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Gido Silvestro Italo Sarcone

SILVA INGENS
AUTORI LATINI
Materiale integrativo

Indice
Petronio 2
Satyricon 2
Come uno scheletro è l’uomo 2
Osservazioni al testo 3
Fortunata 4
Osservazioni al testo 10
La matrona di Efeso 13
Osservazioni al testo 16

Plinio il Vecchio 20
Naturalis historia 20
Cosmogonia e religione 20
Osservazioni al testo 27
La madre terra 28
Anche l’anima muore 29
Osservazioni al testo 31

Plinio il Giovane 32
Epistolae 32
L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. 32
Osservazioni al testo 41

Quintiliano 44
Institutio Oratoria 45
Le qualità di un buon oratore 45
Nessuno è così stolido da non poter apprendere ed è meglio cominciare dal greco 46
La scuola pubblica offre maggiori vantaggi rispetto a quella domestica... 47
I fanciulli si correggano, non si percuotano... 50
È sbagliato condurre tardi il fanciullo dal maestro di eloquenza 51
Si scelga con la massima cura il maestro... 52
Il maestro sia perfetto nei costumi e nell’arte... 54
Il maestro eviti l’eccessiva severità nel correggere gli errori dei discepoli 55
Esortazione ai giovani a che amino i loro maestri 56
Come far ridere 57
Osservazioni al testo 60
Petronio
Satyricon

Come uno scheletro è l’uomo: cap. XXXIV

34. [...] Statim allatae sunt amphorae vitreae diligenter gypsatae, quarum in cervicibus pittacia erant
affixa cum hoc titulo: ‘Falernum Opimianum annorum centum’. Dum titulos perlegimus, complosit
Trimalchio manus et: ‘Eheu - inquit - ergo diutius vivit vinum quam homuncio. Quare tangomenias
faciamus. Vita vinum est. Verum Opimianum praesto. Heri non tam bonum posui, et multo honestiores
cenabant’. Potantibus ergo nobis et accuratissime lautitias mirantibus,

34. Statim [...] gypsatae: «Subito furono portate acquistano risalto per la forte allitterazione (vivit
delle anfore di vetro accuratamente sigillate»; gypsa- vinum - vita vinum est), per il parallelismo semantico
tae significa che le anfore erano sigillate con gesso che (vivit - vita; vinum vinum), e per l’inversione del verbo
ne preservava il contenuto dal contatto con l’aria. (vivit - est); le due frasi, inoltre, con l’aferesi di est
quarum in [...] centum: «sui cui colli erano attac- diventano parisillabe vivit vinum - vita vinust: in tal
cate delle etichette con questa scritta: Falerno modo l’identificazione di vinum e vita è totale, convin-
Opimiano di cento anni». Il Falerno, come è noto, era ta e convincente, e ribadita alla fine con l’allitterazio-
un celeberrimo vino prodotto nel territorio fra il Lazio ne trimembre vita - vinum - verum. - tangoménas: sot-
e il fiume Volturno, ai piedi del monte Massico; nel- tintende dies ed ha la desinenza del participio medio-
l’anno in cui fu console Lucio Opimio, 121 a. C., si passivo greco; ma il verbo è tengo, “bagnare”; perciò,
ebbe una produzione eccellente per cui il vino di quel- c’è chi pensa ad un errore di Trimalchione e chi correg-
l’annata, chiamato Opimiano, divenne col tempo parti- ge il testo: “facciamo giorni bagnati” dovrebbe signifi-
colarmente pregiato e fu apprezzato come un nettare care “passiamo giornate piene di vino”.
prelibato; a detta di Plinio il Vecchio (N.H. XIV, 55) si Verum [...] cenabant: «Vi faccio bere autentico
conservavano ancora ai suoi tempi, dopo quasi 200 Opimiano. Ieri non ne offrii di così buono, e dire che
anni, anfore di quel vino, venduto a prezzi altissimi. Se avevo a cena persone molto più importanti». La roz-
quelle anfore di vino, prodotto nel 121, avevano cento zezza del padrone di casa fa la sua prima brutale prova.
anni, la Coena Trimalchionis deve essere collocata Potantibus [...] flecterentur: «Dunque, mentre
intorno al 21, ai tempi di Augusto: tale fu l’opinione bevevamo e osservavamo con grande attenzione tanta
del Mommsen, la quale presta, però, il fianco a molte finezza, uno schiavo portò uno scheletrino d’argento
obiezioni. - pittacia: è calco del greco pittakion, di cui così ben congegnato che le giunture e le vertebre slo-
non si scorgono rapporti con l’antroponimo Pittakos. gate si piegavano in ogni verso». Il potantibus inizia-
Dum titulos [...] vinum est: «Mentre leggevamo le, riprendendo il tema del vino e, quindi, del vino-vita,
con attenzione le etichette, Trimalchione batté insieme è preludio alla naturale conclusione della vita, cioè
le mani e disse: “Ahimé, il vino vive più a lungo di un all’immagine della morte, raffigurata nello scheletro
omiciattolo! E allora facciamo bisboccia. Il vino è d’argento dotato ancora di una parvenza di vitalità nei
vita». Le considerazioni di Trimalchione sulla brevità meccanici movimenti delle giunture e nelle pieghe
della vita umana sono espresse in tono sentenzioso e delle vertebre.

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Satyricon

larvam argenteam attulit servus sic aptatam, ut articuli eius vertebraeque laxatae in omnem partem flecterentur.
Hanc cum super mensam semel iterumque abiecisset, et catenatio mobilis aliquot figuras exprimeret, Trimalchio
adiecit:

‘Eheu nos miseros, quam totus homuncio nil est.


Sic erimus cunti, postquam nos auferet Orcus.
Ergo vivamus, dum licet esse bene’.

Osservazioni al testo

Il banchetto in casa di Trimalchione è appena cominciato, allorchè il padrone di casa fa versare agli ospiti un
falerno di un’annata straordinaria, un vino che porta scritta sull’etichetta la sua età: cento anni. Tanto, e ancora
più, può vivere un vino! E l’uomo?... L’uomo - osserva Trimalchione - vive meno d’un vino. Il tema della morte
viene introdotto così, rovesciando il tema della vita: la vita lunga d’un vino, la vita breve di un uomo. Il vino è
vita, l’uomo dura poco: a definirlo basta un diminutivo homuncio che ritornerà nell’epigramma finale: eheu nos
miseros, quam totus homuncio nil est, in un contesto semanticamente peggiorativo: all’inizio l’uomo vive meno
del vino, alla fine l’uomo nella sua interezza (totus), nel suo complesso (anima, corpo, intelligenza, memoria...),
è nulla. Di mezzo c’è il getto (abiecisset) dello scheletro d’argento dinanzi ai convitati che bevono: mentre essi
ingurgitano la vita del vino, con macrabro sarcasmo Trimalchione ricorda loro la fine che faranno; ma quello
scheletro non è immoto come quelli che compaiono nelle coppe d’argento di Boscoreale (v. nota ad locum); quel-
lo scheletro si muove e si flette in ogni sua parte; è quasi uno scheletro vivente; è, in fondo, il burattino osseo
che regge l’uomo, che, anzi, sta reggendo il rivestimento carneo di ciascuno di quei convitati; lo scheletro è l’es-
senza profonda dell’uomo, anche dell’uomo che beve e gode, che si illude di assorbire la vita del vino.
L’identificazione è potente, proprio perché proclamata nel momento del godimento, nel momento in cui ci si illu-
de di essere vivi e di aggiungere fluida vita alla propria parvenza. La scansione temporale è solo apparente, visto
che il futuro erimus è preceduto da totus homuncio nil est; già ora siamo nella nostra interezza (come è carico di
significati quel totus che molti traduttori omettono addirittura); siamo degli scheletri semoventi; quando non ci
muoveremo più -si noti che Trimalchione recita i suoi versi, quando ormai ha smesso di muovere lo scheletrino
(cum abiecisset) - ecco saremo così, scheletri immobili come questo che ora è fermo: tutta qui la differenza fra

Hanc cum [...] esse bene: «Quando l’ebbe gettato nare che, mentre Petronio scriveva questa pagina,
una prima e una seconda volta sulla tavola, mentre la ponendovi al centro uno scheletro d’argento sulla tavo-
mobile incatenatura prendeva diverse pose, la di un osceno liberto, in una villa di Boscoreale con-
Trimalchione disse: “Ahi, ahi, noi infelici! Quale nul- vitati assisi a banchetto brindavano con coppe istoriate
lità è l’uomo interamente! Così ci ridurremo tutti, dopo di scheletri: specchio di un’epoca in cui, specie lì dove
che ci rapirà la Morte. Dunque campiamo, finché c’è si coagulavano danaro, lusso, potere, la precarietà del-
permesso di starcene bene!». Reagire con gaudenti l’esistenza era continuamente presente, annunciata dal
propositi e stordito piacere al pensiero della morte è gladio di un centurione che recava la sentenza del prin-
atteggiamento comune e frequente nella vita, come è cipe o dal pugnale con cui ci si incideva le vene.
un abusato luogo letterario. Basterebbero a dimostrar- L’epigramma finale di Trimalchione, strambo come
lo le due coppe degli scheletri del tesoro di Boscoreale, il suo autore (Pighi), è costituito di due esametri e di un
che, su uno sfondo a ghirlande di foglie e frutta, pre- pentametro, e non è raro nelle iscrizioni sepolcrali di
sentano gruppi di scheletri che esortano a godere la gente incolta (Fossataro).
vita. Ed è difficile sottrarsi alla tentazione di immagi-

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Petronio

vita e morte. E allora continuiamo a vivere (nel vivamus la memoria poetica di Petronio -Trimalchione ha ritro-
vato certamente il Catullo del carme... : vivamus, mea Lesbia): la conclusione è topica e diremmo che è incredi-
bilmente antica; già nelle coppe di Boscotrecase si legge: “Godi finchè sei in vita, il domani è incerto” e poi
“Godi finchè sei vivo; il piacere è il bene supremo”. Erodoto racconta che nei conviti dei ricchi Egiziani “un
uomo porta in giro un cadavere scolpito in legno in una bara... e mostrandolo a ciascuno dei convitati, dice:
“Guardando questo, bevi e godi; giacché morto sarai così” (II, 78). Ma si può risalire, per il motivo, molto più
indietro, proprio in Egitto con la cosiddetta Canzone dell’Arpista, composta verso la fine dell’età feudale (2250?-
2060) (Donadoni, Letteratura egiziana antica, p. 86): “nessuno di laggiù ritorna... Sii felice... Fai ciò che ti piace
finchè tu vivi, versati mirra sul capo, profùmati con preziosi aromi, in lini fini avvolgiti. Aumenta i tuoi godi-
menti e non affligerti... Tanto nessuno che se n’è andato può tornare”. E motivi simili si ritrovano addirittura
nell’America precolombiana, a testimoniare un’impressionante consonanza di dolore nei cuori degli uomini di
ogni tempo, allorché si fermano a meditare sull’effimera loro vicenda (Prescott, La conquista del Messico, p.
885).

Fortunata

Presentazione di Fortunata: cap. XXXVII

Se le vivande ammannite dai cuochi di Trimalchione sono, a loro modo, appetibili e succulente, le barzellet-
te, le spiritosaggini, i motti di spirito che egli infligge ai convitati sono così stomachevoli e indigeribili che
Encolpio ad un certo punto non riesce più a mangiare e cerca un diversivo rivolgendo la parola ad un commen-
sale. Gli indica una donna che non smette di correre sotto e sopra e gli domanda: “Chi è?” “E’ Fortunata, la
moglie di Trimalchione”.

37. Non potui amplius quicquam gustare, sed conversus ad eum, ut quam plurima exciperem, longe accerse-
re fabulas coepi sciscitarique, quae esset illa mulier, quae huc atque illuc discurreret. Vxor, inquit, Trimalchionis,
Fortunata appellatur, quae nummos modio metitur. Et modo, modo quid fuit? Ignoscet mihi genius tuus, noluis-

37. Non potui [...] discurreret: «Non ebbi più la tanto insulse battute) che si sente passare l’appetito e
forza di assaggiare ancora qualcosa, ma, per apprende- preferisce far conversazione col vicino.
re quanto più fosse possibile, rivoltomi a quel tale, Vxor [...] metitur: «La moglie di Trimalchione -
cominciai a prender le mosse da lontano e a domandar- disse -. Si chiama Fortunata e misura i quattrini a
gli chi fosse quella donna che correva su e giù». Quel staia». Il commensale non si fa pregare e comincia ad
tale (eum) è un invitato che sta accanto ad Encolpio e elargire notizie e pettegolezzi senza interruzione: quel-
gli ha da poco finito di spiegare il senso di un calem- la donnetta che corre di qui e di lì è, nientemeno, la
bour di Trimalchione; costui, rivolgendosi ad uno moglie di Trimalchione, la quale ha già nel nome la sua
schiavo, gli ripeteva Carpe, carpe (Scalca, scalca) e lo principale connotazione: è baciata dalla Fortuna, si
schiavo scalcava, cioè trinciava le porzioni di carne da chiama infatti Fortunata; la proposizione relativa spie-
servire ai commensali; ma - squisitezza tutta trimal- ga, con la rozzezza propria del lessico popolare (quae
chioniana - quello schiavo si chiamava Carpus e per- nummos modio metitur), in che consista la sua fortuna:
ciò ogni volta che il padrone diceva Carpe, con una far denaro a palate!
sola parola lo chiamava e gli ordinava di fare il suo Et modo [...] accipere: «E appena ieri, ieri appena,
lavoro. Encolpio rimane così disgustato da questa insi- cos’era? Per il tuo santo protettore, non avresti voluto
pida freddura (che è l’ultima di tutta una serie di altret- accettare dalle mani di lei nemmeno il pane». Cioè:

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Satyricon

ses de manu illius panem accipere. Nunc, nec quid, nec quare, in caelum abiit et Trimalchionis topanta est. Ad
summam, mero meidie, si dixerit illi tenebras esse, credet. Ipse nescit quid habeat, adeo saplutus est; sed haec
lupatria providet omnia, et ubi non putes. Est sicca, sobria, bonorum consiliorum: tantum auri vides. Est tamen
malae linguae, pica pulvinaris. Quem amat, amat; quem non amat, non amat. [...].

Fortunata e Scintilla: cap. LXVII

Durante una momentanea assenza di Fortunata, che esce dalla sala del banchetto per sbrigare alcune faccen-
de, fa il suo ingresso un degno compare di Trimalchione, Abinna, costruttore di tombe marmoree; è reduce - così
dice - da un altro pranzo che per balorda volgarità e stomachevole abbondanza di portate è stato perfino più
disgustoso di quello che ha imbandito Trimalchione. Abinna è ubriaco e si regge appoggiandosi sulle spalle di
sua moglie, Scintilla, ma riesce a imbastire un lungo e sconclusionato discorso, da cui emerge netta e precisa la
sua personalità, “un completo e succoso compendio delle caratteristiche così largamente sviluppate nel perso-
naggio di Trimalchione” (Paratore). Ad un certo punto Abinna si accorge che non c’è Fortunata e minaccia di
andarsene se la padrona di casa non viene subito in sala. Invocata a gran voce dai commensali tutti, Fortunata si
presenta e dà vita con Scintilla ad un duetto che è fra le creazioni più squisite che il genio comico di Petronio
abbia prodotto.

era così sozza e laida che, se anche avessi avuto biso- questo significato).
gno di un pezzo di pane (e per questa malaugurata ipo- Est sicca [...] non amat: «E’ asciutta, sobria, di
tesi, si invoca il nume tutelare di Encolpio), non l’avre- buon senso; hai davanti agli occhi una miniera d’oro.
sti accettato dalle sue mai, avresti preferito morir di Però è una mala lingua, una gazza in poltrona. A chi
fame. Ignoscet mihi genius tuus: letteralmente, “mi vuol bene, vuol bene; a chi non ne vuole, non ne
perdoni il tuo genio”, se oso dire una cosa simile. vuole». Sicca, sobria è una dittologia (adoperata
Genius era la divinità che aveva generato la vita (dalla anche da Seneca) che insiste sul temperamento parsi-
radice di gigno, genui), aveva presieduto alla sua monioso di Fortunata; bonorum consiliorum è una
nascita e accompagnava l’uomo come nume tutelare variatio cui corrisponde poco dopo malae linguae,
per tutta la sua esistenza, nelle gioie e nei dolori. pica pulvinaris in posizione chiastica rispetto alla
Nunc nec [...] credet: «Ora, non si sa né perché né prima (nominativo -genitivo e poi genitivo - nominati-
percome, è salita alle stelle e per Trimalchione è tutto. vo); fortemente icastica è l’espressione tantum auri
Per fartela breve, se in pieno mezzogiorno lei gli dirà vides, non vedi una donna, vedi un pezzo d’oro; il
che è buio, le crederà». Topanta è un evidente greci- nostro “vale tant’oro quanto pesa” è certo meno scul-
smo, da ta panta (tutte le cose) semanticamente vici- toreo e vivo; pica, gazza, fa risaltare la loquacità logor-
no a factotum. roica di Fortunata, a cui pulvinaris aggiunge un tocco
Ipse nescit [...] putes: «Personalmente lui non sa di distinzione, giacché il pulvinar era il cuscino o il
cosa possiede, tanto è straricco; ma questa mala fem- letto su cui si adagiava la statua di una divinità. Recisa
mina tiene d’occhio tutto, anche quando non lo pensi». anche l’apparente tautologia quem amat ..., che taglia
Saplutus è un altro grecismo, zaploutos (dorico); un corto su mutevolezza o labilità di sentimenti: quando
calco dal greco è anche lupatria, con lo stesso suffisso Fortunata ha deciso, non tentenna; fa sul serio, insom-
di porneutria (= prostituta; anche lupa in latino aveva ma, anche nell’amministrare le sue simpatie.

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Petronio

67. ‘Sed narra mihi, Gai, rogo, Fortunata quare non recumbit?’ - ‘Quomodo nosti, inquit, illam, Trimalchio,
nisi argentum composuerit, nisi reliquias pueris diviserit, aquam in os suum non coniciet’. ‘Atqui - respondit
Habinnas - nisi illa discumbit, me apocalo’. Et coeperat surgere, nisi signodato Fortunata quater aamplius a tota
familia esset vocata. Venit ergo galbino succincta cingillo, ita ut infra cerasina appareret tunica et eriscelides tor-
tae phaecasiaeque inauratae. Tunc sudario manus tergens, quod in collo habebat, applicat se illi toro, in quo
Scintilla Habinnae discumbebat uxor, osculataque plaudentem: ‘Est te - inquit - videre?’
Eo deinde perventum est, ut Fortunata armillas suas crassissimis detraheret lacertis Scintillaeque miranti
ostendit. Vltimo etiam periscelides resolvit et reticulum aureum, quem ex obrussa esse dicebat. Notavit haec
Trimalchio iussitque afferri omnia et: ‘Videtis - inquit - mulieris compedes: sic nos barcalae despoliamur. Sex
pondo et selibram debet habere. Et ipse nihilo minus habeo decem pondo armillam ex millesimi Mercurii fac-

67. Sed narra [...] recumbit: «’Ma dimmi, Gaio, ti stola tirata su da una cintura gialla, così da far vedere
prego, Fortunata perché non sta a tavola?’» E’ Abinna al di sotto la tunica ciliegina e i fermagli attorcigliati
che parla, egli è un sevir, uno dei primi sei membri di alle gambe e le scarpette dorate». L’abbigliamento di
un collegio di artigiani o di artisti o di commercianti; Fortunata è un tripudio di colori: la cintura con cui si
si rivolge a Trimalchione, il cui nome completo era tira su il vestito è galbinus (un verde pallido, quasi
Gaio Pompeo Trimalchione Mecenaziano, apostrofan- giallo), la sottoveste, tunica, è rosso ciliegia; alle cavi-
dolo col praenomen, il che era segno di grande fami- glie porta anelli attorti (periscelides, altro grecismo, da
liarità. perì “intorno” e skelos “gamba”); le scarpe sono di
Quomodo [...] coniciet: «’Tu la conosci bene - pelle bianca (phaecasiae, greco phaikasia, sono scarpe
rispose Trimalchione - se non riordinerà l’argenteria e calzate da sacerdoti ateniesi), ma hanno ornamenti
non distribuirà gli avanzi agli schiavi, non si metterà in dorati. Nota che le donne si tiravano su il vestito fer-
bocca nemmeno una goccia d’acqua’». Viene a deline- mandolo con una cintura quando, dovendo eseguire
arsi, nelle parole del marito, l’immagine di una sana lavori domestici, avevano bisogno di tenere più libere
massaia, accorta a preservare le ricchezze di casa (l’ar- le gambe: insomma, Fortunata conferma quello che
gento va custodito bene), ma anche a preoccuparsi del aveva detto di lei il marito, cioè che stava lavorando
nutrimento della servitù; solo dopo aver compiuto i per riassettare gli ambienti; e, come è detto subito
suoi doveri di mater familias penserà a se stessa. dopo, sta ancora ripulendosi ed asciugandosi le mani,
Atqui [...] vocata: «’Sì, però - ribatté Abinna - se dopo aver sbrigato le sue faccende.
lei non viene a tavola, io me la batto’. E aveva comin- Tunc sudario [...] videre: «Poi asciugandosi le
ciato ad alzarsi, se a un dato segnale Fortunata non mani con un fazzoletto che aveva al collo, si sdraia sul
fosse stata invocata quattro volte e più da tutta la ser- divano su cui era assisa Scintilla, la moglie di Abinna,
vitù». Me apocalo è un’espressione greca (da apoka- la quale batteva le mani e, baciandola, esclamò:
léo, “mi chiamo in disparte”, “mi chiamo fuori”, “me “Finalmente, ti si può vedere”». E’ vero che Scintilla
ne vado”) che sembra al Paratore “una preziosità volu- ha il vezzo di battere ad ogni momento le mani, ma è
ta, uno di quei mots che anche oggi i falsi elegantoni anche vero che questo specifico applauso nel momen-
lanciano di tratto in tratto per far meravigliare l’... to in cui entra Fortunata è un tocco di classe che ne fa
incolto pubblico”. Ma il testo non è sicuro; c’è chi la protagonista della scena; la coppia femminile è già
legge apoculo e pensa ad una derivazione dal greco isolata dagli altri e collegata stilisticamente con il
apokylio “faccio rotolar via”, ipotizzando un volgare nesso osculata plaudentem, in cui specularmente alla
gioco di parole (apo-culo); perciò qualche traduttore manifestazione di gioia di Scintilla risponde la dimo-
rende con “batto il culo” (Chiara). Dell’atmosfera abi- strazione di affetto di Fortunata. Est ha il significato di
tuale della casa di Trimalchione è segno inequivocabi- “è possibile”, come il greco estin.
le il coro del servitorame che, scandendo più e più Eo deinde [...] dicebat: «Si arrivò così ad un punto
volte il nome di Fortunata, la fa venire sulla scena, pro- tale che Fortunata si sfilò dalle braccia polposissime i
prio come si fa con un attore o un campione sportivo. suoi braccialetti e li mostrò a Scintilla perché li ammi-
E infatti Fortunata sta per recitare un duetto con rasse. Alla fine si sciolse anche gli anelli delle caviglie
Scintilla, che è uno dei pezzi forti del Satyricon. e, dai capelli, la reticella dorata che diceva fatta d’oro
Venit ergo [...] inauratae: «Entrò, dunque, con la di coppella». Insomma, Fortunata si spoglia di tutti i

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Satyricon

tam’. Vltimo etiam, ne mentiri videretur, stateram iussit afferri et circulatum aprrobari pondus. Nec melior
Scintilla, quae de cervice sua capsellam detraxit aureolam, quam felicionem appellabat. Inde duo crotalia protu-
lit et Fortunatae invicem consideranda dedit et: ‘Domini - inquit - mei beneficio nemo habet meliora’. ‘Quid? -
inquit Habinnas - excatarissasti me, ut tibi emerem fabam vitream. Plane si filiam haberem, auriculas illi prae-
ciderem. Mulieres si non essent, omnia pro luto haberemus; nunc hoc est caldum meiere et frigidum potare’.
Interim mulieres sauciae inter se riserunt ebriaeque iunxerunt oscula, dum altera diligentiam matris familiae
iactat, altera delicias et indiligentiam viri. Dumque sic cohaerent, Habinnas furtim consurrexit, pedesque
Fortunatae correptos super lectum immisit. ‘Au, Au!’ illa proclamavit aberrante tunica super genua. Composita
ergo in gremio Scintillae indecentissimam rubore faciem sudario abscondit.

Fortunata e il marito: capp. LXXIV - LXXV

Ci avviamo verso la conclusione del banchetto: l’orgia di cibi e di vino è arrivata al culmine; non c’è più alcu-
na misura o inibizione che freni l’erompere violento degli istinti. L’animalità dell’uomo sta per scatenarsi e anche
Encolpio l’avverte: Hinc primum hilaritas nostra turbata est ...

74. [...] Hinc primum hilaritas nostra turbata est; nam, cum puer non inspeciosus inter novos intrasset mini-
stros, invasit eum Trimalchio et osculari diutius coepit. Itaque Fortunata, ut ex aequo ius firmum approbaret,
male dicere Trimalchioni coepit et purgamentum dedecusque praedicare, qui non contineret libidinem suam.

suoi gioielli per mostrarli all’amica e farla morire d’in- mare che il bracciale pesava veramente sei libbre e
vidia: ma l’autore non perde l’occasione per arricchire mezzo, abbia una concretezza comica e una potenza
il ritratto fisico di Fortunata con un’altra pennellata, inventiva tale che per goffaggine e volgarità il marito
quei crassissimis lacertis, che ci richiamano alla supera di molte spanne la moglie.
memoria certi cicciosi donnoni di alcuni film di Nec melior Scintilla [...] meliora: «Né più fine fu
Fellini. Obrussa è l’oro puro, provato al fuoco. Scintilla, che si sfilò dal collo un ciondolino che lei
Notavit haec [...] factam: «Trimalchione notò tutto diceva suo Portafortuna. Poi mostrò una coppia di pen-
questo e si fece portare tutto e aggiunse: ‘State veden- denti e li dette a Fortunata perché a sua volta li osser-
do i ceppi della donna; così noi babbei siamo depreda- vasse, aggiungendo: ‘E’ un regalo del mio signor mari-
ti. Questo deve pesare sei libbre e mezzo. Ma io ho un to; nessuno ne ha di più costosi’». Il quartetto procede
bracciale che pesa niente meno dieci libbre, fatto con i con visibile parallelismo: ora è Scintilla che mostra
millesimi di Mercurio’». A Mercurio, dio dei commer- all’ammirazione dell’amica i suoi gioielli, assestando-
ci, Trimalchione aveva promesso in voto un millesimo le un colpo più secco: nemo habet meliora, nessuno e,
dei suoi guadagni, ma poi se ne era fatto fare un brac- perciò, nemmeno Fortunata.
ciale; così avrebbe frodato anche il dio; ma forse il Quid? [...] potare: «’E che? - intervenne Abinna -
passo è guasto. Barcala (forse della stessa radice del Mi hai salassato perché ti comprassi queste fave di
greco brad’ys, per metatesi bardus) dovrebbe significa- vetro. Credetemi, se avessi una figlia, le mozzerei le
re qualcosa come “lento” di mente, “stupido”. orecchie. Se non ci fossero le donne tutte queste pietre
Vltimo [...] pondus: «Alla fine, perché non sem- le considereremmo fanghiglia; ora, invece, è come
brasse che diceva balle, ordinò anche che si portasse pisciar caldo e bere freddo’»; cioè: si guadagna poco
una bilancia e che tutto in giro si verificasse il peso». (freddo) e si spende molto (caldo); oppure: valgono
La battuta finale di Trimalchione fa il paio con quella poco (freddo), ma costano molto (caldo), spiegazione
di Fortunata: il parallelo fra le rozze conclusioni dei più coerente con quel che precede (pro luto habere-
due interventi è sottolineato dallo stesso nesso (Vltimo mus). Abinna, come si vede dalla sentenza finale, è
etiam periscelides .../ Vltimo etiam ne...); ma ci pare perfino più scurrile di Trimalchione e più radicale nelle
che quella bilancia portata in giro per la sala, a confer- sue trovate: impagabile, per esempio, è quella sua idea

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Petronio

Vltimo etiam adiecit: ‘Canis!’ Trimalchio contra offensus convicio calicem in faciem Fortunatae immisit. Illa
tanquam oculum perdidisset, exclamavit manusque trementes ad faciem suam admovit. Consternata est etiam
Scintilla trepidantemque sinu suo texit. Immo puer quoque officiosus urceolum frigidum ad malam eius admo-
vit, super quem incumbens Fortunata gemere ac flere coepit. Contra Trimalchio: ‘Quid enim - inquit - ambuba-
ia non meminit se? De machina illam sustuli, hominem inter homines feci. At inflat se tanquam rana, et in sinum
suum non spuit, codex, non mulier. Sed hic, qui in pergua natus est, aedes non somniatur. Ita genium meum pro-
pitium habeam, curabo domata sit Cassandra Caligaria. Et ego, homo dipundiarius, sestertium centies accipere
potui. Scis tu me non mentiri. Agatho, unguentarius herae proximae, seduxit me et: “Suadeo - inquit - non patia-

di mozzare le orecchie alle donne per evitare di dover del raffinato Encolpio-Petronio un sentimento positivo
loro comprare orecchini. Excatarissasti è vocabolo in un posto sbagliato provoca disgusto e ripugnanza,
dialettale, formato sul greco katharizo, “pulisco”, come una disarmonia nei ritmi etici.
“ripulisco”, nel senso, qui, di “ripulire del danaro”; 74. Hinc primum [...] coepit: «Da questo momen-
riprende semanticamente, involgarendolo, il despolia- to la nostra allegria cominciò a guastarsi; infatti, poi-
mur di Trimalchione. ché fra i nuovi camerieri era entrato un ragazzo tutt’al-
Interim mulieres [...] viri: «Frattanto le donne, tro che brutto, Trimalchione gli si gettò addosso e
ferite, si misero a ridere fra loro e ubriache com’erano cominciò a sbaciucchiarlo troppo a lungo».
si baciavano reciprocamente, mentre l’una parlava Trimalchione aveva ordinato che gli schiavi che aveva-
della diligenza dell’altra come madre di famiglia, e no servito il pranzo fino a quel momento andassero a
l’altra dei divertimenti e dell’indifferenza del marito mangiare e che al loro posto subentrasse un’altra squa-
dell’amica». Il passo non è molto chiaro e c’è chi dra di servitori; fra questi si trova l’efebo che solletica
pensa a lacune esistenti nel testo; pare, comunque, la libidine del padrone. Naturalmente, Trimalchione
opportuno ritenere che a lodare la diligenza della non è nuovo ad imprese del genere; nel cap. LXIV, qui
matris familiae (notare il genitivo non arcaico) sia non riportato, si assiste ad un’altra disgustosa scena
Scintilla che rivolge tale elogio a Fortunata, mentre d’amore fra lui e un suo ragazzetto, Creso; ma lì la
Fortunata ha poco da lodare in Scintilla e quindi cerca cosa non eccita la reazione di Fortunata, che ora inve-
di consolarla delle scappatelle di Abinna e dell’indiffe- ce, come si vedrà, esplode; effetto forse dell’ubria-
renza di lui verso la moglie. Il sauciae iniziale si spie- chezza che anche a lei ha allentato le capacità di con-
ga con le uscite contro le donne che hanno caratteriz- trollarsi? oppure - forse meglio - ciò è dovuto alla pre-
zato le osservazioni di Trimalchione (nos barcalae senza, questa volta, della sua amica Scintilla, davanti a
despoliamur) e di Abinna (excatarissasti ecc.) cui Fortunata non tollera di essere offesa nei suoi dirit-
Dumque sic[...] abscondit: «Ma mentre esse erano ti di moglie? Il richiamo a ex aequo ius firmum, che si
così appiccicate, Abinna furtivamente si alzò e, affer- legge subito dopo, fa propendere per quest’ultima spie-
rati i piedi di Fortunata, li rovesciò sul divano. - Ahi! gazione.
Ahi! - gridò lei, mentre la tunica le si alzava al di sopra Itaque Fortunata [...] canis: «Allora Fortunata,
delle ginocchia. Riordinatasi poi nel grembo di per dimostrare i suoi diritti di parità, cominciò ad
Scintilla, nascose nel fazzoletto la faccia laidissima nel insultare Trimalchione, a urlargli ‘Immondizia e ver-
suo rossore». Col brutale e animalesco scherzo di gogna’, perché non controllava la sua libidine. E alla
Abinna, si chiude la scena; solamente alla conclusione fine concluse con ‘cane!’». L’ingiuria finale può non
di essa Petronio si lascia sfuggire, per bocca di apparire sconvolgente, ma in realtà con essa Fortunata
Encolpio, un giudizio sul personaggio di Fortunata, vuole intendere che Trimalchione non ha esitato ad
tracciato da lui sempre col distacco abituale di chi accoppiarsi al suo amasio pubblicamente, come un ani-
lascia parlare le cose e i fatti senza giudicarli sulla base male, come un cane. La relativa qui ... contineret ha il
di parametri soggettivi. Ma alla fine sbotta: perfino il congiuntivo perché è causale, dipendente da un infini-
rossore della vergogna di vedersi scoprire le gambe to. L’accusativo Trimalchionem dopo male dicere
rende più osceno quel volto; con un audacissimo ossi- invece del dativo mostra come va indebolendosi il
moro (indecentissimam rubore) quello che è il segno senso originario di male dicere (“dir male a qualcuno”)
del pudore sul viso di una donna diventa sul volto di a vantaggio del significato che l’espressione assumerà
Fortunata marchio ulteriore di indecenza. Agli occhi in italiano (“maledire qualcuno”).

8
Satyricon

ris genus tuum interire”. At ego dum bonatus ago et nolo videri levis, ipse mihi asciam in crus impegi. Recte,
curabo me unguibus quaeras. Et, ut depraesentiarum intelligas quid tibi feceris: Habinna, nolo statuam eius in
monumento meo ponas, ne mortuus quidem lites habeam. Immo, ut sciat me posse malum dare, nolo me mor-
tuum basiet’.

75. Post hoc fulmen Habinnas rogare coepit, ut iam desineret irasci et: ‘Nemo - inquit - nostrum non peccat.
Homines sumus, non dei’. Idem et scintilla flens dixit ac per genium eius Gaium appellando rogare coepit, ut se
frangeret. Non tenuit ultra lacrimas Trimalchio et: ‘Rogo - inquit - Habinna, sic peculium tuum fruniscaris: si

Trimalchio contra [...] coepit: «Trimalchione, dal co abub “flauto”), cioè una flautista e, perciò (le due
canto suo, colpito dall’insulto, scagliò una coppa in professioni erano collegate), una meretrice; ma lui
faccia a Fortunata. Questa urlò come se avesse perdu- l’aveva tirata via dalla machina (il palco su cui gli
to un occhio e si portò al viso le mani tremanti. schiavi erano esposti per la vendita) e ne aveva fatta
Scintilla ne fu sconvolta e la strinse, che tremava tutta, una signora; in cambio che ne aveva ottenuto? che lei
sul suo petto. Inoltre il ragazzo, che era anche servizie- era diventata boriosa come la rana della favola (si gon-
vole, le poggiò sulla guancia un’ampolla d’acqua fred- fia per apparire grossa come un bove), senza sputarsi
da, e Fortunata, abbandonandosi su di lui, cominciò a addosso (come si faceva per scongiuirare la punizione
lamentarsi e a piangere». Pare che l’interesse dello divina per un peccato commesso, cioè, qui, per la pro-
scrittore converga tutto, in questo momento, sulla fac- pria superbia); insomma era una mummia insensibile e
cia di Fortunata; il sintagma che la definisce è ripetu- priva di cervello, non una donna pensante. Ma, si sa,
to, con qualche variazione, tre volte (in faciem chi è nato tondo non muore quadrato, chi è nato conta-
Fortunatae; ad faciem suam; ad malam eius); nel les- dino non può far sogni da signore: ambubaia era e
sico filmico, si direbbe che Petronio proceda per zum- ambubaia è rimasta!
mate successive, centrate su quella percossa che segna Ita genium [...] caligaria: «Possa così proteggermi
il momento della verità sul rapporto esistente fra la il mio genio tutelare, come farò in modo che sia doma-
coppia: un rapporto di volgarità e di sopraffazione, ora ta questa Cassandra in ciabatte!» E’ la solita invocazio-
fisica, ora verbale. Ambigua è anche la funzione asse- ne al genio tutelare nel momento di prendere un impe-
gnata al puer non inspeciosus, richiamato poi con un gno solenne, l’impegno di domare Fortunata, come
ironico omeoteleuto (puer quoque officiosus): sbaciuc- Apollo domò l’altezzosa Cassandra che aveva respinto
chiato e concupito dal padrone, si affretta a curare la il suo amore; ma Fortunata era una Cassandra che non
padrona, che gli si abbandona addosso (anche qui si calzava il coturno (scarpa dei personaggi nobili nella
badi alle corrispondenze espressive: invasit eum tragedia, ma la caliga (scarpa bassa della truppa).
Trimalchio - super quem incumbens Fortunata); Et ego [...] interim: «E io, un uomo da due soldi,
insomma, egli traccia un’altra nota torbida nella corru- avrei potuto prendere una dote di dieci milioni di
zione di quell’ambiente. Maliziosamente, forse troppo sesterzi. Tu sai che non dico il falso. Agatone, il profu-
maliziosamente, il Paratore osserva: “Fortunata, con miere della signora accanto, mi tirò in disparte e mi
mal repressa libidine e con languore disgustoso e disse: “Ti consiglio di non permettere che la tua razza
comico ad un tempo, si abbandona proprio su quel gio- si estingua”». Non bisogna pretendere un filo ordina-
vinetto che essa aveva voluto impedire a suo marito di to nelle parole di Trimalchione, tanto più che ora è
baciare”. sconvolto dall’ira e dall’ubriacatura. Certo ora egli
Trimalchio contra [...] somniatur: «Dal canto suo passa a ricordare le possibilità di accasarsi diversa-
urlava Trimalchione: ‘Ma che? questa flautista non si mente che gli si sono presentate; quando era ancora un
ricorda di se stessa? L’ho raccolta dal palco degli dipundiarius (forma dialettale di du-pondiarius), un
schiavi e l’ho resa una persona umana fra le persone uomo che possedeva due assi, ebbe l’opportunità di
umane. Ma lei si gonfia come una rana e non si sputa sposare una donna che aveva dieci milioni di sesterzi
in petto. Sei un pezzo di legno, non una donna. Ma chi (sestertium con gli avverbi numerali assume il signifi-
è nato in una capanna, non si sogna palazzi». cato di 100.000; centies sestertium = 100 volte
Trimalchione comincia con un rapido compendio del 100.000, cioè 10.000.000). Agatone (i profumieri
passato di Fortunata: era stata una ambubaia (dal siria- erano frequentati particolarmente dalle donne e, per-

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Petronio

quid perperam feci, in faciem meam inspue. Puerum basiavi frugalissimum, non propter formam, sed quia frugi
est: decem partes dicit, librum ab oculo legit, thraecium sibi de diariis fecit, arcisellium de suo paravit et duas
trullas. Non est dignus quem in oculis feram? Sed Fortunata vetat. Ita tibi videtur, fulcipedia? Suadeo, bonum
tuum concoquas, milva, et me non facias ringentem, amasiuncula: alioquin experies cerebrum meum. Nosti me:
quod semel destinavi, clavo tabulari fixum est’. [...]

Osservazioni al testo

Di Fortunata si comincia a presentare un ritratto a tutto tondo, inciso con tocchi sapienti, ricchi di luci ed ombre,
in un’altalena di elogi e di insulti che mette subito in risalto la complessità del personaggio. Fortunata compare quasi
di sfuggita: pare una delle tante donne (mulier illa) che servono i convitati, ma si distingue per il suo attivismo, non
è mai stanca di andar su e giù (huc atque illuc). Poi dall’anonimato, che sembrava accomunarla alle serve, si sta-
glia fuori netta, per una frase nominale, ellittica di verbo (uxor Trimalchionis), che la isola in posizione di eccellen-

ciò, spesso servivano da mediatori di matrimoni) gli ha mano e un cagnolino tenuto al guinzaglio; ora l’ordine
proposto di sposare un’altra donna per avere dei figli, è revocato. “La grottesca sparata finale di non permet-
visto che Fortunata è sterile (l’allusione costituisce tere che Fortunata baci il marito quando sarà morto e
un’altra botta per Fortunata). Quest’altra donna può di negarle l’onore di una statua sul sepolcro di lui, è
essere la vicina di casa (hera proxima); ma un codice proprio una buffa e capricciosa uscita da rimbambito
presenta la lezione here proxime “proprio ieri”, e allo- permaloso” (Paratore). Ma Petronio ci pare che di pro-
ra l’aspirante alla mano di Trimalchione è meno indi- posito pigi sul tasto del comico, facendo precedere le
viduabile! due proibizioni (niente statue! niente baci!) da due
At ego ... quaeras: «Ma io che vivo come un avvisi che ne preannunciano la terribilità (ut intelligas
bonaccione e non voglio sembrare volubile, mi son quid tibi feceris - ut sciat me posse malum dare), men-
dato da me stesso la zappa sui piedi. Benissimo, farò in tre in realtà si tratta di due divieti insignificanti ed
modo che dovrai cercarmi con le unghie». Scavando insulsi che di terribile hanno solo la stupidità. E di que-
cioè con le unghie la terra dopo che sarò sepolto. Il sto è consapevole anche il narratore (Encolpio-
pensiero della morte non abbandona mai Petronio) che comincia il capitolo seguente con: Post
Trimalchione: poco prima di questa scenata egli, in hoc fulmen; un fulmine di cartapesta, evidentemente.
passi qui non riportati, ha letto il suo testamento e ha 75. Post hoc fulmen [...] se frangeret: «Dopo que-
dato ad Abinna altre istruzioni circa gli ornamenti da sto fulmine, Abinna cominciò a pregarlo che smettesse
collocare sulla sua tomba; il banchetto finirà con una di irritarsi e aggiunse: ‘Nessuno di noi è senza pecca-
prova generale del suo funerale; e la punizione che to. Uomini siamo, non dèi’. La stessa cosa disse anche
escogita per Fortunata, come si vedrà nel periodo Scintilla piangendo e, chiamandolo Gaio, cominciò a
seguente, è sempre collegata a questo suo chiodo fisso. supplicarlo per il suo nume tutelare perché si piegas-
Circa il vocabolo bonatus il Fossataro richiamava giu- se». Nota la voluta architettura simmetrica del para-
stamente il napoletano “abbunato”. grafo, secondo uno schema a-b-b-a: al principio e alla
Et ut [...] basiet: «E per farti capire subito subito fine un enunciato quasi identico (rogare cepit ut iam
che guaio ti sei combinata: Abinna, ti ordino di non desineret irasci - rogare cepit ut se frangeret), al cen-
collocare più sul mio sepolcro la statua di lei, perché tro le due argomentazioi avanzate da Abinna e
almeno da morto non abbia più litigi. Anzi, perché sap- Scintilla: il primo con la trita giaculatoria stoica che si
pia che colpo posso darle, non voglio che mi dia l’ulti- richiama al terenziano homo sum, nihil humanum a me
mo bacio quando sarò morto». Nel cap. LXXI alienum puto; la seconda che fa leva su moine femmi-
Trimalchione aveva disposto che Abinna ponesse alla nili e su complici intimità affettive (lo chiama col pre-
destra una statua di Fortunata con una colomba in nome solo, come per vezzeggiarlo).

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Satyricon

za, quale padrona di casa; immediatamente dopo la caratteristica che agli occhi del loquace commensale è la più
invidabile: nummos modio metitur, espressa nelle forme ingenue e ripetitive del linguaggio parlato, che cerca l’ef-
ficacia espressiva nelle facili allitterazioni. Ma il giudizio subito si rovescia: alacre e ricca ora, laida e misera poco
fa (noluisses de manu illius panem accipere). E si noti: il mutamento sociologico del personaggio si accompagna
anche ad un capovolgimento della situazione: da quella donna, alla cui tavola ci stiamo rimpinzando, non avresti
accettato nemmeno un pezzo di pane! Nuovo rovesciamento di giudizi: dal lerciume in cui viveva, sale al cielo (in
caelum abiit) per la sua potenza (topanta est) e per l’influenza che esercita sul marito, tanto da potergli far credere
che sia mezzanotte quando è mezzogiorno. Siamo al culmine dell’ammirazione per Fortunata, ma ecco che questa
donna così esaltata diventa una lupatria (più o meno una prostituta), ma una lupatria dall’occhio perspicace, la cui
presenza si vede in tutto (providet omnia), anche dove meno te lo aspetteresti (et ubi non putes). Di nuovo, poi, sale
in cielo, con l’elogio forse più bello che si sia fatto di lei, espresso per giunta in una frase che Ettore Paratore giu-
dicò non indegna del miglior Sallustio o Tacito: Est sicca, sobria, bonorum consiliorum: tantum auri vides. E anco-
ra precipita a terra: è una mala lingua, una pettegola che si asside su cuscini degni di una dea. Il ritratto si conclu-
de con una nota caratteriale: non ha incertezze o titubanze nelle sue scelte affettive, non si pone dilemmi e proble-
mi nel giudicare gli altri, è una donna ferma e quadrata anche nei sentimenti.

Non tenuit [...] inspue: «Non riuscì a trattenere più bia, sgualdrina; altrimenti capirai che cervello ho. Tu
le lacrime Trimalchione e sbottò: ‘Ti prego, Abinna, e mi conosci: ciò che ho deciso una volta, rimane fissa-
così tu possa godere del tuo gruzzolo: se ho fatto qual- to come da un chiodo nel legno». E’ questa l’ultima
cosa di male, sputami in faccia»; la conclusione del bordata di insulti che Trimalchione scaglia sulla
periodo, piuttosto energica, giunge inaspettata e, per- moglie: fulcipedia è la donna che si colloca degli zoc-
ciò, ha uno spunto in più di comicità; dopo le lacrime coli alti sotto i piedi per sembrare più alta e sostentare
e gli auguri formulati ad Abinna non ci si attendeva un in tal modo anche fisicamente la sua superbia; c’è chi
imperativo così categorico e deprimente. Le lecrime di traduce, perciò, “soccolona” pensando al soccus, cal-
Trimalchione si spiegano, sì, come manifestazione zare della commedia, strascinato di proposito per atti-
consueta dell’ubriachezza, ma anche col precedente, rare e irretire gli uomini; in tal modo il vocabolo slitta
ripetuto richiamo alla sua morte (ne mortuus ... me mor- verso il significato del napoletano “zucculone”; milva
tuum). Fruniscaris è congiuntivo di un verbo fruniscor, è un volgarismo, perché il latino adopera il maschile
incoativo, estraneo alla lingua classica, di fruor. milvus anche per indicare la femmina (nibbio, sparvie-
Puerum [...] vetat: «Ho baciato un ragazzo assen- ro, animale predatore); l’amasius era l’efebo che rice-
natissimo, ma non per la sua bellezza, ma perché è sag- veva amori omosessuali, qui con capovolgimento di
gio; sa dividere per dieci, legge un libro a prima vista; genere e di sesso diventa femminile, si fa diminutivo-
col suo salario si è comprato un’armatura tracia; si è dispregiativo (amasiuncula, un’amasia da quattro
procurato coi suoi risparmi una poltrona e due tazze. soldi) e si riappropria dell’eterosessualità.
Non è degno che io lo tenga caro come i miei occhi? A questo punto Trimalchione, con un’inversione
Ma Fortunata lo vieta». I meriti di questo schiavetto d’umore che è caratteristica dell’ubriaco, esorta i com-
sono inconsistenti e la loro elencazione denuncia, mensali a bere e a darsi bel tempo: Sed vivorum memi-
anche col periodare spezzettato, lo sforzo di nerimus; vos rogo, amici, ut vobis suaviter sit, “Ma
Trimalchione di trovare degli appigli che giustifichino pensiamo ai vivi; vi prego, amici, trattatevi bene”.
la sua incontinenza. Diaria, -orum era il cibo o l’equi- L’attacco conferma quello che siamo andati rilevando:
valente del cibo che si dava ogni giorno a uno schiavo: che nell’invettiva contro Fortunata serpeggia, venendo
lo schiavetto, insomma, risparmiava sul vitto per com- chiaramente alla superficie, il brivido oscuro che pren-
prarsi qualcosa. L’arcisellium era una sedia con schie- de al pensiero della morte. Ora Trimalchione tenta di
nale ad arco. scacciarlo, affogandolo nel vino e nel ricordo della sua
Ita tibi videtur [...] clavo tabulari fixum est: «Ah! vita turbinosa. E qui comincia un’altra mirabile pagina
così ti pare, spocchiosa? Ti consiglio una cosa, digeri- di Petronio, l’autobiografia di Trimalchione, che pur-
sci la tua fortuna, arpia, e non farmi ringhiare dalla rab- troppo non possiamo riportare.

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Petronio

Come avevamo premesso, ci vien presentata per Fortunata un’altalenante elencazione di caratteristiche posi-
tive e negative, che serve non solo a delineare un personaggio rimarchevole per variegata complessità, ma getta
luce anche sulla psicologia del convitato che parla di lei: è lui soprattutto che oscilla fra una venerazione quasi
religiosa del danaro e di chi lo possiede e la rabbia di chi danaro non ne ha e ne vede invece carichi altri, privi-
legiati da una fortuna sfacciata e ingiusta. Perciò, non gli sfugge nessuna delle qualità che hanno reso possibile
la potenza economica di Fortunata e di suo marito (ipse nescit quid habeat, adeo saplutus est), ma non smette di
dissacrare quei potenti illuminandone i risvolti deturpanti.
Nel passo successivo (quelo che abbiamo intitolato “Fortunata e le sue amiche”) la moglie di Trimalchione è
sottoposta ad un procedimento descrittivo che, pur indicandone pregi e difetti, risulta più lineare. Si muove da
un elogio pronunciato dal marito, con tinte e particolari quasi intimistici (“non beve nemmeno un sorso d’acqua,
se non ha prima nutrito la servitù), per avviare subito intorno alla protagonista un processo di degradazione che
passa dalla sguaiataggine orale del grido ripetuto dalla familia alla sguaiataggine visiva del suo abbigliamento
multicolore, alla sguaiataggine comportamentale di asciugarsi le mani sporche col sudarium che porta al collo.
Comincia, poi, la farsesca caricatura del quartetto Fortunata-Trimalchione/Scintilla-Abinna, tutto giocato su due
forme di “spogliarello”: il primo, concreto, reale, recitato dalle donne che si spogliano dei loro gioielli per mostrar-
seli reciprocamente (crassissimis detraheret lacertis - de cervice sua capellam detraxit); il secondo, metaforico,
subito dai mariti che si dichiarano spogliati dai capricci delle mogli (nos barcalae despoliamur - excatarissasti
me). Questa scena centrale è comunque costruita secondo un evidente schema parallelo: moglie-marito/moglie-
marito. L’intero episodio, invece, segue uno schema molto più complesso, che può essere disegnato così:

a, b, c, D, c, b, a.

a. compare, anche se solo citata, dapprima Fortunata (Fortunata quare non recumbit);
b. interviene ora un uomo, Trimalchione;
c. segue un duetto donna-donna (osculata plaudentem: Fortunata-Scintilla);
D. qui si inserisce il quartetto parallelo: donna-uomo (Fortunata-Trimalchione)/ donna-uomo (Scintilla-
Abinna);
c. si ripropone il duetto donna-donna (mulieres sauciae inter se riserunt);
b. interviene ancora un uomo: Habinna furtim consurrexit;
a. chiude la scena colei che aveva dato l’avvio: Fortunata, che è chiaramente indicata, così, come il personag-
gio principale, ma è bollata con un capovolgimento polare del giudizio che si dà su di lei: all’inizio, un elo-
gio del marito, alla fine un raffinato insulto che colpisce perfino il pudore di lei: indecentissimam rubore
faciem sudario abscondit.

Anche il terzo episodio qui riportato, il litigio tra Fortunata e il marito, comincia con un intervento della donna
che può essere considerato dignitoso o, per lo meno, teso a rivendicare la propria dignità di moglie, il proprio
diritto di parità (ut ex aequo ius firmum approbaret). E bisogna ammettere che una difesa così ferma di ugua-
glainza giuridica (ius) fra uomo e donna, fra marito e moglie, difesa pronunciata nell’ambiente sociale in cui si
muove la bassa avventura di Trimalchione, è certamente una rarità nella letteratura latina di questo periodo. Ma
appena essa è pronunciata, subito vien ribadita la sostanziale disuguaglianza fra i coniugi con la rissa che vede
la donna percossa ed insultata. Si ha allora il più completo capovolgimento d’immagine di Fortunata: ed è il
marito stesso, che precedentemente ne aveva enunciati i meriti, a rifarne la biografia partendo da quando era
ambubaia, da quando stava sul palco del mercante di schiavi e non era un essere umano (de machina illam sustu-
li, hominem inter homines feci); né lo è ora (non mulier), perché è piuttosto un pezzo di legno (codex), una rana
spocchiosa, una Cassandra caligaria, una fulcipedia, una milva, una amasiuncula: tutto, insomma, tranne che
una donna onesta. E’ una valanga di insulti tesa ad abbassare a livello animalesco o subumano colei che per prima
aveva negato umanità al marito chiamandolo cane. E l’invocazione al perdono pronunciata da Abinna è avanza-
ta anch’essa proprio in nome della debolezza dell’uomo: homines sumus, non dei. Pare, insomma, che questa
aspirazione, questa nostalgia d’umanità sia il tratto che accomuna i personaggi di questa scena bestiale. Al “tu

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Satyricon

non sei un uomo, sei un cane” di Fortunata, risponde il “tu non sei una donna, sei una rana” di Trimalchione; e
a tutt’e due Abinna, riprendendo Terenzio, ribatte “ma questo è l’uomo, solo gli dei non sbagliano”. C’è indub-
biamente, in Fortunata e Trimalchione, di fronte alla reciproca accusa di animalità, una disperata rivendicazione
della propria dignità umana, che assume poi forme ed espressioni di umanità bassa e degradata, ma pur sempre,
come sentenzia Abinna, di umanità che è rassegnata ad agitarsi, ad urlare, a rissare nella bassezza morale in cui si
è collocata e che - tragico sottofondo di tannti discorsi di Trimalchione - solo dalla morte si aspetta finalmente
pace: ne mortuus quidem lites habeam, una morte pacificatrice anche se priva di amore: nolo me mortuum basiet.

La matrona di Efeso: capp. CXI - CXII

Mentre i due protagonisti del Satyricon compiono un viaggio per mare insieme con i loro compagni, il retore
e poeta Eumolpo, per attenuare la noia d’una bonaccia, introduce un argomento che possa servire ad attrarre l’in-
teresse della lieta brigata: le donne, i loro amori, la loro volubilità, la loro disponibilità a correre dietro ad ogni
avventura, la loro noncuranza dei doveri familiari; tutta una serie di luoghi comuni antifemministi che egli sostie-
ne di poter dimostrare narrando una vicenda, egli dice, veramente accaduta. Invitato a proseguire, Eumolpo
comincia a raccontare una delle novelle più belle e più celebri di tutti i tempi: La matrona di Efeso.

111. Matrona quaedam Ephesi tam notae erat pudicitiae, ut vicinarum quoque gentium feminas ad spectacu-
lum sui evocaret. Haec ergo cum virum extulisset, non contenta vulgari more funus passis prosequi crinibus aut
nudatum pectus in conspectu frequentiae plangere, in conditorium etiam prosecuta est defunctum, positumque in
hypogaeo graeco more corpus custodire ac flere totis noctibus diebusque coepit. Sic adflictantem se ad mortem
ac mortem inedia persequentem non parentes potuerunt abducere, non propinqui; magistratus ultimo repulsi
abierunt, complorataque singularis exempli femina ab omnibus quintum iam diem sine alimento trahebat.
Adsidebat aegrae fidissima ancilla, simulque et lacrimas commodabat lugenti, et quotienscumque defecerat posi-
tum in monumento lumen renovabat. Vna igitur in tota civitate fabula erat, solum illud adfulsisse verum pudici-
tiae amorisque exemplum omnis ordinis homines confitebantur, cum interim imperator provinciae latrones ius-
sit crucibus affigi secundum illam casulam, in qua recens cadaver matrona deflebat. Proxima ergo nocte, cum
miles, qui cruces aservabat, ne quis ad sepulturam corpus detraheret, notasset sibi [et] lumen inter monumenta
carius fulgens et gemitum lugentis audisset, vitio gentis humanae cupiit scire quis aut quid faceret. Descendit igi-
tur in conditorium, visaque pulcherrima muliere primo quasi monstro infernisque imaginibus turbatus substitit.
Deinde ut et corpus iacentis conspexit et lacrimas consideravit faciemque unguibus sectam, ratus scilicet id quod

111. Matrona [...] evocaret: «C’era una matrona, na determinata che però non si può o non si vuole
ad Efeso, così conosciuta per il suo pudore che faceva esplicitamente determinare; in tal modo Eumolpo, che
accorrere a contemplarla anche donne di paesi vicini». narra la novella, vuol rafforzare negli ascoltatori l’im-
Il tono, visibilmente enfatico, è proprio per questo pressione chi quella matrona egli sapeva ben che fosse;
carico di ironia; si viene a stabilire una sottile contrap- così la testimonianza diretta del narratore attenua con
posizione, non esplicitamente espressa, ma agevol- particolari realistici l’aspetto fantasioso della fabula e
mente rilevabile, fra la matrona - collocata in posizio- le dà la valenza di un exemplum concreto, utile ai fini
ne eminente all’inizio del racconto - e le feminae che didascalici. Non sfugga, infine, il particolare della col-
accorrono dalle contrade vicine per vederla, fra la stra- locazione della vicenda ad Efeso, una cittadina costie-
ordinaria pudicizia dell’una e l’umana fragilità delle ra, vicina a Mileto: questa topologia lega indubbiama-
altre che la contemplano stupite, come peccatrici che nete il passo di Petronio al genere della fabula milesia.
vanno compunte in pellegrinaggio a venerare l’imma- Haec ergo [...] coepit: «Ella, dunque, quando le
gine di una perfetta, ma inimitabile, santa. Si noti che morì il marito, non contenta di seguirne, secondo l’uso
l’indefinito quidam (Matrona quaedam) indica perso- consueto, il funerale con i capelli scarmigliati e di per-

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Petronio

erat, desiderium extincti non posse feminam pati, attulit in monumentum cenulam suam, coepitque hortari lugen-
tem ne perseveraret in dolore supervacuo, ac nihil profuturo gemitu pectus diduceret: omnium eundem esse exi-
tum [sed] et idem domicilium, et cetera quibus exulceratae mentes ad sanitatem revocantur. At illa ignota con-
solatione percussa laceravit vehementius pectus, ruptosque crines super corpus iacentis imposuit. Non recessit
tamen miles, sed eadem exortatione temptavit dare mulierculae cibum, donec ancilla +vini certe ab eo+ odore
corrupta primum ipsa porrexit ad humanitatem invitantis victam manum, deinde refecta potione et ciibo expu-
gnaredominae pertinaciam coepit et: ‘Quid proderit - inquit - hoc tibi, si soluta inedia fueris, si te vivam sepelie-
ris, si antequam fata poscant, indemnatum spiritum effuderis?
Id cinerem aut manes credis sentire sepultos?
Vis tu reviviscere? Vis discusso muliebri errore, quam diu licuerit, lucis commodis frui? Ipsum te iacentis cor-
pus admonere debet, ut vivas’. Nemo invitus audit, cum cogitur aut cibum sumere aut vivere. Itaque mulier ali-

cuotersi il petto nudo alla presenza della folla, seguì il un doppio climax: discendente per quel che riguarda il
defunto perfino nella sala mortuaria e, collocatone il legame parentale con la donna, ascendente per peso
corpo in un sotterraneo secondo il costume greco, politico e civile degli interventi.
cominciò a vegliarlo e a piangerlo per notti e giorni Adsedebat aegrae[...] renovabat: «Sedeva accan-
interi». La narrazione evita gli indugi dei preliminari to alla sventurata una fedelissima ancella la quale nello
e corre rapida in medias res, collocando subito la pro- stesso tempo prestava a lei che piangeva il conforto
tagonista nello scenario in cui si svilupperà l’azione e delle sue lacrime e, ogni volta che veniva a mancare la
nel momento in cui, con la morte del marito, la vita di lucerna nella tomba, la alimentava». L’ingresso del
lei registra una svolta demistificante. La ricerca di nuovo personaggio allenta la lacrimosa tensione della
un’armonia fonica che intrighi l’ascoltatore è visibile scena anche da un punto di vista fonico (a questo con-
nelle insistite allitterazioni che in questo periodo batto- tribuisce la forte apertura vocalica dell’allitterazione
no soprattutto sulle labiali tenui: passis prosequi ... con a: adsidebat aegreae ... ancilla); ma l’operazione
pectus in conspectu ... plangere ... prosecuta ... posi- è svolta con mirabile gradualità giacché l’ancella da un
tumque in hypogaeo ... corpus coepit. Il particolare lato partecipa al cordoglio, dall’altro si preoccupa della
graeco more, preceduto da un vocabolo greco (hypo- continuità della vita, impedendo che si spenga quel
gaeo, sotto-terra), ribadisce la caratterizzazione lume che ha un chiaro rilievo simbolico e avrà tanta
ambientale già indicata da Ephesi. Si ricordi che plan- importanza nello sviluppo della narrazione.
gere è il “percuotersi il petto” (confronta plaga) in Vna igitur [...] deflebat: «Ordunque fra tutti i cit-
segno di dolore. Da questo uso deriva lo spostamento tadini si parlava solo di questo, e le persone di ogni
semantico nell’italiano piangere. classe riconoscevano che quello era il solo vero esem-
Sic adflictantem [...] trahebat: «E mentre lei così pio di pudore e di amore che era rifulso, allorché, pro-
si struggeva e cercava la morte per fame, né i genitori, prio in quel tempo, il governatore della provincia fece
né i parenti riuscirono a strapparla di lì; alla fine, anche crocifiggere dei masnadieri nei pressi della tomba in
i magistrati, respinti, dovettero andar via, e quella cui la matrona piangeva le spoglie recenti del marito».
donna, straordinariamente esemplare, compianta da Il tema della luce, comparso nel periodo precedente ad
tutti, già passava ormai il quinto giorno senza alimen- illuminare le tenebre dell’ipogeo (in monumento
tarsi». Intorno alla protagonista agisce ancora un coro, lumen), invade metaforicamente anche il motivo della
con la stessa funzione assolta nel periodo iniziale dalle notorietà e dell’ammirazione di cui in città è circonda-
feminae vicinarum gentium; e ancora una volta la ta la matrona, e così anche quest’ultimo motivo è
vicenda privata assurge, per enfasi, a dimensioni pub- espresso con un lessema tratto dal medesimo campo
bliche, dal momento che anche i magistrati della città semantico (adfulsisse); pare che da quel sepolcro par-
intervengono per persuadere la donna a vivere. Si noti tano, in tal modo, due luci, il lume della lucerna e il
l’inversione sintattica della prima parte del periodo fulgore della donna, che per il momento è fulgore di
(oggetto - soggetto, invece di soggetto - oggetto: pudicizia e di amore, ma presto sarà ammiccante sfol-
adflictantem - non parentes, non propinqui), inversio- gorio di erotismo. Anche in questo periodo, come nel
ne che, da un lato colloca in primo piano la matrona e, precedente, la seconda parte introduce un ulteriore
dall’altro, serve a legare parentes e propinqui al sog- avvenimento che segnerà una svolta nell’evoluzione
getto della seconda parte (magistratus), creando così dell’azione: la crocifissione dei ladroni nei pressi della

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Satyricon

quot dierum abstinentia sicca passa est frangi pertinaciam suam, nec minus avide replevit se cibo quam ancilla,
quae prior victa est.

112. Ceterum scitis quid plerumque soleat temptare humanam saatietatem. Quibus blanditiis impetraverat
miles ut matrona vellet vivere, isdem etiam pudicitiam eius aggressus est. Nec deformis aut infacundus iuvenis
castae videbatur, conciliante gratiam ancilla ac subinde dicente:

Placitone etiam pugnabis amori?


Quid diutius moror? Ne hanc quidem partem corporis mulier abstinuit, victorque miles utrumque persuasit.
Iacuerunt ergo una non tantum illa nocte, qua nuptias fecerunt, sed postero etiam ac tertio die, praeclusis videli-
cet conditorii foribus, ut quisquis ex notis ignotisque ad monumentum venisset, putasset expirasse super corpus

tomba; ma il particolare viene presentato con il cum si fermò sconvolto, come se avesse davanti un prodi-
della simultaneità (cum interim) che ne smorza sintat- gio o un’immagine d’oltretomba». Altro tocco effica-
ticamente il peso, come se si trattasse di una banale cissimo: fra tutti gli elementi della scena (il sepolcro, il
coincidenza senza alcuna importanza. Imperator pro- cadavere, l’ancella), il soldato non vede altro che la
vinciae è formula del periodo repubblicano e non si donna - pulcherrima - da cui rimane abbacinato, tanto
trova mai dopo Augusto. Evidentemente Petronio fa che solo in un secondo momento noterà le lacrime e le
riferimento a una fonte di età repubblicana, forse a guance graffiate; si presti attenzione al fatto che sia
Sisenna, il traduttore latino delle fabulae Milesiae di monstro sia infernis non hanno nessun significato
Aristide. negativo, come pare intendere chi traduce “mostro ...
Proxima [...] facerert: «Ordunque, la notte seguen- immagine infernale”; monstrum è, innanzi tutto, “por-
te, il soldato, che faceva la guardia alle croci perché tento, prodigio, miracolo” e infernus è ciò che sta nel
nessuno sottraesse un cadavere per seppellirlo, allor- regno dell’oltretomba, dove può esserci anche il fanta-
ché si accorse che fra le tombe rifulgeva troppo viva- sma bello d’una bellissima donna, come la Didone di
cemente un lume e sentì il pianto dell’addolorata, con Virgilio o la Francesca di Dante.
la debolezza caratteristica di un essere umano, ebbe Deinde ut [...] coenulam suam: «Poi quando s’ac-
desiderio di sapere chi fosse e che cosa facesse». Il corse del cadavere disteso e si avvide delle lacrime e
motivo della luce è ripetuto a così breve distanza con del viso straziato dalle unghie, pensando quel che era
iterazione tipica della fiaba, ma acquista più ampia effettivamente vero, cioè che la donna non riusciva a
valenza perché è martellato di lessemi appartenenti sopportare la perdita del marito, portò nel sepolcro la
allo stesso campo semantico (lumen ... clarius ful- sua frugale cena». Inaspettata è la conclusione a cui il
gens); in particolare, il comparativo clarius esprime soldato perviene, una volta fatte tutte le sue osserva-
l’eccezionalità di quella luce: cioè, che un lume tremo- zioni: ha visto il cadavere, ha notato le lacrime e i graf-
lasse fra le tombe poteva non essere cosa inusuale, ma fi, ha capito che la donna soffre d’un dolore insoppor-
quel lume era troppo vivido (clarius) per non aver un tabile, e da tutto ciò, una conclusione: quella donna
suo specifico significato e una sua irresistibile attratti- deve mangiare! In realtà, si tratta d’un’acuta e spregiu-
va: era la vita che, in uno scenario di morte, chiamava dicata rivalsa dei diritti del corpo di contro all’inutile
forte alle sue ineludibili celebrazioni. Ma il messaggio invadenza del sentimento, che vorrebbe mortificare ed
visivo della luce non rimane isolato; dalle tenebre ne avvilire i bisogni primari della fisicità: il soldato, così,
giunge un altro, fonico questo: il lamento di una donna con l’innato istinto dell’animale da caccia, comincia ad
che piange; “sono le due pennellate magistrali - com- aggredire la preda dal lato più debole, più scoperto e,
menta Ettore Paratore - con cui Petronio ci evoca sug- d’altra parte, meno sospettabile. - Rientrava nel rituale
gestivamente il mistero tenebroso della notte entro cui romano del lutto il graffiarsi le gote con le unghie, seb-
s’aggira trepidante lo spirito del soldato all’erta”. Ed è bene già le dodici tavole lo vietassero: mulieres genas
mistero che stimola già la sua bramosia (concupiit) che ne radunto (X, 4), “le donne non si graffino le gote”.
è per il momento bramosia di conoscenza (scire) e sarà Coepitque [...] revocantur: «e cominciò ad esorta-
presto bramosia di possesso. re la donna che piangeva a non ostinarsi in un dolore
Descendit igitur [...] substitit: «Discese dunque assolutamente inutile e non lacerarsi il petto con gemi-
nel sepolcro e, vista quella bellissima donna, dapprima ti che a nulla sarebbero serviti: per tutti la fine è la stes-

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Petronio

viri pudicissimam uxorem. Ceterum delectatus miles et forma mulieris et secreto, quidquid boni per facultates
poterat, coemebatet prima statim nocte in monumentum ferebat. Itaque unius cruciarii parentes ut viderunt laxa-
tam custodiam, detraxere nocte pendentem supremoque mandaverunt officio. At miles circumscriptus dum desi-
det, ut postero die vidit unam sine cadavere crucem, veritus supplicium, mulieri quid accidisset exponit: nec se
expectaturum iudicis sententiam, sed gladio ius dicturum ignaviae suae. Commodaret ergo illa perituro locum,
et fatale conditorium familiari ac viro faceret. Mulier non minus misericorsr quam pudica: ‘Ne istud - inquit - dii
sinant ut eodem tempore duorum mihi carissimorum hominum duo funera spectem. Malo mortuum impendere
quam vivum occidere’. Secundum hanc orationem iubet ex arca corpus mariti sui tolli atque illi, quae vacabat,
cruci affigi. Vsus est miles ingenio prudentissimae feminae, posteroque die populus miratus est qua ratione mor-
tuus isset in crucem.

Osservazioni al testo

Quando Eumolpo sta per iniziare il racconto, Petronio si affretta ad avvertire: Conversis igitur omnium in se

sa e la stessa è la dimora; e tutte le altre considerazio- Deinde [...] sentire sepultos: «poi, ristorata dalla
ni con cui si cerca di rasserenare i cuori esulcerati». bevanda e dal cibo, cominciò a demolire la resistenza
Dopo l’originale anticonformismo del primo rimedio della padrona: “A che ti gioverà - disse - se ti consu-
al dolore (il cibo!), si sviluppano i luoghi comuni delle merai di fame, se ti seppellirai viva, se, prima che il
consolationes retoriche, riassunte con voluta superfi- destino lo richieda, esalerai l’anima incolpevole?». La
cialità nella frase finale: cetera quibus exulceratae figura dell’ancella svolge nell’economia del racconto
mentes ad sanitatem revocantur. una funzione chiarissima ed essenziale; essendo, infat-
At illa [...] imposuit: «Ma lei, esasperata da quelle ti, la matrona bloccata nell’ostinato rifiuto dell’esisten-
inaccettabili consolazioni, si battè di più il petto e, za, la situazione non può evolversi se non introducen-
strappatisi i capelli, li poggiava sul corpo dell’estinto.» do un personaggio che difenda ed enunci le ragioni
Le manifestazioni di dolore disperato stanno per finire della vita; e questi non può essere il soldato, il cui
e proprio per questo si fanno più clamorose (vehemen- intervento sarebbe sospetto perché direttamente inte-
tius) e teatrali (con quelle ciocche di capelli strappate ressato: sarebbe, cioè, un intervento a proprio favore
e deposte sul cadavere come offerte funebri). Si noti (pro domo sua!) e non avrebbe la capacità di convin-
che in questa prima scena dell’incontro fra la matrona zione che ha, invece, l’enunciazione di principi gene-
e il soldato, il narratore evita il dialogo diretto fra i rali esposti disinteressatamente, e conclusi con una
due: il soldato vien fatto parlare col discorso indiretto sentenza poetica desunta dal più prestigioso poeta lati-
e con battute stereotipe; la donna si esprime solo attra- no, Virgilio. Si noti, però, che il verso id cinerem aut
verso gesti. In realtà il fine ultimo di quel contatto è manes credis sentire sepultos nell’ Eneide (IV, 34) è
impronunciabile e la comunicazione è circoscritta a pronunciato dalla sorella di Didone, Anna, che così
temi “altri”, meno brutali, velati di sostanziale ipocri- esorta la regina ad abbandonarsi all’amore che sente
sia sia nei gesti sia nelle parole. per Enea. Accade così che, mentre si sviluppa da parte
Non recessit [...] manum: «Non desistette però il dell’ancella una generica parenesi alla vita, già si deli-
soldato, ma con continui inviti cercò di offrire del cibo nea - appunto col riferimento all’amore di Didone - un
alla povera donna, finché l’ancella, sedotta chiaramente più sottile invito a cedere ai desideri del soldato, fino-
dal profumo di quel vino, si arrese alle seduzioni del ten- ra inespressi, ma ben intuiti dalla sagace serva.
tatore». Il lessico militare (recessit; porrexit manum vic- Naturalmente dal confronto fra la nobile altezza degli
tam; e poi: expugnare) è consueta metafora per esprime- eroi e delle eroine del mito da un lato e la pruriginosa
re schermaglie amorose; ma qui è particolarmente cal- lascivia dei nostri personaggi dall’altro scatta la scin-
zante giacché il protagonista è un miles; si direbbe, anzi, tilla del sarcasmo.
che la strategia dell’attaccante mira a colpire alle ali, più Vis tu [...] ut vivas: «Vuoi dunque ritornare a vive-
che ad assalire il centro dello schieramento avversario; re? Vuoi, liberandoti di ogni pregiudizio femmineo,
si lavora il nemico ai fianchi, facendo capitolare prima goderti le gioie dell’esistenza quanto più lungamente
le milizie ausiliarie: l’ancella, in questo caso. possibile? Lo stesso cadavere di tuo marito morto

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Satyricon

vultibus auribusque sic orsus est, «Dunque, mentre tutti si volgevano a guardarlo e ad ascoltarlo, egli così comin-
ciò». E’ una formula che richiama - molti l’hanno notato - la solennità epica dell’attacco del II libro dell’ Eneide,
quando Enea comincia a narrare a Didone le ultime vicende di Troia e la sua caduta.
Conticuere omnes intentique ora tenebant, / inde toro pater Aeneas sic orsus ab alto: «tacquero tutti insieme,
e guardavano fermi e attenti; poi dal suo alto seggio così cominciò il padre Enea». Il riferimento a Virgilio qui
è chiarissimo; ma non è il solo. Accanto all’innamorata Didone c’è la sorella Anna che la stimola a cedere agli
impulsi del cuore; e così accanto alla matrona c’è l’ancella che la spinge prima ad accettare il cibo offerto dal
soldato e poi ad accettarne l’amore (e tutte e due le volte l’ancella cita a sostegno della sua tesi versi virgiliani :
v. commento ad locum). E le analogie non finiscono qui: Didone si innamora di un uomo d’armi; un soldato è
anche qui protagonista erotico della vicenda. Ancora il primo incontro d’amore fra Enea e Didone avviene in una
grotta; i due personaggi di Petronio si incontrano in un ipogeo. Si rifletta ancora: si tratta di due donne, Didone
e la matrona, famose per la loro fedeltà verso il marito morto, ma entrambe vengono meno al loro impegno di
dedizione eterna; però Didone, personaggio epico, sconta la sua colpa uccidendosi e sacrificandosi ai mani del
marito; la matrona, personaggio da farsa, continua a godersi la vita e manda sulla croce il marito. Si ha, insom-
ma, la sensazione netta che Petronio abbia narrato a suo modo un rapporto uomo-donna già cantato da Virgilio,

dovrebbe spingerti a vivere». Che l’ancella sostenga un’impavida matrona si atterra al livello di una schia-
qui la parte di controfigura parlante del soldato muto è va, che si era arresa per prima, ma l’aveva fatto con
ulteriormente dimostrato dal muliebri errore che essa maggiore dignità (porrexit ad humanitatem invitantis
cita con sprezzo come se non fosse lei pure una donna; victam manum).
infatti, è, sì, una donna, ma esprime i pensieri dell’uo- 112. Ceterum [...] satietatem: «Ma voi sapete bene
mo che è lì presente, e pertanto giudica degne di una quale tentazione stimola per lo più l’uomo sazio». Si
donnetta certe esagerate manifestazioni di lutto. Si noti ripete lo schema sviluppato alla fine del capitolo pre-
come il tema della vita, ripreso più volte nel discorso cedente: sentenza generale - cedimento individuale;
dell’ancella (vivam, reviviscere, vivas), sia ancora prima si trattava di cedimento al cibo, ora all’amore.
legato a quello della luce (lucis commodis) e abbia tale Quibus [...] aggressus est: «Con le stesse lusinghe
forza dirompente da balzar fuori anche dalla visione di con cui il soldato aveva ottenuto che la matrona accet-
un cadavere, tanto che con un rovesciamento parados- tasse di vivere, attaccò anche la sua castità». I tempi
sale di immagini la contemplazione della morte diven- narrativi si fanno più stretti; l’autore riassume con
ta invito a vivere. Si riproducono, in fondo, con mino- poche battute la successione degli avvenimenti e lo fa,
re amarezza e con maggiore assaporamento della inoltre, con una sobrietà e una delicatezza a cui gene-
gioia, le considerazioni di Trimalchione sugli schele- ralmente non si attiene allorché tratta di argomenti sca-
tri mobili. brosi e variamente audaci.
Nemo [...] vivere: «Nessuno ascolta con dispiacere Nec deformis [...] pugnabis amori: «Né alla santa
se lo si spinge o a mangiare o a vivere». La sentenza, donna il giovanotto appariva brutto o impacciato, men-
inserita fra il discorso teorico e la sua attuazione prati- tre l’ancella ne accresceva la simpatia ripetendole
ca, rende più accettabile il passaggio dall’ostinazione spesso: “ma anche ad un amore gradito resisterai?”».
nel dolore all’accettazione della gioia, giacché lo inse- Ancora una citazione virgiliana (En. IV, 38), dallo stes-
risce in un quadro generale che ne smussa le contrad- so brano ricordato prima: Anna ricorda a Didone che
dizioni individuali. ha già rifiutato tanti pretendenti potenti e ricchi; perché
Itaque [...] victa est: «E così la donna, digiuna per vuole resistere anche ad Enea che, invece, le piace? Si
l’astinenza di alcuni giorni, accettò che la sua ostina- noti che ancora una volta il soldato e la matrona non
zione fosse piegata e si rimpinzò di cibo con non mino- parlano: parla per loro l’ancella. Osservava il Paratore:
re avidità dell’ancella che era stata la prima a cedere». “E’ un tocco di estrema finezza far sì che il soldato tac-
Al crollo della resistenza della donna si allinea una cia, che tutta la sottile opera di seduzione venga affida-
caduta lessicale che ha del prodigioso per la manifesta ta alla scaltra ancella, anche se - ed è psicologicamen-
capacità di controllare la forma e di adeguarla al con- te esattissimo - Petronio dica: ‘Quibus blanditiis impe-
tenuto: con avide replevit se cibo già si sfiora la volga- traverat miles ut matrona vellet vivere’; l’uomo non
rità quasi animalesca, ma nel paragone con la serva deve parlare, il suo intervento diretto guasterebbe,
(non minus ... quam ...) quella che era stata fin qui sarebbe goffo, pesante, sgarbato”.

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Petronio

ma ne abbia ribaltato la conclusione, parodiandone gli sviluppi, ma, ribadendo, con le numerose citazioni, il suo
rapporto col grande modello.
Ma un’altra parodia, molto più irriverente e per noi blasfema, può essere intravista in questa novella: l’inver-
sione parodica “delle ultime fasi della Passione di Cristo” (Paratore); Cristo fu prima crocifisso e poi sepolto; qui
il marito della matrona è prima sepolto e poi Crocifisso: che nella Roma neroniana, in cui, secondo i più, Petronio
visse, i cristiani fossero conosciuti, calunniati e perseguitati è cosa indubbia (Tacito, Ann. XV, 44 ); che le cono-
scenze di Petronio su di loro fossero così precise da consentirgli di farne perfino una sconcia parodia, è più dif-
ficile affermarlo con sicurezza.
Comunque, la tecnica dell’inversione è utilizzata ampiamente da Petronio nell’intera novella e coinvolge i due
principali personaggi: il miles e la matrona. Il soldato, che è riuscito a trionfare sulla donna vincendo l’ostina-
zione di lei a voler morire sul corpo del marito ed espugnandone perfino la pudicizia, alla fine dimostra tale paura
per la pena in cui dovrà incorrere per aver abbandonato il servizio, da pensare al suicidio, diventando, così, bra-
moso di morte, lui che aveva esaltato i diritti della vita. La matrona che all’inizio appare “disperata e decisa a
farla finita con la vita” alla fine reclama la vita non solo per sé, ma anche per il suo amante” (Fedeli). E perfino
il cadavere del marito inverte la sua funzione: da motivo e giustificazione di dolore e di pianto diventa stimolo

Quid diutius [...] persuasit: «Perché farla lunga? fecerunt); ma il capovolgimento ironico nel finale dà
Nemmeno questo secondo organo del suo corpo la risalto al fatto che la protagonista femminile di quel
donna mantenne in astinenza, e il soldato trionfatore rito, indicata ancora come uxor, lo celebra non col suo
convinse all’una e all’altra cosa». Petronio, come si vir, ma con un baldo soldato. Come si vede, dell’ancel-
vede, sorvola su particolari piccanti che in altri passi la non si fa più parola, essa ha esaurito il suo compito
del romanzo sarebbero stati accuratamente esplicitati e e scompare dalla scena; lo scrittore la dimentica, per-
procede con mano leggerissima, tanto da far ricordare ché a questo punto la sua presenza sarebbe solo di osta-
l’ammiccante levità con cui Giovanni Boccaccio colo allo sviluppo del racconto. E’ quell’irrazionale
descrive la successione cibo-eros in alcune novelle (p. della poesia su cui la critica estetica ha detto qualche
es. II, 2). Del resto, la contiguità delle due funzioni decennio fa cose definitive.
(alimentare e sessuale) era ampiamente accettata e pra- Ceterum [...] ferebat: «E così il soldato, godendo
ticata nel mondo greco (M. Foucault); suo momento di sia della bellezza della donna, sia dell’aura di mistero,
coagulo era il simposio, celebrato sia per cibarsi, sia comprava le leccornie che poteva con le sue risorse e
per concedersi piaceri erotici (O. Longo, Lettere di subito all’imbrunire le portava nella cripta». Con
Alcifrone, p. 23 ). estrema coerenza ai propri temi il narratore ribadisce la
Iacuerunt [...] uxorem: «Si giacquero dunque connessione cibo-sesso già sviluppata prima, ma alleg-
insieme non soltanto quella notte in cui consumarono gerita ora da un tocco di eccitante risalto psicologico:
la loro unione, ma anche il giorno seguente e il succes- il vagheggiamento della forma e il gusto elegante della
sivo, dopo aver prima chiuso le porte della cripta, così segreta complicità.
che chiunque, conosciuto o sconosciuto, si fosse avvi- Itaque [...] officio: «Così i genitori di uno dei cro-
cinato al sepolcro, avrebbe ritenuto che era spirata sul cifissi, come s’accorsero che la sorveglianza s’era
cadavere del marito la pudicissima moglie». E’ l’ame- allentata, schiodarono di notte il cadavere pendente e
nissima fine del pudor della matrona, una constatazio- lo seppellirono col rito estremo». La narrazione che
ne, questa, che la accompagna dall’inizio alla fine del sembrava essere sul punto di concludersi ha un’im-
racconto e che ora, espressa al superlativo (pudicissi- provvisa impennata che rimette tutto in gioco; “è que-
mam), acquista un corrosivo valore antifrastico. Ne sto forse il particolare della novella per il quale si
scaturisce un’ironia giocata tutta sull’opposizione debba riconoscere la genuina assoluta paternità di
apparenza-realtà: e a dar voce all’apparenza è, come Petronio” (Paratore).
all’inizio della narrazione, la folla, il coro, per il quale At miles [...] faceret: «Ma il soldato, essendo stato
pudicissimam è reale, mentre nella realtà essa è solo in tal modo raggirato perché si era disimpegnato, quan-
apparenza. Si noti ancora la magistrale dislocazione do il giorno dopo vide che una delle croci era senza il
delle immagini: iacuerunt, all’inizio del periodo, lo cadavere, temendo di essere mandato al supplizio, rac-
marca con forza in senso erotico, subito però attenuato contò alla donna quello che era successo: non avrebbe
da un’espressione propria del rito coniugale (nuptias aspettato (disse) la sentenza del giudizio, ma lui stesso

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Satyricon

ed esortazione a vivere nelle parole dell’ancella (ipsum te iacentis corpus admonere debet ut vives); “la sua
ingombrante presenza, quindi, viene sfruttata proprio per costringere la vedova al tradimento” (Fedeli).
Ma l’inversione forse più significativa, che svela il senso e il fine ultimo della fabula, è quella che riguarda il
populus, il coro, che dall’inizio alla fine accompagna con il suo commento lo sviluppo della narrazione: mera-
viglia e stupore al principio (ad spectaculum sui evocaret; ... singularis exempli femina); meraviglia, ancora, e
stupore alla fine (populus miratus est ...), ma con motivazioni del tutto invertite: all’inizio si ammira la pudici-
tia della donna, alla fine ci si meraviglia per gli effetti della sua impudicitia, con quel cadavere che motu proprio
se ne è andato (isset) a mettersi in croce (in crucem). E’ un caso che potrebbe rientrare nella tecnica comica che
Propp definisce alogismo, consistente in un’assenza di logica nei fatti o nelle parole; giacché, certamente nulla
c’è di logico nella giustificazione dello stupore del popolo. Se è vero quello che osservava Kant, che cioè, in tutto
ciò che suscita una sonora risata ci deve essere qualcosa di contrario alla ragione, si scopre ora, come dicevamo,
il fine ultimo della fabula: far divertire gli ascoltatori, a spese, naturalmente, delle donne impudiche. E Petronio è
consapevole di averlo ottenuto, il suo fine: il capitolo successivo, qui non riportato, infatti comincia così: Risu
excepere fabulam nautae, “Con uno scoppio di riso accolsero la favola i naviganti”. E ne ridono ancora i posteri.

con la propria spada avrebbe punito la sua negligenza. lismi (duorum carissimorum hominum - duo funera;
Visto che egli stava per morire, gli preparasse lei un mortuum impendere - vivum occidere) che attestano la
posto e formasse così un sepolcro fatale per l’amante e limpidezza geometrica del confronto fra amore e morte
per il marito». La reazione del soldato viene esaspera- (carissimorum - funera) e fra morte e vita (mortuum -
ta appunto per portare la situazione ad una tensione vivum). Su queste opposizioni la donna non ha dubbi:
parossistica in cui l’intervento della donna può diven- sceglie l’amore e la vita, e, come si vede subito dopo,
tare comprensibile e salvifico; così la narrazione rag- l’azione è rapida e netta, come le parole.
giunge toni tragici per ricadere con maggiore efficacia Secundum hanc [...] affigi: «In coerenza con que-
nella farsa e nell’ironia. ste parole, comanda che il corpo di suo marito sia tolto
Circumscriptus dum desidet: è espressione molto dalla bara e sia inchiodato su quella croce che era rima-
sintetica per dire che i genitori del morto avevano sta vuota». Senza fronzoli e senza pietà (la donna era
approfittato della sorveglianza negligente del soldato misericors, ma verso il vivo) l’azione segue subito alle
(circumscriptus) mentre egli aveva abbandonato (dum parole. Si noti la forza del possessivo sui che parrebbe
desidet) il suo posto di guardia. pleonastico (il latino evita il possessivo quando il con-
Mulier non minus [...] occidere: «La donna pieto- testo non lo esige), ma carica di molteplici sfumature il
sa non meno che pudica: “Questo non lo permettano gli sostantivo mariti: sfumature di affetto (perché le era
dei - disse -, che nello stesso momento io debba vedere carissimo), ma anche di possibilità di disporne a suo
i funerali di due uomini a me carissimi. Preferisco arbitrio (è suo, e quindi può anche metterlo in croce).
appendere il morto piuttosto che uccidere il vivo». Vsus est [...] in crucem: «Sfruttò il soldato l’inge-
Finalmente la donna parla, e sono queste le uniche gnosa trovata della savissima donna, e il giorno dopo
parole che pronuncia nell’intera novella; ma mentre i la gente si chiedeva stupefatta come avesse fatto il
suoi gesti erano governati dall’emotività e dalla teatra- morto a salire sulla croce». Ancora un superlativo
lità più esasperata (funus passis persequi crinibus; ... (prudentissimae) torna a connotare l’eccezionalità
nudatum pectus plangere; corpus custodire et flere; della nostra eroina (pulcherrima, pudicissima era stata
mortem inedia persequentem; faciem unguibus sectam; definita prima), ma non c’è in tutta la novella un solo
ruptos crines super corpus iacentis imposuit), le parole termine negativo per lei e le sue azioni; questa donna
sono spia di un freddo e lucido buon senso, fondato di qualità emerge alla fine come chi tiene nelle sue
addirittura su una gnomica antica per lo meno quanto mani le fila dell’intera vicenda con la sua intelligenza
Omero; nell’ Odissea, infatti, l’ombra di Achille sospi- dominatrice (iubet), capace fino alla fine di stupire la
ra: “io vorrei essere un bracciante e servire un altro ... folla; infatti, la gente, che compariva all’inizio della
piuttosto che regnare su tutti i morti”. I diritti della vita, narrazione come coro osannante (vicinarum gentium
la nota fondante di tutta la novella, sono affermati con feminas ad spectaculum sui evocaret), chiude il rac-
una spregiudicatezza che non lascia spazio ad equivoci conto meravigliandosi del miracolo a cui assiste: un
e ad ambiguità: il discorso procede con sciolti paralle- morto che se ne andato (isset) sulla croce.

19
Plinio il Vecchio

Naturalis historia

COSMOGONIA E RELIGIONE, II, 1- 27

Il passo che presentiamo è l’inizio del II libro della Naturalis


historia, ma risulta, in realtà, l’inizio effettivo dell’intera opera,
giacché il primo libro, dopo una breve lettera dedicatoria a Tito,
contiene solo un dettagliato indice generale di tutto il lavoro.
Si comprendono, perciò, le ragioni per cui Plinio, prima di pro-
cedere all’esame ordinato di tutte le componenti dello scenario
dell’Universo (astri, cielo, mari, terre, popoli, animali, vegetali,
minerali ecc.), sente l’esigenza di sciogliere un inno al gran Tutto,
a quel cosmo che egli aveva fatto oggetto di indagini minuziose,
studiandone circa duemila volumi di cento autori scelti, come
dichiara egli stesso nella lettera a Tito.
Ed uno stupore religioso egli manifesta di fronte al prodigio del-
l’esistente, tanto che il riferimento a Dio, alle credenze degli uomi-
ni colti e delle masse superstiziose intorno al numinoso, rampolla
inevitabile e si concretizza in un lungo excursus sull religione,
ricco di spunti acuti e coraggiosi.

(1) 1. Mundum et hoc quodcumque nomine alio caelum appel-


lare libuit, cuius circumflexu degunt cuncta, numen esse credi par est, aeternum, immensum, neque genitum,
neque interiturum umquam. Huius extera indagare nec interest hominum, nec capit humanae coniectura mentis.
2. Sacer est, aeternus, immensus, totus in toto, immo vero ipse totum, infinitus ac finito similis, omnium rerum
certus et similis incerto, extrta intra cuncta complexus in se, idemque rerum naturae opus et rerum ipsa natura.
3. Furor est mensuram eius animo quosdam agitasse atque prodere ausos, alios rursus occasione hinc sumpta aut

1. Mundum [...] coniectura mentis: «Il mondo e filosofica al discorso pliniano che, comunque, proce-
tutto questo complesso che si è convenuto di chiama- derà, come vedremo, con più accentuate propensioni
re, con un nome, cielo, sotto la cui volta vivono tutte le verso dottrine pitagoriche e stoiche.
cose, è giusto che si ritenga sia dio, eterno, immenso, 2. Sacer est [...] ipsa natura: «Esso è sacro, eterno,
non generato e non mai morituro. Indagare su ciò che immenso, intero nel tutto, anzi è egli stesso il tutto,
ne sta fuori non importa all’uomo nè rientra nelle con- infinito e all’apparenza finito, ben determinato in ogni
getture dello spirito umano». L’inizio della Naturalis cosa e all’apparenza indeterminato, comprendendo in
Historia è solenne e ricco di fervore religioso; a giudi- sé tutto, fuori e dentro, contemporaneamente un pro-
zio unanime, esso riprende motivi ed espressioni del dotto della natura ed esso stesso natura». Il passo ha la
Timeo di Platone (28 b) così tradotti in latino da concisione dell’antitesi lirica più che la linearità di un
Cicerone: omne igitur caelum sive mundus sive quo ragionamento rigoroso; i contrasti sono esplicitati, per
alio vocabulo gaudet, hoc a nobis nuncupatus sit, essere poi subito negati: il cosmo pliniano è un tutto
«dunque tutto il cielo, o mondo, di qualsiasi altro nome che vive nel tutto, ma è esso stesso il tutto; è infinito,
si compiace, sia da noi così chiamato ... »; il riferimen- ma sempre finito; è determinato ma pare indetermina-
to a Platone, naturalmente conferisce autorevolezza to; è prodotto dalla natura, ma è la natura stessa.

20
Naturalis historia

hic data innumerabiles tradidisse mundos, ut totidem rerum natura s credi oporteret aut, si una omnes incubaret,
totidem tamen soles totidemque lunas et cetera etiam in uno et immensa et innumerabilia sidera, quasi non eadem
quaestiones semper in termino cogitationi sint occursurae, desiderio finis alicuius aut, si haec infinitas naturae
omnium artifici possit adsignari, non idem illud in uno facilius sit intellegi, tanto praesertim opere. 4. Furor est
profecto, furor egredi ex eo et, tamquam interna eius cuncta plane iam nota sit, ita scrutari extera, quasi vero
mensuram ullius rei possit agere qui sui nesciat, aut mens hominis videre quae mundus ipse non capiat.

(2) 5. Formam eius in speciem orbis absoluti globatam esse nomen in primis et consensus in eo mortalium
orbem appellantium, sed et argumenta rerum docet, non solum quia talis figura omnibus sui partibus vergit et
continet nullarum egens compagium nec finem aut initium ullis sui partibus sentiens, nec quia ad motum, quo
subinde verti mox adparebit, talis aptissima est, sed oculorum quoque probatione, quod convexus mediusque
quacumque cernatur, cum id accidere in alia non possit figura.

Sebbene appigli retorici per queste entusiastiche con- possa tracciare la misura di una qualsiesi cosa colui
traddizioni siano reperibili in alcuni sistemi filosofici che ignora quella sua o che la mente umana possa
(vedi per queste le Osservazioni al testo), non si può vedere ciò che il mondo stesso non contiene».
non essere d’accordo col Beaujeu allorché commenta: L’anafora iniziale (furor est), che riprende l’inizio del
“Senza dubbio il ragionamento manca di rigore; ma paragrafo precedente, conferma con forza il rifiuto di
Plinio è tutto tranne che un logico e un matematico”. Plinio ad ogni ipotesi metafisica, respinta con ironia
3. Furor est [...] tanto praesertim opere: «E’ fol- come tentativo presuntuoso di conoscere l’altro da sé
lia il fatto che alcuni si siano arrovellati col pensiero quando non si conosce sé stesso: è, in fondo, un’esten-
sulle sue proporzioni e abbiano osato proclamarle, o siorne del principio delfico del nosce te ipsum dalla
che altri a loro volta, prendendo da queste cose lo sfera psicologica a quella cosmica.
spunto o dandolo ad esse, abbiano annunciato che ci 5. Formam eius [...] docent: «Che la sua forma, a
siano altrettante nature o, se una sola le comprendesse guisa di globo perfetto, sia sferica, lo insegnano prima
tutte, che ci siano altettanti soli e altrettante lune e di tutto il nome e l’accordo su di esso di tutti gli uomi-
ancora altrettanti astri, già immensi e innumerevoli in ni che lo chiamano appunto “globo”, ma anche argo-
un mondo solo, come se, presentarsi al pensiero i menti di fatto». La gran maggioranza dei filosofi greci
medesimi problemi o, se è possibile attribuire questa (Parmenide, Platone, Aristotele) conveniva che l’uni-
infinità alla natura creatrice di ogni cosa, non fosse più verso fosse sferico; di diverso avviso erano gli epicu-
facile concepire questa medesima infinità in un mondo rei che paragonavano la volta celeste al palato di una
solo, soprattutto essendo così grande quest’opera». Il bocca (Cic. Nat. deorum, II, 18, 48).
senso generale del passo è che è follia andare ad imma- non solum quia [...] non possit figura: «non solo per-
ginarsi altri problemi, come se non bastassero tutti chè una tale figura converge in se stessa da tutte le parti e
quelli che il cosmo in cui viviamo ci presenta: così si si deve sostenere da se stessa ed è chiusa e compatta in sé,
ipotizzano altri mondi, altri soli ed altre lune, quando sensa aver bisogno di nessuna connessura e senza avver-
il pensiero desidera, al contrario, conoscere i confini tire fine o principio per alcuna delle sue parti; non perché
dei problemi entro cui possa utilmente esercitarsi una tale figura è la più adatta a quel moto, secondo cui
(desiderio finis alicuius) o, se è proprio necessario subito sarà chiaro che si volge sensa sosta; ma anche per
concepire un infinito, esaminare a fondo l’infinito la conferma che ne danno gli occhi, giacché il mondo
entro cui ci troviamo. E’ chiaramente visibile il senso appare convesso e centrale dovunque lo si guardi: e que-
della concretezza da cui è pervaso questo scienziato sto non potrebe accadere con nessun’altra figura geome-
romano, bramoso di studiare a fondo e conoscere le trica». La sfericità dell’universo è dimostrata con tre
cose che la natura effettivamente gli presenta e restio, argomentazioni: 1) la convergenza di tutte le sue parti
perciò, alla pura speculazione. verso il centro, così da assicurarne la coesione; 2) la capa-
4. Furor est [...] non capiat: «E’ follia, indubbia- cità della sfera di adattarsi al movimento rotatorio secon-
mente è follia uscire da questo mondo e, come se le do cui l’universo si muove (ma di tal movimento Plinio
cose al suo interno fossero tutte chiaramente già cono- discuterà nel paragrafo seguente; 3) la forma curva con
sciute, mettersi a scrutare le cose esterne, quasi che cui appare a chi lo osserva da qualsiasi parte.

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Plinio il Vecchio

(3) 6. Hanc ergo formam eius aeterno et inrequieto ambitu, inenarrabili celeritate, viginti quattuor horarum
spatio circumagi solis exortus et occasus haut dubium reliquere. An sit immensus et ideo sensum aurium exce-
dens, tantae molis rotatae virtigine adsidua sonitus, non equidem facile dixerim, non, Hercule, magis quam cir-
cumactorum simul tinnitus siderum suosque volvetium orbes an dulcis quidam et incredibili suavitate concen-
tus. Nobis qui intus agimus iuxta diebus noctibusque tacitus labitur mundus. [...]

7-9: In questi paragrafi Plinio espone una strana teoria secondo cui la sfera celeste non è liscia ma ornata
di figure di animali e di oggetti; ad essa lega anche le dodoci figure dello zodiaco, denunciando così la deriva-
zione astrologica di una tale teoria.

(4) 10. Nec de elementis video dubitari quattuor esse ea: ignium summum, inde tot stellarum illos conlucen-
tium oculos; proximum spiritus, quem Graeci nostrique eodem vocabulo aëra appellant, vitalem hunc et per cun-
cta rerum meabilem totoque consetum; huius vi suspensam cum quarto aquarum elemento librari medio spatii
tellurem. 11. Ita mutuo conplexu diversitatis effici nexum et levia ponderibus inhiberi quo minus evolent, con-
traque gravia ne ruant suspendi, livibus in sublime tendentibus. Sic pari in diversa nisu in suo quaeque consiste-
re, inrequieto mundi ipsium constricta circuitu, quo semper in se recurrente imam atque mediam in toto esse ter-
ram, eandemque universo cardine stare pendentem, librantem per quae pendeat, ita solam inmobilem circa eam
volubili universitate; eandem ex omnibus necti eidemque omnia inniti.

6. Hanc ego formam [...] reliquere: «Che questa to universale: tal malinconia ci pare di leggere nella
sua forma, in un’eterna e instancabile rivoluzione, con frase finale del paragrafo, dove l’umanità, chiusa den-
indicibile celerità, giri su se stessa in ventiquattro ore, lo tro (intus) le orbite celesti, non può che consumare in
hanno dimostrato senza alcun dubbio il sorgere e il tra- un immenso silenzio la sua solitaria avventura. E come
montare del Sole». Insieme con la sfericità dell’univer- al Beaujeu pare di scorgere in questo passo un ricordo
so l’astronomia tolemaica ipotizzava la sua rotazione di Virgilio (Aen., III, 315: sidera cuncta notat tacito
velocissima intorno alla terra, collocata al suo centro. labentia caelo), a noi viene in mente l’ Infinito di
An sit [...] labitur mundus: «Se il suono di una Giacomo Leopardi, l’intero infinito e sopratutto i suoi
così grande massa ruotante con vertiginosa continuità sovraumani silenzi.
sia immenso e perciò superiore alla sensibilità di orec- 10. Nec de elementis [...] spatii tellurem: «Anche
chie umane, io non potrei affermarlo con facilità, non su gli elementi vedo che non si dubita che essi siano
più, per Ercole, di quanto (potrei dire) se il suono delle quattro: dei fuochi è la parte più alta, e di qui quei tanti
stelle trascinate intorno simultaneamente e descriventi occhi di stelle luccicanti; vicino ad essi, il soffio, che i
le loro orbite costituisca un’armonia dolce e di indici- greci e la nostra gente con la stessa parola chiamano
bile soavità; per noi che qui dentro viviamo il mondo aria, principio vitale, questo, che permea di sé tutte le
scorre tacito allo stesso modo di giorno e di notte». La cose e con tutte è intrecciato; sospesa per mezzo della
teoria pitagorica del suono delle sfere ruotanti intorno sua potenza, si libra al centro dell’universo la terra,
alla terra era stata accolta, amplificata e corretta da vari insieme col quarto elemento, l’acqua». Tutti gli enun-
astronomi e filosofi greci; nella letteratura latina l’ave- ciati pertinenti ai quattro elementi sono espressi con l’
va esposta Cicerone (Somnium Scipionis, 18-19). Ma oratio obliqua, perché rappresentano placiti accolti da
era stata anche confutata e schernita da Aristotele (De generale consenso. E, in verità, fin da Eraclito i pensa-
Caelo, II, 9, 290b 12 sgg.), sulla cui scia si colloca qui tori greci s’erano accordati nel dividere la materia in
Plinio, sottolineando con l’ironia dell’esclamazione quattro elementi, tranne Aristotele che ne aveva
(Hercule), il proprio scetticismo sulla consistenza di aggiunto un quinto: l’etere, il fuoco puro, artefice
questa armonia celeste. Vero è che insieme col disin- celeste che può essere simile ai fuochi della terra.
canto con cui il suo spirito scientista guarda la cruda 11. Ita mutuo [...] tendentibus: «Così in una
realtà delle cose compare una punta di tristezza deter- mutua compattezza di forze diverse si crea una coesio-
minata dall’inflessibile necessità di rinunciare, sulla ne e gli elementi leggeri son impediti dai pesanti dal
base dell’arida esperienza, alla bella favola del concen- volar via e, al contrario, i pesanti son tenuti sospesi,

22
Naturalis historia

12. Inter hanc caelumque eodem spiritu pendent certis discreta spatiis septem sidera, quae ab incessu voca-
mus errantia, cum erret nulla minus illis. Eorum medius sol fertur, amplissima magnitudine ac potestate nec tem-
porum modo terrarumque, sed siderum etiam ipsorum caelique rector. 13. Hunc esse mundi totius animum ac
planius mentem, hunc principale naturae regimen ac numen credere decet opera eius aestimantes. Hic lucem
rebus ministrat aufertque tenebras, hic reliqua sidera occultat, inlustrat; hic vices temporum annumque semper
renascentem ex usu naturae temperat; hic caeli tristitiam discutit atque etiam humani nubila animi serenat; hic
suum lumen ceteris quoque sideribus fenerat, praeclarus, eximius, omnia intuens, omnia etiam exaudiens, ut
principi litterarum Homero placuisse in uno eo video.

(5) 14. Qua propter effigiem dei formamque quaerere imbecillitatis humanae reor. Quisquis est deus, si modo
est alius, et quacumque in parte, totus est sensus, totus visus, totus auditus, totus animae, totus animi, totus sui.
Innumeros quidem credere atque etiam ex vitiis hominum, ut Pudicitiam, Concordiam, Mentem, Spem,

perché non precipitino, dai leggeri che tendono verso sole al centro dei sette pianeti, secondo il cosiddetto
l’alto». Si continua con l’oratio obliqua, secondo le ordine caldeo (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte,
ragioni espresse nella nota precedente: certo la spiega- Giove, Saturno); Platone, Aristotele ed altri, fra cui
zione della coesione meccanica dell’universo trova Cicerone, seguivano l’ordine detto egizio (Luna, Sole,
efficaci accenti umani per questi elementi materiali che Venere, Mercurio, Marte, Giove, Saturno); l’ordine
si abbracciano (mutuo complexu) pur nella loro diver- caldeo fu seguito da Archimede, da molti pitagorici, da
sità, per stare insieme e reciprocamente salvarsi. Panezio di Rodi, da Posidonio e da altri.
sic pari in [...] inniti: «così, in uno sforzo pari Indubbiamente la collocazione caldea, dando al sole il
verso direzioni diverse ognuno resta al suo posto, fre- posto centrale, ne favoriva la divinizzazione; allo stes-
nato proprio dall’incessante rotazione dell’universo, e so modo l’astrologia caldea proclamava la dipendenza
mentre questo ritorna sempre su di sé, la terra sta nel dei movimenti dei pianeti dalle radiazioni solari, e a
fondo e al centro del tutto, e resta sospesa sempre la tale teoria allude Plinio quando definisce il Sole side-
medesima, incardinata nell’universo, equilibrando i rum [...] caelique rector.
corpi per mezzo dei quali riesce a rimanere sospesa, 13. Hunc esse mundi [...] in uno eo video: «Che
essa sola in tal modo immota, mentre intorno ad essa esso sia l’animo e, più esattamente, lo spirito di tutto
tutto gira; essa stessa si innesta sul tutto e il tutto ad l’universo, che esso sia regola e nume principale della
essa si appoggia». La posizione centrale della terra e, natura, è giusto che credano quelli che valutano la sua
contemporaneamente, la sua indissolubile connessione funzione; esso dà luce alle cose e dissolve le tenebre;
con l’universo, è chiaramente e riccamente illustrata da esso occulta ed illumina gli altri astri; esso regola la
Plinio che era, del resto, in linea con le correnti dei più successione delle stagioni e l’anno che eternamente
importanti pensatori antichi; solo alcuni pitagorici ave- rinasce secondo le necessità della natura; esso spazza
vano osato sostenere che la terra ruotasse come tutti gli via la malinconia del cielo e dissolve anche le nubi del
altri pianeti attorno ad un fuoco centrale, mentre cuore umano; esso presta la sua luce anche agli altri
Aristarco di Samo (anticipando Copernico) aveva ipo- astri, luminossissimo, eccellente, osservatore di tutto,
tizzato che essa ruotasse intorno al Sole. ascoltatore di tutto, come vedo che fu riconosciuto solo
12. Inter hanc [...] minus illis: «Fra essa e il cielo, a lui dal principe dei poeti, Omero». Sia nell’Iliade
per il medesimo soffio, son sospesi, separati da inter- (III, 277), sia nell’ Odissea (XI, 108 e XII, 322) Helios
valli determinati, sette astri, che per il loro errare chia- (il sole) è salutato come colui che tutto vede e tutto
miamo erranti, mentre niente erra meno di loro». ascolta. L’elogio del sole assume in Plinio un tono
Errantia (sidera) è un calco del greco “planàomai” entusiasmatico, poetico, quasi religioso, sulla falsariga
(errare) da cui l’italiano “pianeti”; Plinio gioca sul di teorie pitagoriche e stoiche; un notevole precedente
doppio senso di “errare”, che racchiude anche il signi- letterario latino c’era già in Cicerone (De Nat. Deor.,
ficato di “andar vagando disordinatamente”; i pianeti, II, 40, 102 e De r. p. VI, 17); ma Plinio sviluppa il tema
invece, mantengono un moto ben preciso e fisso. con maggiore ampiezza, accennando perfino - ed è un
Eorum medius [...] rector: «Al centro di essi si particolare significativo - all’effeto psicologicamente
muove il Sole, con la massa e la potenza più vasta, rasserenante della luce solare sul cuore degli uomini.
dominatore non solo delle stagioni e delle terre, ma 14. Qua propter [...] totus sui: «Perciò ritengo che
anche degli astri stessi e del cielo». Plinio colloca il sia segno della debolezza umana il cercare un’immagi-

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Plinio il Vecchio

Honorem, Clementiam, Fidem, aut, ut Democrito placuit, duos omnino, Poenam et Beneficium, maiorem ad
socordiam accedit. 15. Fragilis et laboriosa mortalitas in partes ita digessit infirmitatis suae memor, ut portioni-
bus coleret quisque suo maxime indigeret. Itaque nomina alia aliis gentibus et numina in iisdem innumerabilia
invenimus, inferis quoque in genera discriptis morbisque er multis etiam pestibus, dum esse placatas trepido
metu cupimus. 16. Ideoque etiam publice Febris fanum in Palatio dicatum est, Orbonae ad aedem Larum, ara et
Malae Fortunae Esquiliis. Quam ob rem maior caelitum populus etiam quam hominum intellegi potest, cum sin-
guli quoque ex semet ipsis totidem deos faciant Iunones adoptando sibi [...] 18. Deus est mortali iuvare morta-
lem, et haec ad aeternam gloriam via. Hac proceres iere Romani, hac nunc caelesti passu cum liberis suis vadit
maximus omnis aevi rector Vespasianus Augustus fessis rebus subveniens. 19. Hic est vetustissimus referendi

ne e una forma di Dio. Chiunque sia Dio, se pure è re, è frutto della debolezza e della stupidità umana:
diverso (dall’universo), e in qualunque posto egli si Plinio su questo non ha dubbi; e subito dopo fa esem-
trovi, egli è tutto sensazione, tutto vista, tutto udito, pi verificabili dai suoi concittadini.
tutto anima, tutto spirito, tutto sé stesso». Il passaggio 16. Ideoque [...] Esquiliis: «perciò sul Palatino è
dalla cosmologia al lungo excursus sulla religione (che stato elevato a spese pubbliche un tempio della febbre,
si estende fino al § 27) si regge su una considerazione e così un’ara a Orbona presso il tempio dei Lari, e
non esplicitamente espressa, e cioè: dal momento che sull’Esquilino alla Malasorte». Le offerte, i sacrifici e
l’universo è tutto, andare a ricercare Dio fuori del tutto i tmpli per potenze malefiche avevano intenti apostro-
è una follia. Opportunamente il Beaujeu ricorda un’af- paici; Orbona era la dea dell’orbità, cioè della perdita
fermazione dello stoico Balbo nel De nat. deorum di dei figli o dei genitori.
Cicerone (III, 16, 40): sit sanc deus ipse mundus [...] Quam ob rem [...] adoptando sibi: «Perciò si può
Quare igitur plures adiungimus deos?, “Ammesso immaginare che la massa degli dei sia anche più nume-
dunque che l’universo sia Dio...perchè ci vogliamo rosa di quella degli uomini, dal momento che i singoli
aggiungere altri dei ancora?”. Siamo, infatti, nell’am- uomini creano perfino da sé stessi altrettanti dei, adot-
bito del pensiero stoico, sebbene già Senofonte di tandosi delle Giunoni e dei Geni». Era una credenza
Colofone (VI sec. a.C.) avesse bandito l’unità assoluta molto diffusa a Roma che ogni essere umano avesse un
dell’universo e Dio. suo dio protettore, le donne una Giunone, gli uomini
Innumeros [...] ad socordiam accedit: «Credere, un Genio.
quindi, in innumerevoli dei (e anche desunti da vizi 18. Deus est [...] subveniens: «Dio è per un morta-
umani), come Pudicizia, Concordia, Intelligenza, le aiutare un mortale, e questa è la via verso la gloria
Speranza, Onore, Clemenza, Fedeltà, o come sentenziò eterna. Per questa andarono i grandi Romani, per que-
Democrito, a due solamente, Punizione e Benefirio, si sta adesso, con passo divino, avanza insieme con i suoi
avvicina ad una stupidità più grande». Divinità rappre- figli, Vespasiano Augusto, il più grande sovrano di tutti
sentanti vizi umani Plinio non ne nomina (il testo, fra i templi, soccorrendo lo stato squassato». Scultura è
l’altro, nei manoscritti non è sicuro), ma si sa di templi l’epigrafe iniziale (Deus est mortali iuvare mortalem),
dedicati, per esempio, a Impudenza o Contumelia; audace anche sintatticamente (Deus neutro: divinum
mentre non ci sono riscontri sicuri sulle due divinità est... sarebbe più regolare); con essa si esalta il senso
democritee. di solidarietà che dovrebbe legare ogni uomo all’uma-
15. Fragilis [...] metu cupimus: «Fragile e trava- nità intera; purtroppo, però, essa serve solo ad inserire
gliata la follia dei mortali, memore della propria debo- il tema evemeristico della divinizzazione degli uomini
lezza, ha generato questa suddivisione in modo che eccellenti, e -quel che è peggio- introduce l’encomio
ognuno separatamente potesse venerare ciò di cui adulatorio dell’imperatore, a dire il vero, contenuto
aveva più bisogno. E perciò troviamo nomi diversi fra entro limiti che, dati i tempi, possono essere giudicati
diverse genti e innumerevoli numi nelle stesse genti, non esorbitanti.
con gli dei infernali divisi anche in famiglie, e malat- 19. Hic est [...] meritis: «Questo è antichissimo
tie, e perfino molti malanni, mentre noi con trepido costume per render grazie ai benemeriti, cioè inserire
timore desideriamo che siano placati». Anche il fra i numi uomini tali. Anzi anche i nomi di altri dei e
Proliferare delle figure divine, diverse da popolo a degli astri che sopra ho riportati sono originati dai
popolo e costituenti addirittura intere famiglie, e com- meriti degli uomini». Già presso i Greci, alcuni eroi,
prendenti dei dell’inferno, delle malattie, delle sventu- dopo aver compiuto strordinarie imprese, erano stati

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Naturalis historia

bene merentibus gratiam mos, ut tales numinibus adscribant. Quippe et aliorum nomina deorum et quae supra
retuli siderum ex hominum nata sunt meritis. [...]

20. Agere curam rerum humanarum illud, quicquid est, summum ac tristi ac multiplici ministerio non pollui
credamus dubitemusque? Vix prodest iudicare, utrum magis conducat generi humano, quando aliis nullus est
deorum respectus, aliis pudendus. [...] 22. Invenit tamen inter has utrasque sententias medium sibi ipsa mortali-
tas numen, quo minus etiam plana de deo coniectatio esset. Toto quippe mundo et omnibus locis omnibusque
horis omnium vocibus Fortuna sola invocatur ac invocatur ac nominatur, una accusatur, rea una agitur, una cogi-

divinizzati (Ercole, DIoniso, Asclepio); i Romani per Plinio compie sulla credula stupidità umana a proposi-
un certo tempo furono più cauti (solo il re fondatore, to dei poteri della Fortuna: gli attributi della fortuna
Romolo, era stato venerato col nome di Quirino), ma sono espressi con un’accumulazione di verbi e di
poi nel periodo imperiale molti imperatori erano assur- aggettivi, volutamente eccessiva, talvolta anche del
ti al ruolo di divinità. Per Evemero tutti gli dei erano tutto sinonimica (per es.: accusatur, agitur, arguitur; e
stati esseri mortali deificati in riconoscenza dei benefi- poi: volucris, volubilis, vaga, incostans, incerta,
ci che avevano procurato agli uomini. varia), proprio per dar voce alla marea umana che su
20. Agere curam [...] aliis pudendus: «Che quella di essa esprime le stesse cose anche se con termini
cosa suprema, checchè sia, si prenda cura degli affari diversificati. Ultramque paginam intende alludere, nel
umani e non sia contaminata da un impegno così assil- libro della contabilità umana, alla colonna delle perdi-
lante e molteplice, dobbiamo crederlo o dubitarne? te e a quella dei guadagni. Si noti ancora che il para-
Poco importa giudicare se giovi di più al genere grafo comincia e finisce con la denuncia della confu-
umano, dal momento che in alcuni la considerazione sione che il concetto di Fortuna suscita sulle credenze
verso gli dei è inesistente, in altri è oltraggiosa». Nota religiose della gente: quo minus etiam plana de deo
lo scetticismo su cui è costruito tutto il paragrafo, a coniectatio esset - ut ipsa pro deo sit qua deus proba-
cominciare dal neutro (illud [...] summum) con cui si tur incertus. Come se le idee su dio non fossero già
designa l’Ente supremo, per finire alla considerazione così incerte, dice Plinio, si è trovato il sistema per ren-
che, in fondo, non vale la pena (vix prodest) di discu- derle ancora più confuse.
tere sulla provvidenza divina, visto che alcuni non cre- 23. Pars alia [...] cursu vadit: «Un altro gruppo
dono in Dio altri hanno della divinità idee addirittura respinge anche costei (=la fortuna) e attribuisce gli
offensive, come quelle esposte nei paragrafi preceden- eventi alla propria stella e a leggi stabilite fin dalla
ti (e altre nel successivo, non riportato). nascita, e una sola volta si è decretato da parte di Dio
22. Invenit [...] probatur incertus: «Tuttavvia fra nei riguardi di tutti gli uomini che sarebbero nati, e che
queste due concezioni la stirpe mortale si è trovato una poi per il resto del tempo si è dato all’inattività. Questa
divinità intermedia, perché ancor meno chiare risultas- opinione cominciò a stabilizzarsi e sia gli gli eruditi sia
sero le nostre congetture sul divino: infatti in tutto gli incolti allo stesso modo si indirizzarono di corsa
l’universo, in tutti i luoghi, a tutte le ore, dalla voce di verso di essa». Ai cultori della Fortuna Plinio oppone i
tutti solo la Fortuna è invocata e chiamata per nome, cultori dell’astrologia i quali erano sicuri che il destino
essa sola è accusata, essa sola è denunciata come col- umano fosse stato scritto una volta per sempre e deter-
pevole, essa sola è pensata, sola è lodata, sola è incri- minato dalle stelle; giustamente Plinio afferma che
minata e fra gli insulti è onorata, volante e volubile, dai anche l’eruditum vulgus si era rivolto verso queste teo-
più considerata anche cieca, vagabonda, incostante, rie, perché gli stoici l’avevano in effetti accolta nel
incerta, capricciosa e amica degli indegni. A questa si loro sistema.
ascrivono tutte le perdite e tutti i guadagni e sull’in- 24. Ecce fulgurum [...] adflictus est: «Ecco allora
ventario dei conti dei mortali lei sola riempie entram- gli ammonimenti dei fulmini, le previsioni degli oraco-
be le pagine, e siamo in una condizione così sottomes- li, le profezie degli auspici e, fra gli auguri, anche cose
sa a lei, che sta al posto di Dio proprio lei per cui si insignificanti a dirsi, come lo starnutire e l’inciampare.
prova che Dio è incerto». Abbiamo tradotto senza Il divo Augusto raccontò che aveva infilato il calzare
interruzioni l’intero paragrafo, per conservare anche in sinistro al piede sbagliato il giorno in cui fu quasi
italiano lo spessore e il peso della beffarda analisi che abbattuto da una rivolta militare». Plinio ci tiene a

25
Plinio il Vecchio

tatur, sola laudatur, sola arguitur et cum conviciis colitur, volucris volubilisque, a plerisque vero et caeca existi-
mata, vaga inconstans, incerta, varia indignorumque fautrix. Huic omnia expensa, huic feruntur accepta, et in tota
ratione mortalium sola utramque paginam facit, adeoque obnoxiae sumus sortis, ut ipsa pro deo sit qua deus pro-
batur incertus. 23. Pars alia et hanc pellit astroque suo eventus adsignat et nascendi legibus, semelque in omnes
futuros umquam deo decretum, in reliquum verum otium datum. Sedere coepit sententia haec, pariterque et eru-
ditum vulgus et rude in eam cursu vadit. 24. Ecce fulgurum monitus, oraculorum praescita, haruspicum praedic-
ta, atque etiam parva dictu in auguriis sternumenta et offensiones pedum. Divus Augustus prodidit laevum sibi
calceum praepostere inductum quo die seditione militari prope adflictus est. 25. Quae singula improvidam mor-
talitatem involvunt, solum ut inter ista vel certum sit nihil esse certi nec quicquam miserius homine aut super-
bius. Ceteris quippe animantium sola victus cura est, in quo sponte naturae benignitas sufficit, uno quidem vel
praeferendo cunctis bonis, quod de gloria, de pecunia, ambitione superque de morte non cogitant.

26. Verum in his deos agere curam rerum humanarum credi ex usu vitae est poenasque maleficiis aliquando
seras, occupato deo in tanta mole, numquam autem inritas esse nec ideo proximum illi genitum hominem, ut vili-
tate iuxta beluas esset. 27. Imperfectae vero in homine naturae precipua solacia, ne deum quidem posse omnia -
namque nec sibi potest mortem consciscere, si velit, quod homini dedit optimum in tantis vitae poenis, nec mor-

ribadire che superstizioni e sciocche credenze non 26. Verum [...] beluas esset: «Ma è inutile alla
risparmiavano nessuno; del resto sulla credulità di nostra vita il fatto che si crede che gli dei si curino
Augusto in presagi ed auspici Suetonio spende un inte- delle cose umane e che la punizione per i misfatti,
ro capitolo (Augustus, 92). anche se talvolta rimandata dal momento che Dio è
25. Quae singula [...] superbius: «Ognuna di que- occupato dalla mole così grande dell’universo, non sia
ste credenze avviluppa la specie mortale, così che in però mai inutile, e che l’uomo non sia stato creato
mezzo a tutte codeste cose una sola è certa, cioè che simile a lui per essere con la sua bassezza al livello
niente c’è di certo né c’è alcunché più miserevole e più delle bestie». La religione è vista qui come strumento
superbo dell’uomo». Pur non condannando esplicita- della pubblica morale: è inutile che gli uomini credano
mente astrologia e presagi, Plinio si limita qui a conte- nella provvidenza, nella punizione divina e nella pro-
starne gli effetti oscurantisti e ingannevoli che essi pro- pria dignità di esseri simili a Dio e lontani dalla bestia-
vocano sulle menti umane: giacché da un lato gli lità; tutto questo serve allo Stato, serve alla società
uomini sono così orgogliosi da illudersi di poter cono- umana. Plinio sintetizza con efficace concisione gli
scere il futuro, dall’altro appaiono miserevolmente aspetti utilitaristici e pratici delle credenze religiose.
intenti a cogliere segni premonitori in insignificanti 27. Imperfectae vero [...] efficere non posse:
inezie, come uno starnuto o una scarpa calzata sbada- «Dell’imperfezione della natura che si ritrova nell’uo-
tamente. mo è principale sollievo il fatto che nemmeno Dio può
Ceteris quippe [...] non cogitant: «In realtà per tutto - infatti non può procurarsi la morte, ammesso
tutti gli altri animali solo il cibo costituisce un proble- che lo voglia, il dono maggiore che ha dato all’uomo
ma, e per esso basta la benignità spontanea della natu- in mezzo a così grandi mali della vita, né può donare
ra, con l’aggiunta di un bene da preferirsi ad ogni altro, ai mortali l’eternità, o resuscitare i morti della vita, o
cioè che non pensano né alla gloria, né al danaro, né far sì che chi è vissuto, chi ha esercitato una funzione
all’ambizione, né - soprattutto - alla morte». Il con- non l’abbia esercitata, e non ha nessun potere sul pas-
fronto fra la condizione umana e quella animale, la sato, se non quello dell’oblio e (perché questa affinità
quale ultima per molti aspetti segna una decisa supe- con Dio si saldi anche con divertenti argomentazioni)
riorità, era diventato, dopo Lucrezio, un tema ricorren- non può far sì che dieci per due non facia venti, e allo
te nelle considerazione dei pessimisti; e Plinio non stesso modo molte altre cose». Il razionalismo filoso-
poche volte, sia in questo passo sia in altri numerosi fico di Plinio sul problema teologico giunge qui alle
luoghi della suo opera, contraddistingue le disincanta- sue ultime conclusioni, in un lungo periodo che vibra
te osservazioni dello scienziato con l’amarezza del di molteplici corde: c’è lo sforzo di consolare l’uomo
pensatore scettico. della sua imperfezione per mezzo dell’orgoglioso

26
Naturalis historia

tales aeternitate donare aut revocare defunctos nec facere ut qui vixit non vixerit, qui honores gessit non gesse-
rit - nullumque habere in praeterita ius praeterquam oblivionis atque (ut facetis quoque argumentis societas haec
cum deo copuletur) ut bis dena viginti non sint aut multa similiter efficere non posse. Per quae declaratur haut
dubie naturae potentia idque esse quod Deum vocemus.

Osservazioni al testo

E’ stato osservato che Plinio, spesso, nelle parti iniziali di questo o quel libro, si impegna su un registro più
alto, quasi per cerimoniale d’apertura (G. B. Conte). Si comprenderà, quindi, perchè quello che è l’inizio dell’in-
tera opera sia tenuto su un tono particolarmente solenne, toccando temi rilievanti su cui era quasi impossibile,
anche per un uomo di formazione e di mentalità scientifica, esprimersi senza una qualche concessione all’enfa-
si. Plinio pare si senta investito d’una funzione sacerdotale, ora che spalanca “ai neofiti il tempio della Natura”
(Beaujeu) ed eleva al cosmo quello che E. Norden definì “un Gloria in excelsis antico”. Nel suo entusiasmo non
esita ad addensare in questi capitoli i risultati più congruenti della meditazione filosofica greca sui grandi temi
dell’universo, della natura e delle leggi: sono presenti influenze platoniche, aristoteliche, posidoniane, pitagori-
che, stoiche, così che non è risultato del tutto agevole conciliare certe insistenti antitesi del testo e renderne com-
patibili i termini: infinitus ac finito similis; certus et similis incerto. Soccorre, forse per eliminare queste appa-
renti contraddizioni, la teoria stoica su una conflagrazione cosmica che coinvolgeva, si, l’universo, ma da cui
sorgeva un nuovo mondo, destinato a sua volta, a decadere, a sparire per far posto ad un altro cosmo, in una suc-
cessione infinita. Quest’universo, in cui si fondano i contrari, finito e infinito, certezza e indeterminatezza, è il
Tutto, oltre il quale è sterile ed inconcludente, o addirittura folle (Furor est...,§ 3 e 4), ipotizzare l’esistenza di
altri mondi. C’è in Plinio, oltre che un rifiuto di teorie epicuree che non escludevano simili possibilità, anche e
soprattutto il bisogno di tenersi al concreto, di credere solo in ciò che è controllabile e percepibile, come del resto
egli stesso conferma non celando, per esempio, il proprio scetticismo sull’emissione di suoni dolcissimi da parte
degli astri rotanti: questi suoni noi non li sentiamo - sembra dire - , e, pertanto, è perfino inutile spenderci paro-
la. Questa linea di scientifica concretezza corre per l’intera opera e corre, naturalmente, nel passo che qui esami-
niamo, dove l’esperienza di agganci col reale è continua, pressante ed instancabile. Essa è proclamata, si può
dire, fin dal primo paragrafo (Huius extera indagare nec interest hominum nec capit humanae coniectura men-
tis) e ribadita ad ogni occasione: contro gli assertori dell’esistenza di altri mondi (§ 3: furor est...); contro colo-
ro che si creano fantasiosamente altri problemi, come se avessero già risolto tutti quelli che ci circondano (§ 4:
...tamquam interna eius cuncta plane iam nota sint ...); ed è ancora ripresa a proposito della sfericità dell’univer-
so che può essere, sì, dimostrata da considerazini teoriche, ma si fonda sopratutto sull’avallo degli occhi (§ 5: ...
oculorum quoque probatione ...); a proposito della supposta armonia generata dalla rotazione vorticosa degli
astri, teoria citata con ironico scetticismo (§ 6: ... non equidem facile dixerim, non, Hercule ...).
E ad una fondamentale concretezza sensoria deve legarsi la divinità, senza essere credibile (§ 14: quisquis est
deus [...] totus est sensus); è pertanto la critica a miti, credenze, superstizioni si fa serrata e inesorabile. Accade

paragone con l’imperfezione di Dio, cui anzi, è negato Beaujeu: “Dio non può abolire né il suo Essere, né la
il gran dono, elargito invece agli uomini, del suicidio legge del tempo, né quella della Ragione, vale a dire,
(un tema che contemporaneamente era trattato con andare contro la Natura”.
insistenza da Seneca; c’è ancora il nobile e forte rico- per quae [...] vocemus: «e per mezzo di queste
noscimento dell’incancellabilità del passato, che nem- prove si dimostra, senza alcuna possibilità di dubbio, la
meno Dio può annullare se non per mezzo della debi- potenza della natura e che è proprio questo che noi
litante panacea dell’oblio; c’è, infine, il ricorso alla chiamiamo Dio». L’excursus sull’essenza di Dio si con-
facezia che vorremmo dire della tavola pitagorica, per clude con un’affermazione di pura marca stoica: natura
inchiodare Dio entro i ristretti limiti del calcolo ele- e dio sono la stessa cosa, perché Dio è diffuso in tutta
mentare. Ben riassume il pensiero di Plinio Jean la natura, secondo la dottrina panteistica degli stoici.

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Plinio il Vecchio

così che le più autentiche manifestazioni del divino Plinio le ritrovi nel sole (§ 13: Hunc esse mundi totius ani-
mum ac mentem, hunc principale naturae regimen ac numen credere decet); e fin qui rimaniamo nell’ambito di
un eclettismo che molto deve al pensiero pitagorico e soprattutto a quello stoico.
Ma nel passo di Plinio c’è di più: dopo essersi sbarazzato senza mezzi termini e con molta ironia di gran parte
dell’armamentario mitologico greco-romano (§ 14 e sgg.), egli accorda un certo credito alla teoria evemeristica
che nelle figure divine riscopriva personalità umane che avevano fatto del bene agli uomini: il vero, concreto
pantheon dell’umanità era costituito da protagonisti eccellenti della storia dell’uomo. Entro questi limiti si pote-
va ben accettare la divinizzazione degli imperatori, ma, ovviamente, di quegli imperatori che avevano utilmen-
te operato per il bene del mondo romano (§ 18: caelesti passu cum liberis suis vadit maximus omnis aevi rector
Vespasianus Augustus fessis rebus subveniens). Anzi lo scrittore spinge la propria esigenza di concretezza a tal
punto da affermare in una memorabile sentenza che : Deus est mortali iuvare mortalem; vale a dire che Dio è
un’idea, un’immagine, un’entità; Dio è un “fatto”, un “atto”, un’azione: là dove c’è un compiuto beneficio, lì c’è
Dio. E’, pur fra ondeggiamenti, contraddizioni ed incertezze critiche, una sorprendente scoperta - che tranquil-
lamente potremo definire laica - della coincidenza assoluta della verità e del fatto: anche Dio, in tanto è vero, in
quanto è un fatto.

La Madre Terra, II, 154-155

Il breve passo qui riportato è solo l’inizio di un più lungo inno alla terra e ai suoi doni da essa elargiti all’uo-
mo. Il tono è indubbiamente solenne e magniloquente - a qualcuno è parso addirittura artificiale tanto da sfiora-
re il ridicolo - ma negare aprioristicamente che Plinio potesse entusiasmarsi, perfino commuoversi e cadere, di
conseguenza, in qualche sbavatura retorica, è certamente esagerato. Non si correrà mai il rischio di sopravvalu-
tare l’arcano legame che stringeva l’uomo antico alla germinazione terrestre. La terra, proprio la terra su cui ci
si adagia per riposare nel suo seno materno “è mistica, di sua natura, a tal segno che la prima religione fu ctonia
e il primo oracolo fu terrestre e sorse come un sospiro dal tumulo e si accompagnò, naturalmente, al mistero della
morte. Il mistero eleusino fu voce dei morti e sogno della terra, la quale si apriva come grembo al nascere del-
l’uomo primigenio, fatto anch’esso come l’Adamo biblico di limo terrestre, e della spiga che l’avrebbe nutrito”.
Così scriveva in una pagina suggestiva V. Cilento.
I temi della terra, della vita e della morte sono, dunque, strettamente congiunti, ed è, perciò, comprensibile
che un naturalista li sviluppi con commossa partecipazione, rimanendo su una linea tematica che non solo si lega-
va ad arcaiche credenze ed antichissimi culti, ma aveva anche illustri precedenti letterari: basterà qui ricordare il

154. Sequitur terra [...] venerationis: «Segue la gendoci nel suo grembo, quando ormai dal resto della
terra madre, a cui sola fra le parti della natura, per i natura siamo abbandonati, allora sopratutto coprendo-
suoi straordinari benefici, abbiamo dato l’appellativo ci come una madre, sacra per nessun altro beneficio
di madre venerata». Dopo aver trattato dell’aria, più che per quello col quale anche noi rende sacri, sor-
Plinio, esaminando i quattro elementi (fuoco, aria, reggendo anche le tombe e le epigrafi, estendendo il
terra, acqua), passa a considerare la terra con un tono nostro nome e prolungando il nostro ricordo oltre la
che fin dall’inizio appare solenne: nota il verbo collo- brevità della vita, essa il cui nume, quando siamo irri-
cato eccezionalmente all’inizio del periodo (sequitur) tati, invochiamo come estrema maledizione perché sia
e l’uso dell’astratto (maternae venerationis), di diffici- pesante per coloro che ormai non son niente, come se
le resa in italiano, al posto del concreto (matris vene- ignorassimo che questa è la sola che non si irrita mai
ratae). contro l’uomo». In un solo lungo periodo Plinio inse-
Sic hominum [...] irascatur homini: «Essa è degli gue il rapporto che lega l’uomo alla terra dalla nascita
uomini così come il cielo è di dio; essa che ci accoglie alla morte e oltre; un rapporto intenso, continuo, vitale
mentre nasciamo, ci nutre quando siamo nati, e una e pietoso, come di madre e figlio. Circa l’accenno fina-
volta venuti alla luce ci sostiene sempre, e alla fine cin- le alla maledizione contro i morti, si ricordi che appar-

28
Naturalis historia

passo della Ciropedia di Senofonte (VIII, 7, 25) in cui Ciro il grande in punto di morte ordina di dargli sepoltu-
ra nella terra, perchè non c’è maggior felicità che “mescolarsi con la terra la quale è quella che produce e nutre
le cose belle e le cose buone”; e a Senofonte fa eco Cicerone (De legibus, II, 56): redditur enim terrae corpus et
ita locatum ac situm quasi operimento matris abducitur, “infatti il corpo è restituito alla terra e, così posto e col-
locato, è avvolto come in una copertura materna”, immagine, questa, della coperta materna (quasi operimento
matris) che riemerge con maggiore tenerezza in Plinio (ut mater operiens), giacché in lui la terra opera come
soggetto direttamente attivo dell’azione, dispensatrice di sacralità (nos quoque sacros facit), donatrice di soprav-
vivenza (memoriam extendens contra brevitatem vitae), maternamente incapace di punire irosamente i suoi figli
(hanc esse solam quae numquam irascatur homini). Si può anche ammettere che luccica di tanto in tanto nel testo
qualche acutezza eccessiva, qualche point di un barocchismo ante litteram (ma gran parte della letteratura del I
secolo ne era stata impregnata, per lo meno fino alla reazione classicista di Quintiliano); eppure non dispiace
scorgere, sotto il razionalismo del naturalista e dello scienziato, la trepida connessione immortale col sentimen-
to e con l’irrazionale.

154. Sequitur terra, cui uni rerum naturae partium eximia propter merita cognomen indidimus maternae vene-
rationis. Sic hominum illa, ut caelum dei, quae nos nascentes excipit, natos alit semelque editos et sustinet sem-
per, novissime complexa gremio iam a reliqua natura abdicatos, tum maxime ut mater operiens, nullo magis sacra
merito quam quo nos quoque sacros facit, etiam monimenta ac titulos gerens nomenque prorogans nostrum et
memoriam extendens contra brevitatem aevi, cuius numen ultimum iam nullis precamur irati grave, tamquam
nesciamus hanc esse solam quae numquam irascatur homini. 155. Aquae subeunt in imbres, rigescunt in grandi-
nes, tumescunt in fluctus, praecipitantur in torrentes, aer densatur nubibus, furit procellis: at haec benigna, mitis,
indulgens ususque mortalium semper ancilla, quae coacta generat, quae sponte fundit, quos odores, saporesque,
quos sucos, quos tactus, quos colores! Quam bona fide creditum faenus reddit! Quae nostra causa alit!

Anche l’anima muore

Natur. Hist. VII, 188-190

Nel VII libro della Naturalis Historia, Plinio, dopo avere esposto nei libri precedenti le conoscenze geografi-
che ed etnografiche della cultura antica, passa a trattare dell’uomo, compilando una specie di manuale sui tra-
guardi che la scienza greca e romana, non certo libera del tutto da superstizioni e leggende, aveva raggiunto dal
punto di vista antropologico.

tengono al formulario funebre espressioni come: mol- rior, conservando tutti i suoi attributi di madre premu-
liter ossa cubent; sit tibi terra levis; e, di converso, rosa e benigna. - Foenus: indica i semi che immersi nel
nelle imprecazioni: sit tibi terra gravis. terreno vengono restituiti con ingenti interessi. Per ana-
155. Aquae subeunt [...] causa alit: «Le acque si loghi concetti vedi le Georgiche di Virgilio.
trasformano in pioggia, si induriscono in grandine, si 188. Post sepulturam [...] ante natalem: «Dopo la
gonfiano in ondate, si precipitano in torrenti; l’aria si sepoltura, ci son varie incertezze sui defunti. Per tutti,
addensa con nubi, infuria con tempeste; essa invece, (la dopo l’ultimo giorno c’è la medesima condizione che
terra), benevola, mite, comprensiva, sempre servizievo- c’era precedentemente al primo giorno; né dopo la
le all’utile degli uomini, che cosa produce, quando è morte c’è per l’anima o per il corpo una possibilità
arata, che cosa effonde spontaneamente, quali profumi, maggiore che prima del giorno natale». Vale a dire:
quali sapori, quali succhi, quali sensazioni tattili, quali dopo la morte saremo nella medesima condizione in
colori! Con quale onestà restituisce il capitale affidato- cui eravamo prima di nascere: né più né meno. Il pen-
le! Quali specie per nostra utilità nutre!». Nel confron- siero è chiaramente di derivazione epicurea e aveva già
to con gli altri elementi (acqua, aria), che hanno anche trovato in Lucrezio (III, 830 sgg.) una cristallina e
effetti negativi, la terra risulta per Plinio sempre supe- categorica formulazione.

29
Plinio il Vecchio

Nel libro si procede con un certo ordine: si indaga prima sulla fisicità dell’uomo (dalla procreazione, agli
organi corporei, alle qualità fisiche); poi se ne fa una descrizione morale (dal coraggio, alle varie virtù, alle qua-
lità artistiche); infine si riflette sulla condizione umana (dalla fortuna, ai morbi, alla morte); e il libro si chiude
appunto con alcune riflessioni sull’aldilà e sull’immortalità: queste noi riportiamo dai paragrafi 188-190.

188. Post sepulturam variae manium ambages. Omnibus a supremo die eadem quae ante primum, nec magis
a morte sensus ullus aut corpori aut animae quam ante natalem. Eadem vanitas in futurum etiam se propagat et
in mortis quoque tempora ipsa sibi vitam mentitur, alias immortalitatem animae, alias transfigurationem, alias
sensum inferis dando et manes colendo deumque faciendo qui iam homo esse desierit, ceu vero ullo modo spi-
randi ratio ceteris animalibus distet aut non diuturniora in vita multa reperiantur, quibus nemo similem divinat
immortalitatem.
189. Quod autem corpus animae per se? Quae materia? Ubi cogitatio illi? Quo modo visus, auditus, aut qui
tangit? Quis usus ex iis, aut quod sine iis bonum? Quae deinde sedes quantave multitudo tot saeculis animarum
velut umbrarum? Puerilium ista delenimentorum avidaeque numquam desinere mortalitatis commenta
sunt.Similis et de adservandis corporibus hominum ac revivescendi promissa Democriti vanitas, qui non revixit
ipse. 190. Quae, malum, ista dementia est iterari vitam morte? Quaeve genitis quies unquam, si in sublime sen-
sus animae manet, inter inferos umbrae? Perdit profecto ista dulcedo credulitasque precipuum naturae bonum,
morte, ac duplicat obituri dolorem etiam post futuri aestimatione.Etenim, si dulce vivere est, cui potest esse vixis-
se? At quanto facilius certiusque sibi quemque credere, specimen securitatis antegenitali sumere experimento!

Eadem [...] vanitas [...] immortalitatem: «La 189. Quod autem corpus [...] commenta sunt:
medesima vanità si protende anche verso il futuro e «Ma qual è la sostanza dell’anima in sé? Quale il suo
anche per lo stesso tempo della morte si costruisce fal- elemento? Dove sta per essa il pensiero? In qual modo
samente una sua vita, assegnando all’anima ora l’im- ha possibilità di vedere, di sentire, di toccare? Quale
mortalità, ora la metempsicosi, ora sensibilità ai defun- utilità le viene da esse o quale vantaggio ha senza di
ti e venerando i Mani e considerando dio chi ha già esse? Dove è la sua sede e quanto grande è la folla di
smesso perfino di essere uomo, come se in qualche anime o di ombre dopo tanti secoli? Codeste sono
modo la nostra facoltà di respirare fosse diversa da invenzioni di puerili consolazioni o di mortalità avida
quella degli altri animali o se non se ne trovassero di non finire mai». Tutta una serie di domande che
molti più longevi, a cui nessuno predice una tale partono da una concezione materialistica dello spirito,
immortalità». Le varie ipotesi su una vita ultramonda- resa esplicita dall’ossimoro iniziale (corpus animae),
na riservata agli uomini sono da Plinio respinte con con cui ci si domanda quale sia il corpo dell’anima! E
fermezza e talvolta con ironia (dalla pura e semplice si continua a porre interogativi insistenti sulla materia-
immortalità, alla metempsicosi, alla divinizzazione) lità dello spirito (materia, visus, auditus, qui tangit),
sulla base di un’indiscussa fisiologica parità con le fino a sfiorare il sarcasmo quando si osserva: ma dove
funzioni primarie degli altri animali. - ceteris anima- (quae sedes) le mettiamo tutte queste anime che non
libus: è un esempio di comparatio compendiaria (per: muoiono mai? - qu¯: i quo modo.
ratione ceterum animalium). A proposito di animali Similis [...] revixit ipse: «Simile è anche la vani-
più longevi dell’uomo, Cicerone tramanda (Tusc. tà di Democrito sulla conservazione dei corpi umani e
Disp., III, 28, 69) che Teofrasto morendo rimproverò la sulla promessa che sarebbero resuscitati, mentre poi lui
natura perché aveva concesso a cervi e cornacchie una non resuscitò». C’è sicuramente un errore qui in Plinio
vita molto più lunga di quella degli uomini; era opinio- o nelle sue fonti, giacché Democrito, teorico dell’ato-
ne degli antichi che le cornacchie vivessero per nove mismo e convinto materialista, non può aver sostenuto
generazioni umane (cfr. Ovidio, Met. VII, 273-74) ed i la resurrezione dei corpi.
cervi addirittura per trentasei. 190. Quae [...] umbrae: «Che follia è mai questa,

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Naturalis historia

Osservazioni al testo

L’argomentazione fondamentale che Plinio sviluppa per dimostrare la totale mortalità dell’anima è la mede-
sima avanzata già da Lucrezio: come prima della nostra nascita nessuna gioia e nessun dolore ci scosse, così
nulla sentiamo di spiacevole o di piacevole dopo la morte. Questo pensiero apre il brano da noi riportato (nec
magis a morte sensus ullus aut corpori aut animae quam ante natalem) e lo conclude, l’usata tecnica circolare:
quanto facilius certiusque sibi quemque credere, specimen securitatis ante genitali sumere experimento). Con
ben diversa efficacia espressiva anche Seneca scriveva: Mors est non esse. Id quale sit, iam scio: hoc erit post
me, quod ante me fuit. Si quid in hac re tormenti est, necesse est et fuisse, antequam proderemus in lucem; atqui
nulla sensimus tunc vexationem [...] In hoc enim, nisi fallor, erramus, quod mortem indicamus sequi, cum illa et
praecesserit et secutura sit, “La morte significa non essere. Che cosa sia questo, io lo so già: dopo di me ci sarà
ciò che ci fu prima di me. Se in ciò c’è un qualche tormento, ci deve essere stato anche prima che vedessimo la
luce: invece, allora non provavamo nessuna molestia ... Infatti, se non m’inganno, questo è il nostro errore: pen-
siamo che la morte ci segua, mentre essa ci ha preceduti e ci seguirà».
Ma bisogna immediatamente aggiungere che Plinio, per il suo spiccato gusto di tenersi stretto alla concretez-
za dei realia, inserisce un riscontro - è solo un accenno, ma è di fondamentale importanza - fra condizione umana
e condizione animale, che si risolve addirittura con una riconosciuta superiorità di alcune specie di viventi rispet-
to agli umani, almeno per quel che riguada la longevità: ceu vero [...] non diuturniora in vita multa reperiantur,
quibus nemo similem divinat immortalitatem.
Dalla medesima esigenza di concretezza quasi tattile nasce la singolare e paradossale richiesta, rivolta per così
dire agli spiritualisti, di indicare il corpo dell’anima (quid autem corpus animae per se?), la sua materialità; per-
chè solo dalla materia - la connessione in Plinio è chiarissima -, dalla sua sensibilità, dalla sua capaciatà di vede-
re, di sentire, di toccare (quo modo visus, auribus aut qui tangit) nasce il pensiero, nasce lo spirito (ubi cogita-
tio illi?). Di qui, dalla impossibilità di dare una risposta seria, che non sgorghi da fantasticherie puerili o addirit-
tura folli (puerilium ista [...]; ista dementia [...], prende corpo l’ironia che circolava un po’ in tutto il passo (deum
faciendo qui iam etiam homo esse desierit; quae deide sedes [...]; Democriti vanitas, qui non revixit ipse) e che
alla fine si colora di tinte amare e stanche, allorché si rivendica per i mortali almeno la certezza che con la morte
ogni cosa, anche il dolore, sarà finita: e non è questo il maggior dono (praecipuum naturae bonum) che la natu-
ra abbia fatto agli uomini?

diamine! che la vita si ripeta con la morte? E quale secondo tale credenza. Infatti se è dolce il vivere, per
serenità mai c’è per gli esseri umani, se in cielo rima- chi può esserlo l’aver vissuto?»; cioè: il morente il
ne una sensibilità all’anima e sotto terra all’ombra?». quale si illude che con la morte finiranno tutti i suoi
Malum è adoperato come esclamazione di forte sde- mali, viene tormentato dall’ idea che anche dopo la
gno. La dementia della prima frase (quae, malum, ... morte continuerà ad esserci; ma, come ombra, come
morte) è ridotta quasi al puro livello lessicale con l’os- anima. E allora, se la vita, la vita vera, è piacevole,
simoro vitam morte: se è morte, come può essere vita? come può esserlo non essere più in vita, ma sopravvi-
Nella seconda frase il pessimismo pliniano affiora nel- vere come esangue parvenza? Ma il pensiero non corre
l’affermazione che per chi è generato (genitis) non può con chiarezza.
esserci autentica pace se si sospetta che dopo la morte At quanto [...] experimento: «Ma quanto è più
rimane ancora una certa sensibilità alle anime; come semplice e più sicuro credere ognuno a se stesso e farsi
dirà subito dopo, Plinio ritiene che la pace suprema, la un’idea di tale tranquillità sulla base di ciò che si è spe-
morte, consista nell’assoluta perdita di ogni sensibilità. rimentato prima di nascere»; cioè: oguno deve credere
Perdit [...] vixisse: «Indubbiamente questa mollez- a se stesso, nel senso che deve ricordarsi di come era
za e credulità rovinano il più importante bene della esente da mali prima di nascere; così sarà anche dopo
natura, cioè la morte, e raddoppiano il dolore del la morte.
morente perché anche egli continuerà ad esistere,

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Plinio il Giovane
Plinio il Giovane

I dintorni del Vesuvio

Epistolae

L’ eruzione del Vesuvio del 79 d. C., VI, 16 e 20

Premessa

Nel 79 d. C. una violenta eruzione del Vesuvio distrusse Pompei, Ercolano ed altre cittadine del Golfo di
Napoli; l’avvenimento colpì la fantasia di poeti, suscitò l’interesse di scienziati, storici; ne scrissero Marziale,
Stazio, Silio Italico, Valerio Flacco, Svetonio; perfino Tacito, componendo le Historiae in cui narrava i fatti dal
68 al 96, ritenne di dover consultare un testimone oculare che si era trovato sul posto nel 79, Plinio il Giovane,
e gli chiese perciò di raccontargli i particolari della fine di suo zio, Plinio il Vecchio, il quale durante quella cata-
strofe aveva trovato la morte.
La sua richiesta ebbe una puntuale e dettagliata risposta da parte di Plinio, il quale, in una seconda epistola,
scritta anch’essa su sollecitazione dello storico, aggiunse una relazione su quello che era capitato personalmen-
te a lui in quei terribili giorni. Sono le lettere 16 e 20 del VI libro dell’epistolario pliniano, che qui si propongo-
no alla lettura.

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Epistolae

1. C. Plinius Tacito suo s.

Petis, ut tibi avunculi mei exitum scribam, quo verius tradere posteris possis. Gratias ago. Nam video, morti
eius, si celebretur a te, immortalem gloriam esse propositam. 2. Quamvis enim pulcherrimarum clade terrarum,
ut populi, ut urbe, memorabili casu, quasi semper victurus, occiderit: quamvis ipse plurima opera et mansura
condiderit; multum tamen perpetuitati eius scriptorum tuorum aeternitas addet. 3. Equidem beatos puto quibus
deorum munere datum est aut facere scribenda aut scribere legenda; beatissimos vero, quibus utrumque. Horum
in numero avunculus meus et suis libris et tuis erit. Quo libentius suscipio, deposco etiam, quod iniungis.
4. Erat Miseni, classemque imperio praesens regebat. Nonum Kalend. septembres, hora fere septima, mater
mea indicat ei apparere nubem inusitata et magnitudine et specie. 5. Vsus ille sole, mox frigida, gustaverat
iacens, studebatque,; poscit soleas, adscsndit locum, ex quo maxime miraculum illud conspici poterat. Nubes,
incertum procul intuentibus, ex quo monte: Vesuvium fuisse postea cognitum est, oriebatur; cuius similitudinem

1. Plinius [...] propositam: «Caro Tacito, mi chie- furono concesse entrambe le cose. Nella schiera di
di di narrarti la fine di mio zio, perché tu possa traman- costoro ci sarà mio zio sia per i suoi libri sia per i tuoi.
darla ai posteri più esattamente. Ti ringrazio, poiché mi Tanto più volentieri accolgo anzi chiedo io stesso ciò
accorgo che alla sua morte, qualora sia narrata da te, è che tu mi comandi». La deferenza con cui Plinio si
stata riserbata una gloria immortale». L’esordio del- rivolge a Tacito, dovuta in parte al formulario proto-
l’epistola ha una sua risentita solennità: Plinio sente collare, in parte anche alla consapevolezza della genia-
che, sebbene per interposta persona, sta parlando lità del suo interlocutore, si fa ancora più chiara nel
anche lui ai posteri; narrando la morte di un grande verbo che chiude l’esordio della lettera (iniungis).
erudito ad un grande storico, egli partecipa al solenne Sorvegliato è anche il controllo formale con il chiasmo
discorso che dai suoi tempi muove verso la posterità. E che conclude il paragrafo precedente (perpetuitate
così anche il morire diventa immortalità; si noti l’anti- eius/scriptorum tuorum aetenitas), il parallelismo e
tesi mortem eius/immortalem gloriam. Si aggiunga l’omoioteleuto di facere scribenda/scribere legenda, in
che, come dice Ronconi, con l’espressione exitus illu- cui si serra al centro il poliptolto scribenda/scribere,
strium virorum si designava tutta una letteratura, colti- l’ellissi del verbo in beatissimos vero quibus utrum-
vata soprattutto in circoli stoici, la quale esaltava, al que, e, infine, l’accostamento dei tre possessivi meus
pari delle laudationes funebres, le figure di uomini ... suis ... tuis in cui ancora traspare l’aspirazione di
celebri per saggezza, per coerenza e, soprattutto, per Plinio il Giovane ad essere associato nel ricordo dei
amore della libertà; si capirà, quindi, che non è casua- posteri a Plinio il Vecchio e a Tacito.
le l’uso di questa parola (exitum) proprio all’inizio 4. Erat Miseni [...] et specie: «Si trovava a Miseno
della lettera. ed era personalmente al comando della flotta. Il 24
2. Quamvis enim [...] addet: «Infatti, sebbene egli agosto, verso mezzogiorno, mia madre lo avverte che
sia caduto nella rovina di terre bellissime, allo stesso appare una nube inconsueta per ampiezza e aspetto».
modo di moltitudini e di città, in circostanze memora- Plinio il Vecchio nel 79 era ammiraglio della flotta
bili, come per sopravvivere eternamente; sebbene romana del Tirreno che stazionava presso Capo
abbia di persona composto opere numerose ed imperi- Miseno; l’ora settima, ad agosto, andava da mezzo-
ture, tuttavia alla sua sopravvivenza molto aggiungerà giorno alle 13,15. Com’è noto, le dodici ore della gior-
l’eternità dei tuoi scritti». Il campo lessicale privilegia- nata andavano dal sorgere al tramontare del sole e,
to continua a rimanere quello della gloria, della fama, quindi, d’estate essendo la giornata più lunga, erano
dell’immortalità: memorabili, semper victurus, mansu- anche esse più lunghe dei 60 minuti in cui noi le divi-
ra, perpetuitati, aeternitas; l’aspirazione alla gloria, diamo. La sorella di Plinio il Vecchio andava spesso a
umano surrogato dell’immortalità degli dei, è conti- trovarlo, evidentemente dopo essere rimasta vedova
nuamente presente allo spirito dell’uomo classico. forse nel 70.
3. Equidem [...] iniungis: «Per conto mio conside- 5. Vsus ille [...] expresserit: «Egli, dopo aver fatto
ro felici coloro ai quali per dono divino fu concesso o un bagno di sole e poi d’acqua fredda, aveva assaggia-
di compiere azione degne di essere narrate o di narra- to qualcosa, rimanendo disteso, e studiava; chiede i
re cose degne di essere lette; felicissimi poi quelli a cui sandali e sali in un posto da cui si poteva vedee meglio

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Plinio il Giovane

et formam non alia magis arbor, quam pinus expresserit. 6. Nam longissimo velut trunco elata in altum, quibu-
sdam ramis diffundebatur: credo quia recenti spiritu evecta , deinde senescente eo destituta, aut etiam pondere
suo victa, in latitudinem vanescebat; candida interdum, interdum sordida et maculosa, prout terram cineremve
sustulerat. 7. Magnum propiusque noscendum, ut eruditissimo viro, visum. Iubet liburnicam aptari: mihi, si veni-
re una vellem, facit copiam. Respondi, studere me malle: et forte ipse, quod scriberem, dederat. 8. Egrediebatur
domo, accepit codicillos Rectinae Caesii Bassi, imminenti periculo exterritae nam villa eius subiacebat, nec ulla,
nisi navibus fuga); ut se tanto discrimine eriperet, orabat. 9. Vertit ille consilium, et quod studioso animo inchoa-
verat, obit maximo. Deducit quadriremes; adscendit ipse non Rectinae modo, sed multis (erat enim frequens
amoenitas orae) laturus auxilium. 10. Properat illuc, unde alii fugiunt; rectumque cursum, recta gubernacula in
periculum tenet, adeo solutus metu, ut omnes illius mali motus, omnes figuras, ut deprehenderat oculis, dictaret

quel fenomeno. Una nube - per chi guardava da lonta- un messaggio di Rettina, moglie di Tosco, atterrita dal
no non si capiva da quale monte (dopo si seppe ch’era pericolo incombente (infatti la sua villa era ai piedi - del
stato il Vesuvio) - levava, il cui aspetto e la cui forma Vesuvio -, né c’era possibilità di scampo se non per
nessun altro albero più del pino avrebbe potuto raffigu- mare): lo supplicava di sottrarla a così grave situazio-
rare». Delle abitudini di vita e di lavoro di suo zio, ne». Le frasi, tutte brevi e susseguentisi per asindeto,
Plinio dà informazioni dettagliate in Epistole III, 5, vogliono essere l’equivalente espressivo del rapido
dove si leggono quasi le stesse espressioni: Post solem incalzare degli avvenimenti; a ciò contribuisce anche il
plerumque frigida lavabatur, deinde gustabat ... La voluto alternarsi dei tempi: egrediebatur ... eccipit ...
narrazione, come si vede, con i suoi dettagli intimisti- orabat. Il testo non è affatto sicuro: c’è chi legge Casci
ci, si sviluppa con grande naturalezza e veridicità. o Tasci invece di Caesi. Così c’è chi intende Rectinae
6. Nam longissimo [...] sustulerat: «Infatti sospin- come nome di località, ai piedi del Vesuvio, da non iden-
ta verso il cielo come da un tronco altissimo si suddi- tificare con l’attuale Resina che è di origine medioeva-
videva in vari rami, perché, io credo, sollevata da una le. Comunque, il senso generale non muta: dagli abitan-
corrente iniziale, e poi lasciata a se stessa quando que- ti del litorale vesuviano giungeva all’ammiraglio della
sta si indeboliva, o anche sopraffatta dal proprio peso, flotta di Miseno una pressante richiesta di aiuto.
si disperdeva in larghezza, talvolta bianca talaltra spor- 9. Vertit ille [...] auxilium: «Egli allora cambia
ca e macchiata, secondo che avesse sollevato terriccio pensiero e ciò che aveva incominciato con animo di
o cenere». Con l’acuirsi del tentativo di spiegarsi il studioso, affrontò con animo eroico. Mette in mare le
fenomeno, anche il periodare diventa più complesso, quadriremi, vi sale personalmente per portere aiuto
ma conserva un’apprezzabile perspicuità; l’ipotesi di non solo a Rettina, ma a molti (infatti la bellezza del
Plinio è chiarissima: una forte corrente d’aria solleva litorale attirava molti frequentatori)»». L’espressione
in alto la nuvola, ma nel momento in cui la corrente si cominciava a striarsi di coloriti poetici: il chiasmo stu-
attenua, il materiale da essa portato in aria si disperde dioso animo incohaverat / obit maximo colloca in posi-
in varie direzioni e la nuvola cambia colore, diventan- zione antitetica studioso e maximo, dove maximo
do bianca se è costituita da cenere, scura e macchiata denuncia una notevole enfasi; in amaenitas orae,
se contiene lapilli e terriccio. l’astratto è preferito al concreto (sta per amoena ora)
7. Magnum [...] dederat: «Gli sembrò, come uomo con la conseguenza che è affollata (frequens) non la
eruditissimo, che la cosa fosse grandiosa e degna di costa, ma la bellezza della costa.
essere osservata più da vicino. Si fa preparare una 10. Properat [...] enotaretque: «Si affretta ad
liburnica; mi dà la possibilità che vada insieme con lui, andare lì donde altri fuggono, e tiene dritta la rotta,
se lo desidero; gli risposi che preferivo studiare, e pro- dritto il timone verso il pericolo, così libero da ogni
prio lui mi aveva per caso affidato qualcosa da scrive- paura da dettare a annotare le variazioni; tutti gli aspet-
re». La liburnica era un’imbarcazione agile, rapida, ti di quel disastro, come li aveva colti con i suoi
adoperata dai Liburni, un popolo della Dalmazia; il occhi». Continua il tono oratorio con efficaci effetti
naturalista vuole studiare da vicino il fenomeno e quin- sull’immagine del vecchio Plinio che coniuga l’impa-
di intende servirsi di una lancia per bruciare le tappe. vido ardire dell’ammiraglio con l’attenzione e la preci-
Ma è chiaro che né lui né il nipote si son resi conto sione dello scienziato. Dictaret chiarisce l’abitudine di
della gravità dell’avvenimento. aver sempre vicino uno schiavo capace di appuntare
8. Egrediebatur [...] orabat: «Usciva di casa; riceve sotto dettatura le osservazioni dello studioso.

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Epistolae

enotaretque. 11. Iam navibus cinis inciderat, quo proprius accederet, calidior et densior; iam pumices etiam,
nigrique et ambiusti et fracti igne lapides; iam vadum subitum, ruinaque litora obstantia. Cunctatur paullum, an
retro flecteret, mox gubernatori, ut ita faceret, monenti, “Fortes, inquit, fortuna iuvat, Pomponianum pete”. 12.
Stabiis erat, diremptus sinu medio: nam sensim circumactis curvatisque litoribus mare infunditur. Ibi, quamquam
nondum periculo adpropinquante, conspicuo tamen, et, cum quum cresceret, proximo, sarcinas contulerat in
naves, certus fugae, si contrarius ventus resedisset; quo tunc avunculus meus secundissimo invectus complecti-
tur trepidantem, consolatur, hortatur: utque timorem eius sua securitate leniret, deferri se in belineum iubet; lotus
accubat, cenatque hilaris, aut quod aeque magnum, similis hilari. 13. Interim e Vesuvio monte pluribus locis latis-
simae flammae, altaque incendia relucebant, quorum fulgor et claritas tenebris noctis excitabatur. Ille, agrestium
trepidatione igni relictas desertasque villas per solitudinem ardere, in remedium formidinis dictitabat. Tum se
quieti dedit, et quievit verissimo quidem somno. Nam meatus animae, quae illi propter amplitudinem corporis
gravior et sonantior erat, ab iis qui limini obversabantur, audiebatur. 14. Sed area, ex qua diaeta adibatur, ita iam
cinere, mixtisque pumicibus oppleta surrexerat, ut, si longior in cubiculo mora esset, exitus negaretur. Excitatus
procedit, seque Pomponiano, ceterisque, qui pervigilarant, reddit. 15. In commune consultant, intra tecta subsi-

11. Iam navibus [...] pete: «Già sulle navi cadeva Pomponiano sorgesse sul poggio di Varano, dove si
la cenere, più calda e più densa, quanto più si andava sono ritrovati i resti di ricche ville romane. Continua,
vicino; già anche la pomice e i lapilli neri, bruciacchia- inoltre, ad esser messa in risalto la calma rasserenante
ti e frantumati dal fuoco; già un improvviso basso fon- del vecchio Plinio, cui il nipote sta elevando un ammi-
dale e il litorale inaccessibile per la frana del monte. revole elegio funebre. E’ superfluo avvertire che i pre-
Un po’ incerto se tornare indietro, ma poi al nocchiero senti (complectitur, consolatur...) sono storici e pertan-
che lo esortava a fare così disse: “La fortuna aiuta i to governano tempi storici nelle subordinate (leniret).
coraggiosi; punta verso la villa di Pomponiano”». Il 13. Interim a Vesuvio [...] audiebantur:
comportameno del vecchio Plinio fu indubbiamente «Frattanto dal monte Vesuvio in parecchi posti riluce-
audace, d’una fredda impertubabile e meditata auda- vano vastissime fiamme e alti incendi, la cui folgoran-
cia, e il nipote si sforza di rappresentarlo con tutti i te luce era accresciuta dall’oscurità notturna. Egli, per
lenocini che la sua esperienza di provetto oratoregli calmare la paura, andava ripetendo che ad ardere erano
metteva a disposizione; si notino l’ellissi del verbo in fuochi lasciati dal terrore dei contadini e ville abban-
iam pumices... e in iam vadum...; il polisindeto con donate in luoghi solitari. Poi andò a riposare e riposò
variatio in nigrique et... et...; la sentenza pronuciata ed con un autentico sonno; infatti il soffio del suo respiro,
applicata nonostante il consiglio avverso del nocchie- che per la pesantezza del fisico era più faticoso e rumo-
ro. roso, era sentito da quelli che capitavano sulla soglia».
12. Stabiis erat [...] similis hilari: «Egli stava a Plinio, insomma, russava rumorosamente; il particola-
Stabia, appartato al centro di un’insenatura (poiché il re è messo in risalto perché si vuol dimostrare che,
mare a poco a poco si addenta sul litorale che si ritira anche in quello sconvolgimento della natura, il vecchio
e si incurva); lì poiché il pericolo non era ancora giun- zio conservava un’ammirevole forza d’animo, tanto da
to, ma dal momento che aumentava, era tuttavia note- poter dormire normalmente.
vole e vicino, Pomponiano aveva fatto trasportare tutti 14. Sed area [...] reddit: «Ma il cortile sul quale si
i suoi bagagli sulle navi, deciso a fuggire, non appena apriva la sua stanza si era così innalzato riempito
il vento contrario fosse caduto. Ma proprio giunto alla com’era ormai da cenere mista a lapilli che, se l’indu-
riva per quel vento a lui favorevolissimo, mio zio lo gio nella camera da letto fosse durato più a lungo, gli
abbraccia, mentre era tutto impaurito, lo consola, lo sarebbe stata ostruita l’uscita. Svegliatosi, viene fuori
rincuora e, per calmare con la propria serenità la paura e si unisce a Pomponiano e agli altri che erano rimasti
di lui, chiede di essere portato nel bagno; lavatosi, si svegli». La narrazione procede senza trascurare nessun
mette a tavola e cena, tutto allegro o mostrando di particolare; del resto, è noto che Pompei fu sepolta
esserlo (cosa altrettanto coraggiosa)». La topografia è sotto una profonda coltre di cenere e lapilli; e Stabia è
abbastanza particolareggiata, ma anche per le modifi- molto vicina a Pompei.
che che la costa ha subito non è facile individuare con 15. In commune [...] referri videbantur: «Si con-
esattezza le località in cui si svolsero tali drammatici sultavano fra loro se fermarsi dentro casa o aggirarsi
avvenimenti; si pensa dai più che la villa di all’aperto. Infatti per le frequenti e lunghe scosse le

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Plinio il Giovane

stant, an in aperto vegantur. Nam crebris vastisque tremoribus tecta nutabant, et quasi emota sedibus suis, nunc
huc, nunc illuc abire aut referri videbantur. 16. Sub dio rursus, quamquam levium exesorumque, pumicum casus
metuebatur: quod tamen periculorum collatio elegit. Et apud illum quidem ratio rationem, apud alios timorem
timor vicit. Cervicalia capitibs imposita linteis constringunt.Id munimentum adversus decidentia fuit. 17. Iam
dies alibi, illic nox omnibus noctibus nigrior densiorque: quam tamen faces multae variaque lumina solvebant.
Placuit egredi in litus, et e proximo adspicere, ecquid iam mare admitteret, quod adhuc vastum et adversum per-
manebat. 18. Ibi super abiectum linteum recubans, semel atque iterum frigidam poposcit, hausitque. Deindae
flammae, flammarumque praenuncius odor sulfuris, alios in fugam vertunt, excitant illum. 19. Innixus servis
duobus adsurrexit, et statim concidit, ut ego coniecto, crassiore caligine spiritu obstructo, clausoque stomacho,
qui illi natura invalidus et angustus et frequenter interaestuans erat. 20. Vbi dies redditus (is ab eo quem novis-
sime viderat, tertius), corpus inventus est integrum, illaesum, opertumque, ut fuerat indutus: habitus corporis

case oscillavano e come smosse dalle fondamenta 19. Innitens [...] aestuans erat: «Sorretto da due
sembrava che si muovessero o fossero spinte ora qui giovani schiavi si alzò in piedi, ma subito si abbatté
ora lì». Le eruzioni sono spesso accompagnate da ter- perché, come io congetturo, il respiro gli fu ostruito
remoti; e così avvenne anche in quella circostanza. dall’aria nera troppo polverosa e fu bloccata la sua gola
16. Sub dio [...] incidentia fuit: «D’altra parte che per costituzione era debole, stretta e frequentemen-
all’aperto si temeva la caduta dei lapilli per quanto leg- te infiammata». Il concidit va inteso come eufemismo
geri e porosi, ma tuttavia questo si preferì per il con- per “morì”; nota come lo strozzamento di Plinio trovi
fronto dei due pericoli; e in lui prevalse un ragiona- un’eco nella frequenza delle gutturali del testo: conci-
mento su un altro, negli altri una paura su un’altra. dit, colligo, crassiore, caligine, obstructo, clauso, sto-
Legano con tele alcuni guanciali collocati sulle teste; macho.
ciò servì da protezione contro il materiale che pioveva 20. Ubi dies [...] similior: «Quando ritornò la luce
giù». Certamente il pericolo di essere sepolti nelle case (il terzo giorno dopo quello che egli aveva visto per
fu più grave, come hanno dimostrato i reperti archeo- ultimo), il suo corpo fu ritrovato intatto, illeso, coper-
logici; si noti come la presenza di spirito dello scien- to così come si era vestito: l’aspetto fisico più simile a
ziato non viene meno nemmeno in questi momenti chi riposa che a chi è morto». La conclusione è sobria,
decisivi e l’espressione del nipote la mette in risalto austera, per niente enfatica, e perciò degna dello scien-
con il chiasmo ratio rationem / timorem timor. ziato e degna del nipote.
17. Iam dies [...] permanebat: «Altrove era già 21. Interim Miseni [...] faciam: «Frattanto a
giorno, lì notte più nera e più profonda di ogni altra Miseno io e mia madre..., ma ciò non rigruarda per
notte; e tuttavia molte fiaccole e vari lumi la rompeva- niente la storia, e tu non hai voluto sapere altro se non
no. Si decise di uscire sulla spiaggia e vedere da vici- la sua morte. Dunque concludo qui». Con un abile arti-
no che cosa ormai il mare consentisse: ma esso rima- ficio Plinio pungola la curiosità di Tacito intorno a ciò
neva ancora burrascoso e avverso». A proposito dei che accadeva frattanto a Miseno, dove erano rimasti lui
lumi, si ricordi che molte lanterne furono trovate negli e la madre. E ottenne il risultato sperato perché Tacito
scavi accanto a resti umani. Si continua ad utilizzare lo pregò di continuare il racconto, e Plinio lo acconten-
l’espediente del chiasmo per calcare sulla diversità tò subito nell’epistola VI, 20.
delle due situazioni messe a confronto: dies alibi / illic Vnum adiciam [...] Vale: «Aggiungerò una sola
nox. Il Gigante, invece di faces, legge fauces, che inter- cosa: io ti ho esposto tutti gli avvenimenti a cui ero
preta nel significato di “crateri”, da cui emanano lumi- stato presente e che avevo sentito proprio allora, quan-
na, “bagliori”. do si ricorda benissimo la verità. Tu ricavami i più
18. Ibi super [...] excitant illum: «Lì, sdraiatosi importanti: poiché una cosa è scrivere una lettera,
sopra un lenzuolo disteso chiese una prima e una un’altra la storia, una cosa è scrivere ad un amico,
seconda volta dell’acqua fredda e la bevve. In seguito un’altra per tutti gli uomini. Stammi bene». Così come
le fiamme e il puzzo di zolfo che preannunziava le aveva esordito, Plinio conclude la lettera con un rinno-
fiamme fanno fuggire gli altri e scuotono lui». vato omaggio alla grandezza di Tacito, all’importanza
Comincia a farsi evidente il malore che sta colpendo delle storie di lui rispetto alla modestia delle proprie
Plinio ormai stanco. Per il chiasmo alios vertunt / exci- epistole: e l’anafora di aliud serve proprio a ribadire la
tant illum vedi ciò che è detto nella nota precedente. differenza.

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Epistolae

quiescenti, quam defuncto similior. 21. Interim Miseni ego et mater ... Sed nihil ad historiam, nec tu aliud, quam
de exitu eius, scire voluisti. Finem ergo faciam. Unum adiiciam, omnia me, quibus interfueram, quaeque statim,
quum maxime vera memorantur, audiveram, vere persecutum. Tu potissima excerpe. Aliud est enim epistolam,
aliud historiam, aliud amico, aliud omnibus scribere. Vale.

1. C. Plinius Cornelio Tacito suo s.

Ais, te adductum litteris, quas exigenti tibi de morte avunculi mei scripsi, cupere cognocere, quos ego Miseni
relictus (id enim ingressus, adruperam) non solum metus, verum etiam casus pertulerim. ‘Quamquam animus
meminisse horret ... incipiam ...’
2. Profecto avunculo, ipse reliquum tempus studiiis (ideo enim remanseram) impendi: mox balineum, cena,
somnus inquetus et brevis. Praecesserat per multos dies tremor terrae minus formidulosus, quia Campaniae soli-
tus; illa vero nocte ita invaluit, ut non moveri omnia, sed verti crederentur. 3. Irrumpit cubiculum meum mater;
surgebam invicem, si quiesceret, excitaturus. Residimus in area domus, quae mare a tectis modico spatio divide-
bat. 4. Dubito constantiam vocare an imprudentiam debeam (agebam enim duodevicesimum annum); posco
librum Titi Livii, et quasi per otium lego, atque etiam, ut coeperam, excerpo. Ecce amicus avunculi, qui nuper

1. C. Pl. Tac. suo [...] incipiam: “Caro Tacito, mi avvenimenti specifici di Miseno, località variamente
dici che indotto dalla lettera che su tua richiesta ti presente nel poema di Virgilio. Naturalmente non sfug-
scrissi sulla morte di mio zio desideri sapere non solo girà a nessuno che nell’implicito confronto fra Enea e
quali spaventi ma anche quali pericoli abbia affrontato Plinio corre una sorridente linea di autoironia.
io rimasto a Miseno (infatti avevo appena iniziato a 2. Profecto [...] crederentur: «Partito mio zio, io
dirtelo quando mi interruppi). Sebbene l’animo rifug- dedicai il tempo rimanente allo studio (proprio per
ga dal ricordarlo... comincerò». Questa lettera si riat- questo ero rimasto); poi, il bagno, la cena, il sonno
tacca direttamente a quella precedentemente riportata inquieto e breve. Per molti giorni c’erano state scosse
(VI, 16). Lì Plinio aveva interrotto la narrazione con la della terra, poco preoccupanti perché frequenti in
frase “Frattanto a Miseno io e mia madre...”, ricordan- Campania; ma quella notte si intensificarono in modo
do che Tacito non gli aveva chiesto particolari sulle sue tale che sembrava che ogni cosa non si muovesse ma
vicende, ma su quelle dello zio; nello stesso tempo, si rovesciasse». Nella lettera precedente (§ 7), Plinio
aveva così suscitato la curiosità dello storico su quan- aveva detto che all’invito rivoltogli dallo zio ad anda-
to era accaduto a Miseno: non aveva, insomma, abban- re con lui aveva risposto che preferiva studiare; ora
donato la speranza di essere citato nelle Historiae di conferma che aveva trascorso l’intera giornata nello
Tacito, e, come si vede, aveva colto nel segno, perché studio; la notte era stata, invece, agitata aper le scosse
Tacito lo aveva pregato di narrargli anche i suoi casi di telluriche sempre più forti ed impressionanti. Nota il
Miseno. Se e come, poi, lo storico abbia utilizzato le locativo Campaniae che potrebbe però anche essere
informazioni ricevute da Plinio noi non sappiamo, per- inteso com un genitivo di pertinenza.
ché i libri delle Historiae in cui venivano narrati gli dal 3. Irrupit [...] dividebat: «Si precipitò mia madre
70 al 96 non ci sono pervenuti. Comunque, è evidente in camera mia; a mia volta, mi stavo alzando per sve-
che Plinio attribuisce una grande importanza alla gliarla qualora dormisse. Ci sedemmo nello spiazzo
richiesta di Tacito: la lettera infatti comincia con un della casa che separava a breve distanza il mare dal-
arcaismo che se eleva il tono (ais), mentre il primo l’abitazione». E’ efficacemente rappresentata la reci-
paragrafo si chiude con una citazione virgiliana (Aen. proca sollecitudine della madre e del figlio nell’imi-
II, 12) doppiamente pertinente: prima, perché con quel nenza del pericolo. Il posto in cui sedettero potrebbe
verso Enea comincia la narrazione della terribile notte essere sia il cortile interno della casa sia un terrazzo
in cui Troia fu distrutta, mentre Plinio narrerà la terri- che guardava verso il mare.
bile vicenda dell’eruzione del Vesuvio e dei terremoti 4. Dubito [...] in librum: «Non so se debbo chia-
che l’accompagnarono; poi, perché egli tratterà gli marlo coraggio o incoscienza (non avevo ancora com-

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Plinio il Giovane

ad eum ex Hispania venerat, ut me et matrem sedentes, me vero etiam legentem videt, illius patientiam, securi-
tatem meam corripit: nihilo segnius ego intentus in librum. 5. Iam hora diei prima, et adhuc dubius et quasi lan-
guidus dies; iam qua satis circumiacentibus tectis, quamquam in aperto loco, angusto tamen, magnus et certus
ruinae metus. 6. Tum demum excedere oppido visum. Sequitur vulgus attonitum, quodque in pavore simile pru-
dentiae, alienum consilium suo praefert, ingentique agmine abeuntes premit et impellit. 7. Egressi tecta consisti-
mus. Multa ibi miranda, multas formidines patimur. Nam vehicula, quae produci iusseramus, quamquam in pla-
nissimo campo, in contrarias partes agebantur, ac ne lapidibus quidem fulta, in eodem vestigio quiescebant. 8.
Praeterea mare in se resorberi, et tremore terrae quasi repelli videbatur. Certe processerat litus, multaque anima-
lia maris siccis arenis detinebat. Ab altero latere nubes atra et horrenda, ignei spiritus tortis vibratisque discursi-
bus rupta, in longas flammarum figuras dehiscebat: fulgoribus illae et similes et maiores erant. 9. Tum vero ille
idem ex Hispania amicus, acrius et instantius: ‘Si frater, inquit, tuus, si tuus avunculus vivit, vult esse vos sal-

piuto diciotto anni): mi faccio portare un libro di Tito re simile prudentiae, alienum consilium suo praefert),
Livio e come se non avessi preoccupazioni sto a leg- allorché, non sapendo che cosa fare, si corre dove cor-
gerlo e anche ne prendo appunti, come avevo iniziato rono gli altri, ritenendo che il comportamento altrui
a fare. Ma ecco un amico di mio zio che da poco era abbia quella giustificazione logica che da sé non si rie-
venuto a casa mia dalla Spagna, quando vede me e mia sce a trovare.
madre seduti e me per giunta che leggevo, rimprovera 7. Egressi [...] quiescebant: «Usciti dall’abitato, ci
la rassegnazione di lei e la calma mia. Ma io per nien- fermiamo. Lì, proviamo gran meraviglia e grandi
te scosso me ne stavo a leggere il libro». Plinio ci tiene paure. Infatti i carri che avevamo mandato avanti, seb-
a presentare di sé un ritratto il più possibile simile a bene stessero in un terreno completamente pianeggian-
quello da lui tracciato dello zio: lo zio anche nel peri- te, si muovevano in direzioni opposte, e nemmeno se
colo prendeva appunti e dettava le sue osservazioni bloccati con sassi stavano fermi nello stesso punto». I
(omnes mali motus omnes figuras ut deprenderat ocu- movimenti ondulatori del suolo facevano muovere i
lis dictaret enotaretque, Epist. VI, 16); lui, il nipote, veicoli con ruote ora in una direzione ora in un’altra
nonostante il terremoto, leggeva Livio e ne vergava (così interpreteremmo il plurale in contrarias partes).
degli estratti, indifferente ai rimproveri dell’ospite spa- Nota lo zeugma per cui patimur regge, oltre che il con-
gnuolo. - Duodevicensimum omnum agere significa gruente multas formidines, anche l’improprio multa
che viveva il 18°° anno e, quindi, che non l’aveva miranda.
ancora compiuto. Plinio il Vecchio era stato procurato- 8. Praeterea mare [...] maiores erant: «Inoltre
re in Spagna; si spiega, perciò, che conservasse ancora vedevano che il mare si ritirava e rifuggiva dal tremito
rapporti con amici spagnuoli. della terraferma. Indubbiamente il litorale s’era sposta-
5. Iam hora [...] metus: «Già era la prima ora del to in avanti e sulla sabbia asciutta manteneva senza
giorno e la luce ancora incerta e quasi languente. Con vita molti animali marini. Dall’altro lato una nube nera
le case intorno ormai sconquassate, la paura di crolli e spaventosa, squarciata da guizzi distorti e frementi di
era grande e sicura, in luoghi aperti quanto si vuole, ma soffi infuocati, si spaccava in vaste forme di fiamma;
tuttavia stretti». D’estate la prima ora del giorno anda- erano esser come folgori e anche più grandi». Come si
va dalla 4, 30 alle 5,45. Nota l’antitesi fra dubius et è visto nella lettera precedente (VI, 16), anche a
quasi languidus dies e magnus et certus ... metus, in Miseno al pari del litorale vesuviano, il mare si ritira: i
cui i quattro aggettivi sono in chiasmo semantico. due Plinii sono accomunati anche da questa identica
Durante i terremoti, mentre le scosse si susseguono, esperienza. Molto visibile, ed efficace, è nel secondo
non è prudente rimanere nei centri abitati, per l’even- segmento del paragrafo, il ricorso alla dentali (t) e alle
tualità di crolli. liquide (r) per ottenere effetti eufonici capaci di consu-
6. Tum demum [...] et impellit: «Allora finalmen- mare con le immagini descritte: altro, latere, altra,
te decidemmo di uscire dal paese; la folla stordita ci horrenda, spirito, tortis, vibratis, discursibus, rupta.
segue e - ciò che nel panico pare saggezza - preferisce 9. Tum vero [...] aufertur: «Proprio allora quel
alla propria la decisione altrui e in folta schiera ci medesimo amico spagnuolo con più asprezza e più
incalza e ci spinge mentre camminiamo». Notevole è il insistenza disse: “Se tuo fratello, se tuo zio è vivo,
breve spunto di psicologia della massa (quod in pavo- vuole che voi vi salviate; se è morto, vorrebbe che voi

38
Epistolae

vos; si periit, superstites voluit; proinde quid cessatis evadere?’ Respondimus: non commissuros nos, ut de salu-
te illius incerti, nostrae consuleremus. Non moratus ultra, proripit se, effusoque cursu periculo aufertur. 10. Nec
multo post illa nubes descendere in terras, operire maria. Cinxerat Capreas et absconderat; Miseni quod procur-
rit, abstulerat. 11. Tunc mater orare, hortari, iubere, quoquo modo fugerem; posse enim iuvenem; se et annis et
corpore gravem bene morituram, si mihi causa mortis non fuisset. Ego contra, salvum me, nisi una, non futurum.
Deinde, manum eius amplexus, addere gradum cogo; paret aegre, incusatque se quod me moretur. 12. Iam cinis,
adhuc tamen rarus; respicio; densa caligo tergis iminebat, quae nos, torrentis modo infusa terrae, sequebatur.
‘Deflectamus, inquam, dum videmus, ne in via strati, comitantium turba in tenebris obteramur’. 13. Vix conse-
deramus, et nox, non quasi illunis aut nubila, sed qualis in locis clausis lumine extincto: audires ululatus femi-
narum, infantium quiritatus, clamores virorum: alii parentes, alii liberos, alii coniuges vocibus requirebant, voci-
bus noscitabant: hi suum casum, illi suorum miserabantur: erant qui metu mortis mortem precarentur. 14. Multi

sopravviveste. Dunque, perché indugiate a fuggire?” nebbia densa ci incalzava alle spalle, che, come un tor-
Rispondemmo che non avremmo osato badare alla rente, ci seguiva diffondendosi sul terreno. Dico:
nostra salvezza, essendo in dubbio su quella di lui. “Tiriamoci da parte finché c’è visibilità, per non esse-
Senza trattenersi oltre, si distacca e di gran corsa si sot- re schiacciati nelle tenebre dalla massa di quelli che ci
trae al pericolo». La figura dell’anonimo spagnuolo seguono, se cadiamo per la strada». Fra madre e figlio
svolge quasi la funzione del senso comune, a cui si appena diciasettenne chi ha assunto ormai la guida
contrappongono Plinio e la madre come rappresentan- della fuga verso la salvezza è il figlio.
ti della fedeltà ai principi, del sacrificio agli ideali 13-14. Vix consideramus [...] interpretabantur:
morali, impertubati anche di fronte ad un ragionamen- «Ci eravamo appena seduti e fu notte, non come quan-
to sillogistico. do non c’è la luna o ci son nuvole, ma come in un
10. Nec multo post [...] abstulerat: «E non molto luogo chiuso dove s’è consumato il lume. Potevi udire
dopo quella nube discese sul terreno e coprì il mare; urli di donne, gridii di bambini, clamori di uomini;
aveva già circondato e nascosto Capri; e aveva sottratto alcuni chiamavano a gran voce i genitori, altri i figli,
la vista della parte di Miseno che si addentra nel mare». altri i consorti e dalla voce li riconoscevano; questi si
Quale sia il punto da cui Plinio poteva vedere Capri e il lamentavano delle proprie sventure, quelli delle sven-
promontorio di Miseno ormai immersi nella nube di ture dei loro cari; c’era chi per paura della morte invo-
cenere è oggetto di discussione: potrebbe essere il cava la morte; molti alzavano le mani verso gli dei, ma
Monte di Procida, o Miniscola, o il Fusaro, o Bacoli. ancora più numerosi concludevano che gli dei non
11. Tum mater [...] moretur: «Allora mia madre c’erano più e che quella fosse l’ultima ed eterna notte
mi pregava, mi esortava, mi ordinava di fuggire in dell’universo». Si fa più scoperta, ma anche più effica-
qualsiasi modo; ne avevo la possibilità perché giovane ce la sorvegliata cura dello stile, la sua raffinata lette-
; lei invece, appesantita sia dagli anni sia dalla corpo- rarietà. Gia nel primo periodo (vis ... exstincto), l’ellis-
ratura, sarebbe morta bene se non avesse provocato la si del verbo nella seconda proposizione (nox ...), la
mia morte. Io dal canto mio le dico che non mi sarei similitudine (qualis ...) rinforzata dall’anafora (qualis
salvato se non insieme con lei; poi prendendola per ... qualis), la rarità di inlunis (rispetto ad inluna), ma
mano la costringo ad affrettare il passo. Mi segue di soprattutto l’accostamento per coordinazione (conside-
mal animo e si rimprovera perché mi attarda». La sol- ramus et nox ...) al posto della normale subordinazio-
lecitudine reciproca di cui parlammo nelle note al § 4 ne col cum additivo, sono spia di un procedimento nar-
diventa ora, con l’aggravarsi del pericolo, decisione di rativo che nulla lascia al caso. Nel lungo periodo suc-
sacrificare la propria vita pur di salvare quella dell’al- cessivo (Audires ... interpretabantur), i chiasmi iterati
tro. Si è notato che Plinio tiene d’occhio in questo (si osservi, ad esempio, lo schema seguente: ululatus
momento una scena virgiliana (Aen. II, 637 ss.) in cui feminarum / infantum quiritatus / clamores viro-
Anchise rifiuta di salvarsi, nella rovina di Troia, ed il rum), le anafore (alii ... alii ... aliii), i parallelismi asin-
figlio Enea decide di morire con lui se il padre non detici (vocibus requirebant, vocibus noscitabant), le
vuole seguirlo. allitterazioni (metu, mortis, mortem), i poliptoti (mor-
12. Iam cinis [...] obteramur: «Cominciava la tis mortem), le scelte lessicali operate sempre a fini
cenere, tuttavia ancora scarsa. Mi volto a guardare: una fonici pertinenti (ululatus, quiritatus, clamores, metu

39
Plinio il Giovane

ad deos manus tollere, plures iam deos ullos, aeternamque illam novissimam noctem mundo interpretabantur. 15.
Nec defuerunt, qui fictis mentitisque terroribus vera pericula augerent. Aderant qui Miseni illud ... illud ardere,
falso, sed credentibus nunciarent. Paullum reluxit, quod non dies nobis, sed adventantis ignis indicium videba-
tur; et ignis idem longius substitit; tenebrae rursus, cinis rursus multus et gravis: hunc identidem adsurgentes
excutiebamus; operti alioqui, atque etiam ... pondere essemus. 16. Possem gloriari, non gemitum mihi, non
vocem parum fortem in tantis periculis excidisse, nisi me cum omnibus, omnia mecum perire, misero, magno
tamen, mortalitatis consolatio credidissem. 17. Tandem illa caligo tenuata quasi in fumum nebulamve decessit;
mox dies vere, sol etiam effulsit, luridus tamen, quale esse, cum deficit, solet. Occursabant trepidantibus adhuc
oculis mutata omnia, altoque cinere, tamquam nive, obducta. 18. Regressi Misenum, curatis quacumque corpo-

mortis mortem, aeternamque illam et novissimam noc- mento, un elogio del proprio coraggio che lo mette
tem mundo), i verbi sempre in clausola con la percepi- accanto alla figura dello zio: con ciò egli dona ai pro-
bile eco dell’imperfetto (requirebant, noscitabant, pri diciassette anni una maturità di pensiero raggiunta
miserabantur, precarentur, interpretabantur) indicano probabilmente solo più tardi, con l’aiuto della medita-
che lo scrittore consapevolmente dispiega tutti i suoi zione dell’opera di Seneca e degli stoici; da loro gli
strumenti espressivi per adeguare la narrazione all’ec- veniva, infatti, il conforto amaro di vedersi accomuna-
cezionalità degli eventi. to, nella fine individuale, alla fine dell’intero universo:
15. Nec defuerunt [...] pondere essemus: «Né la morte del tutto, anche sotto forma di ekpyrosis, con-
mancarono quelli che con inventati e falsi allarmi sola la morte del singolo.
accrescevano i pericoli reali. C’era chi annunziava 17. Tandem illa [...] abducta: «Alla fine quella
mentendo (ma gli si credeva) che a Miseno quel tale caligine, diradandosi, finì quasi in fumo o nebbia; poi,
edificio era crollato, quell’altro s’era incendiato. Per fu giorno vero, rifulse anche il sole, ma livido come di
un po’ ci fu un certo bagliore, che non ci sembrava il solito è quando si eclissa. Ai nostri occhi ancora trepi-
giorno, ma un segnale dell’avvicinarsi del fuoco. Però danti tutto si presentava mutato e coperto da un altro
il fuoco si fermò più lontano; di nuovo tenebre, di strato di cenere come di neve». Siamo alla soluzione
nuovo cenere, fitta e pesante. Noi ripetutamente ci del dramma, una soluzione che non ne annulla gli
alzavamo e la scuotevamo via; altrimenti saremmo effetti; tutto è cambiato, il ridente paesaggio flegreo è
stati coperti e schiacciati dal suo peso». Plinio continua una landa sepolta nella cenere, e perfino il sole è livi-
(v. nota §7) ad analizzare il comportamento irrespon- do e sporco (luridus).
sabile della massa, nella quale non manca chi si dilet- 18. Regressi [...] ludificabantur: «Ritornati a
ta di ingigantire i pericoli per un macabro gusto di spa- Miseno e rifocillati in qualche modo nel fisico, trascor-
ventare e di spaventarsi. Il particolare accenno alla remmo una notte angosciosa e incerta fra speranza e
grossa quantità di cenere che cadeva ed ai pericoli ad timori. Ma i timori prevalevano, perché le scosse con-
essa connessi accomuna il giovane Plinio alla condi- tinuavano e parecchi, sconvolti nel cervello con terri-
zione di suo zio, quale è descritta nell’epistola prece- bili presagi ridicolizzavano le proprie e altrui sciagu-
dente (in particolare vedi §14). re». Un ultimo sguardo sugli effetti psicologici di
16. Possem gloriam [...] credidissem: «Potrei van- un’immane sventura: quando il disordine del mondo
tarmi che non mi scappò un gemito, non una parola corrode gli schemi secondo cui la ragione umana è
men che coraggiosa in così grandi pericoli, se non avvezza a procedere, si può giungere anche a ridere ,a
avessi pensato che io perivo con l’universo e l’univer- beffare se stessi e gli altri per la propria rovina: è una
so periva con me, magro conforto, certo, alla morte, pennellata degna di un grande artista della parola, che
ma tuttavia importante». Plinio ritorna su se stesso: la chiude virtualmente, con un macabro ghigno, la narra-
narrazione era cominciata dalle sue vicende personali zione di una straordinaria catastrofe umana.
e familiari, della madre e del figlio, a cui la comparsa 19. Nobis tamen [...] nuntius: «Noi tuttavia nem-
dell’amico spagnuolo aveva solamente offerto il destro meno allora, sebbene avessimo sofferto pericoli e ne
di dar prova di affetto e di dedizione reciproca; poi lo aspettassimo, decidemmo di andar via, finché non fos-
sguardo aveva spaziato sulla folla e sulle sue reazioni sero giunte notizie di mio zio». Anche questa lettera si
incontrollate durante la sciagura; ora che ci si avvicina chiude (infatti, qui finisce la narrazione) con una
alla conclusione, il narratore si ricolloca al centro della sospensione, come si era chiusa la lettera precedente;
scena, per pronunciare su se stesso, sul suo comporta- in quella (VI, 16) il racconto aveva omesso le vicende

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Epistolae

ribus, suspensam dubiamque no...em spe ac metu exegimus: metus praevalebat. Nam et tremor terrae persevara-
bat, et plerique ...mphati terrificis vaticinationibus et sua et aliena mala ludificabantur. 19. Nobis tamen ne tunc
quidem, quamquam et expertis periculum, et exspectantibus, abeundi consilium, donec de avunculo nuncius.
Haec, nequaquam historia digna, non scripturus leges; et tibi, scilicet qui requisisti, imputabis, si digna ne epi-
stola quidem videbuntur. Vale.

Osservazioni al testo

Le due lettere di Plinio il Giovane (VI, 16 e 20) furono scritte per narrare gli effetti simultanei che un solo
avvenimento, l’eruzione del Vesuvio nel 79 d. C., ebbe nei golfi contigui di Napoli e di Pozzuoli e i suoi rifles-
si drammatici nella famiglia dei due Plinii. C’è, quindi, nella narrazione dei fatti, un aspetto scientifico e c’è un
aspetto umano.
Per quanto riguarda la derivazione del fenomeno inaspettato (fino a quel momento il Vesuvio era considera-
to un vulcano spento), Plinio procede con un’apprezzabile aderenza ai dati che gli offriva a Miseno la visione
diretta di alcune fasi dell’avvenimento: scosse telluriche frequenti e sempre più violente; nuvole squarciate da
bagliori infuocati in direzione del Vesuvio; carri che, come giocattoli, rotolano avanti e indietro, secondo i movi-
menti ondulatori del suolo; un nembo tenebroso che nasconde Capri, poi il promontorio di Miseno e infine
Miseno stessa, inseguendo i fuggiaschi a guisa di torrente; al mare che si ritira lasciando sulla sabbia pesci morti,
la pioggia di cenere che tutto sommerge e livella; e, infine, il ritorno d’una luce fioca, d’un sole sporco come
nelle eclissi, mentre la terra continua a tremare.
Ma su ciò che accadeva o era accaduto nella zona centrale dell’eruzione, sul Vesuvio o intorno al Vesuvio,
egli non poteva avere che informazioni indirette, di cui le più attendibili probabilmente erano quelle che forse
desunse dagli appunti dettati o personalmente vergati dallo zio mentre si dirigeva verso il litorale vesuviano. (cf.
XVI, 10: adeo solutus metu, ut omnes illius mali motus omnesque figuras ut deprenderat oculis dictaret enota-
retque).
D’altra parte anch al Naturalista non poteva essere nota la fase iniziale dell’eruzione, la cosidetta fase premo-
nitrice (costituita di boati sotterranei, di emanazioni luminose, di rialzo della temperatura del suolo ecc.) appun-
to perché egli si trovava a Miseno e non nel golfo di Napoli; e pr la stessa ragione, probabilmente, non avvertì
nemmeno la fase di esplosione, durante la quale si sblocca il camino eruttivo e si ha una violenta fuoriuscita di
vapori e di materiali solidi. Da Miseno ci si accorse del fenomeno solo allorché si formò quell’alta colonna di
ceneri, lapilli e vapori che, diramandosi a guisa di ombrello sulla sua sommità, fu paragonata dal giovane Plinio
ad un pino, e che tale nome ancora conserva (pino vulcanico), come, del resto, fase pliniana ancora si chiama un
tal momento di un’eruzione.

di Miseno, riguardante Plinio il Giovane e la madre; in destinatario del suo racconto”. - Quamquam col parti-
questa si interrompe con l’attesa di notizie su Plinio il cipio (expertis, expectantibus) non è classico.
Vecchio; tutte e due le reticenze si spiegano col deside- Haec nequaquam [...] Vale: «Queste notizie certa-
rio di contenere entro limiti dignitosi l’ingresso di fatti mente non degne di un’opera storica le leggerai ma
privati in una narrazione che doveva essere utilizzata non per scriverle; se poi non ti sembreranno nemmeno
da uno storico per un lavoro da tramandare ai posteri, degne di un’epistola, accusa te stesso che me le hai
limiti che, però, nella prima lettera Plinio volentieri chieste. Stammi bene». Nella chiusa ritornano le for-
supera su richiesta di Tacito. Ma anche questa similiri- mule di cortesia con cui Plinio riconosce la maggiore
tà conclusiva deve far riflettere sulla cura estrema con ampiezza della sfera di influenza della storiografia
cui le lettere venivano vergate da Plinio cosciente che rispetto all’apistolografia; la quale, però, secondo lui,
anche lui scriveva per i posteri. “E’ certo - scrive otti- una dignità che egli, con un po’ di civetteria, teme di
mamente Gigante - che Plinio il Giovane aveva la lim- aver trascurato, sebbene non per propria colpa.
pida coscienza che Tacito non sarebbe stato l’unico

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Plinio il Giovane

Come si vede, e come dimostrò il Rittmann, la descrizione pliniana è “in pieno accordo con la ricostruzione
vulcanologica di essa” anche se non è, e non poteva essere, completa. Sotto questo aspetto bisogna anzi ricono-
scere che Plinio superò anche gli ostacoli frapposti dalla mancanza in latino di termini tecnici precisi, mettendo
a profitto la sua indubbia padronanza sia del lessico sia della retorica.
Ma su questo scenario apocalittico si muovono e trepidano uomini, donne, folle sbandate e terrorizzate, su cui
principalmente si appunta l’interesse dello scrittore. E legittimamente, ci pare; giacché, se si guarda bene, pro-
prio questo gli aveva chiesto Tacito: non già di descrivergli il fenomeno vulcanico, ma la fine dello zio (petis ut
tibi avunculi mei exitum scribam; VI, 16) e quello che era capitato a lui, il nipote (ais te ... cupere cognoscere
quos ego Miseni metus, VI, 20).
La prima osservazione che viene da fare intorno ai personaggi che animano la scena è il fatto che essi risul-
tano assolutamente impreparati di fronte agli eventi; non solo, ma che non si resero conto, se non con estremo
ritardo, della gravità di quello che stava accadendo. E lo scrittore, in fondo, dà una sua spiegazione di questa rea-
zione superficiale ai fenomeni naturali: i terremoti, in Campania, sono all’ordine del giorno (praecesserat per
multos dies tremor terrae, minus formidulosus quia Campaniae solitus; VI, 20, 3). Ma il pino vulcanico non era
fenomeno di tutti i giorni, e l’invito che lo zio rivolge al nipote di andarlo a vedere come una singolare curiosi-
tà conferma che il Naturalista aveva preso sotto gamba il pericolo, visto che voleva coinvolgere nello spettaco-
lo anche il ragazzo non ancora diciottenne. Con la consueta, divertita e divertente esasperazione iconoclastica,
Umberto Eco così riassume e commenta l’episodio: “Il vecchio salpa verso il luogo del disastro senza sapere che
si tratta di una eruzione vulcanica [e su questo è lecito avanzare qualche dubbio: i codicilli di Rettina dovevano
pur contenere qualche informazione in proposito!]... Quando arriva da Pompeiano a Stabia, ancora sottovaluta le
proporzioni degli avvenimenti. Dice con noncuranza che i fuochi sulle falde della montagna sono stati accesi dai
contadini in fuga. Il Giovane lascia intendere che lo dica per tranquillizzare i suoi ospiti terrorizzati: ma dopo
egli va davvero a dormire, e senza rendersi conto che così facendo rischia di essere seppellito da lava e lapilli.
Quando capisce veramente quanto la situazione sia drammatica (e ce ne vuole), è troppo tardi. Muore, d’asma
se non di soffocazione di vapori, come altri commentatori suggeriscono. A considerare la fabula nuda e sempli-
ce, ci troviamo di fronte a un ammiraglio con la mentalità di un cambusiere, del tutto inabile ad affrontare la
situazione, incapace di organizzare i soccorsi, e che alla fin fine lascia la flotta, in un momento critico, priva di
comando. Si trova di fronte a una impresa indubbiamente difficile, ma risponde agli eventi nel modo peggiore.
Militarmente e amministrativamente, è pronto per un tribunale militare. Fortuna che muore e la morte redime”.
Se sulla cambusa e sul tribunale di Eco si può sorridere, è certamente da accogliere senza riserve ciò che egli
scrive sulla prima lettera: “Questa lettera non vuole (soltanto) asserire qualcosa di vero: vuole che Tacito (e ogni
possibile lettore futuro) creda che il Vecchio sia stato un eroe, e vuole che Tacito lo scriva”. E il Giovane, evi-
dentemente, ha raggiunto il suo scopo.
Tutto bene; purché si riconosca che egli aveva dinnanzi modelli eroici non epici, ma filosofici; e che questi
modelli indicavano come qualità imprescindibili dell’uomo superiore la sapienza, l’impertubabilità, l’atarassia;
qualità che si ritrovano certo nel Vecchio della prima lettera, ma anche nel Giovane della seconda.
Nella prima il naturalista studebat (§5), era eruditissimus vir (§7), aveva animo di studioso (studioso animo,
§9), dettava e annotava (dictaret enotaretque, §10); ma è anche solutus metu (§10); consola ed esorta i timorosi
(complectitur trepidantem...; timorem eius sua securitate leniret, §12); mentre gli altri tremano, lui dorme (se
quieti dedit et quievit verissimo quidem somno, §13); ragiona, quando gli altri son vinti dalla paura (quod illud
ratio rationem... §16); conserva calma e serenità perfino nella morte (habitus corporis quiescenti quam defuncto
similior, §20).
Abbiamo così di fronte un compiuto ritratto del sapiente stoico. Né il Giovane è da meno, specialmente se si
tiene in giusto conto la sua giovane età.
Già nella prima lettera, lo vediamo respingere l’invito dello zio di andare con lui e lo fa in nome dello studio
(respondi studere me malle; XVI, 7). Forse varrebbe la pena notare che per la stessa ragione il Vecchio vuole
andare (studioso animo): insomma il Giovane rimane per studiare, e per studiare il Vecchio s’imbarca.
Evidentemente erano portati per studi diversi: lo zio, per le scienze; il nipote, per le lettere. Un preannuncio della
polemica sulle due culture?
La predilezione del Giovane diventa ancora più esplicita nella seconda lettera: dopo la partenza dello zio,

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Epistolae

passa l’intera giornata a studiare (ipse reliquum tempus studiis impendi; §2); mentre la terra trema e la casa vacil-
la, legge Livio (posco librum Titi Livi), non solo, ma prende appunti (atque etiam excerpo, §5) e, indifferente ai
rimproveri dell’amico spaguolo, continua nella lettura (nihilo segnius ego intentus in librum, §5). E’ chiaro che
da queste annotazioni si vuol far emergere non solo e non tanto il desiderio di studiare, ma soprattutto l’imper-
turbabilità del giovinetto. Il quale legge quasi per otium, dimostrando un’incredibile securitas, (§5) tanto da
suscitare i rimbrotti dello spagnuolo; ma, quando costui scappa a gambe levate, il giovinetto persiste nel rima-
nere in attesa di notizie sullo zio (§10), né accetta di salvarsi se non insieme con la madre (§12). E alla fine c’è
l’esplicito riconoscimento del proprio coraggio, della propria capacità di sopportare il dolore e i pericoli: possem
gloriari non gemitum mihi, non vocem parum fortem in tantis periculis excidisse (§17).
Il quadro di una famigila eroica è completato dalla personalità della donna, madre dell’uno e sorella dell’al-
tro, la quale è pronta a sacrificarsi perché il figlio si salvi (§12). Esso spicca con maggior rilievo sviluppandosi
in uno scenario in cui tutti gli altri tremano e si disperano: Rettina e Pompeiano nella prima lettera, l’amico spa-
gnuolo e la folla urlante e sbandata nella seconda.
Il caso, comunque malaugurato, ha voluto che, con la perdita dei passi delle Historiae in cui Tacito narrava
gli avvenimenti dell’anno 79, queste due lettere, che dovevano servire da materiale per lo storico, fossero per noi
storia esse stesse e solo esse. Umberto Eco conclude il suo saggio con un deliberato paradosso: “Forse Tacito ha
taciuto perché ha riconosciuto che la sua fonte sapeva far storia meglio di lui”. Tacito tace perché i secoli e le
incurie degli uomini gli hanno tolto, su questo argomento, la parola. Ma non è del tutto escluso che un miraco-
loso ritrovamento non gliela restituisca. E sarà uno splendido giorno quello in cui gli uomini potranno rileggere
sull’immane sciagura che funestò il più bel golfo del mondo (pulcherrimus sinus, Tac. Ann. IV, 67) la relazione
di Plinio accanto alla narrazione di Tacito.

43
Quintiliano
Silva Ingens

La prima età imperiale è l’inizio dell’era delle grandi


sintesi. Il mondo antico è al suo tramonto; non solo l’im-
pero di Roma vacilla sotto il peso stesso della sua grandez-
za, come diceva Tito Livio, anche la cultura antica non
regge all’immenso compito di custodire le proprie conqui-
ste per tramandarle alla posterità. Se si vuol comprendere
quale fosse l’angoscia dell’uomo di cultura nei primi seco-
li volgari, vada per un attimo con il pensiero all’enorme
materiale custodito nelle nostre biblioteche, nei nostri
archivi, per non parlare dei laboratori e dei musei; nono-
stante i sofisticati mezzi di cui oggi disponiamo, ci grava
sulle spalle il problema di come catalogare e conservare
per i nostri discendenti l’immenso sapere accumulato.
Cominciamo ad accorgerci che la carta su cui sono stam-
pati i nostri libri prende ad ammuffirsi ed ingiallirsi sem-
gruppo di filosofi: da un sarcofago pre piú velocemente: qualcuno ci dice che i libri che stam-
del Museo Lateranense piamo non resisteranno piú di un secolo, anche per il dete-
riorarsi delle condizioni dell’atmosfera; e i sistemi
approntati dalla scienza moderni sono troppo giovani per consentirci di sapere se alla lunga dureranno.
Dal primo secolo dopo Cristo la situazione della cultura è analoga: il sapere è un immenso patrimonio che i secoli hanno
accumulato e che urge salvare per i posteri prima che scompaiano i supporti materiali che lo veicolano. Si pensi: erano
all’epoca disponibili ancora i filosofi greci che oggi chiamiamo presocratici, non solo tutto Platone, ma anche tutto
Aristotele (anche in quelle opere che definiamo essoteriche), il teatro greco quasi nella sua interezza (ognuno dei tragici
aveva scritto piú di un centinaio di opere), i poeti lirici, la scienza e la filosofia ellenistiche, la storiografia. A tutto questo
si era aggiunta la letteratura latina, che ormai comprendeva opere monumentali, come la storia di Roma, ab Vrbe condita,
di Tito Livio, con i suoi quasi centocinquanta volumi.
E tutto questo preziosissimo complesso di opere era affidato ai fragilissimi rotoli di papiro, che, sebbene svolti il meno
possibile, solo quando era proprio necessario (il giovane lettore ricorderà quello che abbiamo detto nelle prime pagine),
deperivano ugualmente anche per le semplici condizioni climatiche. Si era ritrovato, è vero, un supporto piú duraturo, capa-
ce di sfidare i secoli, nella pergamena: ma questa è di origine animale (pecora o capra) ed una povera bestia, per quanto
generosamente offrisse la sua pelle, non forniva piú che poche pagine di un libro di medio formato; per un’Iliade o
un’Odissea era un intero gregge che andava sacrificato. Ma, quand’anche fosse stato risolto il problema del materiale scrit-
torio, dove arruolare l’immenso esercito di scrivani che sarebbe stato necessario per trascrivere tutto l’esistente? è una lotta
impari che gli uomini di cultura del mondo antico impegnano contro l’edace azione del tempo: essi vedevano letteralmen-
te svanire il sapere un po’ ogni giorno senza potervi mettere un vero riparo.
Un certo rimedio per conservare almeno il meglio, o quantomeno il ricordo, di quanto andava scomparendo furono gli
estratti, i riassunti, le enciclopedie. Non fu solo aridità inventiva, scarsa fantasia o incapacità creativa che dir si voglia, a
spingere i letterati, ma anche gli scienziati, a dedicarsi all’umile arte del conservare, che consiste nel riassumere, nel rac-
cogliere aneddoti e sentenze, nel compilare elenchi, nel fare estratti; essi vanno ammirati perché, superando l’orgoglioso
desiderio di fare opera originale, seppero mettersi al servizio dell’antichità, per tramandarne il ricordo, sí che essi ci appa-
iono i primi classicisti della storia.
Tra questi vanno annoverati Plino il Vecchio, con la sua Naturalis Historia, di cui abbiamo visto qualche passo nelle
pagine precedenti, e Quintiliano, l’uno sul versante dell’erudizione scientifica, l’altro su quello della cultura letteraria.

Lo spagnolo Marco Fabio Quintiliano (35-96 d.C.) nei confronti della cultura europea vanta degli indiscutibili primati:
fu il primo a considerare quello dell’educazione un compito globale che va affrontato fin dalla tenera infanzia, perché nel
fanciullo c’è il futuro cittadino, e fu anche il primo a sostenere la maggiore validità della scuola pubblica nei confronti di
quella domestica; non ultimo dei suoi meriti è che egli rifiutò, con argomentazioni tutt’ora efficaci, l’uso della violenza
come metodo educativo. Si ha ragione ad affermare che Quintiliano è il fondatore della moderna pedagogia, anche se solo
il nostro secolo ha potuto attuare e sviluppare fino in fondo le premesse quintilianee.
La sua opera maggiore, strutturata in dodici libri, tutti pervenutici, è intitolata Institutio Oratoria, che letteralmente

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Institutio Oratoria

significa “l’educazione dell’oratore”; ma il contenuto e il significato dell’opera va ben al di là di quanto il titolo promette,
poiché dalla lettura delle sue pagine non si trae solo una teoria valida per la formazione dell’oratore, bensí per la forma-
zione dell’uomo in generale. L’interesse maggiore nelle pagine di Quintiliano è forse nel fatto che la sua precettistica non
deriva soltanto da lunghi e accurati studi, ma soprattutto da una personale esperienza di insegnamento; in lui la pratica e la
teoria si confortano vicendevolmente e vicendevolmente si avvalorano.
L’opera di Quintiliano si presenta come una vasta ecniclopedia dell’educazione, ma supera i limiti dell’enciclopedismo,
perché in essa ciò che è importante non sono tante le nozioni, ma lo spirito che le informa: cultura sí, ma non come fine,
bensí come uno strumento (anche se lo strumento piú importante) del fine vero del processo educativo che è, nella visio-
ne quintilianea, la formazione integrale, quella che grecamente si dice paideia.
La pedagogia di Quintiliano non è esplicita: i suoi principi pedagogici vanno enucleati dai diversi luoghi in cui l’Autore
li ha disseminati; ma se si raccolgono questi precetti se ne ricaverà un insieme unitario, di salda coerenza. Sono alcuni di
questi principi e di questi precetti che presentiamo nelle pagine seguenti.

Institutio Oratoria

Le qualità di un buon oratore, uomo sapiente e


irreprensibile nei costumi. Proemio: §§ 18-20

un maestro con gli allievi

18. Sit igitur orator vir talis, qualis vere sapiens appellari possit: nec moribus modo perfectus (nam id mea
quidem opinione quamquam sunt qui dissentiant, satis non est) sed etiam scientia et omni facultate dicendi, qua-
lis fortasse nemo adhuc fuerit; 19. sed non ideo minus nobis ad summa tendendum est; quod fecerunt plerique

18. Sit igitur [...] adhuc fuerit: ««Sia dunque uno dei due aspetti può bastare senza l’altro. è quanto
l’oratore uomo tale, quale possa essere chiamato vera- verrà ribadito a piú riprese nel corso dell’opera.
mente saggio: non solo perfetto nei costumi (infatti, L’Autore è consapevole che è, questa, una meta diffi-
per lo meno a mio parere, anche se vi sono di quelli che cile da raggiungere (e che forse non fu neppure rag-
non sono d’accordo, questo non basta) ma anche per- giunta), ma che in ogni caso va posta come ideale da
fetto nel sapere e nella capacità di parlare, quale forse perseguire. Alla base di queste idee di Quintiliano c’è
nessuno fu ancora»». La figura di oratore e di maestro l’idea catoniana dell’oratore come vir bonus dicendi
che Quintiliano delinea coincide con l’uomo perfetto peritus.
sotto tutti i punti di vista, sia per quanto riguarda la 19. sed non ideo [...] tradiderunt: ««ma non per
vita, che per quanto riguarda la sapienza e l’arte: né questo dobbiamo sforzarci di meno per raggiungere il

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Quintiliano

veterum, qui, etsi nondum quemquam sapientem repertum putabant, praecepta tamen sapientiae tradiderunt. 20.
Nam est certe aliquid consummata eloquentia, neque ad eam pervenire natura humani ingenii prohibet. Quod si
non contingat, altius tamen ibunt, qui ad summa nitentur, quam qui, praesumpta desperatione quo velint evaden-
di, protinus circa ima substiterint.

Libro I Cap. I Nessuno è cosí stolido da non poter apprendere, I, §§ 1-3; ed è meglio cominciare dal greco, §§ 12-14

1. Igitur nato filio pater spem de illo primum quam optimam capiat, ita diligentior a principiis fiet. Falsa enim
est querela, paucissimis hominibus vim percipiendi, quae tradantur, esse concessam, plerosque vero laborem ac
tempora tarditate ingenii perdere. Nam contra plures reperias et faciles in excogitando et ad discendum prom-

massimo; ciò che fece la maggior parte dei sapienti, i deve ottemperare nei riguardi del fanciullo, senza
quali, anche se pensavano che ancora nessuno fosse indugi e senza rinvii: si noti la forza dei due superlati-
stato ritrovato sapiente, tuttavia tramandarono precetti vi, primum — quam optimam, “dal primo momento —
di sapienza»». - ad summa: neutro plurale, verso le la migliore possibile”. - Falsa... querela: questa
cose somme, la sommità. - etsi putabant: concessiva lagnanza (querela è dalla stessa radice di queror) è
costruita con l’indicativo. solo una scusa per non sovrintendere subito all’educa-
20. Nam est certe [...] prohibet: ««Infatti è certo zione del figlio. - quae tradantur: congiuntivo nella
qualcosa la perfetta eloquenza, né la natura dell’uma- relativa, in dipendenza da esse concessam (attrazione
no ingegno impedisce di giungere ad essa»». La perfet- modale), ma anche con una sfumatura di soggettività,
ta eloquenza, che si identifica con la sapienza, è certo quasi ad insinuare che, appunto, si tratta di un puro
importante (est aliquid può considerarsi come una lito- pretesto.
te) e va perseguito lo scopo di raggiungerla, perché, Quippe id est [...] creditur: ««Poiché questo è
pur non essendo mai stata conseguita compiutamente, naturale per l’uomo; e come gli uccelli nascono per il
come si è detto, ottenerla non è impossibile a prori, volo, i cavalli per la corsa, le belve per la ferocia, cosí
come se fosse qualcosa di superiore alle umane possi- a noi uomini è naturale l’attività e l’agilità della mente;
bilità. perciò si pensa che l’anima umana è di origine cele-
Quod si non [...] substiterint: ««E se essa non riu- ste»». L’educazione non può quindi mirare solo al
scisse ad ottenere ciò, tuttavia andranno piú in alto risultato pratico, ma innanzitutto deve essere rivolta a
quelli che si sforzeranno di raggiungere la cima, piut- che l’uomo esplichi ed eserciti quella attività della
tosto che quelli i quali, persa tropppo in anticipo la mente che nell’uomo è naturale, come lo è il volo negli
speranza di giungere dove vogliono, si fermeranno uccelli o altre qualità in altri animali. - unde... credi-
subito in basso»». Si mira alla perfetta eloquenza come tur: è un topos letterario abilmente sfruttato ai propri
ad un ideale, che, se pure non sarà raggiunto, ha la fun- fini.
zione di trarre sempre piú in alto: chi non mira ad 2. Hebetes vero [...] fuerunt: ««Invero, ottusi e
summa finisce con l’attenersi ad ima. è insomma un ribelli nascono secondo la natura umana non piú dei
invito a non essere mai soddisfatti dei risultati acquisi- corpi prodigiosi e con caratteristiche mostruose; ma
ti. - Quod si... ibunt: periodo ipotetico di secondo questi sono pochissimi»»; cioè, sul versante dello spi-
tipo. - praesumpta desperatione: ablativo assoluto rito, gli ottusi e i refrattari all’apprendimento sono
(“concepita prima” di iniziare “la disperazione di... “) delle eccezioni, come, sul versante del corpo, lo sono
da cui dipende evadendi quo velint. gli esseri deformi e mostruosi; la natura umana, di per
1. Igitur nato [...] ad discendos promptos: sé, comporta tanto delle armoniche proporzioni del
««Dunque il padre, appena gli sia nato il figlio, per corpo quanto una mente desiderosa di apprendere. -
prima cosa concepisca di lui la migliore speranza, cosí homines: in posizione predicativa; gli stolidi e i ribel-
sarà piú attento fin dall’inizio. Infatti a torto ci si li “sono generati come uomini” per un errore della
lamenta che a pochissimi uomini è stata data la capaci- netura, che dà alla luce anche deformità mostruose.
tà di intendere ciò che viene insegnato, e che i piú per- Argumentum est [...] sed curam: ««Ne è prova il
dono fatica e tempo per la lentezza dell’ingegno. Al fatto che nei fanciulli risplende la speranza di moltissi-
contrario, potresti trovare numerose persone capaci di me possibilità; e quando essa si spegne con l’età, è evi-
immaginare e pronte ad imparare»». Vi è qui espressa dente che non la natura è venuta meno, ma la cura»».
la fiducia di Quintiliano nel fatto che l’uomo è educa- Quintiliano è convinto che le disposizioni naturali
bile: compito del genitore non è quello di preoccupar- siano necessarie, certo, ma che senza arte esse non pos-
si del risultato che suo figlio potrà sortire, quanto del sano svilupparsi. - Argumentum: sott. est. - plurimo-
fatto in sé che l’educazione è un compito cui l’adulto rum: neutro plurale, in luogo di plurimarum rerum; i

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Institutio Oratoria

ptos. Quippe id est homini naturale; ac sicut aves ad volatum, equi ad cursum, ad saevitiam ferae gignuntur; ita
nobis propria est mentis agitatio atque sollertia, unde origo animi caelestis creditur. 2. Hebetes vero et indociles
non magis secundum naturam homines eduntur quam prodigiosa corpora et monstris insignia, sed hi pauci admo-
dum fuerunt. Argumentum quod in pueris elucet spes plurimorum, quae cum emoritur aetate, manifestum est,
non naturam defecisse sed curam. Praestat tamen ingenio alius alium. 3. Concedo; sed plus efficiet aut minus;
nemo reperitur, qui sit studio nihil consecutus. [...]
12. A sermone Graeco puerum incipere malo, quia Latinum, qui pluribus in usu est, vel nobis nolentibus per-
bibet, simul quia disciplinis quoque Graecis prius instituendus est, unde et nostrae fluxerunt. 13. Non tamen hoc
adeo superstitiose fieri velim, ut diu tantum Graece loquatur aut discat, sicut plerisque moris est. Hoc enim acci-
dunt et oris plurima vitia in peregrinum sonum corrupti et sermonis; cui cum Graecae figurae assidua consuetu-
dine haeserunt, in diversa quoque loquendi ratione pertinacissime durant. 14. Non longe itaque Latina subsequi
debent et cito pariter ire. Ita fiet, ut, cum aequali cura linguam utramque tueri coeperimus, neutra alteri officiat.

Cap. II. La scuola pubblica offre maggiori vantaggi rispetto a quella domestica, §§ 1-2, e spesso le cattive abi-
tudini i fanciulli le acquisiscono proprio in casa, §§ 6-7; del resto, il gran numero degli allievi non ostacola l’ap-
prendimento, §§ 15-16

1.[...] Hoc igitur potissimum loco tractanda quaestio est, utiliusne sit domi atque intra privatos parietes stu-
dentem continere an frequentiae scholarum et velut publicis praeceptoribus tradere. 2. Quod quidem cum iis, a
quibus clarissimarum civitatium mores sunt instituti, tum eminentissimis auctoribus video placuisse. Non est
tamen dissimulandum, esse nonnullos, qui ab hoc prope publico more privata quadam persuasione dissentiant.
Hi duas praecipue rationes sequi videntur: unam, quod moribus magis consulant fugiendo turbam hominum eius
aetatis, quae sit ad vitia maxime prona, unde causas turpium factorum saepe extitisse utinam falso iactaretur;
alteram, quod, quisquis futurus est ille praeceptor, liberalius tempora sua impensurus uni videtur, quam si eadem
in plures partiatur. [...]

bambini hanno disposizione verso molteplici attività. l’espressione; poiché, quando a questa per l’uso abi-
Praestat tamen [...] consecutus: ««Ma per inge- tuale si sono attaccate locuzioni greche, perdurano
gno, l’uno può essere superiore all’altro. Lo ammetto; tenacemente anche in una maniera diversa di parla-
ma farà di piú o di meno; non si trova alcuno che con re»». - oris... corrupti: costruisci: plurima vitia oris
lo studio non abbia raggiunto alcun risultato»». corrupti in peregrinum sonum; os è il modo di parlare,
Quindi, a rigore, neanche gli stolidi e i ribelli, che del sermo quello di esprimersi. - cui: riferito a
resto rappresentano una minoranza, sono del tutto sermonis.L’apprezzamento per il greco non deve con-
refrattari all’educazione. durre all’imbastardimento della lingua latina.
12. A sermone Graeco [...] fluxerunt: ««Preferisco Non longe [...] officiat: ««Lo studio del latino deve
che il fanciullo cominci dal greco, perché il latino, che perciò seguire a non lunga distanza e ben presto andare
si adopera presso i piú, anche se non vogliamo, lo di pari passo. Cosí accadrà che, avendo iniziato a colti-
apprenderà comunque, e nello stesso tempo perché vare con uguale attenzione l’una e l’altra, nessuna delle
deve essere istruito prima nelle dottrine greche, da cui due sarà di ostacolo all’altra»». - Latina: neutro plura-
derivarono le nostre»». La priorità dell’insegnamento le; “tutto ciò che rigurda il latino”. Lo studio del greco
del greco rispetto a quello del latino un tempo era stata deve essere condotto da solo solo per poco tempo, quel
dettata dalla necessità, perché mancava una letteratura tanto necessario a prender confidenza con una lingua
in lingua latina; ma ai tempi di Quintiliano, si trattava straniera e ad immettersi nella sua letteratura.
ormai solo di una esigenza di consaspevolezza storica, 1. Hoc igitur [...] placuisse: ««Proprio a questo
essendo stata la la letteratura greca il modello (fluxe- punto è da trattare la questione se sia piú utile tenere
runt) per quella latina. - Latinum: sottinteso sermo- chi studia in casa, tra privati muri, oppure fargli fre-
nem, oggetto di perbibet (“lo berrà fino in fondo”). quentare le scuole affidandoli a pubblici maestri. E
13. Non tamen [...] moris est: ««Tuttavia non vorrei questo secondo sistema è parso buono sia a coloro da
che ciò avvenisse con tale scrupolo da parlare e impara- cui sono stati ordinati i costumi di famosissime città,
re a lungo soltanto in greco, come è costume per i piú»». sia ad autorevolissimi scrittori»». - utiliusne... an:
Adeo superstiziose: noi diremmo “con fanatismo”. interrogativa indiretta doppia.; domi atque intra priva-
Hoc enim [...] durant: ««Da ciò derivano anche tos parietes è quasi un’endiadi. Quintiliano affronta
moltissimi vizi della lingua, che si è imbarbarita, e del- qui un problema che si era venuto formando con il

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Quintiliano

6. Vtinam liberorum nostrorum mores non ipsi perderemus! Infantiam statim deliciis solvimus. Mollis illa edu-
catio, quam indulgentiam vocamus, nervos omnes mentis et corporis frangit. Quid non adultus concupiscet qui in
purpuris repit? Nondum prima verba exprimit, iam cocum intelligit, iam conchylium poscit. Ante palatum eorum
quam os instituimus. 7. In lecticis crescunt; si terram attigerint, e manibus utrimque sustinentium pendent.
Gaudemus, si quid licentius dixerint: verba ne Alexandrinis quidem permittenda deliciis risu et osculo excipimus.
Nec mirum: nos docuimus, ex nobis audiunt. 8. Nostras amicas, nostros concubinos vident, omne convivium
obscenis canticis strepit, pudenda dictu spectantur. Fit ex his consuetudo, inde natura. Discunt haec miseri, ante-
quam sciant vitia esse; inde soluti ac fluentes non accipiunt ex scholis mala ista sed in scholas adferunt. [...]

tempo nella società romana, quello del rapporto tra Infantiam statim [...] frangit: ««Rendiamo subito
scuola pubblica e privata, che si poneva in termini molli i fanciulli, mantenendoli nelle delizie. Quella edu-
ovviamente diversi che per noi; scuola privata infatti cazione debole, che chiamiamo indulgenza, spezza tutte
riferita all’antichità significa semplicemente “scuola le forze della mente e del corpo»». - Infantiam: astratto
domestica”, cioè l’istruzione affidata ad un precettore per il concreto. - deliciis (strumentale) solvimus: c’è
tra le pareti della casa. Nei tempi piú antichi, a Roma l’idea, nel verbo, del rendere svigoriti, privi di fermezza,
vi era solo l’educazione familiare, ma con il tempo a i teneri corpi e le altrettante tenere menti dei fanciulli
questa si era affiancata ed era divenuta sempre piú Quid non [...] poscit: ««Che cosa non desidererà
importante, la scuola pubblica. Quintiliano pone il pro- una volta adulto, chi muove nella porpora i primi
blema non tanto come antitesi tra scuola pubblica e pri- passi? Non ha ancora emesso le prime parole, che già
vata, quanto tra educaszione individuale e collettiva e, capisce il cuoco e già chiede le ostriche»». Saranno
come, vedremo, si esprime per quest’ultima, con argo- cioè smodati i desideri di colui che fin dalla piú tenera
mentazioni tutt’ora validissime. - velut: attenua publi- età si è abituato agli agi e alle mollezze; repere signi-
cis. — Tra le splendidissime città che affidavano il fan- fica letteralmente “strisciare” ed indica il trascinarsi
ciullo all’educazione statale c’era, ovviamente Sparta; carponi del bambino che ancora non sa camminare
tra gli autorevolissimi scrittori si annovera Platone. ritto sulle gambe. - Nondum... poscit: le prime parole
3. Non est tamen [...] dissentiant: ««Non ci si può che un bambino impara a pronunciare, generalmente,
tuttavia nascondere che vi sono alcuni che dissentono sono “mamma” e “babbo”; ma questi bambini viziati
da questo, quasi pubblico, costume per una loro perso- imparano innanzitutto a capire il nome del “cuoco” e
nale convinzione»». - qui... dissentiant: frase idioma- delle raffinate pietanze che egli prepara, tra cui, preli-
tica al congiuntivo; nota l’opposizione publico more / batissime, le ostriche (vi è anche la variante coccum,
privata persuasione. “porpora”, ma quella da noi accettata è sicuramente
Hi duas praecipue [...] partiatur: ««Costoro paio- piú efficace). La sapienza, invece, da cui l’eloquenza
no seguire principalmente due motivazioni: una, che non piú essere disgiunta, non può raggiungersi, secon-
meglio si provvede all’educazione dei costumi con il do le idee degli antichi, senza moderazione e frugalità.
fuggire la moltitudine di persone di quell’età, che è Ante palatum [...] instituimus: ««Educhiamo il
dispostissima ai vizi; e volesse il cielo che fosse falso loro palato prima che la loro bocca»». Cioè, li abituia-
ciò che si va dicenfdo, che da questa consuetudine mo prima a gustare cibi raffinati, che a parlare corret-
sono provenute le cause di turpi azioni; l’altra che tamente. è un’amara considerazione che ha la concisio-
chiunque sarà quel maestro, sembra che impegnerà con ne di una sentenza.
piú generosità il suo tempo per uno solo che se debba 7. In lecticis [...] pendent: ««Crescono nelle por-
dividerlo a piú discepoli»». - unde... iactaretur: tantine; se toccano terra, stanno appesi alle braccia di
costruisci: utinam falso (avverbio: a torto) iactaretur chi li sostiene da tutte e due le parti»». Rovinosa anche
(frequentativo di iacio, andar dicendo) causas turpium l’abitudine di far portare i fanciulli a spasso nelle letti-
factorum extitisse unde (ex hac re: cioè dalla promi- ghe; quando si provano a camminare, devono essere
scuità dei giovani). sostenuti da entrambi i lati per non cadere. - si attige-
6. Vtinam [...] perderemus: ««Oh! se non corrom- rint... pendent: periodo ipotetico di secondo tipo, con il
pessimo noi stessi i costumi dei nostri figluoli!»». La perfetto congiuntivo nella protasi, come negli exempla
colpa non è della scuola pubblica, se vanno alla malora ficta; pendent è da pendeo.
i costumi dei fanciulli, i quali, dice l’Autore, sono già Gaudemus [...] excipimus: ««Ci divertiamo, se
diseducati quando vi si recano; la prima educazione dicono qualcosa di licenzioso: parole che non si
avviene infatti nella famiglia e se in questa il fanciullo dovrebbero permettere neppure alla mollezza degli
si abitua male, non può poi imputarsi alla compagnia di Alessandrini, noi le accogliamo con risate e baci»».
altri fanciulli la sua cattiva riuscita. Ma si sa, per la Certa educazione familiare, come rovina il corpo, cosí
famiglia, sono sempre gli altri la causa della rovina dei rovina la mente e i costumi. deliciis Alexandrinis: ai
figli, anche (e forse soprattutto) ai giorni nostri. banchetti intervenivano talora giovani orientali, che

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Institutio Oratoria

15. At enim emendationi praelectionique numerus obstat. Sit incommodum (nam quid fere undique placet?)
mox illud comparabimus commodis. Nec tamen eo mitti puerum volo ubi negligatur. Sed neque praeceptor bonus
maiore se turba, quam ut sustinere eam possit, oneraverit; et in primis ea habenda cura est, ut is omni modo fiat
nobis familiariter amicus, nec officium in docendo spectet sed adfectum. 16. Ita numquam erimus in turba. Nec
sane quisquam litteris saltem leviter imbutus eum, in quo studium ingeniumque perspexerit, non in suam quo-
que gloriam peculiariter fovebit. Sed ut fugiendae sint magnae scholae (cui ne ipsi quidem rei merito adsentior,
si ad aliquem merito concurritur), non tamen hoc eo valet, ut fugiendae sint omnino scholae. Aliud est enim vita-
re eas, aliud eligere.

avevano il compito di rallegrare i conviti con i loro Nec tamen [...] negligatur: ««Né tuttavia voglio che
scherzi scurrili; vedi in Petronio, 31, 3, 58. Eppure, il fanciullo sia mandato lí dove possa essere trascura-
dice Quintiliano, certe volgarità non andrebbero per- to»». Scuola pubblica, sí, ma non affollata in modo tale
messe neanche a loro; figurarsi ai fanciulli. che ogni singolo fanciullo non possa ricevere le atten-
Ne mirum [...] audiunt: ««Né c’è da meravigliar- zioni e la cura di cui egli ha individualmente bisogno.
sene; gliele abbiamo insegnate noi, le odono da noi»». Sed neque [...] sed affectum: ««Ma un buon mae-
La prima regola per educare i fanciulli è dare l’esem- stro non si accollerà una scolaresca piú grande di quan-
pio; chi si comporta male, soprattutto davanti ai giova- to egli possa sostenere; e innanzitutto si deve aver cura
ni, perde il diritto di rimproverarli, se a loro volta si che egli in ogni modo ci sia amico e che nell’insegna-
comportano da ineducati. re non guardi solo al proprio compito, ma anche all’af-
8. Nostras amicas [...] spectantur: ««Vedono le fetto»». La scuola pubblica è buona, se è buono il mae-
nostre amanti, i nostri amasii, ogni banchetto risuona stro che si sceglie: questi infatti non prenderà mai piú
di canzoni oscene, assistono a spettacoli, che fanno allievi di quanti possa effettivamente curare, e oltre
vergogna solo a parlarne»». I genitori si abbandonano tutto baderà anche al calore umano che pone nella sua
ai loro vergognosi amori e allo loro turpi passioni lezione e non solo al contenuto scientifico, che senza
davanti ai fanciulli; indecenti spettacoli contaminano quell’afflato sarebbecosa arida. Se c’è quel calore
la santità della casa; è quindi tra le pareti domestiche umano, il numero degli allievi, anzichè essere di osta-
che i fanciulli apprendono il vizio. - pudenda: gerun- colo, facilita l’aprendimento.
divo etc. 16. Ita [...] in turba: ««Cosí non saremo mai nella
Fit ex his [...] adferunt: ««Da tutto questo nasce massa»». è la conclusione di tutto il ragionare prece-
l’abitudine, poi la disposizione naturale. I fanciulli, dente: il calore del maestro fa sentire ogni fanciullo il
poverini, apprendono queste cose, prima ancora di destinatario del suo insegnamento, cosí che non si
sapere che sono vizi; cosí dissoluti e snervati, non rice- senta annullato in una turba anonima. Che è poi il dono
vono questi mali dalla scuola, ma ve li portano»». - dei grandi maestri.
soluti: confronta, piú sopra, solvimus. Con questo, Nec sane quisquam [...] fovebit: ««E del resto
Quintiliano ha ribattuto la prima obiezione contro la qualunque maestro, sia pur superficialmente istruito
scuola publica, cioè che in essa i fanciulli apprendono nelle lettere, non mancherà di incoraggiare in modo
il vizio dai compagni. particolare colui nel quale abbia visto impegno e carat-
15. At enim emendationi [...] commodis: ««Ma il tere, non fosse altro che per la sua propria gloria»».
numero degli scolari è di ostacolo per la correzione e Anche un maestro che non abbia una cultura molto
la spiegazione. Vi sia pure uno svantaggio (ma c’è profonda, se vede qualche fanciullo dotato di buone
qualcosa che piace in tutti i suoi aspetti?), lo andremo qualità, si sforzerà di favorirne la crescita, anche per la
subito a paragonare con i vantaggi»». è la seconda gloria che a lui proviene dalla riuscita di un suo scola-
obiezione contro la scuola pubblica: un maestro che ha ro. - peculiariter fovebit: favorirà le sue peculiari ten-
molti scolari non può dedicarsi che poco ad ognuno di denze. Il maestro valido sa capire quali sono le capaci-
loro; Quintiliano ammette che ciò può costituire un tà peculiari di ogni suo allievo e su queste fare leva.
difetto: ma del resto, egli nota, una medaglia ha il suo Sed ut fugiendae [...] aliud eligere: ««Ma come
rovescio; e, a confronto di questo difetto, la scuola sono da evitarsi le scuole grandi (ma neppure con ciò
pubblica presenta numerosi vantaggi: innanzitutto, sono d’accordo, se con giusta ragione si corre presso
quello di abituare il fanciullo a stare in mezzo alla un maestro), questo non significa però che le scuole
gente, cosa essenziale per un futuro oratore; poi, il con- debbano essere evitate del tutto. Altro è evitare, altro è
fronto fra le intelligenze, che fa da stimolo, l’emula- scegliere»». Quintiliano concorda comunque sul fatto
zione fra gli allievi, lo stabilirsi di amicizie che posso- che scuole con un numero eccessivo di scolari vadano
no durare anche tutta una vita, mentre nella solitudine evitate: ma non se vi è qualche maestro le cui capacità
l’intelletto langue. Cosí dirà l’oratore nei paragrafi attirano le folle di studenti. Insomma, egli è sempre per
successivi, qui non riportati. la scelta innanzitutto del maestro.

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Quintiliano

Cap. III . I fanciulli si correggano, non si percuo-


tano; si porti rispetto alla debole loro età, §§ 13-14 e
17

13. Protinus ergo, ne quid cupide, ne quid impro-


be, ne quid impotenter faciat, monendus est puer;
habendum in animo semper illud Vergilianum: “adeo
in teneris consuescere multum est”. Caedi vero
discentes, quamlibet et receptum sit, et Crysippus
non improbet, minime velim. 14. Primum, quia servi-
le est et certe (quod convenit, si aetatem mutes) iniu-
ria est; deinde, quod, si cui tam est mens illiberalis, ut
obiurgatione non corrigatur, is etiam ad plagas ut pes-
sima quaeque mancipia durabitur; postremo, quod ne
opus erit quidem hac castigatione, si assiduus studio-
metodi educativi antichi: da un affresco di Ercolano rum exactor astiterit. [...] 17. [...] in aetatem infirmam
et iniuriae obnoxiam nemini debet nimium licere. [...]

13. Protinus ergo [...] minime velim: ««Dunque il “è stato ricevuto”, trasmesso dall’antichità) e la quasi
fanciullo ve senz’altro ammonito a non fare nulla di totalità dei maestri: e in effetti la messa al bando dello
licenzioso, di disonesto, di sfacciato; bisogna tenere scudiscio dalle scuole europee è una conquista defini-
sempre a mente quel detto virgiliano “a tal punto è tiva solo dell’ultimo cinquantennio. - Chrysippus: si
importante l’abitudine contratta in tenera età”. ma non tratta del celebre filosofo stoico Crisippo di Soli (280-
mi piace che i discepoli siano percossi, sebbene sia una 206), sucessore di Zenone e di Cleante nella direzione
antia consuetudine, e Crisippo non la rifiuti»». La cor- della scuola, autore fecondissimo: si parlava di oltre
rezione deve giungere tempestiva, addirittura precede- 700 opere, di cui qualcuna dedicata ai problemi del-
re l’errore, perché il fanciullo non contragga pessime l’educazione; a quanto sembra, non negava il ricorso
abitudini; ma in ogni caso la correzione va sempre alle busse, nel processo educativo.
impartita mediante la parola (non disgiunta dall’esem- 14. Primum [...] iniuria est: ««Per prima cosa, per-
pio) e mai con mezzi violenti; quella di punire i fan- ché è un atto inverecondo e degno di schiavi e di certo
ciulli indisciplinati o svogliati con le verghe era un’an- è un oltraggio (cosa su cui tutti sono d’accordo, se si
tica usanza, che ci è testimoniata sia dalle arti figurati- cambia l’età)»». Non possiamo non avvertire la ripu-
ve che dalla letteratura: basti l’esempio del plagosus gnanza di Quintiliano, anche in senso estetico (defor-
Orbilius di oraziana memoria (Epistolae, 2, 1, 70). me), della violenza: la figura del maestro, nell’atto di
Quintiliano respinge la violenza come metodo educati- alzare la mano armata a percuotere un fanciullo, perde
vo, con argomenti che conservano ancora oggi tutta la molto della sua austerità e della sua bellezza. Anche il
loro validità. - ne quid cupide... faciat: il verbo servile è significativo proprio nella sua ambiguità:
moneo si costruisce con il congiuntivo introdotto da ut vuol dire che il fanciullo percosso è trattato come uno
(ne), quando ha il senso di ammonire, esortare a fare (o schiavo, o che portare violenza è un atto da schiavo,
non fare) qualcosa); è preferibile tradurre gli avverbi indegno dell’uomo libero? L’ignobiltà del metodo non
con degli aggettivi. - illud... multum est: si tratta di un cambiava, se il maestro, in luogo di applicare personal-
verso delle Georgiche di Virgilio (II, 272) a conclusio- mente la punizione, ne affidava l’esecuzione ai compa-
ne di un passo in cui si esortano gli agricoltori a segi- gni, perché cosí facendo si esaltava quel tanto di cru-
re la crescita delle pianticelle fin dagli inizi. è un luogo deltà, che del tutto inconsapevolemnte, alberga nel-
comune il paragone della pedagogia all’agricoltura, in l’animo del fanciullo, e si creavano vicendoli senti-
base al quale si parla dei discenti come giovani, teneri menti di rancore e attesa della rivalsa (ché il fanciullo
virgulti etc. Troveremo in seguito qualche qualche fustigato non poteva non provare qualche consolazio-
altro esempio (libro II, cap. IV, par. 11). - Caedi... ne ai propri patimenti, nel pensare che ben presto
velim: espressioni come volo, velim, sine etc. si posso- sarebbe toccato a lui frustare chi ora lo frustava). -
no costruire sia con l’infinitiva, come in questo caso, certe... iniuria est: Quintiliano vuol dire che è errata
sia con la completiva senza ut (minime velim pueri la convinzione che la percossa sia oltraggiosa solo se
caedantur); il congiuntivo velim “non vorrei” indica la inferta ad un adulto: il percuotere è un oltraggio in sé
discrezione (che non esclude la decisione) con cui e addirittura di maggior gravità, se rivolta a chi è indi-
Quintiliano avanza la proposta di un metodo educativo feso, come lascia intendere il seguito del discorso;
assolutamente non violento, ben consapevole di avere quod (“sul che”, cioè sul fatto che percuotere sia un’in-
contro di sé una lunghissima tradizione (receptum sit giuria) convenit (si è d’accordo), solo che si cambi

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Institutio Oratoria

Libro II - Cap. I. È sbagliato condurre tardi il fanciullo dal maestro di eloquenza, §§ 1-3 e 7.

1. Tenuit consuetudo, quae cotidie magis invalescit, ut praeceptoribus eloquentiae, Latinis quidem semper sed
etiam Graecis interim, discipuli serius quam ratio postulat, traderentur. Eius rei duplex causa est, quod et rheto-
res utique nostri suas partes omiserunt et grammatici alienas occupaverunt. 2. Nam et illi declamare modo et
scientiam declamandi ac facultatem tradere officii sui ducunt, idque intra deliberativas iudicialesque materias
(nam cetera ut professione sua minora despiciunt), et hi non satis credunt excepisse, quae relicta erant (quo nomi-
ne gratia quoque iis habenda est), sed ad prosopopoeias usque ac suasorias, in quibus onus dicendi vel maximum
est, irrumpunt. 3. Hinc ergo accidit ut quae alterius artis prima erant opera, facta sint alterius novissima, et aetas
altioribus iam disciplinis debita in schola minore subsidat ac rhetoricen apud grammaticos exerceat Ita, quod est

l’età (dell’oggetto della percossa, se cioè in luogo di un conserva le tracce del piú puro spirito classico, che
fanciullo, si tratta di un adulto; mutes, seconda perso- talora traluce attraverso la tristezza dei tempi presenti.
na per esprimere un soggetto generico). 1. Tenuit consuetudo [...] occupaverunt: ««C’è la
deinde, si... durabitur: ««poi, perché, se qualcuno consuetudine, che si fa ogni giorno piú salda, di affida-
ha un animo cosí insolente da non essere corretto da un re i discepoli a maestri di eloquenza, che sono sempre
rimprovero, egli sarà duro anche alle percosse, come i Latini, ma talvolta anche Greci, piú tardi di quanto sia
peggiori schiavi»». Il secondo argomento è costituito ragionevole. Di ciò vi è una duplice causa, cioè che da
dall’inutilità delle punizioni violente; l’animo ben edu- una parte i retori, per lo meno i nostri, hanno tralascia-
cato, dignitoso (quello da uomo libero, liberalis: vedi to il proprio compito, dall’altra i grammatici hanno
l’animo illiberalis dell’indocile) sente amaramente usurpato quello altrui»». - Tenuit consuetudo... ut...
anche il piú piccolo rimprovero: “o dignitosa coscien- discipuli... traderentur: Quintiliano lamenta sempre i
za e netta, come t’è picciol fallo amaro morso”, dirà ritardi nell’educazione, a qualunque livello; l’imper-
Dante nel terzo canto del Purgatorio. Chi non sente il fetto congiuntivo è in dipendenza da tenuit. - retho-
“morso” della parola si indurirà (durabitur, quasi “farà res... grammatici: potremmo definire i retori come i
il callo”) anche ai morsi della frusta. - pessima quae- maestri della scuola secondaria, i grammatici quelli
que: tutti i peggiori, cfr. optimus quisque orator. - della scuola primaria; per Quintiliano i retori vengono
mancipia: la parola mancipium (derivante da manus e meno al loro compito, quando non vogliono istruire gli
capere), schiavo, è di genere neutro, indicando chi è allievi in quegli elementi essenziali di cui eventual-
stato acquistato come una cosa. mente essi abbiano bisogno, mentre i grammatici, per
postremo [...] astiterit: ««infine, perché non vi vanità personale, invadono il campo dei retori e antici-
sarà bisogno neanche di questo tipo di castigo, se con- pano insegnamenti di cui gli allievi non sono ancora
tinuamente gli starà vicino il precettore»». L’ultimo capaci di impadronirsi. Un precetto essenziale della
argomento è quello decisivo: il fanciullo erra quando è dottrina quintilianea è che il maestro deve sempre ade-
abbandonato a se stesso; la continua presenza del mae- guarsi al grado di maturità del discepolo.
stro lo rassicura e gli impedisce di deviare, cosí da ren- 2. Nam et illi [...] irrumpunt: ««Infatti i primi pen-
dere superfluo anche il rimprovero (hac castigatione si sano che sia loro compito soltanto declamare e inse-
riferisce ad obiurgatione della frase precedente). gnare la scienza e la capacità del declamare, e ciò nei
Quintiliano, anche qui con grande anticipo sulla limiti delle materie deiberative e giudiziarie (il resto lo
moderna pedagogia, affermerà nel seguito del passo disprezzano, in quanto inferiore alla loro professione),
(non riportato) che occorre prevenire, in modo da ren- mentre i secondi non credono sufficiente accogliere ciò
dere inutile la punizione. - assiduus: in posizione pre- che è stato lasciato loro (e a questo titolo bisogna
dicativa, conviene tradurlo con un avverbio. - exactor anche ringraziarli), ma si lanciano anche nella proso-
studiorum: è il precettore, il maestro, in quanto popea e nella persuasoria, nelle quali consiste addirit-
sovrintende (exactor, cioè qui exigit) agli studi. tura il massimo carico dell’eloquenza»». Cioè: il buon
17. in aetatem infirmam [...] licere: ««nei riguar- maestro deve sapere farsi carico di tutte le difficoltà
di di un’età debole ed esposta all’oltraggio, a nessuno che il discepolo incontra, senza però esagerare; se da
deve essere concessa troppa licenza»». La sentenza di un lato non deve rifiutare di insegnare cose che ritiene
Quintiliano trova riscontro in un celebre verso di troppo semplici per lui (ma di cui il discepolo è caren-
Giovenale (Satira XIV) maxima debetur puero reve- te) come i fanno i retori, non deve neanche voler innal-
rentia. Nella mia Napoli si bolla chi leva la mano a col- zare il proprio insegnamento al di sopra del proprio
pire un fanciullo con una frase che lo espone al compito specifico, cosa che corrisponde ad un suo
disprezzo popolare: t’a vide cu e’ criature, cioè “sei bisogno, ma non a quello degli allievi (come spesso
capace di rivalsa solo sui bambini”; il che è un marchio tendono a fare i grammatici). Per quanto riguarda la
indelebile di viltà e di infamia. Non per nulla Napoli figura retorica della prosopopea, ve n’è un esempio,

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Quintiliano

maxime ridiculum, non ante ad declamandi magistrum mittendus videtur puer quam declamare sciat. [...] 7. Nos
porro quaerimus, quando iis, quae rhetorice praecipit percipiendis puer maturus esse videatur. In quo quidem non
id est aestimandum, cuius quisque sit aetatis, sed quantum in studiis iam effecerit. Et ne diutius disseram, quan-
do sit rhetori tradendus, sic optime finiri credo: cum poterit. [...]

Cap. II. Si scelga con la massima cura il maestro, §§ 1-4; questi si senta come un padre per i propri allievi,
§§ 5-8; con gli allievi sia benevolo, ma non debole, §§ 9-10 e 15.

1. Ergo cum ad eas in studiis vires pervenerit puer, ut, quae prima esse praecepta rhetorum diximus, mente

che abbiamo a suo luogo riportato, nella Pro Caelio di proemio Quintiliano aveva espresso l’esigenza che il
Cicerone (la prosopopea di Appio Claudio). Le suaso- maestro fosse sapiente nella sua arte e irreprensibile
riae erano esercizi in uso nelle scuole di retorica e con- nei costumi.
sistevano in una allocuzione rivolta ad un eroe della 2. Quod ego non idcirco [...] ipsa discentium: ««E
mitologia, nella quale lo si consigliava a prendere il questo aspetto io ho iniziato a trattarlo soprattutto in
partito migliore (ad esempio, un tema poteva esere questa parte, non perché creda che non vada fatta nel
quello di convincere Elena a non partire da Sparta modo piú accurato la stessa disamina anche per gli altri
insieme a Paride). maestri, come ho affermato già nel primo libro, ma
3. Hinc ergo [...] exerceat: ««Di qui perciò provie- perchè ne rende piú necessario l’avvertimento l’età
ne che quegli elementi che erano i primi di una delle stessa degli allievi»». - non idcirco: da collegare a
due discipline, sono divenute le ultime dell’altra, e che quia e poi a quod. La scelta dei maestri va effettuata
fanciulli ormai maturi per discipline piú elevate siano con tanto maggiore circospezione, quanto piú tenera è
trattenuti in una scuola inferiore e sotto i grammatici l’età degli allievi.
apprendano la retorica»», con un evidente ritardo nel- 3. Nam et adulti [...] deterreat: ««Infatti i fanciul-
l’educazione. li vengono fatti passare a questo tipo di maestri già
Ita, quod est [...] declamare sciat: ««E cosí, ciò grandicelli e continuano a stare presso di essi anche
che è veramente ridicolo, sembra che non si debba quando sono ormai giovanetti; e perciò bisogna allora
mandare un fanciullo dal maestro di declamazione, usare maggior cura, perché l’onestà del maestro pre-
prima che sappia declamare»». Non è raro, anche oggi, servi quelli di piú tenera età da ogni pericolo e la sua
vedere dei genitori pretendere dai figli che apprendano autorità tenga lontani dalla licenza i piú ribelli»». -
a scrivere ancor prima di andare a scuola. Ogni cosa a adulti fere: predicativo.
suo tempo, potrebbe essere l’adagio della pedagogia 4. Neque vero sat [...] astrinxerit: ««E invero non
quintilianea. è sufficiente che egli mostri la piú grande temperanza,
7. Nos porro [...] iam effecerit: ««Noi dunque se non raffrena con la severità della disciplina i costu-
poniamo la questione di quando un fanciullo sembri mi di coloro che vengono alla sua scuola»». Il sogget-
esssere maturo per apprendere ciò che la retorica inse- to è il maestro: (eum) praestare, nisi (ille) astrinxerit.
gna. E in ciò non bisogna tener conto di che età ciascu- 5. Sumat igitur [...] oriatur: ««Assuma dunque
no abbia, ma di quanto sia già progredito negli studi»». innanzitutto nei confronti dei suoi discepoli lo spirito
- iis... percipiendis... quae: dativo di fine. - id: prolet- di un padre, e pensi di subentrare al posto di coloro da
tico delle interrogative cuius aetatis sit... sed quantum cui gli vengono consegnati i figli. Non abbia vizi lui
effecerit... stesso e non li tolleri. La sua austerità non sia rigore, la
Et ne diutius [...] cum poterit: ««E per non stare sua amabilità non sia lassismo, perché non debba deri-
piú a lungo a discutere su quando dovrà essere condot- vare odio dal primo, disprezzo dal secondo»». -
to dal retore, credo che si può stbilire nel modo miglio- Sumat: il maestro. - ac... succedere: costruisci: existi-
re cosí: quando potrà»». Quindi: non far perdere tempo met se succedere in locum eorum a quibus sibi (riferi-
al fanciullo, ma neppure, per anticipare i tempi, sob- to al soggetto della principale) liberi tradantur (con-
barcarlo a compiti piú gravi di quanto egli possa giuntivo per attrazione modale). L’insegnamento è
affrontare. caritas, un atto d’amore: il maestro è per il suo allievo
1. Ergo cum ad eas [...] mores oportebit: come un padre, perché lo genera alla vita dello spirito.
««Dunque quando il fanciullo è giunto a quelle capaci- Piú oltre raccomanderà ai giovani di amare il maestro
tà negli studi da poter comprendere quelli che dicem- come un padre.
mo essere i primi precetti dei retori, dovrà essere con- Plurimus ei [...] immodicus: ««Parli molto di ciò
dotto dai maestri di questa arte; e di essi si dovrà in che è buono ed onesto; infatti, quanto piú spesso
primo luogo esaminare i costumi»». Si ricordi che nel ammonirà, tanto meno castigherà. Non sia incline

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Institutio Oratoria

consequi possit, tradendus eius artis magistris erit; quorum in primis inspici mores oportebit. 2. Quod ego non
idcirco potissimum in hac parte tractare sum aggressus, quia non in ceteris quoque doctoribus idem hoc exami-
nandum quam diligentissime putem, sicut testatus sum libro priore; sed quod magis necessariam eius rei men-
tionem facit aetas ipsa discentium. 3. Nam et adulti fere pueri ad hos praeceptores transferuntur et apud eos iuve-
nes etiam facti perseverant; ideoque maior adhibenda tum cura est, ut et teneriores annos ab iniuria sanctitas
docentis custodiat et ferociores a licentia gravitas deterreat. 4. Neque vero sat est summam praestare abstinen-
tiam, nisi disciplinae severitate convenientium quoque ad se mores astrinxerit.
5. Sumat igitur ante omnia parentis erga discipulos suos animum, ac succedere se in eorum locum, a quibus
sibi liberi tradantur existimet. Ipse nec habeat vitia nec ferat. Non austeritas eius tristis, non dissoluta sit comi-
tas, ne inde odium, hinc contemptus oriatur. Plurimus ei de honesto ac bono sermo sit; nam quo saepius monue-
rit, hoc rarius castigabit. Minime iracundus, nec tamen eorum, quae emendanda erunt, dissimulator, simplex in
docendo, patiens laboris, assiduus potius quam immodicus.
6. Interrogantibus libenter respondeat, non interrogantes percontet ultro. In laudandis discipulorum dictioni-
bus nec malignus nec effusus, quia res altera taedium laboris, altera securitatem parit. 7. In emendando quae cor-
rigenda erunt, non acerbus minimeque contumeliosus; nam id quidem multos a proposito studendi fugat, quod
quidam sic obiurgant quasi oderint. 8. Ipse aliquid immo multa cotidie dicat, quae secum auditores referant. Licet
enim satis exemplorum ad imitandum ex lectione suppeditet, tamen viva illa, ut dicitur, vox alit plenius praeci-

all’ira ma neanche trascuri ciò che andrà biasimato, tuttavia è nutrimento piú sostanzioso la viva voce,
semplice nell’insegnare, tollerante della fatica, costan- come si dice, e soprattutto di quel maestro che i disce-
te piuttosto che eccessivo»». Il maestro, piú che puni- poli, se solo siano stati formati in modo giusto, amano
re le colpe, deve prevenirle. E in ogni caso, mai deve e rispettano. Si può a malapena dire quanto piú volen-
adoperare metodi violenti. tieri imitiamo coloro che apprezziamo»». - Licet sup-
6. Interrogantibus [...] percontet ultro: ««A chi peditet: concessiva. - satis exemplorum: genitivo
pone domande risponda con piacere, chi non le pone, partitivo.
sia lui per primo a porle»». Il buon maestro sa venire 9. Minime vero [...] debet: ««Non bisogna conce-
incontro alla curiosità dei suoi discepoli piú acuti e dere ai fanciulli, come accade presso parecchi maestri,
suscitarla in quelli piú lenti. la libertà di saltar su ad elevare una lode eccessiva; ché
In laudandis [...] securitatem parit: ««Nel lodare anzi, deve essere modesta l’attestazione dei giovani,
ciò che dicono i discepoli non sia troppo avaro, né pro- quando ascoltano. Si farà cosí in modo che il discepo-
digo, perché la prima cosa genera avversione per la lo dipenda dal giudizio del maestro e pensi che sia giu-
fatica, la seconda eccessiva sicurezza»». Insomma, sto quel discorso che il maestro approva»». Ai giovani
conservare la misura, l’equilibrio, sia nella correzione può sembrare eccezionale quel che dice un loro com-
che nell’elogio. pagno; ma il giudizio è da riservarsi al maestro, che è
7. In emendando [...] oderint: ««Nel riprendere i il vero competente.
difetti da correggere non sia aspro e nient’affatto 10. Illa vero vitiosissima [...] perniciosissima
offensivo; infatti ciò che allontana molti dal proposito hostis: ««Infatti quell’atteggiamento oltremodo ripro-
di studiare è proprio il fatto che taluni sgridano come vevole, che ormai si chiama “umanità”, di lodarsi
se odiassero»». - Id... quod: id prolettico della dichia- scambievolmente qualunque bazzecola, è da un lato
rativa; il fanciullo che si sente sgridato con troppa indecente, teatrale ed estranea alle scuole che hanno un
durezza, crede che il maestro abbia qualcosa di perso- buon regolamento, dall’altro la piú pericolosa nemica
nale contro lui. Sentendosi respinto, abbandona gli degli studi»». L’uso fallace del termine humanitas da
studi, per scoraggiamento, ed anche per una certa parte dei piú è indice di decadenza dei costumi, perché
forma di rivalsa. attesta rilassatezza nell’educazione dei fanciulli, lad-
8. Ipse aliquid [...] referant: ««Dica lui stesso ogni dove per l’Autore il senso vero di humanitas è quello
giorno qualcosa, anzi molte cose, che i suoi ascoltato- di “dignità umana”, rispetto di sé e degli altri.
ri possano ripetere tra sé»». Uno dei principi dell’ap- Supervacua videtur [...] laude: ««Del tutto inutili
prendimento è l’imitazione: il maestro dia molti esem- appaiono l’applicazione e la fatica, quando sia pronta
pi della sua arte e l’allievo, a furia di imitare, impare- la lode, qualunque cosa i discepoli buttino fuori»». La
rà. Si tenga presente che all’epoca di Quintiliano lode deve essere moderata, perché il fanciullo o il gio-
buona parte dell’insegmamento avveniva ancora per vane non creda di essere già pervenuto alla meta e non
trasmissione orale. smetta gli ulteriori sforzi. - parata laude: ablativo
Licet enim [...] favemus: ««Infatti, anche se egli assoluto. - quidquid effuderint: soggetto è “i giova-
fornisce con la lettura abbastanza esempi da imitare, ni”, “i discepoli” o simili.

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Quintiliano

pueque eius praeceptoris, quem discipuli, si modo recte sunt instituti, et amant et verentur. Vix autem dici potest,
quanto libentius imitemur eos, quibus favemus.
9. Minime vero permittenda pueris, ut fit apud plerosque adsurgendi exultandique in laudando licentia; quin
etiam iuvenum modicum esse, cum audient, testimonium debet. Ita fiet, ut ex iudicio praeceptoris discipulus pen-
deat, atque id se dixisse recte, quod ab eo probabitur, credat. 10. Illa vero vitiosissima, quae iam humanitas voca-
tur, invicem qualiacumque laudandi, cum est indecora et theatralis et severe institutis scholis aliena, tum studio-
rum perniciosissima hostis. Supervacua enim videntur cura ac labor, parata, quidquid effuderint, laude.
[...] 15. Haec notanda breviter extimavi; nam ut absit ab ultimis vitiis ipse ac schola, ne praecipiendum qui-
dem credo. Ac si quis est, qui flagitia manifesta in eligendo filii praeceptore non vitet, iam hinc sciat cetera quo-
que, quae ad utilitatem iuventutis componere conamur, esse sibi hac parte omissa supervacua.

Cap. III. Il maestro sia perfetto nei costumi e nell’arte, §§ 1-2 e adatti il suo insegnamento all’età e alle capa-
cità dei discenti, §§ 7-9, 11-12

1. Ne illorum quidem persuasio silentio transeunda est, qui, etiam cum idoneos rethori pueros putaverunt, non
tamen continuo tradendos eminentissimo credunt, sed apud minores aliquamdiu detinent, tamquam instituendis
artibus magis sit apta mediocritas praeceptoris, cum ad intellectum atque ad imitationem facilior tum ad susci-
piendas elementorum molestias minus superba. 2. Qua in re mihi non arbitror diu laborandum, ut ostendam,
quanto sit melius optimis imbui, quanta in eluendis quae semel insederint vitiis difficultas consequatur, cum
geminatum onus succedentes premat et quidem dedocendi gravius ac prius quam docendi.

15. Haec notanda [...] supervacua: ««Ho pensato maestri, quanta difficoltà vi sia poi nell’emendare i
di dover fare brevemente queste notazioni; infatti difetti una volta che si siano radicati nei fanciulli, poi-
credo che non si debba neppure raccomandare che il ché un compito doppiamente gravoso preme coloro
maestro e la scuola siano lontani dagli ultimi vizi. E se che vengono dopo, e di certo il peso di far dimenticare
qualcuno c’è che non cerca di scansare, nello scegliere è piú pesante e precedente a quello di far imparare»».
il maestro per il figlio, i vizi manifesti, fin da qui sap- Sarebbe meglio che un cattivo maestro non insegnasse
pia che anche gli altri insegnamenti, che tentiamo di affatto, dice Quintiliano in un passo non riportato. - ut
mettere per iscritto a vantaggio dei giovani, sono per ostendam: regge le due interrogative indirette quanto
lui del tutto inutili, una volta che abbia trascurato que- sit melius... quanta difficultas consequatur (in eluendis
sto aspetto»». L’aspetto morale è condizione necessa- vitiis quae...).
ria, seppure non sufficiente, per fare il buon oratore, 7. Quid ergo? [...] comes possit: ««E che, dunque?
come ha detto nel proemio; in mancanza di una salda Non vi è una qualche eloquenza superiore a quanto
moralità tutto il resto è inutile. - ut absit... credo: possa comprendere con l’intelligenza la debole mente
costruisci: credo ne praecipiendum quidem (esse) ut dei fanciulli? Io l’ammetto: ma occorrerà che questo
absit... - hac parte omissa: ablativo assoluto. facondo maestro sia anche saggio e capace di insegna-
1. Ne illorum quidem [...] minus superba: ««Non re, adeguandosi alla misura del discente; come anche
è da passare sotto silenzio neanche l’opinione di colo- chi è velocissimo, se per caso fa il cammino con un
ro che, anche quando hanno pensato che i fanciulli fanciullo, gli dà la mano e modera il passo e non va piú
sono pronti per l’insegnamento del retore, tuttavia non avanti di quanto può il compagno»». L’esempio è par-
credono che bisogna affidarli subito al piú insigne, ma ticolarmente calzante, perché il maestro è effettiva-
li fanno rimanere per alquanto tempo presso dei meno mente come un compagno di strada che guida uno piú
capaci, come se per insegnare le arti fossero piú adatti giovane che si è avviato sulla strada degli studi.
i precettori mediocri, sia perché è piú facile compren- 8. Quid? si plerumque [...] infirmi minantur: ««E
derli ed imitarli, sia perché sono meno restii ad accol- che? se per lo piú accade che siano piú facili da com-
larsi la noia di insegnare i primi elementi»». - tan- prendere e piú limpide, quelle cose che sono dette da
quam... sit: comparativa ipotetica, che in latino segue chi è veramente dotto? Infatti la prima virtú dell’elo-
la consecutio temporum: con il congiuntivo presente, quenza è la chiarezza, e quanto meno uno vale per
quindi, mentre in italiano si usa l’imperfetto. - insti- ingegno, tanto piú prova a sollevarsi e a gonfiarsi,
tuendis artibus: dativo di fine, retto da apta. - cum... come quelli che sono bassi si sollevano sulle punte e i
tum: correlativi, “sia... sia”. deboli sono quelli che minacciano di piú»». - a doctis-
2. Qua in re mihi [...] quam docendi: ««In questo simo quoque: da chiunque sia piú dotto, doctissimus
argomento non credo di dovere faticare a lungo per quisque. - quo quis minus... hoc magis: correlativo,
mostrare quanto meglio sia essere istruiti dai migliori quanto meno... tanto piú.

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Institutio Oratoria

[...] 7. Quid ergo? non est quaedam eloquentia maior quam ut eam intellectu consequi puerilis infirmitas pos-
sit? Ego vero confiteor: sed hunc disertum praeceptorem prudentem quoque et non ignarum docendi esse opo-
prtebit summittentem se ad mensuram discentis; ut velocissimus quoque, si forte iter cum parvulo faciat, det
manum et gradum suum minuat nec procedat ultra quam comes possit. 8. Quid? si plerumque accidit ut facilio-
ra sint ad intelligendum et lucidiora multo, quae a doctissimo quoque dicuntur? Nam et prima est eloquentaie
virtus perspicuitas, et quo quis ingenio minus valet, hoc se magis attollere et dilatare conatur, ut statura breves
in digitos eriguntur et plura infirmi minantur. 9. Nam tumidos et corruptos et tinnulos et quocumque alio caco-
zeliae genere peccantes certum habeo non virium sed infirmitatis vitio labo(ra)re, ut corpora non robore sed vale-
tudine inflantur et recto itinere lassi plerumque devertunt. Erit ergo etiam obscurior, quo quisque deterior. [...]
11. [...] Nam ea causa vel maxima est, cur optimo cuique praeceptori sit tradendus puer, quod apud eum disci-
puli quoque melius instituti aut dicent quod inutile non sit imitari, aut si quid erraverint, statim corrigentur; at
indoctus ille etiam probabit fortasse vitiosa et placere audientibus iudicio suo coget. 12. Sit ergo tam eloquentia
quam moribus praestantissimus, qui ad Phoenicis homerici exemplum dicere ac facere doceat.

Cap. IV. Il maestro eviti l’eccessiva severità nel correggere gli errori dei discepoli, §§ 10-12 e 14.

10. Ne illud quidem quod admoneamus indignum est, ingenia puerorum nimia interim emendationis severi-
tate deficere; nam et desperant et dolent et novissime oderunt et, quod maxime nocet, dum omnia timent, nihil
conantur. 11. Quod etiam rusticis notum est, qui frondibus teneris non putant adhibendam esse falcem, quia refor-

9. Nam tumidos [...] plerumque devertunt: timore, non osano tentare nulla»». Quintiliano racco-
««Infatti tengo per certo che gli enfatici i contorti robo- manda sempre l’equilibrio; se aveva respinto i mezzi
anti e quelli che peccano per qualunque altro genere di correttivi violenti, ora consiglia tatto e gentilezza nel
cattiva imitazione hanno il difetto non di troppa forza, correggere, perché il fanciullo, messo dinanzi ai suoi
ma di debolezza, come i corpi si gonfiano non per errori, potrebbe disperare delle proprie capacità ed
robustezza, ma per malattia e quelli che sono stanchi si odiare quindi quelle discipline che invece deve amare.
allontano dalla retta strada»». - cacozeliae: è parola - Ne illud quidem indignum: litote per dignum (est)
greca, composta dall’aggettivo kakòs “cattivo” e zelos illud (prolettico della infinitiva ingenia deficere); quod
“imitazione”. admoneamus non dipende da illud, ma da indignum
Erit ergo [...] deterior: ««Sarà dunque anche piú (non è indegno che...); e ricorda che il verbo moneo
oscuro, quanto piú sarà incapace»». L’oscurità serve, vuole l’infinitiva quando significa “dare un avverti-
ovviamente, a nascondere la propria pochezza. è il mento” (su un fatto oggettivo). - ingenia puerorum: è
sistema di molti sciocchi in cattedra. uno di quei casi in cui il latino adopera il plurale (con-
11. Nam ea causa [...] suo coget: ««Infatti il moti- tro il singolare italiano), perché indica un fatto comu-
vo maggiore per cui un fanciullo debba essere affidato ne a piú persone. - dum timent: non è estranea qui una
ai migliori precettori, è proprio questo, cioè che presso sfumatura causale al dum.
di lui anche i discepoli, meglio formati, o diranno ciò 11. Quod etiam [...] pati posse: ««E questo lo
che non è inutile imitare, oppure, se commetteranno sanno anche i contadini, i quali pensano che non si
qualche errore, saranno subito corretti; invece quello debba adoperare la falce con le fronde novelle, perché
ignorante forse approverà anche i difetti e con il suo sembrano temere il ferro e non pore sopportare ancora
giudizio li farà piacere anche agli ascoltatori»». - ea i tagli»». Ancora un paragone tratto dalla pratica del-
causa: anticipa quod inutile non sit aut... corrigentur. l’arte agricola. Abbiamo piú su ricordato (commento al
- si quid erraverint... corrigentur: periodo ipotetico cap. III, parg. 13 del libro I) che è un luogo comune
di secondo tipo. della letteratura il paragone tra pedagogia e agricoltu-
12. Sit ergo [...] facere doceat: ««Il maestro sia ra.
dunque eccellentissimo e per eloquenza e per costumi, 12. Iucundus ergo [...] amet: ««Deve essere dun-
ed insegni a parlare e ad agire, secondo l’esempio del que affabile il maestro, perché i rimedi, che d’altronde
Fenice di Omero»». Fenice è in Omero il precettore di per propria natura sono dolorosi, vengano da mano
Achille. leggera alleviati: alcune cose le lodi, altre le tolleri, ne
10. Ne illud [...] conantur: ««è giusto anche avver- muti anche, spiegando perché si fa cosí, le illumini
tire che l’animo del fanciullo talvolta si abbatte per una aggiungendo qua e là qualcosa di suo. Talvolta sarà
correzione eccessivamente severa; infatti perdono la anche utile che egli stesso detti le materie per intero,
speranza, se ne affligono e infine concepiscono odioe, perché il fanciullo le imiti e frattanto le ami come fos-
ciò che costituisce il danno maggiore, finché hanno sero sue»». Quintiliano espone gli accorgimenti con i

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Quintiliano

midare ferrum videntur et nondum cicatricem pati posse. 12. Iucundus ergo tum maxime debet esse praeceptor,
ut remedia, quae alioqui natura sunt aspera, molli manu leniantur; laudare aliqua, ferre quaedam, mutare etiam,
reddita cur id fiat ratione, illuminare interponendo aliquid sui. Nonnumquam hoc quoque erit utile, ipsum totas
dictare materias, quas et imitetur puer et interim tamquam suas amet. [...]
14. Aliter autem alia aetas emendanda est, et pro modo virium et exigendum et corrigendum opus.

Cap. IX. Esortazione ai giovani a che amino i loro maestri, §§ 1-3

1. Plura de officio docentium locutus discipulos id unum interim moneo, ut praeceptores suos non minus
quam ipsa studia ament, et parentes esse non quidem corporum sed mentium credant. 2. Multum haec pietas con-
feret studio; nam ita et libenter audient et dictis credent et esse similes concupiscent, in ipsos denique coetus
quali un maestro può far amare, anziché odiare, le ge l’allievo a impegnarsi negli studi; ma questi senti-
discipline che insegna. Occorre tatto e pazienza nel menti saranno possibili, se i maestri saranno quali
correggere, perché già la semplice notazione degli Quintiliano ha detto che debbono essere, onesti nei
errori è di per sé umiliante; traendo il paragone dalla costumi e esperti nella scienza; di maestri siffatti, la
pratica medica (i rimedi della medicina antica erano correzione non è amara e la lode è fonte di giusto orgo-
dolorosi ed amari), Quintiliano suggerisce di mescola- glio e non di superbia. Il discorso pedagogico di
re il fiele della correzione con il miele della lode, in Quintiliano è coerente e ancor oggi valido. - in ipsos
maniera equa; e ancora una volta, l’esempio è il mezzo coetus scholarum: abbiamo reso semplicemente “a
migliore per insegnare: faccia vedere come avrebbe con scuola” che letteralmente significa “i raggruppa-
fatto lui, in quel caso. - ludare... ferre... mutare... illu- menti delle scuole”. Si ricordi che nei capitoli iniziali
minare: si possono intendere come dipendenti dal di questo secondo libro l’Autore aveva affrontato il
debet della frase precedente oppure... - reddita... problema della maggiore o minore validità della scuo-
ratione: ablativo assoluto, da cui dipende l’interroga- la pubblica nei confronti di quella domestica e aveva
tiva cur id fiat; il maestro non deve procedere per affermato che anche le scuole piú affollate sono da
assiomi, ma per argomentazioni: quello che importa è ricercarsi se vi è un valido maestro.
il metodo, non il risultato. - hoc quoque: prolettico di 3. Nam ut [...] concordia: ««Infatti, come è dovere
ipsum dictare; dictare, frequentativo di dico, comincia dei maestri insegnare, cosí è dovere dei discepoli
ad assumere il significato tecnico che avrà nel mostrarsi docili; altrimenti, nessuna delle due cose sarà
Medioevo (l’ars dictandi). sufficiente senza l’altra. E come la nascita dell’uomo è
1. Plura de officio [...] credat: ««Dopo aver parla- opera di tutti e due i genitori, e inutilmente spargerai i
to a lungo dei compiti dell’insegnante, solo a questo semi se non li accoglierà un solco, in precedenza pre-
esorto i discepoli, che amino i loro maestri non meno parato, cosí l’eloquenza non può formarsi se non con
che i loro stessi studi, e abbiano per fermo che essi gli sforzi associati e concorsi di chi insegna e di chi
sono padri non dei loro corpi ma delle loro menti»». Ai apprende»». Il processo educativo non ha come prota-
maestri aveva raccomandato di assumere nei riguardi gonisti né gli insegnanti, né gli allievi; e purtroppo si
degli allievi lo spirito di genitori (vedi piú, II, V, 5), ora continua ancor oggi a porre l’accento, a seconda delle
raccomanda agli allievi di considerare i maestri come tendenze, o sull’uno o sull’altro dei due termini:
dei padri secondo lo spirito: ed è l’unico precetto che soprattutto sul secondo e anche da fonti autorevoli, ma
si possa impartire ai discepoli (id unum, prolettico di viziate dalla demagogia; invece Quintiliano, circa
ut... ament). - Plura: comparativo, piú numerosi (i pre- venti secoli fa, sapeva e affermava che il processo edu-
cetti dati ai maestri rispetto a quelli da dare ai discepo- cativo è opera della struttura costituita da maestro e
li). allievo (nisi sociata concordia: sarà piú ablativo stru-
2. Multum haec [...] merebuntur: ««Questo mentale, che ablativo assoluto). - frusta... sulcus:
rispetto sarà di molto aiuto per gli studi; cosí infatti ancora un paragone con i lavori agricoli; con maggior
prestaranno volentieri ascolto, daranno credito alle sue forza e in altro contesto, il Vangelo racconta la “para-
parole e vorranno essere simili a lui, si recheranno con- bola del seminatore”; nota i due futuri anteriori sparse-
tenti e volenterosi a scuola, non se la prenderanno per ris... foveris, mentre piú regolare sarebbe stato spar-
le correzioni, saranno felici per le lodi, con la loro ges... foveris, perché la seconda azione precede la
applicazione meriteranno di essere molto apprezzati prima. - tradentis accipientisque: la traduzione italia-
dai maestri»». La pietas è il rispetto, l’amore filiale na toglie forza alla espressione latina, che meglio indi-
dovuto dal figlio al gentore e dall’uomo agli dei. Non ca la consegna della cultura da parte del maestro al
è il timore, dunque, ma la consapevolezza che il mae- discepolo che l’accoglie: è l’immagine sottesa alla
stro lo partorisce alla vita dello spirito, quella che spin- parola stessa tradizione.

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Institutio Oratoria

scholarum laeti alacresque convenient, emendati non irascentur, laudati gaudebunt, ut sint carissimi, studio mere-
buntur. 3. Nam ut illorum officium est docere, sic horum praebere se dociles; alioqui neutrum sine altero suffi-
cit. Et sicut hominis ortus ex utroque gignentium confertur, et frustra sparseris semina, nisi illa praemollitus fove-
rit sulcus: ita eloquentia cohalescere nequit nisi sociata tradentis accipientisque concordia.

Libro VI - Cap. III. Come far ridere, §§ 7 - 13 e 73-77

Il capitolo III del sesto libro dell’Istitutio Oratoria di Quintiliano è in alcuni manoscritti intitolato De risu; sulla scia di
illustri precedenti (l’adespota Rhetorica ad Herennium e il De oratore di Cicerone), l’Autore dedica sostanziose pagine
all’esame del ridicolo, alternando riflessioni teoriche ed esempi pratici. Qui riportiamo alcune considerazioni iniziali sulla
natura del riso e qualche episodio gustoso di cui forse riesce a sorridere anche un lettore moderno.

7. Neque enim ab ullo satis explicari puto, licet multi temptaverint, unde risus, qui non solum facto aliquo dic-
tove, sed interdum quodam etiam corporis tactu lacessitur. Praeterea non una ratione moveri solet, neque enim
acute tantum ac venuste sed stulte, iracunde, timide dicta aut facta ridentur; ideoque anceps eius rei ratio est,
quod a derisu non procul abest risus. 8. Habet enim, ut Cicero dicit, sedem in deformitate aliqua et turpitudine,
quae cum in aliis demonstrantur, urbanitas, cum in ipsos dicentes recidunt, stultitia vocatur.
Cum videatur autem res levis et quae ab scuris, mimis, insipientibus denique saepe moveatur, tamen habet
vim nescio an imperiosissimam et cui repugnari minime potest. 9. Erumpit etiam invitis saepe, nec vultus modo
ac vocis exprimit confessionem, sed totum corpus vi sua concutit. Rerum autem saepe (ut dixi) maximarum
momenta vertit, ut cum odium iramque frequentissime frangat. 10. Documento sunt iuvenes Tarentini, qui multa
de rege Pirrho sequiuis inter cenam locuti, cum rationem facti reposcerentur et neque neagri res neque defendi

7. Neque ab ullo [...] lacessitur: ««Non ritengo che ni, da mimi e perfino da sciocchi, ha tuttavia una forza
qualcuno riesca a spiegare sufficientemente, sebbene che definirei assolutamente indiscutibile e a cui non si
molti l’abbiano tentato, donde sorga il riso, che non può affatto resistere»». - nescio an: espressione cortese
solo è provocato da un qualche fatto o detto, ma talvol- per attenuare la forza di un’affermazione recisa.
ta anche da una sollecitazione fisica»». è chiaro che 9. Erumpit [...] frangat: ««Esso scoppia spesso
Quintiliano non si riferisce solo a stimoli mentali che anche a chi non vorrebbe, e non solo spinge ad espri-
provocano la risata, ma proprio al riso come manifesta- merlo col volto e con la voce, ma con la sua violenza
zione fisica del volto, spinto a movimenti muscolari scuote tutto il corpo. Inoltre spesso, come ho detto,
anche, per esempio, dal solletico. toglie importanza a cose gravissime, cosí da indeboli-
Praetera [...] risus: ««Inoltre esso non suole essere re molto frequentemente la collera e l’ira»». Continua
eccitato per una sola ragione; perché non solo le cose l’esame della natura del riso nei suoi effetti sia su chi
dette e fatte con spirito o eleganza, ma anche le cose ride sia su chi vede ridere. Si noti con quanta discrezio-
provocate da stupidità, ira, timidezza sono oggetto di ne si cerchino rispondenze fonetiche o sintattiche:
riso, e perciò la spiegazione di tutto questo è incerta, erumpit/exprimit; vultus/vocis; maximarum/momenta;
visto che il riso non è molto distante dalla derisione»». frequentissime/frangat.
Nella traduzione italiana diventa meno visibile il gioco 10. Documenta sunt [...] criminis dissoluta: ««Ne
fonico della paronomasia derisu/risus, due termini con son prova quei giovani tarantini, i quali durante una
cui Quintiliano pare voler distinguere il riso sorto da cena avendo a lungo parlato non troppo bene del re
finezza di spirito e quello provocato da difetti o vizi Pirro, quando fu loro chiesto conto del fatto e la cosa
umani. non poteva essere né negata né giustificata, se la cava-
8. Habet [...] vocatur: ««Ha la sua scaturigine — rono con una risata e una battuta indovinata. Infatti uno
come dice Cicerone — in una certa deformità e brut- di loro disse: “Anzi, se non fosse finita la bottiglia, ti
tezza e il notarle negli altri, la chiamiamo arguzia; avremmo ucciso”, e con tale spiritosaggine finí tutta
quando ricadono su quegli stessi che parlano, diciamo l’odiosità dell’accusa»». L’accortezza del giovane sta
che sono stupidaggini»»; cioè: un atto o un detto stupi- nell’attribuire la maldicenza sua e dei suoi compagni
do in sé diventa motivo di arguzia per chi lo nota o lo all’effetto del vino; sequius è comparativo di secus.
commenta. La frase di Cicerone si trova nel De orato- Nota l’accusativo di relazione rationem che col verbo
re (II, 58, 236). passivo reposcerentur è abbastanza frequente nel lati-
Cum videatur [...] potest: ««Ma, pur sembrando no imperiale, mentre precedentemente era limitato a
una cosa di scarso peso e che spesso proviene da buffo- poche espressioni (rogatus sententiam).

57
Quintiliano

posset, risu sunt et opportuno ioco elapsi. Namque unus ex iis, ‘Immo, inquit, nisi lagona defecisset, occidisse-
mus te’; eaque urbanitate tota est invidia crimimis dissoluta.
11. Verum hoc, quidquid est, ut non ausim dicere carere omnino arte, quia nonnullam observationem habet,
suntque ad id pertinentia et a Graecis et a Latinis composita praecepta, ita plane adfirmo, praecipue positum esse
in natura et in occasione. 12. Porro natura non tantum in hoc valet, ut acutior quis atque habilior sit ad invenien-
dum (nam id sane doctrina possit augeri), sed inest proprius quibusdam decor in habitu ac vultu, ut eadem illa
minus alio dicente urbana esse videantur. 13. Occasio vero et in rebus est cuius est tanta vis, ut sepe adiuti ea non
indocti modo, sed etiam rustici salse dicant, et in eo cum quis aliquid dixerit prior. Sunt enim longe venustiora
omnia in respondendo quam in provocando.
[...]
73. Redarguimus interim aperte, ut Cicero Vibium Curium multum de annis aetatis suae mentientem: ‘Tum
ergo, cum una declamabamus, non eras natus’; interim et simulata assensione, ut idem Fabia Dolabellae dicente
triginta se annos habere, ‘Verum est, inquit, nam hoc illam iam viginti annis audio’. 74. Belle interim subiicitur

11. Verum hoc [...] in occasione: ««Ma questa caratteristiche del viso, della voce e perfino del modo
capacità, qualunque essa sia, come non oserei dire sia di parlare”.
del tutto priva di una sua tecnica, giacché ha qualche 13. Occasio vero [...] in provocando:
sua regola da osservare e ci sono precetti al riguardo ««L’occasione poi (la cui forza è cosí grande che spes-
codificati da autori greci e romani, cosí non esito ad so, sorretti da essa, non solo gli ignoranti, ma anche i
affermare che è basata soprattutto su doti naturali e su buzzurri, hanno battute saporose) sta sia nelle circo-
occasioni»». Chi siano i trattatisti greci e latini a cui stanze sia in ciò che qualcuno abbia detto precedente-
Quintiliano attribuisce la formulazione di precetti sul mente; infatti quando si risponde tutto diventa molto
riso è difficile affermare, specie nell’ambito della let- piú arguto di quando si provoca»». L’osservazione era
teratura latina; per i greci si può pensare ad Aristotele, già stato fatta da Cicerone, De oratore, II, 230: omni-
a Teofrasto e a Plutarco; per i latini alle raccolte dei mo probabiliora sunt quae lacessiti dicemus quam
dicta di Cicerone, alle pagine ciceroniane de risu nel quae priores, “sono assolutamente piú efficaci le bat-
secondo libro del De oratore e al trattato a noi perve- tute che pronunciamo quando siamo provocati che
nuto De urbanitate di Domizio Marso (vissuto nell’età quelle che facciamo per primi”.
augustea). Con una lieve divergenza rispetto a [La lunga trattazione De risu di Quintiliano si
Cicerone, il quale aveva escluso del tutto la possibilità addentra a questo punto in partizioni teoretiche, secon-
di dar precetti sulla tecnica del far ridere (mihi quidem do cui il riso si articola in base ad una tipologia speci-
nullo modo videtur doctina ista res posse tradi, “a me fica, puntigliosamente definita. Piú godibile da parte di
per lo meno sembra che questa tecnica in nessun modo giovani lettori diventa la pagina quintilianea allorché
possa essere trasmessa con l’insegnamento”, De orato- accoglie episodi e aneddoti divertenti, il piú delle volte
re, II, 218), Quintiliano ammette che questa facoltà sintetizzati in una battuta. Ne riportiamo qualcuno.]
non è del tutto priva di una sua tecnica, desumibile 73. Redarguimus interim [...] non eras natus:
appunto dalla trattatistica greca e latina. ««Talvolta diamo aperte smentite come Cicerone a
12. Porro natura [...] videantur: ««Del resto la Vibio Curio che mentendo si toglieva molti anni: “Ma
natura non soltanto influisce in questo, che, cioè, qual- allora, quando andavamo a declamare insieme, tu non
cuno sia piú acuto e piú abile ad escogitare battute (e eri ancora nato”»». Vibio Curio fu comandante della
questo certo potrebbe essere accresciuto con l’insegna- cavalleria cesariana durante la gurra civile; aveva evi-
mento), ma c’è in alcuni un aspetto piú appropriato dentemente la debolezza di nascondersi gli anni e
nella figura e nel volto, tanto che quelle medesime Cicerone, che era stato, per cosí dire, suo compagno di
cose, se le dice un altro, sembrano essere meno spiri- scuola, non gliela perdona.
tose»». Il periodo è leggermente anacolutico, perché interim et simulata [...] audio: ««talvolta anche
dopo tantum in hoc valet ut... ci aspetteremmo una con un finto assenso, come lo stesso Cicerone, allorché
seconda proposizione coordinata con ut. Ma probabil- Fabia, moglie di Dolabella, diceva di aver trenta anni,
mente il conseguente succedersi di tre proposizioni confermò: “è vero, perché glielo sento ripetere da venti
con ut, di cui l’ultima sarebbe la consecutiva (ut.. esse anni”»». Publio Cornelio Dolobella, marito di Fabia,
videantur), ha determinato il cambio di costrutto. La sposò in seguito Tullia, figlia di Cicerone.
fonte del pensiero è sempre Cicerone (De oratore, II, L’espessione trigenta annos habere è un gallicismo a
219): natura enim fingit homines et creat imitatores et trigesimum primum annum agere.
narratores facetos adiuvante et vultu et voce et ipso 74. Belle interim [...] te solere: ««Elegantemente
genere sermonis, “infatti, è la natura che modella gli talvolta si sostituisce a ciò che si nega un’altra affer-
uomini e crea gli imitatori e i narratori spiritosi con la mazione piú mordace; per esempio Giunio Basso , poi-

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Institutio Oratoria

pro eo, quod neges, aliud mordacius: ut Iunius Bassus, querente Domitia Passieni, quod incusans eius sordes cal-
ceos eam veteres diceret vendere solere, ‘Non mehercules, inquit, hoc unquam dixi, sed dixi te emere solere’.
Defensionem imitatus est eques Romanus, qui obiicienti Augusto quod patrimonium comedisset, ‘Meum, inquit,
putavi’. 75. Elevandi ratio est duplex, ut aut nimiam quis iactantiam minuat: quemadmodum C. Caesar
Pomponio ostendenti vulnus ore exceptum in seditione Sulpiciana, quod is se passum pro Caesare pugnantem
gloriabatur, ‘Numquam fugiens respexeris’ inquit; aut crimen obiectum, ut Cicero obiurgantibus, quod sexage-
narius Publiliam virginem duxisset, ‘Cras mulier erit’, inquit. 76. Hoc genus dicti consequens vocant quidam,
atque illi simile, quod Cicero Curionem, semper ab excusatione aetatis incipientem, facilius prooemium habere
dixit, quia ista natura sequi et cohaerere videantur. 77. Sed elevandi genus est etiam causarum relatio, qua Cicero
est usus in Vatinium. Qui pedibus aeger, cum vellet videri commodioris valetudinis factus et diceret, se iam bina

ché Domizia moglie di Passieno, si lamentava che egli, aut crimen [...] erit, inquit: ««o (uno sminuisce)
rimproverando la spilorceria di lei, andava dicendo che l’accusa rivoltagli, come Cicerone (il quale) a coloro
essa di solito vendeva le sue scarpe vecchie, protestò: che gli rinfacciavano di aver sposato, lui sessantenne,
“Ma, per Ercole, io non ho mai detto questo; ho detto Publilia, una ragazzina ancora vergine, rispose:
che tu di solito le compri”. Di Giunio Basso si parla “Domani non lo sarà piú”. Cicerone sposò Publilia,
anche nei §§ 27 e 57, dove è ricordato come homo in dopo aver ripudiato la prima moglie, Terenzia, da cui
primis dicax, “un uomo fra i piú mordaci”, vissuto aveva avuto due figli, Tullia e Marco. Ma anche dalla
quando Quintiliano era ancora un ragazzo; suo con- giovanissima seconda moglie egli divorziò qualche
temporaneo fu Crispo Passieno, console pr la seconda anno dopo, poiché — disse — non aveva dimostrato
volta nel 44 d.C. dolore per la morte della figliastra Tullia. Strano a
Defensionem [...] putavi: ««Allo stesso modo finse dirsi, la giovane Publilia tentò, con grandi sforzi, “di
di difendersi un cavaliere romano il quale, ad Augusto rientrare nella casa di quel vecchio che l’aveva ripu-
che gli rinfacciava d aver dilapidato il patrimonio, diata” (Boissier: sulla base di Ad Att. XIII, 32). Ma
ribatté: “Credevo che fosse mio”. Questo ignoto scia- Cicerone fu inflessibile e volle rimanere solo.
lacquatore, che respinge con arguta moderazione l’in- 76. Hoc genus [...] videantur: ««Questo tipo di
trusione del potere nella propria vita privata, cattura battute è definito da alcuni “conseguente”, perché esse
tutta la nostra simpatia. sembrano naturalmente susseguirsi ed essere coerenti;
75. Elevandi [...] inquit: ««Il sistema di sminuire e sono simili a quella che Cicerone fece a proposito di
qualcuno è duplice: o uno sminuisce un’esagerata van- Curione, che esordiva sempre scusandosi della sua
teria (cosí C. Cesare a Pomponio che mostrava una vecchiaia: “ha — disse — ogni giorno un esordio piú
ferita ricevuta sul volto durante la rivolta di Sulpucio, comprensibile”»»; infatti, Curione, ogni giorno diven-
dal momento che si gloriava di averla subita combat- tava piú vecchio e, perciò, le sue scuse diventavano
tendo per Cesare, disse. “Non voltarti mai indietro sempre piú accettabili. Non si può affermare con sicu-
mentre scappi”»». Il Cesare di cui si parla è Caio rezza se il Curione qui citato sia il console del 76 a.C.,
Giulio Cesare Strabone che pose la propria candidatu- amico di Cicerone, o suo figlio che fu partigiano di
ra al consolato nell’anno 88 a.C., quando il tribuno Cesare. La traduzione che diamo non segue stretta-
Sulpicio Rufo, partigiano di Mario, provocò una sedi- mente il testo latino, ma è conforme ad un sintassi piú
tio con una proposta di legge favorevole alla plebe, e lineare.
mirante a togliere a Silla il comando della guerra con- 77. Sed elevandi [...] longiores sunt: ««Ma un
tro Mitridate, per affidarlo a Mairio; ma Silla marciò modo di sminuire (l’avversario) è anche la spiegazione
contro Roma batté Mario e Sulpicio, il quale ultimo — delle ragioni; di essa si serví Cicerone contro Vatinio.
mentre Mario riusciva a fuggire in Africa — fu ucciso Poiché costui, malato di gotta, voleva far credere che
e la sua testa portata a Silla. Caio Giulio Cesare era migliorato e andava dicendo che ormai poteva per-
Strabone, di parte sillana, uno degli interlocutori del correre due miglia al giorno, Cicerone disse: “è vero:
De oratore di Cicerone; morí nelle stragi mariane del- le giornate son diventate piú lunghe!”»». La relatio
l’anno 87; nulla sappimo di Pomponio, da lui staffila- causarum consisteva, dunque, nel dare di un fatto una
to con la terribile battuta citata da Quintiliano. spiegazione diversa da quella che l’interlocutore
L’elevatio, cioè la capacità di togliere efficacia a quel avrebbe voluto far credere: Vatinio poteva percorrere
che sostine l’interlocutore, è uno dei modi per risum un cammino piú lungo non perché stesse meglio con la
petere ex aliis, per far nascere il riso dagli altri; essaa gotta, ma perché le giornate diventavano piú lunghe;
si consegue in due modi: o sminuendo le vanterie degli evidentemente si andava verso il solstizio estivo!
altri (v. l’aneddoto sopra riportato) o sminuendo l’ac- Et Augustus [...] accendatis: ««E cosí Augusto,
cusa che ci vien rivolta (v. la successiva battuta di quando i Terragonesi gli annunziarono che sulla sua
Cicerone). ara era sbocciata una palma, disse: “Si vede quanto

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Quintiliano

millia passum ambulare, ‘Dies enim, inquit, longiores sunt’. Et Augustus nuntiantibus Tarraconensibus palmam
in aram eius enatam, ‘Apparet, inquit, quam saepe accendatis’.

Osservazioni al testo

I dodici paragrafi qui riportati sono solo una minima parte dei 112 che Quintiliano dedica al riso; con notevole coeren-
za programmatica egli perviene alla trattazione di tale tema, dopo aver, alla fine del capitolo precedente, trattto della capa-
cità, necessaria nell’oratoree, di commuovere e di commuoversi, talvolta fino al pianto, allorché tocca argomenti patetici,
dolorosi o tragici. Virtú diversa — esordisce — è quella di suscitare il riso nel giudice, concedendogli quasi una pausa ras-
serenante alla noia o alla stanchezza; virtú — aggiunge — che è difficile possedere, se è vero quello che i piú pensano,
cioè che, sotto tale aspetto, a Demostene mancò il talento, a Cicerone la misura (plerique Demostheni facultatem defuisse
huic rei credunt, Ciceroni modum, §§2).
Se, dunque, ai due massimi oratori classici si poteva muovere qualche critica o almeno qualche riserva, per il modo in
cui si erano serviti di tale espediente oratorio, non poteva mancare un’accurata riflessione teorica sull’essenza e sulle moda-
lità del ridicolo in un trattato che mirava ad accompagnare la formazione del perfetto oratore della fanciullezza fino al cul-
mine della carriera. E Quintiliano svolse il suo lavoro, valendosi, certo, di “capacità espressive notevolmente inferiori” a
quelle di Cicerone, ma sforzandosi di “conferire ordine e sistemacità” a ciò he dusume dal suo grande modello (G.
Monaco). “Certo non possiamo affermare — continua Monaco — che l’impostazione teoretica e la distribuzione sistema-
tica del De risu quintilianeo siano impeccabili, ma che il nostro autore ne senta l’esigenza in misura maggiore di Cicerone,
non pare che si possa mettere in dubbio. Anche per Quintiliano, come per il suo modello, possiamo dire che in genere
l’esemplificazione è artisticamente piú felice e si legge piú volentieri della formulazione teorica”. E ques’ultimo non è un
riconoscimento di poco conto, visto che è affermazione largamente condivisa quella che con estrema chiarezza Propp ha
formulato cosí: “Ogni epoca e ogni popolo hanno un loro particolare e specifico senso dell’umorismo e del comico, che è
talvolta incomprensibile ed inaccessibile in altre epoche”. L’essere riuscito a variegare l’astrattezza delle indagini teoriche
con l’inserimento opportuno di aneddoti e di battute ancora oggi efficaci e coinvolgenti non è piccolo merito di questo mae-
stro di retorica, il quale, fra gli antichi, ha compiuto forse lo sforzo piú coerente per formulare una teoria del ridicolo esau-
stiva per i suoi tempi.

spesso vi accendete il fuoco”»». La palma, spiega ara, e non perché essa esprimeva cosí un presagio fau-
Augusto, è cresciuta perché i Tarragonesi trascuravano sto, come essi avrebbereo voluto fargli credere: la
di compiere sacrifici e di accendere il fuoco sulla sua palma, si sa, era simbolo di vittoria.

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