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Scritto in esilio tra il 1832 e il 1834, quando fu pubblicato a Parigi, Messer Taddeo racconta la storia

d’amore tra Taddeo Soplica e Sofia, sullo sfondo della rivolta della città lituana di Soplicowo contro la
dominazione russa, nell’arco di sole sei giornate tra il 1811 e il 1812. Intrecciando le vicende familiari
dei protagonisti con le rivendicazioni di un’ideale patria polacca, in un microcosmo sociale di
straordinaria pregnanza, Mickiewicz dà vita a uno dei maggiori poemi epici della modernità, tradotto
da Silvano De Fanti in versi fluidi e incisivi che ne rispettano ritmo e forza espressiva.

ADAM MICKIEWICZ (Zaosie, 1798 - Costantinopoli, 1855) è considerato il padre della moderna letteratura
polacca. Paragonato a Byron e Goethe, nella sua vasta opera epica, lirica e drammatica mette al
centro l’esigenza di un riscatto politico e civile, in un linguaggio nitido e rigoroso, in cui colpisce
l’evidenza dell’immagine. Esule a Parigi, dove insegnò letterature slave al Collège de France, assunse
il ruolo di guida spirituale dei profughi polacchi propagando la sua fede nel messianismo collettivo
della nazione. Dopo la pubblicazione del poema Pan Tadeusz (Messer Taddeo), nel 1834, trascurò
l’attività creativa per mettersi al servizio della lotta per l’indipendenza della Polonia.

SILVANO DE FANTI, già professore di letteratura polacca all’Università degli Studi di Udine, ha tradotto e
commentato opere di Hartwig, Kapuściński, Kuczok, Mickiewicz, Mikołajewski, Mrożek, Norwid,
Olczak-Ronikier, Różewicz, Szymborska, Tokarczuk, Wojaczek, Wyspiański. Per Marsilio ha curato Il
sale della terra di Józef Wittlin (2014).
Adam Mickiewicz
Messer Taddeo
a cura di Silvano De Fanti

Marsilio
Traduzione dal polacco di Silvano De Fanti
Questo volume è stato realizzato con il sostegno del
© POLAND Translation Program

In copertina: illustrazione realizzata da Józef Wilkoń per Adam Mickiewicz, Pan Tadeusz, Poznań, Media Rodzina, 2015.
© Józef Wilkoń
© 2018 by Marsilio Editori® s.p.a. in Venezia
Prima edizione digitale 2018
ISBN 978-88-317-4426-3
www.marsilioeditori.it
ebook@marsilioeditori.it
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

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INDICE

Copertina
Abstract - Autori
Frontespizio
Copyright

Messer Taddeo: epos nazionale e dimensione esistenziale


di Silvano De Fanti
1. Lituania vel Polonia
2. La vicenda e i personaggi
3. Adam Mickiewcz e messer Taddeo dalla genesi alla pubblicazione
4. Perché proprio Tadeusz?
5. L’alter ego fra’ Verme
6. Le donne e l’ebreo
7. «Gli sfondi magistrali»
8. L’epilogo

L’autore e l’opera
Nota al testo e alla traduzione

MESSER TADDEO
LIBRO PRIMO. La tenuta
LIBRO SECONDO. Il castello
LIBRO TERZO. Corteggiamenti
LIBRO QUARTO. Diplomazia e caccia
LIBRO QUINTO. La rissa
LIBRO SESTO. La borgata nobiliare
LIBRO SETTIMO. Il consiglio
LIBRO OTTAVO. La scorreria
LIBRO NONO. La battaglia
LIBRO DECIMO. L’esilio. Giacinto
LIBRO UNDICESIMO. Il 1812
LIBRO DODICESIMO. Amiamoci!
[EPILOGO]

Note
Spiegazioni [del poeta]
Bibliografia
MESSER TADDEO: EPOS NAZIONALE E DIMENSIONE ESISTENZIALE

Pan Tadeusz (Messer Taddeo, 1834) di Adam Mickiewicz è l’opera più squisitamente polacca di
ogni tempo. Generazioni di critici e lettori lo hanno innalzato al grado di epos nazionale, ovvero di
un’opera unica e irripetibile assurta a simbolo patriottico dell’essenza polacca, una sorta di codice
genetico della cultura, della storia, delle usanze e dei costumi di quella nazione, diffuso a livello
popolare dal teatro e dal cinema, tuttora presente nel canone delle letture scolastiche fin dal livello
primario: il classico dei classici di un ambito culturale storicamente e geograficamente ben definito.
Eppure, nonostante la dimensione “locale” e quella storica dell’era napoleonica, Messer Taddeo è
stato tradotto non solo in quasi tutte le lingue europee, ma anche nelle maggiori lingue dell’Estremo
Oriente, al pari della Divina Commedia e dell’epica classica.
Presentiamo qui la prima traduzione integrale in versi del poema, corredata di un apparato
consistente di necessarie spiegazioni, mai uscita in Italia.

1. Lituania vel Polonia

Può sembrare singolare che Adam Mickiewicz, il massimo poeta polacco, il bardo della Polonia, nel
poema Messer Taddeo esordisca con l’apostrofe «Lituania, patria mia…». Tralasciando il fatto che la
cosa non risultò gradita a molti polacchi non solo suoi contemporanei, è opportuno esporre
succintamente al lettore italiano alcuni fatti storici.
Nel 1569 veniva creata la Confederazione polacco-lituana, nota nella storiografia come Repubblica
delle Due Nazioni, avente in comune il re, la bandiera, il parlamento, la valuta, la politica estera e la
difesa. Era la conclusione, sollecitata dall’ormai lungo stato di guerra fra il male armato esercito
lituano e quello di Ivan IV il Terribile, di un avvicinamento iniziato nel 1385 con l’unione personale fra
la Corona del Regno di Polonia e il Granducato di Lituania in virtù del matrimonio fra il granduca
lituano Jogaila e la regina di Polonia Jadwiga. L’unione stabiliva un’alleanza militare atta a
fronteggiare la minaccia dei cavalieri dell’Ordine Teutonico; Jogaila si convertì al cristianesimo
assieme al suo popolo e nel 1386 diventò re di Polonia con il nome di Władysław Jagiełło, dando inizio
alla dinastia degli Jagelloni, che rimarranno sul trono polacco fino al 1572, anno della morte senza
eredi del re Zygmunt II August.
Nel 1569 il Granducato di Lituania comprendeva un territorio formato, oltre che dalla Lituania
propria, da Bielorussia, Volinia, buona parte dell’Ucraina, compresa Kiev, fino a toccare il Khanato di
Crimea e la Turchia: la superficie della Confederazione corrispondeva a un’estensione pari a quella
delle odierne Italia e Francia. Nello stesso secolo XVI ebbe inizio il processo di distacco della nobiltà
lituana dalla sua naturale base etnica, il popolo; i nobili accoglievano i modelli offerti in abbondanza
dalla cultura polacca e dall’ideologia nobiliare del Rinascimento polacco, non ultimo il mito
umanistico della discendenza sarmatica che consentiva di individuare un’identità comune, e questo
facilitava l’unione. I comuni interessi politici e lo sviluppo dei rapporti commerciali fecero sì che la
lingua polacca divenisse lo strumento politico più adatto ad avvicinare le due comunità. Già pochi
anni dopo la nascita della Repubblica, mentre i contadini parlavano lituano, la nobiltà si assimilava
culturalmente, si esprimeva in polacco, assumendo ben presto anche la coscienza statuale polacca, il
senso di appartenenza alla Repubblica, tanto da definirsi «Gente Lithuani, Natione Poloni», un
accostamento che marcava sia la vicinanza che la distinzione. A fine Seicento il polacco era la lingua
ministeriale e legislativa del Granducato, alla fine del Settecento nell’Accademia di Wilno (odierna
Vilnius), trasformata in moderna università e centro di educazione civica nello spirito patriottico, il
polacco soppiantò il latino nell’insegnamento. In quell’università Mickiewicz concluse gli studi nel
1819.
E così l’apostrofe di Mickiewicz, anch’egli di gente lituana e di nazione polacca, risulta facilmente
leggibile: la Lituania, soprattutto per lui che si trovava in esilio all’epoca della stesura di Messer
Taddeo, era la patria «particolare» (così la definiva lui stesso), la patria della casa, dell’infanzia, degli
affetti, la piccola patria. La Polonia era la patria «generale», ovvero la Repubblica delle Due Nazioni,
la Corona unita alla Lituania, seppure ormai scomparse con le spartizioni di fine Settecento1. Ma il
poeta sentiva anche un’altra appartenenza, come si legge nella poesia giovanile del 1822 dedicata al
suo maestro Joachim Lelewel: «Ovunque ti diriga, riveli ad ogni passo / che sei uno del Niemen, un
polacco, un cittadino dell’Europa».

2. La vicenda e i personaggi

Per i primi dieci libri lo spazio temporale di Messer Taddeo si colloca fra un venerdì e un martedì
della tarda estate del 1811, per gli ultimi due nel 1812, all’arrivo in Lituania dell’esercito
napoleonico, o meglio delle sue formazioni polacche. Lo scenario dello svolgimento dei fatti è
Soplicowo, la tenuta del giudice Soplica, zio paterno del giovane Tadeusz (Taddeo) che proprio quel
venerdì è tornato da Wilno, dove si era recato a studiare dieci anni prima. Che il giudice proprietario
terriero sia un patriota lo si nota immediatamente dalle pareti della villa, enfatica rassegna
iconografica degli ultimi combattenti per la libertà della Polonia. Gestisce l’azienda agricola “come
Dio comanda”, seguendo più i cicli della natura che il profitto, che comunque non manca; tratta i
contadini con decoro e magnanimità; le porte della sua casa sono sempre aperte agli ospiti, per i quali
organizza con solennità i virili riti venatori e gli opulenti banchetti nel rigoroso rispetto dell’etichetta
nobiliare sarmatica. Naturalmente non gli sono estranei alcuni tratti negativi della stessa natura
sarmatica, come una certa predisposizione alla litigiosità, il conservatorismo ostile alle novità, la
mediocrità intellettuale. Ma è lui, assieme ai canuti custodi delle tradizioni, il Ciambellano e il
Tribuno, a esprimere appieno un’importante qualità della vita nobiliare: la cultura della parola
narrata, soprattutto in sede conviviale, una narrazione che è al contempo ricordo personale, critica
del presente e lezione socio-pedagogica. Ne sono un esempio, che ci viene presentato già nel libro I, il
suo discorso sulla cortesia, le considerazioni politiche del Ciambellano sulle mode, le riflessioni del
Tribuno, maestro e storico dell’arte venatoria.
Gli abitanti del villaggio, circondato dai folti boschi lituani, pregano al rintocco della cappella e
bevono e litigano nelle due locande che, l’una di fronte all’altra, l’una di proprietà del giudice Soplica
e l’altra degli eredi della famiglia Horeszko ed entrambe gestite dall’ebreo Jankiel, si guardano in
cagnesco. In quei giorni doveva essere celebrata l’udienza definitiva della corte riguardo
all’assegnazione di un castello diroccato a una delle due famiglie in conflitto. Attorno a questi due
nomi – Soplica e Horeszko – nascono e si evolvono i tre intrecci dell’opera: le incidentate vicende
amorose di Tadeusz, quasi da commedia degli equivoci; la disputa per le rovine di un maniero che ai
giovani eredi interessa ben poco, in fondo un banale atto giuridico che il puntiglio e la sete di
vendetta trasformano in sanguinosa resa dei conti privati; l’attività clandestina del questuante Robak
(fra’ Verme) e la sua tragica sorte. Ciascuna trama svolge la funzione rivelatrice di tre aspetti, più o
meno conflittuali fra loro, della vita dell’epoca che interessavano particolarmente all’autore:
l’elemento privato-sentimentale, quello del costume nobiliare e quello politico-patriottico, che
troveranno la propria sintesi catartica negli ultimi due libri.
Siamo al confine fra due epoche, quella dello spegnersi della dominante classe nobiliare e quella
figlia dell’Illuminismo, della rivoluzione francese, dell’avvento di Napoleone. Nell’opera l’aggettivo
«ultimo» si ripete costantemente: l’ultima scorreria giudiziaria, l’ultimo usciere di tribunale, l’ultimo
cortigiano dell’ultimo Horeszko, l’ultimo monarca cacciatore, l’ultimo banchetto all’antica maniera
polacca, gli ultimi esemplari di antichi lituani, l’ultima persona capace di condurre la polonaise. È il
periodo successivo al passaggio dall’età della libertà e dell’indipendenza della Repubblica delle Due
Nazioni a quella dell’occupazione russa, ma sebbene nell’attività pubblicistica di quegli anni
Mickiewicz lanciasse strali aguzzi contro lo zarismo, nel poema l’oppressione politica non traspare
troppo. Del resto l’antica legislazione del Ducato di Lituania era rimasta in vita, gli occupanti si erano
limitati a imporre un’esosa politica fiscale, e gli abitanti di quell’angolo quieto e isolato tenevano nei
confronti dei russi, pur presenti militarmente nelle vicinanze, un rapporto di malsopportata
convivenza. Il capitano russo Rykov, per esempio, acquartierato nei pressi di Soplicowo, è ritratto con
una certa bonomia, ospite frequente del Giudice se non altro per convenienza diplomatica, buon
narratore, bevitore e mangiatore, ligio al dovere militare ma con sfumature di polonofilia: un
personaggio che ai lettori polacchi, specie agli insorti del 1830 riparati a Parigi, risultava indigesto2.
La convivenza pacifica durerà fino al libro IX, quando passioni sopite e adeguatamente sollecitate
esploderanno in una virulenta battaglia a colpi di clava, mazza, sciabola, spadone, palle di trombone
con conseguenti cervici fracassate e cervelli spappolati da forme di formaggio. Le truculente gesta
eroicomiche dei nobilotti polacchi Rasoietto, Aspersorio e Verghetta, nonostante gli intarsi
scherzosamente adattati dall’Iliade, se non si avvicinano alla fantasmagoria massacratrice del
Cuchullain di Táin Bo Cuailnge (da noi noto come La razzia delle vacche di Cooley), possono
comunque ricordare al nostro lettore le gesta del Potta in braghette rosse, di Bordocchio Balzan
«polputo e grosso», dell’oste dal Chiù con la «zazzera da farinello» della Secchia rapita del Tassoni.
L’approccio del poeta verso il mondo antico è contrassegnato dall’umorismo indulgente di chi con
quel mondo ha avuto confidenza in gioventù; egli stesso, del resto, discendeva da una famiglia di
quella piccola nobiltà che dalla classe contadina si diversificava forse solo per il maggiore sentimento
patriottico (erano di là da venire i tempi del Mickiewicz rivoluzionario che nel 1848 proclamava che si
dovesse «contadinizzare tutto e sgozzare la nobiltà»). Ciò non gli impedisce di evidenziare i peccati
capitali che hanno contribuito a condurre la nazione alla rovina, in primis la sregolatezza e la
tracotanza dell’individualismo nobiliare nei confronti delle leggi scritte. L’esempio più eclatante ne è
appunto quell’«ultima scorreria giudiziaria in Lituania» che completa il titolo del poema e di cui
Mickiewicz esplica contenuto e significato nelle Spiegazioni in calce all’opera.
Per rappresentare la duplicità della situazione storico-sociale, Mickiewicz spesso propone coppie
di personaggi antitetici magistralmente individuati nel loro atteggiamento, espressione, psicologia.
Paladini per paronomasia del vecchio sistema sono i personaggi di Gerwazy (Gervaso) e Protazy
(Protaso). Il primo è il modello del vecchio armigero servitore fedele, stretto parente dei vecchi
servitori dei romanzi di Walter Scott. Dopo l’uccisione del suo signore da parte di Jacek (Giacinto)
Soplica, vive unicamente nell’attesa di vendicarsi dell’assassino, sta rintanato nelle rovine del castello
mantenendone in ordine le ultime suppellettili con al suo fianco lo spadone, «il Temperino», che
nell’atto antico del giuramento di vendetta aveva affondato nella ferita del cadavere del padrone: un
erede della schiera letteraria degli epici eroi tagliagole che accanto alla maestria nell’uso delle armi
rivelano istinti atavici nell’estasi dell’assassinio e nel piacere della distruzione. Infatti, nel frattempo,
di Soplica ne aveva già squartati un paio, e un altro lo aveva bruciato vivo. Sarà lui a stravolgere le
parole d’ordine patriottiche diffuse dal frate e a convogliare la rabbia dei nobili dei villaggi nell’odio
contro il giudice Soplica, trasformando la potenziale rivolta antirussa in un predatorio assalto ai beni
della famiglia nemica. All’opposto Protazy è il ligio servitore della giustizia, l’usciere di tribunale di
un’ormai inesistente amministrazione giudiziaria; si addormenta alla lettura dell’antico ruolo delle
udienze, alle quali partecipa con il compito di portare le citazioni ai nobili denunciati che spesso, ben
lontani dal concetto di intangibilità dell’ambasciatore, lo accolgono a sciabolate e sferzate. Ora
indosserà di nuovo e per l’ultima volta la gloriosa uniforme “da citazione” – brache da cavallo, giubba,
berretto a paraorecchie legate con lo spago – per proclamare in pubblico e a voce stentorea gli
articoli di legge che dichiarano valida o meno la presa di possesso dei beni dei Soplica da parte del
Conte, lontano epigono della casata Horeszko. Costui fa da contraltare alla figura di Tadeusz, è suo
rivale in amore e nella disputa artistico-patriottica sulla superiorità della natura italiana rispetto a
quella lituana, ed è anch’egli coinvolto nei progetti maritali di Telimena. Ricco, bello, viaggiatore
dalle ambizioni artistiche, con un acconcio pallore romantico, si abbiglia all’inglese, chiama jockey i
servitori a cavallo, filtra la realtà attraverso il prisma del romanzo cortese e di quello gotico di Ann
Radcliffe con i suoi briganti italiani (lui stesso li ha combattuti in Sicilia…), su di essi costruisce la
propria identità e biografia. Il suo comportamento istintivo non sostenuto da motivazioni logiche e i
suoi improvvisi mutamenti di umore, dall’esaltato al melancolico, lo rendono “strampalato” agli occhi
dell’ordinato mondo di Soplicowo e al tempo stesso manipolabile dal suo servitore Gerwazy, che lo
convince a reimpadronirsi in armi – novello Don Chisciotte che mal distingue verità e illusione – del
castello diroccato. Sono coppie contrastanti anche il giovane assassino Jacek Soplica e il maturo Jacek
Soplica alias fra’ Verme; lo sono l’Assessore e il Notaio, e anche i loro levrieri in perenne sfida. Così
accolse l’uscita di Messer Taddeo l’altro grande poeta romantico Zygmunt Krasiński: «Là dentro si
trova tutto: i vizi e le virtù della Polonia, la natura polacca, i nostri sentimenti più elevati e una
traboccante ridicolizzazione – le nostre rivoluzioni, i parlamentini locali, la vecchia nobiltà e le nuove
generazioni, giacobini e dottrinari – tutto, ma tutto, reso con una verità e una semplicità da far
paura»3.

3. Adam Mickiewcz e messer Taddeo dalla genesi alla pubblicazione

Per rintracciare il primo (falso) indizio della presenza di Messer Taddeo nell’intento creativo di
Mickiewicz, bisogna rifarsi alla figura di Henryk Rzewuski, già suo compagno di viaggio in Crimea nel
1825, che reincontrò a Roma nel 1830. Rzewuski era un maestro in quel particolare genere letterario
chiamato gawęda, nato come narrazione orale legata alla vita e alle tradizioni nobiliari, libero da
schemi compositivi e trame definite, ricco di episodi e digressioni, solitamente declamato durante i
convivi o al ritorno dalla caccia. Quelle narrazioni affascinarono Mickiewicz – Rzewuski stava
scrivendo appunto una gawęda poi pubblicata con il titolo Pamiątki Soplicy (Le memorie di Soplica)
anche su incitamento di Mickiewicz –, rendendogli più vicina l’atmosfera autentica del mondo della
piccola nobiltà di provincia di fine Settecento. Oltre vent’anni dopo l’uscita di Messer Taddeo,
Rzewuski ricorderà che il poeta gli aveva promesso che nella sua opera successiva gli avrebbe
mostrato la sua gratitudine conferendo al protagonista il cognome Soplica. E in effetti il cognome del
personaggio Tadeusz è questo, ma oggi possiamo parlare di una mistificazione di Rzewuski. Sappiamo
infatti che il primo titolo del poema doveva essere Żegota4 – pseudonimo dell’amico Ignacy Domeyko,
l’antico nome Żegota era considerato corrispondente etimologico di Ignacy –, poi sostituito da
Tadeusz Saplica. Era questo il nome reale di una famiglia conterranea di Mickiewicz ben presente
nella sua storia domestica: uno Jan Saplica aveva ammazzato di botte Bazyli, fratello del nonno
paterno del poeta, a sua volta usuraio e uomo dal sangue caldo. La famiglia Saplica di Messer Taddeo
diventerà Soplica – e Soplicowo la sua tenuta di campagna – quando alla fine di marzo del 1834
Mickiewicz leggerà il poema agli amici fidati nel corso dell’operazione definita «cerimonia degli
onomastici e dei battesimi», una sorta di correzione collettiva del testo in cui si attribuiva un nome
fittizio ai nomi reali di luoghi e persone, per non offendere nessuno.
Il primo accenno di Mickiewicz al proprio poema si trova nella corrispondenza con l’amico Antoni
Edward Odyniec: «Sto scrivendo [da settembre, N.d.C.] un poema nobiliare del genere di Arminio e
Dorotea, ho buttato giù rapidamente mille versi […]. Sento dentro di me lo spirito poetico, ma ho
avuto tali e tanti grattacapi per il motivo che tu sai, tanti di quei problemi con le bozze […] gli articoli
e i progetti, che non so proprio come io riesca a mettere insieme ogni tanto una dozzina di versi»5.
Mille versi, ovvero la stesura del libro I e di un frammento del II. O meglio del primo Canto, perché
l’autore mantenne questa dicitura fin quasi al completamento del poema. Per comprendere questi – e
non solo questi – “grattacapi” è necessario percorrere a ritroso i precedenti due anni di vita del
poeta, soffermandoci innanzitutto su tre righe di una memoria che Józef Bohdan Zaleski, amico di
Mickiewicz e poeta della scuola romantica ucraina, lasciò a Władysław, figlio del poeta: «Tuo padre
ha concepito Pan Tadeusz nelle campagne della regione di Poznań [agosto 1831-marzo 1832, N.d.C.];
laggiù ha ordito il primo progetto del poema e lo ha iniziato partendo dalla descrizione della tenuta
nobiliare polacca»6. Pur in mancanza di fonti certe, sicuramente molti quadri di costume presenti nel
poema rimandano al suo soggiorno nel palazzo di Śmiełów, adiacente al confine con il Regno di
Polonia che il poeta tentò vanamente di oltrepassare per unirsi ai combattenti dell’insurrezione in
atto. Tali quadri sono la caccia – a cui partecipava da spettatore – e le accese dispute dei cacciatori,
gli inseguimenti delle lepri con i cani levrieri, la particolare preparazione del caffè, i piatti e i riti
conviviali della tradizione nobiliare, la raccolta dei funghi, e dunque non è inverosimile l’ipotesi che
già allora esistesse un’idea di progetto, o almeno dello scenario in cui si sarebbero dovute svolgere le
vicende del poema. Ma com’era arrivato Mickiewicz nel Ducato di Posnania?
La notizia dello scoppio dell’insurrezione di Varsavia del 29-30 novembre 1830 lo colse a Roma, e
fu un trauma che si sovrappose a una preesistente condizione di instabilità psicofisica. Nella sua
corrispondenza romana il poeta appare come un trentenne che non ha risolto i problemi personali
tipici dell’età: una famiglia, una professione, un gruppo sociale affine, una responsabilità civile. Da un
lato l’impossibile storia d’amore con la giovane Henrietta Ewa Ankwicz, dall’altro una crisi spirituale
che lo avvicina ai sacramenti cattolici e all’idea di farsi sacerdote. Una tendenza crescente
all’isolamento, il caos nel lavoro intellettuale, difficoltà di pensiero e, dopo la notizia della rivolta, un
continuo manifestare il desiderio e il dovere di partire per la Polonia di contro alla sua immobilità,
che giustificava ingigantendo problemi oggettivi o costruendo fittizie difficoltà per difendere la
propria immagine. Questo stato depressivo lo accompagnò fino in Posnania; a insurrezione conclusa
(ottobre 1831) un generalizzato senso di colpa gli suggerì nuovamente di prendere i voti; qualche
anno dopo dirà a un amico, seppure con un tono che lascia adito a dubbi sulla serietà dell’intento: «In
Posnania mi era venuta voglia di suicidarmi, ma pensando ai problemi che avrei creato alla padrona
di casa ho desistito»7. Oltre a questo, tuttavia, era nata la storia d’amore con Konstancja Łubieńska
(appunto il “grattacapo” che lo disturberà nella stesura, lei assolutamente decisa a divorziare e a
sposare il poeta), il contatto con la natura e le consuetudini armoniose e ordinate della vita nobiliare
di campagna lo rilassavano, ricomparivano le sue improvvisazioni poetiche da tempo trascurate,
anche se il costante passaggio degli insorti in fuga che gli narravano le esperienze di battaglia
acuivano il senso di disagio per la mancata partecipazione alla rivolta.
È già stato detto come la stesura dei primi mille versi di Messer Taddeo fosse stata frenata da
un’intensa attività di partecipazione alla vita culturale e alle accanite dispute politiche in seno alle
cerchie degli immigrati, ma soprattutto dalla correzione delle bozze del quarto volume di Poezyje
(Poesie) e dalla stesura e pubblicazione di Księgi narodu polskiego i pielgrzymstwa polskiego (Il Libro
della nazione polacca e dei pellegrini polacchi), tutti impegni che gli ammazzavano «il piccolo
Tadeusz nella culla»8.
Il 12 gennaio 1833 Mickiewicz scriveva all’amico Stefan Garczyński: «Sto abbastanza bene, forse
un po’ troppo preso dalle cose dell’emigrazione che mi divorano il tempo e spesso mi guastano
l’umore. Scrivo lentamente il poema idillico; due canti lunghi sono quasi pronti»9. La copiatura della
minuta della traduzione del Giaurro (aveva un urgente bisogno di denaro) lo costrinse a sospendere il
poema. Non era solo Goethe a impegnarlo, lo assillava ancora la caparbia Konstancja: «Vedo che c’è
la voglia di intrappolarmi di nuovo»10. Nonostante il tempo dedicato alla sua nuova funzione di
direttore della rivista «Pielgrzym Polski» («Il Pellegrino Polacco»), l’8 aprile comunicava a Garczyński
che stava facendo ritorno al «Nobile» (sottolineato nel manoscritto): in quel momento poteva essere
dunque questo il titolo (Szlachcic, Il nobile) a cui pensava il poeta, e la trama era ambientata negli
anni dell’insegnamento nella scuola di Kowno e degli impetuosi amori giovanili (1820-1823). Il 21
aprile scriveva a Odyniec: «Ora sono ritornato al poema campestre, il mio bimbo più coccolato,
quando lo scrivo mi sembra di essere in Lituania»11. Il 6 maggio a Garczyński: «Ho finito il terzo
canto di Tadeusz. Vedrai che elucubrazione lunga e noiosa ne verrà fuori!»; il 23 a Odyniec: «Oggi
finisco il quarto canto. Quando lo scrivo vivo in Lituania, nei boschi, nelle taverne, con i nobili, con gli
ebrei ecc… Non fosse per il poema scapperei da Parigi»12. Ora il lavoro assumeva un ritmo
vertiginoso, 100-150 versi al giorno che leggeva al gruppo degli amici che ne confermavano la qualità
e motivavano ulteriormente il poeta. Di fine maggio è la lettera scritta a Julian Ursyn Niemcewicz,
poeta e romanziere, storico e uomo politico quasi ottantenne, con il quale Mickiewicz nel 1827 aveva
avviato una corrispondenza trasformatasi in amicizia: «Sto scrivendo un poema campestre in cui
cerco di conservare la memoria delle nostre usanze antiche e in qualche modo di tracciare un quadro
della nostra vita di campagna, le cacce, i giochi, le battaglie, le scorrerie ecc. La scena si svolge in
Lituania verso il 1812, quando vivevano ancora le antiche leggende e si vedevano ancora i residui
della vecchia vita dei campi. Sono arrivato a metà, però è vasto e il lavoro che resta da fare non è
poco»13. Con il quarto Canto muta la concezione del personaggio-chiave del poema, il francescano
fra’ Verme; d’ora in avanti nel poema campestre risuonerà una nota epica ed eroica – l’eco delle
battaglie napoleoniche e l’embrione della rivolta in Lituania in concomitanza con l’avvicinarsi
dell’esercito francese – e si svilupperanno elementi romanzeschi alla Walter Scott, e questo porterà a
vari mutamenti nei Canti già composti. Il 3 luglio Mickiewcz firma il contratto per la pubblicazione
dell’opera, che figura con il semplice titolo Tadeusz.
Dal 9 luglio 1833 Mickiewicz è in Svizzera per occuparsi di Garczyński, malato terminale, e ha con
sé il manoscritto del quarto Canto. Il 2 agosto scrive a Ignacy Domeyko: «Il mio lavoro è del tutto
interrotto. Capirai facilmente che al rumore della tosse e di fronte alla continua sofferenza di Stefan è
impossibile pensare di scrivere, e anche di leggere»14; riuscirà faticosamente a ricopiarlo. Dopo la
morte dell’amico, in ottobre torna a Parigi in uno stato di profonda depressione a cui segue, come
spesso accaduto nella sua vita, la fase maniacale segnata da una vulcanica attività creativa: «Ho
concluso il quinto Canto di Tadeusz, ne rimangono tre. È inutile che ti mandi dei frammenti, non
capiresti nulla, come se tu leggessi alcune pagine di Walter Scott (scusa l’immodesto paragone), e
l’opera completa è troppo vasta»15, scrive in novembre a Odyniec: a questo punto dunque il progetto
prevedeva otto Canti.
Cos’era successo in Svizzera per provocare il cambiamento sia delle dimensioni sia della fabula del
poema, pur non avendo il poeta scritto nulla? Lì doveva aver giocato un ruolo determinante il
rapporto personale fra i due poeti, in primo luogo la rievocazione del trauma subito a Roma nel
dicembre 1830, quando l’amico, pur malato, partiva per combattere, mentre Mickiewicz non riusciva
a prendere una decisione. Il sacrificio compiuto per il morente Garczyński senza risparmio di forze e
a rischio della propria salute assumeva il valore simbolico del riscatto della colpa, il dolore per
l’azione mancata si trasformò in una tenace attività assistenziale di tre mesi spinta fino al sacrificio
estremo: «E questo sacrificio gli portò anche una consolazione reale: l’esperienza emozionale legata
al senso della perdita si tramutò in luttuosa riflessione e tristezza, che col tempo gli permise non solo
di tornare alla salute ma anche a un intenso lavoro creativo […]. Si può creare un mondo che abbia la
forza di rendere la salute solo quando nella logica dell’utopia terrena dell’ordine (libri I-IV) viene
inscritto il riscatto delle colpe antiche attraverso la sofferenza e anche la morte»16.
A fine novembre Mickiewicz concluse il sesto Canto, e tali furono i progressi che nei tre mesi
successivi i libri diventarono dodici. Come l’Eneide. «Mi sto sempre più convincendo che abbiamo
troppo vissuto e lavorato soltanto per il mondo, per vuoti elogi e spiccioli scopi. Credo che non userò
più la penna per scrivere sciocchezze. Un’opera vale qualcosa solo se grazie ad essa l’uomo migliora
o impara cose sagge. Forse avrei trascurato anche Pan Tadeusz, ma ormai era quasi finito. E dunque
l’ho concluso ieri! Dodici canti enormi! Molte mediocrità, ma anche molte cose buone […]. Le migliori
sono i quadretti dal vero del nostro paese e delle nostre consuetudini domestiche»17, scriveva il 14
febbraio 1834 a Odyniec. Un mese dopo, a casa di Niemcewicz, il poeta leggeva l’opera conclusa alla
crema degli emigrati di Parigi: il principe Adam Czartoryski, che un grandissimo ruolo ebbe nella sua
vita (si veda L’autore e l’opera), il generale Karol Kniaziewicz, conosciuto a Dresda nel 1829, il
generale e senatore Ludwik Michał Pac (entrambi personaggi dell’ultima parte del poema),
Władysław Zamoyski, all’epoca colonnello e futuro avversario politico di Mickiewicz durante la loro
missione del 1855 sul Bosforo. Alle critiche di chi rilevava che avesse usato una tonalità “poco
elevata”, il poeta rispondeva che l’avrebbe innalzata nel seguito del poema che intendeva scrivere o
che presumibilmente stava scrivendo, se corrisponde al vero la dichiarazione di un testimone a cui
nel 1852 il poeta avrebbe detto di aver condotto Tadeusz attraverso la rivoluzione del 1831, ma di
non essere soddisfatto di ciò che aveva scritto. Le bozze corrette sotto la stretta ma annoiata
sorveglianza dall’autore furono consegnate alla tipografia Pinard il 17 giugno 1834, e il 20 pubblicate
in due volumetti, in tremila copie, dall’editore Jełowicki.

4. Perché proprio Tadeusz?

Perché Mickiewicz nobilitò un giovanotto piuttosto incolore al punto da collocarlo nel titolo come
indiscusso protagonista? Dal fondatore del Romanticismo polacco ci si sarebbe aspettato un
protagonista “diverso”, un trasgressivo melancolico, un emotivo in perpetua crisi esistenziale.
Tadeusz non mostra patologie particolari (l’idea del suicidio causato dalle complicate questioni
amorose che una volta gli si affaccia alla mente ha piuttosto un che di melodrammatico), non si
distingue negli studi ma eccelle nell’uso del fucile; è ingenuo e confusionario, e nemmeno troppo
passionale nel rapporto con le due donne del poema; è lineare nel considerare il matrimonio il logico
punto d’arrivo dell’amore; accetta di buon grado che il suo futuro, anche quello sentimentale, venga
eterodiretto dallo zio tutore e dalle volontà di un padre che non ha mai visto. Insomma è un ragazzo
affidabile, un personaggio da romanzo realista che fa da contraltare alla figura tragico-romantica di
fra’ Verme. La figura di un giovane alieno da velleità di rivolta, attivo nel realizzare la vita tramite il
lavoro e il sacrificio per la propria comunità, fiducioso nell’aiuto della Provvidenza, un eroe della
quotidianità sebbene cresciuto nell’aura delle gesta patriottiche del passato18, costituiva l’esito
letterario del progetto elaborato da Mickiewicz nelle sue ricerche intellettuali e spirituali del periodo
successivo alla disfatta insurrezionale. Con Messer Taddeo e con il coevo Libro della nazione e dei
pellegrini polacchi Mickiewicz, dall’alto di un’ormai acquisita elevatissima autorità morale, tentava di
soddisfare le necessità di un’emigrazione sbandata e conflittuale indicando regole e scopi di una
nuova filosofia esistenziale. Nell’ultimo libro del poema ritroviamo un Tadeusz sottufficiale
dell’esercito napoleonico ferito in battaglia, ma l’autore gli delinea una vita da moderno proprietario
terriero nel momento in cui il giovane cede ai suoi contadini gli appezzamenti di terreno appena
ereditati. Con tale gesto, storicamente Tadeusz si colloca nella sparutissima fascia dei nobili terrieri
filantropi che, grazie a un decreto dello zar Alessandro I, potevano stipulare un contratto di
liberazione con i propri contadini. Ideologicamente tuttavia tale evento rientra nella visione
mickiewicziana del nuovo “pellegrino polacco” espressa nell’evangelico Libro della nazione e dei
pellegrini, dove aveva scritto: «Pellegrino polacco, […] quando tornerai in patria dirai: I poveri e i
miseri sono i miei coeredi»; e soprattutto: «Preparandosi all’avvenire bisogna volgere il pensiero al
passato, ma solo come l’uomo che si prepara a saltare un fosso e si ritrae indietro per prender meglio
lo slancio»19. Tadeusz viene scelto come protagonista marginale – nel senso che vive al bordo della
trama fondamentale del poema, quella patriottica – proprio perché si trova nella fase iniziatica del
salto del “fosso”. È lui che rappresenta, ancora in modo incerto, il passaggio generazionale da un
sistema basato sui privilegi feudali di una classe nobiliare nei secoli immarcescibile e ora agonizzante
a un ordine fondato sul lavoro come strumento necessario per riacquistare la patria perduta:
«Lavorando per vivere dimenticate che dobbiamo tornare in patria e non torneremo che con una nave
e per mare. Dunque ognuno di voi costruisca, faccia muri e scriva; ma nello stesso tempo comperi
un’ascia e impari a nuotare»20.

5. L’alter ego fra’ Verme

Se i primi quattro Canti di splendida poesia nostalgica e consolatoria dipingevano una visione
armoniosa del paese dell’infanzia con il suo ordinato e secolare andamento domestico e sociale, con
l’ingresso del vero spiritus movens della trama del poema, l’ambiguo questuante fra’ Verme che
celava sotto il saio funzioni tutt’altro che canoniche, il progetto dell’idillio veniva messo sottosopra. È
lui che nella quiete del villaggio introduce la visione della morte, assieme a lui compaiono i concetti
morali di colpa, espiazione, riscatto in quanto componenti dell’etica patriottica. Verosimilmente nel
progetto iniziale il frate avrebbe dovuto dirigere la vita del figlio in modo tale da condurlo al
matrimonio con la discendente della famiglia rivale, porre fine all’odio familiare e riscattare con la
morte il delitto commesso in gioventù, tutti elementi ancora presenti nella versione definitiva. Ma ora
il livello privato della storia familiare fra le due casate in conflitto si trasforma nell’idea superiore
della ricerca della concordia nazionale di cui il frate diviene il tragico strumento. Ora fra’ Verme,
dopo una vita trascorsa fra sofferenze e persecuzioni storicamente improbabili ma necessarie a
creare un exemplum morale martirologico, deve espiare il delitto anche politicamente tramite il
fallimento della sua missione insurrezionale. E assieme a lui espiava Mickiewicz. Il maggiore studioso
novecentesco di Messer Taddeo definiva fra’ Verme «eroe totalmente mickiewicziano», addirittura
«sosia del poeta»21. Ma l’elemento che forse maggiormente unisce autore e personaggio è la
consonanza dell’evoluzione di due ego ipertrofici impegnati a risolvere il conflitto intrapsichico fra
superbia (amor proprio, orgoglio) e umiltà. Per umiltà e autoflagellazione il frate sceglie il nomignolo
di Verme e dedica la vita alla lotta patriottica morendo per mano dei nemici storici, in un’aura di
santità. Mickiewicz, riconosciuta guida spirituale della comunità polacca, ancora durante la stesura
del poema scriveva agli amici: «Non chiamatemi maestro, per favore; è un titolo terribile che mi
grava sulle spalle. Il vostro cuore ha bisogno di amare e cerca la perfezione, perciò rivestite di
perfezione il vostro prossimo indorandolo e ornandolo di raggi […] serbate l’oro e lo splendore per
Dio e la Chiesa, e per il prossimo abbiate solo e sempre l’abito della misericordia per coprire la loro
nudità; cucitelo anche per me, non pretendo nulla di più»22.
La drammatica morte di fra’ Verme – che è anche la sconfitta di una tipologia di etica patriottica –
e la sua postuma riabilitazione sociale e santificazione laica sono necessarie per ricomporre il poema
in un lieto fine nel nome della concordia universale, del superamento delle differenze per il bene della
patria, del ritrovamento della propria identità nazionale; e sono necessarie affinché il poeta possa
enunciare un nuovo modello esistenziale, l’individuo silenzioso e concreto, semplice ma combattivo,
istintivo ma razionale, appunto il protagonista “nascosto” Tadeusz.
6. Le donne e l’ebreo

Oltre trent’anni dopo la pubblicazione di Messer Taddeo Cyprian Norwid, il poeta più moderno e
meno compreso della letteratura polacca dell’Ottocento, esprimeva i propri sarcastici dubbi sulla
definizione di “epopea nazionale” con cui a quel tempo l’opera di Mickiewicz veniva etichettata. «Pan
Tadeusz è soltanto satira geniale. Pan Tadeusz: l’amato e celebre poema nazionale polacco nel quale
l’unica figura seria chi è?… Un ebreo (Jankiel). Tutti gli altri sono attaccabrighe, buontemponi,
chiacchieroni, scrocconi che mangiano, bevono, vanno a funghi e aspettano che arrivino i francesi a
fargli la patria… In questa arci-opera, due donne nazionali: una maîtresse moscovita e una collegiale,
adolescente dal profilo indefinito. Sfondi magistrali, paesaggi superiori a quelli di Ruisdael. Questo è
Pan Tadeusz! Il poema di un paesaggista e di un satirico»23.
In effetti nella folla di personaggi del poema la presenza maschile è dominante: si sa che il poeta
era interessato soprattutto alla personalità maschile, così com’è noto il suo complesso rapporto con le
donne nonostante la meritata fama di tombeur de femmes24. Le donne “parlanti” di Messer Taddeo –
quelle “mute” fanno parte del contorno necessario al realismo delle scene, come le figlie del
Ciambellano, che al massimo si esprimono con l’espressione del volto o attraverso le parole del padre,
la figlia del Tribuno le cui attività paiono consistere solo nella lettura delle carte e nell’essiccazione di
erbe medicinali, o le addette all’economia domestica, o le fantesche addette alla toilette delle
nobildonne – sono solo due, e anch’esse compongono una coppia di opposti. La stessa Zofia (Sofia),
adolescente prossima alla maggiore età (14 anni), compare nel poema in una prospettiva subordinata
allo sguardo maschile, quello dei due giovani protagonisti che, in momenti diversi della trama, la
spiano mentre è intenta ai lavori nell’orto. A Tadeusz appare come una sorta di donna-angelo, un
insieme di pudica carnalità e luminosità solare che cela i tratti del viso, una levità di corsa pari al
frullare degli uccelli. Il Conte, nella sua esaltazione letteraria, individua in lei l’eroina di un dolente
romanzo, vittima di un incantesimo che la tiene prigioniera nell’orto… per essere immediatamente
riportato in terra dalla campagnola concretezza della giovane. Sofia è l’unico personaggio “perfetto”
in un mondo di figure “imperfette”, non sbaglia mai, non è mai aggressiva a differenza di quasi tutti i
personaggi, per suo tramite verrà posta fine alle ostilità fra le due famiglie, insomma la moglie ideale
per Tadeusz, amorosa, sostenitrice delle idee del marito: «Sono una donna, non sta a me comandare»
(libro XII, v. 513). L’introduzione di Telimena – maggiore vittima del talento parodistico di Mickiewicz
– funge da contrappeso alla purezza di Sofia, di cui è tutrice sin dall’infanzia: donna di matura
bellezza frequentatrice di altolocati salotti pietroburghesi, ammiratrice dell’ordine zarista e della
moda francese, sapiente adescatrice a caccia di un marito, meglio se di giovane età e robusta
costituzione. E Mickiewicz – prima che Tadeusz si innamorasse di Sofia – ritenne opportuno
accrescerne le esperienze erotiche facendolo cadere, a sua insaputa, nella rete dell’ammaliatrice25.
Di fronte all’ingombrante figura paterna di fra’ Verme, spicca tra i personaggi l’assenza di una
figura di madre. Essa compare per similitudine nella sua funzione protettrice (bambini come pulcini
spauriti sotto l’ala materna) o accuditrice (le foglie di papavero sparse sotto il capo del bimbo per
farlo addormentare); oppure nella forma del perverso desiderio materno di Telimena, che mentre
architetta il modo per accaparrarsi le grazie erotiche di Tadeusz progetta di organizzare il
matrimonio fra il Conte e Sofia, con i quali lei abiterà fungendo da “madre” della coppia. Vi sono solo
pochi accenni alla morte delle madri di Tadeusz e Sofia, ma una madre c’è, concreta e reale nella
memoria del poeta: la sua. Collocata nell’invocazione di apertura del poema, è lei che, nell’affidare
alla Madonna il figlio in pericolo di vita, funge da medium per l’ottenimento della miracolosa
guarigione. Lo stesso miracolo che il sofferente Mickiewicz dell’epoca, in preda alla depressione e ai
sensi di colpa e di sconfitta, chiede alla Madonna Regina di Polonia nella stessa invocazione: il ritorno
nella patria perduta, che si appresta terapeuticamente a descrivere «in tutto il suo incanto» per
ridare vita a un mitizzato paese dell’infanzia e tramite esso ritornare a uno stato di equilibrio
interiore26.
Un discorso a parte va fatto su quell’unica «figura seria», il locandiere e vice rabbino Jankiel. Da
una parte della critica polacca è stato trattato come un personaggio di secondo piano, si è
traccheggiato nella ricerca del prototipo reale fra gli ebrei conosciuti da Mickiewicz, si è considerato
il suo patriottismo come l’eccezione alla regola dell’ebreo delatore dei russi. Eppure Jankiel è il
personaggio di cui il narratore-Mickiewicz parla più a lungo e che descrive con dovizia di dettagli: è
un ottimo taverniere, ordinato nella gestione, onesto nei conti, non vende alcolici contraffatti, non
sopporta l’ubriachezza, parla un polacco corretto (tutti attributi opposti agli stereotipi vigenti). Si è
guadagnato la vita non con la locanda ma con il suo talento di musicista, è consulente commerciale,
arbitro riconosciuto e di grande intuito politico nelle diatribe fra i nobili rissosi, profondamente
psicologico nella sua retorica persuasoria. È lui che porta in Lituania dai suoi viaggi i canti popolari
degli altri territori polacchi, svolge una funzione essenziale nella sua attività cospirativa, nel
grandioso concerto finale interpreta i fatti storici più salienti dell’ultimo periodo della storia polacca,
accoglie i comandanti delle truppe polacche dell’Armata francese come fossero il Messia. È la prima
volta che un ebreo compare nella letteratura polacca non come esemplificazione della problematica
ebraico-polacca ma come protagonista a pieno titolo e pari diritto nel mondo rappresentato, e per
giunta è una figura simpatica e positiva. Un personaggio che apparve “stonato” ai lettori polacchi
dell’epoca, feriti nel loro senso di superiorità, e anche a certa critica nazional-patriottica27. Ma per
l’autore si trattava di una figura centrale in quanto costituiva il segnale delle sue future tesi
messianiche, poi espresse nelle lezioni di Parigi, sull’indissolubile comunanza del destino di polacchi
ed ebrei e sul parallelismo delle loro sorti: il ritorno alla Terra promessa e la riconquista della
Repubblica. Una visione utopistica ben lontana dall’immaginario nazionale dei contemporanei28.
Per Mickiewicz la nazione era la comunità più importante in quanto comunità etica e mistica. «La
missione di “Cristo delle nazioni” indicava chiaramente che non tutti i polacchi erano degni di
appartenere alla nazione, ma al contempo ognuno poteva diventare polacco […] Jankiel è il modello
esemplare di chi è consapevole di appartenere a quella nazione»29. E forse Mickiewicz, come è stato
acutamente osservato30, tramite questo personaggio suggerisce ai suoi fruitori più acculturati l’idea,
politicamente analoga a quella di Tadeusz che concede la liberazione ai contadini, di creare le
condizioni atte a far sì che gli ebrei possano essere messi in grado di imitare l’atteggiamento di
Jankiel, ovvero siano loro concessi i diritti civili.

7. «Gli sfondi magistrali»

Ritorniamo al giudizio più positivo di Norwid sul valore di Messer Taddeo, l’elemento pittorico
della natura, gli «sfondi magistrali, paesaggi superiori a quelli di Ruisdael». In realtà le descrizioni
della natura, che occupano una parte consistente del poema, hanno un peso e un ruolo ben più
importante della funzione di vividissimo scenario, di intervallo lirico alla trama o di cornice, con le
albe e i tramonti, alle vicende della giornata. La natura costituisce piuttosto un coro, un commento,
un’imitazione, il pendant antropomorfico e animista delle azioni, degli stati d’animo, delle passioni dei
personaggi. Il bosco lituano è pervaso da un’animazione amorosa mentre il Conte si dilunga sulle
bellezze naturali dell’Italia: il viburno abbraccia stretto il biancospino, il rovo sfiora il lampone con le
labbra nere, gli alberi congiungono le foglie con i cespugli, tutti danzanti intorno ai novelli sposi
carpine e betulla, ma sempre sotto l’occhio vigile dei saggi anziani, il faggio, il pioppo, il rovere
ingobbito da cinque secoli che «si sostiene ai cadaveri di già pietrificati / degli avi, come a cippi di
sepolcri spezzati» (libro III, vv. 566-567). Persino l’orticello della giovane Sofia, adocchiata dal Conte,
è percorso da un afflato erotico: «La fava snella immerge le valve nella treccia / verde della carota
facendo mille occhi / dolci; il granturco alza il pennacchio dorato» (libro II, vv. 407-409). Nell’ora del
tramonto, all’attesa muta e tetra dei personaggi presaghi dell’imminente catastrofe (libro VIII) danno
voce il cielo e la terra con il loro dialogo segreto, «traducendo i loro sentimenti / in sospiri attutiti, in
mormorii, sussurri / e parole non dette fino in fondo» (vv. 16-18); così come la conversazione dei due
stagni situati l’uno di fronte all’altro, uno chiaro, ora lamentoso ora stentoreo, l’altro torbido, ora
passionale e ora sospiroso. Alla fine del massacro fra polacchi e russi (libro X), i salici e i pioppi, che
prima si battevano la fronte agitando le braccia come prefiche sulla tomba, ora sembrano morti, il
volto muto e funereo, mentre il turbine trivella il suolo con la testa e con i piedi getta la sabbia in
faccia alle stelle. Vi sono poi forme di “iperflora” che aprono inaspettati spazi semantici, alberi
testimoni di antiche gesta leggendarie, o il grembo della selva inaccessibile all’uomo, un regno
animale che conserva ancora specie estinte, un po’ arca di Noè, un po’ paradiso dell’Eden, un po’
ossario comune, una fiaba popolare bielorussa trasformata in arguta imitazione delle teorie del
Discorso sull’ineguaglianza di Jean-Jacques Rousseau. La descrizione lirica della natura organizza un
territorio di riflessione filosofica, antropomorfismi e metamorfosi auspicano il ritorno di tempi in cui
uomo e natura convivano solidali in un legame che crei il sentimento di una rigenerazione esistenziale
e spirituale, che è poi il senso profondo delle pagine del poema.
Negli ultimi due libri, fra pietanze arcaiche, lussureggianti trionfi da tavola e concerti magistrali,
assistiamo all’apoteosi dell’armonia nella ritrovata riconciliazione dei dissidi in un rassemblement
socio-patriottico, alla fusione gioiosa del vecchio mondo con il nuovo e dei ceti fra di loro, ebrei e
contadini compresi, all’euforia dell’illusoria imminente liberazione della patria. Ma non sfuggono
all’attenzione gli ultimi due versi del poema: «Lì c’ero anch’io, bevevo idromele e vino, / e ciò che ho
visto e udito l’ho messo in questo libro». Il primo verso costituiva la tradizionale formula di lieto fine,
di trionfo del bene sul male, che concludeva le fiabe russe, formula successivamente adottata anche
dal romanziere Józef Ignacy Kraszewski in vari testi, compresa la popolarissima Stara baśń (Una
vecchia fiaba), dedicata alla storia favolosa della Polonia delle origini. Affinché l’amore e la speranza
possano trionfare, Mickiewicz, testimone delle disfatte successive all’epoca in cui ambientò Messer
Taddeo, deve ricorrere alla favola. Senza dimenticare che nell’ambito della cultura romantica ispirata
al folclore la fiaba, più che rispondere all’immaginario di un’infanzia serena e idilliaca, si avvicinava
al mito e alle sue verità universali, diventando quindi anch’essa una rivelazione.
L’Epilogo avrebbe dovuto riportare il lettore nella crudezza della contemporaneità.

8. L’epilogo

La sua storia è singolare. Mickiewicz lo compose parallelamente alla parte finale del poema, fra
marzo e luglio del 1834. Il manoscritto era un testo evidentemente incompiuto, di decifrazione
complessa – il poeta non lo copiò mai in bella e sappiamo quanto la sua grafia fosse di difficile
decriptazione –, ricco di annotazioni ai margini e privo di titolo. Solo da una sua lettera del luglio
1835 veniamo a sapere che non aveva potuto pubblicare l’Epilogo (così lo chiama per la prima e
ultima volta) assieme al poema a causa della fretta dell’editore e dei preparativi matrimoniali che gli
avevano impedito di correggerlo. Tuttavia non lo troviamo nemmeno nelle successive edizioni del
1838 e del 1844; compare solamente nel 1860 come introduzione al poema, e tale rimarrà fino
all’edizione del 1925. Nessuno ebbe occasione di leggerlo, nemmeno i soliti amici: forse temeva di
arroventare il clima teso nella cerchia degli immigrati, mentre non è credibile la tesi che l’autore non
riuscisse più a trovare il manoscritto. Non è questo il luogo per seguire le varie illazioni degli studiosi
sulle cause dell’evidente riluttanza dell’autore, ci limiteremo a citare la mo-tivazione di carattere
estetico dell’eminente critico Z. Stefanowska: «Il motivo fondamentale della sua omissione risiede
nell’impossibilità di integrare quel brano con il poema, nell’impossibilità di trasgredire le regole
imposte dalla poetica immanente che non consentivano di riunire sotto lo stesso titolo testi tanto
diversi e contraddittori». Messer Taddeo veniva considerata un’opera non del tutto seria, composta di
rime “lievi”, per questo il poeta provava una forte resistenza nel portare a termine e nel pubblicare
un frammento così schiettamente individuale e drammatico: «Di fronte a versi che, con la loro
ostentata disperazione, oltrepassavano il limite di sincerità consentita, il problema era insolubile»31.

*
**

Nei circoli dei compatrioti immigrati il poema fu accolto con delusione, da Mickiewicz ci si
aspettava un’epopea sui recenti fatti insurrezionali; anche come operazione commerciale fu un mezzo
fallimento. Nessuno vide mai la promessa prosecuzione di Messer Taddeo, ed è lecito pensare che il
poeta non avesse la voglia, e forse nemmeno l’abilità, di descrivere una rivolta armata a cui non aveva
partecipato.
Per centottanta anni studiosi competenti ed eruditi hanno analizzato il poema in ogni suo aspetto e
sfumatura. Alla ricerca di una definizione univoca di genere, si sono indagati i substrati a cui
Mickiewicz attinse nella preparazione di Messer Taddeo, e dunque l’epica omerica, un po’ meno
quella tassiana e virgiliana, la voltairiana dell’Henriade; si sono evidenziati gli elementi che si
intrecciano nel tessuto narrativo, elementi idillici, descrittivi, eroici ed eroicomici, romanzeschi,
scottiani, byroniani, parodistici, fiabeschi, folkloristici; si sono analizzati loci communes, simboli e
stili. Lo si è interpretato in chiave poetica, filologica, storico-sociologica, didattica, comparatistica,
ermetica, esistenziale, psicologica, translatologica, e ovviamente, in primis, etico-patriottica.
Tralasciando la discussione, che non pare conclusa, sull’appropriatezza della definizione
popolarmente accolta di “epopea nazionale” (che pur non esistendo come genere letterario –
nemmeno lo stesso Mickiewicz disse mai di voler scrivere o di aver mai composto un “epos nazionale”
– ha una pregnante portata patriottico-sentimentale)32, sembra più opportuno riportare l’attenzione
sul poeta nell’atto di plasmare quella che sarebbe diventata l’opera più originale e mitopoietica della
letteratura polacca. Un atto di estrema e matura libertà artistica che gli consente di padroneggiare e
giocare con le tradizioni e convenzioni letterarie esistenti, fondendole in una magistrale eufonia.
Scherzosamente se ne distanzia e poi si riavvicina, così come fa con i personaggi, di cui costruisce
scrupolosamente le caratteristiche per poi conferire loro al momento opportuno un elemento comico
o ironico: pur nella sua tragicità, nemmeno fra’ Verme sfugge a questa regola, come si vede nella
provocatoria sceneggiata in cui assume le sembianze del tutt’altro che ascetico frate Tuck
dell’Ivanhoe di Scott, e che scatenerà la battaglia contro i russi. Il poeta fa il verso a Ovidio
trasformando in stregoni mutanti i condottieri della guerra russo-francese, si delizia delle descrizioni
culinarie e dei panegirici gastronomici, utilizza con arguzia il gergo burocratico, giuridico, venatorio.
La vis comica che percorre il poema è il manifesto della sua straordinaria gioia di creare, della felicità
di essere finalmente se stesso, ovvero un maestro della poesia libero di dare la stura alla sua ultima
esplosione creativa attraverso la quale transitare da uno stato di disfatta generale e alienazione
individuale a una visione catartica di vittoria spirituale magistralmente artefatta. «La cosa
interessante dei polacchi è che, anche quando sono sconfitti, sono vincitori, perché la maledizione
divina – e per questo sono credenti – la trasferiscono sul vincitore, su chi gli ha causato la sconfitta.
Ovvero Dio si deve vendicare su di lui per il fatto che tutte le battaglie e le guerre loro le hanno
perse. Per questo Chopin è così bello. Bello è una cattiva definizione, è una valle di lacrime.
Chopin»33.
SILVANO DE FANTI

1 Così scriveva il poeta a tale proposito: «E una grande nazione, la Lituania, si unì alla Polonia, come il marito con la moglie, due
anime in un sol corpo. E non vi fu mai prima una simile unione di nazioni, ma in avvenire se ne vedranno. Poiché l’unione e lo sposalizio
della Lituania con la Polonia è l’immagine della futura unione di tutti i popoli cristiani, in nome della fede e della libertà». A.
Mickiewicz, Il Libro della nazione e dei pellegrini polacchi, in M. Bersano Begey (a cura di), Gli Slavi, Torino, Unione Tipografico-
Editrice Torinese, 1947, p. 42.
2 Va detto per contraltare che nello stesso periodo Mickiewicz andava componendo Zdania i uwagi (Massime e considerazioni),
aforismi in versi rimati tratti da scrittori mistici che tuttavia ne comprendevano almeno uno ben più “terreno”: «Le falci lavorano
d’estate, il correggiato nel tempo dell’autunno, / e d’inverno i fattori afferrano l’ascia. / Kościuszko ha iniziato a falciare, adesso è tempo
di trebbiare, / e alla fine tu afferra l’ascia contro i russi».
3 Lettera del 17 settembre 1834 al padre, in J. Kallenbach, Adam Mickiewicz, t. II, Lwów, Ossolineum, 1926, pp. 209-210. Più volte lo
stesso Krasiński sottolineò la parentela del poema con l’Odissea, seppure intrisa di donchisciottismo, cogliendo lo spirito e l’atmosfera
comuni negli elementi della peregrinazione e della nostalgia della patria e della casa, l’Itaca-Lituania, oltre che nei banchetti e nelle
esibizioni di prestanza fisica (in Messer Taddeo i riti della caccia).
4 Stanisław Pigoń ritiene che questo nome vada riferito al personaggio del francescano fra’ Verme che dunque, secondo lo studioso,
sarebbe inizialmente stato concepito come vero protagonista del poema. Cfr. S. Pigoń, Introduzione a A. Mickiewicz, Pan Tadeusz,
ottava ed., Wrocław-Warszawa-Kraków-Gdańsk, Ossolineum, 1980, p. LVII.
5 Lettera dell’8 dicembre 1832, in A. Mickiewicz, Dzieła, t. XV, Listy cz. II, Warszawa, Czytelnik, 1955, p. 50.
6 B. Zakrzewski, “Natus est” Pan Tadeusz, Wrocław, WUW, 2001, p. 125.
7 Z. Sudolski, Mickiewicz. Opowieść biograficzna, Warszawa, Ancher, 1997, p. 322.
8 Zakrzewski, “Natus est” Pan Tadeusz, cit., p. 126.
9 Mickiewicz, Dzieła, cit., p. 55.
10 Ibid., p. 59.
11 Ibid., p. 68.
12 Ibid., p. 77.
13 Ibid., pp. 78-79.
14 Ibid., p. 91.
15 Ibid., pp. 103-104.
16 B. Całek, Jak napisać arcydzieło? Pan Tadeusz w świetle psychologii procesu twórczego, in A. Fabianowski, E. Hoffmann-
Piotrowska (a cura di), Pan Tadeusz. Poemat. Postacie. Recepcja, Warszawa, WUW, 2016, pp. 249-250.
17 Mickiewicz, Dzieła, cit., p. 118.
18 Il padre gli aveva dato il nome Tadeusz in onore di Kościuszko, che nel 1794, dopo la seconda spartizione della Polonia, fu
comandante in capo delle forze insurrezionali e proclamò la parziale abolizione della servitù della gleba.
19 Mickiewicz, Il Libro della nazione e dei pellegrini polacchi, cit., pp. 50, 61.
20 Ibid., p. 62.
21 Pigoń, Introduzione, cit., p. XLIII. Ne metteva in rilievo anche le affinità biografiche comuni: i loro padri muoiono poco prima
dell’ingresso delle truppe francesi nel 1812; entrambi vengono respinti da padri che rifiutano loro la mano della figlia, che in ambo i
casi si chiama Ewa; fra’ Verme prende gli ordini francescani e poi combatte per la patria, Mickiewicz pensa per due volte di diventare
sacerdote, combatte – con la parola e la penna – per indirizzare politicamente gli emigrati polacchi di Parigi, e in futuro fonderà o farà
parte di confraternite religiose, organizzerà una legione militare in Italia, cercherà di farlo anche in Turchia.
22 Lettera del 16 dicembre 1833 a H. Kajsiewicz e L. Rettel, in Mickiewicz, Dzieła, cit., pp. 110-111. Si tratta invero di un
atteggiamento remissivo condizionato dal contingente stato psico-fisico del poeta, oltre che dalla costante lettura del De imitatione
Christi e delle Confessioni di sant’Agostino. La sua “superbia” – oggi diremmo disturbo narcisistico di personalità – ritornerà con
rinnovata forza in varie situazioni future, specie nell’esaltazione spirituale della sua adesione al Circolo della Causa di Dio, la “terza
chiesa” del mistico Andrzej Towiański.
23 C. Norwid, Pisma wszystkie, a cura di J.W. Gomulicki, vol. 9, Listy 1862-1872, Warszawa, PIW, 1971, p. 272.
24 A tale riguardo possono destare curiosità le parole di Mickiewicz presenti nella lettera inviata in Italia all’amica Margaret Fuller
fra marzo e aprile del 1847: «Ti colpiscono le belle forme delle donne del sud. A Roma e nei dintorni di Roma vedrai i modelli di questa
bellezza. E in Italia anche gli uomini sono belli! Ma che miseria interiore! Che infantilismo! Da giovane sono stato in Italia, e ci sono
rimasto a lungo. Nessuna donna mi ha fatto effetto. Preferivo i dipinti. Sta per arrivare il tempo in cui la bellezza interiore, la spirituale
vita interiore diventerà la prima ed essenziale qualità della donna. Senza questa qualità la donna non susciterà nessuna attrazione
fisica». Mickiewicz, Dzieła, cit., t. XVI, pp. 122-123.
25 Gille-Maisani, autore di uno studio psicoanalitico e caratterologico su Mickiewicz, ritiene che questo “passaggio” sentimentale di
Taddeo dalla tutrice-madre Telimena alla figlia Sofia preannunci l’imminente matrimonio dello scrittore con Celina Szymanowska, figlia
della compositrice Maria, la cui casa il poeta aveva molto frequentato e che considerava un focolare domestico. Aggiunge altresì che il
momento in cui Taddeo si rende conto dello scambio di persona e scorge i segni del decadimento sul viso di Telimena riflette
simbolicamente il punto di svolta nell’evoluzione dell’immaturità sentimentale del poeta, «il momento in cui lo smisurato legame con la
madre perde la sua forza». J.-C. Gille-Maisani, Mickiewicz człowiek, Warszawa, PIW, 1987, p. 264.
26 Per rimanere nel solco dell’enunciazione di Gille-Maisani, nell’invocazione si realizza l’immagine di una figura materna comune che
è al contempo Patria, Madre di Dio e Natura.
27 Ne subì l’influsso, forse sulla scia degli studi decisamente ideologici di Pigoń, anche la versione italiana in prosa di Messer Taddeo
edita nel 1955. Nella rassegna dei personaggi citati nell’introduzione di Cristina Agosti Garosci il nome di Jankiel è del tutto assente.
28 A proposito della visione utopistica espressa nel poema, vale la pena segnalare il giudizio pronunciato da Czesław Miłosz:
«Nonostante le apparenze e nonostante gli intenti del suo autore, Il signor Taddeo è un poema profondamente metafisico, nel senso che
il suo soggetto è costituito dall’ordine dell’esistenza (o riflesso in uno specchio) del puro Essere, quell’ordine che raramente scorgiamo
nella realtà circostante. Qui sta il segreto dell’“ultimo poema epico della letteratura europea”». Cz. Miłosz, La terra di Ulro, trad. di P.
Marchesani, Milano, Adelphi, 2000, p. 152.
29 E. Szymanis, Jankiel wobec Mickiewiczowskiego modelu patriotyzmu, in A. Fabianowski, M. Makaruk (a cura di), Problematyka
żydowska w romantyzmie polskim, Warszawa, Wydział Polonistyki Uniwersytetu Warszawskiego, 2005, p. 23.
30 J. Fiećko, Co robi Żyd w narodowej epopei?, in Fabianowski, Hoffmann-Piotrowska, Pan Tadeusz, cit., pp. 303-304.
31 Z. Stefanowska, Mickiewicz fra tradizione e innovazione, in Per Mickiewicz, atti del Convegno internazionale nel bicentenario della
nascita di Adam Mickiewicz, Accademia Polacca di Roma, 14-16 dicembre 1998, Varsavia-Roma, Accademia Polacca delle Scienze,
2001, p. 9.
32 Lo studioso J. Ławski, ad esempio, dichiara di essere pronto ad accettare questa definizione solo nel caso in cui «noi polacchi ci
riconosciamo talmente in quelle parole che, dovunque il destino ci abbia mandato, alla parola d’ordine Mickiewicz rispondiamo: epopea
nazionale. Così è stato e così sarà. Riconoscere da queste parole che chi le ha pronunciate proviene dalla zona del Niemen, è polacco, è
cittadino dell’Europa […] “Epopea nazionale – Pan Tadeusz – Mickiewicz”. Qualsiasi cosa significhi, è il codice segreto dell’essenza
polacca, indecifrabile per gli stranieri». J. Ławski, “Arcydzieło polszczyzny, epos narodowy”. Tylko?, in Fabianowski, Hoffmann-
Piotrowska (a cura di), Pan Tadeusz, cit., p. 178.
33 B. Hrabal, Dribbling stretti, trad. di A. Trevisan, in Opere scelte, a cura di S. Corduas e A. Cosentino, Milano, Mondadori, 2003, p.
1685.
L’AUTORE E L’OPERA

1798-1811
La notte della vigilia di Natale del 1798 nasceva Adam Mickiewicz. Questo almeno, in assenza di
validi attestati, afferma la leggenda familiare, alla quale bisogna rivolgersi anche per individuare il
luogo natio. È molto verosimile che sia venuto alla luce nella tenuta di Zaosie, proprietà di Bazyli,
fratello del nonno paterno, dove la famiglia si trovava per le festività natalizie; certo è che Adam vi
trascorrerà le vacanze estive dal 1801 al 1810. Altre ipotesi riguardano la cittadina di Nowogródek, a
40 chilometri di distanza; un’altra ancora, la più mitopoietica, narra di una taverna situata tra le due
località e di una levatrice che recise il cordone ombelicale su di un libro. La tenuta fu ereditata nel
1799 da Mikołaj Mickiewicz, marito di Barbara Majewska e padre di Adam, perito agrimensore e poi
avvocato a volte manesco e di pochi scrupoli (nulla di eccezionale per le consuetudini della piccola
nobiltà dell’epoca, non sfuggirà alla regola nemmeno il nostro poeta Adam), filonapoleonico, letterato
dilettante che conosceva a memoria la Gerusalemme liberata.
Nel 1801 la famiglia – che comprendeva anche il figlio maggiore Franciszek – risiedeva comunque
a Nowogródek (odierna Navagrudak in Bielorussia), antica capitale della Lituania prima della
fondazione di Wilno, ora paese di 1600 abitanti (45% di ebrei, 35% di polacchi, 20% di tartari, dati del
1817) e capoluogo di un distretto comprendente oltre settanta chiese fra cattoliche e ortodosse, una
sinagoga per i tremila ebrei e una moschea per i seicento tartari, sedici ospedali, un migliaio di
tenute nobiliari piccole e grandi, più di quattrocento osterie: il tipico microcosmo multietnico e
multireligioso delle antiche frontiere fra Polonia e Russia. Ma politicamente da tre anni, dopo l’ultima
spartizione della Polonia, Nowogródek non apparteneva più alla Confederazione polacco-lituana nata
nel 1569. Adam nacque dunque come suddito russo. Fu battezzato il 12 febbraio 1799 a Nowogródek;
agli inizi del 1801 arrivò un altro fratello, Aleksander.
La legislazione dell’occupante imponeva agli esponenti della classe nobiliare di comprovare
dinanzi alla commissione di Pietroburgo la reale appartenenza alla nobiltà; la perdita del titolo
equivaleva alla retrocessione nella classe contadina, il che portava, fra l’altro, al servizio obbligatorio
di leva per venticinque anni e al trasferimento nella Russia profonda. Di questo si occupò anche il
padre di Adam, alla cui famiglia il titolo nobiliare verrà riconosciuto solo nel 1842.
Fra il 1802 e il 1805 nacquero i fratelli Jerzy e Antoni, quest’ultimo morto nel 1810.
Nel settembre del 1807 Adam fu iscritto alla scuola dei domenicani di Nowogródek. Pur essendo
una scuola religiosa, continuava ad applicare il programma raccomandato dalla Commissione per
l’Istruzione nazionale composta da scienziati illuministi – primo ministero dell’istruzione pubblica in
Europa – nonostante fosse stata chiusa nel 1794. A vigilare sul programma e sul suo livello c’era il
rettore dell’Università di Wilno (odierna Vilnius) Jan Śniadecki, astronomo e matematico;
provveditore delle scuole del distretto era il principe Adam Czartoryski, amico dello zar Alessandro I e
di fatto ministro degli esteri russo fino al 1807, che verosimilmente nell’estate del 1808 consegnò di
persona ad Adam e a Franciszek la medaglia onorifica per i progressi nell’apprendimento. Già in
seconda classe si leggevano in latino, fra gli altri, testi di Seneca, Marco Aurelio, Terenzio, Plutarco,
le Epistole di Cicerone, le Storie di Alessandro Magno di Quinto Curzio Rufo; in terza le materie
principali erano retorica, letteratura, oratoria, poesia polacca e latina, si leggevano Tito Livio,
Svetonio e Tacito («Non hai idea di quanto desiderio di Roma avessimo nel leggerli», lettera alla figlia
Maria del 19 dicembre 1851). Si studiavano altresì scienze morali, geografia europea, matematica,
fisica, storia naturale, lingua russa, francese e tedesca, calligrafia. Non da ultimo si inculcavano
l’amor patrio e le virtù civiche. Adam era molto debole nelle discipline “salute” (sic) e “calligrafia”: la
prima gli sarà carente per tutta la vita, la seconda sarà una maledizione sia per lui (il poeta ricordava
che quegli “arabeschi” imparati da piccolo gli sembravano interiora di ragni schiacciati) che per gli
editori dei suoi manoscritti. Proprio per motivi di salute e per il trauma subìto alla morte del
fratellino, dovrà ripetere la terza.
Non erano rare in quelle zone le sfilate dei battaglioni imperiali, e uno dei giochi degli alunni
consisteva nello scimmiottamento del reggimento russo di stanza a Nowogródek; nel maggio 1811 un
eccessivo entusiasmo velato di patriottismo portò a uno scontro reale con i dragoni, e vi furono
repressioni da parte delle autorità scolastiche. A metà del 1811 Franciszek si ammalò forse di
tubercolosi ossea, uscendone gobbo e sciancato.
Il 1811 si concluse con foschi presagi: in settembre apparve la Grande cometa, rimasta visibile per
260 giorni, in ottobre un incendio distrusse le catapecchie degli ebrei vicine alla casa dei Mickiewicz;
Adam ne approfittò per comporre Oda o pożarze Nowogródka (Ode sull’incendio di Nowogródek),
andata perduta. La leggenda narra che gli insegnanti ne rimasero talmente incantati da concedergli
di imparare a memoria le lezioni e ripeterle oralmente piuttosto che metterle per iscritto, cosa che
odiava fare; nel frattempo il padre, ammalato, si ritirava dall’attività professionale lasciando la
famiglia in mezzo ai debiti. A scuola si traducevano Cicerone, Virgilio e Ovidio, si studiava storia della
Grecia e diritto naturale, ma non mancavano le rappresentazioni teatrali, in una delle quali l’esile
Adam recitò nella parte di Barbara Radziwiłłówna, amante del re Zygmunt August, impersonato da
Franciszek. Ma la vita dell’adolescente si svolgeva anche nell’ambito culturale locale: ascoltava
affascinato i canti delle filatrici e delle falciatrici, così come le narrazioni magiche dei contadini
contastorie che narravano il loro stesso dramma, e poi le cerimonie evocative degli spiriti nei pressi
del cimitero.
Nel contempo approfondiva lo studio delle lingue traducendo brani di Voltaire, Goethe, Schiller,
Byron, Shakespeare.

1812-1819
Il 28 maggio, all’età di 47 anni, morì il padre.
L’8 luglio l’ala destra della Grande Armata di Napoleone, comprendente l’VIII Corpo di Girolamo
Bonaparte e il V Corpo polacco del principe Józef Poniatowski, dopo aver occupato Wilno entrò in
Nowogródek: in estate il quattordicenne Mickiewicz ammirò la bellezza pittorica e ordinata delle
truppe francesi e la corsa all’arruolamento di centinaia di giovani lituani, in autunno e inverno assisté
ai saccheggi dei disertori e al derelitto passaggio di un esercito spettrale decimato da fame,
dissenteria, congelamenti. Non andò bene nemmeno ad Adam: probabilmente a causa delle numerose
assenze per motivi di salute, dovette ripetere la quinta. Si rifece nel luglio del 1815, quando gli fu
concesso il privilegio di svolgere l’esame di maturità in pubblico: il ragazzo lo sostenne esponendone
il contenuto in versi.
Il 23 settembre 1815 partì per Wilno, fervido centro accademico, culturale ed editoriale, con
un’università frequentata da seicento studenti provenienti dall’intero territorio lituano-ruteno a
seguire le lezioni di studiosi di grande fama presente o futura. Dopo 150 chilometri in carrozza (24
ore di viaggio) con una pistola in tasca per reagire a eventuali assalti di briganti, vi giunse assieme a
Jan Czeczot, compagno di classe e amico di sempre. La facoltà di Medicina non disponeva di posti
liberi, per cui si iscrisse a Fisica e Matematica. Grazie anche a un sacerdote, suo omonimo e
presidente di commissione, ottenne una borsa di studio che dopo la laurea lo obbligava a lavorare per
otto anni come insegnante. All’esame conobbe Tomasz Zan, persona fondamentale nella sua vita
affettiva. Fra gli altri, seguiva i corsi del giovane storico Joachim Lelewel, del classicista Ernest
Groddeck, del teorico della poesia Leon Borowski, scopritore del suo talento poetico. Nel gruppo di
amici universitari nasceva in quel periodo l’idea di fondare un’associazione studentesca: nel
settembre 1817 si svolse la seduta organizzativa dell’Associazione dei Filomati. I membri, tutti
aspiranti poeti o critici letterari, sottoponevano alla critica del gruppo i propri testi; apparve subito
evidente il superiore talento di Mickiewicz, allora ancora fortemente influenzato dall’Illuminismo e
dalla classicità greca, così come si impose all’ammirazione per la genialità nell’improvvisare versi di
circostanza. Ne era perfettamente consapevole, visto che spesso nella corrispondenza amicale si
firmava «Adam Napoleon». In quegli anni iniziò la traduzione de La Pucelle d’Orléans (La Pulzella
d’Orléans) di Voltaire, della quale rimarrà solo il quinto canto. Nel giugno 1818 l’Associazione, grazie
al suo decisionistico supporto, compì la definitiva riforma regolamentare: scopi fondamentali erano
l’autoperfezionamento intellettuale e morale, il radicamento nei coetanei dell’amore per lo studio,
l’aiuto reciproco nell’apprendimento dello spirito educativo sulla base del “testo sacro”, l’Emile di
Rousseau, senza alcuna discriminazione sociale; principi base erano la libertà degli individui e delle
nazioni, la solidarietà sociale e il lavoro individuale a profitto della patria, l’accudimento delle
tradizioni nazionali. Quei ragazzi ventenni erano consapevoli della propria diversità generazionale, si
sentivano estranei ai padri responsabili della decadenza della Polonia, e genericamente vicini alle
ideologie cospirative. Ma era necessario mantenere la segretezza, senza il placet del rettore ogni tipo
di assembramento nei luoghi pubblici era proibito. Dalle discussioni letterarie dei Filomati si evince
come l’interesse di Mickiewicz andasse anche agli studi sul dramma teatrale, non ultimi quelli di
Ranieri de’ Calzabigi sul Metastasio. Nel luglio 1818 il settimanale «Tygodnik Wileński» pubblicò la
sua prima poesia, Zima miejska (Inverno di città).
Durante una delle molte scampagnate estive, probabilmente nel 1819, venne a trovarsi con gli
amici nella tenuta di Tuhanowicze, proprietà dell’ospitale e ricca famiglia Wereszczaka, dove fece la
conoscenza della coetanea Marianna Ewa, detta Maryla, che non lo lasciò indifferente. Lo stato di
indigenza della famiglia e la malattia della madre non sembravano distoglierlo dalle visite di
vacanziera cortesia – gli frutteranno notevole popolarità locale – nelle varie residenze nobiliari della
zona. Così descriveva i suoi soggiorni: «Andare in giro, cacciare, guardare le bellezze, ascoltare,
suonare, agire, chiacchierare anche della [qui un quadrato, a indicare la massoneria] con i galli
forcelli [i massoni nello slang dei Filomati], fare calcoli, sganasciarsi dalle risate, una notte intera con
canti rivoluzionari, a volte spleen, avvilimento» (lettera a J. Jeżowski e O. Pietraszkiewicz del 21
agosto 1819). A conclusione dell’ultimo anno di studi, superato con merito nonostante la scarsa
assiduità alle lezioni di letteratura russa, gli venne assegnata la dissertazione finale dal titolo De
criticae usu atque praestantia. La scriverà l’anno successivo durante la sua attività di insegnante da
svolgersi a Kowno (odierna Kaunas), come stabilito dalle autorità accademiche.
Il 10 settembre 1819 si stabilì a Kowno – solo sette anni prima saccheggiata per due volte durante
la rotta dell’Armata francese – in una stanzetta della scuola, ex convento dei Gesuiti. La vita di società
era inesistente, Adam viveva in solitudine a parte la presenza di un gatto, un cane e un serpente,
oppresso dalla ripetitività del lavoro (insegnava grammatica e letteratura latina e greca, letteratura
polacca, storia universale e diritto), isterico e ipocondriaco. Se non altro, per un cronico mal di gola
venne esonerato dall’obbligo di assistere alla messa quotidiana. Gli unici piaceri erano l’attività
creativa (traduceva Virgilio e Orazio, scriveva un dramma su Demostene), l’evidente affetto degli
allievi, seppur poco talentuosi, le lettere degli amici e soprattutto l’amicizia con i dirimpettai Józef
Kowalski, medico, e l’affascinante moglie ventiseienne Karolina Wegner, già modella dello scultore
André-Jean Lebrun.

1820-1824
Ma lo stato di depressione non lo abbandonava, acuito da un costante mal di denti che lo
perseguiterà per tutta la vita: «Mi sa che imparo a bere, così dopo le lezioni del pomeriggio mi
ubriaco e vado a letto»; nella stessa lettera dava dell’idiota a Plutarco, Seneca e Montaigne, i cui libri
gli aveva spedito l’amico Jeżowski per consolarlo: «Insegnavano a nuotare stando a riva, a volte
entravano in uno stagno e contenti di averlo attraversato scrivevano già una teoria» (lettera ai
Filomati del 27 gennaio 1820). In estate reincontrò a Tuchanowicze Maryla. Nasceva così l’amore
parallelo di Adam: quello terreno, carnale e consolatorio, con l’amante e amica Karolina (lo accudiva
in tutte le necessità, compreso l’acquisto di libri in tedesco), e quello irrealizzato, “celestiale” e
ispiratore con Maryla, che però ormai era promessa sposa di un giovane possidente. Ben presto la
musa Maryla troverà la sua prima collocazione nella ballata di ispirazione lituana Kurhanek Maryli (Il
tumulo di Maryla), ricoperto di pruni, spini, biancospini per la povera contadina compianta dai suoi
cari e dal viaggiatore “estraneo” che navigando lo scorge sulla riva del Niemen.
Mentre si immergeva nella lettura de I dolori del giovane Werther e del Faust di Goethe, e
lavorava alla traduzione de I masnadieri di Schiller, l’autunno si annunciava pessimo: gli venne
negato l’anno di congedo richiesto per motivi di salute, da casa giungevano notizie di povertà,
disoccupazione e malattie, in ottobre morì sua madre: per evitargli ulteriori pene e sensi di colpa
amici e fratelli gli nascosero la notizia fino a Natale. In dicembre spedì agli amici la poesia Oda do
młodości (Ode alla gioventù), da alcuni accolta come degna di Schiller, da altri come «stupidissima»;
ideologicamente e simbolicamente ancora illuministica, massonica, costituiva un’entusiastica apoteosi
della gioventù in quanto forza trainante di cambiamenti rivoluzionari della realtà, contro i limiti del
buon senso razionalista e in nome della fede nella potenza dell’individuo. Intanto la tesi di laurea gli
fu respinta per i troppi errori di ortografia.
Agli inizi del 1821 Adam, alle prese con l’elaborazione del lutto e desideroso di fuggire all’estero,
inviò agli amici la ballata Romantyczność (Romanticismo), che rompeva con gli ideali illuministi, poi
la prima stesura del dramma poetico Dziady (Gli Avi, si può rintracciare anche con l’inappropriato
titolo La Festa dei morti).
Il 14 febbraio Maryla si sposò, di conseguenza prese vigore la relazione con Karolina: Adam non si
peritava di descrivere le loro notti e di presentarla agli amici; nel periodo pasquale, a casa dei
Kowalski, affibbiò due ceffoni a un altolocato rivale in amore e fu sfidato a duello sia da quest’ultimo
che dal marito di Karolina, ma grazie alla donna si raggiunse una pace armata. La poesia Żeglarz (Il
navigante), scritta in aprile, segnò la definitiva frattura con i fidati e protettivi amici e con gli ideali
comuni, il punto di approdo alle concezioni romantiche: la generalizzazione delle esperienze
personali, l’opposizione fra l’io poetico che sente e manifesta la propria diversità e la massa
indifferente e incapace di comprendere il poeta portò a un esplicito invito: «Chi mi vuol giudicare non
deve essere con me, ma dentro me. / – Io continuo a navigare, voi andate a casa». Verosimilmente si
affiliò alla massoneria raggiungendo il grado di Compagno d’Arte.
Di fronte al probabile rischio di un’“apoplessia polmonare”, provocata dalle frequenti “sofferenze
emorroidali” causate dal regime sedentario in aula, come si legge nei certificati medici, in luglio gli fu
concesso un congedo annuale; poco dopo, alla notizia che Maryla e il marito vivevano come fratello e
sorella, le speranze di Adam ripresero vita, mentre con Karolina, che premeva su di lui perché non
lasciasse Kowno, i rapporti si raffreddarono. Adam appariva in balìa di questo irrealizzabile rapporto:
«non fa quasi niente… fuma la pipa, cammina un sacco, sempre meditabondo, non pensa a nulla di
buono perché il suo pensiero è dominato da Maria» (lettera del 7 novembre 1821 di Czeczot a
Pietraszkiewicz). Le emozioni degli incontri autunnali con Maryla, la visita alla casa di famiglia
abbandonata a se stessa, si riflettono fortemente nella coeva stesura della IV parte de Gli Avi,
biografia intima e affettiva del protagonista Gustaw.
Nel frattempo la repressione incombeva sulle associazioni studentesche. Lo stesso Mickiewicz subì
un interrogatorio e una perquisizione domestica senza alcuna conseguenza, ma proprio in quanto
soggetto più stimato e rispettato dalle autorità scolastiche (sempre gestite dal suo protettore principe
Czartoryski) dalla primavera 1822 il controllo sui suoi movimenti divenne più stringente. In giugno
pubblicò il volume Poezyje (Poesie), dedicato ai suoi quattro più cari amici filomati, contenente
Ballady i romanse (Ballate e romanze) e la prefazione O poezji romantycznej (Della poesia romantica).
La novità era enorme, si manifestava la spiritualità dell’uomo con la sua fede nel mondo
sovrannaturale e la possibile ingerenza di quest’ultimo nelle questioni umane, il meraviglioso
diventava valore reale ed essenziale, si riabilitavano le credenze e la fantasia popolari: veniva
tracciato il confine mentale ed estetico fra due generazioni. Le 500 copie andarono a ruba, la fama di
Mickiewicz raggiunse anche Varsavia.
Della corrispondenza fra Adam e Maryla rimane pochissimo, grazie all’attività censoria dei
biografi, in primis il figlio Władysław. Di sicuro gli incontri dell’ottobre 1822 si svolsero in un clima di
reciproci rimproveri, la decisione sembrava definitiva: «Il mio amore è puro e divino come il suo
oggetto. Ma non posso reprimere un’emozione violenta se penso che ti ho perduta per sempre, che
sarò solo uno spettatore dell’altrui felicità, che ti scorderai di me […] e quasi vorrei che tu mo-rissi…
insieme a me!» (lettera del 17 ottobre 1822 a M. Puttkamerowa). All’amico Zan tuttavia scriverà di
averla offesa premeditatamente: ormai i suoi pensieri andavano alle future emozioni collegate alla
richiesta di un congedo per recarsi in Europa occidentale per motivi di studio. Maryla conservava
comunque la propria collocazione di musa: a fine 1822 Mickiewicz compose la traduzione
“personalizzata” dell’Euthanasia di Byron (Psyche sostituita da Maryla) e Do M*** Precz z moich oczu
(A M*** Via dai miei occhi).
Il passaporto gli fu negato, dovette tornare al suo «lavoro da asini»; per giunta nell’aprile del 1823
l’ultimo incontro con Maryla gli fece capire che la notizia del matrimonio non consummatum era
ormai datata: in occasione di questo congedo definitivo, Maryla gli offrì in dono un cavallo. Nello
stesso mese uscì il secondo volume di Poezyje – a lei dedicato – contenente Grażyna (Grażyna. Novella
lituana), primo roman poétique polacco con chiaro sottotesto politico, e le parti II e IV de Gli Avi, in cui
l’esperienza della propria disfatta esistenziale, che è anche nobilitazione letteraria dell’autobiografia,
porta alla rivendicazione dei diritti del singolo contro le ingiustizie personali e sociali.
Fra maggio e ottobre 1823 piccole manifestazioni antirusse nei licei di Wilno, probabilmente
fomentate ad arte, portarono al fermo del rettore e di alcuni insegnanti e studenti, provocando le
dimissioni dello stesso Czartoryski. Una notte di novembre, il giorno successivo al battesimo della
figlia di Maryla, fu la volta di Mickiewicz e dei Filomati, incarcerati nell’ex convento dei Basiliani,
dove Adam non mancava di allietare i compagni con le sue improvvisazioni, mentre la fedele Karolina
lo riforniva di cibo e biancheria. Mickiewicz dapprima negò, poi confessò di essere uno dei fondatori
dei Filomati; il suo professore Lelewel si fece garante del futuro comportamento di Adam e ne ottenne
la liberazione, evitandogli in tal modo i lavori forzati o il servizio militare coatto: fu rilasciato il 21
aprile 1824 in libertà condizionata; ad attenderlo c’era Karolina. Ma una sentenza era inevitabile: per
aver «sconsideratamente propagato il nazionalismo polacco attraverso l’insegnamento», Adam e 19
compagni dovranno lavorare nel settore dell’istruzione nei governatorati della Russia; gli amici Zan,
Czeczot e Suzin sconteranno anche un periodo di prigionia; vari docenti, tra cui Lelewel, perderanno
la cattedra. In ottobre incontra per l’ultima volta Maryla e il marito, venuti a salutarlo.
Dopo un viaggio di 900 chilometri in carrozza postale assieme all’amico Jan Sobolewski, il 7
novembre Mickiewicz giunse in una Pietroburgo inondata dalla Neva. Trascorse l’ultimo dell’anno in
compagnia degli scrittori russi da poco conosciuti, tra cui Nikolaj Bestužev-Rjumin, Kondratij Ryleev,
Evgenij Obolenskij, Aleksandr Odoevskij, Aleksandr Gryboedov, alcuni dei quali di lì a un anno
saranno impiccati o mandati in Siberia in seguito alla congiura dei “decabristi”. La destinazione finale
stabilita per Mickiewicz era il liceo Richelieu di Odessa, ma già lo accompagnava nel suo percorso
una raccomandazione segreta che lo destinava ai governatorati della Russia profonda, considerata la
presenza di attività cospirative nella città sul mar Nero.

1825-1829
Fu un viaggio durato un mese circa, fra gennaio e febbraio, più di 2300 chilometri su una slitta
nella steppa gelata e frustata dal vento assieme agli amici filomati Józef Jeżowski e Franciszek
Malewski. Un viaggio segnato da alcune soste nella regione di Kiev, a Kozarowicze, dove il fratello
Aleksander amministrava un podere, a Steblów, tenuta della famiglia Hołowiński menzionata nel libro
IV di Messer Taddeo, e a Pustowarówka, possedimento della famiglia Zaleski conosciuta a Wilno, per
poi giungere a Odessa, in estate ricoperta di polvere e in inverno immersa nel fango, ma in grande
espansione economica. Fu ospite gradito dell’accogliente casa Zaleski, che rallegrava con le sue
improvvisazioni – varie fonti ritengono più che verosimile una storia amorosa con la padrona di casa
Joanna –, e frequentò il salotto di Karolina Rzewuska, amante del generale Jan de Witt – quest’ultimo
provveditore agli studi ed entrambi agenti dello spionaggio russo – e conquistatrice del cuore di
Mickiewicz, oltre che ispiratrice di gran parte dei versi amorosi scritti a Odessa. Da una gita nella
regione dell’antica Maurocastro nacquero la poesia Stepy akermańskie (Le steppe di Akerman) e il
progetto di Konrad Wallenrod, poema narrativo epico-lirico. Nell’agosto 1825 de Witt e Karolina
portarono con loro Adam in un viaggio in Crimea, fungendo così da guide e controllori (c’era anche
Henryk Rzewuski, fratello di Karolina e futuro romanziere). Nei due mesi di soggiorno in Crimea il
poeta compose Sonety krymskie (Sonetti di Crimea), mentre le esperienze vissute con questa
ambigua compagnia si riverbereranno nel dramma Les confédérés de Bar (I confederati di Bar, 1836).
Un nuovo contrordine stabilì che il poeta dovesse trasferirsi a Mosca: lasciò Odessa il 13 novembre
1825, un mese di viaggio in slitta per 1500 chilometri durante il quale venne a sapere della morte
dello zar Alessandro I, su cui molto contavano i democratici russi e polacchi.
Non fu semplice abituarsi alla vita di Mosca: in Crimea «vivevo come un pascià», a Mosca «come
l’ultimo dei giannizzeri […] di vino neanche a parlarne, non c’è nemmeno un buon caffè» (lettera del
22 febbraio 1826 a Odyniec). Sebbene nominalmente assunto nella cancelleria del governatore
militare Golicyn, era costretto a ricorrere all’aiuto finanziario degli amici di Wilno. C’erano tuttavia i
salotti letterari, in primo luogo quello celeberrimo di Zinaida Volkonskaja, aristocratica cosmopolita,
amica del cuore di Goethe, protettrice di Rossini, conoscente di Canova, stretta amica dello zar
Alessandro I e da subito protettrice di Mickiewicz, ma che già nell’agosto 1826 – mese
dell’incoronazione di Nicola I nella cui amnistia vanamente speravano i polacchi condannati all’esilio –
figurava nella lista nera della polizia in quanto covo di oppositori. In luglio a Pietroburgo erano stati
impiccati i due amici decabristi Ryleev e Bestužev-Rjumin, e in quel clima di terrore Mickiewicz
dovette limitare le frequentazioni; in compenso il suo nome acquisì ulteriore fama e buoni
emolumenti con la pubblicazione moscovita dei Sonety (Sonetti), contenenti i Sonetti di Crimea e i
Sonetti erotici, cosiddetti “sonetti di Odessa”. Fra il 1826 e il 1827 effettuò la traduzione di un
frammento del Canto XXXIII della Divina Commedia, con il titolo Ugolino, lesse le Istorie fiorentine di
Machiavelli, parafrasò la canzone del Petrarca Chiare, fresche et dolci acque.
In primavera iniziò a impartire lezioni private di polacco alla colta ventenne poliglotta di origine
tedesca Karolina Jaenisch: ne nacque una storia d’amore culminata nella proposta di matrimonio del
poeta (novembre 1827), respinta dalla famiglia a causa della sua misera condizione economica. Ma
un’altra dimora accogliente e fondamentale nella vita del poeta gli aprì subito dopo le porte, quella
della pianista e compositrice Maria Szymanowska nata Wołowska (discendeva da una famiglia di
ebrei della setta di Jakub Frank convertiti nella seconda metà del Settecento), ammirata da
Cherubini, Rossini, Goethe, elogiata da Beethoven, madre di Helena e Celina.
In dicembre si recò a Pietroburgo al seguito di Golicyn; lì vari conoscenti, fra cui gli scrittori
Puškin e Vjazemskij, sostennero presso le autorità la richiesta del poeta di un congedo per motivi di
salute e di famiglia, giustificandola altresì con la sua non conoscenza dei fini eversivi e nazionalistici
perseguiti dai Filomati. Tornato a Mosca, vi si trattenne fino alla seconda metà dell’aprile 1828.
Trascorse un carnevale memorabile a casa Szymanowska, il cui svolgimento ci fa capire in che cosa
consistessero le sue acrobatiche improvvisazioni: si fece dare un argomento (la battaglia di Navarino
combattuta tre mesi prima) e tre diverse frasi melodiche su cui impostare i versi: il canto popolare
polacco Laura i Filon (Laura e Filone), amato dai Filomati, l’aria Non più andrai farfallone amoroso…
e il notturno Murmure della stessa Szymanowska.
In febbraio uscì a Pietroburgo Konrad Wallenrod, «racconto storico delle vicende lituane e
prutene». Era ambientato nel XIV secolo, negli anni in cui i Cavalieri dell’Ordine Teutonico stavano
per invadere la Lituania, ma possedeva un’esplosiva valenza contemporanea. Per decenni la critica
discusse se il nuovo modello di protagonista, un congiurato che nello spirito del Machiavelli ricorre a
metodi eticamente condannabili («Sei uno schiavo, l’unica arma dello schiavo è il tradimento»),
proponesse una glorificazione del tradimento e delineasse realmente l’atteggiamento morale di
Mickiewicz. Contro il libro vi furono varie denunce, ma senza alcuna conseguenza per l’autore.
Ottenuto un periodo di congedo, ritornò a Pietroburgo, dove l’attendeva un’annata di intricate
relazioni amorose. Conobbe Eudoksja Bakunin, figlia del governatore di Pietroburgo e cugina del
futuro celebre anarchico, ammiratrice della sua poesia. Adam pareva intenzionato a sposarla, ma il
timore dei giudizi dei compatrioti – la meschina convenienza dell’accasarsi con una russa
appartenente alle sfere ministeriali, o la questione dei figli di matrimoni misti che per legge dovevano
essere battezzati secondo il rito ortodosso – pose fine alla relazione. Purtroppo molti anni dopo
Eudoksja diede alle fiamme la loro corrispondenza. A Mosca c’era Karolina Jaenisch, che non si era
ancora rassegnata, mentre il poeta, ormai infastidito dall’esaltazione e dal sentimentalismo della
giovane, riteneva impossibile il ricongiungimento adducendo la scusa che lei non volesse lasciare la
Russia: ormai lo “stile” amoroso di Mickiewicz non era più quello wertheriano dei tempi di Maryla.
Per giunta lo stavano raggiungendo disperate lettere d’amore della già citata Joanna Zaleska, il cui
consorte aveva dissipato il patrimonio di famiglia. Nel febbraio 1829 Karolina, che nel frattempo
aveva tradotto in russo un frammento di Konrad Wallenrod, gli scrisse per la prima volta di propria
mano pregandolo di tornare a Mosca. In aprile Mickiewicz si congedò da lei donandole una poesia
sugli uccelli migratori che partono e ritornano.
Ospite frequente di casa Szymanowski – presto l’amico Malewski sposerà Helena, figlia della
pianista – e casa Puškin (questi aveva tradotto un frammento del Konrad Wallenrod), nel 1828 Adam
subì il fascino del conterraneo cinquantenne Józef Oleszkiewicz, bizzarro pittore e mistico, oltre che
maestro massone; questi avvicinò Mickiewicz alla cabala, lo esortò alla lettura di Louis-Claude Saint-
Martin. La popolarità pietroburghese del poeta – un suo ritratto fu esposto all’Accademia di Belle Arti
– e l’ammirazione dei giovani scrittori erano tali da preoccupare le autorità; forse sarebbe stato meno
pericoloso mandarlo all’estero, visto che lo sostenevano anche funzionari zaristi suoi ammiratori: per
motivi di salute gli fu concesso di recarsi alle terme di Karlsbad. Prima della partenza Puškin gli fece
recapitare una copia del suo poema Poltava; Adam, fra le altre poesie di commiato, ne lasciò una alla
diciassettenne Celina Szymanowska, figlia della compositrice, questa a sua volta gli consegnò lettere
di raccomandazione per i compositori Carl Friedrich Zelter e Felix Mendelssohn, residenti a Berlino.
Il rischio di un mutamento della decisione delle autorità lo spinse a partire immediatamente: il 15
maggio 1829 si imbarcò a Kronštadt, via Lubecca e Amburgo giunse il 6 giugno a Berlino. Accolto
caldamente dai giovani studenti polacchi, tra cui il poeta Stefan Garczyński, che giocherà un ruolo
importante nella sua vita, dopo un mese di soggiorno e frequenza di alcune lezioni universitarie
trasse questa conclusione: «Finora nient’altro che noia, contrarietà e stupidaggini!» (lettera del 12
giugno a M. Szymanowska). Alla voce “noia” vanno ascritte anche le lezioni di Hegel. A Dresda fece
visita al poeta Johann Ludwig Tieck, ma soprattutto trascorse il tempo con il generale Karol
Kniaziewicz – anch’egli polacco di Lituania – che aveva combattuto con le Legioni polacche al fianco
di Napoleone. A Praga incontrò Václav Hanka: lo incuriosiva il ritrovamento da parte di quest’ultimo
dei manoscritti di Dvůr Králové, rivelatisi poi un falso. A Karlsbad lo raggiunse Odyniec, che lo
accompagnerà nel viaggio di cui scriverà il diario, non sempre affidabile, Listy z podróży (Lettere di
viaggio). In agosto a Weimar incontrò più volte Goethe, partecipò ai festeggiamenti per il suo
ottantesimo compleanno e ricevette in dono la penna usata dal grande poeta; in settembre, a Bonn,
W.A. Schlegel ricambiò la sua visita donandogli una poesia autografa. Toccate Heidelberg,
Strasburgo e Zurigo, il 25 lo troviamo sul passo dello Spluga, dove compose la poesia amorosa in
ricordo di Maryla Do*** Na Alpach w Splugen 1829 (A*** Sulle Alpi a Splügen 1829). Una vettura a
due cavalli li condusse da Como a Milano, dove si trattennero cinque giorni, sufficienti per capire il
clima letterario della città: da qui «la nuova letteratura avanza ed è già sul Rubicone» (lettera fra
novembre e dicembre 1829 a F. Malewski). Dal 7 al 20 ottobre si fermarono a Venezia dove fece la
conoscenza dell’allora in voga pianista Giovan Battista Perucchini; sulla strada per Bologna, dopo una
sosta a Ferrara sulla tomba dell’Ariosto, si imbatterono in William Allan, pittore scozzese vissuto per
qualche tempo in Rutenia, che si aggregò alla compagnia e con il quale nacque una duratura amicizia.
Dopo tre settimane trascorse a Firenze, dove conobbe Michał Kleofas Ogiński, uomo politico lituano e
autore di celebri polonaises, il 18 novembre giunsero a Roma: i due amici brindarono con l’acqua del
Tevere alle acque dei fiumi lituani Wilija e Niemen. «Dopo Roma svanisce per sempre la voglia di
vedere altri monumenti e dipinti, e ciò che prima avevi visto con entusiasmo, lo ricordi con una certa
vergogna» (lettera fra novembre e dicembre 1829 a F. Malewski). Nel frattempo a Roma si era
trasferita anche l’amica Volkonskaja, permettendo così al poeta di riprendere i ricevimenti artistici
interrotti nel salotto moscovita. In dicembre Mickiewicz fece amicizia con la famiglia terriera russa
Chlustin, in particolare con la vedova Vera Ivanovna e la figlia ventenne Anastasija, giovane dagli
ampi interessi culturali e dalla battuta briosa, che gli farà da cicerone tra i siti archeologici e museali
– riuscendo anche a ottenere una visita ai Musei Vaticani alla luce delle fiaccole – e con la quale
imposterà un flirt semiserio, tratto stilisticamente consueto per le sue storie amorose di quel periodo.

1830-1832
L’inizio degli oltre cinque mesi di soggiorno a Roma fu rischioso: alloggiati nella gelida stanza di
un alberguccio di via dell’Orso, che riscaldavano con la “carbonella”, i due rischiarono la morte per
intossicazione da monossido di carbonio.
Grazie alle pubblicazioni parigine dei Sonetti di Crimea e di Konrad Wallenrod e alle versioni
musicali di numerose sue poesie, il suo nome era ormai noto anche a Roma, dove gli vennero aperti i
saloni dell’ambasciatore ministro plenipotenziario russo Grigorij Gagarin, suo ammiratore, persona
fondamentale per il rilascio dei visti ai sudditi russi. Qui conobbe fra gli altri l’archeologo Antonio
Nibby, che all’epoca dirigeva gli scavi della valle del Colosseo, ma la casa che più volentieri
frequentava era quella “domestica”, squisitamente polacca, della famiglia Ankwicz, di cui faceva
parte la colta diciannovenne Henrietta Ewa (anche in questo caso sembrava prospettarsi un
matrimonio), che sarà immortalata fra i personaggi della III parte de Gli Avi.
L’intensa vita di società (fu anche ospite di Hortense de Beauharnais, madre del futuro Napoleone
III), le gite fuori porta (giudicò la campagna romana meno interessante di quella lituana per l’assenza
del canto degli usignuoli…), le distrazioni carnevalesche, la frequentazione degli atelier di artisti
come Bertel Thorvaldsen, che fra l’altro stava scolpendo il monumento a Copernico di Varsavia,
Johann Friedrich Overbeck, pittore “nazareno” da lui grandemente ammirato, Vincenzo Camuccini,
pittore neoclassicista a quel tempo anche restauratore di alcune chiese romane, non lasciavano molto
spazio alla scrittura. Di più alla lettura: assieme a Odyniec leggeva in italiano, con l’aiuto del
dizionario, l’Orlando furioso e la Gerusalemme liberata, al contempo studiava a fondo il Saggio
sull’indifferenza in materia di religione del teologo Félicité de Lamennais.
Varie testimonianze attestano come Mickiewicz, a seguito di una confessione su tutta la propria
vita nella chiesa del Gesù, manifestasse l’intenzione di accedere al sacerdozio.
In maggio e giugno andò in gita a Napoli, Paestum, Pompei («nessuna galleria mi ha lasciato
un’impressione così grande», lettera del 27 giugno 1830 a F. Malewski); reincontrò la famiglia
Chlustin, con cui compì un’escursione a dorso di mulo sul Vesuvio con immancabile accensione di
sigaro nel cratere, poi le visite alla tomba di Virgilio e al luogo natio di Tasso. Tragiche notizie gli
giunsero dalla Russia: gli amici Cyprian Daszkiewicz e Jan Sobolewski, esuli dopo i processi di Wilno,
erano deceduti nell’autunno 1829. Di nuovo a Roma dopo pochi giorni trascorsi in Sicilia fra
un’eruzione dell’Etna e un terremoto a Messina, Mickiewicz fu testimone di nozze di Wojciech
Stattler, pittore cracoviano e sua guida tra i musei romani: durante il banchetto improvvisò un
brindisi – contraddistinto dal nuovo fervore cattolico acquisito a Roma – in onore dell’ispirazione e del
talento che vanno innalzati verso fini divini in quanto doni di Dio.
Ora il suo intento era raggiungere la famiglia Ankwicz in Svizzera (a Napoli aveva scritto una
parafrasi del Canto di Mignon di Goethe nostalgicamente indirizzata a Henrietta). Via Assisi e
Firenze, dove ebbe occasione di assistere nel teatro Il Cocomero al talento del caratterista Luigi
Vestri, a metà luglio, durante il tragitto da Chiavari a Genova, compose la prima stesura di Do Matki
Polki (Alla madre polacca, che nel 1836 Mazzini tradurrà sulla scorta di una versione letterale). Nel
capoluogo ligure trascorse due giornate assieme al figlio di Goethe, August; a Milano visitò gli atelier
di Pompeo Marchesi e Francesco Hayez; un’indisposizione, o forse il desiderio di trascorrere la
giornata con la famiglia Chlustin che stava per partire, gli impedì di recarsi in visita da Manzoni a
Brusuglio. Dopo un percorso a piedi e a dorso di mulo verso Chamonix lungo la strada costruita da
Napoleone trent’anni prima, e dopo una perigliosa escursione sul ghiacciaio Mer de Glace, il primo
agosto i due giunsero a Ginevra con una carrozzella postale, accolti dalla famiglia Chlustin che li
informò della caduta del re di Francia Carlo X, sostituito da Luigi Filippo. Mickiewicz attutì la
frenetica attesa dell’arrivo da Parigi degli Ankwicz con un’escursione sulle Alpi bernesi assieme a
Odyniec e alla nuova conoscenza Zygmunt Krasiński, uno dei poeti della grande triade romantica
polacca, allora diciottenne, che di primo acchito descrisse Adam come molto pallido e debole, la
faccia smunta ma dai tratti bellissimi, quieti, malinconici, freddo e cupo, per poi scrivere al padre,
dopo il viaggio comune sui laghi alpini: «Una scienza vasta, parla polacco, francese, italiano, tedesco,
inglese, latino e greco. Conosce alla perfezione la politica europea, la storia, la filosofia, la
matematica, la chimica e la fisica. In Polonia nessuno conosce la letteratura meglio di lui. Quando
parla, sembra che abbia letto tutti i libri esistenti […] Di solito è triste e pensieroso, silenzioso, ma
dallo sguardo si vede che basta una scintilla gettata lì per accendergli il fuoco nel petto» (lettera del
21 agosto 1830 al padre Wincenty).
Il 10 ottobre i due amici si separarono, Mickiewicz si recò a Milano su invito degli Ankwicz, ma fu
accolto freddamente: i progetti matrimoniali con Henrietta erano stati bloccati dal padre («Stupidi
genitori, le faranno fare una brutta fine, lui con la sua strana freddezza, lei con le sue trabordanti
premure», lettera del 19 novembre 1830 a Odyniec). Nuovamente a Roma: il fallimento matrimoniale,
la notizia della morte dell’amico Oleszkiewicz di Mosca e il clima di fermento sociale in Polonia
gravavano sulla sua psiche; lo consolavano la frequentazione di Garczyński, probabilmente legato alla
carboneria, e Rzewuski, suo compagno di viaggio in Crimea. Nel clima rivoluzionario allora ribollente
in Europa, Polonia compresa, Adam concluse la stesura della tragica poesia Alla madre polacca,
crudele descrizione delle giovani generazioni polacche destinate a un’inesorabile sorte da martiri ma
al contempo a un’educazione da eroi.
La notizia dell’insurrezione scoppiata a Varsavia nella notte fra il 29 e 30 novembre 1830
raggiunse Roma verso la metà di dicembre. Se Garczyński, pur ammalato, partì per unirsi agli insorti,
Mickiewicz sembrava traccheggiare, nelle lettere ripeteva più volte la sua volontà di partire e più
volte parlava dell’impossibilità di farlo senza offrire spiegazioni. Si è scritto che non aveva denaro,
che attraversare lo Stato Pontificio al tempo dei moti rivoluzionari era complicato (cosa che però
compirà più tardi quando gli scontri saranno all’apice), che il passaporto russo avrebbe potuto creare
difficoltà con prussiani e austriaci (ma poco tempo dopo lo fece), e soprattutto riteneva che una
vittoria – improbabile – degli insorti sarebbe stata di breve durata. Fatto sta che solo il 20 aprile 1831
lasciò Roma e si diresse… a Parigi.
A Londra si stava organizzando una spedizione via mare in Lituania, ma l’occupazione russa dei
porti baltici vanificò l’azione. Il 23 luglio partì per la Prussia assieme ad Antoni Gorecki, emissario
parigino dell’insurrezione, anch’egli scrittore polacco di Lituania (sarà uno dei personaggi de Gli Avi
parte III); a Dresda gli giunse la notizia della scomparsa di Maria Szymanowska, morta di colera. Un
tentativo di attraversare il confine con il Regno di Polonia non andò in porto. Per Mickiewicz, fornito
di falso nome, iniziava un periodo di sette mesi vissuti nelle residenze dei nobili del Granducato di
Posnania, all’epoca provincia relativamente autonoma del regno di Prussia. Lì conobbe Konstancja
Łubieńska, sua coetanea e madre di cinque figli, celebrata per spirito, bellezza e cultura, e nacque
una storia d’amore che si trasformerà in duratura amicizia. Il 7 settembre 1831 Varsavia capitolò, in
ottobre l’insurrezione era fallita e nel Granducato arrivarono, accolti nelle ville della regione, i primi
ufficiali in fuga dal Regno di Polonia. Mickiewicz non fece mancare ai fuggiaschi la sua presenza
consolatoria, forse in quelle circostanze compose la ballata Pieśń żołnierska (La canzone del soldato)
in cui rimpiangeva, in modo camuffato, la propria assenza tra i combattenti, un’assenza che gli
procurò nell’immediato una qualche umiliazione: in una lettera il fratello di Anastasija Chlustin,
ufficiale della guardia imperiale zarista, da militare ligio al dovere gli rinfacciava impietosamente di
aver perso un bellissimo modo di morire, degno di lui. Per giunta il poeta venne a sapere che il
fratello Franciszek, seppur fortemente disabile, aveva partecipato all’insurrezione, era stato internato
e poi liberato: con lui, e con Garczyński anch’egli in fuga, trascorse le feste natalizie nella tenuta di
Łukowo. Grazie alle notizie sulla difesa di Varsavia raccontatagli da Garczyński, il poeta iniziò la
stesura della poesia Reduta Ordona (Il ridotto di Ordon), che canta il gesto eroico dell’artigliere
Ordon, fattosi esplodere assieme al carico di munizioni: la poesia divenne il modello dell’eroismo
romantico che formò il patriottismo delle nuove generazioni (anche se in realtà ci fu una
mistificazione: il vero Ordon era sopravvissuto, e si suiciderà nel 1887).
Nella prima decade di marzo 1832 il poeta si recò a Dresda, sede di numerose famiglie nobiliari
polacche e punto di ritrovo degli emigranti diretti in occidente. Gli amici Odyniec e Domeyko
ricordavano la sua profonda depressione, il dolore e la commozione nel vedere i soldati migranti, ma
al contempo la sua fiducia nell’imminente venuta dell’uomo della provvidenza il quale, illuminato
dalla grazia e dallo spirito divino, avrebbe iniziato a ricostruire il mondo insegnando a servire Dio in
spirito e verità. Gli emigrati di Dresda ormai gli attribuivano gli epiteti di mistico e visionario; lo
stesso Mickiewicz scriveva, rimpiangendo la mancata presenza all’insurrezione e delineando il suo
concetto di messianesimo nazionale, «Vivo solo nella speranza di non incrociare le braccia sul petto
nella bara senza aver fatto nulla […] Forse la nostra nazione è chiamata a narrare ai popoli il vangelo
della nazionalità, della moralità e della religione, e il disprezzo per i bilanci economici» (lettera del 23
marzo 1832 a Lelewel). Allo stato di depressione fece seguito un ispiratissimo fervore compositivo
che lo condusse rapidamente alla conclusione della stesura della III parte di Dziady (29 aprile),
interpretazione messianica delle disfatte personali e politiche e rappresentazione di un calvario
individuale e collettivo che permetteva di conservare la speranza della resurrezione. Subito dopo
compose Ustęp (L’episodio), sorta di appendice a Gli Avi, fortemente autobiografica e antizarista,
dedicata ai decabristi: «Considero questa piccola opera una continuazione della guerra che ora, a
spade rinfoderate, va portata avanti con la penna» (lettera di metà maggio 1832 a Lelewel). A Dresda
Mickiewicz incontrò il generale Kazimierz Małachowski, reduce dalla disfatta insurrezionale; a un
appunto del poeta sulla troppo precoce caduta di Varsavia, il militare gli rinfacciò di non esserci
stato, nel qual caso – sottolineava – tutti gli insorti sarebbero stai uccisi e Mickiewicz avrebbe
descritto magistralmente la loro morte.
Mentre i tentativi di Konstancja Łubieńska di congiungersi al poeta, anche a prezzo del divorzio,
venivano vanificati dalla sua freddezza, le pressioni dell’ambasciata russa costrinsero numerosi
polacchi a lasciare Dresda. Mickiewicz e dieci compagni si diressero verso Parigi, sede dell’élite
dell’emigrazione polacca (i profughi erano circa trentamila fra ufficiali, attivisti e giornalisti, collocati
in campi di internamento in una decina di città da dove molti partiranno per altre destinazioni). Gli
esuli vennero accolti con onore dalle guardie di confine francesi; ben diverso fu l’atteggiamento di
Luigi Filippo: dopo l’insurrezione repubblicana di un mese prima, i rivoluzionari polacchi avrebbero
potuto alimentare il clima antimonarchico. Privo dell’autorizzazione a recarsi a Parigi, il gruppetto fu
collocato a Châlon-sur-Marne, dov’era in atto un’epidemia di colera, il che non impedì loro, grazie alla
conoscenza di un buon parroco, di assaggiare il celebre champagne Jacquesson.
Trascurando il divieto, Mickiewicz e l’amico Ignacy Domeyko entrarono a Parigi il 30 luglio. In
agosto rivide il ventitreenne Juliusz Słowacki – futuro massimo esponente del Romanticismo polacco
assieme a Mickiewicz e Krasiński –, già conosciuto a Wilno negli anni venti. Il poeta principiante non
risparmiò critiche al «bardo nazionale», sia per le sue improvvisazioni sia per la camicia sgualcita e il
frack sudicio con cui Adam si presentava ai banchetti ufficiali. Del resto il giovane non aveva digerito
il fatto che per uno dei personaggi più negativi della III parte de Gli Avi – il Dottore collaborazionista e
traditore – Mickiewicz avesse usato come prototipo proprio il patrigno di Słowacki. Quest’opera uscì
in autunno all’interno del quarto volume di Poesie. In extremis il poeta vi aveva aggiunto la poesia Do
przyjaciół Moskali (Agli amici di Russia), dedicata ai decabristi martiri dello zarismo senza
risparmiare se stesso che «strisciando in silenzio come una serpe ingannava il despota», ma che a
loro, amici russi, aveva svelato la vera essenza della sua anima. Lo stato di scoramento per i dissidi
politici interni all’emigrazione lo condusse a pubblicare in dicembre Księgi narodu polskiego i
pielgrzymstwa polskiego (Il Libro della nazione polacca e dei pellegrini polacchi), un nuovo Vangelo
ad uso dei polacchi emigrati, una rivelazione messianica in stile biblico altamente poetico, corredata
dalla Modlitwa pielgrzyma (Preghiera del pellegrino) e dalla Litania pielgrzyma (Litania del
pellegrino). L’emigrazione veniva sacralizzata, gli emigrati, bisognosi di una rinascita politico-morale
che Mickiewicz individuava politicamente in un repubblicanesimo cristiano, dovevano trasformarsi in
pellegrini e apostoli della libertà per la riconquista della patria perduta e per riscattare le altre
nazioni con la loro sofferenza. Entusiastica fu l’accoglienza degli amici cattolici francesi Charles de
Montalembert – che ne curerà la traduzione francese – e padre Lamennais, le cui teorie, care a
Mickiewicz, erano state da poco condannate da papa Gregorio XVI, ma i risultati pratici dell’utopistica
educazione patriottico-morale del pamphlet furono pressoché nulli e trattati come fantasie poetiche
nei circoli sia radicali che moderati; tuttavia ora, dopo Gli Avi – pubblicato in autunno – e il Libro
della nazione… Mickiewicz assurgeva definitivamente al ruolo di vate della nazione polacca, e in
pochi mesi il suo Libro ebbe una decina di edizioni in polacco, francese, inglese e tedesco. Nei
territori polacco-lituani occupati dai russi chi veniva trovato in possesso della III parte de Gli Avi
rischiava la condanna a morte.

1833-1837
«I democratici mi odiano, gli aristocratici mi guardano storto, i dottrinari [la destra liberale,
N.d.C.] – poiché i nostri scimmiottano questi partiti – mi credono pazzo […] Parigi mi ha disgustato,
faccio fatica a reggere» (lettera del 28 gennaio 1833 a Odyniec).
Da marzo a luglio diresse «Pielgrzym Polski» («Il pellegrino polacco»), settimanale politico in cui
Mickiewicz, autore della maggior parte degli articoli, veicolava nel linguaggio pubblicistico l’ideologia
mistico-evangelica del Libro della nazione.
Garczyński, di cui stava curando gli scritti, si trovava in Svizzera gravemente malato di tisi; nel
luglio 1833 Adam vendette all’editore Jełowicki i diritti delle sue opere, comprese quelle non ancora
pubblicate, per potersi recare a Bex ad assistere l’amico. Lo trasportò a Ginevra e poi ad Avignone;
trovarono una stanza a fatica, gli albergatori non ospitavano volentieri un malato di tisi portato a
braccia, e Mickiewicz era ormai privo di denaro. Esaurito dalla spossante assistenza, si recò per
qualche giorno a Marsiglia con il pretesto di cercare di ottenere il visto italiano per sé e l’amico.
Tornato ad Avignone, Garczyński si spense: Mickiewicz si occupò della tomba e scrisse sulla lapide un
epitaffio dall’incipit Miles in bello contra Moscoviae tyrannum… «Ora assomiglio a un francese che
ritorna nel 1812, demoralizzato, debole, lacero, quasi senza scarpe» (lettera del 22 settembre 1833 a
Domeyko). Contemporaneamente un breve di Gregorio XVI condannava all’Indice Les livres des
Pélerins e la prefazione di Montalembert in quanto «arrogante e sovversiva». Prostrato dalla
sofferenza fisica e psichica per la morte dell’amico, si immerse nella composizione di Messer Taddeo
e iniziò la corrispondenza con Celina Szymanowska, la quale era venuta a conoscenza di una
confidenza di Mickiewicz in cui pare affermasse che l’avrebbe volentieri sposata.
Il 20 giugno, a Parigi, venne pubblicato Messer Taddeo. Una settimana dopo Celina, ora in miseria
e abbandonata dal fidanzato, piombò da Pietroburgo direttamente a casa del poeta. Dopo un primo
stupore, «avrei voluto rispedirla a domicilio, ma Celina mi ha confuso dicendo che si sarebbe ripresa
la roba e se ne sarebbe andata […]. Non potevo lasciarla nei guai. Del resto, mi piace […]. Vedremo
se starò meglio o ancora peggio» (lettera del 2 luglio 1834 a Odyniec). Il 22 luglio si sposarono nella
chiesa di Saint Louis d’Antin, con un significativo antefatto: per una serie di circostanze
apparentemente casuali, lo sposo si presentò con grande ritardo e indossando il frack di un amico.
Nell’ambiente polacco non fu troppo apprezzato il fatto che il bardo della Polonia avesse preso in
moglie un’ebrea convertita. Alla fine dell’anno uscì la versione del Giaurro di Byron.
Nel 1835, anno di difficoltà economiche e scarsa vena artistica, Mickiewicz diede inizio alla
demolizione, in spirito saint-martiniano, dei vigenti concetti di attività poetica, compresi i propri:
«Forse la vera poesia del nostro secolo non è ancora nata, se ne vedono solo i prodromi. Abbiamo
scritto troppo per divertimento o per fini troppo modesti […] Credo che arriverà il tempo in cui per
essere poeti bisognerà essere santi, che saranno necessarie un’ispirazione e una conoscenza innate
delle cose su cui la ragione non sa esprimersi, se vorremo destare nella gente il rispetto per un’arte
che troppo a lungo è stata attrice, meretrice o giornale politico» (lettera del 31 ottobre 1835 a
Hieronim Kajsiewicz). Nel frattempo Mickiewicz veniva introdotto nei circoli letterari francesi, dove
conobbe Chateaubriand, de Vigny, Lamartine, de Musset, Hugo e Balzac (con gli ultimi due non trovò
alcun affiatamento). Il 7 settembre Celina diede alla luce Maria, e il periodo post parto fu segnato da
eccessi di iperemotività e ipereccitazione accompagnati da comportamenti ritenuti scandalosi, come
l’uso costante di abbigliamenti maschili in pubblico (tra gli ospiti frequenti di casa Mickiewicz c’era
anche George Sand).
Nel giugno 1836 a Mickiewicz fu negato il contributo finanziario spettante ai profughi, in quanto
durante l’insurrezione del 1830 si trovava in Italia con passaporto russo. Se da un lato le sue poesie
vedevano l’ottava edizione, contenente anche le riflessioni poetiche e aforistiche di Zdania i uwagi
(Massime e considerazioni) condotte sulla scia delle letture dei mistici, soprattutto Saint-Martin e
Böhme, dall’altro fallirono i tentativi di pubblicare il dramma storico Les Confédérés de Bar.
Profondamente toccato dalla morte in duello di Puškin, amico letterario e nemico ideologico, nel
maggio 1837 scrisse un anonimo encomio della sua opera. E mentre un intervento dell’antico
protettore Czartoryski, anch’egli emigrato a Parigi e capo del partito dei moderati, il cosiddetto Hotel
Lambert, gli permise di ottenere un sussidio mensile, Mickiewicz interrompeva la stesura di una
Histoire de Pologne giunta al XII secolo, pubblicata solo nel 1868.

1838-1844
Poco dopo la nascita del figlio Władysław (27 giugno 1838) ricomparvero le turbe psichiche di
Celina, che perdeva spesso conoscenza e soffriva di allucinazioni; queste si aggravarono in novembre
evidenziando episodi maniacali che paiono appartenere a un disturbo bipolare: la donna si riteneva
fattucchiera e sacerdotessa, inviata del Messia, liberatrice della Polonia di cui Adam sarebbe
diventato re, redentrice degli ebrei… Ciò accadeva mentre Mickiewicz si trovava a Losanna
impegnato nel tentativo, sostenuto dalle altolocate conoscenze ginevrine dell’amica Anastasija
Chlustin, di occupare la cattedra vacante di letteratura latina di quella università. Nello stesso mese
di novembre Mazzini scriveva su «The Polish Monthly Magazine» di Londra un encomio di Mickiewicz
in cui lo definiva «grande profeta come i grandi poeti d’Israele». Ciò non toglie che nella
corrispondenza privata ne criticasse il cattolicesimo estremo.
A fine anno Celina venne ricoverata nella clinica per “alienati mentali” di Vanves presso Parigi; il
marito le scriveva predicandole calma e pazienza, ricamo e pianoforte, il suo male altro non era che
«un’eccessiva eccitazione», lui stesso era stato in una prigione peggiore che però lo aveva guarito
dalla melancolia… Fu dimessa il 24 marzo 1839. Nonostante le difficoltà per la sua assunzione a
causa delle dispute confessionali in ambito accademico, il 17 giugno la famiglia Mickiewicz giunse a
Losanna; il 12 novembre – primo professore cattolico in assoluto dell’Ateneo – tenne la prima lezione
sui poeti cristiani latini del IV e V secolo. Tra i colleghi c’erano Charles-Augustin Saint-Beuve e il poeta
Juste Olivier, che nel 1833 aveva pubblicato un articolo sul poeta polacco e la traduzione di due
Sonetti di Crimea. Parallelamente sulla «Revue des Deux Monds» George Sand pubblicava un saggio
in cui collocava Mickiewicz al posto più alto rispetto a Byron e Goethe per quanto concerneva
l’originalità di forma e idea nel dramma fantastico.
Probabilmente nei primi sei mesi del 1840 Mickiewicz compose le poesie del cosiddetto “ciclo di
Losanna”, nelle quali si fondono la nostalgia per la casa natale e la resa dei conti con passato e
presente. L’eccellente situazione materiale e logistica e gli onori accademici conferitigli nonostante il
suo aspetto non proprio svizzero (un conoscente polacco lo descriveva come sporco, in disordine,
sempre col sigaro in bocca) non bastavano a nascondere la pesantezza di una società priva di
movimento intellettuale; inoltre Celina era di nuovo incinta e incapace di adattarsi alla vita del luogo,
mentre lo spaventava non poco la presenza diffusa della tiroidite in tutto il cantone. Decise dunque di
accettare la proposta di occupare la nuova cattedra di letterature slave al Collège de France; il patto
era che i suoi insegnamenti avessero un esclusivo carattere letterario. «Bisognava andare avanti, la
cattedra sarebbe caduta in mani moscovite o tedesche» (lettera del 23 dicembre 1840 a Domeyko).
Nel frattempo, il 24 maggio era nata a Losanna la figlia Helena. Giunsero a Parigi il 13 ottobre, due
giorni prima dell’attentato a Luigi Filippo, presero alloggio in rue d’Amsterdam 1, dove vivranno per
cinque anni: lì la figlia Maria leggerà il suo primo libro, Le vite degli uomini illustri di Plutarco; lì anni
dopo le insegnerà il tedesco traducendo assieme a lei Herman und Dorothea di Goethe. In novembre
Celina fu assalita da turbe psichiche.
In dicembre, alla cerimonia di deposizione delle ceneri di Napoleone nella chiesa des Invalides, tra
i partecipanti polacchi, fra cui Mickiewicz, c’era un mistico lituano, Andrzej Towiański, coetaneo e
collega di studi del poeta, mai conosciuto di persona. A Wilno aveva avuto delle visioni spettacolari,
una croce bianca nel cielo rivolta a ovest e la Madonna che indicava la Francia come luogo dove
svolgere la propria missione rivelatrice. Il 22 dicembre Mickiewicz tenne la prima affollatissima e
applaudita lezione nella quale presentò il ruolo della Francia nella sua opera di avvicinamento fra le
nazioni, il raggio d’azione della cultura slava e il ruolo politico degli slavi. In luglio fu nominato
presidente della Società Letteraria di Parigi, mentre Celina venne di nuovo ricoverata a Vanves: la
figlia Maria ricorderà che in quel periodo al padre si ingrigirono i capelli e cominciò a usare il
bastone.
Il giorno successivo Towiański si presentò a un Mickiewicz sconvolto dalla malattia della moglie:
conosceva alla perfezione il passato del poeta; era al corrente della malattia di Celina, della quale
garantiva la rapida guarigione; era abile nello sfruttare stati d’animo e frustrazioni degli interlocutori
e al contempo carismatico nella semplicità e umiltà e nell’oratoria contorta ma trascinante: convinse
Mickiewicz che nelle precedenti incarnazioni era stato un monaco noto per il rigore e il martirio, era
stato Giovanna d’Arco e profeta prima di Cristo. Nel 1842 il poeta scrisse che la sua fede nella parola
di Towiański era l’esito della sua vita e di tutto ciò che aveva già presentito e preannunciato nelle sue
opere. «Nel suo legame con Towiański la sua stessa opera in qualche modo assumeva una nuova
dimensione, oltrepassava la letterarietà e diventava testimonianza della rivelazione» (A. Witkowska,
Towiańczyzy, Warszawa, PIW, 1989, p. 157). Il mistico esortò il poeta a far dimettere la moglie, le
sussurrò poche parole all’orecchio e Celina si placò e abbracciò marito e figli, miracolosamente
guarita: ora sarà lui il suo “psicoterapeuta”. Per il poeta fu la prova del potere sovrannaturale di
Towiański, ne diventò il primo e più importante adepto, «ministro della santa causa dei popoli».
Il 27 settembre a Nôtre-Dame il mistico espose agli emigranti i suoi concetti sulla metempsicosi,
sul rinnovamento morale e spirituale che avrebbe consentito, in primo luogo agli adepti, un
miracoloso e rapido ritorno in patria al seguito di un Messia; ridava vigore al culto di Napoleone –
iniziatore del nuovo cristianesimo – intrecciato con l’ideologia panslavista di matrice zarista, per il
bene della Polonia e dell’umanità. Era inevitabile la frattura politica-religiosa: gli amici cattolici
ortodossi del poeta mettevano in guardia Mickiewicz dall’eresia, Czartoryski predicava prudenza, il
razionale Chopin li definiva “pazzi”. Casa Mickiewicz divenne il punto di ritrovo per i fratelli
towianisti; nel dicembre 1842 vi prese alloggio, su desiderio di Towiański e ufficialmente come
governante dei figli, un’adepta lituana fanatica delle teorie del Maestro, la giovane aspirante cantante
lirica Ksawera Deybel, descritta come dotata di un grande “magnetismo” e di uno sguardo
ammaliatore, in seguito ambita e amata da vari confratelli, in sostanza una sorta di agente controllore
di Mickiewicz, nei fatti protagonista di un pluriennale triangolo domestico in cui la giovane, come dirà
lo stesso poeta, era la donna con cui riusciva a creare una vera “comunità spirituale” fisica,
intellettuale e religiosa.
Le lezioni dell’anno accademico 1841-1842 assunsero sempre di più una coloritura profetica; alla
riunione dell’Associazione Letteraria Polacca del 3 maggio 1842, Mickiewicz chiese di non essere
chiamato più “critico” bensì “vate”, e si ergeva a testimone della sopravvenuta misericordia di Dio e
della resurrezione della patria. Nella versione biblico-esodiaca delle gerarchie del Circolo della Causa
di Dio – così si chiamava la setta –, Towiański era il Mosè balbuziente che affrancava il suo popolo
dalla schiavitù, Mickiewicz era suo fratello Aronne, eloquente portaparola e sommo sacerdote, gli
emigranti polacchi – comunità indisciplinata, protestataria e idolatra – erano il popolo d’Israele. Lo
stesso 3 maggio nasceva il figlio Aleksander, Towiański era il padrino di battesimo.
Le autorità francesi erano allarmate sia per i contenuti delle lezioni di Mickiewicz sia per l’attività
apostolica svolta tra i francesi, compresa la setta dell’occultista visionario Pierre Vintras. Il 16 luglio
Towiański fu espulso e riparò in Belgio, mentre le autorità russe gli confiscarono i beni in patria. Il
Circolo fu affidato a Mickiewicz.
In ottobre il poeta, in uno stato di esaltazione religioso-politica, ebbe tre visioni che tradusse in
materiale di propaganda interna e in testi religioso-gnomici, il suo ultimo slancio poetico: il Cristo che
compare in forma di guerriero, Napoleone che si annuncia nuovamente come taumaturgo, la Vergine
che calpesta il male e lo schiaccia sul fondo dell’inferno. Nel corso delle udienze di dicembre presso
l’arcivescovo di Parigi, Mickiewicz non solo respinse le accuse di scisma ma attaccò il prelato
accusandolo di pusillanimità e neghittosità nei confronti del popolo, mentre a una riunione del Circolo
dichiarava: «Siamo la nuova Chiesa, in qualche modo il terzo piano della Chiesa: il primo è la
sinagoga ebraica, il secondo l’attuale chiesa romana».
La presenza dei towianisti alla messa del 20 maggio 1843 per l’anima dello zar Alessandro I
provocò un incidente fra i due maggiori poeti polacchi dell’epoca, Mickiewicz e Słowacki,
quest’ultimo adirato per quella manifestazione che riteneva filo-zarista: Mickiewicz lo insultò e lo
allontanò; pochi mesi dopo Słowacki abbandonò il Circolo. Per Adam era un periodo pesante: «La
casa e le mie debolezze personali divorano la maggior parte delle mie forze» (lettera del 29 maggio
1843 a Ferdynand Gutt), allusione alla sempre più complicata convivenza con due mogli e allo stesso
tempo “consorelle” che si contendevano la preminenza femminile anche nella scala gerarchica del
Circolo. Per attingere nuove forze alla fonte, in luglio si recò da Towiański a Bruxelles ed effettuò un
pellegrinaggio sui campi di Waterloo alla ricerca del sostegno dello spirito di Napoleone per
raggiungere l’armonia, sempre più difficile, con il Maestro.
In ottobre Towiański si recò in udienza dal Papa per convincerlo ad accogliere la dottrina cristiano-
napoleonica della “terza chiesa”: la richiesta fu respinta e gli fu ordinato di lasciare la città entro
ventiquattro ore. Nella lezione del 22 dicembre, Mickiewicz tratteggiò i contorni di ciò che per lui era
e sarebbe stata la funzione della sua cattedra: «dapprima l’arca simbolica della futura riunione delle
tribù slave; più tardi divenne la tribuna da cui la verità storica poteva farsi intendere, da oggi essa
diventa un posto militare, un bastione che il genio della Francia affida allo spirito slavo, alleato della
nazione francese» (Gli Slavi, a cura di M. Bersano Begey, Torino, Unione Tipografico-Editrice
Torinese, 1947, p. 100): ora il programma del corso sarà incentrato sul “Vangelo” di Towiański,
pubblicato nel 1841 con il titolo Biesiada (Il banchetto), con le sue critiche alla chiesa ufficiale per la
sua incapacità di esprimere le idee del mondo contemporaneo e al clero per la sua indifferenza verso
il dolore di milioni di uomini.
Nel febbraio 1844 uscirono a Parigi le Opere di Mickiewicz in quattro volumi, la più esaustiva
edizione delle opere pubblicate in vita. In marzo, in risposta al ministro dell’Istruzione che gli
suggeriva di interrompere le lezioni in cambio di un aumento di stipendio, il poeta tenne la celebre
lezione in cui annunciava la Nuova Epoca e il nuovo Profeta, il Verbo fattosi carne, e presentava se
stesso come il testimone vivente della nuova rivelazione, suscitando così anche le attenzioni del
ministero degli Interni.
Nei suoi interventi al Circolo, sempre più in dissidio con il Maestro, Mickiewicz sollecitava gli
adepti ad allargare il raggio d’azione apostolica in ambito militare e operaio, con toni aggressivi nei
confronti della monarchia e di Luigi Filippo. Il corso venne temporaneamente sospeso, in realtà non
gli verrà più rinnovato fino al 1852, quando la cattedra gli sarà tolta per decreto. Anche il Circolo si
stava frantumando in un clima di tradimenti e in uno spirito da santa inquisizione, mentre Mickiewicz
viveva un’esplosione di ipersensibilità immaginifica: le sue sofferenze erano causate da alcuni spiriti
dei suoi familiari che lo attaccavano da sempre; affermava di essere stato più volte, con la sua “anima
nuda”, nel mondo ultraterreno dove si vive assieme agli spiriti con i quali si è vissuto sulla terra, e
con i quali bisogna concludere le opere iniziate nel mondo terreno. Due incontri in Svizzera con
Towiański si risolsero in attacchi reciproci, il poeta espose le proprie nuove concezioni: era inutile
costringere i fratelli a essere santi, inutile esigere ispirazione e sacrificio senza indicare un fine
concreto e raggiungibile. Mickiewicz si appropriava dell’autonomia di azione e apostolato, decidendo
di collocare la Causa di Dio sulla terra e di realizzarla con mezzi terreni.

1845-1848
Il 7 aprile 1845 Celina diede alla luce Jan, nello stesso mese il Circolo si scisse e con il poeta
rimasero ventidue fratelli. L’insegnamento e lo spirito del Maestro non venivano rinnegati, ma
l’addestramento etico veniva posto in secondo piano rispetto alla problematica socio-politica, e la
causa polacca veniva ora situata al primo posto della «causa universale». Privato di mezzo stipendio
universitario, Mickiewicz riprese la stesura della Histoire de Pologne ricevendo un anticipo
dall’editore.
Nel febbraio 1847 incontrò Margaret Fuller, scrittrice combattente per l’emancipazione femminile,
amica e collaboratrice del filosofo americano Ralph W. Emerson, molto stimato e citato da Mickiewicz
nelle sue lezioni universitarie. A Londra aveva conosciuto Mazzini, su consiglio del quale aveva
raggiunto Parigi per conoscere Lamennais e il poeta polacco. I due si videro forse una sola volta in
dieci giorni, ma subirono un fascino reciproco, nell’aura dell’ambigua spiritualità delle tesi di
Towiański; si rivedranno a Roma un anno dopo, con lei ormai nelle vesti della signora Fuller d’Ossoli.
Nello stesso mese lo scrittore austriaco Alfred Meissner, in visita dal poeta, lo descriveva in uno stato
di trasandatezza e folle eccitazione: Mickiewicz gli aveva riferito che la Polonia sarebbe stata liberata
da un uomo con il nome composto da 41 lettere che avrebbe creato l’unione di 41 città e un esercito
di 41 legioni.
All’estremo tentativo di Towiański di riunificare il Circolo, Mickiewicz rispose il 12 maggio con una
lettera di accusa e autoaccusa che segnava la rottura definitiva: «Essendo noi stessi privi di fede […]
non potendo sopportare la solitudine che ci mostrava la nostra nullità ci siamo scagliati contro i
fratelli. Li sottoponevamo a sofferenze per divertirci tragicamente alla vista del loro tormento. […]
Meno libertà, forza e vita sentivamo e più invocavamo la vita. Abbiamo creato una vita artificiale:
ordinavamo ai fratelli di compiere movimenti spesso non conformi al loro stato interiore. Abbiamo
tolto loro l’ultima libertà che tutte le tirannie rispettano: la libertà di tacere».
Partito da Marsiglia dopo aver lasciato la moglie con cinque figli, polli, piccioni, un cane, canarini,
pesciolini e una gazza, giunse a Roma il 7 febbraio 1848. Suoi scopi principali erano offrire al giudizio
della Chiesa l’essenza della sua missione rivelatrice, ovvero gli scritti di Towiański e il testo dei suoi
ultimi due corsi accademici, e presentare a Pio IX il progetto di formazione di una Legione militare
polacca. Il 25 marzo, due giorni dopo l’entrata in guerra di Carlo Alberto contro l’Austria, era a capo
della delegazione polacca in udienza dal papa: dai racconti dei testimoni pare che il poeta
annunciasse con voce alterata la venuta dell’epoca dello spirito e rammentasse al papa che era suo
dovere accoglierla; il futuro moto insurrezionale doveva partire da Roma come garanzia per evitare
spargimenti di sangue, inoltre il pontefice doveva riconoscere l’ingiustizia dell’esistenza di una
Polonia spartita. Pare che lo afferrasse per la manica e scuotendola dicesse: «Ricordati che lo spirito
divino oggi è nelle bluse del popolo di Parigi!». «Figliolo, non dimenticare con chi parli» rispose il
papa di fronte a una delegazione costernata. Pio IX ne approfittò per rinfacciare ai polacchi i divorzi,
l’oppressione del popolo e degli uniati, e disse che avrebbe benedetto la Polonia solo se fosse tornata
ai costumi e all’ubbidienza alla Chiesa di Roma. Domandò altresì a cosa servisse la legione e contro
chi avrebbe combattuto, sottolineando che lui non avrebbe dichiarato guerra a nessuno.
Il 29 marzo, dopo accanite discussioni fra i polacchi di Roma, nacque la Schiera polacca composta
da tredici aderenti, guidata provvisoriamente dal poeta sulla base di una dichiarazione di principi, un
vero e proprio schema di Costituzione noto in italiano come Simbolo politico polacco: lo scopo era
tornare in patria e unirsi alle schiere dei fratelli slavi; i princìpi, nello spirito evangelico, si
collocavano nell’alveo delle riforme democratiche radicali: terra ai contadini, rispetto della proprietà,
libertà di culto e associazione, libertà di parola, parità di diritti per donne, slavi ed ebrei – i «fratelli
maggiori» – viventi in Polonia, magistratura elettiva, a ogni famiglia «un agro domestico», aiuto
politico «di parentela» ai fratelli boemi e russi, aiuto cristiano a ogni popolo. Il testo fu approvato
dalla censura pontificia, Pio IX benedisse, ma solo in privato, lo stendardo della nascente legione. Il
drappello, composto da dieci uomini fra cui il comandante militare Siodołkowicz, già sottufficiale di
Napoleone, e alcuni giovani in buona parte studenti d’arte, lasciò Roma in carrozza il 10 aprile: le
mete erano la Boemia e Cracovia.
Come comunicava la stampa toscana, il 14 aprile la Schiera fu accolta a Empoli «da tripudio di
popolo»; il 16 a Firenze il poeta arringò i fiorentini dal balcone dell’hotel San Marco, presenziò alla
messa in Santa Croce dove «la tricolore italica […] pareva abbracciare il bianco e il vermiglio della
Polonia facendo padiglione alla venerata canizie dell’Apostolo delle Razze Slave», scriveva il giornale
«La Patria». Nel frattempo la congregazione pontificia aveva messo all’Indice i corsi di letteratura di
Mickiewicz. Alla ricerca di sostegno anche finanziario, il poeta incontrò, fra gli altri, il granduca
Leopoldo II, al quale non mancò di profetizzare l’imminente frammentazione dell’Austria e il crollo
della Russia. Mentre il 29 aprile Pio IX annunciava il ritiro delle truppe regolari dai confini con
l’Austria e la Francia repubblicana declinava ogni impegno a sostenere la Polonia, Mickiewicz teneva
infervorate orazioni antiaustriache nelle città emiliane. La Schiera giunse a Milano il primo maggio,
accolta dal podestà Gabrio Casati e da Giovanni Berchet; Mickiewicz parlò alla folla dal balcone del
Comune, poi incontrò Mazzini. Le trattative con il governo lombardo non furono facili: il poeta
proponeva la creazione di legioni slave, ma quella polacca avrebbe dovuto essere usata
esclusivamente contro l’Austria, con la libertà di abbandonare il costituendo esercito lombardo in
caso di necessità della Polonia; il governo diede il consenso per un numero massimo di 600 uomini,
tutti polacchi, ma la bandiera doveva essere quella italiana: la decisione provocò la diserzione di vari
ufficiali. Il tentativo del poeta di convincere Carlo Alberto, che incontrò a Valeggio il 15 giugno, a
formare una legione polono-slava fallì per il boicottaggio dell’aristocrazia polacca di Parigi. Il 20
giugno venne formata la prima compagnia della Legione, rimpolpata da un reparto di polacchi giunti
dalla Francia e inviata a Salò, sulla linea del fronte. Intanto a Parigi era rientrato Towiański, parte
degli scissionisti mickiewicziani si era riunita a lui, il mistico aveva condannato la spedizione del
poeta come «un tradimento della Causa della Patria e del Maestro». Mal gliene incolse: proprio
mentre Mickiewicz ritornava nella capitale francese, Towiański veniva arrestato e poi condannato alla
deportazione alla Caienna; solo un accorato intervento di Celina Mickiewicz presso il dittatore
Cavaignac portò alla sua liberazione e al trasferimento ad Avignone. A fine luglio il poeta incontrò in
successione i due inviati della Repubblica di Venezia, Aleardo Aleardi e Niccolò Tommaseo, anch’essi
alla vana ricerca di un sostegno francese per la Repubblica di San Marco ormai prossima alla fine. Il
20 ottobre Cavour, in un intervento alla Camera dei Deputati, citando il grande risveglio dei popoli
slavi sottolineava il ruolo svolto in questo campo da Mickiewicz, che definì «genio sublime ispirato
dalla Provvidenza alla pari di Omero, Dante e Shakespeare». Probabilmente nel 1840 Cavour era
stato tra gli uditori delle prime lezioni parigine del poeta.
In dicembre troviamo un Mickiewicz euforico per l’elezione di Luigi Napoleone; allacciò contatti
personali con Girolamo Bonaparte, fratello di Napoleone I, da poco rientrato in Francia.

1849-1854
Al poeta venne proposta la cattedra di letteratura polacca all’Università Jagellonica di Cracovia,
ma il governatore della Galizia pose il veto per le arringhe antiaustriache pronunciate dal poeta in
Italia.
In febbraio fondò il quotidiano «Tribune des Peuples», composto da un gruppo internazionale di
collaboratori di sinistra fra cui i radicali Frapolli, ambasciatore della Repubblica Romana, e Ricciardi,
esule dal 1836; ma in gran maggioranza gli articoli saranno suoi, seppur anonimi. Nel corso del
banchetto inaugurale tenne un discorso in cui esaltava il ruolo futuro della Francia, guidata da un
napoleonide, come nazione liberatrice dei popoli oppressi.
Il 3 aprile a Parigi moriva Juliusz Słowacki; forse Mickiewicz lo apprese tardi, perché al funerale
non c’era.
Il primo punto programmatico della «Tribune des Peuples», di fronte all’alleanza delle potenze
dominanti, stava nell’adozione di una “politica cristiana” imperniata sulla solidarietà fra i popoli;
Mickiewicz non risparmiava critiche alla situazione interna francese, come la repressione della libertà
di parola da parte del governo provvisorio; attaccava le dinastie aristocratiche e i dignitari della
Chiesa, i “parassiti” che circondavano Luigi Napoleone. Per il poeta il socialismo, termine «nuovo e
terrorizzante» per la sua novità, non era altro che l’espressione di un sentimento antico come il
sentimento della vita, un sentire quello che c’era di incompleto, mutilato, e quindi infelice, nella vita.
In seguito ai disordini di Parigi del giugno 1849, in concomitanza con l’abbattimento della Repubblica
Romana da parte dei francesi, la «Tribune» venne chiusa, alcuni giornalisti arrestati: durante lo stato
d’assedio Mickiewicz si trasferì sotto falso nome a casa dell’amico violinista Antoine Dessus, per
prudenza qui bruciò parte del manoscritto dell’Histoire de Pologne, o forse quello di una intrapresa
Storia del futuro. Rimase nascosto fino al 9 luglio; in giugno, nell’abitazione di Towiański a Nanterre,
Ksawera Deybel aveva partorito Andrée, figlia del poeta.
Mickiewicz fu scagionato dall’accusa di aver incitato la rivolta e attaccato Luigi Napoleone dai
fogli del giornale; in settembre «Tribune» tornò in edicola, e per spegnere gli antagonismi il poeta
specificò che l’intento del giornale era stato solo quello di far risorgere l’idea cristiana e di applicarla
concretamente alle leggi che governano la società. La sua partecipazione al giornale ora assumeva
quasi caratteri cospirativi, il che non gli impedì di intervenire in difesa dei democratici tedeschi
espulsi dalla Francia, tra i quali Karl Marx «eccellente uomo, dialettico e giornalista», e di sostenere
ancora la visione di un’Europa repubblicana che sarebbe sorta dalla congiunzione fra idea
napoleonica e idea socialista. Ma quando in ottobre novanta emigrati polacchi furono espulsi dalla
Francia, lasciò la redazione assieme ai giornalisti conterranei. Ora il clima parigino era quello delle
restrizioni della libertà personale, specie per chi aveva partecipato ai moti risorgimentali; anche
Mickiewicz era un osservato speciale. Ma pur conducendo una vita domestica, non mancava di
frequentare il salotto della contessa di Belgiojoso e la casa di Girolamo Bonaparte. Il 20 dicembre
1850 nacque il figlio Józef, battezzato con l’acqua del Niemen inviata dalla Lituania.
Nell’estate del 1851 venne a sapere della morte dell’amico di una vita Jan Czeczot, esiliato in
Siberia negli anni trenta. Approvò appieno il colpo di stato di Luigi Napoleone (2 dicembre 1851),
nonostante le fucilazioni sommarie e lo stato d’assedio («finalmente Napoleone I ha cominciato a
operare tramite Te», scriveva in una lettera indirizzata allo stesso presidente della Repubblica,
probabilmente mai spedita).
Nel 1852 Mickiewicz rinnovò la richiesta di cittadinanza, contestata dal ministro della polizia
secondo cui il poeta era il più pericoloso degli emigranti polacchi in quanto il suo intelletto gli
consentiva di proclamare con efficacia le dottrine anarchiche. Gli fu negato anche il visto per la
Svizzera, dove intendeva portare il figlio Władysław per delle cure mediche. In aprile, su decreto di
Luigi Napoleone, Mickiewicz e i colleghi e amici Jules Michelet ed Edgar Quinet furono privati della
cattedra al Collège de France: ora l’unico sostentamento proveniva dai sussidi offertigli dalla famiglia
Bonaparte. In ottobre la richiesta di cittadinanza venne definitivamente respinta, con la motivazione
degli scandali provocati nel mondo politico, letterario e religioso dalla sua propaganda panslavista
filorussa e antifrancese. Il ministro dell’Istruzione lo nominò bibliotecario della Bibliothèque de
l’Arsenal, con diritto a un alloggio d’ufficio nell’Arsenale stesso e a un modestissimo stipendio. Il 2
dicembre Luigi Napoleone fu incoronato imperatore con il titolo di Napoleone III.
Al 17 gennaio 1853 risale l’ultima lettera di Mickiewicz a Towiański, residente a Zurigo, nella
quale augurava al «Fratello, Maestro e Signore» di essere finalmente chiamato a dirigere «il timone
del mondo»; in dicembre redasse un memoriale per l’imperatore in cui faceva l’apologia del Maestro
e della Causa di Dio, sottolineandone il culto per Napoleone I e mettendone in rilievo i risultati più
eclatanti, come la conversione di ebrei e protestanti e la guarigione di malati gravi. Dal canto suo,
Mickiewicz citava le proprie profezie di eventi realmente accaduti e sottolineava il proprio ruolo
nell’aver dato inizio alla nuova era del cristianesimo politico. Il testo fu consegnato al segretario
dell’imperatrice.
Già da ottobre era in corso la guerra di Crimea fra Turchia e Russia, e a Parigi gli emigranti
polacchi pensavano alla creazione di una Legione. Nelle zone di guerra già agivano a tale scopo
l’inviato di Czartoryski, il generale Władysław Zamoyski, e quello del partito democratico, il generale
Józef Wysocki. All’ingresso in guerra della Francia (marzo 1854) Napoleone III comunicò che l’unico
interlocutore per la questione della legione polacca sarebbe stato il campo moderato di Czartoryski.
In agosto Celina era in uno stato di salute precario, la diagnosi parlava di una «malattia singolare e
strana che capita a una donna su un milione»: si trattava di cancro. Nello stesso mese Mickiewicz
scrisse la sua ultima composizione poetica, diffusa in volantini, Ad Napolionem III. Caesarem
Augustum Ode in Bomersundum captum, in occasione della conquista da parte della flotta anglo-
francese della fortezza russa di Bomarsund nelle isole Äland.

1855
Celina era consapevole della gravità della malattia e chiese al marito quanto le restasse da vivere:
i medici le davano tre giorni di vita. Si congedò con dignità e forza, diede disposizioni per i funerali.
Ormai priva di voce, con i gesti delle mani invitò il marito e la sorellastra Zofia, giunta a Parigi per
assisterla, a prendersi per mano, li benedisse e spirò il 5 marzo 1855 a 42 anni. Così Mickiewicz
commenterà l’evento sintetizzando al contempo vent’anni di matrimonio: «Negli istanti del distacco ci
siamo uniti per la prima volta. In qualche modo mi ha promesso solennemente che in spirito mi
aiuterà e sarà con me continuamente. Perché questo non è mai successo in vita!» (lettera del 18
maggio 1855 a Konstancja Łubieńska). Pare che Celina volesse che Adam e Zofia si sposassero, ma
che lui e i figli fossero contrari. Fu sepolta nel cimitero Père Lachaise. Poco dopo l’altra “moglie”
Ksawera convolò a nozze con un poliziotto francese.
Mickiewicz riteneva che la guerra di Crimea avrebbe smosso la causa della Polonia; in giugno offrì
la propria collaborazione a Czartoryski ed espresse l’intenzione di recarsi in Turchia a sostenere con
l’esempio e l’azione l’iniziativa militare. Il principe, grato dell’offerta di grande valore politico per la
fama del poeta, si sdebitò ottenendo da Napoleone III la garanzia di mantenimento della sua famiglia;
oltre alla funzione di mediatore politico, il poeta garantiva al ministro dell’Istruzione lo svolgimento di
una missione scientifica consistente nell’analisi degli influssi della cultura occidentale sulla
letteratura degli slavi meridionali. In luglio moriva in Bielorussia Tomasz Zan, il caro amico dei tempi
giovanili.
Prima della partenza in treno dell’undici settembre, Mickiewicz diede alle fiamme molta
corripondenza privata e lavori incompiuti. All’imbarco da Marsiglia il gruppetto del poeta era
composto dal figlio di Czartoryski, Władysław, da Henryk Służalski, già membro della Legione
“italiana” di Mickiewicz, e da Armand Lévy, suo amico e segretario. Dopo aver superato una tempesta
nel Mar Egeo ed evitato le coste maltesi e greche sottoposte a quarantena a causa del colera, il 22
giunsero a Costantinopoli e bivaccarono sotto la tenda in una stanzetta del convento dei Lazzaristi,
popolata da cimici e pulci. Nei pressi di Burgas, a 400 chilometri dalla capitale turca, c’era
l’accampamento di Michał Czajkowski, negli anni trenta scrittore di successo appartenente alla
cosiddetta scuola ucraina del Romanticismo polacco e poi comandante militare, inviato da Czartoryski
nel 1841 come suo massimo agente in Oriente per ostacolare l’influenza russa in Turchia. A una
settantina di chilometri da Costantinopoli aveva edificato il villaggio di Adampol (ancora oggi
esistente con il nome di Polonezköy), in cui si erano andati insediando esuli del 1831 e soldati
polacchi facenti parte dell’esercito russo riscattati dalla prigionia. Nel 1850 era passato al servizio
della Turchia convertendosi all’Islam con il nome di Mehmed Sadyk-effendi, e a Burgas aveva formato
una Legione composta da cosacchi ottomani e comprendente polacchi di Galizia, ucraini, bulgari,
valacchi e circa duecento ebrei, ma anche emigranti russi ed ex detenuti delle prigioni turche, mentre
parte del corpo ufficiale era polacco. Il 6 ottobre troviamo i quattro compagni nei pressi
dell’accampamento di Sadyk. Fu dopo l’incontro con dei giovani ebrei ex prigionieri o disertori
dell’esercito russo, ora divenuti soldati cosacchi, che Adam ebbe l’idea di formare una Legione
ebraica, un terzo reggimento accanto a quello multietnico di Sadyk e a quello prettamente polacco di
Zamoyski. Riteneva che un siffatto reggimento avrebbe provocato diserzioni di massa fra gli ebrei
militari russi, e che i contadini, vedendo gli ebrei fra gli insorti, avrebbero pensato che, se c’erano
loro, valeva la pena partecipare; riteneva soprattutto che per la resurrezione della patria fosse
necessario eliminare le cause della sua decadenza, ovvero unire sotto una sola bandiera le varie razze
e religioni della Polonia, compresi i cosacchi che per primi se n’erano staccati. Dopo un primo
momento di diffidenza, Sadyk accolse l’idea della legione ebraica, invitando però alla prudenza in
attesa di acquisire il sostegno dei banchieri ebrei e del governo turco.
Finalmente Mickiewicz aveva l’occasione di vivere da soldato e “pellegrino” nell’accampamento di
Sadyk (il segretario Lévy si era addirittura arruolato), nell’ultimo tentativo di cancellare l’antica
nostalgia del non accaduto. Forse a Burgas, fra il 6 e il 16 ottobre, scrisse il suo ultimo testo, un
abbozzo ambientato nell’ospedale da campo dal titolo Conversation des malades. Approfittò
ampiamente anche dei momenti ludici come la caccia a cavallo con i levrieri nella steppa, le esibizioni
dei cavallerizzi, la rassegna dei reggimenti, i banchetti di onomastico, le danze cosacche; si nutriva
del pessimo rancio militare che lo costringeva a un’interminabile dissenteria. Fu necessario tornare a
Costantinopoli: il 24 novembre Mickiewicz, desideroso di imparare il turco, prese appuntamento con
l’insegnante di Lévy.
Nella notte tra il 25 e il 26 si sentì male: verso mezzogiorno il colonnello Bednarczyk, che
Mickiewicz vedeva come organizzatore della Legione ebraica, lo trovò in piedi disperatamente
aggrappato alla porta; il medico definì la malattia «colera violentissimo» e gli ordinò del laudano; alle
14 il poeta allontanò il dottore, lo aveva svegliato mentre sognava di essere in paradiso. Ora rifiutava
le medicine, chiedeva a Lévy e Służalski di guardare se mani e piedi non fossero già lividi, riceveva
impacchi di farina di senape sul corpo; il tardo pomeriggio era in preda a crampi dolorosi, aveva le
membra gelide. A Służalski che gli chiedeva cosa dire ai figli, rispose: «Di’ che si vogliano bene.
Sempre». A prima sera arrivò il prete con altri medici e alcuni ufficiali polacchi. Alle 20.40, dopo tre
ore di agonia, Mickiewicz spirò. L’atto del decesso fu compilato dal dottor Drozdowski, lituano.
Molto si è discusso di questa morte, sia all’epoca sia nei molti decenni successivi. Il primo medico
affermò trattarsi di colera, un secondo medico smentì la diagnosi – pare che all’epoca a
Costantinopoli non ci fossero epidemie –, Służalski parlò di colera asiatico; medici più recenti hanno
diagnosticato emorragia cerebrale o perforazione di un organo cavo addominale, mentre è un fatto
che da tempo il poeta soffriva di enterite (così com’era successo a Celina), forse aggravata dalle
pessime condizioni di vita nell’accampamento di Sadyk. Molto si è sussurrato di avvelenamento da
arsenico – i cui sintomi sono simili a quelli del colera – all’interno di un intrigo politico: la nascita
della legione ebraica non piaceva a molti: non ai turchi, non ai russi, non all’aristocratico e
cattolicissimo Zamoyski, che detestava il rinnegato Sadyk e vedeva di malocchio un Mickiewicz al
servizio della mezzaluna. Morendo, il poeta avrebbe salvato il proprio buon nome di vate polacco e
l’onor patrio della Polonia. Tutte illazioni, nessuna comprovata.
Il corteo funebre verso la nave postale francese Euphrat era composto dai polacchi residenti a
Istanbul, da un battaglione cosacco, dalla colonia italiana che suonava la marcia funebre, e poi
rappresentanze di serbi, montenegrini, albanesi, greci, bulgari, dalmati. Il 9 gennaio 1856 la spoglia
imbalsamata raggiunse Parigi; il 21 la cerimonia funebre si svolse nella chiesa della Madeleine, dove
sei anni prima si erano celebrati i funerali di Fryderyk Chopin. Prima della cerimonia un altro giallo:
sulla scalinata della chiesa il capitano Jaźwiński, soldato a Costantinopoli, colpì con un bastone il
generale Zamoyski, concorrente di Mickiewicz nella formazione delle legioni. Questioni personali o
politico gesto simbolico? Mickiewicz fu sepolto nel cimitero di Montmorency, accanto alle spoglie di
Celina esumate dal Père Lachaise.
Nel 1890 la bara venne traslata a Cracovia, accolta lungo il tragitto da delegazioni internazionali a
Zurigo e dal divieto di manifestazioni a Vienna. Dopo il solenne funerale del 4 luglio, fu deposta nel
castello di Wawel in presenza delle massime autorità amministrative, accademiche ed ecclesiastiche,
e di quattro figli del poeta. Le ossa di Mickiewicz giacevano in un sarcofago ricoperto con la sabbia
del fiume Niemen e della natia Nowogródek.
NOTA AL TESTO E ALLA TRADUZIONE

Pan Tadeusz è stato tradotto non solo in quasi tutte le lingue europee (fanno eccezione islandese,
norvegese e portoghese, ma vi sono l’yiddish, l’ebraico, l’armeno e il georgiano), ma anche nelle
maggiori lingue dell’Estremo Oriente (cinese, giapponese, coreano, vietnamita).
La prima pubblicazione integrale italiana risale al 1871, ed è attribuita ad Arrigo Boito; si tratta di
una versione in prosa condotta pedissequamente sulla traduzione francese di K. Ostrowski,
ripubblicata nel 1975 con alcuni rimaneggiamenti. In prosa è anche quella del 1924 a cura di Clotilde
Garosci, anch’essa riproposta nel 1955 da C. Agosti Garosci con alcuni cambiamenti e l’inserimento
dell’Epilogo.
Al di là dei frammenti e dei singoli libri pubblicati in riviste e miscellanee (si veda la Bibliografia),
il più serio tentativo di fornire una versione in versi fu compiuto da Oskar Skarbek-Tłuchowski con la
pubblicazione dei primi tre libri di Messer Taddeo. Tentativo ancor più ammirevole in quanto
condotto tramite la propria seconda lingua (sulla storia dei dattiloscritti mickiewicziani di Tłuchowski
si può leggere S. De Fanti, Il Pan Tadeusz in Italia, vedi Bibliografia).
Questa nuova traduzione ha una storia ultradecennale composta di abbandoni e ritorni che
inevitabilmente segnano l’approccio del traduttore. Le uniche costanti rimaste dal tempo degli albori
riguardano il titolo e la scelta del metro, ovvero quello martelliano composto da una coppia di
settenari con cesura interna – quello de Il Molière di Goldoni, per intendersi; il metro dell’originale è
il cosiddetto alessandrino polacco, il tredecasillabo con cesura dopo il settenario, tipico delle forme
epiche e descrittive. La sfida maggiore stava nelle rime baciate AA-BB-CC ecc., e inizialmente il
traduttore accetta la sfida nello spirito rigoristico e servile (fedele) di chi afferma che in traduzione va
rispettato l’ordine delle rime dell’originale. Solo dopo molto tempo, quando ci si congratula con se
stessi per la propria abilità, ci si accorge di trovarsi in gabbia, e lo si vede dai tagli e dalle omissioni
forzate, dall’eccessiva compressione o estensione degli elementi lirici, dalle acrobatiche inversioni e
ipallagi. In un gesto altruistico si esce dal proprio narcisismo e si comincia a pensare al lettore che a
quel punto avrà già chiuso il libro. Ma non si vuole trasformare il poema in prosa, nemmeno nella
cosiddetta “prosa poetica”. Allora si cercano ritmo e musicalità scovando rime interne e assonanze, si
conservano le rime baciate per i momenti che paiono “determinanti”, di buon effetto, in questo caso
certi momenti retorici, descrittivi, comici, o incipit e finali di strofe particolarmente significative. È
una drastica ingerenza del traduttore in combutta con l’anonimo e ignaro lettore: il rischio è di
precipitare dalla deferenza per l’autore alla sottomissione nei confronti di chi leggerà. La speranza è
che questa traduzione non cada in questo baratro trascinando con sé l’autore.
La traduzione del poema è stata condotta sul testo pubblicato nel 1998 presso l’editore Czytelnik,
a cura di Zbigniew Jerzy Nowak.
Per le note sono stati consultati gli apparati critici di Konrad Górski (Adam Mickiewicz, Dzieła
wszystkie, t. IV, Wrocław-Warszawa-Kraków, Ossolineum, 1967 e Pan Tadeusz, seconda edizione
riveduta, Wrocław, Skarb Rzeczypospolitej Polskiej, 1989), Zbigniew Jerzy Nowak (Adam Mickiewicz,
Dzieła, t. IV, Warszawa, Czytelnik, 1998), Stanisław Pigoń (Adam Mickiewicz, Dzieła wszystkie, t. IV,
Warszawa, Czytelnik, 1934 e Pan Tadeusz, ottava edizione, Wrocław-Warszawa-Kraków-Gdańsk,
Ossolineum, 1980), Leon Płoszewski (Adam Mickiewicz, Dzieła, t. IV, Warszawa, Czytelnik, 1955).
MESSER TADDEO
ossia
L’ultima scorreria giudiziaria in Lituania.
Storia nobiliare
degli anni 1811 e 1812
Gli asterischi che compaiono all’interno dei versi rimandano alle Spiegazioni [del poeta] poste in calce al poema.
LIBRO PRIMO

La tenuta1

Il ritorno del signorino. – Primo incontro nella stanzina, secondo incontro a tavola. – Importante
lezione del Giudice sulla cortesia. – Considerazioni politiche del Ciambellano sulle mode. – Inizio della
disputa a proposito dello Scodato e di Falco. – I rimpianti del Tribuno. – L’ultimo Usciere di Tribunale.
– Colpo d’occhio sulla situazione politica del tempo in Lituania e in Europa.

Lituania, patria mia!2 Sei come la salute:


vi può apprezzare solo chi un giorno vi ha perdute3.
Oggi la tua bellezza in tutto il suo incanto
mi appare e la descrivo, perché di te ho rimpianto.

5 Vergine Santa, tu che Monte Chiaro difendi


a Częstochowa e sulla Porta Aguzza risplendi!*4
Tu che di Nowogródek custodisci il castello
e il popolo fedele: come a me bimbo hai reso
la salute (mia madre mi affidò a te, piangente,
10 io sollevai le palpebre inerti e potei presto
recarmi a piedi al soglio dei Tuoi altari sacri
a ringraziare Dio per la vita ridata)5,
così con un miracolo ci renderai alla patria6.
Intanto ora trasporta l’anima mia nostalgica
15 a quei poggi boscosi, ai prati verdeggianti
che costeggiano il Niemen7 azzurro, a quei campi
che le spighe dipingono delle più varie tinte,
l’argento della segale e l’oro del frumento,
il niveo biancore del grano saraceno
20 e l’ambra della colza, il pudico rossore
del trifoglio, fasciati da un nastro di orli erbosi
a tratti punteggiati da peri silenziosi8.

Anni fa tra quei campi, sul bordo di un ruscello,


sopra un poggetto cinto da un bosco di betulle,
25 sorgeva una villetta signorile, di legno
ma con la base a muro; da lontano splendevano
le pareti imbiancate, rese più luminose
dai pioppi verde scuro, presidio della casa
dai venti dell’autunno. Non era molto grande,
30 ma linda. E poi un ampio fienile, e all’esterno
tre biche di frumento, ché il sito era stipato
fino al tetto. Si vede che qui il grano è abbondante:
si vede dai copiosi mannelli che sui campi
splendono in lungo e in largo fitti come le stelle,
35 dagli aratri che solcano vastissimi maggesi
di terra nera (certo appartengono alla casa),
coltivabili come le aiole dei giardini:
si vede che qui regnano dovizia e disciplina.
Spalancato, il portone comunica ai viandanti
40 che la casa è ospitale e invita tutti a entrare.

Ecco che sta arrivando un landò a due cavalli,


fa il giro del cortile, si dirige al vestibolo,
ne scende un giovanotto; liberi, gli animali
si accostano al portone brucando qua e là l’erba.
45 L’interno sembra vuoto; il nasello rinserra
la porta del vestibolo, infisso nell’anello.
Non corre in bassacorte a far domande ai servi,
apre ed irrompe in casa, la vuole salutare;
per gli studi era andato nella città lontana9
50 e ora, finalmente, li aveva completati.
Entra e guarda con occhi avidi le pareti
tenere e antiche, come amiche del passato.
Vede gli stessi mobili e la tappezzeria
con cui si trastullava da quando era in fasce,
55 ma meno grandi e belli di quanto ricordasse.
E appesi alle pareti, quegli stessi ritratti.
Qui Kościuszko in czamarka cracoviana10, lo sguardo
volto al cielo, a due mani regge il brando sguainato
e giura sugli altari che scaccerà con l’arma
60 i tre sovrani dalla patria, o che con essa
si trafiggerà il petto11. Più in là Rejtan, seduto,
affranto, ché in Polonia la libertà è perduta,
tiene in mano un coltello puntato sull’addome12
e accanto a sé il Fedone e la Vita di Catone13.
65 Poi il giovane Jasiński, dal volto bello e ombroso,
e Korsak che lo segue sempre come un fratello,
nelle trincee di Praga, su cumuli di russi,
falcidiano i nemici mentre il fuoco dilaga14.
Riconosce anche il pendolo a carillon (si trova
70 nell’armadietto in legno, entrando nell’alcova),
con puerile esultanza tira la cordicella
per ascoltar la vecchia mazurca di Dąbrowski15.

Va su e giù per la casa cercando la stanzina


dove abitava, ancora bimbo, dieci anni prima.
75 Entra, indietreggia, guarda i muri sbalordito:
qui abita una donna! Ma chi!? Il vecchio zio
è scapolo, la zia è a Pietroburgo, assente
da anni16. Non ci vive certo la governante!
Un pianoforte? E sopra libri e spartiti, tutto
80 gettato alla rinfusa, senza nessun costrutto,
alla carlona, a caso: che amabile disordine!
È senza dubbio l’opera di giovani manine.
Posato sulla sedia c’è anche un vestito bianco
staccato dalla gruccia per essere indossato.
85 Sulle finestre, vasi di piante profumate,
di astri e di violette, violacciocche, gerani.
Il giovane si ferma davanti a una finestra:
dà un’occhiata al frutteto… E qui un’altra sorpresa!
Non più le fitte ortiche, ma un giardinetto a viottoli
90 con mazzetti di menta e saggina spagnola17.
Un piccolo steccato fatto a cifra18 sfavilla
dei nastri di sgargianti margherite. Le aiole,
si vede, sono state innaffiate da poco:
lì accanto, pieno d’acqua, spunta un innaffiatoio,
95 ma non si vede alcuna giardiniera; è appena
uscita: ancora oscilla, scossa, la porticina,
e accanto, sulla sabbia, c’è l’orma di un piedino
senza zoccoli e calze; sulla sottile rena,
bianca come la neve, ben evidente è l’orma,
100 ma lieve; si intuisce che è stata impressa in corsa
da piedi piccolini, dal camminar leggero
di chi, mentre procede, sfiora appena il terreno.

L’ospite alla finestra guarda fuori, riflette.


Respirando l’effluvio profumato dei fiori,
105 china il volto sui ciuffi di viole e con lo sguardo
curioso segue i viottoli, si trattiene di nuovo
sulle orme piccoline, tenta d’indovinare
chi mai le abbia lasciate. Alza gli occhi per caso
e lì, presso il recinto, gli appare una fanciulla.
110 L’abito bianco copre la sua figura snella
fino al seno, lasciando nude le spalle e il collo
di cigno. Le lituane si vestono in tal modo
solo di buon mattino, non si fanno vedere
così vestite agli uomini. Perciò, anche se non c’erano
115 testimoni, celava con le due mani il seno,
aggiungendo alla veste un ulteriore velo.
I capelli, non sciolti in ciocche, ma intrecciati
in nodini e nascosti nei bigodini bianchi,
al chiarore del sole mirabilmente splendono
120 come l’aureola nelle immagini dei santi.
Non si vedeva il viso. Rivolta verso il campo,
cercava con lo sguardo qualcuno, giù, lontano;
lo scorse, rise e batté le mani, frullò via
dallo steccato all’erba come un uccello bianco,
125 sfrecciò tra siepi e fiori nel giardino e sull’asse
poggiata alla parete della sua cameretta;
lui quasi non si accorse che entrava silenziosa,
come un raggio di luna leggera e luminosa.
Canterellando prese la veste, andò allo specchio;
130 allora vide il giovane, cadde a terra la veste,
sbiancò in volto spaurita, colta dalla sorpresa.
Ora il viso dell’ospite s’incendiò di rossore,
come una nube quando s’imbatte nell’aurora;
chiuse gli occhi, discreto, li coprì con la mano,
135 si voleva scusare, fece solo un inchino
e arretrò; lei emise il grido doloroso
e indistinto del bimbo spaventato da un sogno.
Prese paura il giovane, guardò, era sparita;
uscì confuso, il cuore batteva all’impazzata,
140 a quel bislacco incontro non sapeva reagire:
ridere? Vergognarsi? O magari gioire?

Intanto in bassacorte si era di già notato


che un ospite al vestibolo era appena arrivato.
Messi in stalla i cavalli, li avevan foraggiati
145 con molto fieno e avena, com’è cortese usanza:
il Giudice ripudia le nuove mode e quindi
non stalla gli animali alla locanda ebraica.
Non sono usciti, i servi, incontro al viaggiatore:
ma guai a pensar che in casa del Giudice si trattino
150 con negligenza gli ospiti!* Attendono il Tribuno*
che stava fuori casa ad allestir la cena,
ora si sta vestendo. È lui che, se il padrone
è assente, accoglie gli ospiti, è lui che li intrattiene
(grande amico del Giudice, parente alla lontana).
155 Visto il nuovo arrivato, s’imbucò in bassacorte
(con quella spolverina non lo poteva accogliere),
indossò in fretta l’abito della festa, già pronto
dal mattino, sapendo che quella sera a cena
sarebbe stato a tavola con molta, molta gente.

160 Riconobbe il giovane da lontano, incrociò


le braccia, lanciò un grido, lo strinse, lo baciò;
e cominciò quel dialogo confuso e affannato
che vorrebbe racchiudere la storia di molti anni
in parole sconnesse e brevi in successione,
165 fra racconti, domande, sospiri, esclamazioni.
Alla fine il Tribuno, stanco d’interrogare
e indagare, raccontò le vicende del giorno:

«È un bene, mio Taddeo (lo avevano chiamato


col nome di Kościuszko, in ricordo del fatto
170 che era nato al tempo della guerra)19, è perfetto
che tu sia capitato a casa proprio il giorno
in cui ospiteremo parecchie signorine.
Lo zio pensa sia l’ora di trovarti una sposa;
c’è un’ampia scelta, qui da più giorni si riunisce
175 la Corte per risolvere la lite confinaria
con il Conte, è da anni che si trascina avanti.
Ci sarà il Conte stesso, arriverà domani,
c’è già il Ciambellano*, assieme a moglie e figlie.
I giovani son tutti nel bosco a divertirsi
180 coi fucili; in attesa dei giovani le donne
e gli anziani assistono presso il bosco al raccolto.
Se vuoi possiamo andarci, così incontreremo
lo zio, il Ciambellano e le gentili dame».

Il Tribuno e Taddeo si sono già avviati


185 verso il bosco, e di chiacchiere non sembrano appagati.
Agli ultimi confini del cielo giunge il sole,
con luce meno forte ma più ampia che di giorno.
Rosso come la faccia florida del fattore
che, dopo aver concluso nei campi il suo lavoro,
190 torna al riposo. Il disco radioso va a posarsi
in cima alle conifere, e già un velo nebbioso,
invadendo le cime degli alberi e le fronde,
cinge il bosco, lo lega, lo fonde, e pini e abeti
anneriscono a guisa di un vasto caseggiato
195 il cui tetto dal sole rosso pare incendiato.
Poi sprofonda. Tra i rami solo ancora un bagliore,
come un cero che langue tra fessure d’imposta,
e muore. In quel momento le falci risonanti
tra le messi e i rastrelli trascinati nel prato
200 si chetano, si fermano: così il Giudice vuole,
il lavoro finisce al tramontar del sole.
«Il Signore sa quanto bisogna lavorare:
quando dal cielo scende il sole, Suo operaio,
anche l’agricoltore deve lasciare il campo».
205 Così suol dire il Giudice, e il suo amministratore,
onest’uomo, quel motto segue come il Vangelo:
non aspetta che i carri di grano siano pieni,
li manda nel granaio ancorché mezzi vuoti:
del peso così lieve si rallegrano i bovi.

210 La compagnia tornava, festosa ma ordinata,


dal bosco: in testa i bimbi assieme al precettore,
poi il Giudice e la moglie del Ciambellano, e accanto
Ciambellano e famiglia, le signorine dietro
gli anziani e di lato i giovani, un passetto
215 dietro le signorine (questione di etichetta);
nessuno discettava sull’ordine, o assegnava
questo posto o quell’altro agli uomini e alle dame:
automaticamente ciascuno lo osservava.
A casa sua il Giudice conservava le usanze,
220 né permetteva mai mancanze di rispetto
verso l’età, l’origine, l’intelletto e l’ufficio.
«Con l’ordine le case, le nazioni fioriscono,
senz’ordine – diceva – le une e le altre periscono».
Erano avvezzi all’ordine i familiari e i servi,
225 e chi giungeva in visita anche per poco tempo
assimilava subito i riti dell’ambiente
che sentiva nell’aria, fosse estraneo o parente.

Fu breve il benvenuto del Giudice al nipote,


la mano da baciare gli porse compassato,
230 lo baciò sulla tempia, lo salutò affettuoso;
per rispetto degli ospiti non fu molto loquace,
ma quando con la manica si asciugò in fretta gli occhi
si capì quanto il Giudice amasse suo nipote.

Sulle orme del padrone, tutto ritorna a casa


235 dal bosco, dalle messi, dai pascoli e dai prati.
Si accalca in strada il gregge di pecore belanti
fra nugoli di polvere, più in là avanzano lente
giovenche tirolesi coi campanacci gialli,
dal prato raso accorrono fra i nitriti i cavalli:
240 tutti al pozzo, il cui braccio di legno cigolante
nell’abbeveratoio versa acqua abbondante.
Seppur affaccendato a far da anfitrione,
il Giudice non scorda gli obblighi del padrone;
si reca al pozzo, a sera si nota meglio in quale
245 condizione si trovi nella stalla il bestiame;
non lascia mai che sia la servitù a farlo:
è l’occhio del padrone che ingrassa il cavallo.

Sull’ingresso il Tribuno e l’Usciere* Protaso


discutono e bisticciano con la candela in mano:
250 in sua assenza, e a sua insaputa, l’Usciere
ha preso dalla casa i tavoli per cena,
portandoli all’interno dell’antico castello
i cui ruderi sorgono ai confini del bosco.
Ma perché quel trasloco?! Il Tribuno, ingrugnato,
255 si scusa con il Giudice, che si dice stupito,
ma ormai è troppo tardi, la cosa ha un capo e un fine,
chiederà scusa agli ospiti: cena tra le rovine.
Camminando l’Usciere gli spiega la ragione
della disubbidienza, di quella variazione:
260 la villa non possiede una sala da pranzo
che possa contenere tanti ospiti di rango,
l’androne del castello si è conservato bene,
la volta è ancora integra; è vero, a una parete
ci sono crepe, e i vetri non ci son più, ma è estate…
265 La cantina è vicina, comoda per i servi.
Così dicendo, al Giudice strizza l’occhio: si vede
che ha ben altri motivi sui quali soprassiede.

Dista duemila passi dalla casa il maniero


imponente, maestoso, dall’aspetto severo,
270 dimora degli Horeszko, stirpe di antica data;
nel corso dei tumulti20 perì il proprietario.
I beni, confiscati da giudici e governo,
lasciati incustoditi, in parte eran toccati
a lontani parenti in linea femminile,
275 tra i molti creditori il resto fu spartito.
Al castello in rovina ormai nessuno ambiva,
per la nobiltà, infatti, la spesa era eccessiva,
però un vicino, il Conte, lontana parentela
con gli Horeszko, ricco, uscito di tutela21,
280 quando tornò da un viaggio e vide quelle mura,
se ne invaghì; spiegava che quell’architettura
era gotica; il Giudice, citando i documenti,
dichiarava convinto che l’architetto era
un edile di Wilno e non un goto. In breve,
285 il Conte lo voleva… e lo volle anche il Giudice,
chissà perché. Il processo si svolse nel distretto,
poi l’appello, la corte suprema, il senato22;
dopo molte sentenze e molte spese, infine
ritornò al tribunale adibito ai confini.

290 Aveva detto bene, l’Usciere, che l’androne


avrebbe contenuto sia gli ospiti che il foro.
Simile a un refettorio, con la volta convessa
sorretta da pilastri, il pavimento in pietra,
pareti disadorne, ma il muro è ben pulito;
295 tutto all’intorno corna di cervi e caprioli
con data e luogo in cui fu fatto quel bottino;
gli stemmi gentilizi dei cacciatori, incisi
ciascuno col suo nome; sulla volta, stagliato,
l’emblema degli Horeszko, ovvero il Mezzocapro.

300 Tutti entrano in buon ordine, si dispongono in tondo;


il Ciambellano occupa, per età e ufficio, il posto
a tavola più alto: gli spetta di diritto;
a dame, vecchi e giovani avanzando s’inchina.
Accanto, il frate; il Giudice di fianco al bernardino23,
305 che pronuncia una breve preghiera in latino.
Si versa vodka agli uomini, siedono tutti quanti,
zitti e spediti mangiano il chołodziec lituano24.

Taddeo, pur giovinetto ma nel ruolo di ospite,


sta accanto a Sua Eccellenza25, a fianco delle dame26;
310 tra lui e lo zio rimane ancora un posto vuoto
che pare stia aspettando un commensale ignoto.
Lo zio lanciava occhiate al posto e all’uscio aperto,
ansioso di un arrivo che reputava certo.
Taddeo scorta gli sguardi del Giudice alla porta
315 e assieme a lui quel posto vuoto egli fissa assorto.
Che strano! Accanto a lui siedono damigelle
di tal nobile sangue, così giovani e belle
che un figlio di re senza disdoro guarderebbe,
ma Taddeo guarda il posto dove nessuna siede.
320 È un enigma, e i giovani adorano il mistero;
distratto, alla vicina, davvero avvenente,
figlia del Ciambellano, rivolge due frasette,
non le cambia i piatti, non le riempie il bicchiere,
non diletta le dame col garbo così usuale
325 per chi è stato educato in una capitale27;
solo quel posto vuoto lo alletta e lo irretisce…
non più vuoto, ma colmo di tutti i suoi pensieri.
Su quel posto guizzavano mille supposizioni,
come rane sul prato finito l’acquazzone;
330 fra esse una figura impone il suo sembiante:
la ninfea che sull’acqua alza la bianca fronte.

Servono il terzo piatto. Il Ciambellano mesce


a Rosa, la maggiore, un po’ di vino e all’altra
figliola accosta un piatto di cetrioli e dice:
335 «Tocca a me, care figlie, seppur sgraziato e vecchio,
servirvi». Alcuni giovani, a udir quelle parole,
scattano dalle seggiole per servir le figliole.
Il Giudice, guardando il nipote in tralice,
rassettate le maniche del kontusz28, si alza e dice
340 versandosi del tokaj: «Oggi prevale l’uso
di mandare i giovani a studiare in città;
so che, rispetto ai vecchi, i figli e i nipoti
hanno la conoscenza di chi legge più libri,
ma noto ogni giorno quanto manchi una scuola
345 che insegni a comportarsi in società, nel mondo;
una volta il giovane frequentava le corti;
anch’io per dieci anni fui presso il palatino29,
padre del Ciambellano» – (qui strinse le ginocchia
del Ciambellano)30 – «ed egli col suo saggio consiglio
350 mi preparò al servizio presso i pubblici uffici,
mi fece da tutore finché mi rese uomo.
Io serberò per sempre il suo caro ricordo,
e per l’anima sua io prego Dio ogni giorno.
Se non trassi profitto dai suoi insegnamenti
355 a corte, e son tornato qui ad arare i campi
mentre altri, ben più degni della sua attenzione,
hanno raggiunto un’alta pubblica posizione,
so almeno che nessuno mai dirà a casa mia
ch’io non abbia mostrato riguardo e cortesia;
360 anzi, dirò di più: non è scienza da poco,
la cortesia, né facile, non sta solo nel gioco
di strusciar gambe e piedi, di salutare tutti
sorridendo. A me sembra una cortesia alla moda
buona per i mercanti, ma non tradizionale,
365 ed estranea ai polacchi di ceto nobiliare.
La cortesia va a tutti, ma non a tutti uguale:
esiste cortesia nell’amore filiale,
tra il marito e la moglie di fronte all’altra gente,
tra il padrone e i suoi servi: ma son tutte diverse.
370 C’è molto da studiare per evitare errori
e avere per ciascuno il riguardo che gli spetta.
Anche i vecchi studiavano: ogni conversazione
tra i signori era storia viva della nazione,
e tra i nobili era cronaca del distretto;
375 si dava così a intendere al nobile fratello
che era ben noto a tutti, lo si teneva in conto,
sicché vegliava sempre sulla propria condotta.
Oggi nessuno chiede: chi è? Da chi discende?
Con chi visse? Che ha fatto? Chi vuole entrare entra,
380 purché non sia una spia e che non sia in miseria.
Come quel Vespasiano che non fiutava i soldi
né voleva saperne l’origine, nessuno
vuol sapere di un uomo la nascita e i costumi!
Basta che abbia un valore e il numero di serie:
385 si stimano gli amici come gli ebrei il denaro».

Così dicendo, il Giudice scandagliava gli astanti


perché, seppur parlasse con fluidità e buon senso,
sapeva che i giovani d’oggi sono impazienti,
si annoiano ai discorsi lunghi, anche ai più eloquenti.
390 Ma tutti lo ascoltavano con profonda attenzione;
il Giudice con gli occhi sembrava far appello
al Ciambellano, il quale mostrava il suo assenso,
senza mai intervenire, con cenni della testa.
Tacque il Giudice ed egli continuò ad assentire;
395 il Giudice riempì la sua coppa ed il proprio
calice e disse: «Non è affatto cosa da poco
la cortesia. Chi impara a valutare gli anni,
la nascita, i pregi e i costumi degli altri,
allora riconosce anche la sua importanza;
400 come su una bilancia: per sapere l’esatto
nostro peso, dobbiamo porre sull’altro piatto
qualcun altro. Una cosa, però, rimarco adesso:
la cortesia che i giovani devono al gentil sesso,
specie se le fortune e gli illustri natali
405 aggiungono splendore ai pregi individuali.
Nascono qui gli affetti e splendide alleanze
tra le casate… Questo pensavano gli anziani.
Quindi…» Il Giudice volse all’improvviso il capo
verso Taddeo, gli lanciò una severa occhiata,
410 segno che si apprestava alla parte finale.

Ma ecco che tamburella sulla sua tabacchiera


dorata il Ciambellano, e fa: «Giudice caro,
un tempo era anche peggio! Non so se ci ha cambiati
la moda o se i giovani siano un po’ migliorati,
415 ma vedo meno scandalo. È impresso nella mia
memoria il periodo della gallomania!31
La Polonia fu invasa da estranei cicisbei,
un’orda ben peggiore dei Tartari Nogai!
Sbeffeggiavano Dio, la nostra fede avita,
420 la legge e i costumi, anche le vesti antiche!32
Che pena era vedere quei mocciosi ingialliti
parlare con il naso, e spesso senza naso33;
forniti di opuscoli e di gazzette varie
annunciavano nuove fedi, leggi, tolette.
425 La feccia sottomise gli intelletti e le menti,
perché Dio, quando manda un castigo a una nazione,
per prima cosa toglie ai cittadini il senno34.
I saggi non osarono opporsi ai damerini,
temuti come peste dalla nazione inerme
430 che sentiva al suo interno già allignare il germe;
pur schernendo i gagà ne usavano i modelli,
cambiarono la fede, la lingua, abiti e leggi.
Fu un carnevale in maschera, un’anarchia assoluta,
cui seguì la quaresima: la nostra schiavitù!

435 Ero bambino, quando a casa di mio padre


nel distretto di Oszmiana35 arrivò con un carro
francese un tipo, il figlio di un Sottocoppiere36:
fu il primo che, in Lituania, camminasse in francese.
Lo seguivano tutti come un falco sacro*,
440 e tutti invidiavano la casa alla cui soglia
il messere fermava la carretta a due ruote,
il cui appellativo francese è cabrioletta.
In serpa nessun servo, bensì due cagnolini,
e a cassetta un tedesco magro come un chiodino,
445 le gambe come i pali del luppolo, sottili,
le calze, le scarpine con due fibbie argentate,
parrucca con l’harbajtel37 stretto da una retina38.
Vedendo quel biroccio i vecchi sghignazzavano,
si segnavano i villici dicendo: “Questo è il diavolo
450 di Wenecja che viaggia col suo carro tedesco!”39
Non descriverò il figlio di quel Sottocoppiere,
pappagallo o scimmiotto, questo lo posso dire…
Chiamava la parrucca “il mio vello d’oro”,
a noi sembrava solo una plica pidocchiosa40.
455 Chi all’epoca pensava che la moda polacca
fosse molto più bella di quella scimmiottata
dai francesi taceva, sennò i giovani avrebbero
gridato al tradimento di cultura e progresso!
Tanta era la potenza dei nuovi preconcetti!

460 Costui, annunciò a tutti, veniva a riformarci,


a renderci civili e poi a organizzarci;
ci dichiarò che certi francesi sapientoni
avevano scoperto che gli esseri umani
sono uguali; da secoli ciò è scritto nei Vangeli
465 e i preti lo ripetono dal pulpito ai fedeli.
È antica la lezione, soltanto da applicare!
Ma allora tutti quanti si fecero accecare
al punto da non credere alle più antiche cose,
se non le si leggeva sulla stampa francese.
470 Lodava l’uguaglianza, ma diventò marquis:
si sa che tutti i titoli vengono da Paris,
e laggiù era di moda il titolo: marquis.
Quando passò di moda essere aristocratico,
quello stesso marchese divenne democratico;
475 poi, con la nuova moda sotto Napoleone,
arrivò da Parigi chiamandosi barone;
fosse vissuto a lungo, quel barone lunatico,
chissà, forse sarebbe tornato democratico.
Parigi di continuo proclama nuove mode:
480 quel che il francese inventa, il polacco lo loda.

Oggi, sia gloria a Dio, quando parte per l’estero


la nostra gioventù non va più alla ricerca
di abiti o di leggi su scartoffie stampate,
non studia l’eloquenza nei caffè di Parigi.
485 Oggi Napoleone, uomo fulmineo e saggio,
non lascia certo il tempo alle mode e alle ciarle.
Oggi strepita il ferro e in noi vecchi si allarga
il cuore, ché di nuovo si parla dei polacchi;
la gloria c’è, e dunque ci sarà la Repubblica!
490 L’albero della libertà nasce dagli allori.
Ma ahimè! Qui nell’inerzia stanno passando gli anni,
nella tristezza, e loro sono sempre lontani!
L’attesa è lunga e rare sono le buone nuove!
Fra’ Verme (si rivolse al frate sottovoce),
495 so che da oltre il Niemen41 avete informazioni…
Forse sul nostro esercito? Sulle sue posizioni…?»
«Niente di niente», disse fra’ Verme un po’ distratto
(sembrava che il discorso non gli garbasse affatto).
«Mi annoia, la politica; se porto da Varsavia
500 una lettera è solo per cose conventuali,
faccende francescane; dovrei parlarne a cena?
Qui ci sono dei laici, non ne vale la pena».

Dicendo ciò lanciò un’occhiata di sfuggita


al posto in cui sedeva un soldato moscovita,
505 il capitano Rykov, nei pressi acquartierato,
dal Giudice invitato per cortesia a cena.
Mangiava con gran gusto senza unirsi ai discorsi,
ma al nome di Varsavia disse alzando la testa:
«Eh, signor Ciambellano! Sempre quel Bonaparte,
510 sempre Varsavia, sempre l’occhio da quella parte!
La patria! So il polacco, non sono uno spione…
La patria! Io lo sento, io lo capisco bene!
Voi polacchi, io russo; ora non combattiamo,
c’è l’armistizio, e insieme mangiamo e beviamo.
515 Parliamo coi francesi spesso, negli avamposti,
si beve vodka… e al grido “Urrà!” – fuoco al cannone.
C’è un detto russo: “Amo colui con cui combatto”;
“Accarezza l’amico, poi lisciagli il groppone”!
Io dico: sarà guerra. Ier l’altro dal maggiore
520 Płut giunse un aiutante del comando centrale:
pronti a marciare! Andremo contro i turchi42, o i francesi.
Quel Bonaparte! Certo che è un grande personaggio!
Senza Suvorov43 quello ci spianerà le spalle.
I soldati44 dicevano che fosse uno stregone*,
525 lo era anche Suvorov: magia contro magia.
Un giorno in battaglia fa una stregoneria:
scompare. Dov’è andato? Si è trasformato in volpe!
Ed ecco che Suvorov si tramuta in levriero,
poi Bonaparte in gatto che graffia con le grinfie,
530 e Suvorov in pony… Pare sia tutto vero!
Sentite poi che cosa successe a Bonaparte…»
Qui s’interrompe e mangia; poi entra con la quarta
portata un servo, e si apre la porta laterale.

Entra una donna giovane, ben fatta; al suo improvviso


535 apparire, l’altezza, la bellezza, il vestito
fanno alzare gli sguardi; ciascuno la saluta,
fuorché Taddeo. Si vede che a lui è sconosciuta.
Snella in vita, flessuosa, il seno seducente,
la veste in stoffa serica scollata color rosa,
540 maniche corte e il collo di pizzo, agitava
un ventaglio per gioco (non faceva un gran caldo);
il ventaglio indorato sventolando spargeva
intensa una pioggia di faville. La testa
scoperta, i capelli inanellati in ciocche
cui erano intrecciati dei tortiglioni rosa.
Sotto, quasi nascosta, risplendeva una gemma
come la stella nella chioma di una cometa,
un abito di gala, insomma, inopportuno
tra i campi e in dì feriale, sussurrò qualcheduno.
550 Pur se il vestito è corto, nessuno scorge i piedi
ché corre rapidissima, anzi, par scivolare
come le statuine che il giorno dei Re Magi
i bambini nascosti muovono nel presepe45.
Corre e saluta tutti con un cenno del capo,
555 vuole sedersi al posto che le hanno destinato.
Non è un’impresa facile; le sedie non bastavano,
perciò avevano messo quattro file di panche,
così si era costretti a smuoverne qualcuna
oppure a scavalcarla. Agilmente s’incunea
560 tra due panche infilandosi tra gli ospiti e la tavola,
rotola lesta come una palla da biliardo.
Giunge di corsa presso il nostro giovanotto,
il falpalà s’impiglia in mezzo alle ginocchia
di qualcuno, lei inciampa, e pur distrattamente
565 deve appoggiarsi al braccio di Taddeo, leggermente.
Con cortesia si scusa, poi si mette a sedere
tra il Giudice e Taddeo, però non mangia niente,
si fa vento, tormenta la base del ventaglio,
si aggiusta il colletto di trine del Brabante,
570 si tocca i capelli sfiorandosi le ciocche
e i mazzetti di nastri chiari con lievi tocchi.

L’interruzione dura circa quattro minuti.


Poi, in fondo alla tavola, bisbigli trattenuti,
dialoghi a mezza voce, quindi le discussioni
575 tra i maschi sulla caccia conclusasi quel giorno.
L’Assessore e il Notaio, con puntiglio ostinato*,
bisticciano: il motivo è il levriero scodato
del Notaio, che vanta l’astuzia del suo cane,
abile a catturare la lepre di stamane;
580 l’Assessore ribatte che, ad essere sincero,
il merito va tutto a Falco, il suo levriero.
Si chiede il giudizio degli altri commensali,
c’è chi sostiene Falco, chi appoggia lo Scodato,
c’è chi parla da esperto e chi da testimone.
585 Dall’altro capo il Giudice si accosta sottovoce
alla vicina: «Scusami se non ti abbiamo attesa,
ma era improponibile ritardare la cena,
gli ospiti erano stanchi e piuttosto affamati,
pensavo che oggi a tavola non ci avresti onorati».
590 Detto ciò riempì il calice a sé e al Ciambellano
e, piano, di politica presero a ragionare.

Mentre la discussione ferveva d’ambo i lati,


Taddeo guardava attento quella persona ignota;
ricordò che, al vedere il posto vuoto a fianco,
595 aveva ben compreso a chi era destinato.
Rosso in viso, il suo cuore batteva in petto forte;
tutte le sue illazioni segrete eran risolte!
Era scritto che a fianco sedesse quella donna
bellissima intravista solo nella penombra!
600 Ora sembra più alta, è vero, ma è vestita,
e l’abito ingrandisce oppure impicciolisce.
Quella aveva i capelli corti e color dell’oro,
mentre a questa s’intrecciano lunghe ciocche corvine.
L’effetto era dovuto forse ai raggi del sole,
605 che al tramonto diffonde su tutto il suo rossore.
Di quella non ha scorto il viso, era sparita,
ma il pensiero indovina sempre un volto carino;
senz’altro occhietti neri, il viso bianco, e labbra
belle e rosse come due ciliegie gemelle;
610 questa ha gli occhi simili, simili labbra e guance,
forse solo l’età appare discordante:
quella vista in giardino sembrava piccolina,
mentre pare una donna matura la vicina;
ma alla bellezza un giovane non chiede atti di nascita,
615 perché per ogni giovane è giovane ogni donna;
ogni bellezza appare coetanea ad un ragazzo
e per l’ingenuo è sempre una vergine l’amata.

Taddeo ha quasi raggiunto i vent’anni, ha vissuto


fin dall’infanzia a Wilno, città grande, ma ha avuto
620 per precettore un prete che lo teneva d’occhio
e lo educava a modo con l’antico rigore.
Perciò si porta appresso nella terra natia
cuore innocente, mente vivace, anima pia,
ma insieme una gran voglia di spassarsela spesso.
625 Aveva già un progetto, si era ripromesso
di godersi in campagna la libertà negata;
sapeva di esser bello, giovane, esuberante,
dei genitori aveva la salute e il vigore.
Si chiamava Soplica, e i Soplica son noti
630 per forza e corpulenza, gagliardi, nerboruti,
soldati di prim’ordine, ma fiacchi negli studi.

Taddeo non dirazzava di certo dai suoi avi:


grande camminatore, cavaliere eccellente,
non tonto, ma lo studio era andato a rilento,
635 sebbene lo zio Giudice non lesinasse niente.
Preferiva il fucile, maneggiare la spada,
sapeva che in futuro lo attendeva la strada
delle armi: così il padre volle nel testamento,
quindi a scuola sognava reggimento e tamburo.
640 Ma lo zio all’improvviso ha cambiato intenzioni,
gli ha chiesto di tornare, di prendersi una moglie,
amministrare i beni; inoltre gli ha promesso
prima un villaggio piccolo, poi ogni suo possesso.

Le virtù di Taddeo, i suoi pregi evidenti


645 attrassero lo sguardo dell’attenta signora.
Misurò la sua snella, elegante figura,
le forti braccia, il petto largo, l’alta statura,
lo guardò in viso, dove avvampava il rossore
ogni volta che il giovane incrociava i suoi occhi:
650 ormai si era riavuto dal suo primo timore
e la guardava audace, gli occhi pieni di fuoco.
Così, come candele alla messa Rorate46,
quattro pupille ardevano le une in fronte alle altre.

Cominciò lei a parlare, lo fece in francese;


655 lui tornava da Wilno, dagli studi, e gli chiese
un giudizio sui nuovi libri e sugli autori,
incalzando Taddeo con domande ulteriori;
ma quando cominciò con musica e pittura,
e poi con il balletto, e anche con la scultura…!
660 Dimostra di conoscere stampe, note, pennello;
Taddeo ammutolisce a quel sapere, teme
di diventare oggetto di scherno, e balbetta
come uno scolaretto di fronte al suo maestro.
Per fortuna il maestro è grazioso e indulgente,
665 ha colto la ragione del suo turbamento
e passa ad argomenti meno dotti e intricati:
le noie e i problemi del vivere in campagna,
il modo di svagarsi, di organizzare il tempo
per godersi la vita e il soggiorno campestre.
670 Taddeo, ringalluzzito, riprende sicurezza,
nel giro di mezz’ora c’è estrema confidenza,
si arriva anche ai bisticci, a fare battutine.
Gli colloca davanti, in fila, tre palline
di pane – tre persone – a scelta. Taddeo prende
675 la più vicina; le due figlie del Ciambellano
si accigliano. La dama scoppia in una risata,
chissà chi la pallina fortunata indicava…

Un altro gioco è in corso laggiù, dall’altro lato:


i fautori del Falco si sono rafforzati
680 e attaccano spietati quelli dello Scodato;
grande è l’alterco, il cibo è rimasto nel piatto.
Bevendo dritte in piedi le due parti si azzuffano,
e quello più stizzito sembra proprio il Notaio.
Trillando come un gallo forcello in calore
685 dipingeva con gesti espressivi la concione
(un tempo era avvocato, il notaio Bolesta
detto il Predicatore, ché amava molto i gesti).
Le mani accosto ai fianchi, i gomiti all’indietro,
drizzò le dita unghiute figurando i guinzagli
690 dei due levrieri. Dopo concluse il suo argomento:
«Vela! La lassa è sciolta, io e l’Assessore, insieme,
lanciamo i cani come espulsi dai grilletti
premuti in sincronia da un’unica doppietta.
Vela! E la lepre zac! come una corda tesa
695 nel campo e i cani lì (dicendo questo, mostra
agitando le dita sul tavolo la corsa
dei levrieri), la sbarbano di un bel pezzo dal bosco.
E Falco zac avanti! svelto, ma ha troppa foga,
dinanza di un tantino, di un dito, lo Scodato;
700 so che farà cilecca; ah, quel leprone scaltro
pare schizzar nel campo, e appresso tutti i cani;
leprone scaltro! Appena sente la muta intera,
hop! voltafaccia a destra, e dietro ad inseguirlo
quegli stupidi cani; hop! due balzi a sinistra,
705 va al bosco e i cani dietro, ma Scodato l’acceffa
e trac!!», gridò il Notaio mezzo piegato, e corse
con le dita sul tavolo fino al suo lato opposto
e «Trac!» urlò a Taddeo giusto sopra l’orecchio.
Taddeo e la vicina, parecchio spaventati
710 proprio a metà colloquio dal sonoro vocione,
scostarono la testa, simili a due cime
d’albero strette assieme che con violenza il vento
distacca; sotto il tavolo, le mani, in quel momento
vicine l’una all’altra, si ritrassero e il viso
715 dei due si ricoperse di un rossore improvviso.

Taddeo, per non tradire la sua disattenzione,


disse: «Caro Notaio, ma non c’è discussione!
Lo Scodato è elegante, e se è pure da presa…»
«Da presa?!», gridò l’altro. «Il mio favorito
720 non sarebbe da presa?!» Taddeo confermò in fretta
che un cane così bello non può avere difetti,
e rimpianse che, avendolo scorto da lontano,
non fece in tempo a cogliere i suoi valori appieno.

L’Assessore fremette, lasciò cader di botto


725 il calice e un’occhiata piantò sul giovanotto:
occhi di basilisco. Faceva meno chiasso,
era meno agitato del Notaio, un po’ basso,
ma ai balli mascherati, a Dietine e riunioni
dicevano di lui: in bocca ha un pungiglione.
730 Componeva facezie così briose e salaci
da potersi stampare sui fogli dei lunari,
tutte maligne e perfide. Un tempo era agiato,
ma aveva dissipato il lascito del padre
e i beni del fratello, bazzicando il gran mondo;
735 adesso lavorava per conto del governo,
per contare qualcosa nel distretto. Adorava
la caccia per svagarsi e perché ritrovava
nel suono della tromba il tempo giovanile,
quando aveva bracchieri e un celebre canile.
740 Della muta gli restano soltanto due levrieri,
uno dei quali, ora, si vuole denigrare!
Si alliscia le fedine, si avvicina e sorride
di un sorriso venefico e maligno, poi dice:
«Un levriero scodato è come un nobiluomo
745 senza uffici; la coda lo aiuta nella corsa,
lei pensa che l’assenza della coda sia un pregio?
Del resto mi rimetto al giudizio di Sua zia.
Viveva a Pietroburgo, Madama Telimena,
risiede qui da poco, eppure io scommetto
750 che lei ben più dei giovani è un’esperta di caccia:
la scienza vien da sola, con il tempo che passa».

Su Taddeo piombò un fulmine del tutto inatteso,


si alzò confuso, tacque per un momento, teso,
ma con occhio furioso fissava il suo rivale…
755 Per fortuna due volte starnutì il Ciambellano.
«Viva!», gridano tutti; a tutti lui s’inchina
e tamburella lento sulla sua tabacchiera:
la tabacchiera è in oro, montata di diamanti,
con al centro il ritratto di Stanislao, il sovrano47.
760 Il re stesso l’aveva donata al genitore,
e il figlio la conserva con onore e decoro:
se la picchietta è segno che incomincia a parlare.
Tacquero tutti attenti, nessuno osò fiatare48.
Disse: «Illustri Messeri, beneamati fratelli!
765 Foro dei cacciatori sono prati e foreste,
questioni di tal genere non le decido in casa,
perciò questa seduta la pospongo a domani.
E che ogni contendente non replichi e si taccia.
Usciere! Aggiorna pure questa causa alla caccia
770 di domani. Anche il Conte verrà con noi in battuta,
anche tu, caro Giudice, sarai della partita,
anche voi, Telimena, signorine e signore,
una caccia grandiosa fatta a regola d’arte,
ovviamente il Tribuno non vorrà rifiutare…»,
775 disse porgendo al vecchio tabacco da fiutare.

Il Tribuno sedeva tra i cacciatori in fondo


al tavolo, ascoltava strizzando gli occhi senza
aprir bocca, sebbene di tanto in tanto i giovani
chiedessero un parere a lui, il più competente.
780 Taceva, soppesando sulle dita il tabacco,
rifletté a lungo, prima di fiutare la presa;
starnutì così forte che ne echeggiò la sala,
scrollò la testa e disse con un sorriso amaro:
«Ahimè, povero vecchio, che pena, che stupore!
785 Ma come reagirebbero i vecchi cacciatori
vedendo in un cotale consesso nobiliare
sostenere una disputa sulla coda di un cane?!
Che mai direbbe Rejtan49 se ritornasse in vita?
Si riseppellirebbe nella sua Lachowicze!50
790 E che mai Niesiołowski, il vecchio palatino*,
che possiede i segugi più pregevoli al mondo
e, da grande signore, ha duecento bracchieri
nel castello a Worończa51, cento carri di reti52,
che vive come un monaco nella sua casa avita
795 e ogni invito a caccia seccamente rifiuta?
Anche a Białopiotrowicz disse un deciso no!*
Che prede prenderebbe a caccia assieme a voi?!
Un signore del genere potrebbe compiacersi,
com’è costume d’oggi, di inseguire lepri?!
800 Un tempo, nel linguaggio venatorio, il cinghiale,
l’orso, l’alce e il lupo eran detti animali
da nobili, e ogni bestia senza zanne né artigli
né corna si lasciava ai servi e agli inservienti;
nessun nobile avrebbe imbracciato un fucile
805 umiliato da cariche di cartucce a pallini!
Certo, i levrieri c’erano, poiché talvolta accade
che guizzi tra i cavalli qualche leprotto stolto;
allora si scioglievano le lasse, e i signorini
giocavano inseguendolo in groppa ai puledrini,
810 i genitori al massimo li stavano a guardare,
non certo ad osservarli per dopo contestare!
Perciò Vostra Eccellenza forse si degnerà
di revocare l’ordine, e mi perdonerà
se non prenderò parte a una siffatta caccia,
815 non ci metterò il piede e nemmeno la faccia!
Sono un Hreczecha e mai, dai tempi di re Lech53,
un Hreczecha ha seguito le orme di una lepre».

I giovani coprirono di risa il suo sermone.


Gli ospiti si alzarono, in testa il Ciambellano,
820 per età e ufficio il posto gli spetta di diritto;
a dame, vecchi e giovani avanzando s’inchina;
segue il questuante, e il Giudice, di fianco al bernardino,
sulla soglia il suo braccio porge alla Ciambellana,
Taddeo a Telimena, il Tribuno alla figlia
825 dello Scalco, il Notaio alla moglie del Tribuno.

Taddeo, con qualche ospite, andò dritto al granaio.


Era astioso, avvilito, confuso, analizzava
nella mente gli eventi della giornata, piena
di sorprese: l’incontro, la dama al fianco a cena,
830 specie quella parola, «zia», che all’orecchio ronza
continuamente come una mosca fastidiosa.
Voleva approfondire con l’Usciere quel tema,
chiedere anche al Tribuno di quella Telimena,
ma se n’erano andati dopo la cena in fretta,
835 a preparar per gli ospiti le camere da letto,
è questo il dovere che spetta ai servitori.
A Taddeo tocca il compito di accompagnare fuori,
al posto del padrone, i giovani in granaio,
mentre anziani e dame dormono nella casa.

840 Mezz’ora dopo regna dappertutto il silenzio


come, suonato l’Angelus, regna dentro un convento;
lo interrompe soltanto la voce del guardiano
notturno. Tutti dormono. Solo il Giudice è insonne,
da buon padrone pensa ai progetti del giorno,
845 all’uscita nei campi, alla festa al ritorno.
Dà gli ordini a intendenti, economi, fattori,
contabili, massaia, stallieri e battitori,
esamina il bilancio della giornata, infine
comunica all’Usciere che si vuole svestire.
850 Questi gli scioglie attento la fascia filettata
di Słuck*, fitta di nappe a guisa di pennacchi,
il diritto in broccato con fiori rosso ardente,
il rovescio di seta nera a quadri d’argento;
si indossa dai due versi: dalla parte dorata
855 per le sere di gala, nel lutto quella nera.
Solo lui quella fascia sa sciogliere e piegare54;
intento a quel lavoro, finisce di parlare:

«Se ho spostato al castello la mensa è forse un male?


Nessuno ci ha rimesso, Lei ci può guadagnare,
860 perché è per quel castello che oggi c’è il processo.
Oggi abbiamo acquisito il diritto al maniero:
benché la parte avversa mostri il suo accanimento
proverò che il castello ora è in nostro possesso.
Chi infatti invita ospiti a cena nel castello
865 prova che gli appartiene o gli apparterrà presto;
e chiameremo a teste anche la parte avversa:
ricordo casi analoghi avvenuti ai miei tempi».

Il Giudice già dorme. L’Usciere esce nell’atrio,


al lume di candela estrae un libriccino,
870 il suo Altarino d’oro55: non ne può fare senza
sia in casa che in viaggio: è il Ruolo delle Udienze*.
Vi sono elencate le cause da trattare
che l’Usciere in persona si affrettava a chiamare
con la sua propria voce, prima delle sedute,
875 e quelle che più tardi aveva conosciute.
Per un uomo comune è un elenco di nomi,
per l’Usciere è un compendio di ritratti grandiosi.
Dunque rilegge e medita: Ogiński contro Wizgird,
Rymsza e i Domenicani, Rymsza contro Wysogierd,
880 Wereszczaka e Radziwiłł, Giedrojć e Rodułtowski,
Obuchowicz e il qahal, Juraha e Piotrowski,
Maleski56 e Mickiewicz, infine il signor Conte
con Soplica; leggendo, da quei nomi si effonde
la memoria di cause famose, di audizioni,
885 rivede corti e giudici, le parti e i testimoni;
vede se stesso in piedi davanti al tribunale,
indossa un kontusz blu sopra lo żupan57 bianco,
una mano alla sciabola e l’altra sopra il tavolo
mentre chiama le parti ed esclama: «Si taccia!»
890 Sognando e concludendo la preghiera serale,
piombò nel sonno l’ultimo Usciere di Lituania.

Tali erano le dispute e gli svaghi nel sereno


paesaggio di Lituania, e intanto il mondo intero
grondava sangue e lacrime, quando il dio della guerra,
895 attorniato da nugoli di truppe e di cannoni,
le aquile oro e argento58 aggiogate al suo carro,
dai deserti di Libia59 volò alle somme Alpi,
folgorò le Piramidi, il Tabor, poi Marengo,
Ulm, Austerlitz60. Davanti e dietro a lui – Vittoria
900 e Conquista. La gloria delle sue molte imprese,
pregna di eroici nomi, corse dal Nilo61 al nord
tuonando, ma la riva del Niemen la respinse62
come uno scoglio: i ranghi dell’arma moscovita
che con mura di ferro63 proteggeva i lituani
905 dalla notizia infausta, più orrenda di un contagio.

Ma spesso anche in Lituania piombava, come un sasso


dal cielo, una notizia: spesso un accattapane
senza un braccio o una gamba, ricevuta la questua,
si fermava e scrutava in giro con cautela.
910 Non vedendo soldati russi, o baveri rossi64,
o kippot65, egli allora rivelava chi fosse:
era un legionario66 che riportava in patria
le ossa stanche, ormai inabili a difenderla.
Come allora lo abbracciano padroni e servitori,
915 come scoppiano in lacrime! Siede con loro a tavola,
racconta storie strane, curiose, straordinarie,
che tutti attenti ascoltano come fosse una fiaba.
Narra che il generale Dąbrowski dall’Italia
sta facendo ogni sforzo per arrivare in patria,
920 che in Lombardia raduna i suoi compatrioti67;
che Kniaziewicz dà ordini in cima al Campidoglio68
e, vincitore, innanzi agli occhi dei francesi
getta cento stendardi insanguinati, presi
agli eredi dei Cesari*; che Jabłonowski è giunto
925 là dove cresce il pepe*69 e si spreme lo zucchero
tra boschi profumati. Con i suoi Danubiani70
lì annienta i negri e langue per la patria lontana.

I discorsi del vecchio corrono in gran segreto;


chi li sente, tra i giovani, scappa di casa svelto,
930 s’insinua tra acquitrini e foreste, incalzato
dai russi, si nasconde saltando dentro il Niemen,
nuota sott’acqua fino alle rive del Ducato71,
dove una voce amica dice: «Ben arrivato!»,
ma prima di andar via sale su un poggio in pietra
935 e attraverso il Niemen dice ai russi: «A presto!»
Così fuggì Gorecki, e Pac, e Obuchowicz,
Piotrowski, Obolewski, Różycki e Janowicz,
i Mierzejewski, e poi Brochocki e i Bernatowicz,
Kupść, Gedymin72 e altri, e chissà quanti ancora;
940 lasciavan padre e madre, la terra tanto amata,
e i beni che l’erario dello zar confiscava73.

A volte in Lituania giungevano questuanti


dai conventi stranieri e, conosciuti a fondo
i signori del luogo74, mostravano un giornale
945 scucito dalla fodera del loro scapolare;
vi era l’elenco e il numero dei soldati, i cognomi
dei capi legionari, o vittoriosi o morti.
E per la prima volta la famiglia scopriva
la vita e la gloria e la morte del figlio;
950 ci si parava a lutto, senza mai rivelare
il nome del defunto; ma la gente del luogo
lo indovinava, e solo una muta tristezza
o una muta letizia fungeva da gazzetta.

Pare che Verme fosse uno dei questuanti:


955 sovente lui e il Giudice parlavano in disparte,
dopodiché girava, in tutto il vicinato,
qualche nuova notizia. La figura del frate
svelava che il cappuccio non l’ha portato sempre,
che non è invecchiato tra mura di convento.
960 Sopra l’orecchio destro, un po’ sopra la tempia,
il segno di uno sfregio da taglio largo un palmo,
e sul mento una traccia di lancia o sparo, fresca;
difficile ferirsi così dicendo messa.
Ma oltre alle cicatrici e al minaccioso sguardo
965 la voce e il gesto avevano qualcosa del soldato.

Quando dicendo messa le braccia sollevate


nel «Dominus vobiscum» volgeva dall’altare
al popolo, il modo brusco del movimento
pareva un “front a destr’!” eseguito a comando,
970 e celebrava il rito con un’intonazione
adatta all’ufficiale che parla al suo squadrone;
se ne accorsero anche i chierichetti. Il frate,
più esperto di politica che di vite dei santi,
girando per la questua spesso si tratteneva
975 nel capoluogo75, dove aveva molti affari:
ritirava missive che però mai apriva
davanti a gente estranea; inviava messaggeri,
ma perché e a quale scopo, per tutti era un mistero;
spesso entrava furtivo di notte nella casa
980 di un nobile, al cui orecchio sussurrava qualcosa,
percorreva i villaggi vicini senza posa,
nelle osterie coi villici trattava volentieri76
di quello che accadeva nei paesi stranieri.
Ora giunge dal Giudice, che dorme già da un’ora,
985 per svegliarlo: di certo gli porta qualche nuova.
LIBRO SECONDO

Il castello

Caccia con i levrieri alla selvaggina stanata. – Un ospite al castello. – L’ultimo cortigiano narra la
storia dell’ultimo Horeszko. – Un’occhiata al frutteto. – La fanciulla tra i cetrioli. – La colazione. –
L’aneddoto pietroburghese della signora Telimena. – Nuova esplosione della disputa a proposito dello
Scodato e di Falco. – L’intervento di Verme. – Discorso del Tribuno. – La scommessa. – Si va a funghi!

Chi di noi non ricorda quegli anni verdi quando,


fucile in spalla, andava fischiettando nel campo
dove argine o steccato non intralciava il passo
né c’era alcun confine che indicasse il possesso?
5 In Lituania chi caccia è un vascello sul mare
che sceglie il suo percorso, libero di spaziare!
Come un profeta osserva le nubi in cui il suo sguardo
di cacciatore coglie chiari segni e presagi,
o come un mago parla con la terra che, sorda
10 per i borghesi, a lui sussurra mille voci.

Là stride il re di quaglie. Cercarlo è vano: fluttua


nell’erba come il luccio nel Niemen; lassù in alto,
campana mattutina che annuncia primavera,
trilla la lodoletta nascosta in fondo al cielo;
15 là sbatte le ali l’aquila e i passeri spaventa,
così come gli zar sgomenta la cometa77.
Lo sparviero, sospeso nel chiarore azzurrino,
scuote l’ala – farfalla trafitta dallo spillo –
finché, scorto nel prato un uccello o una lepre,
20 vi si lancia dall’alto come stella cadente.

Dio porrà fine, un giorno, al nostro andare erranti78,


ci ridarà la casa nella terra dei padri;
saremo cavalieri che sconfiggono lepri
o fanti coi fucili puntati sugli uccelli,
25 armati solamente di falcetto e fienaia,
e i registri domestici al posto dei giornali!

Su Soplicowo è l’alba: scende sui tetti il sole,


s’insinua nel granaio, penetra le fessure
e sopra il fieno fresco, verde scuro, odoroso
30 (il giaciglio dei giovani per il loro riposo),
si spandono da un buco del tetto nero strisce
dorate e luccicanti come nastri di trecce;
e il sole, qual fanciulla che con la spiga tocca
l’amante per destarlo, con un raggio titilla
35 la bocca dei dormienti. I passeri sul tetto
cinguettano saltando, l’oca ha già schiamazzato
tre volte e fanno eco le anatre, i tacchini
e il mugghio dell’armento che avanza verso il prato.

Si sono alzati, i giovani. Taddeo giace assopito,


40 ha preso sonno tardi; la cena lo ha turbato
a tal punto che al canto del gallo era ancor desto,
si è tanto rigirato da annegare nel fieno
come nell’acqua, e infine lo ha colto un sonno greve.
Ma all’improvviso un vento freddo gli soffia in volto,
45 la porta cigolante del granaio si è aperta
sbattendo con fragore ed è entrato fra’ Verme,
col cordone nodoso, gridando «Surge, puer!»79,
roteando giovialmente nell’aria il suo cordiglio.

Già s’odono i richiami dei cacciatori in corte,


50 fanno uscire i cavalli, arrivano i barrocci,
la folla a malapena trova posto in cortile;
risuonano le trombe, si aprono i canili,
la muta dei levrieri si lancia, uggiola allegra,
vedendo i destrieri dei bracchieri e i guinzagli
55 dei battitori i cani cominciano a sfrecciare
come impazziti e offrono il collo ai collari:
tutto questo è auspicio di buona caccia, e senza
indugio il Ciambellano ordina la partenza.

Procedono i bracchieri uno alla volta, adagio,


60 ma oltre il portone in fretta si allineano ordinati
in lunga fila; al centro Notaio e Assessore:
benché a volte si scrutino con sguardi disgustati
conversano amichevoli, da uomini d’onore
che stanno per risolvere uno scontro mortale;
65 le parole non svelano il reciproco astio:
l’uno guida il suo Falco, l’altro il suo Scodato.
A seguire, in vettura, le donne con lo sciame
dei giovani a cavallo a intrattener le dame.

Fra’ Verme, nel cortile, cammina a passo lento,


70 conclude la preghiera mattutina, ma intanto
sbircia Taddeo, corruga la fronte, poi sorride,
gli fa un cenno col dito e Taddeo si avvicina;
in segno di minaccia gli accosta al naso il dito,
ma a domande e richieste del giovane stupito
75 che chiede la ragione di quell’avvertimento,
il frate non lo guarda né gli risponde niente,
si cala giù il cappuccio, conclude le orazioni;
perciò Taddeo si avvia e si unisce ai cacciatori.

Costoro in quel momento trattennero i guinzagli


80 e immobili mimarono con cenni della mano
di far silenzio; tutti volsero gli occhi al sasso
da cui il Giudice, in piedi, aveva avvistato
l’animale, e ora stava impartendo a gesti
le sue istruzioni. Tutti ne compresero il senso.
85 Intanto sul terreno, trotterellando piano,
si avviano alla battuta l’Assessore e il Notaio.
Taddeo, il più vicino, li ha preceduti entrambi
e, in piedi accanto al Giudice, attento scruta il campo.
Non cacciava da tempo; difficile vedere
90 la lepre in uno spazio grigio fitto di pietre!
Gliela indicò il Giudice: la meschina giaceva
sotto un sasso appiattata, le orecchie tese; l’occhio
rosso scorse le occhiate dei cacciatori e come
ammaliata dal senso dell’imminente sorte
95 non distoglieva gli occhi da quelli, lo spavento
l’aveva resa inerte come la stessa pietra.
Intanto un polverone si fa sempre più denso,
galoppa lo Scodato, dietro a lui il lesto Falco,
i padroni all’unisono urlano: «Vela! Vela!»,
100 per poi sparir nel turbine assieme ai due levrieri.

Mentre quelli inseguivano la lepre, presso il bosco


del castello era apparso il Conte. Era ben noto
nei dintorni che mai, in tutta la sua vita,
si era presentato all’ora stabilita.
105 Ha rimbrottato i servi perché ha dormito troppo,
poi, visti i cacciatori, è partito al galoppo
lasciando andare al vento le falde della bianca
redingote all’inglese; dietro, a cavallo, i servi
con piccoli cappelli simili a funghi neri,
110 luccicanti, le giubbe e i pantaloni chiari,
gli stivali striati; così li agghinda il Conte,
e dentro il suo palazzo sono chiamati jockey.

Mentre puntava al prato la truppa galoppante,


scorse il Conte il castello ed arrestò il cavallo.
115 Non aveva mai visto i muri di mattina,
stentava a riconoscerli: la luce dell’aurora
rinfrescava e abbelliva i tratti architettonici;
quella visione nuova lasciò attonito il Conte.
La torre era due volte più alta, ché spiccava
120 sopra la nebbia; il tetto in lamiera era indorato
dal sole; tra le grate i frammenti dei vetri
brillavano frangendo in iridi cangianti
i raggi dell’albore; la nebbia, ai piani bassi,
nascondeva allo sguardo le crepe e i calcinacci.
125 Incalzato dal vento, il lontano vociare
della caccia rimbalza alle pareti e pare
che esca dal castello, che i muri annebbiati
siano stati rifatti e di nuovo popolati.

Il Conte amava il nuovo, l’insolito: soleva


130 chiamarlo “romanzesco”; chiamava “romanzesca”
anche la propria testa; insomma, un tipo strambo.
A volte, inseguendo volpi o lepri, ad un tratto
si arrestava e guardava il cielo come un gatto
che ha appena scorto un passero in cima a un pino alto;
135 a volte, senza cane, senza fucile, errava
nel bosco a mo’ di recluta che ha appena disertato80;
o su un torrente, immobile, fissava la corrente
così come l’airone con gli occhi mangia i pesci.
Queste erano le usanze strane del signor Conte
140 e in giro si diceva: «Gli manca una rotella».
Però lo rispettavano, era di stirpe antica,
ricco, buono coi villici, gentile coi vicini,
anche se ebrei.
Il cavallo, sviato dal sentiero,
trottò dritto pel campo ed arrivò al maniero.
145 Il Conte, sospiroso, sogguardava le mura,
prese carta e matita, tracciò qualche figura.
Voltatosi di lato, scorse a venti passi
un uomo, anch’egli amante delle vedute, il capo
rivolto in su, le mani in tasca, che pareva
150 stesse facendo il conto, con gli occhi, delle pietre.
Lo riconosce, grida, lo chiama a più riprese
con insistenza prima che Gervaso lo senta.
È un nobile, da sempre servitore al castello,
l’ultimo cortigiano della famiglia Horeszko;
155 un vecchio alto, canuto, dal volto sano e asciutto
solcato dalle rughe, tetro, severo, cupo.
Tra i nobili era noto per il suo buonumore,
ma da quando in battaglia morì il suo signore
Gervaso cambiò molto, e ormai da molti anni
160 non andava alle fiere e neanche ai matrimoni;
da quel giorno cessarono le sue battute, e il viso
non fu mai più segnato dall’ombra di un sorriso.
Ha sempre indossato la livrea degli Horeszko,
la giubba gialla a falde col gallone, che adesso
165 è giallo, ma che un tempo senz’altro era dorato.
Ai bordi, fatti in seta, gli stemmi gentilizi,
i Mezzicapri, e dunque l’intero vicinato
chiamava il vecchio nobile così: “il Mezzocapro”.
Siccome intercalava spesso l’esclamazione
170 «Messermio!», era noto con questo soprannome,
o quello di “Scheggiato”, per le tacche sul cranio.
Comunque il suo vero cognome era Rębajło81,
ma il blasone è ignoto. Si era autotitolato
Chiavaio, la funzione che aveva esercitato
175 nel castello, e da allora, legato alla cintura
da una nappa argentata, tiene un mazzo di chiavi,
pur se il castello è aperto e senza serrature.
Ma aveva rintracciato due porte, a proprie spese
le ha riparate e dopo le ha messe sui battenti
180 e passa i giorni a chiuderle e ad aprirle, contento.
Ha scelto un vano vuoto per propria abitazione,
e pur potendo vivere alla mensa del Conte,
non vuole, ché dovunque ha nostalgia e sta male,
se l’aria del castello non può più respirare.

185 Scorse il Conte, si tolse il cappello e al parente


dei suoi signori chinò con grande deferenza
la sua grossa pelata che da lungi brillava,
incisa dalle sciabole come fosse una clava82;
se la allisciò, di nuovo fece un profondo inchino
190 e disse tristemente: «Signore, Messermio…
Scusi la confidenza, Signor Graf83 Eccellenza,
è una mia abitudine, non è un’impertinenza:
tutti gli Horeszko usavano codesto intercalare,
non escluso il Dapifero84, mio ultimo signore.
195 Ma è vero, Messermio, che lesina denaro
per il processo e cede ai Soplica il maniero?
Io non ci posso credere, ma gira questa voce».
E guardava il castello, affranto e sospiroso.

«Che c’è di strano?», disse il Conte. «È una gran spesa,


200 e anche una gran noia. Io voglio un’intesa,
ma il barbogio è ostinato, ce l’ha fatta a stancarmi.
Non ce la faccio più, oggi depongo le armi,
accetterò l’accordo che i giudici vorranno».
«Un accordo!?», Gervaso gridò. «Con i Soplica?
205 Messermio, coi Soplica?» E qui storse la bocca
come se si stupisse delle proprie parole.
«Accordo…? Coi Soplica!? Io non ci credo ancora!
Lei scherza, Messermio? Il castello, dimora
degli Horeszko, ai Soplica? Smonti da quel cavallo,
210 venga dentro a vedere, andiamo nel castello,
lei non sa quel che fa; smonti!» E afferrò la staffa
per aiutare il Conte a metter piede a terra.

Entrarono. Gervaso si fermò sulla soglia


dell’atrio e disse: «In questo luogo i vecchi padroni
215 con la corte sedevano dopo pranzo. Il signore
appianava le liti fra i villici, o narrava
con buonumore agli ospiti storie curiose, oppure
si divertiva ai loro racconti e alle battute,
e la gioventù in corte duellava coi bastoni,
220 o addestrava i pony turchi del mio padrone».

Nell’atrio poi aggiunse: «In questo atrio immenso


le pietre lastricate sono molte di meno
delle botti di vino svuotate in quei bei tempi;
i nobili invitati per le Diete e Dietine85,
225 la caccia o l’onomastico del padrone, tiravano
su con le cinghie i fusti dalle nostre cantine.
Ai banchetti, nel coro, la cappella suonava
l’organo e altri strumenti*, e all’atto del brindare
da quel coro squillavano le trombe come il giorno
230 del giudizio; i brindisi seguivano il rituale:
il primo a Sua Maestà, il secondo al Primate86,
il terzo alla Regina, poi alla nobiltà
e a tutta la Repubblica; e dopo aver svuotato
il quinto bicchierozzo, il brindisi finale:
235 “Amiamoci!”, e allora quest’ultimo evviva,
proclamato di giorno, finiva la mattina,
quando tiri e birocci erano già approntati
per portare in locanda tutti i convitati».

Hanno già attraversato varie stanze; Gervaso


240 ora fissava un muro, o la volta, silenzioso,
evocando un ricordo qui triste, là gradito,
talora, come a dire: «Tutto questo è finito»,
scrollava mesto il capo o scuoteva la mano.
Lo straziava il ricordo, lo si vedeva bene,
245 e voleva scacciarlo. Giunsero al piano alto
in un grande salone che un tempo era chiamato
“degli specchi”; ma oggi solo cornici vuote,
finestre senza vetri e, in faccia al portone,
la loggia. Lì il vecchio chinò il capo pensoso,
250 portò le mani agli occhi, e quando scoprì il viso
vi era impressa una pena grande, e disperazione.
Il Conte non sapeva qual era la ragione,
ma nel vedere il volto così scosso del vecchio
lo prese per la mano, gliela strinse commosso.
255 Ruppe il silenzio il vecchio, alzò il braccio tremante:
«Messermio, non c’è accordo tra i Soplica e il sangue
degli Horeszko: la moglie del Mastro della Caccia87,
cioè Sua madre, nacque dalla seconda figlia
del Castellano88, il quale era zio del mio Signore,
260 perciò in Lei scorre il sangue del mio protettore.
Ora ascolti la storia di questi Suoi parenti,
accadde nella sala dove ora siamo giunti.

Il defunto Dapifero e signor mio, il più agiato


del luogo e consanguineo di preclare casate,
265 aveva una figliola così bella che molti
nobili e aristocratici le ronzavano attorno89.
Tra i nobili un bravaccio piantagrane, Giacinto
Soplica, per motteggio chiamato “Il Palatino“;
e nel palatinato90 contava molto, in quanto
270 teneva in pugno tutta la famiglia Soplica,
disponeva dei loro trecento voti appieno,
benché non possedesse che un pezzo di terreno,
una sciabola e i baffi lunghi fino alle orecchie.
Il signore ospitava di frequente quel birbo
275 nel suo palazzo, specie durante le Dietine,
benvisto dai parenti e dai sostenitori.
Il Baffuto, esaltato dal prodigo favore,
bramò di diventare genero del signore.
Seppur non invitato veniva a ogni ora,
280 si piazzò in casa come fosse la sua dimora;
stava per dichiararsi, ma il gioco fu capito,
perciò un piatto di zuppa nera gli fu servito*.
Pare che quel Soplica piacesse alla fanciulla,
che però ai genitori non osò dire nulla.

285 Fu ai tempi di Kościuszko; il signore appoggiava


la legge del tre maggio, stava arruolando i nobili
disposti a spalleggiare la Confederazione91,
quando una notte i russi ci cinsero d’assedio;
ci fu soltanto il tempo di lanciare l’allarme
290 col mortaio92 e bloccare con la spranga il portone.
Nel castello non c’erano, oltre i padroni e me,
che il cuoco e due sguatteri, ubriachi tutti e tre,
il plebano, un domestico, quattro aiducchi93 arditi.
Mano ai fucili, dunque; e allora i moscoviti
295 gridando “Hurrà!” in drappello si ammassano sull’argine;
noi con dieci fucili spariamo: “Via! Smammate!”
Non si vedeva nulla; dal basso i servi tirano
senza posa, io e il signore spariamo dal loggiato.
Sta andando tutto liscio malgrado il gran spavento;
300 venti fucili giacciono su questo pavimento,
ne scarichiamo uno e ce ne danno un altro,
di questa operazione si occupano il plebano,
la signora, la figlia e le dame di corte;
tre soli i fucilieri, ma il fuoco è senza sosta;
305 i fanti russi sparano gragnuole di proiettili,
noi meno, ma dall’alto ne becchiamo parecchi.
Tre volte quei buzzurri premettero alla porta,
tre volte tre di loro tirarono le cuoia,
allora ripararono fin sotto il capannone.
310 Il Dapifero, allegro, uscito sul balcone,
attendeva che un russo facesse capolino,
poi gli sparava addosso, e senza mai fallire:
a ogni colpo cadeva sull’erba un casco nero
e ormai pochi sporgevano da dietro il muro il viso.
315 Il Dapifero vide il nemico impaurito,
prese la karabela94 e decise la sortita,
gridando dal loggiato chiamò i servitori,
mi guardò e poi mi disse: “Con me, Gervaso, fuori!”
In quella partì un colpo dal basso, dal portone…
320 Arrossì, impallidì, voleva dir qualcosa,
sputò sangue; un proiettile gli era entrato in petto,
barcollando, col dito mi indicò l’ingresso.
Riconobbi Soplica! Riconobbi il furfante
dall’altezza e dai baffi! Lui aveva sparato
325 e ucciso il Dapifero! Il furfante teneva
ancora alto il fucile e la canna fumante!
Lo puntai, era immobile, quel bandito, impietrito!
Feci fuoco due volte ma non riuscii a colpirlo,
sbagliai la mira, forse per rabbia, o per dolore…
330 Sentii urlar le donne – era morto il signore».

Gervaso a questo punto tacque e proruppe in pianto,


poi disse concludendo: «I russi abbattevano
le porte; la sua fine mi aveva intorpidito,
non mi rendevo conto di quello che accadeva;
335 per fortuna in soccorso giunse Parafianowicz
con duecento Mickiewicz tutti di Horbatowicze95,
nobiltà numerosa, prode, compatta e forte
che da un secolo almeno odia a morte i Soplica.

Così perì un signore giusto, pio e potente


340 che in casa aveva scanni, bastoni del comando,
nastri96; padre dei villici, dei nobili fratello,
e non aveva un figlio pronto a giurar vendetta
sulla tomba! Ma servi fedeli sì; la lama
affondai nel suo sangue (la mia spada si chiama
345 Temperino, di certo ne ha sentito parlare,
è nota nelle Diete, le Dietine e i mercati),
giurai di intaccarla sul dorso dei Soplica,
li inseguivo alle Diete, a fiere e scorrerie;
due ne squartai in contesa, due in duello; a un altro
350 appiccai il fuoco dentro una casa di legno
quando con Rymsza demmo l’assalto a Korelicze97:
un cobite arrostito!98 Senza contare quelli
a cui tagliai le orecchie. Ne resta uno solo
che da me ancor non abbia ricevuto un ricordo!
355 È il fratello di sangue di quel Baffuto, è vivo,
si vanta dei suoi averi, la sua tenuta è attigua
al castello di Horeszko, lo rispettano tutti
nel distretto, ha una carica, e sa quale? È giudice!
E Lei gli dà il castello? Così i suoi piedi indegni
360 cancelleranno il sangue da questo pavimento?
Oh no! Finché Gervaso avrà un briciolo d’animo
e forza sufficiente a sollevar col mignolo
il Temperino ancora appeso a questo muro,
non otterrà Soplica giammai questo maniero!»

365 «Oh!», gridò il Conte alzando le braccia al cielo. «Ora


capisco perché ho amato subito questi muri,
anche se non sapevo che vi fosse un tesoro
di scene romanzesche, di drammatiche storie!
Quando espugnerò il castello degli avi,
370 tu dentro questi muri sarai il mio burgravio;
Gervaso, il tuo racconto mi ha impressionato molto.
Peccato tu non m’abbia portato qui di notte;
starei sulle rovine avvolto nel mantello
e tu mi narreresti le sanguinose gesta;
375 peccato tu non abbia talento nel narrare!
Storie così ne ho lette, parecchie ne ho ascoltate;
ogni castello inglese e scozzese, ogni corte
tedesca fu teatro di morte, di assassinii!
In ogni stirpe nobile, antica e potente
380 c’è l’eco di azioni cruente e tradimenti,
la cui vendetta in seguito si trasmette all’erede;
in Polonia è la prima volta che ciò succede.
Sento il sangue dei prodi Horeszko nelle vene!
Ciò che devo alla gloria e a loro lo so bene.
385 Sì! Romperò l’accordo, è questione d’onore,
pur dovendo ricorrere a spade o a pistole!»
Così parlò, e incedeva con grave portamento,
seguito da Gervaso in profondo silenzio.
Parlando tra sé e sé si fermò sul portone,
390 poi guardando il castello saltò in arcione lesto,
concluse il soliloquio, distratto: «È un gran peccato
che il vecchio Soplica non sia neanche sposato
o non abbia una figlia da poter adorare!
Il mio amore, e la mano richiesta e rifiutata,
395 creerebbe nel romanzo un ulteriore intrigo:
qui il cuore e là il dovere! Qui vendetta… là amore!»

Poi, sempre mormorando, diede di sprone verso


la villa mentre uscivano dal bosco i cacciatori.
Il Conte amava molto la caccia e non appena
400 li adocchiò, scordò tutto e si lanciò a raggiungerli,
oltrepassò il portone, l’orto e lo steccato;
svoltando si girò, arrestò il suo cavallo.
C’era un frutteto. –

Gli alberi da frutto in lunghe file


ombreggiano un terreno vasto sparso di aiole.
405 Qui il cavolo, chinando la sua saggia calvizie,
par che rifletta sulla sorte degli ortaggi;
la fava snella immerge le valve nella treccia
verde della carota facendo mille occhi
dolci; il granturco alza il pennacchio dorato;
410 qua e là scorgi una zucca con il ventre ingrassato
che, spintasi lontano dal gambo, è rotolata,
ospite inaspettata, fra rosse barbabietole.

Nei solchi tra le aiole, a modo di fedele


sentinella, la canapa, cipresso degli erbaggi,
415 verde, dritta e silente, ha schierato i suoi steli.
Le sue foglie e l’odore proteggono le aiole,
penetrare il fogliame la vipera non osa
e il suo odore uccide i bruchi e gli altri insetti.
Più in là svettano i gambi biancastri dei papaveri99;
420 diresti che uno sciame brillante di farfalle
vi sia posato sopra e col battito d’ali
balugini dell’iride di preziosi diamanti:
così alletta il papavero smagliante le pupille.
Tra i fiori c’è una luna piena in mezzo alle stelle:
425 il tondo girasole col volto grande e ardente
da oriente ad occidente segue il corso del sole.

Sotto il recinto, strette e oblunghe montagnole


senz’alberi né fiori: l’orto dei cetrioli,
belli grossi, le foglie grandi e ramificate
430 ricoprono le aiole come un tappeto a falde.
Là, le ginocchia immerse nella verzura fresca,
una ragazza avanza nella sua veste bianca;
scendendo dalle aiole nei solchi sembra quasi
nuotare tra le foglie, bagnarsi nei colori.
435 Un cappello di paglia le copre il capo e l’aria
scuote sulle sue tempie due nastri rosa e qualche
ricciolo biondo chiaro delle sue trecce sciolte;
gli occhi fissi al terreno, tiene in mano un paniere
e tende il braccio destro nel gesto di afferrare;
440 come una fanciullina nell’acqua vuol scacciare
i pesci che giochicchiano sfiorandole il piedino,
così lei china il braccio e il cesto quando vede
un frutto, o se lo urta col piede un po’ per caso.

Il Conte a quella vista rimase estasiato,


445 in silenzio. Sentendo il galoppo distante
dei jockey fece segno di fermare i cavalli.
Guardava con il collo proteso, così come
la gru dal becco lungo, lontana dal suo stormo,
sta all’erta su una zampa e per sfuggire al sonno
450 vigila con un sasso stretto nell’altra zampa100.

Il Conte fu destato da un fruscio alle sue spalle;


era il questuante Verme, che in mano roteava
il cordone nodoso. «Eccellenza, che vuole?
Dei cetrioli101? Eccoli!», gridò. «In queste aiole
455 per Lei non c’è alcun frutto, cerchi di star lontano».
Lo minacciò col dito: «E di non fare danno».
Si sistemò il cappuccio, se ne andò. Un po’ ridendo
per l’inatteso intralcio e insieme po’ imprecando,
il Conte restò lì per un istante ancora;
460 volse l’occhio al giardino, ma la fanciulla era
scomparsa; scorse solo, oltre la finestrella,
sfrecciare un nastro rosa ed una veste chiara.
Sulle aiole vedeva la via da lei percorsa:
il fogliame, percosso dalla corsa dei piedi,
465 si era alzato, tremava, per poi tornar tranquillo
come l’acqua tagliata dalle ali di un uccello.
Nel punto in cui lei stava, gettato e abbandonato,
penzolava sui rami il paniere di salcio
voltato sottosopra dopo aver perso i frutti,
470 e dondolava ancora in mezzo all’onda verde.

Nessun’anima viva e silenzio. Il Conte


fissò gli occhi alla villa e aguzzò l’udito,
meditando; e dietro di lui i cacciatori,
immobili. – Ma ecco che dalla casa muta
475 giunse un sussurro, e dopo brusìo e gran vocìo,
come di api entrate nell’alveare vuoto:
è segno che gli ospiti sono già ritornati
e i servi predispongono di già la colazione.

Regna un gran movimento lungo tutte le stanze,


480 si portano pietanze, bottiglie e posate;
gli uomini, ancor vestiti dei loro abiti verdi,
girano per la casa con piatti e con bicchieri
mangiando e bevendo o, appoggiati ai telai
delle finestre, parlano di schioppi, lepri e cani.
485 Stanno seduti a tavola Giudice e Ciambellano,
le ragazze bisbigliano, tutte in un angolino,
non c’è il solito ordine delle cene e dei pranzi,
per le case all’antica questa è una nuova usanza;
a colazione il Giudice consente questa moda,
490 seppure a malincuore, comunque non la loda.

Diversi erano i cibi per le dame e i signori:


per le prime il servizio da caffè su vassoi
enormi con motivi floreali e fragranti
bricchi di latta e tazze dorate in porcellana
495 sassone102; ogni tazzina ha accanto a sé un vasetto
che contiene la panna. Un caffè come quello
che si fa in Polonia non c’è in nessun paese103:
lì, com’è uso antico, nelle case perbene
un’apposita donna, che chiamano kawiarka,
500 si occupa del caffè; lo ordina in città
o va dai battellieri delle wiciny* e acquista
da loro i chicchi della migliore qualità;
sa il segreto che rende il caffè trasparente
come l’ambra e nero come il carbone, denso
505 come il miele e odoroso di moca. Tutti sanno
che cosa sia la panna per il caffè, e in campagna
abbonda: la kawiarka, messi i bricchi sul fuoco,
il mattino si reca in latteria e da sola
per ogni vasettino sceglie il fiore del latte,
510 sicché ogni tazzina avrà la crema a parte.

Le anziane, mattiniere, l’hanno bevuto dianzi,


ora hanno fatto un’altra pietanza: birra calda
imbiancata di panna dentro la quale nuota,
tagliuzzato a tocchetti, del buon formaggio bianco.

515 Invece per i maschi molti salumi a scelta:


il petto grasso d’oca, il prosciutto di porco,
la lingua a fette, tutto fatto alla casalinga,
fumigato al camino con legno di ginepro;
infine, ultimo piatto, arriva il polpettone:
520 questa, a casa del Giudice, era la colazione.

Nelle due stanze siedono due gruppi ben distinti:


gli anziani, intorno a un piccolo tavolo, sono intenti
a parlare dei nuovi metodi di coltura,
dei nuovi ukaz zaristi ormai sempre più duri;
525 il Ciambellano valuta le voci ricorrenti
di guerra, e da politico stima le conseguenze.
A sua moglie la figlia del Tribuno, inforcati
gli occhiali blu, predice il futuro alle carte.
Nell’altra stanza i giovani parlano della caccia
530 con tono più pacato, nessuno più si sbraccia,
poiché i due più esperti e bravi cacciatori,
l’Assessore e il Notaio, grandi oratori entrambi,
siedono faccia a faccia imbronciati e adirati;
l’uno e l’altro avevano lanciato bene i cani
535 certi della vittoria, finché in mezzo al pianoro
era apparsa una striscia di frumento marzuolo:
lì entrò la lepre. Falco e Scodato erano pronti
per prenderla, ma il Giudice arrestò i battitori
sul bordo; a collo torto dovettero ubbidire.
540 Son tornati da soli, i cani, e chi sa dire
se la lepre sia salva oppure catturata,
se sia finita in bocca a Falco o allo Scodato,
o a tutti e due? Ciascuno ha la propria opinione,
perciò resta irrisolta la lunga discussione.

545 Il Tribuno cammina da una stanza all’altra


non dando ai contendenti che uno sguardo distratto,
non entra nei discorsi di anziani e cacciatori,
si vede che ha la testa indirizzata altrove.
Ha un cacciamosche in mano, ogni tanto si blocca,
550 medita a lungo e… schiaccia sul muro una mosca.

Taddeo e Telimena, in piedi sulla porta


tra le due stanze, parlano da soli sulla soglia;
vista la vicinanza di orecchie indiscrete,
bisbigliano; Taddeo viene così a sapere
555 che la zia Telimena possiede una fortuna,
che, canonicamente, non li vincola alcuna
prossima parentela, non è neppure certo
che la zia sia parente del nipote, sebbene
il Giudice la chiami sorella: era l’usanza
560 dei loro genitori, pur nella differenza
d’età; che visse a lungo poi nella capitale104
dove fece al Giudice più di un grosso favore;
lui la stimava molto, forse per farsi bello
in pubblico amava definirsi fratello,
565 il che, per amicizia, lei certo non gli vieta.
A queste confessioni Taddeo provò sollievo.
In più si confidarono altre cose importanti,
e tutto questo avvenne soltanto in pochi istanti.

Ma nella stanza a destra, aizzando di sfuggita


570 l’Assessore, il Notaio disse: «Lo avevo detto
ieri che la battuta non sarebbe riuscita:
è troppo presto, il grano è ancora sullo stelo,
ci sono troppe strisce di marzuolo; per questo,
nonostante l’invito, non è venuto il Conte.
575 Il Conte se ne intende di caccia, parla spesso
del luogo e del tempo adatto alle battute;
lui è vissuto all’estero fin dalla prima infanzia.
Il modo in cui cacciamo noi, senza l’osservanza
di atti normativi, decreti e leggi varie,
580 secondo lui è il segno della nostra barbarie;
non si rispetta il cippo o il ciglio confinario,
si va in terreni altrui ignorando i proprietari,
nei campi e le foreste d’estate e primavera,
si ammazzano le volpi pur se mutano il pelo,
585 si tollera che i cani catturino, o meglio
tormentino, nel grano verde una lepre pregna,
con grande danno per la selvaggina. Ha ragione
il Conte a lamentarsi che in Russia è superiore
la civiltà: la caccia soggiace a prescrizioni
590 di zar e polizia, e a dure punizioni».

Telimena, guardando la stanza alla sinistra,


sventola sulle braccia un foulard di batista:
«Come amo la mia mamma»105, dice, «il Conte non sbaglia,
io conosco la Russia. Voi non mi credevate
595 quando ve lo dicevo e lodavo il giudizio
con cui, severo e vigile, ciascun ufficio agisce.
Son stata a Pietroburgo non una, non due volte!
Che immagini gradite! Che amabili ricordi!
Che città! C’è qualcuno che c’è stato, signori?
600 Vi mostro la piantina? Ce l’ho nello scrittoio.
D’estate a Pietroburgo ai ceti alti piace
vivere nei palazzi di campagna (le dace,
dacia vuol dir paesino). Stavo in un palazzetto
proprio sul fiume Neva, non lontano ma neanche
605 vicino alla città, su un poggio artificiale.
Che casina! Ho ancora la pianta tra le carte.
Per mia sfortuna un piccolo funzionario inquirente
affittò una casa nelle mie vicinanze;
aveva dei levrieri; che tortura abitare
610 vicino a un impiegato e a una muta di cani!
Quando uscivo in giardino con un libro a godere
del chiarore di luna, del fresco della sera,
ecco, arrivava un cane dimenando la coda
e agitando le orecchie come fosse rabbioso.
615 Quanti spaventi! In cuore presagivo disgrazie
a causa di quei cani: ed è quello che accadde.
Mentre un mattino andavo proprio verso il giardino,
ai miei piedi un levriere strozzò il mio cagnolino
bolognese! Un amore di cagnetta! Un presente
620 donatomi dal principe Sukin106, intelligente,
svelta, uno scoiattolo; ho anche il suo ritratto,
però non voglio andare a cercarlo nel cassetto.
Nel vederla strozzata ne rimasi sconvolta,
mi vennero gli spasmi, la nausea, il batticuore.
625 Forse la mia salute sarebbe peggiorata
se non fosse arrivato in visita Kirylo
Gavrilič Kozodusin107, Mastro di Caccia a corte.
Mi chiede la ragione del malumore e ordina
di portargli il colpevole tirato per l’orecchio.
630 Il funzionario è pallido, semisvenuto, trema.
“Come osi”, urla Kirylo con voce roboante,
“cacciare sotto il naso dello zar una cerva
pregna in primavera?” L’impiegato allibito
giura che non ha ancora cominciato a cacciare
635 e che, col suo permesso, la bestia azzannata
non gli sembrava un cervo ma piuttosto una cagna.
“Come?”, urla Kirylo. “Mariuolo, osi saperne
di cacce e di animali più di me, Kozodusin,
Imperial Jegermajster? Decida la questione
640 qui e ora il policmajster!108”. Chiamano il policmajster,
viene scritto il verbale delle deposizioni:
“Io”, dice Kozodusin, “attesto che è una cerva,
lui blatera che è un cane da salotto; decidi,
chi di noi è più esperto di animali e cacce?”
645 Sa bene, il policmajster, qual è il suo dovere;
stupito per l’ardire del misero impiegato
lo prende in disparte, gli consiglia fraterno
di ammettere la colpa per lavare il peccato.
Rabbonito, il Mastro di Caccia gli promette
650 che chiederà allo zar un più mite verdetto;
finì che per i cani ci fu l’impiccagione,
per l’impiegato quattro settimane in prigione.
Ci fece divertire tutti quello scherzetto
e ne nacque un aneddoto: il Grande Jegermajster
655 che per la mia cagnetta ha intentato un processo…
Inoltre so per certo: ne rise lo zar stesso».

Scoppiarono risate. Il Giudice giocava


col frate a mariasz: era in procinto di calare
l’atout di vino109, il prete era già in preda all’ansia,
660 ma il Giudice, sentendo l’inizio del racconto,
ne fu così coinvolto che con la fronte alta
e la carta levata pronta a piombar sul tavolo
sedeva silenzioso, spaventando il questuante.
A racconto concluso, appoggiò giù la donna
665 color vino e ridendo disse: «Lodino pure
la civiltà tedesca e l’ordine dei russi;
che la Grande Polonia110 dai mangiacrauti impari
a far causa per una volpe e chiami i gendarmi
per arrestare un bracco finito in boschi altrui.
670 Grazie a Dio in Lituania rispettiamo i costumi
antichi; c’è abbastanza selvaggina per tutti,
e non ricorreremo a nessun tribunale;
anche il grano ci basta, non morremo di fame
se tra marzuolo e segale zampetta qualche cane;
675 però vieto la caccia sul suolo contadino».

L’economo intervenne dalla stanza sinistra:


«Non è strano, Signore, visto quello che paga
per le bestie. E il villano è felice se un cane
salta nel suo marzuolo; se spezza dieci spighe
680 Lei gliene dà sessanta, e qui non è finita,
ché ricevono spesso un tallero in aggiunta;
creda, il contadiname diventerà insolente
se…» Non udì più il Giudice le altre argomentazioni
dell’economo; infatti fra le due discussioni
685 presero vita dieci aneddoti, racconti,
conversazioni e infine non pochi contenziosi.

Taddeo e Telimena, per gli altri ormai assenti,


non scordano se stessi. Lei è molto contenta
che il giovane abbia riso di quella sua storiella;
690 Taddeo, per ricambiare, le fa i suoi complimenti.
Lei parla lentamente, con tono più attutito,
lui finge, in mezzo al chiasso, di non aver udito,
e dunque, bisbigliando, le si avvicina e sente
sul viso il gradito calore della tempia;
695 beve il suo sospiro e trattenendo il fiato
con gli occhi coglie tutti i raggi del suo sguardo.
Ma ecco che tra le bocche prima sfreccia una mosca
e poi lo scacciamosche del Tribuno Hreczecha.

Di mosche c’è abbondanza, in Lituania. Tra le altre,


700 un genere speciale chiamato “nobiliare”;
per la forma e il colore sono pressoché uguali,
ma con più petto e pancia delle mosche volgari.
Sono chiassose in volo, un ronzio assordante,
così forti che troncano anche le ragnatele
705 o, restando impigliate, ronzano per tre giorni,
ché, a tu per tu col ragno, riescono a fargli fronte.
Il Tribuno le aveva studiate, e in più affermava
che dalla mosca nobile nasce quella volgare,
che è come l’ape madre regina dello sciame:
710 uccisa lei, si estinguono con lei tutte le altre.
È vero, la massaia e il plebano locale
non credono alla tesi espressa dal Tribuno,
convinti che una mosca nasca in modo diverso;
ma oramai il Tribuno non rinuncia al suo vezzo,
715 se ne scorge una nobile, la insegue. Proprio adesso
una mosca del genere gli ronza sull’orecchio;
scaglia due colpi… strano, come mai l’ha mancata?
Un terzo, e manca poco che spacchi la vetrata;
la mosca, ormai stordita da tutto quel fracasso,
720 vedendo due persone che le sbarrano il passo
si getta tra i due visi per la disperazione,
seguita dalla mano del Tribuno in azione.
Si staccano i due volti, tanto il colpo era duro,
come un tronco squarciato in due metà dal fulmine;
725 urtano forte entrambi il capo sul telaio
e entrambi si guadagnano due lividi bluastri.

Ma fortunatamente nessuno l’ha notato,


ché la conversazione, vivace ma ordinata,
a un tratto si è conclusa tra scoppi di clamori.
730 Come quando si parte verso il bosco alla caccia
della volpe e si odono schiocchi di rami, spari,
latrati, e a un tratto stana il cinghiale un bracchiere,
fa un cenno, ed è uno strepito di cacciatori e cani
come se ogni albero della selva gridasse;
735 così è la discussione: si avvia lenta e uguale,
poi incappa in un oggetto grosso, tipo un cinghiale.
Qui il cinghiale è la disputa accanita sui famosi
levrieri appartenenti a Notaio e Assessore.
Durò poco, ma fecero molto in un solo istante,
740 ché sputarono tante parole e ingiurie entrambi
da esaurire i tre punti propri alle discussioni
– battute, rabbia e sfida – e si venne alle mani.

Perciò dall’altra stanza tutti accorsero in massa


fluendo dalla porta come un’onda in burrasca,
745 sospinsero la coppia che stava sulla soglia
ferma a somiglianza di Giano, il dio bifronte.
Prima che i due riuscissero a ravviarsi i capelli
le grida minacciose si erano già placate,
serpeggiava un brusio frammisto alle risate;
750 si era già all’armistizio grazie a Verme, il questuante,
anziano, ma tarchiato, e dalle spalle aitanti.
Allorché l’Assessore corse verso il giurista
e i due schermidori si sfidavano a gesti,
lui li afferrò pel bavero e sbatté i capoccioni
755 l’un contro l’altro, come a Pasqua con le uova111,
poi spalancò le braccia come un indicatore
stradale e nei due angoli cacciò sia l’Assessore
che il Notaio; un istante stette fermo in silenzio
sul posto, ritto in piedi a braccia tese, e poi
760 gridò: «Pax, pax vobiscum, la pace sia con voi».

Stupirono, anche risero, le due parti in contesa;


nel rispetto dovuto ad un uomo di chiesa,
nessuno osò rivolgere alcuna offesa al frate
e neanche, visti i fatti, azzardare la lite;
765 del resto lui, vedendo la compagnia zittita,
non cercava il trionfo e più non minacciava
i due attaccabrighe, neanche li rimbrottava;
si aggiustò il cappuccio, infilò nella cinta
le mani e uscì zitto dalla stanza.

Intanto
770 il Ciambellano e il Giudice hanno già preso posto
tra le fazioni avverse. Prima meditabondo,
il Tribuno si scuote, va al centro della stanza,
rotea la pupilla di fuoco sugli astanti
e dove ode un bisbiglio – come con l’aspersorio
775 fa il prete – scuote il suo cacciamosche di cuoio;
poi per zittirli alza il manico in alto,
quasi tenesse in mano lo scettro del comando.

«Silenzio!», ripeté. «Ponderate per bene,


voi, primi cacciatori del distretto: sapete
780 quale sarà l’effetto di questi vostri alterchi?
La gioventù, speranza della patria, che deve
dare nomea alle nostre foreste e alle selve,
che già così, purtroppo, non apprezza la caccia,
troverà un nuovo spunto che accrescerà il disprezzo,
785 vedendo che chi deve dare l’esempio agli altri
ritorna dalla caccia solo con risse e alterchi!
Abbiate anche rispetto dei miei capelli grigi,
io conciliai più volte le dispute e i litigi
di illustri cacciatori ben più grandi di voi.
790 Chi mai fu pari a Rejtan nei boschi di Lituania?112
Nel guidar la battuta, nell’affrontar le fiere,
chi mai Białopiotrowicz Giorgio113 potrà eguagliare?
Chi può vantar la mira del nobile Żegota114
che beccava le lepri a colpi di pistola?
795 Conobbi Terajewicz115, che cacciava il cinghiale
senza alcun’altra arma se non la propria lancia!
Budrewicz116, che lottava corpo a corpo con gli orsi:
questi uomini vedevano un tempo i nostri boschi!
Nel caso di una disputa, come la risolvevano?
800 Sceglievano degli arbitri e mettevano un pegno.
Ogiński117 per un lupo perse duemila ettari
di bosco, a Niesiołowski118 un tasso costò alcuni
villaggi. E voi, messeri, seguite il vecchio esempio,
dirimete la disputa con pegni più modesti.
805 È vento la parola, le dispute verbali
sono infinite, a che pro farsi seccar la gola
per una lepre. E dunque voi prima sceglierete
i giudici di pace, e a loro vi atterrete.
Persuaderò il Giudice a non vietar l’accesso
810 dei battitori anche nei campi di frumento;
spero che la richiesta sia vista di buon occhio».
Dette queste parole, strinse il ginocchio al Giudice.

«Io scommetto un cavallo bardato!», fa il Notaio.


«M’impegno per iscritto dinanzi al magistrato
815 di compiacere l’arbitro con questo anello in dono».
«Io», dice l’Assessore, «punto i collari d’oro
in pelle zigrinata con cerchietti dorati
e un guinzaglio di seta, lavoro raffinato
bello come la pietra che su di esso brilla.
820 Io volevo lasciare questi oggetti ai miei figli,
se mi fossi sposato; mi furono donati
dal principe Domenico* quando andammo a caccia
col maresciallo principe Sanguszko119 e il generale
Mejen*, e li sfidai in battuta coi levrieri.
825 Là, evento mai veduto nell’arte venatoria,
catturai ben sei lepri con una cagna sola120.
Cacciavamo sui prati di Kupisk121, e Radziwiłł
non ce la fece a stare in sella al suo cavallo:
smontò, abbracciò la mia grande levriera Milva,
830 la baciò per tre volte sulla testa e infine
le diede tre colpetti sul muso122, quindi disse:
“Ti nomino Duchessa di Kupisk”. Allo stesso
modo Napoleone concede in ducato
ai generali i luoghi dove hanno trionfato».

835 Telimena, annoiata dalle lunghe contese,


voleva uscire in corte, ma non da sola; prese
un cestello dal chiodo: «Signori, a quanto pare
volete stare in casa. Io vado per lattari,
e chi mi ama mi segua», disse e avvolse il capo
840 nello scialle di cachemire rosso, diede la mano
alla figlia più piccola del Ciambellano, quindi
con l’altra alzò la gonna fin sopra le caviglie;
Taddeo, per cercar funghi, la seguì quatto quatto.

Piacque l’idea al Giudice, ne restò soddisfatto,


845 si sarebbe placato il rumoroso alterco,
perciò gridò: «Messeri, tutti per funghi al bosco!
Chi porterà qui a tavola il lattario più bello
siederà accanto alla più bella damigella:
la sceglierà lui stesso. Se vincerà una dama,
850 sarà lei stessa a prendersi il maschio più attraente».
LIBRO TERZO

Corteggiamenti

Spedizione del Conte nel frutteto. – Una ninfa misteriosa pascola le oche. – Somiglianze tra la raccolta
dei funghi e la passeggiata delle ombre nei Campi Elisi. – Le specie di funghi. – Telimena nel Tempio
della Meditazione. – Consultazioni sulle prospettive di accasamento di Taddeo. – Il Conte paesaggista.
– Considerazioni pittoriche di Taddeo sugli alberi e sulle nuvole. – Concetti artistici del Conte. – La
campana. – Il bigliettino. – Eccellenza, l’orso!

Il Conte rincasava, ma frenava il cavallo,


continuava a voltarsi e a fissare il giardino;
gli era anche sembrato che quella veste bianca
misteriosa brillasse di nuovo alla finestra,
5 che un qualcosa di lieve cadesse nuovamente
dall’alto e in un baleno percorresse il giardino,
balenasse nel mezzo dei verdi cetrioli,
come – sbucando dalle nubi – un raggio di sole
che cade su una zolla di selce in campo arato
10 o in un piccolo specchio d’acqua nel prato verde.

Smontò, mandò a casa i servi, e di soppiatto


mosse verso il giardino; raggiunse lo steccato
di corsa, c’era un varco, vi entrò alla chetichella,
come fa il lupo quando penetra nella stalla;
15 ahimè, urtò dei cespugli di uva spina secca.
La giardiniera, come spaurita dal fruscio,
diede un’occhiata in giro, ma non scorse nessuno;
era infatti sull’altro margine del giardino.
E il Conte, procedendo tra acetosa e bardana,
20 di fianco, a carponi, a saltelli di rana,
si trascinò sull’erba finché giunse vicino,
sporse la testa e vide una splendida scena.

Su quel lato crescevano qua e là viscioli sparsi


e in mezzo cereali vari mischiati ad arte:
25 frumento, granoturco, fave, l’orzo baffuto,
miglio, piselli ed anche dei fiori e qualche arbusto.
A concepire un orto fatto per il pollame
era stata un’economa, massaia di gran fama.
Lei si chiamava Gallinara, nata De Tacchi-
30 nellis; la sua invenzione aprì orizzonti vasti
alle aziende domestiche; oggi è un fatto consueto,
ma a quel tempo da pochi applicata in segreto,
finché fu pubblicata sui fogli d’almanacco
col titolo: Sistema per tenere in iscacco
35 astori e nibbi, ovvero novello espediente
per allevare i polli: quello era l’orticello.

Infatti appena il gallo, che sta vigile all’erta,


si blocca e tiene immobile il becco tutto aperto
e, la testa crestuta piegata da una parte
40 per puntare con l’occhio più facilmente il cielo,
fra le nuvole scorge un astore sospeso,
grida: allora in giardino si rifugiano i polli,
perfino oche e pavoni e, presi dal terrore,
i piccioni lontani dal tetto protettore.

45 Ora nessun nemico si fa vivo nel cielo,


brucia solo la vampa del grande sole estivo
che gli uccelli rifuggono nel boschetto del grano,
alcuni in mezzo all’erba, altri dentro la rena.

Tra i capi dei volatili spiccavano capini


50 d’uomo, capelli corti e bianchi come il lino,
con il collo scoperto; tra loro una fanciulla
di una testa più alta, con i capelli lunghi;
dietro i bimbi un pavone dispiegava la ruota
delle penne in un’iride dai toni variopinti
55 in cui le teste bianche, quasi a fare da sfondo
al blu scuro di un quadro, acquistavano chiarore,
contornate dal cerchio degli occhi di pavone
come da una ghirlanda di stelle, e luccicavano
nel grano così come su schermo trasparente
60 tra gli steli dorati del mais, le strisce argentee
della scagliola, il rosso dell’amaranto, il verde
della malva: colori, forme mischiati insieme
come un graticcio ordito in argento e in oro
che ondeggia come un velo lieve che il vento muove.

65 Sul folto variopinto delle spighe e dei gambi


sta, come un baldacchino, una nebbia di chiare
farfalle, le “donzelle”123, le cui quadruple alette
diafane come vetro, lievi come la tela
del ragno, sono appena visibili, sospese
70 nell’aria, e pur ronzando pensi che siano immobili.

La ragazza agitava un pennacchietto grigio


simile a un mazzo fatto con le penne di struzzo,
come a voler scacciare dal capo dei piccini
la pioggia di farfalle d’oro. Nell’altra mano
75 un oggetto a punta, dorato e lucente,
lo portava alle labbra dei bimbi, un recipiente
per imboccarli l’uno dopo l’altro, e pareva
per forma il corno d’oro della capra Amaltea.

Seppur affaccendata guardava di sottecchi


80 là dove aveva udito un fruscio in mezzo ai cespi
d’uva spina. Ignorava che, strisciando tra i solchi
come una biscia, era nei pressi l’aggressore…
Che balzò fuori dalla bardana! Lei lo osserva,
distante quattro aiole, lui fa una riverenza.
85 Lei gira il capo e alza le braccia per spiccare
il volo come una ghiandaia spaventata;
e già i suoi piedi lievi frullano sulle foglie,
i bambini, impauriti da quel visitatore
e dal fuggir di lei, si mettono a strillare;
90 lei li sente, comprende che non può abbandonare
quei bambini spauriti; torna indietro esitante,
restia come uno spirito che un fattucchiere chiama
a sé. Deve tornare; corre verso il bambino
che strillava di più, gli si siede vicino
95 per terra, se lo stringe, gli altri li accarezza
con la mano e parole piene di tenerezza;
finché non si quietano, e stretti alle ginocchia
poggiano il capo come pulcini ben protetti
dall’ala della madre. Lei dice: «Ma vi pare
100 bello gridare tanto? Gentile? Quel signore
così lo spaventate. Non è un omaccio, quello,
è un ospite, è buono, guardate com’è bello»124.

Guardò anche lei: il Conte sorrise amabilmente


grato per tutte quelle lodi, evidentemente;
105 lei se ne accorse, tacque, abbassò vergognosa
lo sguardo e arrossì come un bocciolo di rosa.

Era un bell’uomo, infatti. Piuttosto alto, il viso


ovale, gote pallide, comunque fresche e lisce,
capelli lunghi chiari, gli occhi dolci azzurri;
110 in testa ciuffi d’erba e foglie di verzura
ch’egli aveva strappato strisciando in mezzo ai solchi
verdeggiavano come una corona sciolta.

«Ah! Con qualsiasi nome ti debba far onore,


che tu sia dea o ninfa, sia spirito o visione,
115 dimmi!125 È il tuo volere che in terra ti conduce
o c’è una forza ostile che ti tiene reclusa?
Ah, intuisco: certo un signore potente,
un amante respinto o un geloso tutore
ti tiene per incanto rinchiusa in questo parco!
120 Tu, degna che combattano per te i cavalieri,
tu, degna eroina di un dolente romanzo!
Bella, svela l’arcano del tuo destino avverso!
Avrai il tuo salvatore: da oggi ogni tuo gesto,
come comanda al cuore, comanderà anche a questo
125 braccio». E allungò il braccio.

Lei lo aveva ascoltato


col viso imporporato ma infantilmente allegro:
come il bambino ama le immagini sgargianti
e tratta i quarteruoli brillanti come un gioco
e non ne sa il valore, così il suo udito culla
130 le parole sonore senza capirne nulla.
Chiese alla fine: «E lei da dove arriva? Cosa
sta cercando, messere, in mezzo a queste aiole?»

Spalancò gli occhi, il Conte, stupito, sconcertato,


tacque; ridusse il tono della conversazione:
135 «Mi scusi, damigella, le ho intralciato il lavoro!
È che stavo correndo a fare colazione,
è tardi e ci tenevo a essere puntuale;
Lei sa che per la villa bisogna fare il giro,
credo che sia più semplice passare dal giardino».
140 La ragazza rispose: «Passi di qua, Eccellenza,
ma non pesti le aiole, c’è un viottolo sull’erba».
Il Conte chiese ancora: «A sinistra o a destra?»
La giardiniera, alzati gli occhi celesti, sembra
assai incuriosita, lo esamina attenta:
145 la casa è a mille passi, non si può non vedere,
e lui chiede la strada? Ma il Conte chiaramente
vuole parlar con lei e cerca un motivo
per conversare. «Lei sta qui? Presso il giardino?
In casa non l’ho vista. Abita nel villaggio?
150 È qui da tanto oppure è solo di passaggio?»
Lei scuote solo il capo. «Mi scusi, damigella,
non è della sua stanza, lassù, quella finestra?»

Pensò tra sé: in fondo, se non è un’eroina


da romanzo è una giovane stupenda ragazzina.
155 Spesso una grande anima, un pensiero riposto
e solitario sboccia come rosa nel bosco;
basta portarla fuori, esporla un poco al sole,
e stupirà gli astanti con vividi colori!

La giardiniera intanto si alzò senza parlare,


160 sollevò il bambino appeso alla sua spalla,
prese per mano un altro, ne spinse alcuni avanti
come fossero ochette e avanzò nel giardino.

Si voltò e disse: «Senta, potrebbe riportare


nel grano i miei polli sparpagliati, messere?»
165 «Io!? riportare i polli?», gridò il Conte stupito,
mentre lei tra le ombre degli alberi spariva.
Per un momento ancora dal verde della siepe
parve brillar qualcosa, forse erano due occhi.

Il Conte restò a lungo nel giardino da solo;


170 la sua anima, come fa la terra al tramonto,
si raffreddò pian piano, assunse tinte scure.
Cominciò a sognare, ma erano sogni cupi.
Si destò, non sapeva con chi fosse adirato;
ahimè, ha trovato poco! Troppo aveva sperato!
175 Mentre strisciava verso la pastorella, aveva
nella testa un incendio, il cuore sobbalzava;
quante bellezze in quella ninfa immaginava,
di quante meraviglie l’aveva rivestita!
Trovò tutto diverso: è vero, un bel visetto,
180 una vita sottile, ma che fare maldestro!
E poi il rossore vivo e quelle guance piene
indicanti una gioia fin troppo dozzinale!
È segno che il pensiero è ancora assopito,
il cuore è chiuso… e quelle risposte primitive!
185 Gridò: «Che illuso! Solo adesso me ne accorgo!
La mia ninfa segreta porta a spasso le oche!»

Dissoltasi la ninfa, lo schermo incantato


mutò: tutti quei nastri, quei graticci dorati
e argentei, ahimè! Erano solo paglia?

190 Ora il Conte guardava torcendosi le mani


il fascio di agrostide legato con dell’erba
che, in mano alla fanciulla, scambiò per delle penne
di struzzo. E il recipiente, quella brocchetta d’oro,
il corno di Amaltea… che era una carota!
195 L’ha vista in bocca a un bimbo intento a sgranocchiarla:
finiti il sortilegio, la magia e l’incanto!

Così il bimbo, scorgendo il fiore di cicoria


che attira la manina col morbido celeste,
vuole accarezzarlo, si accosta, soffia, e allora
200 vola come lanugine il fiore tutto intero
e nella mano vede, lo studioso indiscreto,
soltanto il nudo stelo di un’erba grigioverde126.

Calcatosi sugli occhi il cappello, il Conte


ritornò sui suoi passi, però abbreviò il percorso
205 calpestando gli ortaggi, i fiori, l’uva spina,
poi saltò lo steccato. Finalmente respira!
Ricordò che alla giovane aveva menzionato
la colazione, forse già tutti hanno saputo
dell’incontro in giardino? Lo staranno cercando?
210 L’hanno visto fuggire? Chissà che penseranno?
Bisognava tornare. Curvandosi ai recinti,
tra i confini e le erbacce e mille avanti-indietro,
gioì nel ritrovare finalmente la strada
che conduceva dritta alla corte di casa.
215 Costeggiando il recinto non guardava il frutteto,
come un ladro il granaio, per non dare il sospetto
che pensasse di entrarci o che ci fosse entrato.
Seppur non pedinato lui procedeva cauto,
gli occhi alla parte opposta dell’orto, sulla destra.

220 C’era un boschetto rado con un bel manto d’erba;


sul tappeto, tra i tronchi bianchi della betulla,
sotto la tenda delle verdi fronde spioventi,
si aggirava una folla di figure dai gesti
strani, come di danza, in strani abbigliamenti:
225 veri spiriti erranti sulla luna. Chi in nero,
attillato, chi in veste chiara come la neve
e ampia; chi ha un cappello largo a cerchio di botte,
chi a capo nudo; altri, come fossero avvolti
da una nube, camminano sciogliendo il velo al vento
230 sopra la testa come code di una cometa.
Ciascuno ha la sua posa: uno pare innestato
al suolo e muove solo gli occhi rivolti in basso;
l’altro pare un sonnambulo, non devia mai il piede,
procede dritto come sopra una fune tesa,
235 però tutti si piegano in varie direzioni
fino a terra come eseguissero inchini.
Se s’incrociano oppure si sfiorano, nessuno
si scambia una parola o un cenno di saluto,
sprofondati in se stessi, assorti, pensierosi.
240 In essi il Conte vide le ombre dei Campi Elisi
che, pur se inaccessibili a dolori ed angustie,
vagano chete e mute, ma con le facce cupe.

Chi direbbe che quelle figure così lente


e così zitte sono i nostri conoscenti?
245 La compagnia del Giudice! Dopo quella chiassosa
colazione era pronta per il solenne rito:
la raccolta dei funghi. È gente saggia, adusa
a misurare i gesti e le parole in modo
che siano le più consone in ogni tempo e luogo.
250 Perciò, prima di uscire col Giudice nel bosco,
han preso atteggiamenti e abiti appropriati:
per proteggere il kontusz, cappe di tela adatte
al passeggio e in testa dei cappelli di paglia,
sicché sembrano tutti, immersi in quel biancore,
255 le anime errabonde che stanno in purgatorio.
Anche i giovani vestono così, non Telimena
e altri abbigliati alla francese.

Questa scena
non la comprese, il Conte, ignaro dei rituali
rustici, perciò corse al boschetto, eccitato.

260 Funghi a bizzeffe: i giovani raccolgono il più bello,


celebrato nei canti lituani: il cantarello,
simbolo virginale, ché il verme non lo rode
né – strano – non c’è insetto che vi si posi sopra.
Ogni fanciulla invece cerca il porcino snello,
265 che la canzone chiama il fungo colonnello*.
Tutti spiano il lattario, di minore statura,
meno noto nei canti ma di miglior sapore,
in autunno o in inverno, sia salato che fresco.
Ma il Tribuno raccoglie gli ovuli ammazzamosche127.

270 Del tutto disprezzati gli altri funghi volgari,


per la dannosità o il sapore amaro,
però non sono inutili: nutrono gli animali,
danno un nido agli insetti, ornano la boscaglia.
Sulla tovaglia verde dei prati stanno in fila
275 come stoviglie in tavola: ecco le colombine
argentee, gialle, rosse, dai bordi arrotondati
come coppette piene dei più svariati vini;
una tazza a rovescio – ecco il porcino giallo;
il craterello, un calice slanciato di champagne;
280 il peveraccio, tondo, bianco, largo e piatto
come una tazza sassone traboccante di latte;
e sferica, ricolma come una pepaiola
di polvere nerastra, la vescia. Gli altri nomi
li sanno lupi e lepri, non li ha mai battezzati
285 l’uomo, e ce n’è a iosa. Nessuno osa toccare
quelli di lupi e lepri, e chi si sia chinato
per prenderli e si accorge dell’errore, adirato
spezza il fungo oppure gli affibbia un calcione;
così deturpa il verde, con scarsa riflessione.

290 Telimena non coglie né i funghi cari all’uomo


né quelli cari al lupo, distratta guarda intorno,
a testa in su. Il Notaio dice di lei astioso
che sta cercando funghi tra i rami; l’Assessore
velenoso compara Telimena a una femmina
295 che cerca nei dintorni un posto per il nido.

Sembrava che volesse stare sola, tranquilla,


si allontanava lenta dalla sua compagnia,
saliva lungo il bosco la china di un poggetto
ombroso, ché là gli alberi crescevano più fitti.
300 Al centro un sasso grigio sotto il quale sgorgava
un rivo zampillante che, quasi a cercar ombra,
si celava nel verde alto e fitto che intorno,
abbeverato d’acqua, cresceva rigoglioso.
Là quel monello vispo, sotto un letto di foglie
305 e avvolto dalle erbe, immobile gorgoglia
invisibile e a stento si sente il suo sussurro,
come un bimbo che strilla riposto nella culla
che la madre ricopre con tendine di frasche,
poi sparge sotto il capo le foglie di papavero128.
310 Luogo bello e quieto, lì cerca protezione,
lei l’ha chiamato il Tempio della Meditazione.

Fermatasi sul rivo lasciò cader lo scialle,


leggero e rosso come corniola, dalle spalle
e simile a un’ondina che sopra l’acqua fredda
315 si china, non ancora pronta a saltare dentro,
s’inginocchiò e pian piano si dispose su un fianco;
quindi, come rapita dall’onda di corallo,
vi cadde sopra e in tutta la lunghezza si stese,
le tempie tra le mani, i gomiti sull’erba,
320 la testa reclinata; brillò accanto alla testa
la carta patinata di un volume francese;
sopra i fogli del libro chiari come alabastri
svolazzavan le ciocche nere e i nastri rosa.

Nell’erba di smeraldo col suo scialle purpureo,


325 la veste lunga, come inguainata nel corallo
da cui spicca la chioma da un’estremità
e una scarpina nera dall’altra, mentre ai lati
brilla la calza nivea, le mani e il viso bianchi,
da lungi sembra un bruco sgargiante mentre avanza
330 sopra una foglia d’acero.

Ahimè! Tutto l’incanto


e i pregi di quel quadro stanno invano aspettando
gli esperti, ché nessuno li nota, tanto tutti
sono indaffarati a raccogliere funghi.
Ma li notò Taddeo, lanciò occhiate di lato,
335 non osò andare dritto, seguì vie laterali.
Come il cacciatore seduto sulle ruote
del suo capanno mobile si accosta alle otarde,
o a caccia di pivieri si scherma col cavallo,
fissa l’arma alla sella oppure sotto il collo
340 come erpicasse il campo o ne seguisse il bordo,
sempre più avvicinandosi al sito degli uccelli;
così Taddeo procede.

Mandò in fumo l’agguato


il Giudice, che incrociò la sua strada correndo
frettoloso alla fonte. Giocavano col vento
345 la pezzuola annodata alla cinta e le falde
della sua palandrana; il cappello di paglia,
scosso dai movimenti bruschi come una foglia
di bardana, scendeva sugli occhi o sulle spalle.
In mano ha un gran bastone: così il Giudice avanza.
350 Chinatosi a lavarsi le mani nel ruscello,
si sedette sul sasso di fronte a Telimena
e, appoggiati i palmi sul pomello d’avorio
della sua enorme canna, così iniziò il discorso:

«Amica mia, da quando Taddeuccio è arrivato


355 qui da noi io mi sento alquanto agitato;
son vecchio, senza prole, e quel bravo figliolo
ormai in questo mondo è il mio solo conforto,
è lui il mio futuro erede. Grazie al cielo
gli lascerò un buon pezzo di pane nobiliare;
360 è tempo di pensare a una sistemazione…
Ma, amica mia, considera qual è la mia afflizione!
Sai che messer Giacinto, fratello mio e suo padre,
è strano e non è facile capirne le intenzioni,
non vuol tornare in patria, Dio sa dov’è nascosto,
365 non rivela che è vivo nemmeno al suo figliolo,
ma dispone di lui. Lo voleva mandare
nelle legioni129 e questo mi fece preoccupare.
Infine ha acconsentito che rimanesse a casa
e si sposasse. È fatta, ho in mente un buon partito.
370 Non c’è un cittadino che uguagli il Ciambellano
per nome e parentele; la sua figliola Anna,
la maggiore, bellissima, dalla dote cospicua,
in età da marito, è la persona giusta.
Comincerei a trattare». Telimena è sbiancata,
375 posa il libro, si alza un po’, si è riseduta.

«Come amo la mia mamma!», disse. «Fratello mio,


che senso ha? Ma Dio, ce l’hai nel cuore Dio?
Pensi di diventare il suo benefattore
se poi di quel ragazzo fai un agricoltore!?
380 Tu gli precludi il mondo! Ti maledirà, un giorno!
Sotterrare un talento nei boschi e tra le aiole!?
Per quanto lo conosco è un giovane dotato,
va solo dirozzato un poco nel gran mondo;
farai bene a mandarlo in una capitale,
385 Varsavia, per esempio… o perché no, magari
Pietroburgo. Ci vado appunto questo inverno,
stabiliremo insieme che fare con Taddeo;
là ho le amicizie giuste, conosco le persone,
così lui potrà farsi una buona posizione.
390 Col mio appoggio avrà accesso alle case influenti,
e quando sarà amico di persone importanti
avrà medaglie e cariche, e poi potrà lasciare,
se lo vorrà, il servizio, e ritornare a casa
con tutta l’esperienza e l’autorevolezza.
395 Che ne pensi, fratello?» «Sì, nella giovinezza
fa bene respirare un poco d’aria nuova,
dirozzarsi un pochino tra la gente, nel mondo.
Da giovane ho girato parecchio: sono stato
a Piotrków, anche a Dubno130, quand’ero avvocato
400 del tribunale, o quando peroravo le cause
di mio interesse; pensa, son stato anche a Varsavia!
Ne ho tratto un gran profitto! Vorrei tanto mandare
in giro mio nipote, così, come un girovago,
come un apprendista che porti fino in fondo
405 il suo praticantato e veda un po’ di mondo.
Non per medaglie o gradi! Suvvia, medaglie e gradi
conferite da Mosca, ma che importanza hanno?
Quali signori antichi, che dico, anche gli odierni
nobili del distretto appena un po’ più abbienti
410 badano a tali inezie? La gente li omaggia
perché ne rispettiamo il buon nome, il lignaggio
o l’ufficio, ma pubblico, dato dai cittadini
con le elezioni, e certo non per favoritismi».

Telimena interruppe: «Se hai questa opinione,


415 tanto meglio, spediscilo a fare il viaggiatore».
«Sorella», disse il Giudice grattandosi la testa
tristemente, «vorrei, ma c’è un nuovo problema!
Giacinto non la molla, la tutela del figlio,
e mi ha giusto spedito sulla groppa quel frate,
420 Verme, appena arrivato d’oltre Vistola, amico
di mio fratello, e lui conosce ogni suo intrigo;
hanno già stabilito la sorte che gli spetta
e vogliono che sposi Sofia131, la tua protetta;
i due riceveranno, oltre a tutti i miei beni,
425 la dote di Giacinto: sono molti denari,
lo sai, amica mia, possiede capitali,
me li ha affidati quasi tutti e ne può disporre
a buon diritto. Dunque devi trovare il modo
di concludere tutto senza complicazioni;
430 si dovranno conoscere. È vero, sono giovani,
specie Sofia è piccina, ma questo non importa,
bisogna tirar fuori Sofia dalla sua stanza,
mi pare che oramai stia uscendo dall’infanzia».

Telimena, stupita e quasi spaventata,


435 tentò di sollevarsi, poi cadde inginocchiata
sullo scialle; dapprima ascoltò diligente,
poi negò agitando la mano sull’orecchio,
ricacciò come insetti le sgradite parole
nella bocca del Giudice.

«Questa è una cosa nuova!


440 Che sia o non sia un problema, per Taddeo», disse irata,
«decidi pure tu! Questo non mi riguarda,
fanne pure un economo o mettilo in taverna,
che faccia pure l’oste, a me non interessa,
che porti selvaggina dal bosco, se ti pare…
445 Ma con Sofia? Con lei è tutto un altro affare!
Che c’entri con Sofia? Della sua mano, caro,
dispongo io! Giacinto ha dato del denaro
per la sua educazione e una rendita annuale,
piccola, e ha promesso che altro dovrà arrivare…
450 Ma questo non vuol dire che se la sia comprata!
Voi lo sapete bene, lo sanno tutti in zona
il motivo di questa carità generosa:
i Soplica agli Horeszko devono pur qualcosa!»
(A questa frase il Giudice non poté trattenere
455 il turbamento, l’astio e un disgusto evidente;
e per non sentir altro accennò un sì col capo,
approvò con la mano, il viso imporporato).

Telimena concluse: «L’ho allevata, è mia


parente e sono l’unica tutrice di Sofia.
460 Pensare al suo benessere spetta soltanto a me».
«E se sarà felice di sposare Taddeo?
Se a lei piace?» Il Giudice alzò lo sguardo. «E allora?
Ma che sciocchezze! Piace, non piace, ma che importa?!
Non sarà un gran partito, Sofia, questo è vero,
465 non ha certo la dote di un’ereditiera,
ma nemmeno proviene da un villaggio qualsiasi,
da nobili qualsiasi; è di stirpe palatina,
sua madre era una Horeszko; vedrai che uno sposo
lo trova! Ho fatto tanto per la sua educazione!
470 Qui inselvatichirebbe». Il Giudice, guardandola
negli occhi, l’ascoltava attento, ma sembrava
rabbonito, infatti disse allegro: «Che fare,
francamente volevo concludere l’affare,
ma senza andare in collera. Se tu non acconsenti
475 ne hai il diritto; è triste, ma via i risentimenti!
Me l’ha chiesto Giacinto, nessuno lo ha intimato,
scriverò a mio fratello che tu hai ricusato
Taddeo e che la colpa non è di certo mia
se salta il matrimonio tra Taddeo e Sofia.
480 Ora farò da me, presto col Ciambellano
apro la mediazione, poi sistemiamo il resto».

Frattanto Telimena ha perso la veemenza:


«Io non ricuso nulla, fratello, abbi pazienza!
L’hai detto tu, son giovani, per sposarsi è presto;
485 ponderiamo, aspettiamo, nulla è compromesso,
facciamoli conoscere, studiamo lei e lui,
non affidiamo al caso la felicità altrui.
Ma ti avverto fin d’ora, tu non dovrai incitare
Taddeo a innamorarsi di Sofia, perché il cuore
490 non è mai uno schiavo, non ammette padroni,
non si lascia legare a forza alle catene»132.

Il Giudice, alzatosi, se ne andò pensieroso.


Taddeo si avvicinava proprio dal lato opposto
fingendo di cercare funghi in quella zona;
495 a quella meta, lento, procedeva anche il Conte.

E mentre si beccavano Soplica e Telimena,


il Conte, dietro gli alberi, stupito dalla scena,
trasse di tasca carta, matita e materiali
che aveva sempre appresso, stese su un tronco curvo
500 il foglio, era evidente che stava disegnando
e si diceva: «È come se stessero posando!
Lui sulla pietra, lei nell’erba… Pittoresco!
Teste caratteristiche, e i volti… Che contrasto!».

Avanzava, sostava, puliva l’occhialetto,


505 guardava, sventagliava gli occhi col fazzoletto:
«Sparirà questa splendida, bellissima visione
o si trasformerà, se mi avvicino ancora?
Diventerà il velluto d’erba un campo di rape?
O forse in questa ninfa vedrò una governante?»

510 Il Conte aveva visto Telimena in passato


nella casa del Giudice, che spesso frequentava,
senza badarle troppo; rimase interdetto
riconoscendo in lei il modello del bozzetto.
La bellezza del luogo, la grazia e il buon gusto
515 dell’abito l’avevano trasformata del tutto.
Negli occhi luccicava la stizza ancora accesa;
il viso, ravvivato dai soffi d’aria fresca,
dalla lite e l’arrivo di quei due giovanotti,
aveva assunto forti, insoliti rossori.
520 «Madama», disse il Conte, «mi perdoni l’ardire,
vengo qui per scusarmi e insieme ringraziare.
Mi scusi se ho seguito di soppiatto i Suoi passi,
grazie perché ho assistito al Suo meditare.
Quanto L’ho offesa! E quanto Le sono debitore!
525 Ho interrotto i momenti della meditazione:
Le devo i momenti della mia ispirazione!
Condanni pure l’uomo, ma perdoni l’artista!
Ho osato troppo, e ora di più dovrò osare!
Mi giudichi!» E in ginocchio le porse i suoi paesaggi.

530 Giudicò Telimena quei disegni abbozzati


con il tono cortese di chi s’intende d’arte,
parco di elogi e prodigo nell’incoraggiamento:
«Bravo, i miei complimenti», disse, «Lei ha talento.
Però non lo trascuri; è essenziale cercare
535 la natura più bella! O cieli fortunati
d’Italia! O voi roseti degli Imperatori!133
Voi classiche cascate di Tivoli! E tu grotta
terribile e rocciosa di Posillipo!134 È quella
la terra dei pittori! Da noi, mio Dio, che pena!
540 Un figlio delle muse allattato a Soplicowo
morirebbe. Mio Conte, metterò la sua prova
in cornice o nell’album di bozzetti e disegni
che ho raccolto ovunque; ne ho un bel po’ nei cassetti».

E iniziò il cicaleccio su cieli azzurri e mari


545 schiumanti, cime aguzze e venti profumati,
mischiando risa e scherno, com’è solito fare
chi viaggia quando torna al paese natale.

Eppure intorno a loro si estendevano i boschi


lituani così ricchi di bellezza e maestosi!
550 I padi inghirlandati di luppolo selvatico,
i sorbi invermigliati di rustico rossore,
noccioli come Menadi dai tirsi verdeggianti
ornati di nocciole come di perle a tralci.
In basso i piccolini: il biancospino stretto
555 dai viburni, il rovo che con le labbra nere
sfiora il lampone. Gli alberi congiungono le foglie
con i cespugli, come fanciulle e giovanotti
pronti alle danze intorno a una coppia di sposi.
La coppia si erge in mezzo alla schiera del bosco
560 con la taglia slanciata e lo charme dei colori:
la candida betulla e il carpine consorte.
Più in là i vecchi che guardano, seduti e silenziosi,
i figli e i nipoti: qui i saggi del faggeto135,
la pioppaia matrona, là il rovere barbuto
565 di muschio, cinque secoli sul dorso ormai gobbuto,
si sostiene ai cadaveri di già pietrificati
degli avi, come a cippi di sepolcri spezzati.

Taddeo gironzolava, sembrava un po’ annoiato


da quel dialogo lungo cui non prendeva parte;
570 ma quando cominciarono a incensare le piante
straniere e ad elencarle man mano tutte quante
– aloe, cactus, cipressi, mandorli, aranci, ulivi,
limoni, edere, noci, mogani e anche i fichi
e i sandali – esaltandone e fiori e gambi e forme,
575 Taddeo andò in affanno, cominciò a fare smorfie,
non sapeva in che modo riuscire a contenersi,
al fine dalla rabbia non poté trattenersi.
Pur semplice, sentiva la beltà del creato;
guardò il bosco natio, tutto ispirato disse:
580 «Vidi all’orto botanico di Wilno136 queste piante
che, tanto decantate, crescono a oriente
e a sud, nella bellissima terra italiana;
ma come compararle alla flora nostrana?
L’aloe con quelle pertiche simili a parafulmini?
585 Forse il limone, un nano, con quei pomi dorati,
con quelle foglie corte, panciute e laccate
come una donna piccola, brutta ma benestante?
O il vantato cipresso, magro, lungo, sottile!?
L’albero della noia, più che della mestizia.
590 Dicono che ha un aspetto triste sopra le tombe:
per me è un lacchè tedesco ad un lutto di corte
che le mani o la testa non osa neanche alzare
per attenersi in tutto a quel cerimoniale.

È più bella la nostra betulla onesta, simile


595 ad una campagnola che, quando piange il figlio
o, vedova, il marito, torce le mani e srotola
un rivolo di trecce dal collo fino al suolo!
Muta, ma che singulti mostra la sua postura!
Perché, Conte, se ama davvero la pittura,
600 non ritrae i nostri alberi che le stanno qui intorno?
La prenderanno in giro tutti i vicini, un giorno,
perché lei sta in Lituania, nella pianura fertile,
e non fa che dipingere le rocce e i deserti».

«Amico», disse il Conte, «una bella natura


605 è solo forma, sfondo, nient’altro che materia.
L’ispirazione è l’anima, s’innalza sulle ali
dell’immaginazione, con il gusto si affina,
si basa sulle regole. Non può bastar da sola
la natura, o lo zelo, se l’artista non vola
610 nelle sfere ideali! Non tutto ciò che è bello
si presta a esser dipinto. Lo imparerai a suo tempo
dai libri. Per un quadro sono cose essenziali
punti di vista, gruppi, armonia… e poi il cielo,
il cielo italiano! Nell’arte paesaggistica
615 la patria dei pittori fu, è e sarà l’Italia!
Per questo, eccetto Bruegel (però non Van der Helle
ma il paesaggista, infatti son due i Bruegel)137 e Ruisdael138,
in tutti i paesi del nostro settentrione
dove trovi un paesaggista di grande ispirazione?
620 Ci vuole il cielo, il cielo!» Telimena interruppe:
«Il nostro Orłowski* aveva proprio lo stesso gusto
dei Soplica (costoro hanno la malattia
di non trovare bella che la patria natia).
Quel pittore trascorse gran parte della vita
625 a Pietroburgo (ho alcuni suoi schizzi nei cassetti)
presso lo zar, a corte, come in un paradiso,
eppure… Se sapesse che nostalgia provava
per la patria, l’infanzia! Lodava senza sosta
tutto quanto in Polonia: la terra, il cielo, i boschi…»
630 «Faceva bene!», esclamò Taddeo accalorato.
«Quel vostro cielo italico, da quello che ho sentito,
sempre limpido, azzurro, è come acqua ghiacciata!
Non sono mille volte più belli il brutto tempo
e il vento? Alzi la testa, e quanti panorami!
635 Nel gioco delle nuvole quante scene, che quadri!
Ogni nube è diversa: per esempio, in autunno
gravida arranca pigra come una tartaruga
e dal cielo alla terra srotola in lunghe frange,
come trecce disciolte, i suoi rivoli d’acqua;
640 la nube della grandine, rapida assieme al vento
come un pallone, tonda, blu scura, gialla dentro,
e intorno un gran frastuono; anche le nuvolette
quotidiane, guardate come sono diverse!
Prima branchi di oche selvatiche o di cigni
645 e il vento come un falco che incalza e li compatta;
si stringono, s’ingrossano, crescono strane forme!
Assumono gropponi curvi, criniere sciolte,
file di zampe e volano nella volta celeste
come i destrieri a mandrie cavalcano le steppe,
650 biancoargento si fondono… poi dai gropponi svettano
alberi di maestra, dalle criniere – vele,
la mandria si fa nave e naviga imponente
nella pianura azzurra del cielo nel silenzio!»

Il Conte e Telimena guardavano all’insù,


655 Taddeo con una mano mostrò loro una nube,
con l’altra strinse un poco la mano a Telimena.
Passò qualche minuto di questa muta scena;
il Conte prese un foglio, lo stese sul cappello,
estrasse la matita. Ma ecco, sul più bello
660 rintoccò la campana della villa, sgradita
all’orecchio, e il silente bosco si empì di grida.

Scuotendo il capo, il Conte disse con tono grave:


«Tutto al mondo finisce al tocco di campane.
Le idee di grandi menti, i piani fantasiosi,
665 i giochi innocenti, le amicizie gioiose,
le effusioni dei cuori! Quando il bronzo rimbomba
tutto si allenta e mescola, s’intorba e si dissolve!»
Lanciò uno sguardo tenero a Telimena: «Allora
che cosa resta?» E lei gli rispose: «Il ricordo!»
670 E volendo lenire la tristezza del Conte
gli offerse un fiorellino che aveva appena colto:
un nontiscordardimé. Lui lo baciò e al petto
se lo appuntò; Taddeo vide aprirsi un cespuglio
e insinuarsi qualcosa di bianco nel groviglio
675 verso di lui… una mano, candida come un giglio.
L’afferrò, la baciò, immerse le sue labbra
come quando nel calice del giglio affonda un’ape;
sentì freddo alle labbra, trovò una chiave e un pezzo
di carta arrotolata, bianca: era un biglietto;
680 lo agguantò e mise in tasca; di quella chiave, è vero,
non sa l’uso: il foglietto gli chiarirà il mistero.
La campana insisteva e come un’eco mille
schiamazzi e grida giunsero dalle selve tranquille;
voci che si cercavano e chiamavano al raduno,
685 segno che era conclusa la raccolta dei funghi.
Voci non tristi o lugubri come sembrava al Conte,
ma ovviamente il segno che il pranzo era già pronto.
Quel bronzo che in solaio grida ogni mezzogiorno
invita al desco tutti, ospiti e servitori;
690 era questa l’usanza nelle antiche dimore,
e la conserva il Giudice. Dunque la folla esce
dal bosco con cestelli di corteccia, panieri
e, annodati ai capi, dei fazzoletti pieni
di funghi; le fanciulle portano in una mano,
695 come un ventaglio chiuso, un massiccio porcino
e nell’altra, a mazzetto come fiori di campo,
chiodini e colombine dei più vari colori.
Il Tribuno ha un ovolo. Telimena ritorna
a mani vuote, e assieme a lei i due giovanotti.

700 Tutti entrano in buon ordine, si dispongono in tondo;


il Ciambellano occupa, per età e ufficio, il posto
a tavola più alto: gli spetta di diritto.
A dame, vecchi e giovani avanzando s’inchina.
Accanto, il frate; il Giudice di fianco al bernardino,
705 che pronuncia una breve preghiera in latino.
Poi si serve la vodka, siedono tutti quanti,
zitti e spediti mangiano il chołodziec139 lituano.

Contrariamente al solito pranzano silenziosi,


benché il Giudice esorti alla conversazione.
710 Chi ha preso parte alla polemica sui cani
pensa alla lotta e alla scommessa, l’indomani:
si sa, un grande pensiero rende muta la bocca.
Telimena intrattiene Taddeo, ma qualche volta
deve dar corda al Conte, e anche all’Assessore
715 gettare qualche occhiata: così l’uccellatore
guarda insieme la pania che attira i cardellini
e il calappio pei passeri140. Taddeo e il Conte, felici,
soddisfatti di sé, siedono speranzosi,
perciò poco loquaci. Il Conte abbassa l’occhio
720 fiero sul fiorellino; Taddeo, di sfuggita,
controlla se la chiave non se la sia svignata
dalla tasca e stringe con la mano il biglietto,
se lo rigira in mano, ché non l’ha letto ancora.
Il Giudice rabbocca al Ciambellano il vino
725 d’Ungheria e lo champagne, lo serve premuroso,
gli stringe le ginocchia… ma non vuole parlargli
e si vede che è preso da misteriosi affari.

Passavano in silenzio piatti e portate; a un tratto


lo scorrere noioso del pranzo fu interrotto
730 da un ospite inatteso che irruppe: il guardaboschi
che, indifferente all’ora del pranzo, filò dritto
dal Giudice. Dal viso e dai gesti era chiaro
che era messaggero di notizie importanti.
Gli occhi dei convitati fissarono quell’ospite
735 che, preso un po’ di fiato, disse: «Eccellenza… L’orso!»
Non c’era dubbio: l’orso era uscito dal grembo
della selva infilandosi nel bosco lungo il Niemen.
Non servì alcun consulto, nessuna riflessione,
fu unanime l’accordo: l’orso andava inseguito;
740 il pensiero comune emergeva dalle frasi
tronche, dai gesti vivi, dagli ordini impartiti
che, uscendo insieme a frotte da così tante bocche,
miravano a raggiungere tutti lo stesso scopo.

«Al villaggio!», fa il Giudice. «Centurione141, a cavallo!


745 All’alba la battuta solo per volontari!
Chi avrà la rogatina riceverà in condono
due bannalità142 e cinque giorni di corvée in meno».

«Sellate il grigio, al volo!», gridò il Ciambellano.


«A casa mia al galoppo! Prendete i miei due cani,
750 quelle due sanguisughe note in tutta la zona,
lui si chiama Prefetto, e lei Procuratora*;
portatemeli subito legati dentro un sacco
con la mordacchia in bocca, di corsa, a cavallo».
«Van’ka!»143, fa l’Assessore al suo garzone in russo.
755 «Affila il coltellaccio del principe Sanguszko,
sai quale, il coltellaccio che lui mi diede in dono;
guarda la cartucciera, se ogni palla è al suo posto».
Gridano tutti: «Attenti che i fucili sian pronti!»
E l’Assessore esclama: «Piombo! Datemi il piombo!
760 La forma per le palle ce l’ho nella giberna».
«Riferite al plebano che domattina presto»,
fa il Giudice, «si celebri la messa alla cappella
del bosco, la normale messa di sant’Uberto».

Dati gli ordini, scese un silenzio profondo;


765 ognuno era assorto e si guardava attorno
come a cercar qualcuno; lentamente lo sguardo
di ciascuno fu attratto dal volto del Tribuno:
segno che stan cercando per la battuta un capo
e a lui vogliono offrire lo scettro del comando.
770 Si alzò, aveva compreso la volontà comune,
batté solennemente sulla tavola il pugno
e estrasse dal taschino una catena d’oro
legata a un orologio grosso come una pera.
«Domani, quattro e mezza, fratelli cacciatori,
775 raduno alla cappella assieme ai battitori»144.

Disse e mosse da tavola, e il guardaboschi a ruota;


sta a loro progettare e allestire la battuta.

Così i capi preannunciano lo scontro del domani,


il soldato nel campo mangia e pulisce le armi
780 o dorme in sella, o sul mantello, senza assilli,
mentre i capi riflettono nella tenda silente.
Fine del pranzo. Il giorno trascorre nel ferrare
i cavalli, nutrire i cani, ripulire
le armi, e a ora di cena pochi siedono al desco;
785 le fazioni di Falco e di Scodato han smesso
la grande antica disputa: Notaio ed Assessore,
tenendosi a braccetto, vanno in cerca di piombo.
Gli altri, sfiniti, dormono ormai da qualche ora
per potersi svegliare l’indomani all’aurora145.
LIBRO QUARTO

Diplomazia e caccia

Un’apparizione con i bigodini desta Taddeo. – Un equivoco scoperto troppo tardi. – La locanda. –
L’emissario. – L’abile uso di una tabacchiera volge la discussione sui giusti binari. – Il grembo della
selva. – L’orso. – Taddeo e il Conte in pericolo. – Tre spari. – Disputa sul Sagalas e sul Sanguszko,
risolta a favore del fucile a una canna di Horeszko. – Il bigos. – Racconto del Tribuno sul
duello tra Doweyko e Domeyko, interrotto dall’inseguimento a una lepre. –
Conclusione del racconto su Doweyko e Domeyko.

O alberi di Świteż146, Białowieża147, Ponary148,


Kuszelewo149, coevi dei granduchi lituani,
l’ombra vostra cadeva sui capi coronati
di Witenes150 terribile e di Mindowe151 il grande,
5 e di Giedymin152, quando, sui Ponary, disteso
su pelle d’orso accanto al falò dei cacciatori,
ascoltando il canto di Lizdejko153 il sapiente,
cullato dalla bella Wilia154 e dal frusciante
fluir della Wilejka155, sognò un lupo di ferro*;
10 si destò, e su palese comando degli dei
fondò Wilno, situata in mezzo ai folti boschi
come il lupo tra gli orsi, i cinghiali e i bisonti.
Così da Wilno, come dalla lupa romana156,
vennero Kiejstut, Olgierd157 con tutta la sua schiatta,
15 valenti cacciatori e gloriosi cavalieri,
braccassero il nemico o le fiere selvagge.
Quel sogno venatorio ci svelò antichi arcani:
ferro e foreste occorrono da sempre alla Lituania.

O selve! Tra voi ultimo venne a cacciare prede


20 l’ultimo re parato del colbacco di Witold*,
l’ultimo Jagellone158, guerriero fortunato
e ultimo in Lituania monarca cacciatore.
Miei alberi natii! Se vorrà un giorno il cielo
ch’io torni a rivedervi, antichi amici miei,
25 vi troverò ancora? Ci siete ancora al mondo?
Voi a cui da bambino io gattonavo intorno…
È vivo il vecchio Baublis* nel cui immenso tronco,
dai secoli scavato, come in un gran soggiorno
potevano cenare ben dodici persone?159
30 Fiorisce ancora il bosco di Mendog lì alla pieve?*160
E sulle rive della Roś161 laggiù in Ucraina,
presso casa Hołowiński162, s’erge oggi ancora il tiglio
rigoglioso a tal punto che all’ombre sue frondose
danzavano accoppiati duecento sposi e spose?163
35 O monumenti nostri! Quanti di voi divora,
per lucro o per decreto, la scure moscovita!
Non offre più rifugio ai cantori silvestri
né ai bardi, a cui quell’ombra come agli uccelli è cara.
A Kochanowski quante, il tiglio di Czarnolas164,
40 ispirò rime! E quante, quel rovere loquace,
meraviglie intona al bardo dei cosacchi!*

Vi sono debitore, alberi miei natii!


Io, scarso tiratore, scansando gli sberleffi
per le prede mancate, dentro il vostro silenzio
45 quante meditazioni cacciai quando, scordata
la battuta, sedevo nel macchione selvaggio…
Il muschio barbagrigia s’inargentava attorno,
intinto nel blu cupo del mirtillo schiacciato,
e più in là rosseggiavano poggi di brugo ornati
50 di vite d’orso come collane di coralli…
D’intorno il buio; i rami – sospesi come verdi
nuvole dense, basse; imperversava il turbine
sopra la volta immobile, con scrosci, con lamenti,
con urli, con fragori, con tuoni; inebriante
55 e strano quel frastuono! Là sopra la mia testa
sentivo come un mare sospeso in tempesta.

Sotto, come rovine di città: una quercia


divelta sporge dalla terra come un’immensa
struttura su cui poggiano – frantumi di pareti
60 e colonne – dei ciocchi mezzi marci e dei ceppi
ramificati cinti da uno steccato d’erbe.
E nel viluppo – vista orribile – i padroni
del bosco: orsi, cinghiali, lupi; presso il portone
le ossa rosicchiate di ospiti avventati.
65 Di tanto in tanto svettano, schizzando tra le erbe
a guisa di zampilli, le due corna del cervo,
poi l’animale guizza, stria fulva dentro il verde,
come un raggio che cade nel bosco e poi si spegne.

Torna il silenzio, in basso. Un picchio sull’abete


70 batte leggero e frulla, scompare, si è appiattato
ma il becchettio continua, come un fanciullo quando,
nascosto, grida agli altri che vengano a cercarlo.
Vicino, uno scoiattolo rode una noce: ha appeso
la coda sopra gli occhi come fa il corazziere
75 con il pennacchio in vista sopra la sua celata;
seppur così velato, guarda in giro, e se scorge
qualcuno il ballerino del bosco spicca un salto
di pianta in pianta e schizza rapido come un lampo;
scompare nell’incavo invisibile del tronco
80 come driade che all’albero nativo fa ritorno.
Pace di nuovo.

In quella, mosso, un ramo si scosse:


tra i grappoli scostati dei sorbi, ancor più rosso
delle sorbe brillò un viso di fanciulla,
in cerca di nocciole o bacche. Dal corbello
85 di semplice corteccia offre mirtilli rossi
appena colti, come le sue labbra vermigli;
accanto a lei un giovane arcua i rami al nocciolo
e lesta la fanciulla ne afferra i frutti al volo.

D’un tratto un risuonare di corni e un abbaiare,


90 la battuta si stava avvicinando a loro,
e pieni di timore, nel fitto, di nascosto
scomparvero alla vista, come gli dei del bosco.

Trambusto a Soplicowo. Ma né il chiasso dei cani,


né il nitrir dei destrieri, né il cigolar dei carri,
95 né il risuonar di trombe, segnale della caccia,
avevano strappato Taddeo al suo guanciale;
dormiva come un ghiro sul letto, ancor vestito.
Tra i giovani, nessuno andò a cercarlo in giro;
tutti quanti, affannati, intenti ai propri impegni,
100 se l’erano scordato, immerso nei suoi sogni.

Russava. Un fascio ardente penetrò tra gli scuri


nello spiraglio a forma di cuore e violò il buio
piombando dritto in fronte al giovane dormiente;
non intendeva alzarsi e si girò sul fianco
105 per evitar la luce. D’un tratto udì bussare,
si destò, era un risveglio pieno di buonumore.
Vispo come un uccello respirava leggero,
si sentiva felice, sorrideva al pensiero
di tutto ciò che gli era successo il giorno prima,
110 il cuore gli batteva, sospirava, arrossiva.

Guardò le imposte, il raggio di quel diafano cuore,


e… meraviglia! Vide brillare due occhi chiari
e spalancati come quando lo sguardo passa
dalla luce del giorno all’ombra e si apre un varco;
115 scorse anche una manina a far da protezione,
come fosse un ventaglio, dagli strali del sole;
volte alla luce rosea, le dita piccoline
assunsero il rossore intenso del rubino;
vide due labbra appena schiuse, curiose, e i denti
120 come perle nel mezzo dei coralli, lucenti,
e il viso, pur celato dal palmo rosa al sole,
avvolto in fiamme ardeva come arde la rosa.

Sotto quella finestra Taddeo dormiva all’ombra,


supino; stupefatto per quell’apparizione
125 vicina, sul suo capo, appena sopra il volto,
non sapeva se fosse sveglio o stesse sognando
uno di quei graziosi visetti di bambini
che ricordiamo ancora dai sogni infantili.
Il visetto si sporse: gioioso e trepidante
130 Taddeo lo scorse, ahimè! Lo scorse chiaramente,
rammentò, riconobbe, corti e biondi, i capelli
avvolti ai bigodini bianchi, come baccelli
argentei che alla luce sfolgorante del sole
brillan come corone sulle immagini sante.

135 Si drizzò, e la visione volò via spaventata


dal rumore; l’attese, non tornò! Udì soltanto
nuovamente picchiare tre volte alla sua porta
e le parole: «Si alzi, ma sta dormendo ancora?
È l’ora della caccia». Balzò dal letto, spinse
140 con gran schioccar di cardini a due mani i battenti
che, apertisi, colpirono entrambe le pareti;
corse fuori stupito, confuso, guardò in giro:
niente, nessuna traccia; vicino alla finestra
c’era la staccionata che cingeva il frutteto,
145 dove le infiorescenze e le foglie del luppolo
ondeggiavano; forse li avevano urtati
mani leggere? O il vento? Taddeo non osò entrare
nel giardino; appoggiatosi contro la staccionata
alzò gli occhi e col dito schiacciato sulla bocca
150 si ordinò di tacere, ché una parola improvvida
non troncasse il pensiero; si picchiettò la fronte,
come bussasse a antichi ricordi in lui dormienti;
poi si morse le dita fino a ferirsi a sangue
e strillò a squarciagola: «Bene, sì, ben mi sta!»

155 In casa, dove un attimo prima c’era fermento,


ora è silenzio e vuoto come in un camposanto,
sono tutti in battuta. Taddeo accostò le mani
a conca agli orecchi; ascoltò finché il vento
che soffia dalla selva gli condusse i clangori
160 di trombe, gli schiamazzi e il vocìo dei cacciatori.

Il cavallo sellato lo attende in scuderia.


Prende lo schioppo e in groppa vola come un ossesso
alle locande poste vicino alla cappella,
il luogo del raduno scelto dai battitori.

165 Ai lati della strada, reclinate sul ciglio,


due locande si guatano con le finestre ostili.
Quella vecchia appartiene al castello per legge,
Soplica aprì la nuova per far dispetto a quello.
Nella prima fungeva da padrone Gervaso,
170 nell’altra a capotavola si insediò Protaso.

La nuova non aveva un aspetto interessante.


La vecchia venne eretta sull’antico progetto
creato dai maestri d’ascia di Tiro e poi
diffuso per il mondo dai trasmigranti ebrei;
175 architettura ignota agli edili stranieri,
mentre noi dagli ebrei l’abbiamo ereditata.

Sul retro sembra un tempio, sul fronte una barca:


cassa quadrangolare fatta a guisa dell’arca
di Noè, volgarmente oggi chiamata stalla.
180 Vi sono varie bestie, bovi, vacche, cavalli,
capre barbute; in alto, frotte di vari uccelli,
serpenti, almeno un paio per tipo, ed anche insetti.
Lo strano tempio eretto sul lato posteriore
ricorda nella sagoma quello di Salomone,
185 edificato a Sion dagli artieri di Hiram165,
i primi grandi esperti nell’arte edilizia.
L’ebreo nelle sue scole ne imitò la forma
che in fienili e locande si vede ancora oggi.
Il tetto a punta aguzza di scandole e di paglia,
190 storto come un colbacco ebraico sdrucito.
Dal colmo scaturiscono i bordi della loggia
poggiata su una fila di colonne di legno,
colonne – il che sorprende parecchio gli architetti –
durature, pur marce ed erette tutte storte
195 come la torre a Pisa, non secondo i modelli
greci, ché sono prive di basi e capitelli.
Sopra di esse corrono, calchi dell’arte gotica,
archi semirotondi, anch’essi in legno. Li ornano
fini intagli non fatti da bulini o scalpelli
200 ma dall’abile ascia dei mastri carpentieri,
ricurvi come i bracci dei candelieri. In cima
pendono dei pomelli simili a quei bottoni
che gli ebrei in preghiera si tengono legati
in fronte e che da loro sono chiamati cyces166.
205 Insomma la locanda, ricurva e pencolante,
da lungi par l’ebreo che prega dondolando:
il tetto è il copricapo, la paglia – barba incolta,
le pareti fumose e sporche la zimarra,
la scultura anteriore – le cyces sulla fronte.

210 La divisione interna copia la sinagoga:


una parte è fruita solo dalle signore,
con le sue stanze anguste, lunghe, e dai viaggiatori;
nell’altra, una gran sala. Un tavolo di legno,
stretto, con molte gambe, contorna le pareti,
215 con sgabelli i quali, seppur più bassi, sono
assomiglianti al tavolo come i figliuoli al padre.

Qui sta la nobiltà minore, i contadini,


le contadine; a parte, solo, siede il fattore.
Conclusasi la messa mattutina in cappella,
220 son giunti qui da Jankiel a svagarsi e a bere.
La vodka torba imperla la coppa di ciascuno,
l’ostessa con la boccia è pronta a intervenire.
Nel mezzo il locandiere Jankiel, vestaglia lunga
fino ai piedi, agganciata con dei fermagli argentei,
225 ha una mano infilata sotto la cinta nera,
mentre con l’altra alliscia la barba grigia, serio.
Gettando occhiate intorno distribuisce gli ordini,
intrattiene gli astanti, saluta i nuovi ospiti,
concilia i litiganti, ma non serve i clienti,
230 si limita soltanto a girare fra la gente.
Il vecchio ebreo è ben noto per l’onestà a ciascuno,
da anni ha in gestione la locanda e nessuno,
nobile o contadino, ha mai sporto reclamo
al proprietario. A che pro? Gran scelta di liquori,
235 conti attenti ma giusti, tollera le baldorie,
detesta l’ubriachezza, ama i festeggiamenti:
organizza banchetti per nozze e per battesimi,
provvede ogni domenica che dal villaggio arrivi
la musica e ci siano ogni volta il bassetto
240 e le pive. Conosce la musica, ha un talento
musicale ben noto a tutti; con il cembalo,
strumento del suo popolo, un tempo si esibiva
nelle corti e stupiva con la musica e i canti,
ché suonava e cantava con maestria eccellente.
245 Seppur ebreo, aveva una buona pronuncia
e in special modo amava le canzoni polacche;
dai suoi viaggi oltre il Niemen portava numerose
kołomyjki da Halicz*, mazurche da Varsavia;
in tutto il circondario – non so se veritiera –
250 correva voce che lui per primo un giorno aveva
portato lì dall’estero e diffuso nel distretto
la canzone, famosa dovunque, che per primi
gli italiani udirono nella terra d’Ausonia
dal suono delle trombe delle nostre Legioni167.
255 Il talento nel canto paga molto in Lituania,
spinge all’amore gli uomini, offre ricchezza e fama.
Jankiel si era arricchito. Sazio di lucro e lodi,
al fine appese al chiodo il cembalo armonioso,
si stabilì in locanda con i figli a gestire
260 lo spaccio. In città168 è anche vicerabbino,
sempre gradito ospite e esperto consigliere
domestico, s’intende di commercio del grano
con le wiciny*, scienza necessaria in campagna.
Inoltre gode fama d’essere un buon polacco.

265 Fu lui il primo a comporre le liti, anche cruente,


tra le due locande: le prese in fitto entrambe;
nutrivano rispetto per lui sia i servitori
del Giudice Soplica che i fautori del conte.
Riusciva a temperare il furioso Chiavaio
270 degli Horeszko e anche l’Usciere litigioso;
Gervaso lesto al pugno, Protaso alla parola,
dinanzi a lui frenavano quell’antico rancore.

Gervaso era in battuta; non voleva che il Conte


affrontasse da solo quella dura e importante
275 spedizione; era giovane, inesperto, lo aveva
quindi seguito a caccia, per consiglio e difesa.

Il suo posto, chiamato pokucie*, il più distante


dall’uscio, proprio in angolo, in mezzo a due panche,
quel giorno era occupato da fra’ Verme, il questuante,
280 da cui lo stesso Jankiel, con rispetto evidente,
correva non appena scemava l’idromele
di luglio e ordinava di colmare il bicchiere.
Dicevano che i due, ancora giovanotti,
s’erano conosciuti all’estero. Di notte,
285 l’ebreo e il bernardino tenevano convegno
segreto lì in locanda; ed era questo il segno
– si diceva – che il prete faceva contrabbando
di merci: insinuazioni di chi va calunniando.

Verme, appoggiato al tavolo, parlava a voce bassa


290 attorniato dai nobili, le orecchie tese e i nasi
chini alla tabacchiera del frate; ne fiutavano,
esplodendo in starnuti dal rombo di mortaio.

Skołuba starnutì: «Padre, reverendissime,


questo sì che è tabacco! Mi sale dritto in testa!
295 Dacché ho questo nasone (qui se lo lisciò tutto)
mai ne fiutai uno simile (qui ancora uno starnuto);
un vero Bernardino169 fatto di certo a Kowno,
per tabacco e idromele città celebre al mondo.
Ci andai…, quand’era… dunque…» Qui Verme lo interruppe:
300 «Signori Eccellentissimi, alla vostra salute!
Riguardo al mio tabacco, beh, la sua provenienza
lontana è più di quanto il buon Skołuba pensi.
Viene da Jasna Góra, lo fanno a Częstochowa
i padri paolini, nella città famosa
305 per la sua sacra immagine, santa e miracolosa,
della Vergine Madre Regina di Polonia,
ancor oggi chiamata Duchessa di Lituania!
Ella porta ancor oggi la corona sovrana,
ma lo scisma170 si estende nel nostro Granducato!»
310 «Da Częstochowa?», disse Wilbik. «Trent’anni orsono
ci andai a confessarmi al rito del perdono;
ma è vero che i francesi sono entrati in città
a distruggere chiese e razziare il tesoro?171
L’ho letto sul “Corriere Lituano”: è proprio vero?»
315 «È falso», disse Verme. «Sua Maestà Imperiale,
Napoleone, è autentico cattolico esemplare;
lo ha unto il papa stesso, vivono in consonanza172,
convertono la gente del popolo di Francia,
che un poco si è guastato; da Częstochowa, è vero,
320 han dato molto argento all’erario polacco,
per la patria; Dio stesso lo vuole: i Suoi altari
sono tesorerie al servizio della patria.
Centomila soldati sono nel Granducato
di Varsavia173 e tra poco forse aumenteranno.
325 E chi paga l’esercito? Pagate voi lituani?
Voi date i soldi solo alle casse di Mosca».
«Ma chi è che glieli dà! Ce li prendono a forza!»174,
gridò Wilbik. «Ah, padre», qui prese la parola
con umiltà, inchinandosi al padre bernardino,
330 grattandosi la testa, un mite contadino.
«Non va poi male ai nobili, siamo noi gli scuoiati».
«Cafone!», urlò Skołuba. «Tu sei abituato
come le anguille, sciocco, a farti scorticare;
ma noi ben nati, avvezzi alle auree libertà!175
335 Fratelli! Un tempo il nobile nel suo campo piccino…»
(E tutti in coro: «Era uguale al Palatino!»)
Oggi la nobiltà ci è negata, e ci tocca
rintracciare le prove in mezzo alle scartoffie!»176
Intervenne Juraha: «Per Lei poco male,
340 Lei è un nobile acquisito ma di stirpe rurale…177
Ma io, schiatta di principi, dovrei cercar la storia
della mia nobiltà? Dio stesso ne ha memoria!
Che il moscovita vada a chiedere al querceto
chi l’abbia autorizzato a sovrastare il roveto!»
345 «Principe», disse Żagiel, «non tiri su la cresta,
qui troverà la mitra in più di un casato»178.
Gridò Podhajski: «Avete la croce nel blasone,
tacita allusione a un avo convertito!»179
«Falso!», interruppe Birbasz, «Io discendo dai conti
350 tartari e sui Vascelli ci sono anche le croci»180.
Gridò Mickiewicz: «Poraj181, con mitra in campo d’oro,
blasone principesco, Stryjkowski lo menziona».

Si alzarono brusii in tutta la taverna;


ricorse il bernardino alla sua tabacchiera,
355 la passò agli oratori; cessò il mormorio,
ciascuno ne fiutò, più volte starnutì;
cogliendo l’intervallo il frate andò avanti:
«Con questo mio tabacco starnutirono grandi
uomini! Miei signori, credete, date ascolto,
360 il general Dąbrowski lo fiutò quattro volte!»
«Dąbrowski?», esclamarono. «Sì, proprio lui. Fu quando
tolse ai tedeschi Danzica182; io mi trovavo al campo.
Lui si apprestava a scrivere, per non addormentarsi
fiutò, poi starnutì e mi assestò due pacche
365 sulla spalla dicendo: “Fra’ Verme, entro un anno
ci vedremo in Lituania: devi dire ai lituani
che attendano il mio arrivo solo con il tabacco
di Częstochowa: altro non ne userò, perbacco!”»

Il discorso del frate destò tale sorpresa


370 e gioia che l’intera rumorosa brigata
tacque un istante, poi si udirono parole
espresse a mezza voce: «Tabacco di Polonia?
Częstochowa? Dąbrowski? Dall’Italia?», e insieme,
come in un confluire di parole e pensieri,
375 come a un segnale dato gridarono all’unisono:
«Il canto di Dąbrowski!» Esplose un gran vocio,
un abbracciarsi: il conte tartaro col villano,
Mitra con Croce, Poraj con il Vascello e il Grifo;
si scordarono tutto, compreso il bernardino,
380 e cantando gridarono: «Vodka, idromele, vino!»

Verme ascoltò a lungo quel canto, poi decise


di fermarlo: a due palmi prese la tabacchiera,
starnutì ed in tal modo la melodia confuse;
prima che si accordassero riprese in fretta a dire:
385 «Lodate il mio tabacco, Eccellenze, ma ora
guardate cosa accade dentro la tabacchiera».
E ripulendo il fondo sporco col fazzoletto
mostrò loro un esercito dipinto, piccoletto,
quasi sciame di mosche; nel mezzo, su un destriero
390 simile a un maggiolino, un uomo, il condottiero,
drizza il cavallo come per saltare nel cielo,
una mano alle briglie, l’altra portata al naso.
«Guardate», disse Verme, «l’aspetto minaccioso;
chi è? Lo indovinate?» (ogni volto era teso).
395 «Un grande imperatore, ma non quello di Mosca,
non esistono zar che fiutino il tabacco».
«Un grande?», esclamò Cydzik. «Un grande col cappotto?
Credevo che i grand’uomini si vestissero d’oro,
in Russia un generale qualsiasi, caro padre,
400 luccica d’oro come il luccio allo zafferano».
«Beh, io ho visto da giovane Kościuszko, il comandante
supremo della nostra nazione: un grande uomo!»,
lo interruppe Rymsza. «Ma aveva la czamarka
cracoviana183…» «Czamarka!?», qui Wilbik replicava.
405 «Ma quella si chiamava, Messere, taratatka!»184
«Ma la czamarka è liscia, la taratatka a frange!»,
gridò Mickiewicz. E allora ebbe inizio la gara
su quale foggia avessero taratatka e czamara.

Vedendo che il colloquio si andava spezzettando


410 cercò l’astuto Verme di riportarlo al bandolo,
alla sua tabacchiera; fiuti, starnuti, evviva,
brindisi alla salute, lui proseguì il suo dire:
«Quando Napoleone durante la schermaglia
fiuta presa su presa, la battaglia è scontata.
415 Austerlitz, per esempio: i francesi aspettano
al pezzo e i russi corrono contro di loro a sciami;
Napoleone guarda, tace. Ogni cannonata
falcia le truppe russe come erba rasata,
a ogni reggimento gettato giù d’arcione
420 si fiuta una presina, calmo, l’Imperatore;
infine i due fratelli, Costantino e Alessandro185,
con il kaiser Francesco186 sgombrarono il campo.
Napoleone, visto che la lotta è finita,
li guarda, scoppia a ridere e si scrolla le dita.
425 Chi di voi qui presenti sarà, speriamo presto,
nell’armata francese, non scordi tutto questo».

«Ah, padre questuante!», fece Skołuba. «Quando


accadrà! A ogni festa che porta il calendario
ci annunciano i francesi! E noi qui, impazienti,
430 aspettiamo, guardiamo, gli occhi sempre più spenti;
ci tiene per il collo, Mosca, ora come prima;
prima che appaia il sole rode gli occhi la brina».

Il bernardino disse: «Lasciamo i piagnistei


alle donne e agli ebrei l’attesa mani in mano
435 che arrivi alla locanda e che bussi alla porta;
con lui non ci vuol nulla per sconfiggere Mosca.
Già tre volte ha conciato la pelle ai mangiacrauti187,
ha spiaccicato quelle brutte blatte prussiane188,
gli inglesi li ha cacciati lontano oltre il mare189,
440 tra un po’ sistema i russi, e sai che può accadere?
Che i nobili lituani monteranno a cavallo
con la sciabola in mano senza alcun avversario!
Sarà Napoleone l’unico vincitore
e vi dirà: “Chi siete? Di voi non ho bisogno”.
445 Non basta attender l’ospite, neanche invitarlo basta,
vanno adunati i servi, vanno approntati i tavoli,
e prima del banchetto dare una pulitura
alla casa, pulirla da ogni spazzatura!»

Dapprima fu silenzio, poi voci fra la gente:


450 «Ripulire la casa? Ma padre, cosa intende?
Siamo disposti a tutto, a far tutto, davvero,
ma, padre, non potrebbe essere un po’ più chiaro?»

Fermò il colloquio il frate, guardò dalla finestra,


qualcosa lo colpì, sporse fuori la testa,
455 poi si drizzò e disse: «Non ora, non c’è tempo,
non oggi, ci vedremo, ne parleremo ancora;
sarò in città190 domani, ho affari da sbrigare,
passerò per la questua da tutti voi, signori».

«Pernotti a Niehrymowo, dove il gonfaloniere


460 sarà molto contento di poterLa vedere;
da noi c’è un detto antico: “È fortunato come
un frate mendicante che questua a Niehrymowo!”»,
dice il fattore. Incalza Zubkowski: «Il nostro motto
fa: “È fortunato come un frate a Zubkowo”.
465 Per Lei cinquanta bracci di tela, un barilotto
di burro, una vacchetta o un montone son pronti».
«E da noi!», fa Skołuba. E Terajewicz dice:
«Solo se il frate è sazio parte da Pucewicze»191.
Così la nobiltà scortò il padre con cori
470 di preghiere e promesse, ma lui era già fuori.

Aveva appena visto Taddeo dalla finestra


lanciato al galoppo sulla strada maestra,
senza cappello, pallido, a capo chino, tetro,
spronare il cavallo con speroni e frustino.
475 Rimase sconcertato il frate nel vederlo,
quindi con passo svelto incominciò a seguirlo
verso la grande selva che nera costeggiava
l’orlo dell’orizzonte fin dove l’occhio arriva.

Chi ha mai esplorato a fondo le terre smisurate


480 delle selve lituane, chi mai le ha penetrate?
Il pescatore a riva può soltanto intuire
il fondo; il cacciatore gira intorno al giaciglio
delle selve lituane, ne sa appena il contorno
e il volto, però ignora gli arcani del suo cuore:
485 solo favola o fama sanno quel che vi accade.
Se passassi le fratte di arbusti e la boscaglia
incontreresti un vallo di tronchi e di ceppaie
difeso da pantani, da rivoli a migliaia,
reti di erbacce, mucchi di formicai e nidi
490 di vespe e calabroni, grovigli di serpai.
Se impavido avrai vinto anche quelle barriere
ti dovrai aspettare pericoli maggiori:
laghetti in agguato come insidiose fosse
di lupo, mezzo invasi da fitte piante erbose,
495 profondi sì che un uomo il fondo non vi vede
(è facile che i diavoli vi abbiano la sede).
Brilla in quei pozzi l’acqua a chiazze rugginose,
sanguinolente, e esala un ributtante olezzo
che strappa via dagli alberi le foglie e la corteccia;
500 rachitici, pelati, malati, verminosi,
reclinate le branche setolose di muschio,
gobbi i tronchi barbuti di funghi disgustosi,
stanno sull’acqua come un cerchio di streghe assorto
a scaldarsi alla pentola in cui cuociono un morto.

505 È vano oltre quei laghi sospingere il tuo passo,


è vano inoltrarvisi anche col solo sguardo:
là ormai tutto è velato da una nube nebbiosa,
perenne effluvio caldo di paludi melmose.
Ma al di là della nebbia (credenza popolare)192
510 c’è una zona bellissima, fertile, capitale
del regno delle piante e degli animali.
Vi si trovano i semi d’ogni albero e d’ogni erba,
le cui specie si espandono dovunque sulla terra.
Là, come dentro l’arca, cresce almeno una coppia
515 di bestie d’ogni razza, per la riproduzione.
Nel centro (così dicono) regnano l’uro antico,
l’orso e il bisonte, cesari assoluti dell’intrico.
Annidati sugli alberi vigilano i ministri:
la lince perspicace e il vorace ghiottone;
520 più in là i loro sudditi, vassalli nobiliari:
gli alci dalle gran corna, i lupi e i cinghiali.
In alto aquile e falchi selvaggi, i delatori
di corte che si nutrono alla mensa dei signori.
Queste coppie primarie patriarcali, nascoste
525 nel cuore della selva, invisibili al mondo,
spediscono i figli a insediarsi oltre il bosco
e nella capitale si godono il riposo;
non li uccidono armi da fuoco né da taglio:
i vecchi muoion tutti di morte naturale.
530 Gli uccelli, in fin di vita, nel proprio cimitero
depongono le piume, e i quadrupedi il pelo.
L’orso che, persi i denti, non riesce a masticare,
il cervo che, decrepito, non può che arrancare,
la vecchia lepre dalle arterie ispessite,
535 il falco mezzo cieco, il corvo incanutito,
l’aquila, quando il vecchio becco si arcua tanto
che, chiuso ormai per sempre, non reca nutrimento…*
van tutti al cimitero. Se ammalate o ferite
anche le bestie piccole vanno al luogo natio
540 a morire. Per questo, là dove l’uomo porta
il suo piede non trova ossa di bestie morte*.
Dicono che i costumi, là nella capitale,
sian buoni, ché il governo è in mano agli animali.
Non ancora corrotti dalla civiltà umana
545 ignorano il diritto di proprietà che rende
il mondo litigioso, ignorano i duelli
e l’arte della guerra. Come i padri nell’Eden,
così i nipoti in terra, selvatici e domestici,
dimorano in concordia, non v’è uno che incorni
550 o morda l’altro. E anche se là arrivasse un uomo,
pur disarmato, calmo potrebbe passeggiare:
le bestie guarderebbero con lo stesso stupore
con cui il sesto e ultimo giorno della creazione
i loro padri accolsero Adamo nel giardino,
555 prima che fra di loro iniziassero i litigi.
Ma nessun uomo errando raggiungerà il recesso:
Pena, Paura e Morte ne vietano l’accesso.

A volte l’accanita corsa porta i segugi


incauti tra le forre, i muschi e le paludi;
560 colpiti dalla vista di quell’orrendo sito,
con la follia negli occhi fuggono via guaendo,
né molto tempo dopo, ai piedi del padrone
che li ha accarezzati, trattengono il tremore.
L’arcano di quel regno, ignoto a ogni umano,
565 i cacciatori chiamano così: grembo silvano.

Stupido orso! Fossi rimasto dentro il grembo


della selva il Tribuno mai ti avrebbe scoperto!
Ma attratto dal profumo delle arnie o sospinto
dalla tua inclinazione per l’avena matura
570 uscisti fino al margine dove il bosco dirada,
e il guardaboschi subito rintracciò la tua strada.
Egli spedisce subito, spie scaltre, i braccaioli
ad accertare i luoghi dove ti nutri e dormi.
Dispostasi a cordone, la schiera del Tribuno
575 sbarra l’accesso al folto: non avrai scampo alcuno.

Taddeo seppe che molto tempo era già trascorso


dacché i segugi erano penetrati nel bosco.

Silenzio: invano aguzzano l’udito i cacciatori,


invano ognuno ascolta, quasi fosse un sermone
580 avvincente, il silenzio; ognuno attende immobile,
ma si sente soltanto il suono della selva.
I cani vi si immergono come dei tuffatori
nel mare e i tiratori, puntate le doppiette
verso il bosco, osservano il Tribuno che il suolo
585 consulta con l’orecchio: come gli amici colgono
nella faccia del medico il verdetto ferale
o la sentenza fausta per la persona cara,
così il Tribuno fissano con sgomento e speranza.
«C’è! C’è!», disse levandosi di scatto, a voce bassa.
590 L’ha udito! Loro ascoltano ancora… Finalmente
odono: ha abbaiato un cane, poi due, venti,
tutti i segugi insieme in sparpagliata schiera
sentono la passata, vi sono sopra, latrano.
Il loro non è il lento scagnare dei levrieri
595 che inseguono e puntano lepri, volpi e cerve,
ma un guattire rabbioso, breve, tronco, frequente;
non si sono imbattuti in tracce ancor distanti,
ma inseguono a vista… d’un tratto il grido cessa,
la fiera è lì… di nuovo un ringhio, un guaito…
600 la fiera si difende, ferisce: fra i latrati
sempre più spesso giungono mugolii rantolanti.

I tiratori, fermi con il fucile pronto,


tesi in avanti ad arco, proteso il viso al bosco,
non ce la fanno a attendere! Disertano la posta,
605 uno a uno s’infilano fin dentro la foresta,
ciascuno vuol per primo incontrare la bestia.
Il Tribuno, a cavallo, li aveva messi in guardia:
chi avesse abbandonato la propria postazione,
villano o signorino, avrebbe assaporato
610 sulla schiena il guinzaglio193. Macché, niente da fare,
tutti corsero al bosco! Esplosero tre spari,
poi il cannoneggiamento: il ruggito dell’orso
coprì i colpi e l’eco riempì il bosco intero.
Un ruggito tremendo di rabbia, di dolore!
615 Dopo, latrati e grida, trombe di battitori
rimbombano dal folto; tra i cacciatori lieti
c’è chi si affretta al bosco, chi toglie la sicura…
Il Tribuno, stizzito, grida: «Han sbagliato mira!»
I cacciatori in massa, a incrociar la belva,
620 corrono nella zona tra il forteto e la selva,
ma l’orso, impaurito dai cani e dalla calca,
fa dietro front cercando luoghi non custoditi
verso i campi, da dove sono appena partiti
i cacciatori e dove sono rimasti soli
625 Taddeo, il Tribuno, il Conte e alcuni battitori.

Lì il bosco diradava. Un ruggito e uno schiocco


di sterpi, poi dal folto schizzò come una folgore
l’orso. I cani lo assalgono, lo mordono, lui guarda
intorno, coi bramiti terrorizza i nemici,
630 si rizza sulle zampe, scaglia su cani e uomini
grosse pietre, radici, ceppi fuligginosi
divelti dal terreno con le zampe anteriori;
spezza un tronco e lo rotea come fosse una clava
finché piomba sull’ultima linea della battuta:
635 Taddeo e il Conte. Impavidi, a gambe ben piantate,
puntarono sull’orso le canne dei fucili
come due parafulmini sul grembo di una nube
scura; fu lì che entrambi premettero il grilletto
(inesperti!) e spararono insieme le doppiette.
640 Mancato. Balzò l’orso, i due si avventarono
verso la rogatina piantata, a quattro mani
cercando di strapparsela… E videro le fauci
grandi e rosse e due file di zanne luccicanti,
ed una zampa unghiata calare sopra il capo.
645 Sbiancarono, e là dove la selva si fa rada
se la diedero a gambe. S’inalbera la belva,
li arpiona, no, ha mancato, si avvicina, s’impenna,
punta la zampa nera verso il capello biondo
del Conte. E gli avrebbe scoperchiato il cervello,
650 ma Assessore e Notaio balzarono dai lati,
Gervaso corse avanti di circa cento passi
con Verme, senza schioppo – e i tre, in un sol momento,
spararono all’unisono come a un solo comando.
L’orso, come una lepre di fronte a dei levrieri,
655 fece un salto e piombando a capofitto in terra
piroettò sotto il peso sanguinante del corpo
vicinissimo al Conte, che stramazzò al suolo.
Mugghia, vuole rialzarsi, ma ormai l’hanno azzannato
Procuratora irosa e Prefetto scatenato.

660 Dalla cinghia il Tribuno prese il suo lungo corno


di bufalo, a macchiette, ritorto come un boa,
con ambedue le mani se lo incollò alla bocca,
gonfiò le guance a palla, brillò il sangue negli occhi,
calò a metà le palpebre, compresse mezza pancia,
665 da lì portò ai polmoni tutto il fiato che aveva.
Suonò: il corno qual vento, con soffio vorticoso
portò il suono alla selva e lo raddoppiò l’eco.
Ristettero i bracchieri, i cacciatori tacquero
straniti dalla forte, pura, strana armonia.
670 Il vecchio, tutta l’arte che lo rese famoso
un dì tra i boschi, ancora dispiegò ai cacciatori;
riempì e animò querceti, fratte, quasi una muta
vi avesse sguinzagliato aprendo la battuta:
ché un compendio di caccia era quel suo suonare.
675 Prima un tono vivace, argentino: la diana.
Poi un uggiolar di gemiti: sono i versi dei cani.
Qua e là una nota dura come un tuono: gli spari.

Smise, senza posare il corno; a ognun sembrava


ch’egli suonasse: era l’eco che risuonava.

680 Riprese: avresti detto che il corno tra le labbra


cambiasse forma, ora sottile, ora ingrossata
nell’imitar le belve: ecco, allungato a collo
di lupo ulula a lungo, continuo, spaventoso;
ora ruggisce come mutato in fauci d’orso;
685 poi il vento è lacerato dal mugghio del bisonte.

Smise, senza posare il corno; a ognun sembrava


ch’egli suonasse: era l’eco che risuonava.
Del corno ripetevano lo splendido concerto
i faggi agli altri faggi, le querce alle altre querce.

690 Risoffiò: e quasi il corno ne avesse in sé altri cento


risuonò la braccata, grida, paura, rabbia
di mute e tiratori e animali. Il Tribuno
lo alzò, e l’inno trionfale sbatté contro le nubi.

Smise, senza posare il corno; a ognun sembrava


695 ch’egli suonasse: era l’eco che risuonava.
Si è trasformato in corno ogni albero del bosco,
l’un l’altro porta il canto come da coro a coro.
E scorse via la musica sempre più ampia e piana,
sempre più tersa, sempre più perfetta e infine
700 alle porte del cielo si dissolse lontana.

Il corno fu lasciato cadere dal Tribuno,


penzolò alla correggia: egli incrociò le braccia.
Con il gonfiore e l’estasi impressi sulla faccia,
gli occhi al cielo, il Tribuno stava come ispirato,
705 carpendo con l’udito i toni che sfumavano.
E intanto rimbombavano applausi a non finire,
mille rallegramenti e fragorosi evviva.

Scese piano il silenzio, e gli occhi della folla


si volsero al cadavere grande, fresco, dell’orso;
710 coperto dalle chiazze di sangue, crivellato
di colpi, con il petto impigliato nell’erba
fitta allargò a croce le zampe anteriori.
Ansava ancora, un fiotto di sangue dalle nari
scendeva, apriva gli occhi ma non muoveva il capo:
715 le due sanguisughe gli uncinano le orecchie,
Procuratora a manca, Prefetto è appeso a destra,
stringendogli la strozza gli succhia il sangue nero.

Qui il Tribuno ordinò che una spranga venisse


infilata tra i denti dei cani e aprisse il morso.
720 Girarono le spoglie coi calci dei fucili
e tre evviva di nuovo colpirono le nubi.

«E allora? E il mio schioppetto?», esclamò l’Assessore


roteando la canna. «Eh? Abbiamo vinto noi!
Col mio schioppetto! È vero, è solo un uccelletto*,
725 ma che lavoro ha fatto! Certo, per lui è normale,
non butta mai al vento neppure una cartuccia,
l’ho avuto in regalo dal principe Sanguszko».
Mostrò il fucile, piccolo, di pregiata fattura,
e iniziò a elencare tutte le sue virtù.
730 Lo interruppe il Notaio, tergendosi il sudore
dalla fronte: «Correvo quasi incollato all’orso
quando il Tribuno grida: “Fermo!” Come!? Fermarmi?
Svelto come una lepre l’orso fila nei campi,
si allontana, io non ho più fiato né speranze
735 di raggiungerlo; guardo a destra… e arriva a balzi,
lì la boscaglia è rada, lo tengo sotto mira,
penso: ferma, Mariuccia!194 Qui giace, e non respira.
È un Sagalas autentico, massiccio, con il marchio
di fabbrica: Sagalas London-Bałabanówka.
740 (Là c’era un noto fabbro polacco, fabbricava
fucili alla polacca, ma li ornava all’inglese)»195.

«Come! Per mille orsi!», esplose l’Assessore.


«Lo avrebbe ucciso Lei? Guardi che Lei sragiona!»
«Qui», ribatté il Notaio, «non siamo in istruttoria,
745 ma a caccia; convochiamo tutti i testimoni».

Dunque iniziò l’alterco che suscitò un vespaio,


chi stava col Notaio e chi con l’Assessore;
Gervaso fu ignorato, ché ciascuno correva
dai lati e non aveva visto ciò che accadeva
750 nella zona anteriore. Disse il Tribuno: «Adesso
c’è un motivo, Messeri, non la misera lepre,
ma un orso! Val la pena cercare la rivincita
o con la serpentyna196 oppur con la pistola:
il vostro contenzioso è complesso, per questo,
755 vi concedo il permesso per la sfida a duello.
Ricordo che ai miei tempi vivevano due nobili
d’alto lignaggio, onesti, i quali risiedevano
sulle due rive opposte della Wilejka: il primo
si chiamava Domeyko197, il secondo Doweyko.
760 Avevano sparato a un’orsa e fu impossibile
sancirne l’uccisore; la lite fu terribile,
volevano spararsi attraverso la pelle
dell’orsa. A bruciapelo! Gesto da cavalieri!
La nobile tenzone suscitò gran scalpore,
765 su quel duello all’epoca cantarono canzoni.
Adesso vi racconto la storia dall’inizio
per filo e per segno: ero io il padrino».

Prima che lui parlasse Gervaso aveva posto


già fine alla contesa. Analizzato l’orso,
770 estratta la coltella, gli tranciò il muso in due
e dalla nuca, incisi gli strati del cervello,
estrasse la pallottola, la pulì sul vestito,
ne constatò il calibro, l’inserì nel fucile,
infine alzò la mano con la palla nel palmo
775 e disse: «A spararla non fu la vostra arma,
ma questo schioppo a una canna degli Horeszko»
(alzò un vecchio fucile attaccato a uno spago).
«Ma non fui io a sparare. C’è voluto un coraggio…
Lo spavento mi aveva offuscato lo sguardo!
780 I signorini corsero nella mia direzione
e l’orso dietro, a un passo dalla testa del Conte,
l’ultimo Horeszko! Anche se per parte di madre.
Gesummaria!, gridai, e gli angeli inviarono
il padre bernardino in mio soccorso. Quello
785 ci ha svergognati tutti; è in gamba il fraticello!
Tremante, non osavo porre mano al grilletto,
lui mi strappò il fucile, mirò e fra le due teste
sparò un colpo perfetto! Almeno cento passi!
Gli ha fracassato i denti! L’ha preso in piene fauci!
790 Messeri! Dacché vivo ho visto un solo uomo
capace di esibirsi con un siffatto colpo.
Quel notorio duellante, lo sparatore folle
che scardinava i tacchi dalle suole alle donne,
il più grande gaglioffo di perenne memoria:
795 Giacinto il Baffuto, non citerò il cognome.
Per lui non è più il tempo delle battute all’orso,
di certo fino ai baffi è immerso nell’inferno.
Lode al frate! Ha salvato la vita a due persone,
o forse a tre; e qui dico – e non è presunzione –
800 che se le fauci atroci si fossero abbattute
sull’ultimo Horeszko, io sarei già defunto
e l’orso roderebbe le mie consunte ossa.
Venga, padre, beviamo tutti alla Sua salute».

Si cercò invano il frate; sapevano soltanto


805 che, ucciso l’orso, apparve solo per un momento,
saltò verso Taddeo e il Conte, e constatato
ch’erano sani e salvi, alzò al cielo gli occhi,
recitò sottovoce una preghiera e, come
se uno lo braccasse, se ne fuggì veloce.

810 Qui ordinò il Tribuno di fare una catasta


di ceppi, brugo a mazzi, rami secchi di frasca;
divampò il fuoco, crebbe grigio un pino di fumo,
si spiegò verso l’alto a mo’ di baldacchino.
Le rogatine posero sul fuoco a cavalletto
815 e appesero alle punte dei paioli panciuti,
portarono dai carri farina, ortaggi, arrosti
e pane.

Adesso il Giudice aprì un bauletto chiuso


da un lucchetto e sbucarono colli di bottiglioni;
ne scelse il più capace, di cristallo (era un dono
820 ricevuto da Verme): la vodka danzicana,
cara ai polacchi. «Evviva!», gridò il Giudice alzando
la boccia verso l’alto. «Danzica, nostra un tempo,
sarà di nuovo nostra!»198 E a tutti, uno alla volta,
versò il liquore argenteo finché all’ultimo sorso
825 cominciò a gocciolare l’oro199 e a splendere al sole*.

Si scalda nei paioli il bigos. Le parole


non rendono il sapore sublime, il colore,
il profumo; lo stomaco borghese sente il suono,
l’ordine delle rime, non la loro sostanza.
830 Apprezza i canti e i cibi lituani chi è in salute,
chi vive in mezzo ai campi, torna dalle battute.

Anche senza le spezie è un piatto degno, il bigos,


la scelta degli ortaggi è fatta con ingegno.
Si prende una verza fermentata, tritata
835 che, come afferma il detto, salta da sola in bocca;
rinchiusa nel paiolo, col suo umido grembo
ricopre i bocconcini di varia carne scelta;
si rosola, e il fuoco ne spreme i nutrienti
succhi finché il bollore schizza fuori dai bordi
840 e l’aria intorno è pregna del delizioso odore.

È pronto. Con un triplice evviva i cacciatori


armati di cucchiai trafiggono i paioli,
rimbomba il rame, il fumo erompe e già svapora
il bigos; solo negli anfratti dei pentoloni
845 bolle il vapore, come dentro vulcani spenti.

Satolli e dissetati, deposero sul carro


la bestia, poi, contenti, montarono a cavallo,
tutti loquaci tranne Notaio ed Assessore
che, irati più di ieri, litigavano ancora,
850 vantando l’uno i pregi del suo schioppo Sanguszko,
l’altro del suo Sagalas fatto a Bałabanówka.
Taddeo e il Conte tornavano in preda a un grande scorno,
eran fuggiti dopo aver mancato il colpo:
chi in Lituania alla preda lascia una via di scampo
855 per riacquistare fama dovrà sforzarsi tanto.

Disse il Conte che, primo, lui si gettò sull’asta,


e Taddeo lo intralciò nell’affrontar la bestia;
Taddeo sosteneva che, essendo più prestante
e abile nell’uso della pesante asta,
860 volle supplire al Conte; così si punzecchiavano
tra il vocio e gli strepiti della schiera festante.

Nel mezzo cavalcava il Tribuno; il vecchietto


era oltremodo allegro e quanto mai ciarliero;
per svagare e portare pace fra i contendenti
865 concluse il suo racconto su Doweyko e Domeyko:
«Se ho voluto, Assessore, il duello col Notaio,
non pensi che io ami versare sangue umano.
Dio me ne guardi! Invero volevo divertirvi,
una commedia, ecco, volevo organizzarvi,
870 rinnovare un giochetto che io inventai… eccellente!
Fu quarant’anni fa. Non ne sapete niente,
voi siete troppo giovani, ma allora giunse l’eco
da questa selva fino ai boschi di Polessia200.

La causa dei contrasti tra i due, cosa inusuale,


875 stava nel loro scomodo nome, pressoché uguale.
Quando al tempo delle Dietine i fautori
di Doweyko cercavano per lui fiancheggiatori,
uno sussurrò a un nobile: “Dai il tuo voto a Doweyko!”
Quello, che capì male, diede il voto a Domeyko.
880 A un pranzo il maresciallo Rupeyko levò un brindisi
a Doweyko, ma gli altri gridarono: “A Domeyko!”
E chi stava nel mezzo non si raccapezzava,
tanto più che il parlare, mangiando, non è chiaro.

Vi fu di peggio. A Wilno un nobile ubriaco


885 sciabolò con Domeyko: si prese due stoccate.
Dopo, lasciata Wilno, sulla strada di casa
incrociò sul traghetto Doweyko, guarda caso;
e mentre navigavano solcando la Wilejka201
chiese a un passeggero: “Quello chi è?” “Doweyko”.
890 Dal pellicciotto estrasse subito la sua spada,
zac, zac, e per Domeyko tagliò il baffo a Doweyko.

Come se non bastasse, vi fu il colpo di grazia.


Gli omonimi si trovano un giorno insieme a caccia,
vicini, entrambi sparano a un’orsa. Certo, è vero
895 che quella cadde a terra ormai senza respiro,
dopo quel loro sparo; ma è anche vero che prima
l’orsa portava in pancia proiettili a dozzine;
molti erano i fucili di quel calibro. E allora?
In che modo scoprire chi aveva ucciso l’orsa?

900 Gridarono i due: “Basta! Chiunque ci abbia abbinati,


Dio o il diavolo, adesso dobbiamo separarci;
due soli sono troppi, ne basta uno in natura”.
Mano alla serpentyna, prendono la misura.
È gente di rispetto; più i nobili insistono
905 cercando di placarli, più loro si colpiscono.
Cambiano l’arma, passano da sciabola a pistola,
si fermano, gridiamo: “Misura troppo corta!”,
ma per ripicca giurano che loro spareranno
attraverso la pelle dell’orsa, canna a canna!
910 Morte sicura! Dissero: “Hreczecha, fai il secondo!”
“Bene”, dissi, “il becchino scavi un buco profondo,
ché questo scontro non può concludersi alla pari;
ma sia un duello nobile, e non da macellai,
riaprite la misura, lo so che siete audaci,
915 ma non vorrete mica spararvi pancia a pancia?
Non lo permetto. Vada pure per la pistola,
ma sarà la misura pari alla pelle d’orsa;
io stesso, da secondo, stenderò sul terreno
la pelle e piazzerò ciascuno al suo posto.
920 Lei all’estremità del muso e Lei accanto
alla coda”. “D’accordo!”, strillano. “Dove? Quando?”
“Domani, alla taverna Usza”202. Danno di sprone,
mentre io mi rivolgo a Virgilio Marone…»

Un grido lo interruppe: «Là! Vela!» Una lepre


925 sgusciò sotto un cavallo; lo Scodato la insegue,
con Falco. Li avevano portati ben sapendo
che al ritorno sarebbero incappati in qualche lepre;
procedevano senza guinzaglio, e prima ancora
di essere aizzati si diedero a rincorrerla.
930 Notaio e Assessore stavano per spronare,
ma li bloccò il Tribuno: «Guai! Fermi lì a guardare!
Nessuno faccia un passo, da qui vediamo tutti
molto bene, la lepre sta andando dritta al campo».
Sì… sentendo alle spalle la muta e i cacciatori
935 schizzò nel campo e come corna di capriolo
sporse le orecchie, assunse il grigio del terreno;
era lunga, spiccavano come bacchette i piedi,
sembravano non muoversi, solo sfiorare il suolo
come una rondinella che bacia l’acqua in volo.
940 Dietro di lei la polvere e dietro a questa i cani;
lepre, levrieri e polvere sembravano formare
il corpo di una vipera che strisciava nel campo:
la lepre era la testa, la polvere era il collo
blu e agitava i cani come una coda a forca.

945 Notaio e Assessore guardano senza fiato;


il primo sbianca come uno straccio lavato,
impallidisce l’altro – no, le cose non vanno,
più lontana è la vipera e più si va allungando,
si spezza in due, il collo ormai sta scomparendo,
950 la testa è presso il bosco, la coda – sta arrancando!
Guizza la testa come una nappa appena smossa,
è nel bosco… la coda – spezzata – è presso il bordo.

I cani, poveretti, correvano intontiti


sul margine, sembravano consultarsi, accusarsi.
955 Alla fine ritornano saltando lenti i solchi,
le orecchie basse, tengono la coda stretta al ventre,
vergognosi non osano sollevare lo sguardo,
evitano i padroni, se ne stanno in disparte.

Il Notaio incupito chinò bassa la testa,


960 l’altro lanciò un’occhiata intorno alquanto mesta,
entrambi poi si diedero a spiegare agli astanti
che i cani non son soliti stare senza guinzaglio,
che la lepre, improvvisa, era stata instradata
su un suolo irto di massi e pietre acuminate,
965 e si sa che i levrieri non portano le scarpe.

I cacciatori avrebbero potuto approfittare


della saggia concione dei due esperti bracchieri,
ma erano distratti; chi prese a fischiettare,
chi a farsi una risata, chi, impresso nella mente
970 l’orso, stava parlando della caccia recente.

Il Tribuno, guardata la lepre di sfuggita,


girò il viso, vedendo che ormai era fuggita,
e proseguì: «A che punto eravamo? Ah ecco!
Io li presi in parola: spareranno attraverso
975 la pelle di quell’orsa. I nobili gridarono:
“Ma così a bruciapelo! È una sicura morte!”
E io ridevo… Infatti l’amico mio Marone
m’insegnò che la pelle d’animale è un’ottima
misura. Lo sapete, la regina Didone
980 approdò presso i libi e lì con grande pena
mercanteggiò un pezzetto di terra di misura
corrispondente a quella della pelle di un bue*;
su quel pezzo di terra Cartagine fu eretta!
Perciò la notte esamino con attenzione il fatto.

985 Albeggia: da una parte sta arrivando Doweyko


in calesse; dall’altra Domeyko a cavallo.
Guardano, e lì sul fiume giace un ponte villoso:
sfrangiata a striscioline, è la pelle dell’orso.
Piazzai Doweyko sulla coda dell’animale,
990 Domeyko al capo opposto. Dissi: “Ora bombardate
pure, magari fino al vostro ultimo giorno,
vi terrò qui fin quando troverete un accordo”.
Loro furenti; i nobili, in preda a convulsioni
dal ridere, io e il prete offriamo citazioni
995 da Vangeli e statuti203: si avvicina la resa,
i due scoppiano a ridere e trovano l’intesa.

Si trasformò il contrasto in amicizia eterna,


Doweyko di Domeyko si sposò la sorella,
Domeyko la sorella sposò di suo cognato,
1000 divisero gli averi in due identiche parti:
nel luogo del duello dal singolare effetto,
fecero una taverna, chiamata “All’Orsetto”».
LIBRO QUINTO

La rissa

Piani di caccia di Telimena. – La giardiniera si appresta a entrare nel gran mondo e ascolta gli
insegnamenti della tutrice. – I cacciatori ritornano. – Grande stupore di Taddeo. – Secondo incontro
nel Tempio della Meditazione e riconciliazione facilitata dalla mediazione delle formiche. – A tavola
tiene banco l’argomento venatorio. – Racconto del Tribuno su Rejtan e sul principe di Nassau,
interrotto. – Apertura delle trattative fra le parti, anch’essa interrotta. – L’apparizione con la chiave. –
La rissa. – Il Conte e Gervaso tengono consiglio di guerra.

Il Tribuno ritorna in gloria dalla selva


e Telimena, in fondo alla villa deserta,
inizia la sua caccia. Siede immobile, è vero,
con le braccia incrociate sul seno, ma il pensiero
5 insegue due animali: qual è il modo migliore
per accerchiare i due e catturarli entrambi,
Taddeo e il Conte? Il Conte, erede di eminente
casata, un signorino di attraente bellezza…
e già un po’ innamorato! Ma potrebbe cambiare!
10 E poi, sarà sincero? E vorrà mai sposare
una donna più anziana? Non ricca? E i suoi parenti
glielo permetteranno? E che dirà la gente?

Telimena, pensosa, si alzò dal divano,


stette in punta di piedi (certo, sembra più alta),
15 si scoprì un poco il seno, si piegò un po’ di lato
e osservò il proprio corpo con occhio molto attento,
chiese ancora una volta consiglio alla specchiera,
infine abbassò gli occhi, sospirò e si sedette.

Il Conte è ricco! Cambiano di gusto i facoltosi!


20 Il Conte è biondo! I biondi sono poco focosi!
Taddeo? È un sempliciotto! Un ragazzino a modo!
Quasi un bimbo! L’amore non lo conosce ancora!
Se sorvegliato non troncherà presto il legame,
e poi ha già degli obblighi rispetto a Telimena.
25 In confronto ai vegliardi i giovani, volubili
nelle idee, in amore son coscienziosi e stabili.
A lungo un cuore giovane, semplice e virginale,
è grato alle prime dolcezze dell’amore!
Accoglie e congeda il piacere in letizia,
30 come un povero pranzo diviso con l’amico.
Solo al vecchio beone dai visceri bruciati
fa schifo il liquore con cui si è sbronzato.
Di questo Telimena ha grande competenza,
perché, oltre al buon senso, ha ottima esperienza.

35 Ma gli altri che diranno? Li si potrà evitare,


andare in altri luoghi, abitare in disparte
o meglio abbandonare del tutto quei paraggi,
fare, ad esempio, un viaggio fino alla capitale
e lì introdurre il giovane nel gran mondo, guidare
40 i suoi passi, aiutarlo, consigliarlo, plasmare
il suo cuore, averlo come amico, fratello!
Godersi il mondo, insomma, finché c’è ancora tempo!

Così pensando, allegra, baldanzosa girella


per l’alcova. Ad un tratto si fa di nuovo seria.

45 Varrebbe anche la pena pensare alla vita


del Conte e magari proporre a lui Sofia.
Non è ricca, ma è pari al Conte per lignaggio,
di stirpe senatoria, figlia di dignitari.
Se questo matrimonio andasse a buon fine,
50 in futuro da loro lei troverebbe asilo;
parente di Sofia, pronuba per il Conte,
potrebbe far da madre alla giovane coppia.

Stabilito in cuor suo questo accorto disegno,


chiama dalla finestra Sofia, che gioca in orto.

55 In veste da mattina, con la testa scoperta,


Sofia regge un setaccio: svelto accorre ai suoi piedi
il pollame, matasse di galline arricciate
si srotolano leste, più in là i galli crestati,
scuotendo sulle teste i vividi bargigli
60 e remando con l’ali tra i solchi e i cespugli
procedono tendendo i calcagni speronati;
dietro a loro il tacchino gonfio avanza e gorgoglia
ai brontolii continui della querula moglie.
Là nel prato i pavoni dirigono il timone
65 della coda a guisa di zattere, e lieve
scende un colombo argenteo come un fiocco di neve.
In mezzo al cerchio verde di quel tappeto erboso
il cerchio del pollame si pigia rumoroso
fasciato dai colombi come da un nastro bianco
70 e screziato all’interno da stelle, strie, macchie.
Qui i becchi ambrati, là le creste di corallo
sporgono dal piumaggio come pesci dall’onda.
I colli si protendono mollemente ondeggiando
continuamente come fiori di ninfee gialle;
75 brillano su Sofia mille occhi come stelle.

Lei si erge al disopra dei volatili, al centro,


bianca nella sua lunga veste, e rotea come
la fontana che spruzza nel bel mezzo dei fiori;
attinge allo staccio, sparge su teste e ali
80 con la mano di perla la grandine perlata
dell’orzo sminuzzato: degno dei re, quel grano,
si usa per condire il consommé lituano;
Sofia lo ruba dalla madia della massaia
per i polli, e danneggia l’economia di casa.

85 «Sofia!», sentì chiamare. La voce della zia!


Gettò al pollame il resto delle ghiottonerie
e agitando il setaccio come una ballerina
il tamburello a ritmo, l’allegra birichina
scavalcò i pavoni, le galline e i colombi
90 che frullarono in alto a frotte, tremebondi.
Sofia, sfiorando appena il suolo con i piedi,
sembrava svolazzare ben più in alto di loro;
davanti a lei volavano spaurite le colombe
come dinanzi al carro della dea dell’amore.

95 Con un grido Sofia entrò dalla finestra,


sedette ansante sulle ginocchia della zia;
Telimena la baciò, le accarezzò il mento,
ne contemplò con gioia beltà e temperamento
(era la sua pupilla, l’amava per davvero).
100 Ma ecco che il suo viso ridiventò severo,
si alzò e passeggiando in su e in giù per l’alcova
portò un dito alle labbra, disse queste parole:

«Cara Sofia, io credo che tu ti sia scordata


la tua età e il tuo stato; compi oggi tredici anni204,
105 è ora di lasciare i galletti e i tacchini,
pfui! non fa più per te, figlia di dignitari!
Basta fare le coccole a quei marmocchi sporchi
di terra! Se ti guardo, il cuore mi fa male:
hai la pelle abbronzata come una zingarella
110 e ti muovi e cammini come una provinciale.
A tutto questo intendo porre riparo adesso,
ti porto in società partendo da oggi stesso,
in salotto, tra gli ospiti: ne abbiamo molti in casa,
però stai bene attenta, non farmi vergognare».

115 Sofia si alzò di scatto e batté le manine,


si appese con le braccia ai fianchi della zia
alternando le lacrime e il riso dalla gioia.
«Ah, zia! Da quanto tempo non vedo gente nuova!
Da quando vivo qui con galline e tacchini
120 ho visto un solo ospite: un piccione selvatico.
Mi è un po’ venuto a noia star sempre qui seduta
e il Giudice mi dice che nuoce alla salute».

Telimena interruppe: «È un po’ che mi tormenta,


il Giudice, e bofonchia che ti porti nel mondo,
125 che sei ormai adulta; parla un po’ a casaccio,
povero, nel gran mondo lui non c’è mai andato.
Io so che una fanciulla va preparata a lungo
prima che faccia colpo durante il suo debutto.
Sappi che chi è cresciuto in mezzo alle persone,
130 pur bello e intelligente non fa molta impressione
se tutti lo conoscono da quando era bambino.
Ma se una signorina matura e istruita
di punto in bianco brilla nell’alta società,
ciascuno, incuriosito, le si avvicinerà,
135 osserverà ogni gesto e ogni sua occhiata,
ascolterà il suo dire, lo ripeterà agli altri;
e quando una persona giovane è di moda,
anche se piace poco, comunque la si loda.
Ti saprai comportare, credo; a parte gli ultimi
140 due anni nel villaggio sei pur sempre cresciuta
a Pietroburgo, e ancora non l’hai dimenticata.
Su, vestiti, Sofia, guarda nei miei cassetti
e troverai già pronti tutti i vestiti adatti.
Spicciati, che tra poco tornano dalla caccia».

145 Arrivano solerti cameriera e fantesca,


versano brocche d’acqua nel bacile d’argento;
Sofia, come fa il passero nella sabbia, saltella,
si lava il viso, il collo, le mani. Telimena
apre la sua cassetta di Pietroburgo, estrae
150 flaconi di profumo, vasetti di pomate,
spruzza Sofia d’un fine profumo che riempie
la stanza, con la gomma dragante unge i capelli.
Sofia infila le calze bianche e traforate,
le scarpine di raso bianco, fatte a Varsavia.
155 Intanto la fantesca le allaccia il corsetto,
mette alla signorina un peignoir sopra il petto.
Tolgono i bigodini surriscaldati e avvolgono
i riccioli in due ciocche, essendo troppo corti,
e lasciano i capelli lisci su tempie e fronte.
160 La fantesca, intrecciati a ghirlanda dei freschi
fiordalisi, li porge a Telimena; questa,
con grande abilità, li appunta sulla testa
di Sofia, da destra verso sinistra; spiccano
i fiori tra i capelli come spighe nel grano!
165 Viene tolto il peignoir, la veste bianca è pronta.
Sofia se la infila dalla testa, arrotola
in mano un fazzoletto candido di batista
e appare in tutto il suo biancore come un giglio.

Sistemate di nuovo la veste e la chioma


170 la fanno camminare su e giù per l’alcova;
Telimena la osserva con il suo occhio esperto,
la ispeziona, si arrabbia, si indigna a viso aperto,
finché, a una riverenza goffa, urla disperata;
«Povera me! Ecco i danni di una vita passata
175 con le oche e coi pastori! Cammini a gambe larghe
come un maschio, e gli occhi li butti a destra e a manca
come una divorziata! Ma che inchino maldestro!»
«Ah, zia!», risponde triste. «Ma io che colpa ho!
Mi hai tenuta rinchiusa, non potevo ballare
180 e per la noia amavo nutrire il pollame,
fare la bambinaia; ma fammi stare un poco
con la gente e vedrai che mi correggerò».
«Beh», fa la zia, «tra i due mali meglio il pollame
che i tangheri che ho visto ospitare qui in casa;
185 ricordi chi veniva invitato da noi?
Togati con la pipa, oppure quel curato
che bofonchia preghiere o gioca a dama. Sai
quante belle maniere avresti imparato!
Almeno adesso abbiamo qualcuno a cui mostrarci,
190 una compagnia egregia alloggia in questa casa.
Presta attenzione al Conte, un giovane istruito,
educato, parente stretto del Palatino,
sii gentile con lui…»

Si odono di fuori
dei nitriti e un brusio di voci: i cacciatori!
195 Corre in sala tenendo Sofia sottobraccio.
I cacciatori, prima di entrare nelle stanze,
si sono ritirati in camera a cambiarsi,
non vogliono mostrarsi con le giubbe alle dame.
Giungono prima i giovani, Taddeo e il Conte, già pronti.

200 La zia assolve i compiti spettanti alla padrona.


Li accoglie e fa sedere, conversa amabilmente,
li intrattiene e presenta a tutti la nipote;
prima a Taddeo, in quanto sua parente; Sofia
gli fa una riverenza, lui un profondo inchino,
205 vuole dirle qualcosa, ha già aperto la bocca,
ma al vedere il suo sguardo lo ha preso un tal timore
che resta muto in preda al rossore, al pallore,
non riesce a indovinare ciò che accade al suo cuore.
Si sente infelice – ora la riconosce!
210 Dall’altezza, i capelli biondi, dalla sua voce,
quei fianchi e quella testa, vicino allo steccato!
Quella voce graziosa stamani lo ha svegliato.

Il Tribuno strappò Taddeo all’imbarazzo;


vedendo impallidire e vacillare il ragazzo
215 gli consigliò di andare a riposare a letto;
Taddeo, fermo nell’angolo, si appoggiò al caminetto,
in silenzio – volgeva le pupille smarrite
e larghe sulla zia, e poi sulla nipote.
Telimena si accorse che nel veder Sofia
220 Taddeo si era turbato, era rimasto scosso;
non indovinò tutto, era indaffarata
con gli ospiti, comunque gli tenne gli occhi addosso.
Infine trovò il tempo di corrergli vicino:
sta bene? perché è triste? domanda, poi insiste,
225 accenna a Sofia, comincia a far battute.
Taddeo, appoggiato al gomito, immobile, sta muto,
le ciglia aggrottate, una smorfia sul viso,
il che ancor più confonde Telimena, stupita.
Allora lei a un tratto cambiò il tono e la faccia,
230 si alzò furiosa e usando parole molto aspre
lo inondò di rimbrotti, cominciò a incolparlo;
come punto da un’ape Taddeo ebbe uno scatto,
la guardò torvo e poi sputò, e senza parlare
diede un calcio alla sedia e scappò dalla stanza
235 sbatacchiando la porta. Per fortuna la scena
non la vide nessuno, a parte Telimena.

Schizzò oltre il cancello, corse dritto nel campo.


Come il luccio a cui l’amo ha trapassato il petto
guizza e s’immerge e crede di farcela a fuggire,
240 ma si trascina dietro ovunque il ferro e il filo:
così Taddeo tirava con sé i propri tormenti205
scivolando tra i fossi, saltando i recinti
senza scopo né meta; vagò ancora per molto,
infine giunse al bosco, vi penetrò nel folto
245 e giunse un po’ per caso o per scelta, chissà,
al poggio, testimone della felicità
di ieri, del biglietto dato in pegno d’amore,
nel luogo detto il Tempio della Meditazione.

Getta un’occhiata in giro e vede… Quella è lei!


250 Telimena, da sola, immersa nei pensieri,
mutata nell’aspetto e nell’abito da ieri,
bianca sopra la pietra sembra anche lei di pietra;
preme le mani al viso chino e pur non sentendo
singhiozzare è evidente che lei sta lacrimando.

255 Il cuore di Taddeo invano si difese,


provò pietà, si sentì già preso dal rimorso,
nascosto dietro l’albero la guardò muto a lungo,
poi sospirò e a se stesso esclamò furibondo:
«Sciocco! Che colpa ha lei se mi sono sbagliato!»
260 Perciò pian piano fece capolino dall’albero,
quand’ecco Telimena balzò di scatto in piedi,
si lanciò a destra e a manca, poi scavalcò il ruscello
a braccia spalancate, pallida, coi capelli
sciolti, schizzò nel bosco, saltellò, inciampò, cadde
265 e non potendo alzarsi rotolò tra le zolle.
Dai suoi gesti pareva colpita da una folle
sofferenza; si afferrò il seno, il collo, i piedi,
le ginocchia; Taddeo, ritenendola in preda
a pazzia o mal caduco, accorse. Ma la vera
270 ragione era un’altra.

Nel betulleto c’era


un grande formicaio. Quell’insetto industrioso
brulicava nell’erba precipitoso e nero;
forse per esigenza o per predilezione
amava molto il Tempio della Meditazione.
275 Ha tracciato la strada per il suo contingente
dal monticello fino ai bordi della fonte.
Telimena, purtroppo, stava su quel passaggio;
le formiche, attratte dal bianco delle calze,
erano accorse in massa vellicando e pungendo;
280 fu costretta a fuggire, a scuotersi la veste,
poi si sedé sull’erba a caccia degli insetti206.
Taddeo non poté esimersi dal correrle in aiuto;
nel pulirle la gonna si chinò fino ai piedi,
le sfiorò casualmente con le labbra la tempia…
285 Pur tacendo la lite accaduta il mattino,
quel fare amichevole riportò l’armonia;
chissà quanto sarebbe durato quel parlare,
se non li avesse scossi dall’oblio la campana.

È l’appello alla cena: tempo di rincasare,


290 tanto più che vicino c’è un crocchiare di sterpi.
Li staranno cercando? È meglio separarsi;
Telimena va a destra, s’infila nel giardino,
Taddeo corre a sinistra sulla strada maestra,
in quella ritirata sono un pochino in ansia:
295 lei crede di aver scorto dietro un cespuglio il viso
incappucciato, magro, di Verme il bernardino;
lui ha ben visto un’ombra bianca e lunga due volte
apparire a sinistra; non sapeva chi fosse,
ma stava percependo in modo ormai palese
300 che era il Conte con la sua redingote inglese.

Si cenava al castello. Il testardo Protaso,


senza fare alcun caso ai divieti del Giudice,
in sua assenza aveva invaso il castello
e vi aveva “intromesso” (diceva)207 la dispensa.
305 Tutti entrano in buon ordine, si dispongono in tondo;
il Ciambellano occupa, per età e ufficio, il posto
a tavola più alto: gli spetta di diritto.
A dame, vecchi e giovani fa un cenno di saluto.
Il frate è assente; a destra del Ciambellano siede,
310 al posto del questuante, la moglie. Intanto il Giudice,
distribuiti gli ospiti secondo convenienza,
si segna e benedice la mensa in latino;
si versa vodka agli uomini e poi inizia il pranzo,
zitti e spediti mangiano il chłodnik208 alla panna.

315 Seguono al chłodnik gamberi, asparagi, pollastri,


in compagnia di calici di malaga e tokaj;
tutti mangiano e bevono in totale silenzio.
Dai tempi in cui eressero le mura del castello,
generoso con tanti fratelli in nobiltà,
320 echeggiante di allegri evviva in libertà,
mai cena fu più cupa: solo il tinnio dei piatti
e lo scoppio dei tappi rimandava l’androne
grande e vuoto; sembrava che un maligno demonio
avesse imbastito le labbra ai commensali.

325 Molti erano i motivi di quel silenzio; appena


tornati dalla selva tutti erano ciarlieri,
ma pensando alla caccia, sfogato il fervore,
compresero di esserne usciti senza onore:
ci mancava soltanto che un cappuccio di pope209
330 saltasse fuori come Filip dal canapaio*
beffando i cacciatori del distretto!! Che infamia!
Ma che dirà la gente di Lida, di Oszmiana210,
che da sempre competono con noi per il primato
dei tiratori? È a questo che stavano pensando.

335 L’Assessore e il Notaio, oltre al mutuo rancore,


hanno in mente l’affronto toccato ai due levrieri.
Negli occhi hanno la lepre vile che allunga i piedi
e agita il codino in un gesto di scherno,
e il codino è una frusta che sferza i loro cuori;
340 chino il volto sul piatto, pensano a quel dolore.
Inoltre l’Assessore è in preda a nuova pena,
guardando i suoi rivali intorno a Telimena.

Telimena, seduta a fianco di Taddeo,


turbata, azzarda appena lanciargli qualche occhiata;
345 vorrebbe intrattenere il Conte rabbuiato,
coinvolgerlo in un dialogo, migliorargli l’umore,
è stranamente acido dopo la passeggiata
o – come Taddeo pensa – dopo quell’imboscata.
Mentre ascolta la donna alza la fronte altero,
350 corruga il sopracciglio, la guarda quasi in spregio,
poi si sposta, si siede proprio accanto a Sofia,
le porge i piatti, versa il vino nel bicchiere,
fa mille complimenti, si inchina, le sorride,
straluna gli occhi e manda un profondo sospiro.
355 Ma nonostante questi abili ammiccamenti
si vede che lo fa per dispetto a Telimena
perché, girando il capo quasi sbadatamente,
continua a fulminarla con lo sguardo pungente.

Lei non riesce a capire qual è il significato,


360 scrolla le spalle e pensa: ma che tipo bislacco.
Poi, piuttosto contenta della corte del Conte,
si volge verso lui, che le sedeva accanto.

Taddeo, cupo, non mangia, non beve, sordo a tutto


finge di ascoltare, fissa gli occhi sul piatto;
365 Telimena gli mesce del vino, Taddeo freme
per l’insistenza; lei gli chiede se sta bene,
lui sbadiglia. È irritato (com’è cambiato in fretta!)
che Telimena accetti tanti corteggiamenti;
ora lo scandalizza quel décolleté profondo,
370 sfacciato… E che succede quando solleva l’occhio!
Inorridisce. Ora il suo sguardo è più sagace,
non appena le guarda le guance accese scopre
in men che non si dica l’orribile segreto!
Mio Dio! È incipriata!

Che sia cipria scadente


375 oppure stropicciata sul viso casualmente,
tant’è che qua e là è rada, svela una carnagione
ruvida. Forse al Tempio della Meditazione
sfiorandola ha rimosso dalla biacca il carminio,
più lieve della polvere delle ali di farfalla.
380 Telimena, tornata dal bosco troppo in fretta,
non ha trovato il tempo di rifarsi il belletto,
specie intorno alla bocca si vedono le efelidi.
Come due spie astute gli occhi di Taddeo,
scoperto un tradimento, cominciano a indagare
385 sul resto delle grazie e a scovare altri falsi:
le mancano due denti, rughe su tempie e fronte
e migliaia di grinze celate sotto il mento!211

Ahimè! Taddeo comprese quant’è pericoloso


analizzare troppo la bellezza, e odioso
390 farsi spia dell’amante, e quanto sia esecrando
cambiare il gusto e il cuore… ma al cuore chi comanda?
Tenta con la coscienza di supplire all’amore,
di riscaldarsi l’anima algida col calore
del suo sguardo, ma invano. È uno sguardo di luna,
395 chiaro ma freddo, e luccica su un’anima ormai dura…
Così, tra le lagnanze e i rimorsi, sul piatto
chinò la testa e tacque, mordendosi le labbra.

Nel frattempo il maligno lo tenta nuovamente:


origliare Sofia che sta parlando al Conte.
400 La fanciulla, colpita dalla sua gentilezza,
dapprima è arrossita e ha abbassato gli occhietti,
poi si son messi a ridere, ora stanno parlando
di un incontro inatteso nell’orto, un calpestare
di aiuole e un saltellare in mezzo alle bardane.
405 Taddeo, le orecchie tese, ingurgitava quelle
parole amare e se le rimuginava in petto.
Che brutta cena! Come la vipera in giardino
con le due zanne succhia dalle erbe il veleno212,
si attorciglia a gomitolo, giace in mezzo alla strada
410 minacciando l’incauto piede che non le bada213,
così Taddeo, imbevuto di gelosia, sembrava
indifferente a tutto, ma scoppiava di rabbia.

Se nel gruppo più allegro qualcheduno si arrabbia,


presto la sua tetraggine si riversa sugli altri.
415 Da un bel po’ i cacciatori stanno tutti imbronciati,
gli altri hanno chiuso il becco, da Taddeo contagiati.

Persino il Ciambellano, mai visto così tetro,


non intende parlare, vedendo le due figlie –
di gran dote e avvenenza, fresche d’anni, per tutti
420 i migliori partiti dell’intero distretto –
tacere, trascurate dai giovani musoni.
All’ospitale Giudice spiace la situazione,
e il Tribuno, vedendoli cupi, pensa: «Ma questa
cena non è polacca, è una cena da lupi!»

425 Il suo udito era sensibile al silenzio,


lui era un contastorie, amava i chiacchieroni.
Nulla di strano! Aveva trascorso la sua vita
coi nobili ai banchetti, a caccia, alle Dietine;
i suoi timpani avevano bisogno del rumore
430 anche quando taceva o pedinava mosche,
o quando, chiusi gli occhi, si metteva a sognare;
di giorno ascoltava, di notte bisognava
sussurrargli il rosario o raccontargli fiabe;
per questo era un nemico giurato della pipa,
435 invenzione tedesca per forestierizzarci;
diceva: «Farci muti, cioè tedeschizzarci»214.
Loquace dalla nascita, riposa nel brusio
e il silenzio lo sveglia: così come il frastuono
delle ruote assopisce il mugnaio, e se cessa
440 svegliandosi impaurito grida: «E il Verbo divenne…»215

Il Tribuno fa un segno d’ossequio al Ciambellano


e, mano sulle labbra, al Giudice fa un cenno,
chiedendo la parola; a quel muto richiamo
i due chinano il capo per dire: «Permettiamo…»
445 E cominciò il Tribuno:

«Inviterei i giovani
a divertirsi a cena alla maniera antica,
non tacer masticando: non siamo cappuccini!
Chi tace in mezzo ai nobili fa come il cacciatore
che lascia arrugginire la palla nel fucile;
450 ecco perché io adoro la facondia degli avi.
Dopo la caccia andavano a tavola non solo
per mangiare, ma davano la stura alle parole
che ognuno aveva in cuore, i plausi e gli scacchi
dei cacciatori, i tiri, i battitori e i bracchi
455 li mettevano in piazza; ne nasceva un trambusto
gradito ai loro orecchi come un’altra battuta.
Questa nube di cruccio – so che questo è il problema –
pare si sia alzata dal cappuccio di Verme!
È un’onta avere fatto cilecca! Non è il caso,
460 ne ho visti di migliori di voi che hanno sbagliato;
è il bello della caccia, si sbaglia, si colpisce,
si rimedia. Io stesso, che adopero il fucile
fin da bimbo, ho fallito; e il famoso Tułoszczyk,
e a volte anche il defunto Rejtan falliva il colpo.
465 Di Rejtan parlo dopo. Quanto ai due giovanotti
che non hanno saputo stare al passo dell’orso
pur con la rogatina, nessuno li condanna
né li loda, ché darsela a gambe con la palla
ancora in canna un tempo stava a significare
470 che uno era il più grande codardo tra i codardi;
e tirare alla cieca (come più d’uno tira)
senza aspettar la bestia né prendere la mira
è una cosa infamante; ma chi mira per bene
e lascia avvicinare l’orso, come conviene,
475 se sbaglia può arretrare senza alcun disonore
o battersi con l’asta, ma solo se lo vuole,
non per dovere: infatti la rogatina s’usa
non per sferrar l’attacco, ma solo per difesa.
Così era una volta. Quindi, caro Taddeo
480 e Lei, esimio Conte, la vostra ritirata
non prendetela a cuore, credetemi! E un giorno,
quando ripenserete all’episodio odierno,
rammenterete il monito che vi affida il Tribuno:
tagliar la strada all’altro non è proprio opportuno,
485 e mai sparare in due alla stessa selvaggina».

E mentre pronunciava: «la stessa selvaggina»,


l’Assessore, pianino, suggerì: «Signorina!»
«Bravo!» fecero i giovani, tra risate e sussurri
ripetevano a turno l’appello del Tribuno,
490 o meglio la sua ultima parola – selvaggina –
mentre gli altri gridavano ridendo: signorina;
e il Notaio: «donnetta», l’Assessore: «civetta»,
e intanto con lo sguardo stiletta Telimena.

Il Tribuno, ben lungi da qual che sia allusione,


495 ai mormorii nascosti non prestava attenzione;
lieto di aver svagato le dame e i giovanotti
pensò di rallegrare anche i cacciatori.
E cominciò mescendosi un calice di vino:

«Invano sto cercando con i miei occhi il frate,


500 volevo raccontargli un caso interessante
simile al fatto odierno. Il Chiavaio diceva
di avere conosciuto solo un uomo capace
di colpir da lontano con tale precisione.
Io ne conosco un altro216 che con un colpo solo
505 ha salvato due nobili; l’ho visto di persona
quand’erano in battuta il deputato Rejtan
e il principe di Nassau217 nei boschi a Naliboki218.
Non vi fu alcun livore nei confronti del nobile,
anzi, loro per primi bevvero in suo onore,
510 gli offrirono un gran numero di splendidi regali,
compresa anche la pelle di quel cinghiale ucciso;
del cinghiale e del tiro vi narrerò da teste
oculare, ché il fatto assomiglia a quello odierno,
e accadde ai più grandi tiratori del tempo,
515 il principe di Nassau e il deputato Rejtan».

In quella si alzò il Giudice, colmandosi la coppa:


«Brindo alla salute di Verme e a Voi, Tribuno!
Non potendo colmare di doni il nostro frate,
lo pagheremo almeno per le cartucce usate;
520 vi assicuro che l’orso ucciso nella selva
basterà per due anni alla mensa in convento.
Ma non gli do la pelle! O gliela porto via
o, da umile monaco, me la cede ed è mia,
o la compro, sia pure per dieci zibellini.
525 Disporrò della pelle secondo il mio volere;
al servo di Dio spettano la gloria e il primo alloro,
l’Illustre Ciambellano darà la pelle in dono
a chi ha acquisito il merito di giungere secondo».
Il Ciambellano alliscia la fronte, aggrotta il ciglio,
530 mentre ogni cacciatore racconta ciò che ha fatto:
uno ha trovato l’orso, un altro l’ha ferito,
uno ha riunito i cani, un altro ha indirizzato
la bestia verso il folto. L’Assessore e il Notaio
litigano: l’uno loda i pregi del Sanguszko,
535 l’altro del suo Sagalas London-Bałabanówka.

Fa infine il Ciambellano: «Giudice, mio vicino,


è giusto, il primo premio spetta al servo di Dio,
ma a chi vada il secondo è arduo giudicare
e i meriti andrebbero divisi in parti uguali
540 tra tutti, per destrezza, abilità e coraggio.
Ma soprattutto due la sorte ha minacciato,
in due han visto vicine le fauci spalancate:
Taddeo e il Conte. La pelle va assegnata a loro.
Taddeo – ne sono certo –, più giovane e parente
545 del padrone di casa, la cederà al Conte;
prendi la spolia opima, Conte: che questa preda
adorni la tua sala di caccia e sia memoria
della festa di oggi, simbolo di fortuna
venatoria e sia stimolo per la futura gloria».

550 Convinto di aver reso felice il Conte, tacque


contento: non sapeva di trafiggergli il cuore.
Il Conte, a quell’accenno alla sala di caccia,
sollevò suo malgrado lo sguardo, e quelle teste
di cervi, quelle corna ramose come un bosco
555 di lauri coltivato dai padri per gli allori
dei figli, quei pilastri ornati di ritratti
e il vecchio Mezzocapro splendente sulla volta,
si rivolsero a lui con voci del passato.
Si scosse, gli sovvenne da chi era ospitato:
560 l’erede degli Horeszko ospite in casa propria,
al desco dei Soplica, nemici secolari!
E per giunta l’acredine verso Taddeo lo aizza
con maggior forza contro la famiglia Soplica.

Disse con un sorriso amaro: «La mia casa


565 è piccola, non degna di un dono sì grandioso;
che l’orso stia fra queste corna, mentre io aspetto
che me lo renda il Giudice, assieme al mio castello».

Il Ciambellano vide che si metteva male,


batté la tabacchiera e chiese di parlare.

570 «Conte, a te va tutto il mio apprezzamento,


perché badi agli affari anche durante il pranzo,
non come i signorini alla moda tuoi coetanei
che non pensano ai conti. Io nutro la speranza
di giungere al giudizio finale del processo,
575 la difficoltà è il fondo annesso al castello.
Ho già un progetto: il fondo in cambio di terreni,
nel modo che ora spiego…» E qui cominciò a esporre,
puntuale come sempre, i dettagli del piano.
Era a metà discorso quando dall’altro capo
580 del tavolo ebbe inizio un trambusto imprevisto:
c’è chi ha visto qualcosa e indica col dito,
chi corre là con gli occhi, finché ogni testa, come
spighe al vento contrario, si gira al lato opposto,
all’angolo.

Dall’angolo dov’è appeso il ritratto


585 del defunto Dapifero, ultimo degli Horeszko,
da una porticina nascosta tra i pilastri
è emersa una figura, quasi forma spettrale:
Gervaso. Da altezza, viso e giubba gialla
coi Mezzicapri argentei tutti lo riconoscono.
590 Avanza ritto come un palo, grave e muto,
non si è tolto il cappello, non accenna un saluto;
tiene in mano una chiave – brilla come un pugnale –
apre un armadio e dentro fa ruotare qualcosa.

Nell’androne, ai due angoli, appoggiati ai pilastri


595 c’erano due orologi a cucù negli armadi,
due vecchi stravaganti in dissidio col sole
che spesso indicavano mezzogiorno al tramonto;
non si era mai accinto, Gervaso, a ripararli,
però non li lasciava mai senza caricarli,
600 con la chiave ogni sera dava loro tormento
e anche oggi è giunto il fatidico momento.
Mentre il Ciambellano tien desta l’attenzione
delle parti in conflitto, Gervaso tira un peso:
stride il dente sbreccato delle ruote ossidate,
605 sussulta il Ciambellano, tronca l’esposizione.
«Fratello», dice, «il tuo lavoro è così urgente?»
e si appresta a concludere; ma il Chiavaio, insolente,
tira anche il secondo peso con maggior forza:
il ciuffolotto posto in cima all’orologio
610 sbatte le ali e trilla l’usuale carillon.
L’uccello, fatto ad arte (peccato che sia guasto),
s’impapera, squittisce, più canta e più è stonato,
e gli ospiti giù a ridere. Si fermò il Ciambellano,
gridò: «Messer Chiavaio, o meglio, vecchio allocco,
615 basta con questo strepito se ci tieni al tuo becco!»

Gervaso, indifferente al dire minaccioso,


poggiò grave la mano destra sull’orologio,
la sinistra sul fianco; in quella posizione
gridò: «Ciambellanuccio! Lei fa lo spiritoso,
620 il passero è più piccolo, ma nel suo nido è audace
più dell’allocco in case estranee annidato;
io sono il chiavaio, allocco è chi di notte
entra in soffitte altrui, e io lo metto in fuga».
«Fuori!», urlò il Ciambellano.

«Signor Conte, lo vede»,


625 esclamò il Chiavaio, «cosa sta succedendo?
Lei con questi Soplica sta mangiando e bevendo,
e questo è un disonore! E ci voleva ancora
che io, funzionario al castello, chiavaio
degli Horeszko, io, io, Gervaso Rębajło,
630 fossi offeso in casa Sua? Come sopportarlo?!»
Per tre volte Protaso gridò: «Fate silenzio!
Sgombrate l’aula! Io, Protaso Baldassarre
Brzechalski, dai due nomi, un tempo generale
tribunalizio vulgo usciere, adduco i fatti
635 e chiedo un sopralluogo, chiamando a testimoni
i ben nati presenti e esorto l’Assessore
a dare il via a un’indagine condotta sull’istanza
del Giudice Soplica, ovvero sull’irruptio
oltre i confini leciti violando il castello
640 sul quale legalmente il Giudice comanda,
come dimostra il fatto che al castello egli mangia».
«Gracchione!»219, urlò il Chiavaio. «Io non te la do vinta!»
Estrasse le sue chiavi di ferro dalla cinta,
le roteò intorno al capo, le lanciò a tutta forza:
645 volò il mazzo ferrato come sasso da fionda.
Gli avrebbe di sicuro spaccato il cranio in quattro,
ma s’incurvò Protaso, schivò il colpo mortale220.

Saltarono su tutti nel silenzio totale,


poi il Giudice gridò: «Ai ceppi il criminale!
650 Forza ragazzi!» E i servi si lanciano agilmente
nello stretto passaggio tra panca e parete,
ma il Conte con la seggiola sbarra loro la strada
e quel fragile argine rinforza con la gamba:
«Indietro!», grida. «Giudice! Nessuno può oltraggiare
655 in casa mia un mio servo, chi ha delle rimostranze
nei confronti del vecchio le sottoponga a me».

Lo guardò il Ciambellano con gli occhi torti: «Anche


senza il tuo intervento io saprò castigare
l’audace nobilastro; e tu, Conte, anzitempo
660 ti appropri del castello. Non c’è ancora il verdetto,
qui non sei tu il padrone, non tu ci stai ospitando;
siedi e stai zitto; se non i miei capelli bianchi,
rispetta la più alta carica del distretto».

«Sai quanto me ne importa…», disse tra i denti il Conte,


665 «Vai a scocciare gli altri con simili argomenti,
la carica, il riguardo… Che sciocco a mescolarmi
con i vostri bagordi alcolici e volgari.
Mi renderete conto del mio onore offeso;
a presto, ma da sobri… Vieni con me, Gervaso!»

670 Giammai il Ciambellano si sarebbe aspettato


tale risposta. Stava riempiendo appunto il calice
quando fu folgorato dall’ardire del Conte:
con la bottiglia immobile appoggiata al bicchiere,
sporse il capo di lato ed aguzzò gli orecchi
675 con gli occhi spalancati, la bocca mezza aperta;
taceva, ma stringeva il bicchiere così forte
che andò in frantumi e il liquido gli sprizzò dentro gli occhi.
Pareva che col vino fosse schizzato il fuoco
nell’anima, da quanto bruciavano occhio e volto.
680 Balzò su per parlare, biascicò una parola
indistinta e tra i denti poi scaturì: «Moccioso!
Contino! Io ti… Tommaso, la sciabola! Ti insegno
io i mores! Tu, moccioso… Tu ti meriti il boia!
La carica, il riguardo scocciano il signorino!
685 Che orecchi delicati! Ti mozzo gli orecchini!
Foras di qui! Tommaso! La karabela221, presto!»

Accorsero gli amici appresso al Ciambellano;


gli afferrò il braccio il Giudice: «Si fermi, non è il caso,
prima ha sfidato me. La sciabola, Protaso!
690 Ballerà col bastone come l’orso del circo!»
Taddeo lo bloccò: «Illustre Ciambellano, e tu, zio,
non è per voi indegno dar spago a un damerino?
Qui non ci sono giovani? Lasciate fare a me,
lo punirò a dovere. Tu che offendi gli anziani,
695 smargiasso, lo vedremo tutto quel tuo valore
di cavaliere eroico; domani sceglieremo
il luogo del duello e l’arma. Quindi adesso,
finché sei tutto intero, sparisci!»

È un buon consiglio,
ormai il Chiavaio e il Conte sono privi di appigli.
700 Al capo alto del tavolo c’è solo un gran baccano,
ma dal fondo svolazzano bottiglie intorno al cranio
del Conte. Angosciate, le donne supplicanti
piangono, Telimena lancia un «Ahimè!», dilata
gli occhi, si drizza in piedi e perde i sentimenti,
705 e abbandonando il collo sulla spalla del Conte
appoggia sul suo petto il suo seno di cigno.
Pur adirato, il Conte trattiene il proprio sdegno,
comincia a rianimarla, a massaggiarla.

Intanto
Gervaso, esposto ai colpi di sgabelli e bottiglie,
710 sta barcollando e i servi, rimboccate le maniche,
si scagliano in massa su di lui; per fortuna
Sofia, visto l’assalto, mossa a pietà si lancia
a far da scudo al vecchio, le braccia aperte a croce.
Si arrestano; Gervaso indietreggia pian piano,
715 scompare alla vista, cercano sotto il tavolo;
dal lato opposto, a un tratto, come dal sottosuolo,
esce reggendo con le sue braccia vigorose
una panca, la rotea come un mulino a vento,
spazza via mezzo androne, prende il Conte e protetti
720 dalla panca guadagnano la via verso la porta,
sulla soglia Gervaso si arresta, guarda ancora
i nemici nel dubbio se arretrare armato
o cercare fortuna con l’arma e dar battaglia.
Sceglie il secondo. Leva la panca a mo’ d’ariete
725 per scagliarla, già inarca il collo e tende il petto,
alza il piede e sta quasi… Ma intravede il Tribuno
e sente dentro il cuore un moto di paura.

Il Tribuno, seduto con gli occhi mezzi aperti,


zitto, sembrava immerso in profondi pensieri;
730 soltanto quando il Conte affrontò il Ciambellano
e minacciò il Giudice volse pian piano il capo,
annusò due presine e si sfregò le palpebre.
Sebbene imparentato soltanto alla lontana
col Giudice, alloggiava nella casa ospitale
735 badando alla salute dell’amico. Osservava
pertanto attentamente le fasi della lite:
allungò sopra il tavolo la mano e le dita,
il coltello nel palmo, l’unghia del dito indice
sul manico e la lama rivolta verso il gomito;
740 poi dondolò il braccio piegato un po’ all’indietro
come per trastullarsi, però fissava il Conte.

Il lancio del coltello, tremendo nelle risse,


in Lituania era un’arte sul punto di sparire,
nota solo agli anziani. Gervaso la esperiva
745 in zuffe d’osteria, ma il Tribuno eccelleva.
Si vede dallo slancio che colpirà con forza,
dagli occhi s’indovina che mirerà al Conte
(ultimo degli Horeszko, seppur per via materna).
Ai più giovani sfuggono le manovre del vecchio;
750 Gervaso è impallidito, con la panca protegge
il Conte e arretra. «Piglialo!», gridano tutti. «Fugge!»

Come il lupo accerchiato davanti a una carogna


si scaglia sulla muta che gli ha interrotto il pasto
e sta per azzannarla, ma in mezzo ai latrati
755 scatta una cresta e il lupo riconosce lo scatto,
indaga con lo sguardo e dietro i levrieri,
chinato su un ginocchio, adocchia il cacciatore
con la canna puntata e il dito sul grilletto;
cala le orecchie e svicola, la coda tra le gambe,
760 la muta trionfante si lancia con fragore
e gli mordicchia il pelo, l’animale si volta,
guarda, sbatte le fauci, digrigna i denti bianchi
per impaurirli e i cani scompaiono guaendo:
così Gervaso arretra con fare minaccioso
765 bloccando gli attaccanti con la panca e con gli occhi,
per sparire col Conte dentro una nicchia oscura.

Gridano ancora: «Piglialo!» Ma il trionfo non dura


perché nel coro, accanto all’organo, riappare
sulla massa di teste ad un tratto il Chiavaio
770 che divelle le canne di stagno: se le scaglia
da lassù in alto allora sarà una vera strage.
Ma la folla degli ospiti già esce dall’androne,
i servi atterriti non osano far fronte,
dietro ai padroni scappano prendendo il vasellame,
775 rinunciando a una parte di stoviglie e posate.

Chi abbandonò per ultimo il campo di battaglia,


incurante dei colpi? Fu Protaso Brzechalski.
Dietro il seggio del Giudice, in piedi, imperturbabile,
continuò il suo intervento con il tono da usciere
780 finché concluse e uscì dal campo ormai deserto,
gremito di feriti, cadaveri e macerie.

Niente perdite umane, però tutte le panche


hanno i piedi slogati; il tavolo azzoppato,
spoglio della tovaglia, giace sui piatti rossi
785 di vino – un cavaliere su brocchieri sanguigni –
tra numerosi corpi di polli e tacchinelle
dai petti trapassati con punte di forchette.

Dopo un po’ nell’androne solingo del castello


degli Horeszko ritorna la solita quiete.
790 Il buio è fitto, i resti del fastoso convito
giacciono come il pasto notturno offerto agli Avi
nel luogo del raduno dei defunti evocati222.
Come il guślarz223, gli allocchi nel solaio han gridato
tre volte a salutare lo spuntar della luna
795 la cui forma sul tavolo tremola come un’anima
del purgatorio; i ratti, a guisa di dannati,
balzano su dai buchi del sottosuolo, e rodono,
e bevono; in un angolo, scordata, a una bottiglia
di champagne salta il tappo… un brindisi agli spiriti.

800 Ma al piano, nel salone senza specchi ma ancora


chiamato degli specchi, il Conte sulla loggia
volto verso il portone si rinfrescava al vento,
un braccio in una manica, le falde e l’altra manica
increspate sul collo: la redingote pareva
805 drappeggiare il suo petto come fosse un mantello.
Gervaso misurava la sala a grandi passi;
entrambi pensierosi, parlavano a se stessi.
Il Conte: «La pistola, o la sciabola, se vogliono».
Il Chiavaio: «Il castello e il villaggio sono nostri!»
810 «Sfidare zio e nipote, tutta quanta la razza!»,
grida il Conte. «Si prenda il castello, il villaggio
e i terreni!», continua Gervaso: «S’impossessi
di tutto! Messermio, perché fare processi?
La cosa è chiara come il sole: il maniero
815 per quattrocento anni fu in mano agli Horeszko,
alcuni fondi furono scorporati al tempo
di Targowica224 e in seguito assegnati ai Soplica.
Non solo quelli, tutto quanto in loro possesso
va preso, per il furto e i costi del processo.
820 Io Gliel’ho sempre detto: evitare il processo!
Io Gliel’ho sempre detto: invadere, occupare!
Come un tempo: chi arraffa la terra ne è padrone,
se vinci in campo aperto vinci anche in tribunale.
Quanto poi alle antiche dispute con Soplica,
825 molto più di un processo vale il mio Temperino,
e se Mattia in aiuto mi dà la sua Verghetta
in due noi taglieremo tutti i Soplica a fette!»

«Bravo! Il tuo piano gotico-sarmatico mi piace»,


disse il Conte, «più delle liti tra gli avvocati.
830 Sai che? Con questa impresa faremo una buriana
con una spedizione mai vista in Lituania.
E ci divertiremo. Sono qui da due anni,
e che battaglie ho visto? Quelle per i confini
dei campi! Ma la nostra preannuncia spargimento
835 di sangue, ne ho già fatta una uguale durante
il mio viaggio in Sicilia. Ero ospite a corte
di un duca, dei briganti rapirono tra i monti
suo genero e pretesero un riscatto, gli infami;
noi, radunati in fretta i servi e i vassalli,
840 li attaccammo; io stesso trafissi due banditi,
giunsi all’accampamento e liberai il rapito.
Ah, Gervaso! Il ritorno fu splendido, trionfale,
degno dei cavalieri dell’epoca feudale!
Il popolo coi fiori! La duchessina, grata
845 al salvatore, in lacrime cadde tra le mie braccia!
A Palermo sapevano già tutto dai giornali,
le donne mi indicavano col dito. Non bastasse,
uscì pure un romanzo in cui si narra come
avvenne il fatto, e sono citato col mio nome.
850 S’intitola: Il Conte, ovvero il mistero
della Rocca Birbante. In codesto maniero
ci sono le segrete?» «Sì, ci sono cantine
enormi, però vuote! Tutto il vino che c’era
l’han bevuto i Soplica!» «Bisogna armare i jockey,
855 radunare i vassalli dai campi!»225 «I lacchè?
La scorreria non è una bricconeria.
Chi mai l’ha vista fare coi lacchè e coi villani?
Signore, Lei s’intende ben poco di incursioni,
non cerchi nei villaggi e raduni i baffoni226,
860 li cerchi nelle case dei borghi nobiliari
di Dobrzyn, di Rzezików, di Ciętycze e Rąbanki227;
nobiltà secolare, sangue cavalleresco,
tutti sostenitori da sempre degli Horeszko,
tutti ostili ai Soplica! Ci penso io, stia certo,
865 di nobili baffoni ne adunerò trecento!
Lei torni a palazzo e dorma e si riposi,
perché domani avremo un sacco di lavoro;
a Lei piace dormire, ha già cantato il gallo
due volte; fino all’alba vigilerò il castello,
870 e poi andrò a Dobrzyn allo spuntar del sole».

Il Conte si accingeva a lasciare il loggiato,


ma prima posò l’occhio dentro la feritoia;
nel veder Soplicowo immersa nelle luci,
gridò: «Illuminate! Ma domani a quest’ora
875 qui farà chiaro, e buio nella vostra dimora!»
Gervaso si sedette, si appoggiò alla parete
e chinò sopra il petto la fronte pensierosa;
la luna si specchiava sul suo cranio pelato,
Gervaso vi tracciava dei segni con il dito:
880 è chiaro, stava ordendo il piano di battaglia.
Fatica a sollevare le palpebre pesanti,
dondola il collo, sente che il sonno sta arrivando
e inizia a recitare le preghiere serali.
Ma strane apparizioni tra il Padrenostro e l’Ave
885 si affacciano, si ammassano, si torcono: il Chiavaio
vede gli Horeszko, vede i suoi vecchi padroni,
chi con le karabele, altri coi buzdygany228,
ciascuno torce i baffi e guata minaccioso,
uno punta la sciabola, l’altro agita la mazza…
890 Dietro di loro un’ombra muta e torva balena,
il petto insanguinato. Non appena Gervaso
la scorge ha un tremore: riconosce il Dapifero!
Per scacciare via gli incubi sparge segni di croce,
bisbiglia litanie per chi sta in purgatorio.
895 Di nuovo gli si incolla l’occhio, ronza l’orecchio…
Vede a cavallo i nobili, lucenti karabele…
L’assalto a Korelicze con Rymsza al comando!229
E poi guarda se stesso sul cavallo leardo
col tremendo spadone levato sopra il capo;
900 garrisce aperta al vento la sua taratatka,
scende giù dall’orecchio la sua konfederatka230,
vola e abbatte al suolo i fanti e i cavalieri,
e infine a Soplica dà fuoco nel granaio…
Si piegò il capo greve di sogni sopra il petto,
905 così si assopì l’ultimo Chiavaio degli Horeszko.
LIBRO SESTO

La borgata nobiliare*

Prime avvisaglie belliche della scorreria. – La spedizione di Protaso. – Verme e il Giudice dibattono
sulla cosa pubblica. – Seguito della spedizione infruttuosa di Protaso. – Digressione sulla canapa. – La
borgata nobiliare di Dobrzyn231. – Descrizione dell’abitazione e della persona di Mattia Dobrzyński.

Sbuca dal buio umido l’alba esangue e conduce


con sé una giornata scialba priva di luce.
È giorno già da tempo, ma lo si vede appena.
La nebbia copre il suolo come il tetto di paglia
5 la misera capanna dei lituani, e la sfera
un po’ più bianca a oriente nel cielo sta a indicare
che il sole è sorto e intende scendere sulla terra,
ma avanza senza gioia e sonnecchia per strada.

Anche la terra indugia sull’esempio del cielo:


10 il bestiame va al pascolo in ritardo e sorprende
le lepri ancora intente a tarda colazione;
sono avvezze a tornare nei boschi appena albeggia,
ma oggi alcune brucano nella bruma il centonchio,
altre, scavando buche, si assembrano a coppie
e pensano di darsi all’aria aperta all’ozio,
ma il bestiame le affretta a far ritorno al bosco.

Tace anche il bosco. È sveglio, l’uccello, ma non canta,


scossa via la rugiada si accoccola all’albero,
socchiude ancora gli occhi, il capo sotto l’ala,
20 e aspetta il sole. Al bordo di una pozza, lontano,
glotera la cicogna; sedute sui covoni,
cornacchie zuppe gracchiano narrazioni verbose,
profezie di maltempo malviste dai fattori.
Questi, da molto tempo, son già tutti al lavoro.

25 Le mietitrici intonano la solita canzone


cupa, uniforme, languida come un giorno piovoso,
tanto più triste in quanto la nebbia assorbe il suono;
si fa sentire il prato: la falce raspa il grano,
frusciano i falciatori che stan trinciando il guaime
30 fischiettando; a ogni strofa affilano la lama
e battono il ferro al ritmo del martello.
La nebbia cela gli uomini, s’odono solo falci,
falcetti e canti, suoni di musiche invisibili.

Lì nel mezzo l’economo, seduto su un covone,


35 si annoia, scrolla il capo, non osserva il lavoro
ma la strada maestra e il crocevia, là dove
stanno accadendo cose straordinarie e nuove.

Un traffico inusuale percorre dal mattino


strada maestra e vie; qui un carro contadino
40 cigola e fila come la posta; là un barroccio
nobiliare galoppa strepitando, ne incrocia
due o tre; a sinistra un messo vola come un corriere,
dieci o più cavalli si sfidano al galoppo,
tutti hanno fretta e corrono in varie direzioni.
45 Che mai sarà? L’economo scende giù dal covone,
vuole guardare, chiedere; sta a lungo sulla strada,
chiama chi passa, invano, ché nessuno gli bada,
ignoto nella nebbia. Sfrecciano come spettri,
si sente solo il sordo calpestio degli zoccoli
50 e, cosa ancor più strana, un tintinnio di sciabole;
quel suono lo rallegra, ma altresì lo spaventa.
Sebbene in Lituania domini la quiete,
da tempo si sussurra di guerra, dei francesi,
del general Dąbrowski e di Napoleone.
55 Predicono la guerra quelle armi e i cavalieri?
Corre a parlarne al Giudice, sperando di ottenere
anch’egli un qualche lume su ciò che sta accadendo.

A Soplicowo gli ospiti e i familiari, dopo


la rissa della sera, sono tristi e scontenti.
60 La figlia del Tribuno vuol leggere le carte
alle dame, si invitano gli uomini ad un mariasz232:
macché, non hanno voglia, se ne stanno appartati,
i maschi con le pipe, le donne a far la calza;
dormono anche le mosche.

Per la noia il Tribuno


65 getta lo scacciamosche e si sposta in cucina.
Meglio le grida della governante, le botte,
le minacce del cuoco, il chiasso degli sguatteri;
finché cade in un sonno piacevole al moto
costante degli spiedi che girano l’arrosto.

70 Nella sua stanza il Giudice sta scrivendo dall’alba,


l’Usciere aspetta fuori seduto sulla panca.
Il Giudice, conclusa la citazione, chiama
Protaso, a voce alta gli legge la querela
contro il Conte: attentato all’onore, espressioni
75 infamanti; e contro Gervaso per violenze
e botte; e per entrambi oltraggio a magistrati.
Le spese a loro carico, il tutto registrato
fra le cause violente. Andrà notificata,
a voce e di persona, prima che cali il sole233.
80 Grave in volto, l’Usciere, nel vedere il mandato,
tese l’udito e il braccio, ma avrebbe fatto un salto
di gioia: si sentì ringiovanire al solo
pensiero del processo, riandò alle citazioni
che consegnava in cambio di lividi, ma insieme
85 di cospicui compensi. Come fa l’ex soldato
che, invalido di guerra, vive negli ospedali,
al suono di una tromba, di un tamburo lontano,
scatta sul letto e grida «Dagli ai russi!» nel sonno,
sulla gamba di legno scappa dall’ospedale
90 così svelto che un giovane fatica ad acciuffarlo.

Protaso indossò in fretta l’abito da usciere,


non può certo indossare lo żupan234, non il kontusz235,
usati per le grandi parate in tribunale;
per il viaggio ne ha un altro: le brache da cavallo,
95 la giubba le cui falde fermate dai bottoni
si piegano o si lasciano scendere alle ginocchia;
berretto a paraorecchie legate con lo spago,
si alzano col bel tempo, si abbassano col freddo.
Prese il bastone e mosse a piedi, ché un usciere,
100 ben prima del processo – come fa una spia prima
della guerra – si cela con più travestimenti.

Protaso fece bene a partire in fretta e furia,


della sua citazione poco avrebbe goduto.
Stanno cambiando i piani di guerra, a Soplicowo.
105 Verme è corso dal Giudice e pensoso gli ha detto:
«Giudice, la signora zia, quella Telimena,
civetta scriteriata, per noi sarà un problema!
Quando Sofia da piccola restò povera e sola,
Giacinto a Telimena ne affidò l’istruzione,
110 udendo che era buona, che conosceva il mondo.
Vedo invece che tesse intrighi, che complotta,
credo che stia tentando di adescare Taddeo.
La sto osservando; forse fa il filo al Conte, o forse
a entrambi. Noi dobbiamo liberarci di lei,
115 ché non nascano chiacchiere, il suo cattivo esempio
può portare a contrasti fra i due sbarbatelli
e turbare gli accordi legali che hai intrapreso».
«Accordi?», gridò il Giudice con tono veemente.
«Ho chiuso con gli accordi! Ogni patto è sospeso».
120 «Cosa?», interruppe Verme. «Ma ha perso la testa?
Che storie mi racconta? C’è stata un’altra rissa?»
«Non per mia colpa», disse il Giudice, «il Conte
ha dato il via all’alterco, quello sciocco arrogante,
e Gervaso è un bandito: lo chiarirà il processo.
125 Peccato Lei non fosse alla cena al castello,
avrebbe visto in quale modo il Conte mi ha offeso».
«Perché bazzica ancora dentro quelle macerie?!
Non sopporto il castello, non ci ho più messo piede
da quella volta. Ancora una zuffa! È un castigo
130 di Dio! Com’è successo? Bisogna cancellare
questa cosa, son stanco di queste cretinate.
Ho cose più importanti che riappacificare
dei piantagrane: ora riporterò la pace».
«La pace? Sta scherzando? Basta accomodamenti!»
135 (il Giudice batté il piede sul pavimento).
«Ma senti questo monaco! Lo ospito e in compenso
mi mena per il naso! Sappia che i Soplica
non conciliano; quando fanno una citazione
vincono, a volte alla sesta generazione.
140 Ho fatto una sciocchezza seguendo i Suoi consigli,
chiedendo al Ciambellano per tre volte il giudizio.
Da oggi non c’è accordo! Non c’è, non c’è, non c’è!»
(gridava e camminava pestando entrambi i piedi).
«Inoltre per il gesto inurbano di ieri
145 lui dovrà fare ammenda o lo sfido a duello!»
«E poi? Quando Giacinto ne verrà a conoscenza?
Morirà di dolore! Non ne ha visti abbastanza,
per colpa dei Soplica, di mali quel castello?
Non voglio rammentare, fratello, quell’evento.
150 Tu sai che Targowica236 confiscò alcuni fondi,
li staccò dal castello e li assegnò ai Soplica.
E Giacinto giurò, per lavare il peccato,
di restituire i beni al vero proprietario.
Decise di educare Sofia, povera erede
155 degli Horeszko, e pagare per la sua educazione.
Egli al suo Taddeo voleva darla in sposa
per riunire di nuovo le due casate in lotta,
senza vergogna rendere all’erede il maltolto».
«E allora?», gridò il Giudice. «E io che cosa c’entro?
160 Io non lo conoscevo, non lo vedevo neanche,
sapevo solo della sua vita da furfante!
Frequentavo retorica dai Padri gesuiti237,
poi fui dal palatino, valletto al suo servizio.
Presi quei beni, lui mi chiese di accudire
165 Sofia e io l’ho accolta, accudita e allevata,
e penso al suo avvenire; mi annoia questa storia
da donnicciole! E il Conte, perché mai ficca il naso
nel castello? Con quale diritto? Un familiare
degli Horeszko?! È parente per parte di Adamo!*
170 E oltraggia me? E dovrei invitarlo a far pace?!»
«Fratello», disse il prete, «c’è un motivo importante.
Ricordi? Lui voleva mandarlo nell’esercito,
poi lo lasciò in Lituania, lo sai perché? Lo ha fatto
perché qui a casa, in patria, sarà più necessario.
175 Le avrai sentite, ormai ne parlano dovunque,
le nuove che io stesso ho più volte diffuso.
È tempo di dir tutto! Sono cose importanti,
fratello mio! La guerra per la Polonia è in atto!
Fratello, noi saremo polacchi!238 È imminente
180 la guerra! Quando giunsi qui in missione segreta
c’erano gli avamposti sulle rive del Niemen;
Napoleone ammassa un’armata immensa
che l’uomo mai non vide né la storia rammenta,
e al fianco dei francesi l’esercito polacco,
185 Dąbrowski, Poniatowski239, le nostre aquile bianche!
Quando Napoleone darà il primo segnale,
traverseranno il Niemen… rinascerà la patria!»

Il Giudice, ascoltando, posò lento gli occhiali,


mentre osservava il frate non disse una parola,
190 sospirò a fondo, gli occhi già umidi di pianto…
Poi si gettò al collo del frate con veemenza:
«Verme mio!», gridò. «È vero? È tutto quanto vero?
Verme mio!», ripeté. «È tutto quanto vero?
Quante le delusioni! Ricordi? Tutti a dire:
195 Napoleone avanza! E noi lì ad aspettare!
È già nella Corona240, dicevano, ha sconfitto
i prussiani… E lui? Firma quella pace di Tilsit!241
È tutto quanto vero? Non inganni te stesso?»
«È vero», esclamò Verme, «come Iddio nel cielo!»
200 «Sia benedetto il labbro che annuncia tutto questo!»,
disse il Giudice alzando alte le braccia. «Padre,
non avrai da pentirti di questa tua ambasciata,
e neanche il tuo convento, a cui darò duecento
pecore sterpe. Ieri tu ammiravi il mio sauro
205 e lodavi il mio baio: da oggi sono il tiro
del tuo carretto, oggi chiedimi ciò che vuoi,
tutto quel che ti piace, non te lo negherò!
Ma in tutto questo affare col Conte, lascia stare;
egli mi ha fatto un torto e io l’ho querelato,
210 non è il caso…»

Il frate torse le mani attonito.


Piantò gli occhi sul Giudice, scosse le spalle e disse:
«Mentre Napoleone ci viene a liberare
e il mondo intero freme tu pensi al tribunale?
E dopo tutto quello che ti ho appena detto
215 te ne starai seduto calmo a braccia conserte
mentre bisogna agire!?» «Agire? Come?», chiese
Soplica. «Nei miei occhi tu non hai letto niente?
Non lo senti il mio cuore? Fratello, se hai una goccia
di sangue dei Soplica nelle tue vene, ascolta:
220 i francesi attaccano di fronte? E se da dietro
il popolo insorgesse?242 Che dici? Se il Destriero
nitrisse e in Samogizia ruggisse l’Orso!?243 Allora,
se mille combattenti, o almeno cinquecento,
colpissero alle spalle i russi, scoppierebbe
225 come un incendio ovunque la nostra insurrezione,
e se poi, presi ai russi gli stendardi e i cannoni,
andassimo ad accogliere i nostri salvatori?
Noi in marcia e lui, vedendo le nostre lance, chiede:
“Che armata è?”, e noi gridiamo: “Sua Maestà
230 Imperiale, gli insorti, volontari lituani!”
“Chi è il vostro condottiero?” – “Il Giudice Soplica!”
Chi poi mai oserebbe far cenno a Targowica?
Finché scorrerà il Niemen, svetteranno i Ponary,
il nome dei Soplica rimarrà incancellabile;
235 la città jagellonica244 additerà nipoti,
pronipoti, dicendo: È un Soplica, di quelli
che furono i primi a far l’insurrezione!»

E il Giudice: «Non contano le chiacchiere del volgo,


non ho mai fatto caso agli elogi del mondo,
240 io non ho colpe per i peccati di Giacinto,
io nella politica non mi son mai intromesso,
ho fatto il funzionario e arato la mia terra,
ma voglio, essendo un nobile, pulire quella macchia
della mia casa. Sono polacco, e vorrei fare
245 qualcosa per la patria, anche rendere l’anima.
Ero un po’ scarso con la sciabola, però alcuni
han preso dei bei colpi; alle ultime Dietine
ho sfidato e ferito i due fratelli Buzwik,
che… Ma lasciamo perdere. Cosa pensa di fare,
250 padre? Usciamo subito in campo aperto? È facile
riunire i tiratori; la polvere ce l’ho,
il prete ha cannoncini nascosti in canonica;
Jankiel dice di avere molte punte di lancia
e che le posso prendere e usare all’occorrenza.
255 Le portò da Królewiec245 dentro apposite casse,
di nascosto; le prendo, ne faccio far le aste,
le sciabole non mancano, la nobiltà a cavallo,
io e mio nipote in testa – e che sarà sarà!»

«Ecco il sangue polacco!», gridò il frate saltando


260 commosso tra le braccia del Giudice. «O degno
figliolo dei Soplica, Dio ti affida l’impegno
di lavare i peccati del tuo fratello errante;
ti ho sempre rispettato, ma da questo momento
ti amo come fossimo due fratelli di sangue!
265 Prepareremo tutto, per ora stiamo fermi,
riguardo a luogo e tempo ve lo farò sapere.
So che a Napoleone lo zar mandò corrieri
per chiedere la pace246; la guerra non c’è ancora,
ma il principe Giuseppe247, per bocca di Bignon248,
270 francese che fa parte del consiglio imperiale,
ha saputo che i patti andranno a finir male,
che sarà guerra. Il principe mi ha mandato in missione
affinché la Lituania dica a Napoleone,
già alle porte, che è pronta a unirsi nuovamente
275 alla Corona sua sorella e che pretende
che la Polonia venga restituita. Intanto
bisognerà accordarsi col Conte; è un po’ bizzarro,
un sognatore, è giovane, ma un polacco per bene;
gente così ci serve; nelle rivoluzioni
280 le teste calde sono necessarie, lo so
per diretta esperienza; servono anche i baggiani,
purché siano per bene e guidati dai saggi.
Il Conte è un signore, la nobiltà lo apprezza,
se si solleva lui lo seguirà il distretto;
285 conoscendo i suoi averi i nobili diranno:
“Se ci sono i signori, è un’impresa sicura:
corriamo da lui subito”». – «Prima venga a parlarmi»,
fa il Giudice, «e si scusi, io sono più anziano
e sono un funzionario! E per quanto riguarda
290 il processo, faremo ricorso all’arbitrato…»
Verme chiuse la porta sbattendola. «Buon viaggio!»
disse il Giudice.
Il frate salta sul carro, sferza
il tiro, con le briglie lo solletica ai fianchi;
vibra il biroccio, affonda nei nugoli di nebbia,
295 solo il cappuccio grigio di tanto in tanto s’erge
sopra la bruma, come un avvoltoio in cielo.

L’Usciere era già in marcia verso casa del Conte.


Come il vecchio volpone che attratto dall’odore
del lardo e conoscendo i trucchi del cacciatore
300 corre, si ferma, s’accovaccia, alza la coda
come un ventaglio e accosta alle narici il vento,
chiede al vento se il cibo sia stato avvelenato,
così devia Protaso, costeggia le andane,
vaga intorno alla casa. Mulina il bastone
305 fingendo di aver scorto del bestiame dannoso,
e così destreggiandosi giunge vicino all’orto;
si china, corre, quasi seguisse un re di quaglie,
finché salta il recinto e piomba nella canapa.

Questa pianta odorosa circonda fitta e verde


310 la casa, ed è un riparo sicuro per le bestie
e gli uomini. La lepre sorpresa in mezzo ai cavoli
vi si cela protetta meglio che tra le frasche,
non la stana il levriero perché l’intrico è folto,
non la fiuta il segugio perché l’odore è forte.
315 Là dentro il domestico, per sfuggire al flagello
o ai pugni, attende zitto che il padrone si sfoghi.
Spesso anche i contadini scappati dalla leva
vi si infilano mentre il governo li insegue
nei boschi. Ed è per questo che nei combattimenti,
320 scorrerie o confische, entrambi i contendenti
si danno un gran da fare per prender posizione
nei canapai che arrivano fin sotto le pareti
delle ville e, sul retro, contigui al luppoleto,
nascondono al nemico attacco o ritirata.

325 Protaso, benché ardito, provò qualche timore


perché, all’odore della pianta, la sua memoria
riandava alle avventure vissute da usciere
di cui suo testimone fu appunto il canapeto:
il nobile Dzindolet di Telsze249, querelato,
330 gli ordinò, puntandogli al petto la pistola,
di andare sotto il tavolo a “scagnar” la querela250.
L’Usciere a perdifiato scappò nel canapeto.
Poi Wołodkowicz, nobile orgoglioso e arrogante*
che scioglieva Dietine, violava tribunali,
335 strappò in mille pezzetti l’atto di citazione
e messi sulla porta gli aiducchi coi bastoni,
sul capo dell’Usciere sfoderò il suo spadone
gridando: «O io ti stronco o ti mangi il tuo foglio!»
Lui fece l’assennato e finse di mangiarlo,
340 si accostò alla finestra e saltò nel canapaio.

Invero a quel tempo non c’era più in Lituania


l’usanza di scacciare gli uscieri a sciabolate
o a sferzate, al massimo a forza di improperi,
ma Protaso ignorava i nuovi cambiamenti,
345 ché ormai più non portava citazioni da tempo.
Quantunque, sempre pronto, col Giudice insistesse,
questi, tenendo conto della sua età avanzata,
rifiutava le offerte, ma oggi l’ha accettata
per necessità estrema.

L’Usciere guarda cauto –


350 silenzio ovunque – lento immerge nella canapa
le mani, scosta il fitto dei gambi e tra le piante
nuota come nell’onda, subacqueo, il pescatore;
alza il capo – silenzio – si accosta di soppiatto
alle finestre – tutto tace – il palazzo è vuoto.
355 È nel portico, abbassa la maniglia non senza
timore… Tutto vuoto, quasi fosse un castello
fatato; estrae il verbale, lo legge ad alta voce,
e in quella… un rumorìo, un tremito al cuore,
sta per fuggire… E appare un volto familiare,
360 per sua fortuna! È Verme! Si stupiscono entrambi.

Indubbiamente il Conte è partito con la corte,


e in fretta, ché ha lasciato tutte le porte aperte.
E si era armato, in terra giacevano doppiette,
stutzen, bacchette, cani e gli attrezzi da fabbro
365 per rabberciare armi; e poi polvere e carta:
erano state fatte cartucce. Forse il Conte
è a caccia coi domestici? Ma perché l’arma bianca?
Qui un’arrugginita sciabola senza pomo,
là una spada che giace priva della dragona:
370 deve aver fatto incetta delle armi rottamate
perlustrando la vecchia armeria abbandonata.

Verme esaminò gli archibugi e le spade


e andò in ricognizione per rintracciare i servi
e chiedere notizie del Conte; nel podere
375 deserto trovò solo due comari, le quali
dissero che il padrone con i suoi cortigiani
erano andati in folla, armati, verso Dobrzyn.

La borgata di Dobrzyn in Lituania è famosa


per i suoi prodi maschi e le sue belle donne.
380 Un tempo era opulenta e popolosa: quando
re Giovanni251 inviò i rami per la leva di massa*,
l’alfiere portò in dote da Dobrzyn ben seicento
nobili in armi. Oggi la famiglia è ristretta,
impoverita; un tempo, a corte o nell’esercito,
385 nelle Dietine o nelle scorrerie la stirpe
dei Dobrzyński era solita fare la bella vita.
Oggi sono costretti a guadagnarsi il vitto
come i servi feudali! Solo che non indossano
camicie, ma pastrani bianchi a righe nere
390 e il kontusz la domenica. L’abito della donna,
foss’anche la più povera, non ha nulla a che fare
con le casacche rustiche: è in traliccio o percalle;
non pascola con sandali di corteccia ma scarpe,
miete e addirittura fila portando i guanti.

395 I Dobrzyński, fra gli altri lituani, si distinguono


per la lingua, l’altezza e tutta la figura.
Puro sangue lechita252, capigliatura nera,
fronte alta, occhi neri, il naso aquilino,
la loro stirpe ha origine nella terra di Dobrzyn253
400 e seppure in Lituania da quattrocento anni,
conservano il linguaggio e gli usi masuriani.
Quando nasceva un figlio, il nome di battesimo
veniva scelto sempre tra i patroni polacchi
della Corona: i santi Bartolomeo e Mattia.
405 Così un Mattia chiamava Bartolomeo il figlio,
mentre Bartolomeo lo chiamava Mattia.
Le femmine eran tutte Caterine o Marine.
Per orientarsi meglio in quella congestione
si davan soprannomi a seconda dei pregi
410 o dei difetti, sia ai maschi che alle femmine.
Spesso ai maschi eran dati diversi soprannomi,
in segno di rispetto o spregio dei paesani;
un nobile a volte si chiamava a Dobrzyn
in un modo, e in un altro nei villaggi vicini.
415 La nobiltà limitrofa, volendoli imitare,
assunse soprannomi, chiamati anche nomignoli*.
Oggi ogni famiglia ne fa impiego costante,
non sa che ebbero inizio a Dobrzyn e che in quel caso
erano necessari, ma in tutta la regione
420 entrarono nell’uso per sciocca imitazione.

Il capo del casato, Mattia Dobrzyński, era


stato denominato “Galletto sulla chiesa”.
Poi, dopo il novantaquattro254, cambiò il nomignolo
e si battezzò “Mano al fianco”; i Dobrzyński
425 lo chiamano “Coniglio”255, il resto dei lituani
gli danno il soprannome di “Mattia dei Mattia”.

Come lui i Dobrzyński, così la sua casa,


fra chiesa e locanda, domina la borgata.
Frequentata di rado, vi abita uno spiantato,
430 ché il portone è privo di battenti e gli orti
dello steccato, incolti, e nelle aiole spuntano
le betulle, ma sembra il nucleo principale
del borgo, più elegante e ampia delle altre,
e il muro sulla destra, dove lui vive, è fatto
435 di mattoni. Accanto, il ripostiglio, il silo,
il granaio, la stalla, le scuderie, ammucchiati
come si usa fra i nobili. Tutto ormai vecchio e marcio;
sembra che il tetto luccichi per la lamiera verde,
ma è muschio, erba che fluttua come fosse su un prato.
440 Sul tetto dei granai, come giardini pensili
di varie piante: cartamo rosso, verbasco giallo,
ortica, rutilanti code di mercorella.
Nidi di vari uccelli, piccioni nel solaio,
alle finestre nidi di rondine e alla soglia
445 conigli bianchi scavano piote mai calpestate:
è una casa a metà fra conigliera e gabbia.

Ma un tempo era un bastione! Vi sono ovunque tracce


dei grandi e numerosi assalti sopportati.
Al portone, sull’erba, come una grande testa
450 di bimbo, c’è la palla di ferro di un cannone
fin dai tempi svedesi256; in passato il battente
aperto del portone vi si appoggiava come
a un masso. Nel cortile, tra assenzio e gramigna,
in terra sconsacrata si ergono i tronconi
455 di oltre dieci croci; segno che son sepolti
dei caduti per morte improvvisa e imprevista.
Chi osservi il ripostiglio, il silo o l’abituro,
come da insetti neri vedrà chiazzato il muro:
dentro ogni macchia c’è la pallottola di un’arma,
460 come un bombo nascosto sotterra nella tana.

Su tutti quanti gli usci maniglie, chiodi e ganci


son tranciati o intaccati da colpi d’arma bianca;
di certo lì saggiavano l’acciaio delle sciabole
sigismondine257, in grado di tagliar le capocchie
465 dei chiodi o di troncare un gancio, senza danno
per il filo. Gli scudi dei Dobrzyński ornavano
le porte, ma scaffali di formaggi e nidi
di rondine han nascosto e otturato l’arme.

In casa, in scuderia e dentro la rimessa


470 trovi un armamentario come in un arsenale.
Appese al tetto, addobbo di fronti marziali,
quattro elmi ussari; oggi gli uccelli di Afrodite,
i colombi, vi nutrono tubando i piccolini.
In scuderia un giaco steso sopra la greppia
475 e una corazza a anelli fanno da rastrelliera,
dove il garzone getta il trifoglio ai puledri.
In cucina la cuoca sacrilega ha stemprato
vari stocchi usandoli come spiedi nel forno;
con il buńczuk, bottino preso a Vienna258, spolvera
480 la mola… Insomma Cerere massaia scacciò Marte
e regna assieme a Flora, a Pomona e Vertumno
sulla casa, il granaio, la stalla di Mattia.
Ma oggi per le dee è tempo di andar via:
Marte ritorna.

All’alba a Dobrzyn è comparso


485 un messo a cavallo; corre di casa in casa
a dar la sveglia come per la corvée: i nobili
si alzano e affollano le vie della borgata,
in taverna si grida, sono accese in canonica
le candele; si corre, ci si informa l’un l’altro,
490 gli anziani in adunanza, i giovani a sellare
i cavalli, le donne trattengono i ragazzi
ma questi si divincolano ansiosi di combattere…
ma chi? e per cosa? Devono, voglia o no, rimanere.
Dal plebano è in corso un consiglio affollato,
495 lungo, confuso, sterile; si decide, alla fine,
di sottoporre al vecchio Mattia la questione.

Piccolo di statura, settantadue anni,


era ancora gagliardo Mattia, confederato
di Bar259. Sia i suoi amici che i nemici hanno in mente
500 la sua karabela damaschinata in grado
di tranciar come paglia picche e baionette,
che chiamò con modestia e per scherzo “Verghetta”.
Da ex confederato passò con il sovrano,
fu al fianco di Tyzenhaus260, tesoriere lituano,
505 ma quando il re aderì a Targowica261, allora
Mattia lasciò di nuovo la fazione reale:
per questo suo vagare da questo a quel partito
si guadagnò l’epiteto: “Galletto sulla chiesa”,
come la banderuola che muta sempre al vento.
510 È inutile esplorare le cause dei frequenti
voltafaccia: amava forse troppo la guerra
e, vinto da una parte, la cercava nell’altra?
O sondava lo spirito del tempo da politico
e andava ove scorgeva il bene della patria?
515 Chissà! La cosa certa è che mai fu attratto
da gloria personale o volgare profitto,
e che mai fu al fianco del partito di Mosca;
solo al vedere un russo s’irritava e schiumava.
Per non vederli, dopo le spartizioni, in casa
520 si isolò come l’orso che si succhia la zampa262.

L’ultima sua battaglia fu a Wilno con Ogiński263,


entrambi al servizio dell’insorto Jasiński264,
dove con la Verghetta mostrò audacia mai vista.
È noto che lui solo saltò dal parapetto
525 della trincea di Praga265 per difendere Pociej*,
lasciato in mezzo al campo con ventitré ferite.
A lungo in Lituania li si credette morti,
ma tornarono entrambi, ridotti a un colabrodo.
Pociej, uomo esemplare, dopo la guerra volle
530 premiare lautamente il suo difensore,
gli assegnò un podere con cinque focolari266
e cinquemila złoty all’anno, tutti d’oro.
Ma Dobrzyński gli scrisse: «Non Pociej di Mattia,
bensì Mattia di Pociej sarà il benefattore».
535 E rifiutò il podere e il pagamento in oro,
tornò a casa e visse solo del suo lavoro
fornendo arnie alle api e farmaci al bestiame,
mandando al mercato le starne catturate
con la rete. E cacciando.

C’erano molti anziani


di buon senso a Dobrzyn, che avevano imparato
il latino nel foro; c’erano molti abbienti,
però il semplice e povero Mattia era il più stimato
di tutta la casata, non solo per la fama
di gran sciabolatore grazie alla sua Verghetta,
545 ma in quanto uomo saggio e di giudizio certo,
esperto della storia patria, delle leggende
di famiglia, versato in legge e economia,
iniziato ai segreti di caccia e medicina.
Pare che si occupasse (ma il plebano negava)
550 di cose sovrumane e sovrannaturali.
Certo ben conosceva le variazioni d’aria
e indovinava molto più spesso del lunario.
Se sopraggiunge il tempo di interrare sementi,
di far partir le chiatte, di falciare il frumento,
555 d’intentare processi o addivenire a patti,
per tutto questo, a Dobrzyn, si ricorre a Mattia.
Il vecchio non cercava certo questa influenza,
voleva liberarsene, redarguiva i petenti
e spesso li metteva alla porta in silenzio,
560 di rado consigliava – ma mai il primo venuto –
solo su contenziosi o accordi rilevanti,
pronunciando una frase di due o tre parole.
Si pensava che oggi avrebbe fatto propria
la causa ponendosi a capo dell’azione,
565 visto che gli era sempre piaciuto fare a botte
ed era gran nemico della stirpe di Mosca.

Ora il vecchio passeggia nel suo cortile vuoto


canterellando: Quando sorge la rosea aurora267,
lieto che volga al bello. La nebbia non si è alzata
570 come succede quando si adunano le nubi,
si sta abbassando; il vento ha aperto i palmi e sfiora
la nebbia e la spiana, la spiega sulla piana
mentre il sole dall’alto con mille raggi intesse,
inargenta, indora, imporpora il fondale.
575 Come a Słuck268 due artigiani ordiscono le fasce
– in basso la fanciulla intelaia la seta
e spiana con la mano il fondo, e il tessitore
dall’alto getta fili argentei, rossi e d’oro
creando tinte e fiori – così oggi il vento trama
580 di vapori la terra, e il sole la ricama.

Riscaldatosi al sole, concluse le preghiere,


si apprestò al suo lavoro. Portava foglie ed erbe.
Sedette sulla soglia, fischiò: da sotto terra
saltò su e schizzò fuori uno stuolo di conigli.
585 Come narcisi apparsi sopra l’erba ad un tratto,
biancheggiano le orecchie; sgargianti occhietti brillano
simili a rubini sanguigni fittamente
cuciti nel velluto dell’erba verdeggiante.
S’alzano sulle zampe, ciascuno guarda, ascolta,
590 infine il branchetto biancolanuginoso
corre dal vecchio, attratto dalle foglie di cavolo,
gli salta ai piedi, sulle ginocchia, sulle spalle;
lui stesso bianco come i suoi conigli adora
riunirli intorno a sé e allisciare il pelo caldo;
595 intanto dal cappello getta ai passerotti
il miglio, e la torma piomba urlante dai tetti.

Mentre il vecchio si gode la vista del banchetto,


a un tratto i conigli s’interrano, le frotte
dei passeri riparano sul tetto: nel podere
600 arriva gente nuova che avanza a passi svelti.
Sono i messi che i nobili riuniti dal plebano
inviano a Mattia per chiedere consiglio.
Da lontano salutano il vecchio con inchini
ed esclamano: «Sia lodato Gesù Cristo!»
605 «Nei secoli dei secoli, amen», risponde il vecchio.
Venuto a conoscenza della grave missione
li invita in casa; entrano, siedono sulla panca.
Il primo messo, in piedi al centro, lo ragguaglia.

I nobili accorrono sempre più numerosi.


610 Quasi tutti i Dobrzyński e i vicini, non pochi,
dai borghi circostanti, armati e non armati,
con barrocci e calessi, a piedi e a cavallo,
lasciano i carri, legano i pony alle betulle,
girano attorno a casa ansiosi del verdetto,
la folla empie la stanza, si accalca sull’ingresso,
altri ascoltano, il capo incollato alle finestre.
LIBRO SETTIMO

Il consiglio

Consigli salutari di Bartolo detto “il Prussiano”. – Arringa soldatesca di Mattia il Battista. – Arringa
politica del signor Buchman. – Jankiel spinge a un accomodamento subito tranciato dal Temperino. –
Discorso di Gervaso nel quale traspaiono i grandi effetti dell’eloquenza parlamentare. – Protesta del
vecchio Mattia. – L’improvviso arrivo di rinforzi militari interrompe il consiglio. – Dagli ai Soplica!

Era toccato a Bartolo esporre il suo parere;


siccome andava spesso col barcone a Królewiec,
dai suoi compatrioti era detto “il Prussiano”,
per scherzo, lui infatti i prussiani li odiava,
5 però amava parlarne; di età ormai veneranda,
viaggiando aveva visto un bel pezzo di mondo;
esperto di politica, lettore di giornali,
era bravo a far luce sui dubbi alle adunanze.
Così finì il discorso:

«Mattia, fratello, padre


10 da tutti venerato, non è un aiuto vano,
da buttar via. Nel caso scoppiasse una guerra
punterei sui francesi come su quattro assi;
è un popolo guerriero, dai tempi di Taddeo
Kościuszko mai si è visto un genio militare
15 uguale a Bonaparte, il grande imperatore.
Ricordo che i francesi passarono la Warta
nell’anno del Signore milleottocentosei269;
allora ero all’estero, commerciavo con Danzica,
in Posnania ho parecchi parenti e io andavo
20 a trovarli. Un giorno, con Giuseppe Grabowski
che ora è comandante di reggimento e all’epoca
abitava in campagna vicino a Obiezierze270,
cacciavamo la piccola selvaggina. In Posnania
c’era la pace, come adesso in Lituania.
25 Ma a un tratto si diffuse la voce di una grossa
battaglia; giunse un messo speditoci da Tödwen271;
Grabowski, appena letta la missiva, gridò:
“Jena! Jena! I prussiani son stati sbaragliati!272
Vittoria!” Io allora, smontato da cavallo,
30 ringraziai Dio in ginocchio. – Ci rechiamo in città273
come per commerciare, facciamo i finti tonti…
E lì landrati, hofrati274, commissari e furfanti
della peggiore specie ci fanno riverenze,
tremanti, impalliditi proprio come le blatte275
35 quando gli versi addosso getti d’acqua bollente!
E noi lì giù a ridere fregandoci le mani,
chiediamo: “Novità? Che si dice di Jena?”
Qui li prese la strizza; stupiti che sapessimo
della sconfitta gridano: “Achary Got! o wej!”276,
40 e via di corsa a casa con le orecchie abbassate…
Che caos! Tutte le strade della Grande Polonia
piene di fuggitivi, frotte di tedescacci
con carri che là il popolo chiama fornalki277 e wagen,
gli uomini e le donne con pipe e con teiere
45 trascinano coltroni, scatole, se la danno
a gambe. Di nascosto, riuniti, decidiamo:
a cavallo, a intralciare la loro ritirata!
Bastonare i gropponi ai landrati, spellare
la cotenna agli hofrati, agguantare il codino
50 agli herren ufficiali! Dąbrowski irrompe in Poznań
con l’ordine imperiale che dice: insurrezione!278
La nostra gente in non più di una settimana
sferzò e scacciò i prussiani così che in Posnania
non vi fu più un tedesco! E se anche noi qui fossimo
55 pronti a scuoter la polvere dalle spalle dei russi?
Che ne pensi, Mattia? Se Mosca è ai ferri corti
con Bonaparte, questi non fa guerre per scherzo:
è il primo eroe al mondo, e ha truppe a non finire!
Che ne pensi, Mattia, nostro padre Coniglio?»

60 Ha concluso. Si attende il verdetto di Mattia.


Mattia non mosse il capo né sollevò lo sguardo,
si batté solo il fianco più volte con la mano
come a cercar la sciabola (lui non la porta più
fin dalle spartizioni, però, per abitudine,
65 al rammentare i russi porta la mano al fianco
sinistro come stesse tastando la Verghetta:
per questo “Mano al fianco” era il suo soprannome).
Alza il capo… Lo ascoltano nel silenzio profondo.
Mattia tradì le attese: arcuò le sopracciglia,
70 poi piegò nuovamente la testa sopra il petto.
Parlò lento, scandendo ogni singola parola,
tentennando la testa a ritmo regolare:

«Zitti! Da dove arriva la notizia? E quanto


distano i francesi? Chi è che li comanda?
75 Fanno già guerra ai russi? Dove? Qual è il motivo?
Da dove passeranno? Con quante forze? Molti
cavalleggeri e fanti? Chi sa qualcosa parli!»

Si guardano l’un l’altro, tacciono. Fa il Prussiano:


«Consiglierei di attendere Verme il francescano,
80 è sua la notizia; nel frattempo mandiamo
le spie alla frontiera, armiamo in gran segreto
tutta la zona e intanto conduciamo l’azione
con cautela, che i russi rimangano all’oscuro,
così non tradiremo le nostre intenzioni».

85 «Barcamenarsi? Attendere? Blaterare?», lo blocca


Mattia secondo, detto Aspersorio per la grossa
clava che chiama Asperges: se l’è portata dietro.
Appeso con le mani al pomo, appoggia il mento
sulla mano e grida: «Barcamenarsi!? Attendere!?
90 Parlamentare!? Bla bla bru bru e tagliar la corda!
Non son mai stato in Prussia, il senno di Królewiec279
andrà bene ai prussiani… Io ho il senno nobiliare!
So che chi vuole battersi prende in mano l’Asperges,
e chi vuole morire… allora chiami il prete!
95 Voglio vivere e battermi! Non siamo mica chierici!
Che mi frega di Verme! Saremo noi i vermi
che roderanno Mosca! Ricognizioni, spie,
bla bla, sai che vuol dire? Che siete dei vegliardi
maldestri! Eh, fratelli… Sta al segugio braccare,
100 al frate questuare, ma a me sta benedire,
aspergere e basta!» Qui accarezzò la clava,
e dietro a lui i nobili: «Benedire!» gridavano.

Sostennero il Battista Bartolo il Rasoietto


(per la spada sottile) e Mattia il Brocchetta,
105 per l’ampia strozza del suo trombone che versava
pallettoni a dozzine a ondate torrenziali;
gridavano: «Evviva il Battista col suo Asperges!»
Il Prussiano voleva parlare: fu zittito
da risate e schiamazzi: «Fuori il Prussiano, vile!
110 Chi è vile si nasconda nel saio bernardino!»

Il vecchio Mattia, allora, sollevò lento il capo


placando così un poco le grida e le risate.
«Non ridete di Verme, è un vecchio lupo, il prete,
quel verme ha roso noci più dure di voialtri;
115 l’ho visto una volta, mi è bastata un’occhiata
per capire il soggetto; ha distolto lo sguardo
temendo che potessi iniziare a confessarlo;
ma non è affar mio, perciò lasciamo stare!
Lui non verrà, è inutile convocare il questuante;
120 se la notizia è sua, quel diavolo di un frate
chissà che scopo avrà! Se oltre a questa notizia
non sapete nient’altro, vi chiedo: ma che siete
venuti a fare qui? E che cosa volete?»

«La guerra!» «Quale guerra?», chiese. Gridaron tutti:


125 «La guerra contro i russi! Batterci! Dagli ai russi!»

Il Prussiano insisteva a gridare con voce


sempre più alta, finché estorse l’attenzione
grazie a un inchino e al tono stridulo e un po’ molesto.

«Anch’io mi voglio battere», gridò e si batté il petto.


130 «Pur se non ho l’Asperges con l’asta del battello
ho battezzato quattro prussiani che ubriachi
volevano gettarmi nel Pregel280 e affogarmi».
«Grande Bartolo! Aspergere! Aspergere!», esclamò
il Battista. «Ma prima, Gesù mio, è necessario
135 sapere chi attacchiamo, dire al mondo lo scopo»,
gridava il Prussiano, «sennò come fa il popolo
a seguirci se neanche sappiamo dove e quando?
Fratelli! C’è bisogno di agire con giudizio!
Nobili! C’è bisogno d’ordine e raziocinio!
140 Se volete la guerra prima confederiamoci,
scegliamo il luogo adatto, pensiamo a un comandante…
Così come in Posnania: vedemmo che i tedeschi
ripiegavano e allora, in riunione segreta,
armammo sia i nobili che i campagnoli, e pronti
145 attendemmo il comando di Dąbrowski; infine
tutti in sella! Ecco come scoppiò l’insurrezione!»

«Vorrei parlare!», esclamò l’intendente di Kleck281,


robusto giovanotto vestito alla tedesca;
benché si chiami Buchman, di nascita è polacco.
150 Non si sa se abbia origini nobiliari, ma il fatto
non importa a nessuno, per lui hanno rispetto
perché è alle dipendenze di un grande aristocratico,
è un patriota sincero, uomo di scienza, esperto
di economia appresa da manuali stranieri,
155 è ordinato e ligio nell’amministrazione
dei beni, di politica ragiona con buon senso,
forbito nello scrivere e nell’esposizione.
Perciò tacquero tutti quando cominciò a esporre.
«Vorrei parlare!», esclamò e tossicchiò due volte,
160 s’inchinò, poi tintinnò con voce argentina:

«Con la loro eloquenza i miei preopinanti


hanno toccato i punti fermi e fondamentali
elevando il dibattito al massimo livello;
a me non resta altro che ridurre a compendio
165 le giuste riflessioni e idee qua e là enunciate
e conciliare, spero, le tesi contrastanti.
Rilevo che la disputa consta di due questioni,
perciò seguirò l’orma di questa divisione.
Primo: perché intraprendere codesta insurrezione?
170 Con che spirito? Ecco il quesito vitale.
L’altro tocca il governo della rivoluzione;
la divisione è giusta, ma la vorrei invertire.
Prima il governo, dalla cui forma poi discendono
spirito, essenza e scopo di ogni insurrezione.
175 Dunque, quanto al governo… Se con lo sguardo scorro
la storia dell’intera umanità, che scorgo?
Gli uomini selvaggi sparsi nelle foreste
si adunano, si uniscono a comune difesa,
la inventano… e nasce la prima adunanza.
180 Poi ciascuno una parte della sua libertà
offre al bene di tutti: questo è il primo decreto,
la fonte da cui sgorgano tutte quante le leggi.
È dunque da un contratto che si forma il governo
e non, come altri credono, da volontà divina.
185 Se il potere si basa su un contratto sociale
la sua suddivisione è il necessario effetto…»
«Eccoli qua i contratti! Quelli di Kiev o Mińsk?»282,
disse il vecchio Mattia. «O i governi di Babin?!283
Signor Buchman, non voglio discutere con Lei
190 se lo zar ci fu imposto dal diavolo o da Dio,
ci dica solo come liberarci di lui».

«Ecco il punto!» gridò l’Aspersorio. «Potessi


balzare sul suo trono e splash!, spruzzarlo bene,
non andrebbe più a Mińsk né a Kiev a contrattare
195 e nemmeno con Buchman; nessun pope saprebbe
riportarlo in vita né invocando il Signore
né Belzebù… È gagliardo chi gli dà un’aspersione!
Buchman, la Sua orazione è molto eloquente,
ma è un bla bla, quel che conta è aspergerlo per bene!»

200 «Sì!», pigolò il Rasoio fregandosi le mani


e facendo la spola, come sopra un telaio,
fra il Battista e Mattia. «Però voi due, Mattia
con la Verghetta e tu, Mattia, con la tua Clava,
mettetevi d’accordo e ridurremo a scaglie
205 il moscovita! Io sto al comando del Verga!»

Lo interruppe il Battista: «Il comando va bene


per le sfilate; a Kowno, nella Brigata284 c’era
un comando stringato: “Spaventa e non farti
spaventare – dai botte, non prenderle – avanza
210 e mena trac trac trac!”» Pigolò il Rasoietto:
«È il mio regolamento! La confederazione?
Sprecare carta e inchiostro? Il nostro Maresciallo
è Mattia, e lo scettro – la sua Verga!» Il Battista
gridò: «Viva Galletto sulla chiesa!» E i nobili
215 risposero: «Evviva i nostri Aspersori!»

Ma si alzò un mormorio negli angoli che al centro


giunse smorzato. È chiaro che il consiglio è diviso.
Buchman gridò: «Deploro l’accordo, lo sapete!
È il mio principio!» Un altro berciò: «Io non permetto!»285.
220 Altri fecero eco dagli angoli. Alla fine
si udì il grosso vocione del nobile Skołuba:

«Signori miei di Dobrzyn, qualcosa qui non quadra…!


Non vorrete per caso privarci dei diritti?
Quando ci hanno invitati dalla nostra borgata –
225 e ci invitò il chiavaio Rębajło Messermio –
ci han detto che sarebbero successe grandi cose
non soltanto per Dobrzyn, ma per tutto il distretto,
per tutti quanti i nobili; l’ha borbottato Verme,
seppure balbettando senza finire il tema
230 e con linguaggio oscuro. Infine siamo giunti,
dopo aver convocato con dei messi i vicini.
Dobrzyński, voi non siete i soli qui presenti:
noi qui siamo in duecento di diverse borgate,
quindi parliamo tutti. Se serve un maresciallo
235 votiamo tutti, i voti son tutti quanti uguali.
Evviva l’uguaglianza!»

Quindi i due Terajewicz


e i quattro Stypułkowski286, assieme ai tre Mickiewicz,
sostennero Skołuba esclamando: «Evviva
l’uguaglianza!» Ma Buchman: «L’accordo è una rovina!»
240 Il Battista gridava: «Di voi faremo a meno!
Evviva il maresciallo, il Mattia dei Mattia!
Comandi lui!» E quelli di Dobrzyn: «Lo appoggiamo!»
Ma i nobili foresti: «Noi non lo permettiamo!»
La folla si fraziona, si divide in due gruppi,
245 ciondola il capo verso due parti opposte, gli uni:
«Non permettiamo!», gridano; gli altri: «Lo sosteniamo!»

Solo il vecchio Mattia siede in mezzo alla gente


muto, e solo il suo capo non si muove. Di fronte
a lui stava il Battista, appeso con le mani
250 alla clava, e scrollando un po’ indietro e un po’ avanti
la testa appoggiata sul colmo della clava
simile a una cocozza infissa in un bastone,
urlava senza tregua: «Aspersione! Aspersione!»

Il Rasoietto arzillo percorreva la stanza


255 dal banco di Aspersorio a quello di Mattia,
mentre il Brocchetta, lento, misurava i suoi passi
dai nobili ai Dobrzyński, come per conciliarli;
l’uno urlava: «Rasarli!», e l’altro: «Annaffiarli!»
Mattia tace, ma è chiaro che sta per infuriarsi.

260 Dopo un quarto d’ora di chiasso, sulla calca


urlante, fra le teste, si alzò un fusto brillante:
uno spadone lungo una tesa e largo un palmo,
a due tagli. Una spada teutonica in acciaio
forgiato a Norimberga, questo era evidente.
265 In silenzio ciascuno ammirava quell’arma.
(Si narrava che a Grunwald un avo dei Dobrzyński
la sottrasse di mano al gran maestro Junging)287.
Chi l’avrà sollevata? Durò poco l’enigma:
«È il Temperino! Evviva, evviva il Temperino!»,
270 gridarono. «Lo stemma del borgo dei Rębajło!
Evviva lo Sbreccato288 Messermio, il Mezzocapro!»

Gervaso (era lui) si spinse verso il centro


tra la ressa brandendo la lama luccicante,
poi in segno di saluto ai piedi di Mattia
275 l’abbassò e disse: «A te, Verghetta, il Temperino
s’inchina. O miei fratelli, o nobili Dobrzyński!
Io non darò consigli, ma esporrò la ragione
per cui vi ho convocati. Poi, decidete voi.
Da tempo corre voce nei borghi che nel mondo
280 stanno per accadere grandi cose; lo ha detto
Verme, il frate, di certo voi tutti lo sapete».
«Lo sappiamo!», gridarono. «A buon intenditore
poche parole, giusto?», disse con occhio vispo.
«Giusto!», fu la risposta. E continuò il Chiavaio:
285 «Se da qui muove il cesare francese e da là il russo
ci sarà guerra tra lo zar e l’imperatore,
i monarchi fra loro si picchieranno sodo…
E noi qui fermi e zitti? Se un grande strozza un grande,
noi strozziamo i più piccoli, a ognuno il suo, in alto
290 e in basso: quelli grandi faranno fuori i grandi,
quelli piccoli i piccoli. Sparirà la canaglia,
fiorirà la Repubblica e la fortuna! Giusto?»
«Giusto!», dissero. «Parla come un libro stampato!»
«Giusto!», echeggiò il Battista. «Aspergerli e basta!»
295 Replicò il Rasoietto: «Pronto a fargli la barba!»
«Ma voi, Mattia e Battista», aggiunse accomodante
il Brocchetta, «accordatevi: chi sarà il comandante?»
Ma Buchman lo interruppe: «Accordarsi è da stupidi!
Un pubblico dibattito farà bene alla causa.
300 Silenzio e ascoltiamo! La causa ne guadagna,
Gervaso ci presenta una nuova prospettiva».

«Macché!», esclamò il Chiavaio. «Io sono uno all’antica,


pensare a grandi cose è compito dei grandi,
l’imperatore, il re, senato, deputati.
305 Queste cose si fanno a Cracovia, Messermio,
o a Varsavia, non qui, tra i nobili di Dobrzyn.
Gli atti federativi non si scrivon col gesso
sui camini o le chiatte, ma sulla pergamena;
scriverli non sta a noi, la Polonia ha scrivani
310 nel Regno e nel Ducato: così fanno gli anziani.
A me sta sbudellare col Temperino». «E aspergere!»,
fa l’Aspersorio. – E Bartolo Lesinetta: «Infilzare
con la lesina!», esclama, estratto il suo spadino.

«Vi prendo a testimoni», concluse il Chiavaio,


315 «Verme ha detto che prima di far entrare in casa
Napoleone occorre gettare l’immondizia.
Tutti avete sentito, ma lo avete capito?
Chi è quest’immondizia del distretto? Chi ha ucciso
alle spalle il migliore dei polacchi, ha rubato
320 e depredato e adesso strappa ciò che è rimasto
all’erede? Ma devo dirvelo io?» – «È quel cane
di un Soplica!», esclamò Brocchetta, e il Rasoietto
pigolò: «È un oppressore!» – E il Battista: «Aspergiamolo!»
E Buchman: «Se ha tradito lo si mandi al patibolo!»
325 «Dagli!», gridano tutti. «Dagli, dagli a Soplica!»

Ma il Prussiano osò prendere le difese del Giudice,


esclamò sollevando le braccia verso i nobili:
«Signori! Ahimè, fratelli! Dio santo! E Lei, Chiavaio,
sembra un indemoniato! Di questo si parlava?
330 Di uno che per fratello ha un pazzo? un esiliato?
Dunque per suo fratello è lui che va punito?
È cosa da cristiani? Ci vedo lo zampino
del Conte. Non è vero che il Giudice opprima
la nobiltà, per Dio! Quando voi lo citate
335 in giudizio lui cerca di accordarsi, rinuncia
al suo diritto e paga anche l’ammenda! È in causa
col Conte? E allora? Sono entrambi facoltosi,
che i signori si azzuffino, a noi che cosa importa?
Un oppressore…? Il Giudice…? Lui per primo ha vietato
340 che i contadini abbassino la fronte al suo passaggio
dicendo che è peccato. Io stesso ho visto un sacco
di villani seduti al suo desco289; ha pagato
l’imposta fondiaria, non come accade a Kleck,
Buchman, dove gestite le cose alla tedesca.
345 Soplica un traditore?! Io e lui ci conosciamo
dall’infima290: era un bimbo buonissimo, è rimasto
lo stesso; ciò che ama di più è la Polonia,
ne conserva i costumi, aborrisce le mode
di Mosca. Quando torno dalla Prussia e voglio
350 lavar via il tedescume io vado a Soplicowo,
cuore della Polonia: lì si beve e respira
la patria! Dobrzyński! Sono vostro fratello,
ma non permetterò che gli sia fatto un torto.
Non fu così, fratelli, nella Grande Polonia:
355 che spirito e concordia! Che gradito ricordo!
Chi mai turbò un consiglio con simili quisquilie!»
«Quisquilie», urlò il Chiavaio, «impiccare i banditi!?»

Il mormorio aumentava. Jankiel saltò su un banco,


chiese attenzione e sopra le teste alzò la barba
360 lunga come una frasca pendente sulla cinta,
si tolse il colbacco di volpe con la destra,
si aggiustò lo zucchetto con la mano sinistra
che poi infilò alla cintola, fece un profondo inchino
volteggiando il colbacco di volpe e prese a dire:

365 «Deh, signori Dobrzyński, sono un povero ebreo,


non sono né il compare né il fratello del Giudice;
rispetto i Soplica, miei buoni proprietari,
i miei buoni vicini Dobrzyński, i rispettabili
Mattia e Bartolo, e dico: se volete aggredire
370 il Giudice ciò è male, potete anche picchiarvi,
ammazzarvi… ma poi? La polizia? Il prefetto?
La cella con le sbarre? Dai Soplica c’è un branco
di Jäger!291 L’Assessore è in casa, se fa un fischio
si mettono in marcia e sono qui in un attimo,
375 stanno lì a bella posta. E poi? Se aspettate,
deh, i francesi devono fare un bel po’ di strada.
Sono solo un ebreo, ne so poco di guerre,
ma son stato a Bielica292 e ho visto molti ebrei
fino dalla frontiera; si dice che i francesi
380 sono sulla Łososna293, e che se sarà guerra,
soltanto in primavera. Vi dico: deh, attendete!
La villa dei Soplica non è una bancarella
che si smonta e nasconde nel carro e se ne va;
come sta lì adesso, starà anche in primavera.
385 E il Giudice non è l’ebreo della locanda,
non fugge, e in primavera potrete ritrovarlo.
Sciogliete la riunione e acqua in bocca su quello
che qui è stato detto: chiacchierare non serve!
Se vi piace, signori, io vi invito a seguirmi.
390 La mia Suri mi ha dato un piccolo Jankielek294,
ci sarà tanta musica e offro tutto io!
Farò portare piva, bassetto e due violini,
e so che a Mattia piacciono l’idromele di luglio
e le nuove mazurche; ne ho tante, di mazurche,
395 e ho insegnato a cantare per bene ai miei bachurki»295.

L’eloquenza di Jankiel, da tutti benvoluto,


toccò i cuori; si alzarono grida, applausi gioiosi,
i mormorii di assenso si sparsero anche fuori
di casa, ma Gervaso puntò il suo spadone
400 su Jankiel, che scomparve nella folla. Il Chiavaio
urlò: «Vai via, giudeo! Portati via il tuo il naso,
tu non c’entri. Prussiano! Forse ti basta il fatto
che per Soplica traffichi con due misere chiatte
per sgolarti per lui? Scordasti, Messermio,
405 che tuo padre in Prussia ne portava ben venti
degli Horeszko? Per questo è diventato ricco,
lui e la sua famiglia, e tutti voi di Dobrzyn.
Voi ricordate, anziani, l’avete udito, giovani,
che per voi il Dapifero fu un munifico padre:
410 chi mandò a governare i suoi beni di Pińsk?
Un Dobrzyński! E i contabili chi erano? I Dobrzyński!
A chi affidava il ruolo di dispensiere o economo?
Solo ai Dobrzyński! In casa eran tutti di Dobrzyn!
Propugnava le vostre cause nei tribunali,
415 per voi dal re otteneva rendite vitalizie,
parecchi vostri figli li mandava al convitto
scolopio296, guardaroba e vitto a spese sue,
sosteneva gli adulti nella loro carriera.
E perché lo faceva? Perché era un buon vicino!
420 La tenuta del Giudice oggi è confinante
coi vostri campi, e cosa fa per voi?»

«Un bel niente!»,


interruppe il Brocchetta. «Genìa di nobilastri!
E quanto è gonfio, uh, quante arie! Mia figlia
si sposava, lo invito; gli verso nel bicchiere,
425 non vuole e dice: “Io non bevo come voi
nobili che succhiate come foste tafani!”
Delicato il magnate! Farina di Marymont!297
Gliene versiamo in gola. “Qui mi si fa violenza!”,
grida. E vedrete quando berrà dalla Brocchetta…»

430 «È una lenza!», esclama il Battista. «Si merita


la mia benedizione. Mio figlio era un bambino
giudizioso, e adesso è così rimbambito
che lo chiamano Gonzo, per colpa di Soplica.
“Ma che ci vai a fare”, gli dico, “a Soplicowo?
435 Dio ti dovrà proteggere se ti ci becco ancora!”,
ma lui zac! nella canapa a spiare Sofia.
Lo prendo per le orecchie, lo aspergo e lui mi dice:
“Padre, ammazzami pure, io devo andar là”, e frigna,
piagnucola e singhiozza come un bimbetto. “E via,
440 che ti prende?”, e lui dice che ama quella Sofia!
E che vuole guardarla! Mi fa pena il bamboccio,
dico al Giudice: “Dai la tua Sofia a Gonzo!”
Ma lui: “Aspetta tre anni, è ancora piccolina,
poi deciderà lei”. Mente! Ho sentito dire
445 che l’ha promessa a uno; andrò al matrimonio
e benedirò il letto nuziale con l’Asperges!»

«E un tal furfante deve comandare?», intervenne


Gervaso. «E rovinare signori ben più degni
di lui? E degli Horeszko scompariranno il nome
450 e la memoria? Esiste gratitudine a Dobrzyn?
Voi volete combattere lo zar e poi temete
di far guerra a Soplica? Paura delle sbarre?!
Vi incito al brigantaggio?! Dio me ne guardi bene!
Io agisco nella legge. Il Conte ebbe parecchie
455 sentenze a suo favore, basta solo applicarle!
Un tempo era così: la corte pronunziava
la sentenza e di seguito la nobiltà eseguiva,
specialmente i Dobrzyński; da qui la vostra fama
si diffuse in Lituania! Solo i Dobrzyński, infatti,
460 si batterono a Mysz contro Mosca guidata
dal generale russo Wojniłowicz assieme
al suo amico furfante Wołk da Łogomowicze298.
Vi ricordate quando prendemmo prigioniero
Wołk e poi volevamo impiccarlo a una trave
465 del fienile, il tiranno dei contadini e servo
di Mosca…? Ma quei villici sciocchi s’impietosirono!299
Lo cuocerò allo spiedo su questo Temperino…
Non menziono le altre grandiose scorrerie
da cui uscimmo sempre, come conviene ai nobili,
470 con profitto e plauso generale, e con gloria!
Ma a che serve il ricordo? Oggi il signor Conte,
vostro vicino, è in causa, ha sentenze a favore…
Ma nessuno offre aiuto al povero orfanello!
L’erede del Dapifero che nutrì folle intere
475 oggi non ha un amico se non me, il Chiavaio,
e questo Temperino a me sempre fedele!»

«Anche l’Asperges!», disse il Battista. «Gervaso,


dove vai tu andrò anch’io, col mio splash splash in mano.
In due è meglio! Gervaso! Io ho l’Asperges, pronto
480 a benedire, e tu la spada per tranciare,
e allora zic zac splash; lasciamoli cianciare!»

E il Rasoietto: «Bartolo non lo lasciate fuori!


Voi mettete il sapone, io farò barba e baffi».
«Meglio venir con voi», aggiunse il Brocchetta,
485 «visto che non decidono a chi spetta il comando;
le elezioni, le biglie…300 Di biglie ne ho ben altre!»
(Estrasse dalla tasca un pugno di pallottole):
«Eccole qua le biglie! Tutte addosso al Giudice!»
Skołuba esclamò: «Ci uniremo a voi!»
490 La nobità gridò: «Vi seguiremo ovunque!
Evviva gli Horeszko! Evviva i Mezzicapri
e il Chiavaio Rębajło! Dagli, dagli ai Soplica!»

Così si attirò tutti l’eloquente Gervaso,


ché in tutti, verso il Giudice, c’era il risentimento
495 tipico dei vicini, per un danneggiamento,
per il taglio del bosco o liti di confine;
alcuni in preda all’ira, altri solo all’invidia
per il suo patrimonio – tutti uniti dall’odio.
Circondano il Chiavaio, alzano verso il cielo
500 spade, bastoni…

A un tratto Mattia, finora tetro


e immobile, si alzò, si portò a passo lento
al centro della stanza, mise i pugni sui fianchi,
guardando avanti a sé scosse il capo e iniziò
a parlare, accentuando le singole parole
505 lentamente, con forza e pause: «Siete scemi!
Gennaio fa il peccato e maggio è il condannato!?
Finché discutevate del bene della patria,
la sua resurrezione, come litigavate!
Non riuscivate, scemi, a intendervi, a pattuire
510 un ordine e nemmeno a designare un capo,
scemi! Ma se uno mette in mostra i suoi rancori
personali allora, scemi, tutti d’accordo!
Fuori di qui! Se è vero che Mattia è il mio nome,
per milioni di botti di carri di furgoni
515 di diavoli, io vi…!!!»

Tacquero fulminati. Ma in quella


un grido spaventoso si levò dall’esterno:
«Evviva il Conte!» Questi entrava nel podere
dei Mattia, armato, assieme a dieci jockey in armi.
Tutto vestito in nero, in groppa al suo destriero;
520 il mantello nocciola di taglio italiano,
sbracciato, ampio quanto una tenda, agganciato
con un fermaglio al collo, scendeva sulle spalle;
portava un cappello rotondo con la piuma
e una spada: con essa porse a tutti un saluto.

525 «Viva il Conte!», gridarono. «Per la vita e la morte!»


I nobili sbirciarono dai vetri e un po’ alla volta
si accalcarono all’uscio sulle orme di Gervaso;
questi uscì, alle sue spalle schizzò fuori la folla,
Mattia scacciò i restanti, serrò col chiavistello,
530 guardò dalla finestra e disse ancora: «Scemi!»

I nobili, attorniato il Conte, si diressero


in taverna. Gervaso ricordò i vecchi tempi,
ordinò che gli dessero tre cinture di kontusz
con cui dalla cantina tirò su tre barili:
535 uno di idromele, uno di vodka e il terzo
di birra. Estrasse i chiodi… Sgorgarono tre rivi
fruscianti: il primo argenteo, il secondo sanguigno,
il terzo giallo, e svetta una triplice iride
che cade in cento tazze, tinnisce in cento calici.
540 C’è chi beve e chi augura al Conte lunga vita…
La nobiltà fremente urla: «Dagli ai Soplica!»

Jankiel se l’è svignata zitto zitto a bardosso.


Il Prussiano, ignorato seppure ancor facondo,
lo imita ma i nobili, urlando che ha tradito,
545 lo inseguono. Mickiewicz, in disparte, non grida
né consiglia, ma il viso dice che sta tramando,
perciò mano alle lame! Lui arretra, risponde
ai colpi, lo feriscono, lo premono al recinto,
ma ecco arriva il soccorso di Zan con i tre Czeczot301.
550 Si dichiarò la tregua, però in quell’alterco
due subirono tagli al braccio, uno all’orecchio.
Gli altri, via a cavallo.

Il Conte e Gervaso
impartirono gli ordini, fornirono le armi.
Poi tutti si lanciarono al galoppo sulla via
555 della borgata al grido: «Dagli, dagli ai Soplica!»
LIBRO OTTAVO

La scorreria

L’astronomia del Tribuno. – Osservazione del Ciambellano sulle comete. – Misteriosa scena nella
stanza del Giudice. – Taddeo, volendo abilmente togliersi d’impiccio, finisce in grossi guai. – La
novella Didone. – La scorreria. – L’ultima protesta dell’Usciere. – Il Conte conquista Soplicowo. –
Assalto e carneficina. – Gervaso cantiniere. – Il banchetto degli invasori.

L’istante prima della tempesta è cheto e cupo,


quando sopra la testa degli uomini una nube
sopraggiunge e si arresta, e minacciosa in volto
ferma il fiato dei venti, tace e perlustra il suolo
5 marcando con gli occhi dei lampi tutti i punti
che colpirà il fulmine. C’è quello stesso istante
da Soplica: il presagio di eventi straordinari
cuce le bocche e apre a mondi immaginari.

Dopo cena sia il Giudice che gli ospiti si siedono


10 fuori sulle panchine fatte di zolle d’erba
per godersi la sera; tutti silenti e tetri,
volgono gli occhi al cielo che sembra abbassarsi,
restringersi e pian piano sempre più avvicinarsi
al suolo, finché entrambi, protetti da una tenda
15 scura come due amanti, intrecciano un segreto
dialogo, traducendo i loro sentimenti
in sospiri attutiti, in mormorii, sussurri
e parole non dette fino in fondo, a comporre
la strana armonia della musica del tramonto.

20 L’ha iniziata l’allocco gemendo nel solaio;


i pipistrelli han scosso le ali flosce e volano
ai vetri della casa dove brillano i volti
umani; più vicino le falene, sorelle
dei pipistrelli, sciamano attratte dalle vesti
25 bianche delle signore. Danno noia a Sofia,
le colpiscono il viso scambiando gli occhi chiari
per due candele. In aria un nugolo d’insetti
vibra come un’armonica a bicchieri. L’orecchio
di Sofia sa distinguere l’accordo dei moschini
30 dal falso semitono proprio delle zanzare.

Comincerà a momenti il concerto nel campo,


i musici finiscono di accordar gli strumenti;
già tre volte ha gracchiato il re di quaglie – il primo
violino – e l’accompagna dalle paludi il basso
35 dei tarabusi. In alto le beccacce zigzagano
e il batter d’ali sembra rullio di tamburini.

Nel finale, ai ronzii delle mosche ed al chiasso


degli uccelli si aggiunse il coro dei due stagni,
simili ai laghi magici del Caucaso, che tacciono
40 per tutto il giorno e a sera cominciano a suonare302.
L’uno, dal flutto chiaro e la riva sabbiosa,
dal petto blu emise un gemito solenne,
calmo; l’altro, dal fondo fangoso e dalla gola
torbida, gli rispose con un grido penoso
45 e passionale; nei due stagni orde di rane
gracidavano unite in due potenti accordi.
L’uno suonò fortissimo, l’altro canterellava,
l’uno sembrò lagnarsi e l’altro sospirare;
e così conversavano i due stagni tra i campi,
50 come due arpe eoliche che suonano alternate.

L’ombra si addensa; solo presso il fiume tra i salici


e nel boschetto brillano come candele gli occhi
del lupo e più lontano, lungo i ristretti bordi
dell’orizzonte, i fuochi notturni dei pastori.
55 La luna al fine accese la sua torcia d’argento,
uscì dalla foresta e schiarì cielo e terra.
Ora i due, che la tenebra ha scoperto a metà,
dormivano vicini come sposi felici:
stringeva il cielo fra le sue caste braccia il seno
60 della terra, splendente dell’argento lunare.

Già di fronte alla luna brilla una stella, un’altra,


poi ammiccano a mille, a milioni. Davanti
a tutti splende Castore col fratello Polluce,
che gli slavi chiamavano Lele e Polele, un tempo303;
65 oggi, nello zodiaco del volgo, li han di nuovo
battezzati col nome di Lituania e Corona.

Più in là brillano i piatti della celeste Libra;


il dì della creazione (lo dicono gli anziani)
Dio vi pesò i pianeti e la terra, un po’ prima
70 di piazzarne il gravame negli abissi dell’aria;
poi la bilancia d’oro sospese alta nel cielo
e la libra e i suoi piatti l’uomo prese a modello.

A nord risplende il cerchio dello Staccio stellato304


con cui (così si dice) Dio setacciò la segale
75 che dal cielo gettò ad Adamo scacciato
dal giardino a causa del peccato commesso.

Più in su il Carro di Davide, pronto a partire*, punta


il suo lungo timone alla stella polare.
Sanno, i vecchi lituani, che è erroneo attribuirlo,
80 come fa il volgo, a Davide: quello è il carro dell’Angelo.
Ci viaggiava Lucifero in tempi immemorabili,
quando chiamò a cimento Dio; egli galoppava
per la via lattea al soglio celeste: fu sbalzato
da Michele, che scagliò il carro fuori strada.
85 Ora sta tra le stelle abbandonato, guasto,
non permette l’arcangelo Michele di aggiustarlo.

Sanno anche molto bene, i vecchi di Lituania


(pare lo abbiano appreso dai rabbini) che il Drago
lungo e corpulento dello zodiaco, il quale
90 solcando il cielo snoda i suoi stellati anelli
e che, errando, gli astronomi battezzano Serpente,
non è serpe ma pesce: si chiama Leviatano.
Un tempo dimorava nei mari: non appena
finì il diluvio morì per la carenza d’acqua;
95 così, per ricordanza e per la sua stranezza,
gli angeli ne appesero le spoglie inerti in cielo.
Similmente il plebano di Mir305 nella sua chiesa
ha appeso tibie e costole di giganti esumati*.

Tali storie di stelle, rintracciate nei libri


100 o tratte da leggende, raccontava il Tribuno.
Benché di sera il vecchio ci vedesse un po’ male
e non scorgesse nulla nel cielo con gli occhiali,
sapeva di ogni stella sia il nome che la forma,
col dito ne indicava sito e traiettoria.

105 Quel giorno lo ascoltavano poco, per nulla attenti


allo Staccio o al Drago, o ai piatti di Bilancia.
Gli occhi e le menti erano attratti da un novello
ospite, appena scorto nel cielo: una cometa
di grandi dimensioni e potenza era apparsa*
110 a occidente e volava diretta a settentrione.
Col suo occhio sanguigno guarda il carro in tralice,
sembra voglia occupare il posto di Lucifero;
con la sua lunga treccia gettata all’indietro
fascia un terzo del cielo, come avesse una rete
115 agguanta uno stuolo di stelle, le trascina
e punta a nord, diritto alla stella del Polo306.

Con grande turbamento il popolo lituano


ogni notte guardava quel portento celeste,
da quel segno, e da altri, traeva auspici tetri:
120 troppo spesso si udiva il grido degli uccelli
del malaugurio i quali, ammassati in campi spogli,
affilavano il becco aspettando i cadaveri.
Troppo spesso i cani raspavano il suolo
latrando orribilmente come a fiutar la morte:
125 segno di fame o guerra. E i guardaboschi han visto
fra le tombe la Vergine della Peste elevarsi
sulle cime degli alberi più alti agitando
con la mano sinistra un cencio insanguinato.

Il sorvegliante, giunto per fare il suo rapporto,


130 fermo presso il recinto trae varie deduzioni;
l’economo e il contabile bisbigliano tra loro.
Il Ciambellano siede sulla panchina in corte.
Ha troncato ogni dialogo per prender la parola;
la grande tabacchiera brilla al chiaro di luna
135 (è tutta d’oro puro, montata di diamanti,
con al centro il ritratto di Stanislao sovrano)307,
vi picchietta le dita, fiuta e: «Messer Taddeo»,
dice, «questi discorsi che Lei fa sulle stelle
altro non è che l’eco di ciò che ha udito a scuola.
140 Io, per i portenti, presto più fede al volgo.
Per due anni studiai astronomia a Wilno
dove la Puzynina308, signora saggia e ricca,
donò i proventi di un villaggio di duecento
anime per l’acquisto di lenti e telescopi.
145 Padre Poczobut, uomo famoso, osservatore*
e all’epoca rettore dell’intera Accademia,
abbandonò alla fine la cattedra e le lenti
per tornare alla quieta cella del suo convento.
Lì morì santamente. Conosco anche Śniadecki,
150 che è un uomo molto saggio, sebbene sia un laico.
Gli astronomi osservano pianeti e comete
così come i borghesi fan con le carrozzelle:
sanno se sosteranno presso il palazzo regio,
se, passate le porte, andranno alla frontiera…
155 Ma chi ci viaggia? E perché? Col re di che ha parlato?
Il re ha inviato un messo a portar guerra o pace?
Questo non se lo chiedono. Io mi ricordo ancora
il giorno in cui Branicki andò a Jassy in carrozza
seguito dall’infame coda dei federati
160 di Targowica309, proprio come questa cometa.
Il popolino, estraneo agli affari dei governi,
intuì che quella coda annunziava il tradimento.
Pare che il volgo chiami la cometa “ramazza”,
perché spazzerà via un milione di persone».

165 Al che il Tribuno disse con un inchino: «È vero,


Eccellenza. Rammento che cosa mi fu detto
da piccolo; ricordo, pur non avendo ancora
dieci anni, che io vidi proprio a casa nostra
il defunto Sapieha310, tenente corazziere
170 che in seguito divenne il maresciallo regio
di corte e alla fine morì gran cancelliere
di Lituania, all’età di centodieci anni.
Fu a Vienna con Sobieski, ai comandi dell’etmano
Jabłonowski311. Narrava – Sapieha il cancelliere –
175 che proprio nel momento in cui Giovanni terzo312
montava in sella e il nunzio papale gli impartiva
la sua benedizione, mentre l’ambasciatore
austriaco gli baciava il piede e gli porgeva
la staffa (l’inviato era il conte Wilczek)313,
180 il re gridò: “Guardate che cosa accade in cielo!”
Guardano: sulle teste avanza una cometa314
lungo la via percorsa dalle orde di Maometto,
da est a ovest. Dopo anche don Bartochowski,
nel suo encomio Orientis Fulmen scritto in onore
185 dell’ingresso trionfale in Cracovia315, racconta
della cometa; ne fa menzione anche Janina316,
dove viene descritta l’intera spedizione
del fu Giovanni terzo, c’è anche l’incisione
del gran stendardo turco, e poi quella cometa,
190 in tutto uguale a questa che oggi stiamo vedendo».

«Amen», replicò il Giudice, «accetto il Suo auspicio:


che re Giovanni appaia assieme alla cometa!
Oggi in occidente c’è un grande eroe, Dio voglia
che la stella cometa lo conduca da noi!»

195 Il Tribuno, chinando la testa, disse triste:


«La cometa preannuncia guerra oppure risse!
È un male che sia apparsa proprio qui a Soplicowo,
forse su casa nostra incombe una sventura.
Già ieri abbiamo avuto troppe liti e contese,
200 sia a caccia che al banchetto. Per la giornata intera
il notaio si azzuffa con l’Assessore, a sera
messer Taddeo sfida il Conte a duello…
Pare che quella disputa sia sorta per la pelle
dell’orso, e se il Giudice non mi avesse interrotto
205 a tavola avrei messo d’accordo i contendenti.
Avrei raccontato un fatto interessante,
simile agli eventi della caccia di ieri,
accaduto ai migliori fucili dei miei tempi,
il deputato Rejtan e il principe di Nassau.
210 Ecco il fatto:

Dalla Volinia sta arrivando


ai suoi possedimenti polacchi (o a Varsavia
per la Dieta) il principe starosta di Podolia317.
Lungo il viaggio fa visita alle case dei nobili,
per distrarsi o acquisire popolarità. Giunge
215 da Taddeo Rejtan, oggi defunto, il quale in seguito
fu nostro deputato di Nowogródek: crebbi
fin dall’infanzia nella sua casa. Rejtan, dunque,
per l’arrivo del principe invitò molta gente,
la nobiltà in gran numero, c’era anche uno spettacolo
220 (il principe era un grande amante del teatro)318.
I fuochi li offrì Kaszyc, che abita a Jatra319,
i danzatori Tyzenhaus320, le orchestre Ogiński
e Sołtan, che sta a Zdzięcioł321. In breve, allestirono
in casa delle feste oltremodo fastose
225 e poi grandi battute di caccia in mezzo ai boschi.
Ma è noto a voi Eccellenze che tutti i Czartoryski –
quelli che si ricordano –, pur possedendo sangue
jagellone322, non hanno passione per la caccia,
non certo per pigrizia, ma perché affascinati
230 dai gusti forestieri; e il principe starosta
frequentava più spesso i libri che i canili
e, molto più che i boschi, le alcove femminili.

Al suo seguito c’era il principe tedesco


di Nassau*. Si diceva che, mentre era in battuta
235 con i re neri in Libia323, abbatté, con l’aiuto
di una picca, una tigre, e Nassau ne menava
gran vanto. Da noi invece allora si cacciava
il cinghiale e Rejtan, correndo un grosso rischio
perché con il suo stutzer era molto vicino,
240 sparò e uccise un’enorme femmina di cinghiale.
Noi tutti lì a elogiare quel magistrale tiro,
solo Nassau, il tedesco, ascoltava impassibile
le lodi, e camminando su e giù minimizzava
che un bel tiro attesta soltanto un occhio audace,
245 ma l’arma bianca – una mano audace; e riprese
a cianciare di Libie, di picche, di re neri
e di tigri. A quel punto si adombrò messer Rejtan,
era un uomo focoso, diede un colpo alla sciabola
e disse: “Sua Eccellenza il Principe! Chi guarda
250 con audacia combatte con audacia, un cinghiale
vale una tigre e una karabela una picca”,
e iniziò un dibattito un po’ troppo accanito.
Ci pensò Czartoryski a troncare l’alterco
placandoli in francese: non so cos’abbia detto,
255 ma l’intesa fu cenere sopra le braci. Rejtan
se n’era avuto a male e aspettava il momento
adatto per giocare un bel tiro al tedesco.
Per poco quel bel tiro non gli costò le cuoia:
lo fece l’indomani, come dirò fra poco».

260 Qui il Tribuno si tacque, alzò la mano destra


e chiese al Ciambellano la sua tabacchiera;
fiutò a lungo, sembrava non volesse finire
il racconto e che anzi intendesse acuire
l’attesa degli astanti. Ricominciò, ma subito
265 fu interrotto: una storia così appassionante!
Un servo era arrivato dal Giudice annunciando
che un uomo lo attendeva per un affare urgente.
Congedò tutti, il Giudice, diede la buonanotte;
gli ospiti si dispersero, andarono a dormire,
270 alcuni in casa, gli altri sul fieno del fienile.
Soplica corse a dare ascolto al viaggiatore.

Gli altri stan già dormendo. Taddeo si aggira presso


la porta dello zio come una sentinella,
vuole avere un consiglio, prima di andare a letto,
275 su questioni importanti; non si azzarda a bussare,
il Giudice conversa con qualcuno in segreto,
la stanza è chiusa a chiave, Taddeo tende l’orecchio.

Giungono dei singulti; attento a non urtare


il saliscendi, sbircia dal buco della chiave.
280 Vede una cosa strana! Il Giudice e Verme
in ginocchio, abbracciati, piangono a calde lacrime,
Verme bacia le mani al Giudice, il Giudice
piangendo stringe Verme al petto. Finalmente,
passato un quarto d’ora senza dir nulla, Verme
285 pronunciò a bassa voce le seguenti parole:

«Fratello! Dio lo sa che ho sempre conservato


i segreti svelati in confessione quando
fui preso dai rimorsi per tutti i miei peccati.
Sa che mi dedicai a Dio e alla Polonia,
290 non servo di superbia né avido di gloria,
ho vissuto e volevo morire bernardino
nascondendo il mio nome anche a te, fratello,
e a mio figlio! Ma il padre provinciale ha concesso
che in articulo mortis potessi rivelarmi.
295 Chissà se torno vivo! E a Dobrzyn che accadrà!?
C’è una gran baraonda! Il francese è lontano,
bisognerà aspettare che finisca l’inverno,
e a quanto pare i nobili non ne hanno l’intenzione.
Ho accelerato troppo l’insurrezione, forse!
300 Mi hanno frainteso! Ed ora Gervaso ha complicato
le cose! E quel pazzoide del Conte! So che è corso
a Dobrzyn! Io non sono riuscito a prevenirlo
perché il vecchio Mattia mi ha riconosciuto,
se lo svela il mio collo va sotto il Temperino.
305 Chi lo ferma il Chiavaio! Pace per la mia testa,
ma troncherei il complotto se venissi scoperto.

Oggi devo andar là, vedere che succede,


dovessi anche perire! I nobili in mia assenza
faranno una pazzia! Addio, fratello, ho fretta.
310 Se morirò tu solo sospirerai per me;
se sarà guerra, solo tu saprai il mio segreto:
sei un Soplica, concludi quello che ho iniziato!»

Si asciugò le lacrime, abbottonò la veste,


alzò il cappuccio e aprì sul retro la finestra,
315 era chiaro, voleva saltare giù nell’orto.
Il Giudice sedette e pianse a dirotto.

Taddeo attese un attimo, picchiettò il saliscendi,


gli fu aperto, fece un inchino, entrò in silenzio
e disse: «Mio zio caro, sto qui da pochi giorni,
320 e son durati un attimo; non ho goduto appieno
di te, della tua casa e devo già andarmene
di fretta, oggi, zio, adesso o al più tardi
domani; ti ricordi, noi abbiamo sfidato
il Conte a duello. Battermi è affar mio,
325 gli ho mandato il cartello; in Lituania è proibito,
perciò andrò nel Ducato di Varsavia. Sì, è vero,
il Conte è un fanfarone, ma non è affatto privo
di coraggio, e di certo si presenterà al luogo
convenuto e allora noi ci misureremo
330 e se Dio mi assiste io lo castigherò,
passerò la Łososna324, dove sull’altra riva
le schiere dei fratelli attendono il mio arrivo.
So che nel testamento mio padre ha decretato
ch’io entri nell’esercito. Non so chi l’ha annullato…»
335 «Taddeo!», disse lo zio. «Cos’hai, il diavolo in corpo?
Il fuoco addosso? Oppure come una volpe scaltra
pieghi la coda a destra e fili via a sinistra?
Sì, lo abbiamo sfidato, ci batteremo e basta.
Ma intestardirsi tanto per partire all’istante?!
340 Prima che si duelli si è soliti inviare
gli amici, patteggiare, il Conte ci potrebbe
chiedere scusa, ammettere… Aspetta, abbiamo tempo.
O forse è un altro l’estro che ti fa scappar via?
Dimmelo apertamente, senza tante perifrasi.
345 Sono tuo zio, son vecchio, ma un cuore adolescente
lo comprendo; ti ho fatto da padre» (ciò dicendo
gli accarezzava il mento), «mi ha detto un uccellino
che hai degli intrallazzi con le dame… Accidenti!
La gioventù di oggi si dà da fare presto!
350 Su, Taddeuccio, dimmi tutto sinceramente».

«Beh», bofonchiò Taddeo, «è vero, caro zio,


la cause sono altre… E forse è colpa mia!
Un errore! Che fare? Sfortuna! È troppo tardi
per rimediare! No, zio, non posso più restare.
355 Sbagli di gioventù! Non farmi più domande,
zio, devo abbandonare Soplicowo all’istante».

«Oh!», fa lo zio. «I soliti battibecchi d’amore!


Ieri ti ho visto mentre ti mordevi le labbra
guardando di sottecchi una certa fanciulla,
360 anche lei, ho notato, era un po’ scura in volto.
Io le conosco queste scemenze: due ragazzi
si amano ma pare sia tutto una disgrazia!
Prima contenti, dopo addolorati e tristi,
poi dopo si azzannano senza nessun motivo,
365 fanno il muso in un angolo, non si parlano neanche,
a volte, addirittura, fuggono via nel campo.
Se vi ha afferrato un raptus del genere bisogna
soltanto pazientare, che un rimedio si trova;
mi prendo io l’incarico di mettervi d’accordo.
370 Conosco bene queste scemenze, anch’io fui giovane.
Di’ tutto, e anch’io può darsi che ti sveli una cosa,
e ognuno di noi avrà modo di confessarsi».

Taddeo arrossì, baciò la mano dello zio


e disse: «Zietto, ecco la verità. Sofia,
375 la tua pupilla, anche se l’ho vista soltanto
poche volte, mi piace tanto; ma sento dire
che vuoi farmi sposare Rosa, la bella e ricca
figlia del Ciambellano. Non posso acconsentire
perché amo Sofia: il cuore non si cambia!
380 Sposare una fanciulla e poi amarne un’altra
è disonesto! Forse mi guarirà il tempo,
intanto partirò, e non tornerò presto».

«Taddeuccio!», interruppe lo zio. «Che modo strano


di amarsi è scappar via da coloro che ami…
385 Sei sincero, e va bene; ma partendo faresti
una scemenza! Ascolta, se chiedessi la mano
di Sofia? Che ne dici? Non salti dalla gioia?»

Taddeo tacque, poi disse: «Zio, mio benefattore,


la tua bontà è mirabile! Ma il tuo favore ormai
390 non servirà a nulla! Ogni speranza è vana!
Madama Telimena non mi darà Sofia!»
«La pregherò», fa il Giudice.

«Non sentirà ragione»,


Taddeo lo interruppe subito. «No, aspettare
proprio non posso, ho fretta, domani sarò in viaggio.
395 Zietto, benedicimi e basta, ho preparato
ogni cosa e tra poco parto per il Ducato».

Il Giudice, adirato, torcendosi i mustacchi,


guardò il ragazzo: «È questa la tua sincerità?
Così mi apri il cuore? Prima il duello, dopo
400 l’amore e adesso il viaggio! Qua sotto c’è un imbroglio.
Me l’avevano detto, ho seguito i tuoi passi!
Tu non fai che mentire, frivolo donnaiolo!
Quella volta di sera tu dove stavi andando?
E che cosa cercavi fiutando come un bracco?
405 Taddeo! Forse hai sedotto Sofia e adesso scappi?
Non la farai franca, bamboccio, che tu l’ami
o non l’ami ti annuncio che tu la sposerai,
e se non vuoi c’è il nerbo… domani sul tappeto!325
E mi viene a parlare di sentimenti! E poi
410 del cuore che non cambia! Sei un bugiardo! Pfui!
Su Voi farò un’indagine! Vi striglierò le orecchie,
messer Taddeo! Per oggi ho avuto tanti guai
che mi fa male il capo! Già, mi mancava solo
codesta seccatura per non prendere sonno
415 in pace! Fila a letto!» Nel dirlo, aprì la porta
e poi chiamò l’Usciere, che venisse a svestirlo.

Taddeo uscì zitto a capo chino e nella mente


ripercorreva il dialogo piuttosto imbarazzante,
nessuno mai lo aveva strigliato così forte…!
420 Valutò quei rimbrotti: giusti… e arrossì in volto.
Che fare!? E se Sofia lo venisse a sapere?
Chiedere la sua mano? Che dirà Telimena?
No! Ormai a Soplicowo non ci può più restare.

Assorto, fece solo tre passi e all’improvviso


425 qualcosa gli tagliò la strada. Intravide
uno spirito lungo, sottile, snello e bianco
che scivolava verso di lui tendendo il braccio
su cui si rifletteva il lume tremolante
della luna. Accostatosi, gemette piano: «Ingrato!
430 Cercavi il mio sguardo e adesso tu lo scansi,
cercavi la mia voce e ti tappi le orecchie
quasi avessi il veleno nella lingua e negli occhi!
Ben mi sta! Lo sapevo che cosa sei: un uomo!
Non sono una civetta e non ti ho ossessionato:
435 io ti ho reso felice! Ingrato, il tuo trionfo
su un cuore troppo tenero ha indurito il tuo cuore;
l’hai conquistato in fretta, perciò l’hai disprezzato!
Ben mi sta! Ma è una prova che pago a caro prezzo,
credimi, più di te io disprezzo me stessa!»

440 «Non è duro il mio cuore, Telimena, davvero,


né ti scanso per spregio, ma anche tu lo sai bene,
ci vedono, ci seguono… Così, apertamente…»,
disse Taddeo. «Che cosa dirà la gente? Insomma,
la cosa è sconveniente, davvero, è peccato».
445 «Peccato!», lei rispose con un sorriso amaro.
«Oh, l’agnellino ignaro! Io che sono una donna,
io non temo di amare, venissi anche scoperta
o svergognata, e tu? Un maschio? Quale danno
può mai venire a voi pur se doveste ammettere
450 di avere una storia con dieci amanti insieme?
Di’ il vero: vuoi lasciarmi!» E s’inondò di lacrime.
«Ma che direbbe il mondo, Telimena, di un uomo
che alla mia età e in salute», disse Taddeo, «vivesse
tra i campi a far l’amore mentre parecchi giovani,
455 tanti mariti lasciano la moglie e i figli e corrono
all’estero a combattere sotto i nostri stendardi?
Non dipende da me, volessi anche restare.
Mio padre lasciò scritto ch’io entri nell’esercito
polacco, ora lo zio conferma il suo volere.
460 Parto domani, ho preso l’ultima decisione
e credi, Telimena, non cambierò opinione».
«Io», disse Telimena, «non ti voglio sbarrare
la strada per la gloria, né voglio ostacolare
la tua felicità! Sei un uomo, avrai un’amante
465 più degna del tuo cuore, più ricca, più avvenente!
Ma prima di dividerci, per mia consolazione,
dimmi che il tuo sentire era davvero amore,
non frivola lussuria o solamente un gioco,
ma amore; che io sappia che il mio Taddeo mi ama!
470 Voglio sentire ancora “t’amo” dalle tue labbra,
inciderlo nel cuore, scriverlo nel pensiero;
ricordando il tuo amore, se smetterai di amarmi
io ti perdonerò più presto!» – E ruppe in pianto.

Vedendo quelle lacrime, le suppliche toccanti,


475 e che non pretendeva, in fondo, più di tanto,
Taddeo, mosso a pietà e sincero rammarico,
si commosse, e se avesse indagato l’intrico
del suo cuore nemmeno lui avrebbe capito
se l’amava o no. Perciò disse pimpante:
480 «Telimena, che un fulmine dal cielo mi colpisca
se è falso che ti ho amata… che mi piacevi molto;
con te ho passato istanti dolci, seppure brevi,
e così deliziosi che a lungo, anzi per sempre,
credi, mi rimarranno impressi nel pensiero
485 e mai potrò scordarmi di te, dico davvero».

Lei gli buttò le braccia al collo: «Lo sapevo!


Tu mi ami, quindi vivo, perché oggi volevo
abbreviare i miei giorni con la mia stessa mano!
Ma se mi ami, mio caro, come fai a lasciarmi?
490 Ti ho già dato il mio cuore, ti darò i miei averi,
ti seguirò dovunque; con te mi sarà caro
ogni luogo! L’amore trasforma ogni deserto
selvaggio in un fiorito paradiso terrestre».

Taddeo si staccò a forza dall’abbraccio. «Che cosa?»,


495 disse. «Hai perso il senno? Con me? Perché? E dove?
Io, da soldato semplice, dovrei portarti dietro
come una vivandiera?» Rispose Telimena:
«Sposiamoci!» – «No! Mai! Non ho alcuna intenzione
di pensare alle nozze, e nemmeno all’amore!
500 Lasciamo stare queste corbellerie! Ti prego,
mia cara, su, rifletti, calmati! Io ti devo
molto, però sposarsi… è assurdo! Certo, amiamoci,
ma così… da distante… ognuno per suo conto…
Non posso più restare qui, no, no, devo andare,
505 addio, Telimena, io partirò domani».

Si sistemò il cappello, poi si girò di lato


nel gesto di andar via; ma col volto e lo sguardo
lo bloccò Telimena, quasi fosse Medusa;
si arrestò suo malgrado, la fissò con paura:
510 pallida, non un gesto, né respiro né vita!
Poi, il braccio teso come spada pronta a trafiggere,
gridò puntando il dito agli occhi di Taddeo:
«Ecco, qui ti volevo! Tu, cuore di serpente!
Tu, lingua viperina! Fa niente, se votandomi
515 a te sdegnavo il Conte, l’Assessore e il Notaio,
se mi hai sedotta e ora mi lasci abbandonata,
fa niente! Sei un maschio, so che siete immorali,
che anche tu, come gli altri, puoi infrangere una fede,
ma non sapevo quanto mentissi ignobilmente!326
520 Ho origliato alla porta! Hai messo gli occhi addosso
alla bimba? A Sofia!? La insidi con la frode!
Hai appena ingannato una malcapitata
e mentre sei al suo fianco ricerchi nuove prede!
Scappa, e ti inseguiranno le mie maledizioni –
525 resta, e narrerò al mondo le tue azioni indegne;
dopo di me nessuna cadrà nelle tue trame!
Vattene, ti disprezzo, uomo bugiardo e infame!»

All’insulto, inaudito per l’orecchio di un nobile


e che nessun Soplica aveva mai udito,
530 Taddeo, il viso pallido come un morto, fremette,
batté il piede, strinse le labbra e disse: «Scema!»

Uscì, ma quell’«infame» come un’eco tornava


nel cuore; ebbe un sussulto: se l’era meritato,
le aveva fatto un torto, accusarlo era giusto,
535 diceva la coscienza; ma dopo quelle accuse
provava per la donna un crescente disgusto.
A Sofia, per vergogna, non osava pensare.
Sofia… così bella, così dolce! Lo zio
gliel’ha promessa in moglie! La potrebbe sposare,
540 ma il demonio lo ha indotto a peccare, a mentire,
per poi farsi da parte ghignando. Riprovato,
disprezzato da tutti! Dissipato il futuro
in due giorni! Un delitto, e il castigo era giusto.

Nel tumulto dei sensi, come ultima spiaggia,


545 baluginò il pensiero del duello: «Ammazzare
quel furfante del Conte!», gridò in preda all’ira.
«Perire o vendicarsi!» Ma di cosa? Lo ignora!
E l’ira, che in un batter di ciglia s’era accesa,
svanì ridando spazio a una profonda pena.
550 Pensò: «E anche se fosse vera la percezione
che tra Sofia e il Conte ci sia di già un’intesa?
E allora? Forse il Conte l’ama sinceramente,
o forse lo ama lei… E se lo sposerà!
Con che diritto voglio impedire il matrimonio
555 e turbare, io infelice, l’altrui felicità?»

Piombò nello sconforto e non vide altra sorte


che fuggire di fretta… Ma dove? Nella tomba…!?

Premendo il pugno chiuso sulla fronte abbassata


corse diretto ai prati sotto i quali i due stagni
560 brillavano, e raggiunse quello più limaccioso;
immerse l’occhio avido nel verdastro profondo,
inspirò a pieno petto l’olezzo voluttuoso
del fango e offrì la bocca: ché come ogni lussuria
il suicidio è sottile; provò, nella vertigine,
565 l’attrazione indicibile di annegare nel limo.

Telimena, intuendo dai suoi moti selvaggi


l’angoscia e nel vedere che correva agli stagni,
sebbene con lui fosse giustamente rabbiosa,
si spaventò; in effetti era una di buon cuore.
570 Le spiaceva che avesse osato amare un’altra,
voleva castigarlo, non certo rovinarlo!
E dunque lo rincorse, le braccia tese in alto,
gridò: «Fermo! È da sciocchi! Ama, se vuoi, o sposati,
o parti, ma ora fermati!» – Ma lui con corsa rapida
575 l’ha distanziata ed ora sta in piedi sulla riva.

Per un buffo decreto del destino, il Conte


cavalcava, alla guida della schiera di jockey,
lungo la stessa riva. Rapito dall’incanto
della notte serena e dall’armonia magica
580 dell’orchestra subacquea, dei cori risonanti
come le arpe eoliche (nessuna rana canta
meglio delle nostrane), fermò il trotto, dimentico
della sua spedizione, tese attento l’orecchio
allo stagno. Ascoltava, lo sguardo ai campi e al cielo,
585 forse imbastiva abbozzi di paesaggi serali.

Davvero pittoreschi erano quei dintorni!


I due stagni chinavano l’un verso l’altro i volti
come due amanti: le acque dello stagno alla destra
lisce e pure come guance di giovinetta;
590 l’altro è più scuro, come il viso di un ragazzo
bruno e di peluria virile già cosparso.
Quello di destra luccica con la sabbia dorata
come capelli biondi; la fronte di quell’altro
è arricciata di salici, crestata di arbusti,
595 entrambi rivestiti di un manto di verzura.

Ne escono due rivoli, si stringono, congiunti


come due mani; il rivolo discende verso il basso,
discende ma non muore, ché nel buio del fosso
trasporta fiotti d’oro di luna sopra i flutti;
600 l’acqua cade giù a strati e sopra ogni strato
sfavillano manciate di chiarore lunare,
dentro il fosso la luce si frange in mille scaglie,
la corrente fuggiasca le inghiotte e le sommerge,
e il chiarore lunare ripiomba giù a manciate.
605 Come se Świtezianka327 sedesse sulla riva,
versasse con un palmo da un vaso senza fine
e con l’altro, per gioco, dal grembiule prendesse
manciate d’oro magico e le gettasse in acqua.

Più in là, scampato al fosso, il ruscello si srotola


610 nella piana, si cheta, ma si vede che scorre,
ché il suo mobile strascico tremolante è percorso
dalla lucina tremula della luna. Sì come
la bellissima serpe samogizia, chiamata
giwojtos328, che nel brugo pare essere assopita
615 ma striscia, e in modo alterno s’indora e s’inargenta
per sparire alla vista nel muschio o nella felce,
così il rivo serpeggia, si cela fra gli ontani
nereggianti ai confini dell’orizzonte, alzando
le loro forme lievi come spiriti in parte
620 visibili ed in parte dalla foschia celati.

Un mulino è annidato nel fosso tra gli stagni.


Come il vecchio tutore che sorveglia due amanti,
ne ascolta i conciliaboli, si arrabbia, esagitato
scrolla il capo, gesticola e balbetta minacce,
625 così il mulino scosse la sua fronte muschiosa,
e torcendo il pugno dalle dita massicce
appena scrocchiò e mosse le mascelle dentate
soffocò il colloquio amoroso degli stagni.
E destò il Conte.

Il Conte, vedendo l’avversario


630 così vicino alla sua postazione armata,
gridò: «Allarmi! Acciuffatelo!» Pronti i jockey scattarono,
lo afferrarono prima che si rendesse conto
dell’accaduto; corsero nel cortile di casa
tra latrati di cani e grida di guardiani.
635 Mezzo svestito, il Giudice saltò fuori pensando
che fossero briganti, poi riconobbe il Conte.
«Che cos’è?!», chiese. Il Conte roteò sopra il suo capo
la spada, ma vedendolo senz’armi perse slancio.
Disse: «Soplica! Eterno nemico della mia
640 famiglia! Oggi ti accuso di colpe antiche e nuove,
oggi mi darai conto dei miei beni usurpati
prima che io vendichi l’oltraggio al mio onore!»

Ma il Giudice, segnandosi, gridò: «In nome del Padre


e del Figlio! Messere! È un Conte o un brigante!?
645 Per Dio! Tutto ciò è indegno del Suo nobile sangue,
della Sua educazione, del Suo rango nel mondo!
Ma mi saprò difendere!» Corsero i servitori,
gli uni con i fucili, gli altri con i bastoni;
da lontano, il Tribuno guardava attento il Conte
650 negli occhi, e nella manica nascondeva il coltello.

Stanno per battagliare, ma il Giudice li blocca:


è inutile difendersi, sta per giungere un nuovo
nemico: tra gli ontani, un bagliore, un colpo
d’archibugio! Il ponte rombò sotto il galoppo
655 e mille voci esplosero: «Dagli ai Soplica! Dagli!»
Ebbe un sussulto il Giudice, al grido di battaglia
di Gervaso. «E non basta, ne arriveranno altri»,
esclamò il Conte. «Arrenditi, sono i miei alleati».

Arrivò l’Assessore di corsa e gridò: «In nome


660 di Sua Maestà Imperiale siete in arresto, Conte;
consegnate la spada o chiamerò i soldati!
Chi osa aggredire armato di notte – così attesta
l’ukaz milleduecento – è un mal…» Il Conte, allora,
scagliò una piattonata in faccia all’Assessore.
665 Cadde stordito, quindi si buttò fra le ortiche;
pensarono che fosse morto oppure ferito.

Il Giudice esclamò: «Ma questo è banditismo!»


Sopraffecero i gemiti di tutti gli alti strilli
di Sofia che, stringendo forte il Giudice, urlava
670 come un bambino punto con spilli dagli ebrei329.

Intanto Telimena piombò in mezzo ai cavalli


e proprio in faccia al Conte, torcendosi le mani,
gridò: «Per il tuo onore!» con voce lacerante,
la testa arrovesciata, la chioma sciolta. «Conte!
675 Ti imploriamo in ginocchio su tutto ciò che è sacro!
Ti pregano le dame e oserai rifiutare?!
Uomo spietato, prima dovrai ammazzare noi!»
Cadde in deliquio. Il Conte saltò giù in suo soccorso,
stupito e un po’ confuso per la scena inattesa.
680 «Signorina Sofia! Madama Telimena!»,
disse. «Il sangue innocente mai lorderà codesta
spada. Soplica! Ora siete miei prigionieri.
Lo feci già in Italia quando, sotto quell’arce
che i siciliani chiamano Rocca Birbante, presi
685 un covo di briganti; massacrai quelli armati,
raccolsi i disarmati e li feci legare;
al mio corteo trionfale fecero da ornamento,
poi furono impiccati alle falde dell’Etna».

Fu fortunato il Giudice che i cavalli del Conte


690 fossero più veloci di quelli in mano ai nobili
e che li precedesse. Voleva essere il primo
e se li lasciò dietro perlomeno di un miglio,
con i suoi jockey i quali, ligi e disciplinati,
creavano una sorta di truppa regolare;
695 gli altri nobili, invece, nutriti a insurrezioni,
erano turbolenti, pronti alle impiccagioni.

Il Conte ha avuto il tempo di placare la rabbia,


pensa a come evitare spargimenti di sangue:
in quanto prigionieri di guerra, chiude in casa
700 i Soplica e sistema le guardie sull’entrata.

«Dagli ai Soplica!» I nobili fanno irruzione in massa,


accerchiano e assalgono la villa, impresa facile,
ché il capo è prigioniero e la truppa è sparita,
ma si vogliono battere, e cercano un nemico.
705 Interdetta la villa, vanno alle dipendenze,
nelle cucine… E lì la vista delle pentole,
il fuoco appena spento, il profumo fragrante
dei cibi, lo scrocchiare di avanzi rosicchiati
dai cani afferra il cuore e muta i desideri,
710 raffredda l’ira e attizza la voglia di mangiare.
Spossati dalla corsa e dal lungo consiglio,
«Da mangiare!» – tre volte gridarono all’unisono.
«Da bere!» – si rispose. La nobiltà in due cori
si divide: «Mangiare!», fa l’uno; e l’altro: «Bere!»
715 L’eco vola e ovunque si sparga fa venire
la fame nello stomaco e in bocca l’acquolina.
E così, alla parola d’ordine culinaria,
l’armata si disperse cercando vettovaglie.

Gervaso, rintuzzato dagli alloggi del Giudice,


720 per rispetto alle guardie del Conte, ormai rinuncia
a infliggere al nemico la sua attesa vendetta
e pensa all’altro grande scopo di quell’impresa.
Uomo esperto e pratico di diritto, ha intenzione
di insediare il Conte, secondo legge e forma,
725 nel nuovo appannaggio. Cerca l’Usciere, fruga
a lungo, poi lo scorge nascosto dalla stufa.
Lo afferra per il bavero, lo trascina in cortile
e puntatogli al petto il Temperino dice:
«Signor Usciere, il Conte osa farLe richiesta
730 di essere intromesso, testimoni i fratelli
nobili330, nei possessi dei Soplica: il castello,
la tenuta e i villaggi, i terreni coltivati
e incolti, ossia cum boschis, silvis et confiniebus,
ruricolis, scultetis, et cum omnibus rebus
735 et quibusdam aliis. Abbaia quel che sai
senza omettere nulla!» – «Signor Chiavaio, aspetti!»,
con le mani alla cintola disse ardito Protaso.
«Son pronto ad eseguire gli ordini delle parti,
ma informo che quest’atto non avrà alcun valore,
740 in quanto estorto a forza e bandito in piena notte».
«A forza?», fa il Chiavaio. «Qui non c’è assalto alcuno,
lo chiedo gentilmente; se qualcosa Le è oscuro
accenderò un gran fuoco con questo Temperino,
così vedrà più chiaro che nelle sette chiese».

745 «Gervasino, suvvia, perché arrabbiarsi tanto?


Non spetta a me, l’usciere, dibattere la causa;
si sa, una parte invita l’usciere e poi gli detta
ciò che vuole, e l’usciere non fa che proclamare.
Egli è l’ambasciatore, perciò non porta pena,
750 quindi non so perché mi tieni sotto scorta.
Scriverò l’atto subito, portate una lanterna!
Io proclamo: fratelli, fate tutti silenzio!»

Per farsi udire meglio salì su una catasta


di travi (si seccavano sotto la staccionata),
755 vi saltò sopra, e come rapito da una tromba
d’aria scomparve; udirono tra i cavoli un gran tonfo,
la sua konfederatka, simile a una colomba
bianca, sfrecciò nel mezzo del buio canapaio.
Vide il Brocca il berretto, sparò ma fallì il colpo.
760 Dei pali scricchiolarono, Protaso era nel luppolo,
gridò: «Protesto!», ed era sicuro della fuga,
ché aveva già alle spalle saliceto e palude.

Come l’ultimo colpo di cannone sparato


sui bastioni espugnati, così quella protesta
765 a Soplicowo pone fine a ogni resistenza:
la nobiltà affamata arraffa quel che trova.
L’Aspersorio, che ha scelto come base la stalla,
ha fracassato il cranio a due vitelli e a un manzo,
e il Rasoietto ha immerso nelle gole la lama.
770 Anche il Lesina è attivo col suo spadino e infilza
giusto sotto la scapola porcelli e maialini.
Gli uccelli sono a rischio di strage: il branco d’oche
che un tempo salvò Roma dai Galli traditori
starnazza invano; al posto di Manlio nella stia
775 piomba il Brocchetta, alcune ne strangola, altre – vive –
le lega alla cintura del kontusz. Vano è il roco
strepito e il roteare dei colli delle oche,
invano i maschi sibilano beccando gli occupanti.
Lui corre ricoperto di brillante lanugine
780 come portato dallo sbattere delle ali,
sembra un chochlik, l’alato spiritello maligno.

Ma il massacro più orrendo, seppur meno eclatante,


avviene col pollame. Piombato nel pollaio,
Gonzo dai posatoi tira giù con dei cappi
785 galletti e gallinelle crespe e capellute,
le strozza una per una e ne fa una catasta,
bellissimi pennuti, nutriti a orzo perlato.
O incauto Gonzo, il tuo zelo sarà fatale!
Mai più Sofia, furente, ti potrà perdonare.

790 Rimembrando le usanze di una volta, Gervaso


si fa dare le cintole dei kontusz, con le quali
issa dalla cantina dei Soplica barili
d’idromele di rovere, di vodka torba e birra.
La nobiltà, che brulica come formiche, subito
795 ne stura alcuni, gli altri li rotola entusiasta
fino al castello, dove si passerà la notte:
è posto lì il quartiere generale del Conte.

Su cento fuochi cuociono lessi, arrosti, fritture,


la carne arcua i tavoli, l’alcol scorre a fiumi;
800 è una notte da bere, da mangiare e cantare.
Ma pian piano, assonnati, si inizia a sbadigliare,
un occhio dopo l’altro si spegne, il capo ciondola,
ciascuno cade immobile nel punto in cui si trova,
sul piatto, sul boccale, su un quarto di vitello.
805 Così li vinse il sonno, della morte fratello331.
LIBRO NONO

La battaglia

Dei pericoli derivanti da un bivacco disordinato. – Un soccorso inatteso. – La triste condizione dei
nobili. – La visita del padre questuante è un presagio di salvezza. – Il maggiore Płut attira su di sé la
tempesta per un eccesso di galanteria. – Un colpo di terzetta dà il segnale del combattimento. – Gesta
dell’Aspersorio, gesta e rischi di Mattia. – Il Brocchetta salva Soplicowo grazie a un’imboscata. –
Rinforzi di cavalleria, attacco di fanteria. – Gesta di Taddeo. – Il duello dei capi viene proditoriamente
interrotto. – Il Tribuno, con manovra decisa, fa pendere la bilancia del combattimento. – Gesta
sanguinarie di Gervaso. – Il Ciambellano vincitore magnanimo.

Russano come mantici di un sonno che non rompe


né il fuoco delle torce né il gruppetto che irrompe
gettandosi sui nobili, come fa l’opilione
– ragno delle pareti – con le torpide mosche;
5 basta un ronzìo che il boia con le sue lunghe zampe
le avvolge e le asfissia senza lasciare scampo.
Più greve delle mosche i nobili hanno il sonno,
nessuno ronza, e tutti giacciono come morti,
sebbene braccia forti li abbiano afferrati
10 e rigirati come mannelli affastellati.

Solamente il Brocchetta, il quale nel distretto


non ha uguali nel bere a qual che sia banchetto
(reggeva due fustini d’idromele di luglio
prima che lingua e gambe diventassero molli),
15 pur rimpinzato e immerso nel sonno più profondo,
dava segni di vita; socchiuse appena un occhio…
Vide due spettri orrendi! Due ceffi orripilanti
proprio sopra di lui, ciascuno con due baffi
che tra sbuffi e alitate gli toccano la faccia,
20 lo avvolgono come ali con quattro forti braccia;
atterrito vorrebbe segnarsi con la mano,
muove la destra… nulla! Sembra inchiodata al fianco,
poi la sinistra… inutile! L’han legato i fantasmi
stretto come un poppante avvolto nelle fasce.
25 Spalanca l’occhio, giace sgomento senza fiato,
potrebbe anche tirare le cuoia tra un momento.

Salta su l’Aspersorio, non vuole darla vinta:


troppo tardi! È legato stretto alla propria cinta,
ma si accuccia e fa un balzo con tale veemenza
30 che piomba sopra i petti e le teste dei dormienti,
si agita come un luccio gettato sulla sabbia,
ruggisce come un orso dai polmoni possenti:
«Tradimento!» E in quella replica come un coro
il gruppo ridestato: «Tradimento! Accorruomo!»

35 L’eco del grido giunge al salone degli specchi


dove il Conte, Gervaso e i jockey stan dormendo.
Gervaso si ridesta, cerca di svincolarsi,
invano, è incavezzato al suo stesso spadone;
guarda, alla finestra vede persone in armi,
40 portano caschi neri e uniformi verdi:
uno con la fusciacca impugna una spada
con la cui punta guida il gruppo dei gendarmi
sussurrando: «Legateli!» Giacciono accalappiati
come montoni i jockey, il Conte è disarmato
45 ma sciolto, accanto a lui puntan la baionetta
due sgherri – e Gervaso li riconosce in fretta:
i russi!

Il Chiavaio spesso si era trovato


in emergenze simili, legato mani e piedi,
ma si era liberato; sapeva come sciogliere
50 i nodi, era sicuro di sé, era molto forte.
Agì in silenzio: finse di dormire e pian piano
allungò braccia e gambe, inspirò, tirò in dentro
la pancia e il petto, quindi si accartocciò, si gonfiò,
si tese: come serpe che appiatta coda e testa
55 tra le spire, Gervaso da lungo quale era
si fece corto e grosso; le funi si allungarono
fin quasi a scricchiolare, però non si spezzarono!
Per la paura e l’onta cadde il Chiavaio e in terra
nascose il volto iroso, senza dare alcun segno
60 di vita giacque inerte come un pezzo di legno.

Un rullio di tamburi, prima rado, poi fitto


sempre di più. All’appello il maggiore moscovita
ordinò di rinchiudere, con stretta sorveglianza,
i jockey con il Conte nel salone lì accanto,
65 di portar fuori i nobili presso l’altro reparto.
Invano l’Aspersorio furente si dibatte.

Fuori, con gli ufficiali, molti nobili armati:


i Biergel, i Hreczecha, i Birbasz, i Podhajski,
tutti amici del Giudice o con lui imparentati.
70 Saputo dell’attacco eran giunti a supporto,
giacché con i Dobrzyński v’era antica discordia.

Chi chiamò il battaglione dei fanti di Moscovia?


Chi radunò i vicini dei borghi circostanti?
L’Assessore o Jankiel? Le voci erano varie,
75 ma nessuno lo seppe né allora né più tardi.

Sorge il sole, si tinge di un rossore di sangue


dal contorno smussato, come orbato dei raggi,
mezzo lucente e mezzo nel nero delle nubi,
un ferro di cavallo rovente nel carbone.
80 Rinforza il vento e spinge da oriente nuvoloni
fitti e squarciati come dei lastroni di ghiaccio;
ogni nube che passa schizza una pioggia fredda
che il vento, rincorrendola, prosciuga nuovamente,
un’altra nube umida segue a sua volta il vento:
85 così il giorno si alterna tra il freddo e gli acquazzoni.

Il maggiore comanda di portare le travi


che stavano a seccare; vi scavano con l’ascia
dei fori a semicerchio, ci infilano i piedi
dei prigionieri; un’altra trave ottura i fori.
90 Ai capi dei due ceppi i chiodi conficcati
stringono i piedi come mandibole di cani.
I nobili han le braccia annodate alla schiena,
ma non basta: il maggiore, per aumentar la pena,
dapprima fa volare via le konfederatki,
strappa i mantelli, i kontusz, anche le taratatki
95 e gli żupan. Seduti in riga i prigionieri
nei ceppi sotto l’acqua ghiaccia battono i denti,
ché il freddo è ormai pungente e i rovesci in aumento.
Invano l’Aspersorio furente si dibatte.

100 Invano per i nobili il Giudice intercede,


al pianto di Sofia unisce le preghiere
Telimena, a chiedere pietà pei prigionieri.
Invero un ufficiale, Nikita Rykov, russo
e tuttavia un buon uomo, si è quasi commosso,
105 ma che fare! È agli ordini di Płut, il suo maggiore.

Costui, originario di Dzierowicze332, pare


che portasse il cognome polacco di Płutowicz;
cambiò nome: un cialtrone, uno di quei polacchi
che servendo lo zar si son russificati.
110 Płut333, con la pipa in bocca di fronte alla facciata,
i pugni sulle anche e la faccia piccata,
rispose ai saluti con smorfia disdegnosa,
lanciò una boccata di fumo ed entrò in casa.

Il Giudice addolcisce Rykov, prende in disparte


115 l’Assessore e riflettono su che si debba fare
per non dover ricorrere ad alcun tribunale,
di modo che il governo non ci metta le mani.
Il capitano Rykov disse a Płut, il maggiore:

«Maggiore, a che ci servono tutti quei prigionieri?


120 Li mandiamo a giudizio? Per loro ciò sarebbe
una grande rovina, e a Lei che ne verrebbe?
Sarà meglio appianare la questione, e il Giudice
dovrà ricompensare il Suo sforzo: diremo
di essere venuti qui in visita a palazzo,
125 così la capra è salva e anche il lupo è sazio.
Lei sa gli adagi russi: “Puoi fare tutto solo
se usi prudenza”; “Cuoci il tuo arrosto allo schidione
dello zar”; “La concordia – meglio della discordia”;
“Fai bene il nodo e immergi i capi della corda”.
130 Non facciamo rapporto, nascondiamo il diverbio:
“Dio ci diede le mani per prendere”, è il proverbio…»

Nel sentir ciò il maggiore sbottò preso dall’ira:


«Sei impazzito, Rykov? Noi siamo al servizio
dello zar, non è un gioco! Sei un idiota, Rykov!
135 Sei impazzito, Rykov!? Liberare i ribelli?
Siamo in guerra! Eh, polacchi, nobili lazzaroni,
ve le sistemo io le vostre ribellioni!
Vi conosco, Dobrzyński! Bagnatevi, cialtroni!»
(Guardò dalla finestra ridendo a squarciagola).
140 «Vedete quel Dobrzyński? Sì, con la redingote…
Toglietegliela subito! Fu lui che l’anno scorso
mi provocò al ballo; mentre stavo danzando
lui berciò: “Fuori, fuori! Sbattiamo fuori il ladro!”
Era stata rubata la cassa al reggimento,
145 fui messo sotto inchiesta, un bell’inconveniente.
Ma lui cosa c’entrava?! Son lì che sto ballando
la mazurca e lui: “Ladro!”, e i nobili: “Sì, bravo!”
Mi hanno offeso – e ora? Lo tengo nelle grinfie!
Gli dicevo: “Dobrzyński, chi di spada ferisce…”
150 Eccomi qua, Dobrzyński. Sei pronto per la sferza?»

Poi, chino verso il Giudice, gli sussurrò all’orecchio:


«Se vuoi venirne fuori non costerà parecchio.
Mille rubletti a testa risolvono il problema,
tutti in contanti, Giudice, e non uno di meno».

155 Il Giudice vorrebbe contrattare, ma Płut


corre lungo la stanza, fa il tonto, sbuffa fumo
come un bengala o un razzo. Le donne, tra le lacrime,
lo pregano, lo incalzano chiedendo compassione.
«Maggiore», dice il Giudice «se si va in tribunale
160 lei cosa ne guadagna? Non si è versato sangue,
non ci sono feriti… Si sono divorati
polletti e petti d’oca? Risarciranno i danni
secondo lo Statuto334; non citerò in giudizio
il Conte per un semplice alterco tra vicini».

165 «Giudice, ha letto il Libro Giallo?»*, chiese il maggiore.


«No, cos’è?», disse il Giudice. «È meglio di quei vostri
statuti. Ogni due righe c’è: knut335, Siberia, cappio.
È il libro dei decreti di guerra ora applicati
in Lituania. Oramai i vostri tribunali
170 stanno in soffitta. Adesso con le leggi marziali336
questo vostro scherzetto è una questione seria,
vi costerà i lavori forzati in Siberia».
«Ricorrerò in appello fino al governatore!»
E Płut: «Ricorri pure anche all’imperatore.
175 Quando lo zar conferma una sentenza emessa
lo fa graziosamente raddoppiando la pena.
Ricorri pure, Giudice, ricorri, ma fai presto,
prima che anche per te io trovi un buon pretesto.
Jankiel, la spia che il nostro governo da un po’ osserva,
180 frequenta la tua casa, sta nella tua taverna.
Posso arrestarvi tutti con ordine immediato».
«Come osi? Arrestarmi? Senza nessun mandato?»
L’alterco non sembrava volersi attutire
e in quella un nuovo ospite apparve nel cortile.

185 Un corteo strano, fitto. In testa, a mo’ di alfiere,


un enorme caprone nero sul cui testone
si ergono quattro corna: due ad arco sulle orecchie
con delle campanelle e due che dalla fronte
divergono sui lati percotendo sonagli
190 d’ottone risonanti. Dietro il caprone un branco
di ovini, bovi, capre, e dietro a quell’armento
quattro carri ricolmi, stracarichi di merci337.

Lo hanno capito tutti: quello è il corteo del frate.


Il Giudice lo accolse da buon anfitrione
195 sulla soglia. Fra’ Verme stava sul carro in testa
col cappuccio abbassato, la faccia un po’ nascosta,
ma quando nel passare mostrò il viso agli ostaggi
e alzò un dito a segnale, riconobbero il padre.
Videro chi guidava la seconda carretta:
200 vestito da bifolco, era Mattia il Verghetta.
Scorgendolo i nobili cominciarono a urlare,
lui disse: «Scemi!», e a gesti li esortò a non parlare.
Sul terzo c’è il Prussiano con la sua giubba a pezzi,
alla guida del quarto stanno Zan e Mickiewicz.

205 Nel frattempo i Podhajski, i Biergiel, gli Isajewicz,


i Kotwicz, Wilbik, Birbasz338, nel vedere quei ceppi
che ingabbiano i Dobrzyński, placano gli odi antichi:
la nobiltà polacca, seppur attaccabrighe,
pronta a menar le mani, non è vendicativa.
210 Corrono da Mattia per chiedergli consiglio.
Lui piazza tutti quanti intorno ai quattro carri,
ordina di aspettare. Intanto il questuante
è entrato nella stanza.

L’abito è sempre quello,


eppure chi lo guarda lo riconosce a stento,
215 tanto ha cambiato aspetto: sempre cupo e severo,
ora sta a testa alta con un’aria faceta
da gaio fratacchione, e prima di parlare
«Ah! Ah! Ah! Ah!» comincia di colpo a sghignazzare.
«Buongiorno a tutti! Ah! ah! Magnifico! Grandioso!
220 Signori ufficiali, c’è chi caccia di giorno,
voi di notte! Le ho viste le bestie, belle prede!
Spennateli, quei nobili, scuoiateli per bene!
Se gli mettete il morso smettono di scalciare!
Hai acchiappato il Conte, complimenti, maggiore,
225 quel riccastro grassoccio di nobili antenati
non sgabbiarlo per meno di trecento ducati,
poi passa qualche soldo anche al nostro convento
e a me, che alla tua anima penso costantemente.
Sono un buon frate e prego perché tu sia redento.
230 La morte fa man bassa anche degli ufficiali!
Scrive Baka339: la morte fa a pezzi la talare
scarlatta ai cardinali, bigelli drappi e cappe,
trancia pettinature cappucci e uniformi.
Ben dice Baka: mamma Morte è una cipolla,
235 ti strizza e il pianto schizza, e stringe forte al cuore
sia il bimbo nella culla che il gozzovigliatore!
Ah! Ah! oggi noi siamo vivi, caro maggiore,
domani creperemo. Solo il mangiare e il bere,
solo questo, nient’altro, adesso ci appartiene.
240 Giudice, non è ora di fare colazione?
Io mi siedo, vi prego, mangiamo tutti assieme!
Maggiore, due braciole? Tenente340, un bel boccale
di punch? Cosa ne pensi? Non ti farà del male!»

«Giusto, padre, è ora di mangiare e di bere»,


245 dissero i due ufficiali, «e di brindare al Giudice!»

Strabiliano i domestici. Il frate – un mattacchione?!


Ma da dove vien fuori tutto quel buonumore?
Il Giudice comanda al cuoco di eseguire:
ecco caraffa e zucchero, braciole e bottiglie.
250 Rykov e Płut si gettano sul pasto trangugiando
ingordamente e intanto bevono a tutto spiano:
ben ventitré braciole e una caraffa intera
di punch si fanno fuori nel giro di mezz’ora.

Sazio e allegro il maggiore si stravaccò in poltrona,


255 prese la pipa, accese con una banconota341,
con la salvietta l’unto si pulì dalla bocca,
volse il viso alle donne, scoccò occhiate amene,
disse: «Belle signore, sarete voi il dessert!
Dopo la colazione, per tutti i miei galloni,
260 finite le braciole, quale dolce è migliore
di una chiacchieratina con voi, belle signore!?
Giochiamo a carte? A whist? Oppure a mezzoduodeci?342
Facciamo una mazurca? Eh, nel mio reggimento
a ballare mazurche io sono il più provetto!»
265 Piegato in due, alle dame si appropinquò galante
lanciando loro sbuffi di fumo e complimenti.

«Balliamo!» gridò Verme. «Io quando svuoto un fiasco,


sebbene sia un prete mi rincalzo la tonaca
e ballo la mazurca! Però, caro maggiore,
270 noi beviamo e gli Jäger343 stanno fuori a gelare?
Si fa bisboccia tutti! Porta un barile, Giudice,
di vodka torba! Bevano anche i gagliardi Jäger!
Lei permette, maggiore?» «Sì… senza obbligo alcuno…»
Sussurrò Verme al Giudice: «Mettici alcol puro…»
275 Così, mentre il comando beve in casa festoso,
fuori inizia la sbornia dei baldi cacciatori.
Il taciturno Rykov svuota bicchieri e tace,
Płut beve ma, smanioso di ballare, frascheggia
con le dame, poi butta via la pipa e afferra
280 un braccio a Telimena, che fugge; allora avanza
verso Sofia, si inchina, le fa una riverenza,
la invita barcollando: «Una mazurca, via!
Ehi, Rykov, la vuoi smettere di pipare? Tu suoni
bene la balalajka, vedi quella chitarra?
285 Prendi quella chitarra e mettiti a suonare
subito una mazurca! Io condurrò le danze».
Rykov comincia a stringere i bischeri, il maggiore
esorta Telimena con fervore crescente.

«Che io non sia più un russo, ch’io sia figlio di un cane


290 se mento, damigella! Chiedi in giro e vedrai
che tutti gli ufficiali, l’armata al completo,
ti certificheranno: nella seconda armata,
nono corpo, seconda divisione di fanti,
in tutto il cinquantesimo reggimento di Jäger344,
295 a ballare mazurche Płut batte tutti quanti!
Su, damigella, vieni! Non essere ritrosa
o dovrò, da ufficiale, metterti in punizione…»

Detto ciò fece un balzo, afferrò per la mano


Telimena e le schioccò un ampio bacio al braccio
300 bianco; Taddeo, lì accanto, gli affibbiò uno schiaffone.
Bacio e schiaffo echeggiarono in lesta successione
così come a parola segue l’altra parola.

Płut, di sasso, si sfregò gli occhi bianco di rabbia.


«Ribelle! È una rivolta!», gridò. Trasse la spada,
305 corse a colpire, Verme estrasse una terzetta
dalla manica. «Spara, Taddeo, come ad un cero
acceso!» Taddeo mirò, sparò, fallì il colpo,
ma stordì il maggiore e gli bruciacchiò il volto.
Rykov gridò: «Rivolta!», con la chitarra in pugno
310 si gettò su Taddeo; dal tavolo il Tribuno
scagliò dalla sinistra tra le teste il pugnale:
sibilò e colpì prima di scorgerne il brillare.
Passò da parte a parte la chitarra, Rykov
scartò brusco di lato, così sfuggì alla morte345.
315 Atterrito e gridando: «Dio! È una rivolta! Jäger!»,
trasse la spada e arretrò sulla porta in difesa.

Piomba dalle finestre un nugolo di nobili


a sciabole sguainate, con il Verghetta in testa.
Płut e Rykov, nell’andito, chiamano i cacciatori:
320 i tre accanto alla casa già corrono in soccorso,
già sulla porta luccica un trio di baionette,
seguono tre caschetti neri chini in avanti.
Mattia, dietro la porta, la Verga ritta in alto,
schiena al muro è in agguato come il gatto coi topi.
325 Esplode una mazzata: non spacca le tre teste –
o non ha visto bene o ha avuto troppa fretta –
prima che entrino i colli fa a brandelli i caschetti;
la sua Verga si schianta sopra le baionette.
Rinculano i russi, Mattia li caccia fuori,
330 in corte.

Lì davvero c’è una gran baraonda.


Gli adepti dei Soplica si danno un gran da fare
a sferrare i Dobrzyński, a frantumare i ceppi;
a quella vista accorrono gli Jäger armi in pugno,
un sergente trafigge Podhajski con la lama,
335 ferisce altri due nobili, a un terzo spara a vista,
c’è un fuggi fuggi accanto ai ceppi del Battista.
Questi ha le mani libere, già pronte alla disfida:
alza una mano, annoda strette le lunghe dita,
le abbatte in groppa a un russo: tanto il colpo è potente,
340 che il cane del fucile gli infilza faccia e tempia.
Scatta il cane, l’innesco però è intriso di sangue,
non si accende la polvere: cade sulla sua arma
ai piedi del Battista che ne afferra la canna,
l’alza e la mulina come fa col suo Asperges,
345 a due soldati semplici l’abbatte sulle braccia,
percuote un caporale sul cranio; gli altri arretrano
dai ceppi, impauriti. Con il suo tetto mobile
l’Aspersorio protegge l’integrità dei nobili.

I ceppi ormai spezzati, le funi già tagliate,


350 i nobili si avventano sui carri del questuante,
tirano fuori sciabole, costolieri, spadoni,
falci, fucili; il Brocca rintraccia due tromboni
e una sacca di palle: uno lo riempie colmo,
poi carica il secondo e lo consegna a Gonzo.

355 Aumentano gli Jäger, in spazi stretti i nobili


non riescono ad usare mandritto e manroverso;
gli Jäger a sparare, si lotta corpo a corpo,
scintillano gli acciai, la sciabola infrange
la baionetta, l’elsa manda in pezzi la falce,
360 il pugno incontra il pugno, il braccio incontra il braccio346.

Con pochi Jäger Rykov corre dove il fienile


confina col recinto; lì grida ai suoi soldati
di por fine a uno scontro così disordinato
in cui le armi non servono, ma solo le manate.
365 È furente, anche lui vorrebbe fare fuoco,
ma i russi dai polacchi si distinguono poco,
allora urla: «Stroit’sja!» (cioè formare i ranghi),
ma in tutto quel vociare non si sente il comando.

Mattia, un po’ troppo vecchio per la colluttazione,


370 si ritira facendo intorno a sé il vuoto:
qui con la sciabolona tronca una baionetta
quasi fosse un lucignolo strappato alla candela,
là di rovescio sferra colpi di punta e taglio:
così Mattia, prudente, si defila nel campo.
375 Ma lo incalza deciso, con grande accanimento,
un Gifreiter347 anziano, istruttore al reggimento,
maestro in baionetta; tutto aggomitolato,
rattrappito, ha afferrato con due mani il fucile,
la destra sopra il cane, la manca a mezza canna,
380 gira in qua e in là, saltella, ogni tanto si acquatta,
molla il braccio sinistro, drizza l’arma col destro,
la spinge avanti come la lingua di un serpente,
la ritira di nuovo, l’appoggia sul ginocchio,
così, tra giri e salti, sta attaccando Mattia.

385 Mattia ha ben valutato la maestria del rivale,


con la sinistra inforca gli occhiali, con la destra
tiene ben stretta al petto l’elsa della Verghetta,
arretra controllando con gli occhi il caporale,
traballa sulle gambe come fosse ubriaco.
390 Il Gifreiter si slancia sicuro di aver vinto
e per poter raggiungere più presto il fuggitivo
si drizza, allunga il braccio, spinge la carabina
tanto che slancio e peso lo piegano in avanti;
Mattia, dov’è l’attacco tra baionetta e canna,
395 infila la sua elsa, sospinge in alto l’arma
e abbassando la Verga taglia di netto il braccio
del russo, poi affibbia un colpo di rovescio
che lo colpisce in faccia troncando la mascella.
Perì così il più valido schermidor di Moscovia,
400 quattro medaglie al merito e tre croci d’onore.

L’ala sinistra della nobiltà, presso i ceppi,


sta vincendo: il Rasoio, stretto in mezzo ai nemici,
sega a metà i corpi e l’Asperges, dall’alto,
roteando fracassa un bel po’ di cervici,
405 come quel macchinario inventato in Germania;
la trinciatrebbiatrice, che ha correggiato e lame,
trincia la paglia e insieme batte i chicchi di grano:
Rasoio e Aspersorio, passandosi la mano,
ammazzano i nemici lavorando appaiati,
410 l’uno batte dall’alto, l’altro taglia dal basso.

Ma l’Aspersorio lascia l’imminente vittoria


per correre sull’ala destra, dove una nuova
minaccia sta attendendo Mattia: un giovane alfiere
lo incalza, a vendicare la morte del Gifreiter,
415 con lo spuntone (un misto fra ascia e daga, al giorno
d’oggi desueto e in uso solamente in marina,
ma allora lo impiegava anche la fanteria).
Il giovane alfiere si muove con destrezza,
quando il rivale para un suo colpo arretra;
420 è giovane, impossibile che Mattia lo insegua,
non può ferirlo, solo pensare alla difesa.
La daga dell’alfiere gli ha inferto una ferita
leggera e drizza l’ascia per vibrare e colpire…
Il Battista è lontano, si ferma a metà strada,
425 rotea l’arma e la scaglia dritta contro le gambe
spezzando l’osso. Al russo sfugge via lo spuntone,
crolla; il Battista accorre seguito dalla torma
dei nobili e dai russi posti all’ala sinistra:
intorno all’Aspersorio si è accesa ormai la mischia.

430 Il Battista, in difesa di Mattia, ha perso l’arma


e adesso la sua vita è messa a repentaglio,
ché due russi robusti gli arrivano alle spalle,
quattro mani lo afferrano per i lunghi capelli,
li tirano inarcando le gambe, come i cavi
435 tesi legati all’albero della chiatta; invano
mena colpi all’indietro l’Aspersorio, alla cieca,
barcolla… E in quella scorge Gervaso lì vicino
che si batte, e gli grida: «Gesù mio! Temperino!»

Da quel grido il Chiavaio comprese la paura


440 del Battista, si voltò e abbatté la sua aguzza
lama d’acciaio tra le mani russe e la chioma
del Battista; arretrarono con grida disumane,
ma impigliata ai capelli restò appesa una mano
che schizzava di sangue. Così un aquilotto
445 immerge un artiglio nella lepre e con l’altro
uncina forte il tronco, ché la preda non sfugga;
la lepre, dibattendosi, trancia il rapace in due:
l’artiglio destro resta conficcato nell’albero,
la lepre sanguinante porta l’altro nei campi.

450 Libero, l’Aspersorio si guarda a destra e a manca,


allunga il braccio, cerca, grida invocando un’arma
e intanto sferra pugni piantato a gambe larghe
tenendosi ben stretto al fianco di Gervaso,
finché nel brulicame scorge suo figlio Gonzo.
455 Gonzo punta la destra armata di trombone,
con la sinistra traina un bastone di una tesa
incrostato di selci, di gobbe, groppi e nodi*
(nessuno lo solleva, eccetto l’Aspersorio).
Appena l’Aspersorio vide l’amata clava,
460 l’afferrò, la baciò, saltò per l’esultanza,
la roteò sul capo e la intinse di sangue.

Se cantasse le stragi ch’egli compì la Musa


non verrebbe creduta, come non fu creduta
quella donnetta povera che a Wilno, dalla cima
465 della Porta Aguzza, intravide per prima
il generale russo Dejov che stava aprendo
la porta con al seguito l’intero reggimento
cosacco, né il borghese di Wilno, Czarnobacki,
che fece fuori Dejov e spazzò via i cosacchi*.

470 Basti dire che accadde ciò che previde Rykov:


gli Jäger, nel disordine, soggiacquero al nemico.
Ventitré stesi al suolo privati della vita,
più di trenta gementi, cosparsi di ferite,
chi scappò nel frutteto, tra il luppolo, sul fiume,
475 chi piombò nella villa, protetto dalle dame.

La nobiltà trionfante corre tra grida e lazzi,


chi a spogliare il nemico, chi dritto ai barilozzi;
il solo Verme è estraneo a quell’apoteosi.
Lui non ha combattuto (si sa, i canoni ai preti
480 proibiscono di battersi), però, da uomo esperto,
catechizzava tutti, percorreva il terreno
incitando alla lotta con lo sguardo e la mano.
Adesso esorta i nobili a unirsi a lui e attaccare
Rykov, e finalmente suggellare il successo.
485 Gli ha già inviato un messo: se vuole uscirne illeso,
dovrà deporre le armi; se tarderà la resa
il frate darà l’ordine di circondare gli altri
che in men che non si dica verranno sterminati.

Rykov non ha intenzione di chiedere indulgenza;


490 intorno a sé ha raccolto già mezzo battaglione,
grida: «Spall’arm!» – la schiera impugna i fucili,
sferragliano le armi caricate già prima,
grida: «Mirat’!» – balenano le canne in lunga schiera,
grida: «Fuoco di fila!» – si incalzano gli spari;
495 chi fa fuoco, chi innesca, chi imbraccia, è un sibilare
di palle, un crepitare di cani, un picchiettare
di bacchette. La schiera è un rettile ondeggiante
che agita mille zampe contemporaneamente.

Vero è che i cacciatori, rigonfi di alcol puro,


500 mirano male e sbagliano, feriscono qualcuno,
ne uccidono pochini: sono stati feriti
due Mattia, mentre un solo Bartolomeo è perito.
I nobili rispondono con rare archibugiate,
vorrebbero lanciarsi sui russi con le sciabole,
505 ma gli anziani li frenano, il piombo fischia, ustiona,
disperde, e tra non molto in corte farà il vuoto.
Già inizia a tintinnare sui vetri della casa.

Taddeo, rimasto in villa a custodir le dame


su ordine dello zio, sentendo l’infuriare
510 della lotta esce fuori; lo segue il Ciambellano
cui Tommaso ha portato la sua karabela;
si affretta a unirsi ai nobili e si pone al comando.
Corre a spada levata, sulle sue orme i nobili,
gli Jäger li aspettano, sparano una tempesta
515 di palle. Isajewicz, Wilbik, giacciono inerti,
Rasoietto è ferito; Mattia da un lato e Verme
dall’altro li trattengono; si raffredda il fervore,
guardano in giro, arretrano; i russi se ne accorgono,
Rykov si appresta a dare il colpo decisivo:
520 cacciarli dal cortile e occupare la villa.

«Disporsi per l’attacco! Le baionette in resta!»,


grida. «Avanti!» La schiera, le canne aguzze tese,
a testa bassa avanza accelerando il passo;
vano è opporsi di fronte e sparare di lato.
525 Mezzo cortile è invaso senza colpo ferire,
Rykov punta la spada sulla porta di casa,
grida: «Giudice, arrenditi! O do fuoco alla villa!»
«Nel fuoco», esclama il Giudice, «io ti farò arrostire!»

Dimora dei Soplica! Se le tue mura chiare


530 sotto l’ombra dei tigli348 brillano ancora intatte,
se là ancor oggi i nobili siedono al ricco desco
del Giudice ospitale, alzeranno di certo
bicchieri su bicchieri per brindare al Brocchetta:
senza lui Soplicowo sarebbe ormai distrutta!

535 Quel giorno lui non s’era distinto per coraggio;


eppure fu lui il primo a esser liberato,
nel carro trovò subito il suo amato trombone
e il sacchetto di palle, però non era in forma,
non riusciva a combattere del tutto a digiuno;
540 raggiunse quindi in fretta la botte di alcol puro,
con il palmo a cucchiaio portò il flusso alla bocca.
Caldo e rifocillato si aggiustò il copricapo,
afferrò la Brocchetta, calcò le palle a fondo,
borrò il foro d’innesco e si guardò all’intorno:
545 l’onda di baionette sul campo di battaglia
stava investendo i nobili, picchiava e sparpagliava.
Dal centro del cortile risalì piano l’onda,
piegato fino a terra, e si tuffò nel folto
delle piante, si appostò quatto nell’orticaio,
550 vide Gonzo e gli lanciò dei gesti di richiamo.

Gonzo, trombone in pugno, difendeva la casa


perché là dentro c’era la sua Sofia adorata:
i suoi corteggiamenti lei li aveva respinti,
ma lui l’amava sempre, pronto a offrirle la vita.

555 Quando il gruppo di Jäger entra a passo di marcia


nell’orticaio, il Brocca preme il grilletto e l’ampia
fauce scaglia sui russi rosate di proiettili,
Gonzo ne spara un’altra che sparpaglia gli Jäger.
Sgomenti e presi in trappola, confusi si dividono
560 lasciando lì i feriti, che poi il Battista uccide.

Il fienile è lontano, lunga la ritirata,


perciò Rykov si piazza davanti allo steccato,
blocca la compagnia che stava scantonando,
cambia i ranghi: una fila la dispone a triangolo
565 di fronte, a cuneo aguzzo, e colloca i due fianchi
rasente allo steccato. Ben fatto: dal castello
lo sta assalendo il Conte con la cavalleria.

Il Conte, sorvegliato dai russi nel maniero,


appena i carcerieri se la diedero a gambe
570 nell’udire gli spari montò a cavallo e adesso
assieme ai jockey irrompe col brando inalberato.
«Mezza compagnia! Fuoco!», urla il capitano
Rykov. Fra le culatte vola un filo infuocato
e dalle canne fischiano più di trecento palle.
575 Tre cavalieri vengono feriti, un altro è morto.
Cade d’arcione il Conte; Gervaso urlando corre
in suo soccorso, ha visto che puntano il fucile
contro l’ultimo Horeszko (in linea femminile).
Il frate è lì vicino, copre il Conte col corpo,
580 si prende la pallottola, estrae il Conte da sotto
il cavallo, lo porta via; ai nobili comanda
di sciogliersi, mirare meglio e sparare meno,
ripararsi al recinto, dietro il pozzo e la stalla.
Il Conte attaccherà quando sarà il momento.

585 Taddeo ha compreso il piano del frate e a meraviglia


lo esegue; sta nascosto dietro il pozzo di legno
e poiché è sobrio e abile nell’usar la doppietta
(se la buttavi in aria colpiva una moneta),
fa un eccidio di russi scegliendo tra i graduati:
590 ammazza un maresciallo, poi – alternati – abbatte
due sergenti sparando da tutte e due le canne,
sceglie ora tra i galloni, ora in mezzo al triangolo,
là dove sta il comando. Rykov furente sbraita,
pesta i piedi, addenta la coccia della spada.
595 «Maggiore Płut!», esclama. «Qui va a finire male!
Non resterà più in piedi nemmeno un ufficiale!!»

Płut gridò a Taddeo, colmo di sdegno e rabbia:


«Polacco! Ti nascondi dietro un pozzo di legno!?
Salta fuori, codardo, battiti con onore,
600 da soldato!» Taddeo allora gli rispose:
«Se sei un cavaliere così ardito, maggiore,
perché stai dietro il dorso dei tuoi cacciatori?
Tu non mi fai paura, esci dallo steccato,
ti ho già dato un ceffone, son pronto a continuare!
605 Perché spargere sangue! È tra noi la questione,
decidano il verdetto la spada o la pistola.
Dal cannone allo spillo, scegli tu pure l’arma,
sennò vi ammazzo come i lupi nella tana!»
Nel dirlo fece fuoco, partì un colpo preciso:
610 un tenente, al fianco di Rykov, restò ucciso.

Rykov sussurrò: «Accetti, maggiore, la sua sfida,


lei deve vendicare l’insolenza subita.
Se a uccidere quel nobile non sarà Lei ma un altro,
vede, maggiore, allora non laverà l’oltraggio.
615 Dobbiamo fare in modo che esca nel cortile,
lo ucciderà la spada, se non lo fa il fucile.
“È banale il proiettile, la spada è intelligente”,
parole di Suvorov. Su, esca in campo aperto
o ci fa fuori tutti; ci tiene nel mirino!»
620 Al che il maggiore disse: «Rykov, mio caro amico,
fratello, tu sei un vero campione con la spada…
Oppure, sai che faccio? Mando uno dei tenenti.
Io sono il maggiore, lascerei allo sbando
il battaglione se non restassi io al comando».
625 Allora Rykov alzò la spada, uscì dai ranghi,
gridò: «Cessate il fuoco!», sventolò un panno bianco.
Chiese a Taddeo: «Che arma Le aggrada?», e dopo un breve
consulto si trovarono d’accordo sulla spada.
Taddeo non ce l’aveva; la si cercò, ma a un tratto
630 sbucò il Conte armato a infrangere quel patto.

«Scusi, messer Soplica! Ha sfidato il maggiore!


Ma io col capitano ho un rancore più antico,
egli nel mio castello» («Nel nostro», lo interruppe
Protaso, «dica il nostro») «ha fatto un’irruzione,
635 Rykov l’ho visto in faccia mentre stringeva in lacci
tutti quanti i miei jockey, assieme ai suoi bravacci.
Lo punirò nel modo in cui punii i briganti
presso l’arce che i siculi chiaman Rocca Birbante».

Si rallegrano tutti, cessa il fuoco, i soldati


640 guardano incuriositi lo scontro tra i due capi.
Rykov e il Conte avanzano prestando il fianco al fianco,
l’occhio e la mano destra tesi nella minaccia;
con la mano sinistra si scoprono la testa,
fanno un cortese inchino (così vuole l’usanza:
645 si fa un saluto urbano prima della mattanza).
Già s’urtano le spade, già crepita l’acciaio,
alzano un piede, i prodi, poi piegano la gamba
destra, un passetto avanti e indietro, saltellando.

Ma Płut, quando Taddeo si pose a lui di fronte,


650 consultò sottovoce il caporale Gont,
il miglior tiratore della sua compagnia.
«Gont», gli disse il maggiore, «lo vedi quel pendaglio
da forca? Se lo prendi proprio sotto la quinta
costola tu ti becchi quattro rubli d’argento».
655 Gont puntò l’arma, adagiò la faccia sopra il cane,
coperto dai compagni con le loro gabbane349;
mirò non alla costola, bensì dritto al cervello,
sparò, fallì di poco, ché perforò il cappello.
Taddeo sbandò, ma in quella l’Aspersorio piombò
su Rykov con i nobili, gridando «Tradimento!»
Taddeo lo coprì, Rykov riuscì appena in tempo
a rientrare nei ranghi del suo reggimento.

I Dobrzyński e i lituani, nonostante l’antico


antagonismo, assalgono tutti insieme il nemico,
665 si battono incitandosi come fanno i fratelli.
I Dobrzyński, vedendo Podhajski che volteggia
mietendo i cacciatori con la falce fienaia,
esplodono di gioia: «Viva! Viva i Podhajski!
Forza, fratelli, avanti! Evviva i lituani!»
670 Gli Skołuba, al vedere Rasoio che si batte,
sebbene sia ferito, con la sciabola eretta,
«Viva i Mattia!», gridano. «Evviva i masuriani!»350
Si rincuorano, corrono contro i moscoviti,
invano li trattengono Mattia Dobrzyński e il frate.

675 Mentre gli Jäger vengono investiti di fronte,


il Tribuno abbandona il campo e va nell’orto;
al suo fianco Protaso procede con prudenza
e il Tribuno gli mormora degli ordini all’orecchio.

Nell’orto c’era, quasi contiguo allo steccato


680 dove Rykov aveva piazzato il suo trilatero,
un vecchio essiccatoio per il formaggio, a grate
di travi unite a croce, somigliante a una gabbia.
Vi erano ammassate le forme biancheggianti
e intorno, a essiccare, grossi mazzi di salvia,
685 di cardi santi e timo, l’intera spezieria
domestica che usava la figlia del Tribuno.
L’essiccatoio, in alto largo più di tre tese,
era fissato al suolo da una pertica grande,
a nido di cicogna. La pertica, di quercia
690 vecchia e mezza marcia, era alquanto malferma.
Al Giudice più volte era stato consigliato
di demolire il sito consumato dal tempo,
ma il Giudice diceva che, più che smantellarlo
o dislocarlo altrove, voleva ripararlo.
695 Aveva rinviato la ristrutturazione,
rincalzando il vecchio palo con due puntoni.
Così consolidato, il fragile edificio
pendeva giusto sopra il triangolo di Rykov.

Armati di due enormi stanghe a mo’ di lancieri


700 camminano in silenzio il Tribuno e l’Usciere,
dietro di loro arrivano, chini nel canapaio,
l’aiuto cuoco, piccolo ma forte, e la massaia.
Incastrano le stanghe tra pertica e tettoia,
vi si appendono e spingono con quanta forza in corpo,
705 come i battellieri che alano la barca
arenata alle secche e la spingono al largo.

Si schianta il palo; al peso del legno e dei formaggi


l’essiccatoio oscilla e crolla sul triangolo,
schiaccia, ferisce, uccide; dov’erano le schiere –
710 corpi, assi, forme bianche come neve imbrattate
di sangue e di cervella351. Il triangolo si sgretola
e già in mezzo il Battista rintrona, il Rasoietto
luccica, il Verga trincia, giungono in massa i nobili,
sugli scampati in fuga il Conte lancia i jockey.

715 Ormai solo otto Jäger con il sergente a capo


tengono duro; accorre Gervaso: nove canne
lo puntano alla testa; roteando il Temperino
lui corre incontro ai colpi, ma gli sbarra il cammino
il frate, lo sgambetta, ruzzolano al suolo,
720 cadono proprio mentre il plotone fa fuoco;
il sibilo del piombo è appena terminato
che già Gervaso si alza, si è gettato nel fumo,
decapita due Jäger. Terrorizzati fuggono,
il Chiavaio incalza, squarta, loro attraversano
725 il cortile di corsa, piombano nel granaio
seguiti come un’ombra dal tenace Chiavaio
che sui loro gropponi si lancia a peso morto;
sparisce dentro il buio, ma continua lo scontro,
ché s’odono lamenti, schiamazzi e piattonate.
730 D’un tratto tutto tace: esce solo Gervaso
col ferro insanguinato.

Il campo è in mano ai nobili


che inseguono gli Jäger, li troncano, li infilzano;
Rykov, rimasto solo, grida che non si arrende,
si batte; il Ciambellano gli si avvicina serio,
735 alza la karabela, dice con tono austero:
«Capitano! La resa non macchierà il tuo onore!
O sventurato e prode cavaliere, ci hai dato
prova del tuo coraggio; cessa la resistenza,
arrenditi o saremo costretti a disarmarti,
740 salverai vita e onore, tu sei mio prigioniero!»

Rykov, vinto dall’ascendente del Ciambellano,


si inchinò e offrì la lama nuda insanguinata
fino all’elsa e disse: «Fratelli di Polonia!
Ahimè, avessi avuto almeno un cannone!
745 Suvorov mi diceva: “Commilitone Rykov,
se vai contro i polacchi devi avere i cannoni!”
Che fare se gli Jäger si son presi una sbronza,
gliel’ha permesso Płut, oh sì, l’ha fatta grossa!
Risponderà allo zar, spettava a lui il comando.
750 Io sarò vostro amico, esimio Ciambellano.
Dice un proverbio russo: “Quando si ama tanto,
si litiga altrettanto”. Voi siete forti a bere,
forti a menar le mani, ma vi prego, signori,
smettete di far scempio dei miei cacciatori».

755 Allora il Ciambellano alzò la karabela


e concesse la grazia per bocca dell’Usciere,
ordinò che i feriti venissero curati,
portati via i cadaveri, arrestati gli Jäger.
Si cercò a lungo Płut: immerso nell’ortica
760 giaceva come un morto, ma ritornò alla vita
quando vide che s’era conclusa la battaglia.

Così ebbe fine l’ultima scorreria in Lituania*.


LIBRO DECIMO

L’esilio. Giacinto

Riunione dedicata alle garanzie di sicurezza per i vincitori. – I patti con Rykov. – L’addio. – Una
scoperta importante. – La speranza.

Le nubi del mattino, prima disperse come


neri uccelli, volando al vertice del cielo
si andavano ammassando; appena il sole scese
dal culmine, lo stormo fasciò a metà l’azzurro
5 con un’enorme nuvola. Più il vento la spingeva,
più densa diventava, più in basso penzolava,
finché, a metà strappata dal cielo, verso terra
protesa e dispiegata come una grande vela
volò, dopo aver preso dentro sé tutti i venti,
10 diretta lungo il cielo da sud verso occidente.

Ci fu un istante cheto, l’aria era irrigidita,


muta, quasi il timore l’avesse ammutolita.
E i campi di frumento che prima, proni al suolo
per poi tremanti alzare le loro spighe d’oro,
15 fluttuavano come onde, ora si ergono fermi
e osservano il cielo rizzando i loro steli.
E i salici e i pioppi verdi sul bordo strada
che prima, come prefiche sulla fossa tombale,
battevano la fronte dimenando le braccia
20 e scarmigliando ai venti la treccia inargentata,
ora sembrano morti, muto e luttuoso il viso,
simili alla statua di Niobe sul Sipilo.
Solo il tremolo scuote le sue foglie grigiastre352.

Il bestiame, di solito svogliato nel rientrare,


25 non attende i pastori e si accalca in massa,
abbandona il foraggio e fugge verso casa.
Il toro con lo zoccolo scava, ara col corno,
spaventa il branco intero col funesto mugghiare;
la vacca alza al cielo più volte il grande occhio,
30 stupita apre la bocca, dà un sospiro profondo;
dietro ciondola il porco che accigliato bofonchia
e ruba dei fastelli di grano per far scorta.

Gli uccelli son nascosti nei boschi, sotto i tetti,


dentro l’erba; soltanto le cornacchie, attorniati
35 gli stagni a frotte, vanno su e giù con passo grave
volgendo gli occhi neri alle nuvole nere;
con la lingua che sporge dall’ampia e secca strozza
e le ali spalancate aspettano la doccia;
ma anche loro, intuendo piogge troppo violente,
40 puntano al bosco, simili a una nube che ascende.
Ultima fra gli uccelli la rondine, che il volo
fulmineo rende audace, come una freccia infila
la nube e piomba giù come un proietto.

In quella
cessa il combattimento dei nobili con Mosca,
45 si rintanano in case e fienili lasciando
il campo agli elementi naturali che presto
battaglieranno.

A ovest, ancora indorata,


la terra brilla cupa di luce rosso-gialla;
la nube ormai, stendendo le ombre a mo’ di reti,
50 pesca i resti di luce e insegue il sole come
volesse catturarlo prima che esso tramonti.
Di sotto alcuni turbini sfrecciano in successione
sibilando e scagliando dall’alto goccioloni
come chicchi di grandine chiari, rotondi, grossi.

55 Ma ecco che si addensano, i turbini, si spaccano


in due, lottano, vibrano, roteano sibilanti
sugli stagni, ne intorbano le acque fino al fondo,
irrompono nei prati, fischiano nei vincheti
e nell’erbe, i salcioli si frangono, gli sfalci
60 volano come ciocche di capelli strappati
frammischiati ai riccioli di paglia; i venti urlano,
piombano sul terreno, si rotolano, scavano,
estirpano le zolle, aprono il varco a un terzo
vento che sgorga come un palo di terra nera,
65 s’alza, come una mobile piramide trivella
col capo il suolo e getta coi piedi sabbia in faccia
alle stelle, man mano si gonfia, si spalanca
in alto e la sua tromba squilla al temporale.
Finché in quel caos di acqua, polverio, paglia, foglie,
70 rami, erba strappata, i venti si scagliarono
sul bosco e nel profondo della selva mugghiarono
come orsi.

E già la pioggia scroscia a fitte gocce


come da un setaccio; i fulmini ruggiscono
e le gocce si fondono: ora, simili a corde
75 tese, in lunga treccia legano terra e cielo;
ora sbottano in scrosci di acqua a catinelle.
La notte ha nascosto del tutto cielo e terra
col temporale, nero più della notte stessa.
A volte l’orizzonte si fende, e allora all’angelo
80 del temporale, a guisa di sole immenso, il viso
riluce, poi di nuovo lo copre il velo funebre,
fugge in cielo sbattendo la porta delle nuvole
con un tuono. Ora aumentano temporale, acquazzoni
e buio pesto e fitto che quasi lo si tocca.
85 Ora la pioggia fruscia più piano, il tuono cessa
per un po’. Si ridesta, mugghia e di nuovo l’acqua
zampilla. Ora c’è calma, solo intorno alla villa
gli alberi sussurrano e lo scroscio bisbiglia.

Fu un bene che quel giorno infuriasse il temporale:


90 la burrasca, oscurato il campo di battaglia,
coprì d’acqua le strade, ruppe i ponti sul fiume,
fece della tenuta un forte inaccessibile.
Quindi gli avvenimenti accaduti a Soplicowo
non giunsero all’orecchio di alcuno in quella zona,
95 e in quel segreto stava il destino dei nobili.

Nelle stanze del Giudice è in corso un gran consiglio.


Sul letto giace il frate stremato, insanguinato,
pallido ma ben lucido; impartisce istruzioni
e il Giudice le esegue con precisione. Chiede
100 che venga il Ciambellano, convoca il Chiavaio,
si fa portare Rykov, e poi chiude la porta.
Quei dialoghi segreti durarono un’ora,
poi il capitano Rykov li interruppe gettando
sul tavolo un sacchetto di ducati e dicendo:
105 «Signori miei lechiti, tra voi ricorre il detto
che ogni russo è un ladro. Dite, a chi ve lo chiede,
che conoscete un russo che si chiama Nikita
Nikitič Rykov, capitano di compagnia,
che possiede – si noti! – tre croci e otto medaglie.
110 Questa è per Oczaków, questa per Izmaiłów353,
questa l’ho presa a Novi354, quest’altra a Preisiż-Iłów*,
quella per l’eccellente ritirata, a Zurigo,
comandava Korsakov355. Poi la spada al coraggio,
tre encomi ricevuti dal mio Feldmaresciallo356,
115 due elogi imperiali e poi quattro menzioni,
è tutto scritto».

«Bene!», lo interruppe Verme,


«Ma che sarà di noi senza il tuo consenso?
Hai dato la parola che metterai a posto
la questione».

«È vero, e ve la do di nuovo!»,
120 disse Rykov. «Parola! A che pro rovinarvi?
Sono un uomo perbene, e poi vi amo, polacchi,
perché voi siete allegri, propensi alla bottiglia,
e siete coraggiosi, propensi alla battaglia.
Da noi in Russia si dice: “Chi sta sul carro, a volte
125 ci sta sotto”; “Chi oggi sta davanti, domani
sta dietro”; “Se oggi picchi, domani sei picchiato”.
Perché arrabbiarsi? In Russia si vive da soldati.
Chi mai ha tanto astio da arrabbiarsi soltanto
perché si è perso?! A Oczaków fu sparso molto sangue,
130 a Zurigo distrussero la nostra fanteria,
ad Austerlitz perdetti l’intera compagnia357
e prima, a Racławice – ero sergente – il vostro
Kościuszko con le falci decimò il mio plotone358.
Beh? Io, a Maciejowice, con la mia baionetta
135 feci fuori a mia volta due nobili valenti359;
uno era Mokronowski, che avanzò con la falce
e tranciò al cannoniere d’un colpo mano e miccia.
Oh, lechiti! La patria! Io questo lo comprendo,
io, Rykov, vi compiango, ma è lo zar che comanda.
140 Che c’entriamo con voi? La Russia ai moscoviti,
la Polonia ai lechiti… Ma se lo zar non vuole…»

Al che gli disse il Giudice: «Che Lei sia un uomo onesto,


capitano, lo sanno i proprietari terrieri
presso cui si acquartiera ormai da molti anni.
145 Non La irriti il dono, amico, non vogliamo
farLe un affronto, abbiamo raccolto quei ducati
sapendo che Lei, Rykov, non è un benestante».

«Ah! I miei Jäger!», disse Rykov. «Tutti trafitti!


L’intera compagnia! Per colpa di quel Płut!
150 Risponde lui allo zar, il comandante è lui.
E voi tenete pure quei quattrini, il mio soldo
di capitano è scarso, ma più che sufficiente
per un buon punch e un poco di tabacco da pipa.
E a voi io voglio bene perché con voi io mangio,
155 bevo, festeggio, chiacchiero, e così tiro avanti;
io vi difenderò, e all’atto dell’inchiesta
io deporrò a vostro favore, lo prometto.
Diremo che eravamo venuti a farvi visita,
poi i balli e un po’ di alcol, ed eravamo sbronzi,
160 e Płut fortuitamente ordinò di far fuoco,
ci fu battaglia e, insomma, ha buttato un battaglione.
Ma voi dovrete ungere l’inchiesta con dell’oro
e si sistema tutto. Ora vi voglio dire
ciò che ho già detto al nobile con quel lungo spadone:
165 il primo comandante è Płut, io il secondo,
Płut è vivo e potrebbe tirar fuori un pretesto
tale da farvi fuori, perché è un’astuta bestia.
Tappategli la bocca con qualche banconota.
Allora, tu, messere dallo spadone lungo,
170 hai visto Płut? Che cosa avete concordato?»

Gervaso guardò in giro, si lisciò la pelata,


mosse con noncuranza la mano, come a dire
che era tutto a posto. Ma Rykov lo incalzava:
«Płut se ne starà zitto? Ti ha dato la parola?»
175 Il Chiavaio, stizzito per quella petulanza,
piegò il pollice in basso con movimento grave
e poi scosse la mano, come a voler tranciare
ogni discorso, e disse: «Giuro sul Temperino
che Płut non tradirà! Non parlerà a nessuno!»
180 Poi abbassò le mani e scrollò le dita come
le volesse svuotare di tutto quel segreto.
Fu compreso quel gesto oscuro dagli astanti,
stupiti si guardarono studiandosi a vicenda…
Durò qualche minuto il lugubre silenzio,
185 finché: «A carne di lupo zanne di cane!», disse
Rykov, e il Ciambellano: «Requiescat in pace!»
«Qui c’è il dito di Dio!», così concluse il Giudice.
«Con quel sangue non c’entro, non ne sapevo nulla».

Il frate si drizzò sui cuscini di scatto


190 poi disse tetro, gli occhi puntati sul Chiavaio:
«Uccidere un ostaggio inerme è colpa grave!
Gesù Cristo proibisce la vendetta, sia pure
sul nemico! Dovrai risponderne al Signore.
C’è una sola eccezione: aver commesso il fatto
195 non per sciocca vendetta, ma pro publico bono».
Gervaso scrollò il capo e ripeté – la mano
tesa e gli occhi strizzati – : «Sì, pro publico bono!»

Del comandante Płut nessuno parlò più.


Invano l’indomani lo cercarono ovunque,
200 invano fu fissato per le spoglie un compenso:
di lui nessuna traccia, come fosse scomparso
nell’acqua; si diffusero svariate congetture,
ma né allora né dopo nessuno seppe nulla.
Invano bombardavano di domande il Chiavaio:
205 «Sì, pro publico bono», rispondeva, e nient’altro.
Il Tribuno sapeva, non era uno spergiuro,
perciò taceva come in preda a una fattura.

Raggiunto il compromesso, Rykov uscì e Verme


chiese di convocare la nobiltà guerriera,
210 a cui il Ciambellano disse solennemente:
«Dio oggi ha favorito le nostre armi, fratelli,
però vi devo dire senza ambagi che questo
prematuro conflitto avrà pessimi effetti.
Tutti abbiamo sbagliato, nessuno è senza colpa:
215 fra’ Verme, troppo alacre nel divulgar notizie,
la nobiltà e il Chiavaio, che non le hanno capite.
La guerra con la Russia è di là da venire,
e chi a questa battaglia ha dato un contributo,
se resterà in Lituania non sarà più al sicuro.
220 Perciò voi fuggirete nel Ducato360. Messeri
Mattia detto il Battista, Taddeo, Brocca, Rasoio,
salverete la pelle attraversando il Niemen
dove vi attenderanno i nostri schieramenti;
incolperemo voi assenti e anche Płut,
225 così preserveremo gli altri nostri fratelli.
Addio, ma non per molto… C’è una buona speranza
che in primavera spunti l’alba di libertà
e la Lituania, che ora esuli vi congeda,
presto vi rivedrà vincenti e salvatori.
230 Provvederà il Giudice a ciò che serve in viaggio,
e io, per quanto posso, contribuirò in denaro».
I nobili compresero che il consiglio era giusto:
una volta che attacchi briga con lo zar russo
mai troverai un accordo sincero in questa terra,
235 dovrai batterti oppure marcire in Siberia.
Si guardarono tristi, mandarono un sospiro,
con un cenno del capo tutti quanti annuirono.

I polacchi, quantunque famosi per l’amore


che portano alla patria più che alla propria vita,
240 sono pronti a lasciarla fino ai confini estremi
del mondo, a sopravvivere tra avversità e miseria
lottando contro gli uomini e la sorte, fin quando
brillerà la speranza di servire la patria.

Si dissero disposti a partire all’istante.


245 Tutti erano d’accordo eccetto il signor Buchman:
da uomo accorto aveva evitato il conflitto,
ma vista la riunione era corso a votare.
Per lui il piano era buono, ma voleva emendarlo,
dettagliarlo, chiarirlo, e prima nominare
250 secondo legge una commissione, la quale
valutasse gli scopi di quell’emigrazione,
mezzi e modi, e svariate altre ponderazioni.
Ahimè, a ciò fu d’intralcio il tempo troppo scarso,
e il consiglio di Buchman non fu considerato.
255 La nobiltà si scambia gli addii di fretta e parte.

Ma il Giudice trattenne nella stanza Taddeo


e disse al frate: «È ora che ti racconti quello
di cui soltanto ieri ho avuto la certezza:
il nostro Taddeo ama Sofia sinceramente,
260 che chieda la sua mano prima della partenza!
L’ho detto a Telimena, non farà resistenza,
anche Sofia acconsente al volere dei tutori.
Se oggi non possiamo condurli all’altare
che almeno si fidanzino prima che Taddeo parta,
265 fratello; un cuore giovane in viaggio… Lo sai bene,
è esposto alle più varie tentazioni. Se invece
al giovanotto cade lo sguardo sull’anello
e rammenta di essere già sposato, la febbre
di tentazioni illecite si placa e si raffredda.
270 Credimi, una fede nuziale ha un gran potere.

Trent’anni fa io stesso ho avuto una passione


per Marta, una fanciulla di cui conquistai il cuore;
ci fidanzammo… Dio non benedisse il nostro
legame e mi lasciò solo, per la sua gloria
275 si prese la leggiadra figliola del mio amico,
il Tribuno Hreczecha. Per me rimase solo
il ricordo della sua virtù, della sua grazia,
e questo anello d’oro, questa fede nuziale.
Quando io lo guardavo, la mia povera Marta
280 mi appariva dinanzi, e così Dio ha voluto
che restassi fedele alla mia fidanzata
e senza esser sposato sono un vedovo anziano,
pur se il Tribuno ha un’altra figlia, molto leggiadra
e molto somigliante alla mia amata Marta!»

285 Parlando egli guardava con dolcezza l’anello


e asciugava le lacrime col dorso della mano.
E concluse: «Che dici, dunque, li fidanziamo?
Lui l’ama, Telimena e Sofia sono d’accordo».

Ma Taddeo accorse e disse con trasporto: «In che modo


290 potrò, zietto caro, ricambiare gli sforzi
che compi di continuo per rendermi felice!
Sarei il più fortunato del mondo se potessi
fidanzarmi oggi stesso con Sofia, se sapessi
che è lei la mia futura moglie. Ma sarò franco:
295 oggi il fidanzamento non si può celebrare,
per parecchi motivi… Non farmi altre domande.
Se Sofia vorrà attendere, forse tra poco tempo
mi rivedrà migliore, più degno di lei, forse
io con la mia costanza guadagnerò il suo amore,
300 forse ornerò il mio nome con un poco di gloria,
forse tornerò presto in terra patria. E allora
io ti rammenterò le tue promesse, zio,
saluterò in ginocchio la mia cara Sofia,
se sarà ancora libera chiederò la sua mano.
305 Ora, per chissà quanto, lascerò la Lituania,
forse intanto a Sofia piacerà qualcun altro;
non voglio imprigionarla, pretendere un legame
che non ho meritato… sarei un uomo infame».

Nel dire queste frasi con grande sentimento


310 al giovane brillarono nelle grandi pupille
azzurre due lacrime come due grosse perle
che rapide discesero sulle gote vermiglie.

Ma Sofia, incuriosita, dalla sua cameretta,


da una fessura udiva quei dialoghi segreti;
315 sentì Taddeo narrare, coraggioso e diretto,
di quanto lui l’amasse. Il suo cuore fremette
e vide le due lacrime nelle grandi pupille,
benché le rimanesse misterioso il suo agire:
perché si è innamorato? Perché l’abbandonava?
320 Dove andava? Quel viaggio la rattristava molto.
Era la prima volta che udiva dalle labbra
di un giovane una cosa strana e grande: era amata.
Allora corse al piccolo altare della casa,
ne estrasse un santino assieme a un reliquiario:
325 sul santino l’effigie di santa Genoveffa361,
nel reliquiario un lembo dei panni di Giuseppe
il promesso, patrono di tutti i fidanzati,
poi entrò nella stanza con quegli oggetti sacri.

«Se ne va così presto? Le do per il cammino


330 un piccolo regalo assieme a un’avvertenza:
porti sempre con sé la reliquia e il santino
e pensi a Sofia. Che in salute e fortuna
Dio L’accompagni sempre e a noi La riconduca
il più presto possibile felicemente». Tacque
335 e abbassò la testa; socchiuse appena gli occhi
blu e dalle ciglia eruppero dei grossi lacrimoni.
E Sofia, ritta in piedi, le palpebre serrate,
tace e versa lacrime che sembrano brillanti.

Taddeo, prendendo i doni e baciandole la mano,


340 disse: «Madamigella, mi devo congedare,
addio, e si ricordi di me nelle preghiere
ogni tanto! Sofia!…» Altro non riuscì a dire.

All’improvviso il Conte entrò con Telimena,


vide il congedo tenero della coppia e, commosso,
345 lanciò su Telimena lo sguardo e quindi disse:
«Quanta bellezza in questa seppur semplice scena!
Un’anima bucolica e un’anima guerriera
che devono staccarsi come scialuppa e nave
nella burrasca! Nulla infiamma la passione
350 nel cuore quanto un cuore che lascia un altro cuore.
Il tempo è vento: spegne solo la candelina,
ma un grande incendio al vento ancor più si ravviva362.
Anche il mio cuor sa amare più forte da lontano.
Messer Soplica! Io ti ho creduto mio rivale;
355 sbagliavo, e ciò fu causa della triste contesa
che mi spinse a impugnare contro di te la spada.
Che errore! Tu languivi per questa pastorella,
io invece offrivo il cuore a una ninfa stupenda.
Che il nostro astio affoghi nel sangue dei nemici,
360 noi non ci batteremo con i ferri assassini!
Risolviamo il duello amoroso in altro modo:
combattiamo a chi supera l’altro nella passione!
Lasciamo qui i soggetti più cari ai nostri cuori
e imbracciamo le spade, le lance, combattiamo
365 fra di noi con costanza, rimpianto e patimento,
e cacciamo i nemici con braccio ardimentoso!»
Così disse e guardò Telimena, ma lei,
del tutto stupefatta, non rispose alcunché.

«Conte», intervenne il Giudice, «perché partire adesso?


370 Rimani qui al sicuro tra i tuoi beni. Il governo
potrebbe scorticare e staffilare i nobili
indigenti, ma tu ne uscirai sano e salvo.
Sai in che sistema vivi, tu sei piuttosto agiato,
riscatterai il carcere con metà delle entrate».

375 «È contro il mio carattere», disse il Conte. «Non posso


essere amante, allora che almeno sia eroe.
Nelle pene d’amore la gloria è consolante,
se misero è il mio cuore il braccio sarà grande».

Telimena gli chiese: «Ma chi mai Le impedisce


380 di amare e esser felice?» «La forza del mio fato»
disse il Conte, «gli oscuri presagi che con moto
recondito si slanciano verso plaghe straniere,
gesta grandiose. È vero, in gloria a Telimena
volevo accender fiamme sugli altari di Imene,
385 ma questo giovanotto mi ha dato un bell’esempio:
strappa spontaneamente la corona nuziale
per saggiare il suo cuore tra gli stenti di sorti
mutevoli e in vicende di guerre sanguinose.
Anche per me si apre oggi un’epoca nuova!
390 L’eco delle mie armi suonò a Rocca Birbante,
che il suono si diffonda ora anche in Polonia!»
Concluse, e colpì fiero la coccia della spada.

«Non si può biasimare un tale desiderio»,


disse Verme. «Vai, prendi i soldi e metti in piedi
395 una compagnia, come Potocki, che ai francesi
stupiti offrì un milione363; o il principe Domenico
Radziwiłł364 che, impegnati possedimenti e arredi,
armò due reggimenti a cavallo. Vai e prendi
i soldi, forza, vai; noi nel Ducato abbiamo
400 tante braccia ma pochi quattrini. Addio, buon viaggio».

Telimena, gettando uno sguardo triste, disse:


«Nulla può trattenerti, vedo! Mio cavaliere,
quando entrerai in lizza guarda con tenerezza
il colore della tua dama!» (In quel momento
405 staccò un nastro dall’abito, ne fece una coccarda
e l’appuntò al petto del Conte). «Il mio colore
ti guidi tra i cannoni fiammanti, tra le lance
lucenti, tra le piogge roventi, e quando un giorno
per le tue prodi gesta ti renderai glorioso
410 e di lauri immortali coprirai la celata
sporca di sangue e l’elmo fiero per la vittoria,
allora volgi ancora i tuoi occhi alla coccarda.
Ricorda quale mano l’appuntò al tuo petto!»
E gli porse la mano. Il Conte si inginocchia,
415 la bacia; Telimena accosta la pezzuola
a un occhio e con l’altro guarda dall’alto il Conte
che la sta salutando commosso e turbato.
Lei manda un sospiro, ma fa una spallucciata.

Disse il Giudice: «Conte, sbrigati, è già tardi!»,


420 e fra’ Verme gridò con aria di minaccia:
«Forza! Sbrigati!» – L’ordine del Giudice e del frate
divise i due amanti e li cacciò dalla stanza.

Nel frattempo Taddeo stringeva tra le lacrime


lo zio e poi baciò la mano di fra’ Verme.
425 Verme strinse al suo petto la testa del ragazzo,
posò in forma di croce le mani sul suo capo
e levò gli occhi al cielo: «Dio ti assista, figliolo!»,
e pianse… Ma Taddeo era già oltre la soglia.
«Ma come!?», chiese il Giudice. «E non gli dici nulla?
430 E adesso? Il poveretto resterà all’oscuro!?
Prima della partenza?» – «Nulla», rispose il frate
(piangeva con il viso nascosto fra le mani).
«Perché sapere, povero, di aver avuto un padre
nascosto al mondo come un gaglioffo e un assassino?
435 Dio sa se vorrei dirglielo, ma la consolazione
la sacrifico a Dio per per le mie antiche colpe».

Disse il Giudice: «Ora è tempo che tu pensi


a te stesso. Un uomo della tua età e infermo
non è in condizione di emigrare con gli altri;
440 dicevi che c’è un posto dove potrai nasconderti,
dov’è? Su, c’è un calesse che aspetta, non è meglio
nella foresta, a casa del nostro guardaboschi?»

Verme, scuotendo il capo, disse: «Fino al mattino


ho tempo. Ora, fratello, fai chiamare il plebano,
445 che venga qui al più presto col viatico. Allontana
tutti quanti da qui, restate tu e il Chiavaio.
Chiudi la porta».

Il Giudice eseguì il suo comando,


si sedette sul letto vicino a lui; Gervaso,
in piedi, premé il gomito sul pomo della spada,
450 poggiò la fronte china tra i palmi delle mani.

Prima di aprire bocca, Verme fissò lo sguardo


sul viso del Chiavaio, in silenzio enigmatico.
Come il chirurgo appoggia sul corpo del malato
morbidamente il palmo prima di fare il taglio,
455 così Verme addolcì gli occhi penetranti
che spaziarono a lungo in quelli di Gervaso
e poi, quasi volesse dare un colpo alla cieca,
portò la mano agli occhi e disse a voce ferma:

«Io sono quel Giacinto Soplica…»

Udito il nome,
460 Gervaso impallidì, si piegò, mezzo corpo
proteso in avanti, si bloccò su una gamba
come un masso cadente fermato a metà strada.
Spalancò gli occhi, allargò la bocca minacciosa
nel biancore dei denti, rizzò i baffi. La spada,
465 sfuggita alla sua presa, la strinse alle ginocchia
vicino al pavimento e con la mano destra
strinse il pomo; alle spalle la punta lunga e nera
della spada traballò in varie direzioni.
E il Chiavaio assomiglia alla lince ferita
470 pronta a saltar dall’albero in faccia al cacciatore
e si acciambella, rugna, straluna gli occhi rossi
di sangue, muove i baffi e sbatacchia la coda.

«Rębaiło», disse il frate, «ormai non mi atterrisce


l’ira umana, ché sono nelle mani di Dio.
475 Ti scongiuro nel nome di chi ha redento il mondo
e benedetto i propri assassini sulla croce
e accolto la preghiera del ladro, di placarti
e ascoltare paziente tutto ciò che ho da dirti.
Ho ammesso le mie colpe; ora, per il ristoro
480 della coscienza, devo ricevere il perdono,
o perlomeno chiederlo. Ascolta, e poi farai
di me quello che vuoi». E congiunse le mani
in preghiera. Il Chiavaio arretrò stupefatto,
si batté con la mano la fronte e alzò le spalle.

485 Verme iniziò a narrare dei rapporti amicali


con Horeszko, di quanto ne amasse la figliola
e ciò fosse cagione di dispute col padre.
Ma era un dire confuso, intriso di lagnanze
e rancori, e sovente troncava la sua trama
490 come fosse conclusa, poi di nuovo iniziava.

Gervaso conosceva a fondo le vicende


degli Horeszko, e nel caos del narrare sapeva
ricostruire i fatti e, al caso, completarli;
ma molte cose il Giudice non riusciva a capirle.
495 Entrambi ascoltavano attenti a capo chino,
e Giacinto parlava sempre più lentamente,
spesso s’interrompeva.

*
**

«Lo sai bene, Gervaso, che Horeszko mi invitava


sovente alla sua tavola; brindava in mio onore,
500 gridava alzando il calice che il suo migliore amico
ero io, Giacinto Soplica, e mi abbracciava!
Quelli che ci vedevano pensavano spartisse
con me l’anima sua. Lui era un amico?!
Ma lui sapeva bene che cosa succedeva
505 nella mia anima!

*
**

Intanto in tutto il borgo la gente mormorava,


uno mi disse: “Ehi, Messer Soplica, è inutile
competere, la soglia di un dignitario è troppo
alta per i tuoi piedi, il figlio di un Coppiere”.
510 Io ridevo fingendo di irridere i magnati,
le loro figlie e tutti quanti gli aristocratici:
se io li bazzicavo era per amicizia,
e avrei sposato solo una mia pari, dicevo…
Ma i dileggi pungevano il mio orgoglio nel vivo;
515 ero giovane, ardito, il mondo mi si apriva
in un paese dove un nobile ben nato
può candidarsi al trono come i grandi signori!
Tęczyński pretendeva la figlia di un monarca
e il re gliela concesse senza alcuna ignominia365.
520 Per sangue, per blasone, per fedeli servigi
allo Stato i Soplica non valgono i Tęczyński?!

*
**

Con che facilità può danneggiare un uomo


l’altrui felicità in un attimo solo,
poi non serve una lunga vita a porvi rimedio!
525 Bastava una parola di lui, e forse saremmo
oggi felici e vivi! Lui vicino all’amata
figlia, la bella Eva, e al suo genero grato
invecchierebbe placido! E forse cullerebbe
i nipotini! E invece? Ci ha persi entrambi, ha perso
530 se stesso… Quel delitto e le sue conseguenze,
tutte le mie sventure, e tutti i miei misfatti!…
Io non posso incolparlo, io sono il suo assassino,
io non posso incolparlo, io gli offro il mio perdono,
però anche lui…

*
**

535 Lui conosceva i nostri sentimenti: se avesse


negato a me la figlia, respinto le mie visite,
chissà, sarei partito, mi sarei infuriato,
l’avrei un po’ insultato e poi lasciato in pace,
ma lui, furbo e orgoglioso, ebbe una nuova idea:
540 finse che non gli fosse giammai venuto in mente
ch’io potessi aspirare a un simile legame.
Ma gli ero necessario, io ero popolare
tra i nobili e mi amavano tutti i proprietari.
Fingeva di non scorgere il mio amore, accogliendomi
545 in casa come sempre, anzi a volte insisteva
che venissi più spesso. Quando eravamo soli,
vedendo che le lacrime mi offuscavano gli occhi
e il petto troppo pieno e pronto all’esplosione,
allora il vecchio scaltro gettava lì parole
550 banali sui processi, le Dietine, le cacce…

*
**

Quando levando il calice s’inteneriva, quando


mi abbracciava giurando sulla nostra amicizia –
ambiva alla mia sciabola o al mio voto alla Dieta –
e io ero costretto a ricambiar l’abbraccio,
555 ribollivo di collera e rigiravo in bocca
la saliva, e premevo con la mano la coccia,
ché io a quell’amicizia avrei sputato addosso
e impugnato la sciabola. Ma Eva indovinava
dagli occhi e dall’aspetto quello che in me accadeva,
560 mi guardava implorante, impallidiva in volto…
Lei era una colomba bellissima, mansueta,
dallo sguardo amoroso, sereno! Così angelico
che… non so, non avevo animo di irritarla,
di spaventarla… e allora tacevo. Io, il più grande
565 piantagrane in Lituania davanti a cui tremava
più di un magnate, io che mai avrei vissuto
un giorno senza risse, che mai avrei subito
affronti dal monarca, altro che dal Dapifero!
Io, pronto ad infuriarmi al minimo litigio,
570 tacevo, astioso ed ebbro, come un agnellino!
Come davanti al Corpo e al Sangue di Gesù!

*
**

Quante volte volevo aprirgli il mio cuore


o pregarlo umiliandomi, ma vedendo i suoi occhi,
incontrando il suo sguardo gelido come il ghiaccio
575 provavo gran vergogna per la mia commozione
e tornavo a discorrere con freddezza di cause,
di Dietine, e a volte mi mettevo a scherzare.
Tutto ciò per superbia, tutto per non svilire
il nome dei Soplica e per non degradarmi
580 pregando vanamente un signore e ottenerne
un rifiuto… Tra i nobili che si sarebbe detto,
sapendo che Giacinto…

*
**

Gli Horeszko hanno negato la ragazza a Soplica!


E a me, Giacinto, han dato la zuppa nera a pranzo!366
585 Infine, non sapendo dove andare a parare,
decisi di formare un piccolo drappello
di nobili e lasciare il distretto e la patria,
andarmene in Russia oppure in Tartaria
a far la guerra. Vado da Horeszko a congedarmi
590 sperando che, al vedere il fedele sodale,
il suo vecchio amico, quasi un familiare
con cui combatté e bevve per lunghi e lunghi anni,
dirgli addio e andarsene ai limiti del mondo,
si commovesse, il vecchio, e mi mostrasse almeno
595 un briciolo, un accenno di sentimento umano,
come fa la lumaca con le corna!

Ah! Chi ha per l’amico, pur solo in fondo al cuore,


un barlume d’affetto, all’atto del partire
quel barlume scintilla come fa la fiammella
600 ultima della vita nell’atto della morte!
Spesso l’ultimo tocco dato in fronte all’amico
fa sì che anche un occhio freddo versi una stilla!

*
**

La poveretta, udito del mio viaggio imminente,


impallidì e cadde, sembrava morta, inerte,
605 non riusciva a parlare, finché scoppiò in un pianto
dirotto – ed io compresi quanto le fossi caro!

*
**

E per la prima volta piansi alla disperata


di gioia e prostrazione, sconvolto, impazzito,
volevo cader prono ai piedi di suo padre,
610 strisciargli alle ginocchia come una serpe e urlare:
“Prendimi come figlio o uccidimi!” E lui cupo,
come un blocco di sale freddo, gentile, apatico,
comincia a raccontare… che lei sta per sposarsi!
In quel momento! Immagina, amico mio, Gervaso
615 tu hai un cuore umano!

“Messer Soplica, il figlio


del castellano”, dice, “mi ha mandato il sensale,
tu sei mio amico, cosa ne pensi? Tu lo sai,
ho una figlia bellissima e ricca, e il castellano
è di Witebsk!367 È vero, il suo seggio al senato
620 è il banco basso368, quindi che consigli mi dai?”
Non ricordo che cosa gli dissi… Nulla, credo…
So che montai in sella e fuggii al più presto!»

*
**

«Giacinto, tu sei bravo nel trovare scusanti!»,


esclamò il Chiavaio. «Ma la colpa rimane!
625 Quante volte è successo che uno s’innamorasse
della figlia di un re, di un magnate, e tentasse
di conquistarla a forza, pensasse al rapimento,
alla vendetta aperta… Ma uccidere slealmente
un signore polacco! Qui, e in combutta con Mosca!»

630 «Non ci fu alcun complotto!», rispose con angustia.


«Rapirla!? Avrei potuto strapparla a grate e celle
e poi ridurre in polvere tutto quel suo castello!
Avevo con me Dobrzyn e quattro altre borgate.
Ah, fosse stata forte e sana come le altre
635 nostre donne! E impavida di fronte a scorribande
e inseguimenti, e al rombo del ferro delle armi!
Ma era una creatura debole, timorosa,
poverina, viziata troppo dai genitori.
Un bruco di farfalla! Portarla via, toccarla
640 con una mano armata equivaleva a ucciderla.
Io non potevo. No.

Vendicarmi, spianare il castello… Un’onta!


Tutti avrebbero detto: vendetta di un amante
respinto! Il tuo cuore onesto non è in grado
645 di sentire l’inferno di un orgoglio umiliato.

Un orgoglio satanico mi offrì un miglior disegno:


vendicarmi col sangue ma celarne il movente,
evitare il castello, sradicare il mio amore,
dimenticare Eva, trovare un’altra moglie
650 per poi dopo, alla fine, trovare un buon pretesto
e vendicarmi.

Dapprima mi sembrò che il mio cuore cambiasse,


la nuova idea mi piacque… E così io sposai
una fanciulla povera capitata per caso!
655 Feci male, e pagai con un castigo amaro!
Non l’amavo, la povera madre di Taddeo,
era a me legatissima, l’anima la più onesta…
Ma soffocavo in petto l’antico amore e l’astio,
sembravo un pazzo, invano mi forzavo a occuparmi
660 dei beni o degli affari, tutto senza successo!
Ossesso del demonio della vendetta, ombroso,
tristo, io non riuscivo a trovare conforto
in nulla al mondo… E allora di peccato in peccato
cominciai a bere.

665 Di lì a poco mia moglie morì di crepacuore


lasciando il bimbo e me nella disperazione.

*
**

Quanto dovevo amare quell’infelice donna…


Quanti anni! E in quanti luoghi son stato! Eppure ancora
non la posso scordare, la sua immagine cara
670 mi sta dinanzi agli occhi come fosse un ritratto!
Bevevo, non potevo affogare il ricordo
o scacciarlo neppure girando mezzo mondo!
Ora son qui col saio, servo di Dio, su un letto,
nel sangue… Ma di Eva ho già parlato troppo!
675 Non è proprio il momento…! Che Dio mi perdoni!
Voi dovete sapere con che angustia e dolore
ho commesso…

Fu giusto poco dopo il suo fidanzamento.


Tutti in giro parlavano del suo fidanzamento,
680 dicevano che Eva, nel prendere la fede
dal palatino, svenne, fu colta dalla febbre,
forse affetta da tisi, singhiozzava, piangeva,
s’intuiva che amasse qualcuno in gran segreto…
Ma il Dapifero, allegro, tranquillo come sempre,
685 organizzava balli, riceveva al castello
gli amici, me escluso… A cosa gli servivo?
Il caos nella mia casa, la povertà, il mio vizio
mi rendevano oggetto di scherno e di disprezzo!
Me, che un tempo tenevo in pugno il distretto!
690 Me, che un tempo Radziwiłł chiamava “benamato”!369
Me, che quando partivo dalla borgata avevo
una corte più ingente di quella principesca!
Se estraevo la sciabola migliaia di altre sciabole
brillavano, impaurendo i castelli dei magnati!
695 E poi di me ridevano i figli dei villani!
Io, Giacinto Soplica, infame per il volgo!
Chi sa che cosa sia il senso dell’orgoglio…»

Qui il bernardino venne meno e cadde sul letto,


e il Chiavaio, commosso, disse: «Grande è il verdetto
700 di Dio! Allora è vero?! Sei tu? Sei tu, Giacinto
Soplica? Col cappuccio? Tu hai fatto il mendicante!?
Tu che ricordo quando eri rubizzo, sano,
un nobile bellissimo, dai magnati adulato,
amato pazzamente dalle donne! Il Baffuto!
705 Ti ha invecchiato il rancore… Come ho potuto, come,
non ravvisarti quando con colpo magistrale
colpisti in pieno l’orso! Nella nostra Lituania
mai ci fu un tiratore pari a te, eri secondo
con la sciabola solo a Mattia! Mi ricordo,
710 così di te cantavano le nostre nobildonne:
“Giacinto torce il baffo, i borghi hanno un tremore,
se si fa un nodo al baffo qualcuno avrà terrore,
anche se fosse il principe Radziwiłł”. Sventurato!
Al tuo baffo annodasti anche il mio signore!
715 E adesso sei ridotto in queste condizioni!?
Il Baffuto… un questuante! Sì, grande è il verdetto
di Dio! Ah! Ma non puoi cavartela a buon prezzo,
io giurai: chi ha versato il sangue degli Horeszko…»

Il frate si sedette e concluse il racconto:


720 «Stavo intorno al castello coi demoni nel cuore
e nel cervello… Chi mai potrà elencarli tutti!
Horeszko mi ha ucciso, distrutto, e ora uccide
sua figlia! Andai al portone, da Satana attirato.
Lui lì che gozzoviglia! Le sbornie quotidiane
725 al castello, candele a tutte le finestre,
musica nelle sale! Che si schianti il castello
sul suo cranio pelato! Se pensi alla vendetta
Satana offre l’arma: le truppe dello zar.
Io guardavo il castello ormai preso d’assalto.

*
**

730 Che io fossi in combutta coi russi… questo è falso.

*
**

Guardavo e mi nascevano le idee più strampalate.


Prima con un sorriso stupido, come un bimbo
guarda un incendio; dopo con gioia delittuosa
aspettando che tutto crollasse tra le fiamme;
735 mi venne anche l’idea di lanciarmi a salvarla,
salvare anche il Dapifero…

*
**
Fu coraggiosa e lucida la vostra resistenza,
io ero stupefatto; tiravano da bestie,
quei russi! Mi cadevano tutti intorno. Al vedere
740 il loro smacco l’astio mi afferrò. Lui vinceva!
Possibile che tutto gli vada bene al mondo?
Anche da quell’attacco usciva nel trionfo!
Me ne andavo scornato… Spuntava già il mattino,
e fu lì che lo vidi sul loggiato. La spilla
745 di brillanti splendeva al sole; lui, borioso,
torse i baffi lanciando sguardi di boria intorno
e mi sembrò che proprio me stesse deridendo,
che mi avesse notato e mi stesse additando
con scherno minaccioso… Presi a un russo il fucile,
750 lo puntai a casaccio, quasi senza mirare…
Partì un colpo! Lo sai!

Dannate armi da fuoco! Chi ammazza con la spada


si posiziona, assale, mulina, a metà strada
ferma l’arma, risponde o disarma il rivale…
755 Ma quell’arma da fuoco, appena sfiori il cane,
subito la scintilla…

*
**

Forse fuggivo quando puntasti su me l’arma?


Fissavo le tue canne… Una specie di angoscia,
uno strano dolore mi conficcava a terra!
760 Perché, perché, Gervaso, mi hai mancato? Mi avresti
fatto una grazia! Forse ciò era necessario
per scontare il peccato…»

Perse di nuovo il fiato.

«Dio sa quanto volessi colpirti!», fa il Chiavaio.


«Quanto sangue hai versato con quell’unico sparo,
765 quante sventure caddero su noi e sui tuoi cari,
e tutto per tua colpa! Ma quando oggi gli Jäger
han messo nel mirino il Conte, ultimo erede
degli Horeszko, seppure solo per via materna,
tu l’hai coperto, e quando quel russo mi ha sparato
770 tu mi hai gettato a terra e ci hai salvati entrambi.
Se sei davvero un prete al servizio di Dio,
ti proteggerà il saio dal mio Temperino.
Addio, mai più il mio piede calcherà la tua soglia,
siamo pari… Il resto lasciamolo al Signore».

775 Tese la mano il frate – Gervaso indietreggiò:


«Non potrò mai toccare, senza offesa al mio nome,
una mano omicida che vendetta privata,
non pro publico bono, ha lordato di sangue».

Scivolò dai cuscini, Giacinto, e si rivolse


780 al Giudice, ed era sempre più cereo, e chiese
ansioso che facessero venire lì il plebano,
poi rivolto al Chiavaio: «Ti scongiuro, rimani,
ormai sto per concludere, ho soltanto la forza
di finire… Gervaso… io morirò stanotte!»

785 «Che dici!?», gridò il Giudice. «Ho visto la ferita,


è lieve, cosa dici? Il prete? È medicata
male, forse… ora chiamo il dottore! Ora vedo
nel mio armadietto…» Il frate lo interruppe: «Fratello,
troppo tardi. La vecchia ferita, provocata
790 a Jena da uno sparo e mal rimarginata,
si è riaperta, è in cancrena… m’intendo di ferite,
il sangue è nero come fuliggine, il dottore
non serve più. Comunque, prima o dopo si muore.
Perdonami, Gervaso, ora devo concludere!

*
**

795 È un pregio non volere diventare colpevole


quando tutta la gente ti chiama traditore!
Specie per chi, come me, possiede un grande orgoglio!

*
**

Traditore: l’epiteto mi si incollò addosso


come la peste. Tutti giravano lo sguardo,
800 gli amici mi evitavano, chi era più codardo
salutava a distanza e mi stava alla larga;
l’ultimo ebreo o villano di fronte si inchinava,
ma alle spalle pungeva con sorrisi di scherno;
“traditore” suonava nelle orecchie, echeggiava
805 nelle case, nei campi; dal mattino al tramonto
mi assillava, una macchia dentro un occhio malato.
Ma io non ero un traditore della patria!

Mosca mi inscrisse a forza tra i suoi sostenitori,


concessero ai Soplica gran parte degli averi
810 del morto; Targowica mi conferiva il lusso*
di una carica. Avessi scelto di farmi russo!
Ero ricco e potente, Satana mi incitava,
perché non farmi russo? I più grandi magnati
mi avrebbero cercato, e i nobili, e anche il popolo,
815 così pronto a insultare chi tra i suoi serve Mosca
ma pronto a perdonare quelli più fortunati!
Io lo sapevo, ma non potei farlo.

*
**

Fuggii dalla Polonia!


Dove non sono stato…! Quante pene ho sofferto!

*
**
820 C’era solo un rimedio, fu Dio a rivelarlo.
Dovevo emendarmi e riparare il danno
il più possibile…

*
**

La figlia del Dapifero, col voivoda suo sposo


deportata in Siberia, morì laggiù ancor giovane;
825 lasciò qui la figliola, la piccola Sofia,
ordinai di allevarla.

*
**

Non tanto per amore, ma per sciocca superbia


ho ucciso; in umiltà entrai in monastero,
io, fiero del mio sangue, io – uomo tracotante
830 chinai il capo, un questuante, presi il nome di Verme,
un verme nella polvere…

Il mio pessimo esempio che spinge al tradimento


della patria, dovevo riscattarlo soffrendo,
col sangue e il sacrificio…

835 Combattei per la patria… Dove? Su questo taccio,


non per gloria terrena affrontai spade e spari.
Più che le gesta ardite, eclatanti, mi è caro
il ricordo dei gesti silenziosi, proficui,
e delle sofferenze che nessuno…

840 Più volte ce la feci a rientrare in Polonia


con gli ordini dei capi, raccolsi informazioni,
organizzai complotti… Il cappuccio del frate
è ben noto in Galizia, ben noto anche in Posnania!
Spinsi carriole un anno dentro un forte prussiano,
845 dai russi fui sferzato per tre volte alla schiena,
una volta esiliato in Siberia; gli austriaci
mi chiusero allo Spielberg ai lavori forzati,
al carcer durum…370 Dio mi ha miracolato,
concesso di morire in mezzo alla mia gente,
850 con tutti i sacramenti.

Chissà, forse adesso ho peccato di nuovo!


Forse, al di là degli ordini, ho accelerato troppo
la rivolta! L’idea che i Soplica si armino
per primi e primi inastino il vessillo lituano,
855 quest’idea… sembra pura…

Volevi la vendetta? Ce l’hai! Tu sei strumento


del castigo di Dio! Egli con la tua spada
ha reciso i miei piani. Hai imbrogliato la trama
della congiura ordita per anni! Il gran traguardo
860 della mia vita, l’ultimo sentimento mondano
blandito e coltivato come il figlio più caro371,
tu l’hai ucciso in faccia al padre, eppure io
ti ho perdonato!»

«Voglia perdonarti anche Dio!»,


interruppe Gervaso. «Se ormai ti aspetta il viatico,
865 non sono un luterano, padre, né uno scismatico!
Commette un gran peccato chi affligge un moribondo.
Ti racconto una cosa che ti darà conforto.
Quando il mio signore cadde ferito a terra
e io, in ginocchio, chino sul suo petto intingevo
870 del suo sangue la spada giurandogli vendetta,
lui scosse il capo, il braccio tese verso il portone
dov’eri tu e nell’aria tracciò un segno di croce;
con quel segno assolveva il suo uccisore.
Compresi bene il senso, ma ero così furioso
875 che io di quella croce non dissi mai parola».

I dolori del frate fermarono il parlare.


Passò una lunga ora di silenzio, aspettando
il prete. – Rimbombarono zoccoli di cavallo,
bussò alla stanza, ansante, il taverniere; aveva
880 un’importante lettera da mostrare a Giacinto.
Questi la porge al Giudice, che legga ad alta voce.
L’ha scritta Fiszer, capo dello stato maggiore
dell’armata polacca del principe Giuseppe372.
Riporta che il consiglio segreto dell’Impero
885 ha deciso la guerra, e ora l’Imperatore
ne dà notizia al mondo; si convoca a Varsavia
la Dieta in cui gli stati polacchi federati
dichiareranno unite Polonia e Lituania373.

Giacinto ascoltava pregando flebilmente,


890 si strinse forte al seno il cero benedetto,
alzò al cielo gli occhi lucenti di speranza,
s’inondò della gioia delle ultime sue lacrime:
«Ora, Signore», disse, «vada il tuo servo in pace!»374

S’inginocchiaron tutti, si udì una campanella,


895 segno che, assieme a Dio, era arrivato il prete.

La notte se ne andava. Nel cielo rosa latteo


caddero i primi raggi rosati. Come dardi
di diamante dai vetri colpirono sul letto
la testa del malato e vestirono d’oro
900 il suo volto e le tempie, sicché brillava come
un santo circondato da un’aureola di fuoco.
LIBRO UNDICESIMO

Il 1812

Predizioni primaverili*. – L’ingresso delle truppe. – La funzione religiosa. – Riabilitazione ufficiale del
fu Giacinto Soplica. – I colloqui tra Gervaso e Protaso lasciano supporre l’ormai prossima conclusione
del processo. – Un ulano corteggia una fanciulla. – Viene appianata la disputa su Scodato e Falco. – Di
seguito gli ospiti si radunano al banchetto. – Presentazione delle coppie di fidanzati ai comandanti
dell’esercito.

O grande anno, averti visto in patria! Da allora


il popolo ti chiama l’anno dell’abbondanza
ed il soldato l’anno della guerra; oggi ancora
i vecchi favoleggiano e la poesia ti brama375.
5 Da tempo eri un prodigio celeste preannunciato376,
preceduto tra il popolo da voci incontrollate;
col sole in primavera uno strano presagio,
come finisse il mondo, s’impadronì del cuore
dei lituani, un’attesa nostalgica e gioiosa.

10 Quando il bestiame fece la prima uscita al pascolo


si vide che, sebbene fosse affamato e magro,
non si affrettava al grano vernino che adornava
le zolle ma, disteso sul prato a muso basso,
muggiva o ruminava il suo cibo invernale.

15 Anche i paesani, arando per il marzuolo il campo,


non gioiscono, come ogni anno, che un inverno
lungo sia terminato, non cantano canzoni,
lavorano indolenti, quasi non si curassero
di messi e di sementi. Fermano i buoi a ogni passo
20 e i cavallini agli erpici, e guardano impauriti
a ponente, attendendo da lì qualche prodigio,
e osservano impauriti il ritorno degli uccelli.
La cicogna è arrivata al suo pino natale,
spalanca le ali bianche, prematura bandiera
25 primaverile; al seguito reggimenti chiassosi
di rondini si ammassano sopra l’acque e raccolgono
per le casette fango dalla terra ghiacciata.
La sera odi il sussurro di un volo di beccaccia
nelle fratte, poi stormi di anatre selvatiche
30 frusciano sopra il bosco e, schiamazzanti e stanche,
piombano nel rifugio; le gru nel cielo scuro
prolungano i lamenti. I guardiani notturni
si chiedono le cause del caos nel regno alato,
quale burrasca scacci così presto i volatili.
35 Ora altri stormi – come di pivieri, di storni,
di ciuffolotti – chiari di vessilli e pennacchi
luccicano sui colli, piombano nella piana.
La cavalleria! Armi ignote, vesti strane,
file di reggimenti e in mezzo, come neve
40 sciolta, scorrono schiere ferrate. Il bosco espelle
berretti neri e lampi di baionette, sciamano
gli immensi formicai della fanteria in marcia.

Tutti a nord! Quasi gli uomini sulla scia dei volatili


45 partissero dal wyraj* verso la nostra patria,
pressati da una forza istintiva inspiegabile.

Di giorno e notte scorrono cavalli, uomini, aquile377,


cannoni; qua e là in cielo avvampano bagliori,
la terra trema, s’odono da ogni lato i tuoni378.

50 Guerra! Non c’era un solo pezzettino di terra


che non ne udisse il rombo; in mezzo a selve oscure
il villano i cui avi morirono ignorando
l’al di là di quei boschi, che mai capì il gridare
del cielo a parte il turbine e in terra, oltre al ruggito
55 delle bestie, mai vide ospiti se non quelli
del bosco – adesso vede in cielo strani aloni,
nella selva un rimbombo, la palla di un cannone
che, smarrito il campo di battaglia, ha cercato
strada svellendo tronchi e triturando rami.
60 Un bisonte barbuto trasalisce nel muschio,
rizza il lungo crine, s’alza a metà appoggiandosi
alle zampe anteriori, scuote la barba e osserva
stranito quel brillio tra gli sterpi bruciati:
è una granata… Gira, freme, sibila, esplode
65 con un rombo. Il bisonte, che per la prima volta
in vita sua ha paura, si nasconde nel folto.

Si lotta! Dove? I giovani si informano, si armano;


le donne alzano al cielo le braccia; tutti quanti
gridano fra le lacrime certi della vittoria:
70 «Dio è con Napoleone, Napoleone con noi!»379

Primavera! Chi allora ti vide nella patria,


stagione memorabile di guerra e di abbondanza!
Primavera! Chi allora ti vide rigogliosa
di grano e d’erbe e d’uomini smagliante, doviziosa
75 di avvenimenti e gravida di speranze! Io ancora
oggi ti vedo, splendido fantasma dei miei sogni!
Per me che nacqui schiavo, messo in catene in fasce,
fu quella in vita mia l’unica primavera.

Soplicowo era ai bordi della strada380 percorsa,


80 arrivando dal Niemen, da due condottieri:
Giuseppe, il nostro principe, ed il re di Vestfalia381.
Conquistata la parte di Lituania da Grodno
a Słonim, re Girolamo ordinò tre giornate
di sosta382. Ma la truppa polacca, seppur stanca,
85 si lamentò che il re bloccasse l’avanzata,
ansiosa di raggiungere al più presto il nemico.

Il principe, e il suo stato maggiore, prese alloggio


in città383, e a Soplicowo quarantamila uomini
assieme ai comandanti, generale Dąbrowski,
90 Kniaziewicz, Małachowski, Giedrojć e Grabowski384.

Giunsero tardi, e ognuno si acquartierò alla meglio


nella villa e al castello. Dati gli ordini, messe
le sentinelle, ognuno si ritirò estenuato
nella sua stanza. Tutto si chetò con la notte,
95 il bivacco, la villa e i campi; altro non vedi,
vaganti come ombre, che le ronde e i barbagli
dei falò qua e là sparsi nel campo; altro non senti
che le parole d’ordine di chi sta in sentinella.

Dormivano il padrone di casa, i comandanti,


100 la truppa; il dolce sonno abbandona soltanto
gli occhi del Tribuno385: compito suo è il banchetto
che esalterà la casa dei Soplica nei secoli,
un banchetto all’altezza di quegli ospiti cari
al cuore dei polacchi e consono alla festa
105 religiosa e domestica: domani ben tre coppie
si faranno promessa di matrimonio, inoltre
Dąbrowski ha dichiarato di voler pasteggiare
con un pranzo polacco.

Benché l’ora sia tarda


il Tribuno ha riunito cuochi dal vicinato;
110 sono in cinque ai suoi ordini, lui comandante in capo.
In quanto capocuoco si è cinto del grembiale
bianco, la toque in testa, maniche rimboccate;
col cacciamosche in mano mette in fuga un insetto
che sta piombando ingordo sui suoi manicaretti,
115 con l’altra mano inforca gli occhiali consumati,
estrae di tasca un libro, lo scarta, poi lo apre.

Il titolo del libro era: Il cuoco ideale*.


Vi erano descritti tutti i cibi speciali
del desco dei polacchi; grazie a quel libro il Conte
120 di Tęczyn in Italia organizzò i banchetti
che lasciarono attonito il papa Urbano Ottavo*;
grazie a quel libro Carlo Radziwiłł Benamato386,
quando accolse a Nieśwież re Stanislao Augusto387,
organizzò il celebre convivio la cui fama
125 nei racconti del popolo è ancor viva in Lituania.

Ciò che il Tribuno legge, comprende e poi proclama,


i cuochi lo eseguono con grande competenza.
Ferve l’opra, cinquanta coltelli tamburellano,
neri come demoni gli sguatteri si affannano,
130 portano legna e latte e vino in pentoloni,
riempiono marmitte, casseruole e tegami,
sbuffa il fumo. Al camino, due sguatteri dan fiato
ai soffietti; per dare forza al fuoco, il Tribuno
ordina di spalmare sulla legna del burro
135 (un lusso consentito nelle case dei ricchi).
Gli sguatteri vi gettano fasci di legni secchi.
C’è chi infilza allo spiedo pezzi enormi di manzo
e capriolo, lombi di cervo e di cinghiale;
chi spenna uccelli a pile, nubi di piume in volo,
140 si denudano galli forcelli e cedroni,
e polli… Pochi, questi. Dal giorno dell’assalto
sanguinoso di Gonzo Dobrzyński al pollaio
di Sofia, quando fece gran strage di pennuti
senza lasciarne uno in vita, Soplicowo,
145 famosa un tempo proprio per il suo bel pollame,
non ne aveva ancora rinverdita la fama.
Comunque c’era grande abbondanza di carne
presa da ogni dove, da casa e dai macelli,
dai boschi, dai paesani, da vicino e lontano;
150 si può dir che mancava solo il latte d’uccello388.
A Soplicowo trovi ciò che un padrone prodigo
pretende dai banchetti: virtuosismo e opulenza.

Si leva il dì solenne della Vergine Santa


dei Fiori389. Il tempo è splendido, in prima mattinata
155 il cielo terso fascia la terra come un mare
sospeso, silenzioso, concavo; dal fondale
alcune stelle brillano come perle fra l’onde;
da un lato giunge in volo solitaria una nube
bianca e immerge nel blu le ali, somiglianti
160 alle piume sfumanti dell’Angelo Custode
che, trattenuto dalle preghiere della sera,
è in ritardo e si affretta tra i fratelli del cielo.

Ormai le ultime perle declinano e si spengono


nella volta, la fronte del cielo impallidisce,
165 la tempia destra, posta sopra un guanciale d’ombra,
è ancora bruna, l’altra sempre più arrossisce;
e più in là l’orizzonte, come una larga palpebra,
si solleva svelando il biancore dell’occhio,
l’iride, la pupilla… Ecco, è schizzato un raggio,
170 balena curvo lungo il cielo tondeggiante
e si appende alla nube come uno strale d’oro.
A quel lancio, segnale del giorno, sprizza un fascio
di fuochi, mille razzi s’incrociano sull’arco
del mondo: e sorge l’occhio del sole. Un po’ assonnato
175 si schiude, trema e sbatte le sue ciglia raggianti
e risplende di sette colori: di rubino
s’insanguina lo zaffiro, di topazio ingiallisce
finché riluce come cristallo trasparente,
come diamante nitido, e poi infocato, grande
180 come la luna, come una stella palpitante:
così nel cielo immenso va solitario il sole.
Da tutta la borgata oggi il volgo lituano
si è radunato intorno alla cappella all’alba,
come a sentir l’annuncio di un miracolo nuovo.
185 L’assemblea è dovuta un po’ alla devozione,
un po’ a curiosità, ché a Soplicowo oggi
presenzieranno alla funzione i generali,
quei grandi condottieri delle nostre legioni
che il popolo conosce di nome e che onora
190 come santi, le cui battaglie e vite erranti
per la Lituania sono vangelo nazionale.

C’è già qualche ufficiale e folla di soldati;


la gente li circonda, non crede ai propri occhi,
guarda compatrioti in uniforme, armati,
195 liberi, che si esprimono nella lingua polacca!

La messa è cominciata. La chiesina, modesta,


non li contiene tutti; la gente è genuflessa
sull’erba e scopre il capo mentre guarda il portale;
il capello del popolo lituano, fulvo o bianco,
200 s’indora come un campo di segale matura;
qua e là spunta un grazioso capino di fanciulla
adornato di fiori o di occhi di pavone
e nastri sciolti a ornare le trecce, fra le teste
dei maschi: fiordalisi e loglio in mezzo al grano.
205 La folla variopinta copre in ginocchio il prato
e alla campanella, come al soffio del vento,
si chinano le teste come spighe nel campo.

Le villane oggi portano sull’altare mariano


fasci di erbe fresche, il primissimo dono
210 di primavera. Mazzi di fiori e ghirlande
ornano tutto quanto: l’immagine, l’altare,
sagrato e campanile. Il soffio dell’est lacera
i serti e getta fiori sul capo dei fedeli,
spargendone il profumo come da un incensiere.

215 Concluse messa e predica, uscì il Ciambellano,


capo dell’assemblea, da poco maresciallo
confederato* scelto dai ceti del distretto390.
Indossava la veste palatina: lo żupan
cucito in oro, il kontusz con trama in gros de Tours
220 e frangia, fascia a fili d’oro, la karabela
con pomo zigrinato; al collo, luccicante,
la borchia di brillanti; konfederatka bianca391
con un ciuffo di penne molto care, le egrette
dell’airone (un pennacchio di tal fatta e ricchezza –
225 ciascuna penna costa non meno di un ducato –
si porta solo a grandi feste). Così vestito,
salì sul monticello davanti alla chiesetta,
con villici e soldati tutt’intorno assiepati,
ed esclamò:

«Fratelli! Già dal pulpito il prete


230 vi ha annunciato che il Cesare e Re ha restituito
libertà alla Corona, ora tocca al Ducato
lituano e alla Polonia intera; già vi è noto
il proclama che indice la Dieta generale.
Io voglio dire alla comunità due cose
235 sole sulla famiglia dei Soplica, signori
in queste terre.

Tutti voi ricordate i danni


compiuti dal defunto Soplica, sì, Giacinto.
Voi conoscete i suoi peccati, ora è tempo
di proclamarne i meriti. Oggi sono presenti
240 i nostri generali, dai quali ho appena udito
quello che sto per dirvi. Giacinto non morì
(come dissero) a Roma, ma cambiò la sua vita,
la condizione e il nome; e tutte le sue colpe
di fronte a Dio e alla Patria le riscattò vivendo
245 come un santo e compiendo memorabili imprese.

Quando a Hohenlinden* il generale Richepanse,


vicino alla sconfitta e pronto a ritirarsi
ignaro che Kniaziewicz arrivava in soccorso,
fu lui, Giacinto, Verme, che in mezzo a lance e spade
250 portò a Richepanse il plico di Kniaziewicz, il quale
scriveva che assaliva il nemico alle spalle.
Poi in Spagna, quando i nostri ulani espugnarono
il passo trincerato di Somosierra, accanto
a Kozietulski392 venne per due volte ferito!
255 Dopo fu messaggero d’istruzioni segrete,
corse in varie regioni a sondare gli umori,
a allacciare e fondare società clandestine;
poi mentre organizzava qui da noi la rivolta
la scorreria lo colse, e vi trovò la morte.
260 La tragica notizia giunse a Varsavia proprio
mentre sua Maestà l’Imperatore stava
per conferirgli il titolo, per le sue gesta eroiche,
di cavaliere e l’ordine della Legion d’onore.

Ora, considerate tutte queste ragioni,


265 io, per l’autorità che spetta al palatino,
proclamo con lo scettro della federazione
che con i suoi servigi e per grazia imperiale
Giacinto ha cancellato l’infamia e ha riacquistato
l’onore, e torna al rango di vero patriota.
270 Chi oserà rinfacciare ai suoi parenti colpe
antiche ora cassate verrà iscritto negli atti
per gravis notae maculae, formula giudiziaria
che punisce ogni miles e ogni scartabellus393
che sparga infamie contro un nostro cittadino.
275 Ora c’è l’uguaglianza394, perciò il terzo articolo
vincola anche i borghesi e i villici. Pronuncio
questa sentenza in quanto maresciallo: di seguito
verrà iscritta negli atti del governo supremo
dal cancelliere e quindi diffusa dall’usciere.
280 E il fatto che la croce della Legion d’onore
sia giunta troppo tardi, nulla toglie alla gloria;
se non poté servire da ornamento a Giacinto,
serva alla sua memoria, la appenderò alla tomba.
Starà in mostra tre giorni, poi verrà collocata
285 nella cappella, ex voto alla Vergine Madre».

Detto ciò, da un astuccio estrasse la medaglia


e appese alla modesta crocina del sepolcro
una coccarda rossa e una croce stellata
bianca con la corona dorata; al sole i raggi
290 della stella splendettero come ultimo riverbero
della gloria terrena di Giacinto. Intanto
il popolo in ginocchio sta recitando l’Angelus
e per il peccatore chiede eterno riposo;
il Giudice, sollecito tra ospiti e campagnoli,
295 chiama tutti al banchetto approntato a Soplicowo.

Ma fuori, sulla panca, siedono due vecchietti,


sulle ginocchia reggono due pinte d’idromele,
gli occhi al frutteto dove, fra i bocci di papavero,
simile a un girasole sta un ulano, il colbacco
300 con la borchia dorata e la penna di gallo;
accanto a lui una giovane, la veste color ruta,
alza gli occhi turchini come le viole mammole
verso gli occhi del giovane; le fanciulle in giardino
colgono fiori e apposta distolgono lo sguardo
305 per non importunare quella conversazione.

E bevono, i due vecchi, e dalla tabacchiera


di corteccia si scambiano le prese, chiacchierando.

«Sì, caro il mio Protaso», fa il Chiavaio Gervaso.


«Sì, caro il mio Gervaso», fa l’Usciere Protaso.
310 «Sì!», entrambi annuiscono più volte ciondolando
il capo all’unisono; finché l’Usciere disse:
«Certo, il nostro processo si chiude in modo strano,
ma non mancano esempi, ricordo dei processi
dove accaddero eccessi ben peggiori del nostro,
315 ma poi l’intercisione395 metteva tutto a posto:
con i Borzdobohaty si riconciliò Łopot,
i Krepsztul con i Kupść, Putrament con Pikturno,
Mackiewicz con gli Odyniec396, con i Kwilecki Turno397.
Che dico! Fra i polacchi e i lituani ci furono
320 parapiglia più gravi che fra Soplica e Horeszko,
poi la regina Edvige ricorse alla saggezza
e le beghe si chiusero senza alcuna sentenza398.
È un bene se le parti hanno fanciulle o vedove
da marito: in quel caso è pronto il compromesso.
325 I processi più lunghi sono quelli col clero
cattolico, oppure con un parente prossimo,
dato che il matrimonio non può entrare in gioco.
Fra i lechiti e i russi lo scontro è interminabile,
dato che Lech e Rus son fratelli carnali399;
330 ecco perché i processi tra lituani e Crociferi
durarono moltissimo, poi Jagellone vinse400.
Ecco perché pendebat a lungo in tribunale
il processo dei Rymsza contro i domenicani,
finché vinse il legale dell’Ordine, don Dymsza.
335 Da qui nasce il proverbio “Dio è più grande di Rymsza”;
io aggiungo: l’idromele – meglio del Temperino!»
E brindando al Chiavaio si tracannò la pinta.

«È vero! È vero!», disse Gervaso un po’ commosso.


«Strana è stata la sorte della nostra Corona,
340 della nostra Lituania! Proprio come due sposi!
Dio unì, divide il diavolo: a ognuno il proprio ruolo!
Protasino, fratello! È una vera fortuna
vedere qui di nuovo quelli della Corona!
Tanti anni fa ho servito con loro, mi ricordo…
345 Confederati in gamba!401 Se il signor mio defunto
potesse esser presente! Oh, Giacinto! Giacinto!
Ma basta coi lamenti… Se oggi la Corona
e la Lituania sono di nuovo unite, allora
tutto è pacificato, è tutto cancellato».

350 «Pensa», disse Protaso, «che su quella Sofia


che ora il nostro Taddeo sta chiedendo in sposa,
un anno fa c’è stato un presagio dal cielo!»
Lo interruppe il Chiavaio: «Chiamala damigella
Sofia, ormai è adulta, non è più una bambina,
355 per giunta è aristocratica, nipote del Dapifero».
«Dunque», finì Protaso, «con i miei occhi ho visto
quel segno del destino. Un anno fa, era festa,
la nostra servitù stava qui, si beveva
idromele; ad un tratto… paf! Piombano dal tetto
360 due passeri in litigio, due maschi vecchi; l’uno
– il più giovane – aveva il sottogola grigio,
l’altro nero. In cortile continuano a suonarsele,
a ruzzolare, tutti sepolti nella polvere402;
guardiamo, e intanto i servi l’un l’altro si bisbigliano
365 che il nero sarà Horeszko, sarà Soplica il grigio.
Se il grigio stava sopra urlavano: “Evviva
Soplica! Pfui!! Vigliacchi gli Horeszko!” Se cadeva
gridavano: “Soplica, sta’ su! Non darla vinta
al magnate, sei un nobile, sarebbe un’ignominia!”
370 E ridendo aspettiamo chi dei due abbia la meglio;
Sofia allora, presa a pietà per gli uccelli,
accorre e annida nella mano i due cavalieri;
ma si picchiano ancora, volano via le penne,
tanto è l’accanimento di quei due miserelli.
375 Le comari, al vederla, sottovoce dicevano
che era predestinata, Sofia, a portar l’accordo
tra le famiglie in lite ormai da lungo tempo.
E oggi si realizza l’auspicio delle donne.
È vero che a quel tempo si aveva in mente il Conte,
380 non Taddeo».
Al che il Chiavaio disse: «Sono intricate
le faccende del mondo, chi mai può decifrarle!
Ti dirò anch’io una cosa, meno stupefacente
di quel presagio, eppure difficile a comprendersi.
Tu sai che voglia avessi di affogare i Soplica
385 in un cucchiaio d’acqua; ma per quel ragazzino,
Taddeo, ho provato affetto da quando era bambino.
Quando si accapigliava con gli altri adolescenti
lui li batteva sempre; se correva al castello
io lo incitavo a compiere le imprese più complesse.
390 E gli riusciva tutto: sulla torre snidava
i piccioni, o strappava il vischio dalle querce403,
staccava dai più alti pini i nidi di corvo,
sapeva fare tutto; pensavo: è nato sotto
la buona stella, ahimè, peccato sia un Soplica!
395 E ora nel castello saluto in lui l’erede
e sposo di Sofia, la mia illustre Signora!»

Hanno smesso il narrare, bevono pensierosi,


solo qualche parola, quasi buttata a caso:
«Eh sì, messer Gervaso» – «Eh già, messer Protaso».

400 Dalle finestre aperte della cucina, poste


sopra la panca, come da un incendio sbuffava
il fumo, poi dai nugoli, come bianca colomba,
baluginò lucente la toque del capocuoco.
Il Tribuno, allungando il collo sopra il capo
405 dei vecchi, aveva udito la loro chiacchierata;
diede loro il piattino di una tazza zeppo
di biscotti, dicendo: «Sgranocchiate bevendo!
Io intanto vi racconto la storia del confronto
che stava per concludersi in scontro sanguinoso
410 quando nei fitti boschi di Naliboki, a caccia,
Rejtan giocò un bel tiro al principe di Nassau.
Per poco quel bel tiro non gli costò la pelle:
adesso vi racconto come sedai l’alterco».
Ma dei cuochi interruppero il dire del Tribuno
415 chiedendo chi dovesse allestire il surtout.

Sparì il Tribuno e i vecchi, attingendo idromele,


pensierosi puntarono gli occhi in fondo al frutteto
dove il piacente ulano parlava con la giovane.
Ha preso la sua mano con la mano sinistra
420 (si vede che è ferito, la destra è appesa al collo)
e alla damigella dice queste parole:

«Sofia, dimmelo prima di scambiarci gli anelli,


io lo devo sapere. Lo so, lo scorso inverno
eri già pronta a farmi la promessa. Io allora
425 rifiutai, mi sembrava fosse una forzatura.
Avevo soggiornato ben poco a Soplicowo,
non ero così tronfio da illudermi che un solo
mio sguardo in te destasse un immediato amore;
non sono un fanfarone, volevo conquistare
430 le tue premure grazie ai miei meriti, a costo
di attendere a lungo. Ora un’altra volta
ripeti la promessa: ma che meriti ho avuto?
Forse, Sofia, mi prendi non tanto per affetto,
quanto perché ti spingono lo zio e Telimena?
435 Sofia, il matrimonio è una cosa importante,
tu fatti consigliare dal cuore, lascia stare
autorità e ubbidienza, lo zio e le sue richieste,
la zia e la sua insistenza. Se tu per me non senti
nient’altro che bontà, possiamo rimandare
440 per qualche tempo ancora questo fidanzamento,
non ti voglio legare contro il tuo volere.
Nessuno ci rincorre, tanto più che iersera
mi è stato dato l’ordine di fare l’istruttore,
fino alla guarigione, in questo reggimento.
445 Che ne dici, mia cara?»

Sofia rispose alzando


la testa e lo guardò negli occhi un po’ esitante:
«Non ricordo più bene ciò che successe allora,
so che per tutti avrei dovuto sposar Lei;
io mi assoggetto sempre al volere del cielo
450 e degli anziani». Dopo, abbassati gli occhietti,
riprese: «Si ricorda quando morì fra’ Verme
nella notte in tempesta e Lei stava partendo?
Nell’atto di partire io vidi il Suo dolore,
io vidi le Sue lacrime. Sarò franca: quel pianto
455 mi ha toccata, e da allora io credo al Suo amore;
sempre, quando pregavo per la Sua buona sorte,
io vedevo il Suo viso con quegli occhi lucenti
di pianto. Poi mi portò con sé la Ciambellana404,
460 a Wilno, ci trascorsi l’inverno ripensando
con nostalgia a quella stanzetta a Soplicowo
dove Lei m’incontrò una sera al tavolino,
e poi mi disse addio. Non so perché il ricordo
di Lei, come una pianta seminata in autunno,
465 germogliò nel mio cuore nel corso dell’inverno,
tanto, come Le dico, da struggermi per quella
stanzetta; e qualche cosa sussurrava al mio orecchio
che L’avrei ritrovata lì: e ora ciò è successo.
Avevo questo in testa, e avevo sulle labbra
470 il Suo nome… Ad esempio a Wilno, a carnevale,
le ragazze dicevano che ero innamorata:
ecco, se amo qualcuno, questo qualcuno è Lei».

Taddeo, tutto contento per quel pegno d’amore,


la prese sottobraccio, la strinse e poi lasciarono
475 il giardino ed entrarono proprio nella stanzina
dove aveva abitato circa dieci anni prima.

Ora lì c’è il Notaio, ornato e agghindato,


sta servendo una dama, è la sua fidanzata;
corre e le passa anelli sigilli, collanine,
480 vasetti e flaconcini, ciprie e finti nei;
guarda allegro e trionfante la promessa. La sposa
ormai sta per concludere la toletta: di fronte
allo specchio consulta le dee della vaghezza,
mentre le cameriere ravvivano col ferro
485 le ciocche intiepidite delle trecce; le altre
lavorano in ginocchio intorno al falpalà.

Mentre il Notaio si balocca con la promessa,


lo richiama uno sguattero picchiando alla finestra:
hanno visto una lepre! Sgusciata dal salceto,
490 guizzando lungo il prato è balzata nel frutteto
tra i germogli d’ortaggi; stanarla dalle aiole
e poi braccarla è semplice, mettendo alla strettoia
i cani. L’Assessore corre con Falco al fianco,
al guinzaglio, il Notaio richiama il suo Scodato.
495 Il Tribuno li piazza coi levrieri al recinto,
lui con lo scacciamosche penetra nel giardino,
spaventa l’animale con passi, battimani
e sibili; i bracchieri, con al guinzaglio i cani,
indicano con le dita la via di fuga, schioccano
500 le labbra; i levrieri raddrizzano gli orecchi,
puntano il muso al vento e fremono smaniosi,
come frecce incoccate in una sola corda.
Gridò allora il Tribuno: «Vela!» Saltò il recinto,
la lepre, e via nel prato! E dietro a lei i levrieri
505 senza deviare, insieme, ognuno dal suo lato,
come ali d’uccello piombano sul leprotto
il Falco e lo Scodato e come artigli affondano
i denti al collo. Un gemito di bimbo appena nato,
straziante! Ecco i bracchieri: è esanime la lepre
510 e i levrieri le strappano dal ventre il bianco pelo.

Mentre i due accarezzano i cani, il Tribuno


afferra il coltellino appeso alla cintura,
taglia le zampe e dice: «Oggi ai cagnetti spetta
la stessa ricompensa, ché la gloria è la stessa,
515 la sveltezza è la stessa, lo strapazzo è lo stesso,
il palazzo vale Pac e Pac vale il palazzo405,
i bracchieri son degni dei levrieri, i levrieri
son degni dei bracchieri: la disputa accanita
fra voi ora è conclusa. Mi avete scelto arbitro
520 della scommessa e dico: avete vinto entrambi,
restituisco i pegni, che ognuno tenga il suo
e firmate l’accordo». Al dire del Tribuno
i bracchieri incrociarono gli sguardi rischiarati
e unirono le destre a lungo separate.

525 Disse allora il Notaio: «Ho scommesso un cavallo


bardato, e ho preso impegno dinanzi al magistrato
di compiacere l’arbitro offrendogli il mio anello:
l’oggetto dato in pegno non può essere reso.
Messer Tribuno, accetti l’anello per ricordo
530 e vi faccia incidere il Suo nome o, se vuole,
lo stemma dei Hreczecha; sono undici carati
d’oro406 e la corniola è liscia. Ora il cavallo
l’hanno preso gli ulani per la rimonta, e mi hanno
lasciato i finimenti; chiunque sia competente
535 dirà che sono comodi, solidi, una bellezza:
sella stretta alla moda turco-cosacca, il pomo
anteriore intarsiato di pietre, un cuscinetto
di seta grezza copre il seggio: quando monti
in arcione su quelle piume siedi tra i pomi
540 come su un letto; quando sciogli il galoppo» (a questo
punto allargò le gambe il notaio Bolesta
– com’è ben noto amava moltissimo i gesti –
come stesse saltando a cavallo, e mimando
il galoppo iniziò a dondolarsi lento),
545 «quando sciogli il galoppo, dai quartieri rifulge
un bagliore e il destriero sembra gocciare oro,
ché sono picchiettate in oro le fettucce
e le staffe d’argento sono anch’esse indorate;
adornano le redini del morso e la cavezza
550 bottoni luccicanti di madreperla; appesa
al pettorale l’arme di Leliwa, ovvero
luna nascente e stella407. Questi splendidi oggetti,
presi – così si dice – a un gran signore turco408
durante la battaglia di Podhajce409, accettali,
555 Assessore, a comprova del mio grande rispetto».

L’Assessore rispose, felice del regalo:


«Io ho messo in palio i miei magnifici collari
in pelle zigrinata con chiodini dorati
che il principe Sanguszko mi volle offrire in dono,
560 e il guinzaglio di seta, un lavoro costoso
caro come la pietra che su di esso brilla.
Volevo attribuire questi beni ai miei figli,
lo sai, oggi mi sposo, ne avrò, probabilmente.
Ma ti prego umilmente, Notaio, di accettare
565 questi oggetti in cambio dei tuoi ricchi e pregiati
finimenti e a memoria del conflitto durato
lunghi anni e alla fine concluso con onore
per entrambi. Fiorisca tra di noi la concordia!»

E tornarono a casa per proclamare a pranzo


570 la fine della disputa tra lo Scodato e Falco.

Si disse che la lepre era stata allevata


in casa dal Tribuno, che la mollò nell’orto
per riappacificare con facile bottino
i bracchieri. Il trucchetto lo fece di nascosto,
575 in modo da ingannare l’intera Soplicowo.
Anni dopo uno sguattero sparse in giro la voce
per rimetter zizzania tra Notaio e Assessore;
fallì la maldicenza che umiliava i levrieri:
negò il Tribuno, e a quello nessuno prestò fede.

580 Riuniti nel salone del castello, gli ospiti


attendono il banchetto parlando intorno ai tavoli,
quand’ecco entra il Giudice che indossa l’uniforme
da palatino e guida messer Taddeo e Sofia.
Taddeo si tocca il capo con la mano sinistra,
585 porgendo ai superiori il saluto militare.
Sofia, lo sguardo basso rivolto al pavimento,
rossa in viso saluta con una riverenza
(in questo era perfetta, scuola di Telimena).
Come ogni fidanzata ha in testa la corona
590 di fiori, per il resto l’abito del mattino,
quando offrì mazzi freschi alla Madre di Dio.
Per gli ospiti ha tagliato un nuovo mazzo verde;
con una mano offre loro i fiori e le erbe,
con l’altra si sistema il falcetto sulla testa410.
595 Prendono i fiori, i capi, baciandole la mano;
ancor più rossa in viso, Sofia fa un altro inchino.

E lì allora Kniaziewicz la prese per le spalle,


le diede sulla fronte un bacino paterno,
sollevò la fanciulla e la pose sul tavolo
600 mentre tutti applaudivano gridando: «Bene! Bravo!»,
tutti ammaliati dalla bellezza e dal contegno,
ma in particolar modo dall’abito lituano,
rustico, ché per loro, i condottieri erranti
da sempre in terre estranee, l’abito nazionale
605 aveva un grande fascino: riportava alla mente
gli anni giovanili, i vecchi amori. E allora,
con gli occhi un po’ velati, circondarono il tavolo
guardando incuriositi. C’è chi chiede a Sofia
di alzare un po’ la fronte e far vedere gli occhi,
610 chi le chiede di fare un giro su se stessa;
la giovane, pudica, si gira, ma si cela
gli occhi con ambedue i palmi. Taddeo guarda
con gioia e allegria, e si frega le mani.

Che qualcuno le avesse consigliato quei panni


615 o si fosse affidata all’istinto (una giovane
sa per istinto cosa sia più adatto al suo viso),
tant’è che per la prima volta quella mattina
subì una ramanzina dalla zia: non voleva
il vestito alla moda, pianse così a dirotto
620 che infine le lasciarono l’abito campagnolo.

La gonna lunga, bianca; la sopravveste corta


di cammellotto verde a bordi rosa; è verde
anche il bustino, stretto con strisce di nastrini
rosa dal grembo al collo; sotto, come il bocciolo
625 sotto la fogliolina, si accoccola il seno.
Come ali di farfalla già dispiegate al volo,
increspate sul palmo e da un nastrino avvolte,
biancheggiano le maniche della camicia. Al collo
la camicia aderisce, un nodo rosa serra
630 il colletto; i pendenti intagliati da noccioli
di ciliege, lavoro di cui va fiero Gonzo
(due cuori con la freccia e la fiammella, dono
fatto a Sofia quand’era il suo spasimante);
appese al colletto due collanine d’ambra,
635 alle tempie un diadema di verde rosmarino411,
Sofia ha spinto le trecce sulle spalle e, come
usan le mietitrici, si è messa sulla fronte
il falcetto ricurvo, di fresco levigato
dal taglio delle erbe, chiaro come la luna
640 che al novilunio brilla sulla fronte di Diana.

Tutti lodano, applaudono. Un ufficiale ha estratto


dalla tasca un portefeuille con dei plichi di fogli,
li apre, tempera il lapis, lo bagna in bocca, guarda
Sofia, disegna. Il Giudice, adocchiate le carte
645 e le matite, riconobbe il disegnatore,
benché molto diverso per quella sua uniforme
di colonnello e quelle ricche spalline, e il tratto
da ulano, il baffo tinto di nero e il pizzetto.
Lo riconobbe: «Come sta, Illustrissimo Conte?
650 Anche nella giberna gli attrezzi da pittore!?»
In effetti era il giovane Conte, prima soldato
semplice, ma in virtù delle sue grandi entrate,
per aver finanziato un reggimento intero
di cavalieri ed essersi distinto nella guerra,
655 oggi l’imperatore lo ha fatto colonnello.
Lo saluta il Giudice, gli fa i suoi complimenti
per il grado, ma il Conte non ascolta e disegna.

Intanto è entrata un’altra coppia di fidanzati:


l’Assessore, dapprima servo dei russi e adesso
660 dei francesi, era a capo del corpo dei gendarmi,
e seppure in servizio da neanche una giornata
già indossa la divisa color blu dai risvolti
polacchi e trascina la sciabola ricurva,
tintinna gli speroni. A fianco – la sua amante,
665 di un’estrema eleganza: è Tecla Hreczeszanka412.
Egli aveva lasciato da tempo Telimena,
e per crucciare ancora di più quella civetta
aveva indirizzato il cuore verso Tecla,
dama non giovanissima, intorno al mezzo secolo,
670 ma ottima padrona di casa, equilibrata
e abbiente, ché – seppure erede di un villaggio –,
con una somma il Giudice le accrebbe l’appannaggio.

Manca la terza coppia, l’attesa si prolunga.


Spazientito, il Giudice manda la servitù.
675 Ritornano dicendo che il terzo fidanzato,
il Notaio, braccando la lepre, ha smarrito
la fede e ora la cerca nel prato; la sua dama
si sta ancora agghindando; benché si dia da fare,
e per giunta l’aiutino tutte le cameriere,
680 non riesce proprio a porre fine alla sua toilette.
Sarà pronta più tardi, arriverà alle quattro.
LIBRO DODICESIMO

Amiamoci!

L’ultimo banchetto all’antica maniera polacca. – Un surtout straordinario. – Spiegazione delle sue
figure. – I suoi mutamenti. – Dąbrowski riceve un dono. – Ancora a proposito del Temperino. –
Kniaziewicz riceve un dono. – Primo atto ufficiale di Taddeo mentre entra in possesso dell’eredità. –
Considerazioni di Gervaso. – Il concerto dei concerti. – La polonaise. – Amiamoci!

Uno schiocco spalanca la porta della sala.


Entra il Tribuno con il cappello e a testa alta,
non saluta, non siede a tavola, ché ora
ha una nuova funzione: Maresciallo di corte413.
5 A indicare il suo ufficio tiene in mano il bastone
con cui, da buon maestro di quella cerimonia,
mostra a ciascuno il posto e vi colloca gli ospiti.
Spetta al Ciambellano-Maresciallo, la prima
autorità locale, il gran posto d’onore:
10 la poltrona in velluto con braccioli in avorio;
a fianco, sulla destra, il general Dąbrowski,
a sinistra Kniaziewicz, poi Pac414 e Małachowski415.
La Ciambellana in mezzo, più in là dame, ufficiali,
magnati, possidenti, la nobiltà. Gli uomini
15 e le donne si siedono a coppie alternate
nell’ordine preciso che il Tribuno ha fissato.

Con un inchino il Giudice ha lasciato il convivio.


È in corte, lì ha approntato il desco ai contadini,
li ha radunati a un tavolo lungo duecento passi;
20 ai due capi si siedono il Giudice e il plebano.
Taddeo e Sofia mangiano camminando, occupati
a porgere pietanze ai contadini. È usanza
antica che alla prima festa i nuovi signori
siano del loro popolo i primi servitori.

25 In attesa dei piatti, gli ospiti nella sala


guardavano allibiti lo splendido surtout416,
prezioso nel metallo e nella sua fattura.
Si racconta che il principe Radziwiłł l’Orfanello*
ordinò che il trionfo fosse fatto a Venezia
30 e ornato alla polacca secondo il suo progetto.
Trafugato durante la guerra con la Svezia417
passò, non si sa come, nella nobile casa.
Estratto dal tesoro418, oggi sta a centrotavola
nella sua enorme forma a ruota di carrozza.
35 Colmo dal fondo all’orlo di mousse e creme bianche
come neve, imitava in modo strabiliante
un paesaggio invernale: nel mezzo un bosco immenso
nero di confettura, alcune case ai lati –
come villaggi e borghi nobiliari – coperte,
40 invece che di brina, di mousse zuccherina;
a ornamento, sui bordi, piccoli personaggi
in abiti polacchi, tutti di porcellana:
come attori sul palco, sembrano recitare
un qualche avvenimento; gesti studiati ad arte,
45 colori singolari, manca loro la voce,
ma per il resto sembrano degli esseri viventi.

Che cosa rappresentano? chiedono i commensali


curiosi, al che il Tribuno alza il bastone e narra
(ora si mesce vodka mentre si aspetta il pranzo):
50 «Con il vostro permesso, Illustri miei Signori,
tutte queste persone raccontano la storia
delle nostre Dietine, assemblee, votazioni,
le vittorie, i trionfi e anche le contese;
io decriptai la scena e ora ve la spiego.

55 Sulla destra un gran numero di nobili: di certo


prima della Dietina invitati a un banchetto.
La tavola è imbandita, nessuno assegna il posto,
sono dispersi in crocchi, un crocchio – una riunione.
Guardate, in mezzo ad ogni crocchio si drizza un tale
60 dalla cui bocca aperta, dalle palpebre alzate,
dalle mani inquiete, si vede: è un oratore,
esplica con un dito, si fa un segno sul palmo.
Gli oratori caldeggiano i loro candidati
con risultati dubbi, a guardare le facce.

65 Nell’altro crocchio, invece, la nobiltà è attenta:


quello, mani alla cintola, ascolta a orecchio teso,
l’altro, il palmo all’orecchio, zitto torce il mustacchio,
infilza le parole e le appunta alla memoria.
L’oratore, felice di averli convertiti,
70 si strofina la tasca con dentro i loro voti.

Ma nel terzo gruppetto le cose son diverse:


lì l’oratore deve pigliarli pel colletto,
guardate come scappano con le orecchie turate!
Guardate come quello si gonfia per la rabbia,
75 alza il braccio, minaccia l’oratore e gli tappa
la bocca! Avrà sentito lodare il suo avversario.
Quell’altro, con la fronte abbassata come un toro,
pare già pronto a prendere a cornate l’oratore;
c’è chi afferra la sciabola, altri taglian la corda.

80 C’è un nobile, tra i crocchi, che tace, a quanto pare


è un senza partito timoroso, esitante.
Per chi votare? Lotta con se stesso, è indeciso,
chiede alla sorte, alza le mani, sporge i pollici,
socchiude gli occhi, punta un’unghia contro l’altra,
85 ecco, sta delegando il proprio voto al caso:
se le dita si toccano lui voterà a favore,
se non s’incontreranno darà voto contrario.

Sulla sinistra un’altra scena: il refettorio


di un convento, adibito a seggio elettorale.
90 Gli anziani in fila ai propri banchi, i giovani in piedi
incuriositi sbirciano nel mezzo fra le teste:
il maresciallo, al centro, tiene in mano un vaso,
conta le biglie419, i nobili non staccano lo sguardo.
Ecco che ha estratto l’ultima. Gli uscieri, a mani alzate,
95 proclamano il cognome del candidato eletto.

Un nobile è ostile a quella maggioranza.


Sporge dalla finestra della cucina il capo,
guardate! Sgrana gli occhi, guata con insolenza,
apre la bocca come per divorar la stanza!
100 Facile indovinare che abbia gridato: «Veto!»420
Guardate! A quello sprone fatto a incitar gazzarra
si accalcano alla porta, stanno andando in cucina
con le sciabole in pugno, sarà scontro cruento.

Ma lì nel corridoio vedete un vecchio prete


105 con la pianeta: è il priore che porta dall’altare
il Santo Sacramento, mentre un ragazzo in cotta
suona affinché si sgombri. La nobiltà depone
le sciabole, si segna e s’inginocchia, e il prete
volge i passi laddove sferragliano le armi;
110 farà tacere tutti e porterà la pace.

Ah, voi non ricordate, cari giovani, quando


la nostra turbolenta nobiltà autocratica
non aveva bisogno di polizie; fin tanto
che fioriva la fede, si ossequiava la legge,
115 c’era libertà e ordine, e gloria nel benessere!
So che in altri paesi comandano gli sbirri:
poliziotti, gendarmi vari e connestabili;
ma se la sicurezza si regge sulla spada,
che in quei paesi vi sia la libertà – non credo».

120 In quella il Ciambellano batté la tabacchiera,


disse: «Messer Tribuno, rimandi queste storie
a dopo; la Dietina, lo ammetto, è interessante,
ma noi abbiamo fame, faccia portare il pranzo».

Il Tribuno, piegando fino a terra il bastone,


125 disse: «Sua Eccellenza mi conceda il favore
di concludere l’ultima scena. Ecco che il nuovo
maresciallo è portato fuori dal refettorio
in trionfo dai suoi sostenitori. Guardi!
La nobiltà esulta, lancia i cappelli in aria!
130 E lì, dall’altra parte, il nobile trombato
meditabondo calca in testa il copricapo,
a casa la consorte lo attende, ha già compreso,
povera, e sviene in braccio alla sua cameriera.
Povera! Si aspettava di esser Nobil Dama,
135 invece per tre anni sarà ancora Madama!»

Qui il Tribuno si ferma, col bastone fa un segno


e cominciano a entrare le coppie di inservienti
che portano pietanze: il barszcz chiamato regio
e il brodo al modo antico di segreta ricetta;
140 il Tribuno vi ha aggiunto perline e una moneta
(il brodo così fatto purifica il sangue,
rafforza la salute). Seguono altre pietanze,
ma chi mai sarà in grado di esporle tutte quante!?
Chi capirà quei piatti, già ignoti ai nostri tempi,
145 di kontuz421, arkas422, blemas423, e tutti gli ingredienti:
merluzzo, polpettine, zibetto e poi il muschio
di mosco, il tragacanto424, prugne secche, pinoli.
E quei pesci! Salmoni essiccati danubiani,
làdani e caviali di Turchia e veneziani,
150 lucci grandi e mediani, alcuni lunghi un gomito,
le passere, le carpe adulte e quelle nobili!
E infine una ricetta segreta: un pesce intero,
non tagliato, la testa fritta, il corpo arrostito,
e sulla coda in umido è sparsa una salsina425.

155 Gli ospiti non chiedevano i nomi di quei piatti,


né li intrigava troppo il segreto culinario;
mangiavano veloci con fame da soldati
annaffiando i bicchieri con tokaj abbondante.

Intanto il centrotavola mutava le sue tinte*.


160 Ormai privo di neve divenne verdeggiante,
ché il ghiaccio della mousse, scioltosi lentamente
per effetto dell’aria tiepida, scoprì il fondo
prima nascosto agli occhi; e il paesaggio allora
presentò una nuova stagione, luccicante
165 di verde, variopinta: era la primavera.
Come il pane sul lievito, crescono cereali,
fluttua la spiga d’oro del grano zafferano,
la segale vestita di foglie inargentate,
il grano nero ad arte fatto col cioccolato
170 e i frutteti ricolmi di peri e meli in fiore.

Godono i convitati dei frutti dell’estate


e chiedono al Tribuno di prolungarla ancora,
ma già, come un pianeta col suo moto obbligato,
muta stagione il surtout: il grano tinto d’oro
175 assumendo il calore della sala si fonde,
le erbe ingialliscono, si arrossano le foglie,
cadono fitte come sotto il vento autunnale;
gli alberi, poco prima rigogliosi, spogliati
dai turbini e dalla brina, si ergono secchi:
180 erano bastoncini di cannella o rametti
d’alloro a somiglianza di verdi abeti e pini,
vestiti non con aghi ma semi di cumino.

Bevendo vino gli ospiti staccano i rami, addentano


i tronchi e le radici a accompagnare il bere.
185 Gira intorno al surtout il Tribuno raggiante
e volge ai convitati il suo sguardo trionfale.

Henryk Dąbrowski finse grande stupore e disse:


«Mio buon Tribuno, queste son forse ombre cinesi?
Pinetti Le ha prestato tutti i suoi diavoletti?*
190 Esistono anche oggi surtout così in Lituania
e banchettate ancora secondo gli usi antichi?
Mi dica, io ho trascorso all’estero la vita».

E il Tribuno, inchinandosi: «No, illustre generale,


qui non c’è nessun trucco di matrice infernale!
195 È soltanto il ricordo dei banchetti famosi
offerti dai signori nelle loro magioni
quando in Polonia c’era felicità e potenza!
Ciò che ho fatto l’ho appreso dal libro che Lei vede.
Mi chiede se in Lituania quest’usanza resiste?
200 No! Anche da noi s’insinua la nuova moda. C’è chi
tra i signorini grida che non sopporta i lussi,
mangia da ebreo, agli ospiti lesina cibo e vino
ungherese e tracanna finti vini alla moda,
satanici, ad esempio lo champagne fatto a Mosca.
205 Dopo, la sera a carte, si mangia somme ingenti
con cui si allestirebbe un banchetto per cento
nobili. Addirittura (parlo col cuore in mano,
non se la prenda a male il Ciambellano), quando
ho tratto dal tesoro quel surtout straordinario,
210 lo stesso Ciambellano mi ha preso per il naso!
Dice che è un macchinario antiquato e noioso,
più simile a un giocattolo per bambini, inadatto
a tutti questi uomini eccelsi! E pure il Giudice
diceva che è stucchevole per gli ospiti! Io invece
215 deduco dalla vostra meraviglia che vale
la pena contemplare questo oggetto d’arte!
Non so se Soplicowo avrà ancora occasione
di ospitare cotante magnifiche persone.
Lei, generale, vedo che di convivi è esperto,
220 accetti questo libro, certo Le servirà
quando farà un banchetto per monarchi stranieri,
magari Bonaparte; ma mi permetta, prima
di dedicarLe il libro, che adesso io Le dica
in quali circostanze sia giunto in mano mia».

225 Si udì in quella un brusio dietro la porta chiusa


e voci urlare: «Evviva Galletto sulla chiesa!»
Una folla si accalca in sala ed è guidata
da Mattia. Il Giudice lo conduce a braccetto
al tavolo, lo colloca in un posto altolocato
230 tra i comandanti e dice: «Sei un pessimo vicino,
Mattia, arrivi tardi, quasi a pranzo finito».
E Dobrzyński: «Io mangio presto, non son venuto
per il cibo, ma solo per la curiosità
di vedere la nostra armata nazionale.
235 Mah, avrei molto da dire… Non è carne né pesce.
I nobili mi han visto e portato dentro a forza,
e Lei mi invita a tavola, vicino, La ringrazio».
Poi capovolse il piatto, segno che non avrebbe
mangiato, e stette zitto, cupo e d’umore nero.

240 Disse allora Dąbrowski: «Tu sei Mattia Dobrzyński


detto il Verga, la lama gloriosa di Kościuszko!
Ti conosco di fama! E sei ancora in gamba
e gagliardo! Quanti anni ormai sono passati!
Guarda, sono invecchiato, guarda i capelli grigi
245 di Kniaziewicz, tu invece potresti cimentarti
coi giovani alla lotta, pare che la tua Verga
svetti come una volta. Ho udito che da poco
l’hai fatta assaporare ai russi. E dove sono
i tuoi fratelli? Come vorrei incontrarli tutti
250 quei vostri Rasoietti, quei vostri Temperini,
quegli ultimi esemplari degli antichi lituani».

«Dopo quella vittoria», intervenne il Giudice,


«quasi tutti i Dobrzyński trovarono rifugio
nel Ducato ed entrarono forse in qualche legione!»
255 «In effetti», fa il giovane capo di uno squadrone,
«nella mia seconda compagnia ho un orco
baffuto, il sergente Dobrzyński l’Aspersorio
che i masuriani chiamano l’orso della Lituania.
Se vuole, generale, Glielo faccio chiamare».
260 Disse un tenente: «Certo, ci sono altri lituani,
un soldato chiamato Rasoio, poi un altro
col trombone fa parte dei corpi fiancheggianti;
e poi due granatieri Dobrzyński al reggimento
dei cacciatori».

«Bene, ma io vorrei sapere


265 del loro capo», disse Dąbrowski, «il Temperino,
di cui il Tribuno elogia le imprese sovrumane,
ne parla come fosse l’ultimo dei titani».
«Non è espatriato», intervenne il Tribuno,
«ma temendo un’indagine si nascose ai russi;
270 vagò tutto l’inverno tra i boschi, poveraccio,
ne è uscito solo adesso; ora che si combatte
potrebbe essere utile, è un vero cavaliere,
peccato che sia un poco afflitto dall’età.
Ma eccolo!…» Il Tribuno puntò il dito all’entrata
275 dov’erano accalcati i contadini e i servi:
sopra tutte le teste apparve una lucente
pelata all’improvviso come la luna piena,
tre volte entrò e tre volte sparì dentro la nube
delle teste. Il Chiavaio procedendo si inchina,
280 si stacca dalla folla e dice:
«O grande Etmano
della Corona, oppure Generale, lasciamo
stare i titoli: sono Rębaiło e mi presento
al tuo appello con il mio Temperino, il quale
non per la montatura o per le sue incisioni,
285 ma per la tempra è celebre, come anche Lei sa bene.
Se potesse parlare, forse racconterebbe
qualcosa di lodevole per questa vecchia mano
che a lungo, fedelmente, ha servito la patria,
grazie a Dio e alla famiglia Horeszko, il cui ricordo
290 vive in gloria ancor oggi. Messermio! È cosa rara
che un contabile temperi le penne con la stessa
abilità con cui lui tempera colli e teste.
Troppo lungo contarli! E quanti nasi e orecchie!
Su questo Temperino non c’è nessuna tacca,
295 né mai fu insozzato da atti banditeschi:
sempre guerre aperte o duelli. Una volta
soltanto – il Signore gli dia eterno riposo –
ha fatto fuori un uomo disarmato, purtroppo!
Ma Dio mi è testimone, fu pro publico bono».

300 Il general Dąbrowski disse ridendo: «Mostra!


Splendido temperino, vera spada da boia!»
E guardava ammirato il grande sciabolone,
e lo passava agli altri ufficiali: ciascuno
lo provava, ma pochi ufficiali riuscivano
305 a brandirlo a dovere. Dembiński sì, dicevano,
noto per il suo braccio forzuto, ce l’avrebbe
fatta a sollevarlo, lui lì però non c’era.
Fra i presenti, invece, solo il capo squadrone
Dwernicki ed il tenente a capo del plotone,
310 Różycki,426 erano in grado di ruotare quel palo
di ferro che girava da un ufficiale all’altro.

Ma Kniaziewicz, che tutti sovrastava in altezza,


dimostrò che il suo braccio era il più vigoroso.
Quasi fosse una spada l’alzò con leggerezza427,
315 lo roteò luccicante sulle teste degli ospiti
rinfrescando le tecniche polacche della scherma:
sciabolata diretta, mulinello, angolata,
controtempo, ceduta, risposta di intagliata.
Aveva frequentato la Scuola dei Cadetti428.

320 E mentre sciabolava ridendo, il Temperino


gli abbracciò le ginocchia e in lacrime gemette
a ogni suo fendente: «Splendido! Generale,
eri un confederato?429 Splendido, eccezionale!
L’affondo dei Pułaski!430 Di Sawa!431 E la parata
325 di Dzierżanowski!432 Dimmi, chi ti ha formato il braccio!
Mattia Dobrzyński, penso! E questa?! Generale,
questa è una mia invenzione, non faccio per vantarmi,
questa stoccata è nota solo nella borgata
dei Rębajło, la chiamano “il colpo Messermio”!
330 Ma chi te l’ha insegnato? È mia questa stoccata,
mia!» – Si alzò, e al generale buttò le braccia al collo.
«Ora muoio tranquillo! C’è un altro uomo al mondo
che stringerà al suo petto il mio caro figliolo.
Da tempo notte e giorno soffro pensando a quando
335 morirò e il mio spadone giacerà arrugginito!
Non arrugginirà! Mio illustre generale,
chiedo venia, gettate gli spiedi e le spadine
tedesche, è una vergogna che un nobile abbia al fianco
quei bastoncini: un nobile ha da impugnar la sciabola!
340 Ecco, il mio Temperino lo depongo ai tuoi piedi,
è tutto ciò che al mondo di più caro possiedo.
Non ho avuto una moglie, di figli non ne ho avuti,
lui mi fu moglie e figlio; sempre tra le mie braccia,
dal mattino al tramonto lo coccolavo e di notte
345 lui dormiva al mio fianco! Quando sono invecchiato
pendeva alla parete proprio sopra il mio letto,
come i comandamenti di Dio sopra l’ebreo!
Assieme alla mia mano volevo seppellirlo,
ma ho trovato l’erede! Sia ora al tuo servizio!»

350 Il generale, un poco ridendo e un po’ commosso,


disse: «Commilitone, se cedi a me tua moglie
e tuo figlio per tutto il resto della vita
resterai solo e vecchio, vedovo e derelitto!
Come ricompensare il tuo dono pregiato,
355 in che modo addolcirti orfanezza e vedovanza?»
«Sono forse Cybulski», rispose amareggiato,
«che con i russi a mariasz433 perdette anche la moglie,
come fa la canzone?* A me basta soltanto
che il Temperino luccichi nel mondo in una mano
360 come la tua! Ma bada che sia lungo il budriere,
ché lo spadone è lungo; e poi dovrai tagliare
sempre con le due mani partendo dall’orecchio
sinistro, in questo modo tranci da testa a ventre».

Kniaziewicz se lo prese, ma per la sua lunghezza


365 non ce la fece a cingerlo. Fu messo nel furgone
dai servi. Dove finì? Le voci erano varie,
ma nessuno lo seppe né allora né più tardi.

Fa Dąbrowski a Mattia: «E tu, commilitone?


Non mi sembri contento della nostra venuta…
370 Taci stizzito… Il cuore non ti batte di gioia
nel vedere le aquile dorate e argentate?
Nell’udire le trombe che suonano la diana
di Kościuszko?434 Mattia! Ti facevo più fiero,
se non prendi la sciabola e non monti in arcione
375 almeno fai un brindisi con noi a Napoleone
e alle nuove speranze della nostra Polonia!»

«Ah!», fa Mattia, «Ho sentito, vedo che sta accadendo!


Ma, signore, due aquile non fanno il nido assieme!
È fatta di capricci la grazia dei potenti!
380 L’imperatore… un grande eroe! Ma sarà vero?!
I Pułaski, miei amici, guardando Dumouriez435
dicevano che a noi serve un eroe polacco,
non francese o italiano, ma un erede dei Piast436,
uno Jan, uno Józef, anche un Maciek… E basta!
385 L’esercito è polacco, mi dicono! Ma allora
cosa ci stanno a fare tutti quei fusilieri,
sapeuri, grenadieri, canonnieri! Ho sentito
in quell’enorme folla più titoli stranieri
che nostri, nazionali! Come si fa a capire!
390 E con voi ci saranno certo anche turchi e tartari,
magari anche scismatici senza Dio e senza fede!
Li ho visti aggredire le donne dei villaggi,
rapinare i passanti, saccheggiare le chiese!437
L’imperatore è in marcia verso Mosca! La meta,
395 se non ha preso Dio con sé, è ben distante!
So che i vescovi gli hanno lanciato l’anatema.
Cose da…» Mattia intinse nella minestra il pane,
mangiò senza concludere la sua ultima frase.

Il dire di Mattia non piacque al Ciambellano,


400 mormorarono i giovani. Bloccò i contrasti il Giudice
annunciando l’arrivo dei terzi fidanzati.

È il Notaio. Nessuno lo riconosce e allora


si presenta da solo. Infatti fino a ieri
ha indossato vestiti polacchi, e ora la sposa
405 – Telimena – lo ha indotto, previo patto nuziale,
a rinunciare al kontusz,* e quindi adesso veste
alla francese, voglia o no. Il frack gli ha sottratto
mezz’anima, è evidente: sembra aver ingoiato
una scopa da come sta dritto e irrigidito
410 come una gru; non guarda né a sinistra né a destra,
faccia compunta, eppure vedi che è in sofferenza,
non sa come inchinarsi, dove metter le mani,
lui che adorava i gesti! Cerca la cinta e trova
solo la pancia, è in panne, rosso granchio, si mette
415 le mani nella stessa tasca del frack. Procede
tra sussurri e motteggi come tra le sferzate,
si vergogna del frack come di un atto infame;
vede Mattia, i suoi occhi, e trema di paura.

Mattia era un grande amico del Notaio, ma ora


420 la sua occhiataccia era così dura e feroce
che il Notaio sbiancò e si allacciò i bottoni
pensando che quegli occhi strappassero via il frack.
Mattia disse soltanto due volte a voce alta:
«Scemo!», e indignato al massimo per quella mascherata
425 del Notaio si alzò e senza salutare
sgusciò fuori e a cavallo tornò alla sua borgata.

E intanto Telimena, l’avvenente amante


del Notaio, espandeva bagliori di bellezza
e la mise alla moda dal capo fino ai piedi.
430 Che abitino portasse, quale coiffure in testa
descrivere è vano, è sterile ogni penna,
forse solo il pennello disegnerebbe il tulle,
la mussola, la blonda, il cachemire, perle e pietre,
e le rosate guance, e quei vivaci occhietti.

435 La riconobbe subito, il Conte. Bianco in faccia


dallo stupore s’alzò, cercò in giro la spada,
esclamò: «Sei tu quella!? O il mio sguardo m’inganna?
Tu stringi un’altra mano dinanzi a me? O creatura
fedifraga, o anima mutevole! E non celi
440 per la vergogna il volto sotto terra, tu immemore
del fresco giuramento? Oh, credulone ingenuo!
Perché portai quei nastri! Ma a chi mi fa l’affronto,
guai a lui, al rivale che mi oltraggia in tal modo!
Si recherà all’altare passando sul mio corpo!»

445 Gli ospiti si alzarono, il Notaio in ambasce,


si apprestò il Ciambellano a riportar la pace;
ma Telimena, preso il Conte in disparte,
gli sussurrò: «Il Notaio deve ancora sposarmi,
ma visto che disturbi rispondi a ciò che chiedo,
450 ma sii breve e succinto: tu mi ami ancora adesso?
Non è cambiato il cuore? Sei pronto a sposarmi
oggi stesso? Se vuoi, io lascerò il Notaio».
Disse il Conte: «Oh, femmina per me imperscrutabile!
Un tempo eri poetica nei tuoi sentimenti,
455 ora sei diventata prosaica in ogni aspetto.
Che sono questi vostri matrimoni…? Catene
che legano le mani, non legano le anime!
Credimi, Telimena, ci sono assensi anche
senza dichiarazioni, ci sono dei doveri
460 anche se non c’è l’obbligo! Due cuori che avvampano
ai due capi del mondo, con i raggi vibranti
parlano come stelle. Chissà, forse è per questo
che la terra anela tanto al sole e sorride
alla luna, e si guardano sempre, incessantemente,
465 si corrono incontro per la strada più breve,
eppure non riescono mai ad avvicinarsi!»
Lei lo interruppe: «Basta! Io non sono un pianeta,
grazie a Dio… Basta! Sono una donna e so bene
dove vai a parare con queste baggianate.
470 Ma ti avverto, se pigoli la pur minima frase
per rompere le nozze, come c’è Dio nel cielo
ti salterò addosso con queste unghie e poi…»
«Non turberò la Sua felicità!», rispose.
Distolse gli occhi pieni di disprezzo e rimpianto,
475 e per farla pagare all’infedele amante
spostò il suo ardore sulla figlia del Ciambellano.

Il Tribuno, volendo placare i contendenti


con saggissimi esempi, riprese la storiella
del cinghiale nei boschi di Naliboki e della
480 controversia fra Rejtan e il principe di Nassau*,
ma gli ospiti già avevano finito il gelato
ed erano già in corte a prendere un po’ d’aria.

Lì i contadini stanno per finire il banchetto,


scorre idromele a secchi, si accordan gli strumenti
485 per le danze. Si cerca Taddeo, che sta appartato
e bisbiglia qualcosa di urgente alla sua amata.

«Sofia, devo sapere che pensi di una cosa


importante; l’ho chiesto già allo zio, che è d’accordo.
Sai, parte dei villaggi che diverranno miei
490 dovrà spettare a te per legge, e i contadini
non sono a me soggetti, ma a te, e non oserei
disporne senza il tuo volere. Ora che abbiamo
la nostra amata patria, cosa guadagneranno
da questo cambiamento? Nient’altro che passare
495 da un padrone a un altro? È vero, sono stati
sempre trattati bene, ma quando sarò morto
chi ne verrà in possesso…? Io sono un soldato,
siamo mortali entrambi, sono un uomo e ho paura
dei miei capricci. Quindi la cosa più sicura
500 è ch’io rinunci ai miei poteri e che affidi
alla legge la sorte dei nostri contadini.
Siamo liberi noi, sian liberi anche loro,
diamo loro il possesso della terra in cui sono
nati e che hanno acquisito con sudore e fatica
505 dandoci il nutrimento che ci sfama e arricchisce438.
Ma ti devo avvertire che questa concessione
diminuirà le entrate, vivremo in parsimonia.
Vengo da una famiglia in cui si lesinava,
ma tu, Sofia, discendi da un’insigne casata,
510 tu nella capitale hai trascorso l’infanzia,
sei pronta a un’esistenza senza vita mondana,
a gestire i terreni?»

Sofia, modestamente,
disse: «Sono una donna, non sta a me comandare.
Tu sarai mio marito, io sono troppo giovane
515 per consigliarti. Approvo tutto con tutto il cuore!
Se liberando i servi diventerai più povero
sarai sempre più caro al mio cuore, Taddeo.
So poco della mia casata e non m’importa,
ricordo che ero povera, orfana, e che i Soplica
520 di me hanno preso cura come figlia adottiva
in casa loro, mi hanno cresciuta e data in sposa.
Non temo la campagna, sono lontani i tempi
della grande città. Ho sempre amato i campi
e, credi, mi divertono di più i galletti e i polli
525 che quei pietroburghesi; se a volte mi mancavano
le feste e la gente è perché ero infantile;
la città ora mi annoia, me ne son resa conto
quest’inverno, abitando per breve tempo a Wilno:
sono nata per vivere la vita di campagna.
530 Tra le feste di Wilno rimpiansi Soplicowo;
sono giovane e sana, non temo il lavoro,
so accudire la casa, so portare le chiavi
e imparerò benissimo, vedrai, ad amministrare!»

Mentre Sofia finiva la frase, uno scontento


535 e allibito Gervaso le si accostò dicendo:
«Sì, il Giudice parlava di questa libertà!
Ma addirittura estenderla anche ai campagnoli!?
C’è puzza di tedesco! La libertà è dei nobili,
non dei rustici! È vero che tutti discendiamo
540 da Adamo, ma ho sentito dire che il villano
nasce da Cam, l’ebreo da Jafet e noi nobili
da Sem, perciò è a noi che spetta il comando
su entrambi in quanto anziani. Certo, il prete dal pulpito
racconta un’altra storia… Dice che così andava
545 nel Vecchio Testamento, poi Cristo, discendente
di re, in mezzo agli ebrei nacque dentro una stalla,
perciò da quel momento rese concordi e uguali
tutti quanti gli stati. E sia così, allora,
se le cose non possono andare in altro modo!
550 Tanto più, a quanto sento, che Sofia, mia signora,
concorda. Lei comanda e io ubbidisco agli ordini.
Ma attenti a non concedere la libertà a parole
e vuota come quella che i russi hanno concesso
quando il defunto Karp439 liberò tutti i servi*
555 e i russi li affamarono triplicando le tasse.
Perciò io vi consiglio, come da antica usanza,
di concedere loro lo status nobiliare
dichiarando che diamo loro il nostro blasone.
Sofia darà ai suoi servi lo stemma Mezzocapro,
560 ai suoi il signor Soplica conferirà il Leliwa.
Allora anch’io, Rębaiło, li riterrò miei pari;
quando saranno nobili col blasone e le armi
la Dieta approverà.

E il Suo sposo non tema


di diventare povero donando le sue terre;
565 non sia mai che la figlia di un grande dignitario
si sciupi le manine nei lavori di casa.
C’è un modo. So di un certo baule contenente
le stoviglie di Horeszko, girocolli, anelli
sigilli, bardature, pennacchi costosissimi,
570 bracciali, karabele; conservava il Dapifero
codesto tesoretto sotto terra, protetto
dai saccheggi. Ora spetta a Sofia, la sua erede.
L’ho custodito come fosse stato il mio occhio
dai russi e anche da voi Soplica. Ho anche un grosso
575 sacco pieno di talleri di mia proprietà,
frutto dei miei servigi e dei doni del signore,
pensavo che, tornando in possesso del maniero,
li avrei in parte usati per riparare i muri;
ora saranno utili alla nuova tenuta.
580 Perciò, messer Soplica, mi sposto al tuo servizio,
vivrò del pane offertomi dalla mia padroncina
e cullerò il bambino, terza generazione
degli Horeszko, insegnandogli l’arte del Temperino,
se Sofia avrà un maschietto. E lo sarà di certo:
585 nascono sempre maschi quand’è tempo di guerra».

Giusto alla conclusione del dire di Gervaso,


avanzò a passi gravi Protaso, s’inchinò,
estrasse dall’interno del kontusz un immenso
panegirico lungo ben sei pagine e mezzo.
590 Lo aveva scritto in rima un giovane ufficiale,
già nella capitale noto per le sue odi,
poi indossò l’uniforme ma restò letterato
e continuò a far rime. Quando, al verso trecento,
l’Usciere lesse il passo: «O tu, i cui portenti
595 destan gioia dolente e allettanti tormenti!
Tu che volgendo ai ranghi di Enio il volto altero
infrangi il giavellotto e frantumi il brocchiero,
deh, oggi strappa all’idra dell’odio quelle oscene
vipere sibilanti: sconfigga Marte – Imene».
600 Taddeo e Sofia applaudirono, sembravano esultanti,
ma ad essere sinceri ne avevano abbastanza.
Per ordine del Giudice salì il prete sul tavolo
e annunciò ai contadini di Taddeo il suo volere.

Udito ciò si accalcano attorno al padroncino,


605 si prostrano ai piedi della padrona e gridano
tra le lacrime: «Lunga vita ai nostri signori!»
E Taddeo: «Lunga vita a voi concittadini
polacchi uguali e liberi!» Poi fu Dąbrowski a dire:
«Beviamo al nostro popolo!» E il popolo: «Evviva
610 i condottieri, il popolo e i ceti tutti quanti!»
Mille voci di evviva si alzarono squillanti.

Solo Buchman non pare godere della festa,


certo, loda il progetto, però andrebbe rivisto
da un collegio legale che si riunisca e dopo…
615 Ma purtroppo è d’intralcio il tempo limitato
e il consiglio di Buchman viene accantonato.

Infatti nel cortile eran già pronti in coppia


gli ufficiali e le dame, soldati e campagnole;
«Polonaise!», gridan tutti ad una sola voce.
620 Gli ufficiali conducono la banda militare,
ma il Giudice sussurra pian piano al Generale:
«Ordini che la banda si fermi, mio nipote
oggi si è fidanzato, e com’è antica usanza
della nostra famiglia, ci si fidanza e sposa
625 al suono della musica popolare. Son pronti
il cembalo, il violino, la piva, musicanti
onesti… Il violinista si sta già innervosendo,
lo zampognaro chino sembra stia mendicando
con lo sguardo; non posso congedarli, altrimenti
630 piangeranno. In campagna non si balla che questa
musica, che comincino, la gente si diverta
un po’, poi sentiremo la tua eccellente orchestra».
Fece un segno.

Il violino si rimboccò le maniche,


strinse gagliardo il manico, poggiò il mento e l’archetto
635 lanciò come un cavallo lungo la cassa armonica.
Al segnale partirono i due cornamusai:
come battendo le ali, al moto delle braccia
soffiarono nel sacco, gonfiarono le guance;
fu come se la coppia stesse per volar via,
640 simile ai figlioletti paffuti di Borea.
Mancava il cembalista.

Erano tanti, in zona,


però nessuno osava suonare alla presenza
di Jankiel (chissà dove passò l’ultimo inverno,
adesso è ricomparso con lo Stato Maggiore).
645 È noto che per brio, per talento e per gusto
nessuno come lui suona quello strumento.
Gli porgono il cembalo, lo esortano a suonare,
lui si schernisce, dice che ha le mani ingrossate,
che è fuori esercizio, si vergogna, non osa
650 davanti a quei signori, fa un inchino, si scosta.
Sofia vede ed accorre, con una mano porge
all’ebreo i bastoncini che il maestro adopra
per battere le corde, con l’altra gli accarezza
la barba, fa un inchino, dice: «Jankiel, ti prego,
655 oggi io mi fidanzo, suona, Jankiel! Più volte
hai promesso che avresti suonato alle mie nozze!»

Jankiel amava molto Sofia. Abbassa il mento,


segno che non rifiuta. Lo conducono al centro,
c’è una sedia, si siede, portano lo strumento,
660 glielo posano sulle ginocchia. Lui lo guarda
raggiante e fiero come un vecchio richiamato
quando i nipoti tirano giù dal muro la spada
pesante e il nonno ride; non la impugna da tanto,
ma sente che la mano non tradirà quell’arma.

665 Intanto due allievi, inginocchiati al cembalo,


lo accordano di nuovo, lo provano, strimpellano;
Jankiel, gli occhi socchiusi, tace, e tra le dita
tiene stretti, immobili, i due bastoncini.

Li abbassa, picchia subito a ritmo trionfale,


670 sulle corde si abbatte un rovescio torrenziale;
si stupiscono tutti – ma è soltanto un assaggio,
smette, e i due bastoncini solleva alti in aria.

Riprende: i bastoncini vibrano in lievi tocchi


come se ali di mosche colpissero le corde
675 mandando ronzii tenui percettibili appena.
Guarda il cielo, il maestro, cerca l’ispirazione.
Poi in giù, con l’occhio fiero misura lo strumento,
alza le mani e abbassa le due bacchette insieme…
È stupefatto il pubblico…

Da più corde prorompe


680 il suono dell’orchestra dei giannizzeri turchi440
con campanelli, piatti, tamburelli. Risuona
La Polonaise del tre maggio!441 Suoni vivaci
che respirano gioia, deliziano l’udito,
i giovani non reggono alla voglia di danzare,
685 ma i vecchi assieme al suono ritornano al passato,
a quegli anni felici quando Dieta e Senato
festeggiarono, dopo il tre maggio, nel palazzo
comunale l’accordo fra il popolo e il monarca442
e tra i balli cantavano: «Viva l’amato re!
690 Viva la Dieta e il popolo! Evviva tutti i ceti!»443
Il maestro rafforza i toni e aumenta il ritmo,
ma un falso accordo, come un sibilo serpentino,
uno stridio del ferro sul vetro, causa un brivido
e frammischia alla gioia un funesto presagio.
695 Rattristati, impauriti, si chiedono gli astanti:
lo strumento è scordato? L’artista si è sbagliato?
Non sbaglia mai il maestro! Lui urta a bella posta
la corda traditrice, guasta la melodia,
strappa sempre più forte l’imbestialito accordo
700 confederato contro la concordia dei toni.
Il Chiavaio ha compreso, porta le mani al viso
e grida: «Io conosco quel suono! È Targowica!»
Si spezza con un fischio quella corda funesta.
Jankiel corre agli acuti, muta il ritmo, lo guasta;
705 lascia gli acuti, corre coi bastoncini ai bassi.

S’odono mille strepiti sempre più forti: il passo


della marcia, la guerra, attacchi, assalti, spari,
gemiti di bambini, pianti di madri. Jankiel
rese con tale ingegno l’orrore dell’assalto
710 che le donne tremarono ricordando la strage
di Praga444, a loro nota dai racconti e dai canti,
liete quando il maestro scosse tutte le corde
e soffocò le note, quasi le sotterrasse.

Il pubblico è ancora in balìa dello stupore


715 che s’ode un’altra musica: dapprima un ronzare
lieve e flebile, gemono le corde più sottili
come mosche che spiccano via dalla ragnatela.
Ma le corde infittiscono, le note qua e là sparse
si uniscono legandosi in legioni di accordi
720 e procedono al ritmo di armoniosi suoni
creando il tono tragico della nota canzone
del soldato errante che per boschi e foreste
vaga, e cade ogni tanto per la fame più dura,
finché non crolla ai piedi del cavallo fedele,
725 che con la zampa scava per lui la sepoltura.
Vecchia canzone, ai nostri soldati tanto cara!445
Questi la riconoscono, fanno cerchio al maestro,
ascoltano, rammentano quegli orribili anni
quando sopra il sepolcro della patria intonavano
730 quel canto e poi andavano ai confini del mondo;
riportano alla mente quei tempi errabondi
per terre, mari, sabbie calde e gelo, tra gente
estranea; nelle tende sovente dava loro
sollievo e tenerezza quel canto nazionale.
735 E così riflettendo, chinavano la fronte.

La rialzarono subito, ché Jankiel alzò i toni,


li addensò, cambiò ritmo, affrontò un tema nuovo,
guardò ancora dall’alto, misurò con lo sguardo
le corde, a mani unite picchiò coi bastoncini:
740 colpì con tale arte e con tale potenza
che le corde suonarono come ottoni dai quali
s’involò verso il cielo la marcia trionfale,
il canto: La Polonia non è ancora perita!…
Marsch marsch Dąbrowski verso la Polonia! – E in coro
745 tra gli applausi gridarono tutti: Marsch marsch Dąbrowski!446

Jankiel, come sorpreso da quella sua canzone,


mollò i bastoncini, alzò al cielo le mani,
il cappello di volpe gli cadde sulle spalle,
la barba sollevata austera sventolava,
750 sulle gote dei cerchi di uno strano rossore,
nel suo sguardo ispirato brillava un giovanile
ardore, e quando volse lo sguardo al generale
li coprì e tra le mani sgorgò un fiume di lacrime.
«Generale Dąbrowski, la Lituania ti ha atteso
755 a lungo», disse, «come noi ebrei il Messia.
I cantori tra il popolo han predetto il tuo arrivo,
il cielo ti ha annunciato come un prodigio. Vivi,
guerreggia!…» Il buon ebreo parlando singhiozzava,
egli amava la patria proprio come un polacco!
760 Lo ringraziò, Dąbrowski, e gli porse la mano,
Jankiel gliela baciò, toltosi il copricapo.

Ed ora polonaise! – Avanza il Ciambellano,


getta un poco all’indietro le maniche del kontusz
e arricciandosi i baffi porge a Sofia la mano
765 e la invita a formare, con un galante inchino,
la prima coppia. Dietro, le coppie si raggruppano;
ecco il segnale, inizia la danza – lui conduce.

Sopra il tappeto d’erba le scarpe rosse brillano,


la sciabola sfavilla, splende la ricca cintola,
770 e lui procede lento, svogliatamente, sembra,
ma da ogni passo, da ogni gesto appare evidente
il sentire e il pensare del ballerino: adesso
si ferma come a chiedere qualcosa alla sua dama,
china verso lei il capo, le sussurra all’orecchio,
775 lei si gira di lato, non ascolta, pudica;
lui toglie il copricapo, umilmente s’inchina,
lei gli getta un’occhiata ma testarda non parla;
lui rallenta l’incedere gli occhi fissi ai suoi sguardi
e infine scoppia a ridere… Lieto della risposta
780 accelera, i rivali squadra dall’alto, abbassa
sulla fronte, per dopo scuoterla forte in alto,
la sua konfederatka dalle penne d’airone,
la mette infine sulle ventitré e arriccia il baffo.
Avanza; gli altri, astiosi, gli stanno alle calcagna,
785 lui vorrebbe appartarsi con la dama; ogni tanto
si blocca, alza la mano con cortesia chiedendo
che gli passino avanti, li prega gentilmente;
fa con destrezza il gesto di scantonare a lato,
cambia strada, vorrebbe ingannare i compagni,
790 ma con rapidi passi gli intrusi lo tallonano
e con zig-zag di danza da ogni parte lo avvolgono;
si arrabbia, appoggia all’elsa la mano destra come
a dir: «Mi fate un baffo! Peggio per voi, invidiosi!»
Fiero in volto e con aria di sfida punta dritto
795 sui danzerini; questi non osano affrontarlo,
cambiano le figure e gli cedono il passo
rimettendosi dietro.

Dappertutto risuonano
le grida: «Ah, forse è l’ultimo! Giovanotti, guardate,
è l’ultimo a condurre così la polonaise!»
800 Coppie su coppie avanzano allegre, rumorose,
ora il cerchio si snoda, si annoda nuovamente
spezzato in mille spire come un serpente immenso;
la tinta macchiettata, screziata delle vesti
femminili, maschili e militari muta
805 come squame indorate dai raggi del tramonto
riflesse sui guanciali scuri del manto erboso.
Ferve il ballo, la musica suona, applausi ed evviva!

Soltanto il caporale Gonzo Dobrżyński è sordo


all’orchestra, non balla, non ascolta né esulta.
810 Mani dietro la schiena sta lì arrabbiato, cupo,
ripensa ai tempi in cui corteggiava Sofia,
quando amava portarle fiori, intrecciar cestini,
snidare gli uccelletti, farle degli orecchini.
Ingrata! Nonostante quei doni dissipati,
815 benché lei lo sfuggisse e il padre lo sgridasse,
oh, quante volte ancora si appoggiò allo steccato
per scorgerla oltre i vetri! O dentro il canapaio
s’infilò per vederla diserbare le aiole,
nutrire i galletti, cogliere i cetrioli.
820 Chinò il capo, premette il berretto sulle orecchie,
fischiettò la mazurca e andò all’accampamento
dove, presso i cannoni, la guardia vigilava;
lì giocò per distrarsi, assieme ai veterani,
a drużbart447, addolcendo l’amarezza col vino.
825 Tanta era la costanza di Gonzo per Sofia.

Sofia danza raggiante. Benché sia in prima coppia,


da lontano, nel grande cortile verdeggiante
con quella veste verde la si distingue poco;
ornata di ghirlande e di serti di fiori
830 con volo invisibile gira tra erbe e piante,
guida le danze come l’angelo il movimento
delle stelle notturne; sai dov’è perché gli occhi
guardano lei, le braccia verso di lei son tese
e l’attornia la calca. Si sforza il Ciambellano
835 di rimanerle accanto; invano, gli invidiosi
l’hanno strappata via, Dąbrowski, fortunato,
se la gode per poco, la cede a un altro, un terzo
è lì, ma gliela soffiano e va via sconfortato.
Finché Sofia, spossata, incontra il suo Taddeo
840 e, temendo ulteriori cambiamenti e volendo
restare accanto a lui, conclude la sua danza.
Va al tavolo dagli ospiti a riempire i bicchieri.

Si smorza il sole, tiepida è la sera e silente,


il cerchio della volta, qua e là sparso di nuvole,
845 in alto è turchino, rosato a occidente;
le nubi preannunciano bel tempo, qui brillanti,
lievi e dormienti come greggi di pecorelle,
là più piccole, come stormi di marzaiole.
La nube ad ovest, simile a una cortina a velo,
850 trasparente, increspata, perlata in superficie,
indorata sugli orli, purpurea nel profondo,
cova ancora e si attizza col rosso del tramonto,
finché non si fa gialla, poi pallida e grigiastra.
Reclina il capo il sole, chiude la nube e emette
855 un sospiro di aria tiepida… e s’addormenta.

E la nobiltà beve e innalza evviva a tutti:


a Bonaparte e ai Capi, a Taddeo e Sofia,
e poi alle tre coppie di fidanzati, e infine
agli ospiti presenti, a tutti gli invitati,
860 agli amici viventi che ricordiamo ancora
e a quelli la cui morte la rimembranza onora.

Lì c’ero anch’io, bevevo idromele e vino,


e ciò che ho visto e udito l’ho messo in questo libro.
[EPILOGO]

Sul pavé di Parigi ecco a che penso,


mentre porto dal centro orecchi pieni
di bugie, chiasso, slanci intempestivi,
tardi rimpianti e infernali litigi!448

Sventura a noi fuggiaschi che nel tempo


mortifero portammo teste pavide
all’estero; annunciati dal terrore,
nel vicino vedevano un nemico,
finché ci han stretti in cerchi di catene
10 per farci render l’anima al più presto449.

Se questo mondo ignora il cordoglio,


se ogni paurosa nuova dalla patria450
rintocca come una campana a morto,
se i carcerieri sperano che muoiano,
15 se da lungi li tentano i nemici
come becchini451 e ogni speranza è spenta,
non stupisce se a tinte fosche vedono
la gente e il mondo e dopo, perso il senno,
nei tormenti si sputano e dilaniano!

*
**

20 Volevo, io uccello d’umile volo,


scampare ai fulmini e agli acquazzoni
e cercar solo l’ombra e il tempo mite,
i muri di casa, l’età infantile…

Nei giorni neri l’unica fortuna


25 è stare al caminetto con gli amici,
chiudere l’uscio al chiasso dell’Europa,
riandar con la mente ai tempi felici,
pensare e sognare il proprio paese…

Ma il sangue che da poco è stato sparso,


30 le lacrime che inondano la patria,
la gloria che non è ancora scomparsa!
Non avevamo cuore per pensarci…!
Tale è il tormento della nostra gente
che se volge lo sguardo al suo supplizio
35 anche il Coraggio s’arrende impotente452.

Le generazioni nere di lutto,


l’aria pregna di tanti anatemi…
Verso il tuono che gli uccelli sgomenta
non osa spiccare il volo la mente.

40 Madre Polonia da poco sepolta!


Come parlar di te… Non ne ho la forza.

Ah! Quale bocca oggi osa vantarsi


di trovare una parola cordiale
che sciolga il marmo della prostrazione,
45 che la lastra di pietra tolga ai cuori,
che sgravi gli occhi gravidi di pianto
sì che l’asciutta lacrima risgorghi?
Tra un secolo troverai questa bocca.

Cesserà un giorno il vindice ruggito


50 dei leoni, tacerà la tromba, i ranghi
si frangeranno e lancerà il nemico
il grido d’agonia, verrà annunciata
al mondo libertà e piomberanno
le aquile nostre ai confini di Chrobry453,
55 nel sangue immerse beccheranno i corpi
per poi piegare le ali nel riposo…
Allora, ornati con foglie di querce,
gettate l’armi, i nostri cavalieri
si siederanno ad ascoltare i canti!
60 Quando il mondo invidierà il destino
presente, potranno udire il passato!
Lacrime verseranno sulla sorte dei padri,
ma non macchierà il pianto il loro viso.

Per noi, oggi ospiti sgraditi ovunque,


65 nel corso del passato e del futuro
c’è soltanto un paese in cui i polacchi
trovino un poco di felicità:
la terra dell’infanzia! Sarà sempre
sacra e pura come il primo amore,
70 non scossa dal ricordo degli errori,
non minata da illusorie speranze
né mutata dal flusso degli eventi.
Là piangevo poco e mai mi rodevo;
volevo salutare col pensiero
75 quei luoghi dove un uomo percorreva
il mondo come un prato e conosceva
soltanto i fiori belli, ed evitava
quelli dannosi e gli utili ignorava.

Terra felice, povera ed angusta!


80 Se il mondo è di Dio, quello era il nostro!
Lì tutto quanto apparteneva a noi!
Tutte le cose che avevamo intorno,
dal tiglio che con la splendida chioma
offriva l’ombra ai bimbi del villaggio,
85 a ogni ruscelletto e a ogni sasso;
e ogni zolla ci era familiare
fino al confine, ai muri dei vicini!

Solo i cittadini di quei paesi


sono rimasti amici fedeli,
90 ancor oggi sicuri alleati!
Chi ci abitava…? Le madri, i fratelli,
i parenti, i vicini. Uno moriva
e quante volte lo si menzionava,
quanti ricordi, che lunghi rimpianti
95 là dove il servo è legato al signore
più che altrove la moglie al marito;
dove al soldato manca di più l’arma
che qui il padre al figlio; piangono un cane
più a lungo che qui il popolo un eroe454.

100 E allora i miei amici aggiungevano parole


su parole aiutandomi a completare il canto455,
come le gru fiabesche che all’isola selvaggia
volano in primavera sul palazzo incantato
e udendo il lamento del ragazzo ammaliato
105 ogni uccello gli getta una penna dall’alto,
lui ne fa un paio d’ali e torna dai suoi cari…

Che conforto se un giorno questo libro


potesse errare fra i tetti di paglia,
mentre le campagnole all’arcolaio
110 cantano i ritornelli preferiti
sulla fanciulla che amava il violino
a tal punto da smarrire le ochette,
sull’orfana bella come l’aurora
che pascolava le oche nella sera…456
115 poi prendessero il libro fra le mani,
semplice come le loro canzoni!

Così ai miei giorni, alle feste tra i campi,


spesso noi sotto il tiglio leggevamo
il canto di Justina457 e le vicende
120 di Wiesław458. E l’intendente assopito
al tavolo, o l’economo, o lo stesso
padrone non proibiva la lettura,
ascoltava e spiegava i passi oscuri,
lodava il bello e scusava gli errori.

125 E i giovani invidiavano la gloria


dei vati che ancora echeggia fra i boschi
e ai quali, più che il lauro in Campidoglio,
è caro il serto delle contadine
di ruta verde e azzurri fiordalisi.
NOTE

1 La vicenda narrata nel poema si svolge a Soplicowo (località fittizia), villaggio del distretto di Nowogródek (odierna Navagrudak in
Bielorussia), a sud dell’alto corso del fiume Niemen. Nel 1795, tre anni prima della nascita di Mickiewicz, il distretto era stato inglobato
nell’Impero russo durante l’ultima spartizione della Confederazione polacco-lituana.
2 Si veda il primo paragrafo dell’Introduzione.
3 Questa comparazione riflette l’incipit della “frasca” 54 del libro III delle Fraszki di Jan Kochanowski, massimo poeta del
rinascimento polacco, intitolata Na zdrowie (Alla salute) e tradotta anche in italiano: «L’uomo, o Salute, non è cosciente / di quanto vali
se non sei assente». J. Kochanowski, Frasche, a cura di N. Minissi, Milano, BUR, 1995, p. 145.
4 Gli asterischi che compaiono all’interno dei versi rimandano alle Spiegazioni [del poeta] poste in calce al poema, p. 447.
5 Da bambino Mickiewicz rimase a lungo privo di sensi dopo una caduta da una finestra di casa.
6 Il miracolo consisteva nella rivoluzione politica europea che a quell’epoca sembrava imminente, e che Mickiewicz invocava e
ammantava di religiosità nella Litania del pellegrino scritta quasi parallelamente all’inizio di Messer Taddeo: «La guerra generale per la
libertà dei popoli […] Le armi e le aquile nazionali […] Una morte felice sul campo di battaglia […] Una tomba per le ossa nostre in terra
nostra […] L’indipendenza, l’unità e la libertà della patria nostra, Ti chiediamo, o Signore». M. Bersano Begey (a cura di), Gli Slavi,
Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1947, pp. 90-91.
7 Lituano Nemunas, bielorusso Neman.
8 I peri venivano piantati anche allo scopo di evidenziare i confini degli appezzamenti.
9 A Wilno (odierna Vilnius, capitale della Lituania).
10 Casacca grigio-bianca lunga fino a metà polpaccio, abbottonata al collo; così era chiamata anche la sukmana, cioè la casacca
rustica bianca dei contadini del Cracoviano. Il ritratto a cui si riferisce Mickiewicz è quello dipinto da Kazimierz Wojniakowski nel 1812.
11 Il 23 marzo 1794 il veterano della guerra d’indipendenza americana Tadeusz Kościuszko, comandante in capo dell’esercito polacco,
dopo avere assistito alla messa nella chiesa dei Cappuccini e deposto la sciabola ai piedi dell’altare della casa di Loreto (copia fedele
della Santa Casa di Loreto) per la benedizione dell’arma, promulgò l’atto insurrezionale e prestò giuramento dinanzi al popolo riunito
nella Piazza del Mercato di Cracovia. In realtà il testo del giuramento parlava di vittoria, senza accenni alla morte, così come nella
realtà non indossava la czamarka, bensì l’uniforme da generale. Solo dopo la vittoria nella battaglia di Racławice (4 aprile 1794), gettò
alle ortiche l’uniforme generalizia e indossò la normale casacca rustica in segno di democrazia e fratellanza con il reparto dei contadini
del Cracoviano i quali, armati di falci e picche, a Racławice avevano conquistato 12 cannoni russi.
12 Tadeusz Rejtan (1742-1780) era deputato parlamentare in rappresentanza del voivodato di Nowogródek. Nell’aprile 1773 si oppose
alla decisione della Dieta di dar vita a una confederazione che avrebbe approvato un trattato che stabiliva la prima spartizione della
Polonia. Si narra che per trentasei ore impedì l’uscita dal parlamento ai firmatari della delibera al grido: «Dovrete passare sul mio
cadavere». La tradizione familiare narra che successivamente sia impazzito, per poi porre fine alla sua vita nel 1780, e divenendo ben
presto oggetto di culto e simbolo di patriottismo. La sua protesta fu immortalata in un dipinto di Jan Matejko del 1866.
13 Nel Fedone di Platone Socrate, condannato a morte, discetta dell’immortalità dell’anima; nella vita di Marco Porcio Catone
Uticense descritta da Plutarco nelle Vite parallele il suicidio del protagonista, che prima di trafiggersi il ventre lesse appunto frammenti
del Fedone, viene qui usato come simbolo di incrollabilità ideale e politica.
14 Jakub Jasiński (1761-1794), ingegnere e poeta, organizzatore dell’insurrezione di Kościuszko a Wilno (aprile 1794) contro i russi.
Nel corso della stessa insurrezione partecipò alla difesa del quartiere Praga di Varsavia, dove morì il 4 novembre durante l’assalto
guidato dal generale russo Suvorov. Tadeusz Korsak (ca. 1741-1794), giudice distrettuale a Wilno, deputato della Dieta. Partecipò ai
combattimenti di Wilno del luglio 1794, dopodiché non vi sono notizie sicure sulla sua attività insurrezionale. Secondo lo storico Julian
Niemcewicz morì anch’egli il quattro novembre nelle trincee di Praga. Non è noto il dipinto rappresentante la scena descritta da
Mickiewicz.
15 Si tratta della canzone Jeszcze Polska nie umarła (La Polonia non è ancora morta, futuro e ancora attuale inno nazionale polacco,
lievemente modificato nel testo), scritta nel 1797 a Reggio Emilia dal tenente – nonché poeta, drammaturgo, compositore e uomo
politico – Józef Wybicki per le legioni costituite in Italia dal generale Jan Henryk Dąbrowski e che in quell’anno erano impegnate a
sedare le sommosse organizzate contro la neonata Repubblica Cispadana. Come annotano i cacciatori delle “licenze poetiche” del
poema, il fatto è poco probabile. Il protagonista Taddeo ascoltava la canzone prima della sua partenza per Wilno, quindi nel 1801,
ovvero solo tre anni dopo la sua composizione, lasso di tempo in cui era impossibile che il motivo giungesse dall’Italia agli orologi a
carillon della Lituania. Inoltre a quel tempo nei territori polacchi e lituani la canzone era posta all’Indice, perciò è improbabile che la
melodia venisse inserita negli orologi (W. Kot, Pan Tadeusz. Prawda i legenda, Poznań, Oficyna Wydawnicza G&P, 1999, pp. 138-139).
Permane ancora la discussione se la musica della mazurca sia stata composta dal musicista e uomo politico Michał Kleofas Ogiński,
dallo stesso Wybicki, o se si tratti piuttosto di una melodia popolare proveniente dal Podlasie, regione nord-orientale della Polonia.
16 Lo zio, fratello del padre di Tadeusz, comparirà nel poema col titolo di Giudice. La “zia”, in realtà parente alla lontana del Giudice,
farà la sua apparizione con il nome di Telimena. Risiede nella tenuta di Soplicowo all’incirca dal 1809, dopo un lungo periodo trascorso
a Pietroburgo.
17 All’epoca un giardinetto fiorito intorno alla casa documentava un’elevata cultura dei proprietari.
18 Ovvero con le stecche a forma di V o di X.
19 La guerra del 1792, quando Tadeusz Kościuszko, all’epoca comandante di divisione, il 18 luglio sconfisse i russi nella battaglia di
Dubienka, località a un centinaio di chilometri a est di Lublino.
20 I tumulti si riferiscono alla guerra russo-polacca del 1792.
21 Raggiunta la maggiore età – 20 anni –, il Conte, che era orfano, poteva gestire da solo il patrimonio.
22 Si intende la Corte d’appello di Pietroburgo.
23 Ovvero appartenente all’ordine francescano riformato da Bernardino da Siena.
24 Minestra fredda a base di barbabietola e panna acida con aggiunta di cetrioli, uovo, pezzi di carne e polpa di granchio.
25 Si intende il padrone di casa.
26 Nella tradizione conviviale della nobiltà questa mescolanza di genere a tavola non era consentita, fu importata in Polonia
dall’occidente nel Settecento. Può quindi stupire che in una casa rigorosamente tradizionale come quella del Giudice donne e uomini
trovino posto l’uno accanto all’altra. Questa disposizione a tavola è però necessaria alle esigenze narrative dell’autore per sviluppare in
una certa forma l’imminente approccio amoroso di Taddeo.
27 Per «capitale» si intendeva la città di Wilno, eccezion fatta per i russi e i russofili, come l’Assessore e Telimena, per i quali il
termine indicava Pietroburgo.
28 Abito indossato inizialmente, a partire dalla prima metà del sec. XVII, dai massimi dignitari dello stato, re compresi,
successivamente portato anche dalla nobiltà e dalla borghesia ricca, ma solo nei giorni festivi. Questo soprabito era caratterizzato da
maniche lunghe e larghe aperte dall’ascella al gomito, che potevano quindi essere gettate dietro la schiena (gesto che tuttavia era un
privilegio esclusivo delle persone più ragguardevoli). Nel periodo di regno della dinastia sassone e di Stanisław August Poniatowski
indossare il kontusz, ossia vestirsi alla polacca in alternativa all’incipiente moda tedesca, costituiva una sorta di protesta politica.
29 Nei testi antichi polacchi in latino il termine Wojewoda è reso con Palatinus.
30 Gesto che esprimeva particolare deferenza e che, assieme ad altri, suscitava stupore negli stranieri. Così scriveva, ad esempio, il
viaggiatore della Livonia (la regione baltica sul golfo di Riga) Friedrich Schultz: «La nobiltà minore afferra gli aristocratici per le
gambe, per le maniche della veste, per le mani, sempre come se volesse baciarle, e quelli si scherniscono sempre». F. Schultz, Polska w
1793, Drezno, Kraszewski, 1870, p. 297.
31 Ovvero il periodo dell’influsso delle idee illuministe, in Polonia a partire dalla metà del Settecento.
32 La moda francese prese piede nelle alte sfere della società già nella prima metà del Settecento.
33 Allusione alla deformazione del naso provocata dalla sifilide, all’epoca chiamata per l’appunto morbus gallicus.
34 Parafrasi della celebre e diffusa sentenza attribuita a varie paternità: «Quem Iuppiter vult perdere dementat prius».
35 Località a circa 80 chilometri a sud-est di Wilno (odierna Ašmiany in Bielorussia).
36 Vedi nota 9 delle Spiegazioni del poeta.
37 Qui il personaggio ha in mente il codino, e verosimilmente confonde i termini Haarzopf (codino) e Haarbeutel (la retìna sulla parte
posteriore della parrucca).
38 I cocchieri delle carrozze alla moda dovevano obbligatoriamente vestire alla tedesca.
39 Wenecja è una località situata fra i laghi di Wenecja e di Biskupin, nei pressi dell’antico tratto che collegava Bydgoszcz e Gniezno,
sede del primo arcivescovado polacco. A cavallo fra i secc. XIII e XIV sull’istmo che si insinua fra i due laghi fu eretto un castello
fortificato di proprietà della famiglia nobiliare Nałęcz. Alla fine del Quattrocento il signore del castello era Mikołaj Nałęcz Chwałowic
(ca. 1330-1400), giudice di Kalisz: una delle tesi storiografiche suppone che il giudice, al suo ritorno dagli studi compiuti a Venezia,
desse il nome di Wenecja al preesistente insediamento di Mościska. Chwałowic prese parte attiva nella lotta alla potente famiglia
Grzymała – all’epoca detentrice del potere nella Polonia Maior – nelle guerre di successione al trono di Polonia. Verosimilmente per la
sua efferatezza verso i nemici politici, il giudice Mikołaj venne chiamato “Diavolo sanguinario di Wenecja”, definizione che in seguito
definirà proverbialmente un uomo inquieto, un avventuriero, e anche un tipo eccentrico e bizzarro nel vestire. Per altri esegeti, tuttavia,
la definizione di “Diavolo di Venezia” va associata più semplicemente alla maschera del carnevale veneziano oppure al “Diavoletto di
Cartesio”, venduto come giocattolo dai mercanti italiani nel corso delle sagre nei villaggi della Polonia.
40 Si tratta della cosiddetta Plica polonica, o tracoma. Ancora al tempo di Mickiewicz vigeva la credenza medica e popolare che i
grovigli di capelli lasciati crescere senza alcuna igiene proteggessero dalle malattie e dal diavolo. Solo nella seconda metà
dell’Ottocento ebbe inizio in Polonia un’efficace campagna sanitario-culturale.
41 Ovvero dal Ducato di Varsavia.
42 Fra il 1806 e il 1812 l’Impero russo era in guerra con l’Impero Ottomano.
43 Il generale russo Aleksandr Vasil’evič Suvorov era morto nel 1800. Fu a capo dell’esercito russo-austriaco contro i francesi durante
la campagna d’Italia del 1799, ma in quell’anno le truppe napoleoniche non furono mai guidate personalmente da Bonaparte, il quale
stava conducendo la campagna d’Egitto.
44 I soldati russi comandati da Suvorov nella campagna d’Italia.
45 In Lituania i bambini visitavano le case con i canti natalizi e il presepe mobile alla vigilia dell’Epifania.
46 La Messa Rorate, dall’incipit dell’introito Rorate, coeli desuper…, veniva celebrata il sabato del tempo dell’Avvento in onore di
Maria. Si svolgeva all’aurora al lume delle candele.
47 Stanisław August Poniatowski (1732-1798), ultimo re di Polonia.
48 Il poeta inserisce umoristicamente la parafrasi del primo verso del libro II dell’Eneide: «Conticuere omnes intentique ora
tenebant». Enea iniziava il racconto della distruzione di Troia, il Ciambellano sta per affrontare la disputa sulla cattura di una lepre.
49 Vedi nota 12.
50 Rejtan morì suicida nel villaggio natale di Hruszówka (odierna Grušauka in Bielorussia), poco distante da Lachowicze (odierna
Ljachavičy), a un centinaio di chilometri a sud di Nowogródek. Ancora oggi non è certo dove sia stato sepolto.
51 Odierna Varonča in Bielorussia, a circa 35 chilometri a sud di Nowogródek. Al tempo evocato da Mickiewicz la tenuta di Worończa
apparteneva appunto al castellano e palatino di Nowogródek Józef Niesiołowski (1728-1814). Dopo un’attiva vita politica, nel 1795 si
appartò nella sua tenuta.
52 Venivano usate sia le reti da uccellagione che le reti da fiere.
53 Lech II, leggendario re della Polonia citato per la prima volta dallo storico quattrocentesco Jan Długosz nella sua Historia Polonica,
pubblicata parzialmente nel 1614 e successivamente nel sec. XVIII. Nella Historia Polonica Lech, per conquistare il potere, si libera della
presenza del fratello maggiore Krak uccidendolo durante una battuta di caccia.
54 La fascia di seta filettata di oro e argento, portata come una cintura sopra il kontusz, era un elemento fondamentale della veste
nobiliare maschile. La sua lunghezza arrivava ai cinque metri, perciò nella vestizione era necessario un aiutante.
55 Era questo il titolo più frequente dei breviari.
56 Franciszek Malewski fu grande amico, compagno di studi e di viaggi del poeta; Wereszczaka era il cognome di Maryla, primo
grande amore di Mickiewicz; il padrino di battesimo dell’autore si chiamava Obuchowicz.
57 Parte essenziale dell’abito nobiliare maschile. Si tratta di una lunga veste spesso più lunga del kontusz sotto il quale veniva
indossata; era fornita di maniche e chiusa da una fila di bottoni o gancetti, oppure gallonata.
58 Ovvero, rispettivamente, le insegne araldiche della Francia napoleonica e delle Legioni polacche.
59 Alla stregua degli antichi greci, Mickiewicz usa il nome Libia per indicare l’Africa.
60 Gli accenni alle guerre napoleoniche si riferiscono alla campagna di Egitto e Siria in funzione antibritannica (1798-1801),
all’attraversamento delle Alpi per prendere alle spalle le truppe austriache che a Genova assediavano i francesi (1799), alla battaglia
del monte Tabor in Siria contro gli ottomani (1799), alla vittoria di Marengo durante la seconda campagna d’Italia contro gli austriaci
(1800), alle battaglie di Ulm nella regione di Baden-Württemberg e di Austerlitz in Moravia durante la guerra contro la coalizione
austro-russo-inglese (1805).
61 La campagna d’Egitto 1798-1799.
62 In seguito ai trattati di pace siglati a Tilsit (1807) tra Napoleone, Alessandro I di Russia e Federico Guglielmo di Prussia, una parte
del corso del fiume Niemen fungeva da frontiera tra il Ducato di Varsavia, legato alla Francia, e l’Impero russo.
63 Ovvero le baionette.
64 A indicare l’uniforme degli ufficiali e dei funzionari della polizia russa.
65 Se ci atteniamo alla realtà storica, in linea generale in Lituania i chassidim erano favorevoli allo zar Alessandro I e i mitnagdim a
Napoleone. La storia narra altresì di casi eclatanti di ebrei patrioti, su tutti il lituano Berek Joselewicz (1764-1809), comandante della
prima formazione militare ebraica della storia moderna, i cosiddetti “barbuti” al servizio di Kościuszko nel 1794 e poi in Italia nella
legione di Henryk Dąbrowski. Fu ucciso in battaglia a Kock, presso Lublino, durante uno scontro con le truppe prussiane.
66 Ovvero un soldato delle Legioni polacche che avevano combattuto in Italia al fianco delle truppe francesi e italiane negli anni 1797-
1807. Vedi nota successiva.
67 Il 9 gennaio 1797, a Milano, sede del quartier generale di Napoleone Bonaparte, il generale Jan Henryk Dąbrowski (1755-1818)
sottoscrisse con il governo lombardo l’atto che promulgava la nascita delle Legioni polacche in Italia, inquadrate nell’esercito cisalpino.
Inizialmente esse si composero di settemila soldati, in gran parte polacchi in esilio, e seimila uomini fra prigionieri di guerra e disertori
dell’esercito austriaco.
68 Il 3 maggio 1798 il generale Karol Otto Kniaziewicz (1762-1842), comandante in capo della Prima Legione polacca in Italia, occupò
la città di Roma. Stabilì il suo quartier generale in Campidoglio. Vedi le Spiegazioni del poeta alla nota 21.
69 Nella lingua polacca anche odierna, l’espressione «dove cresce il pepe» sta a significare un posto in capo al mondo.
70 La legione Danubiana polacca inquadrata nell’esercito francese. Vedi anche le Spiegazioni del poeta alla nota 22.
71 Il Ducato, o Granducato, di Varsavia, stato satellite creato da Napoleone nel 1807. Comprendeva all’incirca i territori che negli
anni novanta del sec. XVIII avevano subito la seconda e terza spartizione prussiana della Polonia. In quel tempo era in via di formazione
un consistente esercito.
72 Sono tutti nomi reali di polacchi di Lituania fuggiti nel Ducato di Varsavia fra il 1807 e il 1812; fra essi lo scrittore Antoni Gorecki,
caro amico di Mickiewicz.
73 L’editto di confisca dei beni in quanto disertori fu emanato dallo zar Alessandro I nel 1809.
74 Vari emissari che giungevano a Nowogródek trovavano supporto anche presso la casa di Mikołaj Mickiewicz, padre del poeta.
75 A Nowogródek.
76 Si tratta più di un auspicio del poeta che di un fatto reale.
77 Nella credenza popolare la cometa annunciava guerre o eventi straordinari che potevano mettere in ansia i regnanti.
78 Il riferimento va alla grande emigrazione dalla Polonia avvenuta dopo la disfatta dell’insurrezione del 1830-1831.
79 L’insegnamento del latino iniziava sin dalla scuola elementare, in prima classe l’espressione «Surge puer, summe librum, perlege!»
era usata come esempio dell’uso del modo imperativo. Cfr. St. Pigoń, Introduzione a A. Mickiewicz, Pan Tadeusz, Wrocław-Warszawa-
Kraków-Gdańsk, Ossolineum, ottava edizione, 1980, pp. 88-89.
80 Gli uomini che dovevano prestare servizio militare erano reclutati dai proprietari terrieri tra i propri contadini e venivano inviati
forzatamente dinanzi alla commissione di leva. Erano frequenti i casi di contadini coscritti che fuggivano a nascondersi nei boschi: a
quel tempo nell’impero zarista il servizio militare durava dodici anni.
81 Si tratta di un cognome significante presumibilmente inventato da Mickiewicz. Il suo etimo (rąbać) sta a indicare un maestro
nell’arte della sciabola, ma l’appellativo Rębajło indicava altresì una persona predisposta alle risse con l’uso della stessa arma.
82 Il riferimento va alla tipica clava lituana che Mickiewicz descrive nelle sue Spiegazioni dei versi 456-457 del libro IX.
83 Il termine tedesco Graf per indicare “Conte” era impiegato nei casi in cui il titolo fosse stato attribuito all’estero. Per il titolo
acquisito in Polonia il termine era ed è Hrabia.
84 In età medievale il titolo di Stolnik – che negli antichi testi polacchi in latino viene definito Dapifer – apparteneva al cortigiano
addetto alla gestione della mensa del signore; in seguito semplice titolo onorifico, che comunque garantiva l’ingresso al Senato.
85 Banchetti organizzati allo scopo di accattivarsi gli elettori in vista delle varie elezioni parlamentari. La Dieta (Sejm) era l’assemblea
dei deputati della nobiltà. La prima Dieta nazionale risale alla fine del sec. XV, ed era composta da una camera alta costituita dai
magnati eletti dal re e una camera bassa composta dai deputati della media nobiltà, eletti dalle assemblee provinciali, le Dietine
(Sejmiki).
86 Nella gerarchia politica la carica di primate era la più alta dopo quella del re. Alla morte del sovrano assumeva la carica di
interrex.
87 Titolo nobiliare spettante al cortigiano addetto all’organizzazione delle battute di caccia. Nei testi antichi polacchi in latino il
termine polacco Łowczy viene indicato come Venator.
88 Nel sec. XVIII il titolo onorifico di Castellano spettava al funzionario che disponeva dell’autorità sulla convocazione della leva di
massa e possedeva la carica di senatore.
89 Alcuni tratti e comportamenti del Dapifero Horeszko potrebbero essere stati ispirati da quelli del conte Ankwicz, che solo pochi
anni prima (nel 1830) aveva rifiutato a Mickiewicz la mano della figlia Henrietta Ewa. La stessa figlia di Horeszko negata a Jacek
Soplica si chiama Ewa.
90 Di Nowogródek.
91 Qui Gervaso intende i sostenitori della nuova Costituzione promulgata il 3 maggio 1791. Appoggiata da larghe ed eterogenee fasce
della società, proponeva una totale riorganizzazione sociale, economica e politica che minacciava di porre fine allo strapotere
magnatizio. Gli oppositori della Costituzione diedero vita alla cosiddetta Confederazione di Targowica (odierna Targovicja, località in
Ucraina), sostenuta dai magnati e dagli auspici della zarina Caterina II, la quale un anno dopo la promulgazione inviò in Polonia
centomila soldati russi. Tra i generali che guidavano le truppe polacche c’era Tadeusz Kościuszko, che fronteggiò il nemico nella
battaglia di Dubienka del 17 luglio 1792. In seguito all’atteggiamento ostile dell’ex alleato prussiano, alle sconfitte dell’esercito polacco
e al voltafaccia del re Stanisław Poniatowski, passato dalla parte della Confederazione di Targowica, la Costituzione fu abolita e nel
1793 la Polonia subì la seconda spartizione. A partire da questo episodio il termine Targowica divenne sinonimo, ancor oggi vivo, di
“tradimento nazionale”. Agli avversari più caparbi, i confederati di Targowica confiscarono i beni.
92 Solitamente nei castelli il mortaio veniva usato per sottolineare gli evviva durante i brindisi.
93 Nel sec. XVIII erano definiti aiducchi i servitori delle corti magnatizie che vestivano all’ungherese. Ai tempi del re di Polonia Stefan
Batory (István Báthory, 1533-1586, re di Polonia dal 1575), gli aiducchi costituivano la fanteria scelta dell’esercito ungherese. Quando
passavano dal servizio militare a quello di corte mantenevano il loro titolo militare.
94 La tipica sciabola polacca solitamente usata nelle cerimonie solenni.
95 La tenuta di Horbatowicze, a poca distanza da Nowogródek, fu acquistata dal bisnonno di Mickiewicz verso il 1770.
96 Ovvero aveva tra gli antenati dei senatori (lo scanno dei parlamentari), degli etmani (il bastone del comando) e dei cavalieri (i
nastri dell’ordine cavalleresco).
97 Località (odierna Kareličy in Bielorussia) a una ventina di chilometri a est di Nowogródek.
98 Il cobite di stagno, pesce d’acqua dolce, veniva arrostito vivo.
99 I papaveri da oppio, detti anche papaveri bianchi.
100 Secondo la credenza popolare, ampiamente sfruttata dall’araldica, la gru reggeva un sasso con la zampa sollevata. Se la gru
vigilante si fosse addormentata, il sasso (in araldica definito «Vigilanza») sarebbe caduto svegliando l’animale e la sua covata.
101 I nodi del cordiglio in polacco sono chiamati ogórki (cetrioli).
102 La celebre porcellana di Meissen.
103 L’usanza di bere il caffè, inzialmente seguita nel sec. XVII solo nelle dimore magnatizie, si diffuse nella seconda metà del
Settecento soprattutto fra le donne, nonostante l’opposizione dei tradizionalisti.
104 Pietroburgo.
105 L’infantile intercalare di Telimena corrisponde a “verità sacrosanta”, “quant’è vero Dio”.
106 Nome reale di antica famiglia russa. La radice è quella del russo (e polacco) Suka, cagna, in senso sia letterale che spregiativo.
107 Nel manoscritto di Messer Taddeo qui figurava il cognome Kozodavlev, ministro dell’Istruzione ai tempi universitari di
Mickiewicz. All’ultimo momento Mickiewicz mutò il cognome in Kozodusin, traducibile come Strozzacapre.
108 Termini polonizzati sulla base del tedesco Jägermeister e Polizeimeister, e indicanti al tempo della Russia zarista il Mastro di
Caccia e il capo della polizia.
109 Nel gioco del mariasz veniva anticipatamente scelto l’atout, ovvero il seme dominante. I colori erano Vino (corrispondente alle
picche), Rosso (cuori), Campanella (quadri) e Ghianda (fiori). Il nome deriva dal francese mariage, si otteneva il maggior numero di
punti accoppiando il re e la donna.
110 La regione Wielkopolska, che all’epoca delle spartizioni si trovava sotto l’occupazione prussiana. In quella regione Mickiewicz
soggiornò tra gli anni 1831-1832 nelle dimore nobiliari polacche e partecipò, fra l’altro, a numerose battute di caccia.
111 Riferimento al gioco che si svolgeva nelle case il giorno di Pasqua, consistente nell’urtare fra sé due uova sode dipinte secondo la
tradizione della festività. Chi rompeva l’uovo dell’avversario ne entrava in possesso.
112 Il passo riporta alle parole di Nestore nel canto I dell’Iliade: «Deh! m’ascoltate; / Ché minor d’anni di me siete entrambi; / ed io
pur con eroi son visso un tempo / di voi più prodi, e non fui loro a vile; / ned altri tali io vidi unqua, né spero / di riveder più mai, quale
un Driante, / moderator di genti, e Piritòo…” (Omero, Iliade, trad. di Vincenzo Monti, Milano, CDE, pp. 15-16, vv. 344-350).
113 Vedi le Spiegazioni del poeta, libro I, v. 796. Fra gli ospiti che parteciparono alle battute organizzate da Białopiotrowicz nei suoi
possedimenti lituani ci fu anche il re Stanisław August Poniatowski.
114 Nel progetto iniziale del poema, Żegota era il nome che Mickiewicz aveva assegnato al frate bernardino, poi diventato Jacek
(Giacinto) nella stesura finale.
115 Nome di una famiglia conoscente dei Mickiewicz. Suo fratello Aleksander sposò una Teresa Terajewicz.
116 Wincenty Budrewicz fu compagno di studi universitari di Mickiewicz, e poi, assieme al poeta, esule a Mosca.
117 Il riferimento va a Michał Kazimierz Ogiński (1728/1731-1800), gran etmano di Lituania e palatino di Wilno, compositore e poeta.
118 Vedi le Spiegazioni del poeta, libro I, v. 790.
119 Mickiewicz non offre dati biografici su questo esponente di una delle più antiche casate aristocratiche lituane. L’unico “principe
maresciallo” a cui allude il personaggio potrebbe essere Józef Paulin Sanguszko, gran maresciallo di Lituania, ma morì nel 1781, quindi
non poteva aver partecipato alla caccia cui prese parte il principe Radziwiłł, non ancora nato. A meno che non si tratti di un maresciallo
ma del palatino di Volinia Janusz Aleksander Sanguszko, proprietario di una celebre scuderia, morto nel 1812. Va tuttavia sempre
ricordato che Messer Taddeo è un’opera di fantasia, e che seguirne la fedeltà storico-cronologica può risultare fuorviante.
120 Di regola veniva usata una coppia di cani.
121 Villaggio sulla riva sinistra del Niemen, a nord-est di Nowogródek (odierna Kupiškis in Lituania).
122 A imitazione dei tre schiaffi sulla guancia che nell’uso medievale costituivano il gesto d’investitura del cavaliere.
123 Nelle parlate dei territori nord-orientali della Polonia si definivano così le libellule.
124 Come accadrà altre volte nel poema, Mickiewicz opera un travestimento umoristico o parodistico di scene dell’epos omerico. Qui
si tratta dei vv. 281-285 dell’episodio del canto VI dell’Odissea, in cui Nausicaa tranquillizza le compagne spaventate dalla presenza di
Ulisse: «Olà!, disse, fermatevi. In qual parte / fuggite voi, perché v’apparse un uomo? / Mirar credeste d’un nemico il volto? / Non fu,
non è, non fia chi a noi s’attenti / guerra portar tanto agli dei siam cari» (Omero, Odissea, trad. di Ippolito Pindemonte, Milano, CDE,
1988, p. 107).
125 Riferimento ai vv. 213-215 dell’episodio del canto VI dell’Odissea in cui Ulisse si rivolge a Nausicaa: «Ah degg’io dea / chiamarti, o
umana donna? Se tu alcuna / sei delle Dive, che in Olimpo han seggio […]» (Omero, Odissea, cit., p. 105).
126 Qui il poeta congiunge due diversi tipi di pianta, ovvero la cicoria comune dai fiori celesti e il tarassaco, noto come soffione o
dente di cane. Non sono rare nel poema le trovate di Mickiewicz ai limiti della botanica d’invenzione, tuttavia è verosimile che nelle
zone di provenienza di Mickiewicz il soffione venisse chiamato anche cykoria.
127 L’Amanita Muscaria, ovolo malefico, le cui proprietà venivano sfruttate nelle campagne come veleno moschicida.
128 Già ai tempi di Mickiewicz c’era chi considerava nefasta l’usanza diffusa fra il popolo lituano di addormentare i bimbi con gli
infusi di foglie di papavero.
129 Ovvero nell’esercito del Ducato di Varsavia.
130 Dal 1578 Piotrków Trybunalski, località a 50 chilometri a sud di Łódź, era sede del Tribunale della Corona, ovvero la Corte
Suprema, per la regione della Polonia Maior (Wielkopolska). A Dubno, in Volinia, a circa 170 chilometri a nord-est di Leopoli, si
svolgeva l’annuale raduno di proprietari terrieri e mercanti – chiamato kontrakty – nel corso del quale venivano appunto stipulati i
contratti di vendita dei prodotti agricoli.
131 Il 14 febbraio 1834 Mickiewicz scriveva all’amico Odyniec: «Bacio le mani a tua moglie. L’ho pensata spesso mentre dipingevo
Zofia, l’eroina del mio poema». Va tuttavia notato che il poeta non l’aveva mai vista di persona.
132 Gli ultimi versi sono una parafrasi di quelli presenti in una canzone di K. Karpiński e J.N. Kamiński successiva al periodo in cui si
svolge la vicenda di Messer Taddeo. Al posto di «il cuore» c’era «il polacco», ed era molto popolare fra gli studenti universitari di Wilno.
133 Riferimento ai giardini del palazzo imperiale sul colle Palatino di Roma, che il poeta vide nel 1830.
134 La Grotta di Posillipo detta Crypta Neapolitana, anch’essa visitata dal poeta nel 1830. I versi 537-538 sono tratti, con lievi
modifiche, dal poema Sofiiówka (1806) di Stanisław Trembecki (ca. 1739-1812). Il poema descrive il giardino di Tulczyn, proprietà di
Zofia Potocka, moglie del diplomatico, generale e poeta Stanisław Szczęsny Potocki (1751-1805).
135 Vari ricercatori di “imperfezioni ed errori” del poema riportano che Nowogródek si trova al di sopra dell’area di diffusione del
faggio, e in effetti oggi è difficilmente rintracciabile. Tuttavia anche alcuni diaristi dell’epoca della guerra napoleonica riferirono della
presenza di faggi, il che porterebbe alla conclusione che i faggi visti in Lituania da Mickiewicz erano gli ultimi presenti in quella
regione.
136 Fondato nel 1799 dal naturalista Stanisław Bonifacy Jundziłł (1761-1847), nel 1811 conteneva oltre tremila specie di piante.
137 Riferimento a Pieter Bruegel il Vecchio (ca. 1525-1569) e al figlio Pieter Bruegel il Giovane (1564-1638), conosciuto anche come
“Bruegel dell’Inferno”.
138 Jacob van Ruisdael (1628/1629-1682), paesaggista olandese molto apprezzato dalla generazione dei romantici.
139 Vedi nota 24.
140 I ricettari dell’epoca prevedevano anche il brodo di passero.
141 In polacco Setnik. Il termine indicava sia il centurione, ovvero il comandante di una centuria romana, sia il comandante della
fanteria scelta dell’esercito polacco nei secc. XVI-XVII, sia il capo di un generico gruppo composto di cento uomini. In questo caso, nel
poema viene definito «Centurione» colui che vigila sul lavoro di un gruppo di cento servi della gleba.
142 In Polonia il banno dei servi della gleba consisteva soprattutto nelle prestazioni fornite per la costruzione e il mantenimento di
strade e ponti.
143 Diminutivo di Ivan in russo.
144 I cacciatori vengono definiti «fratelli» in quanto nobili. Il gruppo dei battitori era invece formato da contadini.
145 A questo punto il manoscritto prevedeva altri dieci versi che narravano l’incursione di Taddeo nella camera di Telimena, ma gli
amici lo convinsero a toglierlo, e il non detto rende meno chiara la comprensione di alcuni passi successivi.
146 Lago cinto da boschi a sud di Nowogródek (odierno Svicjaz’ in Bielorussia).
147 La foresta di Białowieża a sud-est di Białystok, situata nei territori di Polonia e Bielorussia.
148 Elevate colline boscose a sud di Wilno (oggi Paneriai in Lituania).
149 Antica foresta presso Kuszelewo (odierna Kašaleva in Bielorussia), a sud-ovest di Nowogródek.
150 Witenes (lituano Vytenis, bielorusso Vicen’), granduca di Lituania tra il 1295 e il 1316, invase a più riprese i territori polacchi.
151 Mindowe o Mendog (lituano Mindaugas, bielorusso Mindouh, ca. 1203-1263), granduca di Lituania che assunse il titolo di re, con
residenza a Nowogródek.
152 Giedymin o Gedymin (lituano Gediminas, bielorusso Giedymin, ca. 1275-1341), granduca di Lituania dal 1316 al 1341.
153 Secondo la Cronaca di Polonia, Lituania, Samogizia e tutta la Rutenia (1582) di Maciej Stryjkowski (1547-post 1582), storiografo e
cronista caro ai poeti romantici, Lizdejko fu l’ultimo gran sacerdote (kriwe kriwejto) della Lituania pagana.
154 La Wilia (lituano Neris, bielorusso Vil’ja o Vjal’lja), massimo affluente del Niemen, attraversa la città di Wilno.
155 La Wilejka (lituano Vilnia o Vilnelé, bielorusso Vil’nja), affluente della Wilia.
156 Secondo la narrazione di Stryjkowski, Lizdejko interpretò il sogno del lupo (in polacco wilk) di ferro che ululava con la forza di
cento lupi come la profezia dell’imminente fondazione della gloriosa città di Wilno (wilk-Wilno) nel luogo dove Giedymin ebbe quel
sogno. Ovviamente questo accostamento etimologico è di pura fantasia, Wilno deriva dal nome del fiume Wilia, detto Wilna. La
leggenda stryjkowskiana narra altresì della fantasiosa origine romana della gente lituana. Ai tempi di Giulio Cesare o di Nerone alcune
famiglie patrizie guidate da Palemone Libo abbandonarono Roma fino a giungere alle terre disabitate della Samogizia, dove fondarono
sulle rive del Niemen la città di Roma Nova, poi chiamata Romowe.
157 Kiejstut (lituano Kęstutis, 1308-1310) e Olgierd (lituano Algirdas, ca. 1296-1304), figli di Giedymin, granduchi di Lituania.
158 Con la morte di Zygmunt II August (1572) si estinse la dinastia degli Jagelloni.
159 Questa quercia millenaria, albero sacro nella Samogizia pagana, era famosa ai tempi in cui Mickiewicz studiava a Wilno. Fu
tagliata nel 1812, il suo incavo riusciva a contenere una decina di persone.
160 La pieve di Nowogródek, costruita alla fine del sec. XIV dopo la conversione della Lituania al cristianesimo.
161 Affluente di destra del Dniepr.
162 Nel 1825, durante il suo viaggio a Odessa, Mickiewicz soggiornò per due settimane nella tenuta di Steblów (odierna Stebliv in
Ucraina) sul fiume Roś, proprietà di Herman Hołowiński, giudice presso il tribunale di Kiev.
163 Il tiglio sopravvisse fino alla fine dell’Ottocento.
164 Jan Kochanowski (1530-1584), massimo poeta rinascimentale polacco, immortalò nei suoi versi il tiglio situato davanti alla sua
dimora di Czarnolas, località tra Radom e Puławy.
165 La Bibbia (Libro secondo di Samuele, 5, 11) riporta come il re di Tiro Hiram I (Ahi-ram) avesse inviato a re David dei cedri per la
costruzione di un suo palazzo. Nel Libro secondo delle Cronache, 2, 2-14, il re Salomone chiede a Hiram l’invio di un architetto per
l’edificazione del tempio. Il re fenicio inviò Hiram-Abi, fonditore, incisore, disegnatore, legato a Israele per parte materna. Hiram-Abi
diventerà una figura allegorica del rituale massonico. Secondo lo studioso Z. Kępiński, Mickiewicz con la locanda vuole rappresentare
la loggia massonica, e il personaggio di fra’ Verme il rinato Hiram-Abi. Z. Kępiński, Mickiewicz hermetyczny, Warszawa, PIW, 1980, pp.
353-354.
166 Mickiewicz chiama erroneamente cyces (ovvero tzitziot, le frange portate agli angoli dello scialle) i filatteri (tefillin).
167 Si tratta della già citata Mazurca di Dąbrowski (Mazurek Dąbrowskiego, vedi nota 15), nota anche come Canto delle legioni
polacche in Italia (Pieśń Legionów polskich we Włoszech).
168 A Nowogródek.
169 Bernardynka era la definizione di un tabacco prodotto dai frati bernardini di Kowno (odierna Kaunas in Lituania).
170 Il termine scisma si riferisce alla Chiesa ortodossa, e per traslato alla Russia.
171 In realtà le truppe francesi stazionarono a Częstochowa, dopo averla occupata, nel 1807-1808, periodo in cui effettivamente era in
atto un forte dissidio fra Napoleone e il papa Pio VII, che nel febbraio 1808 portò all’occupazione di Roma da parte dell’esercito
francese. Verosimilmente, mentre scriveva il quarto libro Mickiewicz pensava ancora di ambientare il poema negli anni 1807-1808.
172 Il 2 dicembre 1804 a Parigi ebbe luogo l’incoronazione di Napoleone, il quale, dopo la benedizione di Pio VII, prese la corona e se
la pose sul capo. Il Concordato fra il console Napoleone e papa Pio VII fu stipulato il 15 luglio 1801.
173 In realtà, nell’anno in cui si svolge questa scena l’esercito polacco non superava le 60.000 unità.
174 Prima dell’occupazione russa avvenuta con le spartizioni, la Repubblica delle Due Nazioni esentava la nobiltà dal pagamento delle
imposte.
175 Bene natus era un titolo che spettava alla nobiltà. “Libertà dorata” era la definizione corrente che indicava le libertà, le leggi e i
privilegi spettanti alla nobiltà polacca nel periodo della Repubblica delle Due Nazioni (1569-1795).
176 Le autorità russe pretendevano dai nobili un attestato scritto di appartenenza alla classe nobiliare. Chi non lo possedeva, ovvero
buona parte della piccola nobiltà, era sottoposto a una tassazione maggiore e poteva essere soggetto all’obbligo del servizio militare.
Anche il padre di Mickiewicz fu costretto, con successo, alla ricerca di tali documenti.
177 Nella Polonia antica non si diventava nobile immediatamente dopo l’ottenuta nobilitazione, ma solo alla terza generazione.
178 La “mitra principesca” consisteva in una corona suddivisa in quattro parti e avvolta in pelliccia di ermellino, portata dai principi
ruteni e lituani. La sua presenza nello stemma nobiliare indicava l’origine principesca del casato.
179 L’allusione va riferita al neofitismo di un ebreo. Secondo un’usanza diffusa in special modo in Lituania, un ebreo convertito
otteneva lo status nobiliare e lo stemma di una qualche famiglia nobile al quale a volte veniva aggiunta una croce. È nota la conversione
in massa, nel sec. XVIII, degli adepti della setta di Jakub Frank, fra i quali i nonni della moglie di Mickiewicz.
180 Nella nobiltà lituana figuravano parecchie famiglie di origine musulmana, ma i «conti tartari» sono un’invenzione “nobilitante” del
personaggio. Questo antico stemma nobiliare polacco (Korab, ovvero vascello) è raffigurato da due vascelli con testa di leone a poppa e
prua, e una torre in muratura al centro dell’imbarcazione.
181 In effetti lo stemma nobiliare della famiglia Mickiewicz era chiamato Poraj dal nome del capostipite della schiatta, che secondo la
leggenda nobiliare era fratello di sant’Adalberto vescovo di Praga (ca. 956-997), ucciso in Polonia durante una predica. Lo stemma
contiene una rosa argentata in campo rosso.
182 Nel 1807 la città di Danzica, allora governata dai prussiani, fu conquistata dall’esercito francese guidato da François Joseph
Lefebvre. Le truppe polacche che combattevano al fianco dei francesi erano condotte dal generale Amilkar Kosiński (1769-1823),
cofondatore delle Legioni assieme a Dąbrowski.
183 Vedi nota 10.
184 Cappotto lungo fino alle ginocchia ornato con galloni e laccetti per i bottoni.
185 Alessandro I (Aleksandr Pavlovič Romanov) zar di Russia e il fratello granduca Costantino (Konstantin Pavlovič Romanov).
186 Francesco II d’Asburgo-Lorena, dal 1804 imperatore d’Austria con il nome di Francesco I. La battaglia di Austerlitz ebbe luogo nel
1805.
187 Ovvero a Marengo, Ulm e Austerlitz.
188 A Jena (1806) e Auerstädt (1806). In polacco il termine Prusak indica sia un prussiano che lo scarafaggio chiamato “blatta” o
“blattella germanica”.
189 Riferimento al blocco continentale del 1806, ovvero al divieto di attracco per le navi inglesi in ogni porto dei paesi sottoposti al
dominio francese.
190 A Nowogródek.
191 Niehrymowo, Zubkowo e Pucewicze, villaggi nei dintorni di Nowogródek.
192 La successiva descrizione dell’inaccessibile cuore della foresta è basata su fiabe e leggende bielorusse.
193 Così prevedeva la disciplina venatoria: colpi di guinzaglio sopra le spoglie della bestia, pena non tanto dolorosa quanto umiliante.
194 Nome popolare dell’orso, dal nome proprio Marysia.
195 Bałabanówka, tenuta nobiliare che nel sec. XVII prese il nome dal suo acquirente Aleksander Bałaban, starosta di Winnica. La
località si trova a circa duecento chilometri a sud-ovest di Kiev (odierna Balabanivka). In realtà l’arma di cui si parla era una pistola
prodotta a partire dalla metà del sec. XVIII dall’armiere londinese Israel Segallas con il marchio «Segallas London» e piuttosto diffusa in
Polonia. Un fabbro di Bałabanówka, di nome Ivan, ne riprodusse un tipo simile firmandolo «Segalas London à Bałabanówka». Due
esemplari si trovano al Museo Nazionale di Cracovia.
196 La più ricurva fra le sciabole polacche.
197 Ignacy Domeyko (1802-1889) fu amico del poeta fin dagli anni dell’Università; assieme a lui compì il viaggio del 1832 da Dresda
alla Francia, con lui abitò per un certo tempo mentre scriveva il poema. Successivamente diventò un geologo di chiara fama e fu
professore all’Università di Santiago del Cile, dove morì.
198 Con la prima spartizione della Polonia (1793) Danzica venne incorporata nel Regno di Prussia.
199 La vodka di Danzica (Wódka gdańska, detta anche Goldwasser), la cui composizione originaria prevedeva l’uso di venti tipi di
erbe, fu prodotta per la prima volta nel sec. XVI da un olandese emigrato a Danzica.
200 La Polessia (pol. Polesie), regione paludosa ricca di stagni, laghi e grandi foreste, compresa fra il Bug occidentale e il Prypeć, fece
parte della Polonia fino al 1945. Attualmente situata prevalentemente in territorio bielorusso e ucraino, parzialmente in quello polacco
e russo.
201 La presenza di un traghetto fa ritenere che si tratti piuttosto del ben più ampio fiume Wilia (odierno Neris), che attraversa Vilnius.
202 La fittizia taverna si trovava a Usza, villaggio a sud-est di Nowogródek, attraversato dal fiume omonimo.
203 In Lituania e nella Corona i duelli erano proibiti. In Lituania la richiesta doveva essere approvata sia dal re che dal senato.
204 Per la legge lituana le donne venivano considerate adulte, ovvero atte a svolgere la funzione di mogli e madri, al compimento dei
tredici anni.
205 Frammento verosimilmente ispirato alla scena del libro IV dell’Eneide in cui Didone si aggira furiosa per la città: «Qual ne’ boschi
di Creta incauta cerva / d’insidioso arcier fugge lo strale / che l’ha già colta; e seco, ovunque vada, / lo porta al fianco infisso». Publio
Virgilio Marone, Eneide, trad. di Annibal Caro, Milano, CDE, 1988, p. 138, vv. 95-98.
206 Se è vero quanto scritto da Odyniec, amico del poeta, nelle sue Lettere di viaggio, un analogo incidente con le formiche accadde a
Mickiewicz in Italia nel 1830.
207 Il termine intromisja del linguaggio giuridico polacco indicava la presa di possesso dei beni acquisiti dal nuovo proprietario.
L’operazione veniva eseguita dall’usciere del tribunale.
208 Altro nome del chołodziec citato nel libro primo. Vedi nota 24.
209 Nel linguaggio popolare il termine pope stava a indicare anche il prete cattolico.
210 I distretti di Lida e Oszmiana confinavano a nord con il distretto di Nowogródek.
211 Qui il parodistico riferimento va al canto VII dell’Orlando Furioso, alla scena in cui Ruggiero, grazie all’anello fatato, scopre la
reale essenza fisica di Alcina: «Fece l’annel palese ancor, che quanto / di beltà Alcina avea, tutto era estrano: / estraneo avea, e non
suo, dal piè alla treccia; / il bel ne sparve, e le restò la feccia / […] / Ma sì l’arti usa al nostro tempo ignote / che bella e giovanetta parer
puote». Ludovico Ariosto, Orlando furioso, Milano, CDE, 1987, p. 92, strofe 70, 73.
212 Secondo la credenza popolare la vipera succhia il veleno dalle erbe venefiche e se ne nutre. Essa non viene dunque uccisa in
quanto preserva il bestiame da un eventuale avvelenamento.
213 La similitudine allude scherzosamente a quella dell’Iliade, ben nota a Mickiewicz nella traduzione di Franciszek Dmochowski del
1800-1801, fra Ettore e il serpente del canto XXII: «Quale in tana di tristi erbe pasciuto / fero colubro il viandante aspetta, / e gonfio di
grand’ira, orribilmente / guatando intorno, nelle sue latebre / lubrico si convolve». Omero, Iliade, cit., p. 474, vv. 121-125.
214 Secondo l’etimologia popolare la parola polacca Niemcy (tedeschi, Germania) nasce dalla stessa radice slava che definiva niemy
(muto, straniero) la persona che non comunicava in una lingua comprensibile.
215 L’espressione insita nel Vangelo secondo Giovanni, 1, 14 («E il Verbo divenne carne») era in uso come modo di dire indicante
l’accadere di un evento inatteso o pericoloso.
216 Qui il Tribuno allude a se stesso, come narra Mickiewicz nelle sue Spiegazioni attinenti ai versi 479-480 del libro dodicesimo.
217 Vedi le Spiegazioni del poeta attinenti ai versi 233-234 del libro ottavo. Come molti altri fatti, nemmeno questo era potuto
accadere: quando il principe di Nassau fu in Lituania il deputato della Dieta Tadeusz Rejtan era già gravemente malato. Il Rejtan di cui
si parla poteva essere il figlio Michał, famoso cacciatore.
218 La foresta di Naliboki (bielorusso Nalibaki), località in Bielorussia a una sessantina di chilometri a nord-est di Nowogródek, è
ancora oggi ricca di selvaggina.
219 Il cognome Brzechalski si associa al verbo Brechać, termine venatorio indicante il gracchiare della gazza, e figuratamente
“parlare a vanvera, fuori luogo”.
220 Stilizzazione umoristica della scena del duello fra Menelao e Paride del canto III dell’Iliade: «Incurvossi il Troiano, ed il mortale /
colpo schivò». Omero, Iliade, cit., p. 72, vv. 471-472.
221 Vedi nota 94.
222 Riferimento al rito dell’evocazione degli spiriti degli antenati (in polacco Dziady), cerimonia all’epoca diffusa in vari distretti di
Lituania, Prutenia e Curlandia e celebrata intorno alla data del giorno dei morti. All’epoca in cui viveva il poeta il rito veniva contrastato
per il suo carattere pagano e si svolgeva di nascosto in cappelle, alloggi vuoti presso il cimitero o sulle tombe stesse. Il cibo, le bevande
e il canto avrebbero arrecato sollievo alle anime. Alle cerimonie partecipavano nutriti gruppi di mendicanti erranti, anch’essi detti
dziady, cui l’immaginario popolare assegnava una funzione mediatrice con l’altro mondo. L’usanza venne conosciuta su ampia scala
grazie al dramma in versi composto dallo stesso Mickiewicz con il titolo Dziady, pubblicato nelle sue quattro parti fra il 1823, il 1832 e
il 1860.
223 Era chiamato guślarz il sacerdote a capo della cerimonia degli Avi.
224 Vedi nota 91.
225 Nel suo ruolo di cavaliere feudale, il Conte definisce «vassalli» i contadini servitori della gleba.
226 Ovvero la nobiltà, di cui i baffi erano tradizionalmente un tratto estetico particolarmente distintivo. Al termine usato dal Conte
(Wasal, vassallo), Gervaso risponde con parola molto simile (Wąsal, ovvero baffone, baffuto).
227 Rzezików, Ciętycze e Rąbanki, nomi di fantasia dal suono minaccioso in quanto tratti da verbi indicanti “fare strage, tagliare,
fendere”, a caratterizzare l’indole degli abitanti delle borgate nobiliari.
228 Mazza in ferro o acciaio con la testa a forma di pera, con incisioni longitudinali, in acciaio damascato, contenente all’interno uno
stiletto con funzione di baionetta. Simbolo dell’autorità militare portato da colonnelli, capitani di cavalleria, tenenti e alfieri. Cfr. Z.
Gloger, Encyklopedia staropolska ilustrowana, quarta edizione, Warszawa, WP, 1978, p. 219.
229 Vedi nota 97.
230 Il nome di questo berretto militare deriva dal fatto che venne indossato dai soldati del movimento patriottico dei Confederati di
Bar (1768), spesso citati nel poema. Vedi oltre, nota 259.
231 La denominazione polacca di questi agglomerati rurali abitati da nobili è zaścianek, come racconta il poeta nelle sue Spiegazioni.
Si trattava di una formazione etnico-economica diffusa nei territori lituani, bielorussi e ucraini e molto rara nella Polonia centrale. La
sua origine risale ai secc. XV-XVI, quando Polonia e Lituania erano legate da un’unione monarchica personale. Lo sviluppo commerciale
fra i due paesi e con le città baltiche (Riga e Królewiec, ovvero Königsberg) spinse in quei secoli un’ondata di coloni verso i territori
spopolati della Lituania, anche dalla Polonia, in particolare dalla regione della Masuria. L’elemento caratterizzante è che i coloni non
erano contadini alla ricerca di appezzamenti, ma nobili indigenti che tuttavia disponevano dei privilegi loro assegnati per censo, ovvero
la libertà dagli obblighi feudali. Alla fine del Quattrocento la nobiltà di Lituania possedeva già una quadruplice struttura sociale alla cui
sommità c’era una quindicina di famiglie signorili e principesche dalle sterminate ricchezze (menzioniamo i Radziwiłł, i Sanguszko, i
Sapieha, i Pac, tutti citati nel poema); uno strato mediamente benestante che disponeva di qualche decina di servi e viveva grazie alle
rendite fornite dai propri contadini; uno strato povero e privo di servitù, quindi non ascrivibile alla classe feudale; e infine, la più
numerosa, la piccola nobiltà che possedeva al massimo una quindicina di servi, non riusciva a mantenersi con i tributi dei contadini e
doveva essa stessa lavorare la terra. A quest’ultimo strato, discendente dai coloni giunti dalla Masuria, appartengono gli abitanti di
Dobrzyn.
232 Vedi nota 109.
233 La legge prevedeva che la citazione dovesse essere consegnata tra il sorgere e il calar del sole di un giorno feriale nella dimora
del querelato o in un luogo adeguato, ovvero erano esclusi i cimiteri, le chiese, il palazzo reale, i bagni pubblici, le case di tolleranza.
234 Vedi nota 57.
235 Vedi nota 28.
236 Vedi nota 224.
237 Nei Collegi gesuitici l’insegnamento della retorica era impartito nella sesta e ultima classe, intorno ai sedici anni.
238 Ovvero riavremo lo stato polacco, cioè la preesistente Repubblica delle Due Nazioni. Le parole «Saremo polacchi» fanno parte del
Canto delle legioni polacche in Italia. Vedi anche la nota 15.
239 Si tratta del principe Józef Antoni Poniatowski (1763-1813), nipote del re Stanisław, a quel tempo generale supremo dell’esercito
del Ducato di Varsavia.
240 Con il termine Corona (del Regno di Polonia) venivano indicati, sino alla fine della Confederazione polacco-lituana (1795), i
territori direttamente amministrati dai polacchi, comprendenti la Polonia Minor (Małopolska) e la Polonia Maior (Wielkopolska). Le
truppe francesi entrarono per la prima volta in Polonia, a Poznań, il 4 novembre 1806, seguite a distanza di ventidue giorni dallo stesso
imperatore.
241 Con il trattato di pace tra Francia e Russia, firmato a Tilsit l’8 luglio 1807, veniva creato il Ducato di Varsavia, formalmente libero
ma sottoposto alla Francia. Il trattato costituì una grossa delusione per quella parte della società polacca che riponeva in Napoleone le
speranze del ritorno a una Polonia indipendente.
242 In realtà nel 1811 Napoleone era del tutto ostile all’eventualità di qualsiasi moto insurrezionale in Lituania.
243 L’emblema del Granducato di Lituania, utilizzato ancora oggi, era costituito da un cavaliere bianco su un destriero bianco che si
lancia all’inseguimento del nemico. Quello del Ducato di Samogizia, facente parte del Granducato di Lituania, era costituito da un orso
con il collare bianco ritto sulle zampe.
244 Ovvero Wilno. La dinastia lituana degli Jagellonidi (Jagiełłonowie) regnò in Polonia e Lituania dal 1386 al 1572. Il primo a sedere
sul trono polacco fu il granduca di Lituania Jogaila il quale, dopo la nascita dell’unione polacco-lituana nel 1385, si convertì al
cattolicesimo, sposò la regina di Polonia Jadwiga e nel 1386 divenne re di Polonia con il nome di Władysław II Jagiełło.
245 Nome polacco di Königsberg.
246 Il fatto non trova riscontro nella realtà storica. Solo nel luglio 1812 lo zar Alessandro I inviò a Napoleone un ambasciatore con
l’offerta di pesanti condizioni di pace.
247 Il generale Józef Antoni Poniatowski, già citato al v. 185.
248 Louis Pierre Édouard barone di Bignon (1771-1841), diplomatico, nel 1811 svolgeva la funzione di residente nel Ducato di
Varsavia.
249 Cittadina della Samogizia, odierna Tielšiai in Lituania.
250 L’antico codice penale lituano prevedeva per alcuni casi di provata diffamazione una pena consistente in quanto segue: il reo
doveva piegarsi in due, andare sotto una panca, gridare «Ho mentito come un cane» e infine abbaiare tre volte.
251 Il re di Polonia Jan III Sobieski (1629-1696).
252 Lechiti, antica denominazione dei polacchi (pol. Lechici o Lachy) attestata in ambito orientale nel sec. XII dalla cosiddetta Cronaca
Nestoriana e dalla storia dei suoi tempi del bizantino Joannes Kinnamos. Fu ripresa e diffusa a cavallo fra i secc. XII e XIII dallo
storiografo polacco Wincenty Kadłubek. Questa denominazione non entrò nel linguaggio comune mentre si conservò in quello di storici,
poeti e letterati.
253 Dobrzyń, località della regione della Cujavia (Kujawy), situata sulla Vistola a circa 80 chilometri a sud-est di Toruń, nei secc. XIII e
XIV zona di combattimenti fra polacchi e Cavalieri dell’Ordine Teutonico.
254 Ovvero dopo il fallimento dell’insurrezione di Kościuszko del 1794.
255 Come si vedrà più avanti, egli era il possessore di una conigliera. Tuttavia la parola polacca Królik (coniglio) significa anche
“piccolo re”.
256 Ovvero dall’invasione e l’occupazione della Polonia da parte della Svezia (il cosiddetto “diluvio”), avvenute nel 1655 e conclusesi
nel 1659.
257 Tipo di sciabola dei tempi del re di Polonia Zygmunt III Waza (1566-1632) da cui prendeva il nome e di cui recava incisa l’effigie,
oltre – solitamente – alla scritta «SIGISMUNDUS III REX POLONIAE».
258 Buńczuk, stendardo recato davanti ai condottieri dell’esercito turco, formato da un’asta adornata alla sommità da una coda
cavallina. Qui il buńczuk fa parte del bottino conquistato dagli eserciti cristiani durante la battaglia di Vienna dell’11-12 settembre
1683, che pose fine all’assedio ottomano della città. L’insegna venne fatta propria anche dall’esercito polacco, ne portava una lo stesso
re Jan III Sobieski, comandante in capo delle truppe polacco-austro-tedesche durante la battaglia di Vienna contro i turchi (1683).
Franciszek Mickiewicz, fratello del poeta, racconta nel suo diario come anche nella loro casa di Nowogródek fossero conservate armi
dell’epoca di re Sobieski.
259 Il 29 febbraio 1768, a Bar in Podolia, la nobiltà polacca diede vita a una Confederazione armata. Nell’atto di fondazione vennero
messe al primo posto la difesa della fede cattolica e l’indipendenza della Polonia. La Confederazione era rivolta contro la forzata tutela
della Russia, il re di Polonia Stanisław August Poniatowski – portato sul trono polacco nel 1764 dalla zarina Caterina II e autore di
cambiamenti costituzionali che infrangevano gli schemi della democrazia nobiliare – e le truppe russe che sostenevano il re. Fu
debellata nel 1772.
260 Antoni Tyzenhaus (1733-1785), tesoriere di Lituania, amico del re Stanisław August Poniatowski e amministratore dei suoi averi in
Lituania.
261 Vedi nota 224.
262 Nell’immaginario popolare, quando l’orso si sveglia troppo presto dal letargo appaga la fame succhiando i resti del miele sulla
zampa.
263 Michał Kleofas Ogiński (1765-1833), partecipante dell’insurrezione di Wilno del 1794, compositore, autore di famose polonaises,
nel 1810 membro del senato russo. Morì a Firenze nel 1833.
264 Vedi nota 14.
265 Vedi nota 14.
266 Ovvero con cinque famiglie di servi della gleba.
267 Verso iniziale di un canto religioso molto popolare, composto nel 1792 dal poeta Franciszek Karpiński (1741-1825).
268 Vedi nota al verso 851 del libro I delle Spiegazioni del poeta.
269 Si allude alla campagna napoleonica di Prussia, quando il 1° novembre 1806 l’esercito francese entrò nella Grande Polonia e
occupò Poznań. Il fiume Warta, affluente dell’Oder, scorre attraverso la regione (Wielkopolska), ma per entrarvi da ovest i francesi non
avevano la necessità di attraversarlo. L’espressione «attraverseremo la Warta» si trova tuttavia nella mazurca di Dąbrowski, assume
quindi il valore di uno dei tanti messaggi propagandistico-patriottici che Mickiewicz inviava ai contemporanei tramite il poema.
270 In realtà Józef Ignacy Grabowski (1791-1881), uomo politico e memorialista, inizierà la carriera militare al servizio di Napolone
solo nel novembre 1812 e diventerà capo di uno squadrone nel gennaio 1814. Nel 1806 frequentava l’università di Dresda. Solo nel
1822 acquisì i possedimenti di Łuków presso Obiezierze (a una trentina di chilometri da Poznań), che nel 1831 vedranno come ospite lo
stesso Mickiewicz, con il quale Grabowski manterrà un lungo contatto epistolare.
271 Tadeusz Tödwen, anch’egli polacco di Lituania, ufficiale delle Legioni e dell’esercito del Ducato di Varsavia. Mickiewicz lo
conobbe a Dresda nel 1832.
272 A Jena Napoleone sconfisse l’esercito prussiano il 14 ottobre 1806.
273 A Poznań.
274 Funzionari prussiani (Landrat, Hofrat) che svolgevano, rispettivamente, la funzione di capi distrettuali e consiglieri aulici.
275 Vedi nota 188.
276 Pronuncia distorta delle esclamazioni tedesche: Ach, Her Gott, o weh! (Ah, Signore Iddio, ahimè!).
277 Tiro a quattro. Dal ted. Vornagel.
278 Il riferimento va al proclama di Dąbrowski e Wybicki del 6 novembre 1806 che esortava i polacchi ad arruolarsi nell’esercito e
conteneva le parole pronunciate da Napoleone: «Vedremo se i polacchi sono degni di essere una nazione».
279 Königsberg, odierna Kaliningrad, dove nacque Immanuel Kant.
280 Fiume navigabile (odierno Pregolja) che sfocia nei pressi di Königsberg.
281 Località a 140 chilometri a sud-ovest di Minsk, odierna Bielorussia. All’epoca faceva parte dei possedimenti della famiglia
Radziwiłł.
282 Lungi dal cogliere gli stringati riferimenti di Buchman alle tesi del Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau, il vecchio Mattia li
riporta ai cosiddetti Kontrakty, ovvero alle adunanze della nobiltà che, a partire dal sec. XVI, si svolgevano una volta all’anno a Kiev o a
Mińsk durante le fiere e in cui si concludevano le transazioni commerciali.
283 Nella seconda metà del sec. XVI, a Babin, nei pressi di Lublino, un gruppo di nobili capitanato dal giudice e proprietario del
villaggio di Babin Stanisław Pszonka fondò la cosiddetta Repubblica di Babin, ovvero un’istituzione di stampo letterario-goliardico che
imitava in modo caricaturale la struttura dello stato polacco. Le cariche statali ed ecclesiastiche venivano assegnate sulla base della
millantata competenza, secondo il principio: «Omnis homo mendax». Si conservano ancora oltre 400 “storie” narrate dai membri della
Repubblica, in buona parte ispirate ai testi boccacciani e rabelaisiani.
284 La Brigata di Kowno comandata dal generale Chlewiński si distinse per ardimento durante l’insurrezione di Jasiński nell’aprile
1794.
285 Era questa la formula che i deputati pronunciavano alla Dieta per esprimere il loro veto e interrompere la seduta. Il liberum veto
era stato abolito nella Costituzione del 1791, ma rimaneva vivo nella coscienza politica dei nobili.
286 Una zia paterna di Mickiewicz aveva sposato uno Stypułkowski.
287 Nella battaglia di Grunwald del 15 luglio 1410 l’esercito polacco-lituano sconfisse i Cavalieri dell’Ordine Teutonico comandati dal
gran maestro Ulrich von Jungingen, ucciso nel combattimento.
288 Ulteriore nomignolo di Gervaso.
289 Ciò accadeva solo in particolari occasioni, come ad esempio per la raccolta delle messi.
290 Così era chiamata la prima classe elementare.
291 I cacciatori della fanteria russa.
292 Località sul fiume Niemen, a circa 30 km a ovest di Nowogródek.
293 Fiume che nel suo corso inferiore segnava il confine fra Ducato di Varsavia e Russia.
294 Verosimilmente un nipotino. Suri è un diminutivo di Sara.
295 Figlioli nella parlata ebraica.
296 Lo scopo principale dell’Ordine delle Scuole pie era quello – in concorrenza con le scuole dei Gesuiti – di istruire ed educare la
gioventù. Nel 1740 gli scolopi fondarono a Varsavia il Collegium Nobilium, una delle migliori università polacche del tempo.
297 Nel sec. XVIII la farina più pregiata veniva prodotta nei mulini della località di Marymont, oggi quartiere di Varsavia.
298 Forse l’episodio si ispira alla scorreria organizzata nel 1770 dal conte Józef Niesiołowski (già citato da Mickiewicz nel poema, vedi
le Spiegazioni al libro I, v. 790) nelle località di Nowa Mysz e Stara Mysz nel distretto di Nowogródek, quando occupò a mano armata le
tenute di proprietà della moglie. Samuel Wołk-Łaniewski, proprietario di vari possedimenti fra i quali il villaggio di Łogumowicze presso
Oszmiana, era noto per la crudeltà che mostrava nei confronti dei suoi contadini.
299 Il fatto è storicamente accertato, ma avvenne in tempi diversi, ovvero durante l’insurrezione polacca del 1830-1831, quando gli
insorti organizzarono contro Wołk una spedizione punitiva ma questi, avvertito dai suoi contadini, riuscì a fuggire.
300 Nel Sejm le votazioni erano a scrutinio segreto, e consistevano nel gettare nell’urna una biglia bianca o una biglia nera, in segno
di approvazione o opposizione.
301 Il poeta inserisce scherzosamente i nomi dei suoi più cari amici degli anni di università trascorsi a Wilno, Tomasz Zan e Jan
Czeczot.
302 I laghi che cantano fanno parte delle leggende popolari del Caucaso.
303 Così Stryjkowski nella citata Cronaca di Polonia. Vedi nota 153.
304 Verosimilmente si allude all’ammasso delle Pleiadi.
305 Località a una cinquantina di chilometri a est di Nowogródek.
306 Allusione all’arrivo di Napoleone.
307 Il re Stanisław August Poniatowski.
308 Elżbieta Puzynina nata Ogińska (m. 1767) nell’anno della sua morte donò all’Osservatorio di Wilno ingenti somme di denaro per il
suo mantenimento e l’acquisto di strumenti astronomici.
309 Franciszek Ksawery Branicki (1730-1819), gran etmano della Corona, uno dei capi della Confederazione di Targowica (vedi nota
224). Nell’ottobre del 1791 a Jassy, antica capitale della Moldavia (odierna Iaşi in Romania), si svolse un raduno di aristocratici filorussi
ostili alla nuova Costituzione polacca in presenza del principe Potëmkin, comandante in capo dell’esercito russo. A Jassy nacque il
progetto della futura Confederazione di Targowica.
310 Non vi è alcun membro della celebre famiglia polacco-lituana dei Sapieha che risponda a queste caratteristiche biografiche.
311 Durante la battaglia di Vienna del 12 settembre 1683, che portò alla liberazione della città assediata dagli ottomani grazie
all’intervento dell’esercito polacco guidato dal re Jan III Sobieski, il gran etmano della Corona Stanisław Jan Jabłonowski (1634-1702)
comandò l’ala destra dell’esercito ricacciando prima i tartari e poi la cavalleria turca.
312 Il re Jan III Sobieski.
313 I personaggi citati in questa scena, che Mickiewicz ammanta di leggenda, sono il nunzio pontificio Opicio Pallavicini e
l’ambasciatore austriaco Karl Ferdinand Waldstein, polonizzato in Wilczek. In realtà l’ambasciatore era Philip von Thurn.
314 Si tratta della ben nota cometa scoperta da Edmond Halley.
315 In realtà in questo panegirico latino del gesuita Wojciech Bartochowski (1648-1708), pubblicato nel 1684, la cometa non viene
menzionata. Fu composto in occasione dell’ingresso trionfale di re Sobieski a Cracovia dopo la vittoriosa battaglia di Vienna.
316 Janina, nome dell’emblema nobiliare della famiglia Sobieski, è anche il titolo di un’opera di Jakub Kazimierz Rubinkowski (1668-
1749) pubblicata nel 1739. Si tratta di una biografia idealizzata e di una descrizione delle gesta guerresche di Jan III Sobieski.
317 Adam Kazimierz Czartoryski (1734-1823), uomo politico, scrittore, mecenate, comandante del corpo dei cadetti, deputato della
regione di Wilno al Parlamento.
318 Czartoryski stesso fu autore di pièces teatrali e possedeva un teatro nella sua dimora di Puławy.
319 Józef Kaszyc coppiere di Smolensk, proprietario del villaggio di Jatra nei pressi di Nowogródek. Suo nipote Józef, tenente
colonnello di cavalleria durante l’insurrezione del 1830 e poi emigrato a Parigi, era conoscente stretto di Mickiewicz.
320 Vedi nota 259.
321 Per Ogiński vedi nota 117. Stanisław Sołtan (1756-1836), maresciallo della corte di Lituania. La sua residenza era a Zdzięcioł
(odierna Dziatlava in Bielorussia), località a un’ottantina di chilometri a sud-ovest di Nowogródek.
322 Secondo la tradizione, si fa risalire la famiglia Czartoryski alla località di Czartorysk nad Styrem a circa 70 chilometri da Łuck
(odierna Ucraina). Nella seconda metà del sec. XIV il villaggio apparteneva a Korygiełło (Konstanty), figlio del granduca di Lituania
Olgierd Giedyminowic e fratello del futuro granduca di Lituania e re di Polonia Władysław Jagiełło.
323 Vedi nota 59.
324 Vedi nota 292.
325 Un particolare tipo di tappeto orientale detto kobierzec era estremamente diffuso nelle dimore della nobiltà polacca, e usato sia
come elemento decorativo sulle pareti delle stanze che come normale tappeto da pavimento. Su questo tipo di tappeto era d’uso
celebrare sposalizi e fidanzamenti.
326 La fintamente violenta reazione di Telimena, da Mickiewicz definita «novella Didone» nei titoli di presentazione del libro VIII,
all’abbandono da parte di Taddeo trova il suo corrispondente epico nella vicenda del libro IV dell’Eneide, che vede come protagonisti
Enea nell’atto di partire e appunto la regina di Cartagine Didone. «Ah perfido! celar dunque sperasti / una tal tradigione, e di nascosto /
partir de la mia terra? E del mio amore, / de la tua data fé, di quella morte / che ne farà la sfortunata Dido, / punto non ti sovviene e non
ti cale?/ […] / ov’è qua giù più fede? / E chi più la mantiene?». Virgilio, Eneide, cit., p. 151, vv. 440-445, 532-533. Numerosi sono gli
addentellati anche con la scena dell’abbandono di Armida da parte di Rinaldo nel canto XVI della Gerusalemme liberata.
327 Si tratta della versione locale e individuale (mickiewicziana) della rusalka, la divinità dei laghi e dei fiumi della mitologia slavo-
russa. Deriva dal nome del lago di Świteź, a una ventina di chilometri dal luogo natio di Mickiewicz. Il nome Świtezianka – fanciulla del
lago di Świteź – trovò diffusione grazie all’omonima ballata del poeta, pubblicata nel 1822.
328 Forma polacca del termine lituano Gyvate (serpente). Secondo le credenze popolari gli antichi lituani nelle loro proprietà
allevavano un serpente, simbolo della felicità domestica. Mickiewicz ne teneva uno nelle sue stanze di Parigi.
329 Allusione all’antico pregiudizio popolare secondo cui gli ebrei spillavano il sangue dei bambini cristiani per fare il pane azzimo
consumato durante la festa di Pesach.
330 Vedi nota 207. L’atto dell’“intromissione” veniva compiuto in presenza di due testimoni appartenenti alla nobiltà.
331 «Ivi al fratello della Morte, al Sonno / n’andò». Omero, Iliade, cit., libro XIV, p. 306, vv. 282-283.
332 Località fittizia e significante, dal verbo polacco dzierać. Corrispondente all’incirca ad “Arraffopoli”.
333 In russo il termine plut indica un astuto mariuolo.
334 Lo Statuto lituano, ovvero la legislazione vigente nel Ducato di Lituania dal sec. XVI al 1840.
335 Bastone alla cui estremità era attaccata una treccia di cuoio terminante con un anello di rame, al quale erano legate strisce di
cuoio munite di punte o ganci. Strumento di tortura usato in Russia fino al 1845.
336 Le leggi marziali entreranno in vigore in Lituania solo qualche mese dopo.
337 Lo strano caprone che guida la strada ai nobili polacchi che tra poco combatterano contro i soldati russi riporta alla mente, oltre
agli stratagemmi dell’epica omerica come il cavallo di Troia, il caprone «venuto da occidente» presente in una delle visioni del libro
profetico di Daniele. All’animale crescono quattro corna dopo avere annientato il montone che «cozzava a occidente, a settentrione, a
mezzogiorno» (Daniele, 8). Allo stesso Daniele viene rivelato il senso della profezia: il montone sconfitto rappresenta «i re della Media e
della Persia», il caprone a quattro corna «il re della Grecia», ovvero Alessandro Magno. La critica nota altresì come gli antichi
questuanti a volte avessero con sé un montone addomesticato, e sottolinea come a volte i montoni chirghisi possiedano quattro corna.
Cfr. Pigoń, Introduzione, cit., p. 426.
338 Cognomi diffusi fra le famiglie nobili lituane.
339 Il gesuita Józef Baka (1707-1780) fu autore di versi devozionali che intendevano fustigare i peccatori ed evidenziare l’ineluttabilità
della morte tramite la descrizione di una barocchizzante e grottesca danza macabra in versi rozzamente ingenui, almeno per i gusti
dell’epoca illuministica. Nei versi 231-236 di Messer Taddeo fra’ Verme fa uso appunto di frammenti di Uwagi śmierci