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DISPENSA 1 - ECONOMIA DELL’INNOVAZIONE

L’economia basata sulla conoscenza e sulla concorrenza dinamica

1. I diversi concetti di concorrenza: da quella statica a quella dinamica


L'economia neoclassica sviluppa in modo formale la metafora della "mano invisibile" di
Adam Smith, secondo cui gli interessi dei singoli convergono verso l'interesse collettivo, ovvero il
massimo benessere, attraverso il meccanismo impersonale della concorrenza.
L'economia neoclassica è basata sul concetto di equilibrio. Il mercato è il luogo di incontro
tra domanda e offerta di beni omogenei e il coordinamento delle decisioni dei singoli attori
atomistici è ottenuto attraverso i prezzi. In condizioni di concorrenza perfetta (con attori atomistici
e assenza di barriere all’entrata e all’uscita) l’esistenza nel breve periodo di prezzi alti e di extra-
profitti positivi in alcuni settori attira nuove imprese e le nuove entrate (che aumentano l’offerta)
portano alla sparizione degli extra-profitti nel lungo periodo 1. In altre parole, i prezzi che si
formano nei vari mercati attraverso l’incontro tra domanda e offerta (un unico prezzo per ogni
bene) costituiscono i segnali che inducono i produttori a indirizzare le proprie risorse alla
produzione di un bene piuttosto che un altro, in risposta alle domande dei consumatori, e la
concorrenza perfetta garantisce l'ottima allocazione delle risorse.
Inoltre in equilibrio di lungo periodo tutte le imprese sono uguali. Tale concezione ignora
completamente il problema della conoscenza e dell'apprendimento. Infatti le imprese sono uguali
proprio in quanto gli operatori hanno conoscenza perfetta di ogni cosa. Di fatto in concorrenza
perfetta non sono molte le informazioni necessarie: basta conoscere i prezzi dei beni che si
producono e quelli dei fattori (sia gli uni che gli altri supposti omogenei), in quanto altre
informazioni sull'ambiente non servono, e le tecniche di produzione. Il fatto di conoscere le
tecniche senza alcun problema è tuttavia un'ipotesi molto forte. Le conoscenze organizzative non
hanno poi alcuno spazio, sono semplicemente ignorate, in quanto le imprese della concorrenza
perfetta sono semplici funzioni di produzione, senza struttura organizzativa. In questo mondo
nessuno si cura di quello che fanno gli altri e ciascuno si limita ad applicare l'algoritmo (noto) che
consente di massimizzare i profitti. E' chiaro che ogni impresa di un certo settore disponendo delle
stesse informazioni, degli stessi fattori di produzione e delle stesse tecniche di produzione delle
altre imprese ed applicando lo stesso algoritmo (p = cm, prezzo uguale a costo marginale) non può
che essere uguale alle altre.
Per primi gli economisti di scuola austriaca (soprattutto grazie a von Hayek 2) fecero un
passo avanti rispetto a tale approccio.

1 La remunerazione del capitale, o profitto normale, è pari al saggio d'interesse. Considerando la remunerazione normale del capitale
alla stregua di un costo, si parla di profitti pari a zero, ma in realtà sono i profitti sopra il saggio di interesse -gli extra-profitti- che in
equilibrio sono nulli. Il saggio di profitto normale costituisce il costo-opportunità del capitale investito.

2 Friedrich August von Hayek (Vienna 1899 - Friburgo 1992), Premio Nobel per l'economia nel 1974, è stato uno dei più grandi
esponenti del liberalismo del secolo XX. Von Hayek appartiene alla quarta generazione di esponenti della “Scuola austriaca”,
tradizione di ricerca fondata da Carl Menger (1840-1921).
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Ciò su cui essi portano l’attenzione è il fatto che, fuori dall’equilibrio, sul mercato non c’è un
unico prezzo che funziona come segnale della relazione tra domanda e offerta (scarsità o meno di
un prodotto), ma prezzi differenti fissati dai diversi produttori (che quindi saranno price maker).
Essi propongono quindi un'immagine del sistema dei prezzi di mercato, come meccanismo di
comunicazione di informazione e di interazione nel quale emergono le tecnologie, i
comportamenti, le forme organizzative migliori, che non sono note a priori, ma che gli agenti
devono scoprire e apprendere. Gli individui e le imprese hanno limiti conoscitivi e sviluppano
competenze, abilità e esperienze che sono specifiche e personali ("idiosincratiche"). Dato questo
assunto, il mercato offre segnali attraverso i prezzi, che evidenziano l'esistenza di diversità nel
modo di produrre i beni 3. Quindi gli attori hanno indicazioni su quali siano le conoscenze rilevanti
(senza svolgere indagini a tappeto). Il ruolo del mercato è quindi quello di rendere possibile
l'interazione tra le diverse competenze e conoscenze.
Si supponga che il sistema economico si trovi in una configurazione di equilibrio e di
costanza dei prezzi, delle tecnologie e dei gusti; se ad un tratto nel mercato di un determinato bene
compaiono dei venditori che lo offrono ad un prezzo più basso del normale, poiché sono in grado
di produrre quel bene in modo più efficiente, i compratori tenderanno a rivolgersi a loro. I
produttori che non hanno scoperto il nuovo modo di produrre vedranno ridurre i propri profitti, o
addirittura conseguiranno delle perdite. Ciò costituisce per loro un segnale molto preciso ed
esercita una forte pressione ad adeguarsi rapidamente ai nuovi modi di produrre.
In altri termini, l'accento è posto sul processo di aggiustamento che implica l'applicazione di
conoscenze nuove, piuttosto che sull'equilibrio Pareto-ottimale.
L’economista Joseph Schumpeter (1883-1950) espande ulteriormente questo punto di
vista. Secondo Schumpeter la virtù del sistema di mercato non è l'efficienza statica (allocativa e
produttiva), ma l'innovazione, ovvero l'efficienza dinamica. Egli afferma che:
"Nella realtà del sistema capitalista non è la concorrenza di prezzo che conta, ma la
concorrenza da parte di nuovi beni, nuove tecnologie, nuove fonti di offerta, nuovi tipi di
organizzazione. Si tratta di una concorrenza che comporta vantaggi di costo o di qualità decisivi,
che non colpiscono al margine dei profitti e degli output delle imprese esistenti, ma alle fondamenta
delle loro possibilità di vita".
Il capitalismo non è mosso da consumatori che scelgono al margine tra prodotti preesistenti in
modo da uguagliare i rapporti tra le utilità marginali ai rapporti tra prezzi parametrici o da
imprenditori coordinatori di fattori omogenei, ma dalle pressioni della "distruzione creatrice": un
"processo di mutamento industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica
dall'interno, incessantemente distruggendo quella vecchia e creandone una nuova. Il processo di
distruzione creatrice è il fatto essenziale del capitalismo".
L'innovazione secondo S. implica la costruzione di nuovi impianti, da parte per lo più di
nuove imprese ed è associata alla leadership di uomini nuovi. I nuovi prodotti possono dar vita
anche a nuovi settori industriali.
E' quindi molto più importante il processo di creazione del nuovo rispetto all'amministrazione
dell'esistente, di cui si occupa la teoria economica tradizionale.
Per capire come il capitalismo crea nuove strutture industriali l'impresa deve essere vista
come un agente del cambiamento e l'imprenditore come la fonte di nuove idee.
Nella prospettiva di S., l'imprenditore è una figura cruciale - l'originatore e il realizzatore di
nuove idee -. La sua funzione non è quella di massimizzare i profitti sostituendo al margine tra

3 Ciò naturalmente non esclude che i prezzi siano anche segnali dei 'bisogni' dei consumatori e quindi (come vuole la visione
neoclassica) regolino il coordinamento spontaneo e non pianificato delle attività economiche.
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fattori di produzione omogenei nell'ambito della produzione di prodotti dati e noti. La sua funzione
è quella di rivoluzionare i metodi produttivi e le forme organizzative esistenti e di introdurre nuovi
prodotti con la creazione di nuove imprese. L’introduzione di prodotti veramente nuovi comporta
anche la nascita di nuovi mercati.

2. Il mercato come meccanismo di incentivazione e di selezione e la generazione di extra-profitti


Il mercato può essere definito come il luogo in cui avviene il confronto tra attori che
competono in senso dinamico per conquistare i consumatori. I produttori si sforzano per emergere
attraverso l’offerta di prodotti sempre migliori, di nuovi e più efficaci modelli di business e di aumenti
di produttività. In altre parole, il mercato è il luogo in cui avviene la distribuzione di premi (alti
profitti e maggiori quote di mercato) ai più bravi e di punizioni (bassi profitti o perdite, riduzione
delle quote di mercato) ai più deboli. La più forte punizione è il fallimento, che comporta l’abbandono
dell’arena competitiva.
In altre parole il sistema di mercato costituisce un meccanismo di incentivazione e di
selezione, che porta allo sviluppo degli attori più abili, in grado e di innovare a livello organizzativo,
di processi e di prodotti. L’innovazione è fondamentale per il successo competitivo e deve essere posta
al centro dell’analisi. Questo modo di vedere si è recentemente affermato attraverso la scuola
evoluzionista (tra i principali esponenti citiamo R.Nelson, S.Winter, G.Dosi, D.Teece ecc.), che si
richiama a Schumpeter e che svolge un ruolo critico nei confronti della scuola neoclassica, che
rappresenta il mainstream della teoria economica corrente. Notevole è l’influsso evoluzionista sugli
studi aziendali e sugli studi storici, dato l’approccio aperto verso queste altre discipline.
Di fatto l'efficienza dinamica, ovvero la capacità di un sistema economico di generare
innovazioni, si è rivelata immensamente più importante dell'efficienza statica allocativa, che
rappresenta il principale punto di riferimento dell'economia ortodossa. Si noti inoltre che
l’imperfezione della concorrenza, con la presenza di elementi di monopolio, è necessaria per
consentire l'appropriazione dei profitti da innovazione e quindi per stimolare il progresso tecnologico,
che è alla base dello straordinario aumento del benessere che si è verificato a partire dalla prima
rivoluzione industriale (all'epoca della nascita dell'industria tessile in Inghilterra alla fine del
Settecento).
Le imprese che si fanno concorrenza entro la cornice di mercati non perfettamente
concorrenziali sono permanentemente diverse le une dalle altre. L'equilibrio in cui tutte sono uguali
è del tutto inconcepibile, proprio perché ogni impresa incorpora conoscenze specifiche
idiosincratiche ed è il risultato di una storia passata che la differenzia da tutte le altre.
In tale contesto extra-profitti di natura differenziale sono la norma e derivano proprio dal
fatto che le imprese sono "più o meno brave", sia nel senso di più o meno capaci di svolgere
efficientemente le attività tradizionali, sia nel senso di più o meno abili ad occupare aree di mercato
in rapida crescita o di crearne di nuove. In altre parole, gli extra-profitti differenziali riflettono i
vantaggi competitivi di alcune imprese rispetto alle altre, e sono anche chiamati rendite
ricardiane 4 (o quasi-rendite).
Alle rendite ricardiane possono aggiungersi le rendite monopolistiche, ossia gli extra-
profitti dovuti al potere di mercato, allorché le imprese operino in un settore in cui la concorrenza
è limitata dai piccoli numeri (oligopolio o al limite monopolio) o dalla differenziazione del
prodotto, che genera l’esistenza di nicchie protette dall’azione dei concorrenti (concorrenza
monopolistica).

4 Dall’economista Ricardo, uno dei padri dell’economia politica, il quale studiava le rendite che potevano essere
ricavate dai terreni di fertilità maggiore: è come se le imprese che basano il vantaggio competitivo su risorse e
competenze superiori, fossero più “fertili” delle altre.
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Naturalmente esiste il problema di impedire che il meccanismo concorrenziale venga inceppato
dall'esistenza di posizioni dominanti o di comportamenti collusivi tra imprese finalizzati ad ottenere
profitti elevati attraverso gli accordi e il potere di mercato, invece che attraverso la dimostrazione da
parte di ogni impresa delle proprie capacità specifiche. Per questa ragione in ogni paese e a livello di
Unione Europea esistono leggi antitrust e autorità demandate alla loro applicazione.
Poniamoci ora questa domanda: se le barriere all'entrata e all'uscita sono significative e i
rendimenti crescenti (dovuti a economie di scala o a esternalità positive) portano alla presenza di
pochi produttori (oligopolio), ne consegue che i meccanismi di mercato non funzionano più?
La risposta è: dipende. In molti mercati, soprattutto se sono aperti alla concorrenza
internazionale, la competizione – intesa come processo in cui le imprese “combattono” le une contro
le altre per conquistare quote di mercato - continua a manifestarsi, pur in un contesto oligopolistico.
La concorrenza in tal senso viene vista non come una struttura di mercato (una situazione in cui si
confrontano numerosissimi attori atomistici) ma come comportamento delle imprese che, sentendosi
in una situazione di rivalità, si fanno concorrenza. Gli oligopolisti possono farsi una concorrenza
perfino spietata, percependo la propria sopravvivenza come alternativa a quella delle imprese rivali. In
effetti oggi in molti settori, caratterizzati da strutture di oligopolio più o meno allargato, la
concorrenza è asprissima. L’innovazione è fondamentale per vincere nel processo competitivo.
In altri casi il numero ristretto di attori può condurre a fenomeni di collusione.
Nella storia è successo che, con le imprese, anche i mercati sono cresciuti. Si è passati dai
mercati locali a quelli nazionali (grazie all'introduzione della ferrovia, del telefono e del telegrafo alla
fine dell'Ottocento, epoca della seconda rivoluzione industriale) e oggi sempre più la competizione si
svolge a livello di mercati mondiali (unificati anche dai nuovi sistemi di telecomunicazione e da
Internet). Fino ad ora il processo di integrazione dei mercati a livello globale ha più che compensato
l’aumento delle dimensioni delle imprese, soprattutto dovuto a fusioni e acquisizioni (si pensi al
settore dell’auto, con la fusione nel 1998 di Daimler e Chrysler). La concentrazione a livello globale
non è aumentata e non sempre sono le imprese di maggiore dimensione quelle più profittevoli.

3. Le risorse/competenze, i vantaggi competitivi e la persistenza degli extra-profitti


La resource based view
Come già detto sopra, secondo la teoria neoclassica, in equilibrio di concorrenza perfetta nel
lungo periodo le imprese non fanno profitti sopra il livello normale. Inoltre, in assenza di problemi
cognitivi riguardanti come produrre in modo efficiente, tutte le imprese sono uguali, in quanto
adottano la stessa tecnologia e la utilizzano in modo ugualmente efficiente.
Un approccio alternativo, coerente con l’impostazione evoluzionista, e con il dato empirico
della persistenza di capacità competitive diverse tra le imprese e quindi di extra-profitti
differenziali, è quello della resource based view (RBV). Un’ipotesi centrale di tale approccio è
proprio che le risorse e le competenze su cui si basano le capacità di produrre beni o servizi sono
eterogenee tra le imprese, in un mondo tutt’altro che trasparente.
Le risorse non sono facilmente riproducibili, ma sono asset costruiti nel tempo dalle imprese,
così come le competenze. L’eterogeneità delle imprese non è un fatto temporaneo, che si estingue in
un ipotetico processo verso l’equilibrio, ma è una condizione permanente: sempre le imprese sono
diverse, ma nel corso del tempo i vantaggi competitivi dovuti a risorse e competenze superiori
possono spostarsi tra i diversi concorrenti (tra i quali vanno annoverati i nuovi entranti).
Il concetto di competenze è collegato, soprattutto dagli economisti evoluzionisti, a quello di
routine. Le competenze infatti sono incorporate soprattutto nelle routine delle imprese, che sono le
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procedure, sia di tipo tecnico che organizzativo, applicate per svolgere compiti produttivi e per
coordinare le attività.
L'idea è che le imprese debbano essere comprese in termini di una gerarchia di routine
organizzative praticate, che definiscono le capacità organizzative di livello più basso, come queste
sono coordinate e le procedure decisionali di livello più alto. La nozione di una gerarchia di routine
organizzative è al centro del concetto di capacità organizzative (organizational capabilities). In
ogni momento le routine praticate che sono parte di un'organizzazione definiscono l'insieme di cose
che un'organizzazione sa fare bene. Se non sono presenti routine di basso ordine per svolgere i
diversi compiti, o se non c'è una routine di ordine superiore per metterle in azione nelle particolari
combinazioni necessarie a svolgere un certo compito, allora la capacità di svolgere quel compito è
al di fuori delle competenze dell'impresa.
Il vantaggio competitivo può consistere o in una superiore capacità di produrre a bassi costi
(efficienza) o in una superiore efficacia nell’approccio al mercato, in una maggiore velocità di
risposta alle esigenze dei clienti, in una visione più appropriata delle direzioni che orienteranno il
mercato in futuro ecc.
Per le imprese è fondamentale mantenere il vantaggio competitivo, qualora ne dispongano, in
quanto esso genera extra-profitti e capacità di crescita superiore.

Risorse e Vantaggi Maggiori profitti e


competenze competitivi maggiore crescita
differenziali

Secondo la RBV due proprietà determinano la sostenibilità del vantaggio competitivo:


1) imperfetta mobilità delle risorse strategiche. In particolare Dierickx e Cool (1989)
hanno sostenuto che le risorse strategiche e le routine delle imprese sono altamente specifiche e per
questa ragione imperfettamente mobili. Utilizzate in contesti diversi da quelli in cui sono state
create e accumulate perderebbero gran parte del loro valore. Se le risorse strategiche (o le routine)
fossero pienamente mobili e acquistabili attraverso i mercati, i vantaggi competitivi che esse
generano sarebbero di durata molto breve, e quindi non sarebbero sostenibili.
2) meccanismi di isolamento. Lippman e Rumelt (1982) hanno coniato l’espressione
“meccanismo di isolamento” per definire quei processi o variabili che limitano o impediscono
l’imitazione di una risorsa da parte di imprese concorrenti. Una risorsa x utilizzata da una impresa y
produce certi risultati Rxy in quanto si trova in un certo contesto, e può essere molto complesso
individuare esattamente nel contesto ciò che rende particolarmente produttiva x. Si parla in questo
caso di ambiguità causale (cioè sui legami di causa effetto), ed è chiaro che tale ambiguità
rappresenta un meccanismo di isolamento, in quanto impedisce l’imitazione dell’uso di una certa
risorsa da parte dei concorrenti. Altri meccanismi d’isolamento sono costituiti dalla presenza di
asimmetrie informative o di asset complementari. L’uso di una risorsa strategica consente di
realizzare profitti, in quanto la risorsa strategica e il suo uso efficace non sono replicabili al di fuori
dell’impresa originaria.
Se l’intensità dei processi innovativi è alta, tuttavia, è probabile che risorse e competenze
possano decadere, nonostante i meccanismi di isolamento. Le rendite ricardiane possono quindi
perdurare più facilmente in un ambiente non troppo dinamico.
Nei settori più innovativi sono molto importanti anche le rendite monopolistiche di tipo
schumpeteriano, ossia legate al successo di una particolare innovazione. A differenza delle
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rendite ricardiane, tali rendite (protette o meno da diritti di proprietà intellettuale) sono temporanee,
in quanto dopo un certo periodo verranno erose dai processi imitativi e dalla diffusione
dell’innovazione. Le capacità superiori delle imprese "più brave" renderanno possibile rinnovare le
rendite schumpeteriane trasferendole da un'innovazione a quelle successive.
E' chiaro che la distinzione tra rendite ricardiane e rendite schumpeteriane è puramente
analitica, in quanto ciò che si può vedere nei dati è solo che alcune imprese sono persistentemente
più profittevoli di altre.
In contesti fortemente dinamici le rendite ricardiane possono essere mantenute solo se
l’impresa è in grado di riconfigurare continuamente le proprie competenze. Si parla in questo caso
di capacità dinamiche (dynamic capabilities). Il termine “capacità” enfatizza il ruolo chiave del
management strategico nell'adattare, integrare e riconfigurare le capacità organizzative interne ed
esterne, le risorse e le competenze funzionali in relazione all'ambiente che cambia 5.
Le capacità dinamiche implicano un continuo apprendimento. I processi di riconfigurazione e
adattamento delle competenze sono tutt’altro che semplici e scontati. Infatti le competenze delle
imprese sono fortemente condizionate dall’insieme di risorse specifiche di cui l’impresa dispone: la
base tecnologica, le risorse complementari, le competenze dei manager e dei dipendenti, i clienti a
cui è abituata a rivolgersi - che possono trasformarsi da clienti progressivi a clienti conservatori, in
quanto i mercati del futuro sono formati da nuovi e diversi attori. Le imprese hanno quindi una forte
tendenza all’inerzia e la dinamica di esplorazione del nuovo può essere soffocata dalle forze che
spingono allo sfruttamento delle traiettorie tecnologiche, dei prodotti, dei mercati nei quali esse
hanno le competenze e l’esperienza per operare con successo.
Il concetto di strategia in questa teoria dell'impresa corrisponde all'accezione degli storici
dell'impresa e degli studiosi di management, in contrasto con quella dei teorici dei giochi. Essa
connota un insieme di impegni ampi (broad commitments) presi da un'impresa, che definiscono i
suoi obiettivi e il modo in cui essa intende perseguirli. Gli impegni contenuti in una strategia sono
più un atto di fede del top management, una tradizione dell'impresa, che il risultato di un calcolo
razionale. Inoltre le strategie delle imprese raramente determinano i dettagli delle loro azioni.
Infine, non c'è ragione di ritenere a priori che questi impegni siano ottimali e non siano persino
autodistruttivi.
Un'impresa non è in grado di calcolare "la strategia migliore", in quanto il mondo è troppo
complicato per essere compreso, come invece vorrebbe la teoria neoclassica. Ci sono alcune scelte
che molto probabilmente avranno cattivi risultati, altre su cui l'impresa si sente sicura, ma la
maggior parte sta nel mezzo e bisogna scommettere sapendo che i risultati non possono essere
previsti. E' quindi inevitabile che le imprese scelgano strategie diverse e, molto spesso, strategie
sbagliate.

5 D.Teece e G.Pisano, 1994, “The dynamic capabilities of firms: an introduction”, Industrial and Corporate Change, N.3, pp.537-
556.
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4. La base di conoscenza delle imprese e l’importanza della coerenza

L’economia è sempre più basata sulla conoscenza e la competitività delle imprese è sempre più
basata su asset intangibili piuttosto che su capitali fissi tangibili.
Ponendo l’accento sull’importanza delle conoscenze tecnologiche specifiche che caratterizzano i
diversi settori manifatturieri e le imprese che vi operano, un'industria (settore) può essere definita
come un insieme di gruppi di imprese che condividono la stessa base di conoscenza idiosincratica.
La comune base di conoscenza si fonda soprattutto:
• sulla comune base scientifica e tecnologica e quindi sulla familiarità con la soluzione di
problemi di un certo tipo;
• sulla familiarità con un certo tipo di fornitori;
• sulla familiarità con un certo tipo di mercati.
Le industrie sono in generale suddivise in numerosi segmenti, sulla base di:
i) differenti tipologie di prodotto, a cui corrispondono differenti mercati (come nel caso
dei segmenti B o C nell’industria dell’auto);
ii) differenti filiere tecnologiche (come nel caso dell’acciaio prodotto al forno elettrico a
partire dal rottame oppure al ciclo integrato a partire dal minerale di ferro).
I vari segmenti in cui è suddivisa l’industria sono caratterizzati da particolari pezzi della comune
base di conoscenza. In un dato segmento di industria in genere opera un certo gruppo di imprese, i
cui membri per lo più operano anche in altri segmenti vicini in quanto a base di conoscenza.
Segmenti vicini vengono chiamati correlati, e le imprese diversificate in settori correlati possono
godere di sinergie grazie a spillover di conoscenza. La coerenza della base di conoscenza di un
impresa è considerata molto importante. Possedere una solida e coerente base di conoscenza
costituisce un asset intangibile che consente all’impresa di migliorare la propria valutazione sul
mercato azionario. La presenza in settori non correlati, al contrario, non aumenta il valore
dell’impresa mentre ne rende più complesso il controllo.
La padronanza di una certa base di conoscenza per un’impresa costituisce:
I) un prerequisito per entrare in un certo settore, la cui rilevanza può essere identificata quando le
altre più tradizionali barriere all’entrata sono basse;
II) un capitale immateriale specifico, la cui irreversibilità determina alte barriere all'uscita.
Abbiamo quindi una nuova categoria di barriere all'entrata e all'uscita 6, molto importante nella
knowledge-based economy.

6 Ricordiamo che le barriere all’entrata tradizionali sono costituite da i) varie forme di sunk costs, quali alti costi del
capitale investito o alte spese in pubblicità o di ricerca; ii) significative economie di scala (entrare con grandi capacità
produttive, necessarie per ottenere bassi costi medi, in genere scatena guerre dei prezzi; quindi c’è un’asimmetria tra chi
c’è già e chi valuta se entrare); iii) la necessità di far ricorso a risorse naturali inferiori rispetto a quelle di cui
dispongono i produttori esistenti o di pagare licenze per ottenere le tecnologie.
*** Sunk costs sono costi fissi che risultano da investimenti irreversibili. Un investimento è irreversibile allorché non
può essere trasferito economicamente ad un altro utilizzo rispetto a quello corrente. Investimenti di tale natura sono
quelli in attrezzature fisse specifiche o in asset intangibili pure di elevata specificità come le spese di avviamento, di
pubblicità o di ricerca. I costi sunk sono recuperati, nel corso dell'attività dell'impresa, attraverso il processo di
ammortamento. Ma se l’impresa smette l’attività si traducono in perdite patrimoniali. Per questa ragione rappresentano
una barriera all’uscita oltre che all’entrata.

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L'altezza delle barriere all'entrata nelle varie industrie (e delle barriere alla mobilità tra i segmenti
entro ciascuna industria) dipende primariamente dalla complessità e specificità della base di
conoscenza settoriale.
Spesso le imprese per superare le barriere cognitive all’entrata acquisiscono altre imprese già dotate
dello stock di conoscenze. Tuttavia se le conoscenze dell’impresa acquisita non sono correlate a
quelle detenute dall’impresa acquirente, la base di conoscenza di quest’ultima perde coerenza in
seguito all’acquisizione e difficilmente la fusione delle due imprese si tradurrà in vantaggi
competitivi.

5. Effetti del progresso tecnico: fondamentali fatti stilizzati emergenti dagli studi empirici

1. L’adozione di innovazioni è alla base dell’aumento della produttività (tradizionalmente nel


settore industriale, ma anche nei servizi)

DEFINIZIONE  Produttività = quantità di output /n. ore di lavoro (prod.oraria)


= quantità di output/n. occupati (prod. per lavoratore)

Famoso studio di Solow (1957)

Aumento della produttività oraria negli Stati Uniti in campo non agricolo nel periodo 1909-49
dell’1,8% all’anno. L’aumento dell’intensità di capitale spiega il 13% (successivamente il dato è
stato corretto al 19%): il resto è da attribuire al progresso tecnologico (mutamento delle attrezzature
e pratiche produttive) e alla maggiore qualificazione del lavoro

Denison studia il periodo dal 1929 al 1985. Cause dell’ aumento di produttività per lavoratore:
34%  maggiore qualificazione del lavoro
22%  economie di scala
13%  aumento della intensità di capitale
68%  maggiore conoscenza scientifica e tecnologica
Un’influenza negativa è stata invece determinata da altri fattori, quali:
-25%  diminuzione ore lavorate p.c.- 4%  effetto delle regolamentazioni governative

2. L’innovazione di processo e il cambiamento strutturale che deriva dall’introduzione di nuovi beni


ad alto contenuto di conoscenza e tecnologia determina un fondamentale cambiamento della
struttura della domanda di lavoro

Aumenta la domanda di lavoratori qualificati (skilled)


Diminuisce la domanda di lavoratori non qualificati (unskilled)

3. Le differenti capacità di innovare dei paesi influiscono sulla divisione internazionale del lavoro e
sui flussi di commercio internazionale

I fattori tecnologici sono importanti nel determinare i flussi di commercio internazionale e quindi
una gerarchia tra i paesi. Ci sono paesi specializzati nella produzione ed esportazione di prodotti ad
alto valore aggiunto (aerei, farmaci, macchine utensili) e altri specializzati nei prodotti a più alto
contenuto di manodopera scarsamente qualificata (abbigliamento, calzature) o paesi che realizzano
al proprio interno le fasi a più alto valore aggiunto (ricerca, sviluppo, componenti qualificati) e
paesi che realizzano le fasi meno nobili (assemblaggio). Queste specializzazioni in generale sono
stabili nel tempo (con varie recenti eccezioni).
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4. Effetti sulla struttura dei mercati nel lungo periodo

L’introduzione e la diffusione di innovazioni determina nascite e morti di imprese, acquisizioni e


fusioni, che a loro volta determinano i livelli di concentrazione industriale

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