Sei sulla pagina 1di 3

La vergogna verso mons.

Shao Zhumin, vescovo sequestrato dalla polizia

di Bernardo Cervellera

Ce lo aspettavamo. La notizia dell’ennesimo arresto – il quinto in due anni – di mons. Pietro


Shao Zhumin, vescovo di Wenzhou, è passata sotto silenzio. Eccetto per alcuni media
spagnoli e inglesi, e qualche raro sito italiano oltre ad Asia News, sembra che trascinare un
vescovo, molto noto in Cina per la sua dirittura e il suo coraggio, a subire decine di giorni di
indottrinamento come ai tempi della Rivoluzione culturale, non sia una notizia degna di nota,
anzi qualcosa di fastidioso, che vale la pena far tacere.

Mi chiedo cosa succederebbe se un bravo vescovo italiano, mettiamo il simpatico mons.


Matteo Zuppi di Bologna, venisse rapito da un gruppo di fondamentalisti islamici per
indottrinarlo e farlo musulmano, beninteso, senza torcergli un capello, come avviene per
mons. Shao. Immagino che tutte le prime pagine porterebbero titoli cubitali. Nel caso del
vescovo di Wenzhou non si tratta di fondamentalisti islamici, ma di fondamentalisti
“dell’indipendenza”: essi vogliono convincere il vescovo che appartenere all’Associazione
patriottica, che vuole costruire una Chiesa “indipendente” dalla Santa Sede, è un bene per
lui, per la Chiesa e per il mondo.

Dal punto di dogmatico, rimane sempre vero quanto detto da Benedetto XVI nella Lettera ai
cattolici cinesi, che lo statuto dell’AP è “inconciliabile con la dottrina cattolica”. E varie volte,
in passato, papa Francesco ha detto che la Lettera di Benedetto XVI “è ancora valida”.

Appartenere all’AP, poi, mette tanti limiti alla vita di un vescovo: controlli 24 ore su 24; verifica
e richiesta di permessi per visite pastorali e per incontrare ospiti; requisizione per settimane
e mesi per partecipare a convegni di indottrinamento sulla bontà della politica religiosa di
Pechino.

Io credo che il silenzio dei media – specie dei media cattolici – nasca anzitutto dalla
vergogna. Pochi mesi fa, il 22 settembre, essi hanno così tanto esaltato l’accordo fra la Cina
e la Santa Sede, da dare l’impressione che d’ora in poi tutto sarebbe stato in discesa.
Ammettere invece che per la Chiesa in Cina vi sono ancora molti problemi di persecuzione
rappresenta uno smacco che – è comprensibile - si fa fatica a confessare.

Se poi all’arresto del vescovo aggiungiamo le chiese chiuse e sigillate, le croci distrutte, le
cupole rase al suolo, i santuari demoliti, il divieto imposto dalla polizia ai minori di 18 anni
di andare in chiesa o partecipare al catechismo, ci si accorge che l’accordo sulle nomine dei
vescovi – come abbiamo detto in passato – è buono perché evita il sorgere di vescovi
scismatici, ma lascia intatta la situazione in cui l’AP e il Fronte Unito si percepiscono i veri
capi della Chiesa cattolica in Cina (e non il papa). Questo è confermato dalle lezioni che i
due organismi stanno svolgendo in molte regioni della Cina, in cui a preti e vescovi
ribadiscono che “nonostante l’accordo sino-vaticano”, la Chiesa deve continuare ad essere
“indipendente” dal papa e dalla Santa Sede.
Purtroppo l’accordo “provvisorio”, non pubblicato e segreto, permette alla Cina di dare la
propria interpretazione. Fronte unito e AP costringono sacerdoti e vescovi ad iscriversi alla
Chiesa “indipendente” dicendo che “il papa è d’accordo con noi”, tanto che diversi cattolici
sotterranei sospettano con amarezza che il Vaticano li abbia abbandonati nella tormenta.

Qualcuno dei cosiddetti “esperti” della Cina minimizza i fatti di persecuzione, dicendo che
essa avviene solo in “pochi luoghi”. In realtà si registrano persecuzioni in molte regioni:
Hebei, Henan, Zhejiang, Shanxi, Guizhou, Mongolia interna, Xinjiang, Hubei… E di sicuro ci
saranno altri luoghi che non sono riusciti a diffondere notizie.

Un'altra informazione riduttiva sta nel dire che queste cose avvengono in periferia, ma che
al centro, a Pechino, si vuole davvero che l’accordo funzioni. Rimane il fatto che dall’ottobre
scorso, dopo il congresso del partito comunista, Fronte unito e AP sono sotto il diretto
controllo del partito: è praticamente impossibile che il centro – a cominciare da Xi Jinping,
segretario generale del partito –non sappia quello che avviene in periferia, con casi così
eclatanti che scuotono la comunità internazionale.

Oltre alla vergogna, credo che a spingere al silenzio vi siano altri due motivi.

Il primo è una specie di “complesso papolatrico”. Siccome papa Francesco è un sostenitore


dell’accordo con la Cina e un coraggioso fautore del dialogo con la cultura cinese, sembra
che mettere in luce le persecuzioni sia un’offesa al pontefice. A parte il fatto che papa
Francesco ha sempre sottolineato che lui ama la schiettezza e non l’adulazione, egli ha
sempre detto che il dialogo si fa fra due identità, non tacendo la propria e se la propria
identità è fatta di martiri, non la si può nascondere. […]

Il secondo motivo potrebbe riguardare soprattutto i media cosiddetti laici, per un


“complesso mercatolatrico”, di divinizzazione del mercato cinese. Si tace su persecuzione e
arresti perché sono troppo “piccola cosa” a confronto della guerra dei dazi fra Cina e Stati
Uniti e del futuro da superpotenza dell’Impero di Mezzo. I media e le librerie sono pieni di
articoli e libri che osannano Pechino, o la sviliscono, a seconda che si parteggi per la Cina o
per gli Stati Uniti. In tal caso, non ci si accorge che la libertà religiosa di un Paese è segno
della sua “bontà”. Proprio papa Francesco, incontrando il 5 novembre scorso il World
Congress of Mountain Jews ha detto che “la libertà religiosa è un bene sommo da tutelare,
un diritto umano fondamentale, baluardo contro le pretese totalitariste”. Perciò, chi vuole
davvero libertà di commercio in Cina, dovrebbe difendere anzitutto la libertà religiosa. Ne
sanno qualcosa diversi grandi imprenditori cinesi che, pur volendo commerciare e investire
all’estero, devono obbedire alle restrizioni del governo centrale. Mons. Shao Zhumin non è
dunque una “piccola cosa”, ma il segno di come la Cina si sta evolvendo.

Vale la pena ricordare un’ultima cosa: mons. Shao Zhumin è vescovo di una Chiesa ormai
unificata, dove non c’è più la divisione fra cattolici ufficiali e sotterranei, proprio quello che
sperava papa Francesco nel suo Messaggio ai cattolici della Cina e del mondo, pubblicato
pochi giorni dopo l’accordo. Eppure, l’AP, oltre a sequestrare il vescovo, in questi giorni ha
proibito a sacerdoti “ufficiali” di andare a rendere omaggio alle tombe di sacerdoti e vescovi
“sotterranei”. E questo è il segno che la divisione nella Chiesa cinese non è voluta anzitutto
dai cattolici, ma dal partito comunista. Questa politica, che dura da 60 anni, non ci sembra a
favore dell’evangelizzazione della Cina, ma – come detto tante volte in passato dalla stessa
AP – è un passo verso la soppressione di tutti i cristiani.

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/11/15/sinodalita-in-fumo-esercizi-
di-monarchia-pontificia-in-stati-uniti-e-cina/