a
dimostrare che l’affaire mappamondo ha radici più lontane nel tempo:
la coincidenza cronologica della presenza del da Silveira a Venezia al
principio del 1457 con il versamento dei 28 ducati nelle casse di San
Michele di quegli stessi giorni avvalorano in modo sostanziale l’idea
della riapertura di un dossier rimasto da tempo in sospeso. Se infatti
la commissione fosse stata affidata in quello stesso 1457, per quale
ragione scrivere “far compir l’opera del suo mapamundi” e non, più
propriamente, “far el mapamundi”?
È a questo punto chiaro come le diverse testimonianze fin qui
esaminate non possano servire efficacemente da supporto alla
tradizione del mappamondo “portoghese”, e anzi come l’intera
questione abbisogni di soluzioni diverse da quelle finora accettate.
Nelle pagine che seguono si cercherà perciò di dar conto del prosieguo
di questa vicenda mai del tutto chiarita. Ciò che si deve comunque
ribadire è che il documento del 1462, che alcuni vorrebbero essere
prova della presenza del mappamondo in terra portoghese a tale
data, testimonia semmai, a ben guardarlo, il contrario. In parallelo,
non si è in presenza di nessun altro indizio, di nessun’altra traccia
e soprattutto di nessun’altra prova sulla quale fondare quella che si
sta rivelando, nel controluce della presente analisi, una tradizione
da ridiscutere. E soprattutto non si dispone di prove attestanti la
presenza del mappamondo in terra portoghese dopo la sua partenza
da Venezia. Anche ammettendo per ipotesi che la carta fosse tenuta
nascosta, che fosse cioè stata segretata a causa di alcune informazioni
particolarmente sensibili riguardanti ad esempio la navigazione
circumafricana – informazioni che la volontà politica preferì non
divulgare – rimane l’evidenza che neppure uno fra gli autori lusitani
dei secoli seguenti, a segreti ormai “scaduti”, abbia mai accennato a
Mauro e alla sua carta, la quale conteneva particolari che sarebbero
stati di grandissimo interesse per qualsiasi cartografo del tempo
– come dimostra la citazione di alcuni di quei particolari nelle già
accennate carte, ad esempio, di Gastaldi e Mercatore. Un simile
tombale silenzio appare quanto mai insolito, a dir poco. È perciò più
che lecito il sospetto che la narrazione di Zurla – e di tutti coloro che lo
hanno sempre fedelmente seguito – non abbia riscontro nell’effettivo
svolgimento dei fatti. Quale possa essere stato il destino di MP lo
vedremo tra breve, alla luce di alcune particolari considerazioni.

IX. Marco Foscarini e Antonio Galvão

Al dire il vero, l’iniziatore della tradizione dei due mappamondi

49
non fu propriamente lo Zurla bensì Marco Foscarini, il quale così
scriveva nel 1752 nella sua Letteratura veneziana: “non rimane più
dubbio che il mappamondo esistente nella badia de’ Benedettini
d’Alcobaza, riferito da Antonio Galvano sul rapporto di Francesco di
Sousa Tauvarez che lo vide nel 1528, non sia quello fatto da fr. Mauro
e di qua mandato in Portogallo”99. È soltanto intorno alla metà del
‘700, dunque, che la notizia della commissione regia viene riportata
in luce100, per essere pienamente valorizzata al principio del secolo
seguente da Placido Zurla, autore del primo studio generale sul
mappamondo veneziano.
Zurla si appoggiò nel modo seguente all’esibita certezza del
Foscarini, ribadendo con forza, nonostante l’esito infruttuoso delle
ricerche fatte condurre in Portogallo, l’”antica esistenza” in terra
lusitana del mappamondo di Mauro: “Che ne sia di presente di tal
Mappamondo colà recato, nulla di certo asserir possiamo per la
varietà delle relazioni sulla sua esistenza attuale da noi avute, anche
verbalmente, da eruditi viaggiatori di varie nazioni da noi interrogati,
e solo ci fu confermata l’antica sua esistenza... Nemmeno da apposite
ricerche fatte far non ha guari presso dotte persone in Lisbona, si è
potuto averne la bramata locale notizia. Peraltro il sullodato Foscarini,
ivi, tiene per fermo che tal Mappamondo sia quel desso che come
accenna il citato Galvano subito dopo il sopra allegato testo, l’Infante
D. Fernando mostrato avea nel 1528 a Francesco di Souza Tavares,
e che si era trovato nell’archivio d’Alcobaza, e che si era fatto erano più di
120 anni, e conteneva tutta la navigazione dell’India, con il capo di Buona
Speranza, come le presenti. Di fatti qual miglior carta potea mostrare D.
Fernando esprimente a meraviglia tali susseguenti scoperte?”101.
Il riferimento riguarda un passo di Antonio Galvão (ca. 1490-
1557), ufficiale e amministratore dei possedimenti portoghesi delle
isole Molucche, autore di un importante Tratado sulle navigazioni ed
esplorazioni degli europei fino all’anno 1550:
Nell’anno 1428 l’Infante Dom Pedro fu in
Inghilterra, in Francia, in Germania alla Santa
Casa, e altri luoghi di quelle parti; fece ritorno
attraverso l’Italia, fu a Roma e Venezia e di là
portò un mappamondo nel quale c’era tutto
l’ambito della terra, con lo Stretto di Magellano
che si chiamava Coda del Drago, il Capo di Buona
Speranza, i confini dell’Africa, e che di questo
modello si servì l’Infante Dom Henrique nelle sue
esplorazioni. Francisco de Sousa Tavarez mi disse
che nell’anno 1528 l’Infante Dom Fernando gli
mostrò una mappa che si conserva negli archivi di
Alcobaça, vecchia di più di cento e venti anni, nella
quale vi era tutta la navigazione dell’India, il Capo
di Buona Speranza come è oggi, nella quale si vede
che già nel tempo passato era stato scoperto come

50
e ancor più di oggi102

Si può osservare che l’esistenza di una carta del principio del XV


secolo nella quale fosse segnato e nominato lo Stretto di Magellano
appare quanto mai improbabile, e che alla stessa stregua è da
prendere con molta cautela l’indicazione cronologica dei 120 anni
relativa alla carta di Alcobaça. Ciò nonostante Zurla afferma senza
esitazioni che la carta del 1528 altro non era che il mappamondo di
Mauro, giustificando poi in qualche modo un divario temporale che
è sostanzialmente incongruo103. Inoltre, se è vero che non si può dare
importanza assoluta al dato dei 120 anni, in quanto potrebbe trattarsi
di un’indicazione riferita a un avvenimento del passato del quale la
memoria non era più, nel 1528, del tutto padrona, bisogna ricordare che
diversi decenni prima della composizione del mappamondo di Mauro
erano già in circolazione cartografie che si adattano perfettamente alla
descrizione del mapamundo di Alcobaça data da Galvão. Si pensi ad
esempio al planisfero nautico di Albertin di Virga, eseguito a Venezia
verso il 1410104 o a quello che compare nell’Atlante Mediceo, anch’esso
del principio del XV secolo105; ambedue queste carte – certamente non
note allo Zurla – illustrano infatti la circumnavigabilità dell’Africa,
ipotesi geografica che doveva risultare particolarmente interessante
agli occhi dei portoghesi; tali carte testimoniano della diffusione
di ipotesi e, forse, di conoscenze geografiche nuove ben prima che
Mauro componesse il mappamondo. Non bisogna poi escludere la
possibilità che negli archivi di Alcobaça potesse essere conservata
qualche cartografia orientale che ben si adatterebbe alla descrizione
di Galvão, portata magari dallo stesso Galvão o dal Tavares, i quali
soggiornarono a lungo in Oriente, il primo come amministratore alle
Molucche, il secondo come comandante in India. Nessuna certezza,
perciò, ci consente di identificare la carta di Alcobaça con il planisfero
del camaldolese.
Messa così in dubbio la testimonianza Galvão/Foscarini, rimane
di conseguenza irrisolto il repentino scomparire dalla scena di MP,
circostanza che lascia alquanto sconcertati; l’assenza di una qualsiasi
traccia culturale (letteraria, geografica e cartografica), di ogni
possibile documento o testimonianza, contemporanei o posteriori,
riguardanti in maniera diretta o indiretta il grande mappamondo
eseguito per volere del re, sembra troppo netto per poterlo accettare
senza una qualche spiegazione. Nel tentativo di ricostruire l’effettivo
svolgimento dei fatti, sarà perciò opportuno verificare la tenuta di due
ipotesi alternative, sullo sfondo di due diversi scenari.

X. Il primo scenario

Il primo scenario è quello che, facendo un passo indietro, ammette


l’esistenza di due mappamondi. L’ipotesi prevede che un planisfero
fosse inviato a Lisbona nel 1459, e di questo se ne perse subito traccia,

51
mentre l’altro fu sempre conservato a Venezia. Quest’ultimo reca, incisa
sul verso ligneo, come si è visto, la data 26 agosto 1460 quale termine
per il completamento dell’opera; questa data viene generalmente, e
con ogni probabilità correttamente, riferita al compimento dell’intero
manufatto del quale il mappamondo vero e proprio è soltanto una
parte, ovvero disco centrale, riquadro di contorno, cornici e supporti
diversi. Stando alla documentazione pervenuta e ad alcuni elementi
interni all’opera che saranno tra breve esaminati, si può inoltre
affermare che le (eventuali) due carte furono composte nel decennio
1448-59, sulla base di alcuni disegni preparatôri; in particolare, i registri
contabili del monastero riportano spese di colori e altri materiali “per
formar mappamondi” sia alla fine degli anni ’40 che alla fine degli anni
’50106. Nel corso del decennio, e comunque entro il 1460, MV fu quindi
portato a un esito monumentale in quanto testimonianza assoluta
dell’eccellenza del monastero, mentre MP prendeva la strada di
Lisbona. Se questa ipotesi – che vuole due mappamondi eseguiti più o
meno in parallelo nell’arco di quel decennio – fosse valida, resterebbe
tuttavia da spiegare come mai il solo superstite, la carta veneziana,
contenga tanti e tanto vistosi errori. E qui occorre riprendere in esame
alcuni dettagli geografici per come essi sono svolti nella carta di
Mauro.
Abbiamo visto in precedenza come nella delineazione dell’Asia
di Mauro si riscontri un macroscopico misplacement che coinvolge le
regioni comprese fra il fiume Indo e il Gange, ovvero regioni la cui
conoscenza geografica e idrografica era al tempo di Mauro piuttosto
consolidata nelle sue linee generali, e come tale errore abbia senza
dubbio avuto una qualche eco nella carta dell’Asia di Gerardo
Mercatore junior. I due grandi fiumi, e i territori e le città ad essi
contigui, appaiono spostati verso est, mentre un terzo fiume è posto

Fig. 26:
I fiumi
Indo e Gange
nel mappamondo

52
nel mezzo tra i due [Fig. 26]. Un’ampia porzione del continente asiatico
è così descritta in modo vistosamente erroneo, come in un gigantesco
puzzle mal composto, di modo che l’assetto dell’intera area risulta assai
scombinato107. Si è già osservato che si tratta di un errore non di poco
conto, in quanto le posizioni di Indo e Gange e dei territori circostanti
erano state correttamente descritte da numerosi autori classici e post-
classici che Mauro nomina e cita a ogni istante. Ma non è tutto. Nelle
regioni dell’Asia centrale il fiume Ocus (Amu Darya) è infatti collocato
a nord dello Iaxartes (Sir Darya) anziché a sud, e anche questo errore
contraddice le conoscenze geografiche largamente disponibili al

Fig. 27:
I fiumi Ocus
(Amu Darya)
e Iaxartes
(Sir Darya)
nel mappamondo

tempo del Camaldolese108 [Fig. 27]. E ancora: diverse località situate


sulla costa dell’odierno Oman (Arabia meridionale) sono invece
segnate lungo la costa orientale del Golfo Persico, nell’odierno Iran109.
Non si tratta, come si vede, di dettagli trascurabili bensì, soprattutto
nel primo macroscopico caso, di errori grossolani che inficiano la
credibilità (geografica) e l’autorità dell’intera opera, nonché quelle del
suo autore. Non si può non domandarsi come ciò possa essere avvenuto,
anche perché la risposta non appare evidente a un primo sguardo.
Si pensi infatti alla lunga preparazione dell’opera, alla consultazione
di innumerevoli fonti letterarie e cartografiche (a cominciare da quel
Tolomeo che Mauro dimostra di aver frequentato in lungo e in largo),
al vaglio critico delle opinioni lungamente stratificate nella tradizione
storica e letteraria; si pensi all’ambizioso progetto di un’opera per
davvero totale, capace cioè di riassumere in se stessa il meglio del
sapere del tempo, e fremente di dichiarata ambizione di rinnovarlo,
quel sapere, con l’apporto di nuove e inedite notizie. Si pensi infine
ai mesi, agli anni trascorsi ad accumulare informazioni e a cercarle
di trasformarle in un’immagine coerente, capace di dare nuova e più
adeguata fisionomia alla figura del mondo. Ebbene, come è possibile

53
che una preparazione tanto lunga e accurata possa essere sfociata
in un simile accumulo di imprecisioni e di madornali errori? Si può
davvero credere che Mauro possa aver dato il proprio imprimatur a
un’opera tanto imperfetta dopo averci lavorato per anni e anni?
La ricostruzione dei fatti eventualmente accaduti si trova così
a questo punto davanti a una impasse, a un vicolo apparentemente
cieco. Non potendosi ammettere che l’autore abbia dato licenza a
tanto errare, si dovrà per forza di cose supporre che, se due furono le
carte, l’esecuzione del solo testimonio a noi noto, MV, sia avvenuta in
qualche significativa misura al di fuori del suo controllo. Circostanza,
questa, tutt’altro che difficile a immaginarsi; è sufficiente evocare
una qualsiasi non passeggera infermità da un lato, e la necessità di
rispettare i termini di una prestigiosa ma impegnativa commessa
dall’altro, ed ecco apparire nei registri di casa camaldolese, a soccorso
dell’impresa, i nomi di due personaggi perfettamente adatti alla
necessità del momento e ai ruoli rispettivamente richiesti. Andrea
Bianco, marinaio e cartografo di vaglia – ma certamente non uomo
di studi, bensì uomo di mare abile nella composizione cartografica
– che appone quasi la propria firma al rifacimento, o meglio al
rammodernamento della costa atlantica dell’Africa, gemella qui, nel
profilo e nella toponomastica, della ben nota carta dello stesso Bianco
eseguita a Londra nel 1448110. E ancora, nel ruolo di coordinatore
dell’opera, Francesco da Cherso, presente in San Michele di Murano
fin dal 1433111, e perciò ben adatto a fare le veci del confratello nel caso
questi si fosse trovato impedito dal condurre a termine il non eludibile
impegno assunto con la corona portoghese.
L’ipotesi di un’errata copiatura dei disegni parziali dell’opera
da parte di “scriptori” e “pentori” ingaggiati alla bisogna assume
dunque, in tali travagliate circostanze, tutt’altro rilievo, e mette al
tempo stesso Mauro al riparo da critiche difficilmente argomentabili.
Il libro delle entrate e delle uscite di San Michele di Murano testimonia
infatti senza possibilità di dubbio che gli interventi di Andrea Bianco
e Francesco da Cherso, registrati fra il 1457 e il 1459, erano finalizzati
alla composizione della carta portoghese – e si ricordi che quel libro
contabile non fa più menzione di Mauro, dopo l’8 febbraio 1457,
quale elemento attivo nell’impresa cartografica commissionata. Ma
sono proprio quegli errori, tanto importanti e tanto caratteristici, a
imporre la necessità di un altro scenario, nel quale le diverse questioni
chiamate in causa, le apparenti contraddizioni nonché la mancanza
di documenti che possano in qualche maniera accreditare la presenza
del mappamondo a Lisbona dopo il 1459 trovino soluzione e risposta.
In questo secondo scenario l’ipotesi di partenza è che non vi furono
mai due mappamondi, bensì soltanto uno. E i fatti si svolsero forse nel
modo seguente.

54
XI. Il secondo scenario

In qualche momento degli anni ’40, o forse anche prima, Fra’ Mauro
riceve la commessa del mappamondo dalla corona portoghese. Che
si trattasse di Dom Pedro, come vogliono alcuni112, o di Alfonso V,
come pretendono i più, non è questione alla quale si possa facilmente
rispondere. Bisognerà comunque ricordare che Pedro era stato ospite
della Serenissima nel 1428, e che questa gli aveva inviato in dono una
copia del Milione qualche tempo più tardi. Il regno di Pedro cessò nel
1449, ma in quell’anno Mauro era già intento a “formar mappamondi”
nel monastero veneziano di San Michele, particolare questo che
potrebbe forse avvalorare l’attribuzione a Pedro della commissione
originaria. Infine, quanto riportato da Galvão, secondo il quale Dom
Pedro “trouxe de lá [ovvero da Venezia] hum Mapamundo” è da
valutare con prudenza in quanto, come si è visto, l’esistenza di una
cartografia del primo Quattrocento nella quale fosse disegnato lo
Stretto di Magellano appare quanto mai improbabile.
Nella prospettiva delle circostanze
ora illustrate, il lavoro cartografico Fig. 28:
di Mauro dovette però subire Correzioni
un’interruzione non momentanea. La e rifacimenti lungo
riprova di ciò sarebbe nelle vistose la costa atlantica
e anche un po’ maldestre citate dell’Africa
correzioni che furono apportate, ad
esempio, lungo la costa atlantica
dell’Africa [Fig. 28]; i registri della
Congregazione annotano, come si è
visto, il nome di Bianco, che tuttavia
compare soltanto alla data 1459,
ovvero in corrispondenza con la fase
finale del lavoro. Il cartografo, la cui
ultima mappa nota è appunto quella
londinese, avrebbe perciò aggiornato
in quello scorcio di tempo il profilo originario della costa africana
sovrapponendovi quello della propria carta.
Abbiamo del resto visto in apertura, nell’esame di alcuni interventi
grafici e scrittôri, quanto numerosi siano i segni di discontinuità nel
processo compositivo, tali da far ritenere probabile la mancanza di
una “regia” unica. È perciò inevitabile pensare che ci debba essere
stata una lunga pausa nell’elaborazione dell’opera.
Dopo un primo abbozzo del mappamondo, dovette presumibilmente
seguire un periodo di inattività, sulle cui cause non è possibile
affermare alcunché di preciso – ma ebbe forse inizio dopo la morte
di Dom Pedro, avvenuta nella battaglia di Alfarrobeira del 20 maggio
1449. L’interruzione sarebbe in tal caso conseguente alla scomparsa
del primo committente – e forse al venir meno dei finanziamenti. È
assai probabile che quel primo tentativo non arrivasse a compimento:

55
se così fosse stato, sarebbe stata infatti prodotta una carta realizzata
sotto il pieno controllo dell’autore, e perciò, ragionevolmente, priva di
errori del genere e della portata di quelli descritti.
Il lavoro al mappamondo riprese qualche tempo più tardi, quasi
certamente per rinnovata sollecitazione della corona portoghese,
memore della commissione originaria, in coincidenza con la visita
veneziana del da Silveira, al principio del 1457, come attesta il più
volte citato libro delle entrate e delle uscite. Ma interviene a questo
punto una qualche infermità, che impedisce a Mauro di proseguire
nell’opera – egli morì, secondo l’opinione generalmente accettata,
nel 1459 – e costringe i monaci di San Michele a ricorrere all’aiuto di
Andrea Bianco e di altri “scriptori” e “pentori” assoldati alla bisogna
e coordinati forse dal confratello Francesco da Cherso.
Il mappamondo fu così ultimato, ma l’imperizia degli esecutori
e, soprattutto, la mancanza di guida e controllo da parte dell’autore,
impossibilitato a farlo, introdusse in alcune parti, e specie nell’Asia, i
grossolani errori che si sono esaminati. Inoltre, un evidente tentativo
di restiling, riscontrabile nei già esaminati interventi di riscrittura
calligrafica di numerose annotazioni, è il segno indubitabile di un
salto stilistico e temporale nell’esecuzione dell’opera. Imperfetto, ma
terminato, il mappamondo poté dunque partire alla volta di Lisbona,
così che l’impegno assunto a suo tempo potesse dirsi rispettato. È
difficile, a questo punto, immaginare che i gravi difetti geografici
e cartografici precedentemente illustrati potessero sfuggire ai
certamente bene informati geografi e cartografi portoghesi.
Vi è inoltre l’elemento linguistico da considerare. Poiché, come si
è visto, il Dolfin aveva condotto la traduzione latina delle iscrizioni
di MV non molti anni dopo il suo completamento, vi sono buone
ragioni per pensare che un testo latino non fosse stato originariamente
approntato da Mauro. Si è inoltre già dimostrato come la cosiddetta
Carta Borgiana, ovvero il ms. Borgiano V della Biblioteca Vaticana,
sia con ogni probabilità copia di uno dei disegni preparatôri del
mappamondo113, i quali risulterebbero perciò scritti nello stesso
volgare veneto-italiano impiegato per MV. Si conclude da ciò che
l’ipotesi più verosimile è che MP, posta la sua esistenza, fosse anch’esso
scritto in volgare veneto-italiano, una lingua vernacolare certamente
poco accessibile in terra lusitana e senza dubbio poco adatta per la
presentazione a corte di un’opera voluta direttamente dalla corona.
Avrebbe potuto questo, in subordine alle ben più rilevanti ragioni
geocartografiche che si sono descritte, essere motivo sufficiente
perché il mappamondo fosse accantonato o addirittura rigettato? La
domanda non può avere risposta certa, è bene sottolinearlo. L’ipotesi
va comunque ammessa e considerata alla luce di quanto fin qui detto.
Si può aggiungere che Luis de Albuquerque, noto storico e matematico
portoghese assai esperto di tali questioni, interpretò gli avvenimenti
sotto il segno di un qualche insoddisfazione manifestata dalla corte
di Lisbona davanti all’opera di Mauro114. Tale supposto rifiuto lascia

56
senza dubbio aperta la strada all’ipotesi di un rinvio dell’opera al
mittente. Così, una volta ritornata alla casa madre, morto ormai Fra’
Mauro, nel 1460 si provvide a dotare la grande carta di un adeguato
contenitore, al fine di poterla conservare al meglio nella stanza del
monastero detta “il mappamondo”.
Prima di concludere questo tentativo di ricostruzione storica, è
tuttavia necessario soffermarsi su un importante particolare, la cui
interpretazione non è di immediata evidenza. In una nota scritta in
prima persona e posta nella parte inferiore del mappamondo, si legge
tra l’altro: “Questa opera fata a conte(m)platio(n) de questa illustrissima
signoria no(n) ha i(n) sì | quel co(m)pimento che la doueria p(er)
ché certo no(n) è possibile a l’intellecto huma(n). se(n)za | qualche
superna demostratio(n). uerificar in tuto questa cosmographia ouer
ma|pamu(n)di” (*2834).
È sempre stato dato per scontato che la ”signoria” del testo non
possa essere altra che quella veneziana. In realtà niente impedisce di
pensare che tale signoria potesse essere quella portoghese, visto anche
che il termine è impiegato in altri luoghi del mappamondo (*784,
*1501, *2386) col significato generico di ”dominio” (*1501). Questa
osservazione vale tanto nel caso che l’espressione ”a contemplation”
debba intendersi come ”in considerazione, a motivo, a impulso”115,
tanto in quello, ben documentato nella letteratura116, nel significato
di ”a vantaggio” e ”in omaggio”. Le due occorenze dell’espresssione
(*1467 e *2834) presenti nella mappa possono perciò essere lette tanto
nell’una che nell’altra accezione; qualunque sia l’interpretazione da
dare, va comunque sottolineato come la prima delle due sia la sola che
abbia relazione immediata con fatti storici noti, vale a dire, nel caso
specifico, con la commissione del mappamondo da parte della corona
portoghese, che fu appunto composto ”a motivo” e ”a impulso” di quel
committente. La seconda accezione, espressione generica di omaggio
e deferenza, può invece essere riferita anche alla signoria veneziana,
la quale però, per quanto noto, sembra essere stata del tutto assente
dall’intera vicenda del mappamondo.

XII. Conclusioni

È chiaro come quanto si è fin qui scritto non può avvalersi di una
prova finale e indiscutibile circa il rigetto dell’opera e il suo ritorno
a Venezia, ovvero di una conferma dell’ipotesi che MV e MP siano
lo stesso oggetto. L’analisi condotta sulle testimonianze disponibili è
comunque servita a mettere in evidenza quanto incomplete e spesso
anche poco approfondite siano state molte delle risposte tentate fino
a oggi per questa vicenda. Ma al di là dei riscontri dati dai singoli
documenti e dalle specifiche circostanze, ciò che ha innanzitutto
motivato la presente indagine e l’ha poco per volta orientata fino alla
sua tesi ultima può riassumersi in due argomenti principali.
Chiunque abbia sufficientemente frequentato la storia della

57
cartografia sa bene che una delle caratteristiche più evidenti e costanti
di essa è la trasmissione diretta e/o indiretta di dati geografici (e
cartografici) da un documento all’altro. Si va dalla copia perfetta,
rinnovata magari in qualche toponimo, della cartografia nautica, alla
trasmissione passiva di elementi favolosi e leggendari anche quando
si sapeva che tali quelli erano, all’inserzione di dettagli cartografici
innovativi in contesti rappresentativi tradizionali, e viceversa – e il
caso di Mauro è in tal senso assai significativo, come si è visto. Si
può dire che l’intera storia della cartografia prescientifica consista,
in quanto sintesi di saperi e competenze disparati, in un continuo
rifacimento nel quale i diversi apporti emergono per diventare
riconoscibili quando più e quando meno. Il silenzio completo
della cartografia (ma anche delle altre fonti documentarie) iberica
sulle importanti novità introdotte dall’opera di Mauro è in aperto
contrasto con tale carattere trasmissivo, che è anche costitutivo, al
punto da far ritenere che il mappamondo non sia stato accessibile
neppure a coloro che avrebbero avuto le motivazioni più autentiche
per osservarlo e studiarlo, ossia i cartografi da un lato e gli esploratori
delle regioni africane dall’altro.
Il secondo argomento consiste nel già accennato silenzio da
parte veneziana in generale e da parte dell’intera congregazione
camaldolese in particolare circa la prestigiosa e storicamente
rilevante commissione regia, nonché nell’oblio del nome di Mauro,
oblio che si prolungò, come si è visto, fino alla metà del XVIII
secolo, elemento questo assai discordante con l’immagine del
“cosmographus incomparabilis” che ci è stata trasmessa. Oblio alle
cui misteriose ragioni si è cercato qui di offrire una risposta meditata
e circostanziata.

58
Il mappamondo dal 1460 a oggI
Dopo l’agosto 1460, data nella quale fu finalmente compiuta l’opera,
il mappamondo continuò a essere conservato presso il monastero di
San Michele, pure se in diverse posizioni, come testimonia il cartiglio
pergamenaceo inchiodato dalla parte destra del planisfero117 [Fig. 29]:
dapprima posto nella chiesa, poi – a seguito dei lavori di riedificazione
della chiesa stessa nel periodo 1469-1477 – in una stanza attigua, detta
appunto “il Mappamondo”, e infine, dal dicembre 1655, nei locali del

Fig. 29:
Pergamena affissa
al mappamondo
nel 1655

complesso adibiti a biblioteca. In quella sede il planisfero rimase fino


al maggio 1811, quando fu finalmente trasportato alla Marciana.
Quel passaggio fu l’esito ultimo di un tormentatissimo viluppo
di eventi originati, dopo la caduta della Serenissima, dai decreti di
soppressione delle corporazioni religiose, e di demaniazione dei
loro beni, emanati dal governo napoleonico e, in particolare, dalle
disposizioni contenute nel decreto dato da Eugenio di Beauharnais
in Milano il 10 giugno 1806, con il quale “i Regolamenti e le massime
già adottate per raccogliere e preservare i manoscritti e libri rari degli
archivi e delle biblioteche de’ Conventi soppressi nel Regno d’Italia
sono applicati ed eseguiti anche negli Stati ex-Veneti ora aggregati
al Regno medesimo”118. Con tale provvedimento i patrimoni librari
delle biblioteche monastiche dovevano essere vagliati al fine di
individuarvi i documenti di maggior pregio e importanza, che
avrebbero dovuto essere trasportati a Milano per costituirvi il nucleo
di una nuova biblioteca generale del Regno d’Italia, che però non fu
mai realizzata119: funzionari del Ministero delle Finanze “entrarono
in quasi tutti li Monasteri ad inventariare gli effetti preziosi […]
prendendo in requisizione li quadri, le carte, gl’istromenti e quanto
altro s’attrovava negli archivi, sigillando gli archivi stessi, e così pure
le librarie”120.
Gli anni 1806-1810 videro dunque l’emanazione da parte delle
autorità di numerose ordinanze, le quali ebbero la loro formulazione
definitiva con il decreto vicereale. A queste si opposero in tutti i

59
modi, ciascuno per proprio conto e con intenti diversi, due eminenti
personaggi: Placido Zurla, abate a San Michele e, soprattutto, geloso
custode e primo grande studioso del mappamondo, al quale il religioso
dedicò la sua più volte citata e importante opera, edita proprio nel
1806. Di contro, nel tentativo di acquisire alla Marciana la celebre
mappa, convinto probabilmente dell’ineluttabilità della soppressione
del monastero e del pericolo di dispersione incontrollata di quanto
esso conteneva, e in particolare della sua biblioteca, le iniziative
dell’abate Jacopo Morelli, bibliotecario di San Marco. E in effetti, la
soppressione di San Michele, appartenente alla diocesi di Torcello,
non fu decretata che il 25 aprile 1810 con l’ultimo atto legislativo
emanato in materia, poco prima, cioè, che il decreto vicereale definisse
le modalità di esproprio di quei beni.
Fin dal 1807, infatti, Morelli si stava per propria parte adoperando
nel tentativo di “dirottare” il planisfero di Mauro verso la Marciana;
nella sua lettera al prefetto dell’Adriatico Marco Serbelloni, datata
7 novembre, si può leggere quanto segue: “Uno dei principali
monumenti storici dei quali io devo prender cura per l’aumento della
R. Biblioteca, è il Mappamondo di Fra’ Mauro Veneziano esistente
nella Biblioteca di S. Michele di Murano. Sicome quel Monastero è
per rimanere soppresso col finire di quest’anno, così è necessario
che preventivamente esso Mappamondo sia trasportato, e non si
lasci esposto al pericolo d’essere guastato da’ militari, li quali si è già
veduto che appena chiusi li Conventi di S. Stefano e dei SS. Giovanni
e Paolo, hanno senza dilazione veruna e disordinatamente evacuate
le Biblioteche. Questa precauzione essendo affatto necessaria ancora
perché il Mappamondo è affisso al muro, di maniera che ci vogliono
diligenti e replicate operazioni per levarvelo intero e sano; richiedo
di essere autorizzato con ordini opportuni presso il Superiore di quel
Monastero acciò a me ovvero a persona da me destinata, nel caso
d’impedimento, si lasci trasportare esso Mappamondo”121.
A seguito di questa missiva, il direttore del Demanio inviava pochi
giorni dopo al Morelli la seguente comunicazione: “Al superiore del
Monastero di S. Michele in Murano ho emesso gli ordini opportuni
perché le siano rilasciati il Mappamondo di Fra’ Mauro, globi, tavola
indicati nella sua lettera 9 corrente”122. Tali disposizioni non ebbero
però effetto a seguito dei comprensibili tentativi dilatôri dello
Zurla, cosicché il Morelli si rivolgeva nuovamente al direttore del
Demanio, in data 24 novembre, con queste parole: “Quando io era
per portarmi a S. Michele di Murano a fine di concertare ed effettuare
il trasporto dei monumenti da lei accordati per la R. Biblioteca, cioè
Mappamondo di Fra’ Mauro, due globi, una sfera, una tavola d’avorio
[...] venne a me il P. Lettore Zurla a cui essi sono affidati attualmente,
e in relazione all’ordine da Lei emesso mi significò che essi Religiosi
hanno ottenuto di poter passare a S. Niccoletto dei Frari, e che
trattandosi di traslocazione sono per ottenere di trasferire seco anche
que’ monumenti colle loro suppellettili, che peraltro in ogni evento

60
li monumenti saranno fedelmente custoditi. Io pertanto trovandomi
esposto al caso di andare ad esigere monumenti accordati, e di non
riceverli, mi rivolgo a Lei, Sig. Direttore, per avere le necessarie
istruzioni, onde non mancare a ciò che è di mia incumbenza, mentre
sebbene per parte di que’ Religiosi si può promettersi ogni esatta
custodia, potrebbe però avvenire qualche esigenza per parte del
Militare che pregiudicasse il buon effetto a cui tendono le nostre
dovute sollecitudini”123.
La situazione rimase in bilico fino al 1810 quando, alla data del
25 aprile, fu emanato il già citato decreto di soppressione anche per
San Michele. Tuttavia, essendo stato il Morelli incaricato dal Direttore
della Pubblica Istruzione Giovanni Antonio Scopoli di curare che i
documenti di maggior pregio non fossero alienati insieme al resto,
egli il 27 settembre effettuò un sopralluogo presso la biblioteca del
monastero e nella sua relazione annotò fra l’altro: “Vi è restato cospicuo
nella biblioteca il famoso mappamondo di Fra’ Mauro camaldolese e
ciò per la grande sua celebrità […] Non fu venduto il planisferio di F.
Mauro perché si ebbe vergogna straordinaria”124. Di lì a pochi mesi il
mappamondo fu effettivamente trasferito a San Marco, e il 10 luglio
1811 Morelli ne dava conferma allo Scopoli: “...avendo ora trasportata
a questa R. Biblioteca la grande e famosa Mappa Cosmografica di Fra’
Mauro Camaldolese Veneziano, che era a San Michele di Murano;
per dare ad essa quella adattata e decente collocazione, che non ha
mai avuta, si rende necessaria la spesa di Lire 855, e ciò ella troverà
comprovato dalla Polizza dell’artefice nel conto preventivo bimestrale
inserita”125. Il trasporto era stato effettuato nel mese di maggio, come
risulta dal rendiconto delle spese “incontratesi per la separazione
e scelta dei libri delle Biblioteche delle Corporazioni Religiose
di Venezia” dove, al punto 14, si legge: “31 maggio. A Domenico
Fassetta126 per trasportare con una peatta da S. Michiel di Murano alla
R. Biblioteca una mappa, compresa la spesa di quattro facchini, non
che per i ripari e collocazione provvisoria della mappa suddetta L.
33.02” e dove si precisa ancora al punto 17: “20 giugno. A Giovanni
Casadoro127 per fatture fatte nella Libreria di S. Michiel per levare una
Mappa L. 23.50”128.
La mappa fu dunque collocata nell’antisala della libreria
sansoviniana, come risulta dalla seguente nota del Morelli: “Nell’atrio
[della Biblioteca di Palazzo Reale] v’è un museo di statue antiche
greche e romane... Recentemente vi si è aggiunta la famosa Mappa
Geografica di Fra’ Mauro veneziano camaldolese, assai meglio collocata
di quel che fosse nel monastero di S. Michele”129. Breve fu tuttavia
la permanenza del planisfero in quella sede; già l’anno seguente
tutta la Marciana dovette trasferirsi, per ordine del Beauharnais, nel
vicino Palazzo dei Dogi, onde far posto alla reggia napoleonica; il
mappamondo non fu tuttavia trasportato insieme ai libri, ma dovette
attendere che se ne curasse in modo particolare il trasferimento, come
il Morelli si curava di far sapere al prefetto Serbelloni il 7 marzo 1812:

61
“Restano provvisoriamente nel maggiore di questi sette luoghi […]
quattro mappamondi, una sfera e la grande mappa cosmografica di
Fra’ Mauro, le quali suppellettili ora non potendo collocare nel nuovo
locale della Biblioteca sono consegnate al legno mastro Giovanni
Casadoro che le ha ricevute per farne eseguire il trasporto tosto che
sarà conveniente di farlo”130.
La grande mappa fu collocata nella Sala dello Scudo accanto alle
carte murali disegnate dal Griselini
Fig. 30: nel 1762, vale a dire in una sede a
Il leone vocazione principalmente museale.
di San Marco Si può ritenere che fosse proprio
nel mappamondo durante quella permanenza che il
planisfero si trovò esposto al contatto
diretto dei visitatori, al punto che
una non piccola area incentrata
su Venezia ne risultò gravemente
danneggiata, fino a provocare la
cancellazione per usura dello stesso
nome della città – mentre si riesce
ancora a scorgere il piccolo disegno
del leone di San Marco [Fig. 30]. Nelle stanze del palazzo adibite a
biblioteca fu invece esposta la riproduzione fotografica dell’opera
eseguita dall’Ongania, come si vede in una fotografia scattata
probabilmente nei primi anni del ‘900, subito prima che la Marciana

Fig. 31:
Riproduzione
fotografica 1:1
del mappamondo
esposta nella sede
della Biblioteca
presso
Palazzo Ducale
(Foto Ongania)

facesse ritorno alla sua sede originaria [Fig. 31]. Per il ritorno del
mappamondo si dovette però attendere ancora un ventennio, in quanto
tra la biblioteca e il Museo Archeologico si accese una complicata
disputa sulla destinazione e la proprietà effettiva dell’opera, disputa

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che fu combattuta a suon di interpellanze al Ministero della Pubblica
Istruzione volte a far riconoscere le autentiche o presunte ragioni
dell’una o dell’altra parte131. In un primo momento la partita sembrò
decisa a favore dell’istituzione museale: al momento del trasferimento
della Marciana, nel 1904, il planisfero rimase infatti a Palazzo Ducale.
Nel 1924, tuttavia, con l’occasione del ripristino dell’antica Libreria
Sansoviniana e della sua unione con la Zecca in concomitanza con la
cessione del Palazzo Ducale dallo Stato al Municipio, alcuni preziosi
cimeli, tra i quali il mappamondo, furono depositati alla Marciana, e
colà iscritti a far parte definitiva del suo patrimonio.

63
La geografia deL mappamondo
I. Le fonti

Il lavoro preparatorio per la composizione del mappamondo fu


certamente lungo e minuzioso, come testimonia lo stesso autore in
alcune iscrizioni132, ma non un solo appunto, né alcun disegno parziale
ci sono pervenuti, né vi sono testimonianze contemporanee utili a
farci conoscere un po’ più da vicino il “metodo” che Mauro seguì per
comporre quella figura geografica che ci appare oggi per certi versi
innovativa rispetto alle conoscenze geografiche del tempo.
La questione delle fonti del mappamondo richiede perciò che
si ponga l’attenzione a qualche considerazione preliminare. Si
potrà infatti parlare di fonti vere e proprie soltanto per un numero
limitato di iscrizioni, ovvero per quelle nelle quali occorre un testo
discorsivo riconducibile a un determinato autore; in tutti gli altri casi,
rappresentati dai singoli toponimi o da altre indicazioni geografiche,
non si tratterà tanto di fonti propriamente intese, quanto piuttosto
di testimoni, che ci permettono di comprendere soltanto come un
determinato dettaglio geografico fosse probabilmente noto al tempo
della composizione del mappamondo. Questo particolare aspetto
riveste una certa importanza non appena si considera che le grandi
esplorazioni geografiche stavano avendo inizio in quegli stessi anni,
e che gli spazi lontani dai percorsi fino ad allora collaudati erano
per lo più sconosciuti o quasi. Per quanto riguarda infine il disegno
cartografico, dovremo tentare di individuare a quale modello siano
riconducibili le rappresentazioni dei diversi elementi geografici che
compongono l’insieme.
Le fonti, i testimoni e i modelli che sono all’origine del mappamondo
possono essere riferiti a tre diversi tipi di informazioni: 1) i documenti
cartografici (mappaemundi, carte “regionali” e nautiche, ecc.); 2) i
documenti testuali (ad esempio, Marco Polo, Nicolò de Conti, ecc.)
3) le testimonianze orali, non verificabili in alcun modo, ma a detta
dello stesso autore assai importanti per l’elaborazione dell’opera133. È
facile immaginare i dubbi e i ripensamenti cui dovette andare incontro
l’autore sia nel selezionare i dati (cartografici e/o testuali) da lui
ritenuti migliori, sia nel far collimare le informazioni di provenienza
testuale con quelle di provenienza cartografica, sia infine nel disporre
in modo cartografico le informazioni testuali – inventando o quanto
meno ipotizzando forme dello spazio difficilmente controllabili.
Una simile complessità comportò probabilmente uno svolgimento
graduale del lavoro, attraverso la redazione di carte parziali simili al
prototipo del già nominato manoscritto detto Carta Borgiana, trasferite
poi a formare il disegno generale del mappamondo per mezzo delle
tecniche di ricalco di comune impiego a quel tempo134.
Un primo nodo da sciogliere è perciò la distinzione, là dove
possibile, fra fonti testuali e fonti cartografiche, tenendo tuttavia

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presenti, per queste ultime, che non si tratta propriamente di fonti,
bensì appunto di modelli compositivi, ripresi e per forza di cose
modificati e reinterpretati dall’autore. Un secondo problema, assai
più difficile da risolvere, riguarda invece le fonti testuali. La grande
maggioranza delle iscrizioni presenti nel mappamondo è infatti
costituita da semplici nomi di luogo; se per alcuni di questi, come
nel caso della Cina, è relativamente semplice stabilire un’ascendenza
diretta a una fonte certa (ad esempio Marco Polo), per moltissimi
altri non si può invece parlare di autentiche fonti, bensì soltanto di
testimoni che autenticano la conoscenza da parte dell’autore di un
luogo determinato, nonché della sua posizione approssimativa.
Ciò non è tuttavia sufficiente, nella maggior parte dei casi, per
stabilire che Mauro impiegò una fonte specifica, bensì soltanto per
comprendere come la conoscenza di un certo luogo fosse in qualche
maniera disponibile all’epoca, e che a tale generica disponibilità
(scritta od orale) egli poté attingere. Soltanto dopo aver compreso
questa particolare caratteristica dell’opera è possibile tentare una
prima classificazione delle fonti, che andranno perciò intese nel senso
allargato ora descritto.
Abbiamo dunque perciò, da una parte, i modelli cartografici,
che possono essere espliciti (ma a volte non controllabili in quanto
non identificabili o perduti) là dove l’autore stesso li indichi, oppure
impliciti, nel caso in cui sia possibile riconoscere al di là di ogni dubbio
che Mauro adottò per una certa regione un modello compositivo
determinato. Vi sono poi dall’altra le fonti testuali, da distinguersi in
esplicite quando siano riferibili ad autori e/o a testi citati da Mauro,
e implicite quando invece nel mappamondo sia riconoscibile una
traccia testuale palese, da ricondurre a una determinata opera o a
un determinato autore. Vi sono inoltre ulteriori fonti e testimonianze
che possono dirsi indirette, in quanto sono da riferire piuttosto alla
diffusione generale delle conoscenze geografiche che non a testi o ad
autori specifici.
Si prenda ad esempio l’indicazione della Provincia Dolcarmin
(*461) che compare nella parte occidentale dell’Africa. Dhu ‘l Karnein
è, come accennato in precedenza, il nome con il quale il Corano
indica un condottiero che si spinse fino all’estremo occidente del
mondo allora conosciuto135, nella cui figura molti hanno riconosciuto
Alessandro Magno. La cosa si spiega in quanto il nome designa “il
Bicorne”, con riferimento a una tradizione siriaca del VI secolo136, nella
quale Alessandro Magno è designato appunto come “uomo dalle due
corna”137. Secondo La Roncière138, la leggenda tanto frequente nelle
regioni sahariane di un “uomo dalle due corna” chiamato appunto
Dhul ‘l-Karnein testimonia dei contatti che la civiltà egizia ebbe
con quelle popolazioni; in essa confluiscono il culto di Ammon Ra
(che viene rappresentato come una testa d’ariete) e quello di Dhu
‘l-Karneim, ovvero Alessandro. Questi infatti era stato unto nel sacro
tempio di Tebe, che era dedicato ad Ammon Ra, e dalla fusione di

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queste diverse tradizioni si determinò probabilmente nelle regioni
sahariane la nascita di un culto sincretistico dedicato all’uomo
dalle due corna. Ammesso, ma non concesso, che le cose si siano
effettivamente svolte in questo modo, possiamo forse dire che Fra'
Mauro fa riferimento al limite occidentale del mondo, quando scive
Dolcarmin al margine estremo d’Africa; egli contrassegna perciò
quell’area geografica sulla base di una tradizione cristiano-siriaca
trasmessasi poi nel testo coranico, e assunta semplicemente per il suo
valore geografico, nel quale tuttavia continua a persistere l’impronta
del significato originario. Questo viene a sua volta diffuso attraverso
un intrico di relazioni commerciali e religiose che si muovono
dall’Africa orientale a quella occidentale insieme all’espansione araba,
fino a costituire localmente terreno di contaminazione fra apporti di
civiltà diverse. Bisogna per di più considerare che vi fosse un veicolo
capace di far arrivare questa informazione fino a Fra' Mauro, veicolo
che non è semplice immaginare quale potesse essere stato, visti
gli ostacoli culturali e linguistici che dovette incontrare nella sua
propagazione. Anche tenendo conto di quanto detto in precedenza
circa le carte “etiopiche”, noi non siamo in grado di indicare con
certezza quel veicolo, e possiamo soltanto riconoscere l’ambito
culturale di provenienza della notizia – anche se restano irrisolte
molte altre questioni, quali ad esempio l’individuazione della catena
linguistica orale/testuale attraverso la quale l’informazione poté
arrivare fino a Mauro.
Casi come questo sono piuttosto numerosi nel mappamondo;
nell’impossibilità di rispondere ogni volta a tutte le domande che essi
pongono, dobbiamo perciò considerare sufficientemente significativo
quanto essi attestano, ovvero che una certa determinata notizia poggia
su un fondamento di conoscenze o di tradizioni effettive, e che ad essa
corrisponde un’altrettanto effettiva realtà geografica.
Vi è ancora un ultimo livello di analisi, che collabora notevolmente
alla comprensione generale del mappamondo – anche se si tratta di
un procedimento ex post, per così dire. Questo riguarda i numerosi
casi di toponimi (città, montagne, fiumi, ecc.) per i quali non è
possibile proporre nessuna identificazione; la loro individuazione
sulla sola base di dati geografici (in particolare la loro posizione) e
toponomastici consente di arrivare talvolta a toponimi moderni, e
di accertarne così la possibile o magari anche l’effettiva esistenza.
È questo un livello conoscitivo di base, al quale i singoli specialisti
delle specifiche aree geografiche, storiche e linguistiche potranno
fare riferimento se vorranno approfondire singoli aspetti ed elementi
circoscritti dell’opera. Nella quale vi sono rinvii a innumerevoli ambiti
di competenza, che non possono certo essere esauriti, e in molti casi
neppure semplicemente avvistati nell’ambito di un singolo lavoro di
ricerca.
Indicare ad esempio che la località di thautan (*759), collocata
nel mappamondo a N-W di chabolpur (Kabul), può forse, in base

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alla sua posizione geografica e all’indubbia affinità onomastica,
corrispondere all’odierna Taykhan (34° 92’ N – 68° 79’ E), è forse
d’aiuto a chi possieda specifiche competenze su quelle regioni e sulle
popolazioni che vi erano insediate, e rende più agevole la ricerca
delle fonti alle quali Fra' Mauro potrebbe aver attinto in quel caso
determinato. In altre parole, quali erano i documenti cartografici o
testuali, le notizie, i canali informativi – diremmo oggi – nei quali vi
è menzione di thautan? e se non è possibile individuarli, non si deve
forse accreditare questa notizia a una fonte scritta o magari orale della
quale si è perduta ogni altra traccia? Per tutti questi casi si prospetta
la necessità di un procedimento induttivo, in base al quale si presume
che la segnalazione di un luogo avente un effettivo, o quanto meno
un possibile riscontro nella moderna geografia possa significare
che l’autore del mappamondo disponesse di fonti d’informazioni
non aleatorie. Altra questione, e altrimenti complessa, è invece la
loro individuazione dal punto di vista storico. Fatta questa dovuta
premessa, possiamo passare a elencare quali fonti, testimoni e modelli
siano alla base del mappamondo.
Le fonti testuali che Mauro nomina nella sua opera139 individuano
letture solidamente ancorate alla cultura del tempo, esenti da
ogni eccentricità. I riferimenti alla cultura classica, fino a Tolomeo,
consistono nei nomi di Aristotele, di Euclide, Strabone (citato en
passant), Dionisio Periegete, Arriano, Pomponio Mela, Plinio e Stazio.
Alcuni autori della tarda latinità e, soprattutto, scrittori, matematici
e filosofi riconducibili in senso lato alla lunga tradizione dei Padri
della Chiesa costituiscono il gruppo più numeroso. Tra questi vi
sono innanzitutto Alberto Magno e Agostino, quindi Basilio Magno,
il Venerabile Beda, Severino Boezio, san Gerolamo, Rabano Mauro,
Giovanni Crisostomo, Giovanni Damasceno, Giovanni Sacrobosco,
Pietro Lombardo, Nicolò di Lira, Servanto da Faenza, Caio Giulio
Solino, Averroè commentatore di Aristotele e Avicenna. L’enigmatico
Dittamondo di Fazio degli Uberti è l’opera forse più inattesa fra quelle
degli autori ora nominati. Va però osservato che la maggior parte di
queste citazioni compaiono nelle note cosmologiche situate ai quattro
angoli del mappamondo, mentre poche di quelle letture sono adottate
per la composizione geografica vera e propria.

II. Nicolò de Conti e Marco Polo

Tra le fonti testuali ve ne sono alcune, e in particolare due, che


risultano immediatamente riconoscibili anche se non sono mai
nominate. La prima è costituita dal racconto dei viaggi in Asia di
Nicolò de’ Conti. Nato a Chioggia alla fine del XIV secolo, nel 1414
Nicolò diede avvio alle sue peregrinazioni a Damasco, città nella
quale si aggregò a una carovana diretta in oriente. Viaggiò per terra
e per mare fino all’India, dove fece anche diverse ma non meglio
identificabili escursioni nei territori dell’interno; riprese quindi il

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mare, toccando le Maldive e giungendo fino a Sumatra, e di lì tornò
in India, nella regione gangetica e ancora in quella indonesiana, per
far ritorno in Italia nel 1437. Nel 1443 si recò a Firenze per ottenere dal
papa Eugenio IV il perdono per la sua – ancorché forzata, pena la vita
– conversione all’islamismo verificatasi mentre, sulla via del ritorno,
aspettava l’autorizzazione dal sultano per poter attraversare l’Egitto
con le proprie mercanzie. In quell’occasione fu interrogato e ascoltato
dall’umanista Enea Silvio Piccolomini, il futuro papa Pio II, il quale
inserì il racconto di Nicolò nel libro quarto del suo trattato De varietate
fortunae. La circostanza è descritta dal Piccolomini in questo modo:

Poiché desideravo ascoltare quest’uomo


(infatti avevo potuto rendermi conto che ciò che
egli aveva già raccontato era in gran parte degno
d’essere conosciuto), lo interrogai accuratamente,
sia in un consesso di sapienti che a casa mia, su
un gran numero di cose che a mio giudizio vale
la pena di affidare alla memoria e alla scrittura.
Infatti è con serietà e da uomo bene informato
che egli parlò del viaggio che lo condusse verso
popoli così lontani, del luogo degli Indiani e dei
loro costumi, quindi dei diversi animali e alberi
e delle spezie, indicando per ciascuno il luogo di
origine, in modo tale da apparire non menzognero
bensì veritiero140

Verso il 1449-1450 Nicolò fece ritorno a Chioggia e si stabilì


probabilmente a Venezia; l’incontro con Mauro appare a questo punto
quasi necessario, giacché proprio in quegli stessi anni il camaldolese
stava lavorando al mappamondo. Ma se anche tale incontro non
fosse mai avvenuto, numerose tracce nel testo della mappa indicano
che il libro quarto del De varietate fu senza dubbio una delle fonti
impiegate durante la composizione dell’opera. Si può affermare ciò in
quanto alcune occorrenze toponomastiche presenti nel mappamondo
sembrano derivare direttamente e in modo esclusivo dal testo dei
viaggi di Nicolò, e lo stesso può dirsi per alcune notazioni discorsive
che ricalcano da vicino quella narrazione. Il contributo delle
informazioni apportate dal de’ Conti riguarda specialmente alcuni
approdi e città del Sudest asiatico, là dove Nicolò ebbe esperienza
diretta di navigazione e di contatto.
Fra le molte possibili citazioni e derivazioni possono così essere
segnalati i seguenti casi:
 *178) fm: Bandan isola picola propi(n)qua a le tene|bre. ne
la qual nasce garofali assai; dvf: altera Bandan nomine, in qua sola
gariofoli producuntur
 *189) fm: Sondai; dvf: Sandai
 *208) fm : In questa ixola se dixe esser una aqua | ne la qual

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bagnando el fero el se fa oro | e che li habitanti magna carne huma(n)a;
dvf: Andamania, hoc est Auri Insula, octingentorum milium passuum
ambitu, quam incolunt antropofogitae
 *222) fm: Pudipetem [Fig. 32]; dvf: urbem portumque
maritimum Pudifetamam
 *316) fm: Qui sono serpe
Fig. 32: lo(n)ge | sete pie’ e con sete | teste;
La città dvf: hac in provincia, quam vocant
di Pudipetem Melibariam ... sunt ... absque pedibus
serpentes, sex ulnis longi
 *317) fm: Bisenegal; dvf:
Bizenegalia
 *326) fm: In questo lago | è
uno mo(n)te nel qual | se troua diama(n)
ti; dvf: mons est nomina Abenigarus,
lacunis circumdatus... is adamantes
procreat
 *350) fm: Peligondi; dvf: Pelagonda
 *601) fm : Sondai insula propinqua a banda(n). In questa
na|sce nose muscade et altre specie i(n) qua(n)tità; dvf: Sandai
appellata, in qa nuces muscatae et maces
 *692) fm: Scierno; dvf: Cernove
 *699) fm: Rachang; dvf: Rachanus
 *708) fm: Mcenderi; dvf: Cenderighiria
 *1390) fm: Maharaç; dvf: Maaratia

L’intera geografia della parte estrema dell’Asia, per come questa si


presenta nel mappamondo, è derivata oltre che dai racconti di Nicolò
da quelli del più importante e più noto viaggiatore veneziano, Marco
Polo. Il territorio cinese, ad esempio, è identificato e delineato nel
mappamondo soprattutto grazie ai toponimi e alle distanze spaziali
– indicate da Marco in termini di giornate – presenti nel testo poliano;
è il caso di Chambalech (*2339), Xandu (*2716), Polisanchin (*2315,
2321), Zouza (2318), Tainfu (*2278), Tangui (*2277), Caramoran (*2295),
Chaicianfu (*2316), Quencianfu (*2270), Hacbaluch / Hachbalech (*1402,
2406), Sindinfu (1349, 1396), Quian (1421 et passim), Tebet (1386),
Ghindu (*741), Charaian (*644), Charaçan (*633), Çardandam (*1379),
Voçan (*1384), Mihen (*726), Chauzuzu (*652), Amu (*657), Tholoma
(*666), Sugzu (*677), Chacianfu (*2288), Zianglu (*2313), Ciangli (*2271),
Cundinfu? (*2275), Sinziniata (*2285), Linzinfu (*2303), Pinzu (*2302),
Cinzu (*2248), Choiganzu (*2300), Quançu (*2329), Paugin (*2253), Canzu
(*2250), Tinzu (*2246), Ianzu (*1391), Nangin (*2279), Saianfu (*2281),
Sinzu (*2245), Chainzu (*1448), Cignantu (*1444), Tanzu (*2235), Fuzui
/ Fuçui (*1437, 1376), Uguy (1373), Chansay (*2240), Tampinzu (*1371),
Zenguy (*1366), Çiansan (*1365), Chuçu (*1364), Fuguy (*1356), Quilinfu
(*1357), Ungue (*1346), Choncha (*1352)141. Numerose sono anche le
riprese testuali di brevi passi della relazione, citati a volte quasi alla

70
lettera.
Pur essendo il “debito” del camaldolese nei confronti di Marco
tanto cospicuo, il nome di quest’ultimo non è mai citato. La questione
merita perciò essere esaminata con particolare attenzione. Infatti,
se è vero che il planisfero di Mauro è un’opera in piena sintonia
con lo spirito della cartografia veneziana del tempo, la quale
andava costruendo la nuova immagine del mondo attraverso una
sistematica giustapposizione delle fonti, è anche vero che ad esse egli
sembra guardare con diversa considerazione. Tolomeo, ad esempio,
costituisce per il camaldolese un termine di riferimento, e insieme
di confronto – a volte persino polemico – sul quale non vi è alcuna
incertezza. Anche Marco Polo, al pari di Tolomeo, viene interpretato
innanzitutto quale prezioso contenitore di notizie geografiche, ma
vi è una differenza assai importante che va sottolineata. Da un lato,
infatti, il mappamondo non concede a Marco alcun tributo esplicito e
neppure lo nomina, dall’altro, però, ne accetta in toto il dettato. Come
si può allora spiegare questa singolare circostanza?
La differenza fra i due casi – Nicolò de’ Conti e Marco Polo da
una parte, Tolomeo dall’altra – consiste probabilmente nel fatto che
mentre Tolomeo rappresenta lo spazio geografico, Nicolò e Marco
raccontano lo spazio geografico, e perciò la trasformazione del testo
in immagine poté essere considerata da Mauro come un’operazione
di assoluta originalità, sia dal punto di vista della tecnica che da
quello, più generale, della prospettiva intellettuale. Se si tiene poi
conto che l’immagine del mondo risultante da questa trasformazione
è un’immagine nuova, mai veduta in precedenza, si può comprendere
come Mauro abbia potuto considerare se stesso autore a pieno titolo
anche là dove, come nei casi citati, le sue conoscenze sono frutto
innanzitutto di citazione. Il mappamondo rappresenta in tal senso
uno degli ultimi – e certamente più importanti – documenti di una
geografia fondata sul racconto dello spazio. Il metodo tolemaico,
che all’epoca di Mauro si andava poco per volta affermando,
rappresentava una procedura replicabile all’infinito ed era perciò
inevitabilmente destinato a entrare in collisione con le antiche pratiche
cartografiche che ogni volta “inventavano” il mondo. E non è forse
inutile sottolineare a tal riguardo che là dove il Medioevo fece della
copia (degli antichi e dei moderni testi) uno degli strumenti principali
delle proprie istanze culturali, il metodo tolemaico, che prefigurava
la ripetibilità quale caratteristica essenziale e fondante delle scienze
moderne, ridefiniva il ruolo del cartografo, privandolo dell’antico
privilegio di essere l’interprete della forma del mondo.

III. Tolomeo

Tolomeo occupa un posto speciale fra gli autori ai quali Mauro fece
riferimento per la composizione del mappamondo; dal suo dialogo
con l’alessandrino, esplicito o implicito, derivano infatti non soltanto

71
numerose e puntuali indicazioni topografiche, ma soprattutto alcune
idee geografiche e alcune proposte cartografiche di particolare
importanza e significato. Inoltre quel dialogo fitto e assai vivace ci
offre un punto di osservazione privilegiato su una questione di
grandissimo interesse, ovvero su quale sia stato il significato della
riscoperta di Tolomeo nella cultura geografica del XV secolo142;
dall’analisi del rapporto fra Tolomeo e Mauro sembrano infatti
scaturire interpretazioni assai diverse sul significato del mappamondo
e sul ruolo con il quale la Geographia dell’alessandrino vi partecipa143.
Che Mauro sia in certo senso salito sulle spalle di Tolomeo è cosa
facile da verificare osservando quanta parte del mappamondo sia
stata disegnata a partire dalle indicazioni dell’alessandrino; tuttavia il
debito sembra essere stato contratto principalmente sul versante della
topografia, e cioè sulle indicazioni di singoli luoghi elencate nella
Geographia. Molti nomi di derivazione tolemaica furono trascritti da
Mauro dalla traduzione latina del testo, la sola che fosse accessibile
al camaldolese, il quale molto probabilmente non conosceva il greco:
Sardonis mons (*336), Sinus Sabaracus (*605), Mons Tagurus (*647), Turris
lapidea (*1451) e molti altri della stessa origine stanno a indicare che
quel debito non fu in alcun modo sottaciuto o misconosciuto, ma che
fu anzi pagato fino in fondo. Soltanto facendo così, infatti, sarebbe
stato poi possibile muovere al grande maestro del passato le critiche
che si leggono qua e là nel mappamondo: così ad esempio nella nota
*215 Mauro riprende Tolomeo per la poca chiarezza circa il rapporto
fra Ceylon e Taprobana (*215)144, nella *1405 c’è il vanto di aver
omesso alcuni nomi tolemaici di regioni asiatiche, perché desueti, e
di averli sostituiti con altri moderni145, la *1490 osserva che Tolomeo
ha eccessivamente ristretto il territorio persiano146, la *2243 sottolinea
come l’alessandrino ignorasse la geografia della Cina settentrionale147,
la *2862 denuncia l’omissione del Mar Baltico148, la *2904 si interroga
sulle effettive conoscenze tolemaiche delle regioni scandinave149. Tali
critiche appaiono in ogni caso di scarsa rilevanza, e non coinvolgono
la sostanza del discorso geografico e cartografico di Tolomeo. Vi sono
invece due altre annotazioni che hanno ben altro peso e significato, in
quanto in esse si criticano e in certa misura si rifiutano i due pilastri
del suo metodo: una geografia costruita a partire dalla definizione
delle coordinate geografiche di ciascun luogo, e una cartografia che
di quella geografia sia l’immagine esatta. Questo il testo della prima
nota (*2834):

Questa opera fata a conte(m)platio(n) de


questa illustrissima signoria no(n) ha i(n) sì |
quel co(m)pimento che la doueria p(er)ché certo
no(n) è possibile a l’intellecto huma(n). se(n)
za | qualche superna demostratio(n). uerificar
in tuto questa cosmographia ouer ma|pamu(n)
di. de la qual se può hauer qualche noticia. più

72
a degustation cha a suppli|mento del desiderio.
Vnde se algun contradirà a questa p(er)ché no(n)
ho seguito | claudio tolomeo sì ne la forma come
etia(m) ne le sue mesure p(er) longeça e p(er) |
largeça. non uogli più curiosamente defenderlo
de quel che lui | proprio no(n) se defende. el qual
nel seco(n)do libro capitulo primo | dice. che
quele parte de le qual se ne ha co(n)tinua pratica.
se | ne può p(ar)lar corretamente. ma de q(ue)le
che no(n) sono cussì fre|que(n)tade no(n) pe(n)
si algun se ne possi p(ar)lar cussì correctam(en)
te. Però | inte(n)dando lui no(n) hauer possudo
in tuto uerificar la sua cosmogra|phia. sì p(er)
la cossa longa e difficile. e p(er) la uita brieue. e
l’experimento fal|lace. resta che’l co(n)ciede che
cu(m) longença de te(m)po tal opera se possi
meglio | descriuer. ouer hauerne più certa noticia
de | quel habuto lui. Per ta(n)to dico che io nel
te(m)|po mio ho solicitado uerificar la scriptura |
cu(m) la experie(n)tia i(n)uestiga(n)do p(er) molti
a(n)ni | e pratica(n)do cu(m) p(er)sone degne de
fede | le qua⌐l¬ hano ueduto ad ochio q(ue)lo che
| qui suso fedelme(n)te demostro

Mauro si giustifica innanzitutto per l’incompletezza della


descrizione, non abbastanza dettagliata e perfezionata, e osserva che
la verifica di tutti i dettagli geografici è impresa troppo grande e fuori
dalla portata dell’umano intelletto; perciò, prosegue, se qualcuno mi
rimprovererà di non aver seguito Tolomeo tanto nella forma generale
dell’ecumene quanto nella definizione delle coordinate geografiche,
non sia più critico del necessario perché lo stesso Tolomeo, nel
capitolo secondo del primo libro, afferma che si possono descrivere
correttamente regioni molto frequentate, mentre di quelle che lo
sono meno non si può dare piena descrizione. In realtà il testo
della Geographia non afferma quel che Mauro vuol fargli dire, bensì
tratta della difficoltà di conoscere le corrette distanze e le corrette
posizioni dei luoghi senza l’ausilio dell’osservazione astronomica, e
conseguentemente della difficoltà di costruire carte geografiche150.
Tolomeo, continua il camaldolese, non verificò comunque tutti i
luoghi, perché l’impresa è troppo lunga per la breve vita umana ed
è destinata a fallire a causa dell’imprecisione delle indicazioni che
si possono dare. Soltanto il trascorrere del tempo, scriveva perciò
Tolomeo, farà sì che si possa disporre di notizie più numerose e
precise sui diversi luoghi del mondo151 e infatti, sottintende Mauro, io
ho seguito le sue istruzioni e ho raccolto per molti anni informazioni
da persone che sono realmente state nelle diverse parti della terra.
Appare molto evidente in questa nota come Mauro abbia ben

73
recepito la lezione tolemaica per ciò che riguarda la necessità di
aggiornamento dell’informazione geografica; e l’ha recepita tanto
bene da considerare lo stesso Tolomeo, o meglio le sue informazioni,
come datate, non più attuali, inadeguate alla conoscenza del mondo
effettivamente disponibile nel XV secolo. Scrive infatti il camaldolese
nella nota *2892:

Io no(n) credo derogar a tolomeo se | io non


seguito la sua cosmographia | perché se hauesse
uoluto obs(er)uar i su<i> | meridiani ouer
paralleli ouer grad<i> | era necessario quanto
a la demost(r)a|tion de le parte note de questa
circu(m)|ferentia lassar molte provi(n)cie de le
| qual tolomeo no(n) ne {m} fa me(n)tio(n). ma
| per tuto maxime i(n) latitudine çoè tra | ostro
e tramo(n)tana dice terra i(n)cognita | e q(ue)sto
p(er)ché al suo te(m)po no(n) li era nota

La chiave interpretativa del rapporto tra Mauro e Tolomeo consiste


perciò innanzitutto nella convinzione da parte del veneziano che il
sapere geografico è un sapere in divenire, e che le conoscenze degli
antichi, per quanto autorevoli essi siano, non possono competere
con quelle dei moderni. Che tale atteggiamento comprenda non
soltanto Tolomeo ma anche tutti coloro che il camaldolese accomuna
sotto l’appellativo di “cosmographi”, risulta evidente dalla
lettura di alcune altre iscrizioni, come ad esempio la *1043, dove si
dichiarano inattendibili le notizie di uomini e animali mostruosi che
popolerebbero l’Africa152, o la *2489, nella quale si definisce “materia
tediosa” la disputa dei “cosmographi” sui confini dei continenti153, o
ancora la *2828 dedicata al numero delle provincie, sul quale i dotti
del passato mai si accordano per avere essi avuto, nota Mauro, fonti
di informazione diverse154.
Appare a questo punto evidente che l’ambizione di Fra' Mauro non
è di poco conto; sottoponendo a lettura critica in siffatto modo il sapere
tradizionale, tanto quello degli antichi che quello dei “cosmographi”
post-classici, egli si propone di ridefinire sia i contenuti che gli attributi
del sapere geografico, e propone se stesso e il proprio mappamondo
quale punto di sintesi fra le conoscenze passate e quelle attuali. Non
c’è insomma traccia di accettazione acritica della tradizione, e ogni
elemento da introdursi nell’opera è passato al vaglio di un severo
giudizio e di un’attenta considerazione. Per quanto è possibile
giudicare, nessun altro documento cartografico di quel periodo
appare animato da simili ambizioni, e da questo punto di vista il
mappamondo di Mauro costituisce un unicum tanto sotto il profilo
dell’ideazione quanto sotto quello dell’esecuzione.
Ma che cosa rifiutò in realtà Fra' Mauro respingendo il modello
compositivo dell’ecumene tolemaica? Egli infatti prese le distanze

74
non soltanto dalla forma del mondo risultante dall’applicazione del
metodo di Tolomeo, ma anche e soprattutto dal metodo stesso155. Si
manifesta in ciò la sua difficoltà di interpretare l’eredità tolemaica,
di accoglierla in pieno con tutte le sue conseguenze, prima fra tutte
la definizione di un metodo non vincolato dai contenuti, vale a dire
di un metodo scientifico. Il camaldolese esce sconfitto, per così dire,
da tale confronto, anche se tale sconfitta nulla toglie alla grandezza
dell’impresa; nella sua pretesa di andare “oltre” Tolomeo, egli si volge
a modelli cartografici che avevano già raggiunto e superato il punto
di massimo rendimento, e che non potevano più essere aggiornati, se
non limitatamente ai loro contenuti, cioè alla sola topografia. E anche
dove il mappamondo introduce elementi di grande innovazione,
come ad esempio nella forma e nella posizione dell’Africa, ciò avviene
in un quadro generale che non ammette tentativi di verifica, ma che si
dà una volta per tutte, ed è destinato a restare immutato nel tempo e
perciò, in qualche misura, a non dar frutti.
Se il camaldolese aveva ben compreso, come si è visto, come le
conoscenze geografiche fossero a quel tempo ancora incerte e senza
dubbio provvisorie, tuttavia egli costruisce un’opera che, per quanto
innovativa, è comunque un’opera chiusa, che non contiene in sé la
possibilità di rinnovamento, al contrario delle carte tolemaiche, valide
non certo per i loro contenuti obsoleti quanto per essere verificabili, e
perciò scientifiche. Fra' Mauro appare prigioniero di queste opposte
tensioni fra istanze classificatorie totalizzanti, che realizzano una
topografia aggiornata e a volte fin quasi “rivoluzionaria”, e staticità
del metodo compositivo, cosicché il suo desiderio di rinnovare la
conoscenza geografica offrendone una rappresentazione nuova
rimane in parte irrealizzato.
A quali modelli di rappresentazione dell’ecumene si volse dunque
il cartografo veneziano una volta che ebbe messo da parte, nella
misura ora esaminata, la proposta tolemaica? Per semplificare, si
possono individuare in buona sostanza due ambiti di riferimento
possibili: quello dei mappamondi prodotti a partire dal modello della
cartografia nautica da una parte, e quello dei mappamondi compositi
derivati dalla geografia medioevale d’ispirazione religioso-letteraria
dall’altra.
Le carte appartenenti al primo gruppo non potevano rappresentare
per Mauro un riferimento soddisfacente, se non per circoscritte
aree geografiche, prima fra tutte l’area del cosiddetto “portolano
normale” (Mediterraneo e Mar Nero, costa africana atlantica fino a
Bojador, coste nord-europee, con Isole Britanniche e talvolta parte
della Scandinavia). Per quanto possiamo infatti giudicare in base
a documenti quali la carta di Dulcert del 1339 o il ben noto Atlante
Catalano (ca. 1375), la rappresentazione del mondo è qui incompleta,
o meglio lo scopo di quegli autori non è di formulare un’ipotesi sulla
forma generale dell’ecumene, bensì di dar conto solamente dei luoghi
conosciuti. Accade perciò che nei documenti di questo genere lo

75
spazio sia rappresentato in maniera sempre più schematica via via
che ci si allontana dal Mediterraneo e dai percorsi terrestri o marittimi
maggiormente frequentati; gli spazi geografici perdono cioè la loro
forma quanto più si procede verso i confini delle conoscenze del
tempo, e anziché proporre soluzioni del tutto teoriche o immaginarie,
questi cartografi trasferiscono nelle loro opere soltanto ciò di cui
sembrano avere in qualche maniera avuto conoscenza effettiva.
Vi è tuttavia un’eccezione da segnalare, importante per più ragioni,
come altrove accennato. Il mappamondo di Albertin di Virga156 fu
infatti composto a Venezia nel secondo decennio del XV secolo da
parte di un cartografo che era innanzitutto un marinaio, ed è il solo
documento di tale provenienza extra-colta, per quanto ne sappiamo,
dove si tenti una delineazione della figura del mondo nuova rispetto
sia al modello tolemaico che a quello delle mappaemundi medioevali.
Non si tratta in alcun modo di stabilire qui una pur plausibile relazione
diretta tra Mauro e il Virga, bensì di verificare come proprio a Venezia,
e in quello stesso periodo, si stesse da più parti tentando di rinnovare
per via sperimentale la tradizionale figura dell’ecumene, forse anche
grazie all’apporto di informazioni e carte – lo si vedrà più oltre –
provenienti da ambiti culturali diversi.
Ma anche la proposta di Virga, ammesso che fosse nota a Mauro,
non ha riscontro nel suo mappamondo, dove è invece leggibile la
traccia lasciata da alcune ben conosciute composizioni cartografiche
appartenenti al secondo gruppo. Queste possono essere forse
individuate, anche se assai alla lontana, nel modello del perduto
mappamondo di Ebstorf, ma soprattutto, in modo più pertinente,
dai mappamondi di fra Paolino (1320) e di Marin Sanudo (1320-21) –
anche se si dovrebbe dire di Pietro Vesconte, il cartografo che disegnò
le carte per il Liber secretorum fidelium Crucis del Sanudo. Infatti tali
documenti non soltanto furono composti a Venezia, ma essi furono
elaborati in ambienti colti affini a quello di cui faceva parte Mauro
e ai quali egli poteva fare naturale riferimento. Inoltre vi è in queste
carte il tentativo di fondere i modelli e alcune conoscenze derivate
dalla geografia letteraria con i modelli e le conoscenze affermatisi
nell’ambito della produzione cartografico-nautica, lo stesso
tentativo che cento e trent’anni più tardi il camaldolese perfezionerà,
portandolo fino al limite delle possibilità, ovvero ben oltre quanto in
quello stesso periodo si andava similmente tentando in carte quali,
ad esempio, il mappamondo catalano estense di Modena (ca. 1450-
60)157, il mappamondo di Giovanni Leardo (ca. 1453)158, o ancora il
mappamondo “genovese” di Firenze (1457)159 – i quali, osserviamo
per inciso, sono tutti contemporanei di quello di Mauro.
In ogni caso, la cartografia di matrice religioso-letteraria, sia quella
dei mappamondi compositi poco fa citati, che quella degli altri planisferi
medioevali – dove lo spazio risulta definito anche quale metafora
della continuità cielo-terra, e dove ha perciò minore importanza la sua
effettiva realtà fisica – comprende carte accomunate dall’idea di offrire

76
un’interpretazione generale del mondo e di tracciarne una figura
intelligibile. È in questo solco che va consapevolmente ad iscriversi
il nostro planisfero, nel quale Mauro dialoga a tu per tu con sapienti
e “cosmographi”, e finisce per formulare anch’egli, senza alcuna
soggezione verso i grandi del passato, un’ipotesi generale sulla forma
del mondo e delle sue singole parti.
A ben guardare, non è però del tutto vero che il mappamondo non
segua il modello della cartografia tolemaica, in quanto vi sono aree e
regioni, e comunque altri dettagli geografici, che sono evidentemente
ripresi senza mediazioni dalle carte tolemaiche. L’esempio più
importante è forse quello relativo al subcontinente indiano – a prova che
per quella regione non Mauro non disponeva di nessun altro modello
cartografico – ma da Tolomeo furono ripresi anche molti particolari di
minore importanza; assai più significativo appare tuttavia il rifiuto di
Mauro di adottare la stessa figura del mondo proposta da Tolomeo,
per inventarne una propria, assai più aggiornata, più “moderna”, per
così dire, di quella dell’alessandrino.
La forma complessiva del mondo viene perciò a costituirsi poco
per volta per effetto della giustapposizione di elementi diversi:
alcune carte regionali, le influenze tolemaiche poco fa esaminate, la
cartografia nautica nell’area del portolano normale, e alcune ipotesi –
non verificate e non verificabili – sulla forma delle terre emerse situate
ai limiti estremi del mondo. In particolare, per quanto riguarda queste
ultime, appaiono del tutto congetturali i disegni dell’Asia settentrionale
e di quella di Sud-Est, nonché il disegno dell’estremo Nord europeo e
della costa atlantica dell’Africa a Sud del Sinus Ethyopicus.
Vi sono nel mappamondo soltanto due riferimenti espliciti ad
altre carte regionali impiegate quali modelli per la composizione
dell’opera; le carte portoghesi avute in copia, che servirono per la
delineazione della costa atlantica dell’Africa160, e le carte trasmessegli
dai “religiosi” etiopi, che descrivevano le regioni comprese tra l’Egitto
e il Corno d’Africa, e probabilmente anche, in modo sommario, la
costa orientale dell’Africa fin quasi al Capo, nonché il corso del Nilo161.
Fermo restando che il problema dell’Africa rappresentò la sfida più
impegnativa che geografi e cartografi dovettero affrontare prima
della scoperta del Nuovo Mondo, in quanto la determinazione della
posizione e dell’estensione di questo continente comportò la revisione
di convinzioni e opinioni profondamente radicate, va osservato
che Mauro, nel proporre la propria soluzione a quel problema, fece
riferimento a carte come quelle ora citate, nelle quali la topografia
dei luoghi era designata anche sulla base di conoscenze dirette,
sperimentali, e non soltanto su questa o quella teoria geografica.
Se per le carte dell’Etiopia e delle restanti regioni dell’Africa
orientale dobbiamo limitarci a prendere atto di quanto dice Mauro, non
essendo quei documenti giunti fino a noi, possiamo invece stabilire
una relazione diretta tra le carte “portoghesi” e il mappamondo. Si
nota infatti che il disegno dell’intero tratto di costa che va da Cabo

77
Fig. 28: de cabauel (Capo Barbas, *1222) fino
Correzioni e a Cavo de san Iacomo (*588) – ovvero
rifacimenti lungo dal Golfo di Cintra a Capo Timiris –
la costa atlantica appare ripreso e modificato, come si
dell’Africa è visto, cosicché ne risulta un doppio
profilo costiero. Quello più occidentale
è certamente il profilo originario; si
osservano infatti diverse cancellature
sia nell’entroterra che nei cartigli
posti nel mare (nei quali si può ben
distinguere il rifacimento del motivo
a onde entro il perimetro del cartiglio
stesso), e i toponimi costieri sembrano
perciò trascritti come se si trovassero
all’interno. In realtà essi sono posti
lungo una seconda linea di costa, disegnata successivamente, più
orientale rispetto alla precedente [Fig. 28]. Il confronto di questa
seconda linea di costa con il tratto costiero corrispondente nella
carta nautica di Andrea Bianco, datata Londra 1448162, mostra
come l’andamento della costa sia in queste due carte assai simile e,
soprattutto, rivela la quasi identità dei toponimi impiegati nel tratto
indicato: *563 Cavo rosso / Bianco: Cavo rosso, *588 Cavo de san iacomo /
B: cabo de sancto iacobo, *1202 Ixola de tridi / B: ixola de tridi, *1207 Gazes
/ B: ysola de garles, *1208 Grani / B: ysola de grain, *1209 Falcon / ysola
de falcon, *1214 spiaza / B: spiaza basa, *1215 Verde / B: Ysola verde, *1221
Gala / B: pedra de gala, *1222 Cabo de cabauel / B: cabo de chabanel, *1126
Gotestior / B: porto de gothetor, *1227 P. cavaleto / B: porto chavalero,
*1231 Flumen fladetero / B: flum flatero, *1232 reodor / B: Rio doro, ecc.
Non ci è putroppo dato di sapere come si arrivi dalle carte portoghesi
a quella di Bianco, il quale come è noto collaborò al mappamondo
verso il 1459, ma è più che plausibile che quest’ultimo, durante il suo
viaggio per via di mare verso Londra, e magari proprio a Lisbona,
avesse avuto accesso a informazioni dirette di fonte portoghese,
componendole in forma cartografica e riportandole poi a Venezia.
Perciò, definito come certo il rapporto tra carta di Mauro e carta di
Andrea, possiamo derivarne che la correzione alla linea di costa
nella regione africana del planisfero fu apportata quasi certamente
dopo il 1448, e che perciò che a quella data il mappamondo era già
stato completato. Questo elemento di datazione, finora mai preso in
considerazione, concorda con altri nell’indicare l’epoca di una prima
versione, per così dire, certamente anteriore al 1450 e forse anche
anteriore al 1448. A questi stessi anni riporta infatti l’iscrizione *1629,
riferita all’Armenia di mezzo163, dove si ricorda che quella regione
era sottoposta a Shah Rukh (Charailuch nel mappamondo), figlio di
Tamerlano, il quale morì il 13 maggio 1447.
Esaminate così brevemente le fonti letterarie e i modelli
cartografici dei quali Mauro poté senza dubbio servirsi – e che poté

78
magari anche respingere dopo averne valutato la lezione – si potrà
ora passare a osservare più da vicino alcuni fra gli elementi geografici
più interessanti che il camaldolese propose ai suoi contemporanei,
elementi che delineano una geografia per certi aspetti assai innovativa.

IV. Acque e terre

I versi 478-607 del libro XVIII dell’Iliade raccontano come Efesto


forgiasse nuove armi per Achille in vista del mortale duello con Ettore;
fra quelle, il celebre scudo, che rappresenta una delle prime mappe
della terra e dei cieli della quale si abbia testimonianza. Il passo si
conclude così: “Infine vi fece la gran possanza del fiume Oceano /
lungo l’ultimo giro del solido scudo“164: il bordo estremo del mondo
è fatto di acqua, l’acqua immensa di Oceano. L’immagine trova
corrispondenza in tutte le culture, e la cartografia delle mappaemundi
medioevali non se ne discosta. Il “mar scuro” (*2) di Mauro allude
proprio all’irraggiungibile profondità di quegli immensi spazi
sconosciuti, e perciò stesso oscuri.
Vi è tuttavia in Mauro il tentativo, espresso con molta decisione,
di razionalizzare quell’immensità per di renderla comprensibile.
Innanzitutto indicando i nomi degli oceani (Athlanticus, Sericus,
Chataicus), ma in special modo, e con maggiore efficacia, definendone
alcune caratteristiche, fino a tentare di stabilirne forma e dimensione.
Così risulta dalle due note, riferibili forse a uno stesso evento, che
sono da mettere probabilmente in relazione con qualcuna delle sette
navigazioni cinesi nell’Oceano Indiano guidate dall’ammiraglio
Zheng Ho fra il 1405 e il 1433:

Circa hi ani del signor 1420 una naue ouer


çoncho de india discorse per una | trauersa per
el mar de india a la uia de le isole de hi homeni e
de le done de fuo|ra dal cauo de diab e tra le isole
uerde e le oscuritade a la uia de ponente e de |
garbin per 40 çornade non trouando mai altro che
aiere e aqua e p(er) suo arbitrio | iscorse 2000 mia
e declinata la fortuna i fece suo | retorno in çorni
70 fina al sopradito cauo de diab (*19)
Anchora io ho p(ar)lato cu(m) persona dig(n)a
de fede che afferma hauer scorso cu(m) una naue
de i(n)dia | p(er) rabia de fortuna de traversa
p(er) zorni 40 fuora del mar d’i(n)dia oltra el cauo
de soffala | e de le i(n)sule uerde e q(u)i pur al
garbi(n) e al pone(n)te e p(er) lo arbitrar de i suo
astrologi i q(u)al son | lor guida i scorse circa 2000
mia. Vnde certamente el se può affermar e cre|der
cussì a questi come a queli i qual uien hauer scorso
mia 4000 (*149)

79
Fig. 33:
Il sistema delle
correnti oceaniche
Agulhas

Che cosa si può dire su queste due annotazioni? Innanzitutto


si può prendere a riferimento il Cauo de diab, nel quale può molto
probabilmente essere ravvisata l’estremità settentrionale del
Madagascar. Secondo la testimonianza riportata, una nave dunque fu
spinta dalla tempesta e dalle correnti al di là di un punto che, come
abbiamo visto in precedenza, era considerato il non plus ultra dalle
tradizioni nautiche di quelle regioni in quell’epoca. Sappiamo che
quella parte dell’Oceano Indiano è dominata da un sistema di correnti,
le più importanti delle quali sono la Corrente Est del Madagascar e
la corrente Agulhas; quest’ultima, larga un centinaio di chilometri,
scorre lungo la costa africana in direzione S-W, da circa 27° a circa
40° di latitudine Sud, ovvero fino al Capo di Buona Speranza. Qui, la
corrente si retroverte, e scorre in direzione E lungo il 40° parallelo, fino
a estinguersi nel mezzo dell’Oceano Indiano165 [Fig. 33]. La corrente
Agulhas è molto veloce in superficie, e i tempi indicati da Mauro
possono accordarsi con quelli una navigazione verso S-W all’andata
– la “via de ponente e de garbin” – mentre il ritorno, considerate le
caratteristiche di questa corrente, comporta certamente un percorso
più lungo e anche più lento – e anche questo dettaglio è compatibile
con le note del mappamondo. Pur nella vaghezze e nell’incertezza dei
termini e dei riferimenti spaziotemporali, quelle note meritano perciò
di essere prese in considerazione, anche perché la distanza di 2000
miglia indicata non si discosta di molto da quella della lunghezza
della corrente Agulhas.
La stessa nota *149 riporta anche altre informazioni interessanti
relative all’estensione meridionale dell’oceano – e, di conseguenza,
delle terre abitabili – una questione, questa, che fu dibattuta per secoli
nel corso del Medioevo, e che generò teorie diverse circa l’esistenza
e sull’abitabilità delle terre meridionali:

80
Molte opinio(n) e leture se trova che i(n) le parte
meridional l’aq(u)a | no(n) circunda questo n(ost)
ro habitabile e temperado çona. ma | aldando
molte testimonia(n)çe i(n) contrario e maxime
q(ue)li i qual | la maiestà del Re de portogallo à
mandato cu(m) le suo carauele | a çerchar e ueder
ad ochio. i qual dice hauer circuito le spiaçe de |
garbi(n) più de 2000 mia oltra el streto de çibelter
i(n)tanto che a uoler | seguir q(ue)l cami(n) hano
(con)uenuto dar la p(ro)da quarta d’ostro inuer
sirocho | e p(er) suo çudisio hano passato l’i(n)
dromo de tunisto e q(ua)si son ço(n)ti a q(ue)l
d’alexa(n)|dria, p(er) tuto trouando bone spiaçe
cu(m) puoco fondo e nauegar assai bo(n) e se(m)
pre | sença fortuna. e i diti hano fato nuoue carte
de quel nauegar e hano posto | nomi nuoui a
fiumere colfi caui porti. di q(u)al ne ho habuto
copia

Fra le “molte opinion” che Mauro contesta vi doveva essere


innanzitutto quella di Tolomeo, il quale riteneva che l’Oceano Indiano
fosse una sorta di mare interno e che l’Africa, estendendosi in un
grande arco meridionale che andava a ricongiungersi con l’Estremo
Oriente, facesse dell’oceano un mare chiuso. [Fig. 34] A quelle
“opinion” il camaldolese contrappone le “molte testimoniançe”
riportate dai navigatori portoghesi che nel corso del secolo esplorarono
le coste atlantiche africane fino a raggiungere il Capo delle Tempeste,
rinominato poi Capo di Buona Speranza, e ad aprire una nuova via
verso le Indie e il ricco commercio delle spezie.

Fig. 34:
Il mondo
secondo Tolomeo
nella Geographia
edita da Valgrisi,
Venezia 1561

81
I dati riferiti riguardano le navigazioni portoghesi, che si erano
inoltrate, stando a quanto annota Mauro, per circa 2000 miglia oltre
Gibilterra in direzione S-SE – la “quarta d’ostro inver sirocho”. Sulla
base di tali indicazioni si può ipotizzare che all’epoca nella quale il
mappamondo veniva composto i viaggi portoghesi avessero raggiunto
le coste dell’odierna Guinea, a circa 10° di latitudine Nord; tali dati
corrispondono a quanto si ricava dalle testimonianze dei viaggi
documentati, se si tiene ad esempio conto del fatto che la spedizione
di Nuno Fernandez (ca. 1447) arrivò fino all’odierna Conakry (9°
33’ lat. N). Fra' Mauro afferma tuttavia che quegli stessi navigatori
continuarono la loro esplorazione fino ad arrivare all’”indromo de
tunisto” ovvero di fronte o dalla parte opposta rispetto a Tunisi lungo
lo stesso meridiano (il termine ricorre più volte nelle Navigationi
di Ramusio con questo significato166), che superarono quel punto di
“indromo” e si spinsero fin quasi a quello di Alessandria, ovvero
molto più a E.
Quest’ultima notizia appare tuttavia destituita di fondamento, in
quanto la longitudine di Alessandria è ancora più orientale di quella
del Capo di Buona Speranza, e questo fu raggiunto soltanto una
trentina d’anni più tardi. Essa vale perciò soltanto come testimonianza
di un autentico convincimento circa la circumnavigabilità dell’Africa
e non certo come misura delle navigazioni portoghesi. I quali
Portoghesi erano con ogni evidenza mossi anch’essi da una simile
convinzione quando diedero avvio e prosieguo alla sistematica
esplorazione delle coste atlantiche. Del resto, lo ricorda la stessa nota,
ci si poteva appoggiare all’affermazione “anticipatrice” di Pomponio
Mela, il quale aveva riferito del periplo africano, dal Golfo Arabico
alle coste della Spagna, compiuto da Eudosso di Cizico dopo il 117 a.
C.167, testimonianza ripresa anche da Plinio nella Naturalis Historia.
La nota di Mauro prosegue con uno spunto polemico, indirizzato
a quanti avessero giudicato poco credibili le informazioni da lui
riportate:

unde se’l se uorà | (con)tradir a q(ue)sti i qual


hano uisto ad ochio. maçormente se porà no(n)
assentir né creder a q(ue)li | che hano lassato in
scri⌐p¬tis q(ue)lo hi non uete mai ad ochio. ma cusì
hano opinado esser

Se si vorrà negare – scrive – la testimonianza di chi ha visto queste


cose con i propri occhi, tanto più bisognerà dubitare di quanto hanno
scritto coloro che non hanno mai veduto con i propri occhi, e che hanno
soltanto ritenuto che così potesse essere. Opinione contro esperienza,
questo il confronto istituito da Mauro, il quale dimostra di non avere
alcun dubbio quando conclude in questo modo la nota:

Adoncha sença alguna dubitatio(n) se può

82
affermar | che questa p(ar)te austral e de garbin
si⌐a¬ nauigabile e ch(e) | quel mar indiano sia
occeano e no(n) stagnon. e cusì | affermano tuti
queli che nauegano quel mar | e che habitano
quele i(n)sule

L’oceano di Mauro comincia così a prendere forma, e non è più


quel “mar tenebroso” che si sottrae a esperienza e conoscenza.
A dire il vero, ciò vale essenzialmente per l’oceano Indiano, mentre
l’Atlantico, fatta salva l’esplorazione costiera dei Portoghesi, non è
oggetto di ipotesi e di interpretazioni, né tanto meno di esperienze
di navigazione. Merita però di essere segnalata, in tal senso, l’assenza
delle isole che alcune carte disegnavano al limite occidentale
dell’Oceano Atlantico. Si tratta delle isole denominate Antilia e
Satanaxo o Satanazo, che compaiono nella carta del (veneziano?)
Zuanne Pizzigano del 1424168 [Fig. 35] e soprattutto nel più volte
citato atlante di Andrea Bianco del 1436 [Fig. 36]. Sorprende il fatto

Fig. 35:
L'isola di Antilia
nella carta di
Zuanne Pizzigano,
1424

Fig. 36:
L'isola di Antilia
nell'atlante di
Andrea Bianco,
1436

83
che Mauro, pur così attento alle novità geografiche, non abbia raccolto
questa indicazione, evidentemente ritenuta da lui poco attendibile,
tanto più se si considera che Bianco fu chiamato, come abbiamo visto,
a contribuire al lavoro del mappamondo.
Per quel che riguarda l’Atlantico settentrionale, possiamo notare
che la mitica isola di Thule degli autori classici, la Thoule di Tolomeo –
che nella Geographia costituisce il limite estremo delle conoscenze nelle
regioni settentrionali, a circa 63° di latitudine Nord – non è nominata
nel mappamondo; l’isola più settentrionale che vi compare è l’Isola de
giaza (*2687) situata di fronte alla costa norvegese, nello stesso punto
dove si legge anche “In questa proui(n)cia de norue|gia scorse misier
piero queri|ni come è noto” (*2674). È questo un particolare che, se
non è polemico nei confronti di Tolomeo, alla polemica assomiglia
tuttavia non poco, in quanto Mauro rinuncia qui a uno dei riferimenti
principali della geografia del passato, a Thule appunto, simbolo e
segnacolo dell’estremo limite settentrionale del sapere geografico.
Quell’isola – che viene generalmente identificata con l’Islanda – vive
in una dimensione leggendaria alla quale il camaldolese sembra voler
opporre, anche a rischio di fornire un minor numero di indicazioni
topografiche rispetto al testo tolemaico, il peso della testimonianza
diretta del veneziano Pietro Querini, che nel 1431 naufragò con la
propria nave presso le isole Lofoten; come non vedere infatti nell’isola
de giaza di Mauro il “salutifero scoglio” la cui superficie si presentò ai
poveri naufraghi “tutta coperta di neve” della quale i sopravvissuti
furono costretti a nutrirsi “senza misura per raffreddar le viscere loro
arse e asciutte169”?
Accanto a questa, in un cartiglio posto nel mare, troviamo il
ricorrente avviso “In questo occeano sono mol|te insule. le qual no(n)
ho no|tado per no(n) haue(r) luogo” (*2709), e sono inoltre disegnate
numerosissime altre isole che non portano alcun nome. Poco più a
Sud troviamo l’isola di Venda (*2684) e un’altra il cui nome appare
pressoché illeggibile, mentre campeggia con grande evidenza, quasi
di fronte a Berges, l’isola di Stillante (*2707). L’interpretazione dei nomi
di queste isole è quanto mai dubbia, ma pare comunque probabile che
essi derivino da diverse testimonianze di frequentazioni atlantiche,
le quali tuttavia ben difficilmente avrebbero potuto identificare con
precisione e in modo uniforme e univoco le diverse isole di cui si
ebbe notizia, cosicché tali incertezze, imprecisioni e forme varianti dei
nomi furono fatte proprie anche dai cartografi del tempo. Abbiamo
infatti già notato – ad esempio nella Cina – come Mauro, accogliendo
toponimi diversi ma simili che identificavano in realtà uno stesso luogo
presso fonti diverse, non fosse in grado di comprendere quell’identità
geografica pur nella variazione toponomastica; la stessa cosa si
verificò con ogni probabilità in questa parte dell’oceano, dove forme
toponomastiche simili continueranno a incrociarsi e a sovrapporsi
ancora per molto tempo dopo la composizione del mappamondo,
dando luogo a ipotesi geografiche che rimasero per lungo tempo

84
irrisolte.
Procedendo verso Sud troviamo ancora l’isola Solan (*2702, *2703;
le isole Shetland), e Feni (*2699, le isole Faroe), mentre all’estremo
limite Nord-orientale del mappamondo è raffigurata, seppure in
modo incompleto, la grande isola di Ixilandia (*2698, *2701) nella
quale sonno iscritti alcuni toponimi. Più a Sud ancora, l’Inghilterra,
l’Irlanda e l’Isola de Berzil (*2222) che compare in numerosissime altre
carte dell’epoca. La descrizione delle isole atlantiche fatta da Mauro
non appare perciò – né qui né per quel che riguarda le isole di fronte
alle coste africane – particolarmente dettagliata, ricca di informazioni
o innovativa. Al rifiuto parziale del modello tolemaico, riscontrabile
anche nella mancata e caratteristica inclinazione orientale della
Scozia, già respinta tuttavia dalla cartografia nautica contemporanea,
corrisponde per queste regioni un disegno cartografico del tutto
convenzionale. Va del resto considerato il fatto che dopo l’importante
ma essenziale carta di Claudius Clavus del 1427 si dovrà aspettare fino
al 1539, anno di pubblicazione a Venezia della celebre Charta Marina
di Olaus Magnus, per vedere finalmente una descrizione ampia e
dettagliata delle regioni settentrionali, mentre le notizie riportate con
ogni probabilità dai fratelli Zeno alla fine del XIV secolo rimasero a tutti
ignote fino al 1558, quando il racconto dei loro discussi e avventurosi
viaggi fu finalmente dato alle stampe nella città lagunare170.
Altri dettagli geografici idrografici di sicuro interesse riguardano
il disegno del Mar Baltico e del Golfo di Finlandia. Osserviamo
innanzitutto che la Danimarca è rappresentata come un’isola che
porta due diversi nomi, Datia (*2599) e Isola islandia (*2625); il secondo
nome è certamente quello dell’isola Sjaelland, e non dell’Islanda,
mentre il disegno di Mauro non fa che rispecchiare le conoscenze
approssimative che egli aveva della regione. Il mappamondo scrive
infatti “datia è p(ar)te i(n) isola | (et) in tere(n) fermo e co(n)fi|na
cu(m) alemag(n)a bassa” (*2588), ma la definizione della parte
propriamente insulare rimane quanto mai approssimativa. Notiamo
ancora che anche nel mappamondo, come nelle altre carte dell’epoca,
non vi è indicazione del Golfo di Botnia, che sarà rappresentato dai
cartografi soltanto a partire dal secolo seguente, e anche il profilo del
Golfo di Finlandia è disegnato con estrema incertezza nelle carte del
tempo. La soluzione che Mauro propone per quest’ultimo particolare
geografico va tuttavia evidenziata, in quanto non trova riscontro nella
cartografia precedente ma neppure in quella successiva.
Sulla costa meridionale di una terra chiamata Fillandia (*2886)
troviamo una città chiamata Abo (*2890), che corrisponde all’odierna
Turku. Ad Abo si conclude una specie di fiume o canale che prende
origine apparente da un lago settentrionale, scorrendo poi verso Sud.
Risalendo questo fiume o canale che sia incontriamo Viborgo (*2893),
ovvero Vyborg, al limite N-E del Golfo di Finlandia e, sulla sponda
opposta del fiume, la città di Pocichovia over nagarda (*2897) della quale
il camaldolese scrive “Questa citade | è el p(r)incipio | de ros|sia”

85
(*2860). Quest’ultima è evidentemente la città di Pskov, in territorio
russo, presso la sponda meridionale del Lago Peipus, lo stesso che
il mappamondo raffigura senza tuttavia nominarlo. Ciò significa che
quel canale altro non è che una raffigurazione sommaria fin che si
vuole e tuttavia non inesatta dell’estrema propaggine del Golfo di
Finlandia e del territorio estone intorno al Lago Peipus; si tratta di
una piccola ma significativa innovazione, che non troverà seguito
presso altri autori, ma che testimonia comunque della straordinaria
abilità che Mauro aveva nel costruire una visione geografica a partire
da semplici dati testuali.
Di tutte le questioni idrografiche che appaiono rilevanti al fine
della comprensione non tanto dell’esattezza della carta di Mauro – il
che costituirebbe un punto di vista del tutto inadeguato e fuorviante
– quanto della capacità del camaldolese di integrare notizie, disegni,
teorie antiche e recenti, testimonianze e semplici voci, di particolare
rilevanza e interesse è senza dubbio quella relativa al fiume Nilo, alle
sue sorgenti e al suo corso.
Nel mito rivisitato da Ovidio
Fig. 37: “Il Nilo fugge atterrito ai confini
Il Nilo nella del Mondo / e si copre il capo,
Fontana dei che è ancora adesso nascosto”171:
Quattro Fiumi le sorgenti del grande fiume sono
del Bernini ignote e irraggiungibili, tanto che
(Roma, la stessa immagine, molti secoli
Piazza Navona) dopo, viene tradotta in linguaggio
figurativo nella statua dal capo
coperto che impersona il Nilo della
celebre Fontana dei Quattro Fiumi
del Bernini, nella romana Piazza
Navona [Fig. 37].
Nel Baldus del Folengo, redazione
seconda (1521), un barbuto dio del
Nilo di nome Ruffus riassume con queste poche e beffarde parole
l’antica disputa sulle origini del grande fiume africano: “Si chiama
Nilo, e versa nel mare sette ribollenti rami, e dove nasca lo ignorano
Aristotele, Platone e gli altri pedanti che hanno riempito i loro volumi
di innumerevoli fandonie”172.
A dire il vero, non si trattava soltanto del problema delle origini
ma anche di che cosa dovesse precisamente intendersi per fiume
Nilo, e su questa materia fin dal principio non vi fu grande accordo
tra i vari autori che ne scrissero. Ipotesi geografiche discordanti,
a priori ideologico-religiosi e incerte conoscenze sperimentali si
combinarono di volta in volta tra loro, talora sommandosi ma più
spesso contraddicendosi, e tuttavia l’enigma del Nilo non fu sciolto
fino al secolo XIX, quando ormai le antiche teorie avevano da tempo
rivelato tutta la loro inconsistenza. Prima di esaminare il modo in cui
il grande fiume è rappresentato nel mappamondo, è perciò opportuno

86
riassumere l’intera questione, distinguendo per semplice comodità tre
diverse idee sul Nilo, le sue origini e il suo corso: quella greco-classica,
quella tolemaica e quella di derivazione biblica.
Quest’ultima è basata su un passo della Genesi nel quale si nominano
i quattro fiumi che nascono nell’Eden dall’Albero del bene e del male
e scorrono attraverso i continenti; uno di questi è il fiume Geoṇ che
la Vulgata di San Girolamo, sulla scorta di quanto già affermato da
Flavio Giuseppe173 e da numerosissimi altri autori, identificava con il
Nilo: “Geon ipse est qui circuit omnem terram Aethiopiae”174, il Nilo è
quello che circonda la terra d’Etiopia, ossia l’Africa. Per quella tradizione
secondo la quale il Paradiso Terrestre era localizzato in Oriente, il
Nilo doveva dunque compiere un lungo viaggio sotterraneo prima
di riemergere presso la costa del Mar Rosso e scorrere poi attraverso
l’Africa; quando, a partire dal XIV secolo, si cominciò a porre la sede
dell’Eden non più in Asia bensì in Africa, l’identificazione fra il Geon o
Gihon e il Nilo risultò pressoché obbligata175.
La teoria di di matrice classica prende invece le mosse da Erodoto,
secondo il quale il Nilo nasceva nell’Africa occidentale mentre il suo
corso si svolgeva in direzione W-E, parallelo a quello del fiume Ister
(Danubio); arrivato a Syene (Assuan), il fiume prendeva poi corso
verso N, fino al Mediterraneo: “Il Nilo scorre a partire da occidente
e dalla parte del tramonto. Dopo, con sicurezza, nessuno può più dir
nulla: infatti un tale territorio è deserto per il caldo bruciante [...] Il
Nilo scorre infatti dalla Libia e la taglia a metà”176.
Questa opinione avrà grande influenza su molti autori dei secoli
seguenti – con l’eccezione di Tolomeo – e contribuirà a determinare
una certa confusione fra il corso del Nilo e quello del Niger. Plinio,
rifacendosi alla descrizione storica dell’Africa di re Giuba II di
Mauritania, vissuto ai tempi di Augusto, credeva anch’egli che il Nilo
avesse origine nell’Africa occidentale, non lontano dall’Atlantico;
secondo questa opinione, il fiume nella prima parte del suo
corso formava un lago, con pesci e coccodrilli simili a quelli che si
ritrovavano nel Nilo vero e proprio, quindi sprofondava, scorrendo
nel sottosuolo per una lunghezza pari ad alcune giornate di viaggio
e riappariva nella Mauritania Cesariense, dove formava un altro
grande lago popolato dai medesimi animali. Il suo corso s’interrava
quindi nuovamente sotto le sabbie, e scorreva nel sottosuolo per una
lunghezza di venti giornate di cammino, fino a una nuova sorgente,
che Plinio chiama Niger. Di qui raggiungeva la regione di Meroe ed
entrava in Egitto.177
In contrasto con queste idee, la teoria del grande geografo di
Alessandria, Tolomeo, affermava che a S di Meroe (16° 56’ N) vi
fosse la cosiddetta “isola” di Meroe, formata dai territori delimitati
a W dal Nilo Bianco e a E dal fiume Astabora (Atbara-Tacazze), al
quale, nei pressi della confluenza con il Nilo, apporta le sue acque
il fiume Astapus (presumibilmente il Nilo Azzurro), che a sua volta
ha le proprie sorgenti nella Coloa Palus (il lago Tana). All’estremità

87
meridionale dell’”isola” di Meroe, il Nilo si inoltra nei territori
meridionali, dividendosi più a S in due rami – i cui nomi egli non
specifica ; ciascun ramo ha la propria origine in uno dei due laghi detti
Paludes Nili, i quali sono formati dalle acque provenienti dai cosiddetti
Monti della Luna – che nel testo tolemaico non hanno tuttavia alcun
nome - “a quo Nili paludes nives suscipiunt”.
Queste diverse idee e interpretazioni furono fatte proprie e
variamente rielaborate dai cartografi medioevali, nelle cui carte si
ritrovano elementi derivati dalle teorie di Erodoto e Plinio accostati
ad altri di chiara matrice tolemaica – e ciò anche in documenti che
precedono di vari decenni la “riscoperta” di Tolomeo, come ad
esempio il mappamondo di fra Paolino178 (1320-21), nel quale è
chiamato “ramus Nili” il grande fiume che attraversa l’Africa da W
a E, mentre per il corso del Nilo vero e proprio si possono leggere
senza incertezze gli elementi derivati dalla Geographia quali la doppia
sorgente sulle catene di montagne. Il medesimo schema è ripreso
poi da alcuni mappamondi composti nello stesso periodo da Pietro
Vesconte, mappamondi che sono annessi a vari codici del Liber
secretorum fidelium crucis di Marin Sanudo il Vecchio.
In linea generale la cartografia medievale riprende le idee antiche
sull’origine occidentale del Nilo; così, ad esempio, l’Atlante Catalano
(ca. 1375) pone vicino a Tumbuctu un lago con l’iscrizione “Ormuss
sive lacus Nili”, mentre un unico fiume che scorre da occidente
a oriente, generalmente denominato Nilo, appare nella carta dei
fratelli Pizzigani179 (1367), nello stesso Atlante Catalano, nella grande
carta di Mecia de Viladestes180 (1413), nell’Atlante Mediceo181 (del
primo Quattrocento), e persino in documenti cartografici molto
più tardi, i quali continuano a rifarsi, sia pure con larghi margini di
interpretazione, alle idee derivate da un lato dagli autori classici,
mentre dall’altro cercano di tenere presente la lezione di Tolomeo
– valga per tutti l’esempio di Ortelio (1570), il quale rappresenta
un grande fiume, il Niger, che attraversa tutta l’Africa centrale
sahariana, fino all’Atlantico e, per quel che riguarda il Nilo, si attiene
sostanzialmente al disegno tolemaico.
Alle teorie e alle rappresentazioni cartografiche sommariamente
illustrate fin qui Fra' Mauro contrappone, per quel che riguarda il
corso del Nilo, una propria personale interpretazione, derivata in
primo luogo dalle fonti etiopiche alle quali egli fa riferimento nel
mappamondo. Innanzitutto, contrariamente a quanto è stato scritto,
Mauro non accetta la lezione tolemaica né tantomeno pone l’origine
del Nilo ai Monti della Luna182; riguardo a questi ultimi, è stato del resto
osservato come la parola “luna” abbia per corrispondente nella lingua
araba il termine gamr o qamar, e che il nome del monte etiopico Kamir
– l’Abuna Josef, çiebelchamir nel mappamondo (*140) – nelle vicinanze
del quale nascerebbe il Nilo (Azzurro) secondo le fonti abissine cui
Mauro attinge – potrebbe perciò aver ingenerato l’equivoco183. Ma
prima ancora di presentare e giustificare la propria idea, egli cerca di

88
fare una qualche chiarezza sulla pretesa origine occidentale del fiume,
e annota le seguenti parole (*480):

Io ho notado de sopra | che’l nilo nasce i(n)


abassia tra do’ | proui(n)cie zoè marora ouer
meroa. | e salgu. ma I libri punici dicono che |
nasce i(n) mauritania. la qual cossa | io non credo
tuta esser uera che’l nilo | habi qui el ⌐suo¬ origine
p(er) le i(n)formatio(n) | ho habuto ma che questo
sia uno ramo | del nilo io affermo p(er)ché se
truoua q(ue)li | simili animali che se truoua nel
| nilo

Si ravvisa in queste righe la preoccupazione di non contraddire


troppo apertamente l’opinione che gli antichi avevano sul corso
occidentale del Nilo, come abbiamo visto nel caso di Erodoto, di Plinio
e di Solino, uno degli autori più spesso citati da Mauro; quest’ultimo
affermava, con parole che sembrano essere state riprese quasi alla
lettera dal camaldolese, che il Nilo “originem habet a monte inferioris
Mauritania, qui Oceano propinquat. Hoc affirmant Punici libri”184.
Mauro non ha del resto eliminato dal suo disegno il grande corso
d’acqua che attraversa l’Africa fra Oriente e Occidente, prendendo
origine dalle paludes centroafricane di tante altre carte medioevali185;
tuttavia, anche se alla nota *475 leggiamo “Questi sono paludi
grandissimi, de i qual nasce questo fiume che se chiama Nilo”, in
realtà quel corso d’acqua che passa per l’Isola meroes e sembra confluire
nel Nilo non è chiamato Nilo bensì Flumen baraca, in modo tale da
contraddire il testo della nota *475 e da rendere perciò opportuno un
riesame dell’idrografia di tutta questa regione.
La nota *355 afferma che il Nilo nasce “El nilo nasce tra do’ |
prouincie çoè marora e salgu | che è in abassia”, ovvero, come legge
una seconda iscrizione, Prouincia Salgu. Qui nasce el Nilo (*356); il tratto
di fiume che va dalle sorgenti fino alle Porte de fero (*403) è tuttavia
chiamato da Fra' Mauro Flumen Tagas (*372), e ciò si deve al fatto che
la tradizione abissina riteneva che il Nilo avesse il suo primo corso nei
territori etiopici, attribuendo in realtà la definizione di Nilo al corso
dei fiumi Tacazze (Tekeze) e Atbara; soltanto dopo la stessa Atbara,
città sudanese posta alla confluenza di Atbara e Nilo (17° 42’ N), il
Nilo riprende il suo nome. Fra' Mauro rivela di rifarsi qui a quella
tradizione, e l’iscrizione “Credo che qui molti se meraveierà ecc.”
(*389) serve proprio per giustificare l’adozione di una soluzione che
contrasta sia con l’idea di Erodoto e Plinio, sia con quella di Tolomeo.
Difficile in ogni caso dire a quale realtà geografica corrispondano
quelle paludes; è forse possibile metterle in relazione con il lago Chad,
oppure con la regione acquitrinosa del Sudd, che il Nilo attraversa a
circa 9° di latitudine, e che probabilmente costituì il limite estremo
dell’esplorazione effettuata dai centurioni romani del tempo di

89
Nerone186; il fiume Baraca potrebbe perciò essere non soltanto un
riferimento scolastico al Nilo “occidentale”, ma corrispondere
effettivamente, nel tratto più occidentale del suo corso, al sistema
idrografico formato dalle zone umide del Bahr al Arab e del Bahr al
Ghazal, il quale ultimo si riversa nel Nilo Bianco all’altezza della zona
paludosa del Lago No (9° 30’ N - 30° 28’ E), in Sudan. Da ciò consegue
che il fiume Baraca altro non sia che il Nilo Bianco – e la presenza dell’
Isola Meroes lungo il suo corso non fa che confermarlo.
Questa interpretazione del
Fig. 38: disegno cartografico di Fra' Mauro
Il fiume Nilo rende congruo un dato altrimenti
nel mappamondo contraddittorio, che apparirebbe
essere un errore macroscopico
proprio là dove Fra' Mauro, grazie
alle informazioni pervenutegli,
dimostra invece una conoscenza
assai precisa della regione e della
sua idrografia; nel mappamondo il
Nilo Azzurro (Abaui) sembra infatti
affluire nel “Nilo” da Occidente,
quando, in realtà il Nilo Azzurro
confluisce nel Nilo Bianco da
Oriente. Una volta posto che il
fiume Baraca corrisponda al tratto
intermedio del Nilo Bianco, l’Abaui
(Nilo Azurro) risulterà confluirvi
da Est, mentre il corso d’acqua identificato dai nomi Nilo e Tagas
corrisponde al fiume Tekeze187 [Fig. 38].
In base agli elementi fin qui considerati si può constatare che
Mauro non rinuncia del tutto alla teoria del Nilo “occidentale”, e però
la attenua di molto, mettendola in secondo piano rispetto alle proprie
convinzioni, derivate dalle informazioni di fonte etiopica; l’assetto
generale dell’idrografia nilotica e di quella degli altri fiumi principali
della regione lasciano pochi dubbi sul fatto che fosse l’ambiguità delle
stesse fonti abissine a confondere apparentemente il disegno generale,
in quanto è in quelle che i nomi dei fiumi sono intercambiabili. Di
conseguenza è evidente che il fiume nominato Nilo da Mauro è un
corso d’acqua ideale, formato nel primo tratto dal Tekeze, mentre la
prima parte del corso del Nilo che noi conosciamo è rappresentata
nel mappamondo dal fiume chiamato Baraca; l’orientamento di
quest’ultimo appare incongruo, ma la cosa è dovuta all’adozione
parziale da parte del camaldolese della teoria “occidentale”, cosicché
quel fiume sembra al tempo stesso essere e non essere il Nilo, a
testimonianza dell’incertezza dell’autore. Resta altresì da considerare
il fatto che questo modello idrografico non fu ripreso dalle carte
posteriori, per quanto esso presentasse delle significative innovazioni;
anche in questo caso la proposta di Mauro non riuscì a imporsi, e la

90
ragione è da cercarsi innanzitutto nella natura di un medium – l’opera
monumentale e manoscritta, difficilissima da replicare – ormai
del tutto inadeguato rispetto alle esigenze conoscitive del mondo
contemporaneo. È vero che la tecnica della stampa arrivò soltanto a
Venezia una ventina d’anni dopo la composizione del mappamondo,
ma è altrettanto vero che il cartografo veneziano compose un’opera
che ambiva ad avere le caratteristiche dell’unicum, tanto nei contenuti
che nelle dimensioni, e che del solo tentativo contemporaneo di copia
a noi noto, quello dei “florentini pictores” incaricati dai Medici188, non
è purtroppo rimasta traccia alcuna.

91
Le note cosmoLogiche marginaLi
Lo spazio compreso tra il planisfero vero e proprio e la cornice
esterna è dedicato ad alcune annotazioni cosmologiche, accompagnate
da diagrammi, che illustrano la concezione tolemaica dell’universo e
altre questioni geografiche generali. In particolare vi sono trattati i
seguenti argomenti: numero dei cieli e distanze astronomiche (angolo
superiore sinistro); teoria delle maree e teoria delle terre emerse
(angolo superiore destro); descrizione del Paradiso Terrestre (angolo
inferiore sinistro); teoria degli elementi e teoria dell’abitabilità delle
regioni australi (angolo inferiore destro).
Si può subito osservare che nella composizione di queste note Fra’
Mauro adottò un metro critico diverso da quello che aveva impiegato
nella composizione della parte cartografica; il suo metodo, in quella,
può infatti dirsi composito e aperto, razionalistico e “scientifico” ante
litteram, in quanto un posto di rilievo è in esso occupato dall’esperienza
diretta di numerosi testimoni i quali, dopo aver viaggiato ai quattro
angoli del mondo, ne riportarono notizia nei loro scritti e nelle altre
informazioni cui il camaldolese poté in qualche modo accedere.
Inoltre, e soprattutto, nessuna questione teologica viene a interferire
con la teoria geografica e il relativo disegno cartografico; un esempio
fra tutti, la mancanza di qualsiasi accenno al problema che i cosmologi
medioevali incontrarono nell’accordare la teoria della distribuzione
delle terre emerse con il dettato biblico189, al quale è invece dedicata
parte di una nota cosmologica marginale.
Le note cosmografiche che trattano i grandi temi cosmologici e
astronomici risultano anch’esse improntate a un pensiero aperto, ovvero
non basato su a priori dogmatico-religiosi; tuttavia il razionalismo che
qui si dispiega appare incanalato nel grande alveo delle auctoritates
classiche e medioevali, e non vi sono cenni ad apporti speculativi di
particolare originalità. Si potrebbe in sintesi affermare che tanto Mauro
è “sperimentale” come geografo e cartografo, quanto il suo pensiero
cosmografico si attiene invece strettamente alla tradizione aristotelico-
tolemaica, e la sua fisica è tutta compresa nel solco della trattatistica
medioevale. La cosa non appare affatto strana, giacché difficilmente si
riuscirebbe a immaginare il camaldolese intento a presentare nuove e
magari “rivoluzionarie” teorie cosmologiche, ma il dato è ugualmente
interessante in quanto ci permette di sottolineare ancora una volta, e
da quest’altro punto di vista, come il mappamondo, pur composto da
un religioso, risulti essere un’opera innovativa e autenticamente volta
alla ricerca della verità (geografica), e come esso non sia sottoposto ad
alcun particolare vincolo ideologico.
Gli autori ai quali Mauro fece esplicito o implicito riferimento nella
composizione di queste note sono (oltre, naturalmente, alla Bibbia):
Aristotele (ca. 384-322 a. C.), Euclide (ca. 323-286 a. C.), Posidonio di
Apamea (ca. 135 a. C. - ca. 50 a. C.), Gaio Plinio Secondo (ca. 23-79 d.
C.), Claudio Tolomeo (ca. 100 – ca. 175), Basilio il Grande (329-379),

93
Giovanni Crisostomo (ca. 344-407), Agostino d’Ippona (354-430),
il venerabile Beda (ca. 672-735), Giovanni Damasceno (ca. 676-749),
Rabano Mauro (ca. 780-856), Avicenna (980-1037), Pietro Lombardo
(ca. 1100-1160), Averroè (1126-1198), Giovanni di Sacrobosco (ca.
1195-1256), Alberto Magno (1206-1280), Campano da Novara (1220-
1296), Tommaso d’Aquino (1225-1274), Pierre d’Ailly (1350-1420).
Questi i pochi nomi che emergono dalla lettura delle note, ma ad
essi si dovrebbero probabilmente aggiungere i molti altri che senza
dubbio facevano parte della cultura cosmologica di Fra’ Mauro,
quali ad esempio il Seneca delle Naturales quaestiones, il Solino del
Polyhistor, il Macrobio dell’In somnium Scipionis, l’Isidoro di Siviglia
delle Ethymologiae e via dicendo, fino a ricomporre il quadro completo
del probabile cursus di letture di un religioso del Quattrocento che non
soltanto si trovava in una città dallo straordinario fervore culturale
come Venezia, ma per di più viveva all’interno di un monastero
dotato di un’assai ampia e ben fornita biblioteca – come chiunque può
constatare sfogliandone il catalogo, dato alle stampe dal Mittarelli nel
secolo XVIII e il recente repertorio della Merolla190.

I. Numero dei cieli e distanze astronomiche (angolo superiore sinistro)

Nell’angolo superiore sinistro del mappamondo Fra’ Mauro disegna


dunque il sistema dell’universo secondo la tradizionale concezione
aristotelico-tolemaica, illustrandolo con il consueto diagramma
sinottico che si ritrova anche in tanti altri documenti cartografici
quattrocenteschi, e che fu definitivamente abbandonato soltanto dopo
l’avvento della rivoluzione copernicana. Al centro dell’universo la
Terra, intorno alla quale si dispongono gli altri tre elementi, acqua,
aria e fuoco, ciascuno più leggero del precedente e perciò posto più in
alto; vi sono poi le sette sfere planetarie, in ognuna delle quali ruota
un corpo celeste - nell’ordine: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte,
Giove, Saturno – quindi la sfera delle stelle fisse e la cosiddetta nona
sfera – che alcuni autori, come ad esempio Giovanni Damasceno,
identificavano con il cielo del primo giorno della Creazione191.
Nella lunga nota posta sotto il diagramma Fra’ Mauro inizia a
discutere di quale sia il numero effettivo dei cieli, presentando e
ponendo a confronto le teorie e le opinioni dei Padri della Chiesa e
di altri autori d’ispirazione religiosa. Egli sottolinea la differenza fra
Basilio il Grande e Giovanni Crisostomo nell’indicazione del numero
dei cieli; il secondo, infatti, scrive che non vi è che un cielo,192 mentre
Basilio, e con lui S. Giovanni Damasceno, “dichono esser molti cieli”.193
Tuttavia, annota Fra’ Mauro rivelando una certa insofferenza per le
dispute nominalistiche – giacché oscura e ambigua fin dal dettato
aristotelico è la questione del numero dei cieli194 – quella differenza è
più nella parola che nella sostanza, ovvero più nel significante che nel
significato195, in quanto se Giovanni considera un tutt’uno il cielo posto
sopra la terra per offrire una definizione generale aderente al testo

94
delle Scritture, Basilio tiene sempre presenti le “molte distinction” (le
diverse suddivisioni) all’interno dei cieli.
Richiamando poi i passi biblici nei quali si parla dei cieli, Mauro ne
riporta le definizioni, secondo le quali i nomi dei cieli derivano dalle
loro proprietà; il primo cielo è chiamato empireo perché è luminoso,
in quanto, secondo la lezione di Basilio, lo “spirito ministrator” (ossia
lo spirito nel quale si manifesta la grazia divina) “non podeua star in
tenebre. ma co(n)uegnia esser in luce (et) in letitia”; il secondo cielo,
del tutto trasparente, è detto “aqueo | ouer christalino”, mentre il terzo
cielo, che è in parte trasparente e in parte “lucido” (luminoso), è quello
che contiene la sfera delle stelle fisse e dei sette pianeti. Era necessario,
scrive Mauro, che il cielo empireo fosse creato capace di luce propria e
in stato di gloria perenne, perché nella futura ricompensa sono attese
due glorie, quella spirituale e quella corporea; in principio, la gloria
spirituale era una prerogativa angelica, ma ai santi fu promessa la
medesima beatitudine. Perciò fu necessario che fin dal principio la
gloria corporea avesse sede in un corpo incorruttibile e capace di luce
propria, così come avverrà per i corpi dopo la loro risurrezione.
Egli cita ancora l’opinione del grande enciclopedista Rabano
Mauro, secondo la quale lo spazio compreso fra la sfera delle acque
e quella della luna contiene quattro cieli: più in alto la regione del
fuoco, da lui chiamata cielo igneo, più in basso il cielo olimpo, che
vuol dire luminoso di luce propria, la parte superiore del cielo dell’aria
l’ha chiamata cielo etereo, a causa del suo splendore, e quella inferiore
cielo aereo196. Infine, la nota si conclude con l’affermazione che fra la
Luna e l’Empireo vi sono in tutto dieci cieli.
Accanto al disegno della sfera dell’universo v’è poi una tabella,
nella quale sono riportate le distanze e le grandezze dei sette corpi
celesti compresi nel cosmo aristotelico-tolemaico. Le misurazioni
cosmiche sono relative al diametro dei pianeti - ad eccezione della
terra, per la quale si dà il raggio – e le distanze dal centro della terra
alla superficie concava di ciascuna sfera, compresa quella delle stelle
fisse.
Per tutto il Medioevo, e fino al tempo di Mauro, le principali
conoscenze sulle grandezze e sulle distanze planetarie si diffusero
nel mondo latino grazie alle Differentie scientie astrorum, opera del
matematico arabo al-Farghani (sec. IX), tradotto da Giovanni di
Siviglia nel 1137 e noto soprattutto dopo la traduzione che Gherardo
da Cremona ne fece nel 1175, con il titolo Liber de aggregationibus
scientiae stellarum. Le indicazioni di al-Farghani, riprese da molti altri
autori, fra i quali Giovanni di Sacrobosco e Pierre d’Ailly, furono
rielaborate e integrate da Campano da Novara (ca. 1260-1292) nel
suo Theorica planetarum, e quelle misure sono, come è stato scritto,
“properly representative of medieval notions of the dimensions and
distancies of celestial bodies197”.
Il confronto delle misure di Fra’ Mauro con quelle di Campano da
Novara non soltanto ci consente di individuare la fonte, o piuttosto la

95
tradizione alla quale il camaldolese si rifece per i suoi dati astronomici,
ma ci permette anche, come vedremo, alcune interessanti osservazioni.

Distanza (in miglia Da 4000 cubiti l’uno)


Fra’ mauro campano
Terra-Luna 107.93620/33 107.936 20/33
Terra-Mercurio 209.198 26/33 209.198 13/33
Terra-Venere 579.320 560/660 579.320 560/660
Terra-Sole 3.892.866 520/660 3.892.866 560/660
Terra-Marte 4.268.629 4.268.629 310/660
Terra-Giove 323.520 420/660 32.352.075 420/660
Terra-Saturno 52.544.702 280/660 52.544.702 280/660
I valori discordanti sono sottolineati

Diametro (in miglia Da 4000 cubiti l’uno)


Fra’ mauro campano
Terra (raggio) 3.245 5/11 3.245 5/11
Luna 1.896 26/33 1.896 26/33
Mercurio 230 26/33 230 26/33
Venere 2.884550/660 2.884550/660
Sole 35.700 35.700
Marte 7.572 480/660 7.572 480/660
Giove 29.641 540/660 29.641 540/660
Saturno 29.202 29.208 60/660

Le discrepanze che si riscontrano nelle due serie possono forse


essere il frutto di semplice distrazione, e consistono in piccoli errori
di trascrizione; a quelle ora elencate va inoltre aggiunta l’inesattezza
riportata più oltre nel testo, là dove si legge “Questi miglia sono
cadauno de lor de mesura de cubiti 400”198, ed è chiaro che questa
nota intenderebbe trasmettere l’equivalenza 1 miglio = 4.000 cubiti
stabilita da al-Farghani e accettata da Campano. Una tale serie di
disattenzioni in questa parte del mappamondo sorprende tuttavia
non poco, anche perché vi sono numerosi altri segni di correzioni
intervenute non soltanto sul disegno cartografico ma anche in alcuni
testi posti in cartiglio; il fatto che non vi sia invece alcun intervento
sui dati matematici potrebbe forse significare che il copista – si tratti o
meno della mano di Mauro o di quella di uno scriba – non fosse stato
in grado di verificare l’esattezza dei contenuti astronomici oppure che
non fosse stato particolarmente interessato alla loro correttezza.
Quest’ultima ipotesi nasce dalla constatazione (altre volte
sottoposta a verifica199) che nell’ambito della cultura veneziana del
XV secolo la trasmissione del sapere tradizionale o meglio, del sapere
tecnico-scientifico tradizionale, appare ormai connotata da un certo
grado di disinteresse, o se si preferisce di passività, verso i contenuti
ereditati per l’appunto dalla tradizione, nel senso che la loro presenza
in contesti diversi sembra voler piuttosto significare più il rinvio
scontato e dovuto alle auctoritates che non l’effettivo accreditamento
di quelle determinate conoscenze da parte di chi a propria volta le
trasmette. In altre parole, là dove Fra’ Mauro mette in gioco il proprio
sapere geografico, vale a dire nella parte cartografica vera e propria,
nella quale si esercita con grande attenzione critica, vi è da parte sua
un’assunzione piena della responsabilità “scientifica”, che si esplicita

96
in prese di posizione, in un fitto dialogo con Tolomeo e altri autori, in
scelte coraggiose e non certo allineate con la tradizione; al contrario,
in questa nota cosmologica, dove il camaldolese non ha nulla da
aggiungere né da togliere al sapere del tempo su questa materia, vi è
una dimissione di responsabilità, o quanto meno si manifesta qui un
certo disinteresse per le eventuali inesattezze o l’ineffettività dei dati
riportati. Pare di intravvedere in ciò il riflesso di un’epoca che si stava
tumultuosamente aprendo a un profondo rinnovamento non soltanto
dei contenuti culturali, bensì anche degli statuti epistemologici dei
diversi saperi; la trasmissione del sapere scolastico appare in tale
epoca ormai del tutto insufficiente per le nuove esigenze conoscitive,
al punto tale che la discussione intorno a quei contenuti vien meno
prima ancora che nuove risposte siano rese disponibili.

II. Teoria delle maree e delle terre emerse (angolo superiore destro)

Un secondo diagramma, che mostra i quattro elementi costitutivi


del cosmo - terra, acqua, aria e fuoco - è situato nell’angolo superiore
destro del mappamondo. Una lunga nota spiega il fenomeno delle
maree in relazione alle fasi lunari; relazione che fu per la prima
volta esplicitamente espressa da Eratostene, forse sulla base delle
osservazioni che il celebre navigatore Pitea di Marsiglia aveva
compiuto verso la metà del secolo precedente nei mari dell’Europa
settentrionale, relazione che rimase tuttavia incerta per molti secoli,200
tanto è vero che lo stesso Fra’ Mauro non pare convinto che il fenomeno
debba ascriversi soltanto ad essa.
Egli riferisce infatti che sebbene la causa delle maree sia da molti
attribuita alle fasi lunari, “no(n) però se co(m)prehende la particular
caxo(n) de tanta uarietà” (non si comprende tuttavia la ragione
specifica di tale variazione), ossia della regolarità con la quale il livello
del mare cresca e decresca due volte al giorno; non basta ciò, afferma,
a spiegare il fenomeno, il quale deve essere invece attribuito alla
“uirtù attractiua de ogni humidità” esercitata dalla luna sui vapori
profondi che il sole suscita nei mari con il proprio calore. A conferma
di ciò cita un passo del Quadripartito – titolo comunemente usato per il
trattato astrologico di Tolomeo Tetrabiblos – nel quale si dice: “La luna
principalmente emana umido, certamente per la sua stretta vicinanza
con la Terra e perché raccoglie i vapori umidi che da questa esalano”201.
Il movimento di risalita dei vapori profondi provoca secondo Mauro
una specie di sobbollimento dei mari, con l’effetto di spingere le
acque verso l’esterno, ovvero verso le coste; l’effetto si manifesta dal
momento in cui la luna sorge fino a quando raggiunge la massima
altezza nel cielo, dopo di che la forza attrattiva che essa esercita sui
vapori viene via via scemando, e provoca così il riflusso delle acque
verso il centro, e il conseguente abbassarsi della marea.
La sostanza di questa interpretazione del fenomeno risale a un’opera
perduta, il De oceano di Posidonio di Apamea202 – che conosciamo

97
soltanto attraverso quanto ne hanno riferito alcuni autori successivi,
in particolare Prisciano di Lidia (vissuto fra il V e il VI secolo) nelle
sue Solutiones ad Chosroem203 – la cui teoria è ripresa fedelmente da Fra’
Mauro. È da notare come fra le cause delle maree egli indichi anche la
forza dell’attrazione lunare, che si fa maggiore quando la luna è più
vicina alla terra – quasi un’incerta osservazione della relazione che
intercorre tra forza di attrazione e distanza: “zoè qua(n)do la luna è
in la parte inferior del suo epiciclo. questa propi(n)quità fa trar più le
aque” (quando la luna è nella parte più bassa del suo epiciclo, ovvero
più vicina alla terra, questa vicinanza fa sì che essa attragga di più le
acque), forse tratta da Plinio - anche se poi “la caxon […] più potente
de le altre” è individuata nei venti, “i qual muouano le aque uerso le
riue”204.
La nota situata nell’angolo superiore destro, sotto il diagramma
degli elementi, affronta due distinte questioni, la prima delle quali
costituì per molti secoli una vera e propria sfida alla speculazione
cosmologica. Mauro cerca infatti di spiegare qui come mai la terra
abitabile sia più alta dell’acqua, in quanto ciò appare in contraddizione
con la teoria aristotelica degli elementi. Secondo tale teoria i quattro
elementi che costituiscono l’universo – terra, acqua, aria e fuoco –
occupano, come è noto, la posizione alla quale tendono naturalmente
per effetto della loro densità e del loro peso; la terra, considerata
l’elemento più pesante, occupa perciò il centro dell’universo, che è
sferico205, e dovrebbe quindi essere circondata dall’acqua, ma ciò è
evidentemente contrario alla comune esperienza e al più elementare
buon senso. Per conciliare l’autorità di Aristotele con l’evidenza delle
cose, si chiamarono allora in causa le Scritture, in particolare là dove
si legge: “Egli ha fondato la terra sulle sue basi: essa non vacillerà
mai. Tu l’avevi coperta dell’oceano come d’una veste, le acque si erano
fermate sui monti. Alla tua minaccia esse si ritirarono, al fragore del
tuo tuono fuggirono spaventate, scavalcarono i monti, discesero
per le vallate fino al luogo che tu avevi fissato per loro. Tu hai posto
alle acque un limite che non oltrepasseranno; esse non torneranno a
coprire la terra”206 e soprattutto là dove si legge ancora: “Poi Dio disse:
‘Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e
appaia l’asciutto’. E così fu.”207
La presenza nel mondo di terre emerse è perciò dovuta a un
diretto intervento divino – “diuina prouidentia” scrive Mauro – in
quanto senza quello la creazione non avrebbe potuto realizzarsi
compiutamente; l’acqua non può infatti coprire tutta la terra, perché
ciò contrasterebbe con il disegno di Dio, che comprende uno spazio
di terra nel quale uomini e animali possano vivere, “la qual cossa
il guber|natore sumo Idio cu(m) mirabel prouide(n)tia ha p(er)
⌐ ¬

tal forma ordinado” (la qual cosa Iddio sommo governatore ha


meravigliosamente ordinato in tal forma). La terra, scrive inoltre
Mauro, non è uniforme nella sua sostanza; possiede infatti parti più
leggere, che sono tali per le “porosità e concauità” che la formano,

98
e parti più pesanti, perché prive di tali caratteristiche, e cioè più
“dense”. Ora, nel sistema generale della distribuzione degli elementi,
ciò comporta che il centro della terra non possa coincidere con il
centro del mondo; se così fosse, se cioè la terra avesse lo stesso peso in
ogni sua parte, essa sarebbe tutta coperta dalle acque, perché il centro
della terra coinciderebbe con il centro del mondo, e noi sappiamo –
teoria formulata da Aristotele e ripresa da innumerevoli pensatori e
commentatori, fra i quali Dante nella Quaestio de acqua et tera – che il
mondo è formato da molta più acqua che non terra. Poiché dunque la
terra è più elevata in una parte che nell’altra, l’acqua ricopre soltanto
la parte di terra che è “depressa”, e perciò più vicina al centro del
mondo, mentre non può ricoprire la parte più elevata in quanto ciò
contrasterebbe con la volontà divina di preservare un luogo per la
conservazione della vita.
Con questa “dimostrazione” e con quella che l’accompagna
all’interno della stessa annotazione, che tratta della naturale
inclinazione dei corpi a occupare il luogo che è loro proprio, Mauro
si mantiene perciò rigorosamente entro i termini tradizionali con i
quali tale quaestio era stata affrontata e risolta dai pensatori dei secoli
precedenti, e non fa altro, in ultima analisi, che offrire agli osservatori
del mappamondo una specie di sunto della vulgata cosmologica
trasmessa da testi quali le Sententiae super meteora di Tommaso
d’Aquino o l’Imago mundi di Pierre d’Ailly, dove ad esempio si legge:
“C’è un’altra regione inferiore nella quale abitano uccelli e animali...
Infatti l’acqua non circonda tutta la terra, ma ne lascia scoperta una
parte perché ci vivano gli animali. Infatti una parte della terra è meno
pesante e grave dell’altra. E perciò questa è più alta e più elevata
rispetto al centro del mondo”208.

III. Il Paradiso Terrestre (angolo inferiore sinistro)

Nell’angolo inferiore sinistro del mappamondo, accanto a una


delicata raffigurazione del Paradiso Terrestre,209 una nota in due
paragrafi tratta della localizzazione dell’Eden e dei quattro grandi fiumi
che in quello avrebbero origine. Le opinioni riportate da Fra’ Mauro
e la sua stessa argomentazione si rifanno tutte a un inequivocabile
passo biblico, nel quale si legge: “Dio il Signore piantò un giardino
in Eden, a oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato. Dio il Signore
fece spuntare dal suolo ogni sorta d’alberi piacevoli a vedersi e buoni
per nutrirsi, tra i quali l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero
della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per
irrigare il giardino, e di là si divideva in quattro bracci. Il nome del
primo è Pison, ed è quello che circonda tutto il paese di Avila, dove
c’è l’oro; e l’oro di quel paese è puro; qui si trovano pure il bdellio e
l’ònice. Il nome del secondo fiume è Ghion, ed è quello che circonda
tutto il paese di Cus. Il nome del terzo fiume è Chiddechel, ed è quello
che scorre a Oriente dell’Assiria. Il quarto fiume è l’Eufrate”210.

99
Questo passo fu discusso e commentato da innumerevoli autori
cristiani211, fra i quali quelli citati da Fra’ Mauro, ed ebbe riscontro in
altrettanto innumerevoli rappresentazioni cartografiche, dal Medioevo
fino alle soglie dell’Età Moderna – ad esempio, nel mappamondo di
Ebstorf di Gervasio di Tilbury (ca. 1235) o in quello di Andrea Bianco
(1436) – nelle quali il paradiso è per lo più situato all’estremo oriente
della terra.
L’idea che il Paradiso Terrestre fosse un luogo al quale corrispondeva
una precisa – per quanto mobile212 – realtà geografica fu generalmente
accettata nel corso del Medioevo e anche oltre, tanto che persino
Cristoforo Colombo sembrava convinto di aver finalmente trovato,
nel corso del suo terzo viaggio, la vera sede dell’Eden – ammesso ma
non concesso che tale convinzione fosse autentica.213 Fra’ Mauro pare
volersi adeguare in maniera del tutto ortodossa a tale tradizione, e
cita infatti una lunga serie di opere e autori, presso i quali si possono
trovare numerose “descrizioni” del paradiso; l’assoluta aderenza di
Mauro a quanto trasmesso dalle diverse auctoritates è evidente fin dal
principio, dove è citato quel noto passo di Agostino in cui è ammessa
un’interpretazione in chiave allegorica dell’Eden214, poiché “purché
si ammetta anche come testimonianza autentica quella garantita dal
racconto veritiero di fatti realmente accaduti”, ovvero dalle Scritture.
Non si tratta soltanto, scrive infatti Mauro, di un luogo dello spirito,
ma “ma etia(m) quello esser uno luogo ne la terra “, come affermano
anche Beda215 e Alberto Magno.
Egli fa poi cenno dei quattro fiumi che nascono nel Paradiso (che
sono rappresentati anche nel disegno), identificati dai commentatori
medioevali con il Gange (Phison), il Nilo (Ghion), il Tigri (Hiddeqel) e
l’Eufrate, e che continueranno a essere per vari secoli segnati nelle
mappaemundi. Passa ancora alla menzione dell’albero del bene e del
male e di quello della vita – nominato anch’esso dal Genesi216 – “el
qual ma(n)zato hauea proprietà de co(n)seruar l’omo in uno stato
per alqua(n)to tempo” – (ovvero di arrestare l’invecchiamento).
Nell’Eden, scrive ancora Fra’ Mauro, vivono il patriarca Enoch, il quale
s’incamminò con Dio, e nessuno lo vide più perché Dio lo prese217
e, scomparendo allo stesso modo alla vista di tutti, il profeta Elia.218
V’è, in fine di paragrafo, un cenno a Betania, località non lontana da
Gerusalemme, alle pendici del Monte Oliveto, luogo nel quale Cristo
operò il miracolo della resurrezione di Lazzaro.
La presenza di questa nota nella cornice del mappamondo,
nonché della miniatura che la illustra, è per certi aspetti quanto mai
interessante. Anche se Mauro non si discosta affatto, come abbiamo
visto, dalle indicazioni dei commentatori, la mancanza di un
nesso chiaro tra i contenuti geo-cartografici e la rappresentazione
dell’Eden sembra infatti indicare che la realtà topografica del
paradiso non viene accolta in quanto tale, bensì soltanto come
elemento dottrinale che poco ha a che vedere con la geografia
dell’ecumene. Si assiste qui, in altre parole, a una netta separazione

100
– già altrove sottolineata – fra lo statuto epistemologico del sapere
geografico, che può essere sottoposto a vaglio critico e a giudizio,
e quello della dottrina, che non ha orizzonte altro dalla semplice
osservanza, e che non ha la possibilità di accogliere istanze critiche
non conformi ai suoi stessi enunciati.
Il fatto che l’espressione di una tale separazione avvenga
in un’opera composta da un religioso, e che quella stessa opera
fosse conservata con grande vanto all’interno di un’istituzione
religiosa senza che nessuno mai vi cogliesse il segno di una tale
contraddizione tra “scienza” e dottrina, significa probabilmente
che il passaggio dal Medioevo al tempo nuovo era già avvenuto,
quanto meno a Venezia, già alla metà del Quattrocento. Bisogna
infatti considerare che la nota sul paradiso sembra far parte fin dal
principio del programma di Mauro, in quanto lo stile compositivo,
la sintassi e il lessico sono identici a quelli delle iscrizioni che si
leggono all’interno del mappamondo; se dunque il camaldolese
aveva predisposto queste note perché fossero parte della sua opera,
possiamo arguire che il suo programma prevedesse la separazione
tra i contenuti geografici e le indicazioni dottrinali, e che ciò
dovesse apparirgli del tutto lecito.

IV. Teoria degli elementi e dell’abitabilità delle regioni australi (angolo


inferiore destro)

Le due ultime note marginali, situate nell’angolo inferiore destro,


accanto allo schema generale delle linee equinoziali e dei poli, trattano
delle dimensioni dell’universo e di quelle della terra. Fra’ Mauro
contesta qui l’opinione derivata da Aristotele, secondo la quale le sfere
degli elementi aumentano la loro misura di un fattore dieci quanto
più sono lontane dal centro del mondo; in tal modo, osserva, la sfera
del fuoco risulterebbe mille volte più grande di quella della terra, e
ciò contraddice il postulato euclideo secondo il quale “i cerchi stanno
tra loro come i quadrati dei diametri”,219 essendo che “se quattro
grandezze sono proporzionali, esse saranno proporzionali anche
permutando”.220 Tale opinione, prosegue Fra’ Mauro, contrasta con i
dati derivati dalle misurazioni sperimentali (la “mesura dela terra e
de li circuli celesti p(er) instrume(n)ti e mesure geometrice tolta”), in
modo tale che si riscontra una notevole differenza di grandezze.
A questo punto egli mette a confronto la credenza tradizionale e
il dato risultante dai postulati euclidei, per prendere criticamente le
distanze tanto dall’uno che dall’altro, e per affermare in modo implicito
il valore delle misurazioni effettuate per via matematico-geometrica
da Tolomeo, pur senza citarlo. La circonferenza della terra, scrive,
deve per forza di cose essere uguale o maggiore di quella dell’acqua,
in quanto essendo la terra più alta dell’acqua, non può darsi che
altrimenti sia; in tal modo la sfera del fuoco sarebbe grande soltanto
10 x 10 volte quella della terra-acqua, e non 10 x 10 x 10 volte, come

101
vorrebbe la tradizione; ma anche la misura data dai calcoli effettuati
in base al postulato euclideo, che sarebbe uguale al quadrato del
quadrato del diametro della terra, non riporta in alcun modo alle cifre
ricavate per via sperimentale, alle quali egli fa indubbiamente fede.
Si vede bene in questo passaggio come Fra’ Mauro non si accontenti
di riassumere acriticamente il sapere tradizionale relativo alle grandi
questioni cosmologiche, ma come lo riesamini sulla base delle nuove
conoscenze, con un atteggiamento conoscitivo che non è più quello
dell’uomo medioevale, e che prelude invece al grande mutamento del
quadro metodologico ed epistemologico dell’età moderna.
L’ultima iscrizione è dedicata al tanto discusso tema dell’estensione
della terra abitabile e dei diversi climata – le zone di latitudine nelle
quali gli antichi geografi, a partire da Ipparco (II sec. a. C.), avevano
diviso la terra. Pur con differenze considerevoli nei diversi autori,
la tradizione tardo-classica e medioevale avevano diviso la terra in
un numero variabile di zone climatiche, che possono essere grosso
modo ricondotte allo schema trasmesso da Macrobio (V sec.) nel suo
Commentarium in somnium Scipionis221, secondo il quale vi sono le
seguenti zone: “Settentrionale fredda inabitabile. Temperata nostra.
Zona bruciata. Temperata agli antipodi. Frigida australe inabitabile”
– questa l’iscrizione riportata in molti mappamondi medioevali –
fu comunque posta in dubbio da diversi autori già in età classica,
ma è senza dubbio Tolomeo che fornisce a Fra’ Mauro e ai suoi
contemporanei una risposta certa, quando definisce l’estensione
dell’ecumene almeno fino a 16° 25’ di latitudine Sud, ammettendo con
ciò la possibilità che anche quelle regioni fossero abitabili.
Ed è certamente a Tolomeo – anche se non soltanto a lui - che
Fra’ Mauro guarda quando afferma con decisione che “La terra
che è suposita al circulo equinocial se può habitar” (la terra posta a
Sud dell’equatore è abitabile); quella parte del mondo, scrive, non
è infatti tanto calda da impedire l’insediamento umano, perché è
meno calda di quella del primo clima, compresa fra il Tropico del
Cancro e l’equatore. Se la zona torrida del primo clima, secondo la
suddivisione del mondo in sette fasce climatiche, è abitabile, tanto
più lo sarà perciò anche quella a Sud dell’equatore. Resta tuttavia da
dimostrare che quest’ultima zona è meno calda di quella del primo
clima, e ciò, prosegue, lo si desume dalla considerazione dei motivi
che rendono troppo calda l’aria e la terra: innanzitutto il fatto che i
raggi del sole cadano perpendicolarmente rispetto a certe zone della
terra, risultando così “più efficaci a scaldar”; secondo, la maggior
lunghezza del giorno fa sì che in quelle regioni il sole scaldi di più;
terzo, che in esse l’estate è più lunga dell’inverno; quarto, il fatto che
la stagione calda non è interrotta da quella fredda; quinto, la durata
del giorno nella fascia sub-equatoriale non supera mai le dodici ore,
mentre nel primo clima “ i zorni de instade sono molto più longi cha
la nocte e p(er)ò el refrigerio de la nocte no(n) è sufficie(n)te a mitigar
el cal|do inducto el zorno dal sol” (d’estate le giornate sono molto più

102
lunghe delle notti, e perciò la frescura della notte non è sufficiente ad
attenuare il calore indotto dal sole durante il giono).
E’ vero, soggiunge ancora, che l’estate del primo clima dura
quanto due estati nella fascia sotto l’equatore, ma mentre nel primo
caso il caldo non è interrotto dalla stagione invernale, nel secondo
caso vi è una stagione più fredda, la qual cosa fa sì che qui vi sia
complessivamente meno caldo che non nel primo clima. A conferma
di ciò Mauro cita Aristotele, Alberto Magno e il commento di Averroè
ad Aristotele, e pur considerando la diversa opinione di Giovanni da
Sacrobosco, l’”auctor de la spera”, secondo il quale erano inabitabili
per il calore i luoghi che ricevevano i raggi del sole in maniera diretta,
ovvero in posizione perpendicolare rispetto alla superficie della terra,
egli riprende l’osservazione precedente, secondo la quale se non è
inabitabile la regione del primo clima, tanto meno lo sarà quella sotto
l’equatore. Perciò, conclude il camaldolese, tutti i climi sono abitabili,
e come vi è una zona temperata, nella quale noi viviamo, a Nord
dell’equatore, così un’altra zona temperata, a Sud dell’equatore, sarà
abitata tanto quanto la nostra.
Nel rapido excursus di queste note marginali Fra’ Mauro tenta di
trasmettere le più diffuse teorie cosmologiche pervenute attraverso
le formulazioni e i commenti dei più noti autori classici, post-classici
e medioevali. L’analisi di questi testi rivela la sua consuetudine con
quelli e, al tempo stesso, il suo desiderio di osservare i contenuti
del sapere tradizionale, senza mai pretendere di fare di se stesso
né un esegeta, né un teorico, né tantomeno un innovatore della
conoscenza “scientifica” del tempo. È tuttavia evidente come tali
discussioni abbiano carattere eminentemente accademico, e poco
abbiano a che vedere il vero contenuto dell’opera, e cioè la geografia
del mappamondo. Le note che incorniciano la cartografia sembrano
motivate più dall’osservanza di formalismi consuetudinari che non
dalla necessità o dal desiderio di discutere i diversi argomenti a
proposito delle maree, delle distanze cosmiche, degli elementi, ecc.
Tanto evidente pare infatti la forza argomentativa della cartografia
– là dove essa illustra la forma del mondo e gli insediamenti umani
anche nelle regioni della cui abitabilità si discuteva dottamente nei
diversi testi – quanto appaiono per contro deboli e irrimediabilmente
datate le opinioni che su questa stessa materia Mauro elenca nelle sue
note marginali.
Sembra quasi che quelle note “accademiche” siano state poste
intorno al mappamondo allo scopo di difenderlo dalle critiche che
potevano essergli mosse; è come se l’autore avesse con quelle voluto
dimostrare che egli padroneggiava assai bene il sapere cosmologico
e geografico del tempo, e che se aveva indicato altre soluzioni nel
disegnare la forma e l’estensione dell’ecumene, ciò non era in spregio
o, peggio, in ignoranza delle opinioni dei dotti.

103
TesTo e immagini
Il programma di Fra’ Mauro può essere riassunto in questi termini:
rappresentare tutto il sapere geografico relativo a tutto il mondo in
un’unica immagine. Da questo punto di vista la sua opera si colloca
nella tradizione delle grandi mappaemundi medievali analoghe per
dimensioni. Quattro sono le carte di tal genere a noi pervenute: il
frammento della mappa del Duca di Cornovaglia, composta fra il
1150 e il 1220, la cui circonferenza originale doveva avere un diametro
di 157 cm; il mappamondo di Vercelli – conservato presso l’Archivio
Capitolare di questa città – databile al 1219, che misura 84 x 72 cm; il
perduto mappamondo di Ebstorf – dal nome dell’abbazia benedettina
nella quale era originariamente conservato – composto forse prima
della metà del XIII secolo, che misurava 356 x 358 cm; il mappamondo
di Hereford – dal nome della cattedrale inglese nella quale si trova
ancora oggi – databile al 1290 circa, che misura 165 x 135 cm.
Al di là dei progressi nelle conoscenze geografiche della carta di
Mauro rispetto a quelle dei documenti ora citati, ciò che può essere
sottolineato quale fondamentale differenza fra la mappa veneziana
e le altre è che queste sono innanzitutto dei repertori di conoscenze
espresse in forma grafica o, se si vuole, dei raffinati esercizi di
mnemotecnica che non hanno come scopo principale la definizione
degli spazi geografici, mentre la carta di Mauro è esplicitamente
geografia, e intende persino essere, della geografia, sostanziale
rinnovamento, di metodo e di contenuti.
Il tempo non era trascorso invano, e anche le circostanze erano
assai diverse: Venezia era nel Quattrocento uno dei principali – se non
il principale – centri di produzione cartografica del mondo cristiano
latino, e ciò non poteva non avere effetto sul lavoro di Mauro. Inoltre
l’esempio di Tolomeo e la sua lezione, per quanto parzialmente
respinta dal camaldolese, avevano radicalmente trasformato il lavoro
del cartografo se non l’idea stessa di geografia. Fatte salve queste
sostanziali differenze, ad accomunare passato e presente (di Mauro) vi
sono comunque due importanti elementi dei quali bisogna tener conto:
innanzitutto la destinazione di quelle opere monumentali, per lo più
ideate e realizzate in ambito monastico e che erano perciò sistemate
all’interno di spazi sacri, in particolare chiese, a volte protette da ante
mobili, magari in posizione elevata, vale a dire in situazioni ambientali
non certo favorevoli alla loro leggibilità. Le mappaemundi medioevali
erano del resto celebrazioni dell’ordine del mondo quale espressione
diretta della volontà divina, e di quell’ordine erano specchio nei
numerosi richiami testuali e grafici alla storia sacra presenti in esse;
con quelle si celebrava perciò innanzitutto il fondamento divino della
realtà fisica dello spazio, al quale il senso principale veniva dato
dall’inverarsi in esso del disegno provvidenziale di Dio. Che quelle
opere fossero effettivamente leggibili nel dettaglio geografico vero e
proprio era una delle possibilità, non una condizione necessaria. La

105
carta era, in sintesi, un atto devozionale di altissimo valore simbolico
ben prima di essere un tentativo di definizione dello spazio: le carte
“estreme” di Opicino de Canistris lo testimoniano.
Se questa definizione è accettabile per le mappaemundi dei secoli
precedenti, non lo è però per quella di Mauro, che dell’ordine
sovrumano sotteso alla realtà fisica non fa quasi cenno, e che si
colloca senza esitazioni all’interno di un progetto dichiaratamente
“scientifico” – seppure ante litteram. Quella stessa leggibilità che nelle
mappaemundi è subordinata all’ispirazione religiosa, è perciò un fattore
di assoluta importanza nella carta di Mauro, in quanto questa consiste
tutta nella verifica di una realtà spaziale della quale si ammette
l’incompleta conoscenza, realtà iscritta per intero, e in modo esplicito,
entro i limiti della cultura del tempo.
Il mappamondo di Mauro, come abbiamo visto, fu dapprima
sistemato all’interno della chiesa di San Michele, successivamente
in una stanza attigua al coro della chiesa, detta appunto “il
mappamondo”, e infine nella biblioteca del monastero, “in eminente
cospicuo sito”222, ovvero in posizione elevata: come si può pensare che
le migliaia di iscrizioni apposte, spesso di minutissime dimensioni,
potessero essere agevolmente lette e interpretate? e lo stesso può dirsi
per i tanti dettagli figurativi che soltanto una visione ravvicinata può
far apprezzare nel modo dovuto. Coma mai Mauro incorse in questa
contraddizione fra la ricchezza del testo e le condizioni della sua
percezione? Non furono forse queste stesse condizioni a limitare la
conoscenza del suo mappamondo come pure l’influenza culturale che
questo poté esercitare?
Si può dire che anche in questa particolare caratteristica dell’opera
si legge bene l’essere in bilico dell’autore fra una tradizione ormai
esausta, eppure capace d’imporsi ancora se non altro nei suoi aspetti
formali, e una tensione intellettuale di tipo scientifico intesa ad
affrontare il grande tema della forma del mondo in termini rinnovati,
nel quale le nuove conoscenze e l’esperienza prendevano il posto dei
tanti mirabilia che connotavano i mappamondi medioevali. Fra’ Mauro
aveva certamente visto qualche atlante della sua epoca, qualche
documento del genere dell’Atlante Catalano (ca. 1375), o magari lo
stesso atlante di Andrea Bianco, che fu uno dei suoi collaboratori al
lavoro del mappamondo, e di sicuro aveva lungamente meditato sulla
Geographia di Tolomeo e sulle carte tolemaiche disposte in forma di
atlante; egli tuttavia preferì adottare l’antico modello “religioso”, per
quanto questo fosse poco adatto a divulgare una nuova geografia. Fu
perciò soltanto al principio del XIX secolo, ossia con la pubblicazione
del libro di Placido Zurla, che quella ricchezza d’informazione,
di valenza ormai soltanto storica, poté essere apprezzata e resa
disponibile per tutti. Nelle pagine precedenti abbiamo esaminato i
pochi anche se importanti casi nei quali le soluzioni indicate da Mauro
furono adottate da altri autori e da altri cartografi: non è improprio
pensare che se Mauro avesse rinunciato alla monumentalità in favore

106
di un medium più adatto allo scopo, come ad esempio l’atlante, il valore
e l’importanza della sua opera sarebbero apparsi molto più evidenti
alle generazioni successive, e la ricchezza del testo e delle immagini
che corredano la carta avrebbe potuto essere molto maggiormente
apprezzata di quanto non lo fu.
Sotto il profilo quantitativo il testo del mappamondo è infatti
costituito da ben 2991 iscrizioni leggibili oggi223; il maggior numero
di queste riguarda semplici toponimi, ma una non piccola serie di
annotazioni ha una forma discorsiva con la quale l’autore comunica, da
un lato, informazioni di tipo geografico, notizie storiche e ambientali,
testimonianze letterarie e orali; un’altra serie di annotazioni ha invece
un carattere del tutto inconsueto, in quanto in essa Mauro interviene
in modo diretto e, soprattutto, in prima persona per motivare e
argomentare le sue scelte224.
La grafica di questi testi si presenta in modo abbastanza ordinato, con
l’eccezione della già esaminata maldestra cancellazione e successiva
riscrittura calligrafica di un cospicuo numero di toponimi, dovuta
con ogni probabilità, come si è visto, alla fase finale di correzione e
di parziale restiling, per così chiamarlo, del mappamondo. Abbiamo
dunque la serie più numerosa, quella dei toponimi scritti in inchiostro
color seppia con grafia assai minuta, che a volte risulta di ardua
lettura, come ad esempio lungo la costa mediterranea dell’Africa,
dove la densità di notazioni è maggiore; altri toponimi sono scritti con
inchiostro rosso o azzurro e, quando lo spazio disponibile lo consente,
con caratteri leggermente più grandi. Ancora maggiori le dimensioni
prestate ai nomi delle provincie, talvolta indicate con lettere capitali
impiegate inoltre anche per regioni di più ampie dimensioni. Capitali
dorate sono riservate a designare i mari principali, gli oceani, e diverse
aree geografiche di grande estensione. Le annotazioni discorsive
all’interno dei vari territori sono in azzurro o in rosso, e risultano di
più agevole lettura; quelle scritte nei mari appaiono sullo sfondo di
cartigli più o meno grandi. Ciò che interessa qui sottolineare è che
nell’insieme, e fatte salve le rare iscrizioni maggiori, la lettura del testo
è possibile soltanto da una distanza assai ravvicinata.
Una delle caratteristiche più singolari del mappamondo è che il
testo presenta numerosi interventi dell’autore pronunciati in prima
persona, cosa del tutto insolita in ambito cartografico e assai rara anche
in quello letterario, dove semmai ricorrono formule più generiche; ad
esempio, il già citato Atlante Catalano impiega la formula “devets
saber” (dovete sapere), ispirata con ogni probabilità dal “sappiate” di
Marco Polo – al cui racconto l’Atlante Catalano è chiaramente ispirato.
Il discorso geografico di Mauro è perciò contrassegnato da un’ubiqua
presenza dell’autore, il quale si affaccia in maniera tutt’altro che timida
in numerose note. Queste hanno caratteristiche diverse, e diverse
sono le loro funzioni nel contesto generale dell’opera. Abbiamo così le
annotazioni fortemente asseverative, nelle quali l’autore prende una
posizione netta e basa l’autorità del dettato innanzitutto sul credito

107
che egli ritiene di poter meritare; a tale categoria appartengono ad
esempio le note seguenti:
 *53: ...et io affermo che algune naue açira e uol|ta quel cami(n)
 *425: io no(n) | l’afermo. ma dico
 *480: ma che questo sia uno ramo | del nilo io affermo
 *957: i(n)tenderano | che io no(n) me parto da la | uerità
 *2834: dico che io nel te(m)|po mio ho solicitado uerificar la
scriptura | cu(m) la experie(n)tia i(n)uestiga(n)do p(er) molti a(n)ni

Vi sono poi i luoghi nei quali Mauro chiama in causa conoscenze


trasmesse da testimoni con i quali egli ha avuto contatto e che sono da
considerarsi assolutamente affidabili
 *149: Anchora io ho p(ar)lato cu(m) persona dig(n)a de fede
 *220: q(ue)sto io dico | a satisfatio(n) del testimoniar de molti
 *0389: io {no(n)} me mouo a | demostrar q(ue)sto p(er)
evide(n)|tissime chiareçe | ho habuto
 *480: p(er) le i(n)formatio(n) | ho habuto
 *2506: sapia che q(ue)sto ho da p(er)sone | dig(n)issime che
hano ueduto ad ochio

mentre altrove sono ad esempio l’autorità di Tolomeo, di Agostino


o di Nicolò di Lira a essere chiamate a sostegno delle soluzioni
proposte:
 *1077: p(er)hò qui dico ch(e) | lui [Tolomeo]… e | cu(m) el
modo suo io me | acordo
 *2403: P(er)hò io me acosto a la auctorità de sanc|to
Augustino... et i(n) q(ue)sta | sente(n)cia etia(m) co(n)corda nicolò
de lira

Abbiamo quindi numerose dichiarazioni di rinuncia, che ricalcano


un poco la formula dell’excusatio:
 *98: le qual tu|te cosse no(n) le ho poss|udo meter cu(m) el
debi|to ordine per | non esserui logo
 *560: io no(n) ardiso affe(r)|marlo
 *793: io non meto per no(n) hauer luo|go. unde ho conuenudo
lassar molte | cosse... no(n) ho fato mentio(n) | de molti fiumi e mo(n)
ti e deserti... E similiter ho (con)ue|nuto lassar. de dir de le nouità e de
costumi e co(n)|ditio(n) de populi
 *1179: ma qui no(n) ho fato se no(n) {de} le | pri(n)cipal. la
nobeltà de le qual io no(n) posso dir p(er) no(n) hauer luo|go
 *1351: le qual | no(n) ho | posto p(er) no(n) | hauer | loco
 *2212: e uederano che de mile cosse | no(n) ne ho dite una
 *2709: mol|te insule. le qual no(n) ho no|tado per no(n)
haue(r) luogo
 *2828: p(er)hò no(n) dico qui el parer mio ... nì tuto ho possudo
meter. nì anche seruar | hi suo p(ro)p(r)i nomi che al presente sono
ca(m)biati

108
 *2834: p(er)ché no(n) ho seguito | claudio tolomeo sì ne la
forma come etia(m) ne le sue mesure

E vi sono ancora numerosissime altre annotazioni nelle quali il


cartografo veneziano fa comunque sentire la propria voce e nelle quali
egli intesse un dialogo continuo con interlocutori diversi, ma tenendo
comunque sempre presente l’osservatore, il suo punto di vista, le sue
possibili obiezioni, le sue difficoltà di fronte all’opera, le sue domande
sul metodo di composizione, come ad esempio le seguenti:
 *98: ad alguni par da nuouo che io parli | de questa parte
meridional... io respondo ch(e) | tuto questo desegno
 *389: q(ui) molti se | meraueierà p(er)ché io | meto el
nascime(n)to del nilo... ma certo si... uorano i(n)uestigar | q(uan)to
ho fato mi e cu(m) | q(ue)la dilige(n)tia che q(ui) dir | non posso, i
uederano | che io
 *480: Io ho notado de sopra | che’l nilo nasce i(n) abassia... la
qual cossa | io non credo tuta esser uera che’l nilo | habi qui el ⌐suo¬
origine
 *560: Io ho più uolte aldido da | molti... Ma qui uogl⌐i¬o che
por|togalesi che nauegano | questo mar dicano se | l’è uero. quel che
ho audi|to p(er)ché io no(n) ardiso affe(r)|marlo
 *1014: Io ho lassato am|plissimi desegni | de tute queste
p(ar)|te
 *1043: p(ar)me neccessario q(ui) notar el parer mio. no(n) |
p(er)hò che io uogli (con)tradir a le autorità de ta(n)ti ma p(er) dir la
dilige(n)tia ho | habuta i(n) inq(ui)rir tute le nouità se à possudo i(n)
uestiga(r) p(er) molti anni
 *1188: queli che sono exp(er)ti no(n) faça gra(n) caso se io me
discordo | i(n) qual cossa. peroché no(n) è possibile meter tuto a ponto
 *1312: doue ho habuto ca(m)po ho fato luogi gra(n)|di. e doue
son streto picoli p(er) q(ue)li che uede
 *1372: In questo chataio e di sop(ra) | ho fato demostratio(n)
de hedifi|cii nobile
 *1405: p(er)hò può bastar che ho nota|do altre p(ro)ui(n)cie
de le | qual tolomeo no(n) | ne p(ar)la
 *2193: e’l parerà ad alg(un)o incredibile de qualche i(n)audita
cossa io ho nota|do q(ui) suso no(n) co(n)ferisca q(ue)la cu(m) el suo
i(n)çegno ma tribuisca a hi secreti de | la natura
 *2202: p(er) necessità ho co(n)uenuto usar no|mi moderni e
uulgari... p(er)ché al uero se io hauesse fa|to altrame(n)te pochi me
haueria inteso saluo che q(u)alche | literato

Mauro si preoccupa non poco dell’accoglienza che potrà essere


riservata al suo lavoro, e cerca di rassicurare il lettore – se così lo
possiamo chiamare – sulla correttezza e l’esattezza delle scelte operate,
sulla credibilità delle fonti, la cura messa nella redazione dell’opera,
l’esclusività di alcuni canali informativi che gli si erano resi disponibili

109
e, conseguentemente, delle soluzioni proposte, sull’aggiornamento
apportato alle conoscenze geografiche con l’introduzione di molte
e importanti novità: in altre parole sull’attendibilità e l’efficacia
dell’insieme.
Si tratta, nel complesso, dell’uso accorto e sistematico di un certo
numero di strumenti retorici, che vengono tuttavia svolti entro un
contesto insolito, in quanto è la parte grafica ad avere qui, com’è
ovvio, la maggior rilevanza. Ciò costituisce senza dubbio una novità
nel panorama della produzione cartografica dell’epoca; tuttavia
quest’importante componente letteraria rappresenta meglio di ogni
altro aspetto la posizione liminare del mappamondo rispetto alla
cultura geografica del Quattrocento – che ha nell’Italia illustrata di
Flavio Biondo, composta nel periodo 1448-1453, e cioè in significativa
coincidenza cronologica con il mappamondo di Mauro, il suo
corrispettivo letterario: il ricorso alla persuasione è infatti del tutto
estraneo all’oggettività dei dati (“scientifici”), della quale Tolomeo
aveva dato un esempio non eludibile. Così, il mappamondo anticipa
da un lato contenuti, idee e concezioni che troveranno il loro effettivo
riscontro soltanto in seguito, e in ciò consiste, al di là di ogni critica, il
valore più autentico dell’opera; ma dall’altro il ricorso massiccio agli
strumenti della retorica riporta ad ogni istante il discorso geografico
e quello cartografico entro un ambito principalmente interpretativo,
nel quale l’autore e la sua cultura sono il tramite insostituibile fra la
conoscenza geografica e la sua rappresentazione. In tal senso, e in
sintesi, il mappamondo può ben definirsi opera letteraria altrettanto
quanto appare, nella sua splendida evidenza, esemplare opera di
cartografia.
La novità rappresentata dalla forte impronta personale data al testo
dalla pervasiva presenza dell’io dell’autore, è resa più evidente da un
contesto figurativo di imponenti dimensioni e ricchissimo di immagini
e colori. La percezione dell’insieme è dominata dagli elementi pittorici
entro i quali le diverse iscrizioni si annidano a nominare, narrare,
spiegare le forme della geografia. Il mappamondo è indubbiamente
un’opera piuttosto omogenea da un punto di vista stilistico – con
l’eccezione della raffigurazione del Paradiso Terrestre, che costituisce
un caso a parte. Vi si possono isolare
Fig. 39: diversi elementi che danno corpo
Relitti galleggianti alla trama figurativa e che creano
nell’oceano Indiano un continuum percettivo grazie al
quale la visione dell’insieme si offre
all’osservatore in modo armonioso,
mentre fa sorgere in lui, al tempo
stesso, il desiderio di uno sguardo
più ravvicinato e analitico.
I fiumi segnati in azzurro,
le strade – quando presenti – in
verde, fiancheggiate da alberi e

110
vegetazione, le montagne a gradoni, Fig. 40:
i mari in un azzurro intenso mosso Vascello
da onde spumeggianti di candore, in navigazione
le linee costiere e le isole tratteggiate
nei modi tipici della cartografia
nautica del tempo. Nei mari e negli
oceani diversi dettagli “narrativi”
che alludono a presenze, pericoli,
fatti accaduti: relitti galleggianti
[Fig. 39], vascelli in navigazione
[Fig. 40], una nave disalberata dalla
tempesta [Fig. 41], pesci di ogni
sorte, e altri elementi realistici che insistono sull’idea delle insidie
della navigazione.
Sulla terraferma ciascun luogo abitato è rappresentato da una
veduta, di volta in volta una fortezza, un castello, o comunque un
agglomerato circondato da mura, le cui dimensioni dipendono sia
dall’importanza del luogo sia dallo
spazio disponibile per il disegno. Fig. 41:
Alcuni elementi realistici sono Giunca
rappresentati con particolare rilievo. in navigazione
È ad esempio il caso delle “do
montagne ardenti” nel Golfo Persico,
di fronte ad Aden, raffigurate come
due piccole isole contornate da
fiamme: la città di Aden sorge in
effetti in un’insenatura della costa
formata dai depositi eruttivi di
due distinti ed estinti vulcani che
formarono due alture, chiamate
Ihsan e Shamsan. Grande risalto è dato al famoso ponte di Lu-Kou, sul
fiume Yongding (Polisanchin in Fra’ Mauro), nella Cina settentrionale,
dettagliatamente descritto da Marco Polo, e su quella descrizione è
evidentemente basato il disegno del mappamondo [Fig. 42]. O ancora
la veduta di Medina, la città santa dell’Arabia, raffigurata in modo
assai rispondente alla sua antica
situazione [Fig. 43]. Fig. 42:
In ultima analisi, è evidente Il ponte di Lu-Kou,
lo sforzo dell’autore di narrare in Cina
la geografia servendosi anche di
elementi grafici capaci di dare
all’osservatore di essere una fra
quelle “p(er)sone | dig(n)issime
che hano ueduto ad ochio”. Il
mappamondo è in tal senso testimone
di se stesso, e perciò dotato di una
forza dio persuasione che, al di là

111
Fig. 43: di errori, inesattezze, inattualità, è
La città di Medina stata capace di proiettarne forme
e contenuti ben oltre l’orizzonte
temporale dell’epoca e della vita di
Mauro.

112
Note
1 Nabokov, Cose trasparenti, p. 9.
2 degli Uberti, Il Dittamondo, VII, 85-90.
3 de' Barbari, De la ecelentia depitura, vol. 1, p. 67.
4 Aristotele, Physica, IV.I.
5 Zurla, Il mappamondo, pp. 79-85.
6 Gasparrini Leporace (a cura di), Il mappamondo do, pp. 5-16.
7 Cattaneo, Fra' Mauro's Mappa Mundi, pp. 331 segg.
8 Hoffman Berman, Consolidation of Rights, part 5, p. 54.
9 Ancora per l'ambito cistercense vedi De Leo, Il martirologio, p. 20; la doppia
definizione è in ogni caso comune anche presso altri ordini monastici.
10 Biblioteca Marciana, Ms. It. IV, 590 (=5398), fasc. II, f. 10v.
11 Annotazioni di data successiva che riportano il nome di Mauro sembrano
essere quasi certamente riepiloghi di registrazioni precedenti.
12 Archivio di Stato di Roma, San Gregorio al Celio (inv. 25/II, n. 9), n. 63,
Libro di entrata e uscita di San Michele di Murano (1453-1460): “1459, 20 octubio.
Memoria fazo chomo le copie de mapamondi e desegni e scripture de frar
Mauro ho depositado al monastier de frari da Zuane de la Zudecha in man
del prior del detto monastier zoè don Andrea, le qual scripture e desegni tuti
sono posti in una chassa ouer bancho e con uno luchetto, la chiaue del qual ho
qui apresso de mi. Ho hauuto tuto indrietto e però adi 25 octubrio 1464”; vedi
anche Zurla, Il mappamondo, p. 83.
13 Le citazioni dal testo del mappamondo sono indicate con il sistema di
numerazione adottato in Falchetta, Fra' Mauro's.
14 Mittarelli, Bibliotheca, Venetiis, 1779.
15 “Perché ad alguni par da nuouo che io parli de questa parte meridional
[dell'Africa] la qual quasi està incognita a li antichi, perhò io respondo ch(e)
tuto questo desegno da sayto in suso io l’ò habuto da queli proprii che sono
nasudi qui che sono stà religiosi i qual cu(m) le suo man me hano desegnato
tute q(ue)ste p(ro)ui(n)cie e citade e fiumi e mo(n)ti cu(m) li suo nomi” (*98).
16 “E i diti [Portoghesi] hano fato nuoue carte de quel nauegar e hano posto
nomi nuoui a fiumere colfi caui porti. di q(u)al ne ho habuto copia” (*149).
17 Mezzaroba, Testimonianze medaglistiche, pp. 369-370.
18 Falchetta, Fra' Mauro's, pp. 36-52.
19 I dati dendrologici risultano dalle analisi condotte in occasione del restauro
da Arcadia Ricerche srl.
20 Il celebre mappamondo di Hereford, della fine del XIII secolo, è disegnato
su un unico foglio di pergamena che misura 158 x 133 cm.
21 Le analisi compiute in sede di restauro sembrano aver rilevato tracce
di stagno in corrispondenza dei due “mostri” marini, e suggeriscono la
possibilità che si trattasse di veri e propri inserti metallici incollati alla carta e
successivamente rimossi.
22 Cattaneo, God in His World, pp. 97-102; Marcon, Il mappamondo di fra’ Mauro
e il miniatore Leonardo Bellini, vol. I, pp. 103-08; Marcon, Bellini Leonardo, in
Dizionario biografico dei miniatori italiani, pp. 76-78; Marcon, Leonardo Bellini
and Fra' Mauro's, in Falchetta, Fra' Mauro's, 2006, pp. 135-170; Cattaneo, Fra'
Mauro's, pp. 131-157.
23 Vedi nota 12.
24 Mittarelli, Bibliotheca, col. 759.
25 Secondo Zurla, Il mappamondo, p. 84, il Miani era camerlengo o forse cellario
del convento di San Michele in Isola. Il Campidoglio Veneto del Capellari alla

113
data 1460 nomina un Benedetto Miani, nipote di Nicolò Miani, in relazione
alla morte di quest'ultimo e alla lapide apposta dai famigliari nella chiesa di
S. Michele di Murano, dove Nicolò, “ottimo Senatore” della Repubblica, era
stato sepolto; cfr. Biblioteca Marciana, Ms. It. VII, 17 (=8306), f. 69v.
26 La specificazione si spiega con il fatto che in quegli stessi anni, ovvero tra il
1453 e il 1455, il valore del ducato era stato fissato in 124 soldi piccoli d'argento
contro il precedente valore di 114 soldi; cfr. Müller, L'imperialismo monetario
veneziano, pp. 277-297 (disponibile anche in formato digitale all'indirizzo
<http://www.rm.unina.it/rm_old/biblioteca/scaffale/Download/
Autori_M/RM-Mueller-Imperialismo.zip>).
27 Cattaneo, Fra' Mauro's, p. 334, trascrive erroneamente “comprar”,
rendendo così incongrua l'intera annotazione.
28 Alla data del 1469 il volume quarto del Campidoglio Veneto dà notizia di
uno Stefano Trevisan senatore della Serenissima e capitano di Padova, la
cui tomba si trovava nella chiesa di Santa Chiara a Murano; cfr. Biblioteca
Marciana, Ms. It. VII, 18 (=8307), f. 129v.
29 Zurla, Il mappamondo, p. 85, scrive che Nicolò era “economo del monastero
pria del governo Gherardi”.
30 Un certo per quanto piccolo margine di imprecisione è dovuto al fatto che
il valore del ducato dal primo Quattrocento al 1472 passò da 96 a124 soldi
piccoli d'argento; cfr. Vittorio Piva, Manuale di metrologia delle Tre Venezie,
Venezia, Tip. S. Marco, 1935, p. 16.
31 Sanudo, I diarii, vol. I, passim.
32 Zurla, Il mappamondo, p. 79: “Troviamo ne' Libri d'entrata ed uscita di
questo stesso nostro Monastero tra que' che spettano al Secolo XV troviamo,
io dissi, non di rado notato il nome di Fra' Mauro e le spese per colori, per oro
battuto ec. per formar Mappamondi, come nel registro num. 451 delle spese di
D. Niccolò Monaco ed Economo del Monastero predetto nel 1448 fino Luglio
1449”.
33 Fabri, Les errances. Da notare che Fabri confonde l'isola di San Cristoforo,
sede di un convento agostiniano, con quella vicina di San Michele, dove
sorgeva il convento camaldolese con la chiesa del Codussi riedificata, “nova
et pulchra”, fra il 1469 e il 1477.
34 “Putabam esse inter alias cartulas nostras, quae olim in pictura orbis
annotata, latina feceram. Si perquisieris illa diligentius, forte in cellula tua
omnia invenies, conscripta manu mea, alias non facile speres me ex domo
medice, ut petisti, exemplar habiturum: redacta in codicem, haud dubio
commodarentur mihi transcribenda. Quod vero petere habeam, ut quis meo
nomine in domo illa permittatur, annotationes ipsas ex eo orbe quem quondam
Florentini pictores ex archetypo nostro effinxerunt, describere, non ego sane
id auderem” [Ritenevo che tra le altre ci fossero le carte con la mia traduzione
latina delle note apposte in passato nel mappamondo. Se le cercherai con più
cura, certamente le troverai nella tua cella, scritte di mio pugno, altrimenti non
sperare che io possa averne dalla casa medicea, come hai domandato, un'altra
copia. Senza dubbio mi farebbe comodo poterle trascrivere in un codice. Ciò
che davvero avrei da domandare, è che sia consentito a qualcuno di accedere
a quella casa e di descrivere le annotazioni da quel mappamondo copiato
da certi pittori fiorentini dal nostro originale, cosa che non oso certamente
chiedere]. L'epistolario del Dolfin è in buona parte raccolto nel manoscritto It.
IX, 92 (=3828) della Biblioteca Marciana; la lettera in questione è alle pp. 502-
503. Sulla lettera vedi Zurla, Il mappamondo, pp. 150-151, dove se ne trascrive
parzialmente il testo; vedi inoltre Cattaneo, Fra' Mauro's, pp. 57-64.

114
35 Gentile (a cura di), Firenze e la scoperta dell'America.
36 Risulta perciò fuorviante l'opinione secondo la quale la traduzione del
mappamondo era “a huge and demanding task”, come scrive Cattaneo, Fra'
Mauro's, p. 60.
37 Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, ms. Magl. XIII.84; vedi Almagià,
Intorno a quattro codici, pp. 313-347; Mannoni, Notizie sull'Etiopia, pp. 603-620;
Ethiopian Itineraries circa 1400-1524; Cattaneo, Fra' Mauro's, pp. 64-65.
38 Ethiopian Itineraries, p. 120.
39 Mannoni, Notizie, p. 605.
40 Ethiopian Itineraries, p. 108.
41 Ibid., p. 26 e pp. 108 segg.; vedi inoltre Cattaneo, Fra' Mauro's, pp. 64-65.
Ecco alcuni esempi particolarmente significativi di tali difformità: benichileb/
benichileri, dolcarmin/edolcamari, albenprie/obenprie, benebeida/beneberida.
42 Ramusio, Dichiarazione, f. 17r.
43 Ramusio, ed. Milanesi, vol. 3, pp. 68-71.
44 La presente rilettura va a integrazione e a parziale correzione di quanto
scritto in Falchetta, Fra' Mauro's, pp. 61 segg.; vedi inoltre Cattaneo, Fra'
Mauro's, pp. 66-69.
45 La nota definizione data da Abraham Ortelius nel suo Theatrum orbis
terrarum (1570) recita ad esempio: “Geographia, quae merito a quibusdam
historiae oculus appellata est”.
46 Falchetta, Fra' Mauro's, *98; tutti le indicazioni a numerazione araba
preceduta da asterisco rinviano a tale edizione del mappamondo.
47 Agius, Classic Ships, pp.99-101.
48 Tibbetts, Arab Navigation, pp. 421-431.
49 Falchetta, Fra' Mauro's, *53.
50 “Anchora io ho p(ar)lato cu(m) persona dig(n)a de fede che afferma hauer
scorso cu(m) una naue de i(n)dia | p(er) rabia de fortuna de traversa p(er)
zorni 40 fuora del mar d’i(n)dia oltra el cauo de soffala | e de le i(n)sule uerde
e q(u)i pur al garbi(n) e al pone(n)te e p(er) lo arbitrar de i suo astrologi i q(u)
al son | lor guida i scorse circa 2000 mia”; ibid., *149.
51 “Circa hi ani del signor 1420 una naue ouer çoncho de india discorse per
una | trauersa per el mar de india a la uia de le isole de hi homeni e de le
done de fuo|ra dal cauo de diab e tra le isole uerde e le oscuritade a la uia de
ponente e de | garbin per 40 çornade non trouando mai altro che aiere e aqua
e p(er) suo arbitrio | iscorse 2000 mia e declinata la fortuna i fece suo |5|
retorno in çorni 70 fina al sopradito cauo de diab”; ibid., *19.
52 “Personne ne sait ce qui existe au-delà de l’océan Ténébreux, ni n’a pu rien
en apprendre de certain, à cause des difficultés qu’opposent à la navigation
la profondeur des ténèbres, la hauteur des vagues, la fréquence des tempêtes,
la multiplicité des animaux et la violence des vents. Il y a cependant dans
cet océan un grand nombre d’îles, soit habitées, soit désertes; mais aucun
navigateur ne cherche à la traverser ni à y aller vers la haute mer; on y fait
du cabotage, sans s’éloigner de la côte. Les vagues de cette mer déferlent un
mur haut comme une montagne que rien ne peut fendre. Même s’il en était
autrement, il serait impossible de les franchir“; Idrisi, Le premier géographe, 4.1.
53 “On n'y trouve pas de terre cultivée et habitée par des êtres raisonnables;
on n'en connait ni l'étendue ni la fin; on ignore le but où elle conduit, et on la
nomme mer des Ténèbres, mer Verte ou mer Environnante”; al-Masudi, Les
praires d'or, vol. I, p. 258.
54 Corano, sura XI, 42 e 44.
55 Falchetta, Fra' Mauro's, *2.

115
56 Ibid., *17.
57 “Nota che le naue le qual nauegando per ostro | se lassa acostar a le
isole perse le corentie le por|tano a le tenebre et intrade in quele per le sue |
densità e anchor de quela de le aque le qual son |⌐molto¬ tegnente. conuien
perir”; ibid., *24.
58 “Bandan isola picola propi(n)qua a le tene|bre”; ibid., *178.
59 “Or, quand un navire sortant de la mer de l'Inde s'égare et entre dans ce
canal, et que les courants et les vents l'entrainent en vue de cette montagne,
[ceux qui sont à bord] n'ont plus qu'à se repentir du malheur qui leur arrive
et à s'abandonner à la destinée; car, ou le navire est brisé contre la montagne,
ou bien il la dépasse et on n'entend plus parler. On prétend qu'il y a dans
cette mer des tourbillons qui ne cessent de faire tournoyer les navires sur
elles-mêmes jusqu'à ce qu'ils les fassent sombrer. Les navigateurs de la mer
de l'Inde appellent ces parages Mer de la Ruine (Bahr al-Suhayl)”; Ferrand (a
cura di), Relations de voyages, vol. I, p. 327.
60 Falchetta, Fra' Mauro's, *49.
61 Encyclopaedia of Islam, vol. 3, p. 858. Per i trattati nautici di Ibn Majid, vedi
Tibbetts, Arab Navigation, specialmente alle pp. 1-41.
62 Encyclopaedia of Islam, vol. 2, p. 583.
63 van Beek, The Dancing Dead, pp. 12-16.
64 Vedi l'ampio repertorio delle etnie africane all'indirizzo <http://www.
mandaras.info/EthnicGroups.html>.
65 “LeDhu ‘l Karneim , je veux dire Alexandre, parvint jusque là et en revint”;
Idrisi, ed. cit., 2.1.
66 Phayre, History of Burma, p. 11: ”...his ship was wrecked at Nagarit [Negrais]
the whirpool where the sea-dragon carries down vessels to the ocean depths”;
vedi anche Yule, Hobson-Jobson, p. 622: “The name [Negrais] is a Portuguese
corruption probably of the Arab or Malay form of the native name which the
Burmese express as Naga-rīt, 'Dragon's whirlpool'”.
67 The History of Cartography, vol. 2.2: Cartography in the Traditional East and
Southeast Societies, Chicago University Press, 1994, pp. 244-249.
68 Cattaneo, Fra' Mauro's, p. 64.
69 “...tale infatti fu Fra' Mauro cui forse ancor vivente fu coniata medaglia
d'onore, quale in bronzo, senza rovescio, conservasi nel Museo Numismatico di
questo Monastero non che in altri, e della quale è impresso il somigliantissimo
tipo nel Frontispizio di quest'Opera. In essa con precisa e dignitosa epigrafe
si circonda il ritratto del nostro Fra' Mauro con tali parole FRATER MAURUS
S. MICHAELIS MORANENSIS DE VENETIIS ORDINIS CAMALDULENSIS
CHOSMOGRAPHUS INCOMPA RABILIS. Vedremo in seguito come a giusto
titolo sì grand'encomio si meritò mentre per la Veneta Repubblica e pel Re di
Portogallo illustri fatiche intraprese in questo ed altro Planisfero, oltre non
lievi altre opere di tal sorte da essolui prodotte... Di presente giova osservare
che la citata medaglia evidentemente al Secolo XV appartiene, come il ch.
Apostolo Zeno con posata critica riscontrò, mercecché la forma de' caratteri,
il lavoro e l'abito stesso del Cosmografo Fra' Mauro il dimostrano, essendovi
simile forma d'abito e di cappuccio grande ed assai accuminato in altre effigie
di Monaci Camaldolesi di que' tempi in questo Monastero di San Michele ed
altri. Anche nel Museo Mazzucchelliano, che tale medaglia riporta ed illustra,
si riconosce di quell'età, e perciò dissi di sopra che forse ancor Lui vivente gli
fu dessa coniata”; Zurla, Il mappamondo, p. 80. La medaglia è oggi conservata
nelle raccolte del Museo Correr di Venezia.
70 Falchetta, Maps of the eastern islands, pp. 47-55.

116
71 Parte del testo che segue è stata pubblicata in “Studi Veneziani”,
LXII (2011), pp. 113-132; quello studio è qui ampiamente rimaneggiato e
integrato con nuovi elementi risultanti dall'esame diretto del mappamondo
condotto dopo il suo restauro; tale osservazione ravvicinata ha reso possibile
l'individuazione di numerosi particolari giudicati utili per una nuova lettura
dell'opera finalizzata alla ricostruzione del processo compositivo originario.
72 Zurla, Il mappamondo, p. 84. Il corsivo è di Zurla, e riporta una delle
didascalie presenti nel mappamondo, che non comprende tuttavia le parole
“di Venezia”; vedi ultra per l'interpretazione di questa iscrizione.
73 Libro di entrata e uscita, cit., f. 169v; vedi anche Zurla, Il mappamondo, p. 85.
74 Münzer, Itinerarium, pp. 84-85; questa testimonianza è chiamata in causa in
Pinheiro Marques, A maldição da memória, p. 186; vedi anche, dello stesso, The
Portuguese Prince, pp. 1-32.
75 Sul significato da darsi all'espressione “tabula deaurata”, peraltro piuttosto
vaga, si hanno riscontri, ancorché tardi, relativi alla cassa funebre e alla placca
d'oro della la sepoltura del beato Guido Spada (Melloni, Atti o memorie, p. 168);
con significato simile, anche se riferito ad altro contesto, ritorna in Memorie
storiche della legazione, p. 15. Va da sé che la lectio facilior dell'espressione indica
una tavola dipinta su fondo dorato, come quelle dei tanti ritratti sacri della
pittura medioevale, definizione che non si addice al mappamondo di Mauro.
76 La misura del palmo era di circa 25 cm, il che porterebbe a un diametro di
3,5 metri, mentre il diametro del tondo entro il quale è iscritto il mappamondo
di Mauro è di circa 185 cm.
77 Fiaccadori, Fra' Mauro e il laboratorio geografico di San Michele, p. 324.
78 Pinheiro Marques, A maldição da memória, p.185, vedi inoltre Randles,
Bartolomeu Dias, pp. 20-21.
79 Si cita qui da Alvares, Verdadeira informação, p. 128: “... & que foram
despachados en Satarem aos VII dias de Maio do anno de mil & quatro centos
& oitenta & sete annos, presente el Rey dom Manuel sendo duque, & que lhes
deram huma carta de marear tirada de Mapamundo, & que foram aho fazer
desta carta ho licençiado Calçadilha que he bispo de Viseu, & ho doutor mestre
Rodrigo morador ahas pedras negras, & ho doutor mestre Moyses a este
tempo iudeu, & que fora feita esta carta en casa de Pêro d'Alcaçova”. Diogo
Ortiz de Villegas ”Calzadilla” (ca. 1457-1519) era un teologo e astronomo
spagnolo che nelle vesti di consigliere fu al servizio della corona portoghese.
80 Alvares, cap. CIV; si cita qui dall'edizione italiana delle Navigationi del
Ramusio curata da M. Milanesi, v. 2, p. 280.
81 Così Ramusio nel suo “Discorso sopra il viaggio della Etiopia” che precede il
testo del Viaggio stesso (ibid., p. 79): “La copia mandatami dal signor Damiano
di Goes si trova in molti luoghi diversa dal detto libro stampato in Lisbona
per ordine di quel serenissimo re, sì che mi è bisognato, di tutti dui mutilati e
imperfetti, farne uno intiero”. Su tutta questa materia vedi Fiaccadori, Sul ms.
Parigi, B.n.F., d’Abb. 78, in part. pp. 685 segg., con ampie indicazioni.
82 Fernão Lopes de Castanheda, Historia do descobrimento e conquista de India,
vol. 1 (1551); si cita qui dall'ed. Lisboa, na Typographia Rollandiana, 1833,
pp. 2-3: “…como el Rey tinha muytos grandes desejos de descobrir ho Preste
João das Indias pera ho conecer por amigo, & por sua causa ter entrada na
India, determinou de mandar descobrir por terra... E pera este descobrimento
da terra escolheo hum criado seu que avia nome Afonso de Payva natural
de Castelo Branco, & outro chamado Pero de Covilhaam, natural de huma
vila deste nome: et a este disse em segredo que esperava dele hum grande
serviço... E ho em que queria que ho servisse, era irem ele & Afonso de Payva

117
descobrir & saber do Preste Ioão, et onde achavão a canela & a especiaria que
ya da India a Veneza por terra de mouros... & forão ambos despachados em
Santarem aos sete dias de Mayo, de mil & CCCCLXXXVII, per ante al Rey
Dom Manuel que então era duque de Beja; et deulhes el Rey huma carta de
marear que fora tirada de hum Mapamundi, per que posessem nela os lugares do
Senhorio do preste, & assi o caminho por onde fossem”; il corsivo è nostro.
83 Ramusio, Navigazioni, ed. cit., v. 2, p. 280.
84 Ibid., p. 210; il corsivo è nostro. Il testo di questo passo è identico a quello
dell'edizione portoghese del 1540.
85 Trattando del corso del Nilo e, in particolare, delle sorgenti del fiume, Zurla
scrive che la descrizione fattane dall'esploratore Pero Pais (1564-1622), gesuita
portoghese, nella História da Ethiópia (completata nel 1620 ma pubblicata
soltanto al principio del XX secolo nei Rerum Aethiopicarum Scriptores
occidentales inediti) derivava probabilmente da informazioni ricavate dal
mappamondo di Mauro. Zurla cita a tal riguardo alcuni appunti manoscritti
di Mauro Capellari, il futuro papa Gregorio XVI, nei quali, confrontando il
planisfero di Mauro con la celebre coeva Carta Borgiana, Capellari avrebbe
supposto tale derivazione: “e poiché eravi in Portogallo la Carta di Fra' Mauro
simile a questa, sembra potersi conghietturare, come di recente osservò il
nostro P. Ab. Capellari in un suo confronto MS tra il nostro Mappamondo
e il Borgiano, che il Pays abbia preso norma dalla Mappa di Fra' Mauro per
dirigersi alla famosa scoperta di dette fonti” (Zurla, Il mappamondo, p. 13).
In realtà, gli appunti del Capellari escludono tale possibilità: “Lusithaniae
extabat alterum ipsius tabulae exemplar ab eodem F. Mauro confectum, quid
obstat quia dicamus ex eadem … tabula ipsum Pays sumpsisse itineris [Nili]
directionem”; cfr. Archivio Storico del Monastero di Camaldoli, Fondo S.
Gregorio, ms. 19, f. 14v.
86 L'errore è analizzato in dettaglio in Falchetta, Fra' Mauro's, pp. 85-89.
87 La relazione tra le due carte è stata messa in dubbio, ma senza verifica,
nella recensione di Marica Milanesi a Falchetta, Fra' Mauro's, in “Geographia
antiqua”, 16-17 (2007-1208), pp. 237-341. L'autrice si sofferma in particolare
sul ruolo del Gastaldi il quale, come in quell'analisi dimostrato, tenne sì ben
presente il lavoro di Mauro, ma anche ne corresse gli errori che si sono qui
segnalati.
88 Nonostante l’autorevole avviso dell’Almagià, che risale al 1956 (cfr. la
Presentazione di Almagià in Gasparrini Leporace), e le numerose evidenze, si è
quasi universalmente e per lungo tempo, quasi fosse un dato certo, continuato
a indicare nel mappamondo marciano la copia di quello, originale, inviato ad
Alfonso V di Portogallo. L’equivoco si è prolungato fino a tempi recentissimi,
e ha coinvolto storici di indiscutibile valore, quali ad esempio Bagrow, che
scriveva: “This map, apparently, was derived from sketches and drawings
used during the period 1457-1459 in the preparation of a world map, which
has not survived, for king Alfonso of Portugal. This later map, which was
made in 1460 ecc.”; cfr. Bagrow, A History of the Cartography of Russia, p. 32.
Si assiste perfino, da parte di studiosi altrettanto qualificati, a ricostruizioni
filologicamente inaccettabili, come ad esempio quella di Crone: “Fra' Mauro
appears to have had a considerable reputation as a cartographer, and to
have been at work on a world map as early as 1447. Ten years later, he was
commissioned by the king of Portugal to construct another [...] The map for
the king, finished in April 1459, was sent to Portugal, but cannot now be
traced. Fra' Mauro died shortly after, while working on a copy destined for
the Seignory of Venice and completed later in 1459. This copy has survived

118
and is now preserved in the Marciana Library at Venice”; cfr. Crone, Maps and
their makers, p. 28. Neppure lo studio esemplare sulle mappaemundi medievali
di Woodward sfugge a questa resistente tradizione, e anch’egli indica nella
carta marciana una copia di quella “portoghese”; cfr. Woodward, Medieval
Mappaemundi, p. 315.
89 Cortesão, Cartografia e cartógrafos, v. 1, p. 122.
90 Cattaneo, Fra' Mauro Cosmographus, p. 30: “The hypothesis that the
mappamundi on display in the Marciana Library is in reality the same 1459
'Portuguese' mappamundi – in other words, that only one map ever existed –
can be quite safely rejected since a 1463 [sic] document nowadays preserved
in the Arquivo da Torre do Tombo in Lisbon [...] proves that Fra' Mauro's 1459
mappamundi did reach Lisbon, and that was received by the Portuguese crown
with some dissatisfaction”; Gautier Dalché, La Géographie de Ptolémée, p. 195:
“Seule subsiste la mappemonde conservée à la Biblioteca Marciana de Venise,
rèalisée entre 1448 et 1453, dont une copie pour le Roi de Portugal Alphonse Ve
fut faite en 1458-1459, laquelle était visible à Lisbonne en 1463 [sic]”; Cattaneo,
Fra' Mauro's, pp. 48 e segg., ribadisce che il documento del 1462 è una prova
dell'arrivo del mappamondo a Lisbona (“the record of a payment... appears
in the 1462 Carta... thus confirming the mappa mundi's arrival – authorization
of payment would certainly not have been given otherwise”), mentre fra quel
documento e l'arrivo della carta a Lisbona non c'è alcun nesso, come si vedrà
nel prosieguo.
91 Lisbona, Arquivo Nacional da Torre do Tombo, Chancelaria de D. Alfonso,
Livro I, f. 2r. Il documento è pubblicato in Descobrimentos portuguêses, vol. III,
pp. 19-21, e in Monumenta Henricina, vol. XIV, pp. 199-204 (dal quale si cita).
92 Carvalho, Iconografia e simbólica, pp.273-274; Rau, Bartolomeo di Iacopo, p.
109; Nobiliário das Famílias de Portugal, vol. X, p. 170.
93 Monumenta Henricina, vol. XII, pp. 202-204; va segnalato l'anno
erroneamente dato al 1456, in quanto i curatori dei Monumenta non hanno
tenuto conto del computo dell'anno more veneto.
94 Monumenta Henricina, vol. XIV, p. 200. A Roma infatti troviamo il da Silveira
nell'ottobre 1457, quando egli tenne un discorso di appoggio all'iniziativa
papale davanti al Concistoro, in seguito al quale Callisto III espresse per
lettera la propria soddisfazione ad Alfonso V; vedi Monumenta Henricina, vol.
XIII, pp. 90-92.
95 Monumenta Henricina, vol. XIV, p. 203.
96 Ibid., p. 202.
97 Libro di entrata e uscita, cit., f. 125v.
98 Cattaneo, Fra' Mauro's, p. 48: “Fra' Mauro was commissioned to produce a
mappa mundi for the Portuguese court on Frebruary 1457... the commissioning...
is part of a broader set of economic, diplomatic and intellectual connections
between Portugal and Italian cities, also involving the interchange of
cosmographic and cartographic information”.
99 Foscarini, Della letteratura veneziana, p. 445 n. 2.
100 Nessun accenno alla commissione nelle carte contenute nel ms. 607 di
San Michele (per il quale vedi Merolla, La biblioteca di San Michele, pp. 221-
224, in part. alla p. 222), che contengono trascrizioni e note sul mappamondo
di Mauro compilate da Giovanni Benedetto Mittarelli e Anselmo Costadoni,
monaci a San Michele, per la raccolta degli Annales Camaldulensium, pubblicata
in nove volumi a Venezia tra il 1755 e il 1773. Un altro manoscritto miscellaneo
proveniente da San Michele, con numero 613 (Merolla, La biblioteca, cit., pp. 236-
239), contiene vari appunti settecenteschi di Anselmo Costadoni, camaldolese

119
dal 1731, dove tra l'altro si legge (p. 429): “Il planisferio mentovato dal Ramusio
fu fatto da Fra' Mauro converso, facilmente sacerdote, come costumavasi in
que' tempi e prima. Fiorì alla metà del secolo XV ed era veneziano. E' non
copiò da alcuno, ma è opera sua checché ne dicano chi non l'ha studiato”.
La nota riporta anche una notizia a prima vista rilevante, secondo la quale la
mappa “conservasi oggidì in Ispagna in un monastero, e ne lo avvisa Monsieur
la Motte la Vayer, il quale nota che viene specificata l'isola di Madagascar, e
ciò apparisce anche in questa nostra, benché sia troppo vicina al continente”
(p. 430). In realtà, il letterato francese François de La Mothe le Vayer (1588-
1672) non fa cenno alcuno di un secondo mappamondo, e il solo riferimento
a quello di Mauro nei suoi scritti, comprendente anche un esplicito rinvio
alla già esaminata Dichiarazione del Ramusio, è il seguente: “Car quoiqu'on
voit dans l'Eglise de Saint Michel de Muran à Venise une Mappemonde
apportée du Catai par Marc Polo et son père, où l'Afrique environnée de mer
est representée avec son Cap de Bonne Esperance sans le nommer, sa côte de
Zanzibar, et même avec l'isle de Madagascar vers le sud”; La Mothe le Vayer,
Oeuvres, t. I, p. 810. È evidente che il Costadoni abbia erroneamente inteso
trovarsi il monastero di Alcobaça, al quale accenna Galvão, in Spagna anziché
in Portogallo.
101 Zurla, Il mappamondo, p. 87, corsivo come nell'originale.
102 Galvão, Tratado, c. 18r: “No anno de 1428 diz que foy o Infante dom Pedro
a Inglaterra, França, Alemanha a casa sancta, & a outras de aquella banda,
tornou por Italia, esteve em Roma, & Veneza, trouxe de lá hum Mapamundo
que tinha todo ambito da terra, & o estreito do Magalhães se chamaua, Cola
do dragam, o cabo de Boa esperança, frunteira de Africa, & que deste padram
se ajudara ho Infante dom Anrrique em seu descobrimento. Francisco de
Sousa Tavarez me disse que no anno de 1528 ho Infante dom Fernando lhe
amostrara huma Mapa que se achara no cartorio d'Alcobaça que avia mais
de cento & vinte annos que era feito, o qual tinha toda navegaçam da India,
com ho cabo de Boa esperança, como as dagora, se assi he isto, ja em tempo
passado era tanto como agoro ou mais descuberto”. La Santa Casa non è
da intendersi, come si è qualche volta interpretato, la Terrasanta, bensì una
delle tante chiese e cappelle dell'Europa settentrionale dedicate alla Madonna
di Loreto. Francisco de Sousa Tavares fu comandante nelle navigazioni
portoghesi dell'Oceano Indiano e anche delle fortezze di Cananor e di Diu;
curò la pubblicazione del Tratado di Galvão dopo la morte di quest'ultimo.
103 “Né dee far breccia il numero di 120 anni, che si dissero scorsi dal lavoro
del Mappamondo fino al 1528, mentre era troppo facile tale esagerazione
nel verbale e famigliare racconto di D. Fernando, tendente a dinotar l'epoca
rimota di tal Carta pria de' viaggi Portoghesi”; Zurla, Il mappamondo, p. 87.
104 von Wieser, Die Weltkarte des Albertin de Virga; vedi inoltre Falchetta,
Marinai, mercanti, cartografi, pittori.
105 Campbell, Portolan Charts, in part. alla p. 448.
106 Zurla, Il mappamondo, pp. 79 e 84-85, ove sono trascritte le annotazioni
delle spese degli anni '50, con un riferimento alle spese degli anni 1448-1449.
107 Falchetta, Fra' Mauro's, p. 87 et passim.
108 Ibid., pp. 89-90.
109 È il caso di Baherem (*328), ovvero dell'odierna isola di Bahrein, qui
situata in territorio iraniano anziché nella penisola araba; lo stesso vale per
Chatif (*334), oggi Al Qatif, e per Chumbaia (*345), oggi Qumaylah, sulla costa
dell'Oman.
110 Al f. 125v del libro di Cassa di San Michele si legge: “Adì 10 marzo 1459

120
per ducati 2 tolti in nui per messe per nome de ser Andrea Biancho che lui
douea hauer per suo premio del lauorare lui fece al detto mapamundi val in
chassa”; la carta del Bianco si conserva alla Biblioteca Ambrosiana, ms. F 260
Inf.
111 Venezia, Archivio di Stato, San Michele di Murano, Pergamene, b. 3, n.
CCXLVIII.
112 Soprattutto Pinheiro Marques, A maldição da memória, cit., pp. 151 segg.
113 Falchetta, Fra auro's, pp. 36-52.
114 Albuquerque, Ciência e experiência, p. 61: “se foi aquele que o rei de Portugal
lhe pediu para desenhar, sabe-se que, estando o trabalho já adiantado, e tendo
sido visto por alguém para tal encarregado, esse perito justamente considerou
o trabalho medíocre, e só aconselhou que se pagasse a Mauro a quantia que
estava em dívida por força do contrato estabelecido, para se não perder o
dinheiro que já se dispendera”. Vedi inoltre Cortesão, Cartografia e cartógrafos,
vol. I, p. 122; vedi infine, dello stesso, Historia da cartografia Portuguesa, vol. 2,
p. 96.
115 Su tale interpretazione ha recentemente insistito Fiaccadori, Fra' Mauro e
il laboratorio, p. 326.
116 In ambito precettistico si ha ad esempio: “Quello che è donato da uno
estraneo, o lasciato per amor del padre al figliuolo di famiglia sarà il peculio
profetitio, ma se sarà dato a contemplatione del figliuolo, sarà aduentitio,
che se non comparisse a contemplatione di cui fusse dato, si può trouare
dallo euento futuro, perché se si lascia che quel figliuolo lo possegga dopo
la morte del padre, si presume che sia lasciato a contemplatione del figliuolo”
(Fumo, Somma armilla, p. 297), dove l'espressione significa evidentemente “a
vantaggio”. Lo stesso significato si ritrova nel passo seguente: “Eglino con
rami d'oliue in mano et con altri segni supplicheuoli andorno incontro a'
soldati, che per longo uso erano per la maggior parte auezzi con essi loro, e gli
pregorno che ristretti insieme hauessero buona cura e che non gli tradissero
a contemplatione de' Siracusani” (Fazello, Le due deche, p. 559). E ancora: “È
stata spedita la consulta del P. Maffeo, a contemplatione del cui merito S[ua]
M[aestà] ha fatto mercede al suo nipote di cento scudi di pensione” (lettera
di Giuliano Battaglini a Pietro di Francesco Usimbardi, 30 novembre 1588, in
Archivio Medici, vol. 4919, f. 594; cfr. Medici Archive Project <www.medici.
org>). La sfumatura semantica che trasforma il “vantaggio” in “omaggio” è
ben evidente nel titolo della pubblicazione fatta appunto in omaggio a Isabel
de la Cueva y Castilla, moglie del vicerè di Napoli uscente, Pedro Téllez-
Gíron, primo duca di Osuna: Indulgenze concesse da papa Gregorio XIII. Nel 1617
veniva data alle stampe la seconda edizione del Memoriale della lingua volgare
di Jacopo Pergamini, a proposito del quale Tomaso Tomasi scriveva qualche
anno più tardi: “Con la grammatica della lingua latina […] dovrà aversi
altresì per le mani un'istruttione della lingua toscana, qual sarebbe quella del
Bembo […] o l'altra che a contemplatione del principe Federigo Montefeltrio
della Rovere compose adeguatissimamente il Pergamini” (Tomasi, Il principe
studioso, p. 39); che l'espressione debba intendersi qui come “a vantaggio” è
provato dal fatto che il principe Federico aveva, nel 1617, l'età di 12 anni.
117 “Haec tabula geographica cum per centum nonaginta quinque annorum
curricula partim in Ecclesia, partim vero in Aula quae suo nomini dicata
erat et dicebatur il Mappamondo, fuisset appensa. tandem jussu Rev.mi P.D.
Francisci Gherardi dicti Errici Abbatis huius Monasterii in hac Bibliotheca ab
ipso instaurata, ditata et exornata, translata et collocata fuit anno 1655 die 20
Decembris”.

121
118 Copia del decreto napoleonico in Archivio della Biblioteca Marciana,
Governo Italico (27 febbraio 1806 – 24 aprile 1814), n. 11.
119 Per tutte le vicende relative alle soppressioni delle corporazioni religiose
e ai destini delle loro biblioteche, nonché per quelle riguardanti la Marciana
vedi innanzitutto Zorzi, La libreria di San Marco, in particolare al cap. XII e
Bertoli, La soppressione di monasteri. Per i fatti concernenti in particolare
la biblioteca di San Michele e il mappamondo, si veda l'introduzione di
Tullia Gasparrini Leporace all'ed. facsimilare del mappamondo e Vittorino
Meneghin, S. Michele in isola di Venezia, Venezia 1962, vol. I, pp. 275-293.
120 Bertoli, La soppressione, p. 30. Il brano riportato si riferisce alla relazione
che il cancelliere patriarcale inviò a mons. Vincenzo Brencegaglia a seguito
dell'ispezione eseguita nei conventi veneziani il 4 aprile 1806, ancor prima,
cioè, dell'emanazione del decreto di giugno.
121 Archivio della Biblioteca Marciana, Governo Italico, cit. n. 66.
122 Ibid. n. 67.
123 Ibid., n. 74.
124 Ibid. n. 133.
125 Ibid. n. 202.
126 Nel 1797 il Fassetta aveva fatto parte della brigata di volontari della
Guardia Nazionale durante il Governo Provvisorio; vedi Raccolta di carte
pubblica, istruzioni, legislazioni etc. del nuovo Veneto Governo democratico, vol. XI,
p. 288.
127 Il Casadoro era titolare di un “negozio d'intagliatore e costruitore di
mobilie”; vedi Canali, Storia aneddota, p. 272. La sua perizia è testimoniata da
una relazione su alcuni pregevoli manufatti lignei conservati presso l'Istituto
Politecnico di Vienna, nella quale si legge: “Giovanni Casadoro tornitore in
Venezia spedì al Gabinetto una collezione di pezzi torniti di diversi legni; fra
questi sono da annoverarsi un vaso col coperchio e sottocoppa di legno di
sorbo da uccellatore, un calamajo compito di legno di ulivo, un piccol servizio
di legno di tasso, un vaso di forma etrusca sopra una colonna tronca di
legno di pino pinocchio, uno scacchiere composto di tutti i migliori legni del
Veneziano coi pezzi di tasso e di ulivo, oltre altri lavori finiti”; vedi “Biblioteca
Italiana, o sia giornale di letteratura, scienze ed arti”, tomo XXXV, 1824, p. 98.
La teca lignea ideata e costruita dal Casadoro è stata sostituita nel 2012, in
occasione del restauro del mappamondo.
128 Archivio della Biblioteca Marciana, Governo Italico, cit., n. 226.
129 Ibid., s. n., 2 settembre 1811.
130 Ibid. n. 237.
131 La descrizione della contesa tra Biblioteca e Museo è descritta nel dettaglio
in Gasparrini Leporace, Introduzione, cit., pp. 13-15.
132 “ma p(er) dir la dilige(n)tia ho |5| habuta i(n) inq(ui)rir tute le nouità se
à possudo i(n)uestiga(r) p(er) molti anni”, *1043.
133 “Anchora io ho p(ar)lato cu(m) persona dig(n)a de fede che afferma...”,
*149, oppure “i(n)uestiga(n)do p(er) molti a(n)ni | e pratica(n)do cu(m) p(er)
sone degne de fede | le qua⌐l¬ hano ueduto ad ochio q(ue)lo che |20| qui
suso fedelme(n)te demostro”, *2834.
134 L’ipotesi che Mauro abbia proceduto per giustapposizione di carte
parziali trova fondatezza in un paio di iscrizioni, là dove ad esempio dice
che «tuto questo desegno da sayto in suso io l'ò habuto da queli proprij che
sono nasudi qui» (*98); anche alcuni errori, primo fra tutti quello che affligge
la designazione del corso dell’Indo e del Gange, paiono doversi più a un
malriuscito “montaggio” che non all’imperfetta conoscenza geografica.

122
135 Corano, 18:83-86: “Ti interrogheranno a proposito del Bicorne. Di’: ‘Vi
racconterò qualcosa sul suo conto’. In verità gli abbiamo dato ampi mezzi
sulla terra e modo di riuscire in ogni impresa. Egli seguì una via. Quando
giunse all’[estremo] occidente, vide il sole che tramontava in una sorgente
ribollente e nei pressi c’era un popolo. Dicemmo: ‘O Bicorne, puoi punirli
oppure esercitare benevolenza nei loro confronti”.
136 Si tratta della Leggenda cristiana attribuita a Jacob di Serugh (VI sec.); cfr.
Wallis Budge, The History of Alexander the Great, pp. 163-200.
137 Eugen Mittwoch, voce “Dhu ‘l-Karnain », in Encyclopédie de l'Islam, Leide,
Brill - Paris, Picard, v. 1 (1913), 987-88 “So che hai fatto crescere le corna sulla
mia testa affinché io possa con queste rovesciare gli imperi del mondo”.
138 Charles de la Roncière, La Découverte de l’Afrique au Moyen-Age.
Cartographes et explorateurs, Le Caire, Imprimerie de l'Institut français
d'archéologie orientale, vol. 1, 1925, p. 74.
139 Le fonti testuali esplicitamente nominate da Mauro sono compendiate in
Cattaneo, Fra' Mauro's, pp. 363-376.
140 Si fa qui riferimento all'edizione Bracciolini, De l'Inde, p. 78: “Hunc ego
audiendi cupidus (multa enim ab eo iam dicta praesenseram cognitione
digna), et in doctissimorum virorum coetu, et domi meae percunctatus sum
diligenter plurima, quae operae pretium visum est, un memoriae et litteris
traderentur. Nam de itinere ad tam remotas gentes, di Indorum situ ac
moribus, variis praeterea animantibus atque arboribus, tum de aromatibus,
quo in loco quaeque nascantur, scite graviterque disseruit, ut non fingere, sed
vera appareret”; a questa edizione si rinvia per la bibliografia su de Conti.
141 Le relazioni tra il testo del mappamondo e il Milione sono analizzate nel
dettaglio in Falchetta, Fra' Mauro's, pp. 61-80.
142 Sull'importanza della riscoperta della Geographia di Tolomeo e della
sua diffusione nel mondo cristiano-latino del primo Quattrocento si veda il
fondamentale lavoro di Gautier-Dalché, La géographie de Ptolémée en Occident.
143 Scrive ad esempio Milanesi: “L’enorme mappaemundi di Fra' Mauro è
un monumento alla impossibilità di integrare quella di Tolomeo con le altre
immagini dell’ecumene, e insieme alla impossibilità di evitare di misurarsi
con la sua opera ad ogni passo”, Milanesi, La cartografia italiana, p. 24; per
contro, vi è chi sostiene che il mappamondo rappresenta, da una parte, “une
critique des discours vains des géographes [Tolomeo compreso], mais, de
l'autre, l'intégration de ces discours dans la carte même», Gautier-Dalché,
Pour une histoire du regard, p. 97.
144 “Nota che Tolomeo | uoiando descriuer | taprobana à des|crito solam(en)
te | sayla(m)”.
145 “Nota che to|lomeo mete algune pro|uincie in questa asia | çoè albania.
iberia. bac|triana. paropanisades. dra|giana Arachosia. Gedrosia. et | oltra
ganges. le Sine. de le qual | tute no(n) ne faço nota. p(er)ché sono | ca(m)biati
e corropti queli nomi. | p(er)hò può bastar che ho nota|do altre p(ro)ui(n)cie
de le | qual tolomeo no(n) | ne p(ar)la”.
146 “ Questa proui(n)cia de p(er)sia come | altroue ho dito è diuisa i(n) 8
reg(n)i | e dilata molto più i suo (con)fini de | quel descriue tolomeo. el qual
| li dà poco confin”.
147 “da questa proui(n)cia seri|ca in çoso tholomeo fa ter|ra ignota”.
148 “Questo colfo el qual | tolomeo no(n) mete ha piusor | nomi. e fi dito.
lubech. pru|sico. sarmatico. germani|co. e p(er)ché questo ultimo | nome è
più chiaro. p(er)ò | ho notado colfo ger|manico”.
149 “Parme che tolomeo ne la q(u)ar|ta taola de europa nomina q(ue)sta |

123
sca(n)dinaria e dice che’l à 18 hore | de zorno unde me meraueio che | q(ue)
sta li sia sta’ nota e tuta | questa p(ar)te de norue|gia e suetia li sia | sta’ ig(n)
ota”.
150 “Il nostro scopo attuale è di comporre una carta dell'ecumene il più
possibile proporzionale all'ecumene reale. Ma per cominciare riteniamo che
sia necessario affermare con chiarezza che il primo passo in un procedimento
di questo genere è la ricerca sistematica che metta insieme il maggior numero
di conoscenze riferite dalle genti con quanto scientificamente appreso
da chi ha viaggiato nei singoli paesi, e che l'indagine e l'elaborazione è in
parte oggetto delle misurazioni e in parte dell'osservazione astronomica […]
L'osservazione astronomica è cosa che si regola da sé ed è meno soggetta
all'errore, mentre la misurazione è rozza e incompleta senza l'osservazione
astronomica. Innanzitutto in ambedue le procedure la prima cosa è avere per
certa la direzione assoluta dell'intervallo tra due località date, in quanto è
necessario conoscere non soltanto quanto è lontano un certo luogo, ma anche
in quale direzione è, vale a dire verso nord, verso est o in qualche direzione
intermedia. Ma non si può avere una misurazione accurata con questo solo
metodo...”; trad. it. basata sull'edizione latina Venezia 1511 della Geographia.
151 Qui Fra' Mauro si riferisce senza dubbio al capitolo quinto del primo libro
della Geographia; cfr. Ptolemy’s Geography, p. 62.
152 “Perché sono molti cosmographi e doctissimi | homeni i qual scriueno
che in q(ue)sta affrica. ma|xime ne le mauritanie esserui molti mo(n)struo|si
homeni e a(n)i(m)ali. p(ar)me neccessario q(ui) notar el parer mio. no(n) |
p(er)hò che io uogli (con)tradir a le autorità de ta(n)ti ma p(er) dir la dilige(n)
tia ho | habuta i(n) inq(ui)rir tute le nouità se à possudo i(n)uestiga(r) p(er)
molti anni de | q(ue)sta affrica come(n)ça(n)do da libia barbaria e tute le
mauritanie p(er)fina al | fiume daloro a da i 7 mo(n)ti at(ra)uerso p(er) t(er)ra
de neg(r)i oltra el p(r)imo clima e de | soto co(m)me(n)ça(n)do da binimagra
marocho. fessa, siçilme(n)sa e p(er) quela costiera | de mo(n)ti e uerso el
garbi(n). p(er) garama(n)tia. sarama(n)tia. almaona. benichileb. cetoschamar
| e dolca(r)mi(n) e dafur. e più u(er)so l’ostro p(er) el Reg(n)o de goçam e u(er)
so la ethyopia austral. e | i(n) abassia e ne li suo Regni. che sono. barara. saba.
hamara. e più de soto u(er)so | nuba p(er) el reg(n)o de organa e p(er) l’i(n)
sula meroes. e p(er) tuti q(ue)li reg(n)i de negri. no(n) <tr>oui | mai alguno
me ne sapesse dar auiso de q(ue)lo io t(r)ouo sc(r)ipto da q(ue)li. | vnde no(n)
ne sapia(n)do altro no(n) ne posso testificar. lasso | a çerchar a q(ue)li che
sono curiosi de intender tal nouitade”.
153 “CIrca la diuision de la terra çoè de la affrica da l’a|sia e similiter de
la europa da l’asia ne trouo apresso | cosmographi et istoriographi diuerse
opinio(n) de le | qual se poria parlar diffusamente. ma per esser materia |
tediosa. a demorar i(n) q(ue)sta controuersia. farò qui un poco de no|ta de le
opinio(n) de questi e q(ue)lo se de’ tignir. lasserò eleçer ai pru|denti. Alguni
ch(e) siegue ⌐li¬ antichi di quali son. Messala. orator | che sc(r)iue la p(ro)
genie de. otauian augusto. e po(m)ponio mela e q(ue)li che’l | siegue uuol che’l
nilo diuida l’asia da l’affrica. el thanai la euro|pa. Alguni dice che tolomeo
uuol che q(ue)la costa de mo(n)ti de arabia. | che sono da ladi de nubia e
tirano p(er) abassia e oltra q(ue)la ethyopia | austral. faça la diuisio(n) de
l’affrica. Alguni çoè i a(uto)ri moderni ueda(n)do | che q(ue)sta diuisio(n) de
l’affrica o p(er) el fiume nilo o p(er) queli mo(n)ti fa l’affrica tro|po picola fano
alt(r)a diuisio(n). e dice che’l mar rosso ouer sino arabico diuide | q(ue)sta
affrica. Ite(m) ueda(n)do che’l fiume edil el q(u)al intra nel mar chaspio e uien
| de più al dreto de uerso tramo(n)tana cha’l fiume thanai dicono che q(ue)sto

124
| fiume diuide meglio la europa da l’asia. e q(ue)sta ultima opinio(n) par |
che sia ap(er)ta. et più manifesta et habi me(n) bisogno de linea imagina|ria.
chome par che uoiano q(ue)li che fano le p(r)ime diuisio(n). Vnde | co(n)
forto q(ue)li che uedeno questa opera che no(n) uogli tropo occu|parse i(n)
desputar questa diuision non esse(n)do molto neccessa|ria ma tegna quelo li
par più rasoneuele e approbabile | e quanto a l’ochio e quanto a l’intel|leto.
no(n) de men io ricordo esser lau|deuele acostarse a la autorità | de li più
autenci”.
154 “Del nu(mer)o de le p(ro)ui(n)cie del mo(n)do no(n) troui mai algu(n)
cosmographo aco(r)|darse. e questo p(er)ché tuti hano abuto diue(r)sa
information e chi più | e chi mancho. p(er)hò no(n) dico qui el parer mio.
ho però notado | quasi p(er) tuto et(iam) ne i luogi minimi uno .p. in luogo
de proui(n)cia. solo | per dar forma ad descriuer de le region e diuersità de
populi. Ma a q(ue)li | che no(n) li piace tal nota. oltra quele che son notade da
tolomeo i(n) luo|go de p(ro)ui(n)cie e’l resto i(n)te(n)di ouer tal populi ouer
tal regio(n). e se qui no(n) | son posti tuti q(ue)li nomi de le p(ro)ui(n)cie che
mete tolomeo le q(u)al seco(n)do lui | sono 94 i(n)tendi che nì tuto ho possudo
meter. nì anche seruar | hi suo p(ro)p(r)i nomi che al presente sono ca(m)
biati. credo però soto | altri nomi hauer posto tute le sue et ancora algune
altre | che a lui no(n) sono sta’ note. Similiter de q(ue)sta circu(m)fere(n)tia
trou<o> | uarie opinio(n). p(er)hò no(n) è possibile uerificarla benché el se
dica ch(e) | la sia 22500 ouer 24000 ouer più ouer ma(n)co s(econd)o diuersa
co(n)si|deratio(n) ouer opinion ch’è no(n) molto aute(n)tica p(er) no(n) esser
expe|rime(n)tada. e benché in diue(r)si te(m)pi alguni habiano naui|gato ne
le parte austral e de septe(n)trion. no(n) di me(n) non | hano habuto te(m)
po de mesurar ouer pur co(n)siderar | q(ue)sta dista(n)tia. p(er)ché el suo
nauegar è stato casual e no<n> | determinato a tal nauigatio(n). P(er)hò a
l’eterno dio | lasso la mesura de la sua opera la qual lui solo | intende a
ponto. | no(n) de men | de q(ue)sta ma|teria se ne | parlerà | nel luogo |
debito”.
155 Sul rapporto che Fra' Mauro intrattiene con Tolomeo vedi anche, pur con
qualche riserva, Iwanczak, Entre l’espace ptolémaïque et l’empire.
156 Vedi nota 104.
157 Modena, Biblioteca Estense, C. G. A. 1; cfr. Milano (a cura di), Il
mappamondo catalano estense.
158 New York, American Geographical Society; cfr. Destombes, Mappemondes,
pp. 210-11.
159 Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Port. 1; cfr. Destombes,
Mappemondes, pp. 222-23.
160 Vedi la nota *149: “e i diti [Portoghesi] hano fato nuoue carte de quel
nauegar e hano posto | nomi nuoui a fiumere colfi caui porti [dell’Africa
atlantica] di q(u)al ne ho habuto copia”.
161 Vedi la nota *98: “tuto questo desegno da sayto in suso io l’ò ha|buto da
queli proprii che sono nasudi qui |5| che sono stà religiosi i qual cu(m) le
suo man | me hano desegnato tute q(ue)ste p(ro)ui(n)cie | e citade e fiumi e
mo(n)ti cu(m) li | suo nomi”.
162 Sul collo della pergamena si legge la sottoscrizione seguente: “Andrea
biancho venician comito de galia mi fexe a londra M CCCC XXXX VIII”
[Andrea Bianco veneziano, comito di galea, mi fece a Londra nel 1448].
163 “Questa è de qua dal fora | ne l’arminia mezana per|fina a hi termeni de
capa|doçia el fiol de charailuch | ne è signor ”.
164 Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 1950.

125
165 Vedi <http://act.rsmas.miami.edu/science/>.
166 “E nell'altura ebbono vista di tre altre isole grandi, delle quali l'una non
se avedemmo che ne rimaneva sotto vento dalla parte di tramontana, e le altre
due erano in dromo dell'altra alla via d'ostro […] In dromo di questo capo in
mare sono due isolette […] si levò l'armata con vento da tramontana a terra
via, e andò in dromo del castello del Diu”; Ramusio, ed. Milanesi, passim.
167 “Eudoxus quidam, avorum nostrorum temporibus, cum Lathyrum regem
Alexandriae profugeret, Arabico sinu egressus per hoc pelagus, ut Nepos
affirmat, Gades usque pervectus est”; cfr. Mela, Chorographia, III.94-97, p. 170.
168 Minneapolis, James Ford Bell Library, B1424mPi.
169 Ramusio, ed. Milanesi, vol. 4, p. 62.
170 Zeno, De i commentarii.
171 Ovidio, Metamorfosi, libro II, vv. 254-255;.
172 “Nilus habet nomen, qui drizzat in aequora septem / undantes rivos, nec
quo nascantur in orbe / scitur Aristotolo, Piatone aliisque pedantis, / qui sua
de innumeris scripsere volumina frappis”; Folengo, Baldus, XXIII, 73-76.
173 Flavio Giuseppe, Antiquitates judaicae, v. I, 39.
174 Genesi, 2.13.
175 Su tale “spostamento” si veda Francesc Relaño, Paradise in Africa.
176 Erodoto, Le storie, II.3.1-2.
177 “Il Nilo il qual nasce da incerte fonti va per luoghi deserti ed ardenti
camminando un grandissimo spazio di lunghezza e solamente per fama è
conosciuto senza guerre, le quali trovarono tutte le altre parti del mondo. Ma
per quanto poté investigare il re Giuba il Nilo ha l'origin sua in un monte della
Mauritania Inferiore poco discosto dal mare, stagnando subito in un lago che
si chiama Nilide. Quivi si trovano pesci alabeti, coracini, siluri. Ed eziandio
il crocodilo che per questa ragione a Cesárea nel tempio d'Iside dedicato si
vede anche oggidì. Oltra di ció s'è osservato che come le nevi e le piogge son
grandi nella Mauritania cosí cresce il Nilo. Uscendo egli dunque di questo
lago si sdegna passare per luoghi arenosi e deserti e cosí entra sotterra per
alcune giornate di cammino. Esce dipoi formando un altro lago maggiore nel
paese de Massesili della Mauritania Cesariese, quasi spia ove sieno raunanze
di uomini per manifestarsi co' medesimi argomenti degli animali Di nuovo
ricevuto dall'arene, s'asconde un'altra volta per venti giornate ne' deserti
infino a' prossimi Etiopi: e come da capo sente uomini essere sopra la terra,
salta fuora per quel fonte, com'è verisimile, che si chiama Nigro. Partendo poi
l'Africa da l'Etiopia, sebben non così subito, scorre per popoli, nondimeno
frequentato da fiere e bestie”; Plinio, V, 51-53: “Nilus incertis ortus fontibus,
ut per deserta et ardentia et inmenso longitudinis spatio ambulans famaque
tantum inermi quaesitus sine bellis, quae ceteras omnes terras invenere,
originem, ut Iuba rex potuit exquirere, in monte inferioris Mauretaniae non
procul oceano habet lacu protinus stagnante, quem vocant Nilidem. Ibi pisces
reperiuntur alabetae, coracini, siluri. crocodilus quoque inde ob argumentum
hoc Caesareae in Iseo dicatus ab eo spectatur hodie. praeterea observatum
est, prout in Mauretania nives imbresve satiaverint, ita Nilum increscere. Ex
hoc lacu profusus indignatur fluere per harenosa et squalentia conditque se
aliquot dierum itinere, mox alio lacu maiore in Caesariensis Mauretaniae
gente Masaesylum erumpit et hominum coetus veluti circumspicit, isdem
animalium argumentis. Iterum harenis receptus conditur rursus XX dierum
desertis ad proximos Aethiopas atque, ubi iterum sensit hominem, prosilit,
fonte, ut verisimile est, illo quem Nigrim vocavere. Inde Africam ab Aethiopia
dispescens, etiamsi non protinus populis, feris tamen et beluis frequens

126
silvarumque opifex, medios Aethiopas secat, cognominatus Astapus, quod
illarum gentium lingua significat aquam e tenebris profluentem. Insulas ita
innumeras spargit quasdamque tam vastae magnitudinis, quamquam rapida
celeritate, ut tamen dierum V cursu, non breviore, transvolet, circa clarissimam
earum Meroen Astabores laevo alveo dictus, hoc est ramus aquae venientis e
tenebris, dextra vera Astosapes, quod lateris significationem adicit, nec ante
Nilus quam se totum aquis rursus concordibus iunxit, sic quoque etiamnum
Giris ante nominatus per aliquot milia et in totum Homero Aegyptus aliisque
Triton”.
178 Biblioteca Vaticana, Ms. Vat. Lat. 1960.
179 Parma, Biblioteca Palatina, Ms. 1612.
180 Paris, Bibliothèque Nationale, Rés. Ge. AA 566.
181 Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ms. Gaddi Rel. 9.
182 Del tutto indebita appare perciò la lettura di Relaño, The Shaping of Africa,
p. 199.
183 Ethiopian Itineraries, cit., p. 197.
184 Solino, Polyhistor, cap. XXXIII.
185 Nella carta del Nilo pubblicata nell’Atlante Veneto (1692), Vincenzo
Coronelli segna ancora un ramo occidentale del Nilo, che chiama Nubia;
con evidente riferimento alla teoria classica, egli lo fa nascere da una palude
centroafricana, lo fa confluire nel Nilo all’incongrua latitudine di 22° Nord
all’incirca, e scrive: “Quivi il fiume Nubia si nasconde sotto terra qual ha la
sua origine dalla Pallude Nubia”.
186 Bunbury, History of Ancient Geography, v. 2, p. 347.
187 Sulla confusione che le fonti etiopiche fanno tra Nilo Bianco, Nilo Azzurro
e Tekeze anche in epoca posteriore cfr. Ethiopian Itineraries, p. 90.
188 Zurla, Il mappamondo, p. 151.
189 Genesi, 1.9: “Dixit vero Deus congregentur aquae quae sub caelo sunt in
locum unum et appareat arida factumque est ita”.
190 Mittarelli, Bibliotheca, cit.; Merolla, La biblioteca, cit.
191 Genesi, 1.1.
192 “Et vocavit, inquit [la Genesi], firmamentum coelum, hoc quod videtur.
Et quomodo, inquies, volunt aliqui, factos multos caelos? non ex divina
Scriptura hoc dicerunt, sed ex suis ratiociniis hoc inferunt”; così Giovanni
Crisostomo nella quarta delle sue Homiliae 9 in Genesim. Cfr. Patrologia Graeca,
vol. 53, p. 42.
193 Sulla designazione dei cieli in Basilio si veda, in particolare, la sua terza
Homilia in Hexaemeron (De Firmamento), in Patrologia Graeca, vol. 29, pp. 51-78.
194 Vedi ad esempio la critica di Dante (Convivio, II.III), che sottolinea la
contraddizione tra quanto Aristotele aveva supposto nel De caelo, ovvero
la molteplicità dei cieli, e quanto aveva invece scritto sull’unicità del cielo
nella Metaphysica; Robert Grosseteste da parte sua scriveva: “Nullus potest
de numero celorum aut eorum motibus aut motoribus aut ipsorum naturis
aliquid certum profiteri”; per questa citazione e per una trattazione più ampia
del tema cfr. Grant, Planets, Stars, and Orbs, pp. 271-75.
195 “Ma basilio (et) damasceno che’l siegue di|chono esser molti cieli ma
questa diuersità è più nela uoce che ne la chos{s}a. cioè nel modo del |
significar che nel signficato”.
196 “la superior regio(n) del fuogo. nominando quel ciel igneo. ma la inferior
region cie|lo olimpo che uol dir tuto lucido. Ma la supra⌐ma¬ regio(n) de
l’aiere l’ae nominado cielo |35| ethereo. per la i(n)flamatio(n). e la inferior
regio(n). cielo aereo”; Fra' Mauro si riferisce al De Universo di Rabano Mauro,

127
opera composta verso la metà del IX secolo, il cui nono capitolo tratta del cielo
e degli elementi; cfr.: Patrologia Latina, vol. 111, coll. 258-284.
197 Grant, Planets, p. 434.
198 Ovvero, “ciascuna di queste miglia misura 400 cubiti”.
199 Falchetta, The Portolan of Michael of Rhodes, pp. 193-210.
200 Le diverse teorie e conoscenze dall'età classica al principio dell'epoca
moderna sono presentate e ampiamente commentate in Almagià, La dottrina
della marea.
201 Tolomeo, Tetrabiblos, I.4.2, p. 33.
202 Almagià, La dottrina della marea, pp. 396 segg.
203 L'operetta è pubblicata in Prisciano, Prisciani Lydi quae extant; il capitolo
che tratta delle maree e di Posidonio è alle pp. 69-76; vedi inoltre Posidonio
Rodio, Testimonianze e frammenti, A139, pp. 149-59.
204 “Secondo Posidonio i venti sono mossi dalla luna e da essi sono mossi
i mari, nei quali si verificano i suddetti fenomeni [le maree]”; Posidonio,
Testimonianze, A134, p. 141.
205 Aristotele, De caelo, II.4.287.a-b: “Se infatti l’acqua circonda la terra, e
l’aria l’acqua, e il fuoco l’aria, e anche i corpi superiori hanno disposizione
analoga […] e la superficie dell’acqua è sferica, e ciò che è continuo ad un
corpo sferico, o che giace tutt’intorno ad un corpo sferico, è di necessità
anch’esso tale, anche per questo motivo è evidente che il cielo sarà sferico”.
206 “fundasti terram super stabilitatem suam non inclinabitur in saeculum
saeculi, abyssus sicut vestimentum amictus eius super montes stabunt aquae
ab increpatione tua fugient a voce tonitrui tui formidabunt, ascendunt montes
et descendunt campi in locum quem fundasti eis, terminum posuisti quem
non transgredientur neque convertentur operire terram”; Salmi, 104-5-9
(Vulgata, 103.5-9).
207 “Dixit vero Deus congregentur aquae quae sub caelo sunt in locum unum
et appareat arida factumque est ita.”Genesi, 1.9.
208 “Alia est regio inferior ubi habitant aves et bestie... Nam aqua non
circumdat totam terram, sed partem unam dimittit discopertam per animalium
habitatione. Quia una pars terre est minus gravis et ponderosa quam alia.
Et ideo illa est altior et a centro mundi magis elevata”; Pierre d'Ailly, Ymago
mundi, v. 1, p. 184.
209 Su questa, si veda Marcon, Il mappamondo di fra’ Mauro e il miniatore
Leonardo Bellini, pp. 103-08; Marcon., Leonardo Bellini and Fra' Mauro's World
Map, pp. 135-169. Si vedano inoltre Scafi, Il Paradiso Terrestre di Fra' Mauro, pp.
411-419; Scafi, Mapping Eden, pp. 51-69; Cattaneo, God in His World, pp. 97-102;
Cattaneo, Fra' Mauro's, pp. 131-158.
210 “plantaverat autem Dominus Deus paradisum voluptatis a principio in
quo posuit hominem quem formaverat produxitque Dominus Deus de humo
omne lignum pulchrum visu et ad vescendum suave lignum etiam vitae in
medio paradisi lignumque scientiae boni et mali et fluvius egrediebatur de
loco voluptatis ad inrigandum paradisum qui inde dividitur in quattuor
capita; nomen uni Phison ipse est qui circuit omnem terram Evilat ubi nascitur
aurum et aurum terrae illius optimum est ibique invenitur bdellium et lapis
onychinus ; et nomen fluvio secundo Geon ipse est qui circuit omnem terram
Aethiopiae ; nomen vero fluminis tertii Tigris ipse vadit contra Assyrios
fluvius autem quartus ipse est Eufrates”; Genesi, 2. 8-14.
211 Vedi ad esempio Ailly, Ymago mundi, cit. v. 2, p. 458: “Fons est in
paradiso ortum deliciarum irrigans et in quattuor flumina divisus. Est autem
Paradisus secundum Isidorum, Ioannem Damascenum, Bedam, Strabonem,

128
et Magistrum Historiarum locus amenissimus in partibus orientis longo terre
et maris tractu a nostro habitabili segregatus”; il “Magister historiarum” è
Petrus Comestor, detto “Manducator”, autore di una Historia scholastica (XII
sec.).
212 Sullo spostamento dell’Eden dalle estreme regioni orientali all’Africa
australe vedi Relano, Paradise, cit.
213 Dopo aver osservato che nessun autore greco o latino era mai riuscito
a indicare ove si trovasse quel luogo, se non per “autorità d'argomento”,
Colombo riteneva che i quattro fiumi che aveva avvistato nel Golfo di Paria
(in realtà, le foci dell'Orinoco), fossero proprio i quattro fiumi dei quali
parlavano le Scritture, e che fosse perciò quella la sede del Paradiso Terrestre:
“Questi sono grandi indizi del Paradiso Terrestre, perché il luogo è conforme
all'opinione di questi santi e sacri teologi. E ugualmente i segni sono assai
corrispondenti”; Colombo, Relazioni e lettere, t. I, p. 89.
214 “Perciò nessuno vieta d’intendere il paradiso come la vita dei beati, i suoi
quattro fiumi come le quattro virtù della prudenza, fortezza, temperanza e
giustizia, i suoi alberi come tutte le scienze utili, frutti degli alberi come il
comportamento dei giusti, l’albero della vita come la sapienza stessa, madre
di tutte le cose buone, e l’albero della scienza del bene e del male come il
cimento della trasgressione del comandamento”; Agostino, De civitate Dei,
13.21, p. 567.
215 Beda, Hexaemeron, coll. 43-47: “nonnulli volunt quod in orientali parte
orbis terrarum sit locus paradisi, quamvis longissimo interjacente spatio, vel
Oceani vel terrarum, a cunctis regionibus quas nunc humanun genus incolit
secretum”.
216 Genesi, 3, 21-23.
217 Ibid., 5, 24.
218 Re 2, 2, 11.
219 Euclide, Elementa, XII.2, p. 931.
220 Ibid., V.16, p. 334.
221 Si fa qui riferimento all'edizione teubneriana del Commentarium, pp. 571-
641.
222 Zurla, Il mappamondo, p. 150.
223 Un'ampia area dell'Europa intorno a Venezia è deteriorata al punto da
rendere illeggibili molte iscrizioni.
224 Per questo particolare aspetto relativo all'impiego della prima persona vedi
Gautier-Dalché, Weltdarstellung und Selbsterfahrung; Falchetta, Fra' Mauro's, pp.
119-122; Cattaneo, Fra' Mauro's, pp. 268-274.

129
BiBliografia delle opere citate
Manoscritti

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Fondo S. Gregorio, ms. 607, Miscellanea
Fondo S. Gregorio, ms. 613, Miscellanea

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Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale


Ms. Magl. XIII.84: Alessandro Zorzi, Miscellanea geografica, vol. IV
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Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana


Ms. Gaddi Rel. 9: Atlante Mediceo, sec. XV1

Lisbona, Lisbona, Arquivo Nacional da Torre do Tombo


Chancelaria de D. Alfonso, Livro I

Milano, Biblioteca Ambrosiana


Ms. F260 Inf.: Andrea Bianco, Carta nautica, 1448

Minneapolis, James Ford Bell Library


B1424mPi: Zuenne Pizzigano, Carta nautica, 1424

Modena, Biblioteca Estense


C. G. A. 1: Mappamondo catalano estense, ca. 1450

New York, American Geographical Society Library


Rare Maps (3, East): Giovanni Leardo, Mappamondo, ca. 1453

Paris, Bibliothèque Nationale


Rés. Ge. AA 566 : Mecia de Viladestes, Carta nautica, 1413

Parma, Biblioteca Palatina


Ms. 1612: Francesco e Domenico Pizigano, Carta nautica, 1367

Roma, Archivio di Stato


San Gregorio al Celio (inv. 25/II, n. 9), n. 63: Libro di entrata e uscita di
San Michele di Murano (1453-1460)

Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana


Ms. It. IV, 590 (=5398), parte II: Marco Corner, Scrittura sull’escavazione

131
della Brenta
Mss. It. VII, 17-18 (=8306-8307): Mauro Capellari, Campidoglio Veneto,
vol. III-IV
Ms. It. IX, 92 (=3828): Pietro Dolfin, Epistolario
Archivio della Biblioteca: Governo Italico, busta 27 febbraio 1806 – 24
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Venezia, Archivio di Stato


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141
Il Mappamondo
trascrizione del testo
Avvertenza

La presente trascrizione interviene a più di cinquant’anni di


distanza dalla pionieristica edizione integrale del Mappamondo,
curata nel 1956 dall’allora direttrice della Biblioteca Marciana, Tullia
Gasparrini Leporace, e a pochi da quella curata da Piero Falchetta
nel 2006. La prima trascrizione denunciava esplicitamente, ma
in modo generico, le molte difficoltà incontrate, e si limitava a
indicare nello specifico solamente quelle dovute al deterioramento
della superficie del Mappamondo in corrispondenza delle regioni
dell’Europa, le quali risultano gravemente usurate dal contatto delle
molte mani che vi si appoggiarono nel corso del tempo per indicare
innanzitutto Venezia (epicentro dell’area più rovinata) nonché altri
luoghi del continente europeo. La trascrizione odierna, che si è
avvalsa innanzitutto di riproduzioni digitali ad alta risoluzione,
riprese anche con luce ultravioletta e con luce radente, e inoltre di
puntuali riscontri sull’originale, intende ovviare almeno in parte
alle difficoltà e alle incertezze di quel primo ammirevole tentativo,
che ha costituito anche il riferimento principale per l’edizione del
2006. Quest’ultima era infatti intesa a verificare per prima cosa i
contenuti geografici dell’opera, e pur intervenendo in numerosi
luoghi a correzione e a integrazione del testo del 1956, non aveva
lo scopo primario di riformarlo.
Nel 2002 l’Istituto Poligrafico dello Stato pubblicava ancora una
ristampa dell’editio princeps, apparentemente identica a quella. In
realtà, vi sono rilevanti anche se non mai dichiarate differenze,
in quanto l’immagine che costituisce la riproduzione facsimilare
del Mappamondo nell’edizione 2002 è stata ripartita sì in 48 fogli,
come l’edizione 1956, ma secondo una mappatura diversa da
quella originale, cosicché il sistema delle coordinate utili a reperire
e individuare singoli toponimi e singole iscrizioni è del tutto
difforme da quello del 1956.
Una tale situazione ha fatto sì che per l’edizione presente si
preferisse restare fedeli all’ordinamento del 2006, più semplice e
intuitivo, corredato però anche del rinvio alla localizzazione per
tavole dell’editio princeps. Vi sono tuttavia alcune differenze rispetto
all’ordinamento del 2006, dovute principalmente alle correzioni e
alle integrazioni apportate; in tali casi si sono adottate le seguenti
indicazioni:
*0675 pelibe(n)g [n. d. (xx f 10)]: toponimo non dato (n. d.)
nell’edizione 1956, individuabile alle coordinate f 10 della tavola
xx della stessa edizione
*[1732bis] feno|sia [n. d. (XXVIII m 33)]: toponimo non dato nelle
due edizioni precedenti, localizzabile alle coordinate m 33 della
tavola xxviii
*[0723bis] narche [xx 113]: occorrenza alternativa di un toponimo
trascritto più volte nell’originale, indicizzato in modo univoco

145
nell’edizione 2006 e, nell’edizione 1956, al numero 113 della
trascrizione della tavola xx

Il criterio adottato per la trascrizione diplomatica è stato quello


della maggiore fedeltà possibile rispetto all’originale; in tal senso
sono da intepretare il rispetto della punteggiatura originaria e della
disomogeneità nell’impiego delle maiuscole, l’uso alterno di u per
v e viceversa, la parificazione di j a i ma con l’eccezione dell’iniziale
y per ysola, forma derivata dalla cartografia nautica del tempo, e
perciò, in quanto tipica e contestualmente significativa, degna di
segnalazione.
Accenti e apostrofo sono secondo l’uso moderno, mentre le
parentesi tonde (…) segnalano le parti integrate risultanti dallo
scioglimento di abbreviazioni; le barra verticale | indica i capoversi,
e la doppia barra verticale || il cambio di colonna nei pochi casi
di testo disposto su due colonne. Le parti di testo aggiunte in
calce alle note sono segnalate con _..._, mentre quelle apposte al
margine destro o sinistro di un’iscrizione sono indicate con »...» e
con «...«. Le mezze parentesi quadre alte ⌐ ... ¬ indicano testo scritto
nell’interlinea superiore, le graffe {...} il testo cassato, i tre punti ...
il testo illeggibile, il punto di domanda tra parentesi (?) una lettura
incerta, le parentesi uncinate <...> le integrazioni di testo caduto
per lacuna o altro motivo.

***

*0001 Mahal [iii 5]


*0002 Qui co|menza | el mar scuro [iii 11]
*0003 OCEANVS [iii 3]
*0004 Mahal isola habita per christiani ne la qual è uno |
archiuescouado. et in ladita se troua gran qua(n)|tità de ambra. e
i chorsari de questi mari ha|no suo reduto qui. e qui spaçano e in
deposi|to meteno le sue robarie. el luogo doue| habita el ueschouo
se chiama schoria(n) [iii 6]
*0005 chelue [iii 12]
*0006 Queste do isole sono habitade p(er) christiani. in una | de le
qual çoè in nebila habita le done ⌐ e¬ in l’altra dita | mangla habita
li lor homeni. i qual solamente tre | mesi de l’ano stano con le done
[iii 1]
*0007 maabase. [iii 14]
*0008 I(sola) staran [iii 4]
*0009 mac|da|sui [iii 8]
*0010 baraua [iii 7]
*0011 I(sola) nebila [iii 2]
*0012 Regno cha|ra [iii 9]
*0013 fl(ume) allech [iii 10]
*0014 Diab [iii 15]

146
*0015 Pro(uincia) dita lagia|na [iii 16]
*0016 Questa parte è chiamada | sacara idest man(n)a et abo(n)da
| de ogni bene, tra l’altre oro assai | etc(et). [iii 17]
*0017 Pocho lonçi da queste isole foreane | com(m)ença aparer
le tenebre, le qual q(u)i | olt(r)a q(ue)sto cauo no(n) impaçano i
nauega(n)ti [iv 1]
*0018 Diab. Questo è el | nome de la isola. [iv 3]
*0019 Circa hi ani del signor 1420 una naue ouer çoncho de india
discorse per una | trauersa per el mar de india a la uia de le isole
de hi homeni e de le done de fuo|ra dal cauo de diab e tra le isole
uerde e le oscuritade a la uia de ponente e de | garbin per 40
çornade non trouando mai altro che aiere e aqua e p(er) suo arbitrio
| iscorse 2000 mia e declinata la fortuna i fece suo |5| retorno in
çorni 70 fina al sopradito cauo de diab | e acostandose la naue a le
riue p(er) suo bisogno i ma|rinari uedeno uno ouo de uno oselo
nominato | chrocho el qual ouo era de la grandeça de una | bota
d’anfora. e la grandeça de l’oselo era tanta |10| che da uno piço de
l’ala a l’altro se dice esser 60 | passa. e co(n) gra(n) facillità lieua
uno elefante | e ogni altro gra(n)do a(n)i(m)al e fa gra(n) dano ali
habita(n)ti | del paexe et è uelocissimo nel suo uolar. [iv 6]
*0020 ETHYOPIA AVSTRAL [iv 7]
*0021 Ethyopia quasi | salvaça e meridional [iv 4]
*0022 Ethyopia quasi deserta | e montuosa. [iv 8]
*0023 Taprobana isola nobilissima la qual se dice uolta mia più de
4000 et è diui|sa in quatro regni. ne la qual se troua oro assai piper
ganfora legno aloe el | qual se chiama gala(m)bach e ha ⌐ odor¬ più
nobel sia al mondo e uendesse a peso d’oro | e qui nasce in arbori
uno fruto chiamado durian. è de grandeça de una raso|nevel
anguria e ha el scorço uerde e gropoloso come la pigna et ha
de(n)|5|tro ve fructi chadauno de gra(n)deça de una rasoneuel
pigna e chadauno de | questi ve fructi hano differente suauità de
sapor. e sono de(n)tro de colo(r) | paonaço e sono molto calidi. qui
se troua elefanti assai. e hi home|ni de questa isola sono de mior
condicion cha queli de le altre iso|le uicine. e sono formosi homeni
forti e çentil e boni astrologi | ma idolatri. sono anchora maçor de
statura cha queli che na|10|sceno in india. e li lor elefanti maçor de
queli de le indie. e queli de le indie maçor de queli che nasce nele
maurita|nie. e questo è per el suo optimo sito e bontà d’aiere. [vii 1]
*0024 Nota che le naue le qual nauegando per ostro | se lassa
acostar a le isole perse le corentie le por|tano a le tenebre et intrade
in quele per le sue | densità e anchor de quela de le aque le qual
son | molto¬ tegnente. conuien perir. [viii 1]
*0025 Quela tirada de isole che cençe el mar d’india come è
designato a la uia circular sono habitade | per diuerse qualità de
oseli. e i(n) questo mar se troua ambraca(n). e queli de là dicono
che’l nasce | in quele isole e che’l mar slauaçando quele el porti
poi co(n) le corentie nel mar indian e alt(r)i | crede quelo esser

147
sperma de balena. e nota che quando i naueganti uedeno li oseli
de le iso|le predite. pare(n)doli esser acostadi tropo a quele. se
delongano da esse p(er)ché oltra quele |5| sono le tenebre le qual
son tanto dense che le naue che se abatesse intrar i(n) quele | non
poria ni andar ni tornar indriedo. e questo se sa per experientia che
quele che | se hano abatude sono peride. [viii 2]
*0026 migi|do [ix 18]
*0027 Isola colombo. questa è abondante | d’oro et molto
marchadantescha e q(ui) | nasce peuere i(n) qua(n)tità et ha endego
fin | assai. e qui se troua lioni tuti negri e papa|ga’ bianchi co(n) i
pie’ e’l beco rosso. la çente de |5| questa isola sono de diuerse fede
çoè çudei | machometani e idolatri. Ite(m) in questo mar | de india
sono alguni pessi i qual siando incal|çadi da hi altri pessi grandi
intrano i(n) corpo | de suo mare. e passato quel p(er)icolo quela
|10| apre la bocha e queli eschono fuora. [viii 3]
*0028 Nota | de la | nobilis|sima iso|la de say|5|lan e de |
le sue mi|raueie. || Saylan isola nobillissima volta mia circa
3000 richissima d’oro e d’arçento e diuerse | piere pretiose e
specialmente de rubini. el re de questa isola se dice hauer uno
rubi(n) | el più bello che sia al mondo longo una spana grosso
come el braço splendidissi|mo e rubico(n)do sença alcuna macula.
In questa se dice esser un monte dito de adam | ne la sumità del
qual non pioue mai per la sua alteça né lì se sente uento. e a la
dita |5| sumità p(er) abreuiar el camin se ascende per vi catene
de ferro site nel mo(n)te una | a capo de l’altra per alexandro
magno. e in questa sumità se dice esser nel saxo la | forma del
pe’ dextro de adam ne la qual apar de molti rubini. e li habitanti |
affermano che Adam capitasse i(n) questo monte. e questa isola è
fertilissima | de tute cosse neccessarie a la uita humana. e qui se
uiue longissimame(n)te |10| per la bontà de l’aiere e perfetio(n) de
le aque. ancor q(ui) se troua assai elefanti. [viii 5]
*0029 Questi populi de | saila(m) comunam(en)|te sono dite sale
[viii 6]
*0030 mo(n)te de ada(m) [viii 7]
*0031 Duiamoal isola la qual è cauo de isole 1200⌐ 0¬ come apar
e testimonia queli che | nauega per quel mar. ne le qual nasce
porcelete assai e spendese per moneda. et in queste sono molte
nouità le qual se tase. e le dite isole score siroco | e maistro che
è quasi atrauerso del mar de india e p(er)hò le naue che na|uega
quel mar. schiua molto de acostarse per l’euidente pericolo [viii 8]
*0032 Isola de | Saylam [viii 9]
*0033 P(rouincia) beluri [viii 10]
*0034 Soffala. [ix 4]
*0035 fl(ume) icenser [ix 11]
*0036 I(sola) ma(n)gla [ix 2]
*0037 DIAB [ix 5]
*0038 Questa region fertilissima | è sta’ conquista’ nuouamente |

148
per el gra(n) re de abassia. circa | el 1430. [ix 12]
*0039 I(sola) cha(n)ci|bar [ix 3]
*0040 xe(n)giba(r) [ix 6]
*0041 I(sola) mahamar [ix 7]
*0042 migido [ix 14]
*0043 mogodisso [ix 13]
*0044 I(sola) termeli [ix 8]
*0045 MARE INDICVM [ix 15]
*0046 fl(ume) hilla [ix 20]
*0047 Qui muor questa | aqua [ix 21]
*0048 Le naue ouer çonchi che nauegano questo mar por|tano
quatro albori e, oltra de questi do’ che se puo’ | meter e leuar et
ha da 40 in 60 camerele p(er) i mar|chadanti e portano uno solo
timo(n). le qual naue|ga sença bossolo p(er)ché i portano uno
astrologo el | qual sta i(n) alto e separato e con l’astrolabio i(n) |5|
man dà ordene al nauegar [ix 16]
*0049 Nota che questo cauo de diab è separato da abassia | per
uno canal. el qual è circundado da uno ladi e | da l’altro de monti
altissimi e albori sì grandi | e spesi che i fano quel canal oscuro el
qual ne | la sua insidia fa uno çirolo pericoloso per |5| modo che
se naue se ne abatesse le perico|leria. [ix 17]
*0050 P(rouincia) ardade(n) [ix 22]
*0051 Nota che secondo el dir di marinari ex|perti de questo mar
indico ui sono iso|le 12600 fra habitade e non habita|de. ma le
habitade sono fertilissime [ix 23]
*0052 duiamoal | isola [ix 24]
*0053 Alguni autori sc(r)iue del mar d’india che’l sia serado come
un stagnon | e che’l mar occean no(n) li entri. ma solin uol che’l sia
occean e ch(e) q(ue)la p(ar)te austral | e del garbi(n) sia nauigabile.
et io affermo che algune naue açira e uol|ta quel cami(n). e questo
a(n)chor (con)ferma plinio qua(n)do el dice che al te(m)po | suo
do’ naue se mosse del mar de arabia e dice la cason la qual q(ui)
lasso |5| ma charge de spetie ziroe q(ue)le p(ar)te perfin in spagna
e a çibelter descar|gò. ancora facio afferma q(ue)sto. et simelme(n)
te hi exp(er)imentadori de | quel cami(n), ho(min)i de gra(n)
prudentia i qual co(n)corda co(n) queli autori [ix 26]
*0054 Cauo de dio(n)gul [ix 27]
*0055 isola ma|in [ix 28]
*0056 Ethyopia arenosa | e quasi abandonata [x 18]
*0057 De sopra el Regno de | abbassia è una çente fero|cissima e
ydolatra la qual | è separada da la abbassia p(er) una | fiumera
e p(er) mo(n)tagne a li passi de le q(u)al |5| I Re de abassia hano
fato forteçe gra(n)dissime | açoché q(ue)li populi no(n) possano
passa(r) e danifi|car el suo paese. Questi sono homeni fortis|simi¬e
de gra(n) statura e sono tributarii del | Presto Ia(n)ne Re de abassia.
e serueno al dito |10| de certo nu(mer)o de miara | de ho(min)i a
suo bisogni (et)c(et) [x 19]

149
*0058 P(rouincia) vaidi [x 6]
*0059 flume galla [x 12]
*0060 Abassia i(n) ethyo|pia [x 7]
*0061 flum(en) axo [x 13]
*0062 flume(n) xebe [x 20]
*0063 Su questo monte è | uno gra(n) lago e abba|die de sancti |
monaci [x 8]
*0064 fl(ume) Saimo|ti [x 14]
*0065 pro(uincia) | fatagar [x 9]
*0066 Qui el presto Ianne | fa ressidentia pri(n)|cipal [x 16]
*0067 f(lume) doco(n) [x 15]
*0068 Qui sta el le|gato e uica|rio del pat(ri)ar|cha [x 17]
*0069 Ethyopia [x 4]
*0070 lago çuua [x 5]
*0071 mons | anacha|bei [x 10]
*0072 mason. [x 32]
*0073 xiauala ouer | xiquala [x 11]
*0074 çiacla. [x 22]
*0075 Mo(n)s [x 40]
*0076 mo(n)s [x 41]
*0077 Se dice che presto Ia|ne ha più de 120 regni | soto el suo
dominio | di qual più de 60 | sono de diffe|5|rente lengue. |
e de tuto questo nu(mer)o zoè 120 | se dice che 72 sono potenti
signo|ri. el resto non è da far conto. [x 21]
*0078 ABASSIA [x 33]
*0079 El pia(n) de tich. [x 34]
*0080 REGNO | de saba [x 43]
*0081 Vuiçie [x 52]
*0082 pro(uincia) | haren [x 23]
*0083 Questo Re de aba|sia dito presto Ian(n)e | ha soto {el soto}
el suo domini⌐ o¬ | molti regni et è extimada | la sua pote(n)tia
gra(n)dissima p(er) |5| nu(mer)o de populi i q(u)al son q(u)asi i(n)
fi|niti. E questo Signo(r) qua(n)do el ua i(n) oste sem|pre ha siego
un milion de ho(min)i i qual uano | nudi i(n) bataia. saluo che
pur molti de lor | portano pelle de chocodrili fate in luo |10|go de
arme [x 24]
*0084 REGNO [x 35]
*0085 tich [x 36]
*0086 Barara [x 45]
*0087 ambanegst [x 46]
*0088 Sadai ouer saba. [x 47]
*0089 uateb [x 44]
*0090 In questa abassia ne li lor boschi è gra(n) qua(n)tità de miel
inta(n)to | che i no(n) cura de recolierlo e quando è el suo i(n)
uerno le pioçe | grandissime che slauaça queli arbori. quel miel
descore in | alguni p(ro)ximi lagi. e p(er) uirtù del sol quela aqua
deue(n)ta | come uin. e q(ue)li de lì beue de q(ue)la |5| i(n) luogo

150
de uin. [x 48]
*0091 masara [x 53]
*0092 Proui(n)cia hadia [x 26]
*0093 Qui muor questa | aqua. [x 27]
*0094 Amagie [ x 37]
*0095 badabedi [x 49]
*0096 ETHYOPIA OCCIDE(N)TAL [x 54]
*0097 fl(ume) vabi [x 28]
*0098 Perché ad alguni par da nuouo che io parli | de questa
parte meridional la qual quasi està | incognita a li antichi. perhò
io respondo ch(e) | tuto questo desegno da sayto in suso io l’ò
ha|buto da queli proprii che sono nasudi qui |5| che sono stà
religiosi i qual cu(m) le suo man | me hano desegnato tute q(ue)
ste p(ro)ui(n)cie | e citade e fiumi e mo(n)ti cu(m) li | suo nomi.
le qual tu|te cosse no(n) le ho poss|10|udo meter cu(m) el debi|to
ordine per | non esserui logo [x 30]
*0099 P(rouincia) DAVARO [x 29]
*0100 fl(ume) auasi [x 39]
*0101 P(rouincia) | FATAGAR [x 38]
*0102 Ambat [x 51]
*0103 hamara [x 50]
*0104 HA|MA|RA R(egn)o [x 55]
*0105 REG(N)O [x 56]
*0106 fl(ume) vua|cit [x 74]
*0107 Achiafed [ x 75]
*0108 El Re de ⌐ h¬amara | ha 20 re soto | el suo dominio [x 76]
*0109 P(rouincia) hadel [x 58]
*0110 hacdebach [x 57]
*0111 Reg(n)o Gogiani [x 91]
*0112 fl(ume) guaa [x 65]
*0113 Reg(n)o ifat [x 66]
*0114 Ifat [x 67]
*0115 lago. lela|beda [x 79]
*0116 Diginu [x 77]
*0117 HAMARA P(rouincia) [x 78]
*0118 Fonte ge|neth [x 92]
*0119 FONTE [x 93]
*0120 co(n)fin [x 69]
*0121 fl(ume) çeia [x 68]
*0122 çanegi [x 70]
*0123 Qui nasce | q(ue)sta aqua [x 81]
*0124 f(lume) Saph [x 80]
*0125 fl(ume) abaui [x 95]
*0126 monte abrui [x 96]
*0127 chiamul [x 94]
*0128 chranoch [x 59]
*0129 casali [x 61]

151
*0130 flu(me) cacherio [x 71]
*0131 fl(ume) chanfi [x 72]
*0132 flu(me) canfi [x 84]
*0133 p(rouincia) | dagu [x 82]
*0134 Questa aba|sia da i cos|mographi | fi dita agisimba [x 84]
*0135 REGNO [x 60]
*0136 p(rouincia) | adel [x 73]
*0137 vuaseli [x 86]
*0138 Questo mo(n)te | tie(n) el nome | de la proui(n)cia [x 87]
*0139 ABASSIA [x 85]
*0140 çiebelchamir [x 88]
*0141 zibu(n)dia. [x 97]
*0142 f(lume) Abaui. [x 98]
*0143 In questa cità real dita nadaber | predicò san matheo ap(osto)
lo e conuer|tì quel re egyppo ma da poi irtacho | che successe a lui
el fece morir. et | anchor qui era quel eunucho che |5| fo batiçà da
santo | phylippo apostolo [x 63]
*0144 nadaber [x 62]
*0145 Monte ma|rora [x 89]
*0146 P(rouincia) Salgu [x 84]
*0147 mo(n)te baiami(n)dre [x 99]
*0148 sofrala [x 64]
*0149 Molte opinio(n) e leture se trova che i(n) le parte meridional
l’aq(u)a | no(n) circunda questo n(ost)ro habitabile e temperado
çona. ma | aldando molte testimonia(n)çe i(n) contrario e maxime
q(ue)li i qual | la maiestà del Re de portogallo à mandato cu(m)
le suo carauele | a çerchar e ueder ad ochio. i qual dice hauer
circuito le spiaçe de |5| garbi(n) più de 2000 mia oltra el streto
de çibelter i(n)tanto che a uoler | seguir q(ue)l cami(n) hano (con)
uenuto dar la p(ro)da quarta d’ostro inuer sirocho | e p(er) suo
çudisio hano passato l’i(n)dromo de tunisto e q(ua)si son ço(n)ti
a q(ue)l d’alexa(n)|dria, p(er) tuto trouando bone spiaçe cu(m)
puoco fondo e nauegar assai bo(n) e se(m)pre | sença fortuna.
e i diti hano fato nuoue carte de quel nauegar e hano posto |10|
nomi nuoui a fiumere colfi caui porti. di q(u)al ne ho habuto copia.
unde se’l se uorà | (con)tradir a q(ue)sti i qual hano uisto ad ochio.
maçormente se porà no(n) assentir né creder a q(ue)li | che hano
lassato in scri⌐ p¬tis q(ue)lo hi non uete mai ad ochio. ma cusì hano
opinado esser. | Anchora io ho p(ar)lato cu(m) persona dig(n)a de
fede che afferma hauer scorso cu(m) una naue de i(n)dia | p(er)
rabia de fortuna de traversa p(er) zorni 40 fuora del mar d’i(n)dia
oltra el cauo de soffala |15| e de le i(n)sule uerde e q(u)i pur al
garbi(n) e al pone(n)te e p(er) lo arbitrar de i suo astrologi i q(u)al
son | lor guida i scorse circa 2000 mia. Vnde certamente el se può
affermar e cre|der cussì a questi come a queli i qual uien hauer
scorso mia 4000. Dice | ancora po(m)ponio mela nel terço libro
de la sua cosmographia | che uno hauea nome eudoxo el qual

152
“Diab”, l’isola che prefigura il Madagascar prima delle navigazioni portoghesi e della
circumnavigazione dell’Africa.

154
sca(m)pando Lathmin |20| Re de alexandria. usì del colfo arabico
e nauegò quela | parte austral. e uene fin a gades che al streto de
çi|bel terra | Adoncha sença alguna dubitatio(n) se può affermar
| che questa p(ar)te austral e de garbin si⌐ a¬ nauigabile e ch(e) |25|
quel mar indiano sia occeano e no(n) stagnon. e cusì | affermano
tuti queli che nauegano quel mar | e che habitano quele i(n)sule.
[xi 2]
*0150 Sachaelt [xi 5]
*0151 GOGIANI [xi 7]
*0152 Questa provincia dita benichileb è habitada da çe(n)|te
fortissima. e sono gra(n) populi e stano in grande forte|ça de
grosse aque de fiumi _e de monti_ i qual populi hano hi uol|ti
chome cagneschi. e questi no(n) poteno mai esser | sotomessi da
romani. [xi 8]
*0153 Dafur [xi 13]
*0154 OCEANVS [xi 14]
*0155 Benichileb. | questo nome è interpretado fiol | de can, p(er)
ché que | sti populi hano | i uolti cagnesci [xi 11]
*0156 TAPROBANA [xiv 2]
*0157 lago [xiii 4]
*0158 brimpe [xiii 1]
*0159 REGNO [xiii 5]
*0160 te(m)pio [xiii 7]
*0161 casali [xiii 6]
*0162 malit(us) [xiii 8]
*0163 fonte [xiii 14]
*0164 ciuitas | motta [xiii 16]
*0165 In questa nobel | ixola sono | quatro reg(n)i [xiii 15]
*0166 dabo | p(er) questa insula | sono molti te(m)|pi [xiii 9]
*0167 Reg(n)o [xiii 17]
*0168 REGNO [xiii 18]
*0169 fl(ume) azanu [xiii 19]
*0170 Questa i(n)|sula antiq(ui)s|simam(en)te | era nomina|ta
Simo(n)di. [xiii 22]
*0171 fonte [xiii 20]
*0172 populi | de lema [xiii 21]
*0173 lago [xiii 10]
*0174 populi de çella [xiii 11]
*0175 te(m)pio [xiii 23]
*0176 In questa se troua | auro et assai altre | notabilie. [xiii 24]
*0177 solii [xiii 12]
*0178 Bandan isola picola propi(n)qua a le tene|bre. ne la qual
nasce garofali assai. Item | lì se troua papaga’ tuti rossi. saluo i
piedi | e’l becho che son çali. [xiii 13]
*0179 Questi | populi de | la insula co|muname(n)te so|no
idolatri [xiii 27]
*0180 proba(n) [xiii 28]

155
*0181 MARE TAPROBANE [xiii 29]
*0182 REGNO [xiii 37]
*0183 banda(n) [xiii 30]
*0184 neturan. [xiii 31]
*0185 ciuitas scubach [xiii 39]
*0186 canpa(n)|gu [xiii 41]
*0187 tilis [xiii 32]
*0188 malleui. [xiii 40]
*0189 Sondai So(n)dai [xiii 33]
*0190 Ixola giaua mino(r). [xiii 35]
*0191 GIAVA [xiii 36]
*0192 ciuitas lema [xiii 25]
*0193 zampa [xiv 33]
*0194 mo(n)s | Sepergauan | sepergauan [xiv 12]
*0195 Isole lamuri. nauagari. e arii. q(ue)ste so|no habitade da
çente crudel i(n)domita | e idolat(r)a. e tap(ro)bana se guarda
co(n) q(ue)ste | griego. e garbin [xiv 8]
*0196 cotte | ciuitas [xiv 13]
*0197 P(rouincia) mi(n)ge(n) [xiv 14]
*0198 ni(n)ge(n) [xiv 16]
*0199 P(rouincia) bata|li [xiv 15]
*0200 batali [xiv 17]
*0201 Arii [ xiv 7]
*0202 Abapate(n) [ xiv 18]
*0203 SAYLAM [xiv 19]
*0204 nargilfa|ras [xiv 9]
*0205 Abapate(n) è isola picola ne la qual se pesca perle | gran
quantità le qual son perle oriental e | più nobile e bele se troui
in algun altro luo|go. e questa se guarda co(n) sailan ostro e |
tramontana. [xiv 20]
*0206 lamuri [xiv 35]
*0207 nauagari [xiv 10]
*0208 In questa ixola se dixe esser una aqua | ne la qual bagnando
el fero el se fa oro | e che li habitanti magna carne huma(n)a [xiv
36]
*0209 terre | senza muri | ouer casali [xiv 43]
*0210 P(rouincia) lach. [xiv 45]
*0211 zilem [xiv 42]
*0212 paiur [xiv 48]
*0213 Questa region | dita maha|bar fo çà di|uisa in ve | regni.
[xiv 46]
*0214 tempio de | abramani [xiv 47]
*0215 Nota che Tolomeo | uoiando descriuer | taprobana à
des|crito solam(en)te | sayla(m). [xiv 49]
*0216 andaman. [xiv 37]
*0217 milapur [xiv 51]
*0218 tuimi|li [xiv 50]

156
*0219 I(sola) Andama(n) [xiv 38]
*0220 Insula andama(n) in dromo de taprobana da leuante e
da po|nente de terra ferma. ⌐ e¬ i(n) dromo de paigu ostro e
tramontana. | la qual isola cu(m) i suo andamani uolta mia circa
500 (et) è habita’ | p(er) çente idolatra e sorteri e crudeli. e per
molti se dice esser uno | lago i(n) questa isola che meta(n)doli ferro
deue(n)ta oro. e q(ue)sto io dico |5| a satisfatio(n) del testimoniar
de molti. [xiv 39]
*0221 palie|chat [xiv 52]
*0222 pudipete(m) [xiv 54]
*0223 P(rouincia) mahaba(r) [xiv 53]
*0224 turmi|li. [xiv 55]
*0225 ci(uitas) çella [xiv 34]
*0226 pa⌐ i¬gu [xiv 69]
*0227 mutifili [xiv 57]
*0228 colutra [xiv 56]
*0229 anilur [xiv 58]
*0230 Questo çirolo q(ui) de | soto è molto perico|lo per i naueganti
[xiv 63]
*0231 gaua|sari [xiv 70]
*0232 telenge [xiv 90]
*0233 p(er)uxabat [xiv 91]
*0234 Isola siamo|tra ouer tap(ro)|bana. [xiv 62]
*0235 ches|mi [xiv 71]
*0236 colfo | de ori|ça [xiv 92]
*0237 P(rouincia) tele(n)|ge la gra(n)|da [xiv 93]
*0238 colfo de la|siauo [xiv 75]
*0239 martha|ban [xiv 72]
*0240 taua [xiv 73]
*0241 bachala [xiv 84]
*0242 Satgaua(n) [xiv 85]
*0243 Sonargaua(n) [xiv 81]
*0244 potgaua(n) [xiv 82]
*0245 Oriça. [xiv 83]
*0246 P(rouincia) oriça nel ma|cin [xiv 86]
*0247 fo(n)sur [xiv 74]
*0248 periema(n) [xiv 76]
*0249 In questi ⌐ lagi¬ ne i qual | non se tro(v)a fondi | se geta
la pol|ue(re) de i co(r)pi | arsi i(n) çare |5| d’oro po(r)ta|de da
di|uerse p(ar)te p(er) | abramani [xiv 87]
*0250 bingiron. [xiv 95]
*0251 deuletabet [xiv 94]
*0252 melacha [xiv 68]
*[0252bis] mela|cha [xiv 79]
*0253 çampa. [xiv 80]
*0254 P(rouincia) Bangala [xiv 78]
*0255 P(rouincia) Ban|gala in | macin [xiv 88]

157
*0256 paexe | ba(n)gala. [xiv 96]
*0257 India p(r)ima [xiv 97]
*0258 P(rouincia) del | maci(n). [xiv 89]
*0259 tana [xv 12]
*0260 chauo de eli [xv 14]
*0261 CHAVO DE | ELI. [xv 13]
*0262 dabel [xv 26]
*0263 P(rouincia) beliga|uan [xv 3]
*0264 in questo cauo de | chomari se perde | la tramontana [xv 5]
*0265 po(r)to | colo(m)bo [xv 4]
*0266 cholet [xv 17]
*0267 basli [xv 18]
*0268 anur [xv 19]
*0269 ma(n)glur [xv 20]
*0270 pachnur [xv 15]
*0271 In questo | colfo se | pesca perle. [xv 6]
*0272 Goazan|dapur [xv 16]
*0273 Sangbisari [xv 29]
*0274 P(rouincia) Rene|ri [xv 27]
*0275 Isola diu [xv 28]
*0276 cauo chora | ouer | cho|ma|ri [xv 7]
*0277 fenderena [xv 22]
*0278 P(rouincia) dita | chanara [xv 21]
*0279 cho(n)choni [xv 23]
*0280 Nota che per questi colfi in molti logi a certi tempi se pesca
perle | in gra(n) quantità de diuerse sorte. e altri te(m)pi non se ne
può troua(re) | p(er)hò alguni dicono che le fano passaço. Anchora
hi physici dico|no che p(er) queste marine de le indie se recoie
quel folio che se me|te ne la tiriacha el qual ⌐ è¬ più pretioso de
quelo che è fra ter(r)a [xv 30]
*0281 choma(r)i [xv 8]
*0282 Nota che queli che nauegano questo ma(r) | de india dice
che in questo cauo de cho|mari, el qual è qui a man çancha se |
perde la tramontana. ouer el polo | articho. e q(ue)sto se afferma
per tuti [xv 9]
*0283 balimuch [xv 33]
*0284 chail [xv 10]
*0285 MARE PERSICVM [xv 31]
*0286 COLFO DE {M} | MILIBAR [xv 11]
*0287 P(rouincia) | chanara [xv 47]
*0288 chuçi [xv 35]
*0289 colem [xv 34]
*0290 COLFO DE GV|ÇIRAT [xv 59]
*0291 Qui nasce | peuere [xv 36]
*0292 Sialiet [xv 38]
*0293 cholo|chut [xv 48]
*0294 Baruç [xv 49]

158
*0295 esma|chraz [xv 57]
*0296 Semenath [xv 58]
*0297 So(n)belech. [xv 68]
*0298 Isola hormus è molto calida | e marchada(n)tescha ne la
qual no(n) | pioue mai. è lo(n)çi da terra ferma | da la ba(n)da de
mogolista(n) mia 20 | e da la ba(n)da de misira mia 300 [xv 69]
*0299 cholu(n)gur [xv 37]
*0300 lago [xv 39]
*0301 Qui sono | molte simie [xv 50]
*0302 P(rouincia) Peutre. [xv 51]
*0303 ta(n)na [xv 61]
*0304 chesmir [xv 60]
*0305 P(rouincia) de ta(n)na [xv 62]
*0306 Mogolistan [xv 70]
*0307 palur [xv 40]
*0308 P(rouincia) Milibar [xv 43]
*0309 velsechota [xv 41]
*0310 tenua [xv 42]
*0311 Aberagier [ xv 54]
*0312 Questa | cità bise|negal gran|dissima po’ | far 900,000 |5|
homeni d’ar|me. [xv 52]
*0313 Goga. [xv 53]
*0314 TANNA [xv 63]
*0315 alia | alexan|dria | ouer | zampa [xv 71]
*0316 Qui sono serpe lo(n)ge | sete pie’ e con sete | teste. [xv 45]
*0317 Questa maxima citade dita bisenegal | la q(u)al è q(ui)
preso a ma(n) dextra ha vii ⌐ 6¬ cente de muri i qual | sono inserti
con alguni mo<n>ti e suolta cu(m) queli i(n)torno | mia 200 et è
diuisa da uno fiume li ua per meço et | una parte ch’è maçor è
dita bisenegal e l’alt(r)a anagu(n)di. (Et) i(n) q(ue)sta è uno |5| re
pote(n)tissimo el qual sta cu(m) gra(n) fausto e molto ordine nel
suo re|gno unde per mostrar la sua excelle(n)tia haue(n)do habuto
una | fiada gra(n) victoria e subiugado suoi inimici offerse | al
te(m)pio de la cità dita turmili la qual è de sopra | a man ça(n)cha
quatro pesi çoè ta(n)te çoie de di|10|uerse sorte, e tante p(er)le e
tanto | oro e tanto arçe(n)to | qua(n)to el pesaua [xv 46]
*0318 Questo | lago è lu|ta(n) da la ci|tà p(er) mia | 100 et ha |5|
una aq(u)a | opti|ma [xv 55]
*0319 calbe(r)ga [xv 56]
*0320 Combait [xv 64]
*0321 P(rouincia) de guçirat [xv 67]
*0322 Guçirat [xv 66]
*0323 P(rouincia) de | mogoli|stan [xv 72]
*0324 Questa | Prouincia | mogolista(n) | è soto el | regno |5| de
hor|moxa [xv 74]
*0325 isola hormoxa. Questa volta mia | 150 [xv 73]
*0326 In questo lago | è uno mo(n)te nel qual | se troua diama(n)

159
ti [xv 82]
*0327 GVÇIRAT [xv 88]
*0328 bahere(m) [xv 97]
*0329 Bisenegal. [xv 83]
*0330 anagu(n)|di [xv 84]
*0331 mo(n)s | mogo|listan [xv 89]
*0332 P(rouincia) | mogoli|stan [xv 99]
*0333 Qui p(er) | meço | cha|tif se pesca | perle [xv 100]
*0334 chatif [xv 101]
*0335 SINVS | PERSICVS [xv 98]
*0336 Sard⌐ o¬nis | mons [xv 85]
*0337 Dahar [xv 90]
*0338 betigo mo(n)s [xv 75]
*0339 Solta(n)fur [xv 92]
*0340 DESERTO [xv 94]
*0341 ASIA [xv 91]
*0342 chremani⌐ a¬ de|serta [xv 93]
*0343 chrema [xv 95]
*0344 Questo | mar de p(er)|sia fi an|cora dito car|manico
p(er)|5|ché la crema|nia ouer car|mania li co(n)|fina. [xv 103]
*0345 chu(m)baia [xv 104]
*0346 Siarperuxa [xv 86]
*0347 depalpor [xv 87]
*0348 La prouincia dita mogolistan posta qui de sopra | a man
dextra è in dromo de la isola dita hormus | la qual ha el suo uiuer
da la sopra dita prouin|cia mogolista(n) e questo per esser sterille
per | la grande siccità. unde no(n) li nasce nì her|5|ba nì arbori e
perhò non li può uiuer ani|mali saluo che galine per machame(n)to
| d’aque. et è necessario a queli che | habitano in quela. li sia porta’
l’aqua | cu(m) le altre cosse necessarie al |10| uiuer dal sopradito
luogo de | mogolistan. el qual è habun|dante e fertillissimo de
tute | cosse. e cu(m) suplimento proue| de a tute cosse oportune a
la |15| dita. e (con)uien che li habitanti sia|no potenti e richi perché
po|ueri per el charo uiuer no li po’ habitar. E qui capitano parte |
de le naue de india cu(m) le sue mar|chantie che sono perle piper
|20| çençero e altre specie in gra(n) | quantità. le qual poi sono |
condute de lì per la uia | de la balsera e da bagadat | çoè babilonia
de caldea per |25| el fiume tygris et eufrates et | p(er) mesopotamia
armenia capa|docia. e perfina al mar de ponto. | La cità principal
de la dita | isola tien el nome de l’iso|30|la çoè hormus. la qual
an|tichame(n)te fo edifi|cada per phylosophi [xv 96]
*0349 Alexandria. [ xv 77]
*0350 peligondi [xv 78]
*0351 Çuanapur [xv 79]
*0352 Ordirgiri [xv 80]
*0353 India prima [xv 81]
*0354 flume | anaxo [xvi 12]

160
*0355 El nilo nasce tra do’ | prouincie çoè marora e salgu | che è
in abassia e cola ço per una costiera | de uno monte altissimo dito
marora oue(r) | chamir e per granda assunança di riuoli |5| che
discore per q(ue)la costiera fina al pian fa iii | lagi e chi guarda da
la sumità de q(ue)l monte | non uede fiumera alguna nì altre aque
| acostaruise. la qual cossa dechiara che que|la aq(u)a esca del
ue(n)tre del p(re)dito mo(n)te. e poi |10| q(ue)li tre lagi fano uno
solo fiume e tira uerso | el polo nostro p(er)fina al mo(n)te dito
cubit|laua. e lì se affonda e passa per le ra|dise de q(ue)lo. e poi
tira a uno altro mo(n)|te che è ne la proui(n)cia de nuba. e lì |15|
caçe e se riuersa perfina al basso. | e poi p(er) i do’ sayti e p(er)
la p(ro)ui(n)cia del | fion che è i(n) egypto. lassando tebai|da a
l’orie(n)te descore al chaiero e | soto bulacho e satnuf se diuide
|20| i(n) do’. e una parte tira a roseto e a brul|lo diuida(n)dosse de
soto dal foa e | la isola da l’oro. e l’altra p(ar)te tira | a damiata e al
tenexe diuidan|dose dal me(n)sora e dal |25| minie e dal mi(n)çile
| e dal ramo che tira | a rosseto e al mar | e quel che ua al | me(n)
sora e damiata [xvi 13]
*0356 P(rouincia) sal|gu. | Qui | nasce | el nilo. [xvi 18]
*0357 Xixeira [xvi 4]
*0358 P(rouincia) | ADEL [xvi 5]
*0359 casali [xvi 6]
*0360 P(rouincia) | big [xvi 14]
*0361 bagamidre [xvi 19]
*0362 ciria [xvi 8]
*0363 zilla [xvi 7]
*0364 Ebereti|cheda [xvi 15]
*0365 Nota | che questo mo(n)|te muta el nome | seco(n)do le |
proui(n)cie [xvi 20]
*0366 muria [xvi 9]
*0367 Longagular. [xvi 10]
*0368 casali [xvi 16]
*0369 REGNO [xvi 17]
*0370 f(lume) late [xvi 22]
*0371 Vrguer [xvi 23]
*0372 f(lume) tagas [xvi 21]
*0373 odelchuri [xvi 1]
*0374 Arabi [ xvi 11]
*0375 fanidone [xvi 52]
*0376 P(rouincia) bugina [xvi 24]
*0377 P(rouincia) Saleth [xvi 25]
*0378 sochotra [xvi 2]
*0379 mogadesur. [xvi 34]
*0380 sirabi [xvi 44]
*0381 ABASSIA [xvi 45]
*0382 P(rouincia) duage [xvi 53]
*0383 nubi [xvi 54]

161
*0384 nubi. | nubi in ethy|opia [xvi 55]
*0385 Isola sochotra posta tra el mar de persia | e aden ma più
inuerso el mar rosso e pos|ta p(er) sirocho co(n)tra la boca del dito
mar. Hi | habitanti soleuano esser christiani e sono | nicromanti.
e con quel arte tuo’ e uende el |5| uento prospero a hi naueganti.
[xvi 26]
*0386 qui i(n) q(ue)sto | lago torni|ato da montagni | q(ue)ste
a(qu)e se retien | e mour [xvi 46]
*0387 P(rouincia) | tegre [xvi 56]
*0388 hacsum [xvi 57]
*0389 Credo che q(ui) molti se | meraueierà p(er)ché io | meto el
nascime(n)to del nilo. | ma certo si se mo|uerano cu(m) raxio(n)
et |5| uorano i(n)uestigar | q(uan)to ho fato mi e cu(m) | q(ue)la
dilige(n)tia che q(ui) dir | non posso, i uederano | che io {no(n)}
me mouo a |10| demostrar q(ue)sto p(er) evide(n)|tissime chiareçe
| ho habuto [xvi 58]
*0390 F(lume) | baraca [xvi 59]
*0391 MARE ARABI|CVM [xvi 28]
*0392 zabrit [xvi 47]
*0393 barba|ra. [xvi 49]
*0394 colfo | de calahat [xvi 29]
*0395 colfo de fordun [xvi 36]
*0396 here(m) [xvi 37]
*0397 colfo de dofar [xvi 38]
*0398 colfo de | scier [xvi 39]
*0399 Deuchali [xvi 35]
*0400 Lago gure|le [xvi 48]
*0401 Qui è oro [xvi 50]
*0402 Seraua [xvi 61]
*0403 Porte de fero | Con queste porte | se faraue el nilo andar |
per terra de | negri e po|5|cho in | egypto [xvi 60]
*0404 misira [xvi 30]
*0405 calahat [xvi 31]
*0406 Sen. [xvi 32]
*0407 Arabia sabea p(ro)ui(n)cia nobillis|sima ne la qual ⌐ nasce¬
mira cinamomo | e incenso e piere p(re)tiose e meta|li. e de questa
se dice uenisse | quela formosissima re|5|gina e sibila saba in |
ierusale(m) al te(m)|po de sala|mo(n) [xvi 33]
*0408 dofa(r) [xvi 40]
*0409 Scier [xvi 42]
*0410 Aden [ xvi 43]
*0411 Qui se pa|ga el da|tio [xvi 41]
*0412 stue(n)|di [xvi 51]
*0413 mons | cubite|laua [xvi 48]
*0414 ETHI<OPI>A [xvi 63]
*0415 mo(n)s | gof [xvi 64]
*0416 Queli che nauegano | q(ue)sto mar affermano | che q(ue)⌐

162
La regione indiana e l’isola di Ceylon (Sri Lanka) disegnate secondo il modello della
cartografia tolemaica.

164
ste¬ do’ montagne ardeno [xvi 78]
*0417 SINVS ARA|BICVS [xvi 80]
*0418 elesal [xvi 79]
*0419 .lu(me) marab [xvi 89]
*0420 aluina [xvi 90]
*0421 Qui el nilo se rouersa per | questa montagna co(n) gra(n) |
impeto e rumor et aldese | molto da luta(n) [xvi 91]
*0422 <nu>ba [xvi 92]
*0423 ARABIA FELIX [xvi 65]
*0424 non assegnato
*0425 Questa rubrica sup(er)ior | che dice che la Regina Saba |
uenisse de q(ue)sta arabia io no(n) | l’afermo. ma dico seco(n)do
abassini | che la uignisse del regno de |5| saba che è i(n) abassia |
i(n) ethyopia [xvi 75]
*0426 xebid [xvi 74]
*0427 trago|diti [xvi 81]
*0428 Qui nasce | el fiume | marab [xvi 94]
*0429 Amasen [ xvi 93]
*0430 Flu(me) sab [xvi 95]
*0431 mo(n)s fin|gua [xvi 96]
*0432 moschet [xvi 67]
*0433 lago [xvi 68]
*0434 NILO [xvi 97]
*0435 Reg(n)o | thasi [xvi 76]
*0436 zide [xvi 82]
*0437 .sola de | dahalec [xvi 83]
*0438 satoris [xvi 84]
*0439 Maria | Questa è nel p(r)in|cipio de aba|sia [xvi 96]
*0440 lago [xvi 70]
*0441 Thasi [xvi 69]
*0442 ali|a | Alexandria [xvi 71]
*0443 La mecha [xvi 85]
*0444 rabha [xvi 86]
*0445 foueches [xvi 87]
*0446 ARABIA [ xvi 88]
*0447 climas [xvi 100]
*0448 Sua(m) [xvi 101]
*0449 canide [xvi 102]
*0450 Pro(uincia) de | Ima(n) [xvi 73]
*0451 Questa nobillissima ci|tà de thasi tien gra(n) sta|do cu(m)
gra(n) iusticia e li|bertade. e ogni gene|ratio(n) forestiera li |5|
habita segurame(n)|te [xvi 72]
*0452 In questa arabia in diue(r)si luogi se | recoie mana. et è mior
de quela se re|coie i(n) altri luogi. e ancora q(ue)la che caçe | su
la foia è mior de q(ue)la che caçe | su la piera. e q(ue)sta che se
re|5|coie qui se chiama | mechina. [xvi 77]
*0453 Nu<ba> [xvi 103]

165
*0454 Nota che abassini dico|no hauer più teritorio | de sopra el
nascimento del | nilo che de soto çoè inver | nui. e dicono hauer
maçor fiumi del |5| nilo el qual fra nui è ta(n)to nominato de |
esser grando. ma molti fiumi come apar | li entra che’l fa esser
grando. unde i dice che | al te(m)po del suo inuerno ch’è el maço
e çu|gno per le gra(n) pioçe che sono queli |10| fiumi ch(r)escono
molto e dano | augme(n)to al nilo. per modo che | l’abu(n)da e
cresce ta(n)to che’l | inunda l’egypto al | tempo come è |15| noto.
[xvii 1]
*0455 goçan [1349]
*[0455bis] goçan [xvii 2]
*0456 P(rouincia) | DAXO [xvii 10]
*0457 CETOSCHAMAR [xvii 19]
*0458 hermel [xvii 4]
*0459 BENICHILEB [xvii 11]
*0460 Sono alguni istoriographi i qual dice del fonte de j garama(n)
ti el qual de note | è tanto caldo che chi li metesse le ma(n) se
scoteria. e similiter el çorno è tanto | f(r)edo che’l no(n) se poria
patir. dicono ancora de questi ethyopi molte nouitade | maxime.
de i pa(n)phagi. agriophagi. antropophagi. e cinomol|gi. e de li
lor bestial costumi. Item de a(n)i(m)ali mo(n)struosi. zoè |5| s(er)
pe(n)ti dragoni. basilischi. (et) altre | nouità le q(u)al | dir no(n)
posso. [xvii 16]
*0461 P(rouincia) DOLCARM|IN [xvii 20]
*0462 zonara [xvii 3]
*0463 AFRICA [ xvii 12]
*0464 ETHYOPIA [xvii 14]
*0465 Sepultura | real. [xvii 13]
*0466 P(rouincia) Simi(n). [xvii 6]
*0467 fl(ume) mana [xvii 5]
*0468 chateli. [xvii 7]
*0469 çoquil [xvii 17]
*0470 ebil [xvii 21]
*0471 AL MAONA [xvii 15]
*0472 SARAMANTIA [xvii 18]
*0473 Abalch. [ xvii 22]
*0474 isola mares. [xvii 23]
*0475 Questi sono pa|ludi gra(n)dissi|mi, de i q(u)al nasce |
questo fiume ch(e) | se chia|5|ma nilo [xvii 40]
*0476 Ietrain [xvii 39]
*0477mo(n)te ara(n)|zaph [xvii 24]
*0478 non assegnato
*0479 palude [xvii 42]
*[0479bis] palude [xvii 44]
*0480 Io ho notado de sopra | che’l nilo nasce i(n) abassia tra do’
| proui(n)cie zoè marora ouer meroa. | e salgu. ma I libri punici
dicono che | nasce i(n) mauritania. la qual cossa | io non credo

166
tuta esser uera che’l nilo | habi qui el ⌐ suo¬ origine p(er) le i(n)
formatio(n) | ho habuto ma che questo sia uno ramo | del nilo io
affermo p(er)ché se truoua q(ue)li | simili animali che se truoua
nel | nilo. [xvii 41]
*0481 mons pollaza [xvii 47]
*0482 bararach [xvii 26]
*0483 Questo colfo p(er) tuti q(ue)sti è | chiamato colfo da l’oro
[xvii 48]
*0484 meroes isola [xvii 28]
*0485 qui el sol | do’ volte | a l’ano pas|sa sop(r)a | la cima del
capo [xvii 27]
*0486 Fl(ume) Sia|la [xvii 49]
*0487 Fl(ume) orei [xvii 52]
*0488 chucuberi [xvii 43]
*0489 siach [xvii 50]
*[0489bis] siach [xvii 53]
*0490 mo(n)s siach [xvii 51]
*0491 xengaua | o salgu [xvii 30]
*0492 mo(n)s buna [xvii 54]
*0493 mama [xvii 56]
*0494 SINVS : ETHYOPICVS [xvii 55]
*0495 Isola mero|es. [xvii 32]
*[0495bis] migido [xvii 33]
*0496 lago [xvii 34]
*0497 chuchogara(n)ga [xvii 38]
*0498 isola [xvii 37]
*0499 P(rouincia) Aidi [xvii 45]
*0500 bolala [xvii 46]
*0501 mella. [xvii 57]
*0502 euleteti [xvii 58]
*0503 abussara [xvii 36]
*0504 chon [xvii 73]
*0505 agran [xvii 90]
*0506 Sengi primi [xvii 91]
*0507 agrafag...a (?) [xvii 107]
*0508 Fl(ume) nias [xvii 106]
*0509 garanga | ouer salgu [xvii 59]
*0510 rima [xvii 60]
*0511 daxo [xvii 74]
*0512 lago [xvii 75]
*0513 lago [xvii 78]
*0514 bargemi(n) [xvii 76]
*0515 lago [xvii 77]
*0516 Gain. [xvii 79]
*0517 mandera [xvii 92]
*0518 tombatu [xvii 93]
*0519 dachan [xvii 109]

167
*0520 gebeleon [xvii 108]
*0521 çalon [xvii 81]
*0522 angala(n) [xvii 80]
*0523 pia(n)de [xvii 82]
*0524 lago [xvii 83]
*0525 bolaglia [xvii 94]
*0526 garamantia [xvii 95]
*[0526bis] GARAMA(N)TIA [xvii 110]
*0527 xengi [xvii 111]
*0528 apenon [xvii 64]
*0529 organa. [xvii 84]
*0530 patali [xvii 85]
*0531 MERGI [xvii 96]
*[0531bis] mergi [xvii 99]
*0532 cuba [xvii 97]
*0533 Anxaga [ xvii 100]
*0534 P(rouincia) tochrux [xvii 98]
*0535 zebulia [xvii 112]
*0536 giogo [xvii 113]
*0537 meçecho [xvii 65]
*0538 torso | torso [xvii 68]
*0539 ORGANA [xvii 86]
*0540 arigabeldo(n) [xvii 87]
*0541 be(n)non [xvii 101]
*0542 engexo(n) [xvii 102]
*0543 NVBA [xvii 66]
*0544 taorna [xvii 115]
*0545 taorna [xvii 114]
*0546 lago [xvii 67]
*0547 deserto [xvii 88]
*0548 chidin [xvii 89]
*0549 calen [xvii 103]
*[0549bis] calen [xvii 104]
*[0549ter] calen [xvii 105]
*0550 Nuba. [xvii 69]
*0551 allucha [xvii 70]
*0552 agoan [xvii 116]
*0553 coroxana [xvii 117]
*0554 El Re rosso [xvii 71]
*0555 medi(n) [xvii 72]
*0556 P(rouincia) dolcarmin [xviii 2]
*0557 daan [xviii 3]
*0558 Isola de dragoni [xviii 7]
*0559 fundan [xviii 5]
*0560 Io ho più uolte aldido da | molti che qui è una colona | cu(m)
una ma(n) che dimostra cu(m) | scritura che de qui non se uadi |
più aua(n)⌐ ti¬ Ma qui uogl⌐ i¬o che por|5|togalesi che nauegano

168
| questo mar dicano se | l’è uero. quel che ho audi|to p(er)ché io
no(n) ardiso affe(r)|marlo. [xviii 6]
*0561 Nota che dal | cauo uerde i(n) suso | no(n) se uede la t(ra)
mo(n)|tana [xviii 10]
*0562 Queli che sono stadi a le riue de questo colfo affermano |
esserui molte isole tra babitade e no(n) habitade. e che in | algune
de queste habitano christiani. [xviii 8]
*0563 c(au)o rosso [xviii 11]
*0564 In ne la rena de | questo do’ fiumi | se troua oro de paiola
[xviii 16]
*0565 Reg(n)o muse|neli [xviii 14]
*0566 uascu(n) [xviii 24]
*0567 albach [xviii 25]
*0568 c(au)o verde [xviii 23]
*0569 cauo dal [xviii 26]
*0570 reganu|ia [xviii 13]
*0571 mons dolo(r) [xviii 2]
*0572 c(au)o palmear. [xviii 28]
*0573 miao [xviii 18]
*0574 Canal da | l’oro [xviii 17]
*0575 Qui se recoie | oro [xviii 29]
*0576 P(rouincia) nich [xviii 31]
*0577 te(r)ra de palme|ar [xviii 30]
*0578 cauo de | uertude [xviii 32]
*0579 P(rouincia) giantropophagi. | (id est) terra de queli che
manzano | carne humana [xviii 19]
*0580 gada. [xviii 20]
*0581 Melli [xviii 21]
*0582 realba | real. [xviii 34]
*0583 Elboeb [xviii 35]
*0584 tisenagu(n) [xviii 33]
*0585 MAVRITANIA [xviii 22]
*0586 bulela [xviii 36]
*0587 alamera [xviii 37]
*0588 cauo de | san iacomo. [xviii 38]
*0589 Giaua menor isola fertillissima la qual ha viii regni | et è
circu(n)da’ da viii isole ne le qual nasce le specie sotil. | e ne la dita
giaua nasce çe(n)çero e altre specie nobile gra(n) | qua(n)tità e tute
q(ue)le che nasce i(n) questa e ne le altre al te(m)po | de recolte
uien portade a giaua maçor e de lì se despe(n)sa |5| in tre p(ar)
te. una p(er) çaito(n) e chataio. l’altra p(er) el mar de i(n)|dia a
hormus. çide e a la mecha. e la terça per el mar | del chataio da la
parte de tramontana. (Et) in questa iso|la sego(n)do el testimonio
de queli che nauegano q(ue)sto | mar el se uede el polo antarticho
leuado uno braço [xix 4]
*0590 cricoli [xix 2]
*0591 pepentan [xix 7]

169
*0592 pe(n)tan [xix 8]
*0593 Stabana [xix 9]
*0594 In questo mar son molte isole de le qual no(n) se può far
special nota | p(er) no(n) hauer loco. ma tute son habitade e
fertillissime de diuerse | et pretiose spetie. e anchor assai altre
nouitade. e son richissime | d’oro et arçento e de diuerse condition
de çoie. [xix 12]
*0595 loechach [xix 2]
*0596 SINVS GANGETICVS [xix 13]
*0597 malaron. [xix 15]
*0598 condur [xix 10]
*0599 falanda. [xix 21]
*0600 P(rouincia) done [xix 11]
*0601 Sondai insula propinqua a banda(n). In questa na|sce nose
muscade et altre specie i(n) qua(n)tità. e qui se | troua papaga’
de vii colori grossi come uno | colombo. et anc⌐ h¬ora se ne troua
un’altra sorte | grossi chome uno cocal e tuti bianchi saluo |5| i
piedi e’l becho che sono rossi. [xix 14]
*0602 G⌐ i¬aua maçor isola nobillissima posta i(n) leua(n)te {i(n)
leua(n)te} in le ul|time parte del mondo in dromo del cin pertine(n)
tie del cha|taio e del colfo ouer porto de çaiton la qual uolta çircha
| 3000 mia et ha iiii regni e sono populi idolatri sorte|ri e çe(n)te
maligne. ma la isola è tuta deleteuele e fertil|5|lissima ne la qual
nasce cosse assai çoè oro gra(n) qua(n)tità | legno aloe sulibançui e
çoie nobillissime e altre | meraueie e dal cauo de uer ostro el gli è
uno | porto el qual se chiama randan nobile e gra(n)|de e seguro e
auisin de q(ue)lo è la citade nobillissima |10| giaua de la qua⌐ l¬ se
dice assai meraueie [xix 16]
*0603 Sondur [xix 22]
*0604 P(rouincia) chauçi [xix 23]
*0605 Sin(us) saba|racus [xix 24]
*0606 colfo de gange | ouer de zouza [xix 31]
*0607 P(rouincia) de Gori [xix 26]
*0608 tagara [xix 25]
*0609 Sabara [xix 27]
*0610 marcura [xix 32]
*0611 sanba [xix 33]
*0612 Questo porto | de l’insula è | dito randa(n) [xix 17]
*0613 pagrasa [xix 28]
*0614 Sicia(n) [xix 37]
*0615 Fl(ume) vxiala|do [xix 34]
*0616 Fl(ume) tindaro [xix 38]
*0617 P(ro)uincia _ouer regi|on_ çouça i(n) el cin. [xix 39]
*0618 cini [xix 40]
*0619 Fl(ume) masaro [xix 35]
*0620 aganar [xix 29]
*0621 mo(n)s me|andrus [xix 38]

170
*0622 damasus | mons. [xix 41]
*0623 casali [xix 42]
*0624 Per tuta questa isola | se fa arder i corpi | morti e consumar
[xix 20]
*0625 Giaua maçor [xix 19]
*0626 Giaua [xix 18]
*0627 uncia(n). [xix 43]
*0628 Fl(ume) bauti|xes [xix 55]
*0629 Fl(ume) Sumas [xix 56]
*0630 casali [xix 57]
*0631 thomara [xix 46]
*0632 mo(n)te roco|ran [xix 47]
*0633 charaçan. [xix 59]
*0634 casali [xix 60]
*0635 In questo lago se troua | oro. [xix 58]
*0636 Cin ouer India | terça [xix 61]
*0637 Ixola giaua maçor molto | pretiosa e fertilissima. ne | la qual
sono piusor reg(n)i. [xix 44]
*0638 casali [xix 48]
*0639 fons bau|tixis amnis [xix 62]
*0640 mons | cassius [xix 63]
*0641 asitera [xix 49]
*0642 aspicia [xix 51]
*0643 Fl(ume) aca(r)|dis [xix 50]
*0644 charaian [xix 64]
*0645 Questa proui(n)|cia anticha|m(en)te se diceua | sine. ahora
| se dice |5| cin. [xix 65]
*0646 tagurus [xix 52]
*0647 mo(n)s | tagu|rus. [xix 53]
*0648 fons [xix 66]
*0649 brami [xix 54]
*[0649bis] LO (?) [n. d. (xxv c 18)]
*0650 Sepultura | real nobi|lissima | cop(er)ta tu|ta de la|5|me
d’oro | et arçen|to [xix 67]
*0651 macin [xx 52]
*0652 P(rouincia) chauzuzu [xx 6]
*0653 non assegnato
*0654 Assir [ xx 21]
*0655 choy [xx 7]
*0656 Paexe ditto el ma|cin ouer sihan. [xx 8]
*0657 P(rouincia) Amu i(n) macin [xx 9]
*0658 perhe [xx 16]
*0659 Ardaut [ xx 23]
*0660 ianafur [xx 24]
*0661 biçipuri [xx 10]
*0662 Fl(umen) Indus [xx 25]
*0663 P(rouincia) bangala | in macin. [xx 15]

171
*0664 P(rouincia) de l’in|dia p(r)ima [xx 26]
*0665 casali [xx 11]
*0666 P(rouincia) tholoma [xx 12]
*0667 bethle [xx 28]
*0668 IND(VS) [xx 29]
*0669 Vxontus | mons. [xx 18]
*0670 pochang. [xx 19]
*0671 India seco(n)da [xx 20]
*0672 ASIA [xx 30]
*0673 maci(n) ne l’india secon|da [xx 31]
*0674 co(n)fin [xx 32]
*0675 pelibe(n)g [n. d. (xx f 10)]
*0676 soloch [xx 13]
*0677 sugzu [xx 48]
*0678 çachu [xx 17]
*0679 Qui nasce | rubini [xx 70]
*0680 Siub [xx 71]
*0681 reg(no) uaiari [xx 49]
*0682 p(rouincia) sugzu [xx 50]
*0683 Reg(n)o | de sce(r)|no. [xx 51]
*0684 Questa cità | de scierno è vi | çornade fra terra | el suo
fiume nomi|nato scierno ouer |5| ganges è habitado | circa xxx
çornade | da uno ladi e da l’al|tro. de citade. Castelli | e palaçi
mirabelme(n)te [xx 63]
*0685 Fl(ume) Scier|no. [xx 61]
*0686 casal [xx 62]
*0687 Aua. [ xx 64]
*0688 Questo ma|gno fiume | descore p(er) el | paexe del ma|cin
[xx 66]
*0689 I(N)DIA SE|CONDA [xx 75]
*0690 Serchis [xx 76]
*0691 p(rouincia) del cin [xx 54]
*0692 Scierno [xx 56]
*0693 casal [xx 65]
*0694 capelang [xx 73]
*0695 In questa pro|ui(n)cia | sono heremiti pa|gani | assai [xx
74]
*0696 narch [xx 77]
*0697 casali [xx 45]
*0698 Sematirus | mons | sematirus [xx 57]
*0699 racbang [xx 78]
*0700 atuara [xx 79]
*0701 fl(ume) burdus [xx 59]
*0702 nagari [xx 60]
*0703 zelieng [xx 58]
*0704 bompruo [xx 67]
*0705 F(lume) MAN|DVS. [xx 80]

172
L’alto corso del Nilo fino ad Assuan.

174
*0706 MACI(N) [xx 81]
*0707 Alguni scriueno che in queste | Indie {sono molte} sono
molte diversi|tà de mo(n)stri sì de homeni come de a(n)i(m)ali |
ma perché a queste cosse pochi dano fede | q(ui) no(n) ne faço
nota. saluo che pur à certo de |5| alguni a(n)i(m)ali. come sono
serpe le qual se dice hauer | vii teste. ancora de qui sono formige
gra(n)dissime | e quasi che q(ui) dir no(n) ardisco pareno come
cani. Que|sto può ess(er) che’l sia tal specie de a(n)i(m)ali che sia
simile | a le formige. [xx 68]
*0708 Mcenderi [xx 69]
*0709 Prouinci⌐ a¬ ba(n)gala | nel macin. [xx 82]
*0710 INDIA [xx 85]
*0711 Sciarmissini [xx 99]
*0712 Seco(n)do | se dice | Questa citade ha | le sue mure | de
rame |5| grosse | uno | braço. [xx 97]
*0713 Selefar. [xx 120]
*0714 pandon. Qui | se troua rubini | fini. [xx 121]
*0715 BANGA|LA [xx 122]
*0716 CIN [xx 89]
*0717 Sciechutai(n) [xx 101]
*0718 flume Ganges [xx 100]
*0719 PHISON [xx 111]
*0720 fl(ume) ma(n)dus [xx 123]
*0721 casali [xx 102]
*0722 Questo fiume è di|to. scierno. ga(n)ges. | phison. quinanfu
| thalay. e q(ue)sto p(er) | le diuersità de |5| le lengue [xx 114]
*0723 narche. [xx 112]
*[0723bis] narche [xx 113]
*0724 ouidii | mo(n)tes [xx 115]
*0725 Gelbacha. [xx 124]
*0726 P(rouincia) mihen nel cin [xx 103]
*0727 MIHEN mihen [xx 104, xx 105]
*0728 Proui(n)cia del ma|cin. [xx 106]
*0729 Mognan. [xx 125]
*0730 vale centa | da monta|gne [xx 126]
*0731 comixti|on de bur|dus cu(m) | Phison [xx 108]
*0732 salathia [xx 107]
*0733 casali [xx 116]
*0734 casal [xx 128]
*0735 nibar|ga [xx 127]
*0736 Arbor secho | del qual se | uulga de qui | assa’ sig(n)
ificatio(n). [xx 129]
*0737 casali [xx 94]
*0738 fl(ume) q(ui)na(n)|fu [xx 117]
*0739 q(ui)na(n)fu [xx 118]
*0740 Baicundel. [xx 119]
*0741 P(rouincia) ghindu [xx 96]

175
*0742 Serxati [xxi 12]
*0743 Quissan [xxi 33]
*0744 dedar [xxi 13]
*0745 açudar [xxi 14]
*0746 chabolpur [xxi 15]
*0747 bait [xxi 6]
*0748 Persia [xxi 35]
*0749 Benché i(n) q(ue)sta | proxima rubri|ca io habia dito | che
le spetie uano | fina al mar de po(n)to |5| ahora sono le stra|de sì
rote che le | no(n) uano ta(n)to au(an)|ti. [xxi 34]
*0750 zendir|giri. [xxi 7]
*0751 Deli. Citade | grandissi|ma. [xxi 16]
*0752 In questa | i(n)dia come | se dice re|gnaua Re | Porro el
q(u)al |5| fo subiuga|do. da Ale|xandro. ma|cedo. [xxi 17]
*0753 Arbo(r) secho [xxi 8]
*0754 thate [xxi 24]
*0755 Persia [xxi 26]
*0756 REGNO. de | chassu i(n) persia [xxi 25]
*0757 DESERTO [xxi 36]
*0758 Vi(n)dius | mons [xxi 9]
*0759 thau|tan [xxi 35]
*0760 Qui è uno deser|to de 7 çor|nade. [xxi 28]
*0761 popvli Rochbar|lan in p(er)sia. [xxi 27]
*0762 limbar|cha [xxi 10]
*0763 PERSIA [xxi 38]
*0764 hucis [xxi 37]
*0765 Saura [xxi 39]
*0766 DELI [xxi 19]
*0767 ceia. [xxi 20]
*[0767bis] ceia [xxi 21]
*0768 P(rouincia) Chama(n)|du [xxi 29]
*0769 chobi|nam [xxi 30]
*0770 Siarant [xxi 42]
*0771 Cimiterio | ouer sepul|ture auree | e pretiose. [xxi 22]
*0772 INDIA PRIMA [xxi 56]
*0773 In q(ue)sta ⌐ citଠde cobina. è gra(n)de | habu(n)dantia de
ferro. e | açali e endego. e bele|tissimi spechi de a|çal [xxi 31]
*0774 In persia sono fra le altre do’ generation | de populi. hi primi
sono diti curtistani hi | secondi Rochbarlani. e questi sono crudel
e | p(er)icolosissimi homeni e de pessima co(n)ditio(n) e | più li
secondi cha li p(r)imi p(er)ché sono necroma(n)|5|ti. et obscurano
l’aiere cu(m) suo i(n)ca(n)tamenti | p(er) poder robar i uiandanti.
[xxi 60]
*0775 Chaxria(n) [xxi 40]
*0776 Queremen [xxi 68]
*0777 SVSI|ANA [xxi 41]
*0778 madega(n). [xxi 58]

176
*0779 Nota che alguni istoriographi di quali sono ariano. e soli(n)
(et) | etiam dionisio el qual fo mandado da Re philadelpho ad
in|uestigar de l’india. questi dicono de le indie molte cosse
nota|bile. e de mo(n)ti e de fiumi che sono ganges el qual è largo doue
| men viii dove più xx mia et ha pessi gra(n)dissimi de più sor|5|te
maximame(n)te anguile. le q(u)al come dice statio | thebaid⌐ as¬
sono longe 300 piè. Item del fiume indo | dal q(u)al è dita i(n)dia.
e del nobilissimo fiume | hipano el qual se dice terminasse la uia
de | Alexa(n)dro. Item de citade casteli inumerabel |10| populi.
uarietà. co(n)ditio(n) costumi. gra(n) pote(n)tie | de signori. gra(n)
numero de elephanti. diuersità | de monstri quasi incredibeli e de
homeni e de animali. zoè ser|penti. et altre orribel bestie maxime
l’euchrota uelocissima de tu|ti li animali e de uarie forme. Ite(m)
de fructi p(re)tiosi e legni et herbe e ra|15|dice uirtuose. e diuersità
de çoie. id est diamanti. lichiniti. berrilli | chrisoberilli. chrisopassi.
iacincti. e molte altre cosse che qui | dir no(n) posso. [xxi 57]
*0780 Solta(n)fon [xxi 61]
*0781 R(egn)o lor in persia [xxi 70]
*0782 P(rouincia) Mogol | in media [xxi 69]
*0783 chelsi [xxi 45]
*0784 Questa citade nobillissima | za dominaua tuto el pae|xe del
deli ouer india pri|ma. ma da poi presa p(er) tam|berla(n) quela
signoria ouer |5| dominio fo transferido i(n) | la citade dita here.
[xxi 43]
*0785 CHREMA|NIA [xxi 62]
*0786 LOR [xxi 71]
*0787 mogol [xxi 72]
*0788 p(rouincia) macin [xxi 47]
*0789 P(rouincia) del deli [xxi 46]
*0790 India prima. [xxi 48]
*0791 LAGO [xxi 64]
*0792 In questa proui(n)cia | se troua turchese e | açuro endego.
e opti|mi falconi. e qui se | fano lauo|ri de piu|ma nobi|lissimi
[xxi 63]
*0793 Nota che in questa asia maçor sono | molti Regni e molte
prouincie le | qual io non meto per no(n) hauer luo|go. unde ho
conuenudo lassar molte | cosse de meço e tuor q(ue)le me ha parso
|5| più note. et etia(m) no(n) ho fato mentio(n) | de molti fiumi
e mo(n)ti e deserti i(n) diuerse | parte e maxime uerso l’ostro in
arabia e | uerso tramontana in le parte de permia e de tarta|ria
e de russia. e uerso leuante e in mol⌐ ti¬ altri luogi |10| in diuerse
parte de questa asia. E similiter ho (con)ue|nuto lassar. de dir de
le nouità e de costumi e co(n)|ditio(n) de populi mag(n)ifice(n)tie
e poten|tie de signori e gra(n) diuersità de a(n)i(m)al | e de altre
cosse sono |15| infinite [xxi 75]
*0794 Lar [xxi 74]
*0795 gabala [xxi 76]

177
*0796 Varchu [xxi 65]
*0797 R(egn)o Curdi|stan in persia [xxi 73]
*0798 p(er)sipolis [xxi 77]
*0799 MEDIA [xxi 78] media [xxi 115]
*0800 chanda|ar [xxi 59]
*0801 Questa proui(n)cia da alguni | fi dita ch(r)emania. e da
alguni | charmania [xxi 67]
*0802 Chrema(n) [xxi 66]
*0803 pendua [xxi 53]
*0804 çesni [xxi 86]
*0805 India prima [xxi 87]
*0806 Thosimir [xxi 85]
*0807 Persia [xxi 99]
*0808 Persia [xxi 108]
*0809 Chandaar | mazor [xxi 79]
*[809bis] Chandaar mazo(r) [xxi 96]
*0810 behar [xxi 88]
*[810bis] behar [xxi 92]
*0811 chirla [xxi 89]
*0812 P(rouincia) mulech [xxi 90]
*0813 co(n)fin [xxi 91]
*0814 REGNO [xxi 100]
*0816 Iest
*0817 Çagros mons
*0815 Persia contie(n). viii Reami de i qual el | primo uien dito.
chassu. s(econd)o. lor. terço | cu(r)dista(n). quarto thymochain.
qui(n)to | celsta(n). sexto. istaruch. septimo. ce|raci. octauo
sonçara. Ma nel regno |5| de thymochai(n) nasce nobilissimi
cau<a>|li e aseni de gra(n) priesio. e sono pote(n)ti | e ueloci.
di qual se ne fa gra(n) marcha|da(n)tie i(n) india. e qui nasce
goto(n). e uie(n) biaue | de ogni conditio(n). Ite(m) in questa
persia fo troua|10|da l’arte magica. et i(n) questa p(er)sia da può
la confusi|on de le le(n)gue uene nembrot çigante el qual in|signò
i persi adorar el sol e a(n)cor el fuogo. e p(er)hò chia|mano {bel}
el sol hel. ma hora sono gra(n) parte macho|metani parte adorano
idoli per diuersi modi e cu(m) |15| molte uarietà de fede. [xxi 101]
*0818 P(rouincia) thymochain | in persia [xxi 93]
*0819 Thymochain [xxi 102]
*0820 Sirax In questa se fa | ogni mesti|er menudo | et è stud<i>o
| de ogn<i> |5| scie(n)<ti>a [xxi 113]
*0821 Suster [xxi 112]
*0822 ossen [xxi 114]
*0823 baracha [xxi 94]
*[823bis] barac|an [xxi 95]
*0824 P(rouincia) lach. [xxi 116]
*0825 Siachene [xxi 81]
*[825bis] siachene. [xxi 83]

178
*0826 imoleta. [xxi 97]
*0827 Sopur|gan [xxi 103]
*0828 P(rouincia) arli|ch [xxi 117]
*0829 luogo del | uechio | da | la | mo(n)|5|tag(n)a [xxi 98]
*0830 Persia [xxi 108]
*0831 thabas. [xxi 105]
*0832 REGNO [xxi 106]
*0833 P(rouincia) celsta(n) in | persia [xxi 107]
*0834 chascian [xxi 118]
*0835 Fl(ume) cambisis [xxi 119]
*0836 P(rouincia) iacrog [xxi 120]
*0837 Medina [xxii 8]
*0838 MARE | RVBRV(M) [xxii 14]
*0839 chaser [xxii 24]
*0840 abo [xxii 21]
*0841 sebadi [xxii 22]
*0842 bolene [xxii 26]
*0843 nabend [xxii 25]
*0844 Ixola xexire | cheder. [xxii 1]
*0845 etoe [xxii 27]
*0846 ETOE [xxii 28]
*0847 questi sono xaui e q(ue)sti diuide | nubi da sayto. [xxii 23]
*0848 vadisafara [xxii 10]
*0849 io(m)bo [xxii 15]
*0850 DESERTO [xxii 11]
*0851 probeseit [xxii 35]
*0852 aidab [xxii 31]
*0853 coniula [xxii 30]
*0854 ganbo [xxii 32]
*0855 maracha [xxii 33]
*0856 mo(n)fa|lut [xxii 36]
*0857 P(rouincia) Sayto | Superio(r) [xxii 34]
*0858 fues [xxii 43]
*0859 charch(e)ne|cus [xxii 38]
*0860 issa [xxii 37]
*0861 malue [xxii 44]
*0862 dagru|ot [xxii 39]
*0863 der|gie [xxii 40]
*0864 Qua el sol una uolta | a l’ano passa sopra el çe|nith çoè a la
cima del | <ca>po (?). [xxii 42]
*0865 Nota che in questa arabia | apar la fenice. la qual secon|do
che dice iulio solin è de | gra(n)deça d’aquila. et ha la | testa
adornata de piume |5| de mirabili e uarii colori | i(n) modo de
cresta. e circa | el colo è de color aureo. e le ale | e la coda e’l resto
de le sue | pe(n)ne sono de color pu(r)pure |10| e roseo. e altri i(n)
finiti colori. [xxii 12]
*0866 DESERTO [xxii 11]

179
*0867 ainon [xxii 17]
*0868 porto de | irelgia(n) [xxii 18]
*0869 defe [xxii 45]
*0870 p(rouincia) sayto [xxii 46]
*0871 minu(n) [xxii 49]
*0872 Qui naque sancto | antonio [xxii 50]
*0873 semeut [xxii 47]
*0874 Sayto. [xxii 48]
*0875 bene|se [xxii 51]
*0876 questi | sono 365 | poleseni [xxii 3]
*0877 El mar de | persia è poco me|nor del mar rosso | e inuerso
el fin del | dito son do’ nobil |5| cità çoè balsera | la qual è luta(n)
da | dito mar 100 | mia. e da po’ | questa bal [xxii 2]
*0878 Adie [ xxii 13]
*0879 lochmeni. [xxii 20]
*0880 Suxa [xxii 4]
*0881 Nota che’l sono do’ | Sayt. uno superior e | qui son christiani
| negri e l’altro è in|ferio(r) e q(ue)sti son |5| bia(n)chi. e dal
cha|iero in su dura çirca | mia 400 | fina a sayto | superior [xxii
19]
*0882 abibina [xxii 52]
*0883 agmin. [xxii 54]
*0884 mo(n)cassor [xxii 55]
*0885 El fion [xxii 53]
*0886 Maa [xxii 77]
*0887 cusu|e [xxii 122]
*0888 el medina [xxii 123]
*0889 el me|lech [xxii 124]
*0890 maar [xxii 94]
*0891 cuser ouer | cuseur [xxii 95]
*0892 elmini [xxii 56]
*0893 nebend. [xxii 57]
*0894 badie [xxii 58]
*0895 balsara. [xxii 59]
*0896 balsera [xxii 6]
*0897 mons dimas [xxii 99]
*0898 TEBAIDA [xxii 100]
*0899 zafranio [xxii 97]
*0900 benebeida [xxii 126]
*0901 xauia [xxii 127]
*0902 badia [xxii 128]
*0903 mentau [xxii 129]
*0904 DESERTO [xxii 78]
*0905 coidia [xxii 96]
*0906 fonte [xxii 98]
*0907 Sister [xxii 61]
*0908 bal [xxii 62]

180
*0909 ouehis | ouer | auuxe [xxii 63]
*0910 tebuc [xxii 103]
*0911 sietilabe. [xxii 104]
*0912 badaragie | per questa ualle | se tien che | passase el populo
| de israel [xxii 102]
*0913 P(rouincia) del fion [xxii 130]
*0914 datagit [xxii 79]
*0915 Fl(ume) gaçan [xxii 64]
*0916 albem|prie [xxii 132]
*0917 Queste pirami|des se dice che fos|seno i granari de |
pharaon. [xxii 133]
*0918 hid [xxii 65]
*0919 eltor [xxii 105]
*0920 babilonia [xxii 106]
*0921 eltorexi [xxii 107]
*0922 assara [xxii 80]
*0923 ARABIA | DESER|TA [xxii 81]
*0924 hacse [xxii 82]
*0925 castel de | cozon [xxii 108]
*0926 barasuis [xxii 109]
*0927 masser | ouer el | chaiero [xxii 110]
*0928 alle [xxii 67]
*0929 Susiana [xxii 68]
*0930 GION [xxii 136]
*0931 sam|barso [xxii 134]
*0932 Piramides [xxii 135]
*0933 Seteria [xxii 137]
*0934 ME|SOPO|TAMIA [xxii 69]
*0935 anachadidi [xxii 66]
*0936 rach|b [xxii 83]
*0937 P(rouincia) arabia [xxii 84]
*0938 Qui muor q(ue)sti | rami de eu|frates. [xxii 85]
*0939 aora(n). [xxii 88]
*0940 ARABIA | PETREA [xxii 86]
*0941 olch [xxii 87]
*0942 Questo. mo(n)⌐ te¬ fi dito | ancora oreb. çoè i(n) q(ue)|la
p(ar)te che moyses | reçeuete la leçe. [xxii 114]
*0943 Synay. [xxii 113]
*0944 poço de | moyses [xxii 111]
*0945 Egypto | sup(er)ior [xxii 112]
*0946 TIGR|IS [xxii 71]
*0947 sarnuf [xxii 140]
*0948 volaco (?) [xxii 138]
*0949 Deserto [xxii 139]
*0950 Caldea [xxii 72]
*0951 Babilonia de | caldea cità nobillis|sima dominada per
| nabuchodonosor | come se leçe i(n) dani|5|el p(ro)ph(et)a

181
è situada | i(n) una campag(n)⌐ a¬ alie|gra (et) amenissima | et
edificada per | quadro le cui |10| mure erano de pie|re cote e
grosse 50 | cubiti e alte 200 et | hauea porte 100 de ra|me. El suo
circuito |15| era mia 60 la qual come | dice orosio era quasi | i(n)
credibile che p(er) po|te(n)tia humana la po|tesse esser stata cussì
mi|20|rabelme(n)te edificata ni anche | per humana pote(n)tia se
potesse | destruer. Ma pur p(er) Ciro Re de p(er)|sia e de media fo
presa e subiu|gada al te(m)po che baldasar fiol |25| del gra(n) re
nabuchdonosor la | dominava [xxii 73]
*0952 Babilo|nia gra(n)|da. [xxii 75]
*0953 babilonia | ouer bagadat. [xxii 76]
*0954 aracha [xxii 92]
*0955 ponte | notabile [xxii 89]
*0956 meldeni [xxii 90]
*0957 Se’l parerà ad algun che io | no(n) habi ben posto babilo|nia
per hauerla descrita | sopra tygris e non eufra|tes come scriueno
li au|5|tori, piaquali prima co(n)|siderar q(ue)sto «desegno«. e da
poi do|ma(n)di queli hano ue|duto ad ochio e i(n)tenderano | che
io no(n) me parto da la |10| uerità. [xxii 93]
*0958 ASIA [xxii 91]
*0959 PROVI(N)|CIA. BA|BILO|NIA [xxii 74]
*0960 Queli che sono experti | suplisca in questa idumea |
e palestina e galilea q(ue)le che | io no(n) meto. zoè el fiume |
zorda(n). el mar tyberia|5|dis. el mar morto. et | altri luogi i q(u)
al cu(m) ra|son no(n) se hano | possudo mete(r) [xxii 118]
*0961 hacbe [xxii 115]
*0962 EGYPTO [xxii 116]
*0963 el me(n)so|ra [xxii 119]
*0964 el me(n)ze|le [xxii 121]
*0965 el minse [xxii 120]
*0966 semenut. [xxii 117]
*0967 alexa(n)|dr|ia [xxii 144]
*0968 EGYPTO | inferio(r) [xxii 143]
*0969 tore dei | arabi [xxii 145]
*0970 ripe albe [xxii 146]
*0971 rasmaxar [xxii 147]
*0972 lago segio [xxii 148]
*0973 porto alb(er)to(n) [xxii 149]
*0974 carto [xxii 150]
*0975 cassados [xxii 151]
*0976 salome [xxii 152]
*0977 Libia mar|mari<c>a [xxii 142]
*0978 lorchia [xxii 221]
*0979 rose|to [xxii 223]
*0980 anna [xxii 168]
*0981 ziabar [xxii 167]
*0982 Deserto [xxii 186]

182
Sotto Giava, la prima apparizione del Giappone, detto “Cimpagu”, in una carta occidentale.

184
*0983 PALES|TINA [xxii 189]
*0984 laris | destruta [xxii 187]
*0985 seramia [xxii 190]
*0986 fara|scur [xxii 188]
*0987 damiata [xxii 191]
*0988 el foa [xxii 218]
*0989 fuzila [xxii 220]
*0990 nasta|ro (?) [xxii 219]
*0991 CALDEA [xxii 153]
*0992 alli [xxii 155]
*[0992bis] alli [xxii 156]
*0993 arabe [xxii 170]
*0994 chalaturo(n) [xxii 169]
*0995 DESERTO [xxii 172]
*0996 PALE|STINA [xxii 195]
*0997 IVDEA | SIRIA [xxii 196]
*0998 çapho [xxii 197]
*0999 gaçara [xxii 193]
*1000 El nilo come(n)ça crescer da la p(r)ima luna che è da può el
| solsticio estiual. passa(n)do el sol ca(n)cro. ma i(n) lio(n) abunda
| et i(n) u(ir)gine se afferma. et i(n) libra se reuoca. che seria dal |
co(m)mençar a crescer e star fermo. e reto(r)na(r) da meço | çugno
fin a sancta crose de septembrio [xxii 198]
*1001 MA(RE) EGYPTIVM [xxii 194]
*1002 P(rouincia) caldea [xxii 157]
*1003 caldea [xxii 158]
*1004 cesaria [xxii 202]
*1005 Questa nobile insula crete p(er) la te(m)perie de l’aiere | era
dita macherone(n)son. et hauea de nobile citade e | casteli e fo i(n)
ue(n)trice. de i remi. e de sagite e de l’arte | militar. e de la musica.
(et) institu⌐ ì¬ le letere t(r)ouade da pi(r)richo [xxii 224]
*1006 P(rouincia) Assi|ria [xxii 159]
*1007 melio|deallo [xxii 176]
*1008 EVFRA|TES [xxii 174]
*1009 SIRIA [xxii 175]
*1010 F(lume) Iorda(n) [xxii 199]
*1011 HIERVSA|LEN è i(n) mezo de la te(r)ra | habitabile seco(n)
do la latitudine | de la terra habitabile. be(n)|ché seco(n)do la lo(n)
getu|5|dine la sia più oc|cide(n)tal. ma p(er)ch(é) la | p(ar)te ch’è
più occi|de(n)tal. è più habi|tada p(er) l’europa | p(er)hò l’è i(n)
mezo an|10|cora seco(n)do la lon|gitudine. no(n) co(n)|sidera(n)
do el spa|tio de la terra | ma la moltitudi|15|ne di ha|bita(n)ti
[xxii 201]
*1012 rama [xxviii 50]
*1013 saito [xxii 204]
*1014 Io ho lassato am|plissimi desegni | de tute queste p(ar)|te.
zoè armeni|a. mesopotamia. |5| siria. capadocia. | cilicia. pa(m)

185
phylia | licia. asia p(ro)p(r)ia e menor. | bitinia. galitia. e | tute le
altre. che lì |10| sono meio disti(n)c|te et ordinate [xxii 177]
*1015 achri [xxii 203]
*1016 dama|sci [xxii 179]
*1017 Siria [xxii 178]
*1018 bacho [xxii 160]
*1019 mesutasai [xxii 180]
*1020 babel|beza [xxii 181]
*1021 Damasco [xxii 207]
*1022 mafa|la [xxii 205]
*1023 baruto [xxii 206]
*1024 zibeleto [xxii 208]
*1025 tripoli [xxii 210]
*1026 CIPRO [xxii 211]
*1027 Questa è la p(r)ima | cità de me|sopotamia [xxii 166]
*1028 Fl(ume) Eufra|tes [xxii 182]
*1029 DESER|TO [xxii 183]
*1030 P(rouincia) del siamo [xxii 184]
*1031 siamo [xxii 185]
*1032 aman [xxii 212]
*1033 morgato [xxii 213]
*1034 tortoxa [xxii 214]
*1035 cipro [xxii 215]
*1036 cirini (?) [xxii 216]
*1037 limiso (?) [xxii 217]
*1038 bapho [xxii 225]
*1039 Questa nobile insula. ⌐ cipro¬ era anticha|me(n)te famosa e
richissima d’oro. et i(n) | questa fo trouado l’uso e la utilità | del
metalo. (et) era a(n)cor dita papho [xxii 226]
*1040 P(rouincia) curti|stan [xxii 165]
*1041 sedra [xxiii 68]
*1042 P(rouincia) calen [xxiii 26]
*1043 Perché sono molti cosmographi e doctissimi | homeni i qual
scriueno che in q(ue)sta affrica. ma|xime ne le mauritanie esserui
molti mo(n)struo|si homeni e a(n)i(m)ali. p(ar)me neccessario
q(ui) notar el parer mio. no(n) | p(er)hò che io uogli (con)tradir
a le autorità de ta(n)ti ma p(er) dir la dilige(n)tia ho |5| habuta
i(n) inq(ui)rir tute le nouità se à possudo i(n)uestiga(r) p(er) molti
anni de | q(ue)sta affrica come(n)ça(n)do da libia barbaria e tute le
mauritanie p(er)fina al | fiume daloro a da i 7 mo(n)ti at(ra)uerso
p(er) t(er)ra de neg(r)i oltra el p(r)imo clima e de | soto co(m)
me(n)ça(n)do da binimagra marocho. fessa, siçilme(n)sa e p(er)
quela costiera | de mo(n)ti e uerso el garbi(n). p(er) garama(n)
tia. sarama(n)tia. almaona. benichileb. cetoschamar |10| e dolca(r)
mi(n) e dafur. e più u(er)so l’ostro p(er) el Reg(n)o de goçam e u(er)
so la ethyopia austral. e | i(n) abassia e ne li suo Regni. che sono.
barara. saba. hamara. e più de soto u(er)so | nuba p(er) el reg(n)

186
o de organa e p(er) l’i(n)sula meroes. e p(er) tuti q(ue)li reg(n)i de
negri. no(n) <tr>oui | mai alguno me ne sapesse dar auiso de q(ue)
lo io t(r)ouo sc(r)ipto da q(ue)li. | vnde no(n) ne sapia(n)do altro
no(n) ne posso testificar. lasso |15| a çerchar a q(ue)li che sono
curiosi de intender tal nouitade. [xxiii 23]
*1044 trab|is [xxiii 28]
*1045 çurbin [xxiii 29]
*1046 Auica [ xxiii 37]
*1047 Sadin [xxiii 36]
*1048 lago [xxiii 5]
*1049 lago [xxiii 7]
*1050 Siene. [xxiii 8]
*1051 sixan [xxiii 30]
*1052 DESERTO [xxiii 31]
*1053 DESERTO [xxiii 10]
*1054 Qui fra terra sono alguni | negri che hano i lauri gran|dissimi
per modo che li conuien | portar sopra queli sal açoché i no(n) se
putrefaça | e questi sono queli che baratano oro p(er) sal |5| el suo
consueto è de uignir a certo tempo | a uno luogo deputado a q(ue)
sto barato. e qui me|teno a l’i(n)contro del sal ta(n)to oro q(uan)to
li par | e poi se parte e uno çorno da poi to(r)na | e se i no(n) troua
l’oro i tuo’ el sal. e se l’oro |10| è rimaso ne aço(n)çe quelo i par. | e
fano a q(ue)sto modo fin a che i se acorda. e in | questi marchadi i
no(n) se parla ni se | uede. [xxiii 41]
*1055 elhoib [xxiii 38]
*1056 Nota che Cornelio balbo | fo el primo che subiugass<e> | i
garamanti [xxiii 39]
*1057 Deserto [xxiii 40]
*1058 durzo [xxiii 12]
*1059 Susibana [xxiii 14]
*1060 zubara [xxiii 11]
*1061 In questo luogo | che è tra el diser|to se recoie man|na [xxiii
32]
*1062 zusda [xxiii 42]
*1063 gudemis [xxiii 15]
*1064 mo(n)s mesgaua [xxiii 58]
*1065 Questi paexi | sono posti per | el deserto doue | se troua
aqua. [xxiii 44]
*1066 ARABIA [ xxiii 59]
*1067 Affrica è no|minata da uno | de i posteri de abra|am dito
affer. Ma | Iulio solin dice alt(r)a|5|me(n)te. la q(u)al auctorità |
q(ui) lasso [xxiii 45]
*1068 deluguae [xxiii 16]
*1069 El fion [xxiii 43]
*1070 Deserto [xxiii 17]
*1071 Eluachdach|ne [xxiii 47]
*1072 fecene [xxiii 48]

187
*1073 Qui in costa | di monti hi | arabi pascolano | li lor animali
[xxiii 74]
*1074 gulla [xxiii 75]
*1075 lago [xxiii 46]
*[1075bis] lago [xxiii 50]
*1076 Questi arabi che ha(bi)tano a pe’ de q(ue)sto | monte. hano
fra lor piusor re. i qual p(er)hò sono | parte soto el re morocho. e
parte soto el re de fes|sa e parte soto el re de tunis. i qual arabi fano
| come è noto gra(n) prede de i mauritani. [xxiii 60]
*1077 Perché io no ho habuto loco | in europa de dir la uera sente(n)
tia | de tolomeo circa la diuisio(n) de | l’affrica da la asia. p(er)hò
qui dico ch(e) | lui fa quasi do’ diuisio(n). la p(r)ima el co(m)me(n)
ça |5| da la po(n)ta de ethiopia e uien zoso p(er) la costiera del |
colfo de arabia. poi el dice che per non | diuider l’egypto el mete |
el fin de l’affrica nel nilo. e | cu(m) el modo suo io me |10| acordo.
[xxiii 51]
*1078 Dese(r)to | de libia [xxiii 49]
*1079 non assegnato
*1080 bubdu [xxiii 76]
*1081 Deserto [xxiii 61]
*1082 Circa i confini ouer termi|ni de queste p(ro)uincie çoè
ci|renaica. e libia marmarica i(n)sieme cu(m) | egypto. no(n) se
può hora p(ar)lar coretam(en)te | p(er)ché ce(r)to altram(en)te
se pratica de q(ue)lo |5| che scriueno autori. p(er) ess(er) ca(m)
biadi nomi e | destrute le citade famose de le q(ua)l i(n) q(ue)sta
affri|ca apar gra(n) ruine. no(n) de me(n) a dechiaratio(n) de q(ue)
ste proui(n)cie | io dico. che la cirenaica da occide(n)te co(n)fina
cu(m) le gra(n) sirte. e da | septe(n)t(r)ion cu(m) el mar libico. da
orie(n)te cu(m) p(ar)te de libia marmarica la qual i(n)sieme |10|
cu(m) egypto da occide(n)te co(n)fina cu(m) cirenaica. da austro
cu(m) libia i(n)terior | da septe(n)trio(n) cu(m) el mar egyptio. e da
oriente cu(m) arabia petrea [xxiii 62]
*1083 tedelle [xxiii 78]
*1084 tunudus [xxiii 77]
*1085 zeruel [xxiii 79]
*1086 labial [xxiii 65]
*1087 sabia. [xxiii 64]
*1088 camora(n). [xxiii 54]
*1089 CIRENAICA [xxiii 63]
*1090 tine. [xxiii 66]
*1091 sorta. [xxiii 67]
*1092 Deserto [xxiii 52]
*1093 capsa [xxiii 73]
*1094 Questo paexe ha | zente co(n) uolti qua|si chome cani e |
dixese magnar | carne huma|5|na. [xxiii 80]
*1095 migines [xxiii 81]
*1096 cirenaica [xxiii 53]

188
*1097 LIBIA | marmarica. [xxiii 56]
*1098 chomeia. [xxiii 57]
*1099 ciurana [xxiii 55]
*1100 sibera [xxiii 69]
*1101 colfo de | cedich. [xxiii 70]
*1102 cauo de luzat [xxiii 71]
*1103 tolbine. [xxiii 72]
*1104 sizilme(n)|sa [xxiii 82]
*1105 reco [xxiii 85]
*1106 ciuo. [xxiii 83]
*1107 dinel|beme [xxiii 69]
*1108 fessa [xxiii 84]
*1109 cauo de suta. [xxiii 113]
*1110 mesora|ta. [xxiii 114]
*1111 lebida. [xxiii 115]
*1112 porto magno [xxiii 116]
*1113 tripoli de | barbaria. [xxiii 118]
*1114 chusar se(n)por. [xxiii 119]
*1115 GETVLIA [xxiii 125]
*1116 P(rouincia) beze [xxiii 126]
*1117 Numidia secondo | Tolomeo da la parte | occidental termina
| i(n) mauritania cesa|rie(n)se. da septe(n)t(r)ion |5| dal ma(r)
affrica(n). da | orie(n)te. da le sece gra(n)|de. da ostro. da getu|lia.
et des(er)ti de libia | ma el nome de mauri|10|tania cesarie(n)se
no(n) è hora | ta(n)to noto. p(er)ò se può dir che la numidia da |
occide(n)te dura | fina marocho. [xxiii 127]
*1118 P(rouincia) | de (chris)tia(n)i | e mantie(n)se | contra a |
mori. [xxiii 155]
*1119 P(rouincia) tremexen [xxiii 156]
*1120 tesul. [xxiii 157]
*1121 monti de barcha. [xxiii 91]
*1122 teze [xxiii 158]
*1123 mesum [xxiii 159]
*1124 bernico. [xxiii 92]
*1125 be(r)zeberi [xxiii 93]
*1126 milela [xxiii 90]
*1127 sarabio(n). [xxiii 89]
*1128 Nota che i(n) questa affrica apar | ruine de molte citade le
qual | {le q(u)al} demo(n)strano ess(er) sta’ gra(n)dissime [xxiii 120]
*1129 Qui | sono | christiani [xxiii 160]
*1130 NUMID|IA [xxiii 161]
*1131 tadra [xxiii 162]
*1132 feraro [xxiii 164]
*1133 sere(r) [xxiii 165]
*1134 po(n)ta salome [xxiii 95]
*1135 cauo de lu|co. [xxiii 96]
*1136 rasmabxe. [xxiii 129]

189
*1137 tripoli | uechio. [xxiii 128]
*1138 Getulia se inte(n)de esser pro|ui(n)cia mediteranea | zoè
i(n) meço | de tute q(ue)ste [xxiii 130]
*1139 cassarnacar [xxiii 132]
*1140 y. dezerbi [xxiii 131]
*1141 muroto. [xxiii 133]
*1142 chapes [xxiii 134]
*1143 mazares. [xxiii 135]
*1144 Questa pro|ui(n)cia dita be|çe è fertillisi|ma e p(ro)duce |
mirabel|5|me(n)te [xxiii 136]
*1145 ponta trabuco [xxiii 97]
*1146 marzagra(n) [xxiii 163]
*1147 saline. [xxiii 98]
*1148 bona(n)dre|a. [xxiii 99]
*1149 sadra [xxiii 100]
*1150 tolome|ta [xxiii 94]
*1151 buzia. [xxiii 174]
*1152 alguir [xxiii 175]
*1153 bacul [xxiii 177]
*1154 cauo de zegli. [xxiii 178]
*1155 c(auo) monte smar [xxiii 166]
*1156 tairoxe [xxiii 167]
*1157 mensoria [xxiii 168]
*1158 hor|an [xxiii 172]
*1159 sfaches [xxiii 137]
*1160 pozo mirabi|le [xxiii 138]
*1161 Numidia [xxiii 173]
*1162 zarao [xxiii 176]
*1163 inze [xxiii 170]
*1164 alzau [xxiii 171]
*1165 y(sola) de silue [xxiii 101]
*1166 c(auo) de rasa|uzen. [xxiii 102]
*1167 africa [xxiii 139]
*1168 Barbaria [xxiii 141]
*1168bis bona. [xxiii 150]
*1169 Costantina [xxiii 142]
*1170 zemora [xxiii 183]
*1171 anzoli [xxiii 182]
*1172 iafo [xxiii 179]
*1173 garbiso [xxiii 180]
*1174 tibe(n)lif [xxiii 181]
*1175 prop(r)ia affrica [xxiii 144]
*1176 storele [xxiii 145]
*1177 zizari. [xxiii 184]
*1178 pixano [xxiii 185]
*1179 Nota che in q(ue)sto mar come è noto sono piusor insule de
le | qual hi autori ne parla molto. ma qui no(n) ho fato se no(n) {de}

190
le | pri(n)cipal. la nobeltà de le qual io no(n) posso dir p(er) no(n)
hauer luo|go p(er)hò queli che sono studiosi suplisca a q(ue)sto
ma(n)chame(n)to. [xxiii 104]
*1180 SICILIA [xxiii 121]
*1181 ciuria (?) [xxiii 152]
*1182 tunes [xxiii 146]
*1183 biser|ta [xxiii 148]
*1184 cartagene [xxiii 147]
*1185 tabarcu. [xxiii 149]
*1186 non assegnato
*1187 stora. [xxiii 151]
*1188 Benché io habi s(er)uato ogni diligencia i(n) meter le staree
| de q(ue)sto mar seco(n)do la più iusta carta ho possudo. no(n)
dime(n) | queli che sono exp(er)ti no(n) faça gra(n) caso se io me
discordo | i(n) qual cossa. peroché no(n) è possibile meter tuto a
ponto [xxiii 153]
*1189 MARE MEDITERANEV(M) [xxiii 106]
*1190 saragoxa [xxiii 122]
*1191 terra | nuo|ua [xxiii 123]
*1192 licata [xxiii 124]
*1193 cha(n)dia [xxiii 108]
*1194 sithia [xxiii 107]
*1195 crete [xxiii 109]
*1196 Cartagine circuiua mia 30 e | le sue mure erano de saxo
qua|drato. grosse piedi 30 e alte | cubiti 40. [xxiii 154]
*1197 chani|a [xxiii 110]
*1198 spa<da> [xxiii 111]
*1199 Questa nobilissima insula de sicilia nominata da i | greci
trinachio seco(n)do che dice salustio era p(r)ima | co(n)çonta
cu(m) l’italia. ma da poi p(er) l’impeto del mar | fo diuisa. et i(n)
q(ue)sta se dice fosse troua’ la come|dia. ⌐ e¬ la piera che se chiama
achate. [xxiii 112]
*1200 bag [xxiv 15]
*1201 sumagade [xxiv 16]
*1202 ixola de | tridi. [xxiv 20]
*1203 F(lume) anafin. [xxiv 2]
*1204 agaza [xxiv 3]
*1205 P(rouincia) Sete mo(n)|ti [xxiv 23]
*1206 xechia [xxiv 21]
*1207 gazes. [xxiv 22]
*1208 grani [xxiv 25]
*1209 falco(n). [xxiv 24]
*1210 mandexia [xxiv 4]
*1211 Sancie mons [xxiv 5]
*1212 nota che i ma|uritani tingi | co(m)mença(n)o da i | sete
mo(n)ti. [xxiv 26]
*1213 Aienon [ xxiv 27]

191
*1214 spiaza [xxiv 29]
*1215 v(er)de [xxiv 28]
*1216 tudin [xxiv 8]
*1217 Samatamas [xxiv 6]
*1218 fl(ume) frixon [xxiv 7]
*1219 Nota che i cosmographi fano | diuisio(n) de le mauritanie.
e chiamano | una cesariensis. e l’altra stifensis. e la | terça
tingintanea. e questi nomi sono deriuadi. da | cesaria. stifi. e tingi
i qual erano casteli cussi nomi|5|nati. ma ahora q(ue)sti nomi a
nui no(n) sono noti molto | perhò no(n) ne faço q(ue)sta distintion.
[xxiv 32]
*1220 muxes [xxiv 31]
*1221 gala [xxiv 33]
*1222 cauo de | cabau|el. [xxiv 30]
*1223 tuldai [xxiv 9]
*1224 bedebuch [xxiv 10]
*1225 tagduf. [xxiv 34]
*1226 gotestior [xxiv 36]
*1227 P(rouincia) caualeto [xxiv 37]
*1228 altai [xxiv 35]
*1229 allenia [xxiv 11]
*1230 mauritania [xxiv 12]
*1231 f(lume) fladetero [xxiv 38]
*1232 reodor [xxiv 39]
*1233 OCEANVS | ATHLANTICVS [xxiv 40]
*1234 mo(n)te | altissimo [xxiv 41]
*1235 litemef [xxiv 13]
*1236 Athlas fo re de affrica | e q(ui) scrise l’astrolo|gia. e da lui
q(ue)sto | mo(n)te è no|minato [xxiv 14]
*1237 P(rouincia) de zerchas [xxiv 56]
*1238 queste | i(n)sule se|co(n)do algu|ni se dico|no fo(r)tunate
[xxiv 57]
*1239 abinimagra [xxiv 58]
*1240 messa. [xxiv 61]
*1241 cauo boiedor. [xxiv 59]
*1242 Isola | del fero [xxiv 72]
*1243 daraa [xxiv 44]
*1244 teuet [xxiv 42]
*1245 monte athlante ouer | mo(n)te c...ar [xxiv 45]
*1246 çaballe [xxiv 43]
*1247 zamor. [xxiv 60]
*1248 isola de | l’inferno [xxiv 62]
*1249 tafiler [xxiv 46]
*1250 forte | uentura [xxiv 63]
*1251 gran | canaria [xxiv 64]
*1252 lagomera [xxiv 73]
*1253 gazuola [xxiv 65]

192
Il celebre ponte cinese sul fiume Yongding, descritto da Marco Polo nel Milione.

194
*1254 palma [xxiv 74]
*1255 safi. [xxiv 67]
*1256 lanzilo|to [xxiv 66]
*1257 In questo de|serto sono | datali de più | sorte e piui | aua(n)
tazadi |5| che se troua. [xxiv 48]
*1258 Deserto [xxiv 47]
*1259 Fl(ume) malua. [xxiv 53]
*1260 marocho. [xxiv 49]
*1261 DESERTO [xxiv 50]
*1262 Deserto [xxiv 52]
*1263 nisfe. [xxiv 54]
*1264 Nota che le colone de her|cules no(n) sig(n)ifica altro cha |
diuisio(n) di monti i qual co|me dice le fabule seraua|no el streto
di zibelterra [xxiv 69]
*1265 madiera [xxiv 71]
*1266 Isola de la | madiera [xxiv 70]
*1267 zalle [xxiv 55]
*1268 porto san|to [xxiv 129]
*1269 El mar gaditaneo è dito dai | gadi. e li autori chiamano el
mo(n)|te de zibeltera. calpe. e quel de seu|ta abila. [xxiv 130]
*1270 on|tigo(n)|a [xxiv 83]
*1271 batalisa [xxiv 76]
*1272 labauan (?) [xxiv 84]
*1273 botora [xxiv 78]
*1274 gisineta [xxiv 77]
*1275 arcudia [xxiv 79]
*1276 mulçema [xxiv 80]
*1277 t(r)izer. [xxiv 81]
*1278 arzila [xxiv 85]
*1279 lara|qui [xxiv 82]
*1280 fretum he(r)|culeum [xxiv 131]
*1281 non assegnato
*1282 MA(RE) GADITANEVM [xxiv 88]
*1283 Seuta [xxiv 87]
*1284 zibel|ter [xxiv 89]
*1285 terifa [xxiv 90]
*1286 reo|lo [xxiv 132]
*1287 almeria [xxiv 91]
*1288 sar|uigna [xxiv 92]
*1289 granata [xxiv 94]
*1290 baza [xxiv 95]
*1291 malica [xxiv 93]
*1292 beger [xxiv 96]
*1293 cor|doua [xxiv 134]
*1294 sepa|uoi [xxiv 135]
*1295 eura [xxiv 133]
*1296 niebla [xxiv 104]

195
*1297 P(rouincia) Garbi [xxiv 105]
*1298 La longeza se i(n)ten|de leua(n)te a pone(n)te [xxiv 141]
*1299 cuarda [xxiv 97]
*1300 mursia [xxiv 107]
*1301 oriola [xxiv 106]
*1302 ronda [xxiv 98]
*1303 alzun [xxiv 108]
*1304 guadis [xxiv 100]
*1305 murcia [xxiv 109]
*1306 hispania | betica [xxiv 101]
*1307 çaun [xxiv 102]
*1308 baramida [xxiv 103]
*1309 sibilia [xxiv 111]
*1310 talaue|ra [xxiv 119]
*1311 le|rie [xxiv 137]
*1312 No(n) para da nuouo a q(ue)li che uedeno ⌐ in¬ q(ue)sta
euro|pa cussì picole citade. e in asia maçor cussì gra(n)|de. p(er)
ché doue ho habuto ca(m)po ho fato luogi gra(n)|di. e doue son
streto picoli p(er) q(ue)li che uede. ha|bi patie(n)tia se no(n) li
satisfazo in tuto q(ue)l i uol [xxiv 140]
*1313 fiume teso [xxiv 120]
*1314 po(n)te arzobis|po [xxiv 121]
*1315 P(rouincia) Erme(n)dade [xxiv 123]
*1316 brexe(n)za [xxiv 122]
*1317 lisbo|na [xxiv 136]
*1318 chartaze|na [xxiv 112]
*1319 milizo [xxiv 113]
*1320 toro(r) [xxiv 114]
*1321 S(ant)a maria [xxiv 115]
*1322 gadalu|pi [xxiv 116]
*1323 P(rouincia) andaluzia [xxiv 117]
*1324 Spagna | è dita | da re | hispane [xxiv 118]
*1325 rud|riga [xxiv 69]
*1326 toledo [xxiv 124]
*1327 mendina [xxiv 125]
*1328 Salama(n)ca [xxiv 126]
*1329 Qui è uno | grandis|simo stu|dio [xxiv 127]
*1330 cui(m)bra [xxiv 139]
*1331 Simantinus | mons [xxv 14]
*1332 Sacratre [xxv 7]
*1333 casali [xxv 6]
*1334 Ixola de | cimpagu [xxv 17]
*1335 Magnifico po(r)to | de zaiton. [xxv 8]
*1336 SINVS [xxv 22]
*1337 casali [xxv 23]
*1338 Regno de çaiton [xxv 25]
*1339 Smaelia [xxv 24]

196
*1340 Ciuitas zaiton. [xxv 26]
*1341 abi|teir [xxv 18]
*1342 In questo porto de zaiton el | gran chan tien naue assai | a
bixogno del suo stado et | ancho li capita assai naue | de le indie
e de diuerse p(ar)te |5| et ixole co(n) diuerse marcha|dantie zoè
spetie zoie et o(r)o | per le qual esso scuode nota|bel datii. [xxv 27]
*1343 tinçu [xxv 37]
*1344 Qui se fano la|uori de porcel|lane. [xxv 36]
*1345 Rosain. [xxv 38]
*1346 Vngue [xxv 19]
*1347 zucharo e | çoie molte [xxv 28]
*1348 çaiton. [xxv 29]
*1349 Questa citade dita | sindinfu è nobilissima | e principal nel
suo regno [xxv 39]
*[1349bis] REGNO [n. d. (xxvi h 1)]
*1350 Eogin [xxv 20]
*1351 In questo mar | oriental sono | molte insule | grande e
famo|se le qual |5| no(n) ho | posto p(er) no(n) | hauer | loco.
[xxv 21]
*1352 Reg(n)o | de chon|cha [xxv 30]
*1353 Nigui [xxv 40]
*1354 vuichen [xxv 32]
*1355 uxontus mons. [xxv 31]
*1356 Regno de fuguy [xxv 33]
*1357 Quili(n)fu [xxv 34]
*1358 ui(n)que(n) [xxv 41]
*1359 casali [xxv 42]
*1360 zenzero | galanga [xxv 46]
*1361 Ortogo|ras mo(n)s [xxv 47]
*1362 Mons | asmirei [xxv 53]
*1363 sam|ira. [xxv 43]
*1364 chuçu [xxv 48]
*1365 çiansan [xxv 54]
*1366 zenguy [xxv 49]
*1367 Qui sono | chane de | passi 15 [xxv 55]
*1368 Auter [ xxv 56]
*1369 chela (?) [xxv 44]
*1370 P(rouincia) Gori [xxv 51]
*1371 tampi(n)zu [xxv 50]
*1372 In questo chataio e di sop(ra) | ho fato demostratio(n) de
hedifi|cii nobile | p(er) dar ad in|tender la di|5|gnità | sua [xxv
52]
*1373 uguy [n. d. (xxv Q 31)]
*1374 P(ro)ui(n)cia chuin|chin. [xxv 57]
*1375 Questa nobel e magnifica citade | a uoler narar le sue
zentilixie | e bei costumi el pareria incredi|bile. e p(er)hò qui el
riman i(n) la pe|na. [xxv 45]

197
*1376 fuzui [xxv 59]
*1377 non assegnato
*1378 non assegnato
*1379 P(rouincia) çardandam | Questi po|puli se do|ra i de(n)ti
[xxvi 7]
*1380 San hieronymo nel prohemio | de la bibia dice che apolonio
phy|losopho passò q(ue)sto fiume phison | e uene ad alguni
pop(u)li diti bragma|ni p(er) aldir archan el qual senta|5|ua in
una sedia d’oro. e i(n)signaua | de la natura: de i costumi: e del |
corso de le stelle. q(ue)sto dico p(er)ché | q(ue)sti p(o)p(u)li çoè
bragmani. massa|geti. polibotri. pignei. pandi. |10| astiacani. e de
altri che de qui se | scriue esser. a nui no(n) sono noti mol|to. p(er)
hò de li lor costumi et habiti | discrepatissi⌐ mi¬. chi ne uol hauer
noti⌐ ti¬a | leça. ariano e strabo i qual de questa |15| india scriueno
copiosamente. [xxvi 18]
*1381 Qui le marchada(n)tie | se translata da fiume | a fiume p(er)
andar in cha|taio. [xxvi 27]
*1382 Questo fiume | ca(m)bia nome se|co(n)do le lengue [xxvi 32]
*1383 Bepirus mo(n)s. [xxvi 8]
*1384 uoça(n) [xxvi 19]
*1385 fl(ume) talay [xxvi 20]
*1386 Prouincia _ouer region_ tebet nel cin. [xxvi 11]
*1387 TEBET [xxvi 12]
*1388 strada [xxvi 56]
*1389 ASIA [xxvi 10]
*1390 maharaç [xxvi 21]
*1391 ia(n)zu [xxvi 23]
*1392 me(n)çu [xxvi 22]
*1393 po(n)te [xxvi 55]
*1394 Questa citade | bucifala fece far ale|xandro i(n) memoria |
del suo caualo. [xxvi 62]
*1395 Tacan [xxvi 47]
*1396 Sindinfu. [xxvi 35]
*1397 Emodi | mons. [xxvi 36]
*1398 Questo nobillissimo ponte | è el passo de le charauane | che
uano de india in chataio | e simelmente de chataio in i(n)dia | et
ha le sue strade ampie e co|5|mode p(er) tuti che fano q(ue)sto |
camin. [xxvi 57]
*1399 Selfete(n) [xxvi 63]
*1400 P(rouincia) Reuale [xxvi 64]
*1401 CONCHV [xxvi 48]
*1402 hachbalech de ma(n)go [xxvi 39]
*1403 MANGO [xxvi 40]
*1404 REGNO [xxvi 38]
*1405 Nota che to|lomeo mete {al|gune} algune pro|uincie in
questa asia | çoè albania. iberia. bac|5|triana. paropanisades.
dra|giana Arachosia. Gedrosia. et | oltra ganges. le Sine. de le

198
qual | tute no(n) ne faço nota. p(er)ché sono | ca(m)biati e corropti
queli nomi. |10| p(er)hò può bastar che ho nota|do altre p(ro)ui(n)
cie de le | qual tolomeo no(n) | ne p(ar)la. [xxvi 58]
*1406 Fl(ume) Amarus [xxvi 65]
*1407 De qui è una ualle dita | fausta. ne la qual se uede | e aldesse
spiriti. e altre | cosse monstruose. et | ne l’intrar e insir de |5| la
p(re)dita ualle se tro|ua zoie de diuerse | sorte. [xxvi 66]
*1408 REGNO [xxvi 37]
*1409 Imaus | mons [xxvi 49]
*[1409bis] Imaus mo(n)s [xxvi 50]
*1410 In questa proui(n)|cia de mango. se | dice ess(er) circa 1200
| citade. [xxvi 41]
*1411 bucifala ouer ale|xandria doue mo|rì el chaual de a|lexandro
[xxvi 69]
*1412 Qui | nasce | el fiume | amar | ouer in|5|dus. [xxvi 67]
*1413 Qui na|sce el fiu|me Re|us [xxvi 68]
*1414 P(rouincia) conchu [xxvi 51]
*1415 conchu [xxvi 52]
*1416 mons chaucasus. [xxvi 70]
*1417 fonte [xxvi 71]
*1418 casali [xxvi 42]
*1419 casali [xxvi 43]
*1420 non assegnato
*1421 Questo nobillissimo | fiume quian è di gradis|simi fiumi del
mondo | el q(u)al discore p(er) el | mango. p(er) seri|5|ca. p(er)
chataio e | ha molti altri | rami ch(e) | discore p(er) mol|te parte
[xxvi 45]
*1422 Nota che questo ⌐ mo(n)te¬ che trau(er)|sa per questa asia
se può dir che sia la fonte de | I nobel fiumi de asia. çoè. quia(n).
Sumas. Burdus. Gange | Mandus ouer timandus. Indus. Reus.
theus. Cambi|ses. et i(n) armenia tygris et euphrates. e de molti
al|5|tri di qual no(n) è possibi|le farne special nota | p(er)ché
sono i(n)finiti. [xxvi 54]
*1423 togara [xxvi 60]
*1424 Tuti hi cosmographi dicono che questo | monte che ua uerso
leuante e trauersa | q(ue)sta asia. i(n) q(ue)la p(ar)te doue l’è più
alto è chia|mato chaucaxo. ouer secondo I sithi chuicasim | e q(ue)
sto p(er) le neue so(n) lì suso. dicono ancora che’l |5| ca(m)bia
nome. i(n) diu(er)se p(ar)te. e da li indiani. fi dito | iamus. da poi
p(ro)faniso. da hi p(ar)thi choatras | nifates serapedo(n). corasico.
sithico. e da | la p(ar)te dextra caspio ouer hircano. | da senestra
amaçonico. e cussì |10| ca(m)bia nome seco(n)do le le(n)g<ue>
[xxvi 72]
*1425 Regno turqueste(n) [xxvi 73]
*1426 Qui se troua | oro de paiu|ola [xxvi 91]
*1427 abragana [xxvi 74]
*1428 Solana [xxvi 75]

199
*1429 paliana [xxvi 84]
*1430 asmir|ea [xxvi 93]
*1431 Sedo(n) [xxvi 92]
*1432 El mar breu(n)to [xxvi 94] || M(AR) BRE⌐ V(N)TO¬ [xxvi 95]
*1433 Anubi mons [xxvi 78]
*1434 anubi mo(n)s [xxvi 85]
*1435 ottorocora [xxvi 96]
*1436 turques [xxvi 101]
*1437 Questa nobel cità de fuçui | uolta mia lxa ne la qual | son
circa 6000 po(n)ti | e soto de chadauno | poria passar una |5|
oue(r) do’ gallie. e ne | i suo monti nasce | reobarbaro e çen|çero
in quantità | et ha soto sì xvi |10| citade nobile | e marchada(n)
tes|che. [xxvi 80]
*1438 Qui è el fin del | chataio. [xxvi 81]
*1439 Sera pri(n)cipal cità | de la pro(uncia) serica [xxvi 79]
*1440 tingui [xxvi 87]
*1441 daxata [xxvi 86]
*1442 THARSE [xxvi 102]
*1443 Regno tharse | del qual uene hi | magi. [xxvi 103]
*1444 cignantu [xxvi 82]
*1445 Questo fiu|<m>e quia(n) | <s>e dice ha|uer tra una | banda
e l’<al>|5| tra 220 | citade [xxvi 89]
*1446 aspacea [xxvi 97]
*1447 tharsus [xxvi 98]
*1448 chainzu [xxvi 83]
*1449 Rosalcha. [xxvi 90]
*1450 SACE P(rouincia) [xxxii 33]
*1451 turris lapidea [xxvi 100]
*1452 Deserto de belia(n) [xxvi 104]
*1453 P(ro)ui(n)cia _ouer region_ paxan [xxvi 105]
*1454 non assegnato
*1455 non assegnato
*1456 Simila [xxvii 17]
*1457 In le montagne de la citade de here. sono | dragi assai i qual
hano una piera i(n) fro(n)te uirtuosa | a molte infirmitade. e queli
del paese quando i uol alciderli | i fano grandi fuogi ne i boschi
che sono atorno q(ue)li monti | p(er) modo che’l fumo p(er) esser
molto denso i sofega. e poi mo(r)ti |5| queli li rompeno la fronte
e li troua la piera sopra | dita. e de quela carne i fano con altre
mixture me|dicinal una tiriacha optima a molte infir|mitade. E
q(ue)sta cità here. è fortissi(m)a e ci(r)cu(n)da|da da aque. et è
ordenada p(er) modo |10| che’l suo sig(n)or può andar p(er) q(ue)
la | a couerto se(n)ça esser | uisto ni offeso [xxvii 18]
*1458 candar menor [xxvii 6]
*1459 balach [xxvii 19]
*1460 R(egn)o Isd in persia [xxvii 27]
*1461 ASSIRIA [xxvii 39]

200
*1462 niniue ciuitas mag(n)a. [xxvii 42]
*1463 Assiria [xxvii 40]
*1464 CANDAR [xxvii 7]
*1465 fiume arda|uelo [xxvii 28]
*1466 Queli che | scriueno | che niniue | e babilonia | sia una
me|5|dema cita|de. prendeno | grande er|ror. ai q(u)al | bastame
che |10| tolomeo | li respo(n)|da. [xxvii 68]
*1467 Qui antichamente dominaua uno signor dito el uechio |
da la montagna el qual per sua sagacità hauea fato | uno logo
amenissimo de tute le delicie piaceri e | deleti. e li conduceua
alguni homeni e aliena|uai p(er) modo li credeua q(ue)lo fosse el
paradiso |5| e per questi piaceri a co(n)te(m)platio(n) de q(ue)|sto
signo(r) feuano gra(n) robarie | et occisio(n). p(er) la qual cossa |
uno signor tartaro | prese questo luogo [xxvii 43]
*1468 Spahan [xxvii 61]
*1469 PARTHIA [xxvii 59]
*1470 Questi populi de parthia | antichamente haueno l’ori|gine
sua da li sithi. unde poi p(er) | la sua pote(n)tia sotomesseno gran
| p(ar)te de queste proui(n)cie che li era|5|no datorno. p(er) modo
che le se no|minauano e diceuano ess(er) i(n) parthia | ma hahora
no(n) hano ta(n)ta opinio(n) | p(er) no(n) hauer tal dominio. [xxvii
60]
*1471 Niniue | destructa [xxvii 69]
*[1471bis] Assiria [xxvii 71]
*1472 P(rouincia) Cur|tista(n) [xxvii 70]
*1473 mesiet chora|sian [xxvii 51]
*1474 Questi de q(ui) | dice che q(ue)|sto è uno ra|mo de phiso(n)
[xxvii 62]
*1475 Fl(ume) Reus [xxvii 46]
*1476 Armenia | maçor [xxvii 34]
*1477 ARMENI|A [ xxvii 74]
*1478 Aiçis [ xxvii 73]
*1479 non assegnato
*1480 CHORASIA(N) [xxvii 53]
*1481 R(egno) istaruch | in persia. [xxvii 55]
*1482 REGNO [xxvii 54]
*1483 Sabçohar [xxvii 64]
*1484 Queste proui(n)cie | sono molto de|stitute p(er) le co(n)
tinue | guere fano tur|chomani [xxvii 63]
*1485 thauris [xxvii 76]
*1486 arsenchef [xxvii 75]
*1487 zizire [xxvii 77]
*1488 chose|rem [xxvii 47]
*[1488bis] fonte [xxvii 50]
*1489 P(rouincia) de chorasia<n> | Questa proui(ncia)|
antichame(n)te | se diceua Ar|colia [xxvii 56]
*1489bis In questi mon|ti de here se tro|ua pretiose ço|ie de più

201
sorte [xxvii 52]
*1490 Questa proui(n)cia de p(er)sia come | altroue ho dito è diuisa
i(n) 8 reg(n)i | e dilata molto più i suo (con)fini de | quel descriue
tolomeo. el qual | li dà poco confin. [xxvii 57]
*1491 nassabor [xxvii 66]
*1492 SOLTAN|IA [xxvii 65]
*[1492bis] soltania [n. d. (xxvii M 31)]
*1493 lago [xxvii 49]
*1494 Fl(ume) theus [xxvii 58]
*1495 mo(n)s choatras [xxvii 67]
*1496 Ciuitas mag(n)a thauris. | Questa è sul termene de per|sia e
fo zà granda tra armi|ni, de la qual teredatio ne fo | re ma da poi
p(re)sa p(er) ta(m)berla(n) es|5|so guastò ogni sua nobilitade. (et)
è uul|go in q(ue)ste p(ar)te questa esser stada la citade | de fusi
doue se dixe alexandro tollese la | bataia con dario. e al presente
el fiol | de Charaisuf n’è signor e questa è |10| ne l’arminia gra(n)
da. [xxvii 80]
*1497 barda [xxvii 81]
*1498 monte cha|rabach [xxvii 82]
*1499 Sallamas [xxvii 78]
*1500 Sa(n)cia [xxvii 79]
*1501 Questa era za soto la signoria del | deli ma tamberla(n)
translatoe qui | quela sedia. e ahora siaroch mar|zan el fiol suo ne
è signor e de sa|margant e de tuta p(er)sia perfina |5| bagadat e
oltra. [xxvii 87]
*1502 Here [xxvii 99]
*1503 basoar [xxvii 107]
*1504 po(n)te melich [xxvii 84]
*1505 P(rouincia) dita chorasian [xxvii 85]
*1506 basta(n) [xxvii 108]
*1507 Siariar [xxvii 109]
*1508 chasmi(n) [xxvii 110]
*1509 dihul [xxvii 111]
*1510 fl(ume) arius. | nome anticho | fl(ume) amui | nome
moderno [xxvii 88-89]
*1511 ASIA [xxvii 113]
*1512 P(rouincia) maxendera(n) [xxvii 112]
*1513 P(rouincia) Gilla(n) [xxvii 114]
*1514 bisie. [xxvii 127]
*1515 Armenia [ xxvii 123]
*1516 P(rouincia) Siroan. | In q(ue)sta p(ro)ui(n)cia de siroan
naseno sede. de iii so(r)te. | Le p(r)ime se chiamano siechi. e q(ue)
ste sono basse. le se|gonde chanarui. e q(ue)ste sono mior. le terço
sono | dite thalai. e queste sono optime. e nasceno |5| i(n) q(ue)sto
polesene ch’è qui | de soto. e fi dito ma|mutaua. [xxvii 128]
*1517 choi [xxvii 124]
*1518 f(lume) cur [xxvii 129]

202
203
La regione di Bagdad, situata nel centro geometrico del mappamondo.

204
*1519 rasgaza(r) [xxvii 130]
*1520 arachaze [xxvii 125]
*1521 Questo fiume | a(n)ticha|me(n)te se diceua | ciro [xxvii 126]
*1522 Maru [xxvii 101]
*1523 nusiar | ouer nu|saur [xxvii 100]
*1524 mons | zaidauo [xxvii 90]
*1525 ardiul [xxvii 115]
*1526 lagin [xxvii 117]
*1527 Fl(ume) oxius [xxvii 116]
*1528 chabala [xxvii 131]
*1529 zaidauo [xxvii 102]
*1530 Saracx [xxvii 103]
*1531 fonte de the|us [xxvii 118]
*1532 mo(n)te da|m.. (?) [xxvii 119]
*1533 sanch|ief [xxvii 133]
*1534 SIROAN [xxvii 134]
*1535 Siamachi [xxvii 135]
*1536 Alia alexandria. [xxvii 92]
*1537 taicha(n) [xxvii 94]
*1538 P(rouincia) | ARIA [xxvii 93]
*1539 In queste parte al presente regna|no queli che sono stadi de
la pro|genie de tamberla(n) el qual subiugò | gra(n) p(ar)te d’asia.
[xxvii 104]
*1540 Alia alexandria [xxvii 96]
*1541 Straua [xxvii 120]
*1542 ma|mu|taua [xxvii 136]
*1543 Qui sono do’ | fo(n)ti ⌐ de¬ licori [xxvii 137]
*1544 Questa proui(n)cia | anticham(en)te se di|ceua alba|nia.
[xxvii 138]
*1545 Siabran [xxvii 139]
*1546 fl(ume) sauo(r) [xxvii 140]
*1547 Nota che secondo li istoriographi Alexa(n)|dro macedo
conquistò gran | parte de questa asia. e edificò | algune citade in
diuersi luo|gi e meseli el suo nome. [xxvii 95]
*1548 macha(n) [xxvii 105]
*1549 fonte de | ixartes. [xxvii 106]
*1550 Schasse|rno [xxvii 97]
*1551 Questa citade | dita balch | è uno porto | doue capita |
molta seda. [xxvii 98]
*1552 Simina(n) [xxvii 121]
*1553 toliba|zar [xxvii 122]
*1554 bachu [xxvii 141]
*1555 non assegnato
*1555bis siamor [xxvii 140]
*1556 beri [xxviii 5]
*1557 lago del te|nexe [xxviii 40]
*1558 latse [xxviii 43]

205
*1558bis P(rouincia) paflago|nia [xxviii 322]
*1559 saline [xxviii 70]
*1560 coffa [xxviii 6]
*1561 non assegnato
*1562 m<ons> | liban<u>s [xxviii 23]
*1563 sala|mon [xxviii 73]
*1563bis alepo. | Questa è (con)fin de la | soria e de l’arminia |
mezana. [xxviii 111]
*1564 non assegnato
*1565 chobeis [xxviii 30]
*1566 SERMIN [xxviii 33]
*1567 siria | pheni|cea [xxviii 56]
*1568 famagosta [xxviii 62]
*1569 CRETE [xxviii 79]
*1570 In questa cità de tarso | naque sa(n) paulo ap(osto)lo [xxviii
131]
*1571 argali [xxviii 108]
*1572 rogalla [xxviii 34]
*1573 casal [xxviii 35]
*1574 Antiochia è el | t(er)mene de soria | e de armi(n)ia mi|no(r)
ne la q(ua)l reg(n)a | el caraman [xxviii 36]
*1575 la liza [xxviii 67]
*1576 soldin [xxviii 130]
*1577 fimca [xxviii 132]
*1578 castel|ruzo [xxviii 195]
*1579 chachauo [xxviii 196]
*1580 rodi [xxviii 80]
*1581 In questo mar el qual nui | chiamemo arcipelago sono |
molte i(n)sule le qual soleuano | esser molto riche e famose [xxviii
81]
*1582 mosol [xxviii 13]
*1583 fl(ume) saochoras [xxviii 82]
*1584 tecrit [xxviii 83]
*1585 egru(n) [xxviii 84]
*1586 Armini|a | me|no(r) [xxviii 109]
*1587 fl(ume) chaboras | ouer tecrit [xxviii 91]
*1588 maschier [xxviii 90]
*1589 arbel. [xxviii 88]
*1590 cassius mo(n)s [xxviii 89]
*1591 zemug [xxviii 86]
*1592 Saicho [xxviii 112]
*[1592bis] saicho [xxviii 110]
*1593 non assegnato
*1594 caizune. [xxviii 133]
*1595 aiazo [xxviii 134]
*1596 raisis [xxviii 141]
*1597 uni [xxviii 135]

206
*1598 adana [xxviii 143]
*1599 curcho [xxviii 137]
*1600 grigo (?) [xxviii 136]
*1601 tarsus [xxviii 142]
*1602 purichel [xxviii 138]
*1603 antio|ceta [xxviii 139]
*1604 cha(n)delor [xxviii 140]
*1605 satalia [xxviii 144]
*1606 macre [xxviii 198]
*1607 mo(n)s tro... (?) [xxviii 203]
*1608 alto luogo [xxviii 197]
*1609 prepia [xxviii 204]
*1610 ASIA | MINO(R) [xxviii 205]
*1611 asia p(ro)p(r)ia [xxviii 200]
*1612 fisco [xxviii 199]
*1613 palacia [xxviii 206]
*1614 sa(n) pet(r)oni [xxviii 201]
*1615 Arcipielego | Sio [xxviii 207]
*1616 c(au)o | de le | colone. [xxviii 202]
*1617 hura [xxviii 85]
*1618 me(n)zur [xxviii 95]
*1619 lara(n)da [xxviii 154]
*1620 gonia [xxviii 155]
*1621 acnoteri [xxviii 158]
*1622 aicari (?) [xxviii 157]
*1623 sourasari [xxviii 156]
*1624 allasiari [xxviii 159]
*1625 ormel | ormel [xxviii 92]
*1626 esbin [xxviii 93]
*1627 si(n)garis | mo(n)s [xxviii 94]
*1628 arze(n)ga(n). | arze(n)ga(n) [xxviii 115]
*1629 Questa è de qua dal fora | ne l’arminia mezana per|fina a
hi termeni de capa|doçia el fiol de charailuch | ne è signor. [xxviii
116]
*1630 ASIA [xxviii 113]
*1631 antethau|ro [xxviii 117]
*1632 de qui se dice fos|se el primo co(n)fli|to de dario cu(m)
alexa(n)dro [xxviii 114]
*1633 asmig(r)acha [xxviii 152]
*1634 p(rouincia) cilicia. [xxviii 146]
*1635 nigida [xxviii 145]
*1636 ASIA [xxviii 147]
*1637 ianisari [xxviii 152]
*1638 alladich|ia [xxviii 149]
*1639 p(rouincia) | pa(m)philia [xxviii 148]
*1640 cinabazar [xxviii 151]
*1641 istazia dousli [xxviii 150]

207
*1642 amalaire [xxviii 213]
*1643 charazessar [xxviii 209]
*1644 Licia [xxviii 148]
*1645 epheso [xxviii 214]
*1646 Lidia [xxviii 215]
*1647 tina [xxviii 210]
*1648 p(er)gamo [xxviii 217]
*1649 P(rouincia) philadel|phia [xxviii 216]
*1650 lesmire [xxviii 218]
*1651 foia | nuoua [xxviii 220]
*1652 foia | u(echia) [xxviii 219]
*1653 EGEVM [xxviii 221]
*1654 colonia | ouer charasar [xxviii 118]
*1655 tocate [xxviii 163]
*1656 zebelia [xxviii 164]
*1657 che|saria [xxviii 164]
*1658 pacari [xxviii 167]
*1659 culasa|ri [xxviii 168]
*1660 acog(n)is [xxviii 169]
*1661 acili [xxviii 161]
*1662 iacroco [xxviii 162]
*1663 merdi [xxviii 96]
*1664 lasorize [xxviii 120]
*1665 savastia | de capadocia [xxviii 121]
*1666 cesaria ca|padocia [xxviii 119]
*1667 cotai [xxviii 229]
*1668 angora [xxviii 222]
*1669 f(lume) patulo [xxviii 223]
*1670 qui naq(ue) | eneas [xxviii 222]
*1671 olim|pus [xxviii 230]
*1672 bitinia [xxviii 237]
*1673 Brussa [xxviii 238]
*1674 adromita [xxviii 227]
*1675 mo(n)s | ida [xxviii 232]
*1676 frigia [xxviii 234]
*1677 hylion [xxviii 233]
*1678 stalimene [xxviii 235]
*1679 Archa noè [xxviii 99]
*1680 aidin [xxviii 125]
*1681 amasia [xxviii 170]
*1682 docra (?) [xxviii 173]
*1683 corzugas [xxviii 174]
*1684 toria [xxviii 175]
*1685 gallatia [xxviii 176]
*1686 otma(n)zuch [xxviii 177]
*1687 toco(n) | chalasi [xxviii 178]
*1688 boli [xxviii 179]

208
*1689 bapasa(n) [xxviii 180]
*1690 golia [xxviii 172]
*1691 Armenia meçana [xxviii 97]
*1692 mo(n)te thauro [xxviii 126]
*1693 ante thau|ro [xxviii 122]
*1694 neocesaria [xxviii 123]
*1695 capadocia [xxviii 127]
*1696 comana [xxviii 124]
*1697 rogala [xxviii 128]
*1698 abumar [xxvii 77]
*1699 modrem [xxviii 171]
*1700 coprasari [xxviii 236]
*1701 P(rouincia) chazeli|na [xxviii 245]
*1702 nichomedia [xxviii 246]
*1703 chio [xxviii 247]
*1704 nichia [xxviii 248]
*1705 lupao(n) (?) [xxviii 239]
*1706 mo(n)ta|neo [xxviii 241]
*1707 P(rouincia) | po(n)|to [xxviii 249]
*1708 sidomlis (?) [xxviii 240]
*1709 dias|chi|li [xxviii 242]
*1710 troia [xxviii 243]
*1711 bosforos [xxviii 250]
*1712 eno [xxviii 251]
*1713 ... mari|za (?) [xxviii 252]
*1714 ararate | ararate [xxviii 102]
*1715 Sararate [xxviii 103]
*1716 Su queste do’ | cime hi armi|ni vulga ri|manise l’a(r)cha
[xxviii 101]
*1717 michezur | michezur [xxviii 104]
*1718 marpia(n) [xxviii 181]
*1719 sulta(n) asslar [xxviii 183]
*1720 anguri [xxviii 184]
*1721 P(rouincia) aidin [xxviii 185]
*1722 istuch [xxviii 186]
*1723 belazuch [xxviii 187]
*1724 borlli [xxviii 190]
*1725 chala|zuch [xxviii 188]
*1726 P(rouincia) amazones [xxviii 192]
*1727 P(rouincia) chourasa [xxviii 189]
*1728 f(lume) | ras|che [xxviii 107]
*1729 fl(ume) zurme|na [xxviii 129]
*1730 guedera [xxviii 191]
*1731 fl(ume) pa|terni|cio [xxviii 194]
*1732 pende|rachi [xxviii 193]
*[1732bis] feno|sia [n. d. (xxviii m 33)]
*1733 pon|tus [xxviii 253]

209
*1734 carpi [xxviii 254]
*1735 cal|largi [xxviii 255]
*1736 co(n)<stantino>poli [xxviii 260]
*1737 trazia fi di|ta da thyras fiol | de iafet [xxviii 256]
*1738 traçia [xxviii 257]
*1739 adrianopoli [xxviii 261]
*1740 mace|donia [xxviii 258]
*[1740bis] mace|donia [xxix 150]
*1741 ianifixar [xxviii 259]
*1742 Questa nobillissima cità de constantino|poli antichamente si
chiamaua biça(n)tio | ma da poi fo ampliada p(er) co(n)sta(n)ti(n).
el qual | li tra(n)sferì l’imperio roman [xxviii 343]
*1743 stag(n)ora [xxviii 341]
*1744 meseu...a [xxviii 344]
*1745 fo(n)te | de eufra|tis [xxviii 265]
*1746 arzero(n) [xxviii 288]
*1747 arda|mici [xxviii 294]
*1748 da(n)dala [xxviii 295]
*1749 spier [xxviii 289]
*1750 paper [xxviii 290]
*1751 trabe|xo(n)da [xxviii 291]
*1752 chiriso(n)|da [xxviii 259]
*1753 uatiza [xxviii 318]
*1754 simiso [xxviii 319]
*1755 languis [xxviii 320]
*1756 lalli [xxviii 321]
*1757 gallipo [xxviii 323]
*1758 non assegnato
*1759 chastamina [xxviii 324]
*1760 sino|pi [xxviii 325]
*1761 do’ caste|lle [xxviii 326]
*1762 samastro [xxviii 327]
*1763 uaniu|asta(n) [xxviii 263]
*1764 biti|lis [xxviii 264]
*1765 mo(n)s ...ona (?) [xxviii 345]
*1766 Bolgaria [xxix 258]
*[1766bis] bolgaria [xxviii 346]
*[1766ter] bolgaria [xxviii 353]
*1767 chalzichea [xxviii 296]
*1768 casal [xxviii 297]
*1769 COLCHIS [xxviii 299]
*1770 uati [xxviii 298]
*1771 In questa asia qui sop(ra) è una prouincia dita paflagonia de
la | qual sono queli primi troiani che uene ad habitar i(n) questo |
lago doue è ueniexia. la qual poi fo ampliada de tempo i(n) te(m)po
| per queli che fuçiuano da la persecution de i pagani. e maxi|me
da Athila fiagellum dei. el qual fo Re de i Vnni [xxviii 300]

210
*1772 MAR MAVRO. [xxviii 328]
*1773 Nota che sono do’ monti chiamati olimpo zoè | questo
de bursa e q(ue)l de grecia. {e questo} e questo | è quelo doue
antichamente i pagani ogni q(ui)nto | anno celebrauano algune
suo feste. e quele lor | chiamauano le olimpiade. e de lì è q(ue)sto
uocabulo. [xxviii 329]
*1774 uarna. [xxviii 347]
*1775 carpi [xxviii 266]
*1776 gori [xxviii 270]
*1777 chagliachra [xxviii 348]
*1778 Qui p(er) hi più el | se dixe che ia|son aq(ui)stase | el
thesauro [xxviii 301]
*1779 fasis oue(r) | faso [xxviii 303]
*1780 faso [xxviii 302]
*1781 zorza(n)ia [xxviii 274]
*1782 ÇAGORA [xxviii 350]
*1783 fl(ume) ischra [xxviii 349]
*1784 tiphilis. Qui fa ressi|de(n)tia el Re | de çorçania [xxviii 275]
*1785 ÇORÇANIA [xxviii 272]
*1786 mo(n)te so|ra(n) [xxviii 276]
*1787 cho(n)ta|tos [xxviii 304]
*1788 Schauria [xxviii 306]
*1789 P(rouincia) mi(n)greli [xxviii 305]
*1790 Sauastopo|li [xxviii 307]
*1791 Flumen nicola flumen nicola
*1792 PONTVS | EVSINVS [xxviii 330]
*1793 cresona [xxviii 331]
*1794 P(rouincia) Sce|chi. [xxviii 278]
*1795 danu|bio [xxviii 352]
*1796 zagora [xxviii 351]
*1797 çorçania | Questa p(ro)|uincia | anticham(en)te | se diceua
|5| iberia [xxviii 280]
*1798 vexin [xxviii 279]
*1799 Strocha|mis [xxviii 281]
*1800 Chaucaxo [xxviii 309]
*[1800bis] Chaucaxo [xxviii 310]
*1801 crichiuiti [xxviii 338]
*1802 cauo | loro sofar [xxviii 339]
*1803 licostoma [xxviii 355]
*1804 vlachia pizo|la [xxviii 357]
*1805 torte [xxviii 356]
*1806 birlago [xxviii 359]
*1807 P(rouincia) chebi|ch [xxviii 312]
*1808 In questo mo(n)te se | dixe esser più de | tre(n)ta lengue e
ta(n)te | fede e più costumi [xxviii 313]
*1809 P(rouincia) chremu|ch [xxviii 314]
*[1809bis] c(auo) de crida (?) [n. d. (xxviii q 19)]

211
*1810 fl(ume) | lo(n)dia [xxviii 311]
*1811 lacho [xxviii 334]
*1812 chafa [xxviii 336]
*1813 nospero [xxviii 335]
*1814 P(rouincia) Goti | alani [xxviii 333]
*1815 soldaia. [xxviii 332]
*1816 sorgati [xxviii 337]
*1817 vlachia gra(n)|da [xxviii 360]
*1818 chaspio [xxviii 283]
*[1818bis] chaspio [xxviii 286]
*1819 mulsumani [xxviii 284]
*1820 PALVS ME|OTIS [xxviii 340]
*1821 fl(ume) copa [xxviii 315]
*1822 fl(ume) taga|sa [xxviii 316]
*1823 corensi. [xxviii 317]
*1824 hans [xxviii 287]
*1825 mocastro [xxviii 358]
*1826 MA(RE) LIBICVM. [xxix 1]
*1827 dicolorbi [xxix 77]
*1828 suxa. [xxix 49]
*1829 caroan [xxix 47]
*1830 cauo bon. [xxix 62]
*1831 agusta [xxix 31]
*1832 terme|ne [xxix 32]
*1833 paler|mo [xxix 33]
*1834 zitarea [xxix 10]
*1835 tra|pa|no [xxix 34]
*1836 malio [xxix 11]
*1837 lacedemo(n)ia [xxix 12]
*1838 maluasia [xxix 16]
*1839 misitra [xxix 15]
*1840 nasela [xxix 13]
*1841 archadia [xxix 17]
*1842 pelopo|ne(n)sus [xxix 18]
*1843 ziante [xxix 19]
*1844 cefalonia [xxix 20]
*1845 reso [xxix 35]
*1846 cata|nia [xxix 36]
*1847 MA(RE) AFFRICV(M) [xxix 66]
*1848 MAIORICA [xxix 86]
*[1848bis] <eui>za (?) [n. d. ( xxix E 38)]
*1849 vale(n)za [xxix 87]
*1850 aragona [xxix 88]
*1851 epi|rus [xxix 91]
*1852 cotro(n) [xxix 164]
*1853 sila|zi [xxix 38]
*[1853bis] SICILIA [xxix 37]

212
213
L’Italia; in quest’area la carta risulta assai danneggiata per il continuo contatto dei visitatori
cui era stata esposta prima del suo definitivo ingresso nella Biblioteca Marciana, nel 1924.

214
*1854 bibona [xxix 165]
*1855 tropia [xxix 39]
*1856 porto | lion. [xxix 21]
*1857 cora(n)to [xxix 23]
*1858 napoli [xxix 22]
*1859 pat(r)as [xxix 25]
*1860 Qui fo ma(r)|tu(ri)zà s(an)c(t)o | andrea | ap(osto)lo [xxix
24]
*1861 clare(n)za [xxix 26]
*1862 ducato [xxix 92]
*1863 De questa nobilissima italia no(n) ne dico q(ui) | altro p(er)
esser cossa notissima. e celebrada | da ta(n)ti p(re)stantissimi
scriptori. come mar|co cato. el qual ne parla dilige(n)teme(n)te
[xxix 40]
*1864 minorica [xxix 89]
*1865 catelo|gna [xxix 223]
*1866 ualona [xxix 111]
*1867 corfù [xxix 104]
*1868 otra(n)to [xxix 166]
*1869 bra(n)dico (?)
*1870 tara(n)to [xxix 21]
*1871 scalea [xxix 167]
*1872 sazere (?) [xxix 171]
*1873 t(r)icarico [xxix 170]
*1874 eubo|ea [xxix 105]
*1875 duca|me de | athenes [xxix 106]
*1876 lasolla (?) [xxix 99]
*1877 Achaia [xxix 107]
*1878 lepanto [xxix 100]
*1879 stiri [xxix 108]
*1880 larta [xxix 101]
*1881 fanaro [xxix 102]
*1882 butra(n)to [xxix 109]
*1883 lat(r)a [xxix 103]
*1884 pela|gonia. [xxix 110]
*1885 SARDINIA [xxix 201]
*1886 Corsica e sardegna erano | nominatissime apresso li anti|chi.
e maxime corsica ne la q(ua)l se t(r)o|ua una piera no(m)i(n)ata
cathochite [xxix 202]
*1887 barzelo|na [xxix 227]
*1888 S(ant)a ma|ria de mo(n)s | serat [xxix 228]
*1889 arago(n)<a> [xxix 229]
*1890 saragoza [xxix 224]
*1891 parnaso [xxix 97]
*1892 saline (?) [xxix 95]
*1893 todeli [xxix 225]
*1894 nauara [xxix 226]

215
*1895 olit [xxix 230]
*1896 exina (?) [xxix 96]
*1897 cruia [xxix 121]
*1898 bari [xxix 173]
*1899 monopoli (?) [xxix 172]
*1900 barleta [xxix 175]
*1901 bestie (?) [xxix 182]
*1902 trani [xxix 174]
*1903 ascoli [xxix 177]
*1904 lesna [xxix 183]
*1905 ma(n)fredonia [xxix 176]
*1906 salerno [xxix 178]
*1907 napoli [xxix 179]
*1908 gaieta [xxix 180]
*1909 terracina [xxix 181]
*1910 feteleo (?) [xxix 113]
*1911 mo(n)s oli(m)po [xxix 117]
*1912 Qui è el p | passo de li | costorna [xxix 118]
*1913 larso. [xxix 183]
*1914 <monte cassino> (?) [n. d. (xxix h 20)]
*1915 ro<m>a [xxix 203]
*1916 P(rouincia) rosio(n) [xxix 232]
*1917 foes [xxix 231]
*1918 Armi|gnacha [ xxix 233]
*1919 P(rouincia) | gie|na [xxix 234]
*1920 castorea. [xxix 115]
*1921 uelagrada [xxix 116]
*1922 durazo [xxix 127]
*1923 an|tiua|ri [xxix 135]
*1924 dolceg(n)o [xxix 134]
*1925 f(lume) drina [xxix 129]
*1926 SIN(VS) AD|RIATIC(VS) [xxix 184]
*1927 ortona [xxix 185]
*1928 Italia [xxix 186]
*1929 rendina [xxix 130]
*1930 plata noua [xxix 123]
*1931 t(r)icana. [xxix 125]
*1932 P(rouincia) ueria. [xxix 124]
*1933 Albania [ xxix 126]
*1934 drie|ua|sto [xxix 132]
*1935 lexio [xxix 128]
*1936 scutari [xxix 133]
*1937 corneto [xxix 204]
*1938 uiterbo [xxix 205]
*1939 siena [xxix 208]
*1940 talamo(n) [xxix 206]
*1941 pisa [xxix 211]

216
*1942 plo(n)bin [xxix 209]
*1943 uoltera [xxix 210]
*[1943bis] p(orto) uenere (?) [n.d. (xxix M 25)]
*[1943ter] rapalo [n. d. (xxix M 26)]
*[1943quater] zenoa [n. d. (xxix M 27)]
*[1943quinquies] are(n)ça(n) (?) [n. d. (xxix M 27)]
*1944 CORSICA [xxix 207]
*1945 eres [xxix 212]
*1946 marseia [xxix 236]
*1947 tolo(n) [xxix 235]
*1948 burdeos [xxix 237]
*1949 p(r)incipio | de dalma|tia. [xxix 187]
*1950 rag|usi [xxix 188]
*1951 monte de murlachi [xxix 191]
*[1951bis] monte de murlachia. [xxix 196]
*1952 na|rente [xxix 192]
*1953 stag(n)o [xxix 189]
*1954 liesna [xxix 190]
*1955 spala|to [xxix 193]
*1956 phylipo(poli) [xxix 159]
*1957 qui na|q(ue) alex|andro [xxix 140]
*1958 sere [xxix 139]
*1959 limosi(n) [xxix 183]
*1960 salonichi [xxix 141]
*1961 tesali [xxix 142]
*1962 stipi. [xxix 151]
*1963 scopi è sui (con)fin de al|bania s(er)uia bolgaria. | e
macedonia. [xxix 152]
*1964 alba|nia [xxix 143]
*1965 fl(ume) boiana [xxix 144]
*1966 arbe(n)ga [xxix 213]
*1967 sauona [xxix 217]
*1968 ui(n)ti|mia [xxix 214]
*1969 mu|nego [xxix 218]
*1970 phylip(us) [xxix 149]
*1971 fragur [xxix 216]
*1972 niza [xxix 215]
*1973 auigno(n) [xxix 241]
*1974 GAL|LIA [xxix 242]
*1975 aque mo(r)|te [xxix 238]
*1976 cha(r)caso|na [xxix 243]
*1977 toloxa [xxix 239]
*1978 boabon [xxix 244]
*1979 i(n) gascog(n)a | tolosa [xxix 240]
*1980 craina [xxix 158]
*1981 p(rouincia) de stephano [xxix 163]
*1982 sibinicho [xxix 195]

217
*1983 trau [xxix 194]
*1984 P(rouincia) torena [xxix 249]
*1985 sophia. [xxix 156]
*1986 cratoa [xxix 160]
*1987 Scopi [xxix 157]
*1988 mo(n)s chate|ne [xxix 161]
*1989 forus [xxix 162]
*1990 EVROPA [xxix 197]
*1991 zara [xxix 199]
*1992 zara ue|chia [xxix 198]
*[1992bis] dalmatia [n. d. (xxix N 17)]
*1993 Istria [xxix 200]
*[1993bis] V<eniexia> [n. d. (xxix N 20)]
*1994 bolog(n)a [xxix 219]
*1995 monte vixo [xxix 220]
*1996 çambri [xxix 221]
*1997 uiena [xxix 247]
*1998 f(lume) laso|na [xxix 248]
*1999 berri [xxix 246]
*2000 p(rouincia) del cape|tanio. [xxix 305]
*2001 boboac [xxix 306]
*2002 ceresig(n)er [xxix 304]
*2003 segna [xxix 307]
*2004 Fl(ume) po oue(r) eridano [xxix 349]
*2005 f(lume) tesin [xxix 351]
*2006 tori<n> [xxix 352]
*2007 mons | senexe [xxix 350]
*2008 çeneu|ra [xxix 353]
*2009 salin [xxix 355]
*2010 Roda|no [xxix 354]
*2011 P(rouincia) de alegreto [xxix 253]
*2012 lion [xxix 389]
*2013 maco(n). [xxix 396]
*2014 sa(n) spirito. [xxix 390]
*2015 torn [xxix 397]
*2016 zalon [xxix 398]
*2017 auernia [xxix 391]
*2018 f. laso<na> [xxix 392]
*2019 P(rouincia) | biausat | P(rouincia) | biausat [xxix 393]
*2020 uilon [xxix 399]
*2021 GALLIA | frança | è dita da | re fra(n)co [xxix 401]
*2022 paris [xxix 400]
*2023 orli|ens [xxix 395]
*2024 nuoua | barda || ouer nuo|uo mo(n)te [xxix 251]
*2025 fosse da oro | et arçento [xxix 256]
*2026 p(r)istina [xxix 252]
*2027 cosi. [xxix 308]

218
*2028 bra(n)duch. [xxix 314]
*2029 fl(ume) bu... (?) [xxix 310]
*2030 fiume [xxix 312]
*2031 panonia | <in>ferior [xxix 313]
*2032 uerona [xxix 356]
*2033 mo(n)s | briga [xxix 359]
*2034 mons | san be(r)|nardo [xxix 357]
*2035 bexazo|te [xxix 360]
*2036 co(n)ta|do [xxix 358]
*2037 borgog(n)a [xxix 404]
*2038 ducado [xxix 403]
*2039 uerdo(n) [xxix 409]
*2040 brocin [xxix 405]
*2041 ça(m)pag(n)a [xxix 406]
*2042 norma(n)|dia [xxix 407]
*2043 arflo(r) [xxix 408]
*2044 non assegnato
*2045 bosina [xxix 266]
*2046 iaice [xxix 317]
*2047 olouo|no [xxix 309]
*2048 bolgaria [xxix 155]
*2049 nota che i bolga|ri antichame(n)te | se diceuano | vni. [xxix
259]
*2050 fl(ume) moraua | pizola [xxix 265]
*2051 Servia. [xxix 260]
*2052 bexe|uic. [xxix 318]
*2053 creso|uo [xxix 324]
*2054 castel la⌐ go¬ [xxix 319]
*2055 fl(ume) bosina [xxix 320]
*2056 crou|atia [xxix 309]
*2057 madi|sa [xxix 322]
*2058 fl(ume) saua. [xxix 325]
*2059 cragna [xxix 326]
*2060 carp... [xxix 323]
*[2060bis] ...ca [n. d. (xxix P 21)]
*2061 caore [xxix 361]
*2062 bri|ga [xxix 362]
*2063 nicheliart [xxix 363]
*2064 P(rouincia) bar [xxix 411]
*2065 fi⌐ a¬ndra [xxix 412]
*2066 henaut [xxix 410]
*2067 picardia [xxix 413]
*2068 ...ria...|uo (?) [xxix 268]
*2069 nisaria [xxix 271]
*2070 crusenaci [xxix 286]
*2071 stalaci [xxix 285]
*2072 belgrado [xxix 333]

219
*2073 sandimitro [xxix 334]
*2074 saigabria [xxix 331]
*2075 santa (croce) [xxix 335]
*2076 f(lume) draua [xxix 336]
*2077 cara(n)tana [xxix 332]
*2078 Alemag(n)a alta [xxix 337]
*2079 auspurch [xxix 364]
*2080 zur|ich [xxix 367]
*2081 Ren | nasce | dal mo(n)|te briga | e descore |5| p(er)
alemag(n)a | da co(n)sta(n)za. ar|ze(n)tina. spiera. ma|ga(n)za.
cologna [xxix 368]
*2082 lorena [xxix 366]
*2083 ardena [xxix 369]
*2084 namur [xxix 414]
*2085 p(rouincia) gulch [xxix 419]
*2086 p(rouincia) | geleae [xxix 420]
*2087 P(rouincia) leg<r>|es (?) [xxix 415]
*2088 barba(n)|tia [xxix 416]
*2089 fl(ume) mas [xxix 421]
*[2089bis] p(rouincia) h...fuda (?) [n. d. (xxix R 35)]
*2090 bruça [xxix 417]
*2091 gauzant [xxix 422]
*2092 gixalexio [xxix 418]
*2093 pacui [xxix 283]
*2094 porte de | fero [xxix 284]
*2095 co|lo(m)|ba|io [xxix 281]
*2096 orecho|uach [xxix 280]
*2097 borizo [xxix 327]
*2098 fl(ume) moraua [xxix 328]
*2099 p(rouincia) | slouigna [xxix 329]
*2100 fl(ume) saua. [xxix 325]
*2101 luco(r)|na [xxix 365]
*2102 f(lume) ischira [xxix 273]
*2103 t(r)istia [xxix 274]
*2104 duracam [xxix 275]
*2105 iorgio | grando [xxix 276]
*[2105bis] fisco [xxix 277]
*2106 nicopoli [xxix 278]
*2107 iudini [xxix 279]
*2108 Vngaria [xxix 298]
*2109 sine|dereo [xxix 292]
*2110 salanche|me [xxix 343]
*2111 P(rouincia) Seriema [xxix 339]
*2112 xemila [xxix 340]
*2113 buda [xxix 344]
*2114 vnga|ria || oue(r) pano|nia supe|rior [xxix 341]
*2115 albareal [xxix 345]

220
*2116 stiria [xxix 342]
*2117 straouigna [xxix 347]
*2118 non assegnato
*2119 la(n)czhor... (?) [xxix 377]
*2120 F(lume) Inn [xxix 370]
*2121 fraseinse (?) [xxix 373]
*2122 bauier<a> [xxix 371]
*2123 munego [xxix 372]
*2124 f(lume) esera [xxix 379]
*2125 Danubio | nasce dal | mo(n)te de san | christofa|lo e da
q(ue)l |5| de san ni|colò. [xxix 380]
*2126 s(an) cristo|falo [xxix 374]
*2127 con|stan|za [xxix 381]
*2128 lago de co(n)|sta(n)ça [xxix 375]
*2129 t(r)ier [xxix 376]
*2130 Alemag(n)a | bassa [xxix 429]
*2131 cologna | cologna [xxix 430]
*2132 f(lume) mexer (?) [xxix 428]
*2133 lucinbo(r)|go [xxix 423]
*2134 ...ier|aina (?) [xxix 431]
*2135 Fl(ume) Ren [xxix 424]
*2136 utrech [xxix 432]
*2137 andoin [xxix 425]
*2138 melan [xxix 427]
*2139 y(sola) dorp. [xxix 426]
*2140 iarnemua [xxix 434]
*2141 fl(ume) grisiu(n) [xxix 288]
*2142 flozesta [xxix 289]
*2143 iorgio pi|zollo [xxix 290]
*2144 P(rouincia) temesuai [xxix 294]
*2145 uuilach [xxix 296]
*2146 P(rouincia) | Sere(n) [xxix 295]
*2147 scuri(n). [xxix 291]
*2148 cinan [xxix 297]
*2149 ca(m)po lo(n)go [xxix 300]
*2150 posan [xxix 348]
*2151 cegaspurg [xxix 382]
*2152 anelbe|rg [xxix 384]
*2153 osino [xxix 383]
*2154 arze(n)tina [xxix 385]
*2155 Spiera [xxix 386]
*2156 maga(n)za [xxix 387]
*2157 couole(n)s [xxix 388]
*2158 cog(n)at [xxix 301]
*2159 P(rouincia) | vesfalia [xxix 435]
*2160 berg [xxix 436]
*2161 p(rouincia) elue [xxix 437]

221
*2162 uitand. [xxix 302]
*2163 tochai [xxix 303]
*2164 Alema|gna [ xxix 378]
*2165 licocer [xxix 433]
*2166 uilla re|al [xxx 21]
*2167 bata|ia [xxx 58]
*2168 non assegnato
*2169 chasteia | uechia [xxx 47]
*2170 segobi<a> [xxx 44]
*2171 zamora [xxx 45]
*2172 toro [xxx 46]
*2173 porto | gallo [xxx 62]
*2174 p(orto) uaga (?) [xxx 63]
*2175 hispani|a [xxx 39]
*2176 co(m)poste|la [xxx 71]
*2177 laza|ra [xxx 48]
*2178 stela [xxx 65]
*2179 diana [xxx 66]
*2180 ronziuale [xxx 67]
*2181 giogno [xxx 49]
*2182 burgus [xxx 68]
*2183 palentia [xxx 69]
*2184 storga [xxx 50]
*2185 baiona [xxx 64]
*2186 pa(m)paluna [xxx 74]
*2187 birbao [xxx 75]
*2188 bermeo [xxx 77]
*2189 acoru|gna [xxx 86]
*2190 Galicia [xxx 96]
*2191 po(n)te ue|ra [xxx 97]
*2192 beta(n)zos [xxx 98]
*2193 Se’l parerà ad alg(un)o incredibile de qualche i(n)audita
cossa io ho nota|do q(ui) suso no(n) co(n)ferisca q(ue)la cu(m)
el suo i(n)çegno ma tribuisca a hi secreti de | la natura. la qual
adop(er)a cosse inumerabile de le qual quele che sa|uemo son
la minor p(ar)te de q(ue)le che ignoremo. e quele che sauemo |
p(er) el suo (con)tinuo uso. non sono extimade. et(iam) essendo
admirabile. |5| e q(ue)le che ne pareno i(n)usitade no(n) li demo
fede. e questo adeuie(n). p(er)ché | la natura exciede l’intellecto. e
q(ue)li che no(n) l’ano suleuado | nol può accomodar no(n) tanto
a le cosse i(n)solite. ma et(iam) a q(ue)le che assi|duam(en)te se
pratica. e p(er)hò q(ue)li che uol i(n)te(n)der p(ri)ma creda. azò li
i(n)|te(n)da [xxx 99]
*2194 aotu|rauia [xxx 81]
*2195 so(n)tan|der [xxx 76]
*2196 vescaia [xxx 83]
*2197 cambixa [xxx 78]

222
223
Il palazzo dell’imperatore cinese a “Chambalec”, ovvero “città del Khan”, odierna Pechino
e, accanto, la città di tende, residenza imperiale estiva.

224
*2198 P(rouincia) austu|ria de ca(m)|besa [xxx 84]
*2199 ouiede [xxx 85]
*2200 P(rouincia) austu|ria [xxx 79]
*2201 gasco|gna [xxx 87]
*2202 In questa opera p(er) necessità ho co(n)uenuto usar no|mi
moderni e uulgari. p(er)ché al uero se io hauesse fa|to altrame(n)
te. pochi me haueria inteso saluo che q(u)alche | literato. auegna
che ancora lor no(n) possa acordar hi | autori. cu(m) q(ue)l che
hora se pratica. [xxx 89]
*2203 Anzo [ xxx 94]
*2204 P(rouincia) pet... (?) [xxx 92]
*2205 norenes [xxx 95]
*2206 berta|gna [xxx 101]
*2207 Samalo [xxx 102]
*2208 cornouaia [xxx 103]
*2209 Samaet [xxx 104]
*2210 nantes [xxx 100]
*2211 ciribrug [xxx 107]
*2212 In questa insula de hibernia la qual oltra modo è |
fertillissima se dice esser una aq(u)a ne la qual chi li me|te leg(n)o.
q(ue)la p(ar)te che è ne la terra cu(m) te(m)po deue(n)ta ferro. e |
q(ue)la è circu(m)da’ da l’aq(u)a deue(n)ta piera. e q(ue)la è sopra
aqua rima(n) | legno. e se q(ue)sto se crede se pò ancor creder de
lago de |5| andama(n). e queli che de q(ue)ste cosse mirabile e de
al|tre mo(n)struose desiderano esser copiosi. leçano | Iulio soli(n)
polistoro. po(m)ponio mela. s(an)c(t)o agustino. alber|to magno.
s(an)c(t)o thomaso de aqui(n). nel libro co(n)tra i cu|riosi. ite(m)
le metaure d’aristotile. e plinio de le me|10|raueie del mo(n)do. e
uederano che de mile cosse | no(n) ne ho dite una [xxx 120]
*2213 artamu|a [xxx 108]
*2214 ptemua [xxx 109]
*2215 falamua [xxx 110]
*2216 antona. [xxx 112]
*2217 el nome de q(ue)sta | insula anticam(en)|te era brita|nia
[xxx 113]
*2218 bristo [xxx 115]
*2219 pat(r)isto [xxx 114]
*2220 domborg [xxx 121]
*2221 lanere [xxx 122]
*2222 i(sola)sola del berzil [xxx 123]
*2223 queste insule de hibe(r)|nia son dite fortunate [xxx 127]
*2224 lo(n)dra [xxx 117]
*2225 roa (?) [xxx 124]
*2226 garafo(r)da [xxx 125]
*2227 in q(ue)ste ixole se troua | molte cosse mon|struose [xxx 126]
*2228 REGNO [xxx 116]
*2229 HIBERNIA [xxx 128]

225
*[2229bis] doblin (?) [n. d. (xxx r 10)]
*2230 ...ate (?) [n. d. (xxx S 11)]
*2231 te(r)r|a s(an)c(t)a [xxx 130]
*2232 lenem [xxx 119]
*2233 beradem (?) [xxxi 1]
*2234 hedi|fitio | nobile [xxxi 3]
*2235 tanzu [xxxi 14]
*2236 fuzui [xxxi 12]
*2237 Isola | bori [xxxi 4]
*[2237bis] bori [n. d. (xxxi c 22)]
*2238 za(n)gaz [xxxi 12]
*2239 carz... (?) [xxxi 2]
*2240 Questa nobillissima cità dita chansay è i(n) uno lago |
come ueniexia e uolta mia 100 et è molto apopula|ta. et ha borgi
grandissimi e 12 porte principal e | luta(n) da quele p(er) 8 mia
sono citade maçor de ueni|exia. et ha 12000 ponti e 14000 stue.
et i(n) meço de |5| questa è uno lago che uolta 30 mia. nel qual
so|no palaçi grandissimi. doue queli de lì fano | le suo feste. (et)
è i(n) questa tal casa che ha 12 fa|meie. e pur sono co(m)putade
p(er) uno fuogo. e tu|ti q(ue)sti fuogi sono 90 tuni. e uno tuno
fa |10|10000 fuogi. che seria 900000 fuogi. e q(ui) | è studio de
ogni scientia. e gra(n) magnfi|ce(n)tie. et ordine. et copia de ogni
mesti|er (et) altre cosse le q(ua)l q(ui) no(n) dico [xxxi 10]
*2241 SERICVS [OCEANVS] [xxxi 7]
*2242 ga(n)fu [xxxi 8]
*2243 da questa proui(n)cia seri|ca in çoso tholomeo fa ter|ra
ignota [xxxi 9]
*2244 almaroi [xxxi 17]
*2245 Sinzu [xxxi 18]
*2246 tinzu [xxxi 25]
*2247 lago [xxxi 27]
*2248 cinzu [xxxi 19]
*2249 Questa nobel citade | è come i(n) uno lago | a la qual se pò
anda(r) | per picola strada | chome apar. [xxxi 29]
*2250 canzu [xxxi 28]
*2251 chansay [xxxi 5]
*2252 metali | abu(n)da || Eride [xxxi 20] [xxxi 21]
*2253 paugin [xxxi 30]
*2254 Queste insule se dice | esser habundantissime | de ogni
metalo. [xxxi 23]
*2255 Citocora [xxxi 22]
*2256 In questa citade | se fa gra(n) qua(n)tità | de pani d’oro e de
seda [xxxi 31]
*2257 OCEANV⌐S¬ CHATAI|CVS [xxxi 24]
*2258 Siccus. [xxxi 32]
*2259 QVIAN |FL<UME> [xxxii 13]
*2260 throana [xxxii 31]

226
*2261 f(lume) bagala(n) [xxxii 44]
*2262 P(ro)uincia _ouer regio(n)_ chesmir [xxxii 45]
*2263 casali [xxxii 32]
*2264 fl(ume) q(ui)an [xxxii 3]
*2265 dor [xxxii 46]
*[2265bis] Deserto lop [xxxii 47]
*2266 hedificio nobile. [xxxii 2]
*2267 Pro(uincia) serica nel cha|taio [xxxii 5]
*[2267bis] fiume q(ui)a(n) [xxxii 6]
*2268 SERICA [xxxii 16]
*2269 Ausari | mons [xxxii 17]
*2270 que(n)cia(n)|fu [xxxii 18]
*[2270bis] que(n)cia(n)fu [xxxii 19]
*2271 cia(n)gli [xxxii 34]
*[2271bis] cia(n)gli [xxxii 36]
*2272 P(rouincia) pam|ir [xxxii 48]
*2273 In questi monti | se troua piera d’azu|ro [xxxii 49]
*[2273bis] In q(ue)sto | monte se troua | balasi asai. [xxxiii 12]
*2274 piada [xxxii 20]
*2275 cu(n)di(n)fu [xxxii 22]
*2276 STRADA [xxxii 37]
*2277 tangui. [xxxii 35]
*2278 tai(n)fu [xxxii 38]
*2279 q(ui) è 12 citade | nobile soto | nangin. [xxxii 8]
*2280 pamir [xxxii 50]
*2281 Saianfu [xxxii 12]
*2282 Soto el re|gno de na(n)|gin son 12 | citade. [xxxii 26]
*2283 cazi(n)fu [xxxii 23]
*[2283bis] cazinfu [xxxii 29]
*2284 chataio [xxxii 25]
*2285 sinzinia|ta [xxxii 27]
*2286 hedificio no|bile de idoli [xxxii 39]
*2287 Strada de mango [xxxii 40]
*2288 chacia(n)fu [xxxii 41]
*2289 ma(n)zi [xxxii 24]
*2290 chaschar [xxxii 51]
*2291 DESERTO [xxxii 52]
*2292 co(n)fin [xxxii 54]
*2293 le(n)zu [xxxii 28]
*2294 nangin [xxxii 57]
*2295 Fl(ume) caramo|ran [xxxii 63]
*[2295bis] Fl(uma) cara|moran [xxxii 64]
*2296 P(rouincia) | Iercha(n) [xxxii 55]
*2297 P(rouincia) uochan [xxxii 76]
*2298 po(n)te [xxxii 56]
*2299 Questo excelle(n)tissimo e | pote(n)tissimo i(m)perador el
qual | ha lxa re de corona soto el suo | dominio qua(n)do el ua a

227
spaso | el senta i(n) un caro d’oro e d’auo|5|lio ornado de çoie el
priesio de | le qual è i(n)extimabile. e questo | caro uie(n) menado
da uno elefan|te bia(n)cho. e ha iiiio re di più nobili | del suo regno
uno per canton |10| che regeno questo caro. e l’al|tri li uano auanti.
con assai | numero de homeni d’arme da|uanti e da driedo e qui
sono | tuti i piaceri çentileçe e costu|15|mi del mo(n)do [xxxii 67]
*2300 choiga(n)|zu [xxxii 61]
*2301 Proui(n)cia _ouer regio(n)_ de na(n)gin [xxxii 58]
*2302 pinzu [xxxii 65]
*2303 linzinfu [xxxii 66]
*2304 STRADA [xxxii 70]
*2305 non assegnato
*2306 hacbaluch [xxxii 77]
*2307 P(rouincia) pen [xxxii 78]
*2308 pro(uincia) balor [xxxii 79]
*2309 stra|da [xxxii 60]
*2310 Deserto lop. [xxxii 53]
*2311 fiume | quian. [xxxii 21]
*[2311bis] i(n)zi(n)fu [n. d. (xxxii H 12)]
*2312 Suzzuzach [xxxii 69]
*2313 zianglu [xxxii 71]
*2314 CHATAIO [xxxii 72]
*2315 Ponte mirabile e famoso co(n) tresento | archi e siemil a
imagine de lioni | i qual «reze« tante collone co(n) i suo capi|telli.
a più suo adorname(n)to. | sup(er) el qual ⌐se¬ traue(r)sa el fiu|5|me
polisanchin. [xxxii 75]
*2316 chaicianfu [xxxii 74]
*2317 Desmonta|do el ponte | el i è una str|ada molto | deleteuele
p(er) |5| assai mia de | zardini pala|ci castelli e | citade. [xxxii 73]
*2318 zouza [xxxii 80]
*2319 tigiamo(r) [xxxii 83]
*2320 PONTE [xxxii 81]
*2321 Fl(ume) polisan|chin. [xxxii 82]
*2322 rabes [xxxii 84]
*2323 Fra queste do’ montagne | no(n) se pò passar quando el |
mena furia de uento tanto | è nociuo a chi se ne troua. è | nome
montag(n)a biancha |5| e son colli de mar de sabi|on de quel
deserto (et) ha | uena d’arzento. [xxxii 85]
*2324 Secondo che se dice | Qui uense el mace|donio alexandro
[xxxii 86]
*2325 Archanara [ xxxii 90]
*[2325bis] fl(ume) polisan|chin [xxxii 93]
*2326 Ponte | mirabi|le. [xxxii 91]
*2327 Reg(n)o chesmi(r) [xxxii 92]
*2328 Asan [ xxxii 99]
*2329 Quançu [xxxii 87]
*2330 IMPERIO e tri|umpho no|bilissimo | del chataio [xxxii 88]

228
*[2330bis] F(lume) POLISA(N)|CHIN [xxxii 95]
*2331 maletan [xxxii 94]
*2332 Fin qui fo tamberla(n) con el suo exer|cito per andar i(m)
prouiso i(n) chataio | ma la crudel rabia del uento de la ua|le p(er)
cotandolo mortalmente conuene | tornar i(n) driedo mezi uiui a
otrar do|ue esso morì |5| e ‘l suo exerci|to se diuise. [xxxii 100]
*2333 otrar [xxxii 101]
*2334 Sidari [xxxii 103]
*2335 Questa confina | con el deserto. [xxxii 102]
*2336 REGNO [xxxii 96]
*2337 P(rouincia) Suço [xxxii 104]
*2338 deserto [xxxii 105]
*2339 cha(m)balech [xxxii 97]
*2340 Silan citade re|gal. [xxxii 98]
*2341 P(rouincia) E⌐r¬giul [xxxii 107]
*2342 costa [xxxii 106]
*2343 Qui l’imperador sta l’insta|de a sua dileteuele uena|tion.
[xxxii 89]
*2344 chaluchia [xxxii 108]
*2345 Suçus [xxxii 110]
*2346 deserto [xxxii 109]
*2347 chiua [xxxiii 28]
*2348 In questa p(ro)ui(n)cia de siroa e de siamachi uer|so la
marina sono do’ fo(n)ti de licori. i(n) uno di q(u)al | ch(e) è ‘1
maçor li è uno licor uerde che se chiama | nephto. e questo è bono
da brusar. e fi porta’ e p(er) | la soria e p(er) l’asia minor. E l’altro
licor è biancho |5| et medicinal e bon da piusor cosse. [xxxiii 42]
*2349 Fl(ume) bascatis [xxxiii 19]
*2350 Da questo fiume ixartes in çoso | se po’ dir co(m)me(n)ci la
sithia. çoè. çaga|tai. organça. saray piçolo. saray gra(n)do. | e oltra
edil. e oltra thanay. e oltra osuch. | tuti questi se può dir sithi. ouer
|5| tartari. [xxxiii 20]
*2351 chat [xxxiii 30]
*2352 Organça | nuoua [xxxiii 31]
*2353 charachus [xxxiii 29]
*2354 bala|sian [xxxiii 5]
*2355 FL(UME) ARIVS [xxxiii 6]
*2356 Balch. [xxxiii 4]
*2357 questo nome de aria | ahora no(n) è i(n) uso. ma p(er) tu|tuto
se dice | zagatai. | ne la qual |5| proui(n)cia | sono | citade. 1201
[xxxiii 7]
*2358 SITHIA [xxxiii 32]
*2359 Saline [xxxiii 33]
*2360 Queste porte le qual ne la lengua de | questi sono dite
derbent çoè porte de | ferro e questo p(er) esser inexpugnabile.
so|no anchor dite porte chaspie p(er)ché a uo|ler passar q(ue)sto
mo(n)te chaspio è necessità |5| passar per q(ue)ste porte. le q(u)al

229
p(er) tuto se dice | chaspie [xxxiii 43]
*2361 Questo è el porto | de çagatai [xxxiii 21]
*2362 mo(n)s solis [xxxiii 8]
*2363 termic [n. d. (xxxiii c 12)]
*2364 fl(ume) ixartes [xxxiii 34]
*2365 Questa organza nuoua | fo fata per tamberlan | de hi nobeli
hedificii de | thauris translatadi p(er) lui [xxxiii 35]
*2366 ogroiha(n) [xxxiii 36]
*2367 hu(r)guze [xxxiii 44]
*2368 MARE CHASPIV(M) [xxxiii 45]
*2369 ban|golan. [xxxiii 14]
*2370 monte | salis. [xxxiii 13]
*2371 amaxobi [xxxiii 22]
*2372 Questo è el porto de | organza la qual è q(ui) | infra tera.
[xxxiii 46]
*2373 ceiata [xxxiii 47]
*2374 alaturlo [xxxiii 48]
*2375 machixi|sa. [xxxiii 49]
*2376 In questo | monte se | troua ba|lassi assai [xxxiii 15]
*2377 LORDO DE ÇAGA|TAI [xxxiii 39]
*[2377bis] amaxobi [xxxiii 37]
*2378 fl(ume) ocus [xxxiii 38]
*2379 la|g<o> (?) [xxxiii 10]
*2380 te(m)pio [xxxiii 11]
*2381 ÇAGATAI [xxxiii 24]
*2382 Amon [ xxxiii 23]
*2383 CASA|LI [xxxiii 50]
*[2383bis] CASALI [xxxiii 80]
*2384 tametaxe [xxxiii 51]
*2385 chisiue [xxxiii 52]
*2386 Que<sto> nobilissimo e richo Regno | de or<ga>nça uechia
hauea xii nobile ci|tade poste in bel sito e forte e de pastu|re grasso
el suo confin da pone(n)|te è candach e saray. e da me|5|ço dì el
mar de bachu ouer | chaspio e da tramo(n)tana | nograt che è i(n)
rossia. e da | leuante co(n) la extremità | de p(er)sia. ma ta(m)
ber⌐lam¬ desfece |10| le dite citade e quela sig(n)oria. e in | dromo
de straua fece un’altra orga(n)ça | de i edificii de questa e de |
queli de thau|ris [xxxiii 40]
*2387 bauort [xxxiii 41]
*2388 Porte de | fero. | Questa uale è serada da do’ forteze | le
qual se chiama porte de fero. [xxxiii 63]
*2389 F(lume) termit [xxxiii 61]
*2390 bochara [xxxiii 62]
*2391 magchislas [xxxiii 53]
*2392 Altifere|do [ xxxiii 54]
*2393 Orga(n)ça [xxxiii 71]
*2394 Per queste alture | de organça se porta | le marchadan|tie

230
sop(ra) li cari [xxxiii 79]
*2395 In q(ue)sto regno de samar|gante. è una aqua che | à q(ue)
sta p(ro)prietà | che doue la fi | portada no(n) li |5| può uiuer
lo|custe. [xxxiii 64]
*2396 ches. [xxxiii 65]
*2397 Regno de | Organça [xxxiii 72]
*2398 bigaia [xxxiii 66]
*2399 termici [xxxiii 73]
*2400 sarayzuch [xxxiii 81]
*2401 lago insi|cal. [xxxiii 57] In que sto lago se troua p(er)le | e
non se pò pescar perché | li uien fato gran guardia [xxxiii 56]
*2402 Questo regno de | samargante fo | subiugado p(er)
tam|berlam e tuta que|sta parte uerso el |5| griego et oriente |
infin a otrar e lì | morì. [xxxiii 67]
*2403 Alguni scriue che a le radice del monte caspio ouer pocho
lutan sono queli populi i qual co|me se leçe sono seradi per
alexandro macedo Ma certo questa opinio(n) manifestamente
è erronea | e da non esser sostenuta p(er) algun modo. p(er)ché
certo l’è sì noto la diuersità de le natio(n) che habitano circa | q(ue)
l mo(n)te che’l no(n) è possibile che ta(n)ta numerosità de p(o)
p(u)li ne fosse ignoti. cu(m) sit che tute q(ue)le p(ar)te sono assai
| domestege p(er) esser freque(n)tade sì da nostri. come da altre
natio(n) che sono çorçani. mingreli. armini |5| cercassi e tartari. e
molte altre g(e)n(er)ation de populi i q(u)al fano (con)tinuame(n)
te quel cami(n). Vnde se q(ue)sti po|puli fosse de li rechiusi credo
che se q(ue)li ne hauesse notiçia. anchora seriano a nui noti. Ma
esse(n)do | q(ue)sti tal p(o)p(u)li ne la extremità de la te(r)ra come
ne son certissimam(en)te i(n)formato, adeuie(n) che ancor tute |
queste natio(n) de sopra no(m)inate no(n) ne ha maçor noticia de
nui. P(er)hò (con)cludo che q(ue)sti p(o)p(u)li siano molto lu|tani
dal mo(n)te caspio. e siano come ho dito ne la extremità de la terra.
tra grieco e tramo(n)tana. e sono |10| ci(r)cu(n)dadi da mo(n)
ti asp(er)imi: e dal mar occea(n) q(u)asi da tre ba(n)de. e q(ue)sti
sono soto el regno de te(n)duch. e sono chia|mati Vng. e mo(n)gul.
i q(u)al el uulgo dice gog e magog. extimando che q(ue)sti sia q(ue)
li che diebano usir de lì. al | te(m)po de antichristo. Ma certo q(ue)
sto error è adeuenuto p(er) alguni che tirano la | sacra scriptura
al suo sentime(n)to. P(er)hò io me acosto a la auctorità de sanc|to
Augustino. el q(u)al nel suo de ciuitate dei. reproua la opini|15|on
de queli che dicono che gog e magog | significa q(ue)li populi che
darano | fauor ad antichristo. et i(n) q(ue)sta | sente(n)cia etia(m)
co(n)corda nicolò de lira. el q(u)al. expone questi do’ nomi secondo
la he|braica uerità. ma de questa materia |20| i(n) altro luogo se
ne par|lerà cu(m) mior modo | quelo se douerà | tignir. [xxxiii 77]
*[2403bis] amaxobi [xxxiii 76]
*2404 LORDO DE ORGANÇA [xxxiii 75]
*2405 chiaua [xxxiii 74]

231
*2406 ORGANÇA [xxxiii 81]
*2406bis Sepultara real [xxxiii 82]
*2407 LAGO [xxxiii 58]
*2408 Regno de Samarga(n)te [xxxiii 68]
*2409 Questa mag(n)ifica cità | è fab(r)ica’ nobilissimamete de
belis|simi edificii e specialme(n)te el castelo | el qual è gra(n)de
e fortissimo. El suo Re | se(m)pre è stato de la g(e)n(er)atio(n) de i
ch<a>|5|taini saluo da ta(m)berla(n) | in qua [xxxiii 69]
*2410 bori [xxxiii 78]
*2411 amaxobi | zoè ch(e) | hano li | cari i(n) lugo | de case [xxxiii
84]
*2412 texech [xxxiii 60]
*2413 REGNO [xxxiii 70]
*2414 LORDO | DE SARAY | Qui sono 18 se|pulture le qual |
fece far ta(m)berlam |5| simel | a q(ue)sta | e li fece se|pelir
sola|me(n)te i capi [xxxiii 85]
*2415 choach [xxxiii 98]
*2416 P(rouincia) ierchan [xxxiii 99]
*2417 montes | samargani [xxxiii 105]
*2418 Duelberdel [xxxiii 106]
*2419 Qui se recol|ie sal assa’ [xxxiii 110]
*2420 costi [xxxiii 86]
*2421 chamizo(n) [xxxiii 87]
*2422 P(rouincia) gothan [xxxiii 100]
*2423 fildene [xxxiii 101]
*2424 hacssolath [xxxiii 88]
*2425 mo(n)te de | sal [xxxiii 111]
*2426 gotha(n) [xxxiii 102]
*2427 almale|ch [xxxiii 92]
*2428 montes | sithie [xxxiii 107]
*2429 sebur [xxxiii 112]
*2430 Sepulture fate | per ta(m)berlam [xxxiii 114]
*2431 tartaria [xxxiii 113]
*2432 P(rouincia) chamul [xxxiii 103]
*2433 Questa chaua fata nel mo(n)|te era bixogno p(er) el camin
| brieue a le charauane tar|tare per andar i(n) chataio. [xxxiii 94]
*2434 Questa caua de | montagna ch’è qui | presso a man çancha
fo | fata p(er) chataini e tartari | p(er) abreuiar el cami(n) de le
cara|5|uane che andauano i(n) chataio. et è | fata tuta a sca(r)pelo
e dura circa 20 | mia et è obscurissima. unde queli | conuien andar
cu(m) lumiere crida(n)|do e batando p(er) esser sentidi da le |10|
altre carauane che uien | a l’i(n)contro. fano a(n)cora | q(ue)sto
p(er) chaçar i lioni | i qual a le uolte intrano | i(n) quela caua.
[xxxiii 104]
*2435 Alguni scriue che la sithia è de qua e de là dal mo(n)te | imao.
ma certo se i hauesse ueduto ad ochio. i haueriano | altramente
ordinato e dilatado i suo co(n)fini. p(er)ché certo | soto q(ue)sto

232
233
Nell’angolo inferiore sinistro del mappamondo Adamo ed Eva nel Paradiso Terestre, con
l’Albero della conoscenza del bene e del male, miniatura attribuita alla scuola di Leonardo
Bellini.

234
nome sithia se può dir che gra(n) p(ar)te de q(ue)sti p(o)p(u)li che
| sono. tra griego e leua(n)te. e griego e tramontana se (con)tegna.
|5| i qual sono i(n)numerabeli. e de gra(n) pote(n)tie e regni et
imperii. | de i q(u)al p(er)hò nomi credo che li antichi no(n) ne
h ano possu|to far bon çudisio. i(n)p(er)hò che la diuersità de li
⌐ ¬

inter|p(re)ti comete assai error i(n) exponer li nomi. Vnde | ancora


mi no(n) me p(er)suado molto i(n) demostrar |10| tuta la uerità de
i nomi p(er)ché no(n) è pos|sibile acordar tanta uarietà de le(n)gue
| le q(u)al secondo el suo idioma uaria e | confonde li nomi i qual
co(n)uie(n) sia|no cambiadi e corrupti. e p(er) le |15| le(n)gue e
p(er) lo(n)geça de te(m)po. et er|ror de i librarii. [xxxiii 109]
*2436 SITHIA IN ASIA [xxxiii 108]
*2437 Questo è el | più streto passo | de passar de tarta|ria in
rossia e passase | co(n) cari sopra çatre |5| ouer ponti. [xxxiii 115]
*2438 Tuti questi fiu|mi che esseno | del mar biancho | uano nel
fiu|me edil [xxxiii 116]
*2439 fu(n)das [xxxiii 95]
*2440 paluda de | rossia. [xxxiii 118]
*[2440bis] paluda | de rossia [xxxiii 119]
*[2440ter] paluda | de ross<ia> [xxxiii 120]
*2441 fateto(n) [xxxiii 117]
*2442 P(rouincia) Iogori|stan [xxxiii 97]
*2443 Cercasi [xxxiv 7]
*2444 ch(e)bich [xxxiv 25]
*2445 P(rouincia) asse [xxxiv 34]
*2446 pesso [xxxiv 35]
*2447 hor [xxxiv 37]
*2448 pidea [xxxiv 48]
*2449 GOTHIA [xxxiv 49]
*2450 fiorde|lixe [xxxiv 47]
*2451 fl(umen) turlo [xxxiv 50]
*2452 braso. [xxxiv 52]
*2453 Sete cast... (?) [xxxiv 51]
*2454 alani [xxxiv 6]
*2455 M(ar) ÇAbAchE [xxxiv 38]
*2456 Cercassia [xxxiv 26]
*2457 chabardi [xxxiv 39]
*2458 Chuma(n)ia [xxxiv 40]
*2459 P(rouincia) Thate. [xxxiv 41]
*2460 fl(ume) oxuch [xxxiv 56]
*2461 De questa gothia | ueneno i gothi i(n) italia [xxxiv 53]
*2462 bresolo [xxxiv 54]
*2463 p(rouincia) sechel [xxxiv 55]
*2464 porte | de ferro [xxxiv 8]
*2465 qui uense ta(m)berla(n) lo | imperador tartaro i(n) bata|ia.
[xxxiv 9]
*2466 HIRCANIA [xxxiv 10]

235
*2467 tarcho [xxxiv 12]
*2468 fl(ume) coin|so [xxxiv 13]
*2469 fl(ume) tercho [xxxiv 28]
*2470 lago [xxxiv 29]
*2471 TARTARIA [xxxiv 30]
*2472 Latana [xxxiv 27]
*2473 Nota che la chuma(n)ia | soleua esser gra(n)dissima |
proui(n)cia e dilataua mol|to i suo confini. ma ho|ra sono sì co(n)
su(m)pti che de lor |5| no(n) se ne fa tropo co(n)to. de q(ue)sti |
populi ne sono molti p(er) l’onga|ria [xxxiv 43]
*2474 CHVMA|NIA [xxxiv 42]
*2475 P(rouincia) chapci|ach. [xxxiv 44]
*2476 RVENIA [xxxiv 57]
*2477 non assegnato
*2478 mamuçi [xxxiv 14]
*2479 bische(n)te [xxxiv 16]
*2480 El monte chaspio el qual è qui de sop(r)a | co(m)mença nel
mar de ponto e tira per leua(n)|<te al> mar hircano el qual ancora
è dito caspio p(er)ché | a quele riue è le porte de fero. cussì dite
p(er) esser | inexpugnabile. p(er) le q(u)al se co(n)uie(n) passar chi
uol pas|5|sar quel mo(n)te el qual è altissimo e largo çornade | 20
e longo molto più. In questo sono 30 nation | diuerse sì de lengue
come de fede. et habitano | nel dito monte el qual è pie(n) de uale
gra(n)dissime | ne le qual per tuti ouer p(er) la più parte de queli
|10| habitanti se lauora feramenti e arme e tute | cosse necessarie a
l’arte militar. Ma no(n) parà da nu|ouo se io ho notado. e chaspio
e caucaxo. | imperhoché q(ue)li tie(n) e afferma che’l | sia uno
monte el q(u)al mudi nome p(er) |15| la diuersità de lengue che
habita|no lì suso. ma pur p(er) satisfar ancora | a li chosmographi
noterò questo no|me al debito luogo. Se diria etia(m) de que|sto
mo(n)te altre cosse. se’l se potesse sc(r)iuer [xxxiv 31]
*2481 macharmi [xxxiv 45]
*2482 tartari [xxxiv 59]
*[2482bis] leopo|lio [xxxiv 58]
*2483 Polana [xxxiv 60]
*2484 dardomirio [xxxiv 61]
*2485 Fl(ume) t⌐h¬anai [xxxiv 32]
*2486 Siracio [xxxiv 62]
*2487 protcouio [xxxiv 63]
*2488 azibabeli [xxxiv 17]
*2489 CIrca la diuision de la terra çoè de la affrica da l’a|sia e
similiter de la europa da l’asia ne trouo apresso | cosmographi
et istoriographi diuerse opinio(n) de le | qual se poria parlar
diffusamente. ma per esser materia | tediosa. a demorar i(n) q(ue)
sta controuersia. farò qui un poco de no|5|ta de le opinio(n) de
questi e q(ue)lo se de’ tignir. lasserò eleçer ai pru|denti. Alguni
ch(e) siegue ⌐li¬ antichi di quali son. Messala. orator | che sc(r)

236
iue la p(ro)genie de. otauian augusto. e po(m)ponio mela e q(ue)li
che’l | siegue uuol che’l nilo diuida l’asia da l’affrica. el thanai la
euro|pa. Alguni dice che tolomeo uuol che q(ue)la costa de mo(n)
ti de arabia. |10| che sono da ladi de nubia e tirano p(er) abassia
e oltra q(ue)la ethyopia | austral. faça la diuisio(n) de l’affrica.
Alguni çoè i a(uto)ri moderni ueda(n)do | che q(ue)sta diuisio(n)
de l’affrica o p(er) el fiume nilo o p(er) queli mo(n)ti fa l’affrica
tro|po picola fano alt(r)a diuisio(n). e dice che’l mar rosso ouer
sino arabico diuide | q(ue)sta affrica. Ite(m) ueda(n)do che’l fiume
edil el q(u)al intra nel mar chaspio e uien |15| de più al dreto de
uerso tramo(n)tana cha’l fiume thanai dicono che q(ue)sto | fiume
diuide meglio la europa da l’asia. e q(ue)sta ultima opinio(n) par
| che sia ap(er)ta. et più manifesta et habi me(n) bisogno de linea
imagina|ria. chome par che uoiano q(ue)li che fano le p(r)ime
diuisio(n). Vnde | co(n)forto q(ue)li che uedeno questa opera che
no(n) uogli tropo occu|20|parse i(n) desputar questa diuision non
esse(n)do molto neccessa|ria ma tegna quelo li par più rasoneuele
e approbabile | e quanto a l’ochio e quanto a l’intel|leto. no(n) de
men io ricordo esser lau|deuele acostarse a la autorità |25| de li
più autenci. [xxxiv 79]
*[2489bis] fl. tanay [n. d. (xxxiv I 14)]
*2490 TARTARIA IN EVROPA [xxxiv 46]
*2491 P(rouincia) Raxa(n). [xxxiv 83]
*2492 chieuo | ouer chio [xxxiv 84]
*2493 P(rouincia) Podolia. [xxxiv 64]
*2494 fl(ume) fixazo⌐s¬ [xxxiv 65]
*2495 visliça [xxxiv 66]
*2496 P(rouincia) RAXAN [xxxiv 85]
*2497 azetrecha(n) [xxxiv 67]
*2498 fl(ume) iaincho [xxxiv 70]
*2499 volocho [xxxiv 88]
*2500 chiouio. [xxxiv 89]
*2501 candach [xxxiv 68]
*2502 P(rouincia) meçenexe | in rossia. [xxxiv 86]
*2503 suburga(n) [xxxiv 71]
*2504 lucicha [xxxiv 90]
*2505 Eleun [xxxiv 91]
*2506 El fiume thanai nasce in rossia e no(n) da | i mo(n)ti riphei.
ma molto dista(n)te da q(ue)li. e tira | p(er) siroco stre(n)ça(n)
dosse al fiume edil luta(n) p(er) circa 20 | mia e poi dal luogo de
belcima(n) se uolta e ua q(ua)si p(er) | garbi(n) nel mar de çabache.
ouer palude meotida. |5| E chi uolesse (con)tradir. sapia che q(ue)
sto ho da p(er)sone | dig(n)issime che hano ueduto ad ochio.
Vnde | se poria dir che q(ue)sto fiume no(n) faça bona diui|sio(n)
de l’europa da l’asia. p(r)ima p(er)ché ’l tuol | gra(n) p(ar)te de
l’europa. s(econd)a p(er) la sua storta forma ch’è | come uno ci(n)
q(ue) V. terça p(er)ché el suo nascime(n)to |10| no(n) è doue se

237
scriue [xxxiv 87]
*2507 LITVA|NA [xxxiv 119]
*2508 Sepul|tura i(m)|perial [xxxiv 72]
*2509 Saray [xxxiv 73]
*2510 Fl(ume) carasaray [xxxiv 74 + 75]
*2511 belci|man [xxxiv 76]
*2512 non assegnato
*2513 Questo fiume | t⌐h¬anay fi dito da | uno re thanao [xxxiv 81]
*2514 THANAI [xxxiv 82]
*2515 P(rouincia) MAXAVER [xxxiv 92]
*2516 lechi [xxxiv 118]
*2517 ROSSIA | ROSSA [xxxiv 117]
*2518 SARAY | grando [xxxiv 94]
*2519 ialachi [xxxiv 95]
*2520 taiuecho [xxxiv 93]
*2521 EVROPA [xxxiv 114]
*2522 Fl(ume) açialach [xxxiv 97]
*2523 cotraga [xxxiv 96]
*2524 Questa grandissima proui(n)cia dita rossia oue(r) | sarmatia
confina da leuante cu(m) el mar biancho | da ponente cu(m) el
mar d’alemagna. da ostro cu(m) | saray e cu(m) la chumania. e da
tra|montana cu(m) p(er)mia. et ha | in sì fiumi gra(n)dissimi |5|
maxime edil el qual | no(n) è inferior del nilo. | Ite(m) in questa
p(ro)ui(n)cia son | paludi gra(n)dissimi. p(er) li | qual. q(ue)sti
p(o)p(ul)i no(n) può es|10|ser lieçierme(n)te da|nificadi da suo
ini|mici. [xxxiv 115]
*2525 fl(ume) hacsu | zoè bia(n)|cho [xxxiv 99]
*2526 Qui ta(m)berla(n) | fece gra(n)dissima | occisio(n) de questi
| tartari [xxxiv 98]
*2527 EDIL [xxxiv 100]
*2528 calmuzi|sara [xxxiv 102]
*2529 P(rouincia) lituana [xxxiv 120]
*2530 Fl(ume) | coche|su [xxxiv 104]
*2531 Riga [xxxiv 124]
*2532 lochachi [xxxiv 101]
*2533 sama(r) [xxxiv 105]
*2534 trachia [xxxiv 121]
*2535 ROSSIA [xxxiv 122]
*2536 carma(n)co [xxxiv 107]
*2537 candach [xxxiv 125]
*2538 P(rouincia) Suiai|na [xxxiv 126]
*2539 borgar [xxxiv 108]
*2540 catabalo(n) [xxxiv 106]
*2541 fl(ume) cheruso | çoè roso [xxxiv 109]
*[2541bis] fl(ume) caraman [n. d. (xl A 7)]
*2542 ROSSIA NE|GRA [xxxiv 116]
*2543 Auo ma(n)car (?) [xxxiv 111]

238
*2544 Fl(ume) turones [xxxiv 128]
*2545 LAGO [xxxiv 112]
*2546 Dançech [xxxv 120]
*2547 p(rouincia) cog(n)at. [xxxv 3]
*2548 sebin. [xxxv 4]
*2549 cherenace [xxxv 8]
*2550 poxon [xxxv 34]
*2551 f(lume) reige(n) [xxxv 61]
*[2551bis] f.(ume) reigen [xxxv 66]
*2552 non assegnato
*2553 suara (?) [xxxv 62]
*2554 basilea [xxxv 55]
*2555 f(lume) lam [xxxv 63]
*2556 uaradin [xxxv 5]
*2557 P(rouincia) ola(n)da [xxxv 92]
*[2557bis] p(rouincia) olanda [xxxv 93]
*2558 tox [xxxv 6]
*2559 segedin [xxxv 7]
*2560 P(rouincia) mogdoua [xxxv 9]
*[2560bis] P(rouincia) mogdoua. [xxxv 17]
*2561 Fl(ume) tisa [xxxv 16]
*2562 sa... | ...do [xxxv 36]
*2563 morauia [xxxv 37]
*2564 fra(n)clant (?) [xxxv 67]
*2565 P(rouincia) del conte | de palazo [xxxv 64]
*2566 P(rouincia) fra(n)ch [xxxv 68]
*2567 P(rouincia) hesse [xxxv 69]
*[2567bis] P(rouincia) hesse [xxxv 72]
*[2567ter] P(rouincia) hesse [xxxv 73]
*[2567quater] P(rouincia) hesse [xxxv 74]
*2568 fra(n)|chfort [xxxv 65]
*2569 sasonia | sasonia [xxxv 94]
*2570 f(lume) moros [xxxv 12]
*2571 P(rouincia) z...o|fus (?) [xxxv 11]
*2572 P(rouincia) sepes [xxxv 13]
*2573 P(rouincia) solon [xxxv 18]
*2574 f(lume) chere⌐s¬ [xxxv 14]
*2575 casia [xxxv 15]
*[2575bis] P(rouincia) solon [xxxv 38]
*2576 brello [xxxv 41]
*2577 Pra|ga [xxxv 39]
*2578 p(rouincia) boe|mia [xxxv 42]
*2579 p(rouincia) foila(n)t [xxxv 40]
*2580 Sansonia pizola [xxxv 43]
*2581 P(rouincia) duri(m) [xxxv 70]
*[2581bis] P(rouincia) durim [xxxv 71]
*2582 aluerstat [xxxv 76]

239
*2583 bronsuich [xxxv 75]
*2584 ma(r)cha uec<h>|ia [xxxv 77]
*[2584bis] rostoch [n. d. (xxxv d 30)]
*[2584ter] uismaria [n. d. (xxxv d 31)]
*2585 hom|borgo [xxxv 98]
*2586 lubech [xxxv 95]
*2587 frixa [xxxv 96]
*2588 datia è p(ar)te i(n) isola | (et) in tere(n) fermo e co(n)fi|na
cu(m) alemag(n)a bassa. [xxxv 97]
*2589 Mons houas [xxxv 20]
*2590 P(rouincia) solon [xxxv 21]
*2591 uitabo(r)go [xxxv 44]
*2592 medi(n)bo(r)|go [xxxv 81]
*2593 Sansonia granda [xxxv 80]
*2594 elmest|ar [xxxv 78]
*2595 anga(r)mine [xxxv 79]
*2596 non assegnato
*2597 p(rouincia) de manopoli [xxxv 83]
*2598 caponauen [xxxv 99]
*2599 DAT|IA [xxxv 100]
*2600 costent [xxxv 22]
*2601 Sirax [xxxv 31]
*2602 cuenia. [xxxv 30]
*2603 perna [xxxv 47]
*2604 breslaida [xxxv 48]
*2605 P(rouincia) Slexi<a> [xxxv 49]
*2606 bra(n)di(n)bo(r)go [xxxv 50]
*[2606bis] bra(n)dinborgo [xxxv 85]
*2607 f(lume) elue [xxxv 45]
*2608 fra(n)fu(r)de [xxxv 51]
*2609 P(rouincia) barde [xxxv 86]
*2610 Vernene [xxxv 84]
*2611 c(ivitas) corcouia [xxxv 27]
*2612 ast [xxxv 26]
*2613 bos [xxxv 28]
*2614 çenesti [xxxv 29]
*2615 Questo | fiume uien | da crocouia ove<r> | de polana [xxxv
114]
*2616 fl(umen) odra [xxxv 115]
*[2616bis] polan<a> [xxxv 52]
*2617 P(rouincia) ma(r)cha nuo|ua [xxxv 53]
*2618 Cameniç [xxxv 102]
*2619 P(rouincia) uolga|sta [xxxv 124]
*2620 steuna [xxxv 87]
*2621 uolgali [xxxv 88]
*2622 gripsoldo [xxxv 89]
*2623 sondes [xxxv 90]

240
*2624 POLA|NA [xxxv 32]
*2625 Isola islandia [xxxv 101]
*2626 Europa | fi nominata | da uno re dito europo | ouer da una
fiola d’agenore | dita europa [xxxv 33]
*2627 maria i(n) | borgo [xxxv 105]
*2628 P(rouincia) pomerania [xxxv 117]
*2629 Stol|pa [xxxv 118]
*2630 marcha | nuo|ua [xxxv 116]
*2631 slago [xxxv 126]
*2632 riuol [xxxv 127]
*2633 presa(n)t [xxxv 128]
*2634 treto [xxxv 125]
*2635 OCEANVS [xxxv 135]
*2636 posno [xxxv 103]
*2637 to(r)re [xxxv 104]
*2638 lo(n)bo(r)go [xxxv 119]
*2639 CROCHO [xxxv 129]
*[2639bis] polana [xxxv 106]
*2640 eleui|nch [xxxv 107]
*2641 PRVSIA [xxxv 109]
*2642 bornelo [xxxv 121]
*[2642bis] bornelo [xxxv 130]
*2643 litua [xxxv 108]
*2644 nere(n)ge [xxxv 112]
*2645 Questo mar prusia(n) è quasi dolce p(er)|fina a la boca. e
q(ue)sto p(er) le ta(n)te fiumere | che li entra da ogni parte. [xxxv
122]
*2646 P(rouincia) a…ba (?) [xxxv 131]
*2647 mastra(n)t [xxxv 132]
*2648 P(rouincia) | Samari|ani [xxxv 111]
*2649 Questi sama|riani sono | ho(min)i de mala | (con)dition
[xxxv 110]
*2650 Noruegia superio(r) [xxxv 136]
*2651 laus | laus [xxxv 137]
*2652 Questo ma(r) | al tempo de | inuerno da | la banda de
nor|uegia se agiaça |5| 10 mia. [xxxv 134]
*2653 Ischa|nia [xxxv 133]
*2654 EVRO|PA [xxxv 140]
*2655 vaus [xxxv 138]
*2656 ...eua (?) [xxxv 139]
*2657 P(rouincia) | chu(r)la [xxxv 113]
*2658 SINVS | GERMANICVS [xxxv 153]
*2659 Fl(ume) uenedici [xxxv 142]
*2660 berges [xxxv 168]
*2661 viosel [xxxv 143]
*2662 drap [xxxv 141]
*2663 Questo è el porto de | russia. [xxxv 144]

241
*2664 P(rouincia) lifla(n)t [xxxv 131]
*2665 lodoxe [xxxv 157]
*2666 visbi [xxxv 154]
*2667 Grolanda [xxxv 170]
*2668 draues (?)
*2669 p(rouincia) p(er)na [xxxv 147]
*2670 uilaçi (?) [xxxv 146]
*2671 Gothia [xxxv 155]
*[2671bis] GOTHIA [xxxv 156]
*2672 reuele [xxxv 148]
*2673 Sudoscop | sudoscop [xxxv 158]
*2674 In questa proui(n)cia de norue|gia scorse misier piero
queri|ni come è noto [xxxv 161]
*2675 NORVEGIA [xxxv 159]
*2676 Per questo mar no(n)se naue|ga cu(m) carta ni bossolo ma
| cu(m) scandaio. e qui per tuto | sono mole isole habitade [xxxv
149]
*2677 non assegnato
*2678 grano|lante (?) [xxxv 151]
*2679 Stocho<l>|mo [xxxv 163]
*2680 Gothia da | leua(n)te | pur in s<ue>|tia [xxxv 164]
*2681 uastena | vastena [xxxv 162]
*2682 peter lago [xxxv 165]
*2683 Noruegia in|ferior [xxxv 171]
*2684 ve(n)da [xxxv 172]
*2685 meler [xxxv 166]
*2686 Stitiborgo [xxxv 167]
*2687 Isola de gia|za [xxxv 173]
*2688 Liflant [xxxv 152]
*[2688bis] nida [n. d. (xxxvi a 9)]
*2689 Algu|ni nomina | q(ue)sta ir<l>a(n)dia [xxxvi 10]
*2690 purgatorio de | s(an) patricio [xxxvi 11]
*2691 non assegnato
*2692 ANGLIA [ xxxvi 2]
*2693 vllo [xxxvi 5]
*2694 SCOTI|A [xxxvi 6]
*2695 REGNO [xxxvi 3]
*2696 stanfor|da [xxxvi 4]
*2697 Scotia chome apar è contigua cu(m) anglia ma diuisa da |
aqua e da mo(n)ti da la p(ar)te meridional. e la gente è liçiera |e
feroce e crudel contra i nimici. e più tosto eleçeriano | la morte cha
la seruitù, ma l’insula è fertillissima | et de pascoli fiumere fontane
et animali e de |5| tute altre cosse è equal ad anglia [xxxvi 12]
*2698 isola de ixilanda [xxxvi 13]
*2699 feni [xxxvi 20]
*2700 gocliuch [xxxvi 21]
*2701 IXILANDIA [xxxvi 14]

242
*2702 Isola solan che son apouoleda et ha | lengua de nouerga
[xxxvi 7]
*2703 solan [xxxvi 15]
*2704 bodeal [xxxvi 23]
*2705 nodiforde [xxxvi 22]
*2706 Nota che la insula anglia fo anticham(en)te habitada p(er)
çiga(n)ti. | ma alguni troiani che rimase da può l’excidio de troia
ue|ne a q(ue)sta i(n)sula. (et) haue (con)flicto cu(m) hi habita(n)ti.
e sup(er)oli. e | dal suo p(r)incipe bruto la nominò britania. ma da
poi i | saxonii e germani la (con)q(ui)stò. e da una sua regina dita
a(n)gela |5| la nominò a(n)glia. e questi populi sono a la fede {al}
conuertidi. p(er) meço | de sa(n) gregorio papa. el qual li ma(n)dò
uno uescouo. dito augustin [xxxvi 16]
*2707 Stillante [xxxvi 18]
*[2707bis] stillante [xxxvi 19]
*2708 Norueg⌐i¬a è proui(n)cia latissima circu(m)dada da mar. e |
co(n)ço(n)ta cu(m) la suetia. et i(n) questa no(n) li nasce né uin ni
oio | la çente ⌐è¬ robusta e forte e de gra(n) statura. Similiter i(n) |
la Suetia sono homeni ferocissimi cu(m) li qual seco(n)|do alguni
iulio cesaro haue respeto tuor bataglia. |5| Ite(m) questi populi
hano dato grande afflictio(n) a | l’europa. e al tempo de alexandro
l’audatia de i | greci no(n) haue animo de i(n)trometerli. ma ho|ra
so(n) sminuidi e no(n) hano ta(n)ta reputatio(n) q(uan)|ta haueano
antichame(n)te. Qui se dice esser |10| el co(r)po de sancta brigida
la qual sego(n)do al|guni fo de suetia. Ite(m) qui se dice esser
molte novità de animali maxime orsi | bia(n)chi gra(n)dissimi. e
de al_tre_ fere saluaçe [xxxvi 24]
*2709 In questo occeano sono mol|te insule. le qual no(n) ho
no|tado per no(n) haue(r) luogo [xxxvi 26]
*2710 Iamin [xxxviii 4]
*2711 Questa uolta xxiiii mia | et ha vi porte e qui è l’im|perial
residentia l’inuerno [xxxviii 5]
*2712 Sierespit [xxxviii 11]
*2713 almeli [xxxviii 25]
*2714 non assegnato
*2715 IMPERIO [xxxviii 12]
*2716 xandu [xxxviii 13]
*2717 deserto. [xxxviii 26]
*2718 In questo mar sono mol|te i(n)sule le qual no(n) meto | p(er)
no(n) hauer loco [xxxviii 2]
*2719 A Questo admirabel te(m)pio el qual | è in questo colfo
concore gra(n) parte | de questi orientali. e qui fano i suo uo|di
e le suo offerte. e per quelo se dice. è | qui tanta assuna(n)ça de
tesoro. che l’è |5| quasi i(m)possibile ad extimarla. [xxxviii 7]
*2720 Sandu [xxxviii 6]
*2721 Qui sono grue | de cinque | colori [xxxviii 15]
*2722 loco habitado p(er) | femene belico|se e uale(n)te e |

243
guerizano tra | esse [xxxviii 27]
*2723 Montagna de | sal [xxxviii 8]
*2724 po(n)te [xxxviii 16]
*2725 occeania [xxxviii 3]
*2726 zaganaor [xxxviii 17]
*2727 P(rouincia) Sindicui [xxxviii 28]
*2728 Segenach [xxxviii 29]
*2729 Questa pretiosa e mirabile sepultu|ra che è posta sul nobel
monte ditto | alchai è deputada solo a hi impera|dori del chataio
e a l’alta sua gene|ration. [xxxviii 20]
*2730 minianis [xxxviii 18]
*2731 Idifu [xxxviii 21]
*2732 monte de | azuro [xxxviii 19]
*2733 Templum del chataio doue è in|extimabile asuna(n)za de
thesau|ro. TEMPLVM [xxxviii 9]
*2734 SEPVLTVRA | IMPERIAL [xxxviii 33]
*2735 P(rouincia) charochara(n) [xxxviii 34]
*2736 aibanu [xxxviii 35]
*2737 Iatha [xxxviii 40]
*2738 Regno tenduch. [xxxviii 41]
*2739 REGNO [xxxviii 42]
*2740 Albera|nia [ xxxviii 30]
*2741 Populi diti | mecriti [xxxviii 31]
*2742 Monte <a>l|chai [xxxviii 36]
*[2742bis] Monte alchai [xxxviii 38]
*2743 mons | habet [xxxviii 43]
*2744 Regno tenduch | Parme q(ui) difficile | a creder che ale|xa(n)
dro uignisse ta(n)|to auanti [xxxviii 44]
*2745 characoracur. [xxxviii 37]
*2746 Populi de | zorça [xxxviii 32]
*2747 Populi diti bar|gu [xxxviii 39]
*2748 P(aexe) dito hu(n)<g> | Questi do’ paexi | so(n) soto el
regno de | tenduch. [xxxviii 45]
*2749 capitu<er> [xxxviii 47]
*[2749bis] capit|uer [xxxviii 48]
*2750 alguni credono che questi | monti siano i mo(n)ti caspii. ma
questa opinio(n) no(n) è uera [xxxviii 46]
*2751 Ezina [xxxviii 50]
*2752 De qui è uulgo che questi populi rechiusi p(er) alexa(n)|dro
in questo paexe de hung e mongul deriua | el nome suo da hi
do’ paexi ditti i qual tra nui | se chiama gog e magog. a la qual
opinio(n) io | non credo [xxxviii 52]
*2753 mechrit [xxxviii 51]
*2754 Sangi. [xxxviii 53]
*2755 mongul q(ue)sto p(er) la più | p(ar)te è habitado p(er) |
ze(n)te tartara [xxxviii 55]
*2755bis Questo mar el | qual tartari ch<ia>|mano hactenis çoè |

244
mar biancho. al te(m)po | de l’inuerno se | agiaza tuto. [xxxix 15]
*2756 Campit [xxxviii 54]
*2757 Sugua(m) [xxxix 2]
*2758 Fl(ume) dito hoedil [xxxix 27]
*2759 fl(ume) hoedil | ouer carasu [xxxix 28]
*2760 pachum [xxxix 3]
*2761 Castrama [xxxix 29]
*2762 Can|dur [xxxix 12]
*2763 nograt [xxxix 17]
*2764 Questi paludi | sono grandissimi | e passasse cu(m) gra(n)
dif|ficultà. [xxxix 30]
*2765 fl(ume) edil [xxxix 31]
*2766 TANGVT... [xxxix 14]
*2767 Fl(ume) thifo. [xxxix 28]
*2768 ROSSIA BIAN|CHA Questa distinctio(n) che fi fata | de
rossia biancha. negra. e rossa. no(n) | ha altra cason cha questa.
çoè quela | p(ar)te de rossia che è de qua dal mar biancho |5| se
chiama biancha. q(ue)la ch’è de là dal fiume | negro se chiama
negra. e q(ue)la che è de là dal fiume | rosso. se chiama rossa.
E tart<ari> chiamano. mar | biancho. hactenis. fl(ume) neg⌐r¬o
carasu. fl(ume) rosso. co|zusu. [xxxix 35]
*2769 chegi [xxxix 33]
*2770 Fl(ume) Edil [xxxix 34]
*2771 çiangaie [xxxix 5]
*2772 lop [xxxix 4]
*2773 P(rouincia) ta(n)guth [xxxix 13]
*2774 Fl(ume) tyrus [xxxix 36]
*2775 non assegnato
*2776 chercoma... [xxxix 19]
*2777 non assegnato
*2777bis P(rouincia) Egrigaia. [xxxix 7]
*2778 P(rouincia) sinlingin [xxxix 6]
*2779 El mar biancho [xxxix 20]
*[2779bis] El mar biancho [n. d. (xxxix b 18)]
*2780 Qui co(m)mença | la russia gran|da e dura fin | a
scandina|ria. [xxxix 21]
*2781 P(rouincia) destini | in rossia [xxxix 22]
*2782 calcian. [xxxix 8]
*2783 SARMATIA OVER | ROSSIA IN ASIA [xxxix 23]
*2784 lachior [xxxix 24]
*2785 nu | Fl(ume) nu [xxxix 25]
*2786 P(rouincia) çugul [xxxix 9]
*2787 çugul [xxxix 49]
*2788 P(rouincia) ÇVGVL [xxxix 50]
*2789 mo(n)tes yp(er)borei [xxxix 51]
*[2789bis] montes | yp(er)borei [xxxix 73]
*2790 Rossia [xxxix 55]

245
*2791 zienate [xxxix 56]
*2792 ASIA [xxxix 65]
*2793 tefu. [xxxix 63]
*2794 tonqui [xxxix 64]
*2795 pinegle [xxxix 37]
*2796 P(rouincia) Ghien [xxxix 38]
*2797 marm...|roa (?) [xxxix 42]
*2798 iacha... (?) [xxxix 52]
*2799 P(rouincia) tenduch [xxxix 40]
*2800 Adelo [ xxxix 66]
*2801 Fungur
*[2801bis] mech|rit [xxxix 39]
*2802 SEPVLTVRA [xxxix 44]
*2803 Dislana [xxxix 57]
*2804 Ciura [xxxix 59]
*2805 salgro|mo [xxxix 58]
*2806 populi Sibir. [xxxix 68]
*2807 sibir [xxxix 67]
*2808 Sepulcro real del | antigo e grando | re ditto uncam. [xxxix
47]
*[2808bis] P(rouincia) ... (?) [n. d. (xxxix l 18)]
*2809 zugui (?) [xxxix 61]
*2810 DI⌐S¬LANA [xxxix 60]
*2811 P(rouincia) SIBIR [xxxix 70]
*2812 nagdindo [xxxix 69]
*2813 Ca(m)pu(m)mal [xxxix 46]
*2814 P(rouincia) de te(n)|duch [xxxix 48]
*2815 capiton [xxxix 54]
*2816 Sithi|on [xxxix 53]
*2817 Qui se dice | esser assai mon|stri i qual no(n) di|co perch(é)
sono quasi | incredibeli [xxxix 62]
*2818 Ruchen. [xxxix 80]
*2819 meradinel [xxxix 84]
*2820 P(rouincia) çestan [xxxix 85]
*2821 Rogalli [xxxix 83]
*2822 P(rouincia) Cimano | in rossia. [xxxix 86]
*2823 p(rouincia) zestan [xxxix 87]
*2824 liuersarii [xxxix 74 - xxxix 75]
*2825 ziuga [xxxix 71]
*2826 Region de | tenebre. [xxxix 76]
*2827 P(rouincia) mallamata [xxxix 77]
*2828 Del nu(mer)o de le p(ro)ui(n)cie del mo(n)do no(n) troui mai
algu(n) cosmographo aco(r)|darse. e questo p(er)ché tuti hano
abuto diue(r)sa information e chi più | e chi mancho. p(er)hò no(n)
dico qui el parer mio. ho però notado | quasi p(er) tuto et(iam) ne
i luogi minimi uno .p. in luogo de proui(n)cia. solo | per dar forma
ad descriuer de le region e diuersità de populi. Ma a q(ue)li |5| che

246
no(n) li piace tal nota. oltra quele che son notade da tolomeo i(n)
luo|go de p(ro)ui(n)cie e’l resto i(n)te(n)di ouer tal populi ouer tal
regio(n). e se qui no(n) | son posti tuti q(ue)li nomi de le p(ro)ui(n)
cie che mete tolomeo le q(u)al seco(n)do lui | sono 94 i(n)tendi
che nì tuto ho possudo meter. nì anche seruar | hi suo p(ro)p(r)
i nomi che al presente sono ca(m)biati. credo però soto |10| altri
nomi hauer posto tute le sue et ancora algune altre | che a lui no(n)
sono sta’ note. C Similiter de q(ue)sta circu(m)fere(n)tia trou<o> |
uarie opinio(n). p(er)hò no(n) è possibile uerificarla benché el se
dica ch(e) | la sia 22500 ouer 24000 ouer più ouer ma(n)co s(econd)
o diuersa co(n)si|deratio(n) ouer opinion ch’è no(n) molto aute(n)
tica p(er) no(n) esser expe|15|rime(n)tada. e benché in diue(r)si
te(m)pi alguni habiano naui|gato ne le parte austral e de septe(n)
trion. no(n) di me(n) non | hano habuto te(m)po de mesurar ouer
pur co(n)siderar | q(ue)sta dista(n)tia. p(er)ché el suo nauegar è
stato casual e no<n> | determinato a tal nauigatio(n). P(er)hò a
l’eterno dio |20| lasso la mesura de la sua opera la qual lui solo |
intende a ponto. | no(n) de men | de q(ue)sta ma|teria se ne |25|
parlerà | nel luogo | debito. [xxxix 88]
*2829 P(rouincia) boler. [xxxix 78]
*2830 Questi populi de boler | e de mallamata al te(m)po | de
inuerno habitano | soto terra. [xxxix 79]
*2831 PERMIA [xxxix 81]
*2832 P(rouincia) Siafur. [xxxix 72]
*2833 P(rouincia) RVCHEM [xxxix 82]
*[2833bis] PERMIA [xl 48]
*2834 Questa opera fata a conte(m)platio(n) de questa illustrissima
signoria no(n) ha i(n) sì | quel co(m)pimento che la doueria p(er)
ché certo no(n) è possibile a l’intellecto huma(n). se(n)za | qualche
superna demostratio(n). uerificar in tuto questa cosmographia
ouer ma|pamu(n)di. de la qual se può hauer qualche noticia. più
a degustation cha a suppli|mento del desiderio. Vnde se algun
contradirà a questa p(er)ché no(n) ho seguito |5| claudio tolomeo
sì ne la forma come etia(m) ne le sue mesure p(er) longeça e p(er)
| largeça. non uogli più curiosamente defenderlo de quel che lui |
proprio no(n) se defende. el qual nel seco(n)do libro capitulo primo
| dice. che quele parte de le qual se ne ha co(n)tinua pratica. se |
ne può p(ar)lar corretamente. ma de q(ue)le che no(n) sono cussì
fre|10|que(n)tade no(n) pe(n)si algun se ne possi p(ar)lar cussì
correctam(en)te. Però | inte(n)dando lui no(n) hauer possudo
in tuto uerificar la sua cosmogra|phia. sì p(er) la cossa longa e
difficile. e p(er) la uita brieue. e l’experimento fal|lace. resta che’l
co(n)ciede che cu(m) longença de te(m)po tal opera se possi meglio
| descriuer. ouer hauerne più certa noticia de |15| quel habuto lui.
Per ta(n)to dico che io nel te(m)|po mio ho solicitado uerificar la
scriptura | cu(m) la experie(n)tia i(n)uestiga(n)do p(er) molti a(n)
ni | e pratica(n)do cu(m) p(er)sone degne de fede | le qua⌐l¬ hano

247
ueduto ad ochio q(ue)lo che |20| qui suso fedelme(n)te demostro.
[xl 49]
*2835 Tuti questi populi | çoè. nef. alich. marobab | balimata. quier.
smaici. | meschiera. sibir. cimano. | çesta(n). mordua. cimarcia.
|5| sono ne la proui(n)cia de ros|sia. [xl 10]
*2836 Qui in rossia | nasce thanay | e ua p(er) siroco | e po’ se
uolta | quasi p(er) gar|5|bin [xl 15]
*2837 Qui è uno | uescouado | richissimo [xl 20]
*2838 noagra [xl 16]
*2839 fl(ume) boxo(n). [xl 17]
*2840 nuouo grado [xl 22]
*2841 zona(n) [xl 18]
*2842 non assegnato
*2843 f(lume) hoca [xl 11]
*2844 alana [xl 12]
*2845 AMAÇONIA [ xl 5]
*2846 chaterma [xl 3]
*2847 Nota che per tuta questa | opera sono fati alguni | segni
uerdi e algune pia(n)|tade de arborseli. i qual | no(n) demostra
altro cha |5| diuisio(n) e confini de le pro|uincie. ma queli uuol
ben in|tender. è neccessari⌐o¬ habino ben | uisto ad ochio. ouer
ben leto. e i(n)tend⌐i¬ li | uenti. et habi bona gieometria e bona
intelli|10|genti⌐a¬ de desegno. p(er)ché altram(en)te ne cauerano |
pocho fructo e no(n) porano far bon çudicio de | quelo i uederano
desig(n)ato qui suso. [xl 19]
*2848 El fiume edil ouer uul|ga nasce da li mo(n)ti riphe|i e poi
i(n)tra nel lago dito | nepro. e poi tira nel mar chaspio | ouer
hircano. E questo fiume par |5| che se acosti meio a far diuisio(n)
de l’europa | da l’asia p(er)ché el ua più al dreto e cu(m) mior |
forma. e nasce dal luogo che dà origine | a questa diuisio(n). Ite(m)
de q(ue)l lago dito ne|pro nasce el fiume osuch. el q(u)al i(n)tra nel
|10| mar mauro. [xl 14]
*2849 fiume. hoca. [xl 13]
*2850 vedasuar [xl 6]
*2851 zaco(r)e [xl 7]
*2852 P(rouincia) smaici [xl 8]
*2853 bitana. [xl 30]
*2854 SARMATIA OVER | ROSSIA IN EVROPA [xl 24]
*2855 P(rouincia) NEF [xl 9]
*2856 P(rouincia) ALICH [xl 27]
*2857 Moschouia. [xl 31]
*2858 dusma [xl 37]
*2859 fl(ume) boxuch [xl 26]
*2860 Questa citade | è el p(r)incipio | de ros|sia [xl 43]
*2861 uolgoe ouer | thiferi [xl 32]
*2862 Questo colfo el qual | tolomeo no(n) mete ha piusor | nomi. e
fi dito. lubech. pru|sico. sarmatico. germani|co. e p(er)ché questo

248
ultimo | nome è più chiaro. p(er)ò | ho notado colfo ger|manico.
[xl 23]
*[2862bis] q(ue)sto ... de ... signo(r) [n. d. (xli C 6)]
*2863 P(rouincia) BALIMA|TA [xl 28]
*2864 fl(ume) Edil | ouer uulga [xl 33]
*2865 P(rouincia) MAROBABI [xl 34]
*2866 Questi tre la|gi ha un solo | nome. çoè ma|çach over nepro
[xl 38]
*2867 fl(ume) pebel [xl 44]
*[2867bis] fl(ume) pebel [n. d. (xl h 39)]
*2868 P(rouincia) QVIER [xl 35]
*2869 cheç [xl 39]
*2870 CIMARCHIA | INFERIOR [xl 40]
*2871 paese. Quier. [xl 36]
*2872 cimarchia | inferior [xl 41]
*2873 p(rouincia) Meschiera. [xl 29]
*2874 merai [xl 54]
*2875 p(rouincia) Mordua [xl 50]
*2876 mo(n)s tul [xl 51]
*2877 EVROPA [xl 58]
*2878 zunacis [xl 46]
*2879 mo(n)s bul [xl 55]
*[2879bis] PERMI|A [xl 59]
*2880 Questi permiani | sono i ultimi populi | che habitano più
uerso tra|montana. e sono de grande sta|tura e bianchi e forti e
anemosi | ma no(n) industriosi. uiueno de ca|5|çason. e uesteno le
pelle de animali. | e sono ho(min)i de bestial costumi. e più | uerso
tramo(n)ta habitano i(n) cauerne | e soto terra. p(er) l’extremo
fredo. [xl 60]
*2881 montes ryphey [xl 52]
*2882 merel [xl 56]
*2883 rostabo [xl 57]
*2884 De sopra ho notado che’l thanay | no(n) nasce da i monti
ryphey | uoglio i(n)te(n)der p(er) questo che’l no(n) | nasce tanto
luta(n) chome edil | çoè da q(ue)sti mo(n)ti i qual p(er) |5| prop(r)
io uocabulo | sono diti bul|etul. e anchora | ryphey p(er) el (con)
tinuo | impeto di uenti |10| che regnano [xl 53]
*2885 Gothia | da tramo(n)|tana è pu(r) | in suetia [xli 5]
*2886 fillandia [xli 11]
*2887 rasborgo | rasborgo [xli 3]
*2888 Suetia [xli 9]
*2889 SVETIA [xli 10]
*2890 Abo [ xli 12]
*2891 P(rouincia) verde [xli 18]
*2892 Io no(n) credo derogar a tolomeo se | io non seguito la sua
cosmographia | perché se hauesse uoluto obs(er)uar i su<i> |
meridiani ouer paralleli ouer grad<i> | era necessario quanto a

249
la demost(r)a|5|tion de le parte note de questa circu(m)|ferentia
lassar molte provi(n)cie de le | qual tolomeo no(n) ne {m} fa
me(n)tio(n). ma | per tuto maxime i(n) latitudine çoè tra | ostro e
tramo(n)tana dice terra i(n)cognita |10| e q(ue)sto p(er)ché al suo
te(m)po no(n) li era nota [xli 21]
*2893 vibo(r)go [xli 4]
*2894 Nota che de questo | luogo de scandinaria uene i | longobardi
i(n) italia. e q(ue)sti p(r)ima ⌐s<i>¬ | diceuano himuli. i qual uene
al te<(m)>|po de uno papa pelagio p(r)imo: e c<(um)> |5| gra(n)
difficultà e contrasto çonse in pan<o>|nia e lì stete alguni anni. et
in quel <te(m)>|po regnaua Iustin menor. e narses eunu|cho el
qual hauea el patriciato de roma esse(n)|doli fato inçuria e torto da
sophia dona del predito iustin. essendo remosso dal patriciato. |10|
scrisse da napoli a i longobardi ch’erano i(n) pa|nonia persuade(n)
doli hi aba(n)donasse quela ter|ra sterille. e uignisse a le large
pianure de ita|lia. e per questo i uene i(n) italia. e subiugò | tuta la
lo(m)bardia. e gra(n) p(ar)te del re|15|sto de italia. [xli 13]
*2895 ISLANT [xli 29]
*2896 In questo | luogo habi|tano mali ho|meni e no(n) sono |
christiani [xli 30]
*2897 pocichouia | ouer nagar|da. [xli 22]
*2898 vidroxia [xli 31]
*2899 FILLAN|DIA [xli 23]
*2900 fl(ume) netur [xli 8]
*2901 chista [xli 25]
*[2901bis] chista [n. d. (xli I 9)]
*2902 tausta [xli 26]
*[2902bis] tausta [n. d. (xli i 8)]
*2903 SCAN|DINARIA | Y(n)sula dicta sca(n)dinaria | dal qualle
xe uene | i lo(n)gobardi in |5| italia [xli 28]
*2904 Parme che tolomeo ne la q(u)ar|ta taola de europa nomina
q(ue)sta | sca(n)dinaria e dice che’l à 18 hore | de zorno unde me
meraueio che | q(ue)sta li sia sta’ nota e tuta |5| questa p(ar)te de
norue|gia e suetia li sia | sta’ ig(n)ota [xli 27]
*2905 nedas|car
*2906 Cauo de | rossia [xli 33]
*2907 Questi do’ colfi sono pericolosi da nauegar p(er) algu|ni
pessi li qual forano i nauilii cu(m) certa spina che | i hano sopra
la schena. li è ancor un’altra sorte | come angusigole i qual cu(m)
el suo becho durissi|mo come el ferro passano ogni legno. p(er)hò
que|li che nauega se acosta al tere(n) p(er) fuzir el p(er)icolo. e |
q(ue)sto ⌐ho¬ habuto da homeni degni de fede. [xliv 1]
*2908 P(rouincia) mechru [xlv 1]
*2909 ubair [xlv 2]
*2910 Questi permiani che sono più | uerso septe(n)trion fano le
sue case | soto terra. p(er) el fredo gra(n)dissimo | che fa l’inuerno
[xlv 10]

250
*2911 zerna | zerna [xlv 5]
*2912 palude [xlv 6]
*2913 In queste parte i marchada(n)ti uano cu(m) cari | sença
ruode tiradi da 6 cani p(er) hi luogi palu|dosi. e co(m)prano le
pelle da questi p(er)miani. che sono armelini çebelini. et altre come
è noto. [xlv 11]
*[2913bis] SEPTEMTRIO{N} [n. d. (xlv E 26)]
*2914 Qui se troua opti|mi çifalchi [xlv 8]
*2915 p(rouincia) pien de aque [xlv 7]
*2916 Qui al tempo de l’inuerno l’occean se | agiaça circa 1000 mia.
[xlv 14]
*2917 Qui la tramontana | roman in mezodì [xlv 3]
*2918 La largeza se | intende da ostro | in tramontana [xlv 12]
*2919 rostabo [xli 35]
*2920 Vna naue de catelani car|ga de corami in mio te(m)po
scor|se de qui e p(er) desasio ma(n)zò el suo cargo [xlvi 7]
*2921 Questi permiani sono homeni quasi salua|degi. e mançano
carne de armelini e çebeli|ni e uesteno le pelle. e al te(m)po de
l’inuerno | p(er) el gra(n) fredo se tirano uerso la rossia. [xlv 3]

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si concretizza attraverso la riproduzione dei più sontuosi codici del
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