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IL DUCA SEGRETO

JoBeverley

Quando Isabella Barstowe viene rapita, è convinta che la sua vita e la


sua virtù siano perdute, fino a che non viene salvata dal famigerato
Capitan Rose. Bella non si aspetta di rivederlo mai più, ma anni dopo,
venuta a conoscenza della terribile verità che si cela dietro quel
rapimento,
è lei stessa a cercarlo: Rose è l’unico in grado di aiutarla a vendicarsi.
Ciò che Bella non sa, è che l’uomo da lei conosciuto era il
rispettabile duca di Ithorne, ora intrigato dalla sua richiesta misteriosa.
E a sua volta il duca non sa che, ben presto, le loro vite si ritroveranno
intrappolate in una ragnatela di pericolo e passione.

L’autore
Jo Beverley è considerata una delle più talentuose narratrici dei giorni
nostri, come dimostrano i numerosi e prestigiosi riconoscimenti letterari
conseguiti in carriera. Nata in Inghilterra, oggi vive con il marito
e due figli a Victoria, nella Columbia Britannica, non molto distante da
Seattle.

Dover, 1760
Il riso può assumere molte forme, dalla pura allegria di un bambino
felice ai farfugliamenti della follia. La risata che si perse nella buia e
nebbiosa notte di Dover era quella di uomini crudeli che avevano tra le
grinfie una vittima.
L’uomo sulla strada si fermò.
Alla sua sinistra, il mare sciaguattava contro il molo e il vento scuoteva il
sartiame delle navi. Più lontano, l’acqua più mossa faceva risuonare una
boa di segnalazione delle secche. Alla sua destra, le lampade antistanti
gli edifici erano globi luccicanti nella nebbia, che diffondevano luce
appena sufficiente perché il passante evitasse i detriti del porto:
mucchi di cordami, balle zuppe d’acqua e casse rotte da cui provenivano
liquidi e odori fetenti.
L’uomo scosse la testa e proseguì, ma poi la risata risuonò, questa volta
accompagnata da un’espressione di rabbia. Non riuscì a distinguerla, ma
la voce sembrava femminile. Poteva essere di un mozzo che veniva
schernito o di una puttana abituata a quella zona malfamata.
Niente che lo riguardasse.
Poi però udì altre parole, pronunciate con voce acuta ma autorevole, non
da un ragazzo e quasi certamente neppure da una puttana. Ma quale
donna perbene poteva trovarsi laggiù, a quell’ora, in una fredda notte di
ottobre?
“Vadano tutti al diavolo!” Era stato in mare per due giorni e due notti
gelide e non vedeva l’ora di fare una buona cena e di dormire in un letto
caldo alla locanda del Compasso. Il giorno dopo sarebbe tornato a casa.
Aspettò, ma non udì altro.
Dopodiché, così come era cessato, il rumore ricominciò. Altre risate di
scherno lo indussero a imprecare ancora prima di avviarsi in quella
direzione. C’era un lampione nella nebbia probabilmente sull’entrata di
una casa, ma non riuscì a scorgere altro. Avvicinandosi, vide solo due
piccole finestre, ai lati di una porta sghemba, tappate da persiane di
assicelle dalle quali filtrava una luce giallognola. Ne usciva anche l’acre
fumo del tabacco, puzza di birra stantia e sentori umani. Era una taverna
portuale di infimo ordine, un ricovero per i più rozzi tra marinai e
facchini.
Un’aspra voce beffarda stava dicendo volgarità a proposito di tette. Non
ci fu risposta.
Forse la donna non poteva parlare?
Giunto alla porta, vide l’insegna inchiodata e grossolanamente dipinta da
cui risultava che la bettola era il Ratto Nero.
— Che la peste colga tutti quanti — borbottò Capitan Rose mentre con
una spallata apriva il battente malmesso.
Aveva avuto ragione riguardo al fumo e alla luce gialla delle candele di
sego che rendevano nebbioso l’ambiente, ma riusciva a vederci
abbastanza.
Il Ratto Nero era affollato, gli avventori erano seduti su sgabelli e
panche, molti bevevano da tazze e boccali, ma tutti erano girati per
assistere allo spettacolo. Nell’angolo a destra di Capitan Rose, cinque
uomini vi avevano intrappolato una donna, probabilmente non appena
lei aveva imprudentemente messo piede lì dentro.
Che diavolo le era passato per la mente? Subito, Capitan Rose notò la
sua giovinezza e le buone origini. L’abito, a righe marrone e crema,
doveva essere costato parecchio, i capelli erano raccolti sotto un’elegante
cuffietta orlata di merletti. La curva sotto il fisciù che copriva la
scollatura del corpetto induceva a credere che avesse davvero un bel
seno. Uno degli uomini tentava, scherzando, di scostare il sottile tessuto,
giocando al gatto col topo, ma sicuro della vittoria.
Lei lo colpì su una mano.
L’uomo rise.
Rose si guardò intorno in cerca di alleati, ma non vide nessuno di sua
conoscenza.
C’era anche un’altra donna, una quarantenne dall’aria dura a guardia
della grande botte di birra, la taverniera o la moglie dell’oste, che però
non dava segni di voler intervenire. Continuava a riempire tazze e boccali
e a intascare i soldi. Capitan Rose era da solo contro quei cinque e
adesso i bevitori si erano accorti del suo arrivo, dandosi gomitate e
borbottando.
Non c’era da sorprendersene, in quella bettola era fuori posto quanto
la giovane donna. Il suo abito scuro era fuori moda, ma di eccellente
qualità. Aveva capelli lunghi che gli ricadevano sulle spalle e il mento
coperto da giorni e giorni di barba, ma quegli uomini non potevano
non rendersi conto del suo rango e della sua autorità.
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Rango e autorità che gli potevano essere d’aiuto, oppure fargli tagliare
la gola. Era abbastanza facile gettare un corpo dal molo, senza che
qualcuno lo sapesse. In posti come quello, nessuno chiacchierava.
D’altro canto potevano riconoscerlo, il fazzoletto da collo rosso e
l’orecchino con il teschio erano fatti per essere notati, eppure non
l’avrebbero protetto nel caso se la fossero presa con lui.
Per il momento non c’erano segni di riconoscimento ma neppure ostilità,
solo interesse per il suo arrivo e la speranza che potesse contribuire
al divertimento. Rose rivolse la sua attenzione alla scena
nell’angolo. Non c’erano dubbi, quella era una signora. Se ne rendeva
conto dai suoi abiti, ma anche dal portamento e dall’espressione
oltraggiata
che le leggeva negli occhi. Si era forse aspettata che i frequentatori
di una bettola come il Ratto Nero fossero gentiluomini?
Sia l’atteggiamento altero che quel corpo provocante le avrebbero di
certo portato dei guai. Persino quei manigoldi potevano farsi degli
scrupolo se si fosse trattato di tormentare un debole essere terrorizzato,
ma una bella donna come quella per loro era una magnifica
preda, soprattutto se era arrivata lì di sua iniziativa.
Era forse andata in cerca di un’avventura? Alcune dame trovavano
eccitanti
gli uomini rozzi, ma quella doveva essere matta per cadere così
in basso e, nonostante tutti i tentativi di sembrare piena di dignità, era
molto giovane. Forse non aveva neppure diciotto anni. Senza dubbio
troppo giovane per tanta depravazione. Quando gli aguzini avvertirono
la sua presenza e si girarono a guardarlo, Rose si chiese se avesse fatto
bene a immischiarsi per liberarla.
Uno aveva un lungo sfregio in faccia e un fisico segaligno, ma l’altro
era un bruto tutto muscoli, dalla fronte bassa e ossuta. Portare la
ragazza fuori di là senza spargimento di sangue non sarebbe stato
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certo facile, e il sangue versato avrebbe potuto essere il suo. Il più
basso dei due aveva tirato fuori un lungo e sottile coltello, che doveva
essere affilato come un rasoio.
Era ormai troppo tardi per ripensarci. Come con le belve, sarebbe
stato disastroso dimostrare paura, anche se il cuore gli batteva forte. A
dire il vero, Rose non se la sentiva di abbandonare quella creatura
avventata.
Avanzò, facendosi strada tra i tavoli. — Cosa state facendo, stupida
puttanella? — urlò con la voce di cui si serviva per dare ordini durante
una tempesta. — Che idea vi è venuta, di entrare in un posto del
genere?
Nessuno degli aggressori si mosse. E neppure la vittima, che si limitò a
fissarlo. Capitan Rose si rese conto che il coraggio della ragazza si
stava esaurendo. Gli occhi erano sgranati nel volto sbiancato dalla
paura. Rose sperava che non succedesse anche a lui. “Fai la tua parte,
maledizione!” pensò mentre valutava il pericolo che incombeva.
Con ogni probabilità il rischio veniva dai due che aveva già notato, ma
al minimo segno di paura da parte sua, tutti gli sarebbero saltati addosso
come un branco di cani affamati. Nella tasca aveva una pistola,
che era però a un colpo solo. Aveva anche una lama, ma non si illudeva
di poter uscire vittorioso da un duello a coltellate, ed esibire l’una o
l’altra arma sarebbe stato indizio di paura.
Non c’era modo di cavarsela se non affrontando la situazione, ragion
per cui si fece largo tra i due come se non li vedesse neppure, afferrò il
braccio della ragazza e ringhiò: — Vieni via.
Istintivamente lei si ritrasse, poi si arrese facendo un passo avanti.
Questo probabilmente doveva sembrare logico in una donna sorpresa
nella sua insensatezza da un marito o un tutore furibondo. Tuttavia,
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quando Rose si avviò verso l’uscita, i due manigoldi gli si piantarono
davanti.
— La damigella è venuta a farci visita — disse il bruto, stringendo a
pugno le grosse mani. Con ogni evidenza riteneva che quelle fossero le
uniche armi di cui avesse bisogno, e aveva probabilmente ragione. —
Penso che adesso sia nostra.
— È mia moglie — disse Rose con un tono di voce stanco che sperava
gli procurasse qualche simpatia. — Come vedete, non è padrona di sé.
Lasciateci stare.
— Non m’importa se è caduta dalla culla — disse l’uomo con il coltello
— visto che ha grosse tette. — Esibì denti neri e spezzati. — Noi
vogliamo vederle quelle tette.
“Ah, diavolo!”
— Non credo — disse Rose, avvicinò la mano sinistra al polso destro e
un attimo dopo impugnava un coltello.
Il gesto di solito colpiva i suoi avversari, perché teneva l’arma in una
guaina abilmente legata all’avambraccio destro, ragion per cui la sua
comparsa sembrava magica. Approfittando del momento di sorpresa
dei due, cavò la pistola dalla tasca destra. Era mancino, ma se la
cavava anche con la destra e la pistola era piccola e fatta in modo da
essere facilmente armata con una mano sola. Troppo piccola per avere
efficacia a distanza, ma da vicino poteva uccidere un uomo.
Il più basso dei due diede un’occhiata alle armi socchiudendo gli occhi,
valutando prudentemente le possibilità che aveva. L’altro era intento a
rimuginare, chiaramente desideroso di stritolare qualcuno tra i denti.
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Avrebbero ancora tentato di fermarlo? Rose valutò la situazione facendo
un passo di lato. I due uomini lo bloccarono.
Quello con il coltello disse agli altri: — Forza, compagni. È un uomo
solo e ha l’aria di un damerino, stando a quelle armi. Quello sarebbe
un coltello? Diamogli addosso!
Il gruppo si mosse ma restò indeciso.
Rose alzò la pistola puntandola direttamente all’occhio sinistro
dell’uomo col coltello. — Tu muori per primo.
Nel silenzio teso, una voce si levò dal fondo del locale. La voce era
quella di un uomo anziano, ma era robusta. — Quello è Capitan Rose,
ragazzi. Non so se ce la farei neppure io, con lui.
Gran parte degli avventori si girarono verso l’uomo che aveva parlato,
tranne i due più pericolosi. Rose non li perdeva d’occhio.
— Sei un fiorellino? — ghignò l’uomo col coltello. — Ti strapperò i
petali...
I suoi compagni ridacchiarono, ma si agitarono, incerti.
— Capitan Rose del Cigno nero — proclamò la voce. — Ha rotto un
braccio all’ultimo uomo che l’ha minacciato con un coltello.
Gli altri tre mascalzoni fecero un passo indietro. Rose non aveva idea
di chi fosse l’uomo che aveva parlato, ma in silenzio lo ringraziò,
sperando
di non doverne poi pagare lo scotto.
Capitan Rose e la sua nave, il Cigno nero, erano ben noti lungo l’intera
costa meridionale. Di solito il veliero era intento a traffici generici, ma
a volte si dedicava ad azioni illecite tra una sponda e l’altra della
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Manica. Aveva fatto in modo che i rivieraschi sapessero che le attività
del Cigno nero non erano in favore dei francesi, soprattutto durante la
recente guerra. Anche l’ultimo marittimo del Kent non avrebbe visto di
buon occhio chiunque favorisse i loro antichi nemici.
La gente del luogo sapeva che Capitan Rose del Cigno nero era un
inglese leale e un buon marinaio, ma era noto anche per altre ragioni.
Come il piacere che ricavava da una scazzottata e dal trovare da ridire
con chiunque gli puntasse un’arma.
Ma c’erano due Capitan Rose; e lui era l’altro.
Lui era il duca di Ithorne, noto ai suoi amici come Thorn.
L’altro era Caleb, il suo illegittimo fratello.
Come marinaio Thorn valeva quanto Caleb, forse era persino meglio,
ma non aveva il gusto degli scontri insensati e non era molto abile in
una rissa. Oltretutto, lui e Caleb si somigliavano al punto da sembrare,
come si usa dire, due piselli in un baccello. Le piccole differenze nei
loro tratti erano mascherate dalla scura stoppia che a volte diventava
una barba. A rendere completa l’illusione, Capitan Rose indossava
indumenti
inconfondibili, una marsina nera e fuori moda, un fazzoletto
da collo scarlatto e un orecchino a forma di teschio con occhi di
rubino.
La gente per lo più vedeva ciò che si aspettava di vedere, ragion per cui
gli indumenti che indossava lo identificavano come il Capitan Rose del
Cigno nero.
A comandare la nave era Caleb, ma poi la sua reputazione si rifletteva
su Capitan Rose: noto quindi come impenitente donnaiolo e intrepido
rissoso pronto a gettarsi in una scazzottata, soprattutto quando aveva
bevuto. Subito dopo, però, levava allegramente il bicchiere con i suoi
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avversari, almeno se non avevano messo mano a un’arma. Considerava
i coltelli un affronto personale e in tal caso faceva a pezzi l’avversario.
Forse la reputazione di Caleb avrebbe giocato a suo favore.
— Sono Rose, proprio così, quindi badate a quello che dice quel tale e
fuori dalla mia strada.
La fronte del bruto si aggrottò. — Continui a essere uno solo.
— Uno solo può essere più di quanto sembra.
L’omaccione sgranò gli occhi, sbalordito.
Un altro lì accanto disse: — Ho sentito parlare di Capitan Rose, ma
non sapevo che fosse sposato.
— Non proprio benedetto dalla Chiesa — ammise Thorn.
Tra le risate, uno di quelli più prudenti sogghignò: — Per una notte, io
preferisco una più dolce.
— A me va meglio una che abbia un po’ di spirito — replicò l’altro.
— Che ce l’abbia anche a letto, no?
— Proprio così — confermò Rose. Lo aveva detto solo per cercare di
stare al gioco, ma si rese subito conto dell’errore commesso.
Una tazza volò, spargendo birra, e sbatté contro la tempia dell’uomo
col coltello. Quello gridò, si portò la mano alla testa barcollando prima
di cadere in ginocchio.
— Quella era la mia tazza, donna! — protestò qualcuno, ma
debolmente.
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Thorn stava imprecando tra sé. Quello scambio di battute lo aveva
distratto,
lei invece era rimasta all’erta, pronta ad agire. Rose fece un
passo indietro e fu al suo fianco. — Ottima mira, signora.
— Grazie, signore — replicò lei con fare indifferente. — Non ho altre
munizioni sottomano, però.
Thorn le passò la sua pistola. — È carica, quindi state attenta.
Lei la prese, come se non avesse mai maneggiato prima un’arma.
— Tenetela alta — si affrettò a dire Thorn. — Non occorre ammazzare
nessuno. Non per caso, almeno — aggiunse dopo un attimo.
Finalmente gli uomini se la stavano squagliando. Evidentemente la
vista di una pistola nelle mani di una donna era più preoccupante che
in quelle di un uomo, soprattutto se la donna non sapeva cosa farsene.
Thorn si obbligò a non ridere, sperando che la ragazza non uccidesse
qualcuno per caso, soprattutto lui. Ma, forse il vento stava girando a
suo favore. L’uomo col coltello era ancora tramortito, la ragazza
doveva averlo colpito con forza.
Thorn si frugò nella tasca dei calzoni, tastando le monete. Qual era il
prezzo per uscire da quella situazione? Non aveva intenzione di
scatenare nuove brame, ma voleva offrire il giusto per uscirne indenne
con la ragazza. Ritenne sufficiente una moneta da sei pence d’argento
e la gettò all’uomo che aveva perduto la sua birra.
— Grazie, signore! — esclamò quello con un sorriso sdentato.
Thorn tirò fuori una corona e la porse a uno degli altri energumeni. —
Sufficiente come riscatto? — chiese.
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L’uomo ebbe un momento di esitazione e poi acchiappò la moneta. —
Giusto così, capitano! A dire la verità, penso che sia stato un bel tiro.
Io però le toglierei la pistola dalle mani, e al più presto.
— Ottimo consiglio.
Recuperò la pistola dalle mani tremanti della ragazza e abbassò il
cane, senza però rimetterla in tasca. L’ambiente era affollato, l’atmosfera
ancora incerta. Rischiavano ancora di essere bloccati, intralciati,
magari accoltellati prima di arrivare alla porta. La causa poteva essere
il denaro. Le donne erano a buon mercato, ma l’argento raro.
L’uomo con il coltello si stava tirando faticosamente in piedi. Gli altri
avevano espressioni illeggibili, che potevano senz’altro celare un
pericoloso
interesse per il contenuto delle sue tasche...
Poi la campana di una chiesa prese a suonare.
L’attenzione di tutti si concentrò su quello. Era troppo tardi per un
servizio divino.
— I francesi? — chiese qualcuno, altri lo ripeterono.
Alcuni si alzarono, scostando rumorosamente sgabelli e panche. Da
tempi immemorabili, le campane della chiesa avevano chiamato i
rivieraschi
del Kent a respingere gli invasori. Nonostante il recente trattato
di pace, nessuno lì, tanto vicino a Calais, si fidava dei francesi.
Secondo Thorn, il suono sembrava più quello di una campana a morto
che l’allarme per un’invasione, ma perché una campana a morto a
quell’ora della notte?
Poi qualcuno gridò: — Il re è morto! È morto Giorgio II! Stamane ha
avuto un colpo. È rimasto secco.
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“Buon Dio!”
Comunque, era il momento buono. — Dio salvi il nuovo re! — ruggì
Thorn. — La birra la offro io. Bevete, ragazzi, bevete, alla salute di
Giorgio
III!
Approfittando del fatto che tutti facevano ressa intorno alla botte,
tornò ad afferrare la ragazza per un braccio. Quando lei tentò di liberarsi
dalla sua stretta, le disse bruscamente: — Non fate la sciocca!
— Il mio mantello! — ansimò lei.
Thorn lasciò che lei lo prendesse da terra e se lo mettesse sulle spalle
prima di cingerle la vita con un braccio e spingerla verso la porta del
caotico Ratto Nero.
Si trovò di fronte a un uomo con lo sguardo duro, la mano tesa. Il
taverniere.
Non c’era il tempo di mercanteggiare. Thorn tirò fuori una
mezza ghinea da una tasca segreta e gliela passò. L’uomo sorrise e
chinò la testa. — Grazie mille, signore. Dio benedica davvero il re. È
strano averne uno nuovo.
— Stranissimo. — Thorn si guardò intorno cercando l’uomo che aveva
contribuito a rivelare la sua identità e incontrò lo sguardo di un tipo
anziano che gli strizzava un occhio e tirava tranquillamente dalla pipa.
Si concesse il rischio di andare da lui porgendogli una ghinea.
L’uomo se la infilò in tasca, annuendo con aria dignitosa. — Dio vi
benedica,
signore!
— Benedica anche voi.
Poi fu fuori con la ragazza. Percorse in fretta la banchina finché furono
lontani, nella nebbia e nel buio. Thorn ringraziò la folla che
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aumentava. Quando era entrato nella bettola, la zona era quasi
deserta, ma ora molti uscivano dalle case rumoreggiando per ascoltare
le notizie.
Il pericolo immediato era finito, ma cosa diavolo poteva fare con
quella donna? Soprattutto in quel momento particolare.
Il vecchio re aveva regnato per trentatré anni, più di quanto molti
avessero memoria, compreso lui. Il primogenito del re, Federico, era
morto qualche anno prima, sicché il nuovo monarca sarebbe stato il
figlio del povero Fred, Giorgio, un uomo più giovane dello stesso
Thorn, che era sotto il tallone di sua madre e del suo nobile tutore, il
conte di Bute.
Thorn doveva raggiungere Londra al più presto, ma gli pareva di avere
al collo una grossa, riluttante macina di mulino. La ragazza si era
stretta nel mantello e si era tirata sulla testa il cappuccio per difendersi
dall’umidità e dal freddo, per cui Thorn riuscì a vedere ben poco del
suo viso finché lei non si decise a guardarlo.
Con voce piatta, disse: — Adesso avete intenzione di piantarmi in asso.
“Un’educata implorazione funzionerebbe meglio, ragazza mia.” Ma le
implorazioni sembravano non rientrare nel suo stile, rivolte a rapaci
mascalzoni o a impazienti salvatori che fossero. Da una parte Thorn la
ammirava per questo.
Forse le parole della ragazza erano un astuto tentativo per rendergli
difficile abbandonarla. Detestava essere manipolato, lo offendeva che
lei pensasse che potesse lasciare una giovane dama in quella zona, per
di più in una notte come quella.
— Fareste meglio a venire con me alla mia locanda — replicò Thorn. —
Non è lontana e là potremmo risolvere il vostro problema.
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— Dubito che vi riuscirete.
— Non volete che ci provi? Allora andatevene.
La sentì sussultare. — No, vi chiedo scusa. È solo che... è difficile.
— Non ne dubito. — Le mise un braccio attorno alle spalle per guidarla
tra la folla. Lei oppose resistenza per un momento, poi lo lasciò fare.
L’atmosfera era di allegria, evidentemente i festeggiamenti per il
nuovo re avevano la meglio sul lutto per il vecchio sovrano. Ci
sarebbero state grandi bevute, sicché in quattro e quattr’otto la festa
poteva trasformarsi in tumulto.
— Cosa stavate facendo al Ratto Nero? — chiese Thorn.
— È così che si chiama quel posto? Appropriato.
— Be’? — insistette lui.
— Io... — Poi all’improvviso si voltò e gli gettò le braccia al collo,
tirandolo
con forza a sé. Istintivamente lui la strinse tra le braccia, poi però
l’afferrò per i polsi per scostarla. Diavolo, era forse un tentativo per
comprometterlo e farsi sposare?
— No — sussurrò lei con tono disperato, aggrappandosi alla sua giacca.
— Vi prego!
“Buon Dio!” Aveva sentito parlare di donne rese pazze da desideri
frustrati. Era quello il caso? Quali erano i propositi di quella ragazza, lì
sulla banchina? Thorn non poté negare una fitta di eccitata curiosità,
perciò baciò le labbra socchiuse di lei.
La giovane si trasformò in una statua di ghiaccio, serrando le labbra.
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Ahimè, non era travolta da improvvidi desideri, neppure stava fingendo
entusiasmo nella speranza di agganciarlo. Restava un’unica
spiegazione.
— Da chi vi state nascondendo? — sussurrò.
Lei si rilassò un poco. — Da due uomini che vengono da questa parte.
Lo sfarfallio delle labbra della ragazza contro le sue era
sorprendentemente
eccitante. Thorn si rese conto che lei invece non nutriva alcun
interesse per lui.
Una novità.
2
Fingendo di baciarla, Thorn fece girare entrambi per guardarsi
attorno.
In una folla come quella, sembrava impossibile individuare la fonte del
problema della ragazza, ma i due uomini spiccavano perché erano
sobri e procedendo decisi. Si facevano largo tra la folla senza impazienza,
ma senza alcuna esitazione. Uno era avvolto in un mantello, l’altro
no; entrambi avevano in testa il tricorno. Potevano essere servitori
ma anche nobiluomini.
Continuando a tenere stretta a sé la ragazza, con le labbra che si
sfioravano, Thorn chiese: — La canaglia siete voi o sono loro?
Lei si irrigidì. — Loro, naturalmente.
— Non saranno inviati dalla vostra famiglia per riportarvi a casa?
— Assolutamente no.
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— Sarebbe imprudente tentare di farmi fesso.
Quasi in un ringhio, lei borbottò: — Mi piacerebbe potervi mandare al
diavolo, e con voi quegli uomini.
Thorn ridacchiò. Non poté farne a meno. — Si direbbe che non sapete
cosa scegliere, dolcezza. Forse è preferibile il diavolo che non
conoscete?
Lei inspirò rumorosamente, ma convenne mormorando in tono
brusco: — Proprio così.
Thorn ridacchiò. Maledizione, la ragazza gli piaceva, soprattutto per la
sua totale accettazione dell’inevitabile. Doveva essere stata la sua
determinazione
così poco femminile a provocarle tutti quei guai, e ora
rischiava addirittura di peggiorarli. Chiunque fosse, e quale fosse la
sua situazione, avrebbe dovuto essere a casa, al sicuro.
Continuarono a camminare, mentre Thorn teneva d’occhio gli uomini.
Uno cambiò direzione ed entrò in una taverna, mentre l’altro restò
fuori, scrutando la via. Thorn si dispiacque di essere così alto perché,
per quanto tentasse di avanzare tra la folla verso la sua locanda, lui e la
ragazza spiccavano. I cacciatori, però, cercavano una donna sola, ben
vestita. Era stato saggio da parte sua nascondere quella frivola cuffietta
con il cappuccio.
Improvvisamente Rose si rese conto che anche loro potevano dare
nell’occhio proprio perché erano sobri e con uno scopo preciso,
esattamente
come i due cacciatori.
Quando un marinaio ubriaco crollò loro addosso, facendoli traballare,
Thorn tolse di mano all’uomo il boccale che impugnava. Il marinaio
guardò la mano vuota con occhi sbalorditi, incerti, poi si accasciò su
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un mucchio di cordame. Agitando il boccale, Thorn continuò a
camminare,
unendosi a un coro sguaiato.
— Cosa state facendo? — chiese lei.
— Mi nascondo. Fingo di essere sbronzo come tutti gli altri.
— Io...
Qualcuno attaccò un rauco tentativo della canzone diventata ormai
popolare, God Save the King:
Dio salvi il nostro benigno re,
Lunga vita al nostro nobile re,
Dio salvi il re...
Thorn si mise a cantare, stonando volutamente come se non sapesse
fare di meglio, agitando le braccia e barcollando. Improvvisamente la
sua compagna lo seguì, con una forte intonazione nasale. Ridendo, lui
la fece girare, stringendola e dandole un vero bacio, bloccandole le
labbra
socchiuse, con le lingue che si toccavano.
Lei si tirò indietro.
— Sbronzo, ricordatevene — disse lui ghignando.
— Io non sono ubriaca — ribatté lei, ma ancora ondeggiando come se
lo fosse. — Io, signore, non sono mai stata ubriaca.
— Poverina. Che vita vuota!
— Qualcuno può divertirsi anche senza il vino.
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— Dovreste mostrarmi come — replicò lui, notando che i due uomini si
erano riuniti e, avvicinandosi, continuavano la ricerca. — Ma, per il
momento, ridacchiate.
— Ridacchiare?
Lui la strinse e le mordicchiò un orecchio.
Lei emise un uggiolio, poi però riuscì a strillare in modo credibile. Gli
sferrò anche un calcio a uno stinco. Thorn non indossava stivali e le
scarpe di lei erano robuste. Barcollò davvero, poi l’afferrò con una
forza tale da farla quasi cadere.
Quando riacquistò l’equilibrio, lui le diede una pacca sul sedere. Lei si
voltò di scatto. — Voi...!
Per fortuna la rabbia la faceva esprimere come una pescivendola, ma
adesso erano al centro dell’attenzione e gli astanti incoraggiavano ora
l’uno ora l’altra. Thorn pensò di avere mandato tutto all’aria, poi però
si rese conto che i cacciatori avevano trascurato quel chiasso come
cosa che non li riguardasse e continuavano per la loro strada.
Lui si girò in tempo per ricevere uno schiaffo. Il colpo era stato debole,
per cui Thorn si limitò a scuotere il capo, ad afferrarle il polso e a
trascinarla
via. — Farò i conti con te, ragazza mia, quando saremo a casa
— dichiarò ad alta voce.
La gente applaudì, poi si disinteressò a loro che ben presto furono
lontani. Thorn camminava a passo svelto approfittando di tutte le zone
in ombra che trovava, poi imboccò uno stretto vicolo che l’avrebbe
portato sul retro della locanda del Compasso.
— Salvi per il momento — disse sottovoce alla giovane — ma tra poco
quelli saranno al Ratto Nero, dove sapranno cos’è successo.
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Lei era ancora fremente di rabbia. Poi disse: — Allora sapranno che
sono con Capitan Rose.
— Brava ragazza — commentò lui, colpito dalla sua capacità di
comprendere
e irritato di essere meno pronto di lei. — Qualcuno saprà
anche dove alloggia sempre Capitan Rose.
Lei fece un passo indietro: — Dobbiamo andare altrove!
Lui continuò a trascinarla con sé. — Il mio cavallo è al Compasso,
insieme
alle bisacce da sella. Comunque potremo essere fuori da Dover
in un quarto d’ora. Allora potrete spiegarmi tutto quanto. Eccoci
arrivati.
Due stallieri erano nel cortile della locanda, uno intento a far camminare
un cavallo accaldato, l’altro portava un secchio. Lo conoscevano,
ma restarono sorpresi nel vederlo arrivare dal retro, soprattutto con
una donna.
— Posso fare qualcosa per voi, capitano? — chiese quello col secchio.
— Sì, la notizia della morte del re ha cambiato i miei piani. Ho bisogno
del mio cavallo e di un retrosella per la dama.
— Subito, signore — disse l’uomo, dando un’attenta occhiata alla dama
in questione.
Anche Thorn la guardò, ma il cappuccio la nascondeva alla vista. Forse
era di Dover e temeva di essere riconosciuta. O forse era una nota
ladra, una borsaiola o magari una di quelle che attirano giovani donne
innocenti nei bordelli?
Thorn non riusciva a crederci. Era troppo giovane e, per quanto sveglia,
priva di malizia e durezza.
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— Ci vorranno solo pochi minuti — le disse Thorn. — Avete bisogno di
mangiare e bere qualcosa prima della partenza?
— No, grazie. — Poi però chiese: — Dove avete intenzione di portarmi?
Aveva cercato di porre una domanda precisa, ma nel suo tono si
avvertiva
un tremito di paura. Doveva essere una signorina di buona
famiglia in gravi difficoltà, impossibile stabilire quali. Thorn aveva
bisogno di raggiungere al più presto Londra, ma accettava l’inevitabile.
— Vi porterò dovunque dovete andare.
— Dalle parti di Maidstone, allora.
— È ben lontano da qua.
— Già.
— Dunque, come siete venuta a Dover?
— Con la diligenza.
Thorn aveva la sensazione che avrebbero potuto continuare il gioco
delle domande e delle risposte per tutta la notte e, a dire il vero, più
che sentire la necessità di saperne di più sul suo conto, voleva liberarsi
di lei in un modo che la sua coscienza potesse accettare.
Maidstone, allora. Era sulla strada per Londra, ma prima di arrivarci,
doveva fare una sosta a casa per cambiarsi e prendere la carrozza da
viaggio, sulla quale si sarebbe potuto concedere un po’ di riposo.
— Non c’è niente di più vicino? — chiese.
— No.
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— Sicché partendo subito non riusciremo ad arrivare a Maidstone
prima del mattino, soprattutto stando a cavallo in due. Se finora nessuno
ha sentito la vostra mancanza, ci arriverete a quell’ora.
— Sì.
Thorn l’avrebbe voluta scuotere, gli era tornata in mente l’idea di
possibili
intrighi matrimoniali, ma come poteva quella giovane donna
aver organizzato l’aggressione al Ratto Nero senza sapere che lui ci
sarebbe passato e decidesse di salvarla?
Se in seguito la ragazza avesse scoperto chi era lui, avrebbe tentato di
trarne vantaggi. Se avessero viaggiato tutta la notte, lei avrebbe potuto
dichiarare di essere stata compromessa. Tuttavia Thorn non poteva
abbandonarla, ci sarebbe voluto troppo tempo per noleggiare una
carrozza
e una donna di servizio che facesse da chaperon.
Al diavolo, Thorn aveva fame. A quell’ora avrebbe dovuto essere a
cena.
Un ragazzo uscì dalle scuderie spingendo una carriola piena di strame.
Thorn gli diede una voce: — Corri indietro e prendi i miei bagagli,
ragazzo, e di’ a Green che salderò un’altra volta il mio conto. Prendi
anche qualcosa da mangiare e da bere. Diciamo un pasticcio e birra
forte. Fai in fretta.
— Sì, sì, capitano! — Il ragazzo partì di corsa.
— Siete davvero un capitano? — gli chiese lei.
— Sì.
— Di cosa?
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— Di una nave che si chiama Cigno nero. Voi come vi chiamate?
Lei esitò abbastanza a lungo perché lui si rendesse conto che avrebbe
mentito. — Persefone — rispose.
— Rapita e portata negli inferi? Non vi va l’idea di condividere il cibo
prima di restare intrappolata nell’Ade con me per metà dell’anno?
La risposta fu un cocciuto silenzio.
Thorn considerò le implicazioni di immedisimarsi in Persefone, rapita
da Ade, signore degli inferi. Per quanto le versioni moderne della storia
trascurassero certi aspetti, Persefone era stata probabilmente violata
dall’oscuro signore. Forse a quella ragazza era toccata la stessa
sorte?
Lasciò perdere. Gli sembrava chiaro che la disavventura nella quale lei
era venuta a trovarsi fosse recente. Se avesse subito una simile violenza,
ne avrebbe recato i segni.
— Un po’ di gratitudine non sarebbe fuori luogo — le fece notare.
— Vi ringrazio. Vi ringrazierò ben di più se risulterete sincero.
— Quel tale nella taverna aveva ragione, ci siete andata di vostra
volontà. Sicché, se anche quegli uomini sono attratti dalle vostre grazie,
perché vi stanno dando la caccia?
Lei girò la testa, restando un mistero nascosto da un cappuccio. —
Perché
sono fuggita da loro.
— Vi tenevano prigioniera?
— Sì.
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— Perché?
— Non lo so.
— Da brava, dovete saperlo. Siete forse una ricca ereditiera?
— No.
— Non siete evasa da una prigione?
— No.
— Dunque vi hanno portata via da casa vostra, senza che voi aveste
commesso alcuna colpa?
La sua risposta consistette in un altro silenzio.
Una ragazza snervante. Thorn decise di ignorarla fino a Maidstone
dove se ne sarebbe liberato.
Due uomini le stavano dando la caccia con precisi intenti. Se quei due
fossero arrivati lì, gli stallieri probabilmente gli avrebbero dato una
mano nella rissa, ma Thorn preferiva evitare del tutto la violenza. Lui
era un uomo sano, attivo, che in mare si era trovato impegnato in più
di una impresa pericolosa, ma non aveva esperienza in fatto di cavalieri
erranti, tanto più se bisognava fare i conti con la reputazione di
una giovane dama ben nata.
— Quanti anni avete? — chiese.
— Molti più di quanti ne avessi pochi giorni fa.
Una risposta interessante che induceva a pensare a un vero e proprio
disastro. Finalmente gli stallieri che portavano il cavallo e il cibo li
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raggiunsero. C’era anche un altro ragazzo che reggeva a stento il peso
delle sacche da sella, che, oltre a un cambio d’abito, contenevano
anche le sue pistole e un paio di libri.
Incaricò gli stallieri di preparare il cavallo e prese il cestino contenente
il pasticcio e un boccale di birra, dando a ciascuno dei ragazzi un
penny.
— Se degli sconosciuti venissero qua — disse loro — voi non sapete ciò
che sto facendo né dove sono.
— Certo, certo, capitano!
Thorn si rivolse alla figura avvolta nel mantello. — Non vi andrebbe di
mangiare qualcosa?
— No, grazie.
Thorn scrollò le spalle e si concesse un grosso morso di pasticcio di
carne e rognone, poi andò a dare le stesse istruzioni allo stalliere,
accompagnate
da una mancia più generosa.
— Posso avere un po’ di birra?
Thorn si voltò e si accorse che lei lo aveva seguito. Le passò il boccale.
La giovane ne bevve un primo sorso, com’è abitudine delle donne, poi
altri più generosi.
— Avete intenzione di spiegarmi la vostra situazione? — le chiese.
— No.
— Non pensate che io meriti di conoscerla — chiese di nuovo Thorn
stringendo i denti — in modo da poter garantire la vostra sicurezza?
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— Non vedo che differenza potrebbe fare.
— Facciamo un esempio. Quegli uomini si aspettano che vi dirigiate a
Maidstone?
Thorn temeva che quelli potessero precederla lì per rapirla, ma lei
negò con tanta sicurezza da convincerlo che avesse già preso in
considerazione
e scartato quella possibilità. Al di là di tutto, la ragazza sapeva
pensare.
Prima di poter dire ancora qualcosa, Thorn udì un rumore e
immediatamente
si rese conto di cosa si trattava: passi pesanti nel vicolo sul
retro, che di solito non era frequentato dai passanti.
Volse lo sguardo alle scuderie. La ragazza, che lo aveva preceduto, si
era appoggiata allo stipite interno della porta. La raggiunse, sperando
che gli stallieri sapessero cosa fare.
— Ehi, voi!
— Signore? — rispose uno stalliere fingendosi sorpreso.
— Sto cercando un certo Capitan Rose. Lo conoscete? — la voce
sembrava
quella di un gentiluomo.
— Capitan Rose, signore? — ripeté lo stalliere parlando lentamente. —
Non c’è chi non sappia dove si trovi capitan Rose.
— È qui?
— Qui, signore? No, a quel che vedo, no.
Thorn sorrise. Andava tutto bene. Diede un’occhiata alla damigella nei
guai e si tranquillizzò. Il cappuccio le era scivolato dalla testa, e nella
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scarsa luce intuì che stava guardando di fronte a sé, in preda alla
tensione
e alla paura. Aveva un profilo che lasciava intuire una certa
grazia nei lineamenti.
— Voglio dire qua vicino — ringhiò la voce dell’uomo.
Un uomo pericoloso e forse deciso a tutto. Thorn avrebbe preferito
avere in pugno una delle sue pistole, che però erano nelle sacche da
sella.
— Lui alloggia sempre al Compasso, certo, signore — riprese lo stalliere.
— Lo fa sempre. Ma adesso è probabilmente sulla sua nave.
— E qual è?
— Il Cigno nero, signore. Ancorata fuori dal porto, con ogni
probabilità.
— Sicché, poco fa non l’avete visto?
Thorn si tese, chiedendosi se lo stalliere avrebbe optato per un’aperta
menzogna.
— No, signore, non l’ho visto.
Senza dubbio lo stalliere si aspettava una ghinea per la sua lealtà, e
l’avrebbe avuta.
Poi però l’uomo gli chiese: — Di chi è quel cavallo?
Lo stalliere, dopo un momento, rispose: — È del colonnello Truscott,
signore, anche se non capisco come questo possa riguardarvi. Adesso,
se permettete, lo farò muovere un po’ intanto che non c’è il colonnello.
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Si udì lo scalpiccio degli zoccoli.
L’uomo parlò di nuovo, probabilmente rivolto al suo compagno. — Va’
dentro e chiedi di quel Rose. Anche di quel Truscott. Non si può lasciar
fermo un cavallo.
“Maledizione!” Si prospettavano guai.
Thorn sguainò il coltello e si arrischiò a toccare la ragazza. Lei sobbalzò,
ma non protestò quando lui le voltò la testa per guardarla negli
occhi pieni di paura. Le fece vedere il coltello, poi lo affidò alla sua
mano. Solo il cielo sapeva se sarebbe stata in grado di usarlo, ma era
pur sempre qualcosa.
Tirò fuori la pistola da tasca, senza però armarla. Il rumore sarebbe
stato rivelatore. Troppo tardi si rese conto che i due erano entrati nella
scuderia e soltanto uno dei due ne era uscito.
Thorn probabilmente poteva avvicinarsi di soppiatto e ucciderlo.
Ma non ci sarebbe riuscito, non a sangue freddo e senza essere certo
che fosse colpevole. Neppure in quel caso comunque lo avrebbe ucciso
a sangue freddo. Se l’avesse minacciato con la pistola e l’uomo non ne
fosse stato intimorito, Thorn non era sicuro di poter tirare il grilletto.
Poi entrò quello col mantello che fissò lo sguardo di fronte a sé prima
di guardarsi intorno, dando a Thorn il tempo di prepararsi. Quando i
loro occhi si incrociarono, Thorn aveva già la pistola puntata alla sua
testa.
— A terra — ordinò, armandola. — Faccia in giù.
L’uomo era sulla quarantina e di robusta costituzione. La lanterna
appesa accanto alla porta dava luce bastante a rivelare la linea dura
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della bocca e una mascella pronunciata. Dopo un momento di esitazione,
obbedì.
E adesso? A entrambi gli uomini bisognava impedire che seguissero la
ragazza, e l’altro sarebbe riapparso al più presto. Poi Persefone afferrò
una striscia di cuoio appesa sopra una mangiatoia. — Mettete le mani
dietro la schiena — ordinò.
— Non servirà a niente — ruggì l’uomo, poi diede un colpo di tosse
catarrosa.
— Comunque fatelo, o vi pianto questo coltello nel cuore.
Thorn le credette, forse anche l’uomo che unì i polsi permettendo alla
ragazza di legarli. Non era granché, come nodo, ma per un po’ avrebbe
tenuto.
— Coxy? — Una voce nasale diceva che l’altro uomo stava tornando. —
Dov’è andato il mio amico?
— Non lo so, signore — rispose lo stalliere. — Ero intento a far sgambare
il cavallo.
— Sono qua! — gridò l’uomo disteso a terra. — Ma stai in guardia!
— Avreste dovuto dargli ascolto — disse Thorn, obbligandosi a non
ridere per l’assurdità della situazione, perché il secondo uomo era andato
a mettersi proprio di fronte alla sua pistola. Era giovane e decisamente
bello, ma la sua espressione si era fatta minacciosa.
— Unitevi al vostro amico.
Con lo stesso rabbioso sogghigno, l’uomo obbedì.
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— Datevi da fare con i legacci, ragazza — ordinò allegramente Capitan
Rose.
Con un’occhiata gelida, lei replicò: — Perché non date a me la pistola?
Sono certa che un capitano di mare saprebbe legarli in maniera più
sicura.
— Verissimo. — Con precauzione le affidò la pistola. Per lo meno lei
non tirò il grilletto. A correre il rischio erano diversi cavalli innocenti.
Thorn trovò un pezzo di corda sottile e se ne servì per mettere al sicuro
il manigoldo numero due. Poi tornò a legare Coxy, questa volta con un
buon nodo, sperando che la ragazza apprezzasse la sua abilità.
Alla fine si alzò aspettandosi la sua approvazione.
Se n’era andata.
Rapita da un terzo manigoldo?
Udì un rumore di zoccoli.
Corse fuori, in tempo per vedere la coda del suo cavallo scomparire a
grande velocità in fondo al vicolo. Imprecò con forza.
— Perché diavolo avete lasciato che prendesse il mio cavallo? — chiese
allo stalliere.
L’uomo si ritrasse. — Ha detto che voleva andare in cerca di aiuto,
capitano.
Mi è sembrato abbastanza probabile, se permettete.
— Portatemene un altro. Uno qualsiasi.
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Lo stalliere fece in fretta, ma ci vollero cinque minuti prima che Thorn
potesse montare in sella.
— Ma quegli uomini, capitano? — chiese ansioso lo stalliere.
— Tra poco lasciateli liberi, ma non permettete che prendano un
cavallo. Se vi dessero fastidio, dite a tutti quanti che stavano tentando
di rapire la sorella di un nobile e si meritano di essere impiccati.
Poteva persino essere vero.
— Accertatevi che sappiano che se Capitan Rose sentisse che continuano
a dare fastidio alla signora, potranno considerarsi morti.
Gli uomini legati avevano sentito. La ragazza non meritava la sua
protezione,
ma lui non poteva fare a meno di offrirla.
Considerò l’idea di percorrere in fretta la strada per Londra, ma c’era
la possibilità che la furba ragazza prendesse una scorciatoia.
Probabilmente
non aveva nessuna intenzione di andare a Maidstone. Non gli
restava che fare qualche indagine nella zona. Una donna a cavallo in
piena notte non doveva essere frequente.
Coloro che non stavano festeggiando il nuovo re erano ormai a letto,
sicché lui aveva soltanto le congetture dei due uomini legati, nessuna
delle quali lo avrebbe portato a lei. Dannazione, la ragazza non doveva
sfuggirgli! Thorn non aveva ancora finito con lei, e d’altra parte come
si aspettava di cavarsela da sola nottetempo su un cavallo rubato?
Non aveva intenzione di perdere altro tempo; stizzito spronò il cavallo
alla volta di Ithorne Castle, preoccupato per lei, ma ammirandola suo
malgrado. Una ragazza così risoluta lo sorprendeva e Thorn voleva
conoscere la sua storia.
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Il re era morto, lunga vita al re. Lui doveva recarsi a Londra per
approfittare
di quell’avvenimento.
Il nuovo re era giovane e inesperto, e sicuramente i cortigiani stavano
già manovrando per influenzarlo a loro vantaggio. Il marchese di
Rothgar, per esempio, aveva coltivato per anni quel giovane uomo,
atteggiandosi
a rispettoso mentore più che a genitore o a tutore. Il
Marchese Nero godeva fama di onniscienza, era come se avesse saputo
che quel giorno si stava avvicinando.
Comunque il marchese e i suoi simili non avrebbero avuto campo
libero.
Doveva rasarsi e vestirsi in modo elegante, poi arrivare a Londra al più
presto.
Il duca di Ithorne aveva rango e potere superiore a quello di molti altri,
e doveva essere a corte per sfruttare il momento cruciale.
3
Carscourt, Oxfordshire
Aprile 1764
— Una carrozza! Chi sarà mai?
Bella Barstowe ignorò la domanda di sua sorella; Lucinda non si
sarebbe aspettata una risposta e il visitatore non poteva essere per
Bella. Niente a Carscourt era per la peccatrice pentita, salvo il più
umile dei letti e il vitto. Comunque, il tedio rendeva interessanti
persino le cose più insignificanti e, continuando a ricamare una viola
sull’angolo di un fazzoletto, Bella prestava orecchio a qualsiasi suono
potesse spiegare chi poteva essere il visitatore.
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Un vicino? No, Lucinda adesso era alla finestra e avrebbe riconosciuto
senz’altro la carrozza di un vicino.
Un ospite? Non c’erano preparativi, e gli ospiti erano rari adesso che
gli unici residenti erano Lucinda, Bella e il loro fratello, sir Augustus.
Lucinda era sciocca e acida, Augustus un puritano saccente che
comunque era spesso lontano da casa per dedicarsi a faccende di vario
genere.
Quanto a Bella, lei era la pecora nera della famiglia, e se fosse stato
ancora possibile murarla in una cella, quella sarebbe stata la sua sorte.
In realtà era confinata a Carscourt, non aveva neppure un penny di
suo. Aveva pensato di rubare per finanziarsi l’evasione. Ci aveva
pensato più volte, ma era certa che prima suo padre e adesso Augustus
sarebbero stati ben lieti di vederla in tribunale ed esiliata in una colonia,
forse addirittura impiccata.
Bella si morse un labbro per trattenere le lacrime. Non aveva mai
desiderato
l’amore di suo padre, ma aveva sperato nella giustizia, o
anche solo nella compassione, fino al giorno in cui era morto.
Quanto a suo fratello, non le importava affatto che l’amasse o per lo
meno nutrisse simpatia per lei. Non provava rancore per Augustus, era
stato così da sempre, ma la freddezza del fratello si avvicinava all’odio,
e lei non aveva idea del perché. Poteva soltanto pensare che fosse perché
credeva che la colpa di Bella gettasse un’ombra sulla sua immacolata
reputazione.
Augustus, come chiunque altro, credeva che quattro anni prima fosse
fuggita con un uomo e fosse stata obbligata a tornare a casa, rovinata,
quando era stata abbandonata. Aveva peggiorato la propria situazione
rifiutando il marito scovato in fretta per lei.
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Capiva la sua rabbia, anche il disprezzo, soprattutto perché il fratello
dava tanta importanza alla virtù e al decoro.
Ma l’odio?
Per quattro anni Bella aveva pensato che la sua reclusione fosse una
punizione temporanea e che, se persino la sua famiglia non la riteneva
degna di una vita normale, si sarebbero comunque stancati di essere i
suoi carcerieri. Invece, le condizioni della sua prigionia erano diventate
più dure.
Suo padre non soltanto l’aveva privata del denaro, ma aveva vietato
che ordinasse alcunché senza il suo permesso. Avrebbe dovuto pregare
per avere nuovi abiti e corsetti, perfino scarpe o guanti. Prima del suo
rapimento aveva adorato l’abbigliamento all’ultimissima moda, ragion
per cui loro si erano aspettati che Bella fosse prostrata dalle privazioni.
Invece aveva acquistato il coraggio che le era mancato prima del
rapimento
e si era ripromessa di non implorare mai.
Aveva imparato a rattoppare e rammendare i suoi indumenti e a fingersi
felice del risultato. In quanto alle scarpe e ai guanti, dal momento
che ben di rado andava da qualche parte, avevano punto o poca
importanza.
Dopo un po’, quello stesso spirito caparbio aveva preteso che se
doveva riparare i propri indumenti, lo avrebbe fatto bene. Aveva iniziato
dai rammendi, poi era passata a rimetterli a nuovo e a migliorarli
con merletti e ricami. Anziché implorare le cose di cui aveva bisogno,
si era messa a frugare tra le cose scartate. I solai di Carscourt
contenevano un secolo di abiti vecchi e fuori moda. Lei scovava vestiti
usati, li scuciva e a volte recuperava persino perline, passamanerie e
pizzi.
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I suoi familiari avevano trovato di loro soddisfazione quei recuperi e
Bella aveva tenuta nascosta la crescente gioia che le veniva dalla caccia
ai suoi tesori. Un tempo la graziosa e frivola Bella Barstowe, la più
corteggiata dell’Oxfordshire, non si sarebbe rassegnata a quei compiti
bassi e tediosi.
In qualche modo, Augustus se ne era reso conto. Quando era diventato
il capo della famiglia, aveva fatto buttare via gran parte di quella che
chiamava “robaccia” e messo sotto chiave il resto. Nell’ultimo anno a
Bella era riuscito difficile soddisfare persino la mente contorta del
fratello.
— Sento delle voci — disse Lucinda, correndo allo specchio per
sistemarsi
la cuffia. — Augustus sta portando qualcuno!
Si immaginava che l’ospite fosse un corteggiatore? A ventisei anni,
Lucinda aveva abbandonato anche l’ultima speranza, eppure eccola lì
con gli occhi brillanti e il colorito acceso.
Bella si augurava che Lucinda trovasse un marito, questo avrebbe
portato un cambiamento nella sua situazione, perché non poteva essere
lasciata lì sola. Sarebbe stato un azzardo, ma a quel punto anche
le porte dell’inferno sarebbero apparse tentatrici, non fosse altro perché
l’avevano portata lontana da Carscourt.
La porta si aprì e Augustus fece entrare un florido gentiluomo
ammantellato.
In fretta chiuse la porta alle spalle di costui. Era aprile, ma
faceva ancora freddo, salvo nelle poche stanze in cui era acceso il
camino.
La camera da letto di Bella, naturalmente, non era una di esse. Sotto il
dominio di Augustus, non aveva avuto un fuoco neppure nel pieno
dell’inverno. Era stata tentata di mettersi a bruciare persino il mobilio.
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Henry, il primo lacchè, era entrato al seguito di Augustus e del
gentiluomo.
Aiutò il visitatore a togliersi una lunga, spessa sciarpa e a liberarsi
del mantello, rivelando un gioviale gentiluomo dai capelli grigi
con il naso gocciolante. Mentre Henry portava via sciarpa e mantello,
l’ospite prese un fazzoletto e si soffiò il naso.
Lucinda si era alzata in piedi tutta eccitata, ma Bella era rimasta
seduta.
— Alzati, Isabella! — ordinò Augustus.
Un uomo che aveva la sua morigeratezza sarebbe dovuto essere magro
ma, pur non essendo grasso, Augustus appariva sempre come enfiato.
Aveva una bocca piccola che teneva così stretta quando disapprovava
che sembrava il fermaglio di una borsa chiusa.
Mentre Bella si alzava, soggiunse: — Vi chiedo scusa, signor Clatterford,
ma come vedete lei non è come potremmo desiderare.
Bella si obbligò a mantenere un volto inespressivo, mentre si rendeva
conto di un nuovo e inaspettato pericolo. Quel Clatterford era forse un
medico venuto a visitarla e a praticarle un salasso? Le era già accaduto
quattro anni prima, quando aveva rifiutato di cancellare la propria
vergogna sposando il signorotto di campagna Thoroughgood. Il dottor
Symons era un uomo della zona, e se si era dichiarato disposto a
tentare di “restituirle la salute”, si era però rifiutato di dichiararla
pazza. Quella minaccia era stata tenuta sospesa sul suo capo, mentre
padre e fratello tentavano di obbligarla a quell’orribile matrimonio.
In preda alla furia per la sua innocenza oltraggiata, e ancora piena di
speranza per una vita migliore, Bella aveva rifiutato caparbiamente.
Col passare degli anni aveva spesso pensato che persino un matrimonio
con un uomo rozzo e di dubbia reputazione sarebbe potuto essere
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preferibile alla sua squallida esistenza. In fin dei conti, un marito poteva
morire.
Il visitatore la stava guardando con aria gentile, ma Bella poteva fidarsi
di lui?
Clatterford poteva essere il direttore di un istituto per alienati.
— Penso che la signorina Isabella Barstowe fosse tutta presa dal suo
cucito — disse, avvicinandosi per dare un’occhiata al fazzoletto che lei
aveva tra le mani. — Molto carino. La vostra bisnonna mi mostrò alcuni
dei lavori che voi le avevate mandato in regalo.
— Voi conoscevate lady Raddall? — La vecchia lady si era rivelata
l’unica amica che Bella avesse al mondo. Purtroppo con Bella reclusa a
Carscourt e lady Raddall confinata in Tunbridge Wells, perché troppo
vecchia per viaggiare, non si erano più riviste dopo lo scandalo, ma fin
dall’inizio lady Raddall le aveva inviato spesso lettere consolatorie.
Quando aveva saputo che il padre di Bella apriva e censurava la sua
corrispondenza, aveva sollevato obiezioni così aspre che persino lui si
era arreso.
Rompere il sigillo di una delle lettere di lady Raddall era stata una
delle poche soddisfazioni di Bella, ormai anche quella scomparsa.
— Sapere che era morta mi ha profondamente addolorato — disse.
— Bella — protestò suo fratello. — Aveva cent’anni!
— Non è un motivo per non piangere la sua perdita — replicò Bella.
Poi rivolta al signor Clatterford: — Spero che non abbia sofferto.
— Aveva soltanto paura di non riuscire a raggiungere il secolo, signorina
Isabella. Una volta raggiunto, se ne è semplicemente andata,
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sorridendo. — I suoi occhi ebbero un luccichio divertito. — Ha ordinato
che sulla sua pietra tombale venisse incisa un’esplicita dichiarazione
nel caso, diceva, che qualcuno provvedesse a una
sottrazione.
Bella rise prima di riuscire a impedirselo e disse: — Lei era fatta così.
Una mente rimasta giovane.
Lucinda si schiarì la gola, e Bella fu riportata alla realtà. Era pur
sempre a Carscourt. E pur sempre una penitente prigioniera. Per quel
momento di piacere ci sarebbe stato un prezzo da pagare.
Augustus, freddamente, fece le presentazioni, aggiungendo: — Il signor
Clatterford ha fatto il lungo viaggio da Tunbridge Wells per certe
questioni derivanti dalla morte della nostra bisnonna. Il testamento?
— chiese, indicando all’ospite una sedia e accomodandosi a sua volta.
Bella, rimettendosi a sua volta a sedere, pensò che questo avrebbe
interessato
suo fratello. Chissà perché, in casa non c’era mai abbastanza
denaro.
Clatterford aveva preso posto su una sedia accanto al fuoco e si stava
fregando le mani al calore. — L’attuale lord Raddall, il nipote della
lady, ora non ha più l’obbligo di versare l’appannaggio alla vedova,
cosa che rappresenta già un cospicuo beneficio. A provvedere è stata la
generosità del marito di lady Raddall, il loro era stato un matrimonio
di vero amore, come voi sapete. Neppure lui poteva aspettarsi di dover
pagare per tanto tempo. Vedova per quarant’anni! Davvero degno di
nota.
— Un notevole gravame per la proprietà — commentò Augustus,
comprensivo.
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Con ogni evidenza era risentito per l’obbligo di versare gli importi
trimestrali
di spettanza alla loro madre, che insisteva a restare in vita e si
era trasferita sulla costa anziché restare a Carscourt, dove buona parte
del suo appannaggio poteva essere trattenuto per coprire il suo
mantenimento. Bella non biasimava sua madre per essere fuggita da
Carscourt appena aveva potuto. Anche lady Barstowe, naturalmente,
aveva sempre creduto che Bella fosse una peccatrice e una bugiarda
impenitente e, a dire il vero, non era mai stata una madre affettuosa
con nessuno dei suoi figli.
Clatterford affrontò senz’altro il problema. — Il testamento comportava
un certo numero di lasciti a servitori fedeli e amici, nonché a
un’istituzione caritatevole di Tunbridge Wells per gentildonne anziane.
Il resto, però, è stato lasciato alla sua pronipote. — Non si rivolse
a Lucinda, bensì a Bella. — Isabella Clara Barstowe.
— Cosa? — L’esclamazione era stata emessa simultaneamente da
Augustus e da Lucinda, mentre Bella restava a bocca aperta.
— Impossibile — affermò Augustus. — Non intendo permetterlo.
— Caro signore, non avete modo di proibirlo né di esercitare un controllo
sul denaro. La signorina Isabella è maggiorenne.
Il compleanno di Bella aveva avuto luogo due settimane prima ma,
senza denaro o senza un luogo in cui rifugiarsi, lei aveva pensato che
non facesse alcuna differenza.
Il contegno del signor Clatterford restava tranquillo, ma Bella colse
una strizzatina d’occhio. Evidentemente si divertiva. Non riusciva a
credere alla possibilità di essere libera, e se la sua speranza non si
fosse avverata, le conseguenze sarebbero state indicibili.
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— Augustus! — strillò Lucinda, balzando in piedi e lasciando cadere
sul tappeto il ricamo negletto. — Non è possibile. Non lo ammetto.
Quella... quella... sgualdrina non avrà una cospicua dote mentre io
rimango senza sufficiente denaro per procurarmi un marito!
— La parte che ti spetta è sufficiente per permettertene uno se tu
avessi abbastanza attrattiva e temperamento — ribatté Augustus, per
poi rivolgersi all’avvocato. — Contesterò.
— Non avete motivi, signore. — Clatterford, a differenza di Augustus,
si era alzato per cortesia quando Lucinda era balzata in piedi. —
Inoltre, lady Raddall ha lasciato istruzioni precise che io, in qualità di
esecutore testamentario, sono in obbligo a far rispettare. A meno che
lei stessa obietti, signorina Isabella, dovrà lasciare Carscourt con me
entro un’ora.
Il silenzio che seguì fu interrotto dalla porta che si apriva, era Henry
che tornava col vassoio del tè. Augustus inveì: — Va’ via!
Sgranando gli occhi, Henry obbedì.
La breve interruzione aveva dato a Bella modo di pensare, anche se il
suo cervello non era ancora in grado di ricavare un senso dalla
situazione. Non osava crederci.
A questo punto Augustus si alzò e le si avvicinò squadrandola dall’alto.
— Se te ne vai con quest’uomo, non tornerai mai più qui.
Una minaccia, che ebbe l’effetto opposto. Bella si alzò a sua volta in
piedi, pensando: “Oh, speriamo che sia così!”.
Lucinda disse, acida: — Avevo pensato, Isabella, che ti fossi resa conto
della follia di fuggire con strani uomini. Cosa ne sai di questo... questo
Clatterford?
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Era una coltellata mirata al suo cuore, ma per Bella la lama sarebbe
potuta essere fatta di cera. La sua bisnonna aveva parlato a più riprese
del signor Clatterford, dicendo che era un ottimo avvocato, che aveva
gestito splendidamente i suoi affari, che era affidabile e gentile, e
ancora che aveva una splendida famiglia, compresi ben cinque nipoti.
Forse aveva preparato Bella per quel momento, seppure
indirettamente.
— Sapete — sogghignò Augustus — Bella è malata di mente. Davvero
non posso permettere che abbandoni il mio tetto.
Bella, all’improvviso, assunse consapevolezza dell’unica, possibile
decisione.
— Non sono tanto malata di mente da non poter prendere una decisione,
caro fratello. L’ho presa e me ne vado. Raccoglierò le cose che
voglio portare con me.
Prese il ricamo e si avviò alla porta con lo stomaco in tumulto, pronta
a scansare Augustus che voleva impedirglielo. Lui fece l’atto di bloccarla,
allungando una mano che sembrava un artiglio. Qualche anno
prima, a Londra, era stato aggredito e ferito. Era stato un infortunio,
ma per qualche ragione aveva aggiunto anche quello al catalogo delle
colpe di Bella.
Lei riuscì a evitare il suo artiglio e uscì in fretta, ma non appena si fu
chiusa il battente alle spalle, si appoggiò alla parete, tremando, e non
di freddo. Udiva intanto Augustus e Lucinda intenti a rampognare
Clatterford. La loro furia rivelava che era una realtà: le porte della sua
prigione erano state spalancate e, anche se avessero dato adito
all’inferno,
lei era decisa a varcarle.
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Percorse di corsa il corridoio alla volta della sua camera da letto, ma
poi si fermò e imboccò la scala dei domestici che portava alla cucina,
dove interruppe un’accesa discussione, il cui argomento era palese.
Tutti la squadrarono, occhi sgranati, sul chi vive.
— Me ne vado — disse loro. — Immediatamente. Ho bisogno di valigie
e di un piccolo baule. Un tempo avevo...
Dopo un lungo momento di silenzio, la governante disse: — Spero che
andiate a stare meglio, signorina Bella.
Lei si accorse che erano sinceramente preoccupati per lei, e dovette
lottare per trattenere le lacrime. — Oh, sì! Ho avuto in eredità un po’ di
denaro... — Si rese conto di non sapere di che entità fosse la somma,
ma poco importava. — Devo andarmene, immediatamente.
A questo punto Henry disse: — So dov’è il vostro baule, signorina. Lo
porterò in camera vostra.
La cameriera di Lucinda si mordeva un labbro indecisa, ma finì per
non offrire il proprio aiuto. Fu Jane, la domestica, a scuotere il capo e
a dire: — Vengo io a darvi una mano, signorina.
In camera sua, Bella si chiese quanto denaro avesse ereditato. Dal
momento
che lady Raddall si era aspettata che lasciasse Carscourt,
doveva essere sufficiente per campare, pur facendo economie, ma con
la morte della bisnonna aveva avuto termine anche il suo appannaggio.
Quanto dunque restava? L’eredità sarebbe bastata a coprire anche
piccoli lussi? Un nuovo bustino, calze di seta, nastri, saponette
profumate...?
L’ultima cosa che ripose nel baule furono fasci di lettere che le erano
state inviate dalla bisnonna, compresi certi allegati.
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Quando lady Raddall aveva saputo che Bella non riceveva più le sue
lettere aperte e censurate, aveva cominciato a includervi a volte gli
scritti di una certa lady Fowler, che proclamava di voler riformare la
società aristocratica rivelandone i peccati.
Lady Raddall aveva scritto:
Quella donna è matta. Non riesco a immaginare cosa
pensa di ricavare dal diffondere pettegolezzi sulle malefatte
di persone altolocate, ma i suoi scritti sono molto
divertenti, soprattutto per quelli di noi che non sono in
grado di trasferirsi a Londra. Il marchese di Ashart si
presta alle critiche. Di tanto in tanto viene dai Wells per
fare visita alle sue prozie. Il conte di Huntersdown è un
affascinante birbone. Uomini del genere avrebbero buoni
motivi per leggere quegli scritti, mia cara. Un giorno potrai
uscire dalla tua gabbia, ma questo è un mondo vizioso,
e certe perversità vengono presentate in belle confezioni.
Te lo dico perché tu non abbia a ricadere in certe
trappole.
In realtà Bella non era affatto fuggita con Simon Naiscourt, ma aveva
accondisceso ad andare a un appuntamento con lui. Le era costato
caro.
In un primo momento, Bella era stata più scioccata che divertita dagli
scritti di lady Fowler. Aveva pensato di essere esperta del mondo, ma
naturalmente a diciassette anni non aveva certo abbastanza buon
senso e non aveva idea dei peccati sui quali lady Fowler si dilungava,
affermando che erano diffusi persino tra i Pari e i membri del
Parlamento.
Non mancavano casi tra l’alto clero.
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Lady Fowler lanciava i suoi strali anche contro l’ingiustizia legale che
concedeva così pochi diritti alle donne e assicurava agli uomini pieno
dominio su di loro. Da questo punto di vista Bella si sentiva dello
stesso parere della signora. Pensava persino che adesso sarebbe potuta
essere in grado di destinare piccole somme al Fondo per la Riforma
Morale della Società Londinese di lady Fowler.
— Sono pronta — disse alzandosi per chiudere il baule.
Un’occhiata alla pendola le disse che era passata più di mezz’ora, e
all’improvviso Bella fu terrorizzata all’idea che suo fratello e sua
sorella avessero convinto il signor Clatterford a rinunciare ai suoi
propositi.
Lo trovò solo, mentre beveva il tè e sgranocchiava qualche focaccina.
Le sorrise. — Pronta? Bene. — Si alzò, tergendosi le labbra con un
tovagliolo. — Il signor Augustus e vostra sorella hanno da fare altrove,
ma penso che noi possiamo fare a meno degli addii, credete?
— Ben volentieri — disse Bella, che respirava a stento. Non poté fare a
meno di chiedere: — È proprio vero?
— Il vostro denaro? Sì, mia cara.
Col cuore che le batteva forte, Bella chiese: — Quanto?
— La proprietà è ancora data in gestione, ma il totale è di circa
quindicimila
sterline. I vostri familiari ne sono stati a tal punto sconvolti
che hanno preferito uscire dalla stanza per riprendersi.
A quel punto la porta si aprì, Bella si allarmò, poi chiuse gli occhi
sollevata.
— Ecco Henry con il vostro mantello, signor Clatterford. Andiamo
dunque!
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Il signor Clatterford prese anche cappello e guanti e Bella uscì con lui.
Henry le strizzò un occhio. Lei gli sorrise e sussurrò: — Vi ringrazio. Se
voi o Jane doveste soffrire per avermi aiutato, non avrete che da
contattare
il signor Clatterford a Tunbridge Wells. Farò il possibile per
aiutarvi.
Scesero in fretta la scala e furono fuori. Henry e lo stalliere misero il
baule nel bagagliaio e Bella salì in carrozza.
Lo stesso fece il signor Clatterford. Bella teneva d’occhio la porta di
casa sperando di non vederne uscire Augustus. L’avvocato prese posto
di fronte a lei, volgendo la schiena ai cavalli.
— Oh, no, signore — disse Bella, alzandosi per cambiare posto. —
Lasciate
che...
— L’età che cede alla bellezza? — chiese lui. — Se non avete nulla in
contrario, posso sedermi al vostro fianco, signorina Isabella? Confesso
che non mi dà fastidio viaggiare con la schiena ai cavalli, ma non
capisco perché uno di noi debba farlo.
Entrambi si accomodarono, e la carrozza partì.
Finalmente Bella non doveva più guardare la porta d’ingresso. Stava
tentando di convincersi della realtà. — Non so come ringraziarvi, signor
Clatterford.
L’avvocato le batté un colpetto su una mano. — Non dovete ringraziarmi
di niente. Chiedo scusa di non essere stato qui quando avete
compiuto gli anni, come si augurava lady Raddall, ma ci sono state
piogge insistenti che hanno reso impraticabili le strade, e ho pensato
che non fosse saggio affrontarle.
— È un lungo viaggio, signore.
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— Non così lungo quando le strade sono asciutte, ma il tempo è fuori
stagione. Vedo che a Carscourt nessuno ha provveduto a mettere altri
mattoni caldi nella carrozza. Provvederemo a farlo dopo avere percorso
alcune miglia.
Bella era abituata al freddo, ma i mattoni caldi sarebbero stati una
delizia.
E tanto più un caldo mantello. Un tempo l’aveva posseduto. Lo
avrebbe avuto ancora?
Begli abiti e belle scarpe, riunioni e balli. Persino premurosi
corteggiatori...
Era come se quattro anni fossero svaniti.
Carscourt non aveva cancelli, ma i limiti della proprietà erano
contrassegnati
da pilastri. Bella li vide allontanarsi: il primo segno di
libertà, ma erano ancora nella zona abitata dai fittavoli di Augustus.
Ben presto però si trovarono a percorrere le strade del villaggio di Cars
Green. Solo il giorno prima, recarsi al villaggio sarebbe stato come
sentirsi libera, ma Bella si sentiva ancora in prigione.
Proprio in quel momento un grido la fece irrigidire terrorizzata.
La carrozza si fermò. Bella avrebbe dovuto capire che andarsene per
sempre era impossibile.
4
Il cocchiere aprì la portiera. — C’è qui una donna che desidera parlare
con voi, signorina.
Col cuore che le batteva forte, Bella guardò fuori, tentando di capire
chi fosse quella donna grassa, che aveva la testa coperta da un fazzoletto
rosso e aveva con sé un fagotto.
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— Sono la signora Gussage, signorina Bella — si presentò. — Un tempo
Peg Oaks. Prestavo servizio a scuola quando voi eravate piccola, poi ho
sposato Gussage, il vice guardiacaccia.
Bella si ricordava di lei, ma era ancora stupita. Quell’involto era un
regalo?
— Sì, naturalmente. Cosa posso fare per voi, signora Gussage?
Il volto segnato si contorse in qualcosa che era una via di mezzo tra un
sorriso e una smorfia, poi la donna sbottò: — Posso venire con voi,
signorina
Bella? Non è giusto che voi ve ne andiate con un uomo da sola.
Non dopo... — A questo punto la sua divenne davvero una smorfia. —
Non che io abbia mai pensato...
Bella si sentì in imbarazzo e guardò il signor Clatterford in cerca di
guida.
— Se la donna è affidabile, è un’ottima idea — disse l’avvocato. — Di
sicuro non vogliamo dare anche solo una parvenza di scandalo.
Bella poteva immaginarselo: Augustus che in un modo o nell’altro
trasformava la sua partenza in depravazione morale per servirsene a
suo danno. Lei ricordava Peg Oaks come una donna gentile, allegra e
grande lavoratrice.
— Salite in carrozza, signora Gussage. Più tardi divideremo il vostro
bagaglio dal mio. Vi ringrazio.
La donna fece un gran sorriso, salì gli scalini, si mise di fianco per
passare
dalla portiera e crollò sul sedile opposto. — Quanto al bagaglio,
sono grossa, ma non così tanto, signorina. — Aveva ancora il fiato
corto. — Gran parte della mia roba me la porto addosso.
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— Siete proprio sicura di quello che fate, signora Gussage? —
domandò Bella.
— Chiamatemi Peg, signorina. Sì, sono sicura. Non sono una dama
raffinata, e non mi sono mai allontanata molto da Cars Green, ma ho
certe qualità che possono esservi utili.
— Ma come facevate a sapere che me ne stavo andando?
— Ormai lo sanno tutti al villaggio, signorina. Babs, la lavapiatti, è
corsa a portare la notizia. Non appena l’ho avuta, ho pensato che non
era giusto che voi ve ne andaste via da sola con un estraneo. — Diede
un’occhiata a Clatterford.
Il notaio le sorrise. — Avete ragione, signora, siate la benvenuta. Ma
noi andiamo lontani da qui. Il viaggio per Tunbridge Wells richiederà
due giorni.
Peg Gussage aveva l’aria di chi stesse distrattamente entrando nella
tana di un leone, ma disse: — Sono sicurissima, signore. Ormai ho
poco con cui riempire le mie giornate, ed era a questo che pensavo
quando dicevo che mi sarebbe piaciuto vedere un po’ di mondo prima
di morire.
— Benissimo. Se a un certo punto doveste decidere di tornare,
naturalmente
io e la signorina Barstowe faremo in modo che possiate farlo.
Per il momento, se volete essere la dama di compagnia della signorina,
dovremo prendere in considerazione il vostro compenso e annessi.
Un’idea che lasciò Peg a bocca aperta, poi però annuì con vigore.
Si fermarono a una locanda per procurarsi mattoni caldi, poi a un’altra
per cambiare i cavalli, ma parlarono ben poco. Bella aveva molti
interrogativi
da soddisfare, ma era stata educata a non parlare di denaro e
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questioni delicate di fronte ai servitori. Per il momento si sentiva
contenta
di allontanarsi sempre più di Carscourt.
Alla fine, tuttavia, le preoccupazioni per il suo futuro si fecero
insistenti.
Desiderava davvero andare a Tunbridge Wells?
Quando si era intestardita nel suo rifiuto di sposare Thoroughgood,
suo padre aveva cessato di tenere segreto il suo scandalo. Nessuno
aveva creduto alle sue affermazioni di innocenza, e Bella non si sentiva
di condannare gli increduli, perché quello che diceva era basato su ben
poco.
Avrebbe dovuto ammettere di avere avuto un incontro con un uomo,
uno che semplicemente si era trovato a passare nella zona in cui lei era
andata per una riunione. Era stata un’imprudenza, ma a diciassette
anni era ingenua e spavalda, certa di cavarsela comunque.
Non era andata via in carrozza di sua volontà con lui, però. Era stata
portata a viva forza in una taverna di bassa lega, dove era stata tenuta
sotto chiave in una stanza per due giorni. “Simon Naiscourt”, Bella si
era aspettata che il nome fosse falso, e il suo più anziano complice, che
era sembrato quello che comandava, le avevano assicurato che veniva
trattenuta in attesa di un riscatto. Non avevano intenzione di farle del
male, ma se avesse tentato di gridare, l’avrebbero legata e
imbavagliata.
Bella era spaventata, ma certa che suo padre avrebbe pagato il riscatto
e che ben presto sarebbe stata libera.
La ragione per cui nessuno aveva creduto al suo racconto era che suo
padre non aveva mai ricevuto una richiesta di riscatto, ma una lettera
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di Simon che diceva come lui e Bella fossero innamorati e che
sarebbero andati insieme in Scozia per sposarsi.
Bella non era mai riuscita a ricavarne un senso. I suoi rapitori le erano
parsi molto impazienti e frustrati per la mancanza di risposta. Ma suo
padre aveva mostrato a Bella la lettera di Simon.
Alla fine, Bella era riuscita a salvarsi da sola.
Con l’aiuto di Capitan Rose.
C’era una persona alla quale lei per anni si era vietata di pensare. Per
qualche ridicola ragione, durante i primi mesi della sua prigionia si era
immaginata che il leggendario Capitan Rose corresse in suo aiuto.
Idiozie. Se si fosse precipitato a Carscourt, sarebbe stato per chiedere
che lei venisse arrestata per il furto di un cavallo.
Ben presto Bella aveva cessato di dedicarsi a vani sogni, e adesso non
era il momento di tornare a essi. Aveva bisogno di una casa, ma non ci
sarebbero stati ancora balli e riunioni per la screditata Bella Barstowe.
Quando si fermarono per la notte, lei e Peg Gussage condivisero una
stanza. Peg era emozionantissima. — Non sono mai stata in una locanda
prima d’ora, signorina Bella. Ma che bel letto! E qui sotto ce n’è
un altro per me. Mio Dio, mio Dio — ripeteva mentre si preparava la
branda.
Bella aveva chiesto che la cena le venisse servita nella loro camera,
perché ancora non se la sentiva di discutere del suo futuro con il signor
Clatterford. Mentre mangiavano la minestra, chiese: — Avete
idea di dove vivremo, Peg?
— Io, signorina? No. In qualunque posto per me va bene. Com’è buona
questa minestra. Così ricca.
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Bella sorrise. Era davvero degna di lode una dama di compagnia così
contenta di ogni cosa. C’era molto da dire.
— Il signor Clatterford si aspetta che io vada a Tunbridge, dove viveva
la mia bisnonna e dove lui svolge la sua attività. Ma io desidero qualcosa
di più tranquillo.
Peg spalmò abbondantemente burro sul pane fresco. — Perché,
signorina?
— Io non sono fuggita con quell’uomo, Peg, ma nessuno dove vivevo
mi ha mai creduto, cosa che non mi sorprende. Per tutti la sciocca
Bella Barstowe era fuggita con un affascinante mascalzone che l’aveva
abbandonata una volta distrutta la sua virtù. Poi ho accresciuto la mia
vergogna rifiutando un matrimonio riparatore.
— Lo squire Thoroughgood — borbottò Peg disgustata. — Niente affatto
per bene, a giudizio dei più!
— Così avevo sentito, ma moltissime persone sono persuase che un
matrimonio sia sempre meglio di niente per una donna rovinata, e
quando mi sono decisamente opposta alle nozze, mio padre ha permesso
che lo scandalo si diffondesse nella zona. E da lì, che andasse
chissà dove, per lettera.
— È successo quattro anni fa, signorina, adesso è tutto dimenticato.
— Magari potessi crederlo! — Bella si ricordò della minestra che si
stava raffreddando e ricominciò a mangiarla. — Può darsi però che a
Tunbridge Wells la cosa sia nota, a causa dei miei rapporti con lady
Raddall. Lei potrebbe averne parlato con amici, perché si sentiva offesa
dalla mia prigionia. La gente si ricorderà di questo, o solo della
mia vergogna?
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Peg abbozzò una smorfia: — Può essere, signorina, ma perché non
pensate piuttosto a vostra sorella maggiore? Quella sposata.
— Athena? — Bella prese in considerazione l’idea, ma soltanto per un
istante.
Athena viveva nei pressi di Maidstone, ed era da lei che era fuggita a
Dover. Poteva darsi che Athena fosse disposta ad accoglierla, perché
aveva il senso del dovere, ma suo marito temeva che Bella Barstowe
esercitasse un’influenza distruttiva sulle sue giovani figlie. Anche se
Athena fosse riuscita a persuaderlo che dovevano offrirle ricovero,
Bella avrebbe continuato a essere vista come una peccatrice destinata
a sentirsi grata e in colpa fin all’ultimo giorno di vita.
Se fosse sembrata più vecchia, persino diversa, libera da scandali?
— Forse assumerò un altro nome — disse, sondando l’idea con Peg. —
Vorrei vivere in un luogo tranquillo, lontano da ambienti alla moda. In
un villaggio, magari, dove potrei essere finalmente padrona di me
stessa, lontana da occhi curiosi.
Peg sbuffò. — Se volete evitare occhi curiosi, signorina, non andate in
un villaggio. Non c’è niente che i chiacchieroni amino di più di una
persona nuova da prendere di mira. Quelli tra loro che sono in grado
di leggere e scrivere, non mancherebbero di avvisare i loro amici e
conoscenti chiedendo come mai una bella e giovane donna si nasconda
in un villaggio, questo qualsiasi nome vogliate usare.
— Avete sicuramente ragione. Allora cosa posso fare?
— Andare in una città, signorina. In città la gente è assai meno curiosa.
Bella fu colpita da un’idea singolare. — Perché non a Londra? Là
chiunque
può passare inosservato.
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— A Londra! Buon Dio, signorina Bella, quanto mi piacerebbe andare
a Londra! Potrei persino vedere il re. Un giovane uomo così bello,
dicono. E i suoi cari, dolci bambini.
Bella dovette trattenere una risata. — Io non ho in programma una
vita mondana, Peg.
— Questo mi dispiace, ma non sono affari miei. Dove potremmo
vivere?
Bella non sapeva cosa rispondere, ma poi le balenò una strana idea.
Non poteva aiutare lady Fowler, non soltanto con una donazione, ma
prestando la sua opera? Aveva sentito che alcune donne lo facevano
compilando copie dei suoi scritti e svolgendo altri compiti.
— C’è una certa lady Fowler... — cominciò, esitante.
— Una lady, signorina? Questo mi sembra possa andare bene.
— Forse no. Lady Fowler è una riformatrice sociale, Peg.
— Cosa fa?
— Vuole raddrizzare cose che sono storte.
Peg si versò dell’altro tè e vi aggiunse un bel po’ di zucchero. — Mi
sembra che sia una buona idea, signorina. Ancora tè?
Bella accettò. — Penso che lady Fowler non sia ben vista nelle alte
sfere. Ogni due mesi scrive una lettera che invia a molta gente,
rivelando le malefatte che hanno luogo in seno all’aristocrazia. Anzi,
incoraggia i suoi destinatari a diffondere le notizie perché si arrivi a un
cambiamento.
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Peg la guardava con gli occhi sbarrati. — Quante lettere? — chiese.
— Non ne sono certa. Ma penso che siano oltre un centinaio.
— Tutto quello scrivere... Che donna straordinaria dev’essere quella!
Bella dovette ancora obbligarsi a non ridere. — Lei scrive solo la lettera
originale. Ha collaboratrici che la copiano. Io potrei diventare una di
loro.
— Oh! — esclamò Peg. — Se è questo che volete fare, fatelo. Io non
saprei farlo. So scrivere un poco, ma è un duro lavoro.
— Non mi aspetterei che lo facciate, Peg, soprattutto perché può essere
pericoloso. Lady Fowler si limita a inviare lettere, ma quello che
contengono
risulta offensivo per le persone potenti.
— Allora perché volete aiutarla, signorina?
— Perché lady Fowler vuole anche che vengano apportati cambiamenti
nelle leggi per proteggere le donne dalla tirannide maschile.
Alcune delle collaboratrici di lady Fowler vivevano in casa sua e a lei
poteva essere chiesto di farlo. Però sarebbe stato difficile per Bella
tenervi
una domestica. Inoltre le donne che abitavano con la signora
erano le più bisognose, quelle a cui padri o mariti non avevano lasciato
abbastanza denaro per sopravvivere. Quell’idea non le andava.
Bella avrebbe preferito procurarsi una casa nei pressi della dimora di
lady Fowler, con Peg come governante. Era un compito tutt’altro che
agevole, ma il fatto stesso di avere un piano la faceva sentire più
sicura. Ancora una volta, lo espose al giudizio di Peg, che disse: — Se
potete avere una casa vostra, signorina, perché pensare a quella lady
Fowler?
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— Per contribuire alla sua opera.
Peg si limitò a scrollare le spalle e, masticando, disse: — Se è proprio
questo che volete, signorina Bella, fatelo, ma non è l’ideale per una
bella e giovane dama. Dovreste dedicarvi ai balli, ai flirt, a prepararvi
al matrimonio. Avete fatto male a fuggire con un uomo, ma...
— Peg, non l’ho fatto! — Bella si sarebbe dovuta rendere conto che
persino gli abitanti dei villaggi avevano creduto a quella storia. — Oh,
Peg... sono stata rapita.
Le raccontò la vicenda, ma senza molta speranza. Per quale ragione
Peg avrebbe dovuto credere a lei quando nessun altro lo aveva fatto?
Come sempre, evitò di parlare di Capitan Rose. La comparsa in scena
di un altro misterioso gentiluomo non avrebbe fatto che peggiorare le
cose.
Alla fine, Peg commentò: — È stata una triste vicenda, signorina, ma
ormai è finita, per cui dovreste togliervela dalla mente.
— Magari ci riuscissi! Voi dovete rendervi conto di cosa significa
quando dico che non posso riprendere il mio posto in società. Ragion
per cui non mi resta che dedicare il mio tempo e gran parte del mio
denaro a una nobile missione. Ma se non volete essere coinvolta in
faccende
del genere, farò in modo che possiate tornare a casa.
Peg rifletté solo un istante. — Non intendo rinunciare così presto alla
mia avventura, signorina Bella. A quel che capisco, avete bisogno di
qualcuno che badi a voi.
Bella allungò una mano a coprire quella logorata dal lavoro della sua
dama di compagnia. — Vi ringrazio, Peg. Non sapete cosa significhi
per me.
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— Penso di sì, signorina. Non è buona cosa essere soli al mondo,
soprattutto per una donna. Ma è anche a mio vantaggio. Sicché
vivremo a Londra, vero? Dove?
Bella si sforzava di apparire più esperta di quanto fosse in realtà. —
Affitterò
un appartamento a Soho, è lì che si trova la casa di lady Fowler.
Voi potrete occuparvi delle faccende di casa mentre io assisterò lady
Fowler nel suo lavoro.
— Benissimo, signorina.
Lo stipendio da destinare a una cuoca-governante, probabilmente,
avrebbe superato la somma stabilita dal signor Clatterford per la
cameriera di una gentildonna, ma Bella ignorava quale potesse essere
l’importo giusto, soprattutto a Londra. Ignorava anche come
avrebbero fatto per comprare da mangiare, il combustibile e tutto ciò
di cui avessero bisogno.
In realtà, Bella non sapeva nulla!
Aveva bisogno di aiuto. Il giorno dopo ne avrebbe discusso a fondo con
il signor Clatterford.
Londra! C’era stata, ma soltanto per brevi visite di gruppo a luoghi alla
moda, e questo durante il regno del sovrano precedente. Si ricordava
come le campane a stormo per la morte del sovrano l’avessero aiutata
a fuggire dal Ratto Nero...
Cercò di toglierselo dalla mente.
Continuava a chiedersi che cosa avrebbe fatto Augustus. Poteva ancora
sostenere che era pazza, e farla rinchiudere? Clatterford diceva di no,
ma Bella non riusciva a dimenticare la paura. Una ragione in più per
assumere un nuovo nome e modificare il proprio aspetto esteriore.
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Essere una nuova persona, affrancata da ogni scandalo, senza più
paura della sua famiglia.
Aveva bisogno di un nuovo nome. Ma quale? Meglio di tutto qualcosa
di vicino a Bella. Isabella era il suo vero nome, e Arabella era troppo
simile. Clarabella era troppo frivolo.
Bell... Bell... Bellona! La dea della guerra.
Questo le piaceva.
La sua nuova identità doveva avere qualcosa di guerresco.
Bellona Sword? L’idea della spada non le andava.
Bellona Cannon? No.
Bellona Flint...
Oh, sì, Bellona Flint. L’idea della pietra focaia le andava a genio. Dura,
tagliente, una necessaria componente di armi omicide.
L’indomani ne avrebbe parlato con il signor Clatterford per sapere che
cosa dovesse fare per diventare Bellona Flint e di cosa avesse bisogno
per proteggere se stessa.
L’avvocato fu felicissimo dei suoi propositi. Tentò di persuaderla che a
Tunbridge Wells sarebbe stata assolutamente al sicuro e che ben
presto sarebbe stata accettata dalla miglior società locale. Quando
Bella espose i propri dubbi, obiettò: — Siete così giovane, mia cara.
Non posso ammettere che viviate per conto vostro.
Bella sentì un tremito all’idea di tenere testa a un uomo che
rappresentava
l’autorità, ma lo fece. — Da quello che capisco, signor
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Clatterford, non ve la sentite di approvare le mie scelte più di quanto
riesca a fare mio fratello.
Clatterford aveva insistito e stavano facendo colazione insieme,
lasciando
che Peg mangiasse da sola.
— Ma a Londra — protestò l’avvocato, dimenticando di mangiare — io
non ci sarò per consigliarvi.
— Mi dispiace, signore, ma certamente potrò trovare un altro avvocato
degno di fiducia.
— Comunque siete troppo giovane per vivere da sola. Avete solo ventun
anni.
Bella non aveva nessuna voglia di parlargli di lady Fowler, perché
sapeva che lui avrebbe sollevato altre obiezioni. — Ho Peg — disse — e
conosco un po’ Londra.
Ci furono altre proteste da parte dell’avvocato, ma Bella non si lasciò
smontare. Alla fine lui disse: — Mi rendo conto che siete decisa, e non
posso negare che la vostra vicenda è nota nell’ambiente di lady Raddall.
Come avevate immaginato, lei ne parlò mostrandosi molto preoccupata
per la vostra situazione. Mi rendo conto che la cara dama aveva
ragione dicendo che voi avete un carattere forte quanto il suo.
— Davvero? — chiese Bella, sorpresa. — Quando ci incontrammo l’ultima
volta, io ero la personificazione vivente della frivolezza.
L’avvocato inghiottì un pezzo di prosciutto, continuando a sembrare
scontento, poi la fissò e disse: — Se siete decisa a seguire il vostro
proposito,
non mi resta che mettervi in guardia dagli uomini. Cacciatori di
dote, mia cara. Ci saranno uomini, a volte belli, piacevoli, che
cercheranno
di sposarvi per il vostro denaro.
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— Vi assicuro, signore, che ho imparato la lezione sul conto di
affascinanti
mascalzoni.
— Può darsi che in loro non riconosciate il mascalzone.
— Starò molto in guardia, ve lo prometto. State forse dicendo che non
potrò mai sposarmi?
— No, no, soltanto che dovreste stare in guardia. Prestate attenzione,
giovane signora. A ogni tentativo di seduzione, tenete presente che il
corteggiatore potrebbe intrappolarvi e farvi subire le naturali
conseguenze.
— Sì, me ne rendo conto e vi ringrazio. Certamente seguirò il vostro
consiglio. Ma continuo a essere decisa a insediarmi tranquillamente a
Londra. Vi andrebbe di accompagnarmi per aiutarmi a trovare un
luogo dove stare comoda e sicura?
L’avvocato sospirò. — Siete molto simile a lady Raddall. Sì, signorina
Flint, seppure con riluttanza, lo farò.
5
Rothgar Abbey
Agosto 1764
— Quanto soffriamo per i nostri amici! — esclamò il duca di Ithorne,
che stava facendo le ore piccole con suo cugino Robin, conte di
Huntersdown,
e suo fratello adottivo, Christian, maggiore lord Grandiston.
— Io vi fornisco un ambiente elegante — disse Robin, indicando con
un gesto la stanza. — Ottimo brandy — alzò il bicchiere — e la miglior
compagnia possibile.
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— Nella tana del Marchese Scuro — gli fece notare Thorne.
— Finora Rothgar non ti ha avvelenato. Anche se la tua tenace ostilità
a volte potrebbe indurlo a tentare di farlo.
— Sono certo che il diavolo conosca veleni a lenta azione.
— Proprio per questo io eviterei qualsiasi accenno alla politica —
consigliò
Christian con il suo atteggiamento da felino: biondo, muscoloso,
elegante. Non era esile come Robin quando a sedici anni era partito
con l’esercito, e ancora adesso Thorn, a volte, restava sorpreso
dall’esuberanza
fisica di Grandiston. Per lui era stato un vero shock ritrovarlo
dopo il suo ritorno dalla guerra in Canada, più vecchio di cinque
anni, pieno di forza e abituato a comandare e a uccidere.
Robin e Thorn erano cugini e si conoscevano fin dalla culla. Christian
e Thorn erano stati inseparabili per sei meravigliosi anni.
In pratica, Thorn era stato sempre un orfano. Figlio unico nato dopo la
morte di suo padre, due anni più tardi sua madre aveva sposato un
francese e si era trasferita Oltremanica. In ottemperanza al testamento
di suo padre, non le era stato permesso di portare fuori dall’Inghilterra
il figlio che era stato affidato a tutori e a curatori testamentari.
Aveva già compiuto dieci anni quando costoro avevano deciso che
doveva avere un compagno. In un primo tempo Thorn era stato
diffidente
nei confronti dell’allegro, energico invasore che non si curava
minimamente di problemi culturali, geografia politica o filosofia. Fin
da ragazzo Christian era stato un genio in fatto di attività fisiche e,
soprattutto, di birbonate.
A differenza di Thorn, non nutriva particolari interessi per la vela, ma
all’improvviso gli era venuto il desiderio di giocare ai pirati nel lago di
Ithorne Castle, cosa che aveva indotto Thorn ad acquistare una prima,
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piccola imbarcazione e in seguito a diventare il padrone del Cigno
nero. Anni grandiosi! Quando Robin aveva cominciato le sue frequenti
visite, era nato un formidabile trio.
Poi Christian aveva manifestato un irresistibile, febbrile desiderio di
entrare a far parte dell’esercito e combattere i nemici della Gran
Bretagna. Era stato Robin a tentare di dissuaderlo, ma era stato
soprattutto Thorn a sentirsene ferito. Non aveva tentato di mettere i
bastoni tra le ruote a Christian, ma lo avrebbe fatto se si fosse reso
conto che la guerra avrebbe trascinato Christian in Canada e che, in
dieci anni, si sarebbero ritrovati insieme soltanto due volte. Questo
probabilmente non aveva avuto nessuna importanza, anche perché
ben presto Thorn si era trovato nell’obbligo di dedicare gran parte del
suo tempo a questioni inerenti al ducato.
— Mi sembra che tu sia di cattivo umore — disse Robin.
— È alle prese con troppi doveri — commentò Christian.
— Che ci crediate o meno, trovo che le mie responsabilità mi riempiono
di soddisfazione, non meno di quanto possano fare le battaglie.
— E allora, perché il Cigno nero? — chiese Christian.
— Perché Thorn è semplicemente stravagante — rispose Robin
riempiendo i bicchieri nel tentativo di alleggerire l’atmosfera. — Da
qui il nome.
— Un cigno nero è ben più che strano, è quasi impossibile — fece notare
Thorn, accettando lo spunto. — Come un duca in maschera. Non vi
ho mai raccontato di quella volta in cui ho salvato una damigella
perseguitata e lei mi ha rubato il cavallo?
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Gli altri due risero, poi Christian disse: — Se l’è cavata a buon mercato.
Guardate cosa è successo a Robin quando ha cominciato a fare il
cavaliere
errante.
— Anche a te è andata bene — commentò Robin.
— A parte la faccenda di un migliaio di ghinee da destinare al Fondo
Fowler — gli ricordò Thorn.
— Non ricordarmelo! — ruggì Robin.
— Un versamento obbligatorio per chi si sposa prima del tempo.
Robin li guardò entrambi. — Non sarebbe meglio che la smetteste di
parlarne adesso?
— Mio caro lord Huntersdown — disse Thorn, che era rimasto sorpreso.
— Tu non puoi assolutamente proporre qualcosa di così disonorevole.
Ho con me una copia del documento. — E se la cavò di tasca.
Lentamente Thorn spiegò il foglio di carta che tutti loro avevano firmato
quattro anni prima. Era stato durante una delle rare visite di
Christian in Inghilterra, e avevano celebrato l’avvenimento uscendo in
mare con il Cigno nero. Lui, naturalmente, era stato Capitan Rose.
Giocando con i loro nomi, Robin era diventato il tenente Sparrow,
Christian invece Pagan il pirata.
Personificazioni che avevano ideato da ragazzi quando giocavano sul
lago, ma non se ne erano serviti finché non si erano dati alle attività
marinaresche. All’inizio con un trabiccolo con randa e controranda al
comando di un vecchio lupo di mare che si chiamava Harry Jenkins.
Thorn era stato immediatamente stregato dal mare, si era fatto costruire
un cutter e aveva imparato a pilotarlo. Quando era stato il
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momento di navigare, gli era sembrato che fosse uno strumento di
evasione talmente miracoloso da indurlo a battezzarlo Cigno nero.
Aveva veleggiato, per piacere e per ragioni commerciali, ma senza
avere la possibilità di farlo abbastanza spesso. Per lui era stata fonte di
delusione constatare che il suo cutter restava in ozio gran parte del
tempo. La scoperta di Caleb, che era quasi un suo gemello e non
mancava
di certe capacità marinaresche, era stata la chiave di volta. Il fratello
adottivo di Thorn, Christian, aveva incontrato Caleb quando era
secondo ufficiale a bordo di una nave costiera che faceva scalo in un
porto del Massachusetts, ed era rimasto sorpreso dalla somiglianza
incredibile
con Thorn.
Ben presto aveva scoperto che Caleb Rose e sua madre erano giunti in
America quando lui era soltanto un ragazzo, e che si dicevano originari
del Kent. Conoscendo la reputazione del defunto duca di Ithorne e
tenendo
conto del cognome Rose e della relazione che esso aveva con
Thorn, Christian era giunto a una conclusione, che aveva reso nota a
Thorn con una lettera.
Thorn era stato in grado di scoprire tutto il resto, perché la storia di
Mary Fukes e di suo figlio era ben nota a Stowting. Suo padre aveva
destinato un modesto mensile ai due, ma quando il ragazzo aveva
dimostrato
di avere una così forte somiglianza con il giovane, futuro
duca, gli amministratori fiduciari avevano minacciato di mettere fine
ai versamenti se Mary non avesse portato il ragazzo in America.
Thorn aveva mandato a sua volta una lettera destinata a Christian, con
un allegato per Caleb per dirgli che sarebbe potuto tornare
tranquillamente
in patria senza che il suo assegno venisse messo in discussione,
anzi, lo aveva aumentato. Soltanto quando aveva incontrato Caleb gli
era venuta l’idea di una condivisione di identità.
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Nonostante le differenze in fatto di rango e educazione, si
comprendevano
a meraviglia, e Caleb era intelligente e ambizioso.
Per quasi un anno, il duca di Ithorne aveva veleggiato insieme a Capitan
Rose stabilendo chiaramente che erano due persone diverse, poi
però si erano dedicati alle sostituzioni. Erano soliti incontrarsi alla
locanda
del Cigno nero a Stowting. Ne uscivano scambiandosi le identità.
Caleb non aveva mai tentato di giocare al duca. Preferiva navigare al
largo dalla costa, dove la presenza di due Capitan Rose non sarebbe
stata notata.
Per quanto riguardava la gente locale, il duca di Ithorne aveva
generosamente
affidato la guida del Cigno nero al suo fratellastro bastardo,
Caleb Rose.
Thorn aveva saputo che Caleb di tanto in tanto si dedicava al
contrabbando,
come del resto faceva quasi ogni nave lungo la costa del Kent,
ma personalmente l’aveva evitato fino alla guerra.
Allora Thorn aveva colto l’occasione di dedicarsi all’avventura. Le sue
rapide attraversate notturne della Manica erano state fatte passare per
contrabbando, ma in realtà portava spie e messaggi per incarico del
governo. Quando Christian ne aveva avuto sentore, aveva insistito per
partecipare a quello spasso nonostante una ferita non ancora del tutto
guarita, e lo stesso aveva fatto Robin.
Tempi magnifici.
Tempi pericolosi, ma davvero memorabili. Il pericolo dava gusto alla
vita.
Tornato a terra, al sicuro davanti a un buon cognac francese, Thorn si
era lamentato delle pressioni che subiva perché si sposasse. C’erano
volute un paio d’ore di bevute perché gli altri due, che lo capivano,
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approdassero all’idea di un’intollerabile penalità da pagare per chi
venisse meno all’accordo di sposarsi prima dei trent’anni e che imponeva
di destinare denaro a una causa che detestavano.
Thorn si schiarì la mente per richiamare l’attenzione sugli articoli. —
Datata 3 gennaio dell’anno del Signore 1760. — Ne diede lettura ad
alta voce: — “La penalità per chi viene meno alla rottura dell’accordo
consisterà in mille ghinee da destinare al Fondo di lady Fowler per la
Riforma Morale della Società Londinese.”
Robin lo aveva guardato, all’improvviso grave. — Non posso accettarlo.
Proprio non posso. Quella donna è pazza! Lei vuole mettere al
bando il bere, la danza, il gioco di carte, e adesso ha messo le grinfie su
Petra. Suppongo che non sia davvero uno scandalo per Rothgar avere
avuto una figlia quando aveva solo sedici anni, ma il modo con cui
quella Fowler si occupa della questione porta a supporre che ci veda
un incesto.
— Mi piacerebbe sfidarla — disse Thorn. — Mi dispiace che sia una
donna, oltretutto vecchia.
— Appena sui quaranta, penso — disse Christian.
— Ma non in buona salute — fece notare Robin. — Si dice che suo
marito le abbia trasmesso la sifilide. Sufficiente a rendere acida una
donna.
Thorn scosse la testa. — Come sempre hai un cuore sensibile.
— Non al punto da darle mille ghinee.
— Quella donna è pericolosa — disse Christian, che evidentemente non
era sbronzo come poteva sembrare. — Le sue lettere potevano anche
essere una semplice fonte di divertimento ma, come dice Robin,
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adesso la Fowler propone azioni violente. Lei e le sue seguaci sono
diventate
motivo di preoccupazione.
Il maggiore lord Grandiston faceva parte delle guardie a cavallo, il
corpo di guardia del re di solito chiamato a risolvere problemi di
sicurezza.
A quel ricordo, la mente di Thorn si concentrò in tutt’altra direzione.
— Sapete che il re è contrario ai balli in maschera? Ho sentito dire che
li ha deprecati, poi però l’anno scorso ha partecipato a un ballo
organizzato
da Rothgar.
— Per poco è sfuggito a un assassinio — ricordò Robin.
Christian fece una smorfia. — Situazione imbarazzante per tutti i
coinvolti,
suppongo.
— Non per Rothgar che ebbe l’occasione di interporre nobilmente il
suo corpo tra l’assassino e il re.
— Se stai suggerendo che è stata solo una messinscena — disse Robin
— ti sbagli. L’assassino è morto.
— Cosa che cambia poco la realtà dei fatti.
Robin alzò gli occhi al cielo e si versò altro brandy.
— Sono fatti che mi interessano — disse Thorn a Christian — perché
quest’anno parteciperò agli Olimpian Revels, il Veglione Olimpico, e
mi va l’idea che il re vi prenda parte.
Christian alzò una mano. — Io non sono uomo da sottili macchinazioni
di corte. Mi limito semplicemente a suggerire che, se il re vi partecipasse,
dovrebbe avere con sé guardie in costume.
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— Dubito che il nuovo re parteciperà — disse Robin. — I veglioni
godono di cattiva fama, e a quanto mi risulta finora lui non ha
partecipato
a nessuno di essi, al contrario del sovrano precedente, il quale
se ne compiaceva.
— Tu perché non vuoi partecipare? — chiese Thorn a Robin.
— Petra è incinta. Preferiamo vivere in pace per un po’.
In base a quello che sapeva della contessa di Huntersdown, Thorn ne
dubitava, ma non lo disse.
Christian chiese: — Perché un veglione a casa tua? Non è nel tuo stile.
— Forse sto correggendo il mio stile — replicò Thorn. Preferiva che
neppure Christian e Robin sondassero i suoi progetti. Ragion per cui
continuò ad agitare il foglio che aveva in mano. — Lady Fowler,
dunque? Sono d’accordo nel ritenere deplorevole la decisione, ma un
impegno è un impegno, soprattutto quando richiede da parte nostra
non soltanto di scontare la follia del matrimonio, ma soprattutto
l’assurdità
di avere sottoscritto un impegno del genere.
Robin strappò il foglio dalla mano di Thorn per rileggerlo. — Qui non
si dice niente circa il modo in cui eseguirò il versamento.
— Già. Cos’hai in mente?
— Anonimato. Una cosa è darle del denaro, tutt’altra farle sapere che
viene da me. Con ogni probabilità lo renderebbe noto al mondo intero
con quelle sue dannate lettere. Forse potrebbe persino spacciarlo per
confermare che le sue accuse sono vere.
— Lo farebbe senz’altro. Bene, vuol dire che io eviterò accuratamente
di rendere noto il mio nome. Ho tanti avvocati e banchieri che
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gestiscono i miei affari, lady Fowler non saprà mai da dove arrivi il
nostro denaro.
— Grazie, grazie, grazie, amato cugino.
Robin bevve una buona sorsata di brandy. Sorrise e soggiunse: — È un
buon sistema. Anche perché c’è il caso che tu sia il prossimo destinatario
delle accuse della dama.
Christian rise, ma Thorn disse: — Può darsi che tu abbia ragione.
— Cosa? — ribatté Christian. — Thorn, Thorn, pensa a un altro migliaio
di ghinee per il Fondo Fowler.
Robin chiese: — Sei innamorato?
— No. Sono rimasto a guardare quello che è successo a voi in passato,
perciò mi sembra che sia un contagio da evitare accuratamente. Qualche
mese fa c’è stato un incidente sul Cigno nero. Una semplice tempesta,
ma sarebbe stata la fine, sono l’ultimo del mio casato.
— Pilotare il Cigno nero è l’unico piacere che hai — gli fece osservare
Christian.
— Io penso che tu dovresti sposarti — sentenziò Robin. — Non sto
parlando
da innamorato cotto. Hai bisogno di una famiglia: l’unica maniera
di procurarsela è di farsene una propria. Comunque, cambia
definitivamente
la tua vita.
— Non c’è niente di sbagliato nella mia vita — replicò Thorn. — Se mi
innamorassi, mi ritroverei in un caos. Intendo contrarre un matrimonio
razionale con una donna perfettamente adatta a reggere il peso di
essere una duchessa.
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Bevvero ancora un po’, ma era ora di smetterla. Thorn afferrò il decanter
prima che Robin potesse riempire di nuovo i bicchieri. — Domani
dovrai essere lucido.
— Oggi — fece notare Christian, alzandosi e stiracchiandosi. — Domani
è già finito. Vai a letto, Robin, altrimenti deluderai tua moglie.
— Finora non è mai accaduto — assicurò Robin, con un sorriso beato.
Ma poi se ne andarono.
Mentre percorrevano il corridoio, Christian disse: — Robin è felice.
— Sì.
Erano arrivati alla suite di Thorn, e Christian entrò con lui. Il valletto
del duca se la svignò.
— Perché ce l’hai tanto con lord Rothgar?
Era una domanda che richiedeva una riflessione, e Thorn la fece. — Ha
troppo potere, soprattutto in fatto di influenza sul re. Qualcuno, forse
più d’uno, deve fare da contrappeso. Io ho il vantaggio di essere di
rango superiore al suo.
— Faresti meglio a sfogare i tuoi empiti sul Cigno nero.
— Ma vattene! — esclamò Thorn, e Christian lo fece.
Il valletto entrò per aiutarlo a svestirsi.
— Credete che io stia andando in cerca di guai, Joseph?
Il valletto aveva dieci anni più di Thorn, ed era un uomo tranquillo,
pacato, che lo aveva servito da quando Thorn aveva quindici anni e
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aveva cominciato a partecipare a eventi di corte e ad altre occasioni
mondane. Tra loro non c’erano segreti. Solo qualcuno.
— Soltanto quando ne andate in cerca, Vostra Grazia.
— Se io non ne avessi voglia?
— Il mondo non finirebbe se il lignaggio di Ithorne si estinguesse,
Vostra Grazia.
— Sacrilegio! Questo non lo voglio affatto. Ho bisogno di una moglie
che si occupi delle mie case e degli ospiti quando li ricevo — replicò
Thorn, consapevole che stava rispondendo a se stesso. — Una donna
per la quale comprare gioielli e che mi dia figli sani che continuino la
dinastia.
Bambini ai quali insegnare a navigare sul lago. Che avrebbero giocato
ai pirati e a Robin Hood...
— Con l’andar del tempo, Vostra Grazia, finirete per trovare la donna
giusta.
— Lo spero proprio — mormorò Thorn, e sbadigliò. — Sarebbe un
inferno
sposare la donna sbagliata.
6
Ithorne House, Londra
Settembre 1764
— Eccovi, signora. — La nervosa cameriera indicò una porta al termine
di un breve corridoio riservato alla servitù. — Vi porta vicino ad alcune
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camere da letto, signora, che non sono riservate agli ospiti. Ma se
prendete a destra, troverete senz’altro compagnia.
La cameriera abbozzò un inchino e se ne andò.
Bella si era intrufolata nella dimora di un nobile. Di un duca, addirittura.
Qual era lo scotto da pagare? A rendere peggiore la situazione,
tra poco si sarebbe ritrovata a partecipare a uno scelto raduno di persone
tra le più potenti del Paese.
Un pensiero che le dava i brividi.
Lady Fowler aveva ricevuto la lettera di una cameriera turbata dal
fatto che il duca avesse intenzione di organizzare gli Olympian Revels,
un veglione che si celebrava ogni anno. Era un ballo in maschera
riservato
all’élite londinese. Persino i servitori sarebbero stati obbligati a
indossare costumi indecenti. Cosa doveva fare?
Lady Fowler aveva visto subito un’ottima occasione per ficcare il naso
nei più sordidi segreti di coloro che governavano il Paese e ne
dettavano le leggi. La cameriera doveva procurare una via d’accesso a
una del suo gregge. Ma a chi? La scelta finale era caduta su Bella o, per
meglio dire, Bellona Flint.
Bella aveva realizzato il suo programma. Aveva assunto l’identità e il
travestimento di Bellona Flint, una donna posata, severa, con
sopracciglia che si univano alla radice del naso su cui spiccava una
piccola
verruca. Aveva affittato una casetta vicino a quella di lady Fowler,
dove trascorreva le sue giornate copiando le lettere e rendendosi utile
nei limiti del possibile. Col passare dei mesi, tuttavia, si era disincantata
di lady Fowler, della sua consorteria e della sua impresa.
Lady Fowler, povera donna, era stata infettata dal marito. La sifilide
aveva distrutto la sua salute al punto che adesso era quasi sempre a
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letto, e forse la malattia le aveva intaccato il cervello. Le sue lettere
erano diventate dapprima volantini scandalistici, ma adesso flirtava
con il pericolo sfornando concioni politiche di tono radicale. Molte
donne del suo gregge erano sgomente, ma erano esseri timidi, incapaci
di protesta. Bella non era timida e aveva cominciato a pensare di
abbandonare
la causa.
Adesso, di fronte a quella porta oltre la quale si trovava il pericolo,
avrebbe preferito avere già fatto quel passo indietro. O per lo meno,
sperava di riuscire a trovare un modo per neutralizzare le sorelle
Drummond.
Erano arrivate di recente e appartenevano a un’altra categoria. Le
sorelle irlandesi Helena e Olivia Drummond erano infatti munite di
becchi e unghie, ed erano piene di idee che si realizzavano in azioni
teatrali. Avevano già programmato una clamorosa protesta contro i
veglioni
veneziani di Madame Cornelys e avevano scagliato un calamaio
pieno di inchiostro contro le gambe di un’attrice che recitava in
calzoni. Quando avevano letto la lettera della cameriera, avevano
direttamente abbracciato l’idea di invadere i veglioni: ad assumersene
l’incarico sarebbe stata Olivia.
Bella era rimasta a tal punto allarmata all’idea di quello che le due
avrebbero potuto combinare, che si era offerta di assumersi il compito,
ma avrebbe dovuto rinunciare alla sua identità di Bellona Flint. Olivia
e Helena, entrambe belle nella loro baldanza, avevano ironizzato sulla
sua capacità di farlo adeguatamente, e ne era derivata un’accesa
discussione.
Alla fine Bella aveva tirato fuori un asso: la sua esperienza in
fatto di balli mascherati.
Dopo avere offerto la propria disponibilità a lady Fowler, si era attenuta
quanto più esattamente possibile alla sua storia, trascurando soltanto
il rapimento e aggiungendosi qualche anno. Bellona, così suonava
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la versione, era rampolla di una famiglia della gentry, la piccola nobiltà
rurale, ma era stata maltrattata essendosi rifiutata di accettare un
deplorevole marito scelto da suo padre. Era stata salvata da una modesta
eredità che le aveva lasciato un’anziana parente. Lady Fowler le
aveva concesso la vittoria, permettendole di intrufolarsi al veglione.
Bella, anzi Bellona, si era resa conto che agli Olympian Revels, i Veglioni
Olimpici, tutti assumevano travestimenti classici. I politici indossavano
toghe, i militari armature greche o romane. Le nobildonne
sposate si travestivano da matrone o da dee, ma le nubili sarebbero
state ninfe scarsamente vestite.
Se l’avesse compreso, non avrebbe mai lottato per assicurarsi quel
ruolo ma, avendolo fatto, le era mancato il coraggio di tirarsi indietro.
A questo punto non poteva certo rinunciare per viltà. Toccò, per trarne
conforto, la parrucca nera che indossava e la maschera che le copriva il
volto. Nessuno avrebbe mai saputo che quella creatura scandalosa
fosse lei.
Il costume di una ninfa, per definizione, era un indumento leggero,
con tanto di braccia nude. Bella aveva insistito per indossare sotto una
camiciola, alla quale aveva dovuto tagliare le maniche. Prima di allora,
le sue braccia non erano mai state esposte allo sguardo di estranei.
Come le dita dei piedi. Avrebbe voluto indossare le calze, ma con i
sandali
alla greca era chiaro che non poteva farlo. A peggiorare la
situazione, gli sguardi sarebbero stati attratti verso i piedi dalle stelle
di strass che scintillavano sui cinturini dei sandali.
Lady Fowler o le Drummond, Bella non sapeva chi esattamente,
avevano decretato che lei sarebbe stata Celeno, una delle Pleiadi, ninfe
trasformate in stelle in seguito all’aggressione di Orione.
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— Un simbolo vivente — aveva dichiarato lady Fowler nel suo stile
retorico
— della crudeltà degli uomini!
Per questo Bella aveva stelle di strass sui sandali, come pure sulla cintura
blu scuro che le chiudeva in vita la tunica candida, e una sulla
parrucca. Quest’ultima non era fonte di scrupoli come quelle che le
ornavano
le dita dei piedi nudi.
Sperando che ci fossero altre donne ancora meno vestite di lei, aprì la
porta. Era in preda al nervosismo non soltanto per via del costume, ma
perché stava invadendo la dimora di un aristocratico. La draconiana
ingiustizia delle leggi che proteggevano la nobiltà le faceva rischiare
addirittura l’impiccagione!
Raddrizzò la schiena e si guardò in giro. Un corridoio la stava portando
verso il mondo ducale. Per un istante si chiese se per caso non
fosse entrata in una casa sbagliata. Il duca di Ithorne era senz’altro un
libertino, ma le pareti dipinte di un verde delicato alle quali erano
appesi paesaggi all’acquarello non parlavano di lussuria o di cattivo
gusto.
Le sue orecchie captavano una musica vivace, ma non grida o risate
sguaiate. Gli ospiti erano arrivati da oltre un’ora.
Bella si diresse verso la musica e nell’avvicinarsi si rese conto che era
musica da ballo. Senza accorgersene stava percorrendo la passatoia del
corridoio a passo di danza. Era passato tanto tempo da quando aveva
ballato l’ultima volta, e le era piaciuto moltissimo.
Si fermò.
“Smettila, Bella. Questa è una cosa da prendere molto sul serio.”
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Continuò a procedere, seguendo voci e risate ma ancora del genere che
c’era da aspettarsi in una riunione elegante, non in un’orgia. Svoltò un
angolo e si fermò appena vide parecchi ospiti, raccolti in due gruppi,
col cuore che le batteva forte.
Si obbligò a dirigersi verso i due gruppi traendo conforto dal fatto che
alcune delle ninfe di fronte a lei indossavano tuniche altrettanto
scandalose
della sua.
Quella gente, tuttavia, stava chiacchierando tranquillamente. Nel
primo gruppo, tre uomini in armatura classica stavano parlando con
una matrona e una timida ninfa. Probabilmente madre e figlia. Nel
secondo, uomini in toga stavano flirtando con ninfe piuttosto spigliate,
ma il loro contegno non era al di là dei limiti.
Bella si chiese se per caso non fosse fin troppo vestita. Notò una
giovane dama che aveva le spalle coperte soltanto da nastri, mentre
l’abito le arrivava appena alle ginocchia!
Avvicinandosi al primo gruppo, Bella senza dare nell’occhio, accorciò
l’abito tirando morbidamente e drappeggiandolo sopra la cintura. Una
rapida occhiata le disse che così mostrava i polpacci. Dovette resistere
alla tentazione di riabbassare la gonna.
I soldati e le dame sembravano intenti a parlare di cose di ogni giorno,
le condizioni delle strade e il tempo. Poi un uomo accennò a John
Wilkes.
Bella avrebbe preferito che il caso di Wilkes non le venisse riportato
alla mente. L’anno precedente costui era stato incarcerato per avere
pubblicato un’edizione del giornale “North Briton” che muoveva
aperte critiche al re. Per sottrarsi ai rigori della legge, era fuggito
dall’Inghilterra. Adesso, per influenza delle Drummond lady Fowler
aveva usato una parte della sorprendente donazione di mille ghinee
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per acquistare una stampatrice. La sua intenzione era di servirsene per
moltiplicare i suoi articoli da distribuire gratuitamente a Londra.
— Sola, bella ninfa? Perché non vi unite a noi?
Col cuore che le batteva forte, Bella si voltò e si trovò di fronte a un
gentiluomo in toga. — Ahimè, signore, sono impegnata altrove.
— Chi potrebbe imporre obblighi a una ninfa durante un veglione? Vi
prego, concedeteci il piacere della vostra compagnia.
L’altro uomo aggiunse la sua richiesta, ma le due ninfe chiaramente
non vedevano di buon occhio una rivale.
— Forse preferisco essere impegnata altrove — disse Bella con tono
leggero. — Vi prego di scusarmi, signori.
Se ne andò, constatando che nessuno la tratteneva e che lei non era
oggetto di sospetti.
Sapeva che eventi del genere erano fatti apposta per dare modo ai
grandi di ritrovarsi e intavolare trattative senza le costrizioni delle
tradizionali rivalità e inimicizie, ma Bella ne era sorpresa. La
situazione non avrebbe favorito i suoi propositi.
Girò un altro angolo e si ritrovò con sollievo alle prese con una
compagnia
più allegra. Qui c’erano movimento e leggerezza, e lei poteva
passare tra la folla con aria casuale. Era evidente che molti degli ospiti
si riconoscevano a vicenda.
Alcuni gentiluomini tentarono di indovinare l’identità di Bella
invitandola
a fermarsi con loro e cominciando a flirtare. Comunque regnava il
buon umore, così Bella replicò con una battuta sulle loro toghe o
armature e tirò dritto. Sì, poteva farlo. Adesso si ricordava come.
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Cominciava a comportarsi come le persone che la circondavano. Riusciva
più facilmente a sorridere, la musica le danzava nella mente... e
poi si rese conto che gli apprezzamenti maschili la entusiasmavano. La
definivano graziosa e amabile, ammiravano le sue stelle...
Arrivò così al centro della dimora, su un enorme pianerottolo affollato
che si affacciava su una magnifica scalinata di lucido legno e ottoni. Il
soffitto era riccamente ornato, con un affresco centrale, ma la luce che
vi arrivava era scarsa.
Invece, la sala sottostante era illuminatissima ed era un palcoscenico
dove continuavano ad affluire nuovi spettatori e attori.
Bella guardò giù, chiedendosi se il duca fosse nella sala ad accogliere
gli ospiti più importanti. Che costume indossava? Una toga senatoriale,
magari con una corona di alloro? Vedeva alcuni personaggi del
genere persino con corone dorate.
Sperava di ottenere altre informazioni sul duca di Ithorne per il quale
lei nutriva un particolare interesse. La stupiva quella straordinaria
donazione di mille ghinee e aveva chiesto al signor Brownley, l’avvocato
londinese che il signor Clatterford le aveva trovato, di tentare di
reperirne la fonte. L’avvocato aveva incontrato notevoli difficoltà, ma a
quanto sembrava il duca di Ithorne aveva avuto qualcosa a che fare in
proposito. Perché un giovane duca dedito al libertinaggio avrebbe
donato una somma del genere al Fondo Fowler? Non per beneficenza,
Bella ne era certa.
Lady Fowler era convinta di avere potenti sostenitori segreti e, sotto
l’influenza delle Drummond, stava elaborando grandiosi programmi.
Per complicare le cose, ormai da mesi attaccava, nelle sue lettere, il
marchese di Rothgar. La cosa era al limite della follia, pur
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ammettendo che il marchese avesse imposto una figlia bastarda a sua
moglie e alla buona società.
Possibile che quell’uomo che chiamavano il Marchese Nero fosse
presente quella sera, magari vestito tutto di nero? Lord Rothgar era
per Bella fonte di paura più del re stesso perché, a quanto sembrava,
non conosceva né regole né legge. Da quanto Bella sapeva, faceva
quello che più gli piaceva, e la sua vendetta era rapida.
Sì, Bella doveva proprio lasciare la consorteria di lady Fowler. Doveva
cercarsi un’altra vita.
Mentre scrutava la sala, notò che gli ospiti in arrivo si guardavano
attorno
con esclamazioni di piacere. Bella decise di andare da basso per
vedere la scena dal loro stesso punto di vista.
Non era facile muoversi tra la folla, e a volte si faceva largo a fatica. A
volte finiva contro uomini che sorridevano e scherzavano. Uno di loro
tentò di trascinarla su per le scale, ma la lasciò andare appena lei
protestò.
Bella tuttavia cominciava a sentirsi accaldata e innervosita. Avrebbe
preferito che certi costumi non lasciassero esposte braccia muscolose
che sfioravano le sue, nude. Avrebbe preferito che la calca non la
spingesse
di tanto in tanto contro un corpo compatto o una dura corazza.
Giunta ai piedi della scala, Bella avanzò nella sala, respirando a fatica
come se stesse annegando.
Si avviò verso la porta d’ingresso, e lì si girò, per guardare la scena
quale si presentava alle persone che entravano nella dimora dall’ingresso
principale.
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Non era mai stata in Italia, ma quello che vedeva in qualche modo
gliela ricordava. Illusorie pareti di pietra erano interrotte da finestre
dipinte e balconate dove apparivano persone dipinte con tanta abilità
da farle sembrare vive. I teloni blu che dall’alto le avevano nascosto
alcuni
di quei particolari, adesso davano l’impressione di uno stellato
cielo notturno. C’erano molti profumi che Bella non riusciva a
identificare,
ma quelli di erbe e di altri aromi suggerivano una terra straniera.
— Assurdo, vero?
Bella si voltò e si trovò faccia a faccia con l’uomo che aveva parlato, un
giovane vestito da villano. Indossava una tunica che gli arrivava alle
ginocchia, di tela tessuta con un telaio a mano, e sotto stinti pantaloni
marroni. Aveva il mento coperto da una barba scura, i capelli grigiastri
erano arruffati, e la sua maschera era semplicemente uno straccio che
gli copriva gli occhi lasciando libera soltanto una stretta striscia.
Per un istante Bella pensò che doveva essere un impudente servitore,
ma la voce non era certo quella di un domestico. Era senza dubbio un
gentiluomo, uno che si prendeva libertà ai limiti del lecito presentandosi
nella veste di uno schiavo romano.
L’uomo stava attendendo la risposta di Bella, probabilmente
meravigliato
del suo silenzio.
Bella fece una rapida scelta tra durezza e garbo e preferì la sincerità. —
Penso che sia magnifico. Mi chiedo solo se somigli davvero all’Italia.
— Come una scenografia teatrale somiglia a qualsiasi cosa. Pensate che
Ithorne abbia fatto un lavoro accettabile?
— Dubito che il nobile duca abbia fatto davvero qualcosa.
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Il suo interlocutore ridacchiò. — Ma certo. “Ehi, tirapiedi, fai questo. E
tu, servo, fai quello.”
Il suo tono era di ironia e disprezzo nei confronti dei ricchi oziosi.
Sembrò che cogliesse in lei la stessa opinione. — Con ogni evidenza
siamo anime gemelle — disse infatti. — Venite a ballare con me.
Dopo un’istintiva resistenza, Bella accondiscese. Fino a ora tarda
doveva evitare di essere discreta e riservata in attesa che le licenziosità
cominciassero, e una dama con un compagno avrebbe dato meno
nell’occhio che da sola. Non poteva certo negare che danzare le piacesse,
ed era tanto tempo che non lo faceva.
Come aveva supposto, adesso che era scortata, gli altri uomini non la
infastidivano. Una dama avrebbe dovuto avere la possibilità di
andarsene
qua e là senza una scorta e senza subire avances, ma al momento
non era pronta a reagire con decisione.
A dire il vero, si sentiva soprattutto confusa e sbalordita. Da quanto
tempo un uomo non la teneva per mano, pelle a pelle?
Da quattro anni, forse, a un ballo campestre. O forse da quando Coxy e
Naiscourt l’avevano spinta a viva forza in una carrozza.
— Cosa vi innervosisce, dolce ninfa? — le chiese il suo compagno.
Bella si rese conto che erano giunti ai piedi di un’alta scala e che lei
aggrottava la fronte. Probabilmente lui la riteneva in qualche modo
insolita,
per cui si affrettò a sorridere. — Soltanto la calca, signore, e la
difficoltà di arrivare nella sala da ballo. A me piace danzare.
— Volete che dia ordine che le strade si liberino?
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— Siete forse Mosè? Voi che indossate un costume da schiavo?
— Sono semplicemente un povero capraio a cui è stato permesso di
scendere dalla montagna solitaria per partecipare al gioco. Se fingessimo
che tutte queste ingombranti persone fossero capre, saprei
benissimo come trattarle.
— Capre? Al Veglione Olimpico?
— Le capre aristocratiche continuano a essere capre. Basta sentirle
belare.
Bella rise. — Ma, signore! Temo che farete una brutta fine.
— Rimandato sulla mia montagna? O obbligato a fuggire dal Paese,
come il povero vecchio Wilkes? Non abbiate paura: non sono insensato
al punto da stampare i miei pensieri sconvenienti. E voi?
Bella restò senza fiato. Che le avesse letto nella mente? — Quali pensieri
sconvenienti volete che abbia? — riuscì a dire.
— Sul conto dell’ozioso Ithorne, per esempio, che probabilmente ha un
sotterraneo in cui chiudere gli insolenti.
— Più che probabile. A quel che ho sentito, è un libertino di bassa
specie.
— Un duca non è mai basso, dolce ninfa.
— Forse non in questa vita. Ma voi mi avete promesso di ballare, signore.
Non siete fedele alla parola data?
Eccola di ritorno, la vecchia Bella Barstowe, tutta impazienza e
domande.
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— Su, allora lasciate che vi guidi. — Le mise un braccio intorno alla
vita e la portò con sé. Bella si sentì impotente, come se lui avesse
catturato
la sua volontà.
Come se fosse disposta ad andare ovunque a un suo comando.
Come una capra sventata.
Nessun uomo le aveva messo un braccio attorno alla vita in modo così
imperioso, e Bella sentiva la mancanza dei suoi soliti strati di
indumenti.
Come per magia, il capraio aprì un varco tra la folla e furono nella sala
da ballo.
Anche questa era decorata in modo da sembrare tutta marmi e
colonne, ma non era stato compiuto il tentativo di nascondere il soffitto
che, affrescato e dorato, era rutilante alla luce di centinaia di candele.
Al centro della sala, una fila di ospiti in costume ballava al ritmo
di La bella di maggio.
Bella e il pastore si misero a un’estremità della pista per permettere ad
altri di entrare, e lei riuscì a liberarsi del braccio dello sconosciuto.
Il capraio non protestò, anche se la sua bocca, una bocca interessante,
sorrise ironica. — Quale ninfa siete, mia bella? Stando alle stelle che vi
ornano, dovreste essere una delle Pleiadi. Stelle persino ai vostri piedi
— notò lui.
— Celeno — si affrettò a rispondere lei. — E voi avete un nome,
capraio?
— Sono troppo umile per avere un nome. Capelli color ebano — notò,
osando toccare una lunga ciocca che le scendeva su una spalla. —
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Questo potrebbe indicare che Celeno è un’arpia, scura e munita di
artigli.
Per quale ragione il semplice tocco di lui sulla parrucca le dava i
brividi?
— Oppure Celeno delle Amazzoni — replicò Bella, scostandogli la
mano. — State in guardia, signore. Ho un arco e una freccia nascosti.
— Forse dovrei perquisirvi per timore che rappresentiate un pericolo
per le mie capre.
— Non credo proprio!
L’uomo allungò una mano per toccare la tunica che le copriva la spalla
destra e, per un istante, Bella pensò che volesse perquisirla davvero.
Poi lo udì sospirare. — Ahimè, non lo farei mai. Ma voi siete un mistero
nascosto in un enigma, Celeno. Devo saperne di più su di voi. La
notte è giovane e abbiamo tempo.
— Tempo? — chiese Bella, tentando di non dare a vedere di essere
rimasta
senza fiato. Quando era molto più giovane, aveva incontrato
uomini audaci, ma mai qualcuno come quello. Il capraio flirtava con
lei in una maniera deliziosamente ambigua. Anche lei lo stava facendo.
— È giunto il momento di liberarsi dei veli per arrivare alla verità —
disse il suo cavaliere.
— Dei vostri come dei miei? — Era stata una replica istintiva, per
scoraggiarlo,
ma il capraio sorrise e Bella si rese conto che la sua domanda
provocatoria era stata piuttosto sciocca.
— Naturalmente — approvò lui. — Possiamo cominciare? — Ancora
una volta un tocco impertinente, un dito passato sul suo fianco.
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— No. — Bella fece un passo indietro, ma finì contro una parete alle
sue spalle.
— Potremmo trovare un posticino più tranquillo...
— Prima balliamo — replicò lei in fretta.
Più tardi si sarebbe liberata di lui.
— Celeno l’astuta. — Poi il suo sorriso si fece pieno di aspettativa. —
Un ritmo più lento può portare a maggiori piaceri, vi sembra? Venite.
Vedo che la danza vi piace davvero.
Lei infatti si muoveva agile sui piedi al ritmo della musica, e con il suo
capraio si avviò fino al termine della fila per partecipare alla quadriglia.
Ben presto si abbandonò alla sequenza dei passi.
Quando si incontrarono a metà della fila e si voltarono, lui disse: — Ho
l’impressione di conoscervi.
Possibile che il capraio fosse un uomo che avesse conosciuto quattro
anni prima? Certamente non era uno dei suoi vicini in campagna. Non
era possibile che un beau, uno zerbinotto londinese, si ricordasse di
averla intravista. Eppure... eppure Bella si rendeva conto che in
quell’uomo c’era qualcosa di vagamente familiare.
Le guance irsute accentuavano in qualche modo la sua impressione, e
quello era un particolare inconsueto tra gentiluomini...
Aveva forse riconosciuto Bella Barstowe o Bellona Flint?
Non riusciva a immaginarsi come qualcuno potesse riconoscere Bellona
con quel costume, soprattutto dal momento che Bellona non si
era mai mescolata con la buona società.
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— Chi siete, graziosa fanciulla?
Bella sobbalzò e guardò l’uomo che ora aveva di fronte come compagno.
Riuscì a replicare: — Sta a voi indovinarlo, signore.
— Melia.
Bella non aveva idea di chi fosse Melia, ma scosse la testa e continuò a
ballare, chiedendosi perché non avesse dato quella stessa, convenzionale
risposta al capraio. A lui aveva dato il proprio nome, esattamente
come lo aveva seguito dove l’aveva portata. Era un uomo
molto pericoloso, inoltre pensava di riconoscerla. Non appena il ballo
fosse finito, sarebbe dovuta fuggire da lui.
Per il momento, si accontentò di scoccargli occhiate, valutando il
pericolo.
Più volte i loro occhi si incontrarono.
Perché la stava osservando? Forse anche lui stava ripensando a quella
sensazione di familiarità?
Apparteneva al circolo di riformatori di lady Fowler? No. I pochi
uomini che la sostenevano erano ecclesiastici e studiosi. Il capraio era
troppo diverso per esserlo. Bastava guardarlo mentre flirtava con ogni
donna con la quale si trovasse nelle figure del ballo. Naturalmente,
anche lei faceva lo stesso, ma per una nobile causa.
Bella si diede della sciocca.
“Basta comportarsi a questo modo.” Il suo compito era di tenere d’occhio
casuali compagni e cercare scandali. Dovevano pur esserci persone
che le sarebbe piaciuto tenere d’occhio, come per esempio il
grasso senatore che nel corso della danza le stava troppo vicino,
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oppure quello magrissimo che ne approfittava per sfiorarle con un
gomito un seno. O quello peloso e con le labbra tumide che sudava
così abbondantemente da avere la toga bagnata.
No, non era generoso da parte sua, il salone era davvero caldissimo.
Quando tornò a fare coppia con il suo capraio, commentò: — Qui fa
troppo caldo. È davvero una benedizione che indossiamo tutti abiti
leggeri. Forse questa dovrebbe diventare la moda per ballare.
Immaginate
un caldo simile sotto strati di gonne, sottovesti e sete?
— Le dee sudano? — chiese lui.
— Io sono una ninfa...
— Le ninfe sono notoriamente maliziose.
— I caprai sono... — Ma non riuscì a pensare cosa dire.
— I caprai sono sporcaccioni — concluse lui la frase. — Forse è una
qualità contagiosa. Oh, mia cara — soggiunse stringendole leggermente
una mano — ci stiamo contagiando a vicenda.
— Vorrà dire che avrete diffuso la lascivia da un capo all’altro dei
danzatori,
signore. Cosa che, a ripensarci, sarebbe come diffondere un esantema
in un lebbrosario.
— Celeno! Mi state scioccando. Ma se avete caldo...
Abilmente l’allontanò dalla pista passando per una portafinestra
spalancata
sulla terrazza illuminata da lampade. Lì faceva più fresco, anzi,
sulla pelle nuda e umida di sudore sentì quasi freddo. Un senso di
allarme
la innervosì.
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Si girò per rientrare nella sala, ma lui le chiese: — Freddo? — Raccolse
qualcosa da una panca. Le avvolse un ampio scialle attorno alle spalle,
bloccandola e traendola a sé.
— State giocando a caldo e freddo? — chiese l’uomo.
— È un gioco da caprai? Lasciatemi andare.
Lui rise e la baciò. Dapprima un bacio rapido, ma un istante dopo un
braccio la circondò e l’altra mano le bloccò la testa. Continuò a baciarla,
a fondo e con abilità, facendole aprire la bocca e lei sentì la lingua
di lui toccare la sua.
Bella era stata baciata e le era piaciuto farlo, ma mai in quel modo.
Non si era mai sentita così in pericolo, così eccitata.
Girò di scatto la testa e lo respinse con forza.
Lui glielo permise, ma stava sorridendo, con gli occhi brillanti, e aveva
afferrato l’estremità dello scialle, trattenendolo.
— Lasciatemi andare!
Lui obbedì.
Bella si avvolse nello scialle per nascondere le spalle nude e la sua
delusione.
— Non avreste dovuto farlo.
— Allora non sareste dovuta venire al veglione.
— Si tratta di un evento di questo tipo? Volete dire che se giovani
dame vengono aggredite si sta solo recitando una parte?
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— È la consuetudine di tutti i balli mascherati, sempre che anche la
dama desideri recitare.
— Io non...
— Se il mio bacio vi ha offeso, vi chiedo scusa, ma non mi siete sembrata
così terribilmente offesa, mia dolcissima e succulenta ninfa.
Lei si liberò dallo scialle che lasciò cadere sulla panca cercando di farlo
con aria casuale. — Dopo questa nostra breve digressione, schiavo,
devo tornare a cerchie più elevate.
— Non fidatevi di senatori e dei. Nonostante il loro dorato splendore,
sono uomini esattamente come me. Se voi siete l’innocente che volete
sembrare, vuol dire che vi riporterò sana e salva alla vostra festa.
Era una sfida, come una lama piantatale tra le costole, e Bella si ricordò
di quello che il capraio aveva detto sul fatto che non la riteneva
una sconosciuta.
— Se vi permettessi di farlo — disse — riuscireste a sapere chi sono.
— Conoscere una persona in base alla compagnia che frequenta?
Davvero
insolito. Ma pensate di restare una sconosciuta in eterno?
— Posso tentare.
— Io scoprirò chi siete.
— Ne dubito.
— È solo una questione di tempo. Ho già la sensazione di conoscervi.
— Ripeto che ne dubito.
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— Siete dunque una provinciale appena arrivata a Londra?
— Da me non otterrete altre informazioni, capraio. — Tuttavia Bella si
sentiva in pericolo, un pericolo che diventava tanto maggiore quanto
più fosse rimasta lì. — E adesso, addio. — Tornò nella sala da ballo.
Provò una punta di delusione quando lo vide sulla soglia della terrazza.
Ora stava parlando con un uomo dai capelli grigi che indossava
un costume semplice.
Poi il capraio girò lo sguardo per cercarla nella sala. Bella fu pronta a
giurare che gli occhi di lui fossero sgranati. Aveva letto nei suoi pensieri?
Nuovamente spaventata, cambiò direzione per uscire dalla sala,
ma vi stava entrando un fitto gruppo di persone e Bella dovette tirarsi
indietro.
Scoccò una rapida occhiata da sopra la spalla al capraio che non si era
mosso, ma continuava a guardarla.
Bella tornò a voltarsi per fuggire, ma in quel momento notò che alcune
persone la stavano fissando. Proprio lei. Le maschere ne nascondevano
le espressioni, ma la loro insistenza sembrava quasi famelica.
Forse avevano riconosciuto in lei un’intrusa? Erano pronti a farla a
pezzi?
Bella approfittò di un varco nella folla e corse via, tentando di non
sembrare una criminale in fuga dalla giustizia. Non aveva idea di dove
stesse andando. Sperava solo di riuscire a trovare un luogo tranquillo
dove raccogliere i suoi pensieri.
Poi udì un sussurro eccitato: — Scandaloso!
Bella sussultò, ma poi si accorse che nessuno stava guardando lei.
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Si chinò per aggiustarsi un cinturino di un sandalo, e nel farlo le giunsero
all’orecchio altri sussurri.
— In flagrante delicto, mia cara. Proprio così!
— Ma chi?
— Grandiston, da quello che ho udito.
Una risatina. — Non c’è da meravigliarsi. È così virile, in
quell’armatura antica...
Grandiston? Il nome le era vagamente familiare, ma Bella non riusciva
a inquadrarlo. Era abbastanza importante da essere materia per le
lettere di lady Fowler? Chi era la donna?
Una delle dame presenti doveva essersi fatta la stessa domanda.
— Psyche Jessingham.
Un nome che Bella conosceva, perché la liaison adulterina di lady
Jessingham con il duca di Ithorne era stata oggetto di chiacchiere nella
cerchia di lady Fowler, ma non era stata citata nella sua ultima lettera.
Lady Jessingham era adesso una vedova, ma lady Fowler si atteneva
alla sua politica di risparmiare le donne che condividevano tutte lo
stesso destino di oppressione da parte degli uomini. Non aveva mancato
di denunciare Ithorne per non avere sposato la donna della quale
aveva rovinato la reputazione.
— Psyche e Grandiston?
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Le voci scesero di tono, e Bella dovette tendere le orecchie. Lady Fowler
avrebbe continuato a rifiutarsi di servirsi dello scandalo nei confronti
di quella donna?
— Quella non ha mai imparato la discrezione — sentenziò qualcuno. —
Cosa esattamente è stato visto?
Altri mormorii e poi: — Era discinta — riferì la persona bene informata.
— Abito stracciato davanti...
All’improvviso Bella si rese conto che le tre matrone del gruppo
stavano guardando proprio lei, con occhi freddi.
Rivolse loro un debole sorriso e se la svignò, cogliendo ancora un’unica
parola. — Rothgar...
“Accidenti!” Il grande marchese era coinvolto? Il tempo che aveva
passato
accanto a lady Fowler l’aveva messa al corrente di certi eventi
scandalosi.
Doveva saperne di più. Dove per esempio aveva avuto luogo lo
scandaloso
incontro di Grandiston con Psyche Jessingham?
7
Thorn si mosse tra la folla con la maggiore rapidità possibile senza
mostrare fretta, perché moltissime persone lo avevano riconosciuto e
lui non voleva suscitare allarmismi. Mascherava anche la propria rabbia
perché era furibondo con se stesso. C’era il rischio che fosse ormai
troppo tardi per evitare il disastro perché aveva dimenticato i suoi
doveri. Anziché tenere sotto controllo l’evento e d’occhio il re, se l’era
svignata per scherzare con un’incantevole ninfa sulla terrazza.
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Christian era stato sorpreso con una donna in una delle stanze private
della casa di Thorn e scoperto, guarda caso, proprio da Psyche
Jessingham.
Quella donna si era messa in testa di poter comprare Christian
come marito, e aveva strillato come un’aquila.
Thorn pensava che avrebbe dovuto dare atto a Christian di essersi servito
per il suo incontro galante di una stanza isolata. Ma Thorn continuava
a chiedersi cosa gli fosse passato per la mente. Era già alle
prese con tre donne fonti di guai. In aggiunta alla rapace Psyche, a
sedici anni aveva contratto un assurdo matrimonio con una ragazza
dello Yorkshire col nome infausto di Dorcas Froggatt. Christian era
stato convinto che fosse morta, ma adesso aveva saputo che era viva.
Cercandola nella speranza di ottenere l’annullamento del matrimonio,
si era innamorato di una certa signora Hunter, che era fuggita da lui
quando aveva saputo che era sposato.
— Vostra Grazia.
Thorn si girò e si trovò di fronte un pretoriano che sembrava pronto a
eseguire un arresto. — Siete richiesto — disse l’uomo con aria severa.
Thorn imprecò sottovoce. Non poteva certo ignorare una convocazione
da parte del re. Tornò al veglione.
Re Giorgio aveva deciso di indossare una semplice tunica nel tentativo
di sembrare un popolano. Non ci era riuscito anche se tutti si
rendevano conto che non era il caso di inchinarsi o di dare altri segni
di riconoscimento, per quanto difficile fosse per persone abituate da
sempre alla corte.
Thorn riuscì soltanto a impedirsi di inchinarsi e disse: — Ho saputo
che c’è stato un piccolo contrattempo, Maestà. Vi chiedo scusa.
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— Troppo irrequieto — commentò il re, che però sembrava di buon
umore. — È una coppia sposata, se non sbaglio.
Sposati? Thorn non celò la propria sorpresa e chinò la testa, assentendo.
— La forza dell’affetto coniugale, Maestà.
— Lo capisco, dal momento che ne sono benedetto anch’io. Posso sperare
che anche voi tra poco sarete felice, Ithorne? Un nobile lignaggio e
voi siete l’unico superstite.
— Spero di essere felice come lo siete voi, Maestà — rispose Thorn. —
Proprio per questo sto cercando di fare una scelta prudente.
— Permettendo ai vostri amici di spassarsela, come ho fatto io.
Ai suoi tempi, re Giorgio se l’era spassata con la bella Sarah Lennox.
— Accetterò il vostro consiglio, Maestà. Ma per adesso, se volete
scusarmi...
Congedato, Thorn ripensò alle implicazioni del messaggio di
avvertimento
che gli era venuto da Rothgar. Forse aveva inscenato quello
scandalo per poi accertarsi che il re ne fosse al corrente, nella speranza
che il sovrano biasimasse il padrone di casa?
Thorn riteneva che il suo contrasto con Rothgar fosse di carattere
puramente politico, ma il Marchese Nero non era per caso prontissimo
a ricorrere a ogni mezzo per bloccare sul nascere una sfida al suo
potere?
In quel momento, vide il suo serioso segretario, Overstone, che si
avvicinava,
in toga, con l’aria imbarazzata. Si fermò per avere altre notizie.
97/444
— Stando alle chiacchiere, Vostra Signoria, lord Rothgar ha diluito lo
scandalo affermando che si trattava di una coppia sposata. Affermazione
che è stata creduta da alcuni, ma negata a spada tratta da
lady Jessingham, che ha espresso una pessima opinione sulla dama.
Devo sostenere la versione della coppia sposata, Vostra Signoria?
— Non ancora, ma senza negarla. Calmate le acque.
Thorn imboccò un corridoio tranquillo, pronto ad affrontare disastri di
qualsiasi livello.
Amore! Non c’era niente di peggio per rovinare la vita di un uomo,
soprattutto quando Dorcas, o Kat, o chiunque fosse, stava accusando
Christian di comprometterla per obbligarla a tenere fede al voto
coniugale.
Quale che fosse il bandolo in quella matassa intricata, a conclusione di
una lunga notte, Thorn si sentì impegnato a recarsi il mattino dopo a
Malloren House per incontrarsi con Rothgar e patrocinare il suo fratello
adottivo.
Perché Rothgar, accidenti a lui, era proprio l’epicentro dell’intero
incidente.
La moglie di Christian era amica di sua moglie, la marchesa, e
adesso era ospite a Malloren House. Rothgar l’aveva portata al veglione,
conoscendo molto bene l’intera verità. Sosteneva di essere mosso
da intenti benevoli, ma Thorn ne dubitava. L’incidente avrebbe potuto
procurare a Thorn uno scandalo imbarazzante e la disapprovazione
del re.
D’altra parte, se lord Rothgar si era deliberatamente servito di Christian
come di un’arma, la rivalità politica rischiava di trasformarsi in
vera guerra, personale.
98/444
Bella era tornata nella sua piccola casa in affitto su una portantina,
mentre la pendola suonava le tre. Le sue due giovani cameriere
l’accolsero
come se fosse uscita da una fossa di serpenti. Poteva darsi che
avessero ragione.
— Oh, signorina! — esclamò Annie Yellan, ancora esilissima nonostante
mesi di buon cibo. — Avevamo tanta paura per voi.
— Quella depravazione! — aggiunse sua sorella Kitty che, grazie alla
stessa dieta, stava invece diventando grassottella.
Quando Bella le aveva assunte, sembravano molto più simili l’una
all’altra: magre, pallide, spaventate. Kitty, la sorella maggiore, era di
un paio di centimetri più alta di Annie; i suoi capelli erano color
scoiattolo
mentre quelli di Annie castani. Annie aveva pelle migliore e occhi
scuri più grandi.
— È stato terribilmente scioccante? — insistette Kitty.
— In generale, no — assicurò Bella, che non voleva incoraggiare il
gusto di Kitty per lo scandalo.
Preferiva non coinvolgere le due ragazze nella faccenda che la
riguardava,
ma si era dovuta vestire e comportare in un certo modo. Kitty
stava imparando a diventare la cameriera personale di una dama, Annie
invece a essere una cuoca, ma quello che sapeva una era noto
anche all’altra e, non appena possibile, stavano insieme. Se Kitty
doveva cucire qualcosa per Bella, prendeva il cesto del cucito e lo
portava in cucina invece di restare nella camera da letto della padrona,
come avrebbe dovuto.
Le due sorelle erano due veri tesori, e Bella si considerava molto
fortunata.
99/444
Era arrivata a Londra con la sola Peg e aveva preso in affitto quella
casa. Peg sarebbe dovuta essere cuoca e governante, ma Bella aveva
preferito assumere una cuoca, una cameriera e un ragazzo per i lavori
pesanti. Sia Peg che Bella preferivano avere a disposizione un ragazzo
robusto piuttosto che un uomo, se avesse dovuto abitare nella casa.
Per questo, consapevole della propria fortuna, aveva deciso di tentare
di rivolgersi agli istituti di carità.
Il ricovero di mendicità era troppo straziante e aveva scoperto che
gran parte degli “ospiti” erano vecchi o bambini, perché i ragazzini
sani venivano mandati a lavorare altrove già all’età di sei anni. Aveva
però scoperto un ragazzo robusto, che però, in pieno giorno, stava
disteso su un materasso.
— Non penso che lo vogliate, signora — aveva detto il supervisore,
strappando la coperta piena di buchi al ragazzo che sembrava essere
sui dieci anni. — Gli avevamo trovato un buon lavoro in una scuderia,
ma si è fatto male e non è ancora guarito. L’infezione aumenta e prima
o poi lo ammazzerà.
Bella aveva temuto che fosse proprio così, ma gli occhi tristi del
ragazzo l’avevano commossa e, a parte la gamba gonfia e infetta, aveva
un’aria robusta. Aveva chiesto il suo nome, Ed Grange, e poi aveva
noleggiato
una carriola per portarlo a casa.
Peg Gussage era rimasta sgomenta e aveva dichiarato che Bella era
troppo tenera di cuore, ma si era accinta a curare il ragazzo con bagni,
buon cibo e impiastri di erbe, come si faceva in campagna.
Il ragazzo malato aveva fatto sembrare ancora più urgente trovare
cameriere, ragion per cui Bella aveva diffuso la notizia nella cerchia di
lady Fowler e aveva parlato con il vicario di Sant’Anna. Era stato
quest’ultimo che le aveva parlato del triste caso delle sorelle Yellan.
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Entrambe vivevano con il padre, vedovo, uno scaricatore di carbone,
un brav’uomo, che l’inverno precedente era caduto e si era rotto la
schiena. Le due figlie, Annie e Kitty, gli avevano prestato amorose
cure, ma sei settimane prima era morto e le due sorelle erano
terrorizzate
all’idea di finire in un ricovero di mendicità.
Bella aveva chiesto quanti anni avessero. Il vicario aveva risposto che
Kitty ne aveva sedici e Annie quindici, ma che molto spesso persone
del genere non erano certe della loro età. Comunque erano troppo
vecchie
per gran parte dei ricoveri di mendicità e inesperte. Però avevano
accudito la casa del padre, non avevano malattie né carenze. Con un
po’ di gentilezza e buon cibo, ben presto sarebbero diventate valide
lavoratrici
ed erano ottime ragazze.
Così Bella era andata a far loro visita nella loro minuscola casa. Era
linda e in ordine, ma svuotata di tutto ciò che era stato possibile
vendere, e le ragazze erano magre e pallide. Lei non se l’era sentita di
abbandonare le sorelle Yellan come non aveva avuto cuore di lasciare
che Ed Grange morisse nella casa di mendicità e le aveva portate a
casa.
Nonostante la loro apparente fragilità, le due sorelle si erano messe a
lavorare di buona lena, forse persuase che se si fossero mostrate pigre
sarebbero state cacciate. Nel giro di pochi giorni anche Ed aveva
cominciato a migliorare e a fare il possibile dal suo materasso in cucina,
e nel giro di una settimana zoppicava per casa appoggiato a una
gruccia. Adesso tutti e tre erano grandi lavoratori e Bella ringraziava
ogni giorno la sua sorte.
Tuttavia pensava di fare ancora molto per loro. Se fosse riuscita ad
avviare
le due ragazze a un’attività commerciale, sarebbero diventate
donne indipendenti, proprio come lei.
101/444
Sarebbe andata bene una pasticceria che vendesse e servisse anche tè.
Oppure una merceria. Comunque qualcosa che le affrancasse dalla
necessità
di prendere marito.
Più facile da risolvere era il problema di Ed, che aveva bisogno soltanto
di imparare un mestiere.
Bella indossò la camicia da notte e guardò desiderosa il letto. Invece si
sedette alla scrivania per registrare doverosamente gli eventi del
veglione.
Ahimè, lo scandalo si era rivelato deludente, e d’altra parte non
era più un segreto. Tutti gli invitati stavano già spettegolando sul conto
di lord Grandiston e di sua moglie, perché sembrava che il matrimonio
stesso fosse stato un segreto.
Bella aveva notato poco d’altro a parte qualche ubriaco e alcuni
comportamenti
osé.
Aggrottò la fronte pensando a lady Fowler. Era giunto il momento di
abbandonare quella cerchia, ma dove sarebbe andata? L’idea di essere
sola al mondo la terrorizzava. Esitava ad abbandonare le donne più
deboli del gruppo agli sbalzi d’umore di lady Fowler e alle tendenze
radicali delle sorelle Drummond.
Si alzò, riscuotendosi. Lei, più di tutte le altre donne, doveva essere
immune dal fascino seduttivo di un poco di buono.
Pensò al suo ultimo ballo mascherato. Era stata una cosa di poco conto
al Vextable Manor non molto lontano da Carscourt. Lì tutti si
conoscevano,
ma fingevano che non fosse così e recitavano la loro parte. Se
l’era svignata con...
Oh, chi era stato? Tom Fitzmanners o Clifford Speke? Probabilmente
Tom, a quanto ricordava.
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Ridacchiò a quel ricordo. Che birichina era stata!
A quel tempo amava ballare.
Si danzava proprio tanto: a feste e piccoli ricevimenti, a volte
improvvisando
nell’una o nell’altra casa, spostando i mobili, arrotolando i
tappeti, mentre qualcuno suonava un arpicordo o un virginale. Si mise
a letto sprofondò la testa nel guanciale.
Quattro lunghi anni senza ballare, senza flirtare, senza il più leggero
dei baci, senza rendersi conto di quanto ne avesse sentito la mancanza.
Fino a quella sera.
Quando la bocca calda del capraio aveva catturato la sua. Qualcuno di
ben diverso da Tom Fitzmanners, forse simile a Capitan Rose.
Si girò sulla schiena, fissando il buio. Aveva dimenticato quel bacio.
Anche quello le era stato rubato, ma non c’erano stati altri contatti,
quindi perché sentirne la mancanza?
Forse per via dell’ombra scura della barba. Il capraio non si era rasato
perché fingeva di essere un contadino; Capitan Rose era un uomo di
mare. Non aveva certo il rango per partecipare al Veglione Olimpico.
Avevano in comune anche un’altra cosa: lei era stata abbastanza
sventata da accettare i baci di entrambi, col rischio che la rovinassero.
Ma ormai il pericolo era passato.
Non c’era posto per la civetteria nella vita di Bellona Flint.
8
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Dopo avere fatto le ore piccole, quel giorno Bella si svegliò più tardi
del solito e, ancora insonnolita, si sedette a fare colazione. Ripensò al
veglione, cercando accanitamente altri succosi bocconcini da portare a
lady Fowler. Le sorelle Drummond avrebbero gioito del suo
fallimento.
Non aveva bisogno di aiuto per vestirsi, indossò di nuovo un reggiseno
al posto del corsetto, ma permise a Kitty di fare pratica nel suo nuovo
lavoro. Come al solito, Kitty abbozzò una smorfia alla mancanza del
corsetto e, come al solito, Bella tentò di convincerla dei vantaggi di un
indumento più pratico e meno costrittivo.
— Ecco — disse Bella — ben vestita in pochi minuti. Quanto tempo
perdono tantissime donne per abbigliarsi e acconciarsi i capelli!
Kitty disse: — Sì, signorina — però con aria di disapprovazione. Sia
Kitty che Annie ritenevano indecente non portare il bustino.
Kitty non approvava neppure il fatto che Bella sentisse la necessità di
sembrare più vecchia e più modesta. Girava la testa quando lei si
spalmava
sul volto una crema che la rendeva pallida, e un’altra più scura
che faceva sembrare infossati i suoi occhi.
Bella scosse le spalle e si applicò la piccola verruca sul naso, poi si tirò
indietro i capelli e li nascose sotto una modesta cuffia.
Lo faceva già da mesi senza quasi rendersene conto, ma adesso si
guardò allo specchio e mostrò la lingua a Bellona Flint. La notte prima
era stata se stessa. Era carina. Glielo avevano confermato le occhiate
degli uomini...
A cosa l’avevano portata? Mentre si metteva un cappellino piatto,
disse: — Ecco fatto. Così non dovrò pensare ai capelli per un’intera
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giornata. Questo mi lascia tempo per cose più importanti. Spero che tu
continui con la lettura, Kitty.
Kitty, che stava rifacendo il letto, si voltò. — Certamente, signorina.
Sono già a metà del Viaggio del pellegrino di Bunyan, e ci sono
pochissime parole che non conosco. Ne ho fatto un elenco. — Dalla
tasca prese un foglio di carta.
— Brava — la lodò Bella alzandosi. — Le leggerò non appena tornerò a
casa. Adesso devo andare immediatamente da lady Fowler.
Calzò le scarpe e si avviò all’uscio.
— Vi chiedo scusa, signorina.
Bella si voltò. — Sì, Kitty?
— Cosa devo fare con il costume, signorina?
“Brucialo” avrebbe desiderato dire Bella con una stizza che la fece
sussultare.
Rifiutando tutto ciò che implicava, rispose: — Oh, mettilo da
qualche parte. Non si sa mai...
Scese in fretta la scala, sforzandosi di non pensare perché avesse reagito
a quel modo, ma senza riuscirci: sapeva che per lei il costume
rappresentava la tentazione.
Come al solito, Peg le scoccò un’occhiata curiosa, poi chiese: —
Com’era la dimora del duca? Molto grande? — Stava sbattendo qualcosa
in una ciotola.
— Naturalmente.
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Peg non tentò neppure di fingere una mancanza di interesse per i
grandi e il loro modo di vivere.
— La trasformazione della casa era perfetta. Colonne, ruderi, l’effetto
di una piazza sovrastata da balconi come se si trattasse di case affollate
da gente. Non sono mai stata in Italia, per cui non sono certa se
corrispondesse
al vero, ma anche altri ospiti ne sono rimasti colpiti.
— Oh, mi piacerebbe averlo visto! — esclamò Peg, invidiosa.
— Il veglione era riservato solamente ai ricchi e ai potenti — le fece
osservare
Bella. — In un mondo giusto, dovrebbe essere aperto anche al
popolo, per lo meno prima del veglione o dopo.
Si aspettava un consenso, ma Peg disse: — Non saprei dirlo, mia cara.
Stivali e scarpe sui bei pavimenti e sui tappeti. Mani sporche sulle
tende.
— Intendete dire più lavoro per i domestici. — Ma Bella non voleva
dargliela vinta. — Possono sempre fare in modo che la gente stia
lontano dalle tende.
— Non sarebbe più la stessa cosa, non vi pare?
— Comunque, la prossima volta che mi intrufolerò in un evento del
genere, vi porterò con me.
Bella prese un chicco di uva passa da una tazza e lo spezzò per toglierne
i vinaccioli. — Sono stati più di uno gli uomini che mi hanno fatto
proposte illecite.
— È naturale che lo facciano, carina come siete. Qualcuno di
accettabile?
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— Ma, Peg! Io ero un’intrusa. Come sapete non ho interesse per gli
uomini, e soprattutto non in vista di un matrimonio. — Bella inghiottì
il chicco di uva passa.
— Questo lo so, e non è bene.
— Il fatto che voi abbiate avuto un buon marito non significa che gli
uomini siano tutti della stessa pasta.
In casa di lady Fowler andò proprio come se l’era aspettata. Il
comportamento
dei Grandiston, anche se marito e moglie, era stato scandaloso.
Sembrava che tutti credessero che erano stati sorpresi intimamente
allacciati; il costume di lady Grandiston era decisamente scompigliato,
ma il fatto che fossero sposati rendeva di scarsa utilità un
fatto del genere.
— Ho cercato di indagare su lady Jessingham — spiegò Bella, tentando
di trovare qualcosa di davvero pruriginoso. — A quanto sembra, lei
aveva mire su Grandiston, ignorando che era sposato. Dal momento
che è il fratello adottivo del duca di Ithorne, può darsi che... beh...
— Be’? — chiese lady Fowler.
Era seduta in una poltrona davanti al caminetto acceso nella sua camera
da letto. Di rado ne usciva, e nella stanza regnavano un calore
insopportabile
e un odore sgradevole. Helena Drummond, la sorella
maggiore, quella con l’espressione più dura, sedeva su uno sgabello
vicino
alla dama. Bella doveva riconoscere che aveva una grande forza
d’animo.
Arrossì all’idea di dover parlare di quelle cose. — Forse se la
condividevano
— disse.
Altre due delle signore presenti sgranarono gli occhi.
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Mary Evesham stava leggendo ad alta voce quando Bella era arrivata.
In grembo aveva alcune lettere. Dovevano essere quelle scritte dagli
informatori di lady Fowler. Mary era un acquisto recente: sorella di
mezza età di un curato che, morendo, l’aveva lasciata senza un soldo. A
Bella piaceva abbastanza quella donna tranquilla, che riteneva molto
comprensiva, tant’è che, a volte, negli occhi le si accendeva una luce
ironica.
L’altra dama presente era Celia Pottersby, una magra, amareggiata
vedova che non aveva mai detto da cosa derivasse la sua acredine.
In un angolo sedeva la tracagnotta Agnes Hoover, intenta a cucire. Da
trent’anni era la cameriera di lady Fowler. Di rado scambiava una parola
con qualcuno, ma osservava e ascoltava, spesso con l’aria di disapprovare
ogni cosa. Era però sinceramente devota alla sua padrona, che
trattava con la tenerezza di una madre.
— Sì, probabilmente se la condividevano — disse Helena Drummond
con un sorriso — e nello stesso letto, ma dovreste fornirne la prova,
Bellona. A ogni modo, questo scavare nel fango non serve alla causa
vera.
— Allora perché avete proposto di partecipare al veglione? — chiese
Bella.
— Perché avrebbe significato entrare nella casa di un duca — rispose
Helena con un sorriso ingordo. — Questo avrebbe offerto molte
possibilità.
Quali erano stati gli scopi che si erano riproposte le Drummond?
— Vi siete divertita, cara Bellona?
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L’occhiata maliziosa di Helena convinse Bella che le Drummond
ritenevano che si sarebbe dovuta sentire orripilata all’idea di recitare
la parte di una ninfa poco vestita. Sarebbe dovuto esserlo, in quanto
Bellona.
— È stato spaventoso — rispose con un brivido. — Ma spero di essere
sempre disposta a sacrificarmi per la causa.
— Cara, cara Bellona! — esclamò lady Fowler, porgendole una mano
ossuta.
Bella la prese, avvertendo la fragilità della pelle. — Mi dispiace aver
fallito, signora.
— Non possiamo vincere ogni battaglia. Sedetevi accanto a me mentre
ascoltiamo Mary. Ha una voce rilassante.
Thorn salutò con irritazione il valletto e la nuova giornata. Al diavolo il
Veglione Olimpico e quanti ne erano stati coinvolti, compreso lui
stesso. Joseph si mosse in silenzio per la stanza, come sempre sensibile
all’umore del padrone. In quel momento, persino questo era fonte
di irritazione per Thorn.
— Colazione — ordinò seccamente, scendendo dall’enorme letto
ducale. Era stato di suo padre e per quale ragione avesse preteso
bassorilievi
su tutte le superfici lo ignorava, soprattutto perché non lo
aveva mai conosciuto. Per fortuna le raffigurazioni non erano oscene.
Cosa che del resto non lo avrebbe sorpreso affatto.
Era stato un gran bevitore, un giocatore incallito, un libertino il
secondo duca di Ithorne e Thorn era ben lieto di non averlo conosciuto,
anche se non aveva niente in contrario a una certa reputazione
che era rimasta appiccicata al titolo. Lui non era certo un santo, ma
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non si spingeva ai limiti supposti da certuni, e quel giorno aveva
bisogno di dar prova assoluta di irreprensibilità.
Al Veglione era andata bene per un po’ e si era divertito. Poi tutto era
andato a catafascio.
Accidenti a Christian, accidenti alla sua tenace, ritrovata moglie. Ma
era Psyche Jessingham che Thorn avrebbe voluto rinchiudere nei più
profondi cerchi dell’inferno. Quella donna aveva marcato stretto
Christian nella speranza di acchiapparlo e di ricavarne dei vantaggi.
Possibile che si fosse servita dello scandalo per costringerlo a
sposarla?
Thorn si godette un bagno piacevole e si avvolse nel telo caldo che
Joseph gli porgeva. Si pettinò, indossò la sua veste da camera e sedette
per farsi rasare. La barba era un utile accessorio, soprattutto perché la
sua era scura e cresceva rapida. Nella sua qualità di impeccabile duca
di Ithorne, veniva rasato due volte al giorno. Come Capitan Rose la
lasciava crescere, a volte fino a essere una barba vera e propria.
Cambiava
completamente il suo aspetto e al veglione, travestito da capraio,
se l’era tenuta per un giorno intero.
Dopo colazione scelse accuratamente l’abito da indossare, preparandosi
con cura per la visita a Malloren House, dove avrebbe avuto la
funzione di supplicante nella tana di Rothgar, senza d’altra parte
sembrare
affatto inferiore.
“Vadano tutti al diavolo!”
— Di queste cosa ne faccio, Vostra Grazia?
Thorn notò che Joseph teneva tra le mani un gruppo di stelle di strass
scintillanti.
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— Da dove vengono?
— Erano rimaste impigliate all’orlo del vostro costume, Vostra Grazia.
Celeno.
Avrebbe dovuto dire al valletto di buttarle nel fuoco. Erano di semplice
vetro e non valevano un soldo. Invece disse: — Mettetele sul ripiano
della toeletta. Forse avrò modo di restituirle.
Il giorno dopo Bella era riluttante a tornare in casa di lady Fowler.
Perse tempo con la colazione e con il giornale, fingendo con se stessa
di cercare accenni a comportamenti disdicevoli. Mentre scorreva i
brevi annunci, un nome fermò il suo sguardo. Poi lesse l’intero, breve
annuncio: “Celeno, ho le vostre stelle. Fate sapere alla Capra in Pall
Mall quando potrà restituirvele. Orion Hunt”.
Non poteva essere una coincidenza. Quel nome, “Orione il Cacciatore”,
apparteneva a quel semidio che dava la caccia alle Pleiadi con disdicevoli
intenzioni.
Rilesse il breve messaggio, tentata.
Se doveva incontrarlo, come poteva fare senza correre rischi?
Entrò Kitty. — Oh, pensavo che aveste finito di fare colazione,
signorina!
Bella si rese conto di essersi limitata a mordicchiare una fetta di pane
tostato. — Ho finito — disse, alzandosi da tavola.
Kitty provvide a rassettare, ma con ogni evidenza era ancora turbata.
Risultò tuttavia che le azioni di Bella non erano la sua unica fonte di
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preoccupazione. Mentre le porgeva il fisciù, la cameriera disse: —
Signorina,
avrei da dirvi qualcosa...
Bella si voltò, messa in allarme dall’esitazione di Kitty. “Oh, no!” Non
poté fare a meno di dare un’occhiata al punto vita della ragazza.
— Signora! — cominciò Kitty. — Io non farei mai... E neppure Annie.
— No, no, ne sono certa. Ti chiedo scusa. Avevi un’aria così... Ma non
badarci. Cosa devi dirmi, Kitty?
La ragazza si morse un labbro e inghiottì a vuoto, poi sbottò: — Io e
Annie, signorina. Vogliamo sposarci.
— Sposare chi?
— Alfred Hotchkins e Zebediah Rolls, signorina.
“Dalla A alla Z” pensò Bella sbalordita, cercando una risposta. — Kitty,
tu e Annie siete molto giovani.
— Diciassette e diciannove anni, signorina. Fred e Zeb qualcuno di più.
Vedete, sono cugini.
Bella non vedeva proprio niente. — Dove li avete conosciuti?
— In chiesa, signorina, anni fa. Sono bravi ragazzi. Onesti, grandi
lavoratori.
— Le dita di Kitty tormentavano il grembiule.
— Non vi occorre il mio permesso, Kitty.
— Davvero? Quello di chi ci occorre?
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— Kitty, Kitty, ci hai pensato bene? Non hai davvero bisogno di essere
sposata. Posso avviare te e tua sorella a un’attività. Non c’è nessuna
urgenza...
— Oh, ma io ho voglia di sposarmi, signorina! E altrettanto Annie.
— Ma perché? Pensa, Kitty, a come la legge ci mette sotto il dominio di
un marito. Tutto ciò che tu guadagni apparterrà a lui. Lui potrà importi
dove vivere e cosa fare. La legge non ti difende se lui ti picchia.
La fronte di Kitty era aggrondata come se Bella stesse parlando in una
lingua straniera. — Non dovrò più lavorare, signorina. Non per avere
un salario, e dove altro potrei vivere se non con lui?
— Forse se lui ti picchiasse, avrai voglia di dartela a gambe.
— Dubito che lui lo farebbe, signorina, ma se Fred mi maltrattasse, le
donne della parrocchia verrebbero a saperlo e non gliela farebbero
passare liscia. È una dama che sa il fatto suo, Nonna Rolls. Lui ci tiene
a me perché vuole proteggermi — soggiunse con un sorriso convinto.
Bella sgranò gli occhi. Donne che facevano lega per opporsi alla
crudeltà degli uomini. Era possibile?
— Comunque, signorina, io amo Fred e Annie ama Zeb. L’amore non
fa troppe domande, credete?
“Pazzia!” avrebbe desiderato esclamare Bella, ma era troppo incerta.
Invece chiese: — Fred e Zeb hanno un lavoro?
— Oh, sì, signorina! Sono cugini, vedete, e i loro padri hanno un
laboratorio
di carrozziere che un giorno sarà dei ragazzi, quindi sono ben
sistemati. Siccome la madre di Zeb è morta, e quella di Fred è quasi
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invalida a causa di una malattia che s’è presa un anno fa, hanno
bisogno di un po’ di aiuto in casa.
— In altre parole, ciò che quegli uomini vogliono è una domestica
gratis! Non te ne rendi conto?
Kitty ridacchiò, poi in fretta si portò le mani alla bocca, ma gli occhi
erano pieni di allegria. Bella si sentì arrossire. La ragazza stava
ridendo di lei!
Kitty si riprese. — Oh, mi dispiace tanto, signorina, ma... — Le labbra
ripresero a tremarle. — Sarebbe molto più semplice assumere una
governante,
ma loro vogliono noi ed è per questo che i ragazzi hanno ripreso
a insistere.
— Ripreso?
— Fred mi ha chiesto di sposarlo oltre un anno fa, ma c’era ancora mio
padre, non potevo, e ignoravo quando avrei potuto farlo, per cui l’ho
mandato a spasso con l’idea di non avere più niente a che fare con lui.
Così quando i tempi si sarebbero fatti difficili, non avrei potuto
chiedere aiuto, vero? Questa era una cosa che gli dispiaceva. Ma adesso
abbiamo sistemato le cose.
Bella sospirò. — Io non approvo, Kitty, perché ho visto troppi esempi
di donne che nel matrimonio hanno sofferto, ma non posso impedirlo
se voi siete decise. Vi prego comunque di stare attente.
— Non vi lasceremo mai nelle pesti, signorina. Non preoccupatevi.
Bella decise che il gregge di lady Fowler doveva essere in fin dei conti
un porto di salvezza e si affrettò a raggiungerlo. Non lo era, ma
rappresentava
un pretesto per uscire. Mentre percorreva le due strade che
la portavano alla casa, si rese conto che quell’impulso che la spingeva a
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incontrare Orion Hunt le veniva in parte dalla sorprendente confessione
di Kitty.
Se le sue cameriere potevano spassarsela con i giovanotti, poteva farlo
anche lei!
Rincasata, chiese: — Kitty, sai dove posso procurarmi al più presto un
nuovo abito?
— Al più presto, signorina? Direi che potreste andare da un robivecchi.
Voglio dire, dove vendono abiti usati. Non sono tutti stracci, come invece
pensano certuni.
— Davvero? E quegli abiti da dove vengono?
— Per lo più da servitori, signorina. Le dame spesso danno le cose che
non portano più alle loro cameriere, e gli abiti non sempre sono qualcosa
che le domestiche possono indossare, per cui li vendono a un
robivecchi.
— Tu sai dove posso trovarne uno? Uno buono.
— Buono, signorina? Che genere di abito volete?
— Uno adatto a Celeno di giorno. Indosserò anche quella parrucca.
Puoi acconciarla per farla stare sotto un cappello?
— Ma certo, signorina! — Poi però Kitty parve preoccupata. — Oh,
signorina,
cosa avete intenzione di fare?
— Semplicemente un’altra piccola avventura. Non potrò indossare una
maschera, ma non voglio essere riconosciuta né come Bellona Flint né
come Bella Barstowe. Vuol dire che mi scurirò le sopracciglia per farle
corrispondere ai capelli, e mi metterò il rossetto su labbra e guance.
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Penso che funzionerà. Non ho fattezze particolari. Allora, puoi trovare
un robivecchi adatto? Non dirlo alla signora Gussage. Lei si
preoccuperebbe.
— Sì, capisco, signorina, ma voi non avete in mente di fare niente di
pericoloso, vero?
— No, davvero. È semplicemente che al Veglione Olimpico ho smarrito
qualcosa che vorrei recuperare.
— Oh, signorina! Siete sicura che farlo sia saggio? E se veniste
riconosciuta?
— Ecco il perché del camuffamento — disse Bella, con tono deciso.
Kitty corse fuori per cercare il posto giusto dove comprare il nuovo
abito, dando così tempo a Bella di riflettere e di convincersi.
Quando Kitty tornò, con il nome di una bottega in una strada vicina,
andarono insieme in Lowell Lane, una stretta strada laterale, cercando
il negozio della signora Morray, sarta da donna, un’insegna certo
migliore di “robivecchi”.
Quando Bella entrò, un campanello prese a squillare sulla porta e la
signora
Morray si alzò, togliendosi gli occhiali. Era di mezza età e robusta,
con occhi acuti che notarono l’abito dimesso che Bella aveva voluto
indossare chiedendosi il perché. Fece una riverenza e volle sapere
come poteva esserle di aiuto.
Dando un’occhiata allo stretto locale lungo le cui pareti si allineavano
scaffali di abiti e che aveva un sentore di sudore e profumo, Bella ebbe
l’impressione di cogliere la presenza impalpabile delle antiche
proprietarie.
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— Ho bisogno di un abito da giorno alla moda, signora. Cosa avete di
buono da offrirmi?
La donna tornò a squadrarla, poi prese un vestito marrone e lo stese
sul tavolo centrale. Era un abito molto simile a quello che Bella
indossava,
seppure di stoffa più bella e un po’ più scollato.
— Vi chiedo scusa, signora Morray. Evidentemente non mi sono
spiegata.
Desidero un abito bello e alla moda.
La sarta parve sorpresa, poi però gli occhi le si illuminarono. — Ho
proprio quello che vi occorre, signora, giovane come siete.
Diede un’occhiata agli scaffali, da uno tirò fuori un abito color crema
ornato di fiorellini rosa che distese sul tavolo. — Un po’ chiaro, lo so,
per indossarlo a Londra, signora, ma è fatto del miglior cotone, e può
essere lavato.
Bella se lo appoggiò addosso per controllarne la lunghezza, ma anche
per annusarlo. Un odore molto piacevole, grazie al cielo. Tastò la stoffa
come per saggiarne la qualità, ma in effetti era davvero carino.
Forse pericoloso. Cosa le sarebbe successo se si fosse vestita di nuovo
in modo civettuolo e provocante?
— Vi sta bene addosso, signorina — la incoraggiò Kitty.
La proprietaria del negozio era passata a un altro scaffale e ne aveva
tirato fuori un mantello rosa carico. — Con quell’abito, indossate
questo mantello con cappuccio, e sarete splendida.
— Oh, proprio il colore che si adatta alla vostra carnagione, signorina!
— esclamò Kitty. — La mia padrona può provarsi l’abito? — chiese.
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— Naturalmente, venite con me.
Lo spogliatoio era nel retro della casa e riceveva luce solo da un’alta
finestrina. Bella si tolse l’abito che indossava e si infilò quello nuovo.
Era un po’ largo in vita e un po’ stretto al petto, ma poteva andare.
Salvo che per una cosa: davanti aveva uno stacco dalla spalla alla vita
che lasciava intravedere il reggiseno e la camiciola.
Immediatamente Kitty andò a chiedere un busto e una pettorina.
Un corsetto di seconda mano?
Kitty tornò, trionfante. Aveva trovato quello che occorreva e disse: —
Così va bene, signorina. Adesso sarete proprio come si deve!
Applicò sul davanti la pettorina color crema, e Bella indossò l’abito.
“Bella Barstowe” pensò, guardandosi nello specchio macchiato. “È da
molto tempo che ci conosciamo.”
Kitty l’aiutò a indossare il bel mantello col cappuccio e un cappellino
di paglia ornato di boccioli rosa. Le stavano così bene che Bella si
chiese se l’intelligente e abile signora Morray non avesse provveduto ai
necessari aggiustamenti mentre Bella e Kitty erano alle prese con il
corsetto.
— Sì — confermò Bella. — Andrà benissimo.
Si rimise l’abito che aveva indossato al mattino e andò a pagare.
La signora Moray era evidentemente compiaciuta dell’acquisto, e Bella
si rese conto che la somma era così modesta che non era stata obbligata
a spendere il denaro che aveva destinato alla beneficenza. Lei
aveva pensato che l’opera di lady Fowler avesse appunto scopi del
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genere, ma adesso era piena di dubbi sul conto della donna e della sua
missione.
Mentre tornavano a casa, Bella disse: — Kitty, tu e Annie dovete tornare
dalla signora Morray e scegliervi ognuna un abito.
— Oh, signorina Bella! Vi ringrazio. C’erano cose così belle là dentro.
Rincasate, fecero esperimenti con il travestimento di Bella. Kitty le
mise la parrucca mentre lei si truccava. Poi indossò abito e mantello e
si diede un’altra occhiata allo specchio.
— Qualcuno potrebbe riconoscermi come Bellona Flint? — chiese.
— Non vedo come, signorina, non con la parrucca e il trucco. Penso
che potreste presentarvi così in casa di lady Fowler e nessuna di quelle
vi riconoscerebbe.
— Eccellente. — Prima di uscire, Bella andò alla scrivania. Per inviare
un messaggio al capraio.
“Le capre sono lascive” ricordava che lui aveva detto. Sì, doveva essere
prudente, soprattutto con un tale che si faceva chiamare Orione il
Cacciatore.
Questo significava che non poteva permettersi una riprova.
Scrisse: “Celeno incontrerà Orione per riprendere le stelle domani a
mezzogiorno”.
9
Il giorno dopo Bella si avviò alla locanda Alla Capra sentendosi le farfalle
nel petto. Alcune erano per l’eccitazione, altre le davano un
ammonimento.
Forse Peg avrebbe indovinato la vera natura dell’incontro,
ma non sollevò nessuna obiezione. Peg del resto approvava qualsiasi
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cosa servisse ad allontanare Bellona Flint dalla Fowler. Si era anche
dichiarata assolutamente d’accordo sui matrimoni di Annie e Kitty, e
stava già pianificando la loro colazione nuziale.
Bella si fermò di fronte alla locanda della Capra che era un edificio
stretto, a tre piani, sentendosi insicura. La sua vita stava sfuggendo al
suo controllo, ed essere andata avrebbe forse peggiorato la situazione.
Il capraio l’avrebbe considerato un incoraggiamento, forse addirittura
un consenso di Bella a una liaison peccaminosa.
Ormai non poteva tornare sui suoi passi senza essere divorata dalla
curiosità.
Si riprese e con passo sicuro si avviò alla Capra.
La locanda non era né grande né affollata come la vicina Stella e
Giarrettiera,
ma non sembrava che fosse un ricettacolo di depravazione; la
gente che entrava e usciva aveva l’aria rispettabile. Bella entrò
senz’altro.
— Sono attesa dal signor Hunt — disse a un servitore, e in fretta lo
seguì lungo un corridoio.
Bussò a una porta. Una voce disse: — Avanti.
Il servitore aprì l’uscio. Con il cuore in gola, Bella entrò. Sentì la porta
richiudersi alle sue spalle, e si trovò di fronte all’uomo che l’aspettava.
Un lacchè, in livrea, incipriato. Un lacchè mascherato. La maschera
era di stile veneziano e lo faceva sembrare un animale, nel caso specifico,
una capra. Copriva soltanto metà del suo volto, ma il naso
sporgeva a ombreggiare bocca e guance.
Un lacchè, dunque?
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Le era piaciuta l’idea che il capraio non appartenesse all’élite. Che
potesse essere un intruso, non diversamente da lei, ma comunque un
gentiluomo. Incontrarsi con un uomo così era un’avventura. Farlo con
un lacchè che si era finto altro era semplicemente di cattivo gusto.
— Le mie stelle? — chiese con tono freddo.
In silenzio l’uomo indicò una scatola sul tavolo accanto a lui.
— Una capra muta? — chiese lei, avvicinandosi con cautela.
— Semplicemente di poche parole.
Bella si fermò, valutandone la voce, attutita dalla maschera ma, come
al veglione, vi coglieva la traccia di un accento colto e raffinato. Non
un lacchè.
— Perché il travestimento? — chiese.
— Potrei chiedere lo stesso a voi.
— Io non sono travestita — mentì Bella, contenta di avere guadagnato
un punto. Lui non aveva negato il suo.
Ma chiese: — Vi truccate sempre così pesantemente?
— È la moda. Sia per gli uomini che per le donne.
— Specialmente per coloro che tentano di nascondere i guasti dell’età.
Siete davvero così vecchia, Celeno? — Siccome lei non rispondeva, alzò
le spalle. — Vi concedo che la corte impone le sue esigenze, e sia
uomini che donne indossano maschere dipinte quando prendono
parte a certi eventi.
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“Voi andate a corte” pensò Bella. Il presunto lacchè era alto, un uomo
che aveva la spontanea eleganza data dalla nascita altolocata, abituato
fin dai primi passi ad assumere certi atteggiamenti.
Questo lo rendeva particolarmente pericoloso. Era venuto travestito
per rovinare una sciocca donzelletta.
— Se non vi dispiace, signore, vi pregherei di allontanarvi dal tavolo.
— Perché?
— Perché sarebbe sciocco da parte mia venirvi troppo vicino.
— Allora, perché siete qui?
— Per riprendere le mie stelle.
— Sono fatte di latta, strass e colla. Non valgono uno scellino.
— Forse ci sono affezionata.
— Cercate un’altra scusa.
— Io non devo cercare proprio niente — replicò lei secca, voltandogli le
spalle e avviandosi alla porta.
— Celeno.
La parola la fece bloccare, e poi si voltò.
— Nutro la speranza che siate venuta per rivedermi.
Bella lo studiò. In fin dei conti, era proprio così e nell’aria tra loro c’era
una sorta di ronzio. Qualcosa di particolare.
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— Forse è proprio così — ammise. — Però non ho incontrato un
capraio, ma una capra.
— Io non ho incontrato una ninfa, bensì un’Arpia. Perché quel trucco?
— Non potevo certo venire qui come me stessa, probabilmente
riconoscibile.
— Sicché sareste riconosciuta con il vostro aspetto naturale.
— Chiunque può essere riconosciuto dappertutto, se non altro dal
proprio calzolaio.
— Sospetto che i calzolai ricordino soltanto i piedi. Non avete intenzione
di confidarmi il vostro nome?
— Non più di quanto voi siate desideroso di confidarmi il vostro. —
Bella dovette obbligarsi a non sorridere. Era passato tanto, ma proprio
tanto tempo, da quando non aveva incrociato una scaramuccia verbale
con un uomo dallo spirito pronto.
— Siete venuta qui per incontrare il Cacciatore Orione.
— Una persona non più reale di Celeno. Perché avete voluto
quest’incontro?
— Desideravo tornare a incontrarvi, ma ho fatto fiasco. Questa non siete
voi.
— Non lo era neppure Celeno.
— Ma più simile, penso.
— E voi? Cos’è più vicino alla verità, un capraio o un lacchè caprino?
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Persino nell’ombra della protuberanza nasale Bella poté scorgere il
sorriso. — Il capraio, vi assicuro, ma non potevo attraversare Londra
con quel costume.
— Avevate proprio bisogno di travestimenti?
— Voi ne avevate?
— Ve l’ho già detto. Una dama sola, che incontra un gentiluomo. Se
fosse risaputo, potrei esserne rovinata. Voi sareste rovinato se qualcuno
scoprisse che eravate qui con me?
— Dipende dalla vostra definizione di “rovina”. Sì, una scoperta del
genere potrebbe rovinare la mia vita.
— In che senso?
— Se voi apparteneste a una famiglia rispettabile, potrei essere
costretto a sposarvi.
Questa replica produsse in Bella un groviglio di sensazioni che non
ebbe il tempo di analizzare, perché lui fece un passo avanti e le porse
la scatola.
Lei l’afferrò, come un uccello spaventato al quale venisse offerto un
seme.
La sua prudenza era giustificata. Lui la prese per un polso. Lei tentò di
svincolarsi. — Lasciatemi andare.
— Tra un momento. Non voglio farvi del male. Voglio semplicemente
una ricompensa. Un bacio sarebbe un giusto risarcimento per la
restituzione dei vostri gingilli, ma ahimè, la maschera mi costringe a
limitarmi alla vostra mano. — La sua voce si era fatta più fonda e Bella
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ebbe l’impressione che le sussurrasse sulla pelle. — Permettete? —
chiese lui quasi in un sussurro.
Rafforzò la presa e lentamente alzò la mano guantata di lei.
Bella non aveva più una famiglia che la rifiutasse o la proteggesse. Era
sola al mondo e, per la prima volta, perfettamente consapevole del
pericolo che questo implicava. Che sciocchezza aveva fatto ad andare
lì!
Tentò di liberarsi la mano, ma lui se la portò al ceffo caprino.
Bella si obbligò a rilassarsi. Riuscì persino a sorridere. — Mi ricordo
che le capre non mangiano carne.
Lui sorrise con condiscendenza. Bella riusciva a immaginarsi la sua
bocca sogghignante, la punta delle sue dita tra i denti di lui. Ma era
un’idea che la faceva rabbrividire.
Non per paura.
— Io desidero... — Cosa stava dicendo?
— Desiderate cosa, lucente stella?
Con tono quanto possibile poetico, lei rispose: — Desidero sapere chi
siete.
— Se mi dite chi siete voi, ve lo dirò.
— Perché sarebbe difficile per voi?
— Perché sarebbe difficile per voi?
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— Tutto è più difficile per una donna. — Bella liberò la mano e provò
imbarazzo constatando che la presa di lui non era stata coercitiva.
Fece un passo indietro.
— Forse non proprio tutto. Alle donne, per esempio, non si chiede di
combattere.
— Ma in una guerra soffrono almeno quanto gli uomini.
— Una donna non risponde dei propri debiti. Siete sposata?
— Cosa importa?
— Un marito rabbioso potrebbe sfidarmi. Un altro pericolo.
— Un marito rabbioso si limiterebbe a prendere a frustate un lacchè. O
perfino ad assassinarlo con l’approvazione della società.
— Il vostro mondo è così feroce?
— Sì.
— Lui probabilmente picchierebbe una moglie ribelle. Siete una
moglie ribelle, Celeno?
— E voi? — ribatté lei, facendo un altro passo verso la porta. — Siete
sposato?
— No, ma vi prego di non considerarmi inesperto riguardo alle
necessarie
abilità.
— Non vi ritengo affatto tale, signore.
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Lui si limitò a sorridere. — Depongo la mia esperienza ai vostri piedi,
mia stella. Se non oggi, volete incontrarmi ancora? Potreste godervi le
mie peccaminose abilità, Celeno. Questa è una promessa.
Bella fece un altro passo indietro e si ritrovò contro qualcosa. Sperava
che fosse la porta. — Non sarei mai così insensata — disse, cercando
dietro di sé la maniglia.
— Eppure siete qui. Siete venuta davvero per recuperare un gingillo
che vale pochi penny? — Siccome lei non rispondeva, lui sorrise. — Se
tornate domani a mezzogiorno, mi troverete qui in attesa. Come del
resto il letto.
Bella imboccò di corsa il corridoio, ma riuscì a fermarsi prima di
giungere
alla sala comune della locanda. Attraversarla di corsa sarebbe
equivalso a essere considerata una ladra, ma il cuore le batteva
all’impazzata.
Si girò a dare un’occhiata, temendo di essere inseguita, ma il
corridoio era vuoto.
Una volta fuori, si guardò attorno, ma nessuno la fermò, per cui imboccò
una strada laterale, soffermandosi un momento per raccogliere i
propri pensieri.
Era fuggita. Quell’uomo ignorava chi lei fosse, e il giorno dopo non
sarebbe certo tornata. Posto che ne avesse la forza.
Affrettò il passo per andare verso casa, per tornare alla sicurezza di
Bellona Flint, che nessun uomo avrebbe tentato di sedurre, e per portarla
in pieno giorno in un letto impregnato di peccati. Teneva ancora
in mano la scatola. La gettò in un tombino e continuò a camminare.
Un uomo le rivolse un’insolenza, e lei si rese conto di essere nei pressi
di St. James’s Street, dove gli uomini avevano i loro club. Cambiò
strada cercando di orizzontarsi, guardandosi attorno in cerca di un
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posteggio di carrozze o portantine. Finì contro un uomo, o lui finì
addosso
a lei. Bella si ritrasse, ma l’uomo si era già fermato, chiedendo
scusa con una riverenza.
Bella fece un cenno del capo al gentiluomo ben vestito, ma poi lui la
squadrò. Conosceva quel viso dai tratti duri, segnata dal vaiolo. — Voi!
— esclamò.
L’uomo arretrò. — Signora?
Bella aprì la bocca e la richiuse in cerca di parole coerenti.
— Voi — ripeté, questa volta a voce bassa e focosa. — Voi mi avete rapita
a Carscourt e portata a Dover. — Fece un passo avanti, e la
domanda che l’aveva tormentata per anni le eruppe dalla bocca. —
Perché? Perché!
Al suo passo avanti, lui ne fece uno indietro, sibilando: — Non a voce
così alta, maledizione.
Bella si arrestò, consapevole che altre persone si erano fermate,
prestando
più attenzione di quanto lui desiderasse, ma voleva risposte. Voleva
sapere per quale ragione la sua vita era stata un tale disastro e
sembrava che fosse stato il fato a mettere le risposte davanti a lei.
Forse avrebbe dovuto avere paura di Coxy, ma in quel momento si
sentiva come un lupo che avesse la preda sott’occhio. Comunque, tentò
di rilassarsi, di far sembrare che quella fosse una normale
conversazione.
— Che sorpresa incontrarsi, signore.
Anche lui si rilassò, squadrandola da capo a piedi con un sogghigno,
come se il lupo fosse lui. — Ho sentito dire che siete fuggita dalla
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vostra famiglia, signorina Barstowe. Vi confesso che mi fa piacere che
una Barstowe sia scesa in basso.
Anche lui la riteneva una prostituta, ma al momento non se ne curava.
— Se lo sono, è per merito vostro, verme. Ditemi perché mi avete
rapita.
— Perché dovrei dirvelo?
Bella gli si fece più vicina. — Perché se non lo fate, farò una scenata
tale da restare indimenticabile. Vi rovinerò esattamente come voi
avete rovinato me.
Adesso era lui che vedeva il lupo. Disse: — Non lo fareste... — Ma i suoi
occhi giravano qua e là per vedere se ci fosse qualcuno nei pressi.
— Lo farò — affermò Bella. — Cos’ho da perdere?
— Volete proprio sapere? — chiese lui, con un ghigno. — E va bene, ve
lo dirò spontaneamente, ma non qua.
— Se pensate che io sia disposta ad andare da qualsiasi parte con voi...
— Non in un luogo chiuso — borbottò lui, guardandosi attorno. —
Semplicemente camminando con me, cercando di non sembrare
un’arpia munita di artigli.
Bella rise, ma s’incamminò, con lui accanto.
— È stata un’idea di vostro fratello, signorina Barstowe.
Bella si fermò per fissarlo. — Non mentitemi.
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— Sulla mia parola, è la verità. La causa della vostra rovina è stata
Augustus Barstowe, adesso sir Augustus Barstowe, pilastro della
comunità.
— Cos’avrebbe a che fare con voi?
— Moltissimo. Perse una grossa somma di denaro giocando a carte con
me. E si rifiutava di pagare.
Bella si obbligò a non fermarsi un’altra volta, ma scoppiò a ridere. —
Sant’Augustus? Giocatore d’azzardo? Evidentemente mi considerate
un’assoluta scema.
— Evidentemente vostro fratello ha infinocchiato anche voi. Che mi
crediate o no.
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— Vostro fratello perse una somma di denaro giocando con me e si
rifiutò
di pagare. Sapete che i debiti di gioco non sono legalmente
perseguibili?
— Lo ignoravo.
— Allora capite perché dovevo prendere contromisure: ho minacciato
di dirlo a vostro padre. Questo di solito funziona in qualche modo con
i giovani uomini. Ma vostro fratello ha affermato che anche se vostro
padre ne fosse stato informato, non avrebbe mai pagato debiti di gioco
e che, semplicemente, non aveva il denaro per farlo. Un tipo infido,
vostro fratello. Mi fece notare che se avessi detto a suo padre
com’erano andate le cose, sir Edwin avrebbe smesso di versargli
l’assegno
e questo gli avrebbe reso più che mai impossibile pagare. Mi
disse anche che suo padre era un rigido magistrato che poteva farmi
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imputare come giocatore d’azzardo. Insomma, sostenne che non potevo
fare proprio niente, e ne rise.
— Questo posso crederlo — commentò Bella. — Ma... gioco d’azzardo.
Questo proprio non lo immaginavo. Lo fa ancora? Gioca ancora?
— È un fanatico, signorina Barstowe. Sì, continua a giocare, però mi
evita accuratamente, come del resto faccio io con lui.
Augustus era sempre stato il virtuoso, pronto a prendersela per ogni
peccatuccio delle sue sorelle, ma soprattutto di Bella, proprio perché
lei non ne aveva paura.
Le riusciva difficile immaginarselo come un incallito giocatore d’azzardo,
ma era una scoperta che coincideva con la profonda conoscenza
che aveva di lui e della sua mancanza di cuore.
— Per quale ragione avete punito me? — chiese Bella.
— Nessuna punizione, signorina Barstowe. Uno scambio. Io non sono
uomo da liquidare facilmente, ma dalle indagini che ho fatto a suo
tempo risultò che vostro fratello aveva detto il vero sul conto di vostro
padre.
— Allora perché non avete rovinato Augustus invece di me? — chiese
Bella.
— Perché questo non sarebbe servito a farmi recuperare il denaro. Il
rapimento, invece, pensavo che funzionasse.
— Credo che siate matto.
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— Cattivo, signorina Barstowe, ma non matto, se non per avere
pensato che qualsiasi genitore fosse disposto a versare la modesta
somma di seicento ghinee per farsi restituire sana e salva sua figlia.
— Il prezzo del riscatto — constatò Bella. — Come ha fatto Augustus a
perdere tanto denaro?
— Non ci ha messo molto. Come vi ho già detto, non è un grosso debito
ai tavoli da gioco.
— Sicché voi mi avete rapita per ottenere il riscatto? Ma allora, come si
spiega che la mia famiglia non sapesse nulla di un riscatto? Loro erano
convinti che io fossi fuggita con un uomo dal quale sarei stata rovinata
e lasciata.
— È qui dove ho sbagliato i calcoli — rispose Coxy. — Mi sono servito
di vostro fratello come intermediario.
— Augustus era al corrente di questo piano?
— Signorina Barstowe, è stato lui a concepirlo. Ci ha detto dove lasciare
la lettera che lui avrebbe trovato per consegnarla a vostro padre.
Ho supposto che vostro fratello fosse certo che il piano rispondesse ai
suoi interessi. Invece, ha distrutto la lettera e non ha detto niente.
Bella si fermò per fissarlo. — Cos’ha fatto?
L’uomo la fissò, e sebbene fosse uno pronto a tutto, lei si accorse che
diceva la verità. Capì anche perché gliela stava rivelando. Dopo tutti
quegli anni, era ancora furibondo per il modo in cui Augustus avesse
vanificato il suo piano.
Bella era in preda all’orrore e alla furia.
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— Ma perché, buon Dio? Non sono mai stata affezionata ad Augustus e
lui non mi ha mai amata, ma... come poteva abbandonarmi a un destino
così crudele?
— A me non ha mai spiegato le sue ragioni, signorina Barstowe.
All’epoca, riuscì a convincermi che aveva consegnato la lettera e che
vostro padre l’aveva fatta a pezzi, ragion per cui sono stato costretto a
ricorrere ad altre soluzioni e a portarvi a Dover con l’intenzione di
vendervi.
Bella si voltò e, senza girarsi, disse: — Non riesco a credervi. Nessuno
può essere così vile. È più probabile che Augustus abbia dato la lettera
a mio padre e che si sia rifiutato di pagare.
— Vostro padre era così spietato? Anche ammettendolo, per quale
ragione
vi ha trattata così duramente quando siete tornata?
— Un senso di colpa? — chiese Bella inghiottendo l’acido della bile.
Ma non lo credeva. Suo padre l’avrebbe punita per essere andata a un
convegno clandestino, ma avrebbe fatto del suo meglio per far impiccare
i suoi rapitori dopo avere pagato il riscatto.
Augustus.
Augustus l’aveva lasciata al suo destino. Bella ricordava come l’aveva
trattata negli anni della sua reclusione, come se lui fosse il santo che a
lungo aveva sofferto e lei l’infame peccatrice.
Si voltò a guardare l’uomo che aveva al fianco. — E io dovrei credere
che voi l’avete lasciato fare? Che non avete mai recuperato il vostro
denaro?
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Coxy sorrise, rivelando un dente spezzato. — Vedo che cominciate a
capirmi, signorina Barstowe. Vostro fratello mi ha pagato quando
vostro padre è morto.
— Voi avete atteso tre anni dopo la mia fuga? Quando sareste potuto
andare da mio padre e raccontargli tutto? Questo mi avrebbe affrancato
da accuse e sospetti!
— Voi non siete mai stata oggetto delle mie preoccupazioni, e sir Edwin
non era uomo che mi sentissi di affrontare. Inoltre, sono stato
sconsigliato dal farlo.
— Da Augustus?
Un sogghigno rivelò l’opinione che aveva Coxy di suo fratello. — Dal
vostro salvatore. Capitan Rose mi fece avere un messaggio che mi
consigliava
di lasciarvi in pace. Ho saputo che neppure lui era un uomo
con cui venire ai ferri corti.
Capitan Rose. La vaga immagine che popolava gli incubi e i sogni di
Bella. Un uomo alto, bruno, che indossava una marsina fuori moda, al
collo un fazzoletto scarlatto e un piccolo teschio all’orecchio. Un uomo
che aveva tolto da una tasca un coltello e una pistola come per magia,
e aveva sfidato cinque pericolosi avanzi di galera, per tacere di Coxy.
Ripensandoci, Bella si girò. — Avete avuto a che fare con la mano
fratturata
di mio fratello?
Un sorriso amaro increspò le labbra di Coxy. — Io ho una reputazione
da mantenere. Una notte Augustus ha avuto uno spiacevole incontro
con certi tipacci. Da quel momento si è mostrato senz’altro disposto a
versarmi ogni mese una piccola somma e, come forse vi ho già detto,
ha saldato l’intero importo con tanto di interessi quando ha ereditato.
Per me è stata una piacevole sorpresa dover aspettare soltanto tre anni
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per essere saldato. Ma vostro padre è morto davvero di emorragia
intestinale?
Bella lo squadrò. — Voi pensate...
— Mi limito a chiedermelo. Quando un decesso risulta così
opportuno...
Bella si portò una mano alla bocca, finalmente accettando l’intera,
orrenda
realtà.
Augustus era un giocatore d’azzardo.
Aveva sempre saputo che lei era innocente.
Aveva sempre saputo che i guai in cui era finita erano stati opera sua,
eppure era stato durissimo con lei.
Poteva anche darsi che avesse ucciso il loro padre. Era una semplice
ipotesi ma, dopo quello che aveva saputo, le sembrava possibile.
Bella, che si era fermata a riflettere, avrebbe desiderato rivolgere a
Coxy un’altra domanda, ma lui se n’era già andato. Lo vide ormai
lontano, mentre chiacchierava con un gentiluomo. Bella avrebbe potuto
rincorrerlo e fare la scenata che aveva minacciato, ma l’uomo non
era più il suo peggiore nemico.
Il suo peggiore nemico, la causa della sua rovina, era suo fratello,
Augustus.
Bella scorse una fila di portantine e chiamò i portatori. Mentre veniva
accompagnata a casa sua a Soho, continuò a riflettere dicendosi che
poteva darsi che Coxy avesse mentito, ma che la sincerità con cui
aveva ammesso la propria mascalzonata lo rendeva credibile. La sua
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versione degli eventi aveva senso. Persino suo padre, per quanto duro
e rigido, non avrebbe lasciato sua figlia nelle mani dei suoi rapitori per
non pagare seicento ghinee.
Augustus, invece, avrebbe fatto senz’altro ricorso a misure estreme per
nascondere le proprie colpe. Se suo padre avesse scoperto come
stavano le cose, Augustus, non lei, avrebbe finito per vivere di stenti a
Carscourt senza un penny. Le chiacchiere si sarebbero diffuse e lui non
sarebbe mai riuscito a dimostrare la sua superiorità morale.
Per quale regione dovesse tenerci tanto, Bella non riusciva a capirlo,
ma così era. Certi uomini vivevano tranquillamente pur avendo
reputazioni scandalose, come il duca di Ithorne e suo cugino, il conte
di Huntersdown.
Augustus non era di quella pasta. Senza la sua presunta moralità,
sarebbe stato nudo. Per la prima volta, Bella apprezzava i libertini per
la loro mancanza di ipocrisia. Suo fratello, il suo vile, subdolo, ipocrita
fratello, era peggiore di loro.
Proprio per questo avrebbe dovuto fare qualcosa. Non aveva certo
intenzione
di sposarsi, ma non poteva limitarsi a questo: Augustus non
doveva mai più rovinare un’altra giovane vita.
Come fare?
Nel frattempo era giunta a casa. Scese dalla portantina, pagò i portatori,
entrò, cercando di evitare le ansiose domande di Kitty.
La cameriera insistette. — Dove sono le stelle, signorina?
Bella fu riportata al presente. — Stelle? Oh, quegli ornamenti. Li ho
gettati via. Erano rovinati.
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— Volete che cerchi di recuperarli, signorina?
— Cosa? Quei gingilli? No. Smettila di chiacchierare, Kitty. Devo
riflettere.
Portami il tè in camera.
Bella si guardò allo specchio e si rese conto che Coxy non l’avrebbe
mai riconosciuta se non fosse stata lei ad avvicinarlo, ma non era
scontenta
di quell’incontro. Adesso finalmente conosceva la verità.
Tuttavia, non la sopportava; non poteva vivere con quella consapevolezza
e non fare niente.
Avrebbe voluto avere il coraggio di uccidere Augustus. Possedeva una
pistola e sapeva come usarla.
Acquistare la pistola era stata una delle sue prime iniziative quando si
era sentita libera. Non aveva mai dimenticato la sensazione che le
aveva dato impugnare quell’arma al Ratto Nero.
Le ci era voluto coraggio per affacciarsi al mondo esclusivamente
maschile di un armaiolo e acquistarla. Probabilmente Bella Barstowe
non lo avrebbe fatto, invece Bellona Flint sì. Si era procurata lezioni
private di prima mattina in una struttura in cui gli uomini si dedicavano
al tiro a segno. Ogni settimana sparava qualche colpo, e teneva
in perfette condizioni l’arma. Mai più sarebbe stata stupidamente
vulnerabile.
Dubitava però di poter uccidere qualcuno, persino Augustus, soprattutto
a sangue freddo.
Nel frattempo ripensava a ciò che le aveva detto Coxy a proposito di
Capitan Rose. Era davvero sorprendente che questi avesse fatto del
suo meglio per proteggerla.
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Ah, se fosse stato ancora lì a darle forza...
Entrò Kitty con il vassoio del tè. — Cosa c’è, signorina, siete
preoccupata?
— No, Kitty, sono contrariata perché non riesco a togliermi questo
trucco.
— Avete bisogno di acqua calda e di sapone, signorina. Ve li porto.
Chiedendosi se l’avvocato Clatterford fosse in grado di aiutarla, Bella
tornò a dirsi che voleva rovinare Augustus come lui aveva rovinato lei.
Poteva essere quella la vendetta? Semplicemente far sapere che era un
giocatore d’azzardo sarebbe stato traumatico per un uomo come lui.
Bastante comunque a danneggiare la sua reputazione e salvare Charlotte
Langham.
Tuttavia, come riuscire a farlo?
Lady Fowler avrebbe potuto svergognarlo in una delle sue lettere, se
Bella avesse fornito prove sufficienti. O per lo meno far circolare la sua
versione delle colpe di Augustus. Ma innanzitutto, le occorrevano
prove.
A questo punto si ricordò di Capitan Rose. Sì, c’era un uomo che senza
dubbio sapeva, che era probabilmente lui stesso un giocatore d’azzardo
e sapeva tutto sulle bische dei frequentatori dei tavoli da gioco,
ma l’idea la allarmava. No, non poteva andare a Dover in cerca di un
uomo con il quale aveva avuto pochi contatti quattro anni prima.
D’altra parte non vedeva altre soluzioni, doveva farlo per non
impazzire.
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Non appena ebbe assimilato questo proposito, provò una strana
calma. Le portava una certezza che aveva avvertito soltanto una volta,
quando aveva deciso di evadere a ogni costo da quella stanza a Dover.
Il suo istinto si era rifiutato di aspettare che lei venisse salvata, aveva
vinto la paura e aveva riconquistato la libertà.
Anche grazie all’aiuto di Capitan Rose.
Pensò che ci sarebbero volute dodici ore per raggiungere Dover, ma la
strada era buona, percorsa da frequenti diligenze alcune delle quali
non si fermavano per la notte. Sarebbe potuta arrivare il giorno dopo.
Tornò Kitty con l’acqua calda.
— Preparami una borsa da viaggio, Kitty. Devo andare a Dover.
Per poco Kitty non lasciò cadere la brocca. — A Dover, signorina?
— Sì, a Dover, e al più presto. Manda Annie a prenotarmi un posto
interno
sulla prima diligenza.
— Da sola, signorina?
— Da sola — rispose Bella con tono deciso. — Sono perfettamente al
sicuro in una diligenza, e ci sarà sempre il personale delle locande
disposto
a darmi una mano in caso di necessità. Sono molte le donne che
viaggiano da sole.
— Non dame del vostro livello, signorina.
— Il mio livello non è tanto elevato. Mentre tu mi prepari il bagaglio,
mi laverò il viso. Intendo partire come Bella, non Bellona. Viaggerò
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indossando uno degli abiti di Bellona, perché sono pratici, ma porterò
con me quello che abbiamo comprato dalla signora Morray.
— Anche il corsetto, signorina? — chiese speranzosa Kitty.
— Anche il corsetto — concesse Bella con un finto sospiro.
Intanto si era resa conto di qualcosa d’altro.
Bella, non già Bellona, aveva il potere di sconvolgere la vita di sir
Augustus Barstowe.
Augustus.
Suo fratello, la causa di tutti i suoi guai. Lui non aveva provato vergogna
né compassione.
Bella Barstowe, lo giurava, lo avrebbe fatto finire all’inferno a costo di
raggiungerlo.
Thorn si era tolto la maschera non appena la misteriosa Celeno se
n’era andata, e l’aveva messa nella sacca con la quale stava tornando a
casa, come un semplice valletto incaricato di una commissione. Nella
sua livrea blu scuro, con alamari argentei e in testa una parrucca
incipriata,
era praticamente invisibile nella Londra alla moda, ed essere
invisibile era un lusso.
A volte giocava al lacchè semplicemente per sottrarsi per qualche ora
alla sua realtà di dannato duca di Ithorne. Capitan Rose sarebbe stato
una migliore evasione, ma ormai erano mesi che non assumeva quel
ruolo. Anche se non era certo per quanto tempo ancora avrebbe resistito
alla tentazione.
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Era uscito spesso con il Cigno nero, ma nella veste del proprietario, il
duca, tenendosi piuttosto alla larga da uomini con i quali beveva e se la
spassava impersonando Rose. Non era stata la stessa cosa.
Scrollò le spalle. Come succedeva al re, da certe situazioni non c’era
modo di evadere, tranne con la morte. Non gli restava che pregare che
in paradiso non ci fossero né titoli né ranghi.
Una ragazza con i capelli neri lo fece fermare un istante, ma
naturalmente
non era Celeno.
Chi poteva dire perché una donna suscitasse desiderio in un uomo
mentre un’altra – carina, altrettanto attraente, altrettanto allettante –
non lo suscitava? Sapeva soltanto che accadeva, e che non era stato
capace
di togliersi Celeno dalla mente. Non era certo di avere sperato che
quell’incontro finisse a letto, e non sapeva come farsi passare quella
sua folle attrazione. L’astuta resistenza di lei non faceva altro che
rendere più interessante la caccia.
Avrebbe dovuto incaricare qualcuno di tenerla d’occhio e seguirla, ma
aveva supposto che sarebbero comunque riusciti a trovare un accordo
e che lei si sarebbe decisa a rivelargli il suo vero essere. Forse lui
avrebbe constatato che il suo fascino svaniva alla luce del sole. Per il
momento Celeno continuava a tormentargli la mente e avrebbe
continuato
a farlo finché non avesse svelato il mistero.
Entrò in casa dalla porta sul retro, come doveva fare un buon lacchè;
passò per la cucina, afferrando una tortina alla frutta nonostante le
proteste del cuoco.
Imboccò la scala sul retro e passò per la porta che dava accesso alla
lussuosa suite ducale. Nel suo alloggio si strappò di dosso parrucca e
livrea, affidandole a Joseph.
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— È andato tutto bene, Vostra Grazia? — chiese questi.
— Né bene né male — rispose Thorn con indifferenza, passandosi le
dita tra i capelli.
Siccome Joseph non era un chiacchierone, ma un ottimo ascoltatore,
soggiunse: — Lei non è stata leggera e disponibile come al veglione,
devo confessare di essere rimasto deluso.
— Forse voleva semplicemente recuperare i suoi gingilli, Vostra
Grazia.
— Non valevano niente e lei li ha trattati in quanto tali. A ripensarci,
tuttavia, non mi dispiace il suo ritegno. Rende più piccante il gioco.
Con l’aiuto degli indumenti che Joseph via via gli porgeva, Thorn fu
pronto per una giornata di lavoro.
Si tolse dal dito l’anello col sigillo ducale, decidendo che era
compiaciuto dal fatto che Celeno avesse dimostrato di non essere una
sciacquetta. Era facile trovare amanti. Scarse, invece, erano le sfide
spiritose. Il giorno dopo sarebbe tornato alla locanda.
— Avete scoperto chi è, Vostra Grazia? — volle sapere Joseph.
— No. — Thorn si annodò la cravatta che il valletto gli porgeva e la fissò
con una semplice spilla d’oro. — Non era la dama di questo o quello
degli ospiti ufficiali, ma capita spesso che gli invitati portino amici
casualmente
presenti in città, sempre che siano di livello sociale abbastanza
elevato. Ce ne sono persino che portano con sé donne di
bassi natali, dalle quali però non si allontanano. Durante il veglione mi
ero chiesto se lei non fosse una delle attrici che erano state invitate alla
festa, ma nessuno la conosceva.
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Si diede un’occhiata allo specchio e si approvò.
— Quella donna è un mistero, Joseph, e non ho intenzione di lasciarla
perdere, ma gli impegni si accumulano e io devo rimettermi in riga.
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Il lungo viaggio su una diligenza piena diede a Bella il tempo di
pensare.
Affrontare nuovamente Capitan Rose sarebbe stato arduo, ma non
conosceva nessun altro che potesse aiutarla. Doveva ammettere che le
era rimasto nella memoria come l’eroe che l’aveva salvata. Se si fosse
rivelato un mascalzone, Bella aveva la sua pistola nella borsa da
viaggio che teneva sotto i piedi.
Nessuno sulla diligenza aveva voglia di parlare, anche se di tanto in
tanto i passeggeri si scambiavano commenti, soprattutto durante le
brevi soste nelle locande.
Quando scese il buio, accettò l’idea che detestava vivere fingendosi
un’altra persona, e che odiava soprattutto essere Bellona Flint. La
povera Bellona. Lei l’aveva creata, adesso si preparava a ucciderla.
Avrebbe rotto i rapporti con lady Fowler, avrebbe rinunciato alla casa
in affitto, e lei e Peg ne avrebbero trovata un’altra, senza più
menzogne.
La notte però le portò nuovi dubbi e Bella cominciò a pensare a una
nuova identità. Quella di una persona più simile a lei, ma libera dal
pericolo di scandali.
Non voleva più saperne di Bella Barstowe.
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Poteva tornare a essere la ragazza fiduciosa, pronta ai flirt, che tanto
tempo prima era stata portata via da Carscourt?
Era diventata davvero l’acida Bellona Flint?
Niente affatto.
Era forse la Celeno del veglione, la donna allegra che aveva accettato
un appuntamento con un uomo che avrebbe tentato di sedurla? O era
resuscitata la vecchia Bella, leggera come l’avevano accusata di essere?
Quando erano arrivati a Dover, i suoi rapitori le avevano rivelato senza
mezze misure il loro proposito: l’avrebbero portata a Parigi e venduta
a un bordello. Lei era svenuta, e quando si era ripresa si era ritrovata
chiusa a chiave nella stanza da letto di una locanda. Alla fine, si era
resa conto che nessuno sarebbe andato a soccorrerla.
L’unico suo vantaggio era consistito nel mostrarsi passiva durante il
viaggio e questo atteggiamento aveva diminuito la vigilanza dei suoi
rapitori. Nella camera c’era una finestra. A un piano alto, ma Bella era
stata ben decisa a tentare la discesa, pensando che una gamba rotta le
avrebbe assicurato comunque aiuto, e la morte sarebbe stata
preferibile al suo destino.
Era stata salvata dall’una e dall’altra da un ragazzo che stava
passeggiando
nel vicolo sottostante, portando un secchio e fischiettando. Lei
aveva richiamato la sua attenzione. Il ragazzo aveva alzato gli occhi a
guardarla e sottovoce lei gli aveva chiesto se avrebbe potuto trovarle
una scala. Siccome lui continuava a fissarla, si era tolta la croce d’argento
con catena che le pendeva dal collo e l’aveva fatta dondolare,
promettendogli che gliel’avrebbe regalata se le avesse dato una mano.
Il ragazzo le aveva chiesto: — Siete per caso una principessa?
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Bella era stata tentata di svelargli la verità, ma con un ragazzo così
giovane la favola sarebbe stata più efficace. — Sì. Sono stata catturata
da un orribile mostro che si era travestito da uomo. Può tornare da un
momento all’altro. Aiutami, ti prego!
Il ragazzo aveva deposto il secchio ed era corso via, per tornare poco
dopo con una lunga scala. Bella non poteva sperare di meglio. Era una
scala rozza, con i pioli infilati di traverso in un palo. Era disperata al
punto da ignorare i rischi che poteva correre.
Aveva scavalcato il davanzale della finestra, aggrappandosi più
saldamente
che poté a quel rozzo strumento di salvezza, tremando alle oscillazioni
del palo in cui erano infitti i pioli.
Una volta a terra aveva dovuto appoggiarsi al muro per riprendersi,
ma ce l’aveva fatta. Era evasa, ma si sarebbe dovuta allontanare in
gran fretta dalla Corona e Ancora.
Aveva dato al ragazzo la croce d’argento con catena, ed era stato quel
ricordo a scioccarla. Si era chiesta se il ragazzo non avrebbe corso il
rischio di essere accusato di furto, per cui gli aveva promesso che se
l’avesse tenuta al sicuro e gliel’avesse restituita, lei gli avrebbe dato
una somma equivalente. Se n’era dimenticata.
Erano passati quattro anni!
Che imprudente era stata! Nonostante tutti i suoi guai, avrebbe potuto
chiedere benissimo a lady Raddall, la moglie del marchese di Rothgar,
di occuparsi della faccenda. Il suo era una specie di debito non pagato
che la rendeva deplorevole quanto Augustus.
Una cosa era certa: appena arrivata a Dover, prima di iniziare qualsiasi
indagine su Capitan Rose, doveva cercare di trovare quel ragazzo.
Le aveva detto come si chiamava?
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Frugando nella mente, se ne ricordò. Billy. Era un inizio, e contava di
ritrovarlo se avesse avuto un po’ di fortuna.
Una dama giovane e non accompagnata doveva avere una storia da
raccontare, soprattutto se fosse restata qualche giorno nella locanda.
Non si sarebbe servita del proprio nome, ma avrebbe finto di essere
una governante in attesa di persone che dovevano arrivare dalla Francia.
Gli abiti anonimi indossati da Bellona avrebbero confermato il suo
ruolo, come del resto quello che aveva comprato dal robivecchi.
Quando la diligenza si fermò alla locanda Alla Nave, era pronta per la
sua recita, ma non aveva dimenticato il suo dovere nei confronti del
ragazzo che l’aveva aiutata.
Fece togliere la sua borsa dal bagagliaio, col proposito di chiedere una
stanza alla Nave, ma quando udì un altro passeggero chiedere del
Compasso, cambiò idea.
Il Compasso era stata la locanda dove Capitan Rose l’aveva portata,
della quale era un cliente abituale. Se anche lei vi avesse alloggiato,
avrebbe saputo qualcosa di più sul suo conto. Non si aspettava che
Capitan Rose in quel momento fosse al Compasso, visto che era al
comando di una nave, ma questo era già un passo avanti. La sua
intenzione
era di scoprire sul suo conto tutto il possibile e poi decidere a ragion
veduta se chiedergli di aiutarla, cercando di capire se il Compasso
fosse il posto ideale per farlo.
Un uomo caricò il suo bagaglio su una carriola e si avviò. Seguendolo,
Bella si sentiva la testa vuota per la mancanza di sonno, ma l’aria di
mare, resa più stimolante dalla brezza settembrina, valse a svegliarla.
Cominciava a sentirsi lieta di essere Bella Barstowe, indipendente e
con uno scopo preciso.
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Tuttavia, quando giunse al Compasso, la sua nuova fiducia cominciò a
venire meno. Prima d’allora non era mai entrata da sola in un locanda.
Be’, era entrata alla Capra, ed era stata scambiata per una prostituta!
Sentì suonare le campane e Bella si rese conto che era mezzogiorno.
Orione il Cacciatore l’aspettava alla Capra? Come avrebbe reagito
quando Celeno non sarebbe arrivata?
— Signora?
Bella si rese conto che l’uomo che portava il suo bagaglio la guardava
come se temesse che lei fosse fuori dalla realtà. Lei alzò le spalle e si
avviò. Questa volta nessuno l’avrebbe presa per una prostituta, con
l’abito di Bellona e i capelli raccolti in una crocchia sotto una cuffia e
un cappello.
Le fu assegnata senz’altro una camera, piccola e che si affacciava su
uno stretto vicolo, ma che altro poteva aspettarsi una governante?
Comunque una cameriera le portò subito una brocca d’acqua calda.
Bella si lavò e disfece il bagaglio, dove lasciò la pistola. La cameriera
poteva anche dare un’occhiata in un cassetto. Lei non vedeva l’ora di
coricarsi, ma prima doveva trovare Billy, per cui si recò alla Corona e
Ancora. Non entrò nella locanda, perché temeva che ci potesse essere
qualcuno in grado di riconoscere la ragazza che era arrivata con due
uomini. Entrò pertanto nell’affaccendato cortile delle carrozze e si
rivolse a un uomo di mezza età.
— Billy Jakes, signora? Se n’è andato due anni fa per lavorare da sir
Muncy Hexton, dalle parti di Litten.
— Volevo lasciargli un messaggio.
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— Un messaggio? — chiese l’uomo, sorpreso, poi se ne andò in fretta
perché era arrivata una nuova carrozza.
Anche Bella si affrettò ad andarsene prima di destare sospetti.
Si ricordò del percorso che aveva seguito la notte della sua evasione e
che l’aveva portata all’affollata banchina. Prima di andarci, cercò di
ritrovare la locanda del Ratto Nero, ma non ci riuscì. Forse era diventata
il Gallo Rosso, o L’Allegro Marinaio.
Si rammentò del giorno del suo arrivo in quella locanda. C’era una
nebbia fredda che rendeva tutto quanto spettrale.
Si diresse al porto, cercando le imbarcazioni in attesa di salpare. Una
era il Cigno nero?
Prese a leggere i nomi: Dotty Philips, Kentish Hope, Singing Willie.
“Meglio così” si disse. Doveva conoscere molto di più sul conto di
Capitan
Rose prima di prendere una decisione.
Tornò al Compasso, pensando che sarebbe potuta andare
immediatamente
in cerca di Billy Jakes, ma era troppo stanca. Per cui salì in
camera sua e si coricò.
Dormì solo per poche ore.
Si svegliò molto presto, per cui ritenne inutile chiamare una domestica
nonostante il fuoco si fosse spento e la camera fosse fredda.
Rimase ancora per qualche istante a letto dicendosi che sarebbe stata
un’ottima cosa se Augustus fosse morto. Defunto, non avrebbe potuto
fare del male a nessuno.
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La porta si aprì e una ragazza sciattamente vestita entrò. Sussultò
constatando
che Bella era sveglia, e mise a terra il secchio di carbone. —
Oh, vi chiedo scusa, signorina! Sono venuta per accendere il fuoco.
— Fatelo senz’altro — disse Bella con un sorriso.
Non appena le fiamme cominciarono ad ardere, Bella chiese: — È
troppo presto per avere acqua calda e colazione?
— Lo chiedo da basso, signorina. Non ci vorrà molto, ne sono certa.
Bella guardò il foglio di carta che aveva posato sulla scrivania, senza
sapere che fare. In casa di lady Fowler c’erano persone che erano
sicure di se stesse, come del resto lady Fowler in persona e le sorelle
Drummond. Più semplice poteva essere la questione della ricerca di
Billy Jakes.
Finalmente prese la penna e scrisse: “Chiedere quanto dista Litten e se
necessario noleggiare una carrozza”.
Notizie su Capitan Rose, il suo carattere e le sue attività, le avrebbe
avute dai servitori della locanda.
Prese di nuovo la penna e scrisse: “Godere di questa pacifica solitudine
e trovare il tempo per pensare”.
Quando arrivò l’acqua calda, questa volta portata da una cameriera
meno giovane della precedente, Bella confermò la sua reputazione di
esperta in chiacchiere. Scoprì così che Louisa, così si chiamava la
cameriera, lavorava al Compasso da cinque anni e che le piaceva il suo
posto.
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Le riusciva strano pensare che Louisa fosse lì già nel 1760. C’erano
state chiacchiere a proposito dei servitori che andavano e venivano
nelle scuderie? Comunque non le conveniva porre domande in merito.
Quando Louisa tornò con la colazione, Bella la pregò di darle una
mano per mettere nel modo giusto il corsetto.
Durante la conversazione che ebbe con lei il nome di Capitan Rose non
venne fuori.
In compenso, Bella chiese quanto distasse Litten e com’era il tempo.
Tre miglia, la giornata si annunciava limpida, ma freddina.
Bella disse a Louisa che avrebbe avuto bisogno di un calesse con un
solo cavallo, e quando scese lo trovò già in attesa. Munita di precise
indicazioni
sulla casa di sir Muncy Hexton, dove lavorava Billy Jakes,
partì, sperando nella sua capacità di guidare quel semplice veicolo.
Il cavallo era docile e rispondeva senza difficoltà alla sua guida.
Percorrendo
le strade di campagna, il viaggio per Bella divenne un’altra
piacevole evasione. C’erano luoghi tranquilli al mondo e c’era gente
qualsiasi che conduceva una vita ordinaria.
La casa alla quale arrivò era un piccolo maniero lungo la strada
principale,
alla periferia del villaggio di Litten Gorling.
Non ebbe difficoltà a trovare le scuderie. Quando un giovanotto ne
uscì per occuparsi del suo cavallo, Bella gli chiese: — Voi siete Billy
Jakes?
Doveva essere proprio lui, anche se era cresciuto e si era irrobustito.
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— Sono proprio io, signora — rispose il giovane stando un po’ sul chi
vive. — Cosa posso fare per voi?
Bella scese dal calesse senza bisogno di aiuto. — Mi sto chiedendo se
avete ancora la croce e la catena di argento, Billy. Se non l’avete più,
poco importa, ma se l’avete conservata terrò fede alla mia promessa e
ve la ricomprerò.
Il giovane la guardò arrossendo leggermente. — Vedo che siete sana e
salva, signora. Me l’ero sempre chiesto. Mi ricordo di avervi
domandato quella stupidaggine, se eravate una principessa. Sì, ho
ancora la croce e la catena. Volete davvero che ve la restituisca? Avevo
pensato di regalarla alla mia Anne. Ci vogliamo bene. Se finora non
l’ho fatto è stato perché suo padre vorrebbe sapere come me la sono
procurata.
— Credo che fareste meglio a tenerla anziché avere l’equivalente in
denaro, non è vero?
— So che è una stupidaggine, signora, ma è così bella, e io continuo a
pensare a voi come alla mia principessa. Però adesso la mia principessa
è Anne. Lei si merita belle cose.
Bella si sentì commossa fin quasi alle lacrime. — E allora dovrebbe
averla. Potrei parlare con il padre di Anne per spiegargli che il gioiello
è stato la ricompensa per un importante servizio che mi avete reso?
Il ragazzo fece un gran sorriso. — Sarebbe perfetto, signora! Se lui si
convincesse che è la verità, nessun altro farà domande.
— Potete dirmi dove posso trovarlo?
— Non occorre che lo cerchiate, signora, eccolo qui, che viene a vedere
cosa sta succedendo. Lui è il capo stalliere, signora. Il signor Bickleby.
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Bella si voltò e vide un uomo alto e ossuto, con i capelli grigi raccolti in
una coda e la parte anteriore della testa completamente calva.
— Cosa succede, Billy? — chiese. — Perché trattieni in chiacchiere la
dama?
Bella sorrise. — Signor Bickleby, non prendetevela con Billy. Sono
stata io a trattenerlo. Anzi, sono venuta qui proprio per parlare con lui.
Le sopracciglia cespugliose dell’uomo si sollevarono. — Cos’ha
combinato?
— Si è comportato da eroe — dichiarò Bella.
L’uomo abbassò il tono. — Cosa?
— Potrei parlarne con voi a quattr’occhi, signor Bickleby, mentre Billy
dà da bere al mio cavallo?
L’uomo l’accompagnò in una piccola stanza. — Be’, di cosa si tratta,
signora?
Bella gli riferì in breve la versione riveduta e corretta della sua storia.
— Mi dispiace di essere tornata dopo tanto tempo a cercare Billy, perché
mi ha reso un grande servigio. Sarei felice se lui avesse la catena e
la croce come ricompensa e potesse farne dono a vostra figlia.
L’uomo restò pensoso un istante, poi annuì. — Sì, a lei piacerebbe. E
lui piace alla mia figliola. Sono entrambi ragazzi, ma tutti e due hanno
la testa sulle spalle. Billy è un buono, onesto lavoratore.
— Potrete raccontare la storia se dovete farlo, signor Bickleby, ma
preferirei che il mio nome non venisse fatto.
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— Non preoccupatevi, signora. È una faccenda che non riguarda nessun
altro.
Bella lo ringraziò, fece per andarsene, ma l’uomo le chiese: — Avete
qualche altro problema, signora?
Lei si voltò e si irrigidì.
— Vi chiedo scusa, signora, ma voi non avete molti più anni di Billy e
Anne, e siete qui da sola.
— Non ho nessun problema, signor Bickleby, ma vi ringrazio per la
vostra gentilezza.
— Vi credo senz’altro, signora. Dico solo che non è buona cosa essere
sola, per una giovane donna.
— No — confermò Bella — ma a volte ce lo impone il destino.
Tornò a Dover mentre il sole stava tramontando, sperando che Capitan
Rose fosse al Compasso, cosa che le avrebbe permesso di tradurre
in atto i suoi propositi di vendetta nei confronti di Augustus.
Quando Louise arrivò con la cena, Bella le chiese con aria distratta per
non suscitare sospetti se ci fossero nuovi ospiti.
No, il Capitano Rose non si era fatto vedere.
Bella mangiò zuppa e formaggio arrostito, riflettendo. Doveva ritrovare
Capitan Rose e non aveva molta voglia di ritornare a Londra alla
sua vita come Bellona.
Poteva prolungare la sua permanenza di almeno una settimana, ma
aveva bisogno di un’occupazione. Quella poteva essere una piacevole
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evasione dalla sua vita normale, ma detestava restare in ozio, ragion
per cui comprò della batista e ne fece dei fazzoletti. Poteva magari
darli come dono di addio alle dame di lady Fowler.
Prima di mettersi a letto, scrisse una lettera a Peg, dicendole che andava
tutto bene e che non si aspettasse il suo ritorno prima del fine
settimana. Il mattino dopo fece il giro dei negozi e comprò un libro e
dell’altra batista. Aveva con sé la sua piccola scatola da cucito e si accinse
al lavoro che l’aveva distratta durante gli anni passati a
Carscourt.
Scese al piano inferiore e andò nel salotto riscaldato da un buon fuoco
e con una scrivania alla quale gli ospiti potevano scrivere lettere.
Ogni giorno vi veniva messo un quotidiano, e Bella lo lesse, ma era
sempre in ritardo di uno o due giorni, e le notizie sembravano
provenire da un mondo remoto. Si obbligò a evitare argomenti che
altre volte avrebbe annotato per lady Fowler. Quella parte della sua
vita era definitivamente conclusa, ma l’occhio le cadde su un trafiletto
in cui si parlava di un veglione e si diceva che lord e lady G.........n si
erano felicemente riconciliati ed erano in viaggio alla volta della
dimora di famiglia di Sua Signoria nel Devon. Bella fu felice per loro.
Un paio di giorni dopo lesse un trafiletto che parlava di Sua Grazia, il
duca di Ithorne, ma era semplicemente la notizia che lui aveva
partecipato
alla riunione con i patroni dell’ospedale dei vaiolosi. Senza dubbio
era una cosa che faceva soltanto in obbedienza a un senso di
noblesse oblige, ma che d’altra parte la portava ad avere un’opinione
un po’ migliore sul suo conto.
Il terzo giorno Bella aveva a disposizione un mucchietto di fazzoletti
ricamati e quando cominciava a essere stanca di quella sua occupazione
udì qualcuno nominare il Cigno nero.
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Tese subito l’orecchio, pensando che a rispondere a una domanda
fosse stato il locandiere, che però si limitò ad aggiungere: — Sta per
piovere.
Bella si affrettò a riporre la sua scatola da cucito e lasciò la sala
comune. Prima di tornare in camera sua, controllò che il locandiere
fosse solo, e ne approfittò.
— Se non mi sbaglio ho udito parlare di un cigno nero — buttò lì Bella.
— Esiste davvero un animale del genere?
— Non esiste, signora, ma se ne parla forse perché quel nome richiama
l’attenzione di molti. Ci sono locande che lo portano, e c’è persino una
nave.
— Una nave? — chiese Bella.
— Probabilmente più di una, ma noi abbiamo la nostra. Qui c’è persino
un dipinto che la raffigura. — Indicò un quadro alla parete.
Le pareti dell’anticamera della locanda erano quasi ricoperte di dipinti
di navi, ma Bella non vi aveva prestato particolare attenzione. A
questo punto andò a dare un’occhiata al quadro indicato dal locandiere,
ma per lei era una nave come un’altra.
— Dunque è famosa — chiese — al punto che ne è stato fatto un
dipinto?
L’uomo ridacchiò. — Non particolarmente, signora, ma ho avuto un
artista che è rimasto qui un pezzo e non era in grado di pagare il suo
conto, per cui gli ho fornito tela e colori e lui ha dipinto per me immagini
delle navi locali. Il padrone del Cigno nero ogni volta che viene
qui mi chiede di comprare quel dipinto, ma a me piace e me lo tengo.
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— Dunque, voi lo conoscete? — chiese Bella.
— Quando è in città alloggia qui, signora. Adesso, se volete scusarmi...
— E andò a occuparsi di un altro ospite prima che Bella riuscisse a
raggranellare
altre informazioni.
In preda alla frustrazione, indossò il suo mantello con cappuccio e andò
a fare una passeggiata nel vento che si stava rafforzando prima che
la pioggia arrivasse. Nuvole nere si stavano accumulando, e le prime
gocce arrivarono che mezzogiorno non era ancora suonato.
Attorno a lei, la gente era intenta alle solite faccende. Bella si chiese se
anche lei potesse sperare in una vita ordinaria. Un tempo l’avrebbe
presa come una cosa naturale: si sarebbe sposata, avrebbe avuto figli,
si sarebbe occupata della casa. Poi all’improvviso c’era stata una
svolta, quella vita le era stata sottratta e persino distruggere la
reputazione di Augustus non sarebbe valso a restituirgliela.
Bella tornò alla locanda mentre le campane suonavano, fermandosi
però a osservare un piccolo corteo nuziale che usciva da una chiesa, tra
lanci di chicchi di grano. Nonostante la pioggia ormai fitta, i novelli
sposi ridevano e si guardavano negli occhi affascinati l’uno dall’altra.
Bella finalmente accettò ciò che desiderava veramente: una disperata
voglia di sposarsi.
Sì, voleva un buon marito, una casa, dei figli.
Un tempo si sarebbe immaginata un maniero o persino una grande
proprietà terriera. Adesso le sarebbe bastata anche una casa modesta
se avesse avuto un compagno innamorato. Ci sarebbe stato un
grazioso salotto, lei intenta a cucire mentre suo marito leggeva qualcosa
ad alta voce. Nel suo sogno c’erano anche bambini, ma nella sua
visione a quell’ora erano già a letto.
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Non c’era niente di grandioso in questo. Nulla che esigesse particolare
attenzione o richiedesse coraggio. Semplicemente comodità, sicurezza
e amore.
Fu distolta da quell’idillio da un pesante scroscio di pioggia che la investì
in pieno viso.
Ecco, persino il cielo irrideva le sue ambizioni!
Si rifugiò in una pasticceria per concedersi un tè, sperando che la pioggia
scemasse, ma a uno dei tavolini un uomo e una donna si tenevano
le mani, guardandosi incantati negli occhi.
Bella si voltò e tornò al Compasso, grata alla pioggia perché nascondeva
le lacrime che le scendevano lungo le guance.
Entrò nella sala comune, chiedendosi cosa fare con il mantello zuppo,
quando la porta d’ingresso si spalancò ed entrarono degli uomini.
Uomini rumorosi, puzzolenti, che chiacchieravano, ridevano, si davano
a vicenda sulla voce e, di tanto in tanto, si scuotevano per liberarsi
dalla pioggia come cani.
Bella si appoggiò alla parete, adesso che gli uomini si frapponevano tra
lei e la scala.
— Pounce! Pounce! — gridò uno di loro. — Dove ti sei cacciato, vecchio
pendaglio da forca? Il Cigno nero è in porto e abbiamo tutti fame!
Bella cessò di essere in preda allo sconforto. Si guardò attorno in cerca
dell’uomo che aveva urlato. Di Capitan Rose?
Poi un uomo grande e grosso con tratti rozzi e capelli neri, gridò: —
Ehi, del Compasso! Dove sono gli altri? Qui ci sono bravi uomini che
hanno una gran sete...
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Si fermò a mezzo perché aveva visto Bella e soggiunse in tono rude: —
Ragazzi, ragazzi, è presente una dama!
Adesso tutti la stavano fissando, omaccioni che sembravano scolaretti
intimiditi. Bella li studiò a sua volta, cercando Capitan Rose. Alto,
scuro...
Tre servitori e il signor Pounce accorsero a occuparsi degli uomini. La
ciurma fu avviata nella sala da pranzo, e a lei il locandiere chiese: —
Volete che vi faccia servire il pranzo in camera?
Bella diede un’occhiata alla sala da pranzo, piena ormai di uomini del
Cigno nero, ma il locandiere non le avrebbe mai permesso di
accomodarvisi,
per cui gli consegnò il mantello da asciugare e accettò
l’inevitabile.
— Sì, vi ringrazio. Suppongo che quegli uomini siano della nave di cui
abbiamo parlato prima. Il Cigno nero.
— Proprio quella, signora.
Il locandiere fece per andarsene.
Bella lo trattenne. — Uno di quegli uomini è il padrone?
— Capitan Rose, signora? — Era evidentemente sorpreso del suo
interesse,
ma non aveva l’aria sospettosa.
— Ne ho udito parlare — spiegò Bella. — È per caso l’uomo che grida?
— No, signora, quello è Pudsy Galt, il nostromo. Vi faccio subito
portare il pranzo in camera.
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Se ne andò in fretta e Bella salì in camera e vi rimase cercando di
allontanare
dalla mente sciocchi, romantici pensieri sul conto di Capitan
Rose del Cigno nero. Tese l’orecchio, ma le voci degli uomini che
arrivavano
dal basso formavano una cacofonia da cui poteva ricavare
ben poco.
Desiderare di incontrare Capitan Rose era ben diverso dalla speranza
di farlo, soprattutto perché tra la speranza e la sua realizzazione si
interponeva
una folla di uomini sudici, vocianti, che senza dubbio adesso
si stavano ubriacando.
12
Entrò la cameriera con la cena, depose il vassoio, apparecchiò la tavola.
— C’è una brocca di chiaretto, signora, con i complimenti del signor
Pounce, e per scusarsi del disturbo.
— Quegli uomini alloggiano qui? — chiese Bella.
— Per fortuna no, signora. Tra poco andranno a cercarsi altri
divertimenti.
Di solito vengono qui per il loro primo pasto a terra. Paga Capitan
Rose.
— Generoso, vedo.
— Oh, lo è, signora. Lui alloggia sempre qui quando è a Dover e si ricorda
sempre generosamente dei domestici.
Quando la cameriera se ne andò chiudendo la porta, Bella la riaprì
sperando di cogliere la voce che ricordava. Poi si accinse a mangiare.
Pensava che non fosse possibile, ma gli uomini di sotto erano ancora
più rumorosi e i loro vocioni venivano spesso interrotti da strilli
159/444
femminili, donne che però non sembravano affatto disposte a protestare.
Si chiese se Louise fosse una di loro.
Il chiaretto era proprio il benvenuto.
Poi all’improvviso si alzò un grido: — Capitano! Capitano! — seguito
da colpi sferrati con i boccali sui tavoli.
Seguirono risate e altre grida e Bella rimase lì a occhi sbarrati. Era
Capitan Rose?
La voce non era quella che ricordava.
Si concesse un altro bicchiere di vino e lo vuotò.
Capitan Rose era probabilmente più disposto ad aiutarla in azioni
illegali,
ma Bella non pensava che fosse del tutto affidabile. Strano a
dirsi, continuava a essere certa che nell’ormai lontano 1760 sarebbe
stata dispostissima a fidarsi di lui.
Con ogni evidenza aveva avuto ragione.
Il suo arrivo nella sala comune non aveva affatto zittito la baldoria che,
anzi, aumentò di tono. Ben presto gli uomini cominciarono a intonare
cori, i soliti canti da taverna, battendo forte il ritmo, mentre un baritono
dalla voce potente dava il la. Bella sapeva che era meglio per lei
non capire le parole.
Riempì e vuotò il bicchiere, sorpresa di aver fatto di Rose un eroe
cavalleresco.
All’epoca, perfino dopo quello che le era accaduto, era ancora capace
di sognare un uomo che si precipitava in suo soccorso in groppa a un
nobile destriero per sottrarla ai pericoli.
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Comunque non aveva certo inventato il modo in cui lui aveva reagito
con tanta rapidità e coraggio ai tagliagole del Ratto Nero, e neppure la
paura che il suo nome aveva suscitato tra quegli uomini.
Avrebbe avuto tutta la notte per ripensarci. Capitan Rose alloggiava lì,
dunque avrebbe attaccato discorso con lui il mattino dopo. Allungò la
mano verso la brocca e si rese conto che era ormai vuota. Non c’era da
meravigliarsi se la testa le girava e si sentiva strana.
Prese in considerazione la poltrona accanto al fuoco e il libro che aveva
messo sul tavolo, ma non lo lesse, e invece poco dopo andò verso il
letto e vi si sdraiò.
Sapeva che avrebbe dovuto chiudere la porta che Louisa aveva lasciato
semiaperta prima di abbandonarsi al sonno. Si sarebbe dovuta alzare,
spogliarsi, lavarsi, ma era tanto più semplice restare semplicemente
distesa...
Ignorava quanto tempo fosse passato, quando udì dei passi lungo il
corridoio. Non quelli di una fantesca, ma passi pesanti. Bella si obbligò
a tirarsi seduta.
Era già per metà fuori dal letto, quando udì i passi transitare di fronte
al suo uscio. Un istante dopo, una porta sbatté alla sua destra.
Che fosse Capitan Rose?
Poi altri passi più rapidi, una porta si aprì. Bella colse alcune parole: —
...il vostro cavallo, capitano...
“Cavallo”? Significava che lui stava partendo?
Bella si alzò dal letto, un po’ ondeggiante. Se stava partendo, poteva
essere la sua ultima chance di incontrarlo, parlare con lui, valutarlo.
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Posto che ne avesse il coraggio.
Altri passi si allontanarono. Il servitore se ne andava.
Col cuore che le batteva forte, Bella si diede un’occhiata allo specchio.
Qualche ciocca di capelli era sfuggita dalla cuffietta. Se li rassettò.
Tentò di lisciarsi l’abito marrone, rendendosi conto di quanto poco le
donasse.
— Va benissimo così — borbottò alla sua immagine. — L’ultima cosa di
cui abbiamo bisogno è di far colpo su un marinaio appena sbarcato.
Ancora in preda all’esitazione, strinse le labbra, infilò le scarpe, aprì la
porta, guardò fuori. Il corridoio era deserto, al piano di sotto tutto era
silenzio. La ciurma se n’era andata verso altri svaghi.
Si chiese perché Capitan Rose non fosse con loro. Le pareva di avere
udito soltanto una serie di passi, ma le scarpe più leggere di una donna
non avrebbero fatto molto rumore.
Per qualche ragione, l’immagine che le si presentò alla mente suscitò i
suoi ridicoli desideri.
Se il capitano aveva con sé una donna, lei avrebbe sentito qualcosa
origliando alla sua porta. Discorsi, risate, altro.
Chiuse il proprio uscio e in silenzio andò ad ascoltare a quello vicino.
C’erano dei suoni, ma Bella pensò che la porta che aveva sbattuto
doveva essere più avanti. Si avvicinò a quella e colse movimenti, poi
un’imprecazione sommessa.
Una voce di uomo, e non amabile.
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Prese coraggio e bussò. Molto timidamente. Tanto che probabilmente
lui non sentì. Bussò con più forza.
— Avanti, dannazione!
Cielo, avrebbe svegliato l’intera locanda e lei sarebbe stata trovata lì!
Aprì la porta, scivolò dentro e se la chiuse alle spalle, poi si voltò ad
affrontare
Capitan Rose.
Restò a bocca aperta. Lui aveva indosso soltanto le mutande. Petto e
parte inferiore delle gambe, nudi.
Lui la fissò come per rischiararsi la vista. — Chi diavolo siete?
Lei si umettò le labbra. — Isabella Barstowe.
— Vi ho fatto per caso chiamare?
Evidentemente non la riconosceva, ma perché avrebbe dovuto? Lei
stessa non era certa di averlo riconosciuto se non fosse stato per il
teschietto con gli occhi di rubino che gli pendeva dal lobo. Sì, doveva
essere lui. Alto; capelli scuri che gli spiovevano sulle spalle; i peli ispidi
che gli coprivano le guance e che quella volta erano quasi una vera
barba. Gettati alla rinfusa sul letto una camicia, un panciotto nero, una
giubba, una cravatta rosso sangue.
Il suo torace era più ampio di quanto si fosse aspettata, ma cosa ne
sapeva lei del petto degli uomini?
— Be’? — abbaiò lui, aggrondandosi.
— No, signore, non mi avete fatto chiamare. Desidero parlarvi.
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— Non è il momento, signorina Barstowe. — Le voltò le spalle, andò al
lavabo, prese un asciugamano, lo insaponò e cominciò a lavarsi.
— Sono Persefone — sbottò lei.
Lui si girò, la squadrò passandosi il panno sul petto muscoloso. Bella
seguì l’asciugamano e notò la sua spalla destra.
Segni scuri, il tatuaggio di un cigno nero.
— Persefone chi?
Lei tornò a fissarlo.
Gli occhi dell’uomo erano bruni, ma quattro anni prima non aveva
potuto
vederne il colore.
Forse la differenza che avvertiva tra allora e adesso consisteva nel fatto
che all’epoca era sobrio e adesso no. Non era ebbro o malfermo sulle
gambe, ma qualcosa nel modo attento con cui pronunciava le parole le
diceva che aveva alzato un po’ il gomito.
— Io ho rubato il vostro cavallo — riuscì a dire Bella.
Lui tornò a sbattere le palpebre, poi i suoi occhi si spalancarono. —
Oh, quello! Siete venuta a pagarmelo?
— Cosa? No. Voglio dire, sì. Insomma... preferirei che vi metteste
qualcosa
addosso!
— Non sono nudo — disse lui con un accenno di sorriso. — Voi avete
fatto irruzione qua dentro senza essere invitata. — Raccolse però la
camicia che aveva gettato sul letto e se la infilò. — Adesso ditemi,
signorina
Barstowe, ladra di cavalli, perché siete qui?
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Bella fece del suo meglio per raccogliere i pensieri. — Capitan Rose,
possiamo parlarne dopo, quando vi sarete... ripreso, ma temevo che
voi partiste prima che potessi parlare con voi domattina. Ho bisogno
del vostro aiuto. — Il capitano non ne sembrò colpito, sicché lei
soggiunse:
— O per meglio dire, ho bisogno di assumervi.
— Per un affare, eh? — chiese lui, questa volta con un tono un po’ più
interessato. — Posso concedervi pochi minuti. — Indicò una sedia. —
Prego, signora, accomodatevi.
Bella si rassegnò alla sedia dura, sperando che l’aiutasse a mantenere
un maggior controllo. Lui sedette sull’altra, appoggiandosi allo schienale
e tendendo le lunghe gambe. Gambe lunghe nude dal ginocchio
in giù. Coperte di una scura peluria.
Bella non era affatto tranquilla, adesso il suo proposito le sembrava
assurdo.
Fece per alzarsi, ma lui disse: — Se dobbiamo combinare affari,
prima regoliamo i debiti. Il cavallo?
— Vi è stato restituito. Io non vi devo più niente.
— Come si spiega che non l’abbia riavuto?
Lei lo studiò attentamente. Stava giocando con lei, o stava mentendo?
— Non lo avete riavuto? Ho fatto in modo che venisse lasciato in una
locanda nei pressi di Maidstone, rendendolo noto al Compasso.
— Può darsi che la persona a cui avete affidato il messaggio abbia deciso
semplicemente di tenersi il cavallo.
Bella ebbe voglia di spaccare qualcosa. Possibile che da un po’ di
tempo nulla andasse nel verso giusto?
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Una volta rimasta sola con Athena, le aveva detto la verità e l’aveva
pregata di mandare alla locanda la ghinea che le aveva lasciato perché
si provvedesse alla restituzione del cavallo. Athena aveva promesso di
farlo, ma forse aveva paura di irritare suo marito. Poteva darsi che non
l’avesse fatto.
Sir Waston Ashton non avrebbe voluto pagare, soprattutto era persuaso
che Bella avesse mentito. Athena aveva già dovuto faticare per
persuaderlo a non buttare fuori di casa Bella.
— Quanto valeva quel cavallo? — chiese.
— Difficile ricordarselo dopo tanto tempo...
Stava perdendo tempo per trattenerla.
Bella si diresse alla porta. — Allora vi lascio ai vostri... — Indicò
vagamente
il lavabo. — Potete spiegarmelo più tardi.
— Non abbiate tanta fretta — l’aveva superata e aveva bloccato la porta
prima che lei potesse reagire.
Bella si allontanò, portandosi una mano al cuore che le batteva forte.
— Mi metterò a gridare.
— Dovreste spiegare per quale ragione siete entrata in camera mia.
— Lasciatemi passare.
Lui si appoggiò al battente e incrociò le braccia. — Siete venuta qui per
assumermi. Per fare cosa?
Bella strinse le labbra.
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— Come amante?
Bella fece un balzo indietro. — Assolutamente no!
Lui sogghignò, squadrandola duramente. — Peccato. E allora perché
siete venuta qua? — lo aveva chiesto con un tono implacabile dal quale
si arguiva che si aspettava da lei che raccontasse una storia che non
avrebbe creduto. Bella la mise insieme con un’abilità frutto della
disperazione.
— Io... io ho avuto modo di incontrare uno degli uomini che mi
avevano rapita.
— Continuate.
— Mi ha detto che avevate minacciato rappresaglie se mi avesse fatto
ancora del male. Vi sono molto grata. Questo mi ha fatto pensare al
vostro cavallo e al fatto che non era certo che ve lo avessero restituito.
Così sono venuta a informarmi.
— Per assumermi? — chiese lui, sarcastico.
Non era uomo da lasciarsi sviare. — Su questo ho cambiato idea.
— Saggia decisione. Siete venuta qui da sola? Quanti anni avete?
— Questo, signore, non vi riguarda. Adesso lasciatemi passare.
Lui si limitò a piegare la testa da un lato, pensieroso. — Persefone. La
giovane che era stata portata negli Inferi e riuscì a fuggire, ma con
l’obbligo di tornare per sei mesi all’anno. È questo il vostro inframondo?
Io sono il vostro Plutone? — Sogghignò, canzonatorio. —
Queste storie di dei e dee. Le chiamano classiche, ma sono tutte finzioni
e false identità usate per combinare birbonate. — Con un
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improvviso cambiamento di tono, senza più allegria, chiese: — Quale
birbonata vi ha portata qua, Persefone?
Lei restò senza fiato. Pensò che per lui poteva rappresentare un pericolo.
In fin dei conti, era una sorta di contrabbandiere.
— Non voglio nuocervi, capitano. Ve lo assicuro.
— Potreste farmi comunque del male.
Tuttavia si raddrizzò e si allontanò dalla porta. — Il tempo che potevo
dedicarvi è finito. Sarò di ritorno tra due giorni, forse tre. Se quello che
volete da me è abbastanza importante, fatevi trovare qui al mio ritorno
e ne parleremo. Forse avrà un po’ più di senso quando tutti e due
saremo sobri.
Bella arrossì al pensiero che lui si fosse accorto che aveva bevuto, ma
era ormai concentrata sul pensiero di come uscire di scena con dignità.
Si diresse all’uscio, tenendosi lontana da Capitan Rose il più possibile.
— Al mio ritorno sarete qua? — chiese lui.
Sulla soglia lei lo guardò e disse: — Non lo so.
L’uomo annuì come se finalmente avesse detto una cosa sensata. — Io
sono mutevole come il mare, signorina Barstowe, a volte duro, a volte
gentile, ma vi do la mia parola che da me non avrete nulla da temere.
A meno che facciate del male a me o ai miei uomini.
Bella pensò che sarebbe dovuta tornare a Londra il mattino dopo e
dimenticare
Capitan Rose. Lui non era il galante eroe che aveva creato
nella sua fantasia.
Thorn ruppe il sigillo con il cigno e lesse la lettera inviatagli da Caleb:
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È successa una cosa interessante. Una donna mi ha avvicinato
nella mia stanza al Compasso dicendo di chiamarsi
Persefone. Sembrava alticcia e piuttosto confusa e mi
sono un po’ spazientito, soprattutto quando mi ha fatto
chiaramente capire che non era interessata al mio letto.
Mi ha detto che aveva rubato il mio cavallo e mi sono ricordato
che tu mi avevi raccontato quella storia. Mi sono
incuriosito.
L’ho fatta parlare, ma non ne ho ricavato molto.
Comunque, è venuta da me perché aveva bisogno di qualcosa.
Ha parlato di assumermi. Può darsi che sia ancora
in qualche guaio. Ha detto di chiamarsi Isabella
Barstowe.
Alla fine, ho deciso che toccava a te occupartene, per cui
le ho detto che avevo un problema urgente, cosa abbastanza
vera, una donnicciola altrove. Le ho anche detto
che se avesse voluto davvero parlare con me, doveva aspettare
tre giorni. Questo ti darà il tempo di venire qua se
sei interessato. Starò in attesa, fammi sapere qualcosa.
Tornerò fra tre giorni e la terrò alla larga.
Caleb
Thorn posò la lettera, molto pensieroso.
Un miagolio lo riscosse.
Abbassò gli occhi a guardare la gatta nel cestino, con i due micini
ghiottamente
intenti a succhiare il latte come sempre.
— Hai senza dubbio ragione, Tabitha, ma è impossibile ignorarlo.
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Un altro miagolio petulante.
— Tu ti interessi soltanto al tuo destino e a quello dei tuoi cuccioletti
qualunque sia la mia sorte. Ricordati che sei la gatta di Christian.
Stranamente, appena Christian se n’era andato, la gatta aveva
cominciato
a emettere quegli strani suoni. Non erano parole, naturalmente
non avevano senso, ma la bestiola sembrava riconoscere il nome di
Christian.
— D’accordo — disse Thorn. — Sei la gatta di Caro. Adesso però sono
felicemente insieme, sicché dovrai tollerare anche lui.
Una strana creatura, quella gatta. Un particolare incrocio i cui esemplari
si trovavano per lo più nell’Isola di Man, per questo chiamati
Manx.
Durante le avventure di Christian con Caro, i due avevano inventato
una strana storia di gatti originari dell’Assia dove venivano allevati per
dare la caccia ai feroci conigli locali. La leggenda del gatto-coniglio
dell’Assia era certo deliziosa, ma Thorn era più interessato a stabilire
la verità. Adesso che aveva in temporanea custodia la gatta e i micini,
aveva invitato alcuni scienziati perché studiassero il problema. Le
contrastanti
teorie in merito erano due, frutto di ricerche condotte su vari
esemplari.
Thorn aveva installato i suoi ospiti felini nel suo studio personale in un
paniere foderato di velluto, assegnando un paggio alla loro cura. Erano
incredibilmente coccolati, ma Tabby, come l’aveva chiamata Caro,
continuava a sentirsi autorizzata a protestare.
Thorn aveva finito per accettare di sentirsi sottomesso a una femmina
e aveva scelto di esserne divertito. Le aveva assegnato il nome più
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dignitoso di Tabitha e l’aveva eletta “oracolo di Delfi”. Anche
quell’oracolo
si supponeva fosse stato difficile da interpretare.
— Andare o non andare, questo è il problema — dichiarò parlando al
coperchio del cestino. — Tu pensi che Shakespeare credesse che secoli
dopo la sua morte si citassero le sue parole?
Il coperchio del cestino si socchiuse, ma Tabitha non rese nota la sua
opinione.
— Barstowe. Tu conosci una Barstowe?
— Aa-oo.
— No, neppure io lo penso. Un nome falso? Cosa può volere, dopo
tanti anni?
Quando Christian gli aveva affidato le bestiole, i micini non avevano
un nome, e Thorn aveva dovuto provvedere alla bisogna. Quello di
aspetto
usuale, con la coda, era nero e lo aveva battezzato Sable, che in
araldica voleva dire appunto “nero”. Il micino grigio Manx era grassoccio
e più prudente, e Thorn, non senza irriverenza, l’aveva chiamato
con il nome del re: “Georgie”.
Tabitha recuperò Sable che era scappato dal cestino e sbadigliò.
— Stanchezza o noia, milady? Dovrei importare topi? O conigli?
— Ee-oh-ar-oo!
Una giusta replica a una battuta sciocca.
— Per quale ragione quella donna dovrebbe ricordarsi di me? Sono
perplesso.
171/444
Un altro miagolio.
— Ah, naturalmente. Ti ringrazio. — Thorn suonò il campanello che
aveva sulla scrivania, ancora alle prese con l’idea che la gatta fosse
davvero in grado di capire il linguaggio. Forse doveva organizzare
qualche esperimento in merito.
Comparve un lacchè. — Fate venire Overstone, per piacere.
Quando il ben pasciuto giovanotto entrò, Thorn disse: — Barstowe.
Una dama tra i venti e i ventitré anni. Si chiama Isabella Barstowe.
— Posso fare indagini, Vostra Grazia.
Uscito il segretario, Thorn chiamò Joseph e gli ordinò di preparare il
bagaglio da capitano, poi controllò i suoi impegni per accertarsi di non
trascurare niente. Indirizzò lettere a Christian nel Devon e a Robin
nell’Huntingdonshire. Robin gli aveva fatto promettere di rendergli
sempre noto quando si fosse trasformato nel suo alter ego.
Quando Thorn gli aveva chiesto perché, Robin aveva risposto: — Così
posso preoccuparmi per te.
— Non sarebbe meglio non sapere?
— In tal caso dovrei preoccuparmi per tutto il tempo.
Le persone che si preoccupavano per lui erano parecchie, e Thorn
avrebbe preferito che non lo facessero.
Overstone tornò con un foglio di annotazioni. — Ci sono parecchie
famiglie Barstowe, Vostra Grazia, con e senza una “e” finale.
Dell’Oxfordshire,
dello Shropshire, dell’Hampshire, del Lincolnshire. Mi occorre
ancora un po’ di tempo.
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— Non occorre che ve la prendiate tanto a cuore. Non mi aspetto
un’onniscienza alla Rothgar.
— Vi ringrazio, Vostra Grazia — disse il segretario, ma con l’aria di
sentirsi offeso per le scarse aspettative di Thorn.
— Ho intenzione di andare a Ithorne Castle. Ordinate che la mia carrozza
da viaggio sia pronta tra un’ora, e mandatela immediatamente
alla locanda del Cigno nero a Stowting.
Il suo segretario aveva l’aria di avere ricevuto una botta in un punto
molto delicato. Sapeva benissimo che un messaggio inviato a Stowting
significava che Thorn era sul punto di diventare Capitan Rose. Sembrava
che anche Tabitha lo capisse. Tant’è che sbuffò.
Thorn scrisse in fretta. Nel tempo che gli occorse per piegare la lettera,
Overstone era già pronto a versare la ceralacca calda perché Thorn
imprimesse
il suo sigillo. Non il suo stemma ducale, ma l’immagine di un
cigno nero.
— Vostra Grazia...
— Se c’è qualcosa che richiede la mia attenzione nei prossimi giorni,
fatemelo sapere entro un’ora.
— Certamente, Vostra Grazia.
Dopo una breve lotta con se stesso, Thorn aggiunse: — Questa volta
non vado per mare.
Overston non disse “grazie a Dio”, ma glielo si leggeva sul viso. Non
riusciva a capire la necessità che Thorn aveva di un’altra vita, soprattutto
di una vita che implicava un’esistenza dura e a volte pericolosa.
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Thorn era in preda all’eccitazione. Avrebbe voluto essere sempre Capitan
Rose, ma le sue avventure sotto quel nome non potevano essere
che provvisorie fughe dalla realtà.
— Dio benedica la signorina Barstowe — disse a Tabitha. — Cacciatrice
o meno che sia di un marito.
Diede un’occhiata a varie carte, poi fu pronto per la partenza. Sentendosi
un po’ sciocco, disse arrivederci ai gatti. Tabitha gli scoccò uno
sguardo di rimprovero e chiuse il coperchio del suo cestino.
— Ho lasciato ordini perché si provveda a te nel modo migliore —
protestò Thorn.
Gli rispose un miagolio pieno di disapprovazione.
Questa volta quel miagolio sembrava anche qualcosa di simile a un
pronostico seguito da una maledizione.
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13
Bella si svegliò il mattino dopo sentendosi indisposta. Anche se avesse
deciso di tornare a Londra, non se la sentiva di farlo quel giorno. Ben
presto si convinse che Capitan Rose non si era rivelato davvero
temibile; sarebbe stato sensato restare ancora a Dover e parlare con lui
quando non avesse bevuto tanto chiaretto.
La conversazione, tuttavia, era meglio si svolgesse in un luogo più
sicuro di una camera da letto. Nel salotto da basso. Sì, quello sarebbe
stato sicuro e appropriato.
Chiese a Louise di aiutarla a lavarsi i capelli, e quando la cameriera
cominciò a pettinarla, Bella sondò il terreno.
— Ieri notte ho incontrato Capitan Rose nel corridoio. Un uomo molto
bello.
— Lo è, signorina.
Bella sospirò: — Anche un uomo cattivo, temo.
— Vero anche questo, signorina. — Poi la cameriera si corresse. — No,
non è cattivo. Ma duro e con abitudini riprovevoli.
— Vive qua a Dover quando non è sulla sua nave?
— A qualche miglia da qui, signorina.
— È sposato?
— Non lui!
— Molti capitani marittimi si sposano?
— Parecchi, signorina.
— Dev’essere strano essere sposata con un uomo che è spesso lontano.
— Penso che per certe mogli sia una benedizione, signorina.
— Suppongo che Capitan Rose sia stato in mare fin da quando era un
ragazzo — disse Bella, esponendo i capelli al camino perché si
asciugassero
più rapidamente.
— I vostri capelli hanno un gran bel colore, signorina. Prendono
splendidi
riflessi al fuoco.
Bella ridacchiò. — Spero solo che non si brucino.
— Capitan Rose — riprese a raccontare la ragazza — è venuto qui circa
otto anni fa, sebbene sia nativo del Kent. È cresciuto in America, ma è
tornato al villaggio di sua madre e non molto tempo fa è diventato
comandante della nave del duca di Ithorne.
Un duca. Sorprendente. Com’è successo?
Notò l’incertezza di Louise e la spronò.
— Ditemelo — insistette.
— Suppongo — si decise Louise — che non ci sia nessun segreto, ma
spero di non turbarvi, signorina. Vedete, Capitan Rose, Caleb, è il fratello
illegittimo del duca. Loro due sono così simili l’uno all’altro che è
difficile distinguerli. Sembra che sia per questo che il ragazzo e sua
madre furono mandati via. Poi non so quale amico del duca conobbe
Caleb in America e rimase talmente stupito della somiglianza che
combinò
un incontro tra loro.
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— Sembra una trama teatrale — si meravigliò Bella. — Cosa è accaduto
dopo?
— Il duca si sarebbe potuto preoccupare per lo scandalo che sarebbe
potuto nascere, ma non lo fece. Quando Capitan Rose, beh, all’epoca
lui non era un capitano, gli disse che voleva tornare al villaggio di sua
madre, Sua Grazia non ha sollevato obiezioni. Quando il duca ha
saputo che era un marinaio e che era diventato nostromo a bordo di
un mercantile, lo nominò capitano e comandante del Cigno nero.
— Generoso da parte sua.
Louisa se ne andò e Bella quasi non se ne accorse, tutta presa com’era
dalle straordinarie informazioni che aveva avuto. Capitan Rose: il fratello
illegittimo del duca di Ithorne e, a quanto sembrava, quasi
identico a lui!
Lei aveva visto il duca solo a una certa distanza. Aveva notato che
aveva senza dubbio gli stessi capelli scuri del fratello ed era altrettanto
alto, ma a parte questo sembrava completamente diverso. Uno era
elegante
e altero, quasi azzimato. L’altro era sì bello, ma sembrava
tagliato con l’accetta.
Come si spiegava quell’assurda coincidenza? L’avrebbe messa in
pericolo?
Mentre si spazzolava i capelli, decise che non era affatto una
coincidenza.
Semmai la coincidenza consisteva nel fatto che lei aveva incontrato
Capitan Rose lì a Dover nel 1760 e che nel 1764 si era intrufolata nella
magione londinese del duca perché lavorava per lady Fowler. Due
eventi separati che per caso sembravano collegati. A volte capitava di
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parlare di qualcuno con un estraneo per scoprire che avevano
conoscenze
in comune.
Tutto ciò avrebbe avuto influenza sui suoi piani?
No. Si allontanò dal fuoco e si mise davanti allo specchio. Anche
ammettendo
che Capitan Rose riferisse al suo augusto fratello ogni sua
azione, il nome di Isabella Barstowe non avrebbe significato nulla per
il duca.
I due giorni successivi passarono lenti e diedero modo a Bella di
tentennare
e temere. Un momento era decisa a restare per parlare con
Capitan Rose. Il momento successivo era decisa a prendere la diligenza
per tornare a Londra e dimenticarlo completamente.
Si limitò ad acquistare altra batista e, per passare il tempo, si mise a
ricamare nuovi fazzoletti.
Era in camera sua, pronta ad affrontare senza nessun entusiasmo
un’altra giornata, quando entrò Louise per dirle che Capitan Rose era
da basso e chiedeva di parlare con lei. La cameriera era naturalmente
molto incuriosita, e Bella temeva di essere arrossita. Non aveva una
spiegazione accettabile e non provò a inventarla.
Bella inspirò a fondo un paio di volte,. poi uscì e scese. Giunta alla
svolta della scala lo vide, e qualcosa la indusse a fermarsi. Sorpresa,
forse, ma per quale ragione non sapeva dirlo.
L’uomo le voltava le spalle, vestito di tutto punto nel suo stile fuori
moda, ma adesso con alti stivali da cavallo. Aveva un’aria quasi
elegante.
Elegante?
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Non era una definizione che avrebbe dato all’uomo con cui aveva parlato
qualche notte prima. Naturalmente, quando lui era scarsamente
vestito e un po’ ebbro.
L’uomo si girò e alzò gli occhi.
Bella continuò a scendere, il cuore, all’improvviso, aveva cominciato a
batterle forte. Lei aveva chiesto, quasi implorato, quell’incontro e, adesso
che era al dunque, doveva mantenere il proprio autocontrollo.
Quando fu nella sala comune, fece una riverenza e disse con tono
freddo: — Sicché, siete tornato, capitano.
Anche lui fece una riverenza simile alla sua. — Come vedete, signorina
Barstowe.
— Al momento giusto, devo dire.
— È detestabile far aspettare una dama.
Durante quello scambio di parole insignificanti, Bella ebbe quasi
l’impressione
di parlare con una persona diversa, un uomo più riservato e
temibile. Possibile che alzare il gomito cambiasse fino a quel punto
una persona?
— È una bella giornata — le fece notare lui. — Vi andrebbe se facessimo
due passi?
Ritrovarsi con quell’uomo in una stanza chiusa sarebbe stata una follia,
soprattutto dopo il loro precedente incontro.
Lui alzò un sopracciglio al suo silenzio.
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Continuare la conversazione all’esterno, in pubblico, sarebbe stata
un’ottima soluzione. Bella abbozzò un altro inchino. — Salgo a
cambiarmi,
capitano.
Salì di corsa, certa che la stesse studiando con la stessa intensità con
cui lei lo scrutava. Con intenti lascivi?
Avrebbe passato un po’ di tempo con quell’uomo, in una strada pubblica.
In questo non c’era nessun pericolo, e il capitano poteva ben essere
l’uomo di cui aveva bisogno perché la aiutasse a distruggere
Augustus.
Thorn attese il ritorno della signorina Barstowe, affascinato da ciò che
di lei aveva visto.
Era vestita più modestamente di quattro anni prima, il suo abito era
poco meno che trasandato, e in quattro anni era cambiata più di
quanto si fosse aspettato. Ricordava vagamente una ragazza carina,
che era diventata una bella donna.
Sentiva lo strano bisogno di indurla a rilassarsi e sentirsi a suo agio,
per scoprire cosa volesse.
Poi si riscosse. Non era interessato a Bella Barstowe in quel modo. Era
già deplorevole che avesse una strana ossessione per Celeno, la saggia
ninfa che non era tornata alla locanda della Capra. Anche per il suo
bene. Lei non lo tentava al punto da turbarlo, e il proposito di Thorn
adesso era quello di trovare la moglie perfettamente adatta a lui.
Era un’eccellente ragione per non trovarsi lì, coinvolto in chissà cosa
con Bella Barstowe che, senza dubbio, quattro anni prima si era cacciata
in un grosso guaio a causa di un comportamento disdicevole.
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Lei andò verso di lui sforzandosi di essere calma e composta, ma
Thorn leggeva un certo nervosismo in lei che adesso dimostrava
esattamente
la sua età. Per quale ragione era lì? Cosa l’aveva spinta a rivolgersi
a Caleb nella camera di questi? Aveva paura di Capitan Rose, del
quale però aveva aspettato pazientemente il ritorno?
Le porse il braccio. Lei esitò, poi però accettò e Thorn la condusse
fuori dalla locanda e nella strada ventosa. Sperava che parlasse lei per
prima, perché, stando al racconto fatto da Caleb, il loro incontro era
stato troppo breve, ma la giovane sembrava chiusa nel mutismo. Le
nuvole si stavano accumulando, e al suo occhio esperto la pioggia
sembrava
imminente, per cui ruppe il silenzio.
— Riassumiamo la nostra conversazione, signorina Barstowe. O forse
fareste meglio a ripeterla voi. Qualche sera fa ero piuttosto... impedito
nella mia capacità di comprendere. Se ho ben capito, siete venuta a
Dover per compensarmi della perdita del mio cavallo?
A questo punto lei incrociò i suoi occhi. — Avevo preso provvedimenti
perché vi fosse restituito, signore.
— Se lo mettessi in dubbio?
— Se davvero non avete riavuto il vostro cavallo, capitano, vi risarcirò
il suo prezzo. Quanto vi devo?
— Cinquanta ghinee — rispose lui.
— Cinquanta ghinee?
— Era un buon cavallo.
— Non tanto buono — ribatté Bella.
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— Sto aggiungendo qualcosa per il noleggio di un altro cavallo e il disagio
che mi avete causato. Non vi pare?
Bella si fermò, liberandosi la mano per guardarlo meglio in viso. — È
la vostra condizione per continuare questa conversazione?
— È sempre opportuno far vela con una carena pulita.
— Non capisco cosa voglia dire. Ma sono d’accordo, signore. Vi verserò
cinquanta ghinee, ma solo perché vi devo qualcosa per il disagio che vi
ho causato e per avermi tirata fuori dai guai. Vi ringrazio.
Lui riconobbe la ragazza spaventata ma piena di brio, e restò sorpreso
provando una decisa simpatia per lei, come se tra loro ci fosse qualcosa
di più di quanto fosse in realtà.
— Sono onorato di esservi utile, signorina Barstowe — disse, ed era
sincero.
Continuarono a camminare, ma a questo punto si levò il vento del
mare, portando umidità, polvere e foglie cadute e turbinanti che la
indussero
a trattenere il cappello per evitare che volasse via.
— Forse faremmo meglio a tornare al Compasso — propose.
Un campanello di allarme squillò. — In camera vostra? È piuttosto
compromettente, vi pare? O è questo il vostro intento? Siete già entrata
nella mia camera da letto.
Lei lo guardò incredula. — Immaginate che io volessi indurvi
subdolamente
a un matrimonio, Capitan Rose? E perché?
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Sebbene Thorn sapesse che lei si riferiva a un capitano di mare,
l’improvviso
cambio del suo atteggiamento lo indusse a sogghignare
divertito.
— Vi chiedo scusa — disse. — Ho detto una stupidaggine. Ma voi siete
venuta davvero in camera mia...
Le guance di lei erano arrossite. — L’ho fatto perché temevo che voi ve
ne andaste immediatamente. Questo ve l’ho già spiegato.
— Secondo la mia esperienza, signorina Barstowe, l’unico momento in
cui una donna è disposta a chiedere a un uomo di danzare con lei è
quando ha in mente un matrimonio. O, per lo meno, piaceri coniugali.
— Avete un atteggiamento oltraggioso — sibilò lei, con occhi
fiammeggianti.
Si allontanò, con passi veloci che ticchettavano sul selciato.
Lui avrebbe dovuto lasciarla andare, ma all’improvviso provò una
strana sensazione. La raggiunse. — Siete una femmina con un bel
temperamento
— commentò.
— Non lo sono affatto — replicò lei a denti stretti, guardando davanti a
sé. — Non ho affatto un cattivo carattere. E non sono una femmina. Vi
prego di non giudicarmi, Capitan Rose.
Continuò a camminare con passo deciso. Lui le si mise al fianco,
studiandola.
Capelli ramati, non neri. Colorito senza traccia di trucco.
Ma la voce e i suoi modi, soprattutto quando era stizzita...
Possibile che Bella Barstowe fosse Celeno? Come? Perché?
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Sapeva che lui era Ithorne?
Una situazione che sarebbe potuta diventare un’astutissima trappola
matrimoniale.
All’improvviso lei si voltò e si fermò, scrutandolo. — Devo mettermi a
urlare?
In tal caso, il suo gioco era molto complesso.
— Servirebbe a qualcosa? — chiese Thorn. — Quelli del Compasso sanno
che siete venuta via con me di vostra spontanea volontà e siamo
stati sempre sotto gli occhi di tutti: lo siamo ancora e, siccome qui
sono conosciuto, la mia reputazione è più a rischio della vostra.
Lei sollevò il mento stringendo le labbra. — Ridicolo!
Oh, sì, Celeno. Adesso ne era certo.
— Davvero? — chiese, immaginando tutte le possibili implicazioni. —
Siete piombata nella mia stanza da letto senza essere annunciata.
— Se ben ricordate, ero dell’idea di assumervi. E non, vi assicuro, per...
per...
Lui la soccorse. — Allora, cosa volete da me? — domandò. — Ci sono
moltissime persone alle quali piacerebbe sorprendermi in un’attività
illegale.
— Capisco. Suppongo che un contrabbandiere non possa non temere
la legge.
— Non sono un contrabbandiere, signorina Barstowe, quanto voi non
siete una femmina...
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— Se proprio insistete.
— Allora — scherzò lui — siete una femmina.
Gli occhi di lei tornarono ad accendersi, ma adesso nelle sue pupille
c’era un guizzo di allegria.
— Qualsiasi cosa voi siate, Capitan Rose, io non sono implicata in un
complotto contro di voi, ma capisco perché possiate pensarlo. Detto
questo, sono sorpresa che non mi lasciate perdere. Addio, capitano.
Riprese ad allontanarsi per conto suo, senza più stizza, ma con passo
deciso.
Reprimendo un sorriso, lui la raggiunse e si rimise al passo. — Ma
dovete avere un bisogno urgente di me, signorina Barstowe. Avete
colto l’occasione per parlarmi. Quando avete capito che non avevo
tempo da perdere, siete rimasta qui, ad aspettare, a girarvi i pollici...
— Non mi giro mai i pollici.
— Allora cos’avete fatto nei giorni passati?
— Ho ricamato fazzolettini di batista.
— Con cura?
— Perfettamente.
— Che modello di virtù muliebri!
Una virtù che non si addiceva né alla ragazza che aveva salvato né a
Celeno. Forse stava inventando tutto? Comunque, c’erano di mezzo la
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sua giovane età, il suo bisogno, la sua urgenza. Lui non poteva certo
abbandonarla alla sua sorte.
— Ditemi che cosa posso fare per voi — disse con il tono più persuasivo
possibile. Siccome lei taceva, sbottò: — Accidenti, signorina Barstowe,
che abbiate o meno l’aria di una governante, siete troppo giovane per
andarvene in giro da sola, soprattutto per avere incontri con uomini
pericolosi.
Questo esigeva una replica. Bella si girò per piantarglisi di fronte. —
Toglietevi dalla testa di potermi comandare a bacchetta, capitano! In
ogni caso, un avvertimento del genere dovrebbe bastare a proteggermi
da uomini pericolosi come voi.
E, concretamente, gli puntò con forza un dito guantato sul petto.
— Touché — replicò lui sorridendo. — In entrambe le accezioni del
termine.
Più di una persona li stava guardando. A Dover si sarebbe chiacchierato
a lungo a proposito di una giovane donna che metteva in riga Capitan
Rose e ne usciva sana e salva.
Lui aggiunse un tocco alla situazione facendo un passo indietro e una
riverenza. — Mia cara signorina Barstowe, vi chiedo scusa per le mie
molte colpe, ma vi prego di credermi se vi dico che in questo momento
sono pronto a essere il vostro più umile servitore. Allora perché non
mi dite qual è il vostro problema cosicché io decida in che modo possa
esservi d’aiuto?
14
La stizza di Bella si trasformò in una specie di tremito. Adesso gli occhi
di lui sembravano più nocciola che marrone, quasi ambrati.
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Mutevole quanto il mare. Così lui si era descritto, ed era evidente che
così era. Come poteva lei venire a capo di un uomo del genere?
— Il vostro problema consiste in un uomo che è un mascalzone,
signorina
Barstowe? Magari è quello stesso a causa del quale vi
trovavate al Ratto Nero quattro anni fa?
— Come fate a saperlo? — chiese lei, stupita.
— Semplice deduzione. Qualcosa vi ha indotto a venire a cercarmi.
L’unico nesso tra noi è quel breve incidente di quattro anni fa. Quegli
uomini hanno tentato di farvi ancora del male?
— No, non me ne hanno fatto. Voi li avete tenuti alla larga, per questo
vi ringrazio.
— Come fate a saperlo? — Adesso sembrava stupito.
Bella si rese conto che parecchie persone li stavano guardando
interessate
e continuò a camminare.
— È stato uno di loro a dirmelo. Il più anziano, quello chiamato Coxy.
Di recente l’ho incontrato a Londra, del tutto per caso. Sono rimasta
così scioccata nel rivederlo che non ho avuto paura. Gli ho chiesto di
spiegarmi il perché di tutta la faccenda.
— Lui non ha potuto rifiutarsi, ne sono certo — borbottò Thorn. — Voi
non sapevate perché eravate finita al Ratto Nero?
— Voi lo sapevate? — chiese lei, orripilata. Forse lui aveva avuto un
ruolo nel complotto?
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Thorn alzò una mano. — Non era questo che intendevo. All’epoca
supponevo
che aveste compreso come stavano le cose, ma che aveste deciso
di non dirmelo. Barstowe è il vostro vero cognome?
— Sì.
— Poco saggio servirvene qui.
Lei non poté impedirsi una risatina. — Il risultato di ciò che è accaduto
quattro anni fa è che Bella Barstowe è stata rovinata. Mi pare che abbia
già subito un danno sufficiente.
— Ditemi dunque cosa è accaduto — la esortò lui. La guardò e soggiunse:
— Non posso obbligarvi a dirmelo, ma a volte fornire un resoconto
serve a chiarire le idee; io sono stato presente a una parte dell’evento.
Naturalmente vorrei conoscere anche il resto.
Messa in quei termini era difficile dirgli di no, sebbene a Bella non
piacesse
affatto l’idea di rivivere la vicenda. — Sono stata strappata a viva
forza dalla proprietà di mio padre — cominciò.
— Com’è stato possibile? Sono entrati in giardino?
— Forse alle dame è permesso solo di passeggiare nei giardini? È
accaduto
a qualche distanza dalla casa. — Qui aggiunse una bugia: — Ero
intenta a cogliere fiori selvatici per aggiungerli alla mia raccolta.
— Prima fazzoletti e poi una raccolta di fiori seccati — disse lui,
evidentemente
non credendole affatto. — E la vostra cameriera?
— Non l’avevo portata con me — ammise Bella.
— Eravate lì per un appuntamento?
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— E va bene. Sì, avevo fatto in modo di incontrare un nuovo ammiratore.
Sì, era insensato, ma come potevo sospettare che lui fosse il
complice di quel piano?
— Cos’è accaduto?
Il tono partecipe di lui la rasserenò, e ben presto Bella gli raccontò
tutto.
Prendendole le mani guantate, lui gliele strinse leggermente per
confortarla.
— Siete scappata — disse, quasi lei avesse bisogno di farselo
ricordare. — Ma perché avete aspettato così a lungo? Perché non siete
fuggita prima se ne avevate la possibilità?
— In un primo momento sono stata vigilata attentamente. Uno di loro
era sempre con me, salvo durante la notte, e sempre si assicuravano
che la stanza in cui mi trovassi fosse sicura.
— Non avete tentato di procurarvi l’aiuto di altre persone durante il
trasferimento? Locandieri, altri viaggiatori...
— No. Loro mi minacciavano, e... potrà sembrare strano, ma continuavo
a preoccuparmi soprattutto di come sarebbe andata a finire,
ed ero certa che mio padre avrebbe pagato il riscatto. Anche se lui non
l’ha fatto... pensavo che loro cedessero e mi lasciassero libera.
— Eravate molto giovane e abituata a una vita protetta. Quando siete
cambiata?
— Quando siamo arrivati a Dover e ho saputo quale fosse il loro piano.
Grazie a Dio, si erano fatti meno prudenti, ingannati dalla mia passività.
Alla Corona e Ancora chiudevano la mia stanza a chiave per la
notte, ma c’era una finestra.
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— Brava ragazza.
A quell’approvazione, Bella alzò lo sguardo e nei suoi occhi vide un
caldo sorriso. Sorrise a sua volta, rendendosi conto di avere fatto
qualcosa
davvero degno di nota. Gli raccontò di Billy Jakes e di come lo
avesse ritrovato a Litten.
— Ha un buon lavoro? — chiese Thorn.
— Sì, perché?
— Potrei aiutarlo, se ne ha bisogno.
— Non credo che lui abbia voglia di andare per mare. — E continuò
raccontandogli dell’incontro che aveva avuto con il ragazzo e il padre
della sua fidanzata.
Lui annuì. — Dunque, siete evasa dalla locanda. Ma come eravate finita
al Ratto Nero?
— Pura stupidità — confessò lei. — Stavo camminando per le strade di
Dover, spaventata e in preda al panico. Non avevo denaro. Non
conoscevo
nessuno. Avevo deciso di andare in chiesa e di chiedere al vicario
di darmi una mano, poi però ho visto i miei due rapitori, che già mi
stavano cercando, e mi sono infilata nel più vicino locale pubblico.
Sapevo che non era il luogo ideale, ma non mi sarei mai immaginata
quello che accadde. A proposito, permettete che vi ringrazi ancora per
avermi salvata. Avete rischiato la vostra vita.
— Solo un tantino — minimizzò lui, spensierato. — Una volta che si
furono ripresi, quegli uomini si resero conto che preferivano evitare
altri guai, perfino rinunciando a un bocconcino come voi. Comunque,
vi siete impadronita del mio cavallo e siete andata via, dove? A
Maidstone?
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— Sì, a casa di mia sorella, che mi ha ospitata.
— Non dal padre che si era rifiutato di pagare il vostro riscatto. Era
così gretto?
— La lettera che chiedeva il pagamento del riscatto non è mai stata
trovata — spiegò lei.
— Un altro intermediario che non ha assolto il suo compito, come nel
caso del mio cavallo?
— Proprio così. Salvo il fatto che l’intermediario che non l’ha fatto è lo
stesso che ha causato tutto questo guaio. — Ormai era impossibile non
dire anche il resto. — È stato mio fratello, Augustus — disse Bella,
sentendo
come un singhiozzo nella propria voce.
— Come ha fatto? Ha perso la lettera di richiesta di riscatto?
— L’ha fatto di proposito. Poi l’ha sostituita con un’altra che in
apparenza
veniva dal mio presunto amante, in cui si diceva che avevamo intenzione
di fuggire insieme. E — aggiunse con tono tetro — era proprio
questo il suo piano fin dall’inizio!
— Ah, debiti di gioco, presumo.
— Come... — Ma si interruppe e sospirò. — È così diffusa tra i
gentiluomini
l’abitudine di perdere enormi somme ai tavoli da gioco?
— Abbastanza diffusa, anche se di solito non porta a situazioni così
complicate e drammatiche. I debiti di gioco non sono punibili dalla
legge.
— È quello che ha detto Coxy.
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— Sono certo che lui se ne intende. Di conseguenza ci sono altri modi
per indurre il debitore a pagare. Se il gioco è tra gentiluomini, un
debitore
insolvente viene ostracizzato. La paura li induce a trovare il denaro.
Se non ci riescono, si fanno saltare le cervella o fuggono in un
paese straniero.
— Se solo Augustus avesse scelto una di queste soluzioni...
— Signorina Barstowe, mi piace il vostro senso dell’umorismo.
— Coxy aveva l’aria di un gentiluomo — continuò lei, poi però soggiunse:
— Più o meno.
— Sono parecchi quelli che lo sembrano più o meno. Dal breve contatto
che ho avuto con lui, mi sembra piuttosto sul meno.
— Probabilmente avete ragione, tant’è che non se l’è sentita di ricorrere
alla minaccia di rivelare l’insolvenza di Augustus ad altri gentiluomini
per cavargli fuori il denaro. Ma dove giocano d’azzardo
uomini del genere?
— Di solito in un circolo privato, generalmente chiamato bisca. Ma per
quale ragione vostro fratello andava a giocare in gargote del genere
anziché in luoghi migliori?
— Perché doveva preservare la propria reputazione, soprattutto agli
occhi di mio padre, che detestava più di ogni altra cosa il gioco d’azzardo.
Ma può una persona essere in grado di celare la propria identità
in una bisca?
— Sì, a patto che giochi con denaro liquido, non dovrà rispondere a
nessuna domanda.
— Così finisce per indebitarsi — gli fece osservare Bella.
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— Questo significa che gli uomini con cui ha giocato accetteranno le
sue “vocali”.
— Vocali?
— Un impegno scritto a pagare, abbreviato in “IOU”, “io vi devo”...
— Così si può perdere una fortuna e rovinare una famiglia? Scrivendo
poche lettere su un pezzo di carta?
— Sì, purtroppo può succedere.
— Coxy ha accettato l’impegno a pagare di Augustus — continuò Bella
— sicché era certo di potersi riprendere il suo denaro. Ma perché?
— Non saprei dirlo. Vostro fratello è intelligente?
— No.
— Allora con ogni probabilità ha pensato di nascondersi sotto un falso
nome, ma in realtà era noto a tutti gli “sgamati”.
— “Sgamati”?
— Sì, uomini, e a volte donne, che si guadagnano da vivere con il gioco
d’azzardo. Di solito sono abilissimi, ma, in caso di necessità, barano.
Lo fanno con tanta sagacia che più di un piccione non si rende conto di
essere stato spennato e trasformato in arrosto. Cosa intendete fare?
— Rivelare il suo vizio e ciò che mi ha fatto.
Lui alzò un sopracciglio. — Vi rivolgete a un capitano marittimo perché
vi aiuti. Perché?
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— Perché non conosco nessun altro che sia in grado di darmelo —
spiegò Bella. — Mi avete già chiarito le idee a proposito dei giocatori
d’azzardo.
— Questo non significa che io sia uno di loro.
— Però sapete cosa fare con uomini pericolosi. Sono certa che persino
in questo momento avete un pugnale e una pistola.
Lui ebbe un sorriso sarcastico. — È vero. Ma adesso, signorina
Barstowe, vediamo come stanno le cose. Senza impegno da parte mia
— avvertì. — Quando ha subito pressioni perché si decidesse a pagare,
perché vostro fratello ha costruito un piano così perfido? Perché non
confessare tutto a vostro padre? Di solito funziona così. Il padre
rimprovera
il figlio, ma paga per l’onore della famiglia.
Bella scosse la testa. — Mio padre avrebbe fatto ben altro che
rimproverarlo.
Avrebbe messo fine al pagamento delle spettanze a mio
fratello e lo avrebbe rinchiuso a Carscourt.
Riuscì a non aggiungere: “Come ha fatto con me”.
— Allora perché Coxy non si è rivolto direttamente a vostro padre,
minacciando di rivelare che vostro fratello è uno che non rispetta i
debiti di gioco? Direi che Coxy era in apparenza abbastanza gentiluomo
da rendere credibile questa minaccia. Allora perché non ha seguito
questa strada?
— Non me lo ha detto, ma posso indovinarlo. Qualsiasi indagine
condotta
in zona gli avrebbe detto com’era mio padre. Severo, rigido e incapace
di perdono. Avrebbe punito Augustus, ma non avrebbe pagato,
pensando che mio fratello si fosse meritato la pubblica vergogna.
“Come ha fatto con me.”
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— Senza contare che era un magistrato. Avrebbe trovato qualche delitto
da imputare a uno... “sgamato” e gli avrebbe inflitto la punizione
che si meritava. Augustus adesso assume il suo stesso atteggiamento,
pronunciando giudizi sul conto di poveri disgraziati dal suo scranno di
magistrato, mentre lui è peggiore di tutti loro.
— Se i poveri disgraziati si trovano lì, è per qualche ragione.
— Io spero che voi non dobbiate mai trovarvelo di fronte in quelle
circostanze.
Dubitate di quello che vi ho raccontato? — domandò Bella. —
Non ho prove nei confronti di Augustus.
— Penso che abbiate creduto a quello che ha detto Coxy.
— Per quale ragione Coxy avrebbe dovuto mentire?
— Nessuna, ma mi piacerebbe capire meglio il piano di vostro fratello.
— Augustus non mi ha mai amata, per cui forse mio padre non
avrebbe avuto la mano dura con lui. — Persino a Bella questo non
sembrava ancora abbastanza. — È stato sempre un egoista. Ma sì, è
difficile persuadersi che mi abbia abbandonato a una sorte del genere.
La pioggia le bagnò le guance e a lei sembrarono lacrime.
Capitan Rose la guidò in un luogo più riparato, dando un’occhiata
preoccupata
alle nuvole sempre più scure. — Dovremmo tornare al Compasso,
ma lasciatemi riflettere. Purtroppo mi capita a volte di imbattermi
in uomini del genere, deboli e assolutamente egoisti, e di
conseguenza sempre in preda alla paura. L’immaginazione di vostro
fratello deve averlo portato a prospettarsi le peggiori conseguenze. Se
voi non foste mai tornata a casa, non avreste avuto modo di rivelare le
sue malefatte.
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— Ma è mostruoso!
— Anche lui lo è, no? Il vostro caro Augustus doveva essere molto,
molto spaventato all’idea che voi tornaste a casa.
A questo Bella non aveva pensato. — Ecco perché è stato così maligno!
— Cosa intendete dire?
Bella scosse la testa. — Piccole cose, ma pesanti. Poco importa.
— Ne dubito — commentò Thorn. — Adesso torniamo al Compasso.
Sicché, voi siete tornata, non siete stata creduta e siete stata messa
sotto chiave. Un trattamento non privo di una sua logica per una figlia
che in apparenza era fuggita con un amante e per giorni era rimasta
assente. Altre famiglie avrebbero tentato di tenere nascosto lo scandalo
o avrebbero sanato la situazione con un matrimonio.
— Scelsero quest’ultima strada. Ma io opposi un rifiuto.
— Perché?
— Voi sposereste, se foste un’insensata diciassettenne, un uomo molto
più vecchio, che continuerebbe a considerarvi una penitente alla quale
non sarebbe stato più concesso di commettere altri peccati?
— Mi è difficile comprendere la situazione, ma no, signorina Barstowe,
non lo farei. Conoscete l’entità dei debiti di vostro fratello?
— Seicento sterline.
— Un importo modesto per causare una mascalzonata simile.
— Modesto? Il contrabbando dev’essere un’attività molto redditizia.
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— Lo è, ma io non sono un contrabbandiere. O solo raramente. Ma eccoci
alla Corona e Ancora. Ci serviranno un tè.
— È qui che sono stata tenuta prigioniera! — gli ricordò lei. — Qualcuno
potrebbe riconoscermi.
— Lo facciano pure — dichiarò lui mostrando i denti in un ghigno che
aveva già visto altrove.
Mentre entravano nella locanda lei pensò: “Il veglione. Il capraio. Ce la
siamo svignata sulla terrazza per baci clandestini”.
Capitan Rose era il fratello bastardo del duca di Ithorne.
Un pensiero che la lasciava sbalordita.
Possibile che quell’uomo, intento a scuotere l’acqua dal suo tricorno,
fosse stato al veglione, travestito da capraio? Le sembrava impossibile.
Era per questo che era stata tanto attratta da lui?
Che ne era del lacchè? Ancora una volta Capitan Rose?
L’idea la elettrizzava, ma in pari tempo la preoccupava. Possibile che
potesse riconoscere Celeno? Quali sarebbero state le conseguenze?
Immagini sconvenienti le balenarono nella mente...
— Qualcosa non va?
Bella si sottrasse ai propri pensieri e vide che era intento a fissarla.
— Vi preoccupa l’idea che qualcuno vi riconosca dopo quattro anni?
Mi sembra poco probabile, ma d’altra parte che importanza ha?
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Bella non ebbe tempo di replicare, perché una donna era entrata decisa
nella sala. — Non bagnate i miei pavimenti, Caleb Rose!
Caleb. Per qualche ragione quel nome biblico non gli si adattava.
— Non posso farne a meno più di quanto possa un’anatra uscita da un
torrente, zia Ann — protestò lui. — Abbiate pietà di due anatre e
provvedete al tè.
— Oh, che tipo siete! — esclamò la donna grassoccia, ridacchiando. —
Sari, porta degli asciugamani! — chiamò mentre li accompagnava in
un salottino con una piccola finestra e quattro sedie piuttosto ordinarie.
Era comunque riscaldato da un fuoco, così Bella si tolse il mantello.
Grazie a Dio la pioggia non era penetrata.
Arrivò una servetta con gli asciugamani, e Bella si asciugò la pioggia
dal volto, intanto cercava di valutare le somiglianze tra il capraio e il
capitano. Alto. Fisicamente robusto, ma non pesante. Barba scura sul
mento...
Lui si voltò e la sorprese intenta a studiarlo.
Le indicò una sedia accanto al fuoco. — Perché non vi accomodate e
non mi dite che cosa esattamente avete in mente per vostro fratello?
Bella si sedette e lui fece lo stesso sulla sedia di fronte, muovendosi
con agile grazia. Era strano notarlo, ma lei si ricordava di come la
notte prima il capitano avesse ciondolato per la stanza. Con una certa
grazia, ma in un senso più animalesco. Gli effetti del bere, suppose. La
sorprendeva che si accontentasse di un semplice tè dopo la pioggia
fredda.
Mutevole quanto il mare, davvero.
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Lui arcuò un sopracciglio. — Mi state studiando come se fossi un
mistero.
— Forse mi sto chiedendo quanto vi stupirà conoscere il mio piano.
Tornò la locandiera portando personalmente il vassoio del tè. Lo versò
a Bella, aggiungendo latte e zucchero come chiese lei. — Ecco, signora,
questo vi riscalderà. Non permettetegli di ricorrere a uno dei suoi
trucchi.
— Poi, rivolta a Capitan Rose: — Voi comportatevi come si deve,
ragazzo mio, e lasciate aperta questa porta.
Mentre lui si versava il tè e beveva, Bella si rese conto di qualcosa
d’altro.
— Questo è un tè eccellente.
— Siete un’intenditrice? — chiese Thorn, sogguardandola da sopra la
tazza.
— No, ma so distinguere il buono dal cattivo, direi, e questo mi piace.
— È una miscela che piace molto anche a me. Zia Ann la riserva ad
avventori che sanno apprezzarla. Adesso torniamo alla punizione da
infliggere all’abietto Augustus. Avete idea di come rendere note le sue
colpe?
Bella dovette confessare: — No. Ho pensato semplicemente di coglierlo
sul fatto, ma questo non servirebbe a molto, vero?
— Comunque non gli piacerebbe.
— Verissimo. Forse potrei diffondere la notizia. — Con le lettere di lady
Fowler, stava pensando Bella, ma i peccati di un baronetto di campagna
difficilmente avrebbero interessato quella dama. — Lui
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vorrebbe sposarsi con una dolce e innocente ragazza. Io non ho di
mira semplicemente la vendetta. Vorrei rovinarlo al punto che non
possa sposare Charlotte Langham o qualsiasi donna decente. In modo
che non possa più fare del male a nessuno.
Lui la stava guardando con aria un po’ assente, e Bella distolse gli occhi.
— Mi dispiace. Non so perché vi sto assillando con tutto questo.
Non sarei dovuta venire a Dover.
— Sciocchezze. Come vi ho detto, sono disposto ad aiutarvi se posso,
ma non potete essere voi a diffondere la voce delle colpe di vostro
fratello.
Verrebbe scambiata per una vendetta.
— Lo so. Non c’è nessuna possibilità, vero?
— La morte sarebbe la vera giustizia — replicò lui.
Bella lo studiò. — Non potrei certo ucciderlo. Forse una donna più
forte di me potrebbe farlo, ma, no, non io.
— Potreste arrivare al punto da assoldare un sicario?
— No — rispose Bella. Poi, non volendo sembrare debole, soggiunse: —
La morte sarebbe troppo poco per lui. — All’improvviso si rese conto
che era proprio così. — Voglio che continui a vivere rodendosi il fegato
come ho dovuto fare io per quattro lunghi anni. Ma lui per tutta la vita.
Voglio che sia svergognato tanto da dover smettere di fare il magistrato.
Da non essere accolto dalla buona società. Da non osare neppure
percorrere una strada...
Lui si limitò a replicare: — Dopo qualche anno di una vita del genere,
potrebbe bruciarsi le cervella. Questo vi turberebbe?
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— No — affermò Bella. — Non credo proprio. Anche se so che quello
che dico è assai poco cristiano.
— Non c’è niente di riprovevole nel desiderare di vendicarvi di un
mascalzone
che vi ha causato tanto dolore. Sì, signorina Barstowe, vi
aiuterò se potrò. In fin dei conti, è una faccenda che mi riguarda. Sono
stato coinvolto nella vostra disavventura, e intendo farla pagare a
vostro fratello. La domanda è: volete essere coinvolta, essere presente,
o vi basterebbe sapere che la cosa è stata fatta?
Lei inspirò a fondo, poi rispose: — Se è possibile, preferirei essere
coinvolta. Sì, essere presente. Ma...
Lui alzò una mano, sorridendo. — Non c’è bisogno di congetture finché
non sapremo come stanno effettivamente le cose. Vostro fratello vive
per lo più in campagna o a Londra?
— In campagna. Nell’Oxfordshire. Va a Londra solo di tanto in tanto.
— Questo è interessante. Londra assicura un maggiore anonimato.
— Ricordo che un tempo ci andava più spesso, ma è stato aggredito da
tipacci e da quel momento ha evitato Londra. Ci andava soltanto per
affari. Oh, è stata opera di Coxy. La sua vendetta.
— Un codardo — disse Thorn. — Proprio come pensavo. Ma se conosco
questo paese, per quanto subdolo sia vostro fratello, qualcuno conoscerà
senza dubbio i suoi vizi e le sue tane. È proprio nell’Oxfordshire
che troveremo informazioni e potremo elaborare un piano.
— Nell’Oxfordshire — mormorò Bella. Intendeva dire che non poteva
rimettervi piede, soprattutto non nella zona attorno a Carscourt.
— Dove abitate adesso? — chiese Thorn.
201/444
Bella dovette pensare rapidamente a cosa dirgli, perché non voleva che
sapesse di Bellona o di lady Fowler. Troppa importanza aveva l’opinione
che si sarebbe fatto di lei. Ma doveva pur fornire un recapito.
— A Londra — rispose. — A Soho.
— Da sola?
— Con una parente anziana. La sua offerta di una casa mi ha permesso
di andarmene.
— Questo vi concede una grande libertà.
Che altro poteva dire Bella se non: — Sì.
— Quand’è così andremo insieme a Londra. Lì ho dei problemi da
risolvere.
Durante il viaggio potremo accordarci meglio sul da farsi.
“Problemi che riguardano il vostro fratellastro, il duca?”
— Non potremo discutere di certe cose di fronte ad altri passeggeri
sulla diligenza — obiettò.
— Viaggeremo con una carrozza a noleggio.
— Sono d’accordo. Ma trattandosi di una mia questione, dovete
permettere
che sia io a pagare il noleggio. — Questo avrebbe inciso pesantemente
sulle sue finanze, tuttavia...
— Neanche da pensarci — replicò lui. — Comunque devo andare a
Londra.
Sollevata, Bella accettò, e si alzarono per tornare al Compasso.
202/444
Dentro di sé, Bella era in preda al nervosismo e all’eccitazione. Al
mattino
il suo proposito era stato di procurasi il modo di vendicarsi di
Augustus e di impedire che venisse fatto del male ad altri. Continuava
a volerlo, ma adesso si sentiva sul punto di scoprire qualcosa di molto
più allettante.
Di scoprire qualcosa di più sul conto di quell’uomo sorprendentemente
mutevole come il mare.
15
Come avevano deciso, Thorn e Bella partirono per Londra prima
dell’alba, su una carrozza a noleggio. Quando lei vide i quattro cavalli
che tiravano il leggero veicolo, fu ben lieta che lui non le avesse permesso
di pagare. I capitani marittimi dovevano essere ben più ricchi di
lei, pensò.
Nel corso della notte Bella aveva pensato al matrimonio.
Una volta, non molto tempo prima, si era convinta che fosse una follia
per una donna sposarsi, posto che avesse la possibilità di restare nubile,
ma era una situazione che si era rivelata un fragile guscio che si
poteva rompere facilmente. Comunque un uomo poteva anche
rivelarsi un buon marito, e un amante una persona lieta e piacevole.
Il capitano era bello, ma questo contava poco. Ben più importante era
il fatto che fosse gentile, premuroso, capace di ridere con sua zia, una
locandiera. Fisicamente la turbava. Durante la notte si era ricordata di
quel bacio di molto tempo prima e aveva intessuto sogni e fantasie in
cui il capraio, il lacchè, l’audace ed eroico Capitan Rose diventavano
un’unica persona, un marito ideale.
Adesso sembrava fosse anche ricco, molto.
203/444
Perché non diventare la signora Rose?
La sua mente traditrice nella notte aveva creato immagini di vita in un
cottage di Dover: delle sue forti e amorevoli braccia, di figli, di vicini
rispettosi, di come sarebbe stato fare la spesa e cucinare...
Una visione notturna che l’aveva sbalordita, perché non sapeva cucinare.
Poi si era resa conto che Peg sarebbe stata disposta ad andare con
lei e che avrebbe potuto sostituire Annie e Kitty.
I domestici implicavano che il suo bel cottage sarebbe dovuto essere
una casa più vasta. Capitan Rose era un capitano, dopo tutto, e
fratellastro
di un duca, che sarebbe potuto venire in visita. Aveva aggiunto
un piccolo salotto e una sala da pranzo, arredando il tutto con una
certa eleganza. Tutto questo avrebbe richiesto un lacchè, facendole
ricordare
l’incontro alla Capra. Aveva pensato a un letto e a immagini
ben diverse da quelle che l’avevano fatta arrossire quando quel mattino
si erano incontrati.
Adesso viaggiavano a spron battuto, e Bella stava scoprendo che un
tilbury era molto piccolo se condiviso con un uomo alto e robusto,
soprattutto con uno la cui presenza sembrava particolarmente
incombente.
Bella cercò rifugio in considerazioni razionali, non come quelle che
aveva avuto durante la notte. A questo punto sollevò un problema.
— Mi innervosisce l’idea di essere riconosciuta dalle parti di Carscourt,
dove continuo a essere considerata scandalosa. Persino persone che
sono ben disposte nei miei riguardi, seguitano a essere convinte che io
sia fuggita con un uomo, per cui sarebbe disastroso se mi vedessero
insieme
a voi.
204/444
Lui annuì. — Come se non bastasse, se si spargesse la notizia della
vostra presenza nella zona, vostro fratello ne sarebbe allarmato e indotto
a comportarsi con maggior prudenza. In realtà sarebbe più saggio
che voi rimaneste a Londra e lasciaste fare a me.
Era giusto, ma Bella non lo voleva assolutamente.
— Penso che potrei travestirmi — disse, senza aggiungere che aveva
già una certa esperienza in merito. — Una parrucca e un po’ di belletto
basterebbero e non mi avvicinerei troppo a Carscourt. Posso
provvedere al travestimento durante la notte a casa mia, a Londra.
La parrucca scura di Celeno. Un po’ di colore sul volto pallido di
Bellona.
Capitan Rose aggrottò leggermente la fronte, e Bella temette che
insistesse
per farla restare a Londra, poi però lo vide alzare le spalle. —
Come volete.
— E per quanto vi riguarda, signore? Il vostro abbigliamento darà
molto nell’occhio nell’Oxfordshire.
Lui sorrise dando un’occhiata alla propria marsina nera. — Mi piace
dare nell’occhio, ma per farlo un po’ meno, mi basterà adottare il tedioso
stile moderno.
— Togliendovi anche il teschietto dal lobo? — suggerì Bella,
accorgendosi,
compiaciuta, del proprio tono canzonatorio.
— Devo proprio?
— Temo di sì. — Lui alzò la mano e si tolse l’orecchino, poi glielo
porse. — Lo affido alle vostre cure.
205/444
— Perché lo portate? — chiese. — Vi dà un’aria da pirata.
— Perché mi diverte. Perché a volte è utile dare nell’occhio.
— Come al Ratto Nero — ricordò lei.
— Già. Adesso, se desiderate venire con me nell’Oxfordshire, abbiamo
un altro problema. Saremo una coppia fuori dal comune, ed è meglio
non indurre la gente a fare troppe indagini sul nostro conto.
Bella aspettava il seguito. Che venne.
— Se vogliamo evitare che questo accada, sostenere di essere fratello e
sorella potrebbe ingenerare dubbi, dal momento che siamo di età
troppo simile perché questa sia una spiegazione accettabile. — Un
silenzio,
poi aggiunse: — L’unica soluzione che mi viene in mente è che
fingiamo di essere sposati.
Bella sussultò. — Assolutamente no!
Una replica che poteva risultare offensiva per lui, ma che era troppo
vicina ai suoi sogni.
— Senza atti sconvenienti, ve lo assicuro. Come potremmo presentarci
altrimenti?
Aveva ragione, e Bella si stava calmando, ma la soluzione continuava a
sembrarle pericolosa da molti punti di vista. — Fratellastro e sorellastra
— propose.
Lui sollevò un sopracciglio, lei fece una smorfia. Conosceva la mentalità
della gente di campagna; quella soluzione non era consigliabile,
non sarebbero stati creduti.
206/444
— Mi dispiace che l’idea vi turbi, ma se volete venire con me, non vedo
alternative. Ogni peculiarità attirerà l’attenzione, e questo renderebbe
più probabile una vostra identificazione. Se posso essere franco, avete
detto voi stessa che non avete più una reputazione da salvaguardare.
Bella trasalì, ma era vero. La sua buona reputazione non c’era più.
Questo significava che non era adatta a essere una buona moglie.
Lui si girò a guardarla e chiese: — A questo punto posso chiamarvi
Bella?
Era una briciola, ma lei non mancò di accettarla. — Suppongo che
potrebbe
andare bene... — Poi però soggiunse: — No, non potete farlo.
Servirvi del mio nome vero dalle parti di Carscourt potrebbe portare a
un riconoscimento.
— Avete ragione. Vedo che avete una mente acuta — approvò lui.
Un’altra briciola. — Allora come dovrò chiamarvi?
— In modo convenzionale: “moglie” o “signora Rose”.
— Se dovremo comportarci in modo convenzionale, voi dovrete essere
una moglie molto formale. — La fissò con pigra attenzione. — L’abito
che indossate si attaglia a quel ruolo, ma la vostra vivacità lo
smentisce. Eventualmente occhiali. — Bella sussultò di nuovo, ma gli
occhiali rientravano già nel ruolo di Bellona. — Con lenti finte,
naturalmente
— spiegò.
— Dove posso trovare qualcosa di simile?
— Ve li procurerò io. E un anello, naturalmente.
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Peggio che mai. Bella si passò la mano sull’anulare della sinistra. — Mi
sembra tutto un errore.
Dopo di che tacquero piuttosto a lungo, finché Bella ruppe il silenzio
chiedendo: — Quali sono i problemi che dovete risolvere a Londra,
signore?
Hanno a che fare con la vostra nave?
— Non mi ci vorrà molto tempo.
— Il Cigno nero non ha bisogno di voi?
— Lei, le navi sono sempre femminili, attualmente è nel bacino di
carenaggio.
Il fondoschiena dev’essere scrostato — soggiunse con un
sogghigno.
Bella si sforzò di non reagire, ma le veniva da ridere. Preferì continuare
a parlare di navi e mare.
Un po’ più tardi, si trovarono a scambiarsi opinioni sull’Oxfordshire:
la sua geografia, l’agricoltura, l’industria. Bella si vergognava della
propria ignoranza e dovette confessare di non essere stata una buona
scolara.
— Certo, eravate più interessata ad andare agli appuntamenti con
giovani uomini sulle estreme propaggini della proprietà — commentò
Thorn bonariamente.
— Non prima di avere per lo meno quindici anni, ve lo assicuro,
capitano.
Prima di allora tentavo soltanto di dedicarmi ai miei compiti
scolastici.
— Sognando intanto di incontrare giovani uomini alle estreme
propaggini
della proprietà.
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— No. Sognavo di incontrare giovani uomini ai balli, ai ricevimenti,
alle riunioni. Persino a Londra. A corte. — Sorrise della propria
giovanile ingenuità. — E di essere adorata da tutti, naturalmente.
— Quali dei vostri sogni sono diventati realtà? — chiese Thorn, tentando
di non distoglierla dalle sue reminiscenze. Voleva sapere tutto di
Bella Barstowe.
— Alcuni si sono realizzati — rispose lei. — Ho cominciato frequentando
le riunioni locali a sedici anni, e sono andata a Londra nell’inverno
del 1760.
— Quando Giorgio II era ancora vivo?
— Sì. Gli sono stata persino presentata. Inaspettatamente, ma penso
che Sua Maestà mi abbia un po’ preso in giro. Non ne ero certa, perché
il suo accento tedesco era molto marcato. Suppongo che il nostro
nuovo re non abbia nessun accento.
— È nato e cresciuto in Inghilterra, perciò...
Lei sorrise: — Sicché straniero significa essere strano.
— Non è così?
— Forse non dovremmo permettere che sul trono d’Inghilterra sieda
un monarca che non sia inglese.
— Un’idea sorprendente e fors’anche reazionaria!
— Perché mi guardate in quel modo? — chiese.
209/444
— Sto rivedendo la storia d’Inghilterra alla luce di nuove concezioni. —
A questo punto provò a deviare il discorso su ciò che lo interessava
soprattutto. — Non avete mai partecipato a un veglione?
Lei arrossì. Molto graziosamente. — Perché me lo chiedete?
— Semplice curiosità.
— Allora sì, ho partecipato. A volte.
— Vi siete divertita?
Era preoccupata per la direzione che prendeva quell’interrogatorio,
ma rispose: — Sì.
— Qual era il vostro costume preferito?
— Qual era il vostro? — ribatté lei.
Thorn ripensò al suo travestimento da capraio, ma rispose: — Da
pirata. E voi?
— Da castellana medioevale.
— Non eravate troppo giovane per il ruolo?
— Ciascuno è giovane per un periodo, persino le castellane o le regine.
— È vero. Più di una principessa, sposandosi, è diventata regina in
giovanissima età. E in un Paese straniero.
— Un altro esempio delle ingiustizie che devono patire le donne — gli
fece notare lei.
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— Accidenti, siete di quel genere?
— Non pensate che abbia ragione?
Thorn si ricordò della sua storia. — Sì, sì, avete ragione. Ma torniamo
ai nostri piani. Chi sono le persone degne di nota nella parte orientale
dell’Oxfordshire?
Thorn rimase ad ascoltare, ma era distratto da visioni di Bella
Barstowe a sedici anni, che si divertiva alle feste, ai balli, ai veglioni,
finché suo fratello non le aveva rubato quei divertimenti e la vita
stessa.
Comunque c’era modo di farla tornare su quella strada. Era ancora
molto giovane, era bella, ma incatenata a una reputazione disastrosa.
La sua vendetta l’avrebbe risarcita...
A patto che suo fratello fosse stato costretto a confessare la verità.
Durante una sosta, Bella lo guardò allontanarsi, e ne fu costernata.
Che cosa aveva detto per turbarlo?
Qualcosa a proposito dei suoi genitori. Che erano molto affezionati
l’uno all’altra, ma che lei, le sue sorelle e suo fratello avevano avuto
scarsi rapporti con loro.
Quando lui tornò alla carrozza, Bella restò in silenzio, ma lui disse: —
Stavate parlando della vostra infanzia, se non mi sbaglio. I domestici
erano affettuosi e premurosi con voi?
Le sarebbe piaciuto potergli parlare di Peg, ma questo avrebbe portato
ad altri argomenti, per cui si limitò a chiedergli: — I vostri genitori
erano amorevoli?
211/444
Immediatamente, sussultò. Il capitano era nato figlio bastardo del
duca e a un certo punto era stato mandato a vivere lontano da casa
perché lui e il figlio legittimo del duca erano troppo simili l’uno all’altro.
Non c’era da meravigliarsi se lui rispose: — No — in tono piuttosto
secco. Forse fu per questo che sembrò molto cauto su ciò che disse poi.
Parlarono di giochi infantili, poi tornarono ai problemi di Bella. —
Sono certo che vi siate attirata l’attenzione dei vostri genitori per qualche
birichinata.
Bella ridacchiò. — Purtroppo sì, ma avevo imparato a tenermi al limite
della loro tolleranza, o semplicemente loro si erano rassegnati. Le mie
sorelle maggiori si comportavano esattamente come bisognava.
Questo la portò immediatamente a parlare di Athena che viveva a
Maidstone, poi dei ricordi del Ratto Nero, e ogni parola, ogni sottinteso,
le portava emozioni che potevano essere solo fonte di
sofferenza.
— Avete ancora il vostro coltello? — chiese a un certo punto.
Thorn tese la mano destra e Bella vide la guaina sul polso. Con la
mano sinistra estrasse l’arma, era mancino. In precedenza non lo
aveva notato, ma ogni particolare era prezioso. Gli raccontò della sua
pistola e perché l’aveva comprata, e la prese dalla borsa da viaggio per
mostrargliela.
Quando le ruote della vettura rumoreggiarono sulle strade acciottolate,
Bella temette un breve ritorno alla sua vita di bugie e fu tentata
di parlargli di lady Fowler e di chiedergli il suo parere. Fu ben lieta che
lui tornasse all’argomento di Augustus.
— A Londra farò indagini sulle bische nella zona dell’Oxfordshire.
Immagino
che non ne conosciate nessuna.
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Non poté trattenersi. — I miei “inferni”, come voi chiamate le bische,
erano di tipo completamente diverso.
Lui le sfiorò le mani, guardandola gravemente negli occhi.
Entrambi si erano sfilati i guanti, e Bella fu contenta di avvertire il
calore del suo tocco. Poi lui le strinse un polso con le sue lunghe dita,
trasmettendole qualcosa che era più che calore fisico. Qualcosa che le
rendeva assai più difficile svelare le follie che nascondeva nel cuore.
— Mi impegno solennemente ad assicurarvi la vendetta — disse lui, e
le baciò le nocche.
Adesso il veicolo sembrava estremamente angusto. Sarebbe bastato un
piccolissimo movimento perché fossero vicinissimi al bacio.
Rimasero in silenzio finché arrivarono alla locanda chiamata George
Inn, dove avrebbero lasciato la vettura.
Bella sperava che lui le consentisse di procedere da sola su una
portantina,
ma naturalmente non lo fece. Se l’avesse scortata fino a casa, si
sarebbe dovuta preoccupare che volesse entrarvi.
Thorn non tentò di farlo, ma rimase in attesa mentre lei apriva la
porta. Bella si voltò e gli fece un cenno di saluto.
La casa era buia e silenziosa, e Bella sperava di riuscire a infilarsi in
camera da letto senza essere notata, ma una testa con tanto di cuffia
fece capolino dal pianerottolo superiore, illuminata da una tremolante
candela. Kitty sembrava impugnare un attizzatoio. Poi però corse da
basso, col rischio di inciampare nella camicia da notte e rompersi il
collo.
— Oh, signorina! Grazie a Dio, siete sana e salva!
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Bella subì un soffocante abbraccio e quando se ne liberò disse,
mentendo:
— Sono proprio sana e salva, te l’avevo scritto, no?
— Però siete stata via così a lungo! Oh, mi dispiace, signorina. So che
non dovrei dirlo. Ma eravamo così preoccupate!
Bella sospirò. — Mi dispiace, Kitty, ma devo occuparmi di faccende
importanti, domani mattina dovrò partire di nuovo. Se permetti, adesso
vado a letto.
— Ancora una volta via? — Le labbra di Kitty tremavano come se fosse
sul punto di piangere. Ma riuscì a trattenersi. — Come volete, signorina.
Adesso vi porto dell’acqua calda. Il fuoco è acceso in camera
vostra. Vi abbiamo aspettato ogni giorno.
Bella salì stancamente la scala, assillata dal pensiero del viaggio del
giorno dopo.
Addirittura con Capitan Rose.
Caleb.
Chissà perché, non riusciva a pensarlo come Caleb.
Meglio non pensare affatto a lui.
Thorn tornò a casa passando per le buie e pericolose strade di Londra,
la sua unica compagnia era il portatore di fiaccola. Aveva bisogno di
riflettere.
Bella Barstowe come sua moglie, la duchessa. Ridicolo, ma una volta
formulata, l’idea aveva messo radici.
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Aveva conosciuto moltissime donne considerate adatte a essere sua
moglie e nessuna aveva esercitato su di lui un’attrazione più che
superficiale.
Era stato in grado di immaginarsi il futuro e di vedere ogni
volta soltanto tedio. Un tedio tollerabile, a patto che lei avesse la sua
vita e lui la sua, ma nient’altro.
Molte erano carine, alcune vere bellezze, ma lui non era in cerca di un
ornamento.
Per lo più erano state educate a gestire grandi dimore, a essere a
proprio agio a corte, a mescolarsi con i potenti. Questo era certo un
aspetto
positivo, ma adesso Thorn si chiedeva perché. Per il momento le
sue dimore funzionavano benissimo, senza che ci fosse una duchessa.
Le giovani dame che aveva osservato, conoscevano il protocollo di
corte esattamente come si intendevano di moda e frivolezze, ma
imparare
le regole avrebbe richiesto solo intelligenza e diligenza. Thorn
era certo che Bella possedesse entrambe. C’era altro: il fatto che anni
prima fosse stata presentata a corte quando era venuta a Londra dalla
provincia, non perché facesse parte di quel mondo, che per lei sarebbe
stato completamente estraneo, ma perché proveniva dalla piccola
nobiltà.
Restava solo la sua reputazione non certo impeccabile.
Era un impedimento serio, perché la gente poteva essere crudele,
soprattutto con persone che considerava intrusi. Molti le avrebbero
reso difficile e amaro il successo. Comunque, nei circoli più esclusivi
molti erano ben più che tolleranti in fatto di peccatucci degli ambienti
della gentry, la piccola nobiltà, e il mantello ducale avrebbe coperto
molti difetti.
Robin e Christian l’avrebbero accettata, e questo era un punto di
partenza.
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No, il vero punto di partenza sarebbe stato quello di svelare a Bella la
sua vera identità prima che la situazione diventasse disastrosamente
confusa.
Però non si sentiva ancora di farlo.
Mentre si avvicinava a Ithorne House, scosse il capo: quella vicenda
era come la trama di un’assurda commedia, ma voleva provare a
corteggiare e conquistare Bella Barstowe come semplice capitano di
mare, non come duca di Ithorne.
Bella si sciolse i capelli, sforzandosi di non ricordare il tocco delle sue
mani nude e le labbra di lui sulle nocche. Tentando di non rimpiangere
il bacio che non c’era stato.
Si riscosse e si tolse il corsetto e la camiciola, poi le forcine dai capelli.
Se li stava spazzolando quando entrò Kitty, seguita da Annie con lo
scaldino, i loro sguardi esprimevano la gioia che Bella fosse tornata a
casa sana e salva.
Le domestiche uscirono e lei si denudò e si lavò, togliendosi sudore e
polvere. Mentre lo faceva, si ricordò di quando aveva fatto irruzione
nella camera da letto di Caleb mentre stava passando la spugna sul
petto muscoloso...
Una strana sensazione la indusse ad abbassare gli occhi. I capezzoli le
si erano inturgiditi. Vi passò sopra la manopola e sussultò alla
sensazione, al calore che aveva invaso il suo corpo. Dov’era il capitano
adesso? Si stava lavando come lei?
Si riscosse, rabbrividendo, e depose l’asciugamano. Si infilò la camicia
da notte e si mise a letto, ma si aspettava che la mente inquieta le
impedisse
il sonno. Pure, la cosa successiva che seppe fu che Kitty la
stava scuotendo per svegliarla.
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— È arrivato un pacco, signorina, per cui ho pensato che era meglio
svegliarvi.
Bella si tirò a sedere, strofinandosi gli occhi. — Un pacco? Ma che ora
è?
— Quasi le nove.
Lei si alzò in fretta dal letto. Aveva detto che sarebbe stata pronta a
partire per le dieci. — Portami l’acqua calda e la colazione. Portami
anche tutte le cose che ho comprato al robivecchi. — Prese la scatola
che Kitty le stava porgendo. — E forbici per tagliare lo spago.
La scatola conteneva una parrucca bionda. Sotto c’era un biglietto.
Scritto in fretta, come c’era da aspettarsi:
Mia cara signorina Barstowe,
sarò a casa vostra alle dieci con un calesse. Avete parlato
di una parrucca, ma ne avete una?
Il vostro devoto servitore,
Capitan Rose
Certo che lei aveva una parrucca, ma quella bionda era molto meglio
di quella nera, un po’ teatrale. Si rese conto all’improvviso che, se
Capitan
Rose fosse stato davvero il capraio, l’avrebbe riconosciuta. Difficile
evitarlo.
Si lavò, indossò camicia e calze. Rifiutando l’idea di viaggiare con il
corsetto, indossò il suo leggero reggiseno. Se guastava la linea del suo
abito, pazienza. Kitty aveva posato sul letto i suoi vestiti.
217/444
Doveva indossare quello bello che aveva portato per andare alla locanda
della Capra? No, ancora una volta, lui l’avrebbe riconosciuta. Indossò
di nuovo il serioso abito marrone, adatto al viaggio per strade
polverose.
Comunque, avrebbe portato anche l’altro. Forse un giorno non le
sarebbe importato che lui la riconoscesse.
Si sedette al tavolo da toeletta per spazzolarsi e appuntarsi i capelli.
Quando si mise in testa la parrucca bionda, constatò che era decisamente
convincente: era acconciata in uno stile semplice, che non
avrebbe attirato l’attenzione, la rendeva... contegnosa, ma il suo
incarnato
sembrava troppo pallido.
— C’è altro ancora in quella scatola, signorina — disse Kitty. — Un paio
di occhiali.
Bellona si metteva occhiali a mezza luna, ma questi avevano lenti
perfettamente
rotonde. Quando Bella se li infilò, notò che le conferivano
un aspetto da gufo che accentuava il suo contegnoso pallore. Un
travestimento
che comunque avrebbe funzionato. Anche se avesse incontrato
qualcuno che quattro anni prima aveva conosciuto Bella Berstowe,
quella pallida creatura, modesta, non avrebbe suscitato
sospetti.
Indossò il noioso abito marrone, poi una banale cuffietta e uno dei
cappelli scuri di Bellona Flint. Una volta indossato il mantello
anch’esso marrone, sarebbe apparsa così poco attraente che nessuno si
sarebbe immaginato che Capitan Rose potesse sposarla.
— Tutto per la causa — borbottò, voltandosi. — È pronto il mio
bauletto?
218/444
Kitty stava trattenendo le lacrime: — Oh, signorina, cosa state facendo?
Posso venire con voi? Non è giusto. Voi state partendo con un
uomo!
— Sì, proprio così, ma se me ne andassi per fare qualcosa di
sconveniente,
non mi vestirei così, ti pare? Non essere sciocca. Tutto questo
tienilo per te.
Vide che erano quasi le dieci e scese per parlare con Peg.
La donna le chiese: — Andate a commettere un’altra follia, vero?
— Prima non ho mai commesso follie — ribatté Bella.
— Sì, invece. Più volte, ma solo una volta vi siete cacciata in un guaio.
Ammetto che non è stata colpa vostra, ma se voi non ve ne foste andata
a zonzo...
Bella lasciò che Peg svuotasse il sacco degli ammonimenti; poi
congedò Annie e raccontò a Peg ciò che aveva saputo e quale fosse il
suo proposito.
— Sir Augustus! — esclamò Peg, aggiungendo: — Questo non mi
sorprende,
ed è la verità. Un ragazzo subdolo. In seguito erano corse voci
sul suo conto.
— A che proposito? — chiese Bella, all’improvviso molto interessata.
Peg la sogguardò, socchiudendo gli occhi, preoccupata.
— Sì, probabilmente dove sto andando correrò qualche rischio — ammise
Bella. — Ma se potete dirmi dove Augustus va a giocare, il rischio
sarà minore.
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Ancora per un po’ Peg continuò a lavorare la pasta per il pane. — C’è
un locale a Upstone. La locanda della Vecchia Quercia. È frequentata
da soli uomini, ma vi si fanno anche altre cose. Nessuno ne parla. Non
avrete l’intenzione di andarci, vero?
— Invece sì. Ma non preoccupatevi. Sarò scortata.
Dicendolo Bella si aspettava la logica reazione. Peg parve sul punto di
esplodere, ma poi strinse le labbra e tornò a fare la pasta.
— Quella la state proprio uccidendo — commentò Bella.
— Dimostra che non sapete come si fa il pane, che farete quello che
avete intenzione di fare. Questo lo so.
— Sarò al sicuro — disse Bella. — Sarò con il gentiluomo che mi ha già
salvato quattro anni fa.
— Capitan Rose? Ma mi avete detto che lui è un pirata!
A quel punto tornò Annie che sentì quelle parole e squittì, allarmata.
— Non proprio un pirata — chiarì Bella. — Non è neppure un
contrabbandiere.
— “Tranne qualche volta” aggiunse tra sé. — È stato coinvolto
in questa situazione, se ne è sentito offeso ed è disposto a darmi
una mano. Quando tornerò ci saranno dei cambiamenti.
— Cambiamenti? — chiese Peg sospettosa.
— Per il meglio. Ho intenzione di abbandonare il gregge di lady
Fowler.
— Bene, ringrazio Dio se lo fate. Ma dove andremo, allora?
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— Non lo so. Forse sarete voi a scegliere. Pensateci mentre sarò via.
Oh, qualcuno sta battendo alla porta.
Bella corse via prima che Peg potesse sollevare obiezioni.
Aprì lei stessa e trovò Capitan Rose che l’aspettava fuori con un calesse
coperto.
Lui arcuò le sopracciglia e sorrise. — Persino meglio di quanto sperassi.
Dubito che sarei riuscito a riconoscervi, se non lo avessi saputo.
— Suppongo che dipenda dal fatto che di solito non sembro orrenda.
Lui ridacchiò. — Non abbastanza da far urlare i bambini. Siete pronta?
Portò il bauletto di lei al calesse e lo sistemò nel bagagliaio. Bella portò
con sé la sua borsa da viaggio. Prese posto, guardando incuriosita il
cesto sul pavimento. — Cibarie per il viaggio?
Posto che il cesto contenesse vivande, erano vive!
— Mi sembra di avere sentito un miagolio — disse.
— Può darsi. Ho elaborato un piano che serva a spiegare la nostra
permanenza
in una zona, e anche il fatto di andare in giro in cerca di
luoghi di perdizione. Saremo in cerca di gatti-conigli dell’Assia.
— State parlando seriamente?
— Certo, di recente è venuta alla luce l’esistenza di una creatura che
potrebbe essere un incrocio tra un gatto e un coniglio. L’intera
comunità scientifica è sottosopra e si domanda se sia davvero possibile.
Un eminentissimo gentiluomo, il cui nome non divulgheremo,
221/444
ha spedito dappertutto propri agenti alla scoperta di qualsiasi altro
esemplare.
— Allora siete serio — disse lei.
— Assolutamente.
— Ma perché proprio l’Assia? — chiese Bella, continuando a sospettare
che lui la stesse prendendo in giro.
— Perché l’esemplare originario risulterebbe provenire da quella regione,
dove c’è chi vive nel terrore del malfamato coniglio zannuto
dell’Assia.
— Capitan Rose, non apprezzo il vostro indulgere in sciocchezze in
momenti come questo.
— Signorina Barstowe, mi limito a riportare esattamente quello che mi
è stato raccontato. Sul mio onore. E a riprova ecco qui il gatto. — Prese
il paniere e se lo mise sulle ginocchia.
— Avete portato un gatto?
— Tre. — Sollevò il coperchio, e Bella scorse un interno sontuosamente
imbottito e un gatto scuro. Poi notò due altri fagottini.
— Oh! — esclamò, allungando automaticamente una mano.
La gatta soffiò, e lei ritrasse la mano.
— Un po’ di educazione, Tabitha — la rimbrottò lui.
— È la vostra gatta? — chiese Bella, decisamente confusa.
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— No. Niente affatto. Appartiene a parenti.
— Di Londra?
— Di Londra — confermò lui. Sembrava che stesse spronandola a
porre altre domande, e lei aveva l’impressione di averlo capito.
Non avrebbe mai pensato che il duca di Ithorne fosse interessato ai
gatti, ma gli aristocratici avevano le loro eccentricità. Probabilmente
Capitan Rose aveva trascorso la notte a casa di suo fratello.
Era un altro colpo sferrato agli impossibili sogni di Bella. Un uomo che
si muoveva a suo agio ai livelli più alti della società non avrebbe mai
sposato una donna come lei. Pensava di doversi arrendere
all’evidenza, ma qualcosa le diceva che la situazione non era ancora
definitiva. Poteva darsi che la bizzarra passione del capitano per i gatti
avesse cambiato qualcosa.
I micini si agitarono e si arrampicarono sulla madre. Poi tentarono di
scalare il paniere. Capitan Rose allungò una mano, e uno dei micini gli
salì sulle dita, miagolando e leccando. L’altro esitò, quasi riflettesse se
gli convenisse o meno farlo.
Mamma gatta rimase a guardare, ma non soffiò contro Capitan Rose.
— Cercate sempre di prevedere il futuro? — gli chiese lei.
— Per lo meno ci provo. Per esempio, mi sono ricordato del vostro
anello matrimoniale. — Mise la mano libera nella tasca e tirò fuori un
sacchettino di tela che le porse.
Bella si irrigidì, ma lui disse: — È l’unico modo possibile.
223/444
Lei aprì il sacchettino e trovò un semplicissimo anello matrimoniale.
— Non mi sembra nuovo.
— Non potrebbe certo esserlo, vi pare?
Non era così terribile, si convinse Bella. Si sfilò il guanto sinistro e si
infilò l’anello. Solo un po’ stretto. Sicché lui non è infallibile, pensò,
con una certa soddisfazione, ma già altri pensieri la stavano assalendo.
Attinenti a veri anelli...
Li allontanò da sé e prese il fazzoletto che conteneva l’orecchino di
Capitan Rose, che si era tirato i capelli all’indietro. Bella constatò che
adesso aveva al lobo un semplice cerchietto d’oro. — Fareste meglio a
riprendervi il vostro teschietto — disse.
— Cosa? — Lui la guardò sorpreso, poi sorrise. — Tenetelo.
Era piuttosto vago, ma Bella se lo rimise in tasca. Era come se stesse
custodendo una piccola parte di lui, che era particolarmente sensibile,
come le parve guardando i micini esplorare la sua mano e la gentilezza
con cui li lasciava fare.
— Upstone — disse all’improvviso, mossa dal desiderio di sottrarsi a
quelle sensazioni.
— Upstone? — chiese lui.
Bella si affrettò a raccontargli ciò che aveva detto Peg, però attribuendo
l’affermazione a un servitore che viveva in quella zona. —
Tuttavia, ho pensato che ci fosse un problema — osservò. — Mio padre
era magistrato a Upstone, ed è probabile che anche Augustus lo sia.
Può darsi che lo incontriamo là, per strada, in una locanda...
224/444
— Non in una bisca o in un bordello? — chiese Thorn, restituendo i
micini alla gatta.
— Bordello?
— Penso che fosse questo il sottinteso.
Bella ripensò alle parole di Peg e arrossì.
— Mi sembra che sia il luogo ideale — continuò lui. — Se frequenta
abitualmente la locanda della Vecchia Quercia, avremo modo di
approfittarne.
— Ma come?
Lui rimise il cestino sul pavimento della vettura dondolante. — Lo
attireremo
nella sua stessa trappola, il debito. Ora non sarà più prudente
quanto in passato.
— Adesso ha molto più denaro — gli fece osservare lei.
— Vuol dire che alzeremo le puntate.
— Oh, come detesto il gioco d’azzardo! A cosa serve se non a rovinare
gli uomini e le loro famiglie?
— Ci sono anche donne che giocano d’azzardo, e i rispettivi mariti
sono ritenuti responsabili delle loro perdite.
— Per quale ragione uno rischia il suo denaro ai dadi o alle carte?
— Per il brivido che gliene viene.
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— Il brivido per la vincita? Questo significa che un altro perde. Penso
che anche voi siate dedito al gioco.
— Non a quello d’azzardo; effettivamente gioco, ma per me è solo un
modo piacevole di trascorrere una serata. Non gioco mai somme che
possano indurmi a cercare vittorie o sconfitte. Per questo ho altri
mezzi.
— Contrabbando, suppongo.
Capitan Rose sospirò. — Insistete a crederlo. Il mare, mia cara, il
mare. Che è una creatura viva che ci riempie di terrore o di esaltazione
a seconda dei suoi capricci.
“Come voi fate con me” pensò Bella.
Poi, ad alta voce: — Semplicemente affondare Augustus nei debiti non
basterebbe a rovinarlo o a svergognarlo. Voglio dire che altri verrebbero
coinvolti nella rovina. Mia madre, mia sorella nubile. Tutti i
domestici e i fittavoli. No, non posso farlo.
— Una vendicatrice dal cuore tenero — ironizzò lui. — State complicando
le cose. Va bene, non ci resta che scoprirlo ubriaco, in compagnia
di donne di facili costumi e di bassissima lega.
Bella lo fissò. — Augustus? Lui è troppo... snob per farsela con donne
di bassa lega.
— Lo credete davvero? — Thorn sorrise. — Sono pronto a
scommettere.
— Cosa?
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— Cinquecento ghinee che Augustus, ogni volta che può, si riduce a
donne di bassa lega. È proprio questo che può attrarlo alla Vecchia
Quercia.
— Cinquecento...! — sbottò Bella. — Potete permettervi di perdere una
somma del genere?
— Non perderei.
Il sole era tramontato e l’oscurità calava quando la vettura entrò in
Upstone. Capitan Rose disse al cocchiere e al suo aiutante di
accompagnarlo
alla miglior locanda della città.
— Il Cervo e la Lepre — spiegò a Bella quando scesero dal calesse. —
C’è solo da sperare che tra loro non abbiano mai tentato un
accoppiamento.
Bella represse una risatina. Le era stata affidata la custodia della cesta
chiusa dei gatti mentre lui provvedeva alle stanze. Mentre salivano al
piano di sopra, tuttavia, Bella si rese conto che il capitano aveva preso
una camera da letto e un salottino.
Una sola.
Una parte di lei ne era eccitata, ma immediatamente si riprese. —
Abbiamo
bisogno di due camere da letto.
— Non mettetevi a fare la schizzinosa, mia intrepida signora. Noi
siamo persone qualsiasi, non eccessivamente ricche. Perché
dovremmo prendere due camere da letto?
— Perché io russo. O russate voi.
— Lo sopporteremo. Come fanno tutti.
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Bella gli scoccò un’occhiata in tralice. — Non ho intenzione di
condividere
il letto con voi, Capitan Rose, che io abbia o meno l’anello
nuziale.
— È un letto grandissimo — le fece notare lui.
Bella ricordò subito la locanda alla Capra. Qualcosa in lei era disposta
a cedere.
— Possiamo dormire vestiti — la lusingò lui. — Oppure voi potreste
dormire sul pavimento.
— Questo è dovere di un gentiluomo.
— Però voi siete l’unica che obietta a condividere il letto.
Lei alzò le mani alla sua impudenza. — Se qualcuno lo scoprisse? —
chiese. — Sarei rovinata.
Questa, naturalmente, non era una scusa valida.
In preda alla stizza, Bella camminò su e giù per la stanza. Con ogni
evidenza lui aveva come sempre l’intenzione di fare di lei la sua
amante. Mai una moglie, oh, no. Non Bella Barstowe.
— Avevate in mente proprio questo — lo accusò, piantandoglisi di
fronte.
— No, sul mio onore. Ho preso in considerazione questo particolare
soltanto al nostro arrivo. Potete credermi se vi dico che è stata una
preoccupazione. Come vedete si tratta di un letto vastissimo, potrebbero
dormirci in cinque.
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Bella aveva sentito dire che, a volte, molti nuovi arrivati condividevano
un letto in una locanda, ed effettivamente quello sarebbe stato
perfettamente
adatto allo scopo.
Tornò a squadrarlo. — E va bene. Però vi terrete addosso camicia e
calzoni.
Lui annuì. Con ogni evidenza si stava divertendo, anche se faceva del
suo meglio per non renderlo troppo evidente.
— Voi dormite con il corsetto? — chiese. — Non ve lo consiglio, ma è
una vostra scelta.
Fu lei questa volta a sorridere trionfante. — Non porto il corsetto.
Fino a quel momento non le era mai passato per la mente che l’assenza
di un corsetto potesse eccitare un uomo.
“Bella. L’ultima cosa di cui hai bisogno in questo momento è di
eccitarlo!”
— Uso reggiseni — spiegò. — Sono più comodi per viaggiare.
— Siete una donna piena di buon senso.
Bella si girò verso lo specchio e si tolse il cappello. — Una donna che
viaggia sola non può non esserlo, capitano. — Diede un’occhiata al suo
lunghissimo spillone da cappello e lo mise sul comodino accanto al
letto, poi lo guardò e sorrise.
Le labbra di lui si erano strette. — Molto sensata davvero. A questo
punto, io dovrei scendere e parlare con la gente che vive qui. Sperando
di saperne di più sulla Vecchia Quercia. Ma posso anche parlare di
storie di gatti. Spero di trovare un altro esemplare di gatto-coniglio.
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Ma mentre sono da basso, vi farò portare un vassoio con la cena. E
qualcosa per Tabitha.
Se ne andò e Bella aprì il suo bauletto per togliere la pistola.
La infilò sotto il cuscino. Questo la innervosì, ma finché il cane non
fosse armato, il colpo non sarebbe potuto partire. O per lo meno così
sperava.
Irrequieta, percorse avanti e indietro la stanza, poi i suoi pensieri si
concentrarono sullo scopo per il quale si trovava lì: Augustus.
Con quale frequenza si recava alla Vecchia Quercia? Persino con la
storia del gatto-coniglio, non potevano restare lì per settimane intere
senza suscitare troppe domande. Volse lo sguardo nella direzione in
cui doveva trovarsi Carscourt, con la voglia di recarvisi immediatamente
e strangolare personalmente Augustus.
Si rese conto che, automaticamente, aveva stretto le mani a pugno e
riaprì
le dita. Si era segnata di rosso i palmi.
Guardò l’anello nuziale e, per quanto fosse ridicolo, le lacrime le
imperlarono
gli occhi. Per quale ragione non si era mai resa conto di
quanto grande fosse il suo desiderio di sposarsi, a patto di trovare
l’uomo giusto?
Arrivò una cameriera con un vassoio e depose sul tavolo un semplice
pasto. C’era anche un piatto in più con pezzetti di carne. — Questo è
per il gatto — disse la ragazza, guardandosi attorno.
— Mettetelo accanto alla cesta, vi ringrazio — disse Bella.
La cameriera lo fece e uscì. Il coperchio della cesta rimase chiuso.
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— Penso che quei pezzetti di carne ti facciano prudere il naso — disse
Bella parlando al paniere, e si sedette per godersi la cena, sebbene le
assillanti considerazioni sul suo futuro le smorzassero l’appetito.
Sposarsi era un modo facile e appropriato di assumere una nuova
identità. Non sarebbe stata in grado di sposare Capitan Rose, ma forse
un altro, un uomo più semplice, sarebbe potuto essere tentato dal suo
denaro. Un uomo onesto, affidabile, gentile, che le desse il proprio
cognome.
Bella... Magari Pennyworth, moglie di un libraio, che non avesse nessun
legame con Bella Barstowe di Carscourt, e tanto meno con Bellona
Flint.
Era una visione che le dava speranze per il futuro, ma che sembrava
poco attraente, quasi quanto un pasticcio di rognone freddo.
Per quanto depressa, finì il suo pasto e poi si fece portare dell’acqua
calda.
Quando la cameriera gliela portò, Bella chiuse a chiave la porta del
salotto, quella di accesso al corridoio, e si preparò ad andare a letto. Si
tolse l’abito e il reggiseno. Avrebbe voluto anche togliersi la sottogonna,
che era ingombrante, ma sarebbe rimasta con indosso soltanto
la sottoveste, che l’avrebbe coperta assai meno della camicia da notte.
Ripensò alla camicia da notte. Era chiusa alla gola e lunga fino al
pavimento.
Lunghe anche le maniche. Ma una camicia da notte era una
camicia da notte, e con quella addosso lei non poteva condividere il
letto con un uomo.
Si tirò le coltri fino al naso e rimase all’estremo lato della sua parte,
lontana quanto più possibile dalla porta. Memore della pistola, allungò
una mano e la sfilò da sotto il cuscino.
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Le sembrava troppo pericoloso. Comunque la mise a portata di mano
nella borsa, e questo era già un conforto. Non era certa di riuscire a
cedere al sonno.
17
Bella si svegliò il mattino dopo annusando l’aria come un coniglio
sospettoso. Se avesse avuto le vibrisse, avrebbero avuto un fremito.
Sentiva l’uomo, il suo odore, anche se non era un aroma preciso. Forse
semplicemente lo udiva respirare.
Si girò sulla schiena e scoccò un’occhiata a Capitan Rose.
Era anche lui disteso sulla schiena, con un braccio sotto le coltri, ma
l’altro sopra le coperte tra loro. Sembrava che dormisse della grossa.
Provò il desiderio di studiarlo, anche di accostarsi a lui. Trovò però la
forza di allontanarsene stando sotto le coperte, con i piedi che toccavano
il pavimento. Una volta scesa dal letto, diede di piglio ai suoi
indumenti e scivolò nell’adiacente salotto.
Adesso poteva sentire i suoni della locanda: ruote, zoccoli, voci fuori
dalla finestra, passi nel corridoio. Era certa che gli stessi rumori
fossero udibili anche dalla camera da letto, ma la tensione l’aveva resa
sorda. Il paniere dei gatti era aperto, ma la gatta e i micini sembravano
addormentati.
Si affrettò a rivestirsi, poi si rese conto che in quella stanza non c’era
uno specchio, e che la sua spazzola da capelli, le forcine e la cuffia
erano rimaste in camera da letto. Si lasciò la treccia come se l’era fatta
la sera prima e andò alla finestra a guardare fuori. Una giornata discreta
con un po’ di sole, adatta per la loro ridicola ricerca di gatti-conigli
dell’Assia.
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Le venne da ridere. Doveva essere tutta una storia inventata di sana
pianta.
Un rumore alla sua destra la indusse a voltarsi, e sussultò. Non c’era
nessuno. Era stato un rumore lieve, come qualcosa di leggero che
cadesse.
Si guardò attorno, notò che il coperchio del paniere era chiuso.
Andò ad aprirlo. — Sei stata molto maleducata.
Il muso della gatta era sempre ingrugnato, difficile indovinarne gli
umori, comunque Bella avrebbe giurato che in quel momento la stesse
rimproverando.
— Tu non sei neppure la sua gatta, tu appartieni a un suo amico.
La micia emise un suono simile a uno sbuffo, che Bella interpretò
come un ripudio. Abbassò il coperchio del paniere, dicendo: — Sono
affari tuoi.
— Non mi direte che state parlando anche voi con Tabitha.
Bella si voltò di scatto, come se fosse stata sorpresa in una cattiva
azione. Lui era vestito, gli mancava soltanto la giacca, però i suoi
capelli erano sciolti sulle spalle come la prima volta che lo aveva visto.
Come anche in quella notte al Compasso. E al Veglione Olimpico?
— La gatta ha chiuso il coperchio del paniere per ignorarmi.
— Sì, lo fa.
Mentre parlavano, Bella guardava il paniere e si accorse che il coperchio
si era leggermente alzato. Poi si sollevò di più e la gatta si drizzò.
Tabitha spostò del tutto il coperchio con una zampa posteriore
miagolando
con decisione.
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Rivolta a Rose, naturalmente. Sembrava qualcosa di simile a un:
“Come stai?”.
Bella tornò in camera da letto per pettinarsi. “Lasciali chiacchierare
tra loro.”
Quando scorse nello specchio il proprio cipiglio, non poté che ridere di
se stessa. Nel riflesso vedeva Capitan Rose che le sorrideva.
C’era qualcosa nel suo volto, quasi una tenerezza, che le toccò il cuore.
Bella si dedicò ai propri capelli sciogliendo la treccia e spazzolandoseli.
Per qualche oscura ragione, tacque.
Tornò a guardare; lui la stava ancora fissando e senza voltarsi Bella gli
chiese: — Succede qualcosa?
— No. Semplicemente mi piace guardare una donna che si pettina.
— Una novità per voi, eh? — chiese Bella in tono severo.
Thorn rispose: — Sì.
— Voi state cercando di convincermi che siete poco meno di un santo.
— Non direi. Avete bisogno di aiuto?
— Con i capelli? Dubito che un uomo come voi ci sappia fare.
— Sono abile a fare i nodi.
— È proprio l’esatto opposto di quello che voglio io.
Tornò a guardarsi nello specchio, sbalordita dell’effetto che le faceva.
Il cuore le batteva forte. Era certa di essere arrossita. Era a causa del
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letto che dovevano condividere e alla tenera, dolce atmosfera quasi
domestica
che li avvolgeva.
— Avete ordinato la colazione? — chiese Bella, con tono più brusco di
quanto intendesse.
— Provvedo subito, Vostra Maestà — rispose lui, e scomparve dallo
specchio.
Per un istante Bella si portò una mano al petto, tentando di calmare il
cuore, ma quando tornò a guardarsi nello specchio aveva gli occhi
radiosi.
Sembravano illuminati dalle stelle.
C’era un modo per rendere reali i suoi sogni?
Non si sarebbe chiesta se fosse un pensiero saggio.
Una bella casetta a Dover. Una camera da letto molto simile a quella,
però con un letto più piccolo. Uno che potessero davvero condividere.
In fretta si acconciò i capelli e li appuntò con le forcine. Poi la parrucca
e sopra la cuffia. Ecco, così andava bene, anche se i suoi occhi
continuavano
a splendere. Si infilò gli occhiali che avevano per effetto di
rendere un po’ meno nitidi gli oggetti, ma no, forse neppure.
Per quale ragione preferiva nascondere il luccichio che aveva negli
occhi?
Forse perché lui l’aveva guardata in un modo particolare?
Udì qualcuno entrare nell’altra stanza e si alzò. La colazione. Lui
doveva averla ordinata, ma Bella non lo aveva sentito gridare. Si
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allisciò la gonna e si diede un’altra occhiata allo specchio, desiderando
di essere una vera bellezza. Di essere per lo meno ben vestita. Poi si
unì a Capitan Rose.
— Abbiamo tè e cioccolata — disse lui, invitandola a prendere posto a
tavola. — Se preferite il caffè, lo faccio portare.
— No, la cioccolata va benissimo. — Si sedette. Lo vide versarsi il tè,
ambrato, al quale lui non aggiunse né latte né zucchero. Bella notò
anche una scatoletta di legno sul tavolo.
— Vi siete portato il vostro tè?
— Una mia fissazione.
— Mi sorprende constatare che beviate il tè.
— È la bevanda più entusiasmante che il mondo conosca, Bella. Lo
bevete anche voi?
— Naturalmente. Voi siete Caleb?
Lui rimase a guardare il fondo della sua tazza, poi rialzò gli occhi. — I
miei amici mi chiamano Thorn, “spinoso”. Da “Rose”, non so se mi
spiego. Preferite chiamarmi così?
— Non ne sono certa. Mi sembra un nome così... personale.
— Come chiamavate vostro fratello? — chiese lui, cominciando col
prosciutto.
— Augustus. Non siamo stati mai così vicini da servirci di soprannomi,
anche se senza dubbio avrei pensato a un’alternativa. — Bella prese un
pezzo di pane appena sfornato e ancora caldo e lo imburrò. —
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Augustus significa “supremo”. E mi chiedo quale potrebbe essere il
contrario.
— Umile? — propose lui. — Ignobile? Meschino?
— Non credo che ci sia un nome proprio che significhi davvero
“meschino”.
— Bastardo? — offrì lui, per poi chiedere: — Questo vi andrebbe?
Bella lo guardò, tentando di decidere come replicare. — Mi risulta che
voi siate un bastardo. Un figlio illegittimo del duca di Ithorne, fratello
dell’attuale duca.
— Ah, già. — Sembrò per un istante a disagio, poi scrollò le spalle. —
Non credo che ci sia da vergognarsi.
Bella lo guardò mangiare con buon appetito e gli credette senz’altro. —
Ho sentito dire che l’attuale duca è stato generoso con voi.
— Sono io che comando il Cigno nero. E non lo invidio, se è questo che
volete sapere. Una fatica terribile, fare il duca.
— I più non la penserebbero così.
— I più non sanno cosa comporti.
— Lo dite con aria convinta. Lui vi parla della sua vita?
Intento a versarsi altro tè, lui rispose: — Noi siamo fratelli.
Bella si ricordò dei suoi stessi interrogativi circa la donazione di un
migliaio di ghinee all’associazione di lady Fowler. — È un uomo
generoso?
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Lui ne parve sorpreso. — Ithorne? Direi di sì.
— Sostiene cause particolari?
— Intendete con donazioni? Per cosa?
— Oh, non lo so. Probabilmente per voi essere duca è la cosa più
comune del mondo, ma per me un duca è un essere straordinario.
— È semplicemente un uomo. Come me.
— Sapete, io l’ho visto — disse Bella. — A distanza, naturalmente. È
sempre inappuntabile.
— In pubblico. Ma ha anche un risvolto privato. — Bevve il tè, fissandola.
— Non è un uomo cattivo, Bella. Credetemi.
Lei si rese conto di essere un’ammiratrice del fratellastro del duca e
che gli era persino affezionata. Si sentiva imbarazzata per essere stata
ironica. — Come voi dite, forse non è facile godere di una posizione
così elevata, tutti ne hanno un timore reverenziale.
— No. Forse al figlio bastardo tocca il meglio, ragion per cui Bastardo
Barstowe sarebbe un nome troppo buono per vostro fratello. Temo che
lo penserei semplicemente come un lumacone.
Per poco la cioccolata non andò di traverso a Bella. — Magnifico! Da
questo momento lui è sir Lumacone Barstowe.
Brindarono con le tazze, in perfetto accordo, e tornarono alla
colazione.
— Dunque quanta corda dobbiamo dare a sir Lumacone?
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Adesso l’espressione di Capitan Rose si era fatta dura, e lei si rese conto
di essersi leccata il burro che aveva sulle labbra. — Dicono che il
burro caldo faccia male alla salute — disse, innervosita. — Però è davvero
delizioso.
— Non mancano mai i guastafeste — commentò lui.
— Ce ne sono, vero? — Lui continuava a fissarla e aveva appena toccato
il suo cibo.
— Mangiate! — gli ordinò lei. — Ci sono uova sode, c’è formaggio...
— Avete intenzione di farmi da mamma? — Quando lei alzò gli occhi a
fissarlo, soggiunse: — O da moglie?
Lei colse tutta una serie di sottintesi e si sentì arrossire. — Io? —
chiese sorpresa.
— Adesso siete ancora giovane, ma tra venti o trent’anni può darsi che
intimidiate vescovi e re. Avete una naturale vocazione al comando.
Bella rise: — Quello è davvero tè, o state bevendo brandy?
Lui le porse la tazza. — Annusate.
Bella lo fece. Un leggero aroma. Non certo brandy, o qualsiasi altra
bevanda alcolica. — Vi posso assicurare che non è nel mio carattere.
— Nessuno è mai stato ai vostri ordini?
— No.
Poi però ci ripensò. Peg non era stata veramente ai suoi ordini, e d’altra
parte aveva legato il proprio destino a quello di Bella. Annie e Kitty
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erano state accolte per carità, ma immediatamente avevano fatto appello
a Bella per averne una guida. Più di una donna del gregge di lady
Fowler si era rivolta a lei per esprimere le proprie preoccupazioni a
proposito delle sorelle Drummond, aspettandosi che Bella fosse in
grado di opporsi a loro.
Lei lo fissò e lesse la sua espressione. — Smettetela con quel sorrisino.
— Sorrisino? — Rise. — Penso che nessuno fino a questo momento mi
abbia ritenuto un uomo soddisfatto di sé. Ma ditemi, voi avete
seguaci? Chi?
— Non sono affari vostri, e non sono certo un esercito. Possono passare
settimane prima che Augustus arrivi qui. Per quanto tempo potete
restare in questa locanda?
Si dedicò al pane e al burro per nascondere il suo profondo interesse,
sperando che fosse un lungo tempo.
— Voi per quanto tempo potete restare? — chiese Thorn. — Quando
tornerà a Londra la vostra parente?
Si era dimenticata di quello che gli aveva raccontato. — Non lo so per
certo. — Non le restò che ricorrere a un pronostico. — Forse tra due
settimane.
— Questo ci permetterà di prolungare le nostre indagini. Resta solo da
pregare che il vizio di vostro fratello lo porti qui al più presto.
Naturalmente,
può darsi che frequenti più di una bisca.
Due settimane potevano essere davvero troppe, ma Bella sperava che
non passassero troppi giorni prima che Augustus sentisse il bisogno di
tornare a vivere sul filo del rasoio.
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— Vuol dire che questa sera andrò a dare un’occhiata alla Vecchia
Quercia per sapere tutto il possibile.
— Mi sembra che vi assumiate tutti i compiti interessanti — obiettò
Bella.
— Vi andrebbe l’idea di visitare un bordello?
— No, ma cosa ne penserebbe la gente? Vostra moglie avrebbe da
obiettare.
La non-moglie di Capitan Rose lo avrebbe fatto di sicuro.
— Vi piacerebbe fare una scenata? — chiese lui, interessato.
— Mi piacerebbe piuttosto tirare un vaso. Un vaso da notte, intendo.
— Signora Rose, voi mi allarmate.
— Quello che volevo.
— Io sono al vostro servizio e devo fare una visita alla Vecchia Quercia.
Bella non aveva motivi razionali per opporsi. — Benissimo — borbottò.
— Cosa facciamo in attesa che voi sprofondiate nel vizio?
— Cercheremo gatti-conigli dell’Assia. — Bevve il resto del suo tè e si
alzò in piedi. — Vado a procurarmi un veicolo. Cercate di non litigare
con la regina gatta dell’Assia mentre sono assente.
Se ne andò e Bella rimase a guardare la porta chiusa, trattenendo le
lacrime. Si rendeva conto che il problema non era la questione del
bordello.
Era piuttosto il fatto che il suo piano poteva essere realizzato in
un giorno solo.
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In passato riuscire a vendicarsi così rapidamente sarebbe stato fonte
di gioia, ma adesso significava soltanto che il loro tempo insieme
sarebbe terminato troppo presto.
18
Era buio quando arrivarono, ma la luce era sufficiente perché Bella
riconoscesse Upstone e la zona circostante. Percorsero sentieri,
fermandosi
a ogni fattoria o cottage per chiedere dei gatti-conigli. Ai dubbiosi
esibivano gli esemplari e, chissà perché, Tabitha lo tollerava.
Sembrava addirittura che a volte si compiacesse dell’attenzione di cui
era oggetto.
Anche i micini attiravano l’attenzione, e Sable, in particolare, spesso
doveva essere riportato nella sua cesta.
Durante le loro peregrinazioni, Bella notò alcuni cambiamenti. Un
grande olmo era stato colpito da un fulmine nei pressi di Pidgely, e
qualcuno aveva costruito una bella casa nei pressi di Buxton Thrope.
Quando fecero sosta nel villaggio, si divisero le incombenze. C’erano
alcune donne che chiacchieravano e Bella si unì a loro, mentre Thorn
entrava nella taverna per parlare con gli uomini.
Erano una squadra, un’ottima squadra.
Senza darlo a vedere, Bella cercava notizie su Carscourt e su Augustus.
Carscourt venne ben presto nominato e una donna robusta borbottò:
— Che brutto posto è quello! Brutto quanto i cuori che vi abitano.
— È antico? — chiese Bella.
— Antico, signora? No. Forse cent’anni, più o meno.
242/444
— Ed è sempre appartenuto alla stessa famiglia?
— I Barstowe? Non lo so, signora.
Intervenne una vecchia, fragile come un uccellino. — Sono venuti qui
all’epoca di Cromwell. Roundsheads, Teste Rotonde, erano — disse
sprezzante. — In precedenza qui c’era una famiglia monarchica, i
Breely, ma non ne è rimasto nessuno, o nessuno è ritornato. Così i
Barstowe si sono presi Carscourt.
Evidentemente veniva considerato un furto.
Bella non era mai stata consapevole dell’avversione di cui era oggetto
la sua famiglia, ma la memoria dei contadini era lunga.
— Suppongo che la famiglia adesso sia realista — disse con la
sollecitudine
di chi vuole mettere pace.
— Può darsi — disse la prima donna. — Però continuano ad avere il
cuore freddo, cuori da Teste Rotonde. Sir Augustus ha fatto frustare
Ellen Perkins per comportamento lascivo, e lei è solo una vedova con
ben pochi mezzi.
— Che ne è stato dell’uomo con cui ha commesso questo atto? — chiese
Bella.
La donna scoppiò in un’aspra risata. — Multato. Ellen non ha il denaro
per pagare la multa, così è stata frustata.
— Sir Augustus ha fatto mettere ai ceppi il vecchio Nathan Gotobed
per avere venduto mercanzie di domenica — aggiunse un’altra donna.
— Non aveva fatto niente di male.
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— Se qualcuno viene giudicato da sir Augustus Barstowe, gli tocca
un’ammenda o viene frustato — disse la donna più anziana.
La cattiva reputazione della sua famiglia pesava sull’anima di Bella
quando raggiunse Thorn alla carrozza.
— Vorrei davvero avere la forza di ucciderlo — disse.
— Anche voi avete sentito parlare di lui?
— Voi cosa avete sentito?
— Esempi di crudeltà, soprattutto nei confronti di coloro che bevono,
giocano d’azzardo o si comportano in maniera licenziosa. Mi chiedo se
tutti i magistrati mostrino particolare durezza nei confronti di coloro
che commettono i loro stessi peccati, oppure i peccati che vorrebbero
commettere.
— Farebbero meglio a ricorrere all’autoflagellazione — commentò
Bella.
— Qualcuno vi ha riconosciuta? — chiese Thorn.
Bella non se ne era preoccupata. — Non credo, ma non me lo aspetto, a
meno che non mi imbatta in qualcuno che conoscevo bene. Anche in
quel caso, a parte i miei familiari e i domestici di Carscourt, tutti i ricordi
ormai appartengono al passato.
— Allora, faremo meglio a evitare i dintorni di Carscourt — disse
Thorn aiutandola a salire sulla vettura.
— Comunque è più improbabile che la gente del posto parli di Augustus.
Poverini, dipendono tutti da lui!
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— Mi sento come contaminata — commentò Bella mentre andavano a
un altro villaggio. — Forse sotto sotto anch’io sono come lui. Può darsi
che il mio desiderio di vendetta ne sia la riprova...
Lui le posò un dito guantato sulle labbra, fermando intanto i cavalli. —
Nel vostro desiderio non c’è niente di perverso.
— “La vendetta è mia” ha detto il Signore.
— Un altro proverbio suona: “Aiutati che Dio ti aiuta”. E in quanto ad
aiutare voi stessa...
Si chinò a darle un bacio.
Un bacio gentilissimo, non voluttuoso, ma rispettoso. Forse non tanto
gentile, quanto tenero, e Bella si sentì sciogliere il cuore.
Thorn si ritrasse e lei aprì gli occhi. — Vi ringrazio — disse senza
pensarci.
— Io ringrazio voi — replicò lui, con un sorriso dolce.
Non si sarebbe mai aspettata un sorriso tenero da Capitan Rose. —
Mutevole quanto il mare — mormorò.
— Cosa?
— L’avete detto di voi stesso. Al Compasso, quando eravamo tutti e
due brilli.
Lui restò impassibile.
Bella ridacchiò, sentendosi straordinariamente felice. — Forse eravate
più brillo di quanto non sembrasse.
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— Dovevo esserlo. Sì, lo sono. Mutevole, intendo. Preferirei essere
definito un uomo dalle molte sfaccettature, ma forse inganno me
stesso.
— Avere molte sfaccettature è come essere una pietra preziosa, che è
dura e fredda. Preferisco “mutevole come il mare”.
Lui rise. — Con ogni evidenza non vi siete mai imbattuta in un
uragano.
“Forse no” pensò Bella. “Ma forse questa esperienza la sto facendo
adesso.”
Thorn tentava di apparire impassibile, ma ce l’aveva con Caleb per
aver tirato fuori il termine “mutevole” senza avvertirlo.
Questo era ridicolo. In realtà, ne era stizzito perché altri scivoloni del
genere potevano indurre Bella a chiedere chi fosse veramente. Per
esempio,
a Caleb non piaceva il tè, ragion per cui, in quanto Capitan
Rose, Thorn lo evitava. Lo aveva ordinato senza pensarci alla Corona e
Ancora, e a servirlo era stata la zia di Caleb, Ann, alla quale il tè piaceva
molto. Era davvero la zia di Caleb ed era in grado di distinguere
Thorn da questi, ma li trattava entrambi con lo stesso calore.
Comunque il tè era stato un errore, e poteva darsi che lui ne facesse altri
ancora. A stento evitò di ridere per la stranezza della situazione: era
preoccupato all’idea che, se Bella si fosse resa conto che lui era il duca,
l’avrebbe persa.
Un mondo alla rovescia.
Lui voleva conquistarla.
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Si era goduto i giorni passati con Bella più di quanto ricordasse di
avere apprezzato il tempo trascorso con qualsiasi altra donna. Una
settimana
prima, con ogni probabilità, avrebbe detto che i giorni passati
con una donna erano mortalmente tediosi, soprattutto con una donna
che non fosse un’amante.
Quelli passati con Bella erano stati diversi, nonostante le normali
attività:
passeggiare, viaggiare, mangiare...
Dormire nello stesso letto?
Baciarsi?
Baci semplici, e lui ne voleva ben altri, per la delizia di entrambi.
Thorn temeva di essere sul punto di impazzire.
Bella era consapevole del silenzio mentre tornavano alla locanda, ma
non riusciva a darsene una ragione. Le sarebbe piaciuto convincersi
che lui era in un certo senso sopraffatto da quel bacio non meno di lei,
ma ne dubitava.
Sospettava piuttosto che fosse turbato.
Lo era, senza dubbio, perché temeva di avere suscitato in lei aspettative.
Questo lo avrebbe turbato per la semplice ragione che non aveva
intenzione di tradurle in atti. Sognare un po’ sì, ma vere aspettative,
no.
Alla locanda assunsero di comune accordo un atteggiamento tranquillo,
abbastanza cordiale, come se il bacio non fosse mai avvenuto.
Salirono in camera, ma sempre in silenzio. Thorn si sentiva a disagio.
Non gli piaceva l’idea di essere bloccato lì con Bella.
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— Non faremmo meglio ad andare a cenare nella sala comune? —
chiese lei. — Forse riusciremo a sentire qualcosa.
Lui accondiscese con tanta facilità da farle sospettare che avesse
pensato la stessa cosa. — Faremmo meglio ad apparire un po’ freddi e
distanti — disse Thorn — visto che sto per andare a un bordello.
Bella detestò sentirselo ricordare. — Se io mi lasciassi andare a una
scenata, per voi sarebbe il giusto pretesto per andare alla Vecchia
Quercia.
— Può darsi — ammise lui, aprendole la porta — ma forse fareste
meglio a non attirare troppo l’attenzione, vi sembra?
Bella si sentiva frustrata, e si avviò per prima alla scala.
Mangiarono per lo più in silenzio. Poi Bella tornò nella loro camera,
amaramente consapevole di dov’era lui in quel momento e di ciò che
probabilmente stava facendo. Quando si rese conto che stava
passeggiando
avanti e indietro per la stanza, si obbligò a sedersi e a leggere
per un po’ , ma le parole quasi non avevano senso, e la luce della candela
le affaticava gli occhi.
Preferì mettersi a ricamare, anche perché era un’attività cui poteva
dedicarsi quasi alla cieca, ma che le lasciò troppo tempo per
abbandonarsi
ai suoi pensieri.
Si rese conto che Tabitha non aveva chiuso il coperchio del paniere,
per cui le disse: — Lui ti definisce un oracolo. Tu sei davvero in grado
di dare consigli e persino di conoscere il futuro?
La gatta emise una delle sue incomprensibili serie di suoni, che Bella
decise di interpretare come una conferma.
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— Vedo che lui ti piace. Ma devo ricordarti che i marinai sono
notoriamente
infedeli e troppo spesso stanno lontani. È difficile decidere —
disse ancora alla micia che la guardava con gli occhi socchiusi — cosa
fare e cosa non fare. Per esempio, mai e poi mai avrei dovuto viaggiare
così con un uomo. Uno sconosciuto, in pratica.
Tabitha emise un suono che sembrava un sospiro, che Bella preferì
interpretare
come espressione di partecipazione anziché di noia.
— Adesso lui è in un bordello. Per avere informazioni, naturalmente,
ma io penso che dovrà... fare ciò che gli uomini fanno in luoghi del
genere. — Bella si rese conto che parlava con se stessa più che con la
gatta. — Naturalmente, sono cose che non mi riguardano affatto.
La porta si aprì e Bella sussultò, ma si trattava semplicemente della
cameriera che era venuta a portare altra legna per il fuoco. Poi la
donna si guardò attorno. — Oh, ho avuto l’impressione di sentire delle
voci, signora.
— Parlavo con la gatta — spiegò Bella. — Il silenzio la fa innervosire.
Capita ai gatti-conigli.
La donna guardò dubbiosa Tabitha, che approfittò del momento per
uscire dal paniere e concedersi una delle sue passeggiate, esibendo il
suo posteriore privo di coda.
— È proprio strana — commentò la cameriera. — Ne avete trovati
anche altri così, signora?
— Per il momento, no.
— È improbabile che ce ne siano altri nei dintorni, signora. Anche se
l’intera zona parla dei compensi offerti da vostro marito. Dovrei portarvi
adesso l’acqua calda, signora, e lo scaldino?
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In altre parole: “State per andare a letto?”.
— Sì, per piacere — rispose Bella alla quale non restava altro da fare.
Quel bacio aveva trasformato tutto.
No, non era solo quello. Una giornata passata in compagnia di Thorn
aveva avuto per effetto di farle girare la testa.
I loro discorsi erano caratterizzati da facilità e disinvoltura, spesso si
divertivano.
In precedenza Bella non aveva mai fatto simili esperienze.
Si adagiò sulla schiena. Se quella fosse stata la sua notte di nozze e lei
stesse aspettando suo marito?
Era per caso innamorata del suo ipotetico marito? Si erano forse
corteggiati a vicenda per settimane, mesi, persino anni, con baci e
qualcosa di più dei baci, ardendo di desiderio in attesa di quella notte?
O si trattava di un matrimonio combinato, con entrambi ancora quasi
estranei, senza sapere dove lui fosse? Ne aveva sentite tante, stando
con lady Fowler, da sapere che la prima notte di nozze poteva essere
brutale o delicata. Persino, a quanto sembrava, con o senza niente
addosso.
Bella si era resa conto che nel frattempo aveva indossato la sua camicia
da notte.
Ma come era accaduto?
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Se quella fosse stata davvero la sua notte di nozze avrebbe avuto addosso
qualcosa di più raffinato, ornato di merletti, e probabilmente
non abbottonato fino al collo.
Adesso aveva l’impressione che facesse troppo caldo, ed era in preda a
una strana inquietudine.
Le tornavano alla mente le seguaci di lady Fowler che avevano ricordi
migliori, donne che avevano amato i loro mariti e che, pensando a
loro, sorridevano in modo dolce e, insieme, triste.
Quelle donne vivevano della carità di lady Fowler proprio perché i loro
dolci, amorevoli mariti le avevano lasciate senza un soldo. Era questo
il guaio se si voleva scegliere un marito. Una donna aveva bisogno non
solo di un marito da amare e che... le desse piacere, ma anche di un
uomo in grado di gestire saggiamente i suoi affari, di lavorare
duramente,
di provvedere a lei e ai suoi figli, persino post mortem.
Thorn.
Aveva pronunciato quel nome ad alta voce, assaporandolo.
Si passò una mano sul corpo come se si chiedesse esattamente quale
fosse il piacere che le veniva da lui. Ma a parte i baci e gli abbracci, non
sapeva dirselo. Anche se si sentiva al sicuro, era certa che poteva ricavare
un piacere senza fine dal baciare e abbracciare Thorn.
I ricordi la invasero, memorie di quel primo incontro con lui ubriaco.
Ricordi del suo petto nudo e delle sensazioni che ne aveva provato.
L’esplicito invito nel suo letto. La sua assicurazione che le sarebbe
piaciuto, e lei gli aveva senz’altro creduto.
Bella sprofondò in sogni assurdi, sogni impensabili...
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Thorn scivolò nella stanza dopo mezzanotte, le scarpe in mano, un po’
brillo e, soprattutto, senza sentirsi in colpa. Era andato alla Vecchia
Quercia preparato a servirsi di una delle donne se necessario, ma era
stato ben lieto di non averlo fatto. Merito almeno in parte dell’atmosfera
repellente del posto, ma anche del pensiero della donna che
dormiva nel letto della locanda.
Il loro letto.
Aveva in mano una candela e se la portò dietro il paravento per
spogliarsi
e lavarsi.
Si pulì i denti e si lavò a fondo, nei limiti del possibile, ben lieto di
togliersi di dosso il lezzo della Vecchia Quercia. Si era tolto la camicia
perché una puttana che gli si era aggrappata gli aveva lasciato il suo
profumo da quattro soldi oltre a tracce del suo pesante belletto.
Andò alla sua sacca a prendere una camicia pulita, poi, reggendo la
candela, si diresse al letto. Con cura scostò le cortine, evitando che ci
fosse troppa luce.
Ebbe un tuffo al cuore. Con la treccia, la cuffietta e una camicia da
notte che castamente era chiusa al collo, sembrava più giovane,
innocente
in un modo da lungo tempo perso dalle ragazze della Vecchia
Quercia.
Lo fece restare senza fiato, ma perché diavolo le aveva permesso di
unirsi a lui in quella pericolosa avventura? Non soltanto l’aveva
permesso;
ma l’aveva incoraggiata a farlo, perché aveva riconosciuto Celeno
e ne era profondamente incuriosito.
Come si spiegava che Bella Barstowe fosse andata al Veglione
Olimpico?
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Lui avrebbe dovuto mandarla via proprio perché fosse in salvo, ma
come? Adesso la conosceva e sapeva che non se ne sarebbe mai andata,
soprattutto ora che era così vicina al trionfo.
Thorn si rese conto che Bella era una combinazione della personalità
delle mogli dei suoi amici. A volte calma e convenzionale, una perfetta
tranquilla compagna come Caro. Altre focosa, risoluta, capace di
improvvise,
estreme azioni come Petra.
La perfetta combinazione.
Bella aprì gli occhi e si tese. Prima che lui potesse dire qualcosa, si
rilassò.
— Oh, siete voi. Che ora è?
— Mezzanotte passata da un pezzo. Tornate a dormire.
Lei gli stava sorridendo, dolce e attraente in quel roseo rilassamento
che era frutto del sonno.
Si chinò e la baciò, avendo cura di farlo come quell’ultimo bacio, gentile
e non preoccupante, sebbene il caldo profumo di rosa di lei gli
stesse pericolosamente entrando nel cervello. Si ritrasse, con lentezza,
per evitare che Bella lo scambiasse per un rifiuto e se ne sentisse ferita.
Si allontanò dal letto con l’intento di portare la candela per andare al
posto che gli spettava nell’enorme letto.
Poi però Bella si umettò le labbra. E le lasciò socchiuse. Con un
sospiro, Thorn si chinò per assaggiarle ancora un poco.
Deliziose. Le posò una mano su una guancia per accarezzarla, gliela infilò
sotto la cuffietta, tra i capelli; avrebbe voluto che la cuffia scomparisse
e che i capelli fossero sciolti.
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Lei accolse quel suo bacio più profondo e gli afferrò l’avambraccio con
un piccolo suono di gola. Un suono debole, esitante, ma indubbiamente
una risposta. Qualcosa si mosse nel profondo di lui. Desiderio,
sì, ma, più ancora, il bisogno di accarezzarla e proteggerla, di tenerla
tra le braccia...
Adesso Thorn era sul letto. Bella si mosse con lui e si trovò sulla schiena.
Lui era quasi sopra il suo corpo, con le coltri ancora tra loro. Bella
era al sicuro.
La mano di Bella strinse il braccio di Thorn, che non era caldo, eppure
era come se scottasse.
Thorn allontanò le proprie dalle labbra di lei per baciarle una guancia,
un orecchio e scendere lungo la mandibola. — Ditemi di fermarmi —
mormorò.
— No — ma, sempre assennata, soggiunse: — Non ancora.
Lui ridacchiò e passò un dito lungo la gala della sua monacale camicia
da notte. Il dito le percorse il collo in una carezza leggera. — Quando
dovrei fermarmi?
Bella si era imporporata, ma i suoi occhi splendevano. — Non lo so.
Non ancora.
— Ragazzetta maliziosa.
Sciolse il nastro e lasciò che la camicia restasse aperta sull’incavo tra i
seni.
— Non sono un ragazzetta — protestò lei, ma la voce era roca e il suo
petto si alzava e abbassava per il respiro un po’ affannoso.
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Lei trattenne il fiato quando lui passò un dito nella dolce, calda valletta
tra i suoi seni, che intravedeva alla scarsa luce, ma così allettanti per i
suoi sensi.
— Vi prego di essere una ragazzetta — mormorò. — Almeno per questa
notte.
Le accarezzò la generosa prominenza dei seni d’ambo i lati, poi ne
strinse uno, come sempre apprezzandone la morbidezza e il leggero
peso. Adesso era eccitato e bramoso di entrare in lei, ma non voleva
farlo. Se lo autoimpose, ordinandosi di evitarlo a ogni costo. Ma
desiderava
avere qualcosa di più.
Tornò a baciarla, questa volta in modo più profondo, ma ancora con
prudenza, godendosi il suo inesperto entusiasmo e la reazione quando
le passò il pollice sul capezzolo. Lei emise un suono di gola, in parte
allarme,
in parte sorpresa, in parte, lui lo sperò, eccitato piacere.
Thorn avrebbe voluto fare le fusa, perché con ogni evidenza era il
primo a farle questo, a suscitare quello squisito godimento. Aveva
pensato che fosse così, ma la conferma era come una medaglia, come
una vittoria. Come una conquista.
— Va tutto bene — sussurrò. — Proprio bene. Permettetemi di toccarvi
qua.
Lei si mosse, poteva essere resistenza o piacere, però mormorò: — Va
bene.
— Va bene davvero. — La baciò di nuovo giocando con lei, valutandone
la risposta. Se era spaventata, non avrebbe risposto e lui si sarebbe
fermato.
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Colse l’ansito nella gola di lei che aveva aperto la bocca, e insistette. Le
loro lingue si incontrarono, quella di lei incerta ma vogliosa. Lui la toccò
con la sua. Il corpo di Bella si mosse in risposta. Era un tormento.
Era magnifico.
La baciò e giocò con lei, dapprima un seno, poi l’altro, quindi scese con
la bocca dalle labbra socchiuse di lei a un seno.
Come ebbe la risposta che si attendeva, scostò lateralmente le coltri, le
alzò la camicia da notte, esplorò tra le sue cosce, accarezzando, cercando
di percepire ogni sua reazione per potersi fermare se avesse
dovuto. Così poté giungere al punto giusto, dandole tutto il possibile,
perfetto piacere.
Per quale altra ragione era divenuto esperto in quelle arti, se non per
questo? Per quella donna. Per quel momento.
Bella era al sicuro con lui e si muoveva, deliziata, di momento in
momento
più frenetica, il suo volto rivelava quanto fosse perduta nella
voluttà, e lui sorrise, appagato. Poi la portò oltre, nella piccola morte.
La incontrò nel bacio culminante, smorzando le sue grida, e poi tornò
a infilarsi sotto le coltri per tenerla stretta mentre lei rabbrividiva
dopo l’orgasmo. Le accarezzò la schiena, le baciò una guancia, le disse
quanto il suo piacere lo avesse deliziato.
Certe donne non gli credevano. Alcune erano persino sospettose di
ogni uomo che volesse portarle all’orgasmo e assistervi. Il suo più
grande piacere quando si portava a letto una donna era avere la piena
consapevolezza del momento in cui stava per venire. Portare una
donna consapevole al culmine, pienamente cosciente di ogni visione,
suono, sapore e odore, era per lui come un sontuoso banchetto.
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Al momento giusto, con la giusta donna, poteva farlo durare molto a
lungo. Si aspettava che gli succedesse al più presto anche con Bella.
Sorrise alla cuffia di lei. Bella era silenziosa, ma lui non la indusse a
parlare.
Finché lei chiese: — E questo cos’era?
— Questa sì che è una domanda. Piacere. Non è una spiegazione
sufficiente?
Lei si voltò a guardarlo, aggrondandosi leggermente. — Ma voi non mi
avete... penetrato. Non l’avete fatto, vero?
— No.
— Non capisco perché.
Lui tornò a baciarla. — Troppo difficile spiegarlo adesso. Devo
distaccarmi
da voi per un po’.
Andò nel salotto per soddisfarsi, intanto pensava a Bella. Se lei l’avesse
saputo come l’avrebbe presa?
Tornò in camera da letto, spegnendo la candela per poi mettersi a letto
dalla sua parte.
Lei fece per avvicinarglisi, ma Thorn disse: — Meglio se adesso stiamo
lontani. Buonanotte, Bella.
Un istante dopo, lei disse: — Buonanotte, Thorn.
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Thorn era ben lieto che lei non potesse vedere l’irresistibile sorriso che
gli piegò le labbra mentre sentiva di tanto in tanto il nome intimo che
le labbra di lei pronunciavano nel sonno.
19
Bella si svegliò il mattino dopo, toccandosi il corpo. Si ricordò perché e
si fermò. Poi però sorrise. Quella era stata la più straordinaria esperienza
della sua vita.
Senza dubbio Thorn stava pensando di sposarla per comportarsi a
quel modo. Lei pronunciò una silenziosa preghiera: “Per favore, fa’ che
sia così”.
Sentì l’orologio della chiesa suonare le otto e si tirò a sedere con
precauzione
per non svegliarlo. Poca luce le arrivava attraverso le cortine
tirate del letto, ma poteva vedere la fronte tesa e l’ombra scura sul
mento di lui. Ancora qualche giorno senza rasarsi e la barba sarebbe
stata fitta come quando lei aveva fatto irruzione nella sua camera da
letto al Compasso.
Si chiese se lo preferiva pungente come era stato durante la notte oppure
con le guance rasate e lisce.
Ma perché non si rasava ogni giorno? Allontanò la domanda scrollando
le spalle. Non conosceva le abitudini degli uomini.
La sua mano si era allungata a toccarlo, ad accarezzarlo, ma la ritrasse.
“Lascialo dormire.”
Si alzò dal letto richiudendosi alle spalle le cortine. Poi si stiracchiò e
sorrise. Scostò le tende della finestra per guardare fuori e vide che
piovigginava.
Non era la giornata ideale per andare a caccia di gatti. Sorrise
di nuovo.
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Qualcuno era entrato e aveva già riacceso il fuoco. Bella fu orripilata
all’idea di essere stata sorpresa a letto con un uomo, poi però ne rise.
Lì, erano una coppia sposata. Dunque era lecito.
Una brocca d’acqua era stata collocata sulla griglia del caminetto,
coperta da un panno. La portò al lavabo e ne versò metà nel catino, poi
la riportò al focolare per tenerla al caldo per lui.
Quando si accinse a vestirsi, era riluttante all’idea di diventare la
compassata,
ordinata, signora Rose, eppure lo fece, infilandosi le forcine
nei capelli, ficcandosi in testa la parrucca. Tabitha alzò gli occhi a
guardarla, emettendo un suono che sembrava qualcosa come: “Oh, sei
solo tu” e tornò a dormire.
Thorn emerse dalla camera da letto mezz’ora dopo, vestito e pronto ad
affrontare la giornata. Tabitha lo salutò con entusiasmo, e lui ebbe una
breve conversazione con la gatta.
Quando i loro occhi si incontrarono, lui sorrise in un modo che dissipava
i suoi dubbi: lui non era dispiaciuto di ciò che era accaduto
nella notte.
— Buongiorno — gli disse, sapendo di essere arrossita.
— Buongiorno — rispose lui guardandosi attorno. — Colazione?
Bella scattò in piedi sentendosi in colpa. — Avrei già dovuto...
— Bella, mi dispiace che siate stata ad aspettare che mi svegliassi. Non
mi piace pensare che siate affamata.
Andò alla porta per chiamare a gran voce un servitore.
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— Si vede che siete abituato ad avere un vocione da battello in
navigazione
— constatò lei, ancora sorridendo.
Lui sorrise. — Proprio così. — Andò alla finestra. — Una giornata
brutta, ma ottima per fare progetti. — Poi si voltò per dirle: — La
settimana
scorsa, vostro fratello era alla Vecchia Quercia dove si reca
spesso.
— Come fa a evitare scandali?
— C’è una porta di accesso a certe stanze sul retro riservata a
gentiluomini
dai gusti particolari, che non devono essere visti da uomini
meno sporcaccioni.
Bella abbozzò una smorfia, però chiese: — Se Augustus è uno di questi
gentiluomini privilegiati, possibile che non lo avvertano delle vostre
indagini?
— Non sono così sciocco. Sono stato molto discreto finché mi sono
reso conto di quante poche simpatie goda. — Le scoccò un’occhiata
guardinga. — Non è... gentile — le spiegò.
Bella aveva un’idea di ciò che questo poteva significare. — Non sa
neppure
cosa sia la gentilezza. Ma questo significa che quelli della Vecchia
Quercia sono disposti ad aiutarvi? Avete concepito un piano preciso?
— No. — Si avvicinò al fuoco e a lei. — Sarebbe facile rivelare quello
che succede nelle stanze sul retro agli avventori della sala comune, ma
non sono certo che basterebbe. Abbiamo bisogno di mettere un certo
numero di persone rispettabili davanti a quello che accade là dentro.
— Ci vorrà molto per scoprire il modo di farlo? — chiese Bella.
260/444
— Può darsi — rispose lui. — Siete certa che le vostre conoscenze di un
tempo ne sarebbero convinte?
— Che ne dite del gioco d’azzardo? — chiese lei. — In cosa consiste?
— Ha luogo in quelle stanze private. È una buona cosa, perché mi ha
dato modo di giocare, anziché approfittare degli altri servizi offerti
dalla locanda.
Bella arrossì, sollevata, e seppe che lui se n’era accorto.
— Avete perso molto? — chiese.
— Non molto. Non pensate che potrei avere vinto?
— Avete vinto?
Thorn abbozzò un sorrisino. — No, ma solo perché ho pensato che
fosse imprudente. Un cliente che perde è sempre il benvenuto.
Arrivò finalmente la loro colazione, e passarono ad altro, discutendo
su quale zona sarebbe stata adatta in cerca dei gatti-conigli dell’Assia.
Trascorsero un’altra giornata come la precedente, percorrendo sentieri
campestri in cerca di gatti-conigli. Il cielo era grigio, cosa che non
bastava a deprimere Bella. I micini erano particolarmente inquieti,
ragione
per cui dovette coccolarli mentre Thorn guidava il calesse.
Tabitha lo accettò, anche se balzò fuori per darsi all’esplorazione, forse
anche alla caccia.
Quando tornò, Bella la rimproverò.
La gatta miagolò, seccata.
261/444
Quando si fermarono a pranzare in una locanda, Bella rimise i mici nel
paniere che depose sul pavimento del salotto.
In attesa del pranzo, Thorn la strinse tra le braccia per un rapido, ma
elettrizzante bacio, proprio mentre una cameriera entrava ad
apparecchiare.
Bella lo respinse, ma riuscì a emettere soltanto una specie di squittìo
che dovette farla sembrare assurda.
— Se non volete essere baciata, moglie, dovreste essere meno
baciabile.
La cameriera ridacchiò e scoccò a Bella un sorriso di congratulazioni.
Bella si ricompose e vide in lei le proprie guance rosse e gli occhi lucenti,
nonostante gli occhiali le fossero finiti di traverso. La ragazza
vide una coppia di innamorati. Bella poteva soltanto sognare che un
giorno fosse proprio così, ma era assillata dalla consapevolezza che,
quando quell’avventura fosse finita, loro due si sarebbero separati.
Mentre tornavano a Upstone al termine della giornata, cominciò a
piovigginare.
Bella chiuse il paniere dei gatti e si tirò sulla testa il cappuccio
del mantello. Thorn era protetto solo dal suo tricorno.
— Avrei dovuto portare un mantello — disse, ironico. — È inutile che
abbiate quell’aria preoccupata; mi sono trovato a essere molto più
zuppo di quanto sia oggi.
— Avete spesso incontrato il mare agitato?
— È meglio della bonaccia. Esattamente come una donna che abbia
temperamento è meglio di una fredda.
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La domanda le uscì di bocca prima che potesse impedirselo: — Io cosa
sono?
— Né l’una né l’altra cosa. Voi, mia cara, siete una forte brezza in una
giornata di sole, di quelle che riempiono le vele e danno ali alle navi.
— Mi piacerebbe esserlo davvero.
— Cosa? Un vento?
— No, questo non credo mi piacerebbe. — Non ebbe il tempo di trovare
qualcosa di sensato da dire perché fu distratta dalla vista di un
uomo a cavallo che tornava a casa in fretta, la testa bassa per proteggersi
dalla pioggia.
Si aspettava che lo sconosciuto continuasse la corsa, invece si fermò. —
Buongiorno a voi. Siete le persone che stanno chiedendo in giro di
gatti-conigli?
Bella si raggelò. Era lord Fortescue, un amico di suo padre, un uomo
in piena forma nonostante i sessant’anni suonati. Se fosse stato
sospettoso, l’avrebbe squadrata attentamente. Pareva riconoscerla?
Lord Fortescue esclamò: — Buon Dio! — E lei si preparò a guai, ma il
gentiluomo chiese scusa: — Vi chiedo perdono, signora, ma Ithorne...
cosa state facendo qui...?
— Come un uomo qualunque? — completò la domanda Thorn. — Sono
in incognito.
— Ah. — Un’altra occhiata a Bella che evidentemente riteneva una
dama, poi la sua attenzione tornò a rivolgersi al presunto duca. Come
se la sarebbe cavata Thorn?
263/444
— Motivi gravi? — chiese Fortescue.
— Niente affatto, milord. Certi nobili cercano terre straniere o stelle
remote. Io invece cerco gatti-conigli come questo. — Aprì il paniere.
Tabitha diede un’occhiata sospettosa, poi richiuse il coperchio su se
stessa e i micini.
— Davvero una strana creatura. Ma non voglio trattenervi sotto questa
pioggia. Dove alloggiate?
— Al Cervo e alla Lepre a Upstone.
— Posso venire a farvi visita, Ithorne? Ci sono alcune faccende che mi
piacerebbe discutere con voi.
Bella vide Ithorne fare una smorfia, però lo sentì rispondere: —
Naturalmente,
milord. Cenate con me domani sera.
Si accordarono sull’orario, lord Fortescue si toccò il tricorno bagnato e
continuò per la sua strada. Nel frattempo, Bella era rimasta a fissare il
vuoto, chiedendosi per quale ragione Thorn non avesse semplicemente
corretto l’errore.
Quando lui rimise i cavalli al trotto, non poté trattenersi. — Ma cosa vi
passa per la mente? È già abbastanza grossa farvi passare per vostro
fratello, sono certa che sia illegale, ma invitare lord Fortescue a cena?
— Fidatevi di me — replicò lui con tono pacato. — Il mio fratellastro e
io siamo molto simili.
— Lui è un duca e voi un capitano di nave. Perché non l’avete corretto
e non gli avete detto chi siete?
264/444
— Perché mi è parso meglio non farlo. D’altra parte non immaginavo
che lui desiderasse un altro incontro.
Bella si asciugò una goccia che le era piovuta sul naso. — Lui vorrà
parlare di politica, e voi di politica non sapete niente.
— Davvero?
— Non quanto deve saperne vostro fratello.
— Verissimo — rispose lui con un sorriso irritante ed enigmatico. — In
compenso io conosco molto bene ciò che avviene in mare. La domanda
è: intendete partecipare?
— No — rispose prontamente Bella. — Non voglio prendere parte a
questa farsa. Inoltre, lord Fortescue era un amico di mio padre. A me
non ha prestato molta attenzione, ma può darsi che mi abbia
riconosciuto.
— Ah. Benissimo.
— Non potevate fare a meno di invitarlo? La legge è precisa. C’è gente
che viene impiccata quasi per niente. Sono certa che impersonare un
duca venga considerato quasi un tradimento.
— Bella — disse lui in tono canzonatorio — fidatevi di me.
— Questo può mandare in fumo la mia vendetta — disse a quell’uomo
irritante. — Se direte “fidatevi di me” ancora una volta, io... vi pugnalerò
con il mio spillone da cappello.
Thorn, per tutta risposta, rise.
265/444
Furono accolti al Cervo e Lepre con asciugamani, il fuoco ruggente nei
camini e punch bollente. Bella fece buon uso di tutto ciò, ma Thorn
scomparve. Lei immediatamente si chiese, preoccupata, se le sue
proteste
l’avessero offeso.
Quando riapparve, stava asciugandosi i capelli con un asciugamano. Si
era tolto la giacca e aveva indosso soltanto panciotto e camicia.
— Dove siete andato? — chiese lei. — A disdire l’appuntamento con
lord Fortescue?
— No. — Versò del punch e si sedette. — Il locandiere voleva
consegnarmi
una lettera senza che voi lo vedeste. Viene dalla Vecchia
Quercia.
— Ci siete andato? Adesso? — Detestava l’idea che lui fosse tornato a
visitare il bordello, seppure per poco.
— Solo un istante — confermò lui prontamente. — Augustus ci andrà
domani.
Sembrava compiaciuto dalla notizia, ma Bella si sentì stringere lo
stomaco.
Domani.
Domani tutto sarebbe potuto finire.
— Dobbiamo fare al più presto un piano — disse Bella. — E che
funzioni.
— Altri piani — replicò lui riempiendosi il bicchiere. Ne offrì anche a
lei, che però scosse la testa. Ancora un po’ di punch e sarebbe scoppiata
in lacrime.
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— La signora Calloway, la locandiera, ha supposto che fossi interessato
a sapere in tempo quando vostro fratello si fosse recato alla Vecchia
Quercia. Oggi, però, ha pensato che fosse opportuno ricordarmi che
domani qui a Upstone i magistrati si raccoglieranno a giudizio. Vostro
fratello ci sarà in veste di magistrato.
— Questo non è molto utile, vero? — chiese Bella. — A meno che
Augustus non si rechi alla Vecchia Quercia dopo la riunione dei
magistrati.
— Augustus alla Vecchia Quercia ci sarà senz’altro. — Svuotò soddisfatto
il bicchiere. — I tre magistrati si riuniscono per giudicare qui al
Cervo e Lepre, e vi trascorreranno anche la notte.
— Lui mi riconoscerà! — esclamò Bella, spaventata.
— Forse no, ma è meglio che voi non vi facciate vedere troppo.
Comunque, potrebbe essere la situazione ideale per i nostri piani. Finite
le incombenze legali, i magistrati cenano e si concedono un’allegra
serata, in cui giocano a carte...
— Ah!
— ... e, scusatemi, si divertono con le puttane.
— Qui? — chiese Bella.
— Sì — confermò lui. — Nella stessa stanza sul retro in cui tengono la
riunione dei magistrati. La signora Calloway manda qua tre delle sei
donne che lavorano al bordello e che entrano dalla finestra. Non credo
che alla locanda si sappia, ma forse fingono solo di ignorarlo.
— Disgustoso.
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— Non è questo il nostro problema. La serata finisce in orgia, sicché la
nostra rivelazione può essere semplice come aprire un sipario.
— Siamo noi che dobbiamo aprirlo? Non saremo in quella stanza.
— Voi ne starete alla larga, ma io sono certo che potrò trovare un
pretesto per entrarci.
— Si può fare in modo che le persone che ne stanno fuori assistano alla
scena?
— La notizia può essere diffusa. Immaginatevelo. Sarà come a teatro.
Quando si alza il sipario e sulla scena ci sono gli attori...
— Che ne sarà degli altri magistrati? — chiese lei.
— Anche loro finiranno in trappola se condividono gli stessi vizi di
vostro fratello.
— Sappiamo chi sono?
— Penso che possiate immaginarlo.
— Sì, naturalmente! Uno dovrebbe essere lo squire Thoroughgood.
Quello è l’uomo che mio fratello voleva che sposassi.
— Onesto e incorruttibile? Questo potrebbe ostacolare i nostri piani.
— Non lo è affatto. O, per meglio dire, suppongo che sia considerato
incorruttibile, perché applica la legge con mano dura, ma è noto come
forte bevitore e perché era infedele alla sua prima moglie.
— Quanti anni ha?
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— Sulla quarantina, se non mi sbaglio. Perché?
— Non era certo una scelta adatta a voi.
Lei fece una smorfia. — Mio padre insisteva perché lo sposassi e non
c’erano altri pretendenti alla mia mano. Ricordo che diceva che lo
squire Thoroughgood era un uomo severo che sapeva come tenere in
riga una donna volubile, se necessario con la frusta in pugno.
— Preferirei che vostro padre non fosse morto. Perché potrei
esprimergli la mia opinione sul suo comportamento.
— Se lo squire Thoroughgood venisse coinvolto nello smascheramento
di Augustus, io non avrò certo obiezioni.
— Benone. Siete d’accordo sul modo d’agire?
— Se si riuscirà a metterlo in pratica, sì. Ma la scena che si presenterà
deve essere immediatamente e visibilmente scandalosa. Come facciamo
ad assicurarci che sia così? Il fatto che alcuni uomini giochino a
carte non sarà certo sufficiente.
— Giocano anche a dadi. E quando perdono, le donne si tolgono gli
indumenti.
— Oh!
— Una volta nude, ci sono altre penitenze.
— Sicché, noi abbiamo semplicemente bisogno di un segnale che ci
dica quando la situazione è giunta a un certo punto.
— Proprio così. Tuttavia sarebbe bene avere sottomano alcuni importanti
testimoni, oltre alla gente comune. Persone che non siano
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intimidite dai magistrati e che siano disposte a diffondere ampiamente
lo scandalo. Fortescue! È l’uomo che ci occorre! — esclamò Thorn.
— Si direbbe che voi lo conosciate bene.
— Ho avuto a che fare spesso con lui.
— Come Capitan Rose, immagino.
— Fidatevi di me, Bella. Pensate piuttosto a chi potremmo coinvolgere
come testimoni. Che ne dite della famiglia alla quale vostro fratello
intendeva
legarsi con un matrimonio?
— Langham. Il signor Langham è semplicemente un uomo ricco, che
sta cercando di insediare qui la sua famiglia, per cui non avrà voglia di
creare fastidi.
— Neppure se risultasse che il corteggiatore di sua figlia è un uomo
spregevole? E se avesse modo di constatarlo personalmente?
— Sì, in questo caso può darsi che agisca. Da quel poco che so, è un
padre affettuoso. Se si venisse a sapere di una possibile rivelazione,
sarà ben lieto di constatare de visu.
— Può andare bene. Chi altro? Fortescue dovrebbe essere un testimone
fondamentale. Lui detesta l’ipocrisia. D’altra parte, può darsi
che Langham non sia disponibile a diffondere la voce. Il vicario? Che
tipo di uomo è?
— Oh, sì! Se è ancora in carica. Il reverendo Jervingham. Una persona
integerrima, un figlio cadetto del conte di Moncliffe, che non subisce le
influenze locali. Notoriamente pronto a denunciare dal pulpito i
peccatori,
grandi o piccoli che siano.
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— È l’uomo giusto — constatò Thorn. — Con un pubblico di persone
del posto che possiamo mettere sul chi vive, questi tre gentiluomini
potrebbero servire al caso nostro.
— A patto che i magistrati facciano quello che avete detto.
— Stando alla signora Calloway, lo fanno sempre.
— Sempre?
— Vostro fratello è un inveterato peccatore, Bella. Noi riusciremo a
sorprenderlo sul fatto.
— I magistrati non dovrebbero rappresentare la legge?
— Raramente è quello che fanno. A noi basterà un segnale. Un modo
per sapere quando fare irruzione e spalancare il sipario.
— Perché non affidare il compito a una delle donne? — propose Bella.
— Immagino che sarebbero dispostissime a farlo.
— Ne sarebbero anche felici. Basterebbe un urlo per darmi il pretesto
di fare irruzione in quella stanza, non credete?
— Un gentiluomo non potrebbe non farlo.
Sarebbe stato un momento perfetto, pensò Bella, però il trionfo che si
aspettavano avrebbe significato la fine di tutte le sue speranze.
Era proprio così. Perché i suoi sogni matrimoniali erano solo sogni.
Persino con Augustus finito nella polvere, lei sarebbe restata pur
sempre la scandalosa Bella Barstowe.
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— Dovrei tornare alla Vecchia Quercia per organizzare lo spettacolo —
disse Thorn.
— E io nel frattempo dovrò fare la parte della moglie trascurata.
Lui si alzò, le diede un bacio e se ne andò.
Poco dopo entrò la cameriera portando la cena per lei e un piattino per
Tabitha. Rivolse a Bella un’occhiata compassionevole e lei fu lì lì per
proclamare che suo “marito” non si sarebbe mai comportato male. E
che aveva un nobile scopo...
Dopo aver mangiato, Bella si dedicò al cucito, sperando che calmasse il
suo nervosismo.
20
Thorn tornò dopo meno di un’ora, e per lei fu una gioia segreta.
— Che straordinaria visione! — commentò Thorn. — Una dama intenta
a cucire alla luce di una candela.
Lei gli scoccò un’occhiata. — La luce del giorno sarebbe preferibile. Se
posso dedicarmi al ricamo nella penombra è solo perché le mie dita
sono in grado di fare il loro lavoro come se io fossi bendata. Le donne
sono d’accordo?
— Sono ben liete, come avevate detto. Augustus è molto malvisto. In
apparenza si comporta rettamente, ma questo è tutto e d’altra parte...
lasciate perdere. Tra l’altro ho saputo il nome del terzo magistrato: sir
Newleigh Dodd. Un altro bel campione?
Bella si frugò nella memoria. — Deve essere stato nominato dopo la
mia partenza da Carscourt. Non mi sembra di conoscerlo.
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— Lui risponde alla stessa tipologia, oppure è troppo debole per sollevare
obiezioni. Ma ecco la sequenza degli eventi. Prima i magistrati
esercitano le loro funzioni, quindi cenano. Quando le donne arrivano,
sono già mezzi sbronzi, ma lo sono completamente solo più tardi.
Domani
sera le donne aggiungeranno altre sostanze alcoliche ai loro
punch per accelerare gli eventi. Quando questi saranno giunti al punto
giusto, una delle donne urlerà, e io correrò al loro salvataggio seguito
da Fortescue.
— E gli spettatori all’esterno?
— La signora Calloway ha scambiato qualche parola con uno dei suoi
avventori, un ciarlatano che spaccia panacee. Domani sera costui offrirà
la dimostrazione di un nuovo balsamo contro i reumatismi che ha
azione soltanto al chiar di luna. Questo avverrà nel cortile delle
scuderie, fuori dalla stanza dove i magistrati cenano.
— Un piano molto astuto.
Thorn sorrise, compiaciuto.
— E il vicario? — chiese Bella. — Lui non verrà di sicuro per assistere
alla vendita di un toccasana.
— Può darsi che arrivi un po’ in ritardo. Ma mi sono assicurato
l’appoggio
del droghiere locale, un certo Colly Barber. Vostro fratello lo ha
fatto mettere ai ceppi per aver frodato sul peso. L’uomo giura di essersi
sentito in diritto di farlo perché era obbligato a fare prezzi di favore
a sir Augustus Barstowe. Come siano andate in realtà le cose, non so,
ma il droghiere porterà un messaggio al vicario invitandolo a venire.
Mi chiedo solo quale potrà essere il messaggio.
— Qualcosa inerente al suo magistero — affermò senz’altro Bella. — Il
vicario non può ignorare una convocazione del genere. Basta che il
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messaggio dica che lo squire Thoroughgood ha avuto un malore per
avere mangiato e bevuto troppo e vuole confessare i propri peccati
prima di morire. È un uomo corpulento, pertanto la cosa appare
credibile.
— Buona idea, Bella. Langham probabilmente verrebbe se ricevesse
una lettera anonima che lo informasse di come e quando il suo futuro
genero se la spassa con prostitute di bassa lega. La scena è pronta.
Bella passò mentalmente in rassegna la situazione. Voleva che tutto
funzionasse. — Il droghiere come saprà quando portare il messaggio?
— Non appena sentirà l’urlo.
Bella scosse la testa. — Sarà troppo tardi. Anche se il vicariato è nei
pressi della Vecchia Quercia, il reverendo Jervingham rischia di arrivare
quando tutto è finito. Perché non scegliamo un punto il più possibile
vicino al vicariato che sia visibile dalla camera da letto? Io ci
sarò, lasciando voi e Fortescue a occuparvi dell’aspetto politico. Non
appena sentirò l’urlo, con la candela accesa darò al droghiere il segnale
di partire, e il suo percorso sarà molto più breve.
— Complimenti per la vostra abilità di ricamatrice.
Bella si compiacque della sua approvazione. Ma prima di
commuoversene,
soggiunse: — A proposito di precisione, non credete che fareste
meglio a rasarvi se volete continuare a farvi passare per il duca?
— Sono Ithorne che viaggia in incognito, non ve ne ricordate? Un duca
può farsi crescere la barba esattamente come un contadino, inoltre la
barba serve a cancellare le differenze tra le nostre fisionomie.
A lei non restò che sospirare. — Io chi sarò se non la signora Rose?
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— Temo che dobbiate passare per la chère amie di Ithorne.
La sua amante. Però in francese significava semplicemente “cara
amica.”
Lui le prese una mano. — Voi siete diventata una cara amica, Bella,
quindi non è una menzogna.
Queste parole la rasserenarono, ma replicò: — E voi per me siete un
vero amico. Vi siete sobbarcato il mio problema come se fosse una
causa vostra. Ma, amico mio, domani non potrei avere anch’io un
ruolo che non consista solo nell’agitare una candela?
— Se veniste con me, potreste essere riconosciuta da chiunque.
Per un momento Bella esitò. — Poco importerebbe. Voglio dire, questo
non manderebbe all’aria il piano.
— E la vostra reputazione?
— Oh, ormai è da un pezzo che non ci penso più.
— Comunque, scendete dopo di me e assumete il ruolo che vi sembrerà
opportuno.
— Vi ringrazio. Penso che tutto funzionerà.
— Sì, funzionerà perché in questo consiste il mio servigio per voi, mia
signora. — Staccò la mano dalla sua e si alzò. — Adesso devo lasciarvi
ancora per dare l’ultimo tocco ai particolari. No, ve lo prometto, non
alla Vecchia Quercia.
Non passò molto tempo prima che Thorn rientrasse in camera. Bella
era già a letto e stava tendendo le orecchie da dietro le cortine.
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La raggiunse a letto e le si avvicinò. Lei voltò la testa per guardarlo e
notò che era a spalle nude. Senza camicia.
Si sentì la bocca secca. Erano belle spalle, e persino nella luce scarsa
Bella scorse il tatuaggio, quello di un cigno nero che le fece ricordare il
Compasso di Dover. Lo toccò, constatando sorpresa che la pelle era
liscia.
— Perché ve lo siete fatto fare?
— È un’abitudine dei marinai. Così i loro corpi potranno essere
identificati
se annegassero.
— Preferirei che parlassimo d’altro.
— Ma è una realtà della vita in mare. — Allungò la mano al nastro che
le allacciava la cuffia sotto il mento. — Permettete?
Lei non sapeva esattamente cosa avrebbe dovuto permettere, ma rispose
di sì.
Thorne sciolse il fiocco, poi la fece sedere dandole modo di togliersi la
cuffia. Poi tornò a muoverla in modo che le gambe di lei fossero a
cavallo delle sue. Bella era praticamente sdraiata sul suo grembo.
Tese le mani per sciogliere il nastro che le tratteneva la treccia e le
liberò i capelli, affondandovi le dita. Il suo tocco sulla nuca fu così
dolce che Bella si chiese come mai avesse ignorato in precedenza
quella sensazione.
Improvvisamente si accorse di essere in una posizione tale da
permettergli
di fare qualsiasi cosa volesse.
A sua volta passò le dita tra i capelli di lui. — Non è una sensazione
magnifica?
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— Lo spero, perché vuol dire che vi ho offerto un delizioso piacere.
Timidamente, lei chiese: — Cosa posso fare per darvi piacere?
— Posso aprire le cortine e accendere altre candele?
— Non ne avete lasciata accesa già una?
— Come faremmo a vederci altrimenti?
Lei rise. — Già, anche a me piace vedere di più. È troppo sfacciato da
parte mia?
— Niente è troppo sfacciato, mia bellissima. Niente.
Aveva portato con sé un’intera bracciata di candele, e a questo punto le
accese.
Entrambi ne furono elettrizzati. Certo lui non si era fatto pregare né lo
faceva perché si sentiva obbligato. La luce delle candele le dava modo
di godere della sua bellezza: spalle ampie e petto scultoreo che si
assottigliava
in vita, fianchi stretti e natiche muscolose. Tutto il suo
corpo era ben fatto, muscoli lunghi, ma potenti. Bella supponeva che
un capitano marittimo facesse ben altro che impartire semplicemente
ordini.
Lui tornò verso il letto reggendo una candela, sorprendendo Bella
intenta
a squadrarlo sorridendo. Sì, a Bella piaceva guardarlo all’incerta
luce della fiammella che faceva risaltare i contorni del suo busto. Le
sembrava diverso dai ricordi che conservava di lui al Compasso, ma
ogni volta le appariva più bello.
Thorne posò la candela sul comodino e le si sedette accanto. — Se vi do
fastidio, ditemi di fermarmi.
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— Non riesco a immaginarmi che possiate darmi fastidio.
— Potrei farlo. In modi che più tardi vi piacerebbero.
Lei rise. — Quello che dite non ha senso.
Lui sorrise. — Vedremo.
Le slacciò la camicia da notte e l’abbassò, lungo le braccia, fino a
denudarle
completamente i seni. Lei avrebbe desiderato coprirseli con le
mani, ma non lo fece.
— Sorpresa? — chiese, guardandola.
— Conturbata — replicò lei — ma non turbata. La vista dei miei seni vi
piace?
— Immensamente. — Si chinò a sfiorarle un capezzolo con le labbra,
giocherellando. Bella si sentì fremere e tentò di fermarlo, ma le sue
braccia erano bloccate.
Lui succhiò. Il corpo di lei sussultò.
— Così sensibile — mormorò Thorn, baciando e leccando l’altro seno.
— Non avete idea di quanto mi piace rivelarvi queste delizie. Spero ne
siate deliziata.
Bella restò a bocca aperta. — Credo proprio di esserlo, signore, ma mi
tenete ferme le braccia e io vorrei toccarvi.
Lui le sfilò del tutto la camicia da notte dalle braccia, liberandola,
mettendola a nudo fino alle anche. Le passò le mani sul corpo, poi
sulle natiche. Come avrebbe potuto, Bella, sapere che le sue natiche
fossero così sensibili? Tutto in lei era sensibile e la faceva mugolare.
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Gli passò le mani sulla schiena, accarezzandolo come lui accarezzava
lei.
Si ricordò dei capelli e alzò una mano per toccarglieli. Le sue dita
giocherellarono con le ciocche, poi scesero lungo la nuca e il collo,
comprendendo ciò che lui aveva detto a proposito del piacere di dare
piacere.
Forse Thorn fece le fusa prima di abbassare di nuovo le labbra ai seni
di lei.
Bella cessò di pensare mentre precipitava in una buia, ardente
passione.
Ne emerse più vogliosa di prima. Gli baciò il petto e poi il tatuaggio del
cigno nero. Gli passò un’unghia sulla pelle, guardando il tracciato
impallidire
e poi scomparire. Giocò con il corpo di lui, e Thorn glielo permise,
semplicemente toccandola, accarezzandola, in un modo che
sembrava quasi pigro, ma che continuava a suscitarle vibranti
sensazioni, desiderosa di altro ancora.
Giunse il momento in cui tutte le coltri erano scivolate a terra insieme
ai loro indumenti. La stanza era fredda, il fuoco quasi spento, ma tra
loro il calore era più che sufficiente.
Bella studiò il suo membro, il modo in cui si drizzava, lungo e rigido.
Lo toccò. Così duro. Così caldo.
Sentì Thorn trattenere il fiato e lo guardò. Lui sorrise e indicò la mano
di lei attorno al suo membro. — Mi permettete? — chiese.
Bella inspirò. — E voi?
— Naturalmente.
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Allora posò la mano sopra quella di lei e l’attirò a sé. — Questo mi piace,
Bella, ma solo se piace a voi.
— A me piace darvi piacere.
Lui sorrise. — Proprio come a me piace darlo a voi. Datemi piacere,
allora.
C’era libertà totale, ma c’era anche sfida, per cui Bella decise di fare
esattamente ciò che le dava piacere mentre assaporava quella nuova
esperienza. Le parve che funzionasse come aveva detto lui, e che il
piacere
fosse reciproco, soprattutto perché lei provava davvero piacere
nell’osservarlo nella sua passione, letteralmente nelle sue mani.
Thorn aveva avvicinato a sé il lenzuolo per accogliere il fluido, quello
che sarebbe dovuto entrare in lei.
Se fossero stati sposati.
Quello, si rese conto Bella, era il culmine della lussuria, del peccato,
ma non se ne curava. Gli buttò le braccia al collo e lo baciò. Ogni bacio
era più profondo, più caldo del precedente. Poi lui la fece godere
ancora, ripetutamente. Sapeva come condurla a un punto di
annientamento
per poi salvarla un istante prima che morisse.
— Voglio fare questo per voi — mugolò lei, esausta.
— Che pensiero magnifico! — le mormorò lui sul collo, e tornò a
stringerla contro il proprio corpo mentre lei stava per addormentarsi.
Prima che Bella potesse formulare un’altra domanda, con un bacio le
impose il silenzio, un bacio al quale lei non poté resistere. Poi sprofondò
nel sonno.
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21
Bella si svegliò tardi e impigrita, una volta ancora fisicamente
appagata. Si voltò sul fianco per dare un’occhiata a Thorn, bello e
rilassato
nel sonno. Ah, se quella fosse stata la loro prima notte di nozze,
che li avesse uniti per l’eternità...
Si alzò, si vestì in fretta e andò nel salotto per rifugiarsi nel ricamo.
Quando Thorn uscì dalla camera da letto, lei si sentì quasi tremare
tant’era colma della sua presenza, di memorie, di echi di sensazioni...
Lui le sorrise e la baciò, ma fu un bacio gentile.
Probabilmente era saggio.
— Sta diventando difficile aspettare — disse Bella, ma poi cessò di
sapere con esattezza a che cosa si riferisse. Lui sorrise, e Bella non fu
più sicura neppure del significato nascosto di quelle parole.
Continuò: — Non c’è niente da fare prima che il giudizio dei magistrati
sia finito e gli uomini si dedichino ai loro piaceri.
— Potremmo fare colazione — propose Thorne, divertito, e andò a
ordinarla.
Bella constatò sorpresa di essere affamata, forse a causa del molto
esercizio cui si era dedicata nottetempo, ma che però non l’aveva
stancata
affatto. Dopo colazione passeggiò avanti e indietro per il salotto in
preda all’ansia.
Poi si fermò e si voltò a guardarlo. — Vorrei visitare la sala che fungerà
da tribunale.
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— Credete che sia saggio? — chiese Thorne, continuando a bere il suo
tè.
— Non lo so. Ma ho voglia di vedere Augustus mentre esercita la
funzione
di magistrato. Per ricordare a me stessa quanto sia ripugnante.
Lui la studiò. — Suppongo che non vi riconoscerebbe se resteremo in
fondo alla stanza, ma sistematevi la parrucca in modo da ombreggiarvi
il volto, con la tesa del cappello calata sulla fronte. Non dimenticate gli
occhiali, mi raccomando.
Poi le sorrise e soggiunse: — Comunque loro non saranno qui prima
del pomeriggio, ragion per cui possiamo andare a caccia di gatticonigli.
Un po’ a malincuore Bella acconsentì. Thorn insistette anche perché si
concedessero un tranquillo pranzo in una locanda a qualche miglio da
Upstone, mentre lei fremeva all’idea che i magistrati accelerassero i
tempi e qualcosa andasse storto mentre loro non erano al Cervo e
Lepre.
— Pazienza, mia cara — le disse Thorn. — Arriveremo in tempo, e
quanto più tardi lo faremo tanto minori saranno le possibilità di
incappare
in vostro fratello.
Bella si rilassò e notò il modo disinvolto che lui aveva parlando con
fattori e braccianti agricoli, che riusciva a mettere a loro agio.
Quanto diverso doveva essere dal suo altero fratellastro! Era forse un
pochino troppo pronto a flirtare con le donne, che erano vogliose di
flirtare con lui. La vita coniugale con Capitan Rose l’avrebbe sempre
messa a dura prova, ma lei desiderava tanto stare con lui!
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Tornarono a Upstone alle tre e Bella corse nella loro camera da letto
per controllare che i capelli e il cappello coprissero almeno in parte il
suo volto, poi con Thorn andò nella lunga stanza dove la seduta di
tribunale avrebbe avuto luogo.
Era la stessa in cui i magistrati avrebbero cenato, ed entrando, Bella
non mancò di dare un’occhiata alle finestre. Due, ed entrambe ampie.
Ottimo.
Volse lo sguardo all’altra estremità, dove i tre magistrati stavano
decidendo
la pena di un colpevole. Lo squire Thoroughgood era al
centro, più grasso che mai e sogghignante. Alla sua destra un uomo
elegante
sulla trentina, l’aria annoiata. Doveva essere sir Newleigh
Dodd. Alla sua sinistra, sinistramente, pensò Bella con amara ironia,
sedeva Augustus.
Suo fratello era un po’ ingrassato da quando l’aveva visto l’ultima
volta, ma riusciva ad apparire come la personificazione della superiorità
e della disapprovazione, nonostante le guance floride. A quanto
sembrava, il caso riguardava danni a una proprietà, colpa grave. Il
giovanotto aveva avuto da ridire con un proprietario terriero e aveva
distrutto alcuni steccati. Tentava di negare il fatto, ma la sua colpa
sembrava sufficientemente comprovata.
Lo squire Thoroughgood gli comminò una multa di tre ghinee. Quasi
tutti nell’aula trattennero il fiato, ma il giovanotto insorse: — Io non
sono in grado di pagare quella somma!
— Vuol dire che andrete nelle colonie per pagarla col vostro lavoro —
disse Augustus con disgustosa soddisfazione. “Disgustus” pensò Bella,
senza divertirsi affatto.
283/444
— Restate qui — sussurrò Thorn. — Non attirate l’attenzione. — Si alzò
e si avvicinò al banco dei magistrati. — Gentiluomini, intendo pagare
la multa di questo giovanotto.
Tre paia di occhi lo fissarono. Sir Newleigh aveva l’aria di una pecora
colta alla sprovvista.
— Voi chi siete, signore? — ringhiò lo squire Thoroughgood. — Perché
tentate di ostacolare la giustizia? Siete in combutta con lui?
— Mi chiamo Capitan Rose, e la giustizia esige soltanto che la multa
venga pagata.
— La giustizia esige che un colpevole venga punito! — gridò Augustus,
battendo una manata sul tavolo. Bella era certa che gli sarebbe
piaciuto avere una voce tonante anziché un tono stridulo.
Thoroughgood era rosso in faccia, ma Sir Newleigh era pallido, adesso
sembrava una pecora allarmata. Stava fissando Tohrn con occhi
spalancati.
— Signore...! — Trattenne il fiato. — Voglio dire... Capitan Rose?
Thorn si girò a guardarlo. Da dove stava, Bella non poteva vedere la
sua espressione, ma lo udì dire con voce gelida: — Sì, questo è il mio
nome.
— Ma, ma...
Oh, buon Dio, l’uomo aveva riconosciuto, o almeno così pensava, il
duca di Ithorne. Una volta ancora, Thorn lo aveva permesso. Di fronte
a un tribunale. Sarebbe stato uno spergiuro, o no?
284/444
Sir Newleigh adesso sembrava un pesce boccheggiante, ma non disse
altro. Invece, si chinò per farfugliare ad Augustus: — Lasciate che
paghi la multa, accidenti!
Il faccione di Augustus era rosso fuoco. — Assolutamente no. Non
permetto
che un capitano di recente nomina metta bocca nelle mie
decisioni!
— Non siete un giudice monocratico, accidenti.
Bella trattenne il fiato accorgendosi che poteva sorgere un nuovo
problema.
La discordia tra i magistrati poteva far fallire il loro piano!
Forse Thorn se ne accorse a sua volta, perché parlò con tono conciliante:
— Signori, non desidero affatto interferire nell’applicazione della
legge. Ma credo che qualsiasi cristiano può essere caritatevole. Sono
persuaso che questo giovanotto abbia fatto tesoro della lezione che ha
avuto. — Tirò fuori la borsa e versò alcune monete d’oro al giovanotto,
che lo guardava a bocca aperta. — In futuro siate più saggio.
Fece una riverenza ai magistrati e tornò al suo posto accanto a Bella,
seguito dallo sguardo fiammeggiante d’ira di Augustus.
Adesso si stava discutendo un nuovo caso, Thorn e Bella si alzarono e
uscirono. Bella disse: — Facciamo una passeggiata all’aperto per
distogliervi
dalla tentazione.
— Sono d’accordo — accettò lui, sia pure un po’ irritato. — Ma pigrizia,
stupidità e viziosità! Che trio!
— Sir Newleigh evidentemente pensava che foste il duca. Ero terrorizzata
all’idea che voi lo confermaste! Cosa pensava che Ithorne
potesse fargli?
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— Impedirgli l’accesso a corte. La morte sociale. Parlare di lui in termini
negativi, mettendo in burletta l’intera faccenda. Perché nulla è
più efficace del sarcasmo. Spero che questa sera ci faremo un sacco di
risate.
Bella gli infilò una mano sotto il braccio. — Smettetela con quell’aria
cupa. La gente ne è spaventata.
Lui si rilassò e le sorrise. — Voi non avete mai paura di me, mia cara?
— Dovrei averne?
— Non ne sono certo.
Bella scosse la testa. — Mi sembra — disse — che i duchi esercitino
un’enorme influenza. Eppure sono semplicemente uomini, come tutti
gli altri.
— State dicendo un’eresia! — esclamò lui. — E non risponde al vero.
Ogni loro parola è attentamente pesata, ogni loro espressione viene
notata e valutata.
— Non dev’essere una situazione piacevole.
— Provate dispiacere per Ithorne? Pochi lo farebbero.
Lei lo guardò attentamente. — In precedenza, avevate detto che
provavate pietà per lui.
— Non però in questo momento — disse con un sorriso stranamente
enigmatico.
Mentre tornavano verso la locanda, lei si sentì ancora in preda al
nervosismo.
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— Preoccupata? — chiese Thorn.
— Spero solo che non accada ancora.
— Se dovesse accadere, lo ripeteremo.
Parole che indussero Bella a chiedersi se voleva davvero che il piano
funzionasse.
Thorn accompagnò Bella alla loro camera, poi la lasciò perché, disse,
doveva controllare che tutto fosse in ordine. In realtà, aveva bisogno di
un momento di solitudine per raccogliersi e ritrovare l’equilibrio.
Si rifugiò nella sala comune, a meditare in un angolo.
Si era imbarcato in quell’impresa per aiutare una coraggiosa giovane
donna, e punire un uomo che se lo meritava. Poi era stato sedotto da
quella che per lui era una novità, conquistare una donna che ignorava
la sua vera identità, ma senza riflettere a fondo sulle conseguenze.
Non gli era mai accaduto in precedenza? Gli sembrava di essere stato
all’improvviso colto da follia.
La notte precedente, aveva quasi portato a termine il loro amoreggiare.
Vinti dal desiderio, sì. Dal bisogno fisico. La tentazione nel profondo
della sua mente aveva ruggito: “Allora lei sarebbe tua, e lei lo
vuole, niente di meno”.
Sì, Bella si stava innamorando di lui, proprio come aveva sperato.
Innamorata
di Capitan Rose, senza alcuna prospettiva di ricchezza,
rango, o elevazione sociale.
Si stava innamorando di una menzogna.
287/444
— Volete altro, signore? — chiese la donna al bancone che,
evidentemente
incinta, non era certo una ragazza.
Lui fece un cenno di assenso. Quando lei arrivò col boccale schiumante,
gli chiese: — Guai, signore? Con la moglie?
— Da cosa lo capite?
Quella sorrise, mostrando un dente mancante. — C’è una certa aria
che gli uomini assumono quando si tratta di un problema coniugale.
— Davvero? Diversa da quella che hanno quando si tratta semplicemente
di un problema di donne?
— Se un uomo è sposato, il suo dissapore con la moglie è un peso più
grosso, perché gli tocca portarselo dietro anche tornando a casa.
Naturalmente,
a un marito non basta la gentilezza di lei, dal momento che
deve tenersela per l’eternità.
— Tutti i mariti sono così sconsiderati? — chiese Thorn, incuriosito da
quella filosofa campagnola.
— Gran parte degli uomini, come del resto le mogli. Del resto, non ci
curiamo della nostra casa finché il tetto non comincia a perdere, non è
così?
Thorn le lasciò continuare la sua dissertazione. Intanto pensava che
una forza irresistibile e inaspettata avrebbe cambiato la sua vita, in
profondità, ma senza che se ne fosse reso conto finché la perdita dal
tetto non aveva formato una fangosa pozza ai suoi piedi...
L’orologio della chiesa suonò le sei. Pochi istanti dopo vide, dalla porta
della sala comune, la gente che usciva dall’aula. La seduta era finita.
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Gli indecenti sollazzi sarebbero cominciati. Lui aveva adesso un’unica
cosa da fare per la sua dama.
Parecchi uomini entrarono nella sala comune e la donna si alzò. —
Devo andarmene, signore.
Lui le diede uno scellino. — Mi è piaciuta la vostra conversazione. Siete
una donna saggia.
Lei arrossì e sorrise quasi si vergognasse. — Il mio non è che buon
senso — si schermì e tornò ai suoi doveri.
Bella stava ricamando per ritrovare l’equilibrio quando Thorn rientrò.
Si accorse subito che qualcosa non andava.
La sua reputazione? Che all’improvviso lui se ne fosse ricordato?
— La seduta è finita — le comunicò. — I magistrati tra poco ceneranno.
Fortescue sarà qui tra mezz’ora.
Per lo meno il piano sarebbe continuato.
— Ottima cosa — commentò lei. — L’attesa è molto difficile. Persino
Tabitha si è messa a vagare per distrarsi.
La gatta tornò a farlo, uscendo dal paniere per aggirarsi per la stanza
con l’aria di cercare una preda. Sable le corse dietro e lei si voltò e gli
soffiò contro.
Il micino tornò al paniere con tanta rapidità da inciampare nelle proprie
zampine.
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Thorn andò a consolarlo. — Tabitha è sensibile all’atmosfera — disse.
— Forse tutti quanti dovremmo darci una calmata. Vi andrebbe l’idea
che vi legga qualcosa?
Bella ne restò sorpresa e si sentì quasi in colpa all’idea di essere distolta
dai suoi sogni. Sapeva che abbandonarvisi avrebbe solo aggravato
la sua pena, ma accettò. — Quali libri avete con voi?
— Nessun romanzo, temo. Ma ho cose come I Saggi sulla morale e
sulla politica di Hume, e Le rivoluzioni della Persia che sono piuttosto
allarmanti.
— Una strana collezione per un capitano marittimo — commentò
Bella. Lui era un uomo enigmatico. No, affascinante.
— I saggi sulla morale non sono mai inutili — disse Thorn. — Un
viaggio in mare esige svaghi e non si sa mai quello che può capitare;
posso avventurarmi nella Persia.
— Vuol dire che sarò allarmata. Va bene, leggetemi della Persia.
Thorne si sedette di fronte a lei, collocando la candela in modo da
avere più luce. — Come moltissime avventure, per lo più è tediosa —
l’avvertì aprendo il libro nel punto segnato. Girò alcune pagine e poi
cominciò a leggere.
Bella si sforzò di non lasciarsi andare ancora ai sogni, ma erano lì,
accanto
al fuoco, in un bel salotto, lui intento a leggere ad alta voce, lei a
ricamare. Lo ascoltava con piacere, intanto lo guardava, dorato dal
fuoco e dalla luce della candela. Sì, era una situazione idilliaca.
22
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Furono disturbati da un leggero bussare alla porta. Thorn segnò il
punto dove era arrivato nella lettura e depose il libro. — Fortescue.
Avevo lasciato detto di accompagnarlo subito di sopra. — Bella si alzò,
gli diede un rapido bacio, tornò in camera. Lui la seguì, con i gatti nel
paniere.
Le diede un bacio prima di tornare in salotto. Bella rimase dov’era,
sentendosi il cuore pesante, poi si alzò e prese a camminare su e giù
nella stanza.
Si fermò. Il rumore dei suoi passi poteva essere udito nella stanza
adiacente,
o da basso, dove si trovavano i magistrati. Sentiva molto
chiaramente le loro voci. Non le esatte parole, ma voci e tonalità. Lo
squire Thoroughgood disse qualcosa a voce alta e la risposta fu una
risata stridula.
Augustus.
Quando si eccitava rideva sempre in quel modo stridulo.
Le voci degli uomini si alzavano e si abbassavano, evidentemente
divertite
ed eccitate. Bella non sentiva ancora quella delle donne.
Sebbene il suo compito fosse tanto semplice che anche un bambino
avrebbe potuto eseguirlo senza difficoltà, non poteva fare a meno di
esserne preoccupata: non appena la donna avesse gridato – e sarebbe
stato uno strillo da rompere i timpani – avrebbe agitato la candela accesa
alla finestra. Colly Barber aveva una lanterna e avrebbe segnalato
di avere colto il messaggio.
Bella non doveva fare altro, ma sarebbe bastato per far arrivare il
reverendo
Jervingham. Allora Thorn e Fortescue sarebbero scesi di corsa.
Non era in grado di prevedere quando sarebbe arrivato il signor
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Langham ma, anche se non fosse stato testimone dello scandalo, ne
avrebbe sentito parlare. Charlotte sarebbe stata salva.
Bella si accostò alla porta del salotto. Origliò. Nella stanza si stava
svolgendo una tranquilla discussione e Fortescue era ancora convinto
di parlare con il duca di Ithorne.
Un colpetto alla porta che dava sul corridoio fece sobbalzare Bella, ma
erano semplicemente la sua cena e il piatto per Tabitha. Bella non
aveva immaginato di essere affamata, ma all’improvviso se ne rese
conto. Il suo corpo si stava preparando all’azione? Stava mangiando
quando udì arrivare le prostitute.
Le immaginò mentre scavalcavano il basso davanzale. Cosa indossavano
quelle donne per l’occasione?
Le loro voci acute si univano adesso a quelle degli uomini. Un altro
nitrito
di Augustus, quasi altrettanto alto di quello delle donne.
Poi i rumori che provenivano dal piano inferiore diventarono più
bassi, ogni tanto qualcuno alzava il volume, forse per sottolineare
successo
o delusione. Forse avevano cominciato la loro partita a dadi.
Bella bevve un po’ di vino, cercando di immaginare esattamente quello
che stava succedendo laggiù.
Quanto ci sarebbe voluto per arrivare al dunque?
Quanto ancora sarebbe rimasto Fortescue?
Le voci delle donne erano a volte stridule, ma sembravano allegre.
Forse questa volta sarebbe stato tutto diverso.
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Forse il piano non avrebbe funzionato.
In tal caso, sarebbero dovuti restare e fare un altro tentativo...
No, non sarebbe stata egoista. Aveva visto Augustus abusare del suo
potere di magistrato. Lo conosceva a fondo. Doveva essere fermato
adesso,
quella sera.
Poi udì uno strillo, non allegro, ma non quello che sarebbe stato il
segnale,
però sufficiente perché Bella desiderasse correre dalla donna che
lo aveva emesso. Si ricordò della sua pistola e fece un passo verso la
sua borsa. Si fermò a mezzo. Non doveva guastare tutto obbedendo a
impulsi improvvisi. Non adesso, soprattutto non quando udì un nuovo
scroscio di risate da parte degli uomini.
Si stavano congratulando a vicenda, per quale ragione, preferiva non
saperlo. Non tutte le grida delle donne erano di dolore, anche loro
ridevano come degli uomini. Le risate sgangherate di questi, tuttavia, e
soprattutto i nitriti di Augustus, erano indecenti.
Poi udì l’inconfondibile suono di una sferza. Due, tre volte. Questo
provocò un grido di tipo diverso, un’implorazione.
Era il segnale? Perché Thorn non faceva niente?
Poi ancora la sferza e un urlo da raggelare il sangue.
Doveva essere il segnale!
Lo squire Thoroughgood muggì: — Chiudi il becco, stupida donna! —
Ma Bella udì Thorn nella stanza adiacente esclamare qualcosa, poi dei
passi rapidi e pesanti che scendevano.
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Afferrò la candela con tanto impeto che per poco non la spense. La
portò con cura alla finestra e l’agitò. Una lanterna si accese in risposta
e poi tornò il buio. Colly Barber era già per strada.
Bella si infilò le scarpe e corse via, raggiungendo lord Fortescue in
fondo alla scala. Thorn era arrivato alla porta dell’aula.
Alcuni uomini si erano già riuniti, venivano evidentemente dalla sala
comune, boccali in mano, allarmati dall’urlo, ma non disposti a
interferire.
— I magistrati. — La parola si diffuse come il sibilo di una serpe.
Fuori sulla strada qualcuno gridò: — Al Cervo e Lepre si sta
commettendo
un assassinio. Un assassinio! — Questo avrebbe fatto accorrere
chiunque avesse sentito.
Bella doveva trattenersi per non sorridere di cupa soddisfazione.
Era sul terzo gradino della scala quando Thorn spalancò la porta
dell’aula, seguito da Fortescue.
Dal punto elevato in cui si trovava, Bella riusciva a vedere al di là delle
spalle di Thorn e scorse una donna nuda appoggiata al lungo tavolo
centrale tra gli avanzi della cena dei magistrati e i dadi. Livide strisce
le segnavano le natiche.
Bella vide Thoroughgood fissare Thorn, il volto paonazzo di rabbia.
Augustus, ed era proprio quello che ci voleva, era in piedi accanto al
tavolo, si era tolto la giacca e aveva uno staffile in mano. Teneva la
bocca aperta e sembrava raggelato in quella posizione, intento a
guardarsi attorno.
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— Cosa diavolo sta succedendo qua? — tuonò Thorn con una voce
terribile,
entrando a grandi passi nell’aula. Si tolse la giubba e la gettò
sulla donna nuda.
Questa si scostò dal tavolo, si coprì, perfetta immagine della femminilità
terrorizzata e violata. A Bella non sfuggì la soddisfazione che le
lesse negli occhi, e sperava che le prostitute svolgessero interamente il
loro ruolo.
Gli uomini venuti dalla sala comune stavano adesso fissando la porta
della stanza. Ancora un istante e una folla si sarebbe precipitata per
vedere cosa stava succedendo.
A questo punto una signora sarebbe dovuta tornare di corsa in camera
sua, ma Bella non intendeva perdere neppure un particolare dello
spettacolo. Scese gli ultimi gradini e si trovò appena dietro Fortescue.
Adesso aveva una chiara visione della scena, e per lei era quasi troppo.
Le tre prostitute erano nude salvo alcuni monili da poco prezzo. Cibi e
bevande erano sparsi sul pavimento e vetri rotti minacciavano piedi
nudi. Forse era per questo che le tre donne non si erano tolte le scarpe,
cosa che sottolineava la loro completa nudità.
L’aula puzzava di cibo, vino, profumi da quattro soldi, e qualcosa
d’altro.
Lo squire Thoroughgood si era alzato dalla sedia su cui era seduto a
capotavola e aveva finalmente ritrovato la voce. — Portate fuori di qua
le vostre marce carcasse, maledizione a voi! Fuori! Fuori!
Gli spettatori locali si ritrassero, ma Thorn si fece avanti. — Se qualcuno
qui è marcio, signore, siete voi e i vostri amici. Che cos’è questa
gozzoviglia? E questa puzza?
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Girò attorno alla tavola verso la finestra e spalancò le persiane. Le
persone
che erano fuori corsero a guardare.
— È una riunione privata — ringhiò Thoroughgood, adesso dritto in
piedi, ancora più paonazzo di prima. — Vi prenderò a frustate!
Sir Newleigh, che aveva perso la parrucca e rivelava i suoi pochi, quasi
bianchi capelli, sussurrò: — Mio Dio, mio Dio, è... chi-ben-sapete!
Ma Thoroughgood non riusciva più a controllarsi. Si sporse in avanti
con occhi ancora più accesi di quelli di Thorn, il ventre premuto contro
il piatto sporco che aveva davanti. — Non m’importa anche se è il fottuto
re. Me ne frego se è Dio in persona. Lo farò per... per qualcosa.
Interferire
nella legge! Ecco cos’è. Interferenza nell’azione legale.
— Fate largo, fate largo. — Una profonda voce baritonale abituata a
tuonare dal pulpito fece aprire la folla come se fosse il Mar Rosso. Il
reverendo Jervingham era arrivato. Alto, robusto, con una criniera di
capelli argentei, gli mancava solo la barba per essere un Dio minaccioso.
Bella si rattrappì dietro lord Fortescue, che si scostò per far passare
il sacerdote.
Il suo arrivo produsse un istante di totale silenzio.
Poi le prostitute afferrarono indumenti sparsi sul pavimento nel
tentativo
di coprirsi, mentre sir Newleigh apriva e richiudeva la bocca
come quella di una bambola meccanica, tentando senza riuscirci di
trovare qualcosa da dire.
Augustus, con ogni evidenza vittima del proprio orrore, gemette. Era
pur sempre dietro il tavolo e aveva abbassato o lasciato cadere la
frusta.
Thoroughgood ora taceva, ma era fumante di collera.
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Fu a lui che si rivolse il vicario. — Sono stato chiamato per raccogliere
la vostra confessione, squire Thoroughgood, perché voi eravate in fin
di vita. Sebbene la vostra salute non sia in pericolo come temevo, è in
uno stato ancora peggiore la vostra anima. — La sua voce si alzò con
un tono solenne. — Confessate, confessate, miserabile peccatore,
prima che sia troppo tardi.
— Andate a predicare all’inferno! — urlò Thoroughgood, prima di
sedersi.
Bella udì pesanti respiri alle sue spalle, ma il reverendo Jervingham
non era uomo da lasciarsi smontare. Si rivolse agli altri due uomini. —
Posso sperare che voi gentiluomini desideriate di evitare i tormenti
dell’inferno?
— Oh, sì, eccome... — sussurrò sir Newleigh, con voce appena udibile.
— Signor Augustus? — chiese la voce di Dio.
Adesso Augustus stava aprendo e chiudendo la bocca, e riuscì finalmente
a trovare le parole. — Sir... reverendo... è tutto un errore. Un
terribile errore. Non è opera mia. Riunione dei magistrati... donne...
puttane...
Thorn era adesso alle spalle di Augustus, lo afferrò per il colletto della
camicia e lo tirò indietro, lontano dalla protezione del tavolo. I calzoni
di Augustus erano calati fino alle ginocchia, soltanto la camicia ne
copriva le vergogne.
— Posso spiegare... — ansimò, con voce strozzata.
— Forse vi stavate preparando alla punizione per i vostri peccati, è
così? — Thorn diede di piglio alla sferza caduta sul pavimento e gli
sferrò una bruciante frustata alle chiappe.
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Augustus strillò. — Basta! Basta! Come osate...? — Tornò a guaire e
ricevette un’altra sferzata.
Bella si coprì il volto con le mani, ma lo fece per nascondere la sua
elettrizzata soddisfazione. Andava meglio di quanto avesse sognato.
Thorn lasciò libero suo fratello. Augustus si buttò a quattro zampe per
cacciarsi sotto il tavolo da quello scarafaggio che era.
Thorn si voltò allo squire Thoroughgood.
— Non oserete farlo — disse questi, che però adesso era di un pallore
livido. Pallido di furia, però. — Anche se siete un dannato duca, non
userete di sicuro...
— Duca...!
La parola circolò alle spalle di Bella e lei sussultò. Il pericolo era tornato,
ma ogni preoccupazione le passò dalla mente quando Thoroughgood
all’improvviso tirò fuori una pistola e prese di mira Thorn. La
puntava con una mano e con l’altra cercava con dita incerte di armare
il cane. Era ubriaco, ma non al punto da mancare il colpo a quella
distanza.
Perché, oh, perché Bella non aveva portato con sé la pistola?
— Non fate una pazzia, caro il mio uomo — disse duramente
Fortescue.
— Mettete via quell’arma! — ordinò Jervingham.
Thorn era rimasto perfettamente immobile, Thoroughgood sembrava
impassibile all’uno e all’altro consiglio. Thorn depose la sferza sul
tavolo.
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— Penso che vi sparerò senz’altro — ghignò Thoroughgood. — L’ultimo
del vostro lignaggio, vero, Ithorne? Questo sarà il premio che vi
meritate.
— Sarete impiccato — disse Thorn.
— Prima mi tiro un colpo di pistola.
— Lo farete comunque — replicò Thorn con una sottile simulazione di
divertimento. — Sparatemi subito e tutti staranno molto meglio.
Bella si chiese perché Thorn esasperava quell’uomo.
Mentre Toroughgood alzava la pistola, tentando di mirare, lei si
guardò intorno in cerca di un’arma. Qualsiasi arma.
Un uomo accanto a lei impugnava un boccale di peltro. Lei glielo
strappò di mano. L’ultima volta che aveva lanciato un boccale di birra,
per puro, fortunato caso aveva imbroccato la testa dell’uomo alla quale
non aveva mirato. Questa volta mirò all’enorme ventre dello squire
Thoroughgood. Era l’unico modo di offrire una possibilità a Thorn.
Pregando che la dea della buona fortuna tornasse a benedirla, scagliò
il boccale con tutte le sue forze.
Colpì e sentì un’esplosione di tale entità da assordarla. No, un momento!
Non era stato il boccale. C’erano fumo, odore di polvere bruciata
e dalla parete piovevano calcinacci.
Aveva sparato!
Lei si girò a dare un’occhiata a Thorn, che la guardava stupito,
apparentemente
illeso. Poi i suoi occhi si accesero di divertimento. — Se
avessimo un esercito di ragazze di questa tempra, la Gran Bretagna
non perderebbe una battaglia!
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Thoroughgood stava fissando la parete danneggiata, finalmente con
aria smarrita. Bella si rese conto che il suo boccale aveva colpito
proprio la pistola.
Thorn si rivolse all’aula in generale. — Tentato omicidio, non vi sembra?
Penso che abbiamo bisogno di un magistrato.
La risata che si levò fu dapprima incerta, poi divenne scrosciante. Sir
Newleigh si era riscosso dal suo smarrimento, ma adesso era un rottame.
Augustus continuava a rimanere nascosto sotto il tavolo.
Non era affatto finita. Bella ebbe modo di assistere all’arrivo di
Langham, che era un uomo tarchiato, quadrato, vestito da un eccellente
sarto.
Si fermò sulla soglia e si guardò attorno.
Dopo un lungo silenzio, disse: — Mi è stato detto che era presente un
certo gentiluomo, ma non mi pare ci sia. Ne sono lieto.
— Se cercate Augustus Barstowe — disse il reverendo Jervingham con
un tono di voce addolorato — dovete guardare sotto il tavolo, signore.
A giudicare dal rumore, sir Augustus stava tentando di strisciare
all’indietro,
ma Thorn doveva averlo spinto avanti con un calcio, perché
all’improvviso la sua faccia paffuta e gli occhi spalancati emersero,
coperti in parte dalla tovaglia.
Stava piangendo.
Il naso gli colava.
— Signore... Posso spiegare...
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Povero Augustus! Era sempre riuscito a uscire per il rotto della cuffia
dalle situazioni penose, ed era convinto di poterlo fare ancora una
volta.
Sir Langham lo squadrò. — Sinceramente ne dubito, signore. Se foste
un gentiluomo, supporrei che sappiate che non sarete mai più il
benvenuto in casa mia. Ma dal momento che non lo siete, ve lo dico a
chiare lettere: se cercherete di avvicinarvi a mia figlia, vi colpirò con
una frustata tale da rendere insignificante qualsiasi altra cosa sia
avvenuta qua.
Si voltò e se ne andò, serrando con tanta forza le mascelle da sembrare
un bulldog, senza fare attenzione a nessun altro.
Adesso era finita, pensò Bella.
Adesso era fatta.
Tornò verso la scala. Voleva farlo senza attirare l’attenzione, ma ormai
l’atmosfera pesante aveva ceduto il posto all’allegria e più di un uomo
si congratulò con lei per la sua buona mira. Bella non aveva niente da
obiettare, per cui si limitò a borbottare che aveva obbedito a un impulso,
non sapeva da dove le fosse venuta l’ispirazione. Si sentiva un
po’ tremante, con la testa vuota e, salendo la scala, dovette aggrapparsi
al corrimano.
Una volta in camera si lasciò cadere sulla sedia. Il giramento di testa
doveva essere frutto dello shock.
Si prese il capo tra le mani, incapace di pensare con chiarezza. Pensieri
confusi le ingombravano la mente.
— Bella? Cosa succede?
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Lei alzò gli occhi e notò l’aria preoccupata di Thorn.
Lui le si inginocchiò accanto. — Per voi è stato un po’ troppo? — Siccome
lei non rispondeva, chiese: — Non era proprio quello che
volevate?
L’ansia di lui la commosse. Si raddrizzò e gli sfiorò le mani. — Sì,
proprio così. Vi ringrazio. È stato magnifico.
Lui la scrutò ancora per un istante e poi la sollevò dalla sedia e vi si
sedette,
tirandosela in grembo. Bella da prima si tese, ma poi si rilassò
tra le sue braccia.
— Adesso — disse Thorn. — Ditemi che cosa vi passa effettivamente
per la testa.
“Che è finita” sarebbe stata la sua ovvia risposta. Il suo scopo era stato
raggiunto, ma il suo tempo era giunto al termine. Invece disse: —
Sospetto
che sir Newleigh non sia davvero un uomo cattivo.
— Lasciarsi coinvolgere per debolezza in una situazione del genere è
altrettanto immondo che commetterlo volutamente.
— Davvero?
— Per le vittime le conseguenze sono le stesse.
— Lo credo anch’io. Come stanno le donne?
— Ringalluzzite. Vi aspettavate qualcosa di diverso? Ma anche loro
non ce l’hanno troppo con sir Newleigh. Le anime nere erano
Thoroughgood
e vostro fratello.
— Adesso che ne sarà di loro? Dei magistrati?
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— Dovranno rinunciare alle loro cariche.
— Tutto qua?
— È già abbastanza. Thoroughgood può tentare di tirare avanti, ma se
l’opinione che avete di vostro fratello è vera, lui è finito.
— Mi chiedo che cosa farà.
— Striscerà, darà la colpa a chiunque altro tranne che a se stesso.
— Oh, povera Lucinda!
— La sorella che vive nella vostra vecchia casa? Se è saggia, se ne andrà
altrove.
Bella tirò un sospiro di sollievo. — Athena le offrirà un tetto. Tuttavia,
un po’ di questo fango resterà su tutti loro.
“Anche su di me” si rese conto. Lei adesso non era più semplicemente
Bella Barstowe, bensì la sorella del ridicolo, disgustoso Augustus
Barstowe.
Sentiva l’amaro in bocca, tuttavia non si rammaricava di quello che
aveva fatto.
Aveva fermato Augustus. Aveva messo fine al suo potere corrotto.
Per qualche ragione, questo la fece piangere. Thorn dovette porgerle
un fazzoletto.
Bella si riprese e si soffiò il naso. — Mi dispiace. Deve essere stato lo
shock.
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— Quando è stata l’ultima volta che avete pianto?
— Molto tempo fa. I miei familiari consideravano le lacrime un segno
di pentimento, dunque, implicitamente, di senso di colpa. Così ho
smesso.
— Sono contento che le lacrime abbiano ripreso a scorrere — disse lui,
stringendola a sé.
Bella cominciò a piangere e lasciò che la voce di lui la consolasse
finché non udì: — ...quell’arpia di lady Fowler.
— Cosa? — chiese Bella.
Thorn la strinse ancora di più tra le braccia. — Avete sue notizie?
Quella donna è una demente che si è ficcata in capo che sia suo dovere
denunciare le malefatte degli uomini di alti natali. Raccoglie le voci,
scrive e diffonde ampiamente le sue lettere, con effetti a volte
disastrosi.
— Già — disse Bella col cuore che aveva cominciato a batterle più forte.
— Mi chiedo quali siano le fonti dei suoi scandali — chiese Thorn.
Bella si sentiva così vicina a quelle fonti da correre il rischio di svelare
i suoi segreti, e gentilmente scese dalle sue ginocchia. — Devo lavarmi
il viso.
Andò dietro il paravento e usò l’acqua fredda. Si guardò allo specchio
che le mostrò occhi e naso rossi. Si premette la manopola fredda sul
viso e si ravvivò i capelli.
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Inalberò un sorriso tranquillo, e uscì da dietro il paravento. — Mi
dispiace
di essere un recipiente che fa acqua da tutte le parti. Vi ho rovinato
la giacca?
— No. Le mie ginocchia sono ancora disponibili.
Ne fu tentata.
— Vi ringrazio — disse però — ma credo che per me sia venuto il
momento
di reggermi sui miei piedi. O per lo meno di stare seduta su una
mia sedia. — Sedette su quella di fronte a lui. — Il nostro compito è
stato portato a termine, vero?
— Per quanto riguarda la nostra parte, sì. Ahimè, dubito che vostro
fratello abbia la forza d’animo per spararsi un colpo, ma come voi
stessa avete detto, vivere con il mondo che conosce la verità sul suo
conto sarà una forma di inferno. Voi cos’avete intenzione di fare
adesso?
— Continuare quello che facevo prima, condurre una vita tranquilla.
— Un vero spreco. Evitando momenti eccitanti?
Una domanda che nascondeva qualcosa d’altro.
Il preludio a un invito a diventare la sua amante.
— Penso di avere avuto sufficiente eccitazione per una vita intera. Voi
dovete tornare alla vostra nave. È stato estremamente gentile da parte
vostra dedicarmi tanto del vostro tempo.
— Non fatelo.
— Non fare cosa?
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Thorn si alzò e si allontanò da lei. — Maledizione, avete ragione. È
proprio finita.
Per Bella fu una pugnalata al cuore, inghiottì a vuoto, ma disse: — È
naturale che sia così.
Lui si voltò e le si inginocchiò accanto. — Bella... Bella, io vorrei...
Devo assolutamente tornare alla mia vita.
Bella gli strinse la mano, questa volta era lei a offrirgli conforto. — Se
non mi sbaglio, l’ho detto io stessa.
— Mi sono goduto il tempo che abbiamo passato insieme più di quanto
potessi immaginare. Penso di essere stato felice come mai prima.
Una minuscola luce di speranza sembrò accendersi. Erano possibili
altre soluzioni?
— Io... Io credo che non avrei niente in contrario a restare con voi più
a lungo...
Forse, alla fine, lei avrebbe in fin dei conti accettato l’invito a diventare
la sua amante.
Sì, naturalmente lo avrebbe fatto.
Ma le labbra strette di Thorn la distolsero da quel pensiero prima
ancora che lui si alzasse e facesse un passo indietro.
— Sì, non avreste niente in contrario. Inutile discuterne. Io non posso
darvi spiegazioni. Vi prego di credermi, Bella: è impossibile. È
semplicemente
impossibile continuare in questo modo.
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— Chiarissimo — si decise a dire lei dopo un lungo silenzio. — Sono
certa che sarà la soluzione migliore. Non tutti gli esseri umani sono
fatti per una vita eccitante. Io che sono stata per tanto tempo privata
di una vita tranquilla, normale, davvero la desidero, e mi rendo conto
che voi non potete offrirmela. Finora non ho saputo come fare a
crearmela, ma adesso penso di esserne capace. Le mie ferite sono in
grado di guarire.
Thorn la tirò in piedi. Bella sperava che fosse per un bacio sulle labbra,
che però sarebbe stato una tortura.
Invece le baciò una mano. — Prego che sia così. Desidero davvero
quello che è meglio per voi, Bella Barstowe. Siatene convinta.
Si allontanò e assunse un tono casuale che avrebbe ingannato molti altri.
— Dovrei andare da basso per unirmi alla celebrazione. Quando
tornerò, non vorrei disturbarvi. Dormirò sul pavimento del salotto.
Prese una coperta e un cuscino dal letto e se ne andò.
Bella rimase lì, con le lacrime che le scendevano irresistibilmente
lungo le guance, ma non permise a se stessa di singhiozzare se non
quando ebbe la certezza che lui non l’avrebbe sentita.
23
Il giorno dopo partirono di buonora per tornare a Londra e il pretesto
fu che gli eventi della sera precedente erano stati un po’ eccessivi per i
nervi della presunta signora Rose.
Mentre la carrozza percorreva la strada, qualcuno li notò e ci furono
applausi spontanei. Thorn fece un cenno con la mano, sorridendo, poi
però si ritirò nel suo angolo. — Faremo meglio a non tornare qui per
un po’.
307/444
“Noi. Non c’era nessun noi.”
Forse lui se ne rese conto, tant’è che si chiuse nel silenzio.
Dopo un po’ le chiese: — Vi piacerebbe se vi leggessi qualcosa? — Fu
un vero sollievo, gli accadimenti in Persia erano una sicurezza.
Thorn lesse per un po’, poi Bella lo fece a sua volta, e lesse per lui. Si
diedero il cambio spesso. Il libro bastò per l’intero viaggio, finché la
carrozza si fermò davanti alla piccola casa di lei a Soho.
— Cosa racconterete alla vostra benefattrice? — le chiese.
— La mia benefattrice? — chiese Bella. — Oh... — Non poteva mentirgli.
Non adesso. — Qui vivo da sola. Con tre domestiche, ma nessun altro.
Dispongo di una piccola rendita.
— Non tanto piccola — notò lui — visto che potete permettervi questo.
Ma siete giovane per vivere sola.
— La mia governante mi conosce fin dall’infanzia e ho un avvocato che
mi assiste quando glielo chiedo.
— Ma per lo più vi lascia risolvere da sola i vostri guai.
— Guai? Sapete benissimo perché mi sono imbarcata in questa
avventura.
— State dicendo che, salvo il tempo che abbiamo passato assieme,
avete condotto una vita tranquilla e irreprensibile? — Nelle sue parole
c’era una sfumatura di sospetto. Bella si stizzì.
— Di cosa mi state accusando?
308/444
Lui non batté ciglio, ma le sue labbra erano strette. — Siamo stati
insieme
due volte, Bella, a Dover quattro anni fa e adesso. Il vostro
modo di fare deciso e disinvolto non mi convince che abbiate passato il
vostro tempo ricamando fazzoletti.
— No, vado anche a passeggiare nel parco. A volte ascolto conferenze
di arte e storia.
Gli occhi di lui esigevano ben altro.
— Cosa? — chiese Bella. — Ditemi cosa credete che abbia fatto. — In
qualche modo aveva sentito parlare di Bellona e di lady Fowler?
Sant’Iddio, aveva forse riconosciuto Celeno?
Bella lo aveva ritenuto impossibile. Era talmente diversa...
Thorn scosse la testa, rilassandosi, ma continuando a disapprovare. —
Se vivete così tranquillamente, commettete un errore, Bella. Vivere
con vostra sorella sarebbe impossibile per voi?
— Quello che dite è del tutto illogico. — Thorn era già sceso dalla
carrozza
per girarle attorno e aprire lo sportello dalla sua parte. Bella
prese la sua borsa e lui le offrì la mano per scendere.
Ci mise il tempo sufficiente perché Kitty aprisse la porta, in volto
un’espressione di sollievo.
— Vi ringrazio — disse Bella a Capitan Rose, accennando una dignitosa
riverenza. — Vi auguro ogni bene.
Lui si inchinò. — Io lo auguro a voi, signorina Barstowe. — Tornò
verso la carrozza e mise un piede sul predellino. Poi però si voltò. — Se
aveste ancora bisogno di me, una lettera alla locanda del Cigno Nero a
Stowting, nel Kent, mi raggiungerà prestissimo.
309/444
Salì in carrozza e chiuse lo sportello. Se ne andò. Bella non si permise
di seguirlo con lo sguardo.
A questo punto però si ricordò del teschietto. Lo conservava nella
tasca destra del mantello da quando lui le aveva detto di tenerlo. Lo
guardò, piangendo. Un pretesto per mandare una lettera a quell’indirizzo
di Stowting?
— Oh, signorina, cosa vi succede?
Bella si affrettò a stringere nel pugno il teschietto e sorrise a Kitty. —
Nulla. Va tutto bene, davvero. Mi sono semplicemente stancata in
viaggio e ho avuto giornate davvero pesanti.
“E notti, non dimenticare le notti.”
— Siete sana e salva, signorina. Avete fatto tutto quello che dovevate?
Bella entrò e si sedette per togliersi la parrucca. — Sì, sì, e ancora sì,
Kitty. Ho bisogno di un tè forte, per favore, e poi andrò a letto.
Kitty se ne andò e Bella lasciò che il suo volto si rilassasse, vedendo
nello specchio l’afflizione stampata sulle sue fattezze. Non poteva
permettersi
di esibirla ad altri. L’ultima cosa che voleva era compassione.
Mise da parte la parrucca, ma dovette alzarsi e andare a frugare nella
borsa da viaggio per trovare la spazzola per capelli.
Se li spazzolò davanti al fuoco, guardando le fiamme danzanti. Si
sarebbe sentita ancora così viva? Viva per così pochi, brevi giorni?
E notti.
310/444
Le sembrava impossibile riuscire a impedire alla sua mente di girare e
rigirare attorno a quei pensieri. Adesso doveva decidere cosa fare per il
resto dei suoi giorni, che le parevano fatti di vuoto.
Kitty e Annie portarono insieme il bauletto di Bella e se ne andarono.
Poco dopo tornò Kitty, con il vassoio del tè.
— Ecco il tè, signorina. Caldo, forte e dolce.
Quel tè non aveva lo stesso, sottile sapore che lei preferiva.
Bella non avrebbe gustato mai più allo stesso modo il tè.
— Avete l’aria stanca, signorina — constatò Kitty.
Probabilmente era una descrizione benevola, ma Bella disse: — Lo
sono.
— Devo liberarvi dal corsetto o portarvi acqua calda, signorina?
Bella sorrise. — Sono tornata ai miei reggiseni, Kitty, e, sì, acqua calda,
per piacere.
Kitty fece una smorfia, ma era per lo più scherzosa. Sulla porta si fermò
e disse: — C’è un mucchio di lettere nel vostro salotto, signorina.
Volete che ve le porti subito?
— Un mucchio di lettere?
— Un paio sono di lady Fowler, signorina. Non ho potuto fare a meno
di notarlo dando un’occhiata alle buste.
311/444
“Buon Dio.” Aveva mandato a lady Fowler un biglietto per dirle che era
stata chiamata fuori città, e allora perché le aveva inviato quelle
lettere? In quel momento Bella non si sentiva di affrontarle.
— Possono aspettare fino a domani — disse, e si versò altro tè. Poi
morse uno dei croccanti biscotti di Peg. Era delizioso e contribuì a
rasserenarla. Stava tentando di non svelare troppo apertamente il
dolore che provava.
Si spogliò e si avvolse nella vestaglia, obbligandosi a concentrarsi sugli
aspetti positivi.
Era riuscita a sconfiggere Augustus.
Era una donna fortunata che godeva di totale indipendenza.
Era giovane, sana, e aveva amici e amiche...
Thorn. Il tempo che avevano trascorso insieme per lei era equivalso a
un’amicizia, forse la sua prima vera amicizia, che nessun’altra avrebbe
mai eguagliato. Una donna non poteva avere un amico di sesso
maschile se non nel matrimonio e, a quanto pareva, loro due non
potevano
sposarsi.
Quando arrivò l’acqua, si spogliò e si lavò da capo a piedi, detergendosi
quanto più possibile dalle sue recenti avventure. Bella Barstowe
doveva rinascere. Doveva farsi una nuova vita, questa volta senza passare
dalla prigione al convento.
Doveva trovare il modo di essere davvero libera.
Ben decisa, si infilò la camicia da notte, spense le candele e si coricò.
312/444
Mentre andava verso casa sua, Thorn riprese il suo àplomb ducale e fu
come se si rimettesse il mantello ornato di ermellino e il diadema
nobiliare.
Quanto più a lungo era il tempo che si permetteva di passare
lontano dalle sue responsabilità, tanto maggiore era il peso al ritorno.
Se avesse avuto una moglie dalla quale tornare, sarebbe stato ben
diverso.
Avere Bella a cui tornare.
Sì, le mogli di Robin e di Christian avrebbero accettato Bella, forse
anche altre gentildonne, ma molte invece no. Lei sarebbe stata
sconsolata
e infelice, un pensiero che lo faceva infuriare. Ben presto
sarebbe diventato un terrificante despota che avrebbe fatto pesare
l’insoddisfazione sugli altri.
Doveva per lo meno concedersi del tempo prima di fare qualcosa capace
di rendere entrambi infelici per il resto dei loro giorni.
All’arrivo, si abbandonò senz’altro nelle mani di Overstone. Aveva
bisogno di sprofondare nel lavoro.
24
Bella si godette i semplici piaceri dei rumori familiari che le arrivavano
dalla strada e il raggio di luce del giorno che tracciava una linea dorata
sull’opposta parete. Poi fu ripresa dalla tristezza.
Quella casa le piaceva. Era delle dimensioni giuste per i suoi bisogni, e
il vicinato sembrava piacevole. Tuttavia non poteva restare lì: come
poteva spiegare a tutti la metamorfosi di Bellona in Bella? Come poteva
staccarsi completamente dal gregge di lady Fowler, vivendo a una
sola strada di distanza?
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Si ricordò delle lettere. Tirò il cordone del campanello. Kitty arrivò in
fretta.
Disse, accingendosi ad accendere il fuoco: — Mi sembra che stiate
molto meglio dopo una buona notte di sonno. Spero che abbiate
dormito davvero bene.
— Sì — rispose Bella, piuttosto sorpresa, perché si era aspettata di restare
sveglia, tormentata dai ricordi. — Evidentemente ero più stanca
di quanto pensassi.
— Dopo tanti viaggi, signorina... Devo portarvi subito la colazione?
— Sì, per piacere. E quelle lettere.
Prima di uscire, Kitty chiese: — Quale abito vi metterete oggi?
Bella prese una ferma decisione. — Non uno di Bellona. Bellona Flint
deve scomparire.
— Come volete, signorina!
— Voglio indossare il corsetto — aggiunse sorridendo.
Bella pensò che la sua nuova vita avrebbe richiesto nuovi abiti.
Forse avrebbe dovuto lasciare definitivamente Londra. Un’idea le
balenò nella mente... Ma no, non si sarebbe trasferita a Dover! Né in
nessun altro porto della costa meridionale dove avrebbe potuto
imbattersi
nuovamente in Capitan Rose.
La colazione valse a distrarla. Bevve un sorso di cioccolata e poi diede
un’occhiata alle lettere. Provenivano tutte dalla casa di lady Fowler,
314/444
ma non erano di mano sua. Due erano di Mary Evesham e le altre di
varie dame.
Ruppe il sigillo della prima lettera arrivata, una di quelle di Mary
Evesham.
Era sorella di un curato, una donna intelligente e dotata di un
certo umorismo.
Mia cara signorina Flint,
sentiamo molto la mancanza del vostro buon senso. Lady
Fowler sta decisamente male. A dire il vero, sta deperendo
rapidamente, ma prima di ogni altra cosa sta andandosene
la sua mente, cosa che è fonte di grande allarme e
disordine. Io stessa tremo al pensiero di ciò che potrebbe
fare o promuovere. Se state evitando questo luogo per
fondate ragioni, sono riluttante a chiedervi di tornare, ma
devo farlo.
Con deferenza,
Mary Evesham
Bella si concesse un altro sorso di cioccolata e aprì la seconda lettera.
Questa era di Clara Ormond, un’anziana dama che era insieme
pienotta e nervosa, e viveva nel terrore di ritrovarsi su una strada.
Era una disperata invocazione a Bellona di tornare prima che il disastro,
sottolineato tre volte, travolgesse tutte loro.
La terza era di Celia Pottersby, anche questa dello stesso tenore, ma
con un accenno al fatto che le sorelle Drummond approfittavano del
crollo mentale di lady Fowler.
315/444
Hortensia Sprott, donna magra e tagliente, non aveva peli sulla lingua.
“Lady Fowler è pazza e non lo sa. Quanto prima morisse, tanto meglio
sarebbe. Spero che accada prima che ci porti tutte alla rovina.”
L’ultima lettera era la seconda di Mary.
Mia cara Bellona,
per puro egoismo devo implorarvi di tornare tra noi,
anche se solo per poco. La situazione è grave e io non so
come si possa venirne fuori.
So che farei meglio a raccomandarvi di starvene alla
larga, e forse di abbandonare completamente Londra, ma
non posso fare a meno di chiedervi di tornare.
Con deferenza,
Mary Evesham
Quelle lettere turbarono profondamente Bella, ma perché avevano
scritto proprio a lei? Era la più giovane e non aveva modo di apportare
nessun cambiamento.
Forse Bella avrebbe fatto bene a gettare quelle lettere nel fuoco e ad
attenersi al proposito di lasciare Londra. Non aveva nessun dovere nei
confronti di quelle persone.
D’altra parte, aveva qualche debito nei confronti di lady Fowler. Le
aveva assicurato un rifugio quando ne aveva avuto bisogno, e
probabilmente
stava morendo.
Tornò Kitty con l’abito blu e la più graziosa biancheria di Bella.
316/444
— Ah. Temo però di aver bisogno ancora di uno degli abiti di Bellona.
Perché devo andare a fare un’ultima visita.
— Dunque niente corsetto, signorina?
Bella scoppiò a ridere. — No, niente corsetto. Ma domani sì, lo
prometto.
Bella era stata Bellona per sei mesi. Adesso, mentre si dirigeva alla
casa di lady Fowler, temeva che tutti si rendessero conto che lei non
era quella che sembrava.
Giunta alla porta, pensò di bussare, perché sentiva di non appartenere
più a quella dimora, ma poi vi entrò decisa. Ellen Spencer uscì da
quella che chiamavano “la sala di scrittura”, dove le adepte trascrivevano
le lettere della Fowler. Ellen la fissò, strillò e corse di sopra.
Bella la seguì con lo sguardo, attonita.
Poi le altre furono attorno a lei, chiassose, spiegando e togliendosi la
parola a vicenda, per cui Bella non capiva più niente.
— Zitte! — ordinò, e fu obbedita.
Ah, sì, Bellona era tornata e il gregge conosceva il suo severo pastore.
Bella aveva una gran voglia di voltare le spalle e fuggire, ma non poteva
abbandonarle.
— In salotto — disse, e le precedette. Arrivata, chiese: — Cosa sta
succedendo?
— Una dozzina di bocche si aprirono, ma lei ordinò: — Parli
una sola di voi.
— Oh, Bellona — disse Clara, in lacrime. — Sono così felice che voi siate
tornata! Voi saprete cosa fare.
317/444
Certe cose erano chiare: lady Fowler era costretta a letto e a quanto
sembrava delirava, ma a nessuno era permesso di entrare nella sua
camera salvo le sorelle Drummond ed Ellen Spencer.
— Perché proprio Ellen? — chiese Bella. — È qui solo da poco tempo.
— Non lo sappiamo — rispose Mary Evesham. — C’è qualcosa di strano
nel fatto che sia venuta qui, e sembra devota alle Drummond. Fa tutto
quello che le dicono Helena e Olivia.
— Adesso hanno in progetto un nuovo volantino! — gemette Clara.
— Le Drummond? Non mi pare che si siano servite in precedenza della
stampatrice — osservò Bella, sorpresa.
— Olivia ha stampato copie dell’ultimissima lettera di lady Fowler —
spiegò Hortensia. — È andata molto bene. Alcune di noi ne hanno
prese parecchie e hanno pagato ragazzi di strada da utilizzare come
strilloni e distributori di copie alle dame dei migliori quartieri di Londra.
Questo per impedire che si potesse risalire all’origine del
volantino.
Bella si aggrondò. — Ma se era una lettera di lady Fowler, non c’è chi
non sappia da dove venga, vero?
— Naturalmente abbiamo tralasciato nome e indirizzo — spiegò
Hortensia.
— Comunque... — Bella rinunciò a ogni tentativo di farle ragionare,
consapevole dell’ansia che leggeva negli occhi di tutte. — Suppongo
che la magistratura non abbia ancora preso provvedimenti, per cui va
tutto bene.
318/444
Mary Evesham annuì. — Sembrerebbe che siamo al sicuro. Ma penso
che lady Fowler sia rimasta delusa. Temo che lei voglia trovarsi di
fronte a un tribunale.
— Ah! — esclamò Bella. — Vuole passare alla storia come John Wilkes.
Vuole essere una martire.
— Io non voglio essere una martire! — protestò Clara. — Salvateci,
Bellona!
“Come?” Non lo disse ad alta voce. Il compito di un capo, pensò, era di
dare l’illusione che almeno qualcuno fosse sincero e senza paura.
Poi si riprese e domandò. — Avete detto che era in programma un
nuovo volantino. Cosa contiene?
— Non lo sappiamo — rispose Mary. — Alcune di noi hanno potuto
dedicarsi alla copiatura delle lettere, ma è un procedimento lento,
difficile.
Bisogna farlo lettera per lettera. Adesso però c’è un compositore.
Il signor Smith è molto rapido e preciso, ma noi non sappiamo cosa ci
sia nei volantini. Ne verrà stampato uno solo per controllare la lastra
tipografica, e Olivia Drummond lo porterà direttamente a lady Fowler.
— Temiamo che accada proprio quello che avevate detto, Bellona —
mormorò Celia Pottersby, una sottile, pallida vedova che prediceva
sempre il peggio. — Una pubblicazione come quel numero del “North
Briton” che ha fatto finire John Wilkes alla Torre. Se fosse stato un
membro del Parlamento l’avrebbero senz’altro impiccato per avere
detto quelle terribili cose contro il re. Lady Fowler ha in mente di fare
qualcosa di simile e verremo tutte impiccate con lei.
— No! — ansimò Clara. — Non possono farlo! Noi non c’entriamo
affatto.
319/444
— Ma avevano arrestato anche gli stampatori del “North Briton” —
fece notare Hortensia.
— Comunque non possono trarre in arresto quasi venti donne rispettabili
— le calmò Bella, sperando che fosse vero. — Che ne è dello
stampatore? — chiese. — Lui senza dubbio sa quali sono le parole che
ha messo nel volantino.
— Il signor Smith? — chiese asciutta Mary. — Lui intasca il denaro e se
la svigna. Tutto questo è una conseguenza di quelle mille ghinee.
— Per noi è stata una maledizione — rincarò Celia. — Una vipera
introdotta
tra noi da un uomo vizioso.
Forse dal duca di Ithorne, pensò Bella, che poteva avere fondati
moventi per mettere i bastoni tra le ruote a lady Fowler. Lei se l’era
presa con il marchese di Rothgar perché aveva accolto una figlia bastarda
che aveva poi sposato il conte di Huntersdown, cugino di Ithorne
e, a quanto sembrava, suo intimo amico. Gli attacchi a Huntersdown
dovevano essere sembrati doppiamente offensivi per il duca.
D’altra parte, se Ithorne era stato la causa dei problemi delle compagne
di lady Fowler, Bella poteva avere un pretesto per rivolgersi a
Thorn. Chiedendogli di parlare con suo fratello in favore di quelle
donne, facendo appello al suo senso di giustizia.
— Sono certa che la situazione non è così disperata — disse alle donne
ansiose. — Bisogna semplicemente mantenere la lucidità.
Si alzò in piedi. — Penso di dover porgere i miei saluti a lady Fowler.
Dopo una lunga assenza quella visita sarebbe stata ovvia, ma Clara
ebbe un ansito, Mary fece una faccia strana, e Hortensia disse: — Lady
Fowler sta delirando.
320/444
Celia si portò al naso un fazzoletto bordato di merletti. — La puzza è
insopportabile...
Bella prese una decisione e salì di sopra.
Ellen Spencer era di guardia, i suoi occhi apparivano enormi dietro gli
occhiali. — Lady Fowler non riceve — disse, ma senza troppa
convinzione.
Bella si ricordò di essere Bellona. — Fate largo — ordinò e avanzò.
Aprì la porta, ma si fermò, colpita dal caldo e dal fetore. Il fuoco nel
caminetto ardeva, e lady Fowler era appoggiata ai cuscini del suo
enorme letto. Era decisamente vicina alla morte. Il respiro era rotto e
ansimante, il volto ridotto quasi a un teschio ricoperto da una pelle
giallastra.
— Chi è? — chiese con un rauco gracidio.
Era cieca?
— Bellona — rispose Bella, con una voce resa tenue dalla compassione
che provava nonostante tutto. Era la triste fine di una vita triste.
Helena Drummond si alzò dalla sedia accanto al letto. — Uscite
immediatamente.
Non vedete che lady Fowler è troppo malata per ricevere
ospiti?
— Io non sono un’ospite. — Bella chiuse la porta e avanzò.
Helena fece per sbarrarle il passo. Bella la scostò. Si accostò al letto, si
protese turandosi il naso, sperando che lady Fowler fosse troppo cieca
per notarlo. Sperando che non sentisse il lezzo della sua stessa
putrefazione.
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— Lady Fowler — disse a mezza voce, cominciando a sudare. — Mi
dispiace
di trovarvi in queste condizioni.
— Bellona? Dove siete stata? Non avevate il permesso di andarvene.
Bella fece un sorrisino. L’antica arroganza non era scomparsa.
— Vi avevo detto che dovevo partire, milady. Dovevo risolvere problemi
di famiglia.
— La vostra famiglia vi ha cacciato.
— Tuttavia... Cosa posso fare per voi?
— Contribuire alla mia grande opera — supplicò lady Fowler.
— Qual è?
— Non dite altro! — gridò Helena, afferrando Bella e tentando di
allontanarla
dal letto. — Lei è una spia, milady. Ecco dov’è stata, a complottare
con i vostri nemici. È tornata soltanto per ostacolare la vostra
grande opera.
Bella si aggrappò alle cortine del letto per restare dov’era. — Non è
vero. Così è questa la grande opera?
Lady Fowler respirava a fatica. Agnes Hoover, la sua cameriera
personale,
fu immediatamente al suo fianco, sollevandola e avvicinandole
un bicchiere alle labbra. — Da brava, mia cara. Bevete questo. — Poi
alzò gli occhi. — Andate via, tutte. Lasciatela morire in pace.
— Eccellente idea — approvò Bella, girandosi ad affrontare Helena.
322/444
— In quest’opera siamo tutte sue ancelle — disse Helena. — Io sono
sempre al suo fianco.
Bella non poté fare a meno di apprezzare la sua forza d’animo. Quanto
a lei non riusciva più a sopportare neppure per un istante quella
stanza e si avviò alla porta. Lì si fermò. — È stato chiamato un medico?
— Non c’è niente che un medico possa fare — rispose Agnes, senza
allontanare
lo sguardo dalla sua padrona. — Ho medicinali per attenuare
le sue sofferenze. — A questo punto alzò gli occhi, fissando Bella. —
Non durerà a lungo. — Agnes la stava implorando di lasciare che la sua
padrona morisse in pace. Bella uscì e inspirò una lunga boccata di aria
relativamente pura. Il corridoio era deserto, e si fermò un momento a
riflettere.
Non voleva avere niente a che fare con quella realtà, e d’altra parte
non poteva piantare in asso tutte quelle donne.
Che fare?
Con ogni evidenza lady Fowler era ormai moribonda, ma bisognava
impedire che facesse altri danni. Il pericolo era rappresentato dalle
sorelle Drummond, ma Helena, la più pericolosa, si era messa al suo
fianco. Bella si chiese come venirne a capo.
Scese per la scala di servizio che portava alla cucina, dove le tre serve
la guardarono con aria ansiosa e implorante. Anche loro?
Concesse alle donne un vago sorriso e proseguì in direzione del locale
in cui era stata collocata la stampatrice. Quando entrò, un uomo si
voltò, fissandola guardingo.
Sì. Il “signor Smith” non aveva nessuna intenzione di essere coinvolto
in quella iniziativa. Bella si chiese quanto venisse pagato per
323/444
assumersi il rischio. Era un uomo piccolo, magro, sulla quarantina,
con capelli scuri, in maniche di camicia e un grembiule di pelle.
— Sono Bellona Flint — disse Bella — una delle collaboratrici di fiducia
di lady Fowler. Ero in viaggio. Adesso voglio accertarmi che abbiate
fatto tutto quello che era necessario.
— Sì, signora, vi ringrazio.
Bella annuì. — La stampatrice funziona perfettamente?
— Non è cosa che mi riguardi. Io sono soltanto il compositore.
— Ah. Suppongo che la lastra sia perfetta. Ho saputo che alcune delle
dame se ne sono servite, e temo che abbiano fatto un po’ di disordine.
Il compositore sbuffò. — Hanno fatto un vero disastro e danneggiato
qualcosa, adesso bisogna rimettere tutto a posto. Dovreste dire alle
altre che possono stampare le prime due pagine, in modo che io possa
servirmi della lastra per le successive.
Riprese il suo lavoro. Bella sperava che riuscisse a sistemare le cose.
Tornò al salotto per chiedere per quante ore il compositore lavorasse.
— Lavora fino a tardi — disse Mary.
— Arriva presto — immaginò Bella. — Ha fretta di finire il lavoro e di
andarsene. Ha detto che qualcuna deve stampare le prime due pagine.
Dov’è Olivia?
— Dev’essere uscita — rispose Hortensia. — Quella va e viene a suo
piacimento!
324/444
Non c’era ragione perché anche le altre si comportassero così, pensò
Bella. Si sentivano imprigionate? O come se fossero in un convento,
obbligate a chiedere il permesso alla madre superiora?
Si ricordò dei commenti di Thorn sui conventi.
No. Non doveva pensare a nulla che avesse attinenza con lui.
— Comunque — disse Mary non senza una punta di ironia — il signor
Smith sostiene che ogni tiratura viene effettuata nottetempo quando
lui non è qui. Cosa che per lui è fonte di disturbo.
— Capisco. Sicché la tiratura di quelle due pagine dovrebbe avere
luogo questa notte. Tornerò per controllare. Adesso, purtroppo, devo
andarmene perché ho parecchie cose da sistemare.
— Come sta lady Fowler? — chiese ansiosa Clara.
Bella avrebbe preferito rendere meno amaro il boccone, comunque
disse: — Vicina alla morte, penso.
Le dame sobbalzarono e gemettero, e Bella pensò che forse qualcuna
di loro era sinceramente affezionata a lady Fowler. Ma Clara chiese: —
Di noi che ne sarà?
— Magari lady Fowler ha pensato a fare testamento — disse Celia.
Bella lo sperava. Se quelle donne volevano continuare a vivere lì, non
era più cosa che la riguardasse.
— Ha fatto venire il suo avvocato — disse Mary.
— Può darsi che ci siano buone notizie — le rincuorò Bella.
325/444
— Può darsi. Naturalmente, Helena era l’unica che fosse con lei...
I loro occhi si incrociarono. Mary, al pari di Bella, non si fidava di un
testamento compilato sotto l’influenza delle Drummond. Un’altra cosa
le restava da fare: scrivere al signor Clatterford per conoscere la sua
opinione circa testamenti redatti sotto l’influenza di altri.
25
Thorn riusciva a concentrarsi solo con enorme difficoltà, anche se
molte erano le cose sulle quali si sarebbe dovuto focalizzare. I prezzi
dei generi alimentari erano aumentati dalla fine della guerra e questo
provocava disordini. Le possibili soluzioni erano oggetto di continui
dibattiti, che riguardavano anche le discusse leggi sul grano. Le
colonie americane contestavano le tasse imposte per finanziare la loro
difesa contro i francesi. La deplorevole ingiustizia di John Wilkes e la
sua proditoria edizione del “North Briton” avevano lunghe, lunghe
conseguenze. La sua fuga in Francia non aveva posto fine alla
questione.
Thorn stava leggendo le ultime notizie in merito quando entrò suo
cugino
Robin.
— Cosa diavolo fai qui? — chiese Thorn.
Le sopracciglia di Robin si arcuarono. — Affari. Ti ho scritto. Sperando
che tu fossi qui anziché in un club, dal momento che la casa non è
pronta. — Diede un’occhiata alla pila di lettere accumulate sulla
scrivania. — Sei stato fuori?
Thorn lo guardò con un cipiglio che era in realtà diretto a se stesso.
Overstone non apriva le lettere inviate da amici. Una delle ragioni che
di solito spingevano Thorn a occuparsene prima di ogni altra cosa.
326/444
— A Dover.
— Hai giocato ancora a Capitan Rose? Ottimo. — Dalla tasca, Robin
tolse un cane minuscolo, che poteva essere descritto solo come un
batuffolo di lanuggine.
— Accidenti, non quello! — protestò Thorn, ma il suo era uno scherzo.
Robin aveva acquistato il cane-farfalla in Francia, e la bestiola si
considerava
un accessorio indispensabile. Robin lo accettava e portava
Coquette con sé quasi dappertutto, persino a corte.
— Tabitha — ordinò Thorn — non mangiare la farfalla.
Tabitha gli scoccò un’occhiata e chiuse il coperchio del paniere. Coquette
andò saltellando ad annusarlo. Robin rise.
“Non gioco quando sono Capitan Rose” si disse Thorn. — A dire il
vero, a quel gioco non mi dedico quasi mai — rispose a Robin.
— Le cose potrebbero cambiare. Sapevi che c’è chi porta di contrabbando
pecore in Francia?
— Pecore? In Francia?
Il sorriso di Robin era colmo di ironia. — Sì, perché le pecore inglesi
sono di qualità superiore a quelle francesi. Ma non credi che
dovremmo metter fine a questo traffico? Per un po’ potrei tornare a
essere
il Tenente Sparrow.
— Tua moglie non avrebbe da obiettare?
Robin fece una smorfia. — È più probabile che Petra pretenda di
venire con me. No — si corresse. — È molto assennata adesso che è
327/444
incinta di nostro figlio. Si infurierebbe con me se mi dedicassi ad altre
avventure.
— Capisco la tentazione — mugugnò Thorn appoggiandosi alla spalliera.
— Dare la caccia a pecore illecite con il Cigno nero!
Insieme al Tenente Sparrow e a Pagan il Pirata. Forse persino il
Bucaniere
Bella?
Thorn ci ripensò e si raddrizzò. — Il traffico delle pecore dovrà riuscire
o fallire senza il mio intervento. Sto sprofondando nel lavoro. Ma cosa
ti porta a Londra?
— Rothgar.
— Adesso lui vuole essere il nostro burattinaio?
— Io con lui non ho lo stesso problema che hai tu — replicò Robin.
— Perché tu non sei un suo pari. Io sono un duca.
— Io sono superiore a moltissime persone in Inghilterra, senza che
diventi
per nessuno un’ossessione. A dire il vero, ammiro Rothgar. Non
sempre sono d’accordo con lui, ma è di diabolica intelligenza e di
insuperabile
acume.
— Lui bada sempre innanzitutto ai propri interessi.
— Non ce l’ha con te.
— La cosa mi darebbe piuttosto fastidio. Perché non parliamo di
qualcosa
di più interessante? — chiese Thorn — Come sta Petra?
— No, lasciamo perdere.
328/444
— E allora, cosa vuoi? O meglio, cosa vuole lui?
— Un incontro — rispose Robin.
— C’è già stato. Ci siamo messi d’accordo sul problema di Christian.
Abbiamo addirittura collaborato. Ci siamo incontrati di continuo a
corte e in Parlamento.
— Sai quello che voglio dire.
— E sarebbe?
— La Gran Bretagna è in pace, situazione che si direbbe destinata a
durare. Questo dovrebbe indurre la gente all’ottimismo, ma invece i
fermenti sono tutt’altro che sedati.
— È il tuo punto di vista o è quello di tuo suocero?
— Non tentare di cambiare discorso. La situazione è chiara, ma sì, lui
si serve di una lente che la rende ancora più chiara. I disordini nelle
colonie non sembrano cessare. Quell’Otis fomenta le emozioni, adesso
altri seguono la sua guida. Le loro argomentazioni sono assurde, ma se
la Gran Bretagna si lasciasse sfuggire di mano la situazione,
rischieremmo
di dover cedere le Americhe ai francesi.
— Non però se Rothgar e io ci opponessimo di comune accordo.
Robin alzò gli occhi al soffitto. — Tu e lui siete tra i pochi uomini potenti
che non hanno soltanto interessi egoistici. Forse si tratta di una
scelta morale. Tanto più nel tuo caso, dal momento che non c’è niente
che tu non voglia e che già non abbia.
— E la mia libertà? — chiese Thorn.
329/444
— Tu hai Capitan Rose. Forse no, se ci hai rinunciato. È proprio questo
che non ti lascia pace? Il desiderio di tornare in mare?
— Mi sono convinto che sia mio dovere contribuire a salvare il Regno
dal disastro. Per il momento ho rinunciato a Capitan Rose. Dovrei
anche assicurare la continuazione della mia casata prima di espormi
ad altri pericoli. Se vuoi essermi utile, trovami la moglie perfetta.
— Sposa una delle sorelle di Christian.
— Me ne ha distolto.
— Cosa? — chiese Robin, attonito.
— Sì, mesi fa. Vuole che io mi sposi per amore.
— Come ho fatto io.
— Potrei farlo anch’io, ma l’amore non è che mi arrivi da un momento
all’altro. Per lo meno, non per la donna giusta.
Robin si fece più attento. — Qual è quella sbagliata?
— Lasciamo perdere.
— No, se ti sei innamorato. Tieni presente che Petra per me non era la
“donna giusta”, e moltissimi avrebbero pensato che Caro fosse una
scelta sbagliata per Christian, l’erede di una contea.
— Petra è cresciuta in Italia, da aristocratica — disse Thorn. — In
quanto a me ho bisogno di sposare una duchessa.
Robin fu lì lì per protestare, poi disse: — A meno che la tua amata non
sia una lattaia, imparerà a farlo.
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— È come se fosse una lattaia — replicò Thorn.
Robin lo mandò amichevolmente al diavolo.
— Incontrerò Rothgar — disse Thorn. — Ma quando e dove?
Furono interrotti entrambi da un soffio minaccioso ed entrambi
entrarono
in azione.
Sable era evaso dal paniere per giocare con un nuovo amico, e Tabitha
stava correndo al suo salvataggio. Robin tolse dal pericolo il suo ridicolo
cagnolino, ma Coquette aveva il micino attaccato alla schiena, e
Tabitha era pronta a uno dei suoi balzi felini.
Robin lo impedì, deponendo il micino sul tappeto, ma Coquette si
irritò.
Tabitha rimase a guardare, innervosita. Poi afferrò Sable per la collottola
e lo riportò sul paniere.
— Forse dovremmo allevare una razza di gatti combattenti — disse
Robin.
Thorn si strofinò le costole che gli dolevano dal gran ridere. — A patto
che si limitino a reagire alle aggressioni. In quanto a me — borbottò —
la mia vita è disordinata, e non ne sono affatto compiaciuto.
— Ti va di parlarmene? — chiese Robin speranzoso.
— No. Dimmi piuttosto quando e dove dovrei incontrare Rothgar.
Robin accarezzò l’agitata Coquette. — Tu e io questa sera siamo invitati
a cena a Malloren House. È una buona cosa se ci conviene. In caso
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contrario, rimanderemo a un altro momento la nostra scelta.
Comunque presto. C’è una certa urgenza.
— Legata all’affare Wilkes?
— Ormai sta diventando una noia. No. — Robin diede un’occhiata alla
porta per vedere se fosse ancora chiusa. — Può darsi che il re non stia
bene.
Questo calamitò l’attenzione di Thorn. — Non ho sentito niente in
merito.
— Viene tenuto segreto, ma il re ha un atteggiamento strano. Le notizie
arrivate dalle colonie lo hanno mandato quasi fuori dai gangheri.
— Sicché ha perduto la pazienza. Per fortuna non ha più il potere di
ordinare
che le persone vengano decapitate al suo comando.
— Non è stata soltanto una questione di pazienza. — Sebbene fossero
soli, Robin abbassò la voce. — Sia pure per un breve istante, è sembrato...
pazzo. Ci sono stati anche altri segni.
Thorn andò alla finestra e tornò alla scrivania, pensando alle
implicazioni.
— Ha figli.
— Piccoli.
— Cosa succederebbe se il re impazzisse? Abdicazione forzata?
— Una reggenza, più probabilmente. Ma chi? La regina? È molto
giovane e non parla bene l’inglese. L’altra persona ovvia sarebbe la
madre del re.
— Che è sotto l’influenza di Bute.
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— Forse sotto di lui anche in altri modi. Poi c’è suo zio, il duca di
Cumberland.
— No.
— No — convenne Robin. — Non c’è una scelta a portata di mano, il
che significa fazioni a corte, e in Parlamento sarà guerra aperta.
— Questo significa che il re potrebbe impazzire, senza che fosse
nominato
un reggente?
— È possibile. Oppure il reggente sbagliato. Rothgar pensa che un
gruppo di uomini affidabili debba tenersi pronto ad agire di concerto
se necessario.
— Sarebbe lui l’ovvia scelta per la reggenza?
— Non mi crederai, ma non è così.
— Un leopardo può cambiare le proprie macchie?
— Un leopardo può avere una compagna e cuccioli. So quanto questo
cambi tutto. Rothgar ha già in gran parte distolto la propria attenzione
dai problemi internazionali dedicandosi alla famiglia. Adesso aspetta
la nascita del suo primo figlio legittimo in dicembre. Davvero non ha
nessuna voglia di governare il paese. Puoi senz’altro credermi.
— Non posso fare a meno di stare sul chi vive, Robin, ma data la
situazione, direi di accettare l’invito. Per questa sera.
— In piena amicizia?
— Non arriverei a tanto, ma spero che ci guidi il buon senso.
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A questo punto, Thorn chiamò il lacchè e gli chiese di far venire la
governante.
Uscito il lacché, Robin disse: — Se sei innamorato, cugino, farò del mio
meglio perché lei diventi tua moglie.
— So che lei non sarà affatto contenta.
— Di sposare l’uomo che ama? Non può essere che così, oppure tu non
l’hai preso in considerazione. Imparerà a fare la duchessa. Se ti sei
innamorato
di lei, vuol dire che è una donna straordinaria.
— Lasciamo perdere, Robin. Tu più di ogni altro sai che l’amore non
può essere sempre eterno. Arriva e poi scompare. Tra poche settimane
avrò dimenticato il suo nome, soprattutto se insorgeranno questioni
gravi.
— Come si chiama?
— Bella. — “Dannazione!” Aveva deciso di non dirlo.
Entrò la governante.
— Preparate una tazza di tè a lord Huntersdown, per piacere. — Poi a
Robin: — Adesso vattene. Se devo affrontare la serata, vorrà dire che
dovrò lavorare ancora di più.
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26
Thorn sapeva che era inutile stare sul chi vive mentre lui e Robin
scendevano dalla carrozza davanti al cortile principale di Malloren
House, ma non riusciva a convincersi che i propositi di Rothgar
fossero del tutto benigni.
Si sentiva comunque a disagio. Costretto com’era a presentarsi in veste
di supplice alla porta del Marchese Nero. Era tentato a svignarsela in
groppa al suo cavallo, come tanto spesso faceva quando non voleva
dare nell’occhio, ma dopo avere trascurato per tanto tempo i suoi
doveri non poteva concedersi quel lusso. Dal momento che aveva
accettato
di trovarsi faccia a faccia con Rothgar, gli sembrava importante
farlo in pompa magna, passando dalla porta principale.
Sapeva che certi aristocratici di alto lignaggio amavano essere oggetto
di un certa venerazione, a riprova della loro importanza. Era un
atteggiamento
che detestava.
Aveva preso l’abitudine non soltanto di accettare le lettere di supplica
che gli venivano sorvegliate, ma anche di stare per qualche istante ad
ascoltare i postulanti. Spesso era tentato di dare subito del denaro, ma
questo non avrebbe fatto che indurre una folla di mendicanti ad
accamparsi
di fronte alla sua soglia. Consegnava le lettere a Overstone,
perché le vagliasse.
Ogni qualvolta si era trovato alle prese con postulanti, aveva provato
risentimento per Robin che, al suo seguito, passava tra loro con aria
indifferente. Comunque al suo portone Robin si trovava alle prese con
gente del genere, ma non così numerosa. Un conte non era un duca.
Adesso, mentre lui e Robin entravano in Malloren House, si sentiva
teso e incerto. Consegnarono cappelli e guanti, e furono condotti in
una stanza di dimensioni modeste, che stranamente gli ricordò il
salotto privato della locanda di Upstone. Le pareti erano dipinte di una
tinta avorio anziché tirate a calce, e i dipinti erano molto più belli, ma
l’atmosfera era la stessa.
Di fronte al camino c’erano due divanetti e due poltrone. All’altra
estremità
della stanza una modesta tavola imbandita per quattro.
“Quattro?”
Rothgar li accolse amabilmente: era vestito in modo informale, unici
ornamenti il suo anello con sigillo e un diamante davvero eccessivo,
che Thorn suppose essere un regalo della moglie e che lui portava
come fosse un anello nuziale. Thorn l’avrebbe considerato ridicolo, ma
adesso, con il pensiero di Bella che gli occupava la mente, si stava
chiedendo se non fosse tentato di fare lo stesso.
Bella, tuttavia, non sarebbe stata in grado di permettersi una così
costosa manifestazione di affetto. La moglie di Rothgar era la contessa
di Arradale per nascita, sufficientemente ricca per permettersi
diamanti. Era la moglie giusta per il grande marchese. Il duca di
Ithorne si sarebbe dovuto sposare con una nobildonna simile.
Fu annunciato un nuovo ospite: il duca di Bridgewater.
Tutti si inchinarono, ma Thorn ne fu sorpreso. Innanzitutto Bridgwater
era uno dei duchi giovani, di età vicina alla sua. Pochi anni prima,
era stato membro di circoli piuttosto vivaci, ma dopo una delusione
amorosa si era ritirato nelle sue proprietà settentrionali dedicandosi
alla costruzione di canali. Questo faceva di lui un eccentrico ai limiti
dello squilibrio mentale, soprattutto perché era noto quale “il Duca
Povero” ed era costretto a lesinare e risparmiare per poter finanziare le
opere che aveva progettato. Le vie d’acqua, d’altra parte, adesso gli
permettevano di far arrivare a basso costo ai mercati il suo carbone e
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cominciavano a rivoluzionare i mezzi di trasporto. La gente stava
considerando
Bridgewater sotto una luce diversa.
Continuava a essere una figura scialba: magro, pallido, sempre con
un’aria malaticcia. Aveva modi diffidenti, ma Thorn sapeva che in realtà
non era mai insicuro come appariva e la sua mente era aperta e
focalizzata
sulle cose che davvero lo interessavano.
Presero posto a tavola, serviti da un valletto presumibilmente assai
discreto, e parlarono di politica, di arte del governo e di problemi tecnici.
Thorn continuava ad apprezzare la compagnia perché si sentiva
davvero tra eguali.
Bridgewater era forse stato invitato proprio per questa ragione?
Quanto alla politica, tutti conoscevano a fondo il funzionamento della
complessa macchina parlamentare, fatta di influenze, denaro, commerci
e relazioni internazionali. Tutti sembravano sapere esattamente
che cosa fosse importante o trascurabile.
Rothgar, però, era il vero leader, più anziano e che aveva trascorso
anni dedicandosi a quelle problematiche sotto due re.
— Nella storia ci sono momenti chiave — disse mentre bevevano
brandy, dopo che il valletto era uscito. — L’Europa è entrata nel
Mediterraneo
orientale con le Crociate. Poi il Rinascimento. La Riforma. Io
credo che adesso siamo vicini a un punto di svolta altrettanto
importante,
e sebbene le conseguenze di questi cambiamenti di scena siano
stati positivi e necessari, non sono stati certo momenti piacevoli per
coloro che li hanno vissuti.
— Il Rinascimento? — domandò Thorn.
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— È stato in gran parte positivo, ma i mutamenti comportano
distruzioni.
Così dev’essere. Molti hanno dovuto arrendersi all’evidenza
che le loro usanze e abitudini tradizionali erano diventate desuete. Ed
è sempre così. Basta pensare al filarello.
Thorn sperava di non avere dato a vedere che sapeva punto o poco
dell’importanza della filatura.
Robin chiarì: — Il filatoio meccanico. Ben presto non ci sarà più alcun
bisogno della produzione casalinga di filati.
— La prossima trasformazione alla quale assisterete — disse Bridgewater
— sarà la scomparsa della tessitura casalinga. Lo disapprovo, perché
un intero modo di vivere verrà spazzato via — commentò Thorn: —
I vostri canali sono destinati a incidere sul modo di vivere di carrettieri
e proprietari di cavalli da tiro.
— Certo è vero.
— Ma come Canuto il Grande, noi non siamo in grado di bloccare le
maree — disse Rothgar.
— L’onda di marea può essere controllata — fece notare Thorn. — Con
scogliere e frangiflutti. A volte persino costruendo in maniera più solida
moli e dighe.
— Anche così, la prossima ondata di marea potrebbe spazzare via l’opera
dell’uomo.
— No, se sono state progettate in modo appropriato — sostenne
Bridgewater.
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— In ogni caso — replicò Thorn — spesso è più conveniente adattarsi
alla forza delle maree. Per comprenderla e servirsene. Non ha senso
tentare di opporsi ai venti.
— Come col mulino a vento — fece notare Rothgar. — Noi dobbiamo
comprendere e usare lo spirito della nostra epoca.
Thorn aveva l’irritante sensazione che Rothgar avesse fin dall’inizio
tentato di portarli verso quella problematica.
— Possiamo indagare sulle cause, come per esempio mettendo in
discussione
i nostri filosofi, ponendo loro domande imbarazzanti, oppure
contestando i nostri monarchi e uomini politici perché creano
ingiustizie,
ma questo non cambierà nulla. Né, a mio giudizio, lo faranno
nuove leggi draconiane. È più conveniente comprendere il nostro
tempo e servirsi delle forze in ascesa a favore della pace e del benessere.
Siete d’accordo?
Robin e Bridgewater annuirono, ma Thorn si mostrò esitante.
— Voi state illustrando una teoria relativa a venti e maree. Ma verso
quale porto facciamo vela?
— Un buon marinaio prepara la sua nave per qualsiasi vento possa
soffiare.
In particolare per affrontare una tempesta.
— Ve ne aspettate una?
— Sì — affermò senz’altro Rothgar. — Forse un uragano.
Naturalmente, non avevano parlato dell’equilibrio mentale del re.
Farlo sarebbe apparso proditorio, sebbene l’argomento fosse sotteso a
tutto il resto.
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Il re poteva essere cocciuto, soprattutto quando era demoralizzato.
Sebbene fosse guidato, persino governato, entro certi limiti, dal
Parlamento,
non era davvero in grado di reggere il timone dello Stato. Se
davvero mancava di equilibrio mentale, rischiava di farli colare tutti a
picco, soprattutto con mari tempestosi.
Thorn conveniva che sarebbe stato saggio elaborare modi per prevenirlo.
Era prontissimo a fare lega a questo fine con il marchese di
Rothgar.
Bella aveva chiesto a Kitty di svegliarla di buon’ora, ed era ancora buio
quando scese a fare colazione in cucina.
La stanza era linda come sempre, con rami rilucenti ed erbe aromatiche
appese al soffitto. Un grosso paiolo colmo d’acqua era sempre
accanto al fuoco, pronto a essere portato in un momento a bollore.
Bella si sedette al suo solito posto alla semplice tavola di legno e da un
cestino prese una pagnotta ancora calda, appena portata dal vicino
fornaio.
— A cosa dobbiamo questo piacere? — chiese Peg, ma con una strizzatina
d’occhio. Anche lei era al tavolo, concedendosi pane e prosciutto e
una buona tazza di tè, Ed Grange e Kitty al suo fianco. Annie stava
preparando la cioccolata per Bella.
— Ho nuovi progetti — disse Bella imburrando il suo pane. — Ho
intenzione
di tornare a essere me stessa.
— Be’, Dio sia ringraziato.
— Probabilmente di andarmene da Londra. Cosa ne pensate?
Peg sorseggiò il suo tè. Bella fece boccuccia perché ben sapeva quanto
forte e bollente piacesse a Peg.
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— Io qui sto bene — si decise a rispondere questa — ma non ho nulla
in contrario a trasferirmi altrove. Restando sempre in Inghilterra,
naturalmente.
Non mi va l’idea di andare in terra straniera dove non capirei
quello che la gente dice e quello che si mangia. Lumache, per esempio
— soggiunse con un brivido.
— Io non avrei niente in contrario sia all’una che all’altra eventualità —
disse Bella.
— Dovremo pensare a cosa fare di Ed — le ricordò Peg, posando una
mano affettuosa su una spalla del ragazzo.
Bella si era quasi dimenticata di Ed, ma lui e Peg erano come madre e
figlio.
— Ed verrà senz’altro con noi — li rassicurò.
Annie le portò la tazza di cioccolata. — Kitty e io resteremo con voi,
signorina,
se avete bisogno di noi.
Bella le sorrise. — Sei molto gentile, ma io non ho intenzione di
impedirvi
di sposare i vostri innamorati. Spero anzi di ballare al vostro
matrimonio prima di andarmene.
Annie sorrise, con occhi lucenti come stelle. — Vuol dire che lo faremo
al più presto, signorina. Siamo d’accordo di restare con voi ancora per
un po’. Poi le nozze si potranno fare.
— Eccellente idea — approvò Bella versandosi la cioccolata e volgendosi
a Peg. — Non so dove andrò, ma comunque non dalle parti di
Carscourt.
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— Questo non mi turberebbe affatto, mia cara. Come ho già detto, ho
voglia di vedere un altro po’ di Inghilterra. Che ne direste di Dover? —
chiese, guardando Bella da sopra l’orlo della tazza.
— Ci sono stata per affari, Peg. — Bella sperava che la sua espressione
non rivelasse troppe cose.
— E poi? — chiese Peg.
— Altri affari.
— Con un uomo.
— Ma, Peg...
— Io non sono vostra madre, lo so. Ma voi, mia cara, siete giovane e in
voi c’è sempre stato un po’ della lepre marzolina.
— Un po’ di cosa? Pensate che sia matta?
Peg ridacchiò. — No, ma perfino da bambina preferivate correre anziché
camminare, saltare invece che stare quieta. Siete sempre stata
portata all’avventura.
— Avete ragione, certo, ma spero di avere imparato la lezione.
Peg si limitò ad arcuare le sopracciglia.
— Sì, d’accordo, c’era un po’ di lepre marzolina nella mia recente
avventura, ma non potevo farne a meno. Ne è valsa la pena.
Pur avendone il cuore addolorato, Bella continuava a trarre
soddisfazione
dal crollo di Augustus.
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— È andato tutto bene, dunque. Ma quanto a dove andare, è una
decisione
che spetta unicamente a voi. Anche se forse fareste meglio a
chiedere consiglio a quel gentile signor Clatterford.
— Lui vorrebbe che andassi a Tunbridge Wells.
— Cosa ci sarebbe di male in questo?
— Non mi va l’idea di una località piccola, alla moda. Ma a dire il vero,
non so esattamente quello che voglio, anche se, una volta sposate Kitty
e Annie, ce ne andremo. Penso che la cosa migliore sia stare lontane
da lady Fowler e dalle sue seguaci.
— Allora perché non ce ne andiamo subito?
Bella sospirò. — Perché devo tentare di tirarle fuori dai guai.
Percorse di buon passo la breve distanza dalla casa di lady Fowler,
sentendosi tutt’altro che a suo agio passando per strade buie, deserte.
Arrivò tuttavia sana e salva, ed entrò dal retro, attraverso la cucina,
facendo
sobbalzare le domestiche.
Si diresse subito alla stanza della stampatrice, ma la trovò chiusa.
Quando era cominciata questa nuova abitudine? Forse nottetempo
veniva sempre chiusa. Andò di sopra, stizzita e preoccupata. Doveva
inventare un pretesto per essere arrivata a quell’ora, altrimenti le
Drummond si sarebbero insospettite.
La casa era silenziosa e fredda, perché i caminetti non erano stati
ancora accesi. Tenendosi addosso il mantello, Bella si recò alla sala di
scrittura. Mise un foglio di carta sul tavolo e provò una penna. Aprì un
calamaio e lo trovò secco.
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Tutte avevano smesso di copiare le lettere adesso che avevano la
stampatrice?
Trovò altro inchiostro e riempì il calamaio, poi si mise a
scrivere pensando però ad altre cose.
Quanto ci sarebbe voluto per essere certa che le donne fossero in
salvo? Dove sarebbe andata? Cosa avrebbe fatto della sua vita?
— Bellona! Cosa fate qui a quest’ora, con i caminetti ancora spenti?
Era Clara Ormond, avvolta in scialli. — Stavo andando a cercare un po’
di braci — disse e uscì di corsa. Tornò poco dopo con un secchio dalla
cucina e collocò le braci sulla ramaglia. Ben presto il carbone prese
fuoco.
Un fuoco di legna sarebbe stato più piacevole, pensò Bella, ma non ce
n’era abbastanza per riscaldare le città, sicché non le restava che
accettare
il carbone, sebbene inquinasse l’aria.
Possibile che in pratica fosse sempre necessario il compromesso?
Clara disse: — Così va bene. A me piace rendermi utile. — Stava
sorridendo,
ma i suoi occhi erano come sempre ansiosi. — Cosa stavate
scrivendo?
— Del mio viaggio. Ho saputo certe cose che potrebbero essere utili
per il notiziario.
— Oh, non lo facciamo più. Lady Fowler si interessa soltanto al
bollettino,
e a compilarlo è Helena Drummond. Mi preoccupo — soggiunse.
— Adesso che non siamo più utili, lei ci lascerà vivere qui?
Bella si sentì rattristata per quell’anziana donna. — Dubito che ci
saranno presto cambiamenti.
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— Lo suppongo anch’io.
Entrambe si riferivano alla morte di lady Fowler.
— Se doveste lasciare questa casa — chiese Bella — dove andreste?
— Al ricovero di mendicità — gemette Clara.
Bella andò ad abbracciarla. — Oh, no di certo. Avrete bene una
famiglia.
— No. Ho soltanto un fratello e una sorella. Il caro Algernon, che era
l’impiegato di un commerciante, è annegato mentre andava in Francia.
Sara è andata a fare la governante. Ora vive della carità di uno dei suoi
padroni.
— Io non vi lascerò finire in un istituto di mendicità, Clara — assicurò
Bella. — Se è necessario, verrete a vivere con me.
Gli occhi di Clara si imperlarono di lacrime. — Lo dite sul serio? Oh,
Bellona, siete la migliore delle donne. Siete una santa!
— No, no, e vi prego di non parlarne con nessuno. Non posso ospitarvi
tutte.
Purtroppo Clara non era in grado di tenere un segreto e Bella non solo
non aveva spazio per tutte, ma neppure un reddito per mantenerle.
Inoltre voleva essere Bella Barstowe.
Cosa poteva fare?
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Bella aveva promesso di aspettare che Kitty e Annie si sposassero
prima di lasciare Londra e aveva continuato a frequentare la casa di
lady Fowler. Una volta era riuscita ad avere accesso alla sua camera da
letto, ma la mente della povera dama si era spenta. Poi, si era
accontentata
di chiedere ad Agnes Hover notizie le poche volte che la fedele
cameriera lasciava la padrona.
Clara aveva tentato di mantenere il loro segreto, ma non ci era riuscita,
così ora Bella era alle prese con altre donne che imploravano il suo
aiuto. Ormai, erano rimaste soltanto otto componenti del gregge, a
parte le sorelle Drummond e le loro seguaci.
La stampatrice continuava a funzionare, ma il compositore adesso
aveva un aiutante, uno sgradevole, giovane irlandese che, decise Bella,
era di guardia.
In che cosa consisteva il lavoro?
I volantini erano composti e stampati, poi scomparivano. Bella
sospettava che fossero nella camera di lady Fowler. Per lei era fonte di
conforto il fatto che nessuna notizia scandalistica venisse più distribuita,
ma la sua presenza restava sospesa sulla casa come una spada
di Damocle.
Le nozze di Kitty e Annie erano ancora nell’aria, senza essere celebrate.
Mentre ottobre si avvicinava al termine, Bella convocò le ragazze
e chiese loro di fissare una data.
Le sorelle si scambiarono occhiate. — Per noi non è ancora opportuno
fissarla, signorina — disse Kitty. — Speriamo che questo non vi
preoccupi.
— Perché non è opportuno?
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Altro scambio di occhiate. — Non siamo certe che la casa in cui andremo
ci piaccia — sbottò Annie.
— Due settimane fa dicevate che era perfetta.
— È un po’ buia — disse Annie. — Adesso ne stiamo prendendo in
considerazione
altre.
Bella sbuffò. — State prendendo tempo a causa mia?
Entrambe abbassarono gli occhi. — Non ci va l’idea di abbandonarvi,
signorina — rispose Kitty.
— Tra due settimane — ordinò a questo punto Bella con il tono di
Bellona.
— Stabilite la data tra due settimane, senza nessuna scappatoia.
Peg e io possiamo cavarcela benissimo. D’accordo?
— Sì, signorina — borbottarono le due, ancora riluttanti.
— Siete due carissime ragazze e mi avete servito molto bene. Io voglio
semplicemente vedervi felici. Promettetemi di sposarvi tra due
settimane.
Entrambe sorrisero, arrossendo. — Senza dubbio, signorina.
Il matrimonio fu una cosa semplice, ma radiosa di felicità. Kitty e Annie
ebbero con loro vecchi amici a cui erano legate fin da prima della
morte del padre e altri nuovi tra i domestici di case vicine. Con gli
amici e le famiglie dei due fratelli, in casa di Bella ci furono venti persone
stipate dopo la colazione nuziale.
Bella era sinceramente felice per le due ragazze, ma le riusciva difficile
mostrarsi sorridente. Serviva soltanto a ricordarle ciò che per lei non
sarebbe mai potuto essere.
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Lottava giorno e notte per non pensare a Thorn, ma la sua pena
sembrava
aumentare di giorno in giorno.
Pensava che sarebbe potuta essere la buona moglie di un capitano,
capace
di sopportare i lunghi periodi di separazione preparandogli per il
ritorno una casa comoda e accogliente.
Quando pensava di trasferirsi altrove, era tentata di far conoscere il
suo nuovo recapito a Thorn. Lui gliene aveva dato uno suo: la locanda
del Cigno Nero a Stowting, nel Kent. Fargli conoscere il suo nuovo
indirizzo
sarebbe stata una semplice cortesia?
Follia, ma quell’idea assurda non le dava pace. Aveva incitato Kitty e
Annie a scegliere la loro nuova vita, ma quella sera non poteva fare a
meno di pensare ai loro letti matrimoniali. Sperava che i loro mariti
fossero gentili e capaci di rivelare alle spose le delizie di cui Thorn
l’aveva resa partecipe.
Senza le ragazze, la casa era vuota, ma ben presto l’avrebbe riempita.
Prima di poterlo fare, seppe che il signor Clatterford era a Londra e
che gli sarebbe piaciuto incontrarla. Lo invitò senz’altro a un tè, e si
compiacque di ridiventare Bella per l’occasione, indossando il
bell’abito con i fiorellini per dimostrargli che aveva cessato di essere
Bellona Flint. — Ne sono molto compiaciuto, mia cara — commentò
l’avvocato. — Quello che ho sentito di lady Fowler mi preoccupa. Una
triste storia. Lord Fowler era... — L’avvocato scosse la testa. —
Comunque, temo che quella dama, a sua insaputa, possa essere coinvolta
in iniziative pericolose. Ho ricevuto un avvertimento.
— Un avvertimento?
Il signor Clatterford scosse di nuovo la testa. — Sì, in termini molto
indiretti
che mi sono stati offerti soltanto quando ho accennato ai vostri
rapporti con lei. La frequentate ancora?
348/444
— Ho intenzione di rompere definitivamente i rapporti andandomene
da Londra. D’altra parte non so dove potrei vivere in maniera
confortevole.
— Adesso all’insieme delle circostanze si aggiunge il comportamento
di vostro fratello — disse l’avvocato. — Non so se ne avete avuto
sentore... Molto sgradevole. Molto.
Bella si sentì arrossire e temette che il rossore fosse scambiato per
imbarazzo
o stizza. — All’orecchio di Peg sono giunte chiacchiere da Cars
Green. Difficilmente credibili.
— Però rispondenti al vero, mia cara. A me sono giunte da fonti
attendibilissime.
Davvero stupefacenti. Sir Augustus è sempre sembrato
tanto... diverso. — Scosse ancora la testa. — Naturalmente, quella che
si è diffusa è una storia molto sordida, in cui sono coinvolti tre
magistrati.
Bella sperava che fossero solo ciarle concentrate in un’unica zona, ma
non appena erano giunte all’orecchio di Peg, aveva saputo che così non
sarebbe stato. — Non credo che questo faccia molta differenza. Polvere
che si aggiunge al sudiciume.
L’avvocato depose la tazza. — Vostro padre — disse — diede ampia
pubblicità al vostro peccato, ma era noto per essere severo e incapace
di perdonare. Dato che da allora in poi il vostro comportamento è
stato impeccabile, molti potrebbero mettere in dubbio quella vecchia
storia, se ricevessero una spinta.
— Il mio comportamento è stato impeccabile per forza di cose, signore.
Adesso è finito anche il mio periodo come Bellona.
— Dimenticheremo Bellona Flint. Avete vissuto in perfetta tranquillità
negli ultimi sei mesi, recuperando salute e serenità.
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— Risulterà credibile?
— Non c’è ragione di dubitarne. Tenete presente che non avete peccato
o dato scandalo sotto gli occhi di coloro che contano.
Bella ripensò al Veglione Olimpico e alla locanda del Cervo e Lepre.
Ma nessuno sapeva che la protagonista era stata Bella Bastrowe.
— Gran parte delle persone che contano — soggiunse l’avvocato — non
hanno mai sentito parlare di voi.
— Probabilmente hanno sentito parlare di Augustus — gli fece notare
lei.
— Ma il rapporto che avete con lui non vi rende partecipe del suo suicidio
sociale.
— Ne siete proprio convinto?
— Be’, non vorrei deludervi, mia cara. Soprattutto nel caso specifico,
altrimenti il fantasma di lady Raddall tornerebbe a perseguitarmi.
Sono fermamente convinto che se vi presentaste in società nelle vesti
della dama impeccabile che siete, sareste senz’altro accettata.
— Davvero?
— Certo richiederà coraggio e un po’ di quello spirito battagliero e
avventuroso che vi ha esposto al pericolo, ma che vi ha anche salvato.
— Peg Gussage lo chiama “la mia follia da lepre marzolina”.
— Davvero? Io però preferirei non vedervi folleggiare. — Si concesse
un dolcetto. — Delizioso. La signora Gussage è davvero un tesoro.
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— Sì — convenne Bella. — Ma quale nobildonna sarebbe disposta a
offrire
supporto a una donna come me? State pensando ad Athena? Suo
marito non glielo permetterebbe mai.
— Anche se vostra sorella fosse disponibile, signorina Barstowe, non
ha sufficiente peso. Comunque ho accennato alla faccenda a certe
dame di mia conoscenza.
— Oh. Chi?
Quello dell’avvocato fu forse un sorrisino. — Le sorelle Trayce. Erano
amiche della vostra bisnonna a Tunbridge Wells.
— Trayce. Mi pare che lady Raddall me ne abbia fatto parola, ma mi
sembrava che fossero un po’ stravaganti. Una non porta forse
un’enorme parrucca rossa e l’altra non è un po’ svanita?
— Anche la vostra bisnonna era stravagante agli occhi di molti — le
fece notare il signor Clatterford. — Le dame Trayce sono eccentriche,
questo è certo, ma non tali da essere escluse. All’opposto. Sono zie sia
del marchese di Ashart che del marchese di Rothgar, e sebbene di rado
viaggino o anche solo si aggirino per Tunbridge Wells, scrivono molte
lettere e hanno grande influenza.
— Se non frequentano la buona società, cosa possono fare per me?
— Sono in grado di fare miracoli con il loro semplice sorriso.
— Davvero? — A Bella sembrava poco probabile, ma il loro nome le
suonava familiare. — Trayce! Sono nell’elenco degli abbonati alle
lettere di lady Fowler. Che siano dello stesso tipo?
Il signor Clatterford ne rise. — Assolutamente no, ma non mi sorprende
che ricevano le lettere. Le sorelle Trayce trovano divertente un
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volantino scandalistico. Vi rendete conto che molti degli abbonati a
quelle lettere lo sono diventati per il piacere di leggere le storie che la
dama mette in giro?
— Ora lo capisco, povera lady Fowler...
— Lei non se ne è resa conto?
— Ormai, dubito che non riesca a rendersi conto di qualcosa, ma
considerava
la crescente popolarità delle sue lettere la prova che stava
davvero cambiando il mondo.
— Un caso pietoso — commentò l’avvocato. — Io credo che la vostra
situazione possa essere migliorata. Siete disposta a trasferirvi a
Tunbridge
Wells? E a vivere un po’ con le dame Trayce? Potreste assumere
la veste di loro dama di compagnia, ma sareste trattata come
un’ospite.
L’istinto di Bella sarebbe stato di rifiutare, ma accettare poteva
ripristinare
la sua reputazione.
Si sentì piena di speranza, ma fu ripresa dalla tristezza.
— E Peg? — chiese. — Poi c’è il ragazzo, Ed Grange.
— Ah — disse l’avvocato. — Credo che non sarebbe possibile portarli
con voi nella vostra nuova dimora, mia cara, ma aborrisco l’idea di non
vedere più la signora Gussage: ci sa davvero fare con i dolci.
Bella sorrise. — Sono certa che ne preparerà altri per voi ogniqualvolta
verrete in visita, signore. — Bella stava riflettendo. — Potrei continuare
a mantenere questa casa, cosa ne dite?
— Se lo desiderate...
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Bella non gli parlò delle altre dame, ma mantenere quella casa avrebbe
significato dare a loro il modo di servirsene e a lei di avere la coscienza
a posto.
— Allora Peg ed Ed possono restare qui per il momento, e se le dame
Trayce sono disposte a fare amicizia con me, io lo sono ad andare a
Tunbridge Wells.
— Ottima cosa. Voi siete una dama degna della massima stima, mia
cara. Senza contare che ci sono molti giovanotti accettabili che
frequentano
Tunbridge Wells, soggiunse l’avvocato con una strizzatina
d’occhio. — È tempo che voi pensiate al matrimonio.
Bella tornò a imporporarsi. — Lo faccio — ammise sinceramente. —
Ma intendo sposarmi soltanto per amore.
— Amore unito alla saggezza — consigliò l’avvocato. — Per piacere, in
faccende del genere non giocate alla lepre marzolina. Prima di prendere
impegni consultatemi, signorina Barstowe. In giro ci sono molti
affascinanti mascalzoni e voi avete una piccola fortuna.
— Un comodo vitalizio.
— Che però avrà termine quando compirete i trent’anni, quando, cioè,
riceverete l’intera eredità.
— Davvero? — chiese Bella sorpresa. — Forse questo me lo avevate già
detto, ma allora non ero molto lucida. A quanto ammonterà, a vostro
giudizio?
— Ancora attorno alle quindicimila sterline, i cui interessi basteranno
al vostro mantenimento. Quanto basta a tentare un paziente mascalzone,
per cui dovete prendere provvedimenti a vostra difesa.
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Quindicimila sterline, nelle sue mani, sotto il suo pieno controllo. Una
prospettiva allarmante. — Vi prometto, signor Clatterford, che mi
sposerò soltanto a ragion veduta.
Era facile dirlo, perché al momento Bella non riusciva a immaginare di
poter sposare altri che non fosse Thorn.
— Io ritorno a Tunbridge Wells fra tre giorni. Sareste in grado di fare il
viaggio con me?
D’impulso Bella rispose: — Sì. Fra tre giorni ci sarò.
Il signor Clatterford aiutò Bella con i preparativi di ordine pratico e lei
rese la casa pronta ad accogliere le donne, una volta che fosse partita.
Siccome ci sarebbe stato più spazio, trovò al brefotrofio due domestiche
che prestassero servizio provvisorio. Erano ragazze sveglie e rapide
come Kitty e Annie, tenaci lavoratrici.
Invocò una indisposizione per non recarsi a casa di lady Fowler, dove
pensava di non poter fare nulla. Non uscì, preparando la casa e
dedicandosi
anche a piccoli miglioramenti ai suoi abiti, per essere Bella,
non più Bellona.
Erano le sette di sera quando raccolse le ultime cose in vista del
viaggio del giorno dopo quando udì bussare alla porta d’ingresso.
Diede un’occhiata dalla finestra e vide una donna. La riconobbe dal
cappello: era Mary Evesham.
Corse in cima alla scala abbastanza in fretta per raggiungere Peg che
stava attraversando l’atrio. — Dite che non sono in casa! — disse.
Peg aprì l’uscio. — Desiderate, signora?
— Cerco la signorina Flint. Ho bisogno di parlare con lei.
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— Mi dispiace, signora. La signorina Flint non è in casa.
— Non è in casa? Pensavo che fosse malata.
— Infatti è andata dal medico — spiegò Peg.
— A quest’ora?
Bella pensò che Peg non sapesse come cavarsela, ma il suo timore era
infondato.
— Se volete lasciarmi un messaggio, signora, lo consegnerò alla signorina
Flint al suo ritorno.
Dopo un attimo di esitazione, Mary disse: — Molto bene. Dite alla
signorina
Flint che è urgente, abbiamo bisogno di lei. Venga al più
presto in casa di lady Fowler perché la situazione è grave, gravissima.
Non appena la porta fu chiusa, Bella scese da basso. — Cosa dovrei
fare?
— Ignorare il problema — rispose Peg. — Là avete fatto tutto quello
che era possibile, domani le donne che volete aiutare saranno qui,
finalmente
al sicuro.
— Mary Evesham mi è sembrata profondamente turbata.
— Lasciate perdere, signorina Bella. Dovete pensare alla vostra vita.
Bella sospirò. — Sapete che non posso farlo se voglio avere la coscienza
tranquilla. Tornerò a essere Bellona e andrò un’ultima volta a casa di
lady Fowler.
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Peg sospirò, scuotendo la testa. — Fate come volete. Come sempre del
resto.
— Voglio semplicemente andare a vedere qual è la causa del
turbamento.
— Finirete per restare lì a dare una mano.
— No, prometto di non farlo. Domani parto per Tunbridge Wells dove
avrò un futuro rispettabile.
Mentre Bella si avvicinava alla porta di lady Fowler non ebbe difficoltà
ad assumere un’aria dura, degna di Bellona Flint, la pietra focaia. Se si
fosse trattato solo di una tempesta in un bicchier d’acqua, avrebbe
dedicato loro solo un po’ del suo tempo.
Girò la maniglia, ma la porta era chiusa, per cui bussò.
Si aprì uno spiraglio così sottile da permetterle di vedere solo occhi
ansiosi,
subito dopo l’uscio venne spalancato. — Oh, Bellona! Grazie al
cielo siete arrivata!
Era Betsy Abercrombie, una della fazione delle Drummond, con il
naso rosso, perché aveva pianto.
Bella entrò, e alcune donne accorsero da stanze vicine. — Cosa sta
succedendo?
— Oh, Bellona! — E Betsy ricominciò a piangere.
A lei si aggiunsero Clara ed Ellen Spencer. Bella non vide traccia delle
Drummond. — Tè! — ordinò. — Concediamoci il tè e discutiamo la
situazione.
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La relazione cominciò prima che si fosse seduta. Lady Fowler era sul
letto di morte assistita soltanto da Annie Hoover.
— Cos’ha detto il medico? — chiese Bella.
— Lady Fowler non vuole vedere più nessuno — spiegò Mary. — Si
mette a urlare appena un uomo la tocca. Agnes le somministra
laudano.
— È probabilmente tutto quello che si può fare — commentò Bella. Era
dispiaciuta per la signora, che però era sopravvissuta più a lungo di
quanto sembrasse possibile.
Quando arrivò il tè, Bella chiese: — Dove sono le sorelle Drummond?
— Andate! — dichiarò Betsy.
— Fuggite! — esclamò Hortensia.
— Hanno rubato l’argenteria!
— Ci hanno lasciate nelle pesti!
— Perché? — volle sapere Bella.
Le risposero il silenzio e lo sguardo di occhi inquieti.
Poi Mary rispose: — Pensiamo che abbiano distribuito il notiziario.
— Conteneva anche altre cose — aggiunse Hortensia.
— Quali? — Ma Bella pensava di saperlo.
— Problemi relativi all’Irlanda.
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Concedendosi un sorso di tè ben zuccherato Bella disse: — Si sono
sempre occupate di questioni irlandesi. Qualcuna di voi ha visto quello
che era scritto nel notiziario?
— Solo accenni — rispose Betsy. — In aggiunta all’elenco delle tirannie
e oppressioni degli uomini. Da qualche tempo sono aumentate.
Bella guardò le sei donne. — Perché nessuna di voi ha impedito alle
Drummond di distribuire materiale del genere?
— Ma come? — belò Ellen Spencer, con l’aria di chi si aspettasse da un
momento all’altro l’arrivo del carnefice con la corda e il nodo scorsoio.
— Se ne sono andate — disse Bella. — Il peggio è passato.
Altri sguardi inquieti.
— E allora? — chiese Bella con un sospiro.
Mary tirò fuori un pezzo di carta ripiegato. — L’abbiamo ricevuto solo
un’ora fa.
Bella aprì e lesse:
State in guardia. La vostra attività è stata resa nota alle
autorità. Fuggite finché siete in tempo.
Non c’era firma.
Bella inghiottì a vuoto. — È solo un atto di intimidazione. Può darsi
che sia addirittura delle stesse Drummond. Non lo attribuirei a
nessun’altro.
Betsy parve sollevata.
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— Può darsi che sia proprio così — affermò Mary, nient’affatto
sollevata.
Le altre invece sembravano rasserenate. Bella stava prendendo in
considerazione
nuovi problemi. Con l’aggiunta di Betsy ed Ellen, e
fors’anche di Agnes Hoover, quelle adesso erano troppo numerose per
casa sua. Sarebbe stato possibile per loro continuare a vivere lì? Se
solo avesse saputo quali erano le intenzioni di lady Fowler...
— Signore... — disse Bella.
Tutti gli occhi la stavano fissando.
— ... la stampatrice è sempre in casa?
— Sì, naturalmente — assicurò Mary.
— Sarebbe una buona idea liberarsene. Entro domani se è possibile.
— Ma è utilissima per stampare copie dei volantini di informazione —
disse Hortensia.
— Se lady Fowler muore, muoiono anche le lettere.
La discussione continuò in maniera piuttosto confusa e fu interrotta
da qualcuno che bussò alla porta d’ingresso.
Fu Mary che corse ad aprire.
Tornò un istante dopo, pallidissima, seguita da un gentiluomo dall’aria
grave. Dietro di lui altri uomini, alcuni gravi, altri sospettosi.
Con voce tremante Mary disse: — Io... penso che siamo tutte in
arresto.
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28
Thorn stava facendo colazione quando un lacchè gli portò una lettera.
— Da basso c’è un gentiluomo, Vostra Grazia, che chiede di essere
ricevuto al più presto. Mi ha pregato di consegnarvi questa lettera.
Thorn la prese, sorpreso. I postulanti non erano oggetto di tante
attenzioni.
Poi notò il sigillo.
No, i suoi domestici non potevano lasciare Rothgar in una stanza
d’attesa.
Aprì la lettera:
Vi chiedo scusa, Ithorne,
ma temo di non poter fare a meno di darvi disturbo,
dovendo lasciare domani Londra per questioni che non
possono essere rimandate. Vi mando il mio segretario,
Carruthers, che vi esporrà una situazione piuttosto delicata,
in cui desidero avere la vostra assistenza.
Rothgar
Rothgar che cercava la sua assistenza? Era un segno di vittoria, o una
sottile astuzia?
— Fate venire il signor Carruthers.
L’uomo che entrò inchinandosi era sulla cinquantina, ben vestito,
tanto da sembrare perfettamente a suo agio anche a corte. Thorn
riconobbe un altro Overstone – brillante, efficiente, bene informato.
Lo invitò a sedersi.
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— Allora — chiese Thorn. — Di cosa si tratta?
Le labbra di Carruthers si strinsero. — È una questione che riguarda la
signora Spencer, Vostra Grazia, Ellen Spencer, che attualmente risiede
presso lady Fowler. Credo che l’una e l’altra vi siano note, Vostra
Grazia.
Thorn tentò di non mostrare sorpresa, ma lo stupì il nome di Ellen
Spencer. Dopo lo scandalo al Veglione Olimpico tra Christian e la
dama che si era rivelata essere sua moglie, Caro, c’era stato un attentato
alla vita di Christian.
Quella che era stata a lungo la dama di compagnia di Caro, appunto la
suddetta Ellen Spencer, aveva deciso di liberare Caro da quello che
considerava un matrimonio oppressivo. Non c’era da sorprendersi che
la signora Spencer fosse stata un’ardente ammiratrice della ridicola
lady Fowler, stava di fatto che proprio questo rapporto l’aveva convinta
a tentare di uccidere Christian con biscotti alla digitale.
Un tentativo risibile, ma Thorn avrebbe preferito vedere la Spencer in
un asilo per alienati.
Quali erano state le conseguenze?
— Sono informato su entrambe le signore in questione — disse Thorn
— anche se sono sorpreso che mi vengano servite insieme con la
colazione.
Cos’ha combinato adesso quella Spencer?
— È in stato di arresto per tradimento.
Thorn depose la sua tazza di tè. — In nome di Dio come ha fatto a
tradire?
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— Facendo lega con lady Fowler, Vostra Grazia, che si è dotata di una
stampatrice. Uno strumento pericoloso, come ha dimostrato il caso
Wilkes.
— Le lettere della Fowler sono solo un bollettino scandalistico, fonte di
divertimento per la haute volée. Cos’ha messo per iscritto questa
volta? Peccatucci regali?
— Ahimè, no, Vostra Grazia. — Carruthers aveva tutta l’aria di divertirsi.
— Quelle donne hanno stampato e distribuito una chiamata alle
armi. Un invito alle donne di sollevarsi, mettere fine alla monarchia e
dare vita a un nuovo Commonwealth.
A dire il vero, non c’era proprio niente di divertente.
— Quella è matta — disse. — Avevo già messo in guardia sul suo conto.
— Non credo che la signora Spencer abbia avuto un ruolo di guida,
Vostra Grazia — replicò Carruthers. — Sono state due donne, certe
Drummond, già ben note alle autorità in Irlanda. — Carruthers cavò di
tasca un giornale e lo porse a Thorn. — Se in apparenza quel documento
riguarda l’oppressione delle donne, in realtà riguarda l’Irlanda.
— L’invito alla ribellione è particolarmente proditorio — ammise
Thorn — dal momento che la Francia è sempre pronta a servirsi
dell’Irlanda come di una piazzaforte avanzata.
— Un certo numero di donne si è lasciata prendere in questa trappola,
quasi certamente abbindolate, ma può succedere che la legge le colpisca
in maniera indiscriminata. Lord Rothgar spera che voi riusciate a
tirare fuori dai guai la signora Spencer.
— Ma perché? — chiese Thorn, accantonando per il momento
l’indignazione.
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— In primo luogo perché è innocente, Vostra Grazia, ma anche perché
il marchese ha avuto parte nell’insediarla a casa di lady Fowler. A suo
giudizio all’epoca gli era sembrata una soluzione accettabile e insieme
una piccola punizione inflitta all’una e all’altra dama. Come senza dubbio
saprete, lady Fowler ha preso lui e sua figlia di mira nelle sue
lettere.
— Nuova conferma che è, per lo meno, pazza.
— Senza dubbio, Vostra Grazia. Ciò nonostante, il marchese pensa che
una persona è responsabile delle conseguenze delle sue azioni, persino
quelle involontarie.
— Come del resto io.
— Ed è per questa ragione che il marchese si è rivolto a voi.
— In che senso? — chiese Thorn, già sentendosi in trappola.
— La questione di certe mille ghinee, Vostra Grazia, ricordate?
Thorn restò scioccato. — Come fa il marchese a saperlo? Non parlatemi
di onniscienza.
Carruthers sorrise. — Qualsiasi onniscienza è il risultato della pratica
di essere sempre ben informato, Vostra Grazia. Come vi ho detto, lady
Fowler è diventata oggetto di interesse per lord Rothgar da quando ha
offeso la sua famiglia. Quando il marchese ha saputo che il Fondo
Fowler ha ricevuto una donazione di quell’entità, com’è naturale ha
desiderato di saperne di più.
— Il marchese sa che io ho provveduto a quel versamento a beneficio
di lord Huntersdown, e che è stato motivato unicamente dal suo
matrimonio
con la figlia di Rothgar?
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— Ragione più che valida, direi.
— Ma cos’ha a che fare quella donazione con i guai in cui è coinvolta la
signora Spencer?
— Una parte di quel denaro è servito ad acquistare la stampatrice.
Thorn imprecò. Naturalmente, non si era mai immaginato nulla di
simile, ma Robin aveva affermato che non bisognava attenersi a
quell’assurdo impegno, il giuramento di non sposarsi prima dei
trent’anni, perché sarebbe stato pericoloso dare a lady Fowler tanto
denaro. Si sarebbe detto che avesse mano in quel pasticcio.
— E va bene. Libererò la signora Spencer dalle fauci del leone. Dove
dovrei mandarla?
— Ahimè, Vostra Grazia, questo è un dilemma. Lord e lady Rothgar
sono in viaggio alla volta di Rothgar Abbey, perché il medico curante
pensa che il bambino potrebbe nascere un po’ prima del previsto.
Strada facendo hanno in programma altri importanti incontri. Lord e
lady Grandiston sono nel Devon.
— Vuol dire che manderò Ellen Spencer da lord e lady Grandiston.
L’idea della donazione è stata in origine sua.
Carruthers condivise il suo sorriso. — Mi sembra giusto, Vostra Grazia.
— Si alzò e Thorn lo accompagnò alla porta facendosi dare l’indirizzo
della casa di lady Fowler.
Poi chiamò Overstone.
— Lady Fowler. Portatemi tutti i particolari sulle sue recenti attività,
soprattutto quelle illegali, e scoprite per quale ragione lei stessa e le
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sue seguaci ieri sera sono state messe agli arresti domiciliari. E qualsiasi
altra cosa vi sembri indispensabile.
— Avete intenzione di aiutare lady Fowler? — chiese Overstone,
alquanto sorpreso.
— Il nostro compito è di assistere una certa signora Spencer, che un
tempo è stata dama di compagnia di lady Grandiston.
— Capisco. — Overstone era perfettamente al corrente dell’affare dei
biscotti avvelenati.
— Devo andare in casa di lady Fowler. — Thorn scrisse in fretta una
lettera. — Mandatela a Fielding in Bow Street, la sede degli agenti di
polizia volontari, chiedendogli di autorizzarmi a entrare in quella casa
e parlare liberamente con le donne.
Uscito il suo segretario, Thorn fece chiamare Joseph e andò con lui
nella sua camera da letto. — Abbigliamento semplice per un tranquillo
intervento negli affari di certe gentildonne nei guai, Joseph.
Il valletto gli consigliò un abbigliamento casuale. Thorn accettò.
Nel frattempo era arrivata una lettera spedita dal primo presidente
della Corte Suprema con cui lo si autorizzava a entrare e a intervenire.
Diceva inoltre che il lord Cancelliere aveva diretto interesse alla
questione.
“Maledizione, ci voleva anche questa.”
Thorn montò a cavallo e partì, accompagnato da uno stalliere che
conosceva
la strada.
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Eccoci arrivati, Vostra Grazia — disse poco dopo lo stalliere, mentre
imboccava una via tranquilla fiancheggiata da case modeste.
Thorn ebbe una strana sensazione di familiarità, poi si rese conto di
essere vicino alla casa di Bella.
Sarebbe potuto andarci.
Si guardò dal farlo.
Il tempo era passato e i suoi sentimenti nei confronti della dama erano
cambiati, rendendo più che mai impossibile l’idea di togliere Bella
dalla sua confortevole indipendenza per introdurla nella sua impossibile
vita, quella del duca di Thorne.
Giunto alla casa di Grafton Street, scese di sella e si avvicinò al portone
dove c’era un uomo, discretamente vestito, ma evidentemente di
guardia.
— Sono il duca di Ithorne, sono autorizzato a entrare.
— Sì, Vostra Grazia. — L’uomo bussò e si fece da parte. Quando la
porta si socchiuse, annunciò: — Sua Grazia, il duca di Ithorne.
La porta fu spalancata e Thorn entrò.
L’uomo discretamente vestito disse: — Lady Fowler è morta durante la
notte, Vostra Grazia.
— È già in stato di putrefazione?
— Lo era già prima di morire, Vostra Grazia.
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L’uomo era sulla quarantina, atticciato e rigido, con tutta l’aria di
desiderare
di trovarsi in qualsiasi altro luogo salvo quello.
— Gravoso incarico — commentò Thorn partecipe. — Come vi chiamate,
signore?
L’uomo si inchinò. — Norman, Vostra Grazia. Sono qui per conto di
lord Northington.
Thorn cessò di sentirsi partecipe. Quel Norman era un tirapiedi che si
atteggiava a Dio.
Thorn si tolse i guanti. — Perché lord Northington ha mano nella
faccenda?
— Perché è considerata una questione di interesse nazionale, Vostra
Grazia.
— Un gruppetto di donne? Adesso ne sono rimaste soltanto alcune,
vero? Meritano davvero tanto interesse?
— Non spetta a me dirlo, Vostra Grazia.
Un Ponzio Pilato che si godeva il potere di cui era stato insignito.
— Le dame sono ancora qui?
— Sì. Per il momento agli arresti domiciliari, Vostra Grazia.
— Dove sono? Sono autorizzato a parlare con loro.
L’uomo esitò, ma ad avere la meglio fu il potere ducale. — Due sono
ancora a letto, Vostra Grazia, hanno avuto uno shock. Abbiano chiuso
a chiave le loro porte, ma lì c’è un uomo che le lascia uscire su
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richiesta. Le altre stanno facendo colazione e sono nel piccolo salotto
alla vostra sinistra.
— I nomi?
— La signora Abercrombie, la signorina Sprott, la signorina Flint e la
signora Evesham. Questa è la più decisa, e probabilmente la più
autorevole, anche se la signorina Flint sembra sapere esattamente cosa
fare.
— E le due angosciate? — chiese Thorn che non voleva rivelare quale
fosse il suo interesse particolare.
— La signora Ormond e Spencer.
Thorn annuì. — Sei in tutto?
— Il numero ha oscillato, Vostra Grazia, quando lady Fowler si è
ammalata.
Ma ce n’erano altre due, la signorina Helena e Olivia Drummond.
Irlandesi, e probabilmente quelle che hanno scritto il documento
proditorio. Entrambe se la sono svignata non appena il
volantino è stato distribuito.
— Lasciando le altre nei guai. Presumo che si stia dando la caccia alle
due fuggiasche.
— Naturalmente, Vostra Grazia. Non andranno lontano.
Thorn lo ringraziò ed entrò.
Occhi ansiosi lo fissarono, come se, pensò, lui fosse un boia. Quattro
dame, e un’impressione generale di mezza età e apatia.
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Qualcuna aveva il respiro affrettato. Una si seppellì il volto in un
fazzoletto,
piangendo. Thorn inalberò un sorriso accattivante e fece un
inchino. — Signore, avete la mia partecipazione alla vostra situazione.
Sono il duca di Ithorne, e su richiesta di alcuni simpatizzanti, farò
quello che posso per voi.
— Oh! — esclamò una donna rossa in faccia, alzandosi in piedi e
serrandosi
le mani sull’ampio seno. — Siamo salve!
Una donna di mezza età dall’aria sveglia disse: — Grazie a Dio.
Un’altra piuttosto spigolosa domandò: — Possiamo dunque andarcene.
Immediatamente?
Le altre continuavano a piangere.
— Non vi faccio promesse. Siete coinvolte in imputazioni gravi.
Signore, posso sedermi?
La spigolosa ordinò: — Siediti, Betsy. Non vedi che Sua Grazia non
può farlo mentre tu stai in piedi? — Quella doveva essere la signorina
Flint, tutta angoli acuti.
Betsy si abbandonò sullo schienale, balbettando scuse. Doveva essere
la signorina Abercrombie, che non era né di mezza età né decisa.
Quella di mezza età doveva essere la signora Evesham, soprattutto
perché si era assunta il ruolo di portavoce.
— Possiamo offrirvi un tè, Vostra Grazia? — chiese. — Penso che
questo siamo libere di farlo.
— Vi ringrazio, ma no. Forse una di voi può darmi un resoconto di
quello che è accaduto?
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Fu la signorina Abercrombie a sussurrare: — Bellona! — mentre le
altre tacevano.
La dea della guerra, probabilmente la dama chiamata Sprott. Poi
Thorn si rese conto che i suoi tentativi di indovinare erano piuttosto
assurdi. — Potete dirmi i vostri nomi, signore?
Fu nuovamente quella di mezza età ad occuparsene. — Io sono la signora
Evesham, Vostra Grazia; questa è la signora Abercrombie. — E
indicò quella corpulenta ed emotiva. — La signorina Sprott. — Indicò
alla sua destra e poi dall’altra parte. — E la signorina Flint.
Interessante.
Per lo meno la piangente Flint abbassò il fazzoletto per fare un cenno
di assenso. Pelle pallida, occhiali a mezzaluna, sopracciglia che quasi si
congiungevano alla radice del naso, capelli che sembravano tirati
indietro
con la forza, ma il viso era quasi nascosto da una sorta di cuffia da
nonna annodata sotto il mento.
Thorn ignorava perché le altre istintivamente si rivolgessero a lei,
anche perché quella donna sembrava sbalordita. — Ah — disse, in poco
meno che un sussurro. — Davvero non penso... In fin dei conti, non
ero qua quando quelle cose sono succese. Mary?
Si era rivolta alla signora Evesham, per cui poteva darsi che Norman
avesse avuto ragione dicendo che era lei la più forte del gruppo.
La signora Evesham disse: — La signora Abercrombie e la signorina
Sprott sono state con lady Fowler molto più a lungo di me, Vostra
Grazia, ma io posso parlare degli ultimi eventi. Siamo vittime, credo,
di due serpi chiamate Helena e Olivia Drummond.
— Perché le definite “serpi”, signora Evesham?
370/444
— Perché si sono affidate alla carità di lady Fowler e poi hanno
vergognosamente
abusato di lei. Andandosene, hanno fatto del loro
meglio per distruggerci.
Dichiarazione succinta, ma probabilmente rispondente al vero.
— Perché lo avrebbero fatto?
— Disprezzo. Erano, sono, donne cattive, giovani donne maligne.
Continuò a raccontare gli eventi. Una donazione di mille ghinee aveva
causato grande eccitazione, e lady Fowler l’aveva considerata una
manifestazione di segreto sostegno da parte di persone importanti.
Erano state le sorelle Drummond ad avanzare l’idea di acquistare la
stampatrice, affermando che sarebbe servita alla moltiplicazione delle
lettere e dicendo che Olivia Drummond sapeva servirsene, cosa risultata
vera.
— Di dove sono originarie? — chiese Thorn.
— Se quello che ci hanno detto è vero, sono figlie di un gentiluomo
irlandese.
Morto questi, le sue proprietà sono passate a un cugino, lasciando
alle sorelle soltanto piccole doti. Loro hanno deciso di servirsene
per ottenere leggi più giuste per le donne anziché consegnare
se stesse alla schiavitù del matrimonio.
Thorn doveva avere alzato le sopracciglia, perché la signora Evesham
lo fissò con decisione. — Spesso è proprio così, Vostra Grazia, quale
grado di indipendenza può avere una donna sposata?
— Tuttavia moltissime donne scelgono il matrimonio — replicò pacato
Thorn.
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— Per mancanza di alternative. Comunque, le Drummond sapevano di
lady Fowler e si sono unite a noi.
— Lady Fowler accoglieva chiunque? — chiese Thorn.
— Ogni sostenitrice. Anche se c’erano ovvi limiti alle possibilità di
accoglierne
in casa. Le Drummond, godendo di un piccolo introito, hanno
preferito alloggiare nei pressi, come del resto ha fatto la signorina
Flint.
Thorn guardò la suddetta Flint. Se anche lei aveva un piccolo reddito,
perché non si comprava un abito decente? Perché era facile alle lacrime?
Non aveva mai smesso di tamponarsi gli occhi – e senza togliersi
gli occhiali. Strano. Dal suo fazzoletto pendeva un pizzo. Perché non
lo ricuciva?
La signora Evesham si schiarì la gola per richiamare l’attenzione di
Thorn. C’era, però, qualcosa di particolare nella commossa signorina
Flint.
— Helena e Olivia Drummond sono arrivate piene di entusiasmo —
riprese
la signora Evesham — e hanno offerto una parte dei loro introiti
quale contributo alla causa.
— Lady Fowler aveva bisogno di quel denaro?
— Non credo, Vostra Grazia, ma non sono molto addentro a questo
genere di informazioni.
— Forse può dirmelo Miss Flint — disse Thorn, rivolgendosi a lei.
L’istinto gli diceva che era la persona più importante là dentro, anche
se non riusciva a immaginarsi perché. Poi notò una macchia di sangue
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sul suo fazzoletto. Non l’aveva sentita tossire, possibile che fosse
tisica?
— E allora? — chiese.
— Io non so niente degli introiti e delle spese di lady Fowler — borbottò
la signorina Flint.
Era una strana creatura, ma Thorn non poteva permettersi distrazioni.
Lui era lì per assicurare la liberazione di Ellen Spencer.
Si rivolse alle quattro donne insieme. — Siete in grado di provare che
quella pubblicazione sovversiva è stata opera delle Drummond?
Rispose la signora Evesham. — Pensate che qualcuno ci crederà,
Vostra Grazia?
Ottima domanda. Thorn prese in considerazione le eventualità.
— Ne avete discusso tra voi? — chiese.
— Naturalmente, Vostra Grazia. Non abbiamo quasi parlato d’altro.
— Intendo dire specificamente di chi ha stampato e messo in circolazione
quest’ultima versione dei volantini?
Fu la signorina Flint che, portandosi mani e fazzoletto in grembo, parlò
con calma. — Non penso di poterlo dire, Vostra Grazia. A me è stato
chiesto di tornare qui ieri sera, quando era chiaro che lady Fowler
stava morendo e le sorelle Drummond se ne erano già andate. Nessuno
sapeva cosa fare.
— Si sono rivolte a voi?
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— Proprio così, anche se non saprei dire per quale ragione.
— Ma, Bellona — interloquì la signora Abercrombie — voi siete stata
sempre una testa pensante, così sicura di voi. Vi viene dal fatto di
godere di una rendita, ne sono certa — soggiunse con un sospiro. —
Quindi non dovere subire la tirannide di un uomo. Voi vi siete opposta
alle Drummond quando nessuno di noi osava farlo. Avete saputo
leggere nelle loro menti.
— No. Semplicemente non le trovavo simpatiche.
— Un altro esempio di sicuro istinto — commentò Thorn.
Mentre ancora lo stava dicendo, si era reso all’improvviso conto della
verità: Miss Bellona Flint era Bella Barstowe.
Adesso che aveva deciso di non lasciarsi più distrarre, non aveva più
dubbi in merito. Tornò a guardarla, rivolgendole vaghe domande
mentre metteva insieme i tasselli del quadro.
Liberata dalla crudeltà della sua famiglia, Bella Barstowe si era unita a
una donna che lottava, seppure in maniera bizzarra, per impedire
eventualità del genere. Perché quel travestimento?
Forse semplicemente non desiderava più essere Bella Barstowe. Siccome
godeva di un certo reddito, aveva preso una casa nei pressi.
A questo punto l’interesse di Thorn per la situazione era diventato
prioritario.
Bellona Flint era la “sua” Bella, e chiaramente tendeva a essere un
capo, cosa che d’altra parte la metteva in grave pericolo, soprattutto
non essendoci più le Drummond da chiamare in causa. Thorn avrebbe
dovuto portare con sé Overstone e un avvocato o addirittura due, ma a
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questo si sarebbe potuto porre rimedio. Inoltre sentiva il bisogno di
parlare con la sola Bella, ma doveva aspettare. Bisognava trovare il
modo di isolarla dalle altre.
Ah, ecco come.
— Benissimo — disse alzandosi. — Il nostro intento è di tentare di
stabilire
la verità. Ho intenzione di prendere certi provvedimenti, e vorrei
che ciascuna di voi mi fornisse a quattr’occhi un resoconto dei recenti
eventi. Qualcuna ha da obiettare?
Qualcuna, probabilmente Sprott, accennò a farlo, ma Mary Evesham
la zittì. — No, Vostra Grazia. Nulla da obiettare. Penso che il vostro
proposito sia chiaro.
Thorn accennò un inchino, evitando di guardare Bella in modo
particolare,
e uscì, lasciando la porta spalancata.
Scoprì Norman intento a origliare. — Siete sul punto di andarvene,
Vostra Grazia?
Evidentemente per lui sarebbe stato un sollievo.
— Non ancora. Chi è con la salma di lady Fowler?
L’uomo alzò gli occhi al soffitto. — La sua domestica, Agnes Hoover.
Insiste per esserne lasciata fuori, Vostra Grazia. Strilla che nessun
uomo toccherà la sua dolce lady. C’è solo da sperare che permetta
all’impresa di pompe funebri di metterla nella bara.
L’atteggiamento di Norman irritava Thorn, che però si sforzò di non
darlo a vedere. — Se qualcuna delle dame fosse disposta a mettere lady
Fowler nella bara, voi lo permetterete?
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— Non vedo perché dovrei farlo, Vostra Grazia. I miei ordini...
— Non escludete l’umana compassione. Che male possono fare? Io vi
ringrazierei — soggiunse, tentando di non ringhiare. Non gli andava
mai a genio l’idea di impugnare il bastone ducale.
Uno stizzoso rossore coprì le guance dell’uomo, che però,
doverosamente, cedette. — Se voi lo consigliate, Vostra Grazia...
In altre parole, “se vi assumete voi la responsabilità”.
— Lo faccio. E fermamente. — Una delle donne sarebbe disposta ad
assumersi
un compito del genere?
Tornò nel salotto e lo chiese, ottenendo in risposta sguardi sfuggenti.
Naturalmente, a parlare fu Bella. — Lo farò io, sono certa che qualcuna
di voi mi aiuterà. Noi tutti sappiamo cosa pensasse lady Fowler degli
uomini.
Questa volta, sia la signora Evesham che la signorina Sprott si dissero
d’accordo.
Thorn uscì ancora dal salotto, in preda insieme all’ammirazione e
all’esasperazione.
29
Bella stava raccogliendo le idee e intanto si chiedeva come approfittare
della situazione.
Il fratellastro di Thorn, il duca, era là, in qualche modo in veste
ufficiale!
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Quando era entrato, lei lo aveva scambiato per Thorn in persona e
istintivamente si era camuffata meglio che poteva. Un po’ alla volta si
era resa conto che doveva essere proprio il duca, e allora le erano parse
evidenti certe sottili differenze. Naturalmente il duca era più altero e,
sebbene indossasse indumenti semplici, era impeccabile in ogni
dettaglio, così ben rasato da far credere che un pelo sul mento ducale
sarebbe stato impensabile.
La somiglianza, tuttavia, era stupefacente. Non c’era da meravigliarsi
che Thorn da ragazzo fosse stato allontanato dall’Inghilterra.
Parlando con le donne il duca aveva detto che un uomo sarebbe andato
ad ascoltare per accertarsi che non discutessero di certe cose. Infatti
adesso un altro uomo era di guardia nel salotto, un tipo dall’aria
arcigna che le guardava sospettoso. Tutte rimasero in silenzio, finché
Betsy sbottò: — Il duca di Ithorne! Evidentemente questa faccenda
viene presa molto, molto sul serio. Voi... pensate che rischiamo di essere
impiccate?
— Ma no, no, ne sono certa — si affrettò a replicare Bella. — Noi siamo
innocenti.
— Potrebbero dare un esempio con qualcuna di noi — disse Hortensia,
scoccando un’occhiata a Betsy. — Quelle che erano più desiderose di
dare una mano con la stampatrice. Naturalmente qualcuna di noi
potrebbe
essere esiliata nelle colonie — insistette Hortensia, che non perdeva
mai l’occasione di mostrarsi pessimista.
— La situazione verrà chiarita — insistette Bella. — Il duca è venuto
per aiutarci.
— Vedo che riponete molta fiducia nei duchi, Bellona — sogghignò
Hortensia. — Semplicemente perché voi avete modo di spassarvela
con...
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Grazie al cielo non completò la frase, ma le guance di Bella erano
arrossite sotto il cerone.
— Lui non ha a cuore nessun vero interesse — continuò Hortensia, e
Bella pensò che aveva ragione. Chi erano loro per il duca di Ithorne?
— Sospetto che si interessi solo a Ellen Spencer — disse Mary.
Bella scoccò un’occhiata all’uomo che era in ascolto, ma quello che
dicevano non poteva certo essere considerato sovversivo. — Per quale
ragione? — chiese.
— Non vi ricordate? Prima che Ellen venisse qui, era la dama di
compagnia
di una gentildonna che era risultata essere la moglie riluttante
di un lord. — Mary stava attenta a non fare nomi.
— Sì, ricordo — disse Bella. Era successo su per giù all’epoca del Veglione
Olimpico, quando Bella non aveva prestato troppa attenzione agli
eventi locali. Scoccò a Mary un’occhiata interrogativa, perché non
riusciva ancora a cogliere il punto.
— Penso che il marito di quella dama sia imparentato con il duca.
— Capisco. — Bella prese in considerazione l’ipotesi e ne fu rallegrata.
— Se il duca è venuto per salvare lei, dovrà salvare tutte.
— Lo credete proprio? — replicò Hortensia. — Voi non conoscete
quanto indifferenti possano essere quelli della sua specie. Lui è un
libertino
matricolato.
Non aveva neppure fatto il tentativo di parlare a mezza voce e Bella le
indirizzò un’occhiata di ammonimento. Le cose che venivano dette
potevano
essere riportate a chi di dovere e non era il momento di inimicarsi
il duca. In ogni caso, al veglione lei aveva incontrato lady
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Jessingham. A tale proposito il duca aveva avuto torto, ma la signora,
a giudizio di Bella, non era affatto una vittima innocente.
Mary diede voce all’ammonimento. — Non andrà a nostro vantaggio
mostrarci ostili al duca, Hortensia.
Questa si accigliò, ma restò a bocca chiusa.
Anche le altre rimasero in silenzio, in attesa che il loro destino venisse
affidato a mani altrui.
Bella lisciò il suo fazzoletto, accennando a una smorfia alla macchia di
sangue che si era procurata pungendosi un dito con l’ago. Avrebbe
dovuto lavarlo immediatamente, ma dubitava che le venisse permesso
di farlo. Per il momento, preferì riprendere in mano l’ago e riattaccare
il pezzo al fazzoletto.
Intenta a quell’attività, pensava che avrebbe potuto scrivere a Thorn al
suo indirizzo di Stowting, pregandolo di intervenire presso suo fratello,
ma dubitava che le venisse permesso di inviare un messaggio.
Inoltre, la risposta le sarebbe arrivata solo dopo giorni. Temeva che
ben presto sarebbero state trasferite in una prigione. Lei era un’esperta
ed era angosciata solo all’idea. Erano luoghi di disordine, pieni di
violenza,
crudeltà, malattie.
Se solo avesse dato retta a Peg, non sarebbe andata lì. A quest’ora
sarebbe stata sana e salva, in viaggio alla volta di Tunbridge Wells. Ma
le altre donne avrebbero continuato a essere in pericolo.
Rimase con l’ago a mezz’aria.
Le erano tornate alla mente le dame Trayce di Tunbridge Wells. A
quell’ora sarebbe potuta essere diretta a quella volta, e si chiedeva che
cosa stesse facendo nel frattempo il signor Clatterford. Sì, forse poteva
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essere di aiuto. La cosa più preoccupante era tuttavia che i loro nomi
risultavano negli elenchi delle abbonate ai volantini scandalistici.
Gli elenchi erano stati trovati? Erano raccolti con un mucchio di altre
carte nello stanzino dietro la sala di scrittura. La porta che vi accedeva
era tappezzata di carta come tutte le altre pareti, e pertanto difficile da
individuare. Bella doveva tentare di distruggere quegli elenchi. In realtà
tutte le persone che vi erano elencate erano innocenti, ma era
terribilmente
chiaro che questo all’autorità non importava.
Poteva darsi benissimo che impiccassero nove donne.
Forse ne avrebbero trascinate centinaia nei tribunali.
Poi Bella si rese conto che esisteva un altro punto di vista.
Stando al signor Clatterford, le dame Trayce erano zie o prozie del
marchese di Rothgar e del marchese di Ashart. Poteva servirsi del loro
potere per assicurarsi la loro assistenza?
“Vediamo” pensò, con cupo divertimento. “Un duca, due marchesi.”
Doveva tentare di trovare anche tre conti da coinvolgere.
Thorn aveva nuovamente convocato Norman, che era arrivato con aria
risentita, ma con un ossequioso inchino.
— Ritengo che sia opportuno interrogare individualmente le donne
allo scopo di stabilire certe verità. Risulterà chiaro se qualcuna mente.
Avete da obiettare? — Siccome Norman non si disse immediatamente
d’accordo, Thorn soggiunse: — Se preferite, discuterò la faccenda con
lord Northington.
Era consapevole che fosse come servirsi di un cannone per uccidere un
moscerino, ma aveva voglia di distruggere qualcosa.
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Norman impallidì. — No, no, naturalmente, no, Vostra Grazia. Ma voi
intendete interrogarle? Da solo?
Thorn decise di ignorare l’insinuazione. — Una delle altre signore può
essere presente in funzione di chaperone. — Era quello il punto
importante.
— Propongo che sia la signorina Flint, dal momento che non
era presente agli eventi cruciali. A dire il vero, non capisco perché
debba essere trattenuta.
— Gli ordini che ho ricevuto erano di impedire a chiunque di andarsene,
Vostra Grazia. — Un modesto tentativo di rimandare la palla.
Thorn si ricordò che senza dubbio Norman meritava l’incarico che gli
era stato assegnato. In effetti, ce l’aveva con lui semplicemente perché
obbediva ai sensati ordini che gli erano stati impartiti.
— Mi sembra che rispondiate alle vostre responsabilità in maniera
perfetta, Norman. A meno che non possiate disporre voi stesso di una
persona che registri le dichiarazioni delle donne, farò venire uno dei
miei segretari e poi comincerò l’interrogatorio.
Inutile ricorrere a Overstone, per cui Thorn gli inviò un messaggio con
l’incarico di scegliere un subalterno attendibile, e inoltre di far arrivare
un avvocato per averne consiglio. Inviò anche un breve rapporto a
Rothgar, sperando che non avesse ancora lasciato Londra,
raccomandandogli
di parlare della questione a Northington.
Non era una delle attività che rientrassero nelle abitudini di Thorn,
che le avrebbe volentieri lasciate ad altri, ma adesso era impensabile,
con Bella coinvolta.
Ben presto sarebbe rimasto a quattr’occhi con lei.
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Bella era persuasa di essere in grado di mantenere il proprio controllo,
ma quando il duca tornò, quello che disse la fece sobbalzare.
— Signorina Flint, posso parlare con voi nella stanza di fronte a
questa?
Quando lei si alzò, deponendo il suo lavoro di cucito, Betsy ansimò. —
Oh, Bellona...!
— Non sto andando alla forca, Betsy. Penso che sarò perfettamente al
sicuro.
— Perfettamente — assicurò il duca. — Naturalmente, la porta resterà
spalancata. Signore, a ciascuna di voi sarà chiesto di fornire un resoconto
dei fatti recenti, ma di farlo in privato. La signorina Flint, che
non è stata sempre presente qui, sarà la vostra chaperone.
Bella uscì con il duca, sperando di avere il modo di mettere le mani
sugli elenchi.
— Questa la chiamiamo “sala di scrittura” — disse accompagnandovi
Thorn. — Ci sediamo al lungo tavolo per redigere copie della lettera.
Prima di passarle alla stampatrice, voglio dire.
Come aveva promesso, Thorn lasciò la porta spalancata. La stava
guardando con aria strana, e lei si chiedeva se si rendesse conto di
quanto falso fosse il suo aspetto. Qualsiasi travestimento poteva apparire
sospetto.
O forse era qualcosa nei suoi modi. Bella si rendeva conto che non si
stava comportando con sufficiente timore reverenziale, dal momento
che le era difficile non vedere in lui Thorn. Erano davvero quasi
identici. Aveva una gran voglia di avvicinarsi a lui, toccarlo, sorridergli
e avere in cambio il suo sorriso. Le venne da ridere pensando alla
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reazione del duca di Ithorne se si fosse trovato alle prese con Bellona
Flint.
— Siete disposta a fungere da chaperone, signorina Flint?
— Farò tutto quello che è in mio potere per aiutare le signore presenti,
Vostra Grazia.
— Ma senza mentire — avvertì lui.
— Non pensate che nessuno lo farebbe, messa di fronte alla prospettiva
della forca? Ma no, Vostra Grazia, di rado mi capita di mentire, in
questo caso non ci sarebbe ragione di farlo. Non so niente che deve
essere
nascosto.
— Molto bene. Tra poco arriverà una persona che prenderà nota delle
risposte — spiegò il duca girando attorno al lungo tavolo. — La vostra
presenza sarà necessaria soltanto per ragioni di opportunità. Voi
resterete
in silenzio ed eviterete di suggerire le risposte. Ci siamo capiti?
Bella si chiese se le paure di Hortensia non fossero in qualche modo
fondate e se i libertini fossero a tal punto incapaci di fare
discriminazioni.
A questo punto lui disse con tono dolce, quasi in un sussurro: — Venite
con me, Bella.
Cielo, era proprio Thorn!
Si fingeva molto bene il duca, ma non tanto da nascondere la verità.
Allora sorrise, incapace di impedirselo.
Si ricordò di rispondere alle sue ultime raccomandazioni come
avrebbe fatto Bellona. — Non parlerò né suggerirò, Vostra Grazia.
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Desidero però ringraziarvi sinceramente per essere venuto qui ad
aiutarci.
— Sono qui per stabilire la verità, signorina Flint. Spero di scoprire che
tutte le dame presenti in questa casa sono innocenti.
— Così sarà, Vostra Grazia — assicurò Bella, aprendo la porta nascosta
dalla tappezzeria, quella che dava accesso allo stanzino. — Qui —
spiegò — ci sono soprattutto carte, inchiostro, e altri oggetti simili, ma
anche una raccolta di tutte le copie delle lettere di lady Fowler. Sono
certa che possano fornire la prova che nessuna delle donne presenti
aveva intenzioni sovversive.
Entrò nello stanzino, sapendo che lui la seguiva.
Le ci volle tutto il suo coraggio per voltarsi a guardarlo.
Quando lo fece, constatò che lui stava sorridendo. — Bella, siete una
continua sorpresa.
— E voi siete matto!
— Non cercate di fare la scontrosa con me. Ho l’impressione di essere
sul punto di salvarvi per la terza volta. Non vi sembra che mi meriti un
premio?
— Sarà con ogni probabilità una corda con un cappio.
— Credete forse che me la meriti?
— Sì, perché state impersonando vostro fratello. Qui, a Londra, nel bel
mezzo di un’indagine su un presunto tradimento!
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Thorn ne fu sbalordito. Era stata una tale sorpresa trovare lì Bella,
aveva avuto tanta paura per lei da non aver capito che lei vedeva in lui
Capitan Rose. O per meglio dire, probabilmente aveva pensato che
fosse il duca a meno che lui non commettesse l’imprudenza di rivelare
la sua vera identità.
Quale che fosse, in quel momento, la sua identità.
Essere Thorn e lei stupefatta dalla constatazione.
Essere Ithorne e rivelarle qui e adesso l’inganno al quale si era dedicato,
senza altre sottigliezze.
— Non potete non esservi reso conto dei rischi — disse Bella,
aggrottando
la fronte, cosa che le riusciva in realtà difficile con i capelli tirati
saldamente all’indietro, le sopracciglia folte e quella verruca altrettanto
finta.
— Naturalmente — replicò lui meccanicamente. — Ma sono rischi di
poco conto.
— Di poco conto? Sul giornale di ieri ho letto che Ithorne partecipava a
non so quale evento in una scuola per orfani a Cheapside. Qualcuno
deve essersi reso conto che ci sono due Ithorne.
— Ma qual è quello vero?
Lei alzò gli occhi al cielo. — Comunque potete essere utile — replicò,
lasciandolo nuovamente sorpreso. — Per il momento continuate a dare
ordini a Bellona. — Si voltò e aprì un cassetto.
Thorn restò a fissarle la schiena, obbligandosi a non ridere. Bella
Barstowe era la donna più sorprendente che avesse mai conosciuto. —
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Forse — disse — dovreste tirare fuori tutte le copie delle lettere di lady
Fowler, signorina Flint.
Lei indicò alcune scatole collocate su uno scaffale e continuò a frugare
tra le carte nel cassetto.
Scuotendo la testa, Thorn prese una delle scatole e la aprì. — Quante
ce ne sono qui?
Lei tirò fuori un bel po’ di volantini e guardandoli rispose: — Non ne
sono certa, ma lady Fowler ha cominciato a scrivere le sue lettere non
molto dopo la morte di suo marito, circa dieci anni fa.
Thorn notò che la scatola che aveva preso conteneva solo una copia di
ciascuna lettera, vergata con mano piuttosto incerta. — Le lettere qui
archiviate sono quelle originali, scritte da lady Fowler in persona?
— Non lo so, ma presumo che le più vecchie lo siano. — Si avvicinò e
diede un’occhiata al contenuto della scatola. — Sì, sono quelle scritte
da lady Fowler. Qualche tempo fa, penso. La sua grafia è diventata più
incerta col passare del tempo.
— Questi cosa sono? — chiese Thorn, dando un’occhiata ai fogli che
aveva in mano.
— Gli indirizzi di coloro ai quali erano destinate le lettere. Penso di
doverli distruggere.
— Meglio non farlo. Sarebbe un grave reato.
— Ma gran parte di quelle donne sono innocenti e non hanno nessuna
tendenza rivoluzionaria.
— Se è così, nessuno farà loro del male.
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— Per quanto riguarda noi?
— Non siete altrettanto innocente...
— Vostra Grazia?
Entrambi si raggelarono udendo la voce di Norman che veniva dall’altra
stanza.
Bella fissò Thorn, con uno sguardo implorante.
Senza esitare un istante, Thorn si ficcò i fogli sotto la giubba nella cintola
dei calzoni. L’aveva appena fatto che Norman entrò, l’aria sospettosa.
— Cos’è questa stanza?
— Io stesso l’ho saputo solo poco fa — spiegò Thorn, che aveva qualche
difficoltà a riassumere la ducale alterigia. — Un semplice ripostiglio,
ma la signorina Flint ha avuto la bontà di informarmi che contiene
tutti gli originali delle lettere di lady Fowler. Penso che debbano essere
portati via se dovranno essere esibiti quale prova testimoniale.
— Certamente — assicurò Norman, prendendo la scatola dalle mani di
Thorn. — Penso comunque che voi fareste meglio a lasciare che siamo
io e i miei uomini a compiere le necessarie indagini in questa stanza,
Vostra Grazia.
— Avete perfettamente ragione. Penso che bisogna essere grati alla
signorina
Flint. Senza la sua volontaria assistenza, chissà quanto tempo
sarebbe passato prima che questa stanza venisse trovata.
Norman strinse le labbra e guardò Bella con un certo sorrisino: —
Comunque — disse — il vostro aiuto verrà registrato, signora.
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Bella aveva assunto un’aria decisamente spigolosa. — Non potrebbe
essere diversamente. Vi ho già detto, signor Norman, che se avete
intenzione
di considerare me stessa e le altre donne come vostre alleate,
si potrebbe far tutto con maggiore delicatezza e rapidità.
— Vi prego di tornare in salotto, signorina Flint — tagliò corto
Norman.
Bella, la ragazzaccia, guardò Thorn. — Ciò corrisponde ai vostri desideri,
Vostra Grazia?
Lui avrebbe voluto dire di no, in parte per dare fastidio a Norman e in
parte per trascorrere altro tempo insieme a Bella, ma la prudenza ebbe
la meglio. — Sì, signorina Flint. — Accompagnò quelle parole con un
inchino.
Lei fece una riverenza e se ne andò, rigida.
— Una donna scaltra quella là — borbottò Norman. — In lei c’è qualcosa
di più di quanto sembri.
— Più intelligenza, volete dire.
— Le femmine non sono mai intelligenti.
— Signore, temo che voi rischiate di subire molti shock nella vostra
vita, ma per adesso sono soprattutto interessato a quelle due donne
nascoste nelle loro stanze.
— Erano entrambe molto scosse, Vostra Grazia.
— Voi vi fidate più di una donna scossa che di una intelligente?
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Thorn si rese conto che Norman aveva una gran voglia di contestare la
parola “intelligente”, ma decise di lasciar perdere. L’uomo replicò: — È
più naturale che una donna abbia un collasso in una situazione come
questa.
— Comunque, sono della ferma opinione che debbano raggiungere le
altre in salotto.
Con aria risentita, l’uomo disse: — Come volete, Vostra Grazia.
Thorn annuì. — A questo punto devo tornare a casa per prendere certe
iniziative. Vi affido il compito di impedire che le donne discutano tra
loro dei recenti eventi.
Bella tornò nel salotto con la tentazione di chiudersi nell’intimità della
sua camera da letto e di sfogarsi, ma allora le altre si sarebbero convinte
che il duca di Ithorne l’avesse trattata in maniera orribile, lui che
invece era venuto per aiutarle.
— Bellona, cara. Cosa è successo?
Bella si girò a guardare Mary Evesham, che aveva un’aria molto
preoccupata.
— Oh, niente di particolare. Penso che il duca abbia tutte le intenzioni
di aiutarci.
— Mai fidarsi di un uomo come lui — sbottò Hortensia.
— Comunque abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti — ribatté Bella.
Avrebbe voluto aggiungere altro, ma ne fu impedita dall’ingresso nel
salotto di Ellen e Clara. Questa sembrava semplicemente preoccupata,
ma Ellen Spencer stava tremando e si guardava attorno come se
temesse che ovunque si celasse un pericolo.
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— Anche voi avete dato manforte alle Drummond! — dichiarò Betsy,
puntando un dito contro Ellen. — Se impiccano me, devono impiccare
anche voi!
Ellen Spencer svenne.
30
Thorn mise sulla scrivania il foglio contenente gli indirizzi e lo spiegò.
Erano ordinati alfabeticamente, e leggendo i nomi riconobbe quelli di
molte dame alla moda. Non ne fu sorpreso. Le lettere di lady Fowler
erano divenute una fonte di divertimento e pettegolezzo.
C’era il nome della madre di Robin e quello di Psyche Jessingham.
Trovò lady Arradale e inarcò le sopracciglia.
No, non doveva distruggere quell’elenco perché poteva essere
importante.
Alcune delle persone di quelle liste potevano essere pericolose,
effettive fautrici della rivoluzione. Comunque, era ben lieto di averle
portate via dalla casa di lady Fowler. Mise i fogli sotto chiave nella sua
scrivania.
Un altro servizio reso a quella straordinaria dama. Doveva
assolutamente
tirarla fuori dai pericoli che correva attualmente...
E poi cosa?
Tabitha saltò sulla sua scrivania, miagolando.
— Un sospiro di rassegnazione? Penso di sì. Ma io non posso
assolutamente
ignorare la sua esistenza. E allora quando e come potrei dirle la
verità?
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— Dire la verità a chi? — chiese Christian, entrando proprio in quel
momento.
— Moltissime persone bussano, prima — gli fece notare freddamente
Thorn.
Christian corrugò la fronte, ma restando del tutto indifferente. — Sono
entrato qui senza bussare durante gran parte della nostra esistenza.
Stai ancora parlando con Tabby? E lei ti risponde?
— Sì, alla maniera degli oracoli.
— Allora, qual è la verità? — chiese Christian.
— Dimmi, piuttosto, hai intenzione di restare?
— Se è necessario — rispose Christian, con una punta di sarcasmo.
Thorn scosse la testa. — Naturalmente, questa è casa tua. Sono irritato
perché ho avuto una mattinata terribile.
— Parlamene — disse Christian, e Thorn lo fece.
— Quella Spencer! — sbottò Christian. — Non mi va l’idea di averla
sotto il mio tetto.
— Pensavo che l’avesti scaricata a Robin.
— È una soluzione temporanea. Ciò di cui abbiamo bisogno sono
conventi
in cui mettere donne come quella. Chiuderle sotto chiave, anche
se trattate in maniera decente.
Thorn si ricordò di averne discusso con Bella.
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— Si può sapere perché stai sorridendo? — chiese Christian.
— Sto pensando all’infermità mentale.
— Riuscirai a togliere quella Ellen Spencer dai guai?
— Devo farlo — rispose Thorn, sentendosi all’improvviso in grado di
confessare al fratello adottivo tutto sul conto di Bella.
Quando quel racconto terminò, Christian stava sorridendo. — Mi sembra
che sia proprio la donna adatta a te.
— Lei non ha idea di ciò che significhi essere una duchessa più di
quanto questo gattino abbia buon senso — disse Thorn, staccando
Sable dalle tende. — L’eccentrica duchessa di Ithorne? Non voglio che
sia infelice, Christian. Sai quanto crudele può essere il nostro mondo,
soprattutto ai supremi vertici.
— Sì, ma sembrerebbe che lei abbia il temperamento adatto. Come dici
tu stesso, non hai scelta.
— No, non ce l’ho, vero? Quale che sia la singolare forza che obbliga
esseri umani a mettersi insieme a dispetto della logica o di tutti i precetti
della società, ha nelle grinfie anche me e lo fa da ormai troppo
tempo per sperare che sia solo un suo capriccio. Tu hai motivi per restare
a Londra che non siano quelli di consigliarmi?
— Devo fare qualche commissione, e abbiamo pensato che sarebbe
opportuno
liberarti dai gatti.
Thorn diede un’occhiata a Tabitha e provò un’inaspettata fitta di
dispiacere.
— A chi potrei chiedere consiglio?
— Se vuoi tenerteli tutti...
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— Può darsi che Caro abbia da obiettare.
— A casa di gatti ne abbiamo decine, e Caro sta imparando a gestirli. —
Christian sorrise, intenerito dall’idea. — Caro era fatta per essere una
nobildonna di campagna. Oltretutto si diletta preparandosi a dare vita
alla nuova generazione, Dio salvi l’Inghilterra.
— Congratulazioni.
— Faresti bene anche tu a dedicarti a faccende del genere — suggerì
allegramente
Christian. — Per il momento tieniti i gatti. Quando avremo
modo di mettere a confronto l’opinione tua e quella di Caro, decideremo
come fare.
— Benissimo. Preferirei restare, ma devo tornare al pollaio. — Andò ad
aprire la porta e si trovò faccia a faccia con un lacchè che si tirò indietro,
sorpreso.
— Sì?
— Un gentiluomo chiede di voi, Vostra Grazia. Il signor Clatterford, in
relazione col problema Fowler.
Thorn andò da basso e trovò un gentiluomo che era insieme atticciato
e grasso, ma a prima vista sincero.
Clatterford s’inchinò.
Thorn lo invitò a sedersi. — Cosa posso fare per voi?
— Vi chiedo scusa per avervi disturbato, Vostra Grazia, ma mi sembra
che voi siate coinvolto nei deplorevoli eventi nella casa di lady Fowler.
Sono venuto a chiedere il vostro aiuto a beneficio di una delle dame
che vi si trovano.
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— Quale?
— Una certa signorina Flint.
Ah, questa era tutt’altra cosa. — Quali sono i vostri rapporti con la
signorina
Flint, sir?
— Sono il suo avvocato, Vostra Grazia. Ho avuto l’onore di occuparmi
degli affari della sua bisnonna, lady Raddall, e quando è morta... Miss
Flint è la sua erede, e io ho avuto l’incarico di occuparmene.
Sicché l’avvocato sapeva che quel nome era falso.
— Cosa posso fare per voi, signor Clatterford?
— Spero che voi vogliate aiutarmi a toglierla da quella casa. Se ne era
distaccata qualche settimana prima degli ultimi spiacevoli eventi.
— Perché l’ha fatto?
— Perché, come voi sospettate, Vostra Grazia, era turbata da quello
che stava accadendo.
— Allora perchè vi è tornata?
L’avvocato abbozzò una smorfia. — Io so soltanto quello che mi ha
detto la sua governante, Vostra Grazia. La signora Gussage mi ha fatto
chiamare ieri sera. Era preoccupata perché la sua padrona che si era
recata a casa di lady Fowler non era tornata e si era trovata agli arresti
domiciliari. La signora Gussage non ha avuto modo di parlare con la
signorina Flint. Si è subito rivolta a me, ma c’è voluto qualche tempo
perché lei e quel ragazzino mi trovassero. Solo oggi ho potuto recarmi
a casa di lady Fowler. Le persone che vi si trovano si sono rivelate
decisamente
poco disponibili, ma qualcuna mi ha indirizzato a voi. Vi
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assicuro, Vostra Grazia, che la signorina Flint è incapace di azioni
delittuose.
— A parer vostro, Clatterford, lei non ha avuto parte in attività
sovversive?
— Certamente no, Vostra Grazia.
— Ci sono altri in grado di testimoniarlo?
— Sono sicuro di poter trovare qualcuno, Vostra Grazia, ma comunque
la signorina Flint ha sempre condotto una vita tranquilla.
Thorn si alzò in piedi. — Benissimo, signore, farò tutto quello che
posso. Dove avete lo studio?
— A Tunbridge Wells, Vostra Grazia.
Thorn lo accompagnò alla porta e si trovò alle prese con un altro
interrogativo.
— Ero venuto a Londra a persuadere la dama a tornare con me a
Tunbridge
Wells. Saremmo dovuti partire oggi stesso.
— Posso chiedervi perché?
— Per vivere lì, Vostra Grazia. Ho fatto in modo che si mettesse sotto
l’ala di certe gentildonne locali che potrebbero aiutarla a ritrovare il
suo posto nella società.
— Lei era d’accordo? — chiese Thorn, molto interessato.
La sua sorpresa fu fraintesa. L’avvocato ne fu offeso. — Io credo che un
miglioramento sia possibile, Vostra Grazia.
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Thorn decise che Clatterford gli piaceva. — Mi auguro che la signorina
Flint si trovi a suo agio a Tunbridge Wells, e vi assicuro che da parte
mia farò tutto quello che posso per permetterle di recarvisi. —
Congedò Clatterford e si apprestava a tornare a casa di lady Fowler
quando arrivò un corriere latore di una lettera di lord Rothgar.
Vostra Grazia,
scrivo in fretta. A proposito dell’affaire Fowler, temo che
se lasciamo la faccenda ai cacciatori di spie le dame avranno
molto da soffrire prima che un processo regolare
decida a loro favore. La mia proposta è di rivolgere un appello
al re. Sua Maestà è sempre comprensivo nei confronti
del sesso debole e potrebbe essere ben lieto di prestare
aiuto a quelle dame in difficoltà.
Ringraziandovi sinceramente,
Rothgar
Thorn si chiese se Bella potesse essere considerata una rappresentante
del sesso debole e scosse la testa, d’altra parte poteva fare la sua parte.
Le signore Evesham e Abercrombie potevano corrispondere allo
standard del re. Ma Thorn non sapeva nulla delle altre donne, anche se
sperava che si comportassero anch’esse in maniera accettabile. Il
punto dolente era rappresentato da quella magra e acida signorina
Sprott, che sembrava il tipo da affrontare la forca per i suoi principi.
Thorn incaricò Overstone di compilare la necessaria lettera al re, e
Joseph di pensare al giusto abbigliamento in vista di un’eventuale
udienza
reale. Quando si accinse a tornare a Crafton Street, lasciò almeno
due persone opportunamente occupate.
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Bella era intenta a cucire. Si era portata in salotto la scatola del cucito
e aveva incoraggiato anche le altre a prestare la loro opera a favore degli
orfani. Tutte avevano bisogno di tenere occupata la mente, soprattutto
adesso che era stato loro vietato di discutere di questioni
importanti.
Com’era inevitabile, i pensieri di Bella tornarono al salotto della locanda
di Upstone e a Thorn che leggeva ad alta voce un libro mentre lei
cuciva.
Non poteva fare a meno di chiedersi se per caso, in quel momento, lui
non corresse chissà quale pericolo. Non poteva sopportare l’idea che
fosse incappato in qualche guaio nel tentativo di aiutarla.
Un sesto senso la indusse a volgere lo sguardo alla porta: Thorn era
sulla soglia. Dovette obbligarsi a non sorridergli e sperò che il suo
improvviso
rossore fosse evidente.
— Siamo pronti per iniziare la trascrizione delle vostre dichiarazioni,
signore. Signorina Flint e signora Evesham, per piacere.
Bella si alzò, ben lieta che Mary fosse la prima a dover rispondere. Il
suo resoconto sarebbe stato probabilmente il più coerente e il più
imparziale.
Andarono nella sala di scrittura, dove un giovane uomo era
accanto al tavolo sul quale aveva deposto una risma di carta, parecchie
penne nuove e tre calamai, uno dei quali senza il coperchio.
Era presente un altro aiutante, anche questi munito degli stessi
strumenti,
ma con ogni evidenza di grado inferiore. Probabilmente era
quello chiamato a trascrivere i resoconti a beneficio del lord cancelliere.
Un uomo più anziano sedeva in un angolo, probabilmente in
funzione di osservatore.
Tutti si sedettero e le domande cominciarono.
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Andò tutto bene e il resoconto di Mary rese palese che gran parte delle
signore non avevano avuto parte nella stesura o nella stampa dei
documenti
incriminati. Però, Betsy Abercrombie non seppe fornire un resoconto
che la scagionasse.
Poi, Thorn chiamò Ellen Spencer.
La donna entrò protestando la sua innocenza con un accanimento tale
da far supporre che si credesse senz’altro destinata alla forca e che
fosse davvero colpevole. Quando Thorn le ordinò di calmarsi e fare
semplicemente un resoconto delle ultime settimane, scoppiò in
lacrime.
Thorn guardò Bella per avere il suo aiuto. Lei obbediva all’ordine che
lui le aveva impartito di non parlare o di non reagire, ma adesso
strinse Ellen tra le braccia. — Cara Ellen, non potete continuare così.
Tutti sappiamo che non avete fatto niente di male.
Ellen la guardò. — Ma l’ho fatto, Bellona! La cosa peggiore possibile. —
Incapace com’era di tenerla segreta, sussurrò: — Assassinio. Helena
Drummond lo sapeva.
Bella scoccò un’occhiata a Thorn, ma questi non poteva fare
assolutamente
niente, e lo scrivano di Norman stava mettendo tutto nero su
bianco.
Com’era inevitabile qualcuno a questo punto doveva chiederlo, e fu
Bella a farlo: — Chi avete assassinato?
Sempre in un sussurro, Ellen rispose: — Non l’ho proprio assassinato...
perché lui non ha osato mangiare il biscotto, non so se mi
spiego. Ma io ho tentato di farglielo fare. E loro lo hanno detto a lady
Fowler, così Helena Drummond l’ha saputo. È stata lei a farmi fare
certe cose.
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Bella non osò porre la successiva inevitabile domanda, ma lo fece
Thorn. — Quali cose, signorina Spencer?
— Redigere il notiziario. L’ho messo in bella copia. — Ellen si coprì il
volto con il fazzoletto zuppo di lacrime. — Quelle cose terribili. Cose
contro il re, un uomo che è così buono.
— Mettete via quel fazzoletto — ordinò Thorn. — Signora Spencer,
nessuno
ha intenzione di procedere a vostro carico per tentato assassinio.
Voi eravate in preda all’angoscia perché pensavate che la vostra
padrona, la signora di cui eravate la dama di compagnia, fosse in
pericolo,
e avete tentato di salvarla nell’unico modo che conoscevate. A
vostro favore parlano molte persone la cui opinione è tenuta in
considerazione.
Possibile che lui sapesse come erano andate le cose?
E come?
— Davvero? — chiese Ellen, emergendo solo in parte dal suo fradicio
scudo.
— Ve lo assicuro sul mio onore, signora.
Bella le tolse il fazzoletto zuppo e lo sostituì con il proprio, ed Ellen si
soffiò il naso. Bella era ancora decisa a rendere accettabile quella
nuova dichiarazione.
Ellen cominciò un resoconto abbastanza coerente dei recenti
accadimenti
e che risultò particolarmente utile. Helena Drummond sapeva
di plagiare Ellen e non si era curata di nasconderle niente. Bella
sospettava che l’irlandese Helena fosse stata ben contenta di obbligare
Ellen ad ascoltare e a conoscere cose destinate a sconvolgerla.
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Helena aveva finto di chiedere consiglio a lady Fowler, ma quella
povera donna era di rado in grado di ragionare lucidamente, per cui
Helena si era soprattutto limitata a dirle ciò che stava accadendo, ed
Ellen era stata obbligata a essere testimone del consenso di lady
Fowler.
— In genere ha acconsentito — disse Ellen in tutta sincerità. A questo
punto, avendo ormai rivelato il peggio, lentamente emerse una donna
sensata. — Lady Fowler — disse — non era più in grado di pensare
lucidamente,
per cui accettò che il suo nome venisse associato a una
grande rivoluzione e lo considerò un vero trionfo. Non temeva la
morte, ma temeva di essere dimenticata.
Thorn chiese: — Ma il notiziario che proponeva la rivoluzione era in
tutto e per tutto una creazione di Helena Drummond?
— Da quanto ho udito, sì, Vostra Grazia.
— Avete qualcosa da aggiungere se ritenete che sia importante, signora
Spencer?
Ellen rifletté, era diventata una persona diversa adesso che aveva
ritrovato
un certo equilibrio. — Sì, soltanto che le signore qui presenti
non possono essere traditrici, Vostra Grazia. Alcune sono sciocche,
altre sono amareggiate, ma sono tutte oneste e leali.
Uscita Ellen Spencer, Thorn si rivolse a Bella. — Grazie per il vostro
aiuto, signorina Flint. Siete d’accordo con la dichiarazione di innocenza
della signora Spencer?
— Nel modo più assoluto, Vostra Grazia.
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Thorn diede un’occhiata all’elenco. — Quante ne restano ancora? Le
signore Sprott, Ormond e Abercrombie. Vediamo innanzitutto la signora
Abercrombie.
Bella era preoccupata. Betsy era stata una entusiastica sostenitrice
delle Drummond, forse semplicemente perché era una donna debole
sempre attratta dalle persone forti, ma anche perché era sciocca e c’era
il rischio che dicesse qualcosa che la incriminasse. Thorn sembrò
rendersene conto e si limitò a porle semplici domande.
Per puro terrore, Betsy non disse niente di compromettente.
Toccò poi a Hortensia che irradiava ostilità, ma disse poche e precise
parole. Risultò chiaro che aveva detestato le Drummond. Ovviamente
Clara Ormond si rivelò una dolce, anziana dama, tale da non suscitare
nessun sospetto.
Alla fine, Thorn disse: — Abbiamo finito.
— Non proprio — intervenne Bella. — C’è ancora Agnes Hoover, la
cameriera personale di lady Fowler. Adesso che la salma è nella bara si
lascerà persuadere a parlare con voi, se qualcuno la sostituisce alla
veglia.
Thorn si rivolse allo scrivano di Norman. — Forse la signora Evesham
può essere la più adatta, ma potrebbe farlo qualsiasi altra dama che
risulti
disponibile.
Non appena uscito l’uomo di Norman, Thorn disse: — Quest’altro
scrivano è un mio dipendente, come il signor Delibert, un avvocato.
Per un po’ possiamo parlare liberamente. Stiamo tentando di convincere
il re a mostrarsi indulgente. Se ci riuscissero, può darsi che invii
qualcuno a investigare per suo conto. È importantissimo che si
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dimostri che ciascuna delle donne è palesemente sensata, rispettosa
delle leggi, conformista.
Bella aggrottò la fronte, ma disse: — Vi comprendo, Vostra Grazia.
Non posso fare a meno di ringraziarvi ancora per i vostri sforzi.
Tornò in quella lo scrivano di Norman, e ben presto arrivò Agnes
Hoover, che sembrava sopportare stoicamente la perdita della signora
alla quale era stata fedele, ma diede una descrizione quanto mai
caustica delle Drummond.
Quando se ne fu andata, Thorn disse: — Vi ringrazio, signorina Flint.
Bella avrebbe voluto avere modo di parlare con lui a quattr’occhi per
persuaderlo a mettere fine a quel pericoloso inganno, ma non le restò
che alzarsi, fare una riverenza e uscire.
Thorn, al quale non andava l’idea di non avere sott’occhio Bella, fece
chiamare Norman. — È mia ferma opinione che tutte queste dame
sono innocenti e dovrebbero essere libere di andarsene.
— Col vostro permesso, Vostra Grazia, non sono d’accordo.
Evidentemente
alcune sono state almeno volonterose complici delle sorelle
Drummond. Infatti, è ciò che le stesse Drummond sostengono.
— Avete arrestato le Drummond?
Norman ebbe un sorriso compiaciuto. — Sì, Vostra Grazia. Entrambe
affermano che la signora Abercrombie e Spencer erano entusiastiche
partecipi. Il mio scrivano mi informa che la Spencer lo ha ammesso lei
stessa.
— Ha ammesso di essere stata costretta.
402/444
— Perché temeva di essere processata per tentato omicidio.
— Vi posso assicurare, Norman, che nessuno è morto e che nessuno
presenterà un’accusa in questo senso.
— Le Drummond affermano anche che la signorina Flint era a favore
della loro causa e che lo ha dichiarato più volte.
“Vere serpi” pensò Thorn. Le due sorelle volevano distruggere altre
insieme
a loro, o astutamente tentavano di legare la propria sorte a
quella delle donne che potevano essere salvate.
Sperava di non dover coinvolgere nella faccenda il re, che in questioni
del genere non era affidabile, ma d’altra parte era l’unica soluzione
possibile. Rothgar, naturalmente, aveva avuto ragione.
A Norman disse: — Dovreste sapere che il re si è interessato alla faccenda
e che è propenso all’indulgenza, salvo nel caso delle Drummond,
naturalmente.
— Io so che Sua Maestà era profondamente indignato.
— Ma solo con le vere malfattrici.
— Spero di averne la conferma, Vostra Grazia.
— Voi dovete assolvere i vostri doveri. Ma non posso che raccomandarvi
un atteggiamento di moderazione. Nel caso di alcune di queste
dame, compresa la signora Spencer, persone influenti sono preoccupate
per loro. Oltre naturalmente io stesso.
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403/444
Thorn si preparò accuratamente all’udienza con il sovrano. Dal momento
che sarebbe stata privata, un abbigliamento sontuoso non era
opportuno, ma il re aveva scelto come luogo dell’incontro Palazzo St.
James e questo lo rendeva formale. Aveva la sensazione che Sua Maestà
non fosse propenso all’indulgenza.
Thorn decise di non indossare una parrucca incipriata e accettò i consigli
di Joseph: velluto blu scuro, con leggeri ricami. Si preparò in
preda all’ansia per l’incontro.
Si presentò a Tabitha per averne un commento. La micia lo guardò
socchiudendo gli occhi.
— Nessun parere?
— Eee-ah.
— Del tutto incomprensibile. — Thorn diede un’occhiata al paniere.
Recuperò Sable arrampicato sullo schienale di una poltrona, intento a
fingersi feroce. Georgie era acciambellato sul pavimento. Li affidò alla
madre.
Come Thorn aveva previsto, re Giorgio II era tutt’altro che disposto
alla benevolenza. Si sentiva offeso, profondamente offeso, dalle
intenzioni
sovversive delle seguaci di lady Fowler. Erano un’offesa a ogni
legge dell’uomo, di Dio, della natura e bisognava quindi dare un
esempio.
— Tutto questo riguarda le sorelle Drummond, senza dubbio, Vostra
Maestà, ma le altre dame non sono fatte della stessa pasta. C’è la
sorella di un curato, la vedova di un decano, una dama gentile anziana
che purtroppo non troverà mai più un marito. Si erano raccolte attorno
a lady Fowler solo perché non avevano altro rifugio.
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Con ogni probabilità re Giorgio voleva apparire severo, ma a Thorn
sembrò che la sua espressione fosse simile a quella di un bimbo
imbronciato.
— Quelle dame dovrebbero accettare il rifugio offerto dal
capo delle loro famiglie, non vi pare?
— Ahimè, in ogni caso quel gentiluomo è lontanissimo da loro, e le
dame si guardano bene dal darsi completamente in suo potere.
— Capisco, capisco. È molto spiacevole.
— Moltissimo, Vostra Maestà, soprattutto dal momento che proprio
questa è stata la causa della loro attuale situazione. È impensabile,
sono certo che voi sarete d’accordo, che queste rispettabili dame
vengano gettate in una prigione.
Re Giorgio fece qualche passo nella stanza con le mani dietro la schiena.
Poi si fermò e disse: — Non pensavo che voi foste uomo da essere
coinvolto in faccende del genere, Ithorne.
Una constatazione al quale Thorn si era preparato. — Non lo ero,
Vostra Maestà, ma mi è stato chiesto di occuparmene personalmente.
Da lord Rothgar, tra gli altri.
— Rothgar, eh? Mi ha mandato una lettera in proposito. Dame
rispettabili.
Non portate a ribellioni, spero.
— Assolutamente no, Vostra Maestà.
— Necessità di sposarsi?
Thorn si rese conto che l’accenno era rivolto proprio a lui. — Spero di
poterlo fare al più presto, Vostra Maestà.
405/444
— Eccellente. Indirizza i pensieri di un uomo ai suoi doveri e alla
posterità.
Spazza via le passate follie.
“Sicché continuate a pensare a Sarah Lennox?” — Spero che il
matrimonio
arricchirà la mia vita, Vostra Maestà.
— Arricchirà, arricchirà. Eccellente. E figli. Molti figli.
Mosso dal timore di stare andando fuori strada, Thorn disse: —
Dunque posso far liberare le dame, Vostra Maestà?
Il re si irrigidì e poi ebbe una strana contrazione. “Accidenti, speriamo
che proprio adesso non abbia un attacco.” Per fortuna non erano soli.
Assistevano all’udienza lord Devoner, l’aria annoiata, e un lacchè
immobile
come una statua.
Thorn giocò la sua ultima carta, quella che aveva sperato di non calare.
— Forse potrei presentarvi le dame, Vostra Maestà, in modo che voi
possiate accertarvi personalmente della loro rispettabilità e lealtà.
Il re ebbe un’altra contrazione. Ma disse: — Sì, sì! Splendida idea. Ma
voglio vederle là dove sono. Voglio vedere quella casa. Voglio sentirla.
Voglio conoscerla.
Thorn si rese conto che le preoccupazioni sulla salute mentale del re
erano plausibili. Le conseguenze che ne derivavano erano da lasciare
al dopo. Adesso, la maggior preoccupazione era la salvezza di Bella e
quella strana decisione, si era aspettato che il re le convocasse a
palazzo o altrove. Ora tutto dipendeva dalla possibilità di domare la
ribelle
Sprott.
Tentò una scappatoia.
406/444
— Lady Fowler è morta di recente, e le tracce della sua malattia restano
sospese nell’aria, Vostra Maestà.
Ma il re lo squadrò. — State tentando di nascondere qualcosa,
Ithorne?
— Assolutamente no, sir.
Partirono quasi immediatamente, in una carrozza qualunque senza
battistrada; il re voleva sembrare in incognito, sebbene con una scorta
armata. Quando arrivarono a Grafton Street Norman impallidì, poi
arrossì penosamente e cominciò a sudare. Tutto ciò divertì Thorn.
— Le dame? — chiese.
— Nel salotto, Vostra Grazia — rispose Norman. — Hanno appena finito
di pranzare. Un eccellente pranzo, ve lo posso assicurare.
Il re si guardava attorno in quella casa decisamente ordinaria. — C’è
puzza — constatò. — Tenuta male.
Thorn si guardò bene dal ricordargli che ne era stato avvertito. —
Posso far venire le donne al vostro cospetto, sire? Là c’è una stanza
libera.
— No, ho intenzione di affrontare le leonesse nella loro tana. — Adesso
re Giorgio appariva gioviale, ed era un buon segno. Si compiaceva di
essere un benefattore. — Da che parte?
Norman lo precedette di corsa spalancando la porta del salotto e
annunciando:
— Sua Maestà, il re!
Quando Thorn entrò al seguito del sovrano, sorrise. Bella aveva
organizzato
ogni cosa a modo, naturalmente.
407/444
Le sei dame erano lì, in piedi, e sbalordite. Erano state intente a lavori
di cucito, salvo la signora Abercrombie, che stava leggendo loro ad alta
voce.
Il re si sedette.
Thorn notò soddisfatto che le dame si erano rese conto della necessità
di rimanere in piedi.
— Continuate a leggere! — ordinò re Giorgio.
Con voce incerta, la signora Abercrombie obbedì. Caso o fortuna che
fosse, la scelta del testo era caduta su una sorta di sermone sull’umiltà.
Il re rimase ad ascoltare per qualche istante, assentendo. Poi disse: —
Basta. Basta. Siete state tutte insensate — aggiunse. — Non è mai un
bene che le donne manchino di una guida maschile, e qui ne abbiamo
un chiaro esempio. Lo strano comportamento di lady Fowler è
cominciato
soltanto dopo la morte di suo marito.
Uno strano suono sfuggì dalla bocca della Sprott, ma per fortuna fu
scambiato per un colpo di tosse.
— Mi è stato detto che nessuna di voi signore dispone di un gentiluomo
della sua famiglia in grado di proteggerla. È vero?
Ebbe per tutta risposta mormorii e cenni di assenso, ma sembrò
considerarli
una manifestazione di incoerenza.
— Benissimo, allora. Vi prendo sotto la mia ala. Per voi sarò un tenero
padre.
Thorn riusciva a fatica a mantenersi serio, soprattutto quando notò
che Bella era impegnata nello stesso sforzo.
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Poi però la situazione cessò di essere divertente. — Quale mio delegato,
nomino Sua Grazia il duca di Ithorne. Sarete soggette a lui, che
in futuro vi impedirà di ricadere in insensatezze del genere.
Quello che seguì fu un pesante silenzio che si prolungò pericolosamente,
ma a salvare la situazione fu Ellen Spencer che si gettò in
ginocchio di fronte al re, giungendo le mani. — Vostra Maestà! Voi siete
troppo gentile, troppo nobile! Quanto state facendo per donne
stolte come noi!
Era proprio una di quelle trovate che piacevano a Sua Maestà, anche
se Thorn era convinto che fosse del tutto sincera. Le altre seguirono
l’esempio di Ellen. La signora Evesham sembrava decisamente sarcastica
e la signorina Sprott pareva fosse sul punto di soffocare, ma
anche loro si gettarono in ginocchio. Lo stesso fece Bella, che teneva
bassa la testa.
Allora Thorn si rese conto di una cosa: Bella aveva capito la verità.
Si era attenuta alla convinzione che lui fosse Capitan Rose, ma nessuno
poteva continuare a reggere un’impersonificazione del genere
quando coinvolgeva il re in persona. Le mani di Thorn erano
convulsamente
strette nello sforzo di non precipitarsi verso di lei e cercare di
spiegare.
Bella era semplicemente sbalordita.
Si sarebbe dovuta rendere conto del fatto da quando lui aveva avanzato
l’idea di coinvolgere il re, ma aveva pensato che si sarebbe risolto
tutto con un altro inganno.
In un primo momento aveva avuto occhi soltanto per il re ed era
troppo intenta a rendere accettabile il proprio comportamento pur
tenendo d’occhio le altre. Ma erano state le parole “Duca di Ithorne” a
409/444
renderla consapevole della realtà che lui era proprio lì. Lo aveva
guardato, visto e constatato.
Impossibile immaginarlo deciso ad affrontare i mascalzoni al Ratto
Nero.
Quello doveva essere stato il vero Capitan Rose, il fratellastro di
Ithorne.
Questo era il fratellastro del duca, ma prima c’era stato Thorn. L’uomo
con cui aveva viaggiato, che l’aveva aiutata a sconfiggere Augustus,
non poteva essere questo. Erano di aspetto tanto simile da potersi dare
continuamente il cambio?
Con chi era stata in quella camera nella locanda del Compasso?
Chi aveva letto ad alta voce per lei nella camera del Cervo e della
Lepre?
Chi aveva fatto l’amore con lei in maniera travolgente?
Bella si rese a stento conto che il re e il duca di Ithorne stavano uscendo
dal salotto, poi però dovette riprendersi e prestare orecchio alle
esclamazioni di sollievo e ai mormorii e alle nuove preoccupazioni.
— Sottoposte al suo potere! — declamò Hortensia. — È indecente.
— Potrebbe essere la nostra salvezza — replicò aspra Mary Evesham.
— Facciamo quello che ci è stato detto. Non vedo l’ora di essere fuori
da questa casa.
— Oh, sì — disse Clara, e si affrettò ad andarsene.
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Le altre la seguirono, ma Bella disse al signor Norman: — Qui non ho
niente di mio. La notte scorsa ho dovuto farmi prestare quello che mi
occorreva. Posso andare a casa mia per cambiarmi?
Norman non avrebbe avuto più nessuno da tiranneggiare e non gli
restò che sfogarsi con lei. — Voi non andate da nessuna parte, signora,
ma solo dove verrete mandata. Sua Grazia deciderà per tutto il resto.
Così Bella tornò al salotto e al suo lavoro di cucito, dove però restò
senza fare niente, a porsi problemi circa le identità di Thorne.
Il seminudo Rose al Compasso era parso intimidito. Lei lo aveva
attribuito
all’ebbrezza, ma forse non aveva capito esattamente con chi
stesse parlando. Sarebbe potuto essere davvero Capitan Rose, ma
questo significava che era stato il duca di Ithorne a salvarla al Ratto
Nero e a barcollare apparentemente ubriaco tra la folla di Dover.
Questo significava che Ithorne era stato con lei nel corso dell’avventura
per punire Augustus. Non c’era da meravigliarsi che non avesse
avuto difficoltà a incontrare lord Fortescue. Che lo avesse divertito
l’allarmismo
di lei. Non c’era da meravigliarsi che non si fosse sentito in
grado di sposarla. Un’idea del tutto ridicola.
Bella desiderava che le avesse detto la verità a Upstone, ma a sua volta
aveva fatto ricorso a troppe bugie e travestimenti per non rendersi
conto delle conseguenze che avrebbero avuto.
Adesso cosa avrebbe fatto? Poteva soltanto sperare che lui le permettesse
di partire con il signor Clatterford alla volta di Tunbridge
Wells e che accettasse l’idea di non rivedersi mai più.
L’impossibilità di un futuro le risultò più che mai palese quando
arrivarono
a Ithorne House. Le dame uscirono dalle tre carrozze e furono
scortate nel grande atrio. Bella c’era già stata, ma in quella che
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allora era una scenografia, un’irrealtà, durante il Veglione Olimpico.
Adesso invece era più che reale, e decisamente tale da ispirare
soggezione.
Le pareti erano scure, suddivise da Cesene di marmo dorato. Il soffitto
era affrescato con scene di dei e dee in ascesa verso alte nuvole
irraggiungibili,
quasi a sottolineare che quel luogo non era fatto per i comuni
mortali. Il pavimento di marmo se lo ricordava, ma le era parso tipico
di una finta città italiana, mentre adesso le appariva reale e
lucidissimo.
Thorn era lì...
No, non Thorn. Ithorne. Il duca affidò ciascuna dama alle cure di una
domestica perché le portassero nelle loro camere. A Bella, tuttavia, fu
chiesto di fermarsi a parlare con lui.
La fece accomodare in una sala di ricevimento vicino al portone
d’ingresso,
uno dei luoghi dove evidentemente accoglieva qualcuno non
conforme a quelle parti della casa che considerava la sua abitazione
privata. Lei lo apprezzò, anche se metteva distanza tra loro.
Ithorne chiuse la porta.
— Permettete? — chiese. — Non credo che ci piaccia l’idea di essere
ascoltati.
Bella alzò le spalle. — Suppongo che a nessuno possa venire in testa
l’idea che abbiate intenzione di violentarmi.
Lui sospirò, poi disse: — Ho intenzione di farlo, e voi lo sapete.
Bella evitò di guardarlo. — Non fatelo. Non riesco a immaginare come
si possano creare certe situazioni, ma adesso capisco perché non
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volevate più avere a che fare con me dopo Upston. — Trovò il coraggio
di voltarsi e fissarlo. — Ora lo capisco. Ma non posso essere la vostra
amante, ragion per cui adesso dobbiamo mettere fine a questo
rapporto.
Lui sorrise. — Celeno la ninfa, a quel che vedo. Ma è Bella che io desidero
sposare.
Sicché lui aveva sempre saputo che Bella Barstowe era Celeno. L’aveva
saputo e mai detto.
Poi la sua mente registrò la seconda frase.
— Senza dubbio ne sono onorata, Vostra Grazia, ma no.
— No?
Lo shock di Thorn quasi la divertì, ma troppo forti erano in lei stizza e
irritazione. — È impossibile e voi lo sapete. È per questo che non avete
tentato di trovarmi. Avreste potuto farlo. Negatelo se osate.
— Avrei potuto farlo — ammise lui. Socchiuse un momento gli occhi
prima di dire: — Non ero certo che fosse la cosa migliore da fare.
— Sciocchezze. Sapevate esattamente cosa poteva essere assurdo.
Guardatevi. E guardate me.
— Adesso so come la penso — replicò lui convinto. — Non posso vivere
senza di voi. Tutti i problemi minori possono essere superati. Bella, io
vi amo. Vi amo da perdere la testa.
— Perdere la testa? State attento a quello che dite! “Da perdere la
testa” è una follia passeggera. Prima o poi recupererete l’equilibrio
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mentale, Vostra Grazia, e io non voglio essere vostra moglie quando
questo accadrà.
— Mi scambiate per un insensato? — chiese lui.
— Un malato d’amore, sembrerebbe. — Poi le sue stesse parole la fecero
sussultare. — Vi chiedo scusa. Voi siete stato molto gentile con
me.
— Bella...
— Sono stata invitata a trasferirmi a Tunbridge Wells per vivere con
certe rispettabilissime dame del luogo. Vi chiedo di permettermi di
farlo.
Dopo un silenzio, lui replicò: — Naturalmente vi concedo tutto quello
che volete. Persino questo.
In quel momento lei sentì la voce di Thorn e si voltò di scatto, ma
l’uomo che aveva di fronte continuava a essere il duca.
— Meglio così — mormorò.
— Sì — disse lui. — Penso che sia così. Ma forse sono stato frainteso.
Se tentassi di insistere adesso, sarei davvero un povero scemo malato
d’amore. Pensavo di non poter attendere. Ma aspetterò. Aspetterò che
cambiate idea.
— Non fatelo. Se mi mostrassi debole questo porterebbe solo al
disastro.
Thorn le prese le mani, e quel semplice tocco per poco bastò a sopraffare
la sua volontà ma poi, abbassando lo sguardo, Bella vide un anello
di zaffiro e i merletti che gli ornavano i polsini. Dovevano essere
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costati una piccola fortuna. Alzò gli occhi e vide uno zaffiro al lobo del
suo orecchio.
Fece un passo indietro e tolse da una tasca un fazzolettino. L’unica follia
che si era concessa in tutto quel tempo era consistita nel portare
sempre con sé il suo orecchino a forma di teschio. Svolse il fazzoletto e
glielo tese.
Lui lo prese, concentrandosi sugli occhietti di rubino. — L’idea di
questo e di tutte le altre stranezze era di rendere ancora più plausibile
l’inganno. Caleb e io siamo molto simili, anche se non proprio uguali,
ma quando la gente vede la marsina fuori moda, il fazzoletto rosso da
collo e il teschio, è convinta di vedere Capitan Rose. — La guardò. —
Quando sono in grado di farlo, mi concedo il tempo di essere Capitan
Rose, ma non capita molto spesso. Quello con cui avevate parlato al
Compasso era Caleb. Lui me lo fece sapere, e io venni a Dover per
scoprire cosa ci fosse in ballo. A un certo punto avrei dovuto dirvi
tutto, ma mi sembrava non fosse mai il momento giusto.
— Avrei dovuto indovinarlo quando incontrammo Fortescue.
— Di tanto in tanto Caleb mi ha impersonato, ma soltanto se
indispensabile.
Il duca è rimasto sempre il duca. Proprio per questo non
funzionerebbe mai — soggiunse.
Si mise il teschietto in tasca. — Concedetevi un periodo di riposo,
Bella, dopo il nobile servigio che avete reso. Potete affidare a me le
vostre dame. Farò in modo che domani voi partiate con l’eccellente
signor
Clatterford. — E con grande sorpresa di Bella soggiunse: — È
venuto a chiedermi aiuto, ma ero già stato reclutato. Per dire la verità,
mi sono recato da lady Fowler senza sapere della vostra presenza, per
salvare Ellen Spencer.
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A questo punto Bella scoppiò a ridere. — Aveva perfettamente ragione
Mary. Io ve la raccomando, Vostra Grazia. Ha la testa che funziona
meglio fra tutte noi.
— Mi piacerebbe essere davvero un capitano di mare — disse Thorn —
perché è questo che volete. Ma sono quel che sono, lo sono sempre
stato. Spero comunque che per questo mi perdonerete.
La lasciò andare e lei si diresse verso la porta, ma prima di uscire gli
pose un’altra domanda: — Per quale ragione avete donato mille ghinee
al Fondo di lady Fowler?
Lui si voltò, sorpreso. — Come avete fatto a scoprirlo? No, non badateci
— soggiunse con un sorriso ironico. — Lo capite benissimo. È
stato un momento di follia, Bella, nient’altro. Pensavate a un complotto?
Ho pagato per conto di un amico che a sua volta, doveva farlo a
causa di un giuramento insensato.
Bella lo fissò. — Un momento di follia che però per poco non ha distrutto
numerose persone. Tenetelo presente, Vostra Grazia.
Aprì la porta da sola e si ritrovò nel magnifico atrio.
Una domestica era in attesa. Bella indirizzò una riverenza al duca di
Ithorne e salì in una magnifica camera da letto, dove poté finalmente
godere di una certa intimità e piangere fino a piombare in un sonno
profondo.
32
Tunbridge Wells,
Dicembre
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— Lord Youland, Bella cara. Flirtate pure con lui.
— Non mi va di farlo, lady Thalia — replicò Bella amabilmente. — Sapete
bene che lui ne sarebbe fin troppo facilmente incoraggiato.
— Avete bisogno di esercitarvi nel flirt, mia cara. Tendete a intimidire i
gentiluomini.
Stavano passeggiando, ben avvolte in mantelli ornati di pelliccia,
lungo il passeggio di Tunbridge Wells, che in dicembre era frequentato
per lo più da residenti o da persone anziane, ma era pur sempre un
luogo di attrazione sociale.
Bella vi era comparsa due settimane prima, quando aveva ricevuto un
guardaroba nuovo completo, che le dame Trayce volevano donarle.
Aveva tentato di protestare affermando che aveva solo bisogno di un
po’ di riposo e di recuperare la propria identità come Bella Barstowe
prima di trovare uno scopo preciso nella vita. Lady Thalia Trayce, una
giuliva e anziana dama, aveva insistito quasi piangendo perché
accettasse.
Il signor Clatterford aveva promesso che Bella sarebbe stata per
qualche tempo la loro dama di compagnia.
Come avrebbe potuto Bella opporre un rifiuto?
— L’anno scorso abbiamo avuto una giovane dama di compagnia — le
spiegò lady Thalia — che ci ha portato un soffio di gioventù. La cara
Genova. Poi però si è sposata. Abbiamo provato con un’altra, ma era
una creatura smorta e pessimista, sempre portata a sostenere che
sarebbe accaduto il peggio. L’abbiamo raccomandata a lady Vester,
che ha le sue stesse inclinazioni.
Le sorelle Trayce erano tre, tutte figlie del marchese di Ashart, il
predecessore
dell’attuale giovane marchese. Uno dei libertini che lady
Fowler aveva tenuto attentamente d’occhio. Lui l’aveva assecondata
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con la fama delle sue depravazioni, dando a vedere di non curarsi affatto
dei suoi rimbrotti.
Lady Thalia, la sorella più giovane, era una briosa settantenne. Non si
era mai sposata, perché il suo amante era morto in guerra molto
tempo prima. Continuava a vestirsi con uno stile giovanile, perché
l’unica cosa che sembrava preoccuparla era che il suo amato la
considerasse
troppo vecchia quando si fossero incontrati in cielo.
Lady Urania, di qualche anno più anziana, era calma, solenne, vedova.
Si era già trasferita in casa del suo primogenito per trascorrervi il
Natale.
La più vecchia delle sorelle Trayce era lady Calliope, una nobildonna
piuttosto grassa e imponente che riusciva a camminare solo a passettini.
Le dame si erano procurate due robusti lacchè che le portavano
qua e là in portantina, e Lady Thalia ne ammirava spudoratamente i
muscoli.
All’inizio, lady Calliope aveva allarmato Bella, perché sembrava
considerare
deplorevole ogni cosa circostante. Ma Bella aveva ben presto
colto uno scintillio nei suoi occhi gonfi e ne aveva afferrato il tono
sardonico.
Adesso sapeva di potersi fidare soprattutto di lady Calliope,
che era una roccia. Lady Thalia, per quanto deliziosa, era una farfalla.
Butterby, lord Youland sembrava piuttosto svanito, ma quando lo
aveva avvicinato in compagnia di lady Thalia nei suoi occhi era apparso
qualcosa che somigliava al panico. Un effetto che lady Thalia produceva
su numerose persone, sempre intenta com’era a combinare
matrimoni.
Quando lady Thalia li aveva lasciati soli, Bella aveva fatto del suo
meglio per far sentire il baronetto a suo agio. Aveva accennato
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vagamente alle ambizioni di lady Thalia quale cupido e a un gentiluomo
che era altrove.
Immediatamente il baronetto si era riscosso e aveva confessato di
trovarsi
un po’ nella sua stessa situazione. Se si trovava lì era per scortare
sua madre, cagionevole di salute, e questo aveva rimandato il suo
matrimonio
con la carissima Martha, che era una vera santa e non se ne
lamentava. Era bastato un quarto d’ora perché entrambi concludessero
di essere ciascuno lo scudo dell’altro. Bella era compiaciuta
di quel nuovo amico, ma anche rattristata per lui e per se stessa.
La tristezza dominava le sue giornate, e lei non trovava modo di
liberarsene.
Troppo spesso le accadeva di piangere. Non era mai stata incline alle
lacrime, ma adesso lo faceva facilmente, al punto da sentirsi
imbarazzata,
soprattutto perché non voleva che qualcuno lo scoprisse.
All’inizio aveva dormito poco e male, ma a lungo andare era come se
l’insonnia avesse esaurito se stessa. I suoi sogni, tuttavia, erano tetri.
Questo non andava bene, aveva solo ventun anni e aveva davanti a sé
tutta la vita. Non voleva trascorrerla asciugandosi le lacrime.
Bella aveva ormai deciso: tornata la primavera, avrebbe optato per una
vita indipendente, anche se non sapeva bene come. Ed Grange faceva
l’apprendista a Londra, e lei temeva che Peg si sarebbe rifiutata di
abbandonare
la capitale, dove lei sapeva di non poter vivere. Anzi, non
poteva vivere da nessuna parte dove ci fosse il rischio d’incontrare il
duca di Ithorne. La sua volontà si sarebbe rivelata troppo debole.
Forse si sarebbe dovuta unire a Mary e alle altre dame nella comunità
di monache dove adesso vivevano. Così almeno la definivano loro
ridendo, perché in realtà le cinque dame abitavano in una bella casa
alla periferia di Londra, condividendone la gestione e dedicandosi a
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opere di carità nei dintorni. Hortensia era pur sempre irascibile, ma si
era dichiarata disposta ad ammettere riforme accettabili. Mary era una
sorta di madre superiora e Betsy la sua fedele assistente. Adesso che si
erano definitivamente sistemate, avevano intenzione di trovare altre
signore adatte a unirsi a loro.
Bella tuttavia non poteva farlo. Sarebbe stato solo un altro gregge, tra
l’altro sotto il patronato del duca di Ithorne che lo aveva costituito e
continuava a finanziarlo.
Sua sorella Lucinda le aveva proposto di mettere su casa insieme. Due
povere zitelle, era l’inevitabile implicazione. Bella, pur essendosi per
un istante impietosita, non poteva accettare una soluzione del genere.
Con sollievo di tutti, ne era certa, Augustus era riuscito a suicidarsi.
Come del resto lo squire Thoroughgood, che aveva fatto esattamente
come aveva detto: si era tirato un colpo di pistola il giorno dopo gli
eventi del Cervo e Lepre di Upston. Sir Newleigh Dodd era fuggito
all’estero da quel tremebondo coniglio che era.
Augustus aveva tentato di riprendersi dallo scandalo, e con il tempo
forse sarebbe riuscito a liberarsi dalla vergogna. Non aveva resistito
però e aveva subito le conseguenze dell’ostracismo al quale aveva
condannato lei, ingerendo laudano in quantità crescenti. Alla fine, per
caso o deliberatamente, ne aveva assunto troppo. Bella non si era sentita
affatto in colpa, anche perché Charlotte Langham adesso era fidanzata
a un uomo piacevole e affidabile.
Quella parte della vita di Bella era finita. Ben presto una nuova
sarebbe cominciata e, nonostante la tentazione, senza Thorn...
— Bisogna prepararsi al Natale — disse lady Thalia una sera mentre
erano sedute nel piccolo salotto, reso piacevole da un buon fuoco.
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— Tutte sciocchezze — borbottò lady Calliope.
— Su, su, Callie, non te lo lasceresti mancare.
“Farsi mancare il Natale?” si chiese Bella.
— Non vedo l’ora! — disse ironicamente ad alta voce. — I miei ultimi
quattro Natali li ho passati a Carscourt ed erano ben poca cosa.
— Questo sarà molto diverso! — esclamò lady Thalia — perché lo
trascorreremo
a Rothgar Abbey.
Bella che stava ricamando si fermò a mezzo. — Ma non è lontanissimo?
— chiese. Lady Thalia e lady Calliope non viaggiavano mai. Bella
non era sicura che lady Calliope fosse in grado di farlo.
— Dannatamente lontano — brontolò lady Calliope.
— Sai che non puoi fare a meno di andarci, Callie. Sta per nascere il
bambino di Rothgar!
“Che strano!” — Lady Rothgar non ha già avuto il figlio? — chiese
Bella, stupita. Mentre era a Londra aveva sentito che il bimbo sarebbe
nato prima di dicembre.
— Oh, no, non ancora — rispose Thalia. — Spero non prima del nostro
arrivo. Lady Elfled, la sorella di Rothgar, l’anno scorso ha avuto suo
figlio proprio la vigilia di Natale. Non sarebbe perfetto? Avere un altro
bimbo come dono natalizio.
— Oh, smettila con le chiacchiere, Thalia! — bofonchiò lady Calliope.
— Non sarebbe bello se nascesse prima del nostro arrivo.
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— Rothgar ha preparato ogni cosa, e sai che ha promesso non so quale
speciale sedia a sdraio per rendere il viaggio più facile a te, mia cara.
Ci sarà sua figlia, Petra. Ho tanta voglia di conoscerla... così romantica.
Il frutto di una relazione d’amore a Venezia — spiegò Thalia a
Bella senza il minimo imbarazzo. Era davvero straordinaria.
— Uno scandalo a Venezia — la corresse lady Calliope. — Lui era poco
più di un ragazzo.
— Amore giovanile! — esclamò lady Thalia. — Adesso la figlia di
Rothgar è sposata con Huntersdown, anzi il conte di Huntersdown,
mia cara — spiegò a Bella. — Un allegro e delizioso birbante. Ne sarete
incantata, mia cara Bella.
Bella si mise subito in guardia. Dalle lettere di lady Fowler aveva
saputo che lord Huntersdown era cugino di Ithorne. Ci sarebbe stato
anche lui?
— Sarà un’occasione grandiosa? — volle sapere.
Thalia fece boccuccia. — Non quest’anno, ahimè. Per via del nascituro,
sono stati invitati soltanto gli intimi. Ma ci sarà tutto quello che occorre.
Brindisi e banchetti. Agrifoglio e edera. E il ceppo di Natale.
— Non vedo l’ora di esserci, milady. Vi ringrazio per avermi inclusa.
Thorn lesse la lettera, rendendosi conto che era una tentazione. Era di
Rothgar, che lo invitava a Rothgar Abbey per Natale.
“Accidenti a lui.” Come aveva saputo di Bella?
Non poteva che essere così. Con la stessa posta era arrivata una lettera
di Clatterford con la notizia che anche Bella sarebbe andata per Natale
a Rothgar Abbey. Questo scombinava tutti i suoi progetti.
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Gli sarebbe piaciuto offrirle l’occasione di fare l’esperienza dei Circoli
di Corte, ma la sua pazienza si sarebbe dovuta prolungare fino a gennaio
quando cominciava la Stagione invernale. Aveva progettato una
visita di corteggiamento a Tunbridge Wells proprio prima di Natale. Se
l’avesse conquistata, l’avrebbe portata a Ithorne Castle per passarvi il
Natale in compagnia di qualche dama disposta a fare da chaperon.
Viveva nel terrore di venire a sapere che si era sposata con un altro
uomo. Bella era capacissima di accettare un matrimonio combinato
solo per impedire a se stessa di arrendersi a lui.
Avrebbe atteso, deciso a mantenere l’equilibrio mentale solo perché,
grazie alle notizie mandategli da Clatterford, sapeva che le dame
Trayce stavano per trasferirsi a Rothgar Abbey per Natale e che
avrebbero portato Bella con loro. Anche se vi si fosse precipitato
subito, loro sarebbero state in viaggio.
Aveva tentato di rassegnarsi ad avere ancora pazienza, ma era assai
difficile resistere a quell’inaspettato invito.
— Il tuo parere? — chiese a Tabitha che era tornata snella adesso che i
suoi micini avevano meno bisogno del suo latte. In compenso,
esigevano molto da Ithorne e dai suoi valletti, perché erano intrepidi e
in cerca di avventure.
L’oracolo rimase in silenzio.
— Devo arrischiarmi ad aspettare? — chiese Thorn.
Gli rispose un suono seccato.
— No, no, tu vorresti che ci fosse lei.
Il miagolio divenne entusiasta.
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— A te piacerebbe che si stabilisse qui?
La gatta miagolò, estasiata.
— Inutile illudersi, prima devo sistemare la faccenda. Non posso
sopportare
più a lungo questa tortura.
Rilesse la lettera di Rothgar, pensando che l’unico ostacolo era, come
sempre, il dovere. Maledetto dovere.
Andò alla finestra che si affacciava sul parco cristallizzato dal gelo di
Ithorne Castle, dove aveva celebrato il Natale ogni anno della sua vita,
persino in culla. Più volte gli era venuto il desiderio di raggiungere
Christian a casa sua, dove c’erano fratelli e sorelle e festeggiamenti adatti
a ogni età.
D’altra parte, i suoi fittavoli e gli abitanti del luogo si aspettavano che
si unisse a loro nelle celebrazioni. C’erano tradizioni e responsabilità
che solo lui sembrava in grado di assumersi.
Robin aveva sua madre, sempre felice di rappresentarlo.
Lui non aveva nessuno.
Forse l’anno successivo avrebbe avuto una moglie, e col tempo anche
di figli.
Bella, e i figli di Bella.
La sua gente quell’anno avrebbe celebrato senza di lui. Quell’anno. Si
sedette per scrivere a Rothgar che accettava l’invito.
Poi appallottolò il foglio e lo gettò nel fuoco.
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Impossibile farlo. Troppe persone ne sarebbero rimaste deluse.
Prese un altro foglio di carta e scrisse a Robin di prendersi cura di
Tabitha al suo posto.
Assolti i suoi obblighi natalizi, si sarebbe precipitato da Bella ovunque
lei fosse. Se lei non avesse cambiato idea, se non si fosse mostrata
tollerante verso il duca di Ithorne, non sapeva cosa avrebbe fatto.
Bella scese dalla lussuosa carrozza da viaggio a Rothgar Abbey, piena
di aspettative. Il viaggio per lei era stato un piacere. In qualche modo
l’aveva distolta dalla sua tormentosa infelicità, e si sentiva rinnovata e
pronta a divertirsi.
Non aveva mai avuto un Natale allegro. Sotto l’influenza di suo padre,
il Natale era stato un evento serioso, di profondo significato religioso.
Augustus aveva aggiunto alla tradizione la sua spilorceria. Naturalmente,
adesso sapeva che la sua grettezza era dovuta al gioco e ai relativi
debiti. Bella continuava a stupirsi che nessuno l’avesse intuito e
si meravigliava della capacità che aveva la gente di mantenere i segreti.
Il gentiluomo dai capelli scuri che li attendeva doveva essere il
marchese, ma era vestito in modo molto semplice, e il suo sorriso era
così caldo che Bella si chiese perché a volte venisse chiamato il
Marchese Tenebroso. Si fecero le presentazioni e il marchese offrì il
braccio a Thalia per salire le scale mentre lady Calliope veniva tolta
dall’ingegnosa sedia a sdraio che le aveva facilitato il viaggio. Nonostante
l’abbigliamento e i modi disinvolti del marchese, il suo potere,
la sua importanza erano palpabili.
Thorn era di rango ancora più alto, ricordò a se stessa.
No, sarebbe stato impossibile.
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Era una splendida giornata, come a volte ne capitano in dicembre, il
sole basso irradiava calore attraverso gli alberi spogli.
Bella si fermò sulla scalinata di ingresso per girarsi a guardare il parco,
colmandosi di piacere. Una donna poteva avere una bella vita anche
senza un marito, senza figli, senza quel particolare tipo di amore.
Lady Calliope adesso veniva portata su per i gradini nella sua comoda
portantina. Bella entrò in casa dopo di lei, subito intimidita dalla
grandiosità
dell’ambiente.
Era splendido sia dentro che fuori, ma lei non vide segno dei sontuosi
ornamenti natalizi che le erano stati promessi. Venne presentata alla
marchesa, che era molto voluminosa per il parto imminente. Si
accarezzava
il ventre e ogni tanto sussultava. — Penso che il bambino
stia facendo ginnastica qui dentro.
Quella matura contentezza procurò a Bella un’altra fitta di rammarico.
Fece una riverenza e ringraziò lady Rothgar di averla invitata.
— Siete la benvenuta, signorina Barstowe.
Lord Rothgar si mise al fianco della moglie. — Dovete scusarci se
quest’anno le celebrazioni saranno sotto tono, signorina Barstowe. Noi
siamo tutti alla mercé dei capricci del piccolissimo Malloren.
Sorrise a sua moglie.
Poteva essere possibile?
Era una domanda che Bella si era vietata, ma che riemerse. La scacciò.
La marchesa di Rothgar prima del matrimonio era stata la contessa di
Arradale, contessa di suo, avendo ereditato il titolo del padre. Ogni
simile doveva sposare un suo simile. Non era scritto nella Bibbia?
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Fu affidata alle cure di una cameriera e accompagnata di sopra, poi
guidata in un labirinto di corridoi alla volta di una stanza che le
sembrava
troppo grande per una semplice dama di compagnia. Naturalmente
non lo disse, e chiese invece dove fossero lady Thalia e lady
Calliope.
— Proprio in fondo al corridoio, signorina. Non le perderete di sicuro,
anche se tutti i nuovi arrivati qui si smarriscono. Comunque non esitate
a chiamare un lacchè che vi guidi. Lì c’è il campanello.
Bella osservò la grande stanza attorno a lei, apprezzò la grande casa,
constatando con sorpresa che non era terrificante come si era
immaginata.
Nonostante le dimensioni, la grandiosità e l’intrico dei corridoi,
a Rothgar Abbey regnava un’atmosfera confortevole, domestica.
Una domanda tornò ad assillarla, nuovi pensieri cominciarono a
emergere, come germogli che spuntassero dal terreno in primavera.
Per un istante oppose resistenza, poi però si rilassò e si abbandonò a
essi.
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Bella si sentì come a casa sua a Rothgar Abbey.
Forse perché, come le era stato detto, quella era soprattutto una piccola
riunione, per lo più di familiari. Era il periodo più freddo dell’anno,
gli ospiti, circa una dozzina, di solito si raccoglievano in ambienti
di dimensioni limitate, quelli più facili da scaldare.
Così seppe che durante gli anni precedenti i fratelli e le sorelle di lord
Rothgar avevano sempre partecipato alle celebrazioni, ma adesso i
rapporti, a causa dei matrimoni, erano cambiati. Ognuno dava vita a
tradizioni nuove nella propria casa. Se a Rothgar dispiaceva, non lo
dava a vedere. Anche il marchese, in fin dei conti, stava mutando
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abitudini. Aveva con sé una figlia adulta che adesso era lady
Huntersdown,
un’amabile e vivace nobildonna dell’aristocrazia milanese.
A questo proposito Bella ricordava come lady Fowler avesse tentato di
trasformare l’esistenza di Petra Huntersdown in una fonte di scandalo.
Ben presto lord Rothgar avrebbe avuto un nuovo figlio, probabilmente
il primo di molti, e in futuro il Natale a Rothgar Abbey avrebbe assunto
un tono diverso.
Comunque non mancavano di sicuro gli ospiti che, come Bella intuì,
erano a tal punto abituati a trascorrere lì le festività da essere senz’altro
invitati. Tra essi una certa signorina Malloren, che era di mezza età
e incline al pettegolezzo. Sapeva tutto dello scandalo di Bella, ma
doveva essere stata redarguita da qualcuno, perché, dopo un primo
accenno, non ne parlò più. C’erano anche il signor Thomas Malloren
che era molto tranquillo, il tenente Moresby che era un lontano parente
della famiglia reduce dal servizio in Marina e che non aveva altro
luogo dove andare. Com’è ovvio, Bella non lo trovava particolarmente
interessante, ma divenne il suo accompagnatore e lei finì per compiacersi
della sua compagnia.
Lord Huntersdown a volte sembrava in competizione con Moresby per
l’attenzione che dedicava a Bella, cosa che la imbarazzò finché non si
rese conto che sua moglie non aveva nulla da eccepire.
— Ah, Robin! Per lui il flirt è come il respiro — commentò Petra
Huntersdown
con il suo delizioso accento italiano. — A dire il vero, lo fa
molto bene. Non è strano il Natale inglese? — chiese poi. — Il pesante
plum pudding. Il gigantesco ceppo. Domani gli uomini lo taglieranno.
Sarà divertente.
Così la vigilia di Natale Bella andò con Petra a vedere gli uomini più
giovani che, in maniche di camicia e impugnando un’enorme sega
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tagliavano il ceppo natalizio. Lo stesso lord Rothgar volle cimentarsi
nell’impresa.
Bella non aveva immaginato che quelle fossero le tradizioni proprie
dell’alta aristocrazia, come per esempio il fatto che tutti collaboravano
a decorare l’atrio con fronde di sempreverdi, a volte intonando canti
natalizi.
Lady Rothgar si rendeva conto che una pianticella stava sbocciando in
lei, mettendo nuove foglie. Lei partecipava alla celebrazione familiare
del Natale e aspettava, con una certa ansia, la nascita di quel figlio
tanto atteso.
I medici le avevano detto che sarebbe potuto nascere prematuro, ma si
era alla vigilia di Natale e non c’erano ancora avvisaglie. Un medico e
una levatrice risiedevano ad Abbey, controllando costantemente lady
Rothgar, che se ne stava per lo più in camera sua. Lord Rothgar faceva
bene la sua parte di anfitrione, ma in lui la tensione aumentava.
— È molto teso perché non può fare niente — disse Petra a Bella.
Erano intente a intrecciare nastri colorati attorno ai corrimano delle
scale. Altri appendevano campanellini, che suonavano allegramente,
ma il loro tintinnio cominciava a dare sui nervi di Bella.
— Non c’è proprio nulla che si possa fare — disse Bella. — Sarebbe
terribile
se qualche cosa non funzionasse.
— Mio padre — disse Petra a proposito di Rothgar — è abituato a fare
le cose come desidera siano. Con un Malloren — soggiunse — tutto è
possibile. Amare è cosa dura.
— Davvero? — chiese Bella, legando al nastro un ramoscello di agrifoglio.
Le bacche erano numerose, cosa che era ritenuta di buon
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augurio, e lei si ricordava di un’antica nenia che le paragonava a gocce
di sangue.
— Ma certo. Quando amiamo, temiamo soprattutto di perdere il nostro
amato.
— Forse è meglio non amare.
— Non c’è scelta. È la vita. L’amore ci piomba addosso. — Petra le
scoccò un’occhiata. — Voi... voi non avete mai amato?
— Non ne sono sicura.
— Vuol dire che non avete mai amato — disse Petra con un gesto che
liquidava la questione.
— Sì, invece! — esclamò Bella, poi si sedette su un gradino della scala,
in preda alla disperazione.
Petra le si sedette accanto, molto comprensiva. — Parlatemene!
— No.
— Perché no?
— Va tutto bene, amore? — chiese lord Huntersdown, preoccupato per
sua moglie perché se ne stava lì rannicchiata sulla scala.
— Ma certo! — Poi però Petra ammise: — Sono soltanto un po’ stanca.
Lui l’aiutò ad alzarsi, e i due si allontanarono teneramente abbracciati.
“Così” pensò Bella, seguendoli con lo sguardo. “Così l’albero cresce, a
dispetto di chiunque.”
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L’amore era la chiave di volta, e quei due si erano amati, si amavano.
Capitan Rose o il duca di Ithorne, l’uomo era sempre lo stesso. Lui era
stato l’eroe del Ratto Nero e il generoso compagno di viaggio. Era stato
suo complice nella vendetta, amante, amico.
L’amore ardeva dentro di lei. Lo stesso amore che lui le aveva confessato
con così perfetta semplicità.
Un amore del genere non era delicato; le prove o le difficoltà non lo
avrebbero distrutto. Era come una pianta, tenace e robusta, capace di
smuovere pietre, addirittura montagne. Era una quercia.
Lady Thalia arrivò ai piedi della scala. — Bella, mia cara, state bene?
Bella si alzò, sorridendo. — Perfettamente. — Raccolse alcuni nastri e
un rametto di agrifoglio.
E se lui avesse cambiato idea? Era passato un mese.
No, non poteva essere così, a meno che il loro amore fosse solo
un’infatuazione.
Lei lo aveva respinto, e definitivamente. Se fosse andata da lui adesso
per rimangiarsi il rifiuto? Era impossibile. Non le restava che
aspettare...
Perché?
“Lepre marzolina!” pensò, e ne rise, coprendosi la bocca prima che
qualcuno la udisse. Stava ridendo di gioia, perché dentro di lei stava
emergendo una cosa che le faceva girare la testa al pensiero della futura
felicità.
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Poteva correre al galoppo da lui, magari rubando un cavallo!, ma non
era abbastanza matta per farlo. Era troppo lontano al di là di quella
distesa gelida. Sicché, non le restava che tentare di scrivergli qualcosa
di coerente.
Appallottolò cinque fogli, finché riuscì a decidersi per poche parole,
assurdamente semplici:
Mio carissimo Thorn,
perdonatemi. Perdonatemi, per favore.
La vostra
Bella
Fece una gran confusione nel tentativo di piegare e sigillare la lettera,
poi, con un residuo di stupida resistenza, non volle che qualcuno
sapesse a chi inviava il messaggio. Si obbligò ad andare in cerca di lord
Rothgar.
Il marchese stava parlando con lady Calliope e si voltò sorridendo a
Bella, ma sul suo volto scorse un’ombra di preoccupazione.
Il prezzo dell’amore.
Ora anche lei era disposta a pagarlo, e ben volentieri.
— Dovrei spedire questa lettera — disse Bella. — So che è Natale, e mi
dispiace chiedere che un lacchè la porti, ma... devo farlo.
Lui lesse l’indirizzo e disse: — Naturalmente dovete farlo. Ci penserò
io.
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Poi restò solo da aspettare. Anche tutti gli ospiti erano in festosa
attesa.
Avvicinandosi la mezzanotte, lady Rothgar scese da basso, sorridendo
e in apparenza rilassata. Camminava però a fatica, il suo fardello era
diventato eccessivo. Venne portata una grande cassa di legno e lord
Rothgar si rivolse a lady Thalia. — Vi piacerebbe di aprirla?
Thalia era come una bambina che riceve un dono. — Posso? Oh, com’è
eccitante!
Sollevò il coperchio e scoprì una gran quantità di paglia nella quale
frugò. Ne cavò fuori un asinello dipinto. — Oh, è un presepe? Che
meraviglia! Stavo pensando com’è triste non averne uno quest’anno.
Bella, mia cara, venite ad aiutarmi. Genova ne aveva portato uno qui
l’anno scorso. Vi ricordate di Genova? Quella che ha sposato Ashart? A
quanti giochi si erano dedicati il Natale scorso! Adesso dobbiamo
preparare
in fretta il presepe, perché può darsi che il bambino arrivi
proprio a mezzanotte.
Petra appariva eccitata quasi quanto lady Thalia, perché quella era una
tradizione italiana. Ne stava parlando con Robin, ricordando altri
presepi, altri Natali, e lui sorrideva, incantato dalla gioia della moglie.
“L’amore moltiplica” pensò Bella. “Moltiplica il pane, ma anche la
gioia.”
Accanto al camino era stato preparato un tavolo per accogliere la scena
della natività. In anticipo. Le statuine del presepe erano splendide, ma
c’erano soltanto le più importanti. Maria, Giuseppe, il bue, l’asino. Poi
anche tre pastori e qualche pecora, ma lady Thalia e Petra pretesero di
collocarle a una certa distanza dalla struttura di legno che rappresentava
la stalla. C’erano anche i re magi con i loro cammelli, che
però sarebbero comparsi all’Epifania.
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— Genova aveva molte più statuine — commentò Lady Thalia — ma le
ha aggiunte un po’ alla volta, come facevano i suoi genitori. Erano
altrettanti
doni di compleanno per il figlio.
Questa volta, le parole di lady Thalia erano portatrici di una certezza
che consolava.
Poi le pendole suonarono, campane lontane rintoccarono e fu Natale.
Thalia depose il bambino nella mangiatoia e tutti intonarono carole.
Il bambino, quello vero, non era però arrivato, e mentre tutti andavano
a letto, Bella si chiese quanto tempo ci sarebbe voluto perché
Thorn rispondesse al suo biglietto.
La follia marzolina si era volatilizzata, lasciando adito ai dubbi. Poteva
l’amore appassire? Poteva morire?
34
Il giorno di Natale portò il sole, e dopo la messa nella cappella Bella
corse fuori. Aveva bisogno di stare un po’ da sola.
Le sue preghiere erano state per lo più per sé: “Fa’ che mi voglia
ancora; fa’ che lo dica al più presto; fa’ che questo tormento dell’attesa
finisca”. Ma si era ricordata di pregare anche perché il bambino di lady
Rothgar arrivasse al più presto, e senza difficoltà di sorta, in modo che
le preoccupazioni fossero bandite dalla casa.
Percorse di buon passo il sentiero gelato tra siepi di sempreverdi; non
sapeva esattamente per quale ragione fosse tentata di mettersi a correre
verso qualcosa o di fuggirne di corsa. L’amore, decise, era follia.
Non si sentiva sana di mente. Camminò e camminò a lungo quasi
stesse davvero tentando di raggiungere il Kent, poi però si obbligò a
fermarsi.
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Doveva tornare per la festa di Natale, che aveva luogo in una piccola
sala da pranzo. C’erano sottopiatti grandi e su questi erano collocati
piatti più piccoli d’oro. Il buon vino scorreva e ci furono frequenti
brindisi ma, sotto sotto, l’impazienza e l’ansia erano in agguato. Bella
cominciava a pensare che sarebbe stato meglio rinunciare ai
festeggiamenti
fino all’arrivo del bambino.
O meglio, finché arrivasse Thorn?
Poi, proprio mentre il fiammeggiante plum pudding veniva portato in
tavola, lady Rothgar emise un lamento.
Tutti gli occhi si volsero a lei, e non servirono spiegazioni. Non sembrava
né spaventata né sofferente; semplicemente sollevata. — Penso
davvero che... finalmente...
Suo marito le fu subito accanto per aiutarla ad alzarsi in piedi e a uscire
dalla stanza. Questo lasciò un vuoto, subito colmato da lord
Huntersdown.
— Buone notizie, tante più ragioni di festeggiare. Sì, amici
miei, che la festa continui!
Lo fecero, ma Bella sospettava che l’attenzione dei più fosse rivolta a
ciò che stava accadendo altrove. Non sempre la nascita di un bambino
avveniva senza incidenti. A volte il bimbo o la madre, o ambedue,
morivano. La celebrazione tuttavia continuò, spostandosi nel salotto
dove gli ospiti giocarono a carte.
Bella restò sconcertata nel ritrovarsi a un vasto tavolo, dove si giocava
d’azzardo. Il pensiero corse ad Augustus, ma il gioco era piuttosto
sciocco, e la posta erano pesciolini d’avorio. Tutti, persino lady Calliope,
ben presto furono intenti a emettere grida di eccitazione o delusione,
comunque a divertirsi.
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Bella non poteva impedirsi di pensare al parto della marchesa.
Avrebbe voluto che qualcuno portasse notizie, ma non poteva fare altro
che concentrarsi sulle carte per distrarsi dai suoi pensieri.
Qualcuno la chiamò: — Bella?
Lei alzò gli occhi in preda all’impazienza.
Li sgranò, a stento capace di credere a ciò che vedeva, poi si alzò di
scatto e si gettò tra le braccia di Thorn. Finalmente, finalmente...
Emerse da un bacio travolgente, sentendo applausi e allegre risate. Si
voltò, arrossendo, a guardare la compagnia. Ma non stavano guardando
lei. Tutti guardavano lord Rothgar, che aveva un fagottino tra le
braccia.
Occhi scintillanti come stelle, pensò Bella, pieni di un amore di altro
genere, di felicità. — Sono stato benedetto da un’altra figlia — disse
Rothgar. — Va tutto bene.
Quali fossero le normali tradizioni di Natale a Rothgar Abbey, quel
giorno furono stravolte. Altro vino venne servito per dare modo a tutti
di brindare alla bambina. Petra e Thalia andarono di sopra con lord
Rothgar per far visita alla madre.
La partita a carte venne abbandonata e sostituita da allegre
chiacchiere.
Bella e Thorn se la svignarono, mano nella mano, desiderosi di stare
soli. Di stringersi l’uno all’altra, per baciarsi ancora e ancora.
Lui le prese il volto tra le mani fissandola negli occhi. — Hai una
stanza? — chiese.
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Bella sapeva cosa le stava chiedendo e sapeva di avere le stelle negli
occhi. — Vieni.
Si perdette nel labirinto dei corridoi, cosa che lo fece ridere e fece
ridere anche lei. Si baciarono lì in un corridoio; e fecero ben più che
baciarsi, perché l’abito dall’ampia scollatura di Bella venne abbassato,
i suoi capelli furono liberati dalle forcine. Grazie al cielo non erano
molte le persone nella grande casa, e tutte erano altrove.
Lei provò di nuovo e finalmente trovò il corridoio giusto e la sua camera
da letto.
Thorn la spogliò abilmente e lei glielo permise di buon grado, felice
delle sue carezze sempre più ardite e dei baci. Era in piedi; le sembrava
di ondeggiare, le ginocchia facevano fatica a reggerla finché lui
la prese tra le braccia e la portò al letto, alle coltri che erano state già
opportunamente spostate.
Talento e allenamento. Mentre lo guardava spogliarsi, Bella sorrise
con la sensazione di essere tutta felicità, tutta gioia, colma di una sorta
di trionfo perché, nonostante tutto, erano lì, ed erano tutt’uno. Lui le si
avvicinò, e nella sua espressione Bella colse la stessa brama, la stessa
felicità. Quell’uomo, quell’eroe, quel duca davvero la amava e desiderava,
aveva bisogno di lei quanto lei di lui.
— Mi dispiace aver lasciato passare tanto tempo — mormorò Thorn.
Bella rise. — Ora, non mi interessa più.
La raggiunse sul letto per toccarla come solo lui sapeva fare, con
consumata
abilità, ma lei sentiva la differenza, e la leggeva nei suoi occhi.
Quando la riconobbe, trattenne il fiato. Questa volta sarebbe stata
amata in modo completo.
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— Fammi tua — gli disse. — Per l’eternità.
Lui la possedette, e qualsiasi cosa lei avesse pensato, non fu così, fu al
di là di ogni aspettativa. Il piacere spazzò via tutto ciò che lui le aveva
dato in precedenza portando entrambi a impossibile altezza.
Molto più tardi, lei giacque accanto a lui e dovette sbattere le palpebre
per scacciare le lacrime. — Anch’io voglio diventare esperta —
sussurrò.
Forse si aspettava che rifiutasse, invece Thorn disse: — È magnifico! —
Tuttavia si fece serio. — Avrei dovuto essere più saggio al Cervo e
Lepre e accettare allora il dono che tu mi facevi di te stessa.
Bella si scostò per guardarlo, così bello, così scarmigliato e felice. —
Perché non lo hai fatto?
— Pensavo che non fosse così importante chi in realtà fossi. Ma adesso
lo è, vero? Siamo come i nostri corpi nudi.
Bella ridacchiò. — Penso di no, perché dobbiamo tornare a rimetterci i
nostri travestimenti. Fino all’ultima cucitura. Forse ridiventerò
Bellona.
Lui sogghignò. — Vuol dire che ti strapperò quella verruca.
Molto dopo, a un certo punto nel cuore della notte, Bella non si curava
di pensare che tutti i presenti della casa sapessero cosa stavano facendo
e disse: — Imparerò a essere una buona duchessa.
— Tu sarai una splendida duchessa, amore mio, così come sei. Non avrai
bisogno di imitare altre duchesse. Anzi, sarai tu a indicare la
strada.
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— Non credi che sarà offensivo? — Per un istante si preoccupò, ma era
un prezzo che era disposta a pagare.
Lui però disse: — Oh, lo spero proprio.
Poi si alzò dal letto, magnifico quanto una statua classica, e raccolse i
calzoni dal pavimento. Prese un oggetto da una tasca e si voltò. —
Permetti?
Era un anello.
Bella si ritrovò con la lingua inceppata, cosa che non aveva senso.
— Sai, devi proprio metterlo — disse Thorn, e lei avvertì in quella frase
un residuo di preoccupazione.
Il duca di Ithorne non era ancora sicuro del suo amore?
Bella saltò dal letto e gli fu tra le braccia, mentre lui la faceva roteare,
ridendo come un ragazzino. Poi la rimise a terra e le infilò l’anello al
dito. Non era di dimensioni molto grandi e aveva un’unica pietra: un
rubino.
— Ho pensato a un certo teschio — disse lui. — Forse non dovremmo
essere così outrè.
— Davvero? — scherzò lei. — Dopo tutto questo?
Thorn rise. — Indubbiamente lo siamo. Gli oltraggiosi duca e duchessa
di Ithorne. — La baciò con ardore. — Oltraggiosi, in particolare, per il
loro imperituro amore e devozione. — La riportò a letto. — Noi
voliamo alti, tu e io, ma quando saremo stanchi di fare i duchi, saremo
oltraggiosi in un altro modo. Torneremo al Cigno nero, Capitan Rose e
Bucaniere Bella, liberi in alto mare.
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Nota dell’Autrice
Spero che vi sia piaciuto Il duca segreto, la conclusione della trilogia
ambientata nel mio mondo georgiano e incentrata sulla famiglia
Malloren.
I primi due libri sono: Un cuore proibito (Robin e Petra) e
Nozze segrete (Christian e Caro). Queste sono soltanto le storie più
recenti
del mio mondo georgiano sui Malloren.
Lo chiamo il “mio mondo georgiano” perché abitato da personaggi che
corrispondono per lo più a figure storiche dell’epoca, per me diventate
tutte reali. Proprio come so che re Giorgio c’è anche quando non lo
cito espressamente in un libro, i miei personaggi, anche se non
ricompaiono
in una storia successiva, pure continuano a vivere.
Mentre finisce Il duca segreto, so che Brand Malloren de I segreti
della notte si trova nello Yorkshire, intento a godersi la vita della
campagna.
Elf Malloren e suo marito, lord Walgrave, di Per i tuoi occhi, si
stanno godendo il Natale del 1764 nella loro dimora, insieme al loro
bambino. Bryght Malloren di L’azzardo del cuore è anche lui impegnato
per la prima volta in un Natale in famiglia nella sua tenuta. Mi
chiedo se ci sia anche il duca di Bridgewater. È un amico, ma è anche
uno dei personaggi storici che compaiono nelle mie storie, e non si è
mai sposato, per cui non riesco a immaginare se potrebbe essere
protagonista
di un altro libro ducale!
Altri personaggi reali nei libri sui Malloren sono il re, la regina e i loro
congiunti – in fin dei conti non posso inventarmi un monarca – come
pure i vari personaggi importanti che Rothgar incontra mentre si
muove nelle più alte sfere politiche. A volte, come con Bridgewater, mi
rendo conto che una persona in carne e ossa si inserisce perfettamente
nella mia storia. Il Cavaliere d’Eon in Il consigliere del re ne è stato un
esempio nel senso che all’epoca era davvero l’ambasciatore francese in
Inghilterra, e un altro personaggio in carne e ossa è Madame Cornelys
di Un cuore proibito. In quel periodo era famosa a Londra per i suoi
Veglioni Veneziani, era stata davvero una delle amanti di Casanova e
proveniva dall’Italia. Di fascino irresistibile. Avrei inserito nella storia
anche Casanova se all’epoca in cui si svolgeva la vicenda da me
raccontata
non avesse già lasciato l’Inghilterra.
Mescolo anche luoghi reali e luoghi immaginari. Per esempio, a Dover,
la Ship Inn, la Locanda della Nave, esisteva realmente, e anzi era la più
importante della città. D’altro canto, la Locanda del Compasso e quella
dell’Orso sono inventate. Inventata anche la città di Upston, come del
resto la sua locanda. (Se vi piace rivisitare località storiche, cliccate il
mio blog a http://jobeverley.blogspot.com, sul quale ho inserito
immagini
di alcune località che compaiono nei miei libri. Ce ne sono alcune
persino nella mia pagina web, http://www.jobev.com/pictures.
html.
Mi chiederete perché inserisco luoghi reali e altri inventati. Semplice:
la vicenda lo richiede. Se situo molte azioni in un luogo, voglio avere la
libertà di inventare stanze, corridoi e quant’altro si addica alla mia
vicenda.
Se decidessi di servirmi di un luogo reale, mi troverei a essere
limitata. Senza contare che è difficile stabilire se un certo luogo fosse
così secoli fa. Una locanda potrebbe esistere ancora, e sembrare molto
antica, ma quasi certamente avrà subito cambiamenti nel corso degli
anni, non foss’altro per dotarla di riscaldamento ed elettricità. Oggi
quasi tutte le locande in Inghilterra hanno bagni, connessi alle camere
o alle suites, ragion per cui sarebbe impossibile non tener conto dei
cambiamenti.
Ci sono invece luoghi che non posso inventarmi, come il St James
Palace a Londra o Hyde Park. Per fortuna non mancano immagini e
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descrizioni storiche, e questo mi dà modo di descrivere esattamente i
posti.
Insieme alle storie della dinastia Malloren collocate nell’Inghilterra
georgiana, nel corso degli anni ho scritto complessivamente una
trentina di libri. Nel mio repertorio ci sono scritti ambientati nel periodo
della Reggenza. Sono suddivisi in due parti, che ho cercato di
fondere, dove possibile. Vent’anni fa, i miei primi libri erano romanzi
sulla Reggenza che collegavano tra loro vicende storiche riguardanti
famiglie e amici. Poi cominciai a scrivere i libri sui Rogue, i libertini,
un gruppo di uomini che avevano stretto rapporti di amicizia a scuola.
Ho provveduto a collegare questi due mondi, ma lettori più attenti non
avranno mancato di riconoscere certi personaggi dei miei classici sulla
Reggenza tra le pagine dei libri sui Rogue.
Mi piace conoscere il parere dei miei lettori. Potete scrivermi: c/o The
Rotrosen Agency, 318 East 51st Street, New York, NY 10022, nel qual
caso apprezzerei un SASE, o potete spedirmi una e-mail a
jo@jobev.com. Troverete sempre altre notizie relative ai miei libri a
www.jobev.com.
Con i migliori auguri.
Jo Beverly
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Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere
copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o
trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun altro modo ad eccezione di
quanto è stato specificamente autorizzato dall’editore, ai termini e alle
condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto esplicitamente
previsto dalla legge applicabile. Qualsiasi distribuzione o fruizione non
autorizzata di questo testo così come l’alterazione delle informazioni
elettroniche sul regime dei diritti costituisce una violazione dei diritti
dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente
secondo quanto previsto dalla Legge 633/1941 e successive modifiche.
Questo ebook non potrà in alcun modo essere oggetto di scambio,
commercio, prestito, rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso
senza il preventivo consenso scritto dell’editore. In caso di consenso,
tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera
è stata pubblicata e le condizioni incluse alla presente dovranno
essere imposte anche al fruitore successivo.
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Il duca segreto
di Jo Beverley
Titolo originale: The Secret Duke
© 2010 Jo Beverley
© 2012 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852025952
COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO | IMAGE EDITOR:
GIACOMO
SPAZIO MOJETTA
| © VIDAN ART INC.
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