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APPUNTI E SPUNTI NELL’ANNO TOSCANINIANO

Giuseppe Verdi muore a Milano il 27 gennaio 1901, alle porte del secolo breve. Alle sue spalle
un’onorata carriera da cantore della patria e l’unità d’Italia; davanti a sé i preamboli della prima
guerra mondiale e dell’ascesa del fascismo. Si spegne la voce che più di tutte aveva contribuito a
soffiare lo spirito nazionale su un popolo ancora frammentato, e con lui probabilmente i sogni di
gloria di un giovane paese. Benché avesse chiesto delle esequie modestissime, senza canti né suoni,
al corteo che accompagna il suo feretro alla cripta della Casa di Riposo per musicisti partecipano
oltre 300.000 persone, versate nelle strade di Milano per porgere l’estremo saluto al maestro. La
colonna ha in testa 100 strumentisti e 820 cantanti che intonano come epicedio Va’ pensiero, non a
caso tratto dalla maggiore scena corale di Nabucco, e da tempo assurto a inno d’Italia. A dirigere la
mesta elegia c’è Arturo Toscanini.
Come un simbolico passaggio di testimone, Toscanini nasceva alla nazione alla morte di uno dei
suoi più illustri fautori, attraverso la musica di quello stesso maestro con cui era nato artisticamente
il 30 giugno di 25 anni prima, dirigendo, per un caso fortuito, Aida al Teatro Lirico di Rio de
Janeiro, durante una tournèe brasiliana alla quale si era unito in qualità di violoncellista. Il tramonto
del più importante operista della storia della musica italiana coincise con l’ascesa di una personalità
altrettanto chiave, che restituì alla figura del direttore la sua dignità artistica e professionale.
L’identità compositore-direttore era stata messa in discussione prima di lui da pochi altri esempi
felici, come quello di Hans Von Bulow, che fece grandi i lavori di Wagner e Liszt; molti dopo di
lui, nel corso del XX secolo, si affermano stabilmente come direttori d’orchestra: i nomi di
Bernstein o Karajan, e degli italiani Abbado e Muti sono i primi che vengono in mente per la loro
dichiarata fama.
L’arte di Toscanini traeva quindi origine dall’opera lirica, sulla quale riversò tutta la sua poetica: la
precisione e la brillantezza del suono orchestrale, la messa a punto di tutti gli aspetti esecutivi e la
grande disciplina richiesta durante le prove segnavano la fine di quello stile iper-espressivo che
aveva caratterizzato il tardo-romanticismo. Un rigore che aveva maturato in seno alla lezione di
Bayreuth, dove peraltro nel 1930 e nel 1931 fu il primo direttore non tedesco a dirigere alla
Festspielhaus: il tempio dove si era realizzata la profezia wagneriana aveva accolto un Toscanini
già avvezzo ai postulati dell’opera d’arte totale, che aveva tentato di esportare in Italia. Nelle letture
che dava di Verdi, Puccini, Leoncavallo e Mascagni nelle stagioni scaline, il Maestro iniziava ad
esigere una serie di correzioni nel costume dell’opera italiana, cercando di trasformare il teatro
borghese nello stesso miracolo che da anni accadeva nelle provincie di Wagner. Riuscì ad ottenere
un nuovo sistema di illuminazione nel 1901 e la fossa per l’orchestra nel 1907, ed impose delle
norme di buona educazione al pubblico. Anche in Italia finalmente il teatro assumeva un aspetto
dignitoso, non più solo occasione di mondanità per la società ormai massificata.
Questa eminenza artistica accumulava fama e stima in tutto il mondo, accedendo anche al repertorio
sinfonico, regalando ai mezzi di registrazione di allora interpretazioni che ancora oggi sono
esemplari per le qualità messe in gioco. E fu un’esecuzione della Settima sinfonia di Beethoven
trasmessa alla radio da Salisburgo nel 1934 a trasformare Adorno in quella che è forse l’unica e più
autorevole voce fuori dal coro. Nel suo saggio La maestria del maestro riconosce in Toscanini una
delle tante figure che, nel XX secolo, hanno rappresentato la corrente della <<Nuova
oggettività>>: come Schoenberg dettava alle generazioni posteriori i principi della dodecafonia,
allo stesso modo Toscanini cercava di imprimere un controllo totale al materiale musicale, in modo
da poterne poi evidenziare tutte le forme. Adorno individua qui l’antitesi dialettica dell’espressività;
una genesi artistica che non ha in sé possibilità di sviluppo ulteriori, perché già completamente
determinata in partenza dalla conoscenza di tutte le sue articolazioni meccaniche. Una posizione del
genere, assolutamente solida e interessantissima, non merita certamente di essere confutata, e
difficilmente si potrebbe, ma quanto meno di essere citata per dare la misura di come l’arte
direttoriale diventasse una problematica estetica accanto a temi il cui interesse nel dibattito
filosofico era consolidato da secoli.
Una stima che incontrò l’ostilità di poche grandi menti e di molte camicie nere. Dopo un’iniziale
condivisione del fascismo, Toscanini assunse toni filo-socialisti, entrando in aperto contrasto con il
regime; contrasto che il 14 maggio del 1931 esplose in un vero e proprio attentato alla sua vita da
parte di una squadriglia dopo che il maestro si era rifiutato di dirigere gli inni del partito in apertura
di un concerto ufficiale a Bologna. Profondamente legato alle sorti della sua patria <<sì bella e
perduta>>, Toscanini svolse il suo impegno civile imponendosi l’auto-esilio in America,
esportando i suoi standard qualitativi anche nel nuovo mondo e instaurando un duraturo rapporto di
collaborazione con la NBC Symphony Orchestra, per lui appositamente creata. Tornò in Italia nel
1946 per dirigere un ricco programma alla Scala per festeggiare la liberazione, eseguendo anche lo
stesso Va’ pensiero che 45 anni prima salutò Verdi, certo con un’empatia diversa per gli Ebrei
schiavi in Egitto che nell’opera intonano questa grande aria corale. Da qui ricominciò a dirigere
stabilmente anche in Europa, coltivando la rinata orchestra del Teatro alla Scala, e salutando infine
le scene a New York nel 1954, in un programma dedicato completamente a Wagner, dove per la
prima volta la sua leggendaria memoria lo tradì.
Arturo Toscanini moriva il 16 gennaio 1957 all’età di novant’anni. Alle sue spalle l’impegno contro
il regime, davanti a sé un lento avvenire di pace e talenti che sarebbero di lì a poco esplosi. A
salutarlo nel suo ultimo viaggio una folla non molto più piccola di quella che più di 50 anni prima
aveva salutato Verdi a Milano; questa volta la sua musica non era nell’aria, ma nel cuore e nelle
lacrime dei tanti italiani che omaggiavano con il loro cordoglio collettivo un grande Italiano.