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Trent’anni fa lo scandalo del vino al

metanolo
15 MARZO 2016

Il più grave scandalo nel settore del vino risale a trent’anni fa, in Italia: è
l’episodio del vino al metanolo che nel marzo 1986 provocò 23 vittime con
decine di persone con lesioni gravissime (perdita della vista) a causa delle
intossicazioni causate dalla pratica di aumentare la gradazione alcolica del vino
con il metanolo o alcool metilico, un alcool naturale che è notevolmente tossico.

Il sospetto aveva preso corpo nei primi


giorni di marzo, il 3 e il 5 del mese, infatti, morirono due uomini per una
intossicazione da metanolo. Il primo aveva 47 anni, il secondo 57, entrambi
erano di Milano. I Carabinieri che avviarono le indagini scoprirono che i due
milanesi erano entrambi degli abituali consumatori di un vino Barbera prodotto
da una cantina della provincia di Asti.

Il sospetto dei Carabinieri fu poi confermato quando, una quindicina di giorni


dopo un’altra persona di 51 anni morì nell’ospedale di Niguarda per
un’intossicazione. Anche nella sua dispensa furono trovate bottiglie di Barbera.
Altre due persone che avevano bevuto lo stesso vino furono ricoverate tra la vita
e la morte. Avevano brindato a una festa di compleanno. Sempre in quei giorni
la prima intossicata donna fu ricoverata al Niguarda. Per tutti, stesso vino
ingerito, proveniente da Asti, che era normalmente in vendita nei supermercati.

Le vittime avevano bevuto vino proveniente e prodotto dalle cantine della ditta
Ciravegna di Narzole in provincia di Cuneo, vino a cui i titolari, padre e figlio
Ciravegna, avevano aggiunto dosi elevatissime di metanolo per alzare la
gradazione alcolica, ignorandone la tossicità per l’organismo. D’altra parte il
metanolo si ottiene in maniera naturale dalla fermentazione dell’uva e quantità
esigue di esso sono quindi considerate normali ma una dose eccessiva può
rivelarsi letale, come nel caso occorso.

Il vino avvelenato prodotto dai Ciravegna venne imbottigliato e successivamente


commercializzato dalla ditta Vincenzo Odore di Incisa Scapaccino in provincia di
Asti e venduto nei supermercati Gs, Esselunga e Coop.

Era il 18 marzo 1986 quando l’ANSA batte la notizia che, in seguito alle
segnalazioni di alcuni casi di avvelenamento registrati a Milano, fu dato l’incarico
al sostituto procuratore della Repubblica Alberto Nobili di fare luce su quello che
sarebbe stato un clamoroso scandalo del settore alimentare: il vino al metanolo.

Dopo pochi giorni le autorità italiane resero nota la marca dei vini che avevano
causato i primi casi di avvelenamento: si trattò del Barbera da tavola e bianco da
tavola imbottigliato dalla ditta di Carlo e Vincenzo Odore (foto), titolari della
società in nome collettivo di Incisa Scapaccino (Asti).

Accertamenti di laboratorio, eseguiti dall’Istituto di medicina legale e dall’Ufficio


provinciale di igiene e profilassi di Milano, su campioni di vino prelevato sia nei
supermercati che presso la ditta produttrice, rivelarono la presenza di alcool
metilico in quantità superiore a quella prevista dalla legge.

Dalla Procura partirono comunicazioni giudiziarie per le ipotesi di reato di


omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, violazione dell’art. 22, comma 2, lett.
d) del D.P.R. 12 febbraio 1965, n. 162 Norme per la repressione delle frodi nella
preparazione e nel commercio dei mosti, vini ed aceti che fissa i limiti massimi
entro i quali deve essere contenuta la quantità di alcool metilico nel vino (0,30
millilitri ogni cento millilitri nel rosso e 0,20 nei bianchi).

Dopo i primi ricoveri all’ospedale Niguarda di Milano, fu il caos. All’epoca il


ministro dell’Agricoltura era il democristiano Filippo Pandolfi, che apparve in tv
cercando di tranquillizzare la gente. I giornali pubblicavano liste di vini proibiti.
Pandolfi riferì, davanti alla commissione Agricoltura del Senato, che in Italia
circolavano circa 600 mila litri di “vino-killer”. Pandolfi ammise che nelle indagini
sul vino al metanolo si erano perduti giorni preziosi: la prima ipotesi considerava
solo la presenza di partite di vino bianco tramutato in rosso con l’aggiunta di
infime quantità di alcool metilico. Solo le analisi chimiche approfondite alzarono
il velo sull’entità della frode tossica.

Le autorità sanitarie, a loro volta, diedero comunicazione che solamente con forti
assunzioni di vino – più di 1 litro al giorno – si sarebbe potuti andare incontro a
disturbi gravi, mentre nelle quantità normali – 1 o 2 bicchieri a pasto – non si
sarebbero incontrate conseguenze rilevanti.

I segni caratteristici dell’intossicazione da alcool metilico furono:

 perdita di coscienza fino al coma

 disturbi visivi fino alla cecità

 acidosi metabolica.

Il 24 marzo 1986 una nave cisterna italiana, venne sequestrata a Sète in


Francia. Il carico di vino della nave cisterna italiana Kaliste fu messo sotto
sequestro in quanto il vino trasportato della ditta Antonio Fusco di Manduria
(Taranto) venne sospettato di contenere metanolo, come poi fu accertato con
analisi più approfondite. A distanza di pochi giorni, vennero arrestati i titolari
della ditta Ciravegna della provincia di Cuneo, per aver fornito vino al metanolo
(Giovanni Ciravegna è poi condannato a 14 anni di carcere) mentre in
Germania, nella regione del Baden Wuerttemberg, il Ministero della sanità fece
sequestrare 500 bottiglie di Barbera d’Asti che presentavano – all’analisi – un
contenuto di 6.7 grammi di metanolo per litro, prodotti dall’azienda vinicola
Giovanni Bianco di Castagnole Lanze in Piemonte.

Il 2 di aprile i morti erano già saliti a 15, ma il bilancio complessivo di quella vera
e propria strage fu di 23 morti e 19 persone rimaste cieche.

Già nel 1984 l’Ispettorato centrale repressione frodo (ICRF) di Treviso contestò
alla ditta Ciravegna un uso improprio ed eccessivo di metanolo. A seguito del
controllo e delle analisi condotte fu eseguito un sequestro preventivo e partì
contestualmente una denuncia penale della quale non si ebbe più traccia, tanto
che i titolari continuarono a produrre vino indisturbati fino all’evento drammatico.

L’anno 1984 è stato l’anno cruciale per questa frode. Infatti fino ad allora
nessuno aveva pensato di ricorrere a tale pratica di sofisticazione perché fino a
quel momento mancava la convenienza economica dell’operazione illecita.
Questo tipo di adulterazione del vino diviene, infatti, conveniente con
l’emanazione della l. 28 luglio 1984 n. 408 Conversione in legge, con
modificazioni, del decreto-legge 15 giugno 1984, n. 232, concernente
modificazioni al regime fiscale per gli alcoli e per alcune bevande alcoliche in
attuazione delle sentenze 15 luglio 1982 e 15 marzo 1983 emesse dalla Corte di
giustizia delle Comunità europee nelle cause n. 216/81 e n. 319/81, nonché
aumento dell’imposta sul valore aggiunto su alcuni vini spumanti e dell’imposta
di fabbricazione sugli alcoli che ha detassato il metanolo e lo ha sottratto alla
vigilanza degli uffici finanziari, con la conseguenza che il costo del metanolo
diviene, in proporzione, dieci volte inferiore a quello dell’alcol etilico.

Alcuni produttori e commercianti spregiudicati approfittando delle carenze nel


sistema di controllo sugli alimenti decidono, dunque, di conseguire il massimo
profitto con il minimo costo della materia prima e con il minor rischio di essere
sorpresi in flagranza, perché la sofisticazione attuata con il metanolo in
alternativa allo zucchero, avviene in uno spazio temporale brevissimo e tale,
quindi, da ridurre al minimo il pericolo di controlli a sorpresa. Dalla metà di
dicembre 1985 al marzo 1986 fu infatti impiegata una quantità di metanolo di
circa 2 tonnellate e mezzo.
A seguito dello scandalo, il Governo assunse una serie di provvedimenti
d’urgenza, destinati a rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione
delle sofisticazioni alimentari. Il 12 aprile 1986 il Ministero della Sanità emanò
l’ordinanza n. 267900 Misure cautelative urgenti di tutela della salute pubblica
dirette ad evitare il rischio di immissione al consumo di vini adulterati con
metanolo, con la quale si vietava la distribuzione, la vendita e somministrazione
dei vini prodotti o commercializzati da un elenco di aziende riportate in allegato
al provvedimento e cioè le ditte inquisite per adulterazione con metanolo e le
ditte i cui campioni evidenziarono all’analisi, un contenuto superiore ai limiti di
legge e i cui prodotti furono soggetti a sequestro cautelativo. Venne poi emanato
il D.L. 18 giugno 1986 n. 282 recante Misure urgenti in materia di prevenzione e
repressione delle sofisticazioni alimentari convertito con modificazioni nella
legge 7 agosto 1986 n.462 (tuttora vigente) con la quale si istituì l’anagrafe
vitivinicola su base regionale, destinata a raccogliere per ciascuna delle imprese
che producevano, detenevano, elaboravano e commercializzavano uve, mosti,
mosti concentrati, vini, vermouth, vini aromatizzati e prodotti derivati, i dati
relativi alle rispettive attività.
Vennero potenziati, inoltre, i servizi di controllo aumentando gli organici dei NAS,
gli uffici periferici delle dogane e si istituì presso l’allora Ministero dell’agricoltura
e delle foreste, l’Ispettorato Centrale Repressione Frodi (oggi ICQRF) articolato
in uffici interregionali, regionali e interprovinciali. Alla fine dell’anno fu poi istituita
l’Age-Control s.p.a. con il compito di controllare gli aiuti comunitari al fine di
prevenire le frodi nei settori che beneficiano delle provvidenze comunitarie tra
cui è compreso anche il vino.

“Quello che è accaduto dopo nel vino italiano, rappresenta una straordinaria
metafora del passaggio, ancora in corso non solo nel vino, ma in tutto il sistema
produttivo italiano, da un’economia basata sulla quantità ad un’economia che
punta invece su qualità e valore. Anche se molto resta da fare, dopo il metanolo,
il mondo del vino e dell’agroalimentare made in Italy ha saputo infatti risollevarsi,
scommettendo sulla sua identità, sui legami col territorio, sulle certificazioni
d’origine”