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“SECONDA PRATTICA”

STORIA E SVILUPPO DEL MADRIGALE


Come nasce il Melodramma

La storia dell’opera si apre intorno al 1600 con la tragedia Greca, con lo scopo di dare al
linguaggio musicale, una sempre più accentuata espressività.
Lo spettacolo operistico, in questa fase, si svolgeva durante una festa di corte oppure
all’interno dei palazzi patrizi.
Dal cinquecento, il canto solistico e corale venne applicato all’interno di spettacoli
drammatici che venivano allestiti nelle corti in occasione di eventi come nascite, matrimoni,
ecc. L’opera, deriva dal dramma pastorale, ovvero drammi ambientati nel luogo
immaginario dell’antica Grecia, in cui i personaggi si presentavano spesso come dei cantori,
e si davano ai piaceri della natura, della poesia e del canto.
Poche sono le partiture seicentesche che ci sono pervenute.
Il tutto nasce a Firenze con la Camerata de’ Bardi, nell’abitazione del conte G. M. de’ Bardi,
in cui si riunivano gli intellettuali del tempo, e cioè poeti come Rinuccini e Chiabrera, e
musicisti come Caccini e Peri. In questi incontri, inizialmente, essi volevano riportare alla
luce la tragedia greca, ma successivamente si diede il via all’utilizzo della monodia.
Dagli incontri della camerata, nacque lo stile del “recitar cantando” basato sulla monodia
con accompagnamento strumentale.
Nel 1600 a Firenze, fu rappresentato l’ Euridice di Rinuccini, con musiche di Peri, in
occasione delle nozze di Maria de’ Medici con Enrico VI, nasceva così il Melodramma, quasi
interamente recitativo, con brevi pezzi melodici, pochi cori, e con un leggero
accompagnamento strumentale. Esso fu colto con entusiasmo dal pubblico, e si diffuse
subito in molte città Italiane, come Roma, Napoli e Venezia. A Firenze, città che ne ha dato i
natali, passato il primo entusiasmo decade, sia perché gli autori della camerata non erano,
tutto sommato, artisti di grande levatura, quale invece sarà Monteverdi a Venezia, sia
perché dopo la caduta del casato dei Medici gli unici spettacoli dati in città saranno a scopi
celebrativi.
Il passaggio dal Rinascimento al Barocco si ha tra il Cinquecento ed il Seicento.
Tale passaggio influì su tutti gli aspetti della musica.
Anche il vecchio e glorioso madrigale fu coinvolto in questo processo.
Il Madrigale

Per madrigale s’intende una forma di poesia per musica, dove abbiamo la musica al servizio
del testo, diffusosi in Italia tra Rinascimento e Barocco.
Esso deve questo nome probabilmente a 3 diverse origini:
un’ interpretazione potrebbe collegarlo al termine
1- matricalis, cioè poesia in lingua madre, cioè in lingua italiana, x distinguerlo da quello
in lingua latina, oppure
2- mandrialis e cioè ambientazione di argomento amoroso fra le mandrie, nei pascoli,
nella natura, oppure ancora, potrebbe essere
3- materialis perchè è una poesia di argomento materiale non spirituale.

Normalmente un madrigale è diviso in due sezioni, contraddistinto a volte, dalla doppia


stanghetta, una sezione A che è ripetuta due volte per le strofe, ed una sezione B per la
seconda parte del testo, il così detto ritornello.
Per cui A-A-B, che si possono ripetere più volte se si hanno altre strofe da cantare, e quindi si
eseguono daccapo con quella stessa scansione.

Il madrigale del 300 è in forma strofica, e cioè si cantano le diverse strofe, ripetendo la stessa
musica.
1- E’ in origine a 2 voci, in seguito anche a 3.
2- I temi trattati sono di preferenza a sfondo amoroso e erotico.
3- I poeti più significativi di questo periodo, sono Dante (De vulgari Eloquenti – egli dava
importanza al significato delle parole), Boccaccio, Petrarca, Sacchetti e Soldanieri;
Nel 300 nacque successivamente il madrigale canonico, con 2 voci a canone oppure a 3 voci,
con canone nelle 2 superiori e tenor indipendente.

Il madrigale del 500 invece, è in forma polifonica (aperta), normalmente destinata a 5 voci.
1- L'esecuzione è solistica, anche se non è escluso l'accompagnamento strumentale.

DIFFERENZE TRA 300 - 500


A differenza del madrigale del 300, quello del 500 parte da una premessa diversa, e cioè il
musicista cerca nella poesia parole che abbiano dei significati,
e caratteristiche da tradurre in musica.

Da quale poeta si parte?


Si fa tornare in moda il Petrarca, come modello della lingua letteraria in poesia, quindi
bisognava avere, secondo Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua, un modello da
imitare, per la stesura di opere letterarie(italiane, il m. italiano nasce a Venezia nel 1530).
Poeti prediletti di qst periodo, sono Pietro Bembo, Ariosto, Tasso ecc.
Una delle caratteristiche + importanti delle teorie di Bembo, è l’attenzione quasi scientifica
al suono (e quindi al significante), in quanto è in grado di trasmettere sentimenti.
Quindi questa teoria linguistica elaborata da Bembo, influenza la storia della musica del 500,
infatti all’inizio del 16° secolo, i musicisti italiani, dalla monodia(canto a una voce
sola,accompagnati o non, da strumenti) passano alla polifonia(canto a più voci) del
Madrigale, il quale, ha come scopo principale, quello di far esprimere alla musica, il
significato delle parole.

Il Madrigale, non è una forma musicale fatta per le masse, ma ha una forma molto riservata
ad una cerchia molto ristretta di intenditori, ecco perché nasce la terminologia “musica
riservata”.

Quale è lo scopo dei madrigalisti?


Quello di raggiungere la massima fusione tra parola e musica sia dal punto di vista
contenutistico, che dall’illustrazione degli affetti, che possibilmente risultino contrastanti tra
di loro, perché in questo modo si può sfoggiare la propria bravura compositiva, la quale tra
Rinascimento e Barocco, si va evolvendo.

Questi effetti vennero chiamati madrigalismi:


all’inizio si ricorre ai madrigalismi visivi, cioè meccanismi semplici che attraverso la musica
scritta, rendevano il significato delle parole, quindi il salire (es. paradiso) con scale ascendenti,
discesa (es. inferi) con scale discendenti.

I madrigalismi furono usati soprattutto nel madrigale cromatico, che nasce con Willaert verso
la metà del 500. Quest’ultimo sfruttò al massimo il cromatismo, e diventò famoso per la sua
abilità nel “dipingere le parole”.
Per madrigale cromatico, s’intende che vi si fa abbondante uso di crome, anche nei passaggi
sillabici, così da rendere complessivamente più rapido e incisivo l’assetto ritmico.
Con la parola cromatico si indica anche quel particolare stile compositivo che ricorre con
sistematicità a movimenti melodici semitonali, e dunque a note alterate, che “cromatizzano”,
cioè coloriscono, le concatenazioni armoniche.

Alla fine del 500 ed inizio 600 si afferma il madrigale drammatico, una forma teatrale priva di
movimenti scenici, con lo scopo di soddisfare più il senso dell’udito che della vista.
Nel madrigale della fine del Cinquecento (fino al 1620) l'arte espressiva e il virtuosismo
raggiungono il vertice soprattutto nell'opera di Gesualdo, Marenzio, Monteverdi.

Con il quinto Libro dei Madrigali di Monteverdi (1605) si afferma il madrigale solistico con
accompagnamento di basso continuo e il madrigale concertante, che annunciano un nuovo
stile.
Con Marenzio, il madrigale giunge alla perfezione usando eleganza per le raffigurazioni
pittoriche della parola.
Gesualdo da Venosa dominerà a Napoli, e sarà perno della vita musicale di tutto il sud. I suoi
madrigali erano pieni di dissonanze, con testo molto difficile da capire, a volte fastidioso
all’orecchio, erano destinati quindi ad un pubblico selezionatissimo, che non solo era in grado
di apprezzare, ma G. apparteneva ad una cerchia molto ristretta, per questo nn temeva
critice. Il suo linguaggio va molto oltre quelle che erano le aspettative, il gusto, l’ascolto.
MONTEVERDI – SECONDA PRATTICA – EVOLUZIONE DEL MADRIGALE

Il madrigale, nel passaggio tra Rinascimento e Barocco, dovette accantonare la sua natura
polifonica, per adattarsi allo stile musicale di questo periodo, e cioè:
-monodia col basso continuo;
-tendenza alla rappresentatività;
-stile concertante.
tutto ciò, per muovere gli affetti dell’ascoltatore, il quale è proprio lo scopo principale di
questo periodo. Questo stravolgimento totale della natura originaria del madrigale, pur
portando a dei capolavori, non gli impedisce l’estinzione nella metà del Seicento.
Tra i madrigalisti più importanti di quest’epoca, abbiamo Claudio Monteverdi, il quale non
abbandonò questo genere musicale, nemmeno nel pieno Seicento.
Claudio Monteverdi nasce nel 1567 e muore nel 1643. Cremonese, vive gli anni della sua
gioventù nella sua città natale, dove ebbe modo di studiare col grande maestro di cappella
della Cattedrale di Cremona nonché eccellente madrigalista, Marc’Antonio Ingegneri.

Nel 1582, all’età di soli 15 anni, uscì a Venezia il primo volume a stampa di composizioni di
Monteverdi, Mottetti a 3 voci: le Sacrae Cantiunculae, seguito nel 1583 da un libro di
Madrigali spirituali a 4 voci e nel 1584 dalle Canzonette a 3 voci.

Nel 1587 vennero stampati a Venezia i suoi Madrigali a cinque voci – Libro primo.
Complessivamente, il compositore pubblicò ben 8 libri di madrigali, i quali compongono
l’ossatura portante di tutta la sua produzione.

Tra il 1590 e il 1591 ci fu la pubblicazione del Secondo libro de madrigali, e


contemporaneamente, il compositore venne assunto come violista alla corte di Mantova.
Successivamente,

nel 1592 ci fu la pubblicazione del Terzo libro de madrigali, che Monteverdi dedica al duca
Vincenzo I Gonzaga, il quale apprezzò molto la bravura del giovane stipendiato,
assumendolo, come maestro della piccola cappella formata da egli stesso, insieme ad altri
tre cantori che accompagnarono la spedizione che il duca effettuò in Ungheria nel 1595, per
la guerra contro i Turchi.
Poiché lo scopo principale di Monteverdi era quello di prendere le redini di tutte le attività
musicali della corte di Mantova,

nel 1601 egli inoltrò una domanda al duca Vincenzo I per essere assunto come maestro di
cappella, e la domanda venne presto accolta.
Nel frattempo, la sua fama di compositore si diffuse sempre più.
Tra il 1603 e il 1605 ci fu la pubblicazione del Quarto e Quinto libro de madrigali a 5 voci,
questi provocarono una serie di polemiche da parte dello studioso teorico musicale
bolognese Giovanni Maria Artusi, il quale pubblicò nel 1601 un libro dal titolo eloquente
“Delle imperfettioni della moderna musica”, nel quale indicava alcuni madrigali di
Monteverdi, condannandolo per la spregiudicatezza che ebbe, nell’utilizzo delle dissonanze
e nella condotta delle parti.
Quest’ultimo non rispose subito, ma attese la pubblicazione del Quinto libro de madrigali
per annunciare agli “Studiosi lettori” la prossima uscita di un proprio trattato sull’argomento
con il titolo Seconda prattica, ovvero Perfettione della moderna musica.
Con questa dichiarazione, Monteverdi rispose alle accuse di Artusi, in modo semplice e
lucido. Secondo lui, Artusi non doveva considerare il madrigale solo sotto l’aspetto
musicale, in quanto era proprio il rapporto col testo a determinarne la struttura musicale e a
giustificarne le deviazioni delle regole stabilite.
Quindi, nel pensiero di Monteverdi, si fronteggiavano due prattiche.
Nella prima prattica, abbiamo l’armonia signora dell’orazione, e cioè la musica signora del
testo in quanto la musica ormai aveva acquisito la propria indipendenza dalla parola;
mentre con la seconda prattica, la situazione si capovolge, e quindi la Musica è serva del
testo, poiché essa aveva bisogno di seguire il testo, per far capire bene il significato e per
muovere gli affetti degli ascoltatori.
Con Monteverdi però, lo scopo principale non è quello di descrivere il significato letterale
del testo, ma di renderne in musica il significato più profondo.
Nei suo madrigali, Monteverdi, iniziò a guardare il testo dal punto di vista globale, a capire
quali fossero gli affetti che esso volesse muovere, e ad inserirli all’interno del
componimento musicale con i mezzi musicali che aveva a disposizione. Quindi lo scopo della
musica, rimane quello di commuovere gli animi.
Nel frattempo, stando alla corte di Mantova, Monteverdi si avvicina ad altri generi musicali
con la sua produzione:
-Nel 1607 fu rappresentato il suo Orfeo, eseguito nel periodo carnevalesco.
Parliamo di favola pastorale in stile monodico del compositori fiorentini.
L’Orfeo ci racconta di un mito greco, un semidio, il quale, attraverso il suo canto riesce ad
ammaliare gli Dei, le piante, ecc. Egli è innamorato di Euridice, la quale, inizialmente non
ricambia il suo amore, ma successivamente si innamora anche lei di lui, e accetta di
sposarlo.
Il giorno del loro matrimonio, lei viene morsa da un serpente, e muore.
Orfeo, preso dalla disperazione, decide di andare negli inferi per riportare in vita Euridice,
ma l’ingresso negli inferi è riservato solo ai morti.
Egli riesce ad entrarci, convincendo tutti col suo canto, chiede di riportare indietro Euridice,
la sua richiesta venne appresa, a patto che non si volti mai indietro.
Orfeo non mantiene tale patto, durante il cammino egli si volta, e perde Euridice per
sempre. Il mito racconta un finale tragico, poiché viene sbranato, una scena veramente
impossibile da rappresentare in teatro.
Proprio per questo, sia Rinuccini per le sue Euridici di Firenze, che il librettista Alessandro
Strigio per Monteverdi, correggono il finale, adattandolo al gusto del pubblico, e cioè,
Apollo scende e lo divinizza (un semidio, quindi, che diventa Dio).
Molte volte, in futuro, il tema di Orfeo sarà trattato, e si può notare che ogni volta il finale
verrà modificato in base al pubblico dell’epoca, è anche divertente vedere come questo
Orfeo si trasformerà nella storia.

-Nel 1608 è la volta de L’arianna, prima tragedia in musica, su testo di Ottavio Rinuccini.
Essa fu commissionata a Monteverdi, per i festeggiamenti delle nozze di Francesco IV
Gonzaga, figlio di Vincenzo I Gonzaga, con Margherita di Savoia.
Di quest’opera ci è rimasto solo il celebre Lamento di Arianna.
Quest’ultimo, Monteverdi, inizialmente lo scrive come madrigale a cinque voci (contenuto
nel sesto libro de’ madrigali) e successivamente, in forma monodica.
La parte del canto, è sempre quella, in entrambi i casi, quindi la riscrive, erlaborando solo la
parte strumentale.
Questo madrigale è ricco di cromatismi, i quali li notiamo nella sofferenza provata da
Arianna abbandonata da Desdemone nel labirinto, la quale vuole lasciarsi morire, ed il
morir, è reso cromaticamente, perchè uno degli intervalli più che rendono l’idea del dolore,
è il semitono cromatico.
Non c’è ancora l’idea di collegare le frasi, una parola, o un pensiero di una sola persona,
infondo qui è Arianna che sta parlando, ad una sola voce, quello che poi farà la monodia, la
quale assegnerà ad una sola voce ciò che pensa una persona, e quindi, dalla Monodia,
all’invenzione del Melodramma, con dei personaggi che interpreteranno dei ruoli.

Compose nello stesso anno anche le musiche per il Ballo delle Ingrate, un balletto di corte
con voci e strumenti, sempre su testo di Ottavio Rinuccini. L’argomento del testo riguardava
le punizioni infernali che venivano date alle donne che non acconsentivano ai propri
innamorati.
Nel 1610 ci fu la pubblicazione di due importanti composizioni sacre, considerate
monumenti alla “prima” e alla “seconda prattica”:
• La Missa ‘In illo tempore’, a sei voci a cappella;
• il Vespro della Beata Vergine, in stile concertante per voci e strumenti. Questo
volume, viene dedicato al papa Paolo V Borghese, con la speranza di allacciare
rapporti saldi con il mondo romano. E forse Monteverdi faceva bene a cercare un
nuovo impiego, poiché dopo la morte del duca Vincenzo, il suo successore, lo licenziò.

Nel 1613 avvenne il più significativo cambiamento della vita professionale di Monteverdi:
avendo superato un rigido concorso, egli venne assunto come maestro di cappella di San
Marco a Venezia, dove ci rimase per il resto della sua vita. A Venezia la sua produzione
madrigalista ebbe un’ulteriore evoluzione.
Già fin dal Quarto libro Monteverdi si accosta allo stile recitativo a voce sola fiorentino, e nel
Quinto libro affiancò alle voci, un basso continuo ed un gruppo a 5 di strumenti non
specificati.
Invece, con la pubblicazione nel 1619 del Settimo libro de madrigali, egli applicò al
madrigale la monodia con basso continuo, quindi il madrigale non era più polifonico.

Monodia col basso continuo


Per Monodia, si intende canto a voce sola. Tale monodia, si rifà a quella dei Greci, con il
canto Gregoriano, ma con una rivisitazione moderna, e cioè l’aggiunta del basso continuo,
quindi, si collega alla modalità di canto dei Greci poiché era ritenuta perfetta, perché solo il
canto era in grado di comunicare le parole, contrariamente alla polifonia che non era in
grado di farlo secondo coloro che difendevano la Monodia. In questa nuova Monodia,
primeggia il soprano, il quale canta il testo (può essere anche uno strumento, e quindi
suonata e non cantata), accompagnato dal basso continuo, il quale in polifonia era una voce
come le altre, mentre qui prende il posto del Tenor, e cioè, diventa fondamentale, poiché fa
da sostegno alle altre voci. Questo basso, è strumentale, affidato a strumenti gravi (es.
fagotto); il contralto ed il tenore vengono sostituiti da strumenti a tastiera o a corda.

Il Settimo libro de madrigali, è programmatico perché si chiama “Concerto”.


Concertare vuol dire mettere a confronto due o più elementi, e quindi una lotta che consiste
nel mettere in mostra la bravura, le abilità, ecc.
Per concertare si intende che accanto alle voci, ci siano anche gli strumenti.

Nel 1638, poi, fu pubblicato l’ Ottavo libro de madrigali, intitolato Madrigali guerrieri et
amorosi (il ballo delle ingrate): alcune composizioni di questo volume, richiedevano
un’azione scenica. Tra le più famose composizioni, abbiamo il Combattimento di Tancredi e
Clorinda, il cui testo è tratto dalla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso.
Questo madrigale, venne scritto a Venezia, e fu commissionata da Girolamo Mocenigo in
occasione del carnevale. In tale madrigale, il cavaliere cristiano Tancredi, innamorato di
Clorinda, guerriera musulmana, viene costretto dalla sorte a battersi in duello proprio con
lei e ad ucciderla. In punto di morte Clorinda si converte e, battezzata, affronta con serenità
il trapasso: S'apre il cielo; io vado in pace.

In quest'opera, che costituisce una pietra miliare nella storia della musica drammatica del
XVII secolo, Monteverdi sperimenta soluzioni musicali nuove, con l'orchestra che imita
musicalmente alcuni effetti sonori descritti nel testo (poiché la voce non era in grado di
farlo, dato che voci e strumenti, hanno caratteristiche timbriche e tecniche differenti), come
lo scalpitio di un cavallo o l’urto delle armi durante lo scontro, e tutto questo è reso in
musica sbattendo l’archetto nella parte del legno, pizzicando le corde, ecc.
Ciò che fa spiccare questa composizione sulle altre, è il fatto che Monteverdi aveva notato
che fino ad allora, la musica, era riuscita ad esprimere solo due affetti dell’animo umano, e
cioè la temperanza, messa in musica con lo stile temperato, e l’umiltà, messa in musica con
lo stile detto molle.
Egli notò che in qualsiasi repertorio cercasse, non trovava tracce di uno stile concitato, che
rappresentasse l’agitazione, l’ira, e proprio per questo, egli fu il primo a tradurre in musica
questo sentimento, e lo fece ribattendo una stessa nota velocemente e per molte volte
consecutive. Tale stile, lo tradusse in musica, prima con l’ utilizzo del tremolo (una veloce
ripetizione dello stesso suono) e poi del pizzicato per ottenere effetti speciali nelle scene
drammatiche.
Arrivati a questo punto, il madrigale era in grado di toccare tutte le corde dell’animo umano.
E per finire, possiamo dire che nel Combattimento, ritroviamo le quattro esigenze
fondamentali del Barocco, e cioè:

• monodia con basso continuo,


• stile concertante,
• rappresentatività,
• che coordinano tra di loro per muovere gli affetti dell’ascoltatore.

Tutto ciò, il madrigale polifonico non poteva farlo, quindi, in questo caso, abbiamo elementi
in più, ma che lasciano comunque invariato il senso e lo scopo del madrigale, e cioè “forma
di poesia per musica, dove la musica, qualunque essa sia, deve andare incontro al testo”.
C’è chi lo fa in maniera più contenuta e chi lo fa in maniera più esasperata.
Questo è un periodo di grande fermento, poiché la scoperta della monodia, darà spunto a
molti compositori di integrare in modi più svariati, la monodia.
Il primo modo, è quello di inserirla in piccoli brani vocali, un esempio importantissimo è
quello che fa il compositore Giulio Caccini, (compositore della cerchia Fiorentina, della
Camerata de’ Bardi, che dà un grande impulso alla monodia.
Per il teatro in musica, compose l’Euridice) scrivendo una raccolta di brevi componimenti
“Le nuove Musiche”, per voci sole e basso continuo, che in questo momento sono chiamati
madrigali o arie.

Questi sono termini intercambiabili, e proprio questa intercambiabilità dei termini ci fa


capire che siamo in una fase di transizione, poiché i madrigali sono in continua
trasformazione.
Caccini, oltre a mettere insieme queste nuove musiche, scrive una prefazione, nella quale
raccomanda il modo corretto di eseguirle, e soprattutto, essendo anche cantante oltre che
compositore, dà indicazioni precise ai cantanti esecutori, di come e dove ornare le note,
poiché è sempre stato un mal costume dei cantanti il fatto di spargere ovunque abbellimenti
(soprattutto su sillabe accentate e su parole affettive) senza criterio, mentre lui sostiene che
c’è un motivo ben preciso su dove e come inserire tali abbellimenti.

Monteverdi, stando a Venezia, scrisse due melodrammi, “Il ritorno di Ulisse” e


“L’incoronazione di Poppea”. La novità, con questi melodrammi, è quella che accanto a
personaggi seri, come Seneca, Nerone, Ottavia, vengono inseriti personaggi buffi, come per
es. le guardie del corpo di Nerone, le due nutrici di Poppea ed Ottavia.
GIOVAN BATTISTA GUARINI
Guarini è stato un drammaturga, scrittore e poeta italiano manierista.

Manierismo
Periodo di transizione tra il Classicismo del cinquecento ed il Barocco del 600 . Con il
Manierismo, l’attenzione si sposta dalla forma all’esprimere sentimenti, e per questo si da
spazio alla teoria degli affetti, secondo la quale, la musica, doveva essere in grado di
suscitare emozioni. Il Manierismo si contrattome totalmente al classicismo, poiché si
prediligono le forme stravaganti, ciò che desta meraviglia, stupore, si fa attenzione agli
impulsi, alle sensazioni forti, alle passioni, e non più a quell’equilibrio che aveva
caratterizzato l’imitazione dei classici, latini e greci. Quindi il manierismo esprime un fastidio
verso le regole, e da la possibilità agli scrittore di esprimersi liberamente.
Tra le sue produzioni più importanti abbiamo Il pastor fido, un dramma pastorale in
endecasillabi e settenari, composto tra il 1583 ed il 1587 e ispirato a una pagina di Pausania.
L’opera venne pubblicata per la prima volta a Venezia nel 1590, per essere poi
rappresentata nel 1595 (o nel 1596) a Ferrara e nel 1598 a Mantova.
Tale dramma, suscitò numerose polemiche, in quanto non osservava le regole Aristoteliche,
poiché non potevano essere mescolati elementi tragici con elementi comici, all’interno della
stessa opera, come invece avviene qui. Il pastor fido è ambientato in Arcadia, dove grava
una maledizione da quando Diana, dopo un’offesa subita, impose che ogni anno una
fanciulla le venisse sacrificata, e tale maledizione potrà avere fine, solo quando due giovani
di stirpe divina si sposeranno; Per questo motivo, Montano, sacerdote discendente da
Ercole, intende unire in matrimonio il figlio di Silvio con Amarilli, che dicende da Pan.
Amarilli però è innamorata di Mirtillo, il quale corrisponde il suo amore.
Di quest’ultimo, si innamora Corisca, la quale prova ad escogitare un piano per attirarlo a se,
ma non ci riesce. Le trame della sensuale Corisca falliscono, Amarilli e Mirtillo vengono
sorpresi in una grotta, e lei viene condannata a morte, mentre Silvio non si cura dei
sentimenti che Dorinda prova nei suoi confronti, preferisce dedicarsi alla caccia. A questo
punto però la vicenda si scioglie nel migliore dei modi: si scopre che Mirtillo è figlio di
Montano, e così, sposando Amarilli, libera l'Arcadia dalla maledizione, mentre anche Silvio si
converte all'amore unendosi con Dorinda in matrimonio.