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Luciana era arrivata a quella porta di legno scuro con l’inquietudine di chi

sta per entrare in sala operatoria. L’odore ferroso dell’ascensore, il gelo di


quell’antico palazzo napoletano l’avevano resa ancora più nervosa, ma
aveva deciso ormai da giorni, non si sarebbe tirata indietro ora. Sul cam-
panello c’era solo la scritta “Int. 9”: Mario preferiva vivere nascostamente,
come aveva imparato da un filosofo greco. Gli sembrava anche presun-
tuoso imporre un nome a un appartamento: “Sono solo di passaggio” di-
ceva.
Luciana suonò il campanello. Dopo qualche istante sentì dei passi
leggeri avvicinarsi alla porta. Era Mario, che ora di certo la stava osser-
vando dallo spioncino. Luciana non fece nessun gesto, se non abbassare
un po’ la testa, per non dare l’idea di volerlo sfidare, e rimase lì in attesa,
paziente.
Quando la porta si aprì le apparve un uomo invecchiato, gonfio e
malconcio come un divano usurato. Non era poi tanto strano: erano pas-
sati cinque anni, ma lei se ne stupì lo stesso, perché aveva sempre pensa-
to che fosse lui a consumare tutto, lei compresa, senza pagare pegno. I
suoi occhi, però, erano ancora vigili, e sembravano dire: “Se vieni in pace
sei la benvenuta, altrimenti vai via.”
«Ciao» disse Luciana. «Posso entrare?» Aveva parlato con calma, ac-
cennando un sorriso. Mario stabilì che non c’erano pericoli.
«Certo, entra.» Si scostò per farla passare e ricambiò il sorriso. Stava
per dirle: “Sei un po’ dimagrita, ma sei sempre bella”, poi preferì tacere.
Luciana entrò in casa con la sicurezza di chi lo ha già fatto infinite
volte. Lui la osservava, quasi confortato nel rivedere certi gesti che un
tempo gli erano venuti a noia: quello sguardo alla cucina attraversando il
corridoio, quel poggiare la borsa sul mobiletto mentre lo specchio sem-
brava imporle un’ennesima occhiata a sé stessa, quel lasciarsi cadere nel
solito angolo del divano.
Luciana notò subito che nell’appartamento erano cambiate delle co-
se, ma una certa sciatteria continuava a rivelare l’animo selvatico di Ma-
rio. Altri dettagli le confermarono la persistenza di vecchie abitudini: la
grande ciotola sul tavolino all’ingresso, ricolma di tutto quello che le sue
tasche contenevano; e poi il bricco con il caffè avanzato e le finestre a-
perte, appannate dalle tende bianche per far entrare l’aria ma non la luce

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violenta del giorno. Nell’insieme, pareva che tutto fosse precario, in bili-
co, pronto a cadere e a frantumarsi. Mancava in quella casa la mano che
allontana il bicchiere dal margine del tavolo, e quel Mario gonfio e goffo
riempiva pericolosamente i vuoti, avvicinava i disastri.
«Che fine ha fatto il ficus?»
«È morto poco dopo che sei andata via.»
«...che mi hai mandata via.»
«Sì, ok, come vuoi.»
«Morto di dispiacere o di incuria?»
«Di incuria, credo, anche se non posso escludere il dispiacere.»
«Bastava annaffiarlo una volta alla settimana, come facevo io.»
«Lo so.»
«Il vaso però è ancora lì.»
«Pensavo che avrei comprato dei semi e li avrei piantati.»
Mario non aveva voglia di continuare quel discorso: si sedette sul
divano accanto a lei e l’abbracciò. Accostò il naso ai suoi corti capelli e
sentì un profumo che non riconobbe. Poi si scambiarono poche frasi
banali in maniera seducente, si accarezzarono, si baciarono. Al primo
gemito di Luciana, Mario la sollevò e la mise a sedere su di sé. Lei co-
minciò a muovere il bacino su e giù, lui le infilò le mani sotto la maglia
leggera di cotone e le staccò il reggiseno. Con un solo gesto la liberò di
quegli indumenti e si ritrovò i suoi seni davanti agli occhi. Glieli succhiò,
strinse forte i capezzoli con le dita, poi le avvicinò la bocca all’orecchio e
le chiese se avesse qualche malattia, cercando di dare alla domanda un
tono spiritoso.
«Nulla che ti possa contagiare. E tu?»
«Io nemmeno, credo.»
«Credi?»
«No, non ne ho.»
Mario si tirò giù i pantaloni e con due dita le scostò le mutandine.
Le entrò dentro e spinse piano. Per un po’ lasciò fare a lei, poi sentì che
non sarebbe durato a lungo e cominciò a spingere forte per sentire più
alti e rapidi i suoi gemiti. Un attimo prima di venire le afferrò la schiena
con un braccio e la tirò su per uscire in tempo, soffocò un urlo per non
disturbare i vicini e si accasciò. Luciana si distese accanto a lui: inghiotti-

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va l’aria e gli accarezzava il viso. Mario le passò una mano fra i capelli
sudati e pensò che ancora una volta si erano divorati, nell’unico modo
che avevano mai conosciuto.

Luciana notò qualcos’altro d’insolito e familiare su un mobiletto vicino


alla finestra: la piccola vasca dei pesci rossi a cui aveva appena fatto caso
entrando.
«Ma che hanno quei pesci? Non si muovono.»
«Sono morti.»
«Morti? E da quanto?»
«Da un mese, credo.»
«Ma sei pazzo? Saranno putrefatti, buttali!»
«Sono di plastica, ci metteranno centinaia di anni a putrefarsi.»
«Allora perché hai detto che sono morti?»
«Sono di quelli a pile, si muovono che sembrano veri. Un giorno
sono tornato a casa e galleggiavano, immobili. Ho provato a rianimarli,
ma niente. È stato come quando sono morti tutti i pesci rossi veri che ho
avuto. Ti ricordi Pinco e Pallino?»
«Sì.»
«Ecco, è per loro e per tutti quegli altri disgraziati che ho deciso di
comprare questi. Pensavo di aver risolto il problema, e invece quel gior-
no mi è venuto un colpo.»
«E perché non gli hai cambiato le pile?»
«Prima o poi sarebbero morti di nuovo, non mi andava di resusci-
tarli ogni volta.»
«Dicevi che ti rilassava vederli muoversi. Ma da morti non si muo-
vono, quindi che senso ha tenerli?»
«Ricordi quando morì Pallino? Mi sentivo così in colpa che per due
giorni mi presi cura di Pinco come non avevo mai fatto; al terzo giorno
mi alzai e trovai morto anche lui, come succede alle vecchie coppie, che
quello che resta non dura a lungo.»
«E quindi?»

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«E quindi, quando ho trovato questi due morti insieme, ho immagi-
nato che fossero capaci di sentimenti. Certo, la spiegazione banale è che
le pile avevano la stessa durata, ma in quel momento ho avuto questa
specie di illuminazione, e li ho lasciati lì per non dimenticarlo.»
«Mi hai fatto ricordare di quando abbiamo visto Viaggio in Italia, la
scena degli scavi a Pompei, quando vengono fuori le forme di un uomo e
una donna sepolti insieme. La Bergman scappa via piangendo, io mi giro
verso di te e vedo che hai le lacrime agli occhi. Dev’essere qualcosa che ti
rode da parecchio tempo.»
Lui tacque, non aveva voglia d’infilarsi in un discorso tanto compli-
cato. Le prese una mano e gliela baciò. Vide che portava due anelli, al
medio e all’anulare. Ne riconobbe uno, una larga fascetta d’argento nella
quale era incastonato un pesciolino di un blu brillante.
«Questo te l’ho regalato io.»
«Sì. Vediamo se ricordi quando.»
«A un compleanno?»
«Mi hai mai fatto un regalo a un compleanno?»
«No?»
«Mai. Ricordi almeno perché mi hai regalato proprio questo anello?»
«Sì che mi ricordo.»
«Dimmelo, allora.»
«Perché sei dei Pesci.»
«Sono Ariete.»
«Okay, scusa.»
Luciana sospirò come se dovesse ripetere una lezione a un bambino
svogliato.
«Eravamo in spiaggia, non ci eravamo mai stati prima insieme. Ab-
biamo fatto il bagno, tu mi baciavi, io un po’ ricambiavo un po’ ti respin-
gevo, per scherzo. Tu allora hai fatto finta di arrabbiarti, hai minacciato
di affogarmi se non fossi stata carina con te, io ti ho detto: “Prima devi
prendermi!” e mi sono messa a nuotare verso il largo. Tu mi hai insegui-
ta, ma ero più veloce di te. Ti ho lasciato avvicinare, poi mi sono immer-
sa e sono sbucata dall’altra parte, prima di venire verso di te per abbrac-
ciarti.»
«E quindi?»

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«E quindi quella sera, passeggiando in centro, siamo capitati davanti
a una gioielleria, tu hai visto questo anello in vetrina e mi hai detto: “Ti
piace? Te lo voglio regalare, perché oggi a mare mi sei sembrata un pe-
sce, un pesce bellissimo.” “Ah, non una sirena?” faccio io, per provocar-
ti. Tu ci pensi un attimo, poi mi rispondi, tutto serio: “No, le sirene non
esistono, i pesci sì.”»
«Mi dispiace non essermi ricordato subito, ma lo sai che ho una
memoria di merda, e questa è una cosa di dieci anni fa.»
«Undici.»
«Ecco, appunto.»
Restarono abbracciati ancora qualche istante, poi lei si alzò in piedi
con un po’ di fatica, si ricompose velocemente e si avvicinò allo specchio
per controllare che fosse tutto in ordine.
«Ma dimmi una cosa: come hai fatto a entrare nel portone? Era a-
perto? Hai aspettato che qualcuno aprisse?»
«Ho le chiavi» rispose Luciana, continuando a guardarsi allo spec-
chio.
«Quando me le hai restituite hai detto che non avevi altre copie.»
«Questo te lo ricordi, però!»
«È stato solo cinque anni fa.»
«Già... Comunque ti ho mentito, ma solo perché pensavo che prima
o poi avresti avuto bisogno di me e mi sarebbero tornate utili.»
«In caso di infarto o ictus non credo che avrei chiamato te.»
«Non pensavo a quello, infatti.»
«E a cosa?»
«Non lo so, ma nel dubbio ho fatto la scelta meno irrimediabile: un
mazzo di chiavi si può sempre buttare via, ma se non ce l’hai, procurarse-
lo è un po’ più complicato.»
«Allora perché non sei entrata direttamente in casa?»
«Se l’avessi fatto, l’infarto l’avresti rischiato sul serio.»
«Ma anche suonando, avrebbe potuto aprire una donna. Cosa avre-
sti fatto?»
«Avrei chiesto del dottor Confalone, lei mi avrebbe detto che il suo
studio è al piano di sotto, mi sarei scusata e sarei andata via.»
«E se avessi aperto io ma ci fosse stata una donna in casa?»

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«Non mi avresti aperto, ma non è importante. Il motivo principale
per cui non sono entrata è un altro: non ero certa che avessi bisogno di
me.»
«E ora?»
«Ora penso di sì.»
«E da cosa l’hai capito?»
«Dai pesci rossi. Ho capito che vuoi morire insieme a me.»
«E perché proprio te e non qualcun’altra?»
«Vedi qualcun’altra in questa stanza?»
A quella domanda assurda lui scoppiò a ridere. Rideva anche perché
quelle parole gli avevano smosso qualcosa dentro, come un violento sol-
letico. Avrebbe potuto piangere, come quella volta del film, e invece ri-
deva, ma non era molto diverso.
«Cosa ridi? Ho detto una sciocchezza?»
«No no, anzi. Solo che mi sembra un po’ presto per morire. Le mie
pile sono ancora mezze cariche. Le tue no?»
«Non lo so, quando me le hanno messe non mi hanno informata
sulla durata.»
Lui si alzò, si avvicinò e le diede un bacio in fronte: era uno dei suoi
modi per chiudere un argomento e passare ad altro.
«Ma che ci fai a Napoli? Non lavori più a Bologna?»
«Sì, certo, ma Napoli è sempre la mia città.»
«Sei venuta a trovare tua madre?»
«Sì.»
«Come sta?»
«Sta morendo.»
«Mi dispiace» disse lui. Le prese la mano con l’anello e gliela strinse.
«Grazie. Resterò qui fino alla fine. Questione di settimane, forse un
mese.»
«E dopo? Tornerai a Bologna?»
«Non lo so. La casa di mia madre sarà mia, potrei tornare a stare lì.
Toglierò la targhetta coi nomi e la sostituirò con “Interno 14”, così
anch’io potrò vivere nascostamente, fino a quando i vicini non daranno per
morta anche me e chiameranno i pompieri.»

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Lui sorrise, soffocando una risata per rispetto. Quella donna era
una forza della natura. Non usava mai quell’espressione, ma a lei si addi-
ceva: a volte somigliava a un fenomeno atmosferico, che ruba energia a-
gli elementi e la restituisce in altre forme; o a una pianta, che succhia la
linfa e la trasforma in fiori e frutti. Le mancava solo di riprodursi.
«Non hai avuto figli, vero?» le chiese.
«No.»
«Ci sei andata vicino?»
«Nemmeno. Ero già vecchia quando ci siamo lasciati, o forse non
ho incontrato nessuno che mi facesse sentire abbastanza giovane.»
«Ne hai incontrati parecchi?»
«E tu?»
«Meno di te, probabilmente» disse con un tono risentito.
«Ma che ne sai? Sei patetico!» rispose lei, poi si girò e infilò le mani
nella borsa.
Mario andò verso la vasca: sentiva una specie di rancore crescergli
dentro e sperava di calmarsi guardando i pesci rossi. Luciana invece pro-
vò a coprire con il correttore certe macchioline scure che le erano com-
parse sul viso, poi rimise il trucco in borsa e aprì un cassetto dove lui te-
neva le tovaglie. Ne prese una bianca, la aprì per metà e la posò sulla va-
sca, coprendola tutta.
«Che fai?»
«Anche i pesci hanno diritto a vivere nascostamente.»
«Ma sono morti!»
«Anche i cadaveri per strada li coprono con un lenzuolo bianco. E
sai perché?»
«Per non impressionare i passanti.»
«No, i passanti amano vedere i morti. Il motivo è che nessuno ha il
diritto di guardare qualcuno che non può fare lo stesso con te. È ingiu-
sto, come essere osservati da uno spioncino in attesa di capire se ti sarà
aperto oppure no.»
Ora si sentiva stanca, nervosa e dolorante. Tornò alla borsa, cercò
le chiavi e le posò sul mobiletto.
«Ora devo andare. Ti lascio le chiavi, giuro che non ne ho un’altra
copia.»

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«Ma no, tienile» disse lui, che si era già placato un po’.
«Non c’è bisogno. Se sarà necessario mi aprirai tu.»
«Ti prego, insisto. Sono anch’io per le scelte meno... com’era?»
«Irrimediabili.»
«Ecco.»
«Come vuoi» disse Luciana, e rimise le chiavi in borsa.
«Mi farai sapere?»
«Certo.»
«Non ti ho offerto nemmeno un bicchiere d’acqua.»
«Bravo, portamene uno, ho sete.»
Mario andò in cucina e tornò con un grosso bicchiere colmo
d’acqua fresca. Lei lo bevve d’un fiato.
«Sei proprio un pesce: senz’acqua muori.»
«Vero. Ora vado.»
Gli diede un lungo bacio, tenendo le labbra chiuse ma spingendole
con forza.
«Fatti sentire presto» disse Mario.
Luciana annuì, poi si mise la borsa in spalla e si avviò alla porta. Lui
la precedette e gliela aprì.
«Sei sempre bella» le disse, e le diede un rapido bacio su una guan-
cia.
«Non è vero, ma grazie lo stesso.»

Mario ci mise un po’ ad accorgersi che Luciana non gli aveva spiegato il
motivo di quella visita, né lui gliel’aveva chiesto, ma era certo che
l’avrebbe rivista: lui stesso desiderava rivederla, fare l’amore con lei in
maniera meno frettolosa, dormire con lei; eppure lasciò passare diversi
giorni prima di scriverle un messaggio per chiedere come stava sua ma-
dre e se poteva fare qualcosa. “Come puoi immaginare, non preoccupar-
ti, grazie.” Dopo una settimana le scrisse di nuovo, ma stavolta la rispo-
sta furono parole a casaccio che formavano una frase incomprensibile.
Pensò che fosse stressata per l’agonia della madre e decise di non scriver-
le più fino a quando non fosse stata lei a farlo.

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Magari Luciana sarebbe tornata davvero a Napoli. Affittando casa
di sua madre poteva trasferirsi di nuovo da lui, e con quella rendita non
sarebbe stata un peso. Sì, forse si poteva riprovare: era ancora una donna
attraente e brillante, e in più l’aveva trovata addolcita, come se in quegli
ultimi anni avesse capito che non si può sempre combattere contro tutto
e tutti. Certo, era un po’ sciupata, ma era normale, con quello che stava
passando. Ci avrebbe pensato lui a farla tornare in forma.
Una decina di giorni dopo un corriere gli consegnò un piccolo pac-
co. Il nome del mittente era quello di Luciana. Mario andò a sedersi sul
divano, agitato più che curioso: che motivo aveva di mandargli qualcosa
se potevano vedersi? Forse era già ripartita? Ma no, l’indirizzo era quello
di casa di sua madre. Scartocciò il pacchetto. Conteneva alcuni oggetti
che ricordava bene e due piccole buste. Su una di queste, ingiallita dal
tempo, c’era scritto “Per Luciana”. Era la sua grafia. Sull’altra, d’un bian-
co splendente, c’era scritto “Per Mario”. Aprì quest’ultima e cominciò a
leggere.

Mio caro Mario,


quando sono passata a trovarti l’ho fatto perché avevo bisogno del tuo aiuto, ma da
come è andato il nostro incontro ho capito che non eri la persona giusta, come tu hai
pensato di me cinque anni fa, quando mi hai messa alla porta in un modo molto me-
no piacevole di quest’ultima volta. Non devi sentirti in colpa, quello che avrei voluto
chiederti andava oltre le tue possibilità. Vedi, ti ho mentito ancora una volta: non era
mia madre che stava morendo, ma io. Sembra di essere in un brutto romanzo, ma
devo anche dirti che se stai leggendo questa lettera vuol dire che la fine per me è già
arrivata. Ora piangerai, è normale, ma stai attento a non bagnare il foglio, altrimenti
non riuscirai a leggere più nulla.

Mario sentì un violento calore allo stomaco, che in un attimo risalì al pet-
to e alla testa, come un incendio appiccato a degli sterpi secchi. Poi, co-
me Luciana aveva facilmente previsto, cominciò a piangere, stillando la-
crime come sangue da una ferita profonda. Urlava e si contorceva per
scacciare quel dolore indemoniato. Finì per terra e ci restò, mentre la let-
tera lo aspettava pazientemente sul divano. Passò molto tempo prima
che riuscisse a rialzarsi, e intanto pensava che non doveva urlare per non
disturbare i vicini. Piangendo ancora, ma in maniera meno dirotta, posò
di nuovo gli occhi gonfi e doloranti sulla lettera.

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Bene, ora possiamo continuare... Volevo chiederti di starmi vicino in queste ultime
settimane: non ho figli o fratelli, non ho un compagno, e tu sei stata l’ultima persona
importante della mia vita. Non volevo lasciare a mia madre e a mia cugina Barbara
tutto il peso di questo dolore, e volevo anche illudermi, avendo un uomo accanto al
mio letto, di aver costruito qualcosa, ma ho capito che saresti stato in grado di sop-
portare quel peso ancora meno di loro.
Per un attimo ho sperato, quando abbiamo fatto l’amore: ho sentito la forza con cui
mi stringevi, la facilità con cui riuscivi a disporre del mio corpo, a rivoltarlo, a solle-
varlo. Ti sembrerà strano, ma ho pensato che sarebbe stato un gran conforto averti
accanto in un letto d’ospedale e poi a casa di mia madre, da dove ti sto scrivendo. Sa-
resti stato perfetto per lavarmi e cambiarmi.
Poi però sono tornata alla realtà: ti fanno piangere due forme di creta, ti prende un
colpo alla “morte” di due pesci di plastica, fai seccare un ficus e non riesci a piantare
dei semi in un vaso: come potevi assistere alla mia fine? So che non mi perdonerai,
ma le scelte di una moribonda non si discutono, anche perché non ho avuto tempo
per decidere: sono scappata via da casa tua quando ho cominciato ad avvertire i dolo-
ri coi quali ho convissuto per mesi, e che diventano velocemente intollerabili. E co-
munque, se sono qui che ancora penso a te, se sei stato l’ultimo uomo con cui ho fat-
to l’amore, qualcosa vorrà dire.
Insieme a questa lettera troverai tutti gli oggetti “nostri” che affido alla tua custodia: i
biglietti del concerto di Bollani e quelli del viaggio in Perù, la tua unica, bellissima let-
tera d’amore (“unica” non è un rimprovero), le chiavi di casa tua, l’anello col pescio-
lino, la maglietta che ti faceva venire sempre voglia di fare l’amore quando la mette-
vo. Poca roba per sei anni insieme, ma non siamo mai stati legati agli oggetti.

Mario posò la lettera, dal pacchetto prese gli oggetti uno a uno, li sfregò
per qualche istante con le dita e li dispose sul tavolino con la mestizia di
un ambulante che, pur disperando di venderla, espone la sua povera
merce su un banchetto. Si annusò i polpastrelli, e quello che sentì fu per
lui l’ultimo odore di Luciana. Poi riprese a leggere.

Quando sarai pronto vai a trovare mia madre, ti riceverà volentieri e ti accompagnerà
alla mia tomba. Portale una scatola di Pocket Coffee. Per me un mazzetto di fiori di
campo andrà benissimo. Se ti stai chiedendo perché nessuno ti ha avvisato del mio
funerale è perché non c’è stato (lo sai che ho sempre detestato, come te, qualunque
celebrazione), come non c’è stato quell’orrore della camera ardente (ricordi? Nessuno
ha il diritto di guardare qualcuno che non può fare lo stesso con te).
Ti auguro buon proseguimento: per tua fortuna non siamo una vecchia coppia, e con
le tue pile mezze cariche puoi sopravvivere ancora a lungo. Se posso darti un consi-

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glio, però, lascia perdere quella fissa di vivere nascostamente e fatti vedere in giro.
“Quando sei nato non puoi più nasconderti” è il titolo di un libro che ho letto di re-
cente, ed è una grande verità.
Ti voglio bene,
Luciana

Mario non sapeva più come placare la vergogna e il dolore. Ripensò alla
porta che si apriva, a quella insolita magrezza. Fantasticò di aver intuito,
di aver discretamente indagato fino a quando Luciana non avesse confes-
sato tra le lacrime. Allora l’avrebbe stretta a sé con la forza e la delicatez-
za di cui aveva bisogno, sussurrandole: “Ora ci sono io, non devi aver
paura di nulla” e lei si sarebbe sciolta per la commozione. Ma era solo
esprit de l’escalier, come gli aveva insegnato un filosofo francese: in quel
momento fatale aveva fallito, si era giocato male la fiducia di lei che lo
scrutava e lo giudicava dal margine estremo della sua vita come se fosse
un pesce rosso in una vasca. “Ti voglio bene” aveva scritto in fondo alla
lettera, non “Ti amo”. Forse era un modo per punire la sua inettitudine.
Cominciava a fare caldo e non aveva ancora aperto le finestre. Tirò
su la serranda, sbloccò i battenti e li scostò appena. Il cielo era limpido, il
sole abbagliante. Richiuse le tende, e subito la luce si fece più morbida e
tollerabile. Per un attimo pensò a quelle tende bianche come a un len-
zuolo che lo sottraeva agli sguardi ingiusti dei dirimpettai.
I pesci rossi erano sempre lì, morti, l’uno accanto all’altro. Andò a
prendere l’anello e lo strinse forte in una mano, poi si avvicinò alla vasca
e lo lasciò cadere in acqua. Si sedette sulla poltroncina da cui di solito
meditava osservando i pesci e cercò l’anello attraverso il velo delle lacri-
me e dell’acqua torbida (non la cambiava da un mese, si ripromise di far-
lo). Dal fondo della vasca il pesciolino blu sembrava guardarlo coi suoi
occhi brillanti. Mario sospirò profondamente, si asciugò gli occhi e pensò
con sollievo che nemmeno in mille anni si sarebbe putrefatto.

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