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Ruth

Puttermesser vive a New York. La sua cultura è monumentale. La


sua vita amorosa minima.
Preferisce, ad esempio, versare lacrime per Platone che divertirsi con
Morris Rappoport, un uomo sposato con cui ha una relazione blanda e
molto breve. Ma Ruth ha un dono: le sue fantasie rivelano una
sconcertante tendenza ad avverarsi – con conseguenze disastrose per ciò
che siamo abituati a definire la “realtà”.
La Signorina Puttermesser vorrebbe tanto una figlia, e prontamente,
senza aiuto, ne crea una nella forma del primo golem femmina di cui si
abbia memoria. Mentre si dà da fare nelle pieghe polverose del
dipartimento municipale in cui lavora, sogna di cambiare la città – ed
ecco che ne diventa il sindaco. La Signorina Puttermesser riflette
sull’aldilà e ovviamente vi si butta a capofitto, solo per scoprire che
trovare un paradiso significa anche perderlo.

Romanzo dotato di una sconfinata immaginazione e vibrante umorismo,
Le carte della Signorina Puttermesser è un vero e proprio luna-park
letterario, scritto da una delle autrici più visionarie e limpide del nostro
tempo.
Cynthia Ozick è autrice di numerose opere di narrativa e saggistica. Ha
vinto il National Book Critics Circle Award, ed è stata finalista al premio
Pulitzer e al Man Booker International Prize. I suoi racconti hanno vinto
per quattro volte l’O. Henry First Prize.
Tra i suoi libri tradotti in Italia, Lo scialle (1989), Eredi di un mondo
lucente (2004), La farfalla e il semaforo (2007), Corpi estranei (2010).
Oceani. 13
Cynthia Ozick
Le carte della Signorina Puttermesser
Traduzione di Elena Malanga

La nave di Teseo
Titolo originale: The Puttermesser Papers

© Cynthia Ozick, 1997
First published in the United States of America in 1997 by Alfred A.
Knopf, Inc.
© 2017 La nave di Teseo, Milano

ISBN 978-88-9344-201-5

Prima edizione digitale marzo 2017


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
A Elaine, Esther, Francine, Gloria,
Helen, Johanna, Lore, Merrill,
Norma, Sarah, Susan, Susanne
Sommario

Puttermesser: la vita professionale, il lignaggio, la vita dopo la morte

Puttermesser e Santippe
1. La breve vita amorosa di Puttermesser, le sue preoccupazioni, i suoi titoli
2. La caduta di Puttermesser e la storia del genere golem
3. Il golem cucina, pulisce e fa la spesa
4. Santippe all’opera
5. Perché il golem fu creato. Il fine di Puttermesser
6. Puttermesser sindaco
7. Il ritorno di Rappoport
8. Santippe malata d’amore
9. Il golem distrugge il suo creatore
10. Il golem preso al laccio
11. Il golem smantellato e le chiacchiere di Rappoport
12. All’ombra delle aiuole

Puttermesser in coppia
1. L’età del divorzio
2. I lettori notturni
3. L’indicibile gioia
4. La terribile discrepanza
5. La luna di miele
6. Il matrimonio
Puttermesser e la cugina moscovita
1. Un po’ di storia
2. Una barzelletta da Mosca
3. Una marziana sovietica
4. La grande esposizione
5. Ancora un po’ di storia
6. Colloqui
7. Un altro colloquio
8. Imprenditori
9. Gli idealisti
10. Il tè
11. L’addio
12. Lettere

Puttermesser in Paradiso
A differenza di Balzac, Flaubert non
costruisce i propri personaggi attraverso
descrizioni oggettive, esteriori; al
contrario, è così poco interessato al
loro aspetto fisico che in un’occasione
attribuisce a Emma occhi marroni; in
un’altra profondi occhi neri; e in un’altra
ancora occhi azzurri.
Commento della dott.ssa Enid Starkie,
citata (con disapprovazione)
da Julian Barnes
nel Pappagallo di Flaubert.
LE CARTE DELLA SIGNORINA PUTTERMESSER

Puttermesser: la vita professionale,


il lignaggio, la vita dopo la morte

Puttermesser e Santippe

Puttermesser in coppia

Puttermesser e la cugina moscovita

Puttermesser in Paradiso
Puttermesser: la vita professionale,
il lignaggio, la vita dopo la morte
Puttermesser aveva trentaquattro anni, avvocato. Era una specie di
femminista, non eccessiva, ma le dava fastidio che mettessero “Miss”
davanti al suo nome. Lo riteneva marcatamente discriminatorio: voleva
essere un avvocato fra gli avvocati. Sebbene non fosse vergine viveva da
sola, ma in modo stravagante: nel Bronx, sul Grand Concourse, fra
genitori altrui vecchi e in declino. I suoi si erano trasferiti a Miami Beach.
Con ai piedi un paio di pantofole di pelo che risalivano ai tempi del liceo,
Puttermesser vagava per l’appartamento infinitamente labirintico in cui
era cresciuta: le partiture invecchiate, ancora in cima al pianoforte
verticale, recavano le “X” poste dall’insegnante a indicare il punto fino a
cui l’allieva doveva arrivare. Puttermesser si era sempre spinta un po’
oltre il compito assegnatole, anche a scuola. Gli insegnanti ai tempi
dicevano alla madre che la figlia era “fortemente motivata”, “orientata al
risultato”. E anche che aveva un “impulso allo studio”. La madre si
annotava i vari commenti in un taccuino, che aveva conservato e portato
con sé in Florida, nel caso fosse morta lì. Puttermesser aveva una sorella
minore, anche lei fortemente motivata, ma che aveva sposato un indiano,
un farmacista parsi, ed era andata a vivere a Calcutta. Aveva già quattro
figli e sette sari di vari tessuti.
Puttermesser aveva continuato a studiare. Alla facoltà di Legge le
davano della sgobbona, della competitiva-compulsiva, della malata di
egocentrismo in cerca di espansione. Ma l’ego non c’entrava.
Puttermesser cercava la soluzione di qualcosa, di cosa non lo sapeva. In
fondo all’armadio della biancheria aveva trovato una pila di cartoni da
tintore che erano serviti per le camicie del padre (la madre era
parsimoniosa, tirchia: nei cassetti della cucina Puttermesser continuava a
trovare carta da forno usata e ripiegata in quattro, con milioni di pieghe
diventate bianche, che sapeva di formaggio e ospitava vermicelli non
meglio identificabili), e adesso, dietro alla colonna montante del bagno,
teneva pagine e pagine di cruciverba del “Sunday Times” graffettate a
quei cartoni e vi lavorava indiscriminatamente. Giocava a scacchi contro
se stessa e vinceva sempre contro il colore con cui aveva deciso di
identificarsi. Classificava casi di illecito civile servendosi di schedari. Non
che fosse sua intenzione ricordare ogni cosa: le situazioni – aveva la
tendenza a definire i problemi di natura intellettuale “situazioni” – le
scivolavano nella mente come burro nel collo di una bottiglia.
Le arrivò una lettera della madre, dalla Florida:
Cara Ruth,
lo so che non ci crederai ma ti giuro che l’altro giorno papà stava camminando sul viale e chi
ti incontra se non Mrs Zaretsky, quella magra di Burnside, non quella robusta di Davidson, ti
ricordi il suo Joel? Be’ è divorziato adesso niente figli grazie a dio è libero come un uccello
come si suol dire la ex moglie poverina non poteva avere bambini. Lui ha fatto gli esami ed è a
posto. È solo un ragioniere non abbastanza per te perché Dio mi è testimone non
dimenticherò mai il giorno in cui sei entrata nella “Law Review” ma dovresti venire da queste
parti giusto per vedere che tipo tenero è diventato. Ogni tragedia ha i suoi lati positivi Mrs
Zaretsky dice che adesso lui viene praticamente ogni volta che lei lo chiama e vive in un’altra
città. Papà ha detto a Mrs Zaretsky be’, un ragioniere, non ha fatto l’errore di farlo studiare
troppo suo figlio, con una figlia è diverso. Ma non prendertela tesoro papà è contento quanto
me dei tuoi successi. Perché non scrivi è un sacco che non abbiamo tue notizie capisco che sei
occupata ma i genitori sono i genitori.

Puttermesser aveva un viso da ebrea con un pizzico di diffidenza


americana nei confronti del medesimo. Non assomigliava a nessuno dei
cartelloni pubblicitari di sua conoscenza: detestava la ragazza dello
shampoo Breck, così bionda e slavata e con quella bocca così pallida.
Boicottava la Breck a causa di quei cartelloni dai capelli dorati, idealizzati
in modo così grossolano, un sogno americano con tanto di polluzione
sulle pareti della metropolitana. Aveva capelli che si succedevano come
pettini di mare saltellanti: onde stratificate dalla radice alla punta, simili a
tegole sovrapposte. Erano quasi neri e a volte sparavano in fuori. Il naso
aveva narici spesse, foderate di peli e irregolari, con la destra
palesemente più grande della sinistra. Gli occhi erano piccoli e le ciglia
corte, invisibili. La palpebra era mongolica: uno di quei visi ebrei con una
sfumatura vagamente orientale. In tutto questo, non si poteva
obiettivamente dire che fosse brutta. Aveva una bella pelle con, fino ad
allora, poche rughe o cicatrici e pochi segni di futuri cedimenti. La
mandibola aveva un profilo gradevole: solo quando si immergeva nella
lettura di un libro compariva un doppio mento da bambina.
A letto Puttermesser studiava la grammatica ebraica. Le permutazioni
della radice a tre lettere la esaltavano: com’era possibile che un’intera
lingua, e quindi un’intera letteratura, un’intera civiltà persino
poggiassero sulla mera presenza di tre lettere dell’alfabeto? Il verbo
ebraico, un meccanismo stupefacente: tre lettere, quali che fossero le
predestinate, decidevano l’intera gamma di possibilità con una semplice
variazione nella pronuncia o tramite l’aggiunta di una lettera alata che
poteva inserirsi da prua a poppa. Ogni possibile enunciazione scaturiva
da quella trinità. L’ebraico sembrava a Puttermesser non tanto una lingua
atta all’espressione quanto un codice per concepire il mondo,
indissolubile, predeterminato, trasparente. L’idea della grammatica
ebraica le trasformava il cervello in un palazzo, in una sorta di Vaticano:
Puttermesser si aggirava fra i corridoi passando da un trittico rifulgente a
un altro.
Scrisse una lettera alla madre in cui si rifiutava di andare in Florida a
verificare la tenerezza del ragioniere divorziato. Le spiegò ancora una
volta la sua vita. Lo fece indirettamente, scrivendo:
Ho un’appercezione cinica del potere, dovuta senza dubbio al mio attuale lavoro. Non avrai
probabilmente sentito parlare dell’ufficio Visti e Registrazioni, OVIR nella versione abbreviata.
Si trova in via Ogarëva, a Mosca, nell’URSS. Potrei elencarti solo alcune delle innumerevoli
atrocità burocratiche dell’OVIR, nessuno peraltro le conosce tutte. Ma potrei fornirti l’intera
lista di tutti quei criminali, fino alle impiegate, Efimova, Korolëva, Akulova, Archipova,
Izrailova: lavorano tutte in via Kolpachni, in un ufficio diretto da Zolotuchin, assistente del
colonnello Smirnov, un sottoposto di Ovčinikov, comandante in seconda del generale Virein,
solo che Virein e Ovčinikov non sono in via Kolpachni, loro sono quelli della sede centrale –
l’MDV, il ministero degli Affari interni – che si trova in via Ogarëva. Un giorno tutti gli ebrei
sovietici si sottraranno alle grinfie aracnidee di questa gente e saranno liberi. Per favore
spiega a papà che questa è una delle massime priorità della vita, in questo momento della mia
storia personale. Credi che un Joel Zaretsky sarebbe in grado di condividere una simile
visione?

Appena uscita dalla facoltà di Legge, Puttermesser era entrata alla


Midland, Reid & Cockleberry, uno studio legale di sangue blu di Wall
Street. Puttermesser, assunta per il suo cervello e per un’accattivante
(leggi: da immigrata) operosità, era stata messa in un ufficio sul retro con
il compito di stanare analogie giurisprudenziali per uomini che
lavoravano negli uffici davanti. Sebbene fosse un’ebrea, e una donna, si
sentiva poco discriminata: l’ufficio sul retro era per lo più il ricettacolo di
assoluti sgobboni e quindi di giovani sfruttabili. Spesso in quell’ufficio le
luci restavano accese fino alle tre del mattino. Ed era giusto che il gradino
più alto della facoltà di Legge ti garantisse quello più basso nel mondo
delle analogie giurisprudenziali. La cosa meravigliosa era la scala stessa.
E sebbene fosse l’unica donna, Puttermesser non era l’unica ebrea. Tre
ebrei all’anno andavano a ingrossare le retrovie della Midland, Reid
(quattro nell’anno in cui era arrivata Puttermesser, il che significava che
quando la vedevano i colleghi pensavano più a una donna che a
un’ebrea). Tre ebrei all’anno lasciavano il posto: non gli stessi tre. La
pausa pranzo costituiva un momento difficile. La maggior parte dei
ragazzi andava ad allenarsi in un paio di società di atletica dei paraggi.
Puttermesser rimaneva alla scrivania e mangiava al sacco, insieme agli
altri ebrei, ed era una cosa strana: i ragazzi ebrei parevano devoti ai
campi da squash tanto quanto gli altri ragazzi. Ma ahimè, le società non li
avrebbero accettati, e anche questo era un fatto straordinario: non era
possibile distinguere i ragazzi ebrei dagli altri. Compravano gli stessi
vestiti dagli stessi sarti, indossavano esattamente le stesse camicie e le
stesse scarpe, evitavano i fermacravatte e si facevano tagliare i capelli
molto più corti di quelli dei selvaggi che popolavano le strade, anche se li
tenevano un po’ più lunghi dei moralisti che lavoravano in banca. A
Puttermesser venne in mente quello che aveva detto Anatole France di
Dreyfus: che era della stessa pasta di quelli che lo avevano condannato.
“Al posto loro si sarebbe condannato anche lui.”
Solo l’accento non riusciva a essere identico a quello degli altri
ragazzi: la “a” un pochino troppo nasale e la “i” allungata in modo
rivelatore erano da tempo passate da Brooklyn al Great Neck, dal Bronx
di Puttermesser a Scarsdale. Queste due influenti vocali avevano la
misteriosa capacità di rendere i ragazzi incompatibili con una
promozione. I giocatori di squash, nel frattempo, si erano trasferiti dagli
uffici sul retro a quelli davanti. Un paio di loro erano stati avviati – li
avevano strigliati, avevano dato loro lo zuccherino, li avevano condotti
per la museruola – allo status di socio: partecipavano a pranzi con clienti
snelli e riposanti, passavano pomeriggi nelle sale da pranzo di banche
grosse ed eleganti, cominciavano, in breve, ad acquisire le guance
morbide e le abitudini moderate di coloro che si sentono sempre a
proprio agio.
Gli ebrei, al contrario, diventavano sempre più ansiosi, sibilavano
ignobilmente fra gli orinatoi (Puttermesser sentiva brontolii di
malcontento scorrere nei tubi dal bagno delle donne che si trovava
accanto), apparivano sempre più perfezionisti e sempre meno disinvolti,
cavillavano amaramente, puntando l’indice, su questioni di principio e
cominciavano ad assomigliare sempre meno ad atleti universitari a riposo
e sempre più a degli ebrei e a comportarsi sempre meno come i primi e
sempre più come i secondi. Poi se ne andarono. Se ne andarono di loro
spontanea volontà. Nessuno li cacciò.
Se ne andò anche Puttermesser, stanca di tutta quella cavalleria: i soci
in particolare erano eccessivamente cortesi con lei e la trattavano come
una di loro, un’aristocratica. Puttermesser supponeva che fosse perché lei
non aveva una “a” nasale e una “i” allungata, e soprattutto non
pronunciava la “t” e la “d”, o la “l”, come delle dentali ma le tratteneva
spingendo la lingua contro il palato. Insegnanti fanatici e martellatori –
missionari dell’elocuzione reclutati nel Midwest da una prestigiosa scuola
superiore – avevano da tempo normalizzato la sua parlata fino a
eliminare quasi del tutto i regionalismi: escludendo la cadenza, che aveva
una ponderatezza tipicamente newyorchese, non vi era indizio che
rivelasse le sue origini. Puttermesser era americana quanto il nonno con
il berretto da capitano. Il padre del padre era passato da Castle Garden
alle nobili nebbie del New England, dove aveva venduto berretti e sciarpe
agli yankee! Providence, Rhode Island, scorreva a profusione nelle vene
di Puttermesser. E a Puttermesser sembrava che i soci lo percepissero.
Poi le venne in mente che Dreyfus parlava un francese perfetto ed era
un perfetto francese.
Per il commiato la portarono in un ristorante: i circoli che i soci
frequentavano non ammettevano (le spiegarono) le donne e se ne
scusarono.
“Ci dispiace perderla,” disse qualcuno, e qualcun altro aggiunse:
“Nessuno in questa squadra è degno di condividere la tenda con lei, eh?”
“La tenda?” chiese Puttermesser.
“Il baldacchino nuziale,” precisò uno dei soci facendole l’occhiolino.
“O forse usano la pelle di pecora? Non mi ricordo.”
“Un’usanza interessante. Ho sentito dire che al matrimonio rompete
anche i piatti,” disse un altro socio.
Un pasto antropologico. Stavano investigando i riti della sua tribù.
Non si era accorta di costituire una stranezza. Le loro belle maniere non
erano altro che la circospezione adottata nell’esplorazione dell’entroterra:
Il dottor Livingstone, suppongo. Le strinsero la mano e le augurarono
buona fortuna, e in quel momento – così vicina ai loro visi, con i sorrisi
che lasciavano solchi umidi lungo nasi sottili come ostie e forati da narici
strette e regolari – Puttermesser si accorse con stupore di quanto loro
fossero strani: tutti quei Martini da colazione ufficiale nelle loro pance, le
belle maniere anche quando erano ubriachi, l’atto solenne e raffinato di
portare lei, così insignificante, a mangiare con loro, così importanti, in
quel posto foderato di moquette. Avevano gli occhi azzurri. I colli puliti.
Con quale cura si radevano! Parevano imberbi. Eppure nelle orecchie
avevano peli che si arricciavano. Le permisero di portarsi via tutti i
blocchetti con il suo nome. Era colpita dalla loro cortesia, dalla loro
benevolenza, tramite cui riuscivano sempre a ottenere quello che
volevano. Aveva regalato loro tre anni di ricerche anonime e meticolose,
intense notti passate a vagliare precedenti, date, questioni abbandonate,
politiche deboli e sbiadite. In nome loro aveva sopportato mal di testa
mattutini spaventosi e la perdita di mezza diottria per occhio. Gli studenti
brillanti sono ottimi assistenti. Erano soddisfatti, ma non dispiaciuti.
Puttermesser era sostituibile: avevano appena assunto, la mattina stessa,
un valente laureato di colore. Alla fin fine, il palazzo in cui l’avevano
fatta entrare era loro per diritto divino: un diritto in cui credevano, in
base al quale agivano. Erano benevoli perché avevano benevolenza da
elargire.
Puttermesser andò a lavorare al dipartimento Riscossioni e Pagamenti,
con il titolo di assistente del capo dell’Avvocatura. Il titolo non aveva
alcun significato, era solo parte di quel sottolinguaggio su cui poggia la
burocrazia. La maggior parte di coloro che avevano quel titolo erano
italiani ed ebrei, e ancora una volta Puttermesser era l’unica donna. In
quel vasto dipartimento municipale non c’erano cerimonie né buone
maniere: urla grossolane, impiegati ignoranti, sciatteria, pavimenti
disseminati di rifiuti, libri obsoleti incrostati di polvere. Il bagno delle
donne puzzava. Le donne facevano la pipì in piedi e l’urina calda
schizzava sulle tavolette dei water e sulle piastrelle melmose.
Dopo il capo dell’Avvocatura venivano i commissari. Avevano
ottenuto tutti il posto per ragioni politiche: ramazzavano cariche. La
stessa Puttermesser non era propriamente un funzionario, ma nemmeno
si poteva propriamente dire che non lo fosse: era una di quelle creature
anfibie sospese fra vile disprezzo e mera decenza. Ma Puttermesser
avvertì presto l’ignominia di appartenere a quello sciame meschino
tetramente accalcato nelle celle del Municipal Building. Il Municipal
Building era un posto mostruoso, grigio ovunque, pieno di gallerie, con
una moltitudine di corridoi, scale e pozzi di ascensori, una sorta di
fatidico ventre rigonfio in cui i battibecchi dei funzionari e le loro vocine
parevano nitriti. Allo stesso tempo ospitava curiosi rumori da fattoria:
condizionatori che frinivano incessantemente d’estate e vecchi
termosifoni che digrignavano e gracidavano d’inverno. Le finestre erano
ciò nonostante ampie e alte, e mirabilmente inondate di luce.
Abbracciavano l’intera parte inferiore dell’isola di Manhattan – che
rivelava la sua natura di isola – fino alla Battery, una distesa di lava
incrostata in varie forme: quadrati su rettangoli e cuspidi su quadrati. A
mezzogiorno le campane piatte e cupe di St. Andrew rilasciavano i loro
rintocchi feroci e solenni.
Per Puttermesser tutto ciò significava che era entrata a far parte del
mondo. Lì non costituiva nemmeno una curiosità. Nessuno si accorgeva
di un’ebrea. A differenza dei soci della Midland, Reid, i commissari non si
aggiravano fra i sottoposti e si vedevano raramente. Erano come re chiusi
in una torre ed erano infastiditi dalle voci.
Ma Puttermesser aveva scoperto che nella vita municipale tutte le voci
erano vere. Presunti voltagabbana erano voltagabbana autentici. Le
pugnalate di cui si vociferava si manifestavano davvero: funzionari che si
diceva stessero per perdere il posto lo perdevano. Puttermesser era
sopravvissuta a due elezioni e aveva visto i potenti diventare impotenti e
gli impotenti gonfiarsi in una notte come venti giganteschi per aspirare
alla vittoria a breve termine. Quando un’amministrazione veniva
demolita, anche le consuetudini, tutto ciò che sapeva di “prima”, di
“vecchia maniera” veniva raso al suolo: ma solo all’inizio. Poi gli slanci
innovativi soccombevano e a poco a poco il vecchio modo di fare tornava
a insinuarsi, ricoprendo tutto come erba, come se l’edificio e coloro che vi
lavoravano costituissero una sorta di organismo vegetale unico e
inesorabile, dotato di leggi di sussistenza proprie. Gli impiegati erano
erba, nessuno poteva distruggerli, erano più forti del manto stradale, più
forti del tempo. Le amministrazioni potevano anche oliare i cardini,
buttare fuori una partita di mangiatori di cariche e dare spazio a quella
nuova, ma il lavoro continuava. Potevano anche cambiare la moquette
nell’ufficio del nuovo vice, mettere un bagno privato in quello del
commissario di turno, abbassare la potenza delle lampadine degli
impiegati o elaborare un nuovo appariscente logotipo per documenti
vecchi e inutili, potevano fare quello che volevano: il lavoro continuava
come prima. L’organismo respirava, bastava a se stesso.
Il commissario non aveva niente da fare, lui lo sapeva e l’organismo
anche. A fronte di un notevole stipendio, chiudeva la porta del suo
ufficio, si puliva le unghie con l’accessorio lucente di un costoso
coltellino svizzero, aveva una segretaria che si dimostrava scortese con
chiunque e faceva decine di telefonate al giorno.
L’attuale commissario era un playboy ricco e sciocco, che aveva dato
dei soldi al sindaco per la sua campagna. Gli alti funzionari dei vari
dipartimenti erano tutti uomini che avevano dato denaro al sindaco o
cortigiani che si erano umiliati per lui alla clubhouse del partito:
lusingandone il direttore, che ancora prima delle elezioni era già un
sindaco occulto e decideva le assegnazioni delle cariche. Ma l’attuale
commissario non doveva nulla al direttore della clubhouse, perché aveva
dato dei soldi al sindaco ed era stato designato da lui. E avrebbe in ogni
caso avuto poco a che fare con il direttore perché aveva poco a che fare
con gli italiani. Il direttore della clubhouse era un distinto napoletano di
nome Fiore, il presidente del consiglio di amministrazione di una banca.
Ma era pur sempre un italiano e al commissario interessavano per lo più
gli alti funzionari di banca dagli occhi azzurri. Usava il telefono per
fissare colazioni di lavoro con loro e a volte incontri di tennis. Era a sua
volta un Guggenheim dagli occhi chiari, un ebreo tedesco, ma non uno
dei grandi filantropi. Il nome che portava era un’abile coincidenza
(ottenuto abbreviando Guggenheimer) e il commissario era abbastanza
ricco da poter passare per uno dei veri Guggenheim, che lo
consideravano un parvenu e lo rinnegavano. La grandiosità richiede
discrezione. I Guggenheim lo rinnegavano in modo così discreto che
nessuno sapeva della cosa, nemmeno il Rockefeller che il commissario
aveva conosciuto alla Choate.
Il commissario era un bell’uomo, timido, ancora giovane e bravo ad
andare in barca. Nei weekend indossava scarpe da ginnastica e coltivava
amicizie dinastiche: con i Sulzberger e i Warburg, che gli concedevano di
mangiare con loro ma mettevano le figlie in guardia nei suoi confronti.
Aveva abbandonato due atenei e si era finalmente laureato nel terzo,
incaricando un’agenzia di fargli la tesi. Era innocuo e credulone, ancora
attaccato al padre defunto – un cervellone –, e le conferenze stampa lo
atterrivano. Non capiva niente: critica dell’arte era la materia in cui
andava meglio (era attratto dai nudi rinascimentali), economia quella in
cui andava peggio. Se qualcuno gli chiedeva: “A quanto ammonta
l’investimento giornaliero municipale?” o “Esiste un impedimento
costituzionale alla tassazione dei pendolari?” o ancora “Cosa ne pensa
della tassazione delle proprietà esenti?” il commissario si sentiva il cuore
in gola e il naso colare e si vedeva costretto a dire che non aveva tempo e
che avrebbe mandato le risposte tramite il suo vice che si occupava
dell’Erario. A volte chiamava persino Puttermesser per le risposte.

Se questo fosse un ritratto ottimistico, la vita emotiva di Puttermesser


prenderebbe a questo punto corpo. La sua biografia assumerebbe una
piega romantica, il ricco e giovane commissario del dipartimento
Riscossioni e Pagamenti si innamorerebbe di lei. Puttermesser lo
convertirebbe all’intelligenza e alla causa degli ebrei sovietici. Lui
abbandonerebbe la barca e la caccia al sangue blu. Lei metterebbe
bruscamente fine alla sua vita professionale e si trasferirebbe nella
villetta di un bel sobborgo.
Ma la cosa non ha da essere. Puttermesser continuerà a fare
l’impiegata al Municipal Building. Continuerà a contemplare il ponte di
Brooklyn dalle sue finestre, e tramonti gloriosi che le daranno religiosi
tormenti. Non si sposerà. Magari comincerà una relazione a lungo
termine con Vogel, il vice in carica dell’Erario. O magari no.
Il problema, con Puttermesser, è che è fedele a determinati ambienti.

Mentre lavorava al Municipal Building, Puttermesser ebbe un sogno


fecondo, un sogno di gan eydn, un termine e un concetto che le
derivavano dal prozio Zindel, ex shammes di una shul che era stata
demolita. In quel giardino dell’Eden ricostituito, ovvero nel Mondo a
Venire, Puttermesser, non più afflitta dall’incertezza del quotidiano
propria del Mondo Presente, era ancora più certa delle sue aspirazioni.
Nonostante la sua debolezza per i fudge (altri – del suo ceto sociale, della
sua età e della sua reputazione – erano passati al Martini, o almeno al
ginger ale: Puttermesser continuava invece a bere Coca-Cola con gelato,
disprezzava le mentine perché pizzicavano, evitava le tartine al paté,
andava alla caccia di chocolate babies, Kraft caramels, Mary Jane, Milky
Way, croccanti alle arachidi e subito dopo si lavava furiosamente i denti
cercando di sfregarsi di dosso il senso di colpa), nonostante tutta la
sgradevole indulgenza che dimostrava nei confronti di se stessa,
Puttermesser continuava a essere molto magra e molto poco ironica. O
meglio, la sua unica ironia consisteva nel postulare una vita dopo la
morte: un gioco mentale non molto dissimile da un fudge che si scioglieva
contro il palato superiore.
Lì, in ogni caso, nell’Eden, Puttermesser si sedeva sotto un albero di
media grandezza nella luce piena e solida di un luglio infinito, nel cuore
dell’estate, verde, verde, verde ovunque, verde di sopra e verde di sotto,
lucente e fulgida di sudore, ogni voglia annichilita, ogni fecondità
destituita. E lì Puttermesser cominciava – così si immaginava la cosa – a
cogliere. A portata della mano sinistra la scatola di fudge (simili a quelli
venduti dalla classe quinta della sua scuola elementare, Public School 74,
Bronx, anno 1942 circa, ai bambini più piccoli nelle ore di cucina) e a
portata della mano destra una torre campanaria di libri presi in prestito
in biblioteca: perché la succursale di Crotona Park era ascesa intatta,
senza bibliotecari e ammende ma con ancora la fragranza squisita e
terrestre della colla legante.
Puttermesser è li seduta. Di giorno celestiale in altro, con la perfezione
del desiderio che succede a quella della contemplazione, nell’esaltazione
di un’eternità mai interrotta, Puttermesser mangia fudge al cioccolato in
forma umana (un tempo note – inutile nasconderlo – come nigger babies)
o di quadrato (e nell’Eden la carie non esiste) e legge. Puttermesser legge
e rilegge. Gli occhi, in Paradiso, non le si affaticano. E sebbene ancora
non sappia cosa stia cercando di risolvere, deve solo continuare a leggere.
La succursale di Crotona Park è paradisiaca lì come lo era in terra.
Puttermesser legge saggi di antropologia, zoologia, chimica fisica,
filosofia (nell’aria verde del Paradiso Kant e Nietzsche si uniscono e
precipitano in schegge di cristallo). La sezione Libri nuovi è
incomparabile: Puttermesser studierà i legami fra i geni, i quark, il
linguaggio dei segni dei primati, le varie teorie dell’origine delle razze, le
religioni delle civilità antiche, il significato di Stonehenge. Leggerà saggi
per l’eternità. E ci sarà ancora tempo per la narrativa! L’Eden è dotato
soprattutto di atemporalità, e Puttermesser leggerà finalmente tutto
Balzac, tutto Dickens, tutto Turgenev e tutto Dostoevskij (il suo sé
mortale ha già letto tutto Tolstoj e tutta George Eliot). Potrà finalmente
leggere Kristin Lavransdatter e la mirabile trilogia di Dmitrij
Merežkovskij, La montagna magica e l’intera Regina delle fate e ogni
verso dell’Anello e il libro, leggerà una biografia di Beatrix Potter e una di
Walter Scott in tanti affascinanti volumi e una di Lytton Strachey:
finalmente, finalmente! Nell’Eden l’insaziabile Puttermesser sarà nutrita,
se non addirittura rimpinzata. Studierà diritto romano, le varietà più
arcane dell’alta matematica, la composizione nucleare delle stelle,
scoprirà cos’è successo ai monofisiti, studierà la storia della Cina, della
Russia, dell’Islanda.
Ma nel frattempo, ancora viva, non ancora traslata ai piani superiori,
immersa in giornate devolute al regno ombroso di un commissario
playboy, Puttermesser imparava solo l’ebraico.
Due volte alla settimana, di sera (pare), andava a prendere lezioni
dallo zio Zindel. Mentre l’autobus attraversava quartieri scrostati, i binari
del tram a volte spuntavano lucenti da uno strato d’asfalto spaccato e
polveroso, come erbacce in cerca di rinnovamento. Puttermesser
ricordava i giorni del tram della sua infanzia come giorni migliori:
d’estate le vetture procedevano rumorosamente, come piccoli luna park
autosufficienti, con la rete metallica delle fiancate che aspirava il vento
caldo e i passeggeri serenamente sballottati sui sedili. Non certo come
quell’autobus, chiuso come una capsula nel tentativo di difendersi dai
bassifondi.
Il vecchio, Zindel l’Avaro, si aggrappava alla vita fra odori di cibo
prodotti da neri ispanofoni. Puttermesser saliva tre piani di scale e si
appoggiava alla porta sbilenca in attesa che l’ex shammes comparisse con
il suo sacchettino. Ogni sera Zindel tornava a casa con un solo uovo,
comprato nella drogheria cubana. E mentre Puttermesser sedeva con il
manuale in grembo, lo faceva bollire.
“Dovresti andare in centro,” le disse lo zio, “dove hanno vere scuole di
lingua. La Berlitz. La New York University. Hanno persino un ulpan,
come in Israele.”
“Tu vai benissimo,” gli rispose Puttermesser. “Sai tutto quello che
sanno loro.”
“E ho anche qualcosa da aggiungere. Perché non te ne vai a vivere lì,
nell’East Side, un posto elegante?”
“Gli affitti costano troppo, ho ereditato la tua avarizia.”
“E quel cognome. Un bravo ragazzo che sente come ti chiami si mette
a ridere. Dovresti cambiarlo in qualcosa di diverso, bello, simpatico.
Come Shapiro, Levine. Cohen, Goldweiss, Blumenthal. Non dico
qualcos’altro, non c’è bisogno di Adams o McKee, dico fallo diventare un
cognome, non uno scherzo. Tuo padre ti ha fatto un brutto regalo.
Coltello da burro, per una ragazza!”
“Lo cambierò in Coltello da margarina.”
“Scherza pure. Mio padre, il tuo trisavolo, non ammetteva un coltello
in tavola il venerdì sera. Quando arrivava il kiddush, via i coltelli! Tutti i
coltelli! Durante lo Shabbat uno strumento, una lama? Durante lo
Shabbat un’arma? Una punta? Una cosa affilata? Cosa porta il sangue fra
gli uomini? Cosa porta la guerra? I coltelli! Niente coltelli! Via! Una
tavola pulita! E c’è altro che puoi notare. Noi abbiamo solo messer, mi
segui? Loro hanno spade, lance, alabarde. Consulta il dizionario, io l’ho
fatto una volta. Che Dio mi aiuti, cosa non portano, quei cavalieri! Cerca
nel libro, troverai alabarde, coltellacci, picche, spadini, fioretti e altre
dieci cose. Per noi il fioretto è un sacrificio. Per non parlare di quello che
hanno oggigiorno: baionette sui fucili e chissà cos’altro deve portare
nella tasca un povero soldato. Magari un pugnale, come un pirata. Ma noi
cosa abbiamo? Noi abbiamo un messer! Puttermesser, ci tagli il burro, tagli
per vivere, non per uccidere. Un cognome d’onore, capisci? Però, per una
ragazza...”
“Zio Zindel, ho trent’anni passati.”
Lo zio Zindel sbatté le palpebre come fossero ali, trasparenti, d’insetto.
Vide Puttermesser fare una traversata, e poi un’altra. Con le ali degli
occhi fece ombra alla Galilea. Passò sulla Tomba dei Patriarchi. Una
lacrima per le lacrime versate da Madre Rachele gli scorse lungo il naso.
“Tua madre sa che vai? Da sola su un aereo, una ragazza così giovane? Le
hai scritto?”
“Le ho scritto, zio Zindel. Non sto per prendere nessun aereo.”
“Nel mare anche c’è pericolo. Che idee si fa, la mamma, a Miami chi
c’è? I morti e i moribondi. In Israele conoscerai qualcuno. Ti sposerai, ti
sistemerai là. Che differenza fa in questi giorni, tempi moderni, viaggi
veloci...”
L’uovo dello zio Zindel era pronto, l’aveva fatto sodo. Lo shammes lo
picchiettò e il guscio venne via a brandelli. Puttermesser consultò
l’alfabeto: alef, beit, ghimel. Non sarebbe andata in Israele, aveva da fare
al Municipal Building. Lo zio Zindel, masticando, cominciò finalmente a
spiegare: “Prima guarda com’è ghimel e poi com’è zain. Gemelle, ma una
calcia la gamba a sinistra, l’altra a destra. Devi praticare la differenza. Se
le gambe non funzionano, pensa a pance in gravidanza. Mrs Zain incinta
in una direzione, Mrs Ghimel nell’altra. Insieme partoriscono ghez, che
significa quello che tagli. Una notte da coltelli! Ascolta, stasera quando
torni a casa devi stare molto attenta. I Martinez, quelli sopra, non quelli
qui accanto, la figlia l’hanno aggredita e derubata.”
Lo shammes masticava e, sotto i colpi delle sue mascelle, Puttermesser
chinava la testa e si esercitava nelle pance delle lettere sacre.
Fermati. Fermati! Biografo, o biografa, di Puttermesser, fermati! Fai un
passo indietro, per favore. Per quanto sia vero che le biografie si
inventano e non si riportano, stai esagerando. Un simbolo è concesso, ma
un’intera scena no: non accondiscendere troppo al romanticismo di
Puttermesser. Puttermesser non ha una grande immaginazione, prende le
cose alla lettera. Lo zio Zindel giace sotto la terra di Staten Island.
Puttermesser non ha mai parlato con lui: è morto quattro anni prima che
lei nascesse. È tutta una leggenda: Zindel l’Avaro, che persino nel gan
eydn metterebbe le mele da parte fino a farle marcire, invece di
mangiarle. Zindel l’Immaturo. Perché mai Puttermesser dovrebbe
mostrare tutto questo entusiasmo per le frasi spezzettate dello shammes
di una shul demolita?
(La shul non fu demolita, né venne abbandonata. Si disintegrò. Svanì
briciola dopo briciola. Dei sassi si portarono via alcune delle finestre. Non
c’erano più panche, solo sedie di legno pieghevoli. A poco a poco le sedie
si trasformarono in bastoni. I libri delle preghiere cominciarono a
sfaldarsi: si sfaldarono le legature, la colla si staccò e si sfaldò in grumi
marroni, le pagine divennero friabili e si sfaldarono in coriandoli. Anche i
fedeli cominciarono a sfaldarsi: dapprima le donne, moglie dopo moglie,
ognuna una perla e una consolazione, fino a che non rimasero solo le
vedove, fragili, con gli occhi fissi, colpite dalla paralisi. Sole e in preda al
terrore. I pensionati, gli anziani! Alla fine si sfaldarono anche loro, e in
mezzo a loro anche gli shammes. La shul si riduce a un ciuffo, a una
pagliuzza, a una piuma, a un capello.)
Ma Puttermesser deve poter rivendicare un antenato. Puttermesser
pretende legami: gli ebrei hanno tutti un passato. La povera Puttermesser
si è ritrovata al mondo senza averne uno. Sua madre è nata nel baccano
di Madison Street ed è stata catapultata, ancora bambina, nel fracasso di
Harlem. Suo padre è quasi uno yankee: è il figlio di un uomo che aveva
abbandonato il mestiere di ambulante per assumere il timone di un
negozio di tessuti a Providence, Rhode Island. D’estate vendeva berretti
da capitano e ne aveva uno in ogni fotografia. Del mondo che era, è
rimasto solo un frammento di ricordo: un vecchio, lo zio della madre di
Puttermesser, che un tempo si teneva su i pantaloni con una fune, si
chiamava Zindel, non aveva moglie, mangiava in modo frugale,
conosceva le lettere sacre ed era morto masticando un inglese spinoso,
era morto con una regione selvaggia fra le gengive. Puttermesser si
aggrappa a quest’uomo. L’America è uno spazio vuoto e lo zio Zindel è il
suo lignaggio. Priva di ironia e di immaginazione, con una mente
semplice ma rigorosa, si sforza di andare oltre i propri genitori:
cos’avevano, loro? Solo quotidianità nella loro vita, caffè alla mattina,
biancheria da lavare, di tanto in tanto una gita in spiaggia. Il vuoto. Che
conoscenze avevano? Cose imparate dai film. Quasi tutto, praticamente.
Le briciole, dai giornali. Il vuoto.
Alle spalle dei genitori, oltre e prima di loro, brulicava un mondo.
Puttermesser lo scorgeva nelle vecchie fotografie dell’East Side ebraico.
Vedeva un cappotto lungo. Una donna che scaricava cipolle da un
carretto e le schiacciava. Un bambino minuscolo con un dito in bocca, che
sarebbe diventato giudice.
Dopo il giudice, oltre e dietro di lui, c’è qualcos’altro che brulica. Ma
questo Puttermesser non riesce a vederlo. Le città, le cittadine. Zindel
nato in una casa dal tetto piatto, a poca distanza da un torrente.
Cosa può fare Puttermesser? Ha esordito nella vita come figlia di un
antisemita. Il padre non mangiava carne kosher: diceva che era troppo
dura. Non era superstizioso. Aveva logorato la madre, che alla fine aveva
ceduto e comprava la carne al mercato.
La scena con lo zio Zindel non ha mai avuto luogo. Quanto piace a
Puttermesser la voce di Zindel nella scena mai accaduta!
(Lo zio è sotto terra. Il cimitero è una città brulicante di grattacieli
giocattolo che si prendono a spallate. Nato in una casa di legno, Zindel
adesso ha un tetto piatto in pietra sulla testa. Chi lo ha seppellito?
Sconosciuti della landsmanshaft. Chi ha detto qualcosa sulla sua tomba?
Nessuno. Chi si ricorda di lui, adesso?)
Puttermesser non si ricorda lo zio Zindel. Non se lo ricorda nemmeno
sua madre. È solo un nome in bocca alla nonna morta. I genitori di
Puttermesser non hanno antenati. È per questo che Puttermesser si
rallegra dell’inflessione dello zio Zindel, che parla qualche piano più in
alto della drogheria cubana. Lo zio Zindel, quand’era vivo, diffidava
dell’edificazione di Tel Aviv perché era un uomo pratico: la venuta del
Messia non era prossima. Ma con quale naturalezza adesso, nella scena
mai accaduta, lo zio immagina che Puttermesser intraprenda un viaggio
verso una lingua di terra del Medio Oriente circondata da coltelli, missili
e bazooka!
La scena con lo zio Zindel non ha mai avuto luogo. Non ha mai avuto
luogo perché sebbene Puttermesser osi postulare degli antenati, noi non
possiamo farlo. Puttermesser non va considerata un manufatto, ma
un’essenza. Chi è che l’ha creata? Non ha importanza. Puttermesser va
pertanto presentata come un dato di fatto. Va ricollocata nel dipartimento
Riscossioni e Pagamenti, fra impiegati ebrei e collezionisti di cariche.
Mentre il crepuscolo invernale tinge di nero il ponte di Brooklyn,
sentiamo cosa ne pensa, lei, della tassazione delle proprietà esenti. Il
ponte non è quell’arpa di cui parla Hart Crane nella sua poesia. Le
colonne sono sbarre di una prigione. Le impiegate – Efimova, Korolëva,
Akulova, Archipova, Izrailova – si trovano in via Kolpachni, ma il
vanaglorioso generale Virein no. Il generale è in via Ogarëva. La ex
moglie di Joel Zaretsky è sterile. Il commissario si mette le scarpe da
ginnastica. Telefona. Anche Mr Fiore, il sindaco occulto e cortese dietro il
sindaco, telefona. Ehi! Biografo, o biografa, di Puttermesser! Adesso cosa
ne farai di lei?
Puttermesser e Santippe
1. La breve vita amorosa di Puttermesser, le sue preoccupazioni,
i suoi titoli

Puttermesser si sentiva attaccata da tutti i fronti. La notte precedente il


suo amante, Morris Rappoport, un fundraiser sposato di Toronto, l’aveva
piantata. Il misterioso lavoro di Rappoport comprendeva la sistemazione
degli ebrei sovietici che avevano chiesto asilo lontano dai centri
metropolitani. Rappoport asseriva di avere notizie fresche degli oppressi
di tutto il mondo e un’intima conoscenza del malcontento di varie città
dell’emisfero orientale e occidentale. Puttermesser, che aveva già
quarantasei anni, sospettava che Rappoport fosse mentalmente instabile
ed eccessivamente dipendente: un futuro pazzo. Rappoport si lamentava
che Puttermesser leggeva troppo a letto. La notte prima aveva declamato
brani dal Teeteto di Platone:
TEODORO: Che vuoi dire con questo Socrate?
SOCRATE: Voglio dir questo. Un giorno Talete osservava gli astri, Teodoro, e con lo sguardo
rivolto al cielo finì per cadere in un pozzo; una sua giovane serva della Tracia, intelligente e
graziosa, lo prese in giro, dicendogli che con tutta la sua scienza su quel che accade nei cieli,
non sapeva neppure vedere quel che aveva davanti ai piedi. La morale di questa storia può
valere per tutti coloro che passano la loro vita a filosofare, ed effettivamente un uomo simile
non conosce né vicini né lontani, non sa cosa fanno gli altri uomini, e nemmeno se sono
uomini o altri esseri viventi. Ma che cosa sia un uomo, in che cosa per sua natura deve
distinguersi dagli altri esseri nella attività o nella passività che gli è propria, ecco, di questo il
filosofo si occupa, a questa ricerca consacra le sue pene. Immagino che tu mi segua, Teodoro,
o mi sbaglio?

Rappoport non la seguiva. Le tolse la mano dalla pancia. “Cosa c’è sotto,
Ruth?” le domandò.
“Esatto,” gli rispose Puttermesser.
“Esatto cosa?”
“È quello che c’è sotto che interessa a Socrate.”
“Sei troppo vecchia per questo genere di cose,” continuò Rappoport.
Aveva baffi rossicci di media grandezza, piuttosto squadrati, e denti
perfetti. I denti di Rappoport attraevano lo sguardo di Puttermesser più
dei suoi occhi, così timidamente pigmentati che parevano sbiancati, come
quelli incolori dei busti romani. Il naso, invece, era importante, eloquente,
e aveva narici grandi e profonde che parevano meditare. “Dacci un taglio,
Ruth. Sembri un’adolescente,” disse Rappoport.
“Tu non finirai mai in un pozzo,” gli rispose lei. “Non guardi mai in
alto.” Si sentiva sminuita. Quelle narici filosofiche l’avevano ingannata.
“Ruth, Ruth,” la implorò Rappoport. “Che cosa ho fatto?”
“Il punto è quello che non hai fatto. Non ti sei chiesto in che cosa
l’essere umano, per sua natura, debba distinguersi dagli altri esseri,”
concluse amaramente Puttermesser. Da femminista, stava attenta a non
parlare mai di natura dell’uomo. Parlava sempre di esseri umani e mai di
uomini. Scriveva sempre care e cari, invece di cari e basta.
Rappoport si stava mettendo i pantaloni. “Sei troppo vecchia per fare
sesso,” le disse con cattiveria.
La risposta di Puttermesser arrivò – socratica – all’istante: “Nel qual
caso non posso sembrare un’adolescente.”
“Lo sai che ho un aereo da prendere, come ti viene in mente di leggere
a letto?”
“È più comodo che al tavolo della cucina.”
“Ruth, io sono venuto per fare l’amore!”
“Volevo solo finire di leggere il Teeteto, prima.”
Adesso Rappoport si era messo il cappotto, e si stava accuratamente
annodando la sciarpa attorno alla gola per non lasciar entrare il freddo.
Era una notte d’inverno, ma Puttermesser vide in quel gesto un uomo che
all’età di cinquantadue anni obbediva ancora ai dettami della madre, per
quanto fossero vecchi di mezzo secolo. “Volevi solo finire il Teeteto!” le
urlò Rappoport strappandole il libro dalle ginocchia. “Comincia a pagina
847 e finisce a pagina 879, sono trentatré pagine...”
“Sono rapida nella lettura,” gli rispose Puttermesser.
La mattina Puttermesser si rese conto che Rappoport non sarebbe mai
tornato. Lo aveva ferito. Tanto, alla fine, l’avrebbe lasciata comunque:
aveva notato che prima o poi confessava sempre quello che provava alla
moglie. E non solo alla moglie. Era uno di quegli uomini che amano
chiacchierare.
La perdita di Rappoport non era l’unica preoccupazione di
Puttermesser. Le era venuta una paradontosi. Il dentista le aveva
annunciato – con una punta di piacere di fronte a quel disastro – la
perdita del sessanta percento dell’osso. La perdita dell’osso, la perdita di
Rappoport, la perdita dell’appartamento! “Le tasche sono fuori controllo!”
le aveva detto il dentista. E le aveva dato il nome di uno specialista cui
rivolgersi. L’aveva avvisata: era un’emergenza. Puttermesser aveva le
gengive gonfie e i denti che rischiavano di sradicarsi. Era come se nei
temibili inferi che si nascondevano sotto quelle visibili gengive vi fosse
un vulcano in attesa di esplodere. Sputò il sangue nel lavandino.
Era uno sfarzoso lavandino in falso marmo. Pesciolini blu nuotavano
lungo le piastrelle delle pareti. Sulla tavoletta del water c’era una grossa
sirena blu. Puttermesser detestava quel bagno. Detestava il suo nuovo
appartamento “di lusso”, con la cucina priva di finestre che pareva una
fessura, le due camerette impiccate, il bagno senza vasca, il box doccia
grande quanto un ditale e lo sciacquone con il pomello in plastica
azzurra. Il suo maestoso appartamento nel Bronx, sul Grand Concourse,
vasto come l’Alhambra, era stato devastato dai piromani. Ancora prima, i
vecchi affittuari erano morti o si erano trasferiti, uno dopo l’altro. Al loro
posto si erano insinuati i tossici, che avevano riempito corridoi vuoti di
giornali macchiati di sangue, bottiglie rotte e fiammiferi usati disposti in
file casuali, che parevano tracce lasciate dagli scarafaggi. Una sera
d’estate Puttermesser era rientrata a casa dall’ufficio e si era ritrovata
senza averi: le sue scarpe erano state ridotte in cenere, il pianoforte
anche, l’Ottimo scritto dall’insegnante a matita, a caratteri pieni ed
eleganti, accanto a Humouresque e alla frase di apertura di Per Elisa, era
svanito fra i lapilli. L’infanzia di Puttermesser era stata bruciata. La
madre si era dimostrata una veggente nel portare tutti i temi della figlia
in Florida! Ogni testimonianza della crescita mentale di Puttermesser
sarebbe altrimenti andata perduta in quella criminale conflagrazione.
Il nuovo appartamento era pieno di piante: Puttermesser, un tempo
affetta da quello che lei chiamava “pollice nero” – morbo che causava la
morte di ogni cosa verde su cui mettesse le mani –, aveva ora deciso di
farsi carico della vita. Aveva trascinato nell’appartamento grossi
recipienti di terracotta e sacchi di terriccio arricchito di sali minerali
comprato da Woolworth e aveva riempito vasi rossi di terra scura. Aveva
seminato e poi coscienziosamente innaffiato. Lo stesso Rappoport aveva
trascinato in casa, su un carrello dalle ruote in plastica, un lungo stelo
che pareva una scala di orecchie d’orso verdi: sosteneva fosse un avocado
che aveva fatto crescere a Toronto da un nocciolo. A Puttermesser
ricordava gli alberi della gomma torreggianti della madre,
nell’appartamento del Grand Concourse, quando al colmo dello sviluppo
sfioravano il soffitto. Ogni singolo davanzale del nuovo appartamento di
Puttermesser era contornato di fronde, fogliame e punte di foglie
svettanti o ricadenti. Nella camera da letto petali coriacei di coleus venati
di sangue filtravano il tramonto. Puttermesser, sbalordita, scopriva che se
prestava sufficiente attenzione aveva il potere di stimolare esplosioni di
verde. Lungo le pareti ombrose la vegetazione fioriva rigogliosa.
Eppure le giornate di Puttermesser erano aride. La vita in ufficio non
scorreva pacifica. Nulla fioriva per Puttermesser. Era precipitata. Il
sindaco aveva di colpo cacciato il vecchio commissario – il capo di
Puttermesser, colui che dirigeva il dipartimento Riscossioni e Pagamenti
– e l’aveva sostituito con un uomo che aveva sette anni meno di lei. Il
nuovo commissario aveva l’aria di un ragazzo stupido. Portava la cravatta
annodata morbida e il collo gli sporgeva dal colletto della camicia. Pareva
una tartaruga in posizione verticale. Anche gli occhi erano
impassibilmente tartarugheschi. Puttermesser era disposta ad ammettere
che forse, nonostante il collo che si allungava con lentezza e la testa
piatta, quell’uomo non assomigliava affatto a una tartaruga. Forse era
solo il nome – Alvin Turtelman – a evocare la vigile ponderatezza di
quell’immobile creatura della strada. Turtelman non era uno che si
pavoneggiava: Puttermesser si era accorta subito che, a dispetto di quella
studiata fissità, era più ambizioso dell’ultimo commissario, che si era
accontentato del mero prestigio e aveva usato l’ufficio alla stregua di una
tenda di seta decorata con visir e narghilè. Turtelman era paziente. Ai
suoi occhioni fissi e dolci non sfuggiva nulla della vasta traiettoria che
aveva davanti. Il nuovo commissario parlava di “ristrutturazione”,
“funzionalità”, “mete” e “passaggi intermedi”, “livelli di scopo” e “versus
equazioni”. Era infinitamente astratto. “Nulla di personale,” amava dire,
ma la voce arrivava come una sorpresa: era più malleabile di quanto
l’immobilità dello sguardo non lasciasse presagire. Turtelman allungava
le vocali come tutti i newyorchesi. Si era portato dietro una ventina di
subalterni per un’opera cui dava il nome di “pianificazione”. Costoro
cominciavano la giornata tardi e la finivano presto, spostandosi da una
celletta all’altra e raccogliendo curriculum. Conoscevano tutti male
l’ortografia e i loro promemoria, pieni di sgrammaticature, addoloravano
Puttermesser, perché i subalterni erano tutti avvocati e Puttermesser
adorava la legge e il suo linguaggio. Ne aveva cara la meticolosità.
Pensava alla legge come al carro di Apollo: aveva letto tutte le lettere del
giudice Oliver Wendell Holmes Jr. a Harold Laski (tre volumi) e a Sir
Frederick Pollock (due volumi). Una volta, in sogno, si era ritrovata
davanti a un capitano di nave ed era diventata la quinta moglie del
giudice William O. Douglas: erano andati a trascorrere la luna di miele
nella pampa argentina. Era difficile dire se i subalterni di Turtelman, poco
versati nell’ortografia, fossero rappresentanti del sindaco o solo del
nuovo commissario. Ma erano chiaramente ricognitori e spie.
Denunciavano ritardi e lassismo, lavoro arretrato e rinvii, carenze ed
eccessi, sprechi ed errori. Lanciavano avvertimenti e suonavano
campanelli d’allarme. Facevano pressione, minacciavano, diffidavano e
davano consigli. Erano vigili e invidiosi. Fu presto chiaro che non
capivano il tipo di lavoro che si faceva al dipartimento.
Non lo capivano perché, si scoprì, erano lì per ragioni politiche, ed
erano stati reclutati nel dipartimento di Igiene. Un gruppetto proveniva
dai Vigili del fuoco. Avevano alle spalle carriere di oligarchi della
nettezza urbana, delle fogne, dei canali e delle fossette di scolo, dei
pericoli del nevischio e del ghiaccio, dell’inclinazione della pioggia, del
gas, dei parassiti, della fumigazione, della disinfezione, della spalatura
della neve, della fornitura idrica, delle buche, della pulizia a vapore, della
rimozione degli odori, della ventilazione, della detersione,
dell’elutriazione. Quelli che provenivano dai Vigili del fuoco avevano in
precedenza brandito lo scettro degli incendi dolosi, degli idranti, delle
pompe, dei tubi di gomma (misurati in termini di peso, in chilogrammi),
delle bombe incendiarie, degli stivali di gomma, della cera per mobili,
della pittura rossa, dei falsi allarmi, degli sminatori e dei comandanti del
corpo. Avevano padroneggiato quella serie di materialità, ma non le
avevano capite. Continuavano a chiedere promemoria: erano degli
“amministratori”. Questo voleva dire che erano bravi negli arresti. Non
soltanto nel compiere arresti (i comandanti dei Vigili del fuoco, per
esempio), ma anche nel creare battute d’arresto, come il fuso nella Bella
addormentata nel bosco. Al loro cospetto il lavoro tratteneva all’istante il
respiro e si fermava, come un cavallo a cui si tirino le redini per
sottoporlo a un esame. Giravano attorno al lavoro rimuginando, facendo
speculazioni. Non erano in grado di giudicarlo: non lo capivano.
Ma sapevano a cosa serviva. Serviva per la quota di cariche. Il lavoro,
seppure impenetrabile agli occhi dei feudatari, brulicava di posti. I posti
producevano stipendi. Gli stipendi erano soldi. I soldi erano cariche. Il
sindaco allora in carica, Malachy (“Matt”) Mavett, al pari di coloro che lo
avevano preceduto, era un dispensatore di cariche, sebbene in pubblico,
ovviamente, si dichiarasse moralmente contro le tangenti. Aveva da
tempo distribuito le ricompense, le cariche maggiori. Tutti i commissari
erano amici politici del sindaco. A volte il sindaco aveva più amici che
posti da assegnare, e allora a questo o a quel commissario veniva
improvvisamente dato l’incarico di concepire un nuovo livello
amministrativo: un posatoio dai vari pioli che si collocava fra le altezze
dei protetti del sindaco e i gradini più nobili della pubblica
amministrazione. Quando ciò accadeva, Puttermesser si ritrovava di
colpo davanti una nuova truppa di referenti intermedi designati allo
scopo di bighellonare fra lei e il commissario. Passava intere settimane a
spiegare loro come funzionavano le cose: i referenti intermedi del
dipartimento Riscossioni e Pagamenti solitamente non sapevano cosa il
dipartimento facesse. Quando lo scoprivano, si erano già dileguati: erano
sempre in movimento, come sceicchi di minor prestigio diretti verso la
successiva oasi. E quando arrivava un nuovo commissario, subito dopo le
elezioni (o, di tanto in tanto, dopo quella che veniva ufficialmente
definita una “riorganizzazione – leggi sconvolgimento, bagno di sangue,
degradazione – interna” ), Puttermesser si ritrovava ancora una volta nel
santuario del commissario di turno, l’ufficio appartato con la moquette
screziata e il bagno personale, a illustrare zelante al nuovo signore i suoi
ricchi domini.
Puttermesser era ormai una veterana, del lavoro e dello scenario
burocratico. Aveva dimestichezza con ogni recesso e ogni precipizio. (Oh,
ma non si aspettava di precipitare a sua volta.) Assisteva alle varie
successioni dinastiche. (Oh, ma non si aspettava che qualcuno le
succedesse.) La burocrazia era un mondo feudale e avvizzito fatto di
territori, autorità e gerarchie: polveroso, a parte nei momenti topici di
rovesciamenti e pugnali. Puttermesser veniva considerata utile nell’intero
iter, fatto che spiegava la sua ascesa. Aveva infilato il mignolo in ogni
singolo anfratto di ogni singola variazione della legge pertinente. I
precedenti si susseguivano nella sua mente. I suoi titoli, mobili e fittizi, si
elevavano: era passata da assistente del capo dell’Avvocatura ad aggiunto
alla sezione di Diritto tributario, da aggiunto alla sezione di Diritto
tributario a vicedirettore agli Affari finanziari e da vicedirettore agli
Affari finanziari a Primo tesoriere. Nel frattempo si sentiva come Alice
che manda giù la pozione e si restringe o che mordicchia il fungo e si
allarga: ogni titolo era un morso, o un sorso, e non significava niente se
non l’apprezzamento della sua persona in termini di convenienza da
parte del capo di turno. I titoli di Puttermesser erano la poesia della
burocrazia.
La verità era che Puttermesser era diventata una sonda: era ormai in
grado di seguire il percorso recondito, oscuro e segreto del denaro della
città, le gallerie in cui rotolava, le trasmutazioni, gli investimenti, le
moltiplicazioni, le contrazioni, i rimpinguamenti e gli ingollamenti cui
veniva sottoposto. Sapeva dove arrivava e dov’era diretto. Conosceva le
abitudini, i nomi e le mogli irascibili di una trentina di dirigenti di banca
di vario livello. Aveva lei stessa acquisito una mezza dozzina di
subalterni: con loro era modesta, cortese. Sebbene si considerasse una
femminista, non vi era per Puttermesser ideologia di conquista che
tenesse. Non era aggressiva. Disprezzava l’assertività. La sua voce era
quella di Cordelia. A casa, a letto, continuava a leggere e a sognare.
Conservava, della pubblica amministrazione britannica al suo apice, una
visione romantica: gli Apostoli di Cambridge che diffondevano ai quattro
angoli del mondo gli atti probi di G. E. Moore, Leonard Woolf che serviva
la giustizia a Ceylon, il giovane e timido Forster che faceva lo stesso in
India. Integrità. Rettitudine. E tutto in nome dell’imperialismo, del
colonialismo! A New York Puttermesser perseguiva ancora il sogno
meritocratico dell’immigrato: la giustizia, solo la giustizia seguirai. Il
cuore le batteva per il diritto, persino per quello tributario: vedeva la
democratica plebe educata alla disciplina, murales, finestrini della
metropolitana che brillavano come piatti nuovi, parchi con le aiuole
fiorite, destrieri dipinti con campanelli al collo che si susseguivano in
giostre da capogiro.
Ogni giorno, fra i corridoi vasti e spogli del Municipal Building,
Puttermesser sognava una pubblica amministrazione ideale: la dedizione
alla polis, il commovente amore dei cittadini per la civitas, le norme
leggere della ragione e del buon senso. La città una nazione in miniatura
piena di patrioti: niente stolti o sciovinisti, solo patrioti sinceri e sereni.
Un atteggiamento di ironico affetto per le idiosincrasie della singola
patria di ognuno, ogni distretto una piccola terra natia, gaudio nel Bronx,
euforia nel Queens, oh Richmond felice! Bambini sui roller, e lungo il
ponte di Brooklyn il mosaico colorato dei joggers che respirano con forza
sulle acque verdi che abbracciano la patria.
2. La caduta di Puttermesser e la storia del genere golem

Turtelman mandò la segretaria a chiamare Puttermesser. La segretaria


era arrivata da poco, un’accolita ossuta di mezz’età, brizzolata e irritabile,
che Turtelman aveva portato con sé quando aveva lasciato il
dipartimento di Igiene. Aveva sopracciglia folte che andavano verso
l’alto. “Non è esattamente il momento migliore per me, per questa cosa,”
si lamentò Puttermesser. Era come se Turtelman non si fidasse del
telefono per quel compito. Puttermesser sapeva cosa aveva in mente il
commissario: voleva che qualcuno gli insegnasse. Era confuso, disperato.
A dispetto della sua ambizione, era solo un bambino nudo e timoroso. Il
suo ufficio si trovava accanto alla minacciosa stanza dei computer, che
era appena stata allestita. Lungo le pareti, i fianchi duri delle macchine
brillavano di macchioline e luci. Puttermesser sentiva, oltre il muro
divisorio, il frastuono vellutato di migliaia di microchip, un mormorio
sottile come un filo, come se i softwaristi, tipi in scarpe da ginnastica e
dai capelli lunghi, avessero deciso di collocare delle lire sui grossi
davanzali in pietra del Municipal Building. Mentre seguiva l’ossuta
accolita, Puttermesser ebbe un moto di pietà per Turtelman: il sindaco
aveva chiamato esigendo informazioni – cifre, indici, raccolte dati,
proiezioni – e il povero Turtelman, reduce da una formazione a metà
nella terra della detersione e dell’elutriazione, i lobi frontali ancora inclini
alla riparazione di macchinari per la pulizia delle strade, esitava
sconcertato. Non aveva risposte da dare al sindaco e nessuna idea di dove
queste si celassero: le stesse domande, ahimè, gli si abbattevano sulle
orecchie come se fossero state formulate in lingua straniera.
La segretaria spalancò la porta dell’ufficio del commissario, si fece da
parte per far passare Puttermesser e si allontanò furibonda.
Povero Turtelman, pensò Puttermesser.
Il commissario parlò. “L’abbiamo lasciata a spasso,” disse.
“A spasso?” chiese Puttermesser. Era un freddo martedì mattina di
metà gennaio. In quel momento, parecchio a sud del Municipal Building,
a Washington DC, si preparavano a insediare il nuovo presidente degli
Stati Uniti. L’alta politica coronava la giornata. Le burocrazie di tutto il
mondo oliavano i cardini, i cancelli si aprivano e si chiudevano, le
scrivanie si svuotavano e si riempivano. La saliva di Turtelman montava
come una marea: gli luccicava sui denti.
“E per quanto riguarda il pomeriggio,” continuò il commissario, “è
sollevata da ogni incarico. Nulla di personale, mi creda. Non la conosco
nemmeno. Stiamo ristrutturando. È un peccato che lei non sia un po’ più
vecchia. A quarantasei anni non può andare in pensione.” Allora il suo
curriculum l’aveva letto. Almeno quello.
“Sono vecchia abbastanza,” gli rispose Puttermesser.
“Non per la pensione. Avete un buon sistema pensionistico, qui. Vi
invidio. Ci prosciugate.” Turtelman fece schioccare i denti: stava per
tirare una stoccata. “Noi comuni mortali, non abbastanza fortunati da
lavorare nella pubblica amministrazione, non possiamo permetterci gente
del vostro calibro.”
Puttermesser dichiarò con orgoglio: “Mi guadagno i miei soldi. Ho
avuto il punteggio più alto dell’intera città agli esami di management di
primo livello. Sono stata caporedattore della ‘Law Review’ di Yale. Mi
sono laureata in storia a Barnard con lode e menzione, summa cum laude,
Phi Beta Kappa...”
Turtelman la interruppe: “Mi dia due o tre settimane e troverò un
posticino per lei. Mi faccio vivo io.”
Queste le modalità della caduta di Puttermesser. Ignobili. Puttermesser
non immaginava che il peggio dovesse ancora arrivare. Tirò fuori le varie
carte dai cassetti e le portò in una celletta priva di finestre che si trovava
in fondo al corridoio rispetto al suo vecchio ufficio. Per un paio di giorni
gli ex colleghi evitarono di guardarla negli occhi. Poi non fecero più caso
alla sua persona. Era arrivato il sostituto. Si trattava di Adam Marmel, un
ex dell’ufficio Emergenze, un compagno di università di Turtelman alla
NYU, che aveva studiato, come lui, Cinematografia. Puttermesser trovava
la cosa interessante, il dipartimento Riscossioni e Pagamenti era ora in
mano a ragazzi cui era stato insegnato a inseguire le illusioni, ad andare a
caccia di ombre sfuggenti con un sottilissimo retino. Erano attratti
dall’oscurità, dove imperversavano emozioni fraudolente. I due erano,
oltretutto, amici intimi, viaggiavano spesso in coppia. Il sindaco aveva
nominato Turtelman. Turtelman aveva nominato Marmel. Marmel era
succeduto a Puttermesser, che ora leggeva il “Times” privata della luce,
isolata, depredata, dimenticata. Una reietta. Il venerdì successivo le
arrivò, come sempre, lo stipendio. Ma nessuno la invitò a uscire dalla sua
celletta.
In pieno orario lavorativo – in realtà non lavorava più, era
assolutamente oziosa – Puttermesser scrisse una lettera al sindaco:
All’onorevole Malachy Mavett
Sindaco della Città di New York
City Hall

Gentilissimo Sindaco,
il commissario da lei recentemente nominato al dipartimento Riscossioni e Pagamenti, Alvin
Turtelman, ha privato un bravo funzionario di nobile carattere, di vasta e appassionata
esperienza, del suo lavoro. Quel funzionario sono io. Il commissario Turtelman ha distrutto
una carriera nel pieno della sua attività senza un’udienza, senza un debito processo, senza una
speranza di appello o di ricorso (a eccezione, signor Sindaco, della sua persona!). Avvalendosi
di un lessico esente da emozioni, ha brutalmente estromesso in un solo istante un funzionario
di alto livello, politicizzando un mestiere rimasto a lungo immune da avanzamenti esterni di
carriera. Onore, dignità e continuità sono state spazzate via in un solo istante! Sono stata
professionalmente ferita e personalmente umiliata. Sono stata resa inutile. La stesura di
queste righe, il cruciverba a cui lavoro, la penna che tengo in mano costano ai contribuenti il
mio intero stipendio. Nessuno mi degna di uno sguardo. Provano tutti imbarazzo e vergogna.
All’inizio un paio di ex colleghi sono venuti a farmi le condoglianze in questo ufficetto
abbandonato (in cui non faccio nulla), ma questo è accaduto solo all’inizio. È come assistere al
mio funerale, signor Sindaco, provi a immaginare!
Signor Sindaco, vorrei sottoporre alla sua attenzione parecchie questioni urgenti. Le sarò
grata del sollecito parere che vorrà darmi in merito a tali interrogativi, che riguardano le
amicizie politiche, le conoscenze e il potere.
1. È consapevole del trattamento iniquo cui è sottoposto il personale dell’ufficio Procedure
abbreviate del dipartimento Riscossioni e Pagamenti?
2. Se così è, è contento della natura dell’amministrazione che la rappresenta?
3. È veramente suo desiderio erodere e minare la professionalità della pubblica
amministrazione, uno degli strumenti più giusti ed equi del governo democratico?
4. L’azione perentoria del commissario Alvin Turtelman è veramente espressione della
sensibilità che le compete, così giusta ed esuberantemente umana?
Nella città, nello stato, nel mondo, signor Sindaco (è una cosa che ho avuto modo di osservare
per anni), il potere e le conoscenze non vengono mai chiamati potere e conoscenze. Vengono
chiamati principi. Vengono chiamati democrazia. Vengono chiamati discernimento. Vengono
chiamati fare del bene. Vengono chiamati ristrutturazione. Vengono chiamati esigenze.
Vengono chiamati miglioramento. Vengono chiamati funzionalità. Vengono chiamati bisogni
comuni. Vengono chiamati governo. Vengono chiamati gestione dell’ufficio, del dipartimento,
della città, dello stato, del mondo nell’interesse della gente.
Signor Sindaco, l’assegnazione delle cariche viene chiamata in tutti i modi tranne
assegnazione delle cariche!

Puttermesser non sapeva se la sensibilità di Malachy (“Matt”) Mavett


fosse davvero giusta ed esuberantemente umana. L’aveva scritto solo per
lusingarlo. Aveva visto il sindaco in carne e ossa solo un paio di volte, a
dei meeting, da lontano. L’aveva visto anche in televisione, una domenica
mattina, a una conferenza stampa, ma quella volta il sindaco si era
mostrato insolitamente cauto e sobrio. Davanti alle telecamere era stato
neutro, non aveva mostrato alcuna sensibilità. Si era rivelato quasi
trasparente. I suoi baffi bianchi erano arruffati. I capelli, bianchi anche
loro, gli ricadevano sulle tempie come spago arrotolato.
Puttermesser trovava quella lettera avvincente, di grande effetto. A
casa, la sera, battendola a macchina, si immaginò il sindaco trafitto da
tanta fervida eloquenza. Come si sarebbe pentito, come si sarebbe
commosso!
Le arrivò un altro stipendio. Non ammontava alla solita cifra: glielo
avevano ridotto. L’ossuta accolita comparve con un promemoria da parte
di Turtelman: Puttermesser doveva abbandonare la sua spoglia celletta e
andare in un ufficio con vista sul Woolworth Building, dove avrebbe
ripreso la sua triste vita di demansionata.
Turtelman l’aveva sbattuta ai livelli più bassi della Tassazione. Era un
posto improbabile per una mente superfetata dall’Idea. Dietro a quel
trasferimento, Puttermesser scorgeva la malignità. Il suo successore non
voleva più ritrovarsela davanti. “Non sono uno che si mischia col
fallimento,” aveva sentito Adam Marmel dire a un revisore dei conti.
Puttermesser viveva ora circondata da revisori di bilancio: uomini dalla
mente ristretta. Costoro leggevano best seller. Avevano le dita macchiate
dai quotidiani cui si aggrappavano quando condividevano il viaggio in
macchina verso il Municipal Building o si trovavano sulla metropolitana
che prendevano nel Queens. Uno di loro, Leon Cracow, uno scapolo di
Forest Hills che portava cravattini e saddle shoes, aveva una tediosa causa
in corso: una volta aveva letto un romanzo e si era riconosciuto nell’eroe.
Il protagonista portava cravattini e saddle shoes. Cracow aveva citato
l’autore per diffamazione. “Vi si calunnia la mia intera vita amorosa,” si
era lamentato con Puttermesser. Teneva il romanzo sulla scrivania: era
un libro oscuro di cui nessuno aveva mai sentito parlare, pubblicato da
una nebulosa casa editrice californiana. Cracow l’aveva comprato usato
per ottantanove centesimi e vi rimuginava sopra ogni giorno. Girava le
pagine umettandosi ripetutamente due dita. Il romanzo si intitolava La
ripicca di Picca. Il personaggio principale era un revisore dei conti di
nome John McCracken. “McCracken,” ripeteva Leon, “praticamente è
come dire Cracow. È identico. Nel libro il tipo va a prostitute. Io non lo
faccio! Questo farabutto non ha capito niente di me! Sta distruggendo la
mia reputazione.” A volte Cracow chiedeva a Puttermesser un parere
sull’ultima mossa del suo avvocato. Puttermesser lo incalzava. Credeva
nell’uso della fantasia. “Uno, o una, dovrebbe vedersi ovunque,” diceva.
“Ogni cosa ci manifesta.”
La fonte segreta di quel motto era, in realtà, il suo vecchio palazzo sul
Grand Concourse. Su un arco in pietra sopra il vasto portone, e anche
nella mente leale di Puttermesser, era incisa in caratteri latini la seguente
scritta: LONGWOOD ARMS, N. 26. GREENDALE HALL, N. 28. OGNI COSA CI MANIFESTA.
Il costruttore aveva pensato in grande, e Cracow ne era soddisfatto.
“Ruth,” disse rivolgendosi a Puttermesser, “tu batti tutti.” Ci stava come
al solito provando. “Un concerto, uno spettacolo, devi solo dirmi quale.
Sono un patito di cinema.”
“Sei perfetto per Turtelman e Marmel,” gli rispose Puttermesser.
“Non direi,” replicò Cracow. “Nel mio caso è solo nostalgia. Il mio film
preferito è Cento uomini e una ragazza, con Deanna Durbin, Leopold
Stokowski e Adolphe Menjou. Sobrio, tenero, mica come i film di oggi.
Un classico leggero. Dài, Ruth, è al Museum of Modern Art, nel
sotterraneo.”
Puttermesser lo respinse. Sapeva che non si sarebbe mai sposata, ma
non si era ancora riconciliata con l’idea di non avere figli o figlie. A volte
il pensiero che non avrebbe mai partorito le spezzava il cuore.
Si immaginava delle figlie. Era una forma di egoismo: erano tutte
copie di lei bambina. Si immaginava una figlia in quinta elementare, poi
in seconda media, poi al secondo anno delle superiori. Puttermesser
aveva fatto le superiori all’Hunter College e aveva studiato latino. A
Barnard non aveva rinunciato a Catullo e a Virgilio. O infelix Dido,
declamava la figlia immaginaria mentre faceva i compiti di latino seduta
alla nuova scrivania danese di Ruth nell’angolo buio della stanzetta. Era
un rettangolo di tek. Puttermesser non aveva ancora comprato una
lampada per la scrivania. Detestava il fatto di avere tutti mobili nuovi.
Dal sindaco non arrivò alcuna risposta: nemmeno la cartolina di un
subalterno che potesse fare da riscontro. Malachy (“Matt”) Mavett la
ignorava.
Rappoport aveva lasciato il “Times” della domenica, comprato la sera
prima all’aeroporto, a casa di Ruth. L’aveva lasciato, intonso, sulla
scrivania danese. Puttermesser si scaraventò a piedi nudi giù dal letto,
scavalcò Platone e afferrò il giornale. Rimuginò sul petto villoso di
Rappoport, che da rosso stava diventando giallo. Adesso la figlia, ancora
alle superiori, stava imparando a memoria l’Erlkönig di Goethe:
Dem Vater grausets, er reitet geschwind,
Er hält in Armen das ächzende Kind,
Erreicht den Hof mit Mühe und Not;
In seinen Armen das Kind war tot.

Quelle parole le fecero venire da piangere. Il bambino era morto. Era


morto fra le braccia del padre. Puttermesser tornò a letto, portandosi
dietro il “Times” di Rappoport. Le pesava come un bambino morto.
L’inserto da solo era di un peso sovrumano. Pubblicità. Consumismo.
Capitalismo. Pagine su pagine di macchine, cioccolatini finemente
stampati, collane, whisky ambrati. Opulenza mentre i poveri si
appostavano, aggredivano e derubavano, nascosti negli ascensori, si
sparavano droga nelle vene, puntavano pistole nelle schiene fragili e
tremolanti di anziane nonne, facevano scattare le lame di coltelli dal
manico lucente in recondite pozze di oscurità: nelle trombe delle scale,
nei vicoli, dietro ai muri, nei fossi.
Nel letto di Puttermesser giaceva una ragazza nuda. Sembrava morta:
era bianca, esangue. Era come se fosse stata appena colta da un attacco
epilettico: la lingua le pendeva dalla bocca. Le palpebre erano
rigidamente socchiuse, non avevano ciglia e la loro pelle era così tesa e
sottile che i bulbi oculari sporgevano. Aveva le mani aperte: erano di un
bianco trasparente. Le braccia erano stecchini freddi. Sulla lingua si
intravedeva un quadratino bianco. La ragazza non assomigliava per nulla
a Puttermesser. Non era di certo una delle sue figlie immaginarie.
Puttermesser si spostò a un lato del letto, poi passò dall’altra parte
disegnando un semicerchio. Si mise le pantofole. Chiamando la ragione a
raccolta, fece più giri attorno al letto. Non c’erano dubbi che quello fosse
un corpo vero. Allungò un braccio e sfiorò la spalla destra della ragazza:
una polvere rossastra le ricoprì le dita. Sul corpo pareva essersi
depositata una pellicola di sabbia, di terra, di polvere, una sorta di argilla
chiara. Sporcizia. Una tossica, o una prostituta, sporca. O entrambe.
Sporcizia e malattia. Quando se ne era andato nel bel mezzo della notte,
Rappoport non si era preoccupato di chiudere la porta dell’appartamento.
Dio solo sapeva dove la creatura si fosse nascosta, cos’avesse rubato o
rovinato. Si era infilata nel letto quando Puttermesser era di spalle. Un
letto così civile, la casa di Platone e altre elevate letture. Il corpo aveva un
che di perpetuo, come se giacesse lì, nel letto di Puttermesser, da sempre.
Eppure era il corpo di una bambina, con le membra allungate, lasse e
languide. Quell’esserino non poteva avere più di quindici anni.
Puttermesser vide che aveva i peli pubici curiosamente radi. I seni, poi,
erano quasi inesistenti. Continuò a ponderare e a girare attorno al letto:
doveva chiamare il custode, o forse un’ambulanza? New York! Che
vantaggio c’era nel vivere in una scatoletta quadrata, con i soffitti bassi,
sulla Settantunesima Est, con un padrone di casa rancoroso, un portiere
con l’uniforme da ammiraglio, se poi c’erano infiltrati, tossici, invasori
esattamente come sul Grand Concourse caduto in disgrazia?
Puttermesser scrutò il viso della creatura. Era brutto. Il naso e la bocca
erano goffamente plasmati, come fossero stati rifiniti con negligenza da
una mano grezza. Il setto era scentrato, le narici sgradevolmente lontane.
La bocca era in condizioni anche peggiori: scentrata anche quella, ma per
certi versi forgiata ancora più distrattamente, con le labbra che non
combaciavano, il labbro inferiore poco più di una linea, quello superiore
incredibilmente grasso e gonfio, e la lingua stretta, con la chiazza bianca,
che protrudeva. Puttermesser allungò la mano con l’idea di rimediare alla
situazione ma poi la ritrasse. La polvere le lasciò ancora una volta ovali
rosso scuro sui polpastrelli. Ma era chiaro che le narici avevano bisogno
di un pizzicotto che le avvicinasse, e Puttermesser ne azzardò uno. La
situazione migliorò in modo impressionante. Ruth soffiò nella narice
sinistra per togliere un ciuffo di polvere. Il ciuffo si solidificò e rotolò
come una perla d’argilla. Con schizzinosa lentezza, Puttermesser spinse il
naso verso il centro, allineandolo allo spazio che avrebbero dovuto
occupare le sopracciglia. Le sopracciglia non c’erano, come non c’erano le
ciglia, le unghie delle dita e quelle dei piedi. La creatura era difettosa,
incompiuta. La bocca in particolare richiedeva di essere portata a
termine. Puttermesser si mise a plasmare e riplasmare il labbro superiore
ribelle cominciando a prenderci gusto: avrebbe voluto essere un pittore o
uno scultore. Centrò la bocca, rimpolpò il labbro inferiore con una veloce
torsione delle dita, appiattì la gobba di quello superiore. La lingua
ostacolava il lavoro. Staccò il quadratino bianco e spingendo forte la
ricacciò dentro la bocca.
Il pezzettino bianco le luccicava nel palmo. Sembrava solo una
normale strisciolina di carta, ma Puttermesser pensò di metterlo da parte
per guardarlo con più attenzione dopo: si allontanò dal letto e lo
appoggiò sulla scrivania di tek, in un angolo. Poi si riavvicinò al letto e
scrutò il corpo da capo a piedi per vedere se vi fosse altro da rettificare.
C’era un indice che aveva bisogno di essere allungato e Puttermesser lo
tirò. Il dito scivolò come se non avesse ossa, come una caramella mou
fredda ma non appiccicosa e intrigantemente duttile. Ma lo spettacolo di
un dito senza unghia rimaneva scioccante. Puttermesser indietreggiò. Per
quanto il viso fosse adesso abbastanza normale, c’era qualcos’altro che
doveva fare. Qualcosa balenava sul pezzo di carta che aveva tolto dalla
lingua: il quadrato bianco era vuoto. Ma non era semplicemente vuoto.
Puttermesser lo appoggiò al palmo della mano e andò verso la finestra, in
cerca di luce. Sopra e sotto il davanzale i vasi erano tutti rotti, le piante si
allungavano in modo scomposto. Le radici, scheletriche e pelose, erano
state strappate all’abbraccio della terra: o meglio, la terra era stata
scavata. Avevano rubato della banale terra. Puttermesser, il pezzo di carta
bianco ancora in mano, vagò da una finestra all’altra. Non vi era vaso che
non avesse subito un atto vandalico: quello grosso in terracotta di
Rappoport era ridotto in cocci, l’avocado era stato spaccato in due.
Sporadici granelli di terra velavano il pavimento come cipria. Non vi era
pianta che non fosse stata molestata: avevano preso tutta la terra
dell’appartamento, l’avevano portata via, l’avevano rubata.
Nella camera da letto la sagoma della ragazza continuava il suo sonno
letale. Puttermesser sollevò il pezzettino di carta esponendolo alla luce
della finestra. Dal biancore del quadrato emergeva un altro biancore,
come se dall’assenza originaria una seconda versione di assenza lottasse
per venire a galla. Per Puttermesser era come se il bianco dei suoi stessi
occhi riuscisse improvvisamente a vedere quello che la volenterosa retina
aveva scansato. Non si trattava infatti tanto di una visione quanto della
nitidezza di una lettura, e quello che Puttermesser lesse – lei, che aveva
passioni intellettuali votate a ogni alfabeto – fu una singola primordiale
parola ebraica, scintillante nella sua luminosa sacralità, il Nome dei
Nomi, quello che uno non osa pronunciare invano. Puttermesser
declamò:

al che l’inerte creatura, come se una scossa elettrica l’avesse perforata,


come se un principio di istantanea vitalità l’avesse colpita, balzò in piedi.
Puttermesser vide le unghie delle mani guadagnare rapidamente il loro
posto, quelle dei piedi anche, le sopracciglia e le ciglia pure: la ragazza
era completa. Sulla fronte comparve un assembramento di lentiggini. I
capelli e i peli del monte di Venere si infoltirono, si arricciarono,
diventarono lucenti e rosso scuro: il colore dell’argilla. La creatura si alzò
con l’intento di camminare. Lo fece in modo maldestro, rovesciando la
sedia della scrivania e inciampando nel cassettone con lo specchio.
Malata, intontita dai farmaci, ubriaca. Un vandalo, una ladra di terra!
“Prendi i tuoi vestiti e vattene,” le intimò Puttermesser. Dov’erano i
vestiti della creatura? Non ne aveva. A ogni istante che passava pareva
meno pallida. Barcollava in giro per la camera con la sola pelle addosso.
Diventava rosea. Le guance e le mani avevano un colore acceso. La bocca,
opera di Puttermesser, era vivida. Puttermesser si precipitò verso
l’armadio e tirò fuori una camicia, una gonna, una cintura e un cardigan.
Dai cassetti estrasse un reggiseno, dei collant e un paio di mutande.
Rimanevano solo le scarpe. “Tieni,” disse, “dei sandali, è tutto quello che
ti posso dare. Aperti davanti e aperti dietro, dovrebbero andarti bene.
Vestiti. Posso darti un vecchio cappotto. Muoviti. Siediti sul letto. Mettiti
addosso questa roba. Sei fortunata che non chiamo la polizia.”
La creatura si allontanò barcollando dal letto e si diresse verso la
scrivania di tek.
“Fai come ti dico!”
La ragazza aveva preso un blocco e una biro e si era messa a
scarabocchiare con stupefacente velocità. Le dita, anche quello che era
appena stato allungato, erano ritmicamente coordinate. Puttermesser
notò che la creatura teneva la penna come una navigata scrittrice: come
se i colpi di biro fossero leccate di lingua o l’estensione di dita pensanti.
Ruth si stupì nel vedere che quella ladra di terra era in grado di leggere e
scrivere. In quale lingua? E avrebbe nuovamente cercato di ingoiare
quello che scriveva, lasciando dietro di sé un’unica parola intoccabile?
La creatura staccò la pagina macchiata di alfabeto dal blocco, si diresse
traballante verso il letto continuando a tenere il blocco in mano e
appoggiò il foglio sul cuscino.
“Che cos’hai? Non riesci a camminare?” le chiese Puttermesser. Le
vennero in mente alcuni bambini malati che conosceva, colpiti da
melanconico deperimento e barcollamenti.
Ma la risposta era già sulla carta. Puttermesser lesse: “Non è da molto
che mi reggo su queste membra. Fra poco anche l’andatura verrà. Pensa
al puledro appena nato. La mia situazione non è dissimile. Ogni lingua mi
appartiene, soprattutto quella di mia madre. Ma la parola mi è negata.”
Una pazza! Una matta! Da sola in casa con una maniaca. Una
sordomuta a cui mettere le scarpe. “Vestiti,” le ordinò di nuovo
Puttermesser.
La creatura scrisse: “Ascolto colei che mi ha creata e le ubbidisco.”
“E questo cosa diavolo significa?” domandò Puttermesser seccamente.
La creatura scrisse “Mia madre” e poi si infilò nei vestiti di
Puttermesser, ma con sequenze corporee irregolari: più acquisiva vitalità,
più pareva una cosa.
Puttermesser era impaziente. Non vedeva l’ora di sbattere la creatura
fuori. “Mettiti le scarpe,” le ordinò.
La cosa scrisse: “No.”
“Mettiti le scarpe!” le ripeté Puttermesser urlando. Poi mise l’indice a
mo’ di segnale stradale e lo puntò in direzione della porta. “Vattene da
dove sei venuta!”
La cosa scrisse: “Niente scarpe. Questo è un luogo sacro. Non ci sono
entrata. Sono stata plasmata. In questo luogo tu hai pronunciato il nome
del Dispensatore di vita. Hai soffiato nella mia narice e hai spronato la
mia anima. Hai girato sette volte attorno alla mia argilla. Mi hai avvolta
con il tuo spirito. Hai pronunciato il Nome e mi hai donata a me stessa.
Pertanto, ti chiamo madre.”
I polmoni di Puttermesser cominciarono ad agitarsi. Era vero che
aveva girato attorno alla creatura sdraiata sul letto. Per sette volte? Era
vero che le aveva tolto della materia estranea dal naso soffiando. Aveva
soffiato qualche forza soprannaturale in una delle aperture di quel corpo
dormiente? Era vero che aveva pronunciato ad alta voce uno dei Nomi
del Creatore.
La cosa scrisse di nuovo: “Madre. Madre.”
“Vattene!”
La cosa scrisse: “Tu mi hai creata.”
“Io non ti ho partorita.” Puttermesser non avrebbe mai partorito.
Eppure aveva plasmato quella bocca: la bocca muta della creatura.
Guardò la bocca e vide quello che aveva fatto.
La cosa scrisse: “La terra è la mia carne. Nel nome della mia carne, hai
trasportato terra in questo luogo elevato. Che nome mi darai?”
Puttermesser fu investita da una nuova ondata di agitazione. Aveva
sempre immaginato una figlia di nome Leah. “Leah,” disse.
“No,” scrisse la creatura. “Il mio nome è Leah, ma io voglio essere
Santippe.”
Puttermesser le rispose: “Santippe era una bisbetica. Santippe era la
moglie di Socrate.”
“Io voglio essere Santippe,” scrisse la cosa. “So tutto quello che sai tu.
Sono fatta di terra, ma anche della tua mente. Adesso guardami
camminare.”
La cosa camminò, saldamente, con passo pesante e sicuro e senza
vacillare. Scrisse sul blocco: “Sto diventando più forte. Tu mi hai creata.
Io ti sarò utile. Non mandarmi via. Chiamami con il nome che preferisco,
Santippe.”
“Santippe,” ripeté Puttermesser.
Puttermesser cedette. Ansimava. Si rese conto che la creatura non
stava assolutamente mentendo: aveva dei granelli di terra sotto le unghie.
Quella notte, in un’ora non meglio identificata dopo la partenza di
Rappoport, Puttermesser aveva dato forma a un’apparizione. L’aveva
risvegliata alla vita secondo i dettami della tradizione. Santippe era un
golem, e cosa non aveva letto la poliedrica Puttermesser sul genere
golem!
Puttermesser ordinò: “Bene, vai a guardare nella libreria. Portami
tutto quello che trovi sul genere cui appartieni.”
La creatura si aggirò frenetica per il salotto e si affrettò a tornare con
due volumi, uno per mano. Stringeva la biro fra le labbra, pronta all’uso.
Lasciò cadere i libri sul letto e scrisse: “Sono il primo golem femmina.”
“No, non lo sei,” precisò Puttermesser. Era chiaro che la creatura
andava rettificata. Puttermesser scorse le pagine di uno dei due libri. “Ibn
Gabirol ha creato una donna. In Spagna, molto tempo fa, nell’XI secolo.
Poi il re gli ha dato una lavata di capo per quell’atto di necromanzia e lui
l’ha smantellata. La creatura era di legno e aveva dei cardini: non ha
avuto difficoltà a smontarla.”
La creatura scrisse: “Quello non era un vero golem.”
“Vai a sederti in un angolo,” le rispose Puttermesser. “Voglio leggere.”
La creatura obbedì. Puttermesser si immerse nei due volumi. Li aveva
già letti molte volte, alcuni passi li conosceva quasi a memoria. Uno, un
testo vecchio e singolare, una traduzione inglese curiosamente maldestra
(era stato stampato in Austria nel 1925), aveva la fascetta verde delle
biblioteche: nonostante il senso di civica vergogna, Puttermesser non
l’aveva mai restituito. L’aveva preso in prestito alla succursale di Crotona
Park alcuni decenni prima, quando era ancora adolescente. Il libro aveva
delle fotografie, di una nitidezza incandescente: immagini di tombe, di
una statua, dell’interno con lampadari di una sinagoga di Praga – la
Altneuschul –, della sua sagoma alta e puntuta, dei due grandi orologi,
uno sotto la cupola della venerabile Casa della comunità ebraica e l’altro
sopra. Dall’altra parte della strada rispetto alla Casa della comunità c’era
un negozio con un’insegna a caratteri maiuscoli: V. PRESSLER. Sotto
l’insegna un dandy azzimato con le mani in tasca, un paio di baffi e un
cappello floscio di feltro nero ciondolava in eterno. Per quanto familiari,
statiche, pungentemente nitide fossero quelle immagini, Puttermesser ne
percepiva la fatica e l’antico dolore: erano spettri. V. PRESSLER era un
granello di terra, le case erano aria, il dandy si era dissolto. Col cuore
colmo di meraviglia, Puttermesser si era aggirata spesso fra quelle strade
vetuste e quelle strutture disordinate. “Tu non hai sentimenti,” le aveva
detto una volta Rappoport: intendeva dire, con quelle parole, che Ruth
aveva l’abitudine di arrossire per un’idea come se fosse una passione.
Ed era vero. L’intelligenza di Puttermesser, resa spinosa dalla
confusione di un eccesso di storia, era una distesa privata e gibbosa,
ingombra delle macerie di una statuaria primordiale. Ruth era
dolorosamente antropologica. Le civiltà rotolavano nella sua cassa
toracica una pietra incisa dopo l’altra: caratteri cuneiformi, rune,
crittografie. Puttermesser aveva sgombrato il campo da allegorie e
metafore: non era una mistica, un’entusiasta, una spiritualista,
un’estatica, una cabbalista. Aveva una mente limpida. Era una
razionalista. A dispetto delle figlie immaginarie – che includeva fra i lutti
– non era affatto attaccata a idee di ombre o spettri, per quanto corporei
questi potessero apparire, e meno che mai all’idea di un golem: un golem
era l’ultima cosa, soprattutto adesso che lo aveva fra le mani. Ciò che la
faceva restare di sasso era il tipo di intelligenza (infinitamente sobria,
pragmatica, priva di immaginazione e razionalista come la sua) cui il
golem si accompagnava, cui si accompagnava, nello specifico, quella
scioccante manifestazione di pura carne e assoluta essenza. Il caso
classico del golem di Praga, per esempio. Il grande rabbino Jehuda Löw
(1520-1609 circa), artefice della nota creatura, poteva difficilmente
considerarsi una di quelle anime mistiche dedite a liberi parti della
fantasia o a romanticismi. Era un uomo ragionevole, di un’intelligenza
caustica, un valido studioso, un capo pragmatico: un erudito che faceva le
veci del sindaco. Aveva capito che la triviale linea politica adottata dalla
sua città, sempre permeata di interessi religiosi, era andata troppo oltre.
Stavano uccidendo, per farla breve, gli ebrei di Praga. Era diventato
pericoloso, per un ambulante, dispiegare la propria merce, o per un
mercante aprire il proprio negozio. Una madre con una bambina piccola
non osava svoltare in un vicolo. Per le strade correva sangue vero, sulla
base di mere voci di fatti di sangue: cittadini di ogni ceto – non solo
vagabondi – andavano in giro mormorando che gli ebrei avevano
impastato corpi di bambini cristiani e li avevano usati per le ostie della
loro sacra Pasqua. Ebrei che facevano da capro espiatorio, esposti,
vulnerabili, senza amici, inermi! Quegli stessi ebrei cui il codice
alimentare proibiva di mangiare un uovo di aia contaminato dalla minima
briciola di sangue fetale! Era stato così che il rabbino Jehuda Löw, per
difendere gli ebrei di Praga dai loro predoni, aveva deciso di dare forma a
un golem.
Puttermesser conosceva bene il metodo di fabbricazione usato dal
grande rabbino Jehuda Löw. Era un metodo classico. Era, come spesso
accade in questi casi, qualcosa di ordinario. Il rabbino aveva cominciato
entrando in un sogno paradisiaco dove aveva chiesto agli angeli di
consigliarlo. La risposta era arrivata in ordine alfabetico: afar, esh, mayin,
ruach. Terra, fuoco, acqua, spettro. Assistito dal cognato Isaac ben
Shimshon e dall’allievo Jacob ben Chayim Sasson, aveva cercato purezza
interiore e santificazione pregando e facendo immersioni rituali. Poi i tre
erano usciti ed erano andati a creare un uomo di argilla presso un letto di
fango sulle rive della Moldava. Erano usciti in tre. Erano tornati in
quattro. Avevano lavorato alla luce delle torce, recitando in
continuazione salmi, per plasmare una figura umana. Isaac ben
Shimshon, discendente dei sacerdoti del Tempio, aveva girato sette volte
attorno al mucchio di argilla che emergeva dal terreno. Jacob ben Chayim
Sasson, un levita, aveva fatto altri sette giri. Poi era stato il turno del
grande rabbino Jehuda Löw, che aveva fatto un solo giro e aveva infilato
una pergamena con il Nome nella bocca d’argilla dell’uomo. Il sacerdote
rappresentava il fuoco. Il levita l’acqua. Il grande rabbino Jehuda Löw si
definiva spirito e spettro, oppure aria. L’uomo di terra giaceva inerte sulla
terra, un simile posto sopra a un simile. Il fuoco, l’acqua, l’aria cantarono
a una sola voce. “E lui insufflò nelle sue narici il soffio della vita. E
l’uomo divenne un’anima vivente”: al che il golem si scaldò, divenne
rosso fuoco e si levò! Si levò per diventare il salvatore degli ebrei di
Praga. Sulla sua fronte erano incise le tre lettere che costituiscono la
parola verità in ebraico: alef, mem, tav.
La storia Puttermesser la conosceva, nelle sue varie versioni, da cima a
fondo. “Erano usciti in tre. Erano tornati in quattro”: poi il golem aveva
punito i massacratori, i persecutori, i predoni! Aveva ripulito Praga dal
male e dall’infamia, dalla degenerazione e dall’assassinio, dal vizio e dalla
perfidia! E quando alla fine aveva deciso di abbattere il golem, il grande
rabbino Jehuda Löw era salito su una scala (un golem diventa ogni giorno
più grosso), aveva allungato il braccio fino a raggiungere la fronte della
creatura e aveva cancellato la lettera alef. Il golem si era immediatamente
accasciato a terra esanime: era stato restituito all’argilla priva di spirito.
Senza la alef, le restanti lettere, la mem e la tav, davano met: morto. Il
corpo del golem era stato trascinato nella soffitta dell’Altneuschul, dove
ancora si trovava in mezzo a ragnatele sempre più fitte. “Nessuno può
toccare le ragnatele,” narrava una delle storie “perché chiunque le tocca
muore.”
Per Puttermesser la meraviglia di quella storia non risiedeva in
nessuna delle sue notevoli parti, per quanto familiari le fossero, né nel
fatto che la storia si ripeteva. Il golem ritornava, naturalmente. Era
passato dall’esilio babilonese a quello europeo. Seguiva gli ebrei. Nel III
secolo il rabbino Rava ne aveva creato uno e l’aveva mandato a Rabbi
Zera, che non si era accorto che si trattava di un golem fino a che non
aveva scoperto che la creatura non parlava. A quel punto si era reso
conto della vera natura della cosa e l’aveva sgridata: “Devono averti
creato i miei colleghi dell’Accademia talmudica: ritorna alla tua polvere.”
I rabbini Chanina e Oshaya avevano avuto meno fortuna di Rabbi Rava.
Erano riusciti a produrre solo un piccolo capretto, con cui avevano
cenato. Un vecchio testo di cabbala, Il libro della creazione, spiega che lo
stesso Padre Abramo era in grado di fabbricare organismi umani. Il libro
di Raziel contiene una famosa ricetta per creare un golem: l’artefice usa
determinati canti e formule, medaglie, nomi esoterici, sagome efficaci e
totem. Bes Sira e suo padre, il profeta Geremia, avevano creato un golem
nella logica convinzione che anche Adamo lo fosse. Il loro golem, come
Adamo, era dotato di parola. Lo stesso idolo del re Nabucodonosor si era
trasformato in un golem vivente quando il re gli aveva posto sulla testa il
diadema del sommo sacerdote sottratto al Tempio di Gerusalemme. Le
lettere ornate di pietre preziose del tetragramma erano state agganciate
alla parte cava in argento del diadema. Il profeta Daniele, facendo finta di
baciare il golem del re, aveva estratto di soppiatto le gemme che
formavano il Nome di Dio e l’idolo si era ritrovato di nuovo senza vita.
Ancora prima, i ladri della generazione malvagia che avevano innalzato
la Torre di Babele avevano rubato parte dei materiali del costruttore per
plasmare idoli che avevano cominciato a camminare, dopo che qualcuno
aveva ficcato loro in bocca il Nome. Gli idoli erano stati allora scambiati
per dèi. Rabbi Aaron di Baghdad e Rabbi Chananel non avevano dato
forma a immagini: avevano cucito pergamene con il Nome al braccio
destro dei cadaveri, che erano di colpo resuscitati ed erano diventati
membri del genere golem. Il profeta Michea aveva creato una capra d’oro
che era in grado di ballare e Bezalel, l’artigiano del Tabernacolo, sapeva
come combinare le lettere dell’alfabeto per replicare la Creazione, sia del
Cielo sia della Terra. Il rabbino Eleazar di Worms disponeva di un
sistema piuttosto simile per fabbricare golem: tre adepti dovevano
raccogliere “terra virginea di montagna”, innaffiarla con acqua corrente,
impastarla a forma di uomo, seppellirla e recitare duecentoventuno
combinazioni alfabetiche, osservando meticolosamente l’ordine prescritto
per vocali e consonanti. E Abraham Abulafia era in grado di creare un
uomo partendo da un mero cucchiaio di terra, soffiando il contenuto su
un normale piatto contenente acqua. Ciò aveva indubbiamente avuto
un’influenza su Paracelso, l’alchimista svizzero del XVI secolo, che si era
servito di una retorta per fabbricare un omuncolo. L’homunculus di
Paracelso, però, non era tellurico: era composto di sangue, sperma e
urina, elementi da cui i creatori ebrei di golem rifuggivano. Per gli ebrei
gli unici elementi ammissibili erano la terra, l’acqua e l’afflato divino: e
l’afflato veniva richiamato tramite le sillabe sacre. Rabbi Ishmael, d’altro
canto, conosceva un ulteriore modo per revocare la sacralità che
conferiva la vita e restituire un golem ancora attivo alla polvere: recitava
le potenti combinazioni delle lettere alla rovescia e nel frattempo girava
attorno alla creatura nella direzione opposta a quella che l’aveva animata.
Non c’era fine alle modalità di fabbricazione di un golem, come non
c’era fine all’apparizione dei medesimi, uno dopo l’altro, nella
processione pullulante che costituiva la loro storia. Ma la mente di
Puttermesser, affollata da tutte quelle acquisizioni e da un’ordinata
riserva di altri dati (Ruth, per esempio, conosceva praticamente a
memoria il munifico saggio del nobile dottor Gershom Scholem, L’idea
del golem), non era attratta da numeri o metodi. Qualcos’altro destava la
sua attenzione: il mero fatto che i creatori di golem non erano né
visionari, né maghi, né stregoni. E nemmeno sognatori, favolisti o poeti.
Erano nel complesso realisti dalla mente scientifica e, quasi in ognuno dei
casi a disposizione, seri studiosi e intellettuali, i plausibili predecessori dei
loro pronipoti: fisici, biologi o positivisti logici. Non era solo il grande
rabbino Jehuda Löw, lo stimato artefice del golem di Praga, ad avere, in
aggiunta, la reputazione di insigne talmudista, ragionatore, filosofo.
Anche Rabbi Elijah, la mente ebraica più celebrata dell’Europa orientale
(posto che Spinoza sia quella più celebrata nella parte occidentale del
continente), la cui brillantezza oscura la fama di ogni altro studioso,
fondatore dell’Accademia rabbinica più rigorosa nella storia delle terre
fredde, noto nel tempo come il Gaon di Vilna (il genio della città di Vilna,
chiamata in suo onore la Gerusalemme del Nord), persino il Gaon di
Vilna aveva tentato, prima di compiere i tredici anni, di fabbricare un
golem! E il Gaon di Vilna, con le sue inflessibili sottigliezze in termini di
esegesi e analisi, con i suoi guizzi e abbagliamenti in termini di
penetrazione logica, era – com’è noto – un fustigatore dei mistici, un
contestatore (mitnagid) del chassidismo ballerino, uno schernitore di
quelle menti meno agili della Polonia del Sud, della Galizia pia e
superstiziosa. Se il Gaon di Vilna poteva contemplare la fabbricazione di
un golem, voleva dire che non vi era nulla di irrazionale in quel gesto:
Puttermesser non si sarebbe vergognata di ciò che aveva, a sua volta,
ordito.
Domandò a Santippe: “Mangi?”
Il golem scrisse: “Vivo, ergo edo. Vivo, dunque mangio.”
“Non propinarmi questa roba: conosco il latino quanto te. Sai
cucinare?”
“Faccio quello che devo, se mia madre lo ordina,” scrisse il golem.
“Bene,” disse Puttermesser. “Allora puoi restare. Puoi restare fino a
che non decido di liberarmi di te. Adesso vai a preparare il pranzo.
Fammi qualcosa che mi piace, solo meglio di come lo farei io.”
3. Il golem cucina, pulisce e fa la spesa

Il golem si precipitò in cucina. Puttermesser udì il clac del frigorifero,


l’acciottolio dell’argenteria, il rumore del rubinetto che si apriva e si
chiudeva, di qualcosa che veniva tagliato in una ciotola di legno, di piatti
tirati fuori, l’eloquente tintinnio della cristalleria, un remoto rumore di
frusta, un remoto sfrigolio, un profumo di funghi e di caffè. Il golem
comparve sulla soglia della camera da letto con aria tracotante e porse il
blocco a Puttermesser:
“Ho capacità che vanno molto oltre il mero ambito domestico.”
“Se pensi di essere troppo brava per stare in cucina,” replicò
Puttermesser, “non fermarti a Santippe. Se hai ambizioni così alte, tanto
vale che tu vada fino in fondo e ti faccia chiamare Socrate.”
Il golem scrisse: “È mia intenzione mantenermi critica anche nei
confronti dei più grandi filosofi. Santippe era la sola ad avere il coraggio
di contrastare Socrate. No, rimarrò Santippe. Per favore, non lasciare che
il mio soufflé svedese ai funghi si afflosci. Lo si gusta meglio quando
ancora rilascia vapore.”
Puttermesser mormorò: “Lo stile della tua prosa non mi piace. Scrivi
come se stessi traducendo dal medio finnico. Vedi di migliorare,” ma
seguì il golem nell’angusta cucina. Il golem camminava ora a passo
leggero e veloce, e anche la cucina aveva subito una trasformazione: era
diventata un angolo sospeso di brio e imprevedibilità. Era come se il
tavolo si trovasse al centro di un boulevard parigino: fluttuava, sfavillava.
Aveva le sembianze di un quadro, effimero ed eterno, un posto in cui uno
si fermava un attimo a fare quattro chiacchiere e anche il posto in cui
Henry James, sulla cinquantina, si recava ogni giorno perché nulla nel
vasto mondo gli sfuggisse. “Hai preparato per bene la tavola,” disse
Puttermesser. “Mi ero completamente dimenticata delle tovagliette in
lino.” Le tovagliette erano, in realtà, parte del “corredo” di Puttermesser.
Glielo aveva fornito la madre. Molto tempo addietro, si aspettava che la
figlia si sposasse.
Il soufflé del golem era ottimo. Santippe aveva preparato anche un
dolce a metà fra la mousse e la gelatina di limone. Puttermesser,
nonostante i problemi di paradontosi, aveva avidamente fatto il bis. Il
dolce del golem era ancora più allettante di un fudge. E i fudge erano, per
Puttermesser, notoriamente paradisiaci.
“Buonissimo,” disse. Il golem era rimasto in piedi per tutto il tempo.
“Tu non ne prendi?”
Santippe si sedette all’istante e mangiò.
“Adesso vado a fare una passeggiata,” annunciò Puttermesser.
“Sparecchia e pulisci. Fai il letto. Ricordati di passare lo straccio anche
sotto. Guarda nel cesto della biancheria: ci sono un mucchio di vestiti
sporchi. Nel seminterrato c’è una lavatrice condominiale. Ti darò degli
spiccioli.”
Il golem si rabbuiò.
“Senti,” obiettò Puttermesser, “posso usarti come voglio, no?”
Il golem scrisse: “La moglie del grande rabbino Jehuda Löw mandò il
golem di Praga a prendere l’acqua, e il golem ne prese talmente tanta da
allagare la casa, il cortile, la città e alla fine anche il mondo.”
“È inutile che mi racconti favole,” le rispose Puttermesser.
Il golem scrisse: “Insisto, sono al di sopra delle mere faccende
domestiche.”
“Nessuno è al di sopra della biancheria sporca,” replicò Puttermesser,
e poi uscì e si immerse nella città. Aveva intenzione di camminare e di
riflettere. Sebbene adesso capisse come aveva potuto dare vita al golem,
le dava fastidio non ricordarsi di averlo fatto: non ricordarsi di aver
svuotato i vasi, per esempio. Non era nemmeno al corrente dei segreti
dettami che aveva seguito lei, per fabbricare un golem. E adesso che si
ritrovava davanti il golem in carne e ossa, cosa doveva farne? Il padrone
di casa, un tipo sospettoso, la preoccupava. Nell’appartamento in cui
viveva i cani non erano ammessi, e nemmeno – diceva il contratto – “le
relazioni non canoniche”. Pensò di far passare Santippe per una figlia
adottiva: le era capitato di imbattersi in articoli in cui si parlava di
genitori single di adolescenti in affido. Non era una cosa così insolita. Ma
anche in quel caso avrebbe avuto le sue difficoltà, perché per placare la
curiosità del portiere e dei vicini avrebbe dovuto mandare la figlia a
scuola. E Puttermesser si rendeva conto che sarebbe stato poco
ragionevole mandare il golem in una normale scuola superiore:
l’avrebbero trasferito in un istituto per sordomuti a imparare il
linguaggio dei segni, e non si sarebbero forse accorti quanto prima che
non era minimamente sordo? Non c’era posto per Santippe in nessuna
classe: probabilmente era già fin troppo istruita. Il tono erratico della sua
prosa, con quell’orrendo zibaldone, lasciava intendere che Santippe
avesse letto dieci volte di più di qualsiasi alunno di seconda superiore.
Oltretutto, il golem aveva forse un’età? Aveva le sembianze di una
determinata età, certo. Ma la verità era che aveva solo qualche ora. Non
era certamente possibile prevedere come si sarebbe comportato in
pubblico.
Puttermesser si diresse verso nord. La sua lunga passeggiata
introspettiva l’aveva portata fino all’Ottantaseiesima Strada. Abbandonò
Madison Avenue e girò in Lexington Avenue. Si era dimenticata i guanti.
Aveva le dita ghiacciate. Quotidiani di febbraio svolazzanti naufragavano
verso bottiglie rotte e contenitori di yogurt spiaccicati nei canali di scolo.
Una barbona dormiva sullo sfondo di una soglia nera come la notte,
sepolta da un cumulo di giacche lacere. Stava per calare la sera. Le
vetrine dei negozi, senza eccezione alcuna, erano sprangate o avevano la
saracinesca abbassata per difendersi dal vuoto della domenica
pomeriggio. Ladri, tossici, saccheggiatori, l’eterogenea pestilenza
criminale del centro e dei quartieri alti avrebbe dovuto trovare altri modi
per entrare: un tetto da cui irrompere, una lampada per saldare attaccata
a una barra d’acciaio, la finestra di un bagno sul retro con una grata
fissata male. Avrebbe dovuto lavorare d’ingegno. Puttermesser sbirciò
alle sue spalle in cerca del rapinatore che, a rigor di logica, avrebbe
dovuto seguirla. Non c’era nessuno. Ma lei era pronta. Aveva lasciato
apposta a casa il portafoglio. Si era appesa un fischietto al collo.
Accarezzò il coltellino che aveva in tasca. New York! Si diceva che le
prigioni dell’area metropolitana fossero tutte, disperatamente, piene.
Giunta alla Novantaduesima Strada, si fiondò fra le porte girevoli della
YMCA per scaldarsi. L’atrio era pressoché deserto. Vicino alla biglietteria
c’era una coda breve e disordinata. Puttermesser diede un’occhiata alla
locandina: alle otto c’era un concerto per pianoforte. Si diresse verso il
centro. Adesso era completamente buio. Pensò che sarebbe stato facile
disfare il golem o invertirlo. Tenerlo non aveva veramente senso. Per
prima cosa, come avrebbe passato l’intera giornata, mentre lei era al
lavoro? Puttermesser oltretutto era nervosa: aveva il demansionamento a
cui pensare. La spoliazione. Lo scoramento. Quello scocciatore di Cracow.
Turtelman e Marmel. La pubblica amministrazione, fondata per eliminare
il clientelismo, il nepotismo, i favoritismi, l’assegnazione delle cariche, le
tangenti, l’ingiustizia, la corruzione! Perduto, tutto perduto. Il sindaco
non aveva alcuna intenzione di rispondere alla sua urgente lettera.
Puttermesser si tolse il cappotto e chiamò il golem. “Cosa succede
qui?” La camera da letto emanava una luminosità inaspettata: sulla
scrivania di tek c’era una lampada a forma di Statua della Libertà. “E
questa cos’è?”
“L’ho comprata,” scrisse il golem. “Ho fatto tutto ciò che mia madre
mi ha ordinato. Ho rassettato la cucina, ho fatto il letto,” – ora ricoperto
da un copriletto azzurro con dei guantoni da baseball – “ho passato lo
straccio in tutta la casa, ho fatto il bucato, ho stirato tutto, ho appeso le
camicette di mia madre e ho riposto i suoi collant nel cassetto...”
Puttermesser strappò il foglio dal blocco del golem e lo fece a
pezzettini senza leggere il resto. “Cosa vuol dire che l’hai comprata? Che
razza di roba è? Non voglio una Statua della Libertà! Non voglio dei
guantoni da baseball!”
“È tutto quello che sono riuscita a trovare,” scrisse il golem su una
pagina nuova. “La domenica i negozi, da queste parti, sono tutti chiusi.
Sono dovuta andare fino a Delancey Street, nel Lower East Side. Ho preso
un taxi.”
“Un taxi! D’ora in poi farai la spesa quando te lo dirò io!” urlò
Puttermesser. “E se non ti dico niente rimani a casa!”
“Ho bisogno di orizzonti più ampi,” scrisse il golem. “Domani portami
nel posto in cui lavori.”
“Figuriamoci se ti ci porto!” le rispose Puttermesser. “Non ne posso
più di te. Stavo pensando,” aggiunse, cercando un eufemismo, “di
rimandarti indietro.”
“Indietro?” scrisse il golem. Aveva spalancato la bocca.
“Hai un dente storto. Vieni qui,” disse Puttermesser, “che te lo
sistemo.”
Il golem scrisse: “Non puoi più cambiare il mio essere o parti del mio
essere. Il Nome pronunciato adempie: preclude ulteriori cambiamenti. Ma
ho un aspetto gradevole, no? Non spalancherò più la bocca e il mio dente
storto non offenderà più l’occhio di mia madre. Ti prego solo di usarmi.”
“Hai un gusto pessimo.”
Il golem scrisse: “Ho avuto il compito di scegliere fra guantoni da
baseball e orsetti lavatori misti a panda dagli occhi azzurri. I guantoni da
baseball mi sono sembrati il male minore.”
“Non ho mai voluto un copriletto,” obiettò Puttermesser. “Quando ti
ho detto di fare il letto intendevo semplicemente che sistemassi un po’ le
coperte. Per non parlare della Statua della Libertà! Dio mio!”
Il golem scrisse: “Una lampada a tre livelli di luminosità, per un
massimo di 150 watt. L’idea di collocare il supporto per la lampadina
direttamente nella torcia mi è sembrata molto intelligente.”
“È kitsch. E poi, dove hai preso i soldi?”
“Dal tuo portafoglio. Ma guarda che gradevole luce che fa,” scrisse il
golem. “Io ho paura del buio. Il buio è la dimora della pre-esistenza. Non
è possibile pensare la pre-esistenza, ma abbiamo paura del suo facsimile:
la post-esistenza. Non cancellarmi, non eliminarmi, non annientarmi.
Madre, madre mia. Saprò renderti servizio. Usami nel vasto mondo.”
“Mi hai rubato del denaro prendendolo dal portafoglio, hai speso una
fortuna in taxi e mi hai portato a casa robaccia da quattro soldi. Non puoi
portarmi a casa roba simile e poi parlarmi del vasto mondo!”
4. Santippe all’opera

Ma il giorno dopo il golem era nell’ufficio di Puttermesser.


“La ragazza chi è?” domandò Cracow.
“Marmel mi ha concesso una dattilografa,” gli rispose Puttermesser.
“Marmel? Ma non ha senso. Dopo che ti ha demansionata?”
“Mi ha dato un nuovo incarico,” disse Puttermesser. Ma aveva le
guance in fiamme.
“Così va la vita,” commentò Cracow. “Ma come mai questo
trattamento così regale? Potevi rivolgerti all’ufficio dattilografia come
tutti noi.”
“Turtelman mi ha affidato un progetto speciale.”
“Turtelman? Turtelman ti ha dato una bella pedata. Che progetto è?”
“Devo controllare gli impiegati che rimuginano su azioni legali
quando sono al lavoro,” gli rispose Puttermesser.
“Andiamo, Ruth, piantala. Lo sai benissimo che sono stato diffamato. Il
mio avvocato dice che ho subito un danno. Eccome se l’ho subito. Come
si chiama la ragazza?”
“Leah.”
“Leah.” Cracow si piazzò dritto davanti al golem. “Adesso le prendono
così giovani? Cos’è, Leah, ti sei ritirata dalla scuola?”
“È già abbastanza intelligente,” disse Puttermesser.
“Perché non lasci rispondere lei?”
Puttermesser prese Cracow per il gomito e gli sussurrò: “Le hanno
tolto un pezzo di gola. Aveva un tumore alla laringe.”
“Caspita,” mormorò Cracow.
“Andiamo,” ordinò Puttermesser al golem, e lo portò in bagno. “Ti
avevo detto di non venire! Ho già abbastanza patate bollenti per le mani,
ci manca solo che mi combini dei guai.”
Il golem prese una salvietta di carta dal dispenser attaccato al muro e
la biro di Puttermesser dalla tasca del suo cardigan (che aveva ancora
addosso) e scrisse: “Allevierò le tue pene.”
“Non ho detto pene, ma patate bollenti. Guai. Dal kitsch al rococò.
Attieniti alla realtà, ti spiace? Tutto quello che farai sarà sederti davanti
alla macchina da scrivere. Se sei brava a battere a macchina la metà di
quanto sei brava a cucinare va benissimo. Non mi interessa cosa batti.
Stammi alla larga. Scrivi una lettera, scrivi quello che vuoi ma stammi
alla larga.”
Il golem scrisse: “Ascolto e obbedisco.”
Santippe, vero modello di diligenza, rimase seduta davanti alla
macchina da scrivere a battere a macchina per l’intera giornata. Vagando
da una riunione infruttuosa all’altra, Puttermesser vedeva i fogli
accumularsi sul pavimento. Il golem stava forse scrivendo un romanzo?
Un memoir? A chi avrebbe dovuto, in fondo, scrivere una lettera?
Santippe aveva l’aria assorta, rapita. Puttermesser sperava di mettere
insieme, pezzo per pezzo, la sua nefasta sorte. Pettegoli e pettegole
passavano da una celletta all’altra a raccogliere notizie: la nipote di
Turtelman, un’attrice – aveva di recente interpretato la parte di una
lebbrosa del Medioevo, con tanto di campanella, in un film in costume
per la tivù –, era fidanzata con il cugino del sindaco. La zia di Marmel
una volta aveva soggiornato, in Florida, nello stesso albergo di Minnie
Mavett, la madre adottiva, anziana e vedova, del primo cittadino. (Il
sindaco era stato adottato e nella campagna fatta con la moglie e i quattro
figli naturali aveva parlato di sé come di “un orfano fortunato”.) Marmel
e Turtelman avevano sposato due gemelle. Non era forse quello un modo
simbolico per sposarsi fra loro? O forse Marmel aveva sposato una
rampolla di sangue blu di Boston e Turtelman un’arrampicatrice sociale
del Great Neck. O forse l’unico a essere sposato era Marmel: Turtelman
era un austero scapolo. Una delle segretarie che lavoravano nell’ufficio
dell’Assistente amministrativo aveva notato che Marmel, Turtelman e il
sindaco portavano tutti lo stesso anello. E sosteneva che non fossero
anelli scolastici. La “ristrutturazione” di Turtelman, oltretutto (stando a
quanto diceva Polly del Personale), cominciava a lasciare segni tangibili.
Turtelman diventava sempre più audace. Sembrava una specie di
latifondista folle al tempo del raccolto che invece di tagliare il grano
falciava scrupolosi mietitori. Oppure pareva un campione di scacchi
delirante che buttava i pezzi vincenti nel fuoco. O ancora un generale che
portava al massacro le sue truppe migliori. Ma tutte quelle immagini non
erano abbastanza. Turtelman stava distruggendo il dipartimento
Riscossioni e Pagamenti. Cercava la fedeltà, non la competenza. Era un
designato del sindaco di natura rapace, un connivente del solito scandalo
delle cariche. Faceva la volontà di chi gli aveva dato il posto. Più che
amare la democrazia, temeva il primo cittadino. Nei suoi reni non
dimorava più Walter Whitman, ma un predone.
Nel frattempo Cracow aveva riferito a Puttermesser che Adam
Marmel l’aveva cercata al telefono più volte. Era urgente. “La nuova
ragazza non va bene, Ruth. Sono assolutamente a favore dell’assunzione
degli handicappati, ma per rispondere al telefono ci vuole decisamente
una laringe. Ho dovuto farlo io ogni santa volta. Secondo te Marvel ti
vuole rimandare nella stratosfera?”
Puttermesser non disse nulla. Cracow riteneva che le donne dovessero
stare al loro posto. Era visibilmente soddisfatto del suo volo in picchiata.
La assillava cercando di sapere quale fosse il progetto speciale che
Turtelman le aveva affidato. “È chiaro che preferisci lavorare a progetti
speciali per le alte sfere invece di uscire con un bravo ragazzo come me,”
si lamentava. “Almeno mangiamo insieme.” Ma Puttermesser mandò il
golem a prenderle dei panini in una gastronomia. Era una gastronomia
kosher: Puttermesser pensava che Santippe ci tenesse a quel genere di
cose. A metà pomeriggio i fogli che il golem aveva battuto a macchina
erano diventati una consistente pila.
Alle cinque meno un quarto l’ossuta accolita irruppe nella celletta di
Puttermesser sbuffando. “Mr Turtelman mi ha prestata a Mr Marmel per
farle avere questo. Spero che lei apprezzi, visto che solitamente non
faccio il fattorino per nessuno. Lei non è mai alla sua scrivania. Non si
riesce a parlarle al telefono. Non è abbastanza importante da permettersi
di rimanere desaparecida, mi creda. Mr Marmel le chiede di preparare un
portfolio su questi temi hic et nunc.”
Il promemoria di Marmel:

Gentile Ms Puttermesser,
la prego cortesemente di mandarmi quanto segue appena le è comodo. Un elenco dei depositi
bancari municipali. La media di ogni conto negli ultimi tre anni. Una lista di contatti nelle
banche: nomi, titoli, numeri di telefono. Una lista di contatti per il dipartimento Riscossioni e
Pagamenti (cui mi riferirò in seguito con “noi” e il “nostro”) presso il gabinetto del Sindaco, il
Bilancio, le commissioni comunali di una certa rilevanza e il gabinetto del Responsabile del
controllo di gestione. Copie di tutte le valutazioni pubblicate nell’ultimo anno.
L’organigramma attuale del dipartimento, con le cariche, i titoli e lo stipendio di ognuno dei
dirigenti. Come mai non abbiamo le aste per aprire e chiudere le finestre? Dove sono finite?
Come si fa ad avere carta igienica e sapone con regolarità nei bagni dei capi? Che tipo di
documenti abbiamo da parte del Sistema di Gestione dell’Informazione sul valore stimato del
patrimonio immobiliare demaniale? Quanto è stato efficace il nostro ultimo Investors’ Tour? Ci
sono vecchi appunti che attestano una visita all’impianto di trattamento delle acque reflue, un
giro in elicottero, una dimostrazione del funzionamento dei battelli antincendio, un pranzo e
una sfilata di moda per le signore: come possiamo conquistarci la benevolenza di tali gonfie
tasche quest’anno? Di quali roventi vertenze concernenti la sezione Semigiudiziale dovrei
essere a conoscenza?

Era la solita vecchia storia: il nuovo funzionario che annaspava, perplesso


e assediato. Puttermesser provò una punta di malevolo piacere di fronte
al promemoria di Marmel: sapeva che le cose sarebbero arrivate a quel
punto. Turtelman, dopo averla cacciata, scopriva di non potersi ritagliare
nessuno spazio senza l’ausilio del suo mignolo. Marmel, spronato da
Turtelman (troppo arrogante per avanzare richieste di persona), aveva
deciso di approfittare di lei. Le chiedeva di mettergli il pannolino. Ci
volevano ore e ore per ognuno dei punti del suo promemoria! A parte per
quello relativo alle aste per aprire e chiudere le finestre. Puttermesser era
in grado di dare una spiegazione in merito nel giro di mezzo secondo.
“Non si muova,” disse all’ossuta accolita. E poi, rivolgendosi a
Santippe: “Prendi un foglio di carta da lettera!”
Mr Adam Marmel
Primo tesoriere
Ufficio Procedure abbreviate
Dipartimento Riscossioni e Pagamenti
Municipal Building

Gentile Mr Marmel,
le aste delle finestre sono preda delle segretarie più accaldate e sudate. Quelle ubicate
esattamente sopra l’impianto di riscaldamento ad aria, per esempio. Sebbene ultimamente
potrebbero incorrere nella tentazione anche quelle che vanno a fare jogging in pausa pranzo.
Una volta che hanno preso le aste, le nascondono. Controlli il bagno delle donne del secondo
piano.
L’aria fresca del candore è sempre richiesta quando l’ossigeno dell’onesta ammissione viene a
mancare. Nello specifico caso, PERCHÉ [“Maiuscolo,” precisò Puttermesser mentre dettava]
sono stata sollevata dal mio incarico? Nello specifico caso, PERCHÉ lei mi ha usurpato il posto?
Concediamoci un po’ di aria fresca!

In fede,
Avv. R. Puttermesser

L’ossuta accolita agguantò il foglio prendendolo direttamente dalla


macchina da scrivere del golem. “Mr Marmel le ha fatto molte altre
richieste. Lei ha tralasciato praticamente tutto.”
“Le aste delle finestre sono tutto,” le rispose Puttermesser. “L’aria
fresca del candore è tutto.” E nel pronunciare quelle parole si accorse –
con un lieve sussulto – che lo stile del golem l’aveva contaminata.
L’ossuta accolita la avvisò: “L’aria fresca va bene. Ma farebbe meglio a
dargli le risposte che chiede.”
“Vai a casa,” ordinò Puttermesser al golem. “A casa, ho detto!”
Durante la cena, che si svolse nell’angusta cucina, Puttermesser
rimase in silenzio quasi quanto il golem. Quell’ingiustizia le bruciava.
Non fece attenzione agli scarabocchi di Santippe. Che coraggio! Che
coraggio! Cacciarla e poi approfittare di lei! “Basta col soufflé svedese,”
brontolò. “Cambia un po’ e prepara qualcos’altro. E non ne posso più di
vederti col mio vecchio maglione. Domani vai a comprarti dei vestiti
decenti, ti darò dei soldi.”
“Domani,” scrisse il golem, “ti renderò di nuovo servizio sul posto di
lavoro.”
Ma la mattina dopo Puttermesser era abulica. L’ambizione era andata
scemando. Dopo essere stata trattata così indegnamente, a cosa avrebbe
dovuto ambire? Per la prima volta in dieci anni, arrivò tardi in ufficio.
“Cos’è questo progetto speciale, Ruth?” le chiese Cracow a bruciapelo.
“La ragazza ieri ha consumato la macchina da scrivere. Ma chi è,
comunque? Una clandestina? Non assomiglia alla tua gente. È
un’israeliana yemenita? E poi cos’è questa storia, è solo al secondo
giorno di lavoro e non si presenta? Non ti dico le telefonate, quando non
c’eri! Le pile di promemoria! La tipa del Personale è andata e venuta due
o tre volte! Ti danno la caccia oggi, le alte sfere! Cos’è questo progetto
speciale, eh? E la ragazza ti molla in tronco!”
“Arriverà.” Puttermesser aveva dato al golem centoventi dollari a
l’aveva spedito da Alexander. “Niente taxi o roba del genere,” gli aveva
detto. Ma sapeva che Santippe sarebbe andata in centro, in Delancey
Street. Era attratta dalle folle caraibiche del Lower East Side, dalle loro
facce e dalla loro lingua. Una sorta di straniera lei stessa – se ne era
accorto persino Cracow –, Santippe subiva il richiamo degli immigrati. I
loro gusti, i loro grandi amori erano anche i suoi. Ritornò con camicette
rosse e viola, gonne strette e pantaloni svasati verde pappagallo e
arancione cantalupo, scarpe di plastica multicolori dal tacco alto, una
borsa a tracolla di plastica giallo girasole con sei cerniere, uno
specchietto tascabile e un pettine di plastica trasparente con una custodia
a quadretti Tattersall tinta pesca dello stesso materiale.
“Un’ispanica, è chiaro,” confermò Cracow – l’intollerante –
osservando Santippe aprire scatole e borse.
Ma Puttermesser era impegnata con una triade di promemoria.
Parevano nati, in origine, con Marmel, ma si manifestavano tramite Polly,
l’Atropo del Personale, colei che aveva messo da parte le forbici in nome
del turbine dei mille Formulari, colei che incombeva come Shiva il
Distruttore su un mondo di decapitati.
Promemoria numero Uno.
È stata segnalata per essersi rifiutata di assolvere a richieste di informazioni relative a
questioni di ufficio. Sarà ora sottoposta a un’inchiesta per la condotta. È pregata di ritirare e
compilare il formulario 10V, Q17, con particolare attenzione al paragrafo L, e di consegnarlo
immediatamente a Polly del Personale.

Promemoria numero Due.


In considerazione della sua anzianità, il commissario Alvin Turtelman, dopo averla sollevata
dalle incombenze di Undicesimo livello dell’ufficio Procedure abbreviate, dipartimento
Riscossioni e Pagamenti, a causa di una padronanza inadeguata delle questioni finanziarie, di
una debole supervisione amministrativa e di un rendimento insufficiente, le ha assegnato un
posto di Quarto livello. Il suo operato è tuttavia in continuo declino. Ci è stato segnalato un
ritardo nella mattinata di oggi. È pregata di compilare il formulario Ritardi al di sotto
dell’Ottavo livello I4TG. (Consegni il formulario a Polly del Personale.)

Promemoria numero Tre.


In seguito alla decisione presa dal commissario Alvin Turtelman previo consulto con il Primo
tesoriere Adam Marmel e in accordo con il suddetto, l’assegnazione di un posto di Quarto
livello nel dipartimento Riscossioni e Pagamenti può considerarsi per questo mezzo revocata.
È pregata di compilare e consegnare a Polly del Personale il formulario di Rescissione al di
sotto del Sesto livello A97, sezione 6, con particolare attenzione al paragrafo 14b.

Stroncata! Mandata a spasso! Licenziata! Scaricata! Buttata fuori! E tutto


questo nello spazio di tre ore! “Rendimento insufficiente”: una menzogna!
“Continuo declino”: una farsa! “Sottoposta a un’inchiesta per la
condotta”: come un qualsiasi impiegato o un ladro di aste! In ritardo una
sola volta in dieci anni e Cracow, litigioso spasimante, fa la spia a Polly,
l’Atropo, lo Shiva del Personale! Chi poteva essere stato se non Cracow?
Menzogne. Montature. Accuse. Marmel, l’ingannevole accusatore. Il tutto
in assenza di debito processo!
Onorevole Malachy Mavett
Sindaco della Città di New York
City Hall
Gentile Sindaco,
che fine ha fatto il suo orgoglio, come ha potuto nominare simili uomini? Uomini che
muovono accuse prive di fondamento? Un accusatore che usurpa il posto dell’accusato?
Un’azione sospetta! Turtelman mi ha estromessa per fare posto a Marmel! Io rappresento la
Conoscenza e l’Intelletto, loro la Politica e la Fedeltà all’Astuzia. Hart Crane, poeta
newyorchese, la sua arpa il ponte di Brooklyn: quell’arpa non significa niente per lei? Walt
Whitman non dimora più nei suoi reni? Walt Whitman, che ha esclamato: “innumeri strade
affollate, alte strutture di ferro, snelle, robuste, leggere, che superbe s’adergono verso i liberi
cieli”, che ha abbracciato “un milione di gente – liberi modi superbi – voci franche –
ospitalità...” Oh, signor Sindaco, è l’Ingiustizia che lei abbraccia! Lei ha dato potere a uomini
nei cui reni non dimora più Walt Whitman! Questa città di alberi maestri e guglie offre il seno
a Walt Whitman e lei la nutre con un Turtelman, con un Marmel! Ruth Puttermesser viene
disprezzata, demansionata, buttata via! Distrutta. È senza lavoro. Artefice del nulla,
nullafacente.

La lettera rimase sigillata nella testa di Puttermesser. Cracow faceva di


tutto per non guardare nella sua direzione. Aveva già letto i promemoria
di Marmel manifestatisi tramite Polly la Distruttrice. Sicuro che li aveva
letti. Ora era in piedi dietro alla sedia del golem e seguiva attentamente le
dita di Santippe, che galoppavano sui tasti della macchina da scrivere,
compreso quello allungato di recente. Com’era contenta Puttermesser di
averglielo sistemato! “Ehi, Ruth, da’ un’occhiata a questa roba. Cosa sta
facendo, la ragazza? Un progetto speciale per Turtelman, si direbbe.”
“Il progetto speciale di Turtelman,” gli rispose freddamente
Puttermesser, “consisteva nella mia disfatta. Nella mia scomparsa. Nella
mia cacciata e nello svilimento della mia persona. Ci vediamo, Leon. Che
tu possa vincere la tua causa contro la mediocre universalità
dell’immaginazione umana.”
“Ti hanno sbattuta fuori?”
“Lo sai benissimo.”
“Be’, quando arriva Polly uno si fa un’idea di quello che succede. Di
chi rimane a piedi.”
“Fai attenzione alla Schadenfreude, Leon. Il prossimo potresti essere
tu.”
“No, io no. Io non vado in cerca di guai. Tu sì. L’ho capito subito che
la storia della ragazza era una farsa. Scrive robe assurde, di certo non
robe di lavoro. Fai entrare i matti e ti arriva quello che ti meriti.”
Fu in quel momento – mentre il sorriso umido dai denti marroni di
Cracow roteava nella bocca scura del revisore di conti – che Puttermesser
ebbe un lampo di chiarificazione: anzi, di chiarezza. Si era liberata di un
mistero. Aveva capito. Aveva visto.
“A casa!” ordinò al golem. Santippe raccolse i suoi vestiti e ficcò i fogli
battuti a macchina in una delle borse con le camicette.
5. Perché il golem fu creato. Il fine di Puttermesser

Quella sera Santippe cucinò gli spaghetti. Lo fece scalza. Un profumo di


sugo con burro, pomodoro e peperoni inondò un cumulo di fili di
porcellana scintillante. “Cosa fai?” le chiese Puttermesser. Il golem si era
servito una seconda, consistente, infornata di pasta. “Com’è che hai così
fame?”
Il golem pareva un po’ più grosso del giorno precedente. Poi
Puttermesser si ricordò che era nella sua natura continuare a crescere.
L’appetito di Santippe rimaneva comunque preoccupante: quanto ci
avrebbe messo a dismettere centoventi dollari di vestiti? Solo un
Rothschild poteva permettersi un golem? E a che ritmo sarebbe
cresciuta? Per evitare che bucasse il soffitto, avrebbe dovuto lasciarla
fuori? Il golem di Praga era stato restituito alla condizione inanimata a
causa delle dimensioni eccessive o perché le riforme civiche per cui era
stato creato erano state compiute?
Ah, come rifulgeva quell’idea nella mente di Puttermesser! Le riforme
civiche di Praga: di quella vasta città ricca di recessi, che si distingueva
per innumeri strade affollate, alte strutture in ferro fatte di alberi maestri
e guglie! L’orologio della Casa della comunità ebraica, il tetto dalle vette
eccelse e pieno di comignoli della Altneuschul! Per non parlare del
Castello di Kafka. Quel bagliore urbano e multiforme soffocato dal male,
dalla corruzione, dalla calunnia del sangue, dai cuori possenti e sordi di
malvagi politicanti. Il grande rabbino Jehuda Löw aveva deciso di creare
il golem in un anno ottenebrato, quando il sogno dell’America
cominciava appena ad affacciarsi, lontano, in tutto il suo vasto ardore. Ma
il seme di New York covava già in terra europea: la gioia urbana, l’amore
per il bello, per la pulizia, per la libertà e per il nuovo, le bande di
criminali tramutate in truppe benedette, i cittadini che viravano
all’angelitudine, i marciapiedi di alabastro, gli autobus dotati di troni. La
vecchia, delicata Praga, pulita e ripulita dal peccato, che partoriva l’alba
purificata, l’ingegno sommo e lucente di New York!
Puttermesser ora sapeva.
“Portami i libri,” ordinò al golem. E poi lesse:
I segni devono essere accompagnati dalla visione del Paradiso. Senza lo stato ipnotico
dell’estasi, in cui si scorgono lo splendore delle città e la loro salvezza tramite la messa al
bando dell’insensibilità, del disordine e della desolazione della tristezza, le formule sacre sono
insufficienti.

Una città lavata, purificata. New York, la città (forse) di Serafino. Un paio
d’ali avevano sorvolato gli occhi di Puttermesser. Abbracciando il pesante
“Times” di Rappoport, Ruth si era tenuta stretta al petto l’insensibilità, il
disordine, la desolazione della tristezza, diecimila coltelli, l’odio dipinto
sulle pareti della metropolitana, colpi di arma da fuoco, bombe nelle
cattedrali dei trasporti e dell’industria, della Pennsylvania Station, del
Grand Central, del Rockefeller Center, il terrore nelle cabine radiofoniche
e televisive, con la loro animata attrezzatura e le loro voci provinciali e
allettanti, gli assalti agli aeroporti, il declino della pubblica
amministrazione, i mozziconi di sigaretta negli uffici degli alti dirigenti. Il
“Times” di Rappoport, ricettacolo di uno spaventoso carico! Ciò
nonostante, mentre riportava il giornale verso il letto, Puttermesser
aveva visto il Paradiso.
New York lavata, riformata, restituita.
“Santippe!”
Il golem, che aveva tolto il sugo degli spaghetti dai piatti sfregandoli e
immergendoli nella cascata di trombe d’acqua del rubinetto della cucina,
si asciugò le mani nella camicetta viola appena comprata, afferrò biro e
blocco e si precipitò da Puttermesser.
Puttermesser le domandò: “Quando ti sei risvegliata alla vita, cos’hai
provato?”
“Mi sentivo un embrione,” scrisse il golem.
“E cosa sapevi?”
“Sapevo perché ero stata creata,” scrisse Santippe.
“E perché sei stata creata?”
“Perché mia madre possa diventare ciò che è destinata a diventare,”
scrisse il golem.
“Portami quella roba con cui ti trastullavi in ufficio,” le ordinò
Puttermesser, ma il golem si era già fiondato verso l’armadio della
camera da letto e si era messo a rovistare fra le scatole e le borse con i
vestiti nuovi.
Puttermesser mise da parte i libri sulla storia e la natura del genere
golem e cominciò a meditare sulle pagine che Santippe aveva battuto a
macchina, nei due giorni precedenti, nella penosa celletta da lei condivisa
con Cracow – la celletta del suo demansionamento, della sua
denigrazione e della sua disgrazia – nel reparto Tassazione dell’ufficio
Procedure abbreviate del dipartimento Riscossioni e Pagamenti della città
di New York.
Il golem aveva stilato un PROGRAMMA. Puttermesser vi si riconosceva
pienamente. Era come se avesse già avuto quel PROGRAMMA fra le mani, a
cominciare dal linguaggio con cui il PROGRAMMA veniva espresso. Era
come se, nell’istante in cui le era venuto in mente di creare il golem,
Puttermesser avesse letto il PROGRAMMA in qualche vecchia pergamena.
Ah, la verità risaputa e inquietante era che non si ricordava come avesse
fatto a fabbricare il golem: si era imbattuta impotente in Santippe sdraiata
sul letto, senza volizione, come se il golem fosse un miraggio transitorio,
una congettura aggressiva oppure una mera apparizione frutto delle sue
proiezioni. Quella verità aveva tormentato il midollo allungato di
Puttermesser, con faticosa pervicacia, sin dalla prima volta che
Puttermesser l’aveva sviscerata, nel corso della sua desolante passeggiata
verso la YMCA. Era come una brocca che non si riempiva né si svuotava.
Ma adesso era chiaro come la concretezza della terra che il golem non era
un’apparizione. Le apparizioni non battevano a macchina, per dirla
nell’odioso gergo amministrativo, documenti funzionali ed esaustivi
concernenti le riforme civiche! Puttermesser ora sapeva: il PROGRAMMA
era partito da lontano, poi si era avvicinato, si era avvicinato sempre di
più fino ad affollarle il proencefalo con la sua forza importuna.
Puttermesser aveva appoggiato il “Times” di Rappoport – testimonianza
di molteplice caos e di urbana sventura – accanto al letto, sul pavimento,
dove già si trovava il Teeteto. Incalzata dalla febbre e dall’agitazione, era
passata da un davanzale all’altro spaccando i vasi di terracotta come
fossero uova e raccogliendo i tuorli germinativi della terra che
fuoriusciva. Aveva preso il tutto fra le mani e l’aveva sbattuto nella vasca
da bagno. Un mezzo giro di rubinetto era bastato per dare alla terra la
consistenza del fango, e allora era cominciata la vibrazione beata e
frenetica delle sue mani, che avevano plasmato e dato forma, accarezzato
e lisciato, impastato e tastato, raddrizzato e reso tondo, ma in fretta, in
fretta, lasciando il dettaglio (nel dettaglio c’è Dio) incompiuto, sfocato,
differendo il compimento, posticipando il piacere autentico della forma
finale delle narici, delle palpebre e soprattutto della bocca. Nella fessura
di quella faccia di argilla incompiuta Puttermesser aveva infilato un pezzo
di carta strappato al margine superiore del “Times” di Rappoport, su cui
aveva scritto con lo sputo due sillabe oracolari. Le sillabe aderivano alla
carta e si leggevano come fossero scritte nella luce. Poi Puttermesser
aveva tirato fuori dalla vasca l’imponderabile, umida, implacabile sagoma
d’argilla di una ragazza – una creatura biforcuta e inanimata che aveva le
sembianze di una ragazza –, aveva inalato l’odore del fango e aveva
messo la sagoma sul letto ad asciugare. La minima scossa cui quella
minima massa veniva sottoposta provocava la perdita di terra nei punti in
cui gli arti si univano al tronco, là dove vi si attaccava il collo e là dove le
orecchie affondavano i loro fragili peduncoli. La terra si sbriciolava e
cadeva. E si infilava sotto le unghie di Puttermesser.
Puttermesser aveva agito (aha, adesso la verità le martellava
rombencefalo e proencefalo, adesso Puttermesser lo vedeva, adesso
Puttermesser lo sapeva di nuovo!) spinta dall’agitazione e dalla febbre,
dalla landa desolata di cui il “Times” di Rappoport parlava. Perché quella
città depredata, male amministrata, scellerata non poteva risplendere
all’alba come pietra lavata? Tavole di civiltà con annotazioni ontologiche
incise in un’antica lingua. Puttermesser era bramosa. Bramosa di ripulire
quella landa desolata, bramosa di cancellare ogni nera istanza di
ingiustizia, bramosa di eliminare ogni oltraggio. In preda a quella
bramosia, aveva elaborato – dal nulla – un PROGRAMMA.
Adesso lo sfogliava, lo aveva fra le mani:

PROGRAMMA
DI RIANIMAZIONE,
RIFORMA,
RINVIGORIMENTO
E REDENZIONE
DELLA CITTÀ DI NEW YORK

“Dove l’hai preso?” chiese con fermezza a Santippe.


“Sono la tua amanuense,” scrisse il golem. “Io ti esprimo. Ti copio e ti
verbalizzo. Adesso è giunto il momento di dare forma al tuo pensiero.”
“Abbiamo tutti pensieri strani,” le rispose Puttermesser con voce
lugubre. Un senso di inquietudine la faceva avvampare. Aveva paura di
leggere l’ultima pagina.
“Non vi è realtà più grande del pensiero,” scrisse il golem.
“Lascia perdere il medio finnico. Voglio sapere la verità. Da dove
viene questa roba? Non puoi averla copiata, non ho mai messo su carta
niente del genere.”
Il golem scrisse: “Due impulsi sono stati i tuoi semi. Io sono uno e
questo è l’altro. Un pensiero richiede uno strumento. Nel momento in cui
hai concepito l’impulso, hai concepito anche me.”
“Non è stato nello stesso momento,” obiettò Puttermesser. Forse il
golem non era affidabile in quanto a cronologia. Respirava al di fuori
della storia. Puttermesser ripercorse fedelmente quel momento
elettrizzante: l’attimo in cui, da cosmo interiore, il PROGRAMMA si era fatto
essere. Il golem nella sua concretezza era stato un pensiero successivo.
“Non importa, sarò al servizio della tua mente. Io sono la tua prole, tu
sei mia madre. Io sono l’adempimento dei tuoi grandiosi principi. La
progettazione maestosa è il mio mestiere. Lascia il restauro visionario alla
mia persona.” Dopo di che il golem si mise la biro in bocca e cominciò
con pazienza a succhiarla.
Un senso di fatica invase Puttermesser. Un senso di noia. L’aria scaltra
del golem la stupiva. Notò che le cuciture della camicetta viola avevano
cominciato a cedere lungo il giromanica. Il golem cresceva. Si allargava.
Si gonfiava. Nonostante quel pensiero la distraesse, continuò a leggere. Il
PROGRAMMA era scaturito dalla sua mente ma puzzava del linguaggio
tecnico di Marmel, del gergo di Turtelman. Pareva derivare, in verità, dal
linguaggio da formulario di Polly la Distruttrice. La desolazione si
impadronì di Puttermesser. Quelle parole morte la deprimevano. Le
tremavano i polsi. Possibile che non si potesse sognare una città da sogno
senza finire nella bocca della Distruttrice? Contemplare il mantenimento
della proprietà residenziale tramite l’esclusione di fattori ammortizzanti.
Calcolare duecentocinquanta codici di zonizzazione. Considerare gli
aspetti fisici. Quelli sociali. La vendite al dettaglio e all’ingrosso. La
produzione. La spedizione. La residenza unica e multipla. Le istituzioni
culturali. I parchi, gli edifici pubblici, le attrazioni, le scuole, le università,
gli obiettivi comunitari, la rapidità e la fattibilità del trasporto su strada e
con i mezzi pubblici. La salute, il traffico, la sicurezza, le strutture per le
assemblee pubbliche. Le misure sanitarie. La prevenzione dei bassifondi.
La trasformazione dei bassifondi. Lo sradicamento della povertà. La
moralità e l’obbedienza alla legge. Le ordinanze. I fondi fiduciari e i fondi
pensione. L’erario, i lavori pubblici, l’acqua. Le biblioteche pubbliche. La
polizia. Le ispezioni. I consigli e le commissioni. Lo stato sociale. Gli
amministratori fiduciari. La previsione tributaria. I sistemi di
elaborazione a distanza dei dati, l’informazione computerizzata, la
ristrutturazione dei distretti fiscali, i privilegi, l’esenzione dagli aumenti
d’affitto per gli anziani, l’accentramento delle insolvenze, la fatturazione
aziendale!
“Dio mio,” disse Puttermesser.
“Mia madre ha padroneggiato e metabolizzato tutto questo,” scrisse il
golem. “Tutto questo è situato nell’intelligenza di mia madre.”
“Quello che intendevo...” In preda a un attacco di debolezza,
Puttermesser si chiese cosa fosse quello che intendeva. “Giardini e luce
del sole. Pietre lavate. Tavolette. No, tavoli, tavoli da picnic.”
Santippe annuì. La scaltrezza le alimentava lo sguardo. “Mia madre
diventerà sindaco,” scrisse.
Sottrasse la pila di fogli battuti a macchina alle mani agitate di
Puttermesser e le porse l’ultima pagina:

PER ORDINE
DI RUTH PUTTERMESSER
SINDACO
DELLA CITTÀ DI NEW YORK

“Sciocchezze. Ti sei spinta troppo oltre. Io non ho mai pensato a una cosa
del genere.”
“Dormici sopra,” scrisse il golem.
“Questa è un’idea tua. Ce l’hai infilata tu, lì dentro.”
“Il creatore e il creato,” scrisse il golem, “si fondono.” Quest’ultima
parte la scarabocchiò alzando le spalle. Le cuciture strappate della
camicetta viola cedettero ancora di più.
Onorevole Malachy Mavett
Sindaco della Città di New York
City Hall

Gentile Sindaco,
il cittadino ha del suo gabinetto l’idea di un’istituzione che “risponde”, e non è rispettoso di
tale idea ignorare la lettera che le ho mandato in merito a possibili assegnazioni di cariche e
altri abusi. Il suo comportamento è ancora meno rispettoso della mia persona in quanto essere
vivente ed (ex) funzionario (licenziato). Si vergogni!
I miei più cordiali saluti,
ONOREVOLE
RUTH PUTTERMESSER

Anche questa lettera rimase sigillata nella mente di Puttermesser. La


firma era un esperimento: giusto per vedere che effetto faceva.
“Non ne vale la pena, non ne vale la pena,” scrisse il golem sul blocco.
“Ruth Puttermesser, sindaco della città di New York, risponderà al
contrario a tutte le lettere.”
6. Puttermesser sindaco

E così Puttermesser diventa sindaco di New York. Quell’“E così”


racchiude molto: ma meno di quanto uno potrebbe pensare. È solo un
modo per accelerare l’evidente destino di Puttermesser, per evitare – per
quanto nei dettagli ci sia Dio – un racconto più circonvoluto di come il
golem, che diventava ogni giorno impercettibilmente più grosso, era
andato in giro a procurarsi firme per una petizione. Il golem è più di ogni
altra cosa realista. Puttermesser concorrerà come indipendente. Non vi è
la benché minima speranza che i leader del partito repubblicano o
democratico della contea designino, come candidato preferenziale per la
carica di sindaco di New York, Ruth Puttermesser: un avvocato al
momento disoccupato, buttato in strada, per così dire, dal commissario
Alvin Turtelman del dipartimento Riscossioni e Pagamenti, previo
consulto con il Primo tesoriere Adam Marmel e in accordo con il
suddetto. Il golem è il direttore della campagna elettorale di Puttermesser.
È debordato da tutti i vestiti nuovi e alla fine ha optato per una tuta da
lavoro di jeans taglia extralarge comprata nello spaccio militare
all’angolo fra Suffolk e Delancey. È diventato un po’ più grossolano
nell’aspetto. La carnagione è più rossastra e le lentiggini della fronte, se
osservate con occhio immobile, rivelano un manipolo di lettere tratte da
un alfabeto generalmente non riconoscibile:

A Puttermesser non è sfuggito che le lettere, alef, mem e tav, nella


primordiale forma semitica del Nord, che si leggeva da destra a sinistra,
ora estrudevano con maggiore chiarezza appena al di sotto
dell’attaccatura dei capelli del golem. Puttermesser attribuisce tale
trasformazione alla pressione della pelle: Santippe continua ad acquisire
altezza e spessore. Puttermesser le ordina di farsi crescere la frangia.
Sebbene periodicamente si allarmi nel vedere quanto la ragazza cresca, è
nel complesso contenta della sua creazione. Santippe è allegra ed
efficiente, ed è un’infaticabile lavoratrice. Continua a essere una cuoca
zelante. Continua ad avere incertezze rispetto al tempo (a volte si
dimentica che mercoledì si colloca fra martedì e giovedì e non è ancora
riuscita a farsi un’idea dell’ordine dei mesi, per quanto abbia
assolutamente chiaro che novembre include quello che è ormai diventato
il sole del firmamento di Puttermesser: il giorno delle elezioni). A volte è
impertinente e spesso intrepida. Di tanto in tanto si mostra burbera. Ma
nella maggior parte dei casi continua a sorridere. È in grado di affascinare
chiunque e di strappargli una firma. Su suggerimento della stessa
Puttermesser, porta al collo una targhetta con su scritto SORDOMUTA, e con
la targhetta che le ballonzola sul petto e la tuta da lavoro addosso, sale e
scende dai gradini d’ingresso di case di quartieri lontani come
Bensonhurst e Canarsie ed entra ed esce dagli ascensori di condomini
dell’East Side e del West Side. Irrompe negli uffici, nelle scuole superiori,
nelle università (visita Fordham, LIU, Pace, NYU, Baruch College,
Columbia; sollecita il corpo docente di Dalton, Lincoln, Brearley, John
Dewey, Julia Richman, Yeshivah di Flatbush, Fieldston, Ramaz, dello
stesso college di Puttermesser, l’Hunter High), nei supermercati, nei
discount, nelle stazioni della metropolitana, nel terminal di Port
Authority. Ovunque vi siano firmatari da scovare, appare il golem con la
sua biro.
La petizione è completa. Il golem ha raccolto
quattordicimilacinquecentosessantadue firme in più di quelle richieste
dalla legge.
Tutto questo va riferito nella maniera più leggera e rapida possibile,
come fosse una chiazza brulla in un prato, da superare magari facendo un
salto o sonnecchiando. Per Puttermesser la cosa è molto più terribile di
una chiazza brulla. Puttermesser sta male. Le sue reazioni fisiologiche
sono: freddo alle tempie, visione sfocata, aumento delle difficoltà legate
alla paradontosi. Spesso soffre di diarrea. Le fa male la schiena. La notte
piange. Ma va avanti. Santippe non le dà tregua, la spinge a riformulare i
suoi discorsi con un occhio alla vivacità, insiste perché sfoggi cappelli
particolari, rossetti lucidi, lenti a contatto (Puttermesser, che si avvicina
alla mezza età, fa già uso di occhiali da lettura).
Il golem ha chiamato il partito di Puttermesser nel seguente modo:
Indipendenti per l’Idealismo Socratico e Profetico, abbreviato IISP. Per il
logo è stato assunto un grafico. Il simbolo del partito è costituito da un
melo con un serpente. Il serpente è la S di IISP. Puttermesser ha promesso
di trasformare la città di New York nel Paradiso. Ha promesso di cacciare
il serpente. Il giorno delle elezioni Malachy (“Matt”) Mavett, il sindaco in
carica, viene sbaragliato. Dei restanti tre candidati, due ottengono
risultati scarsi. Puttermesser trionfa.
Puttermesser è ora sindaco della città di New York!
Le si risvegliano ardori assopiti e vecchie smanie. Puttermesser si
ripete: “La giustizia, solo la giustizia seguirai.” Malachy (“Matt”) Mavett
prende la moglie e i figli e li porta in Florida, per star vicino alla madre
adottiva, Mrs Minnie Mavett. Ha smesso di essere un orfano fortunato.
Trova lavoro come dirigente in un ippodromo. È un incarico di carattere
politico, ma Malachy (“Matt”) Mavett è triste. La moglie porta i segni
della sua umiliazione con poca grazia. I figli acquisiscono rapidamente un
accento che smentisce le loro origini newyorchesi. Turtelman e Marmel
sono sommersi dai pettegolezzi. Si dice che lavorino per l’FBI in Alaska o
per la CIA in Indonesia. Che si siano spostati ad Albany. Che siano
diventati tuttofare di second’ordine presso l’agenzia federale per
l’Assicurazione dei Raccolti, che ha uffici a Sourgrass, Iowa. Che
occupino posizioni mediocri all’Erario, dove non hanno il diritto di
occuparsi di Sicurezza sociale. Che abbiano stretto un patto suicida.
Nessuno sa cosa sia successo a Turtelman e Marmel. Ma Puttermesser è
tranquilla. È stata lei stessa a licenziarli, con un promemoria stilato nella
City Hall. Turtelman e Marmel sono stati mandati a spasso! Buttati fuori!
Cacciati!
Malachy (“Matt”) Mavett segue il protocollo e telefona a Puttermesser
per congratularsi della vittoria. Ma le confessa il suo sconcerto. Da dove è
sbucata? Una che faceva un lavoro ripetitivo all’ufficio Procedure
abbreviate del dipartimento Riscossioni e Pagamenti! Come ha fatto una
come lei, “una sconosciuta”, “un’entità politicamente inesistente”, a
conquistarsi così facilmente il favore delle masse? Puttermesser gli
ricorda di avergli scritto una lettera alcuni mesi prima chiedendogli
giustizia, condannando il clientelismo e la prassi dell’assegnazione delle
cariche. “Lei non mi ha mai risposto,” lo accusa con la voce roca per i
discorsi elettorali. L’ex sindaco non si ricorda nessuna lettera.
Puttermesser è sconcertata dal trasferimento a Gracie Mansion (in
sogno vede ancora la madre arrotolare i tappeti invernali e srotolare
quelli estivi nel vasto appartamento a rischio sole del Grand Concourse),
ma il golem sceglie immediatamente per sé la camera più sontuosa della
residenza. La stanza contiene un antico cassettone con specchio e piedini
a forma di grifone e un superbo letto a baldacchino con una tenda di
velluto bianco. In cima al cassettone luccicano vecchie ciotole d’ottone.
Santippe riempie un intero armadio di tute da lavoro nuove. Vaga per la
residenza studiando i quadri e accarezzando balaustre scintillanti. Invita
Puttermesser a rallegrarsi di non doversi più preoccupare del sospettoso
padrone di casa della Settantunesima Est. Come padroni di casa, adesso,
ha milioni di cittadini!
Puttermesser non riesce a dare retta all’allegria del golem. La nomina
dei commissari e dei capi di dipartimento la agita. Implora Santippe di
tenersi lontana dalla City Hall: la campagna è terminata, finirà solo per
distrarla dal lavoro. Il nuovo sindaco ha intenzione di reclutare nobili
menti e cuori visionari. Sta cercando le antitesi di Turtelman e Marmel.
Anela per esempio a Wallace Stevens, probo dirigente di una compagnia
di assicurazioni nelle ore d’ufficio ed estasiato poeta al crepuscolo. Come
vorrebbe mettere Walt Whitman a capo dell’ufficio Procedure abbreviate,
e Shelley allo Sviluppo delle Risorse idriche: Shelley, il cui principio è che
i poeti sono i legislatori dell’umanità! E William Blake a capo dei Vigili
del fuoco. George Eliot si sarebbe potuta occupare dei Servizi sociali.
Emily Brönte della Polizia, Jane Austen di Ponti e Gallerie, Virginia
Woolf ed Edgar Allan Poe della Salute. Herman Melville avrebbe potuto
sovrintendere all’ufficio Residenti in una Sola Stanza. “Integer vitae
scelerisque purus,” scrive il golem sul blocco, dandosi delle arie.
“Va bene, questo è l’ideale,” gli concede Puttermesser, “ma cosa devo
fare, andare in giro per la città con una lanterna come Diogene, in cerca
di un uomo onesto?”
Santippe scrive, filosoficamente: “La politica del Paradiso non è più
una politica.”
“La politica del Paradiso non è più il Paradiso,” ribatte Puttermesser.
“Comunque non mi seccare, devo trovare in fretta qualcuno da mettere al
dipartimento Riscossioni e Pagamenti.”
“Potresti promuovere Cracow,” scrive il golem.
“L’ho già fatto. L’ho trasferito al Controllo Scarico Rifiuti Solidi e
Disinfestazione nel Bronx. L’ho fatto avanzare di due livelli. Ha avuto
una bella idea per l’inverno, in effetti. Vuole convertire la montagna di
rifiuti che si trova vicino alla baia in una pista da sci. E ha smesso di
chiedermi di uscire. Grazie a dio ha paura di frequentare il sindaco.”
“Se cerchi commissari di grande integrità e ottimistica intelligenza,”
scrive il golem, “fabbrica altri della mia specie.”
Puttermesser considera per un attimo la cosa: è tentata. I più alti gradi
del governo della città occupati da molteplici membri del genere golem!
Lei stessa il creatore, fino all’ultima molecola di cerume, di ogni
commissario, vice, capoufficio, direttore esecutivo! Ogni assistente del
sindaco, ogni sottoposto, ogni subalterno un golem! Puttermesser guarda
Santippe. Il golem ha già litigato due volte con la cuoca ufficiale di Gracie
Mansion. La cuoca si è rifiutata di seguire le sue direttive. “Uno è più che
sufficiente,” dichiara Puttermesser, e si precipita nella metropolitana per
raggiungere la City Hall.
Nonostante l’odioso linguaggio che le ricorda Turtelman e Marmel,
Puttermesser consulta ripetutamente il

PROGRAMMA
DI RIANIMAZIONE,
RIFORMA,
RINVIGORIMENTO
E REDENZIONE
DELLA CITTÀ DI NEW YORK

Dà la colpa a Santippe di quel testo assurdo: il golem ha passato due soli


giorni nell’ufficio Procedure abbreviate ed è stato contaminato da
perifrasi, pleonasmi e involute tautologie. Ma sullo sfondo balugina la
grazia. È come se l’occhio rapido di Puttermesser cogliesse il fianco
maculato di un cerbiatto nell’atto di disturbare un bosco. La rianimazione
ci sarà! La redenzione anche!
E il PROGRAMMA comincia a dispiegarsi. Il sindaco manda il golem in
giro per la città. All’inizio Santippe vagabonda fra i banchi del mercato di
Delancey Street, ma Puttermesser la accusa di campanilismo. Le ordina di
prendere metropolitana e autobus – niente taxi – e di andare in tutti i
quartieri di tutti i distretti. Inutile dire che una solida amministrazione
riformista richiede una spia. Il golem ritorna con storie dolenti raccolte in
mezzo allo squallore e alla disperazione. A volte raccomanda anche a
Puttermesser situazioni particolari, annotandole su una pagina del blocco.
A Puttermesser la cosa non dà fastidio. Nulla di quello che Santippe le
riferisce le giunge nuovo. La novità consiste nella scoperta del potere
della carica che ricopre. Il male e l’amarezza possono essere spodestati: si
tratta solo di usare il potere che detiene.
Folle di importuni egoisti si agitano sui gradini della City Hall. Il
sindaco li allontana. Ammette solo cuori visionari. Riempie le pareti che
circondano la scrivania di cartelli: BASTA CON L’ASSEGNAZIONE DELLE CARICHE,
IL MERITO È PIÙ GRADITO DELL’ORO, QUELLO CHE SEI, NON CHI CONOSCI.
Ogni giorno portafogli perduti vengono restituiti ai proprietari. Ormai
siamo al colmo del PROGRAMMA: non mancano né i soldi né le carte di
credito. Ogni giorno il golem emerge dalla metropolitana fra la
Sessantottesima e Lexington (è l’angolo in cui si trova il college di
Puttermesser, l’Hunter High) un po’ più grossa di quello precedente, ma
anche radiosa: le metropolitane sono inondate di bellezza. Lucenti
gallerie si susseguono chilometro dopo chilometro. La notte bande di
giovani invadono i depositi e lavano le carrozze. Le ruote e i finestrini
vengono sfregati con vari prodotti. I lunghi sedili vengono dotati di
cuscini di velour azzurro o marrone chiaro. Ogni carrozza brilla come un
proiettile. Le mattonelle che rivestono le stazioni sono laghi bianchi. I
passeggeri possono ammirare il proprio riflesso nei muri. Ogni giovedì
pomeriggio i giovani che prima seminavano il terrore nelle metropolitane
si mettono una camicia pulita e vanno in Central Park alla ricerca di uno
spazio verde. Poi cominciano a ballare. Hanno costituito dei gruppi di
danza e pongono uno sulla testa dell’altro corone fatte con il trifoglio
raccolto nel soave prato. Le foglie stanno diventando marroni, i giovedì
pomeriggio freddi e bui. Ma i giovani che prima seminavano il terrore
nelle metropolitane continuano a volteggiare in cerchio sui prati che
imbruniscono.
Le vie vengono trasformate in filari di giardini: lungo i cordoli, fra il
marciapiede e la strada, siepi di ligustro scuotono le loro foglioline. I
bidoni della spazzatura brillano, aperti, come schiere di carri scarlatti.
Sono trainati da cavalli silenziosi che annusano le nuove siepi. Ogni
giorno, a mezzogiorno, flauti e clarinetti annunciano la processione dei
carri e i bambini sgomitano per raccogliere ogni mozzicone di sigaretta,
ogni buccia e ogni pezzo di carta, affrettandosi a mani piene verso i flauti
che cantano e i cavalli che marciano solennemente con narici dilatate
come trombe.
I grossi camion si riversano ancora negli incroci: trasportano rotoli di
stoffa, arance, pollame, frigoriferi, lampade, pianoforti, bottoni, casse di
lattuga, scatole di cereali, puzzle, passeggini, federe di cuscini con pavoni.
Alcuni consegnano nei quartieri residenziali, altri in centro. Sbuffano e
rombano liberamente, non hanno ostacoli. Gli autobus e i taxi li superano
agevolmente. A parte i camion, gli autobus, i taxi, i mezzi dei Vigili del
fuoco e le ambulanze, non ci sono altri veicoli a motore. Le bambine non
hanno paura di saltare alla corda in mezzo alla strada, fra un autobus e
l’altro. Alcune strade, però, sono state abbondantemente piantumate, e gli
amanti vanno a cercarle per nascondersi in un abbraccio. Le erbe
ornamentali e i giovani aceri sono infestati da venditori di pretzel, di
caldarroste e di libri trasportati nelle carriole. Spesso i bambini, dopo la
scuola, rimangono a casa a costruire librerie. Le biblioteche hanno la luce
accesa tutta la notte e le scuole la sera vengono invase da assistenti
amministrativi di grandi aziende che imparano lo spagnolo, il portoghese,
il russo, l’ebraico, il coreano e il giapponese. Ci sono molti giardinieri in
città, e un centinaio di accademie di giardinaggio urbano. Tanti gli agenti
di custodia disoccupati: molti di loro diventano giardinieri. Nessuno si
preoccupa più di abbassare le saracinesche dei negozi dopo la chiusura.
La pubblica amministrazione ferve. L’intelligenza e la cortesia sono in
ascesa. Il sindaco ha riempito il dipartimento Riscossioni e Pagamenti di
avvocati brillanti, uomini e donne, che rendono onore a debiti processi.
Turtelman e Marmel sono stati sostituiti da cuori visionari. Non accadrà
mai più che un accusatore usurpi il posto dell’accusato, come ha fatto
Marmel con Puttermesser! Nell’ufficio Procedure abbreviate non c’è più
rapacità.
Il cimitero dei poveri è stato affidato a una poetessa poco conosciuta
specializzata in terza rima. Per ogni triste sepoltura, la poetessa compone
un’ode laudatoria. Nemmeno i morti più oscuri possono essere sacrificati
o abbandonati. I parchi, con i loro pergolati e le loro distese, sono
disseminati di urne di terracotta dalla larga apertura. Nessuno le profana.
Lontano, nel Bronx, le teste coronate di viti degli dèi del vino vengono
restituite alla stele bianca del Monumento ai Soldati, e l’angelo di bronzo
brilla in cima al gigantesco ago di pietra. Nulla viene spaccato né
depredato. Nulla viene danneggiato, né le cose né le persone. Fra i ruderi
degli incendi che hanno devastato Brownsville e il South Bronx
irrompono boschetti di pino e di spino di Giuda. Con sommo segreto
orgoglio, i bassifondi si disgregano: le verande sfavillano, le nuove
fabbriche e i negozi fervono, i bambini si guardano contenti le scarpe
appena comprate, ancora intonse. I negozi di scarpe regalano palloncini e
i palloncini volano nel cielo. Ex villani e perditempo, rapinatori e ladri,
tossici e bari lavorano come tutti, assorti, trasformati. Il più grosso
dipartimento della città una volta si chiamava Stato sociale. Adesso si
chiama dipartimento Giochi diurni e distribuisce matite colorate, colori a
dita e tamburelli in asili chiassosi come radure piene di api, dove i
pianoforti fanno tremare i pavimenti e i cantastorie tengono i bambini
con il fiato sospeso dalla mattina al tardo pomeriggio, quando i genitori
vanno a prenderli e li portano a casa per la cena. Tutti hanno un lavoro.
Gli amanti fanno domanda di matrimonio presso gli uffici comunali.
L’ufficio per il Controllo Malattie veneree ha chiuso i battenti. Gli ex
protettori imparano a usare il computer.
I talloni di Santippe cominciano a sbucare dal letto a baldacchino di
Gracie Mansion. Il golem è sfinito. Ogni giorno si trascina da un capo
all’altro della città in cerca di idee. Le sue proposte, in genere poco
entusiasmanti, non costituiscono una delusione per Puttermesser. La città
è in pace. È nella natura della tranquillità – è nella natura del Paradiso –
essere in pace. Essere mansueta. Alcionica. Oh, ci sarebbe molto altro da
dire su come il sindaco, ispirato dal golem, abbia rianimato, riformato,
rinvigorito e redento la città di New York! Ma anche in questo caso
occorre fare un salto o un sonnellino. È fondamentale ricordare solo due
delle riflessioni che assorbono Puttermesser. La prima è che la città,
ormai tranquilla, vira verso il convenzionale e il composto. È come se la
tradizione, la continuità, il decoro fiorissero da soli: vecchi atti di cortesia,
porte tenute aperte, cenni di saluto fatti sollevando il cappello, migliaia di
“prego”, “scusi”, “grazie”. C’è qualcosa, nella natura del Paradiso, che ha a
che fare con il conosciuto. Con le amabili usanze. La città, nello stato di
redenzione, punta a conservare se stessa. È un luogo razionale e diurno.
Ha chiuso i portali della notte.
La seconda riflessione di Puttermesser riguarda il golem. L’arrivo del
golem ha stimolato la salvezza della città, è vero: ma chi è, si chiede ogni
tanto il sindaco, il vero golem? È Santippe o è Puttermesser? È stata
Puttermesser a fabbricare Santippe. Santippe non esisteva prima che
Puttermesser la creasse: questo è abbastanza chiaro. Ma è stata Santippe a
far diventare Puttermesser sindaco, e nemmeno Puttermesser esisteva,
come sindaco, prima che Santippe la facesse diventare tale. E questo è
altrettanto chiaro. Puttermesser si rende conto di essere il golem del
golem.
Nella neonata, pacifica città Santippe è irrequieta. Diventa sempre più
grossa. La sua crescita è allarmante. Non sta più nelle tute da lavoro.
Comincia a mettere insieme delle lenzuola e a farne delle toghe.
7. Il ritorno di Rappoport

Un pomeriggio di tarda primavera, più o meno a metà del suo mandato di


sindaco e subito dopo una visita dallo specialista in paradontosi
particolarmente deprimente, Puttermesser (che aveva eliminato il crimine
dalle metropolitane ma non riusciva a debellare l’affezione alle gengive
dalla sua cavità buccale) rientrò a Gracie Mansion e vi trovò Rappoport
che l’aspettava nel suo salotto privato.
“Ehi, ci sono un bel po’ di agenti da queste parti. Ho fatto una bella
fatica a entrare,” si lamentò Rappoport.
“L’ultima volta che ti ho visto,” gli rispose Puttermesser, “non hai fatto
nessuna fatica a uscire.”
“Che ne dici se la consideriamo acqua passata, Ruth?”
“Mi hai mollata. Nel bel mezzo della notte.”
“Socrate ti piaceva più di me.”
“Allora perché sei tornato?”
“Dio mio, guarda cosa sei diventata! Come faccio a passare per New
York senza andare a trovare il sindaco? Ruth,” continuò Rappoport
dilatando le sue imponenti narici, “ho pensato parecchio a te da quando
ci sono state le elezioni. Abbiamo letto tutto quello che è stato scritto su
di te, a Toronto.”
“Tu e Mrs Rappoport?”
“Dài, diamoci un’altra possibilità. Capisco che tu debba essere come la
moglie di Cesare, al di sopra di ogni sos...”
“Io devo essere Cesare,” lo interruppe Puttermesser.
“Be’, persino Cesare dà un’altra possibilità.”
“Ma tu non sei Cleopatra,” obiettò Puttermesser.
Sentirono un urlo in lontananza. Era la cuoca. Stava di nuovo
litigando con il golem. Nel giro di un secondo Santippe comparve sulla
porta, rossa ed enorme, in lacrime.
“Lascia quella donna in pace. Cucinerà quello che vuole, non puoi
obbligarla a fare quello che vuoi tu,” la rimproverò Puttermesser. “La sua
cucina è rigorosamente kosher, e questo basta e avanza. Vai a lavarti la
faccia.”
“Grassottella,” commentò Rappoport guardando Santippe avvolta
nella toga allontanarsi. “Sembra uscita da un quadro di Rubens.”
“La ragazza sta crescendo. Si veste come le pare.”
“Chi è?”
“L’ho adottata.”
“Mi piacciono le ragazzone.” Rappoport si alzò. “La città è bellissima.
Sono venuto a congratularmi con te, Ruth.”
“Sei venuto per questo?”
“A quanto pare. Solo che pensavo, se sei stata capace di riportare
un’intera città alla vita...”
“Ci sono cose, Morris, che nemmeno il sindaco può riportare in vita.”
Rappoport, con la ventiquattrore sotto il braccio, si girò ed ebbe un
momento di esitazione: “Non è sopravvissuto al trasloco? L’avocado che
avevo fatto crescere a Toronto dal nocciolo. Stava bene nel tuo
appartamento.”
“Non ce l’ho più.”
“Aha, mi hai fatto fuori. Hai eliminato tutti i sintomi e tutti i segni.
Ogni singola fogliolina...”
“Non ho più neanche le altre piante.”
“Stai scherzando. Che fine hanno fatto?”
“Ho preso la terra e l’ho usata per fare un golem.”
Rappoport, sfoggiando i suoi denti perfetti, scoppiò in una sonora
risata. Nel mezzo di quella risata piegò improvvisamente la testa di lato,
con il fascino che Puttermesser aveva conosciuto quando erano diventati
amanti: ebbe quasi un cedimento.
“Ciao, Ruth. Congratulazioni per quello che sei riuscita a fare con la
città.” Rappoport le porse la mano. “È bellissima, e lo dico sul serio. Il
regno di Utopia. Il giardino dell’Eden. A Toronto escono articoli su di te
ogni giorno.”
“Puoi restare a cena, se vuoi,” gli propose Puttermesser. “Anche se
subito dopo ho una riunione: sui contratti comunali. Mangio giusto un
boccone e poi vado alla City Hall.”
Qualcuno aveva preso la mano tesa di Rappoport e la scuoteva: non
era Puttermesser. Santippe, consumato politico, si era rinfrescata le vaste
guance, che ora profumavano di sapone, ed era sbucata dal nulla.
Rappoport era sbalordito. Incuriosito. Sottrasse la mano alla stretta del
golem e la allungò verso il petto di Santippe, dove la targhetta pendeva
arrotolata. La sollevò e lesse: SORDOMUTA.
“È stato molto generoso da parte tua, Ruth, adottare una ragazza così.
Sei una persona splendida. Dovremmo proprio tornare insieme. Rimarrò
per un boccone, se non ti dispiace.”
Il golem non si portò la biro a tavola. Trattò il cucchiaio per la zuppa
come il suo nemico: la cuoca. Con aria poco soddisfatta, si versò nel
piatto la quarta porzione di purè. Ma teneva gli occhi fissi su Rappoport e
aveva la bocca a O come in risposta a qualcosa: ai denti di Rappoport? Ai
suoi baffi rossicci, che stavano diventando grigi? Alle vaste e accoglienti
narici? Alla ventiquattrore gonfia di terrene tribolazioni?
Rappoport era loquace. Aveva una postura eretta ed eroica: raccontò
del suo ultimo viaggio clandestino a Mosca e del tormento degli oppressi.
Quando a mezzanotte rientrò dalla riunione sui contratti comunali,
Puttermesser trovò il golem addormentato nel suo letto a baldacchino,
con i talloni che sbucavano oltre la pediera nelle calze rosa, e Rappoport
che russava accanto a lui.
Eros aveva messo piede a Gracie Mansion.
8. Santippe malata d’amore

Consideriamo adesso la situazione di Puttermesser. Cosa succede a una


mente fortemente riservata quando la fama inaspettatamente la invade?
Presa dal PROGRAMMA del golem e dalle sue conseguenze – conseguenze
che andavano al di là di ogni possibilità di meraviglia, tanto graduali,
plausibili, concrete e sensate erano, tanto si fondavano su politiche di
partecipazione civica e ragionevolezza urbana –, Puttermesser non si
rende immediatamente conto di attirare curiosità e applausi. Non ha, in
effetti, alcuna aspettativa: solo desideri forti e strani come poteri. I suoi
desideri sono puri, dunque penetranti. La chiarezza è immanente.
Davanti all’illuminazione interiore emanata dai desideri di Puttermesser
(o meglio, dai desideri del PROGRAMMA del golem), ogni altra cosa – ogni
conflitto di interessi generato da partiti, razze, classi – non ha più ragione
di essere. Un altro modo di spiegare il tutto è dire che il sindaco trova la
virtù intelligibile. Un altro modo ancora è dire che ogni mattina il sindaco
si rallegra profondamente. C’è fecondità ovunque. Puttermesser ha
gettato una luce divina e chiarificatoria sul caos del vuoto (disfatta,
inganno, scoramento, lutto). Ha magicamente tirato fuori da un letamaio
una roccaforte verdeggiante. Gli applausi che le arrivano sono come il
suono del mare colto dal più remoto angolo del cervello. Li sente e non li
sente. La sua angelica fama – la fama di un angelo che purifica – è l’altra
faccia della virtù. La fama rende Puttermesser felice e le dà allo stesso
tempo un vigoroso senso di incompiuto, di incerto, di rischio.
È come se Puttermesser fosse in attesa di qualcos’altro: di una
conclusione, di una risoluzione, di uno sviluppo.
Il golem è malato d’amore. Si rifiuta di uscire da Gracie Mansion.
Niente più missioni quotidiane nella distesa verde della città in qualità di
ambasciatore e spia del sindaco. Si toglie la targhetta con su scritto
SORDOMUTA e se ne mette un’altra che recita: CONTEMPLATIVA. Puttermesser
non sorride a quel gesto: non è sicura che si tratti di uno scherzo. Circola
troppa malinconia. Tira aria di complotto. In ogni caso di lì a poco il
golem si toglie anche la seconda targhetta. Fra una comparsa di
Rappoport e l’altra si strugge. Rappoport compare spesso: a volte anche
tre, quattro giorni alla settimana. Santippe molla lo spazzolone e si
precipita a salutarlo, trascinandosi dietro la falda bianca della toga. Lo
scorta nella camera da letto. Aziona il giradischi che Rappoport le ha
regalato per il compleanno. Ha due anni ed è insaziabile. Dio sa quanti
anni dice di avere al suo amante.
Rappoport esce dalla camera del golem alla chetichella, con l’aria
abbagliata e lo sguardo rivolto verso l’interno dell’astronauta.
Il sindaco sgrida Santippe: “Basta. Non lo voglio più vedere da queste
parti. Liberati di lui.”
Santippe scrive: “Sei gelosa!”
“Sono stufa di sentire le lamentele della cuoca. Questa è Gracie
Mansion, non un altro genere di casa.”
“Sei gelosa! Un tempo era tuo.”
“Farai scoppiare uno scandalo.”
“Mi porta dei regali.”
“Se continui con questa storia rovinerai tutto.”
“Mia madre ha purificato la città.”
“E tu non insozzarla.”
“Sto contemplando il mio futuro.”
“Comincia a contemplare il presente! Guarda fuori dalla finestra!
Fecondità ovunque! La pace sociale! Hai visto nascere questa cosa. Sei tu
che l’hai creata.”
“Posso anche distruggerla.”
“Sei stata creata per servire, e lo sai.”
“Voglio una vita mia. Il mio sangue ribolle.”
Gracie Mansion trasuda erotismo. Vi aleggiano profumi forti.
Rappoport si è recato in isole misteriose per offrire al golem quelle
letargiche fragranze, quelle essenze di petali afflosciati e pesanti? Il golem
ha abbandonato le lenzuola e incombe con occhi che paiono gemme in
corridoi che volgono alle tenebre, avvolto nella seta di ampi sari che
strisciano sui tappeti quando cammina. Le gambe sono colonne
avviluppate da rotoli di fiori intrecciati.
L’estate avanza. Una polvere secca si deposita sulle foglie del giardino
botanico del Bronx e in lontananza le giostre dipinte di Brooklyn gridano
la loro allegria.
Il sindaco: “Ho notato che Rappoport non si è visto, ultimamente.”
Santippe: “Se ne è andato.”
“Dove?”
“È stato vago sulla destinazione. Vienna. Roma. Gerusalemme.
Winnipeg. Cosa me ne importa. Un uomo di basso rango. Un tuttofare
della filantropia del rifugiato, dodici capi sopra di lui.”
“Cos’è successo?”
“L’ho consumato.”
“Ho bisogno di te subito,” la incalza Puttermesser. “Stiamo mettendo
delle nuove mattonelle nella linea della metropolitana che va verso
Jamaica Avenue. Con ritratti bicolore cotti direttamente nello smalto
vitreo: Thoreau, Harriet Beecher Stowe, Emerson, per il momento. Puoi
decidere tu chi aggiungere.”
“No.”
“Sono mesi che non esci.”
“Mia madre dice la verità. Ho fame di un mondo più elevato. Cariche e
ranghi. Uomini illustri.”
Puttermesser è prostrata dalla malinconia. Ha paura. Vede lontano.
Nonostante la fecondità e la pace sociale (o meglio, a causa di queste),
comincia a intravedere in cosa consiste il suo dovere di sindaco.
Non fa niente.
In preda alla pietà, aspetta. A volte se ne dimentica. Quanto ha
aspettato il grande rabbino di Praga Jehuda Löw, quanto spesso se ne è
dimenticato? Ci sono così tanti distinti visitatori. L’imperatore del
Giappone prende l’ascensore per andare in cima all’Empire State
Building, Puttermesser consegna una medaglia a un astronauta sui
gradini della City Hall. L’astronauta ha guardato nell’ombelico di Venere.
Arrivano i sindaci di Dublino, San Juan e Tel Aviv. Puttermesser tiene
una conferenza stampa sui tassi d’interesse nella Sala Azzurra. Spiega
davanti alle telecamere che la città di New York, nella sua abbondanza,
estenderà i prestiti a tasso zero al governo federale di Washington.
Ogni tanto Santippe scompare. La notte non ritorna a Gracie Mansion.
Il suo letto a baldacchino resta spesso vuoto.
Una mattina presto il golem, con gli occhi troppo lucenti, le guance
troppo rosse, le spire di seta strappate, le minuscole lettere della fronte
che sporgono come scorticate cicatrici, rientra con passo pesante a casa.
“Quattro giorni senza darmi notizie!” la rimprovera Puttermesser.
Santippe scrive con impazienza: “Sono stata in Florida.”
“In Florida!”
“A trovare l’ex sindaco, Malachy (‘Matt’) Mavett.”
“Per cosa?”
“Ti ricordi Marmel?”
“Cosa c’entra Marmel?”
“Sono andata a Ovest, a trovare anche lui. Lui e Turtelman.”
“Cos’è questa storia?”
Ma Puttermesser sa di che cosa si tratta.
Ci sono curiose assenze, casi di esaurimento, di ricoveri in ospedale
privi di spiegazione. Il nuovo commissario del dipartimento Riscossioni e
Pagamenti sussurra a Puttermesser, in confidenza, che divorzierà dalla
moglie. Ha i bulbi oculari infossati e le labbra che rientrano nel viso
scavato. Ha perso peso da un giorno all’altro. Non le dirà qual è il
problema. Ha dato le dimissioni. Si dimette anche il direttore del
dipartimento Educazione. La versione ufficiale è che soffre di catarri e
che è talmente debole che non riesce a stare in piedi. Il commissario del
dipartimento Affari culturali è diventato sordo come una campana a
causa di un orribile suono, una specie di sibilo esultante. Non dirà a
Puttermesser cos’è stato, quel sibilo. Gli amministratori e i dirigenti della
città sembrano ammalarsi tutti insieme: un commissario dopo l’altro, un
dipartimento dopo l’altro. La gente migliore, scelta da Puttermesser, è
abbattuta, svuotata. Ci sono notizie di un aborto nel Queens. Un
protettore ritorna ai suoi affari in Times Square, nonostante i ciliegi
piantati nella piazza dal dipartimento di Igiene. Lo stesso commissario del
dipartimento si aggira preoccupato fra le ciliegie penzolanti, con la
schiena storta e una gobba incipiente. Fra gli splendidi giovani dei gruppi
di danza, un paio defezionano e tornano a rubare in metropolitana. La
pace sociale cade a pezzi. I commissari si soffiano il naso in fazzoletti
insanguinati, si mettono i mignoli nelle orecchie, tornano a balbettare,
istigano i subalterni alla maldicenza.
Il golem è affamato.
“Resta a casa,” la implora il sindaco. “Stai lontana dalla città.”
Ma il golem non le obbedisce più. È incontenibile. “Ho il sangue che
ribolle,” scrive Santippe. Scrive per l’ultima volta: ha gettato la biro
nell’East River, alle spalle di Gracie Mansion.
9. Il golem distrugge il suo creatore

La reputazione di Puttermesser è in declino. Il costo dei prestiti


municipali sale. All’interno dei musei, sui fianchi delle bianche sculture
di marmo, spunta una giungla di graffiti. Le urne attiche vengono
spaccate. Orde di barbari gironzolano per le strade. O New York! O New
York perduta!
I vice dei commissari e le loro segretarie impallidiscono ogni volta che
sentono qualcuno avvicinarsi con passo pesante. Il golem si aggira
rumorosamente da un ufficio all’altro, mattina e pomeriggio, in cerca di
dirigenti di alto livello. Con un sari lacero dai fiori sgargianti addosso e
una ghirlanda sul testone, imbevuta di una cortina di oli muschiati,
Santippe divora prestigiosi amministratori fiduciari, presidenti di
commissioni, membri di consigli, presidenti di distretti, i tre assistenti del
secondo vice del responsabile del Controllo di Gestione, il direttore
dell’authority dei Trasporti, il coordinatore della Giustizia penale, il capo
dell’ufficio Progetti e Controlli informatici, il direttore delle Relazioni
intergovernative, il rettore della City University, il presidente della
commissione Arti e persino quello della Borsa valori! La città è ammalata
degli impulsi di Santippe. Suda e tossisce nei suoi abbracci terrificanti. È
nelle grinfie dell’amore del golem, perché Santippe è affamata, è
affamata, divora e devasta, tende imboscate abbattendo un livello
dirigenziale dopo l’altro. Non c’è supervisore dei conti o segretario del
leader di una minoranza che sfugga al suo sguardo galvanizzante.
Sesso! Sesso! Il golem esige sesso! Uomini dell’alta politica! Nobili
funzionari! Elevati burocrati!
Puttermesser è finita. Non potrà mai essere rieletta. È l’emblema del
disonore. L’amministrazione da lei messa in piedi cade a pezzi.
Diffidenza. Desolazione. È finita per il sindaco ed è finita per l’alta
politica. Le prigioni riaprono. La stampa strepita. Puttermesser è
sopraffatta. Il golem l’ha completamente distrutta.
10. Il golem preso al laccio

Puttermesser dava la colpa a se stessa. Non aveva prevenuto la


devastazione. Non si era preparata. Non aveva agito. Aveva visto cosa
andava fatto e non aveva fatto che rimandare. Era stata dilatoria. Non
poteva dirsi all’oscuro. Non l’aveva letto nei libri, migliaia di volte, che
alla lunga il golem distrugge il suo creatore? La rivolta contro il creatore
è un attributo del golem, paragonabile alla mancanza di parola,
all’incapacità di procreare, all’assenza dell’anima. Un golem non ha
anima, pertanto non può morire: viene restituito agli elementi che
presiedono alla sua fabbricazione.
Santippe senz’anima! A Puttermesser vennero le lacrime agli occhi, il
cuore in segreto le tremò. Era pronta a essere smentita. Un golem non
può procreare? Ah, ma il suo sangue ribolle come quello di un essere
umano. Anzi, di più! Un golem arde di desiderio, come se volesse
strappare la fiamma della futura creatura dal suo stesso essere. Un golem,
un’entità terrena fatta di fango pressato, che si è impossessato della vita
contro ogni logica e ogni naturale aspettativa, brama enormemente la
generazione, la fecondità. La terra è il germe di ogni fertilità: come può
un golem non sognare di avere un duplicato? È come una fornace
ansimante che urla per avere sempre più carbone, che vomita tizzoni per
accendere un fuoco che gli succeda. Un golem non può procreare! Ma ne
ha la volontà, la disperata volontà, la violenta volontà. Rampolli!
Progenie! La furia distruttrice delle eruzioni di Santippe, i fulmini
furibondi e le convulsioni delle sue visite: Santippe, come la stessa
Puttermesser, desidera delle figlie! Delle figlie che non potranno mai
essere!
Può la prima essere condannata dalla seconda, da lei non diversa?
Puttermesser piange. Il golem travolge la città. Non torna più a casa,
ormai. Nel tragitto dalla Battery alla Staten Island, un traghetto viene
invaso dal terrore: un’enorme creatura, un pipistrello o un succubo,
aggredisce il capitano e lo fa soccombere. È Santippe? Ogni giorno, sulla
scrivania del sindaco, approdano racconti di “una pazza a piede libero,
piena di livore nei confronti dell’autorità” (“impossibili da verificare”
scrive il “Times” dalla City Hall). Qualcuno ha brutalmente sfondato le
finestre della camera segreta in cui dorme il presidente della Chase
Manhattan Bank. Un lembo di seta fiorata è ancora appeso ai vetri
appuntiti.
“Santippe! Santippe!” grida Puttermesser dal profondo.
Ogni notte, davanti a Gracie Mansion, si formano picchetti con torce e
cartelli:
ONOREVOLE SINDACO, COS’È SUCCESSO ALLA METROPOLITANA?
LE GRANDI SPERANZE, LA SCORCIATOIA PER L’INFERNO.
COLEI CHE FACEVA SCINTILLE SI È SPENTA.
LE MESSI AMARE DI PUTTERMESSER.
RUTHIE, LA CITTÀ CADE IN BASSO E TU CONTINUI A STARE IN ALTO?
DALLE STELLE ALLE STALLE.
KAPUT-TERMESSER!

Ogni giorno tribuni arringano le folle dai gradini della City Hall:
quando la polizia li caccia, spariscono per dieci minuti e poi ricompaiono.
Le folle ribollono, barcollano, ridono sguaiate.
Puttermesser redige una lettera per l’ex sindaco Malachy (“Matt”)
Mavett:
Gracie Mansion
Città di New York

Caro Matt [Puttermesser si concede tale libertà]:


la recente venuta in Florida del direttore della mia campagna elettorale potrebbe averti creato
una certa sofferenza. Non si è trattato di una visita da me autorizzata. La tua sconfitta alle
elezioni, che ha comportato l’allontanamento dei malfattori Turtelman e Marmel dalla
burocrazia municipale, è stata una soddisfazione sufficiente. Ti prego di scusare qualsiasi
personale affronto il direttore della campagna (che fa adesso parte del mio staff) possa averti
inflitto. Esprime la sua natura, ma non può assumersene la responsabilità.

Un’azione dilatoria! Puttermesser temporeggia! Scrive lettere


immaginarie! Il sindaco continua a versare lacrime.
Gracie Mansion
Città di New York

Caro Morris:
per favore, vieni qui.
Con amicizia,
Ruth

Puttermesser consegna la lettera a una delle ladre di aste. Nel giro di


qualche giorno Rappoport compare, a corto di fiato, con la ventiquattrore
un tempo gonfia ora cava, incavata. Lo stesso Rappoport appare scavato,
la robusta gola è diventata concava, come se avesse espulso il pomo
d’Adamo. Il naso, il mento e lo spazio privo di peli fra le sopracciglia
hanno la consistenza della carta. Gli splendidi denti sono intaccati. I baffi
paiono irrequieti, e sono diventati grigi.
“Santippe se ne è andata,” gli annuncia Puttermesser.
“Sei tu il sindaco. Chiama l’ufficio Persone scomparse.”
“Morris, ti prego.”
“Cosa vuoi da me?”
“Che la riporti qui.”
“Io?”
“Tu puoi farlo.”
“Come?”
“Vieni a stare qui.”
“Cosa? Qui? A Gracie Mansion?”
“Nel letto di Santippe. Morris, ti prego. Le piaci. Sei stato tu a darle il
via.”
“Si è allargata un po’ troppo, in tutti i sensi, se mi permetti. Cosa
intendi quando dici che sono stato io a darle il via?”
“Che sei stato tu a eccitarla.”
“Non è colpa mia.”
“Sei stato tu a innescare il desiderio. Morris, riportala qui. Puoi farlo.”
“Perché dovrei farlo? Quello che ho avuto mi è bastato. Non voglio
altro. Mi ha prosciugato. Letteralmente prosciugato, Ruth, credimi.”
“Sdraiati nel suo letto. Per l’ultima volta.”
“E cosa ne ricavo? Non sono certo tornato in questo marciume di città
per passare una notte a Gracie Mansion. Non è nemmeno più una novità.
È parecchio tempo che il bocciolo non è più sulla rosa, non so se mi
spiego, Ruth. Fra l’altro: sei in caduta libera, hai visto i picchetti là fuori?”
Rappoport mostra a Puttermesser la manica della camicia: gli hanno
strappato due bottoni.
“Mi hanno trattato come un crumiro, perché entravo qui.”
“Sdraiati nel suo letto, Morris. È tutto quello che ti chiedo.”
“No.”
“Farò in modo che ne valga la pena.”
“Dove vuoi arrivare? Hai qualcosa in mente.”
“Sei un fundraiser, di professione,” gli risponde Puttermesser con aria
meditabonda. Qualcosa di strano si impadronisce di lei. Uno stato nocivo.
“Più o meno. Faccio un sacco di cose diverse.”
“Appunto. Hai parecchia esperienza. Puoi fare tanti bei lavori.”
“Quali lavori?”
“La verità è,” dice Puttermesser con lentezza, “che ho in mano
parecchie lettere di dimissioni. Molti dei miei commissari si sono
ammalati.”
“Ho sentito dire che ci sono stati dei casi di febbre tifoide, in alcuni
palazzi del Bruckner Boulevard. Cos’avete, un’epidemia? Ho anche
sentito dire che a Forest Hills c’è il colera.”
“Sono solo voci,” sbotta Puttermesser. “Alla gente piace parlar male
degli altri. È questo che affossa la città. Le banche se ne vanno, e nessuno
se ne preoccupa. Sto parlando di dimissioni. Di posti vacanti, Morris. Puoi
avere la tua parte. Cosa ne dici del dipartimento Investigazioni? Con gli
ispettori generali come sottoposti? Oppure posso farti giudice. Giudice
della Corte penale ti andrebbe? Il lavoro è buono, lo stipendio anche. Il
prestigio, solo dio sa quanto. Ascolta, se vuoi puoi anche prenderti il
dipartimento Riscossioni e Pagamenti.”
Rappoport sgrana gli occhi. “Commissario del dipartimento
Riscossioni e Pagamenti?”
“Posso darti di più, se vuoi. Qualcosa di ancora più prestigioso. Le
Forniture idriche sono una chicca. La paga non è niente male, e
praticamente puoi anche non andare al lavoro.”
“Ruth, Ruth, cosa mi stai dicendo?”
La giustizia, solo la giustizia seguirai!
È la prima volta che il sindaco fa un accordo politico.
“Passa una notte nel letto di Santippe e ti do il lavoro che vuoi. Ti sto
servendo un frutteto su un piatto d’argento, Morris. Sono seria. Solo
specie rare e di prima qualità.”
“Stai parlando di un posto nella tua amministrazione?”
“Perché no? Devi solo scegliere.”
“Il dipartimento Riscossioni e Pagamenti,” risponde Rappoport senza
esitare.
Puttermesser commenta amaramente: “Almeno hai le stesse qualifiche
di Turtelman.”
“E mia moglie?”
“Lasciala a Toronto.”
Sola, immersa nei profumi della notte nel giardino alle spalle di Gracie
Mansion, Puttermesser coglie i bagliori del fiume: lo yacht della Circle
Line con i ponti illuminati, un’insegna al neon che pulsa, le calotte
distanti delle piccole onde che brillano nella luce della luna e in quella del
neon. Il pane bianco cotto durante il turno di notte rilascia sulle acque il
suo aroma vagamente animale: corposi fumi più profumati di qualsiasi
fioritura. È talmente buio nel giardino dietro Gracie Mansion che
Puttermesser ha quasi l’impressione di scorgere la fibbia della cintura di
Orione. Una grossa stella in movimento si sdoppia: sono le luci di
posizione di un aereo di linea che si fa largo verso l’Europa. Gli aerei si
levano uno dopo l’altro, quasi uscissero dal fiume nero. Puttermesser li
conta: hanno tutti nitidi fasci di luce che paiono raggi scaturiti dalle
sopracciglia di Mosè, e si inarcano verso l’universo insondabile.
Puttermesser conta gli aerei. Conta i balenii della luce al neon. Conta le
sagome delle chiatte che si trascinano sull’acqua. Conta tutti i sindaci che
l’hanno preceduta nella città di New York. Thomas Willett, Thomas
Delavall... William Dervall, Nicholas de Meyer, Stephanus van
Cortlandt... Francis Rombouts... Isaac de Reimer, Thomas Noell, Philip
French, William Peartree, Ebenezer Wilson... DeWitt Clinton... Gideon
Lee... Smith Ely... Jimmy Walker... John P. O’Brien, Fiorello H.
LaGuardia... Robert F. Wagner, John V. Lindsay, Abraham D. Beame,
Edward I. Koch! Conta e aspetta. Aspetta che il golem venga adescato e
riportato a casa, che venga irretito, che si lasci pesantemente cadere
gemendo di desiderio sul suo letto a baldacchino.
Nel letto del golem il commissario Morris Rappoport, appena
nominato al dipartimento Riscossioni e Pagamenti, giace fra lenzuola
sature di un odore pungente e noto. È già stato lì. Rifugge da quei cuscini
familiari e profumati.
All’interno e all’esterno di Gracie Mansion, odori di ciò che è stato e
di ciò che sta per essere: le solite melanzane al gratin della cuoca, gli
effluvi del fiume, il giardino che sbatte le infinite foglioline delle siepi
come ali, i gas di scarico degli aerei che disegnano spirali discendenti, il
respiro intenso e pregiato dei forni per il pane, i cuscini profumati del
golem: tutti questi fumi vaganti e le loro combinazioni si mescolano, si
rimescolano e si intrecciano in una corda di incenso che incute timore e
attira Santippe nel suo letto. Una corda di incenso? Di fetore e di satura
rovina! L’acre segnale della decomposizione! Il presagio di elementi
tellurici! Santippe, ovunque sia andata a sbattere nella città selvaggia
(tornata ancora una volta selvaggia), viene attirata adesso verso Gracie
Mansion, alle cui pareti sono appesi i ritratti dei sindaci. Lo scettro e lo
status, la malia del potere e del comando la portano alla sua disfatta: nel
suo letto giace un funzionario estremamente importante, il cui lavoro
consiste nel lanciare il richiamo che fa ballare il denaro della città.
Riverserà su di lui il suo amore gigantesco. Il golem spegnerà il suo
terribile ardore a spese del commissario del dipartimento Riscossioni e
Pagamenti fresco di nomina. Poi si abbandonerà al riposo, fra gli orrendi
profumi del letto spaccato in due.
A quel punto il sindaco, frustrato nel suo mandato, tradito nel suo
PROGRAMMA, lo smantellerà secondo i dettami del rito.
11. Il golem smantellato e le chiacchiere di Rappoport

La città era ingovernabile. La città era fuori controllo. Non c’era alcuna
differenza, adesso, fra Puttermesser e i sindaci che l’avevano preceduta.
Puttermesser portava a termine il suo glorioso mandato destreggiandosi
fra confusione e ipocrisia.
Una cosa c’era che la rendeva diversa: un non meglio definito tumulo
di terra introdotto dal commissario ai Parchi e Giardini durante l’ultimo,
dolente semestre della sua amministrazione.
Davanti alla City Hall, dall’altro lato della strada, c’è un parchetto
attraversato da sentieri e zone erbose e recintato da cancellate di ferro
battuto. Qua e là, con generosità intermittente, sono state posizionate
delle panchine. C’è persino una fontana che zampilla verso il cielo. Forse
perché il parchetto si trova all’ombra della City Hall e, per così dire, sotto
la sua sorveglianza, le panchine non sono state seriamente colpite
dall’azione dei vandali e i prati non sono stati eccessivamente calpestati.
La cosa migliore, e la più allettante, sono le aiuole, vividi rettangoli di
gerani rossi disposti, occorre riconoscerlo, come appezzamenti di un
camposanto in miniatura. Gli impiegati che sbirciano dalle alte finestre
del Municipal Building grigio elefante vedono una radura cremisi che
interrompe, con sconsiderato bagliore, l’amara distesa di cemento. A una
certa distanza dalle aiuole si ergono i lastroni stile Stonehenge delle Torri
Gemelle. A est la cetra tirolese del ponte di Brooklyn.
Il parco non è visibile dall’ufficio del sindaco e a Puttermesser va bene
così. Non sarebbe stata buona cosa doversi occupare della città e nel
frattempo avere davanti agli occhi il tumulo chiaro di Santippe. Nelle
aiuole, vicino alle radici, c’è della terra fresca, messa lì da poco e
lievemente calpestata. È stato lo stesso sindaco a telefonare al
commissario ai Parchi e Giardini nel bel mezzo della notte (il
commissario, per fortuna, era appena rientrato da Parigi) e a ordinargli di
far scavare in quel punto e di sistemare nella cavità che si sarebbe venuta
a creare, come in una busta, un tumulo di terra speciale dalla forma
grossolana che cominciava a sgretolarsi. Il commissario ai Parchi e
Giardini, chiamato con urgenza, aveva trovato strano, quando era
arrivato a Gracie Mansion con gli addetti – assonnati – allo scavo, che il
sindaco camminasse avanti e indietro nel giardino dietro la residenza alla
luce di una mezzaluna striata. E aveva trovato ancora più strano che
accanto al sindaco vi fosse un uomo con la lingua penzolante che
blaterava e si presentava come il commissario appena nominato del
dipartimento Riscossioni e Pagamenti: Morris Rappoport.
“Ha portato le vanghe? E un furgone?” aveva sussurrato il sindaco al
commissario ai Parchi e Giardini.
“Sì, ho portato tutto.”
“Be’, le vanghe non servono. Almeno non ancora. Non si scava un
pavimento. Le useranno dopo, nel parco. C’è del fango secco sul
pavimento di una delle camere da letto. Dev’essere spostato. Con grande
delicatezza. Può spiegarlo ai suoi uomini?”
“Del fango secco?”
“Le posso assicurare che non è un blocco unico. Cade a pezzi. Ma ha
una certa forma. Trattatelo con delicatezza.”
Il commissario si era ritrovato davanti un tumulo di terra molto
grosso e privo di forma, o fondamentalmente privo di forma, avvolto in
modo poco sensato (o almeno così a lui parve) in una specie di sudario di
velluto. Il commissario ai Parchi e Giardini aveva appena partecipato a un
programma ufficiale di scambio in Francia ed era atterrato all’aeroporto
Kennedy da poco più di due ore. Il programma di scambio prevedeva che
lui studiasse gli incantevoli parchi parigini e che la sua controparte
francese prendesse in esame quelli molto più tristi di New York. Il
commissario ai Parchi e Giardini era stato ovviamente nominato da
Puttermesser ed era un botanico e un urbanista, un esperto della
difficoltà di certe piante da ombra, uno specialista della filigrana dei
gazebo, un amante della notte urbana. Ciò nonostante, il capriccio del
sindaco lo lasciava perplesso. Non riusciva a vedere, nel tumulo di terra
che si trovava sul pavimento della camera da letto, la sua fortuna e la via
di fuga che aveva preso. In effetti, sebbene nessuno dei due lo avrebbe
mai saputo, il commissario ai Parchi e Giardini e la sua controparte
parigina si erano entrambi trovati sotto una buona stella: il parigino
perché l’appendicectomia della moglie lo aveva inaspettatamente e
oltremodo trattenuto a Parigi, per cui lui (che era un uomo ansioso) a
New York non c’era mai arrivato, e il commissario ai Parchi e Giardini
perché non si trovava nel suo letto quando il golem era andato a casa sua
a cercarlo, nella parte bassa della Quinta Avenue. Era a Parigi a studiare
il Bois de Boulogne: la sua salute mentale era di conseguenza buona e il
fatto che quella del commissario al dipartimento Riscossioni e Pagamenti
non lo fosse lo sconvolgeva.
Rappoport blaterava. Seguiva Puttermesser come un cagnolino. Aveva
fatto esattamente quello che Ruth gli aveva detto di fare, a quanto pareva,
ma poi le istruzioni di Puttermesser erano diventate contraddittorie.
All’inizio aveva dovuto camminare in cerchio. Poi non aveva più dovuto
farlo. E aveva dovuto grattare qualcosa con il coltellino. Prima ancora si
era ritrovato sdraiato sul letto, un satrapo con un titolo. Il titolo era
palpabile come un manto, e altrettanto sontuoso. Sulla sua testa ricadeva
il velluto bianco del baldacchino, con le sue pieghe voluttuose e le sue
fenditure innevate: com’era denso e caldo il suo titolo, quanto potere
c’era nella sua carica! Solo, chiuso nell’autorità del suo rango, Rappoport
aspettava la visita del golem. Senza più cuciture, senza più un brandello
di sari, con gli occhi lucidi e in fiamme per la fame che la grandiosità di
Rappoport le scatenava, Santippe aveva fatto irruzione nella camera da
letto: era odorosa di spiaggia e aveva un sibilo feroce fra le labbra.
Rappoport aveva strappato il velluto bianco dal letto e lo aveva gettato
sul golem incandescente.
Rappoport blaterava. Raccontava il resto: come avevano lottato, come
lui aveva resistito alle dimensioni di Santippe, alla sua forza, all’orrore
della sua immodestia, al mare orribile del suo sudore e allo scirocco del
suo respiro estivo, come lui – o era stata lei? – aveva elencato le cento
superbe funzioni della sua nuova giurisdizione, il protocollo e la potenza
del denaro della città, i luoghi in cui veniva generato, quelli in cui era
diretto, quelli in cui finiva: si sarebbe potuto dire che gli stesse
insegnando il mestiere. Poi il sindaco, parlando attraverso la porta, gli
aveva spiegato la profondità della quiete dopo l’esplosione della potenza
sessuale, più forte di ogni sonno, di ogni droga e di ogni anestesia, e gli
aveva ordinato di spostare Santippe, in tutto il peso morto della sua
massa, dal baldacchino al pavimento e di avvolgerla nella tenda.
Rappoport blaterava: raccontava di come avesse sollevato Santippe
ancora in estasi, ancora preda del torpore che segue al rapimento, e
l’avesse appoggiata a terra, di come l’avesse avvolta nel velluto bianco, di
come Puttermesser, pallida, con gli occhiali da lettura che brillavano
davanti a un consunto libro verde, gli avesse ordinato con voce
penetrante di riempirsi la mente di impurità – di cose materiali, sporche,
guaste, spregevoli – e di come infine gli avesse ordinato di seguirla
mentre lei tesseva cerchi attorno a Santippe distesa sul pavimento come
se girasse attorno alla sua stessa ombra.
Puttermesser aveva girato più volte attorno al golem. Nel momento in
cui gli aveva dato la vita, a coronare le sue ambiziose riflessioni erano
arrivati, loro malgrado, la giustizia, la bellezza, la purezza, l’Eden e
persino il radioso PROGRAMMA. Adesso occorreva coscientemente
invertire. Adesso doveva pensare a fannulloni dallo sguardo violento che
si appostano negli ascensori con i coltelli a scatto pronti all’uso, a
bombolette che esprimono l’odio per la civiltà a forza di sfregi rossi, a
monumenti con le teste tagliate, alla sporcizia della città, alle rapine, ai
furti, agli incendi dolosi, alle aggressioni, persino agli omicidi.
L’omicidio! Se per dare la vita aveva dovuto sognare il Paradiso, adesso
doveva sentire la lancia ardente dell’inferno. Se per dare la vita aveva
girato sette volte in senso orario attorno a un cumulo di argilla, adesso
doveva girare sette volte in senso antiorario attorno a Santippe
prigioniera. Se per dare la vita aveva pronunciato il Nome, adesso non
doveva in alcun modo ripeterlo né immaginarlo, né doveva prestargli
palpiti d’aria, di fiamma o di respiro. Doveva cancellarlo totalmente.
Ma che dire di Rappoport, dell’esca e del laccio del golem, dell’uomo
che era andato fino in fondo nella cattura di Santippe? Anche lui aveva
dovuto seguire Puttermesser e girare in senso antiorario, come avevano
dovuto fare i discepoli del grande rabbino Jehuda Löw quando era giunto
il momento di smantellare il golem di Praga. Anche il golem di Praga, il
salvatore della città era impazzito! Era stato creato per soccorrere i
cittadini e aveva finito per seminare il terrore. E quando aveva
smantellato il golem, il grande rabbino Jehuda Löw aveva dovuto
disinnescare i riti che aveva soppesato nel corso della sua fabbricazione.
In nome dello smantellamento del golem, aveva declamato all’inverso le
varie permutazioni e combinazioni dell’alfabeto recitate con sacra e
profonda concentrazione mentre lo creava. Invece di meditare sulla
costruzione, aveva meditato sulla distruzione. Aveva disgregato ciò che
aveva in precedenza inanellato: aveva distrutto i legami magnetici fra gli
atomi che formavano la catena dell’essere.
Girando attorno a Santippe intorpidita nel sudario di velluto bianco,
Puttermesser non aveva potuto fare a meno di dare un’occhiata alla
faccia del golem. Il viso era rimasto quello di una bambina. Ah Leah,
Leah! Le palpebre di Santippe avevano avuto un tremito. Le labbra si
erano increspate. Il golem guardava Puttermesser con i suoi terribili
occhi: come pulsavano!
“Madre mia.”
Una voce!
“O madre mia,” aveva ripetuto Santippe continuando a guardarla,
“perché mi giri attorno in questo modo?”
Santippe parlava! La sua voce si levava! La voce di una bambina, acuta
come il grido puro di un uccello.
Ma Puttermesser non si era fermata. “Continua a muoverti,” aveva
detto a Rappoport.
“O madre mia,” aveva nuovamente ripetuto Santippe con la sua voce
da uccellino, “perché mi giri attorno in questo modo?”
All’inizio del quinto giro, con Rappoport che ansimava alle sue spalle,
Puttermesser aveva detto: “Tu hai creato e tu hai distrutto.”
“No!” aveva urlato il golem ora in grado di parlare. “Sei stata tu a
crearmi e sarai tu a distruggermi! Vita! Amore! Misericordia! Amore!
Vita!”
Il quinto giro era stato completato. Il golem continuava a piagnucolare
con la sua voce da uccellino. “Vita! Vita! Ne voglio ancora!”
“Ancora,” aveva commentato amaramente Puttermesser cominciando
il sesto giro. “Ancora, ancora e sempre di più, non ti bastava mai. È
questo ‘ancora’ che ci ha portati qui. Questo ‘ancora’!”
“Tu volevi il Paradiso!”
“L’eccesso di Paradiso è avidità. L’eccesso di Eden porta alla
disintegrazione dell’Eden. L’Eden affonda sotto i colpi dell’eccesso di sé.”
“O madre mia! Io ti ho fatta sindaco!”
Completando il sesto giro, Puttermesser aveva detto: “Tu hai affossato
la città.”
“O madre mia! Non spegnere i miei ardori!”
Cominciando il settimo giro, Puttermesser aveva detto: “Questo è
l’ultimo. Adesso tornatene a casa.”
“O madre mia! Non restituirmi agli elementi!”
Il settimo cerchio era stato completato. Ma il golem aveva cinguettato
di nuovo. Giaceva allungato ai piedi di Puttermesser come la sua ombra.
“C’è qualcosa che non va,” aveva mormorato Puttermesser. “Non so
perché ma non funziona, Morris. Forse perché non sei un sacerdote né un
levita.”
Rappoport aveva trattenuto un respiro tremolante. “Se riesce ad
alzarsi, se decide di trascinarsi...”
“Morris,” gli aveva chiesto Puttermesser, “ce l’hai un coltellino?”
Rappoport ne aveva tirato fuori uno.
“O madre mia, madre della mia vita!” aveva piagnucolato il golem.
“Pensa che in nome tuo ho mandato in rovina Turtelman, Marmel,
Mavett!”
L’enorme, scaltra Santippe, astuta e gargantuesca, uscita dal semino
gettato dal sogno di Leah!
Rappoport, su ordine di Puttermesser, aveva scostato soffiando la
frangetta del golem e con il coltellino aveva cancellato dalla sua fronte
quella che pareva una vecchia cicatrice: la prima di tre cicatrici, quella
più a destra, quella che aveva la curiosa forma di una specie di K.
Il golem aveva all’istante serrato le labbra e gli occhi.
L’alef se ne era andata.
“È morta,” aveva detto Rappoport.
“È stata restituita,” l’aveva corretto Puttermesser. “Portala in soffitta.”
“In soffitta? Qui? A Gracie Mansion? Ruth, pensaci!”
“Il grande rabbino Jehuda Löw ha smantellato il golem di Praga nella
soffitta dell’Altneuschul. Una struttura pubblica e venerabile, Morris, non
meno pregevole di Gracie Mansion.”
Rappoport era scoppiato a ridere. Poi aveva tirato fuori la lingua e
l’aveva mossa avanti e indietro, a destra e a sinistra, spostandola da un
angolo all’altro della bocca.
“Chinati, Morris.”
Morris si era chinato.
“Prendi la sua mano sinistra. Dal polso, è così che si fa.”
Serrata fra l’indice e il pollice di Rappoport, la mano sinistra del golem
si era spaccata in quattro zolle.
“No, così non funziona. Non ho organizzato bene la cosa, Morris, lo
riconosco. Se la trasciniamo in soffitta... be’ lo vedi anche tu cosa succede.
Non importa. Chiamerò il commissario ai Parchi e Giardini. Magari il
parco della City Hall...”
A quel punto Rappoport aveva cominciato a blaterare.
12. All’ombra delle aiuole

I camion della spazzatura sono tornati a girare per le strade. I loro feroci
tritatutto macinano il vomito della città. Gas di scarico, una cinquantina
di macchine immobili a un incrocio, depravazione nei bagni delle donne
del Municipal Building, computer fuori uso, Albany in guerra con la City
Hall, una flessione nei voti di lettura delle quinte elementari: la città
soffoca. Non è governabile. Non è controllabile. Dalla Florida arrivano
voci che l’ex sindaco Malachy (“Matt”) Mavett stia progettando di
riconquistare la City Hall. E per quanto riguarda l’assegnazione delle
cariche, c’è l’egregio caso del nuovo commissario del dipartimento
Riscossioni e Pagamenti, di cui si dice fosse un tempo l’amante del
sindaco. Dà le dimissioni per motivi di salute ancor prima di essere
entrato in carica. La moglie lo riporta a casa, a Toronto. Puttermesser si
sottopone a un intervento per contrastare la paradontosi. Quando
l’intervento ha termine, si ritrova con le gengive esposte. È infinitamente
consapevole dello scheletro, lo sente nella cavità segreta della testa,
appena al di sotto delle orbite oculari, dal lato palatale.
Il “Soho News” è l’unico giornale ad accorgersi dell’ordine dato dal
sindaco nel bel mezzo di una notte d’estate di mettere un ulteriore strato
di terra sotto i gerani rossi del parco davanti alla City Hall. Gli addetti
allo scavo del dipartimento Parchi e Giardini hanno piantato un pannello
di legno fra le aiuole con su scritto: VIETATO TOCCARE O RACCOGLIERE. Con
impudico disprezzo per il decoro civico, i passanti si fanno spesso beffa di
quel modesto monito. Ma chiunque tocchi o raccolga quei fiori color del
sangue si ammala nel giro di poco di influenza virale, mal di gola, forte
raffreddore accompagnato da nausea o, a volte, di attacchi
particolarmente violenti di borsite.
E ogni volta Puttermesser esclama dal profondo: O New York perduta!
O Santippe perduta!
Puttermesser in coppia
1. L’età del divorzio

All’insoddisfacente età di cinquanta e passa anni, Ruth Puttermesser,


avvocato, razionalista, ex pubblico ufficiale, si prese un anno sabbatico
per vivere dei propri risparmi e pensare al proprio destino. Durante la
sua seconda settimana di libertà – senza la schiavitù del lavoro
burocratico e un ufficio in cui dover andare (un ampio tratto della sua
vita era già stato fagocitato dai corridoi del Municipal Building, aveva già
dato!) – le venne in mente che quello che doveva fare era sposarsi. Non
era un’idea nuova: da trent’anni o forse più, dal suo primo anno alla
facoltà di Legge, la madre non aveva fatto altro che ripeterglielo.
Ruth, Ruth [le aveva scritto la madre da Miami, Florida], non c’è nulla di male nell’avere un
marito oltre al cervello, non è una contraddizione. Per l’amor di dio, scendi dalle nuvole! Se
non ti sposi dove finirai, cosa succederà? Le pietre sono sole come si suol dire e ti assicuro
Ruthie papà è d’accordo con me su questa cosa non in parte ma in toto, non siamo venuti fin
qui per vivere al caldo con lui che ha la borsite perché adesso tu gli spezzi il cuore con il tuo
cervello.

La lettera, innocente e antifemminista, era ingiallita ai margini e si


sgretolava. Nel tedio per lei nuovo del tempo libero Puttermesser metteva
ordine fra le scatole stipate sotto il letto. Tirava fuori le cose. La madre
era morta. Il padre era morto. Nessuno le avrebbe più detto che tempo
faceva in Florida e nessun nipote avrebbe ereditato quei francobolli
interessanti e antiquati e quelle lamentele raggrinzite. Puttermesser era
un’anziana orfana. Per la prima volta le balenò l’idea che la madre
potesse aver ragione: si poteva distruggere un cuore con il cervello.
Comprò la “New York Review of Books” e passò in rassegna gli
annunci personali. Cervello, cervello ovunque.
Scrittore ed editor in forma, bello, ambizioso, non fumatore, dotato di senso dell’ironia,
fantasioso, irriverente cerca relazione duratura con donna non fumatrice, brillante, senza
pretese, appassionata, creativa. Preferibilmente con PhD su Milton, Shakespeare o Beowulf.

Docente universitario, antropologo, cinquantenne, gentile, intellettuale, giovanile, autore di


tre volumi sui nativi delle isole Aleutine, cultore della vita con esame, gradirebbe matrimonio
o legame a lungo termine con donna leale e professionalmente arrivata, con buona analisi alle
spalle (solo Jung, niente Freud o Reich). Senso dell’umorismo e amore per la vita all’aperto
imprescindibili.

Puttermesser non riusciva a riconoscersi in nessuno di quei sintetici


ritratti, nonostante ve ne fossero a decine. La vita all’aperto le era
nemica. L’aria di campagna – l’idea di dover far fronte al pericolo di
incontri numerosi e inquietanti con roditori non meglio identificabili, con
uccelli chiassosi, mostruosi insetti o con il fango lasciato dagli spaventosi
temporali che si abbattevano su Sag Harbour – la metteva di cattivo
umore e la rendeva schizzinosa. Non capiva il senso degli scherzi.
Sebbene non fumasse, era una liberale convinta e considerava la
persecuzione dei fumatori una questione di diritti civili. E per quanto
riguardava la vita con esame ne aveva avuta a sufficienza! Era stufa di
esaminare la sua e non aveva sicuramente bisogno di sentire un esperto
di eschimesi esaminare la propria. E in ogni caso quelle colonne e
colonne di annunci erano tutte una finzione. “Pieno di vita, attraente,
affascinante, piacevole” voleva dire divorziato. Uno scarto o un errore
altrui. “Anticonformista, amante della terra, accogliente, affascinato dallo
zen, dal sufismo, dalla musica degli astri” voleva dire uno sballato che
portava ancora i sandali. “Uomo di successo cerca donna forte” voleva
dire “attenzione, probabilmente un patito della pornografia”. In quegli
annunci compariva ogni tipo di autoindulgenza da manuale. E con la
letteratura non andava meglio. I grandi romanzi erano pieni di strane
figure che sfociavano in matrimoni male assortiti: Isabel Archer che
andava a impelagarsi con il bieco Gilbert Osmond, Gwendolyn Harleth
che si metteva nei guai con Grandcourt, Anna Karenina e – peggio di
tutti – la povera Dorothea Brooke e il micidiale Mr Casaubon. Tutti
questi pessimi personaggi – gli uomini sicuramente, ma anche molte
delle donne – erano intelligenti. Bastava pensare a Shaw, un logico, che
aveva impedito al professor Higgins di sposare Eliza per il palese terrore
di conseguenze infami e predestinate. Oppure a Jane Austen, che da un
lato faceva sposare Elisa e Darcy combinando intelligenza con
intelligenza e dall’altro accollava a Mr Bennet una moglie stupida. La
gente rimaneva incastrata. Il cervello non era una garanzia. Le speranze
erano esigue.
La verità era che Puttermesser era entrata in una nuova zona
dell’esistenza. Aveva ricevuto un questionario dall’Associazione delle
Donne Avvocato: L’avvocato donna e l’invecchiamento. L’invecchiamento!
Come poteva Puttermesser invecchiare quando ancora doveva dare delle
soddisfazioni a Miss Charlotte Kuntz, l’insegnante di piano?
Quarantacinque anni prima, nel corso dell’ultima lezione, Miss Kuntz
l’aveva chiaramente avvisata che su una certa sonatina doveva ancora
lavorare. Era stato appena prima delle vacanze estive. Puttermesser le
aveva promesso che a luglio e ad agosto avrebbe sudato sette camicie sul
Tempo di Minuetto (l’andante era più facile), ma poi aveva continuato a
rimandare. Era invece entrata e uscita in trance dalla sezione dedicata ai
bambini della biblioteca: la regola era che non potevi prendere in prestito
più di due libri alla volta. Spesso Puttermesser si presentava in biblioteca
due volte al giorno, per restituire i libri presi e prenderne altri due.
Leggeva fino a sera inoltrata, all’ombra rosata del crepuscolo estivo. La
metà inferiore del cielo aveva una striatura rosso sangue. “Domani sarà
bello,” diceva il mite padre di Puttermesser. “È questo che significa rosso
di sera.”
Ma la madre la sgridava: “Al buio! Continui a leggere al buio! Ti
rovinerai gli occhi! E poi non avevi giurato a Miss Kuntz che ti saresti
esercitata ogni giorno durante le vacanze? Non ti vergogni? Tornerà e tu
non sarai pronta! Immersa in un libro senza nemmeno la luce!” A fine
agosto era arrivata una lettera. Miss Kuntz non sarebbe tornata. Si era
trasferita nell’interno.
Mi spiace tradire i miei impegni, Ruth, ma non posso fare altrimenti. Come sai, mio padre ha
ormai raggiunto un certo grado di infermità e quando andavo dai miei allievi, in
metropolitana, ero costretta a lasciarlo solo. Non era facile. Il passaggio dalla metropoli a
Pleasantville ci sarà di notevole aiuto. Abbiamo comprato una casetta modesta ma graziosa
situata proprio dietro la Garden Street Elementary School, e mentre darò lezioni nella veranda
potrò occuparmi di lui.

Permettimi, Ruth, di spronarti a esercitarti di più con la musica. Come ti ho detto più volte, sei
intelligente ma ti devi applicare di più. Ricordatelo: Devi Ripetere Molto Furiosamente
Sempre!

Puttermesser aveva rimandato la pratica per talmente tanto tempo che


ormai dava segni di incanutimento. Se fosse stata ancora viva, Miss Kuntz
avrebbe avuto centoquattro anni. Lei non aveva ancora perfezionato il
Tempo di Minuetto, come poteva pensare di compilare un questionario
sull’invecchiamento?
Incontra discriminazioni da parte dei giudici? Dei datori di lavoro, dei clienti, del personale
giudiziario?

Il suo acume o la sua capacità di giudizio sono palesemente calati? Se sì, in che modo questo si
manifesta?

Le posizioni (politiche, morali, relative alla società) da lei prese in precedenza danno segni di
cedimento? È in grado, a suo parere, di concepire nuove idee? Di mostrare flessibilità? Di
avere una mente aperta?

I suoi guadagni sono diminuiti? Aumentati? Viene trattata con minore rispetto? Con
maggiore rispetto? Se il rispetto è maggiore, in che modo ha contribuito il suo aspetto
maturo?

Il movimento femminista le ha reso la vita professionale più semplice? Viene infastidita


meno? Di più? Non vi è alcuna differenza? Quante volte alla settimana si imbatte in commenti
sessisti o discriminatori rispetto all’età?

Si tinge i capelli? Fa uso di henné? Si arrende all’azione di Madre Natura? In quest’ultimo


caso, ritiene che i colleghi maschi la trattino con maggiore o minore dignità? E i clienti?
Miss Kuntz si trovava ormai sicuramente sotto terra, a Pleasantville, New
York, in compagnia del padre. Nell’appartamento angusto di
Puttermesser nell’East Seventies – un quartiere di oftalmologi e
dermatologi – non c’era posto per un pianoforte. Lo spazio accanto al
letto poteva a malapena ospitare una modesta scrivania. La notte, oltre la
parete, Puttermesser sentiva l’insegnante di matematica fare la punta alle
matite rosse con un temperino elettrico. A volte la donna faceva esercizi
di ginnastica su un tappetino, che urtava il battiscopa quando lo si
srotolava. Una divorziata di circa trentacinque anni che contava ad alta
voce a ogni estensione di gamba. Lavorava alla sua figura nella speranza
di attirare un amante. Qualcuno aveva infilato nella casella di
Puttermesser un volantino a lei destinato.

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Puttermesser aveva pensato di chiamare Ginny: anche lei, in fondo, era


una single colta e insolita. Ma poi aveva infilato il volantino sotto la porta
dell’insegnante di matematica. Il palazzo, votato all’anonimato (ogni
misteriosa anima dimorava nella propria celletta invisibile alle altre), era
soggetto a nervosismi e a equivoci di varia natura. Cose o persone
confuse con altre, contrattempi, consegne errate. Per il portiere
Puttermesser era Miss Perlmutter. Se chiedevi un idraulico al custode di
condominio, ti ritrovavi il disinfestatore. L’acqua veniva chiusa per una
giornata intera senza preavviso. Aprivi il rubinetto e non usciva niente.
Oppure mancava la luce e il frigorifero palpitava grandiosamente e
moriva. I frigoriferi degli appartamenti di un intero corridoio esalavano
l’ultimo respiro all’unisono, in un solo lungo tremito. Ne percepivi la
vibrazione, che passava dalla moquette alle piante dei piedi. Il palazzo era
un organismo nervoso. I familiari fremiti rimbalzavano di recesso in
recesso. Puttermesser riconosceva dalla tonalità del motore il piano a cui
l’ascensore si fermava. Dal tonfo nel corridoio, dal rimbombo delle scarpe
da ginnastica che tornavano verso l’ascensore e dal tintinnio dei vari
catenacci di casa, il momento in cui i nuovi elenchi telefonici atterravano
sul suo zerbino.
Un tonfo, un rimbombo, un tintinnio. Qualcosa era appena atterrato
davanti alla sua porta. Le scarpe da ginnastica erano in volo. La catenella
ondeggiava e tintinnava ancora. Puttermesser armeggiò furiosamente con
la catenella e le serrature. Doveva fare un giro e un quarto di giro per
ognuna delle due. Fece più velocemente che poteva. E se c’era un
incendio? Poteva essere derubata, stuprata o arsa viva: il guaio di vivere a
New York. I suoi vicini avevano tutti lo stesso numero di catenacci.
L’insegnante di matematica aveva messo davanti alla porta una barra
d’acciaio che finiva nel pavimento.
Puttermesser riuscì a venire a capo delle varie serrature. Sporse la
testa e fece appena in tempo a vedere una camicia gialla balenare alla fine
del corridoio. Ai suoi piedi si levava una pila di scatole di cartone enormi
e piatte. Emanavano un odore nauseabondo di formaggio.
“Ehi!” urlò Puttermesser. “Torni qui! Non sono stata io a ordinare
questa roba!”
“6-C, giusto?” le urlò a sua volta la camicia gialla. “Sono pizze!”
“3-C. Doveva andare al sesto piano. Io non ho ordinato nessuna
pizza!” gridò Puttermesser.
“Morgenbluth, no?”
“No, ha sbagliato appartamento.”
“Senta,” disse la camicia gialla, “ho la bici in strada. La bici del mio
capo. Mi fregano la bici e sono finito. Una mezza dozzina di pizze
vegetariane per Morgenbluth. Ok?”
“Non conosco nessun Morgenbluth!”
L’ascensore si fagocitò la camicia gialla ronzando come un
macchinario da palcoscenico.
Una scia fecale da stalla, quel formaggio. Accompagnato da una salsa
insondabile. Puttermesser si teneva alla larga dal cibo etnico. Non aveva
mai provato il souvlaki. Non aveva mai assaggiato il sushi. A parte i
fudge al cioccolato e i Tootsie Rolls (aveva i molari rovinati e incapsulati),
la gastronomia non la attraeva. Quello che le interessava era il
matrimonio: il matrimonio di due menti autentiche. La reciproca
trascendenza: non pensava a tendini, sinapsi, spasmi alimentati
dall’ormone. A quelle coppie che se ne andavano a spasso avvinghiate
come serpenti e si fermavano in mezzo al marciapiede per incollare la
bocca dell’uno a quella dell’altra: robot biologici, cumuli di contrazioni
convulse innescate da un istinto spietato. Nonostante tutto, Puttermesser
non era esente da idealismo. Credeva (certo, l’affermazione non avrebbe
retto a un rigoroso interrogatorio) di avere un’anima. Sognava – perché
non avrebbe dovuto sognare? – un matrimonio fra anime simili.
Solo due giorni prima aveva preso in prestito alla Society Library,
nella Settantanovesima Strada – un’amabile passeggiata dal suo
appartamento –, una biografia di George Eliot. Una donna con un’anima,
nata Mary Ann Evans, che si era data il nome George per solidarietà con
il suo solidale compagno. George Eliot e George Lewes, una donna e un
uomo di belle lettere, che ogni sera si sedevano uno accanto all’altra e
leggevano ad alta voce. Leggevano saggi scientifici, di filosofia, di storia,
leggevano poesie. Una volta si erano spinti fino a Oxford per vedere un
cervello dissezionato. Un’altra volta avevano invitato a pranzo Charles
Dickens, che li aveva ammaliati con un misterioso aneddoto sulla morte
di Lincoln. Facevano febbrili viaggi culturali in Spagna, Italia e Germania,
visitando i luoghi con scrupolosa accuratezza, entrando in cattedrali e
musei, andando diligentemente a teatro e all’opera una sera dopo l’altra.
Sui piroscafi, per rilassarsi, leggevano Walter Scott. Erano degli strenui
naturalisti, e perlustravano le rive dei fiumi e le pendici delle colline alla
ricerca di conchiglie e funghi. La loro casa veniva chiamata il Priorato.
Non vi era mai successo nulla di poco elevato o di moralmente o
artisticamente poco serio. Coloro che la frequentavano il sabato
pomeriggio – George Eliot teneva un salotto – erano quasi tutti persone
ugualmente distinte, la crema della vita intellettuale inglese: gente che
conosceva il caldaico, l’aramaico, l’amarico, il fenicio o il sanscrito.
Oppure erano oratori, avevano inventato il termometro clinico, erano
aristocratici o americani. Il giovane Henry James aveva fatto un
pellegrinaggio al poggiapiedi di George Lewes e lo stesso valeva per il
padre di Virginia Woolf. George Lewes era sempre presente, piccolo,
magro, biondo, veloce, un impresario al timone di una stanza adorante
che navigava attorno alla sibilla dal lungo naso seduta in poltrona.
George Eliot dipendeva da lui. Lewes la proteggeva dalle offese, dai
dolori, dalla crudeltà, dalla vergogna e dai dubbi critici di John
Blackwood, il suo editore, che all’inizio l’aveva presa per un pastore
anglicano. Era un matrimonio di una mente con una mente, di un’anima
grave con un’anima grave. Di una dignità con una dignità. E
naturalmente non vi era nessun matrimonio: né legale né ufficiale. La
moglie di Lewes, Agnes, era un’adultera che aveva fatto dei figli con un
altro uomo: ma non era un’epoca in cui si divorziava. George Lewes e
George Eliot, marito e moglie, un matrimonio fra menti autentiche che
non contemplava ostacoli, erano, giocoforza, uno scandalo.
Tutto questo Puttermesser lo sapeva da cima a fondo: era alla sua
terza o quarta biografia di George Eliot, o forse alla sua quinta o sesta.
Era oltretutto giunta a quella stagione della vita – “l’autunno”, nel
linguaggio usato da uno di quei vecchi, rispettosi volumi – in cui la
rilettura gratificava più della scoperta, e aveva assimilato parola per
parola alcuni passaggi abbondantemente frequentati. “Eppure il talento
aveva sconfitto la sconvenienza” le faceva venire i brividi ogni volta che
lo rileggeva. E anche “Pensate a come una semplice intellettuale, non più
giovane, si imbatte in un destino felice”. O destino felice! Da qualche
parte nell’East Side di New York, fra, diciamo, la Cinquantatreesima e
l’Ottantanovesima, o forse nella West End Avenue fra la
Sessantaseiesima e la Novantottesima, si nascondeva un moderno George
Lewes: quello di Puttermesser senza il corollario dello scandalo. Quella
era, dopo tutto, un’epoca di divorzi.
Il carrello della spesa era schiacciato fra il frigorifero e il lavello,
ripiegato in modo da poter entrare nella valletta in cui sgambettavano gli
scarafaggi. Nel districarlo, Puttermesser ricordò la locuzione usata dalla
madre per descrivere un divorziato: merce usata. Ma cosa le riservava il
mondo, se non merci usate? Lei stessa era merce usata, per dirla con le
parole della madre: un tempo aveva avuto un amante. Ma gli amanti sono
passeggeri. Vanno avanti: sono soggetti a ripensamenti innescati dal
panico, a depressioni improvvise, a piedi freddi. Gli amanti sono noti per
la loro vigliaccheria, per tornare dalle mogli.
Puttermesser spostò il carrello contro lo stipite della porta e si abbassò
per infilarvi ogni singolo cartone. Dopo aver impilato tutte le pizze
incastrandole nel telaio di metallo, chiuse la serratura doppia della porta
che si trovava in alto e quella tripla che si trovava in basso e spinse il
carrello lungo il corridoio in direzione dell’ascensore. Era come spingere
una carriola piena di scorie. L’ascensore puzzava in parte di urina e in
parte di disinfettante al profumo di pino. Una volta infilato il carrello
all’interno, c’era a malapena lo spazio per una persona. Puttermesser
premette il tasto “6”, ma invece di portarla ai piani superiori, quel coso
cigolante si diresse verso l’atrio del palazzo, grattando qua e là contro le
pareti del pozzo.
Nell’atrio c’erano due ragazze altissime che aspettavano. Una delle
due aveva in mano una bottiglia di vino non incartata.
“Esce?”
“Stavo salendo,” le rispose Puttermesser. “Mi ha richiamata.”
“Be’, tutte non ci stiamo,” osservò la ragazza con il vino.
“Proviamoci,” disse l’altra. “Se lei sposta un po’ i panni...”
La ragazza con il vino guardò dentro al carrello. “Non sono panni.
Sanno di vomito.”
Puttermesser era schiacciata contro la parete al fondo dell’ascensore.
Da lì non riusciva a raggiungere i tasti. Un grosso triangolo nero di
plastica le colpì il viso: un orecchino. La bottiglia di vino le si infilò nel
fianco.
“Piano?”
“Sesto,” rispose.
“Ma dài. Quella roba è per la festa di Harvey? Va anche lei dove
andiamo noi, alla festa di Harvey?”
“No,” disse Puttermesser.
“Harvey Morgenbluth, sesto piano?”
“È lì che sto andando.”
Avevano messo un fermo alla porta del 6-C: le varie catenelle
pendevano nel vuoto. Nell’ingresso c’era una fila di falangi in vasi tigrati,
un tocco tropicale. Puttermesser notò che era quel genere di festa in cui i
bambini correvano schiamazzando e nessuno si lamentava. In un angolo
del soggiorno, vicino a un pianoforte bianco, una grossa tivù a colori
mostrava anatre in divisa da poliziotto che sparavano a porcospini dal
muso malefico con berretti da ladro, ma ai bambini la cosa non
interessava affatto. Una banda di ragazzini inseguiva tre marmocchi in
salopette, e due di questi, che scappavano a tutta velocità, sembravano
gemelli. I tre marmocchi attraversarono il soggiorno andando verso
quella che Puttermesser sapeva essere la cucina (la planimetria del 6-C
era la stessa del 3-C) e poi tornarono indietro. “No, no,” ululavano. Le due
ragazze altissime dell’ascensore si ritagliarono subito uno spazio sulla
moquette beige stile tweed davanti al divano, inginocchiandosi per
raggiungere il tavolino e versarsi del vino in bicchieri di carta: erano già
allegre. Era come se ciondolassero lì da ore. Il divano ospitava un
groviglio di cinque o sei forme umane, ognuna con le gambe in una
singolare posizione e ognuna votata a un bicchiere di carta. Agli strilli dei
bambini faceva da sfondo un gorgoglio incessante di mare: il rumore di
una festa iniziata da tempo il cui successo o insuccesso era già stato
segretamente deciso dai primissimi arrivi.
Quello era un caso di insuccesso: le feste venute male si somigliano
tutte. La gente si esalta, è troppo turbolenta, troppo frenetica e finge un
piacere chiassoso. E questo vale anche per cugini, giovani zie e famiglie.
Nell’appartamento di Morgenbluth parevano esserci solo famiglie e
parenti: mariti, mogli, indomabili rampolli. Cognate, come la coppia
dell’ascensore. Era il compleanno di uno dei bambini, probabilmente: ma
c’era troppo vino e non c’erano palloncini. Nessuno, oltretutto, faceva
caso ai bambini. Puttermesser spinse il carrello dritto verso il pianoforte
bianco e cominciò a tirar fuori le pizze e ad appoggiarvele sopra. I tasti
erano disseminati di briciole di cracker. Una sigaretta con il mozzicone
ancora fumante era planata direttamente sul do centrale. I cartoni
salivano sempre più in alto con passo precario.
“Una torre pendente di pizze,” disse spiritosamente qualcuno, e dal
tono vagamente intimo della battuta Puttermesser capì che in fondo si
era sbagliata, che il chiasso attorno a lei non aveva nulla di domestico e, a
parte i bambini, non vi erano altri vincoli di parentela: non c’erano
mariti, né mogli, né cugini, né zie. Era la solita accozzaglia di gente priva
di legami. Una stanza piena di divorziati in una domenica pomeriggio di
un mite novembre. Un “evento per single”: l’insegnante di matematica
sbuffava sul tappetino tre piani più sotto e faceva torsioni ignara del
paradiso di possibilità che aveva sopra la testa.
“Sarebbe ora di procurarsi un po’ di cibo vero. Non possiamo
continuare a dare arachidi ai bambini. Magari dei pretzel. Ci vuole una
donna adulta per ricordarsi cosa vuol dire mangiare. Fra questi piccoli
figli di puttana, ce n’è qualcuno che è tuo?”
“Nel caso sarei la nonna,” gli rispose Puttermesser. Era il genere di
commento che disprezzava e quello sconosciuto – un uomo sulla
cinquantina con la barba, un naso schiacciato dalla chirurgia e occhi
sovradimensionati, ingenui, grigi e all’erta, più adatti a un cucciolo che
altro – gliel’aveva tirato fuori.
L’uomo mangiucchiava arachidi direttamente dal palmo della mano.
“Be’, non li dimostri, dicono che stia tutto nella linea del mento. I gemelli
sono miei, ma solo un weekend sì e uno no. I reati gravi, nel mio caso,
viaggiano sempre in coppia. Per non parlare di un paio di rotture.
Coniugali. O meglio, capitali.” Le porse la mano, unta per le arachidi.
“Freddy Kaplow. Da quanto tempo conosci Harvey?”
Il cicaleccio newyorchese. Il vomito meccanico del farfallone di
mezz’età: Freddy Kaplow pareva avere una certa esperienza in merito. Ed
era un po’ troppo attempato per avere figli così piccoli. Con la seconda
moglie, la madre dei gemelli, aveva già chiuso. Di sicuro aveva una figlia
adulta dal primo matrimonio. La figlia e la seconda moglie dovevano
avere, come al solito, quasi la stessa età.
“Dica al signor Morgenbluth che le sue pizze sono state consegnate
all’appartamento sbagliato,” disse Puttermesser. “Gli dica che il 3-C ha
rimediato all’errore.”
“Il 3-C ha rimediato all’errore. Veramente sei arrivata qui in questo
modo? Per caso? Mi piace. Da vera commedia romantica.”
Puttermesser afferrò il carrello e cominciò a spingerlo.
“Un’impresa da Madre Coraggio,” le urlò Freddy Kaplow. “Ehi, il
fegato non ce l’hai, però!”
Le due ragazze dell’ascensore, sempre accoccolate sulla moquette,
erano ancora più allegre di prima. Il groviglio di gambe sul divano si era
fatto più attento. Tre paia di pantaloni (due di velluto e uno di jeans) e
due paia di collant. Uno degli uomini seduti sul divano – non quello in
jeans – aveva i capelli raccolti in una coda, ma era nel complesso
stempiato.
Puttermesser tirava con cautela il manico del carrello. “Scusate, vi
dispiace, se mi fate giusto...”
“Ehi ciao, signora delle pizze, quando si mangia?”
L’uomo calvo con la coda di cavallo disse: “Ho visto una barbona ieri
con uno di questi affari. L’aveva riempito fino all’orlo con un mucchio di
vecchie scarpe. Tutte scompagnate, non ce n’erano due che facevano un
paio.”
“E cosa pensava di farne?”
“Lo sa dio. Di venderle.”
“Di mangiarsele.”
“Di bollirle nei budelli della Grand Central Station e poi di
mangiarsele.”
“Non è divertente,” disse una donna seduta sul divano. “Io coi
senzatetto ci lavoro.”
Puttermesser si fermò. Provava ancora pietà per quella municipalità
devastata: un riflesso dei giorni passati nel regno della burocrazia.
“Nel nostro programma – siamo dei volontari – cerchiamo di fargli
tenere un diario. Leggiamo poesie, E. E. Cummings. Bisogna fargli vedere
che siamo tutti uguali. Lo sentono quando gli sei spiritualmente vicino.”
Un’altra versione del cicaleccio newyorchese. La versione arguta e
quella zelante, entrambe espressione dell’ego e di un alto concetto di sé.
Entrambe espressione della presunzione. Dov’era la virtù, dov’era la
conoscenza? Puttermesser conosceva sollevamenti interiori e desideri.
Pensava alla reciprocità, al significato. Un mucchio di pavoni indolenti e
impettiti, un mucchio di chiacchiere che andavano a sbattere contro il
soffitto. Il pianoforte bianco con le briciole. Le finestre dietro il piano che
avevano virato al blu crepuscolo nel giro di un quarto d’ora. La moquette
beige stile tweed di Harvey Morgenbluth, i suoi bicchieri di carta, l’isteria
di quei bambini affamati e semiorfani che correvano all’impazzata. Oh,
cos’avrebbe dato per una macchina del tempo! Londra avvolta nella
penombra tombale un centinaio di anni prima, una domenica pomeriggio
al Priorato. Cornicioni, spessi tendaggi dalle pesanti pieghe, tavoli
massicci e credenze con zampe di leone o artigli di grifone intagliati,
antichi paesaggi smaltati che pendevano da corde con nappe appese agli
alti soffitti color di rosa. Una tastiera lasciata aperta per mani sublimi e
risolute. E in una poltrona importante e imbottita sistemata in un angolo
ombroso, lontano dalla luce della lampada, la nobile sibilla che riceveva.
Vite vissute all’insegna della cortesia e della distinzione. Vite cristalline,
prive di capitomboli o sbavature. Nel salotto di George Eliot il
comportamento e le idee erano intrinsecamente puri. Ah, potersi lasciare
la negligente New York alle spalle e tornare alla Londra vittoriana lieta e
dorata, quando la luce elettrica era una novità e la poesia priva di
vergogna!
Nell’ingresso molti dei vasi tigrati erano stati rovesciati in pozze di
vino. Puttermesser trascinò il carrello in una chiazza di fango campestre.
I falangi si aprivano in modo scomposto. Una scarpa da bambino giaceva
appiattita sotto uno dei vasi. Una calza avvolgeva la maniglia della porta
come un guanto.
E lì, nell’entrata disseminata di rifiuti del 6-C, c’era un gentiluomo
vittoriano. Non era molto alto. Aveva guance e polsi fini. Era
impressionantemente giovane, aveva baffi biondi e indossava un
cappello: un cappello elegante, non esattamente un fedora, ma qualcosa
di più imponente di un semplice copricapo. Indossava anche un
impermeabile a mantella: parzialmente dispiegato sulle braccia, color
castano ramato e punteggiato da grandiosi bottoni di metallo verniciati e
scandalosamente lucenti come cembali. Sherlock Holmes? Oscar Wilde?
Un dandy in ogni caso, timidamente in mostra. Aveva un braccio alzato e
l’altro no, e fra le due braccia c’era un rettangolo ampio e piatto avvolto
in una carta giallo chiaro e legato con una cordicella bianca.
Puttermesser rispostò umilmente il carrello nel fango per lasciar
passare il dandy. Lui le scivolò accanto senza prestarle alcuna attenzione.
Puttermesser si accorse di essere invisibile ai suoi occhi, ancora più dei
vasi tigrati disposti sul suo cammino. Lei gli aveva ceduto il passo, i vasi
invece domandavano la sua cautela e lo obbligavano a girarvi attorno.
Era ancora peggio di quello che l’Associazione delle Donne Avvocato
avrebbe potuto immaginare: l’umiliante equazione fra una professionista
della legge di aspetto maturo e le pareti e il soffitto dell’ingresso desolato
del 6-C. La maniglia di una porta era più attraente di una donna di
cinquanta e passa anni. Il viso dell’uomo feriva Puttermesser: la sua
giovinezza la feriva. Per un attimo la testa del dandy si era trovata
pericolosamente vicino alla sua: destreggiandosi fra il fogliame sradicato,
l’uomo si era piegato e le si era avvicinato al punto che Puttermesser
aveva scorto i singoli, delicati peli dei suoi baffi. Il dandy aveva occhi
piccoli e seri. Con acuto dolore, Puttermesser aveva pensato che quella
testa, con quel cappello così dignitoso, quelle iridi incolori e snob e quella
poco familiare gravità di intenti erano fuori luogo nel soggiorno di
Harvey Morgenbluth, tra i farfalloni newyorchesi. E quel pacco grosso e
piatto: cosa poteva essere, una carta geografica? Una pianta della città,
una mappa del mondo? Una tavola astronomica. Andromeda. L’Orsa
maggiore e l’Orsa minore. Oppure un grafico. Un grafico aziendale. Poco
male, era solo un venditore. Ma era una ferita illecita: la giovinezza è
appannaggio della giovinezza. Era stato un errore estetico, un’assurdità
morale e vulnerabile anelare a una testa, a un cappello, a una mantella del
genere. Quel naso, quella bocca, quegli intimi peli.
Arrivata nel suo appartamento, Puttermesser lasciò cadere il carrello a
terra e lo rificcò nel vicolo fra il frigorifero e il lavello. Vide che c’era
stata una schiusa: una moltitudine di scarafaggi appena nati brulicava nel
raggio della sua torcia e si dileguava con volitiva intelligenza. La
minimalità di Dio racchiudeva l’impulso all’essere e alla conservazione:
una creaturina priva di anima affermava la sua continuità con la forza e
la furia del mastodontico desiderio umano. O vita! O filosofia!
Puttermesser procedette comunque con l’insetticida.
La mattina seguente sentì il fruscio di qualcosa che volava sotto la sua
porta:
Caro 3-C,
volevo solo ringraziarti per la consegna di ieri: è stato Freddy Kaplow (amico mio e tuo) a
farmi la soffiata. Scusa per il casino e scusa se non ti ho visto! Mi piacerebbe ricambiare,
quindi se dovessi mai avere bisogno di una foto lampo (gratis) per il passaporto o di qualsiasi
altra cosa nel settore fammi sapere. (A proposito, lavoro nel campo della fotografia.) Sono
specializzato in riduzioni o ingrandimenti di foto pubblicitarie ma anche in ritratti di bambini.
Se ti interessa fare un ritratto ai bambini ti posso fare il 25% di sconto in onore della tua
buona azione!
Il tuo frettoloso
(sto andando al lavoro)
Harvey Morgenbluth
6-C

P.S. Mi spiace dirtelo ma l’odore del tuo insetticida ha invaso il corridoio! Questo significa che
i piccoli visitatori risalgono la colonna montante per arrivare da te! Grazie mille, vicina!

Una pagina uscita dal “National Geographic”: un paio di civiltà di opposta


indole potevano vivere nel medesimo ambiente. Gli archeologi riferivano,
per esempio, che gli israeliti e i cananiti avevano abitato nello stesso tipo
di dimora con lo stesso tipo di manufatti, eppure la storia attesta che le
due culture erano profondamente differenti. La planimetria del 6-C non
era diversa da quella del 3-C – Puttermesser l’aveva vista con i suoi occhi
–, ma Harvey Morgenbluth aveva posto in casa per un pianoforte e lei no.
Harvey Morgenbluth dava feste e lei no. Il 6-C, il palazzo dell’esuberanza.
Harvey Morgenbluth aveva un’attività e lei al momento non aveva nulla.
Oppure, riformulando: nonostante avessero planimetrie di case
assolutamente equivalenti, Harvey Morgenbluth apparteneva alla
presente decade e Puttermesser a flashback letterari fantomatici e
selezionati.
Oltre la grigia rete da pescatore che stava per dissolversi in
un’abbondante pioggia autunnale, il sole segretamente splendeva. I
marciapiedi, che correvano ininterrotti, ancora asciutti, avevano l’aspetto
maculato di fiumi scuri e rapidi resi viscosi dai pesci: dalle ragazze in
scarpe da ginnastica che stringevano borse di Thirteen Channel piene di
scarpe col tacco e si dirigevano a gran velocità verso scrivanie, centralini,
computer, capi e subalterni. New York, compreso Harvey Morgenbluth,
andava al lavoro. Puttermesser, invece, bighellonava. No, non è esatto: si
trovava in uno iato meditativo. Di punto in bianco si era fermata: per
ascoltare, osservare, imparare qualcosa, studiare. Era rimasta immobile,
in attesa che la vita accadesse. Perché no? Si avventurava per le strade in
cerca di una boccata d’aria ed era costretta a inventarsi mete: il
supermercato della Terza Strada, nella maggior parte dei casi, anche solo
per un pacchetto di patatine in più. Detestava rimanere senza. Oppure si
mischiava ai fautori della camminata aerobica nei sentieri più popolosi di
Central Park, all’ombra protettiva della Quinta Avenue. O vagava
trasognata per la Morgan Library, il Cooper-Hewitt, il Guggenheim, la
Frick Collection. O andava a vedere le mostre speciali del Jewish
Museum: la dolorosa storia del povero capitano Dreyfus dal viso scavato
(manifesti che facevano rizzare i capelli in testa, l’Europa sconvolta), le
antiche, oscure cronache del golem di Praga. New York, resa folle
dall’abbondanza di mente. Il cervello poteva assimilare solo un briciolo di
quell’abbondanza, anche viaggiando al ritmo di un museo al giorno.
Quadri, giare, ornamenti, armature, manoscritti, arazzi, colonne, flauti,
viole, arpe, il raro, il sublime, il celestiale! Forme e codici miniati, come si
faceva a metabolizzare tutto?
Mano nella mano. Sguardi paralleli. Una donna che non sia arrivata a
cinquanta e passa anni priva della compagnia di George Lewes non
conosce il dolore della solitudine.
Puttermesser si diresse dalla cassa veloce del supermercato (patatine
al gusto di formaggio) alla Society Library, dove prese in prestito le
Lettere scelte di George Eliot di Yale (un tomo piacevolmente corposo ma
trasportabile, a differenza della raccolta completa in sei volumi), poi
passò – perché no? – al Metropolitan: aveva cominciato a piovere, in
ogni caso. Mangiò patatine clandestine in mezzo ai busti romani del
pianterreno. Un busto femminile situato in una nicchia – un ritratto di
beata serenità con un velo in testa, senza dubbio la Vergine Maria – si
rivelò invece essere una donna comune e non teologica del I secolo.
Quello avevano i romani invece della Kodak: ma Puttermesser non
cedette alla seducente idea. Era poco incline, in quel momento, a
meravigliarsi di fronte agli oggetti, agli arazzi e alla statuaria che brillava
attorno a lei – il raro, il sublime, il celestiale – in quell’eminente castello
di capolavori. Pensava alle Lettere. La voce di George Eliot da un lato, il
suo cuore dall’altro. Era stanca del 3-C, di leggere a letto o al tavolo della
cucina. Perché no? Voleva una panchina pubblica.
Da Roma passò all’Egitto (la piccola sfinge di Sesostri III, lo scriba
Nykure, addetto al granaio, con la minuscola moglie che gli arrivava al
ginocchio e la minuscola figlia, il re Sahura con il copricapo e la barba, la
regina Hatshepsut con il suo copricapo e la sua barba, il grande dio
Amun, i possenti cavalli e le gazzelle perfette), all’Africa levigata
(Nigeria, Gabon, Mali), all’Europa meridionale, alle Fiandre, all’Olanda e
poi direttamente agli impressionisti. L’immensità si apriva
sull’immensità. C’erano panchine in ognuna di quelle maestose sale, e
fiumi di turisti pallidi e adoranti che salivano e scendevano le nobili
scalinate in marmo, ma Puttermesser non individuò la panchina giusta
fino a che Socrate non la chiamò.
Almeno l’indice del filosofo si levava in aria. Le luci a soffitto in quel
punto – la pittura neoclassica francese del XVIII secolo – erano smorte e
consunte. La sala era poco popolare e per lo più vuota: a chi
interessavano i neoclassici francesi? La panchina dava verso Socrate sul
letto di morte. Anche da quella distanza Puttermesser riusciva a vedere il
filosofo allungare il braccio destro nudo e muscoloso per prendere la
ciotola con la cicuta. Socrate era massiccio, in salute, nel fiore degli anni.
Un drappo della toga ricadeva sull’altro braccio. E l’indice puntava in
alto. Il filosofo esortava i suoi discepoli: una folla sofferente di allievi di
tutte le età in varie pose di dolore, simili a statue greche drappeggiate. Un
ragazzo coi capelli ricci, una barba grigia in preda all’angoscia, una figura
con il capo reclinato e un cappello da chierico, un uomo con una mantella
rossa che afferrava la gamba di Socrate, un altro che piangeva contro un
muro. Lo stesso Socrate era nudo dall’ombelico in su. Aveva capezzoli
piccoli e rossi, una faccia rubiconda, un naso rotondo e schiacciato e una
barba ramata. Assomigliava molto a Santa Claus, se uno riusciva a
immaginarsi Santa Claus con i peli sotto le ascelle.
Puttermesser si sistemò. Era una buona panchina, decisamente quella
giusta. Non le passava molta gente davanti e la guardia all’altro capo
della lunga sala era indifferente come una sagoma di cartone. Ogni tanto
Puttermesser rubava una patatina. Il sacchetto faceva rumore, ma la
guardia non si muoveva.
Certamente [leggeva Puttermesser nelle Lettere] se vi è un tema nei confronti del quale non
sento alcuna leggerezza è quello del mio matrimonio e dei rapporti fra i sessi: se vi è un atto o
un rapporto nella mia vita che è ed è sempre stato profondamente serio è la mia relazione con
George Lewes.

. . .
Non che io desideri spingermi a ignorare ciò che vi è di non convenzionale nella mia
posizione. Ho considerato i costi del passo che ho fatto e sono pronta a sopportare, senza
alcuna irritazione o amarezza, l’allontanamento di tutti i miei amici. Non mi sono sbagliata in
merito alla persona cui mi sono legata. Vale il sacrificio che ho sostenuto e la mia unica
preoccupazione è che venga giudicata correttamente.

. . .
La mattina lavoriamo alacremente, fino a che la testa non diventa calda, poi usciamo a fare
una passeggiata, alle tre pranziamo e la sera, se non usciamo di nuovo, leggiamo
diligentemente ad alta voce. Penso che non sia possibile, per due esseri umani, essere più felici
insieme.

Non era possibile, per due esseri umani, essere più felici insieme!
Un movimento improvviso aveva animato la parete di fronte: un
capannello di visitatori si era riunito sotto La morte di Socrate. I visitatori
guardarono in alto e poi altrove, continuando a fissare quello che
guardavano. Alla fine alzarono di nuovo gli occhi. Avevano lo sguardo
fisso sull’indice sollevato. Il dito li spingeva inspiegabilmente a guardare
qualcos’altro. Il capannello era diventato un branco circolare. Circondava
qualcosa che si trovava ai piedi di Socrate. Le patatine, il sale, le
avventure amorose dei celebri defunti. Puttermesser provò
improvvisamente una feroce sete: George Eliot e George Lewes
viaggiavano nel continente, dichiarandosi illegalmente marito e moglie.
A casa, in Inghilterra, venivano disprezzati e condannati, ma nell’Europa
illuminata della metà dell’Ottocento venivano accolti nei migliori salotti
senza alcuna critica, venivano presentati a poeti, pittori, consacrati
intellettuali. Franz Liszt suonava per loro a colazione, sorridendo rapito e
rovesciando la testa.
Quella confusione attorno a Socrate. Puttermesser si alzò per vedere
meglio: aveva comunque bisogno di una fontanella. Qualcuno aveva
montato un cavalletto. Puttermesser si fece largo fra la gente che fissava
e si mise a fissare. La tela posta sul cavalletto era quasi terminata: c’erano
i discepoli addolorati, la scalinata della prigione oltre l’arcata buia, la
gente che se ne andava, la catena sul pavimento in pietra ai piedi del
divano del filosofo. Il giovane sofferente che si copriva gli occhi mentre
gli porgeva la cicuta. L’intera scena accuratamente identica a quella del
quadro appeso alla parete, l’unica differenza era che sulla tela Socrate
non aveva ancora un volto: il tipo in piedi davanti al cavalletto stava
punteggiando la barba ramata nel tratto in cui i boccoli ricadevano lungo
la clavicola. Puttermesser fissò il quadro e poi di nuovo la copia. Erano
identici. Non si poteva dire quale fosse l’originale. Si spinse ai margini
della folla e guardò l’ombra del labbro inferiore prendere gradualmente
forma attraverso una sorta di oblò. Aveva una vista migliore del
cavalletto che non del copista. Un pezzo di spalla, una manica arrotolata,
una mano affusolata che maneggiava il pennello: era tutto quello che
riusciva a vedere di lui. La mano operava in modo terribilmente
meticoloso: era paziente, lenta e spaventosamente precisa. Procedeva
come una sinistra macchina duplicatrice. Una macchina che generava
misterioso spaesamento. Il pennello agiva e si ritraeva, agiva e si ritraeva.
Le antiche pennellate ricomparivano, pure come la prima volta.
Puttermesser lesse la didascalia sulla targa in ottone – 1787, JACQUES LOUIS
DAVID – e vide il naso di Socrate prendere nuovamente forma a due secoli
di distanza, un colpo di pennello dopo l’altro. Si leccò le labbra: non
aveva mai avuto così sete.
La fontanella si trovava in un altro piano. Puttermesser si assentò per
dieci minuti e quando tornò trovò la delusione ad accoglierla: lo
spettacolo era finito. La sala era quasi deserta. Il tipo con il cavalletto
stava buttando alcuni oggetti in una sacca: aveva già caricato la tela su
una specie di carrello. Si fermò per pulire il pennello con uno straccio. Poi
si srotolò le maniche e le abbottonò. Aveva scarpe mirabilmente lucide.
Lo spirito mondano di Puttermesser, da lei trascurato, si risvegliò. Non
era sempre stata una bighellona. Fino a non molto tempo prima si era
mossa fra gente che controllava un gran numero di voti, fra deputati,
opportunisti, predatori, uomini pieni di boria. Fra commissari e capi. Non
era stata sempre così mansueta. Contemplare il proprio destino troppo
assiduamente, per un tempo eccessivamente protratto, era debilitante: la
capacità di indagine cominciava ad affievolirsi. Puttermesser pensò a cosa
poteva chiedere al copista: qualcosa che riguardasse il mistero della
riproduzione, qual era il senso della cosa. Era chiaro che non si trattava di
un’esercitazione scolastica: e questo non solo perché difficilmente il
copista – per quanto abbastanza giovane – poteva essere uno studente.
Doveva comunque avere trent’anni passati, a meno che quei baffi,
modesti e composti, non volessero trarre in inganno. E in ogni caso la
volontà di ripetere – Puttermesser era certa di aver colto una volontà
assoluta – era troppo grande, troppo indecentemente ambiziosa per un
mero esercizio. Sembrava una sorta di passione. L’impulso a riprodurre
ciò che già esisteva a cosa alludeva, a cosa portava?
Si limitò invece a chiedergli: “È riuscito a finire il volto?”
Il ragazzo sollevò l’indice in direzione della Morte di Socrate. Sulla
parete, il filosofo lo imitava. “È finito, guardi con i suoi occhi.”
“Nella sua versione, intendo.”
“Quelle che faccio non sono versioni. Sono tutt’altra cosa.”
Un’affascinante gomitata: aha, metafisica! “L’ho vista lavorare. Il
risultato è esattamente lo stesso. Esattamente la stessa cosa.
Soprendentemente identica,” disse Puttermesser.
“Apparentemente identica.”
“Ma lei copia l’originale!”
“Non lo copio. Non è questo quello che faccio.”
Adesso era diventato troppo metafisico. Puttermesser era confusa. Era
confusa dal troppo piacere. Il ragazzo ripiegò le sue cose: prima lo
straccio, poi il cavalletto. Sopra i baffi le narici si erano spalancate in una
doppia vittoria. George Eliot che osservava Liszt: quando la musica
trionfava, le narici le si dilatavano. “Se non vuole chiamarle copie,” stava
per dire – era una discussione quella che si annunciava –, ma lasciò
perdere immediatamente. Le parole le morirono in bocca. Le guance
scarne. Quei peli chiari sotto un naso così curato. Senza il cappello era
difficile esserne certa. Eppure lo era. Quello era il gentiluomo vittoriano
del 6-C. Il dandy che l’aveva snobbata perché i giovani non sono capaci di
notare una donna di cinquanta e passa anni. Adesso però l’aveva notata.
Puttermesser si rese conto di averlo obbligato a farlo. Lo aveva costretto a
guardarla.
“Ma lei non è un amico di Harvey Morgenbluth? Ci siamo conosciuti
nell’atrio del suo appartamento,” disse. “Alla festa.”
“Non vado alle feste di Harvey. Da lui vado a lavorare.”
“Be’, io abito sotto di lui. Tre piani sotto.” Quella era frode. Non aveva
mai posato gli occhi su Harvey Morgenbluth: avrebbe dovuto
ammetterlo. “Era un quadro quello che aveva con lei? Quel pacco
grosso?”
Era chiaro che il ragazzo non si ricordava di lei.
“Harvey fotografa le mie opere.”
“Nel senso che copia le sue copie.”
“Non sono copie. Gliel’ho già spiegato.”
“Ma il risultato è esattamente lo stesso,” insistette Puttermesser.
“Non posso farci niente. È l’atto che mi interessa. Io non copio.
Rimetto in vigore. E lo faccio a modo mio. Inizio con uno scarabocchio e
poi agisco. Come faccio a sapere se il volto di Socrate sarà finito per
primo o per ultimo? Crede che mi interessi? Crede che mi importi sapere
cosa prova un pittore morto? O cosa pensasse duecento anni fa un tizio
con un pennello in mano? Io procedo a modo mio.”
La terribile sete di Puttermesser di colpo riaffiorò. Puttermesser pensò
che fosse per la virata del suo cuore. Gli organi la prosciugavano
lasciandola all’asciutto. Aveva abbandonato l’intera cerchia dei suoi
conoscenti in nome della sorpresa intellettuale. Mamma, gridò
attraversando le paludi disseccate di interi decenni perduti, mamma,
guarda, il cervello è la sede delle emozioni, te l’avevo detto!
Con la voce della madre, disse: “È merce usata, no? Non dovrebbe
partire da un’idea nuova? Dalla sua idea?”
“È questa la mia idea. È sempre la mia idea. Nessuno mi dice cosa
fare.”
“Ma lei non inventa nulla: una combinazione nuova, qualcosa che
prima non esisteva,” lo incalzò Puttermesser.
“Tutto quello che faccio è originale. Prima che io le dipinga, le mie
opere non esistono.”
“Non può dire che copiare qualcun altro sia originale!”
“Io non copio.” Si mise la sacca a tracolla prendendola dalla cinghia.
“Io riproduco. Non riesce a capirlo? I bambini continuano a nascere, no?
E ogni bambino è nuovo e non è mai esistito prima.”
“Nessun bambino ha le sembianze di un altro,” protestò Puttermesser.
“A meno che non siano gemelli.” La tela finì sul carrello. “Che vivono
vite separate fin dal primo respiro.”
“Un quadro non è vivo,” arrivò quasi a gridare Puttermesser.
“Be’, io sì. È questo il punto. Tutto quello che faccio accade per la
prima volta. Tutto quello che faccio non è mai stato fatto prima.” D’un
tratto le lanciò un’occhiata speculativa. Puttermesser ebbe un sussulto
quando vi colse una sfumatura di giubilo. Parlava così ogni giorno della
sua vita? Lo guardò dritto nelle pupille, zeri rotondi e neri, isole lucenti
lambite da un debole inchiostro. Il dandy puntò il cavalletto ripiegato
verso di lei: era un vero e proprio congegno con dadi ad alette da tutte le
parti. “Che ne direbbe,” chiese, “di darmi una mano con questo?”
Camminarono separati dal congegno. Puttermesser aveva le Lettere
schiacciate sotto il braccio. L’immensità si aprì di nuovo sull’immensità,
le sale si aprirono sulle sale. Attraversarono imponenti civiltà,
manovrando attorno alle colonne come una coppia di operai, trapanando
corridoi di gente che guardava trasognata o rimaneva a bocca aperta.
Scesero la maestosa scalinata con passo precario e barcollante. Era chiaro
che il copista avrebbe potuto portare tutta l’attrezzatura da solo: era
abituato a farlo. Lei era un accessorio pencolante – un impedimento –,
ma a Puttermesser sembrava che quella goffa carovana avesse anche un
altro scopo. Nella bacchetta che li univa correva una sorta di calore
mentale. Il copista aveva deciso di agganciare per un po’ la sua persona a
quella di Puttermesser. Ruth si rese conto di essersi imbattuta in un tipo
originale. Un imitatore con una filosofia! Una filosofia che negava
l’imitazione! E il copista non si sbagliava, non era un pazzo. Era, come
aveva detto lui, qualcuno con un’idea nuova. Uno che rivendicava la
legittimità. Era colpevole, ma aveva una spiegazione. O forse non era
affatto colpevole. Il congegno che sobbalzava e ballonzolava fra loro, con
le sue aste e le sue viti, era motivo di eccitazione: costringeva
Puttermesser a rimanere a distanza e al tempo stesso la conduceva. Era
una sorta di guinzaglio. Ruth seguiva il copista come un cane che
invecchiava, camminando di traverso.
Pozzanghere sul marciapiede. Puttermesser si era completamente
persa la pioggia. La strada era insabbiata dalla luce del pomeriggio. Lasciò
andare il cavalletto e si detestò per averlo fatto. L’aveva trovato, però!
George Lewes, George Lewes era a New York! E aveva una tesi a modo
suo, un argomento di vita. Aveva coraggio. “Passerò,” disse il copista.
“Farò un salto da lei, la prossima volta che devo andare da Harvey.
Tenga, prenda uno di questi. C’è scritto tutto.”
Appoggiò a terra il cavalletto, la sacca e il carrello. Poi tirò fuori una
piccola custodia rossa da cui estrasse un biglietto da visita bianco.
C’erano un numero di telefono e due righe, anch’esse in rosso:

RUPERT RABEENO
RIMESSA IN VIGORE DEI MAESTRI

Puttermesser, che non rideva da un mese, scoppiò a ridere: era pronta per
la felicità. “La gente capisce di cosa sta parlando quando si vede
consegnare questo biglietto?”
“Si spiega da sé.”
Puttermesser continuava a ridere. Era tornata audace come un vecchio
politico. “Perché dovrebbe fare un salto da me?”
“Per spiegarle il biglietto.” Il copista si chinò per prendere il cavalletto,
la sacca e il carrello. “Non vuole che lo faccia? Preferirebbe che non
passassi?”
“Venga subito,” gli rispose Puttermesser. “Muoio di sete. Metterò su
un tè.”
2. I lettori notturni

Il tè preferito di Puttermesser era Celestial Seasonings Swiss Mint: ogni


bustina era corredata di una citazione istruttiva o nobilitante. Henry
Word Beecher: “La compassione cura più peccati della condanna”. Victor
Hugo: “La risata è il sole che scaccia l’inverno dal volto umano”. Ralph
Waldo Emerson: “Tira fuori il meglio da te stesso, perché è tutto quello
che hai”.
La saggezza era stampata anche sulla scatola. Rupert Rabeeno lesse:
“‘Ho sempre pensato che le azioni degli uomini fossero i migliori
interpreti dei loro pensieri’, John Locke,” poi cambiò lato della
confezione. “Questa è di Nietzsche: ‘Chi ha un perché per vivere può
sopportare quasi ogni come’.”
Leggere le citazioni delle bustine era solo un gioco, un diversivo.
Quello che stavano realmente leggendo era Middlemarch. Era l’inizio di
un progetto: avrebbero letto tutti i romanzi di George Eliot, ad alta voce,
dandosi il cambio. I primi capitoli erano andati al ritmo di galoppo, ma
dopo un po’ le chiacchiere si erano messe di mezzo. I due si
dimenticavano cos’era successo all’inizio del capitolo e dovevano
ricominciare da capo. A volte non leggevano proprio. Rupert Rabeeno
non era una di quelle persone che permettono alla cortina della mera
inferenza di oscurare la propria vita. Era sorprendentemente esplicito:
faceva vedere a Puttermesser le cose. In poco più di un mese l’aveva
condotta in tutti i meandri della sua infanzia. Puttermesser conosceva il
contenuto del portagioie impolverato della madre – l’anello delle
superiori, quattro paia di orecchini di celluloide, una collana di perle
presa in un negozio di articoli a basso costo, un orologio rotto a forma di
violino – e il posto preciso in cui il padre un tempo teneva la chiave della
cassaforte (una scarpa fuori moda con cinturino alla Buster Brown). Il
padre aveva gestito un negozio di scarpe in una cittadina vicino ad
Atlanta. Rupert aveva due sorelle sposate, molto più grandi di lui,
diventate più volte nonne, che vivevano a Tampa e a Dallas. Sosteneva di
avere, inoltre, due madri. La prima era morta quando lui aveva nove anni,
e dopo la sua dipartita Rupert aveva preso l’abitudine di fantasticare sui
tristi resti dei suoi poveri ninnoli. Gli sembrava di cogliere il profumo del
suo vestito nel portagioie riposto nel guardaroba con cassettiera. Il padre
lo aveva spostato nello scantinato del negozio. La seconda moglie del
padre – giovane e dal colorito roseo – aveva lavorato nel negozio come
già aveva fatto la madre di Rupert, e per conquistarsi l’affetto del
bambino si precipitava a casa per dargli latte e biscotti al cioccolato
quando lui usciva da scuola, come già aveva fatto la madre. Ma Rupert
rovesciava appositamente il bicchiere e la matrigna lo osservava
strisciare un dito sprezzante nel latte e disegnare meravigliosi gatti con la
coda alzata. Dopo quegli episodi, lo avevano mandato a prendere lezioni
di arte ogni martedì pomeriggio in una piccola scuola locale, frequentata
per lo più da ragazze. Dall’altra parte del corridoio c’erano corsi di tip-tap
accompagnati da un piano tremebondo: era un posto umiliante.
Puttermesser notò che Rupert non aveva un accento particolarmente
marcato: aveva lasciato il Sud da tempo ed era stato dappertutto. Alcuni
anni addietro si era imbattuto, al Louvre, nel suo primo “soggetto”:
l’Officier de chasseurs à cheval de la garde impériale chargeant di
Théodore Géricault. Nel periodo precedente aveva tradotto dal catalano e
ancora prima aveva lavorato per un periodo al London Fringe, dove
aveva interpretato De Flores in The Changeling.
Puttermesser ascoltò Rupert con formidabile capacità di penetrazione:
il copista le aveva affidato l’incarico di afferrare la sua persona. Era come
se le avesse dato un rasoio con cui definire i suoi contorni, la
raffigurazione della sua storia. Voleva che lei sapesse esattamente come
era arrivato a essere quello che era. Le riversò addosso tutto quello che
aveva fatto – aveva fatto molte cose – in una doccia di colore e aneddoti:
non era per l’elusività. Gli uscirono storie consunte a forza di ridirle:
Puttermesser avvertiva i nodi e le sbavature di trame riutilizzate. Gli
uscirono ritratti: le sorelle dai capelli ricci, i loro mariti (due medici, un
gastroenterologo e un pediatra), i loro figli, le figlie, le sconosciute e gli
sconosciuti che gli uni e le altre avevano sposato. Ma li aveva persi di
vista tutti. Si era lasciato la sua famiglia alle spalle. Parlò dei riflessi
curiosamente perfetti dei ponti sulla Senna, al punto che non riuscivi più
a dire qual era il mondo reale, quello in aria o quello sul fiume. Del lavoro
part-time che si era trovato a diciott’anni, in uno stabilimento sudicio in
cui si pressava il vinile, dove aveva dovuto ascoltare e riascoltare i dischi
alla ricerca di eventuali difetti nei solchi. Di come una volta lo avevano
assunto per insegnare inglese in un loft della Quindicesima Ovest a gente
spaventata e patetica appena arrivata dai Caraibi, alle dipendenze di un
“direttore” mezzo matto che pretendeva che ogni singolo alunno
ripassasse le sue frasi modello in verde. Di come il negozio di scarpe,
perennemente buio e deserto come un cinema vuoto, con una fila doppia
di sedie schiena contro schiena, avesse tutto a un tratto cominciato a
fiorire e ad animarsi, infiammato, a quanto pareva, dai veloci spostamenti
della matrigna sulla vecchia moquette marrone, al punto che i due – il
padre miope e la rubiconda seconda madre – avevano osato aprire un
altro negozio nella cittadina limitrofa, chiamato, come il primo, A
ciascuno le sue scarpe.
Era quasi troppo. A Puttermesser non sarebbe dispiaciuto un po’ più
di mistero, l’eco di qualcosa di riparato, un segreto stipato in una fessura.
Punti, qua e là, di opacità. Rupert le aveva raccontato, con una vividezza
compulsiva e comica che l’aveva scossa, del suo matrimonio notturno e
clandestino, a ventitré anni, con Cecilia Almendra, una giovane cantante
argentina di cabaret che si era rivelata una scappata di casa. Il señor e la
señora Almendra li avevano scoperti e avevano riportato la sposa a
Buenos Aires: prima che loro avessero consumato, aveva precisato
Rupert Rabeeno. Il señor Almendra (nato Mandel, un profugo del
cataclisma europeo) si era infuriato. La señora Almendra si era messa a
piangere. La ragazza risultava iscritta alla NYU e avrebbe dovuto studiare
psicologia. Non era mai andata a lezione e aveva mandato lettere
menzognere a casa. Lavorava al “cabaret” – un bar sudicio nella Avenue
A – fino alle cinque di mattina. Una farsa da camera da letto con un letto
immacolato.
Nei successivi dieci anni o giù di lì Rupert aveva vissuto senza amori:
non di quel genere, in ogni caso. Parigi, poi Londra e poi Pittsburgh. Era
stufo di essere un vagabondo male in arnese che viveva barattando
gingilli fatti di trucchi ed espedienti. Nella granitica Pittsburgh aveva
lavorato per un satrapo di provincia, il monarca di una ferrovia interna
allo stato, e per cinque o sei anni si era buttato nei tabelloni pubblicitari. I
suoi manifesti imponenti e chiassosi, fatti di arancione acceso, viola e
rosso martellante, spiccavano in ogni stazione come giganteschi
francobolli e collegavano una cittadina all’altra. Le linee dei pendolari che
portavano a Pittsburgh erano tenute insieme dai cartelloni di Rupert: lui
guardava a quei manifesti come a perle lucenti infilate nelle rotaie. E si
considerava una scatola a sorpresa policromatica che tendeva imboscate
alla gente. Dopo i cartelloni pubblicitari era passato alle scatole di cereali.
Gli piaceva l’idea che la stessa identica caraffa gialla a doppio manico da
cui traboccavano fiocchi di banana finisse in tavola da Tokyo a Tel Aviv.
La ripetizione non era lontana dalla continuità, e la continuità non era
lontana dall’eternità. Ma alla fine gli incarichi, i progetti e le campagne
non gli interessavano. I direttori artistici e i dirigenti d’azienda non gli
piacevano. La granitica Pittsburgh per lui si sbriciolava. Non era meglio
di un mucchio di sabbia che passava dal foro di una clessidra. Gli
mancava non essere padrone di se stesso.
Rupert Rabeeno era saturo della sua vita: chi non lo è, e comunque
perché no? Gli piaceva raccontarla e riraccontarla, come se così facendo
potesse evitare che si riducesse e finisse nelle strettoie del dimenticatoio.
Non lasciava andare niente di quello che aveva conosciuto, visto o
provato. O non provato. Faceva riaccadere tutto ciò che era accaduto. La
ripetizione lo rinvigoriva. E Puttermesser era uguale. Se ne era resa conto
in un impeto di liberazione deflagrante come un atto cognitivo, più
deflagrante della costernazione: lei era uguale, assolutamente uguale, non
era diversa in nulla! Cospirava, nella concentrazione della risolutezza, per
ridisegnare, rifare, ripetere ciò che era già accaduto. Per ritradurlo nel
linguaggio del suo respiro. Una resurrezione di qualche tipo. Lei sognava
che le restituissero George Lewes – un simulacro di George Lewes – e
Rupert Rabeeno desiderava che ciò che era accaduto riaccadesse: non era
forse la stessa cosa? Non era forse anche lei una maestra, un’autodidatta
della rimessa in vigore?
Un pomeriggio nevoso di inizio gennaio – Rupert Rabeeno aveva
appena consegnato uno dei suoi grossi pacchi piatti al 6-C – Puttermesser
decise di rendere il copista partecipe dell’idea che aveva avuto a
proposito di George Lewes. Più che un’idea era un istinto. Un incendio.
Qualcosa che la rendeva timorosa. Puttermesser soffriva: Rupert avrebbe
potuto prenderla in giro, avrebbe potuto umiliarla. E poi quella terribile
discrepanza: il fossato degli anni. Il primo George Lewes (Rupert Rabeeno
avrebbe accettato di essere il secondo?) era nato nel 1817. George Eliot
nel 1819. Un’unione matematicamente perfetta, generazionalmente
intelligente, per così dire. Avevano due anni di differenza, lei ne aveva
quasi trentacinque, lui trentasette, non potevano essere più
decorosamente adeguati. La vergogna premeva alle porte. Una megera.
Una vecchia rugosa. Gli estrogeni diminuivano nelle sue cellule. Rupert
Rabeeno era troppo giovane – troppo giovane di vent’anni – come
candidato al simulacro di George Lewes. Un divario come quello era una
sciocchezza in ogni secolo.
Lo osservò rovistare nel centimetro cubo intasato della sua dispensa. Il
copista tirò fuori una lattina di zuppa di pomodoro e verdure e ne versò il
contenuto in una pentola. Poi aggiunse dell’acqua prendendola dal
bollitore azzurro e cominciò a girare. Puttermesser era abituata a quella
scena: Rupert Rabeeno adorava le zuppe. Ne portava due o tre lattine
ogni volta che si presentava da lei.
Puttermesser aveva studiato come dirglielo. Glielo avrebbe
annunciato. “23 ottobre 1854,” cominciò. Poi lesse: “‘Ho passato
abbastanza tempo con Lewes da poter valutare il suo carattere su
adeguate basi, e non ritengo perciò assurdo dare il mio parere e
testimoniare che è una persona degna del massimo rispetto’”. L’odore
umido delle cipolle che si scaldavano nella zuppa li avvolse in una spirale.
“Scritta,” spiegò Puttermesser, “subito dopo che George Eliot e George
Lewes erano partiti insieme per Weimar.”
Rupert scodellò la zuppa in due delle ciotole di porcellana cinese di
Puttermesser. “Perché Weimar?”
“È la città di Goethe. Lewes stava lavorando a un libro su di lui. C’era
sempre qualcosa a cui lavorava.”
“Siediti e mangia la verdura,” le ordinò Rupert Rabeeno. “Quella
donna è pedante. Troppo seria.”
Puttermesser disse: “È a Lewes che sto pensando. A George Lewes,
allegro, lieve, un conversatore!”
“Ci pensi un sacco. Anche a lei.”
Un nodo di imbarazzo le serrò la gola. “È solo una sensazione,”
continuò. “Una specie di... come dire, una trovata. Una trovata letteraria.”
Abbassò la testa. La cosa era fuori luogo. Era troppo vecchia: di
vent’anni. “Il punto è l’amicizia ideale.”
Rupert disse: “Continuo a non capire il senso di Weimar. Perché sono
dovuti andare da qualche parte? Non ha senso. Possiamo benissimo
rimanere qui.”
Quindi la capiva nel profondo. Era imprevedibile. Era pronto.
Puttermesser si rese conto che ora che lei si era abbandonata al suo
piccolo incendio, lui avrebbe potuto migliorarlo, avrebbe potuto
complicarlo, avrebbe potuto scuotere la cenere della teoria e darle fuoco
fino a farla vivere. Si addentrarono nel resto di Middlemarch senza
interrompersi. O quasi. Spesso Puttermesser lo seguiva nella città
immersa nell’inverno: dopo La morte di Socrate Rupert era passato alla
Frick. Ora stava bollendo una zuppa in scatola di orzo e funghi nel suo
appartamento, un monolocale con un divano letto nella
Cinquantanovesima Ovest. Puttermesser aveva la sensazione che i vari
single che lo avevano preceduto in quella stanza solitaria si agitassero nel
vapore come spettri. La valigia di Rupert era ordinata e in attesa: camicie
e dolcevita pulite, lucido da scarpe e dentifricio. I vestiti erano in ordine,
ben spazzolati. Puttermesser gli chiese dove nascondesse il maggiordomo.
Rupert rise. Era euforico. “Non c’è spazio per Battista! È nella mia
camicia di batista!” Le mostrò la sua lampada preferita: indispensabile, le
disse, per l’intimità. Ridendo, lasciarono impronte nella neve. Lungo i
marciapiedi la coltre fresca ricopriva i cumuli neri ammassati nell’ultima
settimana.
Il paralume della lampada di Rupert era grande come l’ala di un
pipistrello e gettava riflessi fosforescenti sulle pareti. La sera, in quella
luce verdastra e vitrea – il 3-C si trovava ora spettralmente sott’acqua –
finirono Il mulino sulla Floss. Rupert chiese cosa venisse dopo.
Puttermesser ci pensò su. “Romola no. George Eliot diceva che era
stato quel libro a farla invecchiare.”
“Vediamo com’era nella vita,” disse Rupert.
Scarpinarono nella fanghiglia newyorchese fino alla Society Library e
presero tutte le biografie di George Eliot che c’erano, compresa quella
che Puttermesser aveva restituito non molto tempo prima. Rupert voleva
vedere quanto coincidessero, se, per dire, la George Eliot descritta negli
anni ottanta del Novecento era la stessa delineata negli anni quaranta
dello stesso secolo o negli anni novanta dell’Ottocento. Sosteneva che
fosse come rimettere in vigore un paesaggio un centinaio di anni dopo.
Lo stesso gruppo di alberi sotto lo stesso cielo, però diverso. Quello che
cambiava era l’occhio dell’osservatore. Puttermesser si lasciò quasi
attrarre dalla tesi, che ormai, comunque, le era indifferente. Chiacchiere
da copista. Non era per nulla interessata. Era contenta, era stata
consacrata. Il germe della sua segreta visione aveva preso forma. Lei e
Rupert erano lì, uno accanto all’altra, a leggere ad alta voce all’ombra di
un gennaio casalingo e pastorale. Puttermesser aveva varcato i cancelli
segreti, era entrata nel regno dell’amicizia ideale. Il timbro della voce di
Rupert era scuro, con un picco stridulo e penetrante qua e là, il verso di
un uccello immaginario: un trillo che Puttermesser non udiva nella
normale conversazione. Qualcosa lo aveva conquistato. Accalappiato.
Ogni tanto le sue palpebre erano sconvolte da un tic. Era agitato, era
travolto. Era andato oltre il suo piccolo incendio, la incalzava.
In quel cubo che era la sua cucina Puttermesser gli raccontò la sua
contorta storia professionale e gli confessò la sua deludente storia con
Rappoport, che ora si trovava con la moglie a Toronto. Rupert,
concentrato, diede qualche colpo alla zuppa – che era grumosa – e agitò
le uova nella padella. Dopo cena le tagliò i capelli. I riccioli caddero, dalla
nuca e dalla fronte, sulle spalle e sul pavimento. Mentre Rupert
tagliuzzava pareggiando i lati, Puttermesser si guardò allo specchio e
rimase colpita: non era ancora una megera. Trattini di capelli le
ricoprivano il collo di peluria. Rupert soffiò e glieli fece scivolare nella
camicia e lungo la schiena. Nello specchio Puttermesser sorrideva
contenta. La lingua faceva capolino come una lucertola scintillante.
Rupert non aveva mai pensato che lei fosse vecchia. Fra di loro non vi era
nulla di grottesco. Adesso Puttermesser ci credeva. Erano amici, amici
ideali. Puttermesser si rendeva conto che Rupert era ancora più
infervorato di lei.
Quando il copista salì nell’appartamento di Harvey Morgenbluth,
Puttermesser rimase a casa. Avrebbero parlato di affari. A lei non
interessavano gli affari di Rupert. Portavano alla discordia e allo scontro.
I suoi affari consistevano in cartoline. Rupert copiava i maestri. Harvey
Morgenbluth fotografava le copie di Rupert, a colori, e le riduceva. Poi le
mandava dallo stampatore e infine da un grossista per la distribuzione.
Era così che Rupert si manteneva. La morte di Socrate, per esempio, una
volta completato il volto, era riapparsa in pacchetti da cento sigillati in
plastica trasparente. Cento indici di Socrate sollevati nello stesso identico
modo. C’era un Rubens – Venere e Adone – con un Cupido e una coppia
di cani. C’erano gli Iris di Van Gogh e la Donna con pappagallo di Manet.
C’era il Canal Grande di Turner, tutto barche e cielo, acqua e lontananza
brumosa. Puttermesser riteneva che Rupert fosse un genio, un genio
ventriloquo. Era in grado di penetrare ogni stile e ogni forma, dal petalo
al lobo dell’orecchio. Era a suo agio nelle minuzie e nelle vedute. Dietro a
ogni cartolina erano stampati il titolo del quadro e il nome del pittore, e
anche, in caratteri minuscoli: RUPERT RABEENO, RIMESSA IN VIGORE DEI MAESTRI.
Era quello il motivo della loro piccola guerra. “Se alla fine deve ridursi
tutto a delle cartoline,” gli diceva Puttermesser, “tanto vale che spedisci
Harvey Morgenbluth al Met con una macchina fotografica.”
“Per prima cosa non glielo farebbero fare. E comunque,” le rispondeva
Rupert, “non è questo il punto.”
“Sì, invece. Tutti i musei del mondo vendono le cartoline dei loro
quadri.”
“Appunto. Queste invece sono le cartoline dei miei quadri.”
“È una frode.”
Quella risposta lo divertì. “Sei proprio un avvocato!”
“Non ho detto che è illegale. Non sto parlando delle leggi sul
copyright. I neoclassici francesi non sono coperti da diritto d’autore. È un
problema fra te e la tua coscienza.”
“La mia coscienza!” Rupert si impennò come se lei gli avesse dato uno
schiaffo ed emise una risatina stridula. La risata le ricordava la sua voce
quando leggeva: lo schiocco di un baccello soprannaturale che si
dischiude.
“La gente guarderà il tuo Canal Grande e penserà che sia di Turner.”
“Sono stato io a farlo,” le ripose Rupert, con una tale limpidezza che
Puttermesser ebbe l’impressione di poter guardare attraverso i cerchi
privi di colore dei suoi occhi e raggiungere il mormorio che vi era dietro.
Quel mormorio la travolgeva. Gli prese la testa fra le braccia. “Rupert,
Rupert,” disse. Un fabbricante di doppioni privo di doppiezza. Quasi
credeva alla sua causa: che non fossero copie quelle che fabbricava. Non
traeva maniere o manierismi dai suoi prototipi. Ne catturava – possibile
che fosse vero? – il potere.
Puttermesser declamò: “‘Vedere Kean recitare è come leggere
Shakespeare alla luce dei fulmini’”.
“Cos’è?”
“L’ha detto Coleridge di un famoso attore.”
E le loro schermaglie finivano. Puttermesser non riusciva a
continuare. Rupert non inventava le opere di suo pugno, ma aveva
almeno inventato se stesso. Non era un imbroglione, non era un
impostore. Le cartoline erano opera sua. Puttermesser se le ritrovava
nelle librerie, e spesso si rendeva conto di averle già viste. Una volta in
cui era entrata in una cartoleria per comprare delle buste ne aveva scorto
un intero espositore vicino alla porta. Nella fila superiore c’era Gertrude
Stein di Picasso: la testa autonoma, la fronte a mattonella, il mento da
topo. Ma era opera di Rupert.
3. L’indicibile gioia

Le letture notturne alla luce verde mare della lampada: i nomi dei defunti
da molto, moltissimo tempo. Brabant, Bray, Chapman, Rufa, Cara, Sara,
Barbara Bodichon, Edith Simcox, Johnny Cross. Spettri. Fra loro, solo
Herbert Spencer sopravviveva riconoscibile per conto suo. George Eliot
aveva osato implorarlo di sposarla. Era infatuata. Non aveva ancora
conosciuto George Lewes. “Prometto di non peccare più allo stesso
modo,” aveva dichiarato quando Spencer l’aveva rifiutata. Non poteva
immaginare che lui avrebbe finito i suoi giorni da scapolo. Il filosofo
dell’evoluzione non sarebbe riuscito a evolvere. “Se ti legherai a
qualcun’altra, morirò, ma fino ad allora, se mi rimarrai accanto, troverò il
coraggio di lavorare e di rendere la vita degna di essere vissuta. Non ti
sto chiedendo di sacrificare nulla: sarò brava e allegra e non ti darò mai
fastidio.”
Rupert stava leggendo dalle Lettere. Puttermesser abbassò
repentinamente le palpebre. Conosceva quelle penose frasi a memoria.
L’abiezione, lo struggimento. L’arido Herbert Spencer, un uomo chiuso in
se stesso. Nessun sentimento poteva invaderlo. Ma un giorno aveva
portato George Lewes con sé alla “Westminster Review”, dove George
Eliot – che era ancora Miss Evans – lavorava come redattrice. Lewes era
allegro, impudente, faceto. Aveva il viso butterato, e un naso minuto e
delicato con due grosse narici. Era un sagace imitatore, e raccontava
storie brillanti senza un briciolo di grettezza. Di primo acchito George
Eliot lo aveva trovato brutto. Era abbastanza brutta anche lei. La gente
diceva che lui assomigliava a una scimmia. E lei a un cavallo. Lewes
aveva dei biglietti gratis per il teatro e l’aveva invitata ad andare con lui.
Recensiva pièce, libri, si occupava di arte, di musica. Era mondano e
versatile. Scriveva di letteratura francese e tedesca, era autore di opere
teatrali, di un saggio sull’infermità mentale, si occupava di storia, scienze,
filosofia, di anemoni, di Comte e di Charlotte Brontë. Lei traduceva
Strauss, Feuerbach, Spinoza. Si occupava di Matthew Arnold, Tennyson,
Browning, Thoreau, Ruskin. Leggeva Omero, Platone, Aristofane,
Teocrito. Leggeva Drayton e una storia del sanscrito.
“Che coppia, che coppia,” disse Puttermesser.
Aveva scoperto qualcosa di sconcertante: Rupert le aveva confessato
che fino ad allora George Eliot era stata poco più di una diceria per lui. Al
secondo anno delle superiori, nella cittadina vicino ad Atlanta in cui
viveva, avevano letto Silas Marner. Era tutto quello che conosceva di lei.
Il resto era una novità. Prima di allora non aveva mai aperto una sua
biografia. Non aveva mai sentito parlare di George Lewes, di Johnny
Cross o di tutti gli altri.
“Perché non me l’hai detto, quando abbiamo cominciato? Quando
abbiamo cominciato a leggere?”
“Pensavo l’avessi capito.” Appoggiò la mano sulla sua. Com’era
affidabile. Com’era ansioso di appagarla. “Però mi sto riprendendo. Sono
bell’e che preso. Cosa sai tu che io non so?”
Non avrebbe potuto contraddirlo. Era come se Rupert si fosse tuffato
nella sua mente e avesse ingoiato tutti i pesci spinosi, grandi e piccoli,
che gli fossero balenati davanti. Puttermesser era estasiata: era vero, fra
loro non c’era nessuna differenza. Immerso nella luce verde mare della
lampada, Rupert era stato irretito: adesso sapeva quello che sapeva lei.
Era Lewes quello che Puttermesser voleva fargli conoscere.
Continuarono a leggere fino a che non si prosciugarono. Lessero fino
a che i loro occhi non cominciarono a tremolare e non si gonfiarono. La
stranezza della situazione non sfuggiva loro: mentre nell’intimità
notturna George Eliot e George Lewes avevano letto Scott, Trollope,
Balzac, Turgenev, Daudet, Sainte-Beuve, Madame d’Agoult (Lewes aveva
annotato i vari nomi nel suo diario), Rupert e Puttermesser leggevano
solo i due George. Puttermesser cominciò a discutere sul possibile
significato della cosa. Non era una questione di “ispirazione”: non voleva
certo paragonarsi a una celebre defunta di epoca vittoriana. Era
consapevole della sua dimensione lillipuziana: un esausto avvocato di
città, dallo stentato sviluppo in quanto a esperienza reale, una donna
negli ultimi tempi reclusa, consumata dalla solitudine, con la malinconia
incisa nelle striature del volto. Il punto non era l’ispirazione, ma qualcosa
di più austero. Il punto era lo stesso dei due George: lo studio. Rupert e
Puttermesser stavano studiando una coppia di eroici, allegri compagni.
Allegri compagni! Era lo spirito cameratesco che stavano studiando, la
vicinanza.
“George e George,” disse Rupert. “Praticamente una coppia di
gemelli.”
“Erano amanti,” lo corresse Puttermesser.
La mattina Rupert afferrava la sacca, il carrello e il cavalletto
tintinnante e si dirigeva alla Frick. Puttermesser provava meraviglia di
fronte alla trama imbevuta di olio denso e luccicante della tela. La sera,
dopo cena, lei e Rupert proseguivano con i due George. Una storia di
denaro e di famiglia. I soldi erano andati ad Agnes, la moglie indulgente e
adultera di Lewes, e ai figli da lei avuti da un altro uomo. Agnes nella
vecchiaia, grassissima, con dita piccole e pingui che le giocherellavano in
grembo, sostenuta fino alla morte dai proventi di George Eliot: Rupert e
Puttermesser guardavano con aria trasognata la fotografia contenuta in
uno dei volumi che ingombravano le sedie della cucina come tanti
mattoni. Ma per i figli di Lewes, George Eliot era “Mutter”. Uno era
morto giovane: George Eliot lo aveva accudito e pianto come fosse stato
suo. Un altro era rimasto legato a lei per tutta la vita. Lewes, nel
frattempo, cercava pazientemente di convincerla a cimentarsi nella
scrittura, anche se dentro di sé dubitava che riuscisse a padroneggiare la
drammaticità. George Eliot era ascesa alla grandezza da un giorno
all’altro. Ed era rimasta comunque un paria. Isaac, il fratello, che abitava
ancora nelle Midlands della loro infanzia, non voleva avere nulla a che
fare con lei. George Eliot gli aveva scritto, ma lui si era rifiutato di
rispondere. Sua sorella viveva con un uomo che aveva una moglie. Sua
sorella non veniva ricevuta nei salotti rispettabili. Alla fine era stato il
mondo ad andare da lei. La regina Vittoria aveva escogitato il modo di
esserle presentata.
Rupert lesse: “‘L’indicibile gioia che troviamo l’uno nell’altra è svilita
solo dalla sensazione che un giorno ci dovremo separare.’” George Eliot e
George Lewes avevano vissuto quell’indicibile gioia per venticinque anni:
lei aveva avuto lui, lui aveva avuto lei, insieme avevano avuto la fama, il
tributo, l’Europa, una carrozza tutta per loro, gli agi, l’ammirazione delle
menti migliori e una schiera di giovani – fra cui Johnny Cross – che
ruotavano attorno a loro e li adoravano. Johnny Cross aveva aiutato
Lewes a trovare una casa in campagna: era molto bravo in tutte le cose
pratiche. George Eliot lo chiamava “nipote”. “Mio caro nipote” era il
modo in cui cominciavano le sue lettere. E si concludevano con “La tua
affezionata zia”. Johnny Cross era un bel ragazzo alto di ventinove anni,
ed era stata la madre a presentarlo a George Eliot a Roma, durante una
vacanza. Dopo aver frequentato la Rugby School, Johnny era andato a
New York a lavorare in una filiale della banca di famiglia e poi era
ritornato a Londra per fare la stessa cosa. George Eliot aveva conosciuto
il nipote Johnny Cross il giorno del cinquantaduesimo compleanno di
George Lewes.
4. La terribile discrepanza

Le scene della morte e del periodo immediatamente successivo lasciavano


Puttermesser indifferente. Le erano familiari e non le riteneva importanti.
A lei interessava il Lewes vivo, il Lewes salvifico, il Lewes gaio e
trasformativo. George Lewes era morto a sessantun’anni, alla fine di un
freddo e umido novembre. Era sempre stato cagionevole di salute.
Durante le ultime ore i dottori avevano continuato a entrare e a uscire
dalla casa affaccendati. Davanti al Priorato i cocchieri si scambiavano
chiassose battute. George Eliot non era andata al funerale. Si era chiusa
per giorni in camera sua con i libri e il microscopio di Lewes. Aveva
urlato. L’aveva sentita solo la servitù.
Puttermesser si fermò. Era finita.
Rupert disse: “Dovremmo farlo.”
“Dovremmo fare cosa?”
“Sposarci.”
“Loro non si sono sposati,” disse Puttermesser, e chiuse il libro.
“Ehi, aspetta, c’è dell’altro.”
“Lewes non c’è più.”
“C’è tutto il resto.”
“Lei da sola non ti piace, hai detto che è pedante.”
“Questo prima che la conoscessi. Andiamo avanti,” insistette Rupert.
Puttermesser continuò a leggere. Due mesi dopo la morte di Lewes
George Eliot aveva scritto a Johnny Cross: “Carissimo nipote, ho
veramente bisogno del tuo affetto. Ogni segno di interesse nei miei
confronti da parte delle persone che rispetto e a cui voglio bene mi è di
aiuto... fra un paio di settimane mi piacerebbe vederti. A volte avrei il
desiderio di vederti subito... la tua affezionatissima zia.” E in una
splendida giornata di maggio, nella chiesa di St. George, a Hannover
Square, sedici mesi dopo avere urlato per la separazione da Lewes,
George Eliot aveva sposato Johnny Cross. La neomoglie aveva
sessant’anni. La madre di Johnny era morta a pochi giorni di distanza da
Lewes. Johnny era un orfano di quarant’anni.
Rupert danzò nella minuscola camera da letto di Puttermesser.
Avevano messo la lampada dalla luce verde mare sulla scrivania di tek.
“Hai visto, hai visto!”
“Aveva bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi,” disse Puttermesser.
“Era fatta così.”
“Il corpo era ancora caldo!”
“Non puoi appoggiarti a un morto.”
“Aha!” Le prese i polsi. “Non te l’avevo detto fin dall’inizio? Quel
giorno al Met? Te l’avevo detto: io sono quello vivo!”
Puttermesser lo guardò meravigliata. “Be’, c’è la luna di miele.”
“Della luna di miele mi occupo io!” esclamò Rupert.
Puttermesser lo osservò ricostruire Johnny Cross. Johnny destava in
ogni caso perplessità. Nessuno lo conosceva davvero. Ci si aspettava da
lui che fosse “profondo” e non lo era. Era bello, affabile, atletico e ricco.
Non era un intellettuale, anche se lavorava arditamente alla cosa, nello
stesso audace modo in cui abbatteva un folto gruppo d’alberi o con la
stessa passione con cui si scagliava su una pallina da tennis. Era un
formidabile nuotatore. Non era nemmeno lontanamente uno scrittore, ma
aveva prodotto un libro sorprendente. Sorprendente più che altro perché
era stato lui a scriverlo: La vita di George Eliot. Il titolo era ovvio e diretto
come il suo autore. Johnny si era dedicato anima e corpo all’opera dopo
che George Eliot era morta: era stata una genuflessione.
Rupert si accorse subito che la caterva di biografie da cui avevano
letto – comprese quelle di Johnny Cross – erano inutili. Johnny Cross
compariva in tutte le biografie, certo, ma questo non significava che ci
fosse. Lo trovavi, ma non riuscivi ad afferrarlo. Rupert faceva quello che
poteva per rievocare il vero Johnny. In un certo senso lo ricreava:
Puttermesser pensava che fosse una sorta di razzia. Rupert era
irragionevole e ingiusto, ma Puttermesser doveva riconoscere che era
ingegnoso. Andava alla ricerca di combinazioni e accostamenti inauditi:
una lettera, poi un paragrafo da una delle biografie, poi ancora una
lettera. Tesseva e intesseva entrando e uscendo da qualsiasi cosa gli
capitasse fra le mani. E ciò che emergeva da quella prestidigitazione era
Johnny Cross innamorato: ma non di George Eliot.
“Buon dio,” disse Puttermesser. “L’unica cosa che tutti sanno per certo
di Johnny Cross è che amava George Eliot. La adorava! Non c’è mai stata
nessun’altra per lui. Dopo che lei è morta non si è mai risposato. Non
puoi contraddire quello che tutti sanno con assoluta certezza.”
Ma Rupert andò avanti a dimostrare la sua tesi. Disse che si capiva dal
modo innaturale in cui Johnny si era comportato nelle prime settimane
dopo il funerale di Lewes. George Eliot lo aveva pregato di andarla ad
aiutare con la parte finanziaria, di cui si era sempre occupato Lewes.
Johnny era bravo con i soldi. Ma era arrivato con l’Inferno di Dante.
George Eliot era in salotto a rileggere l’Iliade – in greco, naturalmente –
per distrarsi dal suo dolore. Johnny sperava che lei lo iniziasse a Dante
per distrarlo dal suo di dolore. Stava rielaborando il lutto della madre. Il
problema era che doveva leggere Dante nella traduzione di Carlyle.
L’italiano che aveva imparato a Roma, con la madre, non era all’altezza.
“Oh,” aveva esclamato George Eliot guardando il nipote, “ma lo dobbiamo
leggere insieme!”: la donna preferiva Dante ai conti. Avevano affrontato
il testo parola per parola. Lei era stata estremamente paziente. Lui era
stato dolorosamente attento: era quello il suo piano.
Rupert sollevò La vita di George Eliot in modo che fosse inondata dalla
luce verde mare della lampada e declamò: “‘Il divino poeta ci condusse in
un mondo nuovo. Fu come rinnovare la vita.’ Questa è una confessione.”
“Appunto! Lo vedi?” disse Puttermesser. “Rinnovare la vita! Ci sta
dicendo che la adorava...”
“Non hai capito,” le disse Rupert. “Il ragazzo aveva un’infatuazione.
Per George Lewes.”
“Rupert, è ridicolo.”
“Non intendo quello che pensi tu. Sto parlando di personificazione.
Johnny stava cercando di mettersi nei panni di Lewes: se c’era qualcosa
in cui Lewes era bravo, ci provava anche lui. Era quello il suo piano.
Sarebbe stato Lewes per lei. Un ragionevole facsimile. Voleva inculcarle
l’idea che Lewes fosse ancora in giro. Accessibile, per così dire. In carni e
ossa diverse. La faccia era quella di Johnny, ma l’anima era quella di
Lewes. È questo il punto.”
“Oh, non saprei,” disse Puttermesser, dando segni di cedimento.
Quella teoria era ridicola e non lo era.
“Prendi le letture notturne. Le annotava in un diario, proprio come
faceva Lewes. Prima Dante. Poi lei gli fa fare Chaucer, Shakespeare,
Wordsworth: le basi. Lui suda sette camicie. E tutto questo in un salotto
del Priorato, proprio sotto una foto ingrandita di Lewes. Per quanto ne so
ha posato le sue chiappe sulla stessa poltrona su cui le ha posate Lewes. E
quando le chiede di suonare il piano per lui? La stessa musica che George
Eliot aveva suonato per Lewes? E quando lei compie sessant’anni, lui le
bacia la mano.”
“E poi la sposa. George Lewes non l’ha mai fatto! Continui a fare finta
che questa parte non esista,” disse Puttermesser. “Sposandola, Johnny
non si è messo nei panni di Lewes!”
“E tu credi che lei non avrebbe sposato Lewes con un matrimonio in
chiesa in pompa magna se ne avesse avuto la possibilità? Se la legge
glielo avesse concesso? Nel momento in cui questa cosa diventa possibile
– Johnny è decisamente single – lei cosa fa? Si precipita fuori a comprare
un corredo.”
Rupert pescò un libro dalla pila appoggiata sulla scrivania di tek e si
inumidì il pollice. “Tutti scrivono lettere a destra e a manca alle sue
spalle. Alimentano le chiacchiere. ‘George Eliot è andata da tutte le
modiste e le sarte di Londra più alla moda... Tutto quello che si poteva
fare con l’aiuto di soldi e gusto per renderla un po’ più adatta a un uomo
di quarant’anni è stato fatto.’ Dopo averla snobbata per un quarto di
secolo perché viveva con Lewes, quando sposa Johnny il fratello le scrive
per farle le congratulazioni! E lei gliene è grata. Questi sono dei
conformisti, Ruthie, ti assicuro. È Johnny che devi tenere d’occhio.”
Puttermesser lo fissò. “Perché?”
“Te lo dico io perché. Perché lo devi vedere trasformarsi in un secondo
Lewes.”
“Sei tu che lo stai trasformando. Lo stai facendo diventare Johnny
Cross, Rimessa in vigore.” Puttermesser indietreggiò. Aveva i polmoni
pesanti per la troppa aria. “Lo stai facendo diventare un copista!”
Rupert fece un sorriso paradisiaco. “Non è questo quello che Johnny
aveva in mente?”
“Johnny era innamorato! E lei era sola, le mancava l’amore coniugale.
Era stata felice con Lewes, voleva essere felice di nuovo...”
Puttermesser afferrò le Lettere e rovistò ferocemente fra le pagine.
“Santo dio, Rupert, senti cosa dice!”
Nella mia vita si sta verificando un cambiamento importantissimo: una sorta di miracolo in
cui non avrei mai pensato di poter credere e che ancora mi lascia stupita. Se questo altera il
concetto che avete di me così profondamente da costringervi a considerarmi una nuova
persona, una sconosciuta, non ve ne vorrò, perché io stessa fino a poco tempo fa non avrei
mai detto che ciò potesse accadere.

Sto per sposare Mr Cross... È stato un amico devoto per anni, a cui Lewes voleva molto bene e
di cui si fidava, e ora che sono sola, Mr Cross vede nel dedicarmi la vita l’unica possibilità di
ottenere la sola felicità che desidera da tempo... Non è possibile dare spiegazioni per questo
genere di crisi, che paiono improvvise ma hanno avuto una gestazione lenta e oscura...
Partiremo domani e rimarremo all’estero per due o tre mesi.

“Dopodiché sono partiti. È così che stanno le cose,” concluse


Puttermesser. “Erano amanti sposati. Non è che puoi continuare a
travisare la cosa e a trasformarla in altro. Vuoi sentire cosa provava lei?
Questo era quello che provava!” Era spietata come un conquistatore. Era
Rupert che voleva conquistare: quello che lui voleva fare di Johnny Cross.
Batté un pugno sulle Lettere e si mise furiosamente a leggere: “‘Benedetti
sono i morti, che si riposano dalle fatiche e non devono temere una
sopravvivenza arida e inutile.’ È per questo che lo ha sposato!”
Rupert aveva l’aria pensierosa. Seria. Puttermesser lo osservò per
l’ennesima volta: era snello, biondo, levigato e minuto. Era spazzolato e
in ordine. I cerchi trasparenti e vuoti dei suoi occhi facevano risaltare le
pupille nere e ferme come aghi. Le pupille parevano punti a capo
profondi e feroci. Punteggiavano. Pungevano.
“Dovremmo farlo,” continuò Rupert. “Non la parte dell’estero. Quella
del cambiamento importantissimo.”
Era serio. Non stava reprimendo una risatina. Non aveva buttato lì
una battuta. Puttermesser detestava le punzecchiature e l’impertinenza.
Era scappata dalla festa nell’appartamento di Harvey Morgenbluth per le
punzecchiature e l’impertinenza. Rupert era un uomo del Sud: non era
contaminato dal cicaleccio newyorchese. “Come poche altre persone al
mondo, è molto meglio di quello che sembra: un uomo di cuore e di
coscienza che indossa la maschera dell’impertinenza.” Così George Eliot
aveva descritto una volta George Lewes, anche se non subito. La sua
prima impressione era stata di un bellimbusto in miniatura che roteava le
braccia, parlava troppo e in modo futile. Ma Rupert era assolutamente
serio.
“Ok,” gli rispose Puttermesser. “Facciamolo.”
Non era sicura di aver appena accettato di sposare Rupert Rabeeno.
“Non dimentichiamoci la luna di miele,” disse lui.
“Ok,” ripeté Puttermesser. “Della luna di miele ti occupi tu.”
Lo osservò preparare la luna di miele. Lavorava in modo pignolo, con
una sorta di istinto militare nell’organizzarla: striscioline di carta per
segnare le pagine, volumi pronti all’uso disposti in ordine consecutivo,
citazioni ricopiate su cartoncini. Si era preparato molto bene. Partendo
dalla mescolanza di materiale da cui attingevano ogni sera – carte
geografiche, lettere, diari, biografie, memorie, opuscoli, libri e poi ancora
libri! – Rupert creava qualcosa di ingegnoso, qualcosa di non comune. Un
destino. Si occupava della luna di miele con lo stesso calore di
immanenza che aveva insufflato nella Morte di Socrate. Leggeva, urlava,
cantava, sorrideva radiosamente. E tutto quello per Johnny Cross, che era
solo note a piè di pagina e anticlimax. Rupert non le avrebbe permesso di
calpestare la sua teoria: non era riuscita a dissuaderlo. Era gelosa. Rupert
non si era affatto prodigato a quel modo per George Lewes. Eppure stava
accadendo ancora, un secondo round. Puttermesser era costretta ad
ammettere a se stessa la possibilità che Rupert fosse sulla strada giusta.
La luna di miele di Johnny Cross e George Eliot si rivelava la pura
imitazione di quella di George Lewes e George Eliot: la luna di miele che
non poteva essere definita tale perché non si erano mai sposati.
Rupert cominciò dal matrimonio. Era plausibile cominciare da lì, dalla
chiesa alle dieci e mezzo di mattina. Il figlio di Lewes, di due anni più
giovane di Johnny, aveva accompagnato George Eliot all’altare. I parenti
di Johnny c’erano tutti: le sorelle con i mariti, e i cugini e le cugine con i
figli. Dopo la cerimonia la sposa e lo sposo erano tornati al Priorato con
due notai per apporre la firma alle loro ultime volontà. Poi erano partiti
per Dover, dove il giorno dopo avrebbero preso il piroscafo per Calais. A
Dover avevano pernottato nello stesso albergo in cui avevano dormito
George Eliot e George Lewes venticinque anni prima. (“Quando Johnny
andava ancora a scuola!” esultò Rupert. “Nello stesso albergo!”) Quando
avevano raggiunto Calais, Johnny aveva notato che George Eliot aveva
l’aria molto più giovane e più sana: era come se ripercorrere ogni singolo
familiare miglio della strada percorsa un tempo la rinvigorisse. (“Era la
strada di un tempo,” le fece notare Rupert.) I due erano diretti a Venezia.
Johnny aveva deciso di andare a Milano passando da Grenoble e dal
Moncenisio, ripercorrendo esattamente lo stesso itinerario che Lewes
aveva tracciato per quella che George Eliot aveva definito la loro
“profonda felicità coniugale.” Una settimana a Milano, come avevano
fatto loro, e poi Venezia.
Venezia! “Che pace! Che bellezza!” aveva sussurrato George Eliot.
(Rupert, leggendo dal suo diario, sussurrava a sua volta.) “Guardando
fuori dall’alta finestra dell’albergo che dava sul Canal Grande, pensavo
che fosse un peccato andare a dormire. Venezia era più bella di come
l’avevano dipinta nei romanzi d’amore. E quell’impressione perdurò e
divenne persino più forte negli otto giorni che vi passammo.” Ma quelli
erano i tempi di Lewes. La camera dei due George aveva un’aria
vertiginosamente remota, sospesa com’era sulle acque scintillanti. Il
pomeriggio i due vagabondavano nella basilica di San Marco, che
trovavano fulgida ma barbarica. Nella Scuola di San Rocco erano stati
folgorati dalla modesta Maria dell’Annunciazione del Tintoretto. Avevano
comprato merletti, vetri e gioielli e avevano girato la laguna in una
gondola ornata di lanterne colorate. Quando passavano sotto il ponte di
Rialto, i gondolieri mettevano i loro remi a riposo e gorgheggiavano a
pieni polmoni per tirare fuori l’eco dalle onde. (“O sole mio,” cantò
Rupert. “Adesso guarda John-nee,” cantò di nuovo.) Johnny Cross e
George Eliot avevano raggiunto Venezia un mese dopo il loro
matrimonio. Era l’inizio di giugno, e l’aria era profumata. Il sole, i palazzi
screziati tinta crema con antiche crepe che correvano lungo i muri, le
ombre che volgevano alle tenebre sotto i ponti: avevano intenzione di
fermarsi per un lasso indefinito di estate.
Invece se ne erano andati nella seconda settimana.
“Il panico,” disse Rupert. “L’emozione segreta e violenta della luna di
miele. Il suo mistero, il suo enigma.”
“Ho capito,” disse Puttermesser. “Falla finita. Piantala di tirare acqua
al tuo mulino.”
5. La luna di miele

Avevano preso un albergo sul Canal Grande e si facevano portare tutti i


pasti in camera. La maggior parte del nuovo guardaroba di George Eliot
l’aveva seguita nei bauli. Aveva vestiti di bella e astuta fattura, che
coprivano le clavicole sporgenti da anziana con leggerissime mantelle e
rivelavano il girovita ancora giovane. La morte di Lewes l’aveva lasciata
sofferente e fragile. Ora si era meravigliosamente rimessa. Era energica,
instancabile. Faceva scarpinare Johnny per chiese e gallerie e gli dava
lezioni di architettura, pittura, scultura, storia. Lui la seguiva con ardore.
Era orgoglioso di lei, era orgoglioso di sé. Era fatta. Era esattamente
quello che era stato con Lewes. Avevano ammirato la stessa Madonna
bruttina del Tintoretto e avevano fatto il giro delle viscere pacchiane di
San Marco. La calura di giugno aumentava. La sensazione cominciava a
essere quella dei tropici, sebbene nelle antiche chiese di pietra facesse
ancora abbastanza fresco.
Ma c’era qualcosa che non andava nell’aria. Era strana, cattiva. C’era
qualcosa che non andava nelle fognature. La vista che si godeva (anche se
non così dall’alto) dalle finestre dell’Hôtel de l’Europe era la stessa di cui
aveva goduto l’altra coppia, i due George: il Canal Grande lucente come
una lama di coltello la mattina, striato di sangue al tramonto, torvo al
crepuscolo. Ma il canale era poco meno di una fogna. L’aria che esalava
era una nube malata, una pustola di vomito, una scia di gas. Era
decisamente cattiva. Le finestre aperte la ingurgitavano, soprattutto di
notte, quando c’era un barlume di vento. Di notte regnavano la pace, la
bellezza: era un peccato andare a dormire. George Eliot e Johnny Cross
passavano i giorni a cercare campanili che rintoccavano, cappelle
defilate, ritratti con velature di bimbi santi, vescovi, santi e dogi, e
quando la calura si attenuava leggermente prendevano una gondola e
giravano per i canali, intontiti dalle gote bianche e accecanti dei palazzi.
La bellezza, la bellezza!
La sera si sedevano a cenare al desco intimo e ovale della loro camera.
La biancheria da tavola era sempre azzurra, anche se la tovaglia,
profumata da un sapone alle erbe, veniva cambiata ogni giorno e sul
tavolo, per nascondere le esalazioni del canale, veniva posata una ciotola
di fiori raccolti nel pomeriggio. Quando andava a riprendersi i vassoi –
George Eliot e Johnny Cross mangiavano in modo frugale: pane, pesce e
tè –, il cameriere li trovava immersi nell’Inferno. Erano ritornati a Dante
perché era chiaro che Johnny aveva bisogno ora più che mai di
rispolverare il suo italiano. George Eliot continuava a essere prodiga e
attenta, soprattutto di fronte alle difficoltà della sintassi. Aveva notato
una sorta di risolutezza frenologica nell’arco coronale quando davanti
alla disciplina della pagina la testa di Johnny si abbassava: un capo
dolicocefalo in un uomo alto sei piedi e dalle ossa lunghe. George Eliot
era contenta che Johnny non potesse essere, nell’aspetto, più diverso da
Lewes: non c’era nulla in lui che glielo ricordasse. Lewes era piccolo e
vivace – a volte troppo rapido – e brillante e versatile. Johnny non era
veloce, ma era sufficientemente mondano. Era un croupier in grado di
dire quando un uomo bleffava. “Tu non sai nulla,” gli aveva detto una
volta lei prendendolo in giro, “di verbi hiphil o hophal, della storia della
metafisica o del posto occupato da Keplero nelle scienze, ma sai cose
sagge di altra specie, che albergano solo in un cuore virile: segreti di
amorevolezza e rettitudine.”
Johnny aveva un carattere solido, ben temprato, ed era affidabile e
affettuoso. George Eliot soffriva per il fatto di essere così vecchia, anche
se lui non ci pensava mai. A Venezia, nonostante tutta la loro felicità, lei
si logorava. Niente poteva renderla ancora giovane per Johnny, se ne
accorgeva ogni volta che infilava il pettine fra i capelli grigi o si portava
uno specchio all’altezza degli occhi: la parte carnosa e ammaccata sotto le
orbite era ormai fuori controllo. Johnny era già abbondantemente calvo,
ma i capelli attorno alle orecchie erano ancora scuri e formavano dei
boccoli. La barba era riccia. Dalla barba (la sua bella bocca si perdeva fra
quei ricci) traspariva un ragazzo dall’aria nervosa che stava facendo uno
sforzo. George Eliot vide il suo sguardo e capì. Erano passate cinque
settimane – quasi sei – dal matrimonio. La notte andavano a dormire
ognuno nel proprio letto, come due amici: lui era il suo nobile compagno,
il suo cavaliere, il suo fedele allievo. Come si impegnava! Ma nella lettura
di Dante vacillava: lei gli indicava il punto con un dito e lui si correggeva.
Johnny cominciava ad avere un’aria un po’ languida. Più lei rifioriva –
più le sue condizioni fisiche miglioravano –, più lui si afflosciava. Non
avevano ancora dormito come marito e moglie.
Era l’esercizio fisico che gli mancava. Johnny era, dopo tutto, un uomo
abituato all’aria aperta, giocava a tennis e a calcio, remava e nuotava.
Venezia, con tutta quell’acqua, e mai una vogata: la città si riduceva a
gondolieri abbronzati e remi indolenti, gite sognanti fra i canali, chiese,
gallerie, quadri e storia. Storia e poi ancora storia. Arte e poi ancora arte.
Bellezza e poi ancora bellezza. Johnny agognava l’aria pulita, qualcosa di
faticoso.
(“Doveva essere piuttosto faticoso,” intervenne Rupert, “vestire ogni
minuto i panni di Lewes!”)
Johnny aveva bisogno di fare una nuotata. Così aveva detto. Il Canal
Grande era una cloaca. Era sotto casa, sotto le loro finestre, ma uno non
poteva nuotare in quell’acqua. Il Lido non era lontano. Dovevano andare
al Lido, dall’altro lato, dove c’era una bella spiaggia di sabbia. Ci
andarono e si sedettero compostamente su una panchina, fra le signore
con i parasole, e si misero a osservare il profilo delle onde di marea.
Johnny disse che non vedeva l’ora di fare un bagno. Le cabine non erano
lontane, e si era portato il costume. Sarebbe corso verso l’acqua, avrebbe
fatto un bel tuffo, si sarebbe sciolto le membra e avrebbe guadagnato di
nuovo la spiaggia correndo. Ci avrebbe messo al massimo un quarto
d’ora. George Eliot riteneva che il tempo non fosse adatto a
quell’avventura: “Non lo senti,” disse sollevando l’indice pedagogico che
lo aveva così spesso guidato nei meandri dell’Inferno, “il vento?” “Muoio
dalla voglia di fare un bagno,” le rispose lui, “siamo a metà giugno e fa
caldo come nell’Ade.” “Sebbene sia gradevole,” obiettò amabilmente lei
con quella voce cortese e regolare da contralto tanto cara a Lewes e
adesso anche a Johnny, “la temperatura non è tale da rendere un tuffo
nell’acqua fredda” – e lì si sforzò di trovare la giusta similitudine – “cosa
buona quanto una bevuta per gli assetati.”
Tornarono in albergo. Johnny ordinò una cena elaborata a base di
agnello, pomodori e budino. Alle spalle del cameriere comparve un
sommelier con due bottiglie rosso rubino. George Eliot ne bevve un solo
bicchiere. Johnny parecchi. Pareva eccitato, sulla difensiva. Lei colse la
fame nei suoi occhi, e capì che quello era un timido tentativo di
festeggiare. Il tempo era giunto. Negli ultimi giorni George Eliot aveva
avuto modo di osservare la natura più intima di Johnny, la sua
delicatezza, la sua propensione al rimuginio. Johnny Cross aveva
osservato scorato le forme e i quadri che Lewes aveva guardato anni
prima con così tanto brio e così tanto venerabile acume. Johnny era
rimasto assorto. George Eliot non si stupì quando il cameriere tornò per
sparecchiare e Johnny si pulì le mani con il tovagliolo azzurro declinando
l’invito ad affrontare Dante. Pensò di tentarlo con Comte – un diversivo
–, ma lui si rifiutò. Lei fu discreta. Era naturale che ci fosse diffidenza fra
loro. Fino a un mese prima Johnny era uno scapolo, sicuramente non più
casto di qualsiasi altro bel giovane. Ma a differenza di lei – che era andata
a letto con George Lewes per venticinque anni – era nuovo ai rituali
solenni dell’intimità coniugale. George Eliot aveva percepito in lui
un’esitazione nuova, un allontanamento. Si tratteneva, era attento: teneva
a bada la sua natura animale in attesa che lei gli facesse un cenno. George
Eliot temeva un po’ che Johnny le chiedesse di prendersi la responsabilità
della cosa. Ma al tempo stesso l’idea la eccitava. Lo chiedeva a lei, che era
abituata a contare su un marito!
Si ritirò nella zona guardaroba, una nicchia dotata di specchi separata
dal resto, e scelse una camicia da notte mai indossata prima. Chiuse la
porta per evitare che lui la vedesse troppo presto e si sciolse i capelli. La
camicia da notte nascondeva le sue spalle ossute con masse di merletti
che parevano piume. Guardandosi allo specchio, si stupì nel vedere che la
sua figura gradevole e i capelli sciolti le davano la dolcezza di una sposa
di ventidue anni: non si sentiva affatto vecchia.
Quando tornò da lui, rimase delusa: Johnny si era sdraiato nel suo
letto. Non c’era nulla di diverso, era come tutte le altre notti. George Eliot
aveva pensato di trovarlo alla finestra a indugiare, ad ascoltare, per così
dire, i suoi movimenti, a guardare le spirali nere lanciate nell’acqua dai
remi dei gondolieri. Ad aspettare che lei – la sposina! – si nascondesse
sotto il copriletto: a quel punto, esitante, in silenzio, con tenerezza, lui si
sarebbe finalmente avvicinato. Invece Johnny era una gobba rigida
nell’altro letto. Aveva ripiegato i pantaloni e li aveva appoggiati su una
sedia. La brezza sospingeva le tende della finestra, che arrivavano a
sfiorargli il capo.
Ma in fondo, ripensandoci, quella riluttanza la affascinava. George
Eliot si disse nuovamente che toccava a lei prendere l’iniziativa. Come
poteva essere altrimenti? Johnny era restio, era solo un ragazzo. Forse si
sbagliava, forse non aveva nessuna esperienza. Sotto le finestre un
convoglio di gondole scivolava lungo il Canal Grande e levava al cielo
risate, voci e canti in un italiano lontano da quello di Dante. Dei locali
che si divertivano o una festa di gondolieri a cui partecipavano le loro
vivaci ragazze. L’aria, che continuava a essere cattiva, gonfiava ogni
rumore fino a farlo diventare un boato. Poi la fila di gondole si allontanò
e lei rimase sola con lui nel silenzio. “Bester Mann,” mormorò e aggiunse
altre parole di Goethe: Goethe, che Lewes aveva tanto amato.
Si sedette sul letto accanto a Johnny e gli accarezzò il profilo
dell’orecchio. “Carissimo John,” gli disse. Lui continuò a darle le spalle e
non si mosse. George Eliot sollevò il copriletto e gli si sdraiò accanto.
Johnny non si era messo la camicia da notte. Aveva ancora addosso la
camicia della mattina. Si era tolto la cravatta, che giaceva sul pavimento
arrotolata come un grosso serpente. George Eliot gli sfiorò il
rigonfiamento della caviglia con la punta del piede nudo e gli cinse
audacemente il vasto petto con un braccio. La parte superiore del corpo
era rovente. La gamba era fredda. Aveva avuto ragione a distoglierlo
dalla nuotata: era malato? “Johnny, caro,” gli disse. Lui non le rispose.
George Eliot era allarmata e provava un vago senso di vergogna:
allontanò il piede dalla caviglia di Johnny e gli mise la mano sull’altra
gamba. Era fredda, freddissima. Nonostante lo strascico di vento, la notte
era tiepida. E diventava sempre più calda. Lungo i solchi che andavano
dal naso agli angoli della sua bocca, le pieghe di una donna ormai
invecchiata, cominciò improvvisamente a colare il sudore. Le sudavano
anche le ascelle. Non riusciva a fare quello che lui desiderava. Era troppo
impudente, non riusciva a cogliere la tacita direzione che lui le indicava.
“Johnny,” lo implorò, “caro ragazzo, non stai bene? Guardami, Johnny
caro, fammi vedere i tuoi occhi.”
A quel punto lui si girò e le mostrò gli occhi. Erano irriconoscibili: i
bordi delle palpebre erano screpolati e sanguinolenti come carne e
separati come i lembi di una gola d’animale appena tagliata. Si vedeva
solo il bianco: i globi oculari erano rotolati verso l’alto. Un vecchio
segreto la folgorò come un’intuizione: una cosa che sapeva e si era
dimenticata. Johnny aveva un fratello pazzo che era stato rinchiuso da
qualche parte. Glielo aveva detto Lewes molto tempo prima. Di colpo i
globi oculari tornarono al loro posto. Johnny non era normale. Non stava
bene. Il vento pungente e putrido, le fogne, il canale inquinato, la finestra
aperta. Respirava con insistenza. Ogni inspiro sembrava una dura
conquista. Lei stessa non aveva abbastanza aria. Erano sepolti in una
fornace. Sotto le finestre la flotta di gondole stava tornando, la chiassosa
festa di prima o forse un’altra altrettanto rumorosa: George Eliot udì
scoppi di risa, voci di strada, canti e questa volta anche una chitarra
tremolante. Si alzò. La mente andava avanti e indietro così rapidamente
da scuoterle il corpo: c’era un medico a Venezia, il dottor Ricchetti, cui gli
inglesi si rivolgevano. George Eliot corse verso il cordone del campanello
appeso alla parete di fronte, un po’ lontano dalle finestre, per chiamare il
portiere dell’albergo.
Un colpo fortissimo – lo schiocco di un’enorme frusta da mandriano o
il rumore di un improvviso ciclone – rintronò nella camera spoglia. Un
proiettile di qualche tipo: la donna ne aveva vista l’ombra volare alle sue
spalle. Una pietra – una palla, un osso – lanciata da qualche zotico
membro dell’equipaggio sottostante. L’oggetto era entrato in camera. Ma
il letto era vuoto. Johnny non c’era. Le tende erano state strappate. Il
proiettile non era volato in camera, ma fuori. Il proiettile era Johnny.
George Eliot si affacciò al davanzale e strillò. I gomiti di Johnny, ancora
in maniche di camicia, si immergevano e riemergevano, si immergevano
e riemergevano come pinne bianche. Johnny si stava facendo una nuotata
nel Canal Grande. I gondolieri la presero in giro ripetendo le sue urla:
“Gianni! Gianni!” Si buttarono nell’acqua scura della notte e si misero a
inseguirlo, ma lui non si lasciava raggiungere. Inseguirono le pinne
bianche per dieci minuti e poi ripescarono il povero Johnny
agganciandolo per il colletto della camicia con un remo.
6. Il matrimonio

Puttermesser aveva sempre odiato quella parte. Era troppo brutta. Non ci
voleva pensare. La parte gloriosa finiva con il funerale di George Lewes.
Il resto non era nulla. Il resto non contava. Johnny Cross, cui era stato
diagnosticato uno “stato depressivo acuto” una sola notte in tutta la sua
vita, era tornato alla normalità, non aveva più avuto un solo momento di
alienazione che si potesse definire tale ed era morto nel 1924 all’età di
ottantaquattro anni. Ma George Eliot si era indebolita ed era crollata. Era
morta sei mesi dopo che Johnny si era gettato dalla finestra.
Rupert continuava a essere allegro. George Eliot non gli mancava: non
l’aveva mai ammirata. Anche Puttermesser, sotto la sua influenza, aveva
cominciato a ritornare un po’ sui suoi passi. Forse George Eliot era
davvero pedante. Non avrebbe dovuto impedire a Johnny di fare un bagno
quando erano al Lido. Era stata irragionevole. Sapeva che Johnny non era
portato per le lingue: non padroneggiava l’ebraico e faceva confusione fra
verbi hiphil e verbi hophal. E allora perché lo aveva terrorizzato con
Dante? Ma Rupert continuava a insistere con la sua idea: Johnny
impersonava Lewes. Dopo Venezia, nel poco tempo che restava al loro
matrimonio, George Eliot e Johnny Cross erano tornati nella stessa
identica casa che Lewes aveva comprato con l’aiuto di Johnny. “Le stesse
identiche quattro mura!” esclamò Rupert. “È una prova! Cos’altro vuoi di
più?”
Puttermesser dava segni di impazienza. Cominciava a non poterne più
dell’idea di Rupert.
“George Lewes non si è buttato nel Canal Grande, o sbaglio?”
Allontanò l’ultimo volume del diario di George Eliot. “Johnny non era
semplicemente in grado di affrontare il sesso,” concluse.
Si guardò in giro per la stanza. Disordine a valanga. Cataste di
biografie, mappe, memorie e diari. Una crosta che sommergeva la
scrivania, il cassettone e il pavimento. Grattacieli in miniatura sui
davanzali. Basta. Quei libri se ne dovevano andare. Fuori, fuori!
Dovevano tornare tutti alla Society Library! L’unico angolo ordinato era
quello vicino al suo letto, dove Rupert aveva sistemato parecchie pile di
cartoline, dritte come tessere del domino.
Puttermesser si sentiva sopraffatta. Era come se avessero vissuto una
sommossa. Qualcosa di turbolento era successo. Era sfinita, come dopo
un’intossicazione o uno stato di trance. Ed era stato Rupert l’artefice di
quella precarietà da brivido, di quel tumulto. Aveva sbattuto fuori George
Lewes, un uomo dall’anima luminosa, e aveva spinto dentro Johnny
Cross. Rupert che impersonava Johnny Cross che impersonava George
Lewes! La cosa era troppo viva. Strideva, provocava. Quando Rupert si
era messo a raccontare – a raccontare la luna di miele –, Puttermesser si
era agitata, si era infiammata, si era scottata. Rupert era un mago. Le
aveva fatto rivivere la luna di miele sotto le unghie, alla radice della
colonna vertebrale. Puttermesser soffriva. Era Lewes che voleva, solo
Lewes. Non avevano forse – lei e Rupert – messo la testa sotto la stessa
lampada? Non avevano forse incendiato ogni singolo passaggio che si era
messo fra loro? Ma Rupert le aveva tolto Lewes e le aveva dato Cross. Era
fatta! La luna di miele era finita! Terribile, terribile. Puttermesser la
odiava. L’aveva sempre odiata. E lui gliel’aveva infilata sotto le unghie,
l’aveva spinta come un palo fino a che non aveva raggiunto la colonna.
Rupert disse: “Ho finito con la Frick. Pomodori e verdure?”
Puttermesser disse che la zuppa non le andava.
“Ho finito ieri. Un bel paesaggio olandese. Quando si asciuga vedo
Harvey e glielo chiedo. Cos’ha che non va la zuppa?”
“Gli chiedi cosa?”
“Be’, ci vogliono due testimoni. La prossima volta che vado da Harvey
comincio a bloccare lui. L’altro sceglilo tu.”
Puttermesser si concentrò. “Due testimoni?”
“Tanti ne servono, se ti vuoi sposare.”
Allora faceva sul serio. Puttermesser lo vedeva che faceva sul serio.
Era stato serio prima. Era serio adesso. Lewes! Lewes alla fin fine! Era
stato Lewes a ispirarlo. Era stato Lewes a sedurlo. Johnny Cross si era
messo di mezzo, ma la vittoria spettava a Lewes. L’amicizia ideale!
“Non so a chi chiedere,” disse Puttermesser.
“Conosci un sacco di gente.”
“Non più. Non nell’ultimo anno.”
“E tutti quei politicanti del Municipal Building?”
“Non lavoro più lì e non ci lavorerò più. Sono stata stupida a pensare
di poterci tornare.” Puttermesser si mise a pensare al tessuto sociale della
sua vita. Le zie e gli zii erano morti. I cugini, una volta una banda allegra
e numerosa, erano dispersi e invecchiavano. La metà di loro era stata
fagocitata dalla California: San Diego, Berkeley, Santa Monica, Lake
Tahoe. Ormai la maggior parte erano in pensione. A questi si aggiungeva
la galleria sempre più lontana delle sue vecchie compagnie: eccoli, pagina
dopo pagina nella rubrica di Woolworth, quei fantasmi di aule scolastiche
o di uffici semidimenticati, i detriti della sua ascesa ai cinquanta e passa
anni. Colleghi di pettegolezzo antiquati. Compagni di cinema del tempo
andato. Erano tutti lontani: c’era chi si accapigliava per il divorzio, chi
viveva per il proprio lavoro, chi si abbronzava ai Caraibi, chi si lasciava
assorbire dai figli e dai figli dei figli. I figli: la grande marea genetica – il
diluvio – che separava chi aveva una discendenza da chi non l’aveva. Tre
o quattro degli amici di Puttermesser erano già morti nella lotteria della
malattia precoce. Nel registro dei viventi non c’era un’anima che
Puttermesser avrebbe voluto come testimone di nozze. Erano tutti
obsoleti. Lei stava facendo piazza pulita. Una nuova vita. Limpida, pura.
“No, Rupert, tu sei l’unico. Ci sei solo tu. Non ho nessun altro.”
“Io in vece del mondo,” disse Rupert.
Puttermesser lo guardò, cercando di scorgere la maschera
dell’impertinenza. Ma la maschera non c’era.
“Oh no,” protestò e lasciò che la linda testa di Rupert finisse fra le sue
braccia. “Tu non sei in vece di niente.”
Un tardo pomeriggio di lunedì presero la metropolitana diretta verso il
centro fino alla fermata del ponte di Brooklyn e salirono al secondo piano
del Municipal Building. I corridoi – a Puttermesser familiari – erano
ampi, malconci, polverosi. Era come se alle pareti ripugnasse la luce. Con
somma sorpresa di Puttermesser, l’ufficio Matrimoni non era più lì.
Aveva attraversato la strada e si era trasferito in Chambers Street, in una
ex banca che aveva il colore della pelle deturpata di un vecchio gatto.
Quando uscirono, Puttermesser contemplò il suo territorio di un tempo.
In quello che fino a pochi mesi prima era stato il suo ufficio, particelle di
polvere si appendevano languidamente a perline di contrabbando di un
sole illegale. Da qualche parte qualcuno aveva tirato lo sciacquone. Era
un sollievo vedere che nessuno la riconosceva. Ormai faceva parte della
generazione dei politicamente scomparsi. Il senso di estraniamento le
serrava la gola. Gli occhi le bruciavano nell’oscurità. Si stupiva di aver un
tempo riversato le sue capacità giuridiche in quell’organismo moribondo,
con il suo sistema di segretarie, impiegati, assistenti, con le sue arterie di
ferro in cui brulicavano sottoposti.
Tornando a casa con la linea numero 6 nella calca dell’ora di punta,
avviluppata dal tuono lancinante della galleria, Puttermesser si ritrovò
schiacciata contro Rupert. Il vagone dondolava come una culla sottoposta
a un violento urto. Sprofondata nella spalla calda di Rupert, Ruth si
sentiva senza passato.
“Una tomba,” gli disse. “Quel posto è una tomba.”
“Cosa?” le urlò lui, cercando di sovrastare il tuono.
“Stavo pensando,” gridò Puttermesser a sua volta, “che i miei risparmi
stanno per finire. Dovrò ricominciare da qualche parte molto presto. E
anche tu, Rupert.”
“Io non ho risparmi.”
Nell’infilare una curva, il vagone stridette. “Non puoi andare avanti
per sempre a fare cartoline,” gli urlò Puttermesser. “Il tuo talento è
troppo grande.”
“Grande abbastanza per una cartolina. Dovresti vedere che bel lavoro
ha fatto Harvey con il quadro della Frick,” le gridò lui di rimando. “Ha
detto che va bene, te l’ho detto? Ci fa da testimone. E conosce due
rabbini: uno è quello che lo ha sposato la prima volta, l’altro quello che lo
ha sposato la seconda. Il primo è nel West Side, il secondo nell’East Side,
nella Seconda Avenue,” continuò a urlare Rupert.
“Dovresti mollare le cartoline e dovresti mollare Harvey.”
Il treno arrivò in una stazione e si fermò bruscamente. Puttermesser
venne catapultata in avanti. Un fiume di corpi si precipitò verso la porta.
Fra lei e Rupert spuntò una foresta di umani.
“Va bene,” disse Rupert muovendo le labbra dall’altro capo della
carrozza, “mollerò Harvey.”
Il matrimonio era stato fissato per mercoledì – il rabbino della
Seconda Avenue era libero quella sera – e nel frattempo Rupert e
Puttermesser avevano trovato il secondo testimone.
Puttermesser aveva detto a Rupert: “Ti ricordi la tipa che batteva i
piedi? No, era prima che tu arrivassi qui.”
“La tipa che batteva i piedi?”
“Be’, non la sento più. Non la sento più da settimane. Deve aver
smesso. Secondo me non ci dice di no. È lei quella giusta. Abita
nell’appartamento di fianco.”
L’insegnante di matematica aveva detto loro di aver arrotolato il
tappetino una volta per tutte. La cosa era faticosa e non serviva allo
scopo. E poi era troppo in solitudine. Adesso si era iscritta a uno di quei
nuovi centri fitness per single in Madison Avenue. Si chiamava Raya
Lieberman. Non le dispiaceva affatto dare una mano per un matrimonio,
bastava che fosse dopo la scuola. Era vero che il mercoledì aveva il club
di matematica, ma lo avrebbe saltato più che volentieri, per una volta.
“Ho abbastanza attività extracurriculum in curriculum,” aveva detto a
Puttermesser rassicurandola. “Anzi, anche troppe, viste quelle degli altri.”
Lo studio del rabbino era nella Novantesima Est, nel suo
appartamento. Al telefono, il rabbino si era informato se una cerimonia
modesta alle 21,00 nel suo studio, a casa sua, poteva andare, visto che era
un matrimonio con poche persone e visto anche – quando parlava aveva
la cadenza dell’omelia – che per la sera non era in ogni caso possibile
garantire il Tempio della comunità con un preavviso così breve. Rupert si
era dichiarato d’accordo. Aveva ricominciato a nevicare, così i quattro –
la sposa, lo sposo e i due testimoni – avevano preso un taxi. Puttermesser
era seduta dietro fra l’insegnante di matematica e Harvey Morgenbluth.
Rupert, la schiena diritta, il cappello imponente in testa e l’impermeabile
a mantella addosso, era seduto davanti con il tassista. Puttermesser si era
messa i suoi tacchi migliori, neri e di pelle. Rupert e i due testimoni
avevano le soprascarpe.
“Ha mai fatto una cosa del genere prima d’ora?” chiese Harvey
Morgenbluth a Raya Lieberman appoggiandosi alle ginocchia di
Puttermesser.
“Ho fatto da sposa, ma non da testimone. Lei?”
“Mai. Quante volte?”
“Quante volte cosa?”
“Quante volte si è sposata?” la incalzò Harvey Morgenbluth
continuando ad appoggiarsi alle ginocchia di Puttermesser.
“Una.”
“Io due. È dal mio secondo rabbino che stiamo andando.”
Puttermesser trovava Harvey Morgenbluth una presenza familiare, e
la cosa la stupiva. Era abituata alla sua camminata da cammello, alle
orecchie semitrasparenti e rosse, alla fronte bovina e flemmatica,
abbondantemente segnata da linee parallele che parevano un
pentagramma. Quando andava a gettare qualcosa nell’inceneritore o a
prendere l’ascensore, non era raro che si imbattesse nell’insegnante di
matematica, ma adesso le appariva chiaro che l’uomo all’apparenza
agitato che si apriva un varco fra i divani vecchi e logori dell’ingresso
trascinando scatoloni era Harvey Morgenbluth. A volte Morgenbluth
metteva gli scatoloni su un carrello. Sicuramente alcuni contenevano le
cartoline di Rupert. Un senso di amarezza la invase. Dieci centimetri per
quindici: era quella la misura delle cartoline. Il paesaggio della Frick, un
vasto van Ruysdael – un ponte, le radici nodose di un albero, le nuvole
scure, una strana luce (di un’alba, di un crepuscolo o di un pomeriggio
prima della pioggia), un cacciatore, un pescatore, una lunga strada, una
prospettiva profonda, due cavalieri, uno in sella e l’altro a terra, una
mantella rossa buttata sulle spalle (Rupert adorava le mantelle, le cappe,
le toghe), un cavallo nero di traverso sulla via, che bloccava, anneriva e
punteggiava, inghiottendo il cielo e la terra –, tutta quella maestria
ridotta a un rettangolo di dieci centimetri per quindici. Rupert che
lavorava per diminuire, com’era possibile? Al Met, quando si erano
conosciuti, Puttermesser non aveva forse scorto in lui una volontà
gigantesca, la volontà di farsi mandatario del riverbero meticoloso di
immensi precursori? Rupert, con tutta la sua ampiezza, era destinato a
essere ridotto per sempre dalle tecnologie di Harvey Morgenbluth? In
metropolitana le aveva promesso che lo avrebbe mollato. Non le aveva
mai spiegato perché la rimessa in vigore dovesse tradursi in una
riduzione. Se di fatto questo era quello che era, come faceva a chiamarla
rimessa in vigore?
Puttermesser si disse che era normale essere nervosi il giorno del
proprio matrimonio. Chissà quali infelici divinazioni Rupert le stava
lanciando dal sedile davanti, da sotto la mantella.
Harvey Morgenbluth, ancora pesantemente appoggiato alle ginocchia
di Puttermesser, stava cercando di scoprire se l’insegnante di matematica
era disponibile per una cena e un film la domenica successiva.
“Potremmo andare al Baronet nella Terza Avenue o al Beekman nella
Seconda. Oppure guardi, ho Via col vento in cassetta, che ne dice?”
Puttermesser gli chiese bruscamente: “Non organizzavi feste, la
domenica?”
“Sempre di meno, sono settimane che non ne faccio una. I bambini
facevano impazzire tutti. E poi gente come Rupert non ci veniva: Rupert è
un tipo abbastanza aperto, ma quel genere di feste non gli interessa.”
Raya Lieberman disse: “Nessuno si apre di questi tempi. È difficile
entrare in contatto. Siamo tutti atomi solitari.”
Harvey Morgenbluth emise un fischio. “Dio mio, atomi solitari, ha
detto bene.” Si girò verso Puttermesser. Le orecchie rosse parevano
antenne. “A proposito, come va con gli scarafaggi? Se vuoi farli davvero
fuori, prova con il fluoruro di sodio nei tubi.”
Il rabbino si chiamava Stewart Sonnenfeld. Presentò ai nuovi arrivati
la moglie, Jill, e il figlio adolescente, Seth, che in quel momento stava
facendo un tema sul Prologo di Chaucer. Harvey Morgenbluth, Raya
Lieberman, Jill Sonnenfeld e Seth Sonnenfeld reggevano i quattro pali del
baldacchino nuziale. Puttermesser aveva tirato fuori l’anello di
matrimonio della madre da un vecchio portafoglio di feltro che teneva nel
frigorifero, in un contenitore di plastica vuoto della margarina in fondo
alla vaschetta per le verdure, per ingannare eventuali ladri. Il rabbino
aveva detto a Rupert di portare il suo calice per la cerimonia, così quella
mattina Puttermesser si era precipitata da Woolworth per comprarne
uno. Jill Sonnenfeld lo aveva avvolto in un tovagliolo di carta e poi lo
aveva messo in un sacchetto, e Rupert lo aveva pestato con le galosce
ancora ai piedi. Il bicchiere era esploso in una convulsione gratificante.
Poi, nell’appartamento di Puttermesser, Harvey Morgenbluth e Raya
Lieberman avevano bevuto una coppa di champagne a testa (un regalo di
Harvey) in calici di polistirolo, avevano mangiato una fetta della torta di
matrimonio – Puttermesser se l’era cavata prendendo un dolce al
cioccolato di Entenmann’s nel supermercato della Terza Avenue – e se ne
erano andati via insieme.
“Nel buio della notte,” disse Puttermesser. “Se ne sono andati via
insieme nel buio della notte. Magari funziona.”
Rupert stava rovistando nell’angolo dell’armadio in cui teneva
l’attrezzatura. Stava tirando fuori la sacca. “Più che nel buio della notte,”
precisò Rupert, “mi sa che se ne sono andati di sopra, al 6-C.”
“Per noi ha funzionato,” disse Puttermesser.
Il cuore di Puttermesser – il suo cuore carnale – era avvoltolato su se
stesso, come una spirale di pane caldo appena sfornato. Nella cavità che
lo cullava, quel buon pane si stava gonfiando. Puttermesser aspettava che
la testa di Rupert scivolasse fra le sue braccia, contro il pane. Aspettava di
sentire la sua voce, la voce dal timbro scuro che leggeva, con quel picco
stridulo che apriva varchi di felicità come un becco. La carne viva,
semplice, commovente. A volte, a dispetto della sua storia roboante (le
aveva consegnato ogni meandro della sua vita, non si era tenuto niente
per sé), Rupert pareva appena dischiuso: come se lei lo avesse espulso da
un uovo segreto e spettrale collocato nel lobo frontale o sotto la lingua,
dove la saliva agra partoriva il desiderio. Rupert era la sua ombra e la sua
impronta digitale. Le aveva impressionato la retina nel sonno. Era il
gracidio soffocato nella sua gola, il flegma di caos eruttato dai suoi
polmoni. Aveva dimorato troppo a lungo nei suoi nervi, e i suoi nervi
adesso erano tutti tesi alla trascendenza. Il desiderio, il desiderio! Lei e
Rupert erano – entrambi – troppo titubanti.
Rupert aveva tirato fuori il cavalletto e lo aveva appoggiato a terra
insieme alla sacca. Attraversò il salotto e andò alla finestra. Violente
raffiche di vento colpivano i vetri. Lui guardava la strada innevata con
aria sognante. Chissà se stava cercando di scoprire se Harvey
Morgenbluth e Raya Lieberman fossero spariti davvero nel buio della
notte. Il pane che Puttermesser aveva nel petto si gonfiava. Cresceva
sempre di più. Gelosia. La testa di Rupert le sembrò un altro pane,
ricoperto di miele, sullo sfondo della finestra striata dalla neve. Era
venuto al mondo vent’anni dopo di lei. Davanti a lui si stendeva un
lungo, lunghissimo prato verde. Sotto i baffi gli apici della bocca erano
elastici come quelli di un bambino.
Rupert era cosparso di malinconia. Si slacciò una delle soprascarpe.
Sembrò indeciso rispetto all’altra, ma alla fine si tolse anche quella. Si
erano lasciati la corsa alle spalle, il sogno era stato sognato. Erano
arrivati all’arrivo. Tutte le notti di nozze hanno il sapore della delusione.
Puttermesser si tolse le scarpe nere di pelle col tacco. Avevano
camminato poco nella neve – dal taxi al portone del palazzo –, ma aveva i
piedi ancora umidi. Un brivido le salì nelle gambe e nel corpo. Andò nella
camera da letto per prendere le pantofole con il pelo. Lo specchio del
cassettone catturò la figura fuggevole di una donna. Come camminava
veloce!
Quando ritornò nel salotto, vide che Rupert si era rimesso le galosce.
Aveva indossato l’impermeabile a mantella e il cappello elegante. E aveva
il cavalletto ripiegato sotto il braccio e la sacca in mano.
C’era qualcosa nel suo viso che Puttermesser riconobbe. Nella
malinconia si era insinuata una vena di indifferenza. Era come se lei fosse
diventata invisibile. Era come se Rupert non la riconoscesse: ma lei lo
aveva riconosciuto. Quell’affronto, quella sorta di affronto. Quel viso che
la feriva. Quella giovinezza che la feriva.
“Rupert,” disse. “Rupert, cosa fai?”
“Non posso restare.”
“Devi.”
“Non posso, Ruth. Non posso restare.”
“Rupert, togliti l’impermeabile. Ti prego, Rupert. Ti prego.”
“No,” disse lui. Non era indifferenza. Era un incendio. Rupert era
dentro a una fornace. Parlava da una fornace.
Puttermesser lo chiamò: “Rupert! Vieni qui, cosa fai?”
“Non posso restare.”
Rupert posò la sacca a terra, nel minuscolo ingresso, e puntò il
cavalletto dritto davanti a sé, brandendolo come un raggio di fuoco.
Come una lancia. Lo sollevò e lo seguì a rotta di collo nel salotto. Mirava
alla finestra. Puttermesser temette che volesse lanciarlo dritto contro il
vetro. Ma Rupert si fermò. Appoggiò il cavalletto al pavimento e con
entrambe le mani alzò il vetro della finestra. Una folata di vento rovesciò
la pila di calici di polistirolo che si trovava sul davanzale. La neve entrò
nella stanza, bagnata come una cascata.
“Rupert, Rupert,” lo implorò Puttermesser. “Togliti l’impermeabile.
Chiudi la finestra. Per l’amor di dio, chiudi la finestra!”
Rupert a quel punto la guardò. Puttermesser si sentì cadere nei
minuscoli buchi neri di quegli occhi limpidi e potenti. Continuava a
cadere, ma invece di vertigini, delirio o disordine incontrava solo il
candore della propria intelligenza. Capì che Rupert era assolutamente
sano, un calcolatore che esultava come un matematico nell’atto di
confermare un’equazione.
Rupert prese le sue cose e infilò la porta.
Puttermesser andò alla finestra, si sporse dal davanzale cercando di
scorgere per strada la sagoma che si riduceva e socchiuse gli occhi per la
neve. Era inutile chiamarlo, come era stato inutile per George Eliot
chiamare Johnny Cross che nuotava nel Canal Grande, ma Puttermesser
lo fece lo stesso, più e più volte. La neve le entrava in bocca. Si sporse e
rimase lì fino a che i capelli non si coprirono di fiocchi e non le
diventarono bianchi.
Un copista, un copista!
Puttermesser e la cugina moscovita
1. Un po’ di storia

Ovunque era periodo di crolli: i poteri crollavano, uno dopo l’altro. In


Canada, ai margini di una foresta, due antiche querce (due alberelli
quando Cesare attraversava il Rubicone, aveva detto l’annunciatore di
Ottawa) si erano abbattute su un fianco, colpite dalla chioma alla radice
da un raptus di fulmini. L’odore acre della corteccia carbonizzata e delle
foglie incenerite aveva sorvolato le città vicine per giorni, stimolando le
narici di cani nervosi. A New York un paio di celebri direttori di giornali,
temuti e influenti come imperatori, erano stati improvvisamente trasferiti
in un lampo di ghigliottina: nel giro di una notte i loro nomi erano
rotolati nella più nera oscurità. I giovani regnavano, regnavano
indiscussi. I vecchi, ormai passati di moda, venivano dimenticati, sminuiti
e congedati, e se qualcuno parlava della loro fama di un tempo era come
se parlasse di vapore.
E sull’altra guancia remota della terra, oltre le paludi del Prip’jat’,
oltre il Dnepr e il Volga, nel pieno centro di Mosca, dove i muri freddi
degli scantinati della Lubjanka solevano esplodere in pustole di terra
sanguinante come funghi di un boia, il comunismo si incrinava, cedeva.
L’Unione Sovietica stava per scomparire, deteriorata, trafitta, barcollante,
sfinita, moribonda: ma chi, negli anni novanta del XX secolo, osava
sospettare che il Cremlino sarebbe morto?
Eppure i segni c’erano: il fascismo premeva fra le crepe. Una falange
beffarda di camicie nere aveva apertamente sfilato nella piazza Rossa.
Bande di criminali avevano invaso l’Unione degli Scrittori gridando
insulti agli ebrei. Fossili di cosacchi, vecchi zaristi fautori di pogrom
rinvigoriti, reintegrati!
Ruth Puttermesser, oltre i sessanta, i capelli ormai bianchi – in
pensione, nubile, irritabile come una donna sola –, non aveva avuto
premonizioni sul decesso dell’Unione Sovietica: credeva però nei crolli.
Nell’incavo dei gomiti la pelle le cascava in una serie di pieghe. Le sue
mascelle erano molli e drappeggiate, come se a governarle fosse un
cordoncino. Le borse le penzolavano sotto gli occhi e l’oftalmologo, per
dilatarle le pupille, aveva dovuto sollevarle le palpebre con un
movimento intenzionale della mano. Tutto cadeva, l’elasticità se ne era
andata. L’età aveva sottoposto Puttermesser alle forche caudine dei suoi
ingranaggi.
Adesso era vecchia quanto il padre morto da tempo, il padre che,
scappando dalla Russia brutale degli zar, aveva abbandonato i genitori, le
sorelle, i fratelli: i parenti vociferati di Puttermesser, le zie, i cugini, uno
zio che andava ancora a scuola, tutti inghiottiti dal silenzio bolscevico e
ridotti ai loro nomi arcaici e a fragili fotografie dalle cornici di cartone. La
nonna moscovita di Puttermesser, una macchia marrone e sfocata in un
cassetto: una fronte tatara rugosa e una bocca infossata e senza denti.
Una vecchia spezzata, oscura come una leggenda. “Non scrivetemi più,”
aveva implorato la donna mentre gli anni trenta avanzavano: “I miei
occhi sono andati, sono vecchia e cieca. Non riesco più a leggere.” Quella
era stata l’ultima lettera che avevano ricevuto da Mosca. Era sepolta fra le
foto russe, in una busta ricoperta di francobolli grossolanamente
stampati. Ogni francobollo mostrava lo stesso profilo di un uomo dai
considerevoli baffi. Stalin. Puttermesser sapeva che Osip Mandel’štam, il
poeta, aveva paragonato quei baffi a uno scarafaggio: motivo per cui
Stalin aveva ordinato di ammazzarlo. Isaak Babel’ era stato ucciso dopo
mesi di torture e un processo fasullo. Michoels, l’attore yiddish, era stato
assassinato. I poeti yiddish erano stati ammazzati tutti una notte di
agosto del 1952. Li avevano fucilati negli scantinati della Lubjanka.
E fra Mosca e New York si era stabilito un filo costante e muto di
terrore. L’avvertimento nascosto nella supplica della nonna di
Puttermesser era palese. Basta! Abbiamo paura delle lettere che
provengono dall’America! Ci prenderanno per spie, ci state mettendo in
pericolo! Tenetevi alla larga! L’anziana donna era famosa, tra i figli, per
avere una vista così acuta e precisa da riuscire a distinguere le orecchie
sollevate e all’erta di uno scoiattolo appollaiato su uno dei rami più alti di
un bosco folto e distante. Il padre di Puttermesser si era ritrovato gli
stessi occhi. Azzurri, chiari come inchiostro sbiadito. Il suo povero papà
orfano, tagliato fuori per sempre dai legami con la sua giovinezza: con il
fratellino Velvl, anni dieci, che nella foto aveva la testa rasata alla vecchia
maniera russa e la divisa della scuola con il colletto alto, la cintura e una
fila di bottoni di metallo lungo il corto torace. Una famiglia che era stata
separata per settant’anni: la grande guerra, la rivoluzione, la furia di
Stalin, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, tutto si era messo di
mezzo. Il papà di Puttermesser, che era morto anziano di ictus, era
vissuto nella nostalgia della madre, di Velvl, delle sorelle Fanja, Sonja,
Reyzl, dei fratelli Aaron e Mordecai. Aveva vissuto in America senza
parenti. Non aveva più udito la voce fievole e febbrile di suo padre. Fra
Mosca e New York c’erano continenti e mari, e un silenzio così denso e
coprente che nei trent’anni trascorsi dalla morte del padre Puttermesser
si era quasi dimenticata di avere dei parenti russi. Erano distanti in tutti i
sensi. Puttermesser non ci aveva mai pensato.
2. Una barzelletta da Mosca

Nel mezzo di quell’instabile periodo noto come perestrojka, quando


strani atti cominciavano a balenare da una nebulosa Unione Sovietica e a
diffondersi nel mondo, Puttermesser ricevette una telefonata da Mosca.
Mezzo secolo senza una lettera. Non una parola, non un respiro. E adesso,
dal nulla, dal vuoto, dall’abisso (così pareva) del tempo, il telefono suona
(in modo prosaico, scevro da miracoli) in un normale appartamento di
New York nell’East Seventies: Mosca! La città chiusa, proibita, ostile. La
città misteriosa! Una donna ansimante, dalla voce acuta, affaticata, parla
in tedesco e Puttermesser è in grado di seguire la maggior parte di quello
che dice. Non ha forse, dopo tutto, letto Maria Stuarda di Schiller al
college? E Hermann e Dorothea di Goethe? La voce elettrica e spaventata
appartiene a Ženja, la figlia della defunta Sonja: Sonja, la sorella più
giovane del papà di Puttermesser. Ženja è cugina prima di Puttermesser!
Con voce tremula, come se la distanza si componesse di vibranti
particelle, Ženja spiega che non sa l’inglese, che immagina che
Puttermesser non sappia il russo e che lei, anche se ormai in pensione,
insegnava tedesco, ma oh, al pericolo non si può dare nome, le cose
vanno capite! “Rette mein Kind!” si lamenta Ženja e Puttermesser sente,
nelle scariche di quei singulti moscoviti, il sangue del padre che grida
dalla terra.
Allora era deciso: Puttermesser avrebbe salvato la figlia di Ženja.
Ženja immaginava che Puttermesser capisse da cosa. Le tenebre di un
tempo si insinuavano nelle maglie allentate dell’Unione Sovietica: chi
poteva prevedere quali gretti fantasmi di antichi odi ancora dovevano
risvegliarsi? Certe notizie cominciavano a balzare agli occhi di
Puttermesser. A Kiev alcuni ragazzi erano passati sotto una finestra ed
erano stati sommersi dalle note appassionate di un violino. Avevano fatto
irruzione nell’appartamento del musicista e lo avevano picchiato fino a
fargli perdere conoscenza. A Mosca alcuni brillanti studenti erano stati
esclusi dall’università in nome di implacabili questioni di quote. A scuola
ad alcuni bambini era stato fatto sanguinare il naso al suono di Žid, Žid!
E a New York – nel pieno della perestrojka e della glasnost’! –
Puttermesser era venuta a conoscenza di una barzelletta che circolava in
quei giorni a Mosca: Corre voce che consegneranno della carne e davanti
alla macelleria si forma una lunga coda. Dopo quattro ore di attesa, dal
negozio esce un funzionario e si rivolge alla folla: “La carne non è ancora
arrivata, ma non ce ne sarà abbastanza per tutti, di conseguenza tutti gli
ebrei se ne devono andare.” Passano altre quattro ore: “La carne non è
ancora stata consegnata, ma non ce ne sarà abbastanza per tutti, di
conseguenza tutti quelli che si lamentano in continuazione del regime se ne
devono andare.” Passano altre quattro ore e alla fine il funzionario
annuncia: “Mi spiace, compagni, ma non ci sarà nessuna consegna di carne.
Andate tutti a casa!” La gente si lamenta a gran voce: “C’era da
aspettarselo, gli ebrei, come sempre, vengono favoriti!”
Come riecheggiava quella barzelletta velenosa dall’amara verità!
Com’era dispiaciuta Puttermesser per la figlia di Ženja! Per parecchi mesi
si impose il compito di scrivere lettere. Scrisse al Dipartimento di Stato,
alla sua deputata al Congresso, ai suoi due senatori, alla Hebrew
Immigrant Aid Society e alla New York Association for New Americans.
Si recò in uffici, consultò burocrati e riempì formulari. Svuotò un
armadio, comprò cuscini e lenzuola, mise da parte sedie, spostò librerie e
fece spazio per un divano letto. In metropolitana cercava di captare
consonanti russe: una volta aveva afferrato un passeggero sbigottito per
il braccio chiedendogli di raccontarle la storia della sua vita. Ma il tipo si
era rivelato polacco. Puttermesser andava a chiedere consigli dappertutto,
telefonava a sconosciuti: tutti la mettevano in guardia contro la
caparbietà della burocrazia e gli impedimenti all’immigrazione. Lei
passava i giorni a progettare la liberazione dei rifugiati e di notte,
prosciugata, insonne, aveva a volte l’impressione di poter illuminare,
come una luce che scopriva un palcoscenico nascosto, scene dal passato.
In quel fascio di luce guidato da una volontà poco fertile, vide il padre
sul letto, sdraiato sulla trapunta con i vestiti addosso, le mani dietro la
nuca e i gomiti che spuntavano da dietro la testa. L’uomo non parlava.
Aveva gli occhi chiari aperti sul nulla. Non sbatteva le palpebre. Erano le
tre del pomeriggio, e la giornata era luminosa. Una grossa mosca sbatteva
contro la finestra, le pareti, lo specchio alto sopra il cassettone. Nel bel
mezzo del pomeriggio il papà di Puttermesser si era sdraiato sul letto per
rielaborare un lutto. Sua madre era morta: la nonna di Mosca di
Puttermesser, che Puttermesser non aveva mai conosciuto a parte nella
veste della consunta fotografia marrone che si trovava nel cassetto.
Quanti morti: il padre di Puttermesser, la strana madre tatara del padre, il
padre erudito e timido, ridotto anche lui a una vecchia foto russa piena di
crepe (un uomo dal viso malato e solenne), gli zii e le zie che non c’erano
più, i moscoviti, quelli che avevano sofferto la guerra, Velvl con la sua
divisa scolastica e gli occhi grandi, rotondi e chiari come quelli del
fratello. Lontani, oppressi, eclissati. I cimiteri sparsi qua e là. Il padre e la
madre di Puttermesser a Staten Island. E tutti gli altri dov’erano? Come si
doveva immaginare Puttermesser i cimiteri di Mosca?
La rifugiata arrivò all’una di notte, a metà ottobre, dieci mesi dopo che
Ženja aveva gridato: “Rette mein Kind!” Aleggiava un vento notturno con
uno strascico di freddo. Puttermesser aspettava nella strada deserta
davanti al suo palazzo il taxi che doveva arrivare dall’aeroporto. Aveva
l’aria guardinga e continuava a giocherellare con il portafoglio infilato
nella tasca del cardigan.
Il tassista, senza che nessuno glielo chiedesse, portò le valigie della
rifugiata – una mezza dozzina – fino all’ascensore.
“Quanto le devo?” gli chiese Puttermesser.
“Niente. Già pagato.”
“Ma la ragazza non ha un dollaro...”
“Mi ha dato questo. Batte tutto,” le rispose il tassista tirando fuori un
oggetto rotondo di plastica. L’oggetto aveva la faccia di Lenin con il
Cremlino sullo sfondo e due stelle rosse in un cielo argenteo sullo sfondo.
“Solo questo? Un orologio al quarzo da quattro soldi?”
“Sta scherzando? Dove la trova una cosa del genere? Manco su
Marte...”
Puttermesser rimase di sasso. Il tassista aveva ragione. L’orologio era
un trofeo. Il sistema del baratto era nuovamente sbarcato a Manhattan.
3. Una marziana sovietica

La rifugiata si chiamava Lidia. Aveva preso un aereo dell’Aeroflot da


Mosca a Praga. A Praga era salita su un aereo della British Airways che
l’aveva portata in Irlanda per rifornirsi di carburante. Dopo l’Irlanda e
prima di arrivare a New York, Lidia era passata da Washington: il suo
biglietto era una complicazione di aeroporti. Il suo visto era una
complicazione di bugie. Lidia aveva convinto il console americano a
Mosca che sarebbe sicuramente tornata: lasciava in Russia un marito e
due figli. Il marito era Sergej, i bambini Iulja e Volodja. Ma Lidia non
aveva marito. Era tutta un’invenzione. Volodja era in realtà il suo
ragazzo. Il console, aveva raccontato Lidia, era un uomo sgradevole.
L’aveva guardata come se avesse avuto davanti un brutto verme. Pensava
che chiunque si rivolgesse a lui per chiedere un visto volesse fregarlo.
Aveva il sospetto che tutta Mosca intendesse, di riffa o di raffa, varcare i
sacri cancelli dell’America e scomparire al di là dei medesimi.
“Gli hai detto che hai dei bambini?” le chiese meravigliata
Puttermesser. “Non c’era bisogno di dire una cosa del genere.”
“Volevo lui dava visto.”
“Quando il visto scadrà ti faremo rimanere legalmente. Ci ho già
lavorato. Se sarà il caso, prenderemo un avvocato che si occupa di
immigrazione,” disse Puttermesser. Il sacro fuoco del salvataggio la
invase. “Faremo domanda di asilo.”
Salva mia figlia! Ma non era più la voce di Ženja. Era la voce del papà
di Puttermesser, della sua nostalgia per gli ultimi dei perduti. Il pathos del
loro destino, le sommosse bolsceviche, Mosca assediata dai tedeschi, la
fame, la congiura dei medici, il terrore. Rette mein Kind!
“Io trova lavoro,” disse la rifugiata. “Pulisco casa per donne.”
Puttermesser obiettò perplessa: “Sei sicura che sia questo quello che
Ženja vuole per te?”
“Mama, ah! Cosa vuole mama!”
La risata della rifugiata era una conflagrazione. Puttermesser si
spaventò di fronte a una tale esplosione di scherno. La cugina moscovita
campeggiava al centro del suo salotto, uno spazio piccolo ristretto dal
nuovo divano letto e ulteriormente ridotto dalla catasta di valigie, pacchi
e casse tenuti insieme da irsute corde russe. Una bellezza ironica di
trentatré anni, che lasciava dietro di sé nuvole di aria aliena, o se non di
aria di qualche altro elemento extraterrestre privo di nome. Una
marziana. Lidia si guardava intorno, spietata e guardinga. Osservava.
Puttermesser si sentiva esaminata e giudicata da quello sguardo satirico e
mobile, da quegli occhi color Coca-Cola e da quel naso fragile e fine come
porcellana, che culminava in un paio di narici minuscole e tremolanti. Era
il naso piuttosto lungo di una principessa mesopotamica.
Il suo nome era, per intero, Lidia Klavdija Giršengorovna. Lidia era un
esperto biochimico: eine Sportsdoktorin le aveva detto Ženja, ma dopo un
po’ Puttermesser aveva capito che la cugina era in realtà una specie di
tecnico di laboratorio. Lidia aveva girato l’Unione Sovietica con la sua
squadra: “i miei ragazzi”, come li chiamava lei, rozzi ragazzotti di
campagna, semianalfabeti e turbolenti. Un gruppo di atleti di serie B che
cercava di acquisire uno status internazionale continuando nel frattempo
a gareggiare a livello locale. Lidia testava ogni giorno le loro urine alla
ricerca di steroidi proibiti o di altro, ipotizzava Puttermesser (aveva letto
che i sovietici “pompavano” i loro atleti): il suo lavoro consisteva
nell’assicurarsi che i suoi ragazzi ricevessero le giuste dosi. Lidia giocava
a fare la lotta con i ragazzi e ci scherzava, anche se stava attenta a non
bere, e le piaceva andare in città lontane come Tbilisi, Char’kov,
Vladivostok, Samarcanda. Le piaceva soprattutto andare nel Caucaso,
dove gli alberghi avevano un che di europeo. Era incredibilmente
moderna. Usava un rossetto molto rosso e aveva capelli quasi rossi,
tagliati corti sopra le orecchie con un ciuffo che le ricadeva su un
sopracciglio. Portava collant neri e un maglione lungo a collo alto che le
arrivava a metà coscia. Puttermesser aveva visto spesso quella tenuta, a
pranzo, nella Lexington Avenue, vicino a Bloomingdale’s, e si stupiva di
quanto normale apparisse la giovane cugina: non era stata avvolta in
fasce su una tavola quando era nata, come tutti gli infanti di quel posto
arretrato che era la Russia? Solo le scarpe erano inequivocabilmente
straniere. Sapevano di fabbrica sovietica.
4. La grande esposizione

La mattina Puttermesser preparò la sua solita colazione: toast e burro


d’arachidi. Lidia, sospettosa, spalmò quella crema fra il beige e il giallo e
fece un’orribile smorfia. “Come chiami questo?”
“Non hai mai provato il burro d’arachidi?”
“Net,” rispose Lidia, e così Puttermesser la portò al supermercato. Alle
nove meno un quarto era quasi deserto.
“Prendi tutto quello che ti ispira,” le disse.
Ma Lidia, persa, in trance, guardava a bocca aperta gli sterminati
reparti frigoriferi con i lunghi portelli appannati che lasciavano
intravedere montagne di spinaci, broccoli, fagiolini, peperoni e piselli in
buste di plastica abbondantemente rigonfie. Le narici le tremavano
mentre superava scatole di cereali, file ordinate e scintillanti di barattoli
di olive, cetrioli sottaceto e senape, distese di frutti di bosco e meloni. E
quando Puttermesser allungò la mano per prendere una confezione di
formaggio, emise un sussurro furtivo. “No! Non prendere!”
“Perché no? È Jarlsberg, magari ti piace.”
“Loro vedranno!”
“Dio santo, non ci stanno sorvegliando, non capisci che siamo qui per
comprare?”
Risultò che Lidia Klavdija Giršengorovna pensava stessero visitando
un’esposizione. Spiegò che a Mosca si tenevano, a volte, simili abbaglianti
fiere: vaste spelonche statali dove allestivano gargantuesche
dimostrazioni di abbondanza, a base per lo più di merce straniera,
strettamente sorvegliate. Centinaia di persone andavano a guardare
colme di meraviglia. Se rubavi qualcosa dagli espositori, anche la cosa più
insignificante, rischiavi di finire in prigione.
La rifugiata incorreva in altri malintesi. Pensava che il telefono fosse
controllato. Era sicura che ci fosse sempre un “origliatore” ufficiale al
lavoro. Era ignara dell’esistenza del poliestere e si stupiva che le lenzuola
non venissero mai stirate. Era convinta che ogni interazione dovesse
essere accompagnata da un “regalo”. Le valigie e le casse che aveva
portato erano cornucopie di scialli, foulard, fasce colorate di tutte le
dimensioni. Mestoli laccati rossi e neri e cucchiai di legno intagliati e
decorati con motivi floreali. Mucche e anatre di gesso in miniatura, brutte
ma abilmente scolpite. Bambole cave che avevano la forma di un uovo,
senza gambe e senza braccia, contenenti ognuna una bambola più piccola,
fino a che non ne restava una sola, una minuscola pollicina. Le bambole
avevano dei cerchi rossi sulle guance, e sulla testa rotonda un fazzoletto
dipinto legato sotto il mento. Puttermesser era affascinata da quelle
allegre facce di legno che le ricordavano fiabe antiche e magiche: foreste
del Nord in cui la luce filtrava a chiazze, richiami argentini di uccelli,
covoni odorosi e l’oscuro capriccio di una baba jaga che andava e veniva
da una casetta fuori mano.
Ma Lidia aveva subito dato ai suoi pacchi un nome imprenditoriale:
“Arte popolare russa,” aveva detto con verve da venditore.
Aveva una voce penetrante e profonda, vicina a quella di un uomo.
Puttermesser ebbe di nuovo la sensazione che quella voce la leggesse: le
prendeva le misure con la velocità di un abbecedario. Mentre
Puttermesser la osservava disfare le valigie, Lidia la guardò e sollevò una
delle bamboline dipinte a forma di uovo. “Piace?” chiese. “Tu tieni,” disse
e le porse la bambola cava con l’intera covata all’interno. Un gesto
d’affari. Un pagamento di qualche tipo.
“Ma puoi fare di meglio. Qualcosa in un laboratorio, qualcosa che
magari poi diventa stabile...”
“Proprio come mama!” esclamò Lidia ridendo. Tirò fuori una busta
con delle foto, molte delle quali erano lacere e consunte. Gliele aveva date
Ženja per farle vedere a Puttermesser. Ed eccola Ženja, che si affliggeva
sotto il sole estivo, una pozza d’ombra fra il naso e il labbro superiore.
Una donna sciatta e grassoccia che invecchiava con un vestito fantasia
dal vasto colletto. Faccia piatta e palpebra mongolica. Bocca semplice,
rigidamente serrata: una linea sottile. Non riuscivi a capire cosa pensasse
quella bocca, cosa desiderasse. Ženja, la cugina prima di Puttermesser, la
nipote di suo padre! Ma la donna dell’istantanea sembrava distante
generazioni. Aveva l’aria antiquata. Aveva l’aria... sovietica. Gli altri, i
fratelli e le sorelle del papà di Puttermesser, gli abbandonati, coloro di cui
il padre aveva avuto nostalgia, no. Per gli altri Puttermesser si
infiammava: erano eterni, era come entrare nella testa del padre. Fanja,
Sonja, Reyzl, Aaron, Mordecai! Le iridi biancastre di Velvl, la sua divisa
scolastica con i bottoni di metallo, la stessa fotografia che Puttermesser
conosceva da una vita. Lidia disse che a ventidue anni il figlio di Sonja,
durante la grande guerra per la patria, si era imbarcato su una nave:
affondata da un torpedo tedesco. E Velvl che fine aveva fatto? Investito e
ucciso a Mosca da un tram nel 1951. Non aveva lasciato figli e la moglie
aveva sposato un georgiano. Non c’era una storia allegra fra quelle foto.
Tanti occhi familiari, chiari e tondi. Le sorelle avevano i capelli rossi,
Velvl era biondo, quasi albino.
Puttermesser avvertì una fitta di dolore. Di dolore per il dolore del
padre.
5. Ancora un po’ di storia

Lidia disse che ogni anno, in primavera, Ženja faceva un pellegrinaggio


alla tomba della madre. Quando erano arrivati, i bolscevichi si erano presi
il negozietto di granaglie della nonna. Il negozio non era più grande di
una celletta ed era stato confiscato al Nemico di Classe dal Popolo
Sovietico. Era inverno e la gente faceva la fame, così la nonna si era
messa le scarpe rotte del defunto marito ed era andata in giro a vendere
roba.
“Cosa vendeva?” le chiese Puttermesser.
Lidia alzò le spalle. Sapeva solo che la vendita privata era illegale. Era
affarismo. Una sera, al crepuscolo, la nonna si trovava per strada e faceva
tintinnare i copechi che aveva in tasca nella speranza di attrarre l’ultimo
cliente della giornata. Le si avvicina un uomo con un berretto nero
dall’aria ufficiale, con un distintivo attaccato sopra. Le prende un polso,
lo ammanetta al suo e la trascina sulla neve indurita: ma mentre
cammina, la nonna cerca nella tasca un buco che aveva cucito tempo
prima, rompe la cucitura e fa scivolare a terra i pochi copechi che ha, uno
alla volta. I due arrivano davanti a un palazzo terrificante, tutto pietra
nera all’esterno e linoleum crepato all’interno, e dentro al palazzo, seduto
su un alto scanno, c’è un uomo con un colletto azzurro e oro – sembra
una specie di militare – che la guarda con occhi torvi. “Questa donna fa
mercato nero! È una capitalista! Ti ho visto che vendevi qualcosa!” si
mette a urlare l’uomo con il berretto. Il militare seduto sullo scanno
chiede alla donna di fargli vedere i suoi profitti. Ma le tasche della nonna
sono vuote. “Mi prendi in giro?” le urla l’uomo con il berretto. Poi le dà
una sberla e la lascia andare.
Lidia aveva raccontato quella storia con indifferenza. Era uno dei
segreti di Ženja, di quelli che la cugina di Puttermesser sussurrava a volte
accanto alla stufa. Apparteneva a un tempo molto lontano. Ma
Puttermesser lo prese e lo conservò con uno spasimo di dolore: ecco
com’era finita la madre di suo padre! Un fantasma di ottant’anni che
moriva di fame, che indossava scarpe rotte e andava in giro a vendere
merce sotto la neve. (Suo padre, separato dalla madre da vari decenni, da
oceani e continenti, non sapeva niente di tutto ciò. Era andato a letto a
compiangerla in pieno pomeriggio. La grossa mosca, cercando di
scappare, sbatteva contro lo specchio. Sbatteva e continuava a sbattere.
Non c’era via di scampo.)
6. Colloqui

Lidia si era portata dietro, per le emergenze, un vocabolario russo-


inglese. Non lo consultava mai. A quanto pareva capiva tutto, e nel suo
inglese strano e frammentato riusciva a dire quasi ogni cosa. Aveva
imparato quelle frasi, che parevano pezzi di un puzzle, in un corso serale
che aveva abbandonato dopo solo cinque settimane: c’erano cose migliori
da fare nelle fredde sere d’inverno, se eri a Mosca e non dovevi andare in
giro con “i ragazzi”. Potevi andare nella stanza di qualcuno a scaldarti
bevendo qualcosa. Potevi andare a una festa di sconosciuti dove pagavi
per entrare. O meglio, potevi scaldarti bevendo qualcosa se ti portavi la
tua bottiglia di vodka. Lidia aveva conosciuto il suo ragazzo in una di
quelle stanze, una camera piuttosto grande in un appartamento in
coabitazione dai soffitti alti decorati con sudici stucchi di rose. Prima
della rivoluzione la camera faceva parte di una maestosa casa di
aristocratici. Il suo ragazzo le stava veramente addosso. L’assillava di
continuo chiedendole di sposarlo.
“Sei sicura che non stia soltanto cercando un modo per uscire dal
paese?” le chiese Puttermesser.
Lidia fece un gran sorriso. Con somma sorpresa di Puttermesser,
aveva denti splendidi.
“Vuole andare Australia,” le rispose scoppiando a ridere.
A volte, alle quattro di mattina, il telefono squillava e Lidia balzava dal
divano letto e sollevava la cornetta per evitare che Puttermesser si
svegliasse. Ma Puttermesser si svegliava sempre, ed era sempre Volodja.
“Ma non sa contare?” chiese una volta Puttermesser stizzita alla
cugina. “Non conosce il fuso orario di New York?”
“Lui paura io resto in America,” le rispose Lidia. “Lui paura io non
torno.”
“Be’, non è per questo che sei venuta?”
“Proprio come mama!”
Puttermesser cominciava a imparare che mama era una persona
irragionevole. Non era apprezzabile essere esattamente come mama.
“Prego, adesso parliamo affari,” la incalzò Lidia. “Io voglio pulire per
donne.”
I colloqui cominciarono. Puttermesser aveva messo un annuncio
nell’ascensore:

SOCIEVOLE EMIGRATA RUSSA, INTELLIGENTE,


AFFASCINANTE, PIENA DI VITA, SI PROPONE PER
PULIZIE, BABYSITTING, FACCENDE DOMESTICHE LEGGERE.
TARIFFE RAGIONEVOLI.
RIVOLGERSI AL 3-C DOPO LE 20,00.

Poi aveva cancellato “emigrata russa” – era troppo letterario e faceva


molto Parigi o Berlino anni venti (aveva pensato a Nabokov) – e aveva
messo invece: “Ragazza socievole, appena arrivata dall’Unione Sovietica”.
I vicini si riversarono a fiotti nel 3-C: Puttermesser ne conosceva solo
qualcuno. Arrivò una coppia con una bambina in pigiama, e i genitori
chiesero a Puttermesser un pentolino per scaldare del latte: nel frattempo
loro avrebbero esaminato la russa. La bambina cacciò un lungo urlo e
Lidia li congedò rimproverandoli: non voleva avere a che fare con una
situazione simile. Il giornalista scapolo del 7-G, che a volte faceva un
cenno del capo a Puttermesser quando la incontrava nell’ingresso,
confessò di essere già a posto: gli interessava invece avere una visione di
Gorbačëv dall’interno.
“Gorbačëv!” lo schernì Lidia. “Russi tutti odiano Gorbačëv, solo stupidi
in America piace,” continuò e poi spalancò la ricca valigia che occupava
le sue serate. Era piena zeppa di cosmetici di ogni tipo: matite per
sopracciglia, fard, mascara di tutti i colori, una dozzina di rossetti,
reticelle per capelli, spazzole, unguenti e smalti in tubetti e boccette.
Puttermesser conosceva giusto un paio delle emulsioni e guardava
smarrita tutto il resto. (Ah, quindi avevano simili ritrovati nella Russia
severa e socialista!)
Il giornalista, offeso, ribatté che rispetto a Brežnev, per esempio,
Gorbačëv costituiva sicuramente un miglioramento, ma Lidia continuò a
spalmarsi la crema sul mento piccolo e appuntito.
Puttermesser girava per la casa come un gatto in gabbia. Non c’era
posto per sedersi, nel suo soggiorno. Un paio di ragazzi dell’ultimo piano
si erano sdraiati sul divano letto di Lidia. Uno le chiese se sapeva usare
l’aspirapolvere. Lidia gli elargì la sua risata sprezzante – cosa pensavano,
che fosse una primitiva? – e domandò quanto le avrebbero dato all’ora.
Era difficile dire chi stesse facendo il colloquio a chi. Lidia ci sapeva
fare con i numeri. Era veloce, riusciva a convertire i dollari in rubli in un
secondo. Cercava soldi, punto e basta. Puttermesser aveva passato giorni
a invogliarla a uscire: ad andare in un museo, a salire in cima all’Empire
State Building. Sai che vista che c’è! Ma Lidia aveva alzato le spalle con
fare apatico: a lei piacevano le cose concrete, non i quadri. E aveva già
visto lo skyline di New York al cinema. Aspettava la sera, cioè il
momento in cui i colloqui sarebbero ricominciati. Il campanello strillava
fino a mezzanotte. Quello che lei voleva era pulire casa e avere dollari.
Alla fine optò per la famiglia del 5-D. Avevano un appartamento di tre
stanze. E tre bambini. Il marito faceva qualcosa nel campo
dell’informatica e quattro volte alla settimana la moglie prendeva
l’autobus per andare in centro, al Beth Israel Hospital, dove lavorava
come volontaria in pediatria. Erano una coppia socialmente consapevole
e contro la violenza. Con i bambini erano indulgenti e permissivi, ma
avevano bandito le pistole giocattolo, controllavano cosa davano alla tivù
e gliela razionavano, e li spingevano a leggere e a giocare a scacchi. Due
dei bambini prendevano lezioni di piano, il terzo stava imparando a
suonare il violino. “Chiamami Barbara,” disse la moglie a Lidia,
abbracciandola, e aggiunse che era un privilegio, per loro, essere nella
posizione di poter dare lavoro a una rifugiata. Promise a Lidia che
sarebbero diventate amiche e che si sarebbe presto sentita a casa al 5-D,
ma se c’erano delle lamentele o qualcosa che la preoccupava doveva
dirglielo subito: non c’era nulla che non si potesse superare o sistemare.
Lidia era spazientita da tutta quella volenterosa bontà e da quel virtuoso
calore. Aveva scelto i Blauschild solo perché le offrivano più dollari di
tutti gli altri.
“Varvàra, ah!” strillò dopo il primo giorno. “Donne sciocche,
insegnante viene per musica, bambini odiano!” E un’altra volta: “Casa
sporca! Stanza bambini sporca!” Non aveva mai visto un simile disordine
in vita sua: mucchi di scarpe, camicie e giocattoli a terra, piani
d’appoggio appiccicosi, montagne di piatti e pentole da lavare nel lavello,
carta sparsa ovunque. Disapprovava Varvàra dalla testa ai piedi: che
senso aveva andare a lavorare gratis? E trascurare un appartamento così
grande, con tutte quelle stanze per una sola famiglia, vivevano come
Commissari del Popolo! Solo sporchi! Il caos, il sudiciume!
“Nessuno ti obbliga a farlo,” le aveva detto Puttermesser. “Non sei
venuta in America per pulire case, dopo tutto. Ascolta, dobbiamo andare
a sentire cosa dicono quelli che si occupano di immigrazione. Per fare il
passo successivo al visto. È arrivato il momento di pensarci.”
Le iridi castane di Lidia erano scivolate prudentemente ai lati del loro
lungo baccello. Poi la cugina aveva alzato le spalle e le aveva lasciate
ricadere.
7. Un altro colloquio

Puttermesser era contenta, nell’intimo, delle quattro ore che Lidia


passava ogni pomeriggio al 5-D. Era una liberazione non essere obbligata
a farle sempre compagnia. A volte Lidia parlava di Dio e dei Suoi angeli, a
volte delle splendide chiese antiche distrutte dalla Rivoluzione. E ogni
tanto tirava fuori un libro dei sogni che, se letto con devozione e
concentrazione, era in grado di predire il futuro. Lidia credeva nel mondo
del sublime. Le icone e la Santa Madre Russia la commuovevano. Aveva
raccontato a Puttermesser che spesso a Pasqua piangeva e che una volta
Gesù le era apparso in sogno con lo stesso identico volto sacro di
un’antica icona. In quei momenti la povera Puttermesser, ormai anziana,
con i capelli bianchi e scarmigliati, vedeva nella cugina moscovita un
errante personaggio čechoviano finito per sbaglio in un soggiorno
newyorchese: “Com’è bello, qui,” disse Olga segnandosi e guardando verso
la chiesa.
“Ma c’è anche il rovescio della medaglia, no?” disse Puttermesser.
“Cosa mi dici del caso Beilis?”
Lidia non aveva mai sentito parlare del caso Beilis.
Puttermesser, che leggeva saggi di storia, si mise a spiegare: “La
calunnia del sangue. Pura follia medioevale. Un ebreo di nome Mendel
Beilis viene accusato, in un tribunale russo, di aver ucciso un bambino
cristiano per prendergli il sangue. Ti immagini, una cosa del genere e in
tempi moderni, nel 1913! La chiesa non è mai intervenuta. Questo per la
tua Santa Madre Russia.”
Lidia esibì il suo enigmatico sorriso, a metà fra il reticente e il
derisorio. “Non succede adesso.”
“E l’assalto all’Unione degli Scrittori? È stato quest’anno!”
Puttermesser sapeva cosa stava pensando Lidia: Proprio come mama.
In un tardo pomeriggio piovoso di metà novembre le due donne
presero la metropolitana per il Bronx. Puttermesser aveva fissato
l’appuntamento con l’ente che si occupava degli immigrati per le sette, in
modo da non interferire con le ore della cugina dai Blauschild. Lidia
sembrava nervosa e riluttante. “Paghiamo?” chiese.
“Assolutamente no. È un ente assistenziale. Parte del personale è
assunto, ma nella maggior parte dei casi sono volontari.”
“Come Varvàra, lavorare per nulla, stupidi!”
Lidia sedeva imbronciata nell’angusto ufficetto, in un vicolo cieco di
schedari, schioccandosi le dita dalle unghie rosse. La donna seduta dietro
la scrivania aveva i modi del medico: doveva fare una diagnosi seguita da
una prescrizione. Era lei stessa, disse, una rifugiata scappata dall’Unione
Sovietica. Era arrivata cinque anni prima e aveva un figlio alle superiori:
il figlio faceva attualmente parte della squadra di matematica di
Stuyvesant. Il marito, un tempo un ingegnere, era stato assunto come
commesso in un negozio di abbigliamento maschile. All’inizio adattarsi
era stato difficile, ma adesso si erano sistemati bene. Frequentavano
persino una sinagoga: a Kiev una cosa del genere era inconcepibile.
Lidia guardò altrove: quella era roba per Puttermesser. Il tono della
donna era professionale, esperto. A parte un’ombra di accento,
l’intervistatrice non aveva niente di straniero. Era anche alla moda, nello
stile dei sobborghi oltre Manhattan: aveva un foulard al collo,
accuratamente annodato e drappeggiato, chiuso da una spilla d’argento a
forma di agnello. Tirò fuori vari fogli in cirillico e cominciò a porre
domande a Lidia in una rapida cascata di russo. Nonostante annuisse più
volte con aria consumata, non era scortese. Puttermesser vide che la
cugina fissava ossessivamente la spilla attaccata al foulard. Era poco
attenta, abulica. Nel mormorio minaccioso e riluttante di Lidia,
Puttermesser scorse quella vena apatica di cinismo che aveva
ultimamente imparato a riconoscere. Riusciva a distinguerla persino nelle
sillabe russe, cui non era abituata.
E poi la cugina moscovita si alzò. Gli occhi lanciavano saette. I bei
denti brillavano. Dalla spelonca della bocca si riversava uno scroscio di
russo. L’ufficetto si era d’un tratto trasformato nel Colosseo, con l’odore
del sangue che aleggiava nell’aria.
“Dio mio! Cos’è successo?” le chiese Puttermesser. Si era trattenuta
quasi fino alla soglia di casa. In metropolitana Lidia si era resa
inaccessibile. Aveva aggrottato le sopracciglia. Aveva serrato la bocca in
una linea sottile, come quella di Ženja nell’istantanea. “Commissario del
Popolo!” aveva mormorato.
Salirono le scale della stazione della Settantasettesima in un tanfo di
urina e quasi inciamparono in un senzatetto che dormiva sul cemento. La
pioggia obliqua gli bagnava la faccia e il collo, che erano immobili. Un
sacchetto di carta con dentro una bottiglia vuota rotolò vicino a una delle
gambe, sporche di fango. Lidia esitò. Era diventata di colpo allegra.
“Come Unione Sovietica!” esclamò e Puttermesser capì che la cosa che le
piaceva di più era fare battute di scherno.
Lidia si buttò sul divano letto, accartocciò i fogli che l’intervistatrice le
aveva dato e li gettò sulla moquette.
“Quella donna ti voleva solo aiutare,” le disse Puttermesser.
“Regole. Molte regole.”
“Be’, si vede che ne vale la pena. Sembra abbastanza contenta di essere
qui.”
“Donne così!” disse Lidia. “Miei ragazzi squadra più intelligenti.”
Il soggiorno era ormai diventato assoluto dominio di Lidia.
Puttermesser non ci andava quasi più. La stanza aveva un’aria
stranamente scombinata e poco familiare, sembrava una macchia di rovi
dietro a una barriera d’arbusti: le casse, i pacchi, le valigie e le borse di
plastica di Lidia che riversavano parte del loro contenuto sul pavimento.
Il divano letto era sempre aperto e il letto mai rifatto, un groviglio di
coperte e cuscini. La televisione era disseminata di lattine vuote di
gassosa. Il bordo dello scaffale ospitava scalzapelli e una limetta per le
unghie. Lungo i battiscopa languivano tazze mezze piene di caffè vecchio
di giorni. Era l’influenza dei Blauschild? Il caos generava caos, il 5-D si
insinuava nel sobrio ed erudito 3-C?
Ma Puttermesser aveva un’altra teoria: era colpa sua. Era stata troppo
sollecita nei confronti della giovane cugina, troppo deferente, troppo
coscienziosa, troppo inadeguata e cerimoniosa. Oh, va bene così, non ci
pensare. Lascia stare, faccio io. Non ti preoccupare, davvero, va benissimo
così com’è. Quelle erano le strofe della litania di Puttermesser. Erano una
formula magica, erano “buone maniere”: Puttermesser aveva trattato
Lidia come un ospite d’onore, era caduta ai suoi piedi perché Lidia
rappresentava il risanamento di una spaccatura enorme e spaventosa,
perché era giusto che nella landa desolata della separazione si riversasse
un impeto di tenerezza, di legame di sangue. La fortuna di ritrovarsi una
cugina da un giorno all’altro!
La prima settimana Lidia aveva preso la scopa con aria cupa – non era
quello che ci si aspettava da lei? una specie di affitto? – e dopo i pasti si
era messa a spazzare. “Oh, non ti preoccupare,” le aveva ripetuto
Puttermesser ogni volta. Al che Lidia non si era più preoccupata. Lasciava
i coperchi dei barattoli di crema sul ripiano della vasca. I piatti sporchi
sul tavolo della cucina. Gli asciugamani bagnati sulla credenza del
soggiorno. Nel giro di poco Puttermesser si era resa conto che, per
quanto disdegnasse l’ateismo, la cugina era la perfetta incarnazione del
prototipo sovietico: non faceva niente che non le fosse richiesto. Quando
era libera, andava dritta verso la televisione e le sue molteplici malie:
macchine, detergenti, dentifrici, cheeseburger, crociere. Una fiera più
varia e ricca di tutte quelle che avrebbe potuto vedere nei maestosi saloni
moscoviti, una fiera dai colori innaturalmente vividi (il verde non
avrebbe potuto essere più verde, il rosso più rosso ecc.) e dai fondali
allettanti: prati, colline, ruscelli, fontane, castelli e ruote panoramiche. In
cima al televisore, le lattine di gassosa si moltiplicavano. La cortesia
degna di un mandarino di Puttermesser non conosceva reciprocità.
“Cosa ti ha detto la donna dell’ente,” insistette Puttermesser, “per farti
esplodere così?”
“Ha detto buttare Lenin in spazzatura.”
“Lenin? Santo dio, non ti sarai messa a discutere di storia sovietica?”
“Medaglie. Io portato molte medaglie.”
Lidia le tirò fuori: un sacchetto di plastica verde che tintinnava, pieno
di minuscole effigi di latta di un bambino. Il sacchetto recava una scritta:
фотография.
“Lenin quando bambino, vedi? Premio Komsomol per bambini.
Spazzatura! Nessuno vuole! Io comprato cento per un copeco.” Si esibì
nella sua risata sardonica. “Donna dice io no permesso fare business,
grande legge tasse. Commissario del Popolo!”
8. Imprenditori

La mattina Lidia mangiava pane nero e panna acida – li aveva scelti


personalmente alla fiera del quartiere – e beveva tè forte
abbondantemente zuccherato. Dopo di che spariva. Tornava sempre in
tempo per andare a fare le pulizie da Varvàra, al 5-D. Aveva confessato a
Puttermesser che era arrivata a odiare i bambini. Erano egoisti, ribelli,
viziati. Sapevano un sacco di cose, eppure erano bambini qualunque: la
gente diceva la stessa cosa di Chruščëv.
Puttermesser non aveva fatto indagini in merito alle assenze di Lidia.
La scena all’ente che si occupava di immigrati le aveva mostrato a cosa
potevano portare le domande. Ma aveva notato che la cugina non usciva
mai senza prendere un paio dei suoi vari pacchi.
Una mattina, alle undici, quando Lidia non c’era, Varvàra andò a
trovare Puttermesser.
Diede un’occhiata al soggiorno: “Che disordine! Sembrano i miei
appartamenti! E lei non ha nemmeno figli!”
“Qualcosa non va?” le chiese Puttermesser. “Non si deve sentire in
imbarazzo, voglio dire, se le cose non funzionano con mia cugina...”
“Oh, Lidia è un tesoro! Non posso nemmeno pensare di perderla. Ha
arricchito le nostre vite,” disse Varvàra. “I bambini li incanta. Gli racconta
le fiabe russe: sono un po’ macabre, il lupo finisce sempre per mangiare
qualcuno, ma ai bambini piacciono un sacco. E per me e Bill non è un
problema. Non è quella roba violenta che gli propinano in tivù. È tutto
frutto dell’immaginazione, cose innocue.”
E Puttermesser, nell’arena sanguinolenta della sua immaginazione,
vide la cugina dissezionare gli arti dei bambini di Varvàra prendendo a
prestito le zanne di un ghiottone.
Varvàra sbirciò oltre la cucina. “Lidia c’è?”
“È uscita, starà via un po’.”
“È andata a far conoscenza con la Grande Mela? Ottima cosa. Ehi,”
continuò Varvàra, “volevo invitarvi tutte e due a una festa molto speciale.
Una raccolta fondi per ‘Shekhina’. Lei conosce ‘Shekhina’?”
“La rivista. Quella che si fa pubblicità dicendo di non avere niente in
comune con ‘Motherwit’,” le rispose Puttermesser.
“Ho raccontato a Sky di sua cugina e Sky dice che Lidia potrebbe
attirare un sacco di gente. Sky è un mio caro amico. Anni fa, quando
vivevamo tutti in California, abbiamo lavorato insieme al Progetto
Visionario di Qartiere. E prima eravamo entrambi nel consiglio
dell’Azione per la Libera Espressione Universitaria, ma questo è stato
prima che conoscessi Bill. E prima del brutto divorzio di Sky, il secondo,
quello in cui la moglie l’ha praticamente sbattuto fuori. Bill odia la Libera
Espressione, pensa che spiani la strada alla violenza. È un vero pacifista,
lui.”
Puttermesser si ricordava l’Azione per la Libera Espressione, una
moda di una ventina d’anni prima fiorita all’epoca dello streaking, con
uno studente nudo – una macchia rosacea di carne vista di fronte – che
entrava di corsa in un’aula universitaria e balzava sulla pedana. L’Azione
era specializzata in “dimostrazioni” in cui una parola proibita veniva
ripetuta come un mantra per due ore esatte (cazzo e stronzo erano le
preferite). Tale pratica era nota come “neutralizzazione” e lo scopo di
“quelli dell’Azione”, come li chiamava la stampa, era neutralizzare le
parolacce.
Varvàra disse: “Immagino che lei non sia mai stata una dell’Azione. La
generazione sbagliata, è arrivata troppo tardi, giusto?”
Ma Puttermesser non credeva nelle generazioni: era un concetto che
non apparteneva alla sua filosofia. Riteneva che gli esseri umani fossero
definiti, a prescindere dall’età, dalla loro indole, dalle inclinazioni e dal
carattere. A meno che qualcuno non glielo ricordasse, spesso si
dimenticava di essere anziana. “Mi ricordo il loro slogan,” disse. “Ogni
cosa a galla senza falla.”
“Esatto! Bello, vero? E l’altro, quello delle magliette? La parola brutta
non si butta. Geniale! Una volta abbiamo fatto una doppia Azione per
stronzo. Quattro ore. Stronzo, stronzo, stronzo, stronzo. Be’, è stato molto
tempo fa. P.B., prima dei bambini! Coi bambini facciamo il bagno, però.
Tutta la famiglia, a due a due, cross-gender.”
Varvàra doveva avere una quarantina d’anni. Aveva un viso grande e
piccolo al contempo. Le guance e la fronte erano molto ampie e il mento
vasto e lungo, ma raggruppati al centro di quello spazio inutilizzato
c’erano gli occhi pigiati uno contro l’altro, un nasino tondo e una
boccuccia tonda. Una famiglia di tratti rannicchiati in una grossa tinozza.
Nessuno avrebbe detto che un simile volto – perché di “volto” si trattava,
un po’ dickensiano, con una sfumatura arcaica – appartenesse a
un’idealista.
Schuyler Hartstein, invece – l’amico di antica data di Varvàra –, aveva
esattamente il viso che ci si poteva aspettare da un utopista visionario.
Puttermesser vi si era imbattuta di tanto in tanto guardando telequiz cui
partecipavano personalità note: un rettangolo stempiato dal lungo cranio
da cui pendevano una coda di cavallo bionda dietro e (sic) un monocolo
con nastro arricciato davanti. In quei programmi – che non erano rari –
Schuyler Hartstein assumeva sempre la posizione dell’idealista. Lo
chiamavano Sky non perché fosse l’abbreviazione del suo nome, ma per
la realtà cui la metaforica allusione rimandava: il limpido e vivido ceruleo
dei suoi occhi da poeta. (Completamente diverso da quello del padre di
Puttermesser, un azzurro esangue diluito dal grigio triste e slavato della
memoria e del rimorso.) Schuyler Hartstein non conosceva
tentennamenti, riserve, requisiti, ostacoli. Aveva una faccia bionda e
solare e tutte le certezze del pensatore che opera per il bene sociale. Al
collo aveva una catenina d’oro da cui pendevano le tre lettere ebraiche
che formano la parola “vita”. Era noto per la sua religiosità, e nelle
giornate di Shabbat lo si vedeva con uno zucchetto di velluto bianco che
gli bloccava la gobba della coda di cavallo come una forcina.
Sky Hartstein era un fido socialista, ma anche uno spietato
imprenditore. Il periodico che aveva fondato aveva ormai quasi due anni.
Il nome della testata, familiare a Blake, Milton, ai swedenborghiani e ai
teosofi, traeva origine dal misticismo ebraico: si riferiva alla radiosità
della divina presenza e, dal punto di vista cabbalistico, all’aspetto
femminile della medesima. Andava bene alle femministe d’avanguardia,
piaceva ai cattolici (ricordava loro Maria), i buddhisti non avevano nulla
da dire e gli Hare Krishna erano ammaliati. Shekhina! C’era anche nel
dizionario. Ma la rivista era più famosa per il modo in cui era stata
lanciata che per i contenuti, un misto di utopismo globale e strenuo
autocompiacimento (che parevano essere la stessa cosa). Sky Hartstein
pubblicava le sue poesie sulle pagine della sua rivista. La famosa
campagna pubblicitaria alla base di “Shekhina” era opera sua: il titolo
della campagna era La politica contro “Motherwit”, dove “Motherwit” era
un vecchio e sobrio periodico votato alla tradizione razionalista, al cauto
liberalismo e all’insofferenza per le code di cavallo. Ma la guerra fra
“Shekhina” e “Motherwit” era unilaterale: “Motherwit” rimaneva
distaccata. Il fatto che “Motherwit” avesse ripetutamente rifiutato le
poesie di Sky Hartstein era solo un pretesto: il periodico non pubblicava
versi. La vendicatività di Sky e della sua “Shekhina” aveva origini più
terrene e pressanti della negligenza mostrata nei confronti della poesia
contemporanea. Sky Hartstein era convinto che non vi fossero,
politicamente parlando, nemici esterni ma solo interni. Sulla testata della
rivista campeggiava, incastonata nell’ala di una colomba, la scritta IL
NEMICO È UN’ILLUSIONE. Nel modulo per gli abbonamenti spiccava invece lo
slogan: SOLO ARATRI!
Puttermesser era a conoscenza di tutto ciò perché si era abbonata a
“Shekhina” per un anno quando la rivista era uscita, anche se poi non
aveva rinnovato l’abbonamento. Ruth era una drogata di riviste. Leggeva
il “Times Literary Supplement”, la “New York Review of Books”, il “New
Yorker”, l’“Atlantic”, “Motherwit”, “Harper’s”, “Commentary”,
“Salmagundi”, la “Southwest Review”, la “Partisan Review” e “The New
Criterion”. Non leggeva “The Nation”: non ce n’era motivo, era da più di
un secolo che Henry James non vi scriveva. Aveva abbandonato
“Shekhina” in parte perché le poesie di Sky Hartstein le erano indifferenti
– telegrammi edificanti composti da versi brevissimi –, ma soprattutto
perché la radiosità della Divina Presenza, insistentemente emanata un
mese dopo l’altro, aveva cominciato a offuscarsi. Inoltre, non aveva
potuto fare a meno di notare che non tutte le spade erano state
trasformate in aratri: Sky Hartstein aveva l’abitudine di scambiare i
desideri per fatti e i desideri le parevano, in ogni caso, poco credibili. Sky
metteva annunci in cui cercava moglie negli spazi dedicati della sua
rivista e gli editoriali di “Shekhina” si riducevano a foschia, nebbia e
vapore ammantati di “spirito” e a volte di “collera”. Ancora prima di
aprire il giornale, uno sapeva cosa vi avrebbe trovato: la rabbia
sgradevole dei puri di cuore.
L’unica sorpresa, per Puttermesser, era stato scoprire che la datrice di
lavoro di Lidia era stata un tempo compagna di battaglia di Sky Hartstein.
“Vedrà quando lo conoscerà!” esultò Varvàra. “Ha una mente
incredibile.”
“Ma perché Sky vuole conoscere Lidia?”
“Oh, andiamo,” le rispose Varvàra. “È ovvio, no?”
Quando tornò a casa alcune ore dopo, Lidia non era sola: si era
trascinata dietro un ragazzone alto.
“Pëtr,” disse.
“Salve,” le fece eco il ragazzo porgendo la mano a Puttermesser. “Io
sono Pete. Peter Robinson, signora. Gestisco il negozio di sport
Albemarle, ci conosce? Siamo nella Terza Avenue. All’angolo con la
Novantaquattresima.”
“Pëtr,” ripeté Lidia. “Lui occhi puliti.”
Era vero: Lidia aveva centrato esattamente il punto. Erano occhi
innocenti, ingenui e non contaminati dall’ironia. Pete Robinson – Pëtr –
disse di essere del North Dakota e di avere più dimestichezza con boschi
e fattorie che con i marciapiedi di New York. Era in città da meno di tre
mesi – vi era stato trasferito dalla succursale di Seattle – e aveva già
conosciuto gente incredibile! Così varia! Da lui, anche in posti come
Seattle, non ti imbattevi mai in una come Lidia!
Si sedettero tutti e tre attorno al tavolo della cucina. Pëtr indossava un
maglione con lo scollo a V e una camicia scozzese di flanella. Aveva
sopracciglia grosse e chiare che parevano lastre e un ciuffo di capelli
lucenti che lambiva le sopracciglia come una lingua indaffarata. Era
cristallino e catalogato – semplificato – come l’immagine di un tabellone.
Per non parlare di Robinson! Puttermesser pensò a quell’uomo pieno di
risorse che era Crusoe. Alla serie radiofonica della sua infanzia: Jack
Armstrong, il ragazzo americano! Jack Robinson: ancora non era stato
pronunciato il suo nome che la cugina si era già procurata il prototipo.
Lidia era allegra. “Pëtr aiuta,” disse.
E rovesciò ancora una volta la borsa verde di plastica, quella con la
scritta фотография. Questa volta non uscì nemmeno una medaglietta
con la faccia di Lenin bambino. Un fiume di banconote verdi si riversò
invece sul pavimento: puro denaro americano.
“Cosa succede?” le chiese Puttermesser. “Dove li hai presi?”
“Signora,” intervenne Pëtr. “La ragazza ha lavorato nel mio negozio
tutto il giorno. Fra un attimo ci devo tornare anch’io. Mi ha stanato con
quel sorriso.”
Puttermesser guardò la cugina con aria scettica. “Cos’è, un altro
lavoro?”
“Signora,” continuò Pëtr, “ci stiamo preparando al Natale, non è mai
troppo presto, così abbiamo tolto le racchette da tennis e i bastoncini da
sci dal centro del pavimento. Uno spazio bello grande, è lì che mettiamo
l’albero. Be’, tiriamo su l’albero e arriva questa signorina con quel suo
modo buffo di parlare e nel giro di un secondo si sistema e si mette a fare
affari. Nella zona più trafficata che abbiamo.”
“Nella zona più trafficata?” domandò Puttermesser.
Pëtr annuì. “Sì, glielo assicuro. Questa è la stagione in cui lavoriamo di
più. Spero che non le dispiaccia se glielo dico, ma la ragazza che ha qui è
pura libera impresa, quella vera. Mica ce l’hanno nel suo paese d’origine,
sa?”
Seduta a un tavolino da gioco che Pëtr le aveva trovato, sotto un
albero di Natale decorato con luci colorate a forma di scarpe da
ginnastica e palloni, la cugina moscovita aveva venduto – in una sola
mattina – l’intero stock di medagliette di Lenin. A tre dollari l’una. Sul
tavolo della cucina di Puttermesser c’erano trecento dollari americani. E
la cugina aveva ancora al suo attivo un sacco di foulard, cucchiai e
bambole cave senza arti. Per non parlare del suo ragazzo tipicamente
americano.
9. Gli idealisti

La raccolta di fondi per “Shekhina” si teneva in un uno di quegli


appartamenti labirintici dell’Upper West Side dove era impossibile
trovare il bagno. Ti aggiravi di corridoio in corridoio e finivi per entrare
titubante in camere da letto che avevano ancora gli odori della notte, con
i copriletti ripiegati sulle sedie e non utilizzati da mesi. Ogni tanto, in uno
di quei viaggi, trovavi sulla tua strada un bambino smarrito e spaventato
o un animaletto inatteso, ma nella maggior parte dei casi non incontravi
altro che un misto di odori stantii di vecchi palazzi. Quegli appartamenti
erano come donne vecchie e demoralizzate, ricoperte di rughe, che
piangevano la loro carnagione perduta e affermavano la dignità e
l’importanza dei loro anni d’oro. Il lavandino del bagno, se riuscivi a
trovarlo al buio (l’interruttore era costantemente nascosto), mostrava i
ricami marroni e sporchi delle antiche crepe: le linee di una carta
astrologica. Quando tiravi lo sciacquone, la base del gabinetto rilasciava
un fiumiciattolo avaro color ruggine. Allora capivi di essere un
privilegiato: eri stato toccato dalla Storia. Un tempo Artur Rubinstein
aveva vissuto lì. Einstein aveva partecipato a una riunione in quella che
adesso era la dispensa sul retro. Maria Callas aveva cantato in privato,
una sera d’estate, spingendo forte la mano contro quel davanzale. Uta
Hagen era andata a trovare il famoso affittuario non meglio identificato,
quello che aveva preceduto l’affittuario attuale.
“Kakoj teatr!” esclamò Lidia. Teneva Pëtr per mano. Lui la seguiva
docile e timido. Puttermesser lo osservò: Pëtr era abbagliato da quella
doppia manifestazione di esotismo. L’enigmatica New York e la bellezza
moscovita che all’improvviso ti prendeva e ti catapultava in una serata
più strana di tutte quelle che ti potevano capitare nel grande Northwest!
Una stanza spaziosa con la moquette. File di sedie pieghevoli. Divani
spostati contro le pareti e due gruppi di finestre nascoste da lunghi
panneggi porpora, che le trasformavano in identici prosceni con sipario.
Su ogni sedia era stato messo l’ultimo numero di “Shekhina”.
“Oh, guardate,” disse Varvàra aprendo la sua copia, “c’è un articolo di
Kirkwood Plethora!”
Puttermesser le domandò: “Suo marito non viene, stasera?”
“Bill non vuole avere niente a che fare con Sky, è una cosa di anni fa.
Non c’è speranza di riconciliazione, ma io non ci voglio entrare.”
“Ma a Bill non dispiace? Voglio dire, che lei sia rimasta fedele a
qualcuno che lui...”
“Santo dio, siamo individui distinti!”
Pëtr si sporse timidamente in avanti. “Chi è Kirkwood Plethora?”
“La regista,” gli spiegò Varvàra. “È là, davanti al tipo che ha scritto
quell’opera incredibile. Quella che parlava di un autobus volante pieno di
gay e di lesbiche. Plethora è quella che è andata in Sudan per fare un film
sull’oppressione degli animisti... shh! Cominciano.”
Applausi. La conduttrice della serata, una donna sui cinquantacinque
con un paio di jeans, una camicia sgualcita e vari anelli e bracciali, era
sbucata dai reconditi recessi dell’appartamento. Puttermesser prese la
copia della rivista su cui era seduta e cominciò a sfogliarla fino a che non
vide una delle poesie che Sky Hartstein amava infilare in ogni numero:
Abbiamo bisogno
di quello e di coloro di cui
non abbiamo bisogno
per la nostra soddisfazione.
Simili soddisfazioni
ci riempiono.
Basta! Voltiamoci
e cerchiamo soddisfazione
nel sublime.
Il titolo era: L’emarginazione. Puttermesser rilesse attentamente. Non
aveva ben capito cosa o chi fossero quello e coloro di cui uno non aveva
bisogno e cosa o chi venisse emarginato: i reietti del mondo vittime del
nostro disprezzo e delle ingiustizie da noi perpetrate o l’avidità di cui uno
si doveva vergognare? (Aveva notato che “Shekhina” tendeva spesso a
parlare in termini di “noi” e “nostro”, addossando ai lettori, volenti o
nolenti, il peccato di turno.) O forse quella poesia era solo un altro degli
ansiosi annunci pubblicati da Sky per trovare moglie.
Pëtr accarezzava la manina ruvida di Lidia, ogni singolo dito dal
cappuccio rosso sangue. Lidia si era messa il suo rossetto più rosso e
sfoggiava il suo sorriso più distaccato. Giocherellava con i bottoni della
sua nuova giacca di pelle. Il cuoio brillava come vetro nero e a
Puttermesser venne di colpo in mente il piccolo Dickens costretto a
lavorare nella fabbrica di lucido da scarpe. Lavoro minorile! Una delle
cause del marxismo messianico. Lidia aveva comprato la giacca in un
negozio della Prima Avenue gestito da immigrati coreani – era stata
Varvàra a dirle dove andare – e aveva pagato con i proventi delle
medaglie di Lenin. L’etichetta diceva Made in China: ovvero cucita, per
quanto se ne sapeva, da schiavi di otto anni incatenati alle macchine. Con
la sua giacca luccicante di pelle e i collant neri, Lidia era incredibilmente
distante dalla Ženja che socchiudeva gli occhi per il sole e indossava un
camicione da proletaria, dalla sua bocca piatta e spaventata e dal suo
grido implorante.
Puttermesser si guardò intorno: chi c’era in quella stanza? Varvàra
aveva già individuato i personaggi più famosi: Bert Waldroon,
drammaturgo e attivista, e Kirkwood Plethora, ormai sorprendentemente
anziana, con il caratteristico orecchino da un lato solo che nascondeva un
apparecchio acustico. C’era poi un giovane seminarista, il leader di
Uomini per le Donne, un’organizzazione femminista di soli uomini dedita
alla rimozione dalle Scritture di ogni pronome maschile riferito a Dio:
l’idea era di sostituirlo con locuzioni come l’Essenza profonda, il Divino
fondamento, lo Spirito sconfinato, lo Stimolo del mondo, il Fine che ha in
sé tutti i generi, il Soffio che genera l’anima e via discorrendo. C’erano
alcuni poeti colleghi di Sky Hartstein, compreso quello che si
accompagnava con la cetra tirolese e quello che scriveva in due lingue
per promuovere l’esperanto. C’era una scrittrice di tiepidi romanzi, i cui
libri vendevano abbastanza bene nonostante la grammatica e l’ortografia
le fossero estranee. Si diceva che le ci erano voluti due editor per farle
superare l’ostacolo della lingua madre. E c’erano, naturalmente, i
consacrati della politica: atei, per lo più, che all’apparenza non si
offendevano per quello che loro chiamavano “l’orientamento religioso” di
Sky Hartstein. Gli altri rientravano nei misconosciuti e nei mediocri,
anche se non fra coloro che passavano inosservati: li si riconosceva
abbondantemente dall’adorazione che li infiammava. Erano, come gli atei,
ferventi sostenitori del credo di Sky Hartstein, che nelle pagine di
“Shekhina” era noto come Il governo spirituale.
La conduttrice in jeans stava finendo il suo discorsetto sui soldi –
“Ricordatevi, il limite è il sublime!” – quando, nel pieno degli applausi,
Sky Hartstein ascese dalla sedia. (Non si poteva dire che si fosse alzato.)
“È stata, per me personalmente, una settimana incredibile,” esordì.
Lunedì era stato invitato alla Casa Bianca per un incontro con il
vicepresidente che voleva saperne di più del concetto di governo
spirituale. Martedì il “Time” e “Newsweek” erano usciti con le foto sue e
del vicepresidente che si abbracciavano fraternamente, e il “Village
Voice” aveva pubblicato le sue osservazioni per esteso. “Shekhina”
procedeva! Mercoledì Sua Santità il Dalai Lama gli aveva concesso
un’udienza, e di cosa avevano parlato? Delle macchine giocattolo
comandate a distanza, di come si muovevano grazie a una forza
invisibile... immaginatevi il sorriso radioso di Sua Santità, un amante dei
congegni meccanici ed elettronici, un ingegnere mancato, forse, ma
anche, soprattutto e al di sopra di tutto, un metaforico metafisico. Le
macchinine rappresentavano il potere, a distanza, dell’influenza divina
sulla volontà umana... Le parole di Sky Hartstein scrosciavano impetuose,
fiumi di dolcezza e leggerezza (anche se Puttermesser pensava che la
dolcezza fosse edulcorata e la leggerezza light). Sky Hartstein ficcava i
Beatles nei Salmi e i profeti nella verdura biologica. Citava Blake e
declamava le proprietà sonnifere della melatonina. Demoliva l’avidità e
l’egoismo, oh sì, l’avidità e l’egoismo in particolare, che corrompevano
repubblicani e democratici in egual misura, quelle cloache di armamenti e
di arroganza nazionale. Che i confini si dissolvessero, che le nazioni
scomparissero, che potessimo essere tutti avvolti dall’amore e dalla
bontà! “Recuperiamo le nostre speranze, rendiamo onore ai visionari!
Che la glasnost’ dispieghi la sua tenda guaritrice sulla terra e ci riporti
alle origini, all’apertura del cuore, all’assenza di classi, alla fine
dell’indigenza. Che i poveri si sollevino dalla miseria secondo la
promessa originaria e verdeggiante di quel genio che ha passato lungo
tempo a lavorare al British Museum!” Karl e Groucho, Lenin e
Lennon.Sky si era avventurato nella battuta senza curarsi di quanto
potesse essere vetusta, e comunque non era nemmeno una battuta:
l’ordito robusto e flessibile dello Spirito unisce il simile con il simile e il
dissimile con il dissimile. Ah, noi felici molti!
“Tutti conoscono,” continuò Sky, “gli eccessi di Stalin, i gulag, il
terrore, il KGB, i delatori, le ombre, le spie, gli interrogatori, le torture.”
Eppure, in un tempo precedente, prima che le tenebre della perversione
discendessero, prima che il nobile disegno dell’aspirazione universale
venisse tradito, c’era stato il seme santo dell’umana redenzione. Il Grande
Esperimento era fallito alla sua prima manifestazione, era vero, ma se il
seme fosse stato ripiantato ci sarebbe stato anche un testimone della sua
fertilità, del suo potenziale, del suo futuro. E quel testimone era lì, in
quella stanza, in quel momento.
Puttermesser pensò: quanto candore in quella rettitudine. Ma cosa
vuole da Lidia?
“Pensate a qualcuno nato in quell’Esperimento,” continuò Sky
Hartstein, “quando i giorni migliori sono finiti. Quando il velo della
perfidia è calato. Dopo che si è attenuato. Quando è chiaro che quello che
ci vuole perché l’Esperimento risorga è un ambiente più favorevole e un
altro tentativo. Chi è nato in seno all’Esperimento, poco importa dopo
quanto tempo, dovrà pur conservare una minima parte di quella Purezza.
La Rivoluzione lascia residui. Cenni dell’Inizio. Una scia, un frammento,
una fragranza di quello che avrebbe dovuto essere. Ci dica,” concluse
allargando le braccia in direzione di Lidia, “cos’ha ereditato, lei,
dall’Inizio.”
Lidia divincolò le nocche screpolate dalla stretta fedele di Pëtr e balzò
in piedi. “Voi pensate vecchi tempi puliti?” esclamò. “Mai puliti, no!
Stupidi uomini! Stupide donne!”
Bert Waldroon, il drammaturgo, si mise a fischiare. La conduttrice in
jeans, preoccupata che la festa si guastasse – in fondo alla stanza c’era un
tavolo con cataste di biscotti d’avena e una piramide di mele –, si
intromise e disse con voce piagnucolosa: “Ma il comunismo non è stato
un tempo una bellissima speranza? All’inizio? Al principio? E non
dimentichiamoci che per i progressisti più seri i traguardi del socialismo
sono ancora vivi e raggiungibili...”
Lidia srotolò le spire avvoltolate della sua risata. “Americani sciocchi!”
urlò. “Unione Sovietica stupidi più intelligenti! Miei ragazzi squadra più
intelligenti!”
Varvàra le sussurrò furibonda: “Siediti! Stai rovinando il meeting!”
“Comunismo!” gridò Lidia. “Quale comunismo? Ingenui! Fiabe,
sempre! No comunismo, mai! Ingenui!”
La cugina si ergeva con il mento rivolto verso l’alto e i pugni fermi sui
fianchi: una Giovanna d’Arco della disillusione, un Commissario del
Popolo irridente, il fior fiore dell’Unione Sovietica. Non si fidava di
nessuno, non si fidava di niente. Non aveva più radici di un tarassaco
diventato soffione e pronto a volare via. Per la prima volta Puttermesser
la approvò quasi quanto la deplorava.
10. Il tè

Il telefono squillò nel bel mezzo della notte. Puttermesser si ritrovò


catapultata fuori da un sogno fortemente oscillante: davanti a lei si
srotolavano onde su onde di filo spinato. L’appartamento era accerchiato
dal filo che intersecava le finestre, sbarrava l’accesso alla cucina, correva
lungo i battiscopa e finiva direttamente nel soggiorno di Lidia,
circondando il divano letto. Puttermesser, assetata, si dirigeva verso la
cucina per prendere un bicchiere d’acqua, scavalcava il filo e si feriva uno
stinco. Il sangue le colava lungo la caviglia e fra le dita nude dei piedi.
Era Volodja, che chiamava non da Mosca ma da Sachalin. Sachalin, la
colonia penale degli zar, dove Čechov era andato a investigare le
condizioni dei prigionieri. Un’isola remota nell’inconcepibile mare di
Ochotsk, sotto il circolo Artico: un’isola che con la sua punta meridionale
sfiorava, irritandolo, il Giappone. Cos’era Marte al confronto!
Puttermesser si rigirò nel letto, si scrollò di dosso il brutto sogno e si mise
ad ascoltare Lidia che mormorava in russo. Lidia che parlava russo era
una Lidia diversa: volteggiava fra gli aneliti e i trilli rococò di quelle
fulgide sillabe, leggera come una trapezista. La sua risata, incastonata nel
russo, era una risata diversa: era libera di fare le sue acrobazie.
“Do svidanija,” sospirò Lidia – era una maliziosa carezza – e riattaccò.
“Volodja vuole fare business in Sachalin,” spiegò.
“La gente non viene arrestata per questo? Non è pericoloso? La nonna
di Ženja...” Poi Puttermesser si ricordò che la nonna di Ženja era anche
sua nonna: una vecchia con un fazzoletto da testa nero legato sotto il
mento, che seminava copechi facendoli cadere da una tasca bucata per
confondere gli spietati. Nella mente di Puttermesser la madre di suo
padre continuava ad affrettarsi sulla crosta di neve e d’acciaio all’infinito,
un frammento di moviola che si ripeteva.
La sete del sogno l’aveva inseguita fino alla cucina. Riempì il bollitore
per fare il tè e tirò fuori due tazze. Le finestre, ripulite dalle spine
argentate, erano nere. Erano le tre e mezzo.
“Non starà parlando di mettersi in proprio,” continuò. “Non lo
chiamano crimine economico?”
Lidia si esibì nella sua amabile scrollata di spalle. “Perestrojka,” disse.
“Davvero? La gente non ha più paura di infrangere le leggi?”
“Regole di apparatčik,” sbottò Lidia. “Volodja no paura!”
“Ma avevo capito che pensava di lasciare il paese. Che voleva andare
in Australia.”
“Prima fare molti rubli. Prima Sachalin.”
“Non penso che a Sachalin tu possa comprarti una giacca di pelle. Non
con tasche così profonde, in ogni caso,” disse Puttermesser versando
l’acqua sulle foglie di tè e lasciando che diventasse mogano. Non le
dispiaceva che la cugina l’avesse fatta passare dalle bustine alle foglie.
“Io compro giacca in America e do Volodja.”
“Sei senza lavoro, al momento,” le disse gentilmente Puttermesser.
Sorseggiarono il loro tè. Lidia tirò fuori la mezza dozzina di biscotti
d’avena che si era infilata nella tasca della sua nuova giacca di pelle – il
fatto di svuotare o riempire tasche pareva essere nel lignaggio familiare –
nell’istante stesso in cui Varvàra l’aveva licenziata.
“Varvàra sciocca,” continuò Lidia. Sembrava quasi una bambina
mentre rosicchiava il biscotto. Le narici le vibravano.
“Be’, cosa ti aspettavi? Lei ti fa entrare nella sua vita e tu insulti
chiunque ti capiti a tiro. Il modo in cui hai risposto a Sky Hartstein... Hai
sentito cos’ha detto, questa gente viene invitata alla Casa Bianca,
‘Shekhina’ diventa sempre più famosa.”
“Anche ‘Pravda’ famosa,” le rispose Lidia. “Nessuno legge. Leggono
per fare battute.”
E in quel momento, mentre la “Pravda” si infilava nella bocca rossa di
Lidia fra le briciole d’avena, Puttermesser capì il sogno che aveva fatto.
Tutto quel filo spinato! Era un sogno di una piattezza sconcertante.
Puttermesser aveva trasformato l’appartamento in un gulag: era così
semplice, così stupidamente trasparente che Freud avrebbe sbadigliato.
Era stato il discorso di Sky a provocarlo. O forse era stato Volodja: il
mistero di una chiamata da un’ex colonia penale mentre lei si tagliava col
filo spinato e il sangue scorreva.
“Dov’è il tuo libro?” le chiese. “Quello sui sogni?” Era una domanda
sciocca, ma la fece. Avvertì un brivido, un tremolio mistico che da
Sachalin giungeva fino a lei: qualcosa di stranamente profetico.
Non aveva mai visto Lidia così vigile. Mentre rovistava nella siepe dei
suoi pacchi in cerca del libro dei sogni, il suo collo sottile scartava di lato
come quello di un animale piccolo e veloce, un pony o una iena, e
Puttermesser si rese conto che aveva finalmente trovato un terreno
comune con la cugina. Fino ad allora cosa era stata lei per Lidia se non un
tormento o una noia? Come doveva apparire vecchia e irrilevante a una
ragazza nel pieno della vita, a una civetta, a una straniera, a una bellezza!
Lidia ritornò tenendo il libro fra le mani come se mostrasse una
corona adagiata su un cuscino. Davanti a sé Puttermesser aveva una
donna che credeva, una donna in adorazione: la cinica e la pessimista
erano scomparse. Gli occhi scaltri di Lidia erano ridotti a due sottili semi
marroni. “Cosa in sogno? Io cerco e trovo.”
Puttermesser fece il gesto dell’onda. “Filo spinato. In tutto
l’appartamento. Sulle finestre, ovunque. Mi sono tagliata e il sangue è
uscito a fiotti. E quando dico a fiotti intendo a fiotti.”
Lidia rifletté. Si immerse nello studio di quello che sembrava una
specie di indice: di tematiche oniriche?
“Filo spinato c’è, nell’elenco?”
“Net.”
“Prigione?”
“In sogno no prigione. Sogno qui, casa.” Lidia si chinò sulle pagine
voltandole talmente piano che ogni volta che ne girava una la luce della
lampada a soffitto balenava. “Ah,” disse. “Krov’.”
“Cos’è?”
Una vocale allungata aleggiò nell’aria. Una parola spettrale.
“Saaangue,” disse Lidia. “Saaangue da dove?”
“No, no,” disse Puttermesser in tono asciutto. “Non c’è nessuna tripla
‘a’. Dalla gamba. Dal piede. Dalle dita del piede.”
“Chorošo,” disse Lidia. “Da piede meglio. Sangue da testa significa tu
muori.” Tacque per studiare meglio il libro. Era insolitamente seria.
“Persone che sognano saaangue da piede creano futuro sacro. Tu donna
sacra. Tu,” si sforzò di tradurre, “santa.”
Puttermesser fissò la cugina: Lidia la sarcastica non aveva più un
briciolo di ironia. Il brivido mistico che portava alla dolorosa isola di
Sachalin se ne era andato. Sua cugina era... cos’era? La roba scadente, la
roba che si rompeva se la toccavi, le parti che si disgregavano,
meccaniche difettose, l’interruttore del soggiorno che all’improvviso
cedeva, la perdita nel bollitore, la crepa nell’intonaco, l’autobus che
arrivava tardi erano tutte occasioni che suscitavano il satirico Come
Unione Sovietica! La prova di un mondo corrotto e logoro. Puttermesser
sapeva cos’era la cugina: un apparatčik che evidenziava difetti e macchie,
nei e croste, disdegno e sfiducia. Come Unione Sovietica! Era o troppo
sospettosa o troppo credulona. Era una scettica che aveva riposto la sua
fede nella ciarlataneria.
“Credo,” disse Puttermesser con aria minacciosa, “che faresti meglio a
buttare quello stupido libro e a prenderti una grammatica inglese.”
I semini marroni di Lidia si gonfiarono. Il libro venne rumorosamente
chiuso. “Io bisogno di inglese per cosa? Io vado Sachalin con Volodja!
Faccio grosso business in Sachalin!”
“Di cosa stai parlando?”
“Volodja dice vieni, facciamo tanti rubli. Magari sposiamo.”
Una macchia grigia e sfocata, come se qualcuno lavasse un pezzo di
cielo con bianco di calce diluito, aveva cominciato a illuminare le finestre.
Era ancora troppo presto per l’alba, ma le ore più nere della notte
cominciavano a indietreggiare e in quella luce mattutina che non era
propriamente luce, mescolata alla brillantezza affilata da fumetto della
luce centrale, Lidia emanava una fosforescenza propria.
“Tu sei venuta per chiedere asilo! Per scappare! Ho passato mesi a
prepararti la strada prima che tu arrivassi,” esclamò Puttermesser. “Ho
affrontato ogni dannata forma di burocrazia, pubblica e privata. Santo
dio, Lidia, cosa credi che sia questa, una vacanza?”
“Io venuta per lavorare,” la corresse Lidia.
“Tu sei qui come rifugiata.”
“Rifugiata? Significato quale?” Il viso di Lidia era un palco illuminato.
Ogni filamento dei capelli avvampava di rosso.
“Non dirmi che fra un milione di parole questa è quella che non
capisci! Senti, dov’è il dizionario? Tiralo fuori! A meno che tu non l’abbia
venduto. Nell’outlet di merce varia di Peter Robinson.”
“Ah, Pëtr,” disse Lidia dolcemente. “Uomo alto, come Volodja.”
“Vai a prendere il dizionario!”
Così, per la seconda volta quella sera, Lidia si era aperta un varco nella
siepe e nel mucchio dei suoi averi – i cucchiai, le bamboline, gli scialli,
tutto quello che si era portata da vendere in America – ed era tornata con
un libro: russo-inglese, inglese-russo.
Puttermesser cercò “rifugiato” e accanto vi trovò эмигРант.
“Leggi,” ordinò.
“Emigrant,” lesse Lidia.
“Questo è quello che sei. Questo è quello a cui ho lavorato. Questo è
quello che avevo capito da Ženja.”
“Ženja? Ženja dice questo? Io emigrant come tu donna sacra,” disse
Lidia avvampando, e si esibì nella sua lunga risata, lunga quanto la tripla
“a” di saaangue, imprescindibile quanto l’inspirazione. “Quello che dice
mama! Quello che vuole mama!”
11. L’addio

Alla fine Pëtr pianse. Lidia era partita da un giorno. Era riuscita a pagarsi
il biglietto – New York-Mosca senza scalo – interamente da sola.
“Il negozio coreano nella Prima Avenue,” disse Pëtr. “Mi aveva chiesto
di accompagnarla. Per provare la giacca. È stato solo l’altro ieri.”
“Mi aveva detto che tu e il suo ragazzo eravate alti più o meno uguali,”
osservò Puttermesser.
“Voglio dire, lo sapevo che era un regalo, ma non sapevo per chi. Mi
aveva detto che era per suo fratello che viveva a Mosca. Mi aveva detto
che gliel’avrebbe spedita.”
“Lidia non ha nessun fratello.”
“Ha sempre avuto in mente di partire.”
“Non prima di aver avuto un guadagno netto,” disse Puttermesser.
“Quelle bamboline sono andate come l’oro. Deve averci guadagnato
più o meno novecento dollari con quelle, per non parlare di quello che si
è fatta con il resto della roba.”
“Arte popolare russa. I cucchiai, gli scialli.”
“E le medaglie di Lenin? Quelle erano solo per vedere come sarebbe
andata.”
“Un modo per testare il mercato.”
“Se ne sarà uscita dal mio negozio con duemila dollari in tasca. Anche
quello strano libro è riuscita a vendere, quello mezzo in inglese e mezzo
in russo: si rende conto? In un negozio di sport. Ha tirato su dieci dollari,
con quello.”
“Non avrà venduto anche il dizionario!” esclamò Puttermesser.
“È stata un’idea sua, vero? Lidia diceva che lei voleva che imparasse la
grammatica invece di mettersi a vendere.” Pëtr beveva e piangeva. “A me
piaceva quel buffo modo russkij di parlare.”
Erano seduti nel soggiorno di Puttermesser. Anche quello era, a modo
suo, un tè: solo che nelle tazze c’era alcool. Pëtr aveva portato una
bottiglia di vodka per festeggiare con Lidia. Era passato un mese dal
giorno in cui lei aveva fatto la sua comparsa nel negozio di articoli
sportivi Albemarle.
Ma adesso Lidia si trovava molto al di sopra della terra rotonda,
diretta verso la morte dell’Unione Sovietica.
La moquette era disseminata di sacchetti di plastica accartocciati. Il
divano letto era esattamente come Lidia l’aveva lasciato, una mescolanza
anarchica di cuscini e lenzuola attorcigliate. Collant strappati giacevano
abbandonati come garze su una sfilza di lattine di Coca-Cola. I vari
profumi di Lidia – lozioni, smalti, lacche – si diffondevano nell’aria come
la scia lasciata da un’apparizione.
“Non mi ha nemmeno detto che stava per partire,” si lamentò Pëtr.
Puttermesser guardò quegli occhi puliti e lucidi del North Dakota. Jack
Armstrong, il ragazzo americano: gabbato.
“Il Grande Esperimento,” disse e versò quello che era rimasto della
vodka nella tazza innocente del povero Pëtr.
12. Lettere

12 dicembre

Gentile Ms Puttermesser,
spero mi perdonerà questa intrusione per certi versi imbarazzante. Barbara Blauschild, sua
vicina del piano di sopra e mia vecchia amica, mi ha gentilmente dato il suo nominativo. Mi
sembra di capire che lei abbia partecipato all’evento per la raccolta fondi di due settimane fa
in compagnia di quell’interessante ragazza che ha creato un certo scompiglio: Barbara mi ha
detto che è una sua parente. Barbara mi ha anche detto di aver sollevato la ragazza, a causa
mia, dall’incarico che le aveva affidato. (Glielo aveva affidato perché mossa da compassione.)
Apprezzo molto la profondità che Barbara dimostra nella nostra amicizia, ma è sempre stata
troppo precipitosa. (Continuiamo a essere amici nonostante suo marito non mi parli da anni.
La verità è che io e Barbara abbiamo avuto una storia 100 anni fa, quando eravamo ancora in
California, e Bill non ha mai superato la cosa.)
Le confesso (di nuovo) che chiederle quello che sto per chiederle mi imbarazza un po’. È che
quando la ragazza dall’accento russo si è alzata nel pieno della riunione con tutto quel fuoco
in viso – non che sapesse, esattamente, di cosa stesse parlando – mi sono all’improvviso reso
conto che mi sarebbe piaciuto conoscerla. Il problema è che Barbara, ora che l’ha lasciata
libera, si rifiuta di avvicinarla. Così ho pensato che magari lei sarebbe stata disponibile ad
aiutarmi. (Ho una passione per i capelli rossi.)

Cordialmente,
dott. Schuyler Hartstein
direttore ed editore
di “Shekhina”

15 dicembre

Gentile Mr Hartstein,
grazie per la sua lettera. Mia cugina è ritornata in Unione Sovietica. Ha però lasciato in cima
alla vaschetta del gabinetto una serie di cosmetici. Nessuno di questi cosmetici ha qualcosa di
particolare o è degno di nota. Ma di recente ho trovato, nascosta sotto il suo letto, una
bottiglietta mezza usata di tinta per i capelli.

Cordiali saluti,
avv. Ruth Puttermesser

Da Tel Aviv (nella traduzione inevitabilmente maldestra di


Puttermesser dal tedesco):
Hotel Royale
23 giugno

Liebe Ruth!
come puoi vedere, a causa della pressione delle circostanze, sono emigrata in das Land, wo die
Zitronen blüh’n (Goethe). Sono qui da soli due giorni. Lidia adesso vive a Sachalin. D’estate
non è una sofferenza stare lì. È incinta di sei mesi e lei e Volodja (che è il suo ragazzo
dall’anno scorso) si sposeranno molto presto. Lui si sta dando da fare per mettere in piedi
un’attività con altri ambiziosi giovani. Tu probabilmente non sai, perché fino ad ora la cosa è
stata mantenuta il più possibile segreta, che alcuni contadini di Sachalin hanno dissotterrato
un certo numero di zanne di mammut del Paleolitico. L’idea di Volodja è comprare le zanne
dai contadini e rivenderle in Occidente. Lui e i suoi colleghi ci sono dentro fin dall’inizio,
quindi l’investimento non sarà grosso. Mi hanno detto che le zanne sono molto belle e che
sembrano legno fossile. Lidia ha qualche dubbio sulla loro autenticità, ma conosci la mia Lidia:
è una tale scettica! Ciò nonostante, sta mettendo tutti i soldi che ha guadagnato in America
nell’attività. Anche se le zanne non dovessero essere autentiche, è convinta che possano
facilmente essere spacciate per tali ai potenziali collezionisti, perché il valore non è dato da
quello che una cosa è ma da quello che sembra.
Sono contenta che Lidia sia al sicuro a Sachalin, più al sicuro di quanto lo sarebbe stata in
America. Mi ha detto che l’hanno obbligata a partecipare a una pericolosa riunione politica a
New York, dove tutti i partecipanti avevano coltelli e pistole. Ci sono stati degli spari. Mi
dispiace che tu non le abbia risparmiato questo spavento. Mi ha detto anche che ancora prima
l’hanno fatta andare in un posto lontano, di sera, dove una funzionaria di un’organizzazione
sgradevole e forse segreta ha cercato di costringerla a firmare delle carte: una specie di
contratto da schiavi, a quanto pare. Sono costernata nell’udire che nel tuo paese succedono
simili cose, soprattutto che volino coltelli e pistole in una riunione aperta a tutti nella sala di
un palazzo, con gente, come mi ha spiegato Lidia, ben vestita. Con alcune donne, anche se
non tutte, eleganti come Raisa Gorbačëva!
La sera che sono partita, a Mosca, nella strada in cui abitiamo, c’è stata una rivolta. Questo
succede perché l’URSS sta crollando. Qualcuno dice che la campana ha già suonato a morto
[nell’originale: das Tautengeläut ist schon geklungen]. I ribelli hanno urlato spiacevoli slogan,
portavano sgradevoli divise e hanno rotto molti vetri delle finestre, ma non avevano con sé
(almeno non palesemente) pistole o coltelli. Ringrazio Dio che Lidia, che non mi ha voluta
accompagnare qui, sia per il momento al sicuro nella tranquilla Sachalin. Chissà dove la
porterà, alla fine, il destino. Mi ha confessato che sfortunatamente il bambino non è di
Volodja ed era contenta di sapere che avrei lasciato l’URSS: aveva paura che rivelassi a Volodja
la verità. Mi ha assicurato, carissima Ruth, che tu sai chi è il padre e che è un bravo ragazzo.
Io, peraltro, ho sempre avuto paura che Lidia si mettesse nei guai con uno degli atleti della
squadra. Ma la squadra è stata sciolta, perché non ci sono più squadre ufficiali sovietiche.
Ti scriverò ancora quando avrò cominciato a capire questo posto. Nel frattempo scrivimi pure
auf deutsch all’indirizzo di cui sopra (è un albergo utilizzato come centro di accoglienza per i
nuovi immigrati) e dimmi tutto quello che sai del padre del bambino. Lidia dice che ha un
nome tipicamente russo e che per guadagnarsi da vivere vende icone (ma ovviamente sono
solo delle riproduzioni). Dove può aver scovato, in America, una persona simile?

La tua cugina ritrovata


Ženja
Puttermesser in Paradiso
Sferruzza e dipana
ordina la Decana,
fai, disfa e rifai
fino a che niente sia vero mai.
Canzone del Paradiso,
tradotta dall’accadico.

“Profondo è il pozzo del passato. O dovremmo dirlo senza fondo?”


Era Thomas Mann: l’incipit di Giuseppe e i suoi fratelli. Un istante
prima di morire, Ruth Puttermesser, seduta nella solitudine della sua
camera e inondata dalla luce verde della lampada, seduta con il peso di
quella potente storia di un magus che le premeva contro le costole,
pensava al Paradiso: Profondo è il pozzo del passato. O dovremmo dirlo
senza fondo?
Nei secondi che precedono la morte può capitare che il pozzo delle
costole si apra e qualcuno vi getti un sassolino di cristallo. Allora si sente
uno sciabordio distante, il trillo di una gocciolina o poco più. Quel
presunto sassolino è l’equivalente terrestre di quello che gli astrofisici
chiamano buco nero: un sole morto che collassa su se stesso, passando a
una densità sempre maggiore, fino a che non diventa più piccolo di un
punto al fondo di una frase. Fino a che non diventa meno che
infinitesimale.
Puttermesser udì (non avvertì) il colpo secco ed elettrico del sassolino
quando il cristallo squarciò il velo della chiusa alla base del pozzo: o
meglio, quando il cristallo attraversò l’impalpabile membrana che
segnava l’inizio dell’assenza di fondo. E al fondo di quell’assenza di fondo
– nell’Eden gli ossimori sono apprezzati quanto le orchidee – c’era
PARDES. PARDES è una parola ebraica che si addice a un pensiero così
messianico: significa frutteto, giardino, Paradiso. Una parola che senza
dubbio deriva, in quell’intreccio di vitigni che sono le civiltà, dal greco
PARADEISOS.
Ma per quanto fosse sola nella sua stanza, inondata dalla luce verde
della lampada, con la magistrale opera di Thomas Mann che spingeva
contro l’impalcatura dello scheletro, Puttermesser non era ancora morta,
mancava un lungo istante, ed era tanto lontana dall’Eden quanto lo era
stata al momento della sua nascita. Il termosifone emetteva i suoi
familiari sospiri invernali e la lampada verde gettava sul letto, i libri e la
scrivania un alone vellutato da caverna. Sotto le mani e gli occhi di
Puttermesser, Thomas Mann recitava:
Vi sono percorsi della mente, solchi profondi dai quali, una volta che vi sono dentro, i nostri
pensieri non possono più ritrarsi: associazioni d’idee pronte e fisse per consuetudine
immemoriale nel nostro cervello, incastrate le une nelle altre, come anelli di una catena, e tali
che chi ha detto A non può evitare di dire B, o perlomeno di pensarlo; queste associazioni
assomigliano ad anelli di una catena anche perché in esse il celeste e il terrestre sono talmente
interconnessi e intrecciati che, parlando o tacendo, dall’uno si trascorre necessariamente
all’altro.

La mente di Puttermesser entrava nelle frasi e le oltrepassava come uno


spettro in grado di attraversare i muri. L’onomastica ed esegetica
Puttermesser! Su cosa rifletteva nel nanosecondo di vita che ancora le era
concesso? Pensava al Paradiso, certo, ma (poiché il celeste e il terrestre
sono talmente interconnessi) pensava anche a come ogni nome avesse un
destino, a come i nomi guidassero chi li portava o li contemplava.
Wordsworth, per esempio, il poeta che dava un preciso valore (worth) alle
parole (words). O lo stesso Mann (uomo, umanità), che cercava nella
preistoria israelitica l’origine del carattere umano. O uno dei due Eliot
che tira le redini dell’altro: “E l’ebreo si rannicchia al davanzale” (Tom)
rimproverato dal visionario Zion di Deronda (George). E James (Giacomo)
il giacobita aristocratico, pretendente al trono. La gioia della Molly di
Joyce. Bellow (mantice) che rattizza il fuoco. Updike (dike, “arginare”) che
tasta falle. Oates (oat, “avena”) che semina selvaggiamente. L’irato
(wroth) Roth. E via discorrendo. Puttermesser: un coltello che poteva
tagliare solo burro.
Il celeste e il terrestre sono talmente interconnessi e intrecciati che,
parlando o tacendo, dall’uno si trascorre necessariamente all’altro. Senza
alcuna transizione? Senza un intervallo, senza uno iato, senza un respiro?
Senza paura?
Puttermesser sta per essere, nell’ordine, assassinata e stuprata. Fu
assassinata prima di essere stuprata. L’intruso – nell’ordine, l’assassino,
lo stupratore – si infilò di soppiatto, furtivamente, strisciando nella
camera da letto passando dalla finestra leggermente sollevata alle spalle
della sedia su cui Puttermesser leggeva. Il vetro della finestra era
sollevato perché, sebbene fosse febbraio, l’appartamento – come molte
delle case di New York – era afoso. Il termosifone era una fisarmonica di
fuoco che eruttava un clima equatoriale.
Puttermesser udì una sorta di calcio o di colpo: l’intruso era atterrato
sul termosifone. Le suole in gomma delle scarpe da ginnastica
rilasciavano un odore di bruciato.
Puttermesser a quel punto lo vide. Vide il coltello: una lunga lama a
scatto, lontana nell’intento da un coltello da burro quanto Tom da
George. “Sono Frank,” disse l’uomo. Strano che dicesse come si chiamava!
O forse, a prescindere dalle azioni che si stanno per compiere, non è nelle
aspirazioni umane rimanere anonimi. “Sono io, Frankie,” ripeté l’uomo. E
poi, in un tono familiare da film, “Fa’ quello che ti dico o sei morta.”
Così, negli ultimi secondi che le rimanevano, Puttermesser decise, fra
sé e sé, di chiamarlo Candido: in onore della sua franchezza, del suo
candore. Il volto non glielo vide: era nascosto da quello che a lei
sembrava un passamontagna. Non che ne avesse mai visto uno: quando
mai l’esegetica, onomastica, cittadina Puttermesser, ora vicina ai biblici
settanta (che non avrebbe raggiunto), aveva scalato una montagna
magica incappucciata dalla neve? Era tutta conoscenza acquisita dai
giornali: chi è che non ha letto di rapinatori con il volto coperto da un
passamontagna?
Candido si informò: “Cos’hai qui che vale qualcosa?” Sotto il
passamontagna luccicarono un paio di occhiali. Candido aveva una testa
orribile, soprannaturale, una protuberanza porpora di lana con due fari
feroci. Nell’armadio trovò la vecchia macchina da scrivere di
Puttermesser. Non la voleva. Le diede un calcio. Aprì un cassetto del
cassettone, ci rovistò dentro e tirò fuori l’orologio d’argento del papà di
Puttermesser, che finì direttamente nelle sue tasche. Era un orologio a
corda fuori moda.
Si informò di nuovo: “Anelli? Orecchini? Dove li tieni?”
Ma Puttermesser non aveva niente di tutto ciò. L’esegetica,
onomastica, cittadina, puritana Puttermesser! Un paio di collane
avrebbero potuto salvarle la vita.
Il suo sguardo migrò verso l’unico oggetto desiderabile a portata di
mano: sulla scrivania di tek nell’angolo della stanza c’era un computer.
Puttermesser lo aveva comprato di seconda mano: era tecnologicamente
ascesa. Harvey Morgenbluth del 6-C si era comprato un modello nuovo.
Quello vecchio era ormai superato. Era antiquato, anche se per una
novizia come Puttermesser andava più che bene. Quelle macchine si
moltiplicavano secondo “generazioni”, le aveva spiegato Harvey
Morgenbluth, e succedevano le une alle altre con la rapidità di moschini
della frutta. Puttermesser era restia a lasciare la sua fedele macchina da
scrivere per un moschino della frutta. Si sentiva come si erano sentiti i
suoi predecessori a cavallo del secolo quando erano stati obbligati, volenti
o nolenti, a passare dall’illuminazione a gas all’elettricità o dai fianchi
caldi di un cavallo da tiro a un’automobile. Ma l’umanità oliava i cardini
del tempo e Puttermesser era costretta, volente o nolente, a ruotare con
l’ingranaggio.
“Puoi prenderti questo,” disse all’orribile protuberanza di lana dagli
spioncini illuminati. “Prenditelo e vattene.”
“Non hai anelli? Orecchini? Niente?” L’uomo prese il computer dalla
scrivania sganciando la tastiera. I cavi penzolavano. Poi lo posò a terra e
gli diede un calcio. “Dove li tieni? Gli anelli e i braccialetti? Eh?”
Puttermesser lo osservò chiudere la porta della camera e barricarla con il
modello vecchio e obsoleto di Harvey Morgenbluth. Non c’era via di fuga.
La bocca silente di vetro del computer rimaneva indifferente, sebbene lei
l’avesse fatta vivere abbastanza spesso: un genietto che vomitava alfabeti.
Ultimamente Puttermesser aveva cominciato a digitare cose improbabili.
Oppure era stato il genietto a farlo.
Celati nella bocca morta del computer, improbabili, impalpabili, vi
erano questi curiosi frammenti:
Mio padre è quasi uno yankee: suo padre aveva abbandonato il mestiere di ambulante per
assumere il timone di un negozio di tessuti a Providence, Rhode Island. D’estate vendeva
berretti da capitano e ne aveva uno in ogni fotografia. Il padre di mio padre era passato da
Castle Garden alle nobili nebbie del New England, dove vendeva berretti e sciarpe agli
yankee! Providence, Rhode Island, scorre a profusione nelle mie vene.

Mia sorella minore era molto motivata a scuola, ma poi ha sposato un indiano, un farmacista
parsi, ed è andata a vivere a Calcutta. Ha quattro figli e sette sari di vari tessuti.

Non una di quelle parole era vera. Puttermesser non aveva sorelle, né
minori né maggiori. Nelle sue vene non c’era nulla che appartenesse al
New England. Nella sua storia non c’era nessuno di quasi yankee. Non
aveva mai conosciuto il nonno, morto ormai da più di settant’anni. Quel
nonno, cagionevole di salute, non aveva mai lasciato il misero paesino in
cui era nato, nella vecchia Russia fredda e corrotta. Era stato suo padre a
scappare dalle devastazioni degli zar e a passare dal salone di Castle
Garden: una macchiolina in una marea di immigrati.
Il genietto del computer stava rivedendo il lignaggio di Puttermesser,
stava sognando i suoi sogni, compreso il recentissimo sogno del Paradiso:
Ecco come sarà [aveva scritto il genietto per bocca di Puttermesser]. Mi siederò sotto un
albero di media grandezza nell’Eden, nella luce piena e solida di un luglio infinito, nel cuore
dell’estate, verde, verde, verde ovunque, verde di sopra e verde di sotto, lucente e fulgida di
sudore, ogni voglia annichilita, ogni fecondità destituita. Di giorno celestiale in altro, con la
perfezione del desiderio che succede a quella della contemplazione, nell’esaltazione di
un’eternità mai interrotta. Nell’Eden ogni insaziabilità è soddisfatta: studierò i legami fra i
geni, i quark, il linguaggio dei segni dei primati, le varie teorie dell’origine delle razze, le
religioni delle civiltà antiche, il significato di Stonehenge. Studierò diritto romano, le varietà
più arcane dell’alta matematica, la composizione nucleare delle stelle, scoprirò cos’è successo
ai monofisiti, studierò la storia della Cina, della Russia, dell’Islanda.

Ah, falso, falso! Quando vi fu trasportata, Puttermesser scoprì che il


Paradiso non aveva alcuna somiglianza con quell’immagine affamata.
Quando vi fu trasportata, Puttermesser scoprì... ma no. No e poi ancora
no. Prima dobbiamo passare dall’omicidio e dallo stupro.
Era chiaro che Candido non nutriva nei confronti del computer alcun
interesse. Stava cercando qualcosa di trasportabile. Puttermesser si tolse
l’orologio e lo gettò verso il punto in cui si trovava l’intruso. Candido lo
afferrò con una mano, lo esaminò, lo buttò a terra e lo calpestò. La
plastica del quadrante scricchiolò sotto la scarpa da ginnastica.
“Spazzatura,” disse. “Varrà dieci dollari. Non mi insultare, signora.”
Puttermesser non sapeva più cosa fare. “Prova ad andare in cucina,”
gli disse. “Ci sono i cucchiai e tutto il resto.” Pensò: “Apri la porta della
camera e scappo.”
“Roba buona?” si informò Candido.
“Certo,” lo rassicurò Puttermesser. Nei cassetti della cucina aveva solo
posate in acciaio inossidabile.
“Ok,” le rispose lui. “Vado a vedere. Ma tu non ti muovere, signora.”
Spinse il computer di lato e aprì la porta. La luce verde della lampada
si rifletté negli oblò del passamontagna. “Ehi, aspetta,” disse Candido, e
cercò qualcosa nella tasca.
Era una corda poco spessa. Nel giro di un attimo – aveva mani
ammirevolmente veloci – le aveva attaccato i polsi al termosifone. Diede
uno strattone alla corda e Puttermesser finì a terra. Rimase lì sdraiata a
fissare, contorta, i pioli della sedia.
Candido uscì dalla camera e vi rientrò.
“Mi hai mentito, signora. C’è solo spazzatura di là.”
“Ci sono dei soldi nel mio portafoglio.”
“E dove lo tieni? Eh?”
Puttermesser adesso piangeva: un pianto doloroso e muto, come se le
avessero di colpo tagliato le corde vocali.
Candido trovò il portafoglio – era in bella vista sul cassettone – e lo
rovesciò. Nella cornice dei pioli Puttermesser vide cadere un ventaglio di
carte di credito e banconote. Ma nei buchi del passamontagna c’era una
luce di rabbia.
Candido disse: “Non mi piacciono le carte di credito e non mi
piacciono i vigliacchi.”
Che mani veloci e fastidiose aveva! Agitò il coltello facendolo brillare
e tremolare. Poi si portò il manico alle labbra, come un calice, e lo baciò.
Spostò la sedia per fare spazio e raggiunse Puttermesser sovrastandola a
gambe divaricate, con le scarpe da ginnastica vicine alle orecchie, una da
ogni lato. Puttermesser sentiva l’odore di gomma delle suole,
curiosamente mescolato a un odore di vomito, e si rese conto che quel
vomito era il suo. Stava rimettendo e si sentiva contaminata dal suo
stesso vomito, e da un terrore così glaciale che la lasciava ignara degli
spasmi che le sconvolgevano l’esofago. Le sembrava importante – lo
percepiva intensamente – non offendere Candido mettendosi a piangere,
ma il respiro le si era fatto sottile, non ci sarebbe comunque riuscita:
l’uomo le aveva appoggiato l’intero tomo di Giuseppe e i suoi fratelli sul
seno e premeva con la mano aperta e possente. Cominciò con efficienza,
partendo dalla gola – le corde vocali cedettero in un istante –, poi fece
rapidamente passare la lama sulle orecchie disegnando una croce,
mozzando (senza farlo apposta) mezzo lobo dell’orecchio destro. Il respiro
di Puttermesser si era fatto ancora più sottile, ma la donna riusciva a
sentire la ruggine umida del suo sangue. Poi Candido le lasciò andare il
torace, le strappò le mutande con il coltello...
Basta. Ormai Puttermesser era in Paradiso. Come i tormenti del
travaglio (ma come faceva Puttermesser a saperlo, se non aveva mai
partorito?), anche la morte, compresa quella degli agonizzanti, genera
amnesia. E poiché lo stupro era stato commesso dopo che l’ultimo vitale
sospiro aveva lasciato il corpo, non c’era niente da cancellare dalla
percezione postuma di Puttermesser. Per lei, lo stupro non era mai
avvenuto.
Si suppone, a volte, che in Paradiso sia concesso sporgersi, per così
dire, dal parapetto del Cielo e contemplare per l’ultima volte le proprie
abbandonate spoglie. Questa è una celebre menzogna imbevuta di
profonda illogicità. Se Puttermesser fosse stata in grado di vedersi legata,
insanguinata, lacerata, mutilata, denudata, rigata, violata, se avesse avuto
modo di osservare una scena così malevola, un atto così degenere, le zone
basse della sua carcassa ancora calde, i tessuti ancora elastici ma
resistenti a una facile penetrazione perché il muro della morte aveva già
accecato ogni cellula – la morte, una fortezza straziata –, se Puttermesser
avesse visto quel membro congestionato sfondare l’entrata del tunnel
situato fra le sue anziane gambe, negli ultimi tempi poco battuto, se
avesse visto il passamontagna macchiato di vomito e le mani scaltre che
tenevano il coltello profondere altro vomito su quell’organo penetrante,
sarebbe stata travolta e dilaniata da un senso di pietà così duraturo che il
Paradiso non avrebbe potuto tollerarlo o sostenerlo.
È per questo che non è concesso di guardare per l’ultima volta. È per
questo che in Paradiso non c’è pietà. Ed è per questo che il Paradiso è
freddo e indifferente.
Altra idea sbagliata: il Paradiso non ha cancelli, né porte, né vestiboli.
Semplicemente uno, in Paradiso, ci arriva: o meglio, dato che questa è la
storia di Puttermesser, Puttermesser si era ritrovata lì di colpo. O qui,
sebbene nemmeno qui renda l’idea. In Paradiso non c’è prima e non c’è
dopo, non c’è laggiù e non c’è quaggiù, non c’è sopra e non c’è sotto, non
c’è poi e non c’è adesso, non c’è felicità e non c’è tristezza. L’ultima frase
può lasciare perplessi. Che non ci sia tristezza, uno se lo aspetta. Ma che
non ci sia felicità? Non è forse la felicità il senso del Paradiso?
Ritorniamo per un attimo (ma in Paradiso non ci sono attimi: non ci
sono ore, né minuti, né secondi) alla prima parola della prima storia del
mondo: PARDES. Il frutteto, il giardino. Ma PARDES è anche un acronimo
che serve per capire: per capire persino lo stesso significato di PARDES.
Eliminiamo le vocali e consideriamo PRDS. Le varie lettere riunite in un
mazzolino costituiscono la parola PARDES. (O Paradiso, o PARADEISOS.) Ma
prese una alla volta, hanno ognuna un significato proprio. Ora, seguitemi
bene:
P sta per p’shat.
R sta per remez.
D sta per drosh.
S sta per sod.

Ora, continuate a seguirmi. Queste sono parole per adepti. (Abbiate


pazienza, torneremo a Puttermesser. Ma guardate quanto si è sbagliata,
Ruth, nel pensare al Paradiso come a un luogo di studio! In Paradiso ogni
cosa è già stata appresa. Ogni curiosità intellettuale è già stata appagata.)
Allora, cominciamo:
P’shat è il senso ovvio: il significato più immediato.
Remez è il senso allusivo: ciò cui si accenna o che è inferito.
Drosh è il senso indotto: l’interpretazione, ciò che richiede investigazione e va fatto emergere.
In breve, la teoria.
Sod, ah, sod: è il significato segreto.

In Paradiso, va detto subito, si parlano solo le lingue delle Scritture.


Riconoscerete l’ebraico (naturalmente), il sanscrito e l’arabo. Le lingue di
altri testi consacrati potranno esservi meno familiari. Eppure tutte queste
lingue sacre sono intercambiabili, coloro che le parlano non sono cioè
consapevoli delle differenze, nei loro discorsi o nei discorsi di altri
abitatori del Paradiso. Puttermesser, per esempio, era convinta di aver
pronunciato le parole usate nella natia New York: in realtà era ricorsa
all’ebraico arcaico, nudo e crudo, della Genesi. Ma andiamo avanti:
Paradiso nel senso ovvio: è il luogo in cui ti trovi quando muori. (Semplice!)
Nel senso allusivo: in Paradiso ci sono indizi di come la tua vita merita di essere giudicata. E
anche indizi di quanto tutto ciò sia irrilevante.
Il Paradiso interpretato: a questo Puttermesser è sicura di arrivare.
Il significato segreto di Paradiso: risiede unicamente nella pupilla dell’Occhio di Dio.

Queste formulazioni erano note a Puttermesser ancora prima che


ascendesse in quel luogo. Ciò che l’aveva colpita era che PRDS in tutte le
sue diramazioni non aveva nulla a che vedere con l’idea di futuro: ma
l’Eden non era noto soprattutto come il Mondo a Venire? Quindi, c’era
un altro malinteso: Puttermesser, come tutti i mortali, aveva
erroneamente presunto che il Paradiso fosse il futuro. Che fosse, così
aveva pensato, l’immortalità.
Ma mentre vagava per i suoi vari quartieri, si era imbattuta in persone
vive e in piena salute: era sicura che non fossero morte. In Paradiso
c’erano teatri, sale da concerto, cinema e negozi di videocassette. C’erano
reading di poesia. Si fermò per seguirne uno: lo teneva un russo di
mezz’età, arruffato, dai capelli rossi, a corto di fiato e un po’ irascibile. Il
suo antico slavo ecclesiastico, pronunciato a rapidi colpi, aveva
l’inflessione precisa delle traverse della Prospettiva Nevskij. Ma poi (e
questo poteva essere remez) Puttermesser capì che, in termini terreni,
tutto quello andava sotto il nome di allucinazione. I vivi non dimoravano
certo in Paradiso. Si guardò in giro per vedere se c’era W. H. Auden, che
era andato in soccorso del poeta russo ed era indiscutibilmente morto. Ma
continuò a vedere e a udire solo il poeta russo, ancora vivo e vivace. Ai
piedi del poeta c’erano dei fiori. Puttermesser riconobbe tulipani rossi,
gialli e bianchi, gladioli, violette e una macchia di minuscoli fiori di vetro.
Era impossibile distinguere le piante dalle loro controparti terrene. Tutto
aveva una fluorescenza che scaturiva dall’interno.
Era a quel punto chiaro (Puttermesser era arrivata a drosh) che il
Paradiso era il luogo – anche se il Paradiso non era propriamente un
luogo – in cui Puttermesser poteva camminare liberamente fra i meandri
della sua immaginazione e rievocare tutto ciò che desiderava. Ma
qualsiasi cosa desiderasse rievocare scaturiva inevitabilmente dal passato:
cos’altro aveva portato con sé, Ruth, se non la testimonianza della sua
vita? Ma se, come adesso in qualche modo sapeva, in Paradiso non
c’erano né passato né futuro – ma solo un presente sconcertante con un
poeta in carne e ossa non ancora risorto che declamava versi in un regno
fiorito notoriamente riservato ai defunti – cosa stava rievocando?
Ciò che era perso, ciò che mancava, ciò di cui uno aveva nostalgia. Ciò
che non era stato portato a termine, ciò che non era stato compiuto. Non
la testimonianza della sua vita così come l’aveva vissuta, ma la vita come
non era riuscita a viverla. Se aveva delle curiosità nei confronti di un
poeta (e aveva delle curiosità nei confronti del poeta russo che come suo
padre era sfuggito a una feroce tirannia, ma era anche un po’ perplessa,
un po’ sospettosa nei suoi confronti, perché non si era una volta
astutamente dichiarato a favore del politeismo o almeno contro il
monoteismo?), il poeta di colpo si manifestava. Puttermesser udiva la sua
voce. E supponeva che, se avesse voluto, avrebbe potuto chiedergli
qualsiasi cosa e lui sarebbe stato costretto a risponderle. Il poeta era,
dopo tutto, un simulacro, una tangibile visione totalmente soggetta alla
sua neonata celestiale volontà. Mentre – fino a quando era rimasta in vita
– non era stato altro che una figura remota, inaccessibile, distante,
superba e strana. Puttermesser aveva percepito la sua volontà di
escludere, la sua alterigia, i suoi dinieghi.
Ma adesso il vortice della sua mente poteva obbligarlo a manifestarsi.
Lui o chiunque altro! Puttermesser doveva solo pensare e il pensiero si
sarebbe fatto carne davanti a i suoi occhi. Ah, quale piacere! Splendido!
Allora quello era davvero il Paradiso.
Non vi era diniego che non potesse essere rettificato.

All’età di diciannove anni Puttermesser si era terribilmente innamorata


ed era stata respinta.
Il ragazzo in questione si chiamava Emil Hauchvogel. Aveva ventidue
anni. Aveva una bella testa, modellata come quella di una scultura
romana, ed era uno studente di filosofia. La voce era velata, appena
appena, da una vena straniera che inquinava la coda delle vocali: all’età
di undici o dodici anni Emil era scappato con i genitori dalla Germania di
Hitler. A Francoforte il padre commerciava all’ingrosso ed era
benestante, e sebbene fosse arrivato in America come rifugiato privato
dei suoi beni, si era fatto strada ed era riuscito a crearsi una posizione
abbastanza sicura nello stesso settore. Emil era lo specchio dei suoi sforzi
e dei suoi successi: aveva l’aria sicura di sé del giovane signore, ma non
nel senso di una facile eredità. Era stato addestrato all’ambizione.
Il college di Emil era piccolo, bucolico, venerabile, riverito. Quello di
Puttermesser distava dal Grand Concourse, Bronx, un giro paziente in
metropolitana ed era urbano, affollato e volgare. Anche Puttermesser
avrebbe desiderato fare filosofia, ma era troppo per lei. Non aveva una
mente abbastanza sottile: desiderio e capacità non erano la stessa cosa.
C’erano questioni di cui riusciva a malapena ad afferrare l’importanza, e
teorie che veleggiavano come infinite e indefinibili sagome di nuvole.
Cosa voleva dire Trasimaco? Era possibile fidarsi dell’Etica nicomachea?
Il piacere è un’attività o una mera emozione?
Una mattina di inizio gennaio aveva letto un annuncio sulla bacheca
fuori dalla caffetteria:

RITIRO INVERNALE DI UN WEEKEND NEL NEW ENGLAND


TEMA: CI PUÒ ESSERE MORALE SENZA DIO?

Puttermesser sapeva cosa pensare: un imperativo etico senza un ordine


divino che lo inculcava e lo faceva osservare era qualcosa di improbabile,
non era nemmeno un imperativo. L’autobus privo di riscaldamento si
inerpicò cigolando e sferragliando per chilometri lungo una strada stretta
costeggiata da campi. Sullo sfondo della neve gli artigli dei rami spogli
erano neri. Sotto le vecchie galosce i piedi di Puttermesser erano
intorpiditi. Gli altri studenti mangiavano panini o schiacciavano un
pisolino. Ogni tanto qualcuno cantava. I pon-pon dei loro berretti
rimbalzavano. Avvolti nelle sciarpe, con le muffole di lana che si
muovevano a tempo con le canzoni, il fiato che usciva dalle bocche
rotonde come vapore dai bollitori e le guance illuminate da chiazze rosse,
sembravano lontani dalla metafisica quanto le loro colazioni al sacco e i
loro zaini. Ma non stavano andando tutti al college di Emil Hauchvogel a
parlare di Dio?
Emil andò a prenderli al parcheggio dietro i dormitori. Spiegò che le
camerate erano per lo più vuote: erano tornati tutti a casa per il
Capodanno, e il gruppetto di filosofi avrebbe avuto il campus quasi
interamente per sé. Non ci sarebbe stato solo Nobile Pensiero, però: in
una delle aule c’erano sci e slitte pronti per essere usati. Fu
immediatamente chiaro che l’organizzatore dell’evento era Emil.
Puttermesser scese dall’autobus con le gambe rattrappite e la vescica
piena. Ovunque si girasse, vedeva una distesa bianca. Gli edifici bassi del
college sbucavano dalla neve come chalet svizzeri in miniatura. Il suo
cuore cittadino si gonfiò fra le costole infagottate.
Prima fecero un brindisi e mangiarono una zuppa vegetariana, poi
passarono alle slitte. Cominciava a imbrunire. Puttermesser discese la
lunga collina sdraiata sulla pancia, dimenticandosi di sterzare: finì mezza
sepolta in un monticello di neve. “Non è così che si fa,” le disse Emil. Si
occupava di tutto e di tutti. Arrivato in cima alla collina, Emil si appiattì
sulla slitta e Puttermesser si sdraiò sopra di lui. Aderì in tutta la sua
lunghezza alla schiena, al sedere e alle gambe di Emil, che superavano di
gran lunga le lame incurvate. I due si precipitarono giù dalla collina come
una mitica creatura doppia, o forse fu solo il vento a precipitarsi.
Puttermesser, con il corpo appoggiato a quello di Emil, si sentiva cullata,
al caldo, un po’ pigra e persino assonnata. Il pendio sembrò infinitamente
più lungo, la discesa sonnacchiosa e lenta. “Visto?” le disse Emil quando
raggiunsero i piedi della collina. “Sta tutto nelle mani. Devi tenere la
direzione sotto controllo, non puoi buttarti semplicemente giù come si
faceva una volta.”
Dopo di che non le prestò più alcuna attenzione. Puttermesser,
rimasta nei paraggi, lo osservò aiutare una ragazza in difficoltà con le
cinghie di un paio di sci. La sciatrice emanava vapore come un bollitore
da tè e rivelava guance rubiconde sotto il berretto di lana con il pon-pon:
ma non era una di quelle che aveva visto sull’autobus. Apparteneva al
clan di Emil: apparteneva a quel paesaggio superiore. Strisce lucenti di
una frangetta biondo platino ondeggiavano sotto il berretto di lana. Con
uno strillo pronto e feroce, la ragazza si fiondò nel buio blu scuro, una
falce di luna che volava lungo una traiettoria discendente.
La mattina i vari filosofi, con le sciarpe e le muffole, si riunirono sotto
il gazebo a graticcio. Al centro di un anfiteatro di panche erano state
collocate delle stufette. Dalle grondaie pendevano lame di ghiaccio. I
ghiaccioli più corti si raccoglievano in fasci che parevano grossi
lampadari trasparenti. La luce del sole colpiva la neve e ritagliava strisce
che accecavano lo sguardo di Puttermesser. C’era troppa luce e faceva
troppo freddo, nonostante la scia di calore delle stufette, per rimanere
seduti immobili. I filosofi del college di Emil – quelli che si sentivano a
casa in quel luogo, i nativi – fecero gruppo lungo un lato del gazebo,
separati dai filosofi che erano arrivati in autobus. “I topi di città e quelli
di campagna,” obiettò Emil, e li fece alzare tutti e scambiare di posto. E
aggiunse che in quanto al freddo, la trasparenza dell’aria avrebbe reso il
pensiero più chiaro. “La purezza di cuore è volere una cosa sola,”
concluse. “Questo è Kierkegaard,” mormorò la sciatrice del giorno prima.
Poi Emil tenne una lezione. Stava facendo una tesi sul rapporto fra
religione e arte. All’inizio di ogni civiltà l’arte e la religione erano
ineluttabilmente fuse: una statua o un dipinto erano dèi. E gli dèi
parlavano attraverso le loro rappresentazioni fisiche. Ra, per esempio, la
divinità suprema degli egizi, si esprimeva attraverso un disco dorato che
si trovava in cima alla testa di un falco. “La mia pelle è oro puro,”
cantavano i sacerdoti dediti al culto solare di Ra.
“Mi seguite?” disse Emil passando fra le stufette. Il sole gli illuminava i
dischi chiari degli occhi: si era trasformato in Ra. Com’era bello! Nella
luce abbagliante del mattino la pelle del suo viso era oro puro. “Quando il
Dio degli ebrei vieta la pratica dell’arte nella religione, l’arte è libera – è
libera per sempre – di seguire le proprie orme. Quando viene dispensata
dalla creazione dell’idolo, dal dovere religioso, può vedere quello che
vuole, rendere testimonianza di quello che le piace, può giocare,
saltabeccare, distorcere a sua discrezione! Il tutto senza alcun obbligo
verso la santità. La pia riverenza viene congedata! Estromessa! Non è più
la benvenuta! L’arte è libera di essere libera! Il secondo comandamento la
caccia dalla religione! Mi seguite?” ripeté Emil guardandosi intorno.
Provava un piacere principesco nel dispiegare il proprio acume.
Ma stava lodando o screditando? Puttermesser, con la gola serrata
dallo sconcerto (a meno che non stesse per prendersi un raffreddore), non
sapeva bene. Emil si prendeva gioco del secondo comandamento o ne
tesseva le lodi? Era ateo o credeva?
“Quindi, se l’arte prospera meglio in assenza della religione,” concluse
Emil, “se per avere un’arte realmente autonoma non vi deve essere con la
religione alcun legame, lo stesso deve valere anche per la morale, o
sbaglio? L’arte non è diventata tale fino a che non si è scrollata di dosso
Dio. E nemmeno la morale diventerà tale fino a che non si libererà di
Dio.”
Una mescolanza di voci cittadine elevò una protesta. “Da una cosa non
deriva l’altra!” “Per quanto riguarda l’arte, non l’hai provato!” “Questa è
sofistica!”
Ma i filosofi di campagna applaudirono tutti.
Puttermesser taceva. Sapeva cosa pensare: che Emil era scioccante.
Era sicuramente una novità, ma era più arrogante che originale. Aveva
un’eloquenza istintiva, ma era troppo consapevole di sé: era un
egocentrico. Puttermesser pensava tutte quelle cose e provava vergogna,
perché non aveva nulla da dire, non era in grado di inventare nulla di
così sconvolgente: era vuota. Ma com’era bello, Emil, com’era veemente,
com’erano straordinarie le sue cerebrali passioni! Emil era contro Dio
con tutto il fervore di un mistico. Era un purista. Trovava perfettamente
inutile persino l’idea di Dio. Ed era un visionario in cerca di convertiti
alla causa contro il medesimo.
Puttermesser si rese conto di essere scossa da una violenta
infatuazione.
I filosofi avevano nel frattempo parlato tutti, uno dopo l’altro, a turno.
Il gazebo era serio e ordinato. I ghiaccioli, scaldati dal sole, perdevano
indolenti goccioline. Le gocce cadevano secondo un motivo sincopato.
Puttermesser sedeva in silenzio, un paria nella sua mutezza. Una
sempliciotta.
Emil era in piedi davanti a lei. “Non sarai venuta fino a qui per
continuare a ostinarti? Nel qual caso potresti almeno rivelare quale
visione intende servire la tua ostinazione,” le disse.
Puttermesser non riusciva a rispondere.
“Stai bloccando il movimento dell’incontro. Di’ qualcosa.”
Puttermesser azzardò miseramente: “È Dio che ci rende buoni.”
“Questo è quello che pensano i bambini,” le rispose Emil.
I filosofi di città e quelli di campagna esibirono i loro sorrisi mattutini.
Come la disprezzavano!
Emil si chinò e le sussurrò all’orecchio: “Non sei stata molto efficace,
non ti pare?”
E quel giudizio sussurrato – non sei stata molto efficace – si infiltrò nel
cervello di Puttermesser con micidiale permanenza. Quel giudizio le
bruciava. Sarebbe durato. Lo avrebbe ricordato per sempre. Emil l’aveva
fatta a pezzi, l’aveva sminuita.
Un secondo incontro nel gazebo era stato fissato per il pomeriggio.
Emil aveva fornito a ognuno di loro un orario stampato. I filosofi fecero
come se non esistesse. Se ne andarono sulla collina a lanciarsi con le slitte
e gli sci e a flirtare. Le due fazioni erano ormai disposte a mescolarsi in
tutta libertà, e nella luce penetrante della neve priva di orizzonte
Puttermesser non riusciva più a distinguere chi apparteneva alla
campagna e chi alla città: tutte quelle facce arrossate e ghiacciate, l’odore
di lana umida, le ripicche canzonatorie che si risolvevano in risate. Dio e
la morale rimanevano questioni irrisolte. La risata rotolava sovrana su e
giù per la collina. Puttermesser si buttò la sciarpa sul naso e sulla bocca,
avanzò a testa bassa nel vento e si diresse verso il gazebo.
C’era solo Emil.
“Non è venuto nessuno,” disse il filosofo.
Ma lei era andata. Non era nessuno?
“Il magnete della gioventù pare essere più forte della magnitudo del
pensiero,” aggiunse Emil. “Preferiscono baciarsi nella neve.”
“Anche io lo preferirei,” gli rispose Puttermesser. Com’era stata
sfrontata a parlare in quel modo!
“A patto che Dio sia in agguato dietro a ogni bacio?”
Puttermesser disse compostamente: “Io credo che ci sia sempre una
sublime forza cui siamo debitori, che lo vogliamo riconoscere o meno.”
“Dovresti leggere Bertrand Russell. Disilluderti rispetto al mito.
Studiare a fondo Kant. Kant dice che se Dio esiste e noi agiamo in base
all’amore e al timore di Dio o in base alla fiducia in una ricompensa
divina, non ci comportiamo secondo una morale ma secondo cautela e
interessi personali. Senti,” concluse, “uno di questi giorni, quando sono in
città, ti chiamo.”
“Perché?” gli chiese Puttermesser con assoluta sincerità.
“Per insegnarti come cercare la virtù in un mondo senza Dio.”
Si videro alla Grand Central Station, al chiosco delle informazioni.

Puttermesser arrivò con mezz’ora di ritardo e se ne fece una colpa. Aveva


avuto paura. Aveva paura di Emil Hauchvogel. Aveva paura della propria
inferiorità. All’età di ventidue anni Emil aveva già fatto propri
Schopenhauer e Nietzsche. Aveva letto George Meredith e Ronald
Firbank. Era in grado di declamare interi discorsi del Timone d’Atene e di
Sogno di una notte di mezza estate e conosceva una dozzina di arie a
memoria. Sapeva pronunciare i nomi di registi italiani e francesi, dirti
quali erano le loro scene più ricche di sfumature e che tipo di obiettivi
avevano usato i cameraman per tenere a bada le luci. Era capace di
sorprendenti cogitazioni attorno a Turing e Gödel. E aveva naturalmente
dimestichezza con il tedesco.
Era un tiepido pomeriggio d’aprile. Puttermesser non si sarebbe mai
aspettata di rivedere Emil Hauchvogel e invece Emil era lì, e stava
andando con lei a un concerto alla Carnegie Hall. Era stata la sua paura a
lusingarlo, Puttermesser se ne rendeva conto: probabilmente Emil
cercava il piacere del suo timore. Non era al di sopra di quel piacere:
sapeva di meritarselo. Aveva capelli castani che sparavano
abbondantemente e ardentemente in alto, come se seguissero una regola
– o una strada – diversa per la primavera. Puttermesser indossava gli
unici abiti da uscita che aveva: un maglione di angora verde acceso e una
gonna di velluto marrone chiaro che le arrivava quasi alle caviglie come
nelle figure dei romanzi vittoriani, sebbene fosse all’ultima moda. Era
chiaro che a Emil quell’abbigliamento non piaceva: probabilmente non
aveva una grande opinione dell’angora e del velluto come mise da
concerto. Puttermesser era un esperimento che stava già fallendo.
Dopo il concerto Ruth declinò l’offerta di una sigaretta (non fumava
mai). Quando Emil le propose un bar nei paraggi, esitò e lo portò invece
da Howard Johnson’s. Emil la osservò bere un affogato al selz fino al
sedimento e buttò la cenere della sigaretta nella sua tazza di caffè vuota.
“Dovresti imparare qualcosa sulla musica,” dichiarò, ma non aggiunse
che le avrebbe fatto da insegnante. Non si mise a parlare di un mondo
senza Dio o di un’etica praticabile in assenza di un potere divino.
Puttermesser si era preparata ed era andata a cercare Bertrand Russell e
la Critica della ragion pura nella biblioteca dell’università. Ma Emil era
passato ad altro: parlava di Ives e Milhaud, di Copland e Thomson, di
Schoenberg e Bloch. Puttermesser era in alto mare.
Presero la metropolitana per il Bronx. Emil la riaccompagnò fino alla
porta con la sigaretta serrata fra le labbra. Poi Puttermesser, con un gesto
furtivo e spaventato che l’avrebbe fatta soffrire per il resto della vita –
era stata audace, quasi selvaggia –, gli accostò la mano alla bocca, gli
tolse la sigaretta e la gettò a terra nel corridoio. Gli aveva sfiorato il
labbro superiore con il mignolo: aveva toccato la sua carne. Emil la
guardava con occhi più oscuri di una sorpresa. Puttermesser precipitò
all’istante nell’abisso dell’umiliazione. Lo aveva perso. Lo aveva perso.
Gli porse la mano per dargli la buonanotte, ma Emil guardava già
l’ascensore in fondo al corridoio.
Fu l’inizio della sua educazione. Tornò in biblioteca, trovò un manuale
dal titolo L’apprezzamento della musica e si sedette a leggerlo risoluta e
zelante. Studiò gli elementi dell’orchestra: gli archi, i legni, gli ottoni, le
percussioni. Si documentò sugli stili, dal canto gregoriano fino ai post-
romantici. Imparò cos’erano le chiavi e le scale, la trasposizione, la
modulazione, il cromatismo, l’armonia, la dissonanza, il contrappunto. Si
lasciò trascinare dall’idea della fuga, dall’oratorio, dalla musica da
camera, dall’opera, dallo stile a cappella, dalla sinfonia, dal concerto, dal
corale. Accumulò nomi: Scarlatti, Berlioz, Schumann, Schubert, Chopin,
Liszt, Mendelssohn. Precipitò nelle vite di Mozart e Musorgskij.
Trascurò le lezioni e si affannò per una settimana. Il tutto senza mai
sentire una nota. Non riusciva a ricordarsi una sola parte del concerto
alla Carnegie Hall, aveva passato il suo tempo ad ascoltare come Emil
ascoltava: come respirava, come inclinava la testa, come si arrendeva ai
suoni, a prescindere da quali fossero. Emil capiva i suoni: lei no. I suoni si
precipitavano come fiumi dietro gli occhi chiusi di Emil, lo rapivano. Il
loro particolare codice, il loro tamburellio, il loro crescendo lo
travolgevano. Lei invece rimaneva ignara e deprivata. Non c’era musica
nella sua testa. La sua testa era un nautilo privo di conchiglia, incapace di
produrre un’eco.
Imparò a memoria un’intera stanza della Cantata n. 80 di Bach, Ein’
feste Burg ist unser Gott, e scrisse nel suo taccuino: fuga del coro, Re
maggiore, 4/4, 3 trombe, timpani, 2 oboi, primo e secondo violino, viole e
basso continuo (violoncello, bassi, organo). Era un discorso puramente
cerebrale. Non le era mai venuto mai in mente di procurarsi una
registrazione, e in ogni caso era impaziente. Studiava con l’idea di
scrivere a Emil. Emil non avrebbe respinto una lettera che parlava di
musica. Puttermesser gli avrebbe detto che stava recuperando. Il concerto
successivo non sarebbe stato arabo per lei. E comunque aveva intenzione
di scrivergli nella lingua di Bach e in quella della sua infanzia a
Francoforte sul Meno.
Vergò una lettera nel tedesco che aveva imparato all’università. Era
sicura che ci fossero degli errori. Sperava che Emil vi passasse sopra e ne
fosse affascinato. O se si rifiutava di lasciarsi affascinare, che vedesse
almeno con quale serietà lei si atteneva alle sue istruzioni: Dovresti
imparare qualcosa sulla musica.
Puttermesser scrisse: “Se non vi fosse la musica, vi sarebbe realmente
motivo di impazzire.” Era Čajkovskij tradotto in tedesco. E accanto
aggiunse: “Das ist doch Du!”
Non ricevette alcuna risposta. Emil la ignorava: lo aveva offeso con
quel gesto folle della sigaretta. Gliel’aveva strappata dalla bocca
sfiorandogli il labbro con il mignolo quando voleva solo liberarlo e dargli
modo di dirle buonanotte mentre lei gli stringeva la mano. Ma la
goffaggine di quel gesto, la stupidità spaventata e aggressiva di quella
goffaggine! Emil aveva pensato che lei gli stesse chiedendo un bacio. Un
bacio! Mai! Erano amici formali ed esitanti – lui era il suo insegnante – e
quell’amicizia formale ed esitante si era sgretolata al tocco del suo
mignolo.
La risposta arrivò dopo tre settimane. Emil scriveva in modo spedito,
in un tedesco pronto e familiare, e non diceva nulla degli errori di
Puttermesser. All’inizio Puttermesser pensò: Aha, non ce n’erano. Era
stata meticolosa, aveva faticato parecchio per eliminarli! Ma a parlare
erano la sua vanità, la sua ambizione, il desiderio: Emil era
semplicemente indifferente, e Puttermesser non tardò ad accorgersene.
Aveva lasciato che lo iato parlasse da solo. Le aveva detto che l’apertura
alle glorie della musica era una cosa bella, che l’avrebbe arricchita per
sempre. In quanto a dem nächsten Konzert, che sfortuna, era oberato di
scritti di fine semestre e altre cose da fare per le lezioni e non si poteva
allontanare dalla scrivania. Mein Tisch, così la chiamava, come se fosse un
normale tavolo e non una scrivania, e quella parola le riportò alla mente
gli anelli appiccicosi dell’affogato al seltz che aveva preso all’Howard
Johnson’s, il mozzicone di sigaretta che Emil aveva spento nella tazza, il
fatto che lei si fosse rifiutata di andare in un bar (cosa le era preso, aveva
solo diciannove anni!), che doveva essergli sembrata scortese, che gli
aveva strappato la sigaretta dalla bocca, che era una stupida. (Per quanto
adesso fosse in grado di dire cosa fosse una fuga.)
Mein Tisch: lo vide seduto a un vasto tavolo da seminario, il più
giovane dei grandi filosofi, un uomo dalla cultura eclettica, un genio, un
ateo.
Quando anni dopo era venuta a sapere del matrimonio di Emil
Hauchvogel, la fitta che le aveva colpito il petto aveva vibrato come un
turbolento gong interiore. La moglie, aveva saputo, era una violoncellista.
Le figlie si erano rivelate precocemente e spietatamente musicali.

In Paradiso Puttermesser sposò Emil.


Ruth aveva da tempo abbandonato l’idea di un’etica che dovesse
qualcosa a un’ipotesi di divinità. Dio non le interessava più. Era
ossessionata dalla musica per organo, dalla sua ascesa possente e
maestosa, dalla sua ricaduta possente e densa come melassa.
In Paradiso Emil veniva invitato a sedersi al Tisch di Kant. A volte
c’erano anche Wittgenstein e Quine. Una volta – che occasione fu quella!
– fece la sua comparsa anche Platone.
“Di aspetto com’è?” gli chiese Puttermesser. Gli sfiorò la bocca con il
mignolo e lasciò che Emil glielo baciasse.
“È un tipo basso. Con un testone, un nasone, orecchie trasparenti, la
tipica fronte da poeta,” le rispose Emil. “Vede spesso Maimonide. Mi ha
detto che ha attaccato il Talmud, anche se lo trova un po’ disorganizzato
rispetto alla sua roba.”
“Di che colore ha gli occhi?” lo incalzò Puttermesser.
“Che strana domanda.”
“Di che colore li ha?”
“Bianchi,” le rispose Emil. “Completamente bianchi.”
“Non mi starai mica dicendo che è cieco?” Si rese immediatamente
conto di aver detto una cosa assurda. In Paradiso la vista e la visione
interiore sono ugualmente acute. Non vi è luogo in cui sia più facile
infilare un ago o afferrare un punto.
“Dentro ai suoi occhi nevica. Lo guardi negli occhi e vedi che nevica,
sempre, come in un campo bianchissimo.”
In Paradiso Puttermesser finalmente partorì. La pelle del bambino era
seta dorata. Lo circoncisero e piantarono il piccolo prepuzio dorato sotto
un ulivo, e le olive di ogni ramo cominciarono ad assumere il colore
dell’oro. E quando tutte le olive ebbero assunto il colore dell’oro, negli
occhi di Platone smise di nevicare e gli occhi del filosofo diventarono
d’oro come le olive sui rami.
In Paradiso Puttermesser era felice: era felice nella mente, nel cuore,
nel ventre e in tutti gli organi sessuali.
Ma l’Eden ha un difetto. E il difetto non è quello di cui ci raccontano:
non c’è nessun serpente. Tutti i frutti degli alberi sono sicuri. Non esiste
espulsione. Non c’è nessun angelo con una spada di fuoco. Queste sono
tutte favole per bambini. L’Eden senza tempo è dolce come Puttermesser
e milioni di uomini e donne prima di lei lo hanno immaginato. In
Paradiso ogni desiderio diventa un fatto. Ogni desiderio accade. E in ogni
circostanza la realizzazione supera il sogno.
In Paradiso Puttermesser è felice, oh sì, è felice! Negli organi sessuali,
nella bellezza dorata del suo bambino, nell’oro degli occhi di Platone e nel
nuovissimo fervore della sua mente, che è tutto quello che non è stata a
diciannove anni. In Paradiso Emil parla a Puttermesser, sussurrando,
della sua mente, dell’imponenza e dell’efficacia del suo pensiero. Le bacia
il mignolo e le dice che è un Satrapo del Pensiero. Di Maimonide dice che
è il Sovrano del Pensiero. Di Kant che ne è l’Imperatore. Di Beethoven
che ne è il Dio. (In Paradiso Dio è concepibile persino per Emil.)
Difetti? No, non ci sono difetti in Paradiso. I difetti sono vestigia dei
concetti obsoleti e terrestri di Puttermesser. Il Paradiso non ha difetti,
questo è certo: ma ha il suo Segreto. (PRDS, vi ricorderete, termina con
sod.) Sod, il significato segreto di Paradiso! E ahimè, Puttermesser sta per
scoprirlo. È parte integrante, collimante con la vera natura dell’Eden, che
è l’atemporalità. L’atemporalità non promette la permanenza di nessuna
esperienza. Dove non c’è tempo, non c’è nemmeno durata. Senza orologi
che danno la misura, la durata cos’è?
Se Puttermesser avesse sposato Emil Hauchvogel nella vita normale –
se Emil l’avesse baciata sulla porta, se ne fosse conseguito un
corteggiamento e via discorrendo – sarebbe stato possibile fare i calcoli e
dire che il matrimonio era “durato” un certo numero di anni. Ma
nell’eternità del Paradiso, che significato ha dire quanto è durato
qualcosa?
In Paradiso, dove la vista e la visione interiore, l’interno e l’esterno, il
dolce e il salato, ciò che è logico e ciò che non lo è sono mischiati alla
maniera di un caleidoscopio, non c’è nulla di permanente. Non c’è nulla
che resta. È tutto effimero. Non ci sono un tempo lungo o un tempo
breve. C’è solo il fatto incommensurabile di essere. Solo il fatto
incommensurabile di essere è per sempre. Possiamo chiamarlo “essenza”,
o “anima”. Ma all’interno dell’anima le immagini si spostano, vanno alla
deriva, vagano. Il Paradiso è un sogno che reca l’iscrizione del sigillo di
Salomone: Anche questo passerà.
Ed è questo il significato segreto di Paradiso: la verità di Salomone. È
la ragione della nota freddezza dell’Eden, della sua indifferenza. È il
motivo per cui chi è supernamente felice in Paradiso, più felice di quanto
non sia mai stato, nel giro di poco diventerà straordinariamente infelice,
più infelice di quanto non sia mai stato. Un sogno che si avvera solo per
essere smentito porta più infelicità di un sogno che non si è mai avverato.
Il significato segreto del Paradiso è che il Paradiso è anche un inferno.

Questo è quello che accade anche a Puttermesser in Paradiso. Emil e il


figlioletto si dissolvono, Puttermesser li osserva addolorata sbiadire come
inchiostro sotto l’acqua. Inconsolabile, tornata alla solitudine a lei
familiare, vaga per i quartieri dell’illusione e della fantasmagoria,
assistendo a lutti, tragedie e allegre vittorie.
Vede Henry James, il Maestro, diventare ricco per il successo di
un’opera teatrale, la stessa opera che lo aveva umiliato con un fiasco sulle
ribalte londinesi. Ma Puttermesser sa già (come presto saprà anche il
Maestro) che il paradisiaco successo finirà in scherno e debolezza.
Vede l’euforia dissolversi e l’ignominia vincere.
Vede il Dickens divinamente tangibile osannato in ogni angolo
dell’Eden. Poi lo vede ricondotto, da adulto, nella fabbrica di lucido da
scarpe in cui aveva sofferto da bambino.
Vede un pesce preso all’amo restituito al terrore: la vita di suo padre
ributtata nelle grinfie dello zar.
Vede l’alfabeto tornare ai tempi in cui non era stato inventato.
Vede i neonati cercare i grembi che li hanno espulsi.
Vede la Scienza bramare l’Alchimia.
Vede un giovane barbuto stringere a sé un libro sulla storia
dell’umanità e piangere per essere stato trasformato in una divinità. Lo
vede compiangere il micidiale frutto della sua apoteosi.
Il rimorso ammanta le strade celesti di cenere senza rimorsi, bianca
come la neve che è ritornata nelle orbite degli occhi spersi di Platone. Per
ogni manifestazione di splendore c’è la debilitazione del degrado.
Puttermesser vede le torri delle civiltà rifulgere e sbiadire. Vede
l’infatuazione inaridirsi. Vede mucchietti di sostanze carbonizzate: le
braci di amori tremendi, amori famosi come quello di Enea e Didone,
come quello di Rachele e Akiba. Vede i nobili segnali dell’ambizione
ridursi a rassegnazione e sconfitta.
Puttermesser, il cui nome non ammonta a nulla di più molesto di un
coltello da burro, cammina fra la cenere bianca del Paradiso, lei stessa
un’ombra che non ne getta alcuna, e brama la mera terra verde.
È riuscita a vedere nel sod di PARDES, e questo è quello che canta:
Un coltello alla gola
e ho perso la vita.
Da burro, da burro, da burro
è il coltello.

Se fossi ancora viva non direi nulla di male


di quello che accade sotto la volta celeste.
Un mondo, un mondo, un mondo
più bello.

Meglio non aver amato che aver amato troppo.


Chi non conosce ascesa nemmeno cade mai.
Amaro, amaro, amaro
è il coltello.

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