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Giornale di Sicilia 3 Maggio 2007

Duplice omicidio ad Agrigento


Dopo 12 anni scattano 8 arresti
AGRIGENTO. Quando si dice l'ironia della sorte: nel 1993 si adoperò per tenere
prigioniero nell'Agrigentino il piccolo Giuseppe Di Matteo. Due anni dopo fece la sua
stessa fine e venne sciolto nell'acido insieme al suo fedele amico imprenditore, Antonio
Costanza di Favara. Si chiamava Antonio Di Caro, non era uno qualsiasi. Suo padre
Giuseppe era - come di dice - un pezzo da novanta, fedelissimo di Riina, Bagarella e
Provenzano con i quali ha scritto (insieme ai Ferro) pagine miliari della storia della mafia
di Canicattì. Lui mafioso lo è diventato per derivazione biologica: era simile al padre per
carattere e temperamento. A queste qualità, intrise fin dentro i cromosomi, aveva poi
aggiunto una laurea in Agraria e per questo veniva chiamato 'u dutturi. Era, insomma, un
colletto bianco. Venne ucciso insieme all'amico il 25 giugno del 1995, l'accusa era la più
infamante: alto tradimento. Dodici anni dopo la direzione distrettuale di Palermo ha
scoperto mandanti ed esecutori. I provvedimenti sono stati notificati, in diverse carceri, a
Giuseppe Vetro di Favara, Leoluca Bagarella di Palermo, Giuseppe Gambacorta di Porto
Empedocle, Arturo Messina di Agrigento, Giovanni Aquilina e Vincenzo Licata, entrambi
di Grotte, Giuseppe Fanara di Santa Elisabetta.
Determinanti le rivelazioni fatte dal boss di Porto Empedocle Luigi Putrone (reo
confesso), diventato collaboratore di giustizia dopo essere stato catturato nella repubblica
Ceca. I provvedimenti sono stati notificati dalla Squadra Mobile e dal Reparto Operativo
dei carabinieri di Agrigento. Ulteriori particolari sulla vicenda, e sul contesto in cui i due
delitti maturarono, verranno resi noti stamattina dal procuratore della Dda Annamaria
Palma e dal sostituto Costantino De Robbio che hanno condottole indagini. Secondo
quanto è emerso dalla indagini, suffragate anche dalle dichiarazioni di Giovanni Brusca,
l'omicidio di Antonio Di Caro venne deciso da Cosa nostra perchè tra i boss si era sparsa
la voce che il rampollo della famiglia di Canicattì avesse facilitato la cattura dell'ex capo
di Cosa nostra agrigentina, Salvatore Fragapane, fermato dai carabinieri ad inizio del 1995
dopo un conflitto a fuoco in un casolare di campagna a Casteltermini. Ma ancor di più - lo
rivela un pentito palermitano - avrebbe favorito anche la cattura di Leoluca Bagarella. Due
atroci sospetti che giustificarono il ricorso alla violenza più efferata. Antonio Di Caro
venne attirato in un tranello a Palermo insieme ad Antonio Costanza, considerato un
complice. E per i due fu scelta la stessa fine. A quell'omicidio, secondo il racconto dei
pentiti, avrebbe assistito (in una sorta di iniziazione mafiosa) anche Giovanni Riina, il
figlio di Totò 'u curtu. Un'uccisione che ebbe anche dei momenti di rara crudeltà, come
quando Brusca strappò dal polso di Di Caro, il cui corpo era stato appena immerso
nell'acido, un orologio di grande valore, un Ebel. Per una strana coincidenza, sia le due
vittime che buona parte delle otto persone raggiunte da custodia cautelare hanno avuto un
ruolo nella carcerazio ne del piccolo Giuseppe Di Matteo. Una sorta di maledizione per chi
ha profanato quel sangue innocente. Il piccolo venne consegnato da Giovanni Brusca ad
Antonio Di Caro nell'area di servizio Tre Monzelli sulla autostrada Palermo-Catania. Luigi
Putrone fu uno dei primi carcerieri, insieme a Giuseppe Gambacorta. Antonio Costanza fu
quello che procurò, alle porte di Favara, la villetta-prigione dove il figlio di Santino Di
Matteo venne tenuto incatenato alla sbarra del letto. Giuseppe Fanara è, invece, il succes-
sore di Fragapane al vertice di Cosa Nostra, Arturo Messina il rappresentante del
mandamento di Agrigento. Giovanni Aquilina e Vincenzo Licata sono invece uomini di
spicco della consorteria agrigentina e fedelissimi dell'ex capo Maurizio Di Gati, diventato
pentito dopo l'arresto.
I corsi ed i ricorsi storici si ripetono. Nella recente operazione “Camaleonte” è stato
arrestato Calogero Costanza, figlio di Antonio. Sulle orme del padre avrebbe iniziato a
fare affari con la mafia. Secondo la Dda è l'uomo di punta dell'organigramma che pone al
centro Giuseppe Falsone, il nuovo capo provincia di Agrigento. È latitante da otto anni.

Alfonso Bugea

EMEROTECA ASSOCIAZIONE MESSINESE ANTIUSURA ONLUS

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