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Ruth Puttermesser vive a New York. La sua cultura è monumentale. La suavitaamorosaminima. Preferisce, ad esempio, versare lacrime per Platone che divertirsi con Morris Rappoport, un uomo sposato con cui ha una relazione blanda e molto breve. Ma Ruth ha un dono: le sue fantasie rivelano una sconcertantetendenzaadavverarsi–conconseguenzedisastroseperciò chesiamoabituatiadefinirela“realtà”. La Signorina Puttermesser vorrebbe tanto una figlia, e prontamente, senza aiuto, ne crea una nella forma del primo golem femmina di cui si abbia memoria. Mentre si dà da fare nelle pieghe polverose del dipartimento municipale in cui lavora, sogna di cambiare la città – ed ecco che ne diventa il sindaco. La Signorina Puttermesser riflette sull’aldilà e ovviamente vi si butta a capofitto, solo per scoprire che trovareunparadisosignificaancheperderlo.

Romanzo dotato di una sconfinata immaginazione e vibrante umorismo, Le carte della Signorina Puttermesser è un vero e proprio luna-park letterario, scritto da una delle autrici più visionarie e limpide del nostro tempo.

Cynthia Ozick è autrice di numerose opere di narrativa e saggistica. Ha vintoilNationalBookCriticsCircleAward,edèstatafinalistaalpremio Pulitzer e al Man Booker International Prize. I suoi racconti hanno vinto perquattrovoltel’O.HenryFirstPrize. Tra i suoi libri tradotti in Italia, Lo scialle (1989), Eredi di un mondo

lucente(2004),Lafarfallaeilsemaforo(2007),Corpiestranei(2010).

Oceani.13

CynthiaOzick

LecartedellaSignorinaPuttermesser

TraduzionediElenaMalanga

CynthiaOzick LecartedellaSignorinaPuttermesser TraduzionediElenaMalanga LanavediTeseo

LanavediTeseo

Titolooriginale:ThePuttermesserPapers

©CynthiaOzick,1997

First published in the United States of America in 1997 by Alfred A. Knopf,Inc.

©2017LanavediTeseo,Milano

ISBN978-88-9344-201-5

Primaedizionedigitalemarzo2017

Quest’operaèprotettadallaLeggesuldirittod’autore.

Èvietataogniduplicazione,ancheparziale,nonautorizzata.

AElaine,Esther,Francine,Gloria,

Helen,Johanna,Lore,Merrill,

Norma,Sarah,Susan,Susanne

Sommario

Puttermesser:lavitaprofessionale,illignaggio,lavitadopolamorte

PuttermessereSantippe

1.LabrevevitaamorosadiPuttermesser,lesuepreoccupazioni,isuoititoli

2.LacadutadiPuttermesserelastoriadelgeneregolem

3.Ilgolemcucina,pulisceefalaspesa

4.Santippeall’opera

5.Perchéilgolemfucreato.IlfinediPuttermesser

6.Puttermessersindaco

7.IlritornodiRappoport

8.Santippemalatad’amore

9.Ilgolemdistruggeilsuocreatore

10.Ilgolempresoallaccio

11.IlgolemsmantellatoelechiacchierediRappoport

12.All’ombradelleaiuole

Puttermesserincoppia

1.L’etàdeldivorzio

2.Ilettorinotturni

3.L’indicibilegioia

4.Laterribilediscrepanza

5.Lalunadimiele

Puttermesserelacuginamoscovita

1.Unpo’distoria

2.UnabarzellettadaMosca

3.Unamarzianasovietica

4.Lagrandeesposizione

5.Ancoraunpo’distoria

6.Colloqui

7.Unaltrocolloquio

8.Imprenditori

9.Gliidealisti

10.Iltè

11.L’addio

12.Lettere

PuttermesserinParadiso

AdifferenzadiBalzac,Flaubertnon

costruisceipropripersonaggiattraverso

descrizionioggettive,esteriori;al

contrario,ècosìpocointeressatoal

loroaspettofisicocheinun’occasione

attribuisceaEmmaocchimarroni;in

un’altraprofondiocchineri;einun’altra

ancoraocchiazzurri.

Commentodelladott.ssaEnidStarkie,

citata(condisapprovazione)

daJulianBarnes

nelPappagallodiFlaubert.

LECARTEDELLASIGNORINAPUTTERMESSER

Puttermesser:lavitaprofessionale,

illignaggio,lavitadopolamorte

PuttermessereSantippe

Puttermesserincoppia

Puttermesserelacuginamoscovita

PuttermesserinParadiso

Puttermesser:lavitaprofessionale,

illignaggio,lavitadopolamorte

Puttermesser aveva trentaquattro anni, avvocato. Era una specie di femminista, non eccessiva, ma le dava fastidio che mettessero “Miss” davanti al suo nome. Lo riteneva marcatamente discriminatorio: voleva essere un avvocato fra gli avvocati. Sebbene non fosse vergine viveva da sola, ma in modo stravagante: nel Bronx, sul Grand Concourse, fra genitorialtruivecchieindeclino.IsuoisieranotrasferitiaMiamiBeach. Conaipiediunpaiodipantofoledipelocherisalivanoaitempidelliceo, Puttermesser vagava per l’appartamento infinitamente labirintico in cui era cresciuta: le partiture invecchiate, ancora in cima al pianoforte verticale, recavano le “X” poste dall’insegnante a indicare il punto fino a cui l’allieva doveva arrivare. Puttermesser si era sempre spinta un po’ oltre il compito assegnatole, anche a scuola. Gli insegnanti ai tempi dicevano alla madre che la figlia era “fortemente motivata”, “orientata al risultato”. E anche che aveva un “impulso allo studio”. La madre si annotavaivaricommentiinuntaccuino,cheavevaconservatoeportato con sé in Florida, nel caso fosse morta lì. Puttermesser aveva una sorella minore,ancheleifortementemotivata,macheavevasposatounindiano, un farmacista parsi, ed era andata a vivere a Calcutta. Aveva già quattro figliesettesaridivaritessuti. Puttermesser aveva continuato a studiare. Alla facoltà di Legge le davano della sgobbona, della competitiva-compulsiva, della malata di egocentrismo in cerca di espansione. Ma l’ego non c’entrava. Puttermesser cercava la soluzione di qualcosa, di cosa non lo sapeva. In fondo all’armadio della biancheria aveva trovato una pila di cartoni da tintore che erano serviti per le camicie del padre (la madre era parsimoniosa,tirchia:neicassettidellacucinaPuttermessercontinuavaa

trovare carta da forno usata e ripiegata in quattro, con milioni di pieghe diventate bianche, che sapeva di formaggio e ospitava vermicelli non meglio identificabili), e adesso, dietro alla colonna montante del bagno, teneva pagine e pagine di cruciverba del “Sunday Times” graffettate a quei cartoni e vi lavorava indiscriminatamente. Giocava a scacchi contro se stessa e vinceva sempre contro il colore con cui aveva deciso di identificarsi.Classificavacasidiillecitocivileservendosidischedari.Non che fosse sua intenzione ricordare ogni cosa: le situazioni – aveva la tendenza a definire i problemi di natura intellettuale “situazioni” – le scivolavanonellamentecomeburronelcollodiunabottiglia. Learrivòunaletteradellamadre,dallaFlorida:

CaraRuth, losochenoncicrederaimatigiurochel’altrogiornopapàstavacamminandosulvialeechi tiincontrasenonMrsZaretsky,quellamagradiBurnside,nonquellarobustadiDavidson,ti ricordi il suo Joel? Be’ è divorziato adesso niente figli grazie a dio è libero come un uccello comesisuoldirelaexmogliepoverinanonpotevaaverebambini.Luihafattogliesamiedèa posto. È solo un ragioniere non abbastanza per te perché Dio mi è testimone non dimenticheròmaiilgiornoincuiseientratanella“LawReview”madovrestiveniredaqueste parti giusto per vedere che tipo tenero è diventato. Ogni tragedia ha i suoi lati positivi Mrs Zaretskydicecheadessoluivienepraticamenteognivoltacheleilochiamaeviveinun’altra città. Papà ha detto a Mrs Zaretsky be’, un ragioniere, non ha fatto l’errore di farlo studiare tropposuofiglio,conunafigliaèdiverso.Manonprendertelatesoropapàècontentoquanto medeituoisuccessi.Perchénonscrivièunsaccochenonabbiamotuenotiziecapiscochesei occupatamaigenitorisonoigenitori.

Puttermesser aveva un viso da ebrea con un pizzico di diffidenza americana nei confronti del medesimo. Non assomigliava a nessuno dei cartelloni pubblicitari di sua conoscenza: detestava la ragazza dello shampoo Breck, così bionda e slavata e con quella bocca così pallida. BoicottavalaBreckacausadiqueicartellonidaicapellidorati,idealizzati in modo così grossolano, un sogno americano con tanto di polluzione sulle pareti della metropolitana. Aveva capelli che si succedevano come pettinidimaresaltellanti:ondestratificatedallaradiceallapunta,similia tegole sovrapposte. Erano quasi neri e a volte sparavano in fuori. Il naso aveva narici spesse, foderate di peli e irregolari, con la destra

palesemente più grande della sinistra. Gli occhi erano piccoli e le ciglia corte,invisibili.Lapalpebraeramongolica:unodiqueivisiebreiconuna sfumatura vagamente orientale. In tutto questo, non si poteva obiettivamente dire che fosse brutta. Aveva una bella pelle con, fino ad allora, poche rughe o cicatrici e pochi segni di futuri cedimenti. La mandibola aveva un profilo gradevole: solo quando si immergeva nella letturadiunlibrocomparivaundoppiomentodabambina. AlettoPuttermesserstudiavalagrammaticaebraica.Lepermutazioni della radice a tre lettere la esaltavano: com’era possibile che un’intera lingua, e quindi un’intera letteratura, un’intera civiltà persino poggiassero sulla mera presenza di tre lettere dell’alfabeto? Il verbo ebraico, un meccanismo stupefacente: tre lettere, quali che fossero le predestinate, decidevano l’intera gamma di possibilità con una semplice variazione nella pronuncia o tramite l’aggiunta di una lettera alata che poteva inserirsi da prua a poppa. Ogni possibile enunciazione scaturiva daquellatrinità.L’ebraicosembravaaPuttermessernontantounalingua atta all’espressione quanto un codice per concepire il mondo, indissolubile, predeterminato, trasparente. L’idea della grammatica ebraicaletrasformavailcervelloinunpalazzo,inunasortadiVaticano:

Puttermessersiaggiravafraicorridoipassandodauntritticorifulgentea unaltro. Scrisse una lettera alla madre in cui si rifiutava di andare in Florida a verificare la tenerezza del ragioniere divorziato. Le spiegò ancora una voltalasuavita.Lofeceindirettamente,scrivendo:

Ho un’appercezione cinica del potere, dovuta senza dubbio al mio attuale lavoro. Non avrai probabilmentesentitoparlaredell’ufficioVistieRegistrazioni, OVIR nellaversioneabbreviata. Si trova in via Ogarëva, a Mosca, nell’URSS. Potrei elencarti solo alcune delle innumerevoli atrocità burocratiche dell’OVIR, nessuno peraltro le conosce tutte. Ma potrei fornirti l’intera lista di tutti quei criminali, fino alle impiegate, Efimova, Korolëva, Akulova, Archipova, Izrailova: lavorano tutte in via Kolpachni, in un ufficio diretto da Zolotuchin, assistente del colonnello Smirnov, un sottoposto di Ovčinikov, comandante in seconda del generale Virein, solocheVireineOvčinikovnonsonoinviaKolpachni,lorosonoquellidellasedecentrale– l’MDV,il ministero degli Affari interni – che si trova in via Ogarëva. Un giorno tutti gli ebrei sovietici si sottraranno alle grinfie aracnidee di questa gente e saranno liberi. Per favore

spiegaapapàchequestaèunadellemassimeprioritàdellavita,inquestomomentodellamia storia personale. Credi che un Joel Zaretsky sarebbe in grado di condividere una simile visione?

Appena uscita dalla facoltà di Legge, Puttermesser era entrata alla Midland, Reid & Cockleberry, uno studio legale di sangue blu di Wall Street. Puttermesser, assunta per il suo cervello e per un’accattivante (leggi:daimmigrata)operosità,erastatamessainunufficiosulretrocon il compito di stanare analogie giurisprudenziali per uomini che lavoravano negli uffici davanti. Sebbene fosse un’ebrea, e una donna, si sentivapocodiscriminata:l’ufficiosulretroeraperlopiùilricettacolodi assolutisgobboniequindidigiovanisfruttabili.Spessoinquell’ufficiole lucirestavanoaccesefinoalletredelmattino.Ederagiustocheilgradino più alto della facoltà di Legge ti garantisse quello più basso nel mondo delle analogie giurisprudenziali. La cosa meravigliosa era la scala stessa. E sebbene fosse l’unica donna, Puttermesser non era l’unica ebrea. Tre ebrei all’anno andavano a ingrossare le retrovie della Midland, Reid (quattro nell’anno in cui era arrivata Puttermesser, il che significava che quando la vedevano i colleghi pensavano più a una donna che a un’ebrea). Tre ebrei all’anno lasciavano il posto: non gli stessi tre. La pausa pranzo costituiva un momento difficile. La maggior parte dei ragazzi andava ad allenarsi in un paio di società di atletica dei paraggi. Puttermesser rimaneva alla scrivania e mangiava al sacco, insieme agli altri ebrei, ed era una cosa strana: i ragazzi ebrei parevano devoti ai campidasquashtantoquantoglialtriragazzi.Maahimè,lesocietànonli avrebbero accettati, e anche questo era un fatto straordinario: non era possibile distinguere i ragazzi ebrei dagli altri. Compravano gli stessi vestiti dagli stessi sarti, indossavano esattamente le stesse camicie e le stesse scarpe, evitavano i fermacravatte e si facevano tagliare i capelli moltopiùcortidiquellideiselvaggichepopolavanolestrade,ancheseli tenevano un po’ più lunghi dei moralisti che lavoravano in banca. A Puttermesser venne in mente quello che aveva detto Anatole France di Dreyfus: che era della stessa pasta di quelli che lo avevano condannato.

“Alpostolorosisarebbecondannatoanchelui.” Solo l’accento non riusciva a essere identico a quello degli altri ragazzi: la “a” un pochino troppo nasale e la “i” allungata in modo rivelatore erano da tempo passate da Brooklyn al Great Neck, dal Bronx di Puttermesser a Scarsdale. Queste due influenti vocali avevano la misteriosa capacità di rendere i ragazzi incompatibili con una promozione. I giocatori di squash, nel frattempo, si erano trasferiti dagli uffici sul retro a quelli davanti. Un paio di loro erano stati avviati – li avevano strigliati, avevano dato loro lo zuccherino, li avevano condotti perlamuseruola–allostatusdisocio:partecipavanoapranziconclienti snelli e riposanti, passavano pomeriggi nelle sale da pranzo di banche grosse ed eleganti, cominciavano, in breve, ad acquisire le guance morbide e le abitudini moderate di coloro che si sentono sempre a proprioagio. Gli ebrei, al contrario, diventavano sempre più ansiosi, sibilavano ignobilmente fra gli orinatoi (Puttermesser sentiva brontolii di malcontento scorrere nei tubi dal bagno delle donne che si trovava accanto), apparivano sempre più perfezionisti e sempre meno disinvolti, cavillavano amaramente, puntando l’indice, su questioni di principio e cominciavanoadassomigliaresempremenoadatletiuniversitariariposo e sempre più a degli ebrei e a comportarsi sempre meno come i primi e sempre più come i secondi. Poi se ne andarono. Se ne andarono di loro spontaneavolontà.Nessunolicacciò. SeneandòanchePuttermesser,stancadituttaquellacavalleria:isoci in particolare erano eccessivamente cortesi con lei e la trattavano come unadiloro,un’aristocratica.Puttermessersupponevachefosseperchélei non aveva una “a” nasale e una “i” allungata, e soprattutto non pronunciava la “t” e la “d”, o la “l”, come delle dentali ma le tratteneva spingendo la lingua contro il palato. Insegnanti fanatici e martellatori – missionaridell’elocuzionereclutatinelMidwestdaunaprestigiosascuola superiore – avevano da tempo normalizzato la sua parlata fino a eliminarequasideltuttoiregionalismi:escludendolacadenza,cheaveva

una ponderatezza tipicamente newyorchese, non vi era indizio che rivelasse le sue origini. Puttermesser era americana quanto il nonno con il berretto da capitano. Il padre del padre era passato da Castle Garden allenobilinebbiedelNewEngland,doveavevavendutoberrettiesciarpe agli yankee! Providence, Rhode Island, scorreva a profusione nelle vene diPuttermesser.EaPuttermessersembravacheisocilopercepissero. PoilevenneinmentecheDreyfusparlavaunfranceseperfettoedera unperfettofrancese. Per il commiato la portarono in un ristorante: i circoli che i soci frequentavano non ammettevano (le spiegarono) le donne e se ne scusarono. “Ci dispiace perderla,” disse qualcuno, e qualcun altro aggiunse:

“Nessunoinquestasquadraèdegnodicondividerelatendaconlei,eh?” “Latenda?”chiesePuttermesser. “Il baldacchino nuziale,” precisò uno dei soci facendole l’occhiolino. “Oforseusanolapelledipecora?Nonmiricordo.” “Un’usanza interessante. Ho sentito dire che al matrimonio rompete ancheipiatti,”disseunaltrosocio. Un pasto antropologico. Stavano investigando i riti della sua tribù. Non si era accorta di costituire una stranezza. Le loro belle maniere non eranoaltrochelacircospezioneadottatanell’esplorazionedell’entroterra:

Il dottor Livingstone, suppongo. Le strinsero la mano e le augurarono buona fortuna, e in quel momento – così vicina ai loro visi, con i sorrisi chelasciavanosolchiumidilungonasisottilicomeostieeforatidanarici strette e regolari – Puttermesser si accorse con stupore di quanto loro fosserostrani:tuttiqueiMartinidacolazioneufficialenelleloropance,le belle maniere anche quando erano ubriachi, l’atto solenne e raffinato di portare lei, così insignificante, a mangiare con loro, così importanti, in quel posto foderato di moquette. Avevano gli occhi azzurri. I colli puliti. Con quale cura si radevano! Parevano imberbi. Eppure nelle orecchie avevano peli che si arricciavano. Le permisero di portarsi via tutti i blocchetti con il suo nome. Era colpita dalla loro cortesia, dalla loro

benevolenza, tramite cui riuscivano sempre a ottenere quello che volevano.Avevaregalatolorotreannidiricercheanonimeemeticolose, intense notti passate a vagliare precedenti, date, questioni abbandonate, politiche deboli e sbiadite. In nome loro aveva sopportato mal di testa mattutinispaventosielaperditadimezzadiottriaperocchio.Glistudenti brillanti sono ottimi assistenti. Erano soddisfatti, ma non dispiaciuti. Puttermesser era sostituibile: avevano appena assunto, la mattina stessa, un valente laureato di colore. Alla fin fine, il palazzo in cui l’avevano fatta entrare era loro per diritto divino: un diritto in cui credevano, in base al quale agivano. Erano benevoli perché avevano benevolenza da elargire. PuttermesserandòalavorarealdipartimentoRiscossioniePagamenti, con il titolo di assistente del capo dell’Avvocatura. Il titolo non aveva alcun significato, era solo parte di quel sottolinguaggio su cui poggia la burocrazia. La maggior parte di coloro che avevano quel titolo erano italiani ed ebrei, e ancora una volta Puttermesser era l’unica donna. In quel vasto dipartimento municipale non c’erano cerimonie né buone maniere: urla grossolane, impiegati ignoranti, sciatteria, pavimenti disseminati di rifiuti, libri obsoleti incrostati di polvere. Il bagno delle donne puzzava. Le donne facevano la pipì in piedi e l’urina calda schizzavasulletavolettedeiwateresullepiastrellemelmose. Dopo il capo dell’Avvocatura venivano i commissari. Avevano ottenuto tutti il posto per ragioni politiche: ramazzavano cariche. La stessa Puttermesser non era propriamente un funzionario, ma nemmeno si poteva propriamente dire che non lo fosse: era una di quelle creature anfibie sospese fra vile disprezzo e mera decenza. Ma Puttermesser avvertì presto l’ignominia di appartenere a quello sciame meschino tetramente accalcato nelle celle del Municipal Building. Il Municipal Building era un posto mostruoso, grigio ovunque, pieno di gallerie, con una moltitudine di corridoi, scale e pozzi di ascensori, una sorta di fatidicoventrerigonfioincuiibattibecchideifunzionarielelorovocine parevano nitriti. Allo stesso tempo ospitava curiosi rumori da fattoria:

condizionatori che frinivano incessantemente d’estate e vecchi termosifoni che digrignavano e gracidavano d’inverno. Le finestre erano ciò nonostante ampie e alte, e mirabilmente inondate di luce. Abbracciavano l’intera parte inferiore dell’isola di Manhattan – che rivelava la sua natura di isola – fino alla Battery, una distesa di lava incrostata in varie forme: quadrati su rettangoli e cuspidi su quadrati. A mezzogiorno le campane piatte e cupe di St. Andrew rilasciavano i loro rintocchiferociesolenni. Per Puttermesser tutto ciò significava che era entrata a far parte del mondo. Lì non costituiva nemmeno una curiosità. Nessuno si accorgeva diun’ebrea.AdifferenzadeisocidellaMidland,Reid,icommissarinonsi aggiravanofraisottopostiesivedevanoraramente.Eranocomerechiusi inunatorreederanoinfastiditidallevoci. MaPuttermesseravevascopertochenellavitamunicipaletuttelevoci erano vere. Presunti voltagabbana erano voltagabbana autentici. Le pugnalatedicuisivociferavasimanifestavanodavvero:funzionarichesi diceva stessero per perdere il posto lo perdevano. Puttermesser era sopravvissutaadueelezionieavevavistoipotentidiventareimpotentie gli impotenti gonfiarsi in una notte come venti giganteschi per aspirare alla vittoria a breve termine. Quando un’amministrazione veniva demolita, anche le consuetudini, tutto ciò che sapeva di “prima”, di “vecchia maniera” veniva raso al suolo: ma solo all’inizio. Poi gli slanci innovativisoccombevanoeapocoapocoilvecchiomododifaretornava ainsinuarsi,ricoprendotuttocomeerba,comesel’edificioecolorochevi lavoravano costituissero una sorta di organismo vegetale unico e inesorabile, dotato di leggi di sussistenza proprie. Gli impiegati erano erba, nessuno poteva distruggerli, erano più forti del manto stradale, più forti del tempo. Le amministrazioni potevano anche oliare i cardini, buttare fuori una partita di mangiatori di cariche e dare spazio a quella nuova, ma il lavoro continuava. Potevano anche cambiare la moquette nell’ufficio del nuovo vice, mettere un bagno privato in quello del commissario di turno, abbassare la potenza delle lampadine degli

impiegati o elaborare un nuovo appariscente logotipo per documenti vecchi e inutili, potevano fare quello che volevano: il lavoro continuava comeprima.L’organismorespirava,bastavaasestesso. Il commissario non aveva niente da fare, lui lo sapeva e l’organismo anche. A fronte di un notevole stipendio, chiudeva la porta del suo ufficio, si puliva le unghie con l’accessorio lucente di un costoso coltellino svizzero, aveva una segretaria che si dimostrava scortese con chiunqueefacevadecineditelefonatealgiorno. L’attuale commissario era un playboy ricco e sciocco, che aveva dato dei soldi al sindaco per la sua campagna. Gli alti funzionari dei vari dipartimenti erano tutti uomini che avevano dato denaro al sindaco o cortigiani che si erano umiliati per lui alla clubhouse del partito:

lusingandone il direttore, che ancora prima delle elezioni era già un sindaco occulto e decideva le assegnazioni delle cariche. Ma l’attuale commissarionondovevanullaaldirettoredellaclubhouse,perchéaveva dato dei soldi al sindaco ed era stato designato da lui. E avrebbe in ogni caso avuto poco a che fare con il direttore perché aveva poco a che fare con gli italiani. Il direttore della clubhouse era un distinto napoletano di nome Fiore, il presidente del consiglio di amministrazione di una banca. Maerapursempreunitalianoealcommissariointeressavanoperlopiù gli alti funzionari di banca dagli occhi azzurri. Usava il telefono per fissare colazioni di lavoro con loro e a volte incontri di tennis. Era a sua volta un Guggenheim dagli occhi chiari, un ebreo tedesco, ma non uno dei grandi filantropi. Il nome che portava era un’abile coincidenza (ottenuto abbreviando Guggenheimer) e il commissario era abbastanza ricco da poter passare per uno dei veri Guggenheim, che lo consideravano un parvenu e lo rinnegavano. La grandiosità richiede discrezione. I Guggenheim lo rinnegavano in modo così discreto che nessuno sapeva della cosa, nemmeno il Rockefeller che il commissario avevaconosciutoallaChoate. Il commissario era un bell’uomo, timido, ancora giovane e bravo ad andare in barca. Nei weekend indossava scarpe da ginnastica e coltivava

amiciziedinastiche:coniSulzbergereiWarburg,chegliconcedevanodi mangiare con loro ma mettevano le figlie in guardia nei suoi confronti. Aveva abbandonato due atenei e si era finalmente laureato nel terzo, incaricando un’agenzia di fargli la tesi. Era innocuo e credulone, ancora attaccato al padre defunto – un cervellone –, e le conferenze stampa lo atterrivano. Non capiva niente: critica dell’arte era la materia in cui andava meglio (era attratto dai nudi rinascimentali), economia quella in cui andava peggio. Se qualcuno gli chiedeva: “A quanto ammonta l’investimento giornaliero municipale?” o “Esiste un impedimento costituzionale alla tassazione dei pendolari?” o ancora “Cosa ne pensa dellatassazionedelleproprietàesenti?”ilcommissariosisentivailcuore ingolaeilnasocolareesivedevacostrettoadirechenonavevatempoe che avrebbe mandato le risposte tramite il suo vice che si occupava dell’Erario.AvoltechiamavapersinoPuttermesserperlerisposte.

Se questo fosse un ritratto ottimistico, la vita emotiva di Puttermesser prenderebbe a questo punto corpo. La sua biografia assumerebbe una piega romantica, il ricco e giovane commissario del dipartimento Riscossioni e Pagamenti si innamorerebbe di lei. Puttermesser lo convertirebbe all’intelligenza e alla causa degli ebrei sovietici. Lui abbandonerebbe la barca e la caccia al sangue blu. Lei metterebbe bruscamente fine alla sua vita professionale e si trasferirebbe nella villettadiunbelsobborgo. Ma la cosa non ha da essere. Puttermesser continuerà a fare l’impiegata al Municipal Building. Continuerà a contemplare il ponte di Brooklyn dalle sue finestre, e tramonti gloriosi che le daranno religiosi tormenti. Non si sposerà. Magari comincerà una relazione a lungo termineconVogel,ilviceincaricadell’Erario.Omagarino. Ilproblema,conPuttermesser,ècheèfedeleadeterminatiambienti.

Mentre lavorava al Municipal Building, Puttermesser ebbe un sogno fecondo, un sogno di gan eydn, un termine e un concetto che le

derivavano dal prozio Zindel, ex shammes di una shul che era stata demolita. In quel giardino dell’Eden ricostituito, ovvero nel Mondo a Venire, Puttermesser, non più afflitta dall’incertezza del quotidiano propria del Mondo Presente, era ancora più certa delle sue aspirazioni. Nonostantelasuadebolezzaperifudge(altri–delsuocetosociale,della sua età e della sua reputazione – erano passati al Martini, o almeno al gingerale: Puttermesser continuava invece a bere Coca-Cola con gelato, disprezzava le mentine perché pizzicavano, evitava le tartine al paté, andava alla caccia di chocolate babies, Kraft caramels, Mary Jane, Milky Way, croccanti alle arachidi e subito dopo si lavava furiosamente i denti cercando di sfregarsi di dosso il senso di colpa), nonostante tutta la sgradevole indulgenza che dimostrava nei confronti di se stessa, Puttermesser continuava a essere molto magra e molto poco ironica. O meglio, la sua unica ironia consisteva nel postulare una vita dopo la morte:ungiocomentalenonmoltodissimiledaunfudgechesiscioglieva controilpalatosuperiore. Lì, in ogni caso, nell’Eden, Puttermesser si sedeva sotto un albero di media grandezza nella luce piena e solida di un luglio infinito, nel cuore dell’estate, verde, verde, verde ovunque, verde di sopra e verde di sotto, lucente e fulgida di sudore, ogni voglia annichilita, ogni fecondità destituita. E lì Puttermesser cominciava – così si immaginava la cosa – a cogliere. A portata della mano sinistra la scatola di fudge (simili a quelli

vendutidallaclassequintadellasuascuolaelementare,PublicSchool74,

Bronx, anno 1942 circa, ai bambini più piccoli nelle ore di cucina) e a portata della mano destra una torre campanaria di libri presi in prestito in biblioteca: perché la succursale di Crotona Park era ascesa intatta, senza bibliotecari e ammende ma con ancora la fragranza squisita e terrestredellacollalegante. Puttermesserèliseduta.Digiornocelestialeinaltro,conlaperfezione del desiderio che succede a quella della contemplazione, nell’esaltazione di un’eternità mai interrotta, Puttermesser mangia fudge al cioccolato in formaumana(untemponote–inutilenasconderlo–comeniggerbabies)

odiquadrato(enell’Edenlacarienonesiste)elegge.Puttermesserlegge e rilegge. Gli occhi, in Paradiso, non le si affaticano. E sebbene ancora nonsappiacosastiacercandodirisolvere,devesolocontinuarealeggere. La succursale di Crotona Park è paradisiaca lì come lo era in terra. Puttermesser legge saggi di antropologia, zoologia, chimica fisica, filosofia (nell’aria verde del Paradiso Kant e Nietzsche si uniscono e precipitano in schegge di cristallo). La sezione Libri nuovi è incomparabile: Puttermesser studierà i legami fra i geni, i quark, il linguaggiodeisegnideiprimati,levarieteoriedell’originedellerazze,le religioni delle civilità antiche, il significato di Stonehenge. Leggerà saggi per l’eternità. E ci sarà ancora tempo per la narrativa! L’Eden è dotato soprattutto di atemporalità, e Puttermesser leggerà finalmente tutto Balzac, tutto Dickens, tutto Turgenev e tutto Dostoevskij (il suo sé mortale ha già letto tutto Tolstoj e tutta George Eliot). Potrà finalmente leggere Kristin Lavransdatter e la mirabile trilogia di Dmitrij Merežkovskij, La montagna magica e l’intera Regina delle fate e ogni versodell’Anelloeillibro,leggeràunabiografiadiBeatrixPottereunadi Walter Scott in tanti affascinanti volumi e una di Lytton Strachey:

finalmente, finalmente! Nell’Eden l’insaziabile Puttermesser sarà nutrita, se non addirittura rimpinzata. Studierà diritto romano, le varietà più arcane dell’alta matematica, la composizione nucleare delle stelle, scoprirà cos’è successo ai monofisiti, studierà la storia della Cina, della Russia,dell’Islanda. Ma nel frattempo, ancora viva, non ancora traslata ai piani superiori, immersa in giornate devolute al regno ombroso di un commissario playboy,Puttermesserimparavasolol’ebraico. Due volte alla settimana, di sera (pare), andava a prendere lezioni dallozioZindel.Mentrel’autobusattraversavaquartieriscrostati,ibinari del tram a volte spuntavano lucenti da uno strato d’asfalto spaccato e polveroso, come erbacce in cerca di rinnovamento. Puttermesser ricordava i giorni del tram della sua infanzia come giorni migliori:

d’estate le vetture procedevano rumorosamente, come piccoli luna park

autosufficienti, con la rete metallica delle fiancate che aspirava il vento caldo e i passeggeri serenamente sballottati sui sedili. Non certo come quell’autobus, chiuso come una capsula nel tentativo di difendersi dai bassifondi. Il vecchio, Zindel l’Avaro, si aggrappava alla vita fra odori di cibo prodotti da neri ispanofoni. Puttermesser saliva tre piani di scale e si appoggiavaallaportasbilencainattesachel’exshammescomparissecon il suo sacchettino. Ogni sera Zindel tornava a casa con un solo uovo, comprato nella drogheria cubana. E mentre Puttermesser sedeva con il manualeingrembo,lofacevabollire. “Dovrestiandareincentro,”ledisselozio,“dovehannoverescuoledi lingua. La Berlitz. La New York University. Hanno persino un ulpan, comeinIsraele.” “Tu vai benissimo,” gli rispose Puttermesser. “Sai tutto quello che sannoloro.” “E ho anche qualcosa da aggiungere. Perché non te ne vai a vivere lì, nell’EastSide,unpostoelegante?” “Gliaffitticostanotroppo,hoereditatolatuaavarizia.” “Equelcognome.Unbravoragazzochesentecometichiamisimette a ridere. Dovresti cambiarlo in qualcosa di diverso, bello, simpatico. Come Shapiro, Levine. Cohen, Goldweiss, Blumenthal. Non dico qualcos’altro,nonc’èbisognodiAdamsoMcKee,dicofallodiventareun cognome, non uno scherzo. Tuo padre ti ha fatto un brutto regalo. Coltellodaburro,perunaragazza!” “LocambieròinColtellodamargarina.” “Scherza pure. Mio padre, il tuo trisavolo, non ammetteva un coltello intavolailvenerdìsera.Quandoarrivavailkiddush, via i coltelli! Tutti i coltelli! Durante lo Shabbat uno strumento, una lama? Durante lo Shabbatun’arma?Unapunta?Unacosaaffilata?Cosaportailsanguefra gli uomini? Cosa porta la guerra? I coltelli! Niente coltelli! Via! Una tavola pulita! E c’è altro che puoi notare. Noi abbiamo solo messer, mi segui? Loro hanno spade, lance, alabarde. Consulta il dizionario, io l’ho

fattounavolta.CheDiomiaiuti,cosanonportano,queicavalieri!Cerca nel libro, troverai alabarde, coltellacci, picche, spadini, fioretti e altre diecicose.Pernoiilfiorettoèunsacrificio.Pernonparlarediquelloche hanno oggigiorno: baionette sui fucili e chissà cos’altro deve portare nellatascaunpoverosoldato.Magariunpugnale,comeunpirata.Manoi cosaabbiamo?Noiabbiamounmesser!Puttermesser,citagliilburro,tagli pervivere,nonperuccidere.Uncognomed’onore,capisci?Però,peruna ragazza ” “ZioZindel,hotrent’annipassati.” LozioZindelsbattélepalpebrecomefosseroali,trasparenti,d’insetto. Vide Puttermesser fare una traversata, e poi un’altra. Con le ali degli occhi fece ombra alla Galilea. Passò sulla Tomba dei Patriarchi. Una lacrima per le lacrime versate da Madre Rachele gli scorse lungo il naso. “Tuamadresachevai?Dasolasuunaereo,unaragazzacosìgiovane?Le haiscritto?” “Lehoscritto,zioZindel.Nonstoperprenderenessunaereo.” “Nel mare anche c’è pericolo. Che idee si fa, la mamma, a Miami chi c’è? I morti e i moribondi. In Israele conoscerai qualcuno. Ti sposerai, ti sistemerai là. Che differenza fa in questi giorni, tempi moderni, viaggi veloci ” L’uovo dello zio Zindel era pronto, l’aveva fatto sodo. Lo shammeslo picchiettò e il guscio venne via a brandelli. Puttermesser consultò l’alfabeto:alef,beit,ghimel. Non sarebbe andata in Israele, aveva da fare al Municipal Building. Lo zio Zindel, masticando, cominciò finalmente a spiegare:“Primaguardacom’èghimelepoicom’èzain.Gemelle,mauna calcialagambaasinistra,l’altraadestra.Devipraticareladifferenza.Se legambenonfunzionano,pensaapanceingravidanza.MrsZainincinta in una direzione, Mrs Ghimel nell’altra. Insieme partoriscono ghez, che significa quello che tagli. Una notte da coltelli! Ascolta, stasera quando torni a casa devi stare molto attenta. I Martinez, quelli sopra, non quelli quiaccanto,lafiglial’hannoaggreditaederubata.” Loshammesmasticavae,sottoicolpidellesuemascelle,Puttermesser

chinavalatestaesiesercitavanellepancedelleletteresacre. Fermati.Fermati!Biografo,obiografa,diPuttermesser,fermati!Faiun passo indietro, per favore. Per quanto sia vero che le biografie si inventanoenonsiriportano,staiesagerando.Unsimboloèconcesso,ma un’intera scena no: non accondiscendere troppo al romanticismo di Puttermesser.Puttermessernonhaunagrandeimmaginazione,prendele cose alla lettera. Lo zio Zindel giace sotto la terra di Staten Island. Puttermessernonhamaiparlatoconlui:èmortoquattroanniprimache lei nascesse. È tutta una leggenda: Zindel l’Avaro, che persino nel gan eydn metterebbe le mele da parte fino a farle marcire, invece di mangiarle. Zindel l’Immaturo. Perché mai Puttermesser dovrebbe mostrare tutto questo entusiasmo per le frasi spezzettate dello shammes diunashuldemolita? (Lashul non fu demolita, né venne abbandonata. Si disintegrò. Svanì bricioladopobriciola.Deisassisiportaronoviaalcunedellefinestre.Non c’eranopiùpanche,solosediedilegnopieghevoli.Apocoapocolesedie si trasformarono in bastoni. I libri delle preghiere cominciarono a sfaldarsi: si sfaldarono le legature, la colla si staccò e si sfaldò in grumi marroni,lepaginedivennerofriabiliesisfaldaronoincoriandoli.Anchei fedeli cominciarono a sfaldarsi: dapprima le donne, moglie dopo moglie, ognuna una perla e una consolazione, fino a che non rimasero solo le vedove,fragili,congliocchifissi,colpitedallaparalisi.Soleeinpredaal terrore. I pensionati, gli anziani! Alla fine si sfaldarono anche loro, e in mezzo a loro anche gli shammes. La shul si riduce a un ciuffo, a una pagliuzza,aunapiuma,auncapello.) Ma Puttermesser deve poter rivendicare un antenato. Puttermesser pretendelegami:gliebreihannotuttiunpassato.LapoveraPuttermesser si è ritrovata al mondo senza averne uno. Sua madre è nata nel baccano di Madison Street ed è stata catapultata, ancora bambina, nel fracasso di Harlem. Suo padre è quasi uno yankee: è il figlio di un uomo che aveva abbandonato il mestiere di ambulante per assumere il timone di un negozio di tessuti a Providence, Rhode Island. D’estate vendeva berretti

da capitano e ne aveva uno in ogni fotografia. Del mondo che era, è rimasto solo un frammento di ricordo: un vecchio, lo zio della madre di Puttermesser, che un tempo si teneva su i pantaloni con una fune, si chiamava Zindel, non aveva moglie, mangiava in modo frugale, conosceva le lettere sacre ed era morto masticando un inglese spinoso, era morto con una regione selvaggia fra le gengive. Puttermesser si aggrappaaquest’uomo.L’AmericaèunospaziovuotoelozioZindelèil suo lignaggio. Priva di ironia e di immaginazione, con una mente semplice ma rigorosa, si sforza di andare oltre i propri genitori:

cos’avevano, loro? Solo quotidianità nella loro vita, caffè alla mattina, biancheria da lavare, di tanto in tanto una gita in spiaggia. Il vuoto. Che conoscenze avevano? Cose imparate dai film. Quasi tutto, praticamente. Lebriciole,daigiornali.Ilvuoto. Alle spalle dei genitori, oltre e prima di loro, brulicava un mondo. Puttermesser lo scorgeva nelle vecchie fotografie dell’East Side ebraico. Vedeva un cappotto lungo. Una donna che scaricava cipolle da un carrettoeleschiacciava.Unbambinominuscoloconunditoinbocca,che sarebbediventatogiudice. Dopo il giudice, oltre e dietro di lui, c’è qualcos’altro che brulica. Ma questo Puttermesser non riesce a vederlo. Le città, le cittadine. Zindel natoinunacasadaltettopiatto,apocadistanzadauntorrente. Cosa può fare Puttermesser? Ha esordito nella vita come figlia di un antisemita. Il padre non mangiava carne kosher: diceva che era troppo dura.Nonerasuperstizioso.Avevalogoratolamadre,cheallafineaveva cedutoecompravalacarnealmercato. La scena con lo zio Zindel non ha mai avuto luogo. Quanto piace a PuttermesserlavocediZindelnellascenamaiaccaduta! (Lo zio è sotto terra. Il cimitero è una città brulicante di grattacieli giocattolo che si prendono a spallate. Nato in una casa di legno, Zindel adesso ha un tetto piatto in pietra sulla testa. Chi lo ha seppellito? Sconosciuti della landsmanshaft. Chi ha detto qualcosa sulla sua tomba? Nessuno.Chisiricordadilui,adesso?)

PuttermessernonsiricordalozioZindel.Nonseloricordanemmeno sua madre. È solo un nome in bocca alla nonna morta. I genitori di Puttermesser non hanno antenati. È per questo che Puttermesser si rallegra dell’inflessione dello zio Zindel, che parla qualche piano più in alto della drogheria cubana. Lo zio Zindel, quand’era vivo, diffidava dell’edificazione di Tel Aviv perché era un uomo pratico: la venuta del Messia non era prossima. Ma con quale naturalezza adesso, nella scena mai accaduta, lo zio immagina che Puttermesser intraprenda un viaggio versounalinguaditerradelMedioOrientecircondatadacoltelli,missili ebazooka! LascenaconlozioZindelnonhamaiavutoluogo.Nonhamaiavuto luogo perché sebbene Puttermesser osi postulare degli antenati, noi non possiamo farlo. Puttermesser non va considerata un manufatto, ma un’essenza. Chi è che l’ha creata? Non ha importanza. Puttermesser va pertantopresentatacomeundatodifatto.Varicollocataneldipartimento Riscossioni e Pagamenti, fra impiegati ebrei e collezionisti di cariche. Mentre il crepuscolo invernale tinge di nero il ponte di Brooklyn, sentiamo cosa ne pensa, lei, della tassazione delle proprietà esenti. Il ponte non è quell’arpa di cui parla Hart Crane nella sua poesia. Le colonne sono sbarre di una prigione. Le impiegate – Efimova, Korolëva, Akulova, Archipova, Izrailova – si trovano in via Kolpachni, ma il vanaglorioso generale Virein no. Il generale è in via Ogarëva. La ex moglie di Joel Zaretsky è sterile. Il commissario si mette le scarpe da ginnastica.Telefona.AncheMrFiore,ilsindacooccultoecortesedietroil sindaco,telefona.Ehi!Biografo,obiografa,diPuttermesser!Adessocosa nefaraidilei?

PuttermessereSantippe

1.LabrevevitaamorosadiPuttermesser,lesuepreoccupazioni,

isuoititoli

Puttermesser si sentiva attaccata da tutti i fronti. La notte precedente il suoamante,MorrisRappoport,unfundraiser sposato di Toronto, l’aveva piantata. Il misterioso lavoro di Rappoport comprendeva la sistemazione degli ebrei sovietici che avevano chiesto asilo lontano dai centri metropolitani. Rappoport asseriva di avere notizie fresche degli oppressi di tutto il mondo e un’intima conoscenza del malcontento di varie città dell’emisfero orientale e occidentale. Puttermesser, che aveva già quarantasei anni, sospettava che Rappoport fosse mentalmente instabile ed eccessivamente dipendente: un futuro pazzo. Rappoport si lamentava chePuttermesserleggevatroppoaletto.Lanotteprimaavevadeclamato branidalTeetetodiPlatone:

TEODORO:ChevuoidireconquestoSocrate? SOCRATE: Voglio dir questo. Un giorno Talete osservava gli astri, Teodoro, e con lo sguardo rivolto al cielo finì per cadere in un pozzo; una sua giovane serva della Tracia, intelligente e graziosa,lo prese in giro, dicendogli che con tutta la sua scienza su quel che accade nei cieli, non sapeva neppure vedere quel che aveva davanti ai piedi. La morale di questa storia può valerepertutticolorochepassanolalorovitaafilosofare,edeffettivamenteunuomosimile non conosce né vicini né lontani, non sa cosa fanno gli altri uomini, e nemmeno se sono uomini o altri esseri viventi. Ma che cosa sia un uomo, in che cosa per sua natura deve distinguersidaglialtriesserinellaattivitàonellapassivitàcheglièpropria,ecco,diquestoil filosofosioccupa,aquestaricercaconsacralesuepene.Immaginochetumisegua,Teodoro, omisbaglio?

Rappoport non la seguiva. Le tolse la mano dalla pancia. “Cosa c’è sotto,

Ruth?”ledomandò. “Esatto,”glirisposePuttermesser. “Esattocosa?” “Èquellochec’èsottocheinteressaaSocrate.” “Sei troppo vecchia per questo genere di cose,” continuò Rappoport. Aveva baffi rossicci di media grandezza, piuttosto squadrati, e denti perfetti. I denti di Rappoport attraevano lo sguardo di Puttermesser più deisuoiocchi,cosìtimidamentepigmentaticheparevanosbiancati,come quelliincolorideibustiromani.Ilnaso,invece,eraimportante,eloquente, eavevanaricigrandieprofondecheparevanomeditare.“Dacciuntaglio, Ruth.Sembriun’adolescente,”disseRappoport. “Tu non finirai mai in un pozzo,” gli rispose lei. “Non guardi mai in alto.”Sisentivasminuita.Quellenaricifilosofichel’avevanoingannata. “Ruth,Ruth,”laimploròRappoport.“Checosahofatto?” “Il punto è quello che non hai fatto. Non ti sei chiesto in che cosa l’essere umano, per sua natura, debba distinguersi dagli altri esseri,” concluse amaramente Puttermesser. Da femminista, stava attenta a non parlare mai di natura dell’uomo. Parlava sempre di esseriumani e mai di uomini.Scrivevasemprecareecari,invecedicariebasta. Rappoport si stava mettendo i pantaloni. “Sei troppo vecchia per fare sesso,”ledisseconcattiveria. La risposta di Puttermesser arrivò – socratica – all’istante: “Nel qual casononpossosembrareun’adolescente.” “Losaichehounaereodaprendere,cometivieneinmentedileggere aletto?” “Èpiùcomodochealtavolodellacucina.” “Ruth,iosonovenutoperfarel’amore!” “VolevosolofiniredileggereilTeeteto,prima.” Adesso Rappoport si era messo il cappotto, e si stava accuratamente annodando la sciarpa attorno alla gola per non lasciar entrare il freddo. Eraunanotted’inverno,maPuttermesservideinquelgestounuomoche all’età di cinquantadue anni obbediva ancora ai dettami della madre, per

quanto fossero vecchi di mezzo secolo. “Volevi solo finire il Teeteto!” le urlò Rappoport strappandole il libro dalle ginocchia. “Comincia a pagina 847efinisceapagina879,sonotrentatrépagine ” “Sonorapidanellalettura,”glirisposePuttermesser. LamattinaPuttermessersiresecontocheRappoportnonsarebbemai tornato. Lo aveva ferito. Tanto, alla fine, l’avrebbe lasciata comunque:

aveva notato che prima o poi confessava sempre quello che provava alla moglie. E non solo alla moglie. Era uno di quegli uomini che amano chiacchierare. La perdita di Rappoport non era l’unica preoccupazione di Puttermesser. Le era venuta una paradontosi. Il dentista le aveva annunciato – con una punta di piacere di fronte a quel disastro – la perdita del sessanta percento dell’osso. La perdita dell’osso, la perdita di Rappoport,laperditadell’appartamento!“Letaschesonofuoricontrollo!” le aveva detto il dentista. E le aveva dato il nome di uno specialista cui rivolgersi. L’aveva avvisata: era un’emergenza. Puttermesser aveva le gengive gonfie e i denti che rischiavano di sradicarsi. Era come se nei temibili inferi che si nascondevano sotto quelle visibili gengive vi fosse unvulcanoinattesadiesplodere.Sputòilsanguenellavandino. Era uno sfarzoso lavandino in falso marmo. Pesciolini blu nuotavano lungo le piastrelle delle pareti. Sulla tavoletta del water c’era una grossa sirena blu. Puttermesser detestava quel bagno. Detestava il suo nuovo appartamento “di lusso”, con la cucina priva di finestre che pareva una fessura, le due camerette impiccate, il bagno senza vasca, il box doccia grande quanto un ditale e lo sciacquone con il pomello in plastica azzurra. Il suo maestoso appartamento nel Bronx, sul Grand Concourse, vastocomel’Alhambra,erastatodevastatodaipiromani.Ancoraprima,i vecchiaffittuarieranomortiosieranotrasferiti,unodopol’altro.Alloro posto si erano insinuati i tossici, che avevano riempito corridoi vuoti di giornali macchiati di sangue, bottiglie rotte e fiammiferi usati disposti in file casuali, che parevano tracce lasciate dagli scarafaggi. Una sera d’estate Puttermesser era rientrata a casa dall’ufficio e si era ritrovata

senza averi: le sue scarpe erano state ridotte in cenere, il pianoforte anche, l’Ottimo scritto dall’insegnante a matita, a caratteri pieni ed eleganti, accanto a Humouresque e alla frase di apertura di Per Elisa, era svanito fra i lapilli. L’infanzia di Puttermesser era stata bruciata. La madre si era dimostrata una veggente nel portare tutti i temi della figlia in Florida! Ogni testimonianza della crescita mentale di Puttermesser sarebbealtrimentiandataperdutainquellacriminaleconflagrazione. Il nuovo appartamento era pieno di piante: Puttermesser, un tempo affetta da quello che lei chiamava “pollice nero” – morbo che causava la morte di ogni cosa verde su cui mettesse le mani –, aveva ora deciso di farsi carico della vita. Aveva trascinato nell’appartamento grossi recipienti di terracotta e sacchi di terriccio arricchito di sali minerali compratodaWoolwortheavevariempitovasirossiditerrascura.Aveva seminato e poi coscienziosamente innaffiato. Lo stesso Rappoport aveva trascinato in casa, su un carrello dalle ruote in plastica, un lungo stelo cheparevaunascaladiorecchied’orsoverdi:sostenevafosseunavocado che aveva fatto crescere a Toronto da un nocciolo. A Puttermesser ricordava gli alberi della gomma torreggianti della madre, nell’appartamento del Grand Concourse, quando al colmo dello sviluppo sfioravano il soffitto. Ogni singolo davanzale del nuovo appartamento di Puttermesser era contornato di fronde, fogliame e punte di foglie svettantioricadenti.Nellacameradalettopetalicoriaceidicoleusvenati disanguefiltravanoiltramonto.Puttermesser,sbalordita,scoprivachese prestava sufficiente attenzione aveva il potere di stimolare esplosioni di verde.Lungoleparetiombroselavegetazionefiorivarigogliosa. Eppure le giornate di Puttermesser erano aride. La vita in ufficio non scorreva pacifica. Nulla fioriva per Puttermesser. Era precipitata. Il sindaco aveva di colpo cacciato il vecchio commissario – il capo di Puttermesser, colui che dirigeva il dipartimento Riscossioni e Pagamenti – e l’aveva sostituito con un uomo che aveva sette anni meno di lei. Il nuovocommissarioaveval’ariadiunragazzostupido.Portavalacravatta annodatamorbidaeilcolloglisporgevadalcollettodellacamicia.Pareva

una tartaruga in posizione verticale. Anche gli occhi erano impassibilmente tartarugheschi. Puttermesser era disposta ad ammettere che forse, nonostante il collo che si allungava con lentezza e la testa piatta, quell’uomo non assomigliava affatto a una tartaruga. Forse era solo il nome – Alvin Turtelman – a evocare la vigile ponderatezza di quell’immobile creatura della strada. Turtelman non era uno che si pavoneggiava:Puttermessersieraaccortasubitoche,adispettodiquella studiata fissità, era più ambizioso dell’ultimo commissario, che si era accontentatodelmeroprestigioeavevausatol’ufficioallastreguadiuna tenda di seta decorata con visir e narghilè. Turtelman era paziente. Ai suoi occhioni fissi e dolci non sfuggiva nulla della vasta traiettoria che aveva davanti. Il nuovo commissario parlava di “ristrutturazione”, “funzionalità”, “mete” e “passaggi intermedi”, “livelli di scopo” e “versus equazioni”. Era infinitamente astratto. “Nulla di personale,” amava dire, ma la voce arrivava come una sorpresa: era più malleabile di quanto l’immobilità dello sguardo non lasciasse presagire. Turtelman allungava le vocali come tutti i newyorchesi. Si era portato dietro una ventina di subalterni per un’opera cui dava il nome di “pianificazione”. Costoro cominciavano la giornata tardi e la finivano presto, spostandosi da una celletta all’altra e raccogliendo curriculum. Conoscevano tutti male l’ortografiaeiloropromemoria,pienidisgrammaticature,addoloravano Puttermesser, perché i subalterni erano tutti avvocati e Puttermesser adorava la legge e il suo linguaggio. Ne aveva cara la meticolosità. PensavaallaleggecomealcarrodiApollo:avevalettotutteleletteredel giudice Oliver Wendell Holmes Jr. a Harold Laski (tre volumi) e a Sir Frederick Pollock (due volumi). Una volta, in sogno, si era ritrovata davanti a un capitano di nave ed era diventata la quinta moglie del giudice William O. Douglas: erano andati a trascorrere la luna di miele nellapampaargentina.EradifficiledireseisubalternidiTurtelman,poco versati nell’ortografia, fossero rappresentanti del sindaco o solo del nuovo commissario. Ma erano chiaramente ricognitori e spie. Denunciavano ritardi e lassismo, lavoro arretrato e rinvii, carenze ed

eccessi, sprechi ed errori. Lanciavano avvertimenti e suonavano campanelli d’allarme. Facevano pressione, minacciavano, diffidavano e davano consigli. Erano vigili e invidiosi. Fu presto chiaro che non capivanoiltipodilavorochesifacevaaldipartimento. Non lo capivano perché, si scoprì, erano lì per ragioni politiche, ed erano stati reclutati nel dipartimento di Igiene. Un gruppetto proveniva dai Vigili del fuoco. Avevano alle spalle carriere di oligarchi della nettezza urbana, delle fogne, dei canali e delle fossette di scolo, dei pericoli del nevischio e del ghiaccio, dell’inclinazione della pioggia, del gas, dei parassiti, della fumigazione, della disinfezione, della spalatura dellaneve,dellafornituraidrica,dellebuche,dellapuliziaavapore,della rimozione degli odori, della ventilazione, della detersione, dell’elutriazione. Quelli che provenivano dai Vigili del fuoco avevano in precedenza brandito lo scettro degli incendi dolosi, degli idranti, delle pompe, dei tubi di gomma (misurati in termini di peso, in chilogrammi), delle bombe incendiarie, degli stivali di gomma, della cera per mobili, della pittura rossa, dei falsi allarmi, degli sminatori e dei comandanti del corpo. Avevano padroneggiato quella serie di materialità, ma non le avevano capite. Continuavano a chiedere promemoria: erano degli “amministratori”. Questo voleva dire che erano bravi negli arresti. Non soltanto nel compiere arresti (i comandanti dei Vigili del fuoco, per esempio), ma anche nel creare battute d’arresto, come il fuso nella Bella addormentatanelbosco. Al loro cospetto il lavoro tratteneva all’istante il respiro e si fermava, come un cavallo a cui si tirino le redini per sottoporlo a un esame. Giravano attorno al lavoro rimuginando, facendo speculazioni.Noneranoingradodigiudicarlo:nonlocapivano. Masapevanoacosaserviva.Servivaperlaquotadicariche.Illavoro, seppure impenetrabile agli occhi dei feudatari, brulicava di posti. I posti producevano stipendi. Gli stipendi erano soldi. I soldi erano cariche. Il sindacoalloraincarica,Malachy(“Matt”)Mavett,alparidicolorochelo avevano preceduto, era un dispensatore di cariche, sebbene in pubblico, ovviamente, si dichiarasse moralmente contro le tangenti. Aveva da

tempo distribuito le ricompense, le cariche maggiori. Tutti i commissari erano amici politici del sindaco. A volte il sindaco aveva più amici che posti da assegnare, e allora a questo o a quel commissario veniva improvvisamente dato l’incarico di concepire un nuovo livello amministrativo: un posatoio dai vari pioli che si collocava fra le altezze dei protetti del sindaco e i gradini più nobili della pubblica amministrazione. Quando ciò accadeva, Puttermesser si ritrovava di colpo davanti una nuova truppa di referenti intermedi designati allo scopo di bighellonare fra lei e il commissario. Passava intere settimane a spiegare loro come funzionavano le cose: i referenti intermedi del dipartimento Riscossioni e Pagamenti solitamente non sapevano cosa il dipartimentofacesse. Quando lo scoprivano, si erano già dileguati: erano sempre in movimento, come sceicchi di minor prestigio diretti verso la successivaoasi.Equandoarrivavaunnuovocommissario,subitodopole elezioni (o, di tanto in tanto, dopo quella che veniva ufficialmente definita una “riorganizzazione – leggi sconvolgimento, bagno di sangue, degradazione–interna”),Puttermessersiritrovavaancoraunavoltanel santuario del commissario di turno, l’ufficio appartato con la moquette screziataeilbagnopersonale,aillustrarezelantealnuovosignoreisuoi ricchidomini. Puttermesser era ormai una veterana, del lavoro e dello scenario burocratico.Avevadimestichezzaconognirecessoeogniprecipizio.(Oh, ma non si aspettava di precipitare a sua volta.) Assisteva alle varie successioni dinastiche. (Oh, ma non si aspettava che qualcuno le succedesse.) La burocrazia era un mondo feudale e avvizzito fatto di territori, autorità e gerarchie: polveroso, a parte nei momenti topici di rovesciamentiepugnali.Puttermesservenivaconsideratautilenell’intero iter, fatto che spiegava la sua ascesa. Aveva infilato il mignolo in ogni singolo anfratto di ogni singola variazione della legge pertinente. I precedentisisusseguivanonellasuamente.Isuoititoli,mobiliefittizi,si elevavano:erapassatadaassistentedelcapodell’Avvocaturaadaggiunto alla sezione di Diritto tributario, da aggiunto alla sezione di Diritto

tributario a vicedirettore agli Affari finanziari e da vicedirettore agli Affari finanziari a Primo tesoriere. Nel frattempo si sentiva come Alice che manda giù la pozione e si restringe o che mordicchia il fungo e si allarga: ogni titolo era un morso, o un sorso, e non significava niente se non l’apprezzamento della sua persona in termini di convenienza da parte del capo di turno. I titoli di Puttermesser erano la poesia della burocrazia. La verità era che Puttermesser era diventata una sonda: era ormai in grado di seguire il percorso recondito, oscuro e segreto del denaro della città, le gallerie in cui rotolava, le trasmutazioni, gli investimenti, le moltiplicazioni, le contrazioni, i rimpinguamenti e gli ingollamenti cui veniva sottoposto. Sapeva dove arrivava e dov’era diretto. Conosceva le abitudini,inomielemogliirascibilidiunatrentinadidirigentidibanca di vario livello. Aveva lei stessa acquisito una mezza dozzina di subalterni: con loro era modesta, cortese. Sebbene si considerasse una femminista, non vi era per Puttermesser ideologia di conquista che tenesse. Non era aggressiva. Disprezzava l’assertività. La sua voce era quella di Cordelia. A casa, a letto, continuava a leggere e a sognare. Conservava, della pubblica amministrazione britannica al suo apice, una visioneromantica:gliApostolidiCambridgechediffondevanoaiquattro angolidelmondogliattiprobidiG.E.Moore,LeonardWoolfcheserviva la giustizia a Ceylon, il giovane e timido Forster che faceva lo stesso in India. Integrità. Rettitudine. E tutto in nome dell’imperialismo, del colonialismo! A New York Puttermesser perseguiva ancora il sogno meritocratico dell’immigrato: la giustizia, solo la giustizia seguirai. Il cuore le batteva per il diritto, persino per quello tributario: vedeva la democratica plebe educata alla disciplina, murales, finestrini della metropolitana che brillavano come piatti nuovi, parchi con le aiuole fiorite, destrieri dipinti con campanelli al collo che si susseguivano in giostredacapogiro. Ogni giorno, fra i corridoi vasti e spogli del Municipal Building, Puttermesser sognava una pubblica amministrazione ideale: la dedizione

alla polis, il commovente amore dei cittadini per la civitas, le norme leggeredellaragioneedelbuonsenso.Lacittàunanazioneinminiatura piena di patrioti: niente stolti o sciovinisti, solo patrioti sinceri e sereni. Un atteggiamento di ironico affetto per le idiosincrasie della singola patriadiognuno,ognidistrettounapiccolaterranatia,gaudionelBronx, euforia nel Queens, oh Richmond felice! Bambini sui roller, e lungo il pontediBrooklynilmosaicocoloratodeijoggerscherespiranoconforza sulleacqueverdicheabbraccianolapatria.

2.LacadutadiPuttermesserelastoriadelgeneregolem

Turtelman mandò la segretaria a chiamare Puttermesser. La segretaria eraarrivatadapoco,un’accolitaossutadimezz’età,brizzolataeirritabile, che Turtelman aveva portato con sé quando aveva lasciato il dipartimento di Igiene. Aveva sopracciglia folte che andavano verso l’alto.“Nonèesattamenteilmomentomiglioreperme,perquestacosa,” si lamentò Puttermesser. Era come se Turtelman non si fidasse del telefono per quel compito. Puttermesser sapeva cosa aveva in mente il commissario:volevachequalcunogliinsegnasse.Eraconfuso,disperato. A dispetto della sua ambizione, era solo un bambino nudo e timoroso. Il suo ufficio si trovava accanto alla minacciosa stanza dei computer, che era appena stata allestita. Lungo le pareti, i fianchi duri delle macchine brillavano di macchioline e luci. Puttermesser sentiva, oltre il muro divisorio, il frastuono vellutato di migliaia di microchip, un mormorio sottile come un filo, come se i softwaristi, tipi in scarpe da ginnastica e dai capelli lunghi, avessero deciso di collocare delle lire sui grossi davanzali in pietra del Municipal Building. Mentre seguiva l’ossuta accolita, Puttermesser ebbe un moto di pietà per Turtelman: il sindaco aveva chiamato esigendo informazioni – cifre, indici, raccolte dati, proiezioni – e il povero Turtelman, reduce da una formazione a metà nellaterradelladetersioneedell’elutriazione,ilobifrontaliancorainclini alla riparazione di macchinari per la pulizia delle strade, esitava sconcertato.Nonavevarispostedadarealsindacoenessunaideadidove queste si celassero: le stesse domande, ahimè, gli si abbattevano sulle

orecchiecomesefosserostateformulateinlinguastraniera. La segretaria spalancò la porta dell’ufficio del commissario, si fece da parteperfarpassarePuttermesseresiallontanòfuribonda. PoveroTurtelman,pensòPuttermesser. Ilcommissarioparlò.“L’abbiamolasciataaspasso,”disse. “A spasso?” chiese Puttermesser. Era un freddo martedì mattina di metà gennaio. In quel momento, parecchio a sud del Municipal Building, a Washington DC, si preparavano a insediare il nuovo presidente degli Stati Uniti. L’alta politica coronava la giornata. Le burocrazie di tutto il mondo oliavano i cardini, i cancelli si aprivano e si chiudevano, le scrivanie si svuotavano e si riempivano. La saliva di Turtelman montava comeunamarea:gliluccicavasuidenti. “E per quanto riguarda il pomeriggio,” continuò il commissario, “è sollevata da ogni incarico. Nulla di personale, mi creda. Non la conosco nemmeno.Stiamoristrutturando.Èunpeccatocheleinonsiaunpo’più vecchia. A quarantasei anni non può andare in pensione.” Allora il suo curriculuml’avevaletto.Almenoquello. “Sonovecchiaabbastanza,”glirisposePuttermesser. “Non per la pensione. Avete un buon sistema pensionistico, qui. Vi invidio. Ci prosciugate.” Turtelman fece schioccare i denti: stava per tirare una stoccata. “Noi comuni mortali, non abbastanza fortunati da lavorarenellapubblicaamministrazione,nonpossiamopermettercigente delvostrocalibro.” Puttermesser dichiarò con orgoglio: “Mi guadagno i miei soldi. Ho avuto il punteggio più alto dell’intera città agli esami di management di primo livello. Sono stata caporedattore della ‘Law Review’ di Yale. Mi sonolaureatainstoriaaBarnardconlodeemenzione,summacumlaude, PhiBetaKappa ” Turtelman la interruppe: “Mi dia due o tre settimane e troverò un posticinoperlei.Mifacciovivoio.” QuestelemodalitàdellacadutadiPuttermesser.Ignobili.Puttermesser nonimmaginavacheilpeggiodovesseancoraarrivare.Tiròfuorilevarie

cartedaicassettieleportòinunacellettaprivadifinestrechesitrovava infondoalcorridoiorispettoalsuovecchioufficio.Perunpaiodigiorni gliexcolleghievitaronodiguardarlanegliocchi.Poinonfeceropiùcaso allasuapersona.Eraarrivatoilsostituto.SitrattavadiAdamMarmel,un ex dell’ufficio Emergenze, un compagno di università di Turtelman alla NYU, che aveva studiato, come lui, Cinematografia. Puttermesser trovava la cosa interessante, il dipartimento Riscossioni e Pagamenti era ora in manoaragazzicuierastatoinsegnatoainseguireleillusioni,adandarea caccia di ombre sfuggenti con un sottilissimo retino. Erano attratti dall’oscurità, dove imperversavano emozioni fraudolente. I due erano, oltretutto, amici intimi, viaggiavano spesso in coppia. Il sindaco aveva nominato Turtelman. Turtelman aveva nominato Marmel. Marmel era succeduto a Puttermesser, che ora leggeva il “Times” privata della luce, isolata, depredata, dimenticata. Una reietta. Il venerdì successivo le arrivò,comesempre,lostipendio.Manessunolainvitòausciredallasua celletta. In pieno orario lavorativo – in realtà non lavorava più, era assolutamenteoziosa–Puttermesserscrisseunaletteraalsindaco:

All’onorevoleMalachyMavett

SindacodellaCittàdiNewYork

CityHall

GentilissimoSindaco, il commissario da lei recentemente nominato al dipartimento Riscossioni e Pagamenti, Alvin Turtelman, ha privato un bravo funzionario di nobile carattere, di vasta e appassionata esperienza, del suo lavoro. Quel funzionario sono io. Il commissario Turtelman ha distrutto unacarrieranelpienodellasuaattivitàsenzaun’udienza,senzaundebitoprocesso,senzauna speranzadiappelloodiricorso(aeccezione,signorSindaco,dellasuapersona!).Avvalendosi diunlessicoesentedaemozioni,habrutalmenteestromessoinunsoloistanteunfunzionario di alto livello, politicizzando un mestiere rimasto a lungo immune da avanzamenti esterni di carriera. Onore, dignità e continuità sono state spazzate via in un solo istante! Sono stata professionalmente ferita e personalmente umiliata. Sono stata resa inutile. La stesura di questerighe,ilcruciverbaacuilavoro,lapennachetengoinmanocostanoaicontribuentiil miointerostipendio.Nessunomidegnadiunosguardo.Provanotuttiimbarazzoevergogna. All’inizio un paio di ex colleghi sono venuti a farmi le condoglianze in questo ufficetto abbandonato(incuinonfaccionulla),maquestoèaccadutosoloall’inizio.Ècomeassistereal

miofunerale,signorSindaco,proviaimmaginare! Signor Sindaco, vorrei sottoporre alla sua attenzione parecchie questioni urgenti. Le sarò grata del sollecito parere che vorrà darmi in merito a tali interrogativi, che riguardano le amiciziepolitiche,leconoscenzeeilpotere. 1. È consapevole del trattamento iniquo cui è sottoposto il personale dell’ufficio Procedure abbreviatedeldipartimentoRiscossioniePagamenti?

2.Secosìè,ècontentodellanaturadell’amministrazionechelarappresenta?

3. È veramente suo desiderio erodere e minare la professionalità della pubblica amministrazione,unodeglistrumentipiùgiustiedequidelgovernodemocratico? 4. L’azione perentoria del commissario Alvin Turtelman è veramente espressione della sensibilitàchelecompete,cosìgiustaedesuberantementeumana? Nellacittà,nellostato,nelmondo,signorSindaco(èunacosachehoavutomododiosservare per anni), il potere e le conoscenze non vengono mai chiamati potere e conoscenze. Vengono chiamatiprincipi.Vengonochiamatidemocrazia.Vengonochiamatidiscernimento.Vengono chiamati fare del bene. Vengono chiamati ristrutturazione. Vengono chiamati esigenze. Vengonochiamatimiglioramento.Vengonochiamatifunzionalità.Vengonochiamatibisogni comuni.Vengonochiamatigoverno.Vengonochiamatigestionedell’ufficio,deldipartimento, dellacittà,dellostato,delmondonell’interessedellagente. Signor Sindaco, l’assegnazione delle cariche viene chiamata in tutti i modi tranne assegnazionedellecariche!

Puttermesser non sapeva se la sensibilità di Malachy (“Matt”) Mavett fossedavverogiustaedesuberantementeumana.L’avevascrittosoloper lusingarlo. Aveva visto il sindaco in carne e ossa solo un paio di volte, a deimeeting,dalontano.L’avevavistoancheintelevisione,unadomenica mattina, a una conferenza stampa, ma quella volta il sindaco si era mostrato insolitamente cauto e sobrio. Davanti alle telecamere era stato neutro, non aveva mostrato alcuna sensibilità. Si era rivelato quasi trasparente. I suoi baffi bianchi erano arruffati. I capelli, bianchi anche loro,gliricadevanosulletempiecomespagoarrotolato. Puttermesser trovava quella lettera avvincente, di grande effetto. A casa, la sera, battendola a macchina, si immaginò il sindaco trafitto da tanta fervida eloquenza. Come si sarebbe pentito, come si sarebbe commosso! Le arrivò un altro stipendio. Non ammontava alla solita cifra: glielo avevanoridotto.L’ossutaaccolitacomparveconunpromemoriadaparte di Turtelman: Puttermesser doveva abbandonare la sua spoglia celletta e

andare in un ufficio con vista sul Woolworth Building, dove avrebbe ripresolasuatristevitadidemansionata. Turtelmanl’avevasbattutaailivellipiùbassidellaTassazione.Eraun posto improbabile per una mente superfetata dall’Idea. Dietro a quel trasferimento, Puttermesser scorgeva la malignità. Il suo successore non voleva più ritrovarsela davanti. “Non sono uno che si mischia col fallimento,” aveva sentito Adam Marmel dire a un revisore dei conti. Puttermesser viveva ora circondata da revisori di bilancio: uomini dalla menteristretta.Costoroleggevanobestseller.Avevanoleditamacchiate dai quotidiani cui si aggrappavano quando condividevano il viaggio in macchina verso il Municipal Building o si trovavano sulla metropolitana che prendevano nel Queens. Uno di loro, Leon Cracow, uno scapolo di ForestHillscheportavacravattiniesaddleshoes,avevaunatediosacausa incorso:unavoltaavevalettounromanzoesierariconosciutonell’eroe. Il protagonista portava cravattini e saddle shoes. Cracow aveva citato l’autore per diffamazione. “Vi si calunnia la mia intera vita amorosa,” si era lamentato con Puttermesser. Teneva il romanzo sulla scrivania: era un libro oscuro di cui nessuno aveva mai sentito parlare, pubblicato da una nebulosa casa editrice californiana. Cracow l’aveva comprato usato per ottantanove centesimi e vi rimuginava sopra ogni giorno. Girava le pagine umettandosi ripetutamente due dita. Il romanzo si intitolava La ripicca di Picca. Il personaggio principale era un revisore dei conti di nome John McCracken. “McCracken,” ripeteva Leon, “praticamente è come dire Cracow. È identico. Nel libro il tipo va a prostitute. Io non lo faccio! Questo farabutto non ha capito niente di me! Sta distruggendo la mia reputazione.” A volte Cracow chiedeva a Puttermesser un parere sull’ultima mossa del suo avvocato. Puttermesser lo incalzava. Credeva nell’uso della fantasia. “Uno, o una, dovrebbe vedersi ovunque,” diceva. “Ognicosacimanifesta.” Lafontesegretadiquelmottoera,inrealtà,ilsuovecchiopalazzosul Grand Concourse. Su un arco in pietra sopra il vasto portone, e anche nellamentelealediPuttermesser,eraincisaincaratterilatinilaseguente

scritta: LONGWOOD ARMS, N. 26. GREENDALE HALL, N. 28. OGNI COSA CI MANIFESTA.

Il costruttore aveva pensato in grande, e Cracow ne era soddisfatto. “Ruth,” disse rivolgendosi a Puttermesser, “tu batti tutti.” Ci stava come al solito provando. “Un concerto, uno spettacolo, devi solo dirmi quale. Sonounpatitodicinema.” “SeiperfettoperTurtelmaneMarmel,”glirisposePuttermesser. “Nondirei,”replicòCracow.“Nelmiocasoèsolonostalgia.Ilmiofilm preferito è Cento uomini e una ragazza, con Deanna Durbin, Leopold Stokowski e Adolphe Menjou. Sobrio, tenero, mica come i film di oggi. Un classico leggero. Dài, Ruth, è al Museum of Modern Art, nel sotterraneo.” Puttermesser lo respinse. Sapeva che non si sarebbe mai sposata, ma nonsieraancorariconciliataconl’ideadinonaverefigliofiglie.Avolte ilpensierochenonavrebbemaipartoritolespezzavailcuore. Si immaginava delle figlie. Era una forma di egoismo: erano tutte copie di lei bambina. Si immaginava una figlia in quinta elementare, poi in seconda media, poi al secondo anno delle superiori. Puttermesser aveva fatto le superiori all’Hunter College e aveva studiato latino. A Barnard non aveva rinunciato a Catullo e a Virgilio. O infelix Dido, declamava la figlia immaginaria mentre faceva i compiti di latino seduta alla nuova scrivania danese di Ruth nell’angolo buio della stanzetta. Era un rettangolo di tek. Puttermesser non aveva ancora comprato una lampadaperlascrivania.Detestavailfattodiaveretuttimobilinuovi. Dal sindaco non arrivò alcuna risposta: nemmeno la cartolina di un subalterno che potesse fare da riscontro. Malachy (“Matt”) Mavett la ignorava. Rappoport aveva lasciato il “Times” della domenica, comprato la sera prima all’aeroporto, a casa di Ruth. L’aveva lasciato, intonso, sulla scrivania danese. Puttermesser si scaraventò a piedi nudi giù dal letto, scavalcò Platone e afferrò il giornale. Rimuginò sul petto villoso di Rappoport, che da rosso stava diventando giallo. Adesso la figlia, ancora allesuperiori,stavaimparandoamemorial’ErlkönigdiGoethe:

DemVatergrausets,erreitetgeschwind,

ErhältinArmendasächzendeKind,

ErreichtdenHofmitMüheundNot;

InseinenArmendasKindwartot.

Quelle parole le fecero venire da piangere. Il bambino era morto. Era morto fra le braccia del padre. Puttermesser tornò a letto, portandosi dietro il “Times” di Rappoport. Le pesava come un bambino morto. L’inserto da solo era di un peso sovrumano. Pubblicità. Consumismo. Capitalismo. Pagine su pagine di macchine, cioccolatini finemente stampati, collane, whisky ambrati. Opulenza mentre i poveri si appostavano, aggredivano e derubavano, nascosti negli ascensori, si sparavano droga nelle vene, puntavano pistole nelle schiene fragili e tremolanti di anziane nonne, facevano scattare le lame di coltelli dal manico lucente in recondite pozze di oscurità: nelle trombe delle scale, neivicoli,dietroaimuri,neifossi. Nel letto di Puttermesser giaceva una ragazza nuda. Sembrava morta:

era bianca, esangue. Era come se fosse stata appena colta da un attacco epilettico: la lingua le pendeva dalla bocca. Le palpebre erano rigidamente socchiuse, non avevano ciglia e la loro pelle era così tesa e sottile che i bulbi oculari sporgevano. Aveva le mani aperte: erano di un bianco trasparente. Le braccia erano stecchini freddi. Sulla lingua si intravedevaunquadratinobianco.Laragazzanonassomigliavapernulla a Puttermesser. Non era di certo una delle sue figlie immaginarie. Puttermesser si spostò a un lato del letto, poi passò dall’altra parte disegnandounsemicerchio.Simiselepantofole.Chiamandolaragionea raccolta,fecepiùgiriattornoalletto.Nonc’eranodubbichequellofosse un corpo vero. Allungò un braccio e sfiorò la spalla destra della ragazza:

una polvere rossastra le ricoprì le dita. Sul corpo pareva essersi depositataunapellicoladisabbia,diterra,dipolvere,unasortadiargilla chiara. Sporcizia. Una tossica, o una prostituta, sporca. O entrambe. Sporcizia e malattia. Quando se ne era andato nel bel mezzo della notte, Rappoportnonsierapreoccupatodichiuderelaportadell’appartamento.

Dio solo sapeva dove la creatura si fosse nascosta, cos’avesse rubato o rovinato. Si era infilata nel letto quando Puttermesser era di spalle. Un lettocosìcivile,lacasadiPlatoneealtreelevateletture.Ilcorpoavevaun chediperpetuo,comesegiacesselì,nellettodiPuttermesser,dasempre. Eppure era il corpo di una bambina, con le membra allungate, lasse e languide. Quell’esserino non poteva avere più di quindici anni. Puttermesser vide che aveva i peli pubici curiosamente radi. I seni, poi, erano quasi inesistenti. Continuò a ponderare e a girare attorno al letto:

doveva chiamare il custode, o forse un’ambulanza? New York! Che vantaggio c’era nel vivere in una scatoletta quadrata, con i soffitti bassi, sulla Settantunesima Est, con un padrone di casa rancoroso, un portiere con l’uniforme da ammiraglio, se poi c’erano infiltrati, tossici, invasori esattamentecomesulGrandConcoursecadutoindisgrazia? Puttermesserscrutòilvisodellacreatura.Erabrutto.Ilnasoelabocca erano goffamente plasmati, come fossero stati rifiniti con negligenza da unamanogrezza.Ilsettoerascentrato,lenaricisgradevolmentelontane. Laboccaeraincondizionianchepeggiori:scentrataanchequella,maper certi versi forgiata ancora più distrattamente, con le labbra che non combaciavano, il labbro inferiore poco più di una linea, quello superiore incredibilmentegrassoegonfio,elalinguastretta,conlachiazzabianca, cheprotrudeva.Puttermesserallungòlamanoconl’ideadirimediarealla situazione ma poi la ritrasse. La polvere le lasciò ancora una volta ovali rosso scuro sui polpastrelli. Ma era chiaro che le narici avevano bisogno di un pizzicotto che le avvicinasse, e Puttermesser ne azzardò uno. La situazione migliorò in modo impressionante. Ruth soffiò nella narice sinistra per togliere un ciuffo di polvere. Il ciuffo si solidificò e rotolò comeunaperlad’argilla.Conschizzinosalentezza,Puttermesserspinseil naso verso il centro, allineandolo allo spazio che avrebbero dovuto occuparelesopracciglia.Lesopracciglianonc’erano,comenonc’eranole ciglia, le unghie delle dita e quelle dei piedi. La creatura era difettosa, incompiuta. La bocca in particolare richiedeva di essere portata a termine.Puttermessersimiseaplasmareeriplasmareillabbrosuperiore

ribellecominciandoaprendercigusto:avrebbevolutoessereunpittoreo unoscultore.Centròlabocca,rimpolpòillabbroinferioreconunaveloce torsione delle dita, appiattì la gobba di quello superiore. La lingua ostacolava il lavoro. Staccò il quadratino bianco e spingendo forte la ricacciòdentrolabocca. Il pezzettino bianco le luccicava nel palmo. Sembrava solo una normalestrisciolinadicarta,maPuttermesserpensòdimetterlodaparte per guardarlo con più attenzione dopo: si allontanò dal letto e lo appoggiò sulla scrivania di tek, in un angolo. Poi si riavvicinò al letto e scrutò il corpo da capo a piedi per vedere se vi fosse altro da rettificare. C’era un indice che aveva bisogno di essere allungato e Puttermesser lo tirò. Il dito scivolò come se non avesse ossa, come una caramella mou fredda ma non appiccicosa e intrigantemente duttile. Ma lo spettacolo di unditosenzaunghiarimanevascioccante.Puttermesserindietreggiò.Per quanto il viso fosse adesso abbastanza normale, c’era qualcos’altro che doveva fare. Qualcosa balenava sul pezzo di carta che aveva tolto dalla lingua: il quadrato bianco era vuoto. Ma non era semplicemente vuoto. Puttermesserloappoggiòalpalmodellamanoeandòversolafinestra,in cercadiluce.Sopraesottoildavanzaleivasieranotuttirotti,lepiantesi allungavano in modo scomposto. Le radici, scheletriche e pelose, erano state strappate all’abbraccio della terra: o meglio, la terra era stata scavata.Avevanorubatodellabanaleterra.Puttermesser,ilpezzodicarta biancoancorainmano,vagòdaunafinestraall’altra.Nonvieravasoche non avesse subito un atto vandalico: quello grosso in terracotta di Rappoport era ridotto in cocci, l’avocado era stato spaccato in due. Sporadici granelli di terra velavano il pavimento come cipria. Non vi era pianta che non fosse stata molestata: avevano preso tutta la terra dell’appartamento,l’avevanoportatavia,l’avevanorubata. Nellacameradalettolasagomadellaragazzacontinuavailsuosonno letale. Puttermesser sollevò il pezzettino di carta esponendolo alla luce della finestra. Dal biancore del quadrato emergeva un altro biancore, come se dall’assenza originaria una seconda versione di assenza lottasse

per venire a galla. Per Puttermesser era come se il bianco dei suoi stessi occhiriuscisseimprovvisamenteavederequellochelavolenterosaretina aveva scansato. Non si trattava infatti tanto di una visione quanto della nitidezza di una lettura, e quello che Puttermesser lesse – lei, che aveva passioni intellettuali votate a ogni alfabeto – fu una singola primordiale parola ebraica, scintillante nella sua luminosa sacralità, il Nome dei Nomi, quello che uno non osa pronunciare invano. Puttermesser declamò:

che uno non osa pronunciare invano. Puttermesser declamò:

alchel’inertecreatura,comeseunascossaelettrical’avesseperforata, comeseunprincipiodiistantaneavitalitàl’avessecolpita,balzòinpiedi. Puttermesser vide le unghie delle mani guadagnare rapidamente il loro posto, quelle dei piedi anche, le sopracciglia e le ciglia pure: la ragazza era completa. Sulla fronte comparve un assembramento di lentiggini. I capelli e i peli del monte di Venere si infoltirono, si arricciarono, diventaronolucentierossoscuro:ilcoloredell’argilla.Lacreaturasialzò con l’intento di camminare. Lo fece in modo maldestro, rovesciando la sedia della scrivania e inciampando nel cassettone con lo specchio. Malata,intontitadaifarmaci,ubriaca.Unvandalo,unaladraditerra! “Prendi i tuoi vestiti e vattene,” le intimò Puttermesser. Dov’erano i vestiti della creatura? Non ne aveva. A ogni istante che passava pareva meno pallida. Barcollava in giro per la camera con la sola pelle addosso. Diventavarosea.Leguanceelemaniavevanouncoloreacceso.Labocca, opera di Puttermesser, era vivida. Puttermesser si precipitò verso l’armadioetiròfuoriunacamicia,unagonna,unacinturaeuncardigan. Dai cassetti estrasse un reggiseno, dei collant e un paio di mutande. Rimanevano solo le scarpe. “Tieni,” disse, “dei sandali, è tutto quello che ti posso dare. Aperti davanti e aperti dietro, dovrebbero andarti bene. Vestiti.Possodartiunvecchiocappotto.Muoviti.Sieditisulletto.Mettiti addossoquestaroba.Seifortunatachenonchiamolapolizia.” La creatura si allontanò barcollando dal letto e si diresse verso la

scrivaniaditek. “Faicometidico!” La ragazza aveva preso un blocco e una biro e si era messa a scarabocchiare con stupefacente velocità. Le dita, anche quello che era appena stato allungato, erano ritmicamente coordinate. Puttermesser notò che la creatura teneva la penna come una navigata scrittrice: come se i colpi di biro fossero leccate di lingua o l’estensione di dita pensanti. Ruthsistupìnelvederechequellaladraditerraeraingradodileggeree scrivere. In quale lingua? E avrebbe nuovamente cercato di ingoiare quellochescriveva,lasciandodietrodiséun’unicaparolaintoccabile? Lacreaturastaccòlapaginamacchiatadialfabetodalblocco,sidiresse traballante verso il letto continuando a tenere il blocco in mano e appoggiòilfogliosulcuscino. “Che cos’hai? Non riesci a camminare?” le chiese Puttermesser. Le vennero in mente alcuni bambini malati che conosceva, colpiti da melanconicodeperimentoebarcollamenti. Malarispostaeragiàsullacarta.Puttermesserlesse:“Nonèdamolto che mi reggo su queste membra. Fra poco anche l’andatura verrà. Pensa alpuledroappenanato.Lamiasituazionenonèdissimile.Ognilinguami appartiene,soprattuttoquelladimiamadre.Malaparolamiènegata.” Una pazza! Una matta! Da sola in casa con una maniaca. Una sordomuta a cui mettere le scarpe. “Vestiti,” le ordinò di nuovo Puttermesser. Lacreaturascrisse:“Ascoltocoleichemihacreataeleubbidisco.” “Equestocosadiavolosignifica?”domandòPuttermesserseccamente. La creatura scrisse “Mia madre” e poi si infilò nei vestiti di Puttermesser,maconsequenzecorporeeirregolari:piùacquisivavitalità, piùparevaunacosa. Puttermesser era impaziente. Non vedeva l’ora di sbattere la creatura fuori.“Mettitilescarpe,”leordinò. Lacosascrisse:“No.” “Mettiti le scarpe!” le ripeté Puttermesser urlando. Poi mise l’indice a

mo’ di segnale stradale e lo puntò in direzione della porta. “Vattene da doveseivenuta!” La cosa scrisse: “Niente scarpe. Questo è un luogo sacro. Non ci sono entrata. Sono stata plasmata. In questo luogo tu hai pronunciato il nome del Dispensatore di vita. Hai soffiato nella mia narice e hai spronato la mia anima. Hai girato sette volte attorno alla mia argilla. Mi hai avvolta con il tuo spirito. Hai pronunciato il Nome e mi hai donata a me stessa. Pertanto,tichiamomadre.” I polmoni di Puttermesser cominciarono ad agitarsi. Era vero che aveva girato attorno alla creatura sdraiata sul letto. Per sette volte? Era vero che le aveva tolto della materia estranea dal naso soffiando. Aveva soffiato qualche forza soprannaturale in una delle aperture di quel corpo dormiente? Era vero che aveva pronunciato ad alta voce uno dei Nomi delCreatore. Lacosascrissedinuovo:“Madre.Madre.” “Vattene!” Lacosascrisse:“Tumihaicreata.” “Io non ti ho partorita.” Puttermesser non avrebbe mai partorito. Eppure aveva plasmato quella bocca: la bocca muta della creatura. Guardòlaboccaevidequellocheavevafatto. Lacosascrisse:“Laterraèlamiacarne.Nelnomedellamiacarne,hai trasportatoterrainquestoluogoelevato.Chenomemidarai?” Puttermesser fu investita da una nuova ondata di agitazione. Aveva sempreimmaginatounafigliadinomeLeah.“Leah,”disse. “No,” scrisse la creatura. “Il mio nome è Leah, ma io voglio essere Santippe.” Puttermesser le rispose: “Santippe era una bisbetica. Santippe era la mogliediSocrate.” “IovoglioessereSantippe,”scrisselacosa.“Sotuttoquellochesaitu. Sono fatta di terra, ma anche della tua mente. Adesso guardami camminare.” La cosa camminò, saldamente, con passo pesante e sicuro e senza

vacillare. Scrisse sul blocco: “Sto diventando più forte. Tu mi hai creata. Iotisaròutile.Nonmandarmivia.Chiamamiconilnomechepreferisco, Santippe.” “Santippe,”ripetéPuttermesser. Puttermesser cedette. Ansimava. Si rese conto che la creatura non stavaassolutamentementendo:avevadeigranelliditerrasottoleunghie. Quella notte, in un’ora non meglio identificata dopo la partenza di Rappoport, Puttermesser aveva dato forma a un’apparizione. L’aveva risvegliata alla vita secondo i dettami della tradizione. Santippe era un golem, e cosa non aveva letto la poliedrica Puttermesser sul genere golem! Puttermesser ordinò: “Bene, vai a guardare nella libreria. Portami tuttoquellochetrovisulgenerecuiappartieni.” Lacreaturasiaggiròfreneticaperilsalottoesiaffrettòatornarecon due volumi, uno per mano. Stringeva la biro fra le labbra, pronta all’uso. Lasciòcadereilibrisullettoescrisse:“Sonoilprimogolemfemmina.” “No, non lo sei,” precisò Puttermesser. Era chiaro che la creatura andavarettificata.Puttermesserscorselepaginediunodeiduelibri.“Ibn Gabirol ha creato una donna. In Spagna, molto tempo fa, nell’XI secolo. Poiilreglihadatounalavatadicapoperquell’attodinecromanziaelui l’ha smantellata. La creatura era di legno e aveva dei cardini: non ha avutodifficoltàasmontarla.” Lacreaturascrisse:“Quellononeraunverogolem.” “Vaiasedertiinunangolo,”lerisposePuttermesser.“Voglioleggere.” Lacreaturaobbedì.Puttermessersiimmerseneiduevolumi.Liaveva già letti molte volte, alcuni passi li conosceva quasi a memoria. Uno, un testovecchioesingolare,unatraduzioneinglesecuriosamentemaldestra (era stato stampato in Austria nel 1925), aveva la fascetta verde delle biblioteche: nonostante il senso di civica vergogna, Puttermesser non l’avevamairestituito.L’avevapresoinprestitoallasuccursalediCrotona Park alcuni decenni prima, quando era ancora adolescente. Il libro aveva delle fotografie, di una nitidezza incandescente: immagini di tombe, di

una statua, dell’interno con lampadari di una sinagoga di Praga – la Altneuschul –, della sua sagoma alta e puntuta, dei due grandi orologi, uno sotto la cupola della venerabile Casa della comunità ebraica e l’altro sopra.Dall’altrapartedellastradarispettoallaCasadellacomunitàc’era un negozio con un’insegna a caratteri maiuscoli: V. PRESSLER. Sotto l’insegna un dandy azzimato con le mani in tasca, un paio di baffi e un cappello floscio di feltro nero ciondolava in eterno. Per quanto familiari, statiche, pungentemente nitide fossero quelle immagini, Puttermesser ne percepiva la fatica e l’antico dolore: erano spettri. V. PRESSLER era un granello di terra, le case erano aria, il dandy si era dissolto. Col cuore colmodimeraviglia,Puttermessersieraaggirataspessofraquellestrade vetuste e quelle strutture disordinate. “Tu non hai sentimenti,” le aveva detto una volta Rappoport: intendeva dire, con quelle parole, che Ruth aveval’abitudinediarrossireperun’ideacomesefosseunapassione. Ed era vero. L’intelligenza di Puttermesser, resa spinosa dalla confusione di un eccesso di storia, era una distesa privata e gibbosa, ingombra delle macerie di una statuaria primordiale. Ruth era dolorosamente antropologica. Le civiltà rotolavano nella sua cassa toracica una pietra incisa dopo l’altra: caratteri cuneiformi, rune, crittografie. Puttermesser aveva sgombrato il campo da allegorie e metafore: non era una mistica, un’entusiasta, una spiritualista, un’estatica, una cabbalista. Aveva una mente limpida. Era una razionalista.Adispettodellefiglieimmaginarie–cheincludevafrailutti –noneraaffattoattaccataaideediombreospettri,perquantocorporei questipotesseroapparire,emenochemaiall’ideadiungolem:ungolem era l’ultima cosa, soprattutto adesso che lo aveva fra le mani. Ciò che la faceva restare di sasso era il tipo di intelligenza (infinitamente sobria, pragmatica, priva di immaginazione e razionalista come la sua) cui il golem si accompagnava, cui si accompagnava, nello specifico, quella scioccante manifestazione di pura carne e assoluta essenza. Il caso classico del golem di Praga, per esempio. Il grande rabbino Jehuda Löw (1520-1609 circa), artefice della nota creatura, poteva difficilmente

considerarsi una di quelle anime mistiche dedite a liberi parti della fantasia o a romanticismi. Era un uomo ragionevole, di un’intelligenza caustica,unvalidostudioso,uncapopragmatico:uneruditochefacevale veci del sindaco. Aveva capito che la triviale linea politica adottata dalla sua città, sempre permeata di interessi religiosi, era andata troppo oltre. Stavano uccidendo, per farla breve, gli ebrei di Praga. Era diventato pericoloso, per un ambulante, dispiegare la propria merce, o per un mercante aprire il proprio negozio. Una madre con una bambina piccola non osava svoltare in un vicolo. Per le strade correva sangue vero, sulla base di mere voci di fatti di sangue: cittadini di ogni ceto – non solo vagabondi – andavano in giro mormorando che gli ebrei avevano impastato corpi di bambini cristiani e li avevano usati per le ostie della loro sacra Pasqua. Ebrei che facevano da capro espiatorio, esposti, vulnerabili, senza amici, inermi! Quegli stessi ebrei cui il codice alimentareproibivadimangiareunuovodiaiacontaminatodallaminima briciola di sangue fetale! Era stato così che il rabbino Jehuda Löw, per difenderegliebreidiPragadailoropredoni,avevadecisodidareformaa ungolem. Puttermesser conosceva bene il metodo di fabbricazione usato dal grande rabbino Jehuda Löw. Era un metodo classico. Era, come spesso accade in questi casi, qualcosa di ordinario. Il rabbino aveva cominciato entrando in un sogno paradisiaco dove aveva chiesto agli angeli di consigliarlo.Larispostaeraarrivatainordinealfabetico:afar,esh,mayin, ruach. Terra, fuoco, acqua, spettro. Assistito dal cognato Isaac ben Shimshon e dall’allievo Jacob ben Chayim Sasson, aveva cercato purezza interioreesantificazionepregandoefacendoimmersionirituali.Poiitre eranouscitiederanoandatiacreareunuomodiargillapressounlettodi fango sulle rive della Moldava. Erano usciti in tre. Erano tornati in quattro. Avevano lavorato alla luce delle torce, recitando in continuazione salmi, per plasmare una figura umana. Isaac ben Shimshon, discendente dei sacerdoti del Tempio, aveva girato sette volte attornoalmucchiodiargillacheemergevadalterreno.JacobbenChayim

Sasson, un levita, aveva fatto altri sette giri. Poi era stato il turno del granderabbinoJehudaLöw,cheavevafattounsologiroeavevainfilato una pergamena con il Nome nella bocca d’argilla dell’uomo. Il sacerdote rappresentava il fuoco. Il levita l’acqua. Il grande rabbino Jehuda Löw si definivaspiritoespettro,oppurearia.L’uomoditerragiacevainertesulla terra,unsimilepostosopraaunsimile.Ilfuoco,l’acqua,l’ariacantarono a una sola voce. “E lui insufflò nelle sue narici il soffio della vita. E l’uomo divenne un’anima vivente”: al che il golem si scaldò, divenne rosso fuoco e si levò! Si levò per diventare il salvatore degli ebrei di Praga. Sulla sua fronte erano incise le tre lettere che costituiscono la parolaveritàinebraico:alef,mem,tav. LastoriaPuttermesserlaconosceva,nellesuevarieversioni,dacimaa fondo. “Erano usciti in tre. Erano tornati in quattro”: poi il golem aveva punito i massacratori, i persecutori, i predoni! Aveva ripulito Praga dal maleedall’infamia,dalladegenerazioneedall’assassinio,dalvizioedalla perfidia! E quando alla fine aveva deciso di abbattere il golem, il grande rabbinoJehudaLöwerasalitosuunascala(ungolemdiventaognigiorno più grosso), aveva allungato il braccio fino a raggiungere la fronte della creaturaeavevacancellatolaletteraalef.Ilgolemsieraimmediatamente accasciato a terra esanime: era stato restituito all’argilla priva di spirito. Senza la alef, le restanti lettere, la mem e la tav, davano met: morto. Il corpo del golem era stato trascinato nella soffitta dell’Altneuschul, dove ancora si trovava in mezzo a ragnatele sempre più fitte. “Nessuno può toccare le ragnatele,” narrava una delle storie “perché chiunque le tocca muore.” Per Puttermesser la meraviglia di quella storia non risiedeva in nessuna delle sue notevoli parti, per quanto familiari le fossero, né nel fatto che la storia si ripeteva. Il golem ritornava, naturalmente. Era passato dall’esilio babilonese a quello europeo. Seguiva gli ebrei. Nel III secolo il rabbino Rava ne aveva creato uno e l’aveva mandato a Rabbi Zera, che non si era accorto che si trattava di un golem fino a che non aveva scoperto che la creatura non parlava. A quel punto si era reso

conto della vera natura della cosa e l’aveva sgridata: “Devono averti creatoimieicolleghidell’Accademiatalmudica:ritornaallatuapolvere.” I rabbini Chanina e Oshaya avevano avuto meno fortuna di Rabbi Rava. Erano riusciti a produrre solo un piccolo capretto, con cui avevano cenato. Un vecchio testo di cabbala, Il libro della creazione, spiega che lo stesso Padre Abramo era in grado di fabbricare organismi umani. Illibro diRaziel contiene una famosa ricetta per creare un golem: l’artefice usa determinati canti e formule, medaglie, nomi esoterici, sagome efficaci e totem.BesSiraesuopadre,ilprofetaGeremia,avevanocreatoungolem nella logica convinzione che anche Adamo lo fosse. Il loro golem, come Adamo,eradotatodiparola.LostessoidolodelreNabucodonosorsiera trasformatoinungolemviventequandoilregliavevapostosullatestail diadema del sommo sacerdote sottratto al Tempio di Gerusalemme. Le lettere ornate di pietre preziose del tetragramma erano state agganciate allapartecavainargentodeldiadema.IlprofetaDaniele,facendofintadi baciare il golem del re, aveva estratto di soppiatto le gemme che formavano il Nome di Dio e l’idolo si era ritrovato di nuovo senza vita. Ancora prima, i ladri della generazione malvagia che avevano innalzato la Torre di Babele avevano rubato parte dei materiali del costruttore per plasmare idoli che avevano cominciato a camminare, dopo che qualcuno aveva ficcato loro in bocca il Nome. Gli idoli erano stati allora scambiati per dèi. Rabbi Aaron di Baghdad e Rabbi Chananel non avevano dato forma a immagini: avevano cucito pergamene con il Nome al braccio destro dei cadaveri, che erano di colpo resuscitati ed erano diventati membridelgeneregolem.IlprofetaMicheaavevacreatounacaprad’oro che era in grado di ballare e Bezalel, l’artigiano del Tabernacolo, sapeva comecombinareleletteredell’alfabetoperreplicarelaCreazione,siadel Cielo sia della Terra. Il rabbino Eleazar di Worms disponeva di un sistema piuttosto simile per fabbricare golem: tre adepti dovevano raccogliere “terra virginea di montagna”, innaffiarla con acqua corrente, impastarla a forma di uomo, seppellirla e recitare duecentoventuno combinazionialfabetiche,osservandometicolosamentel’ordineprescritto

per vocali e consonanti. E Abraham Abulafia era in grado di creare un uomo partendo da un mero cucchiaio di terra, soffiando il contenuto su un normale piatto contenente acqua. Ciò aveva indubbiamente avuto un’influenzasuParacelso,l’alchimistasvizzerodelXVIsecolo,chesiera servito di una retorta per fabbricare un omuncolo. L’homunculus di Paracelso, però, non era tellurico: era composto di sangue, sperma e urina, elementi da cui i creatori ebrei di golem rifuggivano. Per gli ebrei gli unici elementi ammissibili erano la terra, l’acqua e l’afflato divino: e l’afflato veniva richiamato tramite le sillabe sacre. Rabbi Ishmael, d’altro canto, conosceva un ulteriore modo per revocare la sacralità che conferivalavitaerestituireungolemancoraattivoallapolvere:recitava le potenti combinazioni delle lettere alla rovescia e nel frattempo girava attornoallacreaturanelladirezioneoppostaaquellachel’avevaanimata. Non c’era fine alle modalità di fabbricazione di un golem, come non c’era fine all’apparizione dei medesimi, uno dopo l’altro, nella processione pullulante che costituiva la loro storia. Ma la mente di Puttermesser, affollata da tutte quelle acquisizioni e da un’ordinata riserva di altri dati (Ruth, per esempio, conosceva praticamente a memoria il munifico saggio del nobile dottor Gershom Scholem, L’idea delgolem), non era attratta da numeri o metodi. Qualcos’altro destava la sua attenzione: il mero fatto che i creatori di golem non erano né visionari, né maghi, né stregoni. E nemmeno sognatori, favolisti o poeti. Eranonelcomplessorealistidallamentescientificae,quasiinognunodei casiadisposizione,seristudiosieintellettuali,iplausibilipredecessoridei loro pronipoti: fisici, biologi o positivisti logici. Non era solo il grande rabbino Jehuda Löw, lo stimato artefice del golem di Praga, ad avere, in aggiunta, la reputazione di insigne talmudista, ragionatore, filosofo. Anche Rabbi Elijah, la mente ebraica più celebrata dell’Europa orientale (posto che Spinoza sia quella più celebrata nella parte occidentale del continente), la cui brillantezza oscura la fama di ogni altro studioso, fondatore dell’Accademia rabbinica più rigorosa nella storia delle terre fredde,notoneltempocomeilGaondiVilna(ilgeniodellacittàdiVilna,

chiamata in suo onore la Gerusalemme del Nord), persino il Gaon di Vilna aveva tentato, prima di compiere i tredici anni, di fabbricare un golem! E il Gaon di Vilna, con le sue inflessibili sottigliezze in termini di esegesi e analisi, con i suoi guizzi e abbagliamenti in termini di penetrazione logica, era – com’è noto – un fustigatore dei mistici, un contestatore (mitnagid) del chassidismo ballerino, uno schernitore di quelle menti meno agili della Polonia del Sud, della Galizia pia e superstiziosa. Se il Gaon di Vilna poteva contemplare la fabbricazione di un golem, voleva dire che non vi era nulla di irrazionale in quel gesto:

Puttermesser non si sarebbe vergognata di ciò che aveva, a sua volta, ordito. DomandòaSantippe:“Mangi?” Ilgolemscrisse:“Vivo,ergoedo.Vivo,dunquemangio.” “Non propinarmi questa roba: conosco il latino quanto te. Sai cucinare?” “Faccioquellochedevo,semiamadreloordina,”scrisseilgolem. “Bene,” disse Puttermesser. “Allora puoi restare. Puoi restare fino a che non decido di liberarmi di te. Adesso vai a preparare il pranzo. Fammiqualcosachemipiace,solomegliodicomelofareiio.”

3.Ilgolemcucina,pulisceefalaspesa

Il golem si precipitò in cucina. Puttermesser udì il clac del frigorifero, l’acciottolio dell’argenteria, il rumore del rubinetto che si apriva e si chiudeva,diqualcosachevenivatagliatoinunaciotoladilegno,dipiatti tirati fuori, l’eloquente tintinnio della cristalleria, un remoto rumore di frusta, un remoto sfrigolio, un profumo di funghi e di caffè. Il golem comparve sulla soglia della camera da letto con aria tracotante e porse il bloccoaPuttermesser:

“Hocapacitàchevannomoltooltreilmeroambitodomestico.” “Se pensi di essere troppo brava per stare in cucina,” replicò Puttermesser, “non fermarti a Santippe. Se hai ambizioni così alte, tanto valechetuvadafinoinfondoetifacciachiamareSocrate.” Il golem scrisse: “È mia intenzione mantenermi critica anche nei confronti dei più grandi filosofi. Santippe era la sola ad avere il coraggio dicontrastareSocrate.No,rimarròSantippe.Perfavore,nonlasciareche il mio soufflé svedese ai funghi si afflosci. Lo si gusta meglio quando ancorarilasciavapore.” Puttermesser mormorò: “Lo stile della tua prosa non mi piace. Scrivi come se stessi traducendo dal medio finnico. Vedi di migliorare,” ma seguì il golem nell’angusta cucina. Il golem camminava ora a passo leggero e veloce, e anche la cucina aveva subito una trasformazione: era diventata un angolo sospeso di brio e imprevedibilità. Era come se il tavolositrovassealcentrodiunboulevardparigino:fluttuava,sfavillava. Avevalesembianzediunquadro,effimeroedeterno,unpostoincuiuno

si fermava un attimo a fare quattro chiacchiere e anche il posto in cui Henry James, sulla cinquantina, si recava ogni giorno perché nulla nel vasto mondo gli sfuggisse. “Hai preparato per bene la tavola,” disse Puttermesser. “Mi ero completamente dimenticata delle tovagliette in lino.” Le tovagliette erano, in realtà, parte del “corredo” di Puttermesser. Glielo aveva fornito la madre. Molto tempo addietro, si aspettava che la figliasisposasse. Il soufflé del golem era ottimo. Santippe aveva preparato anche un dolce a metà fra la mousse e la gelatina di limone. Puttermesser, nonostante i problemi di paradontosi, aveva avidamente fatto il bis. Il dolcedelgolemeraancorapiùallettantediunfudge.Eifudgeerano,per Puttermesser,notoriamenteparadisiaci. “Buonissimo,” disse. Il golem era rimasto in piedi per tutto il tempo. “Tunonneprendi?” Santippesisedetteall’istanteemangiò. “Adesso vado a fare una passeggiata,” annunciò Puttermesser. “Sparecchia e pulisci. Fai il letto. Ricordati di passare lo straccio anche sotto. Guarda nel cesto della biancheria: ci sono un mucchio di vestiti sporchi. Nel seminterrato c’è una lavatrice condominiale. Ti darò degli spiccioli.” Ilgolemsirabbuiò. “Senti,”obiettòPuttermesser,“possousarticomevoglio,no?” Il golem scrisse: “La moglie del grande rabbino Jehuda Löw mandò il golem di Praga a prendere l’acqua, e il golem ne prese talmente tanta da allagarelacasa,ilcortile,lacittàeallafineancheilmondo.” “Èinutilechemiraccontifavole,”lerisposePuttermesser. Il golem scrisse: “Insisto, sono al di sopra delle mere faccende domestiche.” “Nessuno è al di sopra della biancheria sporca,” replicò Puttermesser, e poi uscì e si immerse nella città. Aveva intenzione di camminare e di riflettere. Sebbene adesso capisse come aveva potuto dare vita al golem, le dava fastidio non ricordarsi di averlo fatto: non ricordarsi di aver

svuotato i vasi, per esempio. Non era nemmeno al corrente dei segreti dettami che aveva seguito lei, per fabbricare un golem. E adesso che si ritrovava davanti il golem in carne e ossa, cosa doveva farne? Il padrone di casa, un tipo sospettoso, la preoccupava. Nell’appartamento in cui viveva i cani non erano ammessi, e nemmeno – diceva il contratto – “le relazioni non canoniche”. Pensò di far passare Santippe per una figlia adottiva: le era capitato di imbattersi in articoli in cui si parlava di genitorisinglediadolescentiinaffido.Noneraunacosacosìinsolita.Ma anche in quel caso avrebbe avuto le sue difficoltà, perché per placare la curiosità del portiere e dei vicini avrebbe dovuto mandare la figlia a scuola. E Puttermesser si rendeva conto che sarebbe stato poco ragionevole mandare il golem in una normale scuola superiore:

l’avrebbero trasferito in un istituto per sordomuti a imparare il linguaggio dei segni, e non si sarebbero forse accorti quanto prima che non era minimamente sordo? Non c’era posto per Santippe in nessuna classe:probabilmenteeragiàfintroppoistruita.Iltonoerraticodellasua prosa, con quell’orrendo zibaldone, lasciava intendere che Santippe avesse letto dieci volte di più di qualsiasi alunno di seconda superiore. Oltretutto, il golem aveva forse un’età? Aveva le sembianze di una determinata età, certo. Ma la verità era che aveva solo qualche ora. Non era certamente possibile prevedere come si sarebbe comportato in pubblico. Puttermesser si diresse verso nord. La sua lunga passeggiata introspettiva l’aveva portata fino all’Ottantaseiesima Strada. Abbandonò MadisonAvenueegiròinLexingtonAvenue.Sieradimenticataiguanti. Avevaleditaghiacciate.Quotidianidifebbraiosvolazzantinaufragavano versobottiglierotteecontenitoridiyogurtspiaccicatineicanalidiscolo. Una barbona dormiva sullo sfondo di una soglia nera come la notte, sepolta da un cumulo di giacche lacere. Stava per calare la sera. Le vetrine dei negozi, senza eccezione alcuna, erano sprangate o avevano la saracinesca abbassata per difendersi dal vuoto della domenica pomeriggio. Ladri, tossici, saccheggiatori, l’eterogenea pestilenza

criminaledelcentroedeiquartierialtiavrebbedovutotrovarealtrimodi perentrare:untettodacuiirrompere,unalampadapersaldareattaccata

a una barra d’acciaio, la finestra di un bagno sul retro con una grata

fissata male. Avrebbe dovuto lavorare d’ingegno. Puttermesser sbirciò alle sue spalle in cerca del rapinatore che, a rigor di logica, avrebbe dovuto seguirla. Non c’era nessuno. Ma lei era pronta. Aveva lasciato apposta a casa il portafoglio. Si era appesa un fischietto al collo. Accarezzò il coltellino che aveva in tasca. New York! Si diceva che le prigionidell’areametropolitanafosserotutte,disperatamente,piene. GiuntaallaNovantaduesimaStrada,sifiondòfraleportegirevolidella

YMCA per scaldarsi. L’atrio era pressoché deserto. Vicino alla biglietteria c’era una coda breve e disordinata. Puttermesser diede un’occhiata alla locandina: alle otto c’era un concerto per pianoforte. Si diresse verso il centro. Adesso era completamente buio. Pensò che sarebbe stato facile disfare il golem o invertirlo. Tenerlo non aveva veramente senso. Per prima cosa, come avrebbe passato l’intera giornata, mentre lei era al lavoro?Puttermesseroltretuttoeranervosa:avevaildemansionamentoa cuipensare.Laspoliazione.Loscoramento.QuelloscocciatorediCracow. TurtelmaneMarmel.Lapubblicaamministrazione,fondatapereliminare

clientelismo, il nepotismo, i favoritismi, l’assegnazione delle cariche, le tangenti, l’ingiustizia, la corruzione! Perduto, tutto perduto. Il sindaco nonavevaalcunaintenzionedirispondereallasuaurgentelettera. Puttermesser si tolse il cappotto e chiamò il golem. “Cosa succede qui?” La camera da letto emanava una luminosità inaspettata: sulla scrivania di tek c’era una lampada a forma di Statua della Libertà. “E questacos’è?” “L’ho comprata,” scrisse il golem. “Ho fatto tutto ciò che mia madre

il

mi

ha ordinato. Ho rassettato la cucina, ho fatto il letto,” – ora ricoperto

da

un copriletto azzurro con dei guantoni da baseball – “ho passato lo

straccio in tutta la casa, ho fatto il bucato, ho stirato tutto, ho appeso le camicettedimiamadreehoripostoisuoicollantnelcassetto ” Puttermesser strappò il foglio dal blocco del golem e lo fece a

pezzettinisenzaleggereilresto.“Cosavuoldirechel’haicomprata?Che razza di roba è? Non voglio una Statua della Libertà! Non voglio dei guantonidabaseball!” “È tutto quello che sono riuscita a trovare,” scrisse il golem su una pagina nuova. “La domenica i negozi, da queste parti, sono tutti chiusi. SonodovutaandarefinoaDelanceyStreet,nelLowerEastSide.Hopreso untaxi.” “Un taxi! D’ora in poi farai la spesa quando te lo dirò io!” urlò Puttermesser.“Esenontidiconienterimaniacasa!” “Hobisognodiorizzontipiùampi,”scrisseilgolem.“Domaniportami nelpostoincuilavori.” “Figuriamoci se ti ci porto!” le rispose Puttermesser. “Non ne posso più di te. Stavo pensando,” aggiunse, cercando un eufemismo, “di rimandartiindietro.” “Indietro?”scrisseilgolem.Avevaspalancatolabocca. “Hai un dente storto. Vieni qui,” disse Puttermesser, “che te lo sistemo.” Il golem scrisse: “Non puoi più cambiare il mio essere o parti del mio essere.IlNomepronunciatoadempie:precludeulterioricambiamenti.Ma hounaspettogradevole,no?Nonspalancheròpiùlaboccaeilmiodente stortononoffenderàpiùl’occhiodimiamadre.Tipregosolodiusarmi.” “Haiungustopessimo.” Il golem scrisse: “Ho avuto il compito di scegliere fra guantoni da baseballeorsettilavatorimistiapandadagliocchiazzurri.Iguantonida baseballmisonosembratiilmaleminore.” “Non ho mai voluto un copriletto,” obiettò Puttermesser. “Quando ti hodettodifareillettointendevosemplicementechesistemassiunpo’le coperte.PernonparlaredellaStatuadellaLibertà!Diomio!” Il golem scrisse: “Una lampada a tre livelli di luminosità, per un massimo di 150 watt. L’idea di collocare il supporto per la lampadina direttamentenellatorciamièsembratamoltointelligente.” “Èkitsch.Epoi,dovehaipresoisoldi?”

“Dal tuo portafoglio. Ma guarda che gradevole luce che fa,” scrisse il golem.“Iohopauradelbuio.Ilbuioèladimoradellapre-esistenza.Non è possibile pensare la pre-esistenza, ma abbiamo paura del suo facsimile:

la post-esistenza. Non cancellarmi, non eliminarmi, non annientarmi. Madre,madremia.Sapròrendertiservizio.Usaminelvastomondo.” “Mi hai rubato del denaro prendendolo dal portafoglio, hai speso una fortunaintaxiemihaiportatoacasarobacciadaquattrosoldi.Nonpuoi portarmiacasarobasimileepoiparlarmidelvastomondo!”

4.Santippeall’opera

Mailgiornodopoilgolemeranell’ufficiodiPuttermesser. “Laragazzachiè?”domandòCracow. “Marmelmihaconcessounadattilografa,”glirisposePuttermesser. “Marmel?Manonhasenso.Dopochetihademansionata?” “Mi ha dato un nuovo incarico,” disse Puttermesser. Ma aveva le guanceinfiamme. “Così va la vita,” commentò Cracow. “Ma come mai questo trattamento così regale? Potevi rivolgerti all’ufficio dattilografia come tuttinoi.” “Turtelmanmihaaffidatounprogettospeciale.” “Turtelman?Turtelmantihadatounabellapedata.Cheprogettoè?” “Devo controllare gli impiegati che rimuginano su azioni legali quandosonoallavoro,”glirisposePuttermesser. “Andiamo,Ruth,piantala.Losaibenissimochesonostatodiffamato.Il mio avvocato dice che ho subito un danno. Eccome se l’ho subito. Come sichiamalaragazza?” “Leah.” “Leah.”Cracowsipiazzòdrittodavantialgolem.“Adessoleprendono cosìgiovani?Cos’è,Leah,tiseiritiratadallascuola?” “Ègiàabbastanzaintelligente,”dissePuttermesser. “Perchénonlascirisponderelei?” Puttermesser prese Cracow per il gomito e gli sussurrò: “Le hanno toltounpezzodigola.Avevauntumoreallalaringe.”

“Caspita,”mormoròCracow. “Andiamo,” ordinò Puttermesser al golem, e lo portò in bagno. “Ti avevodettodinonvenire!Hogiàabbastanzapatatebollentiperlemani, cimancasolochemicombinideiguai.” Il golem prese una salvietta di carta dal dispenser attaccato al muro e la biro di Puttermesser dalla tasca del suo cardigan (che aveva ancora addosso)escrisse:“Allevieròletuepene.” “Non ho detto pene, ma patate bollenti. Guai. Dal kitsch al rococò. Attieniti alla realtà, ti spiace? Tutto quello che farai sarà sederti davanti alla macchina da scrivere. Se sei brava a battere a macchina la metà di quanto sei brava a cucinare va benissimo. Non mi interessa cosa batti. Stammi alla larga. Scrivi una lettera, scrivi quello che vuoi ma stammi allalarga.” Ilgolemscrisse:“Ascoltoeobbedisco.” Santippe, vero modello di diligenza, rimase seduta davanti alla macchinadascrivereabattereamacchinaperl’interagiornata.Vagando da una riunione infruttuosa all’altra, Puttermesser vedeva i fogli accumularsi sul pavimento. Il golem stava forse scrivendo un romanzo? Un memoir? A chi avrebbe dovuto, in fondo, scrivere una lettera? Santippe aveva l’aria assorta, rapita. Puttermesser sperava di mettere insieme, pezzo per pezzo, la sua nefasta sorte. Pettegoli e pettegole passavano da una celletta all’altra a raccogliere notizie: la nipote di Turtelman, un’attrice – aveva di recente interpretato la parte di una lebbrosa del Medioevo, con tanto di campanella, in un film in costume per la tivù –, era fidanzata con il cugino del sindaco. La zia di Marmel una volta aveva soggiornato, in Florida, nello stesso albergo di Minnie Mavett, la madre adottiva, anziana e vedova, del primo cittadino. (Il sindacoerastatoadottatoenellacampagnafattaconlamoglieeiquattro figli naturali aveva parlato di sé come di “un orfano fortunato”.) Marmel eTurtelmanavevanosposatoduegemelle.Noneraforsequellounmodo simbolico per sposarsi fra loro? O forse Marmel aveva sposato una rampolla di sangue blu di Boston e Turtelman un’arrampicatrice sociale

del Great Neck. O forse l’unico a essere sposato era Marmel: Turtelman era un austero scapolo. Una delle segretarie che lavoravano nell’ufficio dell’Assistente amministrativo aveva notato che Marmel, Turtelman e il sindaco portavano tutti lo stesso anello. E sosteneva che non fossero anelli scolastici. La “ristrutturazione” di Turtelman, oltretutto (stando a quanto diceva Polly del Personale), cominciava a lasciare segni tangibili. Turtelman diventava sempre più audace. Sembrava una specie di latifondista folle al tempo del raccolto che invece di tagliare il grano falciava scrupolosi mietitori. Oppure pareva un campione di scacchi delirantechebuttavaipezzivincentinelfuoco.Oancoraungeneraleche portavaalmassacrolesuetruppemigliori.Matuttequelleimmagininon erano abbastanza. Turtelman stava distruggendo il dipartimento Riscossioni e Pagamenti. Cercava la fedeltà, non la competenza. Era un designatodelsindacodinaturarapace,unconniventedelsolitoscandalo delle cariche. Faceva la volontà di chi gli aveva dato il posto. Più che amare la democrazia, temeva il primo cittadino. Nei suoi reni non dimoravapiùWalterWhitman,maunpredone. Nel frattempo Cracow aveva riferito a Puttermesser che Adam Marmel l’aveva cercata al telefono più volte. Era urgente. “La nuova ragazza non va bene, Ruth. Sono assolutamente a favore dell’assunzione degli handicappati, ma per rispondere al telefono ci vuole decisamente una laringe. Ho dovuto farlo io ogni santa volta. Secondo te Marvel ti vuolerimandarenellastratosfera?” Puttermessernondissenulla.Cracowritenevacheledonnedovessero starealloroposto.Eravisibilmentesoddisfattodelsuovoloinpicchiata. La assillava cercando di sapere quale fosse il progetto speciale che Turtelman le aveva affidato. “È chiaro che preferisci lavorare a progetti specialiperlealtesfereinvecediuscireconunbravoragazzocomeme,” si lamentava. “Almeno mangiamo insieme.” Ma Puttermesser mandò il golem a prenderle dei panini in una gastronomia. Era una gastronomia kosher: Puttermesser pensava che Santippe ci tenesse a quel genere di cose. A metà pomeriggio i fogli che il golem aveva battuto a macchina

eranodiventatiunaconsistentepila. Alle cinque meno un quarto l’ossuta accolita irruppe nella celletta di Puttermesser sbuffando. “Mr Turtelman mi ha prestata a Mr Marmel per farle avere questo. Spero che lei apprezzi, visto che solitamente non faccio il fattorino per nessuno. Lei non è mai alla sua scrivania. Non si riesceaparlarlealtelefono.Nonèabbastanzaimportantedapermettersi dirimaneredesaparecida,micreda.MrMarmellechiededipreparareun portfoliosuquestitemihicetnunc.”

IlpromemoriadiMarmel:

GentileMsPuttermesser, lapregocortesementedimandarmiquantosegueappenaleècomodo.Unelencodeidepositi bancari municipali. La media di ogni conto negli ultimi tre anni. Una lista di contatti nelle banche:nomi,titoli,numeriditelefono.UnalistadicontattiperildipartimentoRiscossionie Pagamenti(cuimiriferiròinseguitocon“noi”eil“nostro”)pressoilgabinettodelSindaco,il Bilancio, le commissioni comunali di una certa rilevanza e il gabinetto del Responsabile del controllo di gestione. Copie di tutte le valutazioni pubblicate nell’ultimo anno. L’organigramma attuale del dipartimento, con le cariche, i titoli e lo stipendio di ognuno dei dirigenti. Come mai non abbiamo le aste per aprire e chiudere le finestre? Dove sono finite? Come si fa ad avere carta igienica e sapone con regolarità nei bagni dei capi? Che tipo di documentiabbiamodapartedelSistemadiGestionedell’Informazionesulvalorestimatodel patrimonioimmobiliaredemaniale?QuantoèstatoefficaceilnostroultimoInvestors’Tour?Ci sonovecchiappunticheattestanounavisitaall’impiantoditrattamentodelleacquereflue,un giro in elicottero, una dimostrazione del funzionamento dei battelli antincendio, un pranzo e una sfilata di moda per le signore: come possiamo conquistarci la benevolenza di tali gonfie tasche quest’anno? Di quali roventi vertenze concernenti la sezione Semigiudiziale dovrei essereaconoscenza?

Eralasolitavecchiastoria:ilnuovofunzionariocheannaspava,perplesso e assediato. Puttermesser provò una punta di malevolo piacere di fronte al promemoria di Marmel: sapeva che le cose sarebbero arrivate a quel punto.Turtelman,dopoaverlacacciata,scoprivadinonpotersiritagliare nessuno spazio senza l’ausilio del suo mignolo. Marmel, spronato da Turtelman (troppo arrogante per avanzare richieste di persona), aveva deciso di approfittare di lei. Le chiedeva di mettergli il pannolino. Ci volevanooreeoreperognunodeipuntidelsuopromemoria!Aparteper

quellorelativoalleasteperaprireechiuderelefinestre.Puttermesserera ingradodidareunaspiegazioneinmeritonelgirodimezzosecondo. “Non si muova,” disse all’ossuta accolita. E poi, rivolgendosi a Santippe:“Prendiunfogliodicartadalettera!”

MrAdamMarmel

Primotesoriere

UfficioProcedureabbreviate

DipartimentoRiscossioniePagamenti

MunicipalBuilding

GentileMrMarmel, le aste delle finestre sono preda delle segretarie più accaldate e sudate. Quelle ubicate esattamente sopra l’impianto di riscaldamento ad aria, per esempio. Sebbene ultimamente potrebberoincorrerenellatentazioneanchequellechevannoafarejogginginpausapranzo. Unavoltachehannopresoleaste,lenascondono.Controlliilbagnodelledonnedelsecondo piano. L’ariafrescadelcandoreèsemprerichiestaquandol’ossigenodell’onestaammissionevienea mancare. Nello specifico caso, PERCHÉ [“Maiuscolo,” precisò Puttermesser mentre dettava] sonostatasollevatadalmioincarico?Nellospecificocaso, PERCHÉ leimihausurpatoilposto? Concediamociunpo’diariafresca!

Infede,

Avv.R.Puttermesser

L’ossuta accolita agguantò il foglio prendendolo direttamente dalla macchina da scrivere del golem. “Mr Marmel le ha fatto molte altre richieste.Leihatralasciatopraticamentetutto.” “Le aste delle finestre sono tutto,” le rispose Puttermesser. “L’aria fresca del candore è tutto.” E nel pronunciare quelle parole si accorse – conunlievesussulto–chelostiledelgoleml’avevacontaminata. L’ossutaaccolitalaavvisò:“L’ariafrescavabene.Mafarebbemeglioa darglilerispostechechiede.” “Vaiacasa,”ordinòPuttermesseralgolem.“Acasa,hodetto!” Durante la cena, che si svolse nell’angusta cucina, Puttermesser rimase in silenzio quasi quanto il golem. Quell’ingiustizia le bruciava. Non fece attenzione agli scarabocchi di Santippe. Che coraggio! Che

coraggio! Cacciarla e poi approfittare di lei! “Basta col soufflé svedese,” brontolò. “Cambia un po’ e prepara qualcos’altro. E non ne posso più di vederti col mio vecchio maglione. Domani vai a comprarti dei vestiti decenti,tidaròdeisoldi.” “Domani,” scrisse il golem, “ti renderò di nuovo servizio sul posto di lavoro.” Ma la mattina dopo Puttermesser era abulica. L’ambizione era andata scemando. Dopo essere stata trattata così indegnamente, a cosa avrebbe dovuto ambire? Per la prima volta in dieci anni, arrivò tardi in ufficio. “Cos’è questo progetto speciale, Ruth?” le chiese Cracow a bruciapelo. “La ragazza ieri ha consumato la macchina da scrivere. Ma chi è, comunque? Una clandestina? Non assomiglia alla tua gente. È un’israeliana yemenita? E poi cos’è questa storia, è solo al secondo giornodilavoroenonsipresenta?Nontidicoletelefonate,quandonon c’eri!Lepiledipromemoria!LatipadelPersonaleèandataevenutadue o tre volte! Ti danno la caccia oggi, le alte sfere! Cos’è questo progetto speciale,eh?Elaragazzatimollaintronco!” “Arriverà.” Puttermesser aveva dato al golem centoventi dollari a l’aveva spedito da Alexander. “Niente taxi o roba del genere,” gli aveva detto. Ma sapeva che Santippe sarebbe andata in centro, in Delancey Street. Era attratta dalle folle caraibiche del Lower East Side, dalle loro facce e dalla loro lingua. Una sorta di straniera lei stessa – se ne era accorto persino Cracow –, Santippe subiva il richiamo degli immigrati. I loro gusti, i loro grandi amori erano anche i suoi. Ritornò con camicette rosse e viola, gonne strette e pantaloni svasati verde pappagallo e arancione cantalupo, scarpe di plastica multicolori dal tacco alto, una borsa a tracolla di plastica giallo girasole con sei cerniere, uno specchiettotascabileeunpettinediplasticatrasparenteconunacustodia aquadrettiTattersalltintapescadellostessomateriale. “Un’ispanica, è chiaro,” confermò Cracow – l’intollerante – osservandoSantippeaprirescatoleeborse. Ma Puttermesser era impegnata con una triade di promemoria.

Parevanonati,inorigine,conMarmel,masimanifestavanotramitePolly, l’AtropodelPersonale,coleicheavevamessodaparteleforbiciinnome del turbine dei mille Formulari, colei che incombeva come Shiva il Distruttoresuunmondodidecapitati.

PromemorianumeroUno. È stata segnalata per essersi rifiutata di assolvere a richieste di informazioni relative a questioni di ufficio. Sarà ora sottoposta a un’inchiesta per la condotta. È pregata di ritirare e compilare il formulario 10V, Q17, con particolare attenzione al paragrafo L, e di consegnarlo immediatamenteaPollydelPersonale.

PromemorianumeroDue. In considerazione della sua anzianità, il commissario Alvin Turtelman, dopo averla sollevata dalle incombenze di Undicesimo livello dell’ufficio Procedure abbreviate, dipartimento RiscossioniePagamenti,acausadiunapadronanzainadeguatadellequestionifinanziarie,di una debole supervisione amministrativa e di un rendimento insufficiente, le ha assegnato un posto di Quarto livello. Il suo operato è tuttavia in continuo declino. Ci è stato segnalato un ritardo nella mattinata di oggi. È pregata di compilare il formulario Ritardi al di sotto dell’Ottavolivello I4TG. (ConsegniilformularioaPollydelPersonale.)

PromemorianumeroTre. InseguitoalladecisionepresadalcommissarioAlvinTurtelmanprevioconsultoconilPrimo tesoriere Adam Marmel e in accordo con il suddetto, l’assegnazione di un posto di Quarto livelloneldipartimentoRiscossioniePagamentipuòconsiderarsiperquestomezzorevocata. È pregata di compilare e consegnare a Polly del Personale il formulario di Rescissione al di sottodelSestolivello A97,sezione6,conparticolareattenzionealparagrafo14b.

Stroncata! Mandata a spasso! Licenziata! Scaricata! Buttata fuori! E tutto questonellospazioditreore!“Rendimentoinsufficiente”:unamenzogna! “Continuo declino”: una farsa! “Sottoposta a un’inchiesta per la condotta”:comeunqualsiasiimpiegatoounladrodiaste!Inritardouna sola volta in dieci anni e Cracow, litigioso spasimante, fa la spia a Polly, l’Atropo,loShivadelPersonale!ChipotevaesserestatosenonCracow? Menzogne.Montature.Accuse.Marmel,l’ingannevoleaccusatore.Iltutto inassenzadidebitoprocesso!

OnorevoleMalachyMavett

SindacodellaCittàdiNewYork

CityHall

GentileSindaco, che fine ha fatto il suo orgoglio, come ha potuto nominare simili uomini? Uomini che muovono accuse prive di fondamento? Un accusatore che usurpa il posto dell’accusato? Un’azione sospetta! Turtelman mi ha estromessa per fare posto a Marmel! Io rappresento la Conoscenza e l’Intelletto, loro la Politica e la Fedeltà all’Astuzia. Hart Crane, poeta newyorchese, la sua arpa il ponte di Brooklyn: quell’arpa non significa niente per lei? Walt Whitman non dimora più nei suoi reni? Walt Whitman, che ha esclamato: “innumeri strade

affollate, alte strutture di ferro, snelle, robuste, leggere, che superbe s’adergono verso i liberi cieli”, che ha abbracciato “un milione di gente – liberi modi superbi – voci franche – ”

ospitalità

Oh, signor Sindaco, è l’Ingiustizia che lei abbraccia! Lei ha dato potere a uomini

neicuireninondimorapiùWaltWhitman!Questacittàdialberimaestrieguglieoffreilseno a Walt Whitman e lei la nutre con un Turtelman, con un Marmel! Ruth Puttermesser viene disprezzata, demansionata, buttata via! Distrutta. È senza lavoro. Artefice del nulla, nullafacente.

La lettera rimase sigillata nella testa di Puttermesser. Cracow faceva di tuttopernonguardarenellasuadirezione.Avevagiàlettoipromemoria

di Marmel manifestatisi tramite Polly la Distruttrice. Sicuro che li aveva

letti.Oraerainpiedidietroallasediadelgolemeseguivaattentamentele dita di Santippe, che galoppavano sui tasti della macchina da scrivere, compreso quello allungato di recente. Com’era contenta Puttermesser di

averglielo sistemato! “Ehi, Ruth, da’ un’occhiata a questa roba. Cosa sta facendo,laragazza?UnprogettospecialeperTurtelman,sidirebbe.” “Il progetto speciale di Turtelman,” gli rispose freddamente Puttermesser, “consisteva nella mia disfatta. Nella mia scomparsa. Nella miacacciataenellosvilimentodellamiapersona.Civediamo,Leon.Che

universalità

dell’immaginazioneumana.” “Tihannosbattutafuori?” “Losaibenissimo.” “Be’, quando arriva Polly uno si fa un’idea di quello che succede. Di chirimaneapiedi.” “Fai attenzione alla Schadenfreude, Leon. Il prossimo potresti essere tu.”

tu possa vincere

la

tua

causa contro la mediocre

“No, io no. Io non vado in cerca di guai. Tu sì. L’ho capito subito che

la storia della ragazza era una farsa. Scrive robe assurde, di certo non

robedilavoro.Faientrareimattietiarrivaquellochetimeriti.” Fu in quel momento – mentre il sorriso umido dai denti marroni di Cracowroteavanellaboccascuradelrevisorediconti–chePuttermesser ebbe un lampo di chiarificazione: anzi, di chiarezza. Si era liberata di un mistero.Avevacapito.Avevavisto. “Acasa!”ordinòalgolem.Santipperaccolseisuoivestitieficcòifogli battutiamacchinainunadelleborseconlecamicette.

5.Perchéilgolemfucreato.IlfinediPuttermesser

Quella sera Santippe cucinò gli spaghetti. Lo fece scalza. Un profumo di sugo con burro, pomodoro e peperoni inondò un cumulo di fili di porcellana scintillante. “Cosa fai?” le chiese Puttermesser. Il golem si era servito una seconda, consistente, infornata di pasta. “Com’è che hai così fame?” Il golem pareva un po’ più grosso del giorno precedente. Poi Puttermesser si ricordò che era nella sua natura continuare a crescere. L’appetito di Santippe rimaneva comunque preoccupante: quanto ci avrebbe messo a dismettere centoventi dollari di vestiti? Solo un Rothschild poteva permettersi un golem? E a che ritmo sarebbe cresciuta? Per evitare che bucasse il soffitto, avrebbe dovuto lasciarla fuori? Il golem di Praga era stato restituito alla condizione inanimata a causa delle dimensioni eccessive o perché le riforme civiche per cui era statocreatoeranostatecompiute? Ah,comerifulgevaquell’ideanellamentediPuttermesser!Leriforme civiche di Praga: di quella vasta città ricca di recessi, che si distingueva perinnumeristradeaffollate,altestruttureinferrofattedialberimaestri e guglie! L’orologio della Casa della comunità ebraica, il tetto dalle vette eccelse e pieno di comignoli della Altneuschul! Per non parlare del Castello di Kafka. Quel bagliore urbano e multiforme soffocato dal male, dalla corruzione, dalla calunnia del sangue, dai cuori possenti e sordi di malvagi politicanti. Il grande rabbino Jehuda Löw aveva deciso di creare il golem in un anno ottenebrato, quando il sogno dell’America

cominciavaappenaadaffacciarsi,lontano,intuttoilsuovastoardore.Ma ilsemediNewYorkcovavagiàinterraeuropea:lagioiaurbana,l’amore per il bello, per la pulizia, per la libertà e per il nuovo, le bande di criminali tramutate in truppe benedette, i cittadini che viravano all’angelitudine, i marciapiedi di alabastro, gli autobus dotati di troni. La vecchia, delicata Praga, pulita e ripulita dal peccato, che partoriva l’alba purificata,l’ingegnosommoelucentediNewYork! Puttermesserorasapeva. “Portamiilibri,”ordinòalgolem.Epoilesse:

I segni devono essere accompagnati dalla visione del Paradiso. Senza lo stato ipnotico dell’estasi, in cui si scorgono lo splendore delle città e la loro salvezza tramite la messa al bandodell’insensibilità,deldisordineedelladesolazionedellatristezza,leformulesacresono insufficienti.

Unacittàlavata,purificata.NewYork,lacittà(forse)diSerafino.Unpaio d’aliavevanosorvolatogliocchidiPuttermesser.Abbracciandoilpesante “Times” di Rappoport, Ruth si era tenuta stretta al petto l’insensibilità, il disordine, la desolazione della tristezza, diecimila coltelli, l’odio dipinto sulle pareti della metropolitana, colpi di arma da fuoco, bombe nelle cattedrali dei trasporti e dell’industria, della Pennsylvania Station, del GrandCentral,delRockefellerCenter,ilterrorenellecabineradiofoniche e televisive, con la loro animata attrezzatura e le loro voci provinciali e allettanti, gli assalti agli aeroporti, il declino della pubblica amministrazione,imozziconidisigarettanegliufficideglialtidirigenti.Il “Times” di Rappoport, ricettacolo di uno spaventoso carico! Ciò nonostante, mentre riportava il giornale verso il letto, Puttermesser avevavistoilParadiso. NewYorklavata,riformata,restituita. “Santippe!” Ilgolem,cheavevatoltoilsugodeglispaghettidaipiattisfregandolie immergendoli nella cascata di trombe d’acqua del rubinetto della cucina, si asciugò le mani nella camicetta viola appena comprata, afferrò biro e bloccoesiprecipitòdaPuttermesser.

Puttermesser le domandò: “Quando ti sei risvegliata alla vita, cos’hai provato?” “Misentivounembrione,”scrisseilgolem. “Ecosasapevi?” “Sapevoperchéerostatacreata,”scrisseSantippe. “Eperchéseistatacreata?” “Perché mia madre possa diventare ciò che è destinata a diventare,” scrisseilgolem. “Portami quella roba con cui ti trastullavi in ufficio,” le ordinò Puttermesser, ma il golem si era già fiondato verso l’armadio della camera da letto e si era messo a rovistare fra le scatole e le borse con i vestitinuovi. Puttermesser mise da parte i libri sulla storia e la natura del genere golem e cominciò a meditare sulle pagine che Santippe aveva battuto a macchina,neiduegiorniprecedenti,nellapenosacellettadaleicondivisa con Cracow – la celletta del suo demansionamento, della sua denigrazione e della sua disgrazia – nel reparto Tassazione dell’ufficio ProcedureabbreviatedeldipartimentoRiscossioniePagamentidellacittà diNewYork. Il golem aveva stilato un PROGRAMMA. Puttermesser vi si riconosceva pienamente.Eracomeseavessegiàavutoquel PROGRAMMA fralemani,a cominciare dal linguaggio con cui il PROGRAMMA veniva espresso. Era come se, nell’istante in cui le era venuto in mente di creare il golem, Puttermesser avesse letto il PROGRAMMA in qualche vecchia pergamena. Ah,laveritàrisaputaeinquietanteerachenonsiricordavacomeavesse fattoafabbricareilgolem:sieraimbattutaimpotenteinSantippesdraiata sulletto,senzavolizione,comeseilgolemfosseunmiraggiotransitorio, una congettura aggressiva oppure una mera apparizione frutto delle sue proiezioni. Quella verità aveva tormentato il midollo allungato di Puttermesser, con faticosa pervicacia, sin dalla prima volta che Puttermesserl’avevasviscerata,nelcorsodellasuadesolantepasseggiata verso la YMCA. Era come una brocca che non si riempiva né si svuotava.

Maadessoerachiarocomelaconcretezzadellaterracheilgolemnonera un’apparizione. Le apparizioni non battevano a macchina, per dirla nell’odioso gergo amministrativo, documenti funzionali ed esaustivi concernenti le riforme civiche! Puttermesser ora sapeva: il PROGRAMMA era partito da lontano, poi si era avvicinato, si era avvicinato sempre di più fino ad affollarle il proencefalo con la sua forza importuna. Puttermesser aveva appoggiato il “Times” di Rappoport – testimonianza dimolteplicecaosediurbanasventura–accantoalletto,sulpavimento, dove già si trovava il Teeteto. Incalzata dalla febbre e dall’agitazione, era passata da un davanzale all’altro spaccando i vasi di terracotta come fossero uova e raccogliendo i tuorli germinativi della terra che fuoriusciva.Avevapresoiltuttofralemaniel’avevasbattutonellavasca da bagno. Un mezzo giro di rubinetto era bastato per dare alla terra la consistenza del fango, e allora era cominciata la vibrazione beata e freneticadellesuemani,cheavevanoplasmatoedatoforma,accarezzato e lisciato, impastato e tastato, raddrizzato e reso tondo, ma in fretta, in fretta, lasciando il dettaglio (nel dettaglio c’è Dio) incompiuto, sfocato, differendo il compimento, posticipando il piacere autentico della forma finale delle narici, delle palpebre e soprattutto della bocca. Nella fessura diquellafacciadiargillaincompiutaPuttermesseravevainfilatounpezzo di carta strappato al margine superiore del “Times” di Rappoport, su cui aveva scritto con lo sputo due sillabe oracolari. Le sillabe aderivano alla carta e si leggevano come fossero scritte nella luce. Poi Puttermesser avevatiratofuoridallavascal’imponderabile,umida,implacabilesagoma d’argilladiunaragazza–unacreaturabiforcutaeinanimatacheavevale sembianze di una ragazza –, aveva inalato l’odore del fango e aveva messo la sagoma sul letto ad asciugare. La minima scossa cui quella minimamassavenivasottopostaprovocavalaperditaditerraneipuntiin cuigliartisiunivanoaltronco,làdovevisiattaccavailcolloelàdovele orecchie affondavano i loro fragili peduncoli. La terra si sbriciolava e cadeva.EsiinfilavasottoleunghiediPuttermesser. Puttermesser aveva agito (aha, adesso la verità le martellava

rombencefalo e proencefalo, adesso Puttermesser lo vedeva, adesso Puttermesser lo sapeva di nuovo!) spinta dall’agitazione e dalla febbre, dallalandadesolatadicuiil“Times”diRappoportparlava.Perchéquella città depredata, male amministrata, scellerata non poteva risplendere all’albacomepietralavata?Tavolediciviltàconannotazioniontologiche inciseinun’anticalingua.Puttermessererabramosa.Bramosadiripulire quella landa desolata, bramosa di cancellare ogni nera istanza di ingiustizia, bramosa di eliminare ogni oltraggio. In preda a quella bramosia,avevaelaborato–dalnulla–un PROGRAMMA. Adessolosfogliava,loavevafralemani:

PROGRAMMA

DIRIANIMAZIONE,

RIFORMA,

RINVIGORIMENTO

EREDENZIONE

DELLACITTÀDINEWYORK

“Dovel’haipreso?”chieseconfermezzaaSantippe. “Sonolatuaamanuense,”scrisseilgolem.“Iotiesprimo.Ticopioeti verbalizzo.Adessoègiuntoilmomentodidareformaaltuopensiero.” “Abbiamo tutti pensieri strani,” le rispose Puttermesser con voce lugubre. Un senso di inquietudine la faceva avvampare. Aveva paura di leggerel’ultimapagina. “Nonvièrealtàpiùgrandedelpensiero,”scrisseilgolem. “Lascia perdere il medio finnico. Voglio sapere la verità. Da dove viene questa roba? Non puoi averla copiata, non ho mai messo su carta nientedelgenere.” Il golem scrisse: “Due impulsi sono stati i tuoi semi. Io sono uno e questoèl’altro.Unpensierorichiedeunostrumento.Nelmomentoincui haiconcepitol’impulso,haiconcepitoancheme.” “Non è stato nello stesso momento,” obiettò Puttermesser. Forse il golem non era affidabile in quanto a cronologia. Respirava al di fuori della storia. Puttermesser ripercorse fedelmente quel momento

elettrizzante:l’attimoincui,dacosmointeriore,il PROGRAMMA sierafatto essere.Ilgolemnellasuaconcretezzaerastatounpensierosuccessivo. “Nonimporta,saròalserviziodellatuamente.Iosonolatuaprole,tu sei mia madre. Io sono l’adempimento dei tuoi grandiosi principi. La progettazionemaestosaèilmiomestiere.Lasciailrestaurovisionarioalla mia persona.” Dopo di che il golem si mise la biro in bocca e cominciò conpazienzaasucchiarla. UnsensodifaticainvasePuttermesser.Unsensodinoia.L’ariascaltra del golem la stupiva. Notò che le cuciture della camicetta viola avevano cominciato a cedere lungo il giromanica. Il golem cresceva. Si allargava. Sigonfiava.Nonostantequelpensieroladistraesse,continuòaleggere.Il PROGRAMMA era scaturito dalla sua mente ma puzzava del linguaggio tecnicodiMarmel,delgergodiTurtelman.Parevaderivare,inverità,dal linguaggio da formulario di Polly la Distruttrice. La desolazione si impadronì di Puttermesser. Quelle parole morte la deprimevano. Le tremavanoipolsi.Possibilechenonsipotessesognareunacittàdasogno senza finire nella bocca della Distruttrice? Contemplare il mantenimento della proprietà residenziale tramite l’esclusione di fattori ammortizzanti. Calcolare duecentocinquanta codici di zonizzazione. Considerare gli aspetti fisici. Quelli sociali. La vendite al dettaglio e all’ingrosso. La produzione. La spedizione. La residenza unica e multipla. Le istituzioni culturali.Iparchi,gliedificipubblici,leattrazioni,lescuole,leuniversità, gliobiettivicomunitari,larapiditàelafattibilitàdeltrasportosustradae con i mezzi pubblici. La salute, il traffico, la sicurezza, le strutture per le assemblee pubbliche. Le misure sanitarie. La prevenzione dei bassifondi. La trasformazione dei bassifondi. Lo sradicamento della povertà. La moralitàel’obbedienzaallalegge.Leordinanze.Ifondifiduciarieifondi pensione. L’erario, i lavori pubblici, l’acqua. Le biblioteche pubbliche. La polizia. Le ispezioni. I consigli e le commissioni. Lo stato sociale. Gli amministratori fiduciari. La previsione tributaria. I sistemi di elaborazione a distanza dei dati, l’informazione computerizzata, la ristrutturazione dei distretti fiscali, i privilegi, l’esenzione dagli aumenti

d’affitto per gli anziani, l’accentramento delle insolvenze, la fatturazione aziendale! “Diomio,”dissePuttermesser. “Mia madre ha padroneggiato e metabolizzato tutto questo,” scrisse il golem.“Tuttoquestoèsituatonell’intelligenzadimiamadre.” ”

In preda a un attacco di debolezza,

Puttermesser si chiese cosa fosse quello che intendeva. “Giardini e luce delsole.Pietrelavate.Tavolette.No,tavoli,tavolidapicnic.” Santippe annuì. La scaltrezza le alimentava lo sguardo. “Mia madre diventeràsindaco,”scrisse. Sottrasse la pila di fogli battuti a macchina alle mani agitate di Puttermessereleporsel’ultimapagina:

“Quello che intendevo

PERORDINE

DIRUTHPUTTERMESSER

SINDACO

DELLACITTÀDINEWYORK

“Sciocchezze.Tiseispintatroppooltre.Iononhomaipensatoaunacosa delgenere.” “Dormicisopra,”scrisseilgolem. “Questaèun’ideatua.Cel’haiinfilatatu,lìdentro.” “Il creatore e il creato,” scrisse il golem, “si fondono.” Quest’ultima parte la scarabocchiò alzando le spalle. Le cuciture strappate della camicettaviolacedetteroancoradipiù.

OnorevoleMalachyMavett

SindacodellaCittàdiNewYork

CityHall

GentileSindaco, il cittadino ha del suo gabinetto l’idea di un’istituzione che “risponde”, e non è rispettoso di tale idea ignorare la lettera che le ho mandato in merito a possibili assegnazioni di cariche e altriabusi.Ilsuocomportamentoèancoramenorispettosodellamiapersonainquantoessere viventeed(ex)funzionario(licenziato).Sivergogni!

Imieipiùcordialisaluti,

ONOREVOLE

RUTHPUTTERMESSER

Anche questa lettera rimase sigillata nella mente di Puttermesser. La firmaeraunesperimento:giustopervederecheeffettofaceva. “Nonnevalelapena,nonnevalelapena,”scrisseilgolemsulblocco. “Ruth Puttermesser, sindaco della città di New York, risponderà al contrarioatuttelelettere.”

6.Puttermessersindaco

E così Puttermesser diventa sindaco di New York. Quell’“E così”

racchiude molto: ma meno di quanto uno potrebbe pensare. È solo un

modoperaccelerarel’evidentedestinodiPuttermesser,perevitare–per

quanto nei dettagli ci sia Dio – un racconto più circonvoluto di come il golem, che diventava ogni giorno impercettibilmente più grosso, era andatoingiroaprocurarsifirmeperunapetizione.Ilgolemèpiùdiogni

altra cosa realista. Puttermesser concorrerà come indipendente. Non vi è

la benché minima speranza che i leader del partito repubblicano o

democratico della contea designino, come candidato preferenziale per la carica di sindaco di New York, Ruth Puttermesser: un avvocato al momento disoccupato, buttato in strada, per così dire, dal commissario Alvin Turtelman del dipartimento Riscossioni e Pagamenti, previo consulto con il Primo tesoriere Adam Marmel e in accordo con il suddetto.IlgolemèildirettoredellacampagnaelettoralediPuttermesser. È debordato da tutti i vestiti nuovi e alla fine ha optato per una tuta da lavoro di jeans taglia extralarge comprata nello spaccio militare all’angolo fra Suffolk e Delancey. È diventato un po’ più grossolano

nell’aspetto. La carnagione è più rossastra e le lentiggini della fronte, se osservate con occhio immobile, rivelano un manipolo di lettere tratte da

unalfabetogeneralmentenonriconoscibile:

di lettere tratte da unalfabetogeneralmentenonriconoscibile: A Puttermesser non è sfuggito che le lettere, alef , mem

A Puttermesser non è sfuggito che le lettere, alef, mem e tav, nella

primordiale forma semitica del Nord, che si leggeva da destra a sinistra, ora estrudevano con maggiore chiarezza appena al di sotto dell’attaccatura dei capelli del golem. Puttermesser attribuisce tale trasformazione alla pressione della pelle: Santippe continua ad acquisire altezza e spessore. Puttermesser le ordina di farsi crescere la frangia. Sebbene periodicamente si allarmi nel vedere quanto la ragazza cresca, è nel complesso contenta della sua creazione. Santippe è allegra ed efficiente, ed è un’infaticabile lavoratrice. Continua a essere una cuoca zelante. Continua ad avere incertezze rispetto al tempo (a volte si dimentica che mercoledì si colloca fra martedì e giovedì e non è ancora riuscita a farsi un’idea dell’ordine dei mesi, per quanto abbia assolutamentechiarochenovembreincludequellocheèormaidiventato ilsoledelfirmamentodiPuttermesser:ilgiornodelleelezioni).Avolteè impertinente e spesso intrepida. Di tanto in tanto si mostra burbera. Ma nellamaggiorpartedeicasicontinuaasorridere.Èingradodiaffascinare chiunque e di strappargli una firma. Su suggerimento della stessa Puttermesser,portaalcollounatarghettaconsuscritto SORDOMUTA, econ la targhetta che le ballonzola sul petto e la tuta da lavoro addosso, sale e scende dai gradini d’ingresso di case di quartieri lontani come Bensonhurst e Canarsie ed entra ed esce dagli ascensori di condomini dell’EastSideedelWestSide.Irrompenegliuffici,nellescuolesuperiori, nelle università (visita Fordham, LIU, Pace, NYU, Baruch College, Columbia; sollecita il corpo docente di Dalton, Lincoln, Brearley, John Dewey, Julia Richman, Yeshivah di Flatbush, Fieldston, Ramaz, dello stesso college di Puttermesser, l’Hunter High), nei supermercati, nei discount, nelle stazioni della metropolitana, nel terminal di Port Authority.Ovunquevisianofirmataridascovare,appareilgolemconla suabiro. La petizione è completa. Il golem ha raccolto quattordicimilacinquecentosessantadue firme in più di quelle richieste dallalegge. Tutto questo va riferito nella maniera più leggera e rapida possibile,

comefosseunachiazzabrullainunprato,dasuperaremagarifacendoun salto o sonnecchiando. Per Puttermesser la cosa è molto più terribile di una chiazza brulla. Puttermesser sta male. Le sue reazioni fisiologiche sono: freddo alle tempie, visione sfocata, aumento delle difficoltà legate alla paradontosi. Spesso soffre di diarrea. Le fa male la schiena. La notte piange.Mavaavanti.Santippenonledàtregua,laspingeariformularei suoi discorsi con un occhio alla vivacità, insiste perché sfoggi cappelli particolari, rossetti lucidi, lenti a contatto (Puttermesser, che si avvicina allamezzaetà,fagiàusodiocchialidalettura). Il golem ha chiamato il partito di Puttermesser nel seguente modo:

Indipendenti per l’Idealismo Socratico e Profetico, abbreviato IISP. Per il logo è stato assunto un grafico. Il simbolo del partito è costituito da un meloconunserpente.Ilserpenteèla S di IISP.Puttermesserhapromesso ditrasformarelacittàdiNewYorknelParadiso.Hapromessodicacciare ilserpente.IlgiornodelleelezioniMalachy(“Matt”)Mavett,ilsindacoin carica, viene sbaragliato. Dei restanti tre candidati, due ottengono risultatiscarsi.Puttermessertrionfa. PuttermesserèorasindacodellacittàdiNewYork! Le si risvegliano ardori assopiti e vecchie smanie. Puttermesser si ripete: “La giustizia, solo la giustizia seguirai.” Malachy (“Matt”) Mavett prende la moglie e i figli e li porta in Florida, per star vicino alla madre adottiva, Mrs Minnie Mavett. Ha smesso di essere un orfano fortunato. Trova lavoro come dirigente in un ippodromo. È un incarico di carattere politico, ma Malachy (“Matt”) Mavett è triste. La moglie porta i segni dellasuaumiliazioneconpocagrazia.Ifigliacquisisconorapidamenteun accento che smentisce le loro origini newyorchesi. Turtelman e Marmel sono sommersi dai pettegolezzi. Si dice che lavorino per l’FBI inAlaskao per la CIA in Indonesia. Che si siano spostati ad Albany. Che siano diventati tuttofare di second’ordine presso l’agenzia federale per l’Assicurazione dei Raccolti, che ha uffici a Sourgrass, Iowa. Che occupino posizioni mediocri all’Erario, dove non hanno il diritto di occuparsi di Sicurezza sociale. Che abbiano stretto un patto suicida.

Nessuno sa cosa sia successo a Turtelman e Marmel. Ma Puttermesser è tranquilla.Èstataleistessaalicenziarli,conunpromemoriastilatonella CityHall.TurtelmaneMarmelsonostatimandatiaspasso!Buttatifuori! Cacciati! Malachy(“Matt”)MavettsegueilprotocolloetelefonaaPuttermesser percongratularsidellavittoria.Maleconfessailsuosconcerto.Dadoveè sbucata? Una che faceva un lavoro ripetitivo all’ufficio Procedure abbreviate del dipartimento Riscossioni e Pagamenti! Come ha fatto una come lei, “una sconosciuta”, “un’entità politicamente inesistente”, a conquistarsi così facilmente il favore delle masse? Puttermesser gli ricorda di avergli scritto una lettera alcuni mesi prima chiedendogli giustizia, condannando il clientelismo e la prassi dell’assegnazione delle cariche. “Lei non mi ha mai risposto,” lo accusa con la voce roca per i discorsielettorali.L’exsindacononsiricordanessunalettera. Puttermesser è sconcertata dal trasferimento a Gracie Mansion (in sogno vede ancora la madre arrotolare i tappeti invernali e srotolare quelliestivinelvastoappartamentoarischiosoledelGrandConcourse), ma il golem sceglie immediatamente per sé la camera più sontuosa della residenza.Lastanzacontieneunanticocassettoneconspecchioepiedini a forma di grifone e un superbo letto a baldacchino con una tenda di velluto bianco. In cima al cassettone luccicano vecchie ciotole d’ottone. Santippe riempie un intero armadio di tute da lavoro nuove. Vaga per la residenza studiando i quadri e accarezzando balaustre scintillanti. Invita Puttermesser a rallegrarsi di non doversi più preoccupare del sospettoso padrone di casa della Settantunesima Est. Come padroni di casa, adesso, hamilionidicittadini! Puttermesser non riesce a dare retta all’allegria del golem. La nomina dei commissari e dei capi di dipartimento la agita. Implora Santippe di tenersi lontana dalla City Hall: la campagna è terminata, finirà solo per distrarla dal lavoro. Il nuovo sindaco ha intenzione di reclutare nobili menti e cuori visionari. Sta cercando le antitesi di Turtelman e Marmel. Anela per esempio a Wallace Stevens, probo dirigente di una compagnia

diassicurazioninelleored’ufficioedestasiatopoetaalcrepuscolo.Come vorrebbemettereWaltWhitmanacapodell’ufficioProcedureabbreviate, eShelleyalloSviluppodelleRisorseidriche:Shelley,ilcuiprincipioèche i poeti sono i legislatori dell’umanità! E William Blake a capo dei Vigili del fuoco. George Eliot si sarebbe potuta occupare dei Servizi sociali. Emily Brönte della Polizia, Jane Austen di Ponti e Gallerie, Virginia Woolf ed Edgar Allan Poe della Salute. Herman Melville avrebbe potuto sovrintendere all’ufficio Residenti in una Sola Stanza. “Integer vitae scelerisquepurus,”scriveilgolemsulblocco,dandosidellearie. “Va bene, questo è l’ideale,” gli concede Puttermesser, “ma cosa devo fare, andare in giro per la città con una lanterna come Diogene, in cerca diunuomoonesto?” Santippe scrive, filosoficamente: “La politica del Paradiso non è più unapolitica.” “La politica del Paradiso non è più il Paradiso,” ribatte Puttermesser. “Comunquenonmiseccare,devotrovareinfrettaqualcunodamettereal dipartimentoRiscossioniePagamenti.” “PotrestipromuovereCracow,”scriveilgolem. “L’ho già fatto. L’ho trasferito al Controllo Scarico Rifiuti Solidi e Disinfestazione nel Bronx. L’ho fatto avanzare di due livelli. Ha avuto una bella idea per l’inverno, in effetti. Vuole convertire la montagna di rifiuti che si trova vicino alla baia in una pista da sci. E ha smesso di chiedermidiuscire.Grazieadiohapauradifrequentareilsindaco.” “Se cerchi commissari di grande integrità e ottimistica intelligenza,” scriveilgolem,“fabbricaaltridellamiaspecie.” Puttermesserconsideraperunattimolacosa:ètentata.Ipiùaltigradi del governo della città occupati da molteplici membri del genere golem! Lei stessa il creatore, fino all’ultima molecola di cerume, di ogni commissario, vice, capoufficio, direttore esecutivo! Ogni assistente del sindaco,ognisottoposto,ognisubalternoungolem!Puttermesserguarda Santippe.IlgolemhagiàlitigatoduevolteconlacuocaufficialediGracie Mansion.Lacuocasièrifiutatadiseguirelesuedirettive.“Unoèpiùche

sufficiente,” dichiara Puttermesser, e si precipita nella metropolitana per raggiungerelaCityHall. Nonostante l’odioso linguaggio che le ricorda Turtelman e Marmel, Puttermesserconsultaripetutamenteil

PROGRAMMA

DIRIANIMAZIONE,

RIFORMA,

RINVIGORIMENTO

EREDENZIONE

DELLACITTÀDINEWYORK

DàlacolpaaSantippediqueltestoassurdo:ilgolemhapassatoduesoli giorni nell’ufficio Procedure abbreviate ed è stato contaminato da perifrasi, pleonasmi e involute tautologie. Ma sullo sfondo balugina la grazia. È come se l’occhio rapido di Puttermesser cogliesse il fianco maculatodiuncerbiattonell’attodidisturbareunbosco.Larianimazione cisarà!Laredenzioneanche! E il PROGRAMMA comincia a dispiegarsi. Il sindaco manda il golem in giroperlacittà.All’inizioSantippevagabondafraibanchidelmercatodi DelanceyStreet,maPuttermesserlaaccusadicampanilismo.Leordinadi prendere metropolitana e autobus – niente taxi – e di andare in tutti i quartieri di tutti i distretti. Inutile dire che una solida amministrazione riformistarichiedeunaspia.Ilgolemritornaconstoriedolentiraccoltein mezzo allo squallore e alla disperazione. A volte raccomanda anche a Puttermessersituazioniparticolari,annotandolesuunapaginadelblocco. A Puttermesser la cosa non dà fastidio. Nulla di quello che Santippe le riferisce le giunge nuovo. La novità consiste nella scoperta del potere dellacaricachericopre.Ilmaleel’amarezzapossonoesserespodestati:si trattasolodiusareilpoterechedetiene. Folle di importuni egoisti si agitano sui gradini della City Hall. Il sindaco li allontana. Ammette solo cuori visionari. Riempie le pareti che

circondanolascrivaniadicartelli: BASTACONL’ASSEGNAZIONEDELLECARICHE, ILMERITOÈPIÙGRADITODELL’ORO,QUELLOCHESEI,NONCHICONOSCI.

Ognigiornoportafogliperdutivengonorestituitiaiproprietari.Ormai siamo al colmo del PROGRAMMA: non mancano né i soldi né le carte di credito. Ogni giorno il golem emerge dalla metropolitana fra la Sessantottesima e Lexington (è l’angolo in cui si trova il college di Puttermesser, l’Hunter High) un po’ più grossa di quello precedente, ma anche radiosa: le metropolitane sono inondate di bellezza. Lucenti gallerie si susseguono chilometro dopo chilometro. La notte bande di giovani invadono i depositi e lavano le carrozze. Le ruote e i finestrini vengono sfregati con vari prodotti. I lunghi sedili vengono dotati di cuscinidivelourazzurroomarronechiaro.Ognicarrozzabrillacomeun proiettile. Le mattonelle che rivestono le stazioni sono laghi bianchi. I passeggeri possono ammirare il proprio riflesso nei muri. Ogni giovedì pomeriggioigiovanicheprimaseminavanoilterrorenellemetropolitane simettonounacamiciapulitaevannoinCentralParkallaricercadiuno spazio verde. Poi cominciano a ballare. Hanno costituito dei gruppi di danza e pongono uno sulla testa dell’altro corone fatte con il trifoglio raccolto nel soave prato. Le foglie stanno diventando marroni, i giovedì pomeriggio freddi e bui. Ma i giovani che prima seminavano il terrore nelle metropolitane continuano a volteggiare in cerchio sui prati che imbruniscono. Le vie vengono trasformate in filari di giardini: lungo i cordoli, fra il marciapiede e la strada, siepi di ligustro scuotono le loro foglioline. I bidoni della spazzatura brillano, aperti, come schiere di carri scarlatti. Sono trainati da cavalli silenziosi che annusano le nuove siepi. Ogni giorno, a mezzogiorno, flauti e clarinetti annunciano la processione dei carri e i bambini sgomitano per raccogliere ogni mozzicone di sigaretta, ognibucciaeognipezzodicarta,affrettandosiamanipieneversoiflauti che cantano e i cavalli che marciano solennemente con narici dilatate cometrombe. Igrossicamionsiriversanoancoranegliincroci:trasportanorotolidi stoffa, arance, pollame, frigoriferi, lampade, pianoforti, bottoni, casse di lattuga,scatoledicereali,puzzle,passeggini,federedicusciniconpavoni.

Alcuni consegnano nei quartieri residenziali, altri in centro. Sbuffano e rombanoliberamente,nonhannoostacoli.Gliautobuseitaxilisuperano agevolmente. A parte i camion, gli autobus, i taxi, i mezzi dei Vigili del fuocoeleambulanze,noncisonoaltriveicoliamotore.Lebambinenon hanno paura di saltare alla corda in mezzo alla strada, fra un autobus e l’altro.Alcunestrade,però,sonostateabbondantementepiantumate,egli amanti vanno a cercarle per nascondersi in un abbraccio. Le erbe ornamentali e i giovani aceri sono infestati da venditori di pretzel, di caldarroste e di libri trasportati nelle carriole. Spesso i bambini, dopo la scuola,rimangonoacasaacostruirelibrerie.Lebibliotechehannolaluce accesa tutta la notte e le scuole la sera vengono invase da assistenti amministratividigrandiaziendecheimparanolospagnolo,ilportoghese, il russo, l’ebraico, il coreano e il giapponese. Ci sono molti giardinieri in città,euncentinaiodiaccademiedigiardinaggiourbano.Tantigliagenti di custodia disoccupati: molti di loro diventano giardinieri. Nessuno si preoccupa più di abbassare le saracinesche dei negozi dopo la chiusura. La pubblica amministrazione ferve. L’intelligenza e la cortesia sono in ascesa. Il sindaco ha riempito il dipartimento Riscossioni e Pagamenti di avvocati brillanti, uomini e donne, che rendono onore a debiti processi. Turtelman e Marmel sono stati sostituiti da cuori visionari. Non accadrà mai più che un accusatore usurpi il posto dell’accusato, come ha fatto Marmel con Puttermesser! Nell’ufficio Procedure abbreviate non c’è più rapacità. Il cimitero dei poveri è stato affidato a una poetessa poco conosciuta specializzatainterzarima.Perognitristesepoltura,lapoetessacompone un’odelaudatoria.Nemmenoimortipiùoscuripossonoesseresacrificati o abbandonati. I parchi, con i loro pergolati e le loro distese, sono disseminatidiurnediterracottadallalargaapertura.Nessunoleprofana. Lontano, nel Bronx, le teste coronate di viti degli dèi del vino vengono restituiteallastelebiancadelMonumentoaiSoldati,el’angelodibronzo brilla in cima al gigantesco ago di pietra. Nulla viene spaccato né depredato.Nullavienedanneggiato,nélecosenélepersone.Frairuderi

degli incendi che hanno devastato Brownsville e il South Bronx irrompono boschetti di pino e di spino di Giuda. Con sommo segreto orgoglio, i bassifondi si disgregano: le verande sfavillano, le nuove fabbriche e i negozi fervono, i bambini si guardano contenti le scarpe appenacomprate,ancoraintonse.Inegozidiscarperegalanopalloncinie i palloncini volano nel cielo. Ex villani e perditempo, rapinatori e ladri, tossici e bari lavorano come tutti, assorti, trasformati. Il più grosso dipartimento della città una volta si chiamava Stato sociale. Adesso si chiamadipartimentoGiochidiurniedistribuiscematitecolorate,coloria dita e tamburelli in asili chiassosi come radure piene di api, dove i pianoforti fanno tremare i pavimenti e i cantastorie tengono i bambini con il fiato sospeso dalla mattina al tardo pomeriggio, quando i genitori vanno a prenderli e li portano a casa per la cena. Tutti hanno un lavoro. Gli amanti fanno domanda di matrimonio presso gli uffici comunali. L’ufficio per il Controllo Malattie veneree ha chiuso i battenti. Gli ex protettoriimparanoausareilcomputer. I talloni di Santippe cominciano a sbucare dal letto a baldacchino di Gracie Mansion. Il golem è sfinito. Ogni giorno si trascina da un capo all’altro della città in cerca di idee. Le sue proposte, in genere poco entusiasmanti,noncostituisconounadelusioneperPuttermesser.Lacittà èinpace.Ènellanaturadellatranquillità–ènellanaturadelParadiso– essere in pace. Essere mansueta. Alcionica. Oh, ci sarebbe molto altro da dire su come il sindaco, ispirato dal golem, abbia rianimato, riformato, rinvigorito e redento la città di New York! Ma anche in questo caso occorre fare un salto o un sonnellino. È fondamentale ricordare solo due delle riflessioni che assorbono Puttermesser. La prima è che la città, ormai tranquilla, vira verso il convenzionale e il composto. È come se la tradizione,lacontinuità,ildecorofiorisserodasoli:vecchiattidicortesia, portetenuteaperte,cennidisalutofattisollevandoilcappello,migliaiadi “prego”,“scusi”,“grazie”.C’èqualcosa,nellanaturadelParadiso,chehaa che fare con il conosciuto. Con le amabili usanze. La città, nello stato di redenzione, punta a conservare se stessa. È un luogo razionale e diurno.

Hachiusoiportalidellanotte. La seconda riflessione di Puttermesser riguarda il golem. L’arrivo del golemhastimolatolasalvezzadellacittà,èvero:machiè,sichiedeogni tanto il sindaco, il vero golem? È Santippe o è Puttermesser? È stata Puttermesser a fabbricare Santippe. Santippe non esisteva prima che Puttermesserlacreasse:questoèabbastanzachiaro.MaèstataSantippea far diventare Puttermesser sindaco, e nemmeno Puttermesser esisteva, come sindaco, prima che Santippe la facesse diventare tale. E questo è altrettanto chiaro. Puttermesser si rende conto di essere il golem del golem. Nellaneonata,pacificacittàSantippeèirrequieta.Diventasemprepiù grossa. La sua crescita è allarmante. Non sta più nelle tute da lavoro. Cominciaamettereinsiemedellelenzuolaeafarnedelletoghe.

7.IlritornodiRappoport

Unpomeriggioditardaprimavera,piùomenoametàdelsuomandatodi sindaco e subito dopo una visita dallo specialista in paradontosi particolarmentedeprimente,Puttermesser(cheavevaeliminatoilcrimine dalle metropolitane ma non riusciva a debellare l’affezione alle gengive dalla sua cavità buccale) rientrò a Gracie Mansion e vi trovò Rappoport chel’aspettavanelsuosalottoprivato. “Ehi, ci sono un bel po’ di agenti da queste parti. Ho fatto una bella faticaaentrare,”silamentòRappoport. “L’ultimavoltachetihovisto,”glirisposePuttermesser,“nonhaifatto nessunafaticaauscire.” “Chenediciselaconsideriamoacquapassata,Ruth?” “Mihaimollata.Nelbelmezzodellanotte.” “Socratetipiacevapiùdime.” “Alloraperchéseitornato?” “Dio mio, guarda cosa sei diventata! Come faccio a passare per New York senza andare a trovare il sindaco? Ruth,” continuò Rappoport dilatando le sue imponenti narici, “ho pensato parecchio a te da quando ci sono state le elezioni. Abbiamo letto tutto quello che è stato scritto su dite,aToronto.” “TueMrsRappoport?” “Dài,diamociun’altrapossibilità.Capiscochetudebbaesserecomela mogliediCesare,aldisopradiognisos ” “IodevoessereCesare,”lointerruppePuttermesser.

“Be’,persinoCesaredàun’altrapossibilità.” “MatunonseiCleopatra,”obiettòPuttermesser. Sentirono un urlo in lontananza. Era la cuoca. Stava di nuovo litigando con il golem. Nel giro di un secondo Santippe comparve sulla porta,rossaedenorme,inlacrime. “Lascia quella donna in pace. Cucinerà quello che vuole, non puoi obbligarlaafarequellochevuoitu,”larimproveròPuttermesser.“Lasua cucina è rigorosamente kosher, e questo basta e avanza. Vai a lavarti la faccia.” “Grassottella,” commentò Rappoport guardando Santippe avvolta nellatogaallontanarsi.“SembrauscitadaunquadrodiRubens.” “Laragazzastacrescendo.Sivestecomelepare.” “Chiè?” “L’hoadottata.” “Mi piacciono le ragazzone.” Rappoport si alzò. “La città è bellissima. Sonovenutoacongratularmiconte,Ruth.” “Seivenutoperquesto?” “A quanto pare. Solo che pensavo, se sei stata capace di riportare un’interacittàallavita ” “Cisonocose,Morris,chenemmenoilsindacopuòriportareinvita.” Rappoport, con la ventiquattrore sotto il braccio, si girò ed ebbe un momento di esitazione: “Non è sopravvissuto al trasloco? L’avocado che avevo fatto crescere a Toronto dal nocciolo. Stava bene nel tuo appartamento.” “Noncel’hopiù.” “Aha, mi hai fatto fuori. Hai eliminato tutti i sintomi e tutti i segni. Ognisingolafogliolina ” “Nonhopiùneanchelealtrepiante.” “Staischerzando.Chefinehannofatto?” “Hopresolaterrael’housataperfareungolem.” Rappoport, sfoggiando i suoi denti perfetti, scoppiò in una sonora risata. Nel mezzo di quella risata piegò improvvisamente la testa di lato,

conilfascinochePuttermesseravevaconosciutoquandoeranodiventati amanti:ebbequasiuncedimento. “Ciao, Ruth. Congratulazioni per quello che sei riuscita a fare con la città.” Rappoport le porse la mano. “È bellissima, e lo dico sul serio. Il regno di Utopia. Il giardino dell’Eden. A Toronto escono articoli su di te ognigiorno.” “Puoi restare a cena, se vuoi,” gli propose Puttermesser. “Anche se subito dopo ho una riunione: sui contratti comunali. Mangio giusto un bocconeepoivadoallaCityHall.” Qualcuno aveva preso la mano tesa di Rappoport e la scuoteva: non eraPuttermesser.Santippe,consumatopolitico,sierarinfrescatalevaste guance, che ora profumavano di sapone, ed era sbucata dal nulla. Rappoport era sbalordito. Incuriosito. Sottrasse la mano alla stretta del golem e la allungò verso il petto di Santippe, dove la targhetta pendeva arrotolata.Lasollevòelesse: SORDOMUTA. “Èstatomoltogenerosodapartetua,Ruth,adottareunaragazzacosì. Sei una persona splendida. Dovremmo proprio tornare insieme. Rimarrò perunboccone,senontidispiace.” Il golem non si portò la biro a tavola. Trattò il cucchiaio per la zuppa come il suo nemico: la cuoca. Con aria poco soddisfatta, si versò nel piattolaquartaporzionedipurè.MatenevagliocchifissisuRappoporte avevalaboccaaOcomeinrispostaaqualcosa:aidentidiRappoport?Ai suoi baffi rossicci, che stavano diventando grigi? Alle vaste e accoglienti narici?Allaventiquattroregonfiaditerrenetribolazioni? Rappoport era loquace. Aveva una postura eretta ed eroica: raccontò delsuoultimoviaggioclandestinoaMoscaedeltormentodeglioppressi. Quando a mezzanotte rientrò dalla riunione sui contratti comunali, Puttermesser trovò il golem addormentato nel suo letto a baldacchino, con i talloni che sbucavano oltre la pediera nelle calze rosa, e Rappoport cherussavaaccantoalui. ErosavevamessopiedeaGracieMansion.

8.Santippemalatad’amore

Consideriamo adesso la situazione di Puttermesser. Cosa succede a una mente fortemente riservata quando la fama inaspettatamente la invade? Presa dal PROGRAMMA del golem e dalle sue conseguenze – conseguenze che andavano al di là di ogni possibilità di meraviglia, tanto graduali, plausibili, concrete e sensate erano, tanto si fondavano su politiche di partecipazione civica e ragionevolezza urbana –, Puttermesser non si rende immediatamente conto di attirare curiosità e applausi. Non ha, in effetti, alcuna aspettativa: solo desideri forti e strani come poteri. I suoi desideri sono puri, dunque penetranti. La chiarezza è immanente. Davanti all’illuminazione interiore emanata dai desideri di Puttermesser (o meglio, dai desideri del PROGRAMMA del golem), ogni altra cosa – ogni conflittodiinteressigeneratodapartiti,razze,classi–nonhapiùragione di essere. Un altro modo di spiegare il tutto è dire che il sindaco trova la virtùintelligibile.Unaltromodoancoraèdirecheognimattinailsindaco si rallegra profondamente. C’è fecondità ovunque. Puttermesser ha gettato una luce divina e chiarificatoria sul caos del vuoto (disfatta, inganno,scoramento,lutto).Hamagicamentetiratofuoridaunletamaio una roccaforte verdeggiante. Gli applausi che le arrivano sono come il suonodelmarecoltodalpiùremotoangolodelcervello.Lisenteenonli sente.Lasuaangelicafama–lafamadiunangelochepurifica–èl’altra faccia della virtù. La fama rende Puttermesser felice e le dà allo stesso tempounvigorososensodiincompiuto,diincerto,dirischio. È come se Puttermesser fosse in attesa di qualcos’altro: di una

conclusione,diunarisoluzione,diunosviluppo. Il golem è malato d’amore. Si rifiuta di uscire da Gracie Mansion. Nientepiùmissioniquotidianenelladistesaverdedellacittàinqualitàdi ambasciatore e spia del sindaco. Si toglie la targhetta con su scritto SORDOMUTA esenemetteun’altracherecita: CONTEMPLATIVA. Puttermesser nonsorrideaquelgesto:nonèsicurachesitrattidiunoscherzo.Circola troppa malinconia. Tira aria di complotto. In ogni caso di lì a poco il golem si toglie anche la seconda targhetta. Fra una comparsa di Rappoport e l’altra si strugge. Rappoport compare spesso: a volte anche tre, quattro giorni alla settimana. Santippe molla lo spazzolone e si precipita a salutarlo, trascinandosi dietro la falda bianca della toga. Lo scorta nella camera da letto. Aziona il giradischi che Rappoport le ha regalato per il compleanno. Ha due anni ed è insaziabile. Dio sa quanti annidicediaverealsuoamante. Rappoport esce dalla camera del golem alla chetichella, con l’aria abbagliataelosguardorivoltoversol’internodell’astronauta. Il sindaco sgrida Santippe: “Basta. Non lo voglio più vedere da queste parti.Liberatidilui.” Santippescrive:“Seigelosa!” “Sono stufa di sentire le lamentele della cuoca. Questa è Gracie Mansion,nonunaltrogeneredicasa.” “Seigelosa!Untempoeratuo.” “Faraiscoppiareunoscandalo.” “Miportadeiregali.” “Secontinuiconquestastoriarovineraitutto.” “Miamadrehapurificatolacittà.” “Etunoninsozzarla.” “Stocontemplandoilmiofuturo.” “Comincia a contemplare il presente! Guarda fuori dalla finestra! Feconditàovunque!Lapacesociale!Haivistonascerequestacosa.Seitu chel’haicreata.” “Possoanchedistruggerla.”

“Seistatacreataperservire,elosai.” “Vogliounavitamia.Ilmiosangueribolle.” Gracie Mansion trasuda erotismo. Vi aleggiano profumi forti. Rappoport si è recato in isole misteriose per offrire al golem quelle letargichefragranze,quelleessenzedipetaliafflosciatiepesanti?Ilgolem ha abbandonato le lenzuola e incombe con occhi che paiono gemme in corridoi che volgono alle tenebre, avvolto nella seta di ampi sari che strisciano sui tappeti quando cammina. Le gambe sono colonne avviluppatedarotolidifioriintrecciati. L’estateavanza.Unapolvereseccasidepositasullefogliedelgiardino botanicodelBronxeinlontananzalegiostredipintediBrooklyngridano laloroallegria. Ilsindaco:“HonotatocheRappoportnonsièvisto,ultimamente.” Santippe:“Seneèandato.” “Dove?” “È stato vago sulla destinazione. Vienna. Roma. Gerusalemme. Winnipeg. Cosa me ne importa. Un uomo di basso rango. Un tuttofare dellafilantropiadelrifugiato,dodicicapisopradilui.” “Cos’èsuccesso?” “L’hoconsumato.” “Ho bisogno di te subito,” la incalza Puttermesser. “Stiamo mettendo delle nuove mattonelle nella linea della metropolitana che va verso Jamaica Avenue. Con ritratti bicolore cotti direttamente nello smalto vitreo: Thoreau, Harriet Beecher Stowe, Emerson, per il momento. Puoi decideretuchiaggiungere.” “No.” “Sonomesichenonesci.” “Miamadredicelaverità.Hofamediunmondopiùelevato.Carichee ranghi.Uominiillustri.” Puttermesser è prostrata dalla malinconia. Ha paura. Vede lontano. Nonostante la fecondità e la pace sociale (o meglio, a causa di queste), cominciaaintravedereincosaconsisteilsuodoveredisindaco.

Nonfaniente.

In preda alla pietà, aspetta. A volte se ne dimentica. Quanto ha

aspettato il grande rabbino di Praga Jehuda Löw, quanto spesso se ne è dimenticato? Ci sono così tanti distinti visitatori. L’imperatore del Giappone prende l’ascensore per andare in cima all’Empire State Building, Puttermesser consegna una medaglia a un astronauta sui gradinidellaCityHall.L’astronautahaguardatonell’ombelicodiVenere. Arrivano i sindaci di Dublino, San Juan e Tel Aviv. Puttermesser tiene una conferenza stampa sui tassi d’interesse nella Sala Azzurra. Spiega davanti alle telecamere che la città di New York, nella sua abbondanza, estenderàiprestitiatassozeroalgovernofederalediWashington. OgnitantoSantippescompare.LanottenonritornaaGracieMansion. Ilsuolettoabaldacchinorestaspessovuoto. Una mattina presto il golem, con gli occhi troppo lucenti, le guance

troppo rosse, le spire di seta strappate, le minuscole lettere della fronte chesporgonocomescorticatecicatrici,rientraconpassopesanteacasa. “Quattrogiornisenzadarminotizie!”larimproveraPuttermesser. Santippescriveconimpazienza:“SonostatainFlorida.” “InFlorida!” “Atrovarel’exsindaco,Malachy(‘Matt’)Mavett.” “Percosa?” “TiricordiMarmel?” “Cosac’entraMarmel?” “SonoandataaOvest,atrovareanchelui.LuieTurtelman.” “Cos’èquestastoria?” MaPuttermessersadichecosasitratta.

Ci sono curiose assenze, casi di esaurimento, di ricoveri in ospedale

prividispiegazione.IlnuovocommissariodeldipartimentoRiscossionie Pagamenti sussurra a Puttermesser, in confidenza, che divorzierà dalla moglie. Ha i bulbi oculari infossati e le labbra che rientrano nel viso scavato. Ha perso peso da un giorno all’altro. Non le dirà qual è il problema. Ha dato le dimissioni. Si dimette anche il direttore del

dipartimento Educazione. La versione ufficiale è che soffre di catarri e che è talmente debole che non riesce a stare in piedi. Il commissario del dipartimento Affari culturali è diventato sordo come una campana a causa di un orribile suono, una specie di sibilo esultante. Non dirà a Puttermessercos’èstato,quelsibilo.Gliamministratorieidirigentidella città sembrano ammalarsi tutti insieme: un commissario dopo l’altro, un dipartimento dopo l’altro. La gente migliore, scelta da Puttermesser, è abbattuta, svuotata. Ci sono notizie di un aborto nel Queens. Un protettore ritorna ai suoi affari in Times Square, nonostante i ciliegi piantatinellapiazzadaldipartimentodiIgiene.Lostessocommissariodel dipartimento si aggira preoccupato fra le ciliegie penzolanti, con la schienastortaeunagobbaincipiente.Fraglisplendidigiovanideigruppi di danza, un paio defezionano e tornano a rubare in metropolitana. La pace sociale cade a pezzi. I commissari si soffiano il naso in fazzoletti insanguinati, si mettono i mignoli nelle orecchie, tornano a balbettare, istiganoisubalterniallamaldicenza. Ilgolemèaffamato. “Restaacasa,”laimplorailsindaco.“Stailontanadallacittà.” Ma il golem non le obbedisce più. È incontenibile. “Ho il sangue che ribolle,” scrive Santippe. Scrive per l’ultima volta: ha gettato la biro nell’EastRiver,allespallediGracieMansion.

9.Ilgolemdistruggeilsuocreatore

La reputazione di Puttermesser è in declino. Il costo dei prestiti municipali sale. All’interno dei musei, sui fianchi delle bianche sculture di marmo, spunta una giungla di graffiti. Le urne attiche vengono spaccate. Orde di barbari gironzolano per le strade. O New York! O New Yorkperduta! Ivicedeicommissarielelorosegretarieimpallidisconoognivoltache sentono qualcuno avvicinarsi con passo pesante. Il golem si aggira rumorosamente da un ufficio all’altro, mattina e pomeriggio, in cerca di dirigenti di alto livello. Con un sari lacero dai fiori sgargianti addosso e una ghirlanda sul testone, imbevuta di una cortina di oli muschiati, Santippe divora prestigiosi amministratori fiduciari, presidenti di commissioni,membridiconsigli,presidentididistretti,itreassistentidel secondo vice del responsabile del Controllo di Gestione, il direttore dell’authoritydeiTrasporti,ilcoordinatoredellaGiustiziapenale,ilcapo dell’ufficio Progetti e Controlli informatici, il direttore delle Relazioni intergovernative, il rettore della City University, il presidente della commissioneArtiepersinoquellodellaBorsavalori!Lacittàèammalata degli impulsi di Santippe. Suda e tossisce nei suoi abbracci terrificanti. È nelle grinfie dell’amore del golem, perché Santippe è affamata, è affamata, divora e devasta, tende imboscate abbattendo un livello dirigenziale dopo l’altro. Non c’è supervisore dei conti o segretario del leaderdiunaminoranzachesfuggaalsuosguardogalvanizzante. Sesso! Sesso! Il golem esige sesso! Uomini dell’alta politica! Nobili

funzionari!Elevatiburocrati! Puttermesser è finita. Non potrà mai essere rieletta. È l’emblema del disonore. L’amministrazione da lei messa in piedi cade a pezzi. Diffidenza. Desolazione. È finita per il sindaco ed è finita per l’alta politica. Le prigioni riaprono. La stampa strepita. Puttermesser è sopraffatta.Ilgoleml’hacompletamentedistrutta.

10.Ilgolempresoallaccio

Puttermesser dava la colpa a se stessa. Non aveva prevenuto la devastazione. Non si era preparata. Non aveva agito. Aveva visto cosa andava fatto e non aveva fatto che rimandare. Era stata dilatoria. Non poteva dirsi all’oscuro. Non l’aveva letto nei libri, migliaia di volte, che allalungailgolemdistruggeilsuocreatore?Larivoltacontroilcreatore è un attributo del golem, paragonabile alla mancanza di parola, all’incapacità di procreare, all’assenza dell’anima. Un golem non ha anima, pertanto non può morire: viene restituito agli elementi che presiedonoallasuafabbricazione. Santippe senz’anima! A Puttermesser vennero le lacrime agli occhi, il cuore in segreto le tremò. Era pronta a essere smentita. Un golem non può procreare? Ah, ma il suo sangue ribolle come quello di un essere umano. Anzi, di più! Un golem arde di desiderio, come se volesse strapparelafiammadellafuturacreaturadalsuostessoessere.Ungolem, un’entità terrena fatta di fango pressato, che si è impossessato della vita contro ogni logica e ogni naturale aspettativa, brama enormemente la generazione, la fecondità. La terra è il germe di ogni fertilità: come può un golem non sognare di avere un duplicato? È come una fornace ansimantecheurlaperaveresemprepiùcarbone,chevomitatizzoniper accendereunfuococheglisucceda.Ungolemnonpuòprocreare!Mane ha la volontà, la disperata volontà, la violenta volontà. Rampolli! Progenie! La furia distruttrice delle eruzioni di Santippe, i fulmini furibondi e le convulsioni delle sue visite: Santippe, come la stessa

Puttermesser, desidera delle figlie! Delle figlie che non potranno mai essere! Puòlaprimaesserecondannatadallaseconda,daleinondiversa? Puttermesser piange. Il golem travolge la città. Non torna più a casa, ormai. Nel tragitto dalla Battery alla Staten Island, un traghetto viene invaso dal terrore: un’enorme creatura, un pipistrello o un succubo, aggredisce il capitano e lo fa soccombere. È Santippe? Ogni giorno, sulla scrivania del sindaco, approdano racconti di “una pazza a piede libero, piena di livore nei confronti dell’autorità” (“impossibili da verificare” scrive il “Times” dalla City Hall). Qualcuno ha brutalmente sfondato le finestre della camera segreta in cui dorme il presidente della Chase Manhattan Bank. Un lembo di seta fiorata è ancora appeso ai vetri appuntiti. “Santippe!Santippe!”gridaPuttermesserdalprofondo. Ogninotte,davantiaGracieMansion,siformanopicchetticontorcee cartelli:

ONOREVOLESINDACO,COS’ÈSUCCESSOALLAMETROPOLITANA?

LEGRANDISPERANZE,LASCORCIATOIAPERL’INFERNO.

COLEICHEFACEVASCINTILLESIÈSPENTA.

LEMESSIAMAREDIPUTTERMESSER.

RUTHIE,LACITTÀCADEINBASSOETUCONTINUIASTAREINALTO?

DALLESTELLEALLESTALLE.

KAPUT-TERMESSER!

Ogni giorno tribuni arringano le folle dai gradini della City Hall:

quandolapolizialicaccia,sparisconoperdieciminutiepoiricompaiono. Lefolleribollono,barcollano,ridonosguaiate. Puttermesser redige una lettera per l’ex sindaco Malachy (“Matt”) Mavett:

GracieMansion

CittàdiNewYork

CaroMatt[Puttermessersiconcedetalelibertà]:

larecentevenutainFloridadeldirettoredellamiacampagnaelettoralepotrebbeaverticreato

una certa sofferenza. Non si è trattato di una visita da me autorizzata. La tua sconfitta alle elezioni, che ha comportato l’allontanamento dei malfattori Turtelman e Marmel dalla burocrazia municipale, è stata una soddisfazione sufficiente. Ti prego di scusare qualsiasi personale affronto il direttore della campagna (che fa adesso parte del mio staff) possa averti inflitto.Esprimelasuanatura,manonpuòassumersenelaresponsabilità.

Un’azione

immaginarie!Ilsindacocontinuaaversarelacrime.

dilatoria!

Puttermesser

temporeggia!

CaroMorris:

perfavore,vieniqui.

Conamicizia,

Ruth

Scrive

lettere

GracieMansion

CittàdiNewYork

Puttermesser consegna la lettera a una delle ladre di aste. Nel giro di qualchegiornoRappoportcompare,acortodifiato,conlaventiquattrore untempogonfiaoracava,incavata.LostessoRappoportapparescavato, la robusta gola è diventata concava, come se avesse espulso il pomo d’Adamo. Il naso, il mento e lo spazio privo di peli fra le sopracciglia hannolaconsistenzadellacarta.Glisplendididentisonointaccati.Ibaffi paionoirrequieti,esonodiventatigrigi. “Santippeseneèandata,”gliannunciaPuttermesser. “Seituilsindaco.Chiamal’ufficioPersonescomparse.” “Morris,tiprego.” “Cosavuoidame?” “Chelariportiqui.” “Io?” “Tupuoifarlo.” “Come?” “Vieniastarequi.” “Cosa?Qui?AGracieMansion?” “Nel letto di Santippe. Morris, ti prego. Le piaci. Sei stato tu a darle il via.”

“Si è allargata un po’ troppo, in tutti i sensi, se mi permetti. Cosa intendiquandodicichesonostatoioadarleilvia?” “Cheseistatotuaeccitarla.” “Nonècolpamia.” “Seistatotuainnescareildesiderio.Morris,riportalaqui.Puoifarlo.” “Perché dovrei farlo? Quello che ho avuto mi è bastato. Non voglio altro.Mihaprosciugato.Letteralmenteprosciugato,Ruth,credimi.” “Sdraiatinelsuoletto.Perl’ultimavolta.” “Ecosanericavo?Nonsonocertotornatoinquestomarciumedicittà perpassareunanotteaGracieMansion.Nonènemmenopiùunanovità. È parecchio tempo che il bocciolo non è più sulla rosa, non so se mi spiego,Ruth.Fral’altro:seiincadutalibera,haivistoipicchettilàfuori?” Rappoport mostra a Puttermesser la manica della camicia: gli hanno strappatoduebottoni. “Mihannotrattatocomeuncrumiro,perchéentravoqui.” “Sdraiatinelsuoletto,Morris.Ètuttoquellochetichiedo.” “No.” “Faròinmodochenevalgalapena.” “Dovevuoiarrivare?Haiqualcosainmente.” “Seiunfundraiser, di professione,” gli risponde Puttermesser con aria meditabonda.Qualcosadistranosiimpadroniscedilei.Unostatonocivo. “Piùomeno.Facciounsaccodicosediverse.” “Appunto.Haiparecchiaesperienza.Puoifaretantibeilavori.” “Qualilavori?” “La verità è,” dice Puttermesser con lentezza, “che ho in mano parecchie lettere di dimissioni. Molti dei miei commissari si sono ammalati.” “Ho sentito dire che ci sono stati dei casi di febbre tifoide, in alcuni palazzi del Bruckner Boulevard. Cos’avete, un’epidemia? Ho anche sentitodirecheaForestHillsc’èilcolera.” “Sono solo voci,” sbotta Puttermesser. “Alla gente piace parlar male deglialtri.Èquestocheaffossalacittà.Lebanchesenevanno,enessuno

senepreoccupa.Stoparlandodidimissioni.Dipostivacanti,Morris.Puoi avere la tua parte. Cosa ne dici del dipartimento Investigazioni? Con gli ispettori generali come sottoposti? Oppure posso farti giudice. Giudice della Corte penale ti andrebbe? Il lavoro è buono, lo stipendio anche. Il prestigio, solo dio sa quanto. Ascolta, se vuoi puoi anche prenderti il dipartimentoRiscossioniePagamenti.” Rappoport sgrana gli occhi. “Commissario del dipartimento RiscossioniePagamenti?” “Posso darti di più, se vuoi. Qualcosa di ancora più prestigioso. Le Forniture idriche sono una chicca. La paga non è niente male, e praticamentepuoianchenonandareallavoro.” “Ruth,Ruth,cosamistaidicendo?” Lagiustizia,sololagiustiziaseguirai! Èlaprimavoltacheilsindacofaunaccordopolitico. “PassaunanottenellettodiSantippeetidoillavorochevuoi.Tisto servendo un frutteto su un piatto d’argento, Morris. Sono seria. Solo specierareediprimaqualità.” “Staiparlandodiunpostonellatuaamministrazione?” “Perchéno?Devisoloscegliere.” “Il dipartimento Riscossioni e Pagamenti,” risponde Rappoport senza esitare. Puttermessercommentaamaramente:“Almenohailestessequalifiche diTurtelman.” “Emiamoglie?” “LascialaaToronto.” Sola,immersaneiprofumidellanottenelgiardinoallespallediGracie Mansion, Puttermesser coglie i bagliori del fiume: lo yacht della Circle Line con i ponti illuminati, un’insegna al neon che pulsa, le calotte distantidellepiccoleondechebrillanonellalucedellalunaeinquelladel neon. Il pane bianco cotto durante il turno di notte rilascia sulle acque il suo aroma vagamente animale: corposi fumi più profumati di qualsiasi fioritura. È talmente buio nel giardino dietro Gracie Mansion che

Puttermesser ha quasi l’impressione di scorgere la fibbia della cintura di Orione. Una grossa stella in movimento si sdoppia: sono le luci di

posizione di un aereo di linea che si fa largo verso l’Europa. Gli aerei si levano uno dopo l’altro, quasi uscissero dal fiume nero. Puttermesser li conta: hanno tutti nitidi fasci di luce che paiono raggi scaturiti dalle sopracciglia di Mosè, e si inarcano verso l’universo insondabile. Puttermesser conta gli aerei. Conta i balenii della luce al neon. Conta le sagomedellechiattechesitrascinanosull’acqua.Contatuttiisindaciche l’hanno preceduta nella città di New York. Thomas Willett, Thomas

William Dervall, Nicholas de Meyer, Stephanus van

Cortlandt Francis Rombouts Isaac de Reimer, Thomas Noell, Philip French, William Peartree, Ebenezer Wilson DeWitt Clinton Gideon

Lee

LaGuardia Robert F. Wagner, John V. Lindsay, Abraham D. Beame, Edward I. Koch! Conta e aspetta. Aspetta che il golem venga adescato e riportato a casa, che venga irretito, che si lasci pesantemente cadere gemendodidesideriosulsuolettoabaldacchino. Nel letto del golem il commissario Morris Rappoport, appena nominato al dipartimento Riscossioni e Pagamenti, giace fra lenzuola saturediunodorepungenteenoto.Ègiàstatolì.Rifuggedaqueicuscini familiarieprofumati. All’interno e all’esterno di Gracie Mansion, odori di ciò che è stato e di ciò che sta per essere: le solite melanzane al gratin della cuoca, gli effluvi del fiume, il giardino che sbatte le infinite foglioline delle siepi come ali, i gas di scarico degli aerei che disegnano spirali discendenti, il respiro intenso e pregiato dei forni per il pane, i cuscini profumati del golem: tutti questi fumi vaganti e le loro combinazioni si mescolano, si rimescolano e si intrecciano in una corda di incenso che incute timore e attira Santippe nel suo letto. Una corda di incenso? Di fetore e di satura rovina! L’acre segnale della decomposizione! Il presagio di elementi tellurici! Santippe, ovunque sia andata a sbattere nella città selvaggia (tornata ancora una volta selvaggia), viene attirata adesso verso Gracie

Delavall

Smith Ely

Jimmy Walker

John P. O’Brien, Fiorello H.

Mansion, alle cui pareti sono appesi i ritratti dei sindaci. Lo scettro e lo status, la malia del potere e del comando la portano alla sua disfatta: nel suo letto giace un funzionario estremamente importante, il cui lavoro consiste nel lanciare il richiamo che fa ballare il denaro della città. Riverserà su di lui il suo amore gigantesco. Il golem spegnerà il suo terribile ardore a spese del commissario del dipartimento Riscossioni e Pagamentifrescodinomina.Poisiabbandoneràalriposo,fragliorrendi profumidellettospaccatoindue. A quel punto il sindaco, frustrato nel suo mandato, tradito nel suo PROGRAMMA,losmantelleràsecondoidettamidelrito.

11.IlgolemsmantellatoelechiacchierediRappoport

La città era ingovernabile. La città era fuori controllo. Non c’era alcuna differenza, adesso, fra Puttermesser e i sindaci che l’avevano preceduta. Puttermesser portava a termine il suo glorioso mandato destreggiandosi fraconfusioneeipocrisia. Unacosac’erachelarendevadiversa:unnonmegliodefinitotumulo di terra introdotto dal commissario ai Parchi e Giardini durante l’ultimo, dolentesemestredellasuaamministrazione. Davanti alla City Hall, dall’altro lato della strada, c’è un parchetto attraversato da sentieri e zone erbose e recintato da cancellate di ferro battuto. Qua e là, con generosità intermittente, sono state posizionate dellepanchine.C’èpersinounafontanachezampillaversoilcielo.Forse perchéilparchettositrovaall’ombradellaCityHalle,percosìdire,sotto la sua sorveglianza, le panchine non sono state seriamente colpite dall’azione dei vandali e i prati non sono stati eccessivamente calpestati. La cosa migliore, e la più allettante, sono le aiuole, vividi rettangoli di gerani rossi disposti, occorre riconoscerlo, come appezzamenti di un camposanto in miniatura. Gli impiegati che sbirciano dalle alte finestre del Municipal Building grigio elefante vedono una radura cremisi che interrompe,consconsideratobagliore,l’amaradistesadicemento.Auna certadistanzadalleaiuolesiergonoilastronistileStonehengedelleTorri Gemelle.AestlacetratirolesedelpontediBrooklyn. Ilparcononèvisibiledall’ufficiodelsindacoeaPuttermesservabene così. Non sarebbe stata buona cosa doversi occupare della città e nel

frattempo avere davanti agli occhi il tumulo chiaro di Santippe. Nelle aiuole, vicino alle radici, c’è della terra fresca, messa lì da poco e lievemente calpestata. È stato lo stesso sindaco a telefonare al commissario ai Parchi e Giardini nel bel mezzo della notte (il commissario,perfortuna,eraappenarientratodaParigi)eaordinarglidi farscavareinquelpuntoedisistemarenellacavitàchesisarebbevenuta a creare, come in una busta, un tumulo di terra speciale dalla forma grossolana che cominciava a sgretolarsi. Il commissario ai Parchi e Giardini, chiamato con urgenza, aveva trovato strano, quando era arrivato a Gracie Mansion con gli addetti – assonnati – allo scavo, che il sindacocamminasseavantieindietronelgiardinodietrolaresidenzaalla luce di una mezzaluna striata. E aveva trovato ancora più strano che accanto al sindaco vi fosse un uomo con la lingua penzolante che blaterava e si presentava come il commissario appena nominato del dipartimentoRiscossioniePagamenti:MorrisRappoport. “Ha portato le vanghe? E un furgone?” aveva sussurrato il sindaco al commissarioaiParchieGiardini. “Sì,hoportatotutto.” “Be’, le vanghe non servono. Almeno non ancora. Non si scava un pavimento. Le useranno dopo, nel parco. C’è del fango secco sul pavimentodiunadellecameredaletto.Dev’esserespostato.Congrande delicatezza.Puòspiegarloaisuoiuomini?” “Delfangosecco?” “Le posso assicurare che non è un blocco unico. Cade a pezzi. Ma ha unacertaforma.Trattatelocondelicatezza.” Il commissario si era ritrovato davanti un tumulo di terra molto grosso e privo di forma, o fondamentalmente privo di forma, avvolto in modopocosensato(oalmenocosìaluiparve)inunaspeciedisudariodi velluto.IlcommissarioaiParchieGiardiniavevaappenapartecipatoaun programma ufficiale di scambio in Francia ed era atterrato all’aeroporto Kennedydapocopiùdidueore.Ilprogrammadiscambioprevedevache lui studiasse gli incantevoli parchi parigini e che la sua controparte

francese prendesse in esame quelli molto più tristi di New York. Il commissario ai Parchi e Giardini era stato ovviamente nominato da Puttermesser ed era un botanico e un urbanista, un esperto della difficoltà di certe piante da ombra, uno specialista della filigrana dei gazebo, un amante della notte urbana. Ciò nonostante, il capriccio del

sindaco lo lasciava perplesso. Non riusciva a vedere, nel tumulo di terra

chesitrovavasulpavimentodellacameradaletto,lasuafortunaelavia

di fuga che aveva preso. In effetti, sebbene nessuno dei due lo avrebbe

mai saputo, il commissario ai Parchi e Giardini e la sua controparte

parigina si erano entrambi trovati sotto una buona stella: il parigino perché l’appendicectomia della moglie lo aveva inaspettatamente e oltremodo trattenuto a Parigi, per cui lui (che era un uomo ansioso) a New York non c’era mai arrivato, e il commissario ai Parchi e Giardini

perchénonsitrovavanelsuolettoquandoilgolemeraandatoacasasua

a cercarlo, nella parte bassa della Quinta Avenue. Era a Parigi a studiare il Bois de Boulogne: la sua salute mentale era di conseguenza buona e il

fattochequelladelcommissarioaldipartimentoRiscossioniePagamenti

nonlofosselosconvolgeva.

Rappoportblaterava.SeguivaPuttermessercomeuncagnolino.Aveva

fattoesattamentequellocheRuthgliavevadettodifare,aquantopareva,

ma poi le istruzioni di Puttermesser erano diventate contraddittorie. All’inizio aveva dovuto camminare in cerchio. Poi non aveva più dovuto

farlo. E aveva dovuto grattare qualcosa con il coltellino. Prima ancora si era ritrovato sdraiato sul letto, un satrapo con un titolo. Il titolo era palpabilecomeunmanto,ealtrettantosontuoso.Sullasuatestaricadeva il velluto bianco del baldacchino, con le sue pieghe voluttuose e le sue fenditure innevate: com’era denso e caldo il suo titolo, quanto potere

c’eranellasuacarica!Solo,chiusonell’autoritàdelsuorango,Rappoport

aspettava la visita del golem. Senza più cuciture, senza più un brandello

di sari, con gli occhi lucidi e in fiamme per la fame che la grandiosità di

Rappoport le scatenava, Santippe aveva fatto irruzione nella camera da letto: era odorosa di spiaggia e aveva un sibilo feroce fra le labbra.

Rappoport aveva strappato il velluto bianco dal letto e lo aveva gettato sulgolemincandescente. Rappoportblaterava.Raccontavailresto:comeavevanolottato,come lui aveva resistito alle dimensioni di Santippe, alla sua forza, all’orrore della sua immodestia, al mare orribile del suo sudore e allo scirocco del suo respiro estivo, come lui – o era stata lei? – aveva elencato le cento superbe funzioni della sua nuova giurisdizione, il protocollo e la potenza del denaro della città, i luoghi in cui veniva generato, quelli in cui era diretto, quelli in cui finiva: si sarebbe potuto dire che gli stesse insegnando il mestiere. Poi il sindaco, parlando attraverso la porta, gli aveva spiegato la profondità della quiete dopo l’esplosione della potenza sessuale, più forte di ogni sonno, di ogni droga e di ogni anestesia, e gli aveva ordinato di spostare Santippe, in tutto il peso morto della sua massa,dalbaldacchinoalpavimentoediavvolgerlanellatenda. Rappoport blaterava: raccontava di come avesse sollevato Santippe ancora in estasi, ancora preda del torpore che segue al rapimento, e l’avesseappoggiataaterra,dicomel’avesseavvoltanelvellutobianco,di come Puttermesser, pallida, con gli occhiali da lettura che brillavano davanti a un consunto libro verde, gli avesse ordinato con voce penetrantediriempirsilamentediimpurità–dicosemateriali,sporche, guaste, spregevoli – e di come infine gli avesse ordinato di seguirla mentre lei tesseva cerchi attorno a Santippe distesa sul pavimento come segirasseattornoallasuastessaombra. Puttermesseravevagiratopiùvolteattornoalgolem.Nelmomentoin cui gli aveva dato la vita, a coronare le sue ambiziose riflessioni erano arrivati, loro malgrado, la giustizia, la bellezza, la purezza, l’Eden e persino il radioso PROGRAMMA. Adesso occorreva coscientemente invertire.Adessodovevapensareafannullonidallosguardoviolentoche si appostano negli ascensori con i coltelli a scatto pronti all’uso, a bombolette che esprimono l’odio per la civiltà a forza di sfregi rossi, a monumenti con le teste tagliate, alla sporcizia della città, alle rapine, ai furti, agli incendi dolosi, alle aggressioni, persino agli omicidi.

L’omicidio! Se per dare la vita aveva dovuto sognare il Paradiso, adesso doveva sentire la lancia ardente dell’inferno. Se per dare la vita aveva girato sette volte in senso orario attorno a un cumulo di argilla, adesso doveva girare sette volte in senso antiorario attorno a Santippe prigioniera. Se per dare la vita aveva pronunciato il Nome, adesso non doveva in alcun modo ripeterlo né immaginarlo, né doveva prestargli palpitid’aria,difiammaodirespiro.Dovevacancellarlototalmente. Ma che dire di Rappoport, dell’esca e del laccio del golem, dell’uomo che era andato fino in fondo nella cattura di Santippe? Anche lui aveva dovuto seguire Puttermesser e girare in senso antiorario, come avevano dovutofareidiscepolidelgranderabbinoJehudaLöwquandoeragiunto il momento di smantellare il golem di Praga. Anche il golem di Praga, il salvatore della città era impazzito! Era stato creato per soccorrere i cittadini e aveva finito per seminare il terrore. E quando aveva smantellato il golem, il grande rabbino Jehuda Löw aveva dovuto disinnescare i riti che aveva soppesato nel corso della sua fabbricazione. In nome dello smantellamento del golem, aveva declamato all’inverso le varie permutazioni e combinazioni dell’alfabeto recitate con sacra e profonda concentrazione mentre lo creava. Invece di meditare sulla costruzione, aveva meditato sulla distruzione. Aveva disgregato ciò che avevainprecedenzainanellato:avevadistruttoilegamimagneticifragli atomicheformavanolacatenadell’essere. Girando attorno a Santippe intorpidita nel sudario di velluto bianco, Puttermesser non aveva potuto fare a meno di dare un’occhiata alla faccia del golem. Il viso era rimasto quello di una bambina. Ah Leah, Leah! Le palpebre di Santippe avevano avuto un tremito. Le labbra si erano increspate. Il golem guardava Puttermesser con i suoi terribili occhi:comepulsavano! “Madremia.” Unavoce! “O madre mia,” aveva ripetuto Santippe continuando a guardarla, “perchémigiriattornoinquestomodo?”

Santippeparlava!Lasuavocesilevava!Lavocediunabambina,acuta comeilgridopurodiunuccello. Ma Puttermesser non si era fermata. “Continua a muoverti,” aveva dettoaRappoport. “O madre mia,” aveva nuovamente ripetuto Santippe con la sua voce dauccellino,“perchémigiriattornoinquestomodo?” All’iniziodelquintogiro,conRappoportcheansimavaallesuespalle, Puttermesseravevadetto:“Tuhaicreatoetuhaidistrutto.” “No!” aveva urlato il golem ora in grado di parlare. “Sei stata tu a crearmi e sarai tu a distruggermi! Vita! Amore! Misericordia! Amore! Vita!” Ilquintogiroerastatocompletato.Ilgolemcontinuavaapiagnucolare conlasuavocedauccellino.“Vita!Vita!Nevoglioancora!” “Ancora,” aveva commentato amaramente Puttermesser cominciando il sesto giro. “Ancora, ancora e sempre di più, non ti bastava mai. È questo‘ancora’checihaportatiqui.Questo‘ancora’!” “TuvoleviilParadiso!” “L’eccesso di Paradiso è avidità. L’eccesso di Eden porta alla disintegrazionedell’Eden.L’Edenaffondasottoicolpidell’eccessodisé.” “Omadremia!Iotihofattasindaco!” Completandoilsestogiro,Puttermesseravevadetto:“Tuhaiaffossato lacittà.” “Omadremia!Nonspegnereimieiardori!” Cominciando il settimo giro, Puttermesser aveva detto: “Questo è l’ultimo.Adessotornateneacasa.” “Omadremia!Nonrestituirmiaglielementi!” Ilsettimocerchioerastatocompletato.Mailgolemavevacinguettato dinuovo.GiacevaallungatoaipiedidiPuttermessercomelasuaombra. “C’è qualcosa che non va,” aveva mormorato Puttermesser. “Non so perchémanonfunziona,Morris.Forseperchénonseiunsacerdotenéun levita.” Rappoport aveva trattenuto un respiro tremolante. “Se riesce ad

alzarsi,sedecideditrascinarsi ” “Morris,”gliavevachiestoPuttermesser,“cel’haiuncoltellino?” Rappoportneavevatiratofuoriuno. “O madre mia, madre della mia vita!” aveva piagnucolato il golem. “Pensa che in nome tuo ho mandato in rovina Turtelman, Marmel, Mavett!” L’enorme, scaltra Santippe, astuta e gargantuesca, uscita dal semino gettatodalsognodiLeah! Rappoport, su ordine di Puttermesser, aveva scostato soffiando la frangetta del golem e con il coltellino aveva cancellato dalla sua fronte

quella che pareva una vecchia cicatrice: la prima di tre cicatrici, quella piùadestra,quellacheavevalacuriosaformadiunaspeciediK. Ilgolemavevaall’istanteserratolelabbraegliocchi. L’alefseneeraandata. “Èmorta,”avevadettoRappoport. “Èstatarestituita,”l’avevacorrettoPuttermesser.“Portalainsoffitta.” “Insoffitta?Qui?AGracieMansion?Ruth,pensaci!” “Il grande rabbino Jehuda Löw ha smantellato il golem di Praga nella soffittadell’Altneuschul.Unastrutturapubblicaevenerabile,Morris,non menopregevolediGracieMansion.” Rappoport era scoppiato a ridere. Poi aveva tirato fuori la lingua e l’aveva mossa avanti e indietro, a destra e a sinistra, spostandola da un angoloall’altrodellabocca. “Chinati,Morris.” Morrissierachinato. “Prendilasuamanosinistra.Dalpolso,ècosìchesifa.” Serratafral’indiceeilpollicediRappoport,lamanosinistradelgolem sieraspaccatainquattrozolle. “No, così non funziona. Non ho organizzato bene la cosa, Morris, lo

riconosco.Selatrasciniamoinsoffitta

Non importa. Chiamerò il commissario ai Parchi e Giardini. Magari il parcodellaCityHall ”

be’lovedianchetucosasuccede.

AquelpuntoRappoportavevacominciatoablaterare.

12.All’ombradelleaiuole

Icamiondellaspazzaturasonotornatiagirareperlestrade.Iloroferoci

tritatutto macinano il vomito della città. Gas di scarico, una cinquantina

di macchine immobili a un incrocio, depravazione nei bagni delle donne

delMunicipalBuilding,computerfuoriuso,AlbanyinguerraconlaCity

Hall, una flessione nei voti di lettura delle quinte elementari: la città soffoca. Non è governabile. Non è controllabile. Dalla Florida arrivano voci che l’ex sindaco Malachy (“Matt”) Mavett stia progettando di riconquistare la City Hall. E per quanto riguarda l’assegnazione delle cariche, c’è l’egregio caso del nuovo commissario del dipartimento Riscossioni e Pagamenti, di cui si dice fosse un tempo l’amante del sindaco. Dà le dimissioni per motivi di salute ancor prima di essere

entrato in carica. La moglie lo riporta a casa, a Toronto. Puttermesser si sottopone a un intervento per contrastare la paradontosi. Quando l’interventohatermine,siritrovaconlegengiveesposte.Èinfinitamente consapevole dello scheletro, lo sente nella cavità segreta della testa, appenaaldisottodelleorbiteoculari,dallatopalatale. Il “Soho News” è l’unico giornale ad accorgersi dell’ordine dato dal

sindaconelbelmezzodiunanotted’estatedimettereunulteriorestrato

di terra sotto i gerani rossi del parco davanti alla City Hall. Gli addetti

alloscavodeldipartimentoParchieGiardinihannopiantatounpannello

di legno fra le aiuole con su scritto: VIETATO TOCCARE O RACCOGLIERE. Con

impudicodisprezzoperildecorocivico,ipassantisifannospessobeffadi

quel modesto monito. Ma chiunque tocchi o raccolga quei fiori color del

sangue si ammala nel giro di poco di influenza virale, mal di gola, forte

di attacchi

particolarmenteviolentidiborsite.

raffreddore accompagnato

da

volte,

nausea o,

a

EognivoltaPuttermesseresclamadalprofondo:ONewYorkperduta!

OSantippeperduta!

Puttermesserincoppia

1.L’etàdeldivorzio

All’insoddisfacente età di cinquanta e passa anni, Ruth Puttermesser, avvocato, razionalista, ex pubblico ufficiale, si prese un anno sabbatico per vivere dei propri risparmi e pensare al proprio destino. Durante la sua seconda settimana di libertà – senza la schiavitù del lavoro burocratico e un ufficio in cui dover andare (un ampio tratto della sua vitaeragiàstatofagocitatodaicorridoidelMunicipalBuilding,avevagià dato!) – le venne in mente che quello che doveva fare era sposarsi. Non era un’idea nuova: da trent’anni o forse più, dal suo primo anno alla facoltàdiLegge,lamadrenonavevafattoaltrocheripeterglielo.

Ruth, Ruth [le aveva scritto la madre da Miami, Florida], non c’è nulla di male nell’avere un marito oltre al cervello, non è una contraddizione. Per l’amor di dio, scendi dalle nuvole! Se non ti sposi dove finirai, cosa succederà? Le pietre sono sole come si suol dire e ti assicuro Ruthiepapàèd’accordoconmesuquestacosanoninpartemaintoto,nonsiamovenutifin quiperviverealcaldoconluichehalaborsiteperchéadessotuglispezziilcuoreconiltuo cervello.

La lettera, innocente e antifemminista, era ingiallita ai margini e si sgretolava.NeltedioperleinuovodeltempoliberoPuttermessermetteva ordine fra le scatole stipate sotto il letto. Tirava fuori le cose. La madre era morta. Il padre era morto. Nessuno le avrebbe più detto che tempo faceva in Florida e nessun nipote avrebbe ereditato quei francobolli interessanti e antiquati e quelle lamentele raggrinzite. Puttermesser era un’anziana orfana. Per la prima volta le balenò l’idea che la madre potesseaverragione:sipotevadistruggereuncuoreconilcervello.

Comprò la “New York Review of Books” e passò in rassegna gli annuncipersonali.Cervello,cervelloovunque.

Scrittore ed editor in forma, bello, ambizioso, non fumatore, dotato di senso dell’ironia, fantasioso, irriverente cerca relazione duratura con donna non fumatrice, brillante, senza pretese,appassionata,creativa.PreferibilmenteconPhDsuMilton,ShakespeareoBeowulf.

Docente universitario, antropologo, cinquantenne, gentile, intellettuale, giovanile, autore di trevolumisuinatividelleisoleAleutine,cultoredellavitaconesame,gradirebbematrimonio olegamealungoterminecondonnalealeeprofessionalmentearrivata,conbuonaanalisialle spalle (solo Jung, niente Freud o Reich). Senso dell’umorismo e amore per la vita all’aperto imprescindibili.

Puttermesser non riusciva a riconoscersi in nessuno di quei sintetici ritratti, nonostante ve ne fossero a decine. La vita all’aperto le era nemica. L’aria di campagna – l’idea di dover far fronte al pericolo di incontrinumerosieinquietanticonroditorinonmeglioidentificabili,con uccellichiassosi,mostruosiinsettioconilfangolasciatodaglispaventosi temporali che si abbattevano su Sag Harbour – la metteva di cattivo umore e la rendeva schizzinosa. Non capiva il senso degli scherzi. Sebbene non fumasse, era una liberale convinta e considerava la persecuzione dei fumatori una questione di diritti civili. E per quanto riguardava la vita con esame ne aveva avuta a sufficienza! Era stufa di esaminare la sua e non aveva sicuramente bisogno di sentire un esperto di eschimesi esaminare la propria. E in ogni caso quelle colonne e colonne di annunci erano tutte una finzione. “Pieno di vita, attraente, affascinante, piacevole” voleva dire divorziato. Uno scarto o un errore altrui.“Anticonformista,amantedellaterra,accogliente,affascinatodallo zen, dal sufismo, dalla musica degli astri” voleva dire uno sballato che portava ancora i sandali. “Uomo di successo cerca donna forte” voleva dire “attenzione, probabilmente un patito della pornografia”. In quegli annunci compariva ogni tipo di autoindulgenza da manuale. E con la letteratura non andava meglio. I grandi romanzi erano pieni di strane figure che sfociavano in matrimoni male assortiti: Isabel Archer che andava a impelagarsi con il bieco Gilbert Osmond, Gwendolyn Harleth

che si metteva nei guai con Grandcourt, Anna Karenina e – peggio di tutti – la povera Dorothea Brooke e il micidiale Mr Casaubon. Tutti questi pessimi personaggi – gli uomini sicuramente, ma anche molte delle donne – erano intelligenti. Bastava pensare a Shaw, un logico, che aveva impedito al professor Higgins di sposare Eliza per il palese terrore di conseguenze infami e predestinate. Oppure a Jane Austen, che da un lato faceva sposare Elisa e Darcy combinando intelligenza con intelligenza e dall’altro accollava a Mr Bennet una moglie stupida. La gente rimaneva incastrata. Il cervello non era una garanzia. Le speranze eranoesigue. La verità era che Puttermesser era entrata in una nuova zona dell’esistenza. Aveva ricevuto un questionario dall’Associazione delle DonneAvvocato:L’avvocatodonnael’invecchiamento.L’invecchiamento! Come poteva Puttermesser invecchiare quando ancora doveva dare delle soddisfazioni a Miss Charlotte Kuntz, l’insegnante di piano? Quarantacinque anni prima, nel corso dell’ultima lezione, Miss Kuntz l’aveva chiaramente avvisata che su una certa sonatina doveva ancora lavorare. Era stato appena prima delle vacanze estive. Puttermesser le avevapromessochealuglioeadagostoavrebbesudatosettecamiciesul Tempo di Minuetto (l’andante era più facile), ma poi aveva continuato a rimandare. Era invece entrata e uscita in trance dalla sezione dedicata ai bambinidellabiblioteca:laregolaerachenonpoteviprendereinprestito piùdiduelibriallavolta.SpessoPuttermessersipresentavainbiblioteca due volte al giorno, per restituire i libri presi e prenderne altri due. Leggeva fino a sera inoltrata, all’ombra rosata del crepuscolo estivo. La metà inferiore del cielo aveva una striatura rosso sangue. “Domani sarà bello,”dicevailmitepadrediPuttermesser.“Èquestochesignificarosso disera.” Ma la madre la sgridava: “Al buio! Continui a leggere al buio! Ti rovinerai gli occhi! E poi non avevi giurato a Miss Kuntz che ti saresti esercitataognigiornodurantelevacanze?Nontivergogni?Torneràetu non sarai pronta! Immersa in un libro senza nemmeno la luce!” A fine

agosto era arrivata una lettera. Miss Kuntz non sarebbe tornata. Si era trasferitanell’interno.

Mispiacetradireimieiimpegni,Ruth,manonpossofarealtrimenti.Comesai,miopadreha ormai raggiunto un certo grado di infermità e quando andavo dai miei allievi, in metropolitana, ero costretta a lasciarlo solo. Non era facile. Il passaggio dalla metropoli a Pleasantville ci sarà di notevole aiuto. Abbiamo comprato una casetta modesta ma graziosa situatapropriodietrolaGardenStreetElementarySchool,ementredaròlezioninellaveranda potròoccuparmidilui.

Permettimi,Ruth,dispronartiaesercitartidipiùconlamusica.Cometihodettopiùvolte,sei intelligente ma ti devi applicare di più. Ricordatelo: Devi Ripetere Molto Furiosamente Sempre!

Puttermesser aveva rimandato la pratica per talmente tanto tempo che ormaidavasegnidiincanutimento.Sefossestataancoraviva,MissKuntz avrebbe avuto centoquattro anni. Lei non aveva ancora perfezionato il Tempo di Minuetto, come poteva pensare di compilare un questionario sull’invecchiamento?

Incontra discriminazioni da parte dei giudici? Dei datori di lavoro, dei clienti, del personale giudiziario?

Ilsuoacumeolasuacapacitàdigiudiziosonopalesementecalati?Sesì,inchemodoquestosi

manifesta?

Leposizioni(politiche,morali,relativeallasocietà)daleipreseinprecedenzadannosegnidi cedimento? È in grado, a suo parere, di concepire nuove idee? Di mostrare flessibilità? Di avereunamenteaperta?

I suoi guadagni sono diminuiti? Aumentati? Viene trattata con minore rispetto? Con

maggiore rispetto? Se il rispetto è maggiore, in che modo ha contribuito il suo aspetto maturo?

Il movimento femminista le ha reso la vita professionale più semplice? Viene infastidita

meno?Dipiù?Nonvièalcunadifferenza?Quantevolteallasettimanasiimbatteincommenti

sessistiodiscriminatoririspettoall’età?

Si tinge i capelli? Fa uso di henné? Si arrende all’azione di Madre Natura? In quest’ultimo caso,ritienecheicolleghimaschilatrattinoconmaggioreominoredignità?Eiclienti?

MissKuntzsitrovavaormaisicuramentesottoterra,aPleasantville,New York, in compagnia del padre. Nell’appartamento angusto di Puttermesser nell’East Seventies – un quartiere di oftalmologi e dermatologi – non c’era posto per un pianoforte. Lo spazio accanto al lettopotevaamalapenaospitareunamodestascrivania.Lanotte,oltrela parete,Puttermessersentival’insegnantedimatematicafarelapuntaalle matite rosse con un temperino elettrico. A volte la donna faceva esercizi di ginnastica su un tappetino, che urtava il battiscopa quando lo si srotolava. Una divorziata di circa trentacinque anni che contava ad alta voce a ogni estensione di gamba. Lavorava alla sua figura nella speranza di attirare un amante. Qualcuno aveva infilato nella casella di Puttermesserunvolantinoaleidestinato.

EVENTIPERSINGLE

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INCONTRIFRAINSEGNANTISINGLE,COLTIEINSOLITI

CONOSCIITUOIPARISENZADRAMMIOPRESEINGIRO

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GINNY(718)555-3000

Puttermesser aveva pensato di chiamare Ginny: anche lei, in fondo, era unasinglecoltaeinsolita.Mapoiavevainfilatoilvolantinosottolaporta dell’insegnante di matematica. Il palazzo, votato all’anonimato (ogni misteriosa anima dimorava nella propria celletta invisibile alle altre), era soggetto a nervosismi e a equivoci di varia natura. Cose o persone confuse con altre, contrattempi, consegne errate. Per il portiere Puttermesser era Miss Perlmutter. Se chiedevi un idraulico al custode di

condominio, ti ritrovavi il disinfestatore. L’acqua veniva chiusa per una giornata intera senza preavviso. Aprivi il rubinetto e non usciva niente. Oppure mancava la luce e il frigorifero palpitava grandiosamente e moriva. I frigoriferi degli appartamenti di un intero corridoio esalavano l’ultimo respiro all’unisono, in un solo lungo tremito. Ne percepivi la vibrazione,chepassavadallamoquetteallepiantedeipiedi.Ilpalazzoera un organismo nervoso. I familiari fremiti rimbalzavano di recesso in recesso.Puttermesserriconoscevadallatonalitàdelmotoreilpianoacui l’ascensoresifermava.Daltonfonelcorridoio,dalrimbombodellescarpe da ginnastica che tornavano verso l’ascensore e dal tintinnio dei vari catenaccidicasa,ilmomentoincuiinuovielenchitelefoniciatterravano sulsuozerbino. Un tonfo, un rimbombo, un tintinnio. Qualcosa era appena atterrato davantiallasuaporta.Lescarpedaginnasticaeranoinvolo.Lacatenella ondeggiavaetintinnavaancora.Puttermesserarmeggiòfuriosamentecon la catenella e le serrature. Doveva fare un giro e un quarto di giro per ognuna delle due. Fece più velocemente che poteva. E se c’era un incendio?Potevaesserederubata,stuprataoarsaviva:ilguaiodiviverea New York. I suoi vicini avevano tutti lo stesso numero di catenacci. L’insegnante di matematica aveva messo davanti alla porta una barra d’acciaiochefinivanelpavimento. Puttermesser riuscì a venire a capo delle varie serrature. Sporse la testaefeceappenaintempoavedereunacamiciagiallabalenareallafine delcorridoio.Aisuoipiedisilevavaunapiladiscatoledicartoneenormi epiatte.Emanavanounodorenauseabondodiformaggio. “Ehi!” urlò Puttermesser. “Torni qui! Non sono stata io a ordinare questaroba!”

“6-C,giusto?”leurlòasuavoltalacamiciagialla.“Sonopizze!”

“3-C. Doveva andare al sesto piano. Io non ho ordinato nessuna pizza!”gridòPuttermesser. “Morgenbluth,no?” “No,hasbagliatoappartamento.”

“Senta,” disse la camicia gialla, “ho la bici in strada. La bici del mio capo. Mi fregano la bici e sono finito. Una mezza dozzina di pizze vegetarianeperMorgenbluth.Ok?” “NonconosconessunMorgenbluth!” L’ascensore si fagocitò la camicia gialla ronzando come un macchinariodapalcoscenico. Una scia fecale da stalla, quel formaggio. Accompagnato da una salsa insondabile. Puttermesser si teneva alla larga dal cibo etnico. Non aveva mai provato il souvlaki. Non aveva mai assaggiato il sushi. A parte i fudgealcioccolatoeiTootsieRolls(avevaimolarirovinatieincapsulati), la gastronomia non la attraeva. Quello che le interessava era il matrimonio: il matrimonio di due menti autentiche. La reciproca trascendenza: non pensava a tendini, sinapsi, spasmi alimentati dall’ormone. A quelle coppie che se ne andavano a spasso avvinghiate come serpenti e si fermavano in mezzo al marciapiede per incollare la bocca dell’uno a quella dell’altra: robot biologici, cumuli di contrazioni convulseinnescatedaunistintospietato.Nonostantetutto,Puttermesser non era esente da idealismo. Credeva (certo, l’affermazione non avrebbe retto a un rigoroso interrogatorio) di avere un’anima. Sognava – perché nonavrebbedovutosognare?–unmatrimoniofraanimesimili. Solo due giorni prima aveva preso in prestito alla Society Library, nella Settantanovesima Strada – un’amabile passeggiata dal suo appartamento–,unabiografiadiGeorgeEliot.Unadonnaconun’anima, nataMaryAnnEvans,chesieradatailnomeGeorgepersolidarietàcon il suo solidale compagno. George Eliot e George Lewes, una donna e un uomo di belle lettere, che ogni sera si sedevano uno accanto all’altra e leggevano ad alta voce. Leggevano saggi scientifici, di filosofia, di storia, leggevano poesie. Una volta si erano spinti fino a Oxford per vedere un cervello dissezionato. Un’altra volta avevano invitato a pranzo Charles Dickens, che li aveva ammaliati con un misterioso aneddoto sulla morte diLincoln.FacevanofebbriliviaggiculturaliinSpagna,ItaliaeGermania, visitando i luoghi con scrupolosa accuratezza, entrando in cattedrali e

musei, andando diligentemente a teatro e all’opera una sera dopo l’altra. Sui piroscafi, per rilassarsi, leggevano Walter Scott. Erano degli strenui naturalisti, e perlustravano le rive dei fiumi e le pendici delle colline alla ricerca di conchiglie e funghi. La loro casa veniva chiamata il Priorato. Non vi era mai successo nulla di poco elevato o di moralmente o artisticamente poco serio. Coloro che la frequentavano il sabato pomeriggio – George Eliot teneva un salotto – erano quasi tutti persone ugualmente distinte, la crema della vita intellettuale inglese: gente che conosceva il caldaico, l’aramaico, l’amarico, il fenicio o il sanscrito. Oppure erano oratori, avevano inventato il termometro clinico, erano aristocratici o americani. Il giovane Henry James aveva fatto un pellegrinaggio al poggiapiedi di George Lewes e lo stesso valeva per il padre di Virginia Woolf. George Lewes era sempre presente, piccolo, magro, biondo, veloce, un impresario al timone di una stanza adorante che navigava attorno alla sibilla dal lungo naso seduta in poltrona. George Eliot dipendeva da lui. Lewes la proteggeva dalle offese, dai dolori, dalla crudeltà, dalla vergogna e dai dubbi critici di John Blackwood, il suo editore, che all’inizio l’aveva presa per un pastore anglicano. Era un matrimonio di una mente con una mente, di un’anima grave con un’anima grave. Di una dignità con una dignità. E naturalmente non vi era nessun matrimonio: né legale né ufficiale. La moglie di Lewes, Agnes, era un’adultera che aveva fatto dei figli con un altro uomo: ma non era un’epoca in cui si divorziava. George Lewes e George Eliot, marito e moglie, un matrimonio fra menti autentiche che noncontemplavaostacoli,erano,giocoforza,unoscandalo. Tutto questo Puttermesser lo sapeva da cima a fondo: era alla sua terza o quarta biografia di George Eliot, o forse alla sua quinta o sesta. Era oltretutto giunta a quella stagione della vita – “l’autunno”, nel linguaggio usato da uno di quei vecchi, rispettosi volumi – in cui la rilettura gratificava più della scoperta, e aveva assimilato parola per parola alcuni passaggi abbondantemente frequentati. “Eppure il talento aveva sconfitto la sconvenienza” le faceva venire i brividi ogni volta che

lorileggeva.Eanche“Pensateacomeunasempliceintellettuale,nonpiù giovane, si imbatte in un destino felice”. O destino felice! Da qualche parte nell’East Side di New York, fra, diciamo, la Cinquantatreesima e l’Ottantanovesima, o forse nella West End Avenue fra la SessantaseiesimaelaNovantottesima,sinascondevaunmodernoGeorge Lewes: quello di Puttermesser senza il corollario dello scandalo. Quella era,dopotutto,un’epocadidivorzi. Il carrello della spesa era schiacciato fra il frigorifero e il lavello, ripiegatoinmododapoterentrarenellavallettaincuisgambettavanogli scarafaggi. Nel districarlo, Puttermesser ricordò la locuzione usata dalla madre per descrivere un divorziato: merce usata. Ma cosa le riservava il mondo, se non merci usate? Lei stessa era merce usata, per dirla con le paroledellamadre:untempoavevaavutounamante.Magliamantisono passeggeri. Vanno avanti: sono soggetti a ripensamenti innescati dal panico,adepressioniimprovvise,apiedifreddi.Gliamantisononotiper lalorovigliaccheria,pertornaredallemogli. Puttermesserspostòilcarrellocontrolostipitedellaportaesiabbassò per infilarvi ogni singolo cartone. Dopo aver impilato tutte le pizze incastrandole nel telaio di metallo, chiuse la serratura doppia della porta che si trovava in alto e quella tripla che si trovava in basso e spinse il carrello lungo il corridoio in direzione dell’ascensore. Era come spingere una carriola piena di scorie. L’ascensore puzzava in parte di urina e in parte di disinfettante al profumo di pino. Una volta infilato il carrello all’interno, c’era a malapena lo spazio per una persona. Puttermesser premette il tasto “6”, ma invece di portarla ai piani superiori, quel coso cigolante si diresse verso l’atrio del palazzo, grattando qua e là contro le paretidelpozzo. Nell’atrio c’erano due ragazze altissime che aspettavano. Una delle dueavevainmanounabottigliadivinononincartata. “Esce?” “Stavosalendo,”lerisposePuttermesser.“Miharichiamata.” “Be’,tuttenoncistiamo,”osservòlaragazzaconilvino.

“Proviamoci,”dissel’altra.“Seleispostaunpo’ipanni ” La ragazza con il vino guardò dentro al carrello. “Non sono panni. Sannodivomito.” Puttermesser era schiacciata contro la parete al fondo dell’ascensore. Da lì non riusciva a raggiungere i tasti. Un grosso triangolo nero di plastica le colpì il viso: un orecchino. La bottiglia di vino le si infilò nel fianco. “Piano?” “Sesto,”rispose. “Ma dài. Quella roba è per la festa di Harvey? Va anche lei dove andiamonoi,allafestadiHarvey?” “No,”dissePuttermesser. “HarveyMorgenbluth,sestopiano?” “Èlìchestoandando.” Avevano messo un fermo alla porta del 6-C: le varie catenelle pendevanonelvuoto.Nell’ingressoc’eraunafiladifalangiinvasitigrati, untoccotropicale.Puttermessernotòcheeraquelgeneredifestaincuii bambini correvano schiamazzando e nessuno si lamentava. In un angolo del soggiorno, vicino a un pianoforte bianco, una grossa tivù a colori mostrava anatre in divisa da poliziotto che sparavano a porcospini dal muso malefico con berretti da ladro, ma ai bambini la cosa non interessava affatto. Una banda di ragazzini inseguiva tre marmocchi in salopette, e due di questi, che scappavano a tutta velocità, sembravano gemelli. I tre marmocchi attraversarono il soggiorno andando verso quella che Puttermesser sapeva essere la cucina (la planimetria del 6-C

eralastessadel3-C)epoitornaronoindietro.“No,no,”ululavano.Ledue

ragazze altissime dell’ascensore si ritagliarono subito uno spazio sulla moquette beige stile tweed davanti al divano, inginocchiandosi per raggiungere il tavolino e versarsi del vino in bicchieri di carta: erano già allegre. Era come se ciondolassero lì da ore. Il divano ospitava un groviglio di cinque o sei forme umane, ognuna con le gambe in una singolareposizioneeognunavotataaunbicchieredicarta.Aglistrillidei

bambini faceva da sfondo un gorgoglio incessante di mare: il rumore di una festa iniziata da tempo il cui successo o insuccesso era già stato segretamentedecisodaiprimissimiarrivi. Quello era un caso di insuccesso: le feste venute male si somigliano tutte. La gente si esalta, è troppo turbolenta, troppo frenetica e finge un piacere chiassoso. E questo vale anche per cugini, giovani zie e famiglie. Nell’appartamento di Morgenbluth parevano esserci solo famiglie e parenti: mariti, mogli, indomabili rampolli. Cognate, come la coppia dell’ascensore.Erailcompleannodiunodeibambini,probabilmente:ma c’era troppo vino e non c’erano palloncini. Nessuno, oltretutto, faceva caso ai bambini. Puttermesser spinse il carrello dritto verso il pianoforte bianco e cominciò a tirar fuori le pizze e ad appoggiarvele sopra. I tasti erano disseminati di briciole di cracker. Una sigaretta con il mozzicone ancora fumante era planata direttamente sul do centrale. I cartoni salivanosemprepiùinaltoconpassoprecario. “Una torre pendente di pizze,” disse spiritosamente qualcuno, e dal tono vagamente intimo della battuta Puttermesser capì che in fondo si erasbagliata,cheilchiassoattornoaleinonavevanulladidomesticoe,a parte i bambini, non vi erano altri vincoli di parentela: non c’erano mariti,némogli,nécugini,nézie.Eralasolitaaccozzagliadigentepriva di legami. Una stanza piena di divorziati in una domenica pomeriggio di un mite novembre. Un “evento per single”: l’insegnante di matematica sbuffava sul tappetino tre piani più sotto e faceva torsioni ignara del paradisodipossibilitàcheavevasopralatesta. “Sarebbe ora di procurarsi un po’ di cibo vero. Non possiamo continuare a dare arachidi ai bambini. Magari dei pretzel. Ci vuole una donna adulta per ricordarsi cosa vuol dire mangiare. Fra questi piccoli figlidiputtana,cen’èqualcunocheètuo?” “Nel caso sarei la nonna,” gli rispose Puttermesser. Era il genere di commento che disprezzava e quello sconosciuto – un uomo sulla cinquantina con la barba, un naso schiacciato dalla chirurgia e occhi sovradimensionati, ingenui, grigi e all’erta, più adatti a un cucciolo che

altro–gliel’avevatiratofuori. L’uomo mangiucchiava arachidi direttamente dal palmo della mano. “Be’,nonlidimostri,diconochestiatuttonellalineadelmento.Igemelli sono miei, ma solo un weekend sì e uno no. I reati gravi, nel mio caso, viaggiano sempre in coppia. Per non parlare di un paio di rotture. Coniugali. O meglio, capitali.” Le porse la mano, unta per le arachidi. “FreddyKaplow.DaquantotempoconosciHarvey?” Il cicaleccio newyorchese. Il vomito meccanico del farfallone di mezz’età:FreddyKaplowparevaavereunacertaesperienzainmerito.Ed era un po’ troppo attempato per avere figli così piccoli. Con la seconda moglie,lamadredeigemelli,avevagiàchiuso.Disicuroavevaunafiglia adulta dal primo matrimonio. La figlia e la seconda moglie dovevano avere,comealsolito,quasilastessaetà. “Dica al signor Morgenbluth che le sue pizze sono state consegnate all’appartamento sbagliato,” disse Puttermesser. “Gli dica che il 3-C ha rimediatoall’errore.” “Il 3-C ha rimediato all’errore. Veramente sei arrivata qui in questo modo?Percaso?Mipiace.Daveracommediaromantica.” Puttermesserafferròilcarrelloecominciòaspingerlo. “Un’impresa da Madre Coraggio,” le urlò Freddy Kaplow. “Ehi, il fegatononcel’hai,però!” Le due ragazze dell’ascensore, sempre accoccolate sulla moquette, erano ancora più allegre di prima. Il groviglio di gambe sul divano si era fatto più attento. Tre paia di pantaloni (due di velluto e uno di jeans) e due paia di collant. Uno degli uomini seduti sul divano – non quello in jeans – aveva i capelli raccolti in una coda, ma era nel complesso stempiato. Puttermesser tirava con cautela il manico del carrello. “Scusate, vi dispiace,semifategiusto ” “Ehiciao,signoradellepizze,quandosimangia?” L’uomo calvo con la coda di cavallo disse: “Ho visto una barbona ieri conunodiquestiaffari.L’avevariempitofinoall’orloconunmucchiodi

vecchie scarpe. Tutte scompagnate, non ce n’erano due che facevano un paio.” “Ecosapensavadifarne?” “Losadio.Divenderle.” “Dimangiarsele.” “Di bollirle nei budelli della Grand Central Station e poi di mangiarsele.” “Non è divertente,” disse una donna seduta sul divano. “Io coi senzatettocilavoro.” Puttermesser si fermò. Provava ancora pietà per quella municipalità devastata:unriflessodeigiornipassatinelregnodellaburocrazia. “Nel nostro programma – siamo dei volontari – cerchiamo di fargli tenereundiario.Leggiamopoesie,E.E.Cummings.Bisognafarglivedere chesiamotuttiuguali.Losentonoquandogliseispiritualmentevicino.” Un’altra versione del cicaleccio newyorchese. La versione arguta e quella zelante, entrambe espressione dell’ego e di un alto concetto di sé. Entrambe espressione della presunzione. Dov’era la virtù, dov’era la conoscenza? Puttermesser conosceva sollevamenti interiori e desideri. Pensava alla reciprocità, al significato. Un mucchio di pavoni indolenti e impettiti, un mucchio di chiacchiere che andavano a sbattere contro il soffitto.Ilpianofortebiancoconlebriciole.Lefinestredietroilpianoche avevanoviratoalblucrepuscolonelgirodiunquartod’ora.Lamoquette beigestiletweeddiHarveyMorgenbluth,isuoibicchieridicarta,l’isteria di quei bambini affamati e semiorfani che correvano all’impazzata. Oh, cos’avrebbe dato per una macchina del tempo! Londra avvolta nella penombratombaleuncentinaiodianniprima,unadomenicapomeriggio al Priorato. Cornicioni, spessi tendaggi dalle pesanti pieghe, tavoli massicci e credenze con zampe di leone o artigli di grifone intagliati, antichi paesaggi smaltati che pendevano da corde con nappe appese agli alti soffitti color di rosa. Una tastiera lasciata aperta per mani sublimi e risolute.Einunapoltronaimportanteeimbottitasistematainunangolo ombroso, lontano dalla luce della lampada, la nobile sibilla che riceveva.

Vite vissute all’insegna della cortesia e della distinzione. Vite cristalline, prive di capitomboli o sbavature. Nel salotto di George Eliot il comportamentoeleideeeranointrinsecamentepuri.Ah,potersilasciare lanegligenteNewYorkallespalleetornareallaLondravittorianalietae dorata, quando la luce elettrica era una novità e la poesia priva di vergogna! Nell’ingresso molti dei vasi tigrati erano stati rovesciati in pozze di vino.Puttermessertrascinòilcarrelloinunachiazzadifangocampestre. Ifalangisiaprivanoinmodoscomposto.Unascarpadabambinogiaceva appiattita sotto uno dei vasi. Una calza avvolgeva la maniglia della porta comeunguanto. E lì, nell’entrata disseminata di rifiuti del 6-C, c’era un gentiluomo vittoriano. Non era molto alto. Aveva guance e polsi fini. Era impressionantemente giovane, aveva baffi biondi e indossava un cappello: un cappello elegante, non esattamente un fedora, ma qualcosa di più imponente di un semplice copricapo. Indossava anche un impermeabile a mantella: parzialmente dispiegato sulle braccia, color castanoramatoepunteggiatodagrandiosibottonidimetalloverniciatie scandalosamente lucenti come cembali. Sherlock Holmes? Oscar Wilde? Undandyinognicaso,timidamenteinmostra.Avevaunbraccioalzatoe l’altro no, e fra le due braccia c’era un rettangolo ampio e piatto avvolto inunacartagiallochiaroelegatoconunacordicellabianca. Puttermesser rispostò umilmente il carrello nel fango per lasciar passareildandy.Luilescivolòaccantosenzaprestarlealcunaattenzione. Puttermesser si accorse di essere invisibile ai suoi occhi, ancora più dei vasi tigrati disposti sul suo cammino. Lei gli aveva ceduto il passo, i vasi invece domandavano la sua cautela e lo obbligavano a girarvi attorno. Era ancora peggio di quello che l’Associazione delle Donne Avvocato avrebbe potuto immaginare: l’umiliante equazione fra una professionista dellaleggediaspettomaturoeleparetieilsoffittodell’ingressodesolato del 6-C. La maniglia di una porta era più attraente di una donna di cinquanta e passa anni. Il viso dell’uomo feriva Puttermesser: la sua

giovinezza la feriva. Per un attimo la testa del dandy si era trovata pericolosamentevicinoallasua:destreggiandosifrailfogliamesradicato, l’uomo si era piegato e le si era avvicinato al punto che Puttermesser aveva scorto i singoli, delicati peli dei suoi baffi. Il dandy aveva occhi piccoli e seri. Con acuto dolore, Puttermesser aveva pensato che quella testa,conquelcappellocosìdignitoso,quelleiridiincoloriesnobequella poco familiare gravità di intenti erano fuori luogo nel soggiorno di Harvey Morgenbluth, tra i farfalloni newyorchesi. E quel pacco grosso e piatto: cosa poteva essere, una carta geografica? Una pianta della città, una mappa del mondo? Una tavola astronomica. Andromeda. L’Orsa maggioreel’Orsaminore.Oppureungrafico.Ungraficoaziendale.Poco male, era solo un venditore. Ma era una ferita illecita: la giovinezza è appannaggio della giovinezza. Era stato un errore estetico, un’assurdità moraleevulnerabileanelareaunatesta,auncappello,aunamantelladel genere.Quelnaso,quellabocca,quegliintimipeli. Arrivatanelsuoappartamento,Puttermesserlasciòcadereilcarrelloa terra e lo rificcò nel vicolo fra il frigorifero e il lavello. Vide che c’era stataunaschiusa:unamoltitudinediscarafaggiappenanatibrulicavanel raggio della sua torcia e si dileguava con volitiva intelligenza. La minimalità di Dio racchiudeva l’impulso all’essere e alla conservazione:

una creaturina priva di anima affermava la sua continuità con la forza e lafuriadelmastodonticodesiderioumano.Ovita!Ofilosofia! Puttermesserprocedettecomunqueconl’insetticida. Lamattinaseguentesentìilfrusciodiqualcosachevolavasottolasua porta:

Caro3-C,

volevo solo ringraziarti per la consegna di ieri: è stato Freddy Kaplow (amico mio e tuo) a farmi la soffiata. Scusa per il casino e scusa se non ti ho visto! Mi piacerebbe ricambiare, quindisedovessimaiaverebisognodiunafotolampo(gratis)perilpassaportoodiqualsiasi altra cosa nel settore fammi sapere. (A proposito, lavoro nel campo della fotografia.) Sono specializzatoinriduzionioingrandimentidifotopubblicitariemaancheinritrattidibambini. Se ti interessa fare un ritratto ai bambini ti posso fare il 25% di sconto in onore della tua buonaazione!

Iltuofrettoloso (stoandandoallavoro) HarveyMorgenbluth

6-C

P.S.Mispiacedirtelomal’odoredeltuoinsetticidahainvasoilcorridoio!Questosignificache

ipiccolivisitatoririsalgonolacolonnamontanteperarrivaredate!Graziemille,vicina!

Unapaginauscitadal“NationalGeographic”:unpaiodiciviltàdiopposta indolepotevanoviverenelmedesimoambiente.Gliarcheologiriferivano, peresempio,chegliisraelitieicananitiavevanoabitatonellostessotipo di dimora con lo stesso tipo di manufatti, eppure la storia attesta che le due culture erano profondamente differenti. La planimetria del 6-C non

eradiversadaquelladel3-C–Puttermesserl’avevavistaconisuoiocchi

–,maHarveyMorgenbluthavevapostoincasaperunpianoforteeleino.

HarveyMorgenbluthdavafesteeleino.Il6-C,ilpalazzodell’esuberanza.

HarveyMorgenbluthavevaun’attivitàeleialmomentononavevanulla. Oppure, riformulando: nonostante avessero planimetrie di case assolutamente equivalenti, Harvey Morgenbluth apparteneva alla presente decade e Puttermesser a flashback letterari fantomatici e selezionati. Oltre la grigia rete da pescatore che stava per dissolversi in un’abbondante pioggia autunnale, il sole segretamente splendeva. I marciapiedi,checorrevanoininterrotti,ancoraasciutti,avevanol’aspetto maculato di fiumi scuri e rapidi resi viscosi dai pesci: dalle ragazze in scarpe da ginnastica che stringevano borse di Thirteen Channel piene di scarpecoltaccoesidirigevanoagranvelocitàversoscrivanie,centralini, computer, capi e subalterni. New York, compreso Harvey Morgenbluth, andavaallavoro.Puttermesser,invece,bighellonava.No,nonèesatto:si trovava in uno iato meditativo. Di punto in bianco si era fermata: per ascoltare, osservare, imparare qualcosa, studiare. Era rimasta immobile, inattesachelavitaaccadesse.Perchéno?Siavventuravaperlestradein cerca di una boccata d’aria ed era costretta a inventarsi mete: il supermercatodellaTerzaStrada,nellamaggiorpartedeicasi,anchesolo

perunpacchettodipatatineinpiù.Detestavarimaneresenza.Oppuresi mischiavaaifautoridellacamminataaerobicaneisentieripiùpopolosidi Central Park, all’ombra protettiva della Quinta Avenue. O vagava trasognata per la Morgan Library, il Cooper-Hewitt, il Guggenheim, la Frick Collection. O andava a vedere le mostre speciali del Jewish Museum: la dolorosa storia del povero capitano Dreyfus dal viso scavato (manifesti che facevano rizzare i capelli in testa, l’Europa sconvolta), le antiche, oscure cronache del golem di Praga. New York, resa folle dall’abbondanzadimente.Ilcervellopotevaassimilaresolounbriciolodi quell’abbondanza, anche viaggiando al ritmo di un museo al giorno. Quadri, giare, ornamenti, armature, manoscritti, arazzi, colonne, flauti, viole,arpe,ilraro,ilsublime,ilcelestiale!Formeecodiciminiati,comesi facevaametabolizzaretutto? Mano nella mano. Sguardi paralleli. Una donna che non sia arrivata a cinquanta e passa anni priva della compagnia di George Lewes non conosceildoloredellasolitudine. Puttermesser si diresse dalla cassa veloce del supermercato (patatine al gusto di formaggio) alla Society Library, dove prese in prestito le Letterescelte di George Eliot di Yale (un tomo piacevolmente corposo ma trasportabile, a differenza della raccolta completa in sei volumi), poi passò – perché no? – al Metropolitan: aveva cominciato a piovere, in ogni caso. Mangiò patatine clandestine in mezzo ai busti romani del pianterreno. Un busto femminile situato in una nicchia – un ritratto di beata serenità con un velo in testa, senza dubbio la Vergine Maria – si rivelò invece essere una donna comune e non teologica del I secolo. Quello avevano i romani invece della Kodak: ma Puttermesser non cedette alla seducente idea. Era poco incline, in quel momento, a meravigliarsidifronteaglioggetti,agliarazzieallastatuariachebrillava attorno a lei – il raro, il sublime, il celestiale – in quell’eminente castello di capolavori. Pensava alle Lettere. La voce di George Eliot da un lato, il

suocuoredall’altro.Erastancadel3-C,dileggerealettooaltavolodella

cucina.Perchéno?Volevaunapanchinapubblica.

Da Roma passò all’Egitto (la piccola sfinge di Sesostri III, lo scriba Nykure, addetto al granaio, con la minuscola moglie che gli arrivava al ginocchioelaminuscolafiglia,ilreSahuraconilcopricapoelabarba,la regina Hatshepsut con il suo copricapo e la sua barba, il grande dio Amun, i possenti cavalli e le gazzelle perfette), all’Africa levigata (Nigeria, Gabon, Mali), all’Europa meridionale, alle Fiandre, all’Olanda e poi direttamente agli impressionisti. L’immensità si apriva sull’immensità. C’erano panchine in ognuna di quelle maestose sale, e fiumi di turisti pallidi e adoranti che salivano e scendevano le nobili scalinate in marmo, ma Puttermesser non individuò la panchina giusta finoacheSocratenonlachiamò. Almeno l’indice del filosofo si levava in aria. Le luci a soffitto in quel punto–lapitturaneoclassicafrancesedelXVIIIsecolo–eranosmortee consunte. La sala era poco popolare e per lo più vuota: a chi interessavano i neoclassici francesi? La panchina dava verso Socrate sul lettodimorte.AnchedaquelladistanzaPuttermesserriuscivaavedereil filosofo allungare il braccio destro nudo e muscoloso per prendere la ciotolaconlacicuta.Socrateeramassiccio,insalute,nelfioredeglianni. Un drappo della toga ricadeva sull’altro braccio. E l’indice puntava in alto. Il filosofo esortava i suoi discepoli: una folla sofferente di allievi di tutteleetàinvarieposedidolore,similiastatuegrechedrappeggiate.Un ragazzocoicapelliricci,unabarbagrigiainpredaall’angoscia,unafigura conilcaporeclinatoeuncappellodachierico,unuomoconunamantella rossa che afferrava la gamba di Socrate, un altro che piangeva contro un muro. Lo stesso Socrate era nudo dall’ombelico in su. Aveva capezzoli piccolierossi,unafacciarubiconda,unnasorotondoeschiacciatoeuna barba ramata. Assomigliava molto a Santa Claus, se uno riusciva a immaginarsiSantaClausconipelisottoleascelle. Puttermesser si sistemò. Era una buona panchina, decisamente quella giusta. Non le passava molta gente davanti e la guardia all’altro capo dellalungasalaeraindifferentecomeunasagomadicartone.Ognitanto Puttermesser rubava una patatina. Il sacchetto faceva rumore, ma la

guardianonsimuoveva.

Certamente [leggeva Puttermesser nelle Lettere] se vi è un tema nei confronti del quale non sentoalcunaleggerezzaèquellodelmiomatrimonioedeirapportifraisessi:sevièunattoo unrapportonellamiavitacheèedèsemprestatoprofondamenteserioèlamiarelazionecon GeorgeLewes.

Non che io desideri spingermi a ignorare ciò che vi è di non convenzionale nella mia posizione. Ho considerato i costi del passo che ho fatto e sono pronta a sopportare, senza alcunairritazioneoamarezza,l’allontanamentodituttiimieiamici.Nonmisonosbagliatain merito alla persona cui mi sono legata. Vale il sacrificio che ho sostenuto e la mia unica preoccupazioneèchevengagiudicatacorrettamente.

La mattina lavoriamo alacremente, fino a che la testa non diventa calda, poi usciamo a fare una passeggiata, alle tre pranziamo e la sera, se non usciamo di nuovo, leggiamo diligentementeadaltavoce.Pensochenonsiapossibile,perdueesseriumani,esserepiùfelici insieme.

Nonerapossibile,perdueesseriumani,esserepiùfeliciinsieme! Un movimento improvviso aveva animato la parete di fronte: un capannellodivisitatorisierariunitosottoLamortediSocrate.Ivisitatori guardarono in alto e poi altrove, continuando a fissare quello che guardavano. Alla fine alzarono di nuovo gli occhi. Avevano lo sguardo fisso sull’indice sollevato. Il dito li spingeva inspiegabilmente a guardare qualcos’altro.Ilcapannelloeradiventatounbrancocircolare.Circondava qualcosa che si trovava ai piedi di Socrate. Le patatine, il sale, le avventure amorose dei celebri defunti. Puttermesser provò improvvisamente una feroce sete: George Eliot e George Lewes viaggiavano nel continente, dichiarandosi illegalmente marito e moglie. Acasa,inInghilterra,venivanodisprezzatiecondannati,manell’Europa illuminata della metà dell’Ottocento venivano accolti nei migliori salotti senza alcuna critica, venivano presentati a poeti, pittori, consacrati

intellettuali.FranzLisztsuonavaperloroacolazione,sorridendorapitoe rovesciandolatesta. Quella confusione attorno a Socrate. Puttermesser si alzò per vedere meglio: aveva comunque bisogno di una fontanella. Qualcuno aveva montato un cavalletto. Puttermesser si fece largo fra la gente che fissava esimiseafissare.Latelapostasulcavallettoeraquasiterminata:c’erano i discepoli addolorati, la scalinata della prigione oltre l’arcata buia, la gente che se ne andava, la catena sul pavimento in pietra ai piedi del divano del filosofo. Il giovane sofferente che si copriva gli occhi mentre gli porgeva la cicuta. L’intera scena accuratamente identica a quella del quadro appeso alla parete, l’unica differenza era che sulla tela Socrate non aveva ancora un volto: il tipo in piedi davanti al cavalletto stava punteggiandolabarbaramataneltrattoincuiiboccoliricadevanolungo la clavicola. Puttermesser fissò il quadro e poi di nuovo la copia. Erano identici. Non si poteva dire quale fosse l’originale. Si spinse ai margini della folla e guardò l’ombra del labbro inferiore prendere gradualmente forma attraverso una sorta di oblò. Aveva una vista migliore del cavallettochenondelcopista.Unpezzodispalla,unamanicaarrotolata, una mano affusolata che maneggiava il pennello: era tutto quello che riusciva a vedere di lui. La mano operava in modo terribilmente meticoloso: era paziente, lenta e spaventosamente precisa. Procedeva come una sinistra macchina duplicatrice. Una macchina che generava misteriosospaesamento.Ilpennelloagivaesiritraeva,agivaesiritraeva. Le antiche pennellate ricomparivano, pure come la prima volta. Puttermesser lesse la didascalia sulla targa in ottone – 1787, JACQUES LOUIS DAVID –evideilnasodiSocrateprenderenuovamenteformaaduesecoli di distanza, un colpo di pennello dopo l’altro. Si leccò le labbra: non avevamaiavutocosìsete. Lafontanellasitrovavainunaltropiano.Puttermessersiassentòper dieci minuti e quando tornò trovò la delusione ad accoglierla: lo spettacolo era finito. La sala era quasi deserta. Il tipo con il cavalletto stava buttando alcuni oggetti in una sacca: aveva già caricato la tela su

unaspeciedicarrello.Sifermòperpulireilpennelloconunostraccio.Poi sisrotolòlemanicheeleabbottonò.Avevascarpemirabilmentelucide. LospiritomondanodiPuttermesser,daleitrascurato,sirisvegliò.Non era sempre stata una bighellona. Fino a non molto tempo prima si era mossa fra gente che controllava un gran numero di voti, fra deputati, opportunisti,predatori,uominipienidiboria.Fracommissariecapi.Non era stata sempre così mansueta. Contemplare il proprio destino troppo assiduamente, per un tempo eccessivamente protratto, era debilitante: la capacitàdiindaginecominciavaadaffievolirsi.Puttermesserpensòacosa poteva chiedere al copista: qualcosa che riguardasse il mistero della riproduzione,qualerailsensodellacosa.Erachiarochenonsitrattavadi un’esercitazione scolastica: e questo non solo perché difficilmente il copista – per quanto abbastanza giovane – poteva essere uno studente. Doveva comunque avere trent’anni passati, a meno che quei baffi, modesti e composti, non volessero trarre in inganno. E in ogni caso la volontà di ripetere – Puttermesser era certa di aver colto una volontà assoluta – era troppo grande, troppo indecentemente ambiziosa per un mero esercizio. Sembrava una sorta di passione. L’impulso a riprodurre ciòchegiàesistevaacosaalludeva,acosaportava? Silimitòinveceachiedergli:“Èriuscitoafinireilvolto?” Il ragazzo sollevò l’indice in direzione della Morte di Socrate. Sulla parete,ilfilosofoloimitava.“Èfinito,guardiconisuoiocchi.” “Nellasuaversione,intendo.” “Quellechefacciononsonoversioni.Sonotutt’altracosa.” Un’affascinante gomitata: aha, metafisica! “L’ho vista lavorare. Il risultato è esattamente lo stesso. Esattamente la stessa cosa. Soprendentementeidentica,”dissePuttermesser. “Apparentementeidentica.” “Maleicopial’originale!” “Nonlocopio.Nonèquestoquellochefaccio.” Adessoeradiventatotroppometafisico.Puttermessereraconfusa.Era confusa dal troppo piacere. Il ragazzo ripiegò le sue cose: prima lo

straccio,poiilcavalletto.Sopraibaffilenaricisieranospalancateinuna doppia vittoria. George Eliot che osservava Liszt: quando la musica trionfava,lenaricilesidilatavano.“Senonvuolechiamarlecopie,”stava per dire – era una discussione quella che si annunciava –, ma lasciò perdere immediatamente. Le parole le morirono in bocca. Le guance scarne. Quei peli chiari sotto un naso così curato. Senza il cappello era

difficile esserne certa. Eppure lo era. Quello era il gentiluomo vittoriano

del6-C.Ildandychel’avevasnobbataperchéigiovaninonsonocapacidi

notare una donna di cinquanta e passa anni. Adesso però l’aveva notata. Puttermessersiresecontodiaverloobbligatoafarlo.Loavevacostrettoa guardarla. “Ma lei non è un amico di Harvey Morgenbluth? Ci siamo conosciuti nell’atriodelsuoappartamento,”disse.“Allafesta.” “NonvadoallefestediHarvey.Daluivadoalavorare.” “Be’,ioabitosottodilui.Trepianisotto.”Quellaerafrode.Nonaveva

avrebbe dovuto

ammetterlo. “Era un quadro quello che aveva con lei? Quel pacco grosso?” Erachiarocheilragazzononsiricordavadilei. “Harveyfotografalemieopere.” “Nelsensochecopialesuecopie.” “Nonsonocopie.Gliel’hogiàspiegato.” “Mailrisultatoèesattamentelostesso,”insistettePuttermesser. “Non posso farci niente. È l’atto che mi interessa. Io non copio. Rimettoinvigore.Elofaccioamodomio.Inizioconunoscarabocchioe poi agisco. Come faccio a sapere se il volto di Socrate sarà finito per primooperultimo?Credechemiinteressi?Credechemiimportisapere cosa prova un pittore morto? O cosa pensasse duecento anni fa un tizio conunpennelloinmano?Ioprocedoamodomio.” LaterribilesetediPuttermesserdicolporiaffiorò.Puttermesserpensò che fosse per la virata del suo cuore. Gli organi la prosciugavano lasciandola all’asciutto. Aveva abbandonato l’intera cerchia dei suoi

mai posato

gli occhi su Harvey Morgenbluth:

conoscenti in nome della sorpresa intellettuale. Mamma, gridò attraversando le paludi disseccate di interi decenni perduti, mamma, guarda,ilcervelloèlasededelleemozioni,tel’avevodetto! Con la voce della madre, disse: “È merce usata, no? Non dovrebbe partiredaun’ideanuova?Dallasuaidea?” “È questa la mia idea. È sempre la mia idea. Nessuno mi dice cosa fare.” “Ma lei non inventa nulla: una combinazione nuova, qualcosa che primanonesisteva,”loincalzòPuttermesser. “Tutto quello che faccio è originale. Prima che io le dipinga, le mie operenonesistono.” “Nonpuòdirechecopiarequalcunaltrosiaoriginale!” “Io non copio.” Si mise la sacca a tracolla prendendola dalla cinghia. “Io riproduco. Non riesce a capirlo? I bambini continuano a nascere, no? Eognibambinoènuovoenonèmaiesistitoprima.” “Nessunbambinohalesembianzediunaltro,”protestòPuttermesser. “Amenochenonsianogemelli.”Latelafinìsulcarrello.“Chevivono viteseparatefindalprimorespiro.” “Unquadrononèvivo,”arrivòquasiagridarePuttermesser. “Be’, io sì. È questo il punto. Tutto quello che faccio accade per la prima volta. Tutto quello che faccio non è mai stato fatto prima.” D’un tratto le lanciò un’occhiata speculativa. Puttermesser ebbe un sussulto quando vi colse una sfumatura di giubilo. Parlava così ogni giorno della sua vita? Lo guardò dritto nelle pupille, zeri rotondi e neri, isole lucenti lambite da un debole inchiostro. Il dandy puntò il cavalletto ripiegato versodilei:eraunveroepropriocongegnocondadiadalettedatuttele parti.“Chenedirebbe,”chiese,“didarmiunamanoconquesto?” Camminarono separati dal congegno. Puttermesser aveva le Lettere schiacciate sotto il braccio. L’immensità si aprì di nuovo sull’immensità, le sale si aprirono sulle sale. Attraversarono imponenti civiltà, manovrandoattornoallecolonnecomeunacoppiadioperai,trapanando corridoi di gente che guardava trasognata o rimaneva a bocca aperta.

Sceserolamaestosascalinataconpassoprecarioebarcollante.Erachiaro che il copista avrebbe potuto portare tutta l’attrezzatura da solo: era abituato a farlo. Lei era un accessorio pencolante – un impedimento –, ma a Puttermesser sembrava che quella goffa carovana avesse anche un altro scopo. Nella bacchetta che li univa correva una sorta di calore mentale.Ilcopistaavevadecisodiagganciareperunpo’lasuapersonaa quella di Puttermesser. Ruth si rese conto di essersi imbattuta in un tipo originale. Un imitatore con una filosofia! Una filosofia che negava l’imitazione! E il copista non si sbagliava, non era un pazzo. Era, come aveva detto lui, qualcuno con un’idea nuova. Uno che rivendicava la legittimità. Era colpevole, ma aveva una spiegazione. O forse non era affattocolpevole.Ilcongegnochesobbalzavaeballonzolavafraloro,con le sue aste e le sue viti, era motivo di eccitazione: costringeva Puttermesser a rimanere a distanza e al tempo stesso la conduceva. Era una sorta di guinzaglio. Ruth seguiva il copista come un cane che invecchiava,camminandoditraverso. Pozzanghere sul marciapiede. Puttermesser si era completamente persalapioggia.Lastradaerainsabbiatadallalucedelpomeriggio.Lasciò andare il cavalletto e si detestò per averlo fatto. L’aveva trovato, però! George Lewes, George Lewes era a New York! E aveva una tesi a modo suo, un argomento di vita. Aveva coraggio. “Passerò,” disse il copista. “Farò un salto da lei, la prossima volta che devo andare da Harvey. Tenga,prendaunodiquesti.C’èscrittotutto.” Appoggiò a terra il cavalletto, la sacca e il carrello. Poi tirò fuori una piccola custodia rossa da cui estrasse un biglietto da visita bianco. C’eranounnumeroditelefonoeduerighe,anch’esseinrosso:

RUPERTRABEENO

RIMESSAINVIGOREDEIMAESTRI

Puttermesser,chenonridevadaunmese,scoppiòaridere:eraprontaper la felicità. “La gente capisce di cosa sta parlando quando si vede

consegnarequestobiglietto?” “Sispiegadasé.” Puttermessercontinuavaaridere.Eratornataaudacecomeunvecchio politico.“Perchédovrebbefareunsaltodame?” “Perspiegarleilbiglietto.”Ilcopistasichinòperprendereilcavalletto, la sacca e il carrello. “Non vuole che lo faccia? Preferirebbe che non passassi?” “Venga subito,” gli rispose Puttermesser. “Muoio di sete. Metterò su untè.”

2.Ilettorinotturni

Il tè preferito di Puttermesser era Celestial Seasonings Swiss Mint: ogni bustina era corredata di una citazione istruttiva o nobilitante. Henry WordBeecher:“Lacompassionecurapiùpeccatidellacondanna”.Victor Hugo: “La risata è il sole che scaccia l’inverno dal volto umano”. Ralph Waldo Emerson: “Tira fuori il meglio da te stesso, perché è tutto quello chehai”. La saggezza era stampata anche sulla scatola. Rupert Rabeeno lesse:

“‘Ho sempre pensato che le azioni degli uomini fossero i migliori interpreti dei loro pensieri’, John Locke,” poi cambiò lato della confezione. “Questa è di Nietzsche: ‘Chi ha un perché per vivere può sopportarequasiognicome’.” Leggere le citazioni delle bustine era solo un gioco, un diversivo. Quello che stavano realmente leggendo era Middlemarch. Era l’inizio di unprogetto:avrebberolettotuttiiromanzidiGeorgeEliot,adaltavoce, dandosi il cambio. I primi capitoli erano andati al ritmo di galoppo, ma dopo un po’ le chiacchiere si erano messe di mezzo. I due si dimenticavano cos’era successo all’inizio del capitolo e dovevano ricominciare da capo. A volte non leggevano proprio. Rupert Rabeeno non era una di quelle persone che permettono alla cortina della mera inferenza di oscurare la propria vita. Era sorprendentemente esplicito:

faceva vedere a Puttermesser le cose. In poco più di un mese l’aveva condotta in tutti i meandri della sua infanzia. Puttermesser conosceva il contenuto del portagioie impolverato della madre – l’anello delle

superiori, quattro paia di orecchini di celluloide, una collana di perle presainunnegoziodiarticoliabassocosto,unorologiorottoaformadi violino–eilpostoprecisoincuiilpadreuntempotenevalachiavedella cassaforte (una scarpa fuori moda con cinturino alla Buster Brown). Il padre aveva gestito un negozio di scarpe in una cittadina vicino ad Atlanta. Rupert aveva due sorelle sposate, molto più grandi di lui, diventatepiùvoltenonne,chevivevanoaTampaeaDallas.Sostenevadi avere,inoltre,duemadri.Laprimaeramortaquandoluiavevanoveanni, e dopo la sua dipartita Rupert aveva preso l’abitudine di fantasticare sui tristirestideisuoipoverininnoli.Glisembravadicogliereilprofumodel suovestitonelportagioieripostonelguardarobaconcassettiera.Ilpadre lo aveva spostato nello scantinato del negozio. La seconda moglie del padre – giovane e dal colorito roseo – aveva lavorato nel negozio come già aveva fatto la madre di Rupert, e per conquistarsi l’affetto del bambino si precipitava a casa per dargli latte e biscotti al cioccolato quando lui usciva da scuola, come già aveva fatto la madre. Ma Rupert rovesciava appositamente il bicchiere e la matrigna lo osservava strisciareunditosprezzantenellatteedisegnaremeravigliosigatticonla coda alzata. Dopo quegli episodi, lo avevano mandato a prendere lezioni diarteognimartedìpomeriggioinunapiccolascuolalocale,frequentata perlopiùdaragazze.Dall’altrapartedelcorridoioc’eranocorsiditip-tap accompagnati da un piano tremebondo: era un posto umiliante. Puttermesser notò che Rupert non aveva un accento particolarmente marcato: aveva lasciato il Sud da tempo ed era stato dappertutto. Alcuni anni addietro si era imbattuto, al Louvre, nel suo primo “soggetto”:

l’Officier de chasseurs à cheval de la garde impériale chargeant di ThéodoreGéricault.Nelperiodoprecedenteavevatradottodalcatalanoe ancora prima aveva lavorato per un periodo al London Fringe, dove avevainterpretatoDeFloresinTheChangeling. PuttermesserascoltòRupertconformidabilecapacitàdipenetrazione:

ilcopistaleavevaaffidatol’incaricodiafferrarelasuapersona.Eracome se le avesse dato un rasoio con cui definire i suoi contorni, la

raffigurazione della sua storia. Voleva che lei sapesse esattamente come era arrivato a essere quello che era. Le riversò addosso tutto quello che avevafatto–avevafattomoltecose–inunadocciadicoloreeaneddoti:

non era per l’elusività. Gli uscirono storie consunte a forza di ridirle:

Puttermesser avvertiva i nodi e le sbavature di trame riutilizzate. Gli uscirono ritratti: le sorelle dai capelli ricci, i loro mariti (due medici, un gastroenterologo e un pediatra), i loro figli, le figlie, le sconosciute e gli sconosciuti che gli uni e le altre avevano sposato. Ma li aveva persi di vista tutti. Si era lasciato la sua famiglia alle spalle. Parlò dei riflessi curiosamenteperfettideipontisullaSenna,alpuntochenonriuscivipiù adirequalerailmondoreale,quelloinariaoquellosulfiume.Dellavoro part-time che si era trovato a diciott’anni, in uno stabilimento sudicio in cuisipressavailvinile,doveavevadovutoascoltareeriascoltareidischi alla ricerca di eventuali difetti nei solchi. Di come una volta lo avevano assuntoperinsegnareingleseinunloftdellaQuindicesimaOvestagente spaventata e patetica appena arrivata dai Caraibi, alle dipendenze di un “direttore” mezzo matto che pretendeva che ogni singolo alunno ripassasse le sue frasi modello in verde. Di come il negozio di scarpe, perennementebuioedesertocomeuncinemavuoto,conunafiladoppia di sedie schiena contro schiena, avesse tutto a un tratto cominciato a fiorireeadanimarsi,infiammato,aquantopareva,daivelocispostamenti della matrigna sulla vecchia moquette marrone, al punto che i due – il padre miope e la rubiconda seconda madre – avevano osato aprire un altro negozio nella cittadina limitrofa, chiamato, come il primo, A ciascunolesuescarpe. Era quasi troppo. A Puttermesser non sarebbe dispiaciuto un po’ più dimistero,l’ecodiqualcosadiriparato,unsegretostipatoinunafessura. Punti, qua e là, di opacità. Rupert le aveva raccontato, con una vividezza compulsiva e comica che l’aveva scossa, del suo matrimonio notturno e clandestino,aventitréanni,conCeciliaAlmendra,unagiovanecantante argentina di cabaret che si era rivelata una scappata di casa. Il señorela señora Almendra li avevano scoperti e avevano riportato la sposa a

Buenos Aires: prima che loro avessero consumato, aveva precisato Rupert Rabeeno. Il señor Almendra (nato Mandel, un profugo del cataclisma europeo) si era infuriato. La señora Almendra si era messa a piangere. La ragazza risultava iscritta alla NYU e avrebbe dovuto studiare psicologia. Non era mai andata a lezione e aveva mandato lettere menzognere a casa. Lavorava al “cabaret” – un bar sudicio nella Avenue A–finoallecinquedimattina.Unafarsadacameradalettoconunletto immacolato. NeisuccessividiecianniogiùdilìRupertavevavissutosenzaamori:

non di quel genere, in ogni caso. Parigi, poi Londra e poi Pittsburgh. Era stufo di essere un vagabondo male in arnese che viveva barattando gingilli fatti di trucchi ed espedienti. Nella granitica Pittsburgh aveva lavorato per un satrapo di provincia, il monarca di una ferrovia interna allostato,epercinqueoseiannisierabuttatoneitabellonipubblicitari.I suoi manifesti imponenti e chiassosi, fatti di arancione acceso, viola e rosso martellante, spiccavano in ogni stazione come giganteschi francobolliecollegavanounacittadinaall’altra.Lelineedeipendolariche portavano a Pittsburgh erano tenute insieme dai cartelloni di Rupert: lui guardava a quei manifesti come a perle lucenti infilate nelle rotaie. E si considerava una scatola a sorpresa policromatica che tendeva imboscate allagente.Dopoicartellonipubblicitarierapassatoallescatoledicereali. Glipiaceval’ideachelastessaidenticacaraffagiallaadoppiomanicoda cuitraboccavanofiocchidibananafinisseintavoladaTokyoaTelAviv.

La ripetizione non era lontana dalla continuità, e la continuità non era

lontana dall’eternità. Ma alla fine gli incarichi, i progetti e le campagne

non gli interessavano. I direttori artistici e i dirigenti d’azienda non gli piacevano. La granitica Pittsburgh per lui si sbriciolava. Non era meglio

di un mucchio di sabbia che passava dal foro di una clessidra. Gli

mancavanonesserepadronedisestesso. Rupert Rabeeno era saturo della sua vita: chi non lo è, e comunque perché no? Gli piaceva raccontarla e riraccontarla, come se così facendo potesseevitarechesiriducesseefinissenellestrettoiedeldimenticatoio.

Non lasciava andare niente di quello che aveva conosciuto, visto o provato. O non provato. Faceva riaccadere tutto ciò che era accaduto. La ripetizionelorinvigoriva.EPuttermessererauguale.Seneeraresaconto in un impeto di liberazione deflagrante come un atto cognitivo, più deflagrantedellacosternazione:leierauguale,assolutamenteuguale,non eradiversainnulla!Cospirava,nellaconcentrazionedellarisolutezza,per ridisegnare, rifare, ripetere ciò che era già accaduto. Per ritradurlo nel linguaggiodelsuorespiro.Unaresurrezionediqualchetipo.Leisognava che le restituissero George Lewes – un simulacro di George Lewes – e RupertRabeenodesideravacheciòcheeraaccadutoriaccadesse:nonera forse la stessa cosa? Non era forse anche lei una maestra, un’autodidatta dellarimessainvigore? Un pomeriggio nevoso di inizio gennaio – Rupert Rabeeno aveva

appenaconsegnatounodeisuoigrossipacchipiattial6-C–Puttermesser

decise di rendere il copista partecipe dell’idea che aveva avuto a proposito di George Lewes. Più che un’idea era un istinto. Un incendio. Qualcosa che la rendeva timorosa. Puttermesser soffriva: Rupert avrebbe potuto prenderla in giro, avrebbe potuto umiliarla. E poi quella terribile discrepanza:ilfossatodeglianni.IlprimoGeorgeLewes(RupertRabeeno avrebbe accettato di essere il secondo?) era nato nel 1817. George Eliot nel 1819. Un’unione matematicamente perfetta, generazionalmente intelligente, per così dire. Avevano due anni di differenza, lei ne aveva quasi trentacinque, lui trentasette, non potevano essere più decorosamente adeguati. La vergogna premeva alle porte. Una megera. Una vecchia rugosa. Gli estrogeni diminuivano nelle sue cellule. Rupert Rabeeno era troppo giovane – troppo giovane di vent’anni – come candidatoalsimulacrodiGeorgeLewes.Undivariocomequelloerauna sciocchezzainognisecolo. Loosservòrovistarenelcentimetrocubointasatodellasuadispensa.Il copistatiròfuoriunalattinadizuppadipomodoroeverdureeneversòil contenuto in una pentola. Poi aggiunse dell’acqua prendendola dal bollitore azzurro e cominciò a girare. Puttermesser era abituata a quella

scena: Rupert Rabeeno adorava le zuppe. Ne portava due o tre lattine ognivoltachesipresentavadalei. Puttermesser aveva studiato come dirglielo. Glielo avrebbe annunciato. “23 ottobre 1854,” cominciò. Poi lesse: “‘Ho passato abbastanza tempo con Lewes da poter valutare il suo carattere su adeguate basi, e non ritengo perciò assurdo dare il mio parere e testimoniare che è una persona degna del massimo rispetto’”. L’odore umidodellecipollechesiscaldavanonellazuppaliavvolseinunaspirale.

“Scritta,” spiegò Puttermesser, “subito dopo che George Eliot e George LeweseranopartitiinsiemeperWeimar.” Rupert scodellò la zuppa in due delle ciotole di porcellana cinese di Puttermesser.“PerchéWeimar?” “ÈlacittàdiGoethe.Lewesstavalavorandoaunlibrosudilui.C’era semprequalcosaacuilavorava.” “Siediti e mangia la verdura,” le ordinò Rupert Rabeeno. “Quella donnaèpedante.Tropposeria.” Puttermesser disse: “È a Lewes che sto pensando. A George Lewes, allegro,lieve,unconversatore!” “Cipensiunsacco.Anchealei.” Un nodo di imbarazzo le serrò la gola. “È solo una sensazione,”

continuò.“Unaspeciedi

Abbassò la testa. La cosa era fuori luogo. Era troppo vecchia: di vent’anni.“Ilpuntoèl’amiciziaideale.” Rupertdisse:“ContinuoanoncapireilsensodiWeimar.Perchésono dovuti andare da qualche parte? Non ha senso. Possiamo benissimo rimanerequi.” Quindi la capiva nel profondo. Era imprevedibile. Era pronto. Puttermesser si rese conto che ora che lei si era abbandonata al suo piccolo incendio, lui avrebbe potuto migliorarlo, avrebbe potuto complicarlo, avrebbe potuto scuotere la cenere della teoria e darle fuoco fino a farla vivere. Si addentrarono nel resto di Middlemarch senza interrompersi. O quasi. Spesso Puttermesser lo seguiva nella città

comedire,unatrovata.Unatrovataletteraria.”

immersa nell’inverno: dopo La morte di Socrate Rupert era passato alla Frick. Ora stava bollendo una zuppa in scatola di orzo e funghi nel suo appartamento, un monolocale con un divano letto nella Cinquantanovesima Ovest. Puttermesser aveva la sensazione che i vari singlecheloavevanoprecedutoinquellastanzasolitariasiagitasseronel vaporecomespettri.LavaligiadiRuperteraordinataeinattesa:camicie edolcevitapulite,lucidodascarpeedentifricio.Ivestitieranoinordine, benspazzolati.Puttermesserglichiesedovenascondesseilmaggiordomo. Rupert rise. Era euforico. “Non c’è spazio per Battista! È nella mia camiciadibatista!”Lemostròlasualampadapreferita:indispensabile,le disse, per l’intimità. Ridendo, lasciarono impronte nella neve. Lungo i marciapiedilacoltrefrescaricoprivaicumulineriammassatinell’ultima settimana. Il paralume della lampada di Rupert era grande come l’ala di un pipistrello e gettava riflessi fosforescenti sulle pareti. La sera, in quella luce verdastra e vitrea – il 3-C si trovava ora spettralmente sott’acqua – finironoIlmulinosullaFloss.Rupertchiesecosavenissedopo. Puttermesser ci pensò su. “Romola no. George Eliot diceva che era statoquellibroafarlainvecchiare.” “Vediamocom’eranellavita,”disseRupert. ScarpinarononellafanghiglianewyorchesefinoallaSocietyLibrarye presero tutte le biografie di George Eliot che c’erano, compresa quella chePuttermesseravevarestituitononmoltotempoprima.Rupertvoleva vedere quanto coincidessero, se, per dire, la George Eliot descritta negli anni ottanta del Novecento era la stessa delineata negli anni quaranta dello stesso secolo o negli anni novanta dell’Ottocento. Sosteneva che fosse come rimettere in vigore un paesaggio un centinaio di anni dopo. Lo stesso gruppo di alberi sotto lo stesso cielo, però diverso. Quello che cambiava era l’occhio dell’osservatore. Puttermesser si lasciò quasi attrarre dalla tesi, che ormai, comunque, le era indifferente. Chiacchiere da copista. Non era per nulla interessata. Era contenta, era stata consacrata. Il germe della sua segreta visione aveva preso forma. Lei e

Rupert erano lì, uno accanto all’altra, a leggere ad alta voce all’ombra di un gennaio casalingo e pastorale. Puttermesser aveva varcato i cancelli segreti, era entrata nel regno dell’amicizia ideale. Il timbro della voce di Rupert era scuro, con un picco stridulo e penetrante qua e là, il verso di un uccello immaginario: un trillo che Puttermesser non udiva nella normale conversazione. Qualcosa lo aveva conquistato. Accalappiato. Ogni tanto le sue palpebre erano sconvolte da un tic. Era agitato, era travolto.Eraandatooltreilsuopiccoloincendio,laincalzava. In quel cubo che era la sua cucina Puttermesser gli raccontò la sua contorta storia professionale e gli confessò la sua deludente storia con Rappoport, che ora si trovava con la moglie a Toronto. Rupert, concentrato, diede qualche colpo alla zuppa – che era grumosa – e agitò leuovanellapadella.Dopocenaletagliòicapelli.Iricciolicaddero,dalla nuca e dalla fronte, sulle spalle e sul pavimento. Mentre Rupert tagliuzzava pareggiando i lati, Puttermesser si guardò allo specchio e rimase colpita: non era ancora una megera. Trattini di capelli le ricoprivano il collo di peluria. Rupert soffiò e glieli fece scivolare nella camicia e lungo la schiena. Nello specchio Puttermesser sorrideva contenta. La lingua faceva capolino come una lucertola scintillante. Rupertnonavevamaipensatocheleifossevecchia.Fradilorononviera nulla di grottesco. Adesso Puttermesser ci credeva. Erano amici, amici ideali. Puttermesser si rendeva conto che Rupert era ancora più infervoratodilei. Quando il copista salì nell’appartamento di Harvey Morgenbluth, Puttermesser rimase a casa. Avrebbero parlato di affari. A lei non interessavanogliaffaridiRupert.Portavanoalladiscordiaealloscontro. I suoi affari consistevano in cartoline. Rupert copiava i maestri. Harvey MorgenbluthfotografavalecopiediRupert,acolori,eleriduceva.Poile mandava dallo stampatore e infine da un grossista per la distribuzione. Era così che Rupert si manteneva. La morte di Socrate, per esempio, una volta completato il volto, era riapparsa in pacchetti da cento sigillati in plasticatrasparente.CentoindicidiSocratesollevatinellostessoidentico

modo. C’era un Rubens – VenereeAdone – con un Cupido e una coppia dicani.C’eranogliIrisdiVanGoghelaDonnaconpappagallodiManet. C’erailCanalGrandediTurner,tuttobarcheecielo,acquaelontananza brumosa. Puttermesser riteneva che Rupert fosse un genio, un genio ventriloquo. Era in grado di penetrare ogni stile e ogni forma, dal petalo allobodell’orecchio.Eraasuoagionelleminuzieenellevedute.Dietroa ogni cartolina erano stampati il titolo del quadro e il nome del pittore, e

anche,incaratteriminuscoli: RUPERTRABEENO,RIMESSAINVIGOREDEIMAESTRI.

Eraquelloilmotivodellaloropiccolaguerra.“Seallafinedeveridursi tutto a delle cartoline,” gli diceva Puttermesser, “tanto vale che spedisci HarveyMorgenbluthalMetconunamacchinafotografica.” “Perprimacosanonglielofarebberofare.Ecomunque,”lerispondeva Rupert,“nonèquestoilpunto.” “Sì, invece. Tutti i musei del mondo vendono le cartoline dei loro quadri.” “Appunto.Questeinvecesonolecartolinedeimieiquadri.” “Èunafrode.” Quellarispostalodivertì.“Seipropriounavvocato!” “Non ho detto che è illegale. Non sto parlando delle leggi sul copyright.Ineoclassicifrancesinonsonocopertidadirittod’autore.Èun problemafrateelatuacoscienza.” “Lamiacoscienza!”Rupertsiimpennòcomeseleigliavessedatouno schiaffo ed emise una risatina stridula. La risata le ricordava la sua voce quando leggeva: lo schiocco di un baccello soprannaturale che si dischiude. “LagenteguarderàiltuoCanalGrandeepenseràchesiadiTurner.” “Sono stato io a farlo,” le ripose Rupert, con una tale limpidezza che Puttermesser ebbe l’impressione di poter guardare attraverso i cerchi prividicoloredeisuoiocchieraggiungereilmormoriochevieradietro. Quelmormoriolatravolgeva.Glipreselatestafralebraccia.“Rupert, Rupert,” disse. Un fabbricante di doppioni privo di doppiezza. Quasi credeva alla sua causa: che non fossero copie quelle che fabbricava. Non

traeva maniere o manierismi dai suoi prototipi. Ne catturava – possibile chefossevero?–ilpotere. Puttermesser declamò: “‘Vedere Kean recitare è come leggere Shakespeareallalucedeifulmini’”. “Cos’è?” “L’hadettoColeridgediunfamosoattore.” E le loro schermaglie finivano. Puttermesser non riusciva a continuare. Rupert non inventava le opere di suo pugno, ma aveva almeno inventato se stesso. Non era un imbroglione, non era un impostore. Le cartoline erano opera sua. Puttermesser se le ritrovava nelle librerie, e spesso si rendeva conto di averle già viste. Una volta in cuieraentratainunacartoleriapercompraredellebusteneavevascorto un intero espositore vicino alla porta. Nella fila superiore c’era Gertrude Stein di Picasso: la testa autonoma, la fronte a mattonella, il mento da topo.MaeraoperadiRupert.

3.L’indicibilegioia

Leletturenotturneallaluceverdemaredellalampada:inomideidefunti da molto, moltissimo tempo. Brabant, Bray, Chapman, Rufa, Cara, Sara, Barbara Bodichon, Edith Simcox, Johnny Cross. Spettri. Fra loro, solo Herbert Spencer sopravviveva riconoscibile per conto suo. George Eliot aveva osato implorarlo di sposarla. Era infatuata. Non aveva ancora conosciuto George Lewes. “Prometto di non peccare più allo stesso modo,” aveva dichiarato quando Spencer l’aveva rifiutata. Non poteva immaginare che lui avrebbe finito i suoi giorni da scapolo. Il filosofo dell’evoluzione non sarebbe riuscito a evolvere. “Se ti legherai a qualcun’altra,morirò,mafinoadallora,semirimarraiaccanto,troveròil coraggio di lavorare e di rendere la vita degna di essere vissuta. Non ti sto chiedendo di sacrificare nulla: sarò brava e allegra e non ti darò mai fastidio.” Rupert stava leggendo dalle Lettere. Puttermesser abbassò repentinamente le palpebre. Conosceva quelle penose frasi a memoria. L’abiezione,lostruggimento.L’aridoHerbertSpencer,unuomochiusoin se stesso. Nessun sentimento poteva invaderlo. Ma un giorno aveva portato George Lewes con sé alla “Westminster Review”, dove George Eliot – che era ancora Miss Evans – lavorava come redattrice. Lewes era allegro, impudente, faceto. Aveva il viso butterato, e un naso minuto e delicato con due grosse narici. Era un sagace imitatore, e raccontava storie brillanti senza un briciolo di grettezza. Di primo acchito George Eliot lo aveva trovato brutto. Era abbastanza brutta anche lei. La gente

diceva che lui assomigliava a una scimmia. E lei a un cavallo. Lewes avevadeibigliettigratisperilteatroel’avevainvitataadandareconlui. Recensiva pièce, libri, si occupava di arte, di musica. Era mondano e versatile. Scriveva di letteratura francese e tedesca, era autore di opere teatrali,diunsaggiosull’infermitàmentale,sioccupavadistoria,scienze, filosofia, di anemoni, di Comte e di Charlotte Brontë. Lei traduceva Strauss, Feuerbach, Spinoza. Si occupava di Matthew Arnold, Tennyson, Browning, Thoreau, Ruskin. Leggeva Omero, Platone, Aristofane, Teocrito.LeggevaDraytoneunastoriadelsanscrito. “Checoppia,checoppia,”dissePuttermesser. Aveva scoperto qualcosa di sconcertante: Rupert le aveva confessato chefinoadalloraGeorgeElioterastatapocopiùdiunadiceriaperlui.Al secondo anno delle superiori, nella cittadina vicino ad Atlanta in cui viveva, avevano letto SilasMarner. Era tutto quello che conosceva di lei. Il resto era una novità. Prima di allora non aveva mai aperto una sua biografia. Non aveva mai sentito parlare di George Lewes, di Johnny Crossodituttiglialtri. “Perché non me l’hai detto, quando abbiamo cominciato? Quando abbiamocominciatoaleggere?” “Pensavo l’avessi capito.” Appoggiò la mano sulla sua. Com’era affidabile. Com’era ansioso di appagarla. “Però mi sto riprendendo. Sono bell’echepreso.Cosasaitucheiononso?” Non avrebbe potuto contraddirlo. Era come se Rupert si fosse tuffato nella sua mente e avesse ingoiato tutti i pesci spinosi, grandi e piccoli, che gli fossero balenati davanti. Puttermesser era estasiata: era vero, fra loro non c’era nessuna differenza. Immerso nella luce verde mare della lampada,Ruperterastatoirretito:adessosapevaquellochesapevalei. EraLewesquellochePuttermesservolevafargliconoscere. Continuarono a leggere fino a che non si prosciugarono. Lessero fino a che i loro occhi non cominciarono a tremolare e non si gonfiarono. La stranezza della situazione non sfuggiva loro: mentre nell’intimità notturna George Eliot e George Lewes avevano letto Scott, Trollope,

Balzac,Turgenev,Daudet,Sainte-Beuve,Madamed’Agoult(Lewesaveva annotato i vari nomi nel suo diario), Rupert e Puttermesser leggevano solo i due George. Puttermesser cominciò a discutere sul possibile significatodellacosa.Noneraunaquestionedi“ispirazione”:nonvoleva certo paragonarsi a una celebre defunta di epoca vittoriana. Era consapevole della sua dimensione lillipuziana: un esausto avvocato di città, dallo stentato sviluppo in quanto a esperienza reale, una donna negli ultimi tempi reclusa, consumata dalla solitudine, con la malinconia incisanellestriaturedelvolto.Ilpuntononeral’ispirazione,maqualcosa di più austero. Il punto era lo stesso dei due George: lo studio. Rupert e Puttermesser stavano studiando una coppia di eroici, allegri compagni. Allegri compagni! Era lo spirito cameratesco che stavano studiando, la vicinanza. “George e George,” disse Rupert. “Praticamente una coppia di gemelli.” “Eranoamanti,”locorressePuttermesser. La mattina Rupert afferrava la sacca, il carrello e il cavalletto tintinnante e si dirigeva alla Frick. Puttermesser provava meraviglia di fronte alla trama imbevuta di olio denso e luccicante della tela. La sera, dopo cena, lei e Rupert proseguivano con i due George. Una storia di denaroedifamiglia.IsoldieranoandatiadAgnes,lamoglieindulgentee adultera di Lewes, e ai figli da lei avuti da un altro uomo. Agnes nella vecchiaia,grassissima,conditapiccoleepinguichelegiocherellavanoin grembo, sostenuta fino alla morte dai proventi di George Eliot: Rupert e Puttermesser guardavano con aria trasognata la fotografia contenuta in uno dei volumi che ingombravano le sedie della cucina come tanti mattoni. Ma per i figli di Lewes, George Eliot era “Mutter”. Uno era morto giovane: George Eliot lo aveva accudito e pianto come fosse stato suo. Un altro era rimasto legato a lei per tutta la vita. Lewes, nel frattempo, cercava pazientemente di convincerla a cimentarsi nella scrittura, anche se dentro di sé dubitava che riuscisse a padroneggiare la drammaticità. George Eliot era ascesa alla grandezza da un giorno

all’altro. Ed era rimasta comunque un paria. Isaac, il fratello, che abitava ancora nelle Midlands della loro infanzia, non voleva avere nulla a che fare con lei. George Eliot gli aveva scritto, ma lui si era rifiutato di rispondere. Sua sorella viveva con un uomo che aveva una moglie. Sua sorella non veniva ricevuta nei salotti rispettabili. Alla fine era stato il mondo ad andare da lei. La regina Vittoria aveva escogitato il modo di esserlepresentata. Rupert lesse: “‘L’indicibile gioia che troviamo l’uno nell’altra è svilita solodallasensazionecheungiornocidovremoseparare.’”GeorgeEliote GeorgeLewesavevanovissutoquell’indicibilegioiaperventicinqueanni:

leiavevaavutolui,luiavevaavutolei,insiemeavevanoavutolafama,il tributo,l’Europa,unacarrozzatuttaperloro,gliagi,l’ammirazionedelle menti migliori e una schiera di giovani – fra cui Johnny Cross – che ruotavano attorno a loro e li adoravano. Johnny Cross aveva aiutato Lewes a trovare una casa in campagna: era molto bravo in tutte le cose pratiche. George Eliot lo chiamava “nipote”. “Mio caro nipote” era il modo in cui cominciavano le sue lettere. E si concludevano con “La tua affezionata zia”. Johnny Cross era un bel ragazzo alto di ventinove anni, ed era stata la madre a presentarlo a George Eliot a Roma, durante una vacanza. Dopo aver frequentato la Rugby School, Johnny era andato a New York a lavorare in una filiale della banca di famiglia e poi era ritornato a Londra per fare la stessa cosa. George Eliot aveva conosciuto il nipote Johnny Cross il giorno del cinquantaduesimo compleanno di GeorgeLewes.

4.Laterribilediscrepanza

Lescenedellamorteedelperiodoimmediatamentesuccessivolasciavano Puttermesserindifferente.Leeranofamiliarienonleritenevaimportanti. A lei interessava il Lewes vivo, il Lewes salvifico, il Lewes gaio e trasformativo. George Lewes era morto a sessantun’anni, alla fine di un freddo e umido novembre. Era sempre stato cagionevole di salute. Durante le ultime ore i dottori avevano continuato a entrare e a uscire dalla casa affaccendati. Davanti al Priorato i cocchieri si scambiavano chiassose battute. George Eliot non era andata al funerale. Si era chiusa per giorni in camera sua con i libri e il microscopio di Lewes. Aveva urlato.L’avevasentitasololaservitù. Puttermessersifermò.Erafinita. Rupertdisse:“Dovremmofarlo.” “Dovremmofarecosa?” “Sposarci.” “Lorononsisonosposati,”dissePuttermesser,echiuseillibro. “Ehi,aspetta,c’èdell’altro.” “Lewesnonc’èpiù.” “C’ètuttoilresto.” “Leidasolanontipiace,haidettocheèpedante.” “Questoprimachelaconoscessi.Andiamoavanti,”insistetteRupert. Puttermesser continuò a leggere. Due mesi dopo la morte di Lewes George Eliot aveva scritto a Johnny Cross: “Carissimo nipote, ho veramente bisogno del tuo affetto. Ogni segno di interesse nei miei

confronti da parte delle persone che rispetto e a cui voglio bene mi è di aiuto fra un paio di settimane mi piacerebbe vederti. A volte avrei il

la tua affezionatissima zia.” E in una

splendida giornata di maggio, nella chiesa di St. George, a Hannover Square, sedici mesi dopo avere urlato per la separazione da Lewes, George Eliot aveva sposato Johnny Cross. La neomoglie aveva sessant’anni.LamadrediJohnnyeramortaapochigiornididistanzada Lewes.Johnnyeraunorfanodiquarant’anni. Rupert danzò nella minuscola camera da letto di Puttermesser. Avevano messo la lampada dalla luce verde mare sulla scrivania di tek. “Haivisto,haivisto!” “Aveva bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi,” disse Puttermesser. “Erafattacosì.” “Ilcorpoeraancoracaldo!” “Nonpuoiappoggiartiaunmorto.” “Aha!” Le prese i polsi. “Non te l’avevo detto fin dall’inizio? Quel giornoalMet?Tel’avevodetto:iosonoquellovivo!” Puttermesserloguardòmeravigliata.“Be’,c’èlalunadimiele.” “Dellalunadimielemioccupoio!”esclamòRupert. Puttermesser lo osservò ricostruire Johnny Cross. Johnny destava in ogni caso perplessità. Nessuno lo conosceva davvero. Ci si aspettava da lui che fosse “profondo” e non lo era. Era bello, affabile, atletico e ricco. Non era un intellettuale, anche se lavorava arditamente alla cosa, nello stesso audace modo in cui abbatteva un folto gruppo d’alberi o con la stessa passione con cui si scagliava su una pallina da tennis. Era un formidabilenuotatore.Noneranemmenolontanamenteunoscrittore,ma avevaprodottounlibrosorprendente.Sorprendentepiùchealtroperché erastatoluiascriverlo:LavitadiGeorgeEliot.Iltitoloeraovvioediretto come il suo autore. Johnny si era dedicato anima e corpo all’opera dopo cheGeorgeElioteramorta:erastataunagenuflessione. Rupert si accorse subito che la caterva di biografie da cui avevano letto – comprese quelle di Johnny Cross – erano inutili. Johnny Cross

desiderio di vederti subito

compariva in tutte le biografie, certo, ma questo non significava che ci fosse. Lo trovavi, ma non riuscivi ad afferrarlo. Rupert faceva quello che poteva per rievocare il vero Johnny. In un certo senso lo ricreava:

Puttermesser pensava che fosse una sorta di razzia. Rupert era irragionevole e ingiusto, ma Puttermesser doveva riconoscere che era ingegnoso. Andava alla ricerca di combinazioni e accostamenti inauditi:

una lettera, poi un paragrafo da una delle biografie, poi ancora una lettera. Tesseva e intesseva entrando e uscendo da qualsiasi cosa gli capitasse fra le mani. E ciò che emergeva da quella prestidigitazione era JohnnyCrossinnamorato:manondiGeorgeEliot. “Buondio,”dissePuttermesser.“L’unicacosachetuttisannopercerto diJohnnyCrossècheamavaGeorgeEliot.Laadorava!Nonc’èmaistata nessun’altra per lui. Dopo che lei è morta non si è mai risposato. Non puoicontraddirequellochetuttisannoconassolutacertezza.” MaRupertandòavantiadimostrarelasuatesi.Dissechesicapivadal modo innaturale in cui Johnny si era comportato nelle prime settimane dopo il funerale di Lewes. George Eliot lo aveva pregato di andarla ad aiutare con la parte finanziaria, di cui si era sempre occupato Lewes. Johnny era bravo con i soldi. Ma era arrivato con l’Inferno di Dante. George Eliot era in salotto a rileggere l’Iliade – in greco, naturalmente – per distrarsi dal suo dolore. Johnny sperava che lei lo iniziasse a Dante per distrarlo dal suo di dolore. Stava rielaborando il lutto della madre. Il problema era che doveva leggere Dante nella traduzione di Carlyle. L’italiano che aveva imparato a Roma, con la madre, non era all’altezza. “Oh,”avevaesclamatoGeorgeEliotguardandoilnipote,“malodobbiamo leggere insieme!”: la donna preferiva Dante ai conti. Avevano affrontato il testo parola per parola. Lei era stata estremamente paziente. Lui era statodolorosamenteattento:eraquelloilsuopiano. RupertsollevòLavitadiGeorgeEliotinmodochefosseinondatadalla luceverdemaredellalampadaedeclamò:“‘Ildivinopoetacicondussein unmondonuovo.Fucomerinnovarelavita.’Questaèunaconfessione.” “Appunto! Lo vedi?” disse Puttermesser. “Rinnovare la vita! Ci sta

dicendochelaadorava ” “Non hai capito,” le disse Rupert. “Il ragazzo aveva un’infatuazione. PerGeorgeLewes.” “Rupert,èridicolo.” “Non intendo quello che pensi tu. Sto parlando di personificazione. Johnny stava cercando di mettersi nei panni di Lewes: se c’era qualcosa in cui Lewes era bravo, ci provava anche lui. Era quello il suo piano. Sarebbe stato Lewes per lei. Un ragionevole facsimile. Voleva inculcarle l’ideacheLewesfosseancoraingiro.Accessibile,percosìdire.Incarnie ossa diverse. La faccia era quella di Johnny, ma l’anima era quella di Lewes.Èquestoilpunto.” “Oh, non saprei,” disse Puttermesser, dando segni di cedimento. Quellateoriaeraridicolaenonloera. “Prendi le letture notturne. Le annotava in un diario, proprio come faceva Lewes. Prima Dante. Poi lei gli fa fare Chaucer, Shakespeare, Wordsworth: le basi. Lui suda sette camicie. E tutto questo in un salotto delPriorato,propriosottounafotoingranditadiLewes.Perquantoneso haposatolesuechiappesullastessapoltronasucuilehaposateLewes.E quandolechiededisuonareilpianoperlui?LastessamusicacheGeorge Eliot aveva suonato per Lewes? E quando lei compie sessant’anni, lui le bacialamano.” “Epoilasposa.GeorgeLewesnonl’hamaifatto!Continuiafarefinta che questa parte non esista,” disse Puttermesser. “Sposandola, Johnny nonsièmessoneipannidiLewes!” “E tu credi che lei non avrebbe sposato Lewes con un matrimonio in chiesa in pompa magna se ne avesse avuto la possibilità? Se la legge glieloavesseconcesso?Nelmomentoincuiquestacosadiventapossibile –Johnnyèdecisamentesingle–leicosafa?Siprecipitafuoriacomprare uncorredo.” Rupert pescò un libro dalla pila appoggiata sulla scrivania di tek e si inumidì il pollice. “Tutti scrivono lettere a destra e a manca alle sue spalle. Alimentano le chiacchiere. ‘George Eliot è andata da tutte le

modiste e le sarte di Londra più alla moda Tutto quello che si poteva fareconl’aiutodisoldiegustoperrenderlaunpo’piùadattaaunuomo di quarant’anni è stato fatto.’ Dopo averla snobbata per un quarto di secoloperchévivevaconLewes,quandosposaJohnnyilfratellolescrive per farle le congratulazioni! E lei gliene è grata. Questi sono dei conformisti,Ruthie,tiassicuro.ÈJohnnychedevitenered’occhio.” Puttermesserlofissò.“Perché?” “Telodicoioperché.Perchélodevivederetrasformarsiinunsecondo Lewes.” “Sei tu che lo stai trasformando. Lo stai facendo diventare Johnny Cross, Rimessa in vigore.” Puttermesser indietreggiò. Aveva i polmoni pesantiperlatroppaaria.“Lostaifacendodiventareuncopista!” Rupert fece un sorriso paradisiaco. “Non è questo quello che Johnny avevainmente?” “Johnnyerainnamorato!Eleierasola,lemancaval’amoreconiugale. ErastatafeliceconLewes,volevaesserefelicedinuovo ” Puttermesser afferrò le Lettere e rovistò ferocemente fra le pagine. “Santodio,Rupert,senticosadice!”

Nella mia vita si sta verificando un cambiamento importantissimo: una sorta di miracolo in cui non avrei mai pensato di poter credere e che ancora mi lascia stupita. Se questo altera il concetto che avete di me così profondamente da costringervi a considerarmi una nuova persona, una sconosciuta, non ve ne vorrò, perché io stessa fino a poco tempo fa non avrei maidettocheciòpotesseaccadere.

Èstatounamicodevotoperanni,acuiLewesvolevamoltobenee

dicuisifidava,eorachesonosola,MrCrossvedeneldedicarmilavital’unicapossibilitàdi ottenere la sola felicità che desidera da tempo Non è possibile dare spiegazioni per questo genere di crisi, che paiono improvvise ma hanno avuto una gestazione lenta e oscura Partiremodomanierimarremoall’esteroperdueotremesi.

StopersposareMrCross

“Dopodiché sono partiti. È così che stanno le cose,” concluse Puttermesser. “Erano amanti sposati. Non è che puoi continuare a travisare la cosa e a trasformarla in altro. Vuoi sentire cosa provava lei? Questo era quello che provava!” Era spietata come un conquistatore. Era

Rupertchevolevaconquistare:quellocheluivolevafarediJohnnyCross. BattéunpugnosulleLettereesimisefuriosamentealeggere:“‘Benedetti sono i morti, che si riposano dalle fatiche e non devono temere una sopravvivenzaaridaeinutile.’Èperquestochelohasposato!” Rupert aveva l’aria pensierosa. Seria. Puttermesser lo osservò per l’ennesima volta: era snello, biondo, levigato e minuto. Era spazzolato e in ordine. I cerchi trasparenti e vuoti dei suoi occhi facevano risaltare le pupille nere e ferme come aghi. Le pupille parevano punti a capo profondieferoci.Punteggiavano.Pungevano. “Dovremmo farlo,” continuò Rupert. “Non la parte dell’estero. Quella delcambiamentoimportantissimo.” Era serio. Non stava reprimendo una risatina. Non aveva buttato lì una battuta. Puttermesser detestava le punzecchiature e l’impertinenza. Erascappatadallafestanell’appartamentodiHarveyMorgenbluthperle punzecchiature e l’impertinenza. Rupert era un uomo del Sud: non era contaminato dal cicaleccio newyorchese. “Come poche altre persone al mondo, è molto meglio di quello che sembra: un uomo di cuore e di coscienza che indossa la maschera dell’impertinenza.” Così George Eliot aveva descritto una volta George Lewes, anche se non subito. La sua primaimpressioneerastatadiunbellimbustoinminiaturacheroteavale braccia, parlava troppo e in modo futile. Ma Rupert era assolutamente serio. “Ok,”glirisposePuttermesser.“Facciamolo.” NonerasicuradiaverappenaaccettatodisposareRupertRabeeno. “Nondimentichiamocilalunadimiele,”disselui. “Ok,”ripetéPuttermesser.“Dellalunadimieletioccupitu.” Loosservòprepararelalunadimiele.Lavoravainmodopignolo,con una sorta di istinto militare nell’organizzarla: striscioline di carta per segnare le pagine, volumi pronti all’uso disposti in ordine consecutivo, citazioni ricopiate su cartoncini. Si era preparato molto bene. Partendo dalla mescolanza di materiale da cui attingevano ogni sera – carte geografiche,lettere,diari,biografie,memorie,opuscoli,libriepoiancora

libri!–Rupertcreavaqualcosadiingegnoso,qualcosadinoncomune.Un destino. Si occupava della luna di miele con lo stesso calore di immanenza che aveva insufflato nella Morte di Socrate. Leggeva, urlava, cantava,sorridevaradiosamente.EtuttoquelloperJohnnyCross,cheera solonoteapièdipaginaeanticlimax.Rupertnonleavrebbepermessodi calpestarelasuateoria:nonerariuscitaadissuaderlo.Eragelosa.Rupert nonsieraaffattoprodigatoaquelmodoperGeorgeLewes.Eppurestava accadendo ancora, un secondo round. Puttermesser era costretta ad ammettere a se stessa la possibilità che Rupert fosse sulla strada giusta. La luna di miele di Johnny Cross e George Eliot si rivelava la pura imitazionediquelladiGeorgeLeweseGeorgeEliot:lalunadimieleche nonpotevaesseredefinitataleperchénonsieranomaisposati. Rupertcominciòdalmatrimonio.Eraplausibilecominciaredalì,dalla chiesa alle dieci e mezzo di mattina. Il figlio di Lewes, di due anni più giovane di Johnny, aveva accompagnato George Eliot all’altare. I parenti diJohnnyc’eranotutti:lesorelleconimariti,eicuginielecugineconi figli. Dopo la cerimonia la sposa e lo sposo erano tornati al Priorato con due notai per apporre la firma alle loro ultime volontà. Poi erano partiti perDover,doveilgiornodopoavrebberopresoilpiroscafoperCalais.A Dover avevano pernottato nello stesso albergo in cui avevano dormito George Eliot e George Lewes venticinque anni prima. (“Quando Johnny andava ancora a scuola!” esultò Rupert. “Nello stesso albergo!”) Quando avevano raggiunto Calais, Johnny aveva notato che George Eliot aveva l’ariamoltopiùgiovaneepiùsana:eracomeseripercorrereognisingolo familiare miglio della strada percorsa un tempo la rinvigorisse. (“Era la stradadiuntempo,”lefecenotareRupert.)IdueeranodirettiaVenezia. Johnny aveva deciso di andare a Milano passando da Grenoble e dal Moncenisio, ripercorrendo esattamente lo stesso itinerario che Lewes aveva tracciato per quella che George Eliot aveva definito la loro “profonda felicità coniugale.” Una settimana a Milano, come avevano fattoloro,epoiVenezia. Venezia! “Che pace! Che bellezza!” aveva sussurrato George Eliot.

(Rupert, leggendo dal suo diario, sussurrava a sua volta.) “Guardando fuori dall’alta finestra dell’albergo che dava sul Canal Grande, pensavo che fosse un peccato andare a dormire. Venezia era più bella di come l’avevano dipinta nei romanzi d’amore. E quell’impressione perdurò e divenne persino più forte negli otto giorni che vi passammo.” Ma quelli erano i tempi di Lewes. La camera dei due George aveva un’aria vertiginosamente remota, sospesa com’era sulle acque scintillanti. Il pomeriggio i due vagabondavano nella basilica di San Marco, che trovavano fulgida ma barbarica. Nella Scuola di San Rocco erano stati folgoratidallamodestaMariadell’AnnunciazionedelTintoretto.Avevano comprato merletti, vetri e gioielli e avevano girato la laguna in una gondola ornata di lanterne colorate. Quando passavano sotto il ponte di Rialto, i gondolieri mettevano i loro remi a riposo e gorgheggiavano a pieni polmoni per tirare fuori l’eco dalle onde. (“O sole mio,” cantò Rupert. “Adesso guarda John-nee,” cantò di nuovo.) Johnny Cross e George Eliot avevano raggiunto Venezia un mese dopo il loro matrimonio.Eral’iniziodigiugno,el’ariaeraprofumata.Ilsole,ipalazzi screziati tinta crema con antiche crepe che correvano lungo i muri, le ombre che volgevano alle tenebre sotto i ponti: avevano intenzione di fermarsiperunlassoindefinitodiestate. Inveceseneeranoandatinellasecondasettimana. “Il panico,” disse Rupert. “L’emozione segreta e violenta della luna di miele.Ilsuomistero,ilsuoenigma.” “Ho capito,” disse Puttermesser. “Falla finita. Piantala di tirare acqua altuomulino.”

5.Lalunadimiele

Avevano preso un albergo sul Canal Grande e si facevano portare tutti i pasti in camera. La maggior parte del nuovo guardaroba di George Eliot l’aveva seguita nei bauli. Aveva vestiti di bella e astuta fattura, che coprivano le clavicole sporgenti da anziana con leggerissime mantelle e rivelavano il girovita ancora giovane. La morte di Lewes l’aveva lasciata sofferente e fragile. Ora si era meravigliosamente rimessa. Era energica, instancabile. Faceva scarpinare Johnny per chiese e gallerie e gli dava lezioni di architettura, pittura, scultura, storia. Lui la seguiva con ardore. Era orgoglioso di lei, era orgoglioso di sé. Era fatta. Era esattamente quello che era stato con Lewes. Avevano ammirato la stessa Madonna bruttina del Tintoretto e avevano fatto il giro delle viscere pacchiane di San Marco. La calura di giugno aumentava. La sensazione cominciava a essere quella dei tropici, sebbene nelle antiche chiese di pietra facesse ancoraabbastanzafresco. Ma c’era qualcosa che non andava nell’aria. Era strana, cattiva. C’era qualcosachenonandavanellefognature.Lavistachesigodeva(anchese noncosìdall’alto)dallefinestredell’Hôteldel’Europeeralastessadicui aveva goduto l’altra coppia, i due George: il Canal Grande lucente come una lama di coltello la mattina, striato di sangue al tramonto, torvo al crepuscolo. Ma il canale era poco meno di una fogna. L’aria che esalava era una nube malata, una pustola di vomito, una scia di gas. Era decisamente cattiva. Le finestre aperte la ingurgitavano, soprattutto di notte, quando c’era un barlume di vento. Di notte regnavano la pace, la

bellezza: era un peccato andare a dormire. George Eliot e Johnny Cross passavano i giorni a cercare campanili che rintoccavano, cappelle defilate, ritratti con velature di bimbi santi, vescovi, santi e dogi, e quando la calura si attenuava leggermente prendevano una gondola e

giravano per i canali, intontiti dalle gote bianche e accecanti dei palazzi. Labellezza,labellezza! Laserasisedevanoacenarealdescointimoeovaledellalorocamera. La biancheria da tavola era sempre azzurra, anche se la tovaglia, profumata da un sapone alle erbe, veniva cambiata ogni giorno e sul tavolo,pernascondereleesalazionidelcanale,venivaposataunaciotola

di fiori raccolti nel pomeriggio. Quando andava a riprendersi i vassoi –

George Eliot e Johnny Cross mangiavano in modo frugale: pane, pesce e

tè –, il cameriere li trovava immersi nell’Inferno. Erano ritornati a Dante

perché era chiaro che Johnny aveva bisogno ora più che mai di rispolverare il suo italiano. George Eliot continuava a essere prodiga e attenta, soprattutto di fronte alle difficoltà della sintassi. Aveva notato una sorta di risolutezza frenologica nell’arco coronale quando davanti alla disciplina della pagina la testa di Johnny si abbassava: un capo dolicocefalo in un uomo alto sei piedi e dalle ossa lunghe. George Eliot era contenta che Johnny non potesse essere, nell’aspetto, più diverso da Lewes: non c’era nulla in lui che glielo ricordasse. Lewes era piccolo e vivace – a volte troppo rapido – e brillante e versatile. Johnny non era veloce, ma era sufficientemente mondano. Era un croupier in grado di dire quando un uomo bleffava. “Tu non sai nulla,” gli aveva detto una volta lei prendendolo in giro, “di verbi hiphil o hophal, della storia della metafisica o del posto occupato da Keplero nelle scienze, ma sai cose sagge di altra specie, che albergano solo in un cuore virile: segreti di amorevolezzaerettitudine.” Johnny aveva un carattere solido, ben temprato, ed era affidabile e

affettuoso. George Eliot soffriva per il fatto di essere così vecchia, anche seluinoncipensavamai.AVenezia,nonostantetuttalalorofelicità,lei

si logorava. Niente poteva renderla ancora giovane per Johnny, se ne

accorgeva ogni volta che infilava il pettine fra i capelli grigi o si portava unospecchioall’altezzadegliocchi:lapartecarnosaeammaccatasottole orbite era ormai fuori controllo. Johnny era già abbondantemente calvo, ma i capelli attorno alle orecchie erano ancora scuri e formavano dei boccoli.Labarbaerariccia.Dallabarba(lasuabellaboccasiperdevafra quei ricci) traspariva un ragazzo dall’aria nervosa che stava facendo uno sforzo. George Eliot vide il suo sguardo e capì. Erano passate cinque settimane – quasi sei – dal matrimonio. La notte andavano a dormire ognunonelproprioletto,comedueamici:luierailsuonobilecompagno, ilsuocavaliere,ilsuofedeleallievo.Comesiimpegnava!Manellalettura diDantevacillava:leigliindicavailpuntoconunditoeluisicorreggeva. Johnny cominciava ad avere un’aria un po’ languida. Più lei rifioriva – più le sue condizioni fisiche miglioravano –, più lui si afflosciava. Non avevanoancoradormitocomemaritoemoglie. Eral’eserciziofisicocheglimancava.Johnnyera,dopotutto,unuomo abituato all’aria aperta, giocava a tennis e a calcio, remava e nuotava. Venezia, con tutta quell’acqua, e mai una vogata: la città si riduceva a gondolieri abbronzati e remi indolenti, gite sognanti fra i canali, chiese, gallerie,quadriestoria.Storiaepoiancorastoria.Arteepoiancoraarte. Bellezzaepoiancorabellezza.Johnnyagognaval’ariapulita,qualcosadi faticoso. (“Doveva essere piuttosto faticoso,” intervenne Rupert, “vestire ogni minutoipannidiLewes!”) Johnny aveva bisogno di fare una nuotata. Così aveva detto. Il Canal Grande era una cloaca. Era sotto casa, sotto le loro finestre, ma uno non potevanuotareinquell’acqua.IlLidononeralontano.Dovevanoandare al Lido, dall’altro lato, dove c’era una bella spiaggia di sabbia. Ci andarono e si sedettero compostamente su una panchina, fra le signore con i parasole, e si misero a osservare il profilo delle onde di marea. Johnnydissechenonvedeval’oradifareunbagno.Lecabinenonerano lontane, e si era portato il costume. Sarebbe corso verso l’acqua, avrebbe fatto un bel tuffo, si sarebbe sciolto le membra e avrebbe guadagnato di

nuovo la spiaggia correndo. Ci avrebbe messo al massimo un quarto d’ora. George Eliot riteneva che il tempo non fosse adatto a quell’avventura: “Non lo senti,” disse sollevando l’indice pedagogico che lo aveva così spesso guidato nei meandri dell’Inferno, “il vento?” “Muoio dalla voglia di fare un bagno,” le rispose lui, “siamo a metà giugno e fa caldo come nell’Ade.” “Sebbene sia gradevole,” obiettò amabilmente lei con quella voce cortese e regolare da contralto tanto cara a Lewes e adesso anche a Johnny, “la temperatura non è tale da rendere un tuffo nell’acquafredda”–elìsisforzòditrovarelagiustasimilitudine–“cosa buonaquantounabevutapergliassetati.” Tornarono in albergo. Johnny ordinò una cena elaborata a base di agnello, pomodori e budino. Alle spalle del cameriere comparve un sommelier con due bottiglie rosso rubino. George Eliot ne bevve un solo bicchiere. Johnny parecchi. Pareva eccitato, sulla difensiva. Lei colse la fame nei suoi occhi, e capì che quello era un timido tentativo di festeggiare. Il tempo era giunto. Negli ultimi giorni George Eliot aveva avuto modo di osservare la natura più intima di Johnny, la sua delicatezza, la sua propensione al rimuginio. Johnny Cross aveva osservato scorato le forme e i quadri che Lewes aveva guardato anni prima con così tanto brio e così tanto venerabile acume. Johnny era rimasto assorto. George Eliot non si stupì quando il cameriere tornò per sparecchiareeJohnnysipulìlemaniconiltovaglioloazzurrodeclinando l’invito ad affrontare Dante. Pensò di tentarlo con Comte – un diversivo –,maluisirifiutò.Leifudiscreta.Eranaturalechecifossediffidenzafra loro.FinoaunmeseprimaJohnnyeraunoscapolo,sicuramentenonpiù castodiqualsiasialtrobelgiovane.Maadifferenzadilei–cheeraandata a letto con George Lewes per venticinque anni – era nuovo ai rituali solenni dell’intimità coniugale. George Eliot aveva percepito in lui un’esitazionenuova,unallontanamento.Sitratteneva,eraattento:teneva abadalasuanaturaanimaleinattesacheleiglifacesseuncenno.George Eliottemevaunpo’cheJohnnylechiedessediprendersilaresponsabilità dellacosa.Maaltempostessol’idealaeccitava.Lochiedevaalei,cheera

abituataacontaresuunmarito! Siritirònellazonaguardaroba,unanicchiadotatadispecchiseparata dal resto, e scelse una camicia da notte mai indossata prima. Chiuse la porta per evitare che lui la vedesse troppo presto e si sciolse i capelli. La camicia da notte nascondeva le sue spalle ossute con masse di merletti cheparevanopiume.Guardandosiallospecchio,sistupìnelvederechela sua figura gradevole e i capelli sciolti le davano la dolcezza di una sposa diventidueanni:nonsisentivaaffattovecchia. Quando tornò da lui, rimase delusa: Johnny si era sdraiato nel suo letto.Nonc’eranulladidiverso,eracometuttelealtrenotti.GeorgeEliot aveva pensato di trovarlo alla finestra a indugiare, ad ascoltare, per così dire, i suoi movimenti, a guardare le spirali nere lanciate nell’acqua dai remi dei gondolieri. Ad aspettare che lei – la sposina! – si nascondesse sotto il copriletto: a quel punto, esitante, in silenzio, con tenerezza, lui si sarebbe finalmente avvicinato. Invece Johnny era una gobba rigida nell’altro letto. Aveva ripiegato i pantaloni e li aveva appoggiati su una sedia. La brezza sospingeva le tende della finestra, che arrivavano a sfiorargliilcapo. Ma in fondo, ripensandoci, quella riluttanza la affascinava. George Eliot si disse nuovamente che toccava a lei prendere l’iniziativa. Come poteva essere altrimenti? Johnny era restio, era solo un ragazzo. Forse si sbagliava, forse non aveva nessuna esperienza. Sotto le finestre un convoglio di gondole scivolava lungo il Canal Grande e levava al cielo risate, voci e canti in un italiano lontano da quello di Dante. Dei locali che si divertivano o una festa di gondolieri a cui partecipavano le loro vivaci ragazze. L’aria, che continuava a essere cattiva, gonfiava ogni rumorefinoafarlodiventareunboato.Poilafiladigondolesiallontanò eleirimasesolaconluinelsilenzio.“BesterMann,” mormoròeaggiunse altreparolediGoethe:Goethe,cheLewesavevatantoamato. Si sedette sul letto accanto a Johnny e gli accarezzò il profilo dell’orecchio. “Carissimo John,” gli disse. Lui continuò a darle le spalle e non si mosse. George Eliot sollevò il copriletto e gli si sdraiò accanto.

Johnny non si era messo la camicia da notte. Aveva ancora addosso la camicia della mattina. Si era tolto la cravatta, che giaceva sul pavimento arrotolata come un grosso serpente. George Eliot gli sfiorò il rigonfiamento della caviglia con la punta del piede nudo e gli cinse audacemente il vasto petto con un braccio. La parte superiore del corpo era rovente. La gamba era fredda. Aveva avuto ragione a distoglierlo dalla nuotata: era malato? “Johnny, caro,” gli disse. Lui non le rispose. George Eliot era allarmata e provava un vago senso di vergogna:

allontanò il piede dalla caviglia di Johnny e gli mise la mano sull’altra gamba.Erafredda,freddissima.Nonostantelostrascicodivento,lanotte era tiepida. E diventava sempre più calda. Lungo i solchi che andavano dal naso agli angoli della sua bocca, le pieghe di una donna ormai invecchiata, cominciò improvvisamente a colare il sudore. Le sudavano ancheleascelle.Nonriuscivaafarequellocheluidesiderava.Eratroppo impudente, non riusciva a cogliere la tacita direzione che lui le indicava. “Johnny,” lo implorò, “caro ragazzo, non stai bene? Guardami, Johnny caro,fammivedereituoiocchi.” A quel punto lui si girò e le mostrò gli occhi. Erano irriconoscibili: i bordi delle palpebre erano screpolati e sanguinolenti come carne e separati come i lembi di una gola d’animale appena tagliata. Si vedeva solo il bianco: i globi oculari erano rotolati verso l’alto. Un vecchio segreto la folgorò come un’intuizione: una cosa che sapeva e si era dimenticata. Johnny aveva un fratello pazzo che era stato rinchiuso da qualche parte. Glielo aveva detto Lewes molto tempo prima. Di colpo i globiocularitornaronoalloroposto.Johnnynoneranormale.Nonstava bene.Ilventopungenteeputrido,lefogne,ilcanaleinquinato,lafinestra aperta. Respirava con insistenza. Ogni inspiro sembrava una dura conquista. Lei stessa non aveva abbastanza aria. Erano sepolti in una fornace. Sotto le finestre la flotta di gondole stava tornando, la chiassosa festa di prima o forse un’altra altrettanto rumorosa: George Eliot udì scoppi di risa, voci di strada, canti e questa volta anche una chitarra tremolante. Si alzò. La mente andava avanti e indietro così rapidamente

dascuoterleilcorpo:c’eraunmedicoaVenezia,ildottorRicchetti,cuigli inglesisirivolgevano.GeorgeEliotcorseversoilcordonedelcampanello appesoallaparetedifronte,unpo’lontanodallefinestre,perchiamareil portieredell’albergo. Uncolpofortissimo–loschioccodiun’enormefrustadamandrianoo il rumore di un improvviso ciclone – rintronò nella camera spoglia. Un proiettilediqualchetipo:ladonnaneavevavistal’ombravolareallesue spalle. Una pietra – una palla, un osso – lanciata da qualche zotico membrodell’equipaggiosottostante.L’oggettoeraentratoincamera.Ma il letto era vuoto. Johnny non c’era. Le tende erano state strappate. Il proiettile non era volato in camera, ma fuori. Il proiettile era Johnny. George Eliot si affacciò al davanzale e strillò. I gomiti di Johnny, ancora in maniche di camicia, si immergevano e riemergevano, si immergevano eriemergevanocomepinnebianche.Johnnysistavafacendounanuotata nel Canal Grande. I gondolieri la presero in giro ripetendo le sue urla:

“Gianni! Gianni!” Si buttarono nell’acqua scura della notte e si misero a inseguirlo, ma lui non si lasciava raggiungere. Inseguirono le pinne bianche per dieci minuti e poi ripescarono il povero Johnny agganciandoloperilcollettodellacamiciaconunremo.

6.Ilmatrimonio

Puttermesseravevasempreodiatoquellaparte.Eratroppobrutta.Nonci voleva pensare. La parte gloriosa finiva con il funerale di George Lewes. Il resto non era nulla. Il resto non contava. Johnny Cross, cui era stato diagnosticato uno “stato depressivo acuto” una sola notte in tutta la sua vita,eratornatoallanormalità,nonavevapiùavutounsolomomentodi alienazione che si potesse definire tale ed era morto nel 1924 all’età di ottantaquattroanni.MaGeorgeEliotsieraindebolitaederacrollata.Era mortaseimesidopocheJohnnysieragettatodallafinestra. Rupertcontinuavaaessereallegro.GeorgeEliotnonglimancava:non l’aveva mai ammirata. Anche Puttermesser, sotto la sua influenza, aveva cominciato a ritornare un po’ sui suoi passi. Forse George Eliot era davveropedante.NonavrebbedovutoimpedireaJohnnydifareunbagno quandoeranoalLido.Erastatairragionevole.SapevacheJohnnynonera portatoperlelingue:nonpadroneggiaval’ebraicoefacevaconfusionefra verbi hiphil e verbi hophal. E allora perché lo aveva terrorizzato con Dante? Ma Rupert continuava a insistere con la sua idea: Johnny impersonava Lewes. Dopo Venezia, nel poco tempo che restava al loro matrimonio, George Eliot e Johnny Cross erano tornati nella stessa identicacasacheLewesavevacompratoconl’aiutodiJohnny.“Lestesse identichequattromura!”esclamòRupert.“Èunaprova!Cos’altrovuoidi più?” Puttermesserdavasegnidiimpazienza.Cominciavaanonpoternepiù dell’ideadiRupert.

“George Lewes non si è buttato nel Canal Grande, o sbaglio?” Allontanò l’ultimo volume del diario di George Eliot. “Johnny non era semplicementeingradodiaffrontareilsesso,”concluse. Si guardò in giro per la stanza. Disordine a valanga. Cataste di biografie, mappe, memorie e diari. Una crosta che sommergeva la scrivania, il cassettone e il pavimento. Grattacieli in miniatura sui davanzali. Basta. Quei libri se ne dovevano andare. Fuori, fuori! Dovevano tornare tutti alla Society Library! L’unico angolo ordinato era quello vicino al suo letto, dove Rupert aveva sistemato parecchie pile di cartoline,drittecometesseredeldomino. Puttermesser si sentiva sopraffatta. Era come se avessero vissuto una sommossa. Qualcosa di turbolento era successo. Era sfinita, come dopo un’intossicazione o uno stato di trance. Ed era stato Rupert l’artefice di quellaprecarietàdabrivido,diqueltumulto.AvevasbattutofuoriGeorge Lewes, un uomo dall’anima luminosa, e aveva spinto dentro Johnny Cross. Rupert che impersonava Johnny Cross che impersonava George Lewes! La cosa era troppo viva. Strideva, provocava. Quando Rupert si eramessoaraccontare–araccontarelalunadimiele–,Puttermessersi era agitata, si era infiammata, si era scottata. Rupert era un mago. Le aveva fatto rivivere la luna di miele sotto le unghie, alla radice della colonna vertebrale. Puttermesser soffriva. Era Lewes che voleva, solo Lewes. Non avevano forse – lei e Rupert – messo la testa sotto la stessa lampada?Nonavevanoforseincendiatoognisingolopassaggiochesiera messofraloro?MaRupertleavevatoltoLeweseleavevadatoCross.Era fatta! La luna di miele era finita! Terribile, terribile. Puttermesser la odiava. L’aveva sempre odiata. E lui gliel’aveva infilata sotto le unghie, l’avevaspintacomeunpalofinoachenonavevaraggiuntolacolonna. Rupertdisse:“HofinitoconlaFrick.Pomodorieverdure?” Puttermesserdissechelazuppanonleandava. “Ho finito ieri. Un bel paesaggio olandese. Quando si asciuga vedo Harveyeglielochiedo.Cos’hachenonvalazuppa?” “Glichiedicosa?”

“Be’,civoglionoduetestimoni.LaprossimavoltachevadodaHarvey comincioabloccarelui.L’altrosceglilotu.” Puttermessersiconcentrò.“Duetestimoni?” “Tantineservono,setivuoisposare.” Allora faceva sul serio. Puttermesser lo vedeva che faceva sul serio.

Era stato serio prima. Era serio adesso. Lewes! Lewes alla fin fine! Era stato Lewes a ispirarlo. Era stato Lewes a sedurlo. Johnny Cross si era messodimezzo,malavittoriaspettavaaLewes.L’amiciziaideale! “Nonsoachichiedere,”dissePuttermesser. “Conosciunsaccodigente.” “Nonpiù.Nonnell’ultimoanno.” “EtuttiqueipoliticantidelMunicipalBuilding?” “Non lavoro più lì e non ci lavorerò più. Sono stata stupida a pensare dipotercitornare.”Puttermessersimiseapensarealtessutosocialedella suavita.Lezieegliziieranomorti.Icugini,unavoltaunabandaallegra

e numerosa, erano dispersi e invecchiavano. La metà di loro era stata

fagocitata dalla California: San Diego, Berkeley, Santa Monica, Lake Tahoe.Ormailamaggiorparteeranoinpensione.Aquestisiaggiungeva

lagalleriasemprepiùlontanadellesuevecchiecompagnie:eccoli,pagina

dopopaginanellarubricadiWoolworth,queifantasmidiaulescolastiche

o di uffici semidimenticati, i detriti della sua ascesa ai cinquanta e passa anni. Colleghi di pettegolezzo antiquati. Compagni di cinema del tempo

andato. Erano tutti lontani: c’era chi si accapigliava per il divorzio, chi viveva per il proprio lavoro, chi si abbronzava ai Caraibi, chi si lasciava assorbiredaifigliedaifiglideifigli.Ifigli:lagrandemareagenetica–il diluvio–cheseparavachiavevaunadiscendenzadachinonl’aveva.Tre

o quattro degli amici di Puttermesser erano già morti nella lotteria della malattia precoce. Nel registro dei viventi non c’era un’anima che Puttermesser avrebbe voluto come testimone di nozze. Erano tutti obsoleti.Leistavafacendopiazzapulita.Unanuovavita.Limpida,pura. “No,Rupert,tuseil’unico.Ciseisolotu.Nonhonessunaltro.” “Ioinvecedelmondo,”disseRupert.

la maschera

dell’impertinenza.Malamascheranonc’era. “Ohno,”protestòelasciòchelalindatestadiRupertfinissefralesue braccia.“Tunonseiinvecediniente.” Untardopomeriggiodilunedìpreserolametropolitanadirettaversoil centrofinoallafermatadelpontediBrooklynesalironoalsecondopiano del Municipal Building. I corridoi – a Puttermesser familiari – erano ampi,malconci,polverosi.Eracomesealleparetiripugnasselaluce.Con somma sorpresa di Puttermesser, l’ufficio Matrimoni non era più lì. AvevaattraversatolastradaesieratrasferitoinChambersStreet,inuna ex banca che aveva il colore della pelle deturpata di un vecchio gatto. Quando uscirono, Puttermesser contemplò il suo territorio di un tempo. Inquellochefinoapochimesiprimaerastatoilsuoufficio,particelledi polvere si appendevano languidamente a perline di contrabbando di un sole illegale. Da qualche parte qualcuno aveva tirato lo sciacquone. Era un sollievo vedere che nessuno la riconosceva. Ormai faceva parte della generazione dei politicamente scomparsi. Il senso di estraniamento le serravalagola.Gliocchilebruciavanonell’oscurità.Sistupivadiaverun temporiversatolesuecapacitàgiuridicheinquell’organismomoribondo, conilsuosistemadisegretarie,impiegati,assistenti,conlesuearteriedi ferroincuibrulicavanosottoposti. Tornando a casa con la linea numero 6 nella calca dell’ora di punta, avviluppata dal tuono lancinante della galleria, Puttermesser si ritrovò schiacciatacontroRupert.Ilvagonedondolavacomeunacullasottoposta a un violento urto. Sprofondata nella spalla calda di Rupert, Ruth si sentivasenzapassato. “Unatomba,”glidisse.“Quelpostoèunatomba.” “Cosa?”leurlòlui,cercandodisovrastareiltuono. “Stavopensando,”gridòPuttermesserasuavolta,“cheimieirisparmi stanno per finire. Dovrò ricominciare da qualche parte molto presto. E anchetu,Rupert.” “Iononhorisparmi.”

Puttermesser lo guardò, cercando

di scorgere

Nell’infilare una curva, il vagone stridette. “Non puoi andare avanti per sempre a fare cartoline,” gli urlò Puttermesser. “Il tuo talento è troppogrande.” “Grande abbastanza per una cartolina. Dovresti vedere che bel lavoro ha fatto Harvey con il quadro della Frick,” le gridò lui di rimando. “Ha detto che va bene, te l’ho detto? Ci fa da testimone. E conosce due rabbini:unoèquellochelohasposatolaprimavolta,l’altroquellochelo hasposatolaseconda.IlprimoènelWestSide,ilsecondonell’EastSide, nellaSecondaAvenue,”continuòaurlareRupert. “DovrestimollarelecartolineedovrestimollareHarvey.” Il treno arrivò in una stazione e si fermò bruscamente. Puttermesser vennecatapultatainavanti.Unfiumedicorpisiprecipitòversolaporta. FraleieRupertspuntòunaforestadiumani. “Va bene,” disse Rupert muovendo le labbra dall’altro capo della carrozza,“molleròHarvey.” Il matrimonio era stato fissato per mercoledì – il rabbino della Seconda Avenue era libero quella sera – e nel frattempo Rupert e Puttermesseravevanotrovatoilsecondotestimone. Puttermesser aveva detto a Rupert: “Ti ricordi la tipa che batteva i piedi?No,eraprimachetuarrivassiqui.” “Latipachebattevaipiedi?” “Be’, non la sento più. Non la sento più da settimane. Deve aver smesso. Secondo me non ci dice di no. È lei quella giusta. Abita nell’appartamentodifianco.” L’insegnante di matematica aveva detto loro di aver arrotolato il tappetino una volta per tutte. La cosa era faticosa e non serviva allo scopo. E poi era troppo in solitudine. Adesso si era iscritta a uno di quei nuovi centri fitness per single in Madison Avenue. Si chiamava Raya Lieberman. Non le dispiaceva affatto dare una mano per un matrimonio, bastava che fosse dopo la scuola. Era vero che il mercoledì aveva il club di matematica, ma lo avrebbe saltato più che volentieri, per una volta. “Ho abbastanza attività extracurriculum in curriculum,” aveva detto a

Puttermesserrassicurandola.“Anzi,anchetroppe,vistequelledeglialtri.”

Lo

studio

del rabbino

era nella Novantesima Est, nel

suo

appartamento. Al telefono, il rabbino si era informato se una cerimonia

modestaalle21,00nelsuostudio,acasasua,potevaandare,vistocheera

unmatrimonioconpochepersoneevistoanche–quandoparlavaaveva la cadenza dell’omelia – che per la sera non era in ogni caso possibile garantireilTempiodellacomunitàconunpreavvisocosìbreve.Rupertsi era dichiarato d’accordo. Aveva ricominciato a nevicare, così i quattro – lasposa,losposoeiduetestimoni–avevanopresountaxi.Puttermesser era seduta dietro fra l’insegnante di matematica e Harvey Morgenbluth. Rupert,laschienadiritta,ilcappelloimponenteintestael’impermeabile amantellaaddosso,erasedutodavanticoniltassista.Puttermessersiera messa i suoi tacchi migliori, neri e di pelle. Rupert e i due testimoni avevanolesoprascarpe. “Ha mai fatto una cosa del genere prima d’ora?” chiese Harvey Morgenbluth a Raya Lieberman appoggiandosi alle ginocchia di Puttermesser. “Hofattodasposa,manondatestimone.Lei?” “Mai.Quantevolte?” “Quantevoltecosa?” “Quante volte si è sposata?” la incalzò Harvey Morgenbluth continuandoadappoggiarsialleginocchiadiPuttermesser. “Una.” “Iodue.Èdalmiosecondorabbinochestiamoandando.” Puttermesser trovava Harvey Morgenbluth una presenza familiare, e la cosa la stupiva. Era abituata alla sua camminata da cammello, alle orecchie semitrasparenti e rosse, alla fronte bovina e flemmatica, abbondantemente segnata da linee parallele che parevano un pentagramma. Quando andava a gettare qualcosa nell’inceneritore o a prendere l’ascensore, non era raro che si imbattesse nell’insegnante di matematica, ma adesso le appariva chiaro che l’uomo all’apparenza agitato che si apriva un varco fra i divani vecchi e logori dell’ingresso

trascinando scatoloni era Harvey Morgenbluth. A volte Morgenbluth metteva gli scatoloni su un carrello. Sicuramente alcuni contenevano le cartoline di Rupert. Un senso di amarezza la invase. Dieci centimetri per quindici: era quella la misura delle cartoline. Il paesaggio della Frick, un vasto van Ruysdael – un ponte, le radici nodose di un albero, le nuvole scure, una strana luce (di un’alba, di un crepuscolo o di un pomeriggio prima della pioggia), un cacciatore, un pescatore, una lunga strada, una prospettiva profonda, due cavalieri, uno in sella e l’altro a terra, una mantella rossa buttata sulle spalle (Rupert adorava le mantelle, le cappe, le toghe), un cavallo nero di traverso sulla via, che bloccava, anneriva e punteggiava, inghiottendo il cielo e la terra –, tutta quella maestria ridotta a un rettangolo di dieci centimetri per quindici. Rupert che lavorava per diminuire, com’era possibile? Al Met, quando si erano conosciuti, Puttermesser non aveva forse scorto in lui una volontà gigantesca, la volontà di farsi mandatario del riverbero meticoloso di immensi precursori? Rupert, con tutta la sua ampiezza, era destinato a essere ridotto per sempre dalle tecnologie di Harvey Morgenbluth? In metropolitana le aveva promesso che lo avrebbe mollato. Non le aveva mai spiegato perché la rimessa in vigore dovesse tradursi in una riduzione. Se di fatto questo era quello che era, come faceva a chiamarla rimessainvigore? Puttermesser si disse che era normale essere nervosi il giorno del proprio matrimonio. Chissà quali infelici divinazioni Rupert le stava lanciandodalsediledavanti,dasottolamantella. Harvey Morgenbluth, ancora pesantemente appoggiato alle ginocchia diPuttermesser,stavacercandodiscopriresel’insegnantedimatematica era disponibile per una cena e un film la domenica successiva. “Potremmo andare al Baronet nella Terza Avenue o al Beekman nella Seconda.Oppureguardi,hoViacolventoincassetta,chenedice?” Puttermesser gli chiese bruscamente: “Non organizzavi feste, la domenica?” “Sempre di meno, sono settimane che non ne faccio una. I bambini

facevanoimpazziretutti.EpoigentecomeRupertnonciveniva:Rupertè untipoabbastanzaaperto,maquelgeneredifestenongliinteressa.” Raya Lieberman disse: “Nessuno si apre di questi tempi. È difficile entrareincontatto.Siamotuttiatomisolitari.” Harvey Morgenbluth emise un fischio. “Dio mio, atomi solitari, ha detto bene.” Si girò verso Puttermesser. Le orecchie rosse parevano antenne. “A proposito, come va con gli scarafaggi? Se vuoi farli davvero fuori,provaconilfluorurodisodioneitubi.” Il rabbino si chiamava Stewart Sonnenfeld. Presentò ai nuovi arrivati la moglie, Jill, e il figlio adolescente, Seth, che in quel momento stava facendo un tema sul Prologo di Chaucer. Harvey Morgenbluth, Raya Lieberman,JillSonnenfeldeSethSonnenfeldreggevanoiquattropalidel baldacchino nuziale. Puttermesser aveva tirato fuori l’anello di matrimoniodellamadredaunvecchioportafogliodifeltrochetenevanel frigorifero, in un contenitore di plastica vuoto della margarina in fondo alla vaschetta per le verdure, per ingannare eventuali ladri. Il rabbino aveva detto a Rupert di portare il suo calice per la cerimonia, così quella mattina Puttermesser si era precipitata da Woolworth per comprarne uno. Jill Sonnenfeld lo aveva avvolto in un tovagliolo di carta e poi lo aveva messo in un sacchetto, e Rupert lo aveva pestato con le galosce ancora ai piedi. Il bicchiere era esploso in una convulsione gratificante. Poi, nell’appartamento di Puttermesser, Harvey Morgenbluth e Raya Liebermanavevanobevutounacoppadichampagneatesta(unregalodi Harvey) in calici di polistirolo, avevano mangiato una fetta della torta di matrimonio – Puttermesser se l’era cavata prendendo un dolce al cioccolatodiEntenmann’snelsupermercatodellaTerzaAvenue–esene eranoandativiainsieme. “Nel buio della notte,” disse Puttermesser. “Se ne sono andati via insiemenelbuiodellanotte.Magarifunziona.” Rupert stava rovistando nell’angolo dell’armadio in cui teneva l’attrezzatura. Stava tirando fuori la sacca. “Più che nel buio della notte,”

precisòRupert,“misachesenesonoandatidisopra,al6-C.”

“Pernoihafunzionato,”dissePuttermesser. IlcuorediPuttermesser–ilsuocuorecarnale–eraavvoltolatosuse stesso, come una spirale di pane caldo appena sfornato. Nella cavità che locullava,quelbuonpanesistavagonfiando.Puttermesseraspettavache latestadiRupertscivolassefralesuebraccia,controilpane.Aspettavadi sentire la sua voce, la voce dal timbro scuro che leggeva, con quel picco stridulo che apriva varchi di felicità come un becco. La carne viva, semplice, commovente. A volte, a dispetto della sua storia roboante (le aveva consegnato ogni meandro della sua vita, non si era tenuto niente persé),Rupertparevaappenadischiuso:comeseleiloavesseespulsoda un uovo segreto e spettrale collocato nel lobo frontale o sotto la lingua, dovelasalivaagrapartorivaildesiderio.Ruperteralasuaombraelasua impronta digitale. Le aveva impressionato la retina nel sonno. Era il gracidio soffocato nella sua gola, il flegma di caos eruttato dai suoi polmoni. Aveva dimorato troppo a lungo nei suoi nervi, e i suoi nervi adesso erano tutti tesi alla trascendenza. Il desiderio, il desiderio! Lei e Ruperterano–entrambi–troppotitubanti. Rupert aveva tirato fuori il cavalletto e lo aveva appoggiato a terra insieme alla sacca. Attraversò il salotto e andò alla finestra. Violente raffiche di vento colpivano i vetri. Lui guardava la strada innevata con aria sognante. Chissà se stava cercando di scoprire se Harvey Morgenbluth e Raya Lieberman fossero spariti davvero nel buio della notte. Il pane che Puttermesser aveva nel petto si gonfiava. Cresceva sempre di più. Gelosia. La testa di Rupert le sembrò un altro pane, ricoperto di miele, sullo sfondo della finestra striata dalla neve. Era venuto al mondo vent’anni dopo di lei. Davanti a lui si stendeva un lungo, lunghissimo prato verde. Sotto i baffi gli apici della bocca erano elasticicomequellidiunbambino. Rupert era cosparso di malinconia. Si slacciò una delle soprascarpe. Sembrò indeciso rispetto all’altra, ma alla fine si tolse anche quella. Si erano lasciati la corsa alle spalle, il sogno era stato sognato. Erano arrivatiall’arrivo.Tuttelenottidinozzehannoilsaporedelladelusione.

Puttermesser si tolse le scarpe nere di pelle col tacco. Avevano camminatopoconellaneve–daltaxialportonedelpalazzo–,maavevai piediancoraumidi.Unbrividolesalìnellegambeenelcorpo.Andònella camera da letto per prendere le pantofole con il pelo. Lo specchio del cassettone catturò la figura fuggevole di una donna. Come camminava veloce! Quando ritornò nel salotto, vide che Rupert si era rimesso le galosce. Avevaindossatol’impermeabileamantellaeilcappelloelegante.Eaveva ilcavallettoripiegatosottoilbraccioelasaccainmano. C’era qualcosa nel suo viso che Puttermesser riconobbe. Nella malinconiasierainsinuataunavenadiindifferenza.Eracomeseleifosse diventata invisibile. Era come se Rupert non la riconoscesse: ma lei lo avevariconosciuto.Quell’affronto,quellasortadiaffronto.Quelvisoche laferiva.Quellagiovinezzachelaferiva. “Rupert,”disse.“Rupert,cosafai?” “Nonpossorestare.” “Devi.” “Nonposso,Ruth.Nonpossorestare.” “Rupert,toglitil’impermeabile.Tiprego,Rupert.Tiprego.” “No,” disse lui. Non era indifferenza. Era un incendio. Rupert era dentroaunafornace.Parlavadaunafornace. Puttermesserlochiamò:“Rupert!Vieniqui,cosafai?” “Nonpossorestare.” Rupert posò la sacca a terra, nel minuscolo ingresso, e puntò il cavalletto dritto davanti a sé, brandendolo come un raggio di fuoco. Comeunalancia.Losollevòeloseguìarottadicollonelsalotto.Mirava alla finestra. Puttermesser temette che volesse lanciarlo dritto contro il vetro. Ma Rupert si fermò. Appoggiò il cavalletto al pavimento e con entrambelemanialzòilvetrodellafinestra.Unafolatadiventorovesciò la pila di calici di polistirolo che si trovava sul davanzale. La neve entrò nellastanza,bagnatacomeunacascata. “Rupert, Rupert,” lo implorò Puttermesser. “Togliti l’impermeabile.

Chiudilafinestra.Perl’amordidio,chiudilafinestra!” Rupert a quel punto la guardò. Puttermesser si sentì cadere nei minuscoli buchi neri di quegli occhi limpidi e potenti. Continuava a cadere, ma invece di vertigini, delirio o disordine incontrava solo il candore della propria intelligenza. Capì che Rupert era assolutamente sano, un calcolatore che esultava come un matematico nell’atto di confermareun’equazione. Rupertpreselesuecoseeinfilòlaporta. Puttermesser andò alla finestra, si sporse dal davanzale cercando di scorgereperstradalasagomachesiriducevaesocchiusegliocchiperla neve. Era inutile chiamarlo, come era stato inutile per George Eliot chiamare Johnny Cross che nuotava nel Canal Grande, ma Puttermesser lo fece lo stesso, più e più volte. La neve le entrava in bocca. Si sporse e rimase lì fino a che i capelli non si coprirono di fiocchi e non le diventaronobianchi. Uncopista,uncopista!

Puttermesserelacuginamoscovita

1.Unpo’distoria

Ovunque era periodo di crolli: i poteri crollavano, uno dopo l’altro. In Canada, ai margini di una foresta, due antiche querce (due alberelli quando Cesare attraversava il Rubicone, aveva detto l’annunciatore di Ottawa) si erano abbattute su un fianco, colpite dalla chioma alla radice da un raptus di fulmini. L’odore acre della corteccia carbonizzata e delle foglie incenerite aveva sorvolato le città vicine per giorni, stimolando le naricidicaninervosi.ANewYorkunpaiodicelebridirettoridigiornali, temutieinfluenticomeimperatori,eranostatiimprovvisamentetrasferiti in un lampo di ghigliottina: nel giro di una notte i loro nomi erano rotolati nella più nera oscurità. I giovani regnavano, regnavano indiscussi.Ivecchi,ormaipassatidimoda,venivanodimenticati,sminuiti e congedati, e se qualcuno parlava della loro fama di un tempo era come separlassedivapore. E sull’altra guancia remota della terra, oltre le paludi del Prip’jat’, oltre il Dnepr e il Volga, nel pieno centro di Mosca, dove i muri freddi degli scantinati della Lubjanka solevano esplodere in pustole di terra sanguinante come funghi di un boia, il comunismo si incrinava, cedeva. L’UnioneSovieticastavaperscomparire,deteriorata,trafitta,barcollante, sfinita, moribonda: ma chi, negli anni novanta del XX secolo, osava sospettarecheilCremlinosarebbemorto? Eppure i segni c’erano: il fascismo premeva fra le crepe. Una falange beffarda di camicie nere aveva apertamente sfilato nella piazza Rossa. Bande di criminali avevano invaso l’Unione degli Scrittori gridando

insulti agli ebrei. Fossili di cosacchi, vecchi zaristi fautori di pogrom rinvigoriti,reintegrati! Ruth Puttermesser, oltre i sessanta, i capelli ormai bianchi – in pensione, nubile, irritabile come una donna sola –, non aveva avuto premonizioni sul decesso dell’Unione Sovietica: credeva però nei crolli. Nell’incavo dei gomiti la pelle le cascava in una serie di pieghe. Le sue mascelle erano molli e drappeggiate, come se a governarle fosse un cordoncino. Le borse le penzolavano sotto gli occhi e l’oftalmologo, per dilatarle le pupille, aveva dovuto sollevarle le palpebre con un movimento intenzionale della mano. Tutto cadeva, l’elasticità se ne era andata. L’età aveva sottoposto Puttermesser alle forche caudine dei suoi ingranaggi. Adesso era vecchia quanto il padre morto da tempo, il padre che, scappandodallaRussiabrutaledeglizar,avevaabbandonatoigenitori,le sorelle, i fratelli: i parenti vociferati di Puttermesser, le zie, i cugini, uno zio che andava ancora a scuola, tutti inghiottiti dal silenzio bolscevico e ridottiailoronomiarcaicieafragilifotografiedallecornicidicartone.La nonna moscovita di Puttermesser, una macchia marrone e sfocata in un cassetto: una fronte tatara rugosa e una bocca infossata e senza denti. Una vecchia spezzata, oscura come una leggenda. “Non scrivetemi più,” aveva implorato la donna mentre gli anni trenta avanzavano: “I miei occhisonoandati,sonovecchiaecieca.Nonriescopiùaleggere.”Quella erastatal’ultimaletteracheavevanoricevutodaMosca.Erasepoltafrale foto russe, in una busta ricoperta di francobolli grossolanamente stampati. Ogni francobollo mostrava lo stesso profilo di un uomo dai considerevoli baffi. Stalin. Puttermesser sapeva che Osip Mandel’štam, il poeta, aveva paragonato quei baffi a uno scarafaggio: motivo per cui Stalin aveva ordinato di ammazzarlo. Isaak Babel’ era stato ucciso dopo mesiditortureeunprocessofasullo.Michoels,l’attoreyiddish,erastato assassinato. I poeti yiddish erano stati ammazzati tutti una notte di

agostodel1952.LiavevanofucilatinegliscantinatidellaLubjanka.

E fra Mosca e New York si era stabilito un filo costante e muto di

terrore. L’avvertimento nascosto nella supplica della nonna di Puttermesser era palese. Basta! Abbiamo paura delle lettere che provengono dall’America! Ci prenderanno per spie, ci state mettendo in pericolo! Tenetevi alla larga! L’anziana donna era famosa, tra i figli, per avere una vista così acuta e precisa da riuscire a distinguere le orecchie sollevateeall’ertadiunoscoiattoloappollaiatosuunodeiramipiùaltidi un bosco folto e distante. Il padre di Puttermesser si era ritrovato gli stessi occhi. Azzurri, chiari come inchiostro sbiadito. Il suo povero papà orfano, tagliato fuori per sempre dai legami con la sua giovinezza: con il fratellinoVelvl,annidieci,chenellafotoavevalatestarasataallavecchia manierarussaeladivisadellascuolaconilcollettoalto,lacinturaeuna filadibottonidimetallolungoilcortotorace.Unafamigliacheerastata separata per settant’anni: la grande guerra, la rivoluzione, la furia di Stalin,lasecondaguerramondiale,laguerrafredda,tuttosieramessodi mezzo. Il papà di Puttermesser, che era morto anziano di ictus, era vissuto nella nostalgia della madre, di Velvl, delle sorelle Fanja, Sonja, Reyzl, dei fratelli Aaron e Mordecai. Aveva vissuto in America senza parenti. Non aveva più udito la voce fievole e febbrile di suo padre. Fra Mosca e New York c’erano continenti e mari, e un silenzio così denso e coprente che nei trent’anni trascorsi dalla morte del padre Puttermesser sieraquasidimenticatadiaveredeiparentirussi.Eranodistantiintuttii sensi.Puttermessernonciavevamaipensato.

2.UnabarzellettadaMosca

Nel mezzo di quell’instabile periodo noto come perestrojka, quando straniatticominciavanoabalenaredaunanebulosaUnioneSovieticaea diffondersi nel mondo, Puttermesser ricevette una telefonata da Mosca. Mezzosecolosenzaunalettera.Nonunaparola,nonunrespiro.Eadesso, dalnulla,dalvuoto,dall’abisso(cosìpareva)deltempo,iltelefonosuona (in modo prosaico, scevro da miracoli) in un normale appartamento di New York nell’East Seventies: Mosca! La città chiusa, proibita, ostile. La città misteriosa! Una donna ansimante, dalla voce acuta, affaticata, parla intedescoePuttermesserèingradodiseguirelamaggiorpartediquello che dice. Non ha forse, dopo tutto, letto Maria Stuarda di Schiller al college?EHermanneDorotheadiGoethe?Lavoceelettricaespaventata appartiene a Ženja, la figlia della defunta Sonja: Sonja, la sorella più giovanedelpapàdiPuttermesser.ŽenjaècuginaprimadiPuttermesser! Con voce tremula, come se la distanza si componesse di vibranti particelle, Ženja spiega che non sa l’inglese, che immagina che Puttermesser non sappia il russo e che lei, anche se ormai in pensione, insegnava tedesco, ma oh, al pericolo non si può dare nome, le cose vanno capite! “Rette mein Kind!” si lamenta Ženja e Puttermesser sente, nelle scariche di quei singulti moscoviti, il sangue del padre che grida dallaterra. Allora era deciso: Puttermesser avrebbe salvato la figlia di Ženja. Ženja immaginava che Puttermesser capisse da cosa. Le tenebre di un tempo si insinuavano nelle maglie allentate dell’Unione Sovietica: chi

poteva prevedere quali gretti fantasmi di antichi odi ancora dovevano risvegliarsi? Certe notizie cominciavano a balzare agli occhi di Puttermesser. A Kiev alcuni ragazzi erano passati sotto una finestra ed eranostatisommersidallenoteappassionatediunviolino.Avevanofatto irruzione nell’appartamento del musicista e lo avevano picchiato fino a fargli perdere conoscenza. A Mosca alcuni brillanti studenti erano stati esclusidall’universitàinnomediimplacabiliquestionidiquote.Ascuola adalcunibambinierastatofattosanguinareilnasoalsuonodiŽid,Žid! E a New York – nel pieno della perestrojka e della glasnost’! – Puttermesser era venuta a conoscenza di una barzelletta che circolava in quei giorni a Mosca: Corre voce che consegneranno della carne e davanti alla macelleria si forma una lunga coda. Dopo quattro ore di attesa, dal negozio esce un funzionario e si rivolge alla folla: “La carne non è ancora arrivata, ma non ce ne sarà abbastanza per tutti, di conseguenza tutti gli ebrei se ne devono andare.” Passano altre quattro ore: “La carne non è ancora stata consegnata, ma non ce ne sarà abbastanza per tutti, di conseguenzatuttiquellichesilamentanoincontinuazionedelregimesene devono andare.” Passano altre quattro ore e alla fine il funzionario annuncia:“Mispiace,compagni,manoncisarànessunaconsegnadicarne. Andate tutti a casa!” La gente si lamenta a gran voce: “C’era da aspettarselo,gliebrei,comesempre,vengonofavoriti!” Come riecheggiava quella barzelletta velenosa dall’amara verità! Com’eradispiaciutaPuttermesserperlafigliadiŽenja!Perparecchimesi si impose il compito di scrivere lettere. Scrisse al Dipartimento di Stato, alla sua deputata al Congresso, ai suoi due senatori, alla Hebrew Immigrant Aid Society e alla New York Association for New Americans. Si recò in uffici, consultò burocrati e riempì formulari. Svuotò un armadio,compròcuscinielenzuola,misedapartesedie,spostòlibreriee fece spazio per un divano letto. In metropolitana cercava di captare consonanti russe: una volta aveva afferrato un passeggero sbigottito per ilbracciochiedendoglidiraccontarlelastoriadellasuavita.Mailtiposi erarivelatopolacco.Puttermesserandavaachiedereconsiglidappertutto,

telefonava a sconosciuti: tutti la mettevano in guardia contro la caparbietà della burocrazia e gli impedimenti all’immigrazione. Lei passava i giorni a progettare la liberazione dei rifugiati e di notte, prosciugata, insonne, aveva a volte l’impressione di poter illuminare, comeunalucechescoprivaunpalcosceniconascosto,scenedalpassato. Inquelfasciodiluceguidatodaunavolontàpocofertile,videilpadre sul letto, sdraiato sulla trapunta con i vestiti addosso, le mani dietro la nuca e i gomiti che spuntavano da dietro la testa. L’uomo non parlava. Avevagliocchichiariapertisulnulla.Nonsbattevalepalpebre.Eranole tredelpomeriggio,elagiornataeraluminosa.Unagrossamoscasbatteva contro la finestra, le pareti, lo specchio alto sopra il cassettone. Nel bel mezzodelpomeriggioilpapàdiPuttermessersierasdraiatosullettoper rielaborare un lutto. Sua madre era morta: la nonna di Mosca di Puttermesser, che Puttermesser non aveva mai conosciuto a parte nella veste della consunta fotografia marrone che si trovava nel cassetto. Quantimorti:ilpadrediPuttermesser,lastranamadretataradelpadre,il padreeruditoetimido,ridottoancheluiaunavecchiafotorussapienadi crepe(unuomodalvisomalatoesolenne),gliziieleziechenonc’erano più, i moscoviti, quelli che avevano sofferto la guerra, Velvl con la sua divisa scolastica e gli occhi grandi, rotondi e chiari come quelli del fratello.Lontani,oppressi,eclissati.Icimiterisparsiquaelà.Ilpadreela madrediPuttermesseraStatenIsland.Etuttiglialtridov’erano?Comesi dovevaimmaginarePuttermessericimiteridiMosca? Larifugiataarrivòall’unadinotte,ametàottobre,diecimesidopoche Ženjaavevagridato:“RettemeinKind!”Aleggiavaunventonotturnocon uno strascico di freddo. Puttermesser aspettava nella strada deserta davanti al suo palazzo il taxi che doveva arrivare dall’aeroporto. Aveva l’aria guardinga e continuava a giocherellare con il portafoglio infilato nellatascadelcardigan. Il tassista, senza che nessuno glielo chiedesse, portò le valigie della rifugiata–unamezzadozzina–finoall’ascensore. “Quantoledevo?”glichiesePuttermesser.

“Niente.Giàpagato.” “Malaragazzanonhaundollaro ” “Mi ha dato questo. Batte tutto,” le rispose il tassista tirando fuori un oggetto rotondo di plastica. L’oggetto aveva la faccia di Lenin con il Cremlinosullosfondoeduestellerosseinuncieloargenteosullosfondo. “Soloquesto?Unorologioalquarzodaquattrosoldi?” “Sta scherzando? Dove la trova una cosa del genere? Manco su Marte ” Puttermesser rimase di sasso. Il tassista aveva ragione. L’orologio era untrofeo.IlsistemadelbarattoeranuovamentesbarcatoaManhattan.

3.Unamarzianasovietica

La rifugiata si chiamava Lidia. Aveva preso un aereo dell’Aeroflot da Mosca a Praga. A Praga era salita su un aereo della British Airways che l’aveva portata in Irlanda per rifornirsi di carburante. Dopo l’Irlanda e prima di arrivare a New York, Lidia era passata da Washington: il suo biglietto era una complicazione di aeroporti. Il suo visto era una complicazione di bugie. Lidia aveva convinto il console americano a Mosca che sarebbe sicuramente tornata: lasciava in Russia un marito e due figli. Il marito era Sergej, i bambini Iulja e Volodja. Ma Lidia non aveva marito. Era tutta un’invenzione. Volodja era in realtà il suo ragazzo. Il console, aveva raccontato Lidia, era un uomo sgradevole. L’avevaguardatacomeseavesseavutodavantiunbruttoverme.Pensava che chiunque si rivolgesse a lui per chiedere un visto volesse fregarlo. AvevailsospettochetuttaMoscaintendesse,diriffaodiraffa,varcarei sacricancellidell’Americaescomparirealdilàdeimedesimi. “Gli hai detto che hai dei bambini?” le chiese meravigliata Puttermesser.“Nonc’erabisognodidireunacosadelgenere.” “Volevoluidavavisto.” “Quando il visto scadrà ti faremo rimanere legalmente. Ci ho già lavorato. Se sarà il caso, prenderemo un avvocato che si occupa di immigrazione,” disse Puttermesser. Il sacro fuoco del salvataggio la invase.“Faremodomandadiasilo.” Salvamiafiglia!ManonerapiùlavocediŽenja.Eralavocedelpapà diPuttermesser,dellasuanostalgiapergliultimideiperduti.Ilpathosdel

loro destino, le sommosse bolsceviche, Mosca assediata dai tedeschi, la fame,lacongiuradeimedici,ilterrore.RettemeinKind! “Iotrovalavoro,”disselarifugiata.“Puliscocasaperdonne.” Puttermesser obiettò perplessa: “Sei sicura che sia questo quello che Ženjavuoleperte?” “Mama,ah!Cosavuolemama!” La risata della rifugiata era una conflagrazione. Puttermesser si spaventòdifronteaunataleesplosionedischerno.Lacuginamoscovita campeggiava al centro del suo salotto, uno spazio piccolo ristretto dal nuovodivanolettoeulteriormenteridottodallacatastadivaligie,pacchi e casse tenuti insieme da irsute corde russe. Una bellezza ironica di trentatré anni, che lasciava dietro di sé nuvole di aria aliena, o se non di aria di qualche altro elemento extraterrestre privo di nome. Una marziana. Lidia si guardava intorno, spietata e guardinga. Osservava. Puttermessersisentivaesaminataegiudicatadaquellosguardosatiricoe mobile,daquegliocchicolorCoca-Colaedaquelnasofragileefinecome porcellana,checulminavainunpaiodinariciminuscoleetremolanti.Era ilnasopiuttostolungodiunaprincipessamesopotamica. Ilsuonomeera,perintero,LidiaKlavdijaGiršengorovna.Lidiaeraun espertobiochimico:eineSportsdoktorinleavevadettoŽenja,madopoun po’ Puttermesser aveva capito che la cugina era in realtà una specie di tecnico di laboratorio. Lidia aveva girato l’Unione Sovietica con la sua squadra: “i miei ragazzi”, come li chiamava lei, rozzi ragazzotti di campagna, semianalfabeti e turbolenti. Un gruppo di atleti di serie B che cercavadiacquisireunostatusinternazionalecontinuandonelfrattempo a gareggiare a livello locale. Lidia testava ogni giorno le loro urine alla ricerca di steroidi proibiti o di altro, ipotizzava Puttermesser (aveva letto che i sovietici “pompavano” i loro atleti): il suo lavoro consisteva nell’assicurarsicheisuoiragazziricevesserolegiustedosi.Lidiagiocava a fare la lotta con i ragazzi e ci scherzava, anche se stava attenta a non bere, e le piaceva andare in città lontane come Tbilisi, Char’kov, Vladivostok, Samarcanda. Le piaceva soprattutto andare nel Caucaso,

dove gli alberghi avevano un che di europeo. Era incredibilmente moderna. Usava un rossetto molto rosso e aveva capelli quasi rossi, tagliati corti sopra le orecchie con un ciuffo che le ricadeva su un sopracciglio. Portava collant neri e un maglione lungo a collo alto che le arrivava a metà coscia. Puttermesser aveva visto spesso quella tenuta, a pranzo, nella Lexington Avenue, vicino a Bloomingdale’s, e si stupiva di quanto normale apparisse la giovane cugina: non era stata avvolta in fasce su una tavola quando era nata, come tutti gli infanti di quel posto arretrato che era la Russia? Solo le scarpe erano inequivocabilmente straniere.Sapevanodifabbricasovietica.

4.Lagrandeesposizione

La mattina Puttermesser preparò la sua solita colazione: toast e burro d’arachidi. Lidia, sospettosa, spalmò quella crema fra il beige e il giallo e feceun’orribilesmorfia.“Comechiamiquesto?” “Nonhaimaiprovatoilburrod’arachidi?” “Net,”risposeLidia,ecosìPuttermesserlaportòalsupermercato.Alle novemenounquartoeraquasideserto. “Prendituttoquellochetiispira,”ledisse. Ma Lidia, persa, in trance, guardava a bocca aperta gli sterminati reparti frigoriferi con i lunghi portelli appannati che lasciavano intravedere montagne di spinaci, broccoli, fagiolini, peperoni e piselli in buste di plastica abbondantemente rigonfie. Le narici le tremavano mentre superava scatole di cereali, file ordinate e scintillanti di barattoli di olive, cetrioli sottaceto e senape, distese di frutti di bosco e meloni. E quando Puttermesser allungò la mano per prendere una confezione di formaggio,emiseunsussurrofurtivo.“No!Nonprendere!” “Perchéno?ÈJarlsberg,magaritipiace.” “Lorovedranno!” “Diosanto,noncistannosorvegliando,noncapiscichesiamoquiper comprare?” Risultò che Lidia Klavdija Giršengorovna pensava stessero visitando un’esposizione.SpiegòcheaMoscasitenevano,avolte,similiabbaglianti fiere: vaste spelonche statali dove allestivano gargantuesche dimostrazioni di abbondanza, a base per lo più di merce straniera,

strettamente sorvegliate. Centinaia di persone andavano a guardare colmedimeraviglia.Serubaviqualcosadagliespositori,anchelacosapiù insignificante,rischiavidifinireinprigione. La rifugiata incorreva in altri malintesi. Pensava che il telefono fosse controllato. Era sicura che ci fosse sempre un “origliatore” ufficiale al lavoro.Eraignaradell’esistenzadelpoliestereesistupivachelelenzuola non venissero mai stirate. Era convinta che ogni interazione dovesse essere accompagnata da un “regalo”. Le valigie e le casse che aveva portato erano cornucopie di scialli, foulard, fasce colorate di tutte le dimensioni. Mestoli laccati rossi e neri e cucchiai di legno intagliati e decoraticonmotivifloreali.Muccheeanatredigessoinminiatura,brutte ma abilmente scolpite. Bambole cave che avevano la forma di un uovo, senzagambeesenzabraccia,contenentiognunaunabambolapiùpiccola, fino a che non ne restava una sola, una minuscola pollicina. Le bambole avevano dei cerchi rossi sulle guance, e sulla testa rotonda un fazzoletto dipinto legato sotto il mento. Puttermesser era affascinata da quelle allegre facce di legno che le ricordavano fiabe antiche e magiche: foreste del Nord in cui la luce filtrava a chiazze, richiami argentini di uccelli, covoniodorosiel’oscurocapricciodiunababajagacheandavaeveniva daunacasettafuorimano. Ma Lidia aveva subito dato ai suoi pacchi un nome imprenditoriale:

“Artepopolarerussa,”avevadettoconvervedavenditore. Aveva una voce penetrante e profonda, vicina a quella di un uomo. Puttermesser ebbe di nuovo la sensazione che quella voce la leggesse: le prendeva le misure con la velocità di un abbecedario. Mentre Puttermesserlaosservavadisfarelevaligie,Lidialaguardòesollevòuna dellebambolinedipinteaformadiuovo.“Piace?”chiese.“Tutieni,”disse e le porse la bambola cava con l’intera covata all’interno. Un gesto d’affari.Unpagamentodiqualchetipo. “Ma puoi fare di meglio. Qualcosa in un laboratorio, qualcosa che magaripoidiventastabile ” “Proprio come mama!” esclamò Lidia ridendo. Tirò fuori una busta

condellefoto,moltedellequalieranolacereeconsunte.Glieleavevadate Ženja per farle vedere a Puttermesser. Ed eccola Ženja, che si affliggeva sotto il sole estivo, una pozza d’ombra fra il naso e il labbro superiore. Una donna sciatta e grassoccia che invecchiava con un vestito fantasia dal vasto colletto. Faccia piatta e palpebra mongolica. Bocca semplice, rigidamenteserrata:unalineasottile.Nonriusciviacapirecosapensasse quellabocca,cosadesiderasse.Ženja,lacuginaprimadiPuttermesser,la nipote di suo padre! Ma la donna dell’istantanea sembrava distante generazioni. Aveva l’aria antiquata. Aveva l’aria sovietica. Gli altri, i fratellielesorelledelpapàdiPuttermesser,gliabbandonati,colorodicui il padre aveva avuto nostalgia, no. Per gli altri Puttermesser si infiammava: erano eterni, era come entrare nella testa del padre. Fanja, Sonja, Reyzl, Aaron, Mordecai! Le iridi biancastre di Velvl, la sua divisa scolastica con i bottoni di metallo, la stessa fotografia che Puttermesser conosceva da una vita. Lidia disse che a ventidue anni il figlio di Sonja, durante la grande guerra per la patria, si era imbarcato su una nave:

affondatadauntorpedotedesco.EVelvlchefineavevafatto?Investitoe ucciso a Mosca da un tram nel 1951. Non aveva lasciato figli e la moglie aveva sposato un georgiano. Non c’era una storia allegra fra quelle foto. Tanti occhi familiari, chiari e tondi. Le sorelle avevano i capelli rossi, Velvlerabiondo,quasialbino. Puttermesser avvertì una fitta di dolore. Di dolore per il dolore del padre.

5.Ancoraunpo’distoria

Lidia disse che ogni anno, in primavera, Ženja faceva un pellegrinaggio allatombadellamadre.Quandoeranoarrivati,ibolscevichisieranopresi il negozietto di granaglie della nonna. Il negozio non era più grande di una celletta ed era stato confiscato al Nemico di Classe dal Popolo Sovietico. Era inverno e la gente faceva la fame, così la nonna si era messa le scarpe rotte del defunto marito ed era andata in giro a vendere roba. “Cosavendeva?”lechiesePuttermesser. Lidiaalzòlespalle.Sapevasolochelavenditaprivataeraillegale.Era affarismo.Unasera,alcrepuscolo,lanonnasitrovavaperstradaefaceva tintinnareicopechicheavevaintascanellasperanzadiattrarrel’ultimo cliente della giornata. Le si avvicina un uomo con un berretto nero dall’aria ufficiale, con un distintivo attaccato sopra. Le prende un polso, lo ammanetta al suo e la trascina sulla neve indurita: ma mentre cammina, la nonna cerca nella tasca un buco che aveva cucito tempo prima,rompelacucituraefascivolareaterraipochicopechicheha,uno alla volta. I due arrivano davanti a un palazzo terrificante, tutto pietra neraall’esternoelinoleumcrepatoall’interno,edentroalpalazzo,seduto su un alto scanno, c’è un uomo con un colletto azzurro e oro – sembra una specie di militare – che la guarda con occhi torvi. “Questa donna fa mercato nero! È una capitalista! Ti ho visto che vendevi qualcosa!” si mette a urlare l’uomo con il berretto. Il militare seduto sullo scanno chiedealladonnadifarglivedereisuoiprofitti.Maletaschedellanonna

sono vuote. “Mi prendi in giro?” le urla l’uomo con il berretto. Poi le dà unasberlaelalasciaandare. Lidia aveva raccontato quella storia con indifferenza. Era uno dei segretidiŽenja,diquellichelacuginadiPuttermessersussurravaavolte accanto alla stufa. Apparteneva a un tempo molto lontano. Ma Puttermesser lo prese e lo conservò con uno spasimo di dolore: ecco com’era finita la madre di suo padre! Un fantasma di ottant’anni che moriva di fame, che indossava scarpe rotte e andava in giro a vendere mercesottolaneve.(Suopadre,separatodallamadredavaridecenni,da oceani e continenti, non sapeva niente di tutto ciò. Era andato a letto a compiangerla in pieno pomeriggio. La grossa mosca, cercando di scappare, sbatteva contro lo specchio. Sbatteva e continuava a sbattere. Nonc’eraviadiscampo.)

6.Colloqui

Lidia si era portata dietro, per le emergenze, un vocabolario russo- inglese. Non lo consultava mai. A quanto pareva capiva tutto, e nel suo inglese strano e frammentato riusciva a dire quasi ogni cosa. Aveva imparatoquellefrasi,cheparevanopezzidiunpuzzle,inuncorsoserale cheavevaabbandonatodoposolocinquesettimane:c’eranocosemigliori dafarenellefreddesered’inverno,seeriaMoscaenondoveviandarein giro con “i ragazzi”. Potevi andare nella stanza di qualcuno a scaldarti bevendo qualcosa. Potevi andare a una festa di sconosciuti dove pagavi per entrare. O meglio, potevi scaldarti bevendo qualcosa se ti portavi la tua bottiglia di vodka. Lidia aveva conosciuto il suo ragazzo in una di quelle stanze, una camera piuttosto grande in un appartamento in coabitazione dai soffitti alti decorati con sudici stucchi di rose. Prima della rivoluzione la camera faceva parte di una maestosa casa di aristocratici. Il suo ragazzo le stava veramente addosso. L’assillava di continuochiedendoledisposarlo. “Sei sicura che non stia soltanto cercando un modo per uscire dal paese?”lechiesePuttermesser. Lidia fece un gran sorriso. Con somma sorpresa di Puttermesser, avevadentisplendidi. “VuoleandareAustralia,”lerisposescoppiandoaridere. Avolte,allequattrodimattina,iltelefonosquillavaeLidiabalzavadal divano letto e sollevava la cornetta per evitare che Puttermesser si svegliasse.MaPuttermessersisvegliavasempre,ederasempreVolodja.

“Ma non sa contare?” chiese una volta Puttermesser stizzita alla cugina.“NonconosceilfusoorariodiNewYork?” “Lui paura io resto in America,” le rispose Lidia. “Lui paura io non torno.” “Be’,nonèperquestocheseivenuta?” “Propriocomemama!” Puttermesser cominciava a imparare che mama era una persona irragionevole.Noneraapprezzabileessereesattamentecomemama. “Prego, adesso parliamo affari,” la incalzò Lidia. “Io voglio pulire per donne.” I colloqui cominciarono. Puttermesser aveva messo un annuncio nell’ascensore:

SOCIEVOLEEMIGRATARUSSA,INTELLIGENTE, AFFASCINANTE,PIENADIVITA,SIPROPONEPER PULIZIE,BABYSITTING,FACCENDEDOMESTICHELEGGERE. TARIFFERAGIONEVOLI.

RIVOLGERSIAL3-CDOPOLE20,00.

Poi aveva cancellato “emigrata russa” – era troppo letterario e faceva molto Parigi o Berlino anni venti (aveva pensato a Nabokov) – e aveva messoinvece:“Ragazzasocievole,appenaarrivatadall’UnioneSovietica”. I vicini si riversarono a fiotti nel 3-C: Puttermesser ne conosceva solo qualcuno. Arrivò una coppia con una bambina in pigiama, e i genitori chieseroaPuttermesserunpentolinoperscaldaredellatte:nelfrattempo loro avrebbero esaminato la russa. La bambina cacciò un lungo urlo e Lidia li congedò rimproverandoli: non voleva avere a che fare con una situazione simile. Il giornalista scapolo del 7-G, che a volte faceva un cenno del capo a Puttermesser quando la incontrava nell’ingresso, confessòdiesseregiàaposto:gliinteressavainveceavereunavisionedi Gorbačëvdall’interno. “Gorbačëv!”loschernìLidia.“RussituttiodianoGorbačëv,solostupidi in America piace,” continuò e poi spalancò la ricca valigia che occupava le sue serate. Era piena zeppa di cosmetici di ogni tipo: matite per

sopracciglia, fard, mascara di tutti i colori, una dozzina di rossetti, reticelle per capelli, spazzole, unguenti e smalti in tubetti e boccette. Puttermesser conosceva giusto un paio delle emulsioni e guardava smarrita tutto il resto. (Ah, quindi avevano simili ritrovati nella Russia severaesocialista!) Il giornalista, offeso, ribatté che rispetto a Brežnev, per esempio, Gorbačëv costituiva sicuramente un miglioramento, ma Lidia continuò a spalmarsilacremasulmentopiccoloeappuntito. Puttermesser girava per la casa come un gatto in gabbia. Non c’era postopersedersi,nelsuosoggiorno.Unpaiodiragazzidell’ultimopiano si erano sdraiati sul divano letto di Lidia. Uno le chiese se sapeva usare l’aspirapolvere.Lidiaglielargìlasuarisatasprezzante–cosapensavano, chefosseunaprimitiva?–edomandòquantoleavrebberodatoall’ora. Era difficile dire chi stesse facendo il colloquio a chi. Lidia ci sapeva fareconinumeri.Eraveloce,riuscivaaconvertireidollariinrubliinun secondo.Cercavasoldi,puntoebasta.Puttermesseravevapassatogiorni a invogliarla a uscire: ad andare in un museo, a salire in cima all’Empire State Building. Sai che vista che c’è! Ma Lidia aveva alzato le spalle con fare apatico: a lei piacevano le cose concrete, non i quadri. E aveva già visto lo skyline di New York al cinema. Aspettava la sera, cioè il momento in cui i colloqui sarebbero ricominciati. Il campanello strillava finoamezzanotte.Quellocheleivolevaerapulirecasaeaveredollari.

Allafineoptòperlafamigliadel5-D.Avevanounappartamentoditre

stanze. E tre bambini. Il marito faceva qualcosa nel campo dell’informatica e quattro volte alla settimana la moglie prendeva l’autobus per andare in centro, al Beth Israel Hospital, dove lavorava come volontaria in pediatria. Erano una coppia socialmente consapevole e contro la violenza. Con i bambini erano indulgenti e permissivi, ma avevanobanditolepistolegiocattolo,controllavanocosadavanoallativù e gliela razionavano, e li spingevano a leggere e a giocare a scacchi. Due dei bambini prendevano lezioni di piano, il terzo stava imparando a suonare il violino. “Chiamami Barbara,” disse la moglie a Lidia,

abbracciandola, e aggiunse che era un privilegio, per loro, essere nella posizione di poter dare lavoro a una rifugiata. Promise a Lidia che sarebbero diventate amiche e che si sarebbe presto sentita a casa al 5-D, ma se c’erano delle lamentele o qualcosa che la preoccupava doveva dirglielo subito: non c’era nulla che non si potesse superare o sistemare. Lidia era spazientita da tutta quella volenterosa bontà e da quel virtuoso calore. Aveva scelto i Blauschild solo perché le offrivano più dollari di tuttiglialtri. “Varvàra, ah!” strillò dopo il primo giorno. “Donne sciocche, insegnante viene per musica, bambini odiano!” E un’altra volta: “Casa sporca!Stanzabambinisporca!”Nonavevamaivistounsimiledisordine in vita sua: mucchi di scarpe, camicie e giocattoli a terra, piani d’appoggioappiccicosi,montagnedipiattiepentoledalavarenellavello, carta sparsa ovunque. Disapprovava Varvàra dalla testa ai piedi: che senso aveva andare a lavorare gratis? E trascurare un appartamento così grande, con tutte quelle stanze per una sola famiglia, vivevano come CommissaridelPopolo!Solosporchi!Ilcaos,ilsudiciume! “Nessuno ti obbliga a farlo,” le aveva detto Puttermesser. “Non sei venuta in America per pulire case, dopo tutto. Ascolta, dobbiamo andare a sentire cosa dicono quelli che si occupano di immigrazione. Per fare il passosuccessivoalvisto.Èarrivatoilmomentodipensarci.” LeiridicastanediLidiaeranoscivolateprudentementeailatidelloro lungo baccello. Poi la cugina aveva alzato le spalle e le aveva lasciate ricadere.

7.Unaltrocolloquio

Puttermesser era contenta, nell’intimo, delle quattro ore che Lidia

passavaognipomeriggioal5-D.Eraunaliberazionenonessereobbligata

afarlesemprecompagnia.AvolteLidiaparlavadiDioedeiSuoiangeli,a volte delle splendide chiese antiche distrutte dalla Rivoluzione. E ogni tanto tirava fuori un libro dei sogni che, se letto con devozione e concentrazione,eraingradodipredireilfuturo.Lidiacredevanelmondo del sublime. Le icone e la Santa Madre Russia la commuovevano. Aveva raccontato a Puttermesser che spesso a Pasqua piangeva e che una volta Gesù le era apparso in sogno con lo stesso identico volto sacro di un’antica icona. In quei momenti la povera Puttermesser, ormai anziana, con i capelli bianchi e scarmigliati, vedeva nella cugina moscovita un errante personaggio čechoviano finito per sbaglio in un soggiorno newyorchese:“Com’è bello, qui,” disse Olga segnandosi e guardando verso lachiesa. “Ma c’è anche il rovescio della medaglia, no?” disse Puttermesser. “CosamidicidelcasoBeilis?” LidianonavevamaisentitoparlaredelcasoBeilis. Puttermesser, che leggeva saggi di storia, si mise a spiegare: “La calunnia del sangue. Pura follia medioevale. Un ebreo di nome Mendel Beilis viene accusato, in un tribunale russo, di aver ucciso un bambino cristiano per prendergli il sangue. Ti immagini, una cosa del genere e in tempi moderni, nel 1913! La chiesa non è mai intervenuta. Questo per la tuaSantaMadreRussia.”

Lidia esibì il suo enigmatico sorriso, a metà fra il reticente e il derisorio.“Nonsuccedeadesso.” “El’assaltoall’UnionedegliScrittori?Èstatoquest’anno!” PuttermessersapevacosastavapensandoLidia:Propriocomemama. In un tardo pomeriggio piovoso di metà novembre le due donne presero la metropolitana per il Bronx. Puttermesser aveva fissato l’appuntamentoconl’entechesioccupavadegliimmigratiperlesette,in modo da non interferire con le ore della cugina dai Blauschild. Lidia sembravanervosaeriluttante.“Paghiamo?”chiese. “Assolutamente no. È un ente assistenziale. Parte del personale è assunto,manellamaggiorpartedeicasisonovolontari.” “ComeVarvàra,lavorarepernulla,stupidi!” Lidia sedeva imbronciata nell’angusto ufficetto, in un vicolo cieco di schedari,schioccandosileditadalleunghierosse.Ladonnasedutadietro lascrivaniaavevaimodidelmedico:dovevafareunadiagnosiseguitada una prescrizione. Era lei stessa, disse, una rifugiata scappata dall’Unione Sovietica. Era arrivata cinque anni prima e aveva un figlio alle superiori:

il figlio faceva attualmente parte della squadra di matematica di Stuyvesant. Il marito, un tempo un ingegnere, era stato assunto come commesso in un negozio di abbigliamento maschile. All’inizio adattarsi era stato difficile, ma adesso si erano sistemati bene. Frequentavano persinounasinagoga:aKievunacosadelgenereerainconcepibile. Lidia guardò altrove: quella era roba per Puttermesser. Il tono della donna era professionale, esperto. A parte un’ombra di accento, l’intervistatricenonavevanientedistraniero.Eraancheallamoda,nello stile dei sobborghi oltre Manhattan: aveva un foulard al collo, accuratamenteannodatoedrappeggiato,chiusodaunaspillad’argentoa forma di agnello. Tirò fuori vari fogli in cirillico e cominciò a porre domandeaLidiainunarapidacascatadirusso.Nonostanteannuissepiù volte con aria consumata, non era scortese. Puttermesser vide che la cugina fissava ossessivamente la spilla attaccata al foulard. Era poco attenta, abulica. Nel mormorio minaccioso e riluttante di Lidia,

Puttermesser scorse quella vena apatica di cinismo che aveva ultimamenteimparatoariconoscere.Riuscivaadistinguerlapersinonelle sillaberusse,cuinoneraabituata. E poi la cugina moscovita si alzò. Gli occhi lanciavano saette. I bei denti brillavano. Dalla spelonca della bocca si riversava uno scroscio di

russo. L’ufficetto si era d’un tratto trasformato nel Colosseo, con l’odore delsanguechealeggiavanell’aria. “Dio mio! Cos’è successo?” le chiese Puttermesser. Si era trattenuta quasi fino alla soglia di casa. In metropolitana Lidia si era resa inaccessibile. Aveva aggrottato le sopracciglia. Aveva serrato la bocca in una linea sottile, come quella di Ženja nell’istantanea. “Commissario del Popolo!”avevamormorato. Salirono le scale della stazione della Settantasettesima in un tanfo di urinaequasiinciamparonoinunsenzatettochedormivasulcemento.La pioggia obliqua gli bagnava la faccia e il collo, che erano immobili. Un sacchettodicartacondentrounabottigliavuotarotolòvicinoaunadelle gambe, sporche di fango. Lidia esitò. Era diventata di colpo allegra. “ComeUnioneSovietica!”esclamòePuttermessercapìchelacosachele piacevadipiùerafarebattutedischerno. Lidiasibuttòsuldivanoletto,accartocciòifoglichel’intervistatricele avevadatoeligettòsullamoquette. “Quelladonnativolevasoloaiutare,”ledissePuttermesser. “Regole.Molteregole.” “Be’,sivedechenevalelapena.Sembraabbastanzacontentadiessere qui.” “Donnecosì!”disseLidia.“Mieiragazzisquadrapiùintelligenti.”

Il soggiorno era ormai diventato

assoluto dominio di Lidia.

Puttermesser non ci andava quasi più. La stanza aveva un’aria stranamente scombinata e poco familiare, sembrava una macchia di rovi dietro a una barriera d’arbusti: le casse, i pacchi, le valigie e le borse di plastica di Lidia che riversavano parte del loro contenuto sul pavimento. Il divano letto era sempre aperto e il letto mai rifatto, un groviglio di

coperte e cuscini. La televisione era disseminata di lattine vuote di gassosa. Il bordo dello scaffale ospitava scalzapelli e una limetta per le unghie.Lungoibattiscopalanguivanotazzemezzepienedicaffèvecchio di giorni. Era l’influenza dei Blauschild? Il caos generava caos, il 5-D si

insinuavanelsobrioederudito3-C?

MaPuttermesseravevaun’altrateoria:eracolpasua.Erastatatroppo sollecita nei confronti della giovane cugina, troppo deferente, troppo coscienziosa, troppo inadeguata e cerimoniosa. Oh, va bene così, non ci pensare. Lascia stare, faccio io. Non ti preoccupare, davvero, va benissimo cosìcom’è.QuelleeranolestrofedellalitaniadiPuttermesser.Eranouna formula magica, erano “buone maniere”: Puttermesser aveva trattato Lidia come un ospite d’onore, era caduta ai suoi piedi perché Lidia rappresentava il risanamento di una spaccatura enorme e spaventosa, perché era giusto che nella landa desolata della separazione si riversasse unimpetoditenerezza,dilegamedisangue.Lafortunadiritrovarsiuna cuginadaungiornoall’altro! LaprimasettimanaLidiaavevapresolascopaconariacupa–nonera quello che ci si aspettava da lei? una specie di affitto? – e dopo i pasti si era messa a spazzare. “Oh, non ti preoccupare,” le aveva ripetuto Puttermesserognivolta.AlcheLidianonsierapiùpreoccupata.Lasciava i coperchi dei barattoli di crema sul ripiano della vasca. I piatti sporchi sul tavolo della cucina. Gli asciugamani bagnati sulla credenza del soggiorno. Nel giro di poco Puttermesser si era resa conto che, per quanto disdegnasse l’ateismo, la cugina era la perfetta incarnazione del prototiposovietico:nonfacevanientechenonlefosserichiesto.Quando era libera, andava dritta verso la televisione e le sue molteplici malie:

macchine, detergenti, dentifrici, cheeseburger, crociere. Una fiera più variaericcadituttequellecheavrebbepotutovedereneimaestosisaloni moscoviti, una fiera dai colori innaturalmente vividi (il verde non avrebbe potuto essere più verde, il rosso più rosso ecc.) e dai fondali allettanti: prati, colline, ruscelli, fontane, castelli e ruote panoramiche. In cima al televisore, le lattine di gassosa si moltiplicavano. La cortesia

degnadiunmandarinodiPuttermessernonconoscevareciprocità.

“Cosatihadettoladonnadell’ente,”insistettePuttermesser,“perfarti

esploderecosì?”

“HadettobuttareLenininspazzatura.”

“Lenin?Santodio,nontisaraimessaadiscuteredistoriasovietica?”

“Medaglie.Ioportatomoltemedaglie.”

Lidialetiròfuori:unsacchettodiplasticaverdechetintinnava,pieno

diminuscoleeffigidilattadiunbambino.Ilsacchettorecavaunascritta:

фотография. “Lenin quando bambino, vedi? Premio Komsomol per bambini. Spazzatura! Nessuno vuole! Io comprato cento per un copeco.” Si esibì nella sua risata sardonica. “Donna dice io no permesso fare business, grandeleggetasse.CommissariodelPopolo!”

8.Imprenditori

La mattina Lidia mangiava pane nero e panna acida – li aveva scelti personalmente alla fiera del quartiere – e beveva tè forte abbondantemente zuccherato. Dopo di che spariva. Tornava sempre in

tempoperandareafarelepuliziedaVarvàra,al5-D.Avevaconfessatoa

Puttermesser che era arrivata a odiare i bambini. Erano egoisti, ribelli, viziati. Sapevano un sacco di cose, eppure erano bambini qualunque: la gentedicevalastessacosadiChruščëv. Puttermesser non aveva fatto indagini in merito alle assenze di Lidia. La scena all’ente che si occupava di immigrati le aveva mostrato a cosa potevano portare le domande. Ma aveva notato che la cugina non usciva maisenzaprendereunpaiodeisuoivaripacchi. Una mattina, alle undici, quando Lidia non c’era, Varvàra andò a trovarePuttermesser. Diede un’occhiata al soggiorno: “Che disordine! Sembrano i miei appartamenti!Eleinonhanemmenofigli!” “Qualcosa non va?” le chiese Puttermesser. “Non si deve sentire in imbarazzo,vogliodire,selecosenonfunzionanoconmiacugina ” “Oh, Lidia è un tesoro! Non posso nemmeno pensare di perderla. Ha arricchitolenostrevite,”disseVarvàra.“Ibambiniliincanta.Gliracconta le fiabe russe: sono un po’ macabre, il lupo finisce sempre per mangiare qualcuno, ma ai bambini piacciono un sacco. E per me e Bill non è un problema. Non è quella roba violenta che gli propinano in tivù. È tutto fruttodell’immaginazione,coseinnocue.”

E Puttermesser, nell’arena sanguinolenta della sua immaginazione, vide la cugina dissezionare gli arti dei bambini di Varvàra prendendo a prestitolezannediunghiottone. Varvàrasbirciòoltrelacucina.“Lidiac’è?” “Èuscita,staràviaunpo’.” “È andata a far conoscenza con la Grande Mela? Ottima cosa. Ehi,” continuòVarvàra,“volevoinvitarvitutteedueaunafestamoltospeciale. Unaraccoltafondiper‘Shekhina’.Leiconosce‘Shekhina’?” “La rivista. Quella che si fa pubblicità dicendo di non avere niente in comunecon‘Motherwit’,”lerisposePuttermesser. “Ho raccontato a Sky di sua cugina e Sky dice che Lidia potrebbe attirare un sacco di gente. Sky è un mio caro amico. Anni fa, quando vivevamo tutti in California, abbiamo lavorato insieme al Progetto Visionario di Qartiere. E prima eravamo entrambi nel consiglio dell’Azione per la Libera Espressione Universitaria, ma questo è stato prima che conoscessi Bill. E prima del brutto divorzio di Sky, il secondo, quelloincuilamogliel’hapraticamentesbattutofuori.BillodialaLibera Espressione, pensa che spiani la strada alla violenza. È un vero pacifista, lui.” Puttermesser si ricordava l’Azione per la Libera Espressione, una moda di una ventina d’anni prima fiorita all’epoca dello streaking, con uno studente nudo – una macchia rosacea di carne vista di fronte – che entravadicorsainun’aulauniversitariaebalzavasullapedana.L’Azione era specializzata in “dimostrazioni” in cui una parola proibita veniva ripetuta come un mantra per due ore esatte (cazzo e stronzo erano le preferite). Tale pratica era nota come “neutralizzazione” e lo scopo di “quelli dell’Azione”, come li chiamava la stampa, era neutralizzare le parolacce. Varvàradisse:“Immaginocheleinonsiamaistataunadell’Azione.La generazionesbagliata,èarrivatatroppotardi,giusto?” Ma Puttermesser non credeva nelle generazioni: era un concetto che non apparteneva alla sua filosofia. Riteneva che gli esseri umani fossero

definiti, a prescindere dall’età, dalla loro indole, dalle inclinazioni e dal carattere. A meno che qualcuno non glielo ricordasse, spesso si dimenticava di essere anziana. “Mi ricordo il loro slogan,” disse. “Ogni cosaagallasenzafalla.” “Esatto! Bello, vero? E l’altro, quello delle magliette? La parola brutta non si butta. Geniale! Una volta abbiamo fatto una doppia Azione per stronzo. Quattro ore. Stronzo, stronzo, stronzo, stronzo. Be’, è stato molto tempo fa. P.B., prima dei bambini! Coi bambini facciamo il bagno, però. Tuttalafamiglia,adueadue,cross-gender.” Varvàradovevaavereunaquarantinad’anni.Avevaunvisograndee piccoloalcontempo.Leguanceelafronteeranomoltoampieeilmento vasto e lungo, ma raggruppati al centro di quello spazio inutilizzato c’erano gli occhi pigiati uno contro l’altro, un nasino tondo e una boccucciatonda.Unafamigliaditrattirannicchiatiinunagrossatinozza. Nessunoavrebbedettocheunsimilevolto–perchédi“volto”sitrattava, un po’ dickensiano, con una sfumatura arcaica – appartenesse a un’idealista. SchuylerHartstein,invece–l’amicodianticadatadiVarvàra–,aveva esattamente il viso che ci si poteva aspettare da un utopista visionario. Puttermesser vi si era imbattuta di tanto in tanto guardando telequiz cui partecipavanopersonalitànote:unrettangolostempiatodallungocranio da cui pendevano una coda di cavallo bionda dietro e (sic) un monocolo con nastro arricciato davanti. In quei programmi – che non erano rari – Schuyler Hartstein assumeva sempre la posizione dell’idealista. Lo chiamavano Sky non perché fosse l’abbreviazione del suo nome, ma per larealtàcuilametaforicaallusionerimandava:illimpidoevividoceruleo dei suoi occhi da poeta. (Completamente diverso da quello del padre di Puttermesser, un azzurro esangue diluito dal grigio triste e slavato della memoria e del rimorso.) Schuyler Hartstein non conosceva tentennamenti, riserve, requisiti, ostacoli. Aveva una faccia bionda e solare e tutte le certezze del pensatore che opera per il bene sociale. Al collo aveva una catenina d’oro da cui pendevano le tre lettere ebraiche

che formano la parola “vita”. Era noto per la sua religiosità, e nelle giornate di Shabbat lo si vedeva con uno zucchetto di velluto bianco che glibloccavalagobbadellacodadicavallocomeunaforcina. Sky Hartstein era un fido socialista, ma anche uno spietato imprenditore.Ilperiodicocheavevafondatoavevaormaiquasidueanni. Il nome della testata, familiare a Blake, Milton, ai swedenborghiani e ai teosofi, traeva origine dal misticismo ebraico: si riferiva alla radiosità della divina presenza e, dal punto di vista cabbalistico, all’aspetto femminile della medesima. Andava bene alle femministe d’avanguardia, piaceva ai cattolici (ricordava loro Maria), i buddhisti non avevano nulla da dire e gli Hare Krishna erano ammaliati. Shekhina! C’era anche nel dizionario. Ma la rivista era più famosa per il modo in cui era stata lanciata che per i contenuti, un misto di utopismo globale e strenuo autocompiacimento (che parevano essere la stessa cosa). Sky Hartstein pubblicava le sue poesie sulle pagine della sua rivista. La famosa campagna pubblicitaria alla base di “Shekhina” era opera sua: il titolo della campagna era La politica contro “Motherwit”, dove “Motherwit” era un vecchio e sobrio periodico votato alla tradizione razionalista, al cauto liberalismo e all’insofferenza per le code di cavallo. Ma la guerra fra “Shekhina” e “Motherwit” era unilaterale: “Motherwit” rimaneva distaccata. Il fatto che “Motherwit” avesse ripetutamente rifiutato le poesie di Sky Hartstein era solo un pretesto: il periodico non pubblicava versi. La vendicatività di Sky e della sua “Shekhina” aveva origini più terrene e pressanti della negligenza mostrata nei confronti della poesia contemporanea. Sky Hartstein era convinto che non vi fossero, politicamenteparlando,nemiciesternimasolointerni.Sullatestatadella rivista campeggiava, incastonata nell’ala di una colomba, la scritta IL NEMICOÈUN’ILLUSIONE.Nelmodulopergliabbonamentispiccavainvecelo

slogan: SOLOARATRI!

Puttermesser era a conoscenza di tutto ciò perché si era abbonata a “Shekhina” per un anno quando la rivista era uscita, anche se poi non avevarinnovatol’abbonamento.Rutheraunadrogatadiriviste.Leggeva

il“TimesLiterarySupplement”,la“NewYorkReviewofBooks”,il“New Yorker”, l’“Atlantic”, “Motherwit”, “Harper’s”, “Commentary”, “Salmagundi”, la “Southwest Review”, la “Partisan Review” e “The New Criterion”.Nonleggeva“TheNation”:noncen’eramotivo,eradapiùdi un secolo che Henry James non vi scriveva. Aveva abbandonato “Shekhina”inparteperchélepoesiediSkyHartsteinleeranoindifferenti – telegrammi edificanti composti da versi brevissimi –, ma soprattutto perché la radiosità della Divina Presenza, insistentemente emanata un mese dopo l’altro, aveva cominciato a offuscarsi. Inoltre, non aveva potuto fare a meno di notare che non tutte le spade erano state trasformate in aratri: Sky Hartstein aveva l’abitudine di scambiare i desideriperfattieidesiderileparevano,inognicaso,pococredibili.Sky metteva annunci in cui cercava moglie negli spazi dedicati della sua rivista e gli editoriali di “Shekhina” si riducevano a foschia, nebbia e vapore ammantati di “spirito” e a volte di “collera”. Ancora prima di aprire il giornale, uno sapeva cosa vi avrebbe trovato: la rabbia sgradevoledeipuridicuore. L’unicasorpresa,perPuttermesser,erastatoscoprirecheladatricedi lavorodiLidiaerastatauntempocompagnadibattagliadiSkyHartstein. “Vedrà quando lo conoscerà!” esultò Varvàra. “Ha una mente incredibile.” “MaperchéSkyvuoleconoscereLidia?” “Oh,andiamo,”lerisposeVarvàra.“Èovvio,no?” Quando tornò a casa alcune ore dopo, Lidia non era sola: si era trascinatadietrounragazzonealto. “Pëtr,”disse. “Salve,” le fece eco il ragazzo porgendo la mano a Puttermesser. “Io sono Pete. Peter Robinson, signora. Gestisco il negozio di sport Albemarle, ci conosce? Siamo nella Terza Avenue. All’angolo con la Novantaquattresima.” “Pëtr,”ripetéLidia.“Luiocchipuliti.” Era vero: Lidia aveva centrato esattamente il punto. Erano occhi

innocenti, ingenui e non contaminati dall’ironia. Pete Robinson – Pëtr – disse di essere del North Dakota e di avere più dimestichezza con boschi e fattorie che con i marciapiedi di New York. Era in città da meno di tre mesi – vi era stato trasferito dalla succursale di Seattle – e aveva già conosciuto gente incredibile! Così varia! Da lui, anche in posti come Seattle,nontiimbattevimaiinunacomeLidia! Sisedetterotuttietreattornoaltavolodellacucina.Pëtrindossavaun maglione con lo scollo a V e una camicia scozzese di flanella. Aveva sopracciglia grosse e chiare che parevano lastre e un ciuffo di capelli lucenti che lambiva le sopracciglia come una lingua indaffarata. Era cristallinoecatalogato–semplificato–comel’immaginediuntabellone. Per non parlare di Robinson! Puttermesser pensò a quell’uomo pieno di risorse che era Crusoe. Alla serie radiofonica della sua infanzia: Jack Armstrong, il ragazzo americano! Jack Robinson: ancora non era stato pronunciatoilsuonomechelacuginasieragiàprocuratailprototipo. Lidiaeraallegra.“Pëtraiuta,”disse. E rovesciò ancora una volta la borsa verde di plastica, quella con la scritta фотография. Questa volta non uscì nemmeno una medaglietta con la faccia di Lenin bambino. Un fiume di banconote verdi si riversò invecesulpavimento:purodenaroamericano. “Cosasuccede?”lechiesePuttermesser.“Dovelihaipresi?” “Signora,” intervenne Pëtr. “La ragazza ha lavorato nel mio negozio tutto il giorno. Fra un attimo ci devo tornare anch’io. Mi ha stanato con quelsorriso.” Puttermesser guardò la cugina con aria scettica. “Cos’è, un altro lavoro?” “Signora,” continuò Pëtr, “ci stiamo preparando al Natale, non è mai troppo presto, così abbiamo tolto le racchette da tennis e i bastoncini da sci dal centro del pavimento. Uno spazio bello grande, è lì che mettiamo l’albero. Be’, tiriamo su l’albero e arriva questa signorina con quel suo modobuffodiparlareenelgirodiunsecondosisistemaesimetteafare affari.Nellazonapiùtrafficatacheabbiamo.”

“Nellazonapiùtrafficata?”domandòPuttermesser. Pëtrannuì.“Sì,glieloassicuro.Questaèlastagioneincuilavoriamodi più.Sperochenonledispiacciaseglielodico,malaragazzachehaquiè puraliberaimpresa,quellavera.Micacel’hannonelsuopaesed’origine, sa?” Seduta a un tavolino da gioco che Pëtr le aveva trovato, sotto un albero di Natale decorato con luci colorate a forma di scarpe da ginnastica e palloni, la cugina moscovita aveva venduto – in una sola mattina – l’intero stock di medagliette di Lenin. A tre dollari l’una. Sul tavolo della cucina di Puttermesser c’erano trecento dollari americani. E la cugina aveva ancora al suo attivo un sacco di foulard, cucchiai e bambole cave senza arti. Per non parlare del suo ragazzo tipicamente americano.

9.Gliidealisti

La raccolta di fondi per “Shekhina” si teneva in un uno di quegli appartamenti labirintici dell’Upper West Side dove era impossibile trovare il bagno. Ti aggiravi di corridoio in corridoio e finivi per entrare titubanteincameredalettocheavevanoancoragliodoridellanotte,con icoprilettiripiegatisullesedieenonutilizzatidamesi.Ognitanto,inuno diqueiviaggi,trovavisullatuastradaunbambinosmarritoespaventato o un animaletto inatteso, ma nella maggior parte dei casi non incontravi altro che un misto di odori stantii di vecchi palazzi. Quegli appartamenti erano come donne vecchie e demoralizzate, ricoperte di rughe, che piangevano la loro carnagione perduta e affermavano la dignità e l’importanza dei loro anni d’oro. Il lavandino del bagno, se riuscivi a trovarlo al buio (l’interruttore era costantemente nascosto), mostrava i ricami marroni e sporchi delle antiche crepe: le linee di una carta astrologica. Quando tiravi lo sciacquone, la base del gabinetto rilasciava un fiumiciattolo avaro color ruggine. Allora capivi di essere un privilegiato: eri stato toccato dalla Storia. Un tempo Artur Rubinstein aveva vissuto lì. Einstein aveva partecipato a una riunione in quella che adesso era la dispensa sul retro. Maria Callas aveva cantato in privato, una sera d’estate, spingendo forte la mano contro quel davanzale. Uta Hagen era andata a trovare il famoso affittuario non meglio identificato, quellocheavevaprecedutol’affittuarioattuale. “Kakoj teatr!” esclamò Lidia. Teneva Pëtr per mano. Lui la seguiva docile e timido. Puttermesser lo osservò: Pëtr era abbagliato da quella

doppia manifestazione di esotismo. L’enigmatica New York e la bellezza moscovita che all’improvviso ti prendeva e ti catapultava in una serata

più strana di tutte quelle che ti potevano capitare nel grande Northwest! Una stanza spaziosa con la moquette. File di sedie pieghevoli. Divani spostati contro le pareti e due gruppi di finestre nascoste da lunghi panneggi porpora, che le trasformavano in identici prosceni con sipario. Suognisediaerastatomessol’ultimonumerodi“Shekhina”. “Oh,guardate,”disseVarvàraaprendolasuacopia,“c’èunarticolodi KirkwoodPlethora!” Puttermesserledomandò:“Suomaritononviene,stasera?” “BillnonvuoleaverenienteachefareconSky,èunacosadiannifa. Nonc’èsperanzadiriconciliazione,maiononcivoglioentrare.” “Ma a Bill non dispiace? Voglio dire, che lei sia rimasta fedele a qualcunochelui ” “Santodio,siamoindividuidistinti!” Pëtrsisporsetimidamenteinavanti.“ChièKirkwoodPlethora?” “La regista,” gli spiegò Varvàra. “È là, davanti al tipo che ha scritto quell’operaincredibile.Quellacheparlavadiunautobusvolantepienodi gayedilesbiche.PlethoraèquellacheèandatainSudanperfareunfilm

sull’oppressionedeglianimisti

Applausi. La conduttrice della serata, una donna sui cinquantacinque con un paio di jeans, una camicia sgualcita e vari anelli e bracciali, era sbucata dai reconditi recessi dell’appartamento. Puttermesser prese la copiadellarivistasucuierasedutaecominciòasfogliarlafinoachenon videunadellepoesiecheSkyHartsteinamavainfilareinogninumero:

shh!Cominciano.”

Abbiamobisogno

diquelloedicolorodicui

nonabbiamobisogno

perlanostrasoddisfazione.

Similisoddisfazioni

ciriempiono.

Basta!Voltiamoci

ecerchiamosoddisfazione

nelsublime.

Il titolo era: L’emarginazione. Puttermesser rilesse attentamente. Non aveva ben capito cosa o chi fossero quello e coloro di cui uno non aveva bisogno e cosa o chi venisse emarginato: i reietti del mondo vittime del nostrodisprezzoedelleingiustiziedanoiperpetrateol’aviditàdicuiuno si doveva vergognare? (Aveva notato che “Shekhina” tendeva spesso a parlare in termini di “noi” e “nostro”, addossando ai lettori, volenti o nolenti, il peccato di turno.) O forse quella poesia era solo un altro degli ansiosiannuncipubblicatidaSkypertrovaremoglie. Pëtr accarezzava la manina ruvida di Lidia, ogni singolo dito dal cappuccio rosso sangue. Lidia si era messa il suo rossetto più rosso e sfoggiava il suo sorriso più distaccato. Giocherellava con i bottoni della sua nuova giacca di pelle. Il cuoio brillava come vetro nero e a Puttermesser venne di colpo in mente il piccolo Dickens costretto a lavorare nella fabbrica di lucido da scarpe. Lavoro minorile! Una delle cause del marxismo messianico. Lidia aveva comprato la giacca in un negozio della Prima Avenue gestito da immigrati coreani – era stata Varvàra a dirle dove andare – e aveva pagato con i proventi delle medaglie di Lenin. L’etichetta diceva Made in China: ovvero cucita, per quantosenesapeva,daschiavidiottoanniincatenatiallemacchine.Con lasuagiaccaluccicantedipelleeicollantneri,Lidiaeraincredibilmente distante dalla Ženja che socchiudeva gli occhi per il sole e indossava un camicione da proletaria, dalla sua bocca piatta e spaventata e dal suo gridoimplorante. Puttermesser si guardò intorno: chi c’era in quella stanza? Varvàra aveva già individuato i personaggi più famosi: Bert Waldroon, drammaturgoeattivista,eKirkwoodPlethora,ormaisorprendentemente anziana,conilcaratteristicoorecchinodaunlatosolochenascondevaun apparecchio acustico. C’era poi un giovane seminarista, il leader di UominiperleDonne,un’organizzazionefemministadisoliuominidedita alla rimozione dalle Scritture di ogni pronome maschile riferito a Dio:

l’idea era di sostituirlo con locuzioni come l’Essenza profonda, il Divino fondamento,loSpiritosconfinato,loStimolodelmondo,ilFinechehain

sé tutti i generi, il Soffio che genera l’anima e via discorrendo. C’erano alcuni poeti colleghi di Sky Hartstein, compreso quello che si accompagnava con la cetra tirolese e quello che scriveva in due lingue per promuovere l’esperanto. C’era una scrittrice di tiepidi romanzi, i cui librivendevanoabbastanzabenenonostantelagrammaticael’ortografia le fossero estranee. Si diceva che le ci erano voluti due editor per farle superare l’ostacolo della lingua madre. E c’erano, naturalmente, i consacrati della politica: atei, per lo più, che all’apparenza non si offendevanoperquellochelorochiamavano“l’orientamentoreligioso”di Sky Hartstein. Gli altri rientravano nei misconosciuti e nei mediocri, anche se non fra coloro che passavano inosservati: li si riconosceva abbondantementedall’adorazionecheliinfiammava.Erano,comegliatei, ferventi sostenitori del credo di Sky Hartstein, che nelle pagine di “Shekhina”eranotocomeIlgovernospirituale. La conduttrice in jeans stava finendo il suo discorsetto sui soldi – “Ricordatevi, il limite è il sublime!” – quando, nel pieno degli applausi,

Sky Hartstein ascese dalla sedia. (Non si poteva dire che si fosse alzato.) “È stata, per me personalmente, una settimana incredibile,” esordì. Lunedì era stato invitato alla Casa Bianca per un incontro con il vicepresidente che voleva saperne di più del concetto di governo spirituale. Martedì il “Time” e “Newsweek” erano usciti con le foto sue e del vicepresidente che si abbracciavano fraternamente, e il “Village Voice” aveva pubblicato le sue osservazioni per esteso. “Shekhina” procedeva! Mercoledì Sua Santità il Dalai Lama gli aveva concesso un’udienza, e di cosa avevano parlato? Delle macchine giocattolo comandate a distanza, di come si muovevano grazie a una forza invisibile immaginatevi il sorriso radioso di Sua Santità, un amante dei congegni meccanici ed elettronici, un ingegnere mancato, forse, ma anche, soprattutto e al di sopra di tutto, un metaforico metafisico. Le macchinine rappresentavano il potere, a distanza, dell’influenza divina

LeparolediSkyHartsteinscrosciavanoimpetuose,

fiumi di dolcezza e leggerezza (anche se Puttermesser pensava che la

sullavolontàumana

dolcezza fosse edulcorata e la leggerezza light). Sky Hartstein ficcava i Beatles nei Salmi e i profeti nella verdura biologica. Citava Blake e declamava le proprietà sonnifere della melatonina. Demoliva l’avidità e l’egoismo, oh sì, l’avidità e l’egoismo in particolare, che corrompevano repubblicaniedemocraticiinegualmisura,quellecloachediarmamentie di arroganza nazionale. Che i confini si dissolvessero, che le nazioni scomparissero, che potessimo essere tutti avvolti dall’amore e dalla bontà! “Recuperiamo le nostre speranze, rendiamo onore ai visionari! Che la glasnost’ dispieghi la sua tenda guaritrice sulla terra e ci riporti alle origini, all’apertura del cuore, all’assenza di classi, alla fine dell’indigenza. Che i poveri si sollevino dalla miseria secondo la promessa originaria e verdeggiante di quel genio che ha passato lungo tempo a lavorare al British Museum!” Karl e Groucho, Lenin e Lennon.Sky si era avventurato nella battuta senza curarsi di quanto potesse essere vetusta, e comunque non era nemmeno una battuta:

l’ordito robusto e flessibile dello Spirito unisce il simile con il simile e il dissimileconildissimile.Ah,noifelicimolti! “Tutti conoscono,” continuò Sky, “gli eccessi di Stalin, i gulag, il terrore, il KGB, i delatori, le ombre, le spie, gli interrogatori, le torture.” Eppure, in un tempo precedente, prima che le tenebre della perversione discendessero, prima che il nobile disegno dell’aspirazione universale venissetradito,c’erastatoilsemesantodell’umanaredenzione.IlGrande Esperimento era fallito alla sua prima manifestazione, era vero, ma se il seme fosse stato ripiantato ci sarebbe stato anche un testimone della sua fertilità, del suo potenziale, del suo futuro. E quel testimone era lì, in quellastanza,inquelmomento. Puttermesser pensò: quanto candore in quella rettitudine. Ma cosa vuoledaLidia? “Pensate a qualcuno nato in quell’Esperimento,” continuò Sky Hartstein, “quando i giorni migliori sono finiti. Quando il velo della perfidiaècalato.Dopochesièattenuato.Quandoèchiarochequelloche ci vuole perché l’Esperimento risorga è un ambiente più favorevole e un

altro tentativo. Chi è nato in seno all’Esperimento, poco importa dopo quantotempo,dovràpurconservareunaminimapartediquellaPurezza. La Rivoluzione lascia residui. Cenni dell’Inizio. Una scia, un frammento, una fragranza di quello che avrebbe dovuto essere. Ci dica,” concluse allargando le braccia in direzione di Lidia, “cos’ha ereditato, lei, dall’Inizio.” LidiadivincolòlenocchescrepolatedallastrettafedelediPëtrebalzò in piedi. “Voi pensate vecchi tempi puliti?” esclamò. “Mai puliti, no! Stupidiuomini!Stupidedonne!” Bert Waldroon, il drammaturgo, si mise a fischiare. La conduttrice in jeans,preoccupatachelafestasiguastasse–infondoallastanzac’eraun tavolo con cataste di biscotti d’avena e una piramide di mele –, si intromise e disse con voce piagnucolosa: “Ma il comunismo non è stato un tempo una bellissima speranza? All’inizio? Al principio? E non dimentichiamoci che per i progressisti più seri i traguardi del socialismo sonoancoravivieraggiungibili ” Lidiasrotolòlespireavvoltolatedellasuarisata.“Americanisciocchi!” urlò. “Unione Sovietica stupidi più intelligenti! Miei ragazzi squadra più intelligenti!” Varvàralesussurròfuribonda:“Siediti!Stairovinandoilmeeting!” “Comunismo!” gridò Lidia. “Quale comunismo? Ingenui! Fiabe, sempre!Nocomunismo,mai!Ingenui!” Lacuginasiergevaconilmentorivoltoversol’altoeipugnifermisui fianchi: una Giovanna d’Arco della disillusione, un Commissario del Popolo irridente, il fior fiore dell’Unione Sovietica. Non si fidava di nessuno, non si fidava di niente. Non aveva più radici di un tarassaco diventato soffione e pronto a volare via. Per la prima volta Puttermesser laapprovòquasiquantoladeplorava.

10.Iltè

Il telefono squillò nel bel mezzo della notte. Puttermesser si ritrovò catapultata fuori da un sogno fortemente oscillante: davanti a lei si srotolavanoondesuondedifilospinato.L’appartamentoeraaccerchiato dalfilocheintersecavalefinestre,sbarraval’accessoallacucina,correva lungo i battiscopa e finiva direttamente nel soggiorno di Lidia, circondando il divano letto. Puttermesser, assetata, si dirigeva verso la cucinaperprendereunbicchiered’acqua,scavalcavailfiloesiferivauno stinco.Ilsanguelecolavalungolacavigliaefraleditanudedeipiedi. EraVolodja,chechiamavanondaMoscamadaSachalin.Sachalin,la colonia penale degli zar, dove Čechov era andato a investigare le condizioni dei prigionieri. Un’isola remota nell’inconcepibile mare di Ochotsk,sottoilcircoloArtico:un’isolacheconlasuapuntameridionale sfiorava, irritandolo, il Giappone. Cos’era Marte al confronto! Puttermessersirigirònelletto,siscrollòdidossoilbruttosognoesimise ad ascoltare Lidia che mormorava in russo. Lidia che parlava russo era

una Lidia diversa: volteggiava fra gli aneliti e i trilli rococò di quelle fulgidesillabe,leggeracomeunatrapezista.Lasuarisata,incastonatanel russo,eraunarisatadiversa:eraliberadifarelesueacrobazie. “Dosvidanija,”sospiròLidia–eraunamaliziosacarezza–eriattaccò. “VolodjavuolefarebusinessinSachalin,”spiegò. “Lagentenonvienearrestataperquesto?Nonèpericoloso?Lanonna ”

sua nonna: una vecchia con un fazzoletto da testa nero legato sotto il

di Ženja

Poi Puttermesser si ricordò che la nonna di Ženja era anche

mento, che seminava copechi facendoli cadere da una tasca bucata per confondere gli spietati. Nella mente di Puttermesser la madre di suo padrecontinuavaadaffrettarsisullacrostadineveed’acciaioall’infinito, unframmentodimoviolachesiripeteva. Lasetedelsognol’avevainseguitafinoallacucina.Riempìilbollitore per fare il tè e tirò fuori due tazze. Le finestre, ripulite dalle spine argentate,eranonere.Eranoletreemezzo. “Non starà parlando di mettersi in proprio,” continuò. “Non lo chiamanocrimineeconomico?” Lidiasiesibìnellasuaamabilescrollatadispalle.“Perestrojka,”disse. “Davvero?Lagentenonhapiùpauradiinfrangereleleggi?” “Regolediapparatčik,”sbottòLidia.“Volodjanopaura!” “Ma avevo capito che pensava di lasciare il paese. Che voleva andare inAustralia.” “Primafaremoltirubli.PrimaSachalin.” “NonpensocheaSachalintupossacomprartiunagiaccadipelle.Non con tasche così profonde, in ogni caso,” disse Puttermesser versando l’acqua sulle foglie di tè e lasciando che diventasse mogano. Non le dispiacevachelacuginal’avessefattapassaredallebustineallefoglie. “IocomprogiaccainAmericaedoVolodja.” “Seisenzalavoro,almomento,”ledissegentilmentePuttermesser. Sorseggiarono il loro tè. Lidia tirò fuori la mezza dozzina di biscotti

d’avena che si era infilata nella tasca della sua nuova giacca di pelle – il fattodisvuotareoriempiretascheparevaesserenellignaggiofamiliare– nell’istantestessoincuiVarvàral’avevalicenziata. “Varvàra sciocca,” continuò Lidia. Sembrava quasi una bambina mentrerosicchiavailbiscotto.Lenaricilevibravano. “Be’, cosa ti aspettavi? Lei ti fa entrare nella sua vita e tu insulti

chiunqueticapitiatiro.IlmodoincuihairispostoaSkyHartstein

Hai

sentito cos’ha detto, questa gente viene invitata alla Casa Bianca, ‘Shekhina’diventasemprepiùfamosa.” “Anche ‘Pravda’ famosa,” le rispose Lidia. “Nessuno legge. Leggono

perfarebattute.” Einquelmomento,mentrela“Pravda”siinfilavanellaboccarossadi Lidia fra le briciole d’avena, Puttermesser capì il sogno che aveva fatto. Tutto quel filo spinato! Era un sogno di una piattezza sconcertante. Puttermesser aveva trasformato l’appartamento in un gulag: era così semplice, così stupidamente trasparente che Freud avrebbe sbadigliato. Era stato il discorso di Sky a provocarlo. O forse era stato Volodja: il misterodiunachiamatadaun’excoloniapenalementreleisitagliavacol filospinatoeilsanguescorreva. “Dov’è il tuo libro?” le chiese. “Quello sui sogni?” Era una domanda sciocca, ma la fece. Avvertì un brivido, un tremolio mistico che da Sachalingiungevafinoalei:qualcosadistranamenteprofetico. NonavevamaivistoLidiacosìvigile.Mentrerovistavanellasiepedei suoipacchiincercadellibrodeisogni,ilsuocollosottilescartavadilato come quello di un animale piccolo e veloce, un pony o una iena, e Puttermesser si rese conto che aveva finalmente trovato un terreno comuneconlacugina.FinoadalloracosaerastataleiperLidiasenonun tormento o una noia? Come doveva apparire vecchia e irrilevante a una ragazzanelpienodellavita,aunacivetta,aunastraniera,aunabellezza! Lidia ritornò tenendo il libro fra le mani come se mostrasse una corona adagiata su un cuscino. Davanti a sé Puttermesser aveva una donna che credeva, una donna in adorazione: la cinica e la pessimista eranoscomparse.GliocchiscaltridiLidiaeranoridottiaduesottilisemi marroni.“Cosainsogno?Iocercoetrovo.” Puttermesser fece il gesto dell’onda. “Filo spinato. In tutto l’appartamento. Sulle finestre, ovunque. Mi sono tagliata e il sangue è uscitoafiotti.Equandodicoafiottiintendoafiotti.” Lidia rifletté. Si immerse nello studio di quello che sembrava una speciediindice:ditematicheoniriche? “Filospinatoc’è,nell’elenco?” “Net.” “Prigione?”

“In sogno no prigione. Sogno qui, casa.” Lidia si chinò sulle pagine voltandole talmente piano che ogni volta che ne girava una la luce della lampadaasoffittobalenava.“Ah,”disse.“Krov’.” “Cos’è?” Una vocale allungata aleggiò nell’aria. Una parola spettrale. “Saaangue,”disseLidia.“Saaanguedadove?” “No, no,” disse Puttermesser in tono asciutto. “Non c’è nessuna tripla ‘a’.Dallagamba.Dalpiede.Dalleditadelpiede.” “Chorošo,” disse Lidia. “Da piede meglio. Sangue da testa significa tu muori.” Tacque per studiare meglio il libro. Era insolitamente seria. “Persone che sognano saaangue da piede creano futuro sacro. Tu donna sacra.Tu,”sisforzòditradurre,“santa.” Puttermesser fissò la cugina: Lidia la sarcastica non aveva più un briciolo di ironia. Il brivido mistico che portava alla dolorosa isola di Sachalin se ne era andato. Sua cugina era cos’era? La roba scadente, la roba che si rompeva se la toccavi, le parti che si disgregavano, meccaniche difettose, l’interruttore del soggiorno che all’improvviso cedeva, la perdita nel bollitore, la crepa nell’intonaco, l’autobus che arrivava tardi erano tutte occasioni che suscitavano il satirico Come Unione Sovietica! La prova di un mondo corrotto e logoro. Puttermesser sapevacos’eralacugina:unapparatčikcheevidenziavadifettiemacchie, nei e croste, disdegno e sfiducia. Come Unione Sovietica! Era o troppo sospettosa o troppo credulona. Era una scettica che aveva riposto la sua fedenellaciarlataneria. “Credo,”dissePuttermesserconariaminacciosa,“chefarestimeglioa buttarequellostupidolibroeaprendertiunagrammaticainglese.” IseminimarronidiLidiasigonfiarono.Illibrovennerumorosamente chiuso. “Io bisogno di inglese per cosa? Io vado Sachalin con Volodja! FacciogrossobusinessinSachalin!” “Dicosastaiparlando?” “Volodjadicevieni,facciamotantirubli.Magarisposiamo.” Una macchia grigia e sfocata, come se qualcuno lavasse un pezzo di

cieloconbiancodicalcediluito,avevacominciatoailluminarelefinestre. Era ancora troppo presto per l’alba, ma le ore più nere della notte cominciavano a indietreggiare e in quella luce mattutina che non era propriamente luce, mescolata alla brillantezza affilata da fumetto della lucecentrale,Lidiaemanavaunafosforescenzapropria. “Tu sei venuta per chiedere asilo! Per scappare! Ho passato mesi a prepararti la strada prima che tu arrivassi,” esclamò Puttermesser. “Ho affrontato ogni dannata forma di burocrazia, pubblica e privata. Santo dio,Lidia,cosacredichesiaquesta,unavacanza?” “Iovenutaperlavorare,”lacorresseLidia. “Tuseiquicomerifugiata.” “Rifugiata?Significatoquale?”IlvisodiLidiaeraunpalcoilluminato. Ognifilamentodeicapelliavvampavadirosso. “Non dirmi che fra un milione di parole questa è quella che non capisci!Senti,dov’èildizionario?Tiralofuori!Amenochetunonl’abbia venduto.Nell’outletdimercevariadiPeterRobinson.” “Ah,Pëtr,”disseLidiadolcemente.“Uomoalto,comeVolodja.” “Vaiaprendereildizionario!” Così,perlasecondavoltaquellasera,Lidiasieraapertaunvarconella siepe e nel mucchio dei suoi averi – i cucchiai, le bamboline, gli scialli, tuttoquellochesieraportatadavendereinAmerica–ederatornatacon unlibro:russo-inglese,inglese-russo. Puttermessercercò“rifugiato”eaccantovitrovòэмигРант. “Leggi,”ordinò. “Emigrant,”lesseLidia. “Questo è quello che sei. Questo è quello a cui ho lavorato. Questo è quellocheavevocapitodaŽenja.” “Ženja? Ženja dice questo? Io emigrant come tu donna sacra,” disse Lidiaavvampando,esiesibìnellasualungarisata,lungaquantolatripla “a” di saaangue, imprescindibile quanto l’inspirazione. “Quello che dice mama!Quellochevuolemama!”

11.L’addio

AllafinePëtrpianse.Lidiaerapartitadaungiorno.Erariuscitaapagarsi ilbiglietto–NewYork-Moscasenzascalo–interamentedasola. “IlnegoziocoreanonellaPrimaAvenue,”dissePëtr.“Miavevachiesto diaccompagnarla.Perprovarelagiacca.Èstatosolol’altroieri.” “Miavevadettochetueilsuoragazzoeravatealtipiùomenouguali,” osservòPuttermesser. “Voglio dire, lo sapevo che era un regalo, ma non sapevo per chi. Mi aveva detto che era per suo fratello che viveva a Mosca. Mi aveva detto chegliel’avrebbespedita.” “Lidianonhanessunfratello.” “Hasempreavutoinmentedipartire.” “Nonprimadiaveravutounguadagnonetto,”dissePuttermesser. “Quelle bamboline sono andate come l’oro. Deve averci guadagnato piùomenonovecentodollariconquelle,pernonparlarediquellochesi èfattaconilrestodellaroba.” “Artepopolarerussa.Icucchiai,gliscialli.” “E le medaglie di Lenin? Quelle erano solo per vedere come sarebbe andata.” “Unmodopertestareilmercato.” “Senesaràuscitadalmionegozioconduemiladollariintasca.Anche quello strano libro è riuscita a vendere, quello mezzo in inglese e mezzo inrusso:sirendeconto?Inunnegoziodisport.Hatiratosudiecidollari, conquello.”

“Nonavràvendutoancheildizionario!”esclamòPuttermesser. “Èstataun’ideasua,vero?Lidiadicevacheleivolevacheimparassela grammaticainvecedimettersiavendere.”Pëtrbevevaepiangeva.“Ame piacevaquelbuffomodorusskijdiparlare.” EranosedutinelsoggiornodiPuttermesser.Anchequelloera,amodo suo, un tè: solo che nelle tazze c’era alcool. Pëtr aveva portato una bottiglia di vodka per festeggiare con Lidia. Era passato un mese dal giorno in cui lei aveva fatto la sua comparsa nel negozio di articoli sportiviAlbemarle. Ma adesso Lidia si trovava molto al di sopra della terra rotonda, direttaversolamortedell’UnioneSovietica. La moquette era disseminata di sacchetti di plastica accartocciati. Il divanolettoeraesattamentecomeLidial’avevalasciato,unamescolanza anarchica di cuscini e lenzuola attorcigliate. Collant strappati giacevano abbandonati come garze su una sfilza di lattine di Coca-Cola. I vari profumidiLidia–lozioni,smalti,lacche–sidiffondevanonell’ariacome lascialasciatadaun’apparizione. “Nonmihanemmenodettochestavaperpartire,”silamentòPëtr. PuttermesserguardòquegliocchipulitielucididelNorthDakota.Jack Armstrong,ilragazzoamericano:gabbato. “Il Grande Esperimento,” disse e versò quello che era rimasto della vodkanellatazzainnocentedelpoveroPëtr.

12.Lettere

12dicembre

GentileMsPuttermesser, spero mi perdonerà questa intrusione per certi versi imbarazzante. Barbara Blauschild, sua vicina del piano di sopra e mia vecchia amica, mi ha gentilmente dato il suo nominativo. Mi sembra di capire che lei abbia partecipato all’evento per la raccolta fondi di due settimane fa in compagnia di quell’interessante ragazza che ha creato un certo scompiglio: Barbara mi ha detto che è una sua parente. Barbara mi ha anche detto di aver sollevato la ragazza, a causa mia,dall’incaricocheleavevaaffidato.(Glieloavevaaffidatoperchémossadacompassione.) Apprezzo molto la profondità che Barbara dimostra nella nostra amicizia, ma è sempre stata troppo precipitosa. (Continuiamo a essere amici nonostante suo marito non mi parli da anni.

LaveritàècheioeBarbaraabbiamoavutounastoria100annifa,quandoeravamoancorain

California,eBillnonhamaisuperatolacosa.) Le confesso (di nuovo) che chiederle quello che sto per chiederle mi imbarazza un po’. È che quando la ragazza dall’accento russo si è alzata nel pieno della riunione con tutto quel fuoco inviso–nonchesapesse,esattamente,dicosastesseparlando–misonoall’improvvisoreso conto che mi sarebbe piaciuto conoscerla. Il problema è che Barbara, ora che l’ha lasciata libera, si rifiuta di avvicinarla. Così ho pensato che magari lei sarebbe stata disponibile ad aiutarmi.(Hounapassionepericapellirossi.)

Cordialmente,

dott.SchuylerHartstein

direttoreededitore

di“Shekhina”

15dicembre

GentileMrHartstein, grazieperlasualettera.MiacuginaèritornatainUnioneSovietica.Haperòlasciatoincima allavaschettadelgabinettounaseriedicosmetici.Nessunodiquesticosmeticihaqualcosadi particolare o è degno di nota. Ma di recente ho trovato, nascosta sotto il suo letto, una

bottigliettamezzausataditintapericapelli.

Cordialisaluti,

avv.RuthPuttermesser

Da Tel Aviv (nella traduzione inevitabilmente maldestra di Puttermesserdaltedesco):

HotelRoyale

23giugno

LiebeRuth! comepuoivedere,acausadellapressionedellecircostanze,sonoemigrataindasLand,wodie Zitronen blüh’n (Goethe). Sono qui da soli due giorni. Lidia adesso vive a Sachalin. D’estate non è una sofferenza stare lì. È incinta di sei mesi e lei e Volodja (che è il suo ragazzo dall’anno scorso) si sposeranno molto presto. Lui si sta dando da fare per mettere in piedi un’attivitàconaltriambiziosigiovani.Tuprobabilmentenonsai,perchéfinoadoralacosaè stata mantenuta il più possibile segreta, che alcuni contadini di Sachalin hanno dissotterrato un certo numero di zanne di mammut del Paleolitico. L’idea di Volodja è comprare le zanne dai contadini e rivenderle in Occidente. Lui e i suoi colleghi ci sono dentro fin dall’inizio, quindi l’investimento non sarà grosso. Mi hanno detto che le zanne sono molto belle e che sembranolegnofossile.Lidiahaqualchedubbiosullaloroautenticità,maconoscilamiaLidia:

è una tale scettica! Ciò nonostante, sta mettendo tutti i soldi che ha guadagnato in America nell’attività. Anche se le zanne non dovessero essere autentiche, è convinta che possano facilmente essere spacciate per tali ai potenziali collezionisti, perché il valore non è dato da quellocheunacosaèmadaquellochesembra. Sono contenta che Lidia sia al sicuro a Sachalin, più al sicuro di quanto lo sarebbe stata in America.Mihadettochel’hannoobbligataapartecipareaunapericolosariunionepoliticaa New York, dove tutti i partecipanti avevano coltelli e pistole. Ci sono stati degli spari. Mi dispiacechetunonleabbiarisparmiatoquestospavento.Mihadettoanchecheancoraprima l’hanno fatta andare in un posto lontano, di sera, dove una funzionaria di un’organizzazione sgradevole e forse segreta ha cercato di costringerla a firmare delle carte: una specie di contratto da schiavi, a quanto pare. Sono costernata nell’udire che nel tuo paese succedono similicose,soprattuttochevolinocoltelliepistoleinunariunioneapertaatuttinellasaladi un palazzo, con gente, come mi ha spiegato Lidia, ben vestita. Con alcune donne, anche se nontutte,eleganticomeRaisaGorbačëva! La sera che sono partita, a Mosca, nella strada in cui abitiamo, c’è stata una rivolta. Questo succede perché l’URSS sta crollando. Qualcuno dice che la campana ha già suonato a morto [nell’originale:das Tautengeläut ist schon geklungen]. I ribelli hanno urlato spiacevoli slogan, portavano sgradevoli divise e hanno rotto molti vetri delle finestre, ma non avevano con sé (almeno non palesemente) pistole o coltelli. Ringrazio Dio che Lidia, che non mi ha voluta accompagnare qui, sia per il momento al sicuro nella tranquilla Sachalin. Chissà dove la

porterà, alla fine, il destino. Mi ha confessato che sfortunatamente il bambino non è di Volodjaederacontentadisaperecheavreilasciatol’URSS:avevapauracherivelassiaVolodja laverità.Mihaassicurato,carissimaRuth,chetusaichièilpadreecheèunbravoragazzo. Io, peraltro, ho sempre avuto paura che Lidia si mettesse nei guai con uno degli atleti della squadra.Malasquadraèstatasciolta,perchénoncisonopiùsquadreufficialisovietiche. Tiscriveròancoraquandoavròcominciatoacapirequestoposto.Nelfrattemposcrivimipure aufdeutsch all’indirizzo di cui sopra (è un albergo utilizzato come centro di accoglienza per i nuovi immigrati) e dimmi tutto quello che sai del padre del bambino. Lidia dice che ha un nome tipicamente russo e che per guadagnarsi da vivere vende icone (ma ovviamente sono solodelleriproduzioni).Dovepuòaverscovato,inAmerica,unapersonasimile?

Latuacuginaritrovata

Ženja

PuttermesserinParadiso

Sferruzzaedipana

ordinalaDecana,

fai,disfaerifai

finoachenientesiaveromai.

CanzonedelParadiso,

tradottadall’accadico.

“Profondoèilpozzodelpassato.Odovremmodirlosenzafondo?” Era Thomas Mann: l’incipit di Giuseppe e i suoi fratelli. Un istante prima di morire, Ruth Puttermesser, seduta nella solitudine della sua camera e inondata dalla luce verde della lampada, seduta con il peso di quella potente storia di un magus che le premeva contro le costole, pensava al Paradiso: Profondo è il pozzo del passato. O dovremmo dirlo senzafondo? Nei secondi che precedono la morte può capitare che il pozzo delle costolesiapraequalcunovigettiunsassolinodicristallo.Allorasisente uno sciabordio distante, il trillo di una gocciolina o poco più. Quel presunto sassolino è l’equivalente terrestre di quello che gli astrofisici chiamano buco nero: un sole morto che collassa su se stesso, passando a una densità sempre maggiore, fino a che non diventa più piccolo di un punto al fondo di una frase. Fino a che non diventa meno che infinitesimale. Puttermesserudì(nonavvertì)ilcolposeccoedelettricodelsassolino quando il cristallo squarciò il velo della chiusa alla base del pozzo: o meglio, quando il cristallo attraversò l’impalpabile membrana che segnaval’iniziodell’assenzadifondo.Ealfondodiquell’assenzadifondo

– nell’Eden gli ossimori sono apprezzati quanto le orchidee – c’era PARDES. PARDES è una parola ebraica che si addice a un pensiero così messianico: significa frutteto, giardino, Paradiso. Una parola che senza dubbio deriva, in quell’intreccio di vitigni che sono le civiltà, dal greco

PARADEISOS.

Ma per quanto fosse sola nella sua stanza, inondata dalla luce verde della lampada, con la magistrale opera di Thomas Mann che spingeva contro l’impalcatura dello scheletro, Puttermesser non era ancora morta, mancava un lungo istante, ed era tanto lontana dall’Eden quanto lo era stata al momento della sua nascita. Il termosifone emetteva i suoi familiari sospiri invernali e la lampada verde gettava sul letto, i libri e la scrivania un alone vellutato da caverna. Sotto le mani e gli occhi di Puttermesser,ThomasMannrecitava:

Vi sono percorsi della mente, solchi profondi dai quali, una volta che vi sono dentro, i nostri pensieri non possono più ritrarsi: associazioni d’idee pronte e fisse per consuetudine immemorialenelnostrocervello,incastrateleunenellealtre,comeanellidiunacatena,etali che chi ha detto A non può evitare di dire B, o perlomeno di pensarlo; queste associazioni assomiglianoadanellidiunacatenaancheperchéinesseilcelesteeilterrestresonotalmente interconnessi e intrecciati che, parlando o tacendo, dall’uno si trascorre necessariamente all’altro.

La mente di Puttermesser entrava nelle frasi e le oltrepassava come uno spettro in grado di attraversare i muri. L’onomastica ed esegetica Puttermesser!Sucosariflettevanelnanosecondodivitacheancoraleera concesso? Pensava al Paradiso, certo, ma (poiché il celeste e il terrestre sonotalmenteinterconnessi)pensavaancheacomeogninomeavesseun destino, a come i nomi guidassero chi li portava o li contemplava. Wordsworth,peresempio,ilpoetachedavaunprecisovalore(worth)alle parole (words). O lo stesso Mann (uomo, umanità), che cercava nella preistoria israelitica l’origine del carattere umano. O uno dei due Eliot che tira le redini dell’altro: “E l’ebreo si rannicchia al davanzale” (Tom) rimproveratodalvisionarioZiondiDeronda(George).EJames(Giacomo) il giacobita aristocratico, pretendente al trono. La gioia della Molly di Joyce.Bellow(mantice)cherattizzailfuoco.Updike(dike,“arginare”)che

tasta falle. Oates (oat, “avena”) che semina selvaggiamente. L’irato (wroth) Roth. E via discorrendo. Puttermesser: un coltello che poteva tagliaresoloburro. Il celeste e il terrestre sono talmente interconnessi e intrecciati che, parlando o tacendo, dall’uno si trascorre necessariamente all’altro. Senza alcunatransizione?Senzaunintervallo,senzaunoiato,senzaunrespiro? Senzapaura? Puttermesser sta per essere, nell’ordine, assassinata e stuprata. Fu assassinata prima di essere stuprata. L’intruso – nell’ordine, l’assassino, lo stupratore – si infilò di soppiatto, furtivamente, strisciando nella camera da letto passando dalla finestra leggermente sollevata alle spalle della sedia su cui Puttermesser leggeva. Il vetro della finestra era sollevato perché, sebbene fosse febbraio, l’appartamento – come molte dellecasediNewYork–eraafoso.Iltermosifoneeraunafisarmonicadi fuococheeruttavaunclimaequatoriale. Puttermesser udì una sorta di calcio o di colpo: l’intruso era atterrato sul termosifone. Le suole in gomma delle scarpe da ginnastica rilasciavanounodoredibruciato. Puttermesser a quel punto lo vide. Vide il coltello: una lunga lama a scatto, lontana nell’intento da un coltello da burro quanto Tom da George.“SonoFrank,”dissel’uomo.Stranochedicessecomesichiamava! Oforse,aprescinderedalleazionichesistannopercompiere,nonènelle aspirazioniumanerimanereanonimi.“Sonoio,Frankie,”ripetél’uomo.E poi,inuntonofamiliaredafilm,“Fa’quellochetidicooseimorta.” Così, negli ultimi secondi che le rimanevano, Puttermesser decise, fra sé e sé, di chiamarlo Candido: in onore della sua franchezza, del suo candore. Il volto non glielo vide: era nascosto da quello che a lei sembrava un passamontagna. Non che ne avesse mai visto uno: quando mai l’esegetica, onomastica, cittadina Puttermesser, ora vicina ai biblici settanta (che non avrebbe raggiunto), aveva scalato una montagna magica incappucciata dalla neve? Era tutta conoscenza acquisita dai giornali: chi è che non ha letto di rapinatori con il volto coperto da un