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Scatta!

Riccardo Meggiato

Scatta!
La tecnica, gli strumenti e le strategie dei professionisti

EDITORE ULRICO HOEPLI MILANO


Copyright © Ulrico Hoepli Editore S.p.A. 2013
via Hoepli 5, 20121 Milano (Italy)
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Tutti i diritti sono riservati a norma di legge


e a norma delle convenzioni internazionali

ISBN 978-88-203-5775-7

Progetto editoriale e realizzazione: Maurizio Vedovati – Servizi editoriali (info@iltrio.it)


Revisione: Furio Piccinini
Copertina: Sara Taglialegne

Realizzazione digitale: Promedia, Torino


Dedico questo libro a te, proprio te, al 27 e al 68.
Sommario
Introduzione
Ringraziamenti
L’autore

Capitolo 1
Facciamo conoscenza
Esponiamo l’esposizione
La leggenda dell’ISO giusta
Abbasso le tabelle! O forse no
Nudo di fotocamera: gli elementi principali
Reflex: per molti, ma non per tutti
Smartphone è bello
Pronti per partire

Capitolo 2
I ferri del mestiere
Tutto sugli obiettivi
Profondità di campo, c’è pure lei
L’obiettivo finale per la conquista del mondo
Flash o non flash, questo è il problema
Tutto il resto che ti serve
Scatto d’autore
Alessandro Albert

Capitolo 3
Software? Tutta la vita!
Gli indispensabili
Niente di gratuito?
The Gimp
PaintShop Pro
Pixelmator
Photoshop Elements
Quelli del Web
Fotoflexer.com
Photoshop Express (photoshop.com/tools)
Picmonkey.com
Pixlr.com
App di livello
Filterstorm
Photo Editor
Photoforge
Photogene
Photopal
Phostoshop Express
Computer e dintorni
Ultime cose

Capitolo 4
Prima di scattare
Perché devo crearmi uno stile?
Tutti insieme (appassionatamente) nello scatto
La sacra scuola del Less is More
Come scegliere una modella o un modello
Segreti e confessioni sulla composizione
Metti il soggetto al posto giusto
Simmetria portami via
Perdere la simmetria
Trovare la simmetria
La bilancia, sempre lei
Un discorso informale
Posizioni, ma non solo
Punti, linee e geometria
Orizzontali
Verticali
Diagonali
Linee curve
Scatto d’autore
Mattia Balsamini

Capitolo 5
Scegliere la location
Studio vs. location
Studio
Location all’aperto
Location al chiuso
La scelta giusta
Il flash anulare
Come in uno studio
Lo studio in una stanza
Sole, cielo e mare
Sfrutta la location, ma non troppo
Fatti amico il meteo
Fai un sopralluogo
Tieni conto della “storia”
Progetta lo scatto
Tieni conto del budget
Scatto d’autore
Jacopo Benassi

Capitolo 6
Progettare uno scatto
Tu (proprio tu!) sei importante
Fatti il team
Assistente
Trucco & acconciatura
Fashion stylist
Studio manager
Casting director
Dall’idea allo scatto, ma prima l’idea
Il casting
Outfit
Sul rapporto con il cliente

Capitolo 7
Il momento dello scatto
Studia!
Più che location, luce
Lavorare con la natura(le)
Sole alle spalle
Luce diretta frontale
Luce diretta laterale
Controluce
Alba e tramonto
Nuvole
Sfrutta l’ambiente
Flash di riempimento
Low key e high key
Fuoco automatico, ma anche no
Bilanciamento del bianco
Scattare sembra facile. Infatti lo è
Dieci è meglio di uno
Scatto d’autore
Settimio Benedusi

Capitolo 8
Qualche trucco per gradire
(Ancora) sull’esposizione
Il rapporto con la modella
Atmosfera
No alla tensione!
Scegli il tempo
Parlare per farsi capire
Gratifica: a chi non piacciono i complimenti?
Pose o non pose?
Emozioni, più che suggerimenti
Il segreto sta nell’obiettivo
La leggenda del RAW cattivo
Se qualcosa deve andare storto, lo farà
Tanta acqua, tanti problemi?
Occhio al freddo
La modella capricciosa
Effetto notte
Scatto d’autore
Marco Cauz

Capitolo 9
Sul rapporto con il cliente
Le regole auree
Velocità
Qualità
Onestà
Stile
A tu per tu con il cliente
Mostra la fiducia!
Sicuro di te stesso!
Sii versatile
Aggiorna il cliente
Sii comprensivo
Cambi di rotta: sì e no
Problem solving
Il meeting
Il Lei
Presentazione
Mezzo
Obiettivo
Educare per vincere
A ciascuno il proprio progetto
Assignment
Beauty
Celebrity & ritratti
Editoriali
Fashion & advertising
Gruppi

Capitolo 10
Dall’idea all’€
Idee e cliente, la strana coppia
Bozzetti
Descrizione
Foto di esempio
Farsi un’idea di massima
Composizione, parte 2: la vendetta
Aggiungi un testo a tavola
Ancora sul crop
Occhio allo sfondo
Il prezzo è giusto
Contratto!
Diritti d’immagine
Copyright sì, copyright no
Watermarking
Sito
Bassa risoluzione
Dati EXIF
Scatto d’autore
Fabrizio Giraldi
Capitolo 11
Fotoritocco in un tocco
Programmi e programmini
Scremare le foto
Un programma che fa ordine!
Fotoritocco: qualche premessa
A tu per tu con il RAW
Dritto o rovescio?
Composizione: ancora!
Correzione cromatica
Il mistero del bianco e nero
Bianco e nero d’autore
Difetti? No grazie. O forse sì
Portraiture
Fluidifica sì, fluidifica no
Consigli di stampa
Saluti finali
La parola al photo editor
Francesca Morosini
Backstage
Informazioni sul libro
Circa l’autore
Introduzione
Facciamo un patto?
Se ti dico “fotografia”, sono certo che sai bene a cosa mi riferisco. Se ti dico
“lavorare con la fotografia”, quel sopracciglio inarcato tradisce più di qualche
dubbio. Se poi parlo di “fotografia professionale”, eccoti a pensare al solito
cafone che spaccia qualche centinaio di pagine come la bibbia per scattare
meglio di Avedon o Newton. No, niente di tutto questo. Però mentirei, se non
ti dicessi che questo, nel bene e nel male, è un libro di fotografia diverso. Eh
già, non sono esattamente un buon avvocato di me stesso, ma dico anche “nel
male”. Vedi, il fatto è che scrivere un libro è un atto di fiducia a due vie. Il
lettore spende il suo sudato denaro e vuole leggere quel che si aspetta, più o
meno, dopo aver dato al libro una veloce occhiata, online o in libreria.
L’autore, invece, gli consegna il frutto di mesi di lavoro e tanti sacrifici, e si
augura che ne colga lo spirito più intimo, spesso celato tra le righe. Quando le
aspettative collimano, c’è magia. Unica, violenta, irrefrenabile, quella mi
spinge ancora oggi, dopo oltre venti libri, a scriverne ancora, con lo stesso
entusiasmo e lo stesso impegno. Se però le aspettative non collimano, allora
sono guai.
Il lettore è frustrato e l’autore, se possibile, di più. E allora, ecco, partiamo
proprio da qui. Da quello che non ti devi aspettare da questo tomo. Questo
non è un libro che ti insegna a fotografare. O meglio, lo fa in un modo
talmente diverso che non lo potresti vedere come un insegnamento. E qui il
merito, o la colpa, non è del tutto mio. All’attività di scrittore, giornalista e
fotografo, e un bel po’ di altre cose, da qualche anno accompagno quella di
docente in alcuni corsi universitari e master. Ed è qui, grazie alla pazienza dei
miei studenti, che ho capito che non c’è miglior insegnamento di una
chiacchierata. Pensaci: a scuola, ti ricordavi di più quanto spiegato in classe o
quello di cui si parlava nell’intervallo? Certo, poi a furia di ripetere, le lezioni
s’imparano, ma se queste avessero il tenore di una chiacchierata? Se tutto
fosse spiegato in modo semplice, come tra amici che si trovano al bar e
parlano delle loro passioni? Ecco, l’obiettivo di questo mio libro è proprio
questo. Parlarti di fotografia in modo del tutto informale, ma tenendo a mente
un obiettivo preciso: farlo diventare un lavoro. Guadagnare, solo questo, è il
fattore che fa diventare “professionale” la fotografia. Là fuori ci sono tanti,
ottimi, libri che spiegano la fotografia.
Le tecniche, l’attrezzatura, i segreti del fotoritocco, ma quasi nessuno si pone
il problema di trasformare tutta questa conoscenza in un lavoro. Ok, sai
fotografare, sai mettere a fuoco manualmente, sai gestire come nessun altro la
luce, ma perché o per chi hai imparato tutto questo? Se è “solo” per te stesso,
va benissimo, ma hai sbagliato libro. Se invece aneli di farlo diventare un
lavoro, ecco, tu sì che sei il lettore giusto. Quello a cui vorrei consegnare
questo libro a mano, ringraziandolo per la sua fiducia e dandogli la mia.
Ma visto che la fiducia si deve meritare, ho deciso di infarcire queste pagine
con argomenti sfiziosi e utili a capire come funziona un po’ questa industria
dello scatto. Le figure professionali, il concetto di “team”, il rapporto con i
modelli, la scelta di una location piuttosto che un’altra. E poi sì, anche le
nozioni tecniche: magari per un ripasso o, se ne sei a digiuno, per dimostrarti
che non ci vuole molto, con le fotocamere moderne, per ottenere uno scatto
tecnicamente valido. La differenza la fanno l’occhio e la capacità di vedere su
una semplice panchina, in un parco, un set fantastico per il tuo prossimo
shooting. E sì, in questo libro troverai tanti trucchi anche per sviluppare
questo “settimo senso”.

Ora, per chiudere il discorso fiducia, una risposta a una domanda che, di
sicuro, ti sarai fatto su di me: “chi è questo qui per insegnarmi degli
argomenti così delicati”? Non ti propinerò alcun curriculum, non ti
preoccupare (e comunque, nel caso, c’è Mr Google a cui chiedere
informazioni). Diciamo che scrivere è il mio lavoro da tanto tempo, mentre
ho vissuto la fotografia sempre come hobby.
Grazie al lavoro da giornalista, però, ho avuto il privilegio, piacere e onore, di
conoscere e lavorare insieme a moltissimi fotografi. E, ladro di parole e
sensazioni quale sono, ne ho raccolto considerazioni, opinioni, segreti. Alcuni
di questi fotografi sono graditi ospiti di questo libro e ciascuno racconta uno
scatto che gli sta a cuore e vuole condividere con me e te. Agli altri va il mio
sentito ringraziamento per tutto quello che mi hanno insegnato, spesso
volontariamente, qualche volta no. Anche perché è proprio grazie a tutto
questo indotto di conoscenze e suggerimenti, che sono arrivato al fatidico
momento. Quello di vendere le mie foto. E, visto che ha funzionato con uno
cocciuto come me, ho deciso di spiegare anche a te come ho fatto. Spero di
aver conquistato la tua fiducia, come tu hai conquistato la mia, per il solo
fatto di aver letto i miei sproloqui fino a questo punto. Ma ora, se ti va,
iniziamo a chiacchierare di fotografia.

Clic.
Riccardo.

P.S. Se ti va di approfondire i temi del libro, vienimi a trovare anche nel mio
sito, www.riccardomeggiato.com, dove troverai un’apposita sezione
dedicata a questo libro.
Ringraziamenti
In questo libro parlo molto dell’importanza del lavoro di squadra e non mi
tirerò certo indietro ora che c’è da ringraziare una tonnellata di persone che,
per un motivo o per l’altro, hanno contribuito al lavoro che hai tra le tue
mani. Ora, dire che vorrei citarle tutte, ma probabilmente me ne dimenticherò
alcune, con le quali mi scuso, può sembrare un tantino ipocrita, ma è la
verità. Questo è il libro più complesso, difficile e affascinante che abbia mai
realizzato e, davvero, sono tantissime le persone che mi hanno permesso di
arrivare all’ultima pagina, con la consapevolezza di aver fatto le cose proprio
come volevo io.
Quindi, grazie anche a te che non ho citato.
E poi grazie a chi ha avuto la malaugurata idea di assecondare il desiderio di
un ragazzino che voleva un computer e, costi quel che costi, sì, glielo ha
regalato. Mio papà Bruno.
Grazie ad Annalisa, Loredana, Gigi, Davide, Cristiano, Sebastian, Andrea,
Filippo, Stefano, Leland.
Grazie a Furio, mio pazientissimo editor, a cui devo lo “start” nel mondo dei
libri e che felicemente ho ritrovato sulla mia strada. Grazie a Hoepli, in
particolare Andrea Sparacino e Maurizio Vedovati, per aver creduto in questo
progetto e avermi dato la massima libertà per realizzarlo (scusate il ritardo).
Grazie alle mie splendide e professionali modelle: Jamaica Corridori, Elena
Ramognino, Laura Giuliani e Chiara Cossa.
Grazie ai favolosi stilisti che hanno fornito gli outfit, a Media Globe per
l’aiuto nell’organizzazione degli shooting, e a Sony Italia e Canon Italia per
l’attrezzatura. Grazie ai fotografi d’eccezione che si sono dimostrati così
disponibili: Settimio, Jacopo, Marco, Fabrizio, Mattia e Alessandro.
Grazie a Francesca Morosini. Grazie a Max Pezzali, lui sa perché. Grazie a
Fonzie e Pilù. Posso? Grazie a me, che non mollo mai e mai mollerò.
L’autore
Riccardo Meggiato
Dopo anni spesi a programmare videogiochi, simulatori militari e sistemi
d’intelligenza artificiale, approda nel mondo della musica, dove lavora come
produttore discografico. Lancia artisti, brani dance e remix che conquistano le
classifiche italiane e di mezza Europa.
E nel frattempo scrive, scrive, scrive. Gli piace così tanto che, un bel giorno,
molla tutto e salta a piè pari in un altro mondo: quello dell’editoria.
A oggi, ha scritto più di venti libri, è ospite in diversi programmi radio e TV,
e collabora con decine di riviste italiane e internazionali, tra cui Wired,
Panorama, Rolling Stones e GQ.
Fotografa da una decina di anni e forse è per questo che crede che
un’immagine valga più di mille parole. Parlate, ovviamente, perché di scritte
non ne ha mai abbastanza.
Lo trovi su www.riccardomeggiato.com.
Facciamo conoscenza
1

Clic.

Se leggi un libro di cucina, sai perfettamente di che parla. Dopotutto, voglio


dire, cucinare è un’attività ben definita, chiara. Se leggi un libro di fotografia,
invece, l’equazione non è così immediata. Se poi leggi questo libro di
fotografia, allora sei pazz… ehm, aspettati qualcosa di completamente
diverso dal solito. Ma qualche fondamentale devo pure spiegartelo, così come
Anthony Bourdain, pur con tutta la sua adorabile arroganza, ti spiegherebbe
come si prepara un soffritto. Io parto proprio da lei, dalla fotografia: cos’è?

Clic.

Sì, fotografare è fare clic, ma nello stesso modo in cui giocare a tennis è
colpire una pallina. Dietro quel clic c’è tanta di quella teoria ottica che non
basterebbe un’enciclopedia per spiegartela. E, detto tra noi, te ne puoi
bellamente fregare. Che semplice clic sia, allora, ma solo tenendo a mente
che, appena dopo quel clic, la fotocamera, qualunque fotocamera, espone del
materiale fotosensibile alla luce. Un tempo (o anche oggi, se sei un
nostalgico) si trattava di una pellicola. Oggi, nei modelli digitali, c’è un
sensore. Essenzialmente, ce ne sono di due tipi: il Charge Coupled Device, o
CCD, e il Complementary Metal Oxide Seminconductor, o CMOS (Figura
1.1). Molti pensano che il primo tipo sia migliore, ma ci sono sensori CMOS
che battono i CCD senza nemmeno passare per il via. Ma non è che siamo
qui a spaccarci la testa su cavilli tecnici, no? Per quel che ci interessa, tra
pellicole, CCD, CMOS e tutte le invenzioni che arriveranno da qui ai
prossimi duemila anni, non c’è differenza alcuna.
Il punto è che il sensore, o pellicola che sia, cattura la luce che riceve dalla
lente. Non troppa, però. Un pochino: la quantità di luce è regolata in base
all’apertura. In pratica, una sorta di spirale, che fa parte dell’obiettivo, si apre
di più o di meno, per far passare più o meno luce. Quanta? Il valore è indicato
nel numero di f-stop. Non scappare a gambe levate alla vista di questo nome,
ti basti sapere che, più è piccolo, maggiore è l’apertura e quindi la quantità di
luce inviata al sensore. Quindi, per dire, un’apertura f/2 fa passare più luce
rispetto a una f/8. Di solito, maggiore è l’apertura a cui può arrivare un
obiettivo, maggiore è la sua qualità e quindi il costo. Le cose belle si pagano,
mettici una pietra sopra.
• Figura 1.1
Questa foto è scattata con una fotocamera basata su sensore CMOS, a una risoluzione
sufficiente per stampare un cartellone degno di Times Square.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: cappello: Elena
Ricci Design; camicia: Donas; gonna: Donas; sandalo: Gaetano Perrone; anello: Auralma
Design.
• Figura 1.2
Qui la leggera sfocatura è applicata alla mano sulla testa, in modo da attirare l’attenzione
sul cappello. Spesso devi giocare di psicologia: usare un mezzo errore per catturare lo
sguardo dell’osservatore. Sbagliare è facile, farlo in modo controllato no. Imparerai a farlo
più avanti.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: cappello: Elena
Ricci Design; camicia: Donas; gonna: Donas; sandalo: Gaetano Perrone; anello: Auralma
Design.

Un altro vantaggio di obiettivi con grande apertura è che, comunque, puoi


passare ad aperture inferiori. Così non solo diminuisci la quantità di luce, ma
regoli meglio la profondità di campo, che è quel parametro che mette a fuoco
una porzione più o meno estesa dell’immagine. Un’elevata profondità di
campo corrisponde a molti elementi a fuoco, insomma, mentre se è bassa
metti a fuoco un punto, e il resto risulta sfocato (Figura 1.2).
Spesso, quello di mettere fuori fuoco buona parte dell’immagine è un effetto
voluto. Per esempio, quando devi esaltare un soggetto rispetto all’ambiente in
cui si trova. A volte ottieni lo stesso risultato facendo l’esatto opposto: metti
tutto a fuoco e lasci sfocato proprio chi, o cosa, vuoi evidenziare. Impara
sempre a fare il contrario di quanto scrivono in quei dannati libri di fotografia
(ehm), o quei corsi da quattro soldi: è il segreto per arrivare là dove nessun
fotografo è mai arrivato prima! Certo, spesso ti ritroverai con un pugno di
mosche in mano, o con un’emerita porcata, ma non è meglio togliersi subito
il dubbio se hai a che fare o meno con una grande idea? Dopo tutto, rimane
sempre una questione di clic (Figura 1.3).

Esponiamo l’esposizione
Adesso che ti sei rilassato (o rilassata, che qui vogliamo bene a tutti) con
quattro chiacchiere, torniamo brevemente a fare conoscenza di altri nomi utili
a un fotografo. Poco fa si è parlato di apertura, giusto? Legato a questo
parametro c’è quello dell’esposizione, che è un po’ un calderone nel quale
confluiscono diversi fattori. Semplificando, perché a noi piace semplificare, è
la quantità di luce necessaria per mostrare al meglio tutti gli elementi di
un’immagine. Tutti i suoi dettagli. Non a caso, ci sono foto sovraesposte,
nelle quali c’è una luminosità eccessiva che tende a coprire i dettagli con
zone molto chiare. E ci sono anche foto sottoesposte, dove c’è troppa
oscurità, e porzioni molto scure che, allo stesso modo, coprono i dettagli.
Anche gli effetti di sovra e sotto esposizione possono essere voluti, ma
adesso non è che ogni schifezza vada per forza considerata un’opera d’arte.
Dicevamo che l’esposizione dipende da varie cosette, per la precisione da
apertura, tempo di esposizione e sensibilità. Dell’apertura abbiamo già
parlato, mentre il tempo di esposizione è, in soldoni, il tempo nel quale il
sensore della fotocamera viene esposto alla luce. In buona sostanza, davanti
al sensore è piazzata una sorta di finestrella, detta otturatore, che si apre nel
momento in cui si scatta, in modo da far arrivare la luce proprio al sensore e
catturare l’immagine che stai inquadrando. Il tempo in cui l’otturatore rimane
aperto è proprio il tempo di esposizione (Figura 1.4).
Più l’ambiente è buio, maggiore deve essere questo periodo, perché il sensore
fa una fatica boia a catturare tutti i dettagli. Detta così, potresti pensare che
tanto vale scegliere sempre un tempo di esposizione elevato. Già t’immagino
mentre urli «che figata! Chissà quanti dettagli catturerà la mia fotocamera,
lasciando aperto l’otturatore per un’ora!». In realtà il sensore non può
rimanere esposto chissà quanto, altrimenti si rovina, e comunque, se il tempo
di esposizione è troppo elevato, devi fare i conti con un problema non da
poco: il “mosso”. Hai presente quelle foto che infestano Facebook, con quelle
ragazzine davanti allo specchio del bagno che sembrano in preda al delirium
tremens? Succede perché si sono mosse durante lo scatto. Cioè, c’è stato del
movimento mentre l’otturatore era aperto. Che fare, quindi, se scatti di notte,
o con poca luce, e devi quindi impostare un tempo di esposizione elevato?
Usi un treppiede, o un obiettivo stabilizzato, ma di questo parleremo più
avanti. Per il momento, ti basti sapere che questo parametro deve essere
(molto) basso per i soggetti in movimento, perché il sensore deve catturare
l’immagine così in fretta che l’otturatore deve richiudersi quasi subito! Se si
usa un tempo di esposizione elevato, in una situazione di movimento,
l’effetto, appunto, è un “mosso”. Anche in questo caso, l’effetto può essere
voluto, specie in quelle foto di sport in cui vuoi dare enfasi al senso di
marcia, ma vedi di non esagerare o farai concorrenza alle ragazzine di cui
sopra.
• Figura 1.3
Per esempio, nei libri accademici trovi sempre scritto che il soggetto principale di uno
scatto è al centro. E se ti viene invece da rompere gli schemi e metterlo a lato? Qui
ricadiamo nel complesso campo della composizione, che affronteremo in seguito. Intanto,
dai un’occhiata: quanta dinamicità guadagna la foto grazie a questa scelta!
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: cappello: Elena
Ricci Design; camicia: Donas; gonna: Donas; sandalo: Gaetano Perrone; anello: Auralma
Design.

• Figura 1.4
Per evitare un’indigestione di parametri, ti parlerò in seguito di uno dei miei preferiti. La
“temperatura”, che è quello che dà un tocco di naturalezza in più ai colori. Il parametro
magico che rende spettacolare l’incarnato della modella, come la luce di un ambiente
freddo e glaciale.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: cappello: Elena
Ricci Design; camicia: Donas; gonna: Donas; sandalo: Gaetano Perrone; anello: Auralma
Design.

E così arriviamo a parlare della sensibilità. Qui funziona un po’ come le


persone: una “sensibile” tende a cogliere più dettagli di un certo
comportamento o evento e proprio per questo, tende a starci male anche per
piccolezze. Vedi? La fotografia è proprio la metafora della vita, perché la
sensibilità è un parametro che più è elevato e più dettagli coglie, anche in
condizioni di luce scarse. Ma, per lo stesso motivo, “sporca” più l’immagine
con quello che è definito “rumore digitale”. Eh già, una sensibilità elevata
tende a sporcarsi e tanto. A volte, di nuovo, l’effetto è interessante, ma un
buon fotografo deve fare i conti anche con le mode del momento, con i gusti
a cui si è abituato il pubblico. E, tendenzialmente, il pubblico ama foto pulite.
Per sporcarle, poi, c’è tempo: qualche software e il gioco è fatto, ma ci
penseremo dopo. Adesso, invece, ci basta sapere che la sensibilità è espressa
in ISO: più è alta, meno luce serve per scattare una foto, con la
controindicazione che il risultato finale sarà pieno di rumore digitale (Figura
1.5).

• Figura 1.5
Quando non hai problemi di luce, come in uno studio dotato di flash di qualità, allora ti
puoi permettere di scattare con ISO 100. In questo caso, visto che la macchina lo
consentiva, ho azzardato un ISO 64. Wow!
Kit: Sony A77 + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: cappello: Elena Ricci
Design; camicia: Donas; gonna: Donas; sandalo: Gaetano Perrone; anello: Auralma
Design.
La leggenda dell’ISO giusta
Il punto è: esiste un valore ideale di ISO? Nel campo professionale, e con le
macchine giuste, è bene non superare i 200, ma il massimo lo si ottiene con
100 o meno. Ci sono situazioni nelle quali la regola decade: quando
dobbiamo assolutamente effettuare uno scatto in condizioni di luce precarie,
o quando dobbiamo stampare in bassa risoluzione. In altre, ti ritrovi ad aver
impostato apertura e tempo di esposizione, dopo mille elucubrazioni, col
cervello fumante dallo sforzo… e accorgerti solo allora che c’è poca luce.
Che fare?
La tentazione è di sparare l’ISO verso l’infinito e oltre, ma devi sempre fare
attenzione a cos’è davvero importante. Il contenuto della foto, o la sua
qualità? Devi catturare, a tutti i costi, la rarissima immagine di un ornitorinco
del Caucaso che si gratta il naso a mezzanotte e un minuto, o stai scattando
per un servizio di moda? Nel primo caso, alza la sensibilità senza paura, nel
secondo sospira, fattene una ragione, e reimposta tutti i parametri visti.
Oppure affidati allo scatto automatico: non c’è niente di male nel farlo e non
è che parlare di fotografia di buon livello significhi schifare la modalità
automatica. Ci torneremo più avanti: il tempo per farti metabolizzare la
terribile idea che anche i professionisti, a volte, usano lo scatto automatico.
Nel frattempo, sorpresa, hai imparato un po’ tutto quel che c’è da sapere
sull’esposizione. È chiaro che solo con la pratica puoi arrivare a domare i
suoi tre elementi costitutivi (sempre loro, che credi: apertura, tempo di
esposizione e sensibilità). Devi, cioè, imparare a bilanciarli in modo
opportuno, a seconda delle situazioni. Non c’è una regola aurea che ti
consenta di farlo sempre nel modo giusto, ma qualche trucchetto migliora
decisamente le cose.
Il primo è di fissare uno di questi tre parametri. A caso, o quasi. Non scherzo:
imposta un valore e via. Fatto questo, agisci sugli altri due. A me viene
semplice partire con l’ISO, che di fatto è quella più comprensibile in base alla
situazioni. Foto di moda? Qui sei in studio o in un ambiente ben illuminato
(altrimenti tu, o chi per te, non sa scegliere le location, e di questo parleremo
più avanti), quindi l’ISO deve viaggiare nell’ordine dei 100. A questo punto,
smanetta con apertura e tempo di esposizione, fino a ottenere il risultato
desiderato.
Lo so, lo so. Finora non ho parlato di esposimetro, quel simpatico dispositivo
anelato dai fotografi di mezzo mondo. La sua funzione è di misurare la
quantità di luce che c’è in un dato ambiente, indicando i migliori valori di
tempo di esposizione e apertura. Il punto è che, ormai, gli esposimetri
integrati nelle fotocamere sono così precisi da evitare, spesso e volentieri, la
spesa per un modello “a luce incidente”, ossia esterno. Nel caso ne avessi già
uno, comunque, non affrettarti a buttarlo via! Usalo mettendolo accanto al
soggetto da fotografare, puntando il suo sensore verso la fotocamera. Certo,
se lo fai da solo chiamami che ti vengo a vedere: serve un assistente. Ecco,
questo è un altro buon motivo per imparare a fare grandi foto usando solo la
tua amata fotocamera!

Abbasso le tabelle! O forse no


Ora, mi pare di essere già sulla buona strada per farmi odiare dai più seriosi e
virtuosi amanti della fotografia digitale. Ho osannato lo scatto automatico, ho
detto che se non hai un esposimetro esterno puoi comunque scattare da
professionista. Visto che ho fatto trenta, faccio trentuno: non guardare quelle
dannate tabelle esposimetriche.
Già il nome ti fa venire voglia di starci lontano, questo va detto. Se la
curiosità permane, ti basti sapere che queste famigerate tabelle stimano le
migliori accoppiate dei valori di apertura e tempo (o velocità di otturazione,
che dir si voglia). Così, magari, navigando sul Web o consultando un
manuale (non questo, parlo di uno serio!), trovi che con 100 ISO l’accoppiata
delle meraviglie è apertura 2.0 (o f/2.0) e tempo 1/8000. Allo stesso modo,
2.8 e 1/4000, 4.0 e 1/2000, 5.6 e 1/1000, 8 e 1/500, 11 e 1/250, 16 e 1/125, 22
e 1/60. Personalmente, ma lo vedo anche con buona parte dei fotografi con
cui lavoro, queste tabelle sono ottime per tenere allenata la memoria, e poco
più. Perché ci sono così tante variabili in gioco, così tante situazioni, che una
minima variazione di un parametro fa crollare la certezza di tabelle come
queste (Figura 1.6). E se l’ISO è 120? E se nel cielo si mettono a correre delle
nuvole che si stanno allenando per i cento metri piani? E se il tuo obiettivo
non arriva a bassi valori di apertura? Sono solo alcuni esempi delle situazioni
che possono metterti in crisi. Così devi imparare ad andare un po’ a occhio:
l’immagine, sul display della fotocamera, deve comparire con una buona e
omogenea luminosità (salvo effetti creativi particolari che vuoi applicare),
senza zone “bruciate”. Ricorda, infatti, che una zona “bruciata” della foto è
una zona che perde dettagli importanti a causa dell’eccessiva luminosità
(sovraesposizione) o oscurità (sottoesposizione).
Se poi sei un patito di numeri, allora usa la regola del “Sunny 16”. Serve
sempre un po’ di memoria, ma è più intuitiva delle noiose tabelle. Si parte
considerando i casi estremi: se c’è neve, c’è tanta luce, quindi ci vuole
un’apertura f/22. Se sei in ombra, o al tramonto, c’è poca luce, quindi
l’apertura è f/4 (meno, se l’obiettivo la supporta). C’è sole? Sunny 16! Cioè
apertura f/16. E poi i casi intermedi: leggermente nuvoloso con f/11,
nuvoloso con f/8 e molto nuvoloso con f/5.6. Suvvia, con un piccolo sforzo
ce la puoi fare! Se poi vuoi esagerare, si casca nella temibile tabella, che tiene
conto della variazione di ISO. Consultala se sei pigro, altrimenti fai pratica
con occhi e gusto estetico. Se guardi bene la signora Tabella 1.1, noti che non
è così difficile da ricordare. Una volta memorizzate le aperture, i tempi di
esposizione raddoppiano ogni volta che l’ISO aumenta di 100 unità.
• Figura 1.6
Quando hai a che fare con dei primi piani, scatti in modo ravvicinato, meglio puntare su un
controllo il più possibile manuale. E non per limiti tuoi, ma della macchina: i sensori, anche
i più evoluti, a distanze ravvicinate tendono a dare di matto!
Kit: Sony A77 + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: cappello: Elena Ricci
Design; camicia: Donas.
Tabella 1.1 – Variazione dei valori di ISO.

Tutto questo bel discorso crea un regime un po’ anarchico, all’interno della
tua fotocamera: insomma, libertà assoluta di impostare i parametri. È la
cosiddetta “modalità manuale” della macchina. Per fortuna non è l’unica:
quasi tutti i modelli degni di questo nome, infatti, dispongono di almeno una
modalità “Apertura” e una “Tempo”. In entrambe, sei libero di scegliere il
valore ISO e poi un altro parametro, rispettivamente apertura o tempo. Il
terzo lo calcola automaticamente la fotocamera. Lo trovo un buon
compromesso tra la tua pazza voglia di smanettare con un aggeggio, che
magari ti è costato un occhio della testa, e quell’altrettanto insana voglia di
fare il “ganassa” con gli amici per i tuoi primi scatti. In realtà, uno degli scopi
di questo libro è spiegarti che i parametri da impostare contano fino a un
certo punto. Più di tutto, contano le idee, ma non posso pretendere di
convincerti di questo fin dal primo capitolo. Il mio subdolo piano di
conquista del mondo e della tua fiducia sarà lento e inesorabile, sei avvertito!

Nudo di fotocamera: gli elementi principali


Hai ben capito che questo capitolo introduttivo tratta un po’ tutti quegli
aspetti che trovi in altri tomi dello stesso tipo. Tranquillo, in seguito avrai
modo di ricrederti. Visto che nel paragrafo precedente hai scoperto quelle due
o tre cose necessarie per capire come impostare la fotocamera (ma poi ci
torneremo meglio, promesso), togliamoci il pensiero e affrontiamo anche il
discorso fotocamera. Insomma, come diavolo è fatta una fotocamera?
Innanzitutto, da un obiettivo e un corpo. All’interno dell’obiettivo si trova il
diaframma, che è una specie di spirale che regola la quantità di luce. Bravo,
proprio la nostra famigerata apertura. Nel corpo, invece, si trova l’otturatore,
di cui abbiamo già parlato. Odio essere ridondante. Una volta che la luce
entra per l’obiettivo e passa l’otturatore, arriva al sensore. Nelle fotocamere
reflex, però, colpisce prima uno specchio, grazie al quale puoi osservare
l’immagine su un mirino ottico. Non è l’unica differenza tra fotocamere
compatte e reflex, ma di questo parleremo tra poco. Ma proprio poco poco!
Poi ci sono il mirino, come detto, e altri componenti che, diciamocelo
chiaramente, basta sapere che esistono, senza doverne studiare vita, morte e
miracoli. La memoria, tanto per dire, un eventuale ricevitore GPS e via
dicendo. La faccio facile? Certo, la fotografia è prima di tutto istinto. Quel
poco altro di teoria che ti serve te lo spiegherò di volta in volta.

Reflex: per molti, ma non per tutti


Ok, cacciamoci nel più classico dei gineprai. Reflex è figo, non c’è che dire.
Ma davvero una reflex è quel che ti serve? E se hai una “misera” compatta?
Qui la regola aurea è: vai per gradi.
Per fare grandi foto servono grandi idee, e quelle non te le regala una reflex,
nemmeno se ti costa quattro stipendi. Una reflex ti offre una buona qualità di
stampa, del materiale di buon livello sul quale poi operare con un software di
fotoritocco, ma guai a pensare che ci sia una grande differenza tra uno scatto
qualsiasi fatto con una compatta e uno fatto con una reflex. Se quando pensi a
una foto del mare ti viene in mente quella classica col castello di sabbia e le
onde sullo sfondo, ecco, per cose così ti basta davvero una compatta (Figura
1.7). Ma se hai in mente di giocare con le fessure del castello, facendo
intravedere uno sbuffo di schiuma di un’onda, mentre un pescecane pasteggia
con un sub, lasciando sfocato tutto il resto, ecco, questo è l’esempio di foto
con cui una reflex può fare la differenza. Se hai una reflex per le mani,
quindi, bacia la terra e tienitela stretta, perché ti insegnerò come usarla al
meglio. Se hai una compatta, o devi ancora fare il fatidico acquisto, ti
consiglio di partire da questa. Davvero, l’importante, nella fotografia di alto
livello, è l’idea. Anche grazie a questo libro, imparerai a generare un mucchio
di buone idee, a partire da un soggetto qualsiasi. Con l’idea in mano, a
seconda dell’utilizzo che farai di quella foto, deciderai quindi se passare o
meno a una reflex.
In linea di massima, questa tipologia di fotocamera, discorso sul mirino a
parte, offre molto più controllo sui parametri di scatto, in particolare la
profondità di campo. E poi è dotata di sensori che catturano molti più
dettagli.
• Figura 1.7
Questa è una foto scattata con una compatta a obiettivo intercambiabile, una Samsung
NX11 con un onesto 18-55. Model: Jamaica Corridori.

Non solo: quelle di alto livello usano sensori di tipo “full frame”, vale a dire
grandi 36x24 mm, ossia come un rullino 35 mm, che riprendono porzioni
molto più grandi. Di fatto, scattano tutto ciò che inquadra il mirino, senza
“tagliare” una parte della cornice esterna come avviene nelle reflex di medio
livello. Quelle, cioè, dotate di sensore “crop”. Tutto molto bello, ma è pur
vero che, di fatto, le full-frame hanno un senso solo per chi usa molto i
grandangoli (quindi immagini molto larghe) o per chi deve creare scatti che
andranno poi stampati a grandi dimensioni. Per tutti gli altri, tutti, compreso
tu che vuoi fare le foto più belle del mondo, va benissimo una reflex con
“crop sensor”.
Quando è il momento di sceglierne una, poi, ricorda il discorso degli
obiettivi. Ogni marca ha i suoi, anche se in qualche caso esistono adattatori
per farli funzionare (spesso male) su altre. Quindi, scegliere una marca
piuttosto che un’altra è un investimento che si farà sentire a lungo andare.
Una volta acquistati diversi obiettivi per quel dato blasone, infatti,
difficilmente cambierai parrocchia, a meno di dover cambiare anche le
ottiche. Una marca di fotocamera è per sempre, altro che diamanti.
Una tendenza del mercato è quella delle compatte con obiettivi
intercambiabili. Sono delle proposte sfiziose e che spesso garantiscono la
compatibilità delle ottiche con le reflex della stessa marca. Tuttavia, visto che
il prezzo è di poco inferiore a quello di una reflex di fascia bassa, al limite
punta direttamente a quest’ultima. Sono modelli che hanno il vantaggio della
leggerezza e dimensioni contenute, perfette per le foto di viaggio, quindi se le
trovi a un costo abbordabile facci un pensierino.
Se invece compatta pura deve essere, visto che la usi come palestra, meglio
spenderci il meno possibile.
O addirittura nulla: ce l’hai uno smartphone, sì?

Smartphone è bello
I telefonini moderni non sono dei telefonini, questo lo sappiamo tutti. Sono
dei veri e propri computer e non mi va di passare da matusa esaltando la loro
potenza e versatilità. Prendiamone atto punto e basta. Tra le funzioni più
sfiziose c’è naturalmente quella di fotocamera digitale. Ora, puoi anche non
credere a me, ma se dai un’occhiata ad alcuni lavori di Lee Morris, rimarrai
stupito nel vedere cosa si può ottenere con uno smartphone. Questo noto
fotografo, ma nel mondo ce ne sono tanti altri, con il suo fido iPhone
(intendiamoci, ci sono smartphone fotografici anche migliori), realizza servizi
fotografici di alta moda. Perché lui ci riesce mentre tu, al massimo, fai le foto
(sfocate) al cane che ti riporta la ciabatta? Perché ha idee, sa usare bene la
luce e qualche trucchetto d’alta scuola che imparerai leggendo questo libro.
Ciò che è importante, adesso, è che alla domanda “si possono fare grandi
scatti con uno smartphone?” tu risponda con un forte e sicuro “sì”.

Pronti per partire


Qualche nozione spiccia sui principali parametri da impostare, una disamina
sui componenti di una fotocamera, e poi una rassegna sul tipo di macchina da
usare. Se queste pagine iniziali ti hanno restituito la sensazione che la
fotografia, da queste parti, è trattata con leggerezza, bè è esattamente quello
che volevo fare. C’è una scuola di pensiero che sostiene che un buono scatto
è frutto di uno studio meticoloso e disperato. Non dubito che studiare serva,
ma in questo libro voglio affrontare un modo nuovo di intendere questa arte:
istinto e pratica, più che preparazione. La fotografia, secondo questa filosofia,
per altro molto in voga tra i fotografi professionisti (quelli veri), in particolare
statunitensi, prevede che uno scatto parta sempre dal cervello e non dalla
fotocamera. In questi anni ho visto scattare servizi magnifici con la modalità
automatica, senza flash e treppiede, con una reflex comprata usata, o perfino
una fotocamera a pellicola acquistata a poche decine di euro. Nessuno studio
di alto livello, nessun patema tra valori di apertura e tempo di esposizione,
niente di niente. Scatto puro e crudo. Il senso di questo libro è proprio questo:
creare le basi affinché anche tu, con un investimento minimo e tanta passione,
possa realizzare dei servizi magnifici. E quando un bambino ti chiederà come
hai fatto, tu glielo possa spiegare senza aspettare che si laurei in ingegneria
nucleare.
I ferri del mestiere
2

Qualche anno fa mi capitò di scattare alle Seychelles. Un posto meraviglioso,


ma ce ne sono di ugualmente belli anche senza farsi 12 ore di aereo. Sì, ok,
l’ho detto per fare il figo, quindi ripartiamo.
Qualche anno fa mi capitò di scattare alle Seychelles. Niente da fare, devo
proprio raccontartela. Insomma, siamo su questa spiaggia, nell’isola di
Praslin, sole pazzesco, sabbia bianchissima, modelle preparate,
organizzazione a puntino.
Si trattava, in effetti, di un servizio piuttosto costoso, di quelli che non capita
di fare tutti i giorni. Comunque, ci piazziamo in un posto perfetto (a
proposito, più avanti impareremo anche a scegliere una location, eh), quando
arriva un tizio, con uno zaino stile viaggiatore del mondo e due borsoni degni
di un rappresentante di bazooka. Noi eravamo in cinque (comprese le due
modelle) e tutto il materiale stava in una borsa a tracolla: due reflex con un
obiettivo ciascuna, due pannelli riflettenti, qualche scheda di memoria e, più
importante di tutto, qualche panino. Il tizio, invece, appoggia tutto a tre metri
da noi e inizia tirare fuori quello che, probabilmente, era il frutto di una
rapina in un negozio di fotografia: almeno una decina di obiettivi, tre reflex,
un paio di compatte, quattro flash e, per non farsi mancare niente, una lunga
serie di tubi di alluminio. Di primo acchito, pensavo si trattasse di un
chiringuito con un bel banco bar, poi con tristezza ho constatato che era una
struttura a cui appendere una serie infinita di flash. Insomma, un
equipaggiamento fantascientifico da far sembrare il nostro da dilettanti. Per
fortuna, in pochi minuti ci siamo reimpossessati della nostra dignità, vedendo
che il tizio in questione sfruttava tutto questo bendidio per fotografare…
granchi. Sì, fotografava granchi.
Non ho dubbi che abbia scattato foto meravigliose, il punto è capire che ogni
situazione richiede una certa attrezzatura e nella maggior parte dei casi questa
consiste in pochissimi elementi. Altrimenti si fa un po’ la figura dei ridicoli
(Figura 2.1).

• Figura 2.1
Le foto in studio richiedono luce artificiale. Può essere “continua”, oppure “flash”. La
prima tende a scaldarsi, anche a livello di colore, mentre la seconda offre una luce più
intensa e neutra. Questo scatto è realizzato in uno studio, usando semplicemente un fondo
bianco e due lampade continue Quartz Image da 750 Watt.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Outfit: tuta Pygiama &
Superstar; scarpe: Conspiracy.

I motivi per cui io, come molti fotografi di grido, promuovo l’uso di un kit ai
minimi termini, sono molteplici:
1. C’è meno materiale da spostare: meno fatica.
2. Servono meno assistenti da pagare: hai un margine maggiore sulle foto
che vendi.
3. Ti senti meno legato alla tecnologia e agli orpelli hi-tech: ti muovi e
ragioni con maggiore libertà e senza costrizioni tecniche.
Di tutti i punti, quello essenziale è il terzo. Se, per esempio, usi un sacco di
flash, devi tenere conto di tantissimi fattori in fase di scatto, perché c’è il
rischio che il risultato sia un’emerita porcheria. Quindi, paradossalmente, ci
sono maggiori rischi di sbagliare, anche se, di sicuro, gli scatti riusciti
saranno eccezionali. Ma quanto tempo occorre per fare clic? Molto. Io
suggerisco un altro approccio: al posto di sprecare il tuo tempo a regolare la
tua meravigliosa attrezzatura, passalo a scattare di più. Farai un mucchio di
foto schifose, da far sanguinare gli occhi, ma imparerai a sfruttare al massimo
i due unici strumenti che davvero servono a un fotografo: occhio e
fotocamera.
• Figura 2.2
Qualunque sia la tua attrezzatura, ricordati che è uno strumento al servizio del tuo occhio e
del tuo (buon) gusto. Solo questo, infatti, ti permette di cogliere particolari che rendono
unica una foto. In questo scatto ho voluto mettere a fuoco il volto della modella, puntando
sul rosso del rossetto e dei capelli. Quasi non ci si accorge, a prima vista, che quello più in
basso è un tatuaggio. E il tatuaggio sarà suo? Quello che s’intravede sul braccio che
sostiene la testa lo fa pensare, ma non è detto. E a questo punto, scatta il meccanismo della
“caccia” al dettaglio, e si scopre un tatuaggio anche sul collo, e poi un altro che spunta dal
petto. Uno scatto è frutto anche di studio, ed è per questo che non si ha molto tempo da
perdere con i tecnicismi!
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.

Sulla fotocamera ho speso qualche parola nel capitolo precedente, quindi,


visto che chi compra i miei libri è molto intelligente (attenzione: pubblicità
subliminale), per deduzione hai già capito che, adesso, parlerò di occhio. La
buona notizia è che non devi impiantarti qualche aggeggio strano nel bulbo
oculare: in fondo, la felicità è accontentarsi anche di notizie rassicuranti come
questa. Quella cattiva è che devi continuare a leggermi per sapere tutto, ma
proprio tutto, sugli obiettivi. Sì lo so, è una buona notizia, ogni tanto faccio il
modesto (Figura 2.2).

Tutto sugli obiettivi


La “regola dello stretto necessario” riguarda innanzitutto loro, gli obiettivi.
Un obiettivo è il tuo vero occhio, quando scatti. È il componente a cui devi la
qualità della foto, ancor più che il sensore, questo per un motivo molto
semplice. Il compito del sensore è trasformare in informazioni digitali dei
segnali analogici che arrivano dall’esterno (cioè che vedi con i tuoi occhi,
insomma) e questi segnali arrivano proprio grazie agli obiettivi. Ora, i sensori
moderni sono esageratamente efficienti e fanno di sicuro il loro lavoro,
quindi tu che sei furbo devi fare attenzione proprio agli obiettivi. È inutile
avere una fotocamera con un sensore da 15 megapixel, se il segnale analogico
che gli arriva è di qualità scadente. Diamo al sensore ciò che merita, diamogli
un obiettivo di qualità! Ma come riconoscerlo, nella jungla di obiettivi a
disposizione?
Innanzitutto, considera quanto detto nel capitolo precedente: se devi guardare
a un solo parametro, guarda all’apertura, scegliendo la più bassa che ti puoi
permettere. Poi, ovviamente, devi anche scegliere il modello adatto alle tue
esigenze. Gli obiettivi si distinguono in base alla “lunghezza focale”. Ora, i
tuttologi e saccenti ti diranno che si tratta della distanza tra il centro ottico
dell’obiettivo e il piano focale, ma quelli ci stanno antipatici e nemmeno li
ascoltiamo (Figura 2.3). Diciamo che ce ne sono principalmente di tre tipi:
Grandangoli: per scattare con un ampio campo visivo (hai presente le foto
panoramiche? Ecco).
Normali: buoni nella maggior parte delle situazioni.
Teleobiettivi: per scattare soggetti che si trovano mooolto distanti.
In linea di massima, i grandangoli vanno bene per chi fotografa natura e
soprattutto panorami, mentre i teleobiettivi sono ottimi per i paparazzi o per
chi vuole spiare il vicino. Poi c’è chi vuole fotografare per davvero e si
rivolge agli obiettivi normali. Scherzi a parte, la distinzione tra le tre
categorie non è ben definita. In linea di massima, utilizzando il cosiddetto
“formato Leica”, o “35 mm”, gli obiettivi normali hanno una lunghezza
focale (o anche solo “focale”) da 45 a 58 mm. I grandangoli vanno da 24 (o
meno) a 35 mm, mentre i teleobiettivi, o solo “tele”, da 85 mm (medio tele)
per arrivare a 300, 600 o anche 1000 mm (super tele). Ci sono poi gli
obiettivi “zoom”, che consentono di passare da una lunghezza focale all’altra.
Per esempio, un obiettivo 18-55 permette di passare da 18 a 55 mm. Facile,
vero? Infatti, peccato che il 90% dei fotografi, quelli veri, là fuori, preferisca
usare le focali fisse. Preferisce, cioè, usare un obiettivo che fa solo il 50 mm,
anziché arrivare, ruotando la ghiera, a un 18-55. E sai perché? Perché i
fotografi sono persone pigre e a girare le ghiere si fa fatica. No, scherzo, per
tanti motivi:
• Figura 2.3
In mancanza di un obiettivo a focale fissa, se puoi, usa i parametri estremi di uno zoom,
che offrono le prestazioni migliori. Qui, per esempio, ho usato un obiettivo 17-55,
mettendolo a 17 mm. La foto è scattata nella modalità “a priorità di Apertura”, quindi
impostando l’apertura e lasciando la selezione degli altri parametri alla macchina.
L’apertura è a F2.8, per il resto ho usato un fondale bianco e due luci continue, bianche, da
750 Watt.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: t-shirt: Komodo
Dragon; jeans: Denn Rose; scarpe: New Rock.
• Figura 2.4
L’uso di un obiettivo a focale fissa fa bene alla salute. Infatti, sei tu a doverti muovere
avanti e indietro per regolare la quantità di dettagli da comprendere nel tuo scatto. In
ambito professionale, specie nel mondo della moda, l’obiettivo 50 mm è il più utilizzato. A
breve scoprirai perché, nel frattempo sappi che questo scatto è stato realizzato con
un’apertura F1.4, senza bisogno di utilizzare flash.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori.

Un obiettivo a focale fissa (Figura 2.4) è costruito appositamente per gestire


quella focale, e quindi con maggior qualità.
Offre risultati migliori, specie in fatto di nitidezza.
In genere raggiunge aperture più elevate rispetto agli zoom e ormai sai a
menadito l’importanza dell’apertura.
Nella sua costruzione non si usano trucchetti tipici degli zoom e questo
evita fastidiose distorsioni nelle immagini finali.

Profondità di campo, c’è pure lei


Fino a questo punto, quindi, ti sei fatto l’idea che per fare grandi foto ti
servono un paio di obiettivi fissi, con l’apertura più elevata (e quindi un
valore “f” piccolino) possibile. Sì, è esattamente quel che ti serve, ma è pur
vero che l’apertura, comunque, la puoi regolare e questo è molto importante.
Insomma, ci sono situazioni nelle quali, rulli di tamburo e schiamazzi da
babbuino, è meglio un f/8.0 rispetto a un f/2.0. Il valore di apertura, infatti, è
legato a doppio filo a quello di “profondità di campo”, anche detta PdC o
DoF (da Depth of Field). Si tratta della capacità di un obiettivo di mostrare
nitidamente anche gli elementi che stanno davanti e dietro al soggetto messo
a fuoco. Minore la DoF, più sfocati sono questi elementi.
E così, se hai questa gran modella e la vuoi risaltare rispetto allo sfondo, non
ti resta che diminuire la profondità di campo. Farlo non è difficile, per
fortuna, perché è inversamente proporzionale all’apertura: maggiore è
l’apertura, minore è il DoF e viceversa.
Anche la lunghezza della focale influenza il DoF: minore è, maggiore è la
profondità di campo. Questi sani e noiosi principi teorici, ovviamente, non
devono essere motivo valido per spaccarti la zucca davanti a manuali e
tabelle: considerali pure a spanne e concentrati sull’importanza creativa del
DoF. Da oggi, sai che per ottenere quella bella sfocatura, alle spalle della tua
modella, devi agire sull’apertura e magari lavorare con una focale elevata. Né
più, né meno, visto com’è facile?
Ovviamente, parleremo di tanti trucchetti ad hoc nei prossimi capitoli, mentre
adesso stabiliamo una volta per tutte quali sono gli obiettivi di cui hai
davvero bisogno (Figura 2.5).
• Figura 2.5
Per far risaltare un soggetto, non resta che sfocare lo sfondo. E per sfocare lo sfondo, basta
agire sull’apertura. Mano a mano che la aumenti, diminuisce la profondità di campo e,
quindi, la quantità di dettagli dello sfondo messi a fuoco. In questo caso, per esempio,
l’apertura è impostata a F4.5. Equivale a un DoF moderato, che attenua lo sfondo, ma
consente comunque di carpire molti particolari.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: giaccone:
Nuna Lie; clutch bag: Garbage’En.

L’obiettivo finale per la conquista del mondo


50 mm. Punto. Nel 90% dei casi in cui ho scattato o visto scattare foto
commerciali, si è usato sempre e solo un 50 mm. Mi raccomando, quel
grassetto in commerciali non è messo lì a caso.
In questo libro, lo scopo è spiegare come fare scatti che portino pecunia in
cassa. Perché è questa la differenza tra un fotografo e “uno che fa clic”.
Certo, con il tuo stile, con i tuoi crismi, con l’attrezzatura preferita, ma quasi
sempre capiterà di sacrificare i propri gusti in favore del cliente. Ma questo è
un altro argomento e ne parleremo un’altra volta.
Tornando al discorso obiettivi, quando acquisti una fotocamera quasi
sicuramente approfitterai di un’offerta di tipo “kit”, con cui, oltre al corpo
macchina, viene fornito un obiettivo “generico”. Una cosa tipo 18-55 mm,
con un’apertura che oscilla tra lo schifoso e il super-schifoso.
Ecco, obiettivi come questo sono perfetti per far cestinare le tue foto non
appena tenti di venderle. Certo, in molti casi conta più l’idea, magari si tratta
di uno scatto raro e realizzato all’improvviso, ma se puoi, dai sempre priorità
a un obiettivo migliore.
I motivi per cui questo obiettivo migliore dovrebbe essere un 50 mm sono
molteplici (Figure 2.6 e 2.7).

• Figura 2.6
Questa foto utilizza un obiettivo 17-55 mm con lunghezza impostata a 17 mm. È perfetto
per il suo scopo, cioè dare un senso di grandezza allo scatto, creare un incontro ravvicinato
tra modella e osservatore; ma è innegabile che sia un punto di vista innaturale. Specie
perché la modella è impegnata.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: t-shirt: Komodo
Dragon; jeans: Denn Rose; scarpe: New Rock.

È l’obiettivo più “umano”. Esiste un parametro, chiamato “campo visivo”,


“field of view”, o FoV, che identifica la porzione d’immagine ripresa da
uno scatto. Per esempio, un grandangolo ha un FoV molto elevato, mentre
un teleobiettivo l’ha molto ristretto. Un 50 mm dà un FoV molto simile a
quello dell’occhio umano.
È il miglior compromesso tra qualità e versatilità. Pur non avendo la
versatilità di uno zoom, un buon 50 mm ha un’apertura straordinaria e
tutta la qualità di un obiettivo fisso. Così è adatto in svariate situazioni, dai
matrimoni (la peggior cosa da fotografare) ai servizi di moda.
Offre immagini contemporanee. La fotografia segue tendenze ben precise e
quella attuale punta molto su uno stile quasi improvvisato, il più semplice
possibile, dove la ricchezza è offerta più da soggetti e location, piuttosto
che da tecniche fotografiche sopraffine. Insomma, si tende a curare più ciò
che viene inquadrato, rispetto ai parametri di scatto. Se prendi come
esempio le famigerate “fashion blogger”, ma quelle poche davvero brave a
scattare, hai una chiara idea di cosa si aspetta un cliente da una foto:
immediatezza, naturalezza, la sensazione di cogliere un momento, come se
la fotocamera fosse nascosta. Ecco, benché serva molto altro, con un 50
mm sei già sulla buona strada per eseguire scatti di questo tipo. E se ti
fanno schifo, ovviamente, puoi scattarne di migliori. Ok, fanne di migliori,
ci siamo capiti.
• Figura 2.7
Come raffronto, ecco uno scatto fatto con un obiettivo fisso a 50 mm. Ha un altro scopo:
mostrare quella borsa nella sua interezza, quasi nel suo ambiente naturale, con una ragazza
che si vanta del suo nuovo e sgargiante acquisto.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: abito: About
Me; collare: Auralma Design; scarpe: Gaetano Perrone; busta: Elena Ricci Design.

Al tuo bel 50 mm, ovviamente, puoi abbinare uno o due altri obiettivi. Va
benissimo anche quel pessimo 18-55, giusto per quei casi in cui il 50 mm
proprio non vada bene. Alla scarsa qualità di quest’obiettivo, del resto, puoi
sempre sopperire con il fotoritocco. Se poi vuoi strafare, c’è spazio per un
teleobiettivo. Incredibilmente, i teleobiettivi si utilizzano anche in modo
molto creativo e quindi non solo nelle foto da paparazzo. Il discorso è
collegato a quanto detto poco fa sul DoF. Con un teleobiettivo, la profondità
di campo si riduce drasticamente e questo permette di fare scatti con il
soggetto principale ben distaccato dal fondale. Quindi, se durante un servizio
di moda temevi che il fotografo, con quel teleobiettivo, volesse sbirciare il
reggiseno della modella, beh ti sei sbagliato. O hai scambiato uno stalker per
un fotografo, che forse è un tantino peggio.

Flash o non flash, questo è il problema


Il flash è un’invenzione fantastica, quasi mitologica. Del resto, voglio dire,
genera luce dove non ce n’è. Ma si tratta di una luce fredda, intensa e
dannatamente artificiale. E non per modo di dire: la luce del flash tende al
blu, cosa che rischia di compromettere la qualità dei tuoi scatti. Sì, ok, c’è il
fotoritocco, si possono cambiare tremila parametri, ma scattare per
professione ti insegna che il tempo è denaro, quindi meno ne perdi col
fotoritocco e meglio è. E poi, ci sono situazioni nelle quali una foto
compromessa non è recuperabile nemmeno col migliore fotoritocco del
mondo. La buona notizia, per molti, è che in ambito professionale si scatta
poco con il flash. Questo è vero, in particolare, negli ambienti esterni, mentre
in studio c’è l’esigenza di ricreare luce di una certa intensità e dunque il flash
torna utile come il cucchiaio con la minestra. Dico, hai mai provato a
mangiare un consommé con una forchetta? Ecco, che non si dica che piazzo
esempi a caso. Se proprio devi usare il flash, l’importante è che lo fai
sfruttando un diffusore o generando luce indiretta. Capito? No? Ovvio, non
ho capito nulla nemmeno io, quindi ora te lo spiego.
In pratica, visto che la luce del flash è molto forte, molto più di quanto tu
possa pensare, c’è la necessità di limitarla in modo gentile. Qui, infatti, siamo
persone educate. Per farlo, gli devi mettere davanti una specie di pannello,
che disperda la luce in modo omogeneo. La luce del flash, infatti, è molto
lineare, tipo raggio laser di un supereroe. Se invece la fai passare per un
diffusore, ne esce uniforme e irradiata. In alternativa, appunto, usa il flash in
modo indiretto, cioè sfruttando solo la sua luce riflessa. Per esempio, lo punti
verso una parete o un soffitto, che di rimbalzo proietti la luce sul tuo
soggetto. A meno che l’effetto sia voluto, il tuo scopo, con un flash, è
illuminare il soggetto senza creare ombre troppo marcate, altrimenti ne esce
un lavoro da perfetto dilettante (Figure 2.8 e 2.9).
I fattori da tenere conto, quando lavori con il flash, sono davvero tanti.
Talmente tanti che, spesso e volentieri, è meglio lasciar perdere e affidarsi
alla luce naturale, di cui sono un enorme, grandissimo, ma-proprio-proprio-
grandissimo fan. In caso contrario, quali flash usare? Di base, ogni studio che
si rispetti ne offre diversi, il che è cosa buona e giusta se ne affitti uno. Se,
invece, te ne devi portare uno appresso, sceglilo esterno. Quello incorporato
nella fotocamera, insomma, deve starsene chiuso e accumulare la polvere,
perché la sua qualità, anche con le macchine più potenti e nuove
dell’universo conosciuto, è pessima. La scelta del flash dipende, innanzitutto,
dal tipo di fotocamera che hai a disposizione: deve essere compatibile e,
possibilmente, del medesimo produttore. Perché? Perché nessuno, meglio del
produttore della tua fotocamera, sa cose le serve per sopperire, per esempio, a
un sensore o un obiettivo non molto luminoso. Ci sono anche ottimi
produttori di flash “neutri”, ma considerali solo per modelli di alto livello (e
costo).
Il tuo flash ideale, poi, deve essere di tipo TTL. Che non è, ahimè, un’auto
sportiva con la quale fare gli smargiassi sul lungomare. Sta per Through The
Lens ed è una tecnologia che interrompe il flash nel momento in cui il
soggetto è illuminato a sufficienza. Una vera sciccheria, anche se c’è da dire
che tutti i flash degni di questo nome la includono. Insomma, con un flash
TTL non potrai fare lo smargiasso, ricordatelo, ce l’hanno tutti! E no, prima
che me lo chiedi, nemmeno la potenza è un parametro capace di farti passare
per il figo di turno. Qui il discorso si fa complesso e rischia di attirarmi altre
inimicizie. Il concetto è: se hai bisogno di un flash potente, è perché il tuo
soggetto è distante o le condizioni di luce sono molto scarse. Ergo, nel
99,9999% dei casi la tua foto farà comunque schifo. Devi sempre metterti
nelle condizioni di farti dare un piccolo aiuto dal tuo amico flash, ma nel
momento in cui questo aiuto diventa importante, chiediti se non c’è un modo
migliore per illuminare in modo migliore la scena (Figura 2.10).

• Figura 2.8
Se non vuoi perdere tempo a sistemare i flash, usa la configurazione più rapida che c’è:
mettine due, ciascuno a 45° (più o meno, mica ti serve il goniometro) rispetto al soggetto.
Insomma, uno da una parte e uno dall’altra.
• Figura 2.9
Questo scatto è stato realizzato usando due flash Bowens R da 500 Watt. Si tratta di flash
molto potenti, troppo potenti. Per fortuna, tutti i flash hanno la possibilità di diminuire
l’intensità della luce. Difficilmente ottieni dei buoni risultati al primo colpo, con i flash:
preventiva almeno una ventina di minuti di “taratura”.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Outfit: body e gonna:
Mentine Milano.
• Figura 2.10
Se avere poca luce è un problema, averne troppa è addirittura peggio. È il motivo per il
quale, di solito, non si scatta mai tra le 11 e le 14 del pomeriggio, prediligendo il mattino
presto o il tramonto. Quando questo non è possibile, si usano dei pannelli a mo’ di filtro o,
come in questo caso, si cerca una zona di penombra.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: miniabito:
Ruecambon; cappotto: Forever21; scarpe: Daniele Michetti; orecchini, anello e bracciale:
Flaminia Barosini.

Torneremo ancora su questo discorso, ma spero che tu abbia capito quanto a


morte ce l’ho con i flash. Comunque, la potenza, nel caso dei flash, si
esprime di solito in Numero Guida (NG o GN) e varia, in genere, tra 13 e 60.
Diciamo che, nel momento in cui senti il bisogno di un NG superiore a 40, sei
pronto per diventare un fotoreporter notturno. In tutti gli altri casi basta un
flash con un Numero Guida inferiore. Tutto ok? No, aspetta, ci sono altri due
fattori da considerare. Il primo è se usare un solo flash o una serie di flash. In
particolari situazioni, infatti, hai bisogno di più punti luce, quindi il flash
principale (master) va affiancato da uno o più colleghi. Tieni conto che in
studio non capita mai di utilizzare più di due flash e spesso si usano
addirittura delle semplici luci continue (cioè lampade che emettono luce
senza sosta, un po’ come le lampadine di casa). E poi c’è il fattore wireless.
Eh già, dopo aver riempito il tuo ufficio di tastiere, mouse, casse, ferri da
stiro, macchine del caffè e astronavi senza fili, è venuto il momento di
pensare al tuo povero flash. Il punto è che il flash esterno va collegato alla
macchina, in modo da attivarsi durante lo scatto, e questo collegamento può
essere effettuato tramite un cavetto o wireless. Ora, a meno che tu non voglia
trasformare la location dei tuoi scatti nella versione chic del Circo Orfei, è
meglio propendere per un flash senza fili. Ne esistono di tipo espressamente
wireless, ma costano un occhio della testa. E per inciso, il tuo occhio tienitelo
per altri tipi di spese. Meglio, invece, accaparrarsi un apposito kit wireless,
assicurandosi che sia compatibile con il flash prescelto. Questi kit constano di
un trasmettitore, da collegare alla fotocamera, e di un ricevitore, da collegare
al flash, e in genere sono piuttosto economici. Se usi studi fotografici altrui,
dove sono già installati dei flash, chiedi sempre se sono disponibili kit di
collegamento wireless compatibili con la tua fotocamera. Voglio evitare
come la peste la pubblicità in questo libro, ma posso garantirti che troverai
sempre kit per modelli Canon e quasi sempre kit per Nikon. Per gli altri
modelli la risposta del titolare dello studio andrà dal “ah, perché, ci sono altre
marche?” al “se hai voluto fare lo snob non è colpa mia”. Difficilmente
l’editore mi permetterà di pubblicare una tabella con i gesti e gli insulti utili
in questi casi, quindi il mio consiglio è di scegliere il modello di fotocamera
che ti pare, ma di preventivare sempre l’acquisto di un kit wireless per flash.
Posto che tu voglia il flash: ti ho mai detto che a me i flash stanno
anticipatici?

Tutto il resto che ti serve


Pane e marmellata, oppure pane e prosciutto. Insomma, panini. Per
fotografare ci vogliono panini in abbondanza, il lubrificante per meningi
ideale tra una sessione di scatto e l’altra. Panini pure per le modelle, magari
dopo gli scatti, che se poi devono sorridere non è un gran spettacolo. Per
carità, magari ti vuoi allenare con Photoshop a sbiancare i denti e allora è un
esercizio di alto livello. Oltre alle cibarie, potrei scrivere un altro libro solo
sugli accessori con cui arricchire la tua dotazione, ma c’è una sottile
differenza tra ciò che è davvero utile e ciò che serve solo a farti sentire un
super-fotografo (Figura 2.11). Nella prima categoria rientrano i pannelli
riflettenti. Si tratta, appunto, di pannelli rigidi o in tessuto, che servono a
riflettere la luce ambientale o del flash verso il tuo soggetto. Non esagero
affermando che, dopo la fotocamera, il pannello riflettente è l’elemento
imprescindibile per qualunque fotografo. Del resto, ti basta vedere una
qualsiasi fotografia di moda per rendertene conto: com’è possibile che, con la
modella che ti guarda e il sole alla sua sinistra, sia perfettamente illuminata
anche la parte destra del suo viso, che invece dovrebbe essere in ombra?
Grazie al pannello riflettente. O un flash, ma ti ho detto che odio i flash, sì?
Puoi usare più di un pannello, sperimentando l’uso di diversi punti luci e
diversi colori. Perché il bello dei pannelli è che sono disponibili in diverse
colorazioni. Quella immancabile è l’argento, che offre i risultati migliori
senza togliere troppa naturalezza all’immagine. Più opulento ed esagerato è
l’oro, che regala risultati spettacolari, a patto di fare un buon lavoro col
trucco e la preparazione del set. Il bianco serve per riflettere la luce senza
modificarla, mentre quello nero per assorbirla. Già, il pannello nero non
riflette, ma ci sono situazioni nelle quali devi fare in modo che la luce non
rimbalzi sul tuo soggetto. Prendendo come esempio la modella di prima,
immagina che la luce che proviene da sinistra sia talmente forte da rischiare
di riflettere in tutto l’ambiente (magari è una stanza piena di specchi, che ne
sai): per evitare che si generino strane luci e ombre nel tuo scatto, metti un
pannello nero dalla parte opposta. In taluni casi, ci sono utilizzi creativi dei
pannelli: per esempio, se il pannello bianco è leggermente trasparente, lo puoi
interporre tra la fonte di luce e il soggetto, usandolo a mo’ di filtro. In questo
caso il pannello funge da diffusore (Figura 2.12).
I pannelli, insomma, sono un vero godimento per il fotografo, ma hanno un
grosso problema: necessitano di qualcuno che li sostenga. Certo, esistono i
cavalletti, ma niente come il pannello ha un continuo bisogno di essere
regolato, a volte anche di pochi gradi. E dunque, ecco che il secondo
accessorio indispensabile per un fotografo diventa l’assistente.
Ammetto che, detta così, suona come una frase schiavista. Non mi sorprendo:
è così. L’assistente è una persona che segue il fotografo come uno stalker,
provvedendo a tutto ciò che è necessario sul set. Vorrei davvero scrivere
quanto è dura la vita dell’assistente del fotografo, ma rischierebbe di
diventare una storia pronta per Amnesty International, quindi sarò
diplomatico e conciso. L’assistente deve, in poche parole, prevedere ciò di
cui ha bisogno il fotografo, sia a livello di preparazione del servizio, sia
durante il servizio stesso, sia dopo. L’assistente deve prodigarsi per creare il
set, per reggere pannelli riflettenti e portare vivande, e anche saperci fare con
Photoshop e la post-produzione. Un assistente, però, si paga ed è giusto che
sia così. A volte per collaborazioni saltuarie, altre, se si ha tanto lavoro, con
un fisso mensile. Vanno bene anche amici e parenti (questi un po’ meno, sai
perfettamente come sono), ma se hai per le mani un servizio serio, meglio
pagarli che prospettare loro un pomeriggio di vacanza. Davvero: un assistente
con le mani in mano, o con un atteggiamento rilassato, è perfettamente
inutile. Per contro, fare l‘assistente è il modo migliore per diventare
fotografo. Perché si imparano un sacco di trucchi, perché si respira l’aria di
questo mestiere fino in fondo, perché è un modo intelligente per fare gavetta,
perché puoi mettere mano ad attrezzatura e professionisti (no, le mani sulle
modelle non ce le devi mettere, eh) gratis. Parleremo ancora dell’importanza
dell’assistente nella fotografia professionale, ma tu tieni sempre conto che,
dopo fotocamera e pannelli riflettenti, è l’elemento che farà fare un deciso
salto in avanti alle tue fotografie.
• Figura 2.11
Questo è un esempio di scatto con la sola luce naturale. Come puoi vedere, la luce proviene
da sinistra, rispetto a te, lasciando in ombra l’altra metà del volto della modella. Non c’è
nessun problema: è un effetto voluto, perché mette in luce la borsetta proprio nella zona
d’ombra, creando un bel contrasto. Ma se invece volessi mettere tutto in luce? Pannello
riflettente, subito!
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: giaccone:
Nuna Lie; clutch bag: Garbage’En.
• Figura 2.12
Et voilà: ecco un esempio di quel che si può ottenere con un semplice pannello argento.
Rispetto a te, la luce naturale viene da sinistra, e viene riflessa dal pannello anche nella
parte destra del volto.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: giaccone:
Nuna Lie.

Un altro elemento importante è il cavalletto, o treppiede. O meglio, è


importante in certe situazioni, cioè quando hai tempi di esposizione lunghi, o
quando non hai un obiettivo stabilizzato. Personalmente, ho visto e usato
raramente i treppiedi sui set professionali, ma se ne senti il bisogno giuro che
non ti toglierò il saluto.
Contrariamente a quanto dice il 99% dei libri di fotografia, il necessario per
scattare ottime foto sta tutto qui. Poi è chiaro che, se devi crearti uno studio, il
discorso cambia. Oltre a flash e luci continue, servono per esempio gli
“ombrelli”, che sono dei pannelli riflettenti fatti ad hoc per i flash. E l’elenco
potrebbe andare avanti per pagine, trasformando questo fantastico libro in un
catalogo che mi renderebbe milionario. Mmm, ci penso. No, ok, andiamo
avanti così. Nel corso del libro incontreremo altri aggeggi pronti a svuotarti il
portafogli, specie se decidi di scattare con il tuo smartphone (sì, con lo
smartphone si fanno anche servizi professionali, sappilo) e d’investire in
software. Ecco, i software: nella fotografia moderna sono indispensabili e
terribilmente importanti, così importanti che gli dedico qualche pagina.
alessandro albert
Questo scatto ti è stato commissionato? Se sì, da chi? Se no, perché ti è
venuto in mente di farlo?
Questo scatto non mi è stato commissionato. Fa parte di lavori personali la
cui genesi, per scelta, non segue alcuna regola.

Qual era la tua idea iniziale, per questa foto? Cosa volevi esprimere?
Nasce da una visione, come altri scatti della serie. Questa visione spesso è
solo un punto di partenza, poi nel tempo, nella progettazione dello scatto e
durante lo scatto stesso possono cambiare delle cose.
Quindi non so cosa volevo esprimere. Avevo in mente di costruire una
maschera di palle di carta e farla indossare a un’amica. Ho preso le pagine di
Dalla parte di Swann di Proust per fare le palle e cucirle su un
passamontagna di cotone. Durante la costruzione, però, mi sono accorto che
le pagine non bastavano e sono andato a cercare un identico volume. Non
l’ho trovato e ho preso un libro di Philip Roth. Da qui il titolo: Proust and
Roth. Ci sono delle palle attaccate a dei fili neri che scendono.

Hai deciso di scattare direttamente questa foto o è estratta da un intero


servizio?
Questa idea mi è venuta mentre costruivo la maschera in studio. È abbastanza
importante, perché da quel momento i fili neri mi ossessionano a tal punto da
utilizzarli in altri scatti.

Perché hai scelto questa modella/modello?


È una mia amica e si sposava perfettamente con la mia idea.

Che location hai scelto?


Quella per lei più naturale: casa sua.

Perché hai scelto questa location?


Una breve perlustrazione in casa sua mi ha permesso di capire che lì c’era
quel che mi serviva.

Che fotocamera hai usato?


Canon EOS 5D Mark II.

Che obiettivo hai usato?


Un 24mm Canon decentrabile, su treppiedi.

Hai usato flash? Quali?


No.

Diffusori o pannelli? Di che tipo?


No: è luce naturale proveniente da due finestre.

Che indicazioni hai dato alla modella/o durante gli scatti? Le parlavi?
Cosa le dicevi?
Parlavo con la modella perché lei non vedeva nulla. Io so cosa vuole dire
indossare una maschera che non ti fa vedere nulla. Dopo gli scatti, quando le
ho sfilato la maschera, lei aveva uno strano sguardo e alla mia domanda:
com’è stato? Ha risposto: strano.

C’era musica? Che musica?


Non uso mai musica mentre scatto.

Come hai agito in post produzione? Che tipo di fotoritocco hai fatto?
Ho fatto poco. Ho virato la fotografia in bianco e nero e l’ho tagliata
quadrata. Aggiustato i toni e contrasti.

Che software usi per il fotoritocco? Quali plugin?


Adobe Photoshop CS6 e basta.
scatto d’autore

Quali sono stati i problemi principali durante lo shooting?


Durante la sessione di scatti non ci sono stati problemi particolari. Io non
scatto molte fotografie e la cosa è durata poco.

Qual è la cosa di cui vai più orgoglioso per questo shooting?


Non posso parlare di questo scatto, di cosa mi piace e cosa no. Questo è un
compito di chi guarda e non di chi scatta. Ma posso dire che amo le immagini
in cui non viene spiegato tutto, dove ci sono dei perché che restano senza
risposta. Il compito di un fotografo non è spiegare il più possibile, ma
stimolare lo spettatore a capire o a lavorare con l’immaginazione.

Biografia
Alessandro Albert è nato a Torino nel 1965. Si è sempre interessato di
fotografia e verso gli anni ’80 inizia a lavorare con Paolo Verzone. Nel 1992
pubblicano Volti di Passaggio, un libro di ritratti fatti a Mosca durante
l’estate del 1991. Lo stesso lavoro viene pubblicato e messo in mostra ad
Arles, Roma e Milano. Nel 1993, sempre con Verzone, inizia un lavoro di
ritratti per le spiagge d’Europa: Seeuropeans, lavoro che verrà poi terminato
nel 2001 e vincerà il “World Press Photo Award” in single portraits.
Oggi Albert collabora con mensili e settimanali italiani ed esteri come 24,
Flair, Luna, Financial Times, Vanity Fair, Times. Lavora soprattutto nel
campo del ritratto e dell’architettura, e svolge delle ricerche personali sul
corpo umano. È rappresentato dall’agenzia GettyImages.
www.alessandroalbert.com
Software? Tutta la vita!
3

Ormai hai capito che, con questo libro, mi attirerò le ire di orde di fotografi
tutta tecnica e distintivo. Uno dei baluardi di questi signori è il motto “giù le
mani dal software!”, che viene poi declinato in “giù le mani da Photoshop!”.
In buona sostanza, c’è una corrente di pensiero, ahimè diffusa, che sostiene
che uno scatto nature è molto meglio di uno ritoccato. Ora sta in silenzio.
Shhh, silenzio totale! Le senti quelle risate in lontananza? Sono le mie e
considera che adesso ti sto scrivendo da Milano. Non esiste un criterio per
tracciare la linea di confine tra ciò che è e non è consentito al fotoritocco, ma
ignorare la sua importanza, nella fotografia moderna, è come sostenere che la
Terra sta al centro del sistema solare.

Un momento.

Ok, ho controllato su Wikipedia e al centro del nostro sistema solare c’è il


Sole. L’universo della fotografia è più tollerante: al centro c’è il fotografo, e
vicino a lui ci sono la sua macchina e i software di fotoritocco. Se sfogli una
qualsiasi rivista di moda, di quelle belle patinate, che pagano un mucchio di
soldi gli scatti pubblicati, una di quelle cui aspiri tu insomma, non ci vedrai
una sola fotografia priva di qualche ritocchino. A volte può trattarsi di
un’aggiustatina al contrasto e alla luminosità. In altri casi si lavora di fino,
per esempio togliendo di mezzo le imperfezioni della pelle, o schiarendo la
sclera dell’occhio (cioè la parte bianca). Per quanto sia magnifico il soggetto
con cui hai a che fare, ricorda che, una volta sullo schermo o sulla pagina,
mostrerà ogni più piccola imperfezione. E chi acquista le foto per mestiere,
ormai, è abituato ad aspettarsi la perfezione, per quanto innaturale possa
apparire. C’è sempre tempo per tornare all’originale e lasciare questo e quel
difettuccio, ma ti devi abituare alla situazione peggiore.
In questo libro ho deciso di parlare poco di software. Non perché non lo
apprezzi, tutt’altro, ma perché parlare di procedure software è un po’ come
dire a qualcuno che una modella, in studio, si scatta con quel dato obiettivo,
quella data apertura, quei dati flash. Ogni situazione cambia radicalmente,
quindi è meglio imparare per bene quali sono i software da tenere in
considerazione, come usarli nelle situazioni più diffuse e, soprattutto, quali
sono i trucchi che possono davvero far fare un salto alle nostre foto (Figure
3.1, 3.2 e 3.3). Per il resto, ci sono libri ad hoc che trattano solo di questo
argomento. Ovviamente, comprali dopo di questo, altrimenti la maledizione
dell’obiettivo sporco ti perseguiterà in eterno.

• Figura 3.1
Dimostrazione en passant dell’importanza di computer, software e fotoritocco nella
fotografia moderna. Una cosetta veloce, da vedere passo passo, ma che ti dà una buona idea
di quel che intendo. Questa è l’immagine originaria… P.S. Sì, lo so che c’è della carta in
corrispondenza delle scarpe, ma è una storia lunga e poi l’immagine, alla fin fine, la devo
tagliare e scontornare, quindi non importa. Non sei mai contento, eh…
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Outfit: body e gonna:
Mentine Milano.
• Figura 3.2
Questa è l’immagine ruotata, “croppata” (cioè tagliata) e ritoccata agendo su luminosità e
contrasto.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Outfit: body e gonna:
Mentine Milano.
• Figura 3.3
Infine, ho pensato di farci un bianco e nero, di quelli seri e curati (poi ti spiego come si fa,
ovviamente).
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Outfit: body e gonna:
Mentine Milano.

Gli indispensabili
Qui possiamo farci un altro libro o, al contrario, citare un programma e
sentirmi dire che sono un venduto e marchettaro. Ora, dato che sono un
pacioccone e voglio farmi volere bene, troviamo una strada a metà. Diciamo
che, per iniziare, serve un programma di fotoritocco e che questo è il vero
laboratorio nel quale rifinire per bene ogni tuo scatto, con un processo
chiamato postproduzione. E questo software si chiama Adobe Photoshop
(Figura 3.4). Aspetta, non t’arrabbiare. So che costa un occhio della testa, ma
le sue funzioni sono talmente tante, gli aggiornamenti da versione a versione
così sostanziosi, e la qualità così elevata, che vale ogni euro del suo prezzo.
Tuttavia, se ti vuoi tenere entrambi gli occhi, esistono delle alternative.
• Figura 3.4
Adobe Photoshop. Semplicemente, quello che per un fotografo rappresenta il forno a legna
per un pizzaiolo. Credo che per questa didascalia vincerò qualche premio.
• Figura 3.5
Quasi ogni software di fotoritocco per computer dispone di una versione dimostrativa
gratuita. Sfrutta questa possibilità, prima di passare all’acquisto.

Quella più diffusa arriva sempre da Adobe, produttore di Photoshop, e si


chiama Lightroom. Diciamo che è il fratello minore di Photoshop, con meno
funzioni, ma ci puoi fare un sacco di cose. E sì, assolutamente, ci sono fior di
professionisti che lo usano. Costa circa un quarto di Photoshop, ma vale la
metà: calcolatrice alla mano, frazioni sott’occhio, viene fuori che, tutto
sommato, è un buon affare. Nel caso tu volessi provare le differenze tra i due,
sul sito di Adobe (www.adobe.it) trovi le versioni dimostrative gratuite
(Figura 3.5).
Al terzo posto, nella nostra speciale classifica dei migliori software di
fotoritocco, c’è Aperture di Apple. Disponibile solo per Mac, al costo di
qualche decina di euro, è un software eccellente per ritocchi veloci, quando
sei ancora in studio o sul set e vuoi un’anteprima veloce di come sarà il
lavoro definitivo. Poi, smanettando con calma, puoi ottenere dei buoni
risultati, ma se devi lavorare sui particolari è meglio rivolgersi agli altri due
signori qui sopra.
• Figura 3.6
Quando ti parlavo d’interfaccia incasinata non scherzavo, eh. Però The Gimp è pieno zeppo
di strumenti. C’è anche in italiano e poi è gratis, e a software donato non si guarda in
bocca. Del resto, come faresti?

Niente di gratuito?
L’aria, fattela bastare. Non crederai alla favola che esistono programmi
gratuiti del tutto paragonabili a quelli a pagamento, vero? Mettiamola così: se
il budget è davvero risicato, non hai molte alternative (e no, piratare il
software è sbagliato e ti manda in galera). La migliore è puntare sul mercato
dell’usato e prendere una vecchia versione di Photoshop o Lightroom.
Oppure, come detto, Aperture, che è davvero low cost. Volendo andare
sull’esotico c’è l’imbarazzo della scelta, ma ti consiglio di provare questi
software prima nella versione dimostrativa gratuita, se disponibile. Sia mai
che, a furia di comprarne dieci, spendi più denaro che per comprare
Lightroom! Comunque, per evitarti di tribolare per la Rete a caccia di questo
o quel software, mi son armato di pazienza per stilare un elenco dei migliori
programmi alternativi, e low cost, per il fotoritocco.

The Gimp
Baluardo di chi vuole il software “open source”, è un programma gratuito
nato per il disegno e declinato al fotoritocco con grande successo. È pieno
zeppo di funzioni, consente di lavorare di fino, ma difetta in un’interfaccia
che definire incasinata è un eufemismo (Figura 3.6).

PaintShop Pro
Non sto a parlare di una versione specifica (X5, X6, X8000 e così via),
perché spero che questo libro stia nelle librerie per anni e anni e anni, e non
potrai mai lamentarti del fatto che tratto programmi obsoleti.
Ti basti sapere che è molto buono. E poi parliamo di un software storico del
settore: pensa che la prima versione risale al 1990! Col passare del tempo è
stato ovviamente migliorato e arricchito, ma la filosofia, per fortuna, è
rimasta immutata. A un primo livello c’è una batteria di ottimi filtri pronti
all’uso, ma volendo si scende nei dettagli, con infinite possibilità di ritocco.
Pur non avendo strumenti per elaborazioni profonde come in Photoshop, puoi
eliminare piccole rughe, imperfezioni, macchie e così via. Il prezzo, sotto ai
cento euro, è un vero affare.

Pixelmator
Disponibile per una manciata di euro nel Mac App Store (il negozio digitale
di Apple), è pieno zeppo di filtri. Sebbene non sia in grado di lavorare sui
dettagli, consente di creare delle composizioni di foto in modo veloce.

Photoshop Elements
Non puoi avere Photoshop? Non puoi avere Lightroom? Questa diciamo che
è la versione “light della light” dell’ammiraglia. Come dire che se non puoi
avere una Ferrari, e nemmeno il modello radiocomandato, non ti resta che
prenderti la figurina. Va benissimo, l’importante è che non pretendi di usarla
per guidare. Gli strumenti sono molto semplici, tanto che è un software
spesso incluso nelle confezioni delle fotocamere, ma per qualche ritocchino
va benone. Non pretendere di più, però.

Quelli del Web


Non sempre puoi portarti dietro un computer. Nel senso che sì, dovresti
vendere l’anima al diavolo pur di averlo appresso con te, ma a volte questo
non è proprio possibile. Però, devi ritoccare le tue foto. Che fai? L’idea di far
sparire le schede di memoria contenenti gli scatti non è una buona scusa per il
tuo cliente, sappilo. E no, nemmeno quello di evitare il fotoritocco, che come
hai capito è una fase molto importante del tuo lavoro. Potresti decidere di
prendere la via ascetica, regalare la fotocamera al primo che passa, spogliarti
dei tuoi vestiti e passare la notte in carcere per atti osceni in luogo pubblico.
In alternativa, se proprio non ti va di fare niente di tutto questo, ci sono i
web-software. Un nome pessimo, inventato sul momento, che indica quei siti
che offrono strumenti di fotoritocco senza bisogno d’installazione. Proprio
così: vai in uno di questi siti, carichi la foto, la ritocchi e poi salvi il tutto
nella memoria che preferisci. Va da sé che devi avere accesso per lo meno a
un Internet Café o al computer dell’hotel, e che questo deve essere collegato a
Internet. In caso contrario, per i miracoli mi sto attrezzando. Nel frattempo,
eccoti una lista dei migliori siti che consentono il fotoritocco direttamente dal
tuo browser. Si tratta di software molto semplici, ma in caso di emergenza
possono salvarti la camicia. Lo so, dovevo scrivere altro, ma non me lo
faranno mai scrivere.

Fotoflexer.com
Ha un’interfaccia di una semplicità disarmante, ma per fortuna non lo sono le
sue funzioni. Oltre a quelle di base, infatti, ne trovi parecchie di avanzate. La
funzione Auto Fix, che sistema automaticamente i principali parametri delle
foto e dalla quale dovresti stare ben lontano (di solito sono funzioni che
deturpano gli scatti), funziona benone (Figura 3.7).

Photoshop Express (photoshop.com/tools)


Non è la versione online di quel Photoshop, ma un software leggero con tanti
bei filtri e ben pochi strumenti per lavorare in profondità. C’è di buono che
ogni filtro mette a disposizione vari livelli d’intensità, quindi le combinazioni
possibili sono veramente tante (Figura 3.8).

Picmonkey.com
Ha degli strumenti limitati, ma una buona dose di filtri. Se lo scatto di
partenza è buono, più che buono, dagli un’occhiata. Se c’è tanto lavoro da
fare, invece, lascia perdere.

Pixlr.com
È una delle più complete soluzioni web, anche se non ti devi aspettare
funzioni paragonabili ai software visti poco fa (Figura 3.9). Tuttavia, con
strumenti quali lo “sfumatore”, e il filtro selettivo per gli occhi rossi, puoi
sistemare i problemi più comuni. E poi consente di lavorare, online, con i
livelli. Mica pizza e fichi, eh.

• Figura 3.7
All’apparenza niente di che, ma devi considerare che tutto questo è disponibile, in qualsiasi
momento, gratis, su un sito web. Ti basta un browser e puoi ritoccare le tue immagini. Ok,
adesso puoi urlare di gioia come una scimmia.
• Figura 3.8
Come puoi vedere, Photoshop Express non ha niente a che vedere col vero Photoshop.
Diciamo che per un lavoretto in velocità se la cava, ma ha il problema di caricare in modo
compresso e sommario le immagini.

• Figura 3.9
Pixlr.com, nella schermata di partenza, ti permette di scegliere tra le versioni Playful,
Efficient e Advanced. Ehi, non scherziamo, tu devi scegliere quest’ultima, la più
professionale.

App di livello
Potrei iniziare dicendoti che le app sono una vera rivoluzione anche nel
mondo della fotografia, che cambiano la vita del fotografo, che ti mettono in
mano strumenti potenti e a basso costo. E il bello è che è tutto vero, ma
rischierei di passare per il matusa di turno che si eccita come un gallo cedrone
nella stagione degli accoppiamenti, davanti a novità che non sono più novità.
La vera notizia è che, dopo una prima ondata di software di fotoritocco in
formato app, buoni solo per lavoretti semplici, adesso i programmi di questo
tipo sono curati e completi quanto basta per soddisfare anche le tue esigenze.
Che ovviamente sono quelle di un grandissimo fotografo! Ora, dato che non
ho peli sulla lingua, devo però farti qualche raccomandazione, per quando
punti all’utilizzo di queste app.
1. Non sostituiscono in alcun modo i veri programmi di fotoritocco su
computer. Quelli, magari più avanti, servono sempre e comunque.
2. Ce ne sono a decine: scegliere è difficile, ma ricorda che, una volta tanto,
spendere qualche euro in più equivale ad avere un software davvero
efficiente. Evita quelli che promettono di fare tutto e gratis.
3. Questi programmi si devono usare su tablet. No, davvero: come diavolo
puoi fare del fotoritocco serio con uno smartphone? Il tuo smartphone ha
un display da 7”? Oh, ma quello allora è un tablet!
4. In genere le app di fotoritocco migliori sono per iOS, quindi per iPad
(iPhone, in virtù del punto precedente, non lo considero neppure). E non è
che sia un fan di Apple (anzi, ti stupirò più avanti, giuro), è proprio un
dato di fatto. Hai un tablet Android? Ok, prenditi un software per PC o
Mac e buon lavoro.
Considerati i punti precedenti, passo a elencarti le app che, alla prova dei
fatti, si sono dimostrate belle, brave, diligenti e che puliscono prima di uscire.

Filterstorm
Per iOS, è sicuramente il miglior photo editor in formato app sulla piazza.
Perché? Perché lo dico io, ti basta? No? Ok: una grande quantità di filtri
“seri”, strumenti di crop, ingrandimento e modifica dei particolari, livelli,
possibilità di combinare immagini diverse, funzioni di esportazione
sopraffine. È disponibile in varie versioni, ma quella base va benissimo. E il
costo è ridicolmente basso (Figura 3.10).

• Figura 3.10
Un vero e proprio programma di fotoritocco per computer, vero? E invece è Filterstorm
Pro, su un comune tablet. Adoro i colpi di scena.

Photo Editor
Ok, questa è per Android, non si dica mai che non penso a tutti. Consente di
ritoccare i principali parametri della foto, come saturazione, contrasto e via
dicendo, ma niente lavoro di fino sui particolari, eh.

Photoforge
Ricchissima, completa, oserei dire opulenta, perché ti permette di fare
l’editing in alta risoluzione, a livello di pixel. E come Filterstorm, offre
strumenti tipici dei programmi da computer, come curve e livelli. In più,
come se non bastasse, alcuni straordinari filtri.

Photogene
È disponibile in due versioni: una per iPhone e una per iPad. Se ti chiedi
quale scegliere non ti parlo più. Ha il vantaggio di gestire in modo semplice
più foto sul colpo, ma gli strumenti non sono molti.

Photopal
È un’app molto facile, con un’interfaccia a prova d’imbecille, che mette sul
piatto dei filtri di ottima qualità. E non parlo dei soliti filtri fin troppo creativi,
ma roba utile. Per aggiustare parametri come esposizione, temperatura della
luce e via dicendo. Vista la sua natura, che non prevede il ritocco di
particolari, lo usi tranquillamente anche da uno smartphone.

Phostoshop Express
Sempre qui si ricasca. È una versione super-mega-ultra light di Photoshop.
Non aspettarti quasi nulla di quella per computer, tanto meno qualche
similitudine con Lightroom. C’è qualche strumento per ritocchi veloci, del
resto, nel momento in cui ti scrivo, è persino gratuita. È disponibile sia per
iOS sia per Android.
È chiaro che nei negozi online di app trovi migliaia e migliaia di altri
software (per fare lo sfocato, per gli autoscatti, per zoom incredibili, per foto
panoramiche e via dicendo), ma qui mi sono soffermato sui migliori per il
fotoritocco. Programmi, cioè, utili per modificare e migliorare i tuoi scatti in
modo professionale. Tutta la robaccia per aggiungere cornici, fumetti, filtri
cafoni (tipo Hipstamatic), per fare un esempio, a noi proprio non interessa.

Computer e dintorni
Molto spesso, sento fotografi parlare del loro studio come di un posto
magico, inarrivabile, stile ultimo livello del videogioco più difficile
dell’universo. Il castello di Dracula, pieno zeppo di trappole per incauti
visitatori e accessibile solo dai più temerari. O, se preferisci, la cripta di
Merlino, dove lanciare incantesimi alla fotocamera, estrarre gli scatti con uno
schiocco di dita e trasformarli in opere d’arte grazie a pozioni a base di
unghie di drago, pelle di ornitorinco e veleno di basilisco. Ok.
Un telo, luci e computer. Uno studio sta tutto qui.
Certo, si può furoreggiare scegliendo il meglio del meglio, ma la base sta
proprio tutta qui. Resta il fatto che puoi anche non avere un tuo studio (nella
maggior parte dei casi è meglio affittarne uno all’occorrenza), ma il computer
è l’elemento imprescindibile per un fotografo, al giorno d’oggi. E tutti quei
fighetti che cercano su eBay le macchine retrò, “perché hanno ottiche
migliori” o “perché mi piace la grana sporca che danno alle foto” sono solo,
appunto, dei fighetti che non vivono di fotografia. A parte il fatto che tutti, e
dico tutti, gli effetti retrò possono essere replicati proprio con un computer e
qualche foto ad hoc, si torna al solito discorso di quello che il pubblico si
aspetta da foto professionali. Di quello che la gente, in particolare clienti
danarosi, si aspetta dalle tue foto. E il 90% si aspetta foto pulite, freddamente
e cinicamente digitali. E se hanno richieste particolari, ripeto, puoi sempre
ricorrere ai software.
Bene, chiarito questo, arriviamo al nocciolo della questione: quale computer?
Buona parte dei fotografi cui fai questa domanda ti rispondono “Mac”. Se poi
domandi loro perché, la risposta diventa: “perché è quello più usato nella
fotografia”. Se poi chiedi loro perché è quello più usato nella fotografia, la
risposta è: “perché il Mac è migliore nella fotografia”. Ora, tu starai ridendo,
ma prova a chiederlo in giro e sentirai tu stesso. Solo che se lo dice un
fotografo VIP, ad alta voce e sicuro di sé, fa una certa impressione. Leggendo
le risposte con calma, invece, ti rendi conto che non c’è un motivo preciso
per cui si debba preferire un Mac in ambito professionale.
Appunto: non c’è un motivo. Provo a spiegarmi meglio.
Fino a qualche anno fa i Mac sfruttavano componenti dedicati, irreperibili nei
comuni PC. In particolare, la scheda video e il processore erano, in effetti,
molto evoluti e adatti alla gestione di grafica, editoria e via dicendo. Col
passare del tempo, Apple iniziò a inserire componenti PC all’interno dei
proprio computer, arrivando, nel 2006, ad adottare persino lo stesso
processore. Quindi, senza tanti giri di parole e scemenze di vario tipo, un
Mac è a tutti gli effetti un PC, e l’unica differenza risiede nel sistema
operativo. Meglio, dunque, Mac OS o Windows? Questa è materia di altri
libri, ed è un fatto di gusti e abitudini. Mi preme solo dire che, tecnicamente,
non c’è alcun motivo per cui un Mac sia meglio di un PC in ambito
fotografico e viceversa. Componenti, prestazioni e formati sono identici, e la
differenza, semmai, è fatta dai software compatibili con l’uno o l’altro
sistema. Che poi, anche in questo caso, si può dire che i principali software di
fotoritocco sono disponibili per entrambi i mondi. Windows ne offre una
varietà maggiore, puntando anche ai produttori meno conosciuti, mentre Mac
ha il vantaggio che si rischia meno di beccarsi qualche virus. Ma scegliendo
programmi noti e originali, Mac e PC sono entrambi perfetti. La questione,
quindi, diventa scegliere il Mac o PC adatto alle proprie esigenze da vero
guru della fotografia.
Innanzitutto, se sei uno che viaggia molto, scegli ovviamente un computer
portatile. Le prestazioni sono ormai identiche a quelle di un buon modello
desktop (“da scrivania”), col vantaggio che, tornato a casa o in studio, lo puoi
collegare a un monitor bello grande, mouse e tastiera, e lavorare senza
problemi, proprio come se avessi un fisso. Se invece provi a fare il contrario,
mettendoti un desktop in valigia con la pretesa di usarlo come un portatile,
chiamami che ti vengo a vedere.
A livello di componenti, vale la regola del “more is more”: più ne hai e
meglio è. Ma non credere che sia una questione di processore: la tua priorità
va a scheda video e quantità di RAM. Sono questi due elementi a far correre
il software di ritocco alla velocità della luce. E non pensare “solo” al
programma di fotoritocco. Anche consultare decine e decine di foto, da
svariati megabyte ciascuna, è un’operazione che trae grossi benefici da questi
due componenti. Se devi fotografare per professione, il tempo è tutto. Sono
un fine filosofo, lo so.
Non puoi dire di avere un computer utile alle tue foto se hai meno di quattro
gigabyte di RAM, ma otto è il vero spartiacque tra un uno serio e uno pronto
a farti diventare vecchio prima di finire un servizio. E poi è preferibile che
anche la scheda video abbia una sua memoria e non sfrutti la RAM. In gergo,
è meglio che non abbia solo “memoria condivisa”. Se così fosse, quegli otto
gigabyte non sono un’opzione.
Oltre al computer, ricorda che per elaborare le tue foto in modo professionale
sono necessari uno schermo degno di questo nome e un mouse preciso. Sul
primo non ci sono molti discorsi da fare: ci passerai davanti molte ore, quindi
deve essere ampio e luminoso, e rispettare i certificati di sicurezza per salute
degli occhi (sono scritti sulla confezione e a volte su adesivi rimovibili
appiccicati sullo schermo nuovo). Per andare sul sicuro, punta a marche note,
note veramente, e non dal solo negoziante che te lo vende. Samsung, Philips,
Asus, Acer, la stessa Apple, sono i marchi che garantiscono il miglior
compromesso tra qualità e costo. Il display ideale deve:
1. Essere grande almeno 21”.
2. Avere una base inclinabile.
3. Usare una tecnologia almeno LCD, meglio se LED o superiore (quando
sarà disponibile, che voglio fare un libro eterno).
4. Avere molti parametri regolabili (luminosità, contrasto e così via).
Tutto il resto, tutto, con particolare riferimento alle casse audio (quelle
integrate nel monitor fanno sempre schifo), telecomandi e kit di
personalizzazione, è inutile. Piuttosto, risparmia su queste amenità per
prendere qualche pollice in più o per investire in due display. Non scherzo.
Ormai quasi tutte le schede video dei computer fissi (per i notebook è
rarissimo) consentono di collegare due monitor, in modo da allargare lo
spazio di lavoro. Così, per esempio, sul monitor di sinistra apri un
programma con le anteprime delle foto, mentre in quello di destra c’è il
software di fotoritocco. Lavorare in questo modo è tutta un’altra cosa!
Come ultimo accessorio informatico, mi raccomando il mouse. È lo
strumento che ti permette di lavorare sui particolari dei tuoi scatti, va da sé
che deve essere molto preciso. I modelli classici fanno mediamente pena,
quelli “top” dedicati agli uffici sono costosi e fanno pena, quelli economici
fanno pena. E infatti tu questa robaccia non la devi nemmeno sfiorare,
puntando invece ai modelli per videogiocatori (Figura 3.11). Suona strano,
ma se provi uno di questi modelli ti accorgi subito della loro precisione.
Appena ne tocchi uno, il cursore schizza dall’altra parte del monitor e questo
è dovuto proprio alla precisione, o risoluzione, espressa in “DPI” (Dots Per
Inch). Per questi mouse la risoluzione minima insindacabile è 1600 DPI,
irraggiungibile per buona parte dei modelli tradizionali. Ne esistono anche di
più piccoli, ma con le medesime prestazioni, dedicati ai notebook. Se poi
preferire un modello wireless o col filo, è una questione personale. Io,
sorpresa, preferisco il secondo, perché offre risposte più pronte. Infine, se sei
mancino come il sottoscritto, occhio ai controlli del mouse: in genere sono
progettati per destrorsi, maledetto razzismo. Visto che userai principalmente i
soliti tre pulsanti frontali non è un problema, ma devi comunque abituarti alla
sagoma. Se proprio non ce la fai, esistono modelli che vanno bene per
ambidestri.
Io sono un tipo piuttosto esigente e sto attento anche al mousepad, o
“tappetino”. Anche questo, scelto tra i modelli per videogiocatori. Perché
sono molto più ampi, e un maggior movimento del mouse consente di
svolgere meglio parecchie operazioni di fotoritocco, e perché spingono al
massimo le prestazioni del sensore del mouse. Ehi già, anche il mouse ha un
sensore, ma è un’altra storia e magari te la racconterò in un altro libro.

• Figura 3.11
Questo è un mouse da videogame. Questo è un mouse da fotoritocco.

Ultime cose
Potrei riempire questo capitolo con un sacco di prodotti e prodottini
interessanti, ma lo scopo era mostrarti lo stretto necessario per fare grandi
foto. Nel corso del libro ti svelerò altri aggeggi e software utili per
migliorarti, ma già con questo piccolo kit puoi ottenere risultati straordinari.
Va da sé che, nella dotazione, ti consiglio di infilare anche qualcos’altro.
Cosa?
Schede di memoria in quantità industriale. Non hai idea della velocità con
cui si riempiono. Il mio consiglio è di puntare a tagli medio-piccoli e di
preferire quelle con velocità di lettura e scrittura il più elevate possibile.
Batteria di riserva. Difficilmente la batteria della fotocamera durerà per un
intero servizio. Meglio dunque dotarsi di una seconda batteria. E di
caricarla prima di iniziare!
Caricabatterie. Una volta inserita la batteria di riserva, bè, metti in ricarica
l’altra!
Cavetto USB per la fotocamera. Perché non sai mai se hai bisogno di un
ritocchino o un’anteprima nel computer.
Se hai il tablet, un adattatore per collegare la fotocamera. In effetti io, come
tanti altri, uso il tablet per le anteprime delle foto.
Ok, adesso ci siamo, sai davvero cosa ti serve per diventare un magnifico
fotografo. Manca la tecnica? Mancano i trucchi? Impaziente che non sei altro,
ricordati che siamo appena all’inizio!
Prima di scattare
4

Di base hai capito che basta un clic per una foto. Bella forza. Il lavoro
difficile, per un fotografo degno di questo nome, viene prima e subito dopo.
In queste pagine parliamo del prima e non tanto in termini di attrezzatura o
chissà quali tecniche (almeno non per il momento), ma di ciò che il tuo
occhio deve avere per scattare.
Parto dicendoti che ci sono due componenti che rendono grande una
fotografia: la tecnica e il gusto. La tecnica è quell’insieme di trucchi ed
esperienze che ti permettono di esprimere la tua creatività e, allo stesso
tempo, superare i limiti tecnici che, per forza di cose, sono legati a doppio
filo a qualsiasi dispositivo. Fotocamera compresa. Là fuori ci sono centinaia
di libri e corsi che ti parlano di tecnica e molti trucchi li trovi anche in questo
tomo. Tuttavia, visto che miriamo a fare gli originali, il nostro obiettivo è un
po’ più ambizioso. Qui, infatti, ti insegno ad avere il gusto, o meglio a
svilupparlo (Figura 4.1). Cerco di spiegarti cosa intendo.
Spesso, su Facebook, vedo questi pseudo-fotografi mostrare il risultato di
corsi costosissimi e devo ammettere che si tratta, in genere, di buoni scatti.
Luce perfetta, soggetti interessanti, ottimo bilanciamento dei colori, grande
pulizia. Tecnicamente sì, sono buoni scatti.
Dopo un minuto che hai smesso di vederli, tuttavia, te li dimentichi. E poi li
rivedi altrove, salvo accorgerti che sono scatti del tutto simili, ma di altri
fotografi. Queste sono fotografie che hanno solo tecnica, sono prive di anima,
prive di stile.
Ci sono fotografi famosi che hanno una tecnica pessima, ma che ti
imprimono i loro scatti dentro il cervello. Luci sbagliate, flash sparati senza
senso, ISO altissima e grande rumore, a volte addirittura inquadrature
sbagliate. Eppure, poi torni a riguardare quelle foto, perché ne senti la
nostalgia. Queste sono foto con un gusto, con uno stile. Queste sono le uniche
foto cui dovresti ambire, se vuoi fare di quest’arte un lavoro (Figura 4.2).

• Figura 4.1
La regola dei terzi, che hai imparato a conoscere nelle pagine precedenti, rimane valida in
qualsiasi situazione. In questo capitolo imparerai ad arricchirla con altri trucchi, per
disporre al meglio i diversi elementi della tua immagine. E poi, se il risultato non ti
soddisfa, puoi pur sempre ricorrere al crop e ottenere risultati strabilianti!
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: cappello: Elena
Ricci Design; camicia: Donas.

Perché devo crearmi uno stile?


Perché è cosa buona e giusta. Creando un tuo stile, scatterai foto uniche. E le
riviste, e i media in genere, ti chiameranno perché vogliono proprio quelle
foto. Avere un proprio stile è il vero sogno, il vero obiettivo, di ogni
fotografo che si rispetti, ma richiede un certo percorso. Devi guardare
moltissime immagini, devi crearti un gusto e la capacità di analizzarle dal tuo
punto di vista. Quando arrivi a criticare una foto, che in partenza adoravi e
reputavi perfetta, allora sei sulla buona strada per avere un tuo gusto. A patto
che non ti metti a insultare gratuitamente quello scatto: in questo caso sei un
cafone, non un fotografo!
Benché crearsi uno stile sia un cammino un po’ lungo e irto di difficoltà,
l’obiettivo non dichiarato di questo libro è proprio quello di farti arrivare
all’ultima pagina con la sensazione di poter dire qualcosa di diverso rispetto
agli altri fotografi. E per iniziare a fare tua la fotografia, non c’è niente di
meglio che parlare degli elementi che compongono uno scatto (Figura 4.3).
Oddio, sarebbe meglio mangiarsi una pizza davanti a un film, ma visto che
hai speso tutti questi soldi per questo libro, tanto vale leggerlo.
• Figura 4.2
Questa foto, ahimè, ha un errore: il ginocchio sinistro della modella è (leggermente)
tagliato. Ma l’espressività del viso lo mette in secondo piano. Forse addirittura in terzo.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: t-shirt: Komodo
Dragon; jeans: Denn Rose; scarpe: New Rock.
• Figura 4.3
Sviluppare uno stile proprio è il sogno di tutti i fotografi. È un cammino lungo, ma il bello
è che puoi seguirlo liberamente. Di sicuro, è il frutto di tanta sperimentazione: sia
direttamente sul campo, sia in fase di fotoritocco. In questa foto, lungi dal mostrare uno
stile mio, ho giocato su un alto contrasto e un bianco e nero pesante.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: t-shirt: Komodo
Dragon.

Tutti insieme (appassionatamente) nello scatto


Nella fotografia professionale, definizione orribile, da orticaria, che indica la
fotografia per cui si viene pagati, raramente scegli tutti gli elementi di uno
scatto. Per esempio, il cliente ha l’esigenza di far comparire un vestito, un
accessorio, un prodotto o una persona. E quello rimane fisso, c’è poco da
discutere. A volte, addirittura, sceglie tutto lui. Qui potremmo spendere
decine di pagine sull’etica da tenere da parte di fotografo e cliente stesso, ma
fuori c’è il sole e voglio essere leggero.
Quindi, innanzitutto, definiamo che diavolo ci dobbiamo mettere in uno
scatto commerciale. Di sicuro c’è un oggetto, accessorio o comunque
qualcosa da “mostrare”. Poi c’è una location, bella forza, che potrebbe essere
all’aperto come in uno studio. Quasi sicuramente, ma non è detto, c’è un
elemento animato, come un soggetto umano o un animale. Metti che il cliente
vuole fare la tamarrata di una tigre con una parure d’oro: ecco, ci siamo
capiti. In questo simpatico teatrino, c’è da decidere chi sono i protagonisti.
Anzi, io di solito parlo di protagonista. Uno solo, perché la psicologia
dell’osservatore lo porta a fare attenzione, in prima battuta, a un solo
elemento. E non è detto che si tratti, per esempio, dell’oggetto per cui stai
scattando la campagna.
In molti casi, ottieni un risultato migliore mettendolo in secondo piano, o
sfocandolo (Figure 4.4 e 4.5). Metti, per esempio, che devi scattare una foto
per una pubblicità di un orologio da donna.
Verrebbe istintivo far indossare a una modella l’orologio e sbattere il polso in
primo piano. Questa è una soluzione, ma molto banale e un po’ cafona.
Potresti, invece, scegliere una modella con degli occhi bellissimi, che
appoggia il viso alla sua mano, indossando l’orologio. Gli occhi predominano
la scena e fissano l’osservatore, un po’ di sbieco. Se fai un primo piano di
questo tipo, ottieni dei risultati importanti.
1. La foto è elegante, perché non mostra in modo violento il protagonista,
che è l’orologio.
2. Compare l’orologio e il cliente è contento.
3. L’orologio è un elemento latente, che s’insinua nel ricordo
dell’osservatore insieme a quei bellissimi occhi. Ricordandosi gli occhi,
ci si ricorderà dell’orologio.
Ora, è chiaro che su questi elementi pesano poi delle variabili non da poco.
Per esempio, il fatto che dei bellissimi occhi femminili richiamano, prima di
tutto, lo sguardo di un pubblico maschile. E dunque la fotografia mira a far
regalare quell’orologio. Ma se si tratta di occhi superlativi, unici, allora scatta
il meccanismo dell’emulazione da parte del pubblico femminile. “Una
bellezza del genere usa quell’orologio, quindi se lo suo anche io…”. Qui
sconfiniamo nell’ambito pubblicitario, che dialoga con la fotografia, ma ne è
allo stesso tempo ben distinto, e il concetto da tenere ben impresso è che,
nella fotografia commerciale, la materia prima di qualità paga sempre. Se
fotografi per professione, non sbagli mai fotografando una modella o un
modello bellissimo. Qualcuno potrebbe dire che si possono scegliere apposta
dei soggetti brutti. È verissimo, ma allora ci si prende dei rischi e solo tu puoi
sapere se ne vale davvero la pena, se il tuo nome o la tua preparazione
possono permetterti di farlo. Fare gli originali può portare a risultati eccelsi o,
al contrario, a porcherie pazzesche, mai una via di mezzo. Puntare su
elementi di sicuro appeal, invece, è il modo migliore e più semplice per
ottenere un buon risultato (Figura 4.6). C’è sempre voglia di bello, nel
pubblico, e un grosso sbaglio che si può fare è etichettare come razzista
questo discorso. Tornando al nostro scatto, quindi, abbiamo chiarito che, in
una foto commerciale, c’è almeno uno di questi elementi:

• Figura 4.4
Obiettivo: mostrare le cuffie. Una ragazza ascolta musica, con piglio incuriosito. E
maneggia con nonchalance il filo delle sue belle cuffie. Il bianco e nero è voluto, perché fa
passare quasi in secondo piano proprio le cuffie, donando loro un effetto vintage a dispetto
della cromatura super-hi-tech.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Chiara Cossa. Cuffie: Skullcandy
Aviator.
• Figura 4.5
Un’alternativa a colori, realizzata in studio, con una luce fissa e un flash.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Chiara Cossa. Cuffie: Skullcandy
Aviator.
• Figura 4.6
Dissimulare il protagonista di una foto è il modo migliore per imprimerlo nella mente
dell’osservatore. In questo caso, per esempio, ho “simulato” una foto per la pubblicità del
cappotto indossato dalla bellissima modella. Occhi, capelli, labbra e piercing mettono il
cappotto in quinta posizione, nell’ordine in cui si osservano gli elementi dello scatto.
Eppure, non c’è modo migliore per proporlo in modo naturale e accattivante, senza
forzature di sorta.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: giaccone:
Nuna Lie.
Soggetto animato.
Location.
Oggetto, vestito o accessorio.
La scelta se combinarli insieme o metterne solo uno dipende da molti fattori e
in questo libro imparerai a sviluppare un senso critico per decidere “quando
c’è poco” e “quando c’è troppo”. Io sono della scuola del “less is more”. Non
cercarla su una mappa o nell’elenco telefonico, adesso te la piego per bene.

La sacra scuola del Less is More


“Less is more” è un modo di dire americano, per indicare che, spesso, non
conta la quantità di elementi. Al contrario, se ce ne sono pochi, è meglio. Non
vale solo per la fotografia: nell’alta cucina, per esempio, si sta
progressivamente abbandonando l’opulenza dei piatti stile anni ’80, in favore
di un modo “minimal” di proporli. E via con questi gran piatti bianchissimi o
nerissimi e una polpettina al centro, per cinquanta euro. Con la fotografia, per
fortuna, le cose vanno meglio e il less is more non è un pretesto per spillare
denaro. È che fa proprio bene ai tuoi scatti. Troppi elementi, secondo questa
divina scuola, distolgono l’attenzione dell’osservatore da quelli veramente
importanti. E non è una questione di numero, ma di composizione. Se ti trovi
una modella in un salottino belle époque o in un bric-a-brac, pieno di
soprammobili o cianfrusaglie, è molto probabile che lo sguardo
dell’osservatore sarà distratto da forme e colori diversi. C’è quel
bell’orologio a pendolo, ci sono quelle sedie rivestite di tessuto pregiato, ci
sono nove quadri, due tavolini, un grammofono, due posacenere e poi sì, c’è
anche la modella. Ma se non giochi d’astuzia, c’è il rischio che venga vista
per ultima, o non risalti a dovere.
Devi forse rinunciare a questa location stratosferica? Assolutamente no! Si
tratta di rendere evidente lo stacco tra la location e gli elementi portanti del
tuo scatto. Per esempio, puoi giocare con l’apertura per sfocare l’ambiente,
oppure desaturarlo rispetto al soggetto principale. Oppure, agire sulla
disposizione dei vari elementi, in modo che l’occhio caschi di primo acchito
dove vuoi tu. Questa è detta “composizione” e in fotografia ha stessa
importanza che hanno dei capelli lunghi e sporchi in un cantante rock. Dico,
te lo immagini un cantante rock con i capelli corti e pulitissimi? Ecco. A
breve te ne parlerò. Intendo di composizione, non di rockstar calve.
Tornando invece al nostro amato less is more, discorsi su salottini a parte, hai
capito che la location rappresenta forse l’elemento più pericoloso, da questo
punto di vista. È il motivo per il quale una spiaggia vuota, fotograficamente,
è sempre più bella di una piena di persone, ombrelloni e baracchini vari.
Perché i colori sono più uniformi, perché ci sono pochissimi elementi e questi
sono facilmente riconoscibili dall’osservatore.
Se vedi un mare, per quanto trasparente, sai che si tratta di mare, quindi il tuo
occhio è portato a concentrarsi prima su un elemento nuovo, che potrebbe
essere proprio una splendida modella. La scelta di modelli, location, accessori
e vestiario, è un compito difficilissimo, che viene spesso affidato a specialisti
di “casting”, anche se è pur vero che l’ultima parola, di rito, spetta proprio al
fotografo.
Ora, prendi la tua bella calcolatrice e moltiplica un milione per un miliardo. Il
risultato è, più o meno, la quantità di variabili da considerare per la scelta di
un modello o di una location. Per esempio, se hai a che fare con un fondale
chiaro, all’esterno o in studio, potresti voler creare un forte contrasto,
puntando su una modella di colore o dalla pelle molto scura. Oppure, al
contrario, potresti giocare di similitudine, cercando la modella più pallida che
possa esistere all’universo. Tuttavia, c’è qualche regola ad hoc per orientarti
un minimo alla scelta della modella (o modello) perfetta.

Come scegliere una modella o un modello


Breve e cafonissimo vademecum sulle dieci regole per non sbagliare un
servizio fotografico ancora prima di iniziare.
1. Scegli un professionista. Niente cugine, cugini, amici del cuore, amici
d’infanzia, zie gnocche, pseudo modelle senza prove provate e
controfirmate. Va da sé che i professionisti si pagano, ma spesso il cachet
è minimo e il lavoro è su un altro pianeta.
2. Sul serio, non c’è da scherzare: usa professionisti, ok?
3. Analizza il book. Ogni modella (userò solo il femminile d’ora in avanti,
ma considera anche la controparte maschile) ne ha uno, in formato
cartaceo o digitale. Non serve solo a verificare che si tratta di una
professionista (potrebbe esserselo stampato il giorno prima), ma
soprattutto ad avere un’anteprima di come appare in foto. Sì, lo so, anche
se le foto non sono belle come le tue.
4. Esperienza. Ok, il book se lo può essere stampata il giorno prima, ma se
chiedi le referenze hai un quadro di quanto fatto finora dalla modella. È
importante, specie per capire se ha trattato stili e situazioni simili a quella
che le proponi. Più sono ricchi book e curriculum, più si paga,
ovviamente.
5. Misure. Tasto dolente. Le modelle, salvo casi particolari, devono essere
magre. È però sbagliato parlare di taglie, perché si deve valutare
l’armonia fisica nel suo complesso. L’altezza, però, è un parametro
imprescindibile, e non si dovrebbe mai scendere sotto il metro e
settantacinque (per i modelli aggiungi cinque centimetri). È un’altezza
capace di vestire qualsiasi tipo di abito e consente di gestire diversi tagli
fotografici. Nel caso delle donne, meglio un seno poco prosperoso, per
non rendere volgari gli scatti e non richiamare l’attenzione sul décolleté,
più che sul resto. Invece, per gli uomini, meglio non esagerare con la
muscolatura: se è troppo sviluppata, i vestiti si indossano male e si rischia
di evidenziarne i difetti. Poi ci sono le esigenze particolari, per esempio
per le campagne di intimo o costumi da bagno, ma adesso non dobbiamo
fare un’enciclopedia.
6. Il discorso sulle misure varia, ovviamente, anche in base alle esigenze. Se
devi lavorare su primi piani, su volti, per esempio, l’altezza non è un
parametro importante. E poi ci sono alcuni trucchi per rendere “alta” una
modella bassa. Voglio dire: dai un’occhiata a certe foto di Kylie
Minogue, quando è utilizzata come testimonial di moda, o di Kate Moss e
dimmi se ti sembrano basse come in effetti sono (la Moss arriva a 1,70,
per carità, ma la Minogue pare non superi 1,52).
7. Occhio alla prima vista. Poche modelle professioniste con cui ho lavorato
erano “belle” al naturale. Le virgolette non le ho messe a caso: la
bellezza, in fotografia, non è così soggettiva come capita nella vita di tutti
i giorni. E tira in ballo concetti importanti, come la fotogenia. Certo, se
una modella ti convince anche al naturale, allora in foto sarà uno
schianto. È proprio per questo che devi fare attenzione al book.
8. Guarda il sorriso. Se c’è un elemento che ti dice subito se sei di fronte a
una buona modella, anche se ha i capelli sfatti e due enormi borse sotto
gli occhi per la notte passata in discoteca, quello è il sorriso. Una modella
brava sa sorridere in modo opportuno. Mai volgare, mai troppo stretto,
mostrando la dentatura in modo controllato, oppure accennando un
sorriso solo con un lato della bocca. Lo so, possono sembrare dettagli da
stalker, ma è così.
9. Professionista sì, top model anche no. Scegliere un professionista è
imprescindibile, l’hai capito (vero?), ma, a meno di esigenze particolari,
evita i nomi troppo conosciuti. E non parlo di attrici o cantanti prestati al
mondo della fotografia. Quelli servono anche come testimonial e sono
scelti dai clienti. Parlo di quando hai la possibilità di scegliere tu e ti
viene facile pensare che, puntando su un nome “che gira”, vai sul sicuro.
In realtà c’è da considerare anche il carattere e la disponibilità della
modella, quando lavori, e questi tendono a essere scarsi in modo
inversamente proporzionale alla fama. Sul rapporto tra fotografo e
modelli ci torneremo in seguito.
10. Occhio agli spigoli. Esistono volti bellissimi di tutti i tipi, ma tutti
rientrano in due specifiche categorie. Quello da vicina della porta accanto
o quello sofisticato (al solito, vale anche per i modelli maschietti). Il
secondo, di solito, porta a scatti più raffinati, ma necessita di maggior
attenzione: la sofisticatezza spesso è data da una forma spigolosa, che in
fase di scatto può rivelarsi un grande problema, se non fai attenzione
all’angolazione.
11. Nei casting professionali si fanno sempre degli scatti di prova. Poi è
chiaro che dipende dal budget in gioco e dagli accordi, ma se puoi, prova
qualche scatto al naturale, per vedere come viene quella modella col tuo
stile.
12. Non so, mi pareva brutto mettere undici punti, così ecco il dodicesimo.
Suona meglio, no?

Segreti e confessioni sulla composizione


Lo hai capito, vero? Puoi avere la fotocamera più costosa del mondo,
l’obiettivo più luminoso, la modella più brava e la location più suggestiva,
ma se mescoli questi ingredienti in malo modo, ti ritrovi con una foto che
sembra quella della prima comunione. E bada bene, ho grande rispetto per le
foto della prima comunione. Quello che fa davvero la differenza, e dove
casca un mucchio di fotografi, è la composizione. Si tratta dell’arte di infilare
i vari elementi nel tuo scatto, nel disporli in modo opportuno e secondo una
certa logica. Con una buona composizione, per intenderci, perfino la foto
della comunione di cui sopra può diventare una buona foto (avvertenza: per
realizzare questo libro non sono state maltrattate prime comunioni).
Se devi imparare a disporre i vari elementi nel tuo scatto, prima, è bene che
impari qualcosa proprio sullo spazio che hai a disposizione. Sono due i
formati principali con cui hai a che fare: il 3:2 e il 4:3. Significa che, nel
primo caso, il rapporto tra larghezza e altezza è di 3 a 2, mentre nel secondo
di 4 a 3. Il formato 3:2 è quello più vecchiotto, perché in voga all’epoca delle
macchine a pellicola, le famose “35 mm”. Ora, conti alla mano, equivale a un
rapporto di 1,5, cioè la larghezza è una volta e mezza l’altezza. Con il 4:3,
questo rapporto diventa 1,33, cioè molto meno (Figura 4.7).
Significa che il 3:2 genera foto più “orizzontali” rispetto al 4:3, che è un
formato più nuovo e più vicino alla percezione dei nostri occhi. Non ci sono
indicazioni specifiche su quale formato scegliere, ma se hai uno scatto dove è
importante dare un senso di larghezza o di orizzontalità, ecco che il 3:2 è
quello che fa per te. Negli altri casi, punta sul 4:3 e vai tranquillo.
Ovviamente, ricordati che scattando con la macchina ruotata il rapporto viene
capovolto e il discorso coinvolge la verticalità dell’immagine (Figura 4.9).
Ma spero non sia necessario sottolinearlo. No, vero?
• Figura 4.7
Esempio pratico della differenza tra due dei formati più comuni. Questo è un 3:2…
• Figura 4.8
… e questo un 4:3. Per entrambe le foto ho mantenuto la stessa larghezza, per evidenziare
il diverso risultato che si ottiene con l’altezza. Per inciso, tagliare la parte inferiore di
questa foto è un delitto.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: miniabito:
Ruecambon; cappotto: Forever21; scarpe: Daniele Michetti; orecchini, anello e bracciale:
Flaminia Barosini; Parigine: Silvia Grandi.
• Figura 4.9
Ovviamente, esistono anche i formati “invertiti”. In questo caso, ecco un 3:4 in tutto il suo
splendore.

Detto questo, esistono anche formati intermedi, come il 5:4, ma solo le


impostazioni della tua fotocamera potranno dirti quali hai a disposizione. Se
hai una foto scattata in un formato e vuoi passare a un altro, ricorda che puoi
anche effettuare il “crop” (ritaglio) di una foto, utilizzando le apposite
opzioni presenti in tutti i software di fotoritocco. Guai, invece, a
“ridimensionare” l’immagine. Verrebbe deformata, trasformando la modella
in un mostriciattolo degno di Halloween.
• Figura 4.10
Il potete del “cropping” in tutto il suo splendore. In questo caso sono in Photoshop e ho
attivato la griglia dello strumento di ritaglio. Il formato scelto è un originale 1:1.

Metti il soggetto al posto giusto


Se speri che adesso si giochi, salta paragrafo, che ora facciamo i seri. Posto
che hai ben chiaro chi è il soggetto della tua foto, prima di scattare devi
decidere dove posizionarlo nell’inquadratura. I principianti, istintivamente, lo
piazzano al centro, con somma soddisfazione. Del resto, come dargli torto:
mettendo la fidanzata vicino al bordo, senza farle occupare il 90% della foto,
rischierebbero di essere mollati all’istante! Tuttavia, se la morosa è una top-
model, è proprio quello il modo migliore per essere lasciati. Perché? Perché
una top-model sa che, tranne in casi particolari, il soggetto di una foto non
deve MAI stare al centro! Non che sia sbagliato, è che è scontato, banale,
ripetitivo e, dunque, francamente brutto. Che tu abbia a che fare con una
modella o con un fiore, la prima regola della composizione ti suggerisce di
usare per lo meno la “regola dei terzi”. In pratica, devi guardare la classifica
di Formula 1, vedere chi si è classificato per terzo, travestirti come lui e poi
fotografare. In alternativa, la vera regola dei terzi prevede di immaginare una
griglia che divide l’inquadratura in tre colonne e tre righe. Un po’ come
quella del gioco del tris. A questo punto, posiziona il soggetto in uno dei
quattro punti d’intersezione. Se il soggetto è verticale, come per esempio una
persona, fa in modo che tocchi due punti da una stessa parte. Altrimenti che
razza di soggetto verticale è! Il discorso vale anche con i soggetti orizzontali
(per esempio una linea d’orizzonte). Sfrutta, insomma, la direzione
dell’elemento portante della tua composizione (Figure 4.10 e 4.11).

• Figura 4.11
Ecco il risultato del crop nel formato 1:1. Non è un formato molto apprezzato dai photo
editor delle riviste, perché richiede particolari impaginazioni. Tuttavia, se gli si trova la
giusta collocazione, l’effetto “wow” è garantito. Wow, appunto.

Come sempre, questa operazione la puoi fare anche dopo, in post-produzione,


tramite il cropping. È per questo che molti strumenti di cropping
sovrappongono all’immagine proprio la griglia del tris. Tu però vedi di non
usarla per una partitina.

Simmetria portami via


Poco fa ti ho detto che posizionare un soggetto al centro della tua foto è
terribile, noioso, da evitare a tutti i costi. Ti ho pure spiegato che questo
succede perché tutti, da quando è stata inventata la fotografia, tendono a
posizionare al centro i soggetti e per questo, ormai, è una pratica scontata. Ma
c’è un altro motivo: la perfezione. Se c’è troppa perfezione, in una foto,
questa tende a diventare noiosa. Un po’ la differenza che passa tra ascoltare
un brano digitale e uno da un vecchio vinile. Certo, nel vinile senti crepitii e
imperfezioni, ma queste contribuiscono a dare “calore” al pezzo. Insomma,
nelle tue foto è giusto anche sbagliare un po’ e questo lo puoi ottenere
evitando una simmetria troppo evidente. Un volto, magari perfetto,
posizionato centralmente, con uno sfondo bianco, può essere una valida
alternativa a contare le pecorelle per addormentarsi. Però ci sono casi e casi.
In questo paragrafo non demonizziamo la simmetria, ma stiamo cercando di
capire quando sia bene usarla e quando no. Per esempio, funziona in modo
magnifico con elementi inanimati.
Pensa, per esempio, alla foto del mare al tramonto. Immaginala: solo il mare
e il cielo sovrastante, dalle mille sfumature rosse. E la linea di separazione tra
acqua e aria che corre precisa, tagliando orizzontalmente la tua foto.
Un’immagine di questo tipo funziona sempre, colpisce diritto al cuore e non
fa prigionieri. E sai perché? Perché quella linea di separazione regala una
simmetria. Orizzontale, in questo caso. Va da sé che questa linea può essere
“spostata”, più in basso e più in alto. Per esempio, per dare maggior risalto
alla superficie dell’acqua o al cielo, e in questo caso la linea d’orizzonte non
perde un grammo del suo fascino, pur perdendo la simmetria. In questo caso,
una linea orizzontale che corre lungo tutta la foto garantisce una certa
“stabilità ottica”. Come ci riesce? Perché il nostro occhio ama così tanto la
simmetria che tende a cercarla anche dove non c’è, o dov’è appena accennata.
Mannaggia, siamo davanti a un paradosso: cercare di non essere troppo
simmetrici, però un po’ sì, con l’aggravante che al nostro occhio piace la
simmetria, ma se lo accontentassimo al 100% ci ritroveremmo con uno scatto
noioso. Argh! Che fare? Ci sono ben due soluzioni: creare la simmetria dove
non c’è, oppure spezzare un po’ quella che c’è. Se sei confuso, ammetto che
ne hai tutte le ragioni, però continua a leggere.

Perdere la simmetria
La fotografia è creatività e della tecnica te ne puoi bellamente fregare. Lo so
che è un’affermazione forte, ma questa è la mia filosofia (mica solo mia, eh)
e ormai sai bene che è quella che cerco di infonderti in questo libro. Però, se
solo (o quasi) creatività dev’essere, ne devi avere o sviluppare tanta. Il che
significa arrivare a vedere cose che gli altri non vedono.
Ci sono ottimi mezzi chimici per raggiungere lo scopo, e perfino qualcuno
più naturale, ma in genere si tratta di roba illegale, quindi dobbiamo fare
altrimenti. E allora si va di semplice immaginazione. E no, non ti metterò
alcuna foto, a tal proposito, altrimenti come te la faccio sviluppare,
l’immaginazione? Dunque, prendi una metropolitana. L’hai mai vista una
metropolitana, sì? Vanno bene anche un lungo sottopassaggio o una galleria
pedonale. Gente che va e che viene. Luce tenue, data da lampade artificiali e,
se va bene, raggi di sole che arrivano da lucernai sul soffitto. Se ti metti
all’ingresso, con il passaggio davanti, cosa vedi? Le pareti che corrono fino
in fondo, inghiottite dall’oscurità. Linee che in prospettiva si uniscono in un
punto indefinito. Guarda meglio: c’è simmetria.
Simmetria perfetta, se ti trovi al centro del corridoio e ti limiti a immaginare
solo l’architettura del complesso. Se scattassi una foto così, in effetti, sarebbe
noiosa. Ma ecco che proprio quella gente che viene e che va è pronta a
spezzare la monotonia. Perché, dal tuo punto di vista, non avrai lo stesso
numero, tipo e disposizione delle persone a sinistra e a destra di
un’immaginaria linea di simmetria. Mettici poi che potresti utilizzare un
tempo di esposizione lungo, per creare le scie di movimento di ciascun
individuo che passeggia veloce, ed ecco che aggiungi una grande dinamicità
al tuo scatto. Si tratta di aggiungere qualche “difetto” a quella simmetria
perfetta e ottenere qualcosa di più naturale e godibile per l’occhio dello
spettatore.
È un esempio sommario, pure un po’ scemo, ma rende bene l’idea di quello
che significa spezzare la simmetria di un’immagine. Anche il primo piano di
una splendida modella può essere noioso se è troppo perfetto. In teoria hai
tutto: la modella, appunto, un’inquadratura che la mette esattamente al centro,
un viso simmetrico di tutto punto, una pelle curata (e nel caso che non lo sia,
ovviamente, si va di fotoritocco). Ma questa è un’immagine piuttosto
scontata, se ci pensi. Insomma, il primo chicchessia che la vede potrebbe
esclamare: “ah vabbè, con una modella così è chiaro che anche io avrei fatto
una foto bella”. E in fondo, che rimanga tra noi, avrebbe ragione. E allora
non resta che rovinare tutta questa perfezione.
Un ciuffo di capelli che cade da una parte della fronte, per esempio, un trucco
asimmetrico nelle forme o nei colori, un neo aggiunto durante la post-
produzione. Sono solo alcuni esempi di come puoi “sporcare” tanta
perfezione e scrivere il tuo nome nell’albo dei fotografi più famosi del
mondo. Ok, torniamo sulla terra e andiamo avanti.

Trovare la simmetria
Si diceva che c’è pure il giochetto contrario, ovvero trovarla, la simmetria.
Quando hai a che fare con forme geometriche, con architetture regolari, con
visi e corpi perfetti, non è difficile. Tanto che devi imparare, addirittura, a
“sporcarla”. Ma se sei davanti a un soggetto qualsiasi, preso quasi a caso? In
questi casi, come detto, trovare un minimo di simmetria dà una marcia in più
alla tua immagine. In questo caso, però, serve un bell’esempio. Considera lo
scatto che trovi in Figura 4.12.
Ora, non per fare lo sfrontato, ma possiamo dire che è una buona foto.
Soprattutto, è una foto gradevole alla vista. Ha quel certo che di
professionale, ma è ancora “naturale”. A cosa dobbiamo questo risultato?
Modella e outfit a parte, proprio a un buon mix tra simmetria ed elementi “di
disturbo”. La simmetria è data dalla disposizione delle gambe e la perfezione
del viso, mentre gli elementi che la “spezzano” sono le braccia, la leggera
inclinazione della testa e i capelli raccolti tutti da una parte.
• Figura 4.12
La simmetria è anche là dove meno te l’aspetti. Divertiti a cercarla in questa foto! No, lo
so, non è un gioco divertente, ma era per stimolarti, apprezza l’impegno.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Outfit: tuta: Pygiama &
Superstar; scarpe: Conspiracy.

Tutto molto bello e molto vero, peccato che stai osservando una foto già fatta.
Ma se devi scattarla tu? Ci vuole spirito di osservazione. E qualche semplice
regola.
Hai un fondale, di qualsiasi genere e tipo? Cerca qui gli elementi
simmetrici, tracciando idealmente una linea verticale o orizzontale
nell’inquadratura della fotocamera. Se non trovi punti di simmetria,
magari si tratta solo di spostare leggermente l’obiettivo.
Non hai fortuna? Fai il contrario. Trova un elemento caratteristico della
foto e poi cerca un secondo elemento che possa creare una simmetria.
Toh, guarda! Un albero sulla sinistra! Se ne trovi uno a destra, considera
un punto equidistante tra i due per piazzare il tuo soggetto. E se invece
non hai a che fare con un soggetto, fa’ in modo che l’inquadratura renda al
meglio questa simmetria!
Hai un soggetto da posizionare su questo fondale? Puoi sfruttare la
simmetria trovata in precedenza, ma in questo caso il soggetto diventa un
perfetto elemento di “disturbo”. Per esempio, potresti applicare la regola
dei terzi, vista poco fa. Se invece vuoi piazzare il soggetto nel bel mezzo
di questa simmetria, e quindi al centro, assicurati che ci siano altri
elementi di disturbo nel fondale. Oppure, se sei così fortunato da avere
due soggetti, sfrutta il secondo come tale.
Nessun fondale e solo soggetto? Allora o sei nello spazio profondo, o sei in
studio. Qui la simmetria la devi cercare, come visto poco fa, nel soggetto
stesso. Capelli, trucco, accessori, disposizione degli arti e così via.

La bilancia, sempre lei


Il peso è una cosa importante, molto importante. E per una volta non
parliamo di chili in più, ma di quello di ciascun elemento che compone la tua
foto. Il concetto è chiaro: ogni oggetto, animale, pianta, minerale ed
extraterrestre presente in un’immagine è dotato di uno specifico “peso
visivo”. In pratica, di una priorità più o meno elevata rispetto all’occhio
dell’osservatore. Il buon fotografo, e tu sei un buon fotografo per il solo fatto
che hai acquistato questo fantasmagorico libro, è capace di bilanciare questi
pesi nel modo più appropriato. Ti faccio un esempio: ricordi la nostra cara,
mitica, regola dei terzi? Seguendola, con uno sfondo piuttosto uniforme, il
risultato è il soggetto è tutto spostato da una parte. Per carità, è esattamente
quel che vogliamo ottenere, proprio per non farlo comparire centralmente, ma
così si lascia uno spazio vuoto. L’immagine, in questo caso, è “sbilanciata”
verso il soggetto. Di primo acchito, potresti pensare che è cosa buona e
giusta, perché così l’attenzione dell’osservatore è tutta per il protagonista del
tuo scatto, ma c’è un problema. Così, il senso di vuoto, nell’immagine, è
eccessivo. Quindi, in base al soggetto a disposizione e allo spazio occupato,
serve aggiungere degli elementi che controbilancino lo scatto.
Va da sé che, per quanti miracoli possa fare il fotoritocco, non è che puoi
aggiungere questi elementi in post-produzione. Insomma, dico, meglio
evitarlo e pensarci prima, proprio in fase di scatto. Devi fare in modo che nel
mirino ci siano tutti gli elementi bilanciati a puntino.
Devi, quindi, comporre la tua immagine prima dello scatto. E secondo te,
perché ho usato il grassetto? Perché ci introduce a quella che è la
composizione. Già, proprio lei! Ci siamo arrivati solo ora, perché anche i
nostri bei discorsi sulla simmetria ricadono in questo dominio. La disperata
ricerca di simmetria da parte del nostro occhio, non è che un piccolo esempio
del concetto di composizione. Perché sottolinea come il nostro apparato
visivo abbia sempre il bisogno di trovare equilibrio in un’immagine.
Se, dunque, una foto ha un elemento “di peso”, nell’angolo in basso a destra,
il nostro occhio cerca subito un “contrappeso” dalla parte opposta. Ci sono
fotografi che progettano lo scatto giorni prima, rappresentando ogni elemento
con una figura geometrica cui assegnano un ipotetico peso, in chili. E poi
rappresentano il tutto su un foglio, calcolando dal punto di vista fisico se il
sistema è in equilibrio. Hanno tutto il mio rispetto, e se ne sai di fisica può
essere una buona idea per non perdere l’allenamento, ma se la fotografia è
creatività, ecco, forse è meglio trovare qualche alternativa. La prima,
sorpresa, la conosci già: è proprio la simmetria. Cosa c’è di meglio della
simmetria, per distribuire equamente i pesi dei vari elementi. Come appurato,
l’unica accortezza da avere è di non puntare su una simmetria troppo precisa.
Un altro mezzo è detto “bilanciamento informale”.

Un discorso informale
Quello della “simmetria imperfetta” è un principio aureo, che dovresti tenere
sempre in considerazione. Ma è pur vero che funziona quando hai a che fare,
nella tua immagine, con elementi piuttosto simili. In un viso, per dire, gli
elementi da mettere in simmetria possono essere due occhi, due guance, due
orecchie. Se ce ne sono tre, c’è qualche problemino, in effetti, ma è un altro
discorso.
Non sempre, tuttavia, hai la fortuna di avere elementi simili. Ed è qui che
entra in gioco il bilanciamento informale. È quello più difficile da ottenere,
perché ci vuole un grande spirito di osservazione, in modo da trovare
elementi che effettivamente si bilancino tra loro. Però c’è una buona notizia:
il peso di ciascuno non è dato tanto dalla dimensione, ma dalla tipologia e
dalla presenza. Esempio pratico: immagina uno scatto di una parete bianca,
enorme, con una modella posizionata, stando alla regola dei terzi, verso
sinistra. Già, vedi solo modella, in piccolo, stagliata sulla parete bianca. La
foto, di per sé, non “regge”, perché il peso è dato dalla sola modella.
L’immagine è sbilanciata. Che fare? Sempre prendendo come riferimento la
griglia della regola dei terzi, posizioni per esempio un quadro dalla parte
opposta. Il quadro, per quanto piccolo, controbilancia perfettamente la
modella (Figura 4.13). Bilanciamento informale e regola dei terzi si sposano
alla perfezione, quindi impara a sfruttarli insieme!

Posizioni, ma non solo


Finora ti ho parlato di simmetrie e bilanciamenti fatti sulla base delle
posizioni di determinati elementi. Questo lo piazzi lì, quello lo metti qua e via
dicendo. Però, a volte, non puoi o non vuoi giocare con le posizioni (niente
battutacce, per favore). Perché, magari non hai elementi da aggiungere per
controbilanciarne un altro, o perché ti va di sperimentare qualche altra
soluzione. È in questi momenti che è utile un buon caffè. E poi, già che ci
siamo, colori, luci e ombre.
Un’immagine con una zona di un colore molto intenso, posizionata in un
angolo, in effetti appare sbilanciata, anche se sei di fronte a una serie di
elementi posizionati alla perfezione. Così, l’unico modo per uscirne è giocare
sui colori. Controbilanci quella zona rendendo di un colore neutro l’area che
sta attorno.
Più ampia l’area e migliore è il bilanciamento. In alternativa, metti in una
posizione opposta una zona o un elemento di un colore altrettanto forte,
creando una specie di simmetria cromatica. Il discorso con luci e ombre
funziona allo stesso modo e si rivela molto utile nelle foto in bianco e nero.
Tuttavia, non potendo giocare sulla diversità cromatica, è necessario farlo con
l’ampiezza delle aree. Una piccola zona in piena luce, quindi, si contrasta con
un’ampia zona buia.
• Figura 4.13
Ecco cosa s’intende per bilanciamento. Seguendo (più o meno) la regola dei terzi, la
splendida modella è posizionata verso il margine destro. Dalla parte opposta, però, c’è
quella struttura in pietra che controbilancia lo scatto.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: miniabito:
Ruecambon; cappotto: Forever21; scarpe: Daniele Michetti; orecchini, anello e bracciale:
Flaminia Barosini; Parigine: Silvia Grandi.

Punti, linee e geometria


Adesso tocca studiare un bel po’ di teoremi e formule matematiche. No, dai,
scherzavo! È innegabile, tuttavia, che l’occhio umano sia attratto dalla
geometria. Non chiedermi cosa ci trova di così interessante, io alle elementari
la odiavo, ma lui è sempre stato un tipo strano. Come certo hai capito
leggendo questo capitolo, una delle principali differenze tra la foto scattata da
un pivellino e una scattata dall’erede di Helmut Newton (mi piace esagerare,
non sai quanto!) è che, mentre la prima mostra un soggetto messo un po’ lì
per caso, la seconda mostra esattamente ciò che il fotografo vuole esprimere.
Gli elementi, cioè, sono disposti secondo un ordine stabilito, o per lo meno
cercano di avvicinarvisi. Passare dalla fotografia della Domenica a quella
professionale, insomma, è anche una questione di ordine. E per fare ordine ci
sono la nostra cara simmetria e quei rudimenti di composizione che abbiamo
imparato.
Tutto qui? Certo che no, ed è qui che entra in gioco la geometria. Già, proprio
quella intesa come punti, linee e via dicendo! Quella che odiavi alle
elementari, ma che adesso ti piacerà di sicuro, perché è l’unica capace di
rivoluzionare le tue foto!
Dopo questa fintissima esaltazione di rito, passiamo al discorso pratico. Oh, è
molto semplice, in realtà: ci sono linee e forme geometriche ovunque, ed è
proprio questo il motivo per cui il nostro occhio se le aspetta sempre, in
un’immagine. Prendi una foto cafona del tuo giardino. Ci sono i fiorellini, gli
alberi, qualche roccia e magari pure una fontana, ma se le forme sono troppo
irregolari (e quasi sicuramente lo saranno), lo scatto perde di mordente. Ahi,
qui si rischia la terribile S.S.D.D.: la Sindrome da Scatto Della Domenica!
Calmo, non temere, possiamo recuperare. Per esempio, spostando di poco il
tuo obiettivo, ti accorgi che, proprio lì nell’angolo, c’è quel fantastico
stendibiancheria, con quelle fantastiche corde stese, qualcuna occupata dai
panni messi ad asciugare. Favoloso! È esattamente quel che cercavi! Non ti
resta che mettere in risalto l’orizzontalità di quelle corde e l’immagine sarà
un vero gioiellino. Alla faccia dei fiorellini e della fontana! Chiariamoci:
quella di seguire le linee non è una regola sempre valida (magari la fontana è
bellissima è puoi giocare con uno zampillo di acqua), ma nel 99,9999999%
dei casi, vedrai, lo è.
Va da sé che non tutte le linee sono uguali. E ti prego, dimmi che sai a cosa
mi riferisco. Bravo: ne esistono di orizzontali, verticali e diagonali. E fin qui,
dai, ci siamo. Quello che forse ignori, è che ciascun tipo ha effetti molto
diversi, sulle tue foto. Le linee orizzontali sono perfette per dare un senso di
stabilità e calma. Le linee verticali irrobustiscono l’immagine e sono molto
efficaci quando devi darle un senso di progressione, evoluzione, crescita
(Figure 4.14 e 4.15).
Le linee diagonali, infine, servono a dare dinamicità all’immagine.
Ciascun tipo di linea va usato con cautela, tenendo sempre conto delle
considerazioni appena fatte e anche dell’obiettivo usato per lo scatto. Mi
spiego con un esempio.
Vuoi scattare questa meravigliosa foto di una modella che corre sul
lungomare. Diciamo che l’idea della foto è pronta, ma devi anche chiarire a te
stesso cosa vuoi esprimere. Vuoi, per dire, che lo scatto regali una sensazione
di relax, con questa modella che, correndo leggiadra, esprima tranquillità e
serenità? Sfrutta le linee orizzontali date dal mare e dalle onde, sempre che le
onde siano regolari. Non devi, infatti, cercare linee dove non ce ne sono:
rischieresti solo di fare una figuraccia! Se invece vuoi dare un senso di
movimento a questa immagine, potresti farla alle spalle della modella, in
modo che la linea del bagnasciuga sia in diagonale e passi per gli angoli
opposti della tua foto (e ricorda che, in caso di difficoltà, c’è pur sempre il
crop a darti una mano). Comunque, eccoti un vademecum utile per districarti
tra i vari tipi di linee.

Orizzontali
Per dare un senso di serenità e stabilità alla foto. Rendono al meglio se un po’
“nascoste” nello sfondo, ma anche se messe in primo piano fanno la loro
ottima figura.

Verticali
Per dare un senso di progressione, forza e maestosità. Danno il meglio di sé
se messe in primo piano, sfocate, o se compaiono sul soggetto principale o in
suo appoggio.

Diagonali
Per dare dinamicità e personalizzare in modo marcato lo scatto. L’occhio,
abituato principalmente a linee orizzontali e verticali, viene un po’
“disorientato”, iniziando a muoversi alla disperata ricerca degli altri due tipi
di linee. E così la magia è servita: “correndo”, l’occhio regala la dinamicità.
Le linee diagonali stanno bene ovunque, ma in particolare quando si usano
come “appoggio” del soggetto principale. Devono, quindi, passargli vicino. E
poi ricorda: più sono inclinate e più aggiungono dinamismo. Il che ti serve
anche come monito a non esagerare (Figura 4.16).
• Figura 4.14
Le linee verticali date dalle colonne, in questo caso evidenziano la maestosità
dell’architettura, rendendo più “piccola” e intima la modella. Per ottenere l’effetto, però, ho
tenuto conto di due aspetti: lasciare visibile una buona porzione della parte superiore della
colonna di appoggio e fare in modo
che la modella avesse uno sguardo raccolto.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: giaccone: Nuna
Lie; clutch bag: Garbage’En.

• Figura 4.15
Basta chiedere alla modella di cambiare espressione e fare in modo che la colonna non la
sovrasti troppo, ed ecco che l’effetto diventa aggressivo. Eppure gli elementi sono i
medesimi della foto precedente. È la potenza della composizione!
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: giaccone: Nuna
Lie; clutch bag: Garbage’En.
• Figura 4.16
Ovviamente, si possono unire più tipi di linee diverse, a patto di farlo secondo un certo
criterio. In questo caso, volevo che l’occhio dell’osservatore cascasse direttamente sulla
modella, soffermandosi lì per parecchio tempo. Ecco, dunque, che la verticalità della
colonna garantisce quel “comfort” che ferma l’attenzione del pubblico. Ma non appena si
sposta lo sguardo, le linee leggermente diagonali della vetrata offrono un tocco di
dinamicità a un’immagine che, altrimenti, sarebbe stata troppo statica.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: giaccone: Nuna
Lie.

Linee curve
Sì ok, lo ammetto, non ne ho parlato prima, ma esistono pure queste. In
realtà, una curva fa sempre scattare il meccanismo di ricerca di una linea
perfetta, verticale o orizzontale. Se questa manca, aggiunge una dinamicità
più elegante, rispetto a una diagonale.
Le curve migliori, in fotografia, sono quelle a “S”, perché si bilanciano e
controbilanciano da sé. Senza bisogno di altro. Ecco perché la foto di una
modella di profilo, per dire, regge perfettamente da sola, se lei ha la capacità
di mettersi in una posa pronunciata e plastica (Figura 4.17). Ma le curve a
“S” si trovano ovunque, in realtà. Anche molte strade di montagna, prese
dall’alto, formano delle esse meravigliose. E non è un caso se sono le
preferite da chi scatta foto pubblicitarie di auto.
Diciamo che adesso hai qualche fondamento di base della composizione, che
è una specie di arte nell’arte della fotografia. Padroneggiarla al meglio
richiede molta pratica, per sviluppare la capacità di vedere simmetrie, linee e
forme là dove gli altri non ne vedono. In questo capitolo ha avuto un assaggio
di come si fa, ma tra poco, anzi pochissimo, ne saprai molto di più!
• Figura 4.17
Questo scatto, in apparenza, non ha linee di riferimento, eppure pare perfettamente
bilanciato. Guarda meglio: la modella forma una curva a S.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: miniabito:
Ruecambon; cappotto: Forever21; scarpe: Daniele Michetti; orecchini, anello e bracciale:
Flaminia Barosini; Parigine: Silvia Grandi.
mattia balsamini
Questo scatto ti è stato commissionato? Se sì, da chi? Se no, perché ti è
venuto in mente di farlo?
Fa parte di un progetto personale. Ho dedicato il 2011 e 2012 – una volta
conclusi gli studi in California – a fotografare persone per la strada, con
l’intento di creare una guida turistica su Los Angeles e dintorni. L’idea era
individuare persone caratteristiche del luogo, talvolta degli stereotipi,
fotografarli e intervistarli sul loro stile di vita, chiedendo quale fosse la loro
giornata a ideale a L.A., dove mangiare, dove surfare, dove andare a farsi un
giro in moto, un tatuaggio e via così.

Qual era la tua idea iniziale, per questa foto? Cosa volevi esprimere?
Per definizione, questi incontri dovevano essere dettati dal caso. Ho avuto
giornate prolifiche, in cui a ogni angolo trovavo qualcuno, altre in cui
trasportavo uno zaino pieno di attrezzatura in giro inutilmente, senza trovare
nessuno di interessante. Ho cercato di evitare di “appostarmi”, prediligendo
invece un approccio più da turista, più proattivo, andando incontro alle
situazioni, andando a cercarle.
Chiaramente, trattandosi di un progetto personale, l’unico budget a
disposizione al tempo era quello che riuscivo a mettere da parte dal lavoro di
assistentato, immediatamente reinvestito in benzina per raggiungere i vari
angoli della città, sparpagliatissima. Da Venice Beach a Woodland Hills, fino
a Mountain High. Tutto questo in una città priva di mezzi di trasporto
pubblici capillari, che rendono obbligatorio possedere l’auto, al tempo una
Mazda Protegè del 1993.

Hai deciso di scattare direttamente questa foto o è estratta da un intero


servizio?
È stata scattata direttamente, ma fa parte di un’ampia esperienza.

Perché hai scelto questa modello/modello?


Vedi un po’ più su!

Che location hai scelto?


Los Angeles!

Perché hai scelto questa location?


Mi trovavo lì per gli studi.

Che fotocamera hai usato?


Nikon D700.

Che obiettivo hai usato?


Nikkor 24-70 mm f/2.8.

Hai usato flash? Quali?


Qflash Model T5D-R flash kit con batteria Turbo SC e Hensel Porty pack
1200B a batteria, con beauty dish bianco Satinet da 22”.
Il flash usato nudo e crudo, con il disco diffusore di serie, ha una qualità della
luce che trovo fantastica, dura ma diffusa, e soprattutto super costante nei
risultati. Il sole era alto e laterale rispetto al soggetto, filtrava tramite le foglie
di un albero a circa 6 metri dalla casa e creava le chiazze che si vedono sul
legno verde.
Il Qflash era a circa 3-4 metri dal soggetto, alla destra della camera,
posizionato molto in alto e con una griglia, puntato verso il basso, in modo da
non contaminare il resto dello sfondo.
Il beauty dish Hensel era praticamente frontale rispetto alla camera, alla
stessa altezza e a bassissima potenza, utilizzato solo per schiarire il petto e il
viso in maniera piatta.

Diffusori o pannelli? Di che tipo?


È tutto spiegato qui sopra!
scatto d’autore

Che indicazioni hai dato alla modella/o durante gli scatti? Le parlavi?
Cosa le dicevi?
In questo scatto in particolare (ma comunque in generale nella fotografia “di
strada” di questa serie) il fatto di puntare l’obiettivo su uno sconosciuto di per
sé ne cambiava il comportamento. Per cogliere un momento autentico, faccio
fare al soggetto quello che fa normalmente, ma mi faccio aiutare da
un’assistente per tenere il flash principale, la mia keylight. Per me questo è
fondamentale, per non costringere chi fotografo a fare quello che dico io:
preferisco seguirlo nei suoi naturali movimenti.
In questa foto stavo aspettando una consegna UPS, le luci le avevo
predisposte poco prima. Per aspettarlo mi sono seduto su una panchina sotto
l’albero, da lì la prospettiva era buona. Ho aspettato che arrivasse, l’ho
salutato e gli ho chiesto di girarsi un secondo.
È venuto fuori questo scatto, poco prima che poggiasse il pacco. Oltre a
questo non ho dato grandi indicazioni, per la verità cerco di non farlo quasi
mai, mi piace dare senso di leggero disagio, il soggetto deve “arrangiarsi” e
credo ne risultino immagini più interessanti.

C’era musica? Che musica?


No.

Come hai agito in post produzione? Che tipo di fotoritocco hai fatto?
Per la post il primo passaggio, per me, è Camera Raw: qui ho sovraesposto di
1/3 o 2/3 di stop quasi tutte queste immagini in fase di scatto (sia
l’esposizione flash sia quella ambientale), perché avevo notato che la risposta
della luce flash sulla pelle, una volta recuperata l’esposizione, era migliore,
donava un aspetto interessante alle luci alte e alla profondità dei toni (io li
definisco poco professionalmente “sbrilluccicosi”). Questo lo faccio
semplicemente abbassando lo slider dell’esposizione di Camera Raw. In
questo caso l’effetto è un mix tra una forte luce del sole, sottoesposta di circa
2/3 di stop e il Quantum, esposto correttamente. Il secondo passaggio in
Photoshop CS5.
Aumentare il contrasto tramite una semplicissima curva a S su tutti i canali e
virare il blu del cielo, portandolo a essere meno magenta e più ciano. Credo
di aver anche vignettato leggermente il lato destro.

Che software usi per il fotoritocco? Quali plugin?


Adobe Photoshop CS5.

Quali sono stati i problemi principali durante lo shooting?


Nessuno!

Qual è la cosa di cui vai più orgoglioso per questo shooting?


Ho colto un istante di vita altrui, con l’occhio mio.

Biografia
Nasce il 24 settembre ’87 a Pordenone. Nel 2008 si trasferisce a Los Angeles,
dove ha la possibilità di seguire fotografi nel campo della moda, dello still
life e della pubblicità, che vanno in giro per il mondo.
Adorava spostare cavi, generatori e aste per loro.
Poi, nel giugno 2010, entra rocambolescamente nello studio di David
LaChapelle, che nello stesso anno inizia ad assistere sia sul set, sia in alcuni
aspetti della post produzione. Dopo il bachelor al Brooks Institute of
Photography, con specializzazione pubblicitaria nel 2011, si trasferisce in
Italia, il suo posto preferito nel mondo, per lavorare da libero professionista a
progetti editoriali e pubblicitari.
www.mattiabalsamini.com
Scegliere la location
5

Se è vero che la foto è istinto, se è vero che questo libro vuole sfuggire alla
tecnica da libro di ingegneria, se è vero che io non potrò mai farmi i
dreadlocks ai capelli, ecco, è pur vero che esiste una lunga sfilza di trucchi e
trucchetti che faranno di te un grande fotografo. Ancora prima di scattare. La
scelta della location adatta per i tuoi scatti è uno dei più importanti. Così
importante che vale la pena farci un capitolo a sé.

Studio vs. location


Da una parte del ring, gli amanti delle foto in studio, dei flash e in genere
dell’illuminazione artificiale. Dall’altra, gli amanti delle location all’aperto,
della luce naturale, delle ombre studiate nei minimi particolari. Nel mezzo,
pure gli amanti delle location al chiuso, che riscaldano le luci artificiali coi
colori dati da elementi di arredo e finestre.
Nella tua sfavillante carriera di fotografo sarai spesso chiamato a dover fare
una scelta esistenziale. Perfino più importante del tipo di bibite da portare per
modella e staff. Parlo, infatti, della scelta tra fare un servizio in studio e farlo
in una location. Scegliere il posto giusto dove scattare è un compito molto
difficile, per il quale (per chi può permetterselo) esistono addirittura figure
specializzate. Ma se devi fare tutto tu? Se vuoi tenere sotto controllo ogni
parametro del tuo scatto? Beh, allora c’è da fare qualche considerazione. La
principale è che questo posto si decide molto prima di scattare. E poi, la
scelta non dovrebbe mai avere delle alternative. Intendo dire che una foto
dev’essere scattata in studio per un motivo preciso, e lo stesso vale con
location all’aperto e al chiuso. Non esiste il concetto del “io preferisco
scattare in studio” o “io preferisco scattare alle Mauritius”. Certo, nel primo
caso non hai l’onere di organizzare la logistica del servizio, nel secondo ci
guadagni anche una bella abbronzatura, ma dal punto di vista fotografico, di
qualità dello scatto, è una scelta che deve andare per conto suo. Ci sono foto
che si fanno in studio, foto che si fanno in location al chiuso, foto che si
fanno in location all’aperto (Figura 5.1).
• Figura 5.1
Le foto da studio sono particolarmente utili quando devi utilizzare il soggetto in varie
situazioni. In questo caso, per esempio, lo scontorno viene facile, grazie allo sfondo bianco,
e a quel punto la modella può essere inserita in vari contesti. Tuttavia, per fare in modo che
la foto “regga” anche così, non ho pulito del tutto il fondale e il pavimento. In questo
modo, anche lasciando lo scatto tale e quale, c’è qualche riferimento spaziale, come il tenue
riflesso degli anfibi, che garantisce la tridimensionalità dello scatto.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.
• Figura 5.2
In genere, lo studio è associato alla realizzazione di ritratti, ma è un preconcetto molto
sbagliato. Anzi: impara a scattare i soggetti per intero, in modo da poter decidere in seguito
se e quanto tagliare, in fase di fotoritocco. Già che ci siamo, ne approfitto per farti notare il
senso di calma e stabilità di questo scatto. Bravo, merito della composizione: grazie alla
disposizione della modella, la direzione dominante è orizzontale. Ma per dare vivacità,
ecco che braccio sinistro e coscia destra sono in verticale, così come la testa.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Anello: Luisa Bruni.

Studio
Qui puoi scattare ritratti, still life, foto che devono avere uno sfondo neutro,
foto sulle quali devi avere il completo controllo della luce. Se hai la fortuna
di possedere uno studio o di poterne prendere in affitto uno, puoi
sperimentare una delle location più creative che potrai mai incontrare nella
tua carriera di fotografo. Come accennato nel Capitolo 2, lo studio è
caratterizzato da due elementi fondamentali: un pannello di sfondo e luci
artificiali, fisse o flash. Grazie a queste ultime, sei tu a stabilire la direzione e
l’intensità della luce, ed è questo il vero punto di forza di lavorare in studio
(Figura 5.2).
Location all’aperto
Per servizi “ambientati”, con sfondi e luce naturali, quando si ha bisogno di
eseguire numerosi scatti che abbiano un fil rouge. In questo caso hai a che
fare con la luce più potente, calda, bella e naturale che possa esistere: il sole!
Se ben dosata, è il tipo di luce perfetta per qualsiasi genere di foto, ma c’è un
problema: così com’è, non lo puoi direzionare. Puoi diventare il più celebre
fotografo del mondo, ma ti sarà difficile avere amicizie così in alto da poter
stabilire dove posizionare il sole. Per fortuna, ci sono ben due alternative:
assecondare la luce, spostando il set dov’è più opportuno, oppure usare delle
superfici riflettenti.

Location al chiuso
Per servizi “ambientati”, col vantaggio di avere il controllo delle luci
artificiali o di poter usufruire di quelle naturali date da feritoie e finestre. È
una situazione intermedia tra le due viste in precedenza, ma per un sacco di
motivi la luce tende a somigliare più a quella di uno studio, a meno di avere a
disposizione finestre enormi. In altri casi, i giochi di luce sono così
interessanti da dare un tocco molto caratteristico ai tuoi scatti (Figura 5.3).
• Figura 5.3
Le location al chiuso hanno il vantaggio… di essere ovunque. Qualunque locale, stanza,
salotto, vagone di treno, può diventare la location per degli scatti magnifici. In questo caso,
mi trovavo in un fast-food di Tallinn (Estonia). Ho visto quella grande vetrata, quei due
fidanzati scambiarsi parole di amore, e da lì è nata l’idea. Appoggiare la mia Sony SLT-
A77V sul tavolino, mettere a fuoco con un bell’obiettivo da 50 mm, e sfruttare il
controluce per lasciare solo delle ombre a parlare. Il tutto, poi, è stato ritoccato in
Photoshop agendo su luminosità, contrasto e il plugin RealGrain (ne parleremo in seguito).
P.S. No, non è una battuta: per fare alcune delle foto di questo libro sono andato a Tallinn,
anche se si trattava di finire dentro a un fast-food come tanti ce ne potrebbero essere nel
mondo. Fotografia è anche follia e io ne ho da vendere.

La scelta giusta
Credo tu abbia ben capito che la scelta di lavorare in uno studio è molto
specifica. E se poi devi decidere in quale studio scattare, posto che non ne hai
uno tuo (ci arriveremo a breve), la regola aurea è: più roba ha e meglio è. Nel
Capitolo 2 trovi qualche indicazione sugli elementi strettamente necessari per
fare buone foto in studio, ma adesso vediamo di aggiungere qualche
dettaglio. Che odio profondamente i flash mi pare di avertelo già detto, vero?
Bene. Dunque, in uno studio devono esserci per lo meno due strobo (che sono
i flash cicciotti e guarda-quanto-sono-professionale, che puoi piazzare
ovunque nella stanza) da 500 Watt. Se la potenza è maggiore tanto meglio, e
mal che vada puoi sempre regolarla per diminuirla. Come accessori, un
beauty dish non ce lo toglie nessuno. Si tratta di una specie di piatto, tipo la
parabola della Tv satellitare, che si mette appena dietro il flash e serve a
concentrarne meglio la luce. E per diffonderla in modo omogeneo, quando
serve, nella lista della spesa mettiamo pure un bel softbox. È quella “scatola”,
coperta con un telo, da fissare a uno dei due strobo. E poi ci vuole un
pannello di sfondo, ovviamente, detto anche “fondale”. Già con questa
attrezzatura puoi fare ottimi ritratti in studio. Ma basta per fare scatti da
fotografo di livello? Beh sì, certo, anche se, al solito, ci sono altri fattori a
determinare il successo di uno scatto. Comunque, attenendosi al discorso
flash, un trucco piuttosto diffuso tra i professionisti è utilizzare una terza
strobo, equivalente alle altre due, da puntare sul pannello che sta dietro al
soggetto da scattare (posto che il pannello sia bianco o di un colore molto
chiaro). La sovraesposizione del pannello, così, accentua lo stacco rispetto al
soggetto (Figura 5.4).
• Figura 5.4
Puntare uno o più flash sul fondale, alle spalle della modella, è il modo migliore per creare
uno stacco col soggetto e rendere meglio lavorabili le foto durante il fotoritocco.

Poi c’è il discorso sulle luci continue. Nel Capitolo 2, sempre lui, ho
accennato al fatto che, se da una parte sono economiche, dall’altro tendono a
scaldare e caratterizzare troppo i tuoi scatti. Per dire, una lampadina al
tungsteno è già di per sé una fonte di luce continua, ma ha l’impressionante
capacità di trasformare in una simpatica cinesina anche una modella
islandese, per via di quel fastidioso tono giallo. Per questo, in studio, la
preferenza va sempre data ai flash. A meno di voler dichiaratamente
“colorare” la scena con un certo tipo di luce. Per esempio, se devi far
sembrare che la tua modella si trovi in una discoteca, allora devi piazzare
delle luci “vere”, che non diano l’impressione di trovarsi in studio. In
alternativa ti passi un bel Sabato sera in una discoteca vera e propria, e se sei
fortunato il proprietario ti paga pure da bere. Quindi, tirando le somme, con
al massimo tre strobo (e relativi cavalletti), uno o due softbox, un beauty dish
e un pannello, uno studio ha tutto quel che ti serve per scattare ottime foto.
Tanto che potresti pensare di acquistare questo materiale e farti lo studio da
te. I prezzi variano molto, ma puntando su elementi di media qualità, e
approfittando di qualche offerta, dovresti riuscire a prendere tutto con una
spesa di qualche migliaio di euro. Tanto? Qui dipende dall’uso che fai di uno
studio e dal costo di affitto di questo, ovviamente. Considera, comunque, che
uno studio di proprietà può essere noleggiato, nei momenti di inutilizzo, e
questo ammortizza di molto la spesa e l’eventuale affitto del locale.
Detto questo, come si dispongono i flash in uno studio? Ci sono libri che
mostrano combinazioni da cubo di Rubik,e non passarmi da spocchioso o
lavativo se ti dico che, in genere, sono perfettamente inutili. Perché si parte
da una configurazione “a 45°”, come quella mostrata nel Capitolo 2 e poi è
giusto sperimentare. Difficilmente, in studio, ti ritroverai con una porcheria.
Ci sono però alcune regole e suggerimenti di cui tenere conto.
1. Non sottovalutare l’illuminazione del fondale. Dedicagli almeno una
strobo (anche di scarsa potenza, tipo 100 Watt), ma possibilmente 2 o 4,
puntate simmetricamente. Al limite, anche luci continue, ma assicurati
che siano “fredde”.
2. Ci sono situazioni nelle quali, invece, vuoi vedere lo sfondo. Sono quelle
in cui è importante dare profondità allo scatto e quindi evidenziare che c’è
una certa distanza tra soggetto e sfondo.
3. Se hai tanti flash, punta a un sistema di trigger (i dispositivi che li
sincronizzano allo scatto) di qualità.
4. Ricordati, meglio strobo che luci continue, a meno di esigenze particolari.
5. Non collocare i vari elementi tutti insieme. Parti collocandone uno e poi,
mano a mano, colloca gli altri, stabilendo quali zone vuoi illuminare e
quali vuoi tenere in ombra.
6. Sperimenta anche la luce dall’alto, sfruttando uno stativo che posizioni il
flash sopra al soggetto. In base alle esigenze, ovviamente, aggiungi poi
altri flash.
7. I supporti dei flash hanno la testa ruotabile: usala. Sperimenta vari tipi di
inclinazione.
8. I flash sono più potenti di quanto si possa sembrare. Parti sempre
impostando una bassa luminosità e poi procedi crescendo, fino ad arrivare
al risultato desiderato.
9. Le softbox sono disponibili in varie dimensioni. Prevedine almeno due:
una molto ampia per illuminare in modo tenue un soggetto nella sua
interezza, o quasi, e una più piccola per i particolari, come i ritratti.
10. Se puoi, metti ai lati del pannello di sfondo due pannelli scuri, per creare
una sorta di “scatola” aperta, nella quale collocare il soggetto. In questo
modo la luce rimane raccolta.
11. Mai come in studio, dove ci si aspetta un risultato un po’ asettico, è
importante il bilanciamento del bianco. Per questo motivo, prima dello
scatto vero e proprio, fai tenere in mano al soggetto un foglio bianco e
fotografa. Esistono degli appositi fogli di riferimento per il bilanciamento
del bianco, se sei un perfettino usa quelli.
12. In studio hai la possibilità di decidere ogni parametro relativo alla luce.
Un motivo in più per scattare a basse ISO. Guai a te se superi i 200.
13. Lascia perdere gli schemi con parametri “suggeriti”. Non esiste mai una
situazione uguale all’altra. Non esiste un’apertura giusta per un certo tipo
di configurazione dei flash, come non esiste mai una regola precisa con
cui impostare la potenza delle luci. Devi provare e trovare da te i
parametri più adatti al tuo scatto, tenendo conto del soggetto che hai
davanti e dell’obiettivo che vuoi ottenere.
14. Proprio per il tipo di fotografia che si scatta in studio, e che si è abituati a
ottenere in questa location, le immagini devono essere perfette. Molti
pensano che il fotoritocco pesi meno nelle foto da studio, ma è l’esatto
contrario. Negli altri tipi di location è giusto mantenere una certa
naturalezza, qui no. Anche perché, spesso, hai a che fare con ritratti,
quindi particolari molto evidenti. Insomma, fotoritocca che è meglio.
15. Lo studio è anche il regno dello scontorno. Spesso, quindi, dovrai
scontornare il soggetto e inserirlo in un altro contesto. In questo caso, mi
raccomando, torna a rileggere il punto 1.
16. I flash, per qualcuno, sono un accessorio irrinunciabile, ma hanno un
grosso difetto: sono lenti a ricaricarsi. Quindi, se hai intenzione di scattare
a soggetti in continuo movimento, punta a una luce continua.

Il flash anulare
Molto in voga anni fa, il flash anulare è tuttora utilizzato nella fotografia di
moda e in quella ritrattistica. Si tratta di un flash circolare, da attaccare
direttamente alla macchina fotografica, che dà, appunto, un’illuminazione
forte e circolare attorno al soggetto, con un risultato molto caratteristico.
Anche negli occhi: l’effetto di riflessione della luce “a ciambella” è così bello
che, di solito, non si toglie col fotoritocco. In più, con uno sfondo colorato
alle spalle (meglio ancora pareti vere e proprie), si crea un’ombra molto
interessante. Questo tipo di flash lo trovo di sicuro utile, ma trattandosi di un
accessorio costoso, fossi in te lo metterei in fondo alla lista della spesa.
Meglio investire su flash esterni. E quello della tua macchina? No quello
lascialo stare, per carità, anche se esistono adattatori che lo trasformano
proprio in un anulare. I risultati sono discreti. Non è che devo sempre finire
con una frase a effetto…

Come in uno studio


Per le location al chiuso valgono molte delle regole viste proprio con lo
studio. Con un vantaggio mica male: oltre a poter utilizzare la stessa
attrezzatura, puoi sfruttare punti luce naturali, vale a dire finestre, giusto per
essere chiari. Una tendenza in rapida crescita è quella dei “daylight studio”,
ossia studi basati pesantemente proprio su grandi finestre. Se poi c’è brutto
tempo o si fa sera, si tirano fuori le strobo e si parte con gli scatti. Lo studio
della luce in una location come questa è molto importante e va fatto in tutta la
fascia oraria di lavoro. Giusto per capire le direzioni e l’intensità che la luce
avrà nel corso della giornata. Per questo motivo, devi essere pronto a spostare
il soggetto da un punto all’altro e a dotarti di molti pannelli riflettenti, che
sono lo strumento principe per riempire le zone buie dello scatto senza
ricorrere alla luce artificiale. Nel caso non fosse sufficiente, ecco che allora
devi proprio armarti di strobo e dare il via alle danze, ma in un modo un po’
diverso da quello che faresti di solito in studio. O meglio, la tecnica del
“bouncing” si usa anche in studio, certo, ma qui dà la sua massima
espressione. Mi piaccio molto quando scrivo in modo filosofeggiante.
Comunque, il discorso è che, in presenza di luce naturale in ambiente chiuso,
c’è la tendenza ad aver delle zone un po’ troppo scure, che vanno in qualche
modo “riempite”. Nasce da questo il concetto del filling flash, cioè un flash
puntato sul soggetto per riequilibrare la luminosità. Il problema è che la luce
artificiale è aggressiva e teppista, e tende a scalciare via quella naturale, di
fatto annullando la particolarità dello scatto. Così, devi fare in modo di far
arrivare la luce di rimbalzo, puntando il flash verso un pannello riflettente
che, a sua volta, è puntato sul soggetto. Questa è la tecnica del bouncing. In
genere, anche se si tratta di luce di rimbalzo, dev’essere molto leggera, specie
se la luce naturale è forte. Se ti trovi in una situazione opposta, è la luce
naturale che va considerata di riempimento (a meno che tu voglia esaltare i
toni pastellati di una luce tenue). E se siamo al 50 e 50? Beh adesso non è che
questo deve diventare un libro di matematica. Piuttosto, impara a sfruttare
anche le ombre che una location al chiuso ti offre. Pensa a quanti elementi di
arredo proiettano ombre in un negozio di vestiti, per esempio! Perché non
disponi le luci in modo da accentuare quelle ombre e farle ricadere sul tuo
soggetto?

Lo studio in una stanza


Io davvero non so come potresti non amare un autore che fa dei riferimenti
così colti in un titolo. Se proprio non ti riesce, eccoti un altro buon motivo per
farlo. Ti insegno a crearti uno studio in una stanza di casa. O, se non ne hai
una libera a disposizione, in una da affittare a basso costo nei peggiori
sobborghi di Caracas (altra citazione, ti sto viziando). Se ha una finestra è
meglio, se questa è pure grande stappiamo una bottiglia di spumante. Non ci
sono, invece, indicazioni sulle dimensioni. Nel senso che una stanza molto
grande è ovviamente la cosa migliore, ma uno si deve arrangiare con ciò che
ha. Direi, comunque, che le misure minime (e ripeto minime) sono 5 x 4 x 3
metri di altezza. È lo spazio minimo per installare fondale e relativo supporto,
che in genere hanno una dimensione di 2-3 metri e si devono estendere per
almeno 3 metri. Lo spazio libero resta poco, lo so, infatti se ne hai di più è
molto meglio. L’attrezzatura necessaria te l’ho già descritta poco fa, ma
volendo andare sull’economico-stretto-ridotto-all’osso-che-più-di-così-non-
si-può, ecco la lista della spesa:
2 flash da 400 Watt.
1 luce continua da almeno 250 Watt. Un faretto alogeno direzionabile va
più che bene.
1 softbox grande (da almeno un metro per lato).
1 softbox piccola.
1 beauty dish.
1 diffusore.
Con questi aggeggi copri le necessità di almeno il 70% dei servizi da studio,
senza contare che li utilizzi anche in altre location al chiuso. Non mi
pronuncio sulla spesa, perché varia moltissimo (e poi chissà, magari
comprerai questo libro tra dieci anni e i prezzi saranno diversi), ma al
momento è alla portata anche delle tasche più squattrinate. Fai attenzione al
fondale, però: se appronti uno studio di fortuna, è inutile prenderlo super
accessoriato e motorizzato, con venti pannelli di colore diverso. Basta il
minimo sindacabile, da stendere a mano, in due o tre colori, tra cui il bianco e
il nero. E poi, mi raccomando, fa in modo che le pareti del tuo studio siano
molto lisce e dipinte di un bianco molto bianco, per essere il più possibile
riflettenti: così potrai creare ancora più giochi di luce puntando i flash.
Infine, ricordati gli accessori! Una scala su cui salire per certi tipi di scatto,
una ventola per smuovere i capelli e un tavolinetto, dove mettere acqua o
bibite, a patto che non macchino i denti prima degli scatti. Non è mica un bar,
è un luogo di lavoro dopotutto, no?

Sole, cielo e mare


Location all’aperto: belle. Sicuramente sono le migliori con le quali tu possa
avere mai a che fare. Per un sacco di buone ragioni.
1. La luce solare è la più naturale e, quindi, gradevole per l’osservatore.
2. Per antonomasia, si tratta delle location che offrono la migliore
integrazione tra soggetto e sfondo. E ti credo: il soggetto è nel bel mezzo
dello sfondo!
3. A seconda dell’orario, ottieni colori completamente diversi e se impari a
sfruttarli a dovere, vedrai che foto!
4. Ti porti appresso un’attrezzatura minimale: fotocamera, pannelli
riflettenti, stop.
5. Con un po’ di esperienza e i pannelli, puoi giocare moltissimo con la
direzione della luce (Figura 5.5).
Certo, non ti nego che le location all’aperto rappresentino anche un certo
grado di sfida, per i seguenti motivi.
1. Il meteo. È imprevedibile: puoi affidarti alle previsioni, certo, ma quando
si organizza uno shooting in grande stile, è sempre bene studiare anche
un’alternativa all’asciutto.
2. Si è molto legati all’orario della giornata. Le ore migliori sono quelle che
vanno dal mattino presto fino alle 11 e dalle 15 fino al tramonto. Si parla
spesso di golden hour, indicando la prima e l’ultima ora di luce, come le
due migliori in cui scattare. Non è sempre vero: sono le migliori se vuoi
evidenziare che lo scatto è fatto all’alba (per esempio per una pubblicità
di biscotti da prima colazione) o al tramonto (per una pubblicità di pizze
surgelate), ma logisticamente conviene scattare tra le 10 e le 11, e dalle
16 alle 17, anche se ovviamente varia molto in base a dove ci si trova e al
periodo dell’anno. Comunque, i miei esempi mangerecci indicano che ho
bisogno di uno spuntino, c’è poco da scherzare.
• Figura 5.5
I pannelli riflettenti, disponibili in varie forme (ma di solito circolari) e colori (gli
irrinunciabili sono oro e argento), servono a far arrivare luce a una zona di solito in ombra.
Normalmente il pannello è retto da un assistente, che direziona il raggio dove desidera il
fotografo. Giocando con i colori si ottengono effetti molto accattivanti. Un pannello
pieghevole e portatile costa una trentina di euro: portane sempre uno con te!
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: giaccone:
Nuna Lie.
• Figura 5.6
Porte e colonne sono una delle fonti primarie di linee verticali per le tue foto: approfittane!
Basta che fai sempre attenzione a chiedere il permesso per scattare al rispettivo
proprietario. Considera, poi, che una macchina fotografica non viene vista con diffidenza,
mentre appena tiri fuori dal borsone un pannello, richiamerai curiosi e, giocoforza, anche
persone preoccupate per quel che stai facendo. Devi forse rinunciare ai pannelli? Per
niente: o ti accordi anzitempo, o li tiri fuori alla velocità della luce e solo quando hai le idee
ben chiare sullo scatto da fare!
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: giaccone:
Nuna Lie; clutch bag: Garbage’En.

3. Il sole è potente, potentissimo, quindi può giocare brutti scherzetti.


Soprattutto, ha la tendenza a creare ombre molto marcate che, per carità,
possono essere quel che cerchi (a me piacciono molto), ma magari
potrebbero pure darti fastidio. In questo caso, o cambi posizione o vai di
fotoritocco, oppure utilizzi dei diffusori che filtrino parte della luce.
4. Se è vero che l’attrezzatura necessaria per gli scatti all’aperto è limitata, è
altrettanto vero che scattare all’aperto, per via della logistica e
dell’organizzazione, costa molto più che in studio.
5. I permessi: spesso, per scattare in località outdoor servono permessi. Sia
proprio per fotografare, sia dalle persone che magari rischi di inserire
nello scatto (Figura 5.6). Niente di che, certo, ma preventivalo sempre. E
sembrerà strato dirlo, ma preventiva pure qualche mancia sottobanco,
specie all’ingresso di certi parchi.
Delineati pro e contro, andiamo con qualche suggerimento pratico per
organizzare al meglio un servizio outdoor.

Sfrutta la location, ma non troppo


Quando scegli una location outdoor, corri il rischio di fare delle foto
banalissime. A questo punto, devi stabilire se sono queste che vuoi, o se è il
caso di sperimentare. Voglio dire, metti che sei alle Maldive, grazie a un
cliente danaroso che ti ha dato l’ok per questo fantastico servizio dedicato
alla sua nuova linea di costumi da bagno. È chiaro che gli scatti della modella
di turno, con il mare blu e il cielo terso alle spalle, sono esattamente quel che
ci si aspetta da queste foto. Se lo aspetta il pubblico, ma se lo aspetta pure chi
ti paga, cioè il cliente. In questo caso, a meno che non ti venga chiesto
esplicitamente il contrario, dai loro ciò che chiedono. Se invece hai più libertà
creativa, o un nome che ti permette di farlo, è il momento di sperimentare!
Qualche tempo fa ho lavorato con un fotografo che organizzò uno shooting
all’Isola di Pasqua. Ora, se ti trovi in questa splendida isola, un po’ ti aspetti
di vedere questa modella spalmata su un Moai, che sono quelle testone
misteriose che spuntano dal terreno. Invece lui no, ebbe coraggio. Il coraggio
di scattarla con le onde dell’oceano pacifico alle spalle. E sì, ci vuole
coraggio, perché lo shooting costò tantissimo, ma l’amico fotografo pensò
che sbattere in bella vista il fatto che ci si trovasse sull’Isola di Pasqua era
una cafonata eccessiva. Eppure, un chicchessia guarda quelle foto e si chiede
dove mai possa trovarsi un mare così, con della roccia così. L’obiettivo è
raggiunto: lo scatto evidenzia comunque il costume, ma a un’analisi più
attenta emerge che lo si è indossato in un posto da sogno. Il messaggio
d’esclusività viene comunque lanciato, ma senza esagerare (Figura 5.7).
Ecco, quando scegli una location outdoor, tieni conto anche di questi fattori:
devi farci delle foto riconoscibili? O puoi osare? Dev’essere un posto
necessariamente spettacolare?
Fatti amico il meteo
Come anticipato, il meteo è il grosso problema delle location outdoor. Che
fare? Prevederlo con la maggior precisione possibile, innanzitutto. Ci sono
ottimi siti pronti a elargire informazioni sulla lunga distanza, anche se più in
là si va e minori sono le probabilità di azzeccarci. Uno dei migliori è
www.meteo.it, e poi c’è quello fornito dall’aeronautica militare,
www.meteoam.it. Ottime anche le app per smartphone: WeatherPro è la mia
preferita ed è disponibile per la quasi totalità dei dispositivi.
• Figura 5.7
Esempio molto in piccolo del concetto appena espresso. Se hai a disposizione la Piazza del
Quirinale (sì, sì, ho chiesto il permesso alla guardia, che è stata molto gentile e ringrazio)
per scattare, ti verrebbe da piazzare alle spalle della modella il Palazzo, no? E invece, per
arrivarci si fa questa gran bella scalinata, che sembra fatta apposta per scattare delle
magnifiche foto fashion.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: Tubino e
giacchino: Pommes de Claire; Parigine: Silvia Grandi; Collana e orecchini: Sperimentale;
Scarpe: Carla Foca.

Fai un sopralluogo
Visita la location prima di andare a fare lo shooting. Se è troppo distante o
non puoi farlo, non cercare scuse: tra web e libri hai tutto quel che occorre
per farti, se non altro, un’idea precisa dei posti migliori, e di valutare la
direzione della luce nelle varie fasi della giornata. Certo, non è la stessa cosa,
ma è qualcosa. Di preferenza, scegli location dove sei già stato, che conosci
già, o metti in preventivo (anche economicamente…) un viaggio di
ricognizione. Oppure, quando calcoli i giorni del servizio, mettine in conto un
altro paio all’inizio, che ti serviranno proprio per il sopralluogo.

Tieni conto della “storia”


Di questo ne parleremo in seguito, comunque il principio è che, quasi sempre,
un servizio fotografico deve raccontare una storia. Anche se si tratta di un
servizio di moda, dev’esserci un fil rouge che colleghi i vari scatti. E può
trattarsi della banale storiella di una tizia (la modella) che al mattino si alza e
va a correre in costume sulla spiaggia. Sì, è terribile, lo so, del resto non hai
comprato questo libro per leggerti un romanzo. La cosa importante è che,
nella banalità, la storia risalti lo scopo del servizio (in questo caso, mostrare i
costumi) e faccia da collante tra le varie foto. Anche se il cliente ne ha chiesta
una sola.

Progetta lo scatto
In alcuni casi, ma questo vale principalmente con le foto in studio, si ha a che
fare con uno scatto unico. Ovviamente, vale sempre il principio di creare un
servizio dal quale poi estrapolare la foto finale, ma ci sono situazioni e
richieste nelle quali, magari, preparare location, outfit (il vestiario e gli
accessori), trucco, parrucco e così via, costa molto e hai a disposizione poco
tempo e pochi scatti per completare il lavoro. In questo caso, progetta
accuratamente la tua foto. Non sai come fare? Ne parliamo nei prossimi
capitoli!

Tieni conto del budget


Tutti sono capaci di scegliere location da sogno, le modelle migliori, i
makeup artist più di grido. Pochi, pochissimi, però, sanno organizzare un
intero servizio con un budget sostenibile dal cliente. Inutile girarci intorno:
l’epoca degli scatti da migliaia e migliaia di dollari è finita e questa è
un’eventualità piuttosto remota anche per i fotografi più famosi. La fotografia
è creatività, ma anche attenzione e meticolosità nel momento in cui elabori un
preventivo dei costi. Certo, puoi sempre farti aiutare da uno studio manager,
ma alla fine sei tu a capo della baracca: devi sviluppare la capacità di trovare
il miglior compromesso tra qualità e costi. Per esempio, sappiamo tutti che le
Seychelles sono un posto fantastico dove scattare, ma sono dannatamente
costose. Quindi, se cerchi spiagge bianche, mare splendido, temperature
gradevoli tutto l’anno, punta al Sud Africa, che è diventato un po’ lo standard
de facto tra le location ad ambientazione marittima. Poco costoso, con molte
figure professionali in loco già specializzate nella fotografia, con numerose
compagnie aeree che effettuano collegamenti giornalieri e dove l’inglese è
molto diffuso. È un piccolo esempio, che si adatta a ogni situazione.
jacopo benassi
Questo scatto ti è stato commissionato? Se sì, da chi? Se no, perché ti è
venuto in mente di farlo?
È stato commissionato per CRUSHfanzine – New York/Paris.

Qual era la tua idea iniziale, per questa foto? Cosa volevi esprimere?
Non avevo idee, perché io combatto tutti i giorni contro le idee. Inizio
pensando che un’idea sia meglio di un’altra, e via così, fino a non capirci più
nulla!
Così cerco di essere più naturale e semplice possibile, e molto istintivo. Solo
in questo modo posso rinunciare a molte cose e fare un lavoro che mi fa stare
bene.

Hai deciso di scattare direttamente questa foto o è estratta da un intero


servizio?
Fa parte di un servizio.

Perché hai scelto questa modello/modello?


Non avevo scelta: lei è incredibile! Deve essere lei!

Che location hai scelto?


Un bellissimo hotel a Roma.

Perché hai scelto questa location?


Perché mi piacevano le pareti e io i ritratti li faccio solo se ci sono pareti
dietro i soggetti. Odio la profondità!

Che fotocamera hai usato?


Sony SLT-A77.

Che obiettivo hai usato?


Zoom 18-55 mm.

Hai usato flash? Quali?


Quello incorporato.
Diffusori o pannelli? Di che tipo?
Di nessun tipo!

Che indicazioni hai dato alla modella/o durante gli scatti? Le parlavi?
Cosa le dicevi?
Tira fuori il maschio che è in te!

C’era musica? Che musica?


No, ma è come se ci fosse stata.

Come hai agito in post produzione? Che tipo di fotoritocco hai fatto?
Nessuno!

Che software usi per il fotoritocco? Quali plugin?


Nik Silver Efex Pro 2 per il bianco e nero.

Quali sono stati i problemi principali durante lo shooting?


Nessuno!

Qual è la cosa di cui vai più orgoglioso per questo shooting?


Aver reso felice la modella.
scatto d’autore

Biografia
Ha cominciato come meccanico, ora fa il fotografo. Collabora con Rolling
Stone, GQ, Wired, Riders, 11 Freunde e Crush Fanzine. Nel 2009 l’agenzia
1861 United gli pubblica una monografia monumentale, The Ecology of
Image, che Jacopo dice di non meritare. Nel frattempo, con tre amici apre un
club cult a La Spezia, il BTomic, dove vive e propone musica, drink, food,
fanzine e un sacco di sperimentazione. Lo trovate anche su Talkinass.
www.talkinass.com
Progettare uno scatto
6

L’improvvisazione è un’arte, non c’è dubbio, e funziona molto bene al


cinema. Nella fotografia, ha un’efficacia paragonabile a quella di un bicchiere
di acqua preso per curarti l’emicrania. Ogni tanto può succedere, in effetti, di
scattare buone foto, ma spesso il risultato è inferiore alle aspettative. Perché?
Non ci siamo detti che dobbiamo puntare tutto sulla creatività? Certo, ma
anche la creatività si pianifica, credimi. Poi è chiaro che, impostata una linea
da seguire, al momento di scattare puoi concederti una certa libertà, una certa
flessibilità, ma questo è un altro discorso. In questo capitolo, quindi,
affrontiamo uno degli altri grandi segreti dei fotografi blasonati (Figure 6.1 e
6.2). Un segreto di Pulcinella, se vogliamo, ma così banale che spesso e
volentieri lo si ignora. Signore e signori, lo scatto si crea ben prima del
“clic”!

Tu (proprio tu!) sei importante


Patti chiari e amicizia lunga: stamattina, per la prima volta, puoi aver pensato
di fare il fotografo per mestiere (si fa per dire…), ma non significa che puoi
ignorare l’attenta pianificazione dei tuoi scatti, che si tratti di uno scatto solo
o di uno shooting da cento foto e più. Punta sempre in alto, punta a essere il
migliore, persegui questo obiettivo e preparati a dare battaglia nel settore. E
lascia stare le mazze ferrate: imparare un metodo con cui organizzare un
servizio fotografico è l’arma migliore per farti strada in questo affollato
mercato.

Fatti il team
La fotografia, ormai, non è più una questione solo di fotografo. Per fare un
ottimo scatto, prima o poi ti servirà un qualche aiuto. Pensa, per dire, a
quando hai la necessità di usare dei pannelli riflettenti: a meno che tu non
abbia quattro braccia, è chiaro che ti serve un assistente. Le figure
professionali coinvolte in uno scatto di qualità possono essere molte, tanto
che i fotografi più famosi dispongono di un vero e proprio team di elementi
scelti, pronti a soddisfarne tutte le esigenze. Beh, no, il barista non c’è.

• Figura 6.1
La progettazione di uno scatto richiede la consultazione di parecchio materiale. Dai fondo a
libreria, cantina e alle foto dei posti che hai visitato. E se proprio non ti viene in mente
niente, prenditi un biglietto low cost e viaggia. Ogni paese ha angoli incantevoli che fanno
di sicuro al caso tuo. Io, per esempio, ho approfittato di un viaggio a Tallin per
procacciarmi qualche possibile location.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm.
• Figura 6.2
Quando hai la fortuna di avere la foto di una possibile location, approfittane per
sperimentare effetti o ritocchi che vorresti utilizzare poi nello scatto finale. In questo caso
ho smanettato con Photoshop e Silver Efex Pro 2, perché il progetto al quale sto lavorando
deve mostrare un romantico bacio “rubato” dall’obiettivo. E immortalare quel bacio al di là
dell’arco con uno scatto in bianco e nero, dovrebbe essere l’idea vincente.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm.
Assistente
La figura principale, la prima che devi considerare nel momento in cui fai il
grande passo verso l’Olimpo della fotografia, è quella di un assistente. Cosa
fa l’assistente? Se non hai altri individui che si occupano del resto, deve fare
davvero di tutto: tenere i pannelli, sistemare i flash, impostare i parametri
corretti dell’illuminazione, seguire le tue direttive, scegliere l’obiettivo prima
ancora che tu ti domandi di quale ottica avrai bisogno. E poi, diciamocelo
chiaramente a costo di passare da antipatici, fa anche altro: porta da bere sul
set, gestisce gli spostamenti, porta e cambia gli outfit, e mille altre cose che
spaventerebbero anche il più indomito degli eroi (Figura 6.3). Perché essere
assistenti è ben più che essere eroi, tanto che la strada migliore per diventare
fotografi è fare proprio da assistente. Comunque, lesto come una lepre, ecco
un vademecum su ciò di cui deve occuparsi l’assistente perfetto.

• Figura 6.3
Uno degli usi più biechi dell’assistente è fargli fare da modello, cioè usarlo come cavia per
pose e test vari e assortiti, prima dell’entrata in scena del vero modello. Se non hai un
assistente, devi arrangiarti. In questo caso ero a Mosca e ho chiesto a una gentile signorina
di atteggiarsi da modella, andando in lungo e in largo per questa vetrina, giusto per
sperimentare un gioco di riflessi.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm.
Organizzare il trasporto del materiale.
Andare in ricognizione nella location prima dello scatto.
Prenotare il prenotabile: studio, attrezzature e così via.
Impostare materiale e luci.
Costruire o sistemare eventuali set.
Aiutare e assistere i modelli.
Fare le copie delle memorie con le foto.
Trasferire le foto nel computer.
Fare il fotoritocco agli scatti.
Va da sé che, nella scelta di un assistente, valgono più o meno le stesse
considerazioni fatte qualche capitolo fa con i modelli: dev’essere una persona
preparata. Ma com’è un buon assistente? Quali sono le caratteristiche da
valutare?
1. Dev’essere una persona disponibile, che non se la tira. Il capo sei tu, non
avrai tempo per confronti accessi.
2. Deve darti la sensazione di poter risolvere qualsiasi problema, anche se in
realtà né tu né lui avete una mezza idea di come risolverlo. Dare un senso
di sicurezza è molto importante.
3. Deve saperne di fotografia: come si scatta, la differenza tra gli obiettivi,
l’uso dell’attrezzatura.
4. Deve conoscere, bene, il fotoritocco.
5. Deve avere un buon rapporto con la tecnologia a 360°. Anche saper usare
il navigatore dello smartphone, per dire, perché magari vi perderete
spesso e volentieri.
6. Deve conoscere per lo meno l’inglese e molto bene. E deve conoscere
pure l’italiano, che non è così scontato. Se poi sa anche francese e
spagnolo, meglio ancora. Sa il cinese? Va bene, dai, i cinesi ci stanno
molto simpatici.
7. Deve essere veloce. Così veloce da anticipare le tue richieste.
8. Non deve mai fare la figura del suppellettile: niente mani in tasca o mani
in mano, niente momenti morti, nessuna necessità di dirgli ogni volta
dove andare e cosa fare.
Da questo simpatico quadretto ti starai facendo l’idea che fare l’assistente è
terribile. E un po’ questo è vero. Del resto, non esiste assistente la cui
aspirazione sia quella di farlo per tutta la vita. Un assistente fa quel che fa per
diventare fotografo e quindi imparare guardandoti, rubare segreti, vivere la
fotografia tutte le ore del giorno. Tu, però, non devi vederlo come un
concorrente: carpire i segreti del mestiere fa parte del gioco, l’importate è che
sia fatto in modo impercettibile, con discrezione. E quindi:
9. Un assistente non deve mai chiederti “perché stai facendo questo o
quello”. Deve arrivarci da solo, mentre ti offre i suoi servigi.
10. Che vuoi che ti dica, mi pareva brutto mettere solo nove punti, così ecco
il decimo: un assistente deve avere voglia di imparare, ma le conoscenze
per insegnare. Suona criptico, ma è per dire che dovrebbe saperne quasi
quanto te.
Insomma, l’assistente, se scelto con cura, sulla base di un bel colloquio e
magari di qualche giorno di prova, è una miniera di risorse per te.
Ovviamente, però, va pagato. Aspetta, siediti e respira profondamente, che ti
prendo un bicchiere d’acqua. Il punto è che vale proprio quanto si è detto per
i modelli: se pretendi (e devi pretendere), devi pagare, fine della storia. In
alternativa, ci sono scuole di fotografia che offrono stagisti, ma è chiaro che lì
si gioca un po’ alla lotteria. Poi esistono anche gli assistenti “a noleggio”, da
ingaggiare a ore come faresti con un make up artist o un acconciatore, ma
ogni volta devi ricreare il giusto feeling con chi ti capita, e non è sempre detto
che questo succeda. Comunque, se il budget è scarso, va benissimo questa
soluzione. Evita, invece, parenti e amici: hanno la terribile tendenza a venire
agli shooting per guardarsi modelli e/o modelle, per farsi una gita, magari
pure per prenderti in giro o fare battute mentre lavori. Ricordati che
l’omicidio è perseguibile penalmente, fallo solo per questo.

Trucco & acconciatura


Chi si occupa del trucco è detto “make up artist”, abbreviato MUA. Per
carità, è un termine messo un po’ lì per fare bella figura, al posto del vetusto
“truccatore”, ma spiega perfettamente la mansione e la creatività necessaria
per migliorare il volto dei modelli. Ma attenzione: senza interferire con i tuoi
scatti. Posto che è un lavoro che richiede un’elevata specializzazione e quindi
io sono l’ultimo a poterne parlare, vedo che, in genere, si prediligono trucchi
diametralmente opposti.
Mi spiego: nella maggior parte dei casi si punta a un trucco molto basilare,
privo di colori sgargianti e di creme o basi lucide, che rischiano solo di
riflettere eventuali flash o i raggi solari. In altri casi, invece, il trucco è molto
marcato, ma solo se e quando hai delle esigenze specifiche per il tuo scatto.
Devi fotografare una rocker? Trucco pesantissimo, poi con una mano umida
lo si sbava molto, dando un’aria ancora più aggressiva al tutto. Da fotografo
non devi conoscere i segreti del trucco, per carità, ma qualche linea guida,
così en passant, è bene che la sappia. Perché non sempre trovi MUA che
sanno o capiscono al volo quel che ti serve, quindi c’è il rischio che ti si
presentino davanti con la fatidica domanda: «Che trucco devo fare?».
Io amo il silenzio, ma ti assicuro che quello che segue a questa domanda è
negativo e molto, molto, deleterio. Per evitare imbarazzi, dunque, eccoti
qualche semplice regola, per scegliere e rispondere a tono al MUA di turno, e
fargli capire di che pasta sei fatto.
1. Scegli MUA che abbiano già lavorato con fotografi. Questo è essenziale,
sia per tecniche sia per trucchi da utilizzare.
2. Se possibile, mostra la modella al MUA qualche giorno prima dello
scatto, di modo che si faccia un’idea del tipo di pelle. Una magra
alternativa è mostrare una foto a un’ottima risoluzione. Ma è molto
magra, tipo dieta dissociata o a pane e cipolla.
3. La base del trucco deve essere “tono su tono”. Sono da evitare differenze
marcate col colore naturale della pelle della modella. Anche perché, nel
caso in cui la mano si avvicini al viso, nello scatto, c’è il rischio che
qualcuno si chieda di chi diavolo è quell’arto che minaccia il volto della
modella.
4. La base va stesa molto bene e in quantità abbondante, anche più del
solito.
5. Niente trucchi, creme o robaccia effetto lucido, o che comunque rischino
di riflettere i flash. A meno di voler giocare proprio con i riflessi, ma in
quel caso meglio utilizzare brillantini.
6. Il trucco dev’essere stabilito in partenza, sulla base del progetto che ti sei
fatto. Giusto lasciare libertà creativa al MUA, ma devi comunque dare
delle direttive precise per evitare eccessi di fantasia.
7. Nel 90% dei casi, meglio un trucco “naturale” che uno marcato. Se dici
“naturale” a un MUA magari ti terrà il broncio, ma di sicuro capirà a cosa
alludi.
8. Nel restante 10% dei casi, esagera, marcando bene linee, forme e colori.
9. Ovviamente, i colori devono essere sempre intonati all’outfit.
10. Non si trucca solo il viso: ogni parte del corpo che rischia di rientrare
nello scatto va truccata. E dato che non sai mai che può succedere (metti
che ti venga in mente un’idea a cui non avevi pensato!), meglio truccare
direttamente tutta la modella (Figura 6.4). In particolare, le unghie!
11. Ok, parliamo sempre di modella, ma anche i maschietti vanno truccati,
nella stragrande maggioranza dei casi in modo naturale, ma sempre più
spesso anche con ritocchi a ciglia, labbra e così via.
12. È vero, il trucco si può fare, modificare e aggiustare anche durante il
fotoritocco, ma meno ci metti mano e meglio è, o rischi che salti fuori una
porcheria. Insomma, se paghi un MUA fai in modo che faccia il suo
lavoro!
• Figura 6.4
Il colore dei capelli è un tratto distintivo della modella, e cambiarlo può essere
problematico. O costoso: la modella vive della sua immagine, quindi se accetta di
stravolgerla ha il diritto di chiedere di essere pagata di più. Per fortuna, esistono modelle di
tutte le tinte! L’importante è che il trucco si adatti alla perfezione anche al colore dei
capelli.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.

Dell’acconciatura se ne occupa invece l’hair stylist, meglio conosciuto come


acconciatore, o altri nomignoli più o meno esotici. La sostanza, comunque,
non cambia: il suo scopo è dare forma e colore ai capelli, in base al tipo di
scatto che devi fare. Se col MUA il fotografo ha la possibilità di intervenire,
suggerendo modifiche all’istante, con l’hair stylist è bene dare un’indicazione
molto precisa all’inizio, perché poi le modifiche tendono a essere difficili e a
richiedere troppo tempo. Per questo motivo, nel caso dell’acconciatura, la
progettazione diventa basilare. Suggerimenti? Come no!
1. Spesso la modella si sceglie anche per il tipo di capelli: se hai bisogno di
una mora, diventa inutile e complesso scegliere una modella bionda,
senza contare che, giustamente, potrebbe rifiutare di essere tinta. E sì, so
che esistono le parrucche, ma gli anni ’80 sono finiti oltre tre decadi fa.
2. Meglio intervenire il meno possibile col taglio: se si può, fa in modo che
l’hair stylist arrivi al risultato desiderato giocando con la pettinatura e i
fissanti (gel, spuma, lacca e così via). A togliere questi e rimodellare tutto
si fa presto, mentre incollare i capelli tagliati penso sia un po’ difficile.
3. Se hai a che fare con una modella famosa, che nell’immaginario collettivo
ha sempre una certa acconciatura, è il momento giusto per stravolgerla.
Al solito, senza esagerare. Credo che una Kate Moss rasata a zero sarebbe
di sicuro effetto, quanto la causa legale che probabilmente ti pianterebbe.
4. Sì, esiste il fotoritocco e si usa anche sui capelli. Ma sono, in assoluto, la
cosa più difficile da sistemare. Meglio utilizzare Photoshop e compagnia
bella solo per eliminare qualche ciuffo fuori posto o rifilare una frangia.
5. I cataloghi degli acconciatori sono una miniera di spunti interessanti:
meglio mostrare al tuo hair stylist una foto, che spiegare a voce la tua
idea. Ok, va bene pure uno schizzo su carta, ma solo se di cognome fai
Da Vinci (Figura 6.5).
6. L’hair style (“acconciatura”, è che ogni tanto voglio fare l’esterofilo)
deve sempre tenere conto del viso della modella: ha un volto tondo o
spigoloso? Le labbra sono sottili o carnose? Com’è la fronte? Occhi
grandi o piccoli? E il naso? Sì, scegliere l’acconciatura è molto difficile,
per questo diventa essenziale discuterne giorni prima con l’hair stylist.
7. Come per il trucco, non ti azzardare a pensare che i modelli, maschietti,
richiedano meno lavoro delle colleghe. C’è di buono che gli hair styling
dedicati alla fotografia sono preparati sia per acconciature maschili sia
femminili (in caso contrario hai scelto male, amico).

Fashion stylist
Si tratta di una figura spesso ignorata dai fotografi amatoriali, ma visto che tu
sei un incredibile professionista, non dovrebbe mai mancare sul set. E per
forza: è colui che sceglie outfit e accessori, e spesso ti dà una mano persino a
decidere hair style e trucco. Se poi ti fidi, o non hai altre risorse,
all’occorrenza diventa pure casting director. Dagli un po’ di pozione magica e
si mette anche a volare. Scherzi a parte, il fashion stylist è colui che trasforma
la modella, sulla base del tuo stile fotografico e delle esigenze del cliente, nel
soggetto che devi scattare. Se il lavoro di un fotografo è cogliere, a modo suo,
un frammento di realtà, quello del fashion stylist è di preparare quella realtà
per essere fotografata. I fashion stylist seri non sono molti, si pagano
parecchio e, a differenza di hair stylist o MUA, difficilmente si trovano con
gli annunci su Internet. Funziona molto di più il passaparola, con altri
fotografi o i photo editor delle riviste. E il rapporto con un fashion stylist, se
ti ci trovi bene (e lui si trova bene con te) non è relegato al singolo shooting,
ma diventa continuativo, tanto che il vostro diventerà un vero e proprio
lavoro di coppia. Ci sono fashion stylist così famosi che un cliente sceglie il
fotografo su loro suggerimento. Se succede, non te la prendere: lavoro è
sempre lavoro, mostra la tua professionalità e, anzi, ringrazia
dell’opportunità.
• Figura 6.5
Può sembrare un dettaglio da maniaci, ma l’acconciatura dovrebbe tenere conto anche delle
pose tenute da una modella e dal tipo di composizione dell’immagine. Vista la verticalità
dello scatto, ho chiesto che la coda seguisse la direzione di braccio e gamba destra,
lasciando gli angoli alla parte sinistra del corpo, inclusa una leggera inclinazione della
testa.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Outfit: tuta: Pygiama &
Superstar; scarpe: Conspiracy.
Studio manager
Spesso l’assistente fa così tante cose da essere confuso con questa figura
professionale. O meglio: se sei agli inizi e hai pochi denari in saccoccia, un
assistente è anche studio manager e viceversa, ma non fare mai lo sbaglio di
confondere le due figure. Studio manager è colui che provvede a tutte le
attività e gli acquisti necessari al perfetto funzionamento del tuo studio.
Incluso, per dire, organizzare la logistica dei tuoi viaggi, gestire i contratti
con i clienti, assicurarsi che i computer funzionino al meglio, creare la
rassegna stampa e aggiornare il portfolio dei tuoi lavori. Lo studio manager è
una figura utilissima, ma capisci bene che, trattandosi di un rapporto di
lavoro continuativo (non si ingaggia uno studio manager a giornata!), è alla
portata solo di fotografi con una certa mole di lavoro.

Casting director
Parolone grosso e cattivo per indicare una persona che presiede alla scelta dei
modelli. Certo, li scegli tu, ma se c’è un occhio esperto a darti una mano, beh,
è molto meglio. Figura mutuata dal mondo del cinema, in ambito fotografico
il casting director riceve delle indicazioni dal fotografo sul tipo di scatto da
fare e quindi parte a caccia dei modelli giusti. Consultando i siti delle
agenzie, contattando modelli freelance, spesso e volentieri organizzando,
appunto, i “casting”. Si tratta di simpatiche sessioni, che si tengono nello
studio o in altra location, di solito nelle grandi città, durante le quali i modelli
arrivano, si mettono in coda e, quando è il loro turno, si “esibiscono” davanti
allo staff, che li valuta. Staff per il quale, oltre a te, il casting director
dovrebbe includere pure fashion stylist, hair stylist e il MUA. Durante il
casting ti suggerisco caldamente di scattare delle foto a ogni soggetto che si
presenta. In questo modo capisci la sua resa nel tuo obiettivo e poi puoi
inserirlo nel tuo archivio, nel caso non andasse bene per il progetto attuale.
Va da sé che i casting li puoi organizzare solo soletto e a breve te ne parlerò.

Dall’idea allo scatto, ma prima l’idea


Ci sono due scuole di pensiero, quando si deve scattare. Cogliere una
porzione di realtà, oppure inventarsene una totalmente diversa. Nessuno dice
che devi sposare una o l’altra, anzi sei incoraggiato a scegliere ciascuna di
queste a seconda delle occasioni, ma resta il fatto che il tuo approccio
dev’essere sempre lo stesso. Sia che rubi uno scatto dalla realtà, o che crei
una realtà tutta tua da cui attingere le tue immagini, devi sempre e comunque
creare una situazione. Un giorno capitò di dover realizzare una foto per delle
scarpe da donna molto particolari: tacco 12, nere lucidissime, con una specie
di rete a coprire il piede. Tratto distintivo: erano di metallo. Tutte fatte di
metallo. Mica ti ho detto che erano particolari così per dire. Le richieste del
cliente erano:
1. Mostrare l’originalità del prodotto.
2. Far capire che erano di metallo.
3. Farle indossare da una modella (non era scontato, magari poteva chiedere
un semplice still life).
4. Mostrare che erano anche comode da indossare.
Scarpa al centro del tavolo, team del fotografo attorno e tempo un’ora per
buttare su carta, ciascuno, un’idea. Qualcuno se ne venne fuori con una
schifezza, qualcun altro con un’idea troppo banale, così alla fine, scarta che ti
scarta, sono saltati fuori due possibili progetti. Diametralmente opposti.
1. Modella bionda, vestita con un outfit aderente di pelle nera, che indossava
quelle calzature su un piano di metallo riflettente, sospeso nel vuoto
grazie a quattro cavi che lo reggevano.
2. Modella mora, con fine tailleur bianco, che passeggiava per una comune
strada di Milano, con qualche passante che la fissava. Passante in
apparenza normale, ma dato che lo sfondo era sfocato serviva un po’ di
attenzione per accorgersi che era un robot.
Ok, ora, piacciano o non piacciano queste idee, sono il frutto di diverse menti
creative all’opera e soddisfano i requisiti imposti dal cliente. L’idea 1 punta a
creare una realtà alternativa e impossibile. Insomma, non so tu, ma io di
bionde che svolazzano su una piattaforma di acciaio non ne vedo tutti i
giorni. L’idea 2, invece, punta a catturare un frammento di una realtà
possibile, ma reinterpretandola per l’occasione. Due idee diverse, come vedi,
due approcci opposti, ma il modus operandi per arrivarci e da seguire è il
medesimo (Figura 6.6). Quando hai davanti delle alternative, prenditi il
tempo necessario per valutare e scegliere. E poi, in base al rapporto che hai
col cliente (c’è chi vuole essere parte attiva del processo di produzione della
foto, chi invece vuole avere un prodotto chiavi in mano), coinvolgilo nella
scelta finale. E sì, per inciso, è un modo per scaricare le responsabilità, ma
devi sempre dare la priorità a chi ti paga. Ora, mettiamo che scegliamo la
soluzione 1. Abbiamo bisogno di:

• Figura 6.6
Qui l’obiettivo era mostrare l’anello. Volendone risaltare la brillantezza dell’argento, si è
scelta una modella mora, vestita di scuro, ma puntando su un outfit che avesse dei richiami
argentei.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Anello: Luisa Bruni.

1. Una modella.
2. Un outfit (pelle nera aderente, qualche accessorio e così via).
3. Un team (vedi sopra, che qui non amiamo ripetere).
4. Una location con caratteristiche precise.
5. Attrezzatura.
Il casting
La scelta della modella, come accennato poco fa, avviene con il cosiddetto
“casting”. Le storie sui casting si perdono nella notte dei tempi e sono più o
meno colorite. Per esempio, l’appartamento dove vivo quando sono a Milano,
ha una finestra che dà su un piccolo stabile del quale, all’epoca dei fatti, non
sapevo proprio nulla. Un bel giorno, saranno state non più tardi delle sei del
mattino, sento schiamazzi e risate un filino isteriche provenire da quella
direzione. Mi alzo, stropiccio gli occhi e… beh vedo una coda di circa cento
metri di donne bellissime. L’eventualità che fossi morto nel sonno e
risvegliato in paradiso non era così remota, motivo per cui mi son fatto un
caffè, scottandomi il dito e capendo che ero proprio vivo. Comunque, sono
sceso e ho capito che si stava tenendo un casting, con decine e decine di
ragazze che avevano ciascuna più o meno cinque minuti per:
Salutare.
Presentarsi.
Mostrare il proprio book.
Posare a favore di obiettivo.
Salutare e andarsene.
I casting sono una delle fasi al tempo stesso più affascinanti e crudeli di
questo lavoro. Crudeli perché sottopongono gli sventurati modelli a pressioni
psicologiche e fisiche indicibili (spesso alcuni arrivano la sera prima e
campeggiano davanti agli studi, per essere tra i primi e dare maggiormente
nell’occhio), affascinanti perché rappresentano il miglior strumento con cui
trovare, e diventare, volti nuovi. Qualche capitolo fa ti ho detto delle
indicazioni su come scegliere i tuoi modelli e mi preme sottolineare una volta
di più quanto siano importanti gli scatti. Intesi come quelli del book che
valuterai, ma anche quelli che scatterai al momento. Per questo motivo è
essenziale non dare subito una risposta al candidato. Meglio archiviare con
cura le foto e il materiale ricevuto, corredando il tutto con una scheda che,
oltre ai dati, riporti un giudizio da parte di tutto lo staff. Perché magari capita
di rimanere abbacinati da uno dei primi modelli, per poi accorgersi che,
mezz’ora dopo, ne è arrivato uno ancora migliore. Inoltre, fai attenzione a
come scattare durante il casting. Prediligi un fondale neutro, piazzaci davanti
la modella e parti subito con gli scatti, senza avvertirla. Fai in modo che sia
lei (o lui, al solito intendo entrambi i generi) a giocare con l’obiettivo, con te
pronto solo a incitare e incoraggiarla a muoversi e mettersi in posa come
preferisce. Solo così puoi giudicare spontaneità, preparazione ed esperienza
davanti a una macchina fotografica. Dedica i primi 5-6 scatti a un po’ di
riscaldamento, per la modella e per il vostro feeling e poi un’altra decina. Se
scatta qualcosa, se c’è la scintilla che ti fa sentire che sei davanti alla persona
giusta, a quel punto ci sarà una seconda raffica di scatti (Figura 6.7). Inutile,
invece, che ti dica che una modella non dovrebbe farti mai una domanda del
tipo: «Come mi trucco?». I modelli si valutano quasi sempre struccati, in
modo da poterne analizzare la fotogenia e, se necessario, darli in pasto al tuo
MUA per una prova di trucco veloce o anche solo per saggiarne la resa della
pelle. No, ho detto saggiarne, non assaggiarne: i MUA sono cattivi, ma di
solito non hanno gusti vampireschi. Concludo questo simpaticissimo
paragrafo con un ultimo consiglio: se hai a che fare con un servizio molto
complesso, scegli più di un modello. Stila una classifica e tieni “calde” le
posizioni che seguono la prima, e magari ingaggiane comunque un paio per il
giorno dello shooting (ovvio, facci un discorsetto e spiega la situazione, sia
mai che è gente permalosa). Perché la variabile S, che sta per Sfortuna, ma va
benissimo anche un termine meno elegante, può essere origine di tanti di quei
problemi che non ti sto nemmeno a elencare, partendo da un’influenza per
arrivare all’auto della modella che si guasta a centinaia di chilometri di
distanza dalla location. E poi, disporre di un’alternativa con cui sperimentare
altri scatti ti offre il lusso di poter scegliere. Ed è un lusso per cui vale la pena
pagare molto volentieri un paio di modelle in più.
• Figura 6.7
Riallacciandoci a quanto detto nei primi capitoli, l’abilità di una modella si vede soprattutto
dalla sua capacità espressiva con occhi e bocca. Un casting, nella sua brevità (al massimo
una decina di minuti per modella, se la fila è lunga), deve darti modo di valutare anche
questa caratteristica.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Outfit: tuta: Pygiama &
Superstar; scarpe: Conspiracy.
Outfit
L’outfit dipende molto dall’obiettivo dello scatto. Voglio dire che, se come
cliente hai uno stilista, è chiaro che l’outfit ti viene imposto. Se invece ricadi
nel caso delle nostre scarpe-col-tacco-12-super-hitech-da-fotografare-suuna-
piattaforma-sospesa, allora l’outfit lo devi scegliere tu. Oppure il fashion
stylist di cui tanto ti ho parlato bene qualche riga fa. Se l’outfit è a tua
discrezione e non hai un fashion stylist per le mani, allora contatta le case di
moda e spiega loro il tuo progetto. Spesso e volentieri sono molto disponibili
a fornire abbigliamento e accessori gratis, per qualche giorno, a patto di
citarli nei credit degli scatti. Poi, ovviamente, devi restituire tutto. A tue
spese, spilorcio.
Del resto, vale a dire team, location e attrezzatura, ti ho già detto tutto.
Diciamo che del team, in qualunque posto tu vada, anche molto lontano, devi
portarti appresso l’assistente. Questa è l’unica figura essenziale, la tua ombra.
Se la location è lontana, magari in un mare tropicale, studio manager e
fashion stylist se ne possono stare a casa, così eviti di mettere in preventivo
anche le loro spese di viaggio e non rischi di venire picchiato dal cliente
quando presenti il conto. MUA e hair stylist, ovviamente, è bene che siano
persone di fiducia, ma di nuovo, se te ne vai a scattare in Australia (pensavi
che dicessi Seychelles o Mauritius, vero? Sono un giocherellone), puoi
prendere contatti anzitempo con professionisti del luogo. In quest’ottica
diventa molto utile la figura del producer che, a onor del vero, non è molto
chiara a parecchi fotografi. Per come la vedo io, si tratta di un individuo che
abita in un determinato luogo e si occupa di fare da tramite tra te e tutti gli
altri professionisti di cui puoi avere bisogno. Scatti in Giappone? Ecco che in
questo bellissimo paese c’è Akinori Mumasate, il producer che si occuperà di
trovarti MUA e hair stylist in base alle tue esigenze, attrezzatura ingombrante
che non ti vuoi portare da casa, che ti darà una mano con la traduzione della
lingua, che ti porterà alla location senza intoppi. Ah, non vorrei darti una
brutta notizia, ma Akinori Mumasate è un nome finto, quindi se scatti in
Giappone dovrai trovarti un vero producer.

Sul rapporto con il cliente


Mi rendo conto che stavo facendo i conti senza l’oste, vale a dire il cliente.
Noi possiamo fare tutti i nostri discorsi, progettare con cura ogni dettaglio
dello shooting, ma il rapporto col cliente è alla base di tutto questo. La regola
aurea è: lui paga, lui ha la priorità. E lascia perdere la totale libertà creativa,
quella è un lusso che pochi possono permettersi. Certo, il tuo lavoro è e deve
essere basato sulla creatività, ma questa rimane sempre subordinata al
rapporto che hai con il cliente. Partiamo dicendo che ci sono clienti e clienti:
riviste, aziende, individui con un ego spropositato (quelli li trovi ovunque, in
effetti), VIP e pubblicitari sono tra i più diffusi. Davanti a questa
eterogeneità, però, il tuo approccio e il tuo modus operandi devono essere gli
stessi.
1. Non appena sei contattato per un lavoro, fissa un appuntamento. Di
persona è meglio, ma se sei molto lontano dal cliente, va bene pure una
telefonata. Una videochiamata non è male, ma cerca di mettere in ordine
studio o ufficio. A prescindere, il contatto umano dà un’impressione
infinitamente migliore di una fredda serie di email.
2. Fatti descrivere tutto su prodotto, persona, servizio o astronave che vai a
fotografare. Un paio di scarpe? Fatti raccontare come le hanno progettate,
come le realizzano, qual è il target commerciale e così via.
3. Fatti descrivere cosa si aspettano dal tuo lavoro. Non essere timido, non
temere figuracce: chiedere smaccatamente “cosa volete esprimere con
questi scatti?” è una domanda elegante e molto apprezzata, che nobilita il
cliente e non lo fa passare solo per una vacca da mungere.
4. Prendi appunti. Ogni parola, ogni espressione, tutto dev’essere annotato.
Penna e blocco note, se l’incontro è vis a vis, rimangono la soluzione
migliore e più appariscente. Dimostra grande interesse per le esigenze del
cliente.
5. Cerca di farti subito un’idea del budget a disposizione, in modo da tarare
poi le tue idee. Se il cliente è attento alla qualità, puoi considerare
location suggestive e costose, in caso contrario devi valutarne di
economiche. Non per fare il provinciale, ma hai la fortuna di abitare in un
paese che offre ambienti di tutti i tipi, dal mare cristallino della Sardegna
ai monti innevati del Trentino, passando per luoghi dal clima mite tutto
l’anno nel Sud della Sicilia, a città iconiche come Venezia, Firenze e
Roma. Scattare in Thailandia fa molto figo, ma volendo le alternative
italiane ci sono sempre.
6. Se il cliente ti fa una domanda o una proposta stupida, non dico di dirgli
che ha fatto bene ed è bravissimo, ma nemmeno di farlo passare per
stupido. Se ti chiama è perché vuole qualcuno che faccia qualcosa che lui
non sa fare. Non tutti, però, hanno l’umiltà di affidarsi completamente
alle mani del professionista di turno. Qualcuno dà suggerimenti, spesso
sconclusionati, qualcun altro fa l’esperto. Ascolta sempre, perché magari
salta fuori qualche buona idea e il cliente è contento perché ha
“contribuito” al processo creativo.
7. Aggiornare il cliente sulle idee che ti sono venute in mente va bene,
tediarlo no. Dopo il primo incontro, cerca di abbozzare progetto e costi
senza fargli altre domande, ma tornando da lui con una stima precisa di
modi, tempi e costi. È per questo che ti dico di fargli anche le domande
più stupide fin da subito!
8. Quando proponi un budget, ci sono tre reazioni tipiche: svenimento, risata
sguaiata o frase tipo “ma quel fotografo X mi fa meno”. Sono fastidiose,
ma succede spesso e volentieri. Cerca di parlare, esporre le tue ragioni e il
perché di certe scelte. Evita, invece, di contrattare: fissa un prezzo,
facendo in modo che sia ragionevole e tenga conto delle tue risorse ed
esperienza, ma a quel punto non giocare a ribassi o rialzi. Una limatina al
prezzo ci sta, mercanteggiare, invece, è un calcio nel sedere alla tua
professionalità. Impara a dire no.
9. Dai clienti ci vai da solo o al massimo col tuo studio manager. Se hai un
team, devi far vedere che sei il capo, e infondere sicurezza e carisma ai
tuoi collaboratori.
10. Non mostrare mai a un cliente lavori di altri fotografi come riferimento.
Niente book o cataloghi altrui, manco se si tratta di fotografi famosissimi
e morti e sepolti. Hanno chiamato te e vogliono te: mostra quello che sai
fare.
Il momento dello scatto
7

L’hai tanto agognato, questo momento. Il punto è che ti sembrava facile,


dopotutto, fare quel clic. Però hai capito che ce ne passa tra l’avere un’idea e
trovarsi una foto che la riproduca come vuoi. Ti sei passato il purgatorio dei
capitoli precedenti (ma anche no, che non erano malaccio) e finalmente ci
siamo. It’s time for the clic, my friend. Alla pari della preparazione, anche
durante lo scatto ci sono tanti di quei parametri da considerare che potresti
prendere una laurea in ingegneria aerospaziale ad honorem. Tuttavia, visto
che per noi la parola d’ordine è “creatività”, cerchiamo di semplificare le
cose. Insomma, ci vuole un approccio più libero da vincoli tecnici, per
spingere la tua inventiva oltre i confini conosciuti. Lo so, lo so, sono un
ottimo motivatore.

Studia!
Il lavoro che hai fatto finora non lo devi buttare, anzi. Tieni conto delle tue
idee e del tuo progetto e, se possibile, crea una traccia con gli elementi
salienti. E studiali, memorizzali, fanne il tuo credo. È facile, una volta sul set,
dimenticarsi di questo o quel particolare e scombinare tutto. Meglio, invece,
se ti attieni il più possibile alla tua idea iniziale: ci hai pensato a mente lucida,
magari è stata pure approvata da un cliente, quindi non c’è motivo di
stravolgerla. Piuttosto, se avanzi tempo alla fine dello shooting, sperimenta
delle nuove idee. Nessun limite, invece, quando ti aspettavi una certa
situazione e te ne trovi davanti un’altra. Di fronte alle emergenze occorre
reinventarsi, ma quelli bravi non demordono. Non avevi fatto in tempo a
vedere di persona una modella e l’agenzia te ne ha mandata una
completamente diversa? Il set è allagato perché il tetto era rotto e ovviamente
è piovuto? Devi correre avanti e indietro dal bagno perché quei dannati frutti
di mare non erano così freschi come credevi? Qualche aggiustatina al
progetto iniziale, in effetti, serve proprio, l’importante è mantenere una linea
guida (Figura 7.1).
• Figura 7.1
Quando arrivi in una location, anche una che conosci benissimo, alla fine dello shooting
dedica qualche minuto per esplorarla in ogni angolo, sia mai che trovi qualche spunto
interessante. In questo caso, volevo scattare nella piazza della Fontana di Trevi, a Roma.
Terminati gli scatti, ho gironzolato nei dintorni, trovando questo magnifico portone in
legno. Nella sua semplicità offre un sacco di elementi geometrici: le linee orizzontali delle
assi di cui è composto, le linee verticali del muro in cui è incassato, le linee diagonali del
pavimento. Insomma, un gioiellino di location come nemmeno la magnifica opera del
Bernini.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: Tubino e
giacchino: Pommes de Claire; Parigine: Silvia Grandi; Collana e orecchini: Sperimentale;
Scarpe: Carla Foca.

Più che location, luce


Finora ho sempre parlato di location all’aperto, al chiuso e studio, ma la vera
differenza tra i posti dove scatti è data quasi sempre dalla luce. Del resto,
“fotografia” deriva dalle parole greche “phos” e “graphis”, e quindi significa
“scrivere con la luce”.
Ci tengo molto, moltissimo, a far notare che ci ho messo sette capitoli prima
di dirlo. Dico, hai mai letto un libro di fotografia dove ti spiegano che
significa “fotografia” dopo ben sette capitoli? Ecco. Tornando a noi,
immagino che tu sia arrivato al momento dello scatto già con un’idea precisa
del tipo di location da usare. Anche perché, in caso contrario, significa che
finora di questo libro hai guardato solo le figure che, per carità, se lo
meritano. In base al tipo di location, sai anche il tipo di luce che hai a
disposizione. Non lo avessi capito, la distinzione fondamentale tra naturale e
studio, è che la prima ti offre molta più creatività, ma per contro hai a che
fare con N variabili che possono complicare le cose. Con la luce da studio hai
risultati in genere (non sempre…) più piatti, ma vai sul sicuro (Figura 7.2).
Ok, tutto chiaro e tutto bello, ma quando è il momento di scattare, cosa fare
in base alla luce che hai a disposizione? Sai che adoro quando mi fai delle
domande.
• Figura 7.2
Le foto da studio, per ovvie ragioni, mancano sempre di profondità. Il che non è un male.
Per certi tipi di foto, in particolare i primi piani, è esattamente quel che ti serve. Tuttavia,
per dare un maggior senso di tridimensionalità, agisci sul contrasto. Sparalo il più alto
possibile, sempre facendo attenzione affinché le parti bianche non schiariscano troppo,
“bruciandosi”.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: cappello: Elena
Ricci Design; camicia: Donas.

Lavorare con la natura(le)


In effetti, abbiamo già parlato degli scatti in vari tipi di location, ma adesso ci
focalizziamo sui pochi aspetti rimasti, che riguardano in modo specifico la
nostra bella, bellissima luce. Nel caso di quella naturale, ricorda innanzitutto
che è l’ora dello scatto a fare la differenza. Detto questo, in genere la luce
naturale ha una “temperatura” più alta di quella da studio ed è il motivo per
cui trasmette sensazioni più calde. Non è detto che questo sia un bene: se devi
scattare per una pubblicità di cosmetici, per esempio, vuoi una luce fredda,
dove gli unici elementi caldi, per dire, siano quelli dati dai colori del trucco.
Senza contare che in molte situazioni vuoi semplicemente che il tuo scatto sia
gelido come il marmo. E va benissimo. Se invece vuoi una luce calda, ecco
quella naturale. In questa condizione si lavora con poco materiale,
prediligendo un riflettore di quelli pieghevoli, sfigatissimi, a due facce, oro e
argento. Con questo fai davvero tutto, ma se ci aggiungi anche un diffusore
(di quelli economici, pieghevole pure questo, che filtri la luce più intensa),
c’è da stappare lo champagne. Riassunti i concetti base, andiamo alle diverse
situazioni che si possono presentare e creare con la luce naturale.

Sole alle spalle


Fin da piccolo ti hanno sempre insegnato che le foto si scattano col sole alle
spalle. Se è per questo, ti hanno anche detto che mangiare dolci fa venire le
carie, ma rinunciando a torte e pasticcini ti saresti privato di un piacere
fondamentale della vita. Con il sole funziona un po’ alla stessa maniera. Non
è che sia sbagliato metterlo alle tue spalle, intendiamoci, ma limita le tue
possibilità creative. Il sole alle spalle del fotografo funziona bene durante la
golden hour, quando non è troppo forte. In caso contrario, il soggetto inizia a
fare smorfie per il fastidio agli occhi, senza contare che si crea una luce da
fotografi della Domenica, molto scontata. Non sono contro le foto di questo
tipo, per carità, ma hanno bisogno di soggetti o elementi molto forti, da un
punto di vista visivo, per non ricadere nella banalità.

Luce diretta frontale


In alcuni rari casi, la luce puntata di fronte al soggetto offre dei risultati
spettacolari. Sì, rari, perché in genere è una luce difficile da gestire, se non ti
trovi nella golden hour. Una luce intensa e diretta crea contrasti forti, che
puoi attenuare con un diffusore. Oppure, puoi giocare con i riflettori colorati,
con toni dorati o argentati, che arricchiscono l’immagine. Il consiglio, in
questo caso, è di chiedere al modello di puntare il viso il più possibile verso il
sole. Il mento, in particolare, dovrebbe avere la stessa angolazione, per
attenuare le ombre troppo forti.

Luce diretta laterale


Non sempre vuoi evidenziare la parte frontale del soggetto. A volte conta di
più il lato. E non fare battutacce, che lo so che stai sghignazzando.
Comunque, qui funziona più o meno come con la luce frontale. Con una
differenza: per questioni psicologiche, l’osservatore ha sempre la necessità di
vedere abbastanza bene il viso di un soggetto. Quindi, se è vero che una luce
laterale in parte lo nasconde, devi giocare con riflettore o flash (argh!) per
farlo per lo meno intravedere (Figure 7.3 e 7.4).

Controluce
Oh, il controluce. È, in assoluto, una modalità di scatto tra le preferite dai
fotografi di un certo livello. Il primo motivo è che è l’esatto opposto della
precedente, quindi di base consente di staccarsi dalla mediocrità. Il secondo, è
che scattare in controluce dà davvero una marcia in più alle tue foto. Quindi,
ecco che il sole, in questo caso, si trova alle spalle del soggetto che fotografi.
Se scatti nella golden hour, l’effetto è quello di un’immagine eterea, delicata,
naturale, ma non banale. Più il sole è alto e la luce è forte, e più i tratti del
soggetto si scuriscono, fino ad arrivare a situazione in cui diventano tutti
scuri e il risultato è quello di una sagoma nera che si staglia su un fondale
molto luminoso. Può essere un effetto voluto, ma in genere è da evitare.
Controluce e golden hour, invece, sono l’accoppiata vincente per ogni
fotografo che si rispetti. Lavora con aperture elevate (quindi con una “f”
molto bassa) e sperimenta con gli effetti di flare, che sono quei cerchi colorati
che si formano puntando l’obiettivo verso la sorgente luminosa. E poi fa più
scatti, spostando il soggetto rispetto al sole che ha alle spalle: fa in modo di
avere sia scatti dove i due sono decentrati tra loro, sia scatti in cui il sole è
eclissato dal tuo soggetto. Quest’ultima situazione è perfetta quando hai a che
fare con folte chiome e outfit con molte trasparenze (Figura 7.5).

Alba e tramonto
Qualche capitolo fa te ne ho parlato, vero, ma qui intendo proprio il momento
in cui il sole fa capolino o, al contrario, sta per sparire. La luce, in questi
momenti che durano pochi minuti, è caldissima, tanto da donare un effetto
onirico ai tuoi scatti. Una luce eccellente in quelle situazioni un po’
fiabesche, come la pubblicità di uno shampoo con una modella dai lunghi
capelli, che corre al galoppo di un destriero bianco su un prato fiori. Oh, mi si
caria un dente, ma ci siamo capiti. Con questa luce, meglio sottoesporre la
foto di uno o due stop, per giocare su toni scuri e misteriosi. Funziona molto
bene anche con l’HDR, effetto abusato di cui ti parlerò in seguito. Diciamo
che nella fotografia professionale ha stancato, mentre per le foto delle
vacanze fa ancora la sua gran figura.

• Figura 7.3
La luce laterale si presta a meraviglia quando devi dare un forte senso di intimità alla tua
foto. In questo caso, volevo che il viso “fuggisse” dalla luce, e per questo ho aspettato che
la modella lo girasse in questa direzione. Se hai a che fare con una professionista,
raramente devi chiederle pose precise: basta scattare in continuazione e aspettare che arrivi,
con naturalezza, alla posizione che vuoi tu. Tra l’altro, in questo modo la fai interagire
attivamente con gli scatti, la gratifichi, la fai stare bene e il servizio non può che
beneficiarne.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: Tubino:
Pommes de Claire.
• Figura 7.4
La stessa foto di prima, ma con una luminosità del 50% in più, per far risaltare il viso. Da
una parte ne beneficia la chiarezza, dall’altra viene perso il significato originario. Spesso, la
creatività richiede scelte coraggiose.
• Figura 7.5
Nel controluce non devi per forza stagliare le spalle del soggetto sul sole diretto. Meglio,
anzi, scegliere una posizione in cui la luce che proviene da dietro sia diffusa e morbida. Le
piccole piazze, come quella che sta alle spalle della modella in questo scatto, sono dei
perfetti “diffusori naturali”.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: Tubino: Pommes
de Claire; Parigine: Silvia Grandi; Collana e orecchini: Sperimentale; Scarpe: Carla Foca.
Nuvole
Guai a te se maledici le nuvole, mentre scatti con la luce naturale! Perché le
nuvole, se ci pensi, sono dei perfetti diffusori naturali. Certo, parlo di un cielo
poco o moderatamente coperto, che filtri un po’ un sole che, altrimenti,
sarebbe troppo forte. Scattare con le nuvole è cosa buona e giusta. Se la luce
non è sufficiente per i tuoi gusti, aumenta l’ISO (ma non superare mai gli
800) e l’apertura.

Sfrutta l’ambiente
Il sole diretto va benissimo, per carità, ci ricavi un sacco di ottimi scatti. Ma
se in giro vedi qualche albero, beh è il momento di approfittarne.
Hai idea di che giochi di ombre si generano quando la luce passa attraverso i
rami di una quercia? E se poi queste ombre dipingono il tuo soggetto? Una
regola di cui devi tenere conto è che ogni ambiente offre elementi
caratteristici pronti ad addomesticare in modo particolare la luce. A parte
quando ti trovi in mezzo al deserto, certo, ma non è il caso di fare i pignoli.
Piuttosto, oltre agli alberi, sfrutta il tuo occhio di falco e sbizzarrisciti con la
fantasia! Cerca sorgenti di acqua come ruscelli, piscine, laghi, mari e via
dicendo e sfruttane gli splendidi riflessi!
Immergi il soggetto a metà nell’acqua e guarda un po’ la luce marmorizzata
che si riflette sul suo corpo. Anche un’auto tirata a lucido offre riflessi
interessanti, per non parlare di alcune vetrine. Per quanto tu abbia pianificato
i tuoi scatti, approfittane per aumentare l’assortimento sfruttando degli
elementi che trovi nella location e di cui magari non ti eri accorto! Non c’è
limite alla fantasia.
Qualche anno fa, durante un servizio in Costa Rica, capitò di utilizzare alcune
foglie di banano come improvvisati riflettori e diffusori. Una foglia inclinata
(il “diffusore”), sopra la modella, e una di lato (il “riflettore”), per regalare
allo scatto dei colori caldi e originali.
• Figura 7.6
Un giorno di primavera (bello come inizio, no?) ho deciso di fotografare questa splendida
modella in un’antica villa romana. Un breve giro nei dintorni, e scopro una panchina di
roccia sotto a dei grandi alberi. Una location perfetta per ricavarci uno scatto interessante,
con le foglie a fare da diffusori naturali per il sole che picchiava inesorabile.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: giaccone:
Nuna Lie.

Flash di riempimento
Anche detto “fill-in flash”, è un flash utilizzato per sopperire alla mancanza
di luce di una parte della fotografia. Di solito utilizzato nelle location interne,
trova un impiego anche quando scatti all’aperto, con luce naturale. Il discorso
è semplice: ricordi l’uso del riflettore? Da bravo, sai che si usa proprio per
attenuare certe ombre generate da un sole diretto. Non sempre, però, basta il
riflettore. Vuoi per l’inclinazione del sole, vuoi per la sua intensità, vuoi per
quelle dannate nuvole, a volte occorre usare proprio il flash. O meglio, io di
solito non lo uso. Mi tengo le ombre così come sono (amo gli effetti
“naturali”) o scatto in un altro momento, ma non è che tu devi essere pazzo
come me, sia chiaro. Resta il fatto che un flash rischia di fare a cazzotti con
una luce naturale, così c’è da architettare un qualche espediente per usarlo in
questa situazione. Buona notizia: ce l’ho. Si tratta di usare un normale flash
portatile, impostarlo a una potenza molto bassa e non puntarlo direttamente
verso la zona da schiarire, bensì verso un riflettore dorato. Il riempimento di
luce viene che è una favola, assicurato.

Low key e high key


Questi sono i tipici termini per far colpo tra gli amici, quando parli di
fotografia, o nei forum di appassionati. In realtà si riferiscono a un concetto
molto semplice: la luminosità del tuo scatto, che si decide prima del fatidico
clic. In un’immagine high key, o High K, c’è grande luminosità, quasi
nessuna zona d’ombra e pochi contrasti. All’occhio dell’osservatore, appare
come uno scatto brioso, positivo, energico. Un’immagine low key, o Low K,
al contrario è scura, punta sulle ombre e dà risalto solo a pochissimi elementi
luminosi. In questo caso, l’immagine vuole trasmettere drammaticità,
emozione, inquietudine. Non sottovalutare mai le emozioni scatenate da una
tecnica piuttosto che un’altra. Prova a utilizzare una High K e una Low K su
uno stesso scatto e verifica con mano i diversi significati che assume. Tra
l’altro, provare non è nemmeno difficile. Per una High K ti basta
sovraesporre, mentre per una Low K ti basta sottoesporre. Meglio farlo,
ovviamente, al momento dello scatto, perché i risultati in post-produzione
sono sempre peggiori (Figure 7.7, 7.8 e 7.9).
Una regola importante è che, specie nella fotografia di moda, devi dare
preferenza all’illuminazione del soggetto, piuttosto che agire sull’esposizione
della macchina. Per esempio, piuttosto che sovraesporre un’immagine perché
troppo scura, è molto meglio aumentare l’illuminazione del soggetto. Nel
caso di uno studio, agendo sulla potenza dei flash, nel caso di luce naturale,
variando la posizione del soggetto e usando un riflettore (meglio se dorato).

Fuoco automatico, ma anche no


A volte, diciamo spesso, capita di vedere fotografi che stanno minuti e minuti
a impostare la loro dannata macchina. Così, prima del fatidico clic, campa
cavallo che l’erba cresce. Non sarò così cafone da ricordarti che il tempo è
denaro (o forse sì, boh) e che in quei minuti la situazione davanti all’obiettivo
può cambiare radicalmente. La modella si stanca, la luce cambia, compare
qualche nuvoletta, mentre se sei in studio può perfino cambiare l’intensità di
una luce fissa. Insomma, quando parliamo di “scatto” ci riferiamo a qualcosa
di veloce, quindi perdere molto tempo davanti alle impostazioni è snaturare il
concetto stesso di fotografia. Perché non riesci a catturare proprio
quell’istante che vuoi tu, bensì quello dopo, o quello dopo ancora, e non è la
stessa cosa. Per questo motivo, davanti alla macchina, prima del clic, ci vuole
velocità. E qui, se sei un purista della tecnica, rischi di scaraventare fuori
dalla finestra questo bellissimo tomo (salvo che tu non l’abbia già fatto, eh).
Perché? Perché ti annuncio che sono favorevolissimo all’uso dell’autofocus e
la notizia peggiore è che non sono il solo. L’autofocus, anche detto fuoco
automatico, è una funzione che ti evita di mettere a fuoco manualmente,
spesso per tentativi, un punto dell’immagine. Ora, qualcuno dirà che la messa
a fuoco manuale offre un livello di creatività impensabile con la modalità
automatica. Questo è vero, per carità, ma solo in parte. I sistemi di autofocus
moderni, infatti, consentono di mettere a fuoco punti molto precisi del tuo
futuro scatto. Perché ci si deve vergognare di approfittarne? Perché rinunciare
a una tecnologia che funziona alla grande? Non c’è motivo, appunto. Chi ama
la messa a fuoco manuale, ovviamente, non va considerato un matusa col trip
fotografico. Questa modalità si presta magnificamente, per esempio, con i
paesaggi, i soggetti in veloce movimento, o nel caso in cui la macchina a
disposizione sia di basso livello e non abbia un autofocus decente. In tutti gli
altri casi, ma specie nella fotografia fashion e con soggetti abbastanza statici,
la modalità automatica è ormai uno standard de facto e, seguendo qualche
semplice suggerimento, ti regalerà proprio gli scatti che vuoi ottenere.
• Figura 7.7
Questa è l’immagine originaria, con la luce a puntino e il giusto equilibrio.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: clutch bag:
Garbage’En.

• Figura 7.8
La versione High K: esprime positività e brio.
• Figura 7.9
La versione Low K: esprime introversione e (un po’ di) inquietudine.

Nei casi in cui hai bisogno di un autofocus veloce, usa obiettivi luminosi,
ma non troppo. Il valore massimo dovrebbe essere tra f/2.0 e f/2.8.
Aperture maggiori rallentano la velocità di messa a fuoco automatica.
Se il soggetto da mettere a fuoco si muove velocemente, cerca di rallentarlo
o aspettare un momento nel quale sia fermo. Non è sempre detto che sia la
macchina a dover seguire delle regole. A volte è più semplice applicare le
regole agli elementi dello scatto.
Ok autofocus, ma senza esagerare. Ci sono macchine che offrono modalità
automatiche “particolari”. Per esempio, hanno tecnologie di
riconoscimento dei visi, piuttosto che delle case e via dicendo. Ecco, si
tratta di funzioni un po’ fasulle, quindi meglio un autofocus vero e
proprio.
Può sembrare scontato, ma molti lo dimenticano: l’autofocus funziona
meglio in ambienti luminosi. Così, ci tenevo a ribadirlo.
• Figure 7.10 e 7.11
La precisione dell’autofocus delle macchine moderne è tale che, ormai, conviene usare il
fuoco manuale solo in alcuni casi. Basta spostarsi di un millimetro per mettere a fuoco un
particolare piuttosto che un altro. Per questo motivo, non ti vergognare a usare l’autofocus!
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm.

Bilanciamento del bianco


Che tu sia un fotografo alternativo o un amante della tecnica, non c’è niente
che ti accomuni agli altri colleghi come il bilanciamento del bianco. È la
croce e delizia universale della fotografia. Se non sai di cosa si tratta, niente
paura. Prendi una parte bianca di una delle pagine di questo libro e osservala.
Quasi certamente ti sembrerà bianca, bella forza. Ma se, per esempio, ti trovi
in una stanza buia con una vecchia lampadina al tungsteno come sorgente
luminosa, bè non sarà un bianco così netto, bensì un giallognolo. Questo
succede col bianco, ma il tipo di sorgente luminosa influenza tutti i colori di
un’immagine. In base al tipo di luce, i colori vengono più o meno “sporcati”,
con l’aggiunta di una tonalità. Per avere immagini realistiche, quindi, devi
filtrare quella tonalità da tutti i colori della foto che stai per scattare. E questo
si fa, appunto, col bilanciamento del bianco. Ci sono due tipi di
bilanciamento: automatico e manuale. Il primo, in base alla tua fotocamera, ti
chiede di specificare il tipo di sorgente luminosa a tua disposizione, e regola i
colori di conseguenza. È un modo semplice per impostare la “temperatura”
della luce, solo che al posto di esprimerla in gradi Kelvin, si preferisce
associarla a valori predefiniti. E così ecco che quasi tutte le fotocamere
dispongono delle voci: tungsteno (la classica lampadina a bulbo),
fluorescente (il neon), giorno (il più neutro),flash, nuvoloso e ombra.
Ciascuna corrisponde a una diversa temperatura della luce. Di solito, c’è
anche la funzione per impostare una temperatura precisa, in Kelvin. Con il
secondo tipo di bilanciamento, invece, devi seguire una determinata
procedura (che varia da fotocamera a fotocamera), che in buona sostanza dice
alla tua fotocamera qual è il “vero” bianco. Il bilanciamento del bianco è una
fase fondamentale del tuo scatto e il consiglio è di scegliere quello manuale
quando hai a che fare con condizioni di luce mutevoli. Leggasi “con luce
naturale”. In genere, comunque, le impostazioni automatiche vanno più che
bene. Tra l’altro, il bilanciamento del bianco si usa anche per creare dei filtri
leggeri, ma efficaci. Per esempio, se i colori degli scatti ti sembrano troppo
freddi, scegli come impostazione “nuvoloso” o “ombra”, in modo da
riscaldare i toni della fotografia (Figure 7.12, 7.13 e 7.14). Ah, non serve che
lo dica, ma non si sa mai: il bilanciamento del bianco si può effettuare anche
in post-produzione, cioè in fase di ritocco, ma il risultato non è nemmeno
paragonabile al bilanciamento fatto prima dello scatto.

Scattare sembra facile. Infatti lo è


E così adesso devi fare clic.
Clic, allora?
No, aspetta! Dai, solo un altro istante! Perché sì, ci sei, ma se stai attento a
stabilizzare l’immagine è molto meglio. Mi spiego. Sappiamo bene cosa
s’intende per stabilizzazione dell’immagine: un sistema che consente di
tenere ben fermi macchina e obiettivo, evitando un involontario effetto mosso
(certo, c’è il “mosso creativo”, ma non è che lo devi sempre usare come
giustificazione). Molti fotografi usano il treppiede, che è quel cavalletto
speciale sul quale collegare la fotocamera. E poi si fa clic, certo. Oppure,
primo trucchetto (in verità piuttosto noto), si imposta l’autoscatto minimo.
Così, dopo il clic, molli la macchina sul treppiede e lascia partire lo scatto.
Sia mai che, proprio durante il clic, una mano un po’ goffa faccia tremare la
fotocamera anche col treppiede. Eppure, sono cose che capitano anche ai
migliori fotografi. Comunque, questo quando si parla di “molti fotografi”. Poi
ci sono quelli che non usano alcun tipo di stabilizzazione e si rifanno alle loro
mani esperte. E in genere fanno scatti che, a un’attenta osservazione, un po’
di mosso lo mostrano sempre. Ti diranno che si tratta di “imperfezioni che
rendono autentico e personale lo scatto”. Dai la mano, saluta educatamente e
scappa lontano da loro, sia mai che impari le cattive abitudini. E poi eccoli, ci
sono loro, i fotografi che usano macchine o obiettivi stabilizzati. E fanno
tutto a mano. Bene, sarà che ho cattive frequentazioni, ma il 90% dei
fotografi che conosco è di questo tipo. Il motivo è semplice, ed è un buon
motivo. Tutte le macchine reflex moderne, per lo meno quelle di livello
medio-alto, sono dotate di una qualche tecnologia di stabilizzazione. A volte
è interna alla macchina, a volte è negli obiettivi. Il primo caso, più raro, è in
realtà il migliore, perché ti permette di scegliere obiettivi non stabilizzati e
quindi meno costosi. Insomma, se per ogni obiettivo che compri paghi anche
il rispettivo stabilizzatore, non conviene pagarne uno solo, nella macchina, e
poi scegliere l’obiettivo che preferisci, risparmiando? E no, la diceria che gli
stabilizzatori interni sono peggiori è una bufala degna dei peggiori bar di
Caracas. Per qualche strana ragione (io punterei il dito contro il vile
denaro…), buona parte dei produttori continua a scegliere di integrare lo
stabilizzatore negli obiettivi. Bè, ovviamente tutto dipende dalla macchina
che hai, comunque l’importante è che, in un modo o nell’altro, tu abbia
questo benedetto stabilizzatore. E a quel punto, puoi entrare di diritto nel
ristretto gruppo dei fotografi psicopatici, che scattano senza usare il treppiede
(Figura 7.15). Perché dovresti farlo? Perché è più comodo muoversi senza
aggeggi ingombranti da spostare e perché ti fa perdere meno tempo. E il
tempo bla bla bla, e il denaro bla bla bla. Più di tutto, usare solo la macchina
ti consente di avere un approccio umano allo scatto. Perché fotografare, se ci
pensi, è come memorizzare un frammento di vita che ti ritrovi davanti agli
occhi, e devi poterlo fare in un istante. Senza il bisogno di posare il treppiede,
aprirlo, regolarlo, agganciarci la fotocamera, impostare l’autoscatto, attendere
lo scatto. La differenza, minima, è di venti secondi, e non hai idea delle cose
che possono cambiare in venti secondi. Hey, in venti secondi ho scritto la
frase precedente, mica pizza e fichi!

• Figura 7.12
La temperatura della luce non serve solo per il bilanciamento del bianco. Anzi: spesso ci
puoi giocare per ottenere degli effetti particolari ed eleganti. Prendi in considerazione, per
esempio, questo scatto…
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.
• Figura 7.13
Con il plugin Viveza 2 ho aumentato del 65% la temperatura della luce, virando quindi su
toni caldi e avvolgenti. Le foto in esterno sono quelle che si prestano meglio a essere
“riscaldate”.
• Figura 7.14
In questo caso, invece, ho voluto dare un aspetto algido alla foto, diminuendo la
temperatura della luce del 30%. In genere, le basse temperature colpiscono in modo più
duro l’immagine, quindi è bene andarci piano.

Dieci è meglio di uno


La differenza tra la fotografia professionale (ancora questa definizione da
orticaria) e quella hobbistica è solo una: il denaro. Con la prima ti pagano,
con la seconda no. Lungi dal voler togliere la poesia dagli scatti su
commissione, resta il fatto che tutto dev’essere ottimizzato per farti
guadagnare il più possibile. Il che non significa certo che devi rinunciare alla
creatività e bellezza di questo meraviglioso mestiere. Significa solo che non ti
puoi permettere certi virtuosismi, o voli pindarici, che faresti con la tua
macchina fotografia durante una gita al mare la Domenica pomeriggio. Tutto
questo straziante preambolo si riassume nella regola del “dieci è meglio di
uno”. Vale a dire che piuttosto di perdere secondi preziosi a impostare il tuo
scatto, facendo mille valutazioni su composizione e parametri assortiti, è
molto meglio, nella stessa frazione di tempo, fare dieci scatti. È chiaro che
serve un po’ di pratica, perché comunque devi far risaltare il tuo stile in ogni
tua foto, ma quello che voglio dire è che a volte te la devi giocare con una
mera questione di quantità. Per quanto tu stia attento a scattare una foto, per
quanta attenzione dedichi, ci sono comunque molte chance che non sia
buona. Quindi, meglio perderci meno tempo e scattare di più. Credimi: che tu
in un minuto scatti una foto (ehi, non dirmi che è così!), o ne scatti cinque, il
rapporto tra scatti effettuati e scatti utilizzabili è di 1 a 11 o addirittura 1 a 12.
Già: se devi seguire una campagna da 10 scatti, di foto ne devi scattare
almeno 110. E se, a quel punto, ti viene da selezionarne più di 10, Huston
abbiamo un problema: o non hai uno spirito sufficientemente critico per
scegliere le foto, oppure la qualità media è bassa e gli scatti ti sembrano tutti
buoni. Lo so, lo so, mi odi, me ne farò una ragione.

• Figura 7.15
In qualche caso l’effetto mosso è voluto e contribuisce a dare dinamismo alla foto. C’è di
buono che i filtri per il mosso, disponibili nei comuni programmi di fotoritocco, hanno
raggiunto ottimi livelli. Quindi, in linea di massima, cattura i tuoi scatti stabilizzati e
giocherella col mosso in post-produzione. Fatto salvo nei casi in cui parti con la precisa
idea di fare il mosso, per esempio in una foto sportiva.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm.
settimio benedusi
Questo scatto ti è stato commissionato? Se sì, da chi? Se no, perché ti è
venuto in mente di farlo?
Lo scatto è stato commissionato da cliente Palagini, per il loro calendario
annuale. Sia per loro tipologia merceologica, sia per mio DNA, una presenza
importante per questo lavoro doveva essere l’acqua. Ho pensato quindi di
realizzare queste immagini in Sardegna, al mare.

Qual era la tua idea iniziale, per questa foto? Cosa volevi esprimere?
L’idea portante del servizio è quella di far fondere il corpo della modella con
la natura, facendola diventare essa stessa natura. Dato che il cliente chiedeva
comunque una presenza di nudo, in questa maniera a mio avviso il nudo
diventa totalmente naturale, non correndo il rischio, neanche per un secondo,
di diventare volgare. E rende quindi il nudo giustificato, che è la cosa più
importante, dato che in una natura selvaggia e incontaminata, e in qualche
maniera primordiale (in tutto il servizio non c’è mai alcun manufatto umano,
tipo case…), è giusto e coerente che il corpo femminile sia nudo.

Hai deciso di scattare direttamente questa foto o è estratta da un intero


servizio?
È tratta da un calendario composto da 12 immagini.

Perché hai scelto questa modella/modello?


Una modella con un bellissimo corpo, non rifatta, e senza problemi a stare
completamente nuda in pubblico. Si chiama Sabrina.

Che location hai scelto?


Il sud della Sardegna, Villasimius.

Perché hai scelto questa location?


Per la bellezza del paesaggio!

Che fotocamera hai usato?


Canon EOS 1DS Mark III.
Che obiettivo hai usato?
16 mm, per prendere più natura possibile.

Hai usato flash? Quali?


No.

Diffusori o pannelli? Di che tipo?


No.

Che indicazioni hai dato alla modella/o durante gli scatti? Le parlavi?
Cosa le dicevi? C’era musica? Che musica?
Molto, molto importante che la modella capisca il concetto che sta dietro a un
servizio: le ho quindi ben spiegato cosa e perché lo stavamo facendo.
L’ho pregata quindi di immergersi nella natura e in quel mare nella maniera
più rilassata e intima possibile, come tornando nel grembo materno. L’ho
pregata di non fare la “figa”, di non volere essere sexy, di godersi il momento
come fosse il più bello della vita.

Come hai agito in post produzione? Che tipo di fotoritocco hai fatto?
Pochissimo, solo conversione in bianco e nero, per uniformare la modella al
paesaggio e renderli un tutt’uno.

Che software usi per il fotoritocco? Quali plugin?


Adobe Photoshop CS6 e Nik Silver Efex Pro 2, per conversione in bianco e
nero.
scatto d’autore

Quali sono stati i problemi principali durante lo shooting?


Nessuno!

Qual è la cosa di cui vai più orgoglioso per questo shooting?


Di essere riuscito a trattare il nudo in maniera non tanto artistica o non
artistica (che sono secondo me parole senza senso), ma in maniera
giustificata, non inutile. La modella è nuda perché c’è un senso e una
giustificazione al fatto che è nuda.

Biografia
Nasce di fronte al mare, sotto il segno dei gemelli. La curiosità è uno dei suoi
primi ricordi, che soddisfa andando al cinema (il cineforum con dibattito!),
leggendo (Steinbeck, Andrea Pazienza, Calvino…) e ascoltando musica (De
Andrè!) come un pazzo. Studia al liceo classico, avendo come compagno di
banco un genio folle, Claudio, che ora fa l’insegnate di matematica
all’università. Grazie a suo papà, verso i dodici anni, viene stregato dalla
fotografia: da quel momento non penserà ad altro, leggendo e guardando tutto
ciò che la riguarda. Pur frequentando l’università di giurisprudenza, verso i
vent’anni molla tutto e, non conoscendo niente e nessuno, si trasferisce a
Milano, allo sbaraglio. Gli inizi sono difficili, ma con costanza e tenacia
riesce prima a fare l’assistente e poi il fotografo professionista. Riesce fin da
subito sia a pubblicare per riviste (per migliorare il book), sia a fare lavori
commerciali (per mantenersi). Proprio lavorando per riviste di tutte le
maggiori case editrici (Mondadori, Rizzoli, Rusconi, Condè Nast…) riesce a
iscriversi all’ordine dei giornalisti.
Grazie alla passione per la scrittura ha un seguitissimo blog, fin dal 2003, sul
suo sito personale, e un altro sul sito del Corriere della Sera, il più importante
news-magazine italiano. Partecipa per sette anni consecutivi, unico italiano,
alla realizzazione della celeberrima rivista di costumi da bagno Sports
Illustrated. Esegue ritratti a tutto il gotha italiano.
Grazie a questa positiva frenesia estende la sua attività ben oltre la semplice
professione, insegnando allo IED, tenendo workshop al TPW, facendo mostre
(al buio!), tenendo conferenze, partecipando a programmi televisivi…
cercando in questa maniera di condividere con gli altri il poco o tanto che
conosce, convinto che “tutto ciò che si dà, si riceve”. Facendo fotografie ha
avuto il privilegio di viaggiare in tutto il mondo, vivendolo in una maniera
che sarebbe stata impossibile se l’avesse fatto come semplice turista. È felice
per tutto ciò che ha fatto fino a ora, e spera che le sue fotografie rimangano
per sempre come testimonianza della sua maniera di vedere il mondo e le
persone. Ama riassumere le mille caratteristiche di una persona con un
piccolo dettaglio. Il suo vorrei fosse questo: non butta mai la carta per terra.
www.benedusi.it
Qualche trucco per gradire
8

Dopo sette capitoli, spero sia chiaro il concetto che questo libro non vuole
insegnarti a fotografare, ma a farlo in modo professionale. Che non significa
fare la cafonata di scrivere “fotografo professionista” sul biglietto da visita, e
neppure nel sito web. Significa farlo con una forma mentis professionale. E
con uno scopo preciso: guadagnare. Sai che mi piace molto sbatterti in faccia
la realtà: nella mia carriera ho visto che chi si è posto come obiettivo quello
di “vivere di fotografia”, alla fine ce l’ha sempre fatta. Poi lascia perdere che
si tratti di fare servizi matrimoniali o di alta moda: quella è una questione di
percorso, scelte e, a volte, colpi di fortuna. Ma si tratta comunque di gente
che oggi mangia grazie alla fotografia, che fa esattamente quel che voleva
fare e che dunque è soddisfatta. Al contrario, non mi è mai capitato di vedere
lavorare con la fotografia qualcuno che ha sempre e solo messo davanti il lato
“artistico”. Sì, certo, la fotografia è arte, ma se non impari a inserirla in un
contesto commerciale, allora farai splendidi scatti da attaccare alla parete del
tuo salotto (Figura 8.1). Ci sono persone che spendono interi stipendi per
comprare un’attrezzattura meravigliosa, che poi usano per fare scatti che
piacciono solo a loro, o talmente particolari da non interessare ad agenzie e
riviste. Va benissimo, tutto molto bello, ma difficilmente questa è la strada
per vivere di fotografia.
Ecco perché, come vedremo, chi vuole fare il professionista (e dai con questa
orticaria!) deve sfogliare centinaia, anzi migliaia, di riviste. E osservare
centinaia di libri di fotografia. E andare alle mostre. Occorre capire quali
sono gli elementi che rendono una foto non solo l’espressione del proprio
modo di essere, ma che creino anche una certa empatia nell’osservatore. E
facciano acquistare lo scatto da un’agenzia, un photo editor o un cliente
danaroso. È per questo che il famigerato “clic” è solo una goccia nel mare di
aspetti di cui devi tenere conto quando lavori con la fotografia. E in queste
pagine ne vediamo alcuni dei principali.
• Figura 8.1
Ci sono pose artistiche e pose commerciali. Raramente i due insiemi si intersecano. Uno
scatto artistico può scrivere il tuo nome nel firmamento dei fotografi di grido, uno
commerciale no, ma ha il vantaggio di essere più “rivendibile”. Se devi vivere di
fotografia, dai la precedenza agli scatti commerciali, e affina stile e tecnica nei tempi morti,
sperimentando a più non posso.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Outfit: tuta: Morgatta;
scarpe: Conspiracy.
(Ancora) sull’esposizione
Lungi da me parlare di tecnica (sai perfettamente come la penso), c’è però un
parametro dal quale, davvero, non puoi prescindere. E si tratta
dell’esposizione. Certo, abbiamo parlato di sovraesposizione e di
sottoesposizione, di High K e Low K, ma sull’esposizione, nel campo della
fotografia professionale, non si dice mai abbastanza. Come hai imparato nei
capitoli precedenti, l’esposizione è un parametro che dipende in realtà da altri
parametri, e può essere impostato automaticamente dalla fotocamera, oppure
manualmente da parte del fotografo. Nel primo caso, non c’è alcuna magia
nera: la fotocamera è dotata di un “esposimetro” (un sensore) interno, che
misura la condizione di luce e imposta di conseguenza l’esposizione, tramite i
parametri di apertura, sensibilità e tempo. La lettura della luminosità avviene
in due modi: con una modalità a matrice, oppure spot. La prima considera la
luminosità in più punti dell’immagine inquadrata, mentre la seconda si
riferisce a un punto preciso, scelto dal fotografo. La modalità a matrice, in
genere, offre il miglior rapporto tra qualità e tempo. Nel senso che puoi
puntare la fotocamera sul soggetto, senza troppa precisione, ed essere sicuro
che, comunque, la lettura non sarà proprio sballata. La modalità “spot”,
invece, è più precisa, ma ci devi fare la mano: anche un impercettibile
spostamento può ingannare l’esposimetro interno, e sbagliare lettura e,
quindi, esposizione. Cerca di prediligere la seconda solo quando hai un
soggetto molto contrastato. Infine, ovviamente, c’è l’esposimetro esterno.
Quell’affare di solito tenuto in mano dall’assistente, che si sbraccia per
segnalare al fotografo i valori letti. In buona sostanza, tu indichi su questo
dispositivo la sensibilità scelta per lo scatto e un altro parametro (di solito il
tempo di esposizione), e lui ti dice quale apertura impostare sulla tua
macchina.
Ora, cercherò di essere delicato nel dirtelo: non lo usa quasi più nessuno.
Aspetta! Leggimi, prima. È davvero un bel dispositivo, è super-preciso e, a
differenza degli esposimetri integrati nelle fotocamere, legge la luce
incidente, anziché quella riflessa. Significa che con una fotocamera punti
obiettivo, e quindi esposimetro, verso il soggetto, e dunque vieni a sapere
l’esposizione rispetto alla luce riflessa dal protagonista del tuo scatto. Così,
però, i valori variano in base ad altri parametri, come il tipo di abbigliamento:
se il soggetto è vestito di nero, assorbirà molta luce e quindi la macchina
tenderà a vederlo scuro e sovraesporre lo scatto, per bilanciare le cose (Figure
8.2, 8.3 e 8.4). E magari l’effetto non è quello che vuoi.
Con un esposimetro esterno, invece, il tuo schiav…, ehm, assistente, va
vicino al soggetto e punta il dispositivo verso la sorgente luminosa, dandoti
un valore molto più preciso. Ecco perché si dice che l’esposimetro misura la
luce incidente, quindi in modo indipendente dal soggetto. E quindi, perché
mai un simile gioiello dovrebbe mancare nella tua dotazione? Innanzitutto,
visto che il suo costo non è elevato (qualche decina di euro), nessuno ti vieta
di prenderne uno e giocherellarci.

• Figura 8.2
Le nostre belle considerazioni su sottoesposizione e sovraesposizione valgono anche nel
caso del bianco e nero. Anzi, a mio avviso valgono anche di più: là dove manca il colore,
l’esposizione gioca un ruolo ancora più fondamentale per dare pathos allo scatto, sebbene
l’atmosfera genere di un bianco e nero sia sempre malinconica e romantica. Per esempio,
osserva questa foto in originale.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: Tubino e
giacchino: Pommes de Claire; Parigine: Silvia Grandi; Collana e orecchini: Sperimentale;
Scarpe: Carla Foca.
• Figura 8.3
La stessa foto, in bianco e nero, sovraesposta di uno stop: i contrasti diminuiscono, quasi
tutti gli elementi di contorno spariscono e l’attenzione si focalizza ancor più sulla modella.

• Figura 8.4
Qui, invece, la foto originale sottoesposta di uno stop: dà maggior risalto al cielo, che
diventa co-protagonista dello scatto insieme alla modella.

Ciò posto, usare questo aggeggio implica, per esempio, di avere un assistente
che faccia solo questo. Perché non ti ci vedo a mollare la macchina, andare
vicino alla modella, effettuare la misura, tornare alla macchina e scattare. E
poi, se hai a che fare con la luce di un flash, servirebbe comunque qualcuno
che lo faccia scattare. Insomma, ben poco pratico. Inoltre, anche avendo un
assistente, i tempi di scatto aumentano. E ci siamo detti che il tempo è
importante e tante altre belle cose. Per questo, molto meglio affidarsi alla
macchina. Se proprio vuoi fare il figo, usa la modalità spot e fai molti più
scatti, concedendoti il lusso di poter scegliere.
Tuttavia, visto che qui non siamo scienza, ma fantascienza, eccoti due
trucchetti meravigliosi per gestire al meglio l’esposizione.
Il primo è scattare nella modalità bracketing, che sicuramente è prevista dalla
tua fotocamera. Così facendo, quando scatti, oltre all’originale, la macchina
memorizza due immagini: una sottoesposta e una sovraesposta (Figure 8.5,
8.6 e 8.7). Così puoi scegliere la migliore anche in un secondo momento.
L’altro trucco, ma più che di trucco è meglio parlare di regola, consiste nello
scattare in RAW. Ci torneremo più avanti, ma ti basti sapere che i file RAW
consentono una migliore gestione dell’esposizione in post-produzione, che
non significa che puoi permetterti il lusso di fare foto troppo sovraesposte o
sottoesposte.
Di base, punta a un’esposizione media, “giusta”, e poi, nel caso, sai che ci
puoi lavorare senza troppe rinunce. Ma esiste un’esposizione “giusta”?
Diciamo che è quella letta dalla tua fotocamera, appunto, ma c’è una buona
regola anche per i più fighetti che usano le letture spot o per chi vuole
sfruttare quel dannato esposimetro. Leggi la luminosità nel punto più
luminoso del tuo futuro scatto e poi in quello più scuro. Posto che sensibilità
e tempo sono fissi, se la differenza di apertura è inferiore a “6 stop”, allora ci
sei. In caso contrario, devi illuminare di più i toni più scuri, per ridurre la
differenza. Se non hai ben chiaro cos’è uno stop, eccoti servito: è la
differenza tra un valore di una scala e il successivo. Nel caso del diaframma e
dunque dell’apertura, la scala tradizionale è:

Quindi, se leggi f/2 e f/22, è il caso di intervenire. Va da sé che dipende


anche dal gusto e lo scopo dello scatto, non siamo mica qui a cercare il pelo
nell’uovo.
• Figura 8.5
La modalità bracketing consente di ottenere tre tipi di esposizione per ogni scatto
effettuato.
Una vera manna digitale per il fotografo che non deve chiedere mai. Questa è la foto con
l’esposizione “corretta”, cioè rilevata dalla fotocamera con una modalità a matrice.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.

• Figura 8.6
Lo scatto sottoesposto di uno stop.
• Figura 8.7
Lo scatto sovraesposto di uno stop.
Mentre la sottoesposizione funziona, questa sovraesposizione tende a “bruciare” troppi
dettagli. Se ti accorgi di questo già dalla macchina, non sperare che una volta sul computer
le cose cambino. Anzi: peggiorano. Elimina subito la foto con l’esposizione sbagliata, in
modo da risparmiare memoria e tempo prezioso.

Il rapporto con la modella


Oh, qui si va di psicologia sopraffina. Perché una prima, grossa, differenza
tra hobbista e professionista sta proprio nel rapporto che viene a crearsi col
soggetto fotografato (al solito, parlo di modella, ma potrebbe benissimo
trattarsi di modello). Chi non prende sul serio la fotografia, tende a subire
passivamente la modella. La mette lì, interagisce poco, si affida alle sue
movenze. Diciamo, poi, che il problema sta anche a monte, perché l’hobbista
non sa scegliere la modella. E quando questa è lasciata a sé, ecco che ci sono
dei grossi problemi. Movimenti scontati, da Prima Comunione, movenze da
panterona o una staticità degna di una statua. Se hai a che fare con una
modella professionista, e ci mancherebbe il contrario, il rapporto da
instaurare con lei deve essere molto preciso e funzionale al servizio che stai
facendo (Figure 8.8, 8.9 e 8.10). Certo, i casi cambiano a seconda di
situazione e modella, ma ci sono delle regole che valgono sempre.

Atmosfera
Non so se te l’ho già detto, ma in un set ci vuole musica. Meglio, addirittura,
se chiedi alla modella quale preferisce o se utilizzi direttamente il suo lettore
digitale, collegandolo a un impianto audio, un Hi-Fi portatile o a delle casse.
Nel mio borsone metto sempre delle micro-casse a batteria, perché non si sa
mai.

No alla tensione!
La modella si deve trovare a suo agio. Che non significa farle trovare due
ballerine hawaiane con le foglie di palma pronte a farle vento, ma per lo
meno acqua fresca e bibite. Niente che macchi i denti, ci mancherebbe. E poi
anche tu, proprio tu, devi fare attenzione al carattere. Non importa se la
giornata è iniziata male o se il tuo commercialista ti ha appena detto quante
tasse devi pagare: devi essere disponibile e gentile. E mai, dico mai,
eccessivo, per non passare da cascamorto o da viscido. Va da sé che se fai il
fotografo per cuccare, puoi pure cambiare libro e dirigerti alla sezione
“letteratura erotica” della tua libreria di fiducia.

Scegli il tempo
Un servizio fotografico ha un ritmo. Ci sono i servizi a ritmo dance, quelli a
ritmo rock, quelli a ritmo lento, insomma, il genere che preferisci. In base al
lavoro che devi fare, scegli il ritmo giusto. Uno shooting è ambientato in una
discoteca, con tante modelle dai capelli sparati? Serve un ritmo velocissimo:
gente che urla, che balla, che stappa bottiglie di champagne (ecco, magari stai
attento a non ubriacarti). Shooting per la pubblicità di uno shampoo alla
camomilla? Ritmo lento: passeggiata in mezzo a un prato, tra le calli di
Venezia o lungo la riva di un placido fiume. Se sei in grado di stabilire un
ritmo a priori, puoi rinforzarlo associandovi la soundtrack giusta, ma non
basta. Devi, infatti, lavorare da direttore d’orchestra, con la differenza che in
mano non hai una bacchetta, ma una macchina fotografica. E visto che questa
ti serve per scattare, non ti resta che usare la voce. Parla, ragazzo, parla. Con
la voce puoi fare moltissimo. Per esempio, dare, insieme alla musica, il ritmo
giusto alla modella. Se parli calmo e lento, le dai un ritmo lento. Se parli forte
e veloce, le dai un ritmo veloce. Oppure, usa pochi vocaboli e ritmali nel
modo giusto. “Ok, bene, ok, ok, bene, benissimo”: a seconda del tempo che
fai passare, tra una parola e l’altra, scandisci il ritmo che desideri impartire
alla modella. Se questa è una professionista, lo userà per muoversi di
conseguenza (Figura 8.11). E tu saprai quando aspettarti una nuova posa.
• Figure 8.8, 8.9 e 8.10
Se sei un professionista, usi modelle e modelli professionisti. Ricordati che non sono
bambole alla tua mercé, ma persone con proprie idee e stili, che possono decretare il
successo dei tuoi scatti. In particolare, dai la massima libertà all’uso di pose e movimenti.
In questa sequenza, vedi la modella muoversi autonomamente, con un sottofondo musicale
piuttosto energico. No, non ti dirò di chi si tratta, altrimenti mi prendi in giro fino a
domani. P.S. Lo so: le foto appaiono un po’ “artigianali”, perché sono fatte in studio e
volevo mostrarle a mo’ di backstage, non troppo ritoccate.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Anello: Luisa Bruni.

Parlare per farsi capire


La modella, di fatto, è il fulcro del tuo shooting. Eppure, raramente è a
conoscenza di quel che succederà. Dello stile o della storia che hai in mente.
Raccontale tutto, per filo e per segno. Prenditi del tempo prima degli scatti
veri e propri, e illustrale le tue idee. Mentre lo fai, sii carismatico: non devi
chiedere troppi pareri, per non sembrare un indeciso, ma al tempo stesso
lascia spazio al dialogo. Sia mai che lei, sulla base delle proprie esperienze,
non se ne venga fuori con qualche buona idea. Quando fare tutto questo?
Meglio qualche giorno prima dello scatto, magari il giorno stesso in cui la
scegli dopo i casting. In alternativa, anche il giorno del servizio. Insomma,
basta che tu lo faccia!

Gratifica: a chi non piacciono i complimenti?


Sono dell’opinione che le critiche facciano bene, ma lo shooting non è certo
il momento di farle, semmai riservale per dopo. E coccola chi ti sta davanti.
No, niente abbracci teneroni. Intendo proprio intervallare le parole con
qualche complimento. Un “brava” o uno “splendido!” vanno benone. A volte,
dovrai mentire: se una modella non è brava, conviene dirle ciò che non va a
obiettivo chiuso. Criticare durante gli scatti equivale a creare tensione, mentre
se incoraggi puoi ottenere qualcosa di buono.
• Figura 8.11
Nel servizio da cui è tratto questo scatto, il diktat era una “calma apparente”. Volevo, cioè,
che colori e luce dessero un tono calmo alla foto, ma con una tensione costante che
incollasse l’osservatore. E così, l’idea: far guardare verso il sole la modella, in modo che ne
fosse quasi abbagliata e dovesse proteggersi gli occhi col braccio. C’è tutta la calma del
calore del sole, ma anche la dimostrazione della sua forza prorompente.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: miniabito:
Ruecambon; scarpe: Daniele Michetti; orecchini, anello e bracciale: Flaminia Barosini;
Parigine: Silvia Grandi.

Pose o non pose?


Esistono libri, tanti, che illustrano le pose di una modella. Di solito, una
professionista le conosce a menadito e durante gli scatti pensa lei a passare da
una all’altra con continuità. Evita di imporre delle pose, lascia che i
movimenti della modella siano naturali e continui. E scatta, scatta sempre. E
se quella posa che ti piace tanto alla fine non salta fuori, dai dei piccoli ed
eleganti suggerimenti affinché la modella ci arrivi (Figura 8.12). Se, per
esempio, vuoi che si metta con tutte e due le braccia alzate, guai a te se le dici
“mettiti così”, mimando il movimento. Piuttosto: “stai andando alla grande!
Mentre ti muovi, alza pian piano le mani verso il cielo!”. In questo modo la
posa sarà più naturale e otterrai anche degli scatti intermedi che potrebbero
essere addirittura migliori!

Emozioni, più che suggerimenti


La posa della modella è un aspetto fondamentale per la riuscita di uno scatto
e hai ormai capito che, proprio per questo, la psicologia è tutto. Se da una
parte devi evitare indicazioni troppo dirette e “correttive”, dall’altra devi pur
fare il tuo lavoro. Una volta che hai dato un ritmo al tuo shooting e che hai
valutato il modo in cui la modella si muove, impara a trasmettere le emozioni
da dare ai tuoi scatti. Tristezza? “Sei triste, di più, sei tristissima”, con una
voce malinconica. Allegria? “Sai cosa fanno dieci polli in cerchio al Polo
Nord? Il circolo pollare artico!”. Sono certo che puoi fare molto di meglio,
comunque.

Il segreto sta nell’obiettivo


È universalmente riconosciuto che le foto di un certo livello, specie di tipo
fashion o comunque dedicate alla pubblicità, si scattano con un obiettivo 50
mm. E su questo, davvero, siamo tutti d’accordo. Ne abbiamo già parlato e il
concetto è molto semplice: è l’obiettivo più “umano”, il giusto rapporto tra
vicino e lontano, quello che ti consente di stare sullo stesso piano ottico del
tuo soggetto. Insomma, scattare a 50 mm è un po’ come scattare coi tuoi
occhi, se fossero delle fotocamere. Bella, questa me la segno. Comunque, in
alcune situazioni è bene puntare su uno zoom. Mi riferisco a quei casi nei
quali devi esprimere un’estrema intimità. Il solo fatto che stai a una distanza
di un paio di metri dalla modella ti può far diventare un elemento di disturbo.
Se hai una spiaggia bianchissima e vuoi sottolineare la solitudine della
modella che se ne sta lì, rannicchiata, a guardare il mare, forse è meglio dirle
che si rilassi e faccia finta che tu non ci sia. E infatti tu non ci sarai: te ne
starai nascosto dietro uno scoglio o in cima a una duna, pronto a immortalarla
col tuo zoom.
• Figura 8.12
Ecco, questa è una “posa da libro”. Ma la bravissima modella ci è arrivata da sola, in
completa autonomia. E lo scatto ne beneficia in naturalezza.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Outfit: body e gonna:
Mentine Milano. Scarpe: Gaetano Perrone.
La leggenda del RAW cattivo
Scena tipica: pausa caffè, parli con il fotografo e gli chiedi in che formato
scatta. Ammetto che è una domanda molto cattiva: se scatta solo in JPG (o
JPEG) e magari se ne vanta pure, merita di passare il resto della sua vita a
fare fototessere. Quindi, la scelta di solito ricade su un raggiante “scatto in
TIF!”, oppure su un “scatto in RAW”, detto con un sottile filo di voce, perché
nemmeno lui sa bene di cosa si tratti. Il TIF è un formato eccellente, non
compresso, che si presta bene anche al fotoritocco, ma ha il problema di non
essere supportato da tutte le fotocamere. Quindi, insomma, la risposta si
riduce a uno tra JPG, appunto, e RAW. Partiamo con il JPG, che è un formato
grafico compresso. In buona sostanza, salvando la tua bella immagine in JPG
non salvi tutte le informazioni catturate dalla fotocamera. Una speciale
tecnologia, infatti, le riduce, riducendo lo spazio occupato e cercando di non
peggiorare troppo la qualità dello scatto. Il punto è che, comunque, un po’ di
degrado c’è, anche se varia a seconda del livello di compressione. In base alla
tua fotocamera, puoi scegliere il livello che desideri. Più è elevato, minore è
lo spazio occupato dallo scatto, peggiore è la qualità (Figure 8.13 e 8.14). Il
RAW ha un approccio totalmente diverso. Si tratta di un “formato
contenitore”, perché contiene tutte le informazioni registrate dalla
fotocamera, senza alcun tipo di elaborazione.

• Figura 8.13
Ora facciamo un bell’esempio dei danni provocati dalla compressione. Qui, la foto
originale, senza compressione. Modella: Jamaica Corridori.

L’Eldorado dei fotografi? Sì e anche no, perché questo comporta due


implicazioni. La prima è che un RAW, in genere, è un file molto grande. La
seconda è che, per varie ragioni, ogni produttore di fotocamere ha un diverso
modo di stipare le informazioni in un RAW, col risultato che non è un
formato ben unificato come il JPG. Ecco perché ogni produttore dispone di
un proprio programma di conversione da RAW ad altri formati.
A questo punto, la domanda da un milione di euro: perché convertire un
RAW in un JPG, se abbiamo appena detto che il JPG è di peggior qualità?
Appunto, questo lo vedo fare spesso ed è un po’ una cretinata. Nel senso che
si deve sempre post-produrre un RAW e quindi salvare in un formato JPG o
TIFF, in modo che sia utilizzabile da riviste, clienti e via dicendo.
Il RAW, proprio perché ha tutte, ma proprio tutte le informazioni del tuo
scatto, si presta a meraviglia al fotoritocco di precisione. Così agisci sui
particolari più infinitesimali, specie dal punto di vista dei colori, e poi non ti
resta che immortalarli nel tuo bel JPG o TIFF. Si sta diffondendo anche un
RAW piuttosto universale: si chiama DNG, anche detto “negativo digitale”, e
diversi produttori ormai lo supportano.
Detto questo, i principali software di fotoritocco, comunque, ti consentono di
lavorare sui RAW di quasi tutte le case. Però, fammi un favore, te lo chiedo
col cuore in mano: ai clienti dai TIFF, non JPG. Dimostra professionalità
anche dal formato che scegli!
• Figura 8.14
E qui, la stessa foto salvata in JPG con un livello medio di compressione. Le dimensioni
passano da circa 6 MB ad appena 0,2 MB. Eh, la magia non esiste: si perdono megabyte,
ma anche tanti dettagli.

Se qualcosa deve andare storto, lo farà


Ho una buona notizia e una cattiva. Quella buona è che non sempre, durante
uno shooting, avrai dei problemi. Ci sono shooting che scorrono lisci come
l’olio. Quella cattiva è che succede raramente. C’è quasi sempre un problema
a rovinare la festa, o meglio, a rovinarla a chi non la sa gestire. E così, eccoti
un breve vademecum di problemi e relative soluzioni.

Tanta acqua, tanti problemi?


Acqua e fotocamera non vanno molto d’accordo, diciamolo. Ci sono
macchine che promettono resistenza all’acqua, ma da qui a definirle
“impermeabili” ce ne passa. Oppure si tratta di macchine da uovo di Pasqua,
compatte super-corazzate, ma con poca tecnologia utile a rendere i tuoi scatti
professionali. Allora, mettiamo che hai questa fantasmagorica reflex e devi
scattare in una situazione “bagnata”. Non pensare a una pioggia improvvisa:
se hai deciso di scattare col sole, devi aspettare che torni il sole, non si
discute. Ma se, mettiamo, hai deciso di scattare una modella sotto a una
doccia scrociante, che simuli il diluvio universale? Per le macchine di medio
e alto livello esistono due tipi di custodie. Quelle classiche, che sono delle
buste trasparenti e che, diciamocelo, tornano buone solo quando devi evitare
qualche schizzo. E poi ci sono le “house” o “housing” (lo so, sono termini
diversi, ma non è colpa mia se ci sono produttori che le chiamano in un modo
o nell’altro): vere e proprie corazze stagne, con tanto di leve e pulsanti in
gomma esterni, pronti ad attivare i comandi interni della fotocamera. La
differenza di costo è abissale, ma è chiaro che con le seconde ti puoi
addirittura immergere fino a parecchi metri di profondità. Per esempio, per
fare quei bellissimi scatti dove il fotografo sta sul fondo della piscina e scatta
la modella che galleggia sonnacchiosa sopra di lui, e il sole che crea
magnifici giochi di rifrazione. Oh, cavolo, mi sto emozionando già nel
descrivertela. Le house, va da sé, sono eccellenti anche per gli scatti a filo
d’acqua. E non credere siano situazioni rare: spesso, per fotografare una
modella al mare, non c’è posizione migliore del mare stesso, anche per il
fotografo.

Occhio al freddo
Di solito ti preoccupi di come la fotocamera si comporterà al caldo. Intendo
quando fa troppo caldo. Per carità, si sa: meglio non superare i 35-37 °C o
rischi che plastiche e gomme che la compongono inizino a intenerirsi e
deformarsi. E per “intenerirsi” non intendo che si mettono a leggere le storie
di Winnie the Pooh. Comunque, ti preoccupi sempre delle alte temperature,
ma di quelle fredde? Che tu ci creda oppure no, il freddo è ancora più
subdolo e micidiale per la tua fotocamera. Perché ne ignori la pericolosità e
perché, spesso, oltre alla bassa temperatura ci si mette di mezzo pure un
elevato tasso di umidità. Insomma, la fotocamera che ti cade in mezzo alla
neve non è una situazione molto meno pericolosa di quando ti cade in acqua.
Per fortuna, ho dei suggerimenti per te, quando si tratta di proteggere la
piccoletta dal freddo e dal gelo.
1. Un po’ per volta. Abitua gradualmente la macchina al freddo. Niente
shock tipo tirarla fuori dall’auto a 20 °C mentre fuori ci sono 5 gradi sotto
zero. Più che la temperatura in sé, ai componenti elettronici (e pure esseri
umani, suvvia) fanno male gli sbalzi. Per questo motivo, la fotocamera se
ne deve stare nella sua bella custodia (di quelle imbottite) sia in auto che
fuori. Una volta fuori, non aprirla prima di una ventina di minuti. Così, tra
l’altro, scongiuri pure la formazione di condensa.
2. Viceversa. Alla tua pargola non fa bene nemmeno passare dal freddo
glaciale al caldo tepore di un caminetto. Vale la regola di abituarla
gradualmente anche a uno sbalzo termico opposto.
3. Occhio alle batterie. Batterie e fotocamere separate. No, dico sul serio.
Nel caso di temperature estreme (vale anche col caldo che più caldo non
si può), le batterie te le tieni in tasca o in un altro comparto della borsa e
le inserisci solo al momento di scattare.
4. Bella la neve? No. Sì scherzavo, la neve è bella bellissima, però se la
fotocamera ci cade in mezzo avrai qualche problema. Se corri questo
rischio, ehi, quelle fantastiche custodie impermeabili di cui ti ho parlato
funzionano alla grande anche in questo caso!

La modella capricciosa
Capita, che vuoi farci. Ti dicono che lei è bravissima, che è la numero uno,
che è la modella perfetta per i tuoi scatti. E tu la ingaggi, pagandola
profumatamente. Ok, diciamo che magari sa fare il suo lavoro, ma nella
dotazione di una modella ci dev’essere pure l’umiltà. E se non c’è? Non c’è
tempo per sostituirla, quindi analizza la situazione. Prima di tutto, capisci
perché sta facendo i capricci. Se non è proprio fuori di testa, c’è di sicuro un
motivo preciso che esula dal tipo di acqua minerale che le hai messo a
disposizione (eh sì, mi è capitato). Visto che è una situazione di emergenza,
lascia perdere il tuo orgoglio e la tua matta voglia di lasciarla lì, nel bel
mezzo del deserto. Piuttosto, dimostrati comprensivo e cerca di farla
ragionare. Non assecondarla, a meno che non abbia ragione o dimostri di
essere debole, o perdi carisma in un battibaleno. Si lamenta del troppo caldo?
Fai qualche scatto all’ombra, anche se poi lo butterai, e quindi torna nel punto
precedente. Si lamenta perché la MUA non è brava? Qui devi mediare: darle
ragione metterebbe Ko la truccatrice, del resto devi pure sbrogliare la
matassa. Prendi in disparte la MUA, chiedile di essere accondiscendente e
collaborativa, ma di fare comunque come avevate stabilito. Trucchetto
sporco, ma che gonfia l’ego della modella capricciosa e salva il servizio.
Sono due esempi tratti da momenti di vita vissuta. Per quanto amaro possa
essere il boccone che devi ingoiare, ricorda che alla fine arriva il premio: a
shooting concluso, potrai dire alla modella esattamente quel che pensi di lei.
Fai un filmino e poi mandamelo.

Effetto notte
Sugli scatti notturni potremmo scriverci un altro libro. Ora che ci penso, in
effetti. Comunque, una bassa condizione di luce può essere una scelta voluta.
Anzi, dovrebbe esserlo, perché in caso contrario non stai considerando la
disponibilità di luci fisse, flash o quell’enorme lampadina chiamata sole
(dico, li hai letti i capitoli precedenti, sì?). Perché scattare con poca o nessuna
luce? Perché non c’è modo migliore di esprimere romanticismo, mistero o
sensualità. Ovviamente, il soggetto o un elemento vicino deve essere
illuminato, in modo da creare un forte contrasto e, banalmente, farti vedere
qualcosa! Tuttavia, scattare in queste condizioni è molto, molto difficile. Il
motivo principale lo abbiamo già accennato: meno luce, maggiore è la
sensibilità ISO necessaria e più alto è il livello di “rumore” digitale. Per
carità: ci sta che una foto in scarse condizioni di luce sia molto rumorosa.
Aggiunge una patina caratteristica che rende bene l’atmosfera intima e/o
misteriosa, ma se esageri, fa proprio pena. Insomma, il rumore dovrebbe
essere quasi un’opzione (per altro esistono plugin bellissimi pronti a
generarlo in base a mille parametri diversi) e il tuo scopo è ottenere scatti
magnifici anche in queste situazioni (Figure 8.15 e 8.16). Come? Al solito, ho
qualche trucchetto utile allo scopo.
1. Niente automatismi. Eh no, in questo caso evita l’esposizione
automatica. Devi lavorare di fino con l’apertura del diaframma, spesso
rinunciando alla profondità di campo.
2. Sovra che? Lo so: la tentazione di sovraesporre è forte, ma così rischi di
sfalsare i toni scuri, mostrandoli innaturali. E poi sulle luci puoi sempre
lavorare in seguito.
3. Occhio all’ISO. Ti ho detto di non superare mai i 200 ISO, questo in
condizioni dove sei tu a stabilire di quanta luce disporre. In questo caso,
semplicemente, non è possibile. Tuttavia, sebbene ci siano fotocamere
capaci di superare anche i 3000 ISO, poni un limite per rispetto di
decenza e buongusto: mai superare i 1200-1600 ISO. Se non ce la fai,
perché non si vede nulla, o giochi con l’apertura o tenti di illuminare un
po’ di più la scena, oppure rinunci.
4. Scatta e (se necessario) ritocca in RAW. Niente storie: ci manca solo
che la foto sia pure compressa!
5. Evita i ritocchi ai particolari. Ritoccare immagini con scarsa luminosità
è difficilissimo, proprio per via di quel dannato rumore. E poi sono quelle
che rendono meglio al naturale. Al massimo, una postproduzione su
luminosità, contrasti e così via.

• Figure 8.15 e 8.16


Il rumore, a volte, si aggiunge ad hoc, per dare una grana particolare allo scatto. Funziona
in particolare nel bianco e nero, per ottenere un effetto vintage convincente e non troppo
grossolano, alla Instagram, per intenderci.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: Tubino e
giacchino: Pommes de Claire; Parigine: Silvia Grandi; Collana e orecchini: Sperimentale;
Scarpe: Carla Foca.
marco cauz
Questo scatto ti è stato commissionato? Se sì, da chi? Se no, perché ti è
venuto in mente di farlo?
Sì, mi è stato commissionato dalla rivista Style Golf di marzo/aprile 2013
(del gruppo editoriale Rizzoli), allegato del Corriere della sera.

Qual era la tua idea iniziale, per questa foto? Cosa volevi esprimere?
Niente idee precise come in tutti gli “assignment” come questo. Ovvero, mai
visto prima il personaggio (almeno di persona), mai vista la location, tante
idee ma ben confuse da parte della redazione. Sì ok, mi dicono: “la rivista
parla di golf, lui è uno chef coinvolto in una manifestazione che si chiama
Chef’s Cup (molto carina, che prevede la partecipazione di chef rinomati a
diverse competizioni, tra cui quella golfistica, da svolgersi in un clima a volte
goliardico, visto che si disputavano su un green fatto di neve). Il tutto si
svolge tra le montagne dell’Alta Badia a San Cassiamo (TN)”. “Sai, per
esempio un altro fotografo ha ritratto uno chef che tira una pallina da golf con
la padella…”. Va bene, ci penso io, cercherò di essere meno banale. Un
rapido sopralluogo nel prestigioso ristorante dell’hotel Rosa Alpina
(ristorante St. Hubertus, dove lavora lo chef), due chiacchiere col
personaggio per rompere il ghiaccio e inizia il “balletto” tra me e il
personaggio stesso.
Per fortuna in questo caso Norbert Niederkofler sapeva ballare e anche bene!
Ha saputo proporre situazioni curiose e intelligenti. Da lì in poi sono
subentrato io, dirigendo lo shooting in modo tale da portare a casa la foto di
cui avevo bisogno. Questo è il momento in cui tutto finalmente ti appare
molto chiaro. E non so come, ma capita tutte le volte, mai tornato a casa a
mani vuote. Le palline da golf e la situazione del tavolo da ristorante,
semplificata ai minimi termini, diventano il mix ideale per affrontare il
progetto in modo quantomeno interessate. Ma non è sufficiente. Troppo
facile riempire un piatto di palline da golf. Ed ecco che il gesto ben riuscito di
Norbert di rovesciare la “pietanza” in una vivace cascata di colore, rende
tutto più sorprendente. E io lì, a coglierlo con tutto il mio impeto.

Hai deciso di scattare direttamente questa foto o è estratta da un intero


servizio?
È l’estratto di un intero servizio (i soliti 30-50 scatti in tutte le varianti e
declinazioni del caso) In più il suo ritratto rientra in un servizio più
complesso, che prevedeva anche i ritratti di altri 2 chef (Enrico Cerea e
Davide Scabin).

Perché hai scelto questa modello/modello?


Mi è stato richiesto dalla rivista.

Che location hai scelto?


Potevo sceglierla io. Doveva comunque essere un interno, in questo caso, e in
qualche maniera richiamare l’immaginario della ristorazione. Quindi, nel
caso di questa foto, si tratta di una sala da ristorante. Per l’altro ritratto, per
esempio, ho scattato in una cucina di un altro ristorante.

Perché hai scelto questa location?


Idem come sopra. Mi serviva in qualche maniera richiamare l’immaginario
della ristorazione, dove a sorpresa introdurre in qualche modo il tema del
golf. Sono state scelte le palline da golf.

Che fotocamera hai usato?


Canon EOS 1Ds Mark II.

Che obiettivo hai usato?


Un 24-70 mm Canon, impostato a 65 mm di focale, 1/200 @ f14 ISO 50.

Hai usato flash? Quali?


Un’unità Flash monotorcia Bowens.
scatto d’autore

Diffusori o pannelli? Di che tipo?


Un bank con griglia. Non ricordo di aver usato nulla per la schiarita. Una sola
key light e via!

Che indicazioni hai dato alla modella/o durante gli scatti? Le parlavi?
Cosa le dicevi?
Davo indicazioni dicendo dove guardare, quando partire col rovesciamento
del piatto, il tipo di espressione da fare, tra cui quella “di meraviglia”, utile
allo scatto poi scelto. Ribadisco che Norbert ci ha messo molto del suo per
interpretare al meglio quanto da me richiesto.

C’era musica? Che musica?


Non c’era musica, uffa.

Come hai agito in post produzione? Che tipo di fotoritocco hai fatto?
Ho clonato un paio di grinze sulla tovaglia. Nient’altro.

Che software usi per il fotoritocco? Quali plugin?


Normalmente userei Adobe Photoshop CS3 (la versione CS3 basta e avanza,
inutile che mi venga detto ogni volta che siamo arrivati al CS24). In questo
caso però ho usato Adobe Lightroom 4, il mio must per il photo editing e
l’archiviazione. Per i ritocchi di tipo minore (molto minore)
quest’applicazione è più che sufficiente, ma per qualcosa in più, Photoshop
tutta la vita!

Quali sono stati i problemi principali durante lo shooting?


Durante lo shooting nessuno, almeno qualche volta un po’ di fortuna!
Massima disponibilità da parte di tutti affinché potessi operare secondo i miei
standard. Anche i tempi concessi per lo shooting sono stati generosi, rispetto
la norma. Forse la parte più problematica è stata la scelta della location.
Ammettiamolo, non avrebbe raccontato nulla da sola, se non ci fosse stata la
giusta interazione tra tutti gli elementi che conducono a uno scatto ben
riuscito. Quindi, ovviamente, seppur fiducioso di natura, qualche dubbio sulla
location ce l’ho avuto, fino al momento in cui ho iniziato a veder le cose
prender forma.

Qual è la cosa di cui vai più orgoglioso per questo shooting?


Che ho mangiato bene? No, dai. Solitamente tendo, volontariamente, a fare
ritratti ben più statici, dove ciò che si muove è l’evanescente mood che fluttua
dagli occhi della persona ritratta verso te che la stai guardando. Di tanto in
tanto mi piace vedere che, come in questo caso, riesco a realizzare, con
medesimi risultati, anche qualche scatto un po’ più dinamico.

Biografia
Nato a Sacile, nel 1971. Spinto oltre oceano, nel 1995, dall’interesse e dalla
passione per la fotografia, nel 1998 si diploma presso il Brooks Institute of
Photography di Santa Barbara (California). In occasione del 50° anniversario
della società svedese Hasselblad, alcune sue fotografie fanno il giro del
mondo attraverso uno show multimediale. I successi ottenuti in alcuni
importanti concorsi fotografici attirano l’attenzione dell’agenzia Corbis di
Los Angeles, che tuttora lo rappresenta nel mondo con immagini stock.
A Los Angeles e San Diego lavora come assistente, con fotografi del calibro
di George Lange e Carl Vandreshuit. Nel 1999 si trasferisce a New York e
lavora come fotografo freelance per diverse riviste nazionali americane (tra
cui Fortune Small Business, PDN, Mixer, American Photo). Rientrato in
Italia nel 2000, inizia subito a operare nel settore pubblicitario ed editoriale,
ottenendo pubblicazioni su riviste quali Capital, Il Mondo, Lo Specchio,
Carnet, Donna Moderna, Jack, Dove, Materia, Ottagono. Sempre nell’anno
2000, realizza il primo di un’ormai famosa serie di calendari, appositamente
creati per Fadalti S.p.A.
www.cauz.com
Sul rapporto con il cliente
9

C’è una cosa che un hobbista, rispetto a te, non ha. Clienti. Uno, due, tre,
ventisette, sessantotto, ma la vera differenza, per essere professionisti, è avere
qualcuno che ti paga. Se il rapporto da tenere con una modella è molto
psicologico, quello col cliente sfiora la laurea quinquennale in psichiatria. Sì,
la differenza tra psicologia e psichiatria la conosco, l’ho scritto con
cognizione di causa. Comunque, sai che mi piace molto darti degli elenchi di
suggerimenti spicci, per raccapezzarti in ogni situazione e non farò certo
diversamente in questo caso. Via!
1. Il cliente ha sempre ragione.
Sì, solo questa. Vecchia finché vuoi, ma nella sua semplicità racchiude tutte
le condizioni necessarie per avere successo, soldi, fama, clienti e cornetto e
cappuccino caldi ogni mattina. Perché non c’è niente da fare: nel momento in
cui decidi di lavorare con la fotografia, sarà il cliente a darti modo di farlo. E
tu dovrai assecondare le sue esigenze, seguendo qualche regola.

Le regole auree
Ecco le norme principali che devi ricordarti di seguire.

Velocità
Devi essere veloce, che è un po’ il mantra che cerco di inculcarti dalla prima
pagina di questo tomo. Dico davvero: non hai idea di quanto sia apprezzata la
velocità. E non è assolutamente vero che è percepita come un segno di
negligenza, o confusa con la frettolosità (Figura 9.1).

Qualità
In questo mestiere non esiste il rapporto qualità/velocità. Sono due variabili
indipendenti e devi spingerle entrambe al massimo. La gestione del tuo
tempo non è un problema del cliente.
Non esistono sovraccarichi di lavoro, per chi ti paga. Quindi, dalla
progettazione alla post-produzione, tutto dev’essere perfetto, al massimo
delle tue possibilità. Se ti viene da dire “tutto sommato, non è venuto male” o
“buono, anche se avrei potuto fare di più”. Ecco, devi avere il coraggio di
ricominciare da capo.

Onestà
Eh, appunto, i sovraccarichi di lavoro. Se l’agenda è piena, si dice di no.
Molto meglio che fare figuracce per ritardi o lavori fatti male.
In genere, il cliente apprezza molto l’onestà. Anzi: se sei impegnato, scatta
quel magico meccanismo psicologico del “ah, ma allora lo chiamano in tanti,
quindi è bravo”.

• Figura 9.1
Diciamocelo: fotografare, di per sé, è un’attività molto veloce. Ciò che porta via molto
tempo sono la progettazione e la post-produzione. Mediamente, un servizio fotografico
dovrebbe richiedere un paio di giorni, dalla richiesta del cliente alla consegna, per scatti in
studio, e tra i quattro e cinque per quelli in location.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.

Stile
Perché, alla fine, il cliente ti chiama per questo. Perché tu hai un tuo stile,
perché gli piace come scatti, le modelle che scegli o magari la post-
produzione (che si chiama anche “post”, giusto per semplificare le cose).
Quindi, te lo ripeto, è molto importante che sviluppi un tuo preciso stile.
Certo, i primi lavori magari non ti saranno commissionati per questo motivo,
ma perché sei “solo” veloce (Figura 9.2). Ma col tempo, l’esperienza e la
voglia di sperimentare, svilupperai un tuo modo di scattare, una tua “firma” e
sarai acclamato e lodato in tutto il mondo per questo. Ok, esagero, ma lo sai
che sono un ottimo motivatore.

A tu per tu con il cliente


Parto dicendoti che il vostro non deve essere un rapporto conflittuale. No,
davvero. Lui non è il tuo nemico e non deve avere la percezione che tu sia il
suo. Questa simpatica massima ben si esprime con il concetto di “fiducia”. E
la fiducia non si offre né si accetta in due secondi, ma è pur vero che non hai
nemmeno giorni a disposizione per farlo. Quindi devi conquistarla,
giocoforza, durante il primissimo colloquio. Che si tratti di un mero scambio
di email, oppure, come consiglio caldamente, di una telefonata o un incontro
vis a vis. Sia come sia, è in questa fase che costruisci il 90% del tuo rapporto
col cliente, ben predisponendolo al progetto e gettando le basi per
collaborazioni future. Se un cliente è già convinto in partenza della bontà del
tuo progetto, sarà molto accomodante anche quando valuterà il risultato. E
questo non significa che puoi proporgli una porcheria, ma semplicemente
che, da quel momento, saprà che può contare su di te. Però, però, però, devi
rispettare alcune condizioni.
• Figura 9.2
Quando c’è di mezzo un cliente, e mi auguro ti accada molto spesso, anche la scelta della
modella diventa un elemento molto importante per instaurare un buon rapporto. Un cliente
abituato a lavorare con i fotografi non avrà problemi a darti la massima libertà nella scelta
dei modelli. Uno meno esperto, invece, vorrà mettere il becco anche nel casting. In questo
caso, cerca una strada a metà: il casting fallo tu, ma proponigli un ventaglio di alternative.
Non scendere al di sotto di questa condizione. In questa foto d’esempio, visto il tipo di
abbigliamento non c’era scelta migliore di una modella “aggressiva”. Colore dei capelli
molto acceso, tatuaggi abbondanti e in bella mostra.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.

Mostra la fiducia!
Il primo passo lo devi fare tu: non considerare il cliente come un cretino.
Rispetta le sue idee e, anche se le trovi bizzarre o discutibili, cerca di
comprendere le ragioni su cui si basano. Scoprirai che nessun cliente ha idee
totalmente “fuori di testa”. Certo, spesso e volentieri vanno “tarate”, per usare
un eufemismo.

Sicuro di te stesso!
Mi raccomando! Come puoi pretendere che il cliente abbia fiducia in te, se tu
per primo non ne hai? Per questo motivo è importante darsi un tono. Nel vero
senso della parola: mentre parli col cliente, niente “sì, sì, sì, sì” modello
zerbino e nemmeno un “mmm, boh, beh, ssse”, che sembra preso dal
manuale della perfetta incertezza. Sii sicuro delle tue competenze, ascolta,
stai in silenzio e rispondi con poche parole, molto convinte (Figura 9.3). Ah,
ovviamente devi essere sicuro di te stesso perché sai di essere bravo. In caso
contrario, evitati brutte figure e declina.

Sii versatile
Si tratta di un concetto più volte espresso, in queste pagine. Devi avere la
capacità di adattarti a svariate richieste da parte del cliente, a centinaia di
situazioni diverse, a migliaia di eventuali problemi. Inutile fare il fighetto
snob e lamentarti: la fotografia è un lavoro più “estremo” di quanto si possa
pensare. Non ci sono orari, luoghi o eventi che possano fermarti.
• Figura 9.3
La sicurezza, che bella cosa. Impara a dimostrarti sicuro anche con i modelli. Devi essere
carismatico al punto giusto, per dirigerli nel modo giusto!
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Chiara Cossa. Cuffie: Skullcandy
Aviator.

Aggiorna il cliente
Realizzare un servizio è come costruire una casa: il committente ha il diritto
di sapere, giorno per giorno, come stanno andando le cose. Evita che si faccia
domande, che scatti in lui la molla del dubbio. Anticipalo, scrivigli o
chiamalo e aggiornalo sui progressi. Anche se ci sono problemi, raccontagli
quali sono e come li stai affrontando. Eh già, perché devi sempre sapere
come affrontarli, dato che non è compito del cliente.

Sii comprensivo
L’immagine classica del fotografo di successo è quella di un individuo che
impazzisce e sbraita sul set. Vero, succede, ma rimane una situazione
racchiusa nel tuo contesto. Diciamo che se puoi evitarla, è comunque meglio.
Resta il fatto che il cliente, di tutto questo, non deve percepire nulla. Anzi: è
probabile che sia il cliente a essere nervoso, quindi preparati a sopportare le
sue arrabbiature, il suo nervosismo, le sue lamentele. Mai, e dico mai, le cose
devono andare in senso inverso.

Cambi di rotta: sì e no
Durante uno shooting, ce lo siamo detti più volte, le cose possono cambiare.
E tu devi cambiare di conseguenza. Ma in che misura puoi farlo? È essenziale
rimanere il più possibile legati al progetto originario, quello approvato dal
cliente e al quale hai avuto modo di pensare per settimane. Tuttavia, se il
cliente richiede qualche modifica in corso d’opera, dimostra flessibilità. Ho
detto “qualche”: se si tratta di cambiare il trucco ci può stare, se si tratta di
cambiare location, spiegagli perché è bene stare sul seminato. Di solito
funziona molto bene la questione economica: digli quanto verrebbe a costare
in più. Sono certo che capirà all’istante (Figura 9.4).

Problem solving
Se incontri un problema insormontabile, uno che richiede grosse modifiche al
progetto, non fare di testa tua. Contatta il cliente, spiegagli la situazione,
offrigli una o possibilmente più soluzioni.

Il meeting
È la parte essenziale del tuo lavoro, il contatto principe con il cliente, il
momento nel quale le sue esigenze incontrano le tue possibilità. Il momento
di capire se siete fatti l’uno per l’altro (che romanticheria!). Per questo
motivo, devi dare il massimo di te, ma mi raccomando: senza vendere fumo.
Offri ciò che puoi dare, senza sminuirti e senza nemmeno pompare
eccessivamente il tuo ego. Mostra i servizi che proponi sotto una luce
positiva. In soldoni, non dire mai frasi del tipo “io scatto meglio di tutti gli
altri”, ma frasi come “viste le sue esigenze, credo che il mio stile si
adatterebbe molto bene agli scatti che ha in mente”.
• Figura 9.4
Sii preparato per affrontare anche le situazioni più nefaste. Questa foto, per dire, appartiene
a un servizio nel quale siamo stati letteralmente invitati ad allontanarci dalla location che
avevamo prenotato. Abbiamo scoperto solo il giorno dopo che era per via di un’improvvisa
visita “altolocata” alla villa designata. Tuttavia, non ci siamo persi d’animo: appena ci è
stato dato il benservito abbiamo cercato una location alternativa e devo dire che ne è valsa
la pena. Anche in questo caso, è importante dimostrare sicurezza anche nei confronti del
tuo staff. Se non ti perdi d’animo, non lo faranno nemmeno collaboratori e modelli!
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm. Model: Jamaica Corridori. Outfit: giaccone:
Nuna Lie.

Il Lei
Col cliente si usa il lei, sempre. Lo stile informale va bene, perché comunque
sei un creativo, ma per questo non puoi ignorare l’etichetta in ambito
lavorativo. Sarà lui, nel caso, a chiederti il “tu”.

Presentazione
È importante che tu abbia uno stile, non solo fotografico, ma anche nel modo
in cui ti presenti. Un abbigliamento distintivo, un biglietto da visita
accattivante, un book originale che mostri i tuoi lavori e ne esprima appieno
le peculiarità. Per fare un esempio scemo, se hai uno stile “rupestre”, e scatti
in mezzo ai campi di grano, porta un book stampato su carta grezza, dove
incollare le foto in altissima risoluzione (Figura 9.5). E non andare in giacca e
cravatta, perché non si adatterebbe a quello stile. Ci vuole qualcosa di più
semplice e, appunto, “rupestre”. Il che non significa che tu ci debba andare
col cappello di paglia e la forca, ma magari con un paio di stivali da cowboy.
L’importante è che tu ti senta a tuo agio, perché lo stile devi “sentirlo” nello
scattare come nel vestire.

• Figura 9.5
No, non sono egocentrico, è che ti voglio spiegare che uno si dovrebbe creare un proprio
stile. Se scatti foto aggressive, qualunque cosa voglia dire, fatti un look aggressivo.
Soprattutto, non fare la figura del calzolaio scalzo: un fotografo deve avere qualche buona
foto che lo ritragga.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm.

Mezzo
Ci sono tanti modi per interloquire con un cliente, ma nessuno batte una
conversazione vis a vis. Il cliente s’incontra sempre nella sua sede (che si
tratti di ufficio, fabbrica, redazione e così via), a meno che chieda
espressamente lui di farlo altrove. Se non hai un ufficio, non è un problema,
ma evita i meeting nei bar della metropolitana. Meglio affittare una sala
meeting o una lounge in un hotel. Se proprio non puoi, un pranzo funziona
sempre a meraviglia. Non c’è modo di incontrarsi, magari perché si è distanti
migliaia di chilometri? Ok, però la voce puoi usarla. Una videochat via Skype
è una buona alternativa. Se non puoi fare una videochat e devi limitarti alla
sola voce, non chiamare il cliente via Skype, per risparmiare qualche euro. A
parte che non ci fai una bella figura, a chiedere il contatto Skype al cliente,
c’è il problema della pessima qualità della chiamata. Dai, spilorcio, telefona e
via!
E se non puoi nemmeno a voce? È impossibile, nel modo più assoluto, gettare
delle buone basi lavorative con uno scambio di email o una chat. Trova il
modo di parlare.

Obiettivo
Sembra banale, ma spesso, nei meeting con i clienti, non emerge qual è
l’obiettivo finale della campagna. Non esistono foto che vanno bene “per fare
questo e fare quello”. Se hai l’impressione che una foto sia versatile al punto
da venire bene sia in un cartellone pubblicitario otto metri per sei, in mezzo
alla stazione di Milano, sia in una pagina di una nota rivista di moda, allora
c’è qualcosa che non va. Molto probabilmente non hai il giusto spirito critico.
Ecco, quindi, che devi stabilire molto bene con il cliente quali sono i suoi
obiettivi. Se deve fare una campagna pubblicitaria su riviste di moda, servono
determinate foto. Se deve farla su un quotidiano, ne servono altre, come ne
servono altre se si deve mostrare una carrellata di foto statiche nel corso di
uno spot televisivo.
Educare per vincere
Ricorda che non tutti i clienti sono uguali. Non tutti, soprattutto, hanno la
stessa esperienza in fatto di fotografia. Ci sono quelli alle prime armi, i
peggiori, ai quali devi spiegare perfino le differenze tra un tipo di scatto e un
altro. Che poi sono quelli che vorrebbero dirti anche come si scatta. Ci vuole
pazienza, molta, ma sono i clienti che riesci a fidelizzare meglio. Perché il
primo fotografo non si scorda mai. Sul serio, non sto scherzando.

A ciascuno il proprio progetto


Come detto qualche riga fa, ogni cliente ha le sue esigenze e in base a queste
si decide il tipo di progetto. Già, quindi vale la pena capire quali possono
essere queste esigenze e di che progetti stiamo parlando.
Le esigenze, altro non sono che gli obiettivi e le idee che ha in mente il
cliente. Per carità, indicarti un obiettivo è imprescindibile, mentre spesso le
idee devi fornirle tu. Ci sono vari tipi di utilizzi di una foto, non sto nemmeno
a sottolinearlo, ma nel caso della fotografia professionale di un certo livello,
sono riconducibili ad alcune categorie.

Assignment
Se ne sente parlare spesso tra fotografi. E il motivo è uno: si tratta dei così
detti “progetti personali”. Questi, in genere, non hanno cliente, nel senso che
sono scatti che fai per te, per sperimentare, migliorare la tecnica, provare
alcune soluzioni che poi vorresti usare in un progetto a pagamento. Un
assignment non ha dei requisiti particolari, però dovresti approfittarne per
migliorare il tuo stile specifico. Di solito, funzionano molto bene gli
autoscatti. Comunque, qualunque sia il genere di foto che ti porta a scattare
un assignment, impara a lavorarci con la stessa cura e dedizione che
riserveresti a uno scatto pagato. Perché? Perché devi comunque migliorare
non solo il tuo stile, ma anche tempi e modalità di lavoro. E poi perché anche
uno scatto di un assignment, un giorno, potrebbe essere venduto. Non è il
fulcro di questo libro, ma sappi che, come per i dipinti, esiste un mercato
anche per le “foto d’autore”. Esistono, cioè, persone disposte a comprare
degli scatti inediti, a patto che tu dia loro l’esclusiva e che quello scatto non
sia poi venduto a nessun altro o compaia in altri posti. Belle persone, non c’è
che dire.

Beauty
In questo genere di foto si parla, appunto, di bellezza. La bellezza non è un
parametro così soggettivo come si possa pensare. Ci sono bellezze che
possono piacere o pure no, certo, ma altre, indiscutibilmente, piacciono a
tutti. Kate Moss è bella, fine. Cindy Crawford è bella, fine. Linda Evangelista
è bella, fine. Eva Riccobono è bella, fine. Bar Rafaeli è bella, fine. Insomma,
ci siamo capiti. Sostenere il contrario, detto onestamente, significa non
capirne molto di fotografia, perché una delle caratteristiche che devi avere è
l’obiettività. E un occhio che ti consente di capire che certe bellezze, sullo
scatto, diventano proprio delle icone. Nel caso della fotografia beauty, si
guarda, in particolare, al volto e quindi primissimi piani (solo il viso), primi
piani (fino al petto) e mezzi primi piani (fino al busto). È uno dei tipi di
fotografia più difficile, secondo me il più difficile, perché si riprende solo una
porzione del corpo, la più complessa, e se ne mettono in risalto tutte le
caratteristiche (Figura 9.6). Quindi, anche i difetti tendono a risaltare di più.
L’attenzione principale va posta al makeup e all’acconciatura, ma anche le
luci sono una bella sfida. E difficilmente puoi fare a meno di una post con
fiocchi e controfiocchi. È un tipo di fotografia ideale per la cartellonistica e
alcune pubblicità editoriali.
• Figura 9.6
Nelle foto beauty l’enfasi è posta sul viso. Se ci sono altre porzioni di corpo, altri elementi,
ricorda sempre le priorità con cui un osservatore guarda la tua foto. Da sinistra a destra e
dall’alto al basso. Ergo, meglio che il viso sia in alto a sinistra.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.

Celebrity & ritratti


È il genere nel quale si fotografano persone famose, in senso assoluto o in un
dato ambiente. Voglio dire: è capitato di scattare una bionda prosperosa,
chiedendosi chi mai fosse. Una ricerca veloce sul Web, ci ha fatto scoprire
che si trattava di una star del porno di fama mondiale. Beh, essere vicino a
una celebrità del genere e non saperlo!
Spesso si tratta di foto in stile beauty, commissionate da riviste che hanno
bisogno di un ritratto. In altri casi, è lo stesso personaggio o il suo ufficio
stampa a richiedere lo scatto. Qui la tentazione, da parte tua e del cliente, è di
andarci pesante col fotoritocco. Stacci attento: spesso una post eccesiva su un
soggetto famoso o comunque in vista, ha effetti devastanti nel lungo termine.

Editoriali
Se la fotografia beauty si usa anche per le pubblicità editoriali, niente si sposa
alla perfezione con le pagine, cartacee o Web, di riviste, come appunto gli
“editoriali”. Sono ne più ne meno “le foto per le riviste”. La definizione
funziona molto bene quando spieghi a tua madre cosa fai per guadagnarti da
vivere, ma attenzione, gli editoriali servono per gli articoli, non per le
pubblicità. E c’è una bella differenza. Perché l’articolo, o comunque il tema
che tratta, è il fil rouge che unisce i vari scatti. Insomma, ci deve essere una
storia, sempre, e i tuoi scatti devono raccontarla anche senza bisogno di
leggere il testo, altrimenti ti ritrovi a fare foto enciclopediche, e non è una
cosa buona e giusta (Figura 9.7). Qui la scelta dei piani è varia, nel senso che
puoi usarne di diversi anche nello stesso servizio, in base alle esigenze del
cliente. Di solito, comunque, non puoi prescindere da almeno qualche piano
intero (tutto il corpo), ma spesso dovrai lanciarti anche nei “campi”. No, non
quelli di campagna. Intendo il campo totale (corpo e qualche elemento di
contorno) e il campo medio (il corpo rappresenta circa il 20% dello scatto e il
resto è ambiente). Campi più ampi, vale a dire il lungo e il lunghissimo,
vanno bene per le foto di panorami di montagna. Salutami Heidi. Scherzi a
parte, il focus in questo caso è sul “framing”, cioè sul crop della foto (o
ritaglio, che dir si voglia). Perché devi sceglierlo in base allo spazio che hai a
disposizione e in base a ciò che vuoi esprimere. Mettiamo che hai la tua
modella in uno scatto molto ampio, con alle spalle un’estesa parete di roccia.
Se croppi la foto giusto per fare vedere la sola modella, lanci un determinato
messaggio (ehi tu! Tu che osservi la foto! Guarda che bel vestito!). Se invece
quasi non la ritagli, tenendo la parete nella sua interezza, ne lanci un altro.
Per esempio, porti l’osservatore a cercare delle somiglianze tra la fantasia del
vestito e la parete, e il gioco psicologico si fa più sottile ed elegante. Ma
magari piace meno a un cliente che vuole un prodotto (perché una foto è un
prodotto) più immediato, quindi devi valutare anche dove andrà a finire
quella foto. Ci sono riviste con un pubblico educato alla sofisticatezza
fotografica, altre dove servono scatti più facilmente comprensibili.
• Figura 9.7:
Una storia d’amore, una guerra, come un problema sociale o un’avventura a lieto fine. A
volte la storia si sceglie in base a un testo, in altri casi è il fotografo a deciderla, realizzando
il servizio e proponendolo, per esempio, a una redazione. In questo caso, la redazione si
occupa di trovare un giornalista che impreziosisca le foto con dei testi.
Kit: Sony SLT-A77V + obiettivo 50 mm.

Fashion & advertising


Qui, quasi sempre, il punto focale è l’abbigliamento ed è per questo che si
tendono a usare piani americani (fino alle ginocchia) o, più spesso, piani
interi (tutto il corpo). Devi stare molto attento alle esigenze della rivista: se
hai due pagine, per esempio, puoi azzardare una foto orizzontale, che le
occupi entrambe. Oppure puoi scegliere di metterne una verticale per pagina.
E in questo caso le foto devono essere legate da un qualche fil rouge. Se hai
una sola pagina, invece, foto verticale e via. La scelta della modella è
essenziale, ma in senso inverso rispetto, per esempio, al beauty. Deve essere
certo gradevole, ma non eccessiva, perché l’enfasi non è lei, ma ciò che
indossa, mostra, porta (Figura 9.8). A volte succede che la modella sia
famosa, ma questo non deve distoglierti dallo scopo finale, che è valorizzare
un prodotto. Il “nome” dà prestigio, ma il tuo approccio non deve cambiare di
una virgola.
Gruppi
Non sono foto richiestissime, ma capita, e tu devi farti trovare pronto,
ovviamente. Sono gli scatti in cui compaiono due o più modelli. Sono scatti
costosi da realizzare, perché il lavoro di MUA e acconciatore si moltiplica
per tutti i soggetti, e perché la gestione della luce diventa molto più
complessa. Devi, infatti, tenere conto di come la luce colpisce più soggetti,
contemporaneamente. Eccoti qualche consiglio su come riuscire nell’impresa.
1. In studio. Le foto di gruppo sono più semplici se fatte in studio. Perché
“adattare” la luce del sole a un singolo soggetto o due è una cosa, farlo
per più persone può essere un problema.
2. Grosso è meglio. Se scatti in studio, però, occhio: serve più attrezzatura.
Più flash, più potenza, diffusori più grandi.
3. E fuori? Nell’outdoor servono, innanzitutto, più diffusori e quindi più
assistenti. Te l’ho detto, sono scatti costosi.
4. Empatia. Fai in modo che il “gruppo” si trovi a parlare insieme, con te.
Crea uno spirito di gruppo fuori dal set, nel poco tempo che hai a
disposizione. Sarà molto meglio che far ritrovare dei perfetti sconosciuti
insieme, davanti al tuo obiettivo.
5. Pianifica. Mai come in questo caso, evita di improvvisare. Pose,
posizione di ogni modello e composizione vanno studiate nei dettagli, in
anticipo.
Capito con quanti tipi di progetti hai a che fare? Ma come realizzarne uno per
intero? È quello che vedremo nel prossimo capitolo!
• Figura 9.8:
In alcuni casi le foto fashion & advertising si scattano in studio, con lo sfondo neutro, e poi
si scontornano e si usa quel che serve. La tendenza, comunque, è puntare a scatti completi,
fatti in location.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Chiara Cossa. Outfit: abito Mentine Milano
Dall’idea all’€
10

Parlare di denaro è brutto. Parlare di denaro è sporco. Parlare di denaro mette


in imbarazzo. Ma se vai dal tuo macellaio o a pagare la rata del mutuo, come
per magia nessuno si fa problemi a parlarne. Eppure, c’è sempre la
sensazione, quando si lavora con la fotografia, che chiedere del denaro per
uno scatto sia qualcosa di deprecabile. Ecco, partiamo proprio da qui. No,
non lo è. Ma è una sensazione che, se sei all’inizio, viene e passa in un
battibaleno. Giusto il tempo di rendersi conto di quanta fatica si fa in questo
mestiere (Figura 10.1). Quanto tempo, ricerca, materiale e fegato amaro
servono far felice un cliente. Non ci credi? Ti racconto una storia molto
speciale: ha te come protagonista.
Giorno di primavera, fuori c’è un bel sole, ma dentro di te c’è la tempesta. Il
tuo sogno di diventare fotografo continua a rimanere tale e sembra che il
destino proprio non ne voglia sapere di metterti sulla via che porta alla
celebrità. Così esci a passeggiare, tutto affranto, e continui a guardare il tuo
smartphone (i sodi per quello li hai trovati, gli italiani li trovano sempre per
uno smartphone nuovo!). Toh, un’email. Il mittente è che Coccococca, firma
emergente nel campo della moda. È spam, ma tu la apri. Oh, non è spam: una
proposta di lavoro. Chiedono se vi potete sentire per parlare di un progetto.
Salti come un canguro fino a casa, in preda a un’eccitazione pari a quella di
un gallo cedrone nella stagione degli amori. Poi ti calmi, pensi che in fondo
sei ancora nelle fasi iniziali, che tutto è da definire. Però hai letto i primi nove
capitoli di un libro di fotografia fantastico e hai imparato che sarebbe meglio
incontrarlo, il cliente. Niente conversazioni, se ci si può vedere di persona!
Così fissi l’appuntamento, presso la sede di Coccococca.

(Taglio la storia, altrimenti avrei dovuto scrivere un romanzo e questo


libro non l’avresti trovato nel reparto fotografia!)
(L’hai trovato nel reparto fotografia, vero?)
(No perché altrimenti diglielo, al librario, che va nel reparto fotografia!)
(Ok, riprendo…)
• Figura 10.1
Il servizio da cui proviene questo scatto ha richiesto un totale di quattro giorni di lavoro. I
primi due giorni per l’organizzazione (trovare la modella e la location, contattare le case di
moda per l’outfit e così via), un giorno per gli scatti e un altro per la post-produzione. Per
gli amanti dei numeri, la foto è scattata con una lunghezza focale di 50 mm, ISO 200 e
apertura f/2.8.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.
• Figura 10.2
Se un cliente ti dice che vuole uno scatto con una villa antica alle spalle della modella, e tu
odi le ville antiche alle spalle di una modella, trova una strada a metà. Quella nella foto è la
scalinata che sta all’ingresso di una villa antica… ritagliata in modo da dare uno stile
personale allo scatto. Amante dei dati? Ok, ok. Scattata a 50 mm, ISO 200 e f/2.8.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.

Vi parlate, giureresti che c’è addirittura del feeling, e tu prendi appunti. Forse
non te l’ho detto, ma a prendere appunti si fa sempre una bella figura. Io sono
vecchia maniera, che è ancora più suggestivo: penna e agenda. Vanno bene
anche tablet o notebook, no invece allo smartphone, che sembra che tu stia
scrivendo messaggi per i fatti tuoi. Dopo un po’ te ne vai con pagine piene di
appunti, ma ancora nessun lavoro: prima c’è da definire per bene il tipo di
lavoro e, quindi, stilare un preventivo (Figura 10.2). Tuttavia, da questo
momento, possiamo tracciare una linea di lavoro piuttosto verosimile.
Andiamo?
Idee e cliente, la strana coppia
Come detto, il cliente non ha solo esigenze o obiettivi, ma spesso ha anche
idee. Qualche volta è una fortuna, qualche altra un intralcio, perché limita il
tuo potere creativo. Del resto è pur vero che se ha un’idea e tu la segui,
difficilmente verrà a dirti “che schifo di idea!”. Insomma, è una specie di
garanzia, se vogliamo. Se le idee sono buone, usale. Se sono terribili, fai di
testa tua, ma trova un appiglio per poter ricollegare le tue idee alle sue. Con
Coccococca succede proprio questo: il boss dell’azienda ha l’idea di questa
modella super sexy, sdraiata modello leopardo nel bel mezzo di un giardino
settecentesco, con villa alle spalle. Ora, immagino che tu creda che questo
racconto sia il frutto di una mia fantasia malata, ma l’esempio non si discosta
molto da un’esperienza vissuta in prima persona. Comunque, il cliente ha
parlato, ha avanzato una richiesta. Di solito si limita a una breve descrizione
di questo tipo, detta a voce, ma può andare anche oltre (nel bene e nel
male…).

Bozzetti
Un foglio bianco, due scarabocchi e tu che li devi interpretare come un
archeologo davanti ai geroglifici. Il vantaggio è che, per lo meno, hai una
rappresentazione grafica di cosa vuole il cliente, e poi il resto lo metti tu, con
la tua creatività. Credimi, è una situazione invidiabile.

Descrizione
Un cliente diligente, oltre che fare una bella rima, prepara una descrizione
testuale. Descrive, cioè, come vorrebbe la o le foto. La descrizione, di solito,
ti viene mandata o prima o dopo il meeting, resta il fatto che va sempre
discussa. Perché se il cliente ne scrive una, vuole che sia considerata. E tu
devi ponderare se ne vale la pena. In caso negativo, c’è comunque da trovare
il modo di farlo sentire partecipe. Che non significa non considerarlo, ma
essere in grado di capire il messaggio di base e tradurlo nel tuo stile. Nessuna
idea è talmente strampalata da non dover essere considerata, ma devi essere
in grado di estrapolarne gli aspetti interessanti e che facciano al caso tuo.
Foto di esempio
Sono la cosa più terribile che possa farti il cliente. Perché non è mai bello
sentirsi dire “vorrei delle foto così”. In pratica, ti chiede di ispirarti al lavoro
di un altro fotografo. In questo caso non fare mai domande del tipo: “perché
non ha contattato direttamente quel fotografo?”. Sia perché ti ho detto mille
volte che non devi comunque essere cafone, sia perché potresti sentirti
rispondere: “perché costa troppo”. Oppure “l’ho fatto, ma era impegnato”. Sì,
sì, sì, succede eccome. C’è di buono che una foto mostra esattamente quel
che intende il cliente, quindi devi vederla con piglio positivo: hai la chiara
percezione di cosa si aspetta da te.
Dai discorsi fatti, non vorrei passasse il messaggio che il cliente dovrebbe
sempre lasciarti fare quel che vuoi. No. Il punto è che quasi sempre ti darà
un’idea di massima su quel che si aspetta, ma dovrebbe avere la compiacenza
di fartela interpretare col tuo stile (Figura 10.3). Se sei agli inizi, non capiterà
mai, ma è una situazione destinata a migliorare mano a mano che ti fai un
nome ed esperienza.

Farsi un’idea di massima


Non esiste un progetto senza una traccia di base. Un po’ come le scalette di
articoli e libri. Nei capitoli precedenti ti ho spiegato come delineare il tuo
progetto, ma tra il meeting con il cliente e questo c’è un passaggio
intermedio. Ed è un passaggio obbligato, perché ti serve per stabilire le
risorse necessarie e calcolare un preventivo. Quando hai davanti i tuoi
appunti e le eventuali idee del cliente, estrapolane gli elementi principali e
più descrittivi.
Nel nostro esempio, ti ritrovi con un: “Voglio una modella bellissima distesa
su un prato, con dietro una villa del ’700”. Terribile, lo so, ma si parte
sempre dal peggio, no? Eppure, ci sono degli elementi molto descrittivi, che
tu annoti in un elenco ordinato.
1. Modella avvenente.
2. Prato.
3. Villa del ’700.
Una volta che hai stilato la tua lista, confrontala con la seguente.
1. Chi: ci sono soggetti umani o comunque animali, da scattare?
2. Con cosa: outfit, accessori, elementi d’arredo particolari.
3. Dove: location.
4. Come: pose e composizione.
5. Quando: momento del giorno e possibile data.
Questi sono i cinque punti fondamentali da seguire in uno shooting. I cinque,
insomma, che ti permettono di stilare un progetto in modo serio e
competente. Innanzitutto, valuta la bontà di quelli che hai a disposizione. Nel
caso della modella per Coccococca, fatti mostrare quali capi deve indossare e
sceglila di conseguenza, considerando anche il tuo stile.
Se hai uno stile “aggressivo”, che punta ai contrasti, cerca una professionista
in antitesi col capo. Giaccone chiaro classico, per la prossima campagna
autunnale? Scegli una modella non convenzionale, con elementi di forte
contrasto. Al contrario, hai uno stile “elegante” (passami il termine)? Serve
una modella che, invece, faccia pendant col giaccone. Capelli lunghi e chiari,
sguardo molto pulito. Come vedi, a seconda del tuo stile interpreti in modo
diverso l’idea del cliente.
• Figura 10.3
Anche se il cliente ti dà delle indicazioni precise, non negarti il piacere di sperimentare
nuove soluzioni. E se da queste nascono grandi scatti, mostrali al committente. Una buona
foto è in grado di far cambiare idea anche al boss più cocciuto.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.

Una volta stabilita la modella e il relativo outfit, c’è da scegliere la location.


In molti casi si parte da questa, perché magari il cliente desidera organizzare
la campagna in un posto meraviglioso. Abbiamo molto discusso sulla scelta
di una location, quindi non ci tornerò. L’importante è che questa sia in linea
con modella e outfit. O che, al contrario, sia in netto contrasto, se vuoi uno
scatto più coraggioso. Evita i casi intermedi, nel tentativo di piacere un po’ a
tutti: se provi ad accontentare il maggior numero possibile di persone, ottieni
di scontentare tutti.
E poi arriva il momento della composizione. Bella storia, vediamola.

Composizione, parte 2: la vendetta


Sulla composizione abbiamo speso pagine e pagine, e non voglio tediarti con
cose già dette. Infatti, squilli di trombe, c’è altro da imparare. Diciamo che
hai le basi per capire come piazzare modella, outfit ed elementi vari nel tuo
scatto. Hai letto questo fantastico libro, hai sperimentato, insomma ci sei.
Ora, però, devi pure adattare lo scatto al tipo di progetto. Per esempio, se si
tratta di una pagina pubblicitaria, occorre tenere conto del testo. Se non vuoi
che il risultato sia pessimo e che le scritte coprano dettagli per te importanti,
fai in modo di predisporre il tuo scatto alla pagina che andrà creata (Figura
10.4). Renditi conto che lavorare con la fotografia significa avere un progetto
in mente, e quel progetto non è fatto solo dal tuo scatto.

Aggiungi un testo a tavola


Una volta che sai il formato della pagina che ospiterà la tua foto, parla con il
cliente o l’art director di turno, per capire se e dove sarà inserito del testo.
Sulla base di queste informazioni, capirai come il soggetto dovrà essere
posizionato e se dovrai prevedere più spazio per le scritte (Figura 10.5).

Ancora sul crop


Ricorda: scatta foto nel più grande formato supportato dalla fotocamera e alla
massima qualità. Così potrai lavorarle con comodo ed eseguire un crop sulla
porzione che fa al caso tuo. Ritagliare una foto non è mai un problema.
Allargarla, clonando delle parti esistenti, invece dà quasi sempre dei risultati
pessimi (Figure 10.6, 10.7 e 10.8). E scatta, scatta, scatta come non ci fosse
un domani: a scartare fai sempre in tempo.
• Figura 10.4:
Ci sono foto che, magia, si prestano a utilizzi sia in orizzontale che in verticale. Prendi
questa: i lati scuri rendono lo scatto orizzontale. Ma, proprio perché sono scuri, hanno
poche informazioni che l’occhio è in grado di cogliere, quindi, dovesse servirti una foto
verticale, puoi giocare col crop e ricavarla proprio da questa, tagliando una porzione dei
lati.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.
• Figura 10.5
Li vedi quegli orribili rettangoli? Sono le “gabbie” dove un grafico vorrebbe piazzare del
testo. In questi frangenti, l’interazione tra grafico e fotografo è essenziale.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.
• Figura 10.6:
Oh, il potere del crop, nemmeno lo immagini. E proprio perché non lo puoi immaginare,
eccotene un esempio. Questa è la foto originale. Bella, vero?
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.
• Figura 10.7:
Avendo scattato la precedente in altissima risoluzione, posso usarla come base per un crop,
dal quale ottenere uno scatto utilizzabile in verticale.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.
• Figura 10.8
Amo le foto che destabilizzano l’osservatore e questa ne è un perfetto esempio. Per molti è
una foto “sbagliata”, ma il crop è stato eseguito in modo da sbilanciare volontariamente il
peso verso destra. In questo modo l’occhio cade sull’outfit e il cervello cerca di ricomporre
lo scatto, imprimendolo per bene nella mente.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.

Occhio allo sfondo


Tieni conto del bilanciamento che vuoi ci sia tra soggetto e sfondo. Quanto è
marcato il primo, rispetto al secondo? E viceversa? In alcuni progetti lo
sfondo non si deve quasi vedere, in altri ha addirittura priorità rispetto al
soggetto. Per esempio, in quegli scatti dove il primo piano è sfocato e viene
invece messo a fuoco ciò che si trova alle sue spalle. È una cosa che andrebbe
stabilita a priori, in modo da curare meglio la preparazione del soggetto,
piuttosto che dello sfondo o viceversa. Sì, lo so, in teoria si dovrebbe curare
tutto alla perfezione, ma spesso c’è di mezzo il tempo tiranno.
Il prezzo è giusto
Non esiste un tariffario per i fotografi, per fortuna: sono troppe le variabili
che distinguono un servizio da un altro, per identificare dei prezzi minimi e
massimi. L’esperienza, la fama, il materiale da utilizzare, i nomi dei modelli
in ballo, la location, la logistica e così via. Del resto, non è nemmeno
possibile tracciare una fascia di prezzo, perché ogni fotografo ha i suoi
parametri e tu devi farti i tuoi. Come? Diciamo che il prezzo è un fattore che
devi anche sentire a pelle, perché solo tu puoi dare valore alla tua foto. Ci
sono, tuttavia, dei dati oggettivi dai quali non puoi prescindere, per nessuna
ragione.
1. Location. Devi affittarla? Incorri in qualche spesa? Per richiedere il
permesso (tipico, con edifici antichi) devi spendere del denaro?
2. Studio. Hai bisogno di uno studio? Se sì, lo devi affittare o è tuo? Se è
tuo, quanto ti costa? Uno studio non è mai “gratis”, anche se è tuo. Hai di
sicuro delle spese mensili (elettricità, gas, eventuale affitto del locale),
che vanno considerate nel preventivo.
3. Fattore E. Dove la E sta per “Esperienza”. Quanta ne hai? Devi darle un
valore, a mo’ di fattore. Se chiedi 10, moltiplica per 1 se non hai
esperienza, e via a crescere in base al tuo background. In genere,
comunque, meglio evitare di superare il 3.
4. Costo orario. Dai un valore orario al tuo tempo. A molti può sembrare un
conto ingiusto, ma è molto utile se sei agli inizi e non sai davvero quanto
chiedere. Stabilisci una tua tariffa oraria, fai una stima delle ore
necessarie, ed ecco che hai un’idea di costo del tuo servizio, cui vanno
aggiunte tutte le spese, ovviamente.
5. Team. Quante persone ti devono assistere? Una volta stabilito il team,
chiedi a ciascuno un preventivo. E contratta un po’: chi è esperto, tende a
gonfiare.
6. Modelli. Funziona come il punto precedente e deve tenere conto di
eventuali fee di agenzie e delle spese per effettuare il casting, se il
progetto lo richiede. Anche il casting, a sua volta, richiede una spesa non
indifferente: tempo, location, professionisti al lavoro.
7. Logistica. Se sai dove andare, con chi andare e per quanto starci, hai tutto
quel che ti serve per organizzare la logistica: spostamenti, soggiorni,
pasti, trasporto dell’attrezzatura.
8. Formula. Prevedi una formula “ad accessori”. Ossia, proponi una tariffa
base per la realizzazione degli scatti, e poi un elenco di servizi accessori,
ciascuno con il suo costo. Così il cliente può scegliere solo i servizi che
gli servono. No, non è controproducente: così ti mostri onesto, perché fai
pagare solo quel fai (certi fotografi fanno pagare una conversione di
formato come un fotoritocco…). E fidelizzi il cliente (Figura 10.9).
9. Fotoritocco. Prestaci particolare attenzione, perché può portarti via molto
più tempo di tutto il resto del servizio. A seconda del lavoro, stima la
quantità di ritocchi necessari. Come detto nel capitolo precedente, un
ritratto beauty richiede un fotoritocco più accurato di una foto a campo
totale.
10. Spese. Anche se non devi fare un servizio chissà dove, stima le spese che
affronti. Tutte. Se devi farti cento chilometri in auto, metti in conto il
costo della benzina, dell’autostrada e pure una piccola cifra per l’usura
del veicolo, così come il costo medio dei pasti (non pretendere di
mangiare in un ristorante stellato, ovviamente!). Ricordati che si tratta di
lavoro e un preventivo calcolato male può tramutarsi in un servizio in
rosso.
11. Diritti. Ci torneremo tra poco. In buona sostanza, è un parametro che
tiene conto di come e dove è utilizzato il tuo scatto.
12. Tasse. Specie quando si è agli inizi, non se ne tiene conto, ma ricorda che
sui tuoi guadagni ci dovrai pagare le tasse. Comprendi fin da subito la
differenza tra l’importo e il guadagno netto.
Con questi elementi in mano puoi valutare il costo del tuo servizio.
Sottolineo, però, l’importanza di farsi pagare, perché è questo il fulcro attorno
al quale ruota il professionismo. Se sei totalmente a digiuno di fotografia, ma
pensi di avere un grande futuro, non è comunque il momento di farti
ingaggiare: devi essere onesto con te stesso, fare pratica e prepararti al grande
momento. E a quel punto, anche se non hai esperienze a pagamento, devi farti
pagare, anche poco, tenendo conto di tutto quello che ci siamo detti. Lo
sbaglio più frequente che ho visto, vedo e temo vedrò nei fotografi alle prime
armi, è accettare quintali di lavori gratuiti “perché mi faccio il nome”. Ci
sono clienti che, in effetti, possono arricchire in modo importante il tuo book
e allora è il caso di fare un’eccezione, ma ce ne sono altri che ne approfittano,
proponendoti di lavorare gratis su progetti che nessun altro accetterebbe. La
professionalità nasce anche dalla capacità di saper distinguere quei rari casi in
cui lavorare per la gloria, da quelli in cui declinare elegantemente “l’offerta”.
• Figura 10.9
Stabilire il costo di un servizio è una delle fasi più delicate del tuo lavoro di fotografo. Un
modo veloce, se non hai esperienza, è di “darti un costo orario”. Lo so, suona un po’ come
se fossi un commesso al supermercato (con tutto il rispetto), ma in questo modo puoi avere
una stima attendibile. Ovviamente, tieni conto di tutte le spese in cui incorri.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.
Contratto!
Non dimenticartelo mai. Non esiste, in questo campo, un rapporto lavorativo
senza contratto. Non esistono strette di mano, promesse, progetti sulla parola,
occhiolini, pacche sulle spalle, strette di mano, toast mangiati insieme a
pranzo. Dovrei essermi ricordato tutto, ma comunque ci siamo capiti. In
questo lavoro il contratto è parte essenziale del progetto, per un sacco di
buone ragioni. Esempi di contratto ne trovi a bizzeffe su Internet, e pure in
alcuni di quei prontuari legali ed è importante che, tre le altre cose, i tuoi
contemplino:
Condizioni del servizio fotografico: dove, con chi, cosa e così via.
Servizi accessori inclusi: la MUA la fornisci tu? Acconciatore? È previsto
il fotoritocco?
Interventi a posteriori: il cliente non può chiedere modifiche all’infinito,
se consegni degli ottimi scatti. Poni un limite.
Quantità: sì, occorre specificare un numero approssimativo di scatti. E
specifica pure se devi consegnare solo le foto finite e ritoccate, oppure
anche tutti i provini.
Consegna: tempi o data di consegna del tuo lavoro.
Costo totale: che includa spese e tutto il resto. Quello, insomma, che deve
pagare il cliente.
Tempi di pagamento: tutto alla consegna? Una piccola percentuale al
momento della firma?
Modalità di pagamento: bonifico? Contanti? Assegno?
Diritti d’immagine: eh no, per questo punto serve decisamente un
paragrafo a sé.

Diritti d’immagine
Una tuo foto è il frutto del tuo lavoro. Tu vivi (o vuoi vivere) del tuo lavoro.
Per vivere del tuo lavoro devi essere pagato. La tua foto si paga. Questo
amabile gioco di parole ci porta dritti in quel ginepraio chiamato “diritti
d’immagine”. In teoria, è una situazione molto chiara: chiunque usa la tua
foto deve pagarti. In realtà, è una situazione complessa e piena di problemi,
visto che ci sono un sacco di eccezioni e che, soprattutto, non hai sempre
modo di sapere come e dove sarà utilizzata la tua foto. Se lavori con
un’agenzia, ovviamente firmi un contratto con loro e ti devi attenere alle
condizioni lì stabilite. Se invece lavori come lupo solitario, devi sapere che ci
sono fondamentalmente due tipi di opzioni con cui dare in licenza le tue foto.
La “royalty free” e la “cessione dei diritti”. Con la prima, scatti una foto a tuo
gusto, secondo i tuoi parametri e ne vendi solo il permesso di utilizzo. Così,
più clienti possono usare la medesima foto. Per questo motivo, il costo
dev’essere piuttosto basso. Con la “cessione dei diritti”, invece, dai
l’esclusiva di utilizzo a un singolo individuo o azienda. Di solito è la formula
utilizzata quando qualcuno ti commissiona un lavoro. Per questa formula,
puoi comunque contemplare dei casi intermedi, con una cessione parziale dei
diritti. Per esempio, nel contratto (sempre lui!) specifichi che lo scatto è
esclusivo, ma che per quel costo si ha il diritto alla pubblicazione in
determinati contesti e/o per un determinato periodo. In buona sostanza,
significa che se il cliente ti richiede uno scatto per una pubblicità su una data
rivista, per poterlo pubblicare in un’altra dovrà corrisponderti altro denaro.
Oppure, se il cliente ti ha commissionato degli scatti per un’intera campagna
editoriale su riviste cartacee, senza limiti di riviste, per pubblicarli anche
online dovrà sganciare un altro obolo. Sono solo esempi, ma danno un’idea
piuttosto precisa di quel che devi fare.

Copyright sì, copyright no


La storia del copyright delle foto è una mezza barzelletta. Nel senso che sì, se
scatti una foto è tua e cascasse il mondo è giusto che sia riconosciuto il tuo
lavoro e nessuno deve appropriarsene. Ma è pur vero che, una volta online,
“tracciarla” diventa una mission impossible. Parto dicendoti che ogni paese
ha le sue leggi in materia e che se hai un cliente straniero diventa ancora più
difficile destreggiarsi tra leggi di uno e un altro paese. Quindi, l’impressione
è che proteggere il tuo lavoro sia più difficile di vedere Babbo Natale
consegnare i regali a Ferragosto (non sarò così indelicato da dirti che è
difficile vederlo pure la notte del 25 Dicembre, ma soprassediamo).

Watermarking
Il metodo più utilizzato per proteggere il copyright di una foto è il
watermarking, che consiste nel piazzare il tuo nome, un logo o qualche
riferimento univoco nell’immagine. Di solito lo si mette in un angolo. Il
vantaggio è che si tratta di un sistema semplice, lo svantaggio è che un logo o
una scritta si rimuove alla velocità della luce, con un programma di
fotoritocco. Personalmente, trovo il watermarking una grave mancanza di
stile ed è opinione diffusa tra molti dei fotografi con cui lavoro. Perché se hai
un tuo stile, un tratto distintivo, quel qualcosa in più per il quale i clienti ti
chiamano, lo devi vedere nello scatto, senza bisogno di firme. È lo stile, la
firma migliore con cui proteggere la tua foto.

Sito
Ci hai pensato? È il metodo più semplice ed efficace. Metti il tuo scatto
online, magari a bassa risoluzione, specificando nella pagina gli estremi della
realizzazione (data, cliente, modella, location e così via). Ok, qualcuno potrà
pur sempre spacciare per sua la tua foto, ma a un cliente attento basterà
cercare eventuali corrispondenze con Google Immagini per accorgersi della
truffa. E anche tu, con questo servizio, potrai vedere dov’è finita la tua foto.

Bassa risoluzione
Non smetterò mai di ripeterti che il cliente va anche educato. Insegnagli
dunque a utilizzare la tua foto, in alta risoluzione, solo dove serve veramente.
Se deve mostrare la sua campagna online, per esempio, può utilizzare delle
immagini in bassa risoluzione.

Dati EXIF
L’EXIF (Exchangeable Image File Format) è uno standard che prevede che in
ogni file grafico, di tipo JPG o TIFF, vi sia dello spazio libero per scrivere
dati di vario tipo. Per esempio, alcune fotocamere usano parte di questo
spazio per memorizzare l’apertura dell’obiettivo, il tempo di esposizione, il
modello della fotocamera e altro ancora. Fatto sta che lo spazio libero a
disposizione, anche con tutti questi dati, è parecchio. E tu ci puoi scrivere
quel che vuoi, inclusi nome, cognome, sito web e così via (Figura 10.10).
Online trovi parecchi programmi, sia gratuiti sia a pagamento, che ti
permettono di scrivere dati all’interno del file, senza che nessuno lo sappia
(ovviamente l’immagine in sé non viene alterata in alcun modo).
• Figura 10.10
Osserva molto bene questa foto. Meglio. Forza, può osservarla anche meglio. Da vicino!
Noti nulla? Guarda bene! Noti nulla? No? Eppure, dentro il file ho scritto tutti gli estremi
del servizio: il mio nome, quello della modella, location, data e i miei contatti. I dati EXIF
non influenzano in alcun modo la foto, perché sfruttano una zona di memoria ad hoc, che
nulla ha a che vedere con i pixel.
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Jamaica Corridori.
fabrizio giraldi
Questo scatto ti è stato commissionato? Se sì, da chi? Se no, perché ti è
venuto in mente di farlo?
Martin Bethenod, direttore di Palazzo Grassi e Punta della Dogana, durante le
sue ore di lavoro nei giorni precedenti all’inaugurazione della sua prima
mostra a Venezia, “L’elogio del dubbio”.
È un reportage commissionato nella primavera del 2011 da IL, il mensile de
Il Sole 24 ore.

Qual era la tua idea iniziale, per questa foto? Cosa volevi esprimere?
Le mie condizioni: location reali, attrezzatura essenziale e mimetismo.
Il vantaggio: il soggetto non si distrae e non si indispone, e da subito agisce
spontaneo.

Hai deciso di scattare direttamente questa foto o è estratta da un intero


servizio?
Fa parte di un intero reportage.

Perché hai scelto questa modella/modello?


È su precisa indicazione della redazione.

Che location hai scelto?


Venezia!

Perché hai scelto questa location?


Perché è l’ambiente in cui si muove il protagonista.
E poi, Venezia è Venezia, no?

Che fotocamera hai usato?


Canon 5D Mark II.

Che obiettivo hai usato?


Un 28mm.

Hai usato flash? Quali?


Mi porto sempre appresso uno Speedlight 580EX, che in questo caso non ho
usato. La luce naturale era semplicemente perfetta.

Diffusori o pannelli? Di che tipo?


Nessuno.

Che indicazioni hai dato alla modella/o durante gli scatti? Le parlavi?
Cosa le dicevi?
Di essere il più naturale possibile.

C’era musica? Che musica?


No, ma mentre scatto penso sempre a una frase. “Fading into the wallpaper”.
È la frase con la quale, nel 1948, il fotografo Eugene Smith descrive il suo
lavoro a LIFE, dopo aver realizzato per loro il celebre lavoro “Country
Doctor”.

Come hai agito in post produzione? Che tipo di fotoritocco hai fatto?
Dopo lo scatto archivio il lavoro in Adobe Lightroom.
Qui ho creato una post-produzione predefinita che regola saturazione e
predominanze di toni, la scelta della pellicola di una volta, e poi regolo solo
la temperatura colore, cercando di ammorbidire il file raw generato dalla
macchina. Poi, l’ultima conferma la trovo in edicola!

Che software usi per il fotoritocco? Quali plugin?


Adobe Lightroom 4.

Quali sono stati i problemi principali durante lo shooting?


Nessuno!
scatto d’autore

Qual è la cosa di cui vai più orgoglioso per questo shooting?


Il modo in cui soggetto e location si sposavano alla perfezione.

Biografia
Fabrizio Giraldi (1976) si forma all’Istituto d’Arte di Trieste, dove utilizza la
fotografia come supporto alla decorazione. Negli anni prende parte, come
allievo prima e assistente poi, ai corsi presso il TPW specializzandosi nella
fotografia di reportage. Nel 2002 entra a far parte dell’agenzia Grazia Neri e
nel 2010 partecipa alla fondazione dell’agenzia LUZphoto. Oggi fotografo
indipendente, collabora con magazine nazionali e internazionali.
www.fabriziogiraldi.com
Fotoritocco in un tocco
11

Allora, il discorso è molto semplice e voglio fartelo da amico ad amico. Il


fotoritocco, piaccia o no, fa parte di questo mestiere. Poco? Tanto? Quello si
vede dopo, ma serve. Essenzialmente, ci sono due tipi di fotoritocco: quello
generico, che si applica a tutta l’immagine e quello “spot”, che si applica
invece a singoli particolari. Nel primo caso rientrano, tanto per dire,
contrasto, luminosità, correzione cromatica, conversione in bianco e nero,
filtri vari e assortiti. Nel secondo, per esempio, l’attenuazione delle rughe,
l’eliminazione di difetti della pelle, la modifica strutturale del volto o del
corpo. Cellulite? Via! Zigomi bassi? Si alzano! Seno poco prosperoso? Una
misura in più! Non esiste un’etica fotografica che vieti l’utilizzo del
fotoritocco, mentre esiste il buongusto. La regola aurea, in questo caso, è che
il fotoritocco migliore è quello che non si vede. Se vedi una modella in una
foto e dici “wow, è uno schianto”, ecco quello è un buon indicatore che stai
facendo un lavoro come va fatto. Se invece vedi un’attrice famosa e ti viene
da dire “caspita, che seno, non mi sembrava l’avesse così prosperoso!”, allora
hai davanti agli occhi un fotoritocco dozzinale. Ehi, nota con quanta eleganza
ho parlato di décolleté… Questo non è un libro dedicato al fotoritocco: lì
fuori ce ne sono decine, che dedicano centinaia e centinaia di pagine
all’argomento. Da queste parti, invece, si vuole parlare di quegli elementi
che, per un motivo o per l’altro, sono la base per un approccio professionale
alla fotografia (Figura 11.1). Dove per “professionale”, al solito, non intendo
una parola con cui riempirsi la bocca, ma un po’ di denaro con cui riempirsi
le tasche grazie alla vendita dei tuoi scatti. E dunque: qual è il tipo di
fotoritocco da apportare alle tue foto? Quali sono i software magici per farlo?
• Figura 11.1
Quando decidi di ritoccare una foto (non è detto che tu lo debba fare, eh), valuta sempre la
presenza di altri elementi “importanti” oltre al soggetto, per decidere se valorizzarli o
meno. In questo caso, per esempio, guarda che bel cielo!
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: Tubino e
giacchino: Pommes de Claire; Collana e orecchini: Sperimentale.

Programmi e programmini
Come in ogni campo, anche nella fotografia gli strumenti non sono
importanti quanto le capacità. Però è chiaro che con gli strumenti giusti si
risparmia tempo. E sapete benissimo cosa significa il tempo. Solito discorso.
Posto, dunque, che non prendo un solo euro per pubblicizzare un software
piuttosto che un altro, non credo di dirti qualcosa di nuovo indicando
Photoshop come lo standard de facto nel campo del fotoritocco. E non è solo
una questione di numero di funzioni, che già di per sé fa la differenza. È
soprattutto una questione di interfaccia: semplice, che con pochi clic ti
permette di individuare anche lo strumento più complesso. E poi c’è il
discorso del supporto. Impara a considerare anche i programmi che utilizzi
come strumenti di lavoro. Se fai il panettiere, hai a disposizione un sacco di
impastatrici diverse tra cui scegliere. Alla fine la scelta andrà non solo a
quella con il miglior rapporto qualità/prezzo, ma anche al produttore che ti
offre la migliore garanzia e assistenza. E Photoshop, da questo punto di vista,
è davvero il migliore. Delle alternative te ne ho parlato nel Capitolo 3. Sono
piuttosto valide, ma rappresentano pur sempre una versione “light” di quel
che trovi in Photoshop, che per altro è disponibile nella recentissima versione
“Creative Cloud”.
A corollario di Photoshop o del programma di fotoritocco che andrai a usare,
c’è un sottobosco di programmi e programmini molto utili e sfiziosi. E poi ci
sono i plugin, cioè piccoli software che potenziano le funzioni di altri
applicativi. Per Photoshop, tanto per dire, esistono centinaia di plugin per
aggiungere filtri, comandi, strumenti e tanto altro ancora.
Volendo, potresti spendere migliaia di euro in software vari e assortiti, ma
questo capitolo serve proprio per orientarti su quello che ti serve, con qualche
consiglio su come usarlo al meglio.

Scremare le foto
Prima ancora di lavorare le tue foto, hai bisogno di decidere quali scegliere.
Esatto, si va di scrematura, amico mio. Non ci sono regole per scegliere gli
scatti giusti, anche se, come detto qualche capitolo fa, il rapporto tra gli scatti
effettuati e quelli validi è di circa 11 a 1. Con un po’ di esperienza puoi
scendere a 10 a 1, ma non contarci troppo. Quindi, se hai scattato circa 300
foto, non sperare di trovarne più di una trentina utilizzabili. Quali criteri
utilizzare, oltre a questa regola?
1. Filosofia spiccia. Pensa alla filosofia della campagna per valutare la
composizione degli scatti che hai di fronte a te. Servono mezzi busti? Se
hai foto dei primi piani, toglili di mezzo!
2. Via i difetti! Gambe o braccia “tagliate”? Non è mica è un film horror,
via!
3. Esposizione. Scatti troppo scuri o troppo chiari vanno valutati molto
bene. Se le zone scure o chiare “bruciano” dei dettagli, via!
4. Fuoco. La foto è a fuoco nei punti giusti? Ingrandisci per bene gli scatti
ed esaminali. Rimarrai stupito nel vedere quante volte hai sbagliato a
mettere a fuoco (sì, anche se la messa a fuoco è automatica).
5. Luce. La luce cade esattamente dove volevi? Adesso, sui rimanenti scatti,
fai una cernita in base a questo parametro.
6. Espressioni. Immagino che tu abbia in testa un certo tipo di espressione,
per i tuoi modelli. Bene: togli di mezzo quegli scatti dove l’espressione
non c’è.
7. Le dimensioni contano. Privilegia gli scatti con un campo più ampio:
potrai ritagliarli in seguito.
8. Fatto? Ancora troppe immagini tra cui scegliere? Prenditi cinque minuti
di pausa.
9. Non fregarmi, non li hai fatti passare!
10. Vota! Una volta tornato al computer, dai un voto a ogni scatto,
istintivamente. E scegli le immagini con i voti più alti. Molti programmi
consentono di dare un voto tramite delle “stelline”, proprio per questo
motivo.

Un programma che fa ordine!


Per scremare le foto puoi usare Photoshop, ma il rischio è di sentirti urlare
dalla disperazione anche a chilometri di distanza. Quindi, meglio basarsi su
un programmino più leggero. In realtà lo trovi proprio insieme a Photoshop:
si chiama Bridge e serve, appunto, a scorrere velocemente i tuoi scatti e
selezionare quello su cui lavorare, di volta in volta. Non mancano, comunque,
programmi gratuiti utili allo scopo e devo dire che funzionano alla grande.
Uno dei migliori è Picasa, di Google, velocissimo nel caricare e farti navigare
tra migliaia di foto. Poi c’è FastStone Image Viewer (Figura 11.2), che ha
anche parecchie funzioni accessorie, specie per le conversioni. Poi c’è il
completissimo IrfanView, che volendo ti aiuta anche nel fotoritocco e
XnView, spartano ma veloce come pochi altri
• Figura 11.2
L’interfaccia semplice e un po’ minimalista di FastStone Image Viewer. Non sarà
elegantissima, ma fa il suo dovere.

Fotoritocco: qualche premessa


Non molte, tranquillo. La prima è che, qualunque sia il programma che usi,
fa’ in modo che abbia la gestione dei livelli. Altrimenti, passa ad altro. I
livelli sono un’invenzione fantastica, la vera rivoluzione del fotoritocco
digitale e vanno utilizzati il più possibile, sia perché ti consentono di lavorare
di fino sui particolari, sia perché puoi apportare minime modifiche e poi
annullarle con semplicità. E poi dotati di uno schermo serio: grande, di una
marca nota, con la migliore e più recente tecnologia. Non hai la minima idea
di quanto possa fare la differenza. Infine, considera i prossimi paragrafi per
quel che sono: un brevissimo vademecum delle operazioni di base da fare
sulle tue foto. Cercherò di essere generico al punto giusto, per non
penalizzarti se non usi Photoshop, bensì un suo clone.

A tu per tu con il RAW


Abbiamo parlato dei file RAW quasi come di un’entità astratta, mentre
adesso è il momento di fare sul serio. Quando apri un file RAW, in
Photoshop o in un apposito programma fornito dal produttore della tua
fotocamera, di solito hai a disposizione parecchi parametri su cui agire.
Infatti, il vantaggio del RAW, come spiegato nei capitoli precedenti, è che
puoi aggiustare valori come esposizione e temperatura in modo quasi identico
a quanto avverrebbe agendo sulla fotocamera al momento dello scatto. Mica
male, vero? Nel caso di Photoshop, il programma di gestione dei RAW si
chiama Camera RAW, ma i comandi principali sono identici in un po’ per
tutti i software di questo tipo. Il consiglio è di agire su esposizione,
temperatura e contrasto proprio in questa fase. Nella fotografia moderna,
vuoi anche per il periodo un po’ così, si tendono a fare scatti dai toni cupi,
enigmatici, a tratti inquietanti. Anche là dove c’è un sorriso (fai sempre
attenzione a non esagerare, perché i sorrisi si usano raramente, in fotografia),
crea sempre del mistero sul perché quella modella sta sorridendo. Meglio un
sorriso accennato, tipo la Gioconda, che quello del Gabibbo, giusto per
intenderci. Per sottolineare questa atmosfera, gioca con contrasti forti,
aiutandoti con l’esposizione per non perdere troppi dettagli. E se con questo
ottieni un effetto troppo inquietante, varia la temperatura, puntando su una
cromia calda (Figure 11.3 e 11.4).
• Figura 11.3
Durante questo scatto ho posto enfasi sui raggi di sole e le zone di ombra. Mi piace il modo
in cui si proiettano sulla pietra di parete e colonne, con i toni scuri che lambiscono anche la
modella. Però, a ben vedere, l’immagine è troppo scura.
• Figura 11.4
Così aumento l’esposizione e, per dare un’impronta ancor più personale (ma i contrasti
forti piacciono a molti fotografi), agisco anche sul contrasto. Così, però, le colonne sono
troppo sgargianti e rischierei di far passare in secondo piano la modella. Nein! Scaldo un
po’ il colore, aumentando leggermente la temperatura.

Dritto o rovescio?
Le moderne fotocamere sono dotate di un mirino elettronico che funziona
anche da “bolla”, cioè ti consente di fare foto dritte come la Torre di Pisa. No,
scusa, era l’esempio sbagliato. Diciamo come il manico di una scopa (sì, lo
so che si usa anche per fare un altro genere di esempio). Comunque, questo è
il momento per osservare bene la tua foto e decidere se va raddrizzata.
Perché, se così fosse, la rotazione può creare un piccolo bordo nero, che
andrai poi a ritagliare nella successiva fase di cropping.
Composizione: ancora!
Sì, ok, non parlo più di composizione. Solo un accenno, suvvia, perché in
realtà torniamo a parlare di crop, che è strettamente legato a questo aspetto. Il
crop è uno dei miei strumenti preferiti, perché con questo posso cambiare
l’anima stessa di uno scatto. Voglio dire, è grazie al crop che si può dare
enfasi a un elemento piuttosto che a un altro! Le regole per effettuare un crop
perfetto le hai imparate, quindi non mi resta che ricordarti che, in questa fase,
è essenziale decidere bene cosa lasciare o meno nella foto. E quindi, decidere
cosa tagliare. Per farlo, però, tieni conto del formato: è questo il momento in
cui stabilire, con precisione, se trasformare uno scatto in un 4:3, un 3:4 o via
dicendo (a meno che tu non l’abbia già fatto in fase di scatto). In questo
senso, tornano molto utili le griglie ridimensionabili, presenti in quasi tutti i
programmi di fotoritocco (Figura 11.5).

• Figura 11.5
Argh! Sulla destra s’intravede un estintore! Certo, potrei eliminarlo, resta il fatto che la
foto, così com’è, ha dimensioni sballate per poter essere proposta al cliente. Meglio dunque
cropparla e con questa scusa taglio di mezzo proprio l’elemento indesiderato. Già che ci
sono, tengo conto della mitica regola dei terzi. Non te l’eri dimenticata, vero?
Correzione cromatica
Questo termine, che è la forma italianizzata della ben nota color correction, è
in realtà un cappello di funzioni dedicate, appunto, alla modifica della gamma
cromatica della foto. Nella maggior parte dei casi, si usa per regolare il tono
di una foto, mentre in altri casi si possono ottenere degli interessanti quanto
caratteristici effetti. Ci tengo anche a dire che è una buona regola applicare la
correzione cromatica dopo la regolazione di luminosità, contrasto,
esposizione e via dicendo. Qualcuno sostiene il contrario, resta il fatto che la
color correction dovrebbe rappresentare “l’ultima parola” sul colore della tua
foto. Non a caso, il bianco e nero si ottiene come ultimo passaggio e si parla
comunque di una forma di color correction portata all’estremo. Per effettuare
una correzione cromatica occorre lavorare sulle “curve di colore”. Al plurale,
perché di solito sono disponibili le curve per ciascuno dei tre colori
fondamentali, Red, Green e Blue. Tuttavia, di solito è meglio agire sulla
curva RGB, che li considera tutti e tre insieme. Così il tutto è più veloce e
bilanciato. Un altro trucchetto è agire sulla correzione cromatica dopo aver
zoomato per bene sul soggetto principale dello scatto: perché è quello il
riferimento, il punto dove andrà a parare l’occhio dell’osservatore, prima di
tutto. Fatto questo, se non hai molta esperienza con questo genere di ritocco,
allora ti consiglio di sperimentare come farebbe un bambino: sposta la curva
e guarda il risultato di volta in volta ottenuto! Se vuoi un suggerimento, prova
a creare una “S” più o meno accentuata, a seconda della foto che hai a
disposizione (Figure 11.6 e 11.7). Darai un tono lievemente dorato e molto,
molto, accattivante.
• Figura 11.6
Parte del volto della modella, dopo la correzione cromatica, tende a essere scuro. Qui si
tratta di gusti e di stile: visto che la foto si valuta nella sua interezza, in questo caso mi
piace evidenziare che la zona d’ombra colpisca anche il soggetto. Si fosse trattato di un
ritratto in primo piano, avrei agito diversamente.

Il mistero del bianco e nero


Bianco e nero, ne parliamo? È uno degli argomenti più gettonati nei peggiori
bar di Caracas, quando si parla di fotografia. Piace? Non piace? “Tira” o non
tira? Chi lo usa è perché vuole semplificarsi la vita, oppure rischia molto più
di uno scatto a colori? Sono domande piuttosto stupide, perché il bianco e
nero è e deve essere sempre una scelta, mai una necessità. Uno scatto
dovrebbe nascere già in bianco e nero, nel senso che se hai in mente di farne
uno di questo tipo, devi tenere d’occhio una volta di più la luce. Perché è
questa, solo questa, che rende grande uno scatto in bianco e nero. E va da sé
che una determinata luce impone scelte precise a livello di composizione,
tanto per dire. In altri casi, hai di fronte una buona foto a colori, magari già
post-prodotta, e ti chiedi se non sia il caso di provarla in bianco e nero. Capita
spesso e ti consiglio di lasciare libero sfogo a questo tuo istinto bicolore!
• Figura 11.7
Qualunque sia il ritocco che fai, dopo l’intervento valuta la foto nella sua interezza,
annullando lo zoom.

Ci sono tanti modi per creare il bianco e nero, ma i principali sono tre.
1. Filtro automatico. Ne sono dotati tutti i programmi di fotoritocco degni
di questo nome. I risultati variano, moltissimo, proprio in base ai
software. In genere, però, si tratta di filtri che effettuano una conversione
brutale, senza tenere conto dell’armonia luminosa dello scatto.
2. Curve. Agendo sulle curve di colore, a mo’ di correzione cromatica, si
ottiene un buon bianco e nero. Non solo: con un po’ di attenzione, puoi
puntare a un “finto bianco e nero”, nel quale esaltare sottilmente alcune
note cromatiche. Per esempio, virando leggermente verso il rosso e quindi
dando un bianco e nero ancora più caldo.
3. Plugin. Esistono moltissimi plugin e pure programmi stand-alone (cioè
che lavorano da soli, senza bisogno di altri programmi cui appoggiarsi)
per il bianco e nero. Tuttavia, universalmente, il software per il bianco e
nero è Silver Efex Pro.

Bianco e nero d’autore


Silver Efex Pro è un software sviluppato da una piccola società, Nik
Software, poi acquisita da nientemeno che Google. Già, proprio lui. A onor
del vero, da quando il colosso americano se ne è impossessato, i pregevoli
software di Nik sono stati un po’ lasciati a sé stessi, anche se, di contro,
costano molto meno. Silver Efex Pro, infatti, nel momento in cui ti scrivo è
stato infilato in una “collection” di software per il fotoritocco, che prende il
nome di Nik Collection ed è disponibile per una manciata di euro.
Tralasciando le chicche che trovi al suo interno, tra le quali il set di filtri
Color Efex Pro e il correttore di toni Viveza, c’è appunto questo meraviglioso
Silver Efex Pro. Una volta caricata la tua foto e avviato questo plugin per
Photoshop, ha davanti un’impressionante serie di filtri in bianco e nero, con
la possibilità di modificarli secondo parametri quali filtri colore o, addirittura,
tipi di pellicola. Perché il concetto base del plugin è simulare le vecchie
pellicole in bianco e nero, regalando al tuo scatto anche un certo calore
analogico (Figure 11.8 e 11.9). Semplicemente meraviglioso. Il consiglio,
comunque, è di non farti prendere troppo la mano: tra i tanti filtri, Silver Efex
Pro ne ha parecchi di esagerati e assolutamente inutilizzabili in ambito
professionale. Quelli lasciali agli amanti di Instagram.

• Figura 11.8
Il bello di Silver Efex Pro è che trovi sempre un filtro capace di rendere al meglio il tuo
scatto.
• Figura 11.9
Nel caso non ti accontentassi delle opzioni predefinite, questo straordinario plugin è ricco
di parametri modificabili. Tra questi, il tipo di pellicola.

Difetti? No grazie. O forse sì


Brufoli, nei, punti neri e rughe. Sono questi gli elementi che si ritoccano più
spesso. Ma occorre farlo con criterio, per tre buone ragioni.
1. Se esageri, il fotoritocco si nota eccome.
2. Ci sono “difetti” che rendono unico un volto. Il volto di un anziano che
gioca a carte, su un tavolino appena fori dal bar, perderebbe di significato
se tentassi di attenuargli le rughe. Anzi, fossi in te le accentuerei giocando
col contrasto.
• Figura 11.10
Ammetto che su questa splendida modella il ritocco del viso è inutile, ma mettiamo che
voglia eliminare quei nei dal viso (che ame piacciono, perché caratterizzano ancor più il
volto).
3. Considera sempre il rapporto tra risultato e tempo impiegato. Molto
semplicemente, se nel tuo scatto il soggetto rappresenta meno del 50%, è
probabile che quel brufolo non si veda nemmeno. E smettila di zoomarci
sopra: visualizza la foto intera, per renderti conto di quello che vedrà
l’osservatore.
Se ritocco di particolari dev’essere, magari perché hai a che fare con un
ritratto ravvicinato, allora punta al massimo della qualità. Intendo anche dal
punto di vista software. Con Photoshop (ma al solito, trovi strumenti simili in
tutti i programmi di fotoritocco degni di questo nome), per esempio, hai a
disposizione il Pennello correttivo al volo. Un vero portento, quando hai a
che fare con brufoli, punti neri e nei (Figure 11.10 e 11.11).

Portraiture
Un altro plugin da tenere d’occhio è Portraiture, di Imagenomic. La sua
potenza è tale che si occupa “solo” dei difetti del viso, ma anche di migliorare
l’aspetto della pelle, rendendola più compatta, lucida, opaca o come diamine
può servirti. La sua tecnologia gli permette di analizzare lo scatto e
individuare le zone di pelle su cui operare (Figure 11.12 e 11.13). Detta così
può sembrare uno slogan sensazionalistico, ma visto in azione questo plugin
stupisce davvero.
• Figura 11.11
Con lo strumento Pennello correttivo al volo è davvero un gioco da ragazzi! Ma puoi
ottenere lo stesso effetto con qualunque altro programma di fotoritocco.
• Figura 11.12
Il plugin Portraiture in azione.

Fluidifica sì, fluidifica no


Ovviamente mi riferisco al chirurgo digitale per eccellenza: lo strumento
Fluidifica. Consente di rivoltare, o quasi, la fisionomia di un corpo. Dal naso
ai fianchi, passando per seno, braccia, sedere e via dicendo, Fluidica aggiusta
i difetti di qualsiasi corpo. E allora, lo usiamo senza esitazione? A meno che
non sia il cliente a richiederlo, per un suo ritratto, meglio di no. Se sei tu a
scegliere i modelli, fallo in modo da non dover ricorrere a strumenti simili.
Per i soliti motivi: c’è il rischio che si veda e poi richiede molto tempo, e
spesso non ne vale la pena.

Consigli di stampa
E ora, qualche suggerimento rapido per non fare a cazzotti con lo stampatore
del tuo prossimo scatto da urlo.
• Figura 11.13
Imagenomic propone altri software, oltre a Portraiture, e si tratta di due pezzi da novanta
per palati raffinati. Noiseware è un filtro per ridurre il rumore digitale da foto scattate ad
alte ISO. Realgrain, applicato a questo scatto, aggiunge invece una “grana analogica”,
prendendo come riferimento un lungo elenco di pellicole del passato, sia a colori sia in
bianco e nero. Usare un po’ di grana serve anche nel campo fashion, per dare un tono
“casereccio” allo scatto (quando serve).
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Laura Giuliani. Outfit: Giacca in
pelle/Pantaloni/Scarpe: Space Style Concept; Top: HanselGretel.

1. Risoluzione. Occhio, banalmente non è solo data dai pixel (tipo


3200×2000), ma anche dai DPI. E per l’editoria è un parametro ancora
più importante. Per andare in stampa senza problemi, salva a 300 DPI.
2. JPG. No, assolutamente, il lavoro finale si manda sempre in TIF o in
BMP, senza alcun tipo di compressione.
3. Profilo colore. Quando importi una foto nel tuo programma di
fotoritocco, ti sarà chiesto di scegliere il profilo colore. A meno di
esigenze particolari, scegli sempre quello incorporato, di solito Adobe
RGB (1998).
4. CD o DVD. Consegna il tuo lavoro in un CD o DVD. È più elegante e
sarà apprezzato di sicuro. In alternativa, carica tutto su un server FTP o su
servizi come WeTransfer.

Saluti finali
Mi piace pensare che ciò che hai letto finora sia servito a uno scopo. Uno
solo. Farti capire che la professionalità non è una questione di sparare termini
appariscenti, mostrare l’attrezzatura più costosa o padroneggiare l’uso di
Photoshop come nessun altro. Certo, tutto aiuta (a parte i termini
appariscenti), ma spero tu abbia capito che la professionalità sta
nell’approccio a quel clic. Solo a quello. E per approccio intendo tutto quello
che viene prima e tutto quello che viene dopo. Fotografare è una cosa
semplice, davvero, spero tu lo abbia capito. Il difficile è arrivare a farsi
pagare per i propri scatti, ma sono certo che tu, proprio tu, ci riuscirai
benissimo.

Clic.

Sì, fotografare è fare clic. Ma per capirlo appieno dovevi arrivare fino a qui.
• Figura 11.14
Appena finisci di post-produrre una foto, chiudila e non guardarla per un paio di ore.
Quindi riaprila, stampala in alta risoluzione e osservala su carta. Se ti sembra un’ottima
foto, allora, e solo allora, ci sei. Buona fortuna!
Kit: Canon 7D + obiettivo 17-55 mm. Model: Elena Ramognino. Outfit: Giacca:
Ruecambon; Tubino: Pommes de Claire; Parigine: Calzificio Bonetti; Scarpe: Daniele
Michetti.
francesca morosini
I libri di fotografia tendono a parlare di fotografi ai fotografi. E spesso ci si
dimentica che questo, per essere un lavoro, non ha bisogno solo di chi offre
foto, ma anche di chi le compra. In quest’ultima categoria rientrano, tra gli
altri, i photo editor. Misteriosi figuri che armeggiano davanti a maxi-monitor
valutando centinaia di foto digitali, e sulle cui scrivanie troneggiano pile e
pile di book fotografici. A questi professionisti è demandato il delicato
compito di selezionare le foto, che andranno poi a corredare articoli,
campeggeranno su campagne di advertising e così via. E poi si tratta delle
persone che generalmente chiamano un fotografo piuttosto che un altro.
Insomma, è proprio il caso di fare conoscenza con un photo editor con la P
maiuscola. Anzi, la F: Francesca Morosini.

In cosa consiste il tuo lavoro, che è quello del photo editor?


Mi occupo e sono responsabile dei contenuti fotografici del giornale in cui
lavoro. Propongo servizi, oppure li sviluppo e produco in sinergia con i
contenuti. Le foto contengono e veicolano informazioni: è di questo tipo di
informazioni, in un magazine, che si occupa un photo editor. Che spesso,
come nel mio caso, è un giornalista professionista iscritto all’albo.

Qual è il processo di lavoro? Quali le fasi che ti portano alla scelta di una
foto?
Dipende: posso sceglierne una relativa a una notizia o un servizio che correda
la parte di testo di una storia, oppure scegliere un fotografo e, una volta
discusse modalità, contenuti e stile, assegno il servizio e lo faccio realizzare.

Quali sono i criteri con cui scegli un fotografo con cui lavorare?
Professionalità, capacità, stile e linguaggio adeguato alla storia.

Quali sono i soggetti fotografici che, nel tuo lavoro, vanno per la
maggiore?
Nel magazine per cui lavoro ora sono sicuramente i ritratti.

Non dovessi selezionare foto per lavoro, quali sono i generi che
personalmente ti piacciono di più?
Documentary-photography e tutto il lavoro più fine-art o personale, che
spesso non trova committenza, ma che i fotografi con enormi sforzi portano
avanti, investendoci tempo e denaro propri.

Quali sono i fotografi stranieri che ami?


Senz’altro Avedon, Penn, Sally Mann e moltissimi altri.

In Italia come siamo messi, secondo te?


Bene, abbiamo grandi nomi, specialmente nel reportage, nonostante la
mancanza di formazione scolastica adeguata e completa alla quale hanno
accesso i colleghi stranieri. Io, per esempio, sono andata in America dopo il
liceo mentre frequentavo l’università. Avere un background aiuta molto, si
nota subito in un fotografo e spesso fa la differenza.

Secondo la tua esperienza pluriennale, quali sono le caratteristiche che


deve avere una foto per essere ben “vendibile”?
Contenere informazione corretta e stile del fotografo. Poi dipende dai casi.
Stock? Gossip? Still life? News?
la parola al photo editor

Consigli per fotografi alle prime armi che vogliono vivere di questo
lavoro?
Studiare, perfezionarsi all’estero, iniziare progetti a lungo termine che
forgino e aiutino a costruire in proprio linguaggio. E poi capire bene cosa si
vuol comunicare e se si ha davvero qualcosa da dire.
Non è necessario andare dall’altra parte del mondo per raccontare una storia.
Anzi, meglio iniziare da una realtà a noi vicina e che conosciamo bene, ma
forse è più difficile!

Meglio tentare la carriera “solista” o passare per agenzie?


Per l’archivio praticamente tutti hanno un distributore. L’agente aiuta
sicuramente, se bravo, almeno all’inizio della carriera.

Quali sono i consigli che dai a un fotografo che vuole proporsi a una
redazione?
Avere un portfolio ben costruito e una presentazione del lavoro curata al
meglio, proposta con ordine e coerenza, se si propongono storie con la linea
editoriale del giornale.

Fotoritocco: la tua opinione?


In genere sono favorevole. Se si lavora in digitale, spesso è necessario. Può
essere anche solo una color correction, oppure qualcosa di più marcato,
dipende dai fotografi e dal contesto in cui si va a inserire lo scatto. Sono però
contraria alla manipolazione quando altera l’informazione.

Biografia
Francesca Morosini, classe 1969, mamma di Tito e Leone, pesarese Doc, vive
e lavora a Milano. A 16 anni trova una vecchia reflex ancora inscatolata in un
armadio (una Nikon) e da quel momento inizia il suo viaggio. Si è diplomata
all’International Center of Photography di New York. Dopo una breve
carriera di freelance, nel 1998 inizia a collaborare con diverse testate cartacee
e nell’online, fino all’arrivo a Wired Italia, dove lavora fin dal primo numero.
Backstage

A volte gli scatti migliori arrivano un po’ per caso. Durante il sopralluogo
fatto in una piazza, non c’era questo simpatico venditore di caldarroste. Il
giorno dello scatto, invece, eccolo spuntare in un angolo, con tutta la sua
attrezzatura. I colori dei coni di carta, la sedia, il fuoco acceso: è stato amore
a prima vista. Anche per lui, non appena ha visto la modella, tanto che ho
dovuto mercanteggiare chili di castagne per farci lasciare libera la postazione
per una decina di minuti.
Fare la modella è difficilissimo e molto, molto stressante. Dopo una lunga
sessione di scatti, meglio rompere la tensione con qualche battuta!

E chissà che un sorriso coperto in modo elegante non si possa trasformare in


uno splendido scatto!
Se lo shooting è particolarmente lungo, ogni tanto ci si deve fermare per far
ristorare la modella e approfittarne per aggiustare trucco e parrucco.
Backstage

In studio le pose sono molto più “programmate”. Per questo motivo, accertati
anche della resa laterale. L’impatto della luce artificiale è molto violento e
visto che è proprio la luce a definire la profondità della foto, è importante che
la posa funzioni anche di profilo

In studio si tende sempre a fare scatti frontali. Sperimenta anche posizioni


diverse. Le foto da studio mancano troppo spesso di originalità!
Backstage

In studio, la scelta del fondale deve sempre tenere conto non solo dell’outfit,
ma anche dell’utilizzo che verrà fatto dello scatto. Checché se ne dica, il nero
di sfondo è sempre più difficile da scontornare con buoni risultati, anche se
l’outfit è molto chiaro.

In studio, una modella seduta rischia sempre di apparire troppo sexy, se lo


scatto è a figura intera. Se invece si parla di un mezzo busto, ha modo di
rimanere più rilassata, anche nell’espressione del viso.

Non esistono solo foto fatte lungo un piano. Sperimenta anche quelle dal
basso verso l’alto e, soprattutto, dall’alto verso il basso.
Backstage

Prova di controluce con diffusore naturale, gentilmente offerto dal cielo.

Prova d’utilizzo del pannello riflettente. Ci vuole molta abilità per direzionare
in modo corretto la luce del sole.
Quando vado in perlustrazione, nelle location, cerco di scattare più foto
possibili, da riguardare con calma una volta tornato in ufficio.

Per aggiungere dinamicità allo scatto, ho leggermente inclinato la


fotocamera. Si tratta di una foto “sbagliata”?
No, non esistono foto giusto o sbagliate, esistono contesti dove pubblicare
uno scatto piuttosto che un altro.
Backstage

Un outfit, di qualsiasi tipo, non è un oggetto inanimato. È un oggetto che va


usato, anche in modo creativo.

Ecco cosa intendo quando ti dico di scattare foto “ampie”, per avere poi la
possibilità di cropparle come meglio credi.
Ok, adesso pausa risata d’obbligo o ci prendiamo troppo sul serio!

Shooting ormai alla fine, la modella si siede stanchissima. Eppure, anche in


questi momenti, una professionista sa che l’obiettivo può essere dietro
l’angolo e non si fa mai trovare impreparata.
Backstage

Quando ti trovi in una zona affollata, preventiva un tempo di scatto almeno


doppio. Perché hai a che fare con persone di passaggio e molto spesso
l’assistente deve prodigarsi a tenere lontani i curiosi. Dura la vita del
fotografo!

Ok, tutto libero, si scatta!


Informazioni sul libro

Hai mai pensato di vivere di fotografia? Pensaci: ci sono molti libri pronti a
spiegarti la tecnica che sta alla base di un buon scatto, i trucchi del
fotoritocco o come scegliere la macchina migliore. Nessuno, però, ti aiuta a
realizzare il trait d’union per trasformare quest’arte in un mestiere
appassionante e, perché no, remunerativo.
E allora Scatta! Tira fuori il fotografo che c’è in te e impara trucchi e segreti
per avere un approccio serio e professionale al mondo della fotografia, che tu
sia alle prime armi o già un fotografo smaliziato.
Dalla scelta della location indoor e outdoor, ai segreti per sfruttare luci
naturali e da studio, dalla composizione al rapporto con modelli e clienti fino
alla gestione di uno staff, passando per una spiegazione pratica e puntuale
delle poche nozioni tecniche che contano davvero. Questo libro,
anticonformista e a volte dissacrante, scritto in presa diretta da veri shooting
con modelle professioniste, vuole insegnarti la fotografia in modo diverso.
Con la speranza che, arrivato all’ultima pagina, tu possa scattare verso
un’avventura senza eguali.
Circa l’autore

Riccardo Meggiato
Dopo anni spesi a programmare videogiochi, simulatori e sistemi
d’intelligenza artificiale, approda al mondo della musica come produttore
discografico. Lancia artisti, brani dance e remix che conquistano le
classifiche. Nel frattempo scrive. A oggi ha pubblicato più di venti libri e
collabora con riviste italiane e internazionali, tra cui Wired, Panorama,
Rolling Stone e GQ. Fotografa da una decina di anni, e forse è per questo
che crede che un’immagine valga più di mille parole: dette, ovviamente,
perché di quelle scritte non ne ha mai abbastanza.