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Libertà di espressione: il caso Charlie Hebdo

Una breve storia della rivista 1

Nel 1960 Georges Bernier (professeur Choron) e François Cavanna, diedero inizio, a Parigi, ad una pubblicazione mensile con il nome di Hara-Kiri, "journal bête et méchante" (“periodico bestiale e sprezzante”) che, nel 1961, venne vietata. Nel 1964 riprese, per essere nuovamente bandita nel 1966. Un anno dopo riapparve perdendo la metà dei collaboratori e, nel 1969, ne assunse la direzione Cavanna che la trasformò in un settimanale (hebdomadaire, hebdo) con il nome di L'Hebdo Hara-Kiri. Nel 1979, a causa della disinvolta copertura informativa della morte di De Gaulle, venne ancora una volta bandita. I promotori, allora, la riproposero con il nome di Charlie Hebdo, prendendo il nome da una vecchia pubblicazione del 1969, che si chiamava Charlie Mensuel. Il nome evocava anche il personaggio di Charlie Brown del vignettista Schulz. Nel 1981 venne chiusa di nuovo, questa volta però per mancanza di abbonati, pubblicità e vendite nelle edicole.

Nel 1992 riapparve come nuova rivista ma con lo stesso nome: Charlie Hebdo. A prenderne le redini questa volta fu Jean Philippe Val Cabut (Cabu) insieme a noti disegnatori degli anni ‘70. Ebbe un grande successo iniziale raggiungendo 100.000 copie con il primo numero. La nuova linea politica della rivista contestava l’agenda dell'estrema destra. Nel 2009 Val Cabut lasciò la direzione a favore di Stéphane Charbonier (Charb) che continuava, ed enfatizzava, la stessa linea irriverente. Nel novembre 2011, dopo aver pubblicato una vignetta che derideva Maometto (Mohammed) e la legge islamica, la rivista subì un attacco con bombe Molotov che incendiarono i locali del settimanale. Dopo questo assalto, Charb e altri membri del personale editoriale vennero costretti a vivere sotto la protezione della gendarmerie e il loro quartier generale divenne oggetto di custodia da parte della polizia francese. Nonostante le minacce ricevute e le azioni legali in corso, a causa del loro costante atteggiamento denigratorio ed irriverente, decisero di non cambiare la linea editoriale. Nel 2015 Charlie Hebdo aveva una tiratura di 35.000 copie e le finanze molto danneggiate dalla mancanza di pubblicità e dalla diminuzione delle vendite.

Sintesi dei fatti di Parigi del 2015

Il 7 gennaio 2015 a Parigi, due terroristi armati entrarono nella redazione di Charlie Hebdo uccidendo 12 persone e ferendone altre 11. I terroristi perpretarono l'attacco al grido di "Allah è grande", come vendetta per i continui insulti della rivista nei confronti dell'Islam e del suo profeta Maometto. Gli attacchi ebbero una grande risonanza in tutto il mondo. Quattro giorni dopo l'attacco vi fu una grande manifestazione di massa con lo slogan Je suis Charlie, capeggiata da Capi di Stato e di Governo provenienti da 40 Paesi e seguita da centinaia di migliaia di cittadini francesi.

Confusione sui problemi in gioco, i piani del discorso, i messaggi

Fin dal primo momento sono stati mescolati i diversi problemi in gioco e di conseguenza i piani del discorso, il ché ha ostacolato una chiara comprensione dei termini del problema e degli

1 Cfr. https://charliehebdo.fr/histoire/.

argomenti. Non era chiaro cosa si sostenesse: se le vittime, la libertà di espressione o la "causa" della rivista. Da un lato, si condannava la strage terroristica e si manifestava il sostegno per le vittime; dall'altro, questo sentimento è stato identificato con il sostegno al principio della libertà di espressione propria delle democrazie occidentali. Ma si è andati oltre, perché la libertà di espressione è stata automaticamente identificata con i modi di fare, offensivi, della rivista, e questo attacco è stato anche associato ad un sentimento di animosità nei confronti dell'Islam, mettendo tutto e tutti nello stesso sacco.

Reazioni all'attacco

Per valutare le reazioni agli attacchi bisogna distinguere tre gruppi di attori: i media; i cittadini nelle loro manifestazioni in strada e nelle reti sociali; i politici e le autorità pubbliche. Ci concentreremo sui primi due gruppi.

Un'ora dopo l'attacco, il giornalista e artista francese Joachim Roncin pubblicò un messaggio su Twitter che divenne subito virale: Je suis Charlie. In poche ore, la sua frase si diffuse come uno slogan a sostegno delle vittime, sotto forma di hashtag (#jeSuisCharlie), raggiungendo quasi 3,5 milioni di tweet in tutto il mondo. 2 Il picco di flusso di tweet con questa espressione chiave (je suis Charlie) è stato registrato mercoledì alle ore 21:30, con 6.500 Tweet al minuto.

La reazione dei media non è stata unanime

I media europei si sono allineati quasi all'unanimità con la rivista, identificando l'attacco come un’aggressione al principio della libertà di espressione. Da alcuni media non europei è giunta una riflessione critica sull’atteggiamento offensivo della rivista verso i sentimenti religiosi. A questo riguardo, sono spuntati, in ambito anglosassone, altri hashtag come: Je ne suis pas Charlie, I am not Charlie Hebdo, Je suis Ahmed (in riferimento al poliziotto musulmano morto nell'attacco), Je suis juif (Io sono ebreo, in riferimento anche all'assalto, con vittime, lo stesso giorno ad un supermercato kosher). Questi hashtag marcavano una distinzione tra la solidarietà agli editori e ai fumettisti che avevano perso la vita, e lo schieramento che sosteneva incondizionatamente la posizione ideologica della rivista e le sue idee.

Iniziativa di solidarietà con Charlie Hebdo

Nelle prime ore dopo l'attacco è emersa, in solidarietà con il settimanale e in tributo alle vittime, l’iniziativa di far pubblicare le vignette di Charlie Hebdo su tutti i mezzi di comunicazione. C’è stata una certa pressione tra diversi media europei per allinearsi con la pubblicazione di queste vignette. L’iniziativa è nata da Timothy Garton Ash, un noto professore di Oxford ed esperto in libertà di espressione. Garton Ash scriveva, il giorno dopo l'attacco: "Tutti i media in Europa dovrebbero rispondere agli omicidi terroristi islamici a Parigi, attraverso una pubblicazione coordinata, la prossima settimana, di una selezione di fumetti di Charlie Hebdo, e un commento per spiegare perché lo fanno” 3 .

2 http://www.lefigaro.fr/flash-eco/2015/01/08/97002-20150108FILWWW00363-plus-de-35-millions-de- tweets-jesuischarlie.php

3 T. GARTON ASH, “Contra el veto del asesino”, 08.01.2015 http://freespeechdebate.com. Questo articolo è stato pubblicato il 09.01.2015 su dieci giornali, alcuni di grande portata: El País (España), La Repubblica (Italia), Gazeta Wyborcza (Polonia) The Hindu (India), e in altri è stato oggetto di discussione: Le Monde (Francia) and The Guardian (Gran Bretaña).

Un importante gruppo editoriale si mostrò favorevole a ripubblicare tali vignette come attestato

di solidarietà:

– Jeff Jarvis (City University of New York): “If you’re the paper of record, if you’re the highest exemplar of American journalism, if you expect others to stand by your journalists when they are threatened, if you respect your audience to make up its own mind, then dammit stand by Charlie Hebdo and inform your public. Run the cartoons.”

– David Callaway (USA Today’s editor): “If it’s news, we publish.”

– T. G. Ash (Oxford Scholar): Appello pubblicato su dieci giornali europei: “Sfidare il veto

dell'Assassino” con il messaggio pubblicare o perire: “If newspapers don’t publish the images, the assassins will have won.”

– Amos Guiora (Center for Global Justice, US) “Charlie Hebdo published cartoons deemed

offensive to Islam. That is true. So what? Journals publish articles, satire and cartoons that

offend other faiths and ethnicities. That is what satirists and cartoonists do. Edgy artists perform an invaluable public service. They deserve our fullest support and protection. Their voices must be heard, no matter how offensive an opinion might seem or the discomfort it might cause. Otherwise, the most precious values of our society will “not be.”

– Paul Cliteur (Writter and Professor of Law, Netherlands) Should we exercise restraint? No. If we want to uphold the principles of a free society we certainly should not. But because there are hardly any private individuals left who want to take the role of the martyr, anonymous publishing will become more prevalent. We’re back in 17th and 18th century Europe when religious criticism as exercised by Spinoza, Voltaire, Rousseau, Diderot and others, was published anonymously or under nicknames.

Da un altro lato, rilevanti voci del mondo del giornalismo dissentirono:

- M. Baron (Washington Post, executive editor): “[The Post] doesn’t publish material that is pointedly, deliberately, or needlessly offensive to members of religious groups.”

– D. Baquet (New York Times, executive editor): “We have a standard that is long held and that serves us well: that there is a line between gratuitous insult and satire. Most of these are gratuitous insult.”

– A. Rudsbridger (The Guardian’s editor): There are offensive Charlie Hebdo cartoons “that the Guardian would never in the normal run of events publish.”

– Glenn Greenwald (The Intercept, tweet): “When did it become true that to defend someone’s

free speech rights, one has to publish & even embrace their ideas? That apply in all cases?

– Santiago Lyon (AP Vice President): “We’ve taken the view that we don’t want to publish hate

speech or spectacles that offend, provoke or intimidate, or anything that desecrates religious symbols or angers people along religious or ethnic lines.… We don’t feel that’s useful.”

Alla fine, quest’azione di solidarietà unanime e coordinata non ebbe successo. Alcuni giornali pubblicarono le vignette, ma molti altri no, specialmente nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Tra questi ultimi, alcuni non le stamparono nella loro versione cartacea, ma le riprodussero nella loro edizione on-line.

ALLEGATO: La libertà di espressione e la religione

Estratti dal fumettista e redattore di Charlie Hebdo Stéphane Charbonier, dal suo libro: Open Letter: On Blasphemy, Islamophobia, and the True Enemies of Free Expression, Little, Brown and Co, New York - Boston - London, 2016.

L'esercizio della libertà di espressione può entrare in conflitto con la religione attraverso la blasfemia. Una definizione generica di blasfemia consiste nell’azione (gesto o parola) di disonorare o negare la dignità che Dio ha come essere supremo.

Alcuni obiettano che la religione e i suoi simboli non dovrebbero avere protezione nello spazio pubblico perché la sfera pubblica è un luogo che deve essere totalmente aperto ed eticamente neutrale. Così dice Charbonier, direttore di Charlie Hebdo , il quale sostiene che solo un credente può bestemmiare: "Dio è sacro solo per quelli che credono in lui" 4 ; quindi deduce che la blasfemia è applicabile solo al credente.

L'autore affronta la questione della blasfemia da una posizione di aperto rifiuto della religione, affermando esplicitamente il suo ateismo in vari momenti. 5 Charbonier equipara le religioni alle ideologie politiche 6 , o le considera una questione di preferenza, come la scelta che fanno i vegani. 7

Charbonier pensa che credere sia fondamentalmente temere e si chiede se avere paura possa diventare un diritto. 8 E insiste sul fatto che qualcosa è sacro solo per coloro che lo vedono come tale – i credenti - ma non per il resto.

L'editore francese sostiene che le religioni hanno voluto equiparare gli attacchi da loro sofferti con la violenza di tipo razzista 9 , per apparire come vittime di quella ingiustizia davanti al pubblico. Secondo lui, musulmani e cattolici hanno lavorato per molti anni per riconoscere la blasfemia come un crimine. 10 In questo senso, Charbonier crede che le religioni facciano un uso interessato e opportunistico del suffisso fobia (Cristianofobia, islamofobia, ecc.). Così da essere raggruppate insieme a minoranze discriminate per motivi di razza e orientamento sessuale. 11 Egli ritiene che questo sia inappropriato perché sono semplicemente ideologie politiche come le altre.

Le critiche di Charbonier non si concentrano solo sui leader religiosi, ma denunciano anche la stampa e i politici come complici di questa operazione in favore della blasfemia. Da un lato, denuncia la connivenza della stampa che ha contribuito a cristallizzare il concetto di islamofobia, perché tutto ciò che suona come “l'Islam radicale” è associato al terrorismo e

La paura

vende: “Ogni scandalo che contiene la parola Islam nel proprietario vende copie (

)

4 S. CHARBONIER, Open Letter: On Blasphemy, Islamophobia, and the True Enemies of Free Expression, cit., p. 15.

5 Cfr. Ibid., pp. 18-19, 26, 79-80.

6 Cfr. Ibid., p. 16.

7 Cfr. Ibid., pp. 50-51.

8 Cfr. Ibid., pp. 11-13.

9 Cfr. Ibid., pp. 3-6. 10 Cfr. Ibid., p. 15. 11 Cfr. Ibid., p. 10.

vende bene” 12 . D'altra parte, denuncia che, dal caso delle vignette danesi su Maometto, Charlie Hebdo è stato sotto la sorveglianza dei media, e ogni volta che è stato pubblicato qualcosa di Maometto è stato echeggiato sotto lo slogan: un'altra provocazione Charlie Hebdo, rafforzando così la protezione del sacro nella sfera pubblica. Quindi, l'editore francese sostiene che la stampa dovrebbe ignorare il fattore religioso e vedere solo cittadini invece di musulmani. Le critiche dei politici vanno nella stessa direzione: questi considerano i credenti quando dovrebbero vederli solo come cittadini. 13

DOMANDE DA RISOLVERE

1. Sul principio della libertà di espressione:

a) Useresti l’hashtag #JeSuisCharlie per difendere la libertà di espressione?

b) Come giudichi l’iniziativa di Timothy Garton Ash?

c) La scena pubblica dev’essere completamente aperta e neutrale a tutti? Tutti i valori sono

quindi suscettibili di essere derisi?

2. Discussione sulla libertà di espressione e la religione

Tutti i personaggi pubblici possono essere oggetto di satira, e la Chiesa non dovrebbe avere dei privilegi nella sfera pubblica. I vescovi e i simboli religiosi possono essere ridicolizzati?

3. Discussione sulle implicazioni per la comunicazione istituzionale

Il tuo vescovo è invitato a partecipare ad una manifestazione di sostegno a Charlie Hebdo e di difesa della libertà di espressione. Il vescovo chiede il parere del suo direttore di comunicazione sul fatto di attendere alla manifestazione, e aiuto per inviare qualche tweet a riguardo. Cosa gli consiglieresti sulla manifestazione? Scrivi il testo del tweet che scriveresti per il tuo vescovo.

12 Ibid., p. 21. 13 Ibid., p. 29.