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Introduzione

«La nostra intera eredità culturale è il prodotto del contributo di tutti i popoli. Qualcosa che
possiamo comprendere al meglio quando ci rendiamo conto di quanto più povera sarebbe la
nostra cultura se i maldefiniti popoli inferiori sottomessi dalla Germania, come per esempio gli
Ebrei, non avessero avuto il permesso di creare la Bibbia o di far nascere un Einstein, uno
Spinoza; se ai Polacchi non fosse stata data la possibilità di donare al Mondo un Copernico,
uno Chopin, un Curie; ai Cechi un Huss, un Dvorak; ai Greci un Platone e un Socrate; ai
Russi, un Tolstoj ed un Shostakovich».1

L'11 dicembre 1946, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite riconosce il crimine
di genocidio con la risoluzione 96 come «Una negazione del diritto alla vita di
gruppi umani, gruppi razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in
tutto o in parte».
Il 9 dicembre 1948, fu adottata la Convenzione per la prevenzione e la repressione
del delitto di genocidio che, all'articolo II, definisce il genocidio come:
«Uno dei seguenti atti effettuato con l'intento di distruggere, totalmente o in
parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso:
• Uccidere membri del gruppo;
• Causare seri danni fisici o mentali a membri del gruppo;
• Influenzare deliberatamente le condizioni di vita del gruppo con lo scopo di
portare alla sua distruzione fisica totale o parziale;
• Imporre misure tese a prevenire le nascite all'interno del gruppo;
• Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro gruppo».
Questo crimine è imprescrittibile, non può essere cancellato e quindi non è possibile
relegarlo nel passato, tuttavia non è difficile rendersi conto del fatto che ancora oggi
i diritti umani, al di là della loro solenne e ripetuta proclamazione, vengono spesso
violati.
Il genocidio degli armeni, consumatosi durante il primo conflitto mondiale ancora
oggi, a quasi un secolo da quei tragici avvenimenti, necessita di verità e giustizia.
In questo lavoro cercheremo di partire dal principio, individuando le origini di
questo popolo millenario, le sua profonda religiosità e le sue radicate tradizioni,
1
R. Lemkin, Genocide, A Modern Crime against Humanity, The Lawbook Exchange, Ltd,
Clark, New Jersey, 2005.

1
grazie alle quali nonostante secoli d’ invasioni e domino straniero, non hanno
impedito loro mantenere forte il legame con la propria comunità.

Ci soffermeremo poi sui tragici eventi del 1915 cercando in particolare di


individuare le diverse tesi sulle quali tutt’oggi si discute, il diritto di riconoscimento
richiesto dagli armeni e la negazione sostenuta dai turchi.

Tutto questo dibattito si inserisce però in una complesso scenario internazionale:


dopo la dissoluzione dell’Urss e la ritrovata indipendenza delle Repubbliche tran
caucasiche, il conflitto del Nagorno-Karabakh, che dal 1988 vede contrapposte
Azerbaigian e Armenia, si è sommato prepotentemente alla questione del genocidio,
coinvolgendo nella mediazione una molteplicità di nuovi attori internazionali.

Infine cercheremo di capire quali prospettive future i due paesi maggiormente


coinvolti, Turchia e Armenia siano intenzionati o meno a percorrere per contribuire
insieme alla crescita morale dell’umanità intera.

2
CAPITOLO I
UNA STORIA MILLENARIA:
DALLE ORIGINI AL GENOCIDIO

Difficilmente per l’Armenia si possono tracciare confini naturali precisi o frontiere


stabili o durature nel corso della storia, eppure gli armeni, schiacciati e spesso
dominati dagli imperi limitrofi, hanno saputo costituirsi e mantenere un’identità
culturale sopravvissuta fino ad oggi. Questa è la principale motivazione che mi ha
portato a ritenere imprescindibile fare una breve introduzione sull’origine lontana di
questo popolo, nonostante la mia trattazione riguardi principalmente la genesi, la
negazione e il riconoscimento del genocidio, argomento tutt’oggi assai controverso,
reso ancora più complicato dalla difficile situazione internazionale delineatasi negli
ultimi due decenni.

1.1 - I primi insediamenti e la conquista romana


Oggi l'Armenia è un piccolo stato, situato tra l'altopiano anatolico e quello iranico,
in «….uno dei più problematici laboratori di culture del nostro Mediterraneo»2, ma
la sua storia vanta una tradizione millenaria risalente al secondo millennio a.C. con
la nascita dell'Impero ittita e i primi nuclei di proto-armeni (Regno di Urartu).
L'Armenia rappresenta sin dagli albori un punto d'incrocio tra le più importanti vie
di comunicazione tra Oriente e Occidente, suscitando l'interesse delle maggiori
potenze economiche e militari, persiani e bizantini nell'antichità, cui succedono altri
due imperi, ottomano e zarista.3
Le prime fonti sicure attestanti la presenza armena risalgono al VI secolo a.C., la
più antica é l'iscrizione di Dario il Grande a Behistun nel 518 a.C.; anche gli ellenici
Erodoto e Senofonte fanno menzione di questa popolazione chiamandola Armenoy.
Grazie a Mosè di Corene, unico storiografo della preistoria armena, sono pervenuti
sino a noi le leggende concernenti i miti di fondazione: gli armeni chiamano se
stessi Hay, (Hayk' al plurale), nome dell'eroe che dopo aver sconfitto il gigante

2
A. Carile, Il Caucaso: cerniera tra culture del Mediterraneo e la Persia (sec. IV- XI) cit.
in A. Ferrari, L’Ararat e la gru: studi sulla storia e la cultura degli armeni, Milano,
Mimesis, 2008.
3
A. Rosselli, L’olocausto armeno, Chieti, Solfanelli, 2006.
3
babilonese Bel, si stanzia nel territorio sul quale si sviluppa la civiltà armena;
un'altra leggenda è quella di Semiramide, regina assira che s’innamora del
condottiero armeno e nemico Ara il Bello, che catturato in guerra non sopravvive; la
regina, straziata dal dolore lo espone sul tetto del suo palazzo per farlo risanare
inutilmente dagli aralez, animali fantastici mezzi cani e mezzi uccelli.
Altre fonti precristiane sostengono che il nome derivi da nairì, terra dei fiumi, il
nome con cui gli ellenici chiamano questa regione; invece secondo la tradizione
biblica dell'Antico Testamento, l'Armenia, detta anche Hayastan, terra di Hayk,
nipote di Noè, è il luogo del giardino dell'Eden e del Monte Ararat, su cui si sarebbe
posata l'Arca di Noè dopo il diluvio. I miti e le leggende sull'origine di questa terra
sono molteplici, come molteplici sono le vicissitudini che l'hanno attraversata.
Prima di percorrere i principali avvenimenti che caratterizzano la storia armena, è
necessario precisare che l'Armenia cui ci riferiamo fino alla costituzione del Regno
di Cilicia (XI sec.d.C.) é quella storica, costituita da quindici regioni corrispondenti
oggi all'attuale Repubblica Armena e all'Anatolia orientale, in Turchia. Nel periodo
pre-cristiano si succedono varie occupazioni, dopo il Regno di Urartu (XIII a.C.)
che unifica le diverse tribù del territorio, gli armeni si attestano come tributari
dell’Impero persiano Achemenide, vengono successivamente a contatto con il
mondo greco - ellenistico e conoscono una parentesi d'indipendenza sotto il re
Tigrane il Grande (90-55 a.C.). Nel I secolo d.C. regna la dinastia più illustre della
storia armena antica: quella degli Arsacidi, sotto la quale con la Pace di Rhandeia
(63a.C.) si sancisce il protettorato di Roma sull'Armenia; ma la conquista romana è
breve poiché il Regno d'Armenia è conteso tra Roma e l'Impero partico, tribù
nomade scitico - iranica stanziata nell'attuale Iran settentrionale. La sorte è alterna
per entrambi i contendenti, il Regno Armeno passa più volte da Roma, sotto Traiano
e Diocleziano, ai Parti grazie a Vologase IV. Nel 384 infine il regno d'Armenia viene
diviso in due regioni: quella occidentale Armenia minor, sotto l'Impero romano
d'Oriente e quella orientale sotto l'Impero persiano, sostituitosi ai Parti, che nella
prima metà del 400 vi instaura la propria dinastia.4

1.2 - La conversione e l’invenzione dell’alfabeto

4
U. Uluhogian, Gli armeni, Bologna, Il Mulino, 2009.
4
Elementi imprescindibili della cultura armena sono la conversione al cristianesimo e
l’invenzione dell’alfabeto tramite i quali gli armeni forgiano e mantengono
un’identità culturale molto ben delineata, che costituisce un elemento di continuità
sopravvissuto, nonostante le numerose traversie, fino ad oggi.
Due sono le vie tramite le quali l’Armenia diviene il primo stato ad accogliere il
cristianesimo come religione ufficiale nel 301: quella siriaca del I e II secolo, grazie
agli apostoli Taddeo e Bartolomeo che fondano le prime comunità e quella greca
con l’opera di Gregorio, che secondo la tradizione, dopo tredici anni di detenzione e
persecuzioni, riesce a “sanare” il re Tiridate, estraniato dal mondo a causa
dell’uccisione della sua amata. La conversione ufficiale fatta dal re accelera il
processo di cristianizzazione avviatosi in periodo apostolico. La successiva
creazione di un alfabeto armeno, da parte del monaco Mesrop Mashtots negli anni
tra il 392 e il 406, permette oltre che la traduzione della Bibbia, la fissazione per
iscritto di tutte quelle tradizioni orali costitutive della storia armena.
Il V secolo si caratterizza così come periodo di rinascita culturale ed è inoltre
testimone di un altro importante evento per la storia armena, la battaglia di Avarayr
(451) contro i persiani e l’imposizione dello zoroastrismo; militarmente è una
disfatta ma porta ugualmente i suoi frutti, perché nel 485 il re di Persia riconosce
agli armeni la libertà di culto. La risonanza di questa battaglia è tale che, ancora
oggi, viene ricordata come “guerra per la fede e la patria”.
La chiesa armena, definita apostolica e gregoriana, mantiene sempre rapporti molto
stretti con Roma, nonostante le divergenze che tuttora permangono rispetto alle due
nature nella persona del Cristo5 e al primato del papa riconosciuto per onore, ma
non per giurisdizione. Il Catholicos, patriarca della chiesa armena, risiede a
Etchmiadzin, luogo dove Gregorio l’Illuminatore eresse la prima cattedrale; questa
sede è stabile dal 1441, alla quale si aggiunsero il “Catholicosato della Grande
Cilicia” con sede ad Antillias in Libano, e i due Patriarcati di Gerusalemme e
Costantinopoli. La conversione «fu una scelta di civiltà che a posteriori si
configura in senso occidentale ed europeo», proprio la scelta cristiana e la sua
tenace difesa nel corso dei secoli in un contesto sempre più ostile segnano infatti in
5
La Chiesa Apostolica Armena non prende parte al Concilio di Calcedonia (451), in cui si
afferma che Cristo è una sola persona in cui convivono due nature, quella umana e quella
divina. La Chiesa armena aderisce invece alla dottrina di Cirillo di Alessandria, che
considera la natura di Cristo come unica, frutto dell'unione di quella umana e divina; viene
denominata “miafisismo”.
5
profondità l’identità di questo popolo, determinandone in larga parte la costante
propensione a rivolgersi più volte, sia culturalmente che fisicamente, verso un
occidente inteso come civiltà cristiana.6

1.3 - L’ultimo regno armeno e la conquista ottomana


Nel corso del VII secolo gli arabi si sostituiscono ai persiani, le principali famiglie
armene trovano un nuovo modus vivendi sancito dal trattato stipulato nel 650 in cui
i principati armeni, pur pagando ingenti imposte, mantengono un certa autonomia e
libertà religiosa. Ad un primo periodo pacifico segue, con l’avvento degli Abassidi
di Baghdad, un periodo di malcontento e di ribellione antiaraba. La rivolta più
violenta è quella del 774-79 capeggiata dalla famiglia Mamikonian.
Tra il IX e X secolo l’intromissione degli arabi nelle vicende armene e l’ambiguità
di Bisanzio, nel tentativo di attirare la chiesa armena alla fede di Calcedonia,
portano ulteriore instabilità. È solo verso la fine del IX secolo, con l’ascesa al trono
dei Bagratuni e la creazione della città di Ani, la nuova capitale, che si apre un
nuovo periodo di stabilità politica e di floridezza economica ed artistica, che dura
fino al 1045, quando il re Ghagik II viene trattenuto forzatamente a Costantinopoli
mentre il Catholicos consegna le chiavi di Ani ai bizantini.
Quasi contemporaneamente, nella regione meridionale del Vaspurakhan emerge la
famiglia degli Arcruni a formare un regno indipendente, il cui primo re è Ghagik
(908-37). Anch’essi devono difendere le loro terre dagli attacchi arabi subendo
l’invasione dei Selgiuchidi, che si riversano in massa in Anatolia (1064). Con la
caduta dei due regni, l’asse della storia si sposta verso occidente, al di fuori dei
confini dell’Armenia storica e sulle coste mediterranee si edifica un nuovo stato, il
Regno Armeno di Cilicia, con un coinvolgimento nella storia europea mai avvenuto
prima. Si viene a creare così la «Piccola Armenia» per distinguerla dalla «Grande
Armenia», quella caucasica. Il Regno di Cilicia, incuneato tra Cappadocia, Siria e
medio Eufrate, fa parte dell’Impero Bizantino e rimane indipendente fino al 1375,
quando la capitale Sis viene conquistata dai Mammelucchi d’Egitto. Da questo
momento in poi gli armeni non hanno più uno stato indipendente fino all’epoca
contemporanea.
L’ascesa dell’Impero ottomano avviene alla metà del 1400, con la conquista da

6
A. Ferrari, L’Ararat e la gru: studi sulla storia e la cultura degli armeni, op. cit.
6
parte del sultano Mehemet II di Costantinopoli, dove gli ottomani governano per
quasi cinque secoli. Per lungo tempo la Persia costituisce la minaccia più seria per
l’Impero ottomano e l’Armenia subisce a fasi alterne il dominio di entrambi gli
imperi: devastazioni, saccheggi e pesanti esazioni fiscali caratterizzano questo
periodo. Per mano dello Shah Abbas, gli abitanti dell’Armenia meridionale
subiscono la prima grande deportazione forzata fino alla capitale Isfahan (1604)
dove fondano la Nuova Giulfa.
Le guerre turco-persiane si concludono con il trattato del 1639, che sancisce la
divisione tra Armenia “orientale”, in Transcaucasia, facente parte dell’Impero
persiano e l’Anatolia orientale fino a Kars, appartenente all’Impero ottomano;
questi confini rimangono tali fino al primo conflitto mondiale, nonostante la
sostituzione dell’Impero zarista a quello persiano avvenuta nell’Ottocento.

1.4 - Gli armeni nell’Impero ottomano


Gli armeni, sudditi dell’Impero ottomano, si integrano bene fino al XIX secolo; la
maggior parte risiede nelle provincie orientali dell’impero occupandosi di
agricoltura, mentre nelle grandi città come Costantinopoli e Smirne la comunità
armena è formata da ricchi commercianti, orafi, banchieri e costruttori, molti dei
quali hanno studiato in Europa: ciò permette loro di ricoprire ruoli importanti
all’interno dell’amministrazione della Sublime Porta. A partire dal 1462, il Patriarca
armeno di Costantinopoli gestisce gli affari interni religiosi e civili dei suoi
connazionali che formavano il millet7. La nazione armena, benché priva di peso
politico, viene tutelata nella sua identità in cambio di un sistema di tassazione molto
oneroso.
Il millet nei primi decenni dell’Ottocento si merita il titolo di Sadyk8, nazione
fedele, grazie all’appoggio dato al sultano Mahmud nel tentativo di
modernizzazione dell’impero in profonda crisi. Le prime frizioni si hanno alla metà
dell’Ottocento, quando l’aumento del malcontento armeno causato dall’insofferenza
7
Il millet è l’insieme dei sudditi ottomani cui si applica un sistema giuridico diverso da
quello dominante musulmano, un sistema separato a base quasi esclusivamente religiosa,
limitato agli ambiti del diritto familiare, ereditario, commerciale. E’ anche un sistema di
solidarietà per lo svolgimento di funzioni quali l’istruzione (elementare con forte impronta
religiosa) e la carità. Si basa su un’idea di governo indiretto e di responsabilità collettiva:
definendo così uno status. Tale comunità religiosa era integrata solo negli strati superiori
della gerarchia ecclesiastica, che è percepita dai fedeli come una struttura ottomana.
8
A. Ferrari, op.cit.
7
crescente nei confronti delle discriminazioni sociali, si associa agli ideali di
democrazia e libertà che gli intellettuali mutuano dai movimenti nazionalisti
europei. L’origine del nazionalismo armeno, secondo molti, va ricercata nella
diaspora, in luoghi molto lontani come Madras o Venezia, dove i monaci
mechitaristi hanno come missione quella di risvegliare negli armeni la
consapevolezza di essere gli eredi di un patrimonio culturale e spirituale da
divulgare in tutta Europa. Nell’Impero ottomano le difficoltà aumentano, la
coesistenza diviene sempre più difficile, la decadenza favorisce la diffusione
dell’idea di coscienza nazionale moderna, legata non solo a fattori religiosi ma
anche linguistici e territoriali fra le diverse minoranze. La situazione degli armeni è
ancor più difficile perché le loro comunità, disperse in tutto l’impero, ne
rappresentano il cuore, senza il quale non sarebbe sopravvissuto.
E solo a fine Ottocento che all’interno del millet armeno si fa strada il processo di
nazionalizzazione, contemporaneo a quelli iniziati nei Balcani. Questo percorso
subisce l’influsso della vicina Russia da cui mutua spesso un’ideologia di tipo
populista e rivoluzionario.

1.5 - La Russia di Pietro il Grande e le guerre turco-russe


Con la fine dei regni nazionali nella madrepatria, la maggior parte del popolo
armeno è tagliato fuori dall’Europa cristiana e per secoli rimane inserito in un
contesto politico e culturale islamico, al cui interno conosce situazioni assai
diversificate. La comunità di Nuova Giulfa insieme ai Mechitaristi9di Venezia sono
al centro di una rinascita culturale, religiosa ed in particolare contribuiscono al
risveglio della coscienza nazionale armena. Nel 1677 il Catholicos Yakob IV di
Giulfa, durante una riunione segreta con i rappresentanti delle famiglie
aristocratiche armene, decide di agire per liberarsi dalla dominazione mussulmana.
Due sono le delegazioni inviate, una presso il papato, la Francia e la Germania da
cui non ottengono nessun aiuto militare, l’altra presso la nascente potenza russa di
Pietro il Grande, che, per la prima volta dimostra interesse per la situazione
caucasica, iniziando la discesa nel 1722 verso il Mar Caspio. Ancora sotto i regni di

9
Mechitar di Sabaste, monaco armeno cattolico, nel 1717 riceve in dono dal Doge di
Venezia l’isola di San Lazzaro dove fonda il suo ordine. Questi monaci si dedicano alla
diffusione di un umanesimo cristiano e della cultura armena in Europa. Grazie all’opera di
Mechitar viene fondato il patriarcato cattolico, oggi ad Antillias, in Libano.
8
Caterina II e Nicola I la Russia, sollecitata nuovamente da armeni e georgiani
contro il dominio mussulmano, conquista la Georgia (1801) e l’Armenia (1828) a
spese della Persia. Gli armeni accolgono i russi con entusiasmo soprattutto perché
cristiani, ma molte delle loro speranze sono disattese dalle restrizioni imposte alla
chiesa, espressione della loro identità. Nonostante ciò, la borghesia armena si
inserisce bene nella società russa raggiungendo posizioni di prestigio, trasferendosi
nelle città di Mosca, Baku, Rostov, e Tflis.
Quando Russia ed Impero ottomano si ritrovano confinanti, cominciano tra loro una
serie di conflitti, di cui le conseguenze più gravi sono patite dagli armeni: la loro
eccessiva fiducia nell’Europa non tiene conto che all’interno della «questione
d’oriente», ossia del problema collegato al destino di un Impero ottomano ormai in
irreversibile declino sulla cui spartizione non c’é accordo tra le potenze, essi non
rappresentano che uno dei tanti fattori, non certo il più importante. Con il trattato di
Andrianopoli del 1829, le potenze europee fermano l’avanzata russa in Turchia,
imponendo la restituzione delle terre conquistate in Anatolia all’Impero ottomano, e
cosi migliaia di armeni seguono come profughi i russi in Transcaucasia.
L’ostilità di Francia e Gran Bretagna, preoccupate della salvaguardia dei loro
interessi economici e la politica espansionistica della Russia, interessata al controllo
degli stretti, ai danni dell’Impero ottomano, si rivelano deleterie per la causa
armena. Intervenendo nella guerra di Crimea (1853-56), Francia e Gran Bretagna si
alleano con la Sublime Porta, i russi sconfitti devono smilitarizzare il Mar Nero,
cedere i territori balcanici precedentemente conquistati e rinunciare alla pretesa di
un protettorato sui cristiani dell’Impero ottomano.10 Altri conflitti indipendentisti si
concludono nel 1877 con la Pace di Santo Stefano, che oltre a sancire la completa
indipendenza per Bulgaria, Serbia, Montenegro e Romania, l’autonomia della
Bosnia, stabilisce l’ottenimento per la Russia di Bessarabia e Anatolia orientale; con
l’articolo 16 si stabiliscono delle riforme amministrative per garantire la sicurezza
degli armeni contro gli abusi di Curdi e Circassi, sotto il controllo delle truppe russe
occupanti11. Nel Congresso di Berlino dell’anno seguente, voluto in particolare per
ridimensionare le conquiste russe, per la prima volta la questione armena diviene
un affare internazionale, ma l’articolo 61 stravolge completamente l’articolo 16 del

P. Hopkirk, The Great Game. On Secret service in High Asia, London, Murray, 1990.
10

N. Dadrian, The Histoty of the Armenian Genocide. Ethnic Conflict from the Balkans to
11

Anatolia to the Caucasus, Providence (R.I.), Berghahn Books, 1995.


9
trattato di Santo Stefano, non si parla più di autonomia amministrativa, ma di mere
riforme adeguate ai bisogni locali, non più sotto la supervisione russa che accetta il
ritiro delle truppe, ma sotto la responsabilità ottomana. Inoltre si dichiara che le
potenze straniere ne avrebbero controllato l’effettiva realizzazione. L’esito non solo
è deludente per la delegazione armena che vi partecipa, ma desta
contemporaneamente i sospetti del sultano Abdülhamid II12.

1.6 - La questione armena e l’Impero ottomano


Con il Congresso di Berlino i grandi d’Occidente pensano di aver risolto la
«questione orientale», ma all’interno di questa emerge una «questione armena», un
intreccio di pesanti influenze ed interferenze esterne e di rilevanti modificazioni
interne accompagna ed enfatizza e fa esplodere i rapporti tra la comunità armena e
le autorità turche. L’Armenia è all’inizio dell’Ottocento un vasto territorio, abitato
tradizionalmente da popolazioni armene, diviso tra gli Imperi turco, russo e
persiano. In Anatolia è andato avanti un processo di islamizzazione e turchizzazione
favorito dal regime fondiario ottomano. Gli armeni sono circa tre milioni, per il
novanta per cento contadini, legati ai tre pilastri della cultura armena: la famiglia
patriarcale, la Chiesa e il villaggio. Una minoranza urbana di mercanti, artigiani,
finanzieri vive nelle grandi città e nella capitale. È questa élite cittadina, che collega
le rotte commerciali tra Europa ed estremo oriente, all’origine del rinnovamento
nazionale di tipo economico, ma anche politico e culturale, legato agli eventi
dell’epoca.
La spinta zarista, iniziata da Pietro il Grande, verso i Balcani e il Caucaso, ha
conseguenze gravi per gli armeni: i russi cercano di attrarre le popolazioni al
confine e dentro le province annesse, ricacciando i musulmani verso il cuore
anatolico. Così facendo modificano ancora di più la geografia etnica dell’Anatolia
orientale e i rapporti tra i gruppi etnico - religiosi e la loro percezione reciproca, in
una fase storica in cui il modello dello Stato-nazione diventa sempre più forte. Per
far fronte a questa situazione gli ottomani sentono la necessità di apportare dei
cambiamenti, dando vita a un periodo di riforme, spesso solo accennate e mai
portate a compimento.

12
M. Flores, Il genocidio degli armeni, Bologna, Il Mulino, 2006.
10
Le riforme incoraggiano l'«ottomanismo» (nasce come movimento organizzato nel
1865), sforzandosi di integrare i non-musulmani e i non-turchi nella società
ottomana, tutelando i loro diritti mediante l'applicazione del principio europeo di
uguaglianza davanti alla legge.
Il periodo di riorganizzazione dell'Impero ottomano, che inizia nel 1839 e termina
nel 1876, è il Tanzîmât13, i cui principali caratteri sono la modernizzazione
dell’esercito e dell’amministrazione statale, del fisco e dell’educazione, la
centralizzazione dello stato unita a maggior potere delle province per spezzare
l’autonomia dei feudatari, il miglioramento della rete di comunicazione, l’inizio
dell’ industrializzazione e una maggiore autonomia interna ai millet, le comunità
etnoreligiose che raggruppano i non musulmani. Nel 1863 viene introdotto un
nuovo statuto del millet armeno, poi chiamato Costituzione nazionale, che prevede
un funzionamento più democratico della comunità, con un’assemblea nazionale
eletta che limita i poteri del patriarca di Costantinopoli.
Dagli anni Sessanta aumentano le petizioni di villaggi e le richieste del Patriarcato
armeno contro la crescente spoliazione delle terre, una maggiore fiscalità,
un’accresciuta insicurezza nelle province. Le prime rivolte di tipo fiscale a ovest
avvengono a Zeytun nel 1862, a est di Erzurum e a Van, vicino alla frontiera russa.
Nel 1861 il Libano ottiene, grazie all’intervento militare di Napoleone III a difesa
dei maroniti attaccati dai drusi, un’autonomia sotto un governatore cristiano e con la
garanzia della protezione francese: è questo il modello cui si ispirano molti armeni.
Dopo il Libano è l’esempio bulgaro a influenzare la concezione del movimento di
liberazione armeno, ed anche in questo caso, a partire da una sollevazione contro le
tasse che i cristiani della Bosnia-Erzegovina, del Montenegro e della Bulgaria,
puntano all’indipendenza con l’aiuto e l’intervento di serbi e russi. Con la pace di
Santo Stefano si stabilisce la necessità di riforme amministrative sotto il controllo
della potenza russa occupante per garantire la sicurezza degli armeni delle province
orientali, ma la Russia accetta di retrocedere dai territori occupati prima che le
misure a favore degli armeni siano applicate. Abdülhamid II succede ad Abdülaziz e
a suo fratello Murad V, e in piena crisi balcanica, promulga una costituzione
13
«Nel 1839 la carta di Gülhané promuove il rispetto di libertà individuali e uguaglianza
per musulmani e non musulmani; è l’idea di una nuova identità ottomana, che viene
ribadita con la carta di Hümayûn nel 1856: anche questa viene concessa in un momento di
crisi (ora la Crimea, prima la rivolta egiziana di Mehmet Ali) per cercare di migliorare i
rapporti con inglesi e francesi». M. Flores, Il genocidio degli armeni, op. cit., p. 25.
11
sperando di bloccare le richieste occidentali di uno statuto particolare per le
province balcaniche e di uguali diritti per i non musulmani. Con Abdülhamid II, che
regna dal 1876 al 1909, crescono nel governo l’autoritarismo, la personalizzazione,
la burocrazia: l’obiettivo del sultano è di evitare ogni conflitto o provocazione con
la Russia e di cercare di trovare nuove alleanze tra le potenze emergenti, soprattutto
la Germania e il Giappone e, dopo il Congresso di Berlino, dove vengono
riaffermati i principi di integrità territoriale e di non intervento negli affari interni
ottomani, la Germania stessa si pone come riferimento europeo per l’Impero
ottomano. Abdülhamid II cerca di ottenere la fedeltà dei musulmani non turchi
(curdi, circassi, beduini, ceceni, albanesi), favorendone l’ascesa dentro l’impero e
nell’apparato militare, dirottando all’occorrenza la loro aggressività contro i
cristiani. Gli Armeni sono delusi dalle mancate riforme e all’interno della comunità
crescono gruppi, all’inizio società segrete14 estremamente minoritarie, che
successivamente si radicalizzano. I nuovi partiti nascono nel momento in cui in tutta
l’Europa sorgono movimenti e organizzazioni analoghe. Le funzioni che lo Stato
non sembra più in grado di assicurare – la sicurezza della popolazione e
l’amministrazione della giustizia – vengono assunte spesso direttamente dai partiti,
che insistono su questo proprio per far crescere una coscienza nazionale della
popolazione armena.
Le agitazioni armene si estendono ma non sembrano ancora pericolose, anche se
segnalano una crescente divisione all’interno della comunità ed una radicalizzazione
dello scontro con lo Stato ottomano. Nel 1894 viene sospesa la Costituzione
nazionale e la stessa assemblea del millet, arrestati vescovi e notabili, accentuando
la tensione dentro la comunità armena. Scoppia infine il conflitto di Sasun: tre
villaggi armeni rifiutano di pagare le tasse per la seconda volta, vi sono degli scontri
e le autorità parlano di insurrezione. La quarta armata di Zeki Paşa, con l’appoggio
della cavalleria hamidiana15 compie tra le montagne un’opera di «pacificazione»
che si conclude con migliaia di morti: è il modello destinato a ripetersi nei mesi
successivi in ogni vilayet armeno. L’opinione pubblica europea induce il governo
ottomano a creare una commissione di inchiesta che verrà istituita sugli «atti
14
Nel 1872 l’Unione per la salvezza, nel 1878 la Società della croce nera, nel 1881 i
Protettori della patria.
15
Reggimenti irregolari di cavalleria che portano il nome del sultano, creati sulla falsariga
dei cosacchi russi, composti prevalentemente da curdi, destinati a guardia personale del
sultano o a difesa delle frontiere con la Russia.
12
criminali dei briganti armeni», suscitando la protesta dell’opinione pubblica
europea. La protesta armena si estende allora alle province orientali.

1.6.1 - Le persecuzioni hamidiane


In una continua alternanza tra proggetti di riforma suggeriti e mai portati a termine,
come il Tanzîmât del 1839, l’idea di una nuova identità ottomana del 1856,
l’introduzione di uno statuto che prevedeva un funzionamento più democratico del
millet armeno del 1865 e per ultimo la costituzione concessa nel 1876 presto
sospesa, cresceva e si inaspriva il malcontento delle popolazioni cristiane. Il
«grande malato» d’Europa, appunto, non ha la forza di riformarsi dall’interno,
oppresso da problemi vitali come l’irredentismo dei Balcani, che porta
all’indipendenza di Grecia, Serbia, Bulgaria e dalle ingerenze delle potenze
europee.
Negli anni successivi il sultano Abdülhamid II, nella convinzione che le riforme
promesse avrebbero favorito le richieste di indipendenza già ottenute dai paesi
balcanici, si fa promotore di una politica panislamica di cui gli armeni diventano il
principale bersaglio. Il peggioramento delle condizioni di vita degli armeni in
Anatolia provoca la nascita di diverse società segrete, che poi diventano veri e
propri partiti politici: Armenakan, di orientamento liberal-nazionale, Hntchak
d’ispirazione marxista e Dashnaksutiun che fonde nazionalismo e socialismo16. Il
comune orientamento rivoluzionario non consente loro di aver grande seguito e
sostegno, né dal clero e né dalla borghesia mercantile, che preferiscono aspettare
l’intervento, mai concretizzatosi, delle potenze europee per realizzare le sospirate
riforme.
La repressione attuata dal sultano porta gli armeni a manifestazioni di piazza per
reclamare le garanzie tutelate a livello internazionale dal protocollo di Berlino,
mentre i turchi si radunano nelle moschee accusando gli armeni di antislamismo.
Alle rivendicazioni dei militanti armeni Abdülhamid II, servendosi degli hamîdiyé,
truppe irregolari curde, risponde nel 1894-96 con indiscriminati massacri in tutto
l’impero, durante i quali periscono trecentomila armeni, molti dei sopravvissuti
sono islamizzati, le chiese e le scuole armene distrutte. Anche in quest’occasione gli
16
L’Armenakan è fondato a Van nel 1885, il partito Hntchak a Ginevra nel 1887 da studenti
caucasici marxisti, il Dashnaksutiun (Federazione rivoluzionaria armena) a Tbilisi nel
1809, di ispirazione socialista.
13
interessi discordanti delle potenze europee prevalgono e paralizzano ogni
intervento. La Gran Bretagna, la Francia e la Russia chiedono inutilmente
l’interruzione delle persecuzioni, La Germania di Guglielmo II, desiderosa di
portare a termine la costruzione della linea ferroviaria Berlino – Baghdad e favorire
gli scambi commerciali con la Turchia, opta per un atteggiamento più distaccato e
neutrale. La stessa Russia che in passato era stato il principale sostegno degli
armeni, non solo nega il suo appoggio, ma limita i diritti che in precedenza aveva
concesso al suo interno, in nome di un forte processo di centralizzazione.
L’assalto armeno del 1896 alla banca ottomana di Costantinopoli, fornisce l’alibi al
«sultano rosso» per inasprire ulteriormente la repressione terminata nel 1897, anno
in cui tutti i partiti e le associazioni armene vengono smantellate e la questione
armena dichiarata ufficialmente chiusa e risolta.

1.6.2 - La rivoluzione dei Giovani Turchi


Il nazionalismo dei paesi balcanici, che contribuisce al disgregamento dell’Impero
ottomano privandolo di importanti territori, coinvolge, con il nuovo secolo, la stessa
popolazione turca. Come tutti gli emergenti nazionalismi europei, anche quello
turco si fonda su una precisa identità culturale e sull’idea di una razza comune di
antiche origini. La dottrina panturanica, per cui la grande nazione turca non può
limitarsi ai confini anatolici, ma deve estendersi a tutti i popoli del centro Asia
(Turan ),17 esaspera la superiorità etnica turca a discapito di tutti coloro che non
rispondono a questi requisiti.
Queste spinte nazionaliste, inserite in un contesto di profonda crisi dell’impero, si
intrecciano con l’esigenza, non più procrastinabile, di modernizzazione dello stato.
Espressione di queste istanze nazionaliste e politiche, è il Comitato di unione e
progresso (İttihad ve Tekkari)18, dei Giovani Turchi, che nel 1908 ottiene il ripristino
della costituzione del 1876. La scelta costituzionalista è ritenuta da molti studiosi
più strumentale che sostanziale, perché per la detronizzazione del sultano sarebbe
stato necessario unire il maggior numero di oppositori, anche tra le minoranze

17
Turan è il nome mitico della popolazione turca originaria, nell’Asia centrale. Il turanismo
è l’ideologia che si basa sulla convinzione che quando tutti i popoli di lingua turca saranno
uniti in una stessa entità nazionale estesa dall’Asia centrale al Mediterraneo, ritornerà l’età
dell’oro, quella in cui anticamente il Turan dominava su tutta l’Asia. M. Flores, op. cit.
18
Il Comitato di Unione e Progresso era uno dei movimenti politici dei Giovani Turchi.
Fondato nel 1889 presso la Scuola di medicina militare di Istanbul. Ibidem.
14
armene, greche ed ebraiche.
Le prime divergenze all’interno dell’opposizione si evidenziano fin dal primo
congresso, avvenuto a Parigi nel 1902, dove accanto ad una maggioranza
favorevole ad una maggior autonomia degli armeni, già sancita nell’articolo 61 del
trattato di Berlino, coesiste un gruppo ristretto che oppone un netto rifiuto a
qualsiasi concessione per le minoranze, in particolare quella armena, temendo
derive secessioniste.
Ottenuta la costituzione con le sue apparenti garanzie di tolleranza, molti armeni
della diaspora rientrano in Turchia per collaborare alla costruzione del nuovo stato.
Ma è proprio durante il tentativo controrivoluzionario del sultano Abdülhamid II del
1909, che ai Giovani Turchi si presenta l’occasione di prendere in mano le
responsabilità del governo, sostituendo il vecchio sultano, con il più debole
Mehemed V, responsabile del massacro di Adana, in Cilicia.
Con ogni probabilità questo massacro è compiuto dalle forze fedeli al sultano che
sperano in un intervento navale anglofrancese in nome della difesa dei cristiani
d’Oriente, che avrebbe portato al rovesciamento del Comitato unione e progresso
(CUP19). Il regime costituzionale è salvato dal tentativo di restaurazione dal
comandante della terza armata in Macedonia, all’interno della quale molti membri
sono vicini al CUP, tra cui Enver e Mustafa Kemal. I massacri sono il risultato di
diverse tensioni arrivate ad un confronto: i gruppi fondamentalisti contrapposti alla
nuova classe dirigente del Comitato di unione e progresso, l'attività politica armena,
sempre più propositiva e rafforzata dall'illusione che la costituzione avrebbe portato
dei cambiamenti reali, si scontrano con l'ostilità locale in Cilicia, dove una rivolta
fondamentalista contro le forze unioniste si trasforma in un attacco, sostenuto da

19
Nell'aprile del 1912 i Giovani Turchi (ufficialmente con il nome di Comitato per l'unione
e il progresso, o C.U.P.) vincono le elezioni; la perdita della Libia nella guerra con l'Italia,
erode il sostegno popolare, tanto che il partito deve allearsi ad una coalizione politica
minore, chiamata Unione Liberale. Con un colpo di mano il 23 gennaio del 1913 il C.U.P.
elimina l'Unione Liberale e introduce una dittatura militare, capeggiata dal gruppo dei “Tre
Pascià”, un triumvirato dittatoriale, che guida l'impero ottomano fra il 1913 e la fine della
prima guerra mondiale, composto dal ministro degli interni Mehmed Talât, il ministro della
guerra Ismail Enver (1881–1922) ed il ministro della marina Ahmed Cemal (1872–1922).
Mehmed Talât, uno dei principali sostenitori dell'entrata in guerra al fianco della Germania,
contribuisce all'organizzazione del genocidio armeno, venendo perciò poi condannato dal
tribunale del sultano alla fine del conflitto insieme agli altri due componenti del
triumvirato. La rivoluzione di Ataturk, ne permette la liberazione, ma durante un viaggio a
Berlino viene assassinato per vendetta da Soghomon Tehlirian, un armeno sopravvissuto al
genocidio. Gli armeni lo definiscono l' Hitler turco.
15
truppe regolari, alla popolazione armena.20
Anche in questa occasione, come per i massacri di epoca hamidiana, gli armeni
sono accusati di aver provocato la reazione della popolazione, con il reperimento di
armi e la produzione di materiale di propaganda nazionalista e anche in questo
frangente le potenze europee stanziate nel porto di Adana non intervengono,
limitandosi solo a rimostranze ufficiali.
Con lo scoppio delle guerre balcaniche (1911-12) e la conseguente perdita della
maggior parte dei territori europei dell’impero, il nazionalismo turco si rafforza
secondo le linee del panturanesimo e dell’esaltazione ed omogeneizzazione della
razza turca in contrasto netto ad ogni interferenza delle potenze europee, interessate
sempre più a spartirsi i resti del grande impero. È in questo contesto che avviene il
colpo di stato del 1913, in cui l’ala hittihadista più radicale ed intransigente,
emarginando l’ala liberare ed i pochi rappresentati della comunità armena, porta al
potere il triumvirato composto da Talât ministro dell’ Interno, Enver ministro della
Guerra, e Cemal Paşa, ministro della Marina, che guideranno il paese nel corso di
tutta la prima guerra mondiale. Questi sono gli anni in cui il nazionalismo si
radicalizza, diffondendosi soprattutto nell’élite politica e militare. L’elemento
religioso, forse più ancora di quello nazionalistico, riesce a fare da collante per le
ondate di profughi turchi provenienti dalle terre perdute dell’impero.
La perdita delle guerre balcaniche incrementa le misure di turchizzazione forzata e
la fine di ogni istanza pluralistica all’interno del CUP e aumentano le
discriminazioni nei confronti dei non turchi. Nei mesi che precedettero lo scoppio
della grande guerra, l’associazione per la promozione della forza turca si adopera
per rafforzare ulteriormente il consolidamento dell’islamizzazione della nazione,
lanciando contemporaneamente un boicottaggio contro i commercianti cristiani:
greci e armeni. All’interno dell’apparato militare si rafforza l’Organizzazione
Speciale (Teskillat-i Mahasusa) sotto il controllo degli ufficiali dell’esercito, con il
compito di epurare i nemici «interni». Tuttavia, dato l’isolamento diplomatico
dovuto alla recente sconfitta nei Balcani, il governo del CUP firma con la Russia
l’Armenian Reform Agreement, che prevede dei provvedimenti per impedire
ulteriori stanziamenti di rifugiati musulmani nei sei vilayet armeni dell’Anatolia e la
supervisone di due ispettori europei, accordo firmato e mai attuato.
20
D. Bloxham, The Great Game of Genocide: Imperialism, Nationalism, and the
Destruction of the Ottoman Armenians, New York, Oxford University Press, 2005.
16
Con l’avvicinarsi della prima guerra mondiale, la Turchia, nonostante proclamasse
la ferma opposizione ad ogni ingerenza delle potenze straniere nei propri affari
interni, in realtà cerca la potenza più adatta a tutelare i suoi interessi economici e
territoriali: la trova nella Germania che, con la dichiarazione di Guglielmo II a
Damasco del 1898, si proclama difensore delle popolazioni musulmane in
contrapposizione alle altre potenze, in particolare russi e francesi, impegnati nella
difesa delle comunità cristiane dell’Impero ottomano. L’alleanza con la Germania,
sancita il 2 agosto del 1914, è militarmente vantaggiosa per Berlino grazie alla
presenza ottomana nel Bosforo in contrapposizione alle forze alleate anglofrancesi
e russe, ed ancor più proficua per il triunvirato, perché il disinteresse della
Germania nei confronti delle minoranze interne permette loro di occuparsene
liberamente. Tuttavia quest’accordo segreto non impegna la Turchia in una guerra
immediata, dopo l’iniziale dichiarazione di neutralità ed lo spasmodico tentativo di
trovare ulteriori vantaggi diplomatici con le potenze dell’Intesa, nel novembre del
1914 entra definitivamente in guerra affianco degli Imperi centrali21.
É proprio nel contesto della prima guerra mondiale che le dinamiche tra la politica
di turchizzazione attuata dal CUP e il nazionalismo armeno, subiscono una
accelerazione che porta agli eventi drammatici del 1915.
Gli armeni appartenenti alle regioni caucasiche russe, alla richiesta del governo
turco di insorgere contro l’Impero zarista, rispondono con un netto rifiuto,
dichiarando la fedeltà ai rispettivi stati (turco e zarista). Sarà proprio questo rifiuto
e il presunto legame degli armeni ottomani e russi in chiave antiturca a convincere il
CUP a risolvere definitivamente la «questione armena».22

1.6.3 – Il genocidio
Prima di ricostruire il susseguirsi delle dinamiche che portano a quello che solo nel
1944 verrà definito da Lemkim come genocidio «It‘s happens to the
armenians…»23, è importante sottolineare come il contesto della prima guerra

21
U. Trumpener, Germany and the Ottoman Empire, 1914-18, Princeton, Princeton
University Press, 1968.
22
M. Flores, op.cit.
23
The Genocide Word by Raphael Lemkim, www.youtube.it
Raphael Lemkin, giurista polacco di origine ebrea, studioso ed esperto del genocidio
armeno, nello scrivere Axis Ruled in Occupied Germany, opera dedicata all’Europa sotto la
17
definita totale, proprio a causa del coinvolgimento e mobilitazione dell’intera
società civile alle necessità militari, segni una svolta epocale. Tutti gli stati
belligeranti utilizzano il nazionalismo e la propaganda come collante per unire la
nazione nel conseguimento della vittoria; tutto ciò comporta, sia per i regimi più
democratici, ma ancora di più per quelli autocratici, una forte limitazione della
libertà e forme di coercizione, che per le minoranze significa l’inasprimento di
sanguinose persecuzioni. In questo contesto il diverso appare come il nemico, la
cultura dell’odio elimina ogni possibilità di coesistenza, creando le condizioni per
l’annientamento e la soppressione di ciò che viene percepito pericoloso per
l’interesse collettivo della maggioranza.
Le contingenze storiche determinate dalla guerra fanno da cornice anche al
genocidio armeno: dopo la sconfitta di Sarikamish e quella di Kars, a cavallo del
1914-15 a favore dei russi, il sogno della Grande Turchia viene meno e i dirigenti
del CUP accusano gli armeni, tacciandoli di essere la causa prima della sconfitta
perché quinta colonna del nemico russo. La successiva insurrezione di Van è
un’ulteriore conferma alle accuse strumentali del regime ottomano, infatti
l’autodifesa degli armeni assediati è considerata a tutti gli effetti la prova della loro
“ribellione” e rafforza definitivamente la convinzione che la comunità armena vada
eliminata. É difficile datare l’inizio del genocidio, le prime deportazioni risalgono
già al marzo del 1915, coinvolgendo la popolazione di Zeytun, ma la storiografia
non é concorde sul considerarle come repressioni ad hoc o l’inizio del piano
genocidiario24.
A Costantinopoli, il 24 aprile 1915, oggi data di commemorazione del genocidio,
vengono arrestati, deportati all’interno dell’Anatolia e sterminati oltre duemila
esponenti dell’élite culturale armena. Nella città sono presenti gli ambasciatori delle
potenze dell’Intesa, che venuti a conoscenza dei fatti, fanno rapporto ai propri
governi e, su pressione della diplomazia zarista, il 24 maggio pubblicano la
«Dichiarazione Congiunta»25 di condanna dei massacri armeni come un «crimine

dominazione delle forze dell’Asse, conia questo nuovo termine –genocidio- per descrivere
l’Olocausto, facendo anche riferimenti al genocidio armeno.
24
Testi di riferimento per le diverse interpretazioni sono: D. Boxham, The Great Game of
Genocide, op.cit. e N. Dadrian, The History of Armenian genocide, op.cit.
25
Il 24 maggio 1915, non appena si ha notizia dei primi massacri viene diffuso un
comunicato: «Alla luce di questi crimini che la Turchia ha perpetrato contro l’umanità e la
civiltà, le potenze dell’Intesa informano pubblicamente la Sublime Porta che riterranno i
membri del governo ottomano e i loro subordinati coinvolti nel massacro personalmente
18
contro l’umanità» pensando, erroneamente, di riuscire a fermare le violenze. Solo
tre giorni dopo il governo ottomano promulga la «legge temporanea di
deportazione», giustificandola con motivi di sicurezza, seguita il 10 giugno dalla
«legge temporanea di espropriazione e confisca», autorizzando il sequestro dei beni
armeni per custodirli e proteggerli in vista della futura restituzione a guerra
conclusa.
Queste leggi avviano la deportazione che dalla primavera fino all’autunno del 1915
coinvolge tutte le province a maggioranza armena ed ha ovunque le stesse modalità:
gli uomini vengono chiamati in caserma per un controllo, arrestati e fucilati, donne
anziani e bambini vengono raggruppati per intraprendere il lungo esodo verso i
deserti siriaci, scortati dagli hamîdiyé, truppe irregolari formate da criminali comuni
e da una minoranza curda, sotto il controllo diretto dell’Organizzazione Speciale,
braccio operativo del CUP. Anche i soldati armeni in servizio nell’esercito regolare
vengono disarmati e successivamente eliminati. Tra l’aprile e il settembre del 1916
si intensificano i massacri coinvolgendo i campi di concentramento e gli ultimi
villaggi risparmiati fino ad allora, la pulizia etnica si allarga ad altre minoranze non
solo cristiane: assiri, caldei, greci, curdi e gli ebrei della Palestina. Gli ultimi atti
legati al genocidio si intrecciano con gli sviluppi della guerra sul versante russo, che
dopo l’abbandono delle operazioni militari e la rivoluzione bolscevica, con
l’armistizio di Brest-Litovsk del 1917, permette la riconquista da parte turca delle
province precedentemente perdute durante il conflitto, assieme ai territori ceduti alla
Russia nel 1878. Le mire espansionistiche turche in Transcaucasia vengono
sopraffatte dagli interessi delle potenze europee, Talât presenta le proprie
dimissioni l’8 ottobre e il 30 aprile il suo sostituto, Amehd Izzed Paşa, firma
l’armistizio di Mudros. Grazie all’appoggio tedesco, Talât, Enver e Cemal,
responsabili della disfatta militare, raggiungono Berlino lasciando il paese nel caos:
il CUP è sciolto e vaste porzioni di territorio nazionale vengono occupate dalle
potenze vincitrici.

1.6.4 - La nuova Turchia di Mustafa Kemal


Gli anni seguenti sono caratterizzati dalla ricerca di una nuova organizzazione per

responsabili di tale crimine», in cui viene utilizzata per la prima volta l’espressione
«crimini contro l’umanità». T. Akçam, I trattati di Losanna e Sévres: una prospettiva
alternativa, Milano, Guerini e Associati, 2000, pp. 192.
19
ciò che rimane degli imperi ormai estinti. All'inizio del 1919 nasce sulle ceneri del
governatorato russo di Erevan la Repubblica Armena, in cui trovano rifugio molti
dei sopravissuti al genocidio; contemporaneamente il governo turco, guidato
dall’Intesa Liberale di Ferid Paşa, cerca il compromesso migliore per rispondere
alle esigenze politico-militari delle potenze vincitrici. In questo contesto emerge la
figura del generale Mustafa Kemal, deciso a riorganizzare quel che rimane
dell’esercito per limitare le espropriazioni territoriali dovute alla sconfitta, e
contrastare il governo liberale al potere.
Le elezioni che si tengono nel 1920, danno inaspettatamente la vittoria ai
nazionalisti di Kemal, che sfrutta l’occasione per legittimare la propria egemonia
politica. Rimane ancora irrisolta la sistemazione territoriale dell’ex Impero
ottomano, teatro di continui scontri tra gli occupanti europei e i nazionalisti turchi.
Il Trattato di Sévres (1920)26 è la soluzione scelta dai vincitori per porre fine a
questa situazione conflittuale. Quest’accordo sancisce, oltre alla perdita della
Turchia europea, la cessione della Tracia e di Smirne come regione autonoma alla
Grecia e incolpa esplicitamente l'impero delle atrocità commesse nelle guerre
balcaniche contro i prigionieri e la popolazione armena, stabilendo come
riparazione per i massacri subiti la costituzione di un’Armenia indipendente, che
avrebbe compreso i territori sotto il dominio russo, i vilayet orientali e uno sbocco
sul mare. Il trattato viene immediatamente rifiutato dai kemalisti che intraprendono
una guerra contro gli eserciti dell’Intesa ancora presenti nel territorio turco e nel
1920, sotto la guida del generale Kazim Karabekkir, attaccano la Repubblica
armena, la cui esistenza non ha ancora il riconoscimento della Società delle
Nazioni. Durante la riconquista delle città di Kars e Alexandropol, le violenze
contro gli armeni fanno migliaia di vittime e di deportati; quando finalmente il
presidente Wilson, incaricato dal trattato di Sévres di stabilire i confini
dell’Armenia li illustra, è troppo tardi, perché gli armeni, sopraffatti, accettano
26
Il Trattato di Sévres è firmato tra le potenze alleate e l'Impero ottomano il 10 agosto
1920. l'Impero ottomano si ritrova ridotto ad un modesto Stato entro i limiti della penisola
anatolica, privato di tutti i territori arabi, della sovranità sugli stretti del Bosforo e dei
Dardanelli, con pesanti concessioni territoriali a Grecia, Francia, Gran Bretagna, ad un
nuovo Stato armeno, ad un possibile Stato curdo, e la concessione di ulteriori zone di
influenza a Francia, Gran Bretagna e Italia. Il Trattato, mai ratificato dal Parlamento
ottomano, riceve il sostegno del Sultano Mehmed VI, ma viene fortemente osteggiato da
Mustafa Kemal Paşa il quale, vincendo la Guerra d'indipendenza turca, costringe le ex
potenze alleate a un nuovo accordo, il Trattato di Losanna del 1923.
T. Akçam, op.cit, pp. 190-191.
20
l’armistizio che riporta i confini turco-russi a quelli esistenti nel 1878. L’Armenia,
che ormai rappresenta solo un decimo di quella storica, poco dopo dichiara la
sovietizzazione della repubblica e chiede l’aiuto dell’Armata Rossa per difendere i
suoi ormai ridotti confini. Il 16 marzo 1921, con un trattato di amicizia tra kemalisti
e bolscevichi, l’Armenia termina la sua breve storia di stato indipendente.
Con l’abbandono della Cilicia da parte delle truppe francesi, una nuova ondata di
profughi armeni si rifugia in Siria, Egitto, Grecia e Balcani; coloro che rimangono
subiscono successivamente l’espulsione dal governo kemalista.
La guerra greco - turca, da considerarsi l’ultima fase prima della proclamazione
della Repubblica Turca avvenuta nel 1923, sancisce il fallimento della
riorganizzazione dei territori ex-ottomani prevista dal trattato di Sévres. Il ripristino
del controllo turco sull’Anatolia è caratterizzato da cruenti massacri contro i civili,
il cui apice è rappresentato dall’assedio di Smirne. Dopo otto mesi di estenuanti
trattative diplomatiche, si giunge alla firma del Trattato di Losanna27 nel luglio del
1923. Il trattato, annullando quello precedente di Sévres, stabilisce la sovranità della
Turchia sulla Tracia orientale, la regione di Smirne, la Cilicia, il litorale del Ponto,
le province orientali dell’Anatolia, la sovranità degli stretti e la cancellazione del
debito pubblico ottomano. Per quanto riguarda la questione armena, le promesse
fatte dal trattato di Sévres, e mai attuate, scompaiono del tutto, nessuna delegazione
armena prende parte ai negoziati e l’indipendenza armena non è nemmeno
menzionata.
Ancora una volta la realpolitik ha il sopravvento sul diritto di autodeterminazione
dei popoli e sul rispetto delle minoranze:
«La tragedia armena si compì in un’epoca nella quale grandi avvenimenti
mutarono la storia del mondo: la guerra e la rivoluzione russa portarono profondi
cambiamenti, lutti e dolori. L’Armenia si trovò schiacciata da questi avvenimenti e
le potenze furono troppo impegnate a stabilire i loro nuovi equilibri per occuparsi
concretamente dei suoi abitanti, al di là delle dichiarazioni di principio»28

27
Il Trattato di Losanna è firmato il 24 luglio 1923 sancisce i confini tra Grecia, Bulgaria e
Turchia, oltre a determinare la fine di ogni pretesa turca su Cipro, Iraq e Siria. Il trattato
stabilisce l'indipendenza della Repubblica di Turchia. A livello territoriale la Repubblica di
Turchia accetta la perdita di Cipro, viene assegnata all'Impero britannico, di Tripoli, della
Libia e del Dodecaneso, riconosciuti ufficialmente come possedimenti dell'Italia.
28
U. Uluhogian, Gli armeni, op. cit., p. 63.
21
CAPITOLO II

GLI ARMENI E L’ARMENIA


DOPO LA «GRANDE FRATTURA»

2.1 - L’Armenia sovietica

22
É solo dopo la tragedia del genocidio, avvenuta durante la prima guerra mondiale,
che si costituisce una nazione armena indipendente. Una prima repubblica viene a
formarsi dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, durante la quale i russi firmano il
trattato di Brest-Litovsk cedendo ampi territori alla Germania e nel sud le zone di
Kars, Ardham e Batum agli Ottomani. Per ovviare alla difficile situazione della
regione, l’Armenia, l’Azerbaigian e la Georgia si uniscono formando la Repubblica
federativa transcaucasica. Le diverse istanze centrifughe dovute alle differenti
componenti nazionalistiche accentuate anche dall’abile diplomazia turca, portano
alla firma di paci separate. Dopo l’indipendenza della Georgia e dell’Azerbaigian,
anche l’Armenia si vede costretta a firmare separatamente un trattato di pace con la
Turchia, che ne riduce ulteriormente i territori. Il 28 maggio 1918 nasce la prima
repubblica armena indipendente. Questa nuova nazione, costituita in fretta e ancora
debole per le drammatiche vicende appena subite, ha vita breve. La mancanza di
istituzioni politiche forti ed efficienti, incapaci di gestire l’enorme afflusso di
sopravvissuti al genocidio, unita alla disastrosa situazione economica, determinano
l’estrema fragilità della nuova repubblica. Alcune organizzazioni filantropiche
internazionali si adoperano per l’assistenza di migliaia di orfani, organizzando
campi profughi, ospedali ed orfanotrofi. La presenza di queste organizzazioni e i
racconti di alcuni giornalisti29 costituiscono un’importante testimonianza di
denuncia dei piani liquidatori che hanno portato ai massacri e alla deportazione
degli armeni. L’ambasciatore americano in Turchia, Henri Morgenthau30, durante gli
anni del suo incarico, interviene più volte presso il ministro dell’Interno Talât Paşa e
si attiva in prima persona nella ricerca di fondi per la costituzione dell’Armenian
Relief Commitee.
La gravità della situazione interna e i divergenti interessi delle potenze straniere
determinano, dopo soli due anni la dissoluzione di questo fragile stato travolto
dall’avanzata dell’esercito russo.
Il 2 dicembre 1920 è proclamata la «Repubblica Socialista Indipendente di
Armenia», i cui confini decurtati della valle dell’Arasse e del monte Ararat,
comprendono oramai solamente una piccola porzione di territorio in Transcaucasia;

29
P. Kuciukian, Voci nel deserto. Giusti e testimoni per gli armeni, Milano, Guerini e
Associati, 2000.
30
H. Morgenthau, Mémoires de l’ambassadeur Morgenthau: vingt-six mois en Turquie,
Paris, Payot, 1919.
23
i territori anatolici dell’Armenia occidentale, sono definitivamente considerati
territorio turco.
Dopo un iniziale periodo di transizione caratterizza da un «ritorno alle radici
culturali»31 e da un relativo liberalismo economico (NEP), ha inizio la
sovietizzazione forzata della seconda repubblica armena avviata tramite la
nazionalizzazione di banche ed industrie, una forte restrizione al libero mercato e la
collettivizzazione agricola, che provocano una forte resistenza nella popolazione,
afflitta da carestie, epidemie e deportazioni.
Durante il settantennio sovietico, in Armenia è attuata una politica fortemente
antireligiosa, numerosi luoghi di culto vengono chiusi e molti rappresentanti del
clero perseguitati. Anche la lingua è modificata tramite l’adozione dell’alfabeto
cirillico; questa riforma del 1922 è all’origine della frattura che si determina tra gli
armeni della diaspora e quelli appartenenti all’Unione Sovietica, in quanto la
trasformazione del linguaggio, elemento fondamentale dell’identità armena, segna
la separazione dalla comune eredità culturale di tutti gli armeni.
Dopo gli anni delle purghe staliniane (1936-38) e le accuse di nazionalismo, anche
l’Armenia partecipa alla seconda guerra mondiale e nel 1945 Stalin fa pressioni sui
turchi per la restituzione di Kars e Ardahan, senza ottenere alcun risultato.
Il duro conflitto peggiora ulteriormente le condizioni della popolazione e così, per
sopperire a questa situazione, Stalin lancia una campagna di mobilitazione per il
rientro degli armeni della diaspora e la ricostruzione del suolo natio, ma le
differenze e la totale mancanza di libertà sono tali da impedire qualsiasi possibilità
di rinnovamento. Solo con la morte di Stalin e la parziale stagione di riforme
avviata da Chruščev, gli armeni sperimentano una maggior apertura e liberalità,
accompagnata da una forte crescita demografica e rapida urbanizzazione e
industrializzazione. Proprio questa fase di «disgelo» permette nel 1965 la
commemorazione del cinquantesimo anniversario del genocidio, in cui per la prima
volta si chiede giustizia e il riconoscimento dei fatti avvenuti alla Turchia. L’anno
seguente, fondato il Partito Nazionale Unificato, le istanze nazionalistiche
riprendono, ma devono attendere l’arrivo di Gorbačev e l’avvio del nuovo corso
della politica sovietica affinché possano aver voce.

J. Sellier e A. Sellier, Atlante dei popoli. Medio Oriente, Caucaso, Asia centrale, M.
31

Emiliani (a cura di ), Bologna, Il Ponte, 2010.


24
2.2 - L’Armenia come Repubblica indipendente
Dal lontano Regno di Cilicia (1375) sono passati oltre mezzo millennio ed
innumerevoli dominazioni straniere, prima che l’Armenia, nell’ultimo decennio del
XX secolo, possa riconquistare la propria indipendenza. Nel 1991, sulle ceneri dei
territori appartenenti all’ormai debolissima Unione Sovietica, nasce la terza
Repubblica d’Armenia32. La situazione è quanto mai difficile: dal 1988 il conflitto
con l’Azerbaigian e le rivendicazioni secessionistiche del Karabakh, creano un
clima di forte tensione, la dissoluzione dell’Urss e l’incapacità di mediare tra le
parti, provoca una sorta di empasse istituzionale, il tutto aggravato dalla crisi
umanitaria in conseguenza del terremoto avvenuto nello stesso anno.
Politicamente, il Comitato per il Karabakh si allarga e prende il nome di Movimento
Nazionale Armeno, guidato dallo storico Levon Ter Petrossian, che assume il
controllo del Soviet e, nel 1991, diventa il primo presidente della nuova repubblica
semi-presidenziale, includendo la regione del Karabakh ed offrendo la cittadinanza
a tutti gli armeni residenti all’estero. I due problemi principali che il neo stato deve
affrontare sono quello militare, con la costituzione di un esercito nazionale, e
quello economico: il sistema produttivo è al collasso e la liberalizzazione del
mercato non riesce a sopperire a settant’anni di nazionalizzazioni e
collettivizzazioni del periodo sovietico.
Con il precipitare della situazione in Karabakh e l’occupazione militare armena di
alcune province azere, nel 1998 il presidente Petrossian, deciso a trovare un
compromesso per la soluzione del conflitto, deve interrompere il suo secondo
mandato e presentare le dimissioni; al suo posto viene eletto, e riconfermato nel
2003, Robert Kocharian.
Durante le ultime elezioni presidenziali del febbraio del 2008, in un clima di forte
contrapposizione, esce vincitore il leader del Partito Repubblicano ed attuale
presidente in carica, Sergh Sargyan33. Gli avvenimenti successivi alle elezioni
presidenziali rappresentano la più grave crisi civile e politica dal 1991. Il giorno
successivo alle elezioni migliaia di manifestanti, sostenitori del candidato sconfitto
Petrossian, scendono nelle strade di Erevan per contestare l’irregolarità delle
consultazioni; le proteste proseguono per dieci giorni, il primo marzo le forze di
32
P. Kaciukian, La Terza Armenia. Viaggio nel Caucaso post-sovietico, Milano, Guerini e
Associati, 2007.
33
K. Gasparyan, 29/1/2009, L’Armenia verso le presidenziali, www.balcanicaucaso.org
25
polizia, dopo violenti scontri arrestano centinaia di persone e il governo dichiara lo
stato di emergenza temporaneo, limitando fortemente la liberà di movimento,
espressione, di assemblea e d’informazione. L’OSCE, il Consiglio d’Europa e il
Parlamento europeo, nonostante giudichino le elezioni “in linea” agli standard
internazionali, muovono forti critiche nei confronti dell’uso eccessivo della forza,
degli arresti arbitrari e della violazioni dei diritti umani fondamentali, avvenuti
durante le manifestazioni di protesta, sostenendo l’apertura di un’inchiesta
indipendente per verificare i fatti34.
Il percorso democratico intrapreso nel 1991 si rivela ad oggi ancora incompiuto:
giusto equilibrio fra governo e opposizione, legalità, trasparenza e libertà
d’informazione sono i principali obbiettivi ancora da perseguire.
Economicamente, a partire dalla metà degli anni novanta, si registrano tassi di
crescita positiva, con un’accelerazione dal 2000 in poi grazie al processo di
privatizzazione che, nonostante sia stato finora irregolare ed incompleto, fornisce
buoni risultati per quanto riguarda la cessione delle piccole e medie imprese.
Registra però ancora gravi ritardi nella ristrutturazione dei grandi complessi
industriali, mentre la disuguaglianza sociale e la forbice tra ricchi e poveri è in
continuo aumento.
Il conflitto del Karabakh rimane sempre il tema politico principale con implicazioni
sia economiche, dovute alla forte spesa militare, ma ancor più in politica estera.
Proprio a causa della rischiosa situazione geopolitica l’Armenia, sin dalla sua
nascita, deve mantenere un legame preferenziale con il Cremlino, entrando
immediatamente nel CSI e ospitando basi militari russe all’interno del proprio
territorio, in cambio dell’appoggio di Mosca; questo, però, comporta l’esclusione
armena dai principali oleodotti che dal Mar Caspio riforniscono l’Europa e aggrava
ulteriormente l’isolamento dovuto all’embargo turco del 1993. Per questi motivi,
nonostante il tradizionale orientamento filo-occidentale e le pressioni degli armeni
della diaspora, l’Armenia si inserisce nell’asse informale Mosca -Teheran, cercando
però di condurre una politica del “doppio binario”35, rivolta anche verso
l’Occidente. Dal canto suo l’Unione Europea, se immediatamente dopo il crollo del
sistema sovietico ha condotto una politica poco incisiva, preferendo intervenire

Human Rights Watch, World Report 2009, www.hrw.org/en/node/87532


34

L. Zarilli, L’Armenia post-sovietica: un profilo geografico, in La grande regione del


35

Caspio. Percorsi storici e prospettive geopolitiche, Milano, 2004.


26
solo incrementando la cooperazione economica, a partire dal 2003 ha attuato
un’inversione di tendenza. Come dirette conseguenze, l’Armenia, insieme ad
Azerbaigian e Giorgia, è inclusa nella Politica di Vicinato Europeo. Inoltre viene
nominato un rappresentante speciale per il Caucaso del Sud che ha il compito di
aiutare i paesi della regione a raggiungere gli obiettivi importanti posti da Bruxelles:
sviluppare contatti con governi, parlamenti, magistrature e società civile,
incoraggiare la cooperazione sulla sicurezza, terrorismo e crimine organizzato, e
preparare il ritorno alla pace. L’Unione Europea, che con la Russia e Stati Uniti ha
interessi di dominio strategico, può cogliere l’occasione per porsi come
interlocutore privilegiato.
L’Armenia dispone oggi dell’opportunità di compiere passi precisi verso una piena
democratizzazione, ma ciò richiede un enorme impegno politico, economico e
sociale.

2.3 - La diaspora
Due sono i termini con cui la lingua armena definisce le comunità al di fuori
dell’Armenia storica: galut`, colonia e sp`iwrk, diaspora36.
Data l’instabilità dei confini territoriali, già in tempi antichi si costituiscono le prime
colonie formate da gruppi di persone, perlopiù commercianti, in cerca di un futuro
migliore; una volta arrivati nel paese ospitante si integrano con la cultura locale pur
mantenendo vive le proprie tradizioni tramite l’appoggio del clero, l’istituzione di
scuole e di cimiteri.
Molti sono i luoghi dove gli armeni si insediano; in primis, per continuità
territoriale, verso le terre dell’Asia Minore: le principali comunità sono quella di
Costantinopoli, che fino al 1915 vede il sorgere di una ricca e intraprendente
borghesia armena, e quella di Smirne, protagonista dell’assedio delle truppe
kemaliste, ai danni di armeni e greci nel 1922.
Altre colonie si sviluppano in Persia, in particolare a seguito delle deportazioni
forzate ad opera dello Sha Abbas all’inizio del 1600; gli armeni stanziati nei
sobborghi di Isfahan diventano i principali commercianti dell’impero, estendendo i
loro traffici dalle Indie all’Europa del nord. Proprio grazie all’apertura delle rotte
verso l’Oriente gli armeni emigrano in diverse città indiane estendendo

36
G. Uluhogian, Gli Armeni, op.cit.
27
ulteriormente i propri interessi fino al sud-est asiatico37.
Anche il Medio Oriente fornisce a tempi alterni ospitalità agli armeni: in Egitto,
data la loro abilità raggiungono cariche importanti sia durante il dominio persiano,
che sotto l’Impero ottomano; in particolare è importante ricordare la figura di
Nubar Paşa (1825-1899) che ricopre le cariche di primo ministro e ministro degli
esteri e che si prodiga moltissimo per il miglioramento della vita degli armeni
all’interno dell’impero. Inoltre la presenza armena a protezione dei luoghi della
Terra Santa risale a tempi molto antichi, motivazione per la quale fino ai primi
decenni del XX secolo è ancora presente una fiorente colonia; oggi come tutto il
Medio Oriente a causa dei conflitti che da anni non trovano soluzione, molti armeni
hanno preferito spostarsi verso il nord America e l’Australia, continuando così la
tradizione migrante.
Per quanto riguarda l’Europa, sempre a causa delle svariate dominazioni che
durante i secoli si succedono, molti armeni si insediano già dal XIV secolo sulle
rive del Mar Nero ed in Crimea, fino ad arrivare in Ucraina, Galizia, Moldavia e
Transilvania.
La prima comunità stabile di armeni si stanzia in Russia già dal 1500, ma la
spedizione nel Mar Caspio ad opera di Pietro il Grande, all’inizio del 1700, dà
inizio a stretti rapporti tra i due popoli, rapporto che si rafforza durante i secoli
successivi soprattutto dopo gli avvenimenti del 1915. Tra tutte le popolazioni
assorbite nel corso dei secoli dall’Impero russo, gli armeni costituiscono, insieme ai
georgiani, quelli di maggiore antichità storica e culturale; con la conquista russa
della Transcaucasia, tra il 1800 ed 1828, i territori orientali dell’Armenia storica
diventano parte integrante dell’Impero zarista.
Esiste un dibattito storiografico su quale sia stato il rapporto tra armeni e russi:
integrazione o rapporto coloniale? In particolare tutto il filone degli storici armeno-
russi è propenso a definire questo legame come “male minore” rispetto al
dispotismo turco o persiano38, quelli armeno-sovietici valutano la conquista russa
come un fattore di liberazione e progresso sociale. È importante però sottolineare
che gli armeni nonostante si trovassero in una situazione spesso svantaggiata

37
P. Kaciukian, Viaggio fra i cristiani d’Oriente. Comunità armene in Siria e in Iran,
Milano, Guerrini e Associati, 1996.
38
L. Tillet, The Great friendship. Soviet historians on the Non-Russian Nationalities,
Chapell Hill, University of North Carolina, 1969.
28
rispetto alle altre popolazioni musulmane delle regione (persiani, turchi, curdi)
siano riusciti però a convivere assieme ad esse per secoli e secoli, come altrettanto
valida può ritenersi che la conquista russa sia percepita come opportunità di
rioccupare demograficamente i territori orientali dell’antica Armenia39.
Due sono le conseguenze principali della conquista russa: la promozione di uno
sviluppo socio-economico unitario rispetto ad una realtà originaria quanto mai
frammenta e precaria e soprattutto l’inserimento in un contesto cristiano ed
occidentale degli armeni, in contrapposizione ad un secolare presenza in una realtà
politica e culturale islamica. Da allora ha inizio un processo di profonda
trasformazione che si può sintetizzare in due concetti: modernizzazione e
occidentalizzazione. Dalla metà dell’Ottocento si sviluppa un’intelligencija armena
legata alla cultura russa e occidentale, grazie alla quale emergono le spinte
progressiste alla base dei movimenti nazionalistici che si stavano costituendo.
Risentendo del contesto zarista e del peggiorare delle condizioni degli armeni
all’interno dell’Impero ottomano, all’interno dell’intelligencija prevalgono idee
rivoluzionarie piuttosto che liberali, idee che danno il via alla costituzione dei partiti
nazionalisti operanti anche in Anatolia. Dopo l’assassinio di Alessandro II, la
conseguente instaurazione di una politica di russificazione centralista, le condizioni
delle minoranze, compresa quella armena, peggiorano notevolmente fino alla
rivoluzione del 1905. Negli ultimi anni dell’Impero zarista i rapporti migliorano, ed
i russi manifestano nuovamente il loro appoggio alla questione armena: sono loro i
principali promotori della Dichiarazione Congiunta al governo del Triumvirato
ottomano, denunciando le gravi violazioni a danno degli armeni40.
Grazie alla forte religiosità che da sempre contraddistingue il popolo armeno, i suoi
rapporti con l’Italia hanno inizio fin dal 66 d.C., quando re Tiridate si reca a Roma
per essere incoronato da Nerone. Proseguono poi nei secoli successivi con l’arrivo e
l’insediamento di comunità religiose in particolare nelle città di Genova, Firenze,
Salerno, Bologna, Milano e Padova, ma sebbene la presenza armena in Italia non si
limiti solo a quella dei religiosi, l’arrivo nel 1715 di Mechitar e dei suoi monaci
nell’isola di San Lazzaro, fa si che la comunità religiosa di Venezia diventi quella
per eccellenza. Nel collegio mechitarista, presente ancora oggi, passarono molti
39
A. Ferrari, Alla frontiera dell’impero. Gli armeni in Russia (1801-1917), Milano, Ed.
Libri Scheiwiller, 2000.
40
A. Ferrari, L’Ararat e la Gru, op.cit.
29
giovani, coloro i quali diedero origine alla moderna diaspora italiana41.
Fino a questo momento l’emigrazione degli armeni, costante e continua, rimane
legata al termine galut’, ossia colonia, ma a partire dalle persecuzioni hamidiane,
una forte ondata migratoria si dirige verso il continente americano per sfuggire ai
soprusi perpetuati dall’Impero ottomano, vessazioni che hanno il loro apice tra il
1915-16: con il Metz Yegherm (il Grande Crimine), inizia quella che comunemente
viene chiamata la diaspora senza ritorno, lo spiwrk’.
Negli anni immediatamente successivi al genocidio gli armeni sopravvissuti, ormai
apolidi, vengono soccorsi delle organizzazioni filantropiche occidentali che creano e
finanziano molti orfanotrofi in Grecia, nelle città di Aleppo e Beirut, ed in Francia;
di loro si occupa anche la Società delle Nazione che costituisce un Alto Comitato
per i Rifugiati. Si creano così le prime comunità diasporiche, oltre al Medio Oriente
gli armeni si dirigono prevalentemente negli Stati Uniti ed in Francia. La prima
generazione di “scampati” lavora duramente, cerca di integrarsi nel paese ospitante
senza mai abbandonare la propria armenità, cercando di conservare lingua e cultura
e Parigi, tramite la formazione di alcuni circoli intellettuali, ne rappresenta
l’esempio più riuscito. Bisogna attendere però fino agli anni settanta affinché la
memoria prevalga sul sentimento di rimozione: è proprio in questi anni che la terza
generazione di armeni richiede a gran voce il riconoscimento del genocidio da parte
della Turchia.
Negli ultimi decenni si verifica quella che viene chiamata la seconda diaspora
moderna42, iniziata da coloro che per motivi ideologici lasciano l’Armenia Sovietica
prima e l’Iran rivoluzionario poi e si dirigono verso gli Stati Uniti e l’Australia.43
Nella Turchia di oggi vivono da 40.000 a 70.000 armeni, prevalentemente nelle

41
B.L. Zekiyan e A. Ferrari (a cura di), Gli Armeni e Venezia. Dagli Sceriman a Mechitar.
Il momento culminate di una consuetudine millenaria, Venezia, Istituto Veneto di Scienze,
Lettere ed Arti, 2004.
42
Le diaspore armene sono cosi ripartite: Federazione Russa 1.130.491 (secondo il
censimento del 2002), Francia 500.000, Iran 400.000, Stati Uniti 400.000, Georgia
267.000, Siria 190.000, Libano 140.000, Argentina 130.000, Ucraina 100.000, Giordania
70.000, Uzbekistan 70.000, Turchia da 40 a 70.000, Germania 42.000, Canada, Brasile,
Grecia intorno ai 40.000. A seguire comunità minori in Australia, vari paesi della CIS e
della UE. Intorno alle 10.000 unità ciascuno per Iraq, Israele ed Egitto. In Italia la
comunità armena e di circa 2.500 persone, distribuite fra Roma, Milano e Venezia, in
prevalenza. Cit. in M. Lorusso, Armenia, dossier elezioni parlamentari, 21/06/2007
www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7477/1/204/
43
P. Kuciukian, Dispersi. Viaggio tra le comunità armene nel mondo, Milano, Guerini e
Associati, 1998.
30
città di Istanbul e Smirne. Nonostante le notevoli difficoltà che continuano anche
durante la Repubblica, la comunità armena cerca sempre di mantenere salda la
propria identità culturale, confrontandosi ripetutamente con uno stato incurante
delle esigenze delle sue minoranze ed una società civile acquiescente e talvolta
ostile.
Nel gennaio del 2007, il giornalista armeno Hrant Dink, fondatore della rivista
bilingue “Agos”, accusato e condannato in base all’articolo 301 per «insulto
all’identità turca», è assassinato da un nazionalista turco davanti alla redazione del
suo giornale ad Istanbul. Dink da anni era entrato a far parte di quell’élite liberale
del paese che cerca di formare un’opinione pubblica libera e democratica, per
influenzare l’azione del governo. Il giornalista vedeva nella lotta comune di tutti i
cittadini turchi, minoranze e non, per l’implementazione della democrazia, l’unica
soluzione per un’autentica riconciliazione armeno-turca: solamente quando armeni
e turchi abbandonando i rispettivi archetipi, si percepiranno come eguali cittadini
dello stesso paese, le ferite del passato saranno rimarginate44.
Altri segnali negli ultimi anni denotano un “risveglio” della società civile turca sulla
questione armena, per lungo tempo rimossa. In questo contesto, figure come gli
storici Taner Akçam,45 Timur46 e Zarakolu47 svolgono un ruolo fondamentale nel
rompere il silenzio e riproporre alla riflessione dell’opinione pubblica il dramma
degli armeni. Anche in campo letterario, alcuni riferimenti alla presenza armena in
Turchia trovano spazio nel romanzo Neve di Orhan Pamuk48 e nel libro Con te
sorride il mio cuore di Kemal Yalçin49, dove l’autore fa riferimento agli “armeni
nascosti”, coloro i quali ebbero salva la vita a costo della perdita della propria
identità.50 Il libro non ha potuto essere pubblicato in Turchia e ciò dimostra che,
44
H. Dink, L’inquietudine della colomba. Essere armeni in Turchia, Milano, Guerini e
Associati, 2008.
45
T. Akçam, L’identità nazionale turca e la questione armena. Dall’Impero ottomano
alla Repubblica, Milano, Guerini e Associati, 2005.
46
T. Timur, Il 1915 e il seguito, i Turchi e gli Armeni, Ankara, 2001.
47
Zarakolu ho tradotto per la prima volta in Turchia I quaranta giorni del Mussa Dagh.
F. Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh (Die Vierzig Tage Des Mussa Dagh), C.
Baseggio (a cura di), Milano, Mondadori, 1963.
48
O. Pamuk, Neve, Torino, Einaudi, 2007.
Pamuk inoltre è stato recentemente incriminato per aver parlato del genocidio armeno
durante un’intervista ad un giornale tedesco, nonostante abbia evitato il processo, a causa
delle minacce subite ha lasciato la Turchia per vivere negli Stati Uniti.
49
K. Yalçin, Con te sorride il mio cuore, Edizioni Lavoro, Roma, 2006.
50
Quello delle conversioni forzate è un aspetto peculiare della politica anti armena: nel
diritto sunnita, se una popolazione è accusata di rivolta contro l’Islam, la conversione può
31
nonostante le recenti aperture, la strada per una piena libertà d’opinione é ancora
lunga.

CAPITOLO III
IL GENOCIDIO: UN DIRITTO NEGATO

3.2 - Tesi a confronto


Il genocidio degli armeni, un fatto storicamente accertato e documentato la cui
elaborazione nell’ambito del processo storico non è ancora avvenuta, continua a
portare con sé il peso di irrisolti conflitti culturali, sociali e politici. Occorre
pertanto procedere ad una analisi per quanto possibile esaustiva, al fine di valutarne
i numerosi aspetti, dalla dimensione morale al suo legame diretto con il concetto di

essere loro proposta per avere salva la vita o evitare di essere ridotti in schiavitù.
Testimonianze di questi episodi si possono ritrovare nelle descrizioni del console tedesco
Kuckhoff a Samsun cit. in Il crimine dei crimini - Stermini di massa del Novecento, F.
Berti e F. Cortese (a cura di ), Milano, Franco Angeli, 2009.
Per approfondire ulteriormente la questione delle donne armene sopravvissute al
genocidio si veda V. Tachjian (2009), Gender, nationalism, exclusion: the reintegration
process of female survivors of the Armenian Genocide, in «Nations and Nationalism», n.
15, pp. 60-80.
32
identità nazionale. Per comprendere un fenomeno complesso come il genocidio è
quindi necessario adottare una duplice prospettiva, quella della vittima e quella del
carnefice51. La prospettiva della vittima si concentra sulle sofferenze che questa ha
patito. Il fatto, cioè il genocidio, viene isolato dal suo contesto storico e analizzato
soltanto in base agli effetti che ha avuto sulla vittima, trascurando qualsiasi analisi
oggettiva per concentrarsi su fattori emotivi e l’obiettivo non è la comprensione
razionale dei fatti. Una differenza importante fra le due prospettive è l’accento posto
in relazione alla continuità storica: mentre la vittima si concentra sulla frattura del
processo storico, che trova la sua espressione nell’azione genocida, il carnefice fa
l’inverso, perché cerca di inserire il fatto in una prospettiva storica ampia,
demolendo la tesi del genocidio come fatto eccezionale52.
Adottando la prospettiva del carnefice invece, il genocidio appare come il prodotto
di un particolare contesto storico e culturale e diventa possibile secondo modalità
per cui condizioni contingenti si inseriscono in un contesto culturale preesistente. In
questo contesto l’identità nazionale turca gioca un ruolo centrale per cui facendo
riferimento alla tesi di Norbert Elias, possiamo comprendere la storia soltanto con
modelli che possano spiegarla attraverso i secoli, e considerare che le
trasformazioni sociali avvengono nell’arco di alcune generazioni53. È importante
quindi comprendere che, anche per la Turchia, l’identità nazionale si modella nel
tempo, come un tipo di comportamento che matura nel processo di formazione della
nazione-stato, capire come si forma la mentalità turca fra la fine dell’Impero
ottomano e la nascita della repubblica, un’eredità storica che condiziona tuttora il
comportamento del popolo turco. Secondo Taner Akçam54 la formazione dello stato
nazionale turco può essere paragonata a una struttura in cui si intrecciano cinque
diversi processi:
1. la posizione centrale, non in senso geografico, ma in termini di rapporti coi
paesi vicini (possibilità di espansione/senso di accerchiamento);

51
T. Akçam, Nazionalismo turco e genocidio armeno, op.cit, pag.50.
52
È la tesi ripetuta dai governanti turchi: «Nel settembre 2000, il Presidente turco risponde
ad una domanda del Presidente armeno, formulata dalla tribuna dell’ONU, dicendo che
non c’è mai stato genocidio, e che spetta agli storici discuterne». Misha Wegner, In nome
del Padre, in atti del convegno Si può dire un si o un no: i Giusti contro i Genocidi degli
Armeni e degli Ebrei, Padova, 30 novembre – 2 dicembre 2000.
53
N. Elias, Was ist Sociologie, Munich, 1981.
54
T. Akçam, Nazionalismo turco e genocidio armeno, op.cit., pp. 52-63.
33
2. la perdita dell’egemonia, per cui la diminuzione del prestigio internazionale
dell’Impero ottomano provoca tensioni e contrasti sociali: difficoltà nel
superare la perdita di autostima, bellicismo, atteggiamenti revanscisti per
riconquistare la grandezza perduta: «i cittadini di uno stato che ha perduto
l’antico prestigio si sentono feriti nell’onore e meditano la vendetta contro
chi ha determinato questa situazione»55;
3. Instabilità e nazionalizzazione tardiva nel processo di formazione dello stato:
Istanbul è stata la capitale dell’Impero ottomano per diversi secoli, ma il
processo storico che si sviluppa tra il XVIII e il XIX secolo diffonde un forte
senso di insicurezza fra la classe dirigente. Il carattere multietnico
dell’impero non permette però di offrire una identità nazionale in grado di
allontanare tale incertezza. Il nazionalismo turco nasce solo nel ventesimo
secolo, e questa affermazione tardiva dell’identità nazionale crea una
costante instabilità che oscilla tra i complessi di inferiorità e di superiorità;
4. classe burocratico - militare e valori nazionali, per cui i modelli militari
hanno un ruolo centrale nella formazione della identità nazionale. Nel
momento in cui è necessario scongiurare il crollo dell’impero, la borghesia
ottomana, prodotto della modernizzazione, è composta prevalentemente da
cittadini non musulmani ed il modello liberale proposto dalla borghesia,
sostenuta dalle potenze occidentali, non salva l’impero, ma ne accelera la
dissoluzione. L’esercito e la burocrazia divengono allora il principale veicolo
dell’identità nazionale turca e successivamente i pilastri del nuovo stato. Di
conseguenza i valori militari portano nella cultura turca la tendenza a
risolvere i problemi in senso autoritario e violento;
5. il desiderio di unità e la ricerca di un leader:i timori di accerchiamento e
annientamento portano alla necessità di individuare un capo in grado di agire
superando le lentezze e le difficoltà del sistema parlamentare, ed assumersi la
responsabilità della guida della nazione identificandosi pienamente con la
stessa.

3.3 - Le persecuzioni hamidiane: preludio del genocidio o necessità legata alla


contingenza storica?
I massacri hamidiani sono oggetto di due diverse interpretazioni storiografiche: una,
55
Norbert Elias, Studien über die Duetschen, Frankfurt, 1990.
34
principalmente sostenuta da storici di origine armena, secondo la quale esiste un
legame indissolubile tra i massacri del 94-96, quelli dei primi del novecento e il
genocidio del 1915 ed un’altra che sostiene che l’obiettivo dei massacri hamidiani
non sarebbe un vero e proprio sterminio per la mancanza di un piano sistematico di
deportazione degli armeni, che fu alla base delle violenze del 1915.
Dadrian56, uno dei più importanti esponenti dell’attuale storiografia genocidiaria,
sostiene la continuità dei massacri di fine Ottocento fino ad arrivare al culmine
rappresentato dagli avvenimenti del 1915, imputandoli al consolidamento nelle
istituzioni del potere ottomano di una «cultura dell’omicidio fondata sul massacro»,
orientata a risolvere con la violenza i conflitti con le minoranze sottomesse.
Esponente principale della seconda interpretazione è lo storico Norman Naimark57,
il quale sottolinea come la tesi della continuità sarebbe inficiata dalla mancanza di
un piano preciso di sterminio e attribuendo così i massacri hamidiani ad un atto di
«severa punizione» dovuta alle contingenze storiche in cui si trovava all’epoca
l’Impero ottomano. A sostegno di questa tesi validi elementi possono essere ritenuti
la discontinuità tra il sultanato e gli hittihadisti, sia a livello di regime che di
governo, di organizzazione politica ed ideologica. Questi massacri si inserirebbero
all’interno della politica conservatrice e panislamica del Sultano, incapace però di
progettare soluzioni finali. Inoltre i condizionamenti internazionali ed il particolare
contesto bellico della prima guerra mondiale sono stati una forte occasione per
passare da progetti violenti all’organizzazione e pratica del genocidio. Solo con la
svolta politica impressa dai Giovani Turchi dell’Hittihad e le perdite territoriali
avvenute nei Balcani, l’Anatolia orientale diventerebbe fondamentale sia per i
bisogni geopolitici che per il rafforzamento del nazionalismo panturco e questo,
ancora in una fase embrionale all’epoca hamidiana, si radicalizza solo negli anni
successivi.
Se gli storici si dividono sulla continuità o meno tra i massacri hamidiani e il
genocidio del 1915, c’é una forte convergenza per quanto riguarda il cambiamento

56
I massacri tra il 1894-96 «costituirono una specie di test per verificare sia se fosse
«realizzabile lo sterminio organizzato di un’intera nazionalità da parte delle autorità
centrali ottomane, sia come avrebbe reagito il resto del mondo. In questa prospettiva, il
genocidio armeno della prima guerra mondiale non fa altro che confermare questa
relazione», in Dadrian, The History of Armenian Genocide, op. cit.
57
N.M. Naimark, Fires of Hatred. Ethnic Cleansing in Twentieth century Europe,
Cambride, Harvard University Press, 2001.
35
impresso alla politica ottomana dal colpo di stato hittihadista del 1913, ossia lo
smantellamento dell’ottomanismo sostituito da un rigido nazionalismo, con il fine
ultimo di alterare la struttura socio-antropologica dell’Anatolia orientale rendendola
completamente turca.
Numerose tensioni e scontri avvengono all’inizio della prima guerra mondiale (Van,
Zeytun, Dortyol), ma anche qui le interpretazioni divergono: alcuni autori non
inseriscono questi episodi nella catena genocidiaria, ma li interpretano come casi
terribili di repressione ad hoc58, mentre altri attribuiscono, in particolare
all’insurrezione di Van, città di enorme importanza strategica - sia per i russi (come
via d’accesso alla Mesopotamia) che per i turchi (come via d’entrata verso la
Persia)- con il coinvolgimento armato degli armeni in attesa dell’esercito russo, la
data d’inizio in cui venne decisa l’eliminazione dell’elemento armeno.
Specularmente e strumentalmente l’insurrezione di Van, come gli altri scontri ed
insurrezioni, sono interpretati dai turchi come la dimostrazione dell’infedeltà
armena e il sostegno al nemico russo, e di conseguenza la necessità di agire in
nome della propria «autodifesa». Alcuni storici, come il turcofilo Stephen Shaw59,
ammettono che la deportazione degli armeni sia avvenuta, ma la ritengono appunto
un’operazione di sicurezza militare determinata dalla slealtà di questa minoranza
nel corso delle ostilità, in particolare quella di Van60. Lo storico del Terzo Reich,
Guenter Lewy61 , nel suo saggio sul massacro degli armeni mantiene una posizione
equidistante dalle due parti in causa affermando che « la definizione di che cosa sia
un genocidio è tutt’altro che semplice».

3.5 - I processi del 1919


All’indomani della firma dell’armistizio con le potenze alleate, il sultano, dopo forti
pressioni, si vede costretto a nominare come nuovo capo del governo Tevfik Paşa,
ex ambasciatore a Londra e forte oppositore dei Giovani Turchi; tocca a lui
occuparsi della questione armena, istituendo una commissione d’inchiesta con il
compito di indagare sui fatti accaduti.

58
M. Mann, The Dark Side of Democracy. Explaining Ethnic Cleansing, Cambridge,
Cambridge University Press, 2005.
59
A. Bombaci, S.J. Shaw, L’impero ottomano, Torino, 1978.
60
I Quaderni del Vittorini, Gli Armeni. Giornata di studio sul genocidio e l’identità
armena, Milano, Nº 1, 2007.
61
G. Lewy, Il massacro degli armeni - Un genocidio controverso, Torino, Eiunaudi, 2008.
36
Mentre Talât, Enver e Cemal, diretti responsabili, fuggono grazie all’aiuto degli
alleati tedeschi, all’interno del parlamento ottomano si confrontano tre principali
posizioni sulla questione armena: i più liberali, una minoranza, premono affinché il
governo riconosca il proprio comportamento durante la guerra e ponga sotto
processo i responsabili dei crimini; i nazionalisti più estremisti, negano in toto ogni
violenza e le conseguenti implicazioni, ed una terza componente, maggioritaria, è
indecisa su come agire, se attendere l’istituzione di una commissione delle Forze
Alleate o dare il via ad indagini interne. Proprio questa tendenza intermedia prevale
ponendosi come obbiettivi quello di anticipare la commissione alleata, desiderosa di
istituire un tribunale internazionale per i crimini di guerra, e quello di assolvere il
popolo turco come colpevole collettivo e conferire la conseguente responsabilità,
attenuata ulteriormente dal contesto bellico, a pochi, singoli, individui.
Due sono le commissioni ufficiali ottomane istituite con il compito di investigare
sulle illegalità compiute in tempo di guerra: la Quinta commissione, per ascoltare i
ministri dei governi del periodo bellico e la Commissione Mazhar , per raccogliere
prove, testimonianze e documenti inerenti ai funzionari statali implicati nei crimini.
Intanto nel dicembre del 1919 il parlamento, ritenuto a maggioranza hittiadista,
viene sciolto ed il premier Tevfik sostituito da Damad Ferid Paşa. Tre corti marziali
sono istituite ad Istanbul e altre dieci nelle province, col compito di individuare i
criminali, ovvero coloro che hanno agito in qualità di istigatori, i membri influenti
del CUP, dell’Organizzazione Speciale, gli alti funzionari, i deputati, i giornalisti e
tutti gli amministratori intermedi coinvolti nell’esecuzione degli ordini di
deportazione della catena di comando.62
Tra il febbraio e il maggio del 1919 si svolgono i processi provinciali, dove le
sentenze confermano la responsabilità del CUP nell’organizzazione dei massacri e
nella gestione dei beni confiscati. Il processo principale è quello di Istambul contro
gli alti funzionari dell’Hittihad, nel quale l’accusa vuole dimostrare la doppia natura
del partito che, oltre all’organizzazione legale, aveva una rete segreta,
l’Organizzazione Speciale, incaricata di eseguire tutti i “lavori sporchi”. Pertanto le
violenze subite dagli armeni non sono episodi locali, ma azioni definite da
un’organizzazione centrale unitaria. Durante il processo numerose testimonianze e
documenti sono presi in esame, dai quali risulta essere il principale responsabile

62
M. Flores, Il genocidio degli armeni, op. cit.
37
dello sterminio degli armeni il ministro dell’Interno Talât Paşa. Il 5 luglio del 1919
insieme a lui sono condannati a morte in contumacia anche Enver e Cemal.
Ma sempre nello stesso anno l’occupazione greca di Smirne e la conseguente
campagna nazionalista iniziata da Mustafa Kemal in Anatolia, provocano un
cambiamento importante. Se inizialmente le potenze alleate sono concordi nel
rispettare la promessa fatta con la Dichiarazione Congiunta del 1915 e punire i
dirigenti turchi, successivamente il realismo politico e la sistemazione territoriale
dell’ex Impero ottomano prendono il sopravvento63. Il tentativo degli Alleati di
creare un tribunale di giustizia internazionale fallisce e predomina il realismo del
Segretario di Stato americano Lasing, rispetto all’idealismo del Presidente Wilson,
di dare luogo a processi nazionali. Inoltre le divergenze tra Ferid Paşa, capo del
gabinetto di Istanbul e Kemal Mustafa, ormai alla guida di un governo nazionalista
con sede ad Ankara, contribuiscono al fallimento della politica giudiziale intentata
inizialmente. La rapidità con cui si succedono gli avvenimenti, l’incalzare del
nazionalismo kemalista, la determinazione occidentale nel volersi spartire le spoglia
dell’ormai defunto impero, rendono impossibile il completamento dell’iter
giudiziario e l’ottenimento di una punizione per i crimini di guerra ed i massacri
armeni da parte delle autorità turche.
Nonostante il trattato di Sévres riservassero cinque articoli all’amministrazione
della giustizia questi, insieme alle questioni territoriali, non diventano mai
operativi. Il successivo trattato di Losanna concede un’amnistia che consente al
potere kemalista di abbandonare definitivamente il giudizio sul genocidio armeno.

3.6 – Il negazionismo turco


Uno stato che perpetra un genocidio rifiuta sempre di riconoscerne l’evidenza. Il
crimine è concepito, preparato ed eseguito in segreto, e le prove sono spesso
distrutte, affinché non si possa affermare né l’intenzione né la realtà dello sterminio.
Tuttavia questi stati criminali non sono mai sopravvissuti ai loro misfatti, sono
scomparsi come sistemi politici, e i governi loro successori si sono sforzati di
stabilire le responsabilità dei loro predecessori.
Alla fine della seconda guerra mondiale i governi della Germania occidentale
collaborano con gli storici loro alleati per stabilire la verità, e gli storici tedeschi,

63
T. Akam, The History of Armenia Genocide, op.cit.
38
grazie ai documenti di cui dispongono, sono in prima linea nella ricerca delle
circostanze della Shoah. In Turchia, al contrario, la Repubblica di Kemal raccoglie
una parte dell’eredità dei Giovani Turchi e mantiene inalterata la versione
menzognera dei fatti, inizialmente elaborata, sulla sparizione degli armeni
dell’Impero ottomano.
La negazione di un genocidio obbedisce a regole generali più o meno elaborate che
tendono a smontare la verità storica. Il negazionista formula in maniera diversa il
suo rifiuto a seconda che egli respinga la realtà dell’omicidio o la propria
responsabilità. Se rifiuta la verità, pone fine a qualsiasi discorso. Per quanto
riguarda il genocidio armeno il discorso si basa su un accordo minimo su un
avvenimento: «ci sono stati dei morti». Si passa poi a chiedere «se era un
omicidio», «se questo omicidio rientra nella categoria di genocidio», e «chi è il
colpevole». Questi tre elementi si confondono nella negazione, ma qualunque sia la
strategia adottata, si individuano nella logica negazionista quattro argomenti legati
fra loro attorno ai quali si organizza il ragionamento:
1. la razionalizzazione, per cui in nome della libertà di espressione si apre un
dibattito sulla relatività di qualsiasi verità storica;
2. la riduzione, consistente nella manipolazione delle statistiche, diminuendo il
numero delle vittime e contrapponendo altre vittime di guerra;
3. relativizzazione e accusa, per cui l’avvenimento viene banalizzato e
sommerso nel contesto di una situazione di violenza estrema;
4. il capovolgimento, ultimo estremo argomento che tende ad addossare la
colpa dell’accaduto alle stesse vittime: esse hanno obbligato colui che è
accusato ingiustamente a difendersi da una rivolta, hanno creato le
condizioni di una guerra civile ed hanno poi perpetrato dei massacri.
Coloro che negano il genocidio armeno, pur riconoscendo che ci sono stati dei
morti, rifiutano di assumersene la responsabilità e formulano il racconto in modo
diverso: «le persone scomparse in realtà sono state trasferite; alcune sono morte
durante questo spostamento o nei luoghi di accoglienza, più spesso di morte
naturale a causa delle condizioni difficili del tempo di guerra; il numero dei morti è
minore di quanto viene affermato; le prove del crimine che sono state presentate
sono state fabbricate dalla propaganda; i cadaveri fotografati sono quelli dei nostri,

39
ecc. L’accusa che è stata mossa al governo ottomano non è che una impostura,
l’opinione pubblica è stata ingannata.»64
La specificità del genocidio armeno, rispetto ad altre tragedie del XX secolo, è nel
fatto che la negazione non riguarda alcune singole persone, ma uno stato che
metodicamente difende i benefici provenienti da un crimine.
Nel febbraio del 1915, per riassumere, il comitato centrale del CUP, insieme a molti
altri dirigenti di questa compagine politica, mette a punto un programma di
annientamento degli armeni dell’Impero ottomano allo scopo di preservare
l’omogeneità etnica del paese e di evitare un’amputazione territoriale nel caso in
cui, al termine del primo conflitto mondiale, fosse stato creato uno Stato armeno
indipendente. I Giovani Turchi camuffano questo programma presentandolo come
un provvedimento di guerra reso necessario da una rivolta degli armeni, una
sollevazione che essi non riescono a provare (malgrado gli arresti e le torture di
notabili armeni) poiché non è mai esistita. Tuttavia essi si limitano a questa
spiegazione per giustificare la deportazione di tutti gli armeni dell’impero. I
testimoni (tra cui personale diplomatico di molti paesi) constatano subito che questa
deportazione è il mezzo dello sterminio e che essa completa gli omicidi di massa
osservati nelle regioni più remote dell’Anatolia. Il governo ottomano promulga
alcune leggi che rendono ufficiale la deportazione e la presentano come un semplice
trasferimento seguito da un nuovo insediamento dei deportati, i cui beni saranno
salvati. Ma ad eccezione dei deportati siriani che Djemal Paşa65 tiene in vita come
eventuale moneta di scambio, la quasi totalità dei deportati armeni scompare
nell’autunno del 1916. Le testimonianze del tempo sono sufficientemente numerose
perché l’intenzione criminale dei dirigenti dei Giovani Turchi non lasci alcun
dubbio agli alleati dell’Impero ottomano, così come alle potenze dell’Intesa ed agli
Stati neutrali.

64
Y. Ternon, La verità rifiutata – studio comparativo della negazione della shoah e della
negazione del genocidio armeno, in atti del convegno “Si può dire un si o un no: i Giusti
contro i Genocidi degli Armeni e degli Ebrei”, Padova, 30 novembre – 2 dicembre 2000, p.
149.
65
Djemal Paşa è un influente membro dei Giovani Turchi, uno dei pochi inizialmente a
favore di una alleanza con l’Intesa contro gli Imperi Centrali. Nel 1915 è governatore
militare della Siria, ed in questa veste riceve precise istruzioni dal governo centrale su
come trattare gli armeni, che rinchiude in campi di concentramento ma trattiene in vita non
per umanità ma per scopi personali. Sopprime una prima rivolta araba, prima dell’avvento
di Thomas E. Lawrence, meglio noto come Lawrence d’Arabia. Dopo la guerra è addetto
militare in Afghanistan, dove viene ucciso il 21 giugno del 1922 da un esule armeno.
40
Questa volontà di sterminio è confermata all’epoca dei processi istruiti dagli stessi
governi ottomani che succedono ai Giovani Turchi nel 1918 che, pur mantenendo la
giustificazione di una rivolta armena, accertano la volontà criminale dei Giovani
Turchi. Poi le cose cambiano. Il movimento di Mustafa Kemal (a cui il popolo turco
riconoscente conferirà il titolo di Ataturk, padre dei Turchi) impone le sue
condizioni ai vincitori della guerra, che non hanno i mezzi per combatterlo. Lo
stesso «Kemal considera i processi contro i responsabili dei massacri commessi
durante gli anni di guerra il prezzo da pagare per il riconoscimento del nuovo
Stato, ma la determinazione delle potenze dell’Intesa di «punire i turchi» con una
totale suddivisione della nazione spiana la strada alla resistenza ed alla guerra di
indipendenza. Questa è l’origine della costante negazione della dimensione dei
diritti umani nella storiografia turca.»66 Kemal, e tutti i turchi con lui, sono convinti
che in realtà gli alleati vogliono dividere l’Anatolia, come previsto dal Trattato di
Sévres, per soddisfare i propri interessi imperialistici, non per punire i crimini
contro l’umanità, ma per «punire i turchi» per la loro stessa esistenza.
Si possono individuare quattro motivi che alimentano il desiderio di punizione delle
potenze alleate:
1. la fiera resistenza dei turchi a Gallipoli, che causa grandi perdite di personale ed
armamento e, almeno in parte viene ritenuta responsabile del protrarsi della guerra
per altri due anni;
2. il desiderio di lunga data delle grandi potenze di dividersi l’Impero ottomano, la
cosiddetta «questione orientale»;
3. la «dimensione culturale», ovvero l’idea di espellere i turchi dall’Europa fin dal
tempo della conquista di Costantinopoli nel 1453, una delle armi politico-culturali
delle potenze europee per imporre la propria influenza sulle aree cristiane
all’interno dell’Impero ottomano. Gli zar russi, che si consideravano successori ed
eredi degli imperatori romani e bizantini, usavano questo mito culturale come
pretesto per salvare Costantinopoli, intendendo in realtà conquistare l’accesso al
Mediterraneo;
4. il genocidio armeno: si sostiene che una nazione che aveva calpestato i diritti
umani deve essere scacciata dall’Europa civilizzata ( Dichiarazione Congiunta del
1915).
T. Akçam, I trattati di Losanna e Sévres: una prospettiva alternativa, Milano, Guerini e
66

Associati, 2006, p. 189.


41
Per questi motivi le grandi potenze impongono Sévres, alimentando così il nuovo
nazionalismo della rivoluzione kemalista ed annullando l’originale volontà dei
governi ottomani di punire i colpevoli del genocidio. Nel 1923, con il trattato di
Losanna nasce la Repubblica Turca, e si consolida la negazione del dramma degli
armeni. La verità ufficiale, accettata allora dalla Turchia diventata indipendente, è la
stessa del 1915: gli Armeni si sono ribellati; è stato necessario trasferirli; ci sono
state delle vittime nel corso di questo spostamento; alcune persone sono morte a
causa delle precarie condizioni di viaggio e delle epidemie.

CAPITOLO IV
LA CRISI INTERNAZIONALE DEL CAUCASO

«Ci dovrebbe essere una pace senza vittoria.


Solo una pace fra uguali alla fine può durare».
Thomas Woodrow Wilson

4.1 - Il conflitto del Nagorno-Karabakh


Il conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaigian per il controllo dell’enclave del Nagorno-
Karabakh (NK) si inserisce all’interno dei conflitti etnopolitici emersi dalla
dissoluzione dell’Unione Sovietica. L’origine di questa controversia risale alla
divisione avvenuta alla conclusione della prima guerra mondiale ad opera degli
inglesi che, in modo apparentemente affrettato e confuso, in realtà in modo
funzionale alla loro politica estera, stabiliscono i confini tra Azerbaigian ed
42
Armenia, inserendo la regione autonoma del Karabakh, a maggioranza armena e
cristiana, all’interno dei confini azeri, a prevalenza musulmana. Questa divisione
giunge inalterata fino alla definitiva ratifica da parte dell’Urss nel 1921, dal
momento che per la debolezza e l’instabilità, l’Armenia indipendente (1918-20) non
ha la forza per contrastarla67. Durante il periodo sovietico ci sono diversi tentativi,
senza esito, di riunificazione con l’Armenia. L’avvio delle riforme gorbacioviane e
il conseguente clima di maggior apertura democratica favorisce le rivendicazioni
nazionalistiche in tutta l’Unione Sovietica, comprese quelle degli armeni del
Karabakh. Il 1988 è un anno drammatico: nei primi mesi scoppia il conflitto
nell’Alto-Karabakh a seguito delle manifestazioni popolari che chiedono il
ricongiungimento alla madrepatria e nel mese di dicembre un violentissimo
terremoto aggrava ulteriormente la situazione, provocando migliaia di vittime e
altrettanti profughi.
Gli avvenimenti che si succedono inaugurano un periodo di forti scontri interetnici
che provocano la fuga di migliaia di civili verso entrambi i paesi; nel gennaio del
1989 il Soviet del Karabakh sancisce il passaggio alla giurisdizione armena,
ratificata dal Soviet armeno nel dicembre dello stesso anno. Il tentativo di
mediazione russa, preoccupata soltanto delle derive anti-comuniste e anti-sistemiche
del sistema, si rivela inefficace.
Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’indipendenza dell’Armenia e
dell’Azerbaigian riconosciute dalla comunità internazionale nel 1991, la questione
del Karabakh cambia drasticamente la sua natura diventando un conflitto
interstatale. Un’ulteriore complicazione deriva dalla dichiarazione unilaterale
d’indipendenza del Karabakh (1992) che, sebbene non venga riconosciuta
nemmeno dall’Armenia, non impedisce il proseguire delle loro relazioni.
Nonostante l’Armenia neghi un coinvolgimento diretto, gli scontri armati sui
confini si intensificano e l’esercito del Karabakh, supportato da truppe regolari
armene, si scontra con quello azero, estendendo il proprio controllo su sette distretti
azeri, riuscendo ad unire, tramite l’occupazione del corridoio di Lacin, la
Repubblica al Karabakh. 68

67
D. Bloxham, The Great Game of Genocide: Imperialism, Nationalism, and the
Destruction of the Ottoman Armenians, op.cit.
68
G.J. Libaridian, Modern Armenia: people, nation, state, New Brunswick, Translation
Publisher, 2004.
43
Data l’inter-statualità del conflitto, la Conferenza per la Sicurezza e Cooperazione
in Europa attraverso il Gruppo di Minsk69, diventa il principale attore coinvolto nel
tentativo di trovare una soluzione al dissidio armeno-azero, che, dopo estenuanti
trattative, porta alla firma del cessate il fuoco nel luglio del 1994; sebbene la
soluzione politica rimanga vaga, il cessate il fuoco è efficace, ma i negoziati entrano
in una fase di stallo tutt’ora irrisolta.
Le concause che impediscono un avanzamento delle trattative sono molte:
innanzitutto la contrapposizione tra il principio di autodeterminazione dei popoli,
rivendicata dal Karabakh e l’intangibilità dell’integrità territoriale, sostenuta
dall’Azerbaigian. Inoltre il contemporaneo scoppio della guerra in Yugoslavia e la
collocazione periferica del Caucaso, contribuiscono ad attenuare il coinvolgimento
della comunità internazionale. I delicati interessi di ogni singolo stato giocano un
ruolo altrettanto importante: gli Stati Uniti agiscono cautamente per non contrastare
il ruolo che la neo nata Federazione Russa rivendica nel proprio «estero vicino» in
contrapposizione con le tradizionali interferenze iraniane e turche, mentre
quest’ultimi (sulla base dell’antico legame pan-turco) supportano le pretese azere,
inficiando la pace e rischiando di allargare ulteriormente il conflitto. Dopo la
chiusura delle frontiere armeno-turche, ad oggi ancora vigente, l’Armenia isolata
deve rinforzare i legami con Mosca, inasprendo ulteriormente le contrapposizioni.
Con la firma del cessate il fuoco ed il congelamento delle trattative, ulteriori
dinamiche politico-economiche complicano la situazione: l’Azerbaigian, grazie
all’interesse crescente per le risorse energetiche del Mar Caspio, beneficia della
solidarietà internazionale, che gli permette di accrescere il suo potere negoziale al
punto che, al summit di Lisbona del 1996, tutti gli stati, ad esclusione dell’Armenia,
sostengono il più alto grado di autonomia del Nagorno Karabakh, all’interno però
del rispetto dell’integrità territoriale azera. Data la consapevolezza dello svantaggio
negoziale, l’anno seguente il presidente della Repubblica armena, Ter-Petrossian si
dichiara favorevole ad una approccio “step by step”, consistente nel ritiro armeno
dai territori occupati in Azerbaigian, in un progressivo rientro dei profughi azeri e
nella rimozione dell’embargo turco, ma rimandando lo status della regione contesa,

69
Il Gruppo di Minsk, formatosi nel 1992 con lo scopo di preparare una conferenza di pace
per la risoluzione del conflitto nel Nagorno-Karabakh, è composto da tredici Stati membri
dell'OSCE, compresi i due belligeranti: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Francia,
Germania, Italia, Repubblica Ceca, Russia, Stati Uniti, Svezia, Svizzera e Turchia.
44
la quale rimane assolutamente salda nel perseguire la propria autodeterminazione.
Le divergenze tra Erevan e Stepanakert portano alle dimissioni di Petrossian,
sostituito dal presidente del NK Kocharian, che si fa promotore di una formula
omnicomprensiva, piuttosto che gradualista.
A questo punto le rivendicazioni armene e del NK si sovrappongono, le opinioni
pubbliche di Azerbaigian e Armenia si schierano in favore di marcate posizioni
populiste e l’incapacità di entrambi i governi fa sfumare nuovamente la possibilità
di un compromesso (1999).
Nel 2004 si avvia una nuova fase di negoziati nota come il “Processo di Praga”, in
cui per trovare un nuovo accordo si tenta di mediare tra formula omnicomprensiva
voluta da Yerevan e Stepanakert, e quella gradualista preferita da Baku: la
restituzione dei territori occupati dalle truppe armene, il rientro dei rifugiati e la
conseguente riapertura delle frontiere turco-armene, ed in ultimo un referendum per
decidere lo status dell’enclave. Ma proprio questo ultimo aspetto fa nuovamente
precipitare la possibilità di accordo.70 Il processo di pace entra in una nuova fase nel
2007, tramite l’elaborazione dei cosiddetti “Principi di Madrid”, proposti dai tre
paesi che presiedono il gruppo di Minsk, e che stabiliscono:

1. la restituzione all’Azerbaigian dei territori situati vicino al NK;


2. lo status ad interim per la regione con garanzie di sicurezza e autogoverno;
3. un corridoio che unisca l’Alto-Karabakh e l’Armenia;
4. il ritorno di tutti i profughi nelle loro case;
5. le garanzie internazionali di sicurezza con la possibilità di includere una
forza di peace-keeping.

Il principale punto di disaccordo rimane tutt’ora lo status del NK71. La Russia dopo
il conflitto con la Georgia e il riconoscimento delle indipendenze di Ossetia e
Abkhazia, sembra aver riconquistato l’egemonia sulla regione. Nel novembre del
2008, ospitando un incontro tra la presidenza armena e quella azera, si fa garante di
una dichiarazione congiunta che, seppur vaga, esclude l’uso della forza per la

70
C. Frappi, Nagorno-Karabakh: il congelamento di un conflitto, in «ISPI Policy Brief», Nº
32, marzo 2006.
71
H. Khacharian, Armenian-Azerbaijani disagreement on Madrid Principles stalls
Karabakh settlement process, CACI Analyst, 14/10/2009. www.cacianalyst.org
45
risoluzione dei contrasti nel NK. Dal canto suo la Turchia, anch’essa interessata a
creare una piattaforma regionale di cooperazione, si attiva nel dare inizio ad un
processo di distensione con l’Armenia, fortemente contrastato però dalle autorità
di Baku. La natura dei rapporti tra Turchia e Azerbaigian, e la loro stretta alleanza, è
sempre percepita dagli armeni come la prosecuzione del progetto panturanico
dell’unione in un solo stato delle popolazioni turche dell’Anatolia e dell’Asia, come
la chiusura della frontiera turca nel 1993 e la conseguente minaccia all’esistenza
dello stato armeno ulteriormente confermano. La ricerca di un percorso alternativo
per la Turchia può così contribuire non soltanto al miglioramento dei suoi rapporti
con l’Armenia, ma anche alla risoluzione di un conflitto, quello del Nagorno
Karabakh, che pregiudica la stabilizzazione di tutto il Caucaso meridionale.72

4.2 - I protocolli Armenia - Turchia


Ci sono oggi nuove speranze per una chiarificazione dei rapporti tra Armenia e
Turchia. Il 10 ottobre 2009, a Zurigo, i ministri degli Esteri di Armenia e Turchia,
Edvard Nalbantyan e Ahmet Davutoglu sottoscrivono uno storico accordo che
dovrebbe portare alla riapertura delle frontiere e al ristabilimento di relazioni
diplomatiche tra i due Paesi. La firma è costata molta fatica, e dietro le dichiarazioni
di circostanza c'è la consapevolezza che l’attuazione degli accordi non sarà
assolutamente semplice. I due protocolli di Zurigo (riconoscere ed aprire i rispettivi
confini, formare una commissione storica congiunta) sono un passo importante per
la stabilizzazione del Caucaso, ed i grandi interessi economici e commerciali
coinvolti (per le rotte energetiche che legano la Russia e l'Asia centrale all'Europa
occidentale) possono spingere nella direzione di una elaborazione storica di quanto
accaduto all’inizio del secolo scorso e portare ad una pacificazione di questa
regione. Ma il problema della risoluzione del negazionismo del genocidio armeno è
fortemente condizionato dalla protezione degli interessi economici di molti, perché
in questo momento storico sono coinvolti: i russi, che cercano nuove vie per il loro
gas e hanno bisogno dell'Armenia; l'Armenia, che non dispone di risorse naturali,
ma spera di sfruttare la sua posizione di paese di transito e di rompere l'isolamento
economico; gli Usa che dal canto loro fanno pressione sui turchi; la Turchia, che a
sua volta gioca l’opzione del disgelo con l'Armenia sul tavolo della sua adesione
A. Ferrari, I protocolli armeno-turchi e il nodo dell’Alto Karabakh, «ISPI Policy Brief»,
72

Nº 164, novembre 2009.


46
all'Unione Europea (potrebbe essere l’argomento definitivo per superare le
resistenze della Francia, della Germania e degli altri paesi europei contrari
all'adesione) e punta a diventare un polo di smistamento energetico, perché è uno
snodo per due progetti di importanza strategica per i paesi europei come South
Stream e Nabucco (nuovi oleodotti per il trasporto di gas).73

4.2.1 - Posizione dell’Armenia


Al documento dei protocolli è allegata una appendice che fissa una precisa tabella di
marcia per la loro attuazione, prevedendo l’apertura delle frontiere entro due mesi
dall’entrata in vigore del secondo protocollo (sviluppo dei rapporti bilaterali),
sebbene per far ciò occorra l’approvazione dei rispettivi parlamenti e dei presidenti
della repubblica. In Armenia il premier Sarkisian conta su una forte maggioranza,
ma l’approvazione potrebbe non essere così scontata, per la diffusa opposizione
interna ai contenuti dell'accordo e per le riserve e le resistenze della potente
diaspora che con le sue rimesse e i suoi investimenti costituisce una voce
fondamentale del PIL del paese.
Gli Armeni della diaspora sono infatti fortemente contrari alla attuazione di quanto
previsto dai protocolli74, perché:
1) c’è il timore che l’accordo possa rappresentare un definitivo riconoscimento
della frontiera tra i due paesi, stabilita dal trattatati di Kars75, con il quale la
Repubblica sovietica armena, in chiara condizione di sudditanza politica e
73
Il Nabucco è un gasdotto di 3300 km, che partirà da Erzurum (Turchia orientale) per
arrivare a Baumgarten an der March, Austria. Vi partecipano la Omv austriaca, la Mol
ungherese, la Transgaz rumena, la Bulgargaz bulgara, la Botash turca e la Rwe tedesca, più
la sponsorizzazione dell’Unione Europea. Il gas che lo alimenterà proverrà dai giacimenti
dell’Azerbaijan, che lo esporterà dapprima alla Turchia attraverso la Georgia. Un progetto
che fa concorrenza diretta al Nabucco è il South Stream: dalla Russia, attraversa il fondale
del Mar Nero e riemerge nei Balcani, dove si sdoppia: un ramo attraversa la Grecia, il Mar
Ionio e arriva in Italia; un altro attraversa Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia, Austria e
Italia. Ha una forte valenza politica più che economica. Il South Stream, con i suoi lunghi
tratti sottomarini, costa circa il doppio rispetto al concorrente Nabucco. S. Magni,
Nabucco, South Stream e il rubinetto di Mosca per il gas europeo, 7/01/2010,
www.libertiamo.it
74
La petizione “Votch” (NO in armeno) che spiega le ragioni di tale dissenso e raccoglie
firme per opporsi ai protocolli in www.votch.org , con posizione altrettanto critica della
comunità armena d’Italia, nel comunicato Le ragioni del No. Nostre riflessioni sui
protocolli turco-armeni, in www.comunitaarmena.it .
47
militare, cede alla Turchia vasti territori76, incluso il monte Ararat, luogo di
grande valenza simbolica per il popolo armeno. Il primo dei protocolli infatti
statuisce di «Confirming the mutual recognition of the existing border
between the two countries as defined by the relevant treaties of international
law», assieme alla «territorial integrity and inviolability of frontiers». Ma la
maggior parte dei figli degli esuli sono originari di città e paesi che sono oggi
sotto il dominio turco e pretendono, se non la restituzione delle terre, almeno
un risarcimento morale dei danni e delle privazioni subite dai loro avi77.
2) Altrettanto grave appare agli armeni l’accettazione di una commissione per
realizzare «…a dialogue on the historical dimension with the aim to restore
mutual confidence between the two nations, including an impartial scientific
examination of the historical records and archives to define existing
problems and formulate recommendations»78. Sulla questione del genocidio
del 1915 la Diaspora (con intellettuali di tutto il mondo) è intransigente,
sostenendo che un argomento di questa portata non può e non deve figurare
come «merce di scambio» in una trattativa politica. Il Presidente armeno
sostiene invece che i protocolli non contemplano la discussione della
questione dal punto di vista storico, bensì tratteranno le possibili

75
Trattato di amicizia tra la Turchia e le Repubbliche Socialiste Sovietiche di Armenia,
Azerbaigian, e Georgia con la partecipazione della Repubblica sovietica russa, firmato a
Kars il 23 ottobre del 1921 e a Erevan l'11 settembre del 1922. Con questo trattato vengono
trasferiti alla Turchia i territori acquisiti dall'impero russo nel Caucaso meridionale con il
Congresso di Berlino del 1878, segnando la pace ad est e consentendo ai turchi di
concentrare le loro forze ad ovest nelle guerre d'indipendenza e con la Grecia. Alla
conferenza dei leader delle potenze alleate al termine della seconda guerra mondiale di
Potsdam, nel 1945, il ministro degli esteri sovietico Molotov chiede la restituzione delle
regioni, annesse alla Turchia, di Kars, Artvin e Ardahan.
76
Occorre tener presente che l’odierna repubblica armena occupa circa un decimo della
superficie dell’Armenia storica.
77
Sulla revisione dei confini il Presidente armeno sostiene che la questione non può essere
messa in discussione in quanto, sin dalla nascita della Repubblica Armena nel 1991,
Yerevan ha già aderito a numerose istanze internazionali siglando e accettando i relativi
trattati che stabiliscono gli attuali confini, aggiungendo che i confini attuali sono le
conseguenze del genocidio e qualsiasi modifica sarà possibile solo dopo il riconoscimento
del genocidio da parte della Turchia. da www.comunitaarmena.it
78
Protocol on the Establishment of Diplomatic Relations between the Republic of Armenia
and the Republic of Turkey.
http://www.armeniaforeignministry.com/pr_09/20090831_protocol.pdf.

48
conseguenze sulle relazioni tra i due paesi con l’obiettivo di lavorare a delle
soluzioni per ristabilire la fiducia e la giustizia. Ma questa interpretazione
non è del tutto convincente, perché se così fosse non si vede la necessità di
includere «scientific impartial examination of the historical records and
archives» in una trattativa diplomatica. Diversamente da Sarchisian, il suo
predecessore Kocharyan, puntava a ristabilire prima delle relazioni
bilaterali per poi, in tempi più maturi, affrontare argomenti specifici. Dal
canto suo Ankara ha posto come una delle pre-condizioni per la riapertura
delle proprie frontiere, chiuse unilateralmente dal 1993, la rinuncia da parte
armena alla rivendicazione della verità storica del genocidio. Questo punto
viene quindi recepito dalla Diaspora, come un cedimento alla posizione
ufficiale della Turchia, che continua a negare con forza il genocidio del 1915,
utilizzando in tutte le occasioni la forza dello Stato turco e la scaltrezza del
suo corpo diplomatico. Ma al governo di Yerevan si imputa inoltre di non
aver tenuto conto delle aspettative di una diaspora costituita prevalentemente
da discendenti di sopravvissuti al genocidio, e quindi direttamente interessata
alla questione dei rapporti con la Turchia. La resistenza più intransigente a
questo accordo è guidata dal partito Dasnaktsuthium (Federazione
Rivoluzionaria Armena), esistente dalla fine dell’Ottocento, prevalente nella
diaspora ma minoritario nella vita politica del paese.
3) Altro argomento estremamente importante è quello del Nagorno Karabakh,
per il quale il presidente armeno ha assicurato che lo stesso non è oggetto di
trattative e nei protocolli non vi è alcuna traccia. Ma anche su questo
argomento gli Armeni della Diaspora sono scettici. Innanzitutto perché il
protocollo contempla un passaggio alquanto delicato dove impegna le parti
alla «non-intervention in internal affairs of the others states». Si parla
esplicitamente di “altri stati” (intendendo Azerbaigian) e non degli stessi
stati firmatari dei protocolli. Il che potrebbe anche implicare che la questione
del Nagorno Karabakh è un affare interno dell’Azerbaigian e l’Armenia si
impegna a rispettare le sue decisioni. Si tratta, a mio parere, di un punto a
favore della esperta diplomazia. La Turchia non ha voluto (ne potuto) fare
cenno esplicito al conflitto del Nagorno Karabakh, per non compromettere
l’amicizia con l’alleato azero ma al tempo stesso, la non ingerenza negli
49
affari di stati terzi costituisce una sorta di garanzia in caso di future
discussioni sullo status della regione contesa. Una volta siglato il protocollo
l’Armenia non sarà più all’altezza di contrastare la politica turco-azera e sarà
costretta, suo malgrado, a cedere anche su questo fronte in cambio di qualche
promessa economica.79
I critici e gli armeni della Diaspora sono convinti che la Turchia abbia raggiunto il
suo obiettivo, quello di spaccare in due il popolo armeno rendendolo inoffensivo e
debole, riducendolo a due entità staccate: gli Hayasdantsi (da Haya stan, dove
abitano gli Haya, cioè coloro che vivono in Armenia ed hanno la cittadinanza del
paese) circa 3 milioni, e gli Spurki Hayer, gli Armeni della Diaspora che contano
quasi otto milioni.
Il governo armeno ed i favorevoli ai protocolli invece, sanno che la riapertura dei
confini aiuterebbe l’Armenia a migliorare la propria economia che risente in modo
grave dell’isolamento impostole da Azerbaijan e Turchia, e che la mancata
soluzione della questione del Nagorno-Karabakh ha sinora escluso l’Armenia da
diverse prospettive di sviluppo economico, in particolare del transito delle risorge
energetiche dell’Asia centrale e del Caspio.

4.2.2 - Posizione della Turchia


In Turchia, anche il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan può contare su una solida
maggioranza parlamentare e in questo caso avrà probabilmente dalla sua il partito
curdo, che vede nel dossier armeno un precedente importante per giungere ad una
soluzione equa anche per la questione curda. Ma le cose potrebbero comunque non
essere facili: scontata l'opposizione dei nazionalisti, l'eventuale appoggio dei
kemalisti potrebbe comportare dei costi politici per il premier. D'altra parte curdi,

79
Sarkis Shahinian, presidente dell'Associazione Svizzera-Armenia, denuncia il fatto che
le comunità armene sono state scavalcate all'ultimo minuto, perché i protocolli tra le due
parti mancano di maturità politica. Secondo Shahinian l'accordo annulla la validità
dell'arbitrato sulle frontiere del 1920 e – in merito al conflitto del Nagorno-Karabakhh –
non menziona né il diritto all'autodeterminazione dei popoli, né il ruolo di mediatrice
dell'Armenia. Un altro punto che preoccupa Shahinian, il quale ha perso parte della
famiglia nel 1915, è il lavoro della commissione d'esperti: «Temo che la questione sia
affrontata unicamente dal profilo storico, senza tenere conto degli aspetti criminali, ciò
che escluderebbe qualsiasi riparazione. L'Armenia è caduta nella trappola tesa dalla
Turchia, e il fossato tra la diaspora e la madrepatria aumenterà ulteriormente».
A. Bonzon, Armenia-Turchia: una pace difficile, 9/10/2009, www.swissinfo.ch
50
Cipro e Armenia sono tre questioni che Ankara deve risolvere, sia per consolidare il
suo ruolo regionale, sia per avanzare sul cammino verso la UE.
Significative opposizioni ai protocolli da parte turca riguardano la questione del
Nagorno-Karabakh, che non è espressamente menzionata, ma che negli anni passati
Ankara aveva sempre collegato alla normalizzazione dei rapporti con Yerevan. Ma
questa potrebbe essere, così come rilevato dagli armeni della Diaspora, il punto di
forza degli accordi dal punto di vista turco. Umre Uslu ha osservato «Dealying the
ratification process in the Turkish parliament until Azerbaijan and Armenia resolve
the Karabakh dispute would be an intelligent policy for Ankara to pursue to avoid
any international pressure to open its border with Armenia ending its long standing
boycott caused by the Armenian occupation of Azrbaijan’s province of Karabakh»80.
Infatti, all’indomani della firma dei protocolli Erdoğan (il quale data l’importanza
della questione è continuamente chiamato a dare spiegazioni all'opposizione, alla
sua maggioranza e all'opinione pubblica ) dichiara che l’Armenia dovrebbe ritirarsi
dal territorio dell’Alto Karabakh per guadagnare terreno in vista dell’approvazione
da parte del parlamento turco dell’accordo. La Turchia potrebbe così utilizzare la
minaccia di non ratificare i protocolli come strumento di pressione sull’Armenia
riguardo alla sorte della regione contesa con l’Azerbaijan, e dal punto di vista
armeno c’è il timore che Yerevan possa sacrificare il Karabakh alla necessità
politica ed economica di migliorare i rapporti con la Turchia. Per rendere efficaci i
protocolli si devono quindi superare due grandi ostacoli. Il primo si chiama
Nagorno-Karabakh, l’enclave armena cristiana nell'Azerbaigian turcofono e
islamico, dove l'intervento dell'esercito armeno in un conflitto che tra la fine degli
anni '80 e la prima metà degli anni '90 ha provocato alcune decine di migliaia di
morti, provoca la chiusura delle frontiere da parte di Ankara nel 1993: in vista
dell'accordo tra Armenia e Turchia, l'Azerbaigian fa sapere che potrebbe dare il suo
gas ed il suo petrolio alla Russia invece che alla Turchia o agli occidentali. Per la
Turchia, un possibile “ridimensionamento” dei rapporti con l'Azerbaijan avrebbe
importanti conseguenze soprattutto sul rifornimento di gas. Ankara acquista da
Baku oltre 6 miliardi di metri cubi di metano all'anno. Il vantaggio maggiore per la
Turchia consiste nel prezzo d'acquisto, 120 dollari per 1000 m³ rispetto a un prezzo
di mercato mondiale che si aggira attorno ai 400-500 dollari, e nel fatto che può poi
E. Uslu, Turkish-Armenia Protocols Create Concern over Karabakh, in Eurasia Daily
80

Monitor, Nº 6, 88, 14/10/2009, www.jamestown.org


51
rivendere ad altri Paesi il gas così acquistato. Il gas azero, inoltre, sarà anche
necessario per il progetto Nabucco, appoggiato dall'UE. L'Azerbaijan, però, fornisce
metano anche alla russa Gazprom, che nel frattempo ha assicurato Baku di poter
acquistare tutto il suo gas disponibile.
Il secondo ostacolo è appunto lo sterminio di un milione e duecentomila armeni
avvenuto nel 1915-16. Per molti turchi parlare di genocidio è ancora un tabù, per gli
armeni il suo riconoscimento rappresenta un punto irrinunciabile, una ferita ancora
aperta, così come la questione del Nagorno-Karabakh.

Conclusioni

A quasi cent’anni dai tragici fatti del 1915, riconosciuti come il primo genocidio del
XX secolo, ancora oggi la Turchia ne riconosce l’esistenza solo come deportazione
conclusasi drammaticamente, inserendola nel contesto altrettanto grave della prima
guerra mondiale. Dopo le speranze suscitate nel 2008 con l’avvio «diplomazia del
pallone»81 e la successiva firma dei protocolli del 2009, attualmente la situazione è
in una fase di stallo.
Il 22 aprile 2010 l'Armenia decide di congelare l'accordo raggiunto, dato che la
parte turca rifiuta di ratificare i protocolli entro tempi ragionevoli, anche se la
Turchia formalmente dichiara di voler continuare ad impegnarsi per il processo di
pace. Il problema è dell’Azerbaigian ,che si sente scavalcato dal contenuto degli
accordi82. Nella primavera del 2009, la leadership di Baku ha iniziato a fare appello
non solo al primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan ma anche all’opposizione
81
Turchia- Armenia: il pallone che unisce i due popoli, 14/10/2009,
www.ilmediterraneo.it
52
turca, per tenere chiuso il confine finché i suoi territori occupati non saranno
liberati. Essa ha minacciato di modificare il prezzo preferenziale concesso ai turchi
sulle forniture del suo gas naturale del giacimento di Shah Deniz, e di non
aumentare il volume delle forniture per alimentare il gasdotto Nabucco verso
l’Europa. Nel gennaio di quest’anno, per la prima volta, l’Azerbaigian ha fornito
quantità significative di gas alla Russia. Il risentimento popolare contro la Turchia si
è rafforzato a Baku con l’appoggio ufficiale delle istituzioni,così che i leader turchi
hanno deciso di non poter ignorare le pressioni dell’Azerbaigian; essendo inoltre
alle prese con difficili trattative riguardanti la riforma costituzionale in patria (per
ottenere gli aquis comunitari, le condizioni cioè per poter aspirare a far parte della
Unione Europea); essi non vogliono iniziare un conflitto con i nazionalisti
dell’opposizione turca in Parlamento – ed all’interno del loro stesso partito di
governo – aprendo il confine con l’Armenia. Il primo ministro turco Erdoğan ha
fatto dichiarazioni sempre più esplicite sul fatto che, in assenza di progressi nella
risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, il confine non sarebbe stato aperto,
sebbene questa sia stata la strategia adottata da Ankara sin dal 1993 con ben pochi
risultati a favore di un risoluzione del conflitto.
Negli ultimi mesi, la Turchia è riuscita a contribuire al rinnovamento degli sforzi
per risolvere il conflitto del Nagorno-Karabakh sotto l’egida del gruppo di Minsk
dell’OSCE. L’Armenia e l’Azerbaigian sono più vicini che mai alla firma di un
accordo sui principi fondamentali presi in considerazione sin dal 2005. Eppure le
loro divergenze sullo status finale del Nagorno-Karabakh non sono state superate.
Malgrado ci siano state alcune iniziative volte a definire uno “status provvisorio”
per questa enclave, l’Armenia insiste sul fatto che essa dovrebbe godere del diritto
di autodeterminazione, compresa l’eventuale secessione dall’Azerbaigian, mentre
quest’ultimo sostiene che la propria integrità territoriale non può essere violata.
Il governo armeno, a sua volta, ha fatto poco negli ultimi mesi per riaffermare il
proprio impegno a superare gli aspetti più difficili presenti nei protocolli. Piuttosto,
ha cercato di prendere le distanze dalla creazione di una commissione storica che
preveda un’analisi scientifica imparziale dei dati e degli archivi storici. Una simile
commissione è generalmente percepita dagli armeni come una fondamentale

82
N. Mikhelidze, The Turkish-Armenian Rapprochement at the Deadlock, in Documenti
Istituto Affari Internazionali, marzo 2010, www.iai.it

53
violazione della propria identità nazionale, perché non accettano che il genocidio
possa essere discusso. In questa situazione sia la leadership armena sia quella turca
escono indebolite dagli sviluppi degli ultimi mesi. Il presidente armeno Sarksyan è
stato pesantemente criticato dall’opposizione per aver fatto troppe concessioni al
governo turco ritenendo che si sarebbe potuto aprire il confine malgrado
l’opposizione dell’Azerbaigian, per cui la decisione parlamentare dell’Armenia è
una vittoria della linea dura portata avanti dalla diaspora armena, e una sconfitta per
la sovranità armena nelle scelte di politica estera. Di contro, con il congelamento dei
protocolli, la leadership turca ha piena coscienza che con l’avvicinarsi del
centenario delle atrocità commesse nel 1915, è probabile che si proceda verso il
riconoscimento internazionale.
La Turchia e l’Armenia hanno un numero crescente di questioni bilaterali da
affrontare che richiedono semplici servizi consolari: ci sono quasi 40.000 cittadini
armeni che vivono in Turchia; decine di migliaia di turisti armeni visitano le coste
turche ogni anno; ed un numero enorme di camionisti e piccoli imprenditori turchi
operano in Armenia. Ci sono inoltre facili opportunità per sviluppare molte attività
fra i due paesi, anche se il confine rimane chiuso, ma al momento nessuna di esse
può ricevere un reale sostegno dai propri paesi d’origine. Per risolvere tali questioni
pratiche basilari, la Turchia e l’Armenia dovrebbero riconoscere i propri confini ed
instaurare rapporti diplomatici. Anche nell’attuale difficile clima internazionale, i
leader dei due paesi possono e dovrebbero intraprendere questi primi passi per
assicurare alle proprie popolazioni la possibilità di costruire un futuro prospero
fianco a fianco, ed alla fine venire a patti con la loro traumatica storia comune83.

83
S. Frezier, Turchia e Armenia: puntare sul possibile, senza sperare nel massimo,
6/05/2010, www.medarabnews.com
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