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INTRODUZIONE

Il Novecento è il secolo in cui, nel mondo industrializzato, per la prima volta i prodotti delle idee e
dell’immaginazione vengono messi a disposizione di tutti, attraverso l’etere, e assumono un ruolo
centrale nella vita delle masse. Essi costituiscono ormai una risorsa economicamente rilevante e
condizionano il comportamento, il gusto, la mentalità di ognuno: farne la storia significa fare la
storia della società del XX secolo.
Fra i prodotti della cultura popolare, o di massa, cioè concepita e realizzata per il popolo e per le
masse, la radio e la televisione, più della stampa, del cinema, del teatro e della musica riprodotta,
hanno determinato la fisionomia dell’immaginario sociale. Se la radio, insieme all’automobile, ha
cambiato la percezione del tempo e dello spazio, la televisione, insieme all’uso di massa del
trasporto aereo, ha cambiato il senso dell’identità e della velocità.
Lo si voglia o no, il piacere è uno dei connotati fondamentali della modernità. Radio e televisione
procurano piacere in modo semplice e diretto, senza mediazioni di sorta.

A partire dal 1985, a Pisa e a Napoli, Gianni Isola e Anna Lucia Natale si esercitavano in direzione
di quel “territorio di frontiera” costituito dalla storia dell’ascolto; un territorio tuttora impenetrabile
per la mancanza di fonti numerose e attendibili, eccezion fatta per le rubriche di corrispondenza del
vecchio “Radiocorriere”, e per alcuni sporadici riferimenti contenuti in pubblicazioni di
testimonianze orali del mondo operaio e contadino.
Un più sistematico approccio storiografico, ancorché limitato agli aspetti massmediologici del
mezzo televisivo, comincia invece a notarsi con le ricerche condotte dal gruppo di lavoro
dell’Università Cattolica di Milano coordinato da Gianfranco Bettetini.
La stessa Rai intanto, sembra aver già ufficiosamente disposto che Torino abbia il suo Museo della
Radio, e Milano quello della Televisione.

Da ricordare l’anno 1924 che segna ufficialmente la nascita della radiofonia italiana e il termine
Broadcasting: Per broadcast (o con l’obsoleto termine italiano radioaudizioni circolari) si intende la
trasmissione di informazioni da un sistema trasmittente a un insieme di sistemi riceventi non
definito a priori. L’esempio più classico è costituito da un trasmettitore radio di grande potenza e da
un gran numero di ricevitori montati nelle automobili o nelle case. In questo caso, tutti i ricevitori
situati nell’area di copertura del trasmettitore riceveranno il segnale, e il trasmettitore non potrà
sapere esattamente con chi ha comunicato.

Storia della radio e della televisione in Italia


(Franco Monteleone)

1. LA GRANDE STRADA DELL’ETERE


“Ho in mente un piano che potrebbe fare della radio uno strumento domestico, come il
grammofono o il pianoforte. Sarà tenuta in salotto e si potrà ascoltare musica, conferenze,
concerti”. Con queste parole, David Sarnoff aveva per primo immaginato, già nel 1916, di dare
corpo a un progetto commerciale che potesse rivolgersi a un mercato ampio di consumatori.
La nascente industria delle comunicazioni però aveva altri obiettivi. Il suo scopo principale era la
“telefonia” senza fili che tanto interessava i governi e il mondo degli affari. Con il passaggio dallo
sfruttamento commerciale della “radiotelegrafia” alla creazione delle prime società di
“radiodiffusione”, si delineano i due sistemi antitetici di organizzazione radiofonica nazionale, che
da allora saranno considerati i modelli classici del servizio radiofonico: il monopolio pubblico del
broadcasting, in Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia; il sistema privato del network in
America. In Gran Bretagna, e precisamente dalla stazione Marconi di Chelmsford in Cornovaglia
che il 23 febbraio 1920 venne trasmesso il primo regolare servizio radiofonico della storia, per due
ore consecutive al giorno, per un periodo di due settimane (un vero primato rispetto alla stazione
Westinghouse di Pittsburgh in America, che iniziò il servizio solo alcuni mesi dopo). Dal momento
che il fenomeno divenne rapidamente inarrestabile, si posero le basi per la nascita del monopolio
pubblico della British Broadcasting Company , ufficialmente costituita il 18 ottobre 1922
dall’unione di alcune fra le maggiori compagnie industriali britanniche. Il ricorso alla pubblicità
come risorsa finanziaria fu rifiutato per non compromettere la qualità dei programmi. Due anni
dopo, John C.W. Reith, il primo direttore generale della BBC, scriveva: “Se l’etere fosse stato
svenduto al denaro e al suo potere; se non ci fosse stata responsabilità etica e intellettuale; se
interessi diversi da quelli pubblici avessero preso il sopravvento, la BBC non sarebbe mai
diventata quella che è”. Esattamente il contrario di quello che stava avvenendo in America dove,
grazie al Radio Act del 1912, in base al quale il Ministero del commercio non poteva negare le
licenze a nessuno che fosse cittadino americano, entrarono in scena le grandi corporations. Prima
fra tutte la American Thelephone and Thelegraph Company, ma anche la General Electric e la
Westinghouse, poi Radio Corporation of America. Tra il 1912 e il 1916 furono rilasciate più di
8.500 licenze di trasmissione, molte delle quali erano state richieste da colleges, scuole, università.
La stazione Westinghouse iniziò a trasmettere il 3 novembre 1920 e, contemporaneamente, a
collocare sul mercato i propri ricevitori. Poco più tardi, a New York, David Sarnoff aveva
finalmente avuto il permesso e i finanziamenti necessari per realizzare un modello della sua Radio
Music Box. Nacque così la WJY, che il 2 luglio 1921 trasmise in diretta la “radiocronaca” di un
incontro di pugilato. In tutti gli Stati Uniti, verso la fine del 1922 i ricevitori funzionanti avevano
raggiunto l’incredibile cifra di 750 mila. La “grande strada dell’etere” era stata per sempre tracciata.

POLITICI E IMPRENDITORI NEL MERCATO DEI SUONI


La prima legislazione italiana sulle comunicazioni senza fili risale al 1910 ed era frutto di un
progetto redatto da Carlo Schanzer presentato in parlamento dal Ministro delle poste Augusto
Ciuffelli. Il progetto assegnava l’esercizio delle radiocomunicazioni alla sfera dei servizi pubblici e
sottoponeva a regime restrittivo e controllato le concessioni a società private. Ne era derivata la
legge del 30 giugno 1910 n. 395, ispirata a preoccupazioni militari e di sicurezza nazionale.
Guglielmo Marconi: Grande scienziato, ma soprattutto grande imprenditore (un principe mercante

della tecnologia). Già nel 1898 era nata a Londra la Marconi’s Wireless Telegraph Company,
detentrice di tutti i brevetti dell’inventore bolognese e capofila delle successive Marconi
Companies. In Italia, fin dal 1902, egli aveva concesso gratuitamente per vent’anni l’uso dei suoi
brevetti alle amministrazioni dell’Esercito e della Marina. Ricevette il Nobel per la fisica e venne
nominato senatore da Salandra. 1921: Società italiana per i servizi radiotelegrafici e radiotelefonici
(Sisert – Pres. Marconi, “Vice” Avv. Filippo Bonacci, Cons. Luigi Solari). Nell’estate del 1923 il
Governo Regio (Mussolini) concluse un accordo con le società francese e tedesca (Telefunken) per
la costituzione della Italo Radio con capitale da raccogliere mediante una sottoscrizione garantita
dalla Banca commerciale italiana. Lo smacco per Marconi non poteva essere più grande: la
Compagnia Marconi iniziò una vasta serie di contatti onde unificare gli interessi gravitanti intorno
alla questione della radiofonia. Nacque così il gruppo fondatore della società Radiofono che rilevò
la domanda di concessione avanzata dalla Sisert.

LA PRIMA SOCIETA’ DI BROADCASTING


Nel 1924 nasceva il Ministero delle comunicazioni, con a capo Costanzo Ciano. Il 3 giugno di
quello stesso anno Ciano rendeva noto alla Radiofono e alla Società italiana radio audizioni
circolari (Sirac – che celava ditte USA, in particolare la Western Electric) che il governo aveva
deciso di affidare l’esercizio radiofonico a una società unificata e le invitava a prendere contatti per
la fusione. Il 14 giugno le società comunicavano di aver raggiunto l’accordo. Il 27 agosto 1924
nasceva a Roma l’Unione radiofonica italiana (Uri). Ciano fu inoltre il ministro che condusse in
porto l’operazione economica di privatizzazione dei telefoni.
<Intreccio d’interessi (fra il senatore Giovanni Agnelli e Benito Mussolini) che mira al controllo dei
grandi mezzi d’informazione come merce di scambio tra potere economico e potere politico). Per
questo il Sen. prende possesso di testate come quella del “Resto del Carlino”, del “La Stampa” sino
alla creazione del “Corriere Italiano” e alla nomina di Presidente dell’Uri nella persona di Enrico
Marchesi, in precedenza direttore centrale della Fiat>.
Con il regio decreto-legge 1 maggio 1924 n. 655 venivano definiti i contenuti delle radiodiffusioni:
concerti, teatro, conversazioni, notizie. Veniva inoltre regolato il sistema dei finanziamenti ai futuri
concessionari mediante la pubblicità commerciale e i canoni di abbonamento; una prassi che resterà
immutata in tutta la storia della radiodiffusione italiana. Con un secondo regio decreto venivano
disciplinati non solo le modalità di esercizio degli impianti da parte dei concessionari ma anche i
controlli del governo (in particolar modo l’art. 25 – ruolo chiave della Stefani). La convenzione
stipulata il 27 novembre 1924 fra l’Unione radiofonica italiana e il Ministero delle comunicazioni
istituiva definitivamente la figura giuridica della società concessionaria: rappresenta quindi l’atto di
nascita del primo regime radiofonico in Italia. Si può finalmente parlare di regime di monopolio.
Solo adesso infatti, esistono le condizioni che consentono a una sola società l’esercizio delle
radioaudizioni circolari. È vero che il 55% del capitale è in mani private, ma con il passare degli
anni lo Stato entrerà sempre più nella partecipazione azionaria fino a ottenerne la maggioranza.

2. LA SCATOLA SONORA
un oggetto misterioso
Il vero oggetto “misterioso” della storia della radiofonia è il pubblico – con le sue abitudini, i suoi
mutamenti, i suoi gradimenti e i suoi malumori; oggetto indecifrabile e, insieme, determinante
punto di riferimento. Il 6 ottobre 1924 si inaugura il servizio regolare, ma la radio, per ora, è solo
una sorprendente scatola sonora con programmi assai semplici ed eterogenei: musica classica,
bollettini, qualche rara conversazione. In questa fase c’è maggior interesse per l’aspetto tecnico

piuttosto che per i contenuti, e il pubblico, è composto soprattutto da giovani amatori (i cosiddetti
“sanfilisti” – dal francese sans fil = senza fili). Due anni dopo l’inizio dell’attività di radioaudizione
circolare gli abbonati tuttavia, sono appena 26 mila. Un numero più che raddoppiato rispetto
all’anno precedente, ma inferiore alla media dei maggiori paesi d’Europa. Tra il 1924 e il 1927
nacquero le leghe nazionali: Rai (Radio associazione italiana), la Fir (Federazione italiana
radiocultori), il Radio Club nazionale italiano, l’Associazione nazionale radio dilettanti; queste
ultime due confluirono nell’Ari, l’Associazione radiotecnica italiana. La Fir sosteneva il principio
della libera associazione dei dilettanti in funzione antimonopolistica; l’Ari era invece l’espressione
di interessi legati all’industria degli apparecchi riceventi ed ebbe un’azione assai più lungimirante
promuovendo la nascita di un pubblico indifferenziato.
Nell’annuncio pubblicitario della Allocchio – Bacchini viene forse per la prima volta indicata una
strategia per lo sviluppo e per la trasformazione degli ascoltatori. Nascono anche le prime
campagne di diffusione della radiofonia, i primi radioconcorsi. Il reagente dei cambiamenti in atto
fu la pubblicità (réclame) che, dopo il 1926, rappresenta un elemento essenziale delle trasmissioni e
una risorsa finanziaria indispensabile per la concessionaria. La Sipra (Società italiana pubblicità
radiofonica anonima), costituita a Milano il 9 aprile del 1926, è la prima di una serie di consociate e
nasce per gestire un fatturato pubblicitario piuttosto limitato anche se in costante aumento. Per
motivi di marketing nasce anche “Radiorario” settimanale ufficiale dell’Uri che esce in edicola dal
18 gennaio del 1925 e grazie al quale il direttore generale della concessionaria, Raoul Chiodelli,
cerca di conoscere gusti, orientamenti e giudizi del pubblico.

IL GIORNALE PARLANTE
L’Enit diramava notiziari radiofonici relativi a facilitazioni tariffarie, innovazioni e modificazioni
dei servizi ferroviari, automobilistici e di navigazione. Radio Roma aveva iniziato una serie di
rubriche fisse (Rivista scientifica e di varietà, Rivista dei libri ecc) e mandava in onda conferenze
culturali. Fra tanto materiale scadente alcune eccezioni, come l’esibizione di Ettore Petrolini con
una parodia di Maria Stuarda a Radio Milano o la commemorazione di Cesare Battisti curata da
Alberto Colantuoni. Un certo miglioramento cominciava a ravvisarsi anche nei notiziari
d’informazione, i più esposti al controllo governativo (vedi il giro di vite di Mussolini sulla stampa
dal 1923) e comunque dipendenti dai dispacci della Stefani, l’unica agenzia autorizzata dal governo,
diretta da Manlio Morgagni. Nel 1927, in seguito ad accordi intercorsi tra la direzione dell’Uri e il
“Popolo d’Italia”, la stazione di Milano iniziò a trasmettere un programma serale che anticipava gli
articoli e le notizie più importanti che l’indomani si sarebbero letti sul quotidiano del Partito. Come
annunciava il “Radiorario”, non v’era avvenimento patriottico o nazionale al quale il microfono non
era chiamato a collaborare attraverso il suo “giornale parlante”.
Il 10 ottobre del 1926 vi fu molto entusiasmo per il discorso pronunciato dal Duce in occasione
della “battaglia del grano”. La grande campagna radiofonica organizzata in favore della ruralità, del
mito della terra, dell’esaltazione della vita contadina, divenne così la prova generale dell’ascolto
“collettivo”. La diffusione della radio fra le masse rurali era tuttavia praticamente inesistente.
Al contrario di quanto avveniva per i ceti medi urbani e per il pubblico dei giovanissimi e dei
bambini (omogeneità di gruppo e alto grado di sensibilità al messaggio). Per questo la radio prestò
subito particolare attenzione dedicando loro buona parte dei suoi programmi. Dalle prime novelle
trasmesse nella rubrica L’angolo dei bambini fino al Cantuccio dei bambini messo in onda da
Milano sul finire del 1926 (programmazione curata da Elisabetta Oddone). La trasvolata atlantica
del 1927 inaugurò, infine, con la conferenza intitolata Da Colombo a De Pinedo, la serie di
celebrazioni aeronautiche promosse da Italo Balbo nei confronti della gioventù. Da ricordare anche
il Giornale radiofonico del fanciullo di Cesare Ferri. Al di là della propaganda politica si cercava di
costruire un rapporto partecipativo con gli ascoltatori e di creare il proprio pubblico. Si arriva così
al febbraio 1927, allorché viene indetto il primo referendum per “conoscere con precisione gusti e

tendenze del vasto pubblico e sempre meglio accontentarlo”. Emerse un giudizio moderatamente
positivo della programmazione, formulato da un pubblico non sempre giovane, di cultura medio-
bassa e scarsamente politicizzato.

VERSO UNA RADIO DI MASSA


Questa scarsa ricettività degli ascoltatori verso trasmissioni marcatamente politiche non venne
modificata nemmeno dal sorgere di nuove organizzazioni di massa quali l’Opera nazionale balilla
(Onb) e il Dopolavoro, che interagivano con l’Uri. È di questo periodo il fallimento dell’iniziativa
“radio per le scuole”. I mass media erano chiamati, anche se in modo rudimentale, a stabilire un
processo di identificazione di milioni di italiani con il loro capo.
Tra gli intellettuali la radio suscitò reazioni assai diverse. Marinetti comprese subito quanto fosse
congeniale il nuovo mezzo alla poetica futurista. Massimo Bontempelli al contrario era
maggiormente suggestionato dalle possibilità del linguaggio cinematografico. Giovanni Gentile
avvertì immediatamente le possibilità didattiche della comunicazione radiofonica.
Negli anni venti la comunicazione culturale di massa era ancora legata a modelli più tradizionali
come il romanzo d’appendice e a fenomeni di tipo interpersonale, come a esempio il rapporto tra il
parroco e i suoi fedeli. Non stupisce quindi il divieto d’ascolto e di possesso degli apparecchi radio
fatto dalla Chiesa ai sacerdoti e ai religiosi in genere (1927) né il monito contro i pericoli
dell’industria culturale espresso da Pio XI (con l’enciclica Casti connubi) appena qualche mese
prima dell’inaugurazione della stazione radio del Vaticano. Il modello che, invece, va prendendo
corpo è esattamente quello contrario: un incentivo all’ascolto di massa, per ciò che riguarda il
pubblico, e una gestione autoritaria dello strumento, per ciò che concerne l’apparato produttivo. Su
questo processo, più che sull’insieme delle trasmissioni, volle farsi sentire l’influenza politica del
regime.

3. LA PAROLA ELETTRICA
nuove dimensioni industriali
All’inizio del 1927 l’Uri non era in grado di continuare l’esercizio dell’attività sociale senza
l’intervento di massicci finanziamenti. Dal gennaio del 1927 al gennaio del 1928, si definiscono le
caratteristiche del nuovo sistema: potenziamento delle stazioni trasmittenti, creazione di un nuovo
ente concessionario e istituzione di un Comitato superiore di vigilanza sulle radiodiffusioni (=
creatura di Ciano; al suo interno hanno ruoli di assoluta rilevanza Benni, Cartoni e Polverelli). Il 15
gennaio 1928 la società concessionaria assume ufficialmente la denominazione di Ente italiano per
le audizioni radiofoniche (Eiar). La radio italiana esce così dal periodo delle origini e comincia a
imporsi all’opinione pubblica come mezzo di comunicazioni di massa. Tra il 1929 e il 1934 le
vicende della proprietà dell’ente radiofonico si incrociano con quelle della Sip (Società idroelettrica
Piemonte), che finirà per controllare il capitale azionario dell’Eiar. Oltre alla Sip facevano
apertamente il loro ingresso nella radiofonia italiana anche la Fiat, o per meglio dire la holding Ifi,
con Giovanni Agnelli e l’editore Arnoldo Mondadori. Il 30 giugno 1931, con atto notarile, la Sip
entrò pure in possesso dell’intero pacchetto azionario della Sipra e avrebbe trovato in Giancarlo
Vallauri il suo manager. Nel 1931 intanto, a Torino il Laboratorio di ricerche, da poco costituito,
dette avvio alle prime esperienze nel campo della televisione.
Con decreto legge 29 luglio 1933 veniva approvato lo statuto speciale dell’Eiar, passo storicamente
e giuridicamente importante perché in esso si stabiliscono formalmente i limiti dell’esercizio della
radiofonia. Il patrimonio immobiliare dell’Eiar invece, diverrà così consistente da condurre nel
1941 alla costituzione della Società immobiliare radiofonica italiana, che, insieme alla Sipra e alla

Cetra (Compagnia per edizioni, teatro, registrazioni e affini), formeranno il gruppo radiofonico
delle consociate Sip.

LA MACCHINA DELL’ATTENZIONE
La radio (“macchina dell’attenzione”) continuava a essere un genere di lusso, al pari
dell’automobile. Basti pensare che mentre la Fiat lanciava la prima vettura autenticamente popolare,
la “Balilla”, al prezzo di poco superiore alle 10.000 lire, la Marelli mise sul mercato un ricevitore
commerciale, il Musagete, a quasi 3.000 lire. Per molto tempo ancora la “galena” fatta in casa
rimarrà l’unico strumento di ascolto per i ceti popolari. Solo nel 1934 il presidente dell’Eiar
Vallauri, avanzò una precisa richiesta al Gruppo costruttori apparecchi radio al fine di studiare
concretamente la possibilità di mettere sul mercato un radioricevitore di tipo popolare. Nel maggio
del 1937 fu messo finalmente in vendita, al prezzo di 430 lire (pagabili in 18 rate), il Radiobalilla,
dal “bel nome augurale, espressivo e descrittivo”, scelto dallo stesso Mussolini. Nonostante questo e
altri sforzi (vedi l’utilizzo dei Pionieri), all’inizio del 1934 gli abbonati erano poco più di 350 mila,
una cifra ridicola rispetto al milione e mezzo di francesi, ai cinque milioni di tedeschi e ai quasi sei
degli inglesi. Eravamo pari soltanto alla Polonia e all’Ungheria.

LA RADIO IN OGNI VILLAGGIO


Già nel 1929 si era creduto di individuare “la maggioranza degli ascoltatori” negli “abitatori delle
campagne”, ma il vero problema restava quello di raggiungere questo vasto bacino di utenza nelle
condizioni sociali ed economiche del momento. L’idea di usare la radio a scopi didattici, si ispirava
a una caratterizzazione della stessa come servizio pubblico, contraddistinto tuttavia da un’ideologia
totalitaria. Grazie ad Arturo Marescalchi e a Costanzo Ciano con legge 15 giugno 1933 n. 791,
venne creato l’Ente radio rurale (Err) “al fine di contribuire alla elevazione morale e culturale delle
popolazioni rurali”. All’ente era “affidata la vendita degli apparecchi radioriceventi e delle loro
parti per le scuole e altri luoghi pubblici dei comuni rurali e frazioni rurali dei comuni”. Per le
insistenti pressioni esercitate da Starace e da altri membri del Partito, nel novembre 1934 Mussolini
decise di trasferire l’Err sotto il diretto controllo del segretario del Pnf. Da questo momento nei
programmi radiorurali l’insegnamento di “cultura fascista” balzò al primo posto.
Il vero limite di fondo dell’intera esperienza restava la difficoltà di procurarsi l’apparecchio
ricevente, il “Radiorurale” (in seguito “Radiobalilla”). Ciò che rese fallace questo progetto pertanto,
fu una grave mancanza di duttilità organizzativa e di spirito imprenditoriale

UNA VOLIERA DI VOCI E DI SUONI


A quasi dieci anni dal suo esordio (1924) la radio è diventata un mezzo fra i tanti, non è più un
curioso ingombro tecnologico, ma elemento dello status symbol della famiglia che lo possiede,
monumento domestico dal quale scaturisce l’immagine del mondo moderno, “voliera di voci e di
suoni” entro cui si compendia l’idea stessa della civiltà di massa. La programmazione che emerge
con caratteri più spiccati è quella di genere leggero: gli sketch di Vittorio De Sica, i motivi
orecchiabili del Trio Lescano e le interpretazioni di Nunzio Filogamo, consolavano un ceto medio e
popolare sul quale gravavano ancora le minacce della crisi economica. In quegli anni (1929-34)
nasce anche il primo cabaret radiofonico sugli esempi tedesco-inglese. Riuscire a intrattenere e
contemporaneamente far divertire il pubblico – dopo il carattere serio e un po’ noioso degli anni
dell’esordio – è uno degli scopi maggiormente perseguiti dai programmisti dell’Eiar, anche se non
sempre coronato da successo. (Risale a questo periodo il debutto di Cesare Zavattini con la famosa

serie Parliamo tanto di me). Successo strepitoso ebbero i varietà Topolino al castello incantato e
soprattutto I quattro moschettieri entrambi di Angelo Nizza e Riccardo Morbelli che insieme a
Egidio Storaci e Riccardo Massucci, dettero vita dai microfoni di Radio Torino a uno dei fenomeni
più clamorosi di tutta la storia della radio italiana. Una vera e propria follia nazionale, che raggiunse
il suo acme nell’edizione del programma del 1936, alla quale fu abbinato un concorso a premi,
sponsorizzato dalla Buitoni e dalla Perugina, basato sulla raccolta di figurine disegnate da Angelo
Bioletto. Nemmeno le prime esperienze radiofoniche del grande Eduardo De Filippo ottennero un
simile successo. La canzone italiana rappresentava allora il legante indispensabile di una
programmazione tutta orientata su un target “casalingo” composto in maggioranza da un pubblico
di bambini e di donne. Il pubblico femminile diventa addirittura l’interlocutore privilegiato della
pubblicità radiofonica, sia come destinatario che come interprete. In Italia il “radioteatro” fa la sua
comparsa soltanto cinque anni dopo la nascita del servizio regolare di radiodiffusione. La politica
dell’educazione nazionale aveva ormai cominciato a intrecciarsi stabilmente con gli strumenti
dell’industria culturale.
PAROLE ALLO STATO NASCENTE
Enzo Ferrieri così scriveva a proposito del saper parlare in radio: “Occorrono doti di cordiale
comunicazione col pubblico, gradevole timbro di voce, accortezza di dare alle parole che si dicono,
o, magari, quelle che si leggono, un tono così fresco, così vivo, direi, di parole allo stato nascente,
che l’ascoltatore si illuda che tutto sia creato lì per lì, proprio per lui”.
Nonostante l’iniziale ostilità, le autorità ecclesiastiche videro con favore la presenza di predicatori
ai microfoni dell’Eiar (vedi il padre francescano Vittorino Facchinetti).
Aumentava considerevolmente lo spazio concesso a una radio sempre più “parlata” anche se l’idea
di una radio intesa come strumento di propaganda e di manipolazione dell’opinione pubblica non
era lontana.

4. LA PAROLA AUTORITARIA
i portavoce del regime
Nel periodo compreso fra il 1935 e lo scoppio della seconda guerra mondiale la radio possiede
ormai il volto sicuro del mezzo di comunicazione di massa e assume nella società italiana quel ruolo
decisamente politico che Mussolini aveva tardato a riconoscerle. Le iniziative prese dal regime per
diffondere l’ascolto collettivo nei luoghi pubblici, dimostrano che si era attribuito al mezzo un
“potere delegato” di amplificazione, e per ciò stesso di persuasione, che in realtà esso possedeva in
misura contenuta. La nomina di Galeazzo Ciano a capo dell’ufficio stampa nell’agosto del 1933 fu
il segno che Mussolini intendeva dare maggiore impulso a questo organismo e allargarne
autorevolmente le attribuzioni e le competenze. Già nel 1934 Ciano realizzò un piccolo capolavoro
di informazione controllata, mobilitando stampa, radio e cinema in occasione del primo incontro fra
Mussolini e Hitler che si svolse a Venezia nel mese di giugno. Verso la fine dell’estate, con regio
decreto 6 settembre 1934 n. 1434 l’ufficio stampa venne abolito e al suo posto fu istituito il
sottosegretariato per la stampa e propaganda (in seguito elevato a Ministero per la stampa…) alle
dirette dipendenze del Duce. Venne soppresso il Comitato di vigilanza e creata una Commissione
composta di soli quattro membri per fissare le direttive artistiche dell’Eiar e la vigilanza sulla parte
programmatica delle radiodiffusioni. Al Ministero delle comunicazioni rimanevano solo
competenze di ordine tecnico. Alla fine del 1935 gli abbonati alle radioaudizioni erano oltre 500
mila. Complessivamente gli utenti dell’Eiar costituivano l’1,28% della popolazione italiana e quasi
6 famiglie su 100 avevano sottoscritto l’abbonamento.

LA RADIO IN DIRETTA
Spettò alla box, con l’incontro Bosisio – Jacovacci trasmesso da Milano nel 1928, inaugurare il
primo collegamento in diretta. Da ricordare Nicolò Carosio definito come il miglior radiocronista
sportivo. L’informazione è ormai il nuovo genere radiofonico che sta per decollare. Nel 1933 venne
istituito il Centro radiofonico sperimentale, col compito di preparare radiotecnici specializzati e
soddisfare così la crescente domanda di personale. La scuola fu progettata da Fulvio Palmieri e dai
corsi diretti da Franco Cremascoli, uscirono ottimi professionisti come Vittorio Veltroni e Pia
Moretti.
Il “giornale radio” venne diffuso in tre edizioni quotidiane ad orari sfalsati a partire dal giugno
1930. Solo nel 1935, sotto la guida di Antonio Piccone Stella, nacquero le nuove edizioni delle ore
13.00 e delle 13.50. Da allora, nel segno inconfondibile delle voci di Guido Notari e Francesco
Sormano, preceduto dal segnale orario, l’appuntamento del giornale radio comincia a scandire il
tempo quotidiano di tutti gli italiani. Il “radiogiornale” invece, nascerà in seguito alla
trasformazione subita dai semplici notiziari che non rispondevano più alle nuove esigenze di una
informazione ampia e generale sugli avvenimenti della vita nazionale e internazionale. Di qui
nacquero, con scopi chiaramente propagandistici, le Cronache del Regime; una delle realizzazioni
più efficaci dell’informazione radiofonica durante il fascismo e, insieme, una rubrica di largo
consenso popolare, frutto dell’intelligenza politica di Galeazzo Ciano e dell’esperienza giornalistica
di Roberto Forges Davanzati. Bersaglio di questi commenti radiofonici era la politica societaria e
l’influenza inglese a Ginevra. Screditare agli occhi dei radioascoltatori italiani l’organismo
internazionale significava accreditare il diritto dell’Italia fascista a regolare da sola i propri conti
nella politica europea. Nel novembre del ’39 intanto, il Gruppo costruttori apparecchi radio mise a
punto una piccola supereterodina a tre valvole “capace di ricevere molte stazioni estere”. Battezzata
Radio Roma, era certamente un buon prodotto ma la sua vendita non fu sufficientemente
reclamizzata, preferendo sempre e comunque smerciare apparecchi più costosi che consentivano
maggiori ricavi.

PARLA ROMA!
Prato Smeraldo: stazione radio introdotta per trasmettere i programmi dell’Eiar alle Colonie
dell’Africa orientale e per le comunità italiane residenti nel Nord America.
Radio Verdad (Radio Verità): aveva una duplice funzione, da un lato essa agiva come disturbo delle
emittenti della Spagna repubblicana, dall’altro svolgeva un’azione di propaganda nelle file rosse.
Nei primi dieci anni del governo Mussolini la migliore propaganda del regime era stato il regime
stesso e, paradossalmente, quando questo ebbe la possibilità di disporre degli ingenti mezzi forniti
dalla tecnologia, la sua credibilità era ormai in declino (causa l’aggressione all’Etiopia “1935”, la
partecipazione alla guerra di Spagna, l’antisemitismo, la dichiarazione di guerra alla Francia e
all’Inghilterra “1940” etc) e le soluzioni di propaganda adottate si rivelarono sterili, sia perché
ormai inutili, sia perché disorganizzate.

5. LA FOLLA DOMESTICA
tra spettacolo e propaganda
Nel triennio 1936-39, segnato dallo stile di Achille Starace, la formula mussoliniana “andare verso
il popolo” si traduce, in Italia, nel disegno di perfezionare in maniera definitiva gli strumenti del
totalitarismo, utilizzando tutti i mezzi d’informazione possibili. L’azione più vistosa fu la
trasformazione, nel maggio del 1937, del Ministero per la stampa e la propaganda in Ministero per

la cultura popolare. In questo periodo le ore di trasmissione erano pari a 96.311 e il genere più
ascoltato era la musica leggera, che rappresentava più di un quinto dell’intera programmazione.
Alle masse lavoratrici invece, venne dedicato il programma Dieci minuti del lavoratore, trasmesso a
partire dal 1937 e ben presto sostituito da Radio Sociale. Il giornale radio dell’Italia fascista, era uno
dei migliori esempi al mondo di informazione radiofonica, nonostante il controllo politico. Sono gli
anni in cui comincia a circolare lo slogan “lo ha detto la radio” come sinonimo di massima
attendibilità. “Brevi, banali ed esatte” secondo la definizione di Franco Cremascoli, dovevano
essere le notizie in esso contenute. – Leggi antisemite del 17 novembre 1938 –

TAMBURI LONTANI
Col passare degli anni il regime divenne l’arbitro della partecipazione dei cittadini alla vita
nazionale non solo attraverso il controllo rigoroso delle fonti ufficiali d’informazione, ma anche
mediante la repressione delle fonti non ufficiali. Non a caso, il fondatore di Giustizia e Libertà,
Carlo Rosselli, tentava di combattere il fascismo proprio utilizzando emittenti clandestine. Fu con
l’inizio della guerra civile spagnola, che l’antifascismo fece sentire la sua prima voce alla radio.
(Ricordare la comunista Radio Milano, situata in territorio spagnolo). Due i capisaldi di questa
radiopropaganda: smascherare le ripetute falsità del nemico; denunciare i crimini e le atrocità
screditando moralmente l’avversario.

ANATOMIA DEL PUBBLICO


Nel novembre del 1939 l’Eiar indice un referendum (il migliore mai fatto sia in Italia che all’estero)
per scandagliare i gusti del pubblico. Non fu solo però uno strumento di controllo censorio, ma
soprattutto il primo segnale di consapevolezza, nella storia della radio italiana, che il pubblico è
qualcosa di molto complesso e non può essere limitato al numero di abbonamenti; che l’ascolto
implica una quantità elevata di variabili sociali, economiche, culturali; che la sua diffusione è,
infine, un problema di gestione culturale del mezzo e non solo di imposizione autoritaria. Nel
periodo compreso tra il novembre del 1939 e il gennaio del 1940, risposero più di 900 mila
abbonati: il 75% dell’intera utenza radiofonica che, in quella fase, poteva essere calcolata in circa 6
milioni di ascoltatori. Esiti: emerge una funzione in qualche modo livellatrice della radio che, come
in seguito la tv, era da considerarsi elemento unificante della grande folla domestica degli
ascoltatori.

SOTTO LE BOMBE
Dopo il 10 giugno 1940 l’Eiar mette in onda un nuovo genere radiofonico: la guerra. Dal 23 giugno
tutte le trasmissioni vengono unificate e i programmi si concentrano su tre obiettivi fondamentali:
l’informazione e i commenti; l’intrattenimento; la propaganda per l’interno e per l’estero. In ogni
caso la caratterizzazione militare della radio appare fortissima. Aumentate da sei a otto le edizioni
quotidiane, il giornale radio trasmetteva ogni giorno alle 13 il bollettino del quartier generale delle
Forze Armate. Aldo Valori notava: “La guerra è talora un mezzo persuasivo, atroce ma necessario,
per introdurre a forza principi nuovi in ambienti refrattari. I commentatori dell’Eiar si limitavano ad
affermare anziché convincere, a esprimere opinioni anziché fatti, a esaltare anziché discutere, a
vilipendere anziché criticare. Di quello stile sgangherato e violento che imperversò alla radio
italiana fra il 1940 e il 1942, l’interprete senza dubbio più adulato e più calunniato, adatto per ogni
uso quando ciò fece comodo al regime, scacciato quando i suoi urli patriottici cominciarono a
fruttare solo critiche e dissensi, fu Mario Appelius. Il 20 febbraio 1943 Appelius venne liquidato e
sostituito da Salvatore Aponte. Dal 10 aprile sempre del 1943 scomparvero anche gli stessi

Commenti, come genere di giornalismo radiofonico. La guerra come genere radiofonico infatti,
ebbe la sua massima punta di efficacia, ancora una volta, nel modello giornalistico più sperimentato
di quegli anni: la radiocronaca (=anticipazione del “neorealismo” radiofonico).
Nel 1942, anno cruciale della guerra, la radio appare più viva che mai nei suoi generi di
intrattenimento. Le trasmissioni di prosa sono un tipo di spettacolo che non conosce soste; così la
musica lirica e quella sinfonica. Intanto fa le sue prime prove Federico Fellini. L’Eiar aveva proprio
in quegli anni ampliato tutta la sua rete trasmittente, con forti investimenti che avevano inciso non
poco sul bilancio di esercizio contraendone gli utili. Inoltre, dai vertici del sistema della radiofonia
italiana scomparivano alcuni personaggi storici, Luigi Solari dalla vice presidenza dell’Eiar e
Giuseppe Pession dalla carica di ispettore per la radiodiffusione, sostituito nel 1943 da Amedeo
Tosti.

6. VOCI IN GUERRA
l’arma radiofonica
Radio Londra: la più celebre emittente in mano agli Alleati; aveva il pregio di rivolgersi a un
pubblico indifferenziato.
Radio Roma: quasi il corrispettivo inglese in mano ai fascisti, ma meno capillare nella sua
diffusione.
Nella fase più acuta del conflitto, i criteri di valutazione della credibilità delle emittenti dei paesi in
guerra, rispetto al decennio precedente, cambiano radicalmente. Durante gli anni trenta la radio fa
politica estera; ora la radio combatte una lotta senza esclusioni di colpi, una vera e propria “guerra
delle onde” che affianca quella combattuta con le armi.
Radio Bari: servì per parlare ai paesi arabi il linguaggio della propaganda politica anche se con
scarsi risultati.
Psychological Warfare Branch (PWB): organizzazione del Governo militare anglo-americano,
durante la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, che aveva il compito di pilotare il ritorno della
libertà di stampa. Attua una sorta di controllo e supervisione sul flusso delle informazioni e rilascia
le autorizzazioni per stampare i giornali.
Ispettorato per la radio diffusione: aveva il compito di coordinare le iniziative della propaganda
radiofonica italiana e germanica, compito assai delicato.
La partita delle parole fu giocata soprattutto sulle bugie sempre meno sostenibili della radio italiana
e sulle verità sempre più ascoltate delle radio nemiche.

L’ASCOLTO NEGATO
L’abitudine a sintonizzarsi su queste stazioni si intensifica nell’inverno del 1941, quando, dopo le
sconfitte in Grecia e in Libia, si manifesta la prima ondata do sfiducia nella politica bellica del
fascismo. Andava crescendo la popolarità di Radio Mosca, la sezione italiana che adoperava nel
quadro delle attività radiofoniche dell’internazionale comunista. (Ricordare la figura di Palmiro
Togliatti). In breve, tra il 1941 e il 1943, l’ascolto delle emittenti sovietiche è ormai, tra paure e
sospetti di essere scoperti, abbastanza diffuso in ambiti limitati della popolazione italiana.
La prima disposizione del capo della Polizia Carmine Senise in materia di radiodiffusioni
dall’estero, che costituiscono fonte di notizie disfattiste, è del 3 aprile 1941.
La voce di Londra (Stevens e Calosso), a dispetto degli arresti e delle azioni di disturbo messe in
atto dal Ministero dell’Interno e dall’ufficio radio, arrivava ormai in ogni casa. Nel periodo bellico,
nessun paese più dell’Inghilterra riuscì a servirsi con altrettanta efficacia del mezzo radiofonico,
intorno al quale la BBC costruì una organizzazione perfetta in grado di parlare in tutte le lingue del

mondo grazie al Foreign Office. Il 25 luglio del 1942 dai microfoni della NBC cominciò a farsi
udire ogni domenica la voce del sindaco di New York, Fiorello La Guardia, il cui esordio fu di
estrema violenza: “Il cagnolino Mussolini dovrà pagare per i suoi atti criminali ed i suoi peccati,
come dovranno espiare il porco Hitler e il sorcio Hirohito”. L’Italia per lui contava molto.
Radio Vaticana invece, si tenne sempre su un piano di stretta difesa degli interessi della Santa Sede
in obbedienza all’atteggiamento di grande cautela manifestato da Pio XII nei confronti del nazismo.

IL DECLINO DELL’EIAR
In coincidenza con lo sbarco alleato in Sicilia (10 luglio 1943) il declino dell’Eiar sembra
inarrestabile. Come è noto, gli italiani appresero dalla voce di Giovan Battista Arista l’annuncio
della caduta del fascismo e dell’incarico a Pietro Badoglio di formare il nuovo governo, alle
direttive del quale l’Eiar si conformò immediatamente. Raoul Chiodelli, il direttore generale rimasto
al suo posto, e il nuovo ispettore per la radiodiffusione stabilirono nuove regole per l’informazione
radiofonica. Durante i “quarantacinque giorni” le trasmissioni erano ispirate alla massima cautela.
Segno di un primo cambiamento furono i contatti fra l’Eiar e il governo per l’introduzione di alcune
riforme relative al Comitato di vigilanza, ma soprattutto l’invito a parlare alla radio rivolto a
personalità antifasciste, da Bonomi, a Buozzi, a De Ruggiero.
L’8 settembre 1943 gli italiani ascoltarono da Radio Londra la notizia della firma dell’armistizio:
alle 19.45 la radio italiana trasmise l’annuncio dato personalmente da Badoglio. Subito dopo la
trasmissione, Chiodelli ordinò a tutte le sedi dell’Eiar di collaborare con gli Alleati e disattivare gli
impianti nel caso fossero occupati dai tedeschi. Da quel momento, per due giorni interi, la radio
tace. Tutte le sue stazioni cessano di trasmettere. Fino alla sera del 10 settembre – quando i nazisti,
in base all’accordo su Roma “città aperta”, occupano il palazzo di via Asiago – chi accende la radio,
con una fame di notizie facilmente immaginabile, sente aumentare lo smarrimento. Rarissime sono
le informazioni messe in onda a distanza di molte ore nelle forme di brevi, impersonali comunicati,
“reticenti e fuorvianti”. L’Eiar si avvia lentamente alla sua fine.
In quel periodo Giorgio Almirante fu nominato capo di gabinetto del Ministero della cultura
popolare.

AMERICANI E INGLESI A RADIO BARI


Sul finire della guerra si scopriva l’importanza dell’intermediario – l’opinion leader – fra i mass
media e il loro pubblico. Radio Bari intanto era ormai un organo del quartier generale alleato di
Algeri, tanto da essere bollata dalle emittenti fasciste con l’ignominioso appellativo di “radio
vergogna”. Nonostante avesse il carattere di una istituzione militare, obbediente alle direttive
alleate, Radio Bari fu la prima voce sonora della democrazia italiana. Radio Bari parlava
all’opinione pubblica meridionale e ai partigiani, Radio Londra parlava agli organi governativi e
alla classe dirigente. La vita nel Regno del Sud stava già assumendo tutti i caratteri
dell’occupazione alleata: crisi degli alloggi, prostituzione, traffico d’armi e di sigarette, “sciuscià”.
L’austerità della gente del Mezzogiorno sembrava dissolversi sotto l’ondata di consumismo che gli
angloamericani si portavano dietro.

L’ITALIA COMBATTE!
Al di fuori del Regno la guerra continuava duramente. Stava nascendo la resistenza ai tedeschi e la
lotta per bande. Nacque così Italia combatte. Si trattava di un servizio (radio) con obiettivi
esclusivamente militari. In quel periodo Alberto Moravia ed Elsa Morante erano a Radio Napoli.

RITORNO ALLA NORMALITA’


All’ironia cinica di Leo Longanesi e alla arguzia intelligente di Mario Soldati si deve la prima
trasmissione di satira politica nell’Italia libera, Stella Bianca, anche se non mancano programmi in
cui compaiono spunti che preannunciano il fenomeno del qualunquismo.
Tra poco, con la liberazione dell’Italia e con la fine della guerra mondiale, le necessità della
ricostruzione di tutti gli apparati produttivi diventeranno prevalenti sulle spinte di rinnovamento,
che in qualche caso non erano lontane da veri e propri tentativi di sovversione.

7. DAGLI ALLEATI ALLA DEMOCRAZIA


l’emergenza postbellica
Ha scritto Marshall McLuhan che ogni guerra tende ad essere combattuta con tecnologie sempre più
moderne; e questo vale anche per le tecnologie della comunicazione. La seconda guerra mondiale
non solo ha prodotto grandi innovazioni in tutto il mondo nel campo dei media ma ha contribuito ad
accelerare la diffusione di massa di quelle forme della comunicazione, come la stampa e la radio,
che in precedenza interessavano fasce di pubblico ancora limitate. Anche in Italia, con la seconda
guerra mondiale, si sono determinate le condizioni per un profondo cambiamento nell’uso sociale
dei grandi media; in primo luogo la radio, che ha visto sviluppate le tipologie del suo consumo e
ristrutturate le dimensioni della sua sfera produttiva.
Riunificate quanto restava dell’Eiar, scoraggiando tutte le dispersioni e le richieste di autonomia,
ancorché proclamate in nome della libertà conquistata, fu la prima preoccupazione dei nuovi
governi democratici. Il mezzo di comunicazione, che nel Ventennio fascista era stato concepito
come puro strumento di regime, assumeva adesso il suo vero carattere, istituzionale, di servizio reso
alla comunità nazionale. Il 26 ottobre del 1944, sotto il governo Bonomi, la società di
radiodiffusione assume la nuova denominazione di Radio Audizioni Italia (Rai). Il consiglio di
amministrazione poi, nominò direttore generale Armando Rossini, un avvocato romano amico del
conte Sforza. Commissario straordinario era invece Luigi Rusca.
Subito dopo la liberazione La voce dei partiti fu il primo tentativo di informazione politica alla
radio, anche se palesava numerosi difetti.
Il bilancio del 1944 aveva presentato una perdita di esercizio di 23.679.000 lire, superando di un
terzo la consistenza del capitale sociale. Nei primi mesi della ricostruzione i bilanci della Rai, come
quelli di tutte le aziende, furono travolti dall’inflazione. Tuttavia, tra impianti e immobili
funzionanti, crediti a vario titolo derivanti dagli eventi bellici, l’azienda presentava problemi di
bilancio non insolubili.
La riunificazione della rete nazionale, con i collegamenti paralleli di due programmi completi,
avvenne il 3 novembre 1946: la radio italiana si era definitivamente riscattata dalle rovine della
guerra (tutto questo avvenne durante la presidenza Rai di Spataro). Le due reti (Nord e CentroSud –
rispettivamente rete Azzurra e rete Rossa), conservano all’inizio una diversa potenzialità di ascolto
e offrono programmi complementari sull’intero arco dei generi. Ogni stazione si riserva inoltre uno
spazio di programmazione regionale.

LE PRIME QUESTIONI ISTITUZIONALI


Con la creazione della Commissione parlamentare di vigilanza (1947) si voleva, nelle intenzioni,
conferire al parlamento un ruolo di imparziale mediatore. Essa avrebbe dovuto esercitare “l’alta
vigilanza per assicurare l’indipendenza politica e l’obiettività informativa delle radiodiffusioni”. In
realtà aveva “le mani” legate, perché l’effettivo controllo della Rai era detenuto dall’allora partito di

maggioranza (Dc). Tuttavia alla radio italiana vennero assicurate stabilità e sviluppo, nell’interesse
di tutta la comunità nazionale.

NASCE UNA GRANDE AZIENDA


La perdita di bilancio della Rai nel 1947, contabilizzata in 633 milioni, poneva con estrema urgenza
il problema del risanamento economico dell’azienda. A tal fine fu chiesto l’aumento del canone,
inadeguato sia al costo del servizio sia al mutato valore della moneta, e che dal 1° gennaio 1948 salì
a 2.450 lire.
Sul piano delle risorse tecniche il periodo tra il 1949 e il 1952 può senz’altro considerarsi quello del
potenziamento e del rilancio. Nuove attrezzature mobili di registrazione, fornite dagli americani in
base al piano Erp, consentirono l’adozione delle trasmissioni differite. Furono infine rinnovati gli
auditori e gli studi, potenziata la bassa frequenza, moltiplicati i cavi musicali.
Importante fu il convegno di Capri del 1948, durante il quale nacque il Premio Italia.
L’attività dell’azienda era ormai tesa verso obiettivi di grande importanza: il primo, e più
immediato, consisteva nell’ampliare la programmazione fino a tre canali radiofonici fra loro distinti
e complementari; il meno immediato, ma più impegnativo, era quello che fissava al 1° gennaio
1954 il decollo del servizio di televisione.
Alla fine del 1951 vi erano in servizio 68 trasmettitori a Onde Medie (di cui 22 ripetitori) per una
potenza complessiva di 1.116 Kw. MF: sta per modulazione di frequenza.
Passo determinante nella trasformazione della Rai da media a grande azienda fu l’unificazione nel
febbraio del 1948 delle due direzioni di rete (Torino e Roma) per opera del direttore generale
Salvino Sernesi.
Vi furono poi, moltissimi contenziosi di carattere salariale sollevati dal personale Rai. Per questo si
registrarono varie trattative fra la Rai, l’Agis (Associazione generale italiana spettacolo) e la Fils
(Federazione italiana lavoratori dello spettacolo). Nel 1947 la spesa per il personale, con un
altissimo tasso di incidenza sull’intero bilancio, ammontava infatti a 1.943.000.000 di lire, pari
all’85,9% delle entrate. L’intero problema del rapporto fra l’azienda e i lavoratori fu affrontato nei
primi mesi del 1948 con la stipulazione del primo organico contratto collettivo per il personale
impiegatizio, tecnico e operaio della Rai; nei mesi successivi si provvide alla stipula dei contratti
collettivi relativi ai professori d’orchestra, attori e coristi, come pure a quello per maestri e registi
con rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Ma bisognerà attendere il 1953 per vedere
riconosciuta all’azienda l’esclusiva proprietà delle registrazioni e sancita una definitiva
regolamentazione del diritto d’autore. L’organico dell’azienda, dal totale di 2.805 unità nel 1947,
attraverso un costante incremento dei quadri per effetto dello sviluppo dei settori programmi e di
quelli di “supporto”, raggiunse al 31 dicembre 1953 le 4.076 unità.

8. RADIO ITALIANA
il ruolo della chiesa
La Chiesa aveva guardato, fin dal loro nascere, a tutte le tecniche della comunicazione di massa
“con materna ansia e vigilante sollecitudine”. Senza eccedere nel sospetto verso la modernizzazione
tecnologica dei mezzi d’informazione e diffusione culturale, la Chiesa cerca invece di
impadronirsene, di conoscerli, ma anche di svuotarne il potenziale significato progressivo o
adeguarlo alla sua visione pastorale.
Padre Riccardo Lombardi: il “microfono di Dio”. Nei suoi veementi discorsi radiofonici c’era
un’ansia di evangelizzazione corrispondente a una sincera volontà delle istituzioni ecclesiastiche di
dettare ai propri fedeli norme di comportamento relative a tutti gli aspetti dell’esistenza.

DI NUOVO, PROPAGANDA
La vittoria elettorale della Dc del 18 aprile 1948 determina il consolidamento definitivo del gruppo
dirigente della Rai legato al partito cattolico. Le altre forze politiche laiche alleate della Dc
continuano, dal canto loro, a sottovalutare l’importanza dei mezzi di comunicazione di massa. È
l’inizio del centrismo. Frattanto nel Paese si verifica uno sviluppo neocapitalistico di stampo
americano, che rappresenta il modello che la Dc e le organizzazioni cattoliche hanno alimentato e
che i mezzi di comunicazione posti sotto il loro controllo si incaricano di conservare e sviluppare.
Non tardarono le reazioni. Il 20 dicembre 1950 difatti, in un clima politico dominato dai settori più
oltranzisti della Dc, un gruppo di deputati appartenenti ai più diversi schieramenti della Camera
presentò la prima mozione nella storia della Rai contro la faziosità del suo giornale radio: “La
Camera – era detto – afferma la necessità che il governo prenda i provvedimenti necessari affinché
la radio italiana risponda alle esigenze della più stretta obiettività e imparzialità ponendo fine
all’attuale indirizzo che fa della radio uno strumento di parte”.

IL DIBATTITO CONTINUA
Nel 1952 venne rinnovata la convenzione, che fu stipulata al di fuori di qualsiasi controllo
parlamentare. Si è già accennato all’importanza di questa convenzione nei suoi aspetti tecnici e
finanziari; dal punto di vista politico, essi costituivano altrettanti vantaggi per la concessionaria: si
aumentavano le fonti di finanziamento, si accentuava il regime di monopolio, si riducevano al
minimo i controlli formali sull’attività dell’azienda. Le nomine delle principali cariche – come
ribadì la Presidenza del consiglio – divennero “di esclusiva competenza del governo”.
L’approvazione della convenzione coronò definitivamente la santa alleanza tra l’Iri, la Dc e il
vecchio gruppo di potere: quest’ultimo accettò perfino che venisse ridimensionato il ruolo della Sip,
sentendosi abbastanza forte da porsi nei confronti dell’Iri come interlocutore protagonista. Il
rinnovo era stato condotto in segreto dal nuovo presidente della Rai, Cristiano Ridomi.
Un’ondata di scioperi e di proteste caratterizzò tutto l’autunno di quell’anno. Parlamentari,
intellettuali, cittadini presentarono petizioni di condanna del comportamento della Rai. Nell’ottobre,
su richiesta di un vasto movimento di opinione democratica, venne costituita l’Associazione
radioabbonati e ascoltatori (Ara) per promuovere un’ampia azione di difesa dei diritti anche
materiali (costo del canone, pubblicità ecc.) del pubblico di fronte agli interessi monopolistici
dell’azienda.

TUTTO A ROMA
Oltre alle iniziative per la riduzione degli utenti abusivi, la rai sviluppò in quegli anni un’intensa
campagna per reclutare nuovi abbonamenti. Questa propaganda venne impostata su tre direttive di
fondo: stabilire un legame immediato con il pubblico (basterà ricordare le trasmissioni Il microfono
è vostro, Botta e risposta, Radiosquadre), invitandolo a partecipare attivamente a manifestazioni
radiofoniche di vasta attrattiva (concorsi a premio, referendum ecc.); promuovere l’interesse per la
radio e per i suoi programmi, in special modo per quelli destinati a un largo ascolto; favorire e
indirizzare l’apertura del mercato radio verso settori di pubblico con minore capacità di acquisto. In
questo vasto programma di sviluppo dell’utenza vengono poste le premesse di un nuovo rapporto
fra radio e pubblico, sia rispetto all’immediato dopoguerra, sia rispetto al periodo dell’Eiar: la radio
punta ora decisamente al successo di un numero sempre maggiore di programmi, si intensificano le
rubriche di intrattenimento, si gettano cioè le basi di quella tendenza che molti anni dopo verrà
chiamata di “massimizzazione dell’ascolto”. Difatti, l’incremento netto, che nel 1947 era stato di
156 mila unità, nel 1953 fu di oltre 572 mila. Nello stesso periodo il numero degli abbonati passò da

1.976.118 a 4.800.170, con un aumento del 243%. Alla fine del 1953 la posizione dell’Italia in
campo europeo, relativamente alla densità radiofonica, era radicalmente cambiata, anche se la
distanza rispetto alle altre nazioni si manteneva ancora piuttosto forte. Tra il 1948 e il 1952
possiamo, quindi, collocare il vero “decollo” dell’azienda, allorché la situazione economica e
finanziaria della Rai si va gradualmente consolidando, raggiungendo anche margini attivi di
bilancio. Motivi di questo rafforzamento furono l’incremento degli abbonamenti, il consolidamento
finanziario ottenuto con l’incorporazione di società immobiliari che gestivano beni d’uso
dell’azienda, l’aumento del canone, oltre a quello della tassa sui materiali che veniva percepita dalla
Rai. Il 26 gennaio 1952 veniva rinnovata all’azienda Rai la concessione delle trasmissioni circolari,
comprese quelle tv, per altri venti anni. La Rai è intanto, interamente, nelle mani dell’Iri.

CARI AMICI VICINI E LONTANI!


La sera del 29 gennaio 1951 frattanto, nasce il Festival di Sanremo: presenta Nunzio Filogamo e
vince Nilla Pizzi con Grazie dei fior…. Il rapporto con la società si definisce in modo significativo,
fino all’avvento della tv, anche in quelle trasmissioni che, in vario modo, si aprono a iniziative di
solidarietà. Una delle occasioni straordinarie in cui il coordinamento tecnico e professionale dei
giornalisti radiofonici si è coniugato con una funzione di stimolo alla solidarietà collettiva fu
l’emergenza per l’alluvione del Polesine nel novembre del 1951.
Con la riforma del 1951 invece, anche il giornalismo radiofonico venne potenziato. Nacque nel
dicembre il nuovo giornale radio del secondo programma, Radiosera, concepito nello stile di un
magazine, con una durata di mezz’ora – dalle 20.00 alle 20.30 – animato da una grande ricchezza di
notizie, da una impaginazione più agile, da una concezione più moderna del mezzo.
L’alto livello professionale della radio italiana, durante l’intero decennio degli anni cinquanta, si
manifestò non solo nelle edizioni del Gr, ma in un genere di informazione più meditata, spesso di
rara efficacia linguistica, a volte addirittura di notevole bellezza estetica: il documentario (=
“neorealismo radiofonico”). Di questo giornalismo, nel 1953, gli ascoltatori italiani conobbero un
esempio straordinario con Notturno a Cnosso di Sergio Zavoli e Giovan Battista Angioletti, che
ottenne il riconoscimento della stampa italiana al Prix Italia.
Lo spettacolo di varietà non era da meno nel connotare, con la sua carica simbolica, l’ascolto di
questa grande stagione della radio italiana. Nel 1951 nasce Rosso e Nero, forse il programma
leggero più famoso della radio del dopoguerra, con la regia di Riccardo Mantoni, presentato in un
primo tempo da Mario Carotenuto e poi da Corrado.
La gara di abilità, il gioco, la conquista dei premi in denaro – con il loro richiamo agli svaghi tipici
delle feste popolari – vengono a poco a poco a costituire, insieme alle canzoni, la struttura portante
dell’intrattenimento degli italiani. Si affermano programmi condotti da personaggi ben noti al
pubblico: Nunzio Filogamo diventa il presentatore de Il microfono è vostro, gara tra dilettanti
rimasta famosa soprattutto per il suo slogan: “Miei cari amici vicini e lontani, buonasera; buonasera
ovunque voi siate!”. Ma il programma più popolare, in questo genere, fu senza dubbio Il Campanile
d’oro, vera e propria kermesse in cui si fronteggiavano – sotto l’egida di due città – singoli o gruppi
di concorrenti provenienti da tutta Italia. Anche questa trasmissione – condotta da un giovanissimo
Enzo Tortora – contribuisce, non meno di quanto si proponessero i programmi giornalistici, a far
conoscere gli italiani agli italiani. Campanile d’oro diventa anzi il prototipo di un prodotto
spettacolare tipicamente nazionale, la cui formula continuerà ad essere sfruttata in seguito.
Un altro successo radiofonico, Il motivo in maschera condotto da Mike Bongiorno e basato su un
indovinello musicale, sarà il modello de Il Musichiere, cavallo di battaglia televisivo di Mario Riva.
A Jacopo Treves invece, si deve nel 1947 l’iniziativa del Manifesto della radio, un titolo
programmatico sotto il quale venivano trasmesse opere radiofoniche – molte delle quali straniere –
che avevano in qualche modo contribuito allo sviluppo di quelle ricerche sulla radio come mezzo
artistico che erano state avviate negli anni venti e trenta dalle avanguardie storiche. Il dibattito

animato attorno al Manifesto costituì una premessa fondamentale per l’istituzione del Premio Italia
nel 1948 e del terzo programma nel 1950.

9. VEDERE A DISTANZA
l’invasione delle immagini
La guerra era finita da appena sette anni e l’Occidente industrializzato stava cominciando ad
assistere a uno dei più importanti “salti” tecnologici in tutta la storia dei media nel secolo
ventesimo. La televisione, negli anni precedenti il conflitto mondiale, era ancora a uno stadio di
tecnologia sperimentale e un mezzo a circolazione limitatissima, nonostante la Gran Bretagna
avesse inaugurato il 2 novembre del 1936 il primo servizio televisivo regolare del mondo. Con la
guerra, le esigenze belliche bloccarono dappertutto ogni ipotesi legata allo sfruttamento
commerciale della trasmissione di immagini a distanza, ma al tempo stesso stimolarono la ricerca e
l’innovazione nel settore elettronico ponendo le basi per il grande sviluppo futuro della televisione.
(Sono gli anni del “miracolo” economico italiano). La diffusione del mezzo televisivo corrispose, in
realtà, a una sorta di espropriazione della radio e la sua stessa sopravvivenza si avvalse di un
compromesso. (= quello di fornire la televisione dei programmi che avevano sancito le sue fortune
pur di vivere). Ma paradossalmente la televisione va tuttavia storicamente considerata una
derivazione diretta della radio; è da questa che nasce infatti il mezzo più forte, sia dal punto di vista
tecnico, sia dal punto di vista dei linguaggi e delle forme discorsive più frequentemente praticate.
La radio non è stata cancellata dalla televisione, uscendo anzi a testa alta dalla crisi di sottomissione
in cui sembrava averla gettata l’invadenza della “grande sorella”. Col tempo la radio ha dispiegato,
in tutti i suoi generi, una strategia a tutto campo, fortemente vincente, seducendo di nuovo il suo
pubblico, la sua capacità di attenzione, il suo rapporto con la parola.

PROVE TECNICHE DI TRASMISSIONE


Le ricerche teoriche sulla trasmissione a distanza delle immagini erano iniziate nel 1929 a Milano,
su iniziativa di due ingegneri, Alessandro Banfi e Sergio Bertolotti, con la costituzione di un
laboratorio sperimentale al quale la stampa e i periodici specializzati dedicarono subito numerosi
servizi. In realtà, l’Italia si limitava in quegli anni a registrare scoperte fatte all’estero e ad
applicarle su scala nazionale. Negli anni 1933 – 1934, con il passaggio dalla televisione meccanica
a quella elettronica, l’evoluzione tecnologica avvicina il momento in cui sarà possibile un vero e
proprio servizio di “radiovisione circolare”. Con la scoperta dell’iconoscopio di Zworykin, e con il
passaggio dal sistema elettrico a quello elettronico, il progetto di una televisione pubblica comincia
a fondarsi su più solide basi.
Aprile 1933: I Conferenza internazionale per lo studio della televisione.
22 luglio 1939: Entra in funzione il trasmettitore tv di Monte Mario a Roma.
9 settembre 1952: Da Milano viene trasmesso il primo telegiornale della televisione italiana.
(Periodo di Nino Manfredi, Raffaele Pisu ed Elio Pandolfi).
1° gennaio 1954: Giorno inaugurale del servizio televisivo italiano.
La rete serviva un’area di circa 80.000 kmq con più di 20 milioni di abitanti, pari al 43% del totale
della popolazione nazionale. In pochi mesi venne realizzata una rete televisiva all’altezza delle
maggiori esistenti in Europa. Nel corso del 1954 la rete venne estesa a tutto il Centro del paese; nel
1955 toccò la Campania e l’anno successivo raggiunse la punta meridionale della Calabria e poco
dopo anche la Sicilia.

L’APPARATO FORMA IL SUO PUBBLICO

Il 10 aprile 1954 la Rai, pur mantenendo la stessa sigla, cambia ufficialmente denominazione:
Radiotelevisione Italiana al posto di Radio Audizioni Italia. Funzione economica e funzione
politico-culturale si integrano nella nascente industria televisiva e la collocano sempre più al centro
del processo di trasformazione del paese.
Dal punto di vista dell’utenza privata, alla fine del 1954 la tv conta poco più di 88.118 abbonati, ma
nel corso del 1955 tale numero si raddoppia; al termine del 1956 il numero degli utenti privati
raggiunge i 306 mila abbonamenti; tra il 1956 e il 1957 le utenze salgono fino a 600 mila. In questo
periodo si assiste al fenomeno della tv nei bar e nei locali pubblici, fenomeno che contribuisce ad
allargare in modo elevato gli spettatori dei singoli spettacoli televisivi: tra il 1954 e il 1957 questi
abbonamenti passano infatti da 16 mila a 78 mila e tale sviluppo spiega, in buona parte, come la
frequenza d’ascolto fosse estremamente più alta delle singole teleutenze.

VECCHI E NUOVI CONSUMI CULTURALI


Era inevitabile che la televisione finisse per comprimere lo spazio di altri settori dell’industria
culturale. Il primo a risentire della crisi è il teatro. Paradossalmente invece, nel 1954, il consumo di
cinema attraversa la sua “età dell’oro”. Nel momento in cui la tv entra nell’area del tempo libero lo
spettacolo cinematografico occupa cioè un posto di primo piano fra i consumi di questo tipo: i 93
miliardi riservati dagli italiani al cinema costituiscono infatti il 78% della spesa destinata ai
divertimenti. Di lì a breve però, le cose sarebbero cambiate in maniera sensibile.

PULPITO E CATTEDRA
Filiberto Guala: Primo grande manager dell’azienda di radiotelevisione (Amministratore delegato
Rai). Nel suo progetto c’era già tutta la concezione pedagogica sulla quale verrà basata la
programmazione televisiva per almeno un quindicennio; c’era l’idea di un educatore collettivo –
pulpito e cattedra, come fu detto – profondamente radicato nell’identità moderata, cattolica,
sentimentale della maggioranza degli italiani, così come essa ebbe ad esprimersi, in un decennio
eccessivamente condannato. Egli introdusse inoltre, il “codice di autodisciplina” a uso degli addetti
alla programmazione televisiva.

10. IL MAGICO OCCHIO LUMINOSO


moderno e antimoderno
Moravia si scagliò contro la “sotto Italia”. Giorgio Bocca paventava una sterile omologazione di
tutte le culture regionali. Paolo Monelli metteva in guardia dai pericoli della televisione. Pasolini, in
modo più profondo e angoscioso, si sarebbe interrogato sulle trasformazioni di un mondo che aveva
visto la scomparsa delle lucciole. Colpendo la televisione si volevano colpire i modelli del
capitalismo consumistico, il mito del profitto, i simboli di una società in evoluzione. Per gli
intellettuali, soprattutto per quelli schierati e “ingaggiati” nei partiti della sinistra socialcomunista,
la televisione minacciava l’egemonia di un magistero esercitato in quasi tutti i settori tradizionali
della cultura.

IL “MIRACOLO” E IL SUO SCHERMO


Quando Marcello Rodinò divenne amministratore delegato Rai al posto del dimissionario Filiberto
Guala, Antonio Segni era alla Presidenza del consiglio e Giovanni Gronchi al Quirinale. La Rai
visse per nove anni, durante il periodo da lui governato, la stagione migliore di tutta la sua storia.
Era il primo segno di una virata laica, se così si può dire, nel controllo del mezzo radiotelevisivo,

nonostante fosse evidente il perdurare di una estrema sensibilità della Chiesa per le comunicazioni
di massa. Con la ristrutturazione operata da Rodinò la Rai assunse quella fisionomia aziendale
tecnica e culturale che la distinguerà per tutti gli anni sessanta.
19 dicembre 1957: Viene inaugurato il nuovo Centro di produzione tv di via Teulada a Roma.
La società italiana si avviava a realizzare il suo “miracolo”. Se nel 1958 solo il 12% delle famiglie
possedeva un televisore, con il 1965 la percentuale sale al 49. In quattro anni gli abbonati alla
televisione avevano superato il milione. In un decennio, coloro che possedevano un frigorifero
passarono dal 13 al 55% e quelli che avevano la lavatrice dal 3 al 23%. Tra il 1950 e il 1964 le
automobili private passarono da 342.000 a 4.670.000 e i motocicli da 700.000 a 4.300.000.
Questo modello di sviluppo vertiginoso era carente sul piano dei valori collettivi. Al benessere non
corrisposero l’elevazione del senso civico, l’incremento dei servizi pubblici, la crescita politica e
sociale di una comunità nazionale. Il “miracolo” si rivelò un fenomeno squisitamente privato e la
televisione fu, di questa tendenza, il massimo rilevatore.

Anica: Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive.


Le 3 reti radiofoniche e successivamente televisive Rai erano così ripartite: la 1° rete (nazionale)
informava, la 2° divertiva e la 3° educava. Come si vede, le 3 diverse specificità sono tuttora
presenti nella programmazione Rai.
Servizio opinioni: sonda i gusti degli italiani.

GLI ANNI DEL “SACCHEGGIO”


La popolarità crescente del nuovo mezzo di comunicazione è dimostrata anche da quella delle sue
annunciatrici: Nicoletta Orsomando a Roma, Maria Teresa Ruta a Torino e Fulvia Colombo a
Milano. Le signorine “buonasera” devono essere ovviamente molto belle, ma riservate, non
aggressive e non sexy. Grande signorilità, assenza di trucco, sorriso discreto: è l’immagine della
donna in tv, che non deve turbare gli italiani, che deve suggerire l’idea di una moglie non quella di
un’amante.
(Periodo di Padre Mariano con Sguardi sul mondo).
Dal 1995 l’attore Giorgio Albertazzi conclude la serata televisiva con il suo Appuntamento con la
novella. Il volto e la voce, le mani che sfogliano un libro colpiscono la fantasia del pubblico
femminile più giovane: è il primo caso di divismo televisivo, subito seguito da quello di Vittorio
Gassman interprete della riduzione del romanzo di Dumas, Kean, e successivamente protagonista
della serie Il Mattatore di Federico Zardi. Questo programma anticipa alcune tipologie future
dell’impianto spettacolare elettronico: il programma a contenitore, la contaminazione di più mezzi
espressivi, la parodia, l’incursione in territori riservati ad altri media.
Da ricordare anche: il regista Anton Giulio Majano, protagonista del teleromanzo all’italiana,
finalmente autonomo e L’amico degli animali con Angelo Lombardi, decisamente formativo
nonostante fosse condotto nelle forme dell’intrattenimento leggero.
La tv dei ragazzi invece, comincia ad essere al centro delle indagini del Servizio opinioni; esse
determinano, negli addetti alla programmazione, una grande sensibilità per i bisogni di questa
utenza così delicata e particolare. L’espressione più riuscita di questa tendenza fu Lo Zecchino
d’Oro, nato nel 1957 e trasmesso per anni dal Teatro dell’Antoniano di Bologna.
Il primo esperimento di educazione per adulti fu invece Non è mai troppo tardi del 15 novembre
1960, nato in concomitanza con la campagna di alfabetizzazione delle aree depresse voluta dai
governi dell’epoca. Si trattava di un vero e proprio corso di insegnamento della lingua italiana per
analfabeti con trasmissioni trisettimanali, realizzato mediante l’installazione di 2.000 televisori
collocati in altrettanti punti di ascolto sparsi in tutta Italia. (= Il maestro era Alberto Manzi, che fece
prendere la licenza elementare a più di un milione di analfabeti).

MENTRE CRESCE LA TV, LA RADIO…


Se la televisione, dopo quattro anni dall’inizio ufficiale delle trasmissioni, farà registrare più di un
milione di abbonamenti – un’impennata eccezionale se si considera che il dato risulta superiore a
quello registrato contemporaneamente in Francia e appena inferiore a quello di Germania e Urss –
la radio nel 1958 supera i 7 milioni di abbonamenti, distribuiti in 4 milioni al Nord, 1.500.000 al
Centro e il restante 1.500.000 tra Sud e Isole. Nel confronto continuo fra i due mezzi, radio e tv,
assume rilievo la tendenza del primo (la radio) a ritornare a un uso più ampio delle trasmissioni “dal
vivo”. In generale, per quanto riguarda il decennio successivo all’inizio delle trasmissioni
televisive, la prima reazione della radio sembra quella di “giocare in difesa”, puntando sul prestigio
della propria tradizione e sfruttando anche qualche effetto di rimbalzo dai programmi tv.
(Prende ufficialmente il via il servizio di Filodiffusione: è la radio diffusa attraverso una rete di
telecomunicazioni il cui ultimo tratto, quello che raggiunge l’utente, utilizza il doppino telefonico
con cui sono cablati gli edifici serviti dalla telefonia fissa).
RITORNO A CASA
Surclassando la radio, l’esperienza “leggera” della televisione di quegli anni stabilisce
prepotentemente l’egemonia del mezzo, che sconvolge le abitudini degli italiani, che risponde alla
domanda assai viva del “fantasticare”. Autori e interpreti vengono ripresi direttamente dal grande
serbatoio del teatro di rivista e varietà: su tutti Garinei e Giovannini. Poi, è l’incrocio fra il quiz e lo
spettacolo leggero che agisce come straordinario moltiplicatore produttivo, contribuendo in maniera
decisiva all’aumento del genere nel palinsesto della tv tradizionale. Appena tre anni dopo l’inizio di
Lascia o raddoppia? nascono due programmi che segneranno il definitivo lancio di questo settore.
Nel 1957 si assiste al successo di Un, due e tre che, dopo il suo esordio nel 1954 con Mario
Carotenuto, verrà presentato da Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, e alla nascita del Musichiere
condotto da Mario Riva.
“Ritorno a casa” è la denominazione data alla fascia preserale: nella dimensione familistica la
funzione antropologica della tv ha il merito di proporre il diverso, l’altro, il non ancora conosciuto,
dà forma all’immaginario di tutti. Nessuno dei media esistenti ha la capacità di essere
contemporaneamente più cose come la tv: informazione e spettacolo, produttore di opinioni e di
immaginario, stabilizzatore del consenso e stimolo di novità. Ma, soprattutto, nessuno di essi ha la
possibilità di raccordare la propria proposta culturale, ancorché limitata, tradizionale e moderata,
con il messaggio pubblicitario, il Carosello, indiscusso protagonista della rivoluzione dei consumi.
Dal 3 febbraio 1957, fino all’immotivata e improvvisa abolizione del programma dopo la riforma
del 1975, la formula pubblicitaria televisiva del “racconto breve” – due minuti di spettacolo cui
seguiva un rapido advertising – diventa un appuntamento di grandissimo richiamo popolare.
Spettacolo nello spettacolo, televisione nella televisione, Carosello crea un vero e proprio star
system di personaggi-divi, la cui vita privata non si esaurisce nella breve storia rappresentata ma
continua fuori di essa.

GOOD MORNING AMERICA!


La televisione rappresentò il veicolo primario attraverso il quale la penetrazione statunitense si
impose nel nuovo processo di socializzazione delle masse che l’Italia stava sperimentando, anche se
l’America che, attraverso il video, entrò nelle case di tutti fu comunque riveduta e corretta da un
preciso disegno di adattamento alla sensibilità, alla ricettività, alla mentalità italiane. Se è vero che
molteplici furono i tentativi di copiare il modello americano, la televisione italiana si impose alla
fine per i suoi caratteri di autentica originalità. L’amico del giaguaro a esempio, del 1961, porta alle

estreme conseguenze l’abitudine ormai invalsa di costruire intorno ai quiz un vero e proprio
spettacolo di varietà, che vive per suo conto snaturando l’immediatezza e la concisione dei game
shows americani cui si ispirava. (Il quiz risulta solo un pretesto per introdurre i numeri di Gino
Bramieri e Raffaele Pisu). Da citare anche Campanile Sera, nato nel 1959, che rappresenta il più
originale e illuminante ritratto antropologico dell’Italia della fine degli anni cinquanta: una gara
collettiva fra comuni di differenti regioni, condotta da Mike Bongiorno.
Canzonissima: il programma, che nasce nel 1956 alla radio con il titolo Le canzoni della fortuna, è
il primo esempio di abbinamento fra una gara di canzonette e una lotteria gestita dallo Stato. Il
nome Canzonissima compare solo nel 1958, con una nuova formula che prevede numeri di varietà,
balletti, parodie; il programma è tenuto a battesimo da Delia Scala, Nino Manfredi e Paolo Panelli.
Canzonissima è inoltre un vero e proprio trampolino di lancio per divi emergenti: Walter Chiari,
Sandra Mondaini, Corrado, Raffaella Carrà, Loretta Goggi, Pippo Baudo. In una sola occasione –
quella tanto contestata del 1962 – gli autori, Dario Fo e Franca Rame, ne furono anche gli interpreti.
Dall’America arrivano invece ben presto altri prodotti: con le serie Perry Mason e Hitchcock
l’amore per il poliziesco esplode irrefrenabile. Dal novembre del 1959 Giallo Club, presentato da
Paolo Ferrari e Francesco Mulè, diventerà un grandissimo successo televisivo, conterà tre serie fino
al 1961 e lancerà un personaggio celebre, il tenente Sheridan, ovvero Ubaldo Lay. La formula del
“giallo-quiz” segna un’esperienza nuova nella vita dell’ente televisivo italiano, che, per la prima
volta, passa dal ruolo di importatore di modelli americani a quello di produttore, in grado di offrire
al pubblico uno spettacolo inedito.
Il 13 luglio del 1960 intanto, la Corte costituzionale respinge due tentativi di concorrenza alla Rai
(da parte delle società Tempo Tv e TVL = Televisione Libera), salva il monopolio di Stato ma
sollecita il governo ad aprire le porte della Rai “a chi era interessato ad avvalersene per la diffusione
del pensiero nei diversi modi del suo manifestarsi”. Iniziava frattanto la costruzione della nuova
sede (Rai) della direzione generale di Roma in viale Mazzini.

11. RIBALTA ACCESA


una fabbrica di consenso
Gli anni sessanta si aprono con un trauma: Genova, e poi Reggio Emilia, Palermo e Catania sono
insorte contro il governo Tambroni e contro il tentativo di reazione politica del neofascismo che ha
visto la mobilitazione delle piazze, delle fabbriche, degli intellettuali e di tutte le forze
democratiche. È un grande momento di separazione, una cerniera importante che chiude un’epoca
durata quindici anni. Il centrismo è ormai un’esperienza politica che, tra poco, verrà superata dal
centro sinistra, con la partecipazione del Partito socialista al governo. Un esperimento
pazientemente governato da Aldo Moro, divenuto segretario della Dc nel 1959. I mezzi
d’informazione sono al centro di questa crisi di rinnovamento e ne registrano tutti i passaggi.
(L’11 ottobre 1960 nacque Tribuna elettorale poi politica).
Il decennio si apriva all’insegna di profondi cambiamenti, cui andò ad aggiungersi la grande
rivoluzione rappresentata nel mondo cattolico dalla figura di un papa decisamente innovatore come
Giovanni XXIII, che con il Concilio Vaticano II avrebbe avviato una radicale trasformazione della
Chiesa. (Periodo di Fanfani e di Ettore Bernabei, direttore generale Rai, al quale spettava il compito
di dover trasformare l’azienda in una grande fabbrica di consenso). Dopo quasi quarant’anni di
ribalta, usciva di scena Antonio Piccone Stella (Francalancia) ed entrava Enzo Biagi.
Il 4 novembre del 1961 veniva attivato il secondo programma (“Rai 2”).

NUOVI FATTORI DI CAMBIAMENTO


L’offerta televisiva non è più vissuta come fruizione occasionale di un singolo programma, ma
tende a trasformarsi in abitudine di ascolto. Nasce il palinsesto classico della Rai monopolistica,
caratterizzato da rigidità delle collocazioni e verticalità degli appuntamenti.
Dal 1963, istituito un comitato per la programmazione, la politica del palinsesto divenne la filosofia
di fondo dell’offerta televisiva della Rai di Bernabei.
La costruzione della “serata” sul piccolo schermo faceva parte di una strategia di controllo dei
contenuti e di dosaggio delle diverse collocazioni. Momento produttivo e offerta dei programmi si
separano completamente. (Nascita delle registrazioni videomagnetiche).
Va ricordato inoltre, che il 18 ottobre del 1961 era stata costituita la società Telespazio, con capitale
ripartito fra la Rai e l’Italcable. Da quel momento la Rai conserverà per molti anni il monopolio
delle trasmissioni via satellite sul territorio nazionale.

LA QUESTIONE DEL COLORE


Nel 1965 il parlamento aveva deciso di rinviare al 1970 l’introduzione della tv a colori in Italia. Dal
1962 era iniziata la sperimentazione. Il trasmettitore di Monte Mario a Roma aveva cominciato a
irradiare i rimi segnali televisivi a colori secondo il sistema americano NTSC. Il servizio di
televisione a colori verrà introdotto nel 1975; quindi, per quasi un decennio, un procedimento
tecnologico ormai largamente disponibile, e profondamente innovativo, resta bloccato sul mercato
italiano.
UER: Unione Europea di Radiodiffusione.

I PROGRAMMI CHE HANNO FATTO LA TV


Nel decennio 1960-70 la Rai si dedica alla creazione di un pubblico popolare il più possibile
omogeneo. Un progetto favorito dalla dimensione sempre più familiare dell’ascolto e perseguito
attraverso l’estensione della programmazione intorno a tre grandi aree tematiche: lo spettacolo
leggero e di varietà, la musica leggera, e i programmi culturali e d’informazione.
Nasce la Domenica sportiva. Nel gennaio del 1961 il decennio televisivo si apre sullo spettacolo
delle gambe, senza calzamaglia, delle gemelle Alice ed Ellen Kessler. Costoro propongono un
erotismo “freddo”, che non emoziona e non turba, quindi lecito, tutto assorbito dalla perfetta
macchina scenografica di Giardino d’inverno, prima, e di Studio Uno, poi. Da Canzonissima
“nasce” Mina. Il Festival di Sanremo diventa infine l’unico grande appuntamento in diretta della
programmazione annuale del palinsesto televisivo. Sul piano artistico la storia del Festival è in
primo luogo la storia dell’adattamento fra un evento, nato e concepito per la radio, e la ripresa
televisiva; sul piano sociale essa è anche la storia di una progressiva unificazione del pubblico che
vede rispecchiati i suoi gusti musicali. (Periodo di Pippo Baudo e Raffaella Carrà).
Avventure della scienza, di Enrico Medi, fu la prima trasmissione tv ad aprire le porte dei laboratori
scientifici. La lezione universitaria, chiara e precisa, è l’impianto comune di questa e altre
trasmissioni tipo Orizzonti della scienza e della tecnica di Giulio Macchi.
Nascita di una dittatura: grande capolavoro storiografico oltre che televisivo di Sergio Zavoli.
20 gennaio 1963 TV 7 di Enzo Biagi: nuova rubrica giornalistica in cui era già possibile scorgere i
caratteri del moderno news magazine. Le rubriche Cordialmente e Zoom invece, erano state
entrambe programmate con l’obiettivo di raccogliere intorno a temi di attualità sostanzialmente
poco impegnativi il favore di un pubblico alla ricerca di nuovi modelli. La seconda ebbe il merito,
tra gli altri, di rivelare il volto di Laura Antonelli.
Ironicamente trasgressivo, ma in realtà ideato proprio per contribuire alla miglior conoscenza del
paese, della vita nascosta e inespressa dei suoi abitanti, dei comportamenti banali e delle abitudini
indotte, Specchio segreto di Nanni Loy vuol cogliere le reazioni più immediate di persone comuni
attraverso una telecamera invisibile o camuffata. Il programma, ricalcato sul modello americano
Candid Camera di Allen Funt, adotta lo scrupolo di avvertire coloro che vengono ripresi; non è

trasmesso in diretta, ma opportunamente montato e messo in onda con l’autorizzazione degli


involontari protagonisti. Ancora una volta una intenzione educativa e, al tempo stesso spettacolare,
che riesce a condensare in un’ora di programma, collocato nella fascia di prima serata del nazionale,
la cosiddetta “ribalta accesa”, tutti i generi televisivi. Bisogna sottolineare che, dietro l’apparente
trasgressione del cinéma vérité, la televisione di quegli anni adotta formule di grande originalità
espressiva, il cui scopo non è mai puramente evasivo ma tende a conoscere, riconoscere, e
possibilmente interpretare la realtà sociale e culturale dell’Italia e del mondo.

QUEL PICCOLO, QUASI INTIMO STRUMENTO…


La radio intanto, sembrava aver perduto molte delle sue qualità. I tempi cambiavano velocemente e
la radio ne restava in qualche modo tagliata fuori. Era anche scomparso, o quasi, quel divismo
radiofonico che si era imposto come il segno maggiore dell’autonomia e della vivacità della
proposta espressiva del mezzo.
Nella trasmissione La trottola, debutta Alighiero Noschese mentre Pippo Baudo si rivela con Il
mondo del varietà, poi con Domenica insieme, che anticipa anche nel titolo il contenitore festivo dei
tardi anni settanta, e infine con Caccia grossa, nel quale manifesta notevoli attitudini di
intervistatore. Così Maurizio Costanzo, che nel suo Cabaret delle 22 del 1965 inaugura la gentile
chiacchiera da salotto su usi e costumi dei suoi concittadini che in seguito lo renderà famoso.
Sempre nello stesso anno nasce il popolarissimo Bandiera gialla di Gianni Boncompagni
“severamente vietato ai maggiori di anni 18”, nel quale c’è già molto delle trasgressive
impertinenze del futuro Alto gradimento. I nuovi appuntamenti sportivi della domenica, Tutto il
calcio minuto per minuto e 90° minuto, con le voci di Nando Martellini, Paolo Valenti e del grande,
indimenticabile Nicolò Carosio, caratterizzano ulteriormente il panorama di questa prima metà degli
anni sessanta in cui, se la programmazione presenta un andamento sostanzialmente tradizionale, il
complesso cambiamento nelle consuetudini dell’ascolto radiofonico appare già definito e avviato.
Con l’avvento del transistor – e quindi con la rivoluzione delle dimensioni ed una migliore
maneggevolezza dell’apparecchio – la radio accentua la propria peculiarità di mezzo di
comunicazione individuale.
La riforma della radiofonia promossa dal suo direttore, Leone Piccioni, nel 1966 non è una semplice
operazione di cosmesi, ma un autentico rinnovamento di modelli, di palinsesti, di programmi. Di
fatto, vengono ideate e prodotte trasmissioni destinate ad entrare nelle abitudini di ascolto di un
pubblico che è, inscindibilmente, soprattutto spettatore televisivo.
Gran varietà presentato da Johnny Dorelli. Da ricordare Radiosera.
Dal 6 marzo del 1966 nell’etere italiano c’è una presenza nuova, frutto dell’intuizione di Noel
Coutisson che aveva pensato e ottenuto la nascita di una stazione radiofonica dedicata al mercato
italiano, anche se collocata in territorio estero.
Già nell’ultimo scorcio degli anni sessanta, in pieno rivolgimento studentesco, la voglia di
“chiacchiera” liberamente divagatoria appare anche nei canali della Rai, fino al momento in cui
verrà magistralmente interpretata, nei suoi aspetti più corrosivi, dal fenomeno di Alto gradimento.
Con Chiamate Roma 3131 invece, per la prima volta il telefono diventa strumento costitutivo, e non
solo occasionale, di un programma radiofonico. Per mezzo del telefono la radio si apre ai suoi
ascoltatori invertendo il senso di direzione del messaggio, spostando il centro di irradiazione e
collocandolo qua e là, in una topografia densa di suggestioni per l’immaginario dell’ascoltatore.
(Periodo di Carmelo Bene). Nel 1973 nasce la serie delle Interviste impossibili, che restano nella
storia della radio un esperimento unico, per valore artistico e presa spettacolare, nei rapporti spesso
scontrosi e diffidenti tra gli intellettuali italiani e la radiotelevisione pubblica.

LA CENTRALITA’ DELLA RAI

Nel novembre del 1966 davanti alla nuovissima sede di viale Mazzini, il palazzo di vetro progettato
dall’architetto Berarducci, era stata inaugurata una statua dello scultore Messina raffigurante un
cavallo di bronzo nell’atto di ergersi rampante. A molti quel significato apparve oscuro, anzi del
tutto opposto, e l’interpretazione corrente rimase quella di un cavallo che non ce la fa ad alzarsi, che
muore. Un simbolo ambiguo che finirà per compendiare il destino della Rai negli anni a venire,
sempre in bilico fra centralità e marginalità.
Il 25 giugno 1967, per la prima volta, un miliardo di telespettatori era stato raggiunto
simultaneamente da suoni e da immagini attraverso la “Mondovisione”. La Rai partecipava, in rete
Eurovisione e Intervisione, al primo collegamento diretto tv con cinque continenti, realizzato con
l’impiego di cinque satelliti, di cui due per la zona dell’Atlantico, due per la zona del Pacifico, e
uno sovietico.
Periodo della “rivoluzione” del 1968, della riforma della Rai (che nacque in questo clima anche se
fu varata solo nel 1975), dello Statuto dei lavoratori, della legge sul divorzio, di Gianni Granzotto
amministratore delegato Rai).
Lottizzazione: termine di Alberto Ronchey che finirà per indicare quel criterio di suddivisione
bilanciata del potere Rai, assumendo quindi, una valenza fortemente negativa.
Il 20 e il 21 luglio del 1969, 40 milioni di italiani durante il giorno e 30 milioni per tutta la notte
avevano assistito, incollati al teleschermo, in compagnia di Tito Stagno e di Enrico Medi, all’arrivo
del primo uomo sulla Luna. Se il cavallo sembrava morente, la televisione era più viva che mai.

12. ANNI DI PIOMBO


un monopolio pubblico e riformato
Il partito di maggioranza, la Democrazia cristiana, attraversava un momento di crisi, divisa più che
mai nelle sue correnti proprio quando avrebbe avuto bisogno di una direzione chiara e sicura.
Nella primavera del 1970 vennero istituite le Regioni e vennero definiti i meccanismi operativi
dell’istituto del referendum.
Forse, anche se un po’ semplicisticamente, si può affermare che la storia della radiotelevisione, per
un periodo limitato che va dal 1970 al 1975, può essere vista come una continua oscillazione tra
fermenti rivoluzionari e istanze di ristrutturazione capitalistica. Nel compromesso che si stabilì tra
l’una e l’altra di queste opzioni finirà per vincere una terza strada, quella di un mercato da
capitalismo selvaggio, che inizialmente sembrava accontentare un po’ tutti ma che, durante il
tormentato ultimo decennio, riuscirà a imporre l’assolutismo del duopolio. Altri interventi della
Corte costituzionale sancirono, nel 1974, l’illegittimità di quel particolare monopolio (Rai), per la
forma in cui veniva esercitato, e ne imposero in tempi brevi la sua decisa trasformazione.
All’interno stesso della Rai vi era un gruppo formato da dirigenti, ben consapevole che occorreva
mutare qualcosa affinché, tutto restasse tale e quale (almeno per loro). Ricordare a tal proposito la
redazione di un famoso documento, da parte di tre esperti, in cui si delineava una Rai che doveva
essere più azienda e meno fabbrica di consenso. Fu il neopresidente Aldo Sandulli a firmare
l’ordine di servizio del 1969 che rimpastando tutte le cariche aziendali portò più a zone d’ombra che
a miglioramenti. (Periodo di Giuseppe Saragat capo dello Stato).
Sempre più difficile era trovare un accordo sul modo di intendere l’obiettività e l’imparzialità cui
era tenuto un pubblico servizio. La polemica scoppiata su un’inchiesta di TV 7, Un codice da rifare,
realizzata da Sergio Zavoli, e che fu pretestuosamente accusata da De Feo di tendenziosità e di
faziosità, suscitò una energica presa di posizioni a favore del giornalista, generò una valanga di
interrogazioni parlamentari e produsse, il 18 febbraio 1970, le dimissioni di Sandulli. Da questo
momento si apre nella Rai una crisi lunga e difficile. Tutto questo avveniva alla vigilia del rinnovo
della convenzione ventennale fra lo Stato e la Rai che scadeva il 15 dicembre del 1972. In quello
stesso periodo cominciano a comparire le prime televisioni locali private via cavo. Il fronte di
contestazione del monopolio è tanto ampio quanto composito, ma due sono le linee di fondo sulle

quali esso si articola: la linea della riforma interna dell’azienda e la linea dell’apertura alla
privatizzazione. In questo clima così vario e indefinito prende corpo l’ipotesi di privatizzazione
avanzata da Eugenio Scalfari che intravede nella concorrenza fra pubblico e privato l’unica scelta
operativa possibile. Nasce così quella campagna di stampa che, raccogliendo vaste forze
imprenditoriali, in dieci anni porterà all’abolizione del monopolio della Rai e conquisterà persino il
favore del Partito socialista che, all’epoca, è invece del tutto contrario a ogni ipotesi di
privatizzazione.
In casa Rai gli abbonamenti erano diventati 10.951.341. Ventisette studi televisivi, suddivisi nei
quattro centri di produzione di Roma, Milano, Torino e Napoli, servivano una popolazione del 98%
sul programma nazionale e del 91% sul secondo.

FERMENTI NELL’ETERE
Nel 1970, la Mondadori, la Rusconi, l’Olivetti cominciano ad interessarsi al prodotto audiovisivo e
a studiare la possibilità di sfruttamento commerciale delle nuove tecniche di riproduzione
elettronica dell’immagine. Ma la vera novità è rappresentata dall’interesse che si sta manifestando
nei confronti della tv via cavo come mezzo di comunicazione di massa. Non a caso la prima
televisione privata che nel 1971 riesce a trasmettere in Italia è proprio una televisione di questo tipo:
Telebiella. In seguito però, questa e molte altre stazioni locali via cavo, in base al nuovo Codice
postale, modificato dal Ministro Gioia, vennero dichiarate tutte fuorilegge. Gran parte del mondo
politico si oppone all’applicazione del nuovo articolo del Testo Unico: i repubblicani chiesero la
sostituzione del Ministro delle poste e telecomunicazioni; comunisti e socialisti definirono del tutto
arbitraria la sua decisione. Nel maggio del 1973 il governo Andreotti cadde proprio su questo
intoppo. Nel mentre, un altro fenomeno sembrava mettere in serio pericolo il monopolio della
concessionaria. Si trattava della presenza in Italia dei ripetitori della Svizzera italiana e di
Capodistria che consentivano la ricezione dei programmi di queste emittenti in diverse regioni del
paese. L’iniziativa era stata presa dai fratelli Marcucci per costituire una vera e propria rete. La
RTSI e Tele Capodistria trasmettono già a colori e rappresentano, per molti italiani, una novità
allettante: i campionati mondiali di calcio disputati nel 1974 in Germania federale furono in
moltissimi casi seguiti attraverso le trasmissioni a colori delle due stazioni estere, con un notevole
svantaggio per la Rai. Non fu certo casuale, dunque, se la prima delle due rivoluzionarie sentenze
emesse dalla Corte costituzionale nel luglio del 1974, la n. 225, riguardasse proprio l’illegittimità
del decreto con cui un mese prima, il 7 giugno, il nuovo Ministro delle poste Togni aveva ordinato
lo smantellamento dei ripetitori delle due emittenti straniere. È questa una prima grande svolta
giuridico-istituzionale: la sentenza osservava che “la riserva dello Stato trova il suo presupposto
solo nel numero limitato delle bande di trasmissione riservate all’Italia” e che quindi l’abbattimento
dei ripetitori delle televisioni straniere avrebbe costituito una sorta di sbarramento “alla libera
circolazione delle idee” compromettendo un bene essenziale della vita democratica. La seconda
sentenza, la n. 226, definiva legittima la riserva allo Stato della concessione per la tv via etere e
liberalizzava definitivamente la tv via cavo in ambito locale. Nella prima delle sue sentenze la Corte
aveva inoltre osservato che le norme regolatrici dell’esercizio radiotelevisivo svolto dalla Rai non
offrivano sufficienti garanzie di imparzialità, obiettività e pluralismo, qualità considerate essenziali
per la stessa permanenza in mano pubblica dell’attività ad essa riservata. Aveva inoltre
raccomandato l’intervento del legislatore al fine di definire nuove regole per il servizio pubblico che
fossero finalmente in conformità con il dettato costituzionale. Prendendo atto implicitamente della
frantumazione del consenso stabilitosi agli inizi degli anni cinquanta sulla compatibilità del
monopolio della Rai con gli articoli 21, 41, 43 della Costituzione, la Corte aveva segnalato al
parlamento sette temi fondamentali che dovevano caratterizzare il nuovo assetto del servizio
pubblico e sui quali fu modellata tutta la fisionomia della legge di riforma. Pronunciandosi in favore
di una prima apertura ai privati in ambito locale la Corte aveva escluso il rischio delle

concentrazioni per la limitatezza dei costi; tuttavia questa decisione arriva proprio nel momento in
cui inizia la parabola discendente della tv via cavo e si comincia, al contrario, a intravedere la
convenienza economica della tv via etere. Con le sue sentenze la Corte aveva certamente impresso
un’accelerazione decisiva al processo di riforma, ma aveva anche determinato un vuoto legislativo
suscettibile di essere colmato dall’intervento dell’iniziativa privata. Attraverso numerose possibilità
di interpretazione legislativa si fanno strada, dall’estate del 1974, le prime esperienze di emittenti
“libere” via etere.
Il 5 agosto 1974 va in onda la prima trasmissione per l’Italia di Telemontecarlo. Neanche una
settimana dopo, il 10 agosto, Firenze Libera inizia le trasmissioni via etere. Nel settembre del 1974
Silvio Berlusconi, fa nascere Telemilano via cavo, e nell’ottobre si costituisce l’Anti (Associazione
nazionale delle teleradiodiffusioni indipendenti) che raggruppa già 24 stazioni.
Dopo un’ampia discussione, la legge n. 103 (riforma Rai) venne finalmente approvata il 14 aprile
1975. La legge si basava su tre grandi nodi fondamentali: a) la riserva allo Stato della diffusione dei
programmi su scala nazionale. La Rai inoltre, sarebbe stata gestita e controllata dal parlamento e
non più dall’esecutivo; b) le istanze locali e le esigenze di decentramento e di partecipazione delle
associazioni dei cittadini alla produzione di messaggi radiotelevisivi venivano affidate alla
costituzione di una terza rete pubblica e allo sviluppo di reti televisive via cavo il cui bacino di
utenza non doveva superare i 150 mila abitanti, alle quali era vietate l’interconnessione e fatto
obbligo di produrre almeno il 50% dei programmi trasmessi; c) la ripetizione sul territorio nazionale
di televisioni straniere – che non risultavano costituite al solo scopo di diffondere programmi sul
territorio italiano – era consentita in base alla sentenza della Corte cui s’è fatto cenno.
Una legge scritta per un contesto monopolistico rischiava di bloccare lo sviluppo di una grande
azienda improvvisamente venuta a trovarsi in una realtà di mercato non regolato, a tutto vantaggio
dei concorrenti.
Un altro intervento della Corte costituzionale cambia nuovamente le regole del gioco. È la sentenza
n. 202 del luglio 1976 che dichiarando incostituzionali gli articoli 1, 2, 14, 45 della neonata legge
103 autorizza le trasmissioni via etere di portata non eccedente l’ambito locale. È la definitiva
mossa liberalizzatrice.
(Tra le novità del periodo in oggetto, vanno citate la miniaturizzazione dei mezzi tecnologici e la
diffusione del telecomando).
CATV: (Community Antenna Television)

PICCOLE ANTENNE CRESCONO


Il ’68 aveva tuttavia inaugurato un decennio di creatività diffusa che trovò nella radio, pubblica e
poi privata, il suo sbocco naturale. Questa creatività intelligente e assurda, ma anche fantastica e
demenziale, venne rivelata proprio da una trasmissione della Rai: Alto gradimento, nata nel 1970
per merito di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. La più stravagante galleria di personaggi del
repertorio radiofonico aveva “letteralmente messo in scena tutto l’armamentario linguistico, tutti gli
effetti di stravolgimento, tutte le tecniche trasgressive proprie dell’avanguardia”. Quella
straordinaria trasmissione diventerà il modello di quasi tutte le radio libere apparse nel corso del
decennio. Senza Alto gradimento è impossibile capire nella sua totalità il fenomeno dell’emittenza
privata, del suo linguaggio iterativo e afasico, del suo ascolto epidermico e trasversale. Più che nella
televisione, è stato nella radio che la pratica dell’imitazione si è esercitata da parte delle radio libere,
con una singolare mescolanza di competitività invidiosa e di spocchiosa distruttività. (È di questo
periodo anche La Corrida, presentata da Corrado). Boom delle radio locali e comparsa dei primi
disk-jokey. A Roma comincia a trasmettere Radio Città Futura (di Renzo Rossellini, figlio del noto
regista): emittente fortemente politicizzata, che si propone un vero e proprio obiettivo di lotta contro
“l’informazione borghese”. A Bologna nasce Radio Alice e altrove Radio Radicale. Le più

autorevoli di questo genere di emittenti si costituiscono in Federazione, la Fred, per contrastare


qualsiasi forma di oligopolio nell’emittenza privata.
Inizia poi una fase di transizione che possiamo collocare intorno al 1977-80. Sono gli anni di
piombo che insanguinano il paese. Sono anche gli anni in cui si progetta e si lancia la nuova terza
rete televisiva, in cui nascono le prime concessionarie di pubblicità. Da questo momento la Rai si
trova a subire le conseguenze di una doppia legge: quella di riforma e quella del mercato.

RETI E TESTATE
Nonostante tutto la televisione della riforma, modificando alcune caratteristiche strutturali, produce
continuamente pubblico. Nasce anche una nuova struttura centrale per la produzione di trasmissioni
didattiche: il Dipartimento scuola educazione. Periodo del “decentramento operativo Rai” che
equivale a una maggiore concorrenza interna e quindi, a una più spiccata vitalità e ricchezza.
Nascono inoltre in quegli anni alcune delle innovazioni che caratterizzeranno l’offerta televisiva per
moltissimo tempo: la collocazione quotidiana “in striscia” del telefilm nella fascia preserale; il film
la domenica pomeriggio; la dilatazione dei tempi “a contenitore” dei programmi; la stabilizzazione
della sfasatura tra TG 1 (ore 20) e TG 2 (ore 20.30 e, successivamente, 19.45). Termina infine, la
programmazione di Carosello.
Onde assicurarsi le migliori condizioni di ascolto è naturale che ciascuna rete punti su programmi di
intrattenimento (ricompare sulla prima, il giovedì, un nuovo quiz, Rischiatutto con l’immancabile
Mike Bongiorno) e in generale su quelli più leggeri. Per opera del direttore del TG 2 Andrea
Barbato (e Massimo Fichera) accanto al giornalismo di approfondimento degli avvenimenti
politico-istituzionali (TG 2 Dossier, Ring) nasce un giornalismo di osservazione del costume e dello
spettacolo con tono satirico, anche se francamente superficiale.
15 dicembre 1979: Inizio delle trasmissioni della terza rete (che sarà per così dire “regionale a
carattere nazionale”).

IL RILANCIO DELLA FICTION


Talk show: Genere egemone della tv degli anni ottanta. Da questo momento la società commerciale
della Rai, la Sacis, attraverso la vendita dei diritti derivanti dai programmi televisivi comincia ad
imporsi anche sul mercato internazionale: è anch’esso un aspetto della lenta trasformazione in
impresa che sta compiendo tutto il gruppo Rai. Il mercato delle vendite dei diritti derivati aveva
raggiunto il boom con quattro programmi destinati ai ragazzi: Atlas Ufo Robot, Heidi, Happy Days
e Apriti Sesamo. La trasformazione dell’offerta dedicata a questo pubblico è il segno più visibile
della fine della tv pedagogica. La politica degli acquisti di fiction, ovvero un fenomeno di tipo
esclusivamente commerciale, determina il mutamento di una pratica progettuale.
Il grande regista Roberto Rossellini si dedica alla tv, mentre nasce Gesù di Nazareth di Franco
Zeffirelli. Grande successo del genere telefilm.
Partita con ambizioni pedagogiche, dopo la riforma della Rai la televisione italiana comincia ad
accorgersi di essere un formidabile strumento di intrattenimento. La programmazione di fiction si
allontana dalla pretesa di ottenere un risultato esteticamente elevato per diventare sempre più una
componente strutturale dei palinsesti, tanto nella tv pubblica che in quella privata.

LA ROTTURA DEI GENERI


Con la riforma, il sacrificio dei programmi culturali comincia a consumarsi, non solo nel senso della
loro progressiva marginalizzazione all’interno dei palinsesti, ma soprattutto in quello della loro

spettacolarizzazione e trasformazione dei modelli linguistici. L’enfasi viene posta sulla diretta, nella
erronea presunzione di una sua supposta maggiore democraticità. Questa rottura dei generi non va
vista però come sconfinamento, peraltro abbastanza praticato, su contenuti altrui, ma come scambio
e intreccio di esperienze e di formule. Il primo programma che operò la rottura dei generi fu Odeon,
di Brando Giordani ed Emilio Ravel (quasi 15 milioni di spettatori nel 1978). La rottura dei generi
rende possibile una maggiore agilità produttiva.

IL NUOVO CONSUMO
Si affermano così in questa seconda fase della tv figure divenute poi popolarissime, soprattutto in
ambito cinematografico, dove hanno portato i personaggi nati nel varietà televisivo: Cochi Ponzoni,
Renato Pozzetto e Paolo Villaggio. Da ricordare Speciale per voi (1969) di Renzo Arbore, quale
modello di stile televisivo che mira ad accontentare contemporaneamente i gusti e gli interessi più
contrastanti. Nel 1976, Roberto Benigni utilizza ancora una volta stili, tempi e linguaggi del
giovanilismo consacrando il genere della comicità demenziale ormai dilagante. Nasce così il
personaggio di Mario Cioni che trasmette da Tele-vacca, nel programma che, guarda caso, si
chiama Onda libera, una felice parodia del fenomeno ormai massiccio delle televisioni private.
La trasformazione dello spazio domenicale diventa inoltre uno dei punti di forza della strategia
dell’incremento del consumo e la nascita nel 1976 dei due grandi contenitori L’Altra Domenica e
Domenica in… sancisce definitivamente l’inizio di una nuova epoca. Nasce da questo genere
(Domenica in…) la televisione senza qualità che sarà tipica degli anni ottanta; essa si fonda su un
modello Rai introdotto al solo scopo di aumentare il consumo, dilatare l’audience. Domenica in…
diventerà con il passare del tempo il serbatoio del divismo televisivo più insulso.
Da ricordare Portobello (condotto da Enzo Tortora): frutto di un primo grande cedimento
dell’apparato televisivo pubblico alle zone d’ombra delle televisioni private, ai loro giochi
casalinghi, alle pratiche delle compravendite attraverso il video, all’uso ripetitivo del telefono.
Bontà loro (con Maurizio Costanzo) è il prototipo di un fenomeno destinato a dilagare e a diventare
modello di ogni discorso televisivo: il bisogno di confessarsi. In realtà a pensarci bene, più di dieci
anni prima Sergio Zavoli con Processo alla tappa aveva tentato una operazione quasi identica:
parlare con personaggi apparentemente comuni, trattandoli con una attenzione e un riguardo
inusitati, facendo loro confessare ciò che essi stessi non avrebbero mai pensato di poter dire.

13. NEL MERCATO ELETTRONICO


il monopolio spezzato
Tv “Generalista”= Televisione che trasmette una mescolanza di generi diversi, dall’informazione
allo spettacolo, sino alla cultura.
La storia della radio e della televisione negli anni ottanta si può riassumere sinteticamente così: da
un lato un servizio pubblico che deve continuamente ricercare la propria identità e combattere per la
sua sopravvivenza minacciata da molteplici fattori di cambiamento; dall’altro una televisione
privata che assume subito una precisa identità, quantomeno merceologica, che lotta anch’essa per la
sua affermazione, ma che finisce per assumere una posizione di monopolio commerciale
inversamente proporzionale alla perdita di monopolio culturale e istituzionale del servizio pubblico.
Deregulation: Assenza di una normativa in grado di regolamentare fin dall’inizio l’insieme del
sistema radiotelevisivo. La deregulation divenne una scelta precisa di politica industriale.

ASSALTO ALLA DILIGENZA

Ecco il formarsi (tra il 1980 e il 1984) di una gigantesca concentrazione, il gruppo Fininvest di
Silvio Berlusconi, che nella seconda metà degli anni ottanta disporrà di tre network televisivi, un
network radiofonico, oltre a notevoli partecipazioni nell’editoria, nel cinema, nell’industria
televisiva europea e in alcuni giornali.
Nielsen: una società che si occupa delle rilevazioni per gli investimenti pubblicitari e che suddivide
il paese in 4 aree di rilevamento.
Nella primavera del 1978 il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera acquista l’intero pacchetto azionario
di Telealtomilanese, un’emittente che trasmette su tutto il territorio della Lombardia dagli impianti
di Cologno Monzese. È prevista una produzione di notiziari e di programmi informativi curata dalla
redazione del “Corriere d’informazione”. In maggio anche Silvio Berlusconi ha una propria
emittente via etere, Telemilano, il nucleo di partenza di ciò che diventerà nel 1980 Canale 5, una
rete che trasmette attraverso cassette una medesima programmazione in undici regioni per mezzo di
altrettante stazioni locali affiliate in network. Nel corso del 1979 e del 1980 il gruppo di Berlusconi,
si sviluppa con altre società: Videoprogram (centro di produzione), Reteitalia (acquisto e
distribuzione programmi), Publitalia (concessionaria di pubblicità). Nell’autunno del 1978 nel
convegno “Informazione e potere in Italia” il Partito socialista (nella persona di Claudio Martelli)
avanzò una proposta – la quarta rete affidata a un consorzio di privati – che privilegiava i requisiti
della governabilità di un “sistema misto”, attraverso la ricerca di un punto di equilibrio del rapporto
tra pubblico e privato, ma finì per essere accantonata. Un importante punto a suo favore segna
invece Silvio Berlusconi quando esce vincente, anche se in base a un accordo di compromesso con
la Rai, dalla vicenda del Mundialito. Il primo, clamoroso episodio di una concorrenza ormai
evidente tra reti pubbliche e private scoppia nel mese di dicembre (1980) a proposito di un torneo di
calcio tra squadre nazionali che si svolge a Montevideo. Berlusconi era riuscito a strappare i diritti
per la trasmissione in Italia delle partite, dopo che l’Eurovisione non aveva raggiunto l’accordo con
gli organizzatori. Ma la Rai rifiutò a Reteitalia la concessione del satellite. Medesimo rifiuto anche
da parte del Ministero delle poste. Dopo febbrili trattative, accompagnate anche da aspre polemiche,
venne trovato un accordo. Fare televisione diventava da quel momento un business come un altro,
con le sue regole, i suoi obiettivi, le sue strategie; un business che bisognava gestire sfruttando tutte
le opportunità offerte dal mercato e tutti i punti di forza che lo scenario esterno avesse consentito.
Publitalia ’80: La concessionaria di pubblicità del gruppo Fininvest che segnò la svolta decisiva
nella storia della televisione privata in Italia.

IL SISTEMA “MISTO”
L’inizio degli anni ottanta, per la Rai riformata, è invece un periodo segnato da una profonda crisi.
Dal 1980 la Rai ha un nuovo consiglio di amministrazione, un nuovo direttore generale, Willy De
Luca, e un nuovo presidente, Sergio Zavoli. In questo contesto l’obiettivo di tutte le forze politiche
era comunque il rafforzamento della produzione nazionale italiana pubblica e privata e
l’accrescimento della sua competitività internazionale (il cosiddetto “sistema misto”).
Le 4 fasi della storia Rai: 1) Governo dell’esecutivo; 2) Governo del parlamento; 3) Governo dei
giudici; 4) Governo del sistema misto.

TRA UCCELLI DI ROVO E VENTI DI GUERRA


Il processo di ampliamento del sistema dei network sembrava inarrestabile. Il 1982 si apre con
alcune novità di rilievo: a far concorrenza alla Rai non c’è più soltanto Canale 5 ma altre due reti
private, Italia 1 di Rusconi e Retequattro di Mondadori. La prima si avvale per la gestione
pubblicitaria della Publikompass; la seconda è una S.r.l. Nel 1982, dalla fusione di due agenzie di
pubblicità, Sto e Radiovideo, nasce anche il circuito integrato nazionale Euro Tv, costituito da una

cooperativa di 28 stazioni. Calisto Tanzi, tramite la finanziaria Fincom, controlla la maggior parte
del pacchetto azionario. D’ora in poi, per tutto il decennio e oltre, l’intreccio fra media elettronici,
pubblicità, editoria stampata, finanza e politica manifesta un groviglio di interessi sempre meno
chiaro che, a ragione, ha fatto parlare di capitalismo selvaggio.
Nell’estate del 1982 Rusconi vende la sua rete alla Fininvest che, battendo sul tempo Mondadori, si
assicura il controllo delle due maggiori reti private nazionali e apre una spina sanguinosa nel fianco
della Rai. L’avventura di Retequattro avrà una durata maggiore, ma un’identica sorte, finendo per
essere assorbita dal Biscione nell’agosto del 1984.
D’altra parte, nella guerra condotta sparando un episodio dopo l’altro delle serie televisive di
maggior successo, Uccelli di rovo programmato su Canale 5 aveva avuto più spettatori di Venti di
guerra. Con la mediazione dell’eminenza grigia della finanza italiana, Enrico Cuccia, la Fininvest
acquista Retequattro, in un momento in cui il deficit stava aggravandosi in misura non più
sostenibile, a condizioni estremamente vantaggiose. Berlusconi aveva salvato non solo Retequattro
ma la stessa Mondadori le cui perdite, in due anni, si aggiravano intorno ai 200 miliardi.
La disfatta televisiva di tre grandi gruppi editoriali, Rizzoli, Rusconi e Mondadori, si era quindi
definitivamente consumata. In cinque anni Berlusconi aveva costruito un sistema industriale della
televisione da fare invidia in tutto il mondo. Intorno a lui si muovevano Fedele Confalonieri,
consigliere strategico; il fratello Paolo, incaricato del settore immobiliare; Marcello Dell’Utri,
presidente di Publitalia; Giancarlo Foscale; Carlo Bernasconi, amministratore di Rete Italia; Valerio
Lazarov, presidente di Videotime. Inoltre Angelo Codignoni, per i rapporti con la Cee e Adriano
Galliani.

LA “FORTEZZA BASTIANI”
Nei conti economici nazionali, nel giro di quattro anni, una nuova attività – l’intrattenimento
televisivo privato – aveva ritagliato una fetta di mille miliardi. Conseguenza di questo mercato
anomalo era la progressiva crisi di settori affini, certamente più deboli ma non per questo meno
significativi. In quegli anni erano in atto una drastica riduzione del numero degli spettatori
cinematografici, un forte calo delle presenze degli spettacoli teatrali, una crisi considerevole nella
vendita dei dischi, una preoccupante stagnazione nella diffusione libraria, un lentissimo decollo del
mercato delle videocassette.
Con le elezioni del 26 giugno 1983, che avevano visto per la Dc il peggior risultato dal 1948, si
apriva la strada al primo presidente del Consiglio socialista: Bettino Craxi.
La “guerra degli indici di ascolto” impazzò, in quel preciso periodo storico, sin quando attraverso la
mediazione del sottosegretario alle poste Giorgio Bogi, venne creato uno strumento imparziale nel
giugno del 1984 con la costituzione dell’Auditel.
La sindrome dell’assedio intanto – la cosiddetta Fortezza Bastiani – come la chiamerà Sergio zavoli
in una intervista – veniva abilmente dissimulata, e tuttavia essa non riuscì mai veramente a intaccare
un organismo aziendale che restava innegabilmente sano. Rilancio dell’informazione e della politica
dei programmi, sperimentazione di nuove tecnologie – tra cui il Televideo, in concorrenza con il
Videotel della Sip – introduzione di un nuovo modello gestionale di contabilità industriale, grande
sviluppo dell’informatizzazione dei servizi erano alcune delle misure più importanti introdotte per
ottenere una combinazione ottimale tra risorse produttive e massima efficacia operativa. Nello
scenario interno l’azienda obbediva alla logica del servizio pubblico; sullo scenario esterno non
poteva sottrarsi, pena la sua espulsione, agli imperativi della mercatizzazione.
La famosa vicenda Carrà (Raffaella) dimostrava come dal solo punto di vista del servizio pubblico,
l’esborso di 3 miliardi di lire, per un ingaggio che strappava la popolare presentatrice a Berlusconi,
era probabilmente inaccettabile; ma dal punto di vista del mercato andava considerata una mossa
giusta. Il presidente del Consiglio Bettino Craxi la interpretò restrittivamente e rimproverò,
attraverso Giulio Amato, il presidente Zavoli; la Democrazia cristiana di Ciriaco De Mita, al

contrario, la interpretò nella logica del mercato, appoggiando il direttore generale Rai dell’epoca,
Biagio Agnes. L’episodio, al di là del contingente, dimostrava che non era vero che esistesse un
sistema misto, ma che ci si stava orientando verso un duopolio imperfetto dove erano possibili, e
giustificabili, tutte le anomalie.

MERCATO E PALINSESTI
La proliferazione delle emittenti, con il suo flusso omogeneo e indifferente di messaggi e di
informazioni, aveva vanificato l’elemento primario della sua capacità comunicativa: il genere. In
Fininvest la diversificazione delle reti è attuata soprattutto in relazione alla richiesta del mercato
pubblicitario, dove l’ascolto è solo l’indicatore di un potere di acquisto delle merci e non, come per
la Rai, un rivelatore di successo e di prestigio (= Rivoluzione del palinsesto).
Carlo Freccero, Roberto Giovalli, Giorgio Gori, e in seguito Michele Franceschelli, sono gli uomini
che hanno fatto grandi le reti Fininvest. Angelo Guglielmi, in Rai, fu il primo a intuire (molti anni
prima) il senso di quel cambiamento (vale a dire appuntamenti dei programmi in senso orizzontale e
quotidiano) programmando un telefilm per ragazzi, Furia cavallo del West, tutti i giorni nella fascia
preserale.

LA NEOTELEVISIONE
Nessuna tutela, nessuna garanzia per i produttori, lo zapping attraverso il telecomando aggira
qualunque progetto di rete e, soprattutto, è il primo indizio di un’incrinatura nel sistema, articolato
quanto si vuole ma tuttora monolitico, del broadcasting televisivo. Si rompe una dittatura e viene
sconvolto un rapporto unidirezionale. Infranto l’ordine interno, da questo momento il processo di
dissoluzione arriva dall’esterno. Grazie alla nuova tecnologia della videoregistrazione domestica
poi, i programmi si autonomizzano dal flusso dei palinsesti e dalle costrizioni spazio-temporali.
Questa nuova fase venne definita “neotelevisione” da Umberto Eco (immagine del flusso continuo e
ininterrotto di una evoluzione che si è consumata totalmente sul terreno del palinsesto”). La
televisione si è trasformata in un grande videogame in cui il gioco sostituisce la sacralità della
rappresentazione (la geniale intuizione di Blob è il paradigma di questo processo). Da questo ruolo,
nascono i caratteri distintivi della neo-tv: la serialità ripetitiva, la conversatività affabulatoria, la
proposta trasgressiva (che arriva fino al porno), l’esercizio demenziale dei nuovi comici; cioè, a
pensarci bene, caratteri che sono tipici della fase attuale della modernità, e che si riscontrano nelle
arti figurative, nella moda, in un certo nuovo teatro, in moltissimo nuovo cinema. In particolare su
molti di questi linguaggi l’influenza della pubblicità è stata fortissima nel determinare i ritmi, i
tempi di montaggio, la rapida testualità delle situazioni. Ciò appare tanto più vero soprattutto dopo
il 1987, con la grande e intelligente trasformazione della terza rete televisiva, che propone modelli
del tutto nazionali, frutto di una creatività propriamente e autonomamente televisiva. Così, mentre la
Rai mette in diretta lo spettacolo che si svolge fuori della televisione (il giro di boa avvenne con il
terremoto di Napoli e dell’Irpinia nel 1980 e poi con Vermicino, l’alluvione della Valtellina ecc), la
televisione commerciale simula soltanto la messa in scena del reale e le sue dirette sono farse
iperreali. Entrambe le operazioni sono tuttavia inscritte nella nuova fase della modernità televisiva.
Infine un’altra caratteristica fondamentale della neo-tv, strettamente dipendente dalla sua matrice
pubblicitario-commerciale, è il progressivo consolidarsi del mezzo come canale di comunicazione
politica. È qualcosa di molto diverso dalla tradizionale subalternità dei mass media alle logiche del
sistema politico; è, al contrario, l’emergere, fin dalla prima metà degli anni settanta, soprattutto in
America con la cosiddetta new politics, di una crescente influenza dei media sulla vita politica.
La tendenza inarrestabile alla spettacolarizzazione nasce dal nuovo ruolo dell’informazione
(attentato al Papa, vermicino, scandalo P2, terrorismo ecc.) tutta centrata sulla costruzione emotiva
della realtà televisiva. Ad esse si accompagna la scoperta fatta da molti leader politici, grandi

comunicatori come Sandro Pertini, Giovanni Spadolini e, in seguito, Francesco Cossiga, delle
straordinarie possibilità della televisione qualora venga utilizzata proprio per le sue caratteristiche
“spettacolari” e secondo il suo specifico linguaggio.

NULLA E’ PIU’ DEFINITIVO DEL PROVVISORIO


Nell’ottobre del 1984 alcuni pretori decisero di oscurare le reti Fininvest in tre diverse regioni,
Lazio, Piemonte e Abruzzo: una decisione maturata in una fase di forte attivismo, in molti campi,
della magistratura italiana. Il ricorso al decreto, emanato dal governo Craxi, si rese necessario per
riaprire le stazioni oscurate. Decaduto per scadenza dei termini ne venne emanato un secondo, il 6
dicembre, che sarà poi convertito nella legge n. 10 del febbraio 1985. Una legge certamente
favorevole alla Fininvest, che modificava anche alcune regole riguardanti la Rai, aumentando
addirittura i poteri del direttore generale, limitando quelli del consiglio di amministrazione.
Agli inizi del 1985 si crea la Federazione radio e televisioni che raggruppa le televisioni e le radio
locali e nazionali private, fra le quali le reti di Berlusconi, Euro Tv, Rete A e Tele Elefante. Il primo
contratto collettivo di lavoro normalizza infine anche il settore privato della radiotelevisione. Solo
con la SIAE resta aperto un contenzioso che le reti private si mostreranno sempre riottose a
conciliare. Inoltre un accordo intervenuto nel marzo del 1986 tra la Fininvest e le associazioni di
categoria, l’Upa e l’Assap, che raccoglievano rispettivamente gli utenti e le agenzie di pubblicità,
portò a una limitazione degli spot pubblicitari al 16% durante il prime time e al 18% negli altri orari
di programmazione. Nello stesso mese la Commissione parlamentare di vigilanza fissava il nuovo
tetto di pubblicità per la Rai aumentandolo del 6% in più rispetto al 1985 (636 miliardi).
L’affollamento massimo era stabilito al 10% per il 92,5% nelle trasmissioni giornaliere e al 15% per
il restante 7,5%. Enrico Manca nuovo presidente Rai.

SUL SIGNIFICATO DI “POPOLARE”


Il giornalismo popolare in Italia lo ha fatto la televisione, occupando uno spazio di mercato nel
quale, non a caso, la carta stampata non è mai riuscita ad avere una posizione dominante. Il
giornalismo popolare, più che dagli scarni telegiornali, è stato fatto da tutte le trasmissioni che, fin
dall’esordio della tv, hanno mostrato la realtà, sostituendosi a essa con la forza delle immagini che
vivono sempre di vita propria (per Alfredino Rampi di Vermicino, ci furono 18 ore consecutive di
diretta Rai e 30 milioni di telespettatori).

TV SPAZZATURA O TV INTELLIGENTE?
Da ricordare il Processo del lunedì (con Aldo Biscardi) in onda sulla terza rete (Rai) dal settembre
del 1980; Blitz di Giovanni Minoli, Gianni Minà e Milly Carlucci (sulla seconda rete). Dal 6
gennaio 1985 anche Canale 5 vuole riempire di chiacchiere la festività degli italiani e produce
Buona domenica. Ma la vera straordinaria rivelazione della televisione commerciale fu nel 1983
Drive in, il programma di Antonio Ricci, il più popolare e innovativo cabaret televisivo degli anni
ottanta trasmesso da Italia 1. La Rai invece rivisita Fantastico (conduce dapprima Pippo Baudo poi
Adriano Celentano) che andava in onda il sabato sera sulla prima rete già dal 1975 e rappresentava
la prosecuzione di Canzonissima. Dal 1988 invece, sulla Fininvest compare Enrico Montesano. Il
varietà televisivo, per la Rai, a dire il vero, nel decennio ottanta era iniziato con un buon
programma, quel Te la do io l’America del 1981 con Beppe Grillo e la regia di Enzo Trapani, un
viaggio alla scoperta di una America così diversa che assomiglia addirittura all’Italia; in ogni caso
un tentativo di realizzare uno show meno convenzionale dei soliti. Dall’aprile del 1985 vanno in

onda Quelli della notte di Renzo Arbore e Ugo Porcelli sulla seconda rete, e Linea Diretta di
Giovanni Minoli su Raiuno. Finalmente la Rai, nella fase acuta della sua battaglia con la Fininvest,
aveva imparato a programmare attraverso tecniche utilizzate a tutto campo. I due programmi delle
due reti Rai (Quelli della notte e Linea Diretta) infatti, non erano disposti in concorrenza fra loro
ma, rivolgendosi a pubblici diversi, si ponevano l’obiettivo di “fare il pieno”. Quelli della notte in
particolar modo, anticipava tutti gli esperimenti successivi, da Blob a Striscia la notizia, nati per
comunicare televisione attraverso la critica alla televisione. Come osserva Paolo Martini, “Arbore
comprende in pieno che alla radice di un vero successo televisivo c’è sempre un’intuizione di natura
sociale: la vera televisione è la messa in bella, davanti alle telecamere, della società che
rappresenta”. Nella successiva trasmissione, Indietro tutta, programmata due anni dopo nella
medesima fascia e con il medesimo obiettivo, Arbore opera definitivamente la distruzione del
genere più corrivo, il contenitore con uso di quiz che (auspice un Mike Bongiorno sempre più
incartapecorito e trascolorato dal passare del tempo) infesta le reti pubbliche ma soprattutto quelle
private. L’operazione, in negativo, mostra tutti i suoi limiti: è un’arma momentaneamente
formidabile nella battaglia con la concorrenza ma non è possibile usarla una seconda volta. È un
evento e, come tutti gli eventi, irripetibile. Da quel momento la Rai sarà costretta a mettere in
campo una dose continua e sempre più aggiornata di creatività per non arretrare di un solo punto
nell’audience.

VERSO UNA NUOVA LEGGE


Nel 1987 l’industria dei media vede anche altre importanti modificazioni. Berlusconi diventa
proprietario del “Giornale”; sigla un accordo con la società Telespazio di Raffaele Minicucci per
l’utilizzazione – durata cinque anni – di due canali dell’Intelsat, e per l’uso di una stazione mobile e
la collocazione di 14 parabole nelle sedi regionali, mettendosi così in grado di trasmettere in diretta
non appena la legge glielo consentirà; alla Fininvest Comunicazione arriva intanto come
vicepresidente Gianni Letta.
Sotto la presidenza Manca, la terza rete Rai venne finalmente parificata alle altre due e messa nelle
condizioni di agire a tutto campo nei confronti della concorrenza. Nell’aprile del 1988 la forte
ripresa della Rai appare nuovamente un ostacolo all’egemonia di Berlusconi. Nasce in questo
contesto la proposta della ”opzione zero” (chi possiede quotidiani non può possedere tv e viceversa)
dichiaratamente incostituzionale e chiaramente atta a favorire Berlusconi, che otteneva la garanzia
di proteggere la sua posizione dominante mentre gruppi editoriali concorrenti erano inviatati a
restare fuori gioco. (Ciriaco De Mita capo del Governo). Nel giugno del 1988 però il Consiglio dei
ministri approva il testo del disegno di legge elaborato da Oscar Mammì (Ministro repubblicano
delle poste) che abolisce la regola dell’opzione zero e conferma la norma antitrust (massimo tre reti
televisive per ciascun operatore). La legge istituisce anche la figura di un garante per l’editoria e la
radiotelevisione. Silenziosamente, con indubbia abilità, la Fininvest aveva invece già posto le
premesse per uscire vincente anche nella competizione che si sarebbe accesa intorno alla rete
televisiva a pagamento prevista dalla legge. Eliminati tutti i competitori, utilizzando le maglie assai
larghe di una legge concepita quasi a immagine e somiglianza di un duopolio perfettamente
bilanciato (la “pax televisiva” da tutti auspicata), anche la pay tv, come sappiamo, diventerà
appannaggio del gruppo Fininvest con Telepiù, il nuovo network sbocciato in piena estate (tre
nuove reti con lo stesso marchio) subito dopo la pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale” della
legge n. 223 del 5 agosto 1990.

“DI TUTTO, DI PIU’”


Raiuno, diretta da Giuseppe Rossini, continuava ad essere il grande canale popolare di televisione
generalista. Raidue stentava invece a ritrovare quella forte identità che aveva segnato la sua ascesa

negli anni del doporiforma. Raitre era nel pieno del suo radicale cambiamento. Di nuovo, dopo
molti anni, la televisione di Raitre riprende a produrre pubblico, pescando in aree non toccate dalle
altre, e scoprendo potenziali fasce di spettatori in quei nuovi bacini sociali che la modernizzazione
del paese aveva generato. Telefono giallo di Corrado Augias, Un giorno in Pretura, Chi l’ha visto?
scritto da Lio Beghin prima che venisse allettato dalla concorrenza, con una aggressiva Donatella
Raffai e un promettente Paolo Guzzanti, Linea rovente di Giuliano Ferrara, che passerà poi a
Raidue con Il testimone, impongono subito il nuovo stile della rete, quello di una tv verità in cui il
senso del reale è dato, attraverso il telefono, da una partecipazione degli spettatori che divengono
“attori” della scena televisiva: il cosiddetto “romanzo popolare”.
Anche se va francamente ammesso che, nel 1986, su Italia 1, Striscia la notizia, una effervescente
parodia del telegiornale dovuta all’estro della banda di Antonio Ricci, rappresenta nel panorama
televisivo di quel momento una invenzione di straordinaria qualità, è Raitre che funge da grande
motore dell’innovazione, che rivela personaggi come Piero Chiambretti, che progetta Schegge, La
Tv delle ragazze, Blob e, in seguito, Avanzi. Blob soprattutto, “uno stato d’animo” come lo ha
definito Furio Colombo, realizza la sintesi di tutte le esperienze televisive possibili. Blob (The Blob,
Il fluido che uccide) è l’autentico fast food della televisione dei nostri anni.

QUELLA PARTE DI TELEVISIONE CHIAMATA CINEMA


Il film entra nella dimensione televisiva ed è obbligato a rispettare le regole del “central story telling
system”, il sistema centrale narrativo che sta alla base della supremazia della tv rispetto a qualsiasi
mezzo di comunicazione di massa. Fatalmente la televisione era destinata a diventare il più grande
mezzo di diffusione del cinema, così come la radio era diventato il più grande mezzo di diffusione
della musica. E così come non risulta che la radio abbia ammazzato la musica, è sempre più difficile
sostenere che la televisione abbia compromesso la capacità produttiva del cinema.
Nella stagione 1987-88, nelle classifiche dell’Auditel, un “evento” come la programmazione del
film Rambo su Canale 5 si era collocato al diciassettesimo posto!
Storicamente il periodo in cui la programmazione di cinema ha vissuto la sua stagione migliore va
dagli anni successivi alla riforma della Rai ai primi anni ottanta. Dopo vent’anni, e attraverso
innegabili successi, l’intervento economico della Rai nel settore dell’industria cinematografica
segnalava che l’obiettivo del servizio pubblico era quello di non essere soltanto distributore ma, a
tutti gli effetti, produttore di cinema. Fra il 1987 e il 1988 – anno del cinema e della televisione,
dichiarato dalla CEE – la Rai si era impegnata nella realizzazione di oltre 80 film.
Da ricordare la Piovra – con cui la Rai ha dato vita a un modello che ha fatto scuola nel mondo
(vale a dire il prodotto medio, in quanto incrocio tra film e “miniserie o fiction”).
Il successo decretato anche da un Oscar al film Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore
stava in questa linea.
Dal 30 marzo del 1991 inoltre, anche gli italiani potevano disporre della loro tv a pagamento. Già è
possibile individuare un trend di sicuro successo per un genere di distribuzione dell’offerta che
sempre più appare sottratto alle regole del fulltime broadcasting.
Reteitalia = Società che coordinava la produzione del gruppo Berlusconi.

LA RISORSA TECNOLOGICA
Trasformazione del rapporto triangolare fra tecnologie, comunicazione e società, e conseguente
ridefinizione del ruolo dei servizi pubblici radiotelevisivi. Da alcuni anni sono iniziate
sperimentazioni che hanno dimostrato la competitività dell’immagine elettronica in HD (High
Definition), soprattutto per le enormi possibilità di manipolazione creativa che essa offre.
Altrettanto rilevanti le novità nel comparto della distribuzione. Non si può non parlare dei satelliti e
della pay tv, responsabili di alcune caratteristiche strutturalmente innovative del sistema. Flessibile,

e di per sé transnazionale, il satellite vanifica due dei presupposti del broadcasting storico: il
nazionalismo e la tv generalista. Nonostante i tentativi di ricondurne il coverage nell’ambito dei
singoli paesi, crea le condizioni per un mercato che è internazionale non per lo scambio dei prodotti
ma per l’area di diffusione, e spinge ulteriormente verso la diversificazione dell’offerta e la
specializzazione del pubblico.
Sul versante del consumo il passaggio decisivo è quello dal “televisore” al “video”. Finisce, cioè, la
monarchia dei programmi e dei palinsesti etero-diretti, e il vecchio apparecchio diventa il terminale
di una rete multimedia: videoregistratore, computer, pay-tv, satellite. Davanti a esso non c’è più uno
spettatore, ma un utente, collegato con un sistema di opportunità tecnologiche che modulano, e
diversificano, una fruizione sempre più integrata. Pionieri la seconda rete di Massimo Fichera e un
maestro del cinema-cinema, Michelangelo Antonioni, nel 1979 si gira Il mistero di Oberwald,
realizzato con telecamere, e poi riversato su normale pellicola a 35 mm. È l’indizio di un diaframma
che cade: il cinema, almeno in una delle sue punte creative, varca il confine dell’elettronica, in cui
intravede una terra promessa tecnologica; la televisione comincia a sperimentare una produzione
fuori dall’ambito dei consueti programmi e scommettere sulla trasversalità della sua scrittura.
Un punto d’arrivo? Rivisto a posteriori, il film con Kathleen Turner e Sting invece, è il classico
scambio da un binario all’altro: Giulia e Giulia, per un verso, esaurisce, almeno in questa fase, la
strategia extratelevisiva in HD e, per l’altro, fa da discrimine rispetto a una nuova spirale editoriale
e tecnologica: nuovi standard e nuovi programmi.
La Rai matura una doppia svolta: sul piano mediologico, collega strutturalmente il problema della
“alta definizione” a quello dell’avvio di un servizio di diffusione diretta da satellite (DDS),
ricevibile attraverso antenne paraboliche individuali; sul piano dei programmi, accanto alla linea
collaudata del “cinema elettronico”, apre quella dei generi televisivi, in particolari grandi eventi –
sportivi e culturali – che nell’HD possono valorizzare tutta la loro spettacolarità.
Eureka 1995: Progetto patrocinato dalla Comunità europea, con cui le principali industrie
elettroniche si accordano per realizzare uno standard di produzione in HD e scendono in campo
contro i giapponesi.
RaiSat: Un canale sperimentale veicolato sul satellite dell’Agenzia spaziale europea “Olympus”,
con un modello di palinsesto verticale che mette in fila segmenti-prototipo di programmazione: tv
generalista e dedicata, radiofonia ed educational, servizi telematici e prove negli standard dell’alta
definizione e di quelli – intermedi e compatibili con il parco dei ricevitori esistenti – a definizione
migliorata.
Nel luglio del 1992, mentre il biennio sperimentale di RaiSat si avviava alla sua definitiva
conclusione, Massimo Fichera lasciava la Rai, chiamato alla presidenza di Euronews, il primo
canale europeo di informazione via satellite. Era solo un caso o non piuttosto il risultato di una
scelta aziendale ambigua e strategicamente miope?

14. RESTATE IN ASCOLTO


un destino di minoranza?
Tornando alla radio, c’è da dire che sfruttando la caratteristica sociale di “rompere l’isolamento”
propria del mezzo ideato da Marconi, a soli due anni dalla liberalizzazione, la concorrenza aveva
sottratto al servizio pubblico nazionale circa la metà dell’ascolto medio, mentre l’ascolto globale era
stazionario. Esattamente il contrario di ciò che stava accadendo in televisione. Le categorie di “alti
consumatori” sono sostanzialmente tre: i giovani tra i 15 e i 24 anni, di ambo i sessi; le casalinghe
(più che i pensionati); i lavoratori autonomi (commercianti e, ancor più, artigiani). È bene ricordare
che il servizio radiofonico Rai mantiene l’esclusività dell’informazione in diretta a diffusione
regionale e nazionale. Nel 1982 furono inaugurati i due programmi stereofonici in FM, Stereouno e
Stereodue (poi denominata RadioverdeRai), che avrebbero dovuto contrattaccare l’emittenza privata
sul suo stesso terreno, vale a dire sul formato musicale di intrattenimento per il pubblico femminile

ma soprattutto per quello giovane e giovanissimo. I risultati furono deludenti per una serie di
ragioni solo in parte relative alla qualità della programmazione. Più originale, per i caratteri che
subito assunse e che ancora oggi conserva, la programmazione di Stereonotte.
Radiouno si esercita in una programmazione rivolta al grande dibattito civile (vedi Radio anch’io di
Gianni Bisiach); Radiodue, vuole essere il canale per tutti; Radiotre appare la più innovativa,
soprattutto nella fascia mattutina (vedi Il Filo di Arianna). Va ricordato inoltre che il meglio del
mondo musicale contemporaneo è passato da Radiotre.
Dove l’intervento della radio pubblica è senza competitori, l’area della radio di servizio, il primato
dell’ascolto appare indiscusso. La radio per gli automobilisti, l’isofrequenza, la sperimentazione
radiofonica da satellite, il radiotext rappresentano altrettanti comparti di intervento nei quali la Rai
si impegna per mantenere, almeno in queste posizioni, un ruolo predominante.
Corrado Guerzoni neo vicedirettore generale per la radio.
IL CONSUMO E L’OFFERTA
La limitata intercambiabilità dell’utenza e quindi la complementarità tra radio pubbliche e private
assegna a queste ultime una prevalenza di pubblico giovane e giovanissimo, soprattutto femminile,
rispetto all’audience della radio Rai, che è più maschile e di età media considerevolmente più
elevata.

UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO


Tra tutti, il principale risiede nel modello di sviluppo adottato da pressoché tutte le emittenti locali
(private) per raggiungere una dimensione nazionale: il sistema delle affiliazioni. Tale sistema
prevedeva che la proprietà dell’emittente legasse con un contratto, per ogni nuova area che voleva
raggiungere col proprio segnale, un operatore che, possedendo gli impianti e avendo occupato una o
più frequenze, poteva impiegarle tutte o in parte per ripetere localmente il segnale della radio. Come
contropartita il cosiddetto “ripetitorista” acquisiva il diritto di inserire pubblicità locale nei break
appositamente predisposti dalla radio e di trattenere i relativi proventi (per una percentuale non
inferiore al 90%). Il sistema dell’affiliazione, con la delega della gestione locale ai ripetitoristi, ha
impedito che le radio nazionali sviluppassero politiche commerciali centralizzate e quindi univoche.
L’adozione del sistema delle affiliazioni è giustificata in primo luogo dal fatto che il riconoscimento
del diritto di radiodiffusione operato nel luglio del 1976 dalla Corte costituzionale sanciva
unicamente il diritto a trasmettere in ambito locale. In assenza di altri interventi regolatori, i
proprietari di Radio 105 di Milano avviarono il processo di estensione del segnale realizzando
quello che formalmente avrebbe potuto configurarsi come un network di emittenti locali, ma che
nella sostanza non era tale in quanto il segnale era unico e centralizzato con la sola eccezione dei
break pubblicitari locali. In seguito all’approvazione della legge n. 223 del 1990, tutte le strutture
che ripetono il segnale sono state acquisite o almeno compartecipate dall’editore nazionale ma
questa trasformazione – a cui le radio sono state costrette in tempi molto stretti – non ha mutato il
quadro complessivo, che risente ancora fortemente delle modalità con cui la radiofonia
commerciale nazionale si è sviluppata. Su 15 radio che hanno chiesto la concessione nazionale,
infatti, solamente 4 (Rete 105, Radio Montecarlo, Deejay Network e Radio Italia solo musica
italiana) sono presenti su tutto o quasi tutto il territorio italiano e raccolgono ascolto in modo
abbastanza omogeneo in tutte le regioni (sia pure in misura variabile e con concentrazioni
sensibilmente maggiori nell’area di origine).

LA STRATEGIA DELLA RADIO PRIVATA NAZIONALE

RTL 102.5 ha realizzato la prima format radio all’americana (in isofrequenza), basata interamente
sul concetto di flusso, vale a dire sull’idea che la radio debba farsi immediatamente fruibile e
riconoscibile per un consumo tendenzialmente occasionale e soprattutto limitato nel tempo. Per
formato si intende il modello radiofonico, lo stile di programmazione che richiama un determinato
segmento di pubblico.
Il successo più clamoroso degli ultimi anni però è quello di Radio Italia solo musica italiana,
vincitrice assoluta dell’ultima edizione di Audiradio (società di rilevazione ascolti) con 1.694.000
ascolti nel giorno medio. Il successo di questa radio si deve alla scelta radicale di programmare solo
musica italiana, cosa che iniziò a fare nei primi anni ottanta, quando ancora dominava l’approccio
esterofilo e soprattutto anglofilo delle radio musicali più ascoltate.
Radio Radicale e Italia Radio (nata come radio del PCI): Rappresentano radio di informazione.
Radio Maria: Radio di culto, finita sotto inchiesta (nel luglio del 1992) per appropriazione indebita
di capitali e per truffa.
“Radio nastroteca”: Radio che trasmettono colonne sonore poco o per nulla interrotte dai commenti
degli speaker.

LE CONSEGUENZE DELLA LEGGE


Un evento rilevante è stato l’approvazione della legge n. 223 di disciplina del sistema
radiotelevisivo pubblico e privato. Essa riconosce l’esistenza dei principali attori della radiofonia
privata italiana: le radio nazionali (network o broadcasting) e le radio locali eventualmente
consorziate in ambito subnazionale. Inoltre recepisce l’idea di radio comunitaria riservandole il
25% delle frequenze e affiancandola così come realtà costitutiva del panorama radiofonico a quella
commerciale e all’emittenza pubblica. Come risultato, si allargherà il divario tra radio e televisione,
favorendo ulteriormente il mezzo la cui centralità assoluta nel mercato pubblicitario ha già
condizionato in modo negativo lo sviluppo della radiofonia pubblica e privata in Italia.

15. UNA DIFFICILE TRANSIZIONE


la sfida europea
È stato osservato (A. Sanchez Tabernero e P.Y. Lochon) che lo smantellamento dei monopoli
pubblici della radiotelevisione coincide storicamente con una fase di crescita del pensiero liberale,
tanto negli Stati Uniti quanto in Europa.
La Rai, sottoposta a vincoli (lacci e lacciuoli) politici e pubblicitari, continua a stare al gioco delle
diverse maggioranze di governo dalle quali dipende per ripianare i suoi deficit di bilancio; la
Fininvest e tutto il comparto privato non hanno alcuna investitura legislativa e operano, se non
proprio nell’illegalità, certamente in una condizione di alegalità. Una emergenza continua, del tutto
dannosa per l’Italia soprattutto se confrontiamo il suo sistema televisivo con quello che sta
decollando, liberalizzato, nel resto d’Europa. – Periodo della guerra del Golfo, della CNN trionfante
e di un solo nome nel panorama giornalistico, Ted Turner. –
“Da una logica dell’offerta, scrive Giuseppe Richeri, si è passati a una logica della domanda. La
funzione intorno a cui si organizza l’attività televisiva è quella del consumo: la formazione, il
comportamento, la consistenza delle audiences è al centro dell’attenzione, gli indici di ascolto
diventano la misura del successo dal momento che, in un ambiente competitivo, il pubblico che
guarda un programma non è un dato secondario ma un risultato da conquistare e da confrontare”.
Gianni Pasquarelli nuovo direttore generale Rai, Bruno Vespa alla direzione del TG 1.
Arnaldo Forlani era il nuovo segretario della Dc dal febbraio del 1989, Giulio Andreotti era a
Palazzo Chigi, ed entrambi avevano stretto un nuovo patto con Bettino Craxi. Era nato il CAF (dalle
iniziali dei loro cognomi). In questo scenario la legge Mammì, non a caso, è apparsa a molti

osservatori uno strumento che aveva soprattutto lo scopo di sistemare giuridicamente l’attività
televisiva del grande gruppo privato, riservandogli di fatto la metà del sistema televisivo e
concedendogli, in aggiunta, il diritto di occupare le frequenze della pay tv. Inoltre, nell’aprile del
1991, su un altro fronte imprenditoriale, quando si temeva che l’intesa potesse subire un ulteriore
slittamento, Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti raggiungevano l’accordo sulla Mondadori. È
cosa nota. Ma da quel momento, il gruppo Fininvest si presenta come una delle più grandi
concentrazioni multimediali del mondo, in ottima posizione dopo l’americana Time-Warner, la
tedesca Bertelsmann, la canadese Thomson, la francese Hachette.

RIFORMA DELLA RIFORMA?


In quegli anni il TG 1 si tinge di rosa con la comparsa di Lilli Gruber, Maria Luisa Busi e Carmen
La Sorella; al TG 4 c’è Emilio Fede che fu il primo, nella notte del 17 gennaio del 1991, a dare la
notizia dell’attacco americano all’Iraq. Si affaccia sulla scena televisiva anche Fabrizio Del Noce.
In realtà è la funzione stessa del giornalista televisivo che sta cambiando e influenzando sempre più
l’intera programmazione. Nell’inverno del 1991 il dibattito politico è animato dal tentativo di
trovare una intesa sulle regole dell’autonomia professionale nell’informazione radiotelevisiva.
Nonostante fosse strumento obsoleto ancor prima di essere promulgata, la legge Mammì aveva
cominciato a far sentire i suoi effetti: nasce l’eccellente TG 5 della Fininvest, diretto da Enrico
Mentana, e con esso ha inizio la competizione fra la Rai e il polo privato anche nel campo
dell’informazione. Il 19 febbraio del 1992 intanto, Walter Pedullà viene nominato nuovo presidente
Rai in luogo di Manca.
In quelle settimane la polemica è anche alimentata dai nuovi problemi che si sono andati
manifestando in ordine alla distribuzione delle risorse pubblicitarie con pregiudizio degli interessi
della carta stampata. La quasi totalità degli editori aveva fatto ricorso ai nuovi organi previsti dalla
legge 223, l’Autorità antitrust, presieduta da Francesco Saja, e il Garante per la radiodiffusione e
l’editoria, Giuseppe Santaniello, sferrando una forte offensiva contro la Fininvest per “abuso di
posizione dominante” nel campo della pubblicità; abuso che si sarebbe verificato dopo
l’acquisizione della Mondadori. Saja, nella sua risposta, molto prudente, aveva in sintesi escluso i
pericoli paventati dagli editori e, sostanzialmente, aveva fatto capire che se si fosse davvero voluto
eliminare ogni timore di possibile dominio del gruppo Fininvest in campo televisivo si sarebbe
dovuto cambiare la legge. Si dava atto al polo privato di operare nei limiti della normativa, ma
veniva altresì riconosciuto che la richiesta degli editori di ridiscutere la legge Mammì era
politicamente motivata. C’è quindi da riportare l’intervento del Garante che condanna in modo lieve
Silvio Berlusconi, il quale a sua volta ricorre al Tar e vince. Scontenti tutti.
Periodo di Scalfaro presidente della Repubblica.
La notte della Repubblica: Programma di Sergio Zavoli che consiste in una lunga inchiesta sul
terrorismo.
“Umbriafiction”: Nuova manifestazione internazionale dedicata a film e sceneggiati per la tv.
ISIMM: Istituto per lo studio dell’innovazione nei mass media.

VERSO LA PAY TV
Il mondo politico, che si limita a “sorvegliare” l’industria televisiva, ha un improvviso sussulto
dopo il decreto che, all’inizio dell’estate (1992), trasforma l’IRI (Istituto per la Ricostruzione
Industriale) in società per azioni. Nel momento in cui il capitale privato si appresta a entrare nel
neonato pacchetto azionario dell’Istituto, si avanzano interrogativi sulla compatibilità tra ruolo e
finalità del servizio pubblico radiotelevisivo e cambiamento dell’assetto societario del gruppo.

L’esercizio provvisorio della legge Mammì ha ormai i giorni contati. Nella sua relazione, presentata
alla Commissione cultura della Camera, il Garante per la radiodiffusione aveva già fatto presente il
ritardo nell’adempimento della legge. Al neo-Ministro delle poste, il socialdemocratico Maurizio
Pagani, è quindi affidato l’obbligo di far rispettare la legge, che fissa al 23 agosto del 1992 il
termine ultimo per l’esercizio provvisorio dell’attività radiotelevisiva. L’anomalia del cosiddetto
“caso italiano” è sempre più evidente: il ritardo con cui si sono definite le regole le rende inutili e
improduttive. Inutili perché rischiano di non essere rispettate; improduttive perché arrivano nel
momento in cui si rende necessario il loro superamento. Ma il ministro ha già deciso: presenterà
l’elenco delle 12 emittenti nazionali oltre a quello, ben più numeroso, di quelle regionali che, a suo
giudizio, hanno diritto alla concessione. La graduatoria comprende le tre reti Rai, le tre reti
Fininvest, Telemontecarlo, Rete A, Videomusic, e le tre Telepiù, sulle quali però non si deciderà
subito, rimandando la loro definizione a un nuovo provvedimento legislativo, ma “prenotando” loro
il posto nelle liste delle 12 emittenti ammesse alle concessioni. La televisione a pagamento diventa
così, di nuovo, il nodo dello scontro. In particolare, la Dc si preoccupa che le tre reti pay tv
diventino il cavallo di Troia per l’espansione della Fininvest oltre i limiti fissati dalla legge,
precostituendo un surrettizio allargamento delle percentuali di assegnazione. “Perché – dice il
presidente della Commissione parlamentare di vigilanza, Andrea Borri – le pay tv, destinate a poche
migliaia di abbonati, devono avere concessioni nazionali? L’unica spiegazione è che così facendo si
occupa uno spazio togliendolo a un potenziale concorrente”. In realtà, in un sistema diverso, tutto
tarato sull’innovazione tecnologica, una rete a pagamento potrebbe tranquillamente essere
distribuita via cavo, o via satellite, senza occupare frequenze dell’etere. Con il decreto del 13 agosto
1992 il Consiglio dei ministri, dilaniato da una vigilia di polemiche, sceglie infine la strada del
compromesso, attenendosi al puro e semplice rispetto di una legge vecchia e, tra poco, inservibile.
Canale 5, Italia Uno, Retequattro, Telemontecarlo, Rete A, Videomusic, Raiuno, Raidue e Raitre
ottengono la concessione di emittenti nazionali. Per le tre reti a pagamento si dovrà studiare, entro il
28 febbraio 1993, una disciplina particolare; esse conservano tuttavia il diritto alla concessione
anche se subordinata all’adozione di specifici provvedimenti.
Periodo di Tangentopoli – “mani pulite” – Antonio Di Pietro.

DOPO TANGENTOPOLI
Un nuovo assetto politico si sta determinando in Italia. Il crollo del sistema dei partiti, la nuova
legge elettorale maggioritaria, il profondo rimescolamento e rinnovamento della classe politica, la
nascita di un tendenziale bipolarismo sono tutti fattori che caratterizzano l’ampiezza del mutamento
che sta interessando l’intero paese. Periodo della cosiddetta par condicio nell’accesso agli spazi
delle trasmissioni, sotto il controllo della Commissione parlamentare di vigilanza.
Assegnare inoltre il potere di nomina ai presidenti delle Camere, in quel particolare momento della
vita italiana, non era stata una buona idea. I primi presidenti delle Camere a nominare i nuovi
consiglieri Rai furono Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini mentre i consiglieri nominati:
Paolo Murialdi, Feliciano Benvenuti, Elvira Sellerio, Tullio Gregory e Claudio Demattè. Gianni
Locatelli diveniva il nuovo direttore generale della Rai e Claudio Demattè il neopresidente.
Un nuovo centro di produzione, destinato all’informazione televisiva e radiofonica, costruito a
Roma sulla via Flaminia, in località Saxa Rubra, esprime simbolicamente, per la tetraggine della
sua architettura carceraria, questi anni cupi come meglio non si potrebbe. Le nomine dei
“professori”, con qualche rara eccezione, furono il frutto di una assoluta incompetenza di che cosa
significhi governare complesse macchine di spettacolo e di informazione di massa come le reti e le
testate radiotelevisive. Clamoroso il caso di Nadio Delai, collocato a capo di Raiuno nonostante non
guardasse neppure la tv. Per altro verso, non va dimenticato come dalla felice intuizione del
consigliere Elvira Sellerio di rivalutare il Centro di produzione di Napoli, ma anche dalle capacità

manageriali di Giovanni Minoli, nacque la prima soap opera italiana, Un posto al sole: primo
esperimento di fiction industriale seriale.
Ai primi di dicembre del 1993 il presidente Rai Demattè annuncia che le casse sono vuote e che il
pagamento delle tredicesime ai dipendenti verrà differito al prossimo anno. Sul piano politico parte
una trattativa per far passare quel decreto “salva Rai”, che viene approvato il 29 dicembre dal
governo Ciampi insieme all’aumento del canone, in nome del quale un uomo del Tesoro, il direttore
generale della Cassa depositi e prestiti, sarebbe dovuto entrare nel consiglio di amministrazione del
servizio pubblico.
Adrai: Associazione dei dirigenti Rai.

LO SPECCHIO DEL SISTEMA POLITICO


Come ha ben osservato Peppino Ortoleva, “la Rai dell’emergenza non è semplicemente una parte
del sistema politico, ne è per così dire lo specchio, grottesco nella sua quasi surreale complessità,
ma realistico”. Situazione che non ha lasciato immune neppure la televisione commerciale.

TELECAMERE AL POTERE
Con la vittoria del Polo (1994), la logica dello spoil system (letteralmente: “sistema delle spoglie”,
descrive una pratica per cui le forze politiche al governo distribuiscono a propri affiliati e
simpatizzanti cariche istituzionali, la titolarità di uffici pubblici e posizioni di potere, come
incentivo a lavorare per il partito o l’organizzazione politica) vuole che il gruppo dirigente della Rai
passi la mano. Il governo – dove adesso al Ministero delle poste c’è Giuseppe Tatarella – boccia
infatti il piano triennale dei “professori” e, di fatto, li congeda. Dai “professori” la Rai passa così ai
“manager”. Dopo un’ampia trattativa e alcuni incontri al Quirinale, i nuovi presidenti delle Camere,
Irene Pivetti e Carlo Scognamiglio, nominano i nuovi consiglieri di amministrazione di viale
Mazzini: Letizia Moratti Brichetto, Ennio Presutti, presidente dell’Assolombarda, Alfio Marchini,
Mauro Miccio, amministratore delegato dell’agenzia Asca e lo storico Franco Cardini. La Moratti
viene eletta presidente. Sul fronte dell’offerta va apprezzata la nomina di Carlo Rossella alla
direzione del TG 1 e di Clemente Mimun al TG 2. Inizia la programmazione de Il fatto di Enzo
Biagi. Massimo D’Alema sostituisce Achille Occhetto alla guida del PDS, Michele Tedeschi
diventa il nuovo presidente dell’IRI e da una maxifusione nasce Telecom Italia, il sesto gruppo
mondiale nel settore delle telecomunicazioni. Per quanto riguarda l’evidente “conflitto di interessi”
di Silvio Berlusconi, la Consulta tenta di dipanare la matassa con la sentenza del dicembre ’94, in
cui si ritiene incostituzionale che un unico soggetto possegga un quarto di tutte le reti nazionali o un
terzo di tutte le reti private in ambito nazionale.
La Corte costituzionale boccia la parte più importante della legge Mammì. È in gioco soprattutto
l’articolo 15 della legge del 1990, quello che consente ad uno stesso soggetto di essere titolare di tre
concessioni nazionali televisive, favorendo così la concentrazione. La questione di incostituzionalità
– che era stata sollevata dalle tv “minori” – e quindi fondata, dice la Corte, perché risulta “illecita la
formazione di posizioni dominanti che in questo settore possono non solo alterare le regole della
concorrenza, ma anche condurre ad una situazione di oligopolio, che in sé pone a rischio il valore
fondamentale del pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero”. Pochi
giorni prima la Corte di cassazione aveva dato via libera a 16 referendum, proposti dal Comitato per
l’abrogazione della legge Mammì, dichiarando legittimi i quesiti e valide le firme raccolte. Quattro
di questi quesiti riguardano il sistema televisivo: abolizione delle interruzioni pubblicitarie,
riduzione da tre a due delle reti nazionali per le quali le concessionarie pubbliche raccolgono
pubblicità, abolizione delle norme che impediscono di privatizzare quote della Rai. Il 21 dicembre,
dopo uno scontro con la Lega, al termine di un confronto estenuante con il suo leader Umberto
Bossi, Berlusconi è costretto a dimettersi da presidente del Consiglio.

Le reti televisive Rai intanto, battono per ascolti quelle Fininvest mentre nel delicato comparto
radiofonico pubblico Zapping di Aldo Forbice e Radio Zorro di Oliviero Beha sono le novità più
interessanti. Ma, nell’insieme, la programmazione radiotelevisiva non sembra tener dietro alle
dichiarazioni ufficiali. Dal punto di vista dei numeri la Rai è a posto, dal punto di vista della qualità
del prodotto, un po’ meno!

LO SVILUPPO TELEMATICO
Lamberto Dini presiede il Governo, Giuliano Amato è a capo del nuovo istituto di garanzia
(antitrust). Uno dei primi provvedimenti del ’95 in materia di antitrust è la decisione di aprire ai
privati le reti telefoniche virtuali (servizi per gruppi chiusi di utenti) contestando a Telecom un
abuso di posizione dominante, reso possibile da uno Stato che per quattro anni non aveva applicato
la direttiva comunitaria nei servizi di telecomunicazioni. È un piccolo segnale ma importante.
Un’iniezione di concorrenza.
Progetto “Socrate”: Acronimo di Sviluppo ottico coassiale per rete di accesso di telecomunicazioni.
Promosso dalla Stet (poi Telecom) soprattutto per mettere a regime le prime sperimentazioni di
Stream, la nuova società di televisione interattiva. Nel quadro della evoluzione dell’offerta
televisiva una tendenza che sta infatti chiaramente emergendo è quella della tematizzazione. Solo
nel 1995 però l’offerta analogica di Telepiù si arricchisce con quella in digitale, distribuita via
satellite, e che in breve raggiunge un’ampia copertura comprendente Europa centrale e
Mediterraneo. È una svolta importante per la televisione a pagamento in Italia ed è anche un duro
colpo alle ambizioni del progetto Socrate e alle mire espansionistiche di Stream, che comunque si
afferma sul mercato con una sua versione digitale, rinunciando tuttavia a qualsiasi ipotesi
avveniristica di interattività. (Periodo del decoder: apparecchio elettronico non portatile che
aggiunge alcune funzionalità televisive ad un televisore, un monitor, o un videoproiettore,
funzionalità inizialmente non previste in tali apparecchi elettronici). La liberalizzazione di tutti i
servizi di telecomunicazioni prevista per il 1998 pone anche alla Rai la necessità di sviluppare un
più aggressivo e lungimirante spirito d’impresa.
I referendum di giugno 1995 sulla riduzione delle reti concesse ad un privato e sulla diminuzione
della pubblicità nei programmi televisivi (tre dedicati alla Fininvest, uno sull’apertura della Rai a
capitali privati), tendevano in sostanza a ridimensionare il potere televisivo di Silvio Berlusconi ma
l’esito delle urne confermò la vittoria dell’imprenditore milanese, ormai a tutti gli effetti
protagonista politico della vita nazionale. In quello stesso anno un altro protagonista fa il suo
esordio nella televisione, Vittorio Cecchi Gori. Egli infatti, compra i due network Telemontecarlo
(TMC) dalla Montedison e Videomusic (divenuto poi TMC 2) da Mariolina Marcucci che vanno ad
aggiungersi all’emittente regionale Canale 10 con sede a Firenze. Secondo molti osservatori si era
aperta la strada per un terzo polo televisivo. Ma da quella operazione, nascerà in seguito solo La 7.
Al contrario, in quello stesso periodo, Fininvest affronta una profonda trasformazione finanziaria,
con l’ingresso di molti nuovi soci stranieri (Kirch, Nethold, Al Waaled ecc.) che porterà il gruppo
ad essere quotato in borsa. Da queste trasformazioni nascerà la società Mediaset, collocata nel
portafoglio della finanziaria (Fininvest) accanto a Publitalia, RTI, Elettronica Industriale,
Videotime, le società che gestiscono l’intera attività televisiva del grande gruppo privato.

LA “NUOVA” TV
Esplosione della telefonia mobile e privatizzazione di Telecom. Sul fronte dei programmi invece,
già il salotto televisivo disponeva della presenza garbata e maliziosa di Maurizio Costanzo e di
quella autoritaria e giustizialista di Michele Santoro, allorché nel gennaio 1996 se ne aggiunse una
terza, quella di Bruno Vespa, con la più indovinata e furba spettacolarizzazione della politica
rappresentata da Porta a Porta, che non a caso cominciò con Romano Prodi e Massimo D’Alema.

L’unico personaggio televisivo che sembra credere ancora in una forma di giornalismo televisivo
tradizionale, anche se di buon livello, era Lucia Annunziata con Linea Tre sulla terza rete.
La “nuova televisione” è una risposta alla trasformazione profonda nelle attitudini del consumo.
Essa si realizza nella seconda metà degli anni novanta e crea quella languida assuefazione
all’intrattenimento che si dipana durante tutto l’arco della giornata a prescindere da ciò che si vede,
perché ciò che più conta è ciò che si sente. Intrattenimento che raggiunge momenti apicali in quei
talk show che, per qualche ora, svegliano lo spettatore facendo leva sulle sue simpatie politiche o
sulle sue simpatie umane, spettacolari, umorali ecc. Questo stile viene inaugurato quasi
contemporaneamente alla vittoria dell’Ulivo nelle elezioni del 1996. Enzo Siciliano neopresidente
Rai, Franco Iseppi direttore generale.
LA SINISTRA NEL PAESE E NELLA RAI
Nel 1994 sono liberalizzate le comunicazioni via satellite, l’anno successivo quelle via cavo. Nel
1996 si apre alla concorrenza la telefonia cellulare e nel 1998 stessa sorte toccherà alla telefonia
fissa vocale. In questo scenario, tuttavia, anche se molti perseguono nel centrosinistra lo ”astratto
furore” di privatizzare la Rai, l’azienda dal canto suo continua a seguire le sue logiche di sempre.
Carlo Freccero a Raidue mentre Giampaolo Sodano, uscito dalla Rai durante il regime dei
“professori”, aveva sostituito Giorgio Gori a Canale 5 e l’arrivo di Paolo Bonolis ne aveva
comunque rafforzato l’ascolto nella fascia preserale, creando qualche fastidio al TG 1 e molta
delusione nel mondo politico.

LO SCENARIO INDUSTRIALE E LEGISLATIVO


Nasce l’Autorità per le garanzie nella comunicazione, sotto la presidenza di Enzo Cheli, con sede a
Napoli. Per volontà del Ministro delle comunicazioni Antonio Meccanico vede la luce la legge n.
249 del 1997, i cui punti nodali sono un maggior controllo sulle telecomunicazioni, l’abolizione
delle barriere tra comparti industriali, la limitazione ad usare il segnale terrestre per sole due reti
della Rai e di Mediaset, obbligando le altre a trasferirsi sul satellite, prive di pubblicità. Il senso
ultimo della legge era quindi quello di introdurre norme che facessero preciso riferimento
all’impiego delle risorse onde evitare il pericolo di posizioni dominanti. La legge avrebbe dovuto
essere completata da un ddl governativo, il n. 1138, che sanciva la nascita di una Fondazione di
diritto pubblico alla quale sarebbe stata trasferita la proprietà della Rai. La legge aveva inoltre
previsto che la concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo e la concessionaria di
telecomunicazioni potessero utilizzare una piattaforma unica per le trasmissioni digitali, aperta
anche a operatori privati. Dal 1998 il servizio pubblico, con la costituzione di Rai Sat affidata a
Carlo Sartori, era di fatto entrato nel business dell’offerta tematica satellitare. Un accordo con
Telepiù, insignificante dal punto di vista della partecipazione azionaria, le consentiva tuttavia di far
accedere i suoi canali tematici nel bouquet della televisione a pagamento.

PRIVATIZZARE
Roberto Zaccaria neopresidente Rai, Pier Luigi Celli nuovo direttore generale. Ma dopo
l’esperimento Siciliano, il nuovo compito assegnato all’azienda dai presidenti delle Camere è:
ristrutturare. Inizia così la prima fase di un faticoso lavoro, portato avanti tra infiniti contrasti per
riarticolare la Rai in tante divisioni operative. La seconda fase, più complessa, avrebbe dovuto
concludersi con la costituzione di vere e proprie società autonome, collegate a una holding da aprire
anche a capitali privati. Una trasformazione poderosa, che aveva forti resistenze nella stessa
compagine del centrosinistra, e naturalmente in tutta l’opposizione.

La vera novità riguardò il TG 1 che, per la prima volta, cambiò di segno politico. Tradizionalmente
democristiano, venne infatti affidato a Giulio Borrelli, di area PDS.
Usigrai: Il sindacato più influente dei giornalisti radiotelevisivi.

UNA HOLDING E UNA FONDAZIONE


Una delle ipotesi di riforma era la creazione di una Fondazione alla quale conferire tutte le azioni
del capitale Rai una volta disciolto l’IRI. Alla Fondazione avrebbe fatto capo una holding
finanziaria, con tutte le sue società operative, la cui costituzione, e relativo ingresso di capitali
privati, si stava preparando proprio nel piano aziendale. Scomparso l’antico azionista, tra il giugno
del 2000 e l’ottobre del 2002, la proprietà della Rai verrà infatti conferita al Ministero del tesoro
(con a capo il ministro Giuliano Amato). Ma contemporaneamente non nascerà alcuna Fondazione.
Il passaggio al Tesoro delle azioni Rai non sarebbe stato privo di effetti. In caso di vittoria del
centrosinistra alle elezioni politiche il servizio pubblico sarebbe rimasto “nelle mani” dell’Ulivo. In
caso di sconfitta, l’azienda sarebbe stata “proprietà” del centrodestra. Come nei fatti è avvenuto.

QUALITA’ E ANTITRUST
L’Enel di Franco Tatò e di Chicco Testa entra per tramite di Wind, la sua società di
telecomunicazioni, nel capitale di Telepiù con una quota del 30%. Reazioni negative ovviamente
inevitabili, come quella del senatore Franco Debenedetti che presentò un disegno di legge per
vietare alle imprese controllate dallo Stato di diversificare le loro attività, onde evitare la nascita di
“nuove” Partecipazioni statali. Enel, infatti, è ancora un ente pubblico. Roberto Colaninno intanto,
aveva acquisito la Telecom e l’aveva separata dalla Olivetti. Nascita della rete tv La 7, dopo la fine
della breve stagione Colaninno e acquisto di Telecom da parte della Pirelli di Marco Tronchetti
Provera. Comparsa di Rupert Murdoch. Avanza nel paese l’idea delle cosiddette “multiutilities”,
dare vita cioè a megaimprese in grado di sfruttare una unica rete distributiva per vendere agli utenti
tanti prodotti tra loro diversi ma tecnologicamente collegati, tra i quali certamente la televisione.
Nell’agosto del 2000, attraverso la Seat-Pagine Gialle, la Telecom acquisì l’intero pacchetto di
TMC 1 (Telemontecarlo di Vittorio Cecchi Gori) ribatezzandolo La 7 e ingaggiando una serie di
stars televisive: Gad Lerner, Giuliano Ferrara e Fabio Fazio.
Il Festival di Sanremo, con Laetitia Casta e il premio Nobel Renato Dulbecco, fu l’evento televisivo
del 1999. Ma lo spettacolo ormai più gradito e diffuso è certamente la fiction: Film per le sale (di
produzione nordamericana), film per la tv (produzione nostrana), serie e miniserie.

LA NUOVA RAI: UNA COSTELLAZIONE SOCIETARIA


Franco Iseppi, dirigente generale Rai uscente, consegnò un “Libro bianco” al suo successore con
tutte le osservazioni per affrontare il piano di riorganizzazione dell’azienda. Un macchinoso
processo di ingegneria aziendale, portò così alla creazione delle divisioni. Esse raccoglievano
segmenti importanti delle attività di programmazione. Ad ogni divisione fu assegnato un obiettivo
di business da rispettare. La Divisione 1 aveva competenza sulle reti televisive e sui primi due
telegiornali; la Divisione 2 su Raitre, TG 3, e sulle cosiddette offerte collegate, Rai International,
Rai Educational ecc. I centri di produzione (Roma, Milano, Torino e Napoli) furono riorganizzati in
segmenti di attività, ciascuno dei quali rispondeva a una diversa Divisione, Immobiliare,
Produzione, Trasmissione ecc. In realtà era stato strangolato il loro ruolo propulsivo di realtà
culturali e di spettacolo regionali. Erano stati trasformati in puri e semplici stabilimenti. Fu creata
anche una Divisione per la radiofonia, nucleo di una futura società autonoma sulla costituzione
della quale, data la scarsità delle risorse disponibili, sia pubblicitarie che da canone, il consiglio si

espresse negativamente. La radio pubblica era stata incredibilmente trascurata nella sua realtà di
impresa. Questo sistema di divisione contabile arrivava dopo che per circa trent’anni la Rai aveva
disatteso ogni tentativo di darsi una “contabilità industriale” e rappresentava un elevato salto
qualitativo. In questo periodo nasce Rai Trade (sulle ceneri della Sacis) per la commercializzazione
dei prodotti (Amministratore delegato Roberto Di Russo). Rai Sat invece, è destinata a produrre
canali satellitari per l’offerta di Telepiù (facente parte, a sua volta, di Canal Plus), mentre le due
nuove società, Rai Net e Rai Click, furono rese operanti nell’ambito della convergenza tra
televisione e new media. Nel settore dell’informazione comparve Rai News24 (affidata a Roberto
Morrione), che in pochi mesi riuscì a conquistare audience e prestigio. Da ricordare anche Rai
International: questa rete andava a toccare interessi politici non secondari nel bacino vastissimo
degli italiani all’estero, in particolar modo dopo che il parlamento ne avesse approvato la normativa
sulla concessione del voto. Ma la vera, grande innovazione fu Rai Cinema. La società vide la luce
nel giugno del 2000, con Giancarlo Leone amministratore delegato, Carlo Macchitella direttore
generale e Giuliano Montaldo presidente. Rai Cinema aveva il compito principale di realizzare una
vera e propria struttura di produzione e co-produzione indipendente, i cui successi sono
rappresentati dalle cifre dei botteghini e dai riconoscimenti nei festival internazionali, e da una
lunga lista di titoli che negli ultimi due anni si sono imposti nelle sale. La società doveva essere
inoltre un punto di riferimento essenziale per le reti televisive sul mercato dei diritti cinematografici
e nella politica delle acquisizioni. Così come per la fiction tv lo era diventata la direzione di Stefano
Munafò. Rai Way poi, era stata costituita per vendere consistenti quote di partecipazione azionaria
ai migliori offerenti. La società era la porta più adatta per aprire l’azienda al capitale privato.
Quando Rai Way stava per essere ceduta all’americana Crown Castle, il neo Ministro delle
comunicazioni Maurizio Gasparri (AN) bloccò la trattativa in dirittura d’arrivo.
Periodo storico dei telefonini UMTS di nuova generazione.
Nella primavera del 2000, Murdoch conquista un altro 15% di Stream, arrivando quindi a possedere
una buona metà dell’intera azienda. La tv satellitare a pagamento è ormai in Italia una realtà
tecnologica, imprenditoriale e culturale che fa gola, anche per la limitatezza del cavo che continua a
registrare una diffusione residuale. La presenza di due distinte piattaforme concorrenziali
rappresenta l’ultimo ostacolo allo sviluppo del settore, sul quale tuttavia l’australiano conquista
progressivamente spazi di controllo sempre maggiori, al punto da diventare proprietario della stessa
Telepiù. Il riconoscimento della necessità di un decoder unico, da parte dell’Autorità per le garanzie
nella comunicazione, sarà infine, nell’estate del 2001, il passo finale verso la stabilità di un
comparto industriale che negli anni a venire potrebbe costituire la vera minaccia per la televisione
generalista.

EVOLUZIONE DELLA RADIO


Il Ministro delle finanze in carica aveva di fatto abolito il canone per autoradio, che comunque dava
un gettito annuo di circa 250 miliardi. La radio, in Italia, nel complesso dei suoi 35 milioni di
ascoltatori era un fenomeno in grande ascesa. Con espressione che divenne abusata, essa stava
vivendo una “nuova giovinezza”. Le tre reti radiofoniche Rai, vennero di nuovo rese autonome. La
fisionomia differenziata dei tre canali (ai quali va aggiunto Isoradio per gli automobilisti) veniva
così ristabilita. Un canale, Radiouno, di informazione e musica, con competenza anche sui notiziari
degli altri due; un canale di intrattenimento che Valzania fece crescere con un linguaggio vivo e
moderno, con formati giovani per un pubblico giovane; un canale culturale, con buone proposte
(Fahrenheit, Hollywood Party) prodotte dal vicedirettore Marino Sinibaldi e un’offerta musicale di
tutto rispetto che faceva dimenticare il chiacchiericcio banale di Radiotre Suite. Radiodue
continuava ad essere l’offerta più popolare e più seguita. La riscoperta di Fiorello aveva dato nuovo
smalto alla rete. E inoltre Fabio e Fiamma, Il ruggito del coniglio, con Marco Presta e Antonello
Dose, che sanno guardare ogni aspetto della vita italiana con autoironia e sguardo satirico, Golem,

Caterpillar, vera trasmissione di culto, condotta dagli ex di Radio Popolare, la coppia


Cirri&Ferrentino, sono alcuni dei suoi maggiori punti di forza. Nell’organigramma nominato dal
nuovo Consiglio d’amministrazione nella primavera del 2001, la seconda e la terza rete radio
verranno nuovamente unificate sotto la direzione di Sergio Valzania e con la vicedirezione di
Daniela Recine, valido testimone di Radiotre fin dalla sua nascita.
Tra le radio nazionali private Radio Dimensione Suono, Radio Deejay, RTL 102.5, Radio 105,
Radio Montecarlo, Radio Italia Solo Musica Italiana, Lattemiele, Radio Cuore e Radio Maria fanno
la parte del leone. Ad esse vanno poi aggiunte dopo il 2000 Radio Capital, CNR (con Demetrio
Volcic), Radio 24 Ore, l’emittente della Confindustria e Italia Radio, passata dalla proprietà di
partito a quella del gruppo Caracciolo. Accanto a queste poi, vanno ricordate anche Italia Network,
Radio 101, Radio Kiss Kiss e Radio Subasio che conquista nel Centro Italia un ascolto di tutto
rispetto e Radio Radicale che è una delle voci più interessanti del sistema informativo italiano alla
fine del secolo. L’emittente è infatti al primo posto nella documentazione dei lavori parlamentari.
Alla generazione dei ventenni, che dopo il 1970 rinnovò l’espressività della radio, si è sostituita una
nuova leva che usa il mezzo in modo maturo per influenzare mode e linguaggi della comunicazione
e della musica. Albertino è il dj più famoso d’Italia con il suo Deejay Time sulla omonima rete. La
popolarità di Linus è sempre indiscussa. A Radio 105 Marco Galli conduce Happy Days, dal 1999 il
programma più ascoltato d’Italia. Castigate trasgressioni sessuali in Capriccio, condotta da Luca
Viscardi e Ambra Angiolini su RTL 102.5, allo stesso modo di Pippo Pelo a Radio Kiss Kiss, che
tuttavia sfrutta un vero e proprio filone di porno casereccio con Facciamo Candy Candy, non privo
di ironia. Al contrario, Loveland di Anna Pettinelli, su Radio Dimensione Suono, si butta sui
sentimenti e sul gioco amoroso. Le fasce mattutine occupano formati di più riconoscibile comicità,
come I due di 101 condotto da Paolo Cavallone e Tony Severo, una raffica di personaggi surreali.
Sulla stessa rete Fausto Terenzi ripropone un clone, in vero assai originale, del vecchio e
straordinario cult radiofonico Alto gradimento. Periodo storico che vede Franco Cardini e Gianni
Isola, protagonisti dell’opera complessa e difficile di ritrovare documenti, testi, copioni ecc in
vecchi armadi Rai. Nella tv Gad Lerner a capo del TG 1 ma costretto alle dimissioni dopo un
servizio di bambini vittime di pedofili; al suo posto torna Albino Longhi. Mario Landolfi,
presidente della Commissione parlamentare di vigilanza. Era già l’autunno del 2000. Genere del
Reality show, vero protagonista della televisione del nuovo millennio.

ROMANZO POPOLARE DI FINE SECOLO


La Rai a dire il vero non aveva fatto poco per programmare negli ultimi anni del decennio una
televisione di riconosciuta qualità culturale, a cominciare dal sostegno alla produzione di nuovo
cinema (come a esempio La stanza del figlio di Nanni Moretti o Pane e tulipani di Silvio Soldini),
ma anche rubriche come Report di Raitre o l’intelligente programma per ragazzi La Melevisione
sino naturalmente a Il fatto di Enzo Biagi, che diventa un appuntamento ineludibile per qualsiasi
spettatore pensante. La programmazione che “resta” però nella memoria degli italiani è ben altra:
25 milioni di cazzate di Adriano Celentano, Quelli che il calcio di Fabio Fazio o dei Quiz show tipo
La Zingara. L’innovazione è altrove. Figlia in qualche modo dello “sceneggiato” la fiction italiana,
ovvero quel genere narrativo che l’industria della tv ha ricavato nel corso degli anni, sul modello
americano, da un singolare connubio tra fotoromanzo e cinema. Anche Mediaset, da questo punto di
vista, poteva vantare una programmazione di tutto rispetto come nel caso di Vivere o di
Centovetrine. Anche la rete di Carlo Freccero è certamente in prima fila nella produzione di una
fiction popolare appetibile da ampie fasce di pubblico, dal Maresciallo Rocca al Commissario
Montalbano. Né va trascurato il salto di liberalità che la Rai si consente nella serie Commesse,
storie di amori e amicizie, anche trasgressive, e comunque intimamente collegate alle questioni di
fondo di un nuovo modo di intendere l’educazione sentimentale. Lo ritroviamo nel Medico in

famiglia, il cui successo sta tutto nella visione laica con la quale vengono affrontate le grandi
questioni private della vita di ognuno. Nella lunga serialità Un posto al sole e La Squadra, entrambi
realizzati nel Centro di produzione di Napoli, hanno avuto il merito di aver dato vita a processi
produttivi, indubbiamente originali, di fiction “industriale” realizzata con sistemi “artigianali”. La
creatività napoletana è stata, a questo scopo, essenziale. Tuttavia sul piano espressivo, per queste
produzioni, più che di fiction occorrerebbe parlare di “fotoromanzo animato”. Indubbiamente la
legge n. 122 del 1998 voluta saggiamente dal vicepresidente del Consiglio, Walter Veltroni,
cominciava a conseguire i suoi obiettivi. Essa aveva imposto ai broadcasters di reinvestire nella
produzione nazionale ed europea di film e fiction quote significative dei loro ricavi netti: il 10% del
canone nella tv pubblica; il 20% della pubblicità in quella privata.
I nuovi modelli di narrazione del “racconto popolare” sono il frutto di una nuova leva di
sceneggiatori, più che di registi o di interpreti. Sono loro che hanno decretato il successo e
l’espansione del consumo di fiction, con prodotti molto caratterizzati. Da ricordare in tal senso:
Francesco Scardamaglia (Papa Giovanni, record di ascolti), Gabriele Romagnoli e Luigi Montefiori
(La Uno bianca) e Sandro Petraglia e Stefano Rulli (Perlasca). Muore Lady Diana.

IL FILTRO SOCIALE DEL PAESE


Più che in qualsiasi altro momento è in questi anni cruciali che la tv generalista ha saputo
monopolizzare l’attenzione degli spettatori, poiché il suo spazio è divenuto lo spazio centrale
dell’opinione, il fulcro del dibattito politico e morale, il viatico di ogni più significativa presa di
coscienza del sociale. Il talk show, è divenuto un genere a tal punto maturo da collocarsi in
posizione dominante nei palinsesti:
Costanzo show e Porta a Porta: quotidianità, continuità.
Ballarò (di Giovanni Floris) ed Enigma (di Andrea Vianello): discontinuità.
Nel pomeriggio c’è il regno vittorioso del trash televisivo:
Al posto tuo di Alda D’Eusanio, Casa Raiuno di Massimo Giletti, La vita in diretta di Michele
Cucuzza, I fatti vostri (con Giancarlo Magalli, regia di Michele Guardì), senza dimenticare le
trasmissioni di Maria De Filippi.
Nella confessione pubblica, o nella resa dei conti privata esibita in pubblico, la televisione si apre
all’abbraccio con la gente: essa sfila sulla scena alla ricerca di quel supporto morale che si faccia
carico dei loro problemi, che dia spazio alla loro denuncia, che sia disposto ad ascoltare e sostenere
le loro ragioni. La fortuna mediatica di questo genere televisivo nasce dalla promessa di una
immediata operatività, dall’efficacia di una risposta in grado persino di surrogare le assenze delle
istituzioni sociali. Non va distinta da ciò, la ripetuta accoglienza data dalla tv a fenomeni basati
sulla casualità della fortuna che fa vincere o perdere: i quiz show. Il vero trionfatore della tv
generalista postmoderna comunque è lo spettacolo leggero, portatore di modelli originali e
innovativi. Il vasto genere di consumo nel quale ha brillato la genialità di Carlo Freccero, almeno
dal 1999 al 2002: Superconvenscion, Ottavo nano, Satyricon e PippoChennedy Show. Da non
dimenticare poi sul fronte privato i successi di Zelig e di Sarabanda su Italia 1. Sempre in onda
sulla stessa rete va inoltre citato Mai dire gol. Da menzionare anche Macao e Chiambretti c’è
(entrambi di Gianni Boncompagni).

LA TRANSIZIONE CONTINUA
Nel febbraio del 2001 si dimette il direttore generale Rai Pier Luigi Celli e viene sostituito dal suo
vice Claudio Cappon. In piena campagna elettorale, il tono e i modi delle rivelazioni che Marco
Travaglio (autore con Elio Veltri del libro L’odore dei soldi) fa sul conto di Berlusconi e Dell’Utri
nella famosa puntata di Satyricon con il comico Daniele Luttazzi, avevano suscitato diverse reazioni

contrastanti e, da parte della Casa delle Libertà, giudizi molto duri sul servizio pubblico. Il clima
interno all’azienda, nella primavera del 2001, è fra i più cupi. Con la vittoria del Polo nelle elezioni
del 13 maggio 2001, inizia da parte di Berlusconi e dei suoi alleati un’offensiva su tutta la linea del
servizio pubblico, e che avrà come vittime immediate Carlo Freccero, rimosso dalla direzione di
Raidue, Enzo Biagi cancellato da Raiuno e Michele Santoro, con tutta la sua squadra,
provvisoriamente accantonato. Dalla lontana Bulgaria Silvio Berlusconi, in una intervista, li aveva
condannati senza possibilità di appello. La vera grande vittima è la Rai, il cui destino si consuma
come quello dell’Italia del XVI secolo dilaniata dalla guerra tra Carlo V e Francesco I.
Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera nuovi presidenti di Camera e Senato; Antonio Baldassarre
neopresidente Rai mentre Agostino Saccà viene nominato direttore generale. Nel nuovo
organigramma (speculare alla vittoria del centrodestra) figurano anche Fabrizio Del Noce e
Clemente Mimun. Inizia un lungo periodo di logoramento delle capacità di governo dell’azienda, a
fronte della stabilità industriale, politica e di prodotto del suo diretto concorrente. Il messaggio alle
Camere del presidente Carlo Azeglio Ciampi, nel luglio 2002, invita al pluralismo
dell’informazione Rai, perché condizione imprescindibile della stessa democrazia. La proposta di
legge del ministro Gasparri, presentata nel settembre del 2002, con la previsione di un lungo e
dibattuto iter parlamentare, vorrebbe aggiornare in maniera definitiva ed esaustiva la
regolamentazione del sistema. I suoi punti principali, in estrema sintesi, sono: l’abolizione del
precedente limite, fissato dalla legge Maccanico del 1997, secondo il quale nessun editore può
crescere oltre il 30% in ogni singolo settore (carta stampata, radio, tv); abolizione dei divieti agli
incroci nella proprietà di reti televisive e organi di stampa; limite del 20%, per ciascun soggetto, alle
possibilità di drenaggio delle risorse complessive di tutto il sistema dell’informazione. Si propone
inoltre di risolvere l’annosa questione di Retequattro e Telepiù nero, che potranno continuare a
trasmettere “in chiaro”, senza quindi essere confinate sul satellite, fino alla fine del sistema
analogico. (Ma la Corte Costituzionale con la sentenza n. 466 dell’ottobre aveva ultimamente
concesso una proroga solo al 31 dicembre del 2003 per consentire al legislatore di determinare le
modalità di cessazione di un regime comunque giudicato transitorio). Il disegno di legge indicava
infine, per la prima volta nella storia della legislazione in materia radiotelevisiva, i tempi di una
probabile privatizzazione della Rai, prefigurando la possibilità di dar vita a una Public Company.
La Telecom di Tronchetti Provera era tagliata fuori. Ecco Rupert Murdoch: dopo mesi di negoziati,
nell’ottobre Telepiù passa dalla francese Canal Plus (Vivendi Universal) alla News Corporation. La
nuova piattaforma unica nascerà dalla successiva fusione con Stream, controllata dalla stessa News
Corp e da Telecom. È già pronto il nome, Sky Italia, e i piani di sviluppo: un asset di classe
mondiale nel quale, tra l’altro, il gruppo di minoranza di Tronchetti Provera completa la sua
ristrutturazione, e manifesta esplicitamente l’interesse sempre più evidente anche per l’offerta
televisiva a pagamento. L’accordo prevede l’avvio della piattaforma unica, quindi di un unico
decoder, dal giugno del 2003, dopo l’approvazione dell’Antitrust europeo. L’offerta comprende
tutte le partite delle diciotto squadre di calcio, una programmazione di cinema internazionale che
può contare sulla straordinaria library della Fox, una forte attenzione ai prodotti del cinema italiano,
i documentari della National Geographic Society. Ma soprattutto l’offerta prevede di raddoppiare in
poco più di due anni il numero degli abbonati, raddoppiare quindi il fatturato e trasformare in
consistenti utili le attuali perdite.

LA CONCENTRAZIONE MEDIATICA
Con una differenza politicamente sostanziale, venne introdotta la figura di un presidente Rai “di
garanzia”. L’opposizione di centrosinistra la reclama e la ottiene. Dal cappello a cilindro della
politica esce questa volta una protagonista dell’informazione: Lucia Annunziata (su indicazione del
segretario DS Piero Fassino). Direttore generale venne nominato Flavio Cattaneo. In realtà
l’indicazione di Lucia Annunziata, come unico garante dell’opposizione, al di là delle sue indubbie

doti professionali, fu un errore strategico. Con il voto della notte del 3 luglio 2003 in Commissione
telecomunicazioni al Senato il Polo aveva infatti spianato la strada alla più vasta concentrazione
mediatica che l’Italia avesse conosciuto, ripristinando un articolo che fissava al 20% dell’insieme
delle risorse del Sistema integrato delle comunicazioni (Sic) il tetto antitrust, e concedendo così a
Mediaset, in caso di approvazione della legge (Gasparri), ulteriori possibilità di crescita e di
espansione. In grande sintesi, il disegno di legge Gasparri non tendeva affatto a riformare, bensì a
“cristallizzare” l’assetto industriale e normativo della tv, che la Corte aveva ritenuto non conforme
alla Costituzione, che il presidente Ciampi aveva in più occasioni raccomandato di rivedere, che
egli stesso aveva rinviato alle Camere dopo la prima approvazione del 3 aprile. In sostanza il ddl
non rimuoveva ma blindava ancor più l’anomalia italiana, tante volte richiamata, relativa a un
duopolio padrone dell’intera informazione e usufruttuario della quasi totalità delle risorse
pubblicitarie. Il 2 dicembre 2003 essa divenne legge dello Stato.
Questa prevedeva infatti nuovi criteri di nomina per gli organi della concessionaria pubblica, ovvero
un Cda composto da 9 membri, di cui 7 nominati dalla Commissione parlamentare e 2 (fra i quali
andava scelto il presidente) dal Ministero dell’economia.
Chiuse le lunghe trattative con Rai e Telecom, Murdoch e i suoi manager europei, tra i quali spicca
Emilio Carelli, già uomo Mediaset per essere stato tra i fondatori di Canale 5, partono alla conquista
monopolistica della televisione a pagamento e a classificarsi come il nucleo di un possibile terzo
polo del sistema televisivo italiano. Un palinsesto di 50 canali, un reclutamento oculato di personale
e soprattutto di giornalisti, una politica di marketing efficace, tutto concorre a fare di Sky, dalla
seconda metà del 2003, la vera novità della televisione italiana. Con un sospetto sgradevole, ai fini
del pluralismo e della libera concorrenza, e che riguarda la raccolta pubblicitaria, ovvero l’ipotesi
che Sky Italia, attraverso News Corp, possa allearsi con Mediaset consentendo a quest’ultima di
espandersi ulteriormente drenando altre risorse dal mercato. Chiusa infine la trattativa con Telecom,
per riprendersi quel 19% del pacchetto azionario che gli impediva di essere il padrone unico di Sky
Italia, Murdoch nell’autunno del 2004 diventa il protagonista assoluto della pay tv.
Per molti osservatori il 2004 è l’anno cruciale, il giro di boa della transizione che sta portando il
sistema televisivo nazionale verso quella rivoluzione rappresentata dal passaggio del segnale in
analogico a quello in digitale. Ai nostri giorni comunque è la Rai che sopporta in maggior parte i
costi della sperimentazione digitale, ma è Mediaset che probabilmente ne trarrà giovamento poiché
sarà essa, e non la Rai, ad avvantaggiarsi del probabile allargamento del mercato della tv a
pagamento digitale. L’azienda pubblica tuttavia, appariva in ottime condizioni alla vigilia del più
grande cambiamento di tutta la sua storia: la privatizzazione. Lo statuto della “nuova” Rai (nata
dopo la fusione tra Rai Spa e Rai Holding), approvato in Commissione parlamentare di vigilanza
nella prima settimana di ottobre e poi firmato dal Ministro delle comunicazioni, è l’atto che
legittima questo cambiamento. Entro il marzo 2005 sarebbe stato privatizzato il 20% dell’azienda. Il
governo prevedeva di mantenere l’80% con un limite dell’1% alle quote dei privati e un tetto del
2% ai patti di sindacato. Si trattava di un provvedimento previsto dalla legge, ma del quale, per la
Rai, non risultava chiaro il vero obiettivo.

CONCLUSIONE
Nell’Italia degli ultimi decenni il disastro causato dalla crisi progressiva dell’ordinamento
formativo, la perdita di valore della scuola e delle principali istituzioni educative, ha finito per dare
al sistema dei media un potere enorme. Riequilibrare questo potere nell’interesse di tutti è ora – e
sempre più lo sarà in futuro – il compito supremo di un popolo che voglia dirsi realmente libero.