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idealismo.

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Appunti didattici di Carmignani Paolo

ELEMENTI INTRODUTTIVI ALL’IDEALISMO TEDESCO

Nel linguaggio comune idealista è colui che agisce in base a ideali. Il termine indica una persona
che ispira il suo comportamento a un’idea, ovvero a un modello astratto di perfezione, che funge da
criterio orientativo.
In politica l’idealista è colui che orienta le sue scelte in base ad un’ideologia ovvero un sistema di
idee su cui si fondano le proprie opinioni.
Talvolta il termine ideologia ha assunto anche una connotazione negativa perché pensata come una
teoria che apparentemente esprime una concezione neutrale della società, basata su considerazioni
culturali condivise, mentre, in realtà, nasconde la visione che la classe dominante impone ai gruppi
sociali subalterni. In questo senso l’ideologia, concepita come cultura della classe dominante,
diventa uno strumento di oppressione (interpretazione marxista).
In filosofia idealismo è il termine usato da Leibniz per definire la filosofia di Platone che suddivide
l’essere in un mondo sensibile ed uno soprasensibile o intelligibile (mondo delle Idee).
Per idealismo si intende in filosofia una concezione secondo cui tutto ciò che è reale è già
contenuto preliminarmente (a priori) nella nostra mente. In senso lato, il termine abbraccia
quelle filosofie, come ad esempio il platonismo, che privilegiano la dimensione ideale rispetto a
quella materiale, affermando che l'unico vero carattere della realtà sia di ordine spirituale.
Kant nella Critica della Ragion Pura, distingue fra un Idealismo materiale, ossia che si riferisce
alla materia del conoscere, ed un Idealismo formale, che, invece, si riferisce alla forma del
conoscere.
L’Idealismo materiale, afferma Kant, è una teoria filosofica che ritiene l’esistenza degli oggetti fuori
di noi dubbia e/o indimostrabile (come per Cartesio) oppure falsa e/o impossibile (come per
Berkeley).
Idealismo formale Kant chiama la sua filosofia perché solamente le forme del conoscere (spazio,
tempo, categorie) sono ideali, ovvero appartenenti al soggetto pensante, mentre la materia (il
contenuto) del conoscere è esterna ad esso (soggetto) e dipende dalla cosa in sé. Per questo
l’idealismo kantiano si combina con il realismo.
Verso la fine del ‘700 alcuni autori tedeschi, cresciuti nell’ambito della filosofia kantiana, iniziano
a mettere in discussione il punto a loro vista più debole e paradossale, della critica kantiana: il
dualismo fra fenomeno e noumeno.
Se conoscere qualcosa vuol dire essenzialmente rappresentarla, come è possibile fondare la
conoscenza su qualcosa di non rappresentabile (<<la cosa in sé>>)? [Reinhold]
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Ammettere l’esistenza di una realtà <<in sé>> come causa del conoscere vuol dire applicare ad essa
la categoria di causa e questo non è possibile. Inoltre come è possibile fondare l’esperienza su forme
trascendentali che non sono empiriche? D’altra parte se il trascendentale fosse empirico, allora la
conoscenza si esaurirebbe nell’esperienza e si ritornerebbe allo scetticismo humeiano [Schultze].
Si può pensare alla <<cosa in sé>> come ad un concetto limite solo se immanente alla coscienza, ma
se la <<cosa in sé>> è esterna alla coscienza, allora potremmo paragonarla ad una grandezza non
reale come ad esempio la radice quadrata di meno A.
L’idealismo tedesco si propone, quindi, come una filosofia che per negare il dualismo kantiano, nega
la realtà della <<cosa in sé>> identificando la <<realtà>> con la <<realtà rappresentata>>.
In questo senso, perciò, la <<realtà rappresentata>> non va più considerata come un semplice
fenomeno (la manifestazione di una realtà sconosciuta), ma come l’unica realtà possibile.
Tolto il noumeno cade la distinzione fra la realtà, diciamo, “soggettiva” (fenomenica) e la realtà
“oggettiva”, (noumenica). La Rivoluzione copernicana di Kant cessa di avere un senso perché, d’ora
in avanti, l’unica realtà ammessa sarà quella pensata. <<Realtà pensata>> e <<realtà>> coincidono.
Eliminata la <<cosa in sé>> è possibile, per la mente umana concepire la realtà come un’idea
totalizzante. Il soggetto (l’Io penso) non si limita a pensare una realtà esterna, fuori di lui, perché
pensiero ed essere vengono a coincidere. “Al di là del contenuto del pensiero non c’è nulla. Beninteso
il pensiero non dell’individuo, ma dell’umanità intera, non di un soggetto singolo ma di uno Spirito
Assoluto” (in P. Rossi Dizionario di filosofia,La Nuova Italia, Firenze, p. 187)
L’Idealismo tedesco si propone come una “rivoluzione filosofica” che rivaluta il Soggetto, o Spirito,
rispetto all’Oggetto.
Se la filosofia trascendentale di Kant si era occupata delle forme attraverso le quali il Soggetto
attua una conoscenza a priori dell’oggetto, l’Idealismo va oltre arrivando a concepire il
Soggetto, quello che per Kant era l’Io penso, non più come semplice appercezione
trascendentale, una funzione in grado di pensare l’oggetto in virtù della capacità di compiere
sintesi a priori, bensì come Principio assoluto della realtà.
In altre parole venendo meno la realtà della <<cosa in sé>>, l’unica realtà possibile è quella che
il Soggetto, o Spirito Assoluto, pensando crea.
In Fichte L’Io penso, forma a priori, diventa Io puro, Soggetto creatore.

BREVE INTRODUZIONE ALL'IDEALISMO FICHTIANO


L’Idealismo fichtiano è definito Soggettivo perché il filosofo pone l’Io Puro, il Soggetto, lo Spirito,
quale fondamento metafisico, principio assoluto della realtà.
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Come dobbiamo concepire l’Io Puro? Come mera attività spirituale che Fichte pone come intuizione
intellettuale. In altre parole all’idea di una realtà concepita come oggetto, qualcosa di inerte, un ordine
matematico, Fichte sostituisce l’idea della realtà come Soggetto. Ma cosa è un Soggetto? Spirito che
s’identifica come attività infinita. La realtà dunque va identificata con il processo stesso dell’attività
dell’Io puro.
Potrebbe essere l’Io puro identificabile con Dio? Forse sì, ma non certamente il Dio della tradizione
religiosa. L’Io puro, il Dio fichtiano, è la stessa realtà che si autocrea all’infinito.
Fichte ritiene che la filosofia sia uno strumento di conoscenza importante per rivalutare la libertà
creatrice del Soggetto.
Egli ritiene che nel processo conoscitivo, come nella realtà ontologica, Soggetto ed Oggetto
costituiscano un binomio inscindibile. Il filosofo riflettendo sull'esperienza riconosce in essa questa
inscindibile unione, ma facendo un processo d'astrazione è in grado di analizzare in forma separata il
soggetto dall'oggetto (il soggetto pensante dall'oggetto pensato).
Il filosofo si trova dunque di fronte a due sole possibili filosofie (leggi p.78) : l'idealismo ed il
dogmatismo.
L'idealismo è la filosofia che riconosce le rappresentazioni della conoscenza come il prodotto
dell'intelligenza del soggetto, il dogmatismo ritiene che esse siano il prodotto di una cosa in sé che ne
è il presupposto, indipendente dal soggetto stesso.
Come fa un uomo ragionevole a scegliere fra le due opzioni?
La ragione non può venirgli incontro, infatti non è possibile dimostrare quale delle due filosofie sia
nel vero; ed allora? Fichte sostiene che la scelta è determinata dall'inclinazione e dall'interesse
dell'uomo stesso.
Riprendendo il tema kantiano della Critica della Ragion Pratica, ovvero della libertà del soggetto
umano, Fichte ritiene che esso si configuri come “attività infinita e incondizionata”. Io puro che con
la sua attività plasma la realtà creandola e subordinandola alle sue esigenze.
L'attività dell'io è infinita in quanto non limitata come in Kant dalla cosa in sé.
La filosofia di Fichte è un inno alla potenzialità ed alla creatività dello Spirito umano che deve tendere
infinitamente alla piena realizzazione di se stesso.
Tradotto in altri termini il discorso di Fichte va inteso come l'esaltazione del pensiero e
dell'intelligenza umana che nella sua perenne attività configura la realtà e realizza pienamente la sua
Umanità.
Gli uomini singoli in quanto espressioni finite di questo Spirito (Io puro) infinito hanno il compito di
imitarlo attraverso l'attività morale e la piena realizzazione della propria libertà e umanità.
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Compito di ogni uomo consiste nell'esercizio del suo libero pensiero ovvero nella realizzazione della
propria spiritualità.
Fichte identifica l’attività del soggetto che plasma la realtà secondo le proprie esigenze e superando
gli ostacoli che gli si oppongono, con l’attività morale; proprio per questo, il suo idealismo è definito
anche Idealismo etico.
Nell’uomo la morale è vista come l’attività attraverso la quale egli plasma la realtà secondo i suoi
fini, superando gli ostacoli che gli si frappongono. Nell’attività morale, l’uomo è dunque simile all’Io
puro che diventa il fine ultimo a cui tendere.
L’attività dell’Io non si conclude mai, è infinita.
Poiché i soggetti finiti si trovano ad avere relazioni con altri soggetti finiti, Fichte concepisce una
forma statale che riesca a far coesistere tutti mediante leggi. I soggetti empirici sono pensanti e morali
ma sono anche corpi che rivendicano esigenze individuali. È necessario garantire a tutti la vita, libertà,
la proprietà. Per questo occorre uno Stato che abbia un potere di polizia ed un potere giudiziario e
che pianifichi l’economia garantendo a tutti un lavoro ed il soddisfacimento delle esigenze
fondamentali. Per questo Fichte introduce l’idea dello Stato commerciale chiuso rinnegando il
commercio che egli interpreta come un’attività finalizzata all’arricchimento egoistico. Il fine dello
Stato è il raggiungimento della piena autarchia.
In questo contesto Fichte esalta la figura del dotto. I dotti sono gli intellettuali che si pongono come
modello ed hanno la missione di educare gli uomini alla moralità. L’uomo va concepito come fine e
non come mezzo delle proprie azioni. Attraverso la cultura il dotto educa l’uomo a conciliare le sue
azioni in senso morale richiamando l’idea kantiana del sommo bene.

ALCUNI ELEMENTI DELL’IDEALISMO DI SCHELLING


L’Idealismo di Schelling (1775-1854) riprende inizialmente alcune delle tematiche dell’I. di Fichte
come l’eliminazione della cosa in sé, l’idea che lo spirito umano si configuri essenzialmente come
attività infinita, la convinzione che la libertà sia l’essenza della realtà.
Il giovane S., che prenderà il posto di Fichte all’Università di Jena quando questi, nel 1799, dovrà
lasciare la sua cattedra a seguito della polemica sull’ateismo in cui era rimasto coinvolto, pur essendo
vicino alle posizioni fichtiane, che considerava un “inveramento” del criticismo Kantiano, esprime
punti di vista diversi ed originali.
L’idealismo schellinghiano si caratterizza soprattutto per due elementi:
1. Una diversa concezione della natura
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2. L’idea che la realtà vada concepita come un principio incondizionato definito Assoluto
(unitotalità), che esprime l’idea di una realtà che non si limita alla concezione fichtiana di
“prodotto” dell’Io.
Schelling, che nei suoi anni giovanili ha studiato fisica, chimica, medicina, in una sua opera del 1797,
Idee per una filosofia della natura, si convince che la natura non può essere semplice non-io,
ostacolo passivo che si oppone all’attività del Soggetto. Per S. la natura presenta caratteristiche da
cui è possibile presumere un’attività autonoma rispetto a quella del Soggetto. Schelling concepisce la
Natura essenzialmente come infinita forza creatrice che, a tutti i livelli, si riproduce continuamente.
La posizione di Schelling è assai vicina a quella della Naturphilosophie. Essa è concepita come una
totalità organica permeata da forze immanenti da cui è attraversata, osservabili sia a livello
dell’inorganico che dell’organico. La natura schellinghiana è plasmata da una visione dinamica,
organica e finalistica.
Per questo la fisica di S. si chiama fisica speculativa e si differenzia da quella della scienza
sperimentale. Mentre questa, a partire dall’esperienza, si preoccupa di ricostruire le trame delle
connessioni causali meccaniche che legano tra loro i fenomeni alla ricerca di leggi e costanti, quella
(fisica speculativa), invece, si caratterizza come un sapere che ricava i suoi principi a priori. Questo,
però, non significa rinunciare all'esperienza, ma pensare alla fisica come un sistema coerente di
concetti deducibili da principi razionali. Per Schelling la fisica speculativa definisce la natura in
modo ORGANICISTICO, non meccanicistico. Significa concepire le sue parti interconnesse fra
loro, secondo un finalismo che non è riscontrabile né con i criteri del meccanicismo, né con quelli di
un finalismo di matrice teologica che pone la ragione di sé in un'entità trascendente. La fisica di
Schelling, invece, concepisce la natura come un organismo caratterizzato da un finalismo immanente.
Si torna al concetto di organismo inteso come una totalità le cui parti sono funzionali all’intero
(organismo), nel senso che concorrono a farlo vivere.
In natura si coglie, per Schelling., un principio, quello di polarità, che sta alla base dei processi
naturali. Tale principio, anche se in forme diverse, è rintracciabile a qualunque livello della realtà
naturale, dal più semplice al più complesso,
Il principio di polarità, esprime l’idea che in natura ogni entità scaturisca dall’azione-reazione di
una coppia di forze opposte che si attraggono e/o si respingono.
La vita, a tutti i livelli (quindi anche a livello umano), viene spiegata come disequilibrio di queste
forze.
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In questo contesto, per Schelling, la Natura è simile allo Spirito1, essa non è altro che Spirito
visibile. Risalendo dai livelli più bassi della natura (l’inorganico) e procedendo pian piano verso
quelli superiori (l’organico) si arriverà a delineare <<l’uomo>> che, da un lato, costituisce il livello
più elevato della Natura, ma, dall’altro, cessa di essere un ente inconsapevole (natura) acquisendo
quell’autocoscienza (di sé) che lo fa essere <<Spirito>>.
In altre parole per S. è possibile risalire tutti gli scalini della molteplicità naturale, e quindi
dell’oggetto fino al Soggetto stesso.
Soggetto ed Oggetto, Natura e Spirito, secondo questa concezione cessano di essere due entità
contrapposte per divenire aspetti di una medesima realtà (unitotalità) che S. chiama Assoluto2.
Per questo S. definisce la natura <<spirito visibile>> o <<preistoria dello spirito >> e lo spirito
<<natura invisibile>>.
Il sistema della natura e quello dello spirito non mettono dunque in luce che i due aspetti di uno stesso
essere (come ad esempio un bicchiere è inconcepibile senza il dentro ed il fuori)

L’Idealismo di S. viene definito estetico perché è proprio nell’Arte che egli intravede quell’attività
conscia e inconscia, fatta di momenti in cui l’artista inconsapevolmente viene ad avere un’ispirazione
che successivamente esprime consapevolmente in un’opera d’arte.
L’arte viene definita l’organo dell’Assoluto, ovvero lo strumento che meglio esprime la sua
essenza.
Come l’Assoluto va inteso come un’infinita forza creatrice che si esprime inconsciamente (natura) e
consciamente (Spirito), così l’arte è attività creatrice inconscia e conscia allo stesso tempo. L’artista,
il genio, è colui che riesce a cogliere l’Assoluto attraverso l’intuizione estetica. La ragione filosofica
può semplicemente riflettere sull’Assoluto ma non riesce a comprenderlo nella sua interezza come
invece può fare l’artista attraverso l’intuizione estetica che nella bellezza coglie il principio unitario
di spirito e natura, la convergenza di finito e infinito.
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1
Per << Spirito >> s’intende il soggetto consapevole di sé, o meglio la coscienza che tradizionalmente è
sempre stata contrapposta all’<<oggetto>> o natura.
2
Ricordare l’idea della realtà come Sostanza per Spinoza. Schelling, pur differenziandosi dal filosofo
olandese perché concepisce la realtà come identità di soggetto-oggetto e non come naturale ordo
geometricum, resta comunque ancorato all’idea della realtà come tutt’uno.