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FONDAZIONE GUIDO PICCINI

per i diritti dell’uomo onlus

QUALE DEMOCRAZIA?

Viviamo in un’Italia triste e sfilacciata, logorata da ormai troppi anni di un


potere arrogante e autoritario, in totale disprezzo delle regole democratiche,
dove s’incrociano economia-politica-religione.
Non si può accettare questo miscuglio di populismo, ignoranza, corruzione,
inganni, menzogna.
Non può rimanere un’illusione la necessità di ritrovare una classe politica
degna di questo nome, meno volgare, meno impreparata, meno corrotta, con un
progetto reale e presentabile.
Non si può rinunciare a ricostruire un paese dove si rispettino i nuovi
molteplici aspetti della vita, una società interculturale e multietnica, basata sul
diritto e la condivisione nel pluralismo di culture e visioni del mondo che
s’intrecciano e arricchiscono a vicenda.
La cronaca di oggi dimostra come acquisti sempre più spazio una casta di a-
politici, di anti-politici che sequestrano la democrazia e sconvolgono le regole
del diritto universale1.
Oggi manca più che mai una cultura che ponga le basi della convivenza
civile; una cultura che sia ricerca della verità senza la presunzione di possederla,
di averla raggiunta.
Cultura significa impegno, dubbio, a volte “curiosità”, per ampliare la
propria conoscenza in ogni campo e avvicinarsi a posizioni diverse dal proprio
mondo e dal proprio percorso.
Cultura significa la volontà di conoscere, imparare, apprendere da ogni
possibile fonte per avere gli strumenti necessari per ragionare con la propria
testa, per esprimere una razionalità ed una coscienza libere.
Cultura è dialogo tra concezioni diverse per avvicinarsi, insieme, alla verità
senza lasciarsi condizionare da opinioni più o meno in voga, da una propaganda
martellante e incalzante, da tutto ciò che viene ritenuto “ politicamente corretto”.
Manca soprattutto una cultura politica diffusa che faccia uscire dal groviglio
che stiamo vivendo.
Platone sottolinea la necessità che sapienza e scienza caratterizzino coloro
                                                                                                               
1
In un’intervista di Miguel Mora – El Pais 12-12-2010 – Stefano Rodotà, alla domanda se aveva
mai pensato che avrebbe, in qualche modo, rimpianto il periodo della DC, rispose: «Quei politici
avevano un’altra statura culturale. Le discussioni in Parlamento tra DC e PCI erano ad un livello
impressionante. Molti erano veramente laici, avevano più senso della misura e più rispetto»… e
Rodotà non era certo un nostalgico, ma una mente aperta e lungimirante, laico e di grande
onestà e preparazione intellettuale.
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via Terzago 11
25080 Calvagese della Riviera (BS) – Italy
www.fondazionegpiccini.org
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che governano, saggiamente, la città, altrimenti «lo Stato non avrà tregua dai
mali e, credo, neppure il genere umano»2.
In altre parole “uomini giusti” danno vita ad uno “Stato giusto”; “uomini
ingiusti” possono dar vita solo ad uno “Stato ingiusto” perché il microcosmo
individuale (etica, rettitudine, onestà…) si riflette nel macrocosmo dello Stato
per il “buon governo” che assicura il bene comune.
Un politico deve essere competente, di una vasta cultura e conoscenza,
ecc… ecc… ma, per prima cosa deve essere «una brava persona», perché –
riprendendo Platone – c’è una correlazione «persona, cittadino, politico: dal
microcosmo al macrocosmo, dall’individuo alla collettività, dalla giustizia
dell’anima alla giustizia dello Stato. Un modello lineare abbastanza semplice
da comprendere, ma che la complessità della vita reale relega inesorabilmente
alla sfera dell’utopia»3.
Oggi c’è una politica non per “servizio” ma per “censo”, non nel vecchio
significato, ma per i propri interessi economici, per favorire i poteri finanziari i
quali, del resto, permettono la “vittoria”; è sufficiente pensare al potere delle
lobby nell’elezione del presidente degli Stati Uniti e alle conseguenze a livello
globale che ciò comporta.
La politica, per essere veramente al servizio della collettività e non di
interessi privati o partitici, dovrebbe essere l’arte del confronto, del dialogo,
della dialettica per aprire orizzonti sempre più vasti e non arroccarsi nelle
proprie visioni, posizioni, a difesa di vantaggi e privilegi.
Ma ciò appare sempre più lontano dalla scena politica italiana, dove non
esistono più confronto e dialogo, ma accuse, invettive, ingiurie reciproche… è
l’unico modo per camuffare l’abuso che si fa del mandato politico; l’insulto è un
escamotage a cui si ricorre per nascondere la mancanza di un reale progetto per
il paese, per attivare un reale processo democratico aperto ad ogni contributo,
nel rispetto della società in cui agisce, libero da pastoie partitiche e da
opportunismo.
Platone dice che il potere politico deve essere gestito dai “sapienti”… e fin
qui va bene, ma può lasciar perplessi l’affermazione quando si riferisce a coloro
che “sanno” e hanno le necessarie competenze… logico, e giusto, ma pericoloso
se si intende con questo i famosi “esperti” di cui è pieno il percorso dei governi
italiani degli ultimi anni.
La società, un popolo non possono essere retti da una “classe scelta” e
ristretta di individui con un potere che va ben oltre le loro capacità e
                                                                                                               
2
Platone, La Repubblica, in Opere Complete vol. VI, UNIVERSALE LATERZA 1973
3
Duccio Rossi, Perché leggere i classici, www.toscanalibri.it 23-03-2011
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competenze.
Ma qui entra in campo un altro fattore determinante per la vita democratica
di una nazione: “i cittadini”.
L’attuale crisi della democrazia è legata al fatto che esiste una massa di
“elettori” poco o nulla informati, quando non “disinformati”, privi di una cultura
politica almeno basilare e assolutamente inconsapevoli di cosa significa “andare
a votare”.
Non si interessano affatto della “cosa pubblica”, non sanno nulla di politica,
non si rendono conto che le parole urlate in televisione o nelle piazze li
riguardano in prima persona e sono determinanti per il loro presente e futuro, si
lasciano convincere dall’ultimo personaggio che ascoltano, si lasciano scegliere
da chi accende le loro reazioni più istintive (e degli istinti peggiori), non sanno
ben dire perché votano uno schieramento o una persona piuttosto che un’altra…
Sono i “cittadini”, la “gente comune”, la “maggioranza silenziosa”…
disinteressati degli affari civili, dell’operato del governo, dei grandi problemi
sociali, soprattutto se non li toccano direttamente; si fanno abbindolare
dall’ultimo slogan che vien loro propinato, lasciando da parte ogni dubbio, un
perché, l’uso di un po’ di ragione…
Si lasciano scegliere, e sono loro che conferiscono ad una minoranza di eletti
(spesso incompetenti quando non corrotti) il potere di governare, di fare leggi, di
decidere sull’oggi e il domani del paese.
Esiste una cinica manipolazione della società, una continua aggressione
mediatica per formare un’opinione pubblica consenziente al potere di turno,
anche quando va contro i più elementari interessi della maggioranza.
Oggi forze politiche e bene comune sono sempre più distanti.
La democrazia non è solo un diritto ma un dovere che va ben oltre il voto,
che impegna a costruire quella “città dell’uomo” di cui ognuno è soggetto e
responsabile, andando oltre e denunciando un’informazione, o meglio
disinformazione, che anestetizza la ragione e la coscienza.
I cittadini devono (ri)prendere il ruolo di protagonisti nella società in cui
vivono, non devono cedere alla manipolazione mediatica e scegliere persone,
partiti, schieramenti, realtà adeguate agli interessi della collettività.
Le delusioni non si superano con la ricerca del nuovo ad ogni costo, da
qualunque parte venga, qualsiasi idea segua o proponga, con il rischio di cadere
nella più becera anti-politica o, peggio, a-politica.
La vera politica non è una “cosa sporca” da cui tenersi lontani; il “governo
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della polis” è responsabilità comune, di tutti.


George Orwell scrisse: «Un popolo che elegge corrotti, impostori, ladri e
traditori, non è vittima! È complice!».
Il problema non è solo l’inadeguatezza e l’improvvisazione – da cui deriva
la mancanza di autorevolezza anche in campo internazionale –, il cinismo di
gran parte dell’attuale classe dirigente; la responsabilità non è solo di chi l’ha
prodotta e la sostiene utilizzandola per i propri fini… la “colpa” è anche delle
moltitudini che si lasciano facilmente strumentalizzare per la loro ignoranza
politica, l’indifferenza culturale, la chiusura nel proprio privato delegando ad
altri soluzioni che non verranno mai.
C’è in Italia (e non solo) un drammatico deficit di cultura politica in senso
lato. Su questa ignoranza si basa la non-politica, il disprezzo di uno Stato di
diritto, la manipolazione delle coscienze, il culto dell’“avere” in
contrapposizione all’“essere”.
Sì, certo, interessi economici e politici, attraverso mass-media e
innumerevoli mezzi di comunicazione, sono stati e sono determinanti, ma c’è
anche il fallimento di presenza e di “educazione” da parte di alcune istituzioni
essenziali per la vita politico-civile come i sindacati e i partiti.
Da molti anni sono state praticamente chiuse le loro scuole di formazione
perché considerate non sostenibili economicamente, un peso da gettar via; la
formazione non è più ritenuta una risorsa indispensabile per far fronte alle sfide
della storia.
È, di fatto, inutile e superflua una formazione a tutto campo per delegati
sindacali, iscritti, persone interessate ad un impegno politico quando ci si
allontana sempre più da un coinvolgimento della base ed i giochi di potere si
fanno intorno a tavoli sempre più ridotti.
Si ignorò (si volle ignorare) che l’educazione politica non può rifarsi a
logiche economiche di costi e di gestione, di perdite e di profitti… ma è
elemento essenziale per un accesso il più possibile aperto ed esteso a strumenti
ed occasioni di formazione, come opportunità di comprensione e di presenza
nella vita civile con il coinvolgimento del maggior numero di persone; si
sottovalutò l’importanza di una preparazione che permetta di essere protagonisti
nell’affrontare le sfide aperte dell’oggi e divenire un attivo e consapevole
soggetto di cambiamento.
Vittorio Foa affermava:
«Politica non è solo comando, è anche resistenza al comando; politica non
è, come in genere si pensa, solo governo della gente, politica è aiutare la gente
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a governarsi da sé»4.
Logicamente le diverse organizzazioni si basavano su valori diversi e basi
culturali diverse, strutture e dinamiche interne differenti; ognuna “insegnava” il
proprio pensiero, con una particolare ottica e lettura, con metodologie e mezzi
diversi… eppure sono state definite “prove di democrazia dal basso”.
Un alto numero di giovani e meno giovani, uomini e donne di differenti
strati sociali, provenienti da ambienti e situazioni più disparate s’incontravano,
si confrontavano, si preparavano ad agire nella loro realtà, pronti al dissenso e
alla denuncia, alla partecipazione cosciente e consapevole nella vita sociale;
sapevano cosa volevano raggiungere e imparavano a capire con più facilità cosa
si nascondeva dietro il “politichese”. Al di là di differenze, contrasti,
interpretazioni distanti si espandeva una cultura di parte, ma diffusa e cosciente
che preparava persone responsabili e impegnate.
Con il tempo si chiusero (o per lo meno si svuotarono di significato) anche i
luoghi d’incontro e discussione delle varie forze, presenti in agni angolo d’Italia,
l’ossatura di base a difesa e garanzia della democrazia. E poco a poco si
diluirono sino a tacere le discussioni, la passione, la presenza, l’impegno…
Anche ai tavolini dei bar non si parlava solo di calcio ma di politica, non
quella di oggi fatta di slogan e di irrazionalità, ma di “ragioni”, di
partecipazione; un discorso continuo che faceva crescere tutti nella
consapevolezza del proprio pensiero; si scavava più a fondo, si definivano
meglio i problemi e la ricerca di soluzioni… si realizzava nella quotidianità il
pensiero di don Milani: «Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti
insieme è la politica», infatti, come scrisse Vittorio Foa: «l’identità collettiva
non parte dall’omogeneità ma dalla diversità»5.
Alcune sue osservazioni aiutano a comprendere il clima del periodo
«La protesta operaia era anche una linea teorica e pratica che collegava le
rivendicazioni immediate alle strategie di trasformazione, saldava tempo
presente e tempo futuro, unificava il soggetto della lotta per la trasformazione
con quello della gestione della società futura. […] Lo sciopero era affermazione
di identità, non era un tempo negativo, un vuoto di lavoro: era un tempo pieno,
una presa di parola, la rottura del silenzio della disciplina industriale»6.
Con la chiusura dei centri di formazione, il “potere” di ogni istituzione ebbe
le mani più libere perché il controllo della base si diluiva sempre più, i
programmi politici sempre più evanescenti, la propaganda sempre più vuota di
                                                                                                               
4
Vittorio Foa, La Gerusalemme rimandata, EINAUDI 1985
5
Vittorio Foa, Idem
6
Idem
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significato e di impegno, la comunicazione sempre più ridotta…


Siamo così arrivati al twitter di oggi dove politici (e non solo) di ogni parte
del mondo, in pochissime parole, comunicano posizioni, diffondono
interpretazioni e menzogne, fanno conoscere decisioni vitali per una comunità,
un paese, un continente, l’umanità intera.
E il dibattito politico, sociale, culturale si esaurisce in poche battute, spesso
espressione di pensieri di bassa lega.
Non esiste più, o è ridotto al minimo, il dibattito in cui posizioni diverse si
mettono a confronto, in un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai
lavori e, soprattutto, senza insulti, accuse, ironie reciproche.
La mancanza di una cultura reale, aperta ad ogni “contaminazione” porta a
società chiuse, ipocrite, violente nel linguaggio e nelle azioni, “orgogliose della
propria ignoranza”, basta ripetere a pappagallo pochi slogan senza verificarne
veridicità e validità.
Sembra così esser giunti a quanto Isaac Asimov, già all’inizio degli anni ‘80,
definiva “un culto dell’ignoranza”7: «Una vena di anti-intellettualismo si è
insinuata nei gangli vitali della nostra vita politica e culturale, alimentata dal
falso concetto che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua
conoscenza”».
Niente sembra identificare meglio la povertà culturale dell’attuale classe
politica, di gran parte della società italiana.
Bisogna aprire gli spazi ad un’alfabetizzazione alla democrazia, ai principi
della Costituzione, ad un habitus politico che faccia uscire da un analfabetismo
civico-sociale diffuso per mettere in atto almeno le premesse di una formazione
permanente che superi e impedisca di giungere in futuro ad una deriva come
quella attuale.

Renato Piccini
ottobre 2018
 

                                                                                                               
7
Isaac Asimov, “Un culto dell’ignoranza”, Newsweek – 21 gennaio 1980
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