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Il libro

Macchie di sangue rosso vivo


sulla neve bianchissima, e a
Hagfors, paesino di poche anime
nel sud della Svezia, la consueta
tranquillità si spezza
all’improvviso. È la sera di San
Silvestro quando Hedda Losjö,
appena una ragazzina, esce per
andare a una festa e scompare
senza lasciare tracce. Pochi giorni
dopo, in uno scantinato,
un’adolescente viene ritrovata
senza vita, uccisa con un colpo di
arma da fuoco alla nuca. Ma non
si tratta di Hedda: nessuno
reclama il corpo, e sembra che
quella ragazzina, morta così
tragicamente, sia arrivata dal
nulla. La cittadina, con il suo lago
e i boschi silenziosi, non ha mai
visto tanta violenza. E dire che
Magdalena Hansson, lasciato il
lavoro di giornalista di cronaca a
Stoccolma, è tornata a viverci
sperando di trovarvi la serenità, e
di liberarsi dal peso di un segreto
che non ha mai voluto raccontare
a nessuno.
Ma quando viene rinvenuto
anche il corpo di Hedda, di fronte
ai due casi insoluti, e forse
intrecciati, Magda, parallelamente
alle indagini della poliziotta Petra
Wilander, decide di investigare.
Scoprirà che sotto la superficie
delle apparenze, liscia e
ingannevole come quella
ghiacciata del lago, si nasconde
una verità terribile. Una verità
che riguarda tutti gli abitanti di
Hagfors, e che cambierà
inesorabilmente le loro vite vuote
e perfette. Nella tradizione di
Camilla Läckberg, La bambina
con la neve tra i capelli unisce
alla suspense e ai colpi di scena le
storie profondamente umane di
una comunità dove il male si
annida dietro l’ordine e il silenzio.
E dove l’orrore si mescola al
sangue e alla neve.
L’autore

Ninni Schulman è nata


nel 1972 a Lesjöfors,
in Svezia. Dal 1995
lavora come
giornalista, e si è occupata di
diversi casi di cronaca nera.
Abita a Stoccolma ma
trascorre le estati nella tenuta
di campagna della famiglia
fuori Hagfors. Questo è il suo
primo romanzo, che avrà
presto un sequel.
NINNI SCHULMAN

LA BAMBINA
CON LA NEVE
TRA I CAPELLI
Traduzione di Roberta Nerito
A Signe e Sven
GLI bastò aprire il bagagliaio,
slegarle la corda intorno alle
caviglie sottili e indicarle la casa.
Lei s’incamminò verso la collina.
Senza protestare. Senza piangere.
Si era già arresa, oppure non
aveva più la forza di urlare.
Era diventato buio velocemente.
Non vedeva il lago, però sentiva il
rumore delle motoslitte che
scivolavano sulla superficie
ghiacciata. Dovevano essere
almeno due. Dannazione, questo non
l’aveva previsto.
Notò i minuscoli fiocchi di neve
sulla sua coda di cavallo e si
accorse che lei faceva fatica a
mantenere l’equilibrio, visto che
aveva le mani legate dietro la
schiena. Nonostante fosse molto
magra, il ghiaccio si spezzò diverse
volte sotto il suo peso; lei però non
disse nulla, limitandosi ad
ansimare.
Una volta si girò per cercare di
incrociare il suo sguardo, ma lui si
impose di non aiutarla. La spinse in
avanti: doveva farla finita prima
che arrivasse qualcuno.
Si gelava, il fiato usciva in
nuvole dense e bianche dalla bocca,
eppure l’uomo sudava
abbondantemente. Non poteva fare
a meno di guardarsi attorno di
continuo, anche se in quel modo
rischiava di perdere l’equilibrio
pure lui.
Cosa faccio?
Ad alcuni metri dalla casa la
neve la inghiottì di nuovo, e
stavolta lei sprofondò fino alla
coscia… Allora lui estrasse la
pistola. Quando si sfilò il grosso
guanto per prendere la mira gli
tremavano le mani.
Un colpo.
Lei cadde in avanti e restò
immobile, il viso affondato nella
neve fresca. Dalla bocca le uscì
soltanto uno strano gorgoglio, un
suono che lui non aveva mai sentito.
Per evitare la vista del sangue
che le sgorgava dalla nuca, l’uomo
si affrettò a tornare alla macchina a
lunghe falcate.
Sta’ calmo, adesso. Non farti
prendere dal panico.
Mentre tirava fuori la pala dal
bagagliaio sussultò in preda a un
brivido, come se avesse la febbre.
La maglia, madida di sudore, gli
aderiva alla pelle.
Si era chiesto a lungo dove
avrebbe nascosto il cadavere. La
soluzione migliore gli era sembrata
portarlo in un posto sicuro e poi
seppellirlo subito dopo il disgelo.
Quella notte l’aveva trovata un’idea
logica, ma ora non ne era più così
convinto. Come avrebbe fatto a
tornare, a entrare lì dentro e…
Eppure non aveva alternative.
Lei era già morta.
Davanti alla cantina interrata la
neve era dura e compatta, e per
spalarla via gli occorse molto più
tempo di quel che pensava. Quando
ebbe finito, un velo di neve fresca
si era già posato sul cadavere come
cipria impalpabile.
Appoggiò la pala al muro, da
bravo padrone di casa che ha
portato a termine il suo lavoro,
sganciò il grosso catenaccio e aprì
la porta, quindi tornò da lei con
cautela, come se all’improvviso
avesse potuto alzarsi e guardarlo
dritto negli occhi.
Le gambe erano bloccate nella
neve, così dovette scavare attorno
alle cosce con le mani. La crosta
ghiacciata che gli graffiò i polsi gli
riportò alla mente i fortini di neve
che costruiva da bambino. Quando
il buco gli parve abbastanza ampio,
la afferrò da sotto le ascelle e la
sollevò. Il sangue, denso e nerastro,
si era già congelato fra i capelli, e
l’occhio destro sembrava
trapassarlo e fissare gli abeti dietro
di lui. Il resto del viso era
irriconoscibile.
Dopo averla tirata fuori, iniziò a
spogliarla e ad ammucchiare i
vestiti. Era veramente magra,
pensò, sotto i piccoli seni si
vedevano le costole.
Mentre estraeva i sacchi neri e
lo spago di plastica dalla tasca udì
le motoslitte avvicinarsi.
Merda!
Senza pensarci due volte
l’afferrò per le caviglie e iniziò a
trascinarla verso la cantina, che
odorava di terra e di freddo. Da
piccolo non aveva mai avuto il
coraggio di entrarci, aveva troppa
paura dei ragni.
Il pavimento era sgombro e
pulito, e contro una parete c’era uno
scaffale basso con un paio di
scatole di gamberi dimenticate in un
angolo. Portò il corpo nel punto più
buio e infine uscì. Doveva
andarsene subito.
Il rombo delle motoslitte
aumentò d’intensità, ormai
dovevano aver raggiunto la riva.
Pensò al sangue sulla neve e
all’auto parcheggiata in strada.
La neve e il ghiaccio si erano
ammassati sia sul cardine inferiore
sia sotto la porta della cantina, e
ora era impossibile richiuderla.
Imprecò a denti stretti cercando
di liberarla con la pala.
Quando infine si arrese rimaneva
ancora una fessura di dieci
centimetri. Con un certo fastidio si
accorse anche di avere il petto e le
maniche della giacca imbrattati di
sangue.
Coprì con la neve le macchie
davanti alla casa, poi raccolse i
vestiti. Quanto alla striscia rosso
chiaro che correva fino alla porta
della cantina, non ebbe il tempo di
rimediare. In ogni caso ce l’aveva
fatta, pensò mentre si precipitava
verso l’auto.
Era finita.
1

MAGDALENA Hansson brindò al


proprio riflesso nel vetro della
finestra.
«Allora buon anno. Buon anno
nuovo di merda.»
Abbozzò un sorriso ironico,
bevve un sorso di vino e incrociò
ancora il proprio sguardo come se
fosse a una festa, ma poi il sorriso
si cristallizzò e lei restò immobile.
Si era legata i capelli sporchi in una
coda di cavallo per essere più
comoda mentre si muoveva fra gli
scatoloni del trasloco. Persino nel
riflesso, attraverso i fiocchi di
neve, si distinguevano le occhiaie e
le macchie di pittura sulla vecchia
tuta.
Spense la lampada per poter
osservare meglio il giardino
innevato. Non si vedevano né il
lago né il pontile. Al confine della
proprietà c’era un cespuglio di
lamponi piuttosto alto; riusciva a
scorgere anche i due meli e altri
arbusti, ma si era dimenticata di
chiedere che piante fossero.
L’estate le pareva talmente lontana,
quando aveva firmato il contratto!
Lontana in tutti i sensi...
Se domani riesco a uscire di qui
vado a comprarmi una vanga per
spalare, pensò.
Accese di nuovo la luce, bevve
un altro sorso e poi posò il
bicchiere su uno scatolone.
Il lettino sembrava così
solitario, lì nell’angolo! Cercando
invano di rievocare l’immagine di
Nils che dormiva con il suo
pigiama dell’Uomo Ragno,
Magdalena tornò a sistemare i libri
per bambini nello scaffale
sforzandosi di tenere i pensieri
sotto controllo. Aveva quasi
svuotato uno scatolone intero
quando in fondo vide l’album di
Hanoi.
Lo sollevò lentamente e
accarezzò la copertina imbottita,
che aveva cucito durante i
sonnellini pomeridiani di Nils nel
corso di quel primo inverno passato
insieme. Poi sciolse il nastro e si
accasciò a terra.
Eccolo lì, il loro bel bambino, in
una tutina di spugna gialla dentro la
culla data dall’orfanotrofio, mentre
piangeva a dirotto nella stanza
d’albergo la prima notte e poi
mentre dormiva, sfinito, il nasino
all’insù schiacciato contro il collo
di Ludvig.
Non si accorse delle lacrime
finché una cadde sulla fotografia
del loro viaggio di ritorno.
A quel punto squillò il telefono.
Magdalena balzò in piedi e
iniziò a cercare il cordless,
asciugandosi il viso con la manica
del maglione. Alla fine lo trovò
sopra una pila di lettere sul tavolo
della cucina.
«Pronto?»
«Ciao, Magda, sono Gunvor.
Gunvor Berglund.»
«Ehi, ciao!» rispose Magdalena
ricacciando indietro il pianto. «Che
bello sentirti.»
«Ti disturbo?»
«No, no, assolutamente.»
«So che è un invito improvviso,
ma ho visto la luce accesa e così ho
pensato di chiederti se avevi voglia
di venire qui. Insomma, siamo
diventate vicine...»
Magdalena si accorse con
stupore di provare una grande
sensazione di sollievo.
«Sarebbe bellissimo, grazie. In
realtà dovrei cominciare a mettere
un po’ a posto la casa, ma vengo
volentieri.»
«Bene! Niente di speciale, siamo
solo noi tre. Ah, ho mandato lì
Bengt a spalare un po’ di neve, solo
stasera ne sono caduti venti
centimetri...»
Magdalena si sporse sul tavolo
per guardare fuori dalla finestra: in
effetti sul vialetto davanti al garage
c’era proprio Bengt con un berretto
di lana calcato sulla fronte. Bussò
sul vetro e mimò un gesto di
ringraziamento.
«Ti aspetto per le otto», le disse
Gunvor.
«Okay, grazie. Ci vediamo
dopo.»
Magdalena chiuse la
conversazione e si sedette.
«Andrà tutto bene», mormorò.
Questa volta ne era quasi
convinta.

Davanti allo specchio


dell’ampia camera da letto, Ernst
Losjö si annodò la cravatta con
gesti abili. Gabriella avrebbe avuto
da ridire sulla sua scelta, magari
perché non era in tinta con l’abito
che indossava lei. Forse avrebbe
dovuto informarsi prima, ma ormai
non gliene importava: intendeva
dirle che non potevano più andare
avanti così, che la vita che facevano
non aveva senso. Ma non poteva,
non l’ultimo dell’anno.
Regolò il nodo, s’infilò la giacca
e si pettinò i capelli ormai quasi
completamente grigi, quindi restò lì
a osservare la stanza come se fosse
la prima volta che la vedeva. Il
letto matrimoniale dalla testiera
bianca, il parquet grigio chiaro, le
tende di lino. Si domandò quante
volte una persona potesse rinnovare
la propria casa nell’arco di una
vita. Gabriella passava ore e ore a
rimuovere vecchie carte da parati e
linoleum consumati, a pulire il
parquet, a lucidare e tinteggiare nel
vano tentativo di far sembrare tutto
genuino e autentico, ma il risultato
era sempre opprimente.
Prendo lo stretto necessario e mi
sistemo in albergo per qualche
notte, pensò. Poi mi cerco un
appartamento in centro a Hagfors.
Per adesso Hedda starà qui con
Gabriella.
Prima però dovevano mettere in
scena quella farsa, e lui avrebbe
dato il meglio di sé. Gabriella
aveva organizzato la festa da tempo,
e non intendeva rovinargliela. Di
sotto, sul tavolo da pranzo, c’erano
vassoi pieni di tartine assortite e
file ordinate di bicchieri di
champagne. No, si disse, non sono
un mostro, le cose bisogna farle per
bene.
Ernst uscì e scese la larga scala
che per l’occasione era stata dipinta
di bianco. Nell’ingresso Gabriella
era intenta ad accendere i lumini
nelle lampade a muro che lui aveva
ereditato dallo zio Wilhelm.
Indossava un abito di seta scollato e
aveva raccolto i lunghi capelli in
una sofisticata acconciatura. Un
tempo gli piaceva togliere a una a
una le forcine dalla bellissima
chioma che poi le ricadeva sulla
schiena come una morbida cortina,
ma ora la trovava soltanto patetica.
«Come ti sei fatta bella», le
disse.
Non sono un mostro.
«Grazie.»
Gabriella spense il fiammifero e
si voltò verso di lui. La ruga sulla
fronte si fece di colpo più profonda.
«La cravatta. Pensavo…»
«Ormai ho messo questa.»
Ernst la superò ed entrò in
salotto: le candele erano già state
accese e il fuoco scoppiettava nel
camino. Come ho potuto
acconsentire a comprare quella
pelle d’orso bianco? pensò.
Almeno l’avessi ucciso io… Ma
no, cosa dico, non sarebbe stato
meglio nemmeno in quel caso.
Gabriella comparve reggendo
l’ennesimo vassoio, che posò sul
tavolo da pranzo.
«Chissà cosa sta facendo
Hedda», disse. «Meno male che
l’hanno invitata a quella festa…»
«Già, hanno fatto bene a
chiamarla», replicò Ernst. «Da chi
è andata?»
«Da una compagna di classe,
credo. Per fortuna le ha
accompagnate Samuel.»
«Le va a riprendere lui, poi?»
«No, sta a dormire dalla sua
amica.»
Ernst annuì guardando fuori
dalla finestra.
«Meglio così, c’è un tempo da
lupi.»
Prese una tartina e la ingoiò in
un sol boccone. Gabriella l’avrebbe
guardato in cagnesco, lo sapeva
benissimo, ma l’aveva fatto proprio
per questo.
E infatti la moglie lo rimbrottò.
«Ernst, finiscila! Non vedi che
così le file diventano irregolari?»
Stizzita, cominciò a spostare le
tartine in modo da riportare
l’ordine sul vassoio.
A stare con lei sono diventato un
bambino irrequieto, pensò Ernst, un
adolescente arrabbiato che deve
sempre farsi notare.
Il campanello suonò. Gabriella
trasalì, marciò verso la cucina
sfilandosi il grembiule dalla testa e
gridò: «Apri tu, io arrivo subito!»
Ernst andò verso la porta
d’ingresso incollandosi sulla faccia
la sua espressione standard «da
festa», un sorriso allegro e un po’
malizioso. Che lo spettacolo abbia
inizio!

Magdalena si fermò sulla strada


che portava a casa di Gunvor e
Bengt stringendo la scatola di
cioccolatini che aveva trovato nella
dispensa. Il vialetto era
perfettamente pulito, alle finestre
erano appese delle tendine decorate
con motivi natalizi e ai lati della
scala bruciavano due fiaccole.
Sentii delle risa, qualcuno aveva
fatto scoppiare dei petardi.
La doccia le aveva fatto bene.
Un vero abito per la festa non
l’aveva trovato, ma era riuscita a
scovare un paio di jeans puliti, una
camicia stirata e una boccetta di
profumo, e questo era bastato a
farla sentire bella come non
accadeva da tanto tempo. Sono
viva, pensò mentre saliva i gradini.
«Come sono contenta di vederti,
Magda!» l’accolse Gunvor.
Indossava un grembiule rosso con
due piccoli sbuffi di tessuto
increspato sulle spalle e il suo
caschetto corto sembrava appena
uscito dalle mani del parrucchiere.
«Grazie», rispose lei pulendosi
le scarpe sullo zerbino.
Entrò e abbracciò con cautela la
donna: non se la ricordava così
piccola ed esile. Consegnò la
giacca a vento a Bengt, che era lì
pronto con una gruccia in mano,
tutto in tiro.
«Ehi, che eleganza! Io sono
riuscita a trovare solo dei jeans e
poco altro», disse Magdalena
porgendogli la scatola di
cioccolatini. «Vi prego, non
trasferitevi mai. Vi voglio come
vicini di casa per sempre!»
«E me, non mi abbracci?»
protestò Bengt fingendosi offeso.
«Come no», rispose lei prima di
correre fra le sue braccia
accoglienti. «E grazie per aver
spalato la neve.»
Si guardò attorno. A parte le
corna di capriolo sulla parete della
scala che saliva al primo piano, per
il resto la casa era esattamente
uguale a come se la ricordava.
Neppure quell’odore speciale di
stivali di gomma e olio di pino era
cambiato.
Quando entrò in cucina, Gunvor
stava per scolare le patate lesse. Su
un grande piatto da portata aveva
già sistemato fettine di carne di alce
con contorno di carote bollite.
«Pensavo di cenare nella sala
grande», spiegò. «Non abbiamo
molte occasioni per usarla.»
Magdalena constatò che anche la
cassapanca non aveva cambiato
posto. Quante volte si erano sedute
lì, lei e Tina, a chiacchierare, a
interrogarsi sui compiti, a
spettegolare e confidarsi i loro
segreti?
«Dio, mi sembra di sognare a
occhi aperti! Posso aiutarti,
Gunvor?»
«No, no, non ce n’è bisogno. È
pronto. Anzi no: potresti portare di
là la salsa?»
Bengt si era già seduto alla
tavola apparecchiata con la tovaglia
bianca perfettamente stirata, il
servizio di porcellana delle grandi
occasioni, le posate d’argento e i
bicchieri di cristallo. Sembrava un
po’ un pesce fuor d’acqua, pensò
Magdalena posando la salsiera e
accomodandosi.
«Pensa, siamo diventati vicini di
casa», disse lui prendendo la
terrina delle patate. «Chi l’avrebbe
mai detto?»
Magdalena sorrise. Non sapeva
che cosa rispondere.
«Siamo così contenti di averti
qui», continuò Gunvor allungando il
piatto con la carne. «Se hai bisogno
di qualcosa, devi solo dirlo.»
«Siete davvero gentili. Papà
pensava non fosse necessario
comprare una casa così grande solo
per me, però non ho saputo
resistere.»
«Hai trovato una casa
bellissima», replicò Bengt.
«Facciamo un brindisi al tuo ritorno
a Hagfors, allora.»
Fecero tintinnare i calici e
bevvero.
Per fortuna Ludvig non c’è,
rifletté Magdalena. Non si sarebbe
trattenuto dall’abbozzare un sorriso
di superiorità a quel brindisi, e poi,
una volta rimasti soli, avrebbe fatto
commenti acidi sul divano di pelle
sformato, sulla collezione di
bambole di Gunvor nella vetrinetta
e su chissà cos’altro. Senza di lui
poteva rilassarsi e crogiolarsi nel
tepore dell’affetto.
«Cosa fanno Peo e Kerstin,
stasera?» si informò Gunvor.
«Festeggiano tutti insieme,
compresi i figli di Kerstin. Papà
voleva che li raggiungessi anch’io,
ma non ce la facevo ad andare là e
a sforzarmi di essere educata.»
«Be’, qui puoi essere scorbutica
quanto ti pare», rispose Bengt
facendole l’occhiolino.
Magdalena rise.
Gunvor le porse la ciotola di
vetro con la gelatina e lei ne versò
qualche cucchiaiata tremolante sul
piatto.
«E sei anche riuscita a trovare
un lavoro, qui: un vero lavoro»,
continuò la padrona di casa. «È
così dura per i giovani! Prima o poi
se ne vanno tutti...»
«Mezza Svezia si sta spopolando
e i politici se ne fregano»,
s’intromise Bengt. «Devono proprio
abitare tutti a Stoccolma? Non ha
senso!»
Lei si rese conto che
quell’argomento ricorreva di
frequente tanto da Gunvor e Bengt
quanto a casa di suo padre e
Kerstin.
«Già, è triste», ammise. «Ma
Christer continua a vivere qui,
vero?»
Gunvor annuì.
«Sì, ha avuto la fortuna di
trovare un posto fisso alla stazione
di polizia subito dopo
l’accademia.»
Magdalena osservò le foto
scolastiche di Tina e Christer
appese una sopra l’altra, un po’
storte, accanto alla finestra: Tina
aveva i capelli ricci accuratamente
cotonati – le sembrava di sentire
ancora il profumo della sua lacca –
e Christer la barba bionda e gli
zigomi pronunciati. Lei non se la
sentiva di parlare di sé, della sua
nuova quotidianità, così si affrettò a
riprendere la parola per evitare
eventuali domande, e versando
dell’altra salsa nel piatto chiese:
«Tina è ancora a Göteborg?»
«Sì, ormai sono nove anni che
abita lì», rispose Gunvor. «Xerxes
ha appena compiuto un anno. Anche
tu hai un bambino, vero? Ho visto
l’annuncio del battesimo sul
Veckobladet, qualche anno fa: era
bello come un bambolotto.»
Magdalena deglutì e prese fiato.
«Si chiama Nils, quest’estate ha
compiuto sei anni. È soprattutto per
lui che sono tornata a casa. Voglio
che cresca in un posto più
tranquillo, ma a volte mi sembra di
essere un po’…»
Stava per dire «naïf», però in un
certo senso non le sembrò giusto,
così continuò: «Forse non ci ho
riflettuto davvero».
«Hai fatto benissimo, invece»,
obiettò Bengt con un gesto deciso
della mano per sottolineare la
propria approvazione. «Benissimo.
I bambini devono stare alla larga
dal traffico, dai gas di scarico e
dalla cattiveria. Qui ci conosciamo
tutti. A parte qualche furto, non
succede mai niente di brutto.»
Gunvor fece roteare il vino nel
bicchiere con aria pensosa, poi alzò
lo sguardo.
«È da suo padre, stasera?»
Magdalena deglutì di nuovo a
fatica.
«Dovrebbe essere in volo, in
questo momento. Per Natale sono
stati in India e non lo sento da Santo
Stefano.» Maledizione! Magdalena
cercò di reprimere le lacrime. «È
un po’… difficile… Il divorzio… e
tutto quanto. Scusatemi.»
Piegò il tovagliolo e si tamponò
gli occhi.
Bengt riunì le posate sul piatto e
diede un’occhiata all’orologio.
«Be’, mi sa che sta per
cominciare un bel film in tv: non
voglio perdermelo», disse
alzandosi.
«Io metto su il caffè», aggiunse
Gunvor impilando i piatti. «Tu lo
bevi, vero, Magda?»
Lei annuì riuscendo ad
abbozzare un sorriso.
«Ascoltami», la consolò la
donna accarezzandole la mano.
«Andrà tutto bene, vedrai.»
Rimasta sola al tavolo,
Magdalena si prese la testa fra le
mani.
Forse, pensò. Forse è così.

Ernst Losjö si lasciò cadere sul


divano con un bicchiere di whisky
in mano. Fece un lungo sospiro e
allargò il nodo della cravatta.
Finalmente lo spettacolo si era
concluso.
Gabriella era alla finestra, le
braccia strette attorno al corpo.
L’acconciatura si era allentata e una
lunga ciocca di capelli le ricadeva
su una spalla.
Benché fossero quasi le quattro
del mattino, sul lago continuavano a
piovere fuochi d’artificio. Gli
Sjökvist avevano fatto le cose in
grande.
Ernst pensò alla quantità di
persone sbronze o ferite dai petardi
che sarebbero arrivate al pronto
soccorso di Torsby durante la notte.
I suoi colleghi sarebbero stati molto
indaffarati.
«Strano che non abbia ancora
risposto al mio sms», disse
Gabriella.
«Be’, avrà di meglio da fare che
scrivere un messaggio ai suoi
vecchi. E poi stanotte la rete sarà
sovraccarica.»
L’uomo sorseggiò il liquore e
chiuse gli occhi.
«Si sarà ubriacata?» gli
domandò la moglie, continuando a
rivolgergli la schiena.
«Qualche bicchiere l’avrà
bevuto. Ha quasi diciassette anni,
dopotutto. Non sono così ingenuo
da credere che la nostra Hedda sia
diversa dagli altri, in questo.»
Gabriella si voltò. In mano
reggeva un bicchiere di champagne
semivuoto macchiato di rossetto sul
bordo.
«Ho passato tutto l’autunno a
preoccuparmi perché se ne stava
sempre chiusa in camera sua, e ora
non sopporto l’idea che non sia lì.»
«Dovremo abituarci», concluse
Ernst alzandosi. «Domani sarà di
nuovo a casa.»
«Già», annuì sua moglie con un
sorriso tirato.
2

TORE Andersson accese la radio e


si sedette al tavolo della cucina.
Poi prese l’agenda, mentre la
caffettiera gorgogliava.
Il regalo di Natale di Jeanette, il
termometro digitale appoggiato al
davanzale fra due vasi di viole,
segnava meno diciassette. Tore
afferrò la biro e iniziò a scrivere;
quando ebbe finito osservò con
scetticismo i suoi scarabocchi.
E dire che tutti mi facevano i
complimenti per la mia calligrafia,
pensò. Ma è passato così tanto
tempo… era ancora prima della
fonderia. Richiuse l’agenda e restò
seduto per qualche istante,
seguendo con un dito nodoso i
disegni color pastello della tovaglia
in tela cerata.
Un anno nuovo, rifletté. Ancora
uno. E per giunta doveva trasferirsi
proprio in concomitanza con il suo
novantesimo compleanno, a marzo.
La lettera del Comune era
arrivata nella prima settimana di
Avvento. L’edificio sarebbe stato
demolito e doveva sloggiare. La
maggior parte dei vicini aveva
accettato di trasferirsi in
appartamenti nuovi, ma Tore no:
non ce la faceva a lasciare quella
che era stata la sua casa per oltre
cinquant’anni, la sua e di Wera e
dei loro figli.
I due condomini più vicini al
bosco erano stati abbattuti già da
diversi anni, rimaneva solo qualche
lampione nel vecchio parcheggio
inutilizzato e un’altalena rotta in
mezzo alle sterpaglie.
Durante le lunghe notti insonni
Tore trovava inquietante l’oscurità
in cui era immerso l’edificio quasi
deserto, ma di giorno soffriva meno
la solitudine, anche se gli
mancavano i suoi vicini, soprattutto
Birger, che abitava
nell’appartamento accanto, e Gösta.
Per il resto riusciva a badare a
se stesso, come sempre. Però il
fatto che ci fosse ancora qualcuno
nel palazzo e che dal portone
entrasse e uscisse della gente gli
sollevava l’animo.
Il caffè era pronto. Proprio
mentre si sedeva di nuovo al tavolo
con la sua tazza sentì un tonfo
provenire dal piano di sopra, poi un
uomo urlò e qualcun altro
piagnucolò qualcosa di
incomprensibile.
Tore alzò gli occhi verso il
soffitto, aspettandosi di sentire
qualcos’altro, ma non udì più nulla.
Un litigio amoroso: cose che
capitano, concluse bevendo il caffè
mentre sfogliava il quotidiano del
giorno prima.

Ernst Losjö si girò nel letto e


chiuse gli occhi. Il rumore dei
bicchieri e delle stoviglie che
venivano sistemate con malagrazia
al piano di sotto gli aveva fatto
venire il mal di testa.
Era arrabbiata? Ascoltò di
nuovo, più concentrato. Sì. Ogni
tintinnio, ogni antina che si
richiudeva era un ammonimento
stizzito, un messaggio non verbale
che significava io-sono-giù-a-
pulire-tutto-mentre-tu-sei-ancora-a-
letto-e-te-ne-freghi.
La camera era ancora immersa
nel buio; l’aria calda sapeva di
sonno, alcol e profumo. Ernst
guardò l’orologio digitale: 11.03. A
malincuore buttò le gambe giù dal
letto e si mise a sedere.
Adesso Gabriella aveva acceso
l’aspirapolvere; a quanto pareva la
sua rabbia non era svanita, pensò
quando sentì che l’elettrodomestico
sbatteva duramente contro il
parquet e le gambe del tavolo.
Si infilò la pesante vestaglia blu,
un regalo di Natale, alzò la tendina
e guardò fuori. Il cielo era grigio
chiaro e nevicava forte, il tempo
perfetto per il Natale, pensò, perché
avrebbe instillato negli animi
sentimenti di perdono e voglia di
pensieri lieti. Ma non adatto al
giorno di Capodanno.
Adesso doveva affrontare la
questione fra lui e la moglie. Che
cosa sarebbe successo alla casa?
Gabriella non sarebbe mai riuscita
a viverci da sola, né dal punto di
vista economico né da quello
pratico. Ma per lui era fuori
discussione continuare ad abitare lì:
quella non era casa sua, non lo era
mai stata. Quella villa
rappresentava il progetto di vita di
Gabriella; lui faceva parte
dell’arredamento, nient’altro. E
Hedda? Che ne sarebbe stato di lei?
Quando scese le scale
l’aspirapolvere era stato spento, e
in compenso il televisore era
acceso. Trasmettevano il concerto
di Capodanno da Vienna.
Gabriella aveva aperto l’asse da
stiro in soggiorno, aveva
appoggiato della carta assorbente
sopra la preziosa tovaglia delle
feste e passava il ferro avanti e
indietro con aria assorta. Gocce di
cera. Quante volte l’aveva sentita
descrivere ad amici e conoscenti
questo «fantastico trucco della
nonna»?
«Ciao...» lo salutò senza
guardarlo.
«Ciao», replicò lui ignorando il
tono sarcastico. «Hai sentito
Hedda?»
Gabriella appoggiò il ferro per
spostare la carta assorbente sulla
macchia successiva.
«No», rispose, sempre evitando
il suo sguardo. «Ho chiamato un
sacco di volte, ma ha il telefono
spento.»
«Starà ancora dormendo»,
commentò lui indifferente.
«Come suo padre.»
Ernst sospirò in silenzio e andò
in cucina a bere un bicchiere
d’acqua.
«Da chi è rimasta a dormire?»
«Metti il bicchiere nella
lavastoviglie. Da una certa Nora.
Nora Vallgren, credo. O
Vallström.»
«Mai sentita nominare.»
«Nemmeno io.»
Sta’ tranquillo, si disse. Va tutto
bene.

Magdalena svoltò in Sankt


Eriksgatan per la settima o ottava
volta, aveva perso il conto. Il ponte
Västerbro, illuminato e attraversato
da poche automobili, spiccava nella
foschia invernale e si rifletteva
nelle nere acque del Riddarfjärden,
dove fluttuavano blocchi di
ghiaccio grigiastri.
Lo trovò bello. Malinconico,
però innegabilmente bello.
E dove parcheggio? si domandò.
Finalmente trovò un buco in
viale Baltzar von Platens. Avrebbe
dovuto camminare un po’, ma
pazienza. Era già in ritardo.
Parcheggiata l’auto, si ritrovò
accaldata e con il fiato corto.
Aveva guidato fin lì senza sosta e si
sentiva irrequieta.
Cumuli di ghiaccio sporco
delimitavano il marciapiede
fangoso. Alzò lo sguardo per
sbirciare dentro le alte finestre
dall’altra parte della strada, e riuscì
a intravedere preziosi candelabri
dell’Avvento e decorazioni
natalizie. Immaginò quegli
appartamenti arredati in modo
elegante e funzionale e abitati da
donne serene e affascinanti che
portavano cognomi importanti.
Erano classiche immagini da
rivista femminile, rifletté
Magdalena, però le volte in cui
aveva avuto modo di vedere dal
vero qualcuna di quelle case aveva
scoperto che spesso in realtà erano
proprio così, come quelle delle
riviste di classe. Classe, pensò.
Com’era all’antica! Chi parlava più
di classe, oggigiorno? Quando stava
a Stoccolma, ogni tanto,
conversando cercava di accennare
all’argomento, ma la maggior parte
delle volte i suoi interlocutori la
guardavano straniti. Ma come?
Tutte queste differenze non esistono
più! O no? In quel periodo si era
anche resa conto che vantarsi del
proprio passato proletario era
ridicolo, come se un operaio di
fonderia fosse qualcosa di esotico,
di romantico, e non una persona
vera.
Percorse correndo l’ultimo tratto
fino al portone e prese l’ascensore,
che salì lentamente, cigolando.
Le lacrime affiorarono non
appena si guardò nello specchio
all’interno della cabina. Gli occhi
erano iniettati di sangue, la pelle
cinerea e le labbra screpolate, e i
capelli biondo ramato ricadevano
in ciocche molli.
Tirò fuori il lucidalabbra dalla
borsa in un vano tentativo di
miglioramento. Un limite dovrà pur
esserci, pensò. Si fece la linguaccia
e aprì la grata.
Aveva appena suonato il
campanello quando udì l’urlo di
Nils, che si precipitò alla porta e si
tuffò fra le sue braccia.
«Oh, tesoro, quanto mi sei
mancato!» mormorò lei
accarezzandogli la testa come si fa
con un cucciolo.
«Mamma! Mamma, mamma,
mamma…»
«È stato bello, in India?»
Magdalena sentì un debole
«mmh» e avvertì un gesto d’assenso
contro la guancia.
«Poi mi racconti. Voglio sapere
tutto.»
Quando alzò gli occhi vide
Ludvig sulla soglia, abbronzato, con
indosso una polo azzurra firmata, i
capelli schiariti dal sole spettinati
ad arte.
«Ciao. Tutto bene il viaggio?»
«Sì», rispose lei distogliendo lo
sguardo.
Per quanto tempo ancora le
avrebbe fatto male vederlo?
«Senti… Vuoi entrare un
attimo?»
Magdalena si alzò in piedi con
Nils aggrappato al collo.
«No, grazie.»
«Ebba non è in casa. Pensavo
che avremmo potuto parlare un po’,
tu e io.»
«Credevo avessimo parlato a
sufficienza, ma va bene...»
Cosa voleva, adesso?
Ludvig si scostò per farla
entrare. Magdalena fu costretta a far
scendere Nils per potersi togliere
gli stivali scamosciati e non
sporcare il pavimento, poi prese il
viso di suo figlio fra le mani e lo
baciò sulla fronte.
«Tesoro mio! Ho pensato a te
tutto il tempo, lo sai?»
Nils annuì.
«Sei triste, mamma?»
Lei sorrise, continuando a
tenergli il faccino fra le mani. Gli
passò i pollici sulle tempie e sulle
orecchie morbide.
«No, non sono triste. Piango
perché sono contenta di vederti.»
«Ehm… Cosa posso offrirti? Un
caffè? Un bicchiere d’acqua?» le
chiese Ludvig.
«Niente, grazie», rispose senza
guardarlo.
È nervoso anche lui, si disse
alzandosi e prendendo il bambino
per mano. In qualche modo quel
pensiero la tranquillizzò. Prima di
entrare in cucina fece un respiro
profondo, come se si stesse
preparando a nuotare sott’acqua. Ce
la farò. Il peggio è passato. Fra un
istante torneremo a casa.
Si sedette sulla sedia più vicina
alla porta e prese il figlio in
braccio, ma Ludvig si avvicinò e
disse: «Nils, senti, io e la mamma
dobbiamo parlare da soli un attimo.
Puoi andare a guardare la tv, nel
frattempo».
Il bambino sospirò.
«Non ci vorrà molto.
Promesso.»
Nils scivolò giù controvoglia
dalle gambe della madre e se ne
andò.
«Come stai?» le domandò
Ludvig una volta che furono soli.
«Benissimo, grazie», rispose
Magdalena in tono ironico. «A cosa
è dovuta questa premura
improvvisa?»
L’uomo schiacciò alcune
briciole invisibili sul tavolo.
«Forse credi che non me ne importi
di te, ma non è così. Non è facile
neanche per me.»
«Poverino…»
«Ti prego, Magda, la smetti?»
«Di fare che?»
«Di usare sempre questo tono.»
Magdalena lo fissò. Che
miserabile!
«C’era qualcosa di cui volevi
parlarmi?»
Lo sguardo di Ludvig vagò
inquieto sulla parete di fronte, poi
si posò su di lei.
«Sì. Questa storia del trasloco,
per esempio. A essere sincero non
capisco cosa avevi in mente.»
«Cos’è che non capisci? Che
voglio dare a mio figlio un’infanzia
più tranquilla e più bella, vicino
alla natura? Che voglio dargli la
possibilità di uscire da solo con i
suoi amici, di giocare all’aperto
senza il rischio di essere investito
da una macchina? O di tornare da
scuola da solo prima che compia
quindici anni?»
Ludvig la guardò con
rimprovero.
«Non c’era niente che non
andava nell’appartamento che avevi
comprato a Kristineberg. È
un’ottima zona.»
«Non c’è paragone.»
«Ma devi ammettere che questo
cambiamento è difficile da capire.
Tu ami la città, Magda.»
Lei non rispose, così Ludvig
continuò: «Quanto credi di riuscire
a resistere in un giornale di
provincia? Non c’è molto di cui
scrivere, a parte la scuola o una
mostra canina o le riunioni della
Croce Rossa locale!»
«Finiscila. Preferisco scrivere
di cose che riguardano la vita delle
p e r s o n e vere, piuttosto che
riproporre i soliti pettegolezzi sugli
attori di Hollywood!»
«Sì, sì… contenta tu! Ti stai
rovinando la carriera, comunque,
non mi sembra una scelta
ponderata.»
«La tua preoccupazione è
commovente, Ludvig. Davvero.»
«E poi… pensa a Nils. Ogni fine
settimana dovrà passare su un
autobus parecchie ore. Credi che
sia divertente? Ha solo sei anni.»
Magdalena si alzò e gridò verso
la porta: «Nils! Io e papà abbiamo
finito, adesso andiamo. Corri a
prendere la giacca».
Ludvig si schiarì la voce.
«Senti, Magda, prima che tu
vada… C’è un’altra cosa che vorrei
dirti.»
«Che cosa?»
«Io ed Ebba avremo un figlio.»
Lei si sostenne allo schienale
della sedia. Di colpo le parve che il
pavimento si inclinasse sotto i suoi
piedi.
«Che cos’hai detto?» sussurrò.
«Ebba è incinta. Nils avrà un
fratellino o una sorellina, in
aprile.»
Magdalena andò nell’atrio.
Tentò di infilarsi gli stivali, però le
braccia si erano fatte pesanti e
rigide, come se appartenessero a
qualcun altro. Vide le proprie mani
muoversi, le dita che cercavano di
afferrare la lampo e chiuderla.
Perse l’equilibrio e si accasciò
contro un’anta del guardaroba, ma
quando avvertì la mano di Ludvig
sull’avambraccio si liberò.
«Lasciami!»
Lui trasalì.
«Capisco che sia dura per te,
però…»
«Tu credi di preoccuparti, di
capire tutto, ma in realtà non hai la
minima idea di niente. Dici che io
penso solo a me stessa. E tu, allora?
Sei un egoista di merda!» sbottò
scoppiando in lacrime. Poi,
facendosi forza, riuscì ad aprire la
porta e a spingere sul pianerottolo
le due valigie di Nils. Erano così
pesanti che quasi non riuscì a
sollevarle.
«Vieni, tesoro, andiamo.»
Il piccolo si infilò lentamente il
berretto dell’Uomo Ragno,
spostando lo sguardo dalla madre,
che lottava con le valigie, al padre
accanto all’appendiabiti, inquieto.
«Ti aiuto a portarle giù»,
borbottò Ludvig. «Dove hai la
macchina?»
«Ce la facciamo da soli, vero,
Nils? Tu… va’ all’inferno!»
replicò lei sbattendo la porta.
Nils la guardò in silenzio,
sull’orlo delle lacrime.
Magdalena deglutì a fatica. Devo
imparare a controllarmi, pensò. In
fondo lui è sempre suo padre… e io
una pessima madre.
Quando uscirono dall’ascensore,
Magdalena prese in braccio il
figlio. All’inizio era un po’ rigido,
ma poi lo cullò e il bambino si
rilassò.
«Scusami, tesoro. So che ti sei
spaventato quando mi hai vista così
arrabbiata e triste.»
Nils non rispose, si limitò a
stringere ancora più forte le braccia
attorno al collo bagnato di lacrime
della mamma.
Magdalena si sedette su un
gradino davanti al portone tenendo
il figlio sulle ginocchia e restarono
così a lungo, senza dirsi nulla.
«Sai», disse infine lei, «ho una
sorpresa per te in macchina. Una
bella sorpresa che credo ti
piacerà.»
Il bambino si asciugò gli occhi
con il dorso della mano e la guardò.
«È il regalo di Natale?»
«No, i regali veri ti aspettano a
casa. Questo è… un regalo extra.
Andiamo?»
Nils annuì e la prese per mano.
In fondo alla borsa Magdalena
trovò un pacchetto di fazzolettini di
carta. Ne prese uno e glielo
appoggiò al naso.
«Soffia.»
Poi ne usò uno anche lei.
Quando ebbero sistemato le
valigie nel bagagliaio e comprato
ciascuno il suo sacchetto di
caramelle, un succo di frutta e una
bottiglia d’acqua in un minimarket
di Hantverkargatan, Magdalena aprì
la portiera posteriore e afferrò un
pacchetto dal seggiolino di Nils.
«Sali e siediti, poi puoi aprirlo»,
gli disse.
Nils si arrampicò sul seggiolino,
prese il pacchetto e strappò la carta
blu e il nastro d’argento. Magdalena
l’aveva lasciato lento apposta per
permettergli di toglierlo facilmente.
«Che cos’è?» domandò il
bambino rigirandosi la scatola tra
le mani. «Sembra un computer.»
«È un piccolo lettore dvd con
cui potrai guardare i film in
macchina. Poi metteremo gli
auricolari, così lo puoi portare
sull’autobus quando vai da papà. E
il viaggio ti sembrerà più corto.»
Nils la guardò sorridendo.
«Sull’aereo ho visto un ragazzo
che ne aveva uno. Bello.»
«Sei contento?»
«Tantissimo. Grazie, mamma.»
Mentre Magdalena estraeva il
lettore dalla confezione e
assicurava il piccolo schermo al
retro del sedile anteriore, il
bambino aprì il pacchetto numero
due.
«Niko, una renna per amico! È
bellissimo!»
«Allora l’hai già visto? È
appena uscito in dvd…»
«L’abbiamo visto al cinema io,
papà ed Ebba», le disse senza
togliere gli occhi dalla custodia del
film.
«Ah.»
«Però lo voglio rivedere.»

Ernst Losjö aveva trascorso la


giornata passando da una stanza
all’altra in preda all’ansia. Aprì il
frigorifero, tanto per fare qualcosa.
Osservò il piatto di tartine
avanzate, accuratamente ricoperte
con la pellicola, e dopo un breve
attimo di riflessione sollevò con
cautela la plastica e prese alcuni
tramezzini di pane nero con salsa
cheddar.
Erano le quattro e un quarto e
non avevano ancora avuto nessuna
notizia da Hedda. Fuori era buio
pesto e la temperatura era calata. Di
tanto in tanto in strada passava
qualche automobile, ma per il resto
c’era un silenzio di tomba, nessun
cane che abbaiava, nessuno fuori a
passeggiare. Il paese sembrava
immobile, con il fiato sospeso.
«Chiamo gli Skog per sentire se
Stina è tornata a casa», disse
Gabriella.
«Okay.»
In realtà sapeva che telefonare
significava ammettere con se stessi
che qualcosa non andava.
«Hai rimesso bene la
pellicola?» indagò Gabriella, gli
occhi puntati sulle tartine che il
marito aveva in mano. Poi compose
il numero in fretta, quasi senza
guardare la tastiera, e incominciò
ad andare avanti e indietro per la
cucina.
Hedda e Stina erano migliori
amiche da sempre, e anche se
ultimamente si sentivano solo via
cellulare, il numero di casa di Stina
lo sapevano a memoria.
Ernst capì dall’improvviso
scatto di Gabriella che aveva
risposto qualcuno.
«Ciao, Lena, sono Gabriella.
Disturbo?… Buon anno anche a
te… Sì, ieri sono venuti qui degli
amici. Ci siamo divertiti… Ehm…
volevo solo sapere se Stina è già
tornata a casa. Non sentiamo Hedda
da ieri… Non è lì?»
Cercò il marito con lo sguardo.
Sembrava perplessa.
«Ma Hedda ha detto che anche
Stina sarebbe andata a quella festa
e che Samuel le avrebbe
accompagnate… No, adesso non ci
capisco più niente…»
Coprì il ricevitore con la mano e
si rivolse a Ernst: «Stina non è
andata a nessuna festa, ieri. Lena sta
andando a chiederle se sa
qualcosa».
Poi tolse la mano e si voltò.
«No? Be’, allora non so davvero
cosa fare… Sì, certo. Salutami
Stina. Non la vediamo da un sacco
di tempo, Ernst e io sentiamo la sua
mancanza.»
Dopo aver riattaccato, la donna
si sedette al tavolo, affranta.
«Che cos’ha detto?» domandò
Ernst reggendo ancora le tartine.
«Che Stina non ha mai sentito
parlare di nessuna festa e che ieri
Samuel non ha portato a Hagfors
nessuno.»
Il panico lo travolse con tutta la
sua forza, attraversandogli il corpo
come un’onda d’urto.

Magdalena allungò il collo e


gettò una rapida occhiata a Nils
nello specchietto retrovisore. Il
faccino era illuminato dalla luce
tremula dello schermo e lui
sembrava calmo e concentrato.
Ogni tanto pescava qualche
caramella dal sacchetto che aveva a
fianco.
Avevano attraversato i quartieri
occidentali della città nel totale
silenzio. Quando erano passati
accanto alla piscina di Åkeshov,
Nils aveva guardato fuori dal
finestrino senza commentare nulla
né sui corsi di nuoto né su quelli di
ginnastica. Non aveva detto una
parola nemmeno quando avevano
superato il vecchio asilo di
Ängbyplan. Come se avesse capito
che lei non aveva la forza di
rispondergli. Non in quel momento.
Non quel giorno.
Però, appena avevano visto le
luci accese nel piccolo edificio
giallo chiaro in Bergslagsvägen, il
piccolo aveva esclamato: «Un
giorno andiamo a trovare Tage?»
«Certo. E anche lui può venire a
trovare noi.»
Magdalena aveva stretto le mani
attorno al volante così forte che le
dolevano le dita. Tage e Nils erano
inseparabili, a scuola; si
divertivano da matti e tornavano a
casa sporchi dalla testa ai piedi ma
felici. Volevano indossare sempre
la maglietta di Saetta McQueen;
quella di Tage era beige e quella di
Nils verde, e anche se ormai era
troppo piccola era sopravvissuta al
grande repulisti che aveva
preceduto il trasloco.
A Islandstorget, Magdalena si
era fermata al semaforo e Nils si
era sporto in avanti per guardare
l’albero di fronte al negozio di
lampade, sui cui rami centinaia di
lampadine creavano uno spettacolo
mozzafiato, come se fossero fuochi
d’artificio. Nils lo adorava, e lo
adorava anche lei, sebbene il
consumo di elettricità che
quell’installazione richiedeva la
lasciasse perplessa. Ma
comunque… era così bello!
Solo una volta superata la
rotonda di Vällingby, Nils tornò al
suo film.
Adesso la strada non era più
illuminata, e Magdalena poté
finalmente dare libero sfogo alle
lacrime. In silenzio.
Con gli occhi della mente rivide
quei teneri quadretti come fossero
diapositive. Il profilo del pancione
di Ebba. Ludvig che le massaggiava
la schiena in una sala d’ospedale
fiocamente illuminata. Ludvig con
un marsupio per neonati e una mano
su una testolina ricoperta di
morbida peluria.
Lanciò un’altra occhiata nello
specchietto. Nils si era
addormentato con la bocca aperta e
la testa piegata in una posizione
scomoda. Magdalena spense il
lettore dvd.
Devo rimettermi in sesto, pensò.
Devo essere adulta, ora. Prendermi
cura di Nils. Di noi… risolvere
questa situazione.
Si asciugò le guance con la mano
e bevve un sorso d’acqua.
Chissà, forse aveva ragione
Ludvig, forse era davvero
un’egoista. Si chiese se non fosse
sbagliato sradicare suo figlio dalla
sua vita. Poi si rispose che non era
lei quella che aveva iniziato tutto,
non era lei che aveva voluto
divorziare e mandare alla malora
ciò che avevano creato insieme.
Adesso Ludvig se ne stava nel suo
bell’appartamentino e offriva a Nils
una vita accogliente con tanto di
fratellino o sorellina, e lei faceva la
figura della provinciale romantica
con la testa fra le nuvole.
Si sforzò di scacciare quelle
immagini dalla testa e concentrò
l’attenzione sulla cameretta di Nils
appena tinteggiata, con il poster
dell’Uomo Ragno al centro della
parete. Per due giorni aveva
imbiancato e pulito la nuova casa, e
grazie all’aiuto del padre era
riuscita ad arredare anche le altre
stanze.
Le vennero in mente gli sci del
bambino, comprati a metà prezzo
durante i saldi di fine anno. Ripensò
alla settimana bianca ad Åre, tre
anni prima. Suo figlio era troppo
piccolo, ma un giorno lei e Ludvig
non avevano resistito alla
tentazione di noleggiare un paio di
sci anche per lui. Magdalena
ricordava le urla di gioia del
bambino mentre il papà lo teneva
fra le gambe e scivolavano insieme
sulla pista. Peccato che quella di
Värmullsåsen fosse chiusa… Però
c’era sempre Ekesberget.
Finalmente nel suo cuore si
accese una debole speranza. Ma sì,
certo che faceva bene a trasferirsi.
Nils avrebbe frequentato una scuola
più piccola, sarebbe stato
circondato dalla tranquillità e dal
silenzio, da boschi e laghi. Avrebbe
avuto il coraggio di lasciarlo
andare e venire come più gli
piaceva senza preoccuparsi troppo.
In quel posto si conoscevano tutti;
lì, lei sarebbe guarita, avrebbe
ritrovato la gioia di vivere.
Stiamo tornando a casa, pensò.
A casa.

La camera da letto di Hedda era


vuota e buia, e per la prima volta da
chissà quanto tempo il letto era
rifatto. Persino la trapunta bianca
era al suo posto, soffice e senza una
piega. Assomiglia a prima, pensò
Ernst. Prima della trasformazione.
Ma dov’era finita? Quando vide
che persino i vecchi peluche erano
stati ordinati in fila sul cuscino,
l’angoscia lo invase.
Andò alla scrivania bianca
davanti alla finestra, sulla quale
regnava un ordine esemplare, poi
lasciò vagare lo sguardo lentamente
sulla libreria accanto.
«Credi che abbia un ragazzo e
ora sia da lui?» chiese Gabriella,
appoggiata allo stipite della porta.
Ernst si strinse nelle spalle.
Quell’autunno la loro figlia
allegra, diligente e amante dei
cavalli si era trasformata in
un’adolescente irascibile e
perennemente stanca. Dormiva
sempre. Nei fine settimana si
svegliava verso le due del
pomeriggio, dopodiché scendeva di
sotto avvolta in una coperta. Non
reagiva alle aspre frecciatine della
madre sui fannulloni, anzi, in realtà
non si accorgeva nemmeno dei suoi
genitori.
Ogni tanto aveva tentato di
parlarle, le aveva chiesto se non si
trovasse bene a scuola o se avesse
litigato con Stina, ma in risposta
aveva soltanto ottenuto borbottii e
sguardi assenti.
E adesso era scomparsa.
Eccolo lì, l’annuario scolastico.
Lo prese con molta attenzione, lo
appoggiò sulla scrivania e iniziò a
sfogliarlo.
1NB. Hedda era l’ultima a
destra della fila di mezzo, in piedi,
con una felpa rosa, sulla faccia un
sorriso ubbidiente.
«Hai detto che si chiamava
Nora?» domandò Ernst scorrendo i
nomi nella didascalia.
«Sì», rispose Gabriella, che lo
aveva raggiunto.
«Qui non c’è nessuna Nora.»
«Che cosa?»
Gabriella si chinò sulla pagina
aperta. Ernst rilesse i nomi per
sicurezza, ma no, nella classe di
Hedda non c’era nessuna Nora.
«Sei sicura che abbia detto
compagna di classe e non compagna
di scuola?»
«Assolutamente.»
Nonostante quella risposta,
l’uomo sfogliò l’annuario dalla
prima all’ultima pagina, senza
trovare una sola Nora. Sua moglie
si accasciò sul letto nascondendosi
il viso fra le mani.
«Non la riconosco più», gemette.
«Non lo so… Non so più chi sia,
mia figlia!»
Ernst si sedette alla scrivania e
cominciò a cincischiare l’angolo di
un libro di chimica, lo sguardo
perso nel vuoto.
«Cosa facciamo?»
Gabriella non rispose. Sollevò il
vecchio coniglio di peluche della
figlia, Frasse, e con aria assorta gli
accarezzò le orecchie consunte.
Ernst ricordava bene cos’era
successo la volta in cui Frasse
aveva perso il naso. Si erano messi
carponi e avevano setacciato la
casa da cima a fondo senza riuscire
a trovare il naso rotondo e nero.
Alla fine avevano cercato di
salvare la situazione con un bel
cerotto.
«Mi sento un’intrusa, qui
dentro», disse Gabriella lasciando
l’orecchio del peluche e alzando gli
occhi verso di lui. «Se ci vedesse
qui diventerebbe matta.»
«Dobbiamo chiamare la
polizia», decise Ernst. «Così non
possiamo continuare.»

La nausea arrivava a ondate


devastanti. Appoggiò la fronte al
finestrino cercando di inspirare
l’aria fredda.
Era già stata lì? Forse. Gli
edifici sembravano tutti uguali.
Condomini di tre piani dai colori
tenui con file di macchine a
dividerli. Dentro quasi tutte le
finestre brillavano delle lampade a
forma di stella. Enormi cumuli di
neve giacevano ai margini della
strada e scintillavano sotto i
lampioni come se qualcuno ci
avesse sparso sopra della polvere
di diamante.
Kosta accostò e spense il
motore. Appena scesa dall’auto, lei
inspirò l’aria gelida finché non le
pizzicò la radice del naso. Kosta la
prese per un braccio e la condusse
dentro un portone. Da qualche parte
di sopra proveniva una musica
ritmata, monotona. Le venne di
nuovo da vomitare.
Quando Kosta suonò il
campanello la musica si affievolì e
si sentirono delle voci maschili e
delle risate.
L’uomo che aprì la porta era uno
nuovo. In una mano teneva un
bicchiere e nell’altra una sigaretta.
La camicia, che molto
probabilmente all’inizio della
serata era immacolata, era uscita
dai pantaloni e pendeva da un lato
come uno straccio. Aveva un
sorriso ampio, come se qualcuno
avesse appena detto qualcosa di
divertente, e quando li vide fece un
breve cenno di benvenuto con la
mano che reggeva la sigaretta,
urlando qualcosa alle sue spalle.
Kosta la spinse nell’ingresso,
poi la seguì e richiuse la porta.
3

MAGDALENA si tirò il berretto sulle


orecchie e si avvolse bene la
sciarpa attorno al collo.
«Nils, ora scendi che andiamo a
piedi. Ti congeli, a star lì seduto
immobile.»
«Okay.»
Il bambino scese dallo
snowracer con riluttanza e la prese
per mano.
«Non è così lontano», aggiunse
la mamma.
Alcune auto li superarono in
Storgatan quasi senza fare rumore,
come sempre dopo un’abbondante
nevicata. Che silenzio! pensò
Magdalena.
Durante la notte aveva smesso di
nevicare e la mattina era limpida.
Sopra le cime degli abeti si
scorgeva il fumo della fonderia.
«Hai tanto freddo, piccolo?»
«Non tantissimo.»
«Sei nervoso?»
Nils scosse la testa, risoluto.
«Tranquillo, andrà tutto
benissimo.»
«Sì, l’hai detto un milione di
volte!»
Fra i due sono io la più agitata,
rifletté Magdalena stringendogli la
mano.
Stavano per varcare il cancello
quando una donna la chiamò
dall’altra parte della strada e
attraversò per avvicinarsi. Solo
allora Magdalena la riconobbe e la
strinse in un abbraccio affettuoso.
«Sei tu, Jeanette? Non ti avevo
riconosciuta!»
«Allora sei tornata a casa!
Qualche giorno fa avevo letto il tuo
nome sul giornale e quasi non ci
credevo.»
«Sì, io e Nils ci siamo trasferiti
qui.»
Magdalena portò il figlio davanti
a sé prendendolo per le spalle.
Jeanette si inginocchiò e lo guardò
negli occhi sorridendo.
«Ciao, Nils, io mi chiamo
Jeanette. Tua mamma e io eravamo
nella stessa classe, da piccole.
Quanti anni hai?»
«Sei», rispose lui.
«Oggi è il primo giorno di
prescuola, e lui è un po’ nervoso.»
Jeanette guardò l’orologio e si
alzò in piedi.
«Sentite, devo scappare. Ma è
stato bello vederti, Magda. Sai
dove mi puoi trovare. Frisserian.
Come sempre. Se vieni ti faccio lo
sconto.»
«Ormai l’hai detto, ma sappi che
te ne pentirai!» scherzò Magdalena.
«Ti chiamo.» Prese Nils per mano
ed entrarono nel cortile della
scuola.

Magdalena si scrollò la neve


dagli stivali contro il muro
dell’edificio e aprì la porta della
redazione. Raccolse i quotidiani e i
dépliant pubblicitari dal pavimento,
entrò e li lasciò sul banco della
reception, dirigendosi poi nel suo
ufficio, diviso dagli altri locali da
una parete di vetro.
Si tolse i guanti – aveva le dita
semicongelate –, appese la giacca
allo schienale della sedia e accese
la lampada e il computer, che si
avviò con un debole ronzio.
Ho bisogno urgente di un caffè,
pensò. Si spostò nel cucinino in
fondo alla redazione, con le finestre
affacciate sul parcheggio nel retro.
La luce del candelabro
dell’Avvento sul davanzale le bastò
per trovare l’occorrente.
Questo è il momento migliore
della giornata, si disse avviando la
macchinetta. Pace, calma e
solitudine.
I primi giorni di lavoro erano
passati velocemente. Certo non
aveva combinato gran che, ma
quella partenza rilassata le era
piaciuta. Aveva fatto un giro in
Comune per conoscere i funzionari
con cui avrebbe avuto a che fare in
futuro, e il terzo giorno aveva avuto
il tempo di provare l’auto della
redazione. Quando aveva lavorato
lì per una sostituzione estiva – in
un’altra vita –, aveva avuto l’onore
di andare a ritirare quella macchina
nuova di zecca in una
concessionaria a Karlstad.
All’epoca era l’auto più veloce che
avesse mai guidato.
Magdalena si sedette alla
scrivania con una tazza di caffè in
mano. Sfogliò il Värmlandsbladet e
il Länstidningen con le dita ancora
intorpidite dal freddo, poi prese un
paio di forbici, un tubetto di colla e
un foglio bianco. Aveva l’abitudine
di ritagliare gli articoli della sua
zona. Moa Axelsson, la collega di
Torsby che aveva lavorato durante
Capodanno, aveva fra l’altro
recensito uno spettacolo a
Munkfors. Magdalena ritagliò
l’articolo, di una pagina intera, lo
attaccò al foglio, scrisse la data e lo
infilò nel raccoglitore ad anelli.
Trovò anche alcuni trafiletti di
cronaca.
«E così sei già al lavoro?»
l’apostrofò Barbro Holmgren, la
receptionist, togliendosi il berretto
di pelliccia e la sciarpa.
Magdalena si girò a guardarla.
«Åke non iniziava mai così
presto», continuò la donna. «Non mi
ricordo sia mai arrivato prima delle
nove e un quarto.»
«Be’...» bofonchiò Magdalena
bevendo un sorso di caffè ormai
quasi freddo.
«In compenso però lavorava fino
a tardi, ovviamente», continuò
Barbro appendendo il cappotto
sull’attaccapanni.
Åke, Åke, Åke… pensò
Magdalena. Barbro aveva sempre
in bocca il nome dell’ex giornalista
della cronaca locale ormai in
pensione. Del resto quei due
avevano lavorato insieme per oltre
vent’anni, quindi si impose di
essere tollerante. Sollevò la tazza e
disse: «Ce n’è anche per te».
«Che gentile… grazie!»
La receptionist si tolse gli stivali
e si mise delle scarpe comode, poi
si aggiustò la pettinatura e la
collana di perle e scomparve nel
cucinino.
Magdalena scivolò con la sedia
verso l’archivio di fianco alla
scrivania. Nel fascicolo del giorno
c’era la pubblicità di uno spettacolo
di teatro amatoriale che avrebbe
debuttato il venerdì sera al cinema
Godtemplarbion di Byn, poco
lontano da Ekshärad. La presenza di
quel dépliant le diceva che Åke lo
riteneva adatto per un pezzo.
Poi sbirciò nel fascicolo del
giorno seguente. Vuoto.
Forse Ludvig non aveva tutti i
torti. Poteva anche sopportare la
scarsità di notizie, ma stare in una
redazione composta da una sola
persona – nel caso specifico, lei –,
dove l’unico contatto con i colleghi
delle altre redazioni locali era via
telefono ogni mercoledì sera alle
dieci (a parte le rare riunioni), era
dura. Lei era una persona
socievole, e in fondo le mancavano
il gergo sboccato dei giornalisti e il
loro senso dell’umorismo talvolta
pesante. E ora le toccava stare da
sola con Barbro, che non era certo
uno spasso…
Si girò di nuovo verso la
scrivania, si allungò verso le pagine
gialle e cercò il numero del
Frisserian.

Aveva la lingua così secca che


quando aprì la bocca per cercare di
inumidirsi le labbra le sembrò che
si crepasse. Era rannicchiata in
posizione fetale con gli occhi
chiusi, avvolta nella coperta.
Udì qualcosa che assomigliava a
un respiro, alle sue spalle.
Incrociò lentamente le mani e le
portò alla fronte.
«Buon Dio», mormorò, «so che è
stata tutta colpa mia fin dall’inizio,
ma ti prego, fa’ che Ana torni
indietro. Non puoi abbandonarmi
così... Non ce la faccio! Signore, ti
prego… perdonami!»
Si voltò e aprì gli occhi, ma il
letto dall’altra parte della stanza
era ancora vuoto. Delusa, fece un
lungo sospiro.
Ana, dove sei finita?
Restò seduta al buio, con i piedi
appoggiati al pavimento gelido. Poi
si alzò, andò alla finestra e aprì di
poco le veneziane.
Il giardino era illuminato da un
sole sfavillante e la neve era ancora
candida e morbida.
Che ore erano? Doveva essere
mezzogiorno passato.
Sentì il portone richiudersi con
un colpo secco e vide il vecchietto,
chino sul suo deambulatore,
scomparire dietro gli alti cespugli
accanto al parcheggio.
Da quanto tempo era via, Ana?
Sì, era già capitato che si
allontanasse di notte, ma mai così a
lungo. I primi giorni era stata in
preda all’ansia più lacerante, e per
quanto avesse bevuto non era
riuscita a chiudere occhio. Ora si
sentiva più che altro sospesa, come
se qualcuno avesse schiacciato un
pulsante nella sua testa per
smorzare le luci e attutire i suoni.
Il conato arrivò senza preavviso.
Attraversò di corsa la stanza e andò
in bagno. Fece appena in tempo a
sollevare il coperchio del gabinetto
che rigettò il contenuto dello
stomaco con spasmi prolungati.
Quando non uscì più nulla restò
seduta, appoggiata alle piastrelle
della parete.
«Che ci fai lì dentro?»
Sergej bussò alla porta.
Non sentendola rispondere, entrò
e le si accovacciò accanto.
«Che cazzo stai facendo,
troietta?»
Appena avvertì l’odore di fumo
di lui, venne di nuovo sopraffatta
dalla nausea e si gettò sulla tazza.
«Oh, merda.»
Sergej si alzò e uscì. Lo sentì
ridere. Erano risa crudeli che
significavano sempre la stessa cosa.
Quella consapevolezza la
raggelò.

I cumuli di neve diventavano


sempre più alti via via che
procedevano verso nord. Il
termometro sul cruscotto continuava
ad abbassarsi. Meno ventidue gradi.
«Quando è scomparsa la
ragazzina?» domandò Christer
Berglund.
«L’altro ieri, l’ultimo dell’anno.
Ehi, qui va’ piano, questa curva è
tremenda.»
Petra Wilander accennò al bivio
ad alcune centinaia di metri di
distanza. A sinistra Gustavsfors, a
destra Tyngsjö.
«Sì, mamma», ridacchiò Christer
frenando con ostentazione e
imboccando la curva senza
accelerare.
Era un rituale che ripetevano
ogni volta che passavano di lì sin
da quando avevano cominciato a
lavorare insieme, più di dieci anni
prima.
«Tremenda sul serio, meno male
che mi hai avvisato», aggiunse
Christer come da manuale.
«Già, altrimenti chissà cosa
sarebbe successo.»
«L’ultimo dell’anno…» continuò
lui. «Non è un po’ tardi per
avvisarci?»
Su entrambi i lati della strada i
boschi lasciarono spazio a vasti
campi. Dietro le fattorie la neve si
stendeva sui declivi che
scendevano verso il lago. Non si
vedeva anima viva.
«Sì, in effetti. È quella lì
davanti.»
Petra indicò una villa rossa sulla
destra.
Christer rallentò, svoltò nel
cortile e parcheggiò davanti
all’entrata.
Quando scesero dall’auto il gelo
li aggredì. I rami delle betulle lungo
i bordi della strada sembravano di
vetro soffiato.
Non ebbero bisogno di bussare:
la porta si aprì e un uomo in
pantaloni color cachi, camicia
abbottonata fino al collo e maglione
nero a V sbirciò fuori. Doveva
essere il padre.
«Venite dentro, se non volete
morire di freddo», disse facendoli
entrare in un ampio ingresso e
tendendo loro la mano. «Ernst
Losjö. Sono stato io a chiamare.»
Christer e Petra si presentarono.
«Mia moglie sta riposando sul
divano, perciò andiamo a sederci in
cucina.»
Lo seguirono in un corridoio di
servizio delimitato su entrambi i
lati da vetrine e vennero fatti
accomodare a un tavolo di legno
grezzo accanto alla finestra. Ernst si
sedette di fronte a loro.
«Si tratta di vostra figlia?»
chiese Petra estraendo carta e
penna. «È scomparsa?»
Ernst scoppiò in lacrime, un
pianto convulso, rumoroso. Per
evitare i loro sguardi chinò il viso
sul tavolo.
«Non si preoccupi», lo consolò
la donna sfiorandogli una spalla con
la mano. «Pianga finché vuole.
Sfogarsi fa bene.»
Poco dopo Ernst riuscì a
dominarsi. Andò al lavello e si
soffiò il naso con un tovagliolo di
carta.
«Sì», disse infine. «Nostra figlia
Hedda ci aveva detto che per
l’ultimo dell’anno sarebbe andata a
una festa da una compagna di classe
a Hagfors, una certa Nora, con
un’amica di Gustavsfors, ma non
era vero. Non c’era nessuna festa,
non esisteva nemmeno una ragazza
con quel nome. L’abbiamo chiamata
e richiamata sul cellulare, abbiamo
lasciato un mucchio di messaggi.
Non riusciamo a darci una
spiegazione…»
Petra prese nota sul suo blocco.
«Quanti anni ha?»
«Sedici, diciassette in aprile.
Ovviamente avremmo dovuto
chiamarvi prima, ma, sapete,
credevamo ci fosse una spiegazione
logica…»
«È mai scappata di casa in
precedenza?» indagò Christer.
Sedeva con la schiena dritta e le
mani aperte sul tavolo, i guanti neri
appoggiati lì accanto.
«No, no, mai. Ma immagino si
debba sperare il più a lungo
possibile.»
Christer annuì.
«Com’era vostra figlia,
ultimamente?» domandò Petra
allentandosi la sciarpa, senza
togliere gli occhi di dosso a Ernst.
«Avete avuto delle discussioni? Ha
litigato con qualche amica?»
«Intende prima della sua
scomparsa?»
«Sì.»
«In realtà è scontrosa e svogliata
da questo autunno», rispose lui
crollando su una sedia. «Stava
quasi sempre in camera sua.»
«Ma non avete litigato, di
recente?»
L’uomo scosse il capo.
«Crede possa essere depressa?»
continuò Petra.
Ernst guardò il soffitto,
riflettendo.
«È più comune di quanto si
creda», aggiunse Christer vedendo
che non rispondeva.
«Sì, lo so. Sono un medico», li
informò lui. «Ma purtroppo non
siamo abbastanza attenti, quando si
tratta dei nostri…»
«Non deve biasimarsi», lo
interruppe Petra. «Queste situazioni
non sono semplici. Gli adolescenti
possono essere molto, molto
problematici; cambiano
velocemente, e per un genitore non
è facile stargli dietro.»
«Lei ha figli?» domandò Ernst.
«Sì, due», rispose Petra.
«Quattordici e diciassette anni.»
Calò il silenzio, si sentiva solo
il ronzio del frigorifero.
«Credete possa essersi tolta la
vita?» proruppe Ernst. «Ne siete
convinti?»
Nessuno dei due volle
rispondere.
«Avete setacciato la casa?»
disse Christer invece. «La cantina?
La mansarda? Ho visto diversi
capanni, là fuori...»
L’uomo annuì.
«Cosa indossava al momento
della scomparsa?» chiese Petra.
«Probabilmente aveva i jeans, e
gli anfibi e il piumino rosso
Fjällraven non sono più in camera
sua. Purtroppo non credo portasse
anche un berretto...»
Ernst abbozzò un sorriso
beffardo.
«Segni particolari sul corpo?»
continuò Christer.
«Che cosa intende?»
«Cicatrici, tatuaggi, nei o
voglie?»
«Lei… Non è necessariamente
morta, vero?»
«Certo che no, ma è la routine»,
commentò il poliziotto scambiando
una rapida occhiata con Petra.
«Appena scompare qualcuno
raccogliamo più informazioni
possibili per poterle inserire in un
database nazionale.»
Ernst sospirò. «Aveva dei nei
piuttosto grandi su una spalla, ma un
mio collega glieli aveva tolti
quando due avevano iniziato a
cambiare forma. Però non credo che
la cicatrice sia ancora visibile.»
«Altro?»
«No… Ah, sì. Quando aveva tre
o quattro anni era finita su un
coccio di bottiglia e le avevano
dato cinque punti sul piede destro.
O forse era il sinistro? È passato
così tanto tempo… È successo a
Tenerife, il giorno dopo il nostro
arrivo. Non è più potuta entrare in
acqua per il resto della vacanza.»
«Da quale dentista andava?»
«Quello di Hagfors.»
Petra richiuse il blocco e
concluse: «Possiamo vedere la sua
stanza?»
«Al primo piano, seconda porta
a sinistra», rispose Ernst. «Salite
pure, io cercherò di svegliare mia
moglie. Questa incertezza ci sta
torturando...»
Christer e Petra salirono la scala
e raggiunsero un’anticamera
luminosa con un enorme tappeto
dalle sfumature blu. Christer
riconobbe il motivo perché una
volta l’aveva visto in un
documentario in cui si era imbattuto
facendo zapping. Nääs, si chiamava
così l’artista? No, Måås. Märta
Måås. Quei tappeti erano di ottima
qualità e costavano un occhio. «Un
buon investimento», aveva detto
qualche esperto.
«Bella casa», sussurrò Petra
indicando con discrezione una
poltrona di design dall’aria non
troppo comoda collocata in un
angolo, accanto a una bassa
mensola piena di volumi tascabili.
Si trovarono davanti a cinque
porte a specchio. «Era la seconda a
sinistra?» Christer annuì e lei
abbassò piano la maniglia. Perché
sussurriamo e ci muoviamo come
ladri? pensò. Forse è questo posto
che incute timore...
Petra si fermò sullo scendiletto
al centro della stanza e si guardò
attorno.
«Eccoci qui», disse. Andò alla
scrivania, dove c’erano un
computer e una pila di testi
scolastici, aprì qualche cassetto e
cercò a caso. «Se è com’ero io alla
sua età, da qualche parte nasconde
un diario.»
Infilò una mano dietro i volumi
nella libreria, tastando
sistematicamente in ogni ripiano.
Non trovando ciò che cercava si
inginocchiò e si infilò sotto il letto.
È brava a scovare i segreti degli
altri, pensò Christer. Del resto
quella di tenere un diario è più una
cosa da ragazze; lui non ne aveva
mai avuto uno. Certo, aveva i suoi
segreti, oggetti preziosi che aveva
rinchiuso in una cassaforte,
lasciandola però ben visibile sulla
libreria, accanto agli album di
francobolli e alla sua piccola
collezione di dischi. L’idea che
Tina cercasse di indovinarne la
combinazione lo divertiva.
«Eccolo…» borbottò Petra
dall’oscurità. «I ragazzi credono di
essere tanto intelligenti, ma
ragionano tutti allo stesso modo»,
sentenziò agitando un’agenda nera.
«Di solito.»
«Che madre diabolica! Spero
che non tratti così anche i tuoi
figli.»
«Cerco di trattenermi, ma finora
non ne ho avuto motivo, grazie al
cielo.»
Uscirono dalla stanza e Christer
richiuse la porta con attenzione.
«Lo porto con me alla stazione
di polizia», spiegò Petra a Ernst
quando tornarono in cucina. L’uomo
era seduto con le mani sulle
ginocchia, lo sguardo fisso nel
vuoto.
A quanto pareva non era riuscito
a svegliare la moglie, constatò
Christer. Il poliziotto trovò alquanto
strano che una madre dormisse
mentre sua figlia era scomparsa e
c’era la polizia in casa.
«È un diario?» chiese l’uomo
sorpreso.
«Sì», confermò Petra. «Capisco
che possa sembrare poco corretto
leggerlo, ma la soluzione potrebbe
essere qui dentro.»
Ernst annuì.
«Ci servirebbe anche una foto
recente di Hedda», aggiunse
Christer.
«Certo», rispose l’uomo piano.
«Ve la procuro. Adesso cosa
succede?»
«Inoltreremo la denuncia di
scomparsa ed effettueremo delle
ricerche nella zona», lo informò
l’agente. «Ma il brutto tempo rende
tutto più difficile.»
Il termometro fuori dalla finestra
segnava ventisei gradi sotto zero.

Jeanette sventolò la mantellina


di plastica attorno a Magdalena e
gliela legò al collo.
«Che tempaccio!»
«Mi ero quasi dimenticata come
ci si sente a meno venti gradi»,
osservò la donna, con il naso
ancora rosso per la breve
passeggiata dalla redazione al
negozio.
«Che cosa ti piacerebbe fare?»
domandò Jeanette passandole le
dita fra i capelli.
Magdalena studiò a malincuore
il proprio viso stanco e pallido
nello specchio e incrociò lo
sguardo dell’amica. Il freddo le
aveva screpolato la pelle attorno
alle labbra. Era solo questione di
tempo prima che l’herpes fiorisse
agli angoli della bocca.
«Non saprei. Spuntali, ma senza
accorciarli troppo.»
«Che ne dici di qualche mèche?
Starebbero bene sul tuo biondo
ramato.»
«Sì, però non so se faccio in
tempo…»
«Non ci vorrà tanto. Potrai
allungare la tua pausa pranzo di
venti minuti, no?»
Magdalena fece mente locale. Il
giro in Comune l’aveva fatto;
l’unica cosa che le mancava era la
solita telefonata alla polizia attorno
alle tre – tanto sapeva già cosa
avrebbero risposto gli agenti: i
soliti furtarelli, al massimo – e il
sondaggio: chiedere a tre persone
della cittadina se avessero già
mangiato i primi panini dolci di
Carnevale, quelli con la panna
montata e la pasta di mandorle. Non
ci avrebbe messo molto.
«Okay, affare fatto.»
Mentre Jeanette scompariva per
preparare l’occorrente per le
mèche, Magdalena prese dal
tavolino un giornale scandalistico.
Quando la parrucchiera tornò
indossando un grembiule nero e con
ciotola e pennello in mano, lo
richiuse lasciando a metà la lettura
delle reazioni alla prima di un film
recente.
Jeanette si sedette su uno
sgabello alto, tirò a sé un carrellino
e afferrò un rotolo di carta stagnola.
«Parlando seriamente, Magda,
hai riflettuto bene prima di tornare
in questo buco?»
Magdalena sospirò fra sé e sé,
ma le rivolse comunque un sorriso.
Quante volte ancora avrebbe dovuto
dare spiegazioni ed essere
giudicata?
«Volevo tornare alla mia
famiglia e alla tranquillità.»
Jeanette appoggiò un pezzo di
stagnola sotto una lunga ciocca e
iniziò a spennellare il colore con
movimenti impazienti.
«Tranquillità? Io la chiamerei
morte!»
Richiuse la stagnola attorno alla
ciocca e prima di prenderne
un’altra incrociò il suo sguardo
nello specchio.
«Io farei cambio subito con la
vita che facevi tu prima:
partecipare a eventi, sbevazzare
gratis… A me andrebbe benone!»
Magdalena ridacchiò.
Jeanette colorò un’altra ciocca
con minor foga.
«Be’, sai quello a cui vai
incontro», continuò districando i
capelli con il manico del pettine.
«Fra due anni Sebastian si diploma.
E vedrai, Magda, se non me ne
vado!»
«E dove?»
«All’estero.»
«Ah, sì?» fece Magdalena
sorpresa. «E lui cosa dirà?»
«Lo sa da quando ha quattordici
anni. E ne abbiamo parlato a lungo.
Se la caverà.»
«Cosa vorresti fare?»
«Qualsiasi cosa, tranne che
restare qui a fare mèche e messe in
piega tutti i giorni mentre gli anni
passano. Fare la barista in
Australia, prendermi cura degli
orfani in Sudamerica. Non ne ho
idea, purché sia lontano da qui.»
Jeanette lavorava velocemente.
Quando Magdalena, con tutta quella
stagnola che le penzolava dalla
testa, ebbe assunto l’aspetto di un
albero di Natale, la parrucchiera le
posizionò sopra il casco.
«Adesso le tue orecchie avranno
un po’ di tregua da tutte queste
chiacchiere.»
Magdalena chiuse gli occhi e si
godette il calore. Respirò con una
certa soddisfazione l’acre odore
della tinta. Avrebbe dovuto
prendersi cura di sé più spesso e
cercare di rallentare i ritmi, adesso
che la casa era quasi sistemata.
Magari poteva frequentare un corso
di yoga o di nuoto, perché affidarsi
ai medicinali non avrebbe risolto la
situazione.
Allo scadere del tempo di posa
Jeanette lavò via il colore, e
Magdalena scrutò il risultato allo
specchio; dato che i capelli erano
ancora bagnati era difficile farsi
un’idea precisa, comunque le
piacevano, erano diventati di un bel
biondo caldo.
«Quanto posso tagliare? Sono
piuttosto rovinati. Cinque
centimetri?» domandò Jeanette
pettinandola.
«Okay, mi fido di te.»
La parrucchiera si sistemò di
nuovo sullo sgabello e iniziò a
sforbiciare le ciocche bagnate, che
caddero a terra leggere.
Mi crederà una noiosa, pensò
Magdalena osservando i folti
capelli dritti della parrucchiera:
nero corvino sopra, biondo platino
sotto. Non proprio il mio stile,
forse, ma molto più espressivo, non
si può negarlo.
«Ecco fatto. Che ne pensi?»
Jeanette sollevò uno specchio
dietro di lei e lo mosse affinché si
vedesse da diverse angolazioni.
Magdalena annuì.
«Perfetti. Sai il fatto tuo,
ragazza.»
«È tutta questione di pratica»,
sentenziò Jeanette. «A proposito,
sabato sera devi venire al Florens.
Io e Lisa ci vediamo da me prima.»
«La pizzeria?»
«Sì, ogni tanto Ante lavora lì
come deejay e richiama un mucchio
di gente. Dai, Magda, vieni. Ci
divertiremo.»
Magdalena esitò.
«Non lo so…»
Jeanette estrasse un biglietto da
visita da una scatola sul tavolino e
glielo porse.
«Almeno pensaci. Questo è il
mio numero di cellulare.»
«Ci penserò», disse lei.
«Forse.»

Ernst Losjö entrò nel soggiorno


buio e sprofondò in una poltrona.
Dalla finestra entravano degli
spifferi, e attraverso le pantofole
sentiva il pavimento ghiacciato.
Osservò il camino e la legna
accatastata lì accanto, ma sapeva
che non si sarebbe deciso nemmeno
quella sera.
La visita della polizia gli aveva
sottratto le ultime forze. Lastra
dentale. Segni particolari.
I capelli arruffati di Gabriella
ricadevano sul bracciolo del
divano. La coperta si alzava e
abbassava al ritmo del suo lento
respiro. Per fortuna era stata
risparmiata, pensò. Una fortuna
anche per me.
Chissà cosa troverà quella
poliziotta nel diario di Hedda. Petra
Wilander sembrava una brava
donna, una tipa sana e in forma.
Guance rosate, begli occhi. E ora
avrebbe scoperto come stavano
davvero le cose nella famigliola del
dottore.
Ovviamente Ernst voleva che la
polizia facesse di tutto pur di
trovare Hedda, ma l’idea che
qualcun altro leggesse il suo
diario…
Il solo pensiero che la foto di
sua figlia venisse diffusa dai media
lo metteva a disagio. Detestava che
la gente provasse pietà per lui. Non
era una vittima. Adesso invece
l’avrebbero pensato tutti:
l’avrebbero consolato e compatito,
avrebbero espresso cordoglio.
Avrebbero provato compassione.
E avrebbero capito che razza di
genitori falliti fossero loro due.

Petra Wilander accostò la porta


del suo ufficio e accese la lampada
sulla scrivania. L’emicrania che
l’aveva accompagnata negli ultimi
giorni le aveva finalmente dato
tregua.
Guardò il diario di Hedda Losjö.
Nero, senza lucchetto, ben tenuto.
Sollevò la copertina con cautela.
Anche se era una poliziotta, e
non era di certo improbabile che la
chiave della scomparsa della
ragazzina si trovasse in quel diario,
appena cominciò a leggerlo sentì
comunque di aver superato un
limite. Come sempre si ripromise di
non riferire a nessun altro cose che
non fossero assolutamente rilevanti,
perché da quel momento lei e
Hedda sarebbero state legate da un
vincolo segreto.
Le pagine erano scritte da cima a
fondo, all’inizio con caratteri
grandi e colorati, ma verso la fine
con lettere nere piccole e nervose.

3 maggio (inchiostro verde)


Oggi mi ha accompagnato a
scuola papà. Abbiamo fatto due
ore di matematica e poi inglese.
Ho dovuto leggere un po’. Ho
mangiato con Stina e Angelica.
Durante ed. fisica siamo andati in
piscina. Prima abbiamo dovuto
fare i 400 metri e poi abbiamo
nuotato il più veloce possibile per
sei minuti. Io ho fatto nove
vasche.

16 maggio (inchiostro verde)


Oggi cavallo. Beata ha avuto un
puledro. Siamo uscite nel campo,
che era pieno di zanzare. Quando
sono tornata a casa mamma era
incazzatissima.

21 maggio (inchiostro blu)


Oggi volevo studiare un sacco,
ma alla fine non ho aperto un
libro. Sono andata da Stina per un
po’ e dopo siamo andate al
maneggio in bici.
Ho limato le unghie e messo lo
smalto, ma poi l’ho tolto di nuovo.

Quando bussò alla porta Sven


Munther, il suo capo, Petra trasalì.
«Come va?» domandò l’uomo
appoggiandosi alla parete.
«Be’, abbiamo incontrato solo il
padre, che ovviamente era molto
preoccupato.»
«Tu cosa ne pensi? Crimine o
fuga?»
«A esser sincera, non ne ho idea.
Ho appena iniziato a leggere il suo
diario, ma anche senza essere
grafologi ci si accorge subito che
l’anno scorso ne sono successe di
cotte e di crude, a quella ragazza.»
Gli mostrò due pagine, una di
febbraio e una di settembre.
«Oh, merda!» esclamò Munther.
Petra si appoggiò di nuovo allo
schienale.
«Avete già diffuso la notizia?»
domandò.
«Sì, ho appena sentito l’annuncio
alla radio. Speriamo serva a
qualcosa.»
Munther osservò il diario fra le
mani della collega.
«Comunque non dobbiamo
pensare subito al peggio. Ti ricordi
quella ragazzina scomparsa un paio
di mesi fa? Era solo scappata dal
suo ragazzo a Kil.»
Petra se lo ricordava e annuì.
Eppure sentiva che questo caso era
diverso.
«Comunque sia gli do
un’occhiata», spiegò agitando il
quaderno. «Se non altro possiamo
scoprire dove abita il suo eventuale
fidanzato…»
Munther sospirò.
«Be’, com’è che si dice? Figli
piccoli, problemi piccoli, figli
grandi, problemi grandi. Non mi
lamenterò più per un’influenza
gastrointestinale!»
Con grande sorpresa dei
colleghi, all’età di cinquantasei
anni Munther, scapolo incallito che
pensava solo al lavoro, era
convolato a nozze con una bella
donna di parecchi anni più giovane,
insegnante di ginnastica. Ora, a
sessant’anni, era il felice papà di
due dolcissime bambine di due e
quattro anni.
«Oggi vado a casa prima»,
continuò. «Kajsa è a letto con
l’influenza e ha bisogno di
sostegno. Se scopri qualcosa
parlane con Berglund, altrimenti ci
vediamo domattina.»
«Tranquillo», rispose Petra.
Negli ultimi anni ha imparato un
sacco di parole nuove, pensò.
Sostegno. Tempo per se stessi.
Stivaletti per tutte le stagioni.
Doveva essere farina del sacco
della moglie.

5 agosto (inchiostro rosso)


Sono INNAMORATA!!! Ieri io
e Stina siamo andate al parco,
c’era un sacco di gente anche della
nostra classe. Proprio mentre
stavamo ballando (hanno messo
delle canzoni bellissime tutta la
sera!) sono arrivati due ragazzi
che hanno iniziato a ballare con
noi, in cerchio. All’inizio pensavo
che fossero vecchi, tipo sui 25, ma
poi uno si è messo a guardarmi.
Oh, che occhi! Non ne ho mai
visti di così belli! Stavo per
morire. Ha continuato a tenere lo
sguardo fisso su di me tutto il
tempo.
Quando hanno messo i lenti mi
si è avvicinato come se fosse
ovvio che avremmo ballato
insieme. Che fisico! Anche se era
un po’ sbronzo ballava da dio. Mi
teneva stretta e io avrei voluto che
la canzone non finisse MAAAI. Il
cuore mi stava scoppiando.
(Pensavo che Stina avrebbe
ballato con l’altro tipo, ma invece
no.)
Quando è finito il pezzo lui mi
ha guardata a lungo.
«Sei bellissima», mi ha detto.
Devo essere diventata rossa come
un pomodoro.
Poi si è chinato in avanti,
piano, piano, piano… e mi ha
baciata!!! Era come un film.
Davvero, stavo per svenire!
Elias non faceva che roteare la
lingua come un’elica e basta. Con
Fredrik invece è completamente
diverso. «Assaggiava» la mia
bocca, quasi, prima in modo
dolcissimo, piano, poi con sempre
più foga, come se non riuscisse a
farne a meno. Io cercavo di stargli
dietro il più possibile, ma avrà
pensato che ero una frana come
baciatrice.
Era venuto a prenderci il
fratello di Stina, così ho dovuto
sbrigarmi. Quando gli ho detto che
dovevo tornare a casa mi ha
guardata come un cagnolino triste
e mi ha chiesto il numero. Ci
credi?! Ovvio che gliel’ho dato!
Mi ha scritto un sms
tenerissimo già mentre ero in
macchina! «Sei così bella! Baci,
Fredrik.» Ero troppo imbarazzata,
ma non volevo farlo vedere a
Stina, non so perché.
Fredrik, si chiama Fredrik.
È così figoooo! Muscoli quanto
basta, capelli corti e biondi con
qualche ciuffetto più lungo alle
tempie. Lo trovo bellissimo.
Maturo e macho.
Oh, non RIESCO a smettere di
pensare a lui!!!

12 agosto (inchiostro rosso)


Fredrik è la cosa più bella che
mi sia mai capitata. La cosa più
meravigliosa di TUTTE!
Ieri mi è venuto a prendere al
parcheggio del centro comunitario
(non voleva venire fino da noi, ed
è comprensibile) e poi siamo
andati in macchina dove tiene la
sua roulotte, vicino al lago Nain.
Ero nervosa, e lui mi era
mancato tantissimo! Non mi ha
fatto così male come dicono che
faccia (mi ha solo bruciato un po’,
tipo) però è uscito un sacco di
sangue. Per fortuna avevamo
messo un asciugamano sotto. Io lo
trovavo troppo imbarazzante, ma
Fredrik è stato davvero dolce e ha
detto che non importava.
Non dimenticherò mai come mi
ha guardata, dopo. Era sudato e
con le guance rosse, i capelli tutti
lucidi.
«Sei meravigliosa», ha detto.
Che dooolce!
Speravo che saremmo potuti
stare lì tutto il pomeriggio e la
sera, magari farci un bagno (lì
vicino c’è una bellissima
spiaggetta), ma Fredrik doveva
andare a una festa di un cugino o
roba del genere. In realtà mi ha
detto che non aveva voglia di
andarci, ma quando uno deve,
deve. Io penso che sia bello che si
interessi tanto alla sua famiglia.
Oh, non vedo l’ora di
rivederlo!!! Ha detto che potrebbe
venirmi a prendere dopo la scuola,
quando inizierà. Adesso non vedo
davvero l’ora che cominci. Presto,
presto, presto!

27 agosto (inchiostro rosso)


In realtà dovrei studiare,
abbiamo un sacco di compiti
anche se andiamo a scuola solo da
una settimana. Fra un mese
dovremo sapere a memoria
TUTTA la tavola periodica degli
elementi. ROBA DA PAZZI!
Papà dice che non sarà difficile,
per me, e forse ha ragione. Ma
proprio non RIESCO a
concentrarmi. Ho in testa solo
Fredrik. Oggi ho visto le foto di
suo figlio Liam, ne aveva
tantissime nel telefonino. Diiiio,
che tenero!!! Come suo padre! Ha
tre anni. Si vede che Fredrik gli
vuole un sacco di bene. È per lui
che è rimasto da Camilla,
nonostante tutto quello che è
successo. Lei non fa altro che
lamentarsi e litigano sempre. Da
quando è nato Liam non hanno
più fatto sesso… quasi. Lui abita lì
e basta.
Già, il sesso. Ora riesco a
godere un po’ di più, la maggior
parte delle volte non mi fa male.
Ovviamente dipende da come lo
facciamo, immagino che uno si
abitui. Fredrik è così esperto e mi
mostra sempre posizioni nuove.
Certe volte è un po’ impaziente,
non aggressivo, ma tipo…
«deciso». Dopo ha sempre paura
di avermi fatto male. Che dolce!
Pensa, riesco a fargli perdere la
testa così!
Mi ha raccontato un sacco di
cose della sua infanzia eccetera. È
come se avesse bisogno di parlare.
Mi DISPIACE così tanto per lui!
Sua madre era sbronza quasi ogni
giorno, quando lui tornava a casa
da scuola, e suo padre non c’era
mai.
Quando mi racconta di quelle
cose vorrei soltanto abbracciarlo e
proteggerlo da tutto il male del
mondo. Certe volte ha anche
pianto, e allora è venuto da
piangere anche a me. Quando
andava a scuola ha fatto qualche
furtarello, ma erano solo bravate
per sembrare figo di fronte ai
ragazzi più grandi, perché dentro
aveva soltanto paura. E
l’aggressione per cui è stato
condannato era pura legittima
difesa. Qualcuno si è inventato
che era andato addosso alla tipa di
qualcun altro e allora si è messo a
provocarlo. Tutti lo giudicano
male! Io però riesco a scorgere
calore e gentilezza in lui, e con me
sembra sempre a suo agio. È la
persona più buona del mondo, non
farebbe del male a una mosca.
Lo amo! Lo amo, lo amo, lo
amo!

2 settembre (inchiostro nero)


Non riesco a respirare!!!
Fredrik non si fa sentire da quattro
giorni. Perché? Non capisco! Non
risponde ai miei sms né alle mie
chiamate… Che cosa ho fatto di
sbagliato???
4 settembre (inchiostro nero)
Fredrik non vuole più
vedermi!!! Voglio MORIRE! Dice
di amarmi, di amarmi troppo e di
avere paura per come finirà. Dice
che per il bene di Liam deve
tenere unita la sua famiglia e che
io gli provoco troppe emozioni.
Oh, quanto lo amo! Come farò a
vivere?!?

Il diario continuava sullo stesso


tono disperato per tutto settembre.
All’inizio di ottobre le annotazioni
finivano di colpo. Perché non aveva
continuato a scrivere? Doveva
esserci un altro diario, pensò Petra.
Bisognava trovarlo. Ma prima
avrebbe parlato con Stina.

Magdalena svoltò di nuovo in


Kyrkogatan. Gli edifici di legno
avvolti dalla neve sembravano
presi da una cartolina di Natale
degli anni Cinquanta.
Dopo oltre un’ora passata per
strada era riuscita a trovare solo
due persone che volevano
rispondere al sondaggio ed essere
anche fotografate. Gli abitanti di
Hagfors non avevano nulla contro i
sondaggi, riuscivano persino a
tenere delle piccole conferenze su
quanto fosse assurdo mangiare i
panini dolci di Carnevale già a
gennaio, ma quando lei estraeva la
macchina fotografica se la
svignavano tutti farfugliando delle
scuse.
Si era calcata il berretto fin sugli
occhi, schiacciando la nuova
pettinatura, e le dita le dolevano dal
freddo anche se indossava i guanti.
Era dovuta tornare due volte in
redazione per scaldarsi.
Davanti al bancomat all’altro
lato della strada notò un uomo con i
pantaloni da lavoro macchiati di
colore e una giacca a vento azzurra.
Lo raggiunse correndo e sfoderò il
suo sorriso più smagliante.
«Mi scusi! Sono del…»
Quando lui si voltò, Magdalena
ammutolì per la sorpresa.
Petter.
«Ciao», la salutò lui prendendo i
contanti dal bancomat e infilandoli
nel portafoglio. «Quanto tempo!…»
«Sì, già… Davvero… Ehm, sono
fuori per un sondaggio. Per il
Värmlandsbladet. Ora lavoro di
nuovo lì.»
«Lo so.»
Petter la guardò e Magdalena
avvertì un fremito. I capelli castani
lunghi e ricci che spuntavano da
sotto il berretto e gli occhi verdi
erano come li ricordava. Non era
cambiato molto.
«Ehm… Avresti voglia di
rispondere? Alle mie domande,
ecco.»
«Dipende, basta che non siano
complicate», fece Petter mettendosi
il portafoglio in tasca.
«No, no, non sono affatto
complicate. Si tratta di… dei panini
dolci di Carnevale. Ne hai già
mangiato uno, quest’anno?»
Magdalena arrossì. Che razza di
domanda era?
«Ah, tutto qui? Allora la mia
risposta è: ‘No, purtroppo non ne
ho ancora mangiati’.»
Con le dita irrigidite Magdalena
girò una pagina del suo bloc notes,
grata per avere qualcosa su cui
puntare lo sguardo, ma la penna si
rifiutava di collaborare. Niente da
fare: non voleva saperne di
scrivere. Una delle prime cose che
aveva imparato alla facoltà di
giornalismo era l’importanza di
avere sempre con sé una matita
quando si era sul campo e faceva
freddo, però nessuna delle
redazioni in cui aveva lavorato
finora teneva scorte di matite negli
armadi della cancelleria.
«Merda!» sibilò.
«Prendi questa.» Petter tirò fuori
da una tasca una matita rossa.
«Grazie», rispose lei
afferrandola. «Be’, il tuo nome… lo
so. Anche l’età. Quarantadue, no?»
Lui annuì.
Quanti anni prima era stato?
Dodici? Tredici?
«Residenza?» domandò
sentendosi le guance avvampare.
Basta arrossire, adesso. Questa
situazione sta diventando ridicola.
«Sunnemo.»
«Devo sapere anche la tua
professione, e poi l’interrogatorio è
finito.»
«Imbianchino», rispose Petter
indicando un camioncino bianco
con la scritta IMPRESA DI
COSTRUZIONI E IMBIANCHINI
AHLBOM, parcheggiato davanti al
negozio di scarpe.
«Bene, manca solo la foto»,
concluse lei infilando il blocco
nella borsa e restituendogli la
matita.
«Tienila pure, se devi
intervistare qualcun altro.»
«No, per oggi ho finito. Ma
grazie comunque.»
Petter ripose la matita in tasca e
Magdalena estrasse la fotocamera,
pregando in cuor suo che non
s’inceppasse pure quella.
Lui la guardò mentre impostava
l’autofocus. Sì, sembrava che
quell’aggeggio sopportasse meglio
il freddo.
«Devo sorridere?»
«Come preferisci.»
Fece diversi scatti in
successione, scelse il migliore e
glielo mostrò.
«Ecco qui. Va bene?»
Petter si chinò in avanti per
guardare il display.
«Ma sì, facciamola andar bene.
Purtroppo non ne verranno di
migliori.»
Magdalena rimise la fotocamera
in borsa.
«Be’, la vedrai sul giornale di
domani», disse imbarazzata
sistemandosi il berretto per
l’ennesima volta. «Grazie, e scusa
se ti ho fatto perdere tempo.»
«Non c’è di che. È stato bello
rivederti. Era da tanto che...»
«Ora devo proprio andare»,
tagliò corto lei. «Il dovere mi
chiama.»
«Capisco. Va’ a scaldarti,
sembri congelata.»
Magdalena attraversò la strada e
si affrettò nel parcheggio fra
Kyrkogatan e Köpmangatan. Ormai
non sentiva più i piedi.
«Dio mio», borbottò fra sé e sé.
«Il dovere mi chiama? Patetica!»
Perché si era messa a parlare
come in una vecchia commedia in
bianco e nero? La cosa più
umiliante, tuttavia, era stata la sua
reazione: si vedeva che era turbata.

Il piccolo maneggio si trovava


all’estremità di un vasto campo,
delimitato su due lati da un fitto
bosco. Alcune finestrelle erano
illuminate debolmente e, a parte una
lampada situata sopra l’entrata, era
buio pesto.
Mentre Petra Wilander avanzava
con cautela sul parcheggio
ricoperto di ghiaccio, un uccello si
librò fra gli alberi emettendo un
verso che la spaventò tanto da farle
quasi perdere l’equilibrio.
Le ragazze che amano i cavalli
non devono avere paura del buio,
considerò mentre apriva il cancello
cigolante. Il cavallo più vicino
voltò la testa nella sua direzione
guardandola di traverso.
«C’è nessuno?» domandò piano.
Forse i cavalli danno di matto se
si alza la voce, pensò sgattaiolando
nel corridoio centrale. Da quando
era stata morsa da un pony in uno
zoo, da piccola, si teneva alla larga
da maneggi e cavalli. Non ci si può
fidare degli animali che avvertono
la paura e la sfruttano a proprio
vantaggio, si diceva.
Stina Skog, che a quanto pareva
era sola lì dentro, si trovava in
fondo a un box con una striglia
verde in mano. Una treccia lunga e
scura le ricadeva sulla schiena e la
giacca attillata le aderiva ai fianchi.
Sul mento aveva dei foruncoli che
aveva cercato di nascondere con il
correttore. Quando la vide smise di
strigliare il cavallo. Petra sorrise
alzando una mano in segno di
saluto.
«Mi chiamo Petra Wilander, ho
telefonato prima. Continua pure,
possiamo parlare mentre tu fai
quello che devi fare.»
«È terribile sapere che Hedda è
scomparsa nel nulla», replicò la
ragazza ricominciando a spazzolare
il cavallo grigio pezzato con gesti
lenti. «Cosa credete possa esserle
successo?»
«In questo momento stiamo
cercando di capire chi frequentava
e come stava, se è accaduto
qualcosa di particolare che l’ha
portata ad allontanarsi da casa,
oppure se ha litigato con qualcuno.»
Stina si spostò sull’altro fianco
del cavallo passandogli sotto il
collo. Petra fece qualche passo per
mantenere il contatto con i suoi
occhi, sempre attenta a conservare
una distanza di sicurezza dalle
zampe posteriori dell’animale.
«Non ci vediamo più così
tanto.»
«Come mai?»
Stina si strinse nelle spalle.
«Be’… Era diventata troppo
pesante. Parlava sempre delle
stesse cose. Mi ero stancata di lei.»
«L’estate scorsa ha conosciuto
un ragazzo di nome Fredrik», disse
Petra.
Stina si bloccò di colpo e la
guardò.
«Come fa a saperlo?»
«Purtroppo non posso dirtelo.»
«Non erano in molti a conoscere
questa storia. Credo che i suoi
genitori non lo sapessero.»
«Okay. Ma chi è questo
Fredrik?»
«Si chiama Fredrik Anderberg.
Un viscido», rispose la ragazza
facendo una smorfia.
«Cosa intendi con viscido?»
«Uno schifoso. Vecchio. È
sposato e ha un figlio piccolo,
eppure andava con Hedda. E lei
credeva a ogni singola palla che le
raccontava, assorbiva tutto come
una spugna. Riusciva a parlare di
lui all’infinito, girava e rigirava le
sue frasi e interpretava i suoi sms
fino a farli diventare le cose più
romantiche mai scritte. All’inizio
ho cercato di essere felice per lei,
le dicevo quello che voleva sentirsi
dire...»
«Hai cercato di essere felice?»
«Sì. Insomma, ero un po’ gelosa.
Non perché stava con lui, anche se
è un gran bel ragazzo, per la sua età,
ma perché ero… mi sentivo
esclusa.»
Petra annuì.
«Sa, prima eravamo sempre
insieme. Si occupava di Turbine.»
Stina indicò un cavallo baio
dall’altra parte del corridoio.
È stata sincera, finora, pensò
Petra, così le domandò: «Che cosa
è successo poi?»
«Ha cominciato a comportarsi in
modo strano. Fredrik, intendo. Non
voleva più vederla. Era diventato
difficile interpretare le sue frasi in
senso positivo. Un giorno le ho
detto come stavano secondo me le
cose, cioè che lui era un porco e
l’aveva soltanto sfruttata. Allora lei
si è infuriata e mi ha accusata di
essere invidiosa.»
«È stato allora che avete smesso
di vedervi?»
«No, dopo quella volta ci siamo
viste ancora, ma lei era sempre più
strana. Come ossessionata. Certe
mattine bigiava la scuola per fare su
e giù davanti al portone di casa sua.
Un giorno lui l’ha scoperta e si è
incavolato tantissimo,
probabilmente perché aveva paura
che la moglie la vedesse e capisse
tutto.»
Petra annuì di nuovo.
«Hedda passava anche tanto
tempo davanti al computer. Tutte le
sere stava lì a fissare lo schermo.
Credevo che avrebbe continuato a
venire qui come al solito, invece...»
«Che cosa faceva al computer?
Lo sai?»
«No, ma poco prima che
smettessi di chiamarla mi aveva
detto che avrebbe aperto un blog.
Era ottobre o inizio novembre. Sì, è
stato nel ponte dei Santi. Non so
perché me ne ha parlato, dato che
non ci vedevamo quasi più.»
Un blog, pensò Petra. Il seguito
del suo diario. Ovvio.
«Conosci il nome del sito?»
«No, non so nemmeno se l’ha
mai aperto, so solo che me ne aveva
accennato. Non ero molto
interessata.»
Stina uscì dal box, lanciò la
striglia in un secchio nero e si voltò
verso Petra.
«Mi manca. Forse non sembra,
ma è così. Rivorrei la vecchia
Hedda, però.»
«Tu cosa pensi? Che è
scomparsa volontariamente?»
«Non lo so davvero, perché mi
sembra di non conoscerla più.»
Petra le allungò una mano.
«Grazie per aver risposto a tutte
le mie domande. Fatti sentire, se ti
viene in mente qualcosa che
potrebbe aiutarci. Qualsiasi cosa.
Chiedi di me.»
«Promesso», rispose Stina. «E
voi chiamatemi, se scoprite dove si
trova. Spero che torni presto.»
Dobbiamo controllare il
computer di Hedda e scoprirne di
più su quel Fredrik Anderberg,
rifletté Petra aprendo il cancello
della stalla e uscendo al gelo.

Magdalena si fermò a osservare


l’immagine di Hedda Losjö sullo
schermo del computer, la classica
fotografia scolastica con lo sfondo
azzurro cielo. La ragazzina aveva
tirato indietro i capelli ricci con un
cerchietto di metallo sottile. A parte
il mascara abbondante, per il resto
sembrava struccata. È bella, pensò.
Una bellezza naturale, e dev’essere
un po’ timida.
Sedici anni, scomparsa.
Magdalena aveva già inviato
immagine e testo alla redazione
centrale, aveva descritto le ricerche
della Guardia Nazionale nei
dintorni della casa della ragazza a
Gustavsfors e citato l’ufficiale di
guardia della polizia di Hagfors, un
certo Urban Bratt, in merito alle
difficoltà causate dalla neve e dal
freddo. L’oscurità li aveva già
obbligati a interrompere i lavori
per quel giorno, ma avrebbero
ripreso le ricerche il mattino
seguente.
Non era riuscita a capire con
esattezza se la polizia propendesse
per l’ipotesi del crimine, tuttavia a
detta di Bratt «avevano aperto
un’inchiesta, naturalmente».
Guardò gli occhi verdi sullo
schermo e si sentì a disagio.
Diede un’occhiata all’orologio,
poi spense il computer. Era ora di
andare a prendere Nils. Avrei
dovuto venire in macchina,
stamattina, pensò. Il termometro non
voleva saperne di salire oltre i
meno venti, e se fossero tornati a
casa a piedi sarebbero morti di
freddo.
Dovrò chiamare papà, concluse
cercando il cellulare.

Quando Petra imboccò il vialetto


erano le sette e mezzo passate.
Dalla finestra della cucina scorse
Lasse, Hannes e Nellie seduti a
tavola. Nellie e Hannes sulla
cassapanca, come sempre, Lasse
sulla sedia più vicina alla finestra.
Nellie parlava e gesticolava con la
forchetta, con aria partecipe, e i
suoi capelli verde fluorescente
brillavano alla luce della lampada.
Lasse scuoteva la testa,
evidentemente in disaccordo con il
suo ragionamento, poi avvicinò il
piatto alla pentola per prendersi
dell’altro ragù.
Roy abbaiò; Lasse allungò il
collo per vedere chi era arrivato e
gridò al cane di stare zitto,
ovviamente invano.
Quella scena quotidiana le diede
un senso di calore. Era così fragile,
la loro vita insieme, pensò. Stese
una vecchia federa sul parabrezza
per evitare di dover scrostare il
ghiaccio la mattina seguente e
attaccò l’auto all’impianto elettrico.
Era passato un altro giorno,
sarebbero stati una famiglia per
un’altra sera. Una madre, un padre,
due figli. Figli piuttosto grandi
ormai, certo, ma sempre figli.
Nessuno di loro si era ammalato
gravemente, nessuno era stato
investito, nessuno era scappato di
casa o scomparso senza lasciare
traccia. Non era mai stata
particolarmente credente, ma in
giorni come quello Petra sentiva di
dover ringraziare qualche forza
superiore che aveva deciso, chissà
perché, di risparmiarle le disgrazie,
almeno per un po’.
Entrò e si chinò per affondare le
dita nel pelo grigio del cane e
baciarlo sulla testa morbida.
«Sei fortunata, ti abbiamo
lasciato qualcosa», la informò
Lasse quando entrò in cucina,
lanciando un’occhiata significativa
all’orologio sopra la porta.
«Lo so», replicò lei baciandolo
sulla bocca. «Non dire niente. Lo
so.»
Notò che avevano già quasi
finito di mangiare.
«Ti sei dimenticata così presto
dei tuoi buoni propositi di
Capodanno?»
«È scomparsa un’adolescente»,
spiegò Petra prendendo un piatto e
le posate. «Dovevo verificare delle
cose.»
«Pensa, se tutti i poliziotti
fossero come te non ci sarebbero
casi irrisolti.»
Petra si sedette accanto al marito
e lo accarezzò sulla coscia.
«Già... Non sarebbe affatto
male.»
Gli spaghetti erano ancora
abbastanza caldi.
«Nellie, forse tu sai chi è»,
continuò. «Si chiama Hedda
Losjö.»
«Quella di Gustavsfors?»
Lei annuì.
«È scomparsa?»
«Sì, dall’ultimo dell’anno. I suoi
genitori hanno sporto denuncia.»
«Oddio, ma è tremendo! Non è
che la conosca veramente, le avevo
parlato un po’ quando abbiamo fatto
la corsa campestre in autunno.
Simpatica.»
Nellie iniziò ad armeggiare con
la barretta d’argento infilata nel
sopracciglio, persa nei propri
pensieri. Petra si ricordò di come si
era agitata quando sei mesi prima
sua figlia era tornata a casa con il
piercing. Di solito accoglieva con
filosofia le trovate dei ragazzi, ma
quella volta no: era troppo. Quando
però si era accorta che Nellie
continuava a essere quella di
sempre, si era tranquillizzata.
Adesso trovava quella barretta
addirittura carina, anche se non
l’avrebbe mai ammesso
apertamente.
Hannes e Nellie si alzarono e
cominciarono a sparecchiare.
Petra si guardò attorno. Le stelle
di Natale, così belle e rigogliose
quando le aveva comprate, avevano
perso quasi tutte le foglie.
«Dovremmo procurarci un aiuto per
le faccende domestiche», constatò.
«Sì!» esultò Nellie dal lavello.
«No, Dio ce ne scampi», ribatté
Lasse con enfasi.
«Ma dobbiamo star dietro a un
sacco di cose, non ce la facciamo
da soli. Sarebbe bello fare
qualcos’altro invece di pulire,
durante il poco tempo libero che
abbiamo.»
«Be’, io una mano la do
eccome!» replicò suo marito
piccato.
Per una volta, in preda ai sensi
di colpa, Petra decise di non
ironizzare sull’espressione dare
una mano.
«Tesoro, non intendevo dire che
non ti dai da fare in casa, però vedo
che anche tu sei stanco. È come se
non riuscissimo mai ad avere il
controllo della situazione.»
«Sono convinto che
bisognerebbe occuparsi in prima
persona dei propri casini. Mia
nonna da giovane faceva la
domestica: mi sembrerebbe di
tornare a quei tempi. E poi cosa
direbbe la gente? Mica siamo
ricchi.»
Petra e Nellie si scambiarono
uno sguardo rassegnato.
Anch’io voglio essere
circondata da cose belle, pensò la
donna confrontando mentalmente la
loro casa zeppa di cianfrusaglie con
la spaziosa, ricercata villa dei
Losjö. Il pensiero tornò
automaticamente a Hedda. Le
statistiche citate da Sven Munther,
secondo le quali la maggior parte
delle persone che scompare lo fa
volontariamente e torna indietro
viva e vegeta, la tranquillizzavano
solo in parte.
Fredrik Anderberg non era un
povero innocente. Tutti lo
giudicano male! Io però riesco a
scorgere calore e gentilezza in lui,
e con me sembra sempre a suo
agio. È la persona più buona del
mondo. Non farebbe del male a
una mosca.
Doveva ottenere dal suo capo
almeno il permesso per
interrogarlo.
Era una vera fortuna che i suoi
figli non le dessero troppe
preoccupazioni. È vero, la nostra
casa si sporca subito e il disordine
regna sovrano, pensò, ma almeno
riusciamo a parlarci.
4

ALLE otto meno cinque Christer


Berglund si sedette con carta e
penna al tavolo rettangolare della
stanza che fungeva da mensa e sala
riunioni, alla stazione di polizia. Si
accarezzò lentamente la barba
appena regolata. Si sentiva ancora
strano, ad averla, ma decise che
l’avrebbe tenuta.
«Ti dona.»
Christer sobbalzò come chi
viene sorpreso a fare qualcosa di
vergognoso quando Urban Bratt
prese posto sulla sedia di fronte a
lui.
«Non aver paura, tesoro, era un
complimento.»
«Grazie, non ci sono abituato»,
rispose Christer continuando a
gingillarsi il mento.
«Fra poco ti sembrerà di essere
un moccioso, senza», gli assicurò
Urban, il cui volto era incorniciato
da una barbetta che creava un
disegno simmetrico con i baffi e le
basette.
Deve perderci delle ore, pensò
Christer, ma considerato che
risparmia tempo con i capelli…
Alle otto in punto Petra
Wilander entrò nella stanza in
compagnia della loro nuova recluta,
Folke Natt och Dag.
Christer e Petra avevano
scherzato un bel po’ su quell’antico
cognome nobiliare, prima che il
candidato si presentasse il primo
giorno di lavoro. Si aspettavano un
vecchio conte brizzolato, e
soffocarono a stento le risate
quando si videro davanti quel
ragazzone biondo.
Christer sospettava che Folke
avrebbe preferito lavorare in una
grande città e che probabilmente il
Värmland settentrionale non fosse
in cima alla lista dei suoi desideri.
Ma a prescindere dalle sue
ambizioni lavorative, come la
maggior parte degli aspiranti
poliziotti, nei primi giorni aveva
mantenuto un profilo basso,
ascoltando quello che dicevano i
colleghi ed eseguendo ciò che gli
veniva chiesto senza obiezioni o
iniziative personali.
Per ultimo, come al solito,
arrivò Sven Munther. Erano le otto
e sei minuti. Posò sul tavolo una
tazza di caffè fumante e una risma di
fogli.
«Mattina movimentata, a casa»,
si giustificò sedendosi a capotavola
davanti alla lavagna bianca. «La
denuncia della scomparsa è stata
diffusa bene, comunque», continuò
facendo scivolare sul tavolo i due
quotidiani aperti sugli articoli a lei
dedicati. «Abbiamo ricevuto
qualche segnalazione?»
Tutti i presenti scossero il capo
in silenzio.
«Niente? Okay. Be’, la giornata
è appena iniziata. Cosa mi dici del
diario, Petra?»
Lei soffocò uno sbadiglio con la
mano – faceva fatica a ingranare, di
mattina –, diede un’occhiata al bloc
notes e riferì in modo conciso ma
esauriente il colloquio con Stina al
maneggio e le notizie raccolte sulla
breve relazione di Hedda con
Fredrik Anderberg.
«Oh, merda. Quel Fredrik
Anderberg? Ti ricordi, Berglund?»
Christer annuì.
«Sì, per un motivo o per l’altro
era sempre qui», continuò Munther.
«Furti, truffe, risse. E pure
un’aggressione mica da ridere.
Anche se adesso si è calmato,
sarebbe meglio andare a dargli
un’occhiatina. Ci pensate voi due?»
Christer e Petra si guardarono e
fecero un cenno d’assenso.
«Qualcuno dovrebbe anche
prelevare il computer di Hedda»,
aggiunse Petra. «Mi sa che ci sono
parecchie informazioni preziose, lì
dentro.»
«Bratt, occupatene tu.»
Urban Bratt aprì le braccia
spazientito.
«Ma io sono troppo preso con i
furti nei negozi! I commercianti
stanno dando i numeri, dopo
l’ultima rapina nel fine settimana.»
«Lo so, lo so, ma possono
aspettare qualche ora», obiettò
Munther. «Poi puoi tornartene ai
tuoi ladri di galline.»
Urban borbottò qualcosa, chino
sul tavolo, ma il capo fece finta di
niente e si rivolse a Folke.
«Tu vai con Bratt. Bene. Al
lavoro, miei prodi!»
Via Dalavägen, appena fuori
dalla stazione di polizia, era
deserta quando Christer e Petra
uscirono dal garage; superarono il
municipio di mattoni, il chiosco
accanto al vecchio cinema
Fasaden, lo studio dentistico e la
scuola Asplund.
«Meno diciannove», constatò
Christer guardando il cruscotto.
«Un’ondata di caldo equatoriale.»
«Chissà come procedono le
ricerche oggi. Hai saputo
qualcosa?»
Le lapidi del cimitero sulla
destra, sommerse dalla neve, si
scorgevano appena.
«Fino a una mezz’ora fa non
avevano trovato nulla. Quindi
Fredrik Anderberg stava con Hedda
Losjö, eh?» Christer rallentò e alla
rotonda accanto al benzinaio svoltò
a destra. «Una sedicenne?»
«Esatto», confermò Petra. «Dire
che stavano insieme è troppo, in
realtà. L’ex migliore amica di
Hedda l’ha chiamata
‘un’avventura’, ma per la ragazzina
invece era una cosa seria.»
Christer proseguì oltre il
palaghiaccio e svoltò in direzione
di Värmullsåsen. Dopo alcuni
minuti su quella stradina tutta curve
raggiunsero la meta.
A parte un uomo anziano che
stava cercando di estrarre un
vecchio piano cottura dal
bagagliaio della sua Ford, il centro
di raccolta rifiuti era deserto.
I poliziotti raggiunsero l’edificio
di legno rosso che ospitava gli
uffici ed entrarono.
«C’è qualcuno?»
Silenzio.
Sul piccolo corridoio si
aprivano diverse porte, e in fondo
si intravedeva quella che sembrava
una sala mensa.
«Non c’è nessuno qui?» tentò di
nuovo Christer.
Stavolta sentirono dei passi
avvicinarsi e poco dopo comparve
un uomo con un berretto.
«Sì?»
«Stiamo cercando Fredrik
Anderberg», disse il poliziotto. «E
a quanto vedo siamo nel posto
giusto.»
Fredrik Anderberg lanciò una
rapida occhiata alla sala mensa.
«Ah. E per quale motivo?»
«Vorremmo fare una
chiacchierata, preferibilmente senza
essere disturbati.»
L’uomo batté le palpebre un paio
di volte, come se gli fosse entrato
qualcosa nell’occhio, poi si voltò
ed entrò in uno degli uffici. Petra e
Christer lo seguirono.
«Prego», disse indicando due
sedie e accomodandosi dietro una
scrivania.
«Ci racconti come ha conosciuto
Hedda Losjö», cominciò Petra.
Altri battiti di palpebre, più
veloci stavolta.
«Allora?» lo incalzò Christer.
«Come l’ha conosciuta?»
«Perché… Come mai volete
saperlo?»
«È scomparsa.»
«Scomparsa?!» Fredrik li fissò
allibito.
«Non è più tornata a casa
dall’ultimo dell’anno e i suoi
genitori hanno sporto denuncia», lo
informò Christer. «Non li legge i
giornali?»
«E io cosa c’entro?»
«Risponda alla nostra domanda,
per cortesia», ripeté Petra.
Fredrik Anderberg strinse la
visiera del berretto e si fece
piccolo piccolo, come se avesse
voluto sparire per sempre.
«Non era troppo giovane per
lei?» azzardò Christer.
L’uomo li guardò senza proferire
parola.
«Be’? Qual è il suo ruolo in
questa faccenda?»
Restarono in silenzio qualche
istante, poi Petra disse: «Ci
racconti cosa ha provato quando ha
trovato Hedda davanti a casa sua.
Le è dispiaciuto che sua moglie…»
«Non ho nessuna moglie.»
«Okay», continuò Petra. «Alla
sua convivente non avrebbe fatto
piacere sapere della vostra
storiella, immagino.»
«Storiella…» ripeté Fredrik
ridacchiando.
«In questo momento lei è l’unico
che potrebbe essere implicato nella
sua scomparsa.»
Fredrik la fissò senza aprire
bocca, limitandosi a stringere di
nuovo la visiera.
«Senta, risponda alle nostre
domande e vedrà che ce la
sbrigheremo molto velocemente», si
intromise Christer.
Fredrik parve arrendersi, alzò
gli occhi al soffitto e parlò. «Ci
siamo conosciuti al parco di
Hagfors. Poi ci siamo visti qualche
volta durante l’autunno.»
«Dove vi incontravate?»
«In posti diversi.»
«Per esempio?»
«Soprattutto nella mia
macchina.»
«Quando l’ha vista l’ultima
volta?»
«Non me lo ricordo. Davvero.»
«Faccia un tentativo», lo incalzò
Christer. «Era forse l’ultimo
dell’anno?»
Fredrik negò con forza.
«No. È dall’autunno che non ho
contatti con lei.»
Gli agenti restarono in silenzio,
in attesa che continuasse, ma non
seguì nulla.
«È bello non ricevere più sms
fastidiosi?» chiese Petra.
«Finitela! Io non ho fatto niente,
lo capite o no?» sbottò l’uomo.
Petra lo osservò con calma.
«Quindi dove si trovava la notte
di San Silvestro?» domandò
Christer.
«Siamo rimasti a casa.
Tranquilli. Abbiamo guardato la
tv.»
«Avete guardato la tv in
tranquillità. Tutto il giorno. Lei e la
sua convivente?»
«Sì.»
«Okay, per ora basta così»,
concluse Christer alzandosi in
piedi. «Ma è probabile che
dovremo parlarle di nuovo.»
Fredrik Anderberg non aggiunse
una parola e si limitò a seguirli con
lo sguardo quando lasciarono la
stanza.
«Andiamo subito dalla
compagna, no?» disse Petra appena
furono in auto.
Christer annuì e mise in moto.

Il bosco di conifere si ergeva


come un muro tetro su entrambi i
lati della strada. A Magdalena
sembrava di guidare in un tunnel.
L’autoradio continuava a spostarsi
da Radio Värmland a Radio
Dalarna. Irritata, abbassò il volume
per non sentire quella
conversazione surreale,
chiedendosi quando avrebbe
raggiunto i gruppi di ricerca.
Il terrore dei boschi fitti e
silenziosi la tormentava da quella
volta che da piccola – avrà avuto
cinque anni; sua madre era ancora
viva – era andata a funghi con i
genitori e si era persa. La mamma
aveva preso il cestino grande e lei
quello piccolo a fiori. Suo padre
aveva raccolto dei gallinacci e
glieli aveva mostrati, facendoglieli
odorare e toccare.
Allora lei aveva deciso di
raccoglierli da sola: aveva
immaginato di alzare il proprio
cestino colmo e di vedere la felicità
dipinta sui volti di mamma e papà,
ma di colpo si era ritrovata sola nel
bosco. I rami alti scricchiolavano
oscillando avanti e indietro, e
parevano scrutarla. Quando era
comparso l’alce si era spaventata
così tanto che aveva smesso di
piangere. Quel ricordo aveva un
sapore salato e odorava di muschio
umido e pipì. Aveva atteso a lungo
che venissero a prenderla e poi si
era messa a camminare, immersa in
una dimensione atemporale.
Magdalena si tolse un guanto e
portò la mano alla bocchetta
d’areazione accanto al volante.
L’aria che usciva era appena
tiepida. Per forza aveva freddo!
Finalmente sul ciglio della
strada vide parcheggiate sette-otto
automobili. In un fossato più avanti
avevano acceso un falò. Magdalena
si fermò in fondo alla fila di
macchine e spense il motore. Prima
ancora che avesse il tempo di
aprire la portiera un uomo sulla
sessantina dall’andatura un po’
caracollante la raggiunse.
«È lei la giornalista?» le
domandò quando scese.
«Sì. Magdalena Hansson», si
presentò allungando una mano. «E a
quanto mi sembra di capire lei è
Göte Gustafsson, il presidente della
Guardia Nazionale.»
«Esatto.»
«Come procedono le ricerche?»
Magdalena estrasse dalla borsa
un blocco e una matita che aveva
comprato quella mattina. In
lontananza si udivano le grida dei
ricercatori.
«Non abbiamo trovato ancora
niente. È piuttosto complicato.»
«Mi spieghi.»
«Primo», iniziò Göte alzando il
pollice, «lavorare con un freddo del
genere non è affatto facile. Gli
uomini devono tornare indietro
spesso a riscaldarsi al falò sennò
congelano. Secondo», e sollevò
l’indice, «da quando la ragazzina è
scomparsa è nevicato davvero
molto. Terzo», stavolta toccava al
medio, «non abbiamo la più pallida
idea di dove cercare. La ragazzina
non ha lasciato detto a nessuno
dove era diretta.»
Magdalena annotò tutto quanto in
fretta.
«Inoltre il buio è un bel
problema», continuò l’uomo
alzando gli occhi oltre le cime degli
alberi. «Già fra qualche ora saremo
costretti a finire, per oggi.»
«Capisco», annuì la giornalista.
«In quanti siete?»
«Al momento circa trentacinque,
fra poliziotti e volontari. Abbiamo
anche tre cani.»
Magdalena fece avvicinare Göte
al falò, poi scattò alcune foto. «Mi
può chiamare, se trovate
qualcosa?» chiese allungandogli un
foglietto su cui aveva scritto il suo
numero di cellulare.
«Senz’altro», annuì lui. «Ma se
la troveremo temo che per i genitori
non saranno buone notizie.»
«Comunque in bocca al lupo»,
gli augurò Magdalena prima di
guardare l’orologio.
Se si fosse sbrigata sarebbe
riuscita a fare visita ai genitori di
Hedda Losjö, prima di andare a
prendere Nils.

Quando Camilla Jonson aprì la


porta e si ritrovò di fronte Petra
Wilander e Christer Berglund con il
distintivo in mostra spalancò gli
occhi e si mise le mani sulla bocca.
«Che cosa è successo? È per
Liam?»
«Tranquilla, non ha niente a che
fare con suo figlio», la rassicurò
Petra, «ma avremmo bisogno di
parlare con lei. Possiamo entrare?»
«Certo», mormorò la donna
indietreggiando.
Superò un autosilo di plastica
variopinta abbandonato sul
pavimento e si diresse in soggiorno,
dove si sedette sul divano sotto un
enorme ventaglio appeso alla
parete. Mentre Petra e Christer si
accomodavano tolse l’audio al
televisore. Sotto le maniche della
felpa si intravidero due tutori
protettivi a entrambi i polsi. Le
unghie lunghe erano orlate di
brillantini.
«Abbiamo qualche domanda su
Fredrik e su cosa avete fatto
l’ultimo dell’anno», iniziò Petra.
«Posso chiedervi perché volete
saperlo?»
«È stata denunciata la scomparsa
di una ragazza di Gustavsfors che
Fredrik conosce. Hedda Losjö. Sa
se sono usciti insieme
ultimamente?»
Camilla contrasse le labbra,
agitandosi sul divano.
«Non ne so nulla», rispose
distogliendo lo sguardo.
«Cosa avete fatto a San
Silvestro?» domandò Petra.
«Abbiamo festeggiato qui a casa.
Solo noi e Liam. Fredrik ha sparato
qualche razzo dal balcone, ma Liam
aveva paura e ha pianto. Del resto
ha solo tre anni. Fredrik, però, fa
fatica a capirlo...»
«È rimasto in casa tutto il
giorno?»
Camilla restò in silenzio a lungo,
prese un cuscino e se lo strinse
contro la pancia. Poi guardò Petra
con gli occhi lucidi.
«No.»

Gli agenti fecero appena in


tempo a rientrare nella stazione di
polizia che Sven Munther comparve
in corridoio davanti alla sala
riunioni.
«Com’è andata con Anderberg?»
«È un tipo losco», rispose
Christer.
«Ha ammesso di avere avuto una
relazione sessuale con Hedda
Losjö», continuò Petra. «Ma fare
sesso non è reato. E non lo è
nemmeno lasciare qualcuno o ferire
i suoi sentimenti, per quanto
riprovevole. Poi però siamo andati
a parlare con la sua convivente,
Camilla. A differenza di lui, che
sosteneva di essere rimasto sempre
a casa l’ultimo dell’anno, ci ha
detto che nel pomeriggio Fredrik
era uscito per comprare del
tabacco, rimanendo fuori tre ore.»
«Accidenti», borbottò Munther.
«Voi che ne pensate?»
«Non voglio sbilanciarmi»,
rispose Christer, «ma sono convinto
che dobbiamo continuare a tenerlo
d’occhio.»
Il cellulare di Munther suonò, lui
rispose e alzò la mano come a dire
«aspettate un attimo». Petra e
Christer capirono che era sua
moglie e lo lasciarono nel corridoio
da solo, dato che le conversazioni
fra quei due di solito duravano dei
bei quarti d’ora.
Mentre andava nel suo ufficio,
Petra sbirciò in quello di Urban
Bratt: era seduto con Folke Natt och
Dag davanti al computer di Hedda.
Petra sorrise notando che Urban
aveva lasciato il comando di mouse
e tastiera al giovane aspirante, che
cliccava e digitava a gran velocità.
Bussò sullo stipite. Entrambi si
voltarono di colpo verso di lei, ma
altrettanto rapidamente tornarono
allo schermo.
«Trovato qualcosa?» domandò
entrando nella stanza.
«Be’, è su Facebook, ma non era
particolarmente attiva», la informò
Urban. «Quattordici amici. Pochi.
Ha anche un account su
Bilddagboken, la community
fotografica, ma non partecipava
molto nemmeno lì.»
«E il blog, allora?»
«Sì, l’abbiamo trovato. Si
chiama ‘Segni oscuri’. Puoi
farglielo vedere, Folke?»
Il giovane visualizzò il blog di
Hedda, ovviamente con sfondo nero
e testi in bianco. In alto c’era
un’immagine sfumata di una rosa
appassita.
«Quando l’ha aperto?» chiese
Petra.
«All’inizio di novembre.» Folke
le lanciò una rapida occhiata da
sopra la spalla. «Il primo post
risale al 3 novembre. Non sembra
molto elettrizzante.»
Fece scorrere su e giù la pagina.
Paragrafi di testo piuttosto lunghi si
alternavano a poesie.
Petra andò alla scrivania di
Urban, prese un post-it e annotò
l’indirizzo del sito. Dovrò darci
un’occhiata approfondita, pensò.
«E l’e-mail?»
«Non abbiamo ancora fatto in
tempo a esaminarla con cura»,
rispose Urban, «ma è stato inviato
un gran numero di messaggi
all’indirizzo
fredde.anderberg@gmail.com.
Possiamo dare per scontato sia quel
Fredrik, no?»
«Be’, direi di sì», annuì Petra.
«Ha ricevuto qualche risposta?»
«Non nella stessa quantità», la
informò Urban asciutto.
«Lo sospettavo.»
Petra andò a riempirsi una tazza
di caffè e la portò nel suo ufficio. Si
sedette alla scrivania, accese il
computer e digitò l’indirizzo del
blog di Hedda. Si capiva che non
era stato ideato perché lo
leggessero in molti. Nessun post
aveva commenti e la presentazione
dell’autrice era quantomeno
sommaria. Tutto ciò che si trovava
alla voce «Chi sono» era: «Una
ragazza di sedici anni nata sotto il
segno dell’Ariete».
3 novembre
Mi ricordo di te.
Mentre dormo ricordo,
ricordo il tuo calore e il tuo
sguardo,
Quando mi sveglio ricordo,
ricordo com’era quando mi
tenevi fra le braccia,
quando stavi con me.
/H

5 novembre
Perché nessuno si accorge del
mio stato d’animo? Perché
nessuno vede che non riesco più a
respirare, che sto per annegare?
Perché tutti si accontentano del
mio sorriso stanco e delle mie
menzogne?
Sarebbe più semplice,
naturalmente, ma non potrò mai
perdonarlo.
Come si fa a vivere così per
tutta la vita? Questa inutile vita?
/H

13 novembre
Morte crudele, vieni una sera a
prendermi
la mia gioia è così piccola, il
mio dolore così amaro.

Entra nell’oscura camera, dove


alla luce della mia lampada
rifletto sulla vita scandita dai
lenti battiti dell’orologio.

Va’ in silenzio, così che non ti


veda, va’ alle mie spalle,
chiudi entrambi i miei occhi,
così che possa
addormentarmi al sicuro.

Ma vieni in fretta, sii dolce e


amichevole, perché
altrimenti temo
che qualche pensiero
spaventoso mi sarà
d’intralcio.

Sì, in fretta, respiro meglio, il


cuore invito a fermarsi.
Oh morte, ti sarò grato se farai
come desidero.

La mia gioia è così piccola, la


mia anima così inquieta…
morte crudele, vieni una sera,
striscia in silenzio alle mie
spalle.
Birger Sjöberg

Pensa se fosse davvero così


semplice…
/H

Dunque le cose stavano così?


Hedda si era suicidata? Il blog
doveva essere letto come una lunga
lettera d’addio? Possibile, ma in
quel caso avrebbe dovuto lasciare
una sorta di messaggio.
Povera piccola, pensò Petra. È
curioso che i suoi famigliari non si
siano accorti di nulla. I genitori
conoscono i propri figli abbastanza
da intuire subito quando non stanno
bene. O no?

19 novembre
Ieri sera ho rubato di nuovo
una pasticca a mia madre mentre
stava guardando Desperate
Housewives. Papà era al lavoro. È
stato come andare nel regno dei
cieli! Respiravo di nuovo,
l’oppressione al petto era
scomparsa. Chissà se le conta,
quelle compresse. Non potrà mica
sapere con esattezza quante ce ne
sono in un barattolo! Mi informerò
su come funzionano i vari tipi ed
escogiterò un piano. Forse sarà la
mia salvezza.
/H

All’improvviso sentì Urban


urlare dal suo ufficio: «Petra, vieni!
Cazzo, forse abbiamo trovato
qualcosa!»
Aveva gridato così forte che
anche Christer Berglund e Sven
Munther si precipitarono da lui.
«La convivente di Anderberg si
chiama Jonson, di cognome, vero?»
domandò Urban.
«Sì, Camilla Jonson.»
«Guardate qui», continuò lui
indicando lo schermo. «La mattina
della vigilia di Natale Hedda ha
inoltrato il link del suo blog
all’indirizzo
millanjonson@gmail.com.»
«Ha scritto qualcosa anche a
Fredrik?» chiese Petra.
Urban si voltò verso Folke, che
continuava a gestire la navigazione
in rete.
«No, non la vigilia», rispose il
nuovo arrivato dopo pochi secondi.
«Ma il giorno di Natale gli ha
inviato un’e-mail insolitamente
corta: ‘Buon natale. Spero lo
passerete bene’. E il 27 dicembre
Hedda ha scritto un’altra e-mail
allo stesso indirizzo.»
«Sentiamo», lo incalzò Munther,
che era in fondo all’ufficio,
appoggiato contro lo stipite.
«‘Non esiste un modo adatto
per dirlo’», lesse Folke ad alta
voce, «‘e nemmeno un momento
adatto, credo, ma voglio che tu
sappia che Fredrik ti tradisce da
quest’estate. Se vuoi altri dettagli,
forse qualche prova che sto
dicendo la verità, te li fornirò
volentieri.’»
«Oh!» esclamò Petra.
«Dobbiamo assolutamente
risentire Anderberg», decise
Munther.
«Già», concordò Christer. «Lui
sostiene che da quando l’ha lasciata
non ha avuto più alcun contatto con
Hedda.»
«Come sei riuscito a entrare così
in fretta nel suo account di posta,
Folke?» indagò Munther
profondamente colpito.
«Be’… questa è la mia materia»,
spiegò il giovane in tono esitante.
«Ho seguito dei corsi supplementari
di informatica.»
«In realtà questo era un caso
destinato all’unità informatica di
Karlstad, ma sono felice di averti
permesso di fare un tentativo. Mi
conviene non andare a sbandierare
in giro le tue competenze, altrimenti
cercheranno subito di
accaparrarti!»
Folke arrossì lievemente.
«Ho il massimo rispetto per i
miei ottimi colleghi, ma
l’evoluzione della tecnologia è così
rapida che è difficile per noi
semplici poliziotti tenerci sempre
aggiornati», proseguì Munther.
«Bravi tutti e due, comunque.
Urban, ora puoi tornare ai furti. E
Folke, tu poi continuare a setacciare
la casella di posta. Porta il
computer nel tuo ufficio. Quando
avrai finito Petra e Christer
interrogheranno di nuovo Fredrik.»
Folke annuì, spense il computer
e iniziò a scollegare i fili.
«Ti aiuto a portarlo di là», si
offrì Christer prendendo tastiera e
schermo sottobraccio.
«Grazie», rispose Folke. «A
dopo», disse a Urban prima di
uscire.
Ma il collega, che ora gli dava
le spalle e aveva il telefono
incollato all’orecchio, non gli
rispose.

La casa della famiglia Losjö era


immersa in un buio tale che in un
primo momento Magdalena credette
non ci fosse nessuno. Un fascio di
avena era stato fissato a un piccolo
pino sul lato corto della villa, come
decorazione, e davanti allo scalino
più basso avevano disposto dei
rami di abete a mo’ di zerbino.
Vogliono far credere che ci abiti
Babbo Natale, in questo posto? si
chiese.
Salì sulla veranda, poi esitò.
Entrare in contatto con i parenti era
la cosa peggiore del suo lavoro, lo
aveva sempre pensato. Certi
volevano parlare, mostrare
fotografie, e apprezzavano
l’interesse dei media a ciò che era
loro accaduto; il fatto di parlarne su
un quotidiano era anche un modo
per metabolizzare il dolore e lo
choc. Altri si offendevano
profondamente al minimo tentativo
di avvicinamento. In questo caso i
genitori avrebbero dovuto
manifestare interesse per
l’attenzione che si dimostrava nei
confronti della loro figlia, pensò,
ma ovviamente non poteva esserne
certa.
Fece un paio di respiri profondi
e suonò il campanello. Quando udì
dei passi avvicinarsi alla porta il
cuore prese a batterle più forte.
Ernst Losjö – si chiamava così –
era un uomo imponente, statuario,
sui cinquantacinque anni, i capelli
striati di grigio pettinati
all’indietro; indossava una camicia
azzurra, pantaloni scuri e scarpe
lucide.
Magdalena si levò un guanto,
allungò la mano e si presentò. Lui la
guardò perplesso.
«Come avrà capito sto scrivendo
della scomparsa di vostra figlia.
Vengo proprio ora dalla zona delle
ricerche e pensavo che…»
Ernst non disse nulla, ma il suo
sguardo la mise in soggezione. Di
colpo si ricordò della giacca a
vento che avrebbe dovuto portare in
lavanderia molto tempo prima.
Avrebbe dovuto scegliere un altro
colore, non il rosso, su cui
spiccavano anche le macchie più
piccole.
«Pensavo che forse avreste
voluto raccontare cosa è successo.
Con parole vostre.»
Ernst restò immobile, senza dare
il minimo cenno di volerla fare
entrare.
«E che cosa glielo fa pensare?»
Magdalena inspirò a lungo.
«Svariati motivi. Se scriviamo
di lei forse a qualcuno potrebbe
venire in mente qualcosa. Magari
altri vorranno aiutare a cercarla.
Inoltre mi sentirei a disagio a
scrivere di Hedda senza nemmeno
aver chiesto il vostro parere.»
«L’unica cosa a cui siete
interessati è vendere qualche copia
in più.»
«In realtà il Värmlandsbladet
basa le proprie vendite soprattutto
sugli abbonamenti», replicò
Magdalena nel modo più gentile
possibile. «Ma ovviamente rispetto
il suo desiderio. Le chiedo scusa
per averla disturbata.»
Fece per scendere la scala
quando alle sue spalle udì un
singhiozzo sonoro. Si voltò e vide
Ernst asciugarsi il viso con il dorso
della mano.
La vista di quell’uomo
imponente ed elegante che piangeva
come un bambino la mise a disagio.
All’arroganza e alla rabbia sapeva
far fronte, ma con la disperazione
era più difficile.
«Senta…» iniziò Ernst.
Magdalena attese in silenzio. «Mi
perdoni.»
«Non c’è problema. Comprendo
il suo stato d’animo. È naturale.»
«Non volevo essere maleducato,
però sono così angosciato! E
piangere di fronte alla stampa,
davanti a tutti, non mi sembra
dignitoso, ecco.»
«Capisco. Intendevo darvi una
possibilità.»
Ernst adesso singhiozzava senza
ritegno; tirò fuori un fazzoletto dalla
tasca e si soffiò il naso.
«Mi lasci parlare con mia
moglie. In questo momento sta
dormendo. Ha un biglietto da
visita?»
«Purtroppo no, lavoro qui da
poco. Ma posso darle il mio
numero di cellulare.» Per la
seconda volta nella giornata
Magdalena scrisse il proprio
numero su un foglietto. «Mi chiami
quando vuole...»
Quindi tornò all’auto; si sentiva
svuotata. L’immagine di Ernst in
lacrime l’avrebbe accompagnata
per molto tempo.

«Quando ho finito posso uscire a


giocare con Melvin?»
Nils bevve un sorso di latte
guardando Magdalena da sopra il
bordo del bicchiere.
«Fa troppo freddo.»
«Ma vogliamo finire l’igloo.»
«Lo so. Domani farà più caldo,
vedrai.»
I due bambini, che sarebbero
finiti nella stessa classe, erano
molto indaffarati a raccogliere la
neve indurita lungo la strada e a
trascinarla sui loro slittini fino al
giardino.
Magdalena aveva trascorso
lunghi istanti a osservare il loro
gioco, una volta tanto in totale
serenità.
«Faremo cento milioni di palle
di neve… anzi, centomila miliardi
di milioni», le spiegò. «Così se
scoppia la guerra ne abbiamo una
bella scorta.»
«Okay. Meno male: sono al
sicuro qui dentro, allora.»
Nils annuì.
«Allora posso andare a giocare
a casa di Melvin?»
«Corri a chiederlo a Stefan e
Diana. Ma solo un’oretta, non di
più.»
Nils portò piatto, bicchiere e
posate al lavello.
«Grazie per la pappa, era
proprio ghiotta, sul piatto c’era una
mucca che ha fatto la cacca!»
Quando finì la filastrocca era già
all’ingresso.
«Ci sono dei guanti asciutti nel
cestino!» gridò Magdalena.
Per tutta risposta sentì il tonfo
della porta che si chiudeva.
Magdalena sparecchiò e pulì il
tavolo. Poi prese la sua tazza
preferita, bianca con grandi rose, e
ci mise una bustina di uno speciale
tè aromatico che aveva comprato a
Stoccolma. L’aveva quasi finito.
Devo chiedere ad Ann-Sofie se può
procurarmelo, si disse riempiendo
la tazza con l’acqua bollente.
Si sedette al tavolo e si guardò
attorno. Finalmente quel posto
cominciava ad assomigliare a una
vera casa. Sfogliò le pagine del
quotidiano fino al suo sondaggio e
alla piccola immagine di Petter.
A venticinque anni era già
bellissimo, ma ora… Incrociare il
suo sguardo in bianco e nero sul
giornale bastò per farla arrossire di
nuovo.
La sera prima, quando Nils si
era addormentato, lei si era infilata
a letto con il portatile, con
l’intenzione di cercare su un sito
dell’usato una bella cassapanca un
po’ vecchiotta, più adatta alla sua
nuova cucina di quelle sedie di
design che non le piacevano più.
Non appena aveva acceso il
computer, però, le sue dita avevano
iniziato a digitare tutt’altro. Era
andata su Facebook e su altri social
network. Lo aveva persino cercato
nell’elenco generale dei residenti.
E appena aveva letto il suo nome si
era sorpresa della sua stessa
felicità.
All’improvviso suonò il
telefono. Era Ludvig. Si appoggiò
contro lo schienale e chiuse gli
occhi. Non ce la faccio!
«Nils è a casa di un amico a
giocare, appena torna gli dico di
chiamarti», tagliò corto lei.
«Non importa, era con te che
volevo parlare. Del fine settimana.»
«Sì?»
«A che ora arriva Nils
venerdì?»
Magdalena glielo aveva ripetuto
parecchie volte, ma sembrava che
Ludvig fosse incapace di tenere a
mente quelle semplici informazioni.
Dato che voleva riattaccare il prima
possibile, tuttavia, cercò di
nascondere l’irritazione.
«L’autobus arriva alla stazione alle
diciotto in punto e riparte per
Filipstad domenica alle
quattordici.»
«Per Filipstad?»
Questa volta non riuscì più a
trattenersi.
«Ti prego, Ludvig, te l’ho già
spiegato un sacco di volte che
l’autobus diretto più veloce è
quello per Filipstad.»
«No, a dire il vero non ricordo
che tu me ne abbia parlato.»
Magdalena non ebbe la forza di
rispondere, così Ludvig continuò:
«Do per scontato che d’ora in
avanti ti sobbarcherai tu i costi dei
viaggi, sia per l’andata sia per il
ritorno. D’altronde hai deciso tu di
trasferirti».
«Non ti preoccupare. Sarebbe
ben triste che rischiassi il
fallimento per vedere tuo figlio! Se
non c’è altro, ti saluto. Ci
sentiamo.»
Poi chiuse la conversazione
senza nemmeno dargli il tempo di
rispondere.
Come sono stanca di essere
stanca, pensò. E arrabbiata.
Forse sarebbe dovuta andare al
Florens con Jeanette e Lisa, sabato,
e tornare fra la gente.

Petra infilò lo spazzolino nel


bicchiere, si asciugò la bocca e uscì
dal bagno.
«Buona notte, Hannes. Dormi
bene», disse passando davanti alla
sua stanza.
«Buona notte», rispose lui.
Gli abbracci ormai erano fuori
discussione.
La porta della camera di Nellie
era chiusa. Lo era stata tutta la sera.
«Cosa c’è?» si sentì gridare
quando Petra bussò.
Lei entrò.
«Volevo solo augurarti la buona
notte.»
«Okay», disse Nellie
abbassando lo schermo del
portatile. «Buona notte.»
Era seduta a gambe incrociate
sul letto rifatto alla bell’e meglio,
con indosso i pantaloni del pigiama
e una maglietta lilla. La scrivania
era un guazzabuglio di libri di
scuola, trucchi e prodotti per
capelli.
«Che fai di bello?»
«Sto studiando.»
Per le vacanze di Natale le
avevano dato un sacco di compiti.
Non sono vere vacanze, pensò
Petra.
«Non si studia sui libri?»
Il letto della ragazzina era
sgombro, a parte il portatile.
«Stavo facendo una pausa.»
«È tardi… forse è il momento di
fare la nanna.»
Nellie alzò gli occhi al cielo.
«Sì, tra poco.»
Petra si sentì a disagio. Fino a
poco tempo prima sua figlia voleva
sempre bere il tè in cucina, la sera,
essere interrogata sulle lezioni e
parlare. Quel tono di voce non lo
conosceva affatto. Nemmeno
quell’alzare gli occhi al cielo con
insofferenza.
Di colpo non seppe più cosa
dire.
«Dormi bene, tesoro», la salutò
lasciando la stanza.
5

QUANDO Christer Berglund


attraversò il parcheggio della
stazione di polizia con la borsa
della palestra sulla spalla non erano
nemmeno le sei e mezzo. Almeno un
paio di volte alla settimana cercava
di allenarsi un po’ prima del
lavoro.
Con un gesto esperto – come era
logico dopo tredici anni di servizio
– fece scorrere il badge, inserì il
codice ed entrò nell’edificio.
Mentre raggiungeva la piccola
cucina dove avrebbe lasciato il
pranzo in frigorifero notò che
l’ufficio di Folke era illuminato.
Che cosa ci faceva lì così presto?
«Buon giorno», lo salutò dalla
soglia.
Il giovane, concentrato davanti
al computer di Hedda, trasalì.
«Cazzo, che spavento!» esclamò
portandosi le mani al petto. «Non ti
ho sentito arrivare.»
«Sono venuto ad allenarmi. Cosa
stai facendo?»
Folke espirò lentamente e
rispose: «Sto setacciando il
computer di Hedda. Sai, sono un
tipo mattiniero».
«Ah, anche tu? Non siamo in
molti.»
«Da’ un’occhiata qui», replicò
Folke alzando un foglio dalla
scrivania. «Fredrik ha scritto questa
e-mail a Hedda il 30 dicembre.»
Christer prese il foglio e lesse:
«‘Hedda! Sto iniziando a
stancarmi! Se non la smetti di
perseguitarmi non so cosa potrei
fare. Sono stato chiaro?’»
«Aggressivo, il ragazzo. Hai
controllato in tutta la sua casella di
posta o credi ci sarà dell’altro?»
«Questo è tutto. Ora stavo
sbirciando i suoi interventi su
Bilddagboken e altri forum, ma non
ho ancora trovato nulla.»
«Okay. Be’, credo proprio che
dovremo tornare dal signor
Anderberg.»
«Non sarebbe meglio mettergli
sotto controllo il cellulare?»
suggerì Folke.
Christer annuì.
Folke si appoggiò contro lo
schienale, allungò le gambe sotto il
tavolo e si dondolò un po’ avanti e
indietro.
«Per il resto come ti trovi?» gli
chiese Berglund.
«Molto bene, anche se mi sento
un po’ solo nei fine settimana.»
«Qui scorre meno adrenalina che
durante la manifestazioni a
Stoccolma, eh?»
«Menare la gente con il
manganello non fa per me», replicò
il ragazzo sorridendo. «A
proposito, come mai vi lamentate
sempre, da queste parti?»
«In che senso?»
«Non so quante volte ho sentito
dire che la vita a Hagfors è triste e
monotona. Sembra che soffriate di
una scarsa autostima collettiva. Io
penso che o si abita qui perché ci si
trova bene, oppure si va via.»
Tossicchiò e alzò gli occhi verso
Christer. «Tu vivi qui da molto?»
«Da sempre. A parte quando
andavo all’accademia di polizia,
ovviamente. A volte ho pensato di
spostarmi ma… Be’, non lo so. Qui
ho i miei genitori, i parenti
eccetera. Prima o poi magari lo
farò.»
Christer si accorse di essere sul
punto di spiegare che la vita che
aveva fatto in realtà non l’aveva
scelta, gli era capitata e basta.
Folke lo scrutò.
«Sai, un po’ t’invidio.»
L’altro guardò l’orologio.
«Be’, ora devo andare in
palestra. Ci vediamo.»
Sollevò la sacca da terra e
lasciò Folke davanti al computer di
Hedda.

Senza nemmeno togliersi la


giacca Magdalena entrò nel
cucinino e riempì di caffè la tazza
più grande che era riuscita a trovare
nella credenza.
Che mattina! pensò tornando alla
sua scrivania. Per scrostare lo
spesso strato di ghiaccio dall’auto
ci aveva messo quasi mezz’ora e
una volta finito il motore non aveva
voluto saperne di accendersi.
Quando infine erano arrivati a
scuola e Nils aveva sentito i
mormorii dei suoi compagni dietro
la porta chiusa le aveva lanciato
uno sguardo di rimprovero.
Magdalena aprì il suo blocco e
scrisse con le dita rigide per il
freddo: «Impianto di riscaldamento
macchina. Controllare caldaia».
Povero piccolo.
Il suo articolo sui gruppi di
ricerca aveva avuto una mezza
facciata in alto, a pagina nove.
Molto bene. «Di Hedda Losjö
ancora nessuna traccia – Il freddo
complica le ricerche», diceva il
titolo.
Linus Saxberg del
Länstidningen aveva scritto un
articolo quasi identico, ma con foto
migliori.
Quando annunciarono il giornale
radio locale, Magdalena alzò il
volume. Nessuna novità: la
sedicenne non si era ancora fatta
viva. Le ricerche sarebbero
continuate durante la giornata.
Dopo aver sfogliato entrambi i
quotidiani, accese il computer e
scrisse una breve e-mail a
Bertilsson, il capo della redazione
centrale.

Buon giorno! Oggi pensavo di


parlare con i compagni di scuola di
Hedda Losjö, la ragazza
scomparsa. Finora i genitori non
hanno voluto rilasciare
dichiarazioni, ma forse
cambieranno idea. Verificherò
anche come va con la polizia. Ci
sentiamo.
Magda

Bevve l’ultimo sorso di caffè


mentre Barbro infilava la chiave
nella porta.
La giornata lavorativa poteva
iniziare.
Fredrik Anderberg non era al
lavoro e non si era dato malato,
aveva detto il suo capo,
visibilmente incuriosito
dall’interesse della polizia.
«Forse è solo rimasto a letto. A
volte gli capita.»
«È pur sempre un essere
umano», annuì Petra.
«Devo riferirgli qualcosa?»
«Lo preghi solo di mettersi in
contatto con la stazione di polizia»,
rispose Christer. «Grazie per
l’aiuto.»
Tornando all’auto i due agenti si
scambiarono un’occhiata titubante.
«Controlliamo a casa», suggerì
lui uscendo dal parcheggio.
Petra suonò il campanello
diverse volte, ma nessuno venne ad
aprire.
«Però sembra che ci sia
qualcuno», mormorò il suo collega
appoggiando l’orecchio alla porta.
«Riesco a sentire un bambino che
parla.»
Christer bussò forte e gridò
dentro la fessura per le lettere:
«Polizia. Aprite!»
Dall’interno si udirono dei passi
ovattati e poco dopo la porta si aprì
piano, ma solo di pochi centimetri.
Camilla era irriconoscibile. Su
un sopracciglio aveva un grosso
cerotto e l’occhio destro era
tumefatto.
«Fredrik non c’è», disse.
Dietro di lei sbucò un bambino
con i capelli arruffati e con i
pantaloni del pigiama azzurri, che li
guardò con gli occhi sbarrati.
Per fortuna non siamo in divisa,
pensò Petra.
«Possiamo entrare?» domandò.
«Avremmo bisogno di parlarle di
nuovo.»
Camilla, che indossava felpa e
leggings grigi, aprì esitando.
Petra si inginocchiò e sorrise al
bambino, che teneva in mano un
coccodrillo verde di peluche.
«Ciao. Io mi chiamo Petra. Tu
sei Liam, vero?»
Il bimbo non rispose, si limitò a
guardarla e a stringere il collo
dell’animale con la manina paffuta.
«È un po’ timido», spiegò
Camilla.
No, non è timido, si disse Petra,
è terrorizzato.
«Possiamo sederci e parlare da
soli un momento?» chiese Christer.
«Forse Liam può fare qualcos’altro,
nel frattempo, tipo guardare un
cartone o giocare con le
costruzioni…»
«Aspettatemi in cucina», rispose
Camilla portando il bambino in
soggiorno.
Petra lanciò al collega uno
sguardo eloquente, accennando al
viso della donna, e lui annuì. Era
stata picchiata, e forte. Entrarono
nell’angusta cucina e si sedettero
allo stesso lato del tavolo.
Nell’attesa Petra iniziò a studiare i
ritagli e le cartoline appese
sull’anta del frigorifero. C’era una
foto in bianco e nero del battesimo
di Liam e l’annuncio del
fidanzamento, diverse cartoline
umoristiche, la ricetta di una torta
alle noci con glassa al caramello e
alcuni fogli con il logo della
Previdenza Sociale.
«Be’, Fredrik non è qui», ripeté
Camilla lasciandosi cadere
pesantemente su una sedia. «Ha
tagliato la corda ieri sera.»
«Dopo averle fatto questo?»
domandò Petra indicando il suo
occhio.
Camilla annuì guardando fuori
dalla finestra.
«Si è arrabbiato quando gli ho
raccontato che eravate stati qui e
che vi avevo detto che era uscito a
comprare il tabacco, l’ultimo
dell’anno.»
«L’aveva già fatto in passato?»
Dopo alcuni istanti di silenzio la
giovane annuì, il viso sempre
rivolto alla finestra.
«Credo debba sporgere una
denuncia», le consigliò Petra.
Lei scosse il capo.
«Sarebbe peggio», mormorò.
Petra non voleva farle pressione,
così disse: «Il motivo per cui siamo
qui è che abbiamo scoperto che
Hedda e Fredrik si sono scambiati
delle e-mail nei giorni attorno a
Natale, nonostante Fredrik avesse
sostenuto di non aver avuto più
alcun contatto con lei dall’autunno
scorso. Anche lei deve averne
ricevute».
Camilla si strofinò il pollice sui
brillantini delle unghie lunghe
affrettandosi a rispondere: «Io non
ho ricevuto niente».
«Non ha ricevuto niente?» ripeté
Petra.
«No.»
«Sapeva che Fredrik e Hedda
avevano una relazione?»
Di nuovo Camilla scosse il
capo.
Curioso. L’altra volta sembrava
lo sapesse, anche se non
l’avevamo detto esplicitamente.
«E voi credete che Fredrik le
abbia fatto del male?» domandò la
ragazza grattando via dal tavolo un
frammento di cereali incrostati.
«Non possiamo affermarlo con
esattezza, ma dovremmo comunque
parlare con lui di alcune cose. Non
ha idea di dove possa essere
andato?» si intromise Christer.
Camilla continuò a scuotere il
capo.
«Sappiamo che aveva una
roulotte vicino al lago Nain, l’estate
scorsa. È ancora lì?» domandò
Petra.
«No, d’inverno la sposta da suo
padre. Ha un terreno piuttosto vasto
dove tiene un mucchio di
cianfrusaglie, auto arrugginite e
trattori senza ruote. Sembra uno
sfasciacarrozze. Non so come
faccia a tenere tutta quella roba. In
realtà è un bel posto, con i campi,
la stalla eccetera.»
«Capisco», annuì Petra. «Fredrik
ha l’abitudine di andare via di casa
dopo aver… litigato?»
«A volte. Ma di solito mi chiama
per chiedermi scusa, dopo un po’.»
«Potrebbe essere tornato da suo
padre?» indagò Christer.
«Non credo, ma non saprei...»
«Non le viene in mente nessun
altro posto?»
Camilla, per l’ennesima volta,
fece segno di no.
«Ci chiami se si ricorda di
qualche particolare. È molto, molto
importante», concluse Petra
alzandosi. «Ed è davvero sicura di
non aver ricevuto e-mail da Hedda
Losjö?»
«Assolutamente certa.»

Appena Magdalena si rese conto


che l’auto della redazione era
congelata decise di raggiungere
l’Älvstrandsgymnasiet a piedi.
Faceva molto freddo, sì, ma di buon
passo erano solo cinque minuti. Si
coprì il naso con la sciarpa e
camminò il più veloce possibile,
ma ciò nonostante il tragitto le
parve infinito.
Una volta arrivata, le guance le
dolevano dal freddo e all’interno
della sciarpa si erano formati dei
cristalli di ghiaccio.
La caffetteria della piscina era
affollata di studenti in vacanza.
Magdalena dovette farsi da parte
per non essere travolta in uno
scontro di boxe improvvisato fra
due giovanotti dalle spalle larghe
che indossavano le felpe della
società sportiva locale, la IK
Viking. Su una panchina fissata alla
parete sedeva una ragazza con i
capelli verdi fluorescenti, talmente
concentrata sul cellulare che
quando i combattenti le si
avvicinarono non si scansò e
ricevette una gomitata nel fianco.
«Smettetela, cazzo! Sembrate dei
bambini dell’asilo!»
Dopo un’occhiata stizzita ai due,
che non si erano nemmeno accorti
di lei, tornò al suo telefono.
Di colpo Magdalena si sentì
sollevata all’idea di essere adulta,
di avere già compiuto alcune scelte.
Non tutto era andato come aveva
sperato, ma comunque… Il solo
trovarsi lì dentro, in mezzo a tutti
quegli adolescenti, le aveva fatto
venire i brividi. Così tante
possibilità, ma anche così tanta
inquietudine…
«Scusa», apostrofò la ragazza
dai capelli verdi. «Sono del
Värmlandsbladet e sto cercando le
compagne di classe di Hedda
Losjö. Sai se per caso qui ce n’è
qualcuna?»
La giovane si alzò e si guardò
attorno.
«Quelle quattro nell’angolo in
fondo credo siano della sua
classe», indicò toccandosi la
barretta d’argento al sopracciglio.
«Però non sono sicura.»
«Glielo chiedo io», rispose
Magdalena. «Grazie mille.»
Quelle ragazze sembravano fatte
con lo stampino. Indossavano tutte
jeans attillati infilati negli stivali e
felpe con il cappuccio di colori
diversi. Tre avevano la coda di
cavallo e nessuna era truccata, a
parte un filo di mascara.
Quando si avvicinò la loro
pacata conversazione si interruppe.
«Ciao, mi chiamo Magdalena
Hansson e sono una giornalista del
Värmlandsbladet. Voi siete in
classe con Hedda Losjö?»
Le quattro annuirono.
«Sto scrivendo un articolo sulla
sua scomparsa. Avete voglia di
raccontarmi che tipo è e come vi
sentite in questa situazione?»
«Verremo pubblicate sul
giornale?» domandò una ragazza
con la felpa a quadri rosa e neri.
«Forse», rispose Magdalena.
«Dipende.»
«È terribile!» disse quella con la
felpa grigia. «Cosa può esserle
successo?»
«Conoscete bene Hedda?»
domandò la giornalista estraendo
carta e penna dalla borsa.
«Abbastanza. È una ragazza così
carina e dolce… forse un po’
silenziosa, ma carinissima»,
continuò una delle compagne di
classe.
In lontananza rimbombarono dei
passi. Sembrava stesse arrivando
un branco di elefanti, ma in realtà si
trattava soltanto di un gruppo di
maschi in avvicinamento.
«Oh! È un’intervista? Ehi, io
posso rispondere a tutto!» esclamò
un ragazzo un po’ sovrappeso che
indossava una giacca dell’Adidas e
un berretto con la visiera; prese una
sedia e si sedette a cavalcioni in
mezzo alle ragazze.
«Ti prometto che sentirò anche
te, ma adesso sto parlando con
loro», disse Magdalena.
Anche Nils sarebbe diventato un
energumeno con il 45 di piede, un
giorno? pensò rabbrividendo.
«Ci ha chiesto di Hedda», gli
spiegò la ragazza con la felpa a
quadri.
«Ah! Farai anche delle foto?»
«Sì, se ci lasci finire.»
Il ragazzo si alzò un po’
scocciato e Magdalena tornò alle
amiche.
«Comunque è orribile non
sapere niente», disse Felpa a
quadri, evidentemente la capa del
gruppetto.
«Quando avete notato la sua
scomparsa?» si informò Magdalena.
«Suo papà ha chiamato a casa
mia per Capodanno per chiedermi
se sapevo qualcosa di una certa
festa. Ma io non ne sapevo nulla.
Poi abbiamo visto la sua foto sul
giornale.»
«Nessuno di voi l’ha sentita
durante le vacanze?»
Le ragazze si agitarono un po’, si
guardarono e infine scossero il
capo.
Magdalena chiese loro di
raccontarle qualcosa del carattere
di Hedda. Poi scattò qualche foto.
Aveva messo via tutti i suoi
strumenti e si era caricata la borsa
in spalla, quando arrivò il ragazzo
di poco prima.
«Posso parlare, adesso?»
domandò.
«Certo che puoi», rispose lei
con un sorriso stanco. «Come ti
chiami?»
«Felix. Sai, Hedda era diventata
proprio strana.»
«In che senso?»
«Continuava a farsi dei tagli
sulle braccia. Un giorno a chimica
ho visto i segni e quando lei se n’è
accorta è diventata viola e ha tirato
giù le maniche così.»
Si tirò una manica sopra la mano
stringendo il polsino con le dita.
Magdalena lo guardò sorpresa.
«Poi credo che prenda qualche
droga», continuò lui. «Ma non lo so
di preciso, ovviamente.»
«Cosa te lo fa pensare?»
«Era sempre debole, come
assente, e con gli occhi vuoti.
Frequentiamo la stessa classe dalla
prima e so com’è di solito. In realtà
è intelligente, ma dall’autunno in
poi non era più lei, ha fatto dei
compiti in classe di merda e
bigiava in continuazione. Era
cambiata.»
«Felix, vieni?» lo chiamò un
compagno.
«Sì», rispose lui, poi si voltò di
nuovo verso Magdalena. «Tutto
qui.»
Prima di lasciarle il tempo di
aggiungere qualcosa, era già
sparito.

Christer prese la rincorsa e


risalì il ripido pendio che portava
alla proprietà di Yngve Anderberg.
«Ne è passato di tempo,
dall’ultima volta che siamo stati
qui», disse Petra appena il bosco si
aprì.
Era una catapecchia, la vernice
delle finestre si sfaldava e
l’intonaco cadeva a pezzi.
«Per fortuna», replicò Christer.
Quando bussò sul vetro rotto
della porta d’ingresso, due gatti,
uno rossiccio striato e uno nero,
saltarono sulla scala.
Non appena Yngve aprì la porta
i due felini schizzarono dentro e
andarono in cucina.
«Sì? Cosa volete?»
Yngve si passò le dita fra i
capelli scarmigliati. Sembrava che
si fosse appena svegliato.
«Stiamo cercando Fredrik», lo
informò Petra.
«Ah, qui non c’è di sicuro. Le
uniche volte che viene è per
rifilarmi qualche catorcio. Be’, lo
vedete anche voi.» L’uomo indicò il
giardino pieno di rottami alle spalle
dei poliziotti. «Entrate, se no
facciamo uscire tutto il caldo.»
Petra e Christer superarono uno
stivale di gomma rovesciato
riparato con due pezzi di camera
d’aria di bicicletta e seguirono il
padrone di casa nella cucina, che
odorava di legna e caffè.
«Sedetevi», sbottò l’uomo
allontanando i gatti che erano saliti
sul lavandino per mangiare gli
avanzi da una pila di piatti sporchi.
I poliziotti restarono in piedi.
«Come vi ho detto, Fredrik non è
qui», ripeté Yngve sedendosi
sull’unica sedia di legno che non
era ricoperta da dépliant
pubblicitari e vecchi quotidiani.
«Posso chiedere cos’ha fatto?»
«Non so se ha letto della
sedicenne di Gustavsfors
scomparsa», iniziò Petra. «Fredrik
la conosceva. Bene.»
Yngve abbozzò un sorriso e
soggiunse: «Sedici anni. Accidenti.
È un donnaiolo come me!»
Poi parve perdersi fra i propri
pensieri.
«La ragazza è scomparsa»,
ripeté Christer con disgusto. «È una
cosa seria.»
«Ho sentito. Non sono sordo.»
«Se sente Fredrik ci chiami. Non
è detto che abbia fatto qualcosa, ma
dobbiamo trovarlo.»
Yngve annuì assente.
«Sedici anni», disse. «Bei
tempi!»

«Quindi Fredrik Anderberg se


l’è data a gambe», osservò Sven
Munther lanciando un’occhiata
attorno al tavolo della sala mensa.
«Prima ha picchiato la convivente e
poi ha tagliato la corda.»
«A quanto pare», commentò
Petra.
«Significa che è colpevole?»
domandò Urban Bratt.
«Possiamo soltanto azzardare
delle ipotesi, però è un
comportamento davvero stupido»,
rispose Munther estraendo un
crostino da una scatola di latta. «In
questo caso la domanda è:
colpevole di cosa?»
«E alla stampa diciamo che
abbiamo un sospettato?» chiese
Urban.
«No. Se Anderberg viene a
sapere che abbiamo un sospettato di
venticinque anni non si farà più
vivo», osservò Munther.
«Teniamocelo per noi, almeno oggi.
Rimandiamo la decisione a
domani.»
Diede un morso al crostino e
masticò a lungo prima di
continuare. «Per il resto la Guardia
Nazionale ha interrotto le ricerche.»
«Di già?» disse Petra.
«La temperatura è proibitiva.
Personalmente mi sembra un po’
presto per gettare la spugna, ma
Göte Gustafsson ha assicurato che
hanno battuto le zone principali, e
continuare in queste condizioni
significa solo mettere a rischio la
salute dei ricercatori.»
Non si sono certo sprecati,
pensò Petra, ma non disse nulla.
«Nient’altro di interessante nel
computer di Hedda?» continuò
Munther.
Vide Folke scuotere il capo e
così passò a Urban.
«E le indagini sui furti, Bratt?
Procedono?»
«Be’, ultimamente non ho avuto
molto tempo, però abbiamo
stabilito che le impronte di stivali
rilevate dopo l’ultima rapina nel
negozio di dischi sono identiche sia
a quelle dell’incursione dal
gommista sia a quelle dal
benzinaio. Si tratta di una banda,
non c’è dubbio.»
Munther parve soddisfatto.
«Bene. Molto, molto bene!»
Finì il caffè, quindi mise la tazza
nella lavastoviglie e se ne andò.
Devo telefonare ai genitori di
Hedda, pensò Petra. Poveracci.

Ernst Losjö chiuse la


conversazione e restò seduto in
poltrona.
Tutto quello che aveva detto la
poliziotta gli era parso curioso,
bizzarro. Sapeva che lo scorso
autunno Hedda aveva intrecciato
una relazione sessuale con un
venticinquenne che aveva una
compagna e un figlio?
No che non lo sapeva! Che razza
di idiozie erano? avrebbe voluto
rispondere. È assurdo!
Relazione sessuale. Che strana
combinazione di parole, riferite a
sua figlia.
Petra non aveva voluto rivelargli
l’identità dell’uomo, ma
evidentemente lo avevano
interrogato.
«Chi era?» gridò Gabriella dal
piano terra.
Ernst finse di non aver sentito.
6

ULRICA Thellin accostò al ciglio


della strada e spense il motore.
«Eccoci, Farouk. Buono. Fra
poco potrai uscire.»
Mentre scendeva dalla station
wagon, infilandosi guanti e
cappello, il pastore tedesco girò su
se stesso nel bagagliaio, mugolando
e guaendo.
«Seduto!»
Il cane si sedette a malincuore.
Ulrica aprì lo sportello, attese
alcuni secondi per provocarlo e poi
pronunciò la parola magica: «Vai!»
Sorrise. Sembra ancora un
cucciolo, pensò vedendolo svanire
in una nuvola di neve. Richiuse il
bagagliaio con un colpo, infilò il
guinzaglio in tasca e si avviò.
Aveva ancora gli occhi cisposi
per via del turno di notte e del
breve riposo mattutino, ma ora
voleva riattivarsi, svegliarsi in
vista delle ferie.
Il sole splendeva, e quella luce
insolita le provocò quasi le
vertigini. Lentamente salì verso la
casetta. L’aspettavano cinque lunghi
giorni di riposo.
Farouk la raggiunse correndo dal
lago e le girò intorno come per
richiedere la sua attenzione.
«Sei pronto?» gli disse
estraendo la pallina di gomma dalla
tasca.
Il cane si preparò con il sedere
all’aria, dimenando la coda.
Ulrica lanciò la pallina e seguì
la caccia di Farouk schermandosi
gli occhi con una mano. Poi si girò
verso la casa.
Era così strano vederla in quella
veste invernale, con la scala
sommersa dalla neve e le finestre
ghiacciate. A marzo, quando il sole
iniziava a riscaldare, andavano lì
per pescare nel ghiaccio; si
portavano dei tappetini da
campeggio, caffè, würstel e
accendevano un fuoco. Be’, era
soprattutto Göran che si dedicava
alla pesca, a lei bastava stendersi e
chiudere gli occhi per prendere un
po’ di sole primaverile. Ma
d’inverno non era mai stata lì.
Farouk tornò indietro con la
pallina fra i denti, gliela rimise in
mano sbuffando e lei la lanciò in
aria di nuovo. Poi fece il giro della
casa.
Quest’estate dovremo
ridipingere le finestre, ormai non
possiamo più rimandare, pensò.
Con la coda dell’occhio notò una
cosa fuori posto: la porta della
cantina interrata era aperta. Non
spalancata, ma socchiusa: c’era uno
spiraglio di almeno dieci
centimetri. Non l’avevano lasciata
così! Avvicinandosi scoprì che il
manto di neve lì davanti era più
sottile che nel resto del giardino.
Senza sapere esattamente perché il
suo cuore iniziò a martellare.
Si accostò piano e sbirciò
dentro. I raggi del sole fendevano
l’oscurità tracciando una linea su un
braccio teso. Le dita sottili erano
rivolte verso l’alto.
C’era una persona, lì dentro. Una
persona morta.
7

MAGDALENA prese la fotocamera e


cominciò a scaricare le foto delle
compagne di classe di Hedda sul
computer. Le ragazze erano strette
l’una all’altra come uccellini e
avevano l’aria desolata. Non aveva
fotografato Felix, e un po’ se ne
vergognava.
Buttò giù in fretta due brevi
articoli: il primo si intitolava «Le
compagne di classe di Hedda
Losjö: ‘Siamo molto preoccupate’»;
il secondo «Ricerche interrotte a
causa del gelo», e citava Göte
Gustafsson e l’ufficiale di polizia
Urban Bratt.
Nel giro di mezz’ora aveva
finito.
Hedda si era suicidata? Era
andata davvero così? Ed era vera,
quella faccenda della droga?
Ripensò alle compagne di classe
della studentessa e alla loro vaga
preoccupazione.
Chissà quanto tempo ci vorrà,
prima che torni a casa… se mai ci
tornerà, dato che avevano smesso di
cercarla. Urban Bratt, poi, le era
parso piuttosto distaccato in merito
alle ricerche della polizia.
Magdalena si infilò la giacca e
si avvolse la calda sciarpa più
volte intorno al collo.
«Esco un po’», sussurrò a
Barbro indicando la porta.
La receptionist, occupata al
telefono, le rispose con un cenno
d’assenso.
Magdalena uscì in Dalavägen,
superò il municipio e raggiunse la
stazione di polizia. La sala d’attesa
era deserta, così si fece avanti alla
reception.
«Salve, posso sapere se Christer
è qui? Christer Berglund.»
«Un momento che verifico»,
disse la donna sollevando il
ricevitore. «Chi lo desidera?»
«Magdalena Hansson.»
«Arriva subito», la informò la
donna dopo un breve scambio al
telefono.
«Be’… ne approfitto per fare
conoscenza con lei», rispose
Magdalena tendendole la mano.
«Sa, sono la nuova giornalista della
sezione locale del
Värmlandsbladet.»
«Laila Ljung. Quindi è lei quella
che ha preso il posto di Åke?»
Magdalena annuì.
Qualche secondo dopo Christer
sbucò dalla porta accanto al banco.
«Da quanto tempo!»
Magdalena non sapeva se fosse
il caso di abbracciarlo o stringergli
la mano, e siccome anche lui era
stato colto dal dubbio alla fine si
abbracciarono goffamente.
«Entra.»
Christer la guidò in un corridoio
superando una vetrina piena di
medaglie e coppe attribuite al suo
ufficio.
«Avresti qualche minuto?» iniziò
Magdalena. «Non voglio disturbare,
solo scambiare quattro
chiacchiere.»
«Nessun problema.
Accomodati.»
Magdalena si sedette sulla sedia
dei visitatori e Christer richiuse la
porta.
«Eh, sì, lavoro qui», le disse
illustrandole la stanza con una
mano. «Nessun lusso, come vedi,
ma non posso lamentarmi.»
Lei si guardò attorno. Il suo
senso dell’ordine era rimasto
intatto, constatò. La scrivania era
sgombra, a parte un sottomano e un
blocco. L’unica decorazione era un
calendario con riproduzioni di
acquerelli appeso alla parete
accanto al computer.
«Mia madre mi ha detto che sei
stata da loro l’ultimo dell’anno»,
continuò lui. «Le ha fatto molto
piacere.»
«Sì, è stato davvero gentile da
parte loro invitarmi. Chi può
resistere ai manicaretti di Gunvor?»
Christer si accarezzò la pancia.
«È uno dei miei maggiori
problemi.»
Magdalena sorrise, poi tornò
subito seria.
«Cosa mi dici di Hedda Losjö?
L’avete trovata?»
«No, non ancora.»
«Stamattina sono andata a
parlare con le sue compagne di
classe. A quanto pare si faceva dei
tagli sulle braccia e un ragazzo è
convinto che avesse cominciato a
drogarsi. Pensi sia un suicidio?»
«Difficile dirlo. Stiamo
lavorando come se non lo fosse.»
«Okay. Avete qualche indizio
concreto?»
Christer si agitò un po’,
evidentemente imbarazzato.
«Abbiamo interrogato una
persona, ma non posso rilasciare
dichiarazioni in questo momento.
Vuoi una tazza di caffè?»
Magdalena annuì.
«Vieni», la invitò precedendola
in un’ampia sala. «Ti mostro
l’unica sala riunioni della polizia di
tutto il Värmland settentrionale. E…
serve anche da mensa.»
Indicò un lungo tavolo situato
davanti a un proiettore e a una
lavagna bianca pulita
sommariamente. All’altro capo
della stanza, dietro un tavolo ovale
altrettanto grande ricoperto da una
tovaglia di plastica colorata, c’era
un lavello con una macchina del
caffè e un microonde. Una poliziotta
si stava versando il caffè in una
tazza con il logo dell’associazione
dei cacciatori svedesi.
«Petra», la chiamò Christer.
«Lei è Magdalena Hansson,
un’amica d’infanzia che si è appena
ritrasferita qui da Stoccolma.
Lavora al Värmlandsbladet.»
Magdalena allungò la mano.
«Magda, lei è Petra Wilander.
Viene da Göteborg… del resto
nessuno è perfetto. Se non sei in
regola con la legge, stalle alla
larga… e non ti conviene fare a
braccio di ferro con lei.»
«Non credergli», replicò Petra.
«In confronto a Folke, il nostro
apprendista, sono una schiappa.
Volete del caffè?»
Magdalena annuì. «Lavori qui da
molto?» le chiese.
«Quindici anni», rispose Petra.
«Tu hai iniziato al giornale da
poco, no? Ho letto i tuoi articoli su
Hedda Losjö.»
«Dalla scorsa settimana sono in
pianta stabile. Ma parecchi anni fa
ho fatto delle sostituzioni.»
«Quindi ne sentivi la
mancanza?»
«Già… In realtà ho divorziato e
ho deciso di guardare la vita da
un’altra prospettiva.»
«Capisco.»
Petra stava per replicare, ma
sentendo che qualcuno stava
arrivando dal corridoio correndo si
interruppe.
«Hanno trovato il cadavere di
una ragazza in una cantina fuori
Gustavsfors!» gridò un agente. A
Magdalena parve di riconoscere la
voce di Urban Bratt. «Venite!
Svelti, cazzo!»

Magdalena si costrinse a guidare


piano sulla strada stretta e viscida.
La stazione radio della polizia era
accesa e non avrebbe avuto
difficoltà a trovare il posto.
Secondo la cartina la proprietà
doveva trovarsi nelle vicinanze
della casa estiva di suo zio, perciò
conosceva bene la zona.
Stava già imbrunendo, e sperava
che il fotografo da Karlstad stesse
arrivando. Mentre tornava in ufficio
aveva chiamato la redazione
centrale per chiedere rinforzi, dato
che il suo equipaggiamento
fotografico non sarebbe stato
sufficiente con quell’oscurità.
In lontananza scorse la stradina
secondaria che s’inoltrava nel
bosco già quasi completamente
buio. Magdalena rallentò e la
imboccò. Dopo pochi chilometri si
fermò e accese la luce per poter
leggere meglio la cartina. Bene,
qualche centinaio di metri e poi la
prima a destra.
Finalmente vide due auto della
polizia sul ciglio della strada, ma
nessun altro giornalista. Perfetto!
Appena scesa dalla macchina
scorse Christer che delimitava la
scena del crimine con il nastro
bianco e blu della polizia.
«Mi dispiace, Magda», le disse
sorridendo.
«Ti prego!...» implorò
Magdalena, ma lui fu irremovibile.
«Okay», sospirò rassegnata. «Puoi
dirmi almeno se è Hedda Losjö?»
Estrasse il blocco dalla borsa.
«Siamo appena arrivati, non
sappiamo ancora un gran che, a
parte che in cantina c’è un
cadavere.»
Christer si allontanò con il
nastro.
«È stata uccisa?»
«Niente dichiarazioni, per ora»,
rispose lui dalla boscaglia.
Magdalena guardò verso la
cantina e rabbrividì. Erano passati
molti anni dall’ultima volta che si
era occupata di un omicidio, più
che altro era diventata un’esperta di
carte da parati e diete dimagranti.
Si rendeva conto di aver perso il
distacco necessario.
«Età?»
«Non lo so. Torna più tardi.»
«‘Niente dichiarazioni’, ‘torna
più tardi’. Sembri un politico!» gli
gridò riponendo il blocco.
Che rabbia, quando la polizia
non voleva collaborare!
Magdalena notò che la porta
della cantina era aperta e che Petra
Wilander era intenta a discutere con
una donna fuori dalla casa. Doveva
essere quella che aveva trovato il
corpo, constatò, così estrasse la
macchina fotografica e scattò alcune
foto.
Il risultato sul display era per lo
più un’oscura massa granulosa.
Devo cercare di avvicinarmi, pensò
iniziando a seguire l’area
delimitata. Salito un lieve pendio
ebbe uno sguardo d’insieme
sull’intera proprietà e fece altri
scatti. Con l’aiuto dello zoom riuscì
anche a vedere piuttosto
chiaramente la donna che Petra
stava interrogando.
Due periti, che avevano
parcheggiato il furgone dietro
l’Audi di Magdalena, avanzarono
sulla neve con pesanti valigette in
mano. Poco dopo dalla cantina
fuoriuscì una luce accecante.
Christer e uno dei tecnici issarono
in fretta una tenda subito fuori
dall’ingresso.
L’interrogatorio sembrava
concluso, così la donna si
incamminò verso la strada.
Magdalena la seguì.
«Salve, sono Magdalena
Hansson, giornalista del
Värmlandsbladet. È stata lei a
trovare il cadavere?»
La poveretta, pallida come un
cencio, tremava sotto la giacca
imbottita.
«Possiamo sederci e parlare un
po’ nella mia auto? È ancora
calda», le propose Magdalena
cercando di apparire tranquilla e
affidabile.
La donna la seguì senza indugio,
e quando lei aprì la portiera si
sedette al posto del passeggero.
«Uff, sto congelando», disse.
Magdalena accese il motore
azionando il riscaldamento al
massimo.
«Signora… Come si chiama?»
iniziò Magdalena.
«Ulrica. Anche se voglio restare
anonima sul giornale. Va bene lo
stesso, no?»
«Certo. Può raccontarmi che
cosa è accaduto?»
La donna infilò le mani fra le
gambe per riscaldarle e rifletté.
Infine si strinse nelle spalle.
«Non so da dove cominciare.
Quando ho visto che c’era il sole ho
deciso di fare una capatina alla
nostra casa delle vacanze con il
cane.»
«A che ora è arrivata?»
«Verso mezzogiorno, forse
mezzogiorno e mezzo. Ho fatto un
giro della casa e ho scoperto che la
porta della cantina era aperta. Mi è
sembrato strano, perché stiamo
molto attenti a queste cose, e non
l’avremmo mai lasciata così. Poi mi
sono avvicinata e…»
Tacque sfregando le mani sui
jeans. Capendo che non avrebbe
continuato, Magdalena tentò di
terminare la frase da sola.
«… e lei era lì.»
«Sì. Quando ho sbirciato
all’interno ho visto solo un braccio
e una mano. Era così buio, lì
dentro… ho spalato via la neve per
aprire la porta un altro po’…»
Ulrica rabbrividì. «Era così minuta
che all’inizio ho pensato fosse una
bambina. Il viso era completamente
insanguinato... Ho vomitato
l’anima.»
«Com’era vestita?»
«Completamente nuda. Una cosa
irreale… Chi può averla portata
qui? E perché? Sembra un’azione
studiata, pianificata, e nello stesso
tempo improvvisata. »
Ulrica alzò gli occhi verso la
casa e poi tornò a Magdalena.
«Be’, non so che altro dire.
Adesso devo andare. Farouk è in
macchina.»
«Capisco», annuì Magdalena.
«Grazie, Ulrica, è stata molto
gentile. Stia bene.»
Ulrica borbottò una risposta e
richiuse piano la portiera, mentre
Magdalena restò seduta con il
blocco in mano a riflettere.
Era di Hedda Losjö il corpo che
c’era in quella cantina?

Magdalena guardò l’orologio sul


cruscotto e lanciò un’altra occhiata
allo specchietto retrovisore. Erano
passate più di due ore da quando
aveva chiamato la redazione
centrale per chiedere un fotografo.
Il furgone per il trasporto della
salma era già sul posto. Quanto ci
voleva, ancora? I casi di sospetto
omicidio avrebbero dovuto avere la
priorità, no? Ci mancava solo che il
Länstidningen si presentasse con
l’intero arsenale, pensò estraendo il
cellulare dalla tasca della giacca.
Nessuna copertura.
Mise in moto l’auto, superò le
volanti della polizia e fece
inversione all’altezza di una strada
secondaria qualche centinaio di
metri più avanti. Quindi tornò verso
Gustavsfors. A metà strada incrociò
il giornalista del Länstidningen,
Linus Saxberg.
«Merda, merda, merda»,
borbottò.
Quando era quasi arrivata a
Gustavsfors, il cellulare tornò in
vita e trillò. Quattordici chiamate
perse.
Compose il numero della
segreteria telefonica.
Salve, sono Jens Sundvall, il
fotografo. Ho cercato di seguire le
tue indicazioni ma devo aver
sbagliato qualcosa. Chiamami…
Ciao, sono di nuovo Jens. Sono
tornato a Gustavsfors, sono al
parcheggio davanti a una specie di
negozio chiuso. Chiamami… Ciao,
Jens di nuovo…
Magdalena eliminò i messaggi,
tornò all’elenco delle chiamate,
trovò il numero del fotografo e lo
chiamò. Quasi nello stesso istante
scorse un’auto del giornale, le si
affiancò, suonò il clacson e fece
segno di seguirla.
Inchiodò dietro l’auto di Linus
Saxberg, spalancò la portiera e
schizzò da Jens.
«Scusami, avrei dovuto capirlo
che non c’era campo», disse
allungando una mano per
presentarsi. «Magdalena Hansson.»
«Jens Sundvall. Nessun
problema. Adesso ci siamo.»
L’uomo, sulla trentina, si infilò
un berretto sui capelli castani corti
e si chinò su una borsa davanti al
sedile del passeggero, frugando in
cerca di un lungo teleobiettivo che
avvitò alla macchina fotografica.
«Be’, credo che ce la faremo»,
commentò Magdalena guardando la
casa da sopra il tettuccio della
macchina. «Ma dovremo sbrigarci.»
Raggiunsero la scena del crimine
proprio nel momento in cui i
poliziotti stavano sollevando la
lettiga. Quando un lembo del telo si
ripiegò su se stesso la macchina
fece diversi scatti in rapida
successione.
«Queste foto saranno
eccezionali», mormorò Jens.
«Eccezionali.»
A pochi passi da loro Linus
Saxberg sollevò la sua piccola
fotocamera compatta verso
l’oscurità.

L’unico rumore che si udiva in


cucina era il lento masticare di
Gabriella. Benché Ernst l’avesse
criticata più volte, quel crepitio di
pane croccante triturato lo irritò
così tanto da costringerlo ad
andarsene.
Nello stesso istante un’auto
svoltò in cortile e parcheggiò
davanti alla porta d’ingresso. La
persona al volante sembrava Petra
Wilander. Gabriella smise di
masticare di colpo.
Ernst si precipitò ad aprire la
porta d’ingresso. Gli fischiarono
forte le orecchie, gli girava la testa.
«L’avete trovata?» chiese, sorpreso
di non essere svenuto e di essere
riuscito a formulare la domanda.
«Non lo sappiamo ancora»,
rispose Petra. «Possiamo sederci
da qualche parte?»
È arrivato il momento, pensò
Ernst ritornando in cucina, dove
Gabriella continuava a stare seduta
rigida, gli occhi sbarrati. D’ora in
avanti niente sarà più lo stesso. Se
Hedda è morta non potrò mai più
restare in questa stanza, non potrò
più vivere.
Petra si sedette. Le ci volle
qualche secondo prima di trovare le
parole.
«È stata ritrovata una ragazzina»,
disse infine. «Ma non sappiamo se
si tratti di Hedda.»
Ernst non voleva sapere, non
voleva essere lì, eppure riuscì a
chiedere: «È?…»
Cercò disperatamente un
briciolo di speranza nel volto della
poliziotta ma non trovò nulla. Si
limitava a guardarlo.
«Purtroppo è un cadavere.»
Gabriella emise un gemito
prolungato. Si chinò in avanti e si
strinse forte le braccia attorno al
corpo.
«Come vi ho detto non sappiamo
ancora se sia Hedda», ripeté Petra
piano. «Ma volevo dirvelo il più
presto possibile, prima che lo
sapeste dalla televisione.»
«Dobbiamo identificarla?»
sussurrò Ernst.
«No, non ce n’è bisogno»,
rispose lei. «Verificheremo con la
lastra dentale.»
«Quanto ci vorrà per saperlo?»
«Dipende. Alcuni giorni, direi.»
Alcuni giorni, pensò Ernst.
Come farò a sopportare l’attesa?
«Volete che chiami il parroco…
qualcuno che vi possa essere di
sostegno?»
Ernst scosse il capo.
«Okay», terminò lei alzandosi.
«Dove l’hanno trovata?» chiese
Ernst.
«In una cantina interrata, a un
chilometro da qui», rispose Petra
indicando verso nord.
«In una cantina interrata?»
«Purtroppo non posso dirvi di
più. Il medico legale stabilirà cosa
le è successo. Prometto di
chiamarvi non appena sapremo
qualcosa. Cercate di farvi forza.»
Ernst Losjö non si curò di
rispondere. Non c’era nulla da dire.
Gunvor Berglund smise di
sferruzzare e allargò il davanti del
maglioncino sulle ginocchia. Passò
il palmo della mano sulle pecorelle
in fila, tirò un po’ gli angoli
inferiori e cercò di immaginarsi
Xerxes che lo indossava. Sì, era
grande abbastanza. La misura era
per diciotto mesi, ma forse poteva
metterlo anche l’inverno dopo.
Riprese la sua occupazione
lanciando di tanto in tanto
un’occhiata al telegiornale.
Christer, invece, non è mai
riuscito a trovarsi una brava
ragazza con cui sistemarsi, pensò.
Era davvero incomprensibile. Un
ragazzo così gentile, scrupoloso, e
anche bello. Oltretutto aveva perso
quel lieve sovrappeso. E poi aveva
un lavoro fisso, con un’entrata
sicura...
Ultimamente però non usciva
più, non andava nemmeno a ballare.
Lei aveva cercato di dirgli che non
si fanno molte conoscenze, se uno
lavora tutto il tempo, ma lui aveva
fatto spallucce. Solo una volta si
era portato a casa una ragazza, una
che aveva conosciuto al Parkhallen
a Filipstad, ma ormai erano passati
parecchi anni. Gunvor non si
ricordava più neanche che faccia
avesse.
Piegò il lavoro con cura e lo
appoggiò sul cestino di vimini
accanto al divano.
Quanto mi piacerebbe avere dei
nipotini in casa! Christer sarebbe un
buon padre. E Bengt un bravissimo
nonno. I veri amanti dei bambini
bisogna cercarli col lumicino,
pensò prendendo il telecomando
per alzare il volume.
«Ciao, sono a casa.»
Gunvor sentì Bengt chiudere la
porta a chiave.
«Hai fatto tardi», disse lei.
«Ci abbiamo messo più tempo
del previsto. Ti eri addormentata?»
«No, no. Sto guardando un film.
Siete riusciti a far andare la
macchina?»
«Sì, alla fine è partita. Ma
abbiamo dovuto tenerla collegata ai
cavi per un bel pezzo», spiegò
Bengt togliendosi cappotto e stivali.
«Non vieni qui?» gli domandò
lei. «Il film è appena cominciato.»
Bengt si accarezzò lo stomaco.
«No… mi preparo un panino e
poi vado a letto. È stata una serata
stancante.»
Come accadeva spesso negli
ultimi tempi, la lasciò da sola
davanti alla tv.

La porta si aprì e Sergej fece


entrare un uomo. Prima di
richiuderla gli disse qualcosa e
quello annuì.
Lei deglutì. Di nuovo lui.
Attraversò la stanza e le si
sedette accanto, sul bordo del letto,
senza toglierle gli occhi di dosso.
Un brivido le corse lungo la
schiena. Doveva controllarsi, non
lasciarsi prendere dal panico.
L’uomo indossava, come l’altra
volta, i jeans e un maglione blu
scuro sopra una camicia a quadretti.
Cercò di sorridergli, ma le tremò
solo una guancia.
Continuando a fissarla lui si
sporse in avanti, le sollevò la
canottiera e si mise a palparle il
seno in modo rude. Le faceva così
male che avrebbe voluto gridare.
Poi le afferrò le mani e se le
portò al cavallo. Lei pregò Dio che
stavolta andasse meglio.
L’uomo si chinò all’indietro e
continuò a seguire ogni suo
movimento mentre gli slacciava la
cintura, apriva il bottone e
abbassava la lampo. Prima che lo
toccasse, lui le sfilò la canottiera da
sopra la testa e le indicò i
pantaloni. Ubbidì. Quando si fu
tolta anche le mutandine e l’ebbe
guardata per qualche istante, l’uomo
si abbassò i jeans e gli slip
facendole cenno di avvicinarsi.
Era piccolo e molle come l’altra
volta, una specie di grumo di pasta
di pane. Le spinse il viso contro di
sé stringendola forte per i capelli.
Per quanto lei facesse, tuttavia, non
accadde niente.
Buon Dio!
Di colpo le sollevò la testa e le
sputò in faccia. Lei non capì le sue
parole. La fece alzare in piedi e poi
inginocchiare sul letto.
Sapeva che non avrebbe dovuto
opporre resistenza, eppure cercò
ugualmente di liberarsi. Invano.
Quando si voltò vide che le aveva
bloccato le caviglie con le
ginocchia e che si stava
rimboccando le maniche della
camicia.
Non devo gridare. Non devo
gridare. Non devo…
Il dolore all’inizio fu come un
raggio di luce accecante, bianco,
poi diventò rosso.
Alla fine fu nero come la notte.
8

SVEN Munther si stropicciò gli


occhi per svegliarsi. «Ottimo
lavoro, ieri. Bravi», iniziò. «Ma
oggi è un altro giorno. Stiamo
ancora aspettando di sapere se la
ragazzina trovata morta è o non è
Hedda Losjö. Dovrebbero dirci
qualcosa già questo pomeriggio.»
Fece una pausa a effetto. «Se ho
capito bene, in questo momento non
abbiamo nulla di concreto su cui
lavorare e nessuna testimonianza
interessante.»
Guardò attorno al tavolo con
aria interrogativa.
«No, nessuno che abbia visto
qualcosa degno di nota», confermò
Urban Bratt. «Ma è difficile che la
gente possa darci una mano se non
sappiamo quando è finita nella
cantina.»
«Questo è vero», replicò
Munther. «Ma anche se non
conosciamo ancora la sua identità
non dobbiamo perdere di vista
Fredrik Anderberg.»
Cosa ci troverà mai una
trentacinquenne come Kajsa in lui?
si domandò Christer studiando il
proprio capo. Ha pur sempre
sessant’anni. Mah, avrà un fascino
nascosto, delle doti segrete,
dedusse. Non era un pensiero
malevolo, solo una serena
riflessione. Stimava molto il suo
superiore, che gli aveva fatto da
mentore durante il tirocinio, e lo
trattava quasi come un padre.
Quando di punto in bianco li aveva
messi al corrente della sua storia
d’amore, Christer era stato
sinceramente felice per lui. Però si
chiedeva lo stesso come faceva.
Era lecito, no?
«Cosa ne pensi, Berglund?»
Christer trasalì.
«Berglund… Dormi?» lo prese
in giro Munther. «Berglund e
Wilander condurranno le indagini e
cercheranno i testimoni. Bratt, d’ora
in avanti lascia perdere i furti, tu e
Folke dovete occuparvi di Fredrik
Anderberg. Potete cominciare
andando a casa dalla sua compagna
per chiederle se si è fatto sentire o
se le è venuto in mente dove può
nascondersi.»
Urban annuì, ma obiettò:
«Perché dobbiamo farlo noi? Non è
roba da Anticrimine?»
«Per il momento iniziamo così,
poi si vedrà. Magari la faccenda si
risolve più velocemente di quello
che pensiamo.»
Il capo mira a un finale col
botto, pensò Christer; vuole
dimostrare che siamo in grado di
cavarcela da soli, che non siamo
così incompetenti come pensano
quelli di Karlstad.
«Sento il medico legale e vi
tengo informati», concluse Munther.
«Be’, cosa fate ancora qui? Forza,
muovete il culo!»
Scattarono in piedi tutti
contemporaneamente facendo un
gran baccano con le sedie.
Chissà se saremo all’altezza
delle sue aspettative, pensò
Christer.

Magdalena aprì entrambi i


giornali sulla scrivania, bevve un
sorso di caffè e iniziò il confronto.
La foto di Jens Sundvall, in cui il
corpo sulla barella appariva da
dietro la tenda come una silhouette
dai contorni ben definiti, dominava
la prima pagina del
Värmlandsbladet. Jens aveva
ragione.
I l Länstidningen non aveva
molto da offrire; la sua immagine
era così sgranata che non si capiva
neanche di cosa si trattasse.
Con il sorriso sulle labbra
Magdalena sfogliò il quotidiano
fino all’articolo. Non c’era
paragone! Nessuna intervista a
testimoni, solo un trafiletto con
un’accozzaglia di vuote citazioni
della polizia.
Era soddisfatta.
Stranamente, quella era stata la
giornata lavorativa più
entusiasmante degli ultimi anni. Era
stata colta da ondate di adrenalina e
sensazioni contrastanti. E aveva
battuto sul tempo il Länstidningen.
Sprizzava felicità da tutti i pori.
A differenza di Linus Saxberg,
Magdalena era riuscita a ottenere
conferma da parte di Christer in
merito all’informazione di Ulrica
Thellin, e cioè che si trattava di una
ragazza molto giovane e che era
stata ritrovata priva di indumenti.
Il telefono sulla scrivania
squillò.
«Värmlandsbladet, sono
Magdalena Hansson.»
«Sono Bertilsson. Ottimo lavoro,
ieri, Magdalena. Davvero ottimo.
Avete messo ko il Länstidningen.»
«Grazie. A volte un po’ di
fortuna aiuta.»
«Aiuta i bravi giornalisti. Cosa
succede oggi?»
«Non lo so ancora. Mi faccio
viva appena ho delle novità.»
«Bene. E ripeto: chapeau a te e a
Jens.»
Quando Magdalena riattaccò,
prese il cellulare e chiamò Jens
Sundvall.
«Volevo solo ringraziarti per
ieri», disse dopo i convenevoli di
rito. «Hai fatto delle gran belle
foto!»
«Grazie a te. Sono d’impatto,
vero?»
«Puoi dirlo forte», replicò lei
appoggiandosi allo schienale della
sedia. «Lavori al giornale in pianta
stabile?»
«No. Il mio contratto di undici
mesi scade fra tre settimane, poi
sarò di nuovo a spasso.»
«Sarebbe un peccato: è raro
incontrare fotografi così bravi.
Spero che potremo lavorare ancora
insieme, in futuro.»
«Grazie.»
Jens parve quasi imbarazzato.
«Hai saputo chi è la ragazzina?»
domandò lui dopo un istante.
«No, non ancora», rispose
Magdalena. «Spero di scoprirlo
oggi. Adesso ti saluto, devo
scappare.»
Chiuse la conversazione
guardando fuori dalla finestra verso
la redazione del Länstidningen.
Lavorare in cronaca le dava una
grande soddisfazione; risvegliava il
suo spirito di competizione, in
letargo ormai da molti anni.
In guardia, Saxberg!

Mentre il telefono suonava


Magdalena si mordicchiava
l’unghia dell’indice.
«Christer Berglund.»
«Ciao, Chrille, sono Magda.
Tutto bene?» Aveva usato il
soprannome affettuoso con cui lo
chiamavano in famiglia.
«Sì, grazie, a parte il fatto che
dobbiamo occuparci di una
ragazzina morta.»
«È Hedda?»
«Non lo sappiamo. Il medico
legale non si è fatto ancora sentire.
Forse avremo una risposta in
giornata, ma non è detto.»
«Com’è morta?» chiese
Magdalena scarabocchiando il
blocco.
«Questo non posso dirtelo.»
«Oh, smettila. Certo che puoi.»
«Ti prego, lo sanno tutti che ci
conosciamo. Non sarebbe giusto.»
Magdalena si arrabbiò. Lei e
Christer si conoscevano da una vita
e adesso lui faceva il prezioso.
«Perché devi essere sempre così
irreprensibile?»
«Cerco solo di fare il mio
lavoro; se lo trovi sbagliato, mi
spiace per te. Quando avremo il
referto dell’autopsia potremo
riparlarne, e forse potrò anche darti
qualche informazione in più, ma in
questo momento no. È una questione
troppo delicata.»
Magdalena sbatté giù il telefono
e imprecò. Va’ al diavolo, signor
precisino! Rifletté un istante e poi
alzò di nuovo il ricevitore, chiamò
il centralino della polizia e chiese
di Petra Wilander.

Magdalena prese posto sulla


sedia più vicina all’uscita del lungo
tavolo da conferenza. Di fronte
aveva Linus Saxberg e un reporter
di Radio Värmland. Era la seconda
volta in due giorni che andava dalla
polizia.
«Benvenuti.»
Sven Munther stava seduto
impettito. Ai suoi lati c’erano
Christer Berglund e il pubblico
ministero Victoria Ceder, in tailleur
e pettinata con una sobria coda di
cavallo.
Munther si schiarì la voce.
«Come sapete tutti, ieri è stato
ritrovato un cadavere in una
proprietà fuori Gustavsfors. Alcune
ore fa abbiamo saputo dal medico
legale che non si tratta di Hedda
Losjö.»
Linus Saxberg guardò
Magdalena sorpreso.
«Allora chi è?» chiese
Magdalena.
«Non lo sappiamo. A parte
Hedda Losjö non è stata denunciata
la scomparsa di nessun altro nelle
nostre zone.»
Il capo della polizia si infilò un
paio di occhiali sulla punta del naso
e lesse degli appunti da un blocco.
«La ragazza ritrovata ieri è alta
un metro e sessanta circa ed è di
corporatura esile. Presumibilmente
si tratta di un’adolescente, fra i
quindici e i diciassette anni. Ha
capelli di media lunghezza, castano
chiaro, e occhi verdi.»
«Non indossava nulla, quando è
stata ritrovata?» domandò Linus
Saxberg come per verificare la
veridicità dell’articolo di
Magdalena.
«Sì, è così», annuì Munther da
sopra gli occhiali.
A Magdalena parve che le
avesse fatto l’occhiolino.
«Com’è morta?»
Linus si chinò sul quaderno
pronto a prendere appunti. I rasta
biondo scuro gli ricaddero in avanti
a mo’ di tendina.
«Per motivi tecnici non posso
ancora rispondere, purtroppo. Il
referto autoptico sarà pronto
domani o dopodomani.»
Magdalena sorrise.
«Ha subìto violenze sessuali?»
continuò Linus Saxberg.
«A oggi non possiamo dire
nulla», rispose Munther.
«Potete escludere che le abbia
subite?»
«La prego, capisco la sua
impazienza, ma, ripeto, a oggi non
possiamo né confermare né
escludere nulla.»
«Avete contattato altri distretti
di polizia?» domandò Magdalena.
«Stiamo verificando con ogni
distretto, ma finora purtroppo senza
risultati», rispose Munther
alzandosi. Evidentemente la
conferenza stampa era terminata.
Magdalena ripose il blocco e la
penna nella borsa e si infilò la
giacca appesa allo schienale della
sedia. Curioso. Chi poteva essere
quella ragazza? E dov’era Hedda
Losjö? Un’adolescente morta e
un’altra svanita nel nulla nello
stesso piccolo comune, dove di
solito non accadeva mai nulla. Che
cosa stava succedendo?

Non sapeva da quanto tempo


fosse seduta sul letto, le ginocchia
tirate sotto il mento.
Dall’appartamento di sotto
proveniva una musica ovattata e
attraverso le pareti riusciva a
percepire il mormorio di Kosta e
Sergej. L’inquietudine la stava
torturando, le straziava il petto. I
respiri erano brevi e irregolari.
All’improvviso si alzò, aprì la
porta e avanzò a piedi nudi in
cucina. Si stupì lei stessa della
propria audacia.
Appena la videro sulla soglia i
due interruppero la loro
conversazione.
«E tu che cosa vuoi?»
l’apostrofò Kosta.
«Quando torna Ana?»
Sergej sogghignò, si appoggiò
allo schienale della sedia e si
accese un’altra sigaretta.
«Perché?» domandò espirando il
fumo dal naso. «Un cliente voleva
tenerla per un po’, quindi è rimasta
là.»
Assomiglia al demonio, pensò
lei. È il demonio.
«Voglio solo sapere quando
torna.»
«Ti senti fiacca perché devi fare
tutto da sola? Stai tranquilla, presto
arriveranno altre ragazze. Così ti
potrai riposare.»
Kosta rise.
«Già. Ma quella con i capelli
corti sembra un maschio. Guarda.»
Pescò una fotografia dal caos che
c’era sul tavolo e gliela mostrò.
«Che ne dici? Appena arriva
dovremo esaminarla più da vicino.»
Sergej shignazzò.
«E quando torna Ana?»
«Quando il cliente si stanca di
lei.»
La paura svanì di colpo, fu colta
da una rabbia cieca. Prima di
riuscire a fermarsi si lanciò su
Kosta, gli strappò la fotografia di
mano e lo colpì sul viso.
«Maiali! Vi odio!»
Continuando a tempestarlo di
pugni urlò finché la voce non le
divenne roca, lo attaccò con tutta se
stessa finché Sergej non la sollevò
di forza e la sbatté sul pavimento.
Alzò lo sguardo verso di lui,
passando dai suoi occhi spalancati
alla sigaretta che gli pendeva fra le
labbra, e poi osservò quelle mani
che si aprivano e richiudevano a
pugno come se non sapessero
decidersi.
Il calcio la centrò nel ventre. Poi
lui si voltò verso il tavolo, spense
la sigaretta e iniziò a slacciarsi la
cintura.
«Puttanella…» mormorò.
«Credevo lo sapessi, come
funzionano le cose. Ma a quanto
pare non l’hai ancora imparato!»

Tore trasferì, con la massima


attenzione, le patate e la polpetta di
carne dalla vaschetta di plastica al
piatto. Il cibo del servizio a
domicilio non era poi così male, ma
niente a che vedere con quello di
Wera. Mangiare dalle confezioni,
poi! Mica era un cane.
Per esperienza sapeva che era
difficile riscaldare le patate anche
all’interno e così le tagliò a pezzetti
prima di infilare il piatto nel
microonde e girare la manopola
verso la linea rossa che Amanda,
una delle ragazze più giovani,
aveva disegnato con un pennarello.
Mentre il forno ronzava, estrasse
un bicchiere, le posate e una
bottiglia di birra leggera.
Presto dovrò impacchettare e
pulire tutto, pensò. Ma da dove
comincio? Chiederò a Jeanette di
darmi una mano. Magari le
interessa qualcosa.
Le riflessioni vennero interrotte
dal trillo del microonde. Il cibo
fumava un po’, ma per essere sicuro
che fosse abbastanza caldo tastò un
pezzo di patata con il dito. Era
giusto, perciò posò il piatto sul
tavolo e si sedette.
Quando gli avevano regalato il
microonde gli era sembrato così
strano che si scaldasse solo il cibo
e non il piatto! Pura magia, o quasi;
si era abituato, ma si stupiva
ancora. Ci vorrà una laurea per
capirlo, si diceva.
Prima di cominciare a mangiare
alzò il volume della radio per
ascoltare le previsioni del tempo. In
quei giorni era splendido. Ogni
pomeriggio faceva una passeggiata
fino al centro commerciale per
giocare alcune corone a keno, più
che altro per uscire e vedere un po’
di gente. Non si illudeva certo di
vincere.
La polpetta era buona. Dopo
qualche boccone aprì la bottiglia di
birra, la versò nel bicchiere. Le
voci alterate dall’appartamento di
sopra lo distrassero e la schiuma
traboccò dall’orlo.
Si udì un tonfo sonoro e una
donna urlare.
Tore impugnò di nuovo le
posate, ma restò immobile. Non
aveva mai sentito nessuno gridare
in quel modo. Era puro terrore.
Forse dovrei chiamare la
polizia, si disse. Poi si tappò le
orecchie con le mani.

Christer Berglund si sedette


sulla poltrona antistress, davanti
alla tv, e alzò il poggiapiedi. Fece
distrattamente zapping senza
soffermarsi su nessun programma.
Alla fine spense il televisore e
restò seduto nel silenzio
dell’appartamento.
Su uno dei ripiani della libreria
le coste rosse e bianche della serie
di spionaggio Hamilton di Jan
Guillou spiccavano nell’oscurità.
Sotto aveva messo i libri di Stephen
King, ma di quelli riusciva a
distinguere solo alcuni titoli. Gli
piaceva leggere, ma era passato
molto tempo dall’ultima volta in cui
era riuscito a concentrarsi.
Ultimamente per rilassarsi guardava
i film.
Erano state giornate intense e
frustranti. Nonostante gli annunci
alla radio, in televisione e sui
giornali non si era ancora fatto vivo
nessuno per risolvere il mistero
dell’identità della ragazzina morta.
Niente indizi, niente di niente. Il
caso era fermo in attesa
dell’autopsia. E di Hedda Losjö
ancora nessuna traccia.
L’impazienza lo costrinse ad alzarsi
e a dirigersi alla finestra.
Munther è a pochi anni dalla
pensione; questa inchiesta è
l’occasione giusta per fare vedere
di cosa sono capace, pensò, per
dimostrare che sono degno di
fiducia, che sono pronto ad
assumere un ruolo di maggiore
responsabilità rispetto a un facente
funzione di vicecapo. Ma deve
succedere qualcosa, qualcosa che ci
faccia andare avanti prima che
arrivino quei saputoni di Karlstad.
Capo della polizia a trentanove
anni! Un bel passo in avanti.
Dal suo appartamento si vedeva
tutta Hagfors, una magnifica visione
d’insieme. Nei giorni di bel tempo
si scorgevano persino le montagne.
Magda… Chi l’avrebbe mai
detto che sarebbe tornata indietro?
Era piuttosto brava, nel suo lavoro,
si capiva, ma le sue chiamate a tutte
le ore lo stressavano. Era difficile
restare professionali quando
attaccava con il suo repertorio.
Certo, si era quasi dimenticato di
quanto fosse bella.
Capo della polizia. Sì, sarebbe
stata una bella rivincita.

Magdalena rimboccò per bene le


coperte di Nils, che aveva giocato
tutta la sera nella neve con Melvin,
si sedette sul bordo del letto e gli
posò una mano sulla testolina.
«Domani sarà bello rivedere il
papà, eh?»
«Sì.»
A un tratto Nils parve
preoccupato.
«Mamma…»
«Che cosa c’è?»
«Quanto tempo starò sul
pullman?»
«Circa quattro ore.»
«Quant’è?»
Magdalena sorrise. Sempre
queste spiegazioni sul tempo.
«Be’, come posso dire…
Quattro volte il tuo programma
preferito alla tv.»
«Ma è lunghissimissimo!»
Magdalena notò che il figlio
aveva gli occhi umidi.
«Vedrai che andrà tutto bene.
L’autista baderà a te e quando
arriverete papà sarà lì ad
aspettarti.»
«E se è in ritardo?»
«Sarà puntuale perché sa che stai
arrivando. Gli manchi tantissimo.»
Nils non rispose, ma alzò gli
occhi al cielo. Magdalena vide il
mento incresparsi nel tipico broncio
da pianto.
Si sentì in colpa. Forse Nils era
davvero troppo piccolo per quel
lungo viaggio.
«Che cosa avete in programma,
nel week end?» domandò in un
tentativo di cambiare discorso.
«Non lo so. Forse andiamo a
Junibacken, se Ebba può.»
«Okay, allora speriamo che stia
bene, perché sembra proprio
divertente.»
«Sì.»
Nils tacque di nuovo,
pensieroso.
«Mamma, il nostro fortino di
neve ci sarà ancora quando
tornerò?»
«Certo. Starai via solo due notti.
Nel frattempo se ne prenderà cura
Melvin.»
Magdalena gli accarezzò i
capelli.
«Non devi preoccuparti né del
fortino né del viaggio. Andrà tutto
bene. Domani il nonno verrà a
prenderti a scuola e ti
accompagnerà a Filipstad e quando
partirai resterà lì a salutarti. E io ti
verrò a prendere domenica.»
Nils annuì stancamente.
«Buona notte, tesoro.»
Magdalena si chinò e lo baciò
sulla fronte, sul naso e sulla bocca,
il solito rituale. Poi spense la
lampada.
«Ti voglio bene, Nils.»

Petra continuava a rigirarsi nel


letto. In qualsiasi posizione si
mettesse non riusciva a trovare
pace. I pensieri le vorticavano in
testa e andavano dal piccolo corpo
nudo sul pavimento della cantina al
lamento di Gabriella Losjö seduta
al tavolo della cucina, e ancora a
Nellie dietro il suo computer e di
nuovo al cadavere della ragazzina.
«Non riesci a dormire?» le
domandò Lasse nel buio.
«No.»
Petra agitò la coperta per avere
un po’ di fresco e si sdraiò sulla
schiena.
«È per il lavoro?»
«Sì. È così difficile quando si
tratta di adolescenti. Potrebbe
essere la nostra Nellie.»
«Non dire così», obiettò Lasse.
«Ma è vero. È rimasta tutta la
sera davanti al computer. Potrebbe
nascondere qualsiasi cosa:
appuntamenti al buio, fotografie di
lei nuda, e chissà cos’altro… Noi
non lo sappiamo.»
Lasse cercò la sua mano sopra la
coperta e gliela strinse piano.
«Tu non ci pensi mai?» gli
domandò.
«No, veramente no. È sciocco
preoccuparsi inutilmente. Nellie sta
bene come sempre.»
Petra gli strinse la mano e chiuse
gli occhi, ma prima che riuscisse ad
addormentarsi passò molto tempo,
quella notte.
9

«HO appena ricevuto la


documentazione da Linköping»,
esordì Sven Munther agitando dei
fogli, sedendosi al solito posto al
tavolo delle riunioni.
Christer Berglund, Petra
Wilander, Urban Bratt e Folke Natt
och Dag pendevano dalle sue
labbra, pronti a scrivere sui loro
bloc notes.
«Proprio come sospettavamo, la
ragazzina ha circa sedici anni»,
continuò il capo della polizia. «La
causa della morte è uno sparo alla
nuca partito da una pistola di grosso
calibro, 11,4 millimetri. Il colpo è
stato esploso a distanza ravvicinata.
C’erano anche altre ferite: lividi
sulle braccia, arrossamenti attorno
ai polsi. Dev’essere stata uccisa
attorno a Capodanno, l’ultimo o il
primo dell’anno.»
«Possiamo affermare che è
morta nel giardino antistante la
cantina?» domandò Christer
Berglund.
«Sì, secondo i periti la quantità
di sangue ritrovata
corrisponderebbe, quindi è quella
la tesi su cui lavoreremo.»
«Per quanto riguarda le ricerche
su scala nazionale, non c’è nulla di
concreto che ci permetta di stabilire
l’identità della ragazza», soggiunse
Petra. «Pensavo di verificare con
l’Interpol.»
Munther annuì e domandò: «E gli
abitanti della zona non hanno notato
niente di insolito?»
«No», confermò Christer.
«Abbiamo sentito quasi tutti nel
raggio di un chilometro. Ne rimane
solo qualcuno con cui pensiamo di
parlare oggi.»
«Okay», annuì il capo. «Bratt,
come va con Anderberg? In ogni
caso adesso è ufficialmente
ricercato.»
Urban abbassò gli occhi verso i
propri appunti.
«La compagna non ha ancora
avuto contatti con il soggetto… e
non sembra particolarmente
dispiaciuta. Non ha idea di dove
possa essere. La cosa strana è che
sostiene di non aver mai ricevuto e-
mail da Hedda. Sospetta che
Fredrik sia entrato nel suo account e
le abbia eliminate.»
Munther si accigliò.
«Non ha una password?»
«A quanto pare è stato lui a
crearle quell’account e in seguito
lei non ha mai pensato di cambiare
la password che le aveva dato.»
«Be’, è stata molto furba, a
fidarsi di quel tipo.»
«Ho anche verificato l’estratto
conto di Anderberg alla
Swedbank», continuò Urban
mostrando due stampate. «Ha
prelevato millecinquecento corone
in Köpmangatan la stessa sera in cui
è scomparso, ma da allora non ha
più utilizzato la carta né ritirato
altri soldi.»
«Bene. Tieni d’occhio la
situazione», replicò Munther.
«Okay, se nessun altro ha qualcosa
da aggiungere la riunione è chiusa,
ci aggiorniamo nel pomeriggio.»
Urban Bratt alzò la mano come
uno scolaretto e disse: «Io avrei
un’altra cosa da discutere».
«Sì?»
«La fuga di notizie dalla polizia.
Avrete notato che oggi il
Värmlandsbladet ha pubblicato un
articolo molto dettagliato sulla
nostra vittima, specificando che è
morta a causa di un colpo da arma
da fuoco. Trovo allarmante il
diffondersi di questo tipo di
informazioni, soprattutto se non
possiamo garantirle nemmeno noi.»
Munther annuì.
«Come facciamo a lavorare bene
se trapelano le informazioni più
importanti?» continuò Urban
guardando Christer in modo
significativo all’altro capo del
tavolo.
«Stai accusando me?» sbottò
quello.
«Non sto accusando nessuno, ma
non sono io a essere amico di
giornalisti che entrano ed escono da
qui come vogliono.»
«Calmati. Sì, io e Magdalena
Hansson ci conosciamo da tempo,
ma proprio per questo sono
estremamente professionale quando
mi fa delle domande. Io non
diffondo niente, proprio niente»,
replicò Christer sbattendo la penna
sul blocco, la faccia paonazza. «Mi
stai offendendo!»
Urban non rispose, si limitò a
guardare il capo.
«Dai, Christer, non prenderla
così sul personale», s’intromise
Munther.
«Certo che la prendo sul
personale se si insinua che sono
stato io ad aver spifferato tutto.
Cosa che non ho fatto.»
Munther si guardò attorno.
«Almeno su un punto Bratt ha
ragione. Dobbiamo tenere la bocca
chiusa con la stampa. E questo
riguarda tutti, naturalmente.» Poi
appoggiò i palmi delle mani sul
tavolo e si alzò. «Bene. Ci vediamo
nel pomeriggio.»

Christer Berglund lasciò la sala


riunioni e si diresse al suo ufficio
senza rivolgere la parola a nessuno.
Tremava dalla rabbia. L’uscita di
Urban era stata così meschina, così
infantile! Certo, non andavano
sempre d’accordo, ma cercare così
spudoratamente di far credere ai
colleghi che lui avesse diffuso
informazioni segrete era davvero
troppo.
Quando il telefono squillò
sollevò il ricevitore e quasi urlò il
proprio nome.
«Ciao, Chrille. Sono io,
Magda.»
«Sento», tagliò corto lui.
Aveva voglia di sbatterle il
telefono in faccia.
«Sei arrabbiato?»
«Se sono arrabbiato?! Sai quanta
merda ho dovuto mangiare a causa
del tuo articolo e della tua
curiosità?»
«Oh», rispose Magdalena. «Non
era mia intenzione.»
«Ah sì? Be’, grazie tante.»
«Mi dispiace moltissimo che tu
sia stato incolpato per qualcosa che
ho fatto io. Però sappi che non ti
voglio mettere nei guai.»
Miagola come un gatto. Glielo
insegneranno alla scuola di
giornalismo?
«Ah, davvero? Pensavo che
l’unica cosa che t’interessasse fosse
fare un maledetto scoop. Non puoi
calmarti un attimo e lasciar
lavorare la gente in pace? Non
esisti solo tu.»
«Ma Chrille!»
«Finiscila! Risparmiami la tua
finta compassione. Posso chiederti
chi è stato a dirti quelle cose?»
«No, non puoi. Proteggo…»
«… le tue fonti, già. Proprio
così. ‘Perché devi essere sempre
così irreprensibile?’ Non avevi
detto così?»
«Ti prego…»
«Sai, non ho nessuna voglia di
parlare con te. Ciao.»
Prima che Magdalena avesse il
tempo di rispondere Christer aveva
già riattaccato.
Poi restò immobile alla
scrivania guardando fuori dalla
finestra verso Dalavägen. La
temperatura era aumentata, quella
notte, e i cumuli di neve bagnata si
erano fatti pesanti. Il pensiero che
forse quel fine settimana avrebbe
dovuto aiutare suo padre a spalare
la neve dal tetto del garage occupò
per un istante la sua mente e poi se
ne andò.
Urban… che figlio di puttana!
Accusarmi così. E Magda...
Sentì bussare. La porta si aprì
con insolita lentezza e Petra si
affacciò nell’ufficio.
«Posso entrare?»
La sua collega si accomodò sulla
sedia dei visitatori.
«Come va?» domandò.
«Potrebbe andare meglio.»
Cadde uno strano silenzio.
«Sono stata io a parlare», buttò
fuori Petra tutto d’un fiato.
«Che cosa?!» sbottò Christer
guardandola come se volesse
incenerirla.
«Scusami. Dio, quanto vorrei
non averlo fatto! È stata una
stronzata. Avrei dovuto capire che
la colpa sarebbe ricaduta su di te. È
davvero brava, quella Magdalena:
con le sue moine riuscirebbe a far
parlare un muto.»
Christer non replicò, si limitò a
guardarla.
«Comunque la morte per arma da
fuoco prima o poi sarebbe saltata
fuori. E poi ho pensato: cavoli,
meglio che sia Magdalena la prima
a scriverlo. Mi piacciono i tipi
come lei… E piacciono pure a te.»
«Cosa intendi dire?»
«Oh, dai. Si vede lontano un
chilometro che le muori dietro!»
Christer evitò lo sguardo della
collega tornando al panorama fuori
dalla finestra.
Si vede lontano un chilometro
che le muoio dietro?
«Ti chiedo scusa, Christer. Non
lo farò più. Ho notato che Urban
appena può cerca di metterti in
difficoltà, ma non devi
preoccuparti.»
«Per te è facile dirlo.»
«Sì, lo so. Comunque sono
convinta che sarai tu il sostituto di
Munther. Lui ti conosce bene, sa
quanto vali.»
Christer continuò a fissare fuori.
Petra si alzò in piedi, gli si
avvicinò, si chinò e gli posò una
mano sul ginocchio. Un gesto
d’intimità che sorprese entrambi.
«Non accadrà più. Te lo
prometto.»
«Okay», replicò Christer. «Però
non credevo potessi arrivare a
tanto.»
10

MAGDALENA ripiegò il giornale del


sabato e lo buttò sul divano. Non
era soddisfatta, proprio per niente.
Non era riuscita a ottenere
informazioni precise e si era dovuta
accontentare di quel poco che
aveva riferito Sven Munther durante
la breve conferenza stampa di
venerdì pomeriggio. Né Christer né
Petra erano presenti e non era
riuscita a contattare nessuno dei due
per il resto del pomeriggio. C’era
solo quell’Urban Bratt.
Su Christer non aveva contato
poi molto, ma aveva sperato di
ottenere qualche dettaglio in più
almeno da Petra.
Riportò il vassoio con la
colazione in cucina.
Violentata, maltrattata, uccisa
con un colpo di pistola. E del tutto
sconosciuta. Non riusciva a
smettere di pensare a quello strano
omicidio e continuò a rimuginarci
sopra mentre sistemava i piatti nella
lavastoviglie e passava
l’aspirapolvere. Qualcuno doveva
pur conoscerla! Che avesse qualche
legame con Hedda Losjö? Le
sembrava strano.
Sfilò la federa del cuscino di
Nils e la lanciò sul mucchio di
panni da lavare sul pavimento, andò
in corridoio e aprì l’armadio della
biancheria. Fu investita da una
zaffata di lavanda; forse ne aveva
messa troppa, pensò. Le federe e le
tovaglie erano riposte in pile
perfette. Quando aveva scoperto
che il vecchio mangano da stiro che
aveva trovato in cantina funzionava
a meraviglia si era così esaltata che
era rimasta in piedi fino a notte
fonda, al freddo, a stirare.
L’armadio della nonna era come un
sogno segreto avveratosi di colpo;
aveva addirittura appuntato dei
larghi merletti bianchi ai bordi dei
ripiani. Quasi se ne vergognava.
Mentre gli scatoloni del trasloco
erano ancora ammucchiati in giro
per casa, aveva dedicato ore alla
creazione del perfetto Armadio da
Biancheria. Si meravigliò di se
stessa: non era mai stata una
maniaca di queste cose. Lei aveva
sempre odiato stirare. Che fossero i
segnali di una prematura crisi dei
quarant’anni? Oppure era
sessualmente frustrata? Una sua
amica sosteneva che chi si dedica
troppo ai lavori domestici in realtà
ha bisogno di ben altro.
Magdalena scelse le lenzuola
azzurre con le nuvole bianche e
tornò nella stanza di Nils. Dopo
aver rifatto il letto e sistemato la
trapunta continuò a rassettare
esaminando il mucchio di vestiti
sulla sedia accanto al letto.
Di fianco al guardaroba c’era
una delle valigie del viaggio in
India ancora intatta, piena di abiti
estivi. Era ora di disfarla, si disse
canticchiando. Ripiegò i
pantaloncini e le canottiere con cura
e li sistemò in pile ordinate nel
ripiano più alto.
Allora, stasera vado al Florens,
si disse. Aveva esitato molto prima
di dare una conferma, soprattutto
per via della settimana di lavoro
estenuante. All’idea si sentiva un
po’ nervosa, ma anche elettrizzata.
Jeanette aveva insistito così tanto
che alla fine aveva capitolato: si
sarebbero ritrovate a casa sua per
un aperitivo e poi sarebbero andate
al locale.
Sorrise prendendo il costume da
bagno con gli squali di Nils. Ma sì,
sarebbe stato divertente uscire,
stare fra la gente.
In fondo alla valigia trovò una
spessa busta con una scritta in
inglese, probabilmente delle
fotografie sviluppate da uno di quei
laboratori dove sono pronte in
un’ora. Si sedette sul letto del
figlio, la aprì e ne estrasse il
contenuto. Erano quasi tutte foto di
Nils: lui dietro un enorme piatto di
spaghetti al ristorante; in piscina
con i braccioli; mentre seppelliva
Ludvig nella sabbia lasciando fuori
solo il busto.
«Ben fatto», mormorò
Magdalena ridacchiando. «Peccato
che poi sia uscito da lì. Avresti
dovuto mettercelo dentro tutto e
pigiare meglio la sabbia,
giovanotto.»
L’immagine successiva
raffigurava Nils ed Ebba su una
sedia a sdraio sotto un ombrellone.
Il bambino era in braccio a lei con
l’accappatoio ben stretto in vita e il
cappuccio sui capelli bagnati.
Aveva l’aria seria, mentre Ebba,
sorridente, in bikini azzurro e con
gli occhiali da sole sulla testa, gli
teneva la manina sul proprio ventre
rigonfio. Ah, quella era Ebba.
Magdalena si sentì prima
avvampare, poi rabbrividì. Con
mani tremanti ridusse la foto a
pezzettini minuscoli. Di colpo
avvertì un senso di spossatezza,
così si infilò nel letto appena rifatto
di Nils.
Pochi minuti dopo dormiva
profondamente.

Magdalena tirò l’acqua e si lavò


le mani. Poi si sedette di nuovo
sulla tazza, e si guardò attorno nel
bagno ordinato di Jeanette.
Fuori dalla porta si udiva
«Forever Young» degli Alphaville
a basso volume, ma non riusciva
più a distinguere le voci allegre
delle amiche. Forse si erano
spostate in cucina per prendere
dell’altro vino.
Magdalena chiuse gli occhi e
cercò di concentrarsi sul respiro.
L’oppressione al petto si alleggerì
un po’.
Si era svegliata di soprassalto
sentendo lo squillo del telefono;
doveva aver dormito più di quattro
ore. Era Jeanette. Intontita come se
si stesse risvegliando da
un’anestesia, si era alzata
lentamente e aveva caracollato fino
al bagno come uno zombie, si era
fatta la doccia, si era asciugata i
capelli e si era truccata. Alla fine
aveva deciso di mettersi i jeans e
un top liso; non aveva degnato
nemmeno di uno sguardo l’abito
profondamente scollato sulla
schiena che aveva tirato fuori la
sera prima. Il desiderio di essere
appariscente era svanito di colpo;
anzi, quasi avrebbe preferito essere
invisibile.
«Magda, verso un altro bicchiere
anche a te?» le domandò Jeanette da
fuori. Bussò alla porta. «Magda?»
«Sì, grazie. Arrivo.»
Magdalena si alzò in piedi e si
guardò allo specchio. Si era
truccata a dovere… be’, era
visibile eccome. Non le sembrava
vero. Abbozzò un debole sorriso
concentrandosi per ottenere uno
sguardo provocante.
Poi le venne in mente la
fotografia di Ebba, i capelli biondi
schiariti dal sole e il seno
prosperoso. Lui l’aveva sostituita
con lei, perciò era quello l’aspetto
che avrebbe dovuto avere.
Era meglio se stavo a casa a
lavorare, pensò, così potevo
nascondermi dietro il blocco degli
appunti e lo schermo del computer.
«Ti ho lasciato sul tavolino
vicino al divano il bicchiere e i
crostini al formaggio», la informò
Jeanette mentre accendeva delle
candele.
«Che bello», rispose Magdalena
accennando al vassoio e
all’elegante composizione di
candele e pietre tondeggianti in un
enorme cilindro di vetro.
Si accoccolò sul divano. Dopo
tre, quattro sorsi di vino la morsa al
petto si allentò.
«Nettan, dov’è Modern
Talking?» chiese Lisa dallo stereo
usando il soprannome affettuoso
con cui si rivolgeva a Jeanette.
«Non è lì?»
«No, non riesco a trovarlo.
Mettiamo Absolute 80s, allora? Che
ne dite?»
Lisa aprì la custodia e infilò il
cd nel lettore. Quando iniziò «Girls
just want to have fun» di Cyndi
Lauper alzò il volume, prese il
bicchiere di vino e accennò alcuni
passi di danza sul parquet,
avvicinandosi al divano.
«Gli anni Ottanta sono stati il
massimo. Punto e basta», sentenziò
lasciandosi cadere sulla poltrona
accanto a Magdalena.
Magdalena fece roteare il
bicchiere e si concentrò sul vino.
Quando cominciò «Only You»
dei Flying Pickets Lisa balzò su
dalla poltrona di nuovo.
«Dio, quanto mi piace questa!»
gridò alzando il volume. «Ogni
volta che la sento penso a Simon.
Non è normale, lo so. Eravamo in
quinta, quando l’abbiamo ballata
stretti stretti.»
«Puoi abbassare un tantino?» la
pregò Jeanette. «Altrimenti fra un
po’ la vecchia di sotto viene a
bussarmi alla porta per lamentarsi.»
«Sorry.»
Lisa regolò il volume
risedendosi diligentemente sulla
poltrona.
«Cin cin, ragazze. Stasera ci
divertiremo!» Jeanette aveva alzato
il bicchiere e le amiche la
imitarono.
«Speriamo ci sia tanta gente
come l’ultima volta che ha suonato
Ante», si augurò Lisa. «Ha vissuto
qualche anno a Los Angeles, ha
lavorato in un mucchio di locali e
come produttore discografico e
chissà cos’altro. Una volta era uno
sfigato, ma adesso… vedrai,
Magda… che figo!... Ed è pure
ricco, a quanto pare. Va in giro in
BMW, e l’estate scorsa si è fatto
costruire una piscina immensa nella
casa di Uddeholm. Deve aver fatto
un mucchio di soldi, negli USA.»
«È bello che ci sia un po’ di
movimento anche qui», aggiunse
Jeanette afferrando di nuovo la
bottiglia del vino. «E poi è uno che
non se la tira per niente.»
Magdalena annuì allungando il
bicchiere a Jeanette che glielo
riempì.
«Nemmeno tu, comunque», disse
Lisa a Magdalena. «Sei rimasta la
stessa, davvero.»

Magdalena si lasciò avvolgere


dalla musica. Per la prima volta da
mesi non pensava. Il suo corpo le
sembrava leggero e agile, e lei si
limitò ad assecondarlo. Se chiudeva
gli occhi, svaniva. Quando li riaprì
non fu più in grado di vedere
Jeanette e Lisa nella folla
ondeggiante, ma non si preoccupò,
continuò a danzare sotto la sfera
stroboscopica e i faretti
lampeggianti.
Era d’accordo con le ragazze.
Effettivamente Ante aveva un ottimo
gusto musicale e la capacità di
coinvolgere la gente, di creare una
bella atmosfera sulla pista da ballo.
Dopo un istante alzò di nuovo lo
sguardo, cercando di individuare
qualcuno di sua conoscenza, ma
senza fortuna. Forse sì, ecco.
Quello lì non era mica Hasse, della
classe vicino alla sua? Quando i
loro sguardi si incrociarono lei gli
sorrise, ma lui non mosse un
muscolo; anzi, le diede le spalle.
Be’? pensò. Non l’aveva
riconosciuta? Era lui, no?
Quei dubbi la bloccarono; di
colpo si accorse di essere stanca e
assetata. Si fece spazio tra la folla
in direzione del bar.
Mentre aspettava la sua
Heineken si alzò sulle punte dei
piedi per cercare Jeanette e Lisa,
ma quelle due sembravano
volatilizzate. Magari sono fuori a
fumare, pensò.
«Come ti trovi nella casa nuova?
Bene?»
Magdalena si voltò. Era Hasse,
in piedi accanto a lei con una birra
grande in mano.
«Benissimo, grazie.»
«Sì, è proprio una bella casa.»
«Trovi?»
Che gli prendeva?
«Era dei miei nonni paterni. Non
lo sapevi? Sono stati loro a
costruirla.»
«No, non lo sapevo.»
Magdalena bevve un sorso di
birra e appoggiò la bottiglia sul
bancone.
«Da piccolo ci andavo quasi tutti
i giorni, dopo la scuola. Quando
l’estate scorsa è morto mio nonno,
io e Ann volevamo comprarla. Però
potevamo investire novecentomila
corone, non di più. Mio padre era
così contento che restasse in
famiglia! Significava molto per noi.
Ha una posizione magnifica, con
l’accesso al lago, il pontile e tutto
quanto. Ma a quella megera tirchia
di mia zia interessava solo una
cosa: i soldi. Così deve avere fatto
i salti di gioia quando due giorni
prima che firmassimo il contratto
hai rilanciato tu. Mio padre non
poteva aiutarci fino a quel punto,
non ci arrivava.»
Se Hasse non fosse stato così
aggressivo Magdalena avrebbe
provato simpatia per lui. Sapeva
quanto poteva essere importante una
casa, e ricordava bene il suo
dispiacere quando quella di sua
nonna nel Nordmark era stata
venduta qualche anno prima.
«Non ne avevo idea, davvero, e
capisco che deve essere difficile
per te… Però, Hasse, io cosa
c’entro?»
«Tu? Niente. Tu hai il pieno
diritto di venire qui come una
maledetta milionaria a buttar soldi a
destra e a manca, e di piazzarci una
cucina nuova senza porti il minimo
problema. Ma non si può avere
tutto, con i soldi. I ricordi e la
storia, per esempio.»
«Adesso mi sembri ingiusto.
Credevate davvero che quella casa
non avrebbe fatto gola a nessun
altro a parte voi? Quanto alla
cucina, non era un pezzo
d’antiquariato ma degli anni
Settanta.»
Magdalena avvertì la collera
montarle dentro. Dove voleva
arrivare? Avrebbe dovuto chiedere
il permesso per cambiare la cucina
di casa sua?
Hasse vuotò mezzo bicchiere
prima di risponderle.
«Quello che non ci aspettavamo
era che arrivasse qualcuno a
rilanciare proprio all’ultimo, senza
mostrare un briciolo di interesse
per la storia della casa.»
«Mi dispiace, ma non ne voglio
più parlare.»
«Nemmeno io, sappilo. Spero
solo che ti ci troverai bene come ci
saremmo trovati io e i miei figli. È
proprio vero che piove sempre sul
bagnato.»
Prima che Magdalena avesse il
tempo di rispondere Hasse tracannò
il resto della birra e andò verso il
bagno. Lei se ne stette lì in piedi a
finire la sua birra.
Piove sempre sul bagnato. Ora
voleva soltanto andarsene a casa.

Hagfors era immersa nel buio e


nel silenzio quando Magdalena
iniziò ad attraversare il ponte. Il
ghiaccio ricopriva il fiume quasi
completamente, solo al centro
scorreva un’esile striscia d’acqua.
A sinistra si vedeva la recinzione
della fonderia e gli enormi,
squallidi edifici che s’innalzavano
dietro gli alberi.
In quelle fabbriche avevano
lavorato tutta la vita suo nonno
materno e suo nonno paterno, e per
un periodo anche suo padre, pensò
orgogliosa.
Cercò di scrollarsi di dosso le
accuse di Hasse ma non ci riuscì:
era troppo presto.
Quando vide un taxi fuori dal
supermercato si accorse di colpo di
essere stanca morta e di avere i
piedi inzuppati. L’umidità si era
insinuata negli stivali col tacco alto
facendola rabbrividire sin nel
midollo. Appena il taxi salì sul
ponte lei gli fece un cenno,
fermandosi sul marciapiede, e
quello fece un’inversione a U.
Con un movimento rapido
spalancò la portiera ed entrò. Solo
dopo averla richiusa si accorse di
chi c’era alla guida.
«Sei uscita a divertirti?»
domandò Petter sorridendo.
Il cuore di Magdalena mancò un
battito, le si mozzò il respiro.
«Be’, si fa quel che si può»,
rispose cercando a tentoni la cintura
di sicurezza.
Petter si scostò lentamente dal
marciapiede.
«Non è andata bene?»
«Insomma. Mi sento un po’
arrugginita quando si tratta di
divertirsi. Vado in
Stjärnsnäsvägen.»
«Al nove, giusto?»
«Non ti chiedo come fai a
saperlo, perché è chiaro che lo sai.
Per stavolta non mi offendo.»
Ma che cavolo sto dicendo? si
rimproverò Magdalena. «Scusami,
ho bevuto un po’ troppo. È ovvio
che sai dove abito. A quanto pare lo
sanno tutti. Stasera Hasse
Erlandsson, al Florens, mi ha
accusata di avergli soffiato la casa
dei suoi nonni da sotto il naso.»
«Non gli è ancora passata!»
commentò Petter.
«Sembra di no.»
Magdalena lanciò un’occhiata
furtiva verso di lui mentre
imboccava Bäckvägen. Dio mio,
quant’è bello, pensò. Quello
sguardo concentrato. E le mani…
Avrei dovuto rinunciare a
quell’ultima birra.
«Ma tu non facevi
l’imbianchino?»
«Arrotondo un po’ nei fine
settimana in cui le mie figlie sono
da Malin. Quando abbiamo
divorziato ho potuto tenere la casa,
ma come sai costa. E adesso che le
ragazze hanno iniziato a fare
equitazione al maneggio di
Uddeholm...»
Petter si fermò di fronte a casa
sua. Il tassametro segnava
sessantotto corone.
Magdalena si tolse i guanti con i
denti ed estrasse il portafoglio dalla
borsa.
«Offro io», disse Petter.
«No, davvero», protestò lei
afferrando quattro pezzi da venti.
«Ecco qui.»
Petter le richiuse la mano attorno
alle banconote con la sua e la
guardò.
«Non li voglio.»
In quel momento squillò il
cellulare, che era nel vano vicino al
freno a mano.
«Sì, Petter… Sì… Okay.»
Chiuse la conversazione e rimise
a posto il cellulare.
«Ho un nuovo giro.»
«Che fortuna. Per te, intendo.
Così guadagni qualcosa di più.»
Magdalena aprì la portiera e
scese.
«Allora buona notte», lo salutò
lasciando le banconote sul sedile.
Prima che Petter riuscisse a
rispondere aveva già richiuso la
portiera.
COME mi chiamo? Non ricordo il
mio nome.
Il tempo ha smesso di esistere,
c’è solo oscurità e notte. Non so
dove inizio e dove finisco.
«Sì, sì.»
Chi è che bisbiglia?
«Sì, sì, bambina mia.»
Nonna. La nonna è sullo
sgabello fuori casa a pelare le
patate. La buccia cade in lunghi
riccioli sul piatto di alluminio che
regge sulle ginocchia. Di tanto in
tanto si terge il sudore dalla fronte
con il dorso della mano.
«Vieni a raccontarmi qualcosa.
Raccontami cosa hai imparato
oggi a scuola, Sonya.»
Mi chiamo Sonya.
Non dovrò più dimenticarmelo.
Devo trovare casa mia.
11

JEANETTE piegò l’ultima camicia –


era a grandi fiori beige e arancio e
con il colletto di pizzo – e la infilò
nel sacco della spazzatura.
«Siamo stati davvero bravi,
nonno. Ci meritiamo una tazza di
caffè.»
«Eh, già», replicò Tore. «Ce la
meritiamo proprio.»
«Vuoi una mano?»
«No, no», rispose Tore
alzandosi dal letto con l’aiuto del
deambulatore. «Ce la faccio
ancora.»
Osservò la fila di sacchi neri
davanti al guardaroba della camera
da letto. Stavano lavorando da
diverse ore: lei tirava fuori gli abiti
e lui, senza troppi sentimentalismi,
decideva se andavano tenuti o
buttati. La maggior parte era finita
nei sacchi, persino quelli a fiori di
Wera.
«È proprio arrivato il
momento», aveva mormorato
mentre la nipote si dava da fare per
impacchettare la roba.
I capi di vestiario che erano stati
salvati adesso occupavano le due
ante vicino alla finestra.
Jeanette lo precedette in cucina
per preparare il caffè.
«Prima di venire qui stamattina
ho fatto un dolce», gli spiegò
togliendo il coperchio a un vecchio
barattolo di vetro dal quale estrasse
dei tortini quadrati al cioccolato
che pose su un piatto. «Ricetta della
nonna.»
«Sei stata gentile ad aiutarmi.»
Tore si sedette al tavolo.
«Be’, ne ho solo uno, di nonno.»
Jeanette si succhiò l’indice che si
era sporcato di glassa al cioccolato.
Tore le sorrise. «E io ho solo
una Nettan.»
«Che ne pensi del trasloco?» gli
domandò lei mentre apparecchiava.
«Non vedo l’ora di farlo.
Quando qui ci abitava stabilmente
qualcuno, si stava più tranquilli. E
poi qui sopra c’è un gran viavai…»
Indicò il soffitto.
«Fanno baccano con la musica?»
Jeanette versò il caffè nelle tazze
e dopo aver rimesso la caffettiera a
posto si sedette.
«Magari! Ultimamente urlano e
litigano quasi tutti i giorni… e mi sa
che alzano anche le mani.»
«Dici che è il caso di chiamare
la polizia?» domandò lei inquieta.
«Sì, ci ho pensato. Non saprei…
non vorrei intromettermi senza
motivo. E poi, io abito qui da
solo...»
Jeanette gli allungò il piatto con
il dolce e lui si servì.
«Nonno, non ci si mena senza
motivo.»
Tore guardò fuori dalla finestra
masticando lentamente.
«Hai ragione», assentì dopo un
istante. «La prossima volta che
sento qualcosa di strano chiamo la
polizia.»
«Bravo. Vuoi che ti cerchi il
numero?»
«Mi faresti un piacere, sì.»
Jeanette andò a prendere
l’elenco telefonico dalla credenza e
trascrisse il numero a caratteri
grandi e chiari su un foglio.
«Questo è il numero della
polizia di Hagfors. Ma se ti sembra
grave allora sarà meglio che chiami
il pronto intervento», gli disse
mettendo il foglietto accanto alla
tazza del nonno. Finì di bere il caffè
e cominciò a sparecchiare.
«Torno domenica prossima per
un altro round. Facciamo la cucina
o l’armadio in soggiorno?»
«Decidi tu.»
Tore non aveva la forza per
pensarci, gli importava solo che si
facesse alla svelta e basta.
«Sei sicuro di potertela cavare,
adesso?»
«Sì, sta’ tranquilla.»
Tore avrebbe preferito che la
nipote si trattenesse ancora un po’,
ma sapeva che aveva tante cose a
cui badare.
«Allora ci vediamo domenica,
nonno. Ti telefono in settimana. E
promettimi di chiamare la polizia,
se senti chiasso.»
«Promesso.»
Speriamo che se ne stiano
tranquilli, adesso, pensò lui.

Magdalena era rannicchiata sul


divano sotto una coperta con una
tazza di tè in mano. Fuori dalla
finestra vedeva Christer che si dava
un gran da fare con una pala sul
tetto del garage di Bengt e Gunvor.
L’aveva salutato, ma lui aveva
ricambiato solo con un rapido
cenno.
L’igloo di Nils e Melvin era
crollato durante la notte e per tutta
la mattina grossi ammassi di neve
erano scivolati a terra dal tetto con
dei tonfi.
Ripensò alle chiacchiere che
aveva fatto nel taxi. Che vergogna!
Per stavolta non mi offendo…
Che stupida!
Ripensò allo sguardo che le
aveva rivolto Petter e al modo in
cui le aveva stretto la mano nella
sua quando aveva voluto pagare, e
un brivido le corse lungo la
schiena.
Cosa cavolo mi prende?
Poi però le tornò in mente
l’immagine di Nils ed Ebba sotto
l’ombrellone, quel pancione…
Presto il suo bimbo avrebbe avuto
un fratellino o una sorellina.
Io non potrò farlo mai più,
pensò. Come potrei fidarmi ancora
di qualcuno? Come potrei lasciare
entrare qualcun altro nella mia vita?

Prese una dose abbondante di


shampoo e se lo frizionò sui
capelli. Doveva fare presto, Kosta
si arrabbiava se stava troppo tempo
sotto la doccia. Gli ematomi sulla
testa le facevano ancora male, ma
non sanguinavano più. Evitò anche
solo di sfiorare il resto del corpo
per non sussultare dal dolore. «Mi
chiamo Sonya», mormorò
sciacquandosi via la schiuma. «Mi
chiamo Sonya e non esisto.»
Il nuovo rigonfiamento
all’addome la terrorizzava. Aveva
cercato di ricordarsi l’ultima volta
che aveva avuto il ciclo, ma era
impossibile. Le notti, i giorni,
l’oscurità, gli uomini… tutto si
confondeva.
Devo tornare a casa, pensò. La
prossima volta non mi lascio
sfuggire l’occasione. Tanto, che
importa? Alla fine morirò
comunque.

Come ogni domenica sera, il


centro di Filipstad era deserto.
Magdalena si era fermata
all’estremità del grande parcheggio
vuoto fra il centro commerciale e
Karlstadsvägen, più vicino
possibile alla stazione degli
autobus, ma aveva deciso di restare
in macchina finché non fosse
arrivato il pullman da Stoccolma.
Quando aveva fatto benzina
aveva comprato un sacchetto di
caramelle e l’aveva aperto subito.
Per non rischiare di essere in
ritardo, costringendo Nils ad
aspettarla tutto solo, era arrivata
con largo anticipo. Mancava ancora
un quarto d’ora all’orario previsto
di arrivo dell’autobus.
Dovrei prendergli un cellulare,
nel caso dovesse succedere
qualcosa, pensò infilandosi due
caramelle in bocca.
Magdalena era stata molte volte
a Filipstad, per lo più in occasione
dell’Oxhälja, il mercato che
organizzavano il primo fine
settimana di settembre e che si
diceva fosse il più grande della
Svezia. In quell’occasione la città
cambiava completamente e si
riempiva di gente.
Persa fra quei pensieri,
sgranocchiando caramelle, il tempo
passò in fretta. Arrivò il pullman.
Uscì dalla macchina, la chiuse a
chiave e si diresse verso l’autobus
di buon passo.
Nils saltellò giù dai gradini
gettandosi fra le sue braccia con la
giacca chiusa fino al collo e lo
zaino in spalla.
«Era pronto da un bel po’», la
informò l’autista mentre apriva il
bagagliaio e tirava fuori la sua
valigia.
«È andata bene?»
Magdalena si era rivolta a Nils,
che aveva in braccio, e all’autista
nello stesso tempo.
«Sì, ma è un bel po’ di strada,
per un bambino di questa età»,
rispose l’autista.
Nils non aprì bocca, ma la
strinse forte forte.
«Già… Grazie. Andiamo a casa,
tesoro? La macchina è là. Vedi?»
disse tentando di metterlo per terra;
lui però non voleva saperne di
lasciarla. «Ma devi camminare da
solo, non ce la faccio a portare te e
la valigia insieme.»
Il piccolo accettò controvoglia
di scendere. Non aveva ancora
detto una parola.
«È stata dura restare sul pullman
così tanto?» gli domandò prendendo
la valigia in una mano e la manina
nell’altra.
Nils annuì.
«Sei stato proprio bravo.»
Magdalena si sentiva a disagio,
anche perché le sembrava di essere
stata rimproverata dall’autista. Il
mutismo di Nils non migliorava le
cose.
«Vuoi sederti davanti?» gli
chiese sforzandosi di assumere un
tono allegro.
«Okay.»
Nils di solito insisteva per
sedersi davanti, ma adesso
sembrava che non gli importasse.
«Ho anche le caramelle, in
macchina, sai?»
«Ho già mangiato quelle che mi
ha dato il papà.»
Magdalena mise la valigia nel
bagagliaio e spostò il seggiolino sul
sedile del passeggero davanti
mentre Nils se ne rimaneva in piedi
con le braccia penzoloni.
Uscì da Karlstadsvägen e
imboccò la strada per Hagfors. Il
bambino guardava fuori dal
finestrino, l’espressione
indecifrabile.
«Com’è andato il fine
settimana?»
«Bene.»
«Cos’avete fatto?»
«Non me lo ricordo.»
Magdalena ridacchiò, come se il
figlio avesse detto qualcosa di
spassoso.
«Non te lo ricordi? Allora, siete
andati a Junibacken?»
«Naaa.»
«È per questo che sei triste?
perché non ci siete andati?»
«Naaa.»
«Ma lo vedo, che sei triste. Che
cosa c’è?»
«Niente.»
«Forse sei solo stanco?...»
Magdalena osservò ironicamente
che quando non riusciva a far
parlare il figlio non solo gli metteva
le parole in bocca, ma sceglieva
anche quelle che le facevano più
comodo. E io che speravo che il
peggio fosse passato, pensò
sbirciando con la coda dell’occhio
il viso serio di Nils. Che sacrifici ti
costringo a fare, tesoro mio!

Dopo aver messo a letto il


bambino e preparato i suoi vestiti
per la mattina seguente –
calzamaglia a righe, jeans e un
maglione blu con uno squalo dagli
occhi enormi – Magdalena si
sedette al tavolo della cucina,
accese il computer ed entrò nella
sua casella di posta.
Aveva ricevuto un nuovo
messaggio. Da Facebook.
«Petter Björkman ti ha aggiunto
come amico su Facebook.»
Magdalena rilesse più volte la
frase.
«Ciao, Petter Björkman ti ha
aggiunto come amico su Facebook.
Devi confermare di conoscere
Petter per diventare suo amico.»
Eccome se ci conosciamo, pensò
cliccando sul link. Fissò il pulsante
di conferma per qualche istante, poi
vi cliccò sopra con impeto, come se
temesse di non avere il coraggio.
Prima di rendersene conto era
entrata nel suo profilo e aveva
visualizzato la sezione delle
informazioni personali. Data di
nascita: 25 agosto. Città natale:
Hagfors, Svezia. Situazione
sentimentale: single.
Magdalena si raggomitolò
davanti allo schermo, pensierosa.
Single.
C’erano anche tre album
fotografici. Il primo che aprì si
chiamava «Estate a Rådasjön».
Ah, i suoi genitori hanno ancora
quel piccolo chalet sul lago!
Ricordava il prato che digradava
verso la riva (bisognava togliere le
pigne, prima di stendere
l’asciugamano) e il rumore delle
poche barche. Era stata così felice,
in quelle giornate trascorse lì sola
con lui. Ricordò la mamma anatra
che si spingeva fino alla veranda
ogni mattina subito dopo colazione
con i suoi anatroccoli al seguito.
L’olio solare al profumo di cocco. I
tuffi in tarda serata. La leggera
nebbiolina sopra la superficie
dell’acqua...
Ed eccolo lì, sul pontile, con la
canna da pesca in mano e un sorriso
giocoso sulle labbra mentre
riavvolgeva il filo da pesca. Chi
aveva scattato quella foto? pensò
con un moto di gelosia.
Passò in fretta all’album
successivo, «Lavoro», che
mostrava le immagini prima e dopo
un notevole intervento di
ristrutturazione. C’erano pareti con
pannelli isolanti, pavimenti rotti e
una cucina senza lavello e mobili.
«Le ragazze» conteneva una
decina di scatti delle gemelle a
diverse età. In una foto erano
neonate, su un letto, voltate l’una
verso l’altra; in un’altra erano
accucciate sul vasino da notte e
ridevano mostrando i dentini da
latte. Nella terza foto Petter era su
un’amaca con una figlia in ogni
braccio, il viso rivolto alla
bambina a destra come se le stesse
raccontando qualcosa. Al collo
aveva una collanina di perline
colorate. Entrambe le piccole
sembravano in religioso ascolto del
papà.
Magdalena si sentì avvampare.
È meglio se vado a dormire,
pensò. Si accorse che erano le
undici passate. Il tempo era volato.
Prima di spegnere il computer
tornò nella sua casella di posta.
Un nuovo messaggio. Di nuovo
da Facebook.
«Petter Björkman ha
commentato la tua foto: ‘Bella
foto’!»
Magdalena rientrò nel suo
profilo di Facebook e per la prima
volta da parecchie settimane
cambiò il suo status in: «è felice».
«Magdalena Hansson è felice.»
Con il punto fermo, però, non il
punto esclamativo. C’era un limite.
Infine chiuse il portatile con un
colpetto.
12

QUANDO il lunedì mattina


Magdalena sfogliò il Länstidningen
in redazione e vide il lungo articolo
di Linus Saxberg intitolato «La
ragazza nella cantina vittima di
violenze sessuali» fu sopraffatta
dalla vergogna. Odiava perdere, e
quella era una sconfitta bella e
buona.
L’articolo, a quanto pareva
basato su una fonte anonima della
polizia, era ben strutturato. Il
giornalista della concorrenza
affermava che la giovane riportava
diverse ferite ai genitali, la maggior
parte parzialmente cicatrizzate, e
questo era un chiaro segno che le
violenze si erano protratte per lungo
tempo.
Merda! MERDA!
E adesso, come faceva a tornare
in vantaggio? Chissà chi era la
bocca larga della polizia che
Saxberg era riuscito a scovare.
I suoi pensieri vennero interrotti
dallo squillo del telefono.
«Värmlandsbladet, sono
Magdalena Hansson.»
«Bertilsson.»
Maledizione, deve chiamare
proprio adesso che non ho ancora
escogitato un piano?
«Interessanti, le informazioni del
Länstidningen sulla ragazza della
cantina», buttò lì lui. «Non ne
sapevi niente?»
«No.»
«Mi pare che tu abbia dei buoni
rapporti con la polizia, Magdalena.
Cerca di mantenerli. Non possiamo
permettere che il Länstidningen ci
bagni il naso in questo modo.»
Magdalena tentò di interpretare
il tono di Bertilsson, ma non ci
riuscì. Del resto, se si parla solo
via telefono e per e-mail si perdono
le sfumature.
«Cos’hai in programma oggi?»
aggiunse il capo.
«Ora guardo.»
Nella cartellina contenente il
programma di quel giorno c’era un
foglietto.
«‘Valter e Maja Aronsson
festeggiano il settantacinquesimo
anniversario di matrimonio alla
casa degli anziani a Råda alle 13
insieme con i figli, i nipoti e i
pronipoti.’ Be’, dovrei proprio
andarci.»
«Sì, sono d’accordo.
Settantacinque anni. Ottimo lavoro
davvero. Sarà un bell’articolo per
l’ultima pagina. Ma datti da fare
anche sull’omicidio!»
Magdalena riattaccò. Devo
escogitare qualcosa, pensò. Così
non va. Una ragazzina viene
stuprata più volte, uccisa con un
colpo di pistola e il suo cadavere
nascosto in una cantina. Cosa può
essere successo? Qualcuno
conosciuto in Internet? Un incesto?
Però nessuno sapeva chi fosse,
nessuno sentiva la sua mancanza.
Magdalena rifletté. Aveva a che
fare con il traffico di esseri umani?
Sfruttamento della prostituzione?
No. Scacciò istintivamente quel
pensiero. Che bisogno c’era di
spingersi così lontano, in quella
zona rurale?
Ma allora cos’era? Qualcuno
che aveva importato una moglie di
cui poi si era stancato? Le
possibilità erano infinite, ma
sembravano una più forzata
dell’altra.
Posso sempre telefonare a Petra
Wilander, concluse tra sé e sé. È
una tipa in gamba.

«Ho appena ricevuto una


chiamata interessante», disse Urban
Bratt entrando nell’ufficio di Sven
Munther.
«Sentiamo», lo esortò lui
alzando gli occhi dallo schermo del
computer.
«Una donna sostiene di aver
visto un’auto sulla strada vicina al
luogo del ritrovamento che
procedeva in modo sospetto.»
Munther si tolse gli occhiali e si
voltò completamente.
«Si tratta di una Volvo blu o
verde scuro che proprio l’ultimo
dell’anno passava per la strada
sterrata ai piedi della casa dei
Thellin ad alta velocità e invadendo
l’altra corsia. La donna veniva in
senso contrario, ha dovuto sterzare
e si è ritrovata con la sua Toyota su
un cumulo di neve. Il conducente
della Volvo non si è preoccupato di
fermarsi, ma ha proseguito senza
nemmeno rallentare. Per fortuna la
macchina della testimone aveva
quattro ruote motrici e così è
riuscita a rimettersi sulla
carreggiata da sola.»
Di colpo Munther parve
rianimarsi.
«Questo dobbiamo
assolutamente approfondirlo»,
replicò raddrizzandosi sulla sedia.
«Ha fatto in tempo a segnarsi la
targa?»
«Purtroppo no. Sa solo che
potrebbe iniziare con O, D o anche
G.»
«O, D o G. Be’, proprio una
combinazione vincente. Descrizioni
del conducente?»
«Non ha potuto vederlo, era
totalmente impegnata a cercare di
mantenere il controllo dell’auto.»
«Capisco», annuì Munther. «Be’,
meglio che niente. Chiamo subito
l’ufficio del registro
automobilistico per vedere se
riescono ad aiutarci. Blu o verde
scuro, eh?»
Urban annuì, staccò dal blocco il
foglio con gli appunti e lo posò
sulla sua scrivania.
«Qui c’è anche il numero della
donna.»
«Grazie, Bratt», rispose
Munther, già con il telefono
all’orecchio.

Magdalena pescò una biro dal


portapenne e compose il numero
diretto di Petra Wilander.
«Ciao, Petra, sono Magdalena
Hansson del Värmlandsbladet.»
«Ciao! Tutto bene?»
«Sì, per essere stata appena fatta
a pezzi dal Länstidningen… tutto
okay. È vero quello che hanno
scritto?»
«Non sono io la loro fonte, ma ti
confermo che è vero.»
«C’è un’altra cosa che mi chiedo
sulla ragazzina. Hai visto…»
Petra si schiarì la voce
interrompendola.
«Con tutto il rispetto che nutro
per te, sul serio, ma non posso dirti
nulla. Ti aiuterei volentieri, però se
lo faccio infrango una promessa, e
non sono disposta a farlo.»
«Non posso nemmeno farti la
domanda?»
«No, meglio di no.»
«Ma…»
«Mi dispiace da morire, ma non
posso.»
Parve così sinceramente
rammaricata che Magdalena non si
arrabbiò nemmeno. Quando si
salutarono, si accasciò sulla
scrivania.
«Che magnifico inizio di
settimana!» borbottò.
Christer era arrabbiato con lei e
adesso Petra si rifiutava di parlarle.
Era appena arrivata ed era già sulla
lista nera della polizia?

Christer Berglund si recò


nell’ufficio di Petra con le stampate
che Sven Munther gli aveva lasciato
sulla scrivania.
«Queste sono tutte le Volvo
verdi e blu del Värmland la cui
targa inizia per O, D o G,
direttamente dal registro della
Motorizzazione.»
Entrambi si misero a scorrere
l’elenco.
«Non sembra l’auto di qualche
teppistello», osservò Petra. «Ma
ovviamente dovremo verificare sia
con il Registro generale sia con
l’archivio dei reati.»
Christer annuì. Poi individuò un
nome noto.
«Guarda, c’è anche mio padre»,
disse indicandolo.
«Be’, mi stupirei se non ci fosse
qualcuno di nostra conoscenza in un
elenco così lungo. Da dove
cominciamo?»
Christer rifletté un istante e
rispose: «Se non otteniamo risultati
dovremo andare con questi nomi da
Ulrica Thellin, la donna che ha
ritrovato la ragazza, per sentire se
lei o suo marito riconoscono
qualcuno che può essere stato nella
loro casa. Siccome si trova
piuttosto fuori mano, è lecito
supporre che l’assassino
conoscesse l’esistenza del posto, la
casa e la cantina».
«Ovviamente possono esserci un
mucchio di persone che lo
conoscono ma che i Thellin non
hanno mai visto in vita loro»,
aggiunse Petra, «però da qualche
parte bisogna pur iniziare, e io non
ho proposte migliori.»

Ulrica Thellin spense la radio e


si sedette al tavolo della cucina di
fronte ai due poliziotti. C’era un
silenzio spettrale; si udivano solo il
ticchettio dell’orologio a pendolo e
il ronzio del frigorifero.
«Cosa volevate sapere?»
domandò.
«Ci è stato riferito che una
Volvo blu o verde scuro è passata a
gran velocità sulla strada sterrata ai
piedi della vostra seconda casa
alcuni giorni prima che lei
ritrovasse il cadavere», la informò
Petra. «Andava così forte che
un’automobilista in arrivo ha
dovuto sterzare violentemente.»
«A quella descrizione
corrispondono quasi tutte le auto
della zona.»
Christer spinse il fascicolo
aperto verso Ulrica, che soffocò
uno sbadiglio dietro la mano.
«Scusatemi. Ho fatto il turno di
notte e non sono ancora del tutto
sveglia.»
Si sporse in avanti e si strinse
nel cardigan beige.
«Pensiamo che la persona che ha
nascosto il cadavere nella cantina
conoscesse la casa, la sua posizione
e la disposizione dei locali»,
spiegò Petra. «Per questo ci
domandiamo se lei o suo marito non
conoscete nessuno di questa lista.»
Ulrica lesse l’elenco con
attenzione, poi si alzò e disse:
«Vado a chiamare Göran. È fuori in
garage».
Dopo un minuto arrivò un uomo
grande e grosso come un armadio;
entrò in cucina a capo chino per
evitare di sbattere contro lo stipite
superiore della porta.
«Buon giorno», li salutò. «In
cosa posso esservi utile?»
«Sai se qualcuno di questa lista
può essere stato allo chalet, o possa
conoscerlo?» gli chiese Ulrica
mostrandogli le stampate.
Göran si tolse il berretto e si
accomodò su una sedia
sbottonandosi la giacca a quadretti,
ma senza toglierla. Christer, Petra e
Ulrica restarono in attesa.
«L’unico che conosco è Salmiak,
vero nome Ronny Salminen. È un
tipo poco raccomandabile.» Göran
alzò gli occhi verso Christer. «Se
questa informazione può essere
utile alle forze dell’ordine...»
Ulrica lanciò un’occhiata al
marito ma non disse nulla.
«Sapete se è stato nel vostro
chalet?» domandò Christer.
«Molti anni fa si era autoinvitato
a una delle nostre cene a base di
gamberi, e aveva finito per fare a
botte con un mio cugino. Menava di
brutto. Ma perché diavolo uno
dovrebbe mettere un cadavere nella
cantina di qualcun altro? Non è
meglio seppellirlo? Be’, comunque
non sono io che devo rispondere a
queste domande, ma voi.»
«Magari è come nei film, dove
alla fine si scopre che l’assassino è
una persona di cui nessuno
sospettava», ipotizzò Ulrica a bassa
voce. «Il vostro non è un compito
facile.»
«Guardi troppi gialli, tu», la
ammonì Göran.
«Forse. Però...»
Dopo essersi scambiati
un’occhiata, Petra e Christer li
ringraziarono e se ne andarono.

La Volvo verde scuro targata


OKS944 era parcheggiata in cortile,
pulita e lucidata. Petra posteggiò lì
accanto e scese dall’auto.
«Dovrebbe essere a casa», disse
Christer salendo la scala e
raggiungendo l’ingresso in due
falcate. Suonò il campanello, ma
nessuno venne ad aprire.
«A quanto pare c’è qualcuno che
sta tagliando la legna sul retro»,
osservò Petra.
I due poliziotti aggirarono la
casa, e fuori dal capanno videro
Ronny Salminen abbassare un’ascia
su un’enorme sezione di tronco di
betulla. Quando si accorse di avere
visite fermò l’ascia a mezz’aria.
«Cosa diavolo c’è?» sbottò
lasciando cadere l’attrezzo e
guardando di traverso i poco
benvenuti visitatori. «Che volete?»
«Lei conosce Ulrica e Göran
Thellin», iniziò Christer.
«Se li conosco? No, non
direttamente. So chi sono.»
«Hanno una seconda casa fuori
Gustavsfors», continuò il poliziotto.
«Ah, be’, buon per loro.»
«Lei ci è stato.»
«Davvero?»
Ronny Salminen parve
sinceramente sorpreso.
«Sì, a mangiare gamberi, diversi
anni fa», gli rinfrescò la memoria
Christer.
«È possibile. Ma di solito non
ricordo un gran che, di quelle
cene.»
«Ah», fu lo stringato commento
di Petra, che si sforzava di non
ridere.
«E allora? Adesso ho smesso di
bere, comunque… e pure di
mangiare gamberi. Sono al terzo
anno di totale sobrietà. Quando mi
torna la voglia, vengo qui», accennò
alla legna impilata. «Non è facile,
ma finora ho resistito.»
«Complimenti», annuì Christer.
«Davvero.»
Ronny fece spallucce.
«Già. Ma cosa c’entra quella
casa?»
«Avrà letto sul giornale della
ragazzina trovata morta in una
cantina interrata. Era proprio lì,
nella loro proprietà. E nei paraggi è
stata vista una Volvo come la sua.»
«Quindi sarei io l’assassino?
Posso chiedere in base a cosa? Da
queste parti ce l’hanno tutti, la
Volvo!»
«Non proprio tutti.»
«Basta!» Ronny Salminen alzò
una mano come per fermarli.
«Quando mi ubriacavo ne
combinavo di tutti i colori. Mi sono
fatto un anno di galera per rissa, e
me lo sono meritato, ma da quando
ho smesso di bere non riesco
neanche a far fuori una biscia con
una vanga.»
Ronny tacque, alzò l’ascia e
tagliò il tronco in due, poi si
abbassò per prendere uno dei due
pezzi.
«Vorremmo dare un’occhiata
alla sua auto», disse Petra.
Senza dire una parola Ronny
affondò l’ascia nel supporto di
legno e li precedette all’auto.
«Se proprio dovete», replicò
spalancando la portiera del
guidatore. «Ma se volete entrare in
casa dovete avere il mandato, porca
miseria.»
Restò a braccia conserte mentre
Petra e Christer presero a
esaminare l’auto. Era pulita e
ordinata anche all’interno, il
cruscotto risplendeva e l’abitacolo
odorava di detersivo lucidante.
«Appena lavata?...» s’informò
Christer, a metà fra la domanda e
l’affermazione.
Ronny alzò le spalle.
Il detective aprì il bagagliaio.
Anche lì regnava un ordine
esemplare. Il tappetino di gomma
pareva appena lavato, e l’unica
cosa che ci trovò dentro fu una
tanica di benzina di plastica e una
vanga, che soppesò in una mano.
«Sarò anche un farabutto»,
sbottò Ronny. «Ma non ho mai
alzato un dito contro una donna.
Mai. A differenza di Göran
Thellin…»
Petra uscì dal sedile del
passeggero e guardò l’uomo da
sopra il tetto dell’auto.
«Cosa intende dire?»
«Intendo dire che Göran è stato
dentro diverse volte per aver
picchiato le sue donne. Non ditemi
che non lo sapevate!»

Magdalena aprì la portiera,


aggiustò il berretto di Nils e lo
prese per mano.
«Mangiamo la pizza?» chiese
Nils incredulo guardando l’insegna
della pizzeria Florens. «Anche se
non è venerdì?»
«Già, oggi ci divertiamo un
po’.»
O, meglio, ci consoliamo, pensò
Magdalena.
Il locale era vuoto a parte un
uomo di mezz’età con berretto e
giacca a vento scuri, le mani infilate
nelle tasche, che aspettava che
arrivasse la sua ordinazione seduto
sotto un televisore fissato alla
parete.
«Ciao, Magda! Avevo sentito
che eri tornata in città. Come va?»
Con una certa difficoltà
Magdalena riconobbe nell’uomo
con il grembiule e una sottile coda
di cavallo grigia dietro il bancone,
Jörgen Engström.
«Bene, grazie. E tu?»
«Mica male. Non posso
lamentarmi.»
«Sono venuta qui sabato, sai?
C’era un sacco di gente.»
Magdalena accennò al locale. «E
una bellissima atmosfera.»
«Sì, negli ultimi sei mesi siamo
diventati popolari. Ah-ah, questo
allora è Nils», disse Jörgen
chinandosi sul bancone con un
sorriso. «Ho sentito che tu e mio
nipote Melvin siete amici per la
pelle. Stefan dice che sono sempre
insieme.»
Al liceo i fratelli Engström
erano molto ambiti dalle ragazze.
Se Magdalena non ricordava male,
durante un’estate Lisa si era presa
una cotta proprio per Jörgen.
«Allora, cosa vi preparo?»
«Due capricciose da portare via,
grazie. Una baby e una normale.»
«Altro?»
«No, basta così.»
«Fanno settantanove corone.»
Mentre Magdalena apriva il
portafoglio Jörgen allungò a Nils
una busta di plastica colma di
caramelle gommose zuccherate. Il
bambino lo ringraziò, felice come
una pasqua.
«Prego. Ma devi chiedere alla
mamma se le puoi mangiare adesso
o dopo cena.»
Nils guardò la madre con aria
interrogativa, già pronto a infilare
la mano nella busta.
«Dopo cena», disse lei
facendogli l’occhiolino. «Oggi è
proprio una giornata fortunata,
vero?»
«Sì», rispose Nils.
Aveva di nuovo sognato la
nonna. Era bambina, e lei le aveva
raccolto i capelli sottili in due
treccine. Sonya era rimasta
immobile sullo sgabello, senza
muoversi di un millimetro, senza
neanche girare la testa per
rispondere alle sue domande.
«Ecco, finito. Vuoi guardarti allo
specchio?» le aveva chiesto la
nonna dopo averle fatto i fiocchi
con i nastri.
Sonya aveva detto di no ed era
corsa fuori a cercare Ana. Era ora
di andare.
«Sei una brava bambina, Jajja»,
disse la nonna. «Te la cavi in tutto.»
Sonya si svegliò. Il lenzuolo era
tutto infagottato e il cuscino
macchiato e senza federa bagnato di
lacrime e moccio.
Aveva preso una decisione, una
decisione irrevocabile: sarebbe
fuggita. E se la sarebbe cavata.
L’aveva detto la nonna.

Nils agitava la forchetta su cui


aveva infilato un pezzo di pizza.
«Tesoro, non giocare con il
cibo. Mangia, su.»
Il bambino masticò lentamente
un pezzo di champignon.
«So che sei triste per il fortino,
ma vedrai che riuscirai a
ricostruirlo. Te lo prometto.
Nevicherà ancora.»
«Ma era il fortino più bello del
mondo…»
«È vero.»
Nils continuò ad agitare la
forchetta.
«Adesso basta. Mangia!»
«Non mi va.»
«Cos’è che non ti va?»
«Di mangiare.»
Lei si impose di essere paziente.
«Quando torniamo a casa?»
borbottò Nils senza alzare gli occhi
dal cartone della pizza.
Magdalena posò la forchetta e lo
osservò.
«Che cos’hai detto?»
«Quando torniamo a casa?»
« È questa la nostra casa. Non
andremo da nessuna parte.»
«Io non ci voglio più abitare,
qui», disse il piccolo mettendo il
broncio.
Maledetto Ludvig. Gli aveva
fatto il lavaggio del cervello. Un
fine settimana a quanto pareva era
più che sufficiente per sradicare nel
bambino il senso di appartenenza
alla sua nuova casa.
«Perché non vuoi vivere qui?»
gli domandò cercando di stare
tranquilla.
«Perché di no.»
«Non è una risposta.»
«Sì, invece.»
Magdalena avrebbe voluto
urlare. Quella rabbia minacciava di
distruggerla, ma davanti a Nils si
sforzava continuamente di essere
ragionevole e obiettiva. Temeva
però di scoppiare, un giorno o
l’altro.
«Cerca sempre di mettere al
primo posto il bene di tuo figlio; è
importante non gettare fango l’uno
sull’altro», le diceva la
psicoterapeuta famigliare. Si
domandò se quella donna dall’aria
così distaccata fosse mai stata
tradita e scaricata; chissà se in quel
caso avrebbe detto le stesse cose o
se invece avrebbe fatto trapelare i
propri sentimenti.
Cercò di farsi forza e chiese: «È
successo qualcosa?»
«Mi manca il mio papà.»
Il labbro inferiore di Nils iniziò
a tremare.
«Tesoro…»
È importante che i bambini
abbiano la possibilità di essere
tristi. Di nuovo quella voce
melodiosa. Magdalena vide le
lacrime di suo figlio gocciolare
sulla pizza. Quando sarebbe finita?
«Vuoi chiamare il papà?»
Nils annuì piano.
Nello stesso istante in cui
Magdalena si allungò verso il
cellulare arrivò un sms.
«Ti penso spesso. Petter.»
Magdalena fissò il display.
«Che cosa c’è?» domandò Nils
incuriosito.
«Ehm… niente di speciale.»
«Sei stranissima, hai la faccia
tutta rossa.»
Appena Nils si alzò da tavola
Magdalena accese il portatile in
mezzo ai resti di pizza e alle posate.
Rilesse il messaggio, ancora
paonazza.
Che cosa doveva rispondere?
Che anche lei pensava spesso a lui?
Che era stata sveglia fino alle due
di notte a ricordare le loro estati a
Rådasjön?
No, meglio calmarsi, fare
chiarezza, ristabilire un equilibrio e
ritrovare se stessa... A proposito, si
domandò, cosa mai vorrà dire
«ritrovare se stessi»? E soprattutto:
come cavolo si fa?
Quando entrò su Facebook e
notò il pollice alzato sotto il suo
status, «Magdalena Hansson è
felice» accompagnato dalla scritta
«A Petter Björkman piace questo
elemento», sorrise.
Aveva scritto anche la sua ex
collega Ann-Sofie: «Che bello,
tesoro! Allora ti trovi bene, lassù?
L’ufficio sembra vuoto senza di te».
Di colpo Magdalena sentì la
mancanza di Ann-Sofie. Le
settimane erano volate e gli unici
contatti che aveva avuto con lei
dopo il trasloco erano stati soltanto
sotto forma di sms.
Rispose in fretta al messaggio
della collega: «Sì, tutto okay. Mi
manchi anche tu! Ti chiamo una
sera, baci».
Poi modificò di nuovo il proprio
status: «Magdalena Hansson
riflette».
TI ho tradita, nonna. Perdonami.
Ti ho tradita completamente.
Ti avevo promesso di badare ad
Ana, e adesso ho perso la tua
trottolina, come la chiamavi tu.
Ci sono così tante cose di cui
vorrei parlarti, se hai la forza di
ascoltarmi. Vuoi? Però non devi
assopirti come fai di solito quando
sei accanto alla radio, anche se
c’è un programma che non vedevi
l’ora di sentire. No, lo so che non
ti appisoli quando parlo, stavo
scherzando!
I primi tempi, in quel caffè a
Chişinâu andava tutto bene, anche
se dovevamo sgobbare tutto il
giorno. All’inizio lavavo solo i
piatti, ma dopo un po’ mi hanno
messa a servire, e non mi agitavo
più di tanto quando dovevo
prendere le ordinazioni. A volte mi
davano anche la mancia.
Di sera ce ne stavamo quasi
sempre nella stanza che avevamo
preso in affitto dalla proprietaria
del caffè a fantasticare sul nostro
futuro. Certe volte leggevamo i
giornali dimenticati dai clienti.
Fuori non osavamo andare,
nemmeno Ana aveva il coraggio.
Un giorno nel caffè entrò un
bell’uomo, che indossava un
completo e aveva una pettinatura
curata. Tutt’e due avevamo
pensato che somigliava a un
attore, e parlammo di lui tutta la
sera.
Il giorno dopo tornò. Presi io la
sua ordinazione. Mi agitai
tantissimo e feci un sacco di
errori, eppure mi diede la mancia.
Molti soldi. Dopo non si fece
vedere per una settimana. Quando
tornò ero nervosa, però non
sbagliai niente.
«Sei brava, come cameriera»,
mi disse.
Restai così sconcertata che non
seppi cosa rispondere.
«Ho un amico che ha un
albergo in Germania, e so che ha
bisogno di personale per il
ristorante. Potrebbe interessarti?
La paga è buona.»
«Non lo so... Io e mia cugina
lavoriamo qui insieme», risposi.
«Ci sarà senz’altro posto anche
per lei», disse l’«attore», o
Leonardo, come lo aveva
soprannominato Ana perché
secondo lei assomigliava a Di
Caprio.
Vedendo che non sapevo cosa
dire aggiunse: «Pensateci su. Date
un’occhiata qui per farvi un’idea».
Mi porse un piccolo dépliant con
un mucchio di foto a colori
dell’hotel.
«Tornerò fra un paio di giorni.»
13

QUANDO Magdalena entrò in


redazione Barbro Holmgren alzò gli
occhi dalla copia del
Länstidningen aperta sul banco
della reception.
«Ma guarda che bell’ombretto!»
«Grazie, ogni tanto si può osare
un po’», si schermì lei togliendosi
il cappello e affrettandosi a entrare
nel suo ufficio.
Che stupida, l’ombretto potevo
risparmiarmelo, si rimproverò. Si
nota troppo.
Dopo aver appeso la giacca allo
schienale della sedia estrasse il
cellulare dalla tasca e rilesse l’sms
per l’ennesima volta. «Ti penso
spesso. Petter.»
Di solito rispondeva per le rime
senza troppi problemi; inventava
messaggi brevi e incisivi al volo,
ma con Petter non ci riusciva. Ci
aveva pensato tutta la notte: niente
da fare.
Ma chi si crede di essere?
pensò. E con chi crede di avere a
che fare? Si illude di poter
semplicemente ricominciare da
capo come se niente fosse? Però
dovrò pur rispondergli in qualche
modo.
Le mani tremavano così tanto
che dovette fare diversi tentativi
prima di riuscire a scrivere
correttamente ogni parola. «Non è
così semplice. Magda.»
Prima di cambiare idea premette
il tasto INVIO.
Poi aprì il Länstidningen.
No, adesso deve darci un taglio,
pensò appena vide il pezzo di Linus
Saxberg. «La polizia cerca una
Volvo scura .» La fonte era sempre
anonima e l’articolo era ancora una
volta molto dettagliato.
Che razza di comportamento è
questo? pensò. Sono una perdente.
Sonya sedeva sul letto con la
schiena appoggiata alla parete.
Dalla cucina le arrivava il
borbottio di Kosta al telefono.
Voltando la testa come per
scacciare quella voce repellente,
notò qualcosa che brillava sotto il
letto di Ana. Si alzò in piedi, e
senza fare rumore si inginocchiò sul
pavimento. Era una forchetta. Per
prenderla fu costretta a mettersi
carponi e ad allungare il braccio
più che poté.
È un dono dalla nonna, pensò.
Adesso sapeva con esattezza
quello che doveva fare.
Sollevò piano il letto di Ana e
infilò la forchetta sotto una delle
gambe. Era davvero dura e in un
primo tempo non voleva cedere, ma
quando lei si sedette sul letto e allo
stesso tempo tirò il manico della
posata verso l’alto riuscì a piegare
uno dei rebbi in modo da farlo
sporgere rispetto agli altri, come un
dito rotto. La pressione del manico
le lasciò dei segni rossi e profondi
sulla mano, così dovette riposarsi
un po’ prima di riuscire a curvare
gli altri rebbi verso l’interno.
Quando ebbe terminato, la forchetta
era diventata una specie di uncino,
o anche una chiave improvvisata…
Con quella forse avrebbe potuto
aprire la porta della sua stanza, con
un po’ di fortuna.
Alzò il materasso e nascose la
forchetta nel telaio. Quando si
risedette il cuore le batteva
all’impazzata.
Kosta stava ancora parlando al
telefono. Sonya immaginò ce
l’avesse con Sergej, dato che
parlava in russo.
«Come ti sembrano? … Bene…
Sì, qui tutto tranquillo… Adesso è
messa troppo male, quindi la tengo
ferma fino al vostro arrivo… Che
cosa?… Sì… Domani alle due
circa… Non prima? Okay.»
Poi calò il silenzio più assoluto
fino a quando non venne acceso il
televisore.
Dunque Kosta sarebbe stato lì da
solo tutta la notte.
Stasera, quando si addormenta.
Sì.

Magdalena faticava a
concentrarsi sul resoconto del
consiglio comunale. Le frasi piene
di termini burocratici erano
soporifere, ma quel mucchio di
carte andava letto prima della
seduta di quella sera. Per tenersi
sveglia sottolineò i punti salienti
con l’evidenziatore.
Alcune ore prima aveva
telefonato alla polizia e Christer le
aveva risposto con voce autoritaria
che alcune indicazioni riportate da
un cittadino avrebbero potuto far
fare un passo avanti all’indagine
per omicidio. Di quali indicazioni
si trattasse, tuttavia, non era riuscita
a farselo dire.
Come al solito Barbro se n’era
andata all’una e ora la redazione
era immersa nel silenzio e nella
tranquillità del crepuscolo
pomeridiano. La lampada della sua
scrivania era l’unica accesa e dalla
radio sulla libreria arrivavano le
canzoni di Monica Zetterlund e
Sven Ingvars. Ma Radio Värmland
trasmetteva solo loro? pensò
pigramente prima di cercare di
concentrarsi di nuovo.
Bip.
Magdalena agguantò il cellulare
sul sottomano.
«Potresti darmi una possibilità,
no? Petter.»
Magdalena fissò la frase.
Sarebbe semplice, se non fossi
così terrorizzata, pensò, ma non
sopravvivrei a un altro tradimento.
Aveva solo voglia di piangere.
Sven Munther si affacciò
all’ufficio di Christer Berglund.
«Com’è andata dai Thellin?»
Christer fece ruotare la sedia
girevole scostandosi dal computer.
«Sapevi che Göran Thellin era
stato condannato due volte per aver
maltrattato delle donne?» replicò.
«Davvero? Quando è successo?»
«Vieni a vedere.» Christer gli
fece cenno di avvicinarsi e indicò
lo schermo. «La prima volta nel
1993 e poi ancora nel 1998… Ai
tempi abitava a Deje.»
«Ha picchiato anche la moglie
attuale?» domandò Munther.
«No, si tratta di due diverse
relazioni precedenti, ma ho fatto
anche qualche ricerca su Ulrica. Ha
sporto una denuncia due anni fa, ma
dopo qualche settimana l’ha
ritirata.»
«Che bastardo!» sbottò Munther
quando la denuncia di Ulrica
apparve sullo schermo.
«Credo che dovremmo
risentirlo», propose Christer.
«Sì, certo, ma picchiare una
donna e ucciderla non sono la
stessa cosa.»
«Lo so. Comunque sia, mi è
sembrato un tipo ambiguo. E anche
lei. Nessuno pensa che si possa
essere tanto stupidi da nascondere
un cadavere nella propria casa
estiva, quindi potrebbe essere una
mossa scaltra.»
Munther parve scettico, ma
replicò: «Già, chi lo sa? Parla con
loro separatamente».
Christer annuì.
«Come procede con Hedda
Losjö?» domandò poi.
«Purtroppo niente di nuovo su
quel fronte. Fredrik Anderberg
continua a stare nascosto.»
Chissà se quel Ronny Salminen
ha ragione, pensò Christer, se è
Göran il colpevole. Ma da dove
viene la vittima? E quale potrebbe
essere il movente?

Appena parcheggiato davanti


alla casa dei Thellin, Christer
scorse un’ombra scura attraversare
la cucina, e prima ancora che
suonasse il campanello la porta si
aprì. Come l’altra volta, Ulrica
teneva con mano ferma il pastore
tedesco per il collare. È molto più
forte di quanto sembri, pensò il
detective.
«Di nuovo qui?»
«Sì», annuì lui. «Avrei bisogno
di parlarle un momento.»
«Ah. Entri. Göran ha il turno di
pomeriggio.»
Bene, pensò Christer. Perfetto.
Dopo che il poliziotto ebbe
richiuso la porta, Ulrica lasciò
andare il cane dandogli il comando
«a cuccia», poi entrò in cucina e si
sedette. Non disse nulla, si limitò
ad aspettare a braccia conserte che
Christer parlasse.
«Che cosa avete fatto lei e
Göran a Capodanno?»
Ulrica lo fissò.
«Che cosa abbiamo fatto? Di
colpo sospettate di omicidio
Göran? Adesso non vi seguo più.»
«Abbiamo saputo che suo marito
è stato condannato per violenza
domestica. È ancora aggressivo?»
Ulrica lo guardò dritto negli
occhi.
«Dipende da come ci si
comporta.»
«Che cosa intende?»
«Göran ha sbalzi d’umore, certo,
ma non è un problema, se si
conoscono i suoi limiti. Poi
esistono delle persone che
provocano.»
«Mi sta dicendo che le sue ex
compagne avevano voluto
provocarlo e che dovevano dare la
colpa a se stesse?»
Ulrica fece spallucce.
«Qualche anno fa anche lei ha
sporto denuncia, ma poi l’ha
ritirata.»
«Sì, avevo capito che era colpa
mia. Avevo semplicemente
commesso un errore.»
«Lei aveva commesso un
errore?»
«Quando si beve è facile
perdere la ragione. Ora non bevo
più.»
Christer perse di colpo il filo
del discorso.
«Ma che cosa c’entra tutto
questo con la ragazzina
assassinata?» domandò Ulrica.
«Non voglio sembrarle sfacciata,
ma credo che le vostre ipotesi siano
un po’ campate per aria. Prima
venite qui con un elenco di oltre
cento auto che dovremmo
riconoscere… e adesso questo. Se
ho capito bene non sapete nemmeno
chi sia, quella ragazza. Non era
necessario prendere così alla
lettera la mia idea, che forse
l’assassino è l’ultima persona a cui
si pensa.»
«Che cosa avete fatto il 31
dicembre scorso?» insistette il
detective.
«Siamo andati a trovare mia
sorella e mio cognato a Lesjöfors.
Le do il loro numero, se vuole
verificare.»
Prima che Christer aprisse bocca
Ulrica era scattata in piedi per
andare a prendere un foglio. Annotò
il numero rapidamente e glielo
porse senza sedersi.
«Se c’è qualcos’altro, non esiti a
chiamarmi», lo liquidò Ulrica.

Magdalena salì di corsa le scale


della casa di Melvin, suonò il
campanello ed entrò senza aspettare
il permesso. La seduta del consiglio
comunale era stata molto più lunga
del previsto.
«Ciao! Mi dispiace per il
ritardo. Dio, non la finivano più di
discutere, stasera.»
Diana sbucò dalla cucina con
indosso una tuta azzurra e uno
strofinaccio in mano. Sembrava
appena uscita dalla doccia. I capelli
bagnati erano raccolti in una
morbida coda di cavallo.
«Posso immaginare. I politici!»
Alzò gli occhi al cielo. «Hanno
preso qualche decisione o hanno
solo chiacchierato?»
«Sono ancora in disaccordo sul
nuovo polo scolastico. Tutto okay,
qui?»
«Oh, sì. Stanno così bene
insieme, quei due. Hanno giocato a
ping-pong tutta la sera.»
Diana agitò lo strofinaccio verso
la scala del seminterrato da cui
provenivano colpi e urla vivaci.
«Senti un po’», continuò, «c’è
qualcosa di nuovo, sulla ragazza
della cantina?»
«Niente, a parte quello che ho
scritto sul giornale», rispose
Magdalena abbassandosi la lampo
della giacca e allentando la sciarpa.
«È così orribile… ho avuto
persino gli incubi. Quando mi
svegliavo ero madida di sudore.
Certe notti Stefan ha dovuto andare
a dormire sul divano perché
continuavo a rigirarmi nel letto.
Vero, Stefan?»
Diana si voltò verso il marito
che era emerso dal seminterrato con
una maglietta bianca e pantaloni da
lavoro pieni di attrezzi.
«Che cosa?» domandò Stefan
sobbalzando.
«Stavo dicendo a Magda che
faccio un sacco di incubi
sull’omicidio e che ti tocca dormire
sul divano.»
«Già, sembravi un’invasata. Non
si può stare a letto con una così,
quando ti devi alzare alle cinque e
un quarto di mattina.»
Stefan la accarezzò sul braccio e
svanì in cucina. Si udì il getto
dell’acqua nel lavello e il colpo di
un’antina che si richiudeva.
«Sembra che la polizia abbia
avuto delle nuove informazioni, ma
non ne so ancora niente», la informò
Magdalena. «Fanno un po’ i
misteriosi.»
Diana ridacchiò.
«Sì, posso immaginarlo…
Christer. È sempre così rigido!
Certe volte sembra che abbia il
torcicollo.»
Magdalena non poté fare a meno
di sorridere a quella descrizione,
che in effetti era piuttosto calzante.
«Però è molto bravo», si affrettò ad
aggiungere. «Preciso e
professionale. Credo che lo
risolveranno, questo caso.»
Dalla cucina si udì un tintinnio
improvviso di bicchieri.
«Ma che cazzo! Devono essere
sempre così dannatamente…»
La lavastoviglie venne richiusa
con tale forza che i piatti all’interno
sbatterono l’uno contro l’altro.
Magdalena guardò l’amica
sorpresa.
Stefan attraversò l’ingresso
senza voltarsi e svanì di nuovo nel
seminterrato.
«Sta rifacendo il bagno», le
spiegò Diana. «Ci sarà una zona
relax con sauna e vasca
idromassaggio. Io gli ho detto di
chiamare l’idraulico, ma lui è
contrario, così adesso è lì che
diventa matto.»
Poi si voltò in avanti e bisbigliò,
sempre tenendo d’occhio la scala:
«Non è così abile come crede. Tra
l’altro, aspetta…»
Entrò in cucina e tornò reggendo
un catalogo di arredamento.
«Stavo proprio per fare un
ordine. Hanno un sacco di tende
carine, forse le vuoi anche tu. Da’
un’occhiata. Telefono in settimana.»
«Grazie, che gentile!»
Magdalena prese in mano il
catalogo consunto.
«In effetti, a casa mia mancano
ancora le tende. Ci voleva proprio
qualcuno che mi desse una
svegliata», aggiunse prima di
chiamare Nils.

Quando Sonya si destò,


l’appartamento era immerso nel
silenzio. Cercando di fare meno
rumore possibile si alzò dal letto,
attraversò la stanza di soppiatto e si
sdraiò davanti alla porta. Sì, le luci
sembravano tutte spente, lì fuori.
Ora, pensò. Questo è il
momento. Buon Dio, aiutami.
Si infilò un maglione e le calze.
Nel guardaroba trovò la giacca
marrone leggera e le scarpe. Dopo
essersi vestita alzò il materasso e
afferrò la forchetta uncinata.
Con mani tremanti infilò il
rebbio ricurvo nella serratura
cercando di spingere fuori la chiave
dall’altro lato. Nonostante i suoi
lievissimi movimenti temette che
quello stridio si sentisse fin nella
stanza di Kosta.
Pling!
Non aveva mai immaginato che
la chiave avrebbe fatto tutto quel
baccano cadendo a terra, così si
precipitò a letto e si mise in
ascolto, il cuore che le martellava
nel petto talmente forte da farla
stare male.
Non udendo alcun movimento si
costrinse a tornare alla porta.
Introdusse di nuovo il rebbio nella
serratura tentando di far ruotare il
cilindro, ma qualcosa glielo
impediva. Per quanto girasse, non
scattava.
Dopo alcuni minuti si arrese e si
accasciò sul letto. Soppesò la
forchetta nella mano, meditando.
Avrebbe dovuto funzionare. Doveva
funzionare. Forse era sbagliata
l’angolazione?
Proprio mentre infilava la
forchetta sotto la gamba del letto
per piegare ulteriormente l’uncino
udì un gemito profondo e dei passi
al di là della porta. Si raggomitolò
sotto le lenzuola e sentì che Kosta
si chiudeva in bagno.
Congiunse le mani. Signore, fa’
che non si accorga che la chiave
non è nella serratura, fa’ che non
la veda per terra! Ti prego, Dio. Ti
prego…
Dall’altra parte del muro udì lo
sciacquone e la porta che si apriva.
Passi sul pavimento. Uno, due, tre,
quattro, cinque… Infine il cigolio
delle molle quando Kosta si sdraiò
di nuovo a letto. Sonya si fece il
segno della croce.
Per un lungo istante restò
completamente immobile. Solo
quando le giunse di nuovo alle
orecchie il sonoro russare di Kosta
osò mettersi seduta per cercare di
dare al rebbio una forma più
arrotondata. Alla fine la forchetta
assomigliava a un grande amo da
pesca. Tornò alla porta.
Sin dal primo tentativo Sonya
avvertì l’amo far presa, all’interno
della serratura, e il cilindro
compiere un giro completo.
Abbassò piano la maniglia e aprì la
porta respirando lentamente dalla
bocca. In punta di piedi uscì, si
diresse all’ingresso; la debole luce
di un lampione entrava dalla
finestra della cucina tracciando un
rettangolo sul pavimento. La porta
della camera di Kosta era
socchiusa; il suo respiro pesante
era regolare e ritmico.
Adesso doveva trovare le chiavi
di casa. Dove potevano essere?
La giacca di pelle nera
dell’uomo era appesa a un gancio
dell’appendiabiti. Con cautela
iniziò a setacciarne le tasche.
Riconobbe due scatole di
preservativi e un foglio ripiegato,
ma nessuna chiave. Sonya si voltò
fermando lo sguardo sulla porta
socchiusa. Devo, pensò. Eppure
passò del tempo prima che riuscisse
a decidersi di allargare lo spiraglio
della porta quel tanto per potersi
infilare nella stanza.
Kosta giaceva supino. Aveva la
bocca aperta e la maglietta che
aveva indossato durante la giornata
si era arrotolata scoprendo il
grosso ventre bianco. I jeans neri
erano sul bordo del letto.
Sonya avanzò a tentoni verso le
tasche. Senza togliere gli occhi di
dosso all’uomo trovò il portachiavi
dai bordi acuminati con estrema
facilità e lo afferrò fra pollice e
indice. Sembra così infantile,
quando dorme, pensò. Indifeso.
Strinse forte le chiavi in una
mano mentre con l’altra tastava il
tessuto alla ricerca del
rigonfiamento del portafoglio. A
malincuore staccò gli occhi da
Kosta per aprire lo scomparto delle
banconote. Si mise in tasca tre pezzi
con la scritta 500.
Fu allora che accadde.
Il portachiavi le sfuggì di mano.
Appena toccò il pavimento con
un tintinnio sonoro lei si fiondò a
terra, ai piedi del letto, il cuore che
batteva impazzito contro il
linoleum. Kosta si era svegliato!
Non sta succedendo davvero,
pensò. Non sta succedendo. Il
portachiavi brillava a mezzo metro
di distanza dalle caviglie
dell’uomo. Sonya chiuse gli occhi.
Ma al posto dei passi temuti lo udì
tossicchiare e stendersi di nuovo.
Dopo qualche istante il suo
respiro era tornato regolare, ma lei
non osava ancora alzarsi né
muoversi. Solo dopo essere rimasta
fra la polvere così a lungo da
sentirsi sul punto di soffocare
allungò la mano per riprendere le
chiavi. Infine si alzò lentamente e
uscì di soppiatto.
Al portachiavi erano appese
diverse chiavi, e Sonya fallì due
volte prima di trovare quella giusta.
Quando la girò non si sentì quasi
nessun suono.
Ma poi aprì la porta.
Dio mio, che baccano! Il cigolio
acuto dei cardini risuonò fra le
mura del pianerottolo.
Non c’era più tempo per
pensare. Richiuse la porta il più
veloce possibile e si precipitò giù
per le scale.
Appena aprì il portone e avvertì
il gelo notturno aggredirla in viso
venne colta dal terrore. Faceva
tanto freddo! Dove sarebbe andata?
Quanto sarebbe riuscita a
camminare prima di morire
congelata?
Invece di correre a casaccio
nella notte si lanciò contro il
portone che si stava richiudendo e
suonò all’appartamento più vicino.

Tore si rigirò nel letto


sospirando. Le lenzuola si erano già
stropicciate e riscaldate abbastanza
e lui capì che l’unica cosa sensata
da fare era rimettersi in piedi,
riconoscersi sconfitto.
Buttò le gambe giù dal letto e
infilò i piedi nelle pantofole che
aveva messo accanto al comodino.
Chino sul deambulatore, avanzò
verso la cucina con il pigiama che
ondeggiava attorno alle vecchie
gambe scarne.
L’orologio da parete ticchettava,
ma per il resto l’appartamento era
al buio e in silenzio.
Si chinò verso la finestra e
osservò il cielo stellato. Il Grande
Carro pendeva di traverso sopra le
cime degli alberi del parco di
Hagfors.
Forse una tazza di tè gli avrebbe
fatto tornare il sonno, rifletté. E
vada per il tè. Tirò fuori un
pentolino di alluminio dalla
credenza, lo riempì d’acqua e
accese la piastra. Mentre si
riscaldava, prese una tazza e una
bustina di tè che gli aveva regalato
Jeanette. Era qualche intruglio
macrobiotico che avrebbe dovuto
donare pace e armonia. Lui non
credeva affatto a tutte quelle storie,
però le aveva promesso di
provarlo.
Quando l’acqua bollì spense la
piastra e riempì la tazza.
In quel momento suonarono alla
porta.

Sonya udì un ronzio provenire


dall’appartamento. Vedendo che
non succedeva niente suonò di
nuovo.
«Ti prego», mormorò. «Ti
prego, apri…»
Stava per premere di nuovo il
campanello quando la porta si aprì
e il vecchio che aveva visto così
tante volte dalla finestra la guardò
negli occhi.
«Aiuto! Ho bisogno di aiuto…»
sussurrò indicando in alto, verso la
scala.
L’uomo la fissò perplesso. Non
sembrava impaurito, solo
meravigliato.
Finalmente si fece da parte e la
invitò a entrare. Dalla cucina
proveniva una luce tenue e
nell’appartamento aleggiava un
aroma dolce.
«Grazie», mormorò lei.
«Grazie.»
Quando l’uomo fece per
richiudere, Sonya vide un grosso
piede infilarsi nell’apertura.
L’istante dopo la porta venne
spalancata. L’anziano uomo perse
la presa sulla maniglia e guardò
terrorizzato Kosta, che irruppe nel
vestibolo vestito solo con maglietta,
boxer e scarpe.
«Puttanella!» sbraitò dandole un
manrovescio sulla bocca.
Sonya perse l’equilibrio, sbatté
contro la parete e cadde a terra.
D’istinto si rannicchiò e fece il
possibile per proteggersi la testa
con le braccia.
Come sempre i calci di Kosta si
abbatterono su di lei senza pietà.
Uno la colpì sulla nuca, un altro
sulla schiena, altri ancora sulle
braccia sollevate e sul viso.
Buon Dio…
Quando la serie di calci cessò
Sonya rimase immobile. Le tibie le
sembravano frantumate e le era
impossibile aprire un occhio.
Kosta, dopo aver finito con lei,
si girò verso Tore e lo spinse
contro la parete; il pigiama del
vecchio si era stortato e una spalla
bianca era scoperta. Sui pantaloni
di flanella a quadretti si allargò una
macchia bagnata.
Kosta gli urlò qualcosa e fissò la
pozza di urina su cui era finito.
Tore non rispose, boccheggiò
soltanto, le labbra tremanti.
Devo fare qualcosa, pensò
Sonya. Poco lontano vide uno
sgabello e un tavolo con un
telefono; cercò di avvicinarsi
strisciando.
«Tu stai ferma», sibilò Kosta.
«Se ti muovi ti ammazzo.»
Quel tentativo l’aveva sfinita
talmente che si sentì male. Il dolore
alle gambe era come una lama di
ghiaccio, la schiena sembrava
addormentata. L’anziano piangeva,
le lacrime scorrevano lentamente
lungo il suo viso avvizzito.
Anche questo è colpa mia. È
tutta colpa mia.
Di colpo la stanza si rabbuiò, il
suo corpo si appesantì.
Continuando a spingere Tore
contro la parete, Kosta si guardò
attorno come in cerca di qualcosa.
Diede un’occhiata alla camera da
letto illuminata da una piccola
lampada a muro, e la sua bocca
assunse una piega risoluta.
Il vecchio non oppose alcuna
resistenza quando l’uomo lo
condusse in camera e lo fece sedere
sul letto parlandogli con voce dolce
e suadente, come se stesse mettendo
a letto un bambino.
L’ultima cosa che Sonya vide
prima di svenire fu Kosta che
afferrava un cuscino e lo alzava
verso il viso dell’anziano.
14

MAGDALENA spense il motore e uscì


nel parcheggio spalato alla bell’e
meglio. Le finestre nere dei
condomini ai margini del bosco
sembravano fissarla come tanti
occhi. Il lampione poco distante era
storto e rotto.
Come aveva fatto Tore ad
abitare in quel posto da solo?
Al piano terra c’erano due
finestre illuminate, probabilmente
proprio quelle della sua abitazione.
Anche dietro le veneziane
abbassate dell’appartamento di
sopra sembrava abitare qualcuno. Il
resto dell’edificio era tutto buio.
Fuori dal portone Jeanette stava
fumando una sigaretta, infagottata in
un piumino che si era messa sulle
spalle.
«Che tristezza! Come mi
dispiace…» disse Magdalena
abbracciandola a lungo. «Povero
Tore.»
«Già, è incomprensibile»,
rispose Jeanette tirando su con il
naso. «Era così vecchio e aveva dei
problemi di cuore gravi, perciò
dovevo aspettarmelo, ma quando mi
hanno chiamata i servizi sociali è
stato uno choc.»
Magdalena seguì l’amica nella
cucina di Tore e si sedette al
tavolo.
«Vuoi una tazza di tè e un
tramezzino?» le offrì Jeanette
asciugandosi le guance con
entrambe le mani. «Oppure hai
fretta?»
«No, non devo andare da
nessuna parte. Se lo fai, ne bevo
volentieri una tazza.»
Mentre l’acqua si scaldava
Jeanette dispose sul tavolo del pane
croccante, burro e caviale
spalmabile.
«Purtroppo ho buttato via quel
poco di formaggio e latte avanzato
prima che tu arrivassi. L’ultima
cena del nonno.»
Fuori, nell’oscurità, Magdalena
scorse un’auto che entrava nel
parcheggio e si fermava. Il
conducente, vestito con una giacca
di pelle marrone e pantaloni della
tuta neri con le strisce bianche
dell’Adidas, scese e aprì la
portiera posteriore. Dal sedile
sbucarono tre ragazzine. L’uomo
indicò il portone e il trio si avviò.
«Chi sono?» domandò
Magdalena. «Le conosci?»
Jeanette lanciò un’occhiata
distratta alla finestra e scosse il
capo.
Nessuna delle ragazze indossava
giacche invernali, notò Magdalena
mentre Jeanette versava l’acqua
nella tazza. Due di loro avevano
una felpa e pantaloni da jogging, la
terza indossava una giacca di jeans
blu scuro, minigonna e calze di
nylon color carne. Ai piedi avevano
tutte delle scarpe di tela.
«Un po’ strane, eh?» commentò.
Jeanette non rispose, si limitò a
mettere il pentolino sul fornello e si
sedette.
«Allora è morto stanotte?»
aggiunse Magdalena.
«Sì. Credono che il cuore si sia
fermato, e basta. Anche se era da
solo, è bello sapere che se n’è
andato in questo modo,
addormentandosi come ogni sera,
nella sua casa.»
Magdalena annuì in silenzio, ma
non riuscì a fare a meno di
ripensare alle tre ragazze.
A un tratto si sentirono delle
voci maschili concitate arrivare dal
piano di sopra. Il baccano fu così
improvviso che Jeanette si riscosse.
«Il nonno diceva che sentiva
spesso urlare, qui sopra», rivelò.
«Io gli avevo consigliato di
chiamare la polizia nel caso li
avesse uditi ancora, ma non credo
l’abbia fatto.»
«Urla? E di che tipo?»
«Credeva fosse una coppia che
litigava. Boh, non lo so…
Comunque li trovava spiacevoli.»
«Hai guardato il nome sulla loro
porta?» domandò Magdalena.
Jeanette scosse il capo.
«Aspetta, torno subito», disse
Magdalena; salì la scala senza
neanche rimettersi le scarpe.
Sulla porta dell’appartamento
sopra quello di Tore c’era una targa
con la scritta G LIND. Dall’interno
continuavano a provenire delle voci
animate.
«G Lind... Conosci nessuno con
quel nome?» chiese appena fu di
nuovo in cucina.
«Ma, così su due piedi non
ricordo», rispose l’amica mentre
sfogliava un’agenda nera sul tavolo.
In quel momento qualcosa scattò
dentro di lei e si mise a
singhiozzare disperata. Magdalena
si chinò in avanti e l’accarezzò
piano sul capo.
Restarono sedute a lungo in
silenzio finché Jeanette non strappò
un pezzo di carta da cucina, si
asciugò gli occhi e si soffiò il naso.
«Chissà che cosa combinano qui
sopra», disse Magdalena. «C’era
qualcosa di strano, in quelle
ragazze. Mi sembravano russe.»
L’altra pareva non averla
neanche sentita. Magdalena lasciò
perdere l’argomento e rifletté
sull’odore speciale che caratterizza
le case degli anziani, come se la
vita stessa acquisisse un nuovo
aroma quando rallenta e procede a
velocità ridotta.
Jeanette si alzò in piedi, versò
del detersivo nel lavello e aprì
l’acqua. Poi prese un asciugapiatti
nuovo e si mise a pulire il
frigorifero ormai vuoto. Quando
ebbe finito aprì il congelatore, ma
lo richiuse subito.
«No, ci penso un altro giorno.
Adesso non ce la faccio.»
«Vai a casa?» le chiese
Magdalena.
«Prima vado a buttare nei bidoni
quella roba», rispose Jeannette
indicando tre sacchi chiusi sul
pavimento.
«Ti do una mano», si offrì
Magdalena. «Ma credo che dopo mi
fermerò un attimo sulle scale. Non
riesco a non pensare a quello che
sta succedendo di sopra.»

Sonya era stesa a letto su un


fianco, rivolta contro la parete.
Quando Kosta aveva fatto entrare le
nuove ragazze nella stanza e aveva
chiuso a chiave, si era limitata a
girare il capo. Parlare era fuori
discussione. Le tre l’avevano
fissata terrorizzate. Aveva un
aspetto così orribile?
La testa e la bocca le facevano
un male cane. Impulsivamente si
passò la lingua sui denti, fra i due
buchi.
«Che cos’hai nel cervello? Non
posso stare via due giorni che fai
delle enormi cazzate!» sbraitò
Sergej dalla cucina.
«Non avevo scelta!» urlò Kosta
a sua volta. «Cosa dovevo fare?
Era scappata e il vecchio aveva
visto tutto. Avrebbe chiamato la
polizia.»
Dopo alcuni istanti di silenzio
Sergej disse: «È solo questione di
tempo prima che arrivino gli
sbirri».
«Non credo», ribatté Kosta. «Ho
ripulito tutto, di sotto. Quando me
ne sono andato sembrava che il
vecchio dormisse. Ho persino
chiuso la porta con una chiave che
avevo trovato in una credenza.»
«Spero per te che tu abbia fatto
un buon lavoro, altrimenti è finita.»
«Lei è completamente fuori di
testa», concluse Kosta. «Dobbiamo
sbarazzarcene.»

Magdalena si sedette in cima


alle scale in modo da tenere
d’occhio la porta d’ingresso
dell’appartamento sopra Tore e al
contempo rimanere nascosta.
Faceva freddo e per scaldarsi si
strinse le ginocchia contro il petto.
Sulla parete al piano di sotto
brillava la lucina rossa di un
interruttore, ma per il resto era buio
pesto.
Cosa sto facendo? pensò.
Qualche minuto dopo sentì il
portone chiudersi con un colpo e
dei passi sulle scale. Per fortuna il
visitatore non si era curato di
accendere la luce; arrivato
all’appartamento bussò e quando gli
aprirono entrò rapidamente. Era
successo tutto così in fretta che non
era nemmeno riuscita a intravedere
la persona che aveva aperto. Dal
vestibolo si udirono delle voci
basse che si smorzarono subito.
Magdalena si infilò le mani sotto
le ascelle tremando. Avrei dovuto
portare la macchina fotografica,
pensò. Ma d’altro canto sarebbe
stato difficile ottenere delle foto
decenti con quella poca luce.
A un tratto la porta si aprì di
nuovo. Trattenne il fiato e si protese
in avanti per sbirciare fra le aste
della ringhiera. Prima che l’uomo
richiudesse e scendesse le scale
riuscì a distinguere un soprabito
scuro e dei pantaloni rossi.
Nemmeno lui accese la luce.
Fra poco dovrò andare a
prendere Nils. Papà non può
passare l’intera serata con lui.
Solo un altro po’. Un quarto d’ora.
Poi devo andare.
Cinque minuti più tardi il
portone si riaprì ancora. Stavolta
sembrava un uomo più giovane, un
tipo allampanato con i capelli corti
che sbucavano dal cappellino.
Nello stesso istante in cui bussava
alla porta il cellulare che
Magdalena aveva nella tasca del
piumino ronzò.
Porca puttana!
Lo cercò freneticamente, ma era
così agitata che non riuscì ad
afferrarlo. Quando la porta
dell’appartamento si aprì ronzava
ancora.
Prima che Magdalena avesse il
tempo di reagire si accese la luce
delle scale. Di sotto c’era un uomo
che la fissava, la faccia paonazza.
«Che cosa fai lì?» sibilò salendo
i gradini.
«Niente, io…»
«Vattene via di qui, stronza.»
La prese per un braccio e la
trascinò in piedi con tale vigore da
farle perdere l’equilibrio.
«Mi hai sentito?»
Magdalena annuì e deglutì.
La strinse così forte da farla
quasi svenire per il dolore e la
spinse in avanti, facendola
scivolare sul marmo per sei, sette
gradini.
«Sparisci. Non tornare mai più!»
Magdalena non osò muoversi
finché non sentì che la porta
dell’appartamento si richiudeva.
Lentamente si portò una mano alla
fronte. No, non usciva sangue, però
le faceva un male!… Sarebbe uscito
un bel bozzo. E le faceva male
anche un ginocchio.
Allungò piano le mani verso la
ringhiera e si rimise in piedi. Sì, ce
l’avrebbe fatta.
Attraversò il parcheggio
zoppicando e aprì l’auto con il
telecomando. Prima di sedersi
lanciò un’occhiata all’edificio. Le
finestre erano tutte buie, tranne
quelle dell’appartamento sopra
Tore, dalle cui veneziane abbassate
filtrava la luce.
A un tratto quella della cucina si
alzò lentamente. Magdalena vide
con chiarezza due uomini guardare
nella sua direzione.
Che cosa ho fatto? pensò mentre
richiudeva la portiera e girava la
chiave. Quando fece per uscire in
retromarcia le gambe le tremavano
violentemente.
Si immise sulla strada seguita
dallo sguardo dei due uomini.

Nils alzò il cuscino, tirò fuori il


pigiama dell’Uomo Ragno e se lo
infilò, litigando con le maniche.
Quando era piccolo c’erano altri
cartoni animati, ma adesso che era
un po’ cresciuto si vedeva l’Uomo
Ragno ovunque.
«Cos’hai fatto alla fronte,
mamma?» indagò il bambino
indicandole il bernoccolo.
«Sono caduta per terra, niente di
che.»
Nils continuò a guardarla, poco
convinto.
«Ti fa tanto male?»
«No, non sento quasi niente»,
mentì lei. «Ora infilati sotto le
coperte, tesoro. È tardissimo.»
Il bambino obbedì. L’abat-jour
verde gettava una luce tenue sul suo
viso. I capelli erano stati pettinati
con la riga da una parte ed erano
ancora umidi per via del bagno.
«Vero che la nonna abita in
cielo?» disse all’improvviso.
Magdalena, che aveva iniziato a
piegare i suoi vestiti, si fermò a
metà.
«Be’, sì.»
«Kerstin dice che la nonna è
nella bara al cimitero.»
«Le persone la pensano in modo
diverso. Io trovo che sia bello
immaginarla in cielo. E tu?»
«Anch’io penso che sia in
cielo», rispose lui guardando il
soffitto. «Vede tutto quello che
facciamo?»
«Sì, credo di sì.»
«Anche di notte che è buissimo
ci può vedere?»
«Sono convinta che ci vede
sempre. Anche di notte.»
Nils tacque continuando a
guardare il soffitto.
«Mamma?»
«Sì, che c’è?»
«Quanti anni avevi quando la
nonna è salita in cielo?»
«Undici.»
Nils abbassò gli occhi, si girò su
un fianco e la guardò.
«Allora non eri ancora grande.»
«Sì...»
Nils meditò.
«Morirai presto?»
«No, amore mio.»
«Come fai a saperlo?»
«Non è che lo so, è che sono
ancora giovane. Non devi
preoccuparti.»
Magdalena lo accarezzò sulla
guancia. «Adesso riuscirai a
dormire?»
Nils fece cenno di sì.
«Allora buona notte, piccolino.»
«Buona notte.»
Uscì dalla stanza richiudendo la
porta. Tutte quelle domande a
raffica. Suo figlio stava
cominciando a riflettere su
argomenti difficili al momento di
andare a letto, quando non c’era il
tempo di parlarne seriamente.
Erano le nove e mezzo passate ed
era ora di dormire. Decise che
presto l’avrebbe portato al cimitero
a fare una visita alla tomba della
nonna per affrontare l’argomento.
Scendendo la scala si accorse
che il ginocchio le faceva ancora
male.
Che paura! pensò mentre
sistemava gli stivali di Nils sulla
rastrelliera. Deve trattarsi di
qualche specie di bordello. Se no
perché tutto quel viavai? E quelle
ragazzine…
Doveva chiamare la polizia.
NONNA, ero come ossessionata dal
dépliant che mi aveva lasciato
quel tale, Leonardo. Lo sfogliavo
in ogni momento libero. Quelle
foto erano magiche. Anche Ana le
trovava belle, le piacevano
soprattutto le piscine azzurre e le
coperte soffici a fiori stese su tutti
i letti.
Ci fantasticavo sopra di
continuo, nonna. Pensa, avrei
potuto lavorare lì. Pensavo a come
sarei stata con un camice a
doppiopetto mentre riempivo di
pane fresco i cestini della sala per
la colazione e su come mi sarei
sentita a camminare su quei
tappeti morbidi. E poi pensavo a
tutti i soldi che avremmo potuto
spedire a casa, a te.
Quando Ana annunciò che non
aveva il coraggio di partire mi
infuriai. Le dissi le cose più
terribili, parole che non avevo mai
pronunciato prima.
Solo quando minacciai di
andarmene senza di lei si arrese.
Perdonami, nonna.
Non lo sapevo.
15

MAGDALENA si sedette alla


scrivania e compose il numero
diretto di Christer senza nemmeno
togliersi la giacca.
«Berglund.»
«Ciao, Berglund. Sono
Hansson.»
«Ciao, Magda.»
Magdalena si tolse il berretto e
lo appoggiò sul mucchio di
quotidiani.
«Ho una segnalazione davvero
interessante da farti, ma prima
voglio chiarire una cosa: se attacchi
col tuo sarcasmo metto giù
immediatamente e chiamo uno dei
tuoi colleghi, per esempio Urban
Bratt. Mi sembra molto
competente.»
«Assomigli proprio alla Magda
che correva in giro per le strade
con mia sorella», replicò Christer.
Lei ridacchiò. «Scusa… sono stato
un po’ duro, ultimamente. Ma
dimmi, cosa succede?»
«Sembra proprio che in uno di
quegli edifici che dovranno essere
demoliti in Abbortorpsvägen ci sia
una specie di bordello.»
Christer fece un fischio.
«Oh, cazzo. Come l’hai
scoperto?»
«Non ne sono sicura al cento per
cento, ma ci sono diversi elementi
che lo indicano. Tore, il nonno di
Jeanette Modin, è morto ieri, e
abitava al piano terra dello stesso
caseggiato. Lei mi ha raccontato che
Tore sentiva sempre del chiasso
proveniente dall’appartamento di
sopra, gente che urlava. Ieri,
quando ero lì, ho visto tre ragazze
molto giovani scendere da un’auto
guidata da un tipo di mezz’età,
stempiato. Non sembravano di
queste parti. Così mi sono nascosta
in cima alle scale e ho visto
parecchi uomini entrare e uscire
dall’appartamento.»
Magdalena si chiese se
accennargli dell’aggressione subita,
ma preferì tralasciare.
«Sembra proprio che dovremo
approfondire», replicò Christer in
tono amichevole.
«Lo credo anch’io. Come
procede l’indagine di omicidio?
Avete qualcosa in ballo, no? Ho
letto sul Länstidningen la storia
delleVolvo scure.»
«Sì, ma purtroppo siamo ancora
al punto di partenza. Era solo
un’ipotesi.»
«E Hedda? Novità?»
«Nessuna.»
A Magdalena parve che Christer
esitasse.
«Sicuro? Proprio nessuna?»
«Appena c’è qualcosa te lo
faccio sapere, te lo prometto.»
«Grazie, Christer.»

Christer mise giù il ricevitore.


Quando voleva, Magdalena era una
ragazza a posto.
Prese il blocco dove aveva
scritto gli appunti su quello che gli
aveva detto e si avviò verso la sala
riunioni. Arrivò per primo e si
sedette sulla sua solita sedia.
«Che aria allegra», borbottò
Petra ancora assonnata mettendosi
vicino a lui.
«Ho appena ricevuto delle
informazioni che dovremmo
verificare.»
Le stava spiegando di cosa si
trattava quando entrarono Sven
Munther e Urban Bratt.
«Bene», iniziò Munther. «Come
andiamo oggi? Novità per le
Volvo?»
«Non ancora, purtroppo»,
rispose Christer. «Ma mi è appena
stato segnalato un presunto bordello
in Abbortorpsvägen 12.»
Munther raddrizzò la schiena e
lo guardò con interesse da sopra gli
occhiali.
Christer gli raccontò della
telefonata di Magdalena, e, per la
prima volta da tanto tempo, non
badò a Urban dall’altra parte del
tavolo.
«Interessante», commentò
Munther.
«In effetti non abbiamo mai
ipotizzato che la nostra vittima
potesse essere una prostituta»,
intervenne Petra.
«E adesso lo pensiamo?»
domandò Munther guardandola.
«Secondo me dovremmo almeno
prendere in considerazione l’idea.
Se è una vittima del traffico di
esseri umani spiegherebbe perché
nessuno vuole riconoscerla e
perché non la stanno cercando.»
Munther annuì e disse: «Allora
come procediamo? Qualche idea?»
«Per quanto riguarda il bordello
dovremo avere molta carne al
fuoco, prima di poter fare
un’irruzione», rispose Petra. «Le
giovani prostitute, specialmente se
vittime del traffico di esseri umani,
possono essere parecchio restie a
collaborare. Spesso temono la
polizia e si rifiutano di testimoniare
proprio perché hanno paura di
ritorsioni. Sarebbe meglio andare lì
senza farci notare e dare
un’occhiata con discrezione.
Potremmo esaminare la spazzatura,
scattare fotografie…»
Christer annuì. «Ce ne
incarichiamo io e Petra. Se qualcun
altro si occupa delle auto verdi e
blu.»
«Sì, d’accordo», annuì Munther.
«Ma se c’è un’emergenza questa
faccenda dovrà aspettare, non
abbiamo personale sufficiente.
Com’è andata dai Thellin?»
«Hanno festeggiato il Capodanno
a Lesjöfors, da parenti. Ho
chiamato e verificato. Per vostra
informazione posso anche dirvi che
Ulrica crede che sia tutta colpa
delle donne, se le maltrattano. Poi
mi sono sorbito una predica sulle
nostre idee campate per aria e in
generale su quanto siamo imbranati.
Possiamo evitare di sentire Göran.»
«Okay», annuì Munther prima di
rivolgersi a Urban. «E nessuna
traccia di Fredrik Anderberg o altre
informazioni su Hedda?»
Urban scosse il capo.
«Nada. Nessun prelievo dal
conto corrente, nessuna telefonata a
casa, nessuna segnalazione. Sono
spariti dalla faccia della Terra tutti
e due.»

Christer aprì il locale dei rifiuti


con la chiave datagli
dall’amministratore del condominio
e premette l’interruttore. Un forte
lezzo li investì.
«A volte il nostro lavoro è
proprio il massimo della
raffinatezza», brontolò Petra
infilandosi i guanti di lattice e
sollevando il coperchio del bidone
vicino alla porta.
«Puoi ben dirlo», replicò
Christer. «Quando ho fatto domanda
alla scuola di polizia sognavo
esattamente questo.»
I bidoni dovevano essere stati
svuotati di recente. In uno c’erano
quattro sacchetti e nell’altro due.

«Be’, non è la quantità che conta,


ma il contenuto», aggiunse Petra
sollevando un sacchetto del
supermercato chiuso.
Anche Christer iniziò con un
sacchetto del supermercato: lo posò
sul pavimento di cemento e sciolse
il nodo. La prima cosa che trovò fu
un formaggio ammuffito e una
bustina di tè. Frugò più in
profondità: solo avanzi di cibo.
Dopo aver gettato il sacchetto
nel bidone ne afferrò un altro, più
leggero.
«Guarda qui», lo richiamò Petra,
che era riuscita ad aprire un
sacchetto bianco. «Bingo!»
Era colmo di carta assorbente e
preservativi usati.
«Porca vacca!» esultò Christer.
Petra infilò i preservativi usati
in buste richiudibili su cui annotò la
data con un pennarello nero.
Anche nel suo sacchetto Christer
trovò preservativi e vecchie
confezioni di profilattici aperte.
Era riuscito a contare sette
preservativi quando in fondo al
sacchetto trovò un flacone di
medicinali: Pastiglie per la
pressione. Sull’etichetta, oltre a
indirizzo e codice fiscale, c’era
scritto BENGT BERGLUND.
Bengt Berglund.
Papà!
Gli si mozzò il fiato in gola.
«Che succede?» domandò la sua
collega alzando gli occhi dalla
busta con il pennarello in mano.
«Oh, solo un taglietto», si
affrettò a rispondere. «Niente di
grave.»
Appena lei tornò alla sua
occupazione Christer fece scivolare
il flacone nella tasca dei pantaloni.
Quando i due rientrarono alla
stazione di polizia trovarono Sven
Munther e Urban Bratt seduti l’uno
di fronte all’altro al tavolo della
mensa con una tazza di caffè in
mano.
«Abbiamo rinvenuto due sacchi
pieni di preservativi usati», li
informò Petra. «Non si tratta di un
normale utilizzo… ehm…
domestico.»
Sven Munther si appoggiò allo
schienale della sedia incrociando le
mani dietro la testa con aria
soddisfatta. «Fantastico! Ottimo
lavoro, ragazzi. Ora possiamo
ampliare le ricerche.»
Urban si schiarì la voce.
«Scusate l’intrusione, ma
dovremmo anche concentrarci
sull’omicidio. Un omicidio ha la
priorità su un presunto bordello.
Inoltre c’è una ragazzina che manca
ancora da casa.»
Petra smise di sorridere e lo
fissò. Che spocchia! Si sforzò di
non risultare altrettanto sgradevole.
«Okay, capisco il tuo punto di
vista e sono d’accordo», replicò.
«Ma chi ci dice che le cose non
siano collegate? Che la ragazza
trovata morta in quella cantina non
abbia a che fare con il bordello?»
Urban si strinse nelle spalle.
All’apparenza la sua tattica non
aveva sortito alcun effetto.
«Be’, potrebbe, ma non
necessariamente. E la sparizione di
Hedda Losjö, allora? È una puttana
anche lei? Per me il collegamento
non è così evidente.»
Petra si voltò verso Munther.
«Siamo riusciti a mettere
insieme un così alto numero di
prove che non mi sembra il caso di
mandare tutto all’aria, adesso.»
Munther parve indeciso.
«Propongo di stazionare fuori
dall’edificio stasera e documentare
il traffico dell’appartamento con
una videocamera», continuò Petra.
«Mi sa che nel giro di un paio d’ore
avremo tutto quello di cui abbiamo
bisogno.»
«D’accordo», decise Munther
alla fine. «Tu che ne dici, Christer?
Puoi lavorare stasera?»
«Certo. Nessun problema.»

Magdalena era china sul banco


frigo intenta a scegliere il pesce.
Merluzzo o nasello? Se comprava
le uova poteva fare il merluzzo con
la maionese… oppure il nasello con
la maionese, andava bene lo stesso.
«Le mie ragazze mangiano il
pesce soltanto così.»
Magdalena trasalì e alzò lo
sguardo.
A mezzo metro da lei vide Petter
con una confezione di pesce
impanato in mano. Era così vicino
che riusciva ad avvertire l’odore di
pittura.
«Cos’hai fatto in fronte?» le
domandò facendo per sfiorarle il
livido sulla fronte.
«Ah, questo... Sono solo
caduta», ripose lei scostandosi.
«Caduta?»
«Sì, ma ora non mi fa più male.»
«Non hai risposto al mio
messaggio, comunque», continuò lui
guardandola negli occhi.
«No.»
«Perché?»
«Ero indecisa su come
rispondere», ammise lei chinandosi
di nuovo sui surgelati.
Non sapeva neanche cosa stesse
cercando, ma almeno l’aria fredda
proveniente dal banco le rinfrescò
le guance infuocate.
«Non è da te. Di solito non sei
mai a corto di parole.»
«Forse», rispose lei senza
voltarsi.
«E se ti chiamo una sera,
rispondi?»
«Forse.»
«Sei misteriosa… È perché hai
vissuto tanto tempo in una grande
città?» la stuzzicò Petter
sistemandosi una ciocca di capelli
dietro l’orecchio in quel suo modo
tipico.
Sentì lo scalpiccio degli stivali
di Nils; fra le braccia reggeva due
litri di latte.
«Ecco, mamma. Cosa compro
adesso?»
Magdalena ripose il latte e
guardò di nuovo la lista della spesa.
«Grazie, tesoro. Prendi il
burro… quello che usiamo per i
panini. È vicino al latte.»
«Okay», rispose Nils mettendosi
in marcia.
Petter la guardò.
«Ci sentiamo», le disse. «Una
sera provo a chiamarti.»
«Va bene», rispose lei
seguendolo con lo sguardo mentre
si allontanava spingendo il carrello
mezzo pieno.
Quando Nils tornò con il panetto
di burro Magdalena gli diede nuove
istruzioni in merito ai pomodori,
l’ultima voce della lista. Il bambino
trottò verso il reparto frutta e
verdura e lei lo seguì. Dov’era
finito Petter? Uff, che caldo!...
Abbassò un po’ la lampo della
giacca.
Quando lo raggiunse, suo figlio
aveva già infilato quattro pomodori
in un sacchetto trasparente che
aveva chiuso con un nodo allentato;
con orgoglio alzò il suo piccolo
trofeo in segno di vittoria.
«Abbiamo preso tutto, adesso
possiamo andare alla cassa a
pagare», annunciò Magdalena.
Nils la precedette, attraversò il
supermercato e si mise in coda
dietro una signora con i capelli
ricci. Magdalena lo raggiunse.
Nessuna traccia di Petter.
«Ciao, Magda! Quanto tempo»,
la salutò la donna davanti a loro:
era Ellen, la sua vecchia insegnante
delle medie. «Avevo sentito che ti
eri ritrasferita qui. Sono proprio
contenta», commentò mettendo gli
acquisti sul nastro. «Se vuoi
scrivere qualcosa di diverso da
omicidi e disgrazie, un giorno
potresti venire a scuola. Le quinte
sono state in gita in montagna,
hanno pernottato in un bivacco,
hanno fatto dei bagni in un lago
ghiacciato e delle escursioni con le
ciaspole. Poi hanno allestito una
mostra in classe per documentare la
vacanza. Qualcuno ha scattato delle
foto, qualcun altro ha fatto disegni o
scritto poesie.»
«Però, sembra ambizioso», notò
Magdalena.
«Già. È importante vedere il
mondo con gli occhi dei ragazzi.
Be’, lo sai anche tu, dato che hai un
figlio. E poi sarebbe carino leggere
qualche bella notizia, sul giornale,
non solo quelle tristi. Di solito
io…»
«Basta così?» la interruppe la
cassiera riponendo il separatore nel
supporto di metallo.
«Sì, grazie.»
Ellen estrasse il portafoglio
dalla borsa.
Magdalena sentì un vago odore
di vernice e si guardò attorno
circospetta. Petter era in coda
dietro di lei, i gomiti appoggiati sul
carrello.
«Allora passa da scuola, così
poi potrai scrivere qualche riga», la
esortò Ellen prima di pagare e
imbustare la spesa.
«Sì, mi farebbe piacere, ma non
prometto niente», rispose lei
prendendo il sacchetto di pomodori
dalle mani di Nils.
«I ragazzi ne sarebbero
entusiasti.»
Magdalena sentì il proprio
sorriso cristallizzarsi. Era sempre
così. Come aveva fatto a
dimenticarselo? Era una giornalista
praticamente a tempo pieno.
Persino in sauna o agli incontri con
gli insegnanti a scuola c’era sempre
qualcuno che voleva un trafiletto
nel giornale. Per un motivo o per
l’altro.
«Un vero scoop», sussurrò Petter
alle sue spalle.
Magdalena incrociò rapidamente
il suo sguardo continuando a
sistemare le confezioni sul nastro
scorrevole.
«Davvero, roba da edizione
straordinaria», mormorò in
risposta.
Nessuno di loro aggiunse altro,
ma mentre stavano per uscire, una
volta che lei ebbe pagato e Nils
ebbe aiutato a mettere la spesa nella
borsa, Magdalena non poté fare a
meno di sbirciare un’altra volta
verso Petter.
Dopo aver parcheggiato sul
vialetto di casa, Magdalena aprì la
portiera posteriore e Nils balzò giù
dalla macchina con un salto.
«Posso giocare con Melvin?»
«Chiedigli se vuole venire lui da
noi», disse lei richiudendo la
portiera. «Oggi voglio che mangi a
casa.»
Lo guardò attraversare la strada
e prese la borsa della spesa dal
bagagliaio.
«Si diverte, a quanto pare.»
Magdalena si voltò e vide
Gunvor sulla sua scala con una
scopa fra le mani.
«Già, non è quasi mai a casa.»
Gunvor spazzò un gradino con
movimenti rapidi. La neve leggera
volò dalla ringhiera.
«Anche tu sembri in forma. Ti ha
fatto proprio bene tornare qui.»
«Grazie, è così infatti. Sto molto
meglio rispetto a Capodanno.»
Magdalena posò a terra la borsa e
richiuse il portellone. «A essere
sincera mi vergogno di come mi
sono comportata.»
«Oh! Sei sempre la benvenuta.»
«Gunvor, ho pensato una cosa.
Non potreste tenere una chiave di
casa nostra, tu e Bengt? Mi fa stare
più tranquilla avere qualcuno
vicino che può aprire… sai, per
qualsiasi evenienza.»
La donna ripose la scopa
accanto alla porta.
«Ma certo, si capisce.
Ultimamente siamo sempre a casa.
Portacela quando vuoi.»

Magdalena aveva appena infilato


gli ultimi vestiti nella lavatrice
quando suonarono alla porta.
A cena Nils e Melvin le avevano
raccontato delle barzellette
incomprensibili e lei si era divertita
un sacco, più che altro perché loro
ridevano come dei matti. Era quella
la sua nuova vita: trascorrere del
tempo con il figlio e preparare
delle cose buone. Essere presente
per lui. Però non riusciva a smettere
di pensare al presunto bordello.
«Sto cercando mio figlio», disse
Stefan entrando in cucina.
Ultimamente lei non chiudeva quasi
mai la porta di casa. «Qualcosa mi
dice che è qui.»
«Ma dai! Come ti è venuta
questa idea?» rise Magdalena.
«Stanno giocando con le
macchinine in camera di Nils. Vuoi
un caffè? O un latte macchiato? Lo
stavo proprio preparando per me.»
Stefan ci pensò su un po’ poi
accettò.
Magdalena mise un bicchiere
alto sotto la macchina da caffè
rossa fiammante. Stefan si
accomodò su una sedia e aprì la
giacca guardandosi attorno.
«Ti sei sistemata bene»,
constatò. «Adesso è solo questione
di tempo prima che a Diana venga
voglia di una cucina nuova. Per
l’ennesima volta.»
«Ma la vostra cucina è
bellissima», rispose Magdalena
posando il bicchiere di latte
macchiato davanti a lui.
«Sì, anche a me piace, ma vedrai
se non ho ragione», ribatté lui un
po’ abbacchiato.
Ha un’aria così stanca, pensò
Magdalena.
Aveva sempre trovato Stefan
piuttosto attraente. A scuola era due
anni davanti a lei; aveva dimostrato
grande talento per l’hockey. Aveva
fantasticato parecchio a occhi aperti
su di lui sfogliando l’annuario
scolastico, da sola in camera! Per
un breve periodo Stefan aveva
persino giocato nella squadra
giovanile di Färjestad; era stato
reclutato a soli diciassette anni. Ai
tempi la notizia aveva creato grande
scalpore a Hagfors.
Ora sedeva al tavolo della sua
cucina con gli occhi cerchiati da
scure occhiaie, le spalle, una volta
così prestanti, cascavano.
«Salute!» disse alzando il
proprio bicchiere.
«Salute.»
Magdalena bevve un bel sorso e
si pulì la schiuma sul labbro
superiore con una mano.
«Nils non vorrebbe giocare a
hockey?» indagò Stefan
appoggiando il bicchiere sul tavolo.
«Melvin ha appena cominciato
nella squadra dei piccoli e io sono
l’allenatore. Potrei portarlo io.»
«Sì, forse», rispose lei. «Glielo
chiederò.»
Nello stesso istante Nils e
Melvin piombarono in cucina.
«Nils, vuoi giocare a hockey con
Melvin?»
«Sì! Urrah!»
I due amichetti si presero per le
spalle e si misero a saltellare sul
pavimento come dei matti.
«Sembra proprio che ne abbia
voglia», rise Magdalena.

Christer parcheggiò la sua auto


civetta Saab accanto allo stallo
delle biciclette. Il lampione più
vicino era all’altro lato della
costruzione di legno e la macchina
si trovava nell’ombra.
«Qui va bene», disse Petra.
«Abbiamo una visuale perfetta. Se
ci nascondiamo nei sedili di dietro
non dovrebbe scoprirci nessuno.»
«Sì, può andare.»
Christer spense il motore, lasciò
il posto di guida e si rannicchiò sul
sedile posteriore. Petra aprì la
borsa della videocamera e iniziò a
controllare l’apparecchio con
abilità. Poi fece alcune riprese di
prova.
«Ottimo», commentò. «Si vede
persino l’interno
dell’appartamento.»
«Bene.»
«Cerca di abbassarti ancora un
po’.»
Christer piegò le gambe di lato e
fece del proprio meglio per
scivolare più in basso. Era
scomodissimo. Gli sarebbero venuti
i crampi nel giro di qualche minuto.
«Come mai sei così silenzioso?»
continuò lei. «Credevo lo trovassi
eccitante anche tu.»
«Infatti.»
«Okay. Tutto a posto? Problemi
di cuore?»
«Problemi di cuore? No.»
Christer guardò il parcheggio
vuoto sperando che la collega
cambiasse argomento.
«Perdona la mia domanda, ma tu
e Magdalena siete stati insieme?»
«Cosa te lo fa pensare?»
Petra sorrise.
«Oh, in realtà niente di
particolare. Solo alcune vibrazioni.
Sono molto sensibile, in questo
campo.»
Christer non rispose.
Petra era intenzionata a
continuare l’interrogatorio ma in
quello stesso istante un uomo di
mezz’età con una giacca scura e un
cappello di pelo attraversò il
parcheggio.
«Nasconditi», bisbigliò
zoomando sul passante.
La videocamera ronzò
lievemente e la lucina rossa si
accese.
Christer sbirciò da sopra il
sedile ma non riuscì a riconoscerlo.
«Sta entrando nel portone»,
sussurrò Petra facendo le riprese.
«Sale al primo piano. Nella cucina
dell’appartamento c’è qualcuno che
si muove. Uno si alza e va
all’ingresso. Merda. Peccato che le
veneziane dell’altra stanza siano
abbassate. Prendi nota tu dell’ora?»
Petra scivolò giù contro il sedile
con la videocamera sulle ginocchia.
Era molto soddisfatta.
Erano le otto e mezzo. Sia lei sia
Christer erano riusciti a passare un
attimo da casa prima di iniziare gli
straordinari.
«Mettiamola così», ricominciò.
«Non avresti nulla in contrario?»
«In contrario a fare cosa?»
«A stare con Magdalena.»
«Smettila, Petra!»
L’uomo uscì dal portone. Petra
si raddrizzò e ricominciò a filmare.
«Quanto tempo è stato dentro?»
domandò.
Christer lesse dal blocco.
«Era arrivato alle 20.34 ed è
uscito alle 21.11. Quant’è?
Trentasette minuti.»
Nel giro di un paio d’ore altri tre
uomini superarono la loro auto per
svanire nell’edificio. Tutti si erano
trattenuti per circa mezz’ora.
Christer ne aveva riconosciuto solo
uno: il capo dell’ufficio tecnico.
«Credi che il materiale che
abbiamo recuperato finora basti per
un’azione legale?» domandò Petra.
«E chi diavolo lo sa?» replicò
lui.
«Forse no», meditò Petra. «Ma
otterremo prove migliori quando
entreremo nell’appartamento,
magari tengono anche un registro
dei clienti. Il filmato di stasera
comunque dovrebbe permetterci di
ottenere un mandato di
perquisizione dal pubblico
ministero. Victoria Ceder si è
dimostrata molto interessata,
quando le ho parlato della nostra
ricerca tra i rifiuti.»
«Quanto credi che dovremo
rimanere ancora qui?» le chiese
Christer guardando l’orologio. «Di
materiale ne abbiamo a
sufficienza.»
«In effetti al buio è difficile
avere delle immagini nitide di quei
tizi con i cappelli e i berretti tirati
giù fino al naso. Aspettiamone un
altro, poi ce ne andiamo.»
A Christer formicolavano le
gambe. Qualunque posizione
assumesse gli dolevano comunque.
In quel momento capitò proprio
ciò che temeva di più. Persino da
quella distanza riconobbe l’uomo
che superava a fatica il cumulo di
neve sul viale verso il portone. Suo
padre.
«Guarda, non abbiamo dovuto
aspettare tanto», sibilò Petra.
«Questa sì che è fortuna! Non ha
nemmeno il cappello. Mi sembra un
viso noto. Lo conosci?»
«È difficile dirlo da questa
distanza, ma no… Non so chi sia.»
Bengt aprì il portone e si
trascinò su per le scale. Petra fece
una pausa, si tolse un capello che le
era finito in bocca e tornò alla
videocamera.
«Questo video è ottimo. Adesso
entra in cucina. Si vede addirittura
che prende il portafoglio dalla tasca
interna della giacca e paga. Lo
stronzo sembra in confidenza con i
papponi.»
Christer spalancò la portiera
facendola sobbalzare.
«Che cosa fai?»
«Devo pisciare», disse lui
uscendo.
Scivolò su un cumulo di neve e
fece giusto in tempo a girare
l’angolo della rimessa prima che lo
stomaco gli si rivoltasse e
vomitasse la cena contro la parete
di legno ghiacciata.

Magdalena aveva appena spento


il televisore quando squillò il
cellulare. Andò al tavolo della
cucina e guardò il display. Petter.
Fece un respiro profondo e portò
il telefono all’orecchio.
«Ciao, sono io», la salutò.
«Brava, hai risposto.»
A un tratto le parve di avere i
brividi.
«Già, ho risposto.»
Tornò in soggiorno e si buttò sul
divano chiudendo gli occhi.
«Cosa stavi facendo?» le chiese.
«Nulla di particolare, guardavo
un po’ di tv.»
«Hai molto da fare, al
giornale?»
«Sì. Non credevo certo di
ritrovarmi fra le mani un omicidio
appena finito il trasloco. Ero
convinta di dovermi occupare al
massimo delle beghe del Comune e
dei sondaggi sui dolci di Carnevale,
roba del genere.»
«Ti ho pensata davvero tanto, da
quando ci siamo visti in
Kyrkogatan.»
Magdalena ci pensò su un
secondo, poi deglutì e rispose:
«Anch’io».
«Davvero?»
Petter parve sorpreso.
«Ma non si può semplicemente
ricominciare da capo e basta»,
aggiunse lei. «Sono appena uscita
da un divorzio e non mi sento
ancora a posto.»
«Capisco», disse Petter piano.
«Però non possiamo vederci
soltanto, un giorno? E parlare?
Sono migliorato molto, in questo.»
«Non lo so.»
«Potremmo andare a fare una
passeggiata...»
Lei ridacchiò. A Petter non era
mai piaciuto camminare.
«Ridi pure. Potremmo fare un
giro a Värmullen. Cosa ci sarebbe
di male?»
Magdalena meditò. Il rischio che
incontrassero qualcuno di loro
conoscenza era alto. Ma d’altra
parte…
«Okay», decise all’improvviso.
«Okay. Allora dici di sì?»
«Sì… ehm, credo di sì.»
Oh, Dio, cosa sto facendo?
«Sabato? Che ne dici?»
«Be’, sì. Può andare. Nils è a
casa, ma lo mando da Melvin.
Ormai abita lì, quasi.»
«Melvin?»
«Sì, il figlio più piccolo di
Diana e Stefan. Sono nella stessa
classe e giocano sempre insieme.»
«Allora facciamo a
mezzogiorno, sul ponte di Sund?»
«D’accordo», rispose
Magdalena.
Dopo aver chiuso la
conversazione restò seduta sul
divano a lungo strofinandosi il
cellulare sulle labbra, la mente
altrove e lo sguardo perso nel
vuoto.
Sì, perché no?

Christer stava fissando il


computer. Fuori dal suo ufficio
sentì Petra che apriva il deposito
delle armi per riporre la
videocamera, quella che mostrava
con chiarezza suo padre mentre
entrava in un bordello pieno di
minorenni. Poi la sua collega chiuse
la porta e inserì l’allarme.
«Abbiamo fatto un buon lavoro»,
disse Petra quando ebbe finito.
«Davvero», replicò lui alzando
gli occhi dallo schermo.
«In realtà vorrei scaricare e
vedere il filmato adesso, ma
possiamo pazientare fino a
domattina. Tu stai qui molto?»
«No, finisco una cosa soltanto.»
Petra si mise il berretto e i
guanti di pile. Di colpo parve
preoccupata.
«Sei sicuro di star bene?»
«In realtà mi sento strano…
Forse sto covando un’influenza.»
«Non stare qui fino a troppo
tardi. Va’ a casa a riposare,
piuttosto. Buona notte.»
Quando Christer udì i suoi passi
allontanarsi nel corridoio spense il
computer, uscì dalla stanza e andò
al deposito. Infilò rapido il badge e
digitò il codice.
Non dovrei, pensò mentre apriva
la porta ed entrava.
Alzò lentamente il lembo della
borsa e sollevò la videocamera
girandola fra le mani.
Se mi scoprono perdo il lavoro.
Poi accese la videocamera,
cercò il materiale registrato quella
sera e cancellò tutto.
PASSARONO cinque giorni prima
che Leonardo tornasse. A quel
punto il dépliant dell’albergo era
ridotto a brandelli, da tanto
l’avevamo sfogliato.
Quando gli comunicai che
accettavamo entrambe il lavoro si
illuminò, allungò la mano e strinse
la mia a lungo.
«Bene», disse. «Il mio amico ne
sarà molto felice.»
Avevo pensato spesso al
viaggio, a come saremmo andate e
a quanto sarebbe costato. Né io né
Ana avevamo grandi somme da
parte, e nemmeno il passaporto.
«Nessun problema», ci
rassicurò Leonardo.
L’hotel avrebbe pagato sia il
passaporto sia il viaggio e lui ci
avrebbe aiutate a sistemare il lato
pratico.
Ana non disse nulla.
16

PETRA Wilander era arrivata al


lavoro con mezz’ora di anticipo per
preparare la proiezione in tempo
per la riunione della mattina. Stava
premendo disperatamente i pulsanti
della videocamera cercando di
visualizzare le sequenze della sera
precedente, ma non riusciva a
trovare nulla.
«Non è possibile! Non è
possibile, cazzo!»
«Che c’è? Cos’è che non è
possibile?» domandò Urban Bratt
mettendo la testa dentro il suo
ufficio.
«Il filmato di ieri sera è sparito.
Avevamo delle prove schiaccianti e
adesso è scomparso tutto. Tutto!»
Urban parve scettico.
«Sei sicura di aver ripreso
correttamente? Che le impostazioni
fossero giuste?»
Petra alzò gli occhi e lo fissò.
«Stai insinuando che non so
usare la nostra videocamera?!
Come una turista stupida che si
dimentica di togliere il tappo di
protezione dalla lente?»
«Non prenderla così. Chiedevo
solo…»
Senza dire una parola, Petra
superò il collega e si diresse a
passo deciso all’ufficio di Christer
Berglund.
«Se stai cercando Christer oggi è
ammalato», la informò Urban.
«Influenza.»
Petra non aprì bocca; si bloccò a
metà strada e restò ferma alcuni
istanti prima di fiondarsi nel bagno
più vicino.
Non devo arrendermi, pensò
mentre si risciacquava i polsi con
l’acqua fredda. Abbiamo scoperto
qualcosa di grosso e devo fare di
tutto per ottenere le prove.
Ancora scossa per la sparizione
del filmato, Petra non disse molto,
durante la riunione mattutina.
L’entusiasmo della sera precedente
si era volatilizzato e si sentiva solo
infinitamente stanca. Se avesse
chiuso gli occhi si sarebbe
addormentata lì dov’era. Forse si
stava ammalando anche lei, proprio
come Christer. Magari le aveva
attaccato l’influenza.
«Allora il video che avete
registrato non c’è più», disse Sven
Munther.
«Esatto», rispose Petra piena di
vergogna. Detestava fallire.
«Già, una bella sfiga.»
«Porca miseria! Abbiamo visto
entrare e uscire cinque uomini. Non
abbiamo il minimo dubbio su quello
che succede in
quell’appartamento.»
«Però non abbiamo nessuna
prova visiva.»
«No, appunto.»
Petra sospirò.
«Be’, potete appostarvi un’altra
sera, ma ora Christer è ammalato e
siamo indietro con il resto»,
continuò Munther. «Tu e Urban
intanto continuate con le Volvo,
diamo la priorità a quello. Ma sta’
tranquilla, Petra, che non avrai
nessuna nota di demerito, per questa
faccenda. Sono cose che capitano.»
La guardò con aria rassegnata
ma amichevole e lei gliene fu grata:
il disprezzo nei confronti di se
stessa era una punizione più che
sufficiente. Come aveva potuto
commettere uno sbaglio tanto
grossolano?
Mentre componeva il numero
diretto di Christer, Magdalena
canticchiò la sigla di Dora
l’esploratrice. Perché non riusciva
a togliersi dalla testa quelle orribili
canzoncine delle trasmissioni
mattutine dei bambini?
Nonostante avesse dormito male
si sentiva leggera come non le
accadeva da tempo. E sapeva molto
bene a cosa erano dovuti il sonno
agitato e la felicità.
Il telefono continuava a suonare
libero, poi finalmente qualcuno le
rispose: «Se sta chiamando Christer
Berglund, oggi è ammalato».
«Okay, può passarmi Petra
Wilander?»
Altri segnali di libero.
«Petra Wilander.»
«Magdalena Hansson del
Värmlandsbladet.»
«Ciao! Ci hai dato un’ottima
segnalazione, con quella faccenda
dal bordello. Grazie.»
«Sì, chiamo proprio per questo.
Ho saputo che Christer è ammalato.
In realtà ero solo curiosa di sentire
come procede.»
«Sai come la penso, sulla fuga di
notizie.»
«Sì, ma questa era una mia
segnalazione.»
«In effetti… Vabbe’, faccio
un’eccezione. In questo momento è
una faccenda estremamente
delicata, quindi non dovrai scrivere
una riga in proposito.»
«Hai la mia parola.»
«Abbiamo avuto modo di
effettuare diverse verifiche e tutto
indica che si tratta di un vero e
proprio bordello, come sospettavi
tu.»
Magdalena sentì le pulsazioni
aumentare. Aveva avuto ragione!
«Davvero?» fece.
«Sì, ma per quanto riguarda le
prove siamo punto e a capo.»
«Non ti seguo, Petra. Cosa vuoi
dire?»
«In via ufficiosa…»
«Sta’ tranquilla.»
«Abbiamo registrato un filmato
eccezionale, ma purtroppo è
rovinato e dobbiamo ricominciare
dall’inizio. Quello che abbiamo in
mano finora non può bastare, in
tribunale.»
Magdalena emise un lamento di
frustrazione.
«Sì, lo so», continuò Petra.
«Ecco perché è della massima
importanza che tu non scriva niente
prima che abbiamo ciò che ci
serve.»
«Capisco. Io credo che la
ragazza della cantina abbia a che
fare con quel bordello. Tu cosa ne
pensi?»
Petra tacque per qualche istante,
poi rispose: «Ovviamente è
difficile stabilirlo in questo
momento, ma non è del tutto
improbabile».
Allora non sono l’unica, pensò
Magdalena. Petra era giunta alla
stessa conclusione.
«Adesso ti lascio, non ti disturbo
oltre. Sei stata gentile a dedicarmi
del tempo. In bocca al lupo con le
indagini!»
«Grazie. Speriamo.»
Petra salì con l’ascensore fino al
nono piano, percorse a piedi
un’altra rampa di scale e suonò alla
porta di Christer. Strano. Anche se
lavoravano insieme da chissà quanti
anni non era mai stata a casa sua.
Non si era mai trovata così a suo
agio con un collega, ma le ore che
passavano in servizio durante la
giornata erano più che sufficienti.
Nessuno dei due sentiva il bisogno
di vedersi anche in privato.
Non sentendo alcun rumore
provenire dall’interno premette di
nuovo il campanello. Poi aprì la
buca delle lettere e lo chiamò.
«Chrille! Sono io, Petra. Devo
parlarti. Il filmato di ieri è sparito.
E adesso sono in giro con Urban a
rompere le scatole a un mucchio di
innocenti che hanno la Volvo.»
Finalmente udì dei deboli
movimenti e dei colpi di tosse.
«Che cos’hai detto? Il filmato è
scomparso?! Com’è possibile?»
La voce di Christer proveniva da
lontano.
«Sì, ero così scioccata che stavo
per mettermi a piangere.
Ovviamente quel cretino di Urban
crede che io non sappia usare la
videocamera.»
«È un idiota. Senti, sto
malissimo. Influenza gastro-
intestinale. Non posso aprire.»
Parlava lentamente, come se
ogni parola gli costasse un’estrema
sofferenza.
«Ho cercato di chiamarti, prima.
Diverse volte.»
«Ho visto adesso. Dormivo...»
A furia di tenere aperta la buca
Petra aveva male alle dita, così
cambiò mano e si sporse di nuovo
in avanti.
«Che frustrazione!»
«Sì, capisco. Ma non è colpa
tua. Hai controllato che non sia la
videocamera ad avere problemi?
Dovremmo portarla a riparare.»
«Sì, forse», rispose Petra.
Poi calò il silenzio; cosa
insolita, fra loro due. Petra cercò di
scacciar via quella sensazione
sgradevole e disse in tono un po’
troppo vivace: «Be’, curati. Ci
sentiamo».
Quella strana sensazione
l’accompagnò per un po’.

Era venerdì sera e Magdalena e


Nils erano seduti sul divano, sotto
una coperta, divisi da un piatto di
dolci al cioccolato ricoperti di
granella di zucchero.
Nel tardo pomeriggio erano
andati in piscina. Dopo il viaggio in
India il bambino sapeva quasi
nuotare, ormai. Di ritorno a casa si
erano fermati a un chiosco e
avevano comprato due hamburger.
Alla tv un ragazzino giocoliere
pedalava su un monociclo e intanto
prendeva al volo tre palline da
tennis. Quando il numero finì la
regia inquadrò i genitori e la
sorellina che, dietro le quinte,
sorridevano orgogliosi.
«Credi che posso impararlo
anch’io?»
«Se ti eserciti tantissimo sì.»
Magdalena aveva difficoltà a
concentrarsi, ma Nils era totalmente
rapito dal programma. Bevve un
sorso di Coca e lanciò un’occhiata
al portatile aperto accanto a sé.
Un quarto d’ora prima Petter
aveva aggiornato il suo status su
Facebook con «Petter Björkman
non vede l’ora che arrivi domani.»
Magdalena cliccò su Mi piace.
«A Magdalena Hansson piace
questo elemento.»
Farò bene? pensò. Purtroppo era
ancora ben lontana dall’aver
superato lo choc del divorzio. A dir
la verità era solo fuggita
lasciandosi il caos alle spalle,
invece di analizzare le cause e gli
effetti.
Se ripensava all’Epifania di un
anno prima, quando Ludvig le
aveva spiegato con la massima
tranquillità che aveva conosciuto
un’altra e voleva divorziare, si
sentiva ancora male. Lui aveva solo
aspettato che finissero le feste per
darle la stoccata. Nonostante tutto,
avrebbe preferito una bella scenata,
uno sfogo in piena regola; invece
quell’informazione asettica l’aveva
fatta sentire una malata di mente. Le
era sembrato di essere sempre
vissuta in un mondo fantastico, ma
finto, dal quale era stata cacciata in
malo modo.
Perché le aveva fatto tutti quei
regali costosi se poi l’avrebbe
lasciata? Che significato aveva
quell’orologio? Era uno scherzo?
Un brutto tiro che non capiva? La
notte di Natale avevano addirittura
fatto sesso. Senza scintille, certo,
però l’avevano fatto. E due
settimane dopo Ludvig aveva fatto
le valigie e aveva chiamato un taxi.
Magdalena si sentiva rivoltata
come un guanto; la sua vita era stata
rovesciata, capovolta, invertita.
Al solo ricordo le affiorarono le
lacrime agli occhi; si impose di non
mettersi a piangere davanti al figlio.
Be’, dopo che sei caduta ti devi
rimettere in piedi, si disse. Prese
l’ultimo dolce al cioccolato rimasto
e se lo ficcò in bocca tutto intero.
Guardò il profilo del suo
bambino: quella sera era stato
dolce, aperto e loquace. La rabbia
del fine settimana precedente era
passata. Gli accarezzò la testa,
godendo della morbidezza serica
dei capelli, e lui non trasalì, le
lanciò solo un’occhiata e tornò al
suo programma.
Domani farò quella passeggiata,
pensò Magdalena. Non sarà poi
così difficile.

Petra tornò a casa talmente


sfinita che si sarebbe messa a
dormire direttamente sul pavimento
dell’ingresso, ma appena avvertì un
profumo di limone e vide i
pavimenti ancora umidi, il ripiano
della cucina sgombro e pulito e
persino un bouquet di tulipani sul
tavolo le forze le tornarono di
colpo.
Perlomeno continuiamo a
impegnarci, pensò. Tutti e due. Ci
proviamo.
In realtà sarebbe toccato a lei
fare le pulizie e comprare i fiori.
Dopotutto era Lasse quello che
aveva sgobbato di più al lavoro,
negli ultimi tempi, lei si limitava a
trascinarsi in casa alle otto e a
crollare sul divano ogni sera. Certo,
dopo la sfaticata per i regali di
Natale e i saldi di fine anno in
negozio questo periodo era
tranquillo, eppure… Ovviamente
era stanco anche lui. Cercò di
scrollarsi di dosso i sensi di colpa,
ma non ci riuscì.
«Ciao, io vado.»
Petra vide Hannes che si metteva
il giaccone.
«Dove vai?»
«Da Ludde.»
«Adesso dobbiamo mangiare»,
obiettò lei estraendo una teglia di
tacos dal forno.
«Ha detto che posso mangiare
lì.» Il figlio si affacciò alla porta.
«Dieci e mezzo come sempre?»
«Sì, certo. Divertiti.»
Oh, il loro bambino era
diventato così grande! Persa nei
suoi pensieri, non si era nemmeno
accorta che Lasse era entrato in
cucina.
«Be’, allora siamo solo noi
due», constatò lui circondandole la
vita con le braccia.
«Sì», rispose Petra. «Pensa un
po’. Hai sentito Nellie?»
«No.»
«Nemmeno io. Speriamo sia
arrivata.»
«Certo che è arrivata. Doveva
andare solo fino a Karlstad. Un po’
difficile sbagliare strada.»
«Sì, però…» rispose Petra
passandogli la ciotola con
l’insalata. «Puoi metterla sul
tavolo?»
Prese il cellulare accanto al
vaso di tulipani e chiamò Nellie.
Dopo qualche squillo rispose la
segreteria telefonica: «Ciao, sono
Nellie. Non posso rispondere,
lasciate un messaggio dopo il
bip».
«Ciao, tesoro, sono la mamma.
Volevo solo sapere se sei arrivata.
Chiamami, baci.»
Quindi afferrò la teglia bollente
con una mano, la ciotola con i
nachos con l’altra, andò in
soggiorno e posò il tutto sul
tavolino di vetro. Si lasciò cadere
sul divano accanto a Lasse.
Finalmente era arrivato il week
end! Era stanca morta.
Lasse accese un lumino nella
lanterna a forma di palla di neve sul
tavolino e le porse un piatto di
tacos.
Petra gli lanciò un’occhiata
indagatrice.
«Hai mai sentito parlare di un
appartamento-bordello?» gli
domandò.
Lasse la guardò con gli occhi
sbarrati e la bocca piena. «Che
cosa? Qui? A Hagfors?»
Petra annuì.
«La gente non mi racconta certe
cose. Tutti sanno con chi me la
intendo.»
«Già. Quindi non hai mai sentito
queste voci?»
«Neanche una sillaba.»
Petra si sdraiò all’indietro.
Dopo pochi bocconi era già sazia e
di colpo si ricordò perché da tempo
non preparava il piatto preferito di
Lasse: era troppo pesante.
«Come stai?» chiese Lasse.
«Bene. Un po’ stanca.»
«Non mangi più?»
«No, basta così. Vado a
prendere il cellulare», disse
alzandosi in piedi.
Nessuna telefonata persa, nessun
messaggio.
Chiamò di nuovo il numero di
Nellie. Mentre il telefono suonava a
vuoto tornò al divano.
«Ciao, sono Nellie. Non posso
rispondere, lasciate un messaggio
dopo il bip.»
«Ciao, sono ancora la mamma.
Chiamaci così sappiamo che è tutto
a posto. O manda un messaggio. Ti
voglio bene.»
Lasse allontanò da sé il piatto
ripulito.
«Vieni», le disse allargando le
braccia.
Petra si rannicchiò accanto a lui,
appoggiando una guancia sul suo
petto e chiudendo gli occhi. Che
settimana!
A un tratto avvertì la mano di
Lasse che dalla spalla scendeva
lungo la schiena e si infilava sotto il
maglione.
«Scusami, ma non me la sento.
Non stasera.»
La mano si bloccò.
«Domani, te lo prometto»,
mormorò contro la sua maglietta.
Lasse non rispose. In compenso
Petra vide che cambiò canale alla
tv.
Tre minuti dopo si era
addormentata.
FINALMENTE arrivò il giorno in cui
Leonardo ci venne a prendere.
Avevo lavato e stirato i vestiti
ripiegandoli nella valigia il più
attentamente possibile. Sopra
avevo messo il dépliant. Ana era
rimasta in silenzio per tutta la
mattina e mi dispiaceva da morire,
ma nemmeno la sua inquietudine
poteva rovinare le mie aspettative.
L’auto di Leonardo non era
bella come mi ero aspettata. Non
era arrugginita, ma piuttosto
piccola e la vernice non brillava
affatto. Inoltre era arancione, un
colore orribile.
Dopo che ci fummo sedute sui
sedili posteriori Leonardo tirò
fuori i nostri passaporti dal
cruscotto e ce li mostrò. Io pensai
di essere riuscita bene, ma come al
solito Ana era la più bella, con i
riccioli. Avrei voluto guardarli
ancora un po’, ma Leonardo – che
in realtà, come ho già detto, aveva
un altro nome, ma non me lo sono
mai ricordato – li rimise via
dicendo che era meglio così.
Appena lasciammo Chişinâu
iniziai a sentirmi male. La
macchina sapeva di fumo e il sole
batteva contro i vetri. Ana era un
po’ più all’ombra, ma anche lei
era pallida.
Abbiamo viaggiato a lungo, per
tutto il giorno e tutta la sera.
Quando ci venne fame Leonardo si
fermò a un benzinaio dove ci
comprò una Coca-Cola ciascuna.
Ancora non riesco a bere la Coca
senza sentirmi male.
In tarda serata giungemmo al
confine polacco.
Lì ci stava aspettando un’altra
auto. Leonardo ci disse di
attendere e scese. Lo vedemmo
parlare a lungo con due uomini,
fumavano e ridevano. Poi lui tornò
e disse che era venuto il momento.
Aprì il cruscotto per prendere i
passaporti, ma invece di darli a
noi li diede a uno dei due uomini.
Allora non sapevamo come si
chiamava, ma ora lo so.
Kosta.
17

IL sole di gennaio riuscì a insinuarsi


fra la cappa di nuvole proprio nel
momento in cui Magdalena cercò di
abbracciare Nils fuori dalla casa di
Melvin.
«Smettila», sibilò lui sgusciando
via dalla sua stretta.
Magdalena sorrise
all’improvvisa trasformazione da
bimbo coccolone quando era con
lei a ragazzino grande e tosto
quando era con il suo amico.
«Ci vediamo dopo», disse, ma i
due amichetti, ben coperti dalle
giacche imbottite, non la sentirono
neanche; erano già indaffaratissimi
a costruire il loro nuovo igloo nel
giardino di Melvin.
Salutò Gunvor, affacciata alla
finestra della cucina, dall’altra
parte della strada, e si incamminò.
La neve brillava alla luce
improvvisa del sole e presto l’aria
che respirava non fu più glaciale,
ma fresca e piacevole.
In cosa mi sono cacciata? pensò.
Poi accantonò quel dilemma. Non
me ne importa. Voglio farlo.
Quando arrivò al ponte vide
Petter, proprio come le aveva detto,
chino sulla balaustra con una giacca
a vento verde, jeans e stivali di
cuoio. I capelli scuri spuntavano da
sotto il cappello.
Era così bello!
«Ciao», lo salutò.
«Ciao… Andiamo?»
Magdalena annuì e cominciarono
a passeggiare lungo la strada stretta.
Lei osservò quel profilo che
conosceva così bene. Il tempo
aveva scavato delle piccole rughe
attorno ai suoi occhi, ma per il resto
non era cambiato, era sempre lo
stesso.
Camminarono qualche istante in
silenzio, l’uno accanto all’altra.
«Perché sei tornata qui?» le
domandò Petter. «Credevo non
l’avresti mai fatto.»
«Nemmeno io, se devo essere
sincera. Ma quando si sta via per un
po’ si riesce ad apprezzare le cose
che si avevano un tempo. A
Stoccolma c’erano troppi stimoli;
troppa dispersione, per certi versi.
Si perde il proprio obiettivo con
facilità. Si smarriscono le cose
importanti.»
Petter ridacchiò.
«Caspita, parli come un libro
stampato.»
Magdalena si era accorta di
quanto suonassero pompose quelle
parole nella sua bocca, eppure non
era riuscita a fermarsi.
«Ci si adatta all’ambiente.»
«Non intendevo criticarti. Mi
sembra solo strano, ecco.»
Le nubi si erano diradate del
tutto e il sole splendeva fra gli
alberi, che proiettavano la propria
ombra sulla strada appena spalata.
«Che slitta!» esclamò Petter
indicandone una di passaggio.
«Dio, mi ricordo l’ultima volta
che ci sono andata! Nils non ha mai
provato a salire su una di quelle, a
spinta.»
«Davvero? Allora devi
comprargliene una. Tra l’altro
dovrei averne ancora una delle
ragazze, a casa. Posso dare
un’occhiata.»
Quando la prese per mano
Magdalena avvertì il calore
attraverso il guanto.
«Allora, avete divorziato…»
riprese lui cambiando argomento.
Magdalena tentò di non pensare
a quel contatto, ma era difficile.
«Sì, abbiamo divorziato. Lo
scorso inverno. Però non me la
sento ancora di parlarne. È stato
troppo difficile.»
«Ti capisco. Io e Malin ci siamo
lasciati quattro anni fa… quasi
cinque. Le ragazze adesso l’hanno
superata. Nils come l’ha presa?»
«Il peggio è stato quando
abbiamo cambiato casa. Ha dovuto
allontanarsi dai suoi amici,
cambiare asilo e… be’, è stata dura
per lui. Per entrambi.»
«E ora? Gli piace Hagfors?»
«Alti e bassi. A volte gli manca
tantissimo il padre, ma rispetto allo
scorso autunno è davvero un altro,
molto più allegro. Lo vedo appena,
non fa altro che giocare.»
Si stavano avvicinando a un
agglomerato di edifici vicino a
Hagälven quando all’improvviso
Petter si fermò sul ciglio della
strada. Poi si chinò in avanti e la
baciò piano, con timidezza, come se
fosse la prima volta. Magdalena si
avvicinò di più e gli cinse il collo
con le braccia.
Era avvenuto nel modo più
naturale. Le cose dovevano andare
proprio così.
«Voglio vederti», le confidò
Petter sfilandosi i guanti.
Poi le prese il viso fra le mani e
l’accarezzò dolcemente sulle
sopracciglia, le tempie, i capelli.
«Stai piangendo», disse
stringendola a sé.
Magdalena scomparve nel suo
abbraccio e chiuse gli occhi
abbandonandosi contro di lui.
«Non sopporterei un altro
tradimento», sussurrò. «Morirei.»

Ansioso come sempre, Roy


aveva preso il comando sul sentiero
per le motoslitte dimenando la coda
da una parte all’altra. Petra aveva
sperato che una lunga passeggiata
l’avrebbe distratta un po’. Nellie
non si era fatta viva; era già tarda
mattinata e cominciava a
preoccuparsi seriamente. Non era
affatto da lei.
Sarebbe stato più logico se fosse
stato Hannes a perdere il cellulare
o a dimenticare il caricabatterie.
Lui aveva sempre la testa tra le
nuvole; non era proprio pigro, ma
sbadato e un po’ noncurante. Aveva
già avuto, pur così giovane, la sua
buona dose di sfortuna. A un anno e
mezzo aveva sviluppato una forma
di asma, poi era stata la volta
dell’allergia e degli eczemi da
curare mattina e sera. Per un po’
avevano anche creduto che fosse
allergico al pelo degli animali, ma
per fortuna non era così. Aveva
dovuto smettere di giocare a
hockey, con grande rammarico di
Lasse; inoltre non aveva nessun
talento per lo sci né alcun istinto di
competizione.
Negli ultimi anni si era fatto
diversi amici, ma a quanto pareva
si divertiva di più quando stava in
camera sua a suonare la chitarra.
Chissà da dove gli era venuto
l’interesse per la musica!
Nellie invece era di tutt’altra
pasta, pensò Petra: senza dubbi e
sicura di sé fin dall’inizio, certa che
il mondo le volesse bene.
Roy zigzagò davanti a lei,
sembrava aver fiutato qualche
animale; a qualche metro di
distanza si vedevano delle impronte
di alce. Petra lo afferrò saldamente
per il guinzaglio, fermandolo.
«No, Roy. Fermo», disse tirando
a sé il cane che si era messo ad
abbaiare come un forsennato.
Quando finalmente si calmò e
tacque, Petra cercò di godersi il
silenzio e il sole, ma l’ansia la
logorava.
Presto Nellie si sveglierà e si
accorgerà che il cellulare è scarico,
così chiamerà e sarà un sabato
qualsiasi, pensò. Sarà stanca e
sembrerà indifferente o irritata, lo
so, ma io non ci farò caso, sarò
contenta e basta. E poi quando
sentirà che sono di buon umore e
che ascolto quel che ha da dire si
addolcirà e mi racconterà cos’ha
fatto ieri sera.
Estrasse di nuovo il cellulare
dalla giacca, visualizzò il numero
della figlia – quante volte l’aveva
fatto? – e la chiamò. Il telefono era
ancora staccato.
«Ti prego, Nellie, chiamami.»
Prima di aprire la porta di casa
Petra scrollò la neve dagli stivali
sul gradino più alto della scala. In
realtà non voleva entrare, ma la
temperatura era calata e sia Roy sia
lei erano piuttosto stanchi dopo la
camminata di due ore.
Tolse il guinzaglio al cane, lo
appese a un gancio accanto alla
porta e seguì l’animale che andava
in cucina a bere.
«Abbiamo fatto un bel giro, eh?»
gli disse quando tornò indietro per
mettersi comodo nella sua cuccia in
un angolo dell’ingresso.
Roy rispose con un sospiro
soddisfatto e chiuse gli occhi.
Lasse stava leggendo
l’Aftonbladet al tavolo della
cucina. Petra lo raggiunse e lo
accarezzò sulla schiena.
«Cos’è successo nel mondo?»
gli domando sistemando l’etichetta
che sbucava dalla sua T-shirt.
Lasse borbottò un «Niente di
che», e girò pagina.
«Non ha chiamato, Nellie?»
continuò lei nel tono più
disinteressato possibile.
Lasse scosse il capo.
Non mi dice di stare tranquilla,
pensò. È preoccupato anche lui, ma
fa finta di niente per non
allarmarmi.
Quella scoperta la terrorizzò.

Nils si allungò sul tavolo per


prendere tre cucchiaiate colme di
mais che versò sul suo piatto di
tacos. E poi i pomodori, che
l’aveva aiutata a tagliare a pezzetti.
Era al terzo bis ed era ancora
affamato. L’aria fresca gli faceva
venire appetito.
Magdalena invece era riuscita a
mandar giù solo qualche boccone;
sentiva ancora il sapore di Petter
sulle labbra e la sua barba sulle
guance.
«Mamma!»
«Che c’è?»
«Non mi ascolti.»
«Scusami, tesoro. Che cosa stavi
dicendo?»
«La salsa al formaggio è finita.
Ce n’è ancora?»
Magdalena si alzò per
controllare in frigorifero.
«Eccola qui», disse prendendo
un barattolo nuovo dal frigorifero;
gli tolse il coperchio e glielo porse.
Il cellulare sul tavolo squillò.
Magdalena lo prese, sicura che
fosse un altro messaggio di Petter.
Il numero sul display, però, le era
ignoto.
«Non intrometterti in cose che
non ti riguardano. Sappiamo dove
abitate tu e il tuo cinesino. Ti
avvertiamo una sola volta.»
Magdalena si allarmò così tanto
che le vennero le vertigini. Si
lasciò cadere sulla sedia e fece del
proprio meglio per nascondere lo
choc a Nils.
«Chi era, mamma?»
«Oh, nessuno, tesoro. Niente di
importante.»

Petra prese una maglietta bianca


pulita, la piegò e la ripose sulla
pila di Lasse. La montagna di roba
da lavare però era ancora alta e
sembrava non diminuire mai. Il
bucato è il mio unico hobby, pensò.
Quante ore trascorro qui ogni
settimana?
Oltre al ritmico sciacquio della
lavatrice udiva il vociare della tv in
soggiorno. A un tratto Lasse fu sulla
soglia, vestito con una tuta blu e le
pantofole.
«Vuoi davvero passare il sabato
sera a piegare il bucato?»
«E quando lo dovrei fare? Vedi
anche tu com’è la situazione!»
Il tono fu molto più duro di
quanto intendesse.
«Cosa vuoi dire? Che io non
faccio niente? Preparo la cena quasi
tutti i giorni. Faccio la spesa e le
pulizie. Avevi promesso di
lavorare di meno, ma nessuno in
questa casa l’ha notato. Anch’io ho
un lavoro, se ben ricordi. Non così
fantastico e importante come il tuo,
forse, ma il sabato sera se permetti
voglio riposarmi. Se ti diverti a
fare la martire, comunque, fai
pure.»
Prima che Petra potesse
rispondere se n’era già andato.
Agguantò un paio di jeans e li
fece schioccare con rabbia.
Cazzo!
Quando entrò in camera Lasse
aveva già spento la luce ed era a
letto girato su un fianco, ma dal
respiro Petra capì che non stava
dormendo. Si spogliò e lanciò i
vestiti sulla sedia accanto al
comodino senza accendere l’abat-
jour. Appoggiò il telefono accanto
alla radiosveglia e si infilò sotto le
coperte avvicinandosi al marito.
«Perdonami», disse
abbracciandolo. «So quanto fai per
questa casa, e te ne sono grata. Non
so cosa mi è preso prima, ma sono
davvero preoccupata per Nellie.»
Si strinse a lui e iniziò ad
accarezzarlo piano sul petto.
«Lasse… Scusami.»
Finalmente lui si voltò.
«Anch’io sono preoccupato.
Forse è per questo che me la sono
presa tanto.»
Petra non aveva osato porre
quella domanda per tutto il giorno,
non aveva avuto il coraggio di dar
corpo alla sua angoscia perché
temeva che suo marito non sarebbe
stato in grado di tranquillizzarla.
«Perché non si fa sentire?»
domandò.
«Vorrei saperlo. È strano»,
rispose lui.
Lasse posò una mano sulla sua
guancia e lentamente le accarezzò il
collo, la spalla e il seno chinandosi
in avanti per baciarla.
Petra si stupì del proprio
desiderio, della rapidità con cui la
carica si liberò. Era come se la sua
inquietudine avesse solo bisogno di
cambiare frequenza.

Quando Nils si fu addormentato


Magdalena passò da una stanza
all’altra per abbassare tutte le
veneziane e infine controllò che la
porta di casa fosse chiusa a dovere.
Di colpo si accorse di quanto fosse
poco sicura, con quelle tre
finestrelle colorate. Per entrare,
bastava semplicemente rompere il
vetro e scavalcare. Anche la
finestra della cantina era molto
facile da aprire, pensò.
Non aveva mai avuto paura del
buio a casa sua, ma adesso quelle
macabre fantasie la perseguitavano.
L’adrenalina le causò un dolore
fisico in tutto il corpo.
Rilesse il messaggio. «Non
intrometterti in cose che non ti
riguardano. Sappiamo dove
abitate tu e il tuo cinesino. Ti
avvertiamo una sola volta.»
Si sedette sul divano con il
portatile in grembo e si avvolse le
spalle con una coperta. Anche se
sapeva quanto fosse inutile, andò su
Eniro e scrisse il numero del
cellulare da cui era stato spedito il
messaggio.
«La sua ricerca non ha prodotto
risultati.»
Su hitta.se fu lo stesso.
«Nessun risultato trovato.»
Dovrei fare subito una denuncia,
concluse tra sé e sé.
A un tratto in un angolo dello
schermo lampeggiò una finestra.
«Nuovo messaggio da Petter.»
Magdalena entrò in Facebook e
nel riquadro della chat in basso a
destra trovò un breve: «Ciao…»
Lei si affrettò a digitare:
«Ciaociao.»
In attesa della risposta si
mangiucchiò l’unghia dell’indice.
«Cosa stai facendo?»
Sto guardando la portafinestra
terrorizzata e penso a quanto sia
semplice rompere il vetro.
Infine scrisse: «Niente di
particolare. Nils dorme. Abbiamo
visto Survivor. Tu?»
La replica fu immediata.
«Quasi lo stesso, qui. Grazie
della passeggiata. Mi fai davvero
felice.»
Magdalena avvertì di nuovo la
vampata di calore. La finestra
lampeggiava in attesa di una sua
risposta.
È pericoloso. Non so se…
«Ho paura.»
«Di me?»
«Delle mie sensazioni. Sono
così dannatamente vulnerabile, non
mi fido più di nessuno.»
«Ci prenderemo cura l’uno
dell’altra. Vuoi?»
La finestra lampeggiava.
Prima che lei riuscisse a
scrivere, Petter aggiunse: «Non sai
quanto mi sei mancata quando sei
andata via. Era così sbagliato…»
Magdalena ricordava la
solitudine in quello sgangherato
appartamento in subaffitto a
Gullmarsplan, a Stoccolma,
l’inutilità e l’insensatezza che
provava nell’oscurità, quando
l’ansia la svegliava di notte.
Ricordava tutte le ore vuote dopo il
lavoro, quei fine settimana che non
finivano mai. Anche allora sono
scappata, proprio come adesso,
pensò.
«Sei lì?»
«Certo. Sono qui.»
«Ho scritto una scemenza?»
«No, no. Non lo so. È tutto
troppo veloce. Forse non posso…»
Magdalena non terminò la frase.
Si scollegò, chiuse il portatile e si
rannicchiò sotto la coperta.
18

PETRA si alzò dal letto e raggiunse a


tentoni la sedia ricoperta di vestiti.
Si infilò la maglietta del giorno
prima, prese i jeans, la felpa di pile
e il cellulare sottobraccio e uscì
dalla stanza in punta di piedi.
Cercando di non far rumore
chiuse la porta dietro di sé.
Non erano nemmeno le cinque e
mezzo, ma aveva avuto uno strano
sussulto, come se fosse stata
svegliata da qualcosa. Il cuore le
martellava nel petto. Se prendo un
po’ d’aria fresca forse mi passa,
pensò infilandosi felpa e pantaloni.
All’ingresso le andò incontro
Roy, barcollante e assonnato.
«Facciamo una passeggiata?»
Il cane, non ancora del tutto
sveglio, dimenò la coda lentamente.
«Prendo solo le calze.»
Andò in lavanderia, tirò fuori un
paio di calze dal mucchio e, quando
tornò, Roy era pronto nell’ingresso
in trepidante attesa.
Fuori tutto era avvolto dal
silenzio, nessuna casa mostrava
segni di attività.
Sarebbe stato bello andare a
passeggiare di nuovo nel bosco, ma
era ancora buio pesto, perciò
restarono sulle strade illuminate.
Quella notte non aveva dormito
sul serio; piuttosto, aveva fluttuato
in uno strano dormiveglia. L’ultima
volta che aveva guardato l’orologio
era stato poco dopo le tre. Benché
sapesse che il suono di un sms
l’avrebbe svegliata, la prima cosa
che fece quando aprì gli occhi fu
allungare un braccio per prendere il
cellulare. Ma no, ancora niente.
Illusioni, pensò. Devo scrollarmi
di dosso il lavoro, con l’omicidio e
Hedda Losjö. Non rispondere al
telefono non significa essere
scomparsi. O morti.
Sì, però dov’era finita Nellie?

Il sole mattutino rendeva la neve


così accecante che Hanna Wiik fu
costretta a socchiudere gli occhi. I
segni irregolari degli sci di suo
padre erano quasi invisibili.
«Aspettami, papà!» gridò. «Non
riesco nemmeno a vedere.»
«Tra poco andrà meglio, gli
occhi si abitueranno», rispose lui
da qualche parte più avanti, zaino in
spalla, circondato dal bianco.
«Appena entriamo nel bosco ci sarà
più ombra.»
Hanna riuscì ad abbozzare alcuni
passi incerti e presto lo raggiunse
di nuovo. Continuarono oltre il
torrente, lui davanti e lei dietro.
Aveva sognato quella gita per tutta
la settimana. Da sola con papà,
senza nessun fratellino che urlava
selvaggiamente attorno a loro.
Quando arrivarono a un pendio che
digradava lentamente verso il bosco
iniziò a usare i bastoncini. La neve
era ottima e lei non era per niente
stanca, anzi scivolava leggera.
Suo padre attraversò il fossato e
si inoltrò fra le enormi betulle.
Hanna amava quella parte di bosco.
In primavera fra gli alberi cresceva
un’erba folta, di un verde brillante,
che d’estate le pecore brucavano.
«Dici che riusciamo a prendere
qualche pesce?» le chiese suo
padre da sopra una spalla.
«Io ne voglio almeno uno
piccolo da dare a Musino quando
torniamo a casa», rispose lei.
«Gli piacerà, a quel
cicciottello.»
«Non è grasso!»
«Sì, sì… fra poco dovremo
metterlo a dieta, se continua così»,
la stuzzicò suo padre.
Proseguirono nel bosco. Le
betulle avevano lasciato il posto a
cupi, immensi pini dalle chiome
ondeggianti. No, ad Hanna non
piaceva per niente stare lì. Per
fortuna c’era papà. Nel caso
arrivassero i lupi.
«Vai troppo veloce», gli gridò.
«Aspettami!»
C’erano i lupi, lo sapeva. Certo
accadeva di rado che si
avvicinassero agli uomini, ma
all’inizio dell’autunno avevano
udito degli ululati per tre sere
consecutive.
«Hanno più paura loro di te che
tu di loro», aveva cercato di
tranquillizzarla la mamma.
Lei di solito non mentiva mai,
ma Hanna era comunque
terrorizzata. Spingendosi in avanti
si guardò attorno preoccupata. Le
pietre e le scure radici che
fuoriuscivano dalla neve parevano
strani esseri animati. Sotto la tuta il
cuore le martellava nel petto.
Finalmente fra gli alberi si
intravide il lago. Suo padre aveva
già raggiunto l’ultima collinetta che
digradava verso lo specchio
d’acqua ghiacciato.
«Aspettami!» lo invocò di nuovo
ad alta voce.
Lui si fermò e l’aspettò.
«È così ripido», disse Hanna
abbassando gli occhi.
«Ce la farai. Cerca solo di
tenere le ginocchia morbide e
flessibili», le suggerì il padre
sparendo giù dalla collina.
Hanna si fece coraggio. Sì,
l’aveva già fatto in passato, doveva
solo seguire le sue tracce.
«Uno, due, tre», contò prima di
lanciarsi.
La velocità le fece lacrimare gli
occhi.
«Piega le ginocchia, Hanna!»
urlò il padre, ma ormai era troppo
tardi.
Un piccolo ceppo al centro della
pista le fece perdere l’equilibrio e
all’improvviso si ritrovò lunga e
distesa. Quando cercò di rimettersi
in piedi notò che aveva perso un
guanto.
«Ho perso un guanto! Vieni ad
aiutarmi, non riesco a trovarlo.»
«Sì, che riesci», la incoraggiò il
padre.
Hanna scandagliò freneticamente
la neve intorno a sé alla ricerca del
guanto, e alla fine lo trovò. Però
c’era anche qualcos’altro. Che
cos’era quella cosa che spuntava?...
Una sciarpa?
La tirò piano. Quando vide un
orecchio livido gridò con tutto il
fiato che aveva in gola.
19

PETRA posò due tazze di caffè sulla


tovaglietta pulita e stirata che aveva
steso sul tavolo della cucina. Lasse,
seduto sulla cassapanca, la seguiva
con lo sguardo.
«A che ora doveva arrivare il
suo pullman?»
«Alle cinque e trentacinque»,
rispose lei versando il caffè.
Hannes si trascinò in cucina e
aprì il frigorifero senza salutare.
«Vuoi mangiare qualcosa?» gli
domandò Petra riponendo la
caraffa.
«No.»
Dopo un lungo e approfondito
studio del frigorifero Hannes
estrasse burro e formaggio e si
preparò quattro tramezzini che si
portò in camera sua.
A un tratto dal cellulare di Petra
giunse la melodia dei Dire Straits,
la sua suoneria. Si alzò come una
molla e corse all’ingresso per
prenderlo dalla tasca della giacca
dove l’aveva lasciato dopo la
passeggiata mattutina.
«Ma porca miseria!» borbottò
frugando fra sacchetti neri per la
cacca di Roy e croccantini.
Non fece in tempo a rispondere.
Vide che era stato Sven Munther a
chiamarla e che aveva lasciato un
messaggio in segreteria.
«Ciao, Petra. Scusa se ti
disturbo nel week end, ma ti devo
chiedere di venire qui. È stata
trovata una ragazza nel bosco fuori
Gustavsfors. Sembra sia stata
assassinata. Ho chiamato anche
Folke Dag och Natt, o Natt och Dag
o come cavolo si chiama… Puoi
venire con lui. Io e Bratt siamo già
sul posto.»
Petra raggelò.
No, non può essere... Signore,
dimmi che non è vero!
Folke Natt och Dag era in piedi
fuori dalla stazione di polizia in
Dalavägen con un’aria quasi
allegra. In casi normali Petra non
avrebbe avuto nulla da ridire – non
doveva essere divertente passare il
fine settimana da soli ad Hagfors –,
ma in quel momento lo trovò
irritante.
Il giovanotto aprì la portiera del
passeggero e si sedette piegando le
lunghe gambe.
«È lontano?» si informò mentre
lei procedeva sulla fila di dossi.
«Non molto. Circa tre chilometri
a nord. Non so dove l’abbiano
trovata di preciso, quindi appena
saremo nei paraggi sarà meglio
chiamare Munther o Bratt.»
«Non credevo che questo
distretto fosse così movimentato»,
disse Folke. «Pensavo di diventare
un esperto di furti nelle case estive
e di multe per eccesso di velocità,
non di finire in due indagini per
omicidio nel giro di poche
settimane.»
Sta dicendo cose normalissime,
pensò Petra, non ho alcun diritto di
prendermela.
«Guarda, è insolito anche per
noi, come forse ti sarai accorto.»
Normalmente Petra si prendeva
cura degli aspiranti poliziotto,
elargiva consigli e cercava di farli
sentire a casa, ma l’omicidio della
ragazza nella cantina, la scomparsa
di Hedda Losjö e gli appostamenti
al bordello l’avevano assorbita
completamente e si accorse di aver
appena scambiato qualche battuta
con Folke, da quando era arrivato,
così cercò di reprimere i suoi
pensieri raccapriccianti e di
scambiare almeno quattro
chiacchiere fra colleghi.
«Dove abiti?» si informò.
«Ho un bilocale in
Tranebergsvägen. Proprio lì,
guarda...» e indicò un condominio a
tre piani a sinistra.
«Zona carina», commentò Petra.
«Conosci qualcuno, qui?»
Folke ridacchiò.
«No, nessuno. Un compagno di
corso sta facendo il tirocinio a
Karlstad e avevamo pensato di
vederci una volta, ma siamo troppo
distanti. Così passo un sacco di
tempo davanti al computer.»
Superarono Geijersholm e
svoltarono verso Gustavsfors. Ai
lati della strada alcuni abeti morti e
ingrigiti si ergevano come antenne
sull’area disboscata.
«Perché hanno lasciato questi
orribili alberi?» domandò Folke
indicandoli. «Sono davvero
deprimenti.»
«Ho sentito che è per gli uccelli.
Molte specie costruiscono i nidi
solo sugli alberi morti.»
Petra sperava che Folke
continuasse a parlare, di qualsiasi
cosa, affinché il silenzio non
diventasse insostenibile. A un tratto
notò con la coda dell’occhio che lui
stava fissando le sue mani strette
attorno al volante. Le nocche erano
quasi bianche.
«Tutto okay?» indagò.
Petra inspirò a lungo.
«Mia figlia di diciassette anni
doveva andare da un’amica a
Karlstad, ma non la sentiamo da
venerdì. So che sembra ridicolo,
ma dopo la ragazza nella cantina,
ecco… Be’, si diventa paranoici,
con una figlia di quell’età.»
Folke annuì.
«Cerca di non angosciarti», la
consolò in tono partecipe.
Petra dimenticò di rallentare a
un bivio insidioso e l’auto sbandò
in modo preoccupante verso il
ciglio destro della strada.
Quando entrarono nel paese
videro le auto della polizia fuori da
uno spaccio dismesso. Urban Bratt
li stava aspettando lì.
«Seguitemi, vi faccio strada»,
disse. «Sono quattro o cinque
chilometri circa. Abbastanza vicino
al posto dove era stata trovata
l’altra ragazza. Vi avviso già che
non sarà un bello spettacolo.»
Petra chiuse gli occhi.

Petra avanzò nella neve


profonda dietro Folke e Urban. Fra
gli alberi si era già creato un
piccolo sentiero. Dopo circa
cinquecento metri si intravidero i
nastri a righe della polizia. Si
sentiva esausta, aveva le gambe
molli; le sembrava di non riuscire
neanche a stare in piedi.
Folke si voltò.
«Come va?» disse.
«Tutto okay.»
Cercò di tenere la respirazione
sotto controllo, ma l’apprendista
poliziotto continuava a guardarla
preoccupato.
Oltre i nastri c’erano due tecnici
di Torsby chini su qualcosa che
assomigliava a un ammasso scuro e
sformato di vestiti. Sven Munther
alzò la mano in uno stanco segno di
saluto e andò loro incontro.
Non ce la faccio, pensò Petra.
Non ce la faccio.
Si avvicinò lentamente a quel
cumulo infagottato e alle schiene
chine degli uomini ignorando gli
sguardi di Folke.
A cinque, sei metri di distanza
uno dei tecnici si spostò. Stesa a
terra non c’era una persona, ma un
cadavere. Al posto del volto
c’erano solo lembi di carne
ghiacciati. Era possibile
individuare un orecchio e delle
ciocche di capelli insanguinati.
Capelli castano chiaro, non
verde fosforescente.
Petra si accasciò sulla neve in
ginocchio. Non si accorse nemmeno
delle mani di Folke sulle sue spalle.
«È lei?»
«No», disse Petra. Poi scoppiò
in singhiozzi.
Munther li raggiunse, la fronte
solcata da una ruga di
preoccupazione.
«Che c’è, Wilander?»
Petra si asciugò gli occhi con un
guanto, imbarazzata. Non si era mai
lasciata andare così su un luogo del
crimine.
«Cre… credevo fosse mia
figlia…» farfugliò cercando di
alzarsi, ma le gambe non la ressero.
«Non la sentiamo da due giorni.»
«Perché non me l’hai detto? Se
l’avessi saputo non ti avrei
chiamata.»
Petra cercò di fermare le
lacrime. Si vergognava come una
ladra, a restare inginocchiata a
piangere come una bambina davanti
al suo capo.
«Il lavoro è lavoro», sentenziò
infine, e grazie all’aiuto di Folke
riuscì a rialzarsi in piedi.
«Può darsi, ma ti ordino di
prenderti una giornata di permesso.
Va’ a casa e cerca di metterti in
contatto con tua figlia. Ci vediamo
domani.»
Munther si voltò verso Folke.
«Accompagnala, poi torna qui
subito.»
Il giovane annuì.
«Grazie», sussurrò Petra.
Munther la guardò e sorrise.
«Sta’ tranquilla. Vedrai: andrà
tutto bene.»
Petra e Folke si fecero strada in
silenzio nella neve lasciandosi alle
spalle i periti intenti a illuminare la
scena del crimine. Fra gli alberi
stava già calando il buio. Un
centinaio di metri più avanti
incontrarono Linus Saxberg del
Länstidningen. Aprì la bocca per
parlare, ma la richiuse subito
notando che c’era qualcosa di
strano.
Dopo mi vergognerò vedendo
che è morta la figlia di qualcun
altro e non la mia, pensò Petra, e un
giorno arriverà la mia punizione,
ma per adesso riesco solo a
sentirmi sollevata.

Il delizioso profumo delle


focaccine impregnava la cucina.
Quando il telefono squillò Gunvor
posò la ciotola con le uova sbattute
sul tavolo e dopo essersi asciugata
le mani nel grembiule sollevò il
ricevitore.
«Berglund.»
«Ciao, sono Christer. Papà è in
casa?»
«Sì, sta leggendo il giornale.
Aspetta.»
Gunvor appoggiò il telefono sul
davanzale e andò a chiamare il
marito. «Bengt, c’è Christer al
telefono. Rispondi da lì?»
«Sì.»
La donna tornò in cucina e
riappese il ricevitore.
Com’era strano, suo figlio,
aveva la voce impastata e il fiato
corto. Sarà malato? si domandò
tornando a spennellare le due
focaccine alla cannella a forma di
ghirlanda. «Faccio un salto da
Christer», l’avvisò Bengt
dall’ingresso.
«Portagli il suo bucato, è in una
borsa in lavanderia.»
Mentre il marito scendeva le
scale Gunvor infornò l’ultima teglia
e infilò una delle ghirlande già
raffreddate in un sacchetto che
porse al marito quando risalì.
«Prendi anche questo e dagli un
bacio da parte mia.»
Quando Bengt fece per prendere
la chiave della macchina accanto
alla porta, vide una chiave che non
conosceva.
«Di chi è?» domandò
indicandola.
«Di Magda. Voleva che la
tenessimo noi.»
Lui la riappese. «È andata via?»
chiese.
«No, non credo. Voleva solo che
ce l’avessimo. Sai, in caso di
imprevisti. Di sicuro anche se sta
via molto non dovremo innaffiarle
le piante: non ne ha. Non ha
neanche le tende, se è per questo.
Non è un po’ strano?»
«Non avrà ancora avuto tempo»,
rispose Bengt mentre con la borsa
del bucato in una mano e quella con
il dolce nell’altra cercava di aprire
la porta. «Non ti deve importare di
quello che ha o non ha la gente a
casa sua. Ciao.»
Come, non ti deve importare,
pensò Gunvor. Magda poteva fare
quello che voleva, ma quella casa
sembrava quasi disabitata.

Quando Petra entrò in cucina


Lasse alzò gli occhi dal giornale,
stupito.
«Sei già tornata? Non ti senti
bene?»
Lei si lasciò cadere sulla
cassapanca senza neanche togliersi
la giacca.
«Non ce l’ho fatta. C’era una
ragazzina, nella neve, mezza
mangiata da qualche animale. Non
potevo. Comunque non era Nellie.»
Si prese la fronte fra le mani,
chiuse gli occhi.
«Credevi davvero fosse lei?»
«Cosa dovevo pensare?»
Si sentiva svuotata di ogni
energia. Il solo restare lì seduta e
cercare di tenersi dritta le costava
fatica.
A quel punto squillò il suo
cellulare.
Petra lo cercò freneticamente
nella tasca della giacca. Lo trovò…
Era Nellie!
Appena udì il tono rilassato
della figlia il sollievo si tramutò in
rabbia.
«Dove cavolo sei stata in questi
giorni?» urlò.
«Ma…»
«Non capisci quanto eravamo
preoccupati, io e papà? Possibile
che non te ne rendi conto? Oggi
hanno trovato una ragazza morta nel
bosco… e io pensavo fossi tu! Sono
andata lì credendo che avrei trovato
te, nella neve!»
«Ma mamma, il
caricabatterie…»
«Sta’ zitta! Potevi chiamare con
qualche altro telefono, no? Da te
non me lo sarei mai aspettato,
Nellie. Non farsi sentire per tutto il
fine settimana!»
Solo quando sentì i singhiozzi
all’altro capo riuscì a calmarsi.
«Tesoro, scusami. Ho avuto così
tanta paura!… Sei sul pullman,
adesso?»
«Sì. Mi viene a prendere
qualcuno?»
«Viene papà. Ne parliamo
dopo.»
Lasse, che aveva sentito tutto, la
fissò.
«Deficiente di una ragazzina!»
borbottò Petra posando il cellulare
sul tavolo. «Mi farà morire, un
giorno o l’altro.»
Poi si abbandonò a un pianto
liberatorio.

Quando sentì il campanello


Christer trasalì. Era già arrivato?
Alzandosi per andare ad aprire si
sentì cogliere dalla nausea.
Bengt, una borsa in una mano e
un sacchetto nell’altra, lo guardò
sorpreso dal pianerottolo.
«Sei malato?»
«Non sto tanto bene, ma non so
se sono ammalato. Niente di
contagioso, comunque», rispose lui.
«Ti serve qualcosa? Era per
questo che mi volevi qui?»
Bengt si tolse gli stivali sullo
zerbino e lo seguì.
Christer tornò a sedersi sulla
sedia dove era rimasto tutto il
giorno a fissare le montagne. Il
padre lo guardò, poi prese una
sedia e gli si sedette di fronte.
«È successo qualcosa? Mi stai
facendo preoccupare.»
Christer non rispose, si limitò a
spostare il barattolo di medicine sul
tavolo come una pedina sulla
scacchiera.
«Be’? È la mia medicina»,
sbottò Bengt prendendolo in mano.
Vedendo che suo figlio non
parlava Bengt era perplesso.
«Allora?»
Christer prese un lungo respiro.
«Sai dove l’ho trovato?»
«Non ne ho idea.»
«Nel locale rifiuti di un
condominio in Abbortorpsvägen.»
Bengt lanciò una rapida occhiata
fuori dalla finestra e poi di nuovo al
barattolo. Per un istante parve quasi
volesse scagliarlo via, poi lo
strinse nella mano. Un violento
rossore gli si diffuse su tutto il
collo.
«Stiamo tenendo sotto controllo
un appartamento perché sospettiamo
sia un bordello», spiegò piano
Christer. «Quel barattolo era in un
sacchetto insieme con un mucchio
di preservativi usati. Non ci sono
dubbi, quindi. Almeno non per me.
E di sicuro nemmeno per un
pubblico ministero.»
Bengt aprì la bocca per dire
qualcosa, ma poi restò in silenzio.
«Ho commesso un reato,
sottraendo quella prova. Lo sai,
vero? Se lo scoprono faccio una
brutta fine.» Chiuse gli occhi.
«Sono così schifato! Da quando ho
scoperto quel barattolo, non riesco
più a chiudere occhio. Mio padre
che va da…»
Non riuscì a terminare la frase.
All’altro capo del tavolo Bengt
si schiarì la voce. Il rossore si era
attenuato, ma la fronte era coperta
da un velo di sudore.
«Io e Gunvor…»
Christer si alzò con tale impeto
da far quasi rovesciare la sedia
all’indietro.
«Non provarci! Non azzardarti a
dire una sola parola sulla mamma.
Non una parola, capito!?»
Bengt abbassò lo sguardo. Visto
dall’alto sembrava piccolo come
uno scolaretto, pensò Christer.
Vedere il proprio padre grande e
grosso vergognarsi, curvo su se
stesso, gli fece più male di quanto
avesse immaginato. Eppure non
riuscì a trattenersi.
«Lo sai che è un reato, vero?
Non è soltanto ripugnante: puoi
essere condannato, per un atto del
genere.»
Bengt non rispose. Si alzò dalla
sedia tremando come una foglia e a
fatica riuscì a infilarsi il barattolo
in tasca.
Quando la porta si richiuse
Christer si nascose il viso fra le
mani, il corpo che sussultava. Non
si può sbattere dentro il proprio
padre, pensò. Non si può.

Ernst Losjö posò il piatto di


zuppa al pomodoro riscaldata nel
microonde sul tavolino davanti al
divano. Gabriella, sentendo il
rumore, si svegliò.
A volte le invidiava quella
capacità di rifugiarsi nel torpore
quando la realtà circostante
diventava insopportabile, di
lasciare tutte le decisioni e i doveri
agli altri. A lui, nel caso specifico.
Da giorni vegetava, non si faceva la
doccia e aveva i capelli sporchi e
arruffati.
«Devi mangiare», la esortò.
Gabriella si mise a sedere con
estrema lentezza. Quando
finalmente si fu raddrizzata Ernst le
porse il piatto.
In quel momento suonarono alla
porta.
«Apro io», disse lui.
Sulle scale c’era un poliziotto
che non aveva mai visto prima.
«Mi chiamo Urban Bratt», si
presentò quello. «Posso entrare un
momento?»
Ernst indietreggiò verso la
cucina. Ecco, ci siamo, pensò.
Senza dire una parola il
poliziotto infilò la mano in tasca e
ne estrasse un oggetto. Un Nokia
rosa con una scimmietta di plastica
appesa a un cordoncino. Il cellulare
di Hedda.
A Ernst bastò guardare l’uomo
negli occhi per capire.
Allora il tempo si fermò.
CREDO che sia stato quando siamo
salite sull’auto di Kosta che ho
avvertito che c’era qualcosa di
sbagliato. Avrei voluto cercare lo
sguardo di Ana, mettermi in
contatto con lei, ma ero ancora
troppo orgogliosa per riuscire ad
ammettere tutto a un tratto che
avevo paura.
I due uomini si voltarono a
guardarci, come per esaminarci,
poi Kosta mise in moto e partì.
Il cuore mi batteva forte. Ero
terrorizzata. Alla fine mi
addormentai e mi svegliai solo
quando ci fermammo fuori da una
casa di legno. Il sole stava per
sorgere dietro un fienile che
cadeva a pezzi. Sullo spiazzo
c’erano diverse automobili.
«Siamo arrivati in Germania?»
domandai a bassa voce.
Kosta scoppiò a ridere forte.
«Sì, siamo arrivati», disse.
Non c’era nessun albergo, e le
risate di Kosta contrastavano col
suo sguardo tetro. L’albergo non
c’entrava niente. Dove eravamo?
Quando aprirono le portiere
per farci scendere ero così
impaurita che le gambe quasi non
mi ressero. Volevo correre via da
lì, ma non ci riuscii.
Ana però sì. Avresti dovuto
vedere come correva, nonna. Come
un fulmine uscì dall’auto e si
precipitò verso lo spiazzo e la
strada.
Kosta la inseguì. Nonostante
sia grasso come un pallone
riusciva a correre anche lui, e
grazie alle sue gambe lunghe la
raggiunse, si gettò su di lei con un
ruggito e cominciò a sbatterle la
testa al suolo.
Continuò finché l’altro non gli
urlò di smetterla.
Ana se ne restò a terra
immobile, così immobile che avevo
paura fosse morta. Kosta se la
mise su una spalla come un sacco
di patate. Poi l’altro uomo mi
spinse dentro quella casa. Ci
fecero delle cose, nonna, cose che
non potrò mai, mai ripetere.
20

IL lunedì mattina Magdalena andò a


prendere il Värmlandsbladet dalla
cassetta delle lettere, e appena vide
il titolo in prima pagina si bloccò in
mezzo al vialetto, scioccata.
Hedda Losjö trovata morta.
Sospetto omicidio.
Hedda Losjö assassinata! Non
poteva essere vero. Come aveva
fatto a non accorgersene per tutta la
domenica? Be’, semplice: non
aveva visto il telegiornale e
neanche sentito la radio.
Due ragazzine ammazzate nei
pressi di Gustavsfors nel giro di
poche settimane, una ancora
sconosciuta e l’altra un’adolescente
qualsiasi, almeno in apparenza.
Cosa diavolo stava succedendo?
Adesso devo darmi una mossa,
pensò.

Sven Munther si posizionò


davanti alla lavagna bianca.
«Dunque, amici miei, ora
abbiamo pane per i nostri denti.
Due giovani uccise.»
Disegnò due cerchi in alto sulla
lavagna con il pennarello rosso. In
uno scrisse HEDDA, nell’altro un
punto di domanda.
«Due ragazzine, circa della
stessa età. Entrambe ritrovate fuori
Gustavsfors. Una vestita, l’altra
nuda. Una ricercata, l’altra una
sconosciuta di cui nessuno avverte
la mancanza.»
Si voltò e scrisse qualcosa di
illeggibile sotto entrambi i cerchi.
«Ci sono dei legami fra le due?
E se sì, di che tipo?»
Il capo della polizia fece una
breve pausa guardando i suoi
sottoposti attorno al tavolo.
Petra si sentiva ancora sfinita,
dopo il crollo del giorno prima, ma
non aveva voluto parlarne con i
colleghi. Non sopportava di essere
compatita.
Urban sembrava più battagliero
del solito, mentre Christer era
ancora in malattia. Che le cose
fossero collegate? pensò
malignamente Petra.
«Il corpo di Hedda è stato
mandato a Linköping», li informò
Munther, «e credo che ci vorrà del
tempo prima di avere qualche
informazione utile, tenendo conto
delle ferite.»
«Però non ci sono dubbi che sia
lei, vero?» domandò Petra.
«No, nessun dubbio: in tasca
aveva un cellulare riconosciuto dai
genitori. Inoltre la sua giacca era di
marca, piuttosto costosa; un ladro
non se la sarebbe fatta scappare.»
«Chi ha informato i genitori?»
continuò Petra.
«Io», rispose Urban.
«Ah.»
Annunciare la morte di qualcuno
è e sarà sempre un compito ingrato,
pensò Petra. Eppure non riuscì a
fare a meno di pensare che Christer
sarebbe stato più adatto. Provò un
moto di compassione e di empatia
per Ernst e Gabriella Losjö.
Munther si schiarì la voce.
«È difficile stabilire come è
stata uccisa, dato che qualche
animale, una volpe o un lupo, si è
cibato di lei, e questo rappresenta
una bella sfida per quelli della
Scientifica.»
«Potrebbero averle sparato?»
chiese Petra.
«È un’ipotesi in campo. Il
cellulare che la ragazza aveva in
tasca era scarico da tempo, ma
speriamo di scoprire cosa
conteneva il prima possibile. Il
nostro nuovo mago dei computer,
Folke, avrà l’onore di fare queste
ricerche.»
Folke si contorse un po’ sulla
sedia, imbarazzato ma anche
compiaciuto.
«Dovremo continuare a sentire
gli abitanti della zona», aggiunse.
«Te ne occupi tu, Wilander?»
Petra annuì.
«Ora dobbiamo scovare Fredrik
Anderberg», concluse. «Al lavoro,
ragazzi.»

Magdalena stava leggendo


l’articolo, privo di fotografie,
seduta alla scrivania della
redazione. Hedda Losjö era stata
trovata sepolta dalla neve nelle
vicinanze di Knon da una bambina
di nove anni che stava sciando con
il papà.
Il capo della polizia Sven
Munther non aveva voluto rilasciare
dichiarazioni, né fare ipotesi
sull’eventuale legame fra i due
omicidi. «Dobbiamo attendere il
medico legale, prima di allora sarà
prematuro tirare delle conclusioni»,
aveva detto a Moa Axelsson, di
turno nel week end.
Poveri genitori! Come si può
continuare a vivere dopo una cosa
simile? Se accadesse qualcosa a
Nils…
Il figlio di Barbro si era
suicidato alcuni anni prima, eppure
lei andava al lavoro, badava a se
stessa, e addirittura rideva.
Magdalena non riusciva a capire
come facesse.
Guardò il cellulare, ma non
volle rileggere il terribile
messaggio della sera prima. Era
arrivata l’ora di agire. Si alzò e
prese la giacca.
«Vado alla polizia», disse a
Barbro aprendo la porta.
«C’è la conferenza stampa del
nuovo omicidio?»
«No, in realtà vado a fare una
denuncia. Ho ricevuto un sms
davvero spiacevole.»
Nello stesso istante in cui
Magdalena si stava sedendo davanti
alla scrivania di Petra Wilander, il
cellulare trillò. Lo tirò fuori dalla
tasca della giacca.
«Tesoro, non puoi lasciarmi
così, senza risposte. Baci, P.»
Lei fece del suo meglio per
fingersi indifferente, ma a giudicare
dall’espressione di Petra le riuscì
piuttosto male. Archiviò il
messaggio di Petter e ripescò
quello con la minaccia.
«Vediamo», disse Petra
prendendo il cellulare.
«Forse ti sembrerò ridicola, ma
mi sono davvero spaventata», si
giustificò lei.
La poliziotta lesse in silenzio.
«Sai chi potrebbe esserci dietro?
Hai qualche nemico?»
«La sera prima che chiamassi
Christer per raccontargli del
presunto bordello mi è capitata una
cosa davvero fastidiosa, in
Abbortorpsvägen.»
Le raccontò del suo
appostamento sulle scale e di come
l’avessero spintonata giù.
«Mi è uscito un bel bozzo»,
concluse togliendosi il cappello.
«Oh!», esclamò Petra
preoccupata. «Mettersi a spiare da
soli non è una buona idea. Hai
denunciato l’aggressione?»
Magdalena scosse il capo.
«Vuoi farlo adesso?»
«Sì, credo sia il caso. Siete
riusciti a scoprire altro?»
Petra fece segno di no e si spinse
verso il computer per aprire il
sistema e compilare la denuncia.
Digitò rapida i suoi dati e descrisse
l’sms ricevuto e la violenza subita.
Magdalena espose i fatti nel modo
più dettagliato possibile.
«Naturalmente verificheremo
tutto, però ti prego di stare più
attenta.»
Magdalena annuì e disse: «Senti,
per quanto riguarda Hedda
Losjö…»
Petra sorrise in modo
amichevole ma deciso facendo
chiaramente capire che non avrebbe
aperto bocca.
«Comunque potrai fare tutte le
domande che vuoi oggi pomeriggio.
Munther tiene una conferenza
stampa. Non credo abbia molto da
comunicare, ma con due ragazzine
assassinate bisogna pur dire
qualcosa.»
«A che ora è?»
«Siamo in attesa del referto
della Scientifica, quindi non penso
prima delle due. E tu, cerca di stare
tranquilla, se ci riesci: adesso la
faccenda è in mano nostra.»
«Ci proverò», disse lei
alzandosi.
Sì, più facile a dirsi che a farsi,
pensò lasciando la stanza.

«Dovevano vedersi l’ultimo


dell’anno!»
Folke Natt och Dag si precipitò
nell’ufficio di Sven Munther senza
bussare.
Il capo trasalì e alzò lo sguardo
dal computer.
«Oh, scusi», farfugliò Folke
rendendosi conto di aver invaso il
campo.
«Nessun problema. Hai trovato
qualcosa?»
«Se ho trovato qualcosa?!»
ripeté il giovane sventolando dei
fogli. «Hedda Losjö e Fredrik
Anderberg dovevano vedersi ‘al
parcheggio’ il 31 dicembre alle tre.
Guardi qui!» esclamò mostrando al
capo i messaggi inviati e ricevuti.
«Disturbo?» domandò Petra
dalla porta.
«No, no», rispose Munther.
«Folke ha trovato uno scambio di
sms fra Hedda e Fredrik… A
quanto pare dovevano incontrarsi
l’ultimo dell’anno.»
Le fece cenno di entrare e le
mostrò i messaggi.
«Ma guarda un po’. Bravo,
Folke!»
«Ehm, grazie.»
«Ce l’abbiamo il DNA di
Fredrik Anderberg, vero?»
domandò Petra a Munther.
«Mi sorprenderebbe se non
l’avessimo. Chiamo subito
Linköping.»
«Ero venuta a dirti che
Magdalena Hansson, la giornalista,
è stata qui per sporgere una
denuncia», lo informò Petra.
«Qualcuno le ha mandato un sms
per dirle di smetterla di
intromettersi in cose che non la
riguardano altrimenti lei e suo figlio
faranno una brutta fine. Lei è
convinta che abbia a che vedere con
il presunto bordello... Merda, sono
ancora furiosa per il filmato!»
«Non ci pensare», la consolò
Munther.
«Dovremmo fare irruzione
nell’appartamento immediatamente,
anche se in realtà ci servirebbero
altre prove», propose Petra. «Ma
da come si stanno mettendo le cose,
se dietro alla minaccia a Magdalena
ci sono i protettori, come
probabilmente è, non dovremmo
irrompere comunque? In questo
momento siamo in una situazione di
stallo. Anderberg è sparito e i
risultati da Linköping a quanto pare
non arriveranno prima di pranzo.»
«Hai ragione», disse Munther.
«Chiamo il pubblico ministero.
Informa subito Bratt: deve venire
anche lui.»

Magdalena non si sentiva molto


al sicuro, ma almeno aveva fatto
quello che doveva. Il prima
possibile avrebbe messo una porta
blindata.
Dopo essersi tolta la giacca
riprese in mano il cellulare e lesse:
«Tesoro, non puoi lasciarmi così,
senza risposte. Baci, P.»
Allora rispose: «Perdonami, ma
devo pensarci su».
Andò in cucina a versarsi una
bella tazza di caffè cercando di
radunare i pensieri e pianificare la
giornata. Prima della conferenza
stampa forse avrebbe potuto fare un
salto in centro per intervistare gli
abitanti sui loro timori. Due
ragazzine uccise non erano certo la
norma, soprattutto da quelle parti,
di solito sonnacchiose.
Quando tornò in ufficio aprì la
borsa della fotocamera, prese la
macchina e l’accese. Le batterie
erano quasi scariche e le cambiò.
Arrivò il segnale di un altro sms.
«Sai benissimo che non devi
andare dalla polizia. Idiota.»
Magdalena restò seduta,
paralizzata, a fissare il display.
Basta. A questo punto non
poteva più aspettare. Cercò in
Internet il numero dell’azienda di
porte blindate che aveva deciso di
contattare. Non le importava un
accidenti se Barbro la sentiva fare
una telefonata privata.

Sonya si svegliò con un violento


sussulto quando Kosta spalancò la
porta della camera urlando:
«Svegliatevi! Vestitevi e preparate
la vostra roba. Tutte quante!»
Lei si mise a sedere lentamente e
lo fissò.
Che cos’aveva detto? Che ore
erano?
«Avete capito? Alzatevi!»
L’uomo raggiunse il suo letto e
le strappò la coperta di dosso. Il
freddo le fece venire la pelle d’oca,
così si mise in posizione fetale per
ripararsi.
«Adesso!» la minacciò lui
puntandole l’indice contro.
Le altre ragazze, di cui non
aveva ancora imparato il nome
(forse erano Dasha, Aljona e
Jekaterina), si stavano già vestendo
e radunavano le loro cose nei
sacchetti di plastica.
Cosa stava succedendo? Dove
dovevano andare?
Finalmente Sonya riuscì a
infilarsi i pantaloni, e quando stava
per mettersi il maglione a maniche
lunghe Sergej aprì la porta
lanciando sul pavimento le loro
scarpe e le giacche.
Ana, come farai a trovarmi,
adesso?

Il parcheggio di
Abbortorpsvägen era
completamente deserto quando
Petra Wilander, Sven Munther,
Urban Bratt e Folke Natt och Dag
raggiunsero in fretta le pareti
dell’edificio. Per non essere
scoperti dalle finestre del numero
12 avevano parcheggiato le auto a
diverse centinaia di metri di
distanza.
«È lassù», indicò Petra.
«Bel posticino», sussurrò Folke.
«Davvero incantevole.»
Facendo meno rumore possibile
si infilarono nel portone e salirono
le scale. Arrivati al primo piano
Petra suonò il campanello. Non
accadde nulla. Suonò di nuovo, a
lungo. Ancora nessuna reazione.
Non un rumore proveniva
dall’interno.
«Polizia!» gridò infine Munther.
«Aprite la porta!»
Silenzio.
«Allora dobbiamo entrare da
soli», disse.
Grosse schegge di legno
volarono dallo stipite quando Urban
aprì la porta con un calcio esperto,
facendola oscillare sui cardini.
21

«VAFFANCULO!» sbraitò Petra


passando da una stanza all’altra del
trilocale vuoto.
Nel soggiorno c’erano un
vecchio divano di velluto a coste,
due letti singoli e un piccolo
televisore sopra una cassetta di
plastica rossa rovesciata; in
un’altra stanza altri due letti uguali.
Due materassi a righe erano buttati
direttamente sul pavimento. Nella
stanza più piccola c’erano solo un
letto senza lenzuola e un tavolino
basso e nero con un rotolo di carta
assorbente.
Petra controllò sotto i letti e
spalancò la porta del bagno, ma
nell’appartamento non c’era anima
viva.
«Li abbiamo mancati per un
pelo», disse Munther dalla cucina.
«La macchina del caffè è ancora
calda.»
«Venite qui un momento», li
chiamò Folke. Aveva trovato un
sacchetto di plastica contenente una
frusta di pelle nera e due dildo.
«Era in fondo al guardaroba»,
spiegò.
«Be’, non ci sono dubbi su ciò
che succedeva qui dentro»,
concluse Munther. «Chiamo i
tecnici per raccogliere le impronte
digitali e le tracce. Dobbiamo
controllare anche l’intestatario
dell’appartamento. Chi è G Lind?»
Petra si appoggiò alla parete
della cucina sospirando.
«Maledetti, chissà dove sono
andati. Chi sarà stato ad avvisarli?
Non può essere un caso, se sono
scappati proprio prima del nostro
arrivo.»

«Benvenuti a questa piccola


conferenza stampa», iniziò Sven
Munther guardando i giornalisti
stretti attorno al tavolo delle
riunioni. «Non che abbia molto da
dirvi, comunque.»
Magdalena aveva preso posto
fra la giornalista di un quotidiano
serale e un reporter di TV4. Linus
Saxberg si era sistemato a debita
distanza all’altro capo del tavolo.
«Due adolescenti sono state
ritrovate morte fuori Gustavsfors»,
continuò il capo della polizia.
«Dato che non abbiamo ancora
ricevuto l’esito dell’autopsia
dell’ultima vittima non siamo in
grado di comunicare niente di
preciso, quindi è più semplice se
fate voi le domande, e io cercherò
di rispondere nel migliore dei
modi.»
La giornalista accanto a
Magdalena alzò in fretta una mano.
«Sospettate si tratti di un
assassino seriale?»
«A prima vista i due decessi
sono molto diversi», rispose
Munther. «L’unica cosa che
accomuna le vittime è la loro
giovane età e la zona dove sono
state ritrovate. Non sappiamo
nemmeno se Hedda Losjö sia morta
per cause naturali o meno.»
«La prima ragazza aveva subito
violenze sessuali», si intromise
Linus Saxberg. «Hanno fatto la
stessa cosa a Hedda Losjö?»
«Anche questo mi è impossibile
dirlo, al momento.»
«C’è qualcosa che potrebbe
indicarlo?» continuò Linus.
«No.»
Magdalena si schiarì la voce
prima che il rivale avesse il tempo
di porre un’altra domanda.
«Avete già qualche sospetto?»
«Sì, ne abbiamo uno, almeno per
quanto riguarda Hedda Losjö.»
La stampa al gran completo si
agitò.
«Chi sarebbe?» chiese Linus
Saxberg.
«Purtroppo non posso fare
dichiarazioni.»
«Su quali indizi vi basate?» lo
incitò la giornalista del quotidiano
serale.
«Anche a questo non posso
rispondere.»
Magdalena cominciava a
spazientirsi. Perché cavolo Munther
aveva convocato la conferenza
stampa, se non poteva scucire
niente? A quanto pareva la
pensavano tutti come lei.
Dopo alcune risposte
inconcludenti, qualche minuto più
tardi il capo della polizia congedò i
reporter della carta stampata e si
diresse verso l’ingresso, sperando
di sfuggire alle orde di giornalisti
della televisione che volevano
intervistarlo. Speranza vana: quelli
si erano appostati in agguato e gli
saltarono addosso come tante
cavallette.
Magdalena infilò nella borsa il
blocco su cui non aveva scritto
quasi niente e si mise il cappotto.

Per una volta Petra Wilander


lasciò la stazione di polizia
dall’ingresso principale invece che
da quello secondario. In realtà
avrebbe anche potuto telefonare al
Comune, ma aveva bisogno di
prendere una boccata d’aria fresca.
Le era venuto un terribile mal di
testa, che nessun antidolorifico era
riuscito a calmare.
Fece un rapido cenno a Munther,
alle prese con i giornalisti della tv,
e si mise a zigzagare in mezzo alle
auto parcheggiate cercando di
camminare il più lentamente
possibile, rilassando le spalle e
respirando a fondo, tipo
meditazione camminata zen.
Speriamo che non mi venga un
attacco di emicrania proprio
adesso, pensò.
«L’ufficio dell’edilizia pubblica
è al secondo piano, in fondo al
corridoio a sinistra», le spiegò
l’addetto alla reception.
Petra lo ringraziò e attraversò
l’ampio atrio dal soffitto di vetro e
le pareti di mattoni rossi, salì la
scala e svoltò a sinistra. Accanto a
un’enorme fotocopiatrice c’era una
grande vetrina con file di coltelli
fatti a mano, probabilmente opera
di qualche artigiano del posto.
La porta dell’ufficio era aperta,
perciò lei entrò; un uomo con gli
occhiali, camicia a quadri, gilè di
lana e capelli con riporto le chiese
cosa desiderasse.
«Salve, sono della polizia e mi
chiamo Petra Wilander», si
presentò lei porgendo la mano.
«Thorbjörn Hermansson»,
replicò l’impiegato comunale con
una stretta prudente, piuttosto
molliccia. «In cosa posso esserle
utile?»
Sembra che l’abbiano lavato ad
alta temperatura e si sia scolorito,
considerò Petra dando una rapida
occhiata alle dita biancastre e ai
capelli di un biondo spento. Gli
riferì dei provvedimenti assunti in
merito all’appartamento in
Abbortorpsvägen e disse che
desiderava conoscere il nome
dell’affittuario.
«L’alloggio è il 1132, si trova al
primo piano al numero 12», gli
spiegò sedendosi di fronte alla
scrivania.
«Che tipo di provvedimenti?»
«Questo purtroppo non posso
dirglielo.»
«Va bene, va bene», replicò
l’uomo, un po’ piccato. Poi voltò la
sedia girevole verso lo scaffale dei
raccoglitori. Trovato quello che
cercava, lo sfilò e lo posò sulla
scrivania. Tutta l’operazione prese
parecchi minuti. A quanto pareva,
Thorbjörn non era un uomo
stressato.
«1132, ha detto. Ecco il
contratto. Da sei mesi circa è
intestato a un certo Soran.»
«Okay. Ne vorrei una copia.»
L’uomo annuì in silenzio e uscì
dalla stanza.
Quando tornò, Petra diede
un’occhiata ai due fogli e constatò
che mancavano sia il codice fiscale
sia il numero di telefono
dell’intestatario.
«Non è obbligatorio prendere
nota del codice fiscale?» chiese.
Thorbjörn Hermansson arrossì.
«Ah, non c’è il codice
fiscale?...»
«No. Credevo foste rigorosi, a
questo proposito.»
«Ma lo siamo. Molto. Deve
essere successo qualcosa...»
Petra lo fissò così a lungo che
alla fine lui fu costretto ad
abbassare lo sguardo.
«Sulla porta dell’appartamento
c’è il nome G Lind. Sa per caso se
l’abbiano subaffittato?»
Thorbjörn Hermansson scosse il
capo.
«No.»
Si appiattì i capelli con la mano
e si aggiustò i polsini della camicia.
Che cosa gli prende? pensò
Petra.
«Odio quando saltano fuori
errori nei miei documenti», si
giustificò lui come se le avesse
letto nei pensieri.
Petra lo guardò perplessa.
«La scorsa primavera ho avuto
un lieve ictus, sono caduto dalla
sedia mentre facevo colazione e non
mi sono svegliato fino alla
settimana dopo. Mi hanno
ricoverato all’ospedale di Karlstad.
I medici mi avevano detto che ero
stato fortunato, e mi sono rimesso in
fretta. Sono tornato al lavoro già
all’inizio dell’autunno, ma so di non
essere più quello di una volta.
Commetto errori in continuazione.
Se lo raccontassi in giro mi
obbligherebbero a prendere la
pensione di invalidità e a stare a
casa… e io non potrei sopportarlo.
Be’, mi scusi se le ho raccontato i
fatti miei… ma la prego, non
riferisca nulla ai miei superiori!»
«Okay», rispose Petra. «Però
avrei bisogno anche di un’altra
cosa. Vorrei sapere come veniva
pagato l’affitto, su quale conto
veniva addebitato.»
Thorbjörn ripose il raccoglitore
sullo scaffale e si voltò verso il
computer.
«L’affitto veniva pagato
puntualmente in contanti, in banca,
alla fine di ogni mese», disse dopo
alcuni minuti. «Ma non abbiamo il
nome di chi effettuava il
versamento.»
«Qui a Hagfors, vero?»
«Non solo, a quanto vedo. A
volte qui, a volte a Munkfors o
Filipstad. Posso stamparle i
dettagli, se ne ha bisogno.»
«Sì, grazie», disse Petra con un
debole sorriso, cercando di
ignorare il mal di testa martellante.
«Ah, volevo anche avvisarla che la
porta dell’appartamento è rotta.»
«Non importa: l’edificio sarà
abbattuto fra un paio di mesi, quindi
non credo sia un grosso problema.»
Su un ripiano alle sue spalle una
stampante iniziò a ronzare.
«Grazie per l’aiuto.
Arrivederci», si congedò Petra
dopo aver preso le stampate con
l’elenco dei versamenti dell’affitto.

Sven Munther era seduto al


grande tavolo della sala mensa,
chino su un contenitore con il
pranzo, un giornale aperto davanti.
La quiete dopo la tempesta.
Petra aprì il frigorifero, prese il
suo pollo e lo infilò nel microonde.
Mentre riscaldava il cibo, si
appoggiò al ripiano della cucina
massaggiandosi le tempie.
«Mal di testa?» indagò Munther
alzando gli occhi.
«Oh, niente di grave», minimizzò
lei.
In realtà il dolore la stava
annientando, e non sapeva se
sarebbe riuscita a mandare giù
qualcosa.
«Com’è andata in Comune?»
Petra gli riferì che dal contratto
mancavano codice fiscale e
recapito telefonico e che l’affitto
veniva pagato in forma anonima in
contanti.
«Conosci un certo Thorbjörn
Hermansson?» gli chiese mentre
tirava fuori il suo pranzo dal forno.
«L’impiegato del settore edilizia
pubblica.»
Munther strizzò gli occhi, come
se cercasse di mettere a fuoco un
punto imprecisato davanti a sé,
riflettendo.
«Hai detto Thorbjörn
Hermansson… Il nome non mi è
affatto nuovo, ma non riesco a
ricordare chi sia.»
Petra gli si sedette di fronte. Il
profumo di curry le dava la nausea,
ma, decisa a fare almeno un
tentativo, sollevò un pezzo di pollo
con la forchetta.
«Aveva qualcosa di strano»,
spiegò. «Sembra uscito da un film
poliziesco. Sai, uno di quei tipi
solitari che passeggiano sotto un
lampione con il cane al guinzaglio
guardandosi intorno in modo
sospetto: pensi subito che
l’assassino sia lui. È andato
completamente nel panico quando
gli ho fatto notare che mancavano
quei dati e mi ha raccontato che ha
problemi di memoria da quando ha
avuto un ictus.»
Petra posò la forchetta, aveva il
labbro superiore imperlato di
sudore.
«Be’, piuttosto bizzarro, in
effetti», replicò Munther. «Ma come
ti senti? Sei bianca come un
cencio.»
«Bene, non è niente… In ogni
caso non credo esistano altri
appigli.» Petra afferrò un tovagliolo
di carta e si asciugò in fretta la
bocca. «Purtroppo.»
«È un peccato. Allora dovremo
lasciare da parte il bordello e
concentrare tutte le nostre forze
sugli omicidi.» Munther parve quasi
sollevato, come se temesse che il
suo ufficio non riuscisse a star
dietro a tutto, pensò lei. «Ma
adesso vai a casa a riposarti.
Secondo me ne hai bisogno.»
«Sto bene», insistette Petra
deglutendo.

Magdalena, inquieta come non


mai, lesse al computer il suo
articolo imperniato sui timori della
comunità locale in merito agli
omicidi. Non le piaceva per niente
e lo archiviò.
Poi aprì un documento nuovo per
scrivere il pezzo sulla conferenza
stampa, e se ne restò lì impalata
davanti al video. Non sapeva da
dove cominciare. Sfogliò il blocco
degli appunti, ma si accorse di non
avere scritto niente, a parte il fatto
che la polizia era sconcertata.
Nessuno sano di mente l’avrebbe
considerato uno scoop.
Diede un’occhiata all’orologio –
erano già le cinque e dieci, avrebbe
dovuto scrivere il pezzo a casa – e
alzò il telefono componendo il
numero diretto di Sven Munther.
«È fortunata, stavo proprio per
tornare a casa», disse il capo della
polizia dopo che Magdalena si fu
presentata. «Come sta? Wilander mi
ha raccontato del messaggio
minatorio.»
«Tutto okay.»
«Meno male. Non è bello avere
a che fare con certi tipi.»
«Io bado a me stessa, voi
pensate a prendere quei criminali e
a salvare le ragazze recluse.»
All’altro capo Munther borbottò
qualcosa.
«Ma non era per questo che ho
chiamato», continuò lei. «Voglio
sapere qualcosa di più su Hedda
Losjö.»
«Lo immaginavo. Ma, come ho
detto oggi, sappiamo ben poco.»
«È stata mangiata da qualche
animale, vero?»
«Esatto, ma non è opportuno
scriverlo. Sa, i poveri genit…»
Il capo della polizia tacque
all’improvviso, si udì un fruscio di
fogli e un incerto «grazie» in
lontananza.
«È ancora lì?» le chiese dopo un
po’.
«Certo.»
«Indovini che cos’ho fra le mani.
Il rapporto preliminare della
Scientifica di Linköping.»
Magdalena trattenne il fiato, in
attesa.
«A quanto pare è stata
strangolata.»
«Strangolata?»
Se avesse avuto davanti Sven
Munther, Magdalena l’avrebbe
baciato sulla bocca per la
gratitudine.
«Sì. Ma di più non posso
aggiungere, per adesso. Dobbiamo
leggere il documento con attenzione
e decidere come procedere.»
«Qual è la sua reazione
spontanea? Crede sia lo stesso
assassino?»
«La spontaneità non è il mio
forte, Magdalena. Ehm… senta, non
deve saltare fuori il mio nome, sul
giornale di domani.»

Nils emerse dalla nuvola di


bagnoschiuma con i capelli neri
appiccicati alla testa e l’acqua che
gli scorreva sul viso.
«Quanti secondi?» ansimò
togliendosi la schiuma dagli occhi.
Magdalena, seduta sulla tazza
del water, guardò l’orologio con
aria seria.
«Quattro.»
«Ancora! Ora faccio il record.
D i ’ ‘Pronti, partenza, via!’
mamma.»
«Okay, campione.»
Il bambino annuì entusiasta.
«Pronti, partenza… via!»
Lui riempì le guance d’aria e
scomparve di nuovo nella schiuma.
La vasca era fumante, lo specchio
sopra il lavandino completamente
appannato. Al quinto secondo
emerse dall’acqua.
«Quant’è? Quanti secondi ho
fatto?»
«Cinque!»
«Record!» urlò Nils noncurante
della schiuma che gli entrava in
bocca.
«Bravo!»
Magdalena cercò di concentrarsi
sul gioco del figlio. Prima aveva
voluto che gli insegnasse a nuotare
e che gli impartisse ordini tipo fare
il pesciolino, fare le bolle con la
bocca come una caffettiera, toccare
il fondo della vasca con il naso, poi
era passato ai record di
immersione.
Di solito non si sottoponeva ai
suoi giochi come voleva lui, ma
quella sera accolse la cosa come un
diversivo, un modo per pensare ad
altro.
Sai benissimo che non devi
andare dalla polizia. Idiota.
Le avrebbero installato la nuova
porta blindata fra un paio di
settimane. Due settimane intere. Le
sembrava un’eternità.
Ripensò a Hedda Losjö,
strangolata.
Nils le fece un altro sorrisone
allegro e all’improvviso lei si sentì
in colpa.
Devo imparare a prendermi tutto
il tempo che mi occorre per
dedicarmi a mio figlio, si disse. Il
divorzio e i due traslochi erano stati
una batosta molto forte, per lei, e
forse nell’ultimo anno era stata una
madre un po’ assente. Si ripromise
di cambiare.
Proprio mentre Nils si preparava
ad abbattere un altro record il
cellulare squillò.
«Resta qui in acqua, se vuoi, io
vado un attimo a rispondere.»
Quando aprì la porta del bagno e
venne investita dall’aria fredda
Magdalena rabbrividì. Prese lo
scialle fatto a maglia che aveva
lasciato sul bracciolo del divano in
soggiorno.
Era Petter.
«Ciao», lo salutò tenendo il
cellulare fra guancia e spalla
mentre si avvolgeva nello scialle.
«Ti disturbo?»
«Dimmi se disturbo», disse
quando entrò, «che me ne vado
subito.» «Non solo mi disturbi»,
risposi io, «ma stai sconvolgendo
l’intera mia esistenza». Benvenuto.
La poesia di Eeva Kilpi tornò a
galla dai recessi della sua memoria,
dove si era rintanata tanti anni
prima.
«No, non mi disturbi», rispose
lei sedendosi al tavolo.
«Sicura?»
«Assolutamente. Nils sta
facendo il bagno, ha appena fatto il
record di immersione: cinque
secondi.»
«Ah, però.» Petter rise piano,
quasi in imbarazzo. «In ogni caso
sarò breve. Hai voglia di venire a
cena da me sabato?»
Magdalena restò in silenzio. A
cena? Non stava correndo troppo?
«Ci puoi pensare…» aggiunse
lui, «mentre pensi a tutto il resto.
Chissà poi cosa ti frulla nella
testa.»
Magdalena chiuse gli occhi.
«Ci sei?» le domandò.
«Sì, sì, ci sono. Vengo
volentieri. Nils va da suo padre, nel
week end.»
«Sono contento», disse Petter,
evidentemente rincuorato. «Be’,
immagino che tu abbia un mucchio
di cose da fare, la sera a quest’ora,
perciò ti saluto. Ci sentiamo
presto.»
Magdalena lo salutò, chiuse la
conversazione e sorrise. Sabato.
A un tratto sentì uno schianto.
Sobbalzò e si guardò attorno
preoccupata. Cos’era stato?
Sembrava che fosse venuto dal
basso, proprio sotto di lei. Si era
rovesciato qualche cartone del
trasloco in cantina? Ma non
potevano mica rovesciarsi da soli,
gli scatoloni, no?
L’ansia le fece fischiare le
orecchie.
C’era qualcuno in casa?
Restò seduta con lo sguardo
fisso sulla porta della cantina,
all’ingresso. Adesso si abbassa la
maniglia e salta fuori quel pazzo
che mi ha spinta giù per le scale,
pensò.
Ma non successe niente, dalla
cantina non provenne più nessun
rumore.
«Mamma!»
Magdalena si schiarì la voce ma
non riuscì a parlare. Nils la chiamò
di nuovo.
«Mammaaaa! Voglio uscire.»
Si alzò a fatica, le gambe rigide
per la tensione, e andò in bagno.
Sono solo illusioni, si ripeté. Mi
sto torturando per niente. Tutto qui.

Petra bussò piano alla porta di


Nellie. Nell’attesa di un «Avanti!»
studiò con irritazione le vecchie
tracce di colla degli adesivi che
ricoprivano la porta; erano stati
tolti da tempo, ma quella povera
porta non era più stata la stessa. Si
ripromettevano sempre di
cambiarla ma non si decidevano
mai.
Non sentendo risposta, bussò di
nuovo, stavolta più forte.
«Sì, avanti.»
La voce di Nellie sembrava
stanca. Petra aprì piano cercando di
sembrare allegra e rilassata.
«Posso entrare un momento?»
«Certo», rispose la ragazza
chiudendo il portatile e
appoggiandosi al muro.
Petra si sedette alla scrivania.
«Alla fine non siamo riuscite a
parlare del week end.»
«Scusami se non ho chiamato. So
che è stato stupido.»
«Non pensiamoci più», disse lei.
«Quello che è fatto è fatto e per
fortuna non è successo niente,
questo è l’importante. Ma com’è
andata?»
«Bene», rispose Nellie
facendosi schioccare le dita delle
mani.
«E cos’avete fatto?»
«Oh… niente di particolare.»
«Be’, qualcosa dovrete pur aver
fatto, se non hai avuto il tempo di
telefonare a casa.»
«Cos’è, un interrogatorio?»
sbottò Nellie irritata.
Che cosa le prendeva? Poteva
rispondere a una normalissima
domanda, sì o no?
«Quindi non avete fatto niente
per tutto il week end.»
«Più o meno.»
Nellie ricominciò a farsi
schioccare le dita.
Petra capì che la conversazione
era finita, così si alzò in piedi
guardando la figlia con aria di
supplica, nella speranza che
aggiungesse qualcosa, ma l’altra
sollevò lo schermo del computer e
cominciò a digitare.
«Non stare su troppo», la esortò
Petra chiudendo la porta dietro di
sé.
Dopo che Nils si fu
addormentato Magdalena perlustrò
la casa in cerca di una chiave che
chiudesse la porta della cantina.
Riuscì a scovarne una nella stanza
che sarebbe diventata la camera
degli ospiti, ma apriva tutte le porte
delle camere al primo piano tranne
quella che le interessava.
Devo calmarmi, pensò. Devo.
Non serve a nulla avere paura, e
poi finirò per spaventare Nils.
Ma prima di salire per coricarsi
sistemò due sedie sotto la maniglia
della porta d’ingresso e di quella
della cantina.
Nils era steso con le braccia
sopra la testa, la bocca aperta.
È così dolce, pensò
osservandolo nell’oscurità, così
indifeso.
Poi fece qualcosa che non aveva
mai fatto prima. Andò in camera sua
a prendere una coperta, tornò da
Nils e dopo averlo spostato di lato
si stese sul suo lettino.
Ma prima chiuse a chiave la
stanza.
22

PETRA posò una tazza di caffè sulla


scrivania di Christer. Il mal di testa
non voleva andarsene, ma non era
forte come il giorno prima.
«Che bello averti di nuovo qui»,
disse appoggiandosi con una spalla
allo stipite della porta, reggendo in
mano la propria tazza. «Mi sei
mancato.»
Christer bevve un sorso.
«Già, eccomi tornato all’ovile»,
rispose lui studiando a lungo il
liquido scuro.
Non sembrava essersi rimesso
del tutto.
«È vero quello che dice il
Värmlandsbladet, che Hedda Losjö
è stata strangolata?» domandò.
«Sì», confermò Petra. «Il referto
preliminare è arrivato nel tardo
pomeriggio di ieri. Ma non sono
stata io a parlare, te lo giuro.»
Alzò la mano libera in un gesto
di discolpa esagerato per cercare di
alleggerire l’atmosfera, ma vedendo
che lui continuava a fissare la
bevanda in silenzio, aggiunse: «A
proposito, hai saputo che abbiamo
fatto irruzione nel presunto
bordello? Era tutto così strano… La
macchina del caffè in cucina era
ancora calda quando siamo entrati,
eppure non c’era anima viva».
«Oh, peccato.»
Oh, peccato. Era tutto quello che
aveva da dire?
«Ehi, ma come stai?» Petra
cercò di incrociare il suo sguardo.
«È successo qualcosa?»
«Che cosa dovrebbe essere
successo?»
«Non lo so», rispose lei. «Non
mi sembri il solito, tutto qui…
Andiamo? La riunione sta per
cominciare.»

Magdalena aprì il Länstidningen


sulla scrivania e iniziò a sfogliare
rapidamente le pagine di cronaca.
Nemmeno una parola sul fatto
che Hedda Losjö era stata
strangolata.
I suoi due articoli invece
occupavano quasi due intere pagine.
Beccati questa, Saxberg.
Il telefono squillò.
«Voglio congratularmi con te per
lo scoop», esordì Bertilsson.
«Grazie», rispose lei allegra. «È
bello sentirselo dire. Ultimamente
non è stato un periodo facile.»
Bertilsson mormorò qualcosa di
incomprensibile.
«Hai avuto una bella rivincita,
comunque. Che cos’hai in
programma oggi?»
«Be’, continuo con gli omicidi.
Poi ho un appuntamento preso da
tempo con quel ceramista di
Edebäck per il supplemento della
settimana prossima. A proposito:
posso avere il fotografo che avevo
richiesto?»
«Sì, ti mando Jens Sundvall.
Avete già lavorato insieme, se non
sbaglio.»
«Perfetto», rispose Magdalena.
«Bene, allora rimaniamo così»,
concluse Bertilsson, «ci sentiamo
nel pomeriggio.»
Questo lavoro mi dà una bella
carica, rifletté Magdalena. E io che
credevo di poter vivere senza gli
stimoli che offre il mestiere di
giornalista. Evidentemente mi
sbagliavo.

L’assonnata conversazione
mattutina attorno al tavolo delle
riunioni si concluse bruscamente
non appena Sven Munther varcò la
soglia.
«Dunque, Hedda Losjö è stata
strangolata», disse sventolando dei
fogli. «Dato che ieri non tutti
eravate qui all’arrivo del referto,
pensavo di riesaminarlo ora.»
«In realtà non ce n’è bisogno:
stamattina a colazione abbiamo
potuto leggere tutto sul giornale»,
ribatté Urban. «È di nuovo alla
carica, la signorina Hansson. O
signora. È sposata?»
«Divorziata. Cosa c’entra,
scusa?» chiese Christer.
«Niente, naturalmente. Almeno
non per quanto riguarda me»,
replicò l’altro con un sorrisetto
ironico.
Munther si sedette e inforcò gli
occhiali.
«Come la ragazza della cantina,
anche la figlia dei Losjö è morta
attorno a Capodanno. Il 31
dicembre o il 1° gennaio. Le
morsicature appartengono con ogni
probabilità a lupi e uccelli, che se
ne sono cibati finché lo strato di
neve non è diventato troppo
spesso.»
Petra rivide il viso spolpato
della ragazza davanti agli occhi.
«Di altre ferite, a parte alcuni
lividi attorno al collo, non c’è
traccia», continuò Munther. «Quindi
è curioso che i suoi vestiti siano
insanguinati, soprattutto sulla
schiena. Hanno anche trovato delle
tracce di sperma sulle mani, nei
guanti e sulla giacca. Se tutto va
bene più tardi scopriremo a chi
appartengono.»
Si tolse gli occhiali e li fece
oscillare avanti e indietro tenendoli
per una stanghetta.
«Be’, cosa ne pensate?» chiese.
«È lo stesso assassino o sono due
persone diverse? Fredrik
Anderberg ha ucciso entrambe o
soltanto Hedda oppure nessuna
delle due?»
«Sappiamo solo che Fredrik e
Hedda dovevano vedersi il 31
dicembre», intervenne Petra. «E che
lui è ancora latitante. Ma che abbia
sparato alla ragazza nella cantina…
Be’, non ne ho idea.»
«Dovrebbe esserci un legame fra
le ragazze», continuò Urban Bratt.
«Alcuni di voi credono che la
giovane della cantina abbia avuto a
che fare con il bordello, ma
personalmente faccio fatica a
pensare che anche Hedda Losjö
fosse coinvolta in un giro di
prostituzione.»
Munther si sporse in avanti,
appoggiandosi ai gomiti.
«Così credete si tratti di due
diversi assassini?» domandò. «Tu
che ne pensi, Berglund?»
Christer alzò gli occhi dal suo
blocco.
«Io credo che dobbiamo
concentrarci su Anderberg. Se lo
prendiamo avremo automaticamente
le risposte a molte domande. Se ho
capito bene, abbiamo delle chiare
tracce di DNA, almeno nel caso
della Losjö.»
Munther si voltò verso Urban
Bratt annuendo.
«Come va con Anderberg? Se la
cava ancora senza quattrini?»
«In effetti sì», rispose lui. «Ho
appena verificato con la banca che
da quando è scomparso non ha
prelevato più niente.»
«È da ammirare, per essere
riuscito a svanire nel nulla così»,
commentò Munther. «E con le
Volvo a che punto siamo?»
«Abbiamo potuto controllarne
solo un terzo», rispose Urban. «Ma
continuiamo oggi.»
«Aiutalo anche tu, Christer. Oggi
dividetevi questo compito.»
Christer annuì.
«E tu, Petra?»
«Pensavo di iniziare la giornata
andando alla banca Nordea per
vedere se qualcuno si ricorda di
una persona che pagava l’affitto al
Comune verso il 30 di tutti i mesi.»
«Bene, la giornata è lunga e
possono succedere tante cose»,
concluse Munther. «Buona fortuna a
tutti. Ci rivediamo per fare il punto
prima della conferenza stampa del
pomeriggio.»
Magdalena salì sull’auto di Jens
Sundvall e allacciò la cintura di
sicurezza. L’intervista era andata
bene, ne sarebbe uscito proprio un
bel reportage, anche se era stato
quasi impossibile concentrarsi sulla
ceramica quando c’erano due
omicidi irrisolti che l’aspettavano.
«Sì, verrà fuori un gran pezzo»,
disse Jens facendo retromarcia.
«Quando saranno pronte le
foto?» gli domandò lei mentre
salutava dal finestrino e Jens
strombazzava in segno di saluto al
ceramista.
«Credo domani. Va bene?
Stasera vado a hockey e l’allegato
esce la settimana prossima,
perciò…»
«Okay», rispose lei estraendo il
cellulare dalla tasca. La conferenza
stampa doveva essere finita, ormai.
«Faccio solo una chiamata»,
continuò infilandosi l’auricolare
nell’orecchio.
Ci vollero due squilli prima che
una segreteria telefonica le
comunicasse che Sven Munther era
in riunione.
«Non riesco a darmi pace per
quegli omicidi», disse.
«Ti capisco», annuì Jens. «A
quanto ho letto, la polizia sembra
piuttosto disorientata.»
«Altroché», convenne
Magdalena. «Finora non hanno
scoperto niente. E dopo che è stata
ritrovata Hedda Losjö la gente è in
preda al panico: parlano di serial
killer.»
«È comprensibile», replicò Jens,
rallentando mentre entravano a
Bergsäng.
«Inoltre, a quanto pare c’è un
bordello, qui a Hagfors», continuò
lei.
«Mi prendi in giro?»
Jens si fermò a uno stop e le
lanciò un’occhiata stupefatta.
Magdalena gli raccontò
brevemente di come era finito il suo
tentativo di spionaggio e delle
prove della polizia scomparse.
Jens era incredulo.
«E poi ho ricevuto due sms
minatori», aggiunse cercandoli nel
cellulare.
«Accidenti, sembra di essere nel
Far West.»
«Già. La polizia comunque non
ha il tempo di occuparsi del
bordello o delle mie minacce
mentre sono in corso due inchieste
per omicidio, e posso ben capirlo.»
Lesse ad alta voce i messaggi e
aggiunse: «Forse ho solo preso un
enorme abbaglio, ma ho la
sensazione che la ragazza della
cantina avesse a che fare con quel
bordello».
Jens la guardò titubante.
«Cosa te lo fa pensare?»
«Nessuno ne sente la mancanza.
E le ragazzine che ho visto entrare
in quell’edificio sembravano avere
la sua età. Ma come ti ho detto è
solo una sensazione.»
Jens rifletté.
«La famosa intuizione
femminile? Be’, forse hai ragione.
Adesso mi hai davvero incuriosito.
Cosa ne dici di andare lì a dare
un’occhiata?»
Magdalena esitò.
«Al bordello? Non lo so…»
«Dove si trova?» chiese Jens
entusiasta.
«In Abbortorpsvägen, vicino al
parco.»
«Solo una sbirciatina…» la
pregò. «Dimmi dov’è, dai.»
Non dovrei, rifletté Magdalena.
Eppure era così felice
dell’interesse di Jens che alla fine
acconsentì.
«Io però non scendo.»
Entrarono a Hagfors, e, superato
il vecchio distributore Shell e
risalita la collina, alla rotonda con
le fioriere Magdalena lo indirizzò a
sinistra.
«Okay, ora ci sono», disse Jens.
«Sono stato al parco un paio di
volte, anche se ormai è passato
qualche anno.»
«È al 12, là in fondo.»
Benché non fosse ancora calato
il buio, l’edificio aveva un aspetto
inospitale, con quelle finestre nere
e le grondaie arrugginite che
sembravano rotte.
Jens si fermò in un angolo del
parcheggio deserto, spense il
motore ma restò seduto.
«Carino, eh?» ironizzò
Magdalena.
«Un posto davvero ameno.»
Jens osservò il portone del
numero 12 e poi si girò per
prendere la borsa della macchina
fotografica dal sedile posteriore.
«Sarebbe stupido attirare
l’attenzione portandosi tutta
l’artiglieria. Per ora mi accontento
di questa», disse sollevando una
fotocamera compatta.
Magdalena annuì.
Si infilò la macchina in tasca,
aprì la portiera e scese. Lei lo seguì
con gli occhi finché svanì dentro il
portone, e di colpo ebbe paura. Non
potevano vederla, dalle finestre al
primo piano… o forse sì?
Prima che avesse il tempo di
cedere al panico Jens uscì, si
diresse al parcheggio e tornò
all’auto con le braccia allargate.
«La polizia è già stata qui», la
informò sedendosi.
«Davvero?»
Com’era possibile? E perché
non le avevano detto niente?
«La porta era rotta e sigillata dai
nastri della polizia», continuò lui.
Prima che finisse di parlare
Magdalena si infilò l’auricolare
nell’orecchio.
«Devo sapere cos’è successo»,
disse chiamando il numero diretto
di Petra Wilander, che rispose al
secondo squillo. «Ciao, Petra, sono
Magdalena del Värmlandsbladet.
Volevo solo sapere com’era andato
il blitz al bordello.»
La poliziotta restò in silenzio per
qualche secondo, poi rispose:
«Come fai a sapere che c’è stato un
blitz?»
«Be’, la serratura è rotta e i
sigilli sulla porta sono un chiaro
segnale che siete stati lì.»
Silenzio.
«Che rimanga fra noi…»
capitolò.
«Assolutamente. Puoi fidarti di
me.»
«Non c’era nessuno», confessò
Petra.
«Ma…»
«Però c’erano tracce che
indicavano chiaramente il tipo di
attività che vi si svolgeva, quindi ci
chiediamo dove siano andati e
perché tutt’a un tratto abbiano avuto
paura e siano scappati. Li avremo
mancati di una mezz’ora al
massimo.»
«Sul serio?!» esclamò
Magdalena. «E adesso cosa state
facendo?»
«Naturalmente dovremmo
cercare di trovarli. In casi normali
avremmo impiegato grosse risorse,
ma sai come stanno le cose, qui.»
«Sì, capisco. Dio, che
frustrazione, però!»
«Comunque», aggiunse Petra in
tono più duro, «non eravamo
d’accordo che avresti dovuto stare
attenta?»
«Io faccio il possibile, ma è
difficile, sapendo quello che sta
succedendo. Come va con gli
omicidi?» le domandò per cambiare
discorso. «Ancora nessun
sospettato?»
«Abbiamo diverse piste»,
rispose Petra. «Se telefoni a
Munther forse ti racconta qualcosa
di più.»
Magdalena la ringraziò e
riattaccò.
Jens mise in moto e uscì dal
parcheggio. Girò a sinistra in
Parkvägen, superando un discount, e
si immise in Dalavägen. Per un po’
nessuno dei due disse niente.
«Che sfiga!» borbottò
Magdalena appoggiando il gomito
sul finestrino. «Mi piacerebbe
sapere chi è lo stronzo che li ha
avvisati.»
Ripensò alle ragazzine che
aveva visto quella sera fuori dalla
finestra di Tore. Dov’erano,
adesso? Sarebbero riusciti a
rintracciarle? Presto il cambio di
indirizzo avrebbe dovuto
diffondersi fra la clientela. Se fosse
stata un uomo avrebbe potuto
fingersi un cliente, pensò.
Diede un’occhiata furtiva a Jens.
Era un bravo fotografo, socievole e
intraprendente: chissà se era
disposto ad aiutarla...
«Hai tempo per un caffè veloce
prima di tornare indietro?» gli
domandò mentre svoltavano in
Köpmangatan. «Vorrei proporti una
cosa.»
Jens la guardò perplesso.
«Cioè?»
«Pensavo che dovremmo trovare
quel bordello, tu e io. E incastrare i
magnaccia con le videocamere
nascoste.»
«Avresti davvero il coraggio di
farlo? Dopo quei messaggi?»
«Me la sto facendo sotto, ma non
posso permettergli di
condizionarmi.»
«Okay», annuì il fotografo
sorridendo. «Se te la senti tu, ci sto
anch’io.»
«Ovviamente il problema è
trovare il bordello, ma non
dovrebbe essere impossibile. Forse
potremmo iniziare cercandolo su
Internet. I clienti dovranno pur
arrivarci, in qualche modo.»
Jens annuì.
«Hai accesso a una
videocamera?» continuò
Magdalena. «I filmati sarebbero
l’ideale. Ma presumo che ci voglia
qualcosa di meglio di una
videocamera amatoriale.»
«Non ho l’attrezzatura giusta, ma
potrei prenderla in prestito. Non
dovrebbero esserci problemi. Lo
risolveremo noi, questo caso.»
Lo spero davvero, pensò
Magdalena. Fallire è fuori
discussione.
Ti avvertiremo solo una volta.
Mentre il polpettone cuoceva nel
forno Magdalena mise tre piatti in
tavola. Era di buon umore, carica in
vista della collaborazione con Jens
e soddisfatta della giornata di
lavoro. Dopo avergli fatto intuire
quanto le sarebbe piaciuto scrivere
qualche riga sull’irruzione fallita al
bordello, Sven Munther le aveva
raccontato a malincuore che la
polizia stava tenendo d’occhio un
conoscente di Hedda Losjö.
Avrebbe fatto in tempo a scrivere
un buon articolo anche per il
quotidiano del giorno dopo.
«Come fai a vivere in un posto
così grande da sola?» gridò
Jeanette dal soggiorno. «E che
quadri enormi!»
«Carriera abitativa», urlò
Magdalena di rimando, mentre
sistemava le posate.
«Carriera abitativa?» ripeté
Jeanette affacciandosi in cucina.
«Cosa cavolo significa?»
«Avevo comprato un monolocale
a Söder per 700.000 corone e l’ho
rivenduto a 1 milione e 3; poi ho
comprato un trilocale con Ludvig a
2,7 milioni, l’abbiamo ristrutturato
e rivenduto a 3,4; ho comprato casa
a Bromma per 4,1 milioni,
ristrutturato da cima a fondo e
rivenduto per quasi 7 milioni di
corone.»
Gli occhi di Jeanette si
allargavano via via che le somme si
moltiplicavano.
«Roba da pazzi.»
«Lo so», rispose Magdalena
mentre schiacciava le patate bollite.
«Non è normale. Finché si vive a
Stoccolma, per avere dei soldi devi
fare dei mutui enormi; non li
possiedi mai veramente. Ma da
quando mi sono trasferita qui di
colpo sono diventati veri.
Ovviamente ho dovuto pagare un
mucchio di tasse, ma era più che
giusto.»
Versò il latte caldo sulle patate
per fare il purè. Aveva invitato a
cena Jeanette perché non si era
quasi fatta più sentire dalla morte di
Tore e inoltre aveva un gran
bisogno di passare una serata in
compagnia di una persona adulta.
«Dai, siediti. Come va, adesso?»
«È dura. Molte volte ho preso il
telefono per chiamarlo, poi quando
ce l’avevo in mano mi ricordavo
che non c’è più.»
Magdalena annuì e le accarezzò
un braccio. Poi gridò a Nils che era
pronto.
Quando il figlio si sedette a
tavola la conversazione si
concentrò sulla maestra Frida, sui
compagni di classe e il Nintendo
DS che gli aveva regalato Ludvig.
«Vuoi un tè o un caffè?» chiese
Magdalena dopo che Nils era
schizzato a vedere l’ultimo quarto
d’ora del suo programma preferito.
«Una tazza di tè, grazie.»
Magdalena riempì il bollitore e
iniziò a sparecchiare.
Fra loro due sembrava quasi ci
fosse un accordo di non parlare né
del dolore per la scomparsa di
Tore, né delle indagini sugli
omicidi delle ragazze. Magdalena
immaginò che Jeanette non parlasse
d’altro, con i suoi clienti, durante la
giornata.
«Sai chi ho cominciato a
frequentare?» disse invece.
L’amica la fissò, e decifrò senza
difficoltà il suo sorriso.
«No! Stai scherzando? Come’è
successo?»
Magdalena le raccontò tutto per
filo e per segno, soffermandosi
ampiamente sul sondaggio, il
viaggio in taxi e l’incontro al
supermercato.
«Sei innamorata?» le chiese
l’amica.
Magdalena bevve un sorso di tè
sorridendo.
«Non c’è bisogno che tu mi
risponda», la anticipò Jeanette. «Si
vede lontano un chilometro. Quando
parli di lui ti illumini.»
Poi la sua espressione si fece di
colpo seria.
«Ma si può ricominciare tutto da
capo? Dopo quello che è successo?
…»
Magdalena si strinse nelle
spalle.
«Non lo so, ma non posso non
riprovarci, tutto qui. Sabato vado a
cena da lui.»
Dicendolo, si sentì arrossire fino
alla radice dei capelli.
«A casa sua? A Sunnemo?»
Magdalena annuì.
«Oh, Dio! Sono davvero felice
per te, Magda. Domenica mi farai il
rapporto completo. Voglio sapere
tutto.»

Magdalena infilò le tazze nella


lavastoviglie.
Jeanette era rimasta fino alle
nove e mezzo; mentre lei metteva a
letto Nils aveva visto l’inizio di un
programma di arredamento. Poi
avevano continuato a parlare sul
divano con le candele accese,
l’ultimo singolo di Lars
Winnerbäck in sottofondo.
Per tutta la sera Magdalena non
aveva né sentito rumori sospetti, né
guardato ansiosamente verso la
porta della cantina.
Mentre finiva di riordinare
suonò il telefono.
Ludvig. Oh, no!
Controvoglia si portò il cellulare
all’orecchio.
«Pronto.»
«Ciao, come va?»
«Bene, grazie. È successo
qualcosa? Stavo andando a
dormire.»
«Sì, in effetti qualcosa è
successo.»
Sembrava teso.
«Nils non può venire qui
venerdì. Stamattina Ebba ha avuto
delle contrazioni e siamo dovuti
correre al pronto soccorso…»
Non voglio sentire, non voglio
sentire.
«… adesso deve assolutamente
stare a riposo, senza affaticarsi.
Quindi il week end salta.»
Sentì la rabbia montarle dentro.
«E cosa impedisce a Ebba di
riposarsi mentre il bambino è lì da
te? Non è te che deve vedere,
dopotutto?»
«Sono desolato, ma purtroppo
stavolta va così.»
«Non vuoi vedere tuo figlio?
Credi di poterlo lasciare da parte
quando c’è qualche problema?»
«Smettila! Non accetto questo
tipo di accuse. Se pensi che lo veda
troppo poco dovevi evitare di
trasferirti così lontano! Avrei tenuto
qui Nils più che volentieri a
settimane alterne, l’avrei
accompagnato a scuola e tutto il
resto, e tu lo sai. Mi manca da
morire.»
Magdalena riattaccò lanciando il
telefono sul lavello. Poi se ne andò
in soggiorno e sprofondò sul
divano.
Come avrebbe fatto a dirlo a
Nils, l’indomani? E la cena con
Petter sarebbe saltata, ovviamente.
A meno che…
Lanciò un’occhiata all’orologio:
22.20. No, era troppo tardi per
chiamare, così prese il computer
acceso dal tavolino e se lo mise
sulle ginocchia. Petter era online.
Nel menu della chat accanto al suo
nome c’era un pallino verde.
Cliccò e scrisse nella finestra di
dialogo: «Ciao».
Nell’attesa le pulsazioni
aumentarono. Non era lì?
Infine comparve la sua risposta.
«Ciao! Come stai?»
Magdalena scrisse rapidamente,
premendo i tasti con forza.
«In questo momento, di merda.
Sabato non posso venire. Nils non
va più da suo padre. Mi ha appena
chiamata.»
«Mi dispiace. Non vedevo
l’ora.»
«Anch’io!»
Forse, però, è troppo presto per
presentare Petter a Nils, pensò
Magdalena, tuttavia aggiunse: «Non
vuoi venire qui? Magari già
venerdì?»
«Certo che voglio! A che ora?»
«Verso le sei. Buona notte.»
Solo quando ebbe chiuso la chat
e rimase sul divano qualche minuto,
si accorse di quanto fosse
silenziosa la casa.
UNA notte prendemmo una nave.
Kosta si allontanò con Ana molte
volte. Nel frattempo dovetti
aspettarli nel mio letto. Credo che
avesse iniziato a odiare i suoi
riccioli.
Quando scendemmo a terra era
mattina e continuammo in
macchina. All’inizio il paesaggio
era piatto, da ogni parte si
aprivano enormi campi, e alcuni
erano così gialli che a guardarli
mi facevano male gli occhi.
Ana non disse quasi nulla, restò
seduta nel suo angolo a fissare
fuori dal finestrino. A volte
cercavo di indicare qualcosa per
riscuoterla, come una casa o un
animale ai lati della strada, ma a
lei non importava. Niente riusciva
a destarla dalla bolla in cui si era
rifugiata.
Dopo alcune ore di viaggio
Kosta si fermò a un benzinaio.
L’uomo che dovetti seguire in
bagno aveva una catena d’oro al
collo e un mucchio di peli bianchi
sul petto. Lì dentro c’era un forte
odore di pipì.
La seconda volta che ci
fermammo fu in un campeggio. Gli
alberi erano alti e fitti, era sera
ma faceva ancora chiaro. C’era
anche un laghetto.
Questa volta l’uomo era più
giovane, aveva i capelli castani
corti e sembrava anche abbastanza
gentile, all’inizio, ma in realtà non
lo era affatto.
Quando Ana si sedette di nuovo
in macchina vidi che stava male, la
sentivo gemere, a volte, ma non ne
volle parlare.
Quando le chiesi di nuovo
perdono non mi rispose nemmeno.
Pareva quasi non sentire. Però mi
prese la mano e la strinse forte
forte.
Oh, nonna…
23

LA maledetta sveglia suonò, Petra


fece una smorfia di dolore, e
quando Lasse accese il suo abat-
jour si cacciò il cuscino sopra la
testa.
Non aveva dormito tutta la notte;
l’emicrania l’aveva torturata con un
continuo pulsare. Alla luce della
lampada tutto si trasformò in
un’esplosione di dolore
insopportabile.
Pregò il marito di portarle un
bicchiere d’acqua, le pastiglie e il
telefono. Dopo un breve sms a Sven
Munther e due pillole cercò di
riaddormentarsi.
Un classico, pensò. Perché devo
stare così male proprio adesso che
non posso? Erano tanti anni che non
le veniva un mal di testa simile.
La mattinata trascorse in un
torpore irrequieto. Immagini del
viso mezzo scarnificato di Hedda, il
corpo nudo nella cantina e Nellie
china sul suo computer si
susseguivano come tende agitate dal
vento.
Quando finalmente l’attacco si
placò e Petra sbirciò verso la
sveglia sul comodino erano le
11.28. Le parve di essersi appena
arenata su una spiaggia dopo un
naufragio. Lentamente tentò di
mettersi seduta. Sì, ci riusciva,
anche se aveva le vertigini. Infine si
alzò in piedi e con le gambe
tremanti uscì dalla camera da letto.
Appena Roy la sentì aprire la
porta le andò incontro e le spinse il
muso contro una mano.
«Adesso mi faccio una doccia,
poi usciamo per un giretto.»
Il bagno era illuminato dalla
debole luce mattutina. Petra aprì il
rubinetto della doccia, si tolse gli
slip e la canottiera sudata e si ficcò
sotto l’acqua. Chiuse gli occhi
contro il getto bollente e restò a
lungo con le braccia penzoloni.
Quindi prese a massaggiarsi la cute
con lo shampoo. Lo frizionò più
lentamente del solito, godendosi il
profumo e l’assenza del dolore.
Con la stessa lentezza si lavò il
corpo effettuando movimenti
circolari sulle braccia, il seno, la
pancia, le cosce. Dovrei riprendere
a correre, pensò stancamente. Potrei
iscrivermi alla maratona di
Karlstad in primavera.
In passato lei e Lasse avevano
corso spesso insieme per i sentieri
di Vågbacken. Era persino diventata
un’abitudine, ma poi negli ultimi
anni Lasse aveva continuato da
solo. Petra frequentava la palestra
della polizia un paio di volte alla
settimana, ma di tanto in tanto le
mancava quello sfinimento totale
che solo una corsa intensa riusciva
a darle. Specialmente se lo scopo
era battere suo marito.
Uscì dalla doccia e si asciugò
con movimenti ancora insicuri.
Quando ebbe finito si avvolse un
asciugamano attorno al corpo e un
altro attorno alla testa a mo’ di
turbante, e tornò in camera per
vestirsi.
Senza badarci troppo spazzolò i
capelli lunghi fino alle spalle. Al
lavoro li legava sempre, ma ora li
lasciò così com’erano. Infine inviò
un sms a Lasse.
«Porto fuori Roy, così non devi
tornare a casa a pranzo. Bacio!»
«Andiamo, vecchietto?»

Magdalena osservò il display


della fotocamera mandando avanti e
indietro le foto che aveva appena
scattato. Per quanto ci avesse
provato non era riuscita a ottenere
l’effetto che voleva. La prospettiva
all’interno del mulino di
Stjernsfors, l’altezza, l’ampiezza, la
luce di tutte le finestre sulle pareti
dipinte a calce non risaltavano per
niente. Il risultato restava piatto.
Ridicolmente piatto.
Infine certificò il suo lavoro con
un’immagine dell’artista barbuto in
piedi accanto a uno dei suoi dipinti,
un ruscello nero e gorgogliante in
un paesaggio primaverile innevato.
Ripose la fotocamera della
borsa e cominciò a scendere la
scala stretta e ripida.
«Quando uscirà sul giornale?»
«Scrivo il pezzo oggi, quindi se
tutto va bene già domani. Però non
le prometto niente. Spero che il
vernissage di sabato sarà un
successo.»
«Grazie, lo spero anch’io.»
Magdalena lo salutò
stringendogli la mano e si diresse
all’auto della redazione
parcheggiata sul ciglio della strada.
Dopo aver superato il maneggio,
la fattoria e il piccolo fiume
continuò lentamente lungo la
stradina tortuosa. In realtà avrebbe
fatto prima a prendere la strada di
Uddeholm che aveva percorso
all’andata ma, dato che non aveva
nessun appuntamento, qualche
minuto in più o in meno non faceva
differenza.
Avvicinandosi ad Hagälven e al
posto in cui lei e Petter si erano
baciati, scorse una figura nota. Non
era Petra Wilander, quella che
stava camminando insieme con un
cane dal pelo grigio?
Quando la raggiunse rallentò e
abbassò il finestrino.
«Ciao!»
Petra attraversò la strada e le si
accostò.
«Oggi sei di riposo?» le
domandò Magdalena.
«No, mi sono appena ripresa da
un attacco di emicrania.»
«Oh, già, in effetti sei un po’
pallida.»
Il grosso cane al guinzaglio
cercava di tirare, ansioso di
proseguire.
«Aspetta un attimo, Roy», gli
ordinò Petra.
Poi si voltò di nuovo verso
Magdalena.
«Hai già pranzato?»
«No», rispose lei cercando di
nascondere lo stupore.
«Stavo tornando a casa per
vedere di mandare giù qualcosa.
Puoi venire anche tu, se vuoi. Avrei
bisogno di parlarti.»
«Okay», rispose Magdalena,
alquanto stupita. «Sì, perché no?»
«Abito là, in Tjernevägen, la
seconda casa sulla destra.
Aspettami lì. Arrivo fra cinque
minuti.»
Magdalena non ebbe difficoltà a
seguire le indicazioni e parcheggiò
davanti a una villetta a un piano in
mattoni gialli. Da un vaso sulla
scalinata sbucava un’erica ricoperta
di neve.
Non appena intravide Petra e il
cane nello specchietto retrovisore
scese dall’auto.
«Noi abitiamo qui», le mostrò
Petra avviandosi alla porta
d’entrata.
Slegò il cane, che si accucciò
nella sua cesta nell’angolo
dell’ingresso. Magdalena si tolse la
giacca e la appese sull’appendiabiti
in mezzo ad altri piumini e sostegni
per gli sci.
«C’è posto? È sempre pieno»,
disse Petra svanendo in cucina.
Che cosa voleva? si domandò
Magdalena sedendosi su uno
sgabello per togliersi anche gli
stivali. L’aveva programmato?
Sembrava quasi di sì.
Entrando in cucina vide che
aveva già estratto un paio di scatole
di plastica dal congelatore e stava
riempiendo due piatti con riso e
stufato di carne.
«Accomodati», la invitò Petra
indicando la cassapanca.
Mentre i piatti si riscaldavano
nel microonde Petra prese le
posate, un vasetto di barbabietole
sott’olio e due bicchieri d’acqua.
Poi affettò un pomodoro e mise il
tagliere sul tavolo.
Magdalena si guardò attorno e
nonostante tutto si sentì a proprio
agio.
«Come procedono le indagini?»
«Non procedono affatto, se devo
essere sincera», confessò Petra.
«Non ci capisce niente nessuno.
Hedda e quella ragazza sono
entrambe morte, ma a parte questo
non riusciamo a trovare altri
legami. Che coincidenza, vero?»
Posò il piatto fumante davanti
all’ospite.
«Prego.»
«Grazie. Sei stata molto gentile a
invitarmi.»
«Un impulso. Forse non del tutto
saggio», disse Petra sorridendo.
«Ma do per scontato che quello di
cui parleremo resterà fra queste
mura.»
«Ovviamente», rispose
Magdalena mangiando un boccone.
«E il bordello? Nessuna pista?»
La poliziotta scosse piano la
testa.
«Forse l’emicrania non mi ha
colpito del tutto inaspettatamente.»
Magdalena non sapeva cosa
dire. Non voleva sembrare troppo
insistente. Se uno viene invitato a
pranzo deve mantenere un profilo
basso, pensò.
«Quanto bene conosci Christer?»
le chiese Petra all’improvviso.
La domanda fu talmente inattesa
che a Magdalena cadde il coltello
mentre stava tagliando una
barbabietola.
«Christer?»
«Sì, so che vi conoscete da
tempo, ma in che modo?»
«Ero molto amica di sua sorella
minore, Tina, e frequentavo spesso
la loro casa.»
«Okay. Quindi niente di più?»
Magdalena pensò a quella volta,
nel parco, l’estate prima che si
trasferisse a Stoccolma, ma non
poteva contare.
«No, niente di più. Posso
chiederti perché lo vuoi sapere?»
Petra bevve un sorso d’acqua e
rispose: «Lavoro con Christer da
tanto tempo, ma non l’ho mai visto
così strano come nell’ultimo
periodo».
«Strano in che senso?»
«Di solito è molto coinvolto nel
lavoro, preciso… be’, lo conosci
anche tu, quindi sai di cosa sto
parlando. È davvero il poliziotto
più disciplinato con cui io abbia
mai lavorato. Ma ora è assente,
distratto, irritabile. Un’altra
persona.»
Guardò fuori dalla finestra come
se stesse rimuginando su qualcosa.
Magdalena attese che continuasse.
«Forse non dovrei dirlo, ma…
Be’, una sera io e Christer ci siamo
appostati fuori da quel bordello.
Entravano e uscivano diversi
uomini e io ho filmato tutto con la
videocamera. Quando siamo
rientrati ho lasciato la videocamera
nel deposito delle armi. Per entrarci
bisogna avere sia il badge sia il
codice. La mattina dopo il filmato
era scomparso.»
«Sì, me l’avevi detto che avevi
perso le prove. Credi che c’entri
Christer?»
«Dio, non lo so. Non so niente!
Ma c’eravamo solo io e lui, lì, e
non riesco a trovare nessun’altra
spiegazione logica. E proprio
quando stiamo per irrompere
nell’appartamento hanno tagliato la
corda tutti quanti. Mi chiedo cosa
stia succedendo. Sembra che un
incantesimo ci stia impedendo di
risolvere questo caso.»
Magdalena prese una decisione.
Si sarebbe fidata di Petra proprio
come evidentemente Petra si fidava
di lei.
«Io e il mio collega Jens
Sundvall abbiamo deciso di
incastrare i protettori con una
videocamera nascosta.»
Petra la fissò allibita.
«Cos’hai detto?»
«Voi siete troppo impegnati con
gli omicidi, mentre noi
giornalisti...»
«Non crederai mica che sia un
gioco, vero? Non hai imparato
niente, dall’aggressione che hai
subito?»
Magdalena abbassò lo sguardo
sul tavolo, poi lo rialzò.
«Sono terrorizzata, ma non posso
fare a meno di provarci. Vedi, io e
Jens potremmo registrare un filmato
che sarebbe non solo un vero
scoop, ma anche una prova
schiacciante per il tribunale.»
Petra la guardò a lungo con
espressione seria.
«No, non mi piace per niente»,
concluse.
Magdalena la prese comunque
per un’approvazione.

Magdalena si appoggiò allo


schienale della sedia e si
stiracchiò. Avrebbe dovuto
arredare una stanza come un vero e
proprio studio, con una sedia
apposita e un’illuminazione
adeguata. Per diverse ore aveva
navigato in rete alla ricerca di
qualche informazione sul bordello
di Hagfors, ma senza ottenere
nessun risultato.
Quei papponi attaccheranno gli
annunci in città per farsi trovare?
pensò sbadigliando. Oppure gira
solo il passaparola?
Quei siti a sfondo sessuale, poi,
l’avevano scossa parecchio. Per
quella sera bastava. Erano quasi le
undici.
Faceva bene a dare la caccia a
quei pazzi? si domandò. La
reazione di Petra l’aveva turbata
parecchio. Per tutta la sera si era
soffermata a guardare fuori dalla
finestra e ad ascoltare rumori
sospetti.
Nelle ultime notti il sonno era
peggiorato, e non solo perché
divideva il letto con Nils: si
svegliava al minimo rumore. Lo
sfregamento dello spalaneve sul
marciapiede poteva farla saltare sul
letto con il cuore in gola.
Era giusto esporre il bambino a
tutto questo?
Si alzò e andò in soggiorno.
Aveva pensato di accendere la tv,
ma invece restò lì in piedi con il
telecomando in mano davanti alla
portafinestra che dava sul retro.
Uno spesso strato di neve
immacolata ricopriva il balcone e i
tre pini in fondo alla proprietà,
illuminati dai lampioni della strada,
gettavano ombre bizzarre sul
giardino.
All’improvviso bussarono alla
porta. Tre colpi decisi contro il
vetro.
Magdalena ebbe così tanta paura
che avvertì una fitta al petto e uno
strano sapore in bocca.
Chi poteva essere a quell’ora?
Si avvicinò alla porta di
soppiatto. Fuori si intravedeva una
silhouette alta.
Bussarono di nuovo, stavolta più
forte.
Se solo avessi una catena di
sicurezza, si disse avvicinandosi, se
solo…
«Sono io, Stefan.»
Le mani di Magdalena
tremavano in modo incontrollato
quando girò la chiave e aprì.
«Ti ho spaventata?» le domandò
lui.
«Un po’.»
«Non devi mica avere paura di
me. Abbiamo visto la luce accesa,
ma non volevo suonare per non
svegliare Nils. Tieni.» Stefan le
porse un sacchetto di plastica. «Le
tende che hai ordinato.»
Magdalena lo prese.
«Già, è vero. Me n’ero quasi
dimenticata. Non so se ho i soldi
ora.»
«Non ti preoccupare, lo
metteremo in conto nel fallimento
generale», rispose Stefan con un
sorrisino. «Ti accorderai con
Diana.»
«Quanto vi devo?»
«È scritto su un foglietto lì
dentro. Ah, senti, Nils è un vero
talento sul ghiaccio. Ha sciato
molto?»
«Non tanto», rispose lei. «Solo
su una piccola pista nel parco
giochi.»
«Guarda che è davvero bravo.
Be’, buona notte.»
Magdalena chiuse la porta, girò
la chiave e si appoggiò alla parete.
Sto perdendo la ragione?
24

MAGDALENA abbracciò Nils


nell’atrio della scuola; quando uscì
si mise l’auricolare e chiamò Jens
Sundvall. Aveva i muscoli del collo
contratti per via delle nottate
passate nel lettino del figlio.
«Com’è andata?» domandò
senza nemmeno presentarsi appena
Jens rispose.
«Male. Non ho trovato niente.»
«Nemmeno io. Sai cosa penso?
Che se non hai piani per questo fine
settimana dovresti venire qui,
uscire e fingere di essere un cliente
che cerca il bordello. Internet non
sembra dare risultati.»
«L’avevo pensato anch’io. Quale
giorno sarebbe meglio, secondo te?
Stasera o domani?»
«Domani organizzano una serata
danzante, al Jonte. Di solito ci va
molta gente, e dato che è giorno di
paga…»
Jens rifletté.
«In realtà avrei un impegno,
questo week end, ma credo di
poterlo rimandare. Vieni anche tu?»
«È meglio se vai a curiosare da
solo. Qui mi conoscono tutti: la
gente si insospettirebbe, se ci
vedessero insieme.»
«Sì, hai ragione. Sistemo alcune
cose e ti richiamo.»
Si salutarono e chiusero la
telefonata.
Bene, mormorò Magdalena fra
sé. Adesso dovrà pur succedere
qualcosa.

Magdalena richiuse il mascara,


lo ripose nel beauty sul ripiano e si
guardò allo specchio. Aveva il viso
in fiamme – lo era stato per tutta la
giornata – e si appoggiò i palmi
sulle guance per rinfrescarlo.
Calma, si disse. In fondo è soltanto
una cena.
Guardò l’orologio: le sei meno
un quarto. Le costolette di maiale
erano nel forno, l’insalata in una
ciotola sul lavandino. Tre piatti sul
tavolo.
In quel mentre suonarono alla
porta.
«Apro io!» gridò schizzando
verso l’ingresso.
Le dita incespicarono sulla
maniglia.
«Ciao, sono troppo in anticipo?»
la salutò Petter con in mano un
mazzo di tulipani bianchi.
Il furgoncino era parcheggiato
sulla strada, oltre la siepe.
«Non fa niente», rispose lei con
il cuore a mille. «Entra.»
Petter le porse i fiori. Quella
sera non portava il berretto, e i
capelli folti erano legati con un
elastico sulla nuca.
«Preferisci ancora il bianco?» le
disse abbracciandola incerto e
consegnandole una bottiglia di vino.
Magdalena si sentiva
particolarmente timida.
Petter le diede un bacio delicato
sulle labbra: sapeva di vaniglia
calda.
Quando Magdalena udì i passi
sulle scale si scostò e andò incontro
al figlio.
«Lui è Petter», lo presentò
posando le mani sulle spalle di
Nils.
«Ah-ah», rispose Nils.
«Ciao», disse Petter. «Ci siamo
visti al supermercato qualche
giorno fa. Che bella felpa che hai.
Anche a te piace Super Mario?»
Nils annuì.
«Dove sei arrivato?»
«Quinto mondo, terzo livello.»
«Oooh!» esclamò Petter.
«Però Melvin è arrivato già al
sesto mondo», continuò Nils.
«Allora posso mostrarti qualche
trucchetto», rispose lui. «Se vuoi.»
Nils annuì entusiasta. «Sì,
aiutami ad arrivare al castello
grande. Voglio vedere com’è fatto
Bowser.»
«Certo.»
Il bambino corse a prendere il
Nintendo.
«Ma guarda, giochi anche a
Super Mario Bros», lo stuzzicò
Magdalena sorridendo.
«L’avevo comprato per le
ragazze, ma ultimamente ci gioco
solo io.»
Petter la guardò e intrecciò le
dita alle sue.
Chissà se anche lui pensa a
quello che sto pensando io?
Quando sentirono Nils
avvicinarsi Magdalena lasciò la sua
mano.
«Giocate pure mentre finisco di
preparare la cena», disse. «Ci
vuole ancora un po’.»

Nils si era tirato la coperta fin


sopra al naso; si vedevano soltanto
gli occhi scuri. Era stizzito.
«Non puoi abbassarla un po’?
Così non riesco a vedere il tuo bel
faccino», disse Magdalena
strattonando piano il cuscino, ma lui
continuò a opporre resistenza.
Gli accarezzò la testa.
«Mi puoi spiegare perché sei
così arrabbiato, tesoro?»
«Tu e Petter siete innamorati?»
mormorò il bambino da sotto la
coperta.
«Non riesco a sentirti», rispose
lei.
Controvoglia Nils abbassò la
coperta sotto il mento, le labbra
strette con forza.
«Adesso puoi ripetere,
giovanotto.»
«Tu e Petter siete innamorati?»
Continuando ad accarezzarlo
Magdalena rispose: «Credo di sì».
Nils strinse le labbra ancora di
più.
«Non ti va?»
Lui scosse il capo
energicamente.
«Perché no? Quando avete
giocato vi siete divertiti un sacco.»
«Comunque non deve venire ad
abitare qui, ecco.»
«Non preoccuparti, amore: non
viene. Ma ti racconto una cosa:
tanti, tanti anni fa io e Petter
vivevamo insieme.»
«Quando?»
Nils aveva gli occhi sbarrati.
«Molto prima che conoscessi il
papà.»
«Ah», replicò Nils. «Vivevate
qui?»
Magdalena sorrise.
«No, non in questa casa.
Avevamo un appartamentino.»
«Ah.»
Dal piano di sotto arrivava un
tintinnio di stoviglie e posate sotto
l’acqua.
«A proposito, ti piacerebbe
avere un gattino?» chiese lei.
«Sì. Rasmus, in classe mia, ha un
gatto che si chiama Terror.»
Magdalena ridacchiò.
«Terror. Bel nome. E tu come lo
chiameresti il tuo?»
Nils meditò guardando il
soffitto.
«Boh!…»
«Allora pensaci mentre ti
addormenti. Buona notte, mio bel
principe.»
Magdalena lo baciò, uscì e
richiuse la porta dietro di sé.

Quando rientrò in cucina Petter


spense il neon sopra il lavello
pulito.
«Mi sono preso la libertà di
riordinare», le spiegò.
Si guardarono. Una ciocca scura
si era allentata dalla coda e gli
ricadeva sulla guancia.
«Dorme?»
«Fra poco», rispose lei
porgendogli una mano. «Vieni.»
Non potevano più aspettare. La
passione li travolse d’impeto come
una rapida vorticosa, spumeggiante,
fatale.
Magdalena gli slegò i capelli e
vi affondò le dita tirandolo a sé, le
mani di Petter la toccavano
dappertutto: sulla schiena, sul
ventre, sul seno…
«Quanto mi sei mancata, credevo
che mai…» mormorò lui
ansimando, alzandola sul ripiano
della cucina.
Magdalena gli allacciò le gambe
dietro la schiena e gli sfilò la
maglia da sopra la testa.
Di colpo si ricordò della
finestra.
«Non qui», gemette.
Così scivolarono a terra… Lo
fecero sul pavimento di linoleum, il
ronzio della lavastoviglie come
sottofondo musicale.
25

CHRISTER Berglund spiegò il


giornale accanto alla tazza di caffè,
e mentre si preparava un tramezzino
diede una scorsa alla prima pagina.
Niente di nuovo, sulle ragazze di
Hagfors. Del resto, cosa c’era
ancora da scrivere? Non avevano
fatto nessun passo in avanti nelle
inchieste.
Sfogliò il quotidiano mangiando
il tramezzino, lesse l’editoriale e le
lettere al direttore… e
all’improvviso la vide. Gli sembrò
strano, anche se, in effetti, Magda ci
lavorava ormai da più di un mese,
in quella redazione. Christer non si
era ancora abituato a trovare il suo
nome sul giornale, la mattina. C’era
addirittura una sua piccola foto.
L’articolo, che parlava di una
qualche mostra nel mulino di
Stjernsfors, occupava una pagina
intera. C’erano anche tre belle
fotografie a colori.
Lesse l’articolo con attenzione,
immaginandosi Magdalena intenta a
scriverlo al computer, le dita che
digitavano veloci sulla tastiera.
Quelle mani dalle unghie
rosicchiate che gli erano parse così
piccole fra le sue.
Si versò una tazza di caffè.
Aveva davanti un sabato. Che cosa
avrebbe fatto, per passare il tempo?
Magari sarebbe andato a casa
dei suoi. Prima o poi doveva farlo.
Mentre beveva il caffè finì di
leggere il giornale, e guardando la
pagina degli spettacoli constatò che
quella sera non c’era neanche
qualcosa di interessante in tv.
Andò in camera; con uno
strattone tolse il lenzuolo dal letto,
estrasse il piumino dal
copripiumino e ficcò tutto in un
borsone dell’Ikea. Il
portabiancheria in bagno era
stracolmo, e riempì altre due borse.
Sì, in qualche modo sopravvivrò
anche a questo week end, pensò,
uscendo sul pianerottolo e
chiudendo la porta a chiave.

Dopo aver parcheggiato fuori


della casa di Gunvor e Bengt,
Christer si trattenne in auto a lungo.
All’idea di scendere, entrare in
casa, incontrare il padre e guardare
la madre negli occhi si sentiva
male. Alla fine, tuttavia, aprì la
portiera e uscì dalla macchina.
Nello stesso istante Magdalena
aprì la porta di casa e corse verso
la cassetta delle lettere con una
vestaglia azzurra addosso, le esili
gambe nude infilate in un paio di
pesanti stivali di cuoio, i capelli
scarmigliati.
Christer stava per recuperare i
sacchi di vestiti dal sedile
posteriore e si fermò a metà.
Quando lei lo vide da sopra il
tettuccio dell’auto si bloccò di
colpo stringendosi la vestaglia
attorno al corpo.
«Ciao», lo salutò mentre tirava
fuori il quotidiano dalla cassetta.
«Ciao», rispose lui. «Bello,
l’articolo di oggi.»
Magdalena lo guardò perplessa.
«Su Stjernsfors», le spiegò.
«Ah, l’hanno pubblicato,
allora», disse lei. «Buon per loro.»
È proprio bella, pensò Christer.
Sembra la principessa delle nevi.
«Come stai?» gli domandò
guardandolo negli occhi.
«Bene.»
«Ho saputo che eri malato. Ti
sei ripreso?»
Christer annuì.
«Be’, adesso devo correre
dentro, mi è venuto freddo»,
concluse abbassando lo sguardo
verso le proprie gambe. «Ci
vediamo… prima o poi.»
Sfoderò un ampio sorriso e si
affrettò su per la scala, svanendo
dietro la porta.
Christer la seguì con lo sguardo,
il cuore che gli batteva forte nel
petto.
Pensa se… Ma scacciò subito il
pensiero. Era un’illusione,
ovviamente. Ecco come passava il
tempo: a crogiolarsi nelle illusioni.
Afferrò le borse dal sedile
posteriore e si diresse verso la casa
dei genitori. Con la coda
dell’occhio cercò di sbirciare nella
finestra della cucina di Magdalena,
ma l’unica cosa che vide fu il
riflesso del melo spoglio sul vetro.
Come al solito entrò senza
bussare.
«Ehi?»
«Sei tu, Christer?»
Gunvor si affacciò all’ingresso
con indosso il grembiule e con un
pelapatate in mano. «È un po’ che
non ti fai vedere! Sì, lascia i panni
lì, ci penso io.» Indicò le borse
stracolme con il pelapatate. «Ti
porti a casa delle lenzuola pulite,
dopo.»
Christer la seguì in cucina e si
accomodò al solito posto.
«Bengt è andato a fare la spesa a
piedi», lo informò la madre dal
lavello.
Christer tirò un respiro di
sollievo.
«A piedi?»
Diede un’occhiata fuori dalla
finestra, oltre le piante grasse sul
davanzale. Sì, la Volvo era nella
rimessa.
«Sì, pensa un po’. Finalmente ha
cominciato a usare quel contapassi
che gli ha regalato Tina a Natale.
Non l’avrei mai creduto.»
Christer non ricordava di aver
mai visto suo padre andare da
qualche parte a piedi da quando era
morto Jeppe, il cane, quindici anni
prima.
«A proposito», disse Gunvor,
«non ti andrebbe di lavare la nostra
macchina?»
Christer annuì, contento di avere
qualcosa di pratico da fare. Almeno
qualche ora sarebbe passata in
fretta.
«Poi ovviamente mangi qui,
quando hai finito, eh?»
«Vedremo.»
Christer sapeva che sua madre si
dispiaceva se rifiutava di mangiare
con loro, ma lui non se la sentiva di
sedersi a tavola con i genitori e
cercare di conversare del più e del
meno quando l’unica cosa che
aveva in mente era suo padre a letto
con una gracile minorenne. Non ci
riusciva!
«Lo faccio subito», le disse
alzandosi e prendendo la chiave
dell’auto dal gancio alla parete.

Magdalena sollevò la pentola


con le uova sode e la mise sotto il
rubinetto.
«Nils! La colazione è pronta!»
gridò sistemando i portauova sul
tavolo: quello di Nils era bianco
con un coniglio blu, e il suo a
fiorellini.
Il bambino si avvicinò alla
cucina con passi lenti e strascicati.
«Non ho fame.»
«Ma guarda quante cose buone!
Uova, succo, ho persino comprato il
tuo yogurt preferito. Vieni a
sederti.»
Nils estrasse appena appena la
sedia, e senza guardarla ci si infilò
sopra schiacciando il petto contro il
bordo del tavolo.
Magdalena si sedette di fronte a
lui, gli versò del succo nel
bicchiere e mise due fette di pan
carré nel tostapane.
«Cosa vuoi fare oggi?»
Nils si limitò a rigirare il
cucchiaio nel vasetto dello yogurt.
«C’è qualcosa in particolare che
ti piacerebbe?»
Scena muta.
Lei decise di non reagire e lo
lasciò fare. Quando le fette
saltarono su dal tostapane gliele
mise sul piatto, vi spalmò uno strato
di marmellata e ci mise sopra una
fettina di formaggio, una brutta
abitudine che aveva preso da
Ludvig.
«Mi manca il papà», disse Nils.
Alzò il cucchiaio colmo di yogurt e
prima di rovesciarlo di nuovo nel
vasetto ne fece cadere un po’ sul
tavolo.
«Sì, lo so. Anche a lui manchi
tanto, lo sai?»
Dovrebbe sentirmi la
strizzacervelli, pensò.
Il ricordo della sera prima le
fece venire la pelle d’oca.
Istintivamente si strinse la vestaglia
addosso. Nils guardò fuori dalla
finestra, imbronciato.
«Voglio il mio papà.»
In quel momento suonarono alla
porta.
Chi è adesso? pensò Magdalena.
Per un istante sentì la mancanza di
Stoccolma. Lì nessuno si sognava di
suonare il campanello il sabato
mattina senza preavviso.
Erano Melvin e Stefan.
«Posso giocare con Nils?» le
chiese il bambino guardandola
speranzoso.
«Certo che puoi, entra.»
Magdalena si fece da parte.
Melvin si sedette sul pavimento e si
tolse gli stivali.
«Va bene se resta qui qualche
ora?» domandò Stefan. «Pensavamo
di andare fino a Bergvik perché
Diana vuole assolutamente
comprare delle cose da mettere nel
seminterrato. Lui non vuole venirci.
L’ultima volta è scappato non so
dove e abbiamo dovuto chiamarlo
con gli altoparlanti. Lo capisco:
anch’io odio quel posto.»
«Perché non fai anche tu come
lui?» scherzò Magdalena. «Non c’è
problema. Nils e io non abbiamo
programmi.»
Imbarazzata, si ricordò di essere
in vestaglia e con i capelli
spettinati.
«Non è un’idea stupida,
scappare», considerò Stefan.
Ma non dorme mai? pensò
Magdalena notando il labbro
superiore imperlato di sudore.
«Come va?» gli chiese. «Stai
bene?»
«Sì, grazie», rispose lui
uscendo. «Solo un po’ accaldato.»
«Andate piano.»
Magdalena chiuse la porta a
chiave e tornò in cucina. Il pane
tostato si era indurito, il formaggio
era colato ai lati. Dal piano di
sopra le arrivavano le voci dei
bambini che giocavano.
Versò il caffè freddo nel lavello,
se ne riempì un’altra tazza e mentre
lo beveva rifletteva. Poi prese il
cellulare dalla tasca della vestaglia
e scrisse un breve sms: «Grazie per
ieri. Mi manchi. A presto,
Maggie».
Mentre facevano l’amore Petter
l’aveva chiamata con il nomignolo
che usava un tempo. Ma nessun
altro l’aveva mai chiamata Maggie.
Dopo aver inviato il messaggio
si accorse che ce n’era uno di Jens
che non aveva ancora letto.
«Stasera Jonte. Ti faccio
sapere.»
Christer era già all’autolavaggio.
Alzò il volume dell’autoradio. Da
quando aveva comprato la sua
prima auto, una Golf nera con delle
righe bianche sul cofano, ci andava
almeno una volta al mese.
All’epoca niente gli sembrava più
bello e appagante di una carrozzeria
brillante, sedili puliti e tappetini
lindi. Gli amici lo prendevano in
giro e gli chiedevano se potevano
salirci con le scarpe, ma lui non ci
badava. Sono degli invidiosi, si
consolava dandoci dentro con la
spugna e il panno.
Riempì un secchio di acqua
calda, vi aggiunse il detersivo
sgrassante e cominciò a lavare il
tettuccio con la spugna con
movimenti ampi. Quei gesti
abituali, monotoni, lo rilassarono un
po’.
Si svagò immaginando che il
sorriso luminoso di Magdalena di
poco prima fosse davvero destinato
a lui.
E se avesse provato a invitarla
fuo r i ? Invitarla a uscire? Oh,
quelle erano cose che si facevano
nei film e nei telefilm. A Hagfors al
massimo potevano andare al
Florens a mangiare qualcosa. E
invitarla a casa sarebbe stato
eccessivo.
Chissà se usciva da sola,
qualche volta; magari poteva
chiederglielo per vedere come
reagiva. Lui stesso non usciva da
chissà quanto tempo. Il giorno di
Natale andava con Tina da Jonte,
tradizione che da quando si era
trasferita a Göteborg lei infrangeva
di rado, ma anche in quelle
occasioni si sentiva escluso quando
la sorella correva fra le braccia di
amici e conoscenti urlando a
squarciagola. Certo, succedeva
anche a lui di incontrare vecchi
compagni di scuola che erano
tornati a casa per le feste; si
salutavano e si abbracciavano, ma
non li aveva mai trovati
particolarmente sinceri.
Sì, magari glielo chiedo, decise
accingendosi a risciacquare l’auto
con la canna.
Quando aprì la portiera del
posto di guida e si chinò per
estrarre il tappetino notò delle
macchie scure sul sedile. Erano
due, una grande e tonda come una
moneta da cinquanta centesimi,
l’altra lunga tre o quattro centimetri
e con i bordi frastagliati. Christer si
inumidì il dito e grattò quella
rotonda. Il polpastrello si colorò
lievemente di rosso.
Si raddrizzò appoggiando le
mani sul tetto.
Non poteva essere sangue!
Tornò a chinarsi sul sedile e si
mise a cercare febbrilmente altre
tracce. Passò in rassegna il sedile,
il pavimento accanto alla portiera,
strappò il tappetino da sotto i
pedali e lo scrutò attentamente alla
luce dei neon.
Con la stessa frenesia setacciò
l’intero abitacolo. Si stese sui
sedili posteriori, esaminò i tessuti,
il pavimento… Quando pensò di
aver finito aprì il bagagliaio.
Sollevò la cassetta del pronto
soccorso e gli stivali di gomma
spingendosi a fondo, tastando il
tappeto nero con le dita. Ma cosa
stava cercando? Non pensava mica
che…
Fu allora che li vide. In fondo al
bagagliaio c’erano diversi capelli
lunghi. Ne prese un paio e li
osservò.
Restò lì accovacciato a lungo.
Cosa doveva fare? Chiamare i
periti della Scientifica? Il pubblico
ministero? Fare arrestare suo padre
perché sospettato di omicidio?
Omicidio…
No. Non poteva essere. Non
doveva essere!
Prima di richiudere il bagagliaio
rimise i capelli sotto il tappetino di
plastica.

Senza dire una parola Christer


aprì la porta di casa dei genitori e
riappese le chiavi della macchina al
gancio.
«Hai già finito?» gridò Gunvor
dalla cucina. «Che rapidità.»
«Sì», rispose lui con la voce
rotta. «Vado. Ci sentiamo.»
Prima che la madre emergesse
dalla cucina uscì di soppiatto e si
diresse verso la sua auto.
Con la coda dell’occhio vide la
porta di Magdalena aprirsi e
istintivamente sbirciò da quella
parte.
Non era Petter Björkman, il tipo
in piedi sulla sua scala?
Magdalena si allungò e lo baciò
sulla bocca.
Sentì una fitta al petto. Era stata
solo un’illusione, ovvio, come
aveva potuto credere di poter avere
una possibilità?
«Christer! Chriiister! Hai
dimenticato il bucato.»
Gunvor uscì sulle scale con gli
zoccoli ai piedi tendendo una borsa
di plastica.
No, anche questo! Deve per
forza strillare in quel modo?
Christer si voltò e tornò indietro,
afferrò la borsa senza soffermarsi,
ringraziò e tornò all’auto.
Devo andarmene, pensò. Devo
andare via di qui.
Quando si immise in Storgatan,
invece di tornare a casa svoltò a
sinistra verso Ekshärad. Non aveva
idea di dove stesse andando,
guidava e basta. Attraversò
Bergsäng senza curarsi del limite di
velocità di 50 all’ora, e continuò
verso nord guardando dritto davanti
a sé.
Cosa stava succedendo? Cosa
stava facendo suo padre?
Christer! Chriiister! Hai
dimenticato il bucato.
Chi credo di essere? si disse.
Pensavo forse che mi si
risparmiassero certe cose solo
perché sono un poliziotto? Ero
davvero sicuro di conoscere i miei
genitori? Mi illudevo che sarebbe
stato tutto come è sempre stato?
Ma come stavano le cose, in
realtà?
Christer! Chriiister! Hai
dimenticato il bucato.
Come c’erano finite, quelle
strane macchie e quei capelli,
nell’auto di suo padre?
Hanno proprio ragione a dire
che sono patetico e ridicolo. Non ne
uscirò mai. Qualsiasi cosa faccia,
per quanto cerchi di illudermi non
ho mai nemmeno sfiorato la
possibilità di uscirne. La gente
riderà alle mie spalle quando
papà… E quando perderò il
lavoro?
E mia madre… Andrà a pezzi.
Povera mamma!
Senza sapere come, Christer si
ritrovò all’improvviso in un
sentiero nel bosco. Era senza guanti
e senza berretto, ma accostò e uscì
lo stesso. Piangeva. Si mise le mani
sotto le ascelle per scaldarsele e si
guardò intorno: era circondato da
immensi abeti. Quei giganti
silenziosi e dai contorni sfocati
sembravano fissarlo.
In quel momento Christer fece
una cosa che non faceva da quando
era bambino: congiunse le mani.
Poi alzò gli occhi al cielo, oltre le
cime acuminate degli alberi, verso
il bianco cielo invernale.
«Ti prego, Dio mio, dimmi cosa
devo fare… Aiutami!»
Il bar del Jonte era affollato.
Magdalena ci aveva visto giusto,
pensò Jens sedendosi su uno
sgabello e cercando di incrociare lo
sguardo del barista impegnato a
spillare una birra grande.
Dopo aver preso la sua birra,
Jens si guardò attorno.
E adesso come procedo? si
disse.
All’altro capo del bancone vide
un bel ragazzo biondo accanto a una
morettina che continuava ad
aggiustarsi la scollatura e a
ravviarsi i capelli. Il giovanotto non
sembrava molto interessato e
spostava continuamente lo sguardo
sulla calca fra i tavoli.
«E tu chi sei?» gli chiese una
giovane donna in jeans e giacca
nera. «Non ti ho mai visto, qui. Ti
sei appena trasferito?» continuò,
passandosi le mani tra i folti capelli
mossi.
«No, sono solo in visita», spiegò
Jens sorseggiando la birra.
«Peccato. Comunque mi chiamo
Anna-Lena.»
Gli tese una mano.
«Jens.»
«Hai già ballato?»
«Non sono il tipo.»
«Davvero!»
Il biondo si era allontanato dal
bancone. Un omone con un gilè di
pelle e una maglietta bianca aveva
preso il suo posto. Forse potrei
scambiare quattro chiacchiere con
questo tipo, pensò Jens, non
riuscendo a trattenere un sorriso per
i suoi pregiudizi. Perché dovrebbe
sapere qualcosa del bordello
proprio lui? D’altronde doveva pur
iniziare da qualche parte, e non
credeva che Anna-Lena fosse una
buona fonte di informazioni.
Anna-Lena, già.
Quando si voltò era ancora lì, e
aveva un’aria piuttosto seccata.
«Se cambi idea sul ballo
fammelo sapere. Ci vediamo»,
disse, e scomparve sculettando.
Jens bevve un altro sorso di
birra e si alzò sulle punte dei piedi
per cercare di avere una visione
d’insieme del locale. Non vedeva
più il ragazzo biondo.
«Ehi, fratello. Dici che
riusciamo a combinare qualcosa,
stasera?»
Un giovanotto con una camicia
azzurra impeccabile infilata con
cura in un paio di pantaloni color
cachi si era appollaiato sullo
sgabello vicino al suo, tentando di
non cadere. Non perdere
l’equilibrio sembrava un’impresa
titanica.
«Quali sono i pronostici?»
chiese Jens.
«Uno schifo. Davvero uno
schifo.»
Il tipo aveva finalmente avuto la
meglio sulle leggi della fisica, ma
continuava a reggersi al bancone
per sicurezza.
«Perché le donne devono essere
così difficili?»
Adesso bisogna stare al gioco, si
disse Jens. Si protese verso il suo
nuovo amico in una posizione che
sperava di spacciare per
confidenziale.
«Parole sante. Le donne sono
sopravvalutate. Solo in una cosa
sono brave…»
L’altro ridacchiò.
«Sei di Torsby?»
Jens annuì. Aveva
consapevolmente sfoggiato il suo
accento più marcato.
«Vieni da così lontano… che
onore!»
L’uomo con il gilè di pelle nera
posò la birra sul bancone fra i due e
allungò una mano. Evidentemente si
sentiva solo, là nel suo cantuccio.
«Totta.»
Mister Camicia Impeccabile si
presentò come Simon.
«Salute», disse Totta brindando
con il boccale di Jens e quello di
Simon.
Jens si domandò come sarebbe
finita. Tutte le frasi che gli
venivano in mente gli sembravano
delle stronzate.
«Allora tra poco c’è il rally di
Svezia», buttò lì. «Finalmente
qualcosa di interessante!»
La scelta dell’argomento fece
centro. Totta e Simon si
illuminarono.
«Dobbiamo solo sperare che
questo freddo tenga, così non finirà
come l’anno scorso che hanno
dovuto guidare sulla ghiaia»,
commentò Totta.
Simon si ravviò la frangetta
ordinata annuendo.
«Sì, sarebbe troppo triste se
spostassero il rally più a nord,
come dicevano qualche anno fa.
Anche qui deve esserci qualcosa di
bello.»
Jens non sapeva bene cosa
ribattere. In realtà non poteva
importargli di meno della sede del
rally, e forse era stato uno stupido a
impelagarsi nell’argomento
sapendo di avere scarsissima
dimestichezza con piloti e case
automobilistiche. Ma poi si ricordò
di aver sentito che parte del
tracciato avrebbe attraversato la
vecchia pista da sci.
«È bello sapere che scenderanno
da Värmullsåsen», disse infine.
«Perfetto per il pubblico.»
«Sì, certo», rispose Simon.
«Anche se io preferisco prendere lo
scooter, andare in un posticino
tranquillo e accendere un bel fuoco.
Quella sì che è vita. Stare nella
natura e farsi pure una bella bevuta,
magari.»
Totta annuì.
«Chi credete che vinca
quest’anno?» continuò Jens.
Stava andando a meraviglia,
come premere un pulsante. Agli
uomini piace da matti fare le cose
insieme.
«Io spero P.G. Andersson, ma
Grönholm sarà un bella grana.»
Simon non era d’accordo.
«Da quanto ho sentito Grönholm
non è per niente in forma. No,
vincerà Hirvonen, datemi retta.»
«E tu?» chiese Simon voltandosi
verso Jens. «Chi è il tuo favorito,
quest’anno?»
«Il mio favorito? Be’… Penso
anch’io Hirvonen», sentenziò.
Quando Totta finì la birra Jens
ne ordinò altre tre.
«Grazie, amico!» esclamò
l’uomo intingendo i baffi nella
schiuma. «Grazie davvero.»
«Sì, grazie», si unì Simon.
Simon e Totta continuarono
imperterriti a blaterare di rally.
Jens si limitò a mostrarsi
interessato, ad annuire e ridere forte
quando i loro aneddoti parevano
richiederlo. Solo dopo un quarto
d’ora la conversazione scemò.
Forse è il momento giusto, pensò
Jens. Le due birre l’avevano reso
meno nervoso, ma sperava che
l’alcol, oltre a rilassarlo, non lo
rendesse anche imprudente.
«Sentite», disse attirando i due
con l’indice. «Avvicinatevi. Mi
hanno detto che si può andare…
be’, che ci sono delle puttane qui in
città», sussurrò. «Non è che voi ne
sapete qualcosa?»
Totta continuò a sorridere, gli
occhi che si stringevano a fessura.
«Che cazzo vuoi dire?»
«Pensavo che voi…»
«Senti, non so le abitudini di
questo qui, manco lo conosco, ma
io ti sembro uno che deve pagare
per scopare?»
Maledizione, che gaffe!
«No, ma…» balbettò Jens. «Non
volevo dire questo, credevo
solo…»
Prima che Jens potesse reagire
Totta gli aveva mollato uno
spintone sul petto. Lo sgabello
oscillò incerto e poi si ribaltò.
Quando atterrò sulla moquette
Jens si sentì mancare e perse i
sensi.
«Come va?»
Il ragazzo biondo che aveva
visto appena entrato era chino su di
lui in due versioni, una più definita
dell’altra.
Jens inspirò a fondo.
«Ti fa male da qualche parte?»
aggiunse il giovanotto.
«No, non mi sembra, ma mi gira
la testa.»
Si rimise a sedere lentamente. Il
cerchio di curiosi che si era creato
attorno a lui si dileguò.
«Vieni», lo invitò il biondo
porgendogli la mano.
Jens l’afferrò e si alzò in piedi.
Gli doleva una spalla, ma non
voleva farglielo sapere.
«Che cos’è successo?»
«Un tizio deve aver preso dentro
il mio sgabello», spiegò Jens.
Ammettere com’erano andate le
cose in realtà non era una buona
idea, pensò.
«Mi chiamo Folke», disse il
giovane.
Folke, pensò Jens presentandosi
a sua volta. Folke. Non gli si
addiceva affatto.
Il bancone del bar non era più
affollato come prima, e al
guardaroba c’era una lunga fila di
persone che volevano ritirare la
giacca o il cappotto. Dalla pista
proveniva l’ultimo lento della
serata e l’orologio di legno sulla
parete dietro il bancone, una carta
geografica del Värmland con i
numeri romani, segnava le due
meno cinque.
Be’, complimenti per l’ottimo
lavoro, si disse Jens ironicamente.
«È la prima volta che vengo
qui», disse Folke.
«Davvero? Anche per me. Ti sei
divertito?»
La moretta con l’ampia
scollatura continuava a
gironzolargli attorno, ma lui
sembrava non vederla. Si strinse
nelle spalle.
«Insomma!...»
Jens estrasse il portafoglio e la
piastrina di plastica bianca del
guardaroba.
«Be’, grazie per l’aiuto. Magari
ci si rivede.»
«Non si sa mai», rispose Folke
sorridendo.
26

CHRISTER stava osservando il


parcheggio deserto del centro
commerciale dalla finestra del suo
appartamento, in mutande. Erano le
otto passate, fra poco i negozi
avrebbero aperto. La mattinata era
grigia e nebbiosa e gli enormi
cumuli di neve attorno allo spiazzo
erano sporchi di ghiaia.
Dopo una notte insonne, tuttavia,
aveva preso una decisione.
Il cordless in mano, compose il
numero dei genitori. Rispose Bengt.
«Che mattiniero», disse. «È
successo qualcosa?»
Christer non gli parlava dal loro
faccia a faccia. Questa
probabilmente sarà l’ultima volta
che gli rivolgo la parola, pensò, e
rispose: «Sì, puoi ben dirlo».
«Ah, e cosa?» domandò il padre.
«La mamma mi ha chiesto di
lavarvi la macchina, ieri.»
«Ah.»
«Ho trovato delle macchie di
sangue sul sedile.»
«Che cos’hai detto?»
Christer si accorse che
tratteneva il fiato.
«Non so se sai che la polizia sta
cercando un’auto come la vostra,
nell’inchiesta della ragazza trovata
morta nella cantina.»
Il padre non rispose. Christer
cercò di immaginare la sua faccia.
C’era lì anche sua madre?
«Non crederai mica…»
«Come faccio a sapere cosa
credere? Un giorno scopro che mio
padre va a puttane, l’altro trovo
delle tracce di sangue nella sua
auto. Non ce la faccio più. Hai
capito? Fa’ come vuoi. O lavi la
macchina oppure trovi una
spiegazione per la presenza di
quelle tracce e le lasci esaminare
dalla polizia», disse con una voce
alterata, quasi in falsetto.
Bengt continuò a tacere.
«Come ti ho detto, fa’ quello che
vuoi», ripeté Christer. «Io non ce la
faccio più.»
Poi riattaccò.
Non gli ho nemmeno detto dei
capelli, pensò.

Magdalena sedeva a gambe


incrociate nella stanza di Nils. Il
figlio aveva aperto il sacchetto di
Lego e aveva sparso tutti i pezzi sul
pavimento. Petter era chino sul
disegno con un’aria concentrata.
«Vediamo… Iniziamo con questa
pedana.» Petter indicò l’immagine
sul foglio. «La vedi?»
«Eccola!» gridò Nils
sollevandola.
La grande stazione di polizia con
garage e prigione, regalo del nonno,
stava per prendere forma.
Magdalena, accoccolata sul divano,
li osservò.
«Il prossimo è un pezzo lungo
con otto bottoni», continuò Petter.
Nils gli si avvicinò per vedere
meglio e poi si mise a frugare nei
mattoncini. In pochi istanti trovò
anche quello.
«Ottimo, allora lo puoi fissare»,
gli spiegò Petter ravviandosi il
ciuffo dietro l’orecchio e intanto
sbirciando Magdalena.
Lei gli sorrise.
Quando sentì lo squillo del
cellulare in cucina si alzò e si
precipitò giù dalle scale. Forse era
Jens, finalmente. Aveva provato a
chiamarlo, gli aveva scritto un
mucchio di messaggi, ma non aveva
ottenuto risposta.
E infatti era lui. Si infilò
l’auricolare nell’orecchio e chiuse
la porta.
«Ciao! Com’è andata ieri?»
«Un buco nell’acqua», rispose
Jens con una voce stanca; sembrava
deluso.
Merda, pensò Magdalena. Che
disdetta!
«Purtroppo oggi devo rientrare a
casa, ma potrei tornare qui fra
qualche giorno. Vedrai che ce la
faremo.»
«Certo. Guida piano, ci sentiamo
domani.»
Magdalena riattaccò e appoggiò
il cellulare sul tavolo.
Era amareggiata. Chissà perché
aveva dato per scontato che Jens
avrebbe scovato qualche prova
utile, dato che era un tipo
socievole.
Vabbe’, sarà per un’altra volta.
«Guarda, mamma, una prigione!»
esclamò Nils aprendo e chiudendo
due finestrelle.
«Oh», disse Magdalena
sedendosi di nuovo sul pavimento.
«Qui ci mettiamo i cattivi, vero?»
«Sì, lì ci vanno tutti i cattivi.»

Petra Wilander era rannicchiata


sotto una coperta sul divano e
faceva zapping alla tv. Possibile
che non ci fosse nemmeno un film
carino o una commedia romantica?
La domenica sera voleva
staccare la spina e riposarsi e
basta; il lunedì sarebbe
ricominciata la fatica e la caccia
all’assassino.
Lasse entrò in soggiorno. Si era
appena fatto una doccia e aveva le
guance arrossate.
«Com’è andata?» domandò
Petra.
«Bene. Sono scivolato un po’
all’indietro, ma la pista era buona.
Appena tracciata.»
Le si sedette accanto.
Anch’io dovrei andare a sciare,
pensò Petra mentre seguiva con lo
sguardo Nellie che era entrata in
soggiorno. Era a piedi nudi e
indossava il suo vecchio pigiama di
flanella a quadretti rossi.
«Ciao», mormorò sedendosi sul
bordo della poltrona.
«Ciao, tesoro», la salutò Petra.
«Come stai?»
«Vorrei parlarvi.»
Petra si raddrizzò di colpo.
Che cosa c’è, adesso?
Evidentemente anche Lasse si
era reso conto della rigidità e dello
strano tono di Nellie, e aveva
distolto gli occhi dalla tv.
«È successo qualcosa?» chiese
Petra.
Era malata? O incinta?
Nellie aprì e chiuse la bocca
diverse volte, grattandosi via lo
smalto nero scheggiato dalle unghie.
Ti prego, Nellie, parla!
Infine la ragazza si fece
coraggio.
«Allora, succede che mi
piacciono le ragazze. Mi innamoro
delle femmine, ecco, e non dei
maschi.»
«Ah», fece Lasse arrossendo. «E
quando te ne sei accorta?»
Nellie alzò le spalle. Era
arrossita anche lei; la vena blu alla
tempia che si notava sempre quando
era agitata sporgeva e pulsava.
Petra dovette trattenersi dal saltare
in piedi, prenderla fra le braccia e
cullarla come una bambina.
Povera, piccola Nellie… Da
quanto tempo stava cercando di
dirglielo?
«Lo so e basta. Da tanto.»
«Ah», ripeté Lasse.
«Mi ero spaventata», ammise
Petra. «Credevo che fosse successo
qualcosa di grave.»
Che cosa avrebbe dovuto dire,
adesso? Auguri? Che bello? Cosa
ci si aspettava da lei? Le parve di
essere stata catapultata in una
scenetta di qualche programma per
adolescenti.
Datemi il copione, pensò. Non
c’è qualcuno che può dirmi cosa
devo fare?
«A noi non importa se sei
innamorata di una ragazza. L’unica
cosa che conta è che tu stia bene.
Vieni.»
Le fece segno di sedersi sul
divano vicino a lei.
Si rendeva conto lei stessa di
quanto il proprio atteggiamento
fosse artificiale e forzato, ma Nellie
non sembrava prenderla male,
perché si alzò, la raggiunse e si
lasciò abbracciare.
Come trema, pensò Petra. Cara,
cara bambina!
«Metto su un po’ di tè?» propose
Lasse.
«Non avrai mica creduto che ci
saremmo arrabbiati, spero. Ci
conosci, no?» disse scostandosi e
guardandola negli occhi.
«No, però…»
Lasse tornò reggendo un vassoio
con le tazze e la teiera e lo posò
con delicatezza sul tavolino.
«Ho una fidanzata a Karlstad»,
confessò Nellie prendendo una
tazza.
«Ah», disse Petra.
Una fidanzata? Allora era una
cosa seria. Ecco perché non si era
fatta viva per tutto il fine settimana!
«Come si chiama?» chiese Petra
nel modo più naturale possibile.
«Matilda», rispose Nellie
abbassando lo sguardo. Arrossì di
nuovo, ma stavolta il rossore era
meno intenso e la vena sulla tempia
non pulsava più. «È in classe con
Sandra. Abita a Deje.»
«È con lei che chatti tutte le
sere?»
«Sì.»
Lasse si sedette in poltrona.
Per lui è più difficile, pensò
Petra cercando di decifrare la sua
espressione assente. A cosa starà
pensando?
«Vogliamo conoscerla,
ovviamente. Vero, Lasse?»
Lasse sobbalzò.
«Sì sì. Certo. Assolutamente.»

Lasse abbassò la tendina e si


tolse tuta e calze, che posò sulla
sedia a dondolo nella stanza da
letto.
«Credi che le passerà?»
Petra alzò la trapunta – una volta
tanto aveva fatto il letto come si
doveva – e lo guardò perplessa.
«Passerà?»
«Sì. È così giovane!»
«Non ci conterei troppo»,
replicò lei.
Lasse puntò la sveglia e si infilò
sotto le coperte.
«Sembra che tu l’abbia presa
bene», le disse. «Non sarò molto
moderno, ma io sono scioccato.»
Petra restò in silenzio un istante,
riflettendo. L’aveva presa bene,
lei? Vista da fuori forse era così,
ma dentro non si sentiva poi così
politicamente corretta e piena di
buon senso. A quel pensiero si
vergognò.
«Avevi intuito qualcosa?»
continuò lui. «Io no.»
«Nemmeno io», rispose Petra.
«È strano, vero?»
Si voltò verso il marito,
sistemando il cuscino.
«Anch’io non sono così
moderna come mi ritenevo, e la
notizia mi disturba parecchio.
Spero solo che Nellie non incontri
difficoltà. Non tutti nascondono i
propri pregiudizi in maniera così
elegante come facciamo io e te.»
Lasse sorrise.
«E io che desideravo tanto
diventare nonna, un giorno!»
«Già», annuì Lasse meditando.
Poi aggiunse: «Ma i giovani d’oggi
riescono ad avere figli in tanti altri
modi. Forse lo diventeremo lo
stesso».
«Pensa se i nostri nipotini
avranno due mamme e due papà,
per esempio», immaginò Petra. «E
due nonne materne e due nonni
materni. Basta che io sia la nonna
numero uno.»
«E immagina le liti su dove si
dovrà festeggiare il Natale.»
Almeno siamo in grado di
affrontare la situazione con un po’
di umorismo, considerò Petra.
Ripensò al rossore sul viso di
Nellie quando aveva nominato
Matilda. Gliel’aveva detto, si era
fidata di loro. E questo era bello.
Nellie stava bene. Era innamorata.
Da quel momento in poi sarebbero
stati più aperti e sinceri
vicendevolmente; magari si
sarebbero riavvicinati, e sua figlia
non avrebbe più sentito il bisogno
di nascondersi dietro lo schermo di
un portatile.
Una cosa alla volta, pensò Petra.
Una cosa alla volta.
27

APPENA Petra Wilander entrò nella


stazione di polizia per prima cosa
si versò una tazza di caffè nero.
Folke, mattiniero come sempre,
aveva preso l’abitudine di
prepararne una caraffa sufficiente
per tutti.
Quando passò accanto all’ufficio
dell’aspirante poliziotto si fermò.
Devo cercare di socializzare un
po’, pensò; non posso permettere
che lo stress e le indagini mi
trasformino in una musona.
«Buon giorno. Tutto bene?»
«Certo», rispose Folke
staccando gli occhi dal computer.
«E tu?»
«Abbastanza. Stanotte ho
dormito un po’ male, ma il resto è
okay. Hai fatto qualcosa di bello,
nel week end?»
Si vergognava ancora per la
scenata a cui si era abbandonata nel
bosco. Folke aveva dovuto
prendersi cura di lei e
riaccompagnarla a casa in macchina
come se fosse stata una malata
terminale.
«In effetti sono andato da
Jonte.»
Le ragazze avranno perso la
testa, allora, pensò Petra
accomodandosi sulla sedia per i
visitatori e togliendosi il berretto.
«Ti sei divertito?»
«Abbastanza. C’era un sacco di
gente.»
In quell’istante piombò Urban
come un tornado.
«Finalmente! Finalmente
abbiamo dei segni di vita da
Fredrik Anderberg! Ieri sera ha
usato la carta di credito allo Statoil
di Munkfors!»
Sven Munther, ancora con il
cappotto e il berretto, si bloccò di
colpo.
«Ho sentito nominare Fredrik
Anderberg?…»
«Sì», confermò Urban. «Secondo
il suo estratto conto ieri era allo
Statoil di Munkfors.»
«Non si è spinto più in là di
Munkfors, allora? Uhm…
interessante», commentò Munther.
«Stampa la sua fototessera in
formato A4 e va’ da quelle parti a
sentire i negozianti. Distribuisci le
foto e chiedi a tutti di chiamarci se
si fa di nuovo vivo. Parti subito,
appena torni facciamo la riunione.»
«Allora», cominciò Sven
Munther alzando gli occhi dagli
appunti. «Il sangue sui vestiti di
Hedda Losjö appartiene alla
ragazza trovata nella cantina. Ho
appena avuto il referto dalla
Scientifica. Questo significa, come
avrete capito, che la stessa persona
ha ucciso entrambe. Non possiamo
esserne sicuri al cento per cento,
ma gli indizi ci portano a questa
conclusione.»
«Porca puttana!» esclamò Urban.
«Inoltre ho saputo che
Anderberg non è mai stato
sottoposto all’esame del DNA, e a
quanto pare negli archivi della
Scientifica non c’è nessuno il cui
sperma corrisponda a quello
trovato su Hedda.»
Munther bevve un sorso di caffè.
«Stai pensando a qualcosa,
Berglund?» aggiunse.
«No, no…» rispose Christer
guardandosi le mani.
«Qual è il legame fra le due
ragazzine? Non riesco ad arrivarci.
M a deve esserci qualcosa», disse
Petra.
A quanto pareva tutti pensavano
la stessa cosa.
«Allora, com’è andata a
Munkfors?» chiese Munther
rivolgendosi a Urban. «Come potete
immaginare la priorità adesso è
trovare Anderberg.»
Urban si raddrizzò sulla sedia e
rispose: «Sì, il ragazzo con cui
abbiamo parlato alla stazione di
benzina non era di turno ieri sera,
ma ha trovato lo scontrino di
Anderberg: ha fatto rifornimento e
ha comprato del cibo e della
legna».
«Legna?»
«Sì, sembra proprio che si
nasconda in una casa in mezzo al
bosco.»
Munther annuì.
«Quindi probabilmente è ancora
in zona.»
Christer alzò gli occhi e rispose:
«Io penso proprio di sì. Voglio
dire, se avesse comprato qualcosa a
Munkfors subito dopo essere
scomparso poteva significare che
era intenzionato ad andarsene
altrove. Ma a questo punto è
passato del tempo. Fare acquisti
così vicino a Hagfors deve
significare che è sempre stato nei
paraggi».
I poliziotti annuirono.
«L’aveva già visto qualcuno,
laggiù, prima?» continuò Munther
voltandosi di nuovo verso Urban,
ma lui scosse la testa.
«Abbiamo chiesto in ogni
negozio di alimentari e a ogni
benzinaio, ma non l’ha mai visto
nessuno.»
«Be’, ora tutti hanno la sua foto e
lui si trova in quella zona.
Speriamo che la legna e i
rifornimenti finiscano in fretta.
Presto lo prenderemo, no?»
Nessuno attorno al tavolo
rispose.

Magdalena girò la chiave nella


serratura della porta d’ingresso e
abbassò la maniglia alcune volte
per assicurarsi che fosse chiusa
davvero. Quando uscì in strada
osservò la finestra della cucina,
esaminando il proprio lavoro.
Sì, andava bene, pensò. La
tendina color caffè nascondeva
l’interno. L’importante era quello.
«Devo tornare a casa adesso?»
le domandò Nils sbucando sopra un
cumulo di neve sul marciapiede.
«No, potete giocare ancora un
pochino. Vado un attimo dalla
mamma di Melvin.»
Magdalena entrò nel giardino dei
vicini. In soggiorno facevano bella
mostra di sé le tende nuove, lilla
con dei giunchi stampati. Premette
il campanello un paio di volte ed
entrò.
«Volevo estinguere i miei
debiti», disse.
Diana la invitò a prendere un
caffè in cucina; sul tavolo c’era la
posta del giorno in ordine sparso:
diverse lettere di sollecito e una da
parte di una società di servizi
finanziari. Diana le raggruppò in
fretta trasferendole sul piano di
lavoro e le lanciò un sorriso fugace.
Magdalena sorrise a sua volta
tirando fuori le banconote dal
portafoglio.
«Come vanno le indagini sugli
omicidi?» domandò l’amica
prendendo i soldi.
«A quanto pare sono state uccise
dalla stessa persona», rispose lei.
«I poliziotti sono in possesso di
alcuni indizi che collegherebbero i
due casi, ma non vogliono
sbottonarsi.»
«Guarda, mi vengono i brividi
solo a sentirti», ribatté Diana
arrotolandosi la manica del
maglione e mostrandole i peli ritti.
«Sarò tranquilla solo quando
metteranno dentro quel maledetto
assassino.»
Magdalena annuì guardando
fuori dalla finestra per dare un
occhio ai ragazzini. Il berretto di
Nils spuntava da dietro un muro di
neve.
«Allora hai intenzione di
imbiancare casa?» cambiò discorso
Diana preparando il caffè.
«Per adesso no», rispose
Magdalena.
«Oh, te lo chiedo perché mi
sembrava di aver visto l’auto di
Björkman in strada, nel week end.
Niente male, proprio un bel tipo.
Pensa, averlo per casa tutti i giorni.
Be’, se non avessi Stefan…»
sussurrò Diana in tono
confidenziale posando due tazze sul
tavolo e facendole l’occhiolino.
«Provaci e vedrai», la minacciò
Magdalena.
Diana spalancò gli occhi.
«Dici sul serio?»
Magdalena non riuscì a stare
seria. Come attrice non valeva una
cicca.
«Ah, allora siamo a questo
punto!» esclamò l’altra.
Bene, sono riuscita a
nasconderlo proprio a lungo, pensò
Magdalena. Due giorni. Ma è
meglio mettere le carte in tavola
subito, prima che Nils si metta a
parlare del nuovo ragazzo di
mamma.
«Eh, i vecchi amori…» continuò
la vicina. «Certo che non hai fatto
in tempo a ritrasferirti che... Però,
che romantico!»
Magdalena agguantò il catalogo
che Diana aveva lasciato sul tavolo
e si mise a sfogliarlo alla ricerca
dei complementi d’arredo.
A un tratto le sue tendine nuove
le parvero troppo corte.
CI siamo trasferite, nonna. Come
farà ora Ana a trovarmi? I nostri
materassi sono a terra uno vicino
all’altro. Di notte fa così freddo!
Non ho mai avuto tanto freddo. Di
giorno c’è un baccano e si sente
un gran vociare e a volte la musica
alta. Forse siamo in un ristorante.
Le altre ragazze chiacchierano
tutto il tempo, quasi sempre in
russo. Non capisco come facciano
a parlare così tanto. Specialmente
una ragazza, Aljona. Detto fra noi
mi sembra un po’ scema, mi
ricorda Alessandra, lì al paese. Ha
i capelli corti, quasi da maschio, e
quando le altre scherzano con lei
non capisce mai niente – persino
io capisco quelle battute –, però
ride lo stesso. Come una capretta.
Io non parlo quasi mai. Primo
perché la lingua è difficile,
secondo perché non c’è così tanto
da dire.
Preferisco parlare con te.
Sta crescendo qualcosa nella
mia pancia, nonna. Non ti
arrabbiare, ti prego. Adesso ne
sono sicura. Ho cercato di
colpirmi forte sul ventre, ma non è
servito a niente. Dev’essere un
mostro, un orribile mostro peloso
dal viso raggrinzito e gli occhi
vischiosi. Come potrebbe essere
qualcosa di diverso?
Mi sta divorando. Mangia e
cresce.
28

MARTEDÌ mattina, prima ancora che


Petra accendesse il computer, Sven
Munther si accasciò sulla sedia di
fronte alla sua scrivania con due
tazze di caffè in mano. Petra di
solito lo ammirava per la capacità
di mostrarsi sempre energico e
pieno di passione per il suo lavoro
nonostante gli mancassero pochi
anni alla pensione. Anche lei si
sarebbe mantenuta vitale altrettanto
a lungo? Talvolta le venivano dei
dubbi in proposito.
Quel giorno, tuttavia, il suo capo
aveva un’aria davvero abbattuta.
Sopra le orecchie i capelli bianchi,
elettrici per via del berretto, erano
ritti come delle piume.
«Che gentile, grazie», gli disse
bevendo un sorso di caffè bollente.
«Come stai?»
«Non lo so», rispose l’uomo.
«Non è facile.»
«Intendi… con gli omicidi?»
Munther cercò di appiattirsi i
capelli ribelli e rispose: «Sì. Giù a
Karlstad cominciano a mugugnare,
dicono che siamo fermi e che
avremmo bisogno di aiuto».
Forse hanno ragione, pensò
Petra. Benché non avesse mai
gradito l’arrivo di estranei che si
credevano i migliori di tutti, ora
iniziava a domandarsi se ce
l’avrebbero fatta, con le loro forze.
«Vanno nel panico, quando
anche i quotidiani serali ci danno
dentro», continuò Munther. «Gli
omicidi dei boschi. È così che li
chiamano adesso.»
Petra decise di non dare voce ai
propri dubbi e nel tono più
battagliero che poté disse: «Però
sappiamo che Anderberg è qui in
zona. Non passerà molto tempo
prima di stanarlo».
Munther si strinse nelle spalle.
«Forse sono troppo orgoglioso,
ma non voglio darla vinta a quelli
di Karlstad.»
Prima di continuare lanciò
un’occhiata al corridoio.
«Anche Kajsa è in difficoltà. Le
bambine si son prese la varicella,
prima una e poi l’altra. Oggi è
l’undicesimo giorno che è a casa a
curarle. Sta dando fuori di matto.»
Lo immaginavo, pensò Petra, che
non si trattava solo del lavoro.
Niente destabilizzava Munther
quanto i problemi famigliari. Sentì
un moto di empatia nei confronti di
Kajsa.
«Anch’io sarei impazzita»,
ammise.
«Sì, lo so, e non la biasimo
nemmeno. Ma qui abbiamo due
omicidi da risolvere. Che cosa
devo fare?»
«Senti», disse Petra, «lo so che è
difficile, ma cerca di rientrare in
orario, stasera, occupati della casa
e delle bambine e concedi a Kajsa
un po’ di tempo per se stessa. A
volte basta poco, per essere un po’
più felici.»
Non era una frase fatta: era la
sacrosanta verità. Se ci si sforzava
di comprendere quanto l’altra
persona fosse esausta, poi si
riusciva a recuperare le energie,
mentre incaponirsi a stabilire chi
dei due era il più stanco e meritasse
maggior commiserazione non
faceva che aggiungere rabbia e
stanchezza. E portava
all’esaurimento.
«E poi dille che sai che è stanca
e arrabbiata, ma non parlarle del
tuo lavoro. In questo preciso istante
Kajsa pensa che dare la caccia a un
assassino, essere fraintesi dai
giornalisti e messi in discussione
dalla polizia regionale sia una
passeggiata, in confronto al curare
due bambine malate.»
Munther si alzò in piedi. Se
Petra non si sbagliava, adesso le
sembrava più sveglio.
«Facciamo la riunione fra un
quarto d’ora.»

Jens Sundvall depositò il


piccolo trolley nella stanza
d’albergo e scese al ristorante. Era
nervoso. Quella sera doveva
assolutamente scoprire qualcosa,
non poteva continuare a fare avanti
e indietro da Karlstad a Hagfors per
niente. Aveva già fatto due tentativi
in un ristorante e in una pizzeria,
senza risultato.
A differenza di sabato sera il
locale era quasi vuoto, a parte due
uomini seduti sugli sgabelli davanti
alla vetrata che dava su Parkvägen.
Non era particolarmente
affamato, così si accomodò al
bancone e ordinò una birra.
«Qui per lavoro?» s’informò il
barista con il camice nero mentre
apriva la bottiglia e gliela posava
davanti.
«Sì.»
«Di cosa si occupa?»
«Sono consulente, in questi
giorni sono alle acciaierie
Uddeholm Tooling», rispose Jens
sorseggiando la birra fredda.
«È la prima volta che viene
qui?» continuò il barista. «Non l’ho
mai vista.»
Jens annuì e iniziò a strappare
l’etichetta sulla bottiglia con
l’indice.
Possibile che fosse così
difficile…
«Posso sedermi?»
Quando Jens si voltò vide
l’uomo che aveva notato
nell’angolo più distante del locale
prendere posto accanto a lui. Era
sulla cinquantina e indossava un
paio di jeans, una giacca e una
camicia abbottonata fino al colletto;
aveva i capelli sale e pepe a
spazzola. Appena il barista uscì di
spalle dalla porta a vento reggendo
un cestello colmo di boccali,
l’uomo alzò la mano.
«Il solito?» chiese il barista
iniziando a spillare una birra
grande senza attendere la risposta.
«Allora sei un habitué», lo
apostrofò Jens.
«Sì, ultimamente passo qui
qualche notte tutte le settimane.»
Jens bevve un sorso di birra.
«Che lavoro fai?» domandò.
«Corsi di informatica negli uffici
di collocamento. Mi chiamo Tomas,
piacere.»
Gli tese la mano.
«Emil», rispose Jens
stringendogliela.
«Adesso ho anche iniziato a
tenere dei corsi su come scrivere un
curriculum», aggiunse l’uomo, «e
sul pensiero positivo. Un sacco di
lavoro.»
«Pensiero positivo?»
Jens ricordò con un brivido una
serie di cosiddette lezioni che era
stato costretto a frequentare anni
prima fra un lavoro e l’altro. Non
aveva mai partecipato a niente di
più degradante. Sperò di non dover
rivivere l’esperienza al termine del
contratto con il giornale.
«Sì, è importante continuare ad
avere stima di se stessi anche se
non si ha un impiego. Non siamo
persone peggiori per questo.»
Ma va’? pensò Jens, e replicò:
«Io credo che i disoccupati vadano
negli uffici di collocamento per
trovare lavoro, non perché hanno
bisogno di un sostegno psicologico
coatto».
«Be’, a me non importa.
L’ufficio di collocamento richiede e
paga il servizio. E a me va bene,
almeno non divento un disoccupato
anch’io.»
«Allora salute», disse Jens
scontrando amichevolmente la
bottiglia contro il suo calice.
Il tipo non sembrava essersi
risentito.
«E tu?» riprese Tomas. «Di cosa
ti occupi?»
«Sono consulente. Lavoro come
supporto decisionale alle soluzioni
aziendali», rispose, cercando di
riprodurre alla bell’e meglio quello
che diceva suo cognato quando gli
facevano la stessa domanda.
«Supporto a che cosa?»
«Si tratta di aiutare le aziende ad
approfondire la potenzialità della
propria attività, creare database…
Ma basta parlare di lavoro!»
Tomas sorrise.
«Okay. Quindi viaggi molto
anche tu?»
«Sì», annuì Jens. «Purtroppo.
Odio farlo. Tu no?»
L’uomo alzò la mano verso il
barista per ordinare un’altra birra e
disse: «Sì e no. A volte è bello
andare via da casa».
«Hai famiglia?»
Tomas fece un cenno di assenso.
«Allora non sei la persona giusta
a cui chiedere, immagino», buttò lì
Jens. «Ma…»
«Ma cosa?»
«Certe volte, quando sono fuori
per lavoro, mi sento così solo! Non
sai se si può ottenere… una
compagnia qui in città? Non
fraintendermi, adesso, ma io, sai,
non ho famiglia e…»
«Sesso?» chiese Tomas.
«Puttane? È questa la compagnia
che stai cercando?»
Alla parola «compagnia» aveva
alzato le dita mimando delle
virgolette. Jens cercò di decifrare
la sua espressione.
Speriamo di non prendere altre
legnate, pensò annuendo con
discrezione.
All’inizio Tomas non disse
nulla. Poi prese il portafoglio ed
estrasse un vecchio scontrino.
Il cuore di Jens iniziò a
martellare.
«Hai una penna?»
Jens scosse la testa, allora
l’uomo pose la stessa domanda al
barista che senza dire una parola
tirò fuori una biro dalla cintura e la
mise sul tavolo.
Ci siamo!
Tomas scriveva sullo scontrino,
e intanto mormorava: «Devi
telefonare alla pizzeria Florens e
ordinare la pizza numero 105, una
Paradiso Special. Te lo scrivo così
ti ricordi».
Poi gli allungò il foglietto.
«Consegnano anche a
domicilio.»

Quando Jens la chiamò,


Magdalena era stesa sul divano in
tuta e calze di lana, il computer in
grembo. Nils si era appena
addormentato.
«Ce l’ho fatta!» esultò il
fotografo. «Alla fine ci sono
riuscito.»
«Davvero?!»
Magdalena scostò il computer
con la pagina di Facebook aperta e
si mise seduta.
«Credo proprio di sì, stavolta»,
confermò lui.
«Ma dai, racconta!»
«Stasera sono sceso al bar
dell’hotel di Hagfors, adesso sono
in camera. Comunque, non c’era
quasi nessuno, ma alla fine mi sono
messo a scambiare quattro
chiacchiere con un consulente per
gli uffici di collocamento, una
specie di commesso viaggiatore del
pensiero positivo.»
Magdalena ridacchiò.
«Però devo dire che era
completamente privo di carisma,
per essere uno di quei coach o
come diavolo si chiamano. Credevo
avessero più fascino, quei
fanfaroni.»
Vieni al dunque, pensò
Magdalena, però non disse nulla.
«È la pizzeria Florens che
bisogna chiamare.»
Magdalena si alzò in piedi.
«Florens? Non è possibile!»
Non poteva mica essere
coinvolto Jörgen!
«Ascoltami. A quanto pare
bisogna ordinare una Paradiso
Special», continuò Jens. «La
numero 105.»
Paradiso Special. Che banalità.
«Accidenti, bravo!»
«Oh», si schermì Jens, «a volte
la fortuna gira per il verso giusto.»
«No, bisogna essere più che
fortunati. È fantastico.»
«Come pensi di procedere,
adesso?» le chiese Jens.
«Devi chiamare la pizzeria e
registrare la telefonata», lo istruì
Magdalena. «E se ti sembra che la
cosa funzioni dovresti prenotare un
incontro con una delle ragazze.
Quando puoi tornare qui per la
videoregistrazione?»
«Purtroppo lavoro fino a
venerdì, quindi non prima di
sabato.»
«Okay, va bene. Vada per
sabato.»
Magdalena guardò l’orologio.
Nove e un quarto. Durante la
settimana il Florens chiudeva alle
dieci.
«Fai in tempo a chiamarli già
stasera», lo esortò lei. «Puoi
registrare la telefonata con il
registratore della redazione.
Adesso Nils dorme e non posso
accompagnarti, ma se vieni qui a
prendere le chiavi puoi andarci da
solo. Però devi sbrigarti, il Florens
chiude fra tre quarti d’ora.»
«Arrivo subito», disse lui
riattaccando senza salutare.

Magdalena aveva lasciato le


chiavi della redazione a Jens e
l’aveva seguito con lo sguardo
mentre si allontanava in auto. Non
riusciva a star ferma, continuava a
fare avanti e indietro da una stanza
all’altra, agitatissima.
Ce l’avrebbe fatta? Cosa
sarebbe accaduto se lui avesse
commesso un errore? E se avessero
fallito?
Non intrometterti in cose che
non ti riguardano. Sappiamo dove
abitate tu e il tuo cinesino.
Raccolse un dvd dal pavimento
davanti al televisore e lo sistemò
sulla mensola insieme con gli altri.
Per continuare a tenersi occupata
aprì uno dei tre scatoloni del
trasloco ancora intatti in un angolo
e sistemò i libri negli scaffali, senza
preoccuparsi di metterli inordine
alfabetico. La vita e i segreti di
Albert Speer di Gitta Sereny finì
accanto all’Oratorio di Natale di
Göran Tunström, che era vicino a
Bambino bruciato di Stig
Dagerman eccetera. Li avrebbe
sistemati meglio un altro giorno.
Quando ebbe quasi svuotato il
secondo cartone sentì bussare piano
alla porta.
Finalmente!
Lasciò cadere nello scatolone
l’edizione economica del Figlio
della serva di August Strindberg e
corse all’ingresso.
Sulla scala c’era Jens che
sventolava una musicassetta fra
pollice e indice come una bandiera.
«Bingo!» disse con un sorriso
che andava da un orecchio all’altro.
«Ha funzionato?»
«Hai il mangianastri?»
Santo cielo, quand’era stata
l’ultima volta che aveva ascoltato
una cassetta? Il suo stereo non
aveva la piastra per le cassette, e
nemmeno quello di Nils. Però la
vecchia radio che c’era in
lavanderia forse sì.
Se fosse stata a casa da sola non
avrebbe mai osato scendere in
cantina così tardi, ma adesso c’era
Jens, perciò si precipitò giù per le
scale, superò il buio garage e la
porta del ripostiglio socchiusa e
acchiappò la radio.
Quando riemerse, trovò Jens
seduto al tavolo della cucina.
«Eccomi», ansimò appoggiando
l’antiquato apparecchio sul tavolo e
attaccandolo alla presa della
corrente.
Jens introdusse la cassetta
lanciandole un’occhiata complice.
Poi premette PLAY.
Magdalena si chinò verso la
cassa e appena sentì la voce di
Jörgen le venne la pelle d’oca.
«Pizzeria Florens.»
«Salve, mi chiamo Tommy e
vorrei ordinare una Paradiso
Special.»
Magdalena annuì a Jens da sopra
la radio.
«Okaaaay.»
«La numero 105.»
«Sì, ho capito. Quando?»
«Sabato sera. Alle otto, se va
bene.»
«Andrà bene. A che indirizzo?»
«Vargbyn. Non so ancora il
numero, ma posso richiamare per
dirvelo.»
«Certo.»
«Quanto viene?»
«Cinquecento corone ogni
mezz’ora. Qualche preferenza?»
Qui Jens venne preso in
contropiede. «Be’, non saprei. Che
cosa avete?»
«Sono tutte giovani e fresche.
Nemmeno vent’anni. Una ha i
capelli lunghi biondi, un’altra ce
li ha castani fino alle spalle, una li
ha castani corti e un’altra è
rossa… c’è un po’ di tutto.»
Dalla descrizione sembravano
proprio le ragazze del parcheggio,
pensò Magdalena.
«Il colore dei capelli non mi
interessa», disse Jens. «Ne voglio
una con le tette grosse.»
«Non c’è problema.»
Appena la telefonata terminò
Jens schiacciò il pulsante STOP .
«Grande!» gridò Magdalena.
«Se non fossi un fotografo così
bravo potresti fare la scuola per
diventare attore.»
«Sì, vero?» ridacchiò Jens.
«Però ero nervosissimo.»
Magdalena restò seduta a fissare
la radio come se credesse di non
aver sentito bene. Quindi Jörgen era
implicato.
«Allora prenoti uno chalet a
Vargbyn?» la riscosse Jens.
Magdalena alzò gli occhi dalla
radio e lo guardò. Sembrava stanco
ma felice.
«Certo. Sabato alle otto. E tu
pensi alla strumentazione.»
Jens annuì.
Ti avvertiamo una sola volta.
«Ce la faremo, vero?» aggiunse
Magdalena.
Di colpo si rese conto di avere
fra le mani una grossa patata
bollente. Era terrorizzata.
«Certo che ce la faremo», annuì
Jens. «Sicuro, ecchecazzo!»

Kosta offrì la bottiglia di vodka


a Sergej.
Quando l’altro scosse il capo,
aprì il tappo e riempì il proprio
bicchiere per metà.
«Jörgen?»
«No. Non si beve al lavoro, lo
sai.»
Kosta richiuse la bottiglia senza
battere ciglio e la ripose sul
tavolino incastrato fra pile di casse
di plastica rossa e scatoloni. Dalla
pizzeria arrivava un lieve brusio.
Era una serata tranquilla.
«Cosa ne facciamo di quella
incinta?» disse Sergej bevendo un
sorso di liquore.
Kosta fece spallucce.
«Oltre al fatto che è incinta, non
c’è da fidarsi di lei. Sì, non sarà
fuori di testa come l’altra zoccola,
ma non è poi tanto meglio. Non mi
stupirebbe se cercasse di tirare
dalla sua parte le nuove.»
Si appoggiò allo schienale, la
pelle marrone della giacca tesa
sulla pancia sporgente.
«Però sarebbe uno spreco
disfarsene.»
«Dovevi pensarci prima di
ammazzarla quasi di botte. Adesso
fa schifo. Senza denti, come un
giocatore di hockey.»
«Finché non apre la bocca non è
un problema», ridacchiò Kosta.
«Qualche dente rotto al posto giusto
potrebbe anche essere un
vantaggio.»
Sergej rise.
«Comunque aspetta un figlio»,
ribadì Kosta.
Jörgen, che aveva ascoltato
chino su alcuni fogli di lavoro,
disse: «In qualche modo dovremo
pur risolverlo, il problema».
Gunvor Berglund si infilò la
camicia da notte a righe pulita e si
guardò nello specchio del bagno.
Perché non riesco ad abituarmi?
pensò. Perché mi meraviglio ancora
quando vedo questa vecchietta che
a quanto pare sono proprio io?
Prese un batuffolo di cotone dal
barattolo sopra il lavandino e vi
spruzzò il tonico per il viso inodore
della farmacia. Con movimenti lenti
iniziò a detergersi la faccia
soprappensiero, seguendo le rughe
che correvano lungo gli angoli della
bocca e la facevano sembrare
arrabbiata quando in realtà era solo
rilassata. Poi si spalmò la crema
antirughe.
Osservò di nuovo il proprio
viso.
Com’è che dicono? pensò.
Invecchiare non è così male, se si
pensa all’alternativa. Dovrei essere
grata.
Quando entrò in camera Bengt
stava risolvendo un cruciverba sul
letto.
«Hai collegato il motore
dell’auto all’impianto elettrico?»
gli domandò infilandosi sotto le
coperte.
«Sì.»
Dopo essersi sdraiata notò che il
marito non aveva riempito
nemmeno una casella.
«È difficile?»
«Sono stanco, non m’interessa.»
Posò la rivista in cima alla pigna
sotto il comodino e si girò su un
fianco.
«Buona notte.»
«Buona notte», disse Gunvor
prendendo il cruciverba che aveva
iniziato la sera prima e mettendosi
gli occhiali da vista.
Può rinvigorire, cinque lettere.
Terra tormentata, sette lettere.
Non le veniva in mente nulla.
No, sono troppo stanca anch’io,
pensò. Così spense la luce.
Nella stanza calò l’oscurità.
Dall’altra parte del letto Bengt
gemeva, si girava e rigirava di
continuo.
Chissà su cosa rimugina tutti i
giorni, si domandò Gunvor.
Nell’ultimo periodo le era sembrato
insolitamente distratto, rispondeva
alle sue domande in modo strano e
talvolta insensato.
Forse era preoccupato per
qualche acciacco, come accadeva
anche a lei.
A volte Gunvor restava quasi
paralizzata dalla paura, al pensiero
che potesse succedergli qualcosa.
Come avrebbe fatto senza di lui? E
come avrebbe fatto Bengt se fosse
rimasto solo? Sarebbe stato più
difficile. Erano sposati da quando
lei aveva ventidue anni e lui
ventisei, e con il passare del tempo
si erano divisi le incombenze
quotidiane in modo naturale.
No, Gunvor non aveva mai
capito tutta quella storia
dell’uguaglianza, che tutti
dovessero fare tutto sempre,
proprio sempre. Si doveva lavare
esattamente lo stesso numero di
piatti e tagliare la stessa quantità
d’erba del partner. Lo vedeva con i
suoi occhi come Tina e Mats
faticassero per riuscire a lavorare
entrambi, andare a prendere il
bambino all’asilo, preparare da
mangiare e pulire.
Bengt continuava a rigirarsi.
«Sei preoccupato per
qualcosa?» gli domandò.
Gli si avvicinò piano posandogli
una mano sul petto, ma lui fece finta
di niente e si voltò dall’altra parte.
29

CON la borsa in spalla Magdalena


superò il negozio di articoli per
ufficio e il colorificio camminando
sul marciapiede lungo Skolgatan. Il
progetto europeo per la Casa della
formazione non era stato
particolarmente interessante, però
pensava di riuscire lo stesso a
mettere insieme un articolo decente,
anche se le immagini erano davvero
misere: allegri uomini di mezz’età
di fronte a un computer. Quante ne
aveva scattate di quel genere?
Il cellulare squillò; lo tirò fuori
dalla tasca della giacca. Dopo aver
letto che era Ludvig le venne quasi
voglia di ignorarlo. Se osi dire che
Nils non può venire nemmeno
questo week end….
«Ciao, sono Ludvig.»
«Ho capito», tagliò corto lei.
Aveva la voce tesa. Basta che
non…
«Domani Nils verrà come
stabilito, vero?»
Magdalena buttò fuori l’aria,
sollevata.
«Certo. Non vede l’ora di
vederti», rispose.
«Anch’io.» Restarono in silenzio
qualche secondo. «Bene, e per il
resto? Come va con il serial
killer?»
Come mai di colpo vuole
conversare? pensò Magdalena.
Credevo che il periodo delle frasi
di circostanza fosse passato da un
pezzo.
«Sì, siamo nell’occhio del
ciclone. Non facciamo solo articoli
sulle riunioni della Croce Rossa o
sulle esposizioni canine.»
«Sì, lo so», disse Ludvig. «Ma a
quanto pare trovi anche il tempo per
divertirti.»
«Divertirmi?»
Cosa voleva dire?
«Ho visto che ti sei trovata un
fidanzato.»
Mi chiama subito dopo aver
visto che ho cambiato la mia
situazione sentimentale su
Facebook.
«Oh, scusa… credevo che io e te
avessimo divorziato e che tu
aspettassi un figlio da una
ventisettenne. Ma forse mi sono
sbagliata.»
«Io penso soprattutto a Nils.»
«Ah, sì: tu pensi a Nils», ripeté
Magdalena. «Ovviamente. Mi spii
su Facebook per Nils.»
«Io sono suo padre, e non vorrei
che fosse destabilizzante per lui.»
Magdalena sospirò. Poi rispose:
«Dato che sei troppo superiore per
chiedermi chi è, te lo dico io: è
Petter».
«Quel Petter?»
«Sì, quel Petter. Come saprai ci
conosciamo piuttosto bene. E
adesso riattacco prima di
arrabbiarmi sul serio.»
Magdalena chiuse la
conversazione e si rimise il
cellulare in tasca.
Idiota!
Per la prima volta da tempo,
tuttavia, l’ira non era spiacevole e
paralizzante, ma quasi gradevole,
una specie di rivincita.
Devo cambiare le impostazioni
sulla privacy del mio profilo,
pensò.
Nel frattempo aveva raggiunto la
pizzeria Florens, affollata per l’ora
di pranzo. Tutti i posti vicino alla
vetrata erano occupati da impiegati
comunali e imprenditori. A disagio,
affrettò il passo.
«Ciao, Magdalena.»
Jörgen stava fumando una
sigaretta sul marciapiede. Dopo
aver svoltato l’angolo lei gli era
piombata addosso inavvertitamente.
«Ciao.»
«Quanta fretta», disse lui
esalando il fumo dal naso.
«Qualche scoop in vista?»
«No, ho solo un po’ di freddo»,
rispose deglutendo.
Cerca di stare tranquilla e di
fare come se niente fosse.
Lui la guardò a lungo negli occhi
senza dire nulla. Poi le chiese: «Ti
sei fatta male?» indicandole la
fronte in tono preoccupato.
«Un piccolo incidente, nulla di
grave. Ora devo proprio scappare.»
Magdalena se la squagliò più in
fretta che poté.
«Salutami Nils», aggiunse
Jörgen alle sue spalle. «Hai proprio
un bel bambino.»

Benché cercasse di
tranquillizzarsi Magdalena non poté
fare a meno di correre, nell’ultimo
tratto che la separava dalla
redazione. Imprecò in silenzio
cercando di evitare le lastre di
ghiaccio sul marciapiede, e quando
finalmente aprì la porta il suo cuore
sembrava impazzito.
Barbro, che si era già infilata il
cappotto per uscire, la guardò
meravigliata.
«È successo qualcosa?» le
domandò.
«Solo un po’ di stress», rispose
lei con un sorriso tirato andando nel
suo ufficio. «Un sacco di cose da
fare.»
«Devi prenderti una pausa. Alla
lunga non fa bene reggere questi
ritmi. Be’, ci vediamo domani.»
Magdalena si sedette alla
scrivania e si tolse il berretto.
Faticava ancora a controllare la
respirazione.
Salutami Nils. Hai proprio un
bel bambino.

Jörgen si sfilò l’elastico e si


rifece la coda, poi si sedette di
fronte a Kosta e sospirò.
«Ora di punta», disse.
«Cosa vuoi dire?»
Kosta staccò un pezzo di pizza e
se lo infilò in bocca.
«Ora di punta. Tanta gente.»
«Sì, sì, certo. Ottimo per i
soldi.»
Jörgen ridacchiò e aprì una
bottiglia di birra.
«Quando imparerai a parlare
svedese, dannato polacco?» lo
rimproverò dandogli un lieve calcio
sul piede.
«Non sono polacco, cazzo!»
«Stavo scherzando.»
Kosta non sembrava molto
divertito, comunque abbozzò un
sorriso affettato e fece oscillare la
testa da una parte all’altra. Già,
già, già.
«A proposito, sai chi ho appena
visto qui fuori?» disse Jörgen
bevendo direttamente dalla
bottiglia.
Kosta scosse il capo.
«La giornalista. Dobbiamo
continuare a tenerla d’occhio.»
Depose la birra e intrecciò le mani
dietro la testa. «E un’altra cosa. Ho
la soluzione al nostro problema, per
la ragazza. Una buona soluzione.»
«La solita?»
«No, no. C’è un ragazzo di
Sysslebäck. È un po’… ehm,
speciale.» Jörgen si picchiettò la
tempia con l’indice. «Ha delle
inclinazioni strane... Può comprarla.
E quando ha finito con lei, be’…
Problema risolto. Ci dà diecimila
corone. È un ottimo affare, no?»
«Quando deve andarci?» chiese
Kosta.
«Gliel’ho promessa per sabato.
Sabato pomeriggio.»

Petra non si ricordava di aver


mai visto Sven Munther così
esaltato come quando si era
precipitato in corridoio gridando
che Fredrik Anderberg era stato
avvistato in una stazione di benzina
a Munkfors e che uno dei benzinai
lo stava seguendo in macchina.
Christer Berglund in quel
momento guidava ben oltre i limiti
di legge, e attraversò Råda a sirene
spiegate.
«Dove si trovano, adesso?
Passo», domandò Petra al
ricetrasmettitore.
«Quasi a Ransäter, passo.»
Dato che l’auto della polizia
munita di ricetrasmittente più vicina
si trovava a Stöllet, più a nord,
Munther aveva ordinato a Petra,
Christer e Urban di andare loro tre
a Munkfors, a sud. «Perché adesso
non c’è un cazzo di minuto da
perdere!»
«Quanto credete sia pericoloso,
voi che l’avete già conosciuto?»
chiese Urban dal sedile posteriore.
«È stato coinvolto soprattutto in
risse e furti», gli spiegò Christer
superando il campo da golf e il bel
panorama sul lago di Råda, «ma ora
è sospettato di omicidio, quindi è
difficile dirlo.»
Petra aveva le pulsazioni a
mille. Se – finalmente! – avessero
preso Fredrik, quasi quasi non le
dispiaceva l’idea di fare gli
straordinari nel week end, come le
era stato ordinato poco velatamente.
Entrambi gli agenti di Torsby erano
in malattia, e non era ancora chiaro
con chi avrebbe lavorato. Fino a
qualche tempo prima avrebbe
sperato con Christer, ma adesso le
andava bene anche Urban. Quel
pensiero la rattristò; lanciò
un’occhiata furtiva al profilo del
suo compagno.
A che cosa stava pensando?
Dopo aver superato Munkfors,
Petra si mise di nuovo in contatto
con la centrale che le diede una
descrizione della strada presa dalla
Volvo.
«Chi lo sta seguendo?» chiese
Urban.
«Un ragazzo che lavora alla
Statoil», rispose Petra. «Speriamo
solo che se ne stia tranquillo e non
gli salti in mente di giocare a fare
l’eroe senza paura. Deve essere in
questa zona.»
Indicò una strada secondaria che
svaniva fra gli alberi a una
quindicina di metri di distanza.
«Dovrebbe aver imboccato
quella strada.»
Christer ubbidì e svoltò.
Procedevano lentamente; la
strada era così stretta e tortuosa che
trentacinque chilometri all’ora
sembravano fin troppi. A un tratto,
subito dopo una curva, si
ritrovarono davanti un’auto
tamponata che bloccava la strada, e
Christer dovette frenare di colpo.
«Porca miseria!»
Petra spalancò la portiera e
corse fuori.
Al posto di guida c’era un
ragazzo rannicchiato. Aveva il viso
insanguinato e batteva i denti.
«Come stai? Siamo della
polizia.»
«N-n-n-non riesco a uscire»,
balbettò. «La portiera è bloccata.
Fa così freddo!»
Petra fece cenno ai colleghi di
avvicinarsi, poi si rivolse di nuovo
al giovane.
«È stato Fredrik Anderberg a
farti questo?»
Lui annuì.
«Come ti chiami?»
«Malte.»
«Okay, Malte. Ti fa male da
qualche parte?»
«Mi brucia un po’ la ferita, ma
più che altro sto gelando.»
Mentre Christer e Urban forzava
la portiera per consentire al
giovane di uscire, Petra chiamò
un’ambulanza e un carro attrezzi.
Malte non è in pericolo, pensò,
deve solo stare al caldo ed essere
medicato. Il problema era come
sarebbero riusciti a proseguire con
quella Opel ferma in mezzo alla
strada. No, non ce l’avrebbero fatta.
«Urban, aspetta l’ambulanza con
Malte nella nostra auto. Io e
Christer andiamo avanti a piedi e
vediamo se riusciamo a trovare
quel figlio di puttana.»
Urban la guardò torvo, ma non
protestò.
Christer, che non aveva aperto
bocca per quasi tutta la giornata,
sfoderò la pistola e insieme
superarono l’auto avanzando lungo
la strada.
«Che idiota!» sbottò Petra.
«Chi, Urban?»
«No, Fredrik. Si sente alle
strette e fa gesti disperati.
Dobbiamo stare attenti.»
Nel bosco regnava il silenzio
più assoluto, per un bel pezzo
camminarono l’uno accanto all’altra
senza dirsi nulla.
Dopo circa un chilometro il
bosco si aprì. Davanti a una casa
marrone a due piani, accanto a due
meli mezzi rinsecchiti, era
parcheggiata una Volvo nera.
I colleghi si scambiarono una
rapida occhiata.
«Ci avrà già visti», sussurrò
Petra, e Christer annuì.
«Procediamo o aspettiamo i
rinforzi?»
«Possiamo almeno tentare di
parlargli.»
Avanzarono di qualche passo e
Christer urlò: «Fredrik! Polizia!
Esci fuori!»
Se non ci fosse stata tutta quella
neve avrebbero potuto accerchiare
la casa, in qualche modo, ma
adesso era difficile.
«Esci fuori!» ripeté Christer
urlando.
A un tratto dietro una finestra si
mosse qualcosa. Pochi secondi
dopo la porta si socchiuse.
Petra e Christer si guardarono di
nuovo, stavolta stupiti.
«Sta venendo fuori», annunciò
Petra.
Fredrik aprì la porta e uscì sulla
piccola veranda con le braccia
lungo i fianchi, la testa abbassata.
«Non ho fatto niente», protestò.
«Appoggia le mani alzate contro
il muro e non muoverti», gli ordinò
Christer.
Appena il Fredrik ebbe fatto
come gli era stato chiesto, i
poliziotti salirono la scala.
«Non dico una parola finché non
avrò un avvocato, sia chiaro», li
avvertì mentre Petra lo
ammanettava. «Non una parola.»
30

KENNET Bäck, l’avvocato di


Fredrik Anderberg, con il suo abito
spiegazzato e gli occhiali da vista
con la montatura rossa, prese posto
accanto al suo cliente di fronte alla
scrivania di Petra.
Quando la poliziotta aveva
cominciato a lavorare a Hagfors
aveva trovato piuttosto curiosa
l’assenza di una vera e propria sala
interrogatori e il fatto che tutto,
dalle denunce ai colloqui con i
sospettati, dovesse avvenire nei
vari uffici personali. Ormai ci era
abituata, però certe volte trovava
spiacevole che i criminali
vedessero le fotografie di famiglia
che aveva sulla scrivania. Questo
era uno di quei casi. Voltò
rapidamente le cornici per
nasconderle alla vista di Fredrik e
Kennet.
«Dunque», iniziò azionando il
registratore. «Questo è
l’interrogatorio di Fredrik
Anderberg, sospettato
dell’omicidio di Hedda Losjö. È
venerdì 27 gennaio e sono le ore
sedici e trentadue. L’interrogatorio
è condotto da Petra Wilander.»
«Il mio cliente nega di aver
commesso il reato», dichiarò
Kennet Bäck.
«Okay», annuì Petra cercando di
stabilire un contatto con gli occhi
del giovane, seduto a capo chino e
nascosto dal cappello. «Nel
computer di Hedda abbiamo trovato
un’e-mail che lei ha inviato alla
vittima qualche ora prima di
Capodanno. C’è scritto: ‘Hedda!
Sto iniziando a stancarmi! Se non
la smetti di perseguitarmi non so
cosa potrei fare. Sono stato
chiaro?’ L’ha scritta lei? »
Kennet Bäck cambiò posizione e
accavallò le gambe.
«Ripeto la domanda: è stato lei a
scrivere questa e-mail?»
Fredrik annuì
impercettibilmente.
«Sì o no?»
«Sì», sussurrò.
«Sono parole dure», continuò
Petra. «Abbiamo trovato, inoltre,
uno scambio di sms dove vi mettete
d’accordo per vedervi ‘al
parcheggio’, il 31 dicembre. Dove
si trova quel parcheggio?»
Fredrik aprì e richiuse le mani
ammanettate, ma non disse nulla.
«Dove vi sareste incontrati,
Fredrik?»
«Fuori dalla vecchia scuola.»
«A Gustavsfors?»
Fredrik annuì.
«Era lì che vi vedevate di
solito?»
«No, era la prima volta. Ma io
non ho fatto niente.»
Petra restò un istante in silenzio,
lasciandolo in attesa.
«Quando è stata ritrovata, Hedda
recava tracce di sperma su
entrambe le mani e i vestiti. Le
faremo un test del DNA:
raccoglieremo un po’ della sua
saliva e la manderemo ad
analizzare. Crede sia il suo sperma
quello che è stato trovato?»
Fredrik non rispose.
«Io non l’ho uccisa», ribadì
l’accusato guardandola negli occhi
per la prima volta.
Dopo quello sguardo veloce e
ombroso, tornò a studiare le proprie
mani.
«In questo momento abbiamo
molti elementi contro di lei», lo
informò Petra. «Molti.»
«Però io non ho fatto niente
comunque. Cazzo, questo è certo.»
«Allora mi racconti quello che è
successo. Non ha nulla da perdere,
considerata la sua situazione
attuale.»
Fredrik restò a lungo in silenzio
stringendo le mani con tale forza
che le nocche divennero
completamente bianche. Petra
aspettò. Kennet Bäck si agitò sulla
sedia.
Infine Fredrik cominciò a
parlare, lo sguardo sempre rivolto
in basso.
«Ci siamo incontrati al
parcheggio e abbiamo fatto sesso.
Poi le ho detto che non ci saremmo
più visti… e lei è come impazzita.
Mi ha preso a pugni sulle braccia e
sulla faccia; io mi sono arrabbiato e
l’ho spinta giù dalla macchina, e lei
ha cominciato a prendere a calci la
portiera. Quando ho messo in moto
ha attraversato il parcheggio di
corsa, diretta verso la centrale
elettrica. Io non l’ho più vista.» Si
grattò il naso. «Forse non mi
crederete, ma è andata così.»

Magdalena infilzò una polpetta


con la forchetta e guardò l’orologio.
Aveva prenotato uno chalet a
Vargbyn per la sera seguente e poi
aveva telefonato a Jens, il quale a
sua volta era riuscito a recuperare
l’attrezzatura per le
videoregistrazioni da un freelance
di sua conoscenza.
Una e dieci. A quest’ora Nils
dev’essere in viaggio con il nonno
verso Filipstad. Aveva davvero
apprezzato che anche stavolta suo
padre si fosse offerto di
accompagnare il nipote all’autobus.
Sarebbe stato difficile per lei
prendersi sempre il venerdì
pomeriggio di ferie per percorrere
quei nove chilometri scarsi.
Sperava che andasse tutto bene.
Quella mattina Nils era stato di
buon umore, ma quando lo aveva
lasciato a scuola le era parso di
colpo arrabbiato. Non era riuscita a
farsi dire a cosa stesse pensando:
forse al lungo viaggio in autobus,
forse era per l’ansia da separazione
o per chissà che altro.
Si sentiva sempre impotente e
frustrata, quando lui si chiudeva in
se stesso in quel modo e si rifiutava
di parlarle. Speriamo stia bene,
adesso, rifletté, masticando
lentamente la carne.
In ogni caso era venerdì. Prima
avrebbe telefonato alla polizia per
la centesima volta dal lunedì
passato, e poi… cena da Petter!
Quella settimana si erano
scambiati sms giorno e notte, ma
non erano mai riusciti a incontrarsi.
Le restavano tre ore e quarantatré
minuti di lavoro – tre ore e
quarantadue minuti, per l’esattezza
–, ma dato che aveva consumato un
pranzo veloce in ufficio e che quasi
ogni sera aveva lavorato a casa,
forse sarebbe potuta uscire un po’
prima. Si allungò verso il telefono.
Tre ore e quarantun minuti…

Magdalena ripose il ricevitore al


suo posto fischiando.
«Porca vacca!» esclamò a voce
alta.
Avevano arrestato un
venticinquenne sospettato della
morte di Hedda Losjö. Non era
riuscita a parlare né con Christer,
né con Petra né con Sven Munther,
ma Urban Bratt era stato lieto di
rispondere alla sue domande. Le
era sembrato piuttosto soddisfatto
di poterle raccontare l’intervento
della polizia poco fuori Ransäter
del giorno prima, e del pedinamento
e successivo arresto del ricercato.
Le aveva persino rivelato che il
venticinquenne e Hedda avevano
avuto «una relazione intima». Bratt
non prendeva nemmeno in
considerazione l’innocenza del
giovane. L’udienza preliminare si
sarebbe svolta il lunedì.
Magdalena aprì un nuovo
documento di testo, ma prima di
iniziare a scrivere inviò un breve
sms a Petter.
«Purtroppo farò più tardi del
previsto, devo scrivere un articolo.
Arrivo il prima possibile. Baci,
M.»
La risposta fu immediata.
«Ti aspetto con ansia.»
Magdalena buttò giù il pezzo il
più in fretta possibile e lo inserì
nella cartella dei nuovi documenti.
Alla fine risultò un buon articolo,
pieno di dettagli. Un po’ troppo
lungo, forse, ma Bertilsson le aveva
lasciato carta bianca. Quando ebbe
finito spense computer e lampade.
Proprio mentre stava aprendo la
porta trillò il cellulare. Stavolta era
un messaggio di Ludvig; si affrettò a
visualizzarlo.
«Nils è arrivato. Il viaggio è
andato bene.»
Magdalena sentì una lacrima
scenderle lungo il viso. Si stupì lei
stessa di quel sollievo. Mio Dio,
che cosa credevo? pensò. Che razza
di vita sto vivendo?
Quando finalmente tornò a casa
erano quasi le sette. Aveva pensato
di farsi una doccia e vestirsi bene,
ma appena si ritrovò in quelle
stanze deserte e silenziose avvertì
un tale disagio che si limitò a
preparare un beauty con lo stretto
necessario, a salire in camera da
letto senza nemmeno togliersi le
scarpe e ad agguantare un paio di
slip dal primo cassetto del comò.

Sarà davvero qui? pensò


Magdalena sporgendosi sul volante
per osservare meglio la casa di
legno rossa dal tetto spiovente, le
finestre alte e una veranda che
attraversava quasi tutta la facciata.
Sì, lì accanto alla rimessa, sotto un
semplice riparo, era parcheggiato il
furgoncino del lavoro.
Non s’immaginava qualcosa di
simile.
Dalle finestre del piano terra
illuminate filtrava una luce
accogliente, e prima ancora che lei
premesse il campanello la porta si
aprì.
Magdalena deglutì a fatica
vedendo Petter sulla soglia con dei
jeans a vita bassa, una T-shirt verde
lime con una scritta sul petto e due
sottili braccialetti di pelle attorno a
un polso.
«Finalmente! Ti ho vista
arrivare», le disse chinandosi in
avanti per baciarla.
Le prese la borsa dalla spalla e
la posò sul pavimento senza
toglierle gli occhi di dosso.
«Dio, quando mi sei mancata!
Che cosa c’era di così importante?»
La condusse in un’ampia cucina,
dove accanto a una vecchia stufa a
legna c’era un fornello elettrico.
Sedie dipinte d’azzurro di diversi
modelli erano disposte attorno a un
tavolo di legno sverniciato e trattato
con l’olio di lino.
«La polizia ha arrestato un
venticinquenne sospettato
dell’omicidio di Hedda Losjö. Ma
adesso non pensiamoci.»
Magdalena si guardò attorno. «Che
bella casa!»
«Be’, per me è più che
sufficiente», disse Petter sollevando
una bottiglia di vino. La stappò. Lei
non riusciva a staccare gli occhi
dalle sue mani durante
l’operazione. Dopo aver riempito i
bicchieri a metà, gliene porse uno e
cingendole le spalle con un braccio
la condusse in un soggiorno dove
nel camino, in un angolo, ardeva un
fuoco scoppiettante.
Quando lei vide che aveva già
apparecchiato un tavolino davanti a
uno dei divani le vennero i brividi.
Petter doveva aver provato la
stessa cosa perché all’improvviso
posò il bicchiere, le prese il viso
fra le mani e la baciò.
Magdalena riuscì a mettere il
bicchiere sul tavolo senza
rovesciarlo. Poi infilò le mani sotto
il suo maglione e lo tirò a sé sul
divano.
31

SONYA sentì la fronte bollente di


Dasha. I capelli castano scuro erano
incollati attorno al viso. Aljona e
Jekaterina si rigiravano inquiete
sotto le coperte e respiravano a
fatica con la bocca aperta.
Dovevano avere la febbre molto
alta.
Sonya si alzò lentamente, avanzò
verso la porta chiusa a chiave e
bussò piano. Non accadde nulla.
Non c’era nessuno? Posò un
orecchio sul legno e si mise in
ascolto. Sì, da qualche parte là
fuori c’era Jörgen; si sentivano i
suoi zoccoli.
È necessario, pensò come per
giustificare i colpi più decisi.
Solo quando batté entrambi i
pugni sulla porta sentì che arrivava
qualcuno.
Jörgen aprì e la guardò nella
semioscurità. Sibilò qualcosa, ma
lei non capì.
Sonya si ritrasse indicando le
ragazze a terra. Appena lui fece
qualche passo nella stanza vedendo
i loro visi paonazzi lei mimò che
dovevano bere e poi le indicò di
nuovo.
Jörgen parve capire.
Dopo alcuni minuti tornò con tre
bicchieri d’acqua e una confezione
di pastiglie bianche. Poi se ne andò.
Le pastiglie si trovavano in un
blister color argento e premendole
con il pollice ne estrasse tre.
Facendo molta attenzione aiutò
Dasha a sedersi e le porse il
bicchiere e una pastiglia. La
ragazza la guardò con tale stupore
che pareva quasi stesse ancora
dormendo, ma poi ingoiò la pillola
e bevve alcuni sorsi.
«Bevi ancora», la esortò Sonya.
«È importante.»
Sembro proprio la nonna, pensò.
Quando Dasha ebbe vuotato il
bicchiere e tornò nel suo torpore,
Sonya ripeté la procedura con
Aljona e Jekaterina. Infine si
sedette accanto a loro, con la
schiena contro il muro.
Mi prenderò cura di voi, pensò.
Non vi tradirò. Non tradirò mai più
nessuno.

Quando Magdalena si svegliò,


non capì subito dove si trovava, ma,
non appena scorse i capelli arruffati
di Petter sul cuscino accanto a lei e
avvertì il suo braccio sulla pancia,
sorrise.
Petter dormiva ancora
profondamente, la bocca socchiusa
e l’altro braccio infilato sotto il
cuscino. Si girò verso di lui e il
braccio gli scivolò più in basso
finendole sul fianco.
Vargbyn, pensò. Stasera.
Quando non riuscì più a
trattenersi, spostò un ricciolo dal
naso di Petter svegliandolo.
All’inizio lui la guardò confuso, poi
ci fu un ampio sorriso. Gli occhi
erano piccoli e stanchi. Non
avevano dormito molto, quella
notte.
Petter le si avvicinò, la baciò e
disse: «Non credo tu capisca quanto
sono felice di averti di nuovo qui».
Magdalena appoggiò il capo al
suo braccio e lo accarezzò
delicatamente sul ventre.
«Senti…» esordì lei esitando.
«Pensi mai a Jonathan?»
Petter inspirò un paio di volte.
«Spesso», rispose lui. «E ho
anche riflettuto molto su quello che
abbiamo passato.»
Il dolore ci ha distrutti, si disse
Magdalena. Divisi.
Non dovrà accadere mai più.

Jörgen riempì una tazza di caffè


nero e si chinò sul piano di lavoro
sgombro.
«Dovevano proprio ammalarsi
di sabato, cazzo! Tutt’e tre»,
borbottò. «Quanti soldi
perderemo?»
Kosta si accese una sigaretta e
appoggiò la testa alla parete.
«Cosa facciamo con quella che
dovevamo vendere? La porto via
adesso o no?»
«No, non possiamo. Le altre non
riusciranno a combinare niente,
oggi. La mettiamo sotto a lavorare
tutta la sera e domani l’accompagni
a Sysslebäck. Chiamo il tizio e
glielo dico. Del resto, chi buon
guadagno aspetta non si stanca.»
Kosta non mosse un muscolo,
esalò lentamente il fumo dal naso.
«Okay. Che cos’hanno che non va?»
«Non ne ho idea. Sono a letto.
Quella là, Sonya, bussa sempre alla
porta per chiedere diverse robe,
tipo acqua e medicine. Non sono
quasi riuscito a lavorare, qui, ho
continuato a fare avanti e indietro
come un inserviente.»
«Inserviente?»
«Cameriere. Schiavo.»
Kosta rispose spegnendo il
mozzicone dentro un bicchiere sul
tavolo.
«E se devono andare
all’ospedale?»
«Neanche a parlarne», replicò
Jörgen vuotando la tazza di caffè.

Magdalena guidava piano,


superando gli chalet disseminati fra
gli abeti nell’area campeggio di
Vargbyn. Era sempre uguale, anche
se i villini le sembrarono più
piccoli e malandati di quanto
ricordasse dalle gite della sua
infanzia.
All’estremità dell’area trovò il
numero 14. Evidentemente Jens non
era ancora arrivato. Nessun’auto in
vista.
Dove parcheggio? si domandò.
Non posso certo piazzarmi qui
fuori.
Rallentò ancora superando il
numero 14 e scendendo verso il
lago, ma solo cento metri più avanti
la strada terminava in una piccola
spianata.
Dove avrebbe nascosto l’auto?
Tornò indietro, oltre il numero 14, e
cercò altre strade sgombre dalla
neve dove potersi immettere.
La luna piena brillava sopra le
cime degli alberi. Era stato un
grosso errore non esaminare il
problema prima. Lei e Jens avevano
contato sul fatto che si sarebbe
potuta nascondere, con il buio, ma
ora sembrava quasi giorno.
L’unico posto che riuscì a
trovare fu accanto alla casa numero
7. Non era l’ideale, però si accorse
di non avere altra scelta. Speriamo
che il cielo si rannuvoli presto,
pensò spegnendo il motore.
Quel silenzio profondo la
rendeva inquieta. Per non lasciarsi
prendere dal panico telefonò al
collega, ma proprio mentre sentiva
il segnale di libero vide la sua auto
svoltare dalla statale, e così invece
di lasciarlo rispondere riattaccò,
scese dalla macchina e, dopo aver
chiuso la portiera, attirò la sua
attenzione con un cenno.
Jens si fermò e la fece salire.
«Sei pronto?» gli chiese.
Jens annuì brevemente e
parcheggiò davanti alla scala del
numero 14. Mentre lui andava a
recuperare l’attrezzatura dal
bagagliaio Magdalena raggiunse la
porta della casetta, la aprì ed entrò.
L’arredamento era di poche
pretese. In un angolo c’era un
tavolino basso di pino, alcune sedie
e un divano azzurro, nell’altro una
porta che si apriva su un cucinino e
una seconda porta che conduceva
alla camera da letto. Almeno hanno
acceso il riscaldamento, notò. La
temperatura era piuttosto piacevole.
Jens posò a terra una borsa nera
e richiuse la porta.
«Che cosa ne pensi?» gli
domandò. «Andrà bene?»
Era nervosissima. E se non
fossero riusciti a registrare
qualcosa di utile? Se fosse capitato
il peggio e li avessero scoperti?
Deglutì e guardò l’orologio. Le
sette e cinque. Avevano meno di
un’ora per sistemare l’attrezzatura e
inventarsi un piano plausibile.
Jens si slacciò gli stivali e
perlustrò la casa.
«È perfetta», commentò, tastando
una tendina. «Ho due videocamere.
Una potrei nasconderla qui dietro
per includere la porta d’ingresso.»
«E l’altra? Dovremmo metterla
in modo che riprenda il divano»,
indicò Magdalena. «Magari su una
sedia qui nell’angolo. Potremmo
coprirla con qualcosa, tipo una
coperta o un lenzuolo.»
Jens annuì.
«Ottima idea», riconobbe, e
spostò una sedia dal tavolino
all’altro lato della stanza.
Poi si accovacciò davanti alla
borsa nera.
Magdalena lo osservò mentre
estraeva le videocamere e
controllava batteria e memoria.
«L’avrò fatto un milione di
volte, oggi», le confessò, «ma non
si può mai sapere. È come quando
devi partire per l’estero e controlli
in continuazione i biglietti e il
passaporto anche se sai benissimo
di averli messi in valigia.»
Erano già d’accordo che
Magdalena non sarebbe rimasta lì
dentro, in parte per poter scattare
delle fotografie dall’esterno, in
parte per fare la guardia e chiamare
la polizia nel caso qualcosa
andasse storto.
Dopo aver posizionato e
camuffato le videocamere Jens le
porse una pesante Canon dal lungo
teleobiettivo. Lei guardò di nuovo
l’orologio. Erano già le otto meno
venti.
«Allora…» disse. «Adesso
vado. Buona fortuna.»
«Grazie.»
Appena uscì sulle scale venne
investita da una folata gelida. Cercò
di calarsi il berretto sopra le
orecchie e si guardò attorno. Dove
poteva nascondersi?
Forse dietro la casetta più
vicina, pensò, così percorse la
strada sgombra e svoltò nel vialetto
del numero 12. Nell’ultimo tratto fu
costretta a farsi strada nella neve
alta.
Da lì godeva di un’ottima
visuale sulla scala e sul parcheggio,
però doveva trovare un buon
nascondiglio. La luna continuava a
splendere, e dato che il giardino
non sembrava essere stato spalato
per tutto l’inverno non c’erano
cumuli di neve dietro cui ripararsi.
Con foga iniziò a scavare una
buca accanto alla parete della casa.
Dal momento che aveva la
macchina fotografica in mano
dovette accontentarsi di tirare calci
e battere i piedi sulla neve. Ben
presto si ritrovò in un lago di
sudore.
All’improvviso scorse i fari di
un’automobile fra gli alberi. Merda!
Non aveva ancora finito, ma non
importava. Non doveva importare.
L’unica cosa che riuscì a fare fu
rannicchiarsi nella buca alla bell’e
meglio.
Ah, il telefono! Doveva togliere
la suoneria! Togliere la suoneria!
Mentre estraeva il cellulare
dalla tasca l’auto la superò e
accostò al numero 14. Magdalena si
strappò di dosso il guanto e attivò
l’opzione SILENZIOSO. Non voleva
spegnerlo del tutto, nel caso…
Espirò.
Si rimise in fretta il guanto e
sbirciò da sopra il fosso. Subito
riconobbe l’uomo al volante: era
quello che l’aveva spinta giù dalla
scala, ma la ragazza sul sedile
posteriore non l’aveva mai vista
prima. Non era fra quelle che aveva
notato nel parcheggio dalla casa di
Tore.
Lentamente sollevò la macchina
fotografica e, mentre l’uomo
scendeva dall’auto, apriva la
portiera posteriore, accompagnava
la giovane su per le scale e bussava
alla porta, Magdalena scattò una
lunga serie di foto.
«Adesso tocca a te, Jens»,
mormorò.

Qualche minuto più tardi la porta


si riaprì e Magdalena si fece il più
piccola che poté. Da sopra il suo
riparo di neve scorse l’uomo sulla
scala intento a fumare e a scrutare
nel buio.
Si affrettò a nascondersi. Le sue
gambe stavano cominciando ad
addormentarsi, ma non osò muovere
un muscolo prima di aver sentito
l’auto mettersi di nuovo in moto.
Dal finestrino proveniva una musica
ad alto volume.
Allungò lentamente prima una
gamba poi l’altra cercando di
ruotare i piedi per sgranchirsi. Il
freddo, nonostante i pantaloni
termici, le si era insinuato nelle
ossa, e le ginocchia le dolevano.
Quanto era lunga una mezz’ora?
Guardò l’orologio e si accorse che
purtroppo era trascorso solo un
quarto d’ora.
Chissà come va là dentro, pensò.
Chissà se Jens se la cava.
La portiera si aprì e dei passi
pesanti risalirono la scala.
Poco dopo, sentendoli uscire,
Magdalena sbirciò. L’uomo scortò
la ragazza alla macchina, la spinse
sul sedile posteriore e richiuse la
portiera.
Magdalena non riuscì quasi ad
alzarsi quando finalmente l’auto si
allontanò. Le ginocchia non la
reggevano e aveva i crampi alle
cosce, le dita dei piedi ormai
insensibili. Sperò che non fosse un
principio di congelamento.
Come ubriaca, barcollò sulla
strada verso il villino. Appena
entrò al caldo Jens balzò su dal
divano.
«È andata!» gridò
inginocchiandosi in una sorta di
gesto di vittoria. «Cazzo,
Magdalena, ce l’abbiamo fatta!»
«Davvero?»
Magdalena sorrise vedendolo
seduto con le mani tese in alto.
«Sì, se solo la videocamera ha
registrato, ma non vedo perché non
dovrebbe averlo fatto», disse
alzandosi. «Avresti dovuto vedere
quella ragazza…» Andò alla
poltrona e liberò l’apparecchio
dalla coperta. «Sembra uno
scheletro, pallidissima... Solo la
pancia è gonfia… magari è incinta.»
«Dici sul serio?» domandò lei
sedendosi sul divano.
«Non ne sono sicuro, però
sembrava. Sono riuscito a far dire
al pappone che stanno cercando un
nuovo appartamento e che in questo
momento hanno quattro ragazze.
Adesso stanno alla pizzeria. Sul
serio, Magdalena, questo supera
tutte le nostre aspettative.»
Le si sedette vicino e posò la
videocamera sul tavolo.
«Se non trovo un lavoro fisso
credo che seguirò il tuo consiglio di
fare un provino alla scuola di
teatro», continuò. «Dai, diamo
un’occhiata.»
Jens aprì lo sportellino del
display.
Magdalena strizzò gli occhi
verso il piccolo schermo e vide il
fotografo andare al divano e sedersi
quasi dove si trovava lei in quel
momento. Ben presto la ragazzina lo
imitò, in silenzio, le scarpe di tela
rosse ai piedi. Senza dire una
parola iniziò a spogliarsi.
«You don’t have to… » disse
Jens.
Ma sembrò che lei non lo
capisse e si sfilò la canottiera.
Nonostante la sua magrezza il
ventre sporgeva in modo innaturale,
proprio come aveva detto Jens.
Solo quando le fece segno di no con
la mano lei si fermò.
«Do you speak English?» le
domandò.
La ragazza non capiva. Si
inginocchiò e cominciò a
slacciargli la cintura e ad
abbassargli la cerniera.
«No», ripeté Jens prendendole
con gentilezza le mani.
Lei lo guardò perplessa, ma non
disse ancora nulla. Jens accarezzò
il divano per farle segno di sedersi,
poi si chinò in avanti, raccolse la
canottiera e la felpa dal pavimento
e gliele porse.
La giovane si rivestì, alzò le
spalle e aprì le mani.
Che cosa vuoi che faccia?
Jens si portò un dito davanti alla
bocca – shhh, non dire niente! – e
indicò la porta.
Poi le strinse le piccole mani fra
le sue.
Ti aiuterò.
Gli occhi della giovane si
accesero di speranza.
Jens stoppò il filmato.
«Questa è la parte migliore.
Nell’altro filmato si vede la
negoziazione.»
Magdalena era assorta. Quel
porco doveva pagarla!
«Accidenti se sei bravo!»
«Be’, siamo bravi. È stata una
tua idea, Magdalena, non
dimenticarlo. Non riesco a credere
che tu abbia avuto tanto coraggio.»
Magdalena sorvolò su quel
commento e disse invece: «E ora
guardiamo l’altro filmato!»

Kosta uscì dal parcheggio in


retromarcia con una strana
sensazione addosso. Era come
quando si svegliava da un sonno
profondo e sapeva di aver fatto un
brutto sogno ma non riusciva a
ricordarselo.
C’era qualcosa che non
quadrava.
Quell’area di casette era deserta,
solo il numero 14 era illuminato,
eppure più in là c’era un’altra auto,
un’Audi blu scuro. Però non era poi
così strano che non ci fosse
nessuno, considerata la stagione.
Chi avrebbe voluto starsene lì, nel
bel mezzo dell’inverno?
Si immise sulla statale e alzò il
volume della radio tamburellando
con le dita sul volante,
soprappensiero. Il prossimo cliente
era in Rostbrännarevägen, mezz’ora
dopo.
Un’Audi blu scuro!
Era talmente scioccato dalla
scoperta che senza accorgersi
aveva tolto il piede
dall’acceleratore perdendo di colpo
velocità.
La donna che li aveva spiati
sulle scale, quella maledetta
giornalista, aveva un’Audi blu
scuro!
Aggiustò lo specchietto
retrovisore allungando il collo per
vedere la puttana che aveva dietro.
Sorrideva. Stava sorridendo fra
sé e sé. Non l’aveva mai fatto.
No, maledizione! L’istinto gli
diceva di tornare indietro per
verificare come stavano le cose, ma
cos’avrebbe fatto con la stronza che
aveva nel sedile posteriore, nel
frattempo? Forse c’erano più di due
persone, in quel posto.
Contorcendosi, riuscì a estrarre
il cellulare dalla tasca. Chiamò
Jörgen, che rispose al secondo
squillo.
«Siamo fottuti!» gridò Kosta.
«Cosa cazzo stai dicendo?
Calmati!»
In sottofondo si udiva un brusio
e uno sferragliare di pentole.
«Sono quasi sicuro di aver visto
la macchina della giornalista.»
«Visto cosa?» ripeté Jörgen
irritato. «Dove?»
«Dove siamo appena stati, a
quella casa nel bosco.»
La voce di Jörgen si fece di
colpo tesa, acuta.
«Sei sicuro?»
«Non del tutto. Ma era uguale.»
«Dove sei, adesso?»
Il baccano attorno a Jörgen era
scemato. Probabilmente lui era
uscito per poter parlare
indisturbato.
«A Uddeholm», rispose lui.
«Devi scoprire se era proprio
lei, capito? Non puoi andartene con
quel dubbio.»
«Ma c’era anche un uomo, con
un’altra macchina. Forse sono più
di due.»
«Potrebbero aver anche fatto
delle foto?» chiese Jörgen inquieto.
«Non lo so!»
Kosta entrò nella stazione di
benzina dismessa e si fermò.
«Ora ascoltami», aggiunse
Jörgen. «Se è lei ci hanno fregato…
e tu devi sistemare la faccenda!
Altrimenti siamo spacciati.»
«Sì», rispose Kosta. «La zoccola
qui dietro è un problema. Non
so…»
«Risolvilo, allora, Kosta. Non
me ne frega un cazzo di come lo fai
e cosa fai, ma questa cosa deve
essere sistemata», ribadì Jörgen.
«A ogni costo.»

Quando Magdalena imboccò la


statale e vide Jens svoltare
nell’altra direzione, verso Karlstad,
si infilò l’auricolare nell’orecchio e
selezionò il numero di cellulare di
Petra Wilander. I piedi non li
sentiva ancora. La poliziotta
rispose al terzo squillo.
«Wilander.»
«Ciao, Petra, sono Magdalena
Hansson. Li abbiamo incastrati,
quei maledetti magnaccia.»
«Dici davvero?»
Petra sembrò stupita e un po’
scossa.
«Sì. Abbiamo attrezzato uno
chalet di Vargbyn con le
videocamere.»
«Porca vacca! Complimenti per
lo scoop.»
«Grazie», rispose lei, «ma lo
scoop non è la cosa più importante.
Le ragazze sono quattro e si trovano
nella cantina della pizzeria Florens.
Penso che dovreste andarci il prima
possibile. Mandaci qualche collega
in servizio.»
«Il fatto è che stasera sono io di
servizio.»
Magdalena si meravigliò.
«Ah, non credevo che facessi i
turni.»
«Faccio qualche straordinario,
ma in questo momento siamo a
Ekshärad. C’è una festa al
Wermlandia… un po’ di
trambusto.»
Magdalena si sentì
frustratissima. Voleva che le
ragazze venissero liberate
immediatamente: quelle poverette
avevano aspettato fin troppo, si
disse mentre entrava a Hagfors.
«Dobbiamo occuparci di un
ragazzo, poi ci liberiamo», la
informò Petra. «È incredibile,
comunque.»
«Sapevo di potermi fidare di te.
Ci sentiamo.»
Magdalena lanciò il cellulare sul
sedile del passeggero e sorrise
rallentando per immettersi in
Storgatan.
Non fece caso alla Volvo nera
che la stava seguendo.

Dal modo in cui guidava Kosta,


Sonya capì che era furioso. A ogni
curva doveva reggersi alla maniglia
della portiera per non ribaltarsi sul
sedile. Per fortuna non stava più
così male.
Cosa stava succedendo? Dove
stavano andando?
L’uomo in quella casetta di
legno era così diverso da tutti quelli
che aveva incontrato in
quell’orribile Paese! Aveva gli
occhi gentili, e anche se non aveva
capito una parola le era sembrato
che volesse aiutarla in qualche
modo. Non l’aveva guardata come
se fosse un oggetto: in lei aveva
visto una persona.
Alla curva seguente fu costretta a
tenersi con entrambe le mani. Le
ruote scivolarono sulla neve e
Kosta colpì il volante con rabbia.
Stavano seguendo l’auto scura
che li precedeva? In ogni caso
Kosta non le aveva tolto gli occhi
di dosso fin da quando era
comparsa davanti a loro, e ogni
volta che svoltava lui la imitava.
A un tratto si fermarono in una
stradina affiancata da ville con le
finestre illuminate. Le venne la
tentazione di aprire la portiera e di
catapultarsi fuori, ma il suo
aguzzino l’avrebbe senz’altro
acciuffata come aveva sempre fatto,
pensò sconsolata.
Non fece in tempo a formulare
quel pensiero che Kosta iniziò ad
avanzare lentamente. La macchina
scura era parcheggiata accanto a
una casa gialla, e attraverso la
finestra a destra della porta
d’ingresso Sonya scorse una donna
con i capelli chiari e piuttosto
lunghi attraversare una stanza.
Anche Kosta stava osservando
quella casa, e mentre la superavano
sibilò qualcosa di incomprensibile.
Dietro la curva successiva si
fermò sotto un grosso albero e
spense il motore. Qui le case erano
più rade e lontane dalla strada.
Prima che potesse anche solo
rendersene conto, Kosta era sceso
dall’auto, aveva spalancato la sua
portiera e l’aveva trascinata in
strada. Con una mano le stringeva
un braccio e con l’altra aprì il
bagagliaio.
«Se cerchi di fare qualcosa di
strano… ti ammazzo! Mi hai
sentito?»
La scaraventò dentro e richiuse
il portellone.

Bengt sedeva da solo al tavolo


da pranzo reggendo un bicchiere di
birra leggera fra le grandi mani. Dal
soggiorno provenivano i dialoghi di
un film, e se si fosse sporto
leggermente di lato avrebbe potuto
vedere Gunvor rannicchiata sul
divano con il viso illuminato dalla
luce tremula del televisore.
Più volte gli aveva chiesto se
non aveva voglia di unirsi a lei, non
poteva mica restare lì da solo al
buio tutta la sera! Ma lui aveva
risposto di no. Non riusciva più a
seguire un film per intero, ed era
imbarazzante quando Gunvor faceva
commenti o gli chiedeva le sue
impressioni e lui non aveva mai
idea di cosa stesse parlando.
Quel sangue sull’auto. Da dove
veniva?
Se si fosse ferito e avesse
macchiato il sedile se lo sarebbe
ricordato. Erano cose che non si
dimenticavano, no? Doveva aver
prestato l’auto a qualcuno, di tanto
in tanto gli capitava. Ma a chi? Per
quanto si interrogasse non gli
veniva in mente nessuno.
Quando Gunvor entrò in cucina
trasalì.
«A cosa stai pensando?»
domandò posandogli una mano sulla
spalla. «Non sei malato, vero,
Bengt?»
Lui non rispose, si limitò a
fissare il bicchiere.
«Sono preoccupata per te.»
Gunvor gli si sedette di fronte,
prese un’arancia dalla ciotola della
frutta e la sbucciò, posando i pezzi
di buccia su un tovagliolo.
«Stavo cercando di ricordare se
avevo prestato la macchina a
qualcuno, ultimamente», disse
infine Bengt.
«Perché te lo chiedi?»
«Così, niente di importante.»
Gunvor rifletté, separando gli
spicchi.
«No, non ricordo se l’hai
prestata a qualcuno di recente.
L’ultima volta è stato a San
Silvestro. Ne aveva bisogno Stefan,
ti ricordi?»

Magdalena chiuse la porta a


chiave e accese la lampada
all’ingresso. Chissà fino a che ora
lavora Petter, quella sera. La casa
sembrava più grande e tetra del
solito. Il silenzio le faceva fischiare
le orecchie.
Compose in fretta un sms: «Sono
a casa. Il lavoro è andato
benissimo. Quando torni? Mi
manchi tanto. Baci».
Poi si tolse gli stivali e i
pantaloni termici.
Il cellulare trillò.
«Un sacco di corse a Ekshärad.
Torno il prima possibile, ma ci
vorrà ancora qualche ora,
purtroppo. Ti amo.»
Ti amo?
Magdalena aveva voglia di
piangere. Dovrei aver paura, pensò,
ma devo comunque osare. Devo
avere il coraggio di ripetere tutto
un’altra volta.
«Ti amo anch’io. Anche se in
realtà non oso.»
Tre secondi dopo arrivò la
risposta: «Sì, invece, tu puoi fare
tutto». Seguito da una faccina che
strizzava l’occhio.
Ancora qualche ora, si ripeté
Magdalena, poi entrò in cucina,
accese la lampada sul tavolo, la
radio, e riempì il bollitore di acqua.
I piedi, che avevano cominciato a
intiepidirsi, le facevano un male
cane.
Compose il numero di Jens e
tornò in soggiorno.
«Come stai?» gli domandò
accendendo la lampada accanto al
divano.
«Non potrei stare meglio, ma mi
sento stanchissimo e tremo come
una foglia. È l’adrenalina che inizia
a esaurire il suo effetto. E tu?»
«Idem», rispose Magdalena. «In
macchina ho chiamato la polizia.
C’è una qualche festa a Ekshärad,
comunque dovrebbero andare al
Florens già stasera.»
«Ottimo.»
Andò alla portafinestra per
accendere la lampada sul
davanzale.
Quando vide l’uomo salire la
scala a grandi falcate, per lo choc
quasi si soffocò. Fu come se tutte le
sue energie avessero abbandonato
improvvisamente il corpo. Il
cellulare le scivolò di mano e
cadde sul parquet con un colpo.
Quando il vetro della porta si
ruppe con uno schianto urlò con
tutto il fiato che aveva nei polmoni.
32

MAGDALENA non pensò. Il suo


corpo tremava in preda al panico
quando si mise a correre in casa ed
entrò in bagno.
Non sta succedendo, non sta
succedendo davvero…
Chiuse la porta a chiave e si
accasciò sul gabinetto.
La portafinestra si aprì con un
cigolio sonoro e dei passi pesanti
calpestarono il soggiorno.
No…
La maniglia della porta del
bagno si mosse su e giù.
Mi resta una sola possibilità.
I colpi violenti alla porta la
spinsero a rannicchiarsi con le
ginocchia piegate e a tapparsi le
orecchie. Sul lavandino c’erano due
tazze di porcellana, una con il
piccolo spazzolino blu di Nils –
ovviamente dell’Uomo Ragno –,
l’altra con il suo, grigio e verde.
Stasera muoio, si disse. Adesso
mi uccide.
Quel pensiero le mozzò il fiato.
Quando tornò a guardare gli
spazzolini, le lacrime iniziarono a
scorrerle sul viso.
No, non posso restare qui
seduta: devo difendermi. Si guardò
attorno. Non c’era niente che
potesse essere usato come arma?
L’asta della tenda della doccia?
Non era certo un’arma mortale, ma
un colpo ben piazzato forse lo
avrebbe destabilizzato.
Si alzò in piedi sul water e
afferrò l’asta cercando di liberarla
dai supporti. Era più salda di
quanto credesse.
All’improvviso i colpi
cessarono. In compenso sentì dei
passi svanire in cantina.
Cosa sta facendo? Se solo ci
fosse una finestra da cui poter
uscire! Forse ne approfitterei per
scappare mentre è giù, pensò, ma i
passi stavano già risalendo la scala.
Qualcuno mi aiuti…
Un suono acuto di metallo contro
metallo la raggelò.
Sta svitando la maniglia!
Magdalena riprese i suoi
tentativi di liberare l’asta, vi si
aggrappò con tutto il proprio peso,
ma quella non si mosse di un
millimetro.
Quando la porta si spalancò lei
era in piedi sul bordo della vasca,
le mani strette all’asta.
No!
Prima che potesse reagire
l’uomo entrò nel bagno, l’agguantò
per un braccio e la trascinò nel
vestibolo. Il contenuto della sua
borsa era sparso sul pavimento.
Le urla le morirono in gola, non
riuscì a emettere alcun suono.
«Ci hai fatto delle foto?» sbraitò
il suo assalitore sedendosi a
cavalcioni su di lei.
Magdalena non rispose, non ci
riuscì.
Il pugno sulla guancia fu
improvviso. Il dolore aveva un
sapore curioso, chimico. Molteplici
figure nere presero a muoversi
lentamente nel suo campo visivo.
«Rispondimi, troia!»
Magdalena cercò di inspirare,
ma non ce la faceva.
«Dov’è la macchina fotografica?
E dov’è il tuo compare?»
Dato che non rispondeva, l’uomo
le sferrò tre, quattro ceffoni veloci
sul viso e le alzò la testa per poi
sbatterla contro il pavimento.
«Dov’è.»
Stomp.
«La.»
Stomp.
«Macchina.»
Magdalena sentì il sapore del
sangue in bocca e qualcosa di caldo
colarle sul mento.
L’espressione dell’uomo mutò
rapidamente dall’ira a qualcosa che
assomigliava al disprezzo. Si
abbassò su di lei mormorando:
«Lurida, lurida puttana!»
Lasciò la presa sui suoi capelli e
le strappò il maglione.
Finalmente le urla si levarono
nell’aria.
Magdalena gridò con tutto il
fiato che aveva in gola, finché un
colpo sulla tempia oscurò ogni
cosa.

Bengt bevve un sorso di birra e


guardò Gunvor perplesso.
Stefan? Aveva prestato l’auto a
Stefan? Sì, Gunvor aveva detto
proprio così. Di solito non si
sbagliava.
«Perché lo volevi sapere?» gli
domandò lei dando un morso a uno
spicchio d’arancia.
«No, niente.»
«Niente?»
Bengt rifletté. Poteva c’entrare
davvero, Stefan? E cosa doveva
fare, lui, ora, chiedergli se per caso
si ricordava di aver lasciato tracce
di sangue in macchina?
Devo telefonare a Christer e
raccontargli tutto, rifletté. È l’unica
cosa giusta da fare.
Gunvor appallottolò il
tovagliolo con le bucce d’arancia e
si alzò stancamente. Bengt la seguì
con lo sguardo mentre andava al
lavello e gettava il fagotto nella
spazzatura. Poi sollevò il sacchetto
colmo e lo richiuse con un nodo.
«Lo porti fuori tu?» gli
domandò.
Bengt si alzò e prese il
sacchetto.
Il giardino era rischiarato da
vividi raggi lunari. Era tutto così
insolitamente bianco che Bengt si
fermò al bidone e alzò gli occhi
verso quella luna piena sospesa sui
tetti delle case.
Quando fece per tornare indietro
udì un grido acuto provenire da
qualche parte. Era una volpe? No,
non poteva essere.
Eccolo di nuovo. Sembrava
provenire dalla casa di Magdalena.
Bengt si affrettò su per la scala per
avere una veduta d’insieme sul suo
giardino. La cucina era illuminata,
così come il soggiorno, ma il resto
della casa era immerso
nell’oscurità. Orme fresche di
stivali correvano sulla neve lungo
la fiancata della casa e oltre
l’angolo.
Sentì un altro urlo. Proveniva
davvero da lì. Il panico, lo stridore
di quelle grida lo terrorizzarono.
Spalancò la porta.
«Gunvor, c’è qualcuno che urla
da Magda. Dobbiamo chiamare la
polizia!»
La moglie comparve
all’ingresso.
«Che cosa?»
«Chiama la polizia! Qualcuno
sta urlando a casa di Magdalena.
Sembra che ci sia un intruso.
Chiamali!»
Bengt corse in cantina a
prendere il fucile per gli alci.
Gli zoccoli di Gunvor
risuonarono sulla scala.
«Ho chiamato! Ma, Bengt, non
vorrai?…»
«Possono metterci anche un’ora,
prima di arrivare», tagliò corto lui.
La superò salendo veloce i gradini
e agguantò la chiave di casa.
«Bengt, ti prego…» lo implorò
Gunvor. «Fa’ attenzione!»
Bengt non si curò di risponderle,
aprì la porta e si mise a correre.

Faceva un gran freddo, nel


bagagliaio, freddo e buio. Sonya
batteva i denti, nei suoi vestiti
leggeri. Morirò congelata, pensò.
Devo uscire.
Gridare o lanciare calci era
fuori discussione. Se Kosta
l’avesse sentita per lei sarebbe
stata la fine, lo sapeva.
Se cerchi di fare qualcosa ti
ammazzo. Mi hai sentito?
Così si mise a tastare lo spazio
oscuro attorno a sé, passando i
polpastrelli sul tappetino a coste
sotto di lei e oltre, verso lo
sportello gelido. Il metallo era
completamente liscio, ma poi
sporgeva leggermente. Dov’era la
leva per aprire? Doveva esserci un
modo, ma quale?
Sonya riuscì a sdraiarsi sulla
schiena e a tastare con entrambe le
mani. Finalmente trovò quella che
doveva essere la serratura. Toccò il
meccanismo con le dita, cercando
di spingere e tirare in diversi punti,
ma non successe niente.
Ti prego, Dio, aiutami!
Quando aveva quasi perso ogni
speranza le dita trovarono una sorta
di cavo. Prima lo tirò lentamente,
senza risultato. Poi lo strattonò con
più forza.
Clic.
Lo schiocco improvviso la fece
trasalire.
«Grazie», mormorò. «Grazie.»
Spinse piano il portellone verso
l’alto e sbirciò fuori.
La stradina era deserta e
silenziosa. Dov’era Kosta?
Infine spalancò il portellone il
più veloce possibile e si issò fuori.

Quando Magdalena riprese i


sensi giaceva sul pavimento della
cucina con le braccia sopra la testa.
Appena cercò di muoverle si rese
conto che qualcosa attorno ai polsi
le impediva di farlo. Con la coda
dell’occhio vide che l’uomo le
aveva legato le mani con un laccio
di pelle – forse una cintura? –
imprigionandola a una gamba del
tavolo.
Seduto al suo fianco, la stava
guardando.
Il suo tentativo di dargli un
calcio lo fece solo sogghignare.
Sembra un bambino, pensò, un
bambino cattivo che ha appena
trovato uno strano insetto sulla
strada e sta per strappargli le ali.
Magdalena sentì che le toglieva
una calza, poi le aprì la bocca e
gliela infilò dentro. Un conato di
vomito la fece sobbalzare, ma la
calza era lì, ferma, riempiva la
guancia e premeva contro la gola.
Cercò di liberarsi dal tavolo,
agitandosi da una parte all’altra e
sferrando calci a destra e a manca.
Ti prego, ti prego, ti prego…
Non voglio… Non voglio!…
Appena l’uomo le afferrò le
caviglie, fulmineo come un
pescatore che aveva catturato la sua
preda, lei si arrese. E mentre le
slacciava i jeans per sfilarglieli
chiuse gli occhi. Da qualche parte
la sua mente riusciva ancora a
notare il freddo del pavimento,
senza mutande com’era, ma quando
lui le prese le ginocchia e le
divaricò le gambe non osò più
lottare.
No.
«Lasciala!»
Che cos’era stato? Di colpo la
presa sulle sue cosce si era
allentata e lei alzò gli occhi. Sulla
soglia c’era Bengt con un fucile
puntato su di loro.
L’assalitore si tirò indietro,
sedendosi sul pavimento contro il
frigorifero.
«A terra!» sbraitò Bengt.
Quasi non riconobbe il vicino
che impugnava quell’arma. Era
davvero capace di tanta rabbia?
L’uomo obbedì e si stese a
pancia in giù con le braccia
allungate.
Magdalena si voltò lentamente
su un lato e riuscì a sollevare il
tavolo quel tanto da potersi
liberare. Notando che Bengt si era
accorto della sua seminudità si sentì
avvampare, ma poi si limitò a
togliersi la calza dalla bocca, ormai
tutta insanguinata, con le mani
ancora legate.
Le lacrime le inondarono il viso.

Gunvor faceva su e giù per la


cucina. La polizia sarebbe arrivata
a momenti. Il solo pensiero di Bengt
armato di fucile la terrorizzava.
Non aveva mai caricato un’arma in
casa, prima d’ora. Che cosa stava
accadendo da Magdalena? Perché
aveva urlato in quel modo?
Andò in camera da letto e si
avvicinò alla finestra che dava sulla
casa della vicina per cercare di
vedere qualcosa.
All’improvviso suonarono alla
porta. Fu un segnale prolungato,
seguito subito da un secondo
squillo, più breve.
Sulla scala c’era un’esile
ragazzina, gli occhi cerchiati di
nero, vestiti leggeri e scarpe estive
ai piedi. Il suo sguardo continuava a
spostarsi da Gunvor alla casa di
Magdalena e alla strada. Le mani
erano congiunte davanti al petto.
«Ma piccola mia… vieni
dentro!» la esortò Gunvor
lasciandola entrare. «Cosa ti è
successo?»
La giovane non rispose, la
guardava soltanto con gli occhi
sbarrati. Sembrava sconvolta e
doveva avere molto freddo.
Gunvor era sbigottita. Prima
Bengt che correva via con il fucile
carico, e adesso questo.
Fece accomodare la ragazza in
cucina, e lei iniziò a tossire, un
attacco spaventoso che sembrò
squassarle il petto e la costrinse a
restare a lungo china in avanti per
riprendere fiato.
Non c’è da stupirsi, con quei
vestiti, notò Gunvor facendola
sedere su una sedia e allo stesso
tempo tendendo l’orecchio verso
l’esterno. In nome del cielo, da
dove era venuta? Che cosa stava
accadendo?
Ormai la polizia sarebbe dovuta
essere già lì.

Magdalena cercò di alzarsi, ma


le gambe non la reggevano. Così
strisciò sul pavimento, oltre Bengt
che continuava a tenere il fucile
puntato sull’uomo, e si spostò
all’ingresso. Lì si fermò
appoggiando la schiena contro la
parete.
Devo chiamare la polizia, pensò.
Dov’è il cellulare? Fece un nuovo
tentativo di mettersi in piedi e
questa volta andò meglio.
La portafinestra era ancora
aperta e il soggiorno era gelido. Sul
pavimento, fra le schegge di vetro,
scorse il telefonino. Avanzò in
punta di piedi e lo afferrò.
«Se ti muovi sparo!» gridò Bengt
dalla cucina. «E la polizia è per
strada, quindi non ti conviene
muovere un dito!»
Magdalena tornò all’ingresso e
richiuse la porta del soggiorno. Poi
si accasciò di nuovo a terra.
Da qualche parte in lontananza
udì la porta di casa aprirsi e
chiudersi e una folata d’aria
glaciale investirla.
«Come stai?»
Quando aprì gli occhi vide Petra
accovacciata davanti a lei.
«Non tanto bene», singhiozzò.
Le labbra sapevano di sangue e
tremava come una foglia.
«Adesso è finita», la rassicurò
Petra aiutandola a sciogliersi la
cintura ai polsi. «L’hanno
ammanettato. È tutto sotto controllo.
Non devi più avere paura.»
Poi disse qualcosa a un gigante
biondo che passò davanti a loro, ma
Magdalena non capì.
«Sei sotto choc, è per questo che
tremi così», la tranquillizzò Petra.
«Ora Folke va a prenderti una
coperta. Vuoi che chiami
qualcuno?»
Petter…
La porta si aprì di nuovo e
un’altra ondata di gelo la travolse.
Continuando a tremare si cinse la
gambe con le braccia.
«Mio Dio!»
Era Jens.
«Ho sentito che era successo
qualcosa mentre eravamo al
telefono, così ho fatto subito
inversione, ma ormai ero arrivato
quasi a Ransäter.»
Jens si inginocchiò accanto a
Petra e Folke tornò con una coperta
trovata sul divano. Petra la aiutò a
sistemarsela attorno. Magdalena la
strinse il più possibile, cercando di
coprire le gambe e i piedi, ma gli
spasmi non cessavano.
«Che cosa ci fai tu qui?» chiese
Folke a Jens.
Jens non riuscì a mettere insieme
una frase sensata, così Magdalena
sussurrò: «Siamo colleghi».
«Ah, adesso capisco!»
commentò Folke svanendo in
cucina.
«Fa così freddo, qui sul
pavimento», le disse Jens una volta
rimasti soli. «Ti aiuto ad alzarti?
Che ne pensi di andare in camera?»
Senza parlare Magdalena si
sporse in avanti alzando un braccio,
così che Jens potesse prenderla da
sotto per rimetterla in piedi.
«Era fuori dalla portafinestra e
poi – bang! – ha rotto il vetro»,
raccontò mentre salivano la scala.
«Non ho mai avuto tanta paura in
vita mia.»
Giunti in camera da letto,
Magdalena si infilò sotto il
piumone, tenendosi la coperta bene
avvolta intorno.
«Spero che il mio…»
Esitò sulla scelta del termine.
«… il mio ragazzo torni presto.
Puoi fermarti un po’? Preferirei non
restare da sola.»
Jens annuì.
Magdalena digitò un sms a
Petter: «Ti prego, torna presto. È
successa una cosa».

Dopo aver spiegato più volte


alla polizia come si erano svolti i
fatti – le urla dalla casa di
Magdalena, la sua corsa per
prendere il fucile e per precipitarsi
lì – Bengt poté finalmente tornare a
casa. A quanto pareva Magdalena
stava dormendo, ma il suo collega
si sarebbe trattenuto da lei.
Gunvor gli andò incontro alla
porta. Sembrava inquieta, ma non
era per niente strano.
«Mio Dio, quanto sono stata in
pena! Ho visto la polizia uscire e
salire in macchina con un tizio
grande e grosso ammanettato. E qui
c’è una ragazzina che non sa una
parola di svedese. Non ci capisco
niente.»
«Una ragazzina?» ripeté Bengt.
«Sì, ha suonato alla porta subito
dopo che te ne eri andato e
sembrava terrorizzata. Non so da
dove è sbucata.»
Non poteva mica essere…?
«Comunque le ho fatto una
cioccolata calda e un panino, ma
non ha toccato quasi niente.
Dovrebbe avere fame, visto che è
magra come un chiodo.»
Gunvor lo precedette in cucina.
Lì, su una sedia, c’era una
ragazza con i capelli lunghi che le
ricadevano sulle spalle strette.
Era lei.
Quando Bengt varcò la soglia la
giovane trasalì e abbassò lo
sguardo in fretta.
Che cos’ho fatto?
«Be’», disse Gunvor, «cosa
facciamo? Chi è?»
«Chiamo Christer», decise
Bengt.
«Stasera lavora?» replicò
Gunvor.
«Non credo, ma la ragazza ha
bisogno di aiuto e noi l’aiuteremo.»

«Maggie, sono qui.»


Quando Magdalena aprì gli
occhi vide Petter seduto sul bordo
del letto intento ad accarezzarle la
testa. La piccola lampada sul
davanzale emetteva una debole
luce.
«Il tuo collega mi ha raccontato
tutto. Magda… Mi sono spaventato
a morte!»
Lentamente lei tirò fuori una
mano da sotto le coperte e la
allungò per prendere la sua.
«Vieni», gli disse tirandolo a sé.
«Scaldami. Ti ho aspettato così a
lungo.»
33

CHRISTER Berglund e Petra


Wilander avevano percorso in
silenzio l’intero tragitto dalla
stazione di polizia a
Stjernsnäsvägen. La domenica
mattina era tersa e soleggiata, una
giornata invernale perfetta per
andare in slitta e a sciare.
Attraverso la finestra della
cucina i poliziotti scorsero Stefan e
Diana insieme con i tre figli seduti
attorno al grande tavolo da pranzo
che facevano colazione.
Questa è una delle cose peggiori
che mi siano mai capitate al lavoro,
rifletté Christer mentre si
avvicinavano.
Appena Stefan li vide restò
immobile, come paralizzato, il
tramezzino ad alcuni centimetri
dalla bocca. Christer notò che li
seguì con la coda dell’occhio
mentre salivano la scala e
suonavano il campanello.
Nell’attesa che qualcuno aprisse
il poliziotto sbuffò, come uno
sportivo che si fa coraggio prima di
una gara decisiva.
Fu Stefan stesso ad andare loro
incontro. Senza nemmeno guardarli
prese la giacca dall’appendiabiti e
si vestì.
«Che cos’è successo?» chiese
Diana con la voce acuta.
Li aveva raggiunti all’ingresso.
«Papà, dove vai?» domandò il
figlio più piccolo prendendo il
padre per un braccio. «Dove vai,
papà?»
«Devo uscire un attimo»,
mormorò Stefan mentre si infilava
gli stivali e un berretto della IK
Viking.
Accadde tutto molto lentamente,
come in un film proiettato alla
velocità sbagliata.
«Stefan! Che cos’ è successo? »
gridò Diana ghermendolo per la
manica della giacca affinché si
voltasse e la guardasse negli occhi.
Ora si erano avvicinati anche i
figli più grandi, scalzi e in pigiama,
e li fissavano con gli occhi sgranati.
Stefan si voltò lentamente e
guardò Diana da sotto il berretto.
«Perdonami.»

Stefan era accasciato sulla sedia


dell’ufficio di Christer. A intervalli
regolari stringeva i denti così forte
che solo a guardarlo il poliziotto
stava male.
Fece un respiro profondo e
azionò il registratore.
«Interrogatorio di Stefan
Engström, 29 gennaio, domenica.
Ore dodici e trentuno. Oltre a
Stefan Engström, sono presenti
Christer Berglund, Petra Wilander e
l’avvocato di Engström, Kennet
Bäck.»
Breve silenzio.
«Lei è sospettato dell’omicidio
di un’adolescente a noi sconosciuta,
commesso poco fuori Gustavsfors a
Capodanno. Come si dichiara?»
«Colpevole.»
Christer sentì le pulsazioni
aumentare.
«Perché l’ha fatto?»
«Perché sono stato costretto.»
«Può spiegarsi meglio?»
intervenne Petra.
Stefan alzò gli occhi e li guardò
diverse volte con l’aria di chi
prendeva una decisione. Poi iniziò
a raccontare lentamente,
soppesando ogni parola.
«Gli ultimi anni sono stati
incredibilmente difficili, per me e
Diana, sia per i soldi sia per la
nostra… be’, la nostra relazione.
Ma soprattutto per i soldi. Abbiamo
cominciato ad accumulare debiti sin
da quando Oliver e Robin erano
piccoli: c’erano le carrozzine nuove
da comprare e i loro vestiti, che
dovevano essere sempre belli e
identici. Io non facevo che lavorare
e lei non faceva che aprire il
portafoglio.»
Era molto stanco, e ogni parola
pronunciata sembrava causargli
dolore. Tuttavia continuò: «Dopo
un po’ siamo arrivati al limite e ci
siamo messi a comprare a credito.
Abbiamo avuto molte crisi, quando
l’ufficiale giudiziario ha cominciato
a bussare alla nostra porta. Ma ci è
sempre stato vicino mio fratello
Jörgen. Forse gli facevano
compassione i bambini, ma a essere
sincero non so perché lo faceva.
Non capivo da dove prendesse i
suoi soldi, gli ero solo grato perché
ci salvava una volta dopo l’altra.
Poco prima di Natale abbiamo
avuto un’ennesima crisi. Una crisi
molto seria. L’ufficiale ha
minacciato di vendere all’asta la
nostra casa e noi avremmo dovuto
vivere con il minimo indispensabile
per dieci, quindici anni. Ancora una
volta Jörgen si è offerto di aiutarci,
ma in cambio gli dovevo un
favore».
Tacque facendo una smorfia,
come per una fitta improvvisa.
«Potrei avere un po’ d’acqua?»
Petra uscì dall’ufficio e tornò
con un bicchiere colmo. Stefan lo
vuotò quasi del tutto e poi lo
appoggiò sulla scrivania.
«Così ha ucciso per denaro?»
domandò Petra.
«Erano molti soldi, davvero
molti. Non sapevo come avremmo
potuto fare altrimenti.»
Stefan iniziò a piangere, prima in
silenzio e poi con gemiti e
singhiozzi. Per sfuggire ai loro
sguardi alzò un braccio e nascose il
viso nell’incavo del gomito.
Per Christer quel segno di
fragilità fu quasi insostenibile.
Poveri figli!
«Jörgen disse che nessuno
avrebbe sentito la sua mancanza»,
continuò l’uomo dopo aver
recuperato un minimo di controllo
ed essersi scoperto il viso.
Gli occhi erano gonfi e arrossati
e le tempie imperlate di sudore.
«E lei pensò che non avesse
importanza, vero?» disse Petra.
Stefan non rispose.
«Per quale motivo doveva
essere tolta di mezzo?» continuò
lei.
«Jörgen aveva detto che era…
rissosa, inaffidabile.»
«Era rissosa?»
Stefan deglutì, gli occhi pieni di
lacrime.
«Per pura curiosità», intervenne
Christer, «perché ha lasciato il
corpo in quella cantina?»
Stefan si asciugò il naso con il
dorso della mano e per un attimo lo
guardò come se non avesse sentito
la domanda.
«In quel momento non ero
riuscito a escogitare niente di
meglio. Faceva così freddo, c’era
tanta neve! Pensavo che sarei
tornato più avanti per nasconderla
meglio.»
«Ma perché proprio lì?»
«Non so se te lo ricordi, ma
quando eravamo piccoli mia madre
aveva avuto una relazione di
qualche anno con Göran Thellin.»
Christer scosse il capo. Non
volevi mai giocare con me, quando
eravamo piccoli, pensò. Come
potevo saperlo?
«Dio, quanto era crudele, la
picchiava per la minima cosa.
Eravamo andati in quel posto
parecchie volte. Non lo so, ma
avevo pensato che avrei… che mi
sarei potuto vendicare, in un certo
senso. Ma con l’altra ragazza è
successo per sbaglio.»
Stefan trattenne il fiato e si terse
il viso con una mano.
«L’ho vista mentre stavo per
tornare alla macchina. Da dove era
saltata fuori? Non riuscivo a non
pensarci. Doveva aver fatto diversi
chilometri a piedi, da sola, su
quella strada sterrata. Era
incomprensibile. Ma se ne stava lì,
immobile, sotto un albero. Se non
fosse stato per la giacca rossa forse
non l’avrei mai vista.»
Stefan tirò su con il naso.
«Quando si è accorta che
l’avevo scoperta, ha cominciato a
correre. Era molto più avanti di me,
ma mi sono messo in macchina e
l’ho raggiunta. Sembrava un
animale, alla luce dei fari. Dio,
come correva! Poi si è arrampicata
su un ammasso di neve ed è entrata
nel bosco. Ho frenato di colpo e
l’ho inseguita. Ero in preda al
panico. Io…»
Stefan tacque lasciando la frase
a metà e si accasciò sul tavolo
appoggiando la fronte sulle braccia
incrociate, il corpo squassato dai
singhiozzi. Di tanto in tanto
sembrava che l’attacco stesse per
esaurirsi, ma i gemiti e il pianto
esplodevano di nuovo.
Passarono diversi minuti.
«Devo chiamare a casa»,
sussurrò Stefan contro il tavolo.
«Devo farlo.»

Appena si svegliò Magdalena si


sentì sfinita come dopo un intenso
allenamento.
«Come ti senti?» le domandò
Petter.
Doveva essere rimasto lì con lei
a lungo. Magdalena provò di colpo
imbarazzo. Che aspetto aveva?
Considerando ciò che era successo
non doveva essere un bello
spettacolo.
«Okay», rispose abbozzando un
sorriso.
«Non andiamo in ambulatorio?»
le chiese accarezzandole piano la
guancia, ma nonostante la lievità di
quel tocco lei non riuscì a trattenere
una smorfia.
«No, no, passerà.»
«Perché non mi hai detto in cosa
consisteva il vostro lavoro? Non
immagini quanto mi sono spaventato
ieri.»
«Sapevo che avresti cercato di
fermarmi. Scusami.»
«Non puoi tenerti per te certe
cose.» Petter passò le dita fra la sua
frangia. «Non deve capitarti nulla.»
Magdalena abbassò lo sguardo.
Come le era venuto in mente?
«Che ore sono?» chiese.
«Le dodici e mezzo.»
«Le dodici e mezzo? Dio, quanto
ho dormito!»
Cercò di sollevarsi, ma la testa
le faceva così male che crollò di
nuovo sul cuscino.
«Devo andare a prendere Nils a
Filipstad», mormorò chiudendo gli
occhi.
«Tu oggi non guidi. Ti
accompagno io. Hai fame?»
Magdalena rifletté. No, non
molto.
«Vieni», disse Petter aiutandola
a sedersi.
Poi andò a prenderle la vestaglia
appesa a un gancio accanto alla
porta, gliela posò sulle spalle e
l’aiuto a infilarsela.
Magdalena aveva le vertigini.
Magari ho una commozione
cerebrale, pensò, sostenendosi a un
braccio di Petter e mettendosi in
piedi.
«Facciamo con calma», la
rassicurò lui.
In soggiorno quasi non si notava
traccia della nottata. Le schegge di
vetro erano state rimosse. L’unica
cosa che segnalava l’aggressione di
quell’uomo era il cartone che
qualcuno aveva fissato al buco sulla
portafinestra con del nastro
adesivo.
«Vuoi un caffè?» chiese Petter
quando entrarono in cucina.
Magdalena annuì.
«Devo dirti una cosa», aggiunse
lui in tono serio, talmente serio che
lei ebbe quasi paura.
«Qualche ora fa la polizia è
venuta a prendere Stefan.»
«Stefan?» ripeté Magdalena
guardando fuori dalla finestra.
«Come a prendere?»
La casa all’altro lato della
strada era immersa nel buio.
Persino le piccole lampade sul
davanzale erano spente.
«Christer e un’altra poliziotta
hanno suonato alla loro porta e
pochi minuti più tardi se ne sono
andati con Stefan. Diana era
distrutta e il piccolo, l’amico di
Nils…»
«Melvin.»
«Sì, Melvin era rimasto sulla
scala in lacrime.»
Stefan!
All’improvviso le suonò il
cellulare nella tasca della vestaglia.
Mentre Petter aggiungeva il latte al
caffè e deponeva la tazza sul tavolo,
Magdalena rispose.
«Magdalena Hansson.»
«Ciao, Magda, sono Christer.
Come stai? Ho saputo di ieri.»
«Così così.»
Christer tossicchiò.
«Ho un po’ di cose da
raccontarti.»

Non appena Petter spense il


motore, Magdalena sentì Nils
slacciare la cintura di sicurezza.
«Posso giocare con Melvin?»
Magdalena deglutì più volte, ma
le lacrime iniziarono ugualmente a
scenderle sul viso. Si asciugò gli
occhi in fretta tentando di mostrarsi
serena.
«Amore, ho paura che Melvin
non sia a casa.»
«Ma quando torna?»
Lei tossicchiò di nuovo.
«Potete giocare un’altra volta,
Nils. Adesso devi fare il bagno.»
«Okay», rispose lui aprendo la
portiera.
Magdalena aveva pensato tutto il
giorno a quello che le aveva riferito
Petter. A come Christer e Petra
avevano condotto Stefan in
macchina, a Diana rimasta sulla
scala. E a Melvin che chiamava il
suo papà.
Che cosa gli racconto, adesso?
si domandò. Come faccio a gestire
questa situazione? Di errori ce ne
saranno fin troppi, ma c’è qualcosa
di giusto da fare?
Aveva cercato di attenuare i
lividi sul viso con un po’ di trucco,
ma il gonfiore era sempre evidente.
Quando Nils le aveva chiesto cosa
le era successo, aveva mentito
dicendogli che era scivolata in
strada. All’inizio le era parso
scettico, ma poi le era sembrato che
si fosse accontentato di quella
risposta. Chissà fino a quando
l’avrebbe bevuta, che Melvin era
«via», come il padre.
Mentre Petter estraeva la valigia
del bambino dal bagagliaio,
Magdalena cercò di scendere
dall’auto sforzandosi di nascondere
al figlio le proprie fitte lancinanti.

Ernst Losjö si sedette sul letto di


Hedda, dove Gabriella era stesa
con un cuscino fra le braccia. Sotto
la coperta il suo corpo
assomigliava a una S.
Ho bisogno di sentire il suo
profumo, gli aveva spiegato. La
camicia da notte di Hedda era
diventato il suo feticcio, e
continuava a strofinarsela sul viso.
La allontanò per un istante e
guardò il marito perplessa.
«Solo una terribile
coincidenza?»
Ernst annuì.
«Petra Wilander mi ha detto che
Hedda aveva assistito all’omicidio
di quella ragazza della cantina –
Dio sa cosa ci faceva lì –,
l’assassino le ha dato la caccia nel
bosco e… Oggi ha confessato
tutto.»
Una terribile coincidenza.
Come se si fosse trattato di un
fulmine caduto dal cielo o di un
incidente stradale.
«Quindi non è stato il
venticinquenne?»
«No.»
Gabriella si raggomitolò ancora
di più su se stessa, stringendosi al
petto il cuscino.
«Non capisco», sussurrò. «Non
capisco come sia potuto accadere e
non capisco come facciamo a
sopportarlo. Devono aiutarci, Ernst.
Non credi?»
Gabriella si sedette sul letto.
«Non mi lascerai, Ernst, vero?
Non farlo.»
Ernst non ebbe la forza di
risponderle; l’accarezzò piano sulla
mano, e uscì dalla stanza.
Christer Berglund si lasciò
cadere sulla cassapanca della
cucina. Che giornata! Era così
stanco e affamato che non era
riuscito a rifiutare l’invito a cena di
Gunvor.
Dopo essersi seduto, Bengt
abbassò lo sguardo e guardò fuori
dalla finestra.
«Ha ripreso a nevicare»,
constatò. «Dicevano che non
sarebbe successo prima di
stanotte.»
«Già», annuì Christer.
Poco dopo Bengt si alzò di
nuovo e Christer lo seguì sorpreso
mentre andava alla credenza e
iniziava a estrarre piatti e bicchieri.
Anche Gunvor, intenta a mescolare
la carne in una pentola, parve
meravigliata quando il marito, un
po’ goffamente, cominciò ad
apparecchiare la tavola.
«Abbiamo solo gli avanzi»,
spiegò lei. «Nel congelatore ho
trovato un po’ di chili con carne.»
Poi calò di nuovo il silenzio, in
sottofondo si udiva soltanto il
tintinnio delle posate di Bengt.
«Bene, ecco qui», disse Gunvor
posando la pentola sul tavolo.
Si accomodò sulla sedia più
vicina al fornello e, dopo che Bengt
e Christer si furono serviti, si mise
una piccola porzione di carne nel
piatto.
«Quando pensi che potremo
riavere la macchina?» chiese Bengt.
«Ci vorrà ancora qualche giorno,
prima che la Scientifica abbia
finito», lo informò Christer.
Gunvor non accennò a mangiare,
restò seduta immobile con gli
avanbracci sul tavolo.
«Non riesco a smettere di
pensare a Stefan», commentò. «Non
l’avrei mai creduto capace di una
cosa simile. È sempre stato così
gentile, con noi! E Diana…
poveretta. Come si fa a pensare che
le persone che si è convinti di
conoscere possano nascondere
simili segreti?…»
A Christer parve che il padre si
fosse irrigidito.
«Già», aggiunse poi. «Anche le
persone di cui ci fidiamo di più
possono essere delle vere carogne.
E ogni volta che succede non si può
fare a meno di stupirsene.»
Non riuscì a trattenersi.
«Posso avere un po’ di sale?»
domandò Bengt.
Madre e figlio si sporsero
entrambi verso la saliera, ma
Christer fu più veloce.
«Tieni», disse guardando suo
padre negli occhi per la prima volta
da tanto tempo.
Petra uscì dalla stazione di
polizia e prima di prendere la
strada di casa diede un’occhiata
alla pizzeria Florens.
Il bordello era solo dall’altra
parte della strada, pensò.
Ma adesso era tutto alle spalle.
Finalmente.
Sotto il sollievo, tuttavia,
rimaneva una certa malinconia.
Come era possibile che un normale
padre di famiglia, con casa e
lavoro, un padre che per molti versi
le ricordava Lasse, fosse anche un
duplice omicida? Quale panico,
quale immensa vergogna doveva
aver provato per assumersi il
compito di giustiziare
un’adolescente con una vecchia
pistola da competizione? Poveri i
suoi figli! E povera moglie.
Possibile che non avesse sospettato
nulla?
Dopo aver percorso un centinaio
di metri, attraversò la strada
deserta.
E che razza di uomini erano,
quelli che compravano sesso da una
di quelle ragazzine? Che avessero
un aspetto normale aveva potuto
constatarlo durante l’appostamento
di quella sera in Abbortorpsvägen,
ma c’era un qualche denominatore
comune?
Non devo più pensarci, si disse
imboccando la via di casa. Ora
finalmente possiamo tornare a
occuparci dei furti nei negozi.
Dalla finestra della cucina vide
Nellie e Matilda sedute l’una di
fronte all’altra al tavolo da pranzo.
Sembrava una brava ragazza,
Matilda. Un po’ silenziosa, ma
forse era solo un po’ timida.
Peccato che lei non avesse potuto
stare a casa, nel week end; adesso
era già ora di accompagnarla
all’autobus.
Petra scrollò la neve dagli
stivali ed entrò in casa.
«Ciao», salutò con la voce più
squillante del solito. «Sono a
casa!»

Magdalena appoggiò il portatile


sul tavolo della cucina e sollevò lo
schermo. La casa di Stefan e Diana
era ancora deserta. Restò seduta a
osservarla a lungo.
Aveva iniziato a nevicare.
Fiocchi leggeri vorticavano su se
stessi alla luce dei lampioni.
Aveva ragione, Christer, a
sostenere che Stefan l’aveva fatto
per soldi? Le sembrava tanto
inverosimile!
Si decise ad accendere il
computer, prese gli appunti e
cominciò a digitare.

TRENTANOVENNE ARRESTATO
PER DUPLICE OMICIDIO A
HAGFORS.
LA POLIZIA: «HA CONFESSATO».
Domenica mattina un uomo di
trentanove anni di Hagfors è stato
arrestato nella propria abitazione
con l’accusa di aver ucciso
l’adolescente ritrovata in una
cantina nei pressi di Gustavsfors.
L’omicida, inoltre, ha
confessato di aver assassinato
anche Hedda Losjö, la giovane
scomparsa da casa il 31 dicembre.
«Ovviamente si tratta di una
terribile tragedia per tutte le
persone e i famigliari coinvolti»,
ha dichiarato Christer Berglund,
vicecapo della polizia di Hagfors.

Magdalena scrisse lentamente,


cancellò e cominciò da capo
diverse volte. In realtà non lo
dovrei fare io, pensò mentre
soppesava le parole. Il secondo
articolo si intitolava: «La ragazza
della cantina vittima della tratta di
esseri umani dalla Moldavia – Tre
uomini arrestati per sfruttamento
della prostituzione».

La ragazza trovata morta nella


cantina aveva rappresentato un
mistero per la polizia sin dal
momento in cui era stata scoperta.
Ora le forze dell’ordine hanno
appurato che la giovane, sedici
anni, era una delle numerose
vittime del traffico di esseri umani
vendute l’estate scorsa a un uomo
nel Värmland settentrionale.
Sabato sera la polizia ha
effettuato un’irruzione in un
bordello in centro a Hagfors a
seguito di una segnalazione del
Värmlandsbladet.
«Grazie all’aiuto di un
interprete, abbiamo interrogato le
ragazze, ma ci manca ancora
molto per avere un quadro
completo dell’organizzazione»,
afferma Petra Wilander,
funzionario della polizia di
Hagfors.

Jens Sundvall le aveva inoltrato


via e-mail una decina di fotogrammi
tratti dai filmati di Vargbyn. Dal
punto di vista giornalistico erano
fantastici, eppure Magdalena provò
un vuoto infinito mentre scriveva la
didascalia.

LA SEDICENNE VIENE VENDUTA


AL FOTOGRAFO DEL
VÄRMLANDSBLADET.
Con l’ausilio di videocamere
nascoste, la squadra del
Värmlandsbladet ha smascherato
l’organizzazione malavitosa.
Queste sono immagini esclusive.

E poi l’ultimo articolo, che


riguardava Tore.

LA POLIZIA APRE UN’INDAGINE


SULLA MORTE DI UN TESTIMONE.
A metà gennaio un uomo di
ottantanove anni era stato
ritrovato morto nel suo
appartamento di Abbortorpsvägen.
Allora non vi erano dubbi in
merito alla morte naturale
dell’uomo, ma in relazione
all’inchiesta sullo sfruttamento
della prostituzione nuovi testimoni
sembrano sostenere l’ipotesi che
l’uomo sia stato ucciso.
«Abbiamo aperto un’inchiesta
preliminare», spiega Christer
Berglund, vicecapo della polizia di
Hagfors.

Quando finalmente ebbe inviato


tutti gli articoli, le immagini e le
didascalie alla redazione centrale,
si erano fatte quasi le dieci. Dopo
una breve telefonata al direttore
notturno e dopo aver risposto ai
complimenti con borbottii stanchi e
indifferenti, Magdalena spense il
computer e chiuse lo schermo.
Fuori nevicava ancora, i fiocchi
si erano fatti più consistenti e
decisi, e il vialetto di Stefan e
Diana era già ricoperto da uno
strato uniforme.
Magdalena si rimboccò le
maniche e osservò i graffi rosei sui
polsi.
Di nuovo spostò lo sguardo sulla
magica nevicata fuori dalla finestra.
A un tratto notò una figura
avvicinarsi alla casa dei vicini. Era
Bengt.
Salì la scala a capo chino e
afferrò il badile appoggiato alla
parete. Poi iniziò a spalare.
È MORTA. La nostra Ana è morta. In
realtà l’avevo sempre saputo,
eppure quando i poliziotti me
l’hanno detto è stato come se
qualcosa si fosse spezzato dentro
di me. Forse era il mio cuore. Ho
visto le immagini del suo corpo,
nonna. Non appena chiudo gli
occhi si ripresentano nitide.
Sono anche finita all’ospedale.
Il mostro nella mia pancia non c’è
più. I primi giorni in cui ho
ripreso a camminare ho provato
un piacevole dolore al ventre.
Domani inizia il processo. Sono
terrorizzata, ho paura di rivedere
Kosta e Sergej, ma tutti cercano di
tranquillizzarci dicendo che andrà
tutto bene, che nessuno ci farà più
del male. Sì, ce la farò. Ho
sopportato tanto e ora supererò
anche questo.
Poi torniamo a casa, Ana e io.
Spero potrai perdonarmi.
Postfazione
e ringraziamenti

NELL’AUTUNNO del 2001 un uomo è


stato condannato per l’avviamento
alla prostituzione di quattro
adolescenti che dalla Moldavia
erano state portate a Hagfors. In
qualità di giornalista di Expressen
ho seguito il processo a Karlstad e
in due diverse occasioni ho
intervistato le ragazze con l’aiuto di
un interprete. Una delle giovani si
chiamava Sonya. Per il resto questo
romanzo è opera della fantasia.
Hagfors è Hagfors, ma di tanto in
tanto mi sono presa la libertà di
modificare la realtà. Ogni eventuale
somiglianza con persone realmente
esistenti è del tutto casuale.

Scrivere è un’occupazione
solitaria che mette a dura prova la
propria resistenza, ed è per questo
che ogni aiuto è stato inestimabile.
Questo libro non sarebbe diventato
quello che è ora senza le seguenti
persone.
Grazie a…
… Eva Fallenius, che ha letto la
prima parte del mio manoscritto con
passione e mi ha consegnato il
contratto nella primavera 2009.
Non dimenticherò mai quella
telefonata.
… Karin Linge Nordh, che non
solo è stata il mio editore, ma ha
anche ricoperto il ruolo di
psicologa quando i miei dubbi
sembravano enormi. Senza il tuo
incoraggiamento non ce l’avrei mai
fatta.
… John Häggblom, il mio saggio
(e altissimo) editor, per le risate, le
riunioni e le pazienti risposte alle
mie infinite e ansiose e-mail. John,
sei una meravigliosa combinazione
di brutalità e affetto.
… Ann-Helen Laestadius, Lena
Karlsdotter Lindehag e Kristin
Gunnarsson perché non una, ma
molte volte vi siete prese il tempo
di leggere, commentare e
incoraggiare. Non credo possiate
capire quanto preziose siano state
le vostre opinioni.
… Håkan Karlsson e Monica
Gustafsson, che avete letto e trovato
gli errori di cui nessun altro si era
accorto.
… Eric Bengtsson, giornalista
locale della redazione di Hagfors
d e l Värmlands Folkblad, per le
risposte alle mie domande
impellenti via Facebook nel cuore
della notte.
… Kajsa Wahlberg, membro
dell’Anticrimine esperta del
traffico di esseri umani, per esserti
lasciata intervistare
dettagliatamente e a lungo.
… Dennis Byberg, capo
dell’Anticrimine della polizia di
Hagfors, e tutti i suoi colleghi che
mi hanno accolta a braccia aperte
mostrandomi la stazione di polizia
in un grigio mercoledì di novembre.
… Niklas, perché non solo hai
sopportato di vedermi per un intero
inverno davanti al computer,
avvolta in una coperta e con il
berretto di lana in testa, ma anche
perché nel frattempo ti sei occupato
della casa e hai ripiegato il bucato.
… mamma e papà, perché mi
avete sempre sostenuta. Vi voglio
bene.
Grazie a tutti!
E come si usa in questi casi: tutti
gli eventuali errori sono
ovviamente miei.

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