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Peri

ha trentacinque anni, tre figli,


un marito e una vita agiata nella città
dov’è nata, Istanbul. Si sta recando a
una cena lussuosa quando le viene
rubata la borsa. Lei reagisce, i ladri
scappano e dalla borsa cade una
vecchia polaroid in cui compaiono
quattro volti: un uomo e tre giovani
ragazze a Oxford. Una è Shirin,
bellissima iraniana, atea e volitiva;
la seconda è Mona, americana di
origini egiziane, osservante,
fondatrice di un gruppo di
musulmane femministe e poi Peri,
cresciuta osservando il laico
secolarismo del padre e la devota
religiosità islamica della madre,
incapace di prendere posizione sia
nella disputa famigliare sia nel suo
stesso conflitto interiore. Tre
ragazze, tre amiche con un retroterra
musulmano, eppure così diverse: la
Peccatrice, la Credente e la
Dubbiosa. L’uomo nella foto invece
è Azur, docente di filosofia ribelle e
anticonformista, e sostenitore del
dubbio come metodo di
comprensione della realtà. A Oxford
la giovane Peri cercava la sua «terza
via», la stessa che predicava e
professava Azur, di cui si innamora.
Sarà questo incontro a sconvolgerle
la vita, fino allo scandalo che la
riporterà in Turchia.
Tre figlie di Eva è un romanzo
intenso e ambizioso che affronta e
indaga temi importanti come la
spiritualità, la politica, l’amicizia, i
sogni infranti e la condizione della
donna. Ma soprattutto è un romanzo
sulla Turchia contemporanea, su
quei contrasti che agitano oggi il
paese – nelle parole di Elif Shafak –
«delle potenzialità inespresse».
ELIF SHAFAK è considerata una
delle voci più importanti della
narrativa turca. Nel catalogo BUR e
Rizzoli sono disponibili La bastarda
di Istanbul (2007), Il palazzo delle
pulci (2008), Le quaranta porte
(2009), Latte nero (2010), La casa
dei quattro venti (2012) e La città ai
confini del cielo (2014). Vive a
Londra.
la Scala
Elif Shafak
Tre figlie di Eva

Traduzione di Daniele A.
Gewurz e Isabella Zani
Proprietà letteraria riservata
© 2016 Elif Shafak
The moral right of the author has been
asserted
© 2016 Rizzoli Libri SpA / Rizzoli,
Milano

eISBN 978-88-58-68641-6

Titolo originale dell’opera:


Three Daughters of Eve

Prima edizione: novembre 2016

Per le citazioni all’interno del libro: p. 7


© Rainer Maria Rilke, Poesie I (1895-
1908), traduzione di Cesare Lievi,
Biblioteca della Pléiade, Einaudi-
Gallimard, Torino 1994; © Daniel
Ladinsky, Love Poems from God, edited
by Daniel Ladinsky, Penguin Compass,
New York 2002; p. 219 © Lord Giorgio
Byron, Opere complete. Volume Quinto:
Componimenti vari, traduzione di Carlo
Rusconi, UTET, Torino 1922; © Thomas
Stearn Eliot, Opere 1904-1939, a cura di
Roberto Sanesi, Bompiani, Milano 1992;
p. 220 © Daniel Ladinsky, The Gift.
Poems by Hafiz the Great Sufi Master,
edited by Daniel Ladinsky, Penguin
Compass, New York 1999; p. 233 ©
Edward FitzGerald, The Rubaiyat of
Omar Khayyam, Routledge and Sons,
Londra 1905.

Realizzazione editoriale: NetPhilo,


Milano

The cover design was first used by


Doğan Kitap in the Turkish edition.

www.rizzoli.eu
In copertina:
Illustrazione © Jack Hughes at YCN
Art Director: Francesca Leoneschi
Graphic Designer: Luigi Altomare /
theWorldofDOT

Quest’opera è protetta dalla Legge sul


diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche
parziale, non autorizzata.
Tre figlie di Eva
Che farai, Dio, se muoio? Sono la
tua brocca (e se mi spacco?). Sono
la tua acqua (e se m’appesto?). Io
sono la tua veste, il tuo strumento
senza di me non hai alcun senso.
Rainer Maria Rilke

Verresti, se ti chiamassero col nome


sbagliato? Io ho pianto, perché per
anni Lui non è venuto fra le mie
braccia; poi, una notte, mi hanno
detto un segreto; forse il nome con
cui chiami Dio non è veramente il
Suo, ma solo uno pseudonimo.
Attribuito a Rabi‘a, prima santa
Sufi, secolo VIII, Iraq
Prima parte
La borsetta

Istanbul, 2016

Fu in una normale giornata di


primavera a Istanbul, un lungo e
plumbeo pomeriggio come tanti
altri, che Peri scoprì, con un senso di
vuoto allo stomaco, di essere in
grado di uccidere. Aveva sempre
sospettato che persino le donne più
tranquille e amabili, in una
situazione di tensione, fossero
capaci di scoppi di violenza; visto
poi che lei non si riteneva né
tranquilla né amabile, le era chiaro
che le sue potenzialità di perdere il
controllo erano ben maggiori. Ma
«potenzialità» era una parola infida:
una volta dicevano tutti che la
Turchia aveva grandi potenzialità, e
guarda com’era andata a finire.
Perciò si era convinta che anche le
sue oscure potenzialità, in definitiva,
non avrebbero portato a nulla.
Per fortuna il Fato – la tavoletta
ben conservata su cui era inciso tutto
ciò che è accaduto e che accadrà – le
aveva quasi del tutto risparmiato le
cattive azioni. Fino ad allora aveva
condotto una vita corretta e non
aveva fatto alcun male ai suoi simili,
o almeno non di proposito, o almeno
non di recente, a parte qualche
occasionale pettegolezzo o
calunnietta, che non dovrebbero
contare veramente. Del resto lo
fanno tutti, e se davvero fosse chissà
quale peccato, allora le profondità
dell’inferno sarebbero piene fino a
traboccare. Se proprio aveva fatto
soffrire qualcuno, questi era Dio, ma
a Dio, per quanto sia facile a
dispiacersi e notoriamente volubile,
è impossibile far del male. Fare del
male e farsi fare del male è una
caratteristica umana.
A quel che risultava ad amici e
parenti, Nazperi Nalbantoğlu – o
Peri, come la chiamavano tutti – era
una persona buona: sosteneva enti
caritatevoli, si impegnava per il
morbo di Alzheimer e raccoglieva
fondi per le famiglie bisognose;
faceva volontariato negli ospizi,
dove partecipava a tornei di
backgammon perdendo a bella
posta; girava con buste della spesa
cariche di cibo per i numerosi gatti
randagi di Istanbul e ogni tanto li
faceva sterilizzare a proprie spese;
era sempre aggiornata sui risultati
scolastici dei figli; organizzava cene
eleganti per il capo e i colleghi del
marito; digiunava il primo e l’ultimo
giorno del Ramadan, anche se
tendeva a saltare quelli in mezzo;
sacrificava per Id al-adha una pecora
tinta con l’henné. Non buttava mai
cartacce per terra, non passava
avanti in fila al supermercato, non
alzava mai la voce, neppure quando
veniva trattata con palese scortesia.
Una brava moglie, una brava madre,
una brava massaia, una brava
cittadina, una brava musulmana
moderna, ecco cos’era.
Il tempo è un abile sarto e aveva
cucito insieme alla perfezione i due
tessuti che rivestivano la sua vita:
ciò che gli altri pensavano di Peri, e
ciò che ne pensava lei. La sua
percezione di sé e l’impressione che
dava all’esterno formavano un
tutt’uno, talmente collaudato che
neppure Peri avrebbe più saputo dire
quanta parte della giornata era
definita da quel che ci si aspettava
da lei e quanta da quello che lei
veramente voleva. Spesso provava
l’impulso di afferrare un secchio
d’acqua saponata e lavare le strade,
le piazze, il governo, il parlamento,
la burocrazia e, già che c’era,
sciacquare anche qualche bocca
troppo sporca. C’era tanta sozzeria
da ripulire, tanti pezzi rotti da
aggiustare, tanti errori da
correggere. Ogni mattina, quando
usciva di casa, faceva un breve
sospiro, come se con un fiato
potesse far sparire i rimasugli del
giorno prima; pur mettendo
immancabilmente in discussione il
mondo intero e non essendo certo il
tipo che teneva la bocca chiusa di
fronte alle ingiustizie, da qualche
anno Peri aveva deciso di
accontentarsi di quello che aveva.
Perciò rimase sorpresa quando, in un
giorno normalissimo di primavera,
all’età di trentacinque anni,
sistemata e rispettata, si ritrovò a
fissare il vuoto che aveva
nell’anima.
Era stata tutta colpa del traffico,
avrebbe detto a se stessa in seguito
per rassicurarsi. Ruggente,
rombante, metallo contro metallo a
sferragliare come l’urlo di battaglia
di un esercito di migliaia di
guerrieri. La città era tutta un unico,
gigantesco cantiere: Istanbul era
cresciuta in maniera incontrollabile
e continuava ad allargarsi, come un
pesce rosso che non si rende conto
di essersi ingozzato più di quanto
possa digerire e continua
ugualmente a cercare da mangiare.
Ripensando a quel pomeriggio
fatale, Peri avrebbe concluso che,
non fosse stato per l’ingorgo senza
speranza, mai si sarebbe messa in
moto la catena di eventi che finì col
risvegliare una parte della sua
memoria ormai sopita da tempo.
Eccoli lì, tutti ad avanzare un
millimetro per volta su una strada a
due corsie mezza ostruita da un
camion ribaltato, intrappolati fra
veicoli di tutte le dimensioni. Peri
tamburellava le dita sul volante e
cambiava stazione radio ogni due
minuti, mentre la figlia, con le
cuffiette nelle orecchie, le sedeva
accanto con un’espressione
annoiata. Come una bacchetta
magica finita nelle mani sbagliate, il
traffico trasformava i minuti in ore,
gli esseri umani in bruti e qualsiasi
traccia di salute mentale in pura
pazzia. Istanbul sembrava non farci
caso; di tempo, bruti e pazzi ne
aveva in abbondanza. Un’ora più o
una meno, un bruto in più o un
pazzo in meno... superato un certo
limite, che differenza fa?
La follia correva per le strade
della città come una droga inebriante
nelle vene. Ogni giorno milioni di
abitanti di Istanbul si facevano una
nuova dose, senza rendersi conto di
essere sempre più squilibrati.
Persone che non avrebbero mai
condiviso il proprio pane erano
invece pronte a condividere la
propria follia. C’è qualcosa di
imperscrutabile in questa perdita
collettiva della ragione: se un
numero sufficiente di occhi osserva
la stessa allucinazione, questa si
trasforma in realtà; se un numero
sufficiente di persone ride della
stessa miseria, questa si trasforma in
una barzelletta di cui sghignazzare
tutti insieme.
«Oh, insomma, piantala di
tormentarti le unghie!» sbottò
all’improvviso Peri. «Quante volte
te lo devo dire?»
Lentamente, lentissimamente,
Deniz si tolse le cuffie e se le appese
al collo. «Sono le mie unghie» disse,
poi prese un sorso dal bicchierone di
carta posato tra lei e la madre.
Prima di mettersi in macchina si
erano fermate in uno Starbörek –
una catena di caffetterie turca
ripetutamente querelata da Starbucks
perché usava lo stesso logo, lo stesso
menu e una versione vagamente
distorta del nome, ma che era ancora
in attività grazie a una serie di cavilli
legali – a prendere un caffellatte
scremato per Peri e un doppio
frappuccino alla panna con scaglie
di cioccolato per sua figlia. Peri il
caffellatte l’aveva terminato, mentre
Deniz sorseggiava all’infinito, cauta
come un uccellino ferito. Fuori il
sole si liquefaceva nell’orizzonte,
con gli ultimi raggi che coloravano
della stessa sfumatura spenta di
ruggine i tetti delle baracche, le
cupole delle moschee e le finestre
dei grattacieli.
«E questa è la mia macchina!»
rispose Peri tra i denti. «Me la
riempi di pellicine.»
Appena le furono uscite di
bocca, si pentì di quelle parole. È la
mia macchina! Che cosa orribile da
dire a una ragazzina, ma anche a un
adulto, se è per questo. Era diventata
una di quelle stupide materialiste
che individuano chi sono e dove
sono solo in ciò che possiedono?
Sperava proprio di no.
Deniz però non sembrava
essersela presa: si limitò ad alzare le
spalle ossute, a buttare uno sguardo
fuori dal finestrino e ad accanirsi
sulla cuticola successiva.
L’auto scattò avanti, per
rifermarsi subito dopo in uno
stridore di pneumatici. Era una
Range Rover di una tonalità
denominata «azzurro Montecarlo»,
secondo il catalogo del
concessionario che prevedeva varie
altre opzioni: «bianco Davos»,
«rosso drago orientale», «rosa
deserto saudita», «blu lucido polizia
del Ghana» o «verde opaco esercito
indonesiano». Peri tentò di
immaginare, scuotendo il capo con
un’espressione perplessa, i volti di
questi frivoli esperti di marketing
impegnati a inventare certi nomi, e
si chiese se gli automobilisti fossero
consapevoli che le vetture
appariscenti ed eleganti che
ostentavano venivano associate con
corpi di polizia, eserciti, o tempeste
di sabbia nella penisola arabica.
Colori a parte, Istanbul brulicava
di auto di lusso, in gran parte
all’apparenza fuori posto, come cani
di razza e con tanto di pedigree che,
destinati a una vita di agi e
comodità, avessero chissà come
perso la strada per ritrovarsi smarriti
nei boschi. Decapottabili da corsa
che ruggivano per la frustrazione di
non avere un rettilineo abbastanza
lungo e sgombro dove prendere
velocità, fuoristrada che neppure con
la manovra più abile avrebbero
potuto infilarsi in parcheggi
ridottissimi – se mai li avessero
trovati – e costose berline pensate
per viali e arterie spaziose che
esistevano solo in Paesi lontani e
spot televisivi.
«Leggevo che è uno dei peggiori
al mondo» disse Peri.
«Cosa?»
«Il traffico. Siamo al primo
posto, peggio che al Cairo, pensa.
Persino peggio che a Delhi!»
Non che fosse mai stata al Cairo
o a Delhi, ma come molti abitanti di
Istanbul Peri era certa che la sua
città fosse ben più civilizzata di
quelle località remote, rozze,
intasate; anche se «remoto» è un
concetto relativo, e «rozzo» e
«intasato» sono aggettivi spesso
associati a Istanbul. Comunque, la
sua era una città al confine con
l’Europa, e questa vicinanza doveva
pur significare qualcosa; anzi, era
così sbalorditiva che la Turchia ci
aveva messo un piede, nella soglia
dell’Europa, e si era fatta avanti con
tutto il suo impegno... solo per
scoprire uno spiraglio così stretto
che, per quanto si dimenasse e
spingesse, non era riuscita a
infilarcisi. E il fatto che nel
frattempo l’Europa la stesse
richiudendo, quella porta, non era
stato certo d’aiuto.
«Fico!» disse Deniz.
«Fico?» ripeté Peri incredula.
«Certo, almeno siamo primi in
qualcosa.»
Ecco il problema con sua figlia:
ultimamente, qualunque opinione
Peri esprimesse, su qualunque
argomento, Deniz abbracciava la
posizione opposta. Qualunque
commento formulasse, per quanto
logico e appropriato, sua figlia lo
accoglieva con un’ostilità che
rasentava il disprezzo. Peri sapeva
bene che Deniz, raggiunta la delicata
età di dodici anni e mezzo, doveva
liberarsi dall’influenza dei genitori –
e in particolare della mater familias
–; lo sapeva eccome, ma quello che
non comprendeva era il furore che ci
metteva. La ragazza ribolliva di una
rabbia che Peri non aveva mai
provato in nessuna fase della sua
vita, neppure nell’adolescenza.
Anzi, lei aveva veleggiato per la
pubertà con un senso di confusione
innocente, quasi di ingenuità. Che
teenager diversa era stata rispetto a
Deniz, benché sua madre non fosse
neanche minimamente aperta e
premurosa quanto lei adesso. Per
qualche contorto meccanismo, più
Peri soffriva per gli scatti improvvisi
di sua figlia, più si accaniva con se
stessa per non essersi arrabbiata a
sufficienza con sua madre in
passato.
«Quando avrai la mia età, avrai
perso anche tu la pazienza con
questa città» mormorò Peri.
«Quando avrai la mia età...» le
fece il verso Deniz, acida. «Una
volta non le dicevi, queste cose.»
«È perché peggiora tutto!»
«No, mamma, è perché tu ti
comporti da vecchia» replicò Deniz.
«Ascolta come parli... e guarda
come ti conci!»
«Che c’è che non va in come mi
vesto?»
Silenzio.
Peri lanciò un’occhiata
all’abitino di seta viola e alla giacca
di chiffon con ricami di perline che
indossava quel giorno. Un completo
preso in un negozio di un centro
commerciale aperto da poco
all’interno di un centro commerciale
ancora più grande – quasi che il
secondo avesse appena partorito il
primo. Quando Peri aveva obiettato
sul prezzo, la commessa non aveva
aperto bocca, ma solo incurvato
appena le labbra in un microscopico
sorriso che diceva: “Se non se lo può
permettere, signora cara, che ci fa
qui?”. Quell’atteggiamento di
superiorità l’aveva infastidita, e Peri
si era sentita rispondere pronta: «Lo
prendo». Adesso avvertiva che la
stoffa era troppo tirata sulla pelle,
vedeva che il colore non andava;
quel viola, che sotto i neon del
negozio le era parso così spavaldo e
sicuro di sé, alla luce del giorno le
appariva sgargiante e pretenzioso.
Tutti pensieri inutili, dato che non
aveva tempo per passare da casa a
cambiarsi. Erano già in ritardo per
una cena nella villa al mare di un
uomo d’affari, uno che negli ultimi
anni aveva accumulato una fortuna
colossale. Non che fosse una cosa
insolita: Istanbul abbondava di
vecchi poveri, di nuovi ricchi, e di
quelli che puntavano solo a balzare
con un salto deciso dalla prima alla
seconda categoria.
A Peri non piacevano queste
occasioni a metà tra cena e festa,
duravano fino a tarda notte e il
giorno successivo spesso si
svegliava con il mal di testa.
Avrebbe preferito starsene a casa e,
alle ore piccole, trovarsi immersa in
un romanzo: leggere era il suo modo
per rimanere connessa con
l’universo. Ma la solitudine è un
privilegio raro, a Istanbul. C’è
sempre qualche evento importante a
cui partecipare o un urgente obbligo
sociale cui adempiere, quasi che la
cultura, come un bambino che ha
paura a restare solo, volesse imporre
a tutti di stare sempre in compagnia.
Quante risate, quanto cibo; politica e
sigari, scarpe e vestiti, ma più di
ogni altra cosa, borsette firmate: le
donne le sfoggiavano come trofei di
remote battaglie lontane, e va’ a
sapere quali erano originali e quali
fasulle. Le signore della media e alta
borghesia di Istanbul, per non farsi
beccare nell’atto di comprare merci
contraffatte, anziché frequentare i
negozi di dubbia onestà del Gran
Bazar e dintorni, invitavano
direttamente i commercianti a casa
propria. Furgoni pieni di Chanel,
Louis Vuitton e Bottega Veneta, con
i vetri oscurati e le targhe illeggibili
per il fango (sebbene il resto del
veicolo fosse immacolato),
sfrecciavano per i quartieri più
facoltosi e venivano ammessi nei
garage privati delle ville passando
per i cancelli sul retro, manco
fossero dentro un film di spionaggio.
Si pagava in contanti, niente
scontrini, niente ulteriori domande.
Alla successiva occasione mondana
le stesse signore svolgevano
vicendevoli e furtive indagini sulle
rispettive borsette, non solo per
identificarne la griffe, ma anche per
giudicare l’autenticità – o la qualità
della copia. Era una gran fatica. Una
fatica per gli occhi.
Le signore scrutavano.
Esaminavano, vagliavano,
cercavano, davano la caccia ai difetti
delle altre donne, quelli palesi e
quelli dissimulati. Manicure da
rifare, qualche chiletto messo su di
recente, pancetta di troppo, labbra al
botulino, vene varicose, cellulite
ancora visibile malgrado la
liposuzione, ricrescite bisognose di
tinta, un foruncolo o una ruga
nascosti sotto strati di cipria... Non
c’era nulla che quegli sguardi
penetranti non riuscissero a
individuare e decifrare. Per quanto
spensierate fossero prima di arrivare
al ricevimento, troppe invitate
diventavano, di volta in volta,
vittime e carnefici insieme. Più Peri
pensava alla serata imminente e più
quella prospettiva la spaventava.
«Devo sgranchirmi le gambe»
fece Deniz saltando fuori dalla
macchina.
Peri si accese immediatamente
una sigaretta. Era riuscita a non
fumare per oltre dieci anni, ma di
recente ci era ricascata. Si portava
appresso un pacchetto di sigarette e
ogni tanto ne accendeva una, pur
accontentandosi di qualche tiro e
senza fumarle mai fino in fondo;
ogni volta buttava via il lungo
mozzicone con un senso di colpa e
quasi di disgusto. Poi si metteva in
bocca una gomma alla menta,
benché non le piacesse il sapore, per
mascherare l’odore. Sospettava da
sempre che se i gusti delle gomme
fossero regimi politici, la menta
piperita sarebbe il fascismo:
inflessibile, sterile, totalitaria.
«Mamma, qua non si respira»
fece Deniz risalendo in auto. «Non
lo sai che fa malissimo?»
Deniz aveva l’età in cui i
ragazzini trattano i fumatori come
vampiri a piede libero. A scuola
aveva fatto una ricerca-poster sugli
effetti nocivi del fumo, con tanto di
frecce fluorescenti che andavano da
un pacchetto appena aperto a una
tomba scavata di fresco.
«Va bene, va bene» disse Peri,
con un gesto della mano come a
minimizzare.
«Se fossi io il presidente, i
genitori che fumano vicino ai figli li
manderei in galera. Dico sul serio!»
«Be’, meno male che non sei
candidata» ribatté Peri schiacciando
il pulsante per abbassare il
finestrino.
Il fumo uscì in un vortice e poi,
con un moto lento, inaspettato, entrò
nel finestrino aperto della macchina
accanto. Ecco una cosa di cui, in
quella città, non ci si liberava mai: la
prossimità. Tutto era adiacente a
tutto. I pedoni andavano per la
propria strada come un unico
organismo; i passeggeri sedevano
ammassati sui traghetti o stavano
fianco a fianco su autobus e
metropolitane; i corpi collidevano, si
urtavano e coesistevano privi di
gravità, come pappi di soffione
trasportati dal vento.
Nell’automobile vicina c’erano
due uomini. Entrambi le rivolsero un
ghigno e Peri, rammentando che il
Manuale teorico-pratico del
patriarcato definiva l’atto di soffiare
fumo in faccia a un maschio
sconosciuto, da parte di una donna,
come un palese invito sessuale,
impallidì. Per quanto a volte fosse
facile dimenticarlo, la città era un
mare in tempesta affollato di iceberg
di mascolinità alla deriva, dai quali
era meglio tenersi alla larga con
astuzia e circospezione, perché non
si sapeva mai quale reale pericolo si
nascondesse sotto la superficie.
Che andasse a piedi o in
macchina, una donna faceva sempre
bene a tenere lo sguardo sfocato e
rivolto verso l’interno, come se
scrutasse ricordi lontani. In ogni
occasione possibile doveva
abbassare la testa, a esibire un chiaro
messaggio di modestia, il che non
era facile perché i pericoli della vita
urbana, per non parlare delle
attenzioni maschili indesiderate e
delle molestie sessuali, richiedevano
un’attenzione costante. Come si
potesse pretendere che una donna
tenesse la testa bassa e
contemporaneamente gli occhi ben
aperti in tutte le direzioni, per Peri
era un mistero. Gettò la sigaretta e
richiuse il finestrino, sperando che i
due sconosciuti smettessero di
interessarsi a lei. Scattò il verde al
semaforo, ma non faceva nessuna
differenza. Era tutto bloccato.
Fu allora che notò un barbone
che camminava in mezzo alla strada.
Alto e dinoccolato, con un viso
spigoloso, esile come un sospiro, la
fronte ben più rugosa della sua età, il
mento coperto di bolle e le mani
chiazzate dalle piaghe purulente di
un eczema. Uno fra i milioni di
rifugiati siriani che erano scappati
dall’unica vita che conoscevano,
pensò sulle prime – ma poteva
benissimo trattarsi di un turco di lì, o
di un curdo, o di uno zingaro, o
forse un po’ di tutto questo. Quante
persone, in quella terra di migrazioni
e trasformazioni senza fine,
potevano affermare con certezza di
appartenere a un’etnia pura, se non
al costo di mentire a se stessi e ai
propri figli? Ma, ancora una volta,
non era certo di inganni che Istanbul
sentiva la mancanza.
L’uomo aveva i piedi
impiastricciati di fango secco e
indossava un cappotto logoro con il
bavero rialzato, così lurido da
sembrare nero. Aveva recuperato il
mozzicone macchiato di rossetto di
Peri e si era messo a fumarlo con
nonchalance. Lo sguardo di lei passò
dalla bocca agli occhi, e fu una
sorpresa accorgersi che il barbone la
stava fissando con un’espressione
divertita. C’era un che di spavaldo
nel suo atteggiamento, un’aria quasi
di sfida, come se non fosse un
clochard ma un attore calato in
quella parte che, compiaciuto della
propria performance, attende
l’applauso.
Adesso Peri aveva tre uomini da
evitare, i due in macchina e il
barbone, quindi si voltò di scatto
senza pensare al bicchiere. Il
frappuccino si ribaltò e le si rovesciò
sulle gambe.
«Aaah, no!» gridò, guardando
orripilata la macchia scura allargarsi
sull’abito costoso.
Deniz reagì con un fischio,
chiaramente divertita dal disastro.
«Puoi dire che è un pezzo unico di
qualche stilista matto.»
Ignorando il commento e
maledicendosi, Peri afferrò alla
cieca la borsa – una Birkin di
struzzo color lavanda, perfetta in
ogni particolare se non per l’accento
sbagliato sulla parola «Hermès»,
dato che i falsari turchi sanno
riprodurre tutto tranne l’ortografia –
che teneva tra le gambe. Tirò fuori
un pacchetto di fazzolettini, benché
sapesse, o lo sapesse un angolino del
suo cervello, che quella mossa
avrebbe solo peggiorato le cose. E in
quel momento di distrazione,
commise un errore che nessun
esperto automobilista di Istanbul
commetterebbe mai: buttò la
borsetta sul sedile posteriore, e
senza aver messo la sicura alle
portiere.
Con la coda dell’occhio notò un
rifrullo: una piccola mendicante, non
più che dodicenne, veniva verso di
loro implorando una moneta. Gli
abiti svolazzavano attorno alla
figura esile, la mano era tesa in
avanti mentre lei camminava con il
corpo immobile dalla vita in su,
come se stesse guadando un
torrente; si fermava una decina di
secondi davanti a ogni macchina e
poi passava alla successiva. Forse,
pensò Peri, era arrivata alla
conclusione che se non ispirava
pietà in quel breve intervallo di
tempo, poi non ci sarebbe più
riuscita. La compassione non è mai
un ripensamento: o è spontanea, o è
del tutto assente.
Quando la ragazzina raggiunse
la Range Rover, sia Peri sia Deniz
volsero automaticamente lo sguardo
nella direzione opposta, fingendo di
non averla vista. Ma i mendicanti di
Istanbul erano abituati a essere
invisibili e non mancavano di
preparazione: nel punto preciso
verso cui madre e figlia avevano
girato lo sguardo c’era un’altra
ragazzina, più o meno della stessa
età, in attesa con la mano aperta.
Con gran sollievo di Peri scattò
di nuovo il verde, il traffico schizzò
in avanti come acqua da una
manichetta da giardino e in quel
momento, mentre stava per premere
il piede sull’acceleratore, sentì lo
sportello posteriore aprirsi e
chiudersi, rapido come lo scatto di
un coltello a serramanico. Poi vide
nello specchietto la borsa che veniva
tirata fuori dalla macchina.
«Al ladro!» gridò Peri, la voce
rotta dallo sforzo. «Aiuto, mi hanno
rubato la borsa. Al ladro!»
Le macchine incolonnate, ignare
dell’accaduto e impazienti di
muoversi, suonavano istericamente.
Era ovvio che non l’avrebbe aiutata
nessuno. Peri esitò, ma solo per un
attimo, quindi accostò al
marciapiede con una manovra agile
del volante e attivò le quattro frecce.
«Mamma, che fai?»
Peri non rispose, non c’era
tempo. Aveva visto che direzione
avevano preso le ragazzine e sentiva
di doverle inseguire subito; qualcosa
dentro di lei – un istinto animale, per
quel che ne sapeva – la rendeva
certa che se le avesse ritrovate
avrebbe riavuto ciò che era suo di
diritto.
«Mamma, lascia perdere. È solo
una borsa, e pure falsa!»
«Ci sono i soldi e le carte di
credito. E il cellulare!»
Ma sua figlia era preoccupata,
anzi, imbarazzata. A Deniz non
piaceva attirare l’attenzione: voleva
solo confondersi con il resto, una
goccia grigia in un mare grigio.
Sembrava che tutto il suo spirito
ribelle fosse riservato alla madre.
«Rimani qui, chiuditi dentro,
aspettami» le disse Peri. «Per una
volta, fa’ come ti dico. Per piacere!»
«Ma mamma...»
Senza pensare, senza pensare a
niente, Peri scattò fuori dall’auto,
dimenticando per un attimo che
portava i tacchi alti. Si tolse le
scarpe e cominciò a colpire con
forza l’asfalto con i piedi nudi. Da
dentro la macchina la figlia la
fissava a bocca aperta, gli occhi
sgranati per lo stupore e la
mortificazione.
Peri correva. Vestita di viola,
appesantita dagli anni, con le guance
in fiamme, moglie-casalinga-madre
di tre figli, davanti a decine di occhi,
era dolorosamente conscia del seno
sballottato freneticamente senza che
lei potesse farci nulla. Eppure,
assaporando uno strano senso di
libertà, sconfinando in una zona
proibita a cui non avrebbe saputo
dare nome, si lanciò per la strada
verso le vie interne mentre gli
automobilisti ridevano e i gabbiani
le volteggiavano sopra la testa. Se
avesse esitato, se avesse rallentato
anche solo per un secondo, sarebbe
inorridita per quello che stava
facendo; la possibilità di pestare un
chiodo arrugginito, cocci di una
bottiglia di birra o piscio di topo
l’avrebbe terrorizzata. E invece non
arrestava la sua corsa. Le gambe,
quasi da sole, come dotate di una
memoria indipendente,
continuavano ad accelerare sempre
di più, ricordando i giorni, tanto
tempo prima a Oxford, in cui Peri
correva ogni giorno, con il sole o
con la pioggia, per cinque o sei
chilometri.
Peri un tempo adorava correre. E
come altre gioie della sua vita, anche
questa non c’era più.
Il poeta muto

Istanbul, anni Ottanta

Quando Peri era piccola i


Nalbantoğlu abitavano in via del
Poeta Muto, in un quartiere piccolo-
borghese sulla sponda asiatica di
Istanbul. Al finire del giorno, dalle
finestre aperte arrivava un miscuglio
di aromi – melanzana fritta, caffè
macinato, pane azzimo appena
sfornato, aglio che soffriggeva –
talmente forte da permeare ogni cosa
e infiltrarsi fin nei canali di scolo e
nei tombini; talmente acre da far
subito cambiare direzione al vento
mattutino. I residenti però non se ne
lagnavano. Non lo notavano
nemmeno più. Se ne accorgevano
solo gli estranei, benché fossero
pochissimi gli estranei che avevano
un motivo per recarsi da quelle parti.
Le case erano appoggiate alla
rinfusa l’una sull’altra come lapidi
in un cimitero trascurato. Il tedio
aleggiava su ogni cosa, come una
nebbia che si diradava solo ogni
tanto quando gli strilli dei bambini,
intenti a barare in qualche gioco,
trafiggevano l’aria.
Quanto all’origine del singolare
nome di quella strada, le voci
abbondavano. Secondo alcuni, un
famoso poeta ottomano un tempo
residente nel quartiere, insoddisfatto
del magro obolo versatogli dopo che
aveva inviato una poesia a palazzo,
aveva giurato di non aprire più
bocca finché il Sultano non lo
avesse retribuito degnamente.
«È certo che il Signore delle
Terre di Cesare e di Alessandro
Magno, il Sovrano di Tre Continenti
e Cinque Mari, l’Ombra di Dio in
Terra, vorrà compensare il suo umile
suddito con infinita generosità. Ma
se non lo facesse, prenderò il suo
rifiuto come segno della mediocrità
dei miei componimenti e tacerò fino
al giorno della mia dipartita, perché
un poeta morto è preferibile a un
poeta fallito.» Queste le sue ultime
parole, prima di farsi silenzioso
come la neve di mezzanotte. Non
per presunzione: il poeta riveriva,
temeva e ossequiava ogni
caratteristica che nella propria mente
attribuiva a un sovrano. Tuttavia
come artista non poteva fare a meno
di bramare più attenzioni, più elogi,
più affetto... e anche qualche altra
moneta non gli sarebbe dispiaciuta.
Quando l’episodio gli giunse
all’orecchio, il Sultano, divertito da
tanta impudenza, promise di porre
rimedio. Come ogni despota, nutriva
sentimenti contrastanti verso gli
artisti: se da una parte ne
disapprovava l’imprevedibilità e la
sregolatezza, dall’altra traeva
piacere dalla loro presenza, purché
sapessero stare al loro posto. Gli
artisti vedevano le cose in modo
insolito, il che poteva essere
dilettevole, a parte quando non lo
era; e al Sultano piaceva tenerne
qualcuno presso di sé a corte, sotto
stretto controllo. Erano liberi di dire
ciò che volevano, fintanto che non
criticavano lo Stato e le sue leggi, la
religione, l’Onnipotente e
soprattutto lui, il sovrano.
Destino volle che quella stessa
settimana, a seguito di un complotto
di serraglio per rovesciarlo e porre
sul trono il suo primogenito, il
Sultano venisse assassinato, e
precisamente strangolato con una
corda d’arco di seta, in modo da non
versarne il nobile sangue. In morte
così come in vita, gli ottomani
apprezzavano che tutti rimanessero
al proprio posto, che ogni cosa fosse
regolata a puntino, senza ambiguità.
Se i personaggi di sangue reale si
strangolavano, i ladri si
impiccavano, i ribelli si
decapitavano, i banditi di strada
s’impalavano e i dignitari locali si
pestavano nel mortaio; le concubine
si gettavano a mare in sacchi
zavorrati; ogni settimana si metteva
in mostra sulle forche davanti al
palazzo una nuova serie di teste
mozzate, le bocche riempite di
cotone se si trattava di alti ufficiali,
oppure di paglia se erano dei signori
Nessuno. E proprio questo pensava
di sé il poeta: vincolato dal proprio
giuramento, rimase in silenzio fino
al giorno in cui esalò l’ultimo
respiro.
Altri raccontavano una storia
diversa: quando il poeta aveva
chiesto di essere compensato con
generosità, il Sultano, irritato da
tanta sfrontatezza, aveva ordinato
che la lingua gli fosse mozzata e poi
tagliata a dadini, fritta e data in
pasto ai gatti di sette quartieri
diversi. Ma dopo aver sputato
sentenze mordaci per anni, la lingua
del poeta aveva preso un sapore
pungente, pur essendo stata saltata
in padella con grasso di coda di
pecora e cipollotti freschi. I gatti
pertanto batterono in ritirata. La
moglie del poeta, testimone della
scena da dietro una finestra a
graticcio, di nascosto raccattò tutti i
pezzi e li ricucì insieme. Fece a
malapena in tempo a posare la
propria creazione sul letto, prima di
andare a cercare un chirurgo capace
di ricollocare la lingua in bocca al
marito, quando un gabbiano entrò in
picchiata dalla finestra aperta e la
portò via. C’era poco da
meravigliarsi, data la fama di
spazzini dei gabbiani di Istanbul,
pronti a banchettare con qualunque
cosa si pari loro davanti senza
badare al sapore: uccelli capaci di
beccar via e ingollare gli occhi di
animali grossi il doppio di loro
possono divorare di tutto. Perciò, il
poeta rimase muto come una
lampara; e fu invece un pennuto
bianco, in volo circolare sopra la sua
testa, a gracchiare a tutta la città le
poesie che lui non poteva più
declamare.
Quale che fosse la verità dietro il
suo nome, la strada in cui abitavano
i Nalbantoğlu era una sonnolenta e
pittoresca viuzza in cui le virtù
predilette erano modellate sui tre
stati della materia: obbedire ad Allah
– e agli imam – con osservanza
inflessibile, adesione incondizionata
e saldezza costante (solido);
accettare il Divino Fiume della Vita
per quanto fango e detriti potesse
trascinare con sé (liquido); e
rinunciare all’ambizione, giacché
qualunque trofeo e bene terreno
sarebbe infine svanito nell’aria
(gassoso). Nel quartiere si
considerava preordinato ogni destino
e inevitabile ogni sofferenza,
comprese quelle che gli abitanti
della via infliggevano gli uni agli
altri, come per esempio fare a botte
per il calcio, litigare per la politica e
picchiare la moglie.
La loro era una casa a due piani,
colore delle ciliegie aspre. Nel corso
degli anni era stata ridipinta in
parecchie sfumature diverse: verde
susine salate, marrone marmellata di
noci, viola rape sottaceto. I
Nalbantoğlu occupavano da
affittuari il pianterreno; il padrone di
casa viveva al primo piano. Benché
la famiglia non fosse affatto
facoltosa – la ricchezza è sempre
relativa a parametri di luogo e tempo
–, Peri non era cresciuta con alcun
senso di privazione. Quello sarebbe
arrivato più tardi; e come ogni cosa
posticipata, con una forza tale da far
credere che volesse recuperare il
tempo perduto. Allora Peri avrebbe
imparato a vedere le colpe del
gruppo famigliare in cui un tempo si
era sentita, da figlia, protetta e
amatissima.
Era l’ultima nata dei
Nalbantoğlu, il suo concepimento
una sorpresa assoluta poiché i
genitori, che già avevano due
maschi non lontani dai vent’anni,
erano troppo vecchi per un altro
bambino. Protetta, viziata, esaudita
se non anticipata in ogni desiderio,
Peri visse i suoi primi anni con la
strada spianata, eppure sempre
consapevole, malgrado questo, di un
refolo di tensione dentro casa, che
esplodeva come un violento
fortunale quando capitava che la
madre e il padre si trovassero nella
stessa stanza.
Erano più incompatibili di
quanto non lo siano taverna e
moschea. Il cipiglio che in ciascuno
dei due aggrondava la fronte, la
rigidità che pervadeva la voce, li
dipingeva non come coppia
innamorata ma come avversari in
una partita a scacchi. Sulle caselle
del matrimonio ciascuno spingeva in
avanti, studiava la mossa successiva,
mangiava torri, alfieri e regine con
l’intento di infliggere la sconfitta
definitiva. Ciascuna fazione vedeva
nell’altra il tiranno di famiglia,
l’intollerabile, e moriva dalla voglia
di dichiarare, un giorno o l’altro:
«Scacco matto, shah manad, il re è
perduto». Quell’unione era così
impregnata di rancore reciproco che
a nessuno dei due serviva più un
motivo per sentirsi offeso e
inappagato, e fin dalla più tenera età
Peri aveva intuito che non era
l’amore, e forse non era mai stato, a
tenere insieme i suoi genitori.
La sera guardava il padre
stravaccato a tavola con i piattini di
meze disposti attorno a una bottiglia
di raqı. Foglie di vite ripiene, purea
di ceci, peperoni rossi arrostiti,
carciofi sott’olio e poi il suo
preferito, l’insalata di cervella
d’agnello. Mensur mangiava adagio,
saggiando ciascun piatto con la
pignoleria dell’intenditore benché il
cibo fosse servito al solo scopo di
non bere a stomaco vuoto. «Non
gioco d’azzardo, non rubo, non
prendo bustarelle, non fumo e non
corro dietro alle donne: Allah vorrà
risparmiare a questa Sua vecchia
creatura almeno il castigo per questo
peccato» amava ripetere. Di norma
consumava quelle lunghe cene in
compagnia di un paio d’amici, tutti
presi a blaterare di politica e
politicanti, depressi per lo stato delle
cose. Come la stragrande
maggioranza della gente in quel
Paese, meno le cose gli piacevano e
più ne parlavano.
«Se giri un po’ il mondo te ne
accorgi, ognuno beve a modo suo»
diceva Mensur che da giovane,
quand’era macchinista sulle navi, un
bel pezzo di mondo lo aveva visto.
«In democrazia, quelli che si
ubriacano cominciano a frignare:
“Cos’è successo alla mia bella
innamorata?”. Ma dove non c’è
democrazia, quelli che si ubriacano
cominciano a frignare: “Cos’è
successo al mio bel Paese?”.»
Ben presto le frasi mutavano in
melodie e tutti si ritrovavano a
cantare: allegri motivetti balcanici
prima, canti rivoluzionari del mar
Nero poi, e alla fine,
inevitabilmente, ballate anatoliche di
cuori infranti e amori malcorrisposti.
Versi turchi, curdi, greci, armeni e
giudeo-spagnoli si mescolavano
nell’aria, come sottili volute di
fumo.
Seduta in un angolo per conto
suo, Peri sentiva il cuore farsi
pesante e si chiedeva per l’ennesima
volta cosa amareggiasse così tanto
suo padre. Immaginava un velo di
tristezza appiccicato addosso a lui
come catrame sotto una suola; non
riusciva a rallegrarlo in alcun modo,
ma nemmeno a smettere di provarci
perché lei era, e chiunque in
famiglia l’avrebbe confermato, la
piccola del suo papà.
Da dentro l’elaborata cornice
alla parete li scrutava Atatürk, il
padre dei turchi, gli occhi d’acciaio
azzurro screziati d’oro. I ritratti
dell’eroe nazionale erano ovunque:
Atatürk in uniforme nella cucina,
Atatürk in redingote nel salotto,
Atatürk in cappotto e colbacco nella
camera da letto grande, Atatürk in
guanti di seta e cappa morbida
nell’ingresso. In occasione di feste e
commemorazioni nazionali Mensur
appendeva una foto del grand’uomo,
completa di bandiera turca, anche
fuori dalla finestra, perché tutti la
vedessero.
«Ricordati, se non fosse stato per
lui a quest’ora saremmo come
l’Iran» ripeteva spesso alla figlia.
«Dovrei farmi crescere la barba e
distillarmi l’alcol da solo. Poi mi
scoprirebbero e mi flagellerebbero
sulla pubblica piazza. E tu, anima
mia, dovresti portare il chador, già
alla tua età!»
Gli amici di Mensur –
insegnanti, impiegati di banca,
tecnici specializzati – erano
ugualmente devoti ad Atatürk e ai
suoi principi. Leggevano,
declamavano e, se li coglieva
l’ispirazione, scrivevano poesie
patriottiche, molte delle quali erano
così simili per ritmo e così ripetitive
per contenuti da sembrare, anziché
pezzi separati, echi della medesima
chiamata. Ciò nonostante a Peri
piaceva indugiare nel soggiorno ad
ascoltare quelle chiacchiere bonarie,
il timbro e la cadenza delle varie
voci che salivano e scendevano via
via che ciascun bicchiere veniva
rabboccato fino all’orlo. Né loro
erano infastiditi dalla sua presenza;
semmai, l’interesse della ragazzina
per le loro conversazioni pareva
ringiovanirli, e riempirli di speranza
nel futuro. Perciò Peri rimaneva nei
pressi, a sorseggiare succo d’arancia
dalla tazza preferita di suo padre,
decorata da una parte con la firma di
Atatürk e dall’altra con una
citazione del padre della patria: Il
mondo civile ci sta davanti, non
abbiamo altra scelta che
raggiungerlo. Peri adorava quella
tazza di porcellana, la sua
consistenza liscia contro il palmo,
benché provasse un senso di
rimpianto ogni volta che terminava
la sua bevanda, come se così
svanisse anche la possibilità di
raggiungere il mondo civile.
Per il resto faceva su e giù come
uno yo-yo. Secchielli del ghiaccio
da riempire, posacenere da svuotare,
pane da tostare; c’era sempre
un’incombenza da svolgere,
soprattutto perché in quelle serate
sua madre si assentava.
Selma posava i piatti sul tavolo e
immediatamente dopo, sospirando
piano tra sé, si ritirava in camera e
non ne usciva fino al mattino
seguente; certe volte non si
ripresentava fino a mezzogiorno, o
anche più tardi. La parola
«depressione» in casa non si era mai
sentita; «mal di testa», si
giustificava lei. Aveva sempre
sofferto di emicranie che la
lasciavano debilitata o a letto, con
due fessure al posto degli occhi,
quasi li tenesse socchiusi contro un
eterno bagliore di sole. Quando il
corpo è debole la mente si fa pura,
affermava sua madre, talmente pura
che lei vedeva presagi in qualunque
cosa: un colombo che tubava fuori
dalla sua finestra, una lampadina che
si fulminava all’improvviso, una
foglia che galleggiava nel tè. In
clausura nella propria stanza, Selma
stava distesa a letto e ascoltava ogni
minimo suono. Non sentire era
impossibile; i muri erano sottili
come pasta sfoglia. Ma c’era un
altro muro tra lei e Mensur, eretto
decenni prima, e che anno dopo
anno si faceva più alto.
Qualche tempo prima Selma era
entrata a far parte di una tariqa, un
circolo sufi guidato da un
predicatore famoso per l’eloquenza
dei suoi sermoni e la rigidità delle
sue idee. Lo chiamavano Üzümbaz
Efendi, perché era nota la sua
affermazione che ovunque avesse
visto segni d’idolatria e d’eresia, li
avrebbe schiacciati come si pestano
gli acini d’uva sotto i piedi. Che il
suo soprannome riportasse alla
mente la preparazione del vino, un
peccato non meno grave del
consumo, non lo infastidiva
minimamente. Né l’uva succosa né
il vino in bottiglia attizzavano
lontanamente il suo interesse quanto
l’atto dello schiacciare in sé.
Sotto l’influenza del predicatore
Selma era cambiata molto. Adesso
non solo evitava di stringere la mano
a esponenti del sesso opposto, ma
sull’autobus rifiutava di sedersi dove
prima si era seduto un uomo, persino
se lui le aveva di proposito lasciato
il posto. E benché non portasse il
niqab, come alcune sue care amiche,
si copriva interamente il capo. Non
approvava più la musica leggera, a
suo avviso corrotta e corruttrice; e
aveva bandito da casa ogni genere di
dolciumi e spuntini, gelato, patatine
e cioccolato – persino i prodotti
marcati halal – da quando Üzümbaz
Efendi le aveva detto che potevano
contenere gelatina, la quale poteva
contenere del collagene, il quale a
sua volta poteva contenere del
maiale. Aveva così tanta paura di
venire a contatto con estratti suini
che usava il sapone all’olio d’oliva
al posto dello shampoo; il miswāk al
posto del dentifricio; e al posto delle
candele panetti di burro con dentro
uno stoppino. Sospettando che per
fabbricarle si fosse potuta usare
colla proveniente da ossa di maiale,
non indossava più scarpe di
produzione straniera e invitava
chiunque a fare altrettanto.
L’opzione più sicura erano i sandali.
Per anni, dietro raccomandazione
della madre, Peri era andata a scuola
in sandali di cuoio di cammello e
calzini di lana di capra, tra le
costanti prese in giro dei compagni
di classe.
Con una cerchia di spiriti affini,
Selma organizzava sortite alle
spiagge dentro e nei dintorni di
Istanbul, cercando di convincere le
donne che prendevano il sole in
bikini a pentirsi ed emendarsi prima
che fosse troppo tardi per salvarsi
l’anima. «Ogni centimetro di pelle
che mostrate oggi, vi brucerà
domani all’inferno.» Il gruppetto
distribuiva volantini dalla
grammatica precaria e l’ortografia
anche peggiore: carichi di punti
esclamativi e scarsi di virgole,
battevano sul tasto che Allah non
voleva vedere le nipoti di Eva mezze
nude in luoghi pubblici. Al calare
della sera, quando le spiagge si
svuotavano, quegli stessi volantini
restavano là a volteggiare in aria,
laceri e macchiati, con la loro
«depravazione», «blasfemia» e
«dannazione eterna» disseminate
sulla rena come ciuffi di alghe
secche.
Vivace lo era sempre stata, ma in
questa nuova fase della sua vita
Selma si era fatta ancor più loquace
e polemica, decisa com’era a
ricondurre il prossimo, e in
particolare il marito, sulla retta via.
Ma dato che Mensur non aveva la
minima intenzione di ravvedersi,
casa Nalbantoğlu finì col dividersi in
una «zona-lei» e una «zona-lui»,
Dar al-Islam e Dar-al-harp: il regno
della sottomissione e il regno della
guerra.
La religione era piombata nella
loro vita inattesa come un meteorite
e vi aveva scavato un baratro,
dividendo la famiglia in due campi
in conflitto. Il figlio minore, Hakan,
irrimediabilmente religioso e
nazionalista all’eccesso, si schierò
con la madre; il maggiore, Umut, nel
tentativo di comporre il dissidio, per
qualche tempo si mantenne neutrale,
benché la sua inclinazione a sinistra
si cogliesse chiaramente in tutto ciò
che diceva e faceva. E quando
finalmente si dichiarò per quel che
era, lo fece da marxista duro e puro.
Tutto questo metteva Peri, in
quanto figlia più piccola, in una
posizione difficile, con entrambi i
genitori tesi ad accaparrarsene il
favore. La sua esistenza divenne un
campo di battaglia tra visioni del
mondo contrastanti, e il pensiero di
dover fare una scelta, una volta per
tutte, tra la religiosità polemica della
madre e il polemico materialismo
del padre la paralizzava. Peri era il
tipo di persona che, potendo,
cercava di non offendere nessuno;
così, circondata da guerrieri che si
scatenavano gli uni contro gli altri,
presi a combattere guerre infinite,
optò per una forzata compiacenza,
costringendosi alla docilità. Senza
che nessuno lo sapesse, spense il
fuoco che aveva dentro riducendolo
in cenere.
L’abisso tra i suoi genitori
risaltava al massimo in un preciso
angolo del soggiorno di casa. Sopra
il mobiletto del televisore c’erano
due ripiani, il primo dei quali era
riservato ai libri di suo padre:
Atatürk: la rinascita di una nazione
di Lord Kinross, Il grande discorso
del padre dei turchi in persona, Le
cose che non sapevo di amare di
Nâzım Hikmet, Delitto e castigo di
Dostoevskij, Il dottor Živago di
Boris Pasternak, tutta una collezione
di memoriali (scritti da generali e
soldati semplici) sulla Prima guerra
mondiale e una vecchia edizione
delle Rubā‘iyyāt di ‘Umar
Khayyām, con la copertina a
brandelli per via delle letture
ripetute.
Il secondo scaffale era tutto un
altro mondo. Per anni era stato
gremito di cavalli in porcellana di
tutte le taglie e tutti i colori: pony,
stalloni e giumente dalle criniere
dorate e dalle code arcobaleno, che
saltavano, galoppavano e brucavano.
Poi, pian piano, erano arrivati i libri.
Gli Hadith collazionati dall’imam
al-Bukhari; la Disciplina dell’anima
di al-Ghazali; un Percorso guidato
alla preghiera e alla supplica
nell’Islam, le Storie dei profeti, il
Manuale della brava musulmana, le
Virtù di pazienza e riconoscenza e
L’interpretazione islamica dei sogni.
L’angolo a destra ospitava i due
volumi a firma di Üzümbaz Efendi:
L’importanza della purezza in un
mondo immorale e Satana ti
mormora all’orecchio. Man mano
che alla raccolta si aggiungevano
nuovi titoli, i cavallucci venivano
fatti scivolare, un centimetro dopo
l’altro, in fondo al ripiano, dove
restavano in precario equilibrio
come sull’orlo di un burrone.
Il diluvio di parole ed emozioni
che scorreva per i corridoi di casa
sconcertava la mente candida di
Peri. Per tutto ciò che le era stato
insegnato, sapeva che Allah era
l’unico e il solo; eppure non riusciva
a credere nemmeno per un istante
che i precetti religiosi che sua madre
riteneva sacri e contro i quali suo
padre inveiva appartenessero al
medesimo Dio. Non poteva essere. E
se invece era vero, come era
possibile che quel Dio venisse visto
in maniere così diametralmente
opposte da due persone che
condividevano una fede nuziale,
benché non più lo stesso letto?
Vigile e arrendevole, Peri era un
semplice testimone della faida,
costretta a guardare i suoi che si
facevano a pezzi. Imparò molto
presto che non esistono dispute più
dolorose di quelle famigliari, e che
non esiste disputa famigliare più
dolorosa di una incentrata su Dio.
Il coltello

Istanbul, 2016

Peri rintracciò presto le


mendicanti che le avevano scippato
la borsetta. Scappavano più veloci
che potevano, ma lei correva di più:
non credeva alla sua fortuna,
ammesso che fosse fortuna. Le
inseguì dentro un vicolo
acciottolato, tra mura di pietra che
sorgevano dalle ombre, con il petto
che le bruciava a ogni respiro.
Le ragazzine erano lì, ferme alla
destra e alla sinistra di un uomo
seduto, il vagabondo che aveva
fumato il mozzicone gettato via da
Peri. Lei avanzò di un passo, ma non
aprì bocca; aveva agito senza
pensare, e adesso che pensava si
trovava disorientata.
Il barbone sorrise sereno, come
se la stesse aspettando. Da vicino
pareva diverso, le linee ossute degli
zigomi perfettamente simmetriche,
una luminosità giovanile nelle
profondità nerissime degli occhi.
Non fosse stato per l’aspetto
miserabile, si sarebbe detto che in
lui ci fosse qualcosa del dandy.
Teneva in grembo la borsetta, con
riverenza, carezzandola come
un’amante perduta da tempo.
«Quella è mia» disse Peri, la
voce tirata mentre mandava giù il
nodo che le serrava la gola.
Nello stesso momento l’uomo
aprì il fermaglio, sollevò la borsa e
poi la rovesciò. Il contenuto si
sparse sul selciato: chiavi di casa,
rossetto, eyeliner, una penna, un
flaconcino di profumo, il cellulare,
un pacchetto di fazzolettini, occhiali
da sole, una spazzola, un assorbente
interno... E il portafogli di pelle, che
l’uomo raccolse con delicatezza. Ne
tirò fuori un mazzetto di banconote,
carte di credito, una carta d’identità
rosa da donna, una patente, foto di
bei ricordi di famiglia. Intascò i
soldi e il telefonino ignorando il
resto, e intanto fischiettava una
melodia spensierata, allegra, che
sembrava suonata da un vecchio
carillon. Stava per buttar via il
portafogli, quando notò qualcosa:
una polaroid scivolata parzialmente
fuori da uno scomparto in cui era
stata infilata con cura, in modo che
non si vedesse. Una reliquia di tempi
andati.
Il barbone studiò la foto con un
sopracciglio inarcato. C’erano
quattro visi: un uomo e tre ragazze.
Un professore e le sue studentesse.
Intabarrati nei cappotti, con cappelli
e sciarpe, davano le spalle alla
Bodleian Library di Oxford, stretti
gli uni agli altri per mantenersi al
caldo o per abitudine, intrappolati
per sempre in una delle giornate più
fredde di quell’inverno.
Il barbone alzò la testa e
sogghignò all’indirizzo di Peri, quasi
avesse riconosciuto Oxford da un
film o un ritaglio di giornale. O
magari aveva semplicemente notato
che una delle ragazze della foto era
la donna che ora gli stava di fronte.
Aveva messo su qualche chilo e
qualche ruga, aveva i capelli più
corti e lisci, ma gli occhi erano gli
stessi, a parte un velo di tristezza.
L’uomo gettò via la foto.
Peri guardò per qualche secondo,
non di più, la polaroid che si librava
in aria e poi planava svolazzando,
quindi sussultò come se la foto fosse
viva e potesse farsi male nella
caduta.
In preda al panico, gridò al
barbone che altre persone stavano
arrivando ad aiutarla: la polizia, i
gendarmi, suo marito. Sventolò la
mano per mostrare la fede, fin
troppo consapevole, in quel
momento, che la ragazza che era
stata l’avrebbe presa in giro per la
vanteria di questo simbolo del suo
stato civile, esibito quasi fosse un
amuleto. Ma l’uomo aveva più di un
motivo per non crederle, non ultimo
il groppo nella voce. Il vicolo era
deserto, il cielo privo di luce.
Quanto si era allontanata dalla strada
principale? Il rumore del traffico si
sentiva ancora, ma attutito, come se
venisse da oltre una parete di vetro.
Improvvisamente Peri ebbe paura.
Il barbone rimase immobile per
un attimo interminabile. L’aria era
talmente ferma che a Peri sembrò di
distinguere, in un vicino mucchio di
spazzatura, il tramestio di un topo
che frugava frettoloso con il
cuoricino, non più grande di un
pistacchio, che gli martellava nel
minuscolo torace. Il vicolo era fuori
dal regno dei gatti di Istanbul, fuori
dai confini cittadini e, in
quell’istante, fuori dal mondo.
Con calma l’uomo si tastò la
tasca del cappotto in cerca di
qualcosa, poi la tirò fuori. Era un
sacchetto di plastica con dentro un
tubetto di solvente; ne spremette
l’intero contenuto nella bustina, ci
soffiò dentro facendone un
palloncino e poi sorrise alla sua
creazione, come a un’idillica sfera di
vetro con la neve in cui ogni fiocco
mai caduto è un diamante o una
perla. Lo sistemò davanti al naso e
alla bocca, inspirò a fondo; una
volta, due, e poi una terza più lunga.
Quando rialzò la testa aveva
cambiato espressione, c’era e non
c’era. Si faceva abitualmente di
colla, comprese subito Peri, e solo in
quel momento notò i capillari
spezzati negli occhi, simili a crepe
sul terreno arido. Una voce interiore
le diceva di tornare da sua figlia, in
macchina, ma il corpo rimase
immobile, era come se quella colla
le fosse gocciolata tra i piedi,
bloccandola sul posto.
Il barbone offrì il sacchetto a una
delle ragazzine che, per
l’eccitazione, quasi glielo strappò di
mano e inspirò rumorosamente
mentre l’altra, impaziente e irritata
per essere l’ultima, aspettava il
proprio turno. Colla, il piacere
preferito di ragazzi di strada e
prostitute minorenni, il tappeto
magico che li portava, leggeri come
piume, al di sopra di tetti, cupole e
grattacieli, fino a un reame lontano
dove non c’era paura né motivi per
averne. Niente dolore, niente carceri,
niente papponi. Si trattenevano in
quell’Eden per tutto il tempo
possibile, succhiando acini dorati dai
graspi, sbocconcellando pesche
succose. Al sicuro dalla fame e dal
freddo, inseguivano gli orchi,
sbeffeggiavano i giganti e
ricacciavano i geni nelle bottiglie da
cui erano fuggiti.
Come tutti i sogni più dolci,
però, anche questo aveva un prezzo.
La colla dissolveva la membrana dei
neuroni, aggrediva il sistema
nervoso, distruggeva i reni e il
fegato, divorandoli dall’interno, un
centimetro dopo l’altro.
«Chiamo la polizia» gridò Peri,
più forte del necessario. “Non è la
cosa giusta da dire” pensò poi fra sé,
quindi aggiunse, ancora più forte:
«Anzi, mia figlia l’ha già chiamata.
Saranno qui da un momento
all’altro».
Come fosse l’imbeccata che
aspettava, il barbone si alzò in piedi.
Si muoveva in modo lento e cauto,
forse per darle il tempo di cambiare
idea, o per chiarire che in tutto
quello che stava per succedere lui
non aveva alcuna colpa.
Le ragazzine erano sparite. Di
quando se ne fossero andate e dove,
Peri non aveva idea. Seguivano gli
ordini del barbone: era il sultano dei
vicoli, l’imperatore dei cumuli di
spazzatura e delle cloache a cielo
aperto, di tutto ciò che era
indesiderato e abbandonato; il
magnanimo collezionista di ogni
cosa del genere. Non i suoi tratti, ma
l’intensità del suo portamento
ricordavano a Peri qualcuno, una
persona che pensava di aver lasciato
sigillato nel passato, che aveva
amato come nessun altro. Distolse lo
sguardo per un secondo o giù di lì, e
intravide la polaroid per terra. Era
una delle poche foto che aveva
conservato dei tempi di Oxford, e
l’unica con il professor Azur. Non
poteva permettersi di perderla.
Quando rialzò lo sguardo, si
accorse con sgomento che il barbone
perdeva sangue dal naso, a gocce
spesse che gli macchiavano il petto
di un rosso così intenso da sembrare
vernice. L’uomo arrancava ancora
verso di lei, apparentemente senza
rendersene conto. E infine udì un
rantolo – la sua stessa voce, in una
modulazione che non le era
familiare – quando scorse il
luccichio dell’acciaio.
Il giocattolo

Istanbul, anni Ottanta

Vennero a tarda notte di un


venerdì. Come gufi, avevano atteso
che la sera gettasse un manto nero
sopra la città per mettersi in cerca
della loro preda. La madre di Peri,
che era andata a letto a mezzanotte
passata dopo aver preparato una sua
specialità – agnello arrostito a fuoco
lento con foglie di menta – fu
l’ultima a sentire i colpi alla porta
d’ingresso. Per quando Selma si fu
svegliata e alzata, i poliziotti erano
già in casa e stavano mettendo
sottosopra la camera condivisa dai
due figli maschi. Dopo l’irruzione,
come se non riuscisse a
perdonarsela, Selma non dormì mai
più una notte filata e divenne a sua
volta una creatura notturna.
Benché stessero esaminando
tutto fino all’ultimo oggetto, era
chiaro da come si comportavano che
i poliziotti erano venuti per il figlio
maggiore, Umut. Lo costrinsero a
mettersi da solo in un angolo,
proibendogli di scambiare persino
un’occhiata con il resto della
famiglia. Al vederlo in quelle
condizioni, Peri, sette anni, provò
una tristezza così limpida da
sconfinare nella disperazione. Ad
alta voce non lo aveva mai detto, ma
dei due fratelli lui era il suo
preferito. Massiccio, con occhi
nocciola che s’increspavano agli
angoli a ogni sorriso e una fronte
ampia che lo faceva sembrare più
maturo della sua età, Umut aveva la
sua stessa tendenza ad arrossire
facilmente; ma diversamente da lei
era sempre di buonumore, come
voleva il suo nome che significa
«speranza». Malgrado la differenza
d’età, lui le era sempre stato molto
vicino, partecipando ai giochi più
buffi di Peri per puro e semplice
affetto: una volta si fingeva un
principe rapito a bordo di una nave
pirata, un’altra un astuto mago in
cima al monte Qaf, secondo le
esigenze narrative del giorno.
All’università, dove aveva
frequentato ingegneria chimica,
Umut era diventato decisamente più
introverso. Si era fatto crescere un
paio di folti baffi da tricheco e aveva
appeso alle pareti ritratti di gente
che Peri non aveva mai visto prima:
un nonno con una gran barba grigia,
un signore con il viso aperto e gli
occhialetti tondi di metallo, un altro
tizio con i capelli scarmigliati e un
basco scuro. C’era anche una
signora con lo chignon e un cappello
bianco. Quando aveva chiesto
spiegazioni al fratello, lui le aveva
detto: «Quello là è Marx, l’altro è
Gramsci, e quello col basco è il
compagno Che Guevara».
«Ah» aveva risposto Peri, del
tutto ignara del significato delle sue
parole ma colpita dall’ardore dei
toni. «E lei, invece?»
«Lei è Rosa.»
«Magari mi chiamassi io Rosa.»
Umut aveva sorriso. «Il tuo
nome è più bello, fidati. Ma se credi,
posso anche chiamarti Rosa-Peri.
Magari mi diventi una
rivoluzionaria.»
«Cos’è una rivoluzionaria?»
Umut aveva riflettuto, in cerca di
una risposta adeguata. «Una persona
che vuole dare un giocattolo a tutti i
bambini, e a nessun bambino troppi
giocattoli.»
«Hm, capito...» aveva risposto
lei, cauta. La prima parte le era
piaciuta, la seconda meno. «Quand’è
che sono troppi?»
Ridendo, il fratello le aveva
scompigliato i capelli e quell’ultima
domanda era rimasta in sospeso,
senza risposta.
Quei poster, adesso, i poliziotti li
stavano strappando via dal muro; e
dopo averli fatti a brandelli
passarono ai libri, che erano tutti di
Umut perché suo fratello, Hakan,
non era un gran lettore. Il Manifesto
del partito comunista di Karl Marx,
La situazione della classe operaia in
Inghilterra di Friedrich Engels, La
rivoluzione permanente di Lev
Trockij, Uomini e topi di John
Steinbeck, Utopia di Tommaso
Moro, Omaggio alla Catalogna di
Orwell... Facevano scorrere le
pagine, frustrati e indispettiti, con
l’aria di cercare lettere o appunti
privati. Non li trovarono, ma i libri li
confiscarono lo stesso.
«Perché leggi queste stronzate?»
disse a Umut il capo dei poliziotti,
afferrando una copia del Bacio della
donna ragno e sventolandogliela in
faccia. «Sei un turco musulmano.
Tuo padre è un turco musulmano.
Tua madre è una turca musulmana.
Sette generazioni, tutte uguali. Tu
che bisogno hai, di questa merda
forestiera?»
Umut si guardava i piedi nudi, le
dita pulite e arrotondate strette l’una
all’altra come per proteggersi.
«Se quegli stramaledetti
occidentali hanno un problema, è un
problema loro» proseguì l’uomo.
«Qui da noi sono tutti felici. Nel
nostro Paese non ci sono classi
sociali. Neanche sappiamo cosa vuol
dire, “classe sociale”. A te hanno
mai chiesto: “Ehi, tu in che classe
sociale sei?”... No, infatti! Siamo
tutti musulmani e siamo tutti turchi,
punto e basta. Stessa religione,
stessa nazionalità, stesso tutto. Cos’è
che ti sfugge?»
L’ispettore si avvicinò a Umut,
sporgendosi in avanti come se
volesse fiutarlo. «In questo Paese ci
sono voluti tre colpi di stato militari
per mettere fine a certe stronzate. E
adesso ecco che tornano fuori! Credi
che lo permetteremo? I tuoi libri
sono pieni di bugie. Sono scritti col
veleno! E forse hanno avvelenato
anche te, che dici?»
Umut non disse nulla.
«Ti ho fatto una domanda,
imbecille» urlò il poliziotto, con le
narici dilatate. «Ti ho chiesto se ti
hanno avvelenato!»
«No» rispose Umut con un filo
di voce.
«Io invece dico di sì» fece
l’altro, annuendo tra sé. «A guardarti
in faccia direi che è così.»
I materassi, l’armadio, i cassetti,
perfino l’interno della stufa a
legna... Nessun anfratto, nessun
recesso venne risparmiato. Ma
qualunque cosa cercassero, pareva
che non riuscissero a trovarla, il che
li rendeva ancora più rabbiosi.
«Perquisite il resto della casa.
L’hanno nascosta» ordinò l’ispettore
ai suoi uomini. Fumava una sigaretta
dopo l’altra e buttava la cenere per
terra.
«Mi scusi, ma... cosa staremmo
nascondendo, esattamente?» azzardò
Mensur – i radi capelli scarmigliati,
il pigiama a strisce tutto stazzonato,
i piedi infilati nelle ciabatte –
dall’angolo opposto della stanza,
dov’era stato confinato il resto della
famiglia, in attesa.
«Quando la trovo te la infilo su
per il culo» fece il capo. «Come se
non lo sapessi.» Stordita per
l’asprezza di quelle parole, Peri
strinse la mano del padre, ma lo
sguardo era fisso sul fratello. Era
preoccupata per Umut, che ora era
pallido come la luna calante.
I poliziotti rovistarono nelle altre
camere, in bagno, nel gabinetto,
nella dispensa dove si conservavano
i frutti dell’okra che avevano
essiccato e i cetrioli sottaceto fatti in
casa. Da dentro la cucina veniva il
rumore dei cassetti aperti, delle
scatole spostate, delle posate
sparpagliate ovunque. Gli scaffali,
prima ordinati e bordati di pizzo,
adesso erano completamente a
soqquadro. Trascorse un’ora, o forse
di più. All’esterno una fioca striscia
di luce solcava il cielo di piombo,
come un dentino infantile taglia la
carne viva.
«E la ragazzina?» chiese il capo.
Gettò la cicca della sigaretta sul
tappeto e la schiacciò sotto un tacco.
«Avete controllato i giocattoli?»
Selma, gli occhi fissi sul tappeto
che aveva pulito proprio quel
giorno, intervenne: «Efendim, ci
dev’essere un malinteso. Noi siamo
gente perbene. Timorata di Dio».
Senza farle caso, l’ispettore si
rivolse a Peri. «Dove sono le tue
cose, piccola? Facci vedere.»
Peri spalancò gli occhi. Com’è
che tutti si interessavano ai suoi
giocattoli – non che ne avesse troppi
– i rivoluzionari, la polizia? «Non ve
lo dico.»
Mensur, sempre tenendola per
mano, trasse la figlia più vicino a sé
e mormorò: «Sst. Faglieli vedere,
non abbiamo niente da nascondere».
Poi, senza rivolgersi a nessuno in
particolare, disse: «Li tiene in un
baule sotto il letto».
Qualche minuto dopo, quando il
capo dei poliziotti ricomparve con i
suoi agenti alle calcagna, ad
allarmare Peri fu più l’espressione
del viso che l’oggetto tenuto con due
dita.
«Bene, bene... E questa che
cos’è?»
Peri non aveva mai visto una
pistola in vita sua; e a differenza di
quelle della televisione, questa era
così piccola e graziosa che per un
attimo si chiese se fosse di
cioccolato.
«Nascosta in una culla, sotto una
bambola. Ingegnoso!»
«Giuro sul Sacro Corano che noi
non ne sappiamo niente» disse
Selma con voce rotta.
«Tu no, donna, è ovvio, ma tuo
figlio sì.»
«Non è mia» disse Umut
avvampando. «Mi hanno chiesto di
tenerla per qualche giorno. Dovevo
restituirla domani.»
«A chi?» gli chiese l’ispettore.
Sembrava allegrissimo.
Umut fece un respiro rabbioso,
poi sprofondò nel silenzio.
All’esterno saliva il richiamo del
muezzin di una moschea poco
distante: «Non c’è altro Dio che Dio.
È meglio pregare che dormire».
«Bene, andiamo» ordinò il capo.
«Portatelo dentro.»
Mensur, che alla vista dell’arma
era rimasto paralizzato, intervenne:
«Vi prego, ci sarà pure una
spiegazione. Mio figlio è un bravo
ragazzo. Non ha mai fatto del male a
nessuno».
L’ispettore, che si era già avviato
alla porta, si voltò a guardarlo.
«Sempre le stesse cazzate. Non
sapete badare ai vostri figli;
cominciano a frequentare comunisti
bastardi e senza Dio, si mettono
nella merda, e quando è troppo tardi
voi altri frignate e supplicate, uè, uè.
Perché fate dei figli se poi non ci
badate, teste di cazzo che non siete
altro? Non riuscite a tenere fermo
l’uccello?»
Con una mossa brusca l’uomo
afferrò i pantaloni del pigiama di
Mensur e glieli abbassò fino alle
ginocchia, mostrando le mutande
bianchissime, per quanto
leggermente consumate. Un paio di
poliziotti ridacchiarono, altri
ostentarono indifferenza.
Peri sentì l’energia che
abbandonava la mano del padre, le
dita lievi ed esangui, la mano di un
cadavere in attesa dell’autopsia. Il
silenzio di suo padre, la vergogna di
suo padre, del padre che adorava,
rispettava, amava e idolatrava dal
giorno in cui aveva pronunciato le
prime parole. Quando Mensur,
tremante, si fu ritirato su i calzoni
del pigiama, gli agenti di polizia
avevano già imboccato la porta,
portando via Umut.
Non lo avrebbero rivisto per
quasi due mesi, che Umut trascorse
in isolamento. Accusato di far parte
di un’organizzazione comunista
eversiva, aveva confessato il
possesso della pistola – dopo essere
stato denudato, bendato, legato al
telaio di una branda e sottoposto a
scariche elettriche. Quando gli
attaccarono gli elettrodi ai testicoli e
raddoppiarono il voltaggio, confessò
di essere il capo di una cellula che
progettava di assassinare una serie di
funzionari statali. Odore acre di
carne bruciata, odore ferroso di
sangue, odore pungente di urina e
aroma di cannella delle gomme da
masticare del suo principale
aguzzino, un ufficiale
soprannominato «Tubo» Hassan per
via delle sue fantasiose tecniche di
tortura con un tubo di gomma per
innaffiare.
Ogni volta che sveniva lo
rianimavano a secchiate d’acqua
gelida e lo immergevano in acqua
salata per aumentare la conduttività;
ogni mattina veniva medicato con
una pomata dagli stessi poliziotti che
poi tornavano a seviziarlo il
pomeriggio. Mentre gli spalmava
l’unguento sulle ferite, Tubo Hassan
si lamentava del salario basso,
dell’orario pesante, della figlia che
era scappata con un tizio molto più
vecchio di lei, già padre e sposato
con un’altra donna. I piccioncini
erano tornati sei mesi dopo,
spaventati e al verde, lui avrebbe
potuto ammazzarli lì per lì, e invece
li aveva risparmiati. Come molti
professionisti della tortura, era
tenero con i parenti, rispettoso con i
superiori e atroce con chiunque
altro.
Tra una seduta e l’altra Umut era
costretto ad ascoltare le urla degli
altri detenuti, esattamente come a
loro facevano sentire le sue. Intanto
l’inno nazionale gracchiava a tutto
volume dagli altoparlanti. Una volta,
durante un elettrochoc, si
dimenticarono di mettergli
l’asciugamano in bocca, una
semplice svista. Lui si morse la
lingua e quasi se la tranciò in due.
Per molto, molto tempo, mangiare fu
un’esperienza orribile; il sapore del
cibo riusciva a sentirlo solo quando
lo inghiottiva.
In quel momento si diceva che la
tortura, ampiamente praticata in
carceri, centri di detenzione e
riformatori di tutto il Paese
all’indomani del colpo di stato del
1980, si fosse attenuata; invece
proseguiva identica a prima. Le
vecchie abitudini sono dure a
morire. Non che non ci fossero stati
dei cambiamenti: la falaka – la
pratica delle percosse sulle piante
dei piedi – era stata sostituita in
molti casi con una lunga
sospensione appesi per le braccia,
metodo più pulito che lasciava meno
segni. Allo stesso modo erano
andate fuori moda le bruciature di
sigaretta e l’estrazione di denti e
unghie: le scosse elettriche erano più
rapide ed efficienti, e non restavano
quasi tracce. Niente di diverso dal
costringere i prigionieri a mangiare i
propri escrementi, a bere l’urina dei
compagni o a trascorrere ore nella
fossa settica: dei maltrattamenti non
restavano segni visibili. Fossero
anche comparsi all’improvviso, i
giornalisti ficcanaso o gli attivisti
occidentali per i diritti umani non
avrebbero scoperto niente.
Alla fine, Umut fu condannato a
otto anni e quattro mesi senza
condizionale.
Una volta emessa la sentenza, i
Nalbantoğlu cominciarono le
regolari visite nel carcere alla
periferia di Istanbul. Si presentavano
in varie combinazioni a seconda
della giornata: Mensur con il figlio
minore, Selma con la figlia, Mensur
con Peri, ma mai Selma e Mensur
insieme. Insieme a decine di altre
persone prendevano posto a un largo
tavolo di plastica, il cui piano
portava i segni di centinaia di
incontri pieni di dolore e di
angoscia; i visitatori da una parte, i
detenuti dall’altra. Tutti tenevano le
mani in vista, come da prescrizioni,
perché non ci fossero scambi di
alcun tipo; e in quello stato
cercavano di riempire la voragine
del silenzio con sorrisi che non
raggiungevano gli occhi e parole che
scivolavano loro di mano.
Una volta, quando Umut si alzò
per andarsene, Mensur vide una
macchia di sangue sul retro
dell’uniforme, nella parte bassa della
schiena. Una chiazza della forma e
dimensione di una foglia di salice. Il
metodo di tortura che la causava
aveva un suo nome: era la «Cola al
sangue». Picchiato e denudato, il
detenuto veniva costretto a sedersi
su una bottiglietta di Coca-cola. Si
diceva che il «cocktail» fosse
riservato a pochi eletti: prigionieri
politici, sospetti omosessuali e
transessuali presi nel corso delle
retate per strada.
Mensur rimase a fissare la
macchia, stordito; poi emise un
grido strozzato, ansimando
nonostante gli sforzi disperati per
mantenere la calma. Fortunatamente
Umut, già tornato al suo raggio, non
lo aveva sentito. Ma Peri, che quel
giorno aveva accompagnato il padre,
lo sentì eccome. Fu testimone di
tutta la scena, anche se per qualche
motivo – come se avesse visto un
film muto – ne avrebbe poi serbato
solo immagini. Dopo quella volta,
Mensur le proibì i colloqui in
prigione col fratello. Doveva restare
a casa e scrivergli, invece. E
raccontargli cose carine, particolari
teneri che lo rallegrassero. Peri lo
fece finché poté: componeva
missive piene di un’allegria che non
provava, su persone che a stento
conosceva ed episodi che non erano
andati proprio come lei li
descriveva. Ma Umut, come se
vedesse l’inganno in trasparenza,
non le rispondeva mai.
Tuttavia Peri lo incontrava
spesso nel sonno, in brutti sogni dai
quali si svegliava urlando nel cuore
della notte. Certe volte riusciva a
riaddormentarsi; altre, invece,
sgattaiolava fuori dal letto, si
infilava nell’armadio e ci si
chiudeva dentro, cercando di
immaginarsi che effetto faceva
trovarsi in cella. E mentre ascoltava
il battito del proprio cuore in quello
spazio nero e angusto, temendo che
l’ossigeno si andasse pian piano
esaurendo, faceva finta che suo
fratello fosse lì accanto, a respirare
con lei.

L’orrore di Umut finito dietro le


sbarre, anziché unirli, allontanò i
coniugi Nalbantoğlu fino a renderli
nemici. Mensur biasimava la
moglie: lui lavorava tutto il giorno e
quindi era Selma, diceva, che
avrebbe dovuto tenere d’occhio il
figlio. Avesse passato meno tempo
in compagnia di predicatori fanatici
che le promettevano il profumo del
paradiso e fosse stata più attenta a
quello che le succedeva sotto il naso,
sarebbe riuscita a impedire la
tragedia che li aveva colpiti. Dal
canto suo, l’astiosa, taciturna e
risentita Selma incolpava il marito.
Era stato Mensur a porre i semi
dell’empietà nella mente del figlio,
erano stati i suoi monologhi sul
materialismo e il libero pensiero a
condurli al disastro.
Col passare degli anni, il
matrimonio di Selma e Mensur si
era trasformato in un guscio vuoto;
ora quel guscio si era spaccato, e i
due si ritrovarono sulle sponde
opposte della fenditura. L’aria in
casa si fece greve e opprimente,
come se avesse assorbito la tristezza
dei suoi occupanti. La piccola Peri
aveva l’impressione che persino le
api e le falene, appena entrate dalle
finestre aperte, si precipitassero
immediatamente fuori in preda al
panico, e nemmeno le voracissime
zanzare succhiavano più il sangue
dei Nalbantoğlu, per paura di
ingerirne l’infelicità. Nei cartoni
animati e nei film che guardava Peri
c’erano dei comuni mortali che
venivano morsicati da ragni o punti
da calabroni, dopodiché si
trasformavano in supereroi e
facevano una vita esaltante. Ma per i
Nalbantoğlu era il contrario: pulci e
insetti, dopo essere venuti a contatto
con loro, subivano una metamorfosi
verso lo stato umano, schiacciati dal
peso di sentimenti dei quali non
sapevano che fare.
Fu in quel periodo che Peri
cominciò a rivedere il proprio
rapporto con Allah. Smise di pregare
prima di andare a dormire,
contrariamente a quanto le aveva
insegnato sua madre, ma nemmeno
voleva mostrarsi fredda nei
confronti dell’Onnipotente, come
invece le raccomandava il padre.
Alla fine scelse di trasformare tutta
l’angoscia e la pena, quelle a cui non
osava dar voce in presenza dei
genitori, in una cannonata di parole
che poi scagliava con forza verso il
cielo.
Cominciò a litigare con Dio.
Discuteva con Lui di tutto, gli
faceva domande a cui, lo sapeva,
non esistevano risposte semplici, ma
gliele faceva lo stesso, sottovoce,
così che nessuno potesse sentire.
Decisamente irresponsabile, da parte
Sua, permettere che accadessero
cose terribili a chi non le meritava.
Non riusciva, Dio, a vedere e sentire
al di là dei muri di un carcere e delle
sbarre di una cella? Se non ci
riusciva, allora non era onnipotente.
Se invece ci riusciva, e continuava a
non andare in soccorso dei
bisognosi, allora non era
misericordioso. In un modo o
nell’altro, non era quel che
affermava di essere. Era un
impostore.
Della rabbia che non poteva
indirizzare alla madre e al suo
maestro Üzümbaz Efendi, della
frustrazione che non poteva
rivolgere contro il padre e le sue
bevute, della tristezza che non
poteva comunicare al fratello
maggiore e della stanchezza che
provava nei confronti del minore,
Peri faceva un impasto molliccio e
poi lo versava nei suoi pensieri
riguardo a Dio. Lì l’impasto si
cuoceva, nel forno della sua mente,
gonfiandosi adagio, crepandosi nel
mezzo, bruciandosi sui bordi.
Mentre i suoi amichetti apparivano
schietti e leggeri come gli aquiloni
che facevano volare, mentre loro
scherzavano a scuola e prendevano
ogni giorno come veniva, Nazperi
Nalbantoğlu, bambina insolitamente
emotiva e introversa, era
occupatissima a cercare Dio.
Dio, parola semplice dal
significato oscuro. Dio, così vicino
da sapere tutto quel che facevi – o
anche solo pensavi di fare – eppure
impossibile da raggiungere. Ma Peri
era decisa a trovare il modo, perché,
grazie a una logica deviata e tutta
personale, era giunta a credere che
se le fosse riuscito di conciliare il
Creatore di sua madre e il Creatore
di suo padre, allora sarebbe stata
anche in grado di ristabilire
l’armonia tra i suoi genitori. Con un
qualche genere di accordo su cosa
Dio fosse o non fosse, in casa
Nalbantoğlu la tensione si sarebbe
attenuata, e magari anche nel mondo
intero.
Dio era un labirinto senza
piantina, un cerchio privo di centro;
un rompicapo i cui pezzi non si
incastravano mai. Se solo fosse
riuscita a risolvere quel mistero, Peri
avrebbe potuto dare senso
all’insensatezza, portare ragione
nella follia, ordine nel caos e,
magari, imparare anche lei a essere
felice.
Il taccuino

Istanbul, anni Ottanta

«Vieni a sederti qui con me,


amore» disse Mensur alla figlia una
rara sera in cui era da solo a tavola.
Peri obbedì immediatamente. Ne
aveva patito moltissimo la
mancanza: benché fosse lì in casa,
dal giorno che Umut era stato
arrestato il padre le era sempre parso
distaccato, assorto nei propri
pensieri, niente più della scorza
dell’uomo che era una volta.
«Ti racconto una storia»
proseguì Mensur. «C’era una volta a
Istanbul un suonatore di flauto; era
un sufi, ma anche un cane sciolto.
Quando vedeva una bottiglia di raqı
o di vino, sgridava tutti quelli che
aveva intorno: “Una goccia di
questo liquore è peccato, lo sapete o
no?”. Poi apriva la bottiglia, ci
infilava un dito, attendeva qualche
minuto e alla fine tirava fuori il dito
gocciolante. “Ho tolto la goccia
peccaminosa” diceva quindi.
“Adesso possiamo bere in pace.”»
Mensur rise della sua stessa
storiella, una risata bassa e triste.
Peri guardò attentamente il
padre, intuendo nella domanda un
solitario atto di ribellione, ma contro
cosa, o chi? Incerta, gli chiese:
«Baba, posso provare?».
«A far cosa? A bere il raqı?»
Lei fece di sì con la testa. Prima
di allora non le era mai venuto in
mente, ma adesso che lo aveva
detto, aveva veramente voglia di
provarlo. Era un modo di entrare in
sintonia con il padre.
Mensur scosse il capo. «Hai solo
sette anni. Neanche per idea.»
«Ne ho otto» rettificò lei.
«Questo mese ne compio otto.»
«Be’, è sicuramente meglio
assaggiare l’alcol per la prima volta
a casa con papà e mamma che fuori,
di nascosto, e in condizioni normali
aspetterei che di anni ne compissi
diciotto» rifletté Mensur. «Ma a quel
punto, con i fanatici religiosi che
girano, chissà se l’alcol si troverà
ancora. Magari ne esporranno un
paio di bottiglie da qualche parte. Al
Museo degli Oggetti Degenerati!
Proprio come i nazisti, eh? Quindi
mi sa che è meglio se te ne lascio
assaggiare un sorso prima che sia
troppo tardi.»
Così dicendo, Mensur riempì un
bicchiere di acqua e ci aggiunse un
generoso spruzzo di liquore
all’anice. Mentre Peri guardava il
distillato che si disperdeva in acqua,
suo padre guardava lei con
un’espressione tenera.
«Le vedi le gocce? Siamo io e
miei amici, che ci disperdiamo in un
mare d’ignoranza.» Poi Mensur levò
il calice e concluse: «Sherefe!».
Euforica perché veniva trattata
come un’adulta, Peri sorrise.
«Sherefe!»
«Se ci vede tua madre, mi spella
vivo.»
Peri prese una sorsata rapida, e
sul viso le comparve
immediatamente una smorfia
schifata. Era una cosa tremenda, la
peggiore che avesse mai provato. Il
sapore dell’anice, più aspro ancora
dell’odore, le bruciava la lingua, le
faceva salire il solletico al naso e le
lacrime agli occhi. Come faceva suo
padre a bere quella robaccia tutte le
sere con tanto godimento?
«Promettimi una cosa» le disse
Mensur, senza badare alle sue
reazioni. «Non credere mai alle
frottole da comari, se capisci cosa
intendo.»
«Sì, sì» rispose Peri dopo aver
buttato giù un bicchier d’acqua e
una fetta di pane per levarsi il
saporaccio di bocca. «Come quando
dicono di non passare un bambino
con un salto sennò non cresce più. E
se ti fai scrocchiare le nocche, spezzi
le ali a un angelo. E se fischi al buio,
chiami Satana. Quelle cose lì.»
«Brava, tutte quelle fesserie.
Senti, c’è una regola che ho
imparato a rispettare, e ti consiglio
di fare lo stesso. Non credere mai a
niente se non lo hai visto con i tuoi
occhi, sentito con le tue orecchie,
toccato con le tue mani e afferrato
con la tua testa. Me lo prometti?»
Ansiosa di compiacere il padre,
Peri pigolò: «Promesso, Baba».
Soddisfatto, Mensur fendette
l’aria con l’indice per sottolineare le
proprie parole. «L’istruzione ci
salverà! È l’unica strada per
progredire. Tu dovrai andare nella
migliore università del mondo.»
S’interruppe, come a riflettere su
quale potesse essere. «Tu sei l’unica
tra i miei figli che può farcela. Datti
da fare. Salva te stessa
dall’ignoranza, me lo prometti il
doppio?»
«Promesso il doppio.»
«Un problema però c’è»
soggiunse Mensur. «Gli uomini non
vogliono che le donne siano troppo
sveglie e troppo istruite. Non vorrei
che morissi zitella.»
«Fa niente, tanto non voglio
sposarmi, voglio restare con te.»
Mensur scoppiò a ridere. «No,
fidati, cambierai idea. Però non
regalare il tuo cuore a uno che non
crede nella scienza... e nella
conoscenza. Me lo prometti più di
tutto?»
«Promesso più di tutto.» Peri si
accomodò sulla sedia con un altro
pensiero per la testa. «E Dio? Non si
vede, non si sente, non si tocca...
però bisogna crederci lo stesso?»
Mensur assunse un’aria mesta.
«Ti svelo un segreto. Quando si
tratta dell’Onnipotente, i grandi non
ne sanno molto più dei piccoli.»
«Ma Dio c’è per davvero?»
insistette Peri.
«Sarà meglio per lui. Quando Lo
vedo, nell’altro mondo, prima che
attacchi Lui con me, lo chiederò io a
Lui, dov’è stato tutto questo tempo.
Ci ha lasciati a noi stessi troppo a
lungo!» Mensur s’infilò in bocca un
pezzo di formaggio e prese a
masticare con vigore.
«Baba... perché Allah non ha
aiutato Umut? Perché ha lasciato che
accadesse tutto questo?»
«Non lo so, anima mia» rispose
Mensur con un nodo alla gola.
Tacquero. Peri arricciò le dita
dei piedi e premette le pantofole sul
tappeto, intuendo che sarebbe stato
più saggio cambiare discorso.
L’accenno al fratello maggiore
aveva incupito l’atmosfera già tetra,
come una nuvola che passi sopra
una luna fioca. «E l’inferno e il
paradiso?» Le pene e le tribolazioni
dell’inferno erano state come una
cantilena costante nella sua
educazione. Era terrorizzata all’idea
che suo padre potesse venire esiliato
nel regno dei dannati, tra pentoloni
bollenti e vampe di fiamma e angeli
oscuri detti zabani.
«Be’, io non sono tipo da
paradiso, giusto? Ci sono due
possibilità: se Dio non ha il minimo
senso dell’umorismo, sono
spacciato. All’inferno col treno
espresso. Se invece ce l’ha, c’è
qualche speranza che possa venire in
paradiso con te. Dicono che là
scorrano fiumi di vino, il migliore!»
Peri fu colta da un’ondata di
preoccupazione. «Ma se Allah fosse
serio e austero come dice sempre la
mamma?» bisbigliò.
«Non preoccuparti, abbiamo un
piano B» replicò Mensur. «Tu fa’ in
modo che mi seppelliscano con un
piccone, e ovunque mi mandino, io
mi scaverò una galleria per uscire!»
Peri spalancò gli occhi. «Ma
l’inferno è talmente profondo che se
ci butti un sassolino, quello cade per
settant’anni prima di fermarsi. Me
l’ha detto la mamma.»
«Certo, te lo ha detto lei.» Un
sospiro silenzioso. «Ma senti questa:
un anno sulla terra è solo un minuto
nell’aldilà. E in un modo o nell’altro
io ti troverò.» Mensur s’illuminò in
volto. «Uh, quasi dimenticavo: ho
una cosa per te!»
Tirò fuori un pacchettino dalla
cartella di cuoio, una scatolina
argentata legata con un nastro
dorato.
«È per me?» Peri esaminò il
pacchetto.
«Non lo apri?»
Dentro c’era un taccuino. Uno
splendido quadernetto turchese
cucito a mano, con un mosaico di
lustrini e specchietti sulla copertina.
«So che hai delle curiosità su
Dio» commentò Mensur, pensoso.
«Io non posso darti tutte le risposte.
Nessuno può, onestamente,
nemmeno tua madre e quello svitato
del suo predicatore.» Svuotò il suo
bicchiere di raqı in un colpo solo.
«Non provo simpatia per la religione
e nemmeno per i religiosi, ma vuoi
sapere perché sono ancora
affezionato a Dio?»
Peri fece di sì con la testa.
«Perché Lui è solo, Pericim,
come me... e come te» riprese
Mensur. «Tutto solo lassù, chissà
dove, senza nessuno per fare due
chiacchiere... d’accordo, forse un
paio d’angeli, ma non è che i
cherubini siano il massimo del
divertimento. Miliardi di persone
pregano Dio, “donami la vittoria,
donami tanti soldi, donami una
Ferrari, fammi questo e fammi
quello...”. Sempre le stesse parole,
ma nessuno che si prenda la briga di
conoscerlo veramente.»
Mensur si riempì di nuovo il
bicchiere, con un lampo di tristezza
negli occhi. «Pensa a come reagisce
la gente quando vede un incidente
per strada. Tutti a dire subito: “Dio
non voglia!”. Ti rendi conto? Il
primo impulso è quello di pensare a
sé, non alle vittime. E le preghiere,
sembrano tutte scritte con la carta
carbone. Proteggimi, amami,
sostienimi, si tratta sempre di me.
Loro la chiamano devozione, a me
sembra egoismo travestito.»
A queste parole Peri inclinò la
testa di lato, ansiosa di consolare il
padre ma senza la minima idea di
come fare. La casa sprofondò in un
silenzio così fragile che un sospiro
lo avrebbe rovesciato. Peri si chiese
se la madre, da dietro le pareti e dal
proprio letto, stesse ascoltando
quella conversazione e, se sì, che
cosa le stesse passando per la testa.
«Da oggi in poi, quando ti viene
un pensiero su Dio, o su te stessa,
scrivilo nel taccuino.»
«Come se fosse un diario?»
«Sì, ma sarà un diario speciale»
rispose Mensur rianimandosi. «Un
diario per la vita!»
«Ma le pagine non mi
basteranno.»
«Infatti, l’unico modo è
cancellare quello che hai scritto
prima. Mi segui? Scrivi e cancella,
anima mia. Io non posso insegnarti a
non formulare pensieri cupi. Non ci
sono mai riuscito neanch’io.» Il
padre s’interruppe. «Ma speravo che
tu potessi almeno cancellarli.»
«Così poi posso farne degli
altri?»
«Be’, sì... meglio un pensiero
cupo nuovo, di un pensiero cupo
vecchio.»
Quella stessa sera, seduta sul suo
letto, Peri aprì il diario e scrisse la
prima annotazione: Credo che Dio
sia fatto di pezzi e colori diversi.
Posso costruirmi un Dio pacifico,
d’infinito amore. Oppure posso
costruirlo arrabbiato, castigatore. O
magari non costruisco proprio
niente. Dio è una scatola di Lego.
Monta e tira giù. Scrivi e
cancella. Credi e dubita. Era davvero
questo, ciò che suo padre aveva
voluto dirle? Alla fin fine non era
poi così importante, perché era
questo che Peri, riandando molti
anni dopo col pensiero a quel
giorno, aveva sentito.
L’insegnamento paterno avrebbe
dato corpo a un sospetto che già
nutriva: se alcuni sono credenti
appassionati, altri sono ugualmente
appassionati non-credenti, e lei
sarebbe sempre rimasta incastrata
fra gli uni e gli altri.
La polaroid

Istanbul, 2016

Il barbone si avventò contro


Peri, mulinando il coltello con gesti
talmente veloci e scomposti che solo
per miracolo riuscì a schivarlo. La
lama le mancò di pochi centimetri il
fianco, ma squarciò il palmo della
mano destra, e lei cacciò un grido
penetrante, con la voce spezzata dal
dolore. Il sangue scorse giù per il
polso, gocciolando sull’abito di seta
viola.
Con il cuore che le martellava
nella cassa toracica e la fronte
madida di sudore, spinse l’uomo con
tutte le sue forze. Lui, sorpreso dalla
reazione, perse l’equilibrio e
ondeggiò per un attimo, e lei ne
approfittò per fargli cadere il coltello
di mano. Furioso, l’uomo le sferrò
un pugno allo sterno con tanta forza
che per un orribile momento le si
mozzò il fiato. Pensò alla figlia che
aspettava in macchina; pensò ai due
figli più piccoli, che a casa
guardavano il loro cartone preferito.
In testa fluttuò un’immagine del
marito: alla cena, circondato da altri
ospiti, a guardare l’orologio ogni
due minuti, devastato dalla
preoccupazione. Al pensiero che
forse non avrebbe mai più rivisto le
persone a cui voleva bene le vennero
le lacrime agli occhi: che stupida, a
morire così. Uno affronta la morte
per difendere la patria, la bandiera,
l’onore; lei, per difendere una borsa
finto Hermès con l’accento
sbagliato. Ma forse era tutto
ugualmente insensato.
Il barbone la colpì ancora, questa
volta allo stomaco. Tossendo, Peri si
piegò in due, ormai priva di forze.
Poi riuscì a tirare fuori un’ultima
riserva di volontà. «Fermati! Ti devi
fermare immediatamente!» gli gridò
come se stesse rimproverando un
bambino discolo. Tremava; il corpo
sembrava rifiutarsi di ascoltare il
cervello che ordinava di non cedere
al panico, o quanto meno di non
mostrarlo. «Sta’ a sentire» bisbigliò
roca, «se mi fai del male, passi dei
guai seri. Vai a finire in galera. Ti
spezzeranno...» Voleva dire «lo
spirito», ma disse invece «... le ossa.
Vedrai se non lo faranno».
Il barbone biascicò di rimando:
«Chi cazzo ti credi di essere, troia?».
Nessuno le aveva mai dato della
troia; la parola la trapassò come una
scheggia di ghiaccio. Fece un altro
tentativo, questa volta puntando
sulla riconciliazione: «Tienila, la
borsa, d’accordo? Tu vai per la tua
strada, io per la mia».
«Troia!» ripeté l’uomo, come
bloccato su quell’insulto.
Poi lo sguardo gli si rabbuiò e gli
occhi divennero fessure. Trattenne il
respiro, eccitato dai propri stessi
pensieri. Un’automobile passò
vicino all’entrata del vicolo, con i
fari che tracciavano per un attimo
una galleria di fuga. Peri avrebbe
voluto gridare per chiedere aiuto, ma
era già troppo tardi, la macchina era
sparita. Erano di nuovo immersi nel
buio. Peri fece un passo indietro.
Il barbone l’afferrò per il collo e
la tirò giù. Le si sciolsero i capelli;
lo spillone che teneva lo chignon
rimbalzò a terra con un flebile suono
metallico. Cadendo all’indietro, Peri
batté la testa contro l’asfalto, ma
chissà come il colpo non le fece
male; da laggiù il cielo sembrava
assurdamente lontano, simile a una
lastra di bronzo, immobile, solido,
freddo. Cercò di rialzarsi, con la
mano che lasciava impronte
insanguinate, ma in un lampo lui le
fu addosso e già si affannava per
strapparle il vestito. Dalla bocca gli
usciva un odore acido, di fame,
sigarette, roba chimica; il tanfo della
decadenza. Peri sentì un conato di
vomito; la carne che cercava di
penetrare la sua carne era quella di
un cadavere.
Succedeva di continuo, nella
città fatta di due continenti, sette
colli e quindici milioni di bocche.
Succedeva dietro a porte chiuse e
cortili aperti, nelle camere dei motel
da due soldi e nelle suite degli
alberghi di lusso, nel cuore della
notte e alla luce del giorno. I
bordelli della città ne avrebbero
potute raccontare, di storie, se solo
avessero trovato orecchie disposte
ad ascoltare. Squillo, vecchie
prostitute e ragazzetti in vendita
malmenati, aggrediti e minacciati da
clienti che cercano solo una scusa
per perdere i freni. Trans che non si
rivolgono alla polizia per non farsi
violentare una seconda volta;
bambini che hanno paura di certi
parenti, spose novelle che temono
suoceri o cognati; infermiere,
maestre, segretarie molestate da
pretendenti sovreccitati perché in
passato non sono volute uscire con
loro; casalinghe che non dicono una
parola perché in questa cultura non
ci sono parole per descrivere lo
stupro coniugale. Succedeva di
continuo. Coperta da una cappa di
omertà e silenzio che induceva
vergogna nelle vittime e lasciava
tranquilli gli aggressori, a Istanbul la
violenza carnale non era esattamente
una novità. In una città dove tutti
avevano paura degli estranei, la
maggior parte delle aggressioni
veniva da chi era fin troppo
familiare, fin troppo vicino.
Nei minuti che seguirono nel
silenzio di quel vicolo, come
svegliandosi da un sogno soltanto
per ritrovarsi intrappolata
nell’incubo di qualcun altro, la
percezione che Peri aveva degli
eventi si frammentò in strati distinti.
Reagì di nuovo, era forte, ma lo era
anche lui, e in modo inatteso rispetto
alla corporatura macilenta. Le diede
una testata, facendole perdere i sensi
per qualche secondo. Peri rischiò di
arrendersi, il dolore era troppo
acuto, irresistibile la spinta a lasciar
prevalere la disperazione.
Fu allora che, con la coda
dell’occhio, scorse una sagoma. Era
soffice e setosa, troppo angelica per
essere umana. La riconobbe – lo
riconobbe. Il bebè nella nebbia. Gote
rosee, fossette sui braccini, gambotte
robuste e paffute, ciuffetti di capelli
dorati che ancora non si erano
scuriti. Un pupetto dolcissimo, a
parte il fatto che non esisteva. Era
un jinni, uno spirito,
un’allucinazione. Frutto della sua
fantasia tesa e impaurita, ma non era
il loro primo incontro.
Ignaro dell’apparizione alle
proprie spalle, il barbone imprecò
mentre armeggiava con i pantaloni.
Tirava impaziente la corda che gli
faceva da cintura; doveva averla
annodata troppo stretta, perché non
riusciva a slacciarla con una sola
mano e a tenere ferma Peri con
l’altra.
Il bebè nella nebbia gorgogliava
tutto contento. Attraverso i suoi
occhi innocenti Peri vide la follia in
cui era stata risucchiata, vide quella
miseria ridicola; e infatti ridacchiò,
forte, spavalda. La sua reazione
sconcertò il barbone, che si fermò
per un attimo.
«Aspetta, ti aiuto io» fece Peri,
indicando la corda.
All’uomo brillarono gli occhi,
mezzo disorientato, mezzo
diffidente. Poi gli balenò sul viso un
guizzo di boria: era riuscito a
intimorirla e sapeva, da esperienze
precedenti, che bastava la paura per
trascinare qualcuno, chiunque, dalle
stelle alle stalle. Arretrò, ma solo di
qualche centimetro.
Allora Peri gli si scagliò addosso
con tutta la forza che aveva. Colto di
sorpresa, lui cadde all’indietro, sulla
schiena. Svelta e agile, lei saltò su e
gli sferrò un calcio tra le gambe; lui
guaì come un animale ferito mentre
Peri non provava nulla, né pietà, né
ira. Dagli altri si impara sempre
qualcosa: alcuni insegnano la
bellezza, altri la crudeltà. Lei non
sapeva se la colla sniffata prima si
fosse diffusa per il corpo del
barbone, indebolendolo, o se fosse
lei rinvigorita da qualche energia
selvatica e ignota, ma si sentiva
potente, scatenata, pericolosa.
Gli schiacciò un piede sulla
faccia, concentrando tutto l’impeto
in quella singola azione. Si sentì un
rumore tremendo, lo schianto del
naso che si rompeva; ma la vista del
sangue dell’uomo, stavolta copioso,
anziché terrorizzarla la spinse a
premere con più forza. Prima di
rendersene conto, lo stava
prendendo a calci e pugni ovunque.
Il barbone si teneva la pancia,
mentre il cappotto gli si era aperto
rivelando il torace emaciato. Lieve e
apatico, sopportò il pestaggio come
se fosse stanco degli inseguimenti,
dei furti, dell’affanno e della
meschinità di tutto.
«Brutto figlio di puttana» disse
Peri tra sé. Erano anni che non
diceva parolacce ad alta voce, dai
tempi di Oxford, e lo trovò – come
quell’ultima volta –
sorprendentemente facile e dolce.
Il bebè nella nebbia scivolò oltre
di lei. Evanescente come un sospiro,
una statuina fatta delle sete e dei veli
più fini. Non sorrideva più; adesso i
suoi tratti, incisi in una cera color
miele, erano immobili. E non
sembrava giudicare quello che stava
accadendo: era al di là di fatti del
genere, esterni al suo dominio.
Rapido, dopo aver aiutato Peri
ancora una volta, svanì. Il vapore si
dissolse senza lasciare tracce nella
tenebra serale che si andava
raccogliendo.
Di colpo Peri smise di picchiare
il barbone. Un vento leggero si alzò
a smuoverle i capelli, un gabbiano –
magari lontano pronipote di un altro
gabbiano che nella notte dei tempi
aveva ingoiato la lingua del poeta –
volteggiava in alto gridando,
arrabbiato per qualcosa o con
qualcuno in quella città di folle e
cemento.
L’uomo ansimava, ogni respiro
era un rantolo. Aveva la faccia
coperta di sangue e il labbro
superiore spaccato.
“Mi dispiace” pensò Peri e fu sul
punto di pronunciare quelle parole,
ma le si impigliarono in gola. In
quell’istante, come per un riflesso
condizionato, le tornò in mente una
voce, amorevole e censoria al
contempo: “Ancora lì a scusarti con
tutti, mia cara?”.
Così le avrebbe detto in quel
momento il professor Azur,
verosimilmente, se fosse apparso a
Istanbul. Che bizzarria, la piena del
passato arrivava proprio quando il
disordine s’infrangeva sulle sponde
del presente. Ricordi a caso, ansie
represse, segreti taciuti, e sensi di
colpa, una colpa potente. Tutti i
sensi le si attenuarono, il mondo
divenne un fondale sfocato.
Inghiottita da una sensazione di
serenità, quasi una specie di torpore
che la separava da tutto il resto,
compreso il dolore in qualche punto
del corpo che non riusciva a
individuare, Peri ricordò momenti
della sua vita che pensava di essersi
lasciata alle spalle per sempre.
Il barbone cominciò a piangere.
Era sparito l’imperatore delle strade,
il mendicante, il drogato, il ladro, lo
stupratore... gli avevano strappato
tutti i ruoli, lasciando solo un
ragazzino che singhiozzava al buio,
desideroso di un conforto che non
sarebbe arrivato mai. Ora che
l’effetto della colla era del tutto
svanito, il dolore fisico aveva preso
il posto delle allucinazioni.
Peri gli si avvicinò, col sangue
che le pulsava nelle orecchie,
inorridita da quello che aveva fatto.
Gli avrebbe offerto aiuto, se proprio
in quel momento non fosse arrivata
sua figlia.
«Mamma, che è successo?»
Veloce come un lampo, Peri si
girò e si ricompose, facendo del suo
meglio per raccogliere le idee.
«Tesoro... perché non hai aspettato
in macchina?»
«E quanto dovevo aspettare
ancora?» disse Deniz, ma quale che
fosse il rimprovero che aveva in
mente, sparì subito. «Oddio,
sanguini. Che cavolo è successo?
Stai bene?»
«Sto benissimo» rispose lei. «Ci
siamo un po’ azzuffati.»
Il barbone, ora mortalmente
silenzioso, si tirò su e arrancò fino a
un angolo, senza dar segno di
notarle. Madre e figlia raccolsero la
borsetta e tutti gli oggetti
sparpagliati che riuscirono a trovare.
«Perché non ho una mamma
normale come tutti quanti?»
bofonchiò fra sé Deniz, raccattando
da terra le carte di credito.
Era una domanda a cui Peri non
sapeva rispondere, e quindi non ci
provò nemmeno.
«Andiamo» fece Deniz.
«Un attimo.» Peri si guardò in
giro in cerca della polaroid, che
sembrava scomparsa.
«Forza!» gridò Deniz. «Che ti
prende?!»
Uscirono dal vicolo e tornarono
di corsa in macchina. La Range
Rover azzurro Montecarlo le
aspettava, era un miracolo che non
l’avessero rubata.
Fecero il resto della strada in
silenzio, la figlia intenta a pulirsi le
unghie e la madre con gli occhi fissi
sulla strada. Solo più tardi Peri si
sarebbe resa conto che non avevano
recuperato il cellulare. Forse ce
l’aveva ancora in tasca il barbone;
forse era caduto mentre si
picchiavano e ora lampeggiava e
suonava in un angolo del vicolo, uno
dei tanti lamenti a cui nessuno, a
Istanbul, presta ascolto.
Il giardino

Istanbul, anni Ottanta

Peri aveva otto anni quando vide


per la prima volta il «bebè nella
nebbia». L’incontro l’avrebbe
cambiata per sempre, intrecciandosi
alla sua vita come un rampicante al
tronco di un albero giovane.
Avrebbe anche segnato l’inizio di
una serie di esperienze che, pur
familiari per via della loro
somiglianza, non sarebbero divenute
con gli anni meno spaventose.
Diversamente da gran parte delle
case nei paraggi, la loro era
racchiusa da tutti e quattro i lati da
un giardino rigoglioso. Era sul retro
che i Nalbantoğlu passavano gran
parte del tempo all’aria aperta. Lì
appendevano ai fili i peperoni rossi,
le melanzane e gli okra a seccarsi al
sole, lì preparavano vasetto dopo
vasetto la salsa di pomodoro
piccante e lì cuocevano al vapore le
teste di pecora nei calderoni per la
festa di Id al-adha. Peri faceva di
tutto per non guardarle, quelle
pecore, negli occhi aperti e vacui,
con la gola stretta al pensiero che
chiunque mangiasse quegli occhi
avrebbe anche inghiottito l’orrore
che avevano visto l’istante prima
della macellazione. L’idea la turbava
doppiamente perché sapeva che
quella sera stessa, a tavola, sarebbe
stato suo padre a consumare quella
prelibatezza accompagnata dal raqı.
Sempre lì si impilava la lana
cruda, per poi dare aria, lavare e
battere i mazzetti con i bastoni
prima di rimetterli dentro i
materassi. Ogni tanto un ciuffo di
fibra si staccava dal mucchio e
ricadeva delicatamente sulla spalla
di qualcuno come la piuma di un
piccione colpito da un fucile.
Quando Peri aveva confessato al
padre che la lana cruda le faceva
venire in mente uccelli morenti e
che gli occhi delle pecore la
guardavano con aria accusatoria,
Mensur aveva sorriso e le aveva
dato un buffetto sulla guancia. «Sei
troppo sensibile, canimin içi, prendi
la vita troppo sul serio» – come se
lui fosse poi così diverso.
Uno steccato di legno grezzo –
con i pali talmente distanziati che lo
facevano somigliare a una bocca
sdentata – separava il loro giardino
dal mondo esterno. Di tutte le
attività che si svolgevano sul retro la
preferita di Peri, dopo i giochi che
faceva con gli altri bambini, era il
lavaggio comune dei tappeti. Quanto
desiderava l’arrivo di quel giorno,
che cadeva a intervalli di qualche
mese; bisognava che ci fosse bel
tempo, non troppo secco né troppo
umido, che i tappeti fossero sporchi
abbastanza, e che tutti fossero
dell’umore giusto.
Il giorno deputato, tutti i tappeti
venivano arrotolati e trascinati fuori,
per poi essere nuovamente distesi
sull’erba uno accanto all’altro.
Annodati a mano, piatti o prodotti in
serie, da lavare ce n’era una dozzina.
Scagliati dentro un universo di nodi
simmetrici, medaglioni centrali e
simboli nascosti, i bambini di via del
Poeta Muto saltavano di qua e di là
tra squilli di risate, solcando oceani
e attraccando in ogni porto sui loro
tappeti volanti.
Nel frattempo bolliva sul fuoco,
in un angolo, una marmitta di ferro
scoperta dalla quale si pescavano
ciotolate d’acqua da gettare sui
tappeti per ammorbidirne il tessuto.
Poi uno per uno venivano
insaponati, spazzolati, strigliati e
sciacquati, ancora e ancora. Non
tutte le donne sgobbavano allo
stesso modo; la madre di Peri, per
dirne una, aspettava in disparte,
trovando quel lavoro troppo noioso e
sudicio per i propri gusti. Altre, più
impavide e diligenti di lei, si erano
già tirate su gli shalwar e le gonne;
con i visi arrossati per l’importanza
della missione e i capelli non più
trattenuti dai foulard, calpestavano a
piedi nudi la pila lanosa dei tappeti
come se attraversassero un campo di
orzo tenero.
Nelle ore successive i bambini
facevano castelli di fango,
intrappolavano mosche in scatole di
fiammiferi striate di marmellata,
mangiavano albicocche (e ne
schiacciavano i noccioli) e angurie
(e ne seccavano i semini), facevano
ghirlande di aghi di pino e
inseguivano una gatta fulva che era
obesa oppure incinta all’ultimo
stadio. Poi non sapevano più che
cosa fare, ma a quel punto solo un
terzo circa dei tappeti era stato
pulito per bene; uno dopo l’altro gli
amichetti se ne andavano a casa, per
tornare più tardi, mentre Peri, dato
che quella era casa sua, il suo
giardino, restava.
Era una bellissima giornata,
calda e luminosa. Tra scrosci e
spruzzi, il vento era saturo dei
rumori dell’acqua. Le donne
spettegolavano, ridevano e
cantavano. Qualcuno faceva battute
sconce, che Peri non capiva ma
intuiva fossero tali dal cipiglio sul
viso di sua madre.
Nel pomeriggio le pulitrici di
tappeti facevano una pausa per
mangiare. Portavano fuori quello
che avevano preparato in anticipo:
foglie di cavolo farcite, börek con la
feta, cetrioli sottaceto, insalata di
bulgur, polpette arrostite, rotoli di
mela al forno... Si sistemava fuori un
gran vassoio, su cui ogni piatto
trovava posto fra pile di azzimi e
bicchieri di ayran, bianco e spumoso
come fiocchi di nuvole dispensati
dalla mano di un dio generoso.
Famelica, Peri prese un börek
dal piatto, ma quasi non fece in
tempo a dargli un morso che l’aria
venne trafitta da un urlo lancinante.
Sua madre, frettolosa e distratta, era
andata a sbattere contro la marmitta
dell’acqua bollente, riuscendo a suo
merito a non rovesciarsela addosso.
Il braccio sinistro, però, era
ustionato dal gomito alle dita.
Mollando qualunque cosa stessero
facendo, le altre donne corsero in
aiuto di Selma.
«Bagnatele il braccio con
l’acqua fredda» disse qualcuno.
«Dentifricio! Da spalmare su
tutta la bruciatura!»
«Aceto, così abbiamo curato le
ustioni di mia zia, ed erano peggio
di queste» intervenne qualcun altro.
Tutti si precipitarono dentro casa
per assistere Selma meglio che
potevano, e Peri rimase sola in
giardino. Una striscia di sole le
cadeva sul viso, un insetto le
ronzava attorno per i sonnolenti fatti
suoi. Sotto un fico dall’altra parte
della strada c’era un gatto, gli occhi
di giada come due fessure
sottilissime. Le venne in mente di
dargli qualcosa da mangiare; prese
una polpetta, si arrampicò sullo
steccato e in un attimo si ritrovò
fuori.
«Ehi, ragazzina, come ti
chiami?»
Peri si voltò e vide un giovanotto
in camicia a quadri bianchi e rossi,
blue jeans che avevano l’aria di non
essere mai stati lavati e un baschetto
sul punto di scivolargli via dalla
testa. Lì per lì non rispose, perché
sapeva che non si parla con gli
sconosciuti. Ma nemmeno si
allontanò. Il basco l’aveva
incuriosita, perché le aveva ricordato
il poster nella camera di Umut.
Forse questo sconosciuto era un
rivoluzionario; forse aveva sentito
parlare di suo fratello, e della sua
sorte. Se non gli avesse detto la
verità, pensò, in pratica non gli
avrebbe fornito informazioni. Perciò
disse: «Mi chiamo Rosa».
«Ma guarda, mai conosciuta una
Rosa prima d’ora» disse lui, il viso
inclinato verso il sole. «E così
carina, pure. Da grande farai strage
di cuori.»
Peri non disse nulla, benché
qualcosa le si smuovesse dentro, una
minuscola onda di sensualità, una
forza non ancora desta, per metà
esaltata e per metà respinta dal
complimento.
«Mi par di capire che ti
piacciono i gatti.»
La voce era lieve, fragile. In
seguito, sebbene non in quel
momento, Peri l’avrebbe paragonata
al fagiolino che teneva nell’ovatta
umida sul davanzale della finestra.
Proprio come quel fagiolo, la voce
dello sconosciuto si nascondeva,
cambiava, germogliava.
«Ho visto una palla di pelo
dietro l’angolo» continuò lui. «A
quanto pare, la signora ha appena
fatto cinque micetti. Sono,
tenerissimi, piccoli come topini.
Hanno gli occhi rosa.»
Ostentando indifferenza, Peri
offrì alla gatta l’ultimo pezzo di
polpetta.
Il tipo si avvicinò di un passo;
sapeva di tabacco, di sudore e di
terra umida. Si accucciò a terra e le
sorrise. Adesso si guardavano negli
occhi. «Peccato che la madre li
annegherà.»
Peri trattenne il fiato. In fondo al
campo dove vagavano i cani randagi
e pascolava qualche capra, c’era una
cisterna che nessuno usava perché se
cadevano più di cinque centimetri di
pioggia si contaminava di acque di
scolo. La ragazzina lanciò uno
sguardo in quella direzione, quasi
aspettandosi di vederci galleggiare
cadaveri felini.
«Certe gatte lo fanno» riprese lo
sconosciuto con un sospiro.
Peri non riuscì a trattenersi. «E
perché?» chiese.
«A loro non piacciono gli occhi
rosa» rispose lui. I suoi erano
castano chiaro, incavati e vicini sul
viso spigoloso. «Temono di aver
dato alla luce creature estranee,
come cuccioli di volpe. E quindi li
uccidono.»
Peri si chiese se i cuccioli di
volpe avessero gli occhi rosa e, se sì,
che cosa ne pensassero le loro
madri. In famiglia lei era l’unica con
gli occhi verdi ed era una fortuna,
pensò, che finora nessuno avesse
visto la cosa come un problema.
Il tipo, notando il suo sconcerto,
fece una carezza sulla testa della
gatta prima di alzarsi. «Sarà meglio
che vada a controllare i mici. Hanno
bisogno di cure. Ti va di venire con
me?»
«Chi, io?» fece lei, perché non
sapeva che altro dire.
Lui serrò le labbra, riflettendo
prima di rispondere, come se fosse
stata lei a proporgli di andare con
lui. «Puoi venire, se vuoi. Ma sono
piccolissimi. Mi prometti di stare
attenta a non fargli male?»
«Promesso» rispose lei,
disinvolta.
Da qualche parte si aprì una
finestra; una donna strillò nel vento,
minacciando il figlio di spezzargli
tutte e due le gambe se non fosse
rientrato per pranzo
immediatamente. L’uomo, nervoso
tutt’a un tratto, guardò di qua e di là
facendo la faccia lunga. «Non
devono vederci insieme. Io vado
avanti, tu vienimi dietro.»
«Ma i mici, dove sono?»
«Non lontano, ma è meglio se
prendiamo la macchina. Ce l’ho
proprio qui dietro l’angolo.» Fece un
gesto vago, poi accelerò il passo.
Peri cominciò a seguire lo
sconosciuto, che zoppicava
vistosamente. Benché nutrisse delle
remore su ciò che stava facendo,
questa era la prima decisione che
prendeva senza i suoi genitori, e il
momento in cui più si era avvicinata
a un senso di libertà.
Ben presto, gettandosi occhiate
evasive alle spalle, il tipo raggiunse
la macchina e si mise al volante,
aspettando che arrivasse anche lei.
Peri si fermò, colpita da un
avvertimento più fisico che intuitivo,
e rabbrividì come se un vento gelido
le avesse sfiorato la pelle nuda. Ma a
sconcertarla più di tutto fu la nebbia
che era spuntata di colpo dal nulla.
Una cortina di foschia, strati su strati
di grigio come rotoli di stoffa
dipanati in un negozio di telerie. La
nebbia la disorientò, per un attimo,
circa dove stava andando e perché;
riusciva a distinguere il profilo
lattiginoso di un albero vicino, ma il
mondo oltre quel punto era diventato
invisibile, compreso l’uomo che era
solo pochi metri più avanti.
E dentro la nube di grigio, Peri
ebbe una visione incredibile: un
bimbo dal viso tondo, aperto,
fiducioso. Con una macchia violacea
che gli andava dalla guancia fino al
collo, e del liquido che colava da un
angolo della bocca, come se avesse
appena avuto un piccolo rigurgito.
«Peri, dove sei?» La voce di sua
madre, carica di apprensione,
proveniente dalla casa color delle
ciliegie aspre.
Lei non riuscì a rispondere. Il
cuore le martellava in gola mentre,
gli occhi sgranati per la confusione,
guardava il bebè nella nebbia. Era
certamente uno spirito, un jinni,
pensò. Ne aveva sentito parlare,
erano creature fatte di fuoco senza
fumo che vivevano qui da ben prima
che Adamo ed Eva fossero
scaraventati giù dal giardino
dell’Eden; storicamente, quindi, la
Terra apparteneva a loro e gli umani
erano gli ultimi arrivati, gli invasori.
I jinn abitavano lande desolate –
montagne coperte di neve, caverne
buie, deserti aridi – ma spesso
trovavano la strada per arrivare in
città e colonizzare cessi puzzolenti,
cantine tetre, soffitte muffose. E
siccome vagavano liberi ovunque,
bisognava farci attenzione; a
calpestarne uno per sbaglio si
rischiava di finir male, quasi
certamente paralizzati. Forse era già
successo anche a lei, che non
riusciva più a muovere un muscolo.
«Peri, rispondimi!» gridò Selma.
Il bebè nella nebbia ebbe un
sussulto, quasi avesse riconosciuto
la voce. Il grigiore cominciò a
dissolversi, e così anche il piccolo,
un pezzetto alla volta, come una
bruma mattutina sotto i raggi del
sole nascente.
«Sono qui, mamma!» Peri fece
dietrofront e si mise a correre verso
il giardino più forte che poteva.
Dopo avrebbe chiesto in giro se
qualcuno, nel quartiere, sapesse
qualcosa di certi micetti con gli
occhi rosa. Nessuno, niente.

Più avanti, molto più in là nel


tempo, Peri capì che solo per un
soffio non era diventata l’ennesima
notizia di cronaca nera. Anonima se
non per le iniziali, N.N., e una
fotografia con una pecetta nera a
coprirle gli occhi, aveva rischiato di
finire proprio là, vicino al resoconto
di un’aggressione mortale a un capo
mafioso di Istanbul, degli scontri fra
l’esercito turco e i separatisti curdi
in qualche città del confine
sudorientale, della decisione di un
tribunale di sequestrare il Tropico
del Cancro di Henry Miller. In tutta
la nazione la gente avrebbe letto i
particolari del suo rapimento
toccando legno, scuotendo il capo,
facendo schioccare la lingua e
ringraziando Dio che non fosse
toccata a un figlio loro.
Decise che il suo salvatore era
«il bebè nella nebbia» e non ci pensò
più, non sapendo e forse neanche
volendo capire da dove fosse
spuntato. Ma la visione continuò a
ripresentarsi, in maniera del tutto
inattesa, per tutta la vita; non solo
quando era in pericolo ma anche in
momenti normalissimi. All’aperto e
al chiuso, la mattina o al tramonto,
la nebbia poteva calare in qualunque
luogo e istante, a stringerla da ogni
lato come se volesse spingerla ad
ammettere, una volta per tutte, fino a
che punto era sola.
Anni dopo, fu quel segreto e non
altri a trovare posto nella sua valigia
quando, a diciannove anni, partì
diretta all’università di Oxford per la
prima volta. Da altri Paesi europei
non si potevano introdurre in
Inghilterra né carne né latticini, ma
nessuno vietava di portare con sé le
proprie paure e i traumi
dell’infanzia.
L’hodja

Istanbul, anni Ottanta

Una settimana dopo Peri trovò il


coraggio di rivelare il segreto al
padre.
«Scusa, hai detto che hai delle
visioni?» domandò Mensur con il
cruciverba del giornale ripiegato in
grembo.
«Non delle visioni, Baba. Una
visione» precisò Peri. «Un
bambino.»
«E dov’è esattamente questo
bambino?»
Peri arrossì. «Galleggia in aria,
tipo.»
Per un istante, l’espressione del
padre non tradì nulla. «Tu sei
intelligente, piccola mia» disse
infine Mensur. «Vuoi diventare
come tua madre? Se è così
accomodati, riempiti la testa di
stupidaggini. Ma da te mi aspettavo
qualcosa di meglio.»
Fu un colpo al cuore per lei.
Decisa a non deluderlo mai, cedette.
Non che fosse tanto difficile: la
visione, tutto sommato, non l’aveva
toccata, e benché l’avesse vista con i
suoi occhi, e in seguito arrivasse
anche a sentirla, di fronte a
un’esperienza così bizzarra non
poteva fidarsi dei propri sensi. Per le
regole empiriche di suo padre il
bebè nella nebbia non esisteva,
quindi, concluse Peri, era un frutto
della sua fantasia; ma al perché la
sua fantasia lo avesse partorito non
trovava alcuna spiegazione
plausibile.
«Il mondo civilizzato, Pericim,
non si basa su credenze infondate. È
stato costruito sulla scienza, sulla
ragione e sulla tecnologia. Ed è il
mondo a cui apparteniamo io e te.»
«Lo so, Baba.»
«Bene. Allora non parliamone
più. E soprattutto, non farne mai
parola con tua madre.»
Era inevitabile, tuttavia. Se la
fisica di suo padre aveva le proprie
regole universali, così era per la
psicologia umana. Non c’era nulla
come l’ordine di non aprire la
quarantesima porta, o di non
sbirciare nel forziere, per far sì che il
chiavistello venisse tolto, il
coperchio forzato. Va detto che Peri
mantenne la promessa fin quando
poté; ma alla successiva apparizione
del bebè nella nebbia, la ragazzina
corse a chiedere aiuto alla madre.
«Perché non me l’hai detto
prima?» disse Selma, con una ruga
preoccupata a solcarle la fronte.
Peri inghiottì a vuoto. «L’avevo
detto a papà.»
«A tuo padre? E cosa vuoi che
ne capisca?» fece Selma. «Senti, a
me sembra proprio opera di un jinni.
Alcuni agiscono con garbo, ma altri
sono pura malvagità, e il Corano ci
mette ben in guardia. Farebbero
qualunque cosa per impossessarsi di
un essere umano, e specialmente di
una ragazzina. Le donne sono
particolarmente esposte al pericolo:
dobbiamo stare attente.»
Selma si chinò in avanti e le
ravviò una ciocca di capelli dietro
l’orecchio. In Peri quel gesto,
semplice e affettuoso, scatenò
un’ondata di tenerezza. «Cosa devo
fare?» domandò alla madre.
«Due cose. Primo, dimmi
sempre la verità, perché Allah scova
qualunque bugia e i genitori sono gli
occhi di Allah sulla Terra. Secondo,
occorre che troviamo un esorcista.»
Il mattino seguente andarono
insieme da un hodja, noto per la sua
abilità nel liberare i malcapitati dalla
possessione demoniaca. Piuttosto
grassoccio, con due baffetti scuri e
la voce sibilante, teneva in mano un
rosario d’onice che sgranava adagio
e aveva un testone del tutto
sproporzionato al resto del corpo,
come se gliel’avessero piazzato sul
collo di fretta, senza pensarci; collo
che peraltro sembrava esser stato
inghiottito dalla camicia, ben
abbottonata fino all’ultima asola
sotto il mento.
Osservando Peri con sguardo
indagatore, le fece una serie di
domande su come mangiava,
giocava, studiava, dormiva e andava
di corpo. Quell’indagine minuziosa
la metteva a disagio, ma la bambina
rimase ferma sulla sedia, facendo
del proprio meglio per rispondere a
modo. L’uomo le chiese se di
recente avesse schiacciato un ragno
o un bruco o una lucertola o uno
scarafaggio o una cavalletta o una
coccinella o una vespa o una
formica. Su quest’ultima Peri esitò:
chi lo sa, forse una formica l’aveva
calpestata, o peggio ancora un
formicaio. L’hodja confermò che i
jinn, sfuggenti com’erano, potevano
assumere sembianze di insetti, e se
uno li schiacciava senza invocare il
nome di Allah, ne veniva posseduto
lì sui due piedi.
Ciò detto, si rivolse a Selma. «Se
la bimba avesse imparato a non
uscire di casa senza recitare la
Fatiha, questo non sarebbe successo.
Io ho cinque figli, e mai nessuno è
stato infastidito dai jinn. Perché?
Semplice, perché sanno come
proteggersi. Non le hai insegnato
proprio niente, sorella?»
Lo sguardo di Selma guizzò
dall’uomo alla figlia e viceversa.
«Ci provo, ma lei non ascolta. Suo
padre ha una cattiva influenza su di
lei.»
«Papà non c’entra niente...»
protestò Peri. Poi, con calma:
«Adesso che succede?».
Anziché risponderle, l’esorcista
l’afferrò per le spalle, le si avvicinò
con la faccia per quella che a lei
sembrò un’eternità e sibilò: «Quale
che sia il tuo nome, io lo scoprirò. E
diverrai mio schiavo. So che
appartieni alla schiera degli empi, o
essere perfido e malevolo:
abbandona questa ragazzina
innocente! Ti avverto!».
Peri serrò gli occhi. Le dita
allentarono la presa attorno alle sue
spalle. Poi l’uomo le spruzzò
dell’acqua di rose sulla testa,
recitando preghiere per scacciare il
maligno, e le chiese di ingoiare
minuscoli pezzetti di carta scritti in
arabo – l’inchiostro le lasciò la
lingua tinta di blu per giorni e
giorni. Non accadde nulla. Quella
sera, dietro le raccomandazioni
dell’hodja e l’insistenza di sua
madre, Peri trascorse un’ora da sola
nel giardino, sussultando a ogni
minimo rumore, una sagoma
impaurita alla luce fioca di un
lampione. Il giorno dopo la
mandarono a inseguire un branco di
cani randagi, ma alla fine furono
loro a inseguire lei.
«Oh jinni, ti darò un’ultima
possibilità» disse l’esorcista quando
tornarono a consultarlo. Stavolta
aveva in mano una lunga bacchetta,
fatta con un ramo secco di salice. «O
vieni fuori spontaneamente, o te le
suono di santa ragione.»
E prima che Peri afferrasse fino
in fondo quel che aveva sentito,
l’uomo la colpì sulla schiena. Lei
urlò.
Selma impallidì. «È proprio
necessario, efendim?»
«È l’unico rimedio. Il jinni va
spaventato. Più a lungo rimane nel
suo corpo, più potente diventa.»
«Sì, ma... questo non posso
permetterlo» replicò Selma, le
labbra tirate. «Ce ne andiamo.»
«Come vuoi» disse l’hodja,
imperturbabile. «Ma io ti avviso,
sorella. Questa bambina è incline
all’oscurità. Se anche ti liberi di
questo jinni adesso, un altro potrà
facilmente catturarla. Tienila
d’occhio.»
Madre e figlia, ormai più
spaventate dall’esorcista che da
qualunque possibile jinni, uscirono
di corsa... ma non prima che Selma
si separasse da una somma
considerevole.
«Non preoccuparti, mi passerà»
disse Peri quando arrivarono alla
fermata dell’autobus. Teneva la
madre per mano, e si sentiva in
colpa. «Mamma, che cosa intendeva
quando ha detto che sono incline
all’oscurità?»
Selma parve turbata, non tanto
dalla domanda della figlia quanto
dalla propria incapacità di darle una
risposta. «Certe persone sono così,
dalla nascita. Il che spiega, direi, le
cose che facevi da piccola...»
S’interruppe, con le lacrime agli
occhi.
Pur non sapendo a che cosa
alludesse, Peri intuì che doveva aver
fatto qualcosa di molto, molto
brutto. «Farò la brava, te lo
prometto.»
L’ennesima promessa che
avrebbe fatto di tutto per mantenere,
da quel giorno in avanti. Con
profonda obbedienza si sarebbe
attenuta a ciò che ci si aspettava da
lei, tornando sui propri passi là dove
aveva deviato dalla retta via, sempre
attentissima a non provocare
sorpresa o sconcerto, più normale e
più innocua che poteva.
Selma le diede un bacio sulla
fronte. «Canim, speriamo che questa
storia sia finita, ma tu fa’ attenzione!
Potrebbe capitare di nuovo, e se
succede devi dirmelo. I jinn sono
vendicativi.»
Capitò di nuovo, ma avendo
imparato la lezione sulla propria
pelle, Peri non ne parlò con nessuno.
Sua madre era troppo superstiziosa,
suo padre troppo razionale, e
nessuno dei due poteva darle il
minimo aiuto in una questione tanto
assurda. Di qualunque episodio
misterioso, se pure solo lievemente
fuori dell’ordinario, Selma avrebbe
fatto una questione religiosa e
Mensur, semplicemente, di sanità
mentale. Peri, dal canto suo,
preferiva scansarle entrambe.
Più ci pensava su, e più si
convinceva che doveva tenere per sé
le sue visioni. Per quanto la
sconvolgessero, le accettò come un
fatto della vita, come una lisca di
pesce conficcata in gola, che non
riusciva né a buttare giù né a sputare
e non le dava altra scelta che
imparare a conviverci. Perciò ripose
il bebè nella nebbia – che fosse un
jinni o una cosa completamente
diversa – nei recessi della memoria;
un enigma senza soluzione.
Anni dopo, non molto tempo
prima della partenza per Oxford,
scrisse sul suo «diario di Dio»:
Davvero non c’è un altro posto, un
altro spazio per le cose che non
ricadono sotto la fede né sotto
l’incredulità, che non sono pura
religione né pura ragione? Una
terza via per gente come me? Per
quelli che non vogliono adeguarsi a
questi dualismi e li trovano troppo
rigidi? Certe volte ho l’impressione
di essere alla ricerca di una lingua
nuova. Una lingua che nessuno
parla tranne me...
L’acquario

Istanbul, 2016

Alle nove meno un quarto di


sera, madre e figlia raggiunsero il
konak in riva al mare. Ringhiere in
ferro battuto, scalini di marmo
bianco, fontane decorate a mosaici,
videocamere di sicurezza hi-tech,
cancelli telecomandati, recinzioni
col filo spinato. La tenuta non
sembrava tanto una villa quanto
un’isola, una cittadella sontuosa che
si era chiusa fuori dalla città, o forse
il contrario. Era stata adottata ogni
possibile misura di sicurezza perché
la soglia non venisse varcata da
venditori ambulanti, ladri, criminali
o stili di vita non graditi.
Peri teneva la mano destra ferita
contro il petto e guidava con la
sinistra. Lungo la strada si era
fermata in una farmacia e si era fatta
medicare il taglio dal titolare, un tale
di mezza età con i baffi brizzolati.
Alla domanda su come fosse
successo, Peri aveva risposto,
sbrigativa: «Tagliando la verdura.
Ecco cosa capita a cucinare in
fretta».
L’altro aveva riso; i farmacisti di
Istanbul erano una stirpe di saggi, a
cui non sfuggiva una bugia, ma che
non approfondivano verità
spiacevoli. Prostitute ferite dai
clienti, dai papponi o da se stesse;
donne malmenate dai mariti;
automobilisti pestati da altri
automobilisti; capitava a tutti di
entrare in farmacia e tirar fuori una
fandonia, fiduciosi che se anche non
venivano creduti, per lo meno non
sarebbero stati interrogati.
Peri controllò il bendaggio e le
sfuggì una smorfia quando si
accorse che la macchia rossa era
passata attraverso la garza. Avrebbe
preferito togliersi la fasciatura prima
di entrare per evitare domande
difficili, ma il dolore, il sangue e il
rischio di infezione bastarono a farle
cambiare idea.
Appena superato il cancello,
apparve un massiccio guardiano in
completo scuro, avvolto in una nube
di dopobarba. Mentre l’uomo
parcheggiava l’auto, Peri e Deniz
attraversarono il giardino
curatissimo, tra pergole di
rampicanti. Una brezza lieve
smuoveva le foglie dei platani.
«Tesoro, non dovevo proprio
corrergli dietro, a quello. Che cosa
m’è saltato in mente?» disse Peri
rompendo il silenzio. Con la mano
sana sfiorò la figlia, un tocco
leggerissimo, come se Deniz fosse
fragile e la sua rabbia fatta di vetro.
Una volta erano molto unite,
avevano i loro codici segreti. Adesso
era difficile credere che quella fosse
la stessa ragazzina che rideva come
una matta per le sue battute sceme e
che le teneva la mano quando un
personaggio disneyano piangeva: la
bambina dolcissima era scomparsa,
lasciando il posto a una sconosciuta.
La trasformazione – non avrebbe
saputo come altro definirla – aveva
colto Peri alla sprovvista, nonostante
avesse letto decine e decine di
articoli sul fatto che la pubertà
arrivava sempre più presto,
soprattutto per le femmine. Si era
sempre prefissa di avere con sua
figlia un rapporto molto migliore di
quello che lei aveva avuto con la
madre; e non è forse l’unica vera
speranza da realizzare nella vita, di
cavarcela meglio dei nostri genitori
e che i nostri figli siano genitori
migliori di noi? E invece scopriamo,
fin troppo spesso, che senza
rendercene conto ripetiamo gli stessi
errori della generazione precedente.
E Peri sapeva inoltre che troppo
spesso la collera cela la paura.
Perciò disse sottovoce: «Mi dispiace
se ti ho spaventata».
«Mamma, mi hai spaventata
eccome!» rispose Deniz. «Poteva
ammazzarti!»
Sua figlia aveva ragione; in quel
vicolo con il barbone Peri aveva
davvero rischiato di morire, ma
Deniz non sapeva che il contrario
era altrettanto vero, se non di più:
sua madre avrebbe potuto
tranquillamente uccidere
quell’uomo.
«Non la rifarò mai più, una cosa
del genere» dichiarò Peri mentre
raggiungevano i gradini che
portavano all’ingresso.
«Promesso?»
«Promesso, tesoro. Però non dire
niente a tuo padre, si
preoccuperebbe e basta.»
Deniz ci pensò su, un attimo di
esitazione che sparì rapido come era
apparso. Poi scosse il capo: «Ha il
diritto di saperlo».
Peri stava per ribattere, ma
l’enorme portone di rovere intagliato
a fiori e foglie si aprì dall’interno.
Una cameriera in gonna nera e
camicetta di chiffon bianco era
ferma all’ingresso e sorrideva. Dalle
sue spalle si levavano i suoni e i
profumi di un banchetto ben avviato.
«Benvenute! Accomodatevi,
prego.»
La cameriera parlava con un
forte accento; probabilmente era
moldava, georgiana o ucraina, una
delle molte straniere che lavoravano
per le famiglie di Istanbul mentre
nel loro Paese erano le parenti e le
amiche a tirarne su i figli, e ogni
mese i mariti aspettavano l’arrivo
dell’assegno.
«Ma perché mi ci hai portata?»
sbottò Deniz a tutto volume.
«Te l'ho detto, c'è anche una tua
amica. Forza, godiamoci la serata.»
Erano appena entrate in casa che
Peri vide il marito farsi strada tra gli
invitati verso di loro, sul viso
un’espressione mista di ansia e
irritazione. Giacca avvitata nocciola,
camicia bianca inamidata, cravatta
azzurra e beige, scarpe lucide come
il cristallo: del suo aspetto, Adnan
non aveva trascurato nulla. Era un
uomo che si era fatto da sé, il cui
lavoro lo aveva portato da origini
umili a una ricchezza accumulata nel
settore immobiliare. Diceva spesso
che l’unico a cui doveva il suo
successo era Allah l’Onnipotente,
ma a Peri, per quanto rispettasse il
duro lavoro e il senso degli affari del
marito, non era ben chiaro perché il
Creatore avesse dovuto favorire
proprio lui. Adnan aveva diciassette
anni più di lei, ma a Peri sembrava
che la differenza d’età si notasse
soprattutto quando era agitato e gli
si approfondivano le rughe sulla
fronte, come adesso.
«Dove sei stata? Ti ho chiamata
cinquanta volte!»
«Mi spiace, caro, ho perso il
telefono» rispose Peri con la voce
più rassicurante che riuscì a tirar
fuori. «È una storia lunga, non
parliamone adesso.»
«Papà, lo vuoi sapere perché
abbiamo fatto tardi?» intervenne
Deniz con gli occhi illuminati alla
vista del padre. «Perché la mamma
s’è messa a dare la caccia ai ladri!»
«Che cosa?»
Deniz si scostò una ciocca di
capelli dagli occhi. Aveva il naso del
padre, lungo e aquilino, e la stessa
sicurezza di sé. «Chiediglielo» disse
prima di incamminarsi verso una
ragazza più o meno coetanea, che
sembrava annoiata in mezzo agli
invitati più grandi.
Ma non c’era tempo per le
spiegazioni. Il padrone di casa,
interrotta la conversazione con un
famoso giornalista, si avvicinava a
grandi falcate. Era un omone
robusto, dalle spalle larghe, la testa
calva e la corporatura rubizza del
forte bevitore. Non aveva neppure
una ruga sul viso, saturo in ogni
centimetro dei più aggiornati
trattamenti anti-età. Quando
sorrideva i lineamenti rimanevano
immobili, salvo per un accenno di
contrazione agli angoli della bocca.
«Ce l’avete fatta!» tuonò. Gli
occhi azzurri, luccicanti di malizia,
la squadrarono. «Che ti è successo
alla mano? Hanno cercato di rapirti?
Colpa tua: non dovresti essere così
bella!»
Peri sorrise, sebbene la battuta
l’avesse fatta impallidire. Sperava
che né lui né altri facessero
commenti sullo stato del vestito:
lacero all’orlo, chiazzato di
frappuccino. La magra consolazione
era che le macchie di sangue si
dissimulavano, segni marroni
irregolari. Rispose: «Abbiamo avuto
un piccolo incidente lungo il
percorso».
La fronte di Adnan si corrugò
per la preoccupazione. «Come, un
incidente?»
«Niente di serio, credimi» disse
Peri sfiorando il gomito del marito:
un segnale perché non facesse
ulteriori domande. Si volse verso
l’uomo d’affari, amabile. «Che villa
stupenda!»
«Grazie, carissima. Purtroppo,
abbiamo motivo di pensare di essere
stati colpiti dal malocchio: una
disgrazia dopo l’altra. Prima si sono
rotte le tubature e al pianterreno ci
siamo trovati con l’acqua fino alle
caviglie. Poi un fulmine ha colpito
un albero che si è abbattuto sul tetto.
Riesci a crederci? E tutto nel giro di
pochi mesi.»
«Dovresti procurarti un nazar
boncuğu» suggerì Adnan.
«Be’, abbiamo fatto di meglio:
stasera abbiamo qui un sensitivo!»
«Ma davvero?» chiese Peri, non
perché le interessasse l’argomento,
ma perché sapeva che ci si aspettava
che reagisse così. Aveva
l’impressione che di recente
l’interesse per medium e indovini
fosse schizzato alle stelle. Forse non
era una coincidenza, che in un Paese
in cui l’instabilità era la norma ci
fosse una tale smania di profezie e
divinazioni; possibilmente formulate
da donne, ma valide per ambo i
sessi. Fra la cronica
indeterminatezza politica e la
mancanza di trasparenza, i veggenti,
autentici o fasulli, svolgevano una
loro funzione sociale: sospingere
l’incertezza verso qualcosa di più
simile alla certezza.
«Dicono tutti che è strepitoso»
spiegò l’uomo d’affari. «Non si
limita a parlare con i jinn, ma gli dà
ordini. E a quanto pare loro fanno
tutto quello che vuole. Ha addirittura
delle mogli-jinn, un harem intero!»
Sghignazzò sulla parola «harem»,
ma vedendo che Peri non lo seguiva,
la fissò. «Qualcosa non va? Sembra
che l’abbia vista tu,
un’apparizione.»
Peri si ritrasse d’istinto. In certi
momenti si chiedeva se la gente le
leggesse in faccia che aveva delle
visioni, cose che gli altri non
vedevano; ma fortunatamente
l’uomo d’affari era interessato solo a
sentire la propria voce. «So di
broker che lo consultano prima di
giocare in borsa. Da matti, vero?
Sensitivi e mercato azionario!» Rise.
«È un’idea di mia moglie, ma non
prendetevela con lei. Poverina,
dall’incidente non ci sta più tanto
con la testa.»
Ne avevano parlato tutti i
giornali: circa sei mesi prima, un
cargo da centodue metri battente
bandiera della Sierra Leone si era
arenato dentro la loro residenza in
riva al mare. La nave aveva distrutto
l’argine e l’elegante veranda
meridionale, risalente all’ultimo
secolo dell’Impero ottomano.
Era stato su quella veranda che il
Kaiser Guglielmo II aveva preso il
tè con un pascià noto per le sue
smisurate ambizioni e per la sua
ammirazione nei confronti della
cultura e delle virtù militari della
Germania. Lo stesso pascià avrebbe
poi messo in giro la diceria che il
Kaiser fosse musulmano e che
appena nato, persino prima di
posarlo sul petto della madre, gli
avessero sussurrato all’orecchio i
primi versi del Corano: il suo vero
nome era Hajji Wilhelm, amico
eterno e protettore inflessibile
dell’Islam. Un’immagine molto
comoda, per quando gli ottomani
sarebbero entrati in guerra a fianco
dei tedeschi.
E sempre su quella storica
veranda un giovane ereditiere turco,
infatuato di una ballerina della
Russia bianca fuggita a Istanbul
dopo la Rivoluzione, non essendo
riuscito a convincere la famiglia ad
accettare la sua amata, si era puntato
una pistola alla tempia e si era
sparato. Il proiettile, dopo avergli
mandato in pezzi il cranio e
attraversato il cervello, gli era uscito
dietro l’orecchio sinistro e si era
conficcato in una crepa del muro, in
cui sarebbe rimasto ignorato per
trent’anni.
Nella sua storia tempestosa, la
villa aveva visto eroi ascendere e
cadere, imperi prendere il volo e
rovinare, carte geografiche
espandersi e restringersi, sogni
trasformarsi in polvere. Ma mai, fino
ad allora, era stata speronata da una
nave. La prua del cargo aveva
trapassato il muro, era entrata dentro
un quadro di Fahrelnissa Zeid e si
era fermata miracolosamente appena
prima di distruggere il lampadario di
Murano. Adesso, in ricordo di quel
giorno, a quello stesso lampadario
era appesa una nave in miniatura, il
che offriva ai padroni di casa
l’occasione di raccontare e
riraccontare l’aneddoto.
«Oh, eccovi! Pensavamo che
non sareste più venute» gridò una
voce alle loro spalle.
Era la moglie dell’uomo d’affari,
che uscendo dalla cucina, dopo aver
tempestato di ordini la cuoca, aveva
notato Peri. Indossava un abito da
sera corto, verde smeraldo, con il
collo alto, la schiena scoperta e la
vita segnata. Al dito risplendeva un
anello di colore simile, con una
pietra grossa come un uovo di
rondine. Le labbra erano dipinte di
un rosso vivace e i capelli erano
raccolti in uno chignon talmente
stretto che a Peri venne in mente la
pelle di capra tesa su un darbuka.
«Il traffico...» accennò Peri
mentre baciava sulle guance la
padrona di casa.
Era una delle scuse che veniva
presa per buona a qualunque ora si
arrivasse: bastava la parola a rendere
superflua qualunque ulteriore
spiegazione. Peri scrutò i visi degli
anfitrioni e vide con sollievo che
aveva funzionato. Loro sembravano
convinti, ma suo marito palesemente
no; con lui se la sarebbe vista più
tardi.
«Non ti preoccupare, cara, lo
sappiamo tutti com’è» disse la
padrona di casa mentre osservava il
vestito di Peri, registrando ogni
strappo e ogni macchia.
«Non ho fatto in tempo a
cambiarmi» si affrettò ad aggiungere
Peri. Era vero, si sentiva nuda sotto
quello sguardo, ma le dava anche
una segreta soddisfazione – in un
ricevimento pieno di borsette
griffate e vestiti dai prezzi assurdi –
scioccare un pochino la platea.
«Tranquilla, sei tra amici» disse
l’altra. «Vuoi che te ne presti uno
dei miei?»
Considerando com’era andata
fino ad allora, Peri immaginò di
rovesciare della salsa di pomodoro
sul vestito della signora. «Va bene
così, grazie per la gentilezza.»
«Allora forza, venite a mangiare
qualcosa, starete morendo di fame.»
«Da bere che cosa ti porto?
Bianco o rosso?» chiese l’uomo
d’affari.
«Gentilissimo, ma prima devo
rinfrescarmi un attimo» disse Peri.
Seguì la cameriera nei recessi
della villa, continuando a sentire gli
occhi del marito che le perforavano
la schiena.

Una volta in bagno Peri chiuse la


porta a chiave, abbassò la tavoletta e
si sedette sulla tazza. Riempiendosi i
polmoni d’aria, si massaggiò una
tempia con le dita, travolta dalla
fatica. Non aveva né le energie né la
voglia di uscire e affrontare tutta
quella gente, ma sapeva che di lì a
poco avrebbe dovuto. Se solo fosse
potuta scivolare fuori dalla finestra
del bagno...
Svolse con cura la benda. Il
coltello le aveva tagliato il palmo da
un’estremità all’altra; non era un
taglio profondo, non erano necessari
punti, ma al minimo movimento le
faceva un male d’inferno e
ricominciava a sanguinare. In quel
momento la ferita le pulsava a ogni
battito del cuore e Peri non riusciva
a non tremare. Si rendeva conto solo
ora della gravità di quello che era
accaduto. Sentiva la bocca secca
come polvere. Si riavvolse la mano
nella benda.
Quando si alzò per lavarsi il
viso, sgranò gli occhi, esterrefatta.
Proprio di fronte a lei c’era un
enorme acquario di barriera, sopra al
quale erano montati il lavandino e i
rubinetti. Nella vasca nuotavano
decine di pesci esotici, tutti di varie
sfumature di giallo e rosso, i colori
della squadra del cuore dell’uomo
d’affari. Sapevano tutti che era un
tifoso sfegatato, che aveva una
tribuna privata allo stadio e che
amava farsi fotografare con i
giocatori. Era deciso a diventare
presto presidente del club e
manovrava attivamente dietro le
quinte per raggiungere il suo
obiettivo.
Peri osservava i pesci nel loro
universo artificiale, intatto e
protetto. Ai due lati del lavandino
c’erano vaschette in argento da
hammam con motivi a sbalzo, in cui
erano impilati asciugamani da ospite
perfettamente inamidati e arrotolati.
A terra, dappertutto, ardevano
candele con alte fiamme vacillanti.
Fiutò una miscela di aromi dolce e
densa come sciroppo, anche se al di
sotto si percepiva la pungente nota
chimica dei detersivi, uno
sgradevole promemoria della colla
del barbone.
Fu colta dall’impulso urgente di
un gesto ardito e inaspettato.
Avrebbe voluto mandare in frantumi
l’acquario, far schizzare schegge di
vetro in tutte le direzioni mentre i
pesci slittavano per il pavimento di
marmo. Eccoli sfrecciare, battendo
le code, ansimando per poter
respirare, percorsi dall’esaltazione
della fuga; sarebbero scivolati lungo
il corridoio, zigzagando fra i piedi
degli invitati, mentre la luce del
lampadario si rifletteva sulla pelle
squamata; sarebbero sgusciati fuori
dalla porta di servizio, guizzando da
un estremo all’altro della terrazza e
poi, ormai in preda alla paura della
morte imminente, eccoli tuffarsi nel
mare profondo, dove avrebbero
ritrovato vecchi amici e parenti
rimasti nelle stesse acque, annoiati e
immutati.
Gli ultimi arrivati avrebbero
raccontato agli altri pesci com’era
vivere in quell’enorme villa sopra al
mare, rinunciando all’immensità
azzurra in cambio del non doversi
preoccupare del prossimo pasto.
Presto i pesci evasi sarebbero stati
divorati da qualche predatore più
grande, perché come fa, uno abituato
ai lussi di un acquario da ricchi, a
sopravvivere in acque pericolose?
Eppure non avrebbero rinunciato
neanche a un minuto di libertà per
tutti gli anni di prigionia.
Se solo avesse trovato un
martello... Certe volte, la sua mente
le metteva paura.
La mattina a colazione

Istanbul, anni Novanta

La detenzione di Umut, come


una torcia puntata sugli angoli bui di
una stanza, illuminò le debolezze e i
difetti che i Nalbantoğlu avevano
sempre nascosto, tanto a se stessi
quanto agli altri. Chiunque li
osservasse avrebbe notato la
voragine che l’assenza del figlio
maggiore aveva aperto nella vita
della famiglia, ma loro decisero di
fingere che quella cavità vorace non
esistesse. Non fu nient’altro che un
caso il fatto che Mensur cominciasse
proprio allora a bere molto di più; fu
un caso che le guance di Selma
assumessero un colore giallo
anemico, per il debito di sonno dopo
notti passate a pregare e il debito di
pasti decenti dopo giorni di digiuno.
I sogni di Peri divennero man
mano più inquietanti, le sue urla più
potenti. Dormiva con la luce accesa
e teneva una collana d’ambra sul
comodino, avendo letto che l’ambra
scacciava i demoni. Ma niente le
giovava. In sogno vedeva scuole che
sembravano carceri, e guardie che
somigliavano stranamente a sua
madre e a suo padre. Si ritrovava
coperta di vermi o di feci, con i
capelli rasati, arrestata e
imprigionata per un delitto che
nemmeno sapeva di aver commesso;
da questi incubi si risvegliava
sempre con il cuore che martellava e
impiegava decine di secondi per
tornare al mondo reale.
Mensur era molto cambiato.
Sparito l’uomo che buttava giù un
bicchierino o due insieme agli amici,
nel calore delle vecchie ballate o di
un vivace dibattito politico, suo
padre adesso preferiva bere da solo,
con il silenzio come fedele
compagno. Per molto tempo il suo
corpo, sano e forte, non mostrò
alcun segno di logoramento, se non
per i cerchi sotto gli occhi, scure
mezzelune in un cielo chiaro.
Poi accadde l’inevitabile. La
mattina Mensur si svegliava sudato e
dolorante, con l’aria esausta come se
nel sonno avesse spaccato pietre.
Spesso era confuso e sentiva una
forte nausea. Nello sforzo di
nascondere il tremore che gli
invadeva le membra, si teneva in
disparte, sepolto nel silenzio, oppure
parlava troppo, senza freni. Quando
fu ovvio a tutti che non era più in
condizione di lavorare davvero,
l’azienda in cui era impiegato decise
di prepensionarlo. E senza un
impegno quotidiano trascorreva più
tempo a casa, novità sgradita alla
moglie e al figlio minore.
Apprensivo, spossato e facile
all’agitazione, ricordava l’immagine
di un impero troppo vasto occupato
su due campi di battaglia: l’antico
fronte orientale, dov’era in lotta con
la moglie, e il nuovissimo fronte
occidentale, dove combatteva con
Hakan. E su entrambi i fronti
perdeva.
Erano continue e brutali, queste
liti tra padre e figlio, un intrico di
voci maschili, di accuse piene di
cattiveria che affioravano la mattina
a colazione, come banchi di pesci
morti venuti a galla dopo
un’esplosione. Viste da fuori non
erano che sciocchezze – un
commento su una camicia pacchiana
o sul tè tracannato troppo
rumorosamente – ma dentro, la
frattura era profondissima.
Ogni volta, senza eccezione,
Selma si schierava con il figlio
minore. Mostrava molta più grinta
nel combattere per la prole che per
sé, vigorosa e fiera come una poiana
che difende i pulcini da un altro
predatore. Quindi erano due contro
uno: situazione che a sua volta
costringeva Peri a prendere le parti
del padre, se non altro per una
questione di equilibrio. A lei, però,
non interessava vincere: voleva solo
una tregua, una temporanea
sospensione del dolore.
Poco tempo dopo Hakan, che
non aveva mai realmente compreso
il valore dell’istruzione, annunciò
che lasciava l’università e che non
aveva alcuna intenzione di tornare in
quell’inutile stalla. Dalla sera alla
mattina, con grande rammarico dei
genitori, mise fine ai propri giorni da
studente, turandosi il cervello prima
che potesse aprirsi. Glielo si leggeva
negli occhi, quanto detestasse la
propria vita e quelli che riteneva
responsabili della sua infelicità.
Per molti giorni al mese Hakan
tornava a casa solo per riempirsi la
pancia, cambiarsi e dormire un po’.
Ondivago come un palloncino al
vento, provò inutilmente a fare
diversi lavori finché, tramite un
gruppo di sodali che definiva
Fratelli, scoprì una causa. Questi
suoi amici avevano opinioni molto
nette sugli Stati Uniti, su Israele,
sulla Russia e sul Medio Oriente, e
vedevano ovunque complotti e
società segrete. Si salutavano
dandosi un colpetto tempia contro
tempia e facevano largo uso di
paroloni come «onore», «lealtà» e
«rettitudine». Insieme a loro Hakan
dimostrò che sapeva anche imparare
in fretta: il cinismo e il pessimismo
di questa nuova cerchia gli si
addicevano. Con l’appoggio dei
Fratelli ottenne un posto in un
quotidiano ultranazionalista. Con
l’ortografia e la grammatica era di
una negligenza vergognosa, ma con
le parole ci sapeva fare, e aveva
talento per la retorica incendiaria.
Cominciò a tenere una rubrica sotto
pseudonimo, con articoli dal
contenuto sempre più aspro ed
eversivo. Ogni settimana metteva
alla gogna i traditori della nazione,
le mele marce che, se non eliminate,
avrebbero guastato tutto il cesto:
ebrei, armeni, greci, curdi, aleviti...
Non c’era un gruppo etnico, a parte
quello turco, di cui un turco potesse
fidarsi. Il nazionalismo gli calzava a
pennello, come un abito su misura; il
nazionalismo lo rassicurava sul fatto
di essere figlio di una nazione
superiore, di una razza più degna, e
di essere destinato a grandi cose,
non per sé ma per il suo popolo.
Ammantato di quell’identità, Hakan
si sentiva forte, puro, invincibile.
Osservando la trasformazione del
fratello, Peri sarebbe giunta a capire
che niente dilata l’ego quanto una
causa nutrita dall’illusione del più
limpido altruismo.
«Sei convinto di avere un figlio
solo in prigione? In questa casa sono
anch’io in galera» gridò una volta
Hakan a suo padre dopo l’ennesimo
litigio a colazione. «Umut è
fortunato, non deve sorbirsi ogni
giorno le tue tirate.»
«E tu la chiami fortuna, quella di
tuo fratello, brutto pezzo di
disgraziato?» gli gridò Mensur di
rimando, con la voce che gli tremava
più delle mani.
Peri ascoltava, la testa bassa, le
spalle rigide. C’era qualcosa, negli
alterchi famigliari, che somigliava
alla percezione di una valanga
imminente: una parola di troppo, e la
palla di neve sarebbe diventata così
grossa da seppellirli tutti.
«Lascialo stare, è un ragazzo»
borbottò Selma rivolta al marito.
«Un ragazzo irresponsabile che
si fa mantenere da suo padre» disse
Mensur.
«Ah, quindi non vuoi più che
mangi il tuo pane? Benissimo, d’ora
in poi smetto» ribatté Hakan
scagliando contro il muro il cestino
vuoto, che rimbalzò come una palla
di gomma spargendo briciole
dappertutto. «E poi chi lo vuole, il
pane di un alcolizzato.»
Mai prima d’allora si era udita
quella parola. Impensabile,
irritrattabile, irreparabile, dare
dell’alcolizzato al capofamiglia,
eppure era successo. Hakan,
incapace di reggere il silenzio che
seguì, si precipitò fuori.
Selma scoppiò a piangere. Tra
un singhiozzo e l’altro, la voce
andava su e giù in una litania di
gemiti. «Siamo stati maledetti. Tutta
la famiglia! Sì... è una maledizione.»
Nella sventura del figlio
maggiore vedeva un castigo e un
richiamo da parte di Allah, disse. E
poiché loro non avevano dato
ascolto a quel divino ammonimento,
lei era certa che altre disgrazie li
attendevano.
«Mai sentita una stupidaggine
più grossa» disse Mensur. «E perché
mai Dio dovrebbe voler rovinare i
Nalbantoğlu? Sono sicuro che ha di
meglio da fare.»
«Le vie di Allah sono
imperscrutabili. Intende darci... dare
a te... un insegnamento.»
«E l’insegnamento sarebbe?»
«Che devi ravvederti» rispose
Selma. «Finché non rimedierai ai
tuoi errori, nessuno di noi vivrà mai
in pace.»
Mensur si raddrizzò sulla sedia.
«Se credi davvero che quello che è
successo a Umut sia opera di Dio, e
che Dio debba servirsi di prigioni e
torture per diffondere i suoi
insegnamenti, in te c’è qualcosa che
non va, donna. Oppure, maledizione,
c’è qualcosa che non va nel tuo
Dio.»
«Tövbe, tövbe...» mormorò
Selma.
Per controbilanciare l’ira di
Allah, Selma per giorni e talvolta
settimane mangiava pochissimo,
accontentandosi di pane, acqua,
yogurt e datteri. Offerte votive,
negoziati viscerali con
l’Onnipotente. La notte dormiva a
malapena, e passava il tempo a fare
le uniche due cose che la
tranquillizzavano: pregare e pulire.
Riusciva, anche stando a letto, a
notare un finissimo strato di polvere
su qualunque superficie, e restava ad
ascoltare i tarli che si mangiavano i
mobiletti; possibile che gli altri non
li sentissero? Aspirine sbriciolate,
aceto bianco, succo di limone,
bicarbonato. Strigliava, sciacquava,
spazzolava, dava la cera, strofinava.
Il risveglio della famiglia, al
mattino, sapeva di detersivo.
Selma si lavava anche le mani
con tale frequenza, e intensità, che
odoravano sempre di disinfettante.
In alcuni punti la pelle era così
screpolata da sanguinare, il che
aumentava la sua paura di una
contaminazione e la spingeva a
lavarsele di nuovo e più a fondo di
prima. Per nascondere lo stato in cui
se le era ridotte prese a indossare
guanti neri, insieme al velo e a un
lungo cappotto scuro e informe che
le arrivava quasi sotto i tacchi. Una
sera che lei e Peri tornavano dal
bazar, la figlia si guardò alle spalle e
per un istante non riuscì a
individuare la madre, per come si
era ormai fusa con la notte.
Mensur, mortificato dall’aspetto
della moglie, non voleva più farsi
vedere con lei. Perciò faceva la
spesa da solo, e così lei. La tenuta di
Selma simboleggiava tutto ciò che
lui del Medio Oriente aveva sempre
disprezzato, aborrito e sfidato.
L’oscurantismo dei religiosi. La
presunzione di saperla più lunga di
tutti, solo perché erano nati dentro
quella cultura e avevano recepito
acriticamente qualunque cosa gli
avessero insegnato. Come potevano
essere sicuri della supremazia delle
loro verità, quando sapevano poco o
niente di altre culture, altre filosofie,
altri modi di pensare?
Allo stesso modo, la condotta di
Mensur incarnava per Selma tutto
ciò che la irritava: la degnazione nei
suoi occhi, i toni recisi nella voce, la
superiorità morale
nell’atteggiamento del volto. Tutta
l’arroganza dei modernisti laici, la
boriosa e tronfia facilità con cui
ponevano se stessi al di fuori e al di
sopra della società, guardando
dall’alto in basso secoli di
tradizione. Come facevano a
definirsi illuminati, quando
sapevano poco o niente della loro
cultura, della loro fede?
Paralizzati dal terrore di dover
conversare, marito e moglie
s’incrociavano rapidi, senza
sfiorarsi. Compensavano tutto
l’amore che mancava loro con il
risentimento.
Nel frattempo, Peri aveva
trovato un certo sollievo nella
letteratura. Racconti, romanzi,
poesie, drammi... nella circoscritta
bibliotechina scolastica divorò
qualunque cosa le capitasse in mano,
e quando non trovò più nulla prese a
leggere le enciclopedie. Da Aachen
a Zurigo imparò un mucchio di cose
che, sebbene non le fossero al
momento di alcuna utilità, magari un
giorno o l’altro le avrebbero fatto
comodo, o così sperava. E se anche
si fossero rivelate inservibili, lei
intendeva continuare a leggere,
sospinta dalla propria sete di
conoscenza.
La carta stampata era liberatoria,
piena di vita; Peri si trovava molto
meglio nel Paese delle storie che nel
Paese natale. Nel fine settimana si
rifiutava di uscire dalla sua camera,
sbocconcellava mele e semi di
girasole e finiva un romanzo preso a
prestito dopo l’altro. Scoprì che per
sviluppare tutto il proprio
potenziale, come i muscoli, anche
l’intelligenza andava tenuta in
esercizio a livelli di pressione
crescenti; insoddisfatta del
nozionismo scolastico, sviluppò
tecniche verbali e visive tutti suoi
per trattenere le informazioni, tipo
nomi latini di piante, versi di poesie
inglesi, date di guerre, trattati di
pace e nuove guerre, di cui la storia
ottomana era fin troppo ricca. Aveva
deciso di eccellere in tutte le
materie, da lettere a matematica, da
fisica a chimica, e se le figurava
come uccelli tropicali tenuti in
gabbia fianco a fianco. Cosa sarebbe
successo se lei avesse fatto dei buchi
nelle reticelle metalliche e gli uccelli
fossero stati liberi di volare da una
gabbia all’altra? Avrebbe tanto
desiderato vedere la matematica che
faceva compagnia alla letteratura, la
fisica alla filosofia. E comunque,
dove stava scritto che non dovevano
mescolarsi?
Capiva che la sua ossessione per
lo studio la separava dai compagni e
gliene guadagnava l’invidia e
l’ostilità. Pazienza. Come tutti i
Nalbantoğlu era naturalmente
incline alla solitudine, e non gliene
importava niente se gli altri le
davano della cocca della maestra, se
non veniva invitata alle feste di
compleanno delle ragazze più in
vista o se non andava al cinema con
i ragazzi più popolari. La vita era
questione di lumi, di ideali, d’amore,
questo aveva un senso. Ma gli spassi
no, non facevano per lei.
Come tutti gli emarginati, scoprì
ben presto di non essere sola. In
ogni classe c’era qualcuno che, per
un motivo o per un altro, non era in
sintonia con tutti gli alti; e tra loro si
riconoscevano immediatamente,
perché tra intoccabili ci si capiva:
c’era il ragazzo curdo preso in giro
per l’accento, la ragazza con i
baffetti e l’altra, un anno indietro,
che quando era nervosa per le
interrogazioni non riusciva a
controllare la vescica, e poi c’era
quello che, si diceva, aveva la
mamma di facili costumi... Con tutti
loro strinse salde amicizie. Ma i suoi
veri compagni restavano i libri, la
fantasia la sua casa, la sua patria, il
suo rifugio e il suo esilio.
Perciò leggeva e studiava, ed era
sempre la prima della classe,
quadrimestre dopo quadrimestre.
Quando aveva bisogno di una
iniezione d’autostima correva dal
padre, e Mensur le dava sempre lo
stesso consiglio: «L’istruzione,
anima mia. L’istruzione ci salverà.
Tu sei l’orgoglio di questa famiglia
infelice, ma io desidero che ti formi
in Occidente. L’Europa è piena di
ottime scuole, ma tu devi andare a
Oxford! Ti riempirai la testa di
conoscenza e poi tornerai qui. Solo i
giovani come te possono cambiare il
destino di questo Paese vecchio e
stanco».
Da giovane Mensur aveva
conosciuto un ragazzo che studiava
a Oxford, pallido e un po’ hippy, al
quale si era subito sentito
affratellato. Il tipo aveva deciso di
farsi il giro della Turchia da solo in
bicicletta e sacco a pelo, e si vantava
di tenere tutti i soldi in un calzino
per vanificare gli sforzi di
borseggiatori e topi d’albergo; ma
Mensur, preoccupato che un
forestiero tanto ingenuo potesse fare
una brutta fine, aveva insistito per
accompagnarlo, e i due avevano
percorso insieme tutta la penisola
anatolica, dopodiché l’inglesino
biondo aveva passato il confine con
l’Iran. Che cosa fosse stato di lui,
Mensur non lo sapeva, però non
aveva mai dimenticato lo sconcerto
nel vedere il proprio Paese con gli
occhi di un occidentale. Per la prima
volta aveva capito che quanto era
normale per lui poteva
tranquillamente non esserlo per uno
di fuori; per la prima volta si era
reso conto dell’esistenza di un
«mondo di fuori». E adesso voleva
che sua figlia studiasse proprio lì.
Era il suo desiderio più grande. Peri,
e altre centinaia di ragazzi come
Peri, giovani laureati ben istruiti,
idealisti e progressisti, avrebbero
salvato quel paese dall’arretratezza.
Dal canto suo, Peri capiva e
accettava l’idea che alcune figlie
nascessero con la missione di
esaudire i sogni dei padri. Nel farlo,
avrebbero anche riscattato la loro
patria.
Un tango con Azrael

Istanbul, anni Novanta

L’estate in cui Peri compì undici


anni, sua madre, esaudendo un
sogno lungamente atteso, andò in
pellegrinaggio in Arabia Saudita.
Con il fratello più grande ancora in
prigione e il più piccolo a scroccare
l’ospitalità di Dio sa chi, Peri e suo
padre si trovarono a casa da soli; da
soli si facevano da mangiare (köfte e
patatine fritte a pranzo, köfte e
spaghetti a cena), da soli lavavano i
piatti (cioè li sciacquavano soltanto)
e guardavano quello che gli pareva
alla televisione. Era come essere in
vacanza, però meglio.
Il giorno del mercato di zona
Peri si svegliò in preda alla nausea,
reggendosi lo stomaco con la
sensazione che tutte quelle köfte con
gli spaghetti si stessero vendicando.
Doveva dire a suo padre di variare
un po’ il menu. In bagno però
l’attendeva una sorpresa: macchie
sulla biancheria. Troppo scure, ma
lei sapeva che erano di sangue. Sua
madre l’aveva avvisata che sarebbe
successo, e che da quel momento
avrebbe dovuto stare ancora più
attenta ai ragazzi: «Non farti
toccare». Ma era troppo presto! A
scuola aveva sentito qua e là le
ragazze più grandi che se ne
lamentavano: «È tornata la zia!»
dicevano disinvolte, oppure si
domandavano a vicenda: «Mi dai
un’occhiata dietro?» affrettando il
passo. Nella sua classe ce n’era solo
una che sosteneva di avere il ciclo,
ma tutti sapevano che non era vero.
Quindi tra le sue coetanee Peri era la
prima. Nell’anno appena trascorso
era cresciuta troppo in fretta, per
quanto cercasse di nasconderlo;
ormai troppe volte si era sentita dire
che era carina per non capire che la
gente lo pensava davvero. Ma la sua
idea di sé era molto diversa. Quanto
avrebbe desiderato avere i capelli
neri come la notte, anziché di uno
scialbo castano chiaro, e una serena
piattezza al posto delle curve che
cominciavano a delinearsi. Sarebbe
stata felicissima di essere il terzo
figlio dei Nalbantoğlu: non avrebbe
forse avuto vita più facile, se fosse
stata un maschio?
Trovò un lenzuolo vecchio,
pulito, e lo fece a strisce. Se le
avesse usate con acume e
parsimonia, non sarebbe stato
necessario dire niente alla mamma.
Poteva lavarle, farle asciugare e
riutilizzarle, allo stesso modo di
tante altre donne del suo Paese; così
avrebbe potuto nascondere la verità
finché non fosse stata sui quattordici
anni, l’età che riteneva adatta per la
prima mestruazione. Dio aveva
commesso un errore nei suoi divini
calcoli, e lei era decisa a rettificarlo.
Due settimane dopo tornò
Selma, smagrita e cotta dal sole.
Crollò sul divano e cominciò a
riferire del viaggio alla Mecca, con
le parole che galoppavano come
avrebbero fatto i suoi cavallucci di
porcellana, avessero avuto in sé un
alito di vita.
«L’anno scorso, in un serra-serra
dentro un sottopassaggio pedonale
sono morti più di mille pellegrini,
perciò adesso i sauditi stanno molto
attenti» raccontò. «Solo che non
possono prevenire le malattie! Sono
stata così male che pensavo di
morire là per là!»
«Sono contento che non sia
successo» disse Mensur. «È bello
riaverti.»
«Come Allah volle, sono a casa»
fece lei con un sospiro. «Ma se non
ce l’avessi fatta mi avrebbero
seppellita a Medina, vicina al
Profeta, sempre sia lodato.»
«Dai cimiteri di Istanbul si gode
una vista migliore» scherzò Mensur.
«Per non parlare dell’aria di mare.
Sepolta a Medina, saresti diventata
terriccio per una palma da dattero.
Mentre qui puoi concimare lentischi,
tigli, aceri... o un gelsomino, pensa!
Saresti sempre circondata di
profumo, tutto l’anno.»
Selma si ritrasse dalle parole del
marito come se fossero braci roventi
scagliate tutto intorno da un fuoco
acceso. Temendo che i due
riprendessero a scornarsi, Peri
intervenne: «Mamma, cos’hai in
valigia? Ci hai portato qualcosa?».
«Vi ho portato tutta la Mecca!»
fu la risposta.
Peri e Mensur si rianimarono,
illuminati in volto come due bimbi
ansiosi. Uno dopo l’altro si
scartarono i pacchettini: datteri,
miele, miswāk, acqua di colonia,
tappetini da preghiera, muschio da
profumeria, rosari, foulard e
minuscoli flaconi d’acqua del pozzo
sacro di Zamzam.
«Come fai a sapere che è acqua
santa, te l’hanno autenticata?»
chiese Mensur scuotendone uno.
«Potrebbero anche averti venduto
acqua del rubinetto.»
Al che Selma gli strappò il
flaconcino di mano, lo aprì e lo
mandò giù d’un colpo. «Questa è
pura acqua di Zamzam, sei tu che sei
indecente!»
«Come vuoi» fece Mensur con
un’alzata di spalle.
Indicando un’altra scatola, Peri
domandò: «E lì cosa c’è, mamma?».
Saltò fuori che c’era un orologio
da parete in bronzo a forma di
moschea – quarantacinque
centimetri per cinquanta – con tanto
di pendolo e di minareti da entrambi
i lati. Selma spiegò che era
programmabile in modo da segnare
gli orari di preghiera in mille diverse
città del mondo; dopodiché lo
appese a una parete del soggiorno,
rivolto verso la qibla, di fronte al
ritratto di Atatürk.
«Io una moschea in casa non ce
la voglio» affermò Mensur.
«Ah, davvero? Io però devo
tenermi in casa un infedele» ribatté
Selma.
«Be’, al momento metà dei miei
peccati sono tuoi. Se tu non avessi
comprato quell’affare, io non avrei
dovuto bestemmiare. Adesso tiralo
giù!»
«Neanche per idea» gridò Selma.
«L’ho scelto, l'ho pagato e me lo
sono portato fin qui dalla terra santa.
Dove mi sono ammalata e sono
quasi morta. Adesso sono una hajji,
e pretendo un po’ di rispetto!»
Era la prima volta che Peri
sentiva sua madre urlare in faccia a
suo padre; e venendo da una donna
che, per anni, si era ribellata a suon
di frecciate a bassa voce o di silenzi
stoici, quel grido parve
un’esplosione. L’orologio rimase
dov’era ma con la sveglia azzittita,
concessione che non soddisfaceva
nessuna delle parti coinvolte.
Per il resto della giornata,
Mensur si chiuse in un broncio
nerissimo. La sera andò via per ore
la corrente; lui prese posto a tavola
con il raqı più presto del solito, fra
Atatürk e l’orologio da preghiera, il
viso pallido percorso dalle ombre
gettate da una candela accesa. A un
certo punto disse che si sentiva
male; si mise una mano sul cuore,
come a salutare un’entità invisibile,
chinò il capo e crollò.
Un attacco di cuore.
Per il resto della vita Peri non
avrebbe mai dimenticato il modo in
cui quella notte si fece più nera di
minuto in minuto. Mentre guardava
il padre accasciarsi come un
manichino esanime, la fronte che
batteva sul tavolo dal quale fu poi
sollevato e disteso sul divano, quindi
allungato su una barella, caricato in
ambulanza, portato d’impeto al
pronto soccorso e infine sospinto in
sala operatoria con macchinari che
pigolavano da ogni parte, riuscì
soltanto a chiedersi, mille volte di
fila, se quello era un castigo di Dio.
Una domanda così spaventosa da
non potersi pronunciare ad alta voce,
doveva essere ricacciata in gola. Le
sarebbe piaciuto chiedere alla
madre, che piangeva accanto a lei,
ma era terrorizzata dalla risposta che
Selma avrebbe potuto darle. Era così
che si comportava Allah? Prima ti
permetteva di fare l’irriverente e
scherzare senza inibizioni, e poi te la
faceva pagare? Era quasi come se
stesse lì ad aspettare che tu peccassi,
così poi poteva scaricarti addosso la
Sua ira. Insomma, la via di Dio era il
mascheramento, un trucco per celare
una vendetta calcolata?
Oltre a questo, c’era un altro
pensiero ostinato a tormentarla. Nel
profondo della sua mente Peri si era
convinta che l’infarto del padre, per
qualche tortuosa catena di eventi
misteriosi, fosse stato causato dal
suo ciclo. Perché aveva cominciato a
sanguinare così presto, e mentre sua
madre era via? Aveva sbagliato, a
cercare di trasformarsi nella donna
di casa: tra l’altro anche perché, se
ne rendeva conto solo adesso, più in
fretta lei cresceva e più presto suo
padre rischiava di morire.
Peri e Selma erano sedute sul
divanetto logoro della sala d’aspetto
dell’ospedale. Dalle finestre passava
un raggio di luna che finiva
inghiottito dal bagliore invadente dei
neon. Il televisore era acceso, sia
pure senz’audio; sullo schermo, una
donna in abito rosso a paillettes girò
la ruota della fortuna e rimase assai
delusa nel vederla fermarsi su
«perde». L’inserviente di turno, un
omone con un paio di baffi ispidi
che era l’unico a seguire il
programma, liberò una risata
maligna.
«Io vado a pregare» disse Selma.
«Posso venire con te?»
Selma guardò in faccia la figlia,
come se si aspettasse la domanda.
«Sarebbe un’ottima cosa, sai, perché
Allah dà più ascolto alle preghiere
dei bambini.»
Peri fece di sì con la testa,
com’era doveroso per una brava
figlia. Se non per alcune invocazioni
mandate a memoria da scolara, non
aveva mai recitato la Salah, vista la
sua volontà di schierarsi con il padre
in materia di fede. A differenza della
moglie, Mensur pregava in maniera
concisa e irrituale, usando solo di
rado la parola «Allah», a cui
preferiva il più laico «Tanrı». Ma
adesso Peri era pronta a seguire sua
madre; avrebbe fatto qualunque cosa
per salvare la vita del padre, persino
tradirlo.
Eseguirono in bagno le abluzioni
previste, cioè sciacquarsi la bocca e
lavarsi faccia, mani e piedi. L’acqua
era gelata ma Peri non se ne
lamentò, vedendo quel rituale come
un preambolo al colloquio con Dio.
In quel reparto non c’erano stanze
per la preghiera, perciò usarono un
angolo della sala d’aspetto, con la
TV ancora accesa e la signora in
rosso luccicante ancora decisa a
vincere.
A mo’ di tappetini distesero a
terra i rispettivi cardigan; qualunque
cosa facesse la madre Peri la
replicava, come un’eco tardiva.
Così, quando Selma incrociò le
braccia sul petto, lei fece lo stesso;
Selma si chinò, si rialzò e si prostrò
con la fronte che toccava terra, e
altrettanto fece Peri. Ma con una
differenza sostanziale: le labbra di
Selma erano sempre in movimento,
mentre le sue erano immobili. E
forse Dio se la sarebbe presa, pensò:
una preghiera silenziosa era come
una lettera in bianco, una busta con
dentro niente. E poiché nessuno,
fosse pure il Creatore, avrebbe
apprezzato una lettera del genere,
Peri si risolse a dire qualcosa. E
questo, dopo qualche istante di
riflessione, fu quanto le uscì di
bocca:

Caro Allah,

la mamma dice che mi tieni
sempre sott’occhio, il che è
cortese da parte Tua, grazie; ma
è anche un po’ inquietante,
perché certe volte preferirei stare
da sola. Poi dice la mamma che
Tu senti tutto, anche quando
parlo da sola, anche i pensieri
nella mia testa, e vedi tutto
quello che succede. Il bebè nella
nebbia lo vedi? Perché finora
l’ho notato solo io, ma sono
sicura che lo vedi anche Tu.
A ogni modo, stavo pensando,
noi abbiamo gli occhi piccoli e a
chiuderli e riaprirli ci mettiamo
circa un secondo. Tu invece ce li
hai sicuramente enormi, quindi ci
metterai almeno un’ora ad
abbassare le palpebre, e magari
in quel momento lì non riesci a
vedere mio padre.
Quando mi arrabbio con
qualcuno, papà mi dice: «Non sei
una bambina, sei capace di
perdonare». Se sei arrabbiato
con mio padre, per piacere
perdonalo e fallo guarire. È un
brav’uomo. E d’ora in poi,
potresti per favore chiudere gli
occhi ogni volta che mio padre fa
peccato?
Ti prometto che ricomincerò a
pregare. Pregherò tutte le sere
per il resto della vita.

Amin.

Ancora china sul cardigan, Peri
vide la madre voltare il capo a destra
e a sinistra, e poi sfregarsi il viso
con le mani, mettendo così fine alla
preghiera; lei rifece tutto uguale, a
chiusura della sua lettera privata.
Il mattino dopo Mensur era
seduto sul letto, sostenuto dai
cuscini, a prendere in giro i
visitatori, e qualche giorno dopo
veniva dimesso dall’ospedale con un
bel conto da pagare e un pacemaker
nel cuore. Gli era stato consigliato di
smettere di bere e di evitare lo
stress; come se lo stress fosse un
parente fastidioso che bastava
semplicemente non invitare più a
cena. Ma tanto Mensur non dava
retta. Dopo aver ballato un tango
con Azrael, l’angelo della morte,
sosteneva di non avere più nulla da
temere.
Anche quest’immagine si
sarebbe insinuata nei sogni di Peri,
la vista spettrale del padre che
ballava una giga sconnessa con uno
scheletro... che alla fine si sarebbe
rivelato essere il suo.
La poesia

Istanbul, 2016

Peri era ancora immobile nel


bagno della villa sul mare, a fissare
la sua immagine riflessa nello
specchio ornato. La parvenza di
calma che aveva mantenuto accanto
alla figlia era ormai svanita,
sostituita dall’inquietudine. La
solitudine dei pesci nell’acquario le
ricordava certi personaggi delle
vignette, naufraghi senza speranza
su un’isola deserta che però neanche
ci pensano, a scappare. Perché, lei
avrebbe potuto forse nuotare via? Le
abitudini quotidiane cambiano, i
caratteri si modificano, le alleanze
vengono meno, le amicizie
finiscono, e persino i vizi vengono
abbandonati, ma la cosa più difficile
da cambiare in questa vita è
l’attaccamento a un posto.
Da dietro la porta giunse uno
scroscio di risa: l’uomo d’affari
stava raccontando una barzelletta
con un vocione che sovrastava il
brusio. Peri si perse la battuta finale,
che a giudicare dalla reazione era
greve, salace.
«Ah, voi uomini!» si sentì una
voce femminile, a metà fra il
rimprovero e la canzonatura.
Peri serrò le labbra. Non era mai
stata il genere di donna capace di
dire a voce altissima, e di certo non
in quel tono provocante, frasi come
«Ah, voi uomini!».
Che fossero uomini o donne, ad
affascinarla erano sempre le persone
con un passato di percorsi tortuosi,
un’incertezza negli occhi e cicatrici
invisibili nell’anima. Generosa del
suo tempo e leale fino all’estremo,
diventava amica di quei pochi con
una dedizione e un affetto
incrollabili. Ma per tutti gli altri, che
costituivano la maggioranza, il suo
interesse si trasformava presto in
noia, e quando si annoiava Peri non
voleva altro che scappare: da quella
persona, da quella conversazione, da
quel momento. Sospettava che
quella sera la noia sarebbe stata sua
vicina di posto alla cena borghese, e
per controbilanciarla si ripromise di
escogitare qualche bel giochetto,
qualche divertimento tutto per sé.
Si buttò in fretta un po’ d’acqua
sulla faccia; se rossetto e ombretto
non si fossero spiaccicati e persi nel
vicolo, le sarebbe piaciuto sistemarsi
un po’ il trucco. Una rapida pettinata
con le dita, quindi si controllò
un’ultima volta allo specchio. Il viso
che le restituì lo sguardo era pallido,
inquieto; il viso di una persona che
ha smarrito il proprio spirito senza
rendersene conto. Aprì la porta. Si
sorprese vedendo che la figlia la
aspettava lì fuori.
«Papà si chiede dove sei.»
«Dovevo darmi una rinfrescata.»
Tacque un attimo. «Cosa gli hai
detto?»
Peri colse un lampo d’affetto
negli occhi di Deniz, prima che
l’indifferenza riprendesse il
sopravvento. «Niente.»
«Grazie, tesoro mio. Ora
andiamo.»
«Aspetta, ti sei dimenticata
questa» disse Deniz, porgendole una
cosa.
Peri non ebbe bisogno di una
seconda occhiata per capire che era
la polaroid. L’aveva cercata ovunque
in quel vicolo soffocante, ma
evidentemente Deniz l’aveva trovata
per prima e l’aveva infilata in tasca.
E adesso le chiedeva: «Com’è che
non l’ho mai vista?».
Nell’istantanea si vedevano
quattro persone: il professore e le
sue studentesse. Felici, speranzose,
pronte a cambiare il mondo e
gioiosamente ignare di quanto il
domani aveva in serbo per loro. Peri
ricordava il giorno in cui era stata
scattata. Il peggior inverno a Oxford
da decenni. Ricordava tutto: mattine
glaciali, tubature congelate, mucchi
di neve ovunque e l’elisir inebriante
dell’innamoramento che le scorreva
in corpo. Non si era mai sentita così
viva.
«Chi sono queste persone,
mamma?»
Mantenendo la calma – pure
troppo – Peri rispose: «È solo una
vecchia foto».
«E quindi è per questo che te la
porti sempre dietro? Accanto alle
foto dei tuoi figli?» chiese Deniz
con voce carica di incredulità e
curiosità. «Allora, chi sono?»
Peri indicò una delle ragazze,
che portava un foulard rosso avvolto
con cura a mo’ di turbante e i cui
occhi nocciola erano densamente
bistrati di kohl, su fino alle
sopracciglia. «Questa è Mona; era
una studentessa egiziano-
americana.»
Attenta e silenziosa, Deniz
esaminò la ragazza.
«L’altra è Shirin» continuò Peri,
indicando una figura appariscente,
con una voluminosa chioma nera, il
trucco marcato e gli stivali di pelle
con i tacchi alti. «I suoi venivano
dall’Iran, ma si erano trasferiti così
tante volte che lei non si sentiva più
di nessuna parte.»
«Come le hai conosciute?»
Peri ci mise un momento a
rispondere. «Compagne di
università. Stesso studentato, stesso
college. Anche stesso corso, ma non
tutte dello stesso anno.»
«E che corso era?»
Peri fece un sorriso tenue: ogni
tratto del suo viso era segnato dal
ricordo. «Era su... Dio.»
«Accipicchia» disse Deniz, la
sua risposta abituale alle cose che
non le interessavano. Picchiettò con
un dito sull’uomo alto al centro della
foto; i capelli biondo scuro erano
ribelli e lunghi a sufficienza per
arricciarsi; gli occhi sembravano
risplendere, da sotto il berretto; il
mento era forte e ben definito;
l’espressione tranquilla, ma non del
tutto pacifica.
«E lui chi è?»
Peri fu percorsa da un brivido di
disagio, talmente sottile da essere
quasi impercettibile. «Era il nostro
docente.»
«Sul serio? Sembra uno studente
contestatore.»
«Era un docente contestatore.»
«Ah, sì? Ne esistono davvero? E
come si chiamava?»
«Noi lo chiamavamo Azur.»
«Che nome strano. Dov’è che
stavate?»
«In Inghilterra... Oxford.»
«Cosa? Com’è che non mi hai
mai detto di aver studiato a
Oxford?» Deniz pronunciò l’ultima
parola con un accento esagerato.
Peri esitò, incerta su cosa dire.
Sul perché non ne avesse mai
parlato con nessuno, compresi i figli,
un’idea ce l’aveva, ma quello non
era il momento né il posto per
rivelarla. «Solo per poco» disse, con
la voce che si affievoliva. «Non ho
finito.»
«E come ci sei entrata?»
Sembrava colpita, ma Peri
avvertì nella domanda anche una
punta di invidia mista a
risentimento. Sua figlia aveva già
cominciato a preoccuparsi per gli
esami di ammissione all’università,
nonostante le mancassero ancora
svariati anni. Il sistema scolastico,
congegnato per stimolare la
competitività nelle giovani menti,
andava bene per studenti come Peri,
ma per spiriti liberi come Deniz era
una sofferenza e basta.
«Che tu ci creda o no, a scuola
ho avuto il massimo dei voti, in tutte
le classi. Mio padre aveva sempre
desiderato per me l’istruzione
migliore possibile... in Europa. Lui
mi ha aiutato con la domanda e io
avevo i requisiti.»
«Il nonno?» chiese Deniz, che
trovava difficile riconciliare
l’immagine del vecchietto
tremolante con questo energico
agente del cambiamento.
Peri sorrise. «Sì, era orgoglioso
di me.»
«Mentre la nonna no?» chiese
Deniz, intuendo un conflitto.
«Era preoccupata che mi
perdessi, in un Paese straniero. Era
la prima volta che mi allontanavo da
casa: non è facile per una madre.»
Deniz ci pensò un attimo. «E
quando è successo tutto questo?»
«Attorno all’11 settembre, se per
te vuol dire qualcosa.»
«Lo so benissimo, cos’è l’11
settembre» ribatté Deniz, che si
illuminò in volto per qualcosa che
aveva capito. «Quindi era prima che
conoscessi papà. Poi lasci Oxford,
torni a Istanbul, ti sposi, rinunci
all’università, fai tre figli uno dopo
l’altro e diventi una casalinga. Che
originalità, complimenti!»
«Non puntavo a essere
originale.»
Ignorando l’osservazione, Deniz
si morse un labbro. «Perché sei
venuta via?»
Ecco la domanda a cui Peri non
era pronta a rispondere; la verità
faceva troppo male. «Era troppo
difficile: le lezioni, gli esami...»
Deniz non aprì bocca e la guardò
di sguincio, senza nascondere
l’incredulità. Per la prima volta le
passava per la mente che la donna
che l’aveva messa al mondo, la
donna che aveva visto ogni giorno
da quando era nata e da cui si
aspettava la soddisfazione di ogni
bisogno e di ogni capriccio, potesse
essere stata una persona diversa,
prima che nascessero lei e i suoi
fratelli. Era un pensiero fastidioso.
Fino a quel momento sua madre era
stata una terra cognita di cui Deniz
conosceva ogni vallata amena, ogni
lago sereno e ogni montagna
innevata. Non le piaceva, la
possibilità che esistessero parti di
quel continente ancora inesplorate.
«Adesso me la ridai la foto?»
chiese Peri.
«Un attimo.»
Con le ciglia che catturavano la
luce del lampadario, Deniz si portò
la polaroid vicino agli occhi e quasi
li storse per lo sforzo, come se si
aspettasse di scoprirci dentro, da
qualche parte, un codice segreto.
Poi, senza pensarci su, la girò e vide
la scritta sul retro, nella grafia
artificiosa di chi sta facendo di tutto
per scrivere bene: Da Shirin a Peri
come a una sorella / Ricorda,
Topina, “Non posso più dirmi né
uomo né donna, né angelo e
nemmeno pura anima”.
«Chi è Topina?» chiese Deniz
ridacchiando.
«Un nomignolo che mi aveva
dato Shirin.»
«È proprio l’ultimo modo in cui
mi verrebbe da chiamarti!»
«Be’, magari sono cambiata. Su,
dobbiamo andare.»
Deniz aveva ancora
un’espressione perplessa. «Che vuol
dire questo “non sono più uomo,
donna, angelo...”? Che assurdità è?»
«Soltanto una poesia... Tesoro,
adesso ridammela.»
Dal salone proruppe un
trambusto di applausi e grida
allegre: qualcuno veniva stuzzicato
o sfidato a fare qualcosa. Incuriosita,
dopo un attimo di esitazione Deniz
restituì la foto alla madre e tornò
verso il ricevimento.
Sola in corridoio, Peri tenne
stretta la polaroid e si sorprese nel
sentire il calore che emanava, come
se fosse viva. Che strano, a pensarci,
che mentre i momenti svanivano, i
cuori si irrigidivano, i corpi
invecchiavano, le promesse
venivano meno e persino le
convinzioni più salde si sfaldavano,
una fotografia, che era una
rappresentazione bidimensionale
della realtà e una bugia, rimanesse
immutata, fedele per sempre.
Infilò la foto nella borsa, attenta
a non guardare nessuno dei visi
nell’immagine, resistente al passato,
resistente al giudizio di una Peri più
giovane sulla donna che era
diventata. Raddrizzò la schiena,
pronta ad affrontare gli altri invitati,
molti dei quali in realtà erano
semplici estranei, e lentamente
raggiunse la festa.
Il patto

Istanbul, anni Novanta

Alle superiori Peri attraversò


stagioni di fede e stagioni di dubbio.
All’insaputa di suo padre aveva
mantenuto il giuramento fatto a Dio,
e tutte le sere prima di
addormentarsi, con parole scelte con
cura e grande passione, pregava. Ce
la metteva tutta: se avesse sacrificato
la propria incredulità sull’altare
dell’affetto e fosse diventata pia
come tutti i predicatori che facevano
proseliti sotto il cielo di Istanbul,
sperava che Allah sarebbe stato più
contento della sua famiglia e meno
severo con suo padre. Un patto
irrazionale, certo, ma questo non
valeva forse per ogni patto con
l’Onnipotente?
Il problema, tuttavia, era che la
preghiera doveva essere pura,
monofonica. Un’unica voce coerente
dall’inizio alla fine. Lei invece,
quando parlava con Dio, sentiva
moltiplicarsi nella mente una pletora
di oratori; taluni ascoltavano, altri
facevano battute di spirito, altri
ancora esprimevano obiezioni. E,
peggio ancora, con l’aggiunta di un
diluvio di immagini indesiderate: di
morte, oscurità, violenza, genocidio,
ma specialmente sesso. Lei chiudeva
gli occhi e li riapriva subito,
sforzandosi di cancellare i corpi nudi
che si dimenavano nella sua
fantasia. Mortificata dalla propria
incapacità di tenere a bada
l’immaginazione, e timorosa che
questa contaminasse le preghiere,
ricominciava da capo mille volte,
correndo per terminare prima che i
pensieri impuri riprendessero piede.
Prepararsi alla preghiera era come
ricacciare mucchi di cianfrusaglie in
un armadietto prima che Dio venisse
a trovarla nella casa della mente; e,
per quanto volesse apparire al
meglio, Peri rimaneva fin troppo
conscia di tutto ciò che aveva
nascosto alla Sua vista.
Se avesse pregato insieme a una
congregazione, anziché sola a casa,
forse sarebbe riuscita a tacitare le
voci dentro di sé, pensò a un certo
punto. Quindi prese l’abitudine di
girare per moschee con un gruppo di
amiche che la pensavano come lei.
Adorava la luce che entrava
opulenta dalle alte finestre ad arco, i
lampadari, le opere di calligrafia,
l’architettura di Mimar Sinan; però
le dava fastidio che le sezioni
riservate alle donne fossero sempre
relegate in fondo o piazzate al primo
piano dietro ai tendaggi, comunque
isolate, separate, ridotte.
Una volta, un uomo di mezza età
le seguì in una moschea di quartiere
e poi anche fuori sul cortile.
«Le ragazzine dovrebbero
pregare a casa» disse, con gli occhi
che lisciavano i contorni dei seni.
«Questa è la casa di Allah,
aperta a tutti» disse Peri.
Lui fece un passo avanti,
gonfiando il petto. Quel corpo era un
promemoria, un avvertimento, una
frontiera. «Questa moschea è troppo
piccola. Perfino gli uomini finiscono
col rimanere fuori sul marciapiede.
Per le scolarette non c’è spazio.»
«Quindi le moschee sono degli
uomini?» disse Peri.
Lui rise, come fosse
meravigliato che lei avesse potuto
pensare altrimenti. Peri rimase
delusa al vedere che l’imam, che
passando di lì aveva colto lo
scambio, non diceva nulla a loro
difesa.
Un’altra volta, a Üsküdar, nella
sezione femminile al primo piano,
Peri scostò la tenda in modo da poter
ammirare la bellezza della moschea
durante la preghiera. Una donna
anziana, vestita di nero da capo a
piedi, la richiuse immediatamente,
borbottando rabbiosa tra sé. Non
erano solo gli uomini, a voler tenere
nascoste le donne: certe donne la
pensavano esattamente allo stesso
modo.
Sì, ci aveva provato. Ma restava
sempre un divario tra lei e i modi
della confessione stampata sulla sua
carta d’identità rosa. Che poi, di chi
era stata l’idea di mettere la voce
«religione» sulle carte d’identità?
Chi decideva se il cittadino neonato
era musulmano, cristiano o ebreo?
Di certo non lui.
Se l’avessero lasciata libera di
compilare la sua voce «religione»,
Peri ci avrebbe scritto qualcosa tipo
«indecisa». Sarebbe stato più
veritiero. Se sua madre fosse andata
in paradiso e suo padre all’inferno,
la sua dimora eterna doveva essere il
purgatorio, all’incirca in mezzo.
Di queste cose evitava di parlare
con i più devoti, perché non appena
si accorgevano che oscillava tra il
dubbio e la fede provavano subito a
convertirla definitivamente. Ma i
pochi atei che conosceva non erano
molto diversi: che fosse in nome di
Dio o della scienza, per l’ego non
c’era soddisfazione paragonabile a
quella di trascinare qualcuno dalla
propria parte. Solo che essere
oggetto di proselitismo era l’ultima
cosa che Peri desiderava: lo capiva o
no, tutta questa gente, che lei non
voleva decidersi per nessun codice
religioso? Voleva rimanere in
movimento. Scegliendo una fazione
oppure l’altra temeva di diventare
una persona diversa, e quella
sarebbe stata la sua fine.
Sul suo Diario di Dio annotò: Mi
trovo in un limbo perpetuo. Forse
voglio troppe cose tutte insieme, e
nessuna con ardore sufficiente.

Il giorno in cui Peri si diplomò,


con i voti migliori della scuola, lei e
suo padre prepararono la colazione
insieme. Tra pomodoro a dadini,
prezzemolo tritato e uova sbattute,
fecero un menemen talmente
piccante che ogni boccone bucava la
lingua. Lavoravano fianco a fianco,
ogni azione fluida e coordinata. Peri
osservava il padre che affettava una
cipolla, notando con sollievo che le
mani non gli tremavano più; però
sudava copiosamente, la fronte
coperta da una pellicola di
traspirazione, e lei sapeva che se
fosse stato solo in cucina si sarebbe
versato un goccetto.
Dopo, Mensur accompagnò la
figlia in auto all’agenzia per
l’istruzione che aiutava gli studenti
turchi a fare domanda in scuole
estere. Negli ultimi mesi erano già
stati diverse volte in quell’ufficetto
mal illuminato e opprimente, in fila
accanto ad altri adolescenti
speranzosi, incapaci di staccare gli
occhi dalle facce sorridenti che
riempivano i dépliant delle
università occidentali: da quelle
pagine patinate balzava fuori una
pazzesca diversità di studenti –
parevano le Nazioni Unite – con la
gioia in volto, tutti, senza eccezione.
Lungo il tragitto, si fermarono al
semaforo accanto a una moschea
ottomana celebre per essere stata
costruita sul mare. Tutto intorno alla
cupola si erano posati i gabbiani,
allineati come un filo di perle.
«Baba, perché non sei mai stato
religioso?» domandò Peri con gli
occhi sulla moschea.
«Ho sentito troppe prediche
artefatte, visto troppi santoni
fasulli.»
«Ma Dio? Voglio dire, credi
ancora che esista?»
«Sì, certo» disse Mensur, un
filino tiepido. «Ma non per questo
mi riesce di capire cosa stia
combinando.»
Una coppia di turisti – a vederli,
europei – scattava foto nel cortile
della moschea. La donna si era
coperta il capo con uno dei lunghi
foulard forniti all’ingresso; e
qualcuno, forse un passante, doveva
averla avvisata che l’abito era troppo
corto, perché si era legata un foulard
anche in vita, per coprirsi le gambe
fino al ginocchio. Per contro, l’uomo
portava sandali e bermuda che
evidentemente non avevano dato
fastidio a nessuno.
Mensur li indicò e disse: «Se
fossi una donna sarei doppiamente
critico sulla religione».
«Perché?» chiese Peri, pur
potendo azzardare la risposta.
«Perché Dio è maschio... Questo
ci hanno indotto a credere, i bravi
fedeli.»
Vicino a loro accostò un’altra
auto, che sparava un pezzo di
Santana a tutto volume. Basta
rubare, basta sparare... mentre il
ricco si arricchisce, il povero
svanisce.
«Vedi, anima mia» proseguì
Mensur. «Io sono affezionato alle
tradizioni sufiste dei Bektashi, dei
Mawlawi o dei Melami, dotate di
umanità e senso dell’umorismo. I
Rindi del Belucistan erano liberi da
ogni forma di pregiudizio e
intolleranza... ma ormai, chi se li
ricorda più? Un’antica filosofia del
tutto scomparsa, da questo Paese e
non solo, da tutto il mondo
musulmano. Repressa, tacitata,
eliminata. A che scopo? In nome
della religione, qui si ammazza Dio.
A favore di autorità e disciplina, si
dimentica l’amore.»
Il semaforo diventò verde, ma
subito prima – non dopo – le auto
dietro di loro si erano messe a
suonare il clacson. Mensur diede
una botta al pedale del gas,
borbottando tra sé: «Chissà come
avete fatto ad aspettare nove mesi in
pancia, deficienti!».
«Ma la religione, Baba, non ti dà
un senso di sicurezza? Come un
guanto protettivo?»
«Forse, ma io non voglio una
seconda pelle. Se tocco la fiamma,
mi brucio; se afferro il ghiaccio,
sento freddo. Il mondo è quello che
è. Tutti dobbiamo morire. A che
serve ammassarsi per sentirsi più
sicuri? Tanto si nasce e si muore
soli.»
Peri raddrizzò la schiena, sul
punto di fargli un’altra domanda, ma
la voce di suo padre continuò:
«Quand’eri piccola mi hai chiesto se
avevo paura dell’inferno».
«Sì, e tu mi hai detto che ti
saresti scavato una galleria per
uscire.»
Sulla faccia di Mensur si
spalancò un sorriso. «Sai perché il
paradiso non mi attira poi così
tanto?»
«Dimmi.»
«Guardo quelli che ci andranno,
quelli che digiunano, pregano e
fanno a puntino tutto quello che
devono fare. Sono talmente
presuntuosi, almeno per la gran
parte! Allora mi dico, se questi qui
vanno dritti in paradiso, io
preferisco non andarci. Piuttosto
brucio nel mio inferno in santa pace.
Farà caldo, ma almeno non sarò
circondato da ipocriti.»
«Guarda, Baba, io spero che tu
non le dica in giro, queste cose.
Perché altrimenti passi un guaio.»
«Non preoccuparti, la lingua mi
si scioglie solo quando sono vicino a
te. O dopo un certo numero di
bicchierini. E siccome i fanatici non
si siederanno mai a tavola con me e
il mio raqı, sto tranquillo» concluse
ridendo.
Poco dopo raggiunsero Palazzo
Dolmabahçe, con le sue splendide
arcate e la torre dell’orologio. «La
sai la storia dei pesci di qui?» chiese
Mensur.
E le raccontò che non lontano da
lì, in una notte di tempesta, il sultano
Murad IV si era accomodato per
leggere le Frecce del destino, la
celebre raccolta di rime satiriche del
grande Nef‘i. Ma quasi non aveva
ancora iniziato che un fulmine colpì
un castagno nel giardino del
palazzo: non poteva che essere un
presagio. Agitatissimo, il sultano
non solo gettò a mare il libro, ma
firmò una lettera che concedeva ai
nemici di Nef‘i licenza di punirlo
come meglio credevano. Qualche
giorno dopo il poeta, strangolato con
un cappio, fu gettato nelle medesime
acque in cui si era dissolta la sua
poesia, verso per verso.
«Vedi com’è velenosa, la
miscela di potere e ignoranza? Il
mondo ha sofferto ben più per mano
della gente pia che della gente come
me... qualunque nomignolo scemo
vogliano dare a quelli come me!»
Peri volse gli occhi fuori dal
finestrino, alle onde smerlate
d’argento che scintillavano al sole
pomeridiano, sperando d’intravedere
un paio di pesci a increspare la
superficie. Aveva capito, ora che
aveva saputo della sorte del poeta,
che non avrebbe più dimenticato
quel racconto. Si faceva carico delle
sofferenze altrui come fossero le
proprie, e se le appendeva al collo
come le ghirlande di aghi di pino
che faceva da bambina. Pungevano e
facevano male, ma lei si rifiutava di
levarsele finché non seccavano e
finivano con lo sfarinarsi.
Mensur seguì lo sguardo della
figlia. «Per questo i pesci sono neri,
in questo tratto del Bosforo. Hanno
inghiottito troppo inchiostro.
Poveracci, ancora cercano versi di
poesie e carne di poeti... che poi
sono la stessa cosa, se ci pensi.»
Peri adorava i racconti di suo
padre. Ci era cresciuta. Eppure la
malinconia di cui erano impregnati
le bucava l’anima, come una
scheggia sottopelle ormai divenuta
parte integrante di lei. Certe volte
pensava di averne dappertutto, di
schegge, infilate nel corpo e nei
recessi della mente.
«Che poi, perché sto a parlare di
queste cose?» riprese Mensur con un
impeto diverso. «Non sei contenta di
andare a Oxford?»
Avevano fatto domanda presso
diversi atenei in Europa, negli Stati
Uniti e in Canada. Posti dai nomi
così strani che nessuna lingua
riusciva a pronunciarli. Solo che
Mensur continuava a straparlare di
Oxford.
«Non è sicuro che ci vada.»
«Ma figurati» asserì lui. «Hai
passato i test, hai sostenuto il
colloquio e adesso loro ti hanno
fatto una proposta.»
«Sì, ma Baba... come facciamo
per i soldi?» disse Peri, la voce che
le moriva in gola.
«Tu non preoccuparti. Ci ho
pensato io.»
Aveva messo in vendita l’auto di
famiglia, oltre all’unico bene al sole
che avessero mai posseduto: un
campo non lontano dal mar Egeo,
dove aveva progettato di coltivare,
un giorno, degli ulivi. A Peri pesava
moltissimo, l’idea che suo padre
stesse rinunciando ai propri sogni
per lei. Quando i loro sguardi
s’incrociarono, però, gli sorrise.
Cercava di non parlarne, ma in tutta
onestà non vedeva l’ora di andare in
Inghilterra.
«Baba, sei sicuro che la mamma
sia d’accordo? Voglio dire, ci hai
parlato?»
«Non ancora» rispose Mensur.
«A un certo punto lo farò. Come
potrebbe non volere che sua figlia
vada alla migliore università del
mondo? Sarà felicissima!»
Peri fece di sì con la testa, pur
sapendo che era una bugia. Nessuno
dei due avrebbe detto a Selma che la
figlia stava per partire, o almeno non
fino all’ultimissimo secondo.
L’ultima cena

Istanbul, 2016

Entrando nella spaziosa sala da


pranzo, Peri trovò tutti già seduti a
tavola, riuniti a conversare nei
rispettivi capannelli. Adnan
chiacchierava con un amico di
famiglia, amministratore delegato di
una banca d’affari internazionale. A
giudicare dalle espressioni,
parlavano di politica o di calcio, gli
unici due argomenti su cui gli
uomini mostravano liberamente le
emozioni in presenza di altri. I
padroni di casa sedevano ai due
capotavola. L’uomo d’affari stava
raccontando ai commensali più
vicini un aneddoto delle vacanze,
con l’affabile sicurezza di chi è
abituato a essere ascoltato, mentre
sua moglie lo guardava da lontano
con indifferenza. Peri avanzò di un
passo, sapendo che di lì a un attimo
tutte le teste si sarebbero voltate
verso di lei. Per un secondo prese in
considerazione l’idea di sgattaiolare
di lato fino a raggiungere la porta
d’ingresso in rovere, da cui sarebbe
potuta fuggire.
«Carissima, che fai ferma lì?»
La moglie dell’uomo d’affari
l’aveva notata. «Unisciti a noi.»
Peri si costrinse a sorridere
mentre prendeva posto sulla sedia
vuota riservata a lei. Durante la sua
permanenza in bagno, a molti degli
invitati, se non a tutti, era stato
riferito dell’incidente; e adesso la
fissavano con curiosità amichevole,
impazienti di sentire com’era andata.
«Stai bene?» le chiese la
direttrice di un’agenzia di PR, con i
capelli cotonati in un’elaborata
acconciatura fermata da un grosso
spillone di strass che a Peri ricordò
uno spiedo da shish kebab e che
conferiva alla donna un aspetto
pericoloso. «Eravamo preoccupati
per te.»
«Infatti, che ti è successo, cara?»
aggiunse l’AD.
Peri intercettò lo sguardo di
Adnan, rilevando negli occhi
generalmente affettuosi del marito
una traccia di preoccupazione.
Aveva di fronte una scodella da
zuppa già vuota e un bicchier
d’acqua: era astemio, per motivi sia
di salute, sia religiosi. Adnan era
credente.
«Niente di cui valga la pena
parlare a una tavolata così deliziosa»
disse Peri, rivolgendosi all’AD. «Mi
interessa di più quello di cui
parlavate voi con tanto fervore.»
«Oh, corruzione e intrallazzi in
serie A...» rispose l’AD. «Alcune
squadre sembra che ci tengano a
perdere; a pensar male, direi proprio
che si vendano le partite.» Lanciò
uno sguardo malizioso all’anfitrione.
«Cazzate» replicò l’uomo
d’affari. «Se vuoi sparlare della mia
squadra, posso assicurarti, amico
mio, che vinceremo col sudore della
fronte.»
Peri si appoggiò allo schienale,
sollevata di essere riuscita a
riallontanare la conversazione da sé,
ma chissà per quanto.
Gli altri avevano già finito la
minestra, e così apparve una
cameriera con una porzione apposta
per Peri: brodo di barbabietole e
carote guarnito con una noce di
formaggio di capra. Qualcuno le
riempì il bicchiere senza che
dovesse chiedere niente: un rosso,
Napa Valley. Prima di portarselo alle
labbra, Peri mandò un saluto
silenzioso allo spirito di suo padre.
Si guardò in giro mentre
lentamente cominciava a mangiare.
Arredi italiani, lampadari inglesi,
tendaggi francesi, tappeti persiani e
una sovrabbondanza di
soprammobili e cuscini con motivi
ottomani; per quanto più lussuosa
della media, la villa era decorata
nello stesso stile di innumerevoli
altre case di Istanbul, per metà
orientale, per metà europeo. Alle
pareti, quadri di artisti mediorientali
noti o emergenti, per molti dei quali,
ipotizzava Peri, si era pagato troppo
o troppo poco, dato che il mercato
artistico nazionale, in modo forse
analogo alla vita politica, era ancora
in continuo mutamento.
Peri non avrebbe saputo dire
quante volte in passato aveva già
partecipato a cene in cui i
musulmani conservatori non
avevano problemi a mescolarsi ai
bevitori progressisti, e alzavano
educatamente il bicchier d’acqua ai
brindisi per condividere il gesto. La
religione, in quella parte del mondo,
era stata una specie di collage. Non
era insolito consumare alcol tutto
l’anno e poi pentirsi la notte di Qadr,
quando i peccati venivano cancellati
all’ingrosso, a patto di provare un
sincero rimorso. C’era un mucchio
di gente che digiunava durante il
Ramadan sia per rinsaldare la fede
sia per perdere peso. Il sacro si
incastrava col profano. In una
cultura basata sull’ibridazione,
anche la persona più razionale dava
un certo credito ai jinn e teneva
sottomano un amuleto di vetro
azzurro che, come tutti sapevano,
proteggeva dal malocchio. Allo
stesso tempo, anche il più devoto si
era divertito a dare il benvenuto
all’anno nuovo guardando la TV e
applaudendo a ritmo una danzatrice
del ventre. Un po’ di questo, un po’
di quello. Musulmanus modernus.
Nel corso degli ultimi anni, però,
le cose erano cambiate
drasticamente. I colori si erano
fissati in bianco e nero. Erano
sempre meno i matrimoni in cui –
come in quello dei suoi genitori – un
coniuge era devoto e l’altro no.
Ormai la società era divisa in ghetti
invisibili; Istanbul somigliava, più
che a una metropoli, a un mosaico
urbano di comunità separate. La
gente era «fortemente religiosa» o
«fortemente laica», e quelli che
riuscivano a tenere un piede in
entrambe le fazioni, affrontando con
lo stesso fervore l’Onnipotente e il
secolo, erano scomparsi o
mantenevano un inquietante
silenzio.
L’occasione di quella sera,
quindi, era insolita in quanto riuniva
persone appartenenti a campi
opposti. Grandiosa e aulica, Peri
paragonò la circostanza a un dipinto
rinascimentale; fosse stata lei
l’artista, l’avrebbe intitolato
L’ultima cena della borghesia turca.
Contò i commensali: ma certo,
compresa lei erano in tredici.
«Guarda che non sta nemmeno
ascoltando» disse la PR.
Rendendosi conto che parlavano
di lei, Peri sorrise. «Che dicevate?»
«Tua figlia mi raccontava che
hai studiato a Oxford.»
Peri fece una smorfia. Cercò con
lo sguardo Deniz, che però
mangiava in un’altra stanza con
l’amica.
«Tesoro, davvero, sei così sulle
tue!» disse la moglie dell’uomo
d’affari. «Perché non ce l’hai mai
detto?»
Peri rispose: «Magari perché non
mi sono laureata...».
«E chi se ne importa?» scherzò il
giornalista. «Hai lo stesso il diritto
di vantarti.»
«Mio fratello lo fa eccome!»
disse la PR. «“Quando stavo a
Oxford...” È la prima cosa che dice
alla gente.» Si girò verso Peri. «In
che anni ci stavi?»
«Attorno al 2001.»
«Ma guarda, proprio come mio
fratello!»
Perì si sentì avvolta da un
profondo senso disagio, che si fece
più intenso quando sentì il marito
rincarare la dose: «Deniz dice che
hai una foto; perché non la tiri
fuori?».
Lo faceva di proposito, capì.
Punzecchiarla e provocarla di fronte
ad altri, perché lo aveva ferito sapere
che si portava ancora dietro la
polaroid. Lui sapeva, ovviamente;
non tutto, ma buona parte. Era stato
lui, alla fin fine, a raccogliere i cocci
quando lei aveva abbandonato
Oxford.
«Su, forza, vediamola!» incalzò
qualcun altro.
Per quanto Peri cercasse di
cambiare argomento, stavolta non
funzionò. Erano decisi a vedere che
aspetto avesse quando faceva
l’università, e quanto fosse cambiata
da allora.
Tirò fuori la polaroid dalla
borsetta e la posò sul tavolo. Alla
luce delle candele si distinguevano
quattro figure, visi sorridenti di un
passato abbandonato, in piedi nella
neve davanti all’Old Schools
Quadrangle della Bodleian Library;
dai cornicioni della torre d’ingresso
alle loro spalle pendevano
ghiaccioli. Ognuno degli invitati
guardò per bene l’istantanea e la
passò al successivo, non senza aver
prima espresso un commento.
«Mamma mia, quant’eri
giovane!»
«Accipicchia, che capelli. Ti
facevi la permanente?»
Quando la foto la raggiunse, la
PR inforcò gli occhiali e la studiò
attentamente. «Un attimo...» disse
aggrottando la fronte. «Io lui l’ho
già visto.»
Peri si irrigidì.
«Andavo a trovare mio fratello
tutti gli anni. Sono sicura che mi
mostrò una foto di questo tizio...
dov’era...»
Peri passò dalla rigidità alla
paralisi.
«Ah, certo, adesso mi ricordo!
Era sul giornale. Era un professore
famoso che poi cadde in disgrazia...
Cacciato da Oxford! Ne parlavano
tutti, c’era stato uno scandalo.»
Puntò lo sguardo verso Peri. «Ne
avrai sentito parlare di sicuro, no?»
Peri rimase immobile: non
riusciva a inventare una bugia, non
voleva dire la verità. Con suo
enorme sollievo, le cameriere
entrarono in quel momento con gli
antipasti, diffondendo in aria
profumi appetitosi. Nell’interruzione
provocata mentre venivano serviti i
piatti, Peri riuscì a recuperare la
polaroid. La rimise in borsa con le
mani che le tremavano così tanto
che dovette nasconderle per un po’
sotto il tavolo.
Seconda parte
L’università

Oxford, 2000

Il giorno in cui Nazperi


Nalbantoğlu, fresca di diploma,
arrivò a Oxford, era accompagnata
dall’ansioso padre e dall’ancor più
ansiosa madre. L’idea dei genitori
era quella di passare la giornata
insieme; dopo essersi accertati che la
figlia si fosse ambientata nella sua
nuova vita, sarebbero rientrati con
un treno serale a Londra. Di lì
avrebbero poi preso l’aereo per
Istanbul, dove avevano trascorso
quasi tutti i trentadue anni del loro
matrimonio così saldamente
instabile; una scala che traballava,
eppure ancora resisteva agli attacchi
del tempo. Ma le cose si rivelarono
più complicate del previsto. Selma
scoppiò due volte in singhiozzi,
altalenava pazzamente tra la
commiserazione e l’orgoglio; ogni
poco afferrava un lembo del velo
che aveva in testa con l’aria di
volersi tamponare il viso, ma in
realtà le serviva per asciugarsi una
lacrima. Da una parte era esaltata dai
risultati ottenuti dalla figlia, visto
che mai nessuno in famiglia si era
conquistato un posto in
un’università straniera, e
figuriamoci a Oxford. Non avevano
mai neanche pensato a
quell’eventualità, tanto il loro «qui»
era lontano da quel «là».
Per un altro verso, tuttavia, non
riusciva proprio ad accettare l’idea
che la figlia più piccola, la sua
bambina, dovesse vivere a un
continente di distanza da lei, sola, in
un posto dove tutto era straniero. Il
fatto che Peri avesse fatto domanda
a sua insaputa e senza la sua
approvazione la feriva
profondamente, e percepiva l’ombra
del marito dietro il fait accompli. I
due l’avevano informata solo a cose
fatte, e a quel punto lei aveva potuto
borbottare giusto una fievole
obiezione, per non rischiare di
alienarsi la figlia per il resto della
vita. Avrebbe voluto che ci fosse un
parente, o almeno il parente di un
parente, una persona qualunque –
purché fosse musulmana, sunnita,
turcofona, timorata di Dio, pratica
del Corano e facile da raggiungere
per telefono – in quella città
forestiera, a cui affidare Peri; ma
non conosceva nessuno che
rispondesse a quell’identikit.
Dal canto suo Mensur, per
quanto desiderasse vedere la figlia
eccellere negli studi, non era meno
disperato all’idea di lasciarla andare.
Esteriormente composto, si
esprimeva però a frasi incerte e
sconnesse, con lo stesso tono che
avrebbe usato per parlare di un
terremoto avvenuto chissà dove: si
adeguava, ma con un sottofondo di
dolore. E Peri capiva, ed entro certi
limiti condivideva, il malessere dei
genitori. Mai prima si erano
separati; mai prima era stata lontana
dalla sua famiglia, dalla sua casa e
dalla sua patria.
«Avete visto che bello, qui?»
disse. Con tutta la tensione che le
cresceva in petto, non riusciva però
a trattenere l’euforia, e si sentiva
pronta a iniziare trionfalmente una
vita nuova.
Il sole infilava tra le nubi raggi
di luce tiepida, dando l’illusione che
l’estate fosse tornata, malgrado le
sporadiche folate di frizzante vento
autunnale. Con le sue strade
acciottolate, le torri merlate, le
gallerie ad arcate, i bovindi e i
portici scolpiti, Oxford pareva uscita
da un libro di fiabe. Tutto, nel loro
campo visivo, grondava storia; al
punto che persino le caffetterie e i
grandi magazzini sembravano parte
integrante di quell’eredità secolare.
A Istanbul, che pure era una città
antichissima, il passato veniva
trattato come un visitatore che si era
indebitamente trattenuto troppo a
lungo; mentre qui a Oxford era
chiaramente l’ospite d’onore.
I Nalbantoğlu trascorsero il resto
della mattinata a passeggio, ad
ammirare i giardini seminascosti
dietro mura consunte dal tempo e
avvolte dall’edera, a passi incerti
sulla ghiaia scricchiolante, senza
sapere se in quegli spazi si potesse
entrare e senza nessuno a cui
chiedere. Alcune zone della città
erano talmente vuote che i muri di
calcare scrostato che
fiancheggiavano gli antichi vicoli
sembravano anelare a un po’
d’attenzione umana.
Stanchi e affamati, notarono un
pub su Alfred Street, un locale con i
soffitti bassi, il pavimento ad assi di
legno cigolanti e una clientela assai
rumorosa. Si sedettero timidamente
a un tavolino angusto presso la
finestra. Tutti bevevano birra in
bicchieri a misura di gigante.
All’arrivo della cameriera, una
ragazza con un piercing al labbro
inferiore, Mensur ordinò fish-and-
chips per tutti e una bottiglia di vino
bianco.
«Pensa, questo posto ha secoli di
vita...» disse poi, fissando il
perlinato di quercia come se
contenesse un codice che,
mettendocela tutta, sarebbe infine
riuscito a decifrare.
Selma assentì col capo. Ma
aveva notato ben altre cose,
guardandosi intorno: studenti che
tracannavano birra in un angolo, una
ragazza in un abito così succinto che
forse era una sottoveste, un tizio
tatuato con le mani addosso alla
fidanzata, la cui scollatura era più
profonda della voragine che
divideva Selma e il marito... Come
poteva lasciare Peri sola in mezzo a
questa gente? Gli occidentali
potevano essere molto avanti in
materia di scienza, tecnologia e
istruzione, ma quanto a morale?
Oltretutto doveva tenersi tutti questi
pensieri per sé, per non irritare il
marito e la figlia, e questo irritava
lei. Aveva un’espressione
imbronciata, a forza di trattenere
commenti sarcastici; non era giusto
che dovesse essere sempre lei il
barboso genitore custode di certi
principi.
Ignaro delle preoccupazioni
della moglie, benché non proprio
ingenuo rispetto alle sue posizioni,
Mensur disse: «Siamo orgogliosi di
te, Pericim».
Era la seconda volta che glielo
diceva, e Peri si godette il
complimento del padre proprio
come la prima. Date le poche risorse
a disposizione, sulla sua istruzione
lui aveva investito ben oltre i loro
mezzi, e lei era decisa a non
deluderlo.
«Ci vuole un brindisi» dichiarò
Mensur quando il vino arrivò a
tavola. «Alla nostra intelligentissima
figlia, e alla migliore università del
mondo!»
Selma si rabbuiò. «Sai bene che
Allah mi impedisce di brindare con
voi.»
«Pazienza» fece Mensur.
«Peccherò io. Quando muoio,
mandami un biglietto per il
paradiso.»
«Non è così semplice» rispose
Selma. «Dovrai guadagnarti la
risalita agli occhi di Allah.»
Mensur si morsicò l’interno
della guancia. Sentire la moglie che
predicava le sue belle formulette gli
faceva lo stesso effetto che vedere
una fila di tesserine del domino ritte
in piedi: non riusciva a trattenere
l’impulso di rovesciarne una. «Parli
come se sapessi in prima persona
che cosa pensa Allah. Gli leggi nella
mente? Come fai a sapere cosa
vede?»
«Ce lo ha lasciato scritto nel
Corano, se solo ti prendessi la briga
di leggerlo.»
«Dài, vi prego, ma non ce la fate
proprio a non litigare per un
giorno?» intervenne Peri. E per
alleggerire l’atmosfera e cambiare
argomento aggiunse: «Tanto tornerò
presto per le nozze».
Hakan stava per sposarsi.
Sebbene Umut – che dopo il rilascio
si era ritirato in una cittadina sul
Mediterraneo – fosse ancora
scapolo, pur conscio di dover sfidare
l’ordine di nascita Hakan si era
rifiutato di aspettare. All’inizio tutti
avevano pensato che dietro tanta
impazienza si nascondesse una
spiegazione imbarazzante, un
gonfiore che la sposa non poteva più
nascondere, ma poi si era capito che
la fretta era legata solo alla
personalità dello sposo.
Terminarono di pranzare, per lo
più in silenzio.
Mentre aspettavano il conto,
Selma prese la mano della figlia tra
le sue. «Sta’ lontana dalla gente
pericolosa.»
«Sì, mamma, lo so.»
«L’istruzione è importante, ma
per una ragazza c’è un’altra cosa
molto più importante, mi segui? Se
perdi quella, nessuna laurea ti
riabiliterà. I maschi non hanno
niente da perdere, ma le femmine
devono stare attentissime.»
«Va bene...» disse Peri
guardando da un’altra parte.
Verginità: la parola d’ordine che
si poteva solo adombrare ma mai
pronunciare, anche se incombeva su
mille discorsi tra madri e figlie, zie e
nipoti. Un argomento da trattare in
punta di piedi, come un lunatico che
ti si sia addormentato tra i piedi ma
che nessuno osa disturbare.
«Io di mia figlia mi fido...»
intervenne Mensur, che aveva finito
col bere gran parte del vino da solo e
adesso pareva leggermente alticcio.
«Anche io» fece Selma. «È degli
altri che non mi fido.»
«Che risposta scema» ribatté
Mensur. «Se ti fidi di lei, che
t’importa di quello che fanno gli
altri?»
Selma reagì con una smorfia
sprezzante. «Uno che si ammazza
col bere tutti i giorni ha poco da dare
dello scemo agli altri.»
Davanti ai genitori che
incrociavano le lame per l’ennesima
volta, senza mai vincere una
battaglia, senza mai regolare un
conto, a Peri non rimase che
guardare fuori dalla finestra il cuore
di quella città che doveva diventare,
almeno per i prossimi tre anni, la sua
università, la sua casa, il suo rifugio.
Aveva lo stomaco stretto per
l’apprensione, in testa un vortice di
pensieri neri. Le tornò in mente lo
zafferano pregiato – quello vero,
non i succedanei da poco – che si
vendeva nei bazar delle spezie di
Istanbul in delicate ampolle di vetro.
Il suo ottimismo era uguale:
limitato, confinato, deperibile.
La carta geografica

Oxford, 2000

«Salve!» La voce risuonò alle


loro spalle pochi secondi dopo che
avevano raggiunto la portineria del
college dove li aspettava una
studentessa del secondo anno che
l’università aveva incaricato di far
loro da guida.
Si voltarono e videro una
ragazza alta, con il portamento della
sultana che avrebbe potuto essere in
un’altra epoca e in un’altra terra.
Portava una gonna rosa come le
meringhe all’acqua di rose che da
bambina Peri adorava; i capelli neri
le ricadevano a ricci sciolti sulla
schiena perfettamente dritta, le
labbra erano dipinte di carminio
lucido e anche le guance erano
imbellettate. Ma erano gli occhi,
scuri e distanziati, sottolineati con la
matita viola e ombreggiati di un
turchese accesissimo, a colpire più
di ogni altra cosa. Quel trucco era
come la bandiera di un paese in
agitazione, a dichiarare non solo la
propria indipendenza ma anche la
propria imprevedibilità.
«Benvenuta a Oxford» disse con
un largo sorriso, tendendo una mano
perfettamente curata. «Io mi chiamo
Shirin.» Nome che pronunciò
allungando al massimo le due
vocali, Shiii-riiin.
Benché il naso aquilino e il
mento importante impedissero, in
senso canonico, di definirla
graziosa, era dotata di un carisma
tale da poter essere considerata
bella. Peri rimase talmente rapita
dalla sua presenza che fece a sua
volta un ampio sorriso avanzando
verso di lei.
«Ciao, io sono Peri, e questi
sono i miei genitori.» Quindi pensò:
“Per un giorno possiamo anche far
finta di essere una famiglia
normale”.
«Felicissima di conoscervi. Ho
sentito che siete turchi; io sono nata
a Teheran, però non ci sono mai
tornata» disse Shirin con uno
svolazzo della mano, come se l’Iran
fosse lì dietro l’angolo, in attesa.
«Credo sia per questo che abbiano
chiesto a me di accompagnarvi, a
loro piace raggrupparci, quelli come
noi. Siete pronti per la visita
guidata?»
Peri e Mensur assentirono con
entusiasmo, mentre Selma
squadrava con aria di
disapprovazione la gonna corta, i
tacchi alti e il trucco pesante. A lei
Shirin non sembrava una
studentessa, e di certo non le
sembrava iraniana.
«Ma che cosa studia, questa?»
mormorò in turco.
Peri, colta dall’irrazionale timore
che la compagna anglo-iraniana
potesse capire la loro lingua, sibilò
di rimando: «Mamma, per piacere».
«Andiamo!» esclamava intanto
Shirin. «Di norma dovremmo partire
dal nostro college e poi vedere il
resto della città, ma io non faccio
mai niente nell’ordine previsto, è più
forte di me. Perciò seguitemi,
gente!»
Dopodiché Shirin si lanciò in un
lungo excursus sulla storia di
Oxford, e senza mai chiudere bocca
li condusse per le tortuose
profondità delle antiche viuzze
cittadine. Vivace e amabile, parlava
con l’impeto di un torrente in piena,
a fiotti che i Nalbantoğlu faticavano
a seguire; soprattutto Selma, che non
vedeva alcuna somiglianza tra
l’antiquato inglese tutto
grammaticale che aveva imparato
decenni prima a scuola – e poi
dimenticato in un lampo – e il
farfugliare che sentiva ora. Per darle
una mano, Peri si calò nel ruolo
dell’interprete... sia pure con
qualche licenza: ammorbidiva,
riformulava e se necessario
censurava qualunque cosa rischiasse
di infastidire la madre.
Nel frattempo Shirin andava
spiegando che a Oxford ciascun
college era una fondazione
autonoma, che governava da sé tutti
i propri affari. Mensur trovò la cosa
sconcertante. «Ma ci deve essere
Presidente, autorità sopra tutto»
obiettò nel suo inglese stentato, e si
guardò intorno come se temesse di
vedere la città piombare
nell’anarchia.
«Sono costretta a dissentire»
replicò Shirin. «Per come la vedo io,
l’autorità è come l’aglio: più ne
metti, più si sente la puzza.»
Mensur, che aveva trascorso
gran parte della sua vita adulta
anelando a un’autorità centrale forte,
salda e sufficientemente laica da
fermare l’ascesa del
fondamentalismo religioso, alzò gli
occhi allarmato. Per lui l’autorità era
un collante, la malta che teneva
insieme in armonia i vari pezzi della
società. Senza quella i mattoni
sarebbero crollati, e l’intera struttura
si sarebbe disfatta.
«Certo non tutta autorità
sbagliata» insistette. «Per esempio i
diritti delle donne, cosa mi dici
quando un capo forte difende le
donne?»
«Be’, credo che direi grazie
tante, ma sono capace di difendere i
miei diritti da sola. Non ci serve
un’autorità che lo faccia al posto
nostro!»
Nel dire queste parole Shirin
guardò Selma, e in particolare il velo
e il lungo cappottone informe. Peri,
perspicace come sempre quando si
trattava di sentimenti altrui, si rese
conto che l’avversione di sua madre
per Shirin era ricambiata; la ragazza
anglo-iraniana sembrava nutrire un
certo disprezzo per le donne che si
coprivano il capo, e non sentiva
nessun bisogno di nasconderlo.
«Vieni, mamma.» Peri prese
delicatamente Selma per un braccio,
quello con la cicatrice dell’ustione,
ricordo del giorno di lavaggio dei
tappeti di tanti anni prima. Insieme
rimasero un poco indietro.
Sugli scalini d’ingresso
all’Ashmolean Museum madre e
figlia notarono una coppia avvinta in
un bacio appassionato. Peri arrossì
come fosse lei, quella sorpresa tra le
braccia del ragazzo, e con la coda
dell’occhio notò il cipiglio di Selma.
Vale a dire, della donna che sul
sesso non le aveva insegnato
assolutamente nulla. Ancora
ricordava la volta che all’hammam,
da bambina, aveva fatto una
domanda sull’oggetto che aveva
visto dondolare tra le gambe di un
maschietto. La reazione di Selma era
stata quella di piombare sulla madre
del ragazzino e lanciarsi in una tirata
che per via del rumore dell’acqua
corrente dalle fontane di marmo non
si era sentita ma che, a giudicare dai
gesti di Selma, doveva essere stata
ben aspra. Peri si era sentita
mortificata e oltretutto in colpa, per
aver mostrato una curiosità che in
tutta evidenza non aveva il diritto di
provare.
Col tempo, la curiosità in lei
aveva prevalso ancora. Una volta
chiese alla madre se avesse mai
pensato di abortire, dato il lungo
periodo trascorso tra le prime due
gravidanze e l’ultima. I suoi
avrebbero anche potuto pensare che
la famiglia fosse al completo così, e
scegliere di non averla.
«Be’, l’imbarazzo c’era. Avevo
quarantaquattro anni, quando sei
arrivata tu.»
«E perché non hai interrotto la
gravidanza?» aveva insistito Peri.
«Sarebbe stato peccato, senza
alcun dubbio. Così mi sono detta, il
peccato agli occhi di Allah è peggio
della vergogna agli occhi dei vicini,
e l’ho portata avanti.»
Peri non aveva mai detto alla
madre fino a che punto odiasse
quella risposta. Sperava di sentirsi
dire qualcosa di più tenero: “Non ho
mai pensato di interrompere la
gravidanza, ti volevo già troppo
bene”, o “Presi l’appuntamento in
ambulatorio ma la sera prima ti vidi
in sogno, la mia piccolina con gli
occhi verdi...”. Ma stando così le
cose, Peri aveva concluso di essere
una bambina-ripieno tra una fetta di
peccato e una di vergogna. Due
strati di tragedia.

Insieme visitarono anche il


college dove Peri avrebbe avuto la
sua residenza: un edificio
imponente, di valore storico
certificato, che ai Nalbantoğlu
sembrava più un museo che un
dormitorio. Dal canto suo Peri, per
quanto impressionata dai soffitti
altissimi, dal perlinato di quercia e
dalla classicità della tradizione, tra
sé e sé fu altrettanto delusa dalla
ristrettezza e semplicità della sua
stanza: un lavabo, una cassettiera,
una scrivania, un lettino e un piccolo
armadio. Tutto lì – in sorprendente
contrasto con la magnificenza
dell’esterno – ma d’altro canto c’era
la libertà elettrizzante di vivere da
sola per la prima volta.
Mentre scendevano la scala
angusta, spostandosi per lasciar
passare gli altri studenti, Shirin si
voltò e le strizzò l’occhio. «Se vuoi
fare nuove amicizie in fretta, lascia
la porta aperta. Così la gente metterà
dentro la testa per dire ciao. La porta
chiusa significa “Fuori dai piedi,
non mi disturbate”.»
«Davvero?» bisbigliò Peri,
perché non voleva che i suoi
sentissero una parola. «Ma poi come
faccio a studiare con tutte queste
interruzioni?»
Shirin scoppiò a ridere, come se
l’accenno allo studio fosse la battuta
più divertente della giornata.
Per il resto del pomeriggio,
Shirin mostrò ai Nalbantoğlu la
Radcliffe Camera con la sua pianta
circolare, lo Sheldonian Theatre e il
museo di Storia della scienza, che
custodiva molti strumenti d’epoca.
La tappa successiva fu la Bodleian
Library; Shirin spiegò che «la Bod»,
come la chiamavano studenti e
docenti, ospitava quasi centosettanta
chilometri di scaffali sotterranei. A
un certo punto si doveva prestare
giuramento di non rubare i libri, e
nelle biblioteche di alcuni college
c’erano ancora volumi incatenati ai
banchi come nel Medioevo.
Mensur indicò una scritta sullo
stemma appeso al muro. «Cosa vuol
dire?»
«Dominus illuminatio mea, il
Signore è la mia luce» disse Shirin
puntando lo sguardo al cielo; ma
senza lasciar trapelare se per sbaglio
o per scherzo.
Avendo compreso il gesto più
che le parole, Selma sferrò una
gomitata nelle costole al marito. «Lo
vedi? Se ci fosse una scritta simile
riguardo ad Allah in un’università
turca, non la finiresti più. La
considereresti un covo di fanatici!
Un campo d’addestramento per
terroristi suicidi! Mentre qui le
scritte religiose non ti danno nessun
fastidio.»
«Questo perché in Occidente la
religione ha una natura diversa»
disse Mensur senza pensarci troppo.
«In che senso?» continuò Selma.
«La religione è religione.»
«Mica vero. Certe sono più...
religiose» disse Mensur, con un tono
che perfino a lui sembrò quello di un
ragazzino cocciuto. «Senti, in
Europa la religione non tenta di
dominare tutto e tutti. La scienza è
libera!»
«La scienza è fiorita nell’Iberia
islamica» rispose Selma. «Ce l’ha
spiegato Üzümbaz Efendi, che Allah
lo benedica. Secondo te chi è stato a
inventare l’algebra? Il mulino a
vento? Lo spazzolino da denti, il
caffè, le vaccinazioni, lo shampoo? I
musulmani! Quando gli europei a
malapena si lavavano, da noi
c’erano splendidi hammam
profumati all’acqua di rose. Noi
abbiamo insegnato l’igiene agli
occidentali, e adesso loro ce la
rivendono.»
«Cosa me ne frega di chi ha
inventato cosa mille anni fa» disse
Mensur. «Prova a chiederti, donna,
chi ha sfruttato la scienza al
meglio!»
«Papà, mamma, ora basta»
borbottò Peri, avvilita da quel litigio
davanti a un’estranea.
Shirin, chissà se per mera
coincidenza o perché aveva fiutato
la tensione e voleva gettare benzina
sul fuoco, seguitò spiegando che
gran parte dei college più antichi di
Oxford avevano preso le mosse da
ordini monastici cristiani. Cosa che
Peri si guardò bene dal tradurre per
la madre.
Mentre salivano le scale per
entrare alla Bodleian, Peri si fermò a
leggere i nomi dei suoi mecenati
incisi su una tavola dorata: da tempo
immemorabile, senza interruzioni,
individui ricchi e potenti
contribuivano al suo fantastico
patrimonio. La rattristava l’idea che
se quella biblioteca fosse stata
costruita a Istanbul, all’incirca nello
stesso periodo, sarebbe stata rasa al
suolo, forse più di una volta, e ogni
volta ricostruita con un altro stile, un
diverso progetto e un nuovo nome
secondo l’ideologia egemone al
momento... per poi venire
riconvertita un giorno in caserma e
infine, molto probabilmente, in
centro commerciale. Si lasciò
sfuggire un sospiro.
«Tutto a posto?» chiese Shirin, lì
accanto a lei.
«Sì. Vorrei solo che ci fossero
biblioteche così belle anche in
Turchia» rispose Peri.
«Aspetta e spera, sorella. In
Europa si stampano libri fin dal
Medioevo. In Medio Oriente non so
di preciso quando hanno cominciato,
ma so per certo che per noi non c’è
speranza. Cioè, Iran, Turchia, Egitto,
per carità, cultura ricchissima,
musica bellissima, si mangia
benissimo. Ma i libri sono
informazione, e l’informazione è
potere, giusto? Quando mai lo
colmeremo, il distacco?»
«Duecento e ottantasette anni»
disse adagio Peri.
«Eh?»
«Scusa» fece Peri. «Il torchio di
Gutenberg è del 1440, più o meno.
In Italia si pubblicarono nel
Cinquecento alcuni testi arabi. Ma
fu con Müteferrika, nell’Impero
ottomano, che i musulmani
cominciarono a stampare... piagati
dalla censura, ovviamente. A ogni
modo, la differenza è di
duecentottantasette anni.»
«Certo che sei bella strana» disse
Shirin. «Perciò dichiaro che a
Oxford sopravviverai.»
«Dici?» Peri sorrise.
Assetati, si fermarono a prendere
un caffè al Mercato coperto, poco
distante. Mentre Peri e Shirin
cercavano un tavolo, Mensur e
Selma partirono diretti verso i bagni,
ognuno per conto proprio.
«Parlando di distacchi, mi pare
che fra i tuoi ce ne sia uno bello
grosso» commentò Shirin
all’improvviso. «Tuo padre sta
parecchio a sinistra, eh? Mentre tua
mamma...»
«Proprio di sinistra non lo
definirei, però sì, è un laico
inveterato... un kemalista, se sai
qualcosa di storia turca. Mentre
mamma è...» Come Shirin, anche
Peri lasciò la frase in sospeso; poi si
tolse lentamente un pelucco
invisibile da una manica e se lo
rigirò tra le dita. Non aveva mai
conosciuto nessuno tanto brusco e
invadente, ma non si sentiva per
niente offesa come a suo giudizio
avrebbe dovuto. Eppure, cambiò lo
stesso argomento. «Quindi sei nata a
Teheran?»
«Sì, la prima di quattro femmine.
Povero Baba! Avrebbe tanto voluto
un maschio, ma Sheitan gli si è
infilato nel letto. Baba fumava come
una ciminiera e mangiava come un
uccellino. “Qua mi ammazzano”
diceva sempre; intendeva il regime,
non noi. Alla fine ha trovato il modo
di uscire. Madarjan non voleva
partire, ma per amore ha accettato.
Ci hanno portato in Svizzera di
nascosto. Ci sei mai stata?»
«No, è la prima volta che mi
allontano da Istanbul» disse Peri.
«Be’, la Svizzera è caruccia,
pure troppo, tanto dolce da cariare i
denti, non so se mi spiego. Quattro
anni della mia vita nella sonnolenta
Sion. Giuro che una volta ho sentito
una ragazza lamentarsi con il padre
perché al supermercato non c’erano i
suoi frutti di bosco preferiti! Cioè,
voglio dire, il mondo è una
polveriera, il muro di Berlino è
caduto, e tu ti preoccupi dei
lamponi? Ero ancora piccola, ma
perfino io capivo che stava
succedendo qualcosa di esaltante.
Adoro i muri che cadono. Sì, certo,
in Svizzera si stava benissimo, ma
per i miei gusti i ritmi erano un po’
troppo lenti. È da allora che corro,
per recuperare il tempo perso.»
Peri ascoltava, con l’espressione
che passava dalla curiosità alla
gioia.
«Dopo siamo andati in
Portogallo. A me piaceva, ma a
Baba no. Sempre lì a fumare e a
lamentarsi. Due anni a Lisbona e poi
tac!, proprio quando avevo imparato
quel minimo di portoghese, fate i
bagagli, ragazze, andiamo in
Inghilterra. La regina ci aspetta!
Avevo quattordici anni, sant’Iddio.
A quattordici anni una dovrebbe
occuparsi dei problemi suoi, non di
quelli della famiglia. A ogni modo,
l’anno che siamo arrivati Baba è
morto. Il dottore disse che aveva i
polmoni neri come il carbone. Non ti
sembra strano che un medico usi una
metafora, cosa crede di essere, un
poeta?» Shirin tamburellava con le
dita sul tavolo, scrutandosi la
manicure. «La Gran Bretagna era il
sogno di Baba, non il mio, e adesso
eccomi qua, più inglese del pudding
di Natale ma fuori posto come una
torta di datteri!»
«Dov’è che ti senti a casa?»
domandò Peri.
«A casa?» Shirin fece una
smorfia sprezzante. «Ti svelo una
regola universale: casa è dove sta
tua nonna.»
Peri sorrise. «Carina. Quindi
casa tua dov’è?»
«Due metri sottoterra. Nonna è
morta cinque anni fa. Mi adorava,
ero la sua prima nipote. Secondo i
vicini, fino all’ultimo giorno ha
sperato che tornassimo. Quella è
casa mia! Sepolta con mamani a
Teheran. Quindi, tecnicamente, sono
una senzatetto.»
«Ah, sono molto... dispiaciuta»
disse Peri, intuendo nella propria
esitazione un’incapacità di stare al
passo con gli estroversi, gruppo
umano al quale Shirin chiaramente
apparteneva.
«Sai come si chiama il cimitero
di laggiù? Il Paradiso di Zahara.
Forte, eh? Dovrebbero chiamarli
tutti “paradiso”, i cimiteri. Che
bisogno c’è di scomodare
l’Onnipotente con Giudizi
universali, pentoloni bollenti, ponti
sottili come capelli e tutto il resto?
Muori, vai in paradiso, fine della
storia.»
Peri rimase immobile, stregata e
perplessa in egual misura. Aveva
l’impressione che la sua nuova
amica, pur essendole coetanea,
avesse vissuto il doppio di lei e
avesse visto più mondo di tutta la
sua famiglia messa insieme. Non
aveva mai sentito nessuno parlare in
quel modo dell’aldilà; neppure suo
padre, che pure esprimeva assai di
frequente la propria avversione per
le questioni di fede.
Selma e Mensur tornarono di lì a
poco. A quel punto, avevano
finalmente trovato un punto
d’accordo: Shirin. Per motivi
diversi, ma equivalenti per intensità,
tutti e due se n’erano fatti una
pessima idea; e tutti e due, benché
ognuno tra sé, si ripromettevano di
dire alla figlia di stare lontana dalla
ragazza anglo-iraniana. Era
senz’altro una cattiva compagnia.

Un’oretta più tardi, dopo aver


girato vertiginosamente in tondo,
conclusero la visita guidata di fronte
alla Oxford Union. Prima di andare
via, Shirin abbracciò Peri come se
fosse un’amica perduta e ritrovata. Il
suo era un profumo muschioso,
inebriante e così prepotente che per
un attimo Peri perse l’orientamento,
in preda al capogiro.
Shirin le disse che gli inglesi, per
quanto cordiali e beneducati, erano
anche molto riservati e fin troppo
cauti, per una straniera sola in un
Paese sconosciuto, e che quindi Peri
avrebbe fatto meglio a frequentare
altri studenti stranieri oppure di
provenienza mista, come lei.
«Allora ci vediamo, d’accordo?»
disse Peri.
Diceva sul serio perché, sebbene
la personalità di Shirin la intimidisse
un poco, non poteva fare a meno di
sentirsi attratta dalle sue chiacchiere
interminabili, dalla sua fiducia in se
stessa e dalla sua audacia. Si
desidera sempre quel che non si
possiede.
«Se ci vediamo?» le fece eco
Shirin mentre baciava su entrambe
le guance Selma e Mensur, rigidi
come baccalà. «Ci puoi
scommettere! Mi ero scordata di
dirtelo, siamo nello stesso
studentato.»
«Davvero?» fece Peri.
«Già.» Shirin le offrì un sorriso a
trentadue denti. «Per la precisione,
porta a porta. E se fai il minimo
rumore, non te la faccio passare
liscia... no, dài, scherzo. Turchia e
Iran vicini, come sulla carta
geografica. Saremo grandi amiche.
Oppure nemiche acerrime. Magari
scateniamo una guerra. La Terza
guerra mondiale! Perché tanto
arriverà, lo sai, vero? Ci sarà
un’altra cazzo di guerra perché il
Medio Oriente è troppo andato a
puttane... Occazzo, scusa il
linguaggio.»
Quindi, rivolgendosi agli
sconcertati genitori di Peri e
pronunciandone malamente il
cognome, dichiarò: «Signore e
signora Nubamntalu, non vi
preoccupate per vostra figlia. È in
ottime mani. D’ora in poi, tenerla
d’occhio sarà la mia missione».
Il silenzio

Oxford, 2000

Dopo che i suoi furono ripartiti


alla volta della stazione, Peri tornò
agli scalini sul piazzale anteriore del
college in preda a un doloroso senso
di solitudine. Certo, era bellissimo
ritrovarsi per una volta così lontana
da scaramucce e battibecchi, però
almeno le erano familiari, e in loro
assenza provava un forte
smarrimento, come se le avessero
strappato via un tappeto da sotto i
piedi, costringendola a camminare
su un terreno sconnesso. Adesso che
l’orgoglio e l’esaltazione della
giornata si erano dissolti, Peri venne
travolta dall’inquietudine e si rese
conto che non era poi tanto pronta
per la successiva, importantissima
fase della sua vita, non quanto aveva
voluto credere. Cercava di
mantenersi rigida contro il vento,
così diverso dalla brezza salmastra
di un tardo pomeriggio a Istanbul,
poi fece un respiro profondo e infine
espirò pian piano, mentre il naso
andava a cercare aromi conosciuti:
cozze impanate e fritte, castagne
arrosto, bagel al sesamo, intestini di
pecora alla brace mescolati con il
profumo degli alberi di Giuda in
primavera e degli arbusti di dafne in
inverno. Come una fattucchiera
impazzita che avesse dimenticato le
ricette delle proprie pozioni, Istanbul
mescolava aromi improbabili nella
stessa marmitta, dolci e rancidi,
allettanti e disgustosi. Qui a Oxford,
invece, il profumo resinoso che
indugiava nell’aria sembrava
irremovibile, affidabile.
Salì la buia scala di legno che
portava alla sua stanza e lì aprì la
valigia, tirò fuori gli abiti e li appese
nell’armadio, si organizzò i cassetti,
sistemò le foto di famiglia sulla
scrivania. Il Diario di Dio lo posò
vicino al letto.
Si era portata dietro alcuni dei
suoi libri preferiti, alcuni in turco,
altri in inglese: La civetta cieca di
Sadegh Hedayat, Il sogno di mia
madre di Alice Munro, Denti
bianchi di Zadie Smith, Le ore di
Michael Cunningham, Il Dio delle
piccole cose di Arundhati Roy,
Storia naturale della distruzione di
W.G. Sebald, Tutunamayanlar di
Ouz Atay, Le città invisibili di Italo
Calvino e Un artista del mondo
effimero di Kazuo Ishiguro.
«Perché leggi sempre autori
occidentali?» le aveva chiesto una
volta l’unico ragazzo che avesse mai
avuto.
All’epoca era ancora all’ultimo
anno di liceo, mentre lui, più grande
di tre anni, studiava sociologia
all’università. La velata accusa
contenuta nella domanda l’aveva
colta di sorpresa. A dire il vero Peri
frequentava sia la letteratura locale
sia quella internazionale, anzi aveva
la tendenza a perdersi in qualunque
libro destasse la sua curiosità e
catturasse la sua immaginazione,
indipendentemente dalla nazionalità
dell’autore. Eppure, in confronto a
quello del suo ragazzo, i cui scaffali
ospitavano titoli turchi – e qualche
romanzo russo e sudamericano che,
diceva lui, non era «corrotto» perché
non era stato scritto attraverso
«l’obiettivo distorto
dell’imperialismo culturale» –,
l’ambito delle sue letture era troppo
europeo.
«Se ti guardo, io vedo la tipica
intellettuale orientale in formazione»
aveva aggiunto lui. «Innamorata
dell’Europa e ai ferri corti con le
proprie radici.»
Perché mai alle radici si dovesse
dare tanto più valore che ai rami e
alle foglie, Peri non lo aveva mai
capito. Gli alberi gettavano virgulti e
filamenti in ogni dove, sotto e sopra
gli antichi suoli terrestri. Se perfino
le radici si rifiutavano di star ferme
dove stavano, perché pretendere
l’impossibile dagli esseri umani?
A ogni modo, cotta com’era, Peri
si era sentita lievemente in colpa.
Leggeva molto più di lui, ma magari
aveva sprecato il suo tempo vagando
per le strade secondarie e i vicoletti
di Libropoli, attratta da stili e sapori
diversi. Per qualche tempo aveva
provato a non spendere un
centesimo in titoli occidentali, ma il
proposito si era rapidamente
infranto: un bel libro era un bel
libro, e l’unica cosa che contava era
quella. Tra l’altro, le venisse un
colpo se riusciva a comprendere
quell’atteggiamento reazionario nei
confronti della lettura. In molte parti
del mondo ognuno era quello che
diceva, quello che faceva e anche
quello che leggeva; mentre in
Turchia, come in tutti i Paesi
tormentati da problemi di identità,
ciascuno era prima di tutto ciò che
rifiutava, e si aveva la netta
impressione che più la gente parlava
di un autore, meno probabile era che
l’avesse letto.
A un certo punto quella
relazione, minata da
un’incompatibilità di opinioni
rispetto all’intimità fisica ben più
che da gusti letterari divergenti, era
finita. C’era in Medio Oriente una
genia di fidanzati che se rifiutavi le
loro avance sessuali se la
prendevano; poi però, nel preciso
istante in cui reagivi con passione ai
loro desideri, ai loro occhi perdevi di
valore. Sbagliavi se dicevi di no,
sbagliavi se dicevi di sì: era un gioco
in cui le ragazze non vincevano mai.
Una volta terminato di sistemare
la stanza, Peri aprì la finestra coi
vetri a piombo affacciata sui prati
curatissimi del giardino del college.
Nell’aria pesava un senso di vuoto,
che sfocava i profili di ogni sagoma
visibile in lontananza. Con lo
sguardo alle ombre degli alberi più
vicini, Peri rabbrividì come se uno
spettro o un jinni, impietosito dalla
sua solitudine, l’avesse sfiorata con
la massima delicatezza. E se fosse
stato il bebè nella nebbia? No, non
poteva essere. Non lo vedeva da
tantissimo tempo. Più facile che
fosse un fantasma inglese: Oxford
dava l’impressione di essere un
posto dove i fantasmi, disinibiti e
non per forza spaventosi,
gironzolavano nel buio a piacere.
La prima cosa che la colpì, di
Oxford, fu il silenzio. Era quella, e
lo rimase per mesi a venire, l’unica
caratteristica del luogo a cui faticava
ad abituarsi: l’assenza di rumori.
Istanbul era spudoratamente
chiassosa, di giorno e di notte;
potevi anche chiudere le persiane,
tirare le tende, metterti i tappi nelle
orecchie e tirarti le coperte fin sulla
testa ma il frastuono, appena
smorzato, passava dai muri e ti
s’infiltrava nel sonno. Le ultime
grida degli ambulanti, le sgommate
dei camion notturni, le sirene delle
ambulanze, le navi sul Bosforo, le
preghiere e le bestemmie che, dopo
la mezzanotte, si moltiplicavano in
egual misura, restavano sospese nel
vento rifiutandosi di sparire.
Istanbul, come la natura, non
tollerava il vuoto.
Seduta sul letto, Peri sentì un
nodo allo stomaco. L’ansia dei suoi
genitori pareva aver avuto ragione di
lei, anche se per motivi del tutto
personali. Si sentiva un’impostora;
temeva che non avrebbe mai
combinato niente, là in mezzo a tutti
quegli studenti che erano
sicuramente molto più preparati e
disinvolti di lei. L’inglese che aveva
imparato a scuola, e arricchito a
forza di nottate trascorse a leggere
per conto proprio, poteva non
bastare a seguire i corsi più avanzati
della sua facoltà, Scienze politiche,
economiche e filosofiche. Benché
facesse di tutto per nasconderla, Peri
aveva una grandissima paura di non
farcela. Il nodo le salì in gola e fu
sorpresa della rapidità con cui le si
inumidirono gli occhi. Quando
arrivarono, le lacrime le sembrarono
tiepide, familiari e, per qualche
ragione, per niente tristi.
Un colpo alla porta la riportò al
presente. Poi, senza attendere una
risposta, Shirin spinse il battente ed
entrò nella stanza.
«Ehilà, vicina!»
Involontariamente Peri tirò su
col naso, poi sorrise nel tentativo di
ricomporsi.
«Te l’avevo detto, di lasciare la
porta aperta.» Shirin stava ritta al
centro della stanzetta con le mani sui
fianchi. «Lui chi è?»
«Come?»
«Stavi piangendo. Ti sei lasciata
col tuo ragazzo?»
«No.»
«Brava, mai sprecare lacrime
dietro a un uomo. Che c’è, allora? Ti
sei lasciata con la tua ragazza?»
«Eh? Certo che no!»
«Oc-chei, tranquilla» fece
Shirin, alzando le mani come a
simulare un profondo rammarico.
«Si capisce che sei per le cose
regolari, dritte dritte come spaghetti.
Io invece sono un po’ più per la
pasta fresca.»
Peri sgranò gli occhi.
«Se quelle lacrime non sono per
un innamorato, allora hai nostalgia
di casa» soggiunse Shirin inclinando
un po’ la testa. «Beata te!»
«Come, beata me?»
«Già, perché se hai nostalgia di
casa vuol dire che da qualche parte
una casa ce l’hai.»
Shirin si piazzò sulla poltroncina
accanto alla scrivania e si cavò di
tasca un flacone di smalto per le
unghie, di un rosso talmente acceso
da far temere che la sua
fabbricazione fosse costata il
massacro di molte creature. «Ti
spiace?»
E di nuovo senza attendere una
risposta si tolse le pantofole e
cominciò a laccarsi le unghie dei
piedi. L’aria si riempì di un odore
chimico e pungente.
«Bene, ora che i tuoi sono partiti
posso farti qualche domanda»
proseguì Shirin. «Sei religiosa?»
«Io? Mica tanto...» rispose Peri
in difficoltà, come ammettendo
qualcosa che lei stessa aveva faticato
a capire. «Però di Dio m’importa.»
«Hm. Voglio saperne di più.
Tipo, per esempio, il maiale lo
mangi?»
«No!»
«E a vino come sei messa, lo
bevi?»
«Sì, qualche volta, con mio
padre.»
«A-ha, come pensavo. Sei mezza
e mezza.»
Peri aggrottò la fronte. «In che
senso?»
Ma Shirin non ascoltava già più;
sembrava impegnata a cercare
qualcos’altro nelle tasche. Non
riuscendo a trovarlo arricciò il naso,
si alzò e ripartì verso la propria
camera di fronte alle scale,
saltellando sui talloni per non
rovinarsi lo smalto ancora fresco.
Curiosa e vagamente stizzita,
Peri la seguì oltre la porta
spalancata; e lì rimase di sasso,
folgorata dal disordine che vide
nella stanza. Trousse da trucco,
creme per il viso, guanti di pizzo,
flaconi di profumo, torsoli di mela,
incarti di caramelle, buste di patatine
vuote, lattine di Cola schiacciate,
libri e pagine strappate da riviste
erano sparsi ovunque. Alcune di
queste pagine erano state appese alla
parete, vicino a un poster dei
Coldplay e a una foto in bianco e
nero di una donna bruna e
appassionata, con scritto sopra
«Forough Farrokhzad»; dalla parete
di fronte la scrutava invece, con aria
truce, un gigantesco manifesto di
Friedrich Nietzsche con i suoi folti
baffoni. Accanto, una variopinta
fotocopia ingrandita di una
miniatura persiana, in cornice dorata
e scintillante; e sotto c’era Shirin
che frugava nello zainetto.
«Che volevi dire con quella
frase, scusa?» ribadì Peri.
«Mezza musulmana e mezza
moderna. Non sopporta la vista del
maiale, ma il vino può andare... o la
vodka o la tequila, ci siamo capite.
Rilassata se si tratta del Ramadan, fa
un digiunino qui e là ma senza
proprio smettere di mangiare. Non
abbandona la religione perché non si
sa mai, potrebbe esserci un’altra vita
dopo la morte quindi è meglio stare
sul sicuro, ma non vuole neanche
mollare sulle libertà personali. Un
po’ di questo e un po’ di quello, la
grande fusione della nostra epoca: il
Musulmanus modernus.»
«Ohi, così mi offendi» disse
Peri.
«Ovvio. Il Musulmanus
modernus si offende sempre.» E con
questo, Shirin estrasse dallo zainetto
un altro flaconcino trasparente –
lucidante per l’ultimo strato sopra lo
smalto – ed esclamò: «Trovato!».
Peri la guardò male. «Se io sono
così, che mi dici di te?»
«Ah, sorella, io sono solo una
vagabonda» disse Shirin. «Il mio
posto è da nessuna parte.»
Mentre si applicava il lucidante
alle unghie, Shirin continuò a
inveire contro fanatici, ipocriti,
conformisti e soprattutto quelli che
definiva «ignorantoni». Le sue
opinioni scorrevano come un fiume,
parole d’acqua che ribollivano,
sciabordavano, penetravano
ovunque. A suo modo di vedere, chi
credeva o non credeva con sincera
passione era sempre degno di
rispetto; ma proprio non sopportava
quelli che non pensavano con la
propria testa. I pecoroni, diceva lei.
Nel silenzio che seguì, Peri si
sentì trascinare in due direzioni
opposte. Per un verso non
apprezzava la boria argomentativa
della nuova amica; percepiva la
rabbia di Shirin, ma contro chi o
cosa fosse rivolta – il Paese natale, il
padre, la religione, i mullah iraniani
– non era facile da stabilire. Per un
altro verso però le piaceva starla a
sentire, perché nel suo soliloquio
coglieva echi della voce di Mensur.
Comunque fosse, non era quello il
genere di conversazione che si era
aspettata di intrattenere la prima sera
lontana da casa; avrebbe voluto
chiacchierare dei corsi, dei docenti,
sapere dove trovare un buon caffè o
i migliori panini del circondario, i
particolari della vita quotidiana a
Oxford.
Cominciò a piovere, e la stanza
si riempì di un picchiettio soffice e
costante che forse ebbe un effetto
lenitivo anche su Shirin, perché
quando riprese a parlare il tono era
più calmo, benché soffuso di
emozione. «Scusa se ti ho scaricato
addosso tutti i miei cazzi personali.
Decidi tu in cosa vuoi credere, non
sono affari miei. Non so perché sono
partita per la tangente.»
«Non c’è problema» disse Peri.
«Ma sono contenta che non ci sia
mia madre.»
Shirin rise, un risolino allegro,
quasi infantile.
«Parlami degli altri che studiano
qui» continuò Peri. «Sono tutti
intelligentissimi?»
«Ma cosa credi, che qui a
Oxford si inciampi a ogni passo in
un Einstein?» Shirin sbuffò col naso
sull’ultima parola. «Guarda, quelli
che studiano qui sono come i frappè,
si può scegliere tra gusti diversi. E
direi che i gusti di studenti
disponibili sono almeno sei.»
Primo tipo, gli eco-socio-demo-
paladini. Loquaci, coscienziosi,
umbratili, sempre coinvolti in
campagne per salvare le foreste
pluviali del Borneo o i monaci
buddisti perseguitati in Nepal, le
spiegò Shirin. Maglioni sformati,
collane di perline, tagli di capelli
penosi, jeans col risvolto, i paladini
si distinguevano facilmente
dall’espressione risoluta e dalla
dotazione di penne e taccuini,
perché stavano sempre raccogliendo
firme. Organizzavano veglie
notturne, poi di giorno attaccavano
volantini ovunque e si cacciavano in
tutti i dibattiti possibili e
immaginabili; soprattutto, a loro
piaceva farti sentire in colpa perché
non contribuivi a qualcosa di più
vasto e significativo della tua
insignificante vita.
Poi c’erano gli euro-fighetti;
ricchi figli e figlie di papà del
Vecchio continente che, non si sa
come, si conoscevano tutti, per le
vacanze andavano tutti a sciare negli
stessi posti e tornavano ostentando
abbronzature e foto sul telefonino.
Praticavano una raffinata forma di
endogamia, accoppiandosi
esclusivamente tra loro; facevano
lunghissime prime colazioni in cui
spazzolavano filoni di pane carichi
di burro, eppure erano sempre in
forma; adoravano lamentarsi delle
brioche rafferme e dei cappuccini
fasulli, e non la smettevano mai di
parlare del tempo.
Terzo gusto, quelli dei licei e
convitti privati inglesi, iperselettivi
quanto a socialità. Formavano
cricche alla velocità della luce,
scegliendosi gli amici più che altro
in base alle scuole che avevano
frequentato, e con immense riserve
di sicurezza ed energia si lanciavano
in ogni tipo di attività
extracurricolare: vogavano,
pagaiavano, tiravano di scherma,
recitavano; giocavano a cricket,
golf, tennis, rugby e pallanuoto,
oltre a praticare il tai-chi o il karate
nel tempo libero. Tutta quell’attività
fisica doveva metter loro una gran
sete, perché poi si radunavano in
«circoli etilici» dove davano il
massimo quanto a mettersi in
ghingheri e affogare nell’alcol,
godendo come matti nell’escludere
chiunque fosse privo del retroterra
sociale che garantiva l’accesso al
loro club. Per entrarci bisognava
essere presentati, e a qualunque
potenziale candidato si poteva
mettere il veto.
Seguivano quindi gli studenti
stranieri: indiani, cinesi, arabi,
indonesiani, africani... la maggior
parte dei quali ricadeva in due
sottogruppi. Quelli che cercavano in
ogni modo, come magneti che si
attraevano, l’elemento familiare e
per questo mangiavano, studiavano,
fumavano e passavano il tempo in
gruppetti dove potevano parlare
nella lingua madre; e quelli che
facevano esattamente il contrario,
con l’obiettivo di distanziarsi il più
possibile dai compatrioti. Questi
ultimi avevano accenti molto
volubili, che modificavano
moltissimo nel tentativo di sembrare
più britannici o, in qualche caso, più
americani.
Quinta categoria, i nerd. Seri,
studiosi, intelligenti, avidi di sapere,
erano degni di rispetto ma farseli
amici risultava impossibile.
Spuntavano come funghi ai corsi di
matematica, fisica e filosofia,
preferendo i loro angolini tranquilli
e ombrosi al sole pieno, e si
dedicavano alle materie prescelte
con una passione che sconfinava
nella nevrosi. Li si notava anche in
mezzo alla folla, a passare spediti
dalla biblioteca a un’esercitazione
pratica, ansiosi di analizzare questo
o quell’argomento con un docente
nella quiete dei portici ma, per il
resto, totalmente appagati dalla loro
solitudine; e in effetti erano
decisamente più a proprio agio in
compagnia dei libri che dei coetanei,
al bar del college o nelle sale
comuni.
Mentre ascoltava Shirin, Peri si
sentiva invasa da un’esaltazione
venata d’ansia; era pronta a scoprire
quel mondo nuovo che doveva
trovare la forza di percorrere, e al
tempo stesso ne aveva paura. «Come
fai a sapere tutte queste cose?»
Shirin rise. «Perché sono uscita
con ragazzi – e ragazze – di tutti i
gruppi.»
«Cioè, tu hai frequentato... delle
ragazze?»
«Ma certo. Posso amare un
uomo come una donna, delle
etichette me ne sbatto altamente.»
«Ah» fece Peri, a disagio.
«Quindi... che mi dici della sesta
categoria?»
«Qui ti volevo!» disse l’altra, gli
occhi scuri accesi da guizzi d’ambra.
«Sono quelli che quando arrivano
qui sono una cosa, e poi ne
diventano tutta un’altra. Fioriscono.
Brutti anatroccoli che si trasformano
in cigni, zucche in carrozze,
Cenerentole in eroine. Per alcuni
Oxford è una bacchetta magica, ti
sfiora e tac! Eccoti tramutato da
ranocchio in principe.»
Peri scosse il capo. «Com’è
possibile?»
«Be’, succede in tanti modi, ma
di solito è per merito di qualcuno...
un insegnante, spesso. Qualcuno che
ti sfida e ti costringe a vederti per
quello che sei.»
Qualcosa, nel tono di Shirin,
suscitò la curiosità di Peri. «È
capitato anche a te?»
«Brava, indovinato! Io sono del
sesto tipo» rispose l’altra. «Un anno
fa non mi avresti riconosciuta. Ero
un grumo di rabbia.»
«E poi, che t’è successo?»
«Mi è successo il professor
Azur!» disse Shirin. «Mi ha aperto
gli occhi. Mi ha insegnato a
guardarmi dentro. E oggi sono molto
più serena.»
Se quella era la versione serena,
Peri preferiva non sapere come
avrebbe potuto essere l’altra Shirin.
Perciò chiese: «Chi è il professor
Azur?».
«Non lo conosci?» Shirin
schioccò le labbra come se avesse
qualcosa di dolce sulla punta della
lingua. «Da queste parti è una
leggenda vivente!»
«Cosa insegna?»
Sul viso di Shirin balenò un
sorriso. «Dio.»
«Veramente?»
«Veramente» confermò Shirin.
«Ed è un po’ un Dio anche lui. Ha
pubblicato nove libri, è sempre a
qualche tavola rotonda o conferenza.
Una vera celebrità, lasciatelo dire.
L’anno scorso “Time” l’ha inserito
nel suo elenco delle cento persone
più influenti al mondo.»
Fuori si era alzato il vento,
spalancando e poi richiudendo di
schianto chissà quale finestra del
fabbricato.
«Studiare con lui è stata una
fatica assurda!» seguitò Shirin.
«Cazzo, non sai quanti libri ci ha
fatto leggere! Una roba da matti! Un
sacco di roba strana: poesia,
filosofia, storia. Cioè, non
fraintendermi, io tutte queste cose le
apprezzo, non sarei iscritta a Scienze
umanistiche se non mi piacessero, ti
pare? Solo che lui scovava dei testi
di cui nessuno sapeva un’acca e poi
ci chiedeva di discuterne. Ma è stato
fortissimo. Alla fine del corso non
ero più la stessa persona.»
Quando cominciava a parlare,
notò Peri, Shirin non si fermava più,
come un’auto coi freni guasti che
non è più in grado di rallentare, e
tanto meno fermarsi, se non per un
intervento esterno. Intanto l’altra
soggiungeva: «Dovresti prendere in
considerazione il suo seminario,
come materia opzionale. Cioè... se
Azur te lo permette, in realtà. È più
facile convincere un cammello a
saltare un fosso».
Peri sorrise. «Questo proverbio
c’è anche in Turchia. Perché è così
difficile entrare nel suo corso?»
«Devi essere idonea. Vale a dire
che devi parlarne con il tuo
consulente accademico, eccetera. Se
lui approva, poi tu vai da Azur.
Quella è la parte complicata, perché
lui non è per niente malleabile. Ti fa
delle domande assurde.»
«Su cosa?»
«Dio... il bene e il male... la
scienza e la fede... esistenza e
mortalità...» Shirin aggrottò la
fronte, cercando altri esempi. «Su
tutto. È una specie di provino
accademico. Io non ho mai capito
cosa vada cercando, ma alla fine
sceglie una manciata di persone.»
«Tu però ce l’hai fatta due volte,
mi pare» disse Peri, sentendosi
montare in gola qualcosa di simile
all’invidia, pur senza motivo.
«Vero» disse Shirin. L’orgoglio
nella voce era ineludibile.
Seguì un momento di silenzio.
«Io continuo a vederlo per dei
pareri, almeno una volta la
settimana» sbottò poi Shirin,
incapace di tacere per più di sessanta
secondi. «Anzi, sono abbastanza
partita per lui. È bello da matti. No,
non è solo bello: mi fa un gran
sesso!»
Peri s’irrigidì sulla sedia, non
sapendo come reagire.
All’apparenza, venivano entrambe
da Paesi musulmani, da culture
simili. E invece, com’era diversa da
lei questa ragazza, che sembrava del
tutto a proprio agio con se stessa e la
propria sessualità.
«Senti senti, hai una cotta per il
tuo professore» disse Peri. E non
poté impedirsi di aggiungere: «Ma
non è vietato?».
Shirin buttò la testa all’indietro e
si fece una gran risata. «Altroché,
vietatissimo! Per favore, portatemi
nelle segrete di Sua Maestà!»
Imbarazzata dalla propria
ingenuità, Peri si scrollò nelle spalle.
«Be’, il corso sembra veramente
forte, ma io devo concentrarmi su
altre cose.»
«In altre parole, sei troppo presa
a essere mortale» disse Shirin
piantando gli occhi svegli addosso
alla nuova amica. «Perciò Dio dovrà
aspettare.»
Benché lei lo avesse inteso come
una battuta, il commento di Shirin fu
così poderoso e inaspettato che Peri
ne rimase turbata. Volse lo sguardo
alla finestra e al cielo d’ardesia da
cui svaniva anche l’ultima luce. Il
vento, la pioggia, la persiana che
sbatteva, un senso di gelo invernale
nell’aria malgrado si fosse solo ai
primi d’autunno; avrebbe ricordato
tutte queste cose per moltissimi anni
a venire. Quello fu un momento
cruciale nella sua vita, anche se Peri
lo capì solo dopo che era svanito.
Il passatempo

Istanbul, 2016

Gli antipasti comparvero fra


un’abbondanza di complimenti allo
chef. Purea di melanzane
affumicate, pollo alla circassa con
aglio e noci, carciofi con le fave,
fiori di zucca farciti, polpo alla
griglia con salsa al burro e limone.
Alla vista di quest’ultimo, Peri si
rabbuiò in volto. Era un bel po’ che
aveva smesso di considerare il polpo
come cibo e lo allontanò
delicatamente con la forchetta.
Sbrigata la questione degli
intrallazzi calcistici, i commensali
passarono a conversare del secondo
argomento preferito nelle cene di
Istanbul: la politica. E venne posta,
inevitabile, la domanda che
inevitabilmente veniva posta ogni
volta che più di tre turchi si
trovavano riuniti: «Dove stiamo
andando?».
Secondo Peri c’era un che di
ipocrita nei capitalisti di quella parte
del mondo. Visti da fuori, si
professavano conservatori e
favorevoli allo status quo, ma dentro
ribollivano di furore e frustrazione.
Fra le personalità pubbliche e quelle
private c’erano pochi contatti, e per
questo l’élite – e in particolare
quella del mondo degli affari –
passava la vita a guardarsi alle
spalle. Pubblicamente si tenevano
per sé quello che pensavano, a
quanto vedeva Peri, evitando di
parlare di politica se non costretti,
nel qual caso tiravano fuori qualche
commento innocuo e nulla più. Si
muovevano in società con aria
indifferente, come clienti che fanno
shopping senza troppa convinzione.
Quando si imbattevano in qualcosa
che li infastidiva, il che succedeva
spesso, chiudevano gli occhi, si
tappavano le orecchie e si
sigillavano la bocca. Tra le pareti
domestiche, però, la maschera di
noncuranza veniva meno e subivano
una metamorfosi: l’apatia si
trasformava in sfrontatezza, i
borbottii in urla, la discrezione in
avventatezza. Alle feste private la
borghesia di Istanbul non si stancava
mai di inveire contro la politica,
come a compensare il silenzio
praticato in pubblico.
A Oxford Peri aveva studiato il
modo in cui la borghesia
occidentale, con i suoi valori liberali
e individualisti e l’opposizione al
feudalesimo, aveva svolto il ruolo di
agente di progresso nel corso della
storia. In Turchia, invece, la classe
capitalista era un’appendice,
l’epilogo di una cronaca ancora non
narrata. Secondo Marx la borghesia
aveva creato un mondo a propria
immagine, ma se il Manifesto del
partito comunista fosse stato scritto
in e sulla Turchia, questa tesi
sarebbe stata un po’ diversa. Qui era
stata la borghesia, notoriamente
sfuggente, a conformarsi alla cultura
che la circondava; come un pendolo
che non trova requie, oscillava fra
un elitismo compiaciuto di sé e uno
statalismo schivo. Lo Stato con la S
maiuscola era il principio e la fine di
ogni cosa: come un cumulonembo in
cielo, l’autorità statale incombeva su
ogni casa della nazione, che fosse
una villa maestosa o un umile
tugurio.
Peri scrutò i visi dei
commensali: ricchi, aspiranti ricchi
o ultraricchi, tutti erano insicuri allo
stesso modo. Buona parte della loro
serenità era in balia dello Stato;
persino i più potenti temevano di
perdere autorità, persino i più
benestanti temevano la miseria.
Bisognava credere nello Stato per lo
stesso motivo per cui bisognava
credere in Dio: la paura. La
borghesia, pur con tutto il suo sfarzo
e sfolgorio, sembrava un bambino
che teme il padre: l’eterno patriarca,
il Baba. In questa incertezza la
classe media locale, a differenza
delle sue controparti in Europa, non
vantava audacia né autonomia,
tradizione né memoria. Era
schiacciata fra quello che ci si
aspettava da lei e quello che avrebbe
voluto essere... un po’ come me, si
disse Peri.
Odori misti di candele e spezie
sovrastavano la tavolata come un
denso banco di nebbia. L’atmosfera
nella sala si faceva sempre più calda
e pesante, nonostante un’arietta
fresca che spirava dalla terrazza,
dove qualcuno dei signori era uscito
a fumare. A Peri non era sfuggita
una certa tensione tra alcuni invitati.
La politica trasformava gli amici in
nemici, ma era vero anche
l’opposto: la politica poteva
avvicinare persone che per il resto
avevano poco in comune, facendo,
di avversari, sodali.
Nel quarto d’ora che seguì,
mentre venivano consumati gli
antipasti, cambiarono atteggiamenti,
si indurirono espressioni, sorrisi
diventarono facce serie. Con una
serie di punti esclamativi a scandire
le rispettive affermazioni, gli ospiti
parlarono del futuro della Turchia,
che era collegato con quello del
mondo, e così anche dell’America,
dell’Europa, dell’India, del Pakistan,
della Cina, di Israele, dell’Iran.
Ovviamente diffidavano di tutti, ma
di alcuni più che di altri. Lobby
sinistre che insieme ai loro fantocci
tramavano contro la Turchia,
imperialisti che manipolavano i loro
lacchè, mani occulte che
controllavano ogni cosa da lontano;
si discuteva di relazioni
internazionali con lo stesso fare
vigile che per strada veniva riservato
a fumatori di spinelli e sniffatori di
colla, aspettandosi da un momento
all’altro un’aggressione.
Peri ascoltava senza aprir bocca,
ma dentro di sé era stretta da un
groppo di emozioni. Avrebbe dato
qualunque cosa per essere a casa,
sola sotto una coperta, a leggere un
romanzo. Una parte di lei era
imbarazzata perché non riusciva a
godersi la serata, le pietanze
deliziose, il vino ottimo; e per non
essere di buona compagnia, come le
ricordava spesso la figlia. L’altra
parte, invece, aveva voglia di
ubriacarsi, tornare in bagno e
fracassare l’acquario. Ricordava
ancora vividamente la storia che le
aveva raccontato suo padre: banchi
di pesci nerissimi che
sbocconcellavano i versi di una
poesia e gli occhi di un poeta.
Era così che si sentiva quella
sera: Istanbul le rodeva l’anima.
La podista

Oxford, 2000

Ritrovarsi studentessa a Oxford


ebbe su Nazperi Nalbantoğlu due
effetti immediati. Il primo era di
natura cinematografica: fra antiche
corti e giardini silenziosi, campanili
altissimi e bastioni smerlati, solenni
refettori e nobili cappelle, la
cittadina dava un senso di spazio e
bellezza e finalità, come se ogni
particolare andasse a formare un
panorama ben congegnato. Una
storia da film di cui lei, la matricola,
era la protagonista. Una sensazione
d’euforia; la fondata aspettativa che
stesse per succedere qualcosa
d’importante, con lei al centro.
Molte mattine Peri si svegliava
entusiasta, piena d’energia e
ambizione, come se nessun obiettivo
fosse irraggiungibile purché lei vi si
applicasse con tutte le sue forze.
Dopo la laurea pensava di rimanere
in ambito universitario, o di trovare
lavoro in un’importante istituzione
internazionale; avrebbe fatto un
sacco di soldi e comprato ai suoi
genitori una grande casa sul mare,
con un piano per ciascuno, così non
avrebbero più litigato. Decisa a
rendere il padre fiero di lei, già
vedeva il diploma di laurea
incorniciato, lucidato e appeso a una
parete del soggiorno, accanto a un
ritratto di Atatürk; e la sera, nel
levare un brindisi all’eroe nazionale,
Mensur avrebbe omaggiato anche le
conquiste della figlia.
Il secondo effetto di Oxford su
Peri era il contrario del primo: le
dava la claustrofobia. Un certo
modo di richiudersi in sé, quasi
elusivo; quel luogo era troppo per
poterlo assimilare tutto insieme, e
poteva essere decifrato solo a
piccole dosi. Quelle mattine Peri si
ritraeva, intrappolata nella propria
testa, intimidita dalla difficoltà delle
esercitazioni oppure dai modi dei
docenti e dal formalismo che
secondo loro era essenziale per gli
studi di un certo livello.
Imparò presto che le felpe e gli
orsacchiotti ricamati con il logo
dell’università erano roba da sfigati,
riservata ai turisti, ma non poté
evitare di comprare una tazza con la
scritta; voleva portarla con sé
quando sarebbe tornata a casa per il
matrimonio del fratello e regalarla a
sua madre. Selma l’avrebbe quasi
certamente messa in mostra sul suo
scaffale, vicino ai cavalli di
porcellana e ai libri di preghiere.
Una mattina, con la luna ancora
alta nel cielo, Peri vide dalla finestra
una studentessa – cuffiette nelle
orecchie, guance arrossate – che
correva in cortile. A Istanbul un paio
di volte ci aveva provato anche lei,
malgrado gli ostacoli che la città
disseminava sul suo cammino; ma
qui ci si poteva permettere il lusso,
per così dire, di non doversi
preoccupare delle crepe nei
marciapiedi, delle buche sull’asfalto,
delle molestie sessuali, delle auto
che non rallentavano mai neanche
davanti alle strisce pedonali. Quel
giorno stesso si comprò un paio di
scarpe da ginnastica.
Dopo qualche passo falso trovò
il percorso ideale. Attraversava il
fiume sul Magdalen Bridge,
costeggiava il Merton Field,
percorreva il Christ Church Meadow
e tornava passando dalla Addison’s
Walk, a seconda di quanta energia le
restava. Qualche volta aveva
l’impressione che l’acciottolato della
strada le si srotolasse sotto i piedi e
che, in fondo a una di quelle
pittoresche viuzze, avrebbe trovato il
varco verso un altro secolo.
Prendere il passo era la cosa più
difficile, ma di lì in poi riusciva a
star fuori anche un’ora; e dopo
essersi fatta una bella corsa, con i
capelli che le si appiccavano alla
nuca sudata e il cuore che martellava
fin quasi a far male, Peri si sentiva
come immersa in uno spazio
diverso, oltre una soglia che
divideva i vivi dai morti. E si
rendeva anche conto che pensava
alla morte decisamente troppo, per
essere così giovane.
A Oxford correvano in tanti,
docenti, studenti, impiegati; ma
quelli che si godevano lo sforzo
fisico si distinguevano agevolmente
da quelli che lo subivano come
un’imposizione, solo perché
l’avevano promesso al dottore, alla
fidanzata, a una versione migliore di
sé. Peri invidiava i corridori
palesemente più bravi di lei, ma
tutto sommato era soddisfatta delle
sue prestazioni, festive e feriali
senza un cedimento. Quando aveva
da fare la mattina, correva dopo il
crepuscolo; se aveva una serata
piena, si costringeva ad alzarsi dal
letto all’alba. Qualche volta, troppo
rara per farne un’abitudine, andò a
correre tardissimo per schiarirsi le
idee, nella notte così quieta da poter
sentire il raschio dei polmoni mentre
andava a tutta birra per il centro
cittadino. Quell’autodisciplina
ferrea, si garantiva, le avrebbe fatto
bene, non solo al corpo ma anche
allo spirito.
Ogni tanto, quando per caso si
ritrovava sincronizzata con un altro
podista, Peri si domandava cosa mai
gli passasse per la mente. Magari
niente. Quanto a sé, quelli erano gli
unici momenti in cui riusciva a
placare l’ansia e vincere la paura.
Lanciata per parchi e prati, a
respirare l’aria umida che di lì a un
attimo avrebbe potuto farsi pioggia,
sentiva una leggerezza dell’essere
che non aveva mai provato prima,
quasi che non fosse lei – Peri,
Nazperi, Rosa – quella che per anni
aveva collezionato crucci così come
altri raccolgono incarti dorati o
francobolli stranieri; si sentiva
simile a un gaio spirito, come se non
avesse passato, né ricordi di quel
passato.
Il pescatore

Oxford, 2000

La chiamavano Settimana delle


Matricole. Prima che il trimestre
iniziale partisse per davvero, in
ottobre, c’era una manciata di giorni
piena zeppa di ogni sorta di eventi in
cui informarsi e incontrarsi,
organizzati per aiutare i nuovi
arrivati a entrare in contatto con
l’università, la cittadina e i suoi
dintorni, a farsi nuovi amici – e/o
potenziali nemici – e a scrollarsi di
dosso il nervosismo alla stessa
velocità con cui il ginkgo perde le
foglie alla primissima gelata.
Grigliate, incontri con i docenti, gare
di cucina e di mangiate, tè
pomeridiani, balli, karaoke e una
festa in maschera... Abbigliata nella
regolamentare T-shirt da matricola,
Peri si aggirava qua e là senza una
direzione precisa, discorrendo con
studenti e membri del personale; e
più parlava con la gente, più si
convinceva che tutti sapessero il
fatto loro, tutti tranne lei.
Aveva appreso che l’ateneo –
deciso a correggere la propria
immagine di dorata riserva per
privilegiati, e a diversificare il
reclutamento e l’atmosfera in
generale – aveva da poco inaugurato
un programma di borse di studio che
incoraggiasse l’ammissione di
candidati provenienti da retroterra
svantaggiati. E ora Peri passava in
rassegna le facce che la
circondavano, cogliendo in effetti
tutta una gamma di etnie e
nazionalità; poi, certo, le condizioni
economiche erano più difficili da
giudicare.
Si accorse inoltre che, al di sotto
del brusio assordante, c’era un
lievissimo viavai di occhiate. Un
ragazzo, in particolare, sembrava
interessato a lei: alto, mascella
volitiva, capelli biondi a spazzola,
spalle poderose e postura da
vincente – nuotava o vogava, pensò
Peri – le sorrise come un
buongustaio avrebbe sorriso di
fronte a un piatto esotico.
«Uh, stai alla larga da quello lì»
le sussurrò una voce all’orecchio.
Si voltò di scatto e vide una
ragazza con la testa velata, le
sopracciglia a cuore e gli occhi
bistrati del nero più nero. Sul naso
portava un piercing d’argento a
forma di mezzaluna crescente.
«Circolo nautico, tipo arcinoto»
proseguì la ragazza. «A pesca di
matricole.»
«Chiedo scusa?»
«Lui, quello, fa così tutti gli
anni. Poi va in giro a vantarsi di
quanti pesci ha preso in una
settimana. Quest’anno ho sentito che
vuole migliorare il primato
dell’anno scorso.»
«Cioè, aspetta, i pesci sono...
ragazze?»
«Esatto. La cosa triste, fra
l’altro, è che a molte non frega
assolutamente nulla di farsi trattare
come pesciolini splendenti, tutte
agghindate.» Nel tono s’insinuò una
vena sarcastica. «Spezzare le catene
è molto più difficile, se alcuni di noi
adorano restare incatenati.»
Peri spalancò gli occhi, cercando
di visualizzare un pesce in catene.
«Basta che domandi in giro, a
chi serve il femminismo?» continuò
l’altra. «E ti sentirai dire: “Be’, alle
pakistane, alle nigeriane, alle saudite
di sicuro, ma per noi è
superatissimo! Dài, in Inghilterra, a
Oxford!”. Poi però la realtà è molto
diversa. Lo sapevi che qui i risultati
delle studentesse sono insolitamente
pessimi? C’è un divario di genere
pazzesco negli esiti degli esami. La
matricola donna di Oxford ha
bisogno del femminismo
esattamente come la bracciante
madre nella campagna egiziana! Se
la pensi come me, firma la
petizione.» Quindi fece comparire
una penna e una pila di fogli in cima
ai quali si leggeva «Squadra
Femministe per Oxford».
«Ah... quindi tu sei una
femminista?» domandò cauta Peri,
che aveva qualche difficoltà a
conciliare il termine con l’aspetto
della ragazza.
«Certo che sì» rispose lei. «Sono
una femminista musulmana, e se
qualcuno pensa che sia impossibile è
un problema suo, non mio.»
Mentre lasciava la firma, Peri fu
colta improvvisamente dal ricordo
del suo ex ragazzo turco, contrario
non solo alla lettura di narrativa
europea, ma anche a ogni tipo di
ideologia occidentale: tra le quali,
sosteneva, il femminismo era la
minaccia numero uno. Un diversivo
per sviare le nostre sorelle dal tema
vero: la lotta di classe. Non c’era
alcun bisogno di un movimento di
donne a sé stante, perché la
scomparsa dello sfruttamento
economico avrebbe
automaticamente messo fine a
qualunque discriminazione.
L’emancipazione della donna
sarebbe venuta con l’emancipazione
del proletariato.
«Grazie» disse la ragazza
riprendendosi fogli e penna. «A
proposito, io mi chiamo Mona. Tu?»
«Peri.»
«Felice di conoscerti» rispose
l’altra con un sorriso radioso.
Mona era egiziano-americana,
apprese quindi Peri. Nata nel New
Jersey, si era trasferita con la
famiglia al Cairo quando aveva dieci
anni. «I bambini devono crescere in
una cultura musulmana» aveva detto
suo padre. Ma qualche anno più
tardi si erano resi conto che la vita in
Egitto era più dura di quanto si
aspettassero – oppure che, alla fin
fine, erano americani fino al midollo
– ed erano tornati tutti negli Stati
Uniti. A Oxford Mona frequentava il
secondo anno e stava cambiando
piano di studi per concentrarsi sulla
filosofia. Sua madre si velava, disse,
sua sorella maggiore invece no.
«Abbiamo fatto scelte diverse.»
Oltre a battersi per il
femminismo, Mona partecipava a
molte attività di volontariato: il
gruppo di Aiuto ai Balcani, gli
Amici della Palestina, il circolo di
Studi Sufi, quello di Studi sulle
migrazioni e il Circolo islamico di
Oxford, di cui era uno dei vertici.
Inoltre stava per lanciare un Circolo
hip-hop perché le piaceva il genere.
Traendo ispirazione dai suoi incroci
tra culture diverse scriveva dei versi
che, sperava, un giorno qualcuno
avrebbe rappato.
«Accidenti, dove lo trovi il
tempo di fare tutto?» chiese Peri.
Mona scosse il capo. «Non è
questione di trovarlo, il tempo, ma
di saperlo gestire. È per questo che
Allah ci ha dato cinque preghiere al
giorno: per strutturarci la vita.»
Peri, che non aveva mai
osservato le cinque preghiere – ma
neppure una sola, e neppure nella
sua fase devota dopo l’infarto del
padre – socchiuse le labbra e rispose
a bassa voce: «Mi sembri molto in
pace con la religione».
«Be’, forse si può dire che sono
molto in pace con me stessa» rispose
Mona, e guardò l’orologio. «Ora
devo andare, ma vedrai che ci
ribecchiamo. Sono sempre in giro a
raccogliere firme per questa o
quell’altra buona causa.»
Si lasciarono con una stretta di
mano. Bella tosta, in perfetto stile
Mona.
Quella sera Peri scrisse nel suo
Diario di Dio: Certuni vogliono
cambiare il mondo, altri i loro
compagni o gli amici. Pochissimi
vogliono ricostruire se stessi...
Quella sì che sarebbe un’impresa.
Non se ne avvantaggerebbero tutti
quanti, al mondo?

Quand’era ancora a Istanbul Peri


aveva tentato, benché quasi sempre
con scarso successo, di comportarsi
come l’estroversa che non era, e
aveva frequentato più gente di
quanto le importasse incontrarne.
Ma a Oxford, senza più il peso della
cultura d’origine sulle spalle, si
godeva la solitudine, anzi, ne faceva
tesoro. L’introversione non era
l’unico motivo per cui aveva
scansato la gran parte degli eventi
previsti nella Settimana delle
Matricole: aveva anche scoperto che
certe cose (i tè in sala studenti, le
riunioni con i docenti) erano
gratuite, mentre altre (tortine
vegane, dolcetti halal, pizza
vegetariana) si pagavano, e vista la
sua scarsa disponibilità, era molto
meglio evitare le baldorie. Quindi si
concentrò sul proprio elenco di cose
da fare: ritirare il tesserino
universitario, comprare i libri di
testo e possibilmente usati, aprirsi
un conto corrente per studenti.
Costretta a trovare il modo meno
dispendioso di sopravvivere,
confrontava i prezzi di negozi e
supermercati.
Peri fu sicuramente tra i pochi
che fecero i salti di gioia quando
l’allegra Settimana, con tutte le sue
attrazioni, finalmente terminò, per
lasciare subito il posto all’inizio del
trimestre. Sollevata, prese un suo
ritmo tra lezioni, esercitazioni, libri
da leggere e tesine da scrivere. In un
ambiente per lei totalmente nuovo,
lo studio era un’ancora saldissima, e
vi si aggrappò più forte che poteva.
Shirin andava e veniva a tutte le
ore, lasciandosi dietro una scia di
inebrianti molecole profumate di
cedro e magnolia. Benché gli orari
delle rispettive giornate fossero
dettati da abitudini incompatibili, le
due si ritrovarono sempre più spesso
a far colazione e a pranzare insieme,
e così a discutere di lezioni, docenti
e, talvolta, della materia che destava
perpetuo interesse: i ragazzi. Peri,
che in quel campo non aveva molta
esperienza, ascoltava Shirin cicalare
senza sosta sull’arte della
frequentazione maschile, e il morale
le scendeva sotto le scarpe. In
compagnia di amiche esperte che
praticano il flirt con grande
naturalezza, la neofita non può che
venir presa dallo sconforto, dalla
sensazione di essere talmente
indietro che ormai può fare solo da
spettatrice.
Peri si mise anche a cercare il
corso di cui le aveva parlato Shirin.
Lo rintracciò su un elenco di
seminari proposti dal Dipartimento
di Filosofia, dai titoli elaborati e di
grande effetto: Critica atomista del
creazionismo; L’olismo nella
psicologia ed epistemologia stoica; I
re filosofi di Platone, retta esistenza
e nobile menzogna; Tommaso
d’Aquino: critici medievali e
compagni di scolastica; L’idealismo
tedesco e Kant sulla filosofia della
religione; Problemi filosofici nelle
scienze cognitive...
Verso il fondo dell’elenco si
notava un titoletto: DIO. Seguiva
una descrizione: Attingendo a fonti
prese dall’antichità ai giorni nostri,
dalla filologia alla poesia, dal
misticismo alle neuroscienze, dai
filosofi orientali ai loro omologhi
occidentali, il seminario esplora di
che cosa parliamo quando parliamo
di Dio.
Tra parentesi c’era il nome del
docente: professor Anthony
Zacharias Azur. E, sotto, una nota
conclusiva: Posti limitati, si richiede
colloquio preliminare con il docente.
Attenzione: forse questo corso fa per
voi, e forse no.
Peri rimase molto incuriosita
dalla descrizione, trovando
l’arroganza del tono ammaliante e
indisponente al tempo stesso. Pensò
di chiedere altre informazioni ma
poi, nella frenesia di quei primi
giorni, se ne scordò ben presto.
Shirin aveva ragione. «Dio»
doveva aspettare.
Caviale nero

Istanbul, 2016

La portata principale – risotto ai


funghi selvatici e agnello arrosto con
zafferano e salsa di menta al miele –
fu servita su grandi vassoi d’argento,
guarnita con verdure alla griglia. Lo
spettacolo dei camerieri in livrea che
entravano impettiti e toglievano i
coperchi da sopra mucchi di carni
fumanti era così teatrale che alcuni
applaudirono deliziati. Con lo spirito
rinfrancato dalle prelibatezze e dal
vino, gli invitati si fecero più allegri
e via via più chiassosi e sfrontati.
«Se devo essere sincero, non
credo nella democrazia» disse un
architetto con i capelli a spazzola e
un pizzetto impeccabile, il cui studio
faceva affari d’oro con cantieri in
tutta la città. «Pensiamo a
Singapore: un successone senza
democrazia. La Cina, lo stesso. Il
mondo si muove in fretta, le
decisioni vanno implementate
fulmineamente. L’Europa perde
tempo in dibattiti futili mentre
Singapore se la lascia dietro.
Perché? Perché si concentrano
sull’obiettivo. La democrazia è uno
spreco di tempo e denaro.»
«Ben detto» rincarò
un’arredatrice, fidanzata e prossima
terza moglie dell’architetto. «Lo
dico sempre anch’io: nel mondo
musulmano la democrazia è
ridondante. Persino in Occidente è
una seccatura, diciamocelo, ma dalle
nostre parti non ha proprio senso!»
La moglie dell’uomo d’affari
concordava. «Tanto per dirne una:
mio figlio ha un master in Economia
e mio marito ha migliaia di
dipendenti, eppure in famiglia
abbiamo solo tre voti. Il fratello del
nostro autista, al paesello, ha otto
figli, e fra tutti quanti non avranno
letto neanche un libro, eppure fanno
dieci voti! In Europa la gente ha
studiato e la democrazia non fa
danni, ma in Medio Oriente è tutta
un’altra storia! Far votare gli
ignoranti è come dare i fiammiferi ai
bambini: c’è il rischio che vada a
fuoco la casa.»
Carezzandosi i peli del mento
con la nocca dell’indice, l’architetto
commentò: «Be’, non sto
proponendo di abbandonare il
suffragio universale: non sapremmo
come spiegarlo all’Occidente. Però
andrebbe benissimo una democrazia
controllata, una élite di burocrati e
tecnici sottoposta a un capo forte e
in gamba. Fintanto che la persona al
vertice sa il fatto suo, non ho
problemi con l’autorità. Altrimenti
come facciamo ad attrarre
investimenti stranieri?».
Tutti si voltarono a guardare
l’unico straniero a tavola, un
americano in visita a Istanbul che si
occupava di investimenti ad alto
rischio e aveva cercato di seguire la
conversazione grazie a sporadiche
traduzioni bisbigliate. Finito al
centro dell’attenzione, parve a
disagio: «Certo, una regione
destabilizzata non la vuole nessuno.
Lo sapete come lo chiamano a
Washington il Medio Oriente?
Melmo Oriente! È brutto da dire,
gente, ma qui è un vero casino».
Alcuni risero, qualcuno reagì
con una smorfia sprezzante. Un
casino lo era senz’altro, ma era il
loro casino, e solo loro potevano
criticarlo a piacimento, non un ricco
americano. Percependo l’energia
negativa, l’uomo strinse le labbra,
imbarazzato.
«Ragione di più per sostenere la
mia tesi» riprese l’architetto fra un
boccone di risotto e il successivo.
Per molto tempo era stato un
apolitico ed era curdo per metà,
eppure ultimamente aveva palesato
tendenze scioviniste.
«Be’, in questa zona del mondo
lo stanno capendo un po’ tutti»
ammise l’AD della banca. «Dopo il
fiasco della Primavera araba,
chiunque sia sano di mente deve
riconoscere i benefici della stabilità
e di una leadership forte.»
«La democrazia è superata! E se
qualcuno si scandalizza, peggio per
loro» disse l’architetto, apprezzando
che da più parti condividessero le
sue opinioni. «Io sono un sostenitore
della dittatura benevola.»
«Il problema della democrazia è
che è un lusso, come il caviale
Beluga» osservò un chirurgo
plastico, che possedeva una clinica a
Istanbul ma viveva a Stoccolma. «In
Medio Oriente non ce la possiamo
permettere.»
«Ma neppure l’Europa ci crede
più» disse il giornalista, infilzando
con la forchetta un pezzo d’agnello.
«L’Unione Europea va a pezzi.»
«Quando la Russia si è messa a
fare la tigre in Ucraina, loro si sono
comportati da micetti» chiosò
l’architetto, più infervorato che mai.
«Che piaccia o no, questo è il secolo
delle tigri. Certo, se sei una tigre non
ti ameranno, però ti temeranno, ed è
questo che conta.»
«Personalmente, sono pure
contenta che non ci abbiano voluti
nell’Unione Europea» rifletté la PR,
«sennò facevamo la fine della
Grecia.» Si tirò delicatamente un
lobo, schioccò la lingua e batté due
volte le nocche sul tavolo.
«I greci? Gli piacerebbe, a
quelli, che tornassero gli ottomani;
stavano meglio, quando eravamo noi
a governarli...» osservò l’architetto
con una risatina, subito interrotta
notando l’espressione di Peri. Allora
si rivolse verso Adnan con una
strizzata d’occhio: «Mi sa che a tua
moglie non piacciono le mie
battute».
Al che Adnan, che ascoltava con
una mano sotto il mento, sorrise tra
il malinconico e il comprensivo.
«Ma no, sono sicuro che non è
vero.»
Peri abbassò lo sguardo sul
risotto raggrumato nel piatto.
Avrebbe benissimo potuto lasciar
passare quel commento: era un po’
come il fumo dei sigari altrui,
indesiderato ma fino a un certo
punto sopportabile. Però aveva
promesso a se stessa, anni prima,
subito dopo aver lasciato Oxford,
che non avrebbe taciuto mai più.
Rivolse al marito un cenno secco
del capo. «Invece è proprio vero,
non mi piace questo tipo di discorsi.
La democrazia come il caviale,
nazioni come tigri...» Dato che era la
prima volta che apriva bocca da un
bel po’, tutti si girarono nella sua
direzione e lei sostenne gli sguardi.
«Sapete una cosa? Le dittature
benevole non esistono.»
«E perché no?» chiese
l’architetto.
«Perché non esistono dèi piccoli.
Una volta che uno comincia a fare il
dio, presto o tardi le cose gli
sfuggono di mano.»
Nel frattempo le si affollavano
alla mente pensieri sul professor
Azur. Ed è un po’ un Dio anche lui.
Forse le cose non sarebbero andate
così male, se solo avesse ammesso
che, come i suoi studenti, era
semplicemente un uomo?
«Ma torna coi piedi per terra» la
interruppe l’architetto. «Qui non
siamo nella tua raffinatissima
Oxford. I nostri vicini sono la Siria,
l’Iran e l’Iraq, non la Finlandia, la
Norvegia e la Danimarca. In Medio
Oriente non avrai mai una
democrazia alla scandinava.»
«Forse no» replicò Peri, «ma
non puoi impedirmi di sperarci. Non
puoi impedirci di desiderare quello
che ci viene negato.»
«Desiderare! Che paroloni!»
disse l’architetto sporgendosi in
avanti e puntellandosi con le mani
sul tavolo. «Stiamo entrando in
acque pericolose.»
Peri scosse il capo, conscia che
secondo il Manuale teorico-pratico
del patriarcato le iscritte al circolo
delle Turche Timorate non potevano
difendere pubblicamente i meriti del
«desiderio». Ma quanto avrebbe
voluto revocare la sua iscrizione a
quel club, e se non poteva andarsene
spontaneamente, almeno essere
cacciata. Pensò improvvisamente a
Shirin. A uno così, la sua energica
amica avrebbe certamente detto il
fatto suo. Animata da questo
pensiero, Peri ribatté quindi, a bassa
voce: «Se intendi dire che devo
accettare le cose come sono... che le
nazioni, così come le brave mogli
ubbidienti, devono rinunciare ai loro
sogni... alle loro fantasie... allora di
relazioni internazionali – e se è per
questo anche di donne – ne capisci
pure meno di quanto pensassi».
Ci fu un breve silenzio, un
silenzio palpabile che nessuno
sapeva come spezzare. In quel
momento plumbeo l’uomo d’affari
alzò il mento, raddrizzò le spalle,
quindi batté le mani come un
ballerino di flamenco in procinto di
lanciarsi al centro del palcoscenico,
poi, gioviale come sempre, tuonò:
«Dove diamine è finita la prossima
portata?».
Le porte a vento tra cucina e
salone si spalancarono e i domestici
arrivarono a passo di corsa.
La festa

Oxford, 2000

Shirin compiva vent’anni e li


stava festeggiando al Turf Tavern,
pub ultracentenario e per metà
ancora in legno, in una viuzza a
ridosso delle antiche mura cittadine.
Peri, in ritardo, camminava spedita
con un pacchetto sottobraccio. Dopo
essersi lambiccata il cervello sul
regalo da fare all’amica, si era infine
decisa per una cosa che a Shirin, ne
era certa, sarebbe piaciuta
moltissimo: un giacchino di jeans
tempestato di perline variopinte e
scintillanti. Tra l’altro, le era costato
un patrimonio.
Entrò nel locale rivestito in
legno di quercia e sotto il soffitto
basso fu subito avviluppata da un
umidore tiepido di alcol e risa. Si
aspettava di trovare una discreta
folla, perché Shirin la conoscevano
tutti; e infatti ecco là la festeggiata,
circondata da un grappolo di amici e
affiancata dal suo nuovo ragazzo che
le teneva un braccio intorno alle
spalle. A sentir lei, il ragazzo
precedente – uno studente di fisica
del secondo anno, intelligente e
garbato – pianificava ogni loro
incontro con una meticolosità
esasperante: «Ho deciso di mollarlo
dopo aver visto il suo calendario
settimanale». Gli orari per le lezioni
del mattino, lo studio in biblioteca,
la palestra e le esercitazioni pratiche
erano tutti spuntati; mentre nelle
finestre relative alle 16.15 e alle
17.15 c’era inserito il suo nome,
come pure in un’altra casellina del
venerdì sera. «Ti rendi conto,
Topina, mi aveva infilata tra le
diciannove e le ventidue? Cena,
film, sesso.»
La voce forte della stessa Shirin
la riscosse dai suoi pensieri. «Ah,
ecco la mia vicina! Ehi, siamo qui!»
Splendida in un top tutto perline
e paillettes sopra un paio di
attillatissimi jeans bianchi a vita
bassa, l’amica afferrò il regalo e
diede a Peri un bacio e un abbraccio.
«Dove ti eri cacciata? Ti sei persa
l’ospite d’onore, è appena andato
via.»
«E chi era?»
«Azur» disse Shirin con gli
occhi accesi. «È passato, ancora non
riesco a crederci. Ficata assoluta! Si
è fermato un momento, ha
partecipato a un brindisi e se n’è
riandato.»
Dette l’impressione di voler
aggiungere qualcos’altro, ma
qualcuno la prese per un braccio
perché doveva spegnere le candeline
sulla torta.
Peri si guardò attorno, pensando
di non conoscere nessuno degli
amici di Shirin, tutti in piedi intorno
al tavolo a bere e a parlare forte. E
invece, con sua grande sorpresa,
scorse un volto familiare: Mona. In
camicione arancio a manica lunga
sopra un paio di pantaloni e velo
coordinato in testa, sedeva a un
tavolo d’angolo e sorseggiava una
Cola.
«Ehi, ciao.»
«Felice di vederti» la salutò
Mona, con l’aria sollevata nel
trovarsi davanti qualcuno con cui
parlare.
«Non sapevo fossi amica di
Shirin» disse Peri sedendosi accanto
a lei.
«Be’, non siamo proprio amiche,
però mi ha invitata...» rispose l’altra
lasciando la frase in sospeso.
Peri comprese da sé quel che la
ragazza non diceva apertamente.
Non era facile declinare un invito da
parte di una delle studentesse più
conosciute del college. Perciò Mona
– estroversa e sicura di sé – era
venuta, senza sapere bene cosa
aspettarsi; e adesso, tra decine di
festaioli ridanciani e disinibiti che si
muovevano a un ritmo tutto loro, si
sentiva fuori posto ma non osava
mostrare il proprio disagio.
Le due si immersero in una
conversazione, davanti alle
rispettive fette di torta, mentre
Shirin e i suoi amici si dedicavano a
divertimenti più grassi.
«Ti posso fare una domanda?»
disse Peri. «Quando ci siamo viste la
prima volta, mi hai detto che tu e tua
sorella avevate fatto scelte diverse.
Ma questo cosa significa, che tu...
preferisci coprirti la testa?»
«Certo, i miei genitori mi hanno
sempre lasciata libera di scegliere. Il
mio hijab è una scelta personale, una
testimonianza di fede. Mi dà
tranquillità e sicurezza.» Mona
s’incupì. «Anche se è una vita che
mi danno il tormento perché lo
porto.»
«Davvero?»
«Davvero, ma io vado per la mia
strada. Se non sfido io gli stereotipi,
con il mio velo in testa, chi lo farà
per me? Io voglio dare una scossa.
La gente mi guarda come se fossi
una vittima passiva e obbediente del
potere maschile: e invece no. Penso
con la mia testa, e l’hijab non è mai
stato un ostacolo alla mia
indipendenza.»
Peri ascoltava affascinata, e
scorgeva in quella ragazza una
versione più giovane di sua madre:
la stessa aperta spavalderia, la stessa
determinazione, un sentimento che
conosceva molto bene. Era abituata
agli sproloqui di gente piena di
fervore e di certezze. Cosa ci fosse,
in lei, che induceva gli altri a dare
libero sfogo alle proprie emozioni,
davvero non lo sapeva; ma sembrava
tipico delle persone ambivalenti
come lei ritrovarsi inondate dalle
certezze e dalle passioni altrui.
«In questi testi hip-hop che
scrivi... c’entra la religione?»
Mona rise. «L’hip-hop c’entra
con l’amore. La poesia. Forse anche
con la rabbia... contro l’ingiustizia e
la disuguaglianza. Ti dà forza...»
Uno scroscio di risa in
sottofondo la zittì. Qualcuno aveva
lanciato al ragazzo di Shirin la sfida
della iarda di birra. Gli avevano
riempito un bicchiere alto più di
novanta centimetri, con il fondo
sferico, e il ragazzo se lo stava
scolando più velocemente che
poteva: infatti riuscì a terminarlo,
con un sorrisone appiccicato in
faccia e la camicia zuppa di sudore.
Tra gli urrà della folla diede a Shirin
un lungo bacio umido e soddisfatto,
ma dovette fermarsi di colpo e
precipitarsi fuori, in preda ai conati
di vomito.
Mona commentò: «Meglio che
me ne vada, mi sa».
«Vengo con te» disse Peri.
A infastidirla non erano l’alcol o
i comportamenti allusivi, come
sembrava succedere a Mona. Il suo
disagio era d’altra natura: di fronte
all’esuberanza altrui non era mai
all’altezza, perciò si ritraeva, come i
ricci quando si appallottolano. Si
proteggeva dalla gioia.

Quando Peri e Mona uscirono


dal pub, inosservate, c’era la luna
piena. Passarono sotto il Ponte dei
sospiri e proseguirono per vie
secondarie poco illuminate.
«Non capisco» disse Mona.
«Perché mi ha invitata, Shirin?»
Se l’era chiesto anche Peri. «Be’,
le piace fare nuove amicizie.»
Mona scosse il capo. «No, c’è
dell’altro, anche se non riesco a
capire cosa. Ormai ci conosciamo da
un po’, ma ho sempre avuto
l’impressione di starle sullo stomaco
per via... del velo, mi sa.»
Peri si rammentò dello sguardo
che Shirin aveva rivolto a sua madre
ed evitò di commentare.
«Se è per quello, benissimo, non
è un problema. Ma perché insistere a
voler fare amicizia?» riprese Mona,
con un’espressione ferocemente
orgogliosa sul viso. «Dici che sono
paranoica?»
«No» rispose Peri. «Cioè sì, un
filino. Secondo me potreste essere
amiche.»
«Boh, vedremo» concluse Mona.
«È sempre lì a ripetermi che dovrei
seguire il corso del professor Azur.»
«Giura?» Peri s’irrigidì, come se
il suo corpo avesse intuito un
pericolo che la mente non aveva
ancora individuato. «Lo dice anche a
me. Vai da Azur, vai da Azur.»
«Allora non sono l’unica...» fece
Mona, distrattamente. Poi indicò
Turl Street. «Io vado di là.»
«Ah, d’accordo. Buonanotte.»
«Anche a te, sorella» disse
Mona. «Dobbiamo vederci più
spesso.»
Ciò detto, afferrò saldamente la
mano di Peri tra le sue, la strinse con
vigore e scomparve nella notte.

Nuovamente sola con i suoi


pensieri, Peri svoltò su Broad Street.
Più avanti, nell’oscurità, colse una
sagoma illuminata dal giallo di sodio
dei lampioni: una barbona che
spingeva un passeggino arrugginito,
carico di indumenti, cartoni, buste di
plastica; un’eterna viaggiatrice da
qui a nessun posto. Peri la scrutò
attentamente. Gli abiti erano lerci e
appiccicati al corpo per l’umidità; i
capelli incrostati di sporcizia e forse
anche di sangue rappreso. Peri mise
a fuoco man mano altri particolari: i
calli sui palmi, un livido che le
scuriva lo zigomo destro, il gonfiore
intorno agli occhi. A Istanbul si
vedevano continuamente facce
emarginate: alcune si
rannicchiavano negli angoli per
sottrarsi agli occhi degli estranei, la
gran parte implorava attenzione,
cibo e denaro. Mentre qui a Oxford,
chissà perché, vedere un senzatetto
era sconcertante; per via del
contrasto così netto con la squisita
serenità della cittadina.
Sentendosi stranamente attratta
dalla donna, che procedeva a passi
brevi e guardinghi, Peri cominciò a
seguirla. Sentì un lezzo fetido nelle
narici quando il vento per un attimo
cambiò direzione. Una miscela di
urina, sudore e deiezioni.
La barbona parlava da sola, in
tono affaticato. «Quante volte te lo
devo dire, perdio?» si chiedeva. I
lineamenti si irrigidirono mentre
aspettava una risposta; poi ridacchiò
di gusto, ma fu lesta ad arrabbiarsi
di nuovo. «No, testa di cazzo!»
Peri sentì un peso nel cuore, così
acuto da sconfinare nella
malinconia. Che cosa separava lei –
un’oxfordiana di belle speranze – da
questa donna che non possedeva
nulla? C’era forse un orlo al di là del
quale la società perbene temeva di
cadere, come il ciglio della terra
piatta che riempiva di terrore i
marinai dei tempi antichi? E se sì,
dov’era il confine tra senno e follia?
Le tornò in mente quel che l’hodja
aveva detto a lei e a sua madre:
magari aveva ragione lui. Magari era
davvero incline all’oscurità.
La donna si fermò e si voltò,
fendendo Peri con lo sguardo. «Mi
cercavi, tesoro?» Rise di nuovo,
scoprendo una chiostra di denti
macchiati di nicotina. «O stavi
cercando Dio?»
Peri impallidì e scosse il capo,
incapace di rispondere. Fece un
passo avanti e schiuse le dita per
porgere gli spiccioli che si era
preparata. La mano della donna
sbucò fuori dalla manica del
cappotto e li afferrò, con l’agilità di
una lingua di lucertola che strappa
un insetto da una foglia.
Perì girò immediatamente sui
tacchi e si avviò verso il college,
quasi di corsa, impaurita senza
sapere perché, sperando che ogni
passo la portasse più lontano dalla
barbona e dal dubbio strisciante di
avere molto in comune con lei.

Quella sera Peri rimase alzata a


leggere fino a tardi. Se avesse
buttato l’occhio sul prato forse
avrebbe visto Shirin, rimasta senza
chiave, togliersi i sandali a zeppa,
farsi dare una spinta da un’amica più
ubriaca di lei per scavalcare i tre
metri e mezzo di muro del giardino
– macchiandosi e strappandosi i
jeans bianchi nel corso
dell’operazione – e finire su
un’aiuola fiorita, per poi rialzarsi
velocemente e bussare a una finestra
a caso del pianterreno, il tutto
ridacchiando e canticchiando
un’allegra melodia persiana.
Il dizionario

Oxford, 2000

A Oxford i pub e i ristorantini


abbordabili per le finanze di uno
studente non mancavano di certo,
eppure Peri ne varcava la soglia
molto di rado. E benché esistessero
più di cento diversi circoli e
associazioni a cui, volendo, avrebbe
potuto iscriversi, si teneva ben
lontana da tutti quanti, compresa la
Squadra Femministe. Doveva
mantenere la rotta, si ripeteva;
qualunque distrazione si sarebbe
ripercossa sullo studio. Ragazzi
compresi. Innamorarsi era un casino;
disamorarsi era pure peggio. Prima
le emozioni e il tira e molla; poi i
pranzi, le cene, le passeggiate; infine
le discussioni per delle sciocchezze
e le riappacificazioni. Per farla
breve, mettere un altro essere
umano, se non al centro della
propria vita almeno nelle immediate
vicinanze, era una faticaccia per la
quale lei non aveva tempo. E
coltivare amicizie era altrettanto
impegnativo e laborioso. Di tanto in
tanto si imbatteva in un compagno o
una compagna di studi con cui
entrava subito in sintonia, ma poi
evitava di approfondire il legame.
C’era qualcosa di molto rigido,
quasi dogmatico, nella disciplina da
automa con cui Peri si atteneva, in
quelle prime settimane da
universitaria, a un unico imperativo:
studiare, studiare, studiare.
Abituata a essere sempre la
prima della classe, adesso era
costretta a fare i conti con le proprie
neonate lacune, e ci pativa. Seguire
le lezioni in aula non era un
problema, ma i seminari che
prevedevano dibattiti o tesine scritte
erano un’altra storia; mettere i propri
pensieri nero su bianco in una lingua
che non era la sua era molto
complicato. Lei era determinata a far
bene e ce la metteva tutta, ma non
era mai soddisfatta di sé.
Capì che per eccellere a Oxford
doveva migliorare proprio sotto
quell’aspetto; al suo cervello
servivano parole per esprimersi
appieno, come a un arboscello serve
la pioggia per crescere al massimo
delle sue possibilità. Comprò pile di
Post-it colorati, sui quali annotava
termini che scopriva per caso, di cui
si innamorava e che intendeva usare
alla prima occasione... come del
resto facevano tutti gli stranieri, in
un modo o in un altro.

Autotomia: amputazione
spontanea di una parte del corpo
compiuta per difesa da alcuni
animali.
Fra l’incudine e il martello (da
Tolkien, Il signore degli anelli):
trovarsi in una situazione
difficile.
Scapestrato (dalla Leggenda di
Sleepy Hollow): persona
sregolata, sfrenata, priva di
giudizio.

Nella sua prima tesina di
filosofia politica scrisse: In Turchia,
Paese dove la politica di tutti i
giorni è scapestrata, ogni volta che
le istituzioni si trovano fra
l’incudine e il martello, la
democrazia viene subito tagliata e
sacrificata in un atto di autotomia.
Quando venne il suo turno di
leggere la tesina al docente, lui la
fermò a metà con uno sguardo per
metà perplesso e per metà divertito.
«Ma che inglese è?»
Peri rimase mortificata. La frase
che a lei era parsa originale,
raffinata ed elegante, all’orecchio di
un madrelingua era praticamente
inintelligibile. Com’era possibile
che il forestiero e l’indigeno
avessero un’impressione tanto
diversa delle stesse parole? Decisa a
non farsi scoraggiare, ossessionata
dalle sfumature, seguitò a
collezionare termini abbaglianti: le
ricordavano le conchiglie a spirale e
i coralli rosa, levigati da
innumerevoli maree, che raccoglieva
da bambina quando andava al mare
con la famiglia. Con l’unica
differenza che le parole, al contrario
di quei graziosi ma immobili
ricordini, erano vive e vitali.

Il senso dell’orientamento non


era il suo forte, perciò di tanto in
tanto, nelle sue esplorazioni di
Oxford, Peri si perdeva. Fu durante
una di queste deviazioni che scoprì
una libreria che si chiamava Two
Kinds of Intelligence. L’assito
sconnesso del pavimento cigolò
d’immaginaria comprensione mentre
lei percorreva la sala all’ingresso; gli
scaffali dei libri addossati a ogni
parete arrivavano fino al soffitto;
c’era un caminetto nell’angolo,
sopra il quale erano esposte vecchie
stampe di Oxford; e altre due
stanzette in cima a una rampa di
scalini di legno, ciascuna zeppa di
volumi accuratamente scelti per
riflettere i bizzarri gusti dei titolari
in materia di filosofia, psicologia,
religione e scienze occulte. Tra le
foto incorniciate alle pareti, i cuscini
in colori pastello posati a terra a
disposizione dei clienti e una
macchina del caffè dalla quale ci si
poteva servire gratis in qualunque
momento, quel luogo divenne subito
uno dei suoi preferiti.
I titolari (lei era scozzese, lui
pakistano) rimasero molto colpiti
quando si resero conto che Peri
conosceva l’origine del nome della
libreria: Due tipi di intelligenza era
il titolo di una poesia di Rūmī. Peri
ne ricordava addirittura qualche
verso: Ci sono due tipi
d’intelligenza: una acquisita, di
scolari che imparano a memoria... i
libri e ciò che dice il maestro...
L’altra intelligenza... fluida... è una
sorgente in te, che sgorga fuori.
«Brava» disse la donna. «Torna
qui a leggere quando ti pare.»
«Per nutrire sempre di più la tua
intelligenza. Tutti e due i tipi!»
aggiunse l’uomo.
Così fece Peri, e presto divenne
un’abitudine. Prendeva un caffè,
metteva una moneta nello scatolino
delle mance e si piazzava su un
cuscino a leggere finché non le
faceva male la schiena e si sentiva le
gambe indolenzite. Andava molto
anche alla Bodleian; scovava un
séparé d’angolo, impilava molti più
libri di quanti avrebbe mai potuti
leggerne, apriva di nascosto un
pacchetto di salatini e si tuffava di
testa tra onde di parole.
Comprava cartoline con vedute
di Oxford. Le stradine medievali
accese di sole, i palazzi calcarei
color miele, gli ombrosi giardini dei
college... Ne spedì qualcuna ai suoi
genitori, ma per il resto erano
riservate al fratello Umut. Peri gli
scriveva continuamente, benché le
risposte di lui fossero brusche e
intermittenti. Lei però non si
arrendeva e manteneva un tono
leggero, spensierato addirittura; non
c’era bisogno di soffermarsi sulle
paure e le emicranie, sugli incubi e
sulla solitudine che, ormai lo sapeva,
era una maledizione ma anche una
compagnia. A Umut raccontava
invece dei modi stranamente garbati
degli inglesi, del loro senso pratico,
della loro tacita fiducia nelle
istituzioni, del loro strambo
umorismo.
Umut rispondeva con messaggi
scritti su fogli a righe, brandelli di
scatole di biscotti, calendari vecchi e
buste della spesa, ma una volta le
mandò a sua volta una cartolina. Un
mare d’indaco, una barca di
pescatori rossa, il vento mite del
Mediterraneo, e una sabbia soffice
come una promessa... come se lui
pure si stesse cimentando con l’arte
di simulare la felicità.
In occasione dei pranzi formali –
quelli tenuti per tradizione nella
grande sala vecchia di secoli – Peri,
circondata dai ritratti a olio degli
antichi presidi del college, seduta su
vetuste panche di quercia, davanti ai
tavoli apparecchiati con l’argenteria
del college, accudita da inservienti
in giacca bianca, si sentiva come
trasportata in un’altra dimensione:
era anche lei dentro un quadro, una
figura surreale e romantica insieme.
C’erano parti del college immutate
da centinaia di anni, e lei adorava il
profumo e la consistenza della
storia, della continuità; certi giorni
andava nella vecchia biblioteca solo
per inspirare l’aroma inebriante dei
ripiani gremiti di libri. Scendeva in
un seminterrato, azionava una
maniglia per far muovere gli scaffali
e raggiungere i libri che voleva.
Laggiù, tra migliaia di titoli, ognuno
dei quali era un rifugio, si sentiva
completa. La stranezza era che
quando si trovava dentro quella
vastità di conoscenza, le affiorava
alla mente di continuo un unico
pensiero: Dio.
Era perplessa da questo fatto
perché, di tante caratteristiche che
avrebbe potuto rivendicare per sé,
neanche lontanamente si sarebbe
detta «religiosa», e neppure
«spirituale». Era una cosa che non
avrebbe mai osato confidare a sua
madre, ma c’erano momenti in cui
sospettava di non credere proprio in
niente. Dal punto di vista culturale
era musulmana, certo; adorava il
Ramadan e le altre feste comandate,
ciascuna delle quali le riempiva
l’animo di calore e la mente di
memorie viscerali legate a odori e
sapori. L’Islam, per lei, era come un
ricordo d’infanzia: personale e
familiare al massimo grado, eppure
al tempo stesso anche vago, remoto
nello spazio e nel tempo. Come una
zolletta di zucchero sciolta nel caffè,
c’era e non c’era.
Le era sempre sembrato un
paradosso che così tanti turchi
recitassero a memoria preghiere
arabe senza avere la minima idea di
che cosa stessero dicendo. Che
fossero in inglese o in turco, Peri
amava le parole; se le teneva nel
palmo come uova sul punto di
schiudersi, con i loro minuscoli
cuori a batterle contro la pelle, pieni
di vita. Ne indagava i significati,
occulti e manifesti, ne studiava
l’etimologia. Mentre per
innumerevoli credenti, le parole
delle preghiere erano suoni sacri che
sapevano di dover imitare, più che
penetrare; un’eco senza inizio né
fine, in cui l’atto di emulare contava
più dell’atto di pensare. Nel seno
protetto della fede, si trovavano le
risposte liberandosi delle domande,
si avanzava arrendendosi.
Nel suo Diario di Dio scrisse: I
credenti preferiscono le risposte alle
domande, la chiarezza
all’incertezza. Gli atei, più o meno
lo stesso. Buffo, quando si tratta di
Dio, del quale non sappiamo
praticamente nulla, pochissimi di
noi dicono semplicemente: «Non lo
so».
L’angelo

Oxford, 2000

Da quando era a Oxford Peri


aveva sentito suo padre al telefono
con regolarità, chiamando di
proposito negli orari nei quali
riteneva più probabile che avrebbe
risposto lui. Quel giorno, però,
quando chiamò Istanbul da una
cabina telefonica, fu sua madre ad
alzare la cornetta.
«Pericim...» disse Selma con
tenerezza, per poi cambiare
rapidamente tono: «Al matrimonio
di tuo fratello ci vieni?».
«Sì, mamma, te l’ho già detto.»
«Lei è proprio un angelo,
guarda.»
«Lei chi?»
«Ma la sposa, no, sciocchina.»
Ansiosa com’era per i preparativi,
Selma prese a lodare le virtù della
futura nuora con un eccesso d’enfasi
che non sfuggì alla figlia.
«Che bello, un angelo in
famiglia ci farebbe proprio comodo»
disse. Coglieva perfettamente le
insinuazioni avvolte nei
complimenti della madre, come
fossero dolcetti in un incarto
scintillante che nascondono un
qualcosa di rancido. La sposa era la
figlia che Selma non aveva mai
avuto: devota, accomodante,
obbediente.
«Che c’è che non va?» le chiese
Selma.
«Niente.»
Sua madre sospirò. «Devi
arrivare in tempo per la serata
dell’henné.»
A differenza delle nozze, che
erano responsabilità dello sposo, la
serata dell’henné ricadeva sotto le
competenze della famiglia della
sposa.
«Mamma, ne abbiamo già
parlato. Riesco a partecipare solo al
matrimonio.»
«Non sta bene. La gente ci
parlerà dietro. Devi venire prima.»
Peri alzò gli occhi al cielo. La
velocità con cui sua madre riusciva a
rovinarle l’umore non cessava di
stupirla: era come se Selma, e lei
soltanto, sapesse esattamente qual
era il pulsante da premere per far
salire la pressione alla figlia.
«Non posso permettermi di
perdere troppe lezioni» aggiunse,
ferma.
La conversazione divenne
sgradevole, con ciascuna parte che
rimproverava all’altra di essere
egoista. Dopo aver riagganciato,
Peri sentì crescere dentro di sé un
risentimento bruciante per tutto quel
che era stato detto e taciuto, per tutto
quel che si era spezzato tra loro e
non si poteva riparare.

Quella notte dormì malissimo. Si


svegliò con un mal di testa
martellante, sul punto di diventare
emicrania. Guardò in tutti i cassetti
ma non riuscì a trovare un cachet.
Massaggiandosi le tempie, si
premette il fondo di una lattina
fredda contro l’occhio destro che
pulsava, un rimedio che funzionava
sempre. Poi si trascinò di nuovo a
letto e si raggomitolò. Non si
aspettava di riaddormentarsi, ma
prima di rendersene conto stava già
sognando.
Un giardino di alberi nodosi.
Sola, con indosso un abito che
svolazzava al vento, Peri
camminava a grandi passi. Accanto
a un ruscello vedeva una quercia
maestosa e lì, appeso a un ramo,
c’era un neonato in una cesta, con
una macchia scura che gli copriva
metà del volto. Peri si accorgeva
inorridita che l’albero andava a
fuoco, con le fiamme che da terra
lambivano il tronco. Afferrava un
secchio, cominciava a prendere
acqua dal ruscello e ben presto
l’acqua era dappertutto, a ribollirle
e vorticarle tutto intorno ai piedi.
Quando rialzava lo sguardo, il
bimbo sull’albero non c’era più: era
stato trascinato via da quello che
adesso era un fiume impetuoso. Peri
si metteva a urlare, nell’istante in
cui capiva di aver fatto qualcosa di
orribilmente, irrimediabilmente
sbagliato.
Da qualche parte si sentiva un
ticchettio, leggero ma insistente.
Peri cercò di aprire gli occhi, senza
sapere bene se anche quel suono
facesse parte del sogno.
«Sono io, mi hai fatto prendere
un colpo» disse la voce di Shirin
dall’altro lato della porta. «È tutto a
posto?»
Peri si drizzò a sedere e spalancò
gli occhi, intontita. «Sì, tutto a
posto» rispose, la gola secca e riarsa
come un tappeto di foglie morte. Era
sconvolta all’idea di aver urlato
tanto forte da farsi sentire fin nella
stanza di fronte.
«Se non ti vedo coi miei occhi
non me ne vado.»
Pian piano, Peri si alzò dal letto
e aprì la porta. Shirin indossava un
pigiama di seta color pesca, con
mascherina in tinta coordinata
spostata sulla fronte. Gli occhi, privi
di trucco e circondati da uno spesso
strato di crema, sembravano più
piccoli e scuri.
«Cazzarola, sembravi la
protagonista di un film horror»
disse. «Una di quelle imbecilli che
quando vedono lo psicopatico
scappano al primo piano, anziché
infilare la porta e darsela a gambe.»
«Mi spiace di averti svegliato.»
«Lascia perdere» disse Shirin
incrociando le braccia sul
notevolissimo petto. «Ti capitano
spesso, gli incubi?»
«Qualche volta...» confessò Peri,
con gli occhi fissi alla moquette.
C’era una macchia che non aveva
mai visto prima. «Sogni scemi, più
che altro.»
«Ricorrenti?»
«Sì, abbastanza.»
Shirin si ravviò una ciocca di
capelli dietro l’orecchio e, in un tono
che non ammetteva contraddittorio,
disse: «In famiglia ho visto la mia
bella dose di pazzia, e com’è vero
Dio anch’io sono un po’ matta.
Quando la vedo la riconosco».
«Mi stai dando della pazza?»
«Forse non da internare, ma
quell’urlo è stato terrificante. Se hai
dei problemi psicologici, bisogna
che li affronti.»
«Io non ho nessun problema
psicologico!»
«AAAAAHHH!» Shirin emise
uno strillo lancinante, da animale
selvatico trafitto da una freccia.
«Non la sopporto, la gente che si
offende quando sente la parola
“psicologico”! Scommetto che non
ti saresti offesa se ti avessi detto che
hai un problema emorroidico.»
«Emorroidario» la corresse Peri.
«Come ti pare» ribatté Shirin
con un’occhiata ai Post-it appiccicati
dappertutto. «Sei tu quella che ha
ingoiato il dizionario.»
«Senti, sei stata molto gentile ad
alzarti per vedere come stavo, ma è
tutto a posto.» Dalla finestra coi
vetri a piombo la luna le disegnava
un rettangolo deformato sul viso.
«Devo andare a casa per il
matrimonio di mio fratello. Non
posso permettermi di perdere
lezioni, ma gli obblighi famigliari
vengono prima e io mi sento un po’
sotto pressione.»
Shirin assentì con la testa.
«Bene, vai al matrimonio, ma
quando torni devi uscire un po’ di
più. Non c’è niente di male a
divertirsi, qualche volta. Sei
giovane, te lo ricordi o no?»
«Io non sono come te» rispose
adagio Peri.
«Cioè ti piace star male.»
«Non ho detto questo!»
«Senti, ci sono due modi di
affrontare la malinconia» continuò
Shirin. «O ti metti al volante e ci dai
dentro col gas, mentre Madama
Depressione si sgola per la paura sul
sedile di dietro, oppure fai guidare
lei, e allora con la paura ci rimani
tu.»
«Che differenza fa?» disse Peri.
«Si va comunque a sbattere contro
un albero.»
«Già, ma almeno tu ti godi la
corsa, sorella, e non quella brutta
vecchiaccia di Madama
Depressione. Ti pare poco?»
Intuendo che non sarebbe
riuscita a vincere la disputa, Peri
cercò di cambiare argomento
nell’unico modo che le venne in
mente. «A proposito, quel prof di cui
mi parlavi, Azur, mi sono informata
sul corso.»
«Davvero?» Le guance di Shirin
si velarono di rosa. «Non è un tipo
affascinante?»
«Lui non l’ho visto, ho solo letto
le informazioni sull’elenco degli
opzionali.»
«E allora, che ne pensi?»
«Sembra interessante.»
Shirin si riavviò alla porta. «Lo
vuoi un consiglio da amica, da
un’iraniana a una sorella turca? Puoi
chiamarla solidarietà fra disgraziate.
Se riesci a entrare nel corso di Azur,
non usare mai e poi mai la parola
“interessante”. Lui la detesta. Dice
che non c’è niente di meno
interessante della parola
“interessante”.»
Detto questo Shirin se ne andò,
chiudendosi la porta alle spalle e
lasciando Peri sola con i suoi incubi.
Il carillon

Istanbul, 2016

Il dessert fu servito su piatti di


cristallo: torta di mousse alla
nocciola con cuore di crema al
cioccolato, e mela cotogna al forno
guarnita con panna di bufala. Gli
invitati reagirono con un coro, a
metà tra l’elogio e la
preoccupazione.
«Avrò messo su almeno un
chilo, stasera» disse la PR
carezzandosi la pancia.
«Non ti preoccupare, prima di
arrivare a casa l’avrai già smaltito»
la rassicurò la moglie dell’uomo
d’affari.
«Continuiamo a discutere di
politica» disse il giornalista. «È così
che si bruciano le calorie, in questo
Paese.»
Quando le comparve accanto la
cameriera, Peri mormorò: «No,
grazie».
«Certo, signora» fece la donna a
bassa voce, in tono complice.
La padrona di casa, però, sentito
lo scambio di battute, intervenne dal
fondo del tavolo: «Questo no, cara!
Non me la sono presa quando hai
contraddetto le nostre posizioni, ma
mi dispiacerò proprio se non assaggi
la mia torta».
Peri, costretta, cedette. Avrebbe
mangiato sia la cotogna sia la torta.
Non aveva mai smesso di chiedersi
perché le donne ci tenessero tanto a
ingrassarsi a vicenda. Magari
c’entrava la «legge dell’estetica
comparata»: dove a essere un po’ in
carne sono molte, è come se non lo
fosse nessuna. Forse era lei a essere
cinica, ma la voce lungamente
perduta di Shirin le risuonava in
testa: «Credimi, Topina, semmai sei
troppo poco cinica».
Appena la padrona di casa, ora
soddisfatta, rivolse l’attenzione su
un altro invitato, Peri afferrò il
calice di vino. Quella sera aveva
bevuto più del solito, ma nessuno
sembrava farci caso, e lei meno di
tutti. Nella diga che aveva eretto nel
corso degli anni per bloccare il
flusso di emozioni indesiderate
verso il cuore, era apparsa una
crepa; e adesso, da quel minuscolo
pertugio stillava un rivoletto di
malinconia. Al contempo, un’altra
parte di lei, conscia del pericolo e
della devastazione che ne potevano
venire, restava in uno stato di
massima allerta e cercava
freneticamente di tappare l’apertura
così che tutto tornasse nella norma.
«Avevo capito che stasera
sarebbe venuto un sensitivo» disse la
ragazza del giornalista, con il tono
roco della fumatrice. Sapevano tutti
che era in fibrillazione per certe voci
– apparse di recente su un sito di
notizie – secondo cui il giornalista
era stato sorpreso a consumare una
cenetta romantica con l’ex moglie,
con la possibilità che la coppia
tornasse insieme.
«Doveva essere qui un’ora fa»
rispose l’uomo d’affari. «A quanto
pare il pover’uomo è rimasto
imbottigliato nel traffico.»
«Eh, a Istanbul non lo sanno
neppure i sensitivi, che strada fare»
scherzò il finanziere americano.
«Vedrai, amico mio: questo tizio
è il migliore» disse l’uomo d’affari
un po’ in inglese e un po’ in turco.
«Dicono che abbia previsto la crisi
globale.»
«Forse dovremmo metterci
davvero a consultare gli indovini,
visto che gli esperti di politica non
valgono niente e quelli finanziari
sono pure peggio» s’inserì la PR.
D’impulso, Peri si alzò da
tavola.
«Oh no, ti abbiamo annoiata di
nuovo?» la stuzzicò l’architetto da
dietro il bicchiere, con lo sguardo
vacuo. Era un omino vendicativo e
non le aveva perdonato di averlo
contraddetto.
Peri lo fissò. «Devo solo fare
una telefonata per vedere come
stanno i bambini.»
«Ma certo» disse l’uomo
d’affari. «Chiama da sopra, dal mio
studio, così stai più tranquilla.»
Prendendo in prestito il cellulare
del marito, Peri salì al primo piano,
continuando ad ascoltare le
chiacchiere della tavolata.

Lo studio dell’uomo d’affari


ostentava enormi vetrate che dal
pavimento arrivavano fino al soffitto
e da cui si godeva una veduta
spettacolare sul Bosforo. Le pareti
rivestite in pelle, il soffitto in legno,
un’enorme scrivania di mogano e
marmo, poltrone color tuorlo
d’uovo, oggetti d’antiquariato e
quadri pregiati: l’ambiente non
faceva pensare tanto a un luogo di
lavoro quanto al salotto privato di un
prodigo boss mafioso.
Un angolo era decorato con foto
incorniciate del padrone di casa in
compagnia di politici, celebrità e
oligarchi vari. Tra queste, Peri notò
il sorriso di porcellana di un
dittatore mediorientale, non più al
potere, che stringeva la mano al suo
anfitrione davanti a quella che
sembrava un’elaborata tenda
beduina. Più avanti, in un’altra foto,
risplendeva il volto di ghisa di un
autocrate dell’Asia centrale, ora
defunto, famigerato per aver invaso
la sua città natale della propria
effigie e aver addirittura imposto il
proprio nome a un mese e quello di
sua madre a un altro. Peri inspirò a
fondo, trattenendo nei polmoni
un’immaginaria nuvola di fumo,
incapace di espirarla. Che ci faceva
in questa lussuosa villa, costruita
con soldi che affluivano attraverso
ombre e segreti? In quel momento si
sentiva come un ciottolo di fiume,
sballottato senza tregua dalla
corrente. Se fosse stato lì il professor
Azur, forse avrebbe sorriso e
avrebbe detto: «Non c’è saggezza
senza amore. Non c’è amore senza
libertà. E non c’è libertà se non
abbiamo il coraggio di allontanarci
da ciò che siamo diventati».
Rapida, quasi per fuggire dai
suoi stessi pensieri, compose il
numero di casa. La fronte posata
contro il vetro, esaminò il panorama
mentre aspettava che rispondesse
sua madre, venuta a tenere i
bambini. Al di là della finestra, sotto
una luna a metà e troppo luminosa
per essere vera, la città si allargava
verso l’esterno: case inclinate l’una
sull’altra come se si mormorassero
segreti all’orecchio; strade con
bruschi tornanti che si inerpicavano
su pendii ripidi; l’ultima sala da tè
che chiudeva e l’ultimo degli
avventori che se andava... Si chiese
che cosa stessero facendo le
ragazzine che le avevano rubato la
borsa. Dormivano? E se sì, erano
andate a letto a stomaco vuoto? Le
venne in mente che magari in quel
momento sognavano e lei era dentro
i loro sogni, una matta che le
inseguiva con le scarpe in mano.
Selma rispose al quarto squillo.
«È finita la cena?»
«No, siamo ancora qui. I ragazzi,
tutto bene?»
«Certo, perché non dovrebbero
stare bene? Si sono divertiti
tantissimo con la nonna e ora
dormono.»
«Hanno mangiato?»
«Che pensi, che gli faccio fare la
fame? Ho fatto i mantı e li hanno
divorati. Povere stelle, sembrava che
non li mangiassero da chissà
quanto.»
Peri, che ai fornelli non aveva
ereditato il talento di Selma, percepì
il rimprovero nella voce della
madre. Disse: «Grazie, sono sicura
che sono stati contentissimi».
«Di niente. A domattina; forse
quando rientrate dormirò.»
«Aspetta!» Peri tacque un
attimo. «Mamma, me lo faresti un
favore?»
Si sentì il rumore di qualcosa
che si muoveva, e Peri capì che la
madre si era passata la cornetta
all’orecchio sinistro per sentire
meglio. Dalla scomparsa del marito
era molto invecchiata: curiosamente,
dopo tutti gli anni di ostilità
reciproca, il giorno che Mensur era
morto il mondo di Selma era andato
in pezzi, come se a tenerla davvero
in vita fosse la battaglia continua
che aveva innescato contro il marito.
«In camera, nel secondo
cassetto, dovrebbe esserci un
taccuino» riprese Peri. «Turchese, di
pelle.»
«Quello che ti regalò tuo padre.»
Nella voce di Selma ora c’era un
tono amaro; pure dopo tutti quegli
anni, il risentimento per il legame tra
il marito e la figlia non era svanito.
La morte di Mensur non aveva
cambiato ciò che provava: sapeva
per esperienza che era possibile
invidiare i morti e l’ascendente che
ancora avevano sui vivi.
«Sì, mamma. È chiuso ma la
chiave sta nel cassetto in basso, sotto
gli asciugamani. Sull’ultima pagina
c’è un numero di telefono, con
scritto “Shirin”. Me lo puoi
dettare?»
«Questa cosa non può aspettare
domattina?» chiese Selma. «Lo sai
che gli occhi non mi funzionano più
come una volta.»
«Per piacere, la devo chiamare.
Stasera.»
«Va bene, aspetta un attimo»
rispose Selma sospirando. «Vediamo
cosa posso fare.»
«Ah, mamma...»
«Sì?»
«Dopo, puoi richiudere a chiave
il taccuino?»
«Dimmi una cosa per volta»
rispose stancamente Selma, «sennò
mi confondo.»
Sentì il tonfo della cornetta
posata e i passi che si allontanavano,
pesanti e frettolosi. Aspettò
mordendosi un labbro. In
lontananza, sotto le luci del Secondo
Ponte, il mare era azzurro-verdastro,
il colore dell’attesa. Peri scrutò il
proprio riflesso sul vetro, notando
con disappunto l’addome cascante.
Eppure, ancora non aveva
cominciato a invecchiare
rapidamente come aveva temuto.
Forse c’erano modi diversi di
affrontare il declino: ad alcuni si
avvizziva prima il corpo, ad altri la
mente, ad altri ancora l’anima.
In quella zona del cervello in cui
è conservata la memoria c’è una
scatoletta, un carillon, con lo smalto
scheggiato, che emette una melodia
ossessionante. Lì è riposto tutto ciò
che la mente non vuole dimenticare,
ma non osa ricordare. Nei momenti
pesanti o traumatici, o magari anche
senza un motivo chiaro, la scatoletta
si spalanca e tutto quello che
contiene si sparge in giro. Era così
che si sentiva quella sera.
«Non l’ho trovato» disse Selma,
ansimante per la fatica.
«Ti dispiace riprovare? Fammi
sapere quando lo trovi.»
«Stavo guardando la TV» obiettò
la madre, dopodiché adottò un tono
più conciliante. «Va bene, faccio del
mio meglio.»
Tra loro le cose erano migliorate
per lo stesso motivo che un tempo le
aveva tenute lontane: Mensur. Così
come da vivo le divideva, la sua
assenza le aveva riavvicinate.
«Ancora una cosa» si affrettò ad
aggiungere Peri. «Mi hanno rubato il
telefono. Manda un sms a quello di
Adnan, ma non dirgli niente di tutto
questo. Scrivi solo: “Chiamami”, poi
ti faccio uno squillo.»
«Ma che succede?» chiese
Selma. Una pausa minima, carica di
sospetto. «Shirin non è quella
ragazza orribile che stava in
Inghilterra?»
Peri sentì il cuore mancare un
battito.
«Perché vuoi parlarci?» incalzò
Selma. «Non ti era amica.»
“Era la mia migliore amica”
pensò fra sé Peri, ma si trattenne dal
dirlo ad alta voce. “Lei, Mona e io.
Eravamo in tre: la Peccatrice, la
Credente e la Dubbiosa.”
Disse invece: «È passato un
sacco di tempo, mamma, ormai
siamo tutte grandi e grosse. Non ti
devi preoccupare, sono sicura che
Shirin s’è lasciata tutto alle spalle».
Nel momento stesso in cui
pronunciava queste parole, e si
costringeva a crederci, Peri sapeva
che difficilmente c’era qualcosa di
vero. Shirin non si sarebbe mai
lasciata il passato alle spalle. Non
più di quanto lei per prima era stata
capace di fare.
La cintura di castità

Oxford-Istanbul, 2000

Un pomeriggio al culmine
dell’inverno, con il vento che sapeva
di sale marino e zolfo, Peri arrivò a
Istanbul per il matrimonio di suo
fratello. La città le era mancata
moltissimo: per quanto si fosse
sentita sola quando ci abitava,
standone lontana si era sentita
ancora più sola. E come se volesse
tenere distante ogni pensiero
malinconico, dal momento in cui
posò la valigia a terra fu inondata da
un elenco di obblighi, parenti da
andare a trovare, regali da comprare,
incombenze da svolgere.
Non ci mise molto a capire che,
in sua assenza, in casa Nalbantoğlu
era stata eretta una piramide di
tensione che rendeva l’aria pesante,
difficile da respirare. In parte il
malanimo era vecchio, fatto dei
soliti battibecchi amari e collerici tra
i suoi genitori; ma una parte più
consistente si era addensata intorno
ai preparativi nuziali. La famiglia
della sposa aveva insistito per una
cerimonia grandiosa, «degna della
loro figliola»: il locale prenotato era
stato sostituito all’ultimo momento
con uno più grande, il che
significava invitare più gente,
ordinare più roba da mangiare e
quindi, alla fine, spendere più soldi.
Malgrado ciò, erano tutti scontenti.
Le due famiglie continuavano a
scambiarsi convenevoli e
salamelecchi, ma sotto la patina
garbata scorreva un fiume di rancore
in entrambe le direzioni.
La mattina delle nozze Peri si
svegliò circondata da profumini
appetitosi che aleggiavano in tutta
casa. Andò in cucina e ci trovò la
madre che, con addosso un
grembiule stampato a margherite
gialle, infornava börek con tre
ripieni diversi: spinaci, ricotta, carne
trita. Tra spolverare, lavare,
strofinare e dare la cera, Selma
lavorava a ritmi sovrumani e pareva
che non riuscisse a rallentare un po’.
«Falle presente che se va avanti
così, schiatta» disse alla figlia
Mensur, seduto a tavola, senza
alzare gli occhi dal giornale, un
quotidiano di centrosinistra al quale
era abbonato dalla notte dei tempi.
«Fagli presente che suo figlio si
sposa, e succede una volta sola nella
vita» ribatté Selma.
Peri sospirò. «Quanto siete
infantili. Com’è che non vi parlate
più?»
A quelle parole suo padre voltò
pagina, mentre sua madre si mise a
spianare un’altra palletta di pasta.
Peri prese posto sulla sedia tra i due,
come a fare da cuscinetto, e chiese:
«Allora, com’è andata la serata
dell’henné?».
Selma strinse le labbra e le
rivolse un’occhiata tagliente. «Tu
non c’eri e avresti dovuto esserci.»
«Mamma, te l’avevo detto che
non ce l’avrei fatta. Avevo lezione.»
«Be’, tanto perché tu lo sappia,
hanno chiesto tutti di te e hanno
spettegolato alle spalle. Il figlio non
c’è, la figlia non c’è... che razza di
famiglia.»
«Perché, Umut non viene?»
disse Peri.
«Aveva detto di sì. Me l’aveva
promesso. Gli ho cucinato tutti i suoi
piatti preferiti. Ho detto a tutti che
veniva. Ma all’ultimo minuto
chiama e fa: “Mamma, ho delle cose
importanti da fare”. Che c’è di così
importante? Mi crede scema? Io non
lo capisco, quel ragazzo.»
Peri invece lo capiva. Da quando
era uscito di prigione, Umut
preferiva la vita tranquilla che si era
rifatto in una cittadina del sud, a
confezionare gingilli per i turisti
nella capanna che lui definiva casa,
con un sorriso non meno fragile
delle conchiglie di cui adesso
campava. Erano già andati a trovarlo
qualche volta e lui era sempre stato
cortese e taciturno, come se parlasse
con degli estranei. A sentire la donna
che viveva con lui – una divorziata
con due figli – Umut stava bene ma
ogni tanto si rabbuiava, così, senza
preavviso, e diventava stizzoso,
irritabile, non si alzava più dal letto,
non si lavava più la faccia; e qualche
volta, diceva, aveva degli scatti tali
che lei doveva tenerlo d’occhio
giorno e notte, non perché temesse
per sé o per i suoi figli, ma per paura
che lui si facesse del male; faceva
sparire i rasoi perché i tagli, quelli,
non guarivano mica tanto
facilmente. Non disse più di così, e i
Nalbantoğlu non indagarono oltre,
spaventati da quel che avrebbero
potuto scoprire.
«Senti, mi dispiace, sarei venuta
prima se avessi potuto» disse Peri,
che non aveva alcuna intenzione di
litigare con sua madre. «Dài,
raccontami com’è andata.»
«Normale, come al solito, niente
di speciale» disse Selma. «In
cambio, loro si aspettano da noi una
cascata di diamanti.»
Da ragioniera pignola, Selma si
era annotata con precisione quanto
denaro avevano sborsato i
Nalbantoğlu rispetto all’altra
famiglia, quante persone avrebbe
invitato lo sposo rispetto alla lista
della sposa, e via conteggiando. Era
come se nel bel mezzo della loro
vita si fosse materializzata una
bilancia da droghiere: quale che
fosse il carico messo sul piatto da
una famiglia, l’altra parte doveva
controbilanciarlo. A modo suo era
tutto un tiro alla fune, ma eseguito
con il massimo delle buone maniere.
Peri era esterrefatta al sentire la
madre che un secondo prima
confrontava e protestava e un
secondo dopo chiacchierava tutta
allegra al telefono con la madre
della sposa, tra battute e risatine da
scolaretta.
Spese a parte, la futura nuora
aveva delle qualità che Selma
apprezzava infinitamente: tanto per
cominciare, una famiglia religiosa.
«A dire la verità, alla serata
dell’henné hanno portato anche un
hodja meraviglioso» disse Selma.
«Una voce da usignolo, ha fatto
piangere tutti. Quella gente è più
devota di sette generazioni dei nostri
avi messe insieme. Discendono tutti
da hajji e sceicchi» concluse
scandendo bene le ultime parole, per
accertarsi che giungessero agli
orecchi ottenebrati del marito.
«Che meraviglia!» ribatté
Mensur dal suo angolo. «Vale a dire
che nella loro stirpe alligna lo stesso
numero di eretici. Peri, spiega a tua
madre la legge della dialettica. La
negazione della negazione. Non c’è
dottrina che non crei la propria
opposizione, non c’è santo a cui non
corrisponda un peccatore!»
Selma si accigliò. «Peri, di’ a tuo
padre che sono tutte sciocchezze.»
«Mamma, papà, per favore...»
intervenne Peri. «Siamo fortunati
che Hakan abbia trovato una
compagna che lo rende felice. È
l’unica cosa che conta.»
Aveva visto la sposa un paio di
volte. Una ragazza giovane con le
fossette alle guance, occhi nocciola
che si spalancavano alla minima
sorpresa e una vera passione per i
braccialetti d’oro a cerchio.
Sembrava piuttosto timida e portava
il velo acconciato in quella che,
aveva appreso Peri, era detta la
«maniera di Dubai». La «maniera di
Istanbul» donava ai visi rotondi, la
«maniera di Dubai» a quelli ovali e
la «maniera del Golfo» a quelli
spigolosi; Peri scoprì con qualche
sconcerto tutta una moda islamica
che si era appena affacciata o che
fino ad allora le era sfuggita. Come
gli «hijab haute couture», i «burqini
da spiaggia» e i «calzoni halal»,
anche questa era una voga diffusa...
e un’industria in espansione.
Diversamente dai molti laici che
conosceva, suo padre compreso, Peri
non era in continua polemica con le
donne velate, e infatti non aveva
avuto difficoltà ad avvicinare Mona.
Quel che la gente aveva dentro la
testa le interessava più di ciò che la
copriva. E proprio lì stava la sua
difficoltà. Con i suoi non ne aveva
mai parlato, e faticava quasi
altrettanto a confessarlo a se stessa,
ma malgrado accettasse il punto di
vista della sposa, nel proprio intimo
Peri la guardava dall’alto in basso.
La ragazza non era particolarmente
colta; l’ultima volta che aveva preso
in mano un libro risaliva
probabilmente alle scuole superiori,
e le due non riuscivano a portare
avanti una conversazione che non
riguardasse argomenti per cui Peri
non provava il minimo interesse,
come le serie TV di successo o le
diete a basso contenuto di
carboidrati. A voler essere giusti, la
sposa non era più informata del suo
futuro marito, e infatti Peri non
aveva grande considerazione
nemmeno di lui. Non riusciva
proprio a ricordare di averci mai
davvero parlato di qualcosa.
Questo suo snobismo
intellettuale era limitato ai giovani.
Gli anziani poco istruiti non la
disturbavano minimamente, perché
non avevano mai avuto un reale
accesso alla conoscenza. Ma ai
coetanei che avevano l’aria di
trattare i libri come oggetti d’arredo
Peri riservava un bonario disprezzo.
«Se mai dovessi innamorarmi di
qualcuno» si riprometteva, «sarà per
la testa. Non m’importa dell’aspetto,
dell’età o della posizione, ma solo
del cervello.»

Per il matrimonio avevano


affittato il salone delle feste di un
hotel a cinque stelle con una
splendida vista sul Bosforo.
Copritavolo in raso, cascate di fiori
di seta, sedie ornate da fiocchi
dorati, una torta a otto piani con
decorazioni ad arco e foglie di
zucchero lavorate a mano e un
albero di cristallo cangiante come
centrotavola. Peri sapeva che quella
serata aveva inghiottito una bella
porzione dei risparmi famigliari, e
dato che il suo mantenimento a
Oxford era già un bel carico sul
bilancio dei suoi genitori, decise che
appena tornata in Inghilterra si
sarebbe trovata un lavoretto part-
time.
Di lì a poco cominciarono ad
arrivare gli invitati; parenti, amici e
vicini di casa da entrambe le parti
presero posto ai tavoli inghirlandati
e disposti per tutta l’ampiezza della
grande sala da ballo. Gli sposi, dal
canto loro, sembravano nervosi. Lui
non faceva che salutare con la mano,
lei guardava per terra; lui troppo
chiassoso, lei decisamente troppo
quieta nel vestito a maniche lunghe
di pizzo e taffetà avorio, ricamato in
argento e tempestato di strass... un
capo che il catalogo per la sposa
islamica definiva «chic d’alta
classe». Grazioso sì, ma un po’
pesante, e sotto i faretti la sposina
era già un bagno di sudore. Lo
sposo, tutto azzimato in smoking
nero, sembrava più a suo agio, e
appena ebbe caldo si tolse la giacca.
Uno per uno, gli invitati si
avvicinarono ai due giovani per fare
gli auguri e appuntare loro addosso
gli omaggi di rito: monete d’oro e
bei contanti (lire turche e dollari). La
sposa si ritrovò l’abito guarnito da
così tante banconote e monete
appese a nastrini da sembrare,
quando si alzò per una fotografia,
una scultura d’arte contemporanea,
sospesa a mezz’aria tra
l’avanguardia e la follia.
In sottofondo, un complessino di
dilettanti suonava un repertorio
melodico che spaziava dal folk
dell’Anatolia al meglio dei Beatles,
intervallato ogni tanto da una
composizione originale, per quanto
disarmonica. Malgrado le obiezioni
dei famigliari della sposa, in un
punto appartato del salone erano
disponibili anche bevande alcoliche;
Mensur si era impuntato e aveva
minacciato di non presenziare al
giorno più bello di suo figlio se non
ci fosse stato il raqı, compagno di
una vita. La maggior parte degli
ospiti si atteneva alle bibite
analcoliche, ma era evidente che un
certo numero aveva scovato l’angolo
dell’empietà; e fra gli esploratori di
quel territorio proibito c’era anche,
con sorpresa degli astanti, lo zio
della sposa. Data la velocità con cui
scolava bicchierini, non ci mise
molto a ritrovarsi ubriaco fradicio,
cosa che riempì Mensur di allegria.
Nel ruolo dell’anfitriona, Peri –
in un abito verde acqua con l’orlo al
ginocchio e i capelli raccolti in uno
chignon così imponente da spostarle
il centro di gravità – doveva
conversare con molti invitati e
sorridere molto spesso. E mentre
faceva le vocette ai bimbi, baciava le
mani agli anziani e ascoltava il
chiacchiericcio dei coetanei, notò un
giovanotto che la osservava molto
intensamente. Non era la tipica
occhiata maschile che comunica
attrazione e finisce lì: quello sguardo
spingeva, insisteva, reclamava, e il
suo titolare pareva non rendersi
conto che tra la sicurezza di sé e
l’aggressività passa giusto un
capello. Peri gli lanciò a sua volta
un’occhiata torva, sperando di
chiarire senz’altro che non era
interessata; ma lui rispose con un
sorrisetto furbo, lasciando il segnale
di rifiuto sospeso a mezz’aria, in
difetto di notifica.
Mezz’ora più tardi, avviandosi al
bagno delle signore, Peri si ritrovò
davanti lo stesso giovanotto; il quale
piazzò una mano sul muro per non
farla passare e le disse: «Sembri una
fata. I tuoi ti hanno proprio dato il
nome giusto».
«Con permesso, ma lei non ha
niente di meglio da fare?»
«Non dare la colpa a me, sei tu
che sei troppo carina» fece lui con
un’occhiata maliziosa.
Peri si sentì bollire il sangue e le
parole le si rovesciarono fuori di
bocca. «Lasciami in pace! Non hai
nessun diritto di venirmi a rompere
le scatole!»
Preso in contropiede, lui sgranò
gli occhi, poi abbassò il braccio
simulando una fatica immensa; il
sorriso spavaldo che aveva in faccia
fino a un secondo prima lasciò il
posto a un’espressione di aperta
ostilità. «Me l’avevano detto che te
la tiravi, avrei dovuto dar retta. Solo
perché vai a Oxford ti credi meglio
di noi!»
«Guarda» disse lei in tono neutro
«che qui Oxford non c’entra niente.»
«Pezzo di stronza» fece lui tra
sé, ma non così piano da non farsi
sentire.
Peri lo guardò allontanarsi a
grandi passi e intanto impallidiva:
com’era facile, passare dal
gradimento al disprezzo.
Nell’impero d’Oriente il cuore
maschile, come la sfera con cui
termina un pendolo, passava da un
estremo all’altro. Gli uomini, nel
loro oscillare tra enfatica adorazione
ed enfatico disprezzo, nel loro
altalenare su scorie emotive che solo
il giorno prima erano passione,
amavano troppo, ribollivano troppo
e odiavano troppo, sempre e
comunque.
Tornata nel salone, trovò gli
sposi impegnati nella danza che tutti
aspettavano fin dall’inizio. Sotto
decine e decine di sguardi invadenti,
moglie e marito tenevano la schiena
dritta come un fuso, le mani rigide ai
fianchi senza toccarsi davvero, e
ondeggiavano all’unisono come due
sonnambuli intrappolati nel
medesimo sogno.
Peri ebbe un moto di tristezza. Il
divario tra la persona che portava
dentro di sé e quella che ci si
aspettava che fosse le sembrava più
ampio che mai. Percepiva la
distanza, in tutta la sua
incolmabilità, fra l’ambiente da cui
proveniva e quello verso cui
desiderava dirigersi. Lei non sarebbe
stata una sposa di quel tipo. Non
avrebbe fatto la vita di sua madre.
Non si sarebbe lasciata inibire,
limitare, ridurre a qualcosa che non
era.
Un pensiero le attraversò la
mente con la rapidità di un lampo:
“Meglio se non sposo un uomo di
queste parti”. Strideva talmente con
tutto ciò che le avevano insegnato,
era così squisitamente sbagliato, così
indicibilmente blasfemo che dovette
abbassare il capo, per paura che
qualcuno glielo potesse leggere
negli occhi. Un marito, lei l’avrebbe
scelto nella cultura più lontana e
diversa possibile dalla sua. Un
eschimese, magari. Un tizio di nome
Aqbalibaaqtuq.
Non poté trattenere il sorriso
immaginandosi il padre che invitava
il genero Inuit a farsi qualche
bicchierino con lui, davanti a una
nuova meze di zuppa di teste di
pesce, carne di balena cruda e pinne
di foca marinate. Al tempo stesso,
sua madre avrebbe insistito perché
Aqbalibaaqtuq si convertisse
all’Islam, con tanto di circoncisione,
e diventasse Abdullah; e subito
dopo, suo fratello Hakan gli avrebbe
impartito un corso accelerato di
virilità turca, facendogli trascorrere
molte ore d’ozio nella casa da tè, a
giocare a carte e fumare il narghilè.
Ben presto, dopo un po’ di tempo
con queste cattive compagnie, anche
Aqbalibaaqtuq sarebbe stato
instradato per le vie dell’archetipo
maschile nazionale, iniziando a
pretendere gli onori riservati al suo
sesso. E il loro amore artico si
sarebbe sciolto al calore dei costumi
patriarcali.

I festeggiamenti terminarono
dopo la mezzanotte. Uno dopo
l’altro gli ospiti porsero gli ultimi
saluti e i musicisti se ne andarono
con baracca e burattini, lasciando sul
posto solo i famigliari più stretti. Il
mattino seguente gli sposi novelli
sarebbero partiti per il viaggio di
nozze: una settimana sulla costa
mediterranea della Turchia, in un
resort di lusso che si era guadagnato
una certa fama, e anche qualche
polemica, per aver creato ristoranti
halal, piscine halal e discoteche
halal con zone separate per uomini e
donne. Erano riusciti a ripartire
anche la spiaggia, e a dividere le
acque, in una sezione femminile e
una maschile.
Tuttavia quella sera, su
insistenza di Selma e anche per
praticità, gli sposini avrebbero
trascorso la notte a casa
Nalbantoğlu, non lontana
dall’aeroporto. L’invito era esteso
anche ai consuoceri, che abitavano
dall’altra parte della città. Perciò si
stiparono tutti quanti in un pulmino,
portandosi dietro borse, ceste e un
bouquet di seta dai petali di tessuto
stazzonati e laceri dopo tutte quelle
ore.
Faceva un freddo decisamente
fuori stagione, e il vento batteva
contro i finestrini con la furia
vendicativa di una divinità in
collera.
Mentre il pulmino sfrecciava per
le strade lucide di pioggia, Peri notò
la madre della sposa che tirava fuori
dalla borsa una fusciacca rossa – la
«cintura di castità» – e la legava
attorno alla vita della figlia. La cosa
la lasciò perplessa, benché sapesse
che l’usanza era diffusa in molte
parti del Paese. Smise subito di
pensarci e provò invece a
chiacchierare con Hakan, seduto
accanto a lei. Il fratello però aveva
l’aria stanca, distratta, e la fronte
lucida di sudore; e poco dopo anche
Peri cedette al silenzio.
L’ospedale

Istanbul, 2000

Al rientro a casa, agli sposini


venne assegnata la camera da letto
padronale, mentre i consuoceri
furono sistemati in quella di Peri. A
Selma e Mensur non restò altra
scelta che dividersi il letto nella
stanza del figlio. Quanto a Peri,
doveva farsi bastare il divano in
soggiorno.
Non appena ebbe posato la testa
sul cuscino, si sentì travolgere da
un’ondata di spossatezza. Nel
dormiveglia udì un mormorio
lontano, parole sospese a mezz’aria
giusto un istante prima che si
spegnesse l’ultima luce: qualcuno
stava pregando. Peri cercò di
indovinare chi fosse, ma la voce
sembrava priva di sesso ed età.
Forse, pensò, sto già sognando.
Cullata dal ticchettio dell’orologio
in corridoio, troppo stanca anche
solo per andare a lavarsi i denti, il
petto che faceva su e giù a ogni
respiro, si abbandonò al sonno.
Nel cuore della notte, più di
un’ora dopo, si svegliò di
soprassalto. Le sembrava di aver
sentito un rumore, ma non era
sicura. Si tirò su un gomito, rigida e
silenziosa; poi drizzò le orecchie, in
attesa, senza sapere bene se era lei
ad ascoltare il buio, o viceversa.
Trattenne il fiato e si mise a contare
i battiti del cuore: tre, quattro,
cinque... e riecco il suono di prima.
Qualcuno che piangeva. E tra un
singhiozzo e l’altro si sentiva un
fruscio continuo, insistente, come di
vento in un folto d’alberi prima del
temporale. Una porta si aprì e
richiuse di schianto, se non per caso
a opera di una mano furibonda.
Pur sentendo nelle viscere che
qualcosa non andava, Peri tornò a
sdraiarsi, sperando che la questione,
quale che fosse, si risolvesse da sé.
Invece i rumori si moltiplicarono: i
sussurri divennero grida, i passi
presero a echeggiare lungo il
corridoio, e in sottofondo non più
singhiozzi ma lamenti, richiami di
un’anima in preda al dolore.
«Che succede?» disse Peri
alzandosi, la voce lanciata a
scandagliare le profondità della casa.
Raggiunse la camera dove in
teoria dormivano i genitori. Invece
sua madre era sveglissima, cerea in
volto, mentre suo padre faceva su e
giù, con le mani giunte e i capelli
ritti in testa. Accanto a loro c’era
suo fratello, Hakan, che fumava una
sigaretta con movenze teatralmente
disperate. Al vederseli davanti così,
Peri ebbe la curiosa sensazione di
non conoscere nessuno di loro:
erano degli estranei che
impersonavano i suoi cari.
«Perché siete tutti svegli?»
domandò.
Suo fratello le rivolse
un’occhiata truce, gli occhi come
due lame affilate. «Va’ in camera
tua!»
«Ma...»
«Vattene, ho detto!»
Peri fece un passo indietro. Non
aveva mai visto Hakan in quello
stato; la tendenza alle scenate
l’aveva sempre avuta, ma stavolta
era una rabbia così scatenata e
feroce che sembrava di trovarsi al
cospetto di una creatura selvatica.
Anziché tornare in soggiorno,
Peri si diresse verso la camera
grande. Trovò la porta discosta e la
sposa seduta sul bordo del letto in
camicia da notte, con i capelli neri
sciolti sulle spalle. Accanto a lei
sedevano i genitori, da una parte e
dall’altra, le bocche tirate.
«Non è vero, lo giuro» diceva la
sposa.
«E allora perché si mette a dire
una cosa del genere?» ribatté la
madre.
«Credi a lui o a tua figlia?»
La madre tacque per un istante.
«Crederò a quello che dice il
dottore.»
Pian piano, come in uno stato di
trance, Peri comprese la causa di
tutti i rumori che aveva sentito: suo
fratello si era precipitato fuori dalla
stanza convinto che la sua novella
sposa non fosse vergine.
«Quale dottore?» domandò la
sposa, volgendo gli occhi spaventati
e cerchiati di rosso alla città fuori
dalla finestra. Il cielo, nero come la
pece perché la luna era nascosta
dietro una nube, sanguinava di viola
all’orizzonte, ad annunciare l’alba.
«È l’unico modo per andare a
fondo della questione» disse la
donna mentre si alzava in piedi,
afferrava la figlia per una mano e la
tirava su dal letto.
«Mamma, ti prego, no»
mormorò la ragazza, con la voce più
piccola di una perla.
La madre però non l’ascoltava.
«Vai a prendere i cappotti» intimò al
marito, al che lui annuì, se non per
consenso per abitudine.
Con il sangue alla testa, Peri
tornò di corsa dai genitori. «Baba,
fermali! Stanno andando
all’ospedale!»
Mensur, in pigiama di cotone,
aveva l’aria meschina di uno che è
stato sbattuto dentro una commedia
e non conosce nemmeno una battuta.
Guardò la figlia, poi la nuora e la
consuocera che ora gli passavano
davanti, dirette alla porta. Era la
stessa impotenza che aveva
manifestato anni prima, la notte che
la polizia gli aveva perquisito la
casa.
«Calmiamoci un momento, tutti
quanti» disse. «Non c’è bisogno di
mettere in mezzo degli estranei.
Adesso siamo tutti una famiglia.»
La madre della sposa liquidò
quelle parole con un gesto della
mano. «Se mia figlia ha sbagliato, la
castigherò personalmente. Ma se tuo
figlio ha detto una bugia, che Allah
mi sia testimone, lo farò pentire.»
Mensur azzardò: «Per favore,
non agiamo per rabbia...».
«Lasciagli fare quello che
vogliono» intervenne Hakan
sbuffando fumo di sigaretta dalle
narici. «Anch’io voglio sapere la
verità. Ho il diritto di sapere che
razza di donna ho sposato.»
Peri lo guardò con gli occhi
spalancati. «Ma come fai a dire una
cosa del genere?»
«Tu taci!» disse Hakan, in un
tono inespressivo a confronto con
l’asprezza del contenuto. «Ti ho già
detto di non immischiarti.»

Meno di mezz’ora dopo erano


tutti seduti su una panca
dell’ospedale più vicino. Tutti salvo
la sposa.
Di quella notte, che poi le si
sarebbe replicata in testa per molti
anni a venire, Peri serbò diversi
particolari: le crepe sul soffitto che
somigliavano alla cartina di un
continente perduto; le scarpe
dell’infermiera che facevano tac-tac
sul pavimento di calcestruzzo;
l’odore di disinfettante mescolato a
quello di sangue e malattia; la
vernice verde muschio alle pareti; la
scritta PRONTO SOCCORS con
l’ultima lettera mancante; e
l’inquietante pensiero, a trapanarle il
cervello, che per quanto assurdo
trovasse quel che stava accadendo, a
subire quella visita avrebbe
benissimo potuto essere lei, se per
matrimonio l’avessero fatta entrare
in una famiglia che si preoccupava
per queste cose. Sì, Peri lo capiva
con il cuore pesante.
Aveva sentito parlare di crisi da
prima notte di nozze, ma aveva
sempre dato per scontato che cose
del genere accadessero ad altri:
contadini in paeselli dimenticati da
Dio, provinciali ignari del mondo.
La sua non era certo una famiglia di
quelle che si ritrovavano invischiate
in una prova di verginità dentro un
ospedale fatiscente. Fin dalla prima
infanzia lei era stata trattata allo
stesso modo dei suoi fratelli, se non
meglio; protetta, viziata e amata da
entrambi i genitori. Malgrado
questo, essendo cresciuta in un
quartiere dove tutti si conoscevano e
c’erano occhi dietro ogni tendina di
pizzo, a osservare e a giudicare,
sapeva bene quali confini non
andavano superati, cosa non si
doveva indossare, come ci si sedeva
in pubblico, a che ora si rientrava da
un’uscita serale... il più delle volte,
almeno. Quando faceva l’ultimo
anno di liceo, il vortice di dissenso e
ribellione che aveva preso e
trascinato in ogni dove la maggior
parte dei suoi compagni all’inizio
non l’aveva toccata, lasciandola
ancorata alla sua superiorità morale.
Mentre i suoi coetanei infrangevano
tabù e cuori con il medesimo
fervore, lei aveva continuato a
condurre una vita ritirata. Ma poi si
era innamorata, e l’amore, benché
fosse stato fugace quanto spavaldo,
aveva rotto i suoi argini così ben
conservati. All’insaputa dei genitori,
con il suo fidanzato sinistrorso era
andata fino in fondo; adesso vedeva
con chiarezza la fragilità della sua
posizione di «figlia amatissima» e si
sentiva un’ipocrita. Eccola qui, ad
attendere i risultati di verifica della
verginità di un’altra ragazza, quando
lei stessa non era più vergine.
«Perché ci mettono tanto? Non
ci sarà qualcosa che non va?» disse
il padre della sposa balzando in
piedi, per poi tornare subito a
sedersi.
«Ma figurati» gli rispose la
moglie in tono perfido. La signora
era talmente agitata che l’infermiera
di turno era già venuta due volte a
dirle di abbassare la voce.
Trascorse un’ora, o così parve.
Finalmente comparve la dottoressa,
con i capelli legati e gli occhi grigi
che fiammeggiavano dietro le lenti.
Li passò tutti in rassegna senza
dissimulare il proprio sdegno: in
tutta evidenza, detestava quel che
aveva appena fatto e detestava loro
per averle chiesto di farlo.
«Visto che ci tenete tanto a
saperlo, la ragazza è vergine» disse.
«Alcune donne nascono prive di
imene, e ci sono imeni che si
lacerano al primo rapporto sessuale
o anche solo con l’attività fisica, ma
senza sanguinare.»
Pareva lo facesse apposta, a
usare termini medici per umiliarli:
una vendetta per l’imbarazzo che
avevano causato alla sposa.
«Avete rovinato la psiche di una
giovane donna. Il mio consiglio è di
portarla da un terapeuta, sempre che
ci teniate a lei. Adesso voglio che ve
ne andiate, tutti quanti, perché ho
dei pazienti con dei problemi veri.
La gente come voi ci fa solo
sprecare tempo.»
Senza aggiungere altro, la
dottoressa girò sui tacchi e
scomparve. Per un intero minuto
nessuno disse una parola, quindi fu
la madre della sposa a rompere il
silenzio.
«Allah è grande» strillò. «Hanno
cercato di infangare mia figlia ma
Dio, il mio Dio, li ha schiaffeggiati
dicendo: “Come osate disonorare
una vergine? Come osate guastare
un bocciolo di rosa?”.»
Con la coda dell’occhio, Peri
vide suo padre: a capo chino, fissava
il pavimento grezzo come se volesse
esserne inghiottito.
«È vostro figlio che non ce l’ha
fatta, capito bene? Se lui non è
abbastanza uomo, come potete
incolpare mia figlia? Siete voi, che
avreste dovuto portare lui sapete-
bene-dove!»
«Moglie, calmati» mormorò il
marito, che sembrava a disagio e
piuttosto incerto che quello fosse il
modo giusto di affrontare la cosa.
Ma il suo intervento servì solo a
infiammare ancora di più la donna.
«E perché dovrei? Perché dovrei
risparmiargli la vergogna, a questi?»
In fondo al corridoio si aprì una
porta, dalla quale spuntò la sposa.
Veniva verso di loro, a passi lenti e
misurati; in un lampo la madre le fu
davanti, e si percuoteva le cosce con
le mani come se fosse in lutto.
«Bocciolo mio, che ti hanno fatto?
Che possano affogare nel fango in
cui hanno cercato di trascinarci!»
Senza badare alla madre, la
ragazza proseguì verso l’uscita. Nel
passare davanti ai Nalbantoğlu, e al
marito, al quale tremavano le gambe
al punto da far vibrare tutta la panca,
si mantenne a testa alta, senza
guardare in faccia nessuno. Peri notò
le mani, curate e tatuate con l’henné,
e i palmi, trapunti di mezzelune
rosse, e fu quel particolare a
sconvolgerla più di qualunque altra
cosa avesse visto nel corso di quella
miserevole nottata. I segni incavati
con le unghie da una ragazza di cui
viene accertata la verginità.
«Feride, aspetta...»
Peri non l’aveva mai chiamata
per nome. Fino a quel momento era
sempre stata «lei», «tu» o
semplicemente «la sposa».
Feride rallentò un poco, ma non
si fermò né si voltò. Continuando
diritta per la sua strada, scomparve
oltre le porte automatiche con i
genitori a ruota.
Peri ebbe un rigurgito di rabbia:
verso il fratello, che per insicurezza
ed egoismo aveva causato tanto
squallore; verso i genitori che non si
erano sforzati di impedirlo; verso le
tradizioni secolari che collocavano
in mezzo alle gambe il valore di un
essere umano; ma soprattutto verso
se stessa. Avrebbe potuto fare
qualcosa per Feride, e non l’aveva
fatto. Era sempre così: nei momenti
di tensione, proprio quando avrebbe
dovuto agire e impegnarsi, come
sospinta da una mano invisibile
precipitava invece in un’abulia dalla
quale vedeva il mondo intorno a lei
sbiadire e appiattirsi in una specie di
foschia, e i propri sentimenti
affiochirsi, come lampadine svitate
una dopo l’altra.

Sulla strada del ritorno, nel


pulmino affittato per le nozze, i
Nalbantoğlu erano soli. Con Hakan
che guidava e Mensur seduto in
fondo, a guardare fuori dal
finestrino, Peri si sedette accanto
alla madre.
«E adesso che cosa succede?» le
chiese quindi.
«Niente, inshallah» rispose
Selma. «Compreremo sete, gioielli,
cioccolatini... e ci scuseremo.
Faremo tutto il possibile per farci
perdonare, anche se l’idea di andare
all’ospedale è stata loro e non
nostra.»
Peri rifletté un istante. «Ma
come fa un matrimonio a superare
un inizio così disastroso?»
Sua madre fece un sorriso
sghembo, mentre la luce di un
lampione le tagliava la faccia in due:
per metà fiamma e per metà ombra.
«Credimi, Pericim, molti matrimoni
hanno basi assai meno solide. Andrà
tutto bene, inshallah.»
Peri rimase a fissare la madre
come se la vedesse, la vedesse
davvero, per la prima volta; e le
venne in mente che forse anche il
matrimonio dei suoi genitori non era
proprio come lo si dipingeva, e che
forse il suo adorato papà non era
sempre stato il galantuomo che
pensava lei.
Riandò col pensiero alla foto
delle nozze che i suoi tenevano nella
vetrinetta, incorniciata ma mai
messa in mostra. Entrambi giovani e
smilzi, Mensur e Selma stavano là,
rigidi e austeri, come se si fossero
appena resi conto della gravità di ciò
che avevano fatto. Alle loro spalle,
un assurdo sfondo di orchidee
selvatiche e oche in volo. Sulla testa
non ancora coperta Selma portava
una coroncina di margherite, dalla
bellezza di plastica non meno fasulla
della felicità degli sposi.
Peri prese la mano della madre,
più per istinto che per volontà, la
strinse delicatamente e pensò che
forse la donna che lei aveva sempre
considerato fragile e pronta alle
lacrime possedeva invece una
resistenza interiore tutta sua. Selma
affrontava le crisi emotive allo
stesso modo delle faccende di casa:
raccoglieva i cocci con diligenza,
proprio come riordinava i ninnoli
sparsi per tutta la casa.
E come se le avesse letto nel
pensiero, sua madre continuò: «Io
ho fede, e questo mi aiuta. Ci
dev’essere un motivo perché ci è
capitato tutto questo. Noi non lo
conosciamo ancora, ma Allah sì».
Peri capì dal rossore sulle
guance e dalla scintilla negli occhi
che la madre parlava seriamente. La
fede, quale che fosse il modo in cui
Selma la concepiva, la colmava di
un senso di sottomissione che
avrebbe potuto essere fonte di
debolezza e invece l’aveva resa più
forte. E allora, la religione era un
elemento capace di dare autonomia a
donne che per il resto, in una società
progettata da e per gli uomini,
avevano pochissimo potere, oppure
l’ennesimo strumento studiato per
assoggettarle?
Il giorno successivo Peri riprese
l’aereo per tornare in Inghilterra,
con un vortice di domande in testa, e
senza sapere se fosse il caso di
cercarvi delle risposte, o lasciarle là
dov’erano.
L’avvoltoio

Istanbul, 2016

Conclusa la telefonata con la


madre, Peri tornò a tavola,
percorrendo lo scalone ornato di
finte urne greche e il pavimento di
marmo lucido. Da un lato c’era
rimasta male per non aver ottenuto
subito il numero di Shirin, ma da un
altro era sollevata. Non aveva idea
di cosa le avrebbe detto o, anche
trovando le parole giuste, se Shirin
la sarebbe stata a sentire. In passato
l’aveva chiamata qualche volta,
poco dopo aver lasciato gli studi a
Oxford, ma l’amica era troppo
arrabbiata per parlare, ancora troppo
ferita. Ormai erano passati anni, ma
non era detto che le cose fossero
cambiate.
Peri tornò alla sala da pranzo e
alle irritanti risa degli invitati, solo
per trovare la PR che la aspettava in
piedi accanto al mobiletto dei
liquori.
«Ehi, ho chiamato mio fratello
mentre eri su» disse la tizia, con un
sorriso che non le raggiungeva gli
occhi. «Era entusiasta di sapere che
stavi a Oxford negli stessi suoi anni.
Sono certa che avete un sacco di
conoscenze in comune.»
Peri le restituì lo sguardo con la
stessa intensità. «Può darsi, ma
l’università di Oxford è parecchio
grande.»
«Gli ho detto che hai una foto
del professore dello scandalo. È
rimasto molto sorpreso.»
Peri serrò la mascella per
prepararsi a quello che stava per
arrivare.
«Com’è che si chiamava? Mio
fratello me l’ha detto, ma l’ho
dimenticato.»
«Azur» rispose lei, un nome che
le ustionava la lingua come una
goccia di fuoco.
«Esatto! Lo sapevo che era un
nome strano.» La PR schioccò le dita
per sottolineare il commento. «Ehm,
mio fratello era curioso... mi ha
detto di chiederti se eri una sua
studentessa.»
«No, non lo conoscevo bene»
rispose Peri senza batter ciglio. «Le
altre ragazze nella foto erano sue
studentesse. Io ero solo una loro
amica, ma poi ho perso i contatti con
tutte.»
«Oh» fece l’altra, con
un’espressione rabbuiata dal
disappunto, ma ancora non disposta
a mollare la presa. «Prova con
Facebook: io ci ho ritrovato tutti i
miei compagni di università e
persino quelli delle elementari. Ogni
tanto ci vediamo per una serata di
pilaf e fagioli...»
Peri annuì; non vedeva l’ora di
sbarazzarsi di quella tipa che, come
un esercito invasore, stava
saccheggiando la sua vita, il suo
passato. Non le avrebbe mai detto
quante volte aveva googlato il nome
di Azur, i suoi successi, i suoi libri,
le sue foto e studiato attentamente le
centinaia di link su di lui e poi sullo
scandalo, dopo il quale aveva
smesso di insegnare ma senza
abbandonare conferenze e interviste.
«Mio fratello si ricorda di voci
su una ragazza turca che frequentava
il corso di quel professore. Dice che
ne parlava tutta la città.»
La tensione riempiva lo spazio
fra loro come una pozzanghera
sporca. «Che stai cercando di dire?»
chiese Peri, meravigliata per la
freddezza nella propria voce.
«Ma niente, ero solo curiosa.»
Davanti agli occhi le passò per
un attimo l’immagine del barbone.
La sagoma smunta, lo sguardo
penetrante, le mani chiazzate
dall’eczema. Questa donna, pur così
benestante e privilegiata, non era
meno drogata di lui. Peri la
immaginò con un sacchetto di
plastica pieno di disgrazie e segreti
oscuri altrui, in cui infilava il naso e
da cui inalava per trarre sollievo
dalla propria vita.
«Mi farebbe piacere avere
qualcosa di più interessante da
raccontarti» concluse Peri, esitando
per una frazione di secondo sulla
parola «interessante». La frase, per
quanto indirizzata all’impicciona,
non sembrava rivolta ad altri che a
se stessa. «Io ero una studentessa
tranquilla, non il tipo che rimane
coinvolto in uno scandalo.»
La PR reagì con un sorriso che
voleva essere comprensivo.
«La prossima volta che senti tuo
fratello, digli che dev’essere stata
qualcun’altra.»
«Ah, sicuro.»
Per il resto della cena Peri evitò
di incrociarne lo sguardo. Non le
dava fastidio mentire: non avrebbe
certo svelato il suo passato a
un’estranea, e tanto meno poi a una
come quella, un avvoltoio in cerca di
brandelli di pettegolezzi di cui
cibarsi. E poi, a pensarci bene, la sua
non era neanche una bugia vera e
propria; dopotutto, era stata davvero
un’altra ragazza, una Peri diversa
dalla donna che era diventata, quella
che fu prima la studentessa preferita
di Azur e, più avanti, la causa della
sua rovina.
La corsa al crepuscolo

Oxford, 2000

Tornata al college Peri si ributtò


a capofitto nello studio. La mattina,
quando andava a prendersi il caffè –
così diverso dal dolce e possente
caffè turco – osservava i docenti e
gli studenti che, con un’espressione
assorta in faccia e i libri e gli
appunti stretti al petto, correvano da
un fabbricato all’altro, e si chiedeva
quanti di loro avessero avuto un
assaggio della vita altrove. Dare per
scontato che Oxford – o qualunque
altro posto, a dire il vero – fosse il
centro dell’universo era fin troppo
facile.
Un mercoledì uscì dalla
biblioteca all’imbrunire. Era rimasta
dentro a leggere per quasi tre ore,
aveva il cervello saturo di pensieri e
ormai s’immaginava la propria
mente come una casa disordinata e
piena di stanze in cui lei riponeva
ogni cosa letta, vista e sentita e dove
poi tutte queste cose venivano
ispezionate, elaborate e registrate da
un minuscolo impiegato, un
homunculus al servizio esclusivo del
suo inconscio. Tuttavia era anche
possibile, lei ne era convinta,
nascondere i propri pensieri
addirittura a se stessi.
Decise di farsi una corsa. Dopo
una rapida tappa allo studentato, per
mollare i libri che aveva preso in
prestito e cambiarsi, ripartì lungo
Holywell Street, trovando pian piano
il passo giusto. Il vento freddo sul
viso era un vero balsamo.
I ciclisti passavano silenziosi,
con i catarifrangenti come
strizzatine d’occhio nel buio. La
gente andava in bici dappertutto –
per negozi, al ristorante, ai seminari
– e uno degli spettacoli preferiti di
Peri erano i professori ordinari in
sella, con le toghe che svolazzavano
lievi nell’aria. Quanto a lei, in bici
non se la cavava granché. Era una di
quelle cose per cui doveva
impegnarsi molto... come la felicità.
Avendo deviato rispetto al suo
percorso abituale, passò rapida per
strade e vicoli dall’aria deserta.
Inspirò un profumo di anonime
piante invernali, girò un angolo e si
fermò, ansante, a riprendere fiato,
per poi trovarsi proprio di fronte a
un manifestino attaccato al muro.

L’università di Oxford
Museo di Storia Naturale
presenta
DIBATTITO SU DIO
con il prof. Robert Fowler, il
prof. John Peter
&
il prof. A.Z. Azur
Intervenite numerosi a un
dibattito spettacolare tra le menti
più fulgide del nostro tempo

Peri sgranò gli occhi. Controllò
il posto e l’ora stampati
sull’annuncio: il dibattito era per
quel giorno, alle cinque del
pomeriggio, al Museo di Storia
Naturale.
Cioè era già cominciato, e il
museo distava almeno tre chilometri,
e lei non aveva né il biglietto né i
soldi, se anche ci fossero stati ancora
biglietti disponibili. Insomma non
aveva idea di come fare a entrare.
Eppure, senza pensarci un secondo,
si voltò in direzione del museo, fece
un respiro profondo e cominciò a
correre.
La terza via

Oxford, 2000

Quando Peri, chioma


scarmigliata e rivoli di sudore che le
colavano lungo il collo, raggiunse la
meta, il sole era già tramontato nel
basso cielo d’ambra. Si avvicinò
all’edificio neogotico che era stato
progettato per essere una «cattedrale
alla scienza». A Oxford imperavano
due tipi d’architettura: quella che
ricordava e quella che sognava. Il
Museo di Storia Naturale era tutt’e
due. Con la ghiaia che le
scricchiolava sotto i piedi, Peri
pensò che quella costruzione –
indipendentemente dalle collezioni
che ospitava – pretendeva dai
visitatori soggezione e rispetto.
All’ingresso principale c’erano
due addetti, un ragazzo e una
ragazza – studenti, dall’aspetto – che
sfoggiavano un’identica camicia
celeste e un’identica espressione
annoiata. Peri fu accolta con un
cenno del capo.
«Sono qui per il dibattito» si
presentò lei cercando di riprendere
fiato.
«Il biglietto ce l’hai?» le chiese
il ragazzo, un tipo dinoccolato con il
labbro inferiore sporgente e la fronte
stretta, incoronata da un cespuglio di
capelli rossicci.
«Ehm... no» rispose lei, ansiosa.
«E non ho neanche il portafogli.»
«Non sarebbe servito
comunque.» Il ragazzo scosse la
testa. «Tutto esaurito da settimane.»
La replica le uscì di bocca come
per volontà propria. «Ma me la sono
fatta tutta di corsa!»
A quella reazione, clamorosa e
spontanea, la ragazza ebbe un moto
di simpatia. «Tanto sta per finire, sei
arrivata tardi» disse sorridendo.
Aggrappata a un filo di speranza,
Peri domandò: «Mi lasciate dare
almeno un’occhiatina?».
La ragazza si strinse nelle spalle:
lei non aveva obiezioni. Ma il
collega la pensava diversamente.
«Non è possibile» rispose con il
tono di chi, trovandosi
all’improvviso in una posizione di
autorità, è deciso a sfruttarla fino in
fondo.
«Il dibattito è stato registrato e
più avanti ci sarà una proiezione
gratuita» suggerì la ragazza.
Peri non era soddisfatta, ma
annuì. «D’accordo, grazie.»
Girò sui tacchi, e nella luce fioca
del crepuscolo aveva l’aria di una
bambina delusa. Se qualcuno le
avesse chiesto perché ci tenesse
tanto a entrare, lei non avrebbe
potuto rispondere che per istinto.
Qualcosa le diceva che là dentro si
stavano affrontando molti degli
interrogativi che da tempo si
dibattevano nei recessi della sua
mente, e fu quella convinzione a
spingerla a fare quel che fece poi.
Anziché tornare sulla strada
maestra, Peri si mise a vagare in
cerca di una porta laterale. Ma non
ce ne fu bisogno: un’altra
opportunità di entrare le si presentò
quando, voltandosi a guardare di
nuovo l’ingresso principale, notò
che la ragazza non c’era più. L’altro
addetto attese invece qualche
secondo e poi scomparve all’interno.
D’impulso, Peri colse
l’occasione e varcò la soglia
incustodita del museo. Una volta
dentro avanzò con cautela, con i
sensi all’erta, per timore che Pel di
Carota potesse piombarle addosso
all’improvviso e cacciarla fuori.
Invece non ce n’era traccia, e
seguendo le indicazioni che
dicevano DIBATTITO SU DIO Peri si
ritrovò ben presto in un ampio
salone gremito.
Un pubblico di studenti e
accademici sedeva a file serrate, in
un silenzio estatico e assorto, con lo
sguardo fisso sulle quattro figure in
cima al palcoscenico. Uno era un
illustre giornalista della BBC che
fungeva da moderatore, e sembrava
che stesse riassumendo la
discussione. Peri si concentrò sui tre
professori, chiedendosi quale tra
loro fosse Azur.
Il primo – alto e secco, gli occhi
a mandorla e intelligenti – era calvo
e con un’ampia barba brizzolata, che
iniziava a tormentare con un certo
nervosismo a ogni affermazione non
gradita. Completo grigio, camicia a
quadretti rosa, bretelle rosse con le
fibbie di metallo e uno spirito
bellicoso che ogni tanto trapelava da
sotto il sorriso artefatto. Per lo più si
guardava le mani, come fossero
portatrici di un mistero che lui
sperava di risolvere.
Il secondo dei tre relatori, il più
anziano, aveva il viso largo, la
carnagione rubizza, pochi capelli
grigi e una discreta pancetta che,
quando si agitava, scordava di tenere
in dentro. Indossava una giacca
color ruggine che gli stava stretta o
gli dava qualche altro fastidio,
perché aveva l’aria di sentirsi a
disagio, tutto gobbo nella poltrona,
con lo sguardo perso. A Peri diede
l’impressione di un brav’uomo, del
tipo che passava più volentieri il
tempo coi suoi studenti o con i
nipotini che a discutere di Dio su un
palco pubblico.
Il terzo professore, seduto alla
sinistra del moderatore e quindi
separato dagli altri, aveva una folta
chioma biondo scuro che gli
ricadeva a onde eleganti sul colletto,
e un naso pronunciato, in delicato
equilibrio tra l’orrendo e il
magnifico. Gli occhi, intenti a
osservare il pubblico con un sorriso
disincantato, scintillavano come
schegge d’ossidiana da dietro le lenti
montate in un classico nero e
tartaruga. Peri non riuscì a capire se
tanta serenità fosse il segno di
un’anima in pace con se stessa o il
riflesso di una raffinata sicumera; e
altrettanto difficile era azzardare
quanti anni avesse. La tesa snellezza
della corporatura suggeriva che
fosse più giovane degli altri, e il
portamento generale esprimeva un
brio che poteva essere dovuto alla
relativa giovinezza, ma non
necessariamente. A ogni modo, lei
era certa che fosse quello lo studioso
per cui Shirin andava in estasi.
«Sono certo di dar voce al
pensiero di tutti i presenti se dico
che usciremo da qui con
un’avvincente discussione alle spalle
e diverse idee provocatorie su cui
riflettere» proclamò il moderatore,
che tuttavia pareva decisamente
stanco, e sollevato all’idea che
l’evento fosse in via di conclusione.
Peri si chiese cosa mai fosse
successo prima del suo arrivo,
perché intuiva un’ondata di tensione
sotto la patina di garbo accademico.
«E adesso, spazio al pubblico,
con qualche regoletta di base:
domande brevi e pertinenti.
Attendete l’arrivo del microfono di
sala e non dimenticate innanzitutto
di presentarvi.»
La sala fu percorsa da un brivido
euforico, come una folata di vento
su un campo di grano. Subito si alzò
qualche mano: i coraggiosi e gli
spavaldi.
Il primo fu uno studente. Si
presentò in due parole, dopodiché
partì con una tirata sulla dicotomia
tra il bene e il male, partendo da
Grecia e Roma antica fino al
Medioevo. Quando arrivò al
Rinascimento il pubblico prese a
rumoreggiare e il giornalista lo
interruppe: «Benissimo, grazie.
Aveva in serbo anche una domanda,
o solo questo sermone laico?».
Ilarità generale. Il ragazzo
avvampò, ma si lasciò portare via il
microfono – senza peraltro aver
posto la domanda – solo con estrema
riluttanza.
Ad alzarsi dopo di lui fu un
religioso in tonaca nera, forse un
pastore anglicano – Peri aveva
sempre difficoltà a distinguerli.
Disse che aveva apprezzato la tavola
rotonda, ma era rimasto attonito al
sentire il primo relatore affermare
che la religione non tollerava il
libero scambio di opinioni, giacché
la storia della Chiesa cristiana era
colma di esempi contrari; anzi, i
semi di moltissimi atenei in tutta
Europa, compreso il loro, erano stati
piantati proprio dalla teologia. Gli
atei avevano tutto il diritto di
esprimere la loro opinione, purché
non distorcessero i fatti, concluse.
Ne scaturì un breve scambio tra
il chierico e il professore barbuto
che, capì a quel punto Peri, doveva
essere l’«ateo» in questione. Infatti
dichiarò che la religione, lungi dal
favorire il libero pensiero, ne era
semmai la nemesi secolare. Quando
aveva messo in dubbio gli
insegnamenti rabbinici, Spinoza non
era stato elogiato per le sue capacità
intellettive, bensì espulso dalla
sinagoga, e lo stesso inquietante
modello si discerneva altrettanto
limpido nella storia del
Cristianesimo e dell’Islam. Come
uomo dedito alla scienza e alla
chiarezza, non accettava di
collocarsi lungo il solco del dogma.
Di seguito, a prendere in mano il
microfono fu un’elegante signora di
mezza età. Scienza e religione non
avrebbero mai potuto andare a
braccetto, affermò chiamando in
causa esempi di filosofi e scienziati
– a Oriente come a Occidente –
ostinatamente perseguitati dalle
autorità religiose nel corso della
storia. Ce l’aveva in particolare con
il secondo professore, il quale,
comprese Peri, oltre a essere un
celebre studioso era anche un uomo
di profonda devozione.
Benché non con la stessa
eloquenza del suo omologo ateo, il
secondo relatore rispose con grande
mitezza e un corposo accento
irlandese, scandendo ogni parola
come una squisitezza da assaporare
piano sul palato. Dal suo punto di
vista, disse, non c’era conflitto tra
religione e scienza, che potevano
benissimo procedere insieme se solo
si fosse smesso di considerarle come
acqua e olio. Lui conosceva di
persona diversi scienziati, luminari
nei rispettivi campi, che erano anche
ottimi cristiani. Come aveva
sostenuto Darwin – che mai si era
detto ateo – era assurdo mettere in
dubbio che un uomo potesse essere
un fervido credente e al tempo
stesso un evoluzionista. E molti
scienziati oggi descritti come «atei
inveterati» erano, in effetti, credenti
nell’intimo.
Nel frattempo Peri, che non
aveva trovato posto a sedere, si era
appoggiata al muro e osservava
attentamente Azur. Ascoltava il
botta e risposta con i capelli che gli
calavano sulla fronte, il viso acceso
da un bagliore enigmatico e il mento
posato sul palmo della mano. Non
poté tenere quella postura troppo a
lungo, però, perché la domanda
successiva venne indirizzata a lui.
Dalla prima fila si alzò una
ragazza. Spalle dritte e coda di
cavallo nera che rifletteva la luce dal
soffitto, si piantò saldamente sui
piedi; e benché le desse le spalle,
Peri riconobbe Shirin.
«Professor Azur, come spirito
libero ho dei problemi a rapportarmi
alla mia religione d’origine. Non
sopporto l’arroganza dei cosiddetti
“esperti”, o “pensatori”, né le
banalità pro domo sua di imam, preti
e rabbini. Perdoni il linguaggio, ma
è tutta una farsa del cazzo. Se leggo
i suoi libri trovo una voce che si
rivolge alla mia rabbia; lei parla con
grande convinzione di argomenti
molto sensibili, e mi illustra come
entrare in contatto con il prossimo,
perciò le chiedo: quando scrive, lo fa
pensando a uno specifico lettore?»
Azur inclinò il capo di lato con
un lieve sorriso d’intesa e
complicità, sfumatura che tuttavia
sfuggì all’attenzione di Peri, distratta
da una camicia azzurra che aveva
colto con la coda dell’occhio:
l’addetto all’ingresso! Temendo che
stesse cercando lei, si appiattì contro
il muro. Invece il giovanotto, il viso
animato da un’evidente ostilità,
fissava il palco con la mascella
serrata e gli occhi incollati a un
unico relatore: Azur.
Non appena Shirin si fu rimessa
a sedere, il ragazzo scattò in avanti
zigzagando fra il pubblico e si fermò
proprio accanto a lei, accostandosi
per chiederle il microfono. Peri non
capì minimamente che cosa
succedesse fra i due, ma vide
l’amica irrigidirsi. Il ragazzo afferrò
comunque il microfono, si voltò
verso i relatori e con voce possente,
quasi gridando, disse: «Ho anch’io
una domanda per il professor
Azur!».
L’interpellato si fece scuro in
volto e il suo cenno d’assenso, lento
e preciso, lasciò intendere che
conosceva il giovanotto. «Dimmi
pure, Troy.»
«Professore, in uno dei suoi
primi libri – credo che fosse
Spezzare il dualismo – lei scrive che
non si sarebbe mai impegnato in un
dibattito né con atei né con credenti,
e invece eccola qui, a fare
esattamente questo, a meno che non
mi stia rivolgendo a un suo clone.
Cos’è cambiato? Sbagliava allora, o
sta commettendo un errore adesso?»
Azur offrì un sorriso al suo
interlocutore – diverso da quello che
aveva indirizzato a Shirin – che
trasudava algida sicurezza. «Hai
tutto il diritto di criticarmi, purché
mi citi fedelmente. Non ho mai detto
che non avrei discusso né con atei né
con credenti. Quel che ho detto...»
Aggrottò la fronte. «Qualcuno ha
per caso una copia del libro? Dovrei
vedere cos’ho scritto.»
Scoppi di risa.
Il moderatore gli porse un
volume e Azur trovò
immediatamente la pagina che
cercava. «Eccoci!»
Si schiarì la gola – con fare
decisamente teatrale, pensò Peri – e
cominciò a leggere.
«Dall’annoso quesito
sull’esistenza di Dio scaturiscono le
più noiose, sterili e malaccorte
dispute in cui persone per altri versi
intelligenti si siano mai impegnate.
Troppo spesso abbiamo constatato
che né i credenti né gli atei sono
pronti ad abbandonare l’Egemonia
della Certezza. Il loro apparente
contrasto è una girandola di
ritornelli, una battaglia di parole che
non si può nemmeno definire
“dibattito” perché, quali che siano i
punti di vista, l’intransigenza delle
rispettive posizioni è già nota. Dove
non c’è possibilità di cambiamento,
non c’è terreno per un autentico
dialogo.»
Azur allungò il collo e passò in
rassegna il pubblico prima di
richiudere il libro. «Vedete,
partecipare a un dibattito pubblico è
un po’ come innamorarsi.» Il tono
era sereno; i gesti morbidi, enfatici,
abbondanti. «Arrivi alla fine che sei
una persona diversa. E dunque,
amici miei, se non siete disposti a
cambiare, lasciate perdere le dispute
filosofiche. Questo ho detto in
passato, e questo ripeto ora.»
Dal pubblico si levarono sacche
di applausi.
«Temo che stiamo esaurendo il
tempo a disposizione. Ultima
domanda dal nostro pubblico»
annunciò il moderatore.
Si alzò un signore anziano.
«Posso chiedere ai nostri eminenti
studiosi se hanno una loro poesia
preferita su Dio, indipendentemente
dal fatto che credano o no?»
Il pubblico fremeva sulle sedie,
pregustando le risposte.
Il primo professore rispose: «Le
mie preferenze in fatto di poesia
tendono a cambiare man mano che
passa il tempo... ma al momento mi
viene in mente un brano dal
Prometeo di Lord Byron.»

Titano, ai di cui occhi immortali i
patimenti dell’umanità, visti
nella loro realtà dolorosa, non
furono come per gli Dei un
oggetto di sprezzo; qual fu la
ricompensa della tua
compassione? Una doglia muta e
intensa; la roccia, l’avvoltoio e
la catena...

«Io sono pessimo, con le poesie
a memoria» disse il secondo
professore. «Proverò con T.S.
Eliot.»

Molti desiderano vedere il loro
nome a stampa,
molti leggono solo i risultati
delle corse.
Leggete molto, ma non il Verbo
di DIO,
costruite molto, ma non la Casa
di DIO.

Benché toccasse a lui, Azur
tacque per quello che parve un
secondo di troppo e poi disse, nel
silenzio pieno di attesa: «La mia
sarà del grande poeta persiano
Hafez. Le parole potrebbero
cambiare leggermente giacché,
come tutti sapete, ciascun atto di
traduzione è un tradimento
amoroso».
La voce era talmente bassa che
Peri dovette sporgersi un po’ per
sentirlo, e si accorse che tra il
pubblico diversi altri facevano lo
stesso.

Così tanto ho imparato da
Dio
che non posso più dirmi
né cristiano né indù, musulmano
o buddista o ebreo
Così tanto mi ha dato di sé la
Verità
che non posso più dirmi
né uomo né donna, né angelo e
nemmeno pura anima

Mentre recitava questi versi,
Azur levò gli occhi e li puntò dritti
sul pubblico; non stava guardando
nessuno in particolare e sembrava
ugualmente lontano da ammiratori e
detrattori, ma in quell’istante Peri
non poté eludere la sensazione che
le sue parole fossero dirette proprio
a lei.
Il moderatore lanciò un’occhiata
furtiva all’orologio. «Abbiamo solo
il tempo per un’ultima dichiarazione
da parte di ciascun relatore»
annunciò quindi. «Signori, come
riassumereste il vostro punto di vista
in una sola frase?»
Il professore ateo disse: «Mi
limiterò a riportare una citazione
assai nota: La religione è una fiaba
per chi ha paura del buio».
«In tal caso, l’ateismo è una
fiaba per chi ha paura della luce»
replicò il professore devoto nella sua
dolce cadenza irlandese.
Ogni testa si voltò verso Azur.
«A me le fiabe piacciono parecchio,
devo dire» fece lui con aria
dispettosa. «E i miei qui presenti
colleghi sono ugualmente incauti:
l’uno desidera negare la fede, l’altro
il dubbio, e nessuno dei due sembra
capire che io, come semplice essere
umano, ho bisogno sia della fede, sia
del dubbio. L’incertezza, signori
miei, è un dono. Non schiacciamolo,
facciamogli onore: è di lì che passa
la Terza Via.»
«E su questa nota io ringrazio i
nostri illustri ospiti e dichiaro
conclusa la nostra tavola rotonda»
intervenne di scatto il moderatore,
temendo che il commento di Azur
potesse dar vita a una disputa nuova
di zecca, aggiungendo poi che
l’evento in sé costituiva uno
splendido esempio di dibattito
aperto, sincero e pluralistico nella
migliore tradizione anglosassone e
oxfordiana.
«Un bell’applauso per i nostri
relatori, grazie! E non dimenticate
che si tratterranno ancora un poco
per firmare le copie dei libri che
vorrete acquistare.»
Dalla platea scoppiò un lungo
applauso. Dopodiché, quelli decisi a
tornare a casa con un autografo si
precipitarono verso una bancarella
carica di volumi dei vari professori;
altri si fecero strada verso il palco,
nella speranza di poter scambiare
due parole con un relatore; e altri
ancora rimasero seduti a bisbigliare
tra loro, mentre il resto degli astanti
si dirigeva a passo lento e regolare
verso l’uscita.
Nel frattempo, i tre relatori si
erano spostati al tavolo che gli
organizzatori avevano riservato
apposta per loro, ciascuno dietro a
una rosa gialla.
Peri avanzava pian piano con il
grosso degli intervenuti, origliando
conversazioni alla propria destra e
sinistra; ma subito prima di venir
trascinata fuori dalla sala, si fermò e
si girò come se volesse radunare
tutti i particolari che aveva sotto gli
occhi. Vide il moderatore che
cacciava gli appunti nella
ventiquattrore; vide i due professori
più anziani che chiacchieravano con
i lettori; e vide un’arruffata fila di
ammiratori formarsi davanti ad
Azur, finché lui pure venne poco a
poco inghiottito dalla corrente di
corpi.
L’ottimizzatore

Istanbul-Oxford, 2001

Il primo trimestre passò in un


lampo. Peri, rientrata a Istanbul per
le vacanze di Natale, si convinse che
la salute di suo padre non fosse
peggiorata, e che l’attenzione di sua
madre all’igiene non si fosse
trasformata in una mania. Tutta la
casa sapeva di candeggiante e
colonia al limone, e su tutti i
termosifoni c’erano indumenti –
lavati così spesso che colori e motivi
non si distinguevano più – stesi ad
asciugare, con sotto pozzette
d’acqua come lacrime versate per
cose ormai perdute.
La sera del 31 dicembre la
passarono davanti alla TV, padre e
figlia, a sgranocchiare caldarroste
guardando una danzatrice del ventre;
era così che Mensur aveva
l’abitudine di festeggiare l’arrivo
dell’anno nuovo. Selma, come al
solito, si era ritirata in camera
presto, non per dormire ma per
pregare. Senza più Umut né Hakan
in casa, restavano solo loro due,
padre e figlia, come ai vecchi tempi.
Non si dicevano granché, come se
tra loro il silenzio parlasse una
lingua tutta sua; ed erano proprio i
riti, i loro riti, che a Peri mancavano
di più. Le lunghe passeggiate in riva
al mare, la preparazione del
menemen, le partite a backgammon
sul tavolino accanto al cactus sul
davanzale della finestra.
Una settimana più tardi Peri
tornò a Oxford. I due viaggi
ravvicinati in Turchia le avevano
prosciugato le finanze, pertanto era
determinata a trovarsi un lavoro
part-time. E c’era anche un’altra
cosa che le occupava la mente:
scoprire tutto il possibile sul
professor Azur.
Il trimestre primaverile cominciò
all’insegna di fresche speranze e
fresche decisioni. Peri prese
appuntamento con il suo tutor per
chiedergli dei consigli sul percorso
accademico. Con i suoi occhialetti
cerchiati di metallo e l’aria
perennemente distratta di chi cerca
di risolvere a mente un’equazione di
secondo grado, il dottor Raymond
era un ometto di statura bassa e
mascella salda. A studenti e
studentesse raccomandava
invariabilmente di trovare «la giusta
tabella di marcia per ottimizzare le
tue risorse intellettuali», e in cambio
loro gli avevano affibbiato il
nomignolo di Sir Ottimizzazione.
Il dottor Raymond e Peri
discussero a lungo dei corsi da
seguire nel secondo anno. Non che
ci fosse molto spazio di manovra: il
piano di studi era più o meno
prestabilito, e consentiva poche e
leggere deviazioni.
«Ci sarebbe un corso che
speravo di seguire, dicono tutti che è
fantastico» disse lei con una certa
vivacità. «Be’, non proprio tutti, più
che altro una mia amica.»
«E di che corso staremmo
parlando?» chiese Raymond
sfilandosi gli occhiali.
Nel corso degli anni aveva visto
anche troppi studenti mal
consigliarsi a vicenda. Quel che per
uno funzionava era uno strazio per
un altro, senza contare che i giovani
avevano la tendenza a cambiare idea
con la stessa frequenza con cui
cambiavano il cantante o gruppo
preferito. Esaltavano il tale corso
all’inizio per poi stroncarlo alla fine;
e nei suoi ventitré anni da associato,
il dottor Raymond era arrivato alla
conclusione che fosse molto meglio
non dare agli studenti un ventaglio
di scelte troppo ampio. Abbondanza
e confusione andavano di pari passo.
Ignara di tutte queste
considerazioni, Peri proseguì. «È un
seminario su Dio. Il docente si
chiama Azur. Lo conosce?»
Le labbra di Raymond, ferme in
un sorriso amabile, si storsero
appena all’ingiù; solo un lievissimo
scatto del sopracciglio tradì il suo
disagio. «Oh, ne ho sentito parlare,
come chiunque.»
Peri si concentrò nel tentativo di
interpretare il tono di quel
commento, in apparenza
semplicissimo. Ormai aveva capito
che gli inglesi esprimevano le
proprie opinioni nei modi più
obliqui: al contrario dei turchi, non
comunicavano il risentimento
mostrandosi risentiti o la rabbia con
più rabbia ancora. No, il dialogo era
sempre molto stratificato, e il più
profondo imbarazzo poteva essere
trasmesso con un sorriso reticente;
facevano complimenti quando in
realtà volevano disapprovare,
ammantavano ogni critica in
enigmatici elogi. «Fossi una
cantante che stecca in scena» si
disse Peri, «in Turchia mi
prenderebbero a bordate di
pungitopo e in Inghilterra invece mi
tirerebbero le rose, sicuri che le
spine trasmetterebbero il messaggio.
Stili diversi, proprio.»
Nel frattempo il dottor Raymond
taceva, riflettendo sul modo migliore
di affrontare una questione delicata.
Quindi riprese scandendo bene le
parole, come un genitore che spiega
a un bambino imbronciato un male
necessario. «Non sono del tutto
convinto che sarebbe la scelta giusta
per lei.»
«Ma lei ha detto che avrei potuto
scegliere un corso facoltativo purché
fosse elencato tra le opzioni
disponibili, e questo risulta nella
lista. Ho controllato.»
«Forse potrebbe spiegarmi
perché è interessata a questo
seminario?»
«L’argomento mi... preme per
motivi famigliari.»
«In che senso?»
«Dio è sempre stato una
faccenda controversa, in casa mia. O
la religione, per meglio dire. Mia
madre e mio padre nutrono
convinzioni opposte in materia, e a
me piacerebbe studiarla con
metodo.»
Il dottor Raymond si schiarì la
gola. «Be’, qui abbiamo la fortuna di
possedere uno dei maggiori
patrimoni librari al mondo, e puoi
leggere di Dio fino a sfinirti.»
«Ma non sarebbe meglio farlo
sotto la guida di un docente?»
A quella domanda il dottor
Raymond preferiva non rispondere,
pertanto evitò di farlo. «Azur è un
uomo di grande cultura, questo è
certo, ma io ho il dovere di
avvertirla che il suo metodo è, come
dire, poco ortodosso. E non incontra
il favore di tutti. Questo seminario
divide gli studenti: alcuni lo
apprezzano moltissimo, altri cadono
nello sconforto. E vengono a
lagnarsi da me.»
Peri rimase immobile. Strano,
ma la mancanza di entusiasmo del
tutor aveva stimolato la sua
curiosità; adesso aveva ancora più
voglia di seguirlo, quel seminario.
«Tenga presente che i posti sono
limitati. Azur accetta pochi studenti
e richiede la frequenza a tutte le
lezioni e le esercitazioni. È piuttosto
faticoso.»
«La fatica non mi spaventa»
disse Peri.
Dal dottor Raymond si levò un
poderoso sospiro. «E allora chieda
senz’altro un colloquio ad Azur e si
faccia mostrare il programma scritto
del corso.» Incapace di trattenersi,
aggiunse: «Sempre che ce l’abbia».
«Scusi, che intende?»
Il dottor Raymond tacque, con
un’ombra d’inquietudine sul viso di
norma affabile. Poi fece una cosa
che, in tanti anni da docente a
Oxford, non aveva mai fatto prima:
parlar male di un collega, alle sue
spalle, con uno studente. «Senta, da
queste parti Azur ha fama di
eccentrico. Si crede un genio, e
come qualunque genio è convinto di
non doversi attenere alle regole a cui
tutti gli altri si adeguano.»
«Oh!» fece Peri a bocca
spalancata. «Ed è vero?»
«È vero cosa?»
«Che è un genio?»
Raymond si accorse che la
frecciata cinica gli si era ritorta
contro, e che qualunque cosa avesse
detto a quel punto avrebbe solo
peggiorato la situazione. Da solenne
che era, il tono passò allo
spensierato. «Dicevo per scherzo.»
«Ah, era una battuta? Capisco...»
«Non corra, faccia con calma»
disse il dottor Raymond inforcando
gli occhiali e segnalando così il
termine del colloquio. «Veda come
si trova in principio. Se ha dei dubbi
torni da me, e insieme cercheremo
qualcos’altro. Qualcosa di più
adatto.»
Peri balzò in piedi, avendo
sentito soltanto quel che voleva
sentire. «Che bello, grazie,
professore!»
Quindi se ne andò, lasciando il
suo tutor con una mesta espressione
contemplativa. La mascella ancora
più rigida, le narici dilatate e le dita
intrecciate sotto il mento, Raymond
rimase a sedere in poltrona per un
bel pezzo, senza muovere un
muscolo. E alla fine si scrollò nelle
spalle, dicendosi che aveva fatto
quel che poteva. Se poi quella
sciocchina era proprio decisa a fare
il passo più lungo della gamba, la
colpa era solo sua.
La giovinezza

Istanbul, 2016

Deniz si chinò da dietro la sedia


di Peri, le diede un bacetto al volo
sulla guancia e le bisbigliò
all’orecchio: «Mamma, me ne
voglio andare».
Il viso prendeva luce dal
lampadario di Murano; l’amica le
stava accanto e continuava ad
arrotolarsi una ciocca di capelli
attorno a un dito. Le due adolescenti
non celavano la noia. Per quanto
ambissero a essere incluse nel
mondo degli adulti, era ovvio che lo
trovavano monotono e persino
prevedibile.
«Ci accompagna Selim»
aggiunse Deniz.
Non chiedeva il permesso alla
madre, si limitava ad informarla.
Veniva a dormire da lei anche l’altra
ragazza, una cosa decisa lì per lì, ma
le due avevano già i loro progetti:
probabilmente sarebbero rimaste
alzate fino a tardi, ad ascoltare
musica, mandare sms alle amiche,
fare uno spuntino di mezzanotte,
ridere delle foto su Instagram e dei
filmatini scemi di gatti su Vine; e in
ogni caso Deniz si sarebbe lagnata,
tirando fuori la piena di lamentele
che le si erano accumulate dentro,
come se vivesse in un carcere
minorile e non a casa con due
genitori che la adoravano.
«D’accordo, tesoro» disse Peri.
Si fidava di Selim, l’autista del
marito, che stava con loro da anni.
«Puoi andare via quando vuoi; anche
io e papà non faremo tardi.»
Gli invitati sorrisero e qualcuno
rivolse gli occhi al cielo: era un
dialogo familiare a chiunque avesse
figli adolescenti.
«Ciao, ragazze!» salutò con la
mano la PR dal suo angolo.
«Vi accompagno» disse Peri
indietreggiando con la sedia.
Adnan si alzò: «No, rimani, cara.
Ci penso io».
Il suo sguardo era raggiante
quando incrociò quello di Peri; non
pareva più nervoso per la polaroid.
Non ci pensava più. In questo era
bravo, nel sapere quando lasciar
perdere, a differenza di Peri. Le
sorrise con naturalezza, quel sorriso
che diceva che si prendeva lui la
responsabilità e metteva le cose a
posto. Pacato e sensibile, a Adnan
piaceva risolvere i problemi, e se
non era possibile risolverli, sapeva
come gestirli. Tutt’altro, rispetto a
Peri: per lei i problemi erano come
punture di insetto, li grattava e
rigrattava. Non riusciva né a
permettere che guarissero né a
ignorarli, mentre a lui piaceva
riparare le cose rotte e anche le
persone. “Altrimenti, come si spiega
la sua attrazione per l’instabilità”
pensava Peri, “come si spiega la sua
attrazione per me?”
Mentre il marito e la figlia le
passavano accanto, Peri si alzò e
baciò Adnan sulle labbra, pur
sapendo che alcuni degli invitati
l’avrebbero considerato inelegante e
altri indecente. «Grazie, tesoro.»
A volte, quando lo ringraziava
per le cose piccole della vita, capiva
che in realtà lo stava ringraziando
per cose più grandi, quelle che era
meglio non dire esplicitamente. Sì,
gli era grata, e grata al fato che
glielo aveva fatto incontrare. Ma,
ancora una volta, sapeva che la
gratitudine non era amore.
Stammi a sentire, Topina, gli
uomini si dividono in due categorie:
quelli che rompono e quelli che
aggiustano. Ci innamoriamo dei
primi ma poi sposiamo i secondi. Le
era insopportabile pensare che la
vita – la sua vita – aveva confermato
la teoria di Shirin.
Con occhi colmi di affetto, Peri
sorrise alla figlia; stava per
abbracciarla ma qualcosa
nell’espressione di Deniz disse:
“Mamma, ti prego, non lo fare
davanti a questi qui”.
«Ti voglio bene» le disse piano.
Deniz esitò un istante. «Ti voglio
bene anch’io. Come va la mano?»
Peri girò la benda, sporca di
sangue secco sui bordi.
«A posto. Domattina sarà come
nuova.»
«Basta che non lo rifai» bisbigliò
Deniz, come se fosse lei la madre
preoccupata e Peri la figlia
indisciplinata. Dopodiché, tutta
allegra, salutò gli invitati: «Buona
notte a tutti! E ricordate di non
fumare, che fa malissimo».
«Buona notte» rispose un coro di
voci.
«Beata gioventù!» commentò la
moglie dell’uomo d’affari non
appena furono uscite le ragazze.
«Magari potessi riavvolgere il
nastro. I sessanta sono i nuovi
quaranta? Tutte balle.»
«Parla per te» le disse il marito.
«Io sono giovane come una moneta
nuova di zecca. Occhio, che potrei
divorziare e farmi un modello più
recente.»
Il giornalista fece finta di tossire.
«È un fenomeno tutto orientale...
intendo il fatto di invecchiare presto.
Guardate gli occidentali: tutti rughe
e capelli grigi, ma ancora in giro a
fare i turisti. È imbarazzante vedere i
vecchietti americani che affollano la
nostra Santa Sofia e saltellano sulle
pietre di Efeso. Com’è che si
faranno chiamare? Pantere grigie?
Lo devo ancora vedere, un
settantenne mediorientale in giro per
il mondo. Turchi, arabi, iraniani,
pachistani... sul mondo abbiamo
grandi idee, ma a vederlo coi nostri
occhi non ci andiamo mai!»
L’architetto che per tutta la sera
aveva sfoggiato le sue tendenze
nazionaliste lo guardò storto.
La moglie dell’uomo d’affari,
improvvisamente presa a scambiare
messaggini sul telefono, alzò lo
sguardo, raggiante. «Buone notizie
per tutti! Il sensitivo arriva fra dieci
minuti, mi ha appena scritto.»
«Splendido» disse la PR
appoggiandosi allo schienale.
«Abbiamo tante di quelle cose da
chiedergli. Le ragazzine se ne sono
andate, i bicchieri sono di nuovo
pieni... possiamo cominciare a fare
discorsi da grandi. Non vedo l’ora di
smascherare qualche segretuccio.» E
così dicendo fece l’occhiolino a
Peri. Un gesto che non ricevette
alcuna reazione.
La straniera pittoresca

Oxford, 2001

Non avendo mai avuto un


lavoro, Peri non sapeva bene da
dove cominciare per cercarlo.
Eppure era decisissima a trovarlo, e
ciò malgrado il suo orario molto
fitto, per tacere del visto studentesco
che imponeva un limite consistente
alle ore di lavoro settimanali. Così
andò dritta dalla frizzantissima
amica che aveva sempre qualcosa da
dire su tutto, ivi comprese le
questioni di cui in realtà non sapeva
un bel niente.
«Devi farti un curriculum»
sentenziò infatti Shirin «che riporti
le tue esperienze lavorative.»
«Ma non ne ho.»
«E capirai, le inventi! Chi vuoi
che vada a controllare se hai fatto o
no la cameriera in una pizzeria di
Istanbul?»
«Cioè, dovrei raccontare delle
frottole?»
Shirin esibì una faccia
esasperata. «Potenza della
semantica! Se la metti così sembra
una cosa tremenda. Mettici un po’ di
fantasia, non dico altro. Si tratta solo
di dare un filo di trucco alla tua
biografia. Non dirmi che sei anche
contro il trucco!»
Per una frazione di secondo, le
due ragazze rimasero a guardarsi
dritte in faccia: una tutta dipinta,
l’altra, acqua e sapone. Fu Shirin a
rompere il silenzio. «Sarà meglio
che ti dia una mano.»

La mattina seguente Peri si trovò


una busta sotto la porta: era ancora
presto, ma in tutta evidenza Shirin le
aveva già preparato un curriculum.
Un minuto dopo Peri bussò alla
porta dell’amica e, non appena udì
un mugolio fioco provenire
dall’altra parte, fece irruzione nella
stanza sventolando un foglio di
carta. «Che è questa roba? Io non ho
fatto nessuna di queste cose!»
Shirin, ancora a letto con un
cuscino in testa, borbottò soltanto:
«Uff. Lo sapevo, vai a far del bene
alla gente».
«Apprezzo moltissimo il tuo
aiuto» disse Peri. «Ma qui c’è scritto
che ho fatto la barista a Istanbul, in
un locale underground di tendenza,
finché non è bruciato. Per un
incendio doloso! E che ho lavorato
nella biblioteca dei manoscritti
ottomani, specializzandomi in
eunuchi e giullari di corte! Ah, e non
ci scordiamo delle estati in cui mi
occupavo di un polpo per un
acquario privato!»
Shirin, in pigiama di raso color
salmone, si drizzò a sedere, si scostò
la mascherina dagli occhi e
ridacchiò. «Forse su quell’ultimo
punto mi sono lasciata prendere la
mano.»
«Solo su quell’ultimo punto?
Come pensi che possano aiutarmi,
queste baggianate, a trovare un
lavoretto?»
«Infatti non serviranno. Ma
faranno di te una bizzarria esotica.
Fidati, gli inglesi istruiti vanno in
brodo di giuggiole per il
multiculturalismo. Non troppo, però,
giusto un pizzico: a quelli come me
e come te è consentito essere un
po’... eccentrici. La gente adora
averci intorno. Quindi tanto vale che
ci giochi un po’, che te ne approfitti.
Se gli stranieri non si portano dietro
una ventata di novità – e roba buona
da mangiare – chi ce li vuole, in
Inghilterra!»
Peri non rispose.
«Senti, cosa credi che ne sappia
l’inglese medio del tuo Paese? Per
loro, da quelle parti stiamo tutte a
nuotare coi delfini o a mangiare
calamari o a intonare slogan
islamisti da sotto il burqa.»
Peri sgranò gli occhi davanti
all’eccesso di immagini che le
riempì la mente.
«Cioè, voglio dire, o ne hanno
quest’idea solare di spiagge
sabbiose, ospitalità orientale e roba
del genere, oppure quella cupissima
di fondamentalismo islamico e
brutalità poliziesche alla Fuga di
mezzanotte. Se vogliono essere
gentili buttano lì la prima, se invece
vogliono farti sudare usano la
seconda. Nemmeno i più istruiti
sono scevri dai luoghi comuni.»
Shirin si alzò per lavarsi la faccia al
lavabo montato sulla parete. «Che ti
piaccia o no, sorella, quel che esce
dalla mia bocca è l’amara verità. E
tu devi prendere posizione contro gli
stereotipi.»
«E dovrei farlo così, a colpi di
falsificazioni?» chiese Peri con
un’occhiata al curriculum che aveva
in mano.
«È un modo come un altro,
cazzo» disse Shirin ravviandosi i
capelli, con qualche goccia d’acqua
ancora attaccata al mento.
Sentendosi motivata e in colpa al
tempo stesso, Peri partì a caccia di
lavoro con il famoso curriculum.
All’inizio controllò se vedeva
cartelli di CERCASI COMMESSA
appesi alle vetrine dei negozi, ma
non ne trovò nemmeno uno. Poi fece
appello a tutto il suo coraggio, entrò
in una pasticceria e parlò col
direttore, dal quale fu educatamente
respinta. Allora tentò la fortuna al
pub dov’era stata con i suoi genitori.
Stesso risultato. Il terzo posto in cui
passò era la sua libreria preferita,
Two Kinds of Intelligence. I titolari
non rimasero sorpresi dalla sua
richiesta: il flusso di studenti in
cerca di incarichi part-time era
continuo.
«Hai mai lavorato prima, cara?»
chiese il marito.
Peri esitò. «Purtroppo no. Ma
voi lo sapete che adoro i libri.»
La moglie sorrise. «E allora è il
tuo giorno fortunato! Cercavamo
appunto qualcuno che ci desse una
mano nelle prossime settimane. Non
ti possiamo promettere di tenerti
anche dopo, ma magari puoi tornare
ogni tanto, nei momenti di punta.
Che ne pensi?»
«Mi sembra perfetto!» disse
Peri, senza quasi credere alle proprie
orecchie.
Nell’uscire dal negozio notò, in
cima a uno scaffale, le Rubā‘iyyāt di
‘Umar Khayyām, il poeta
amatissimo da suo padre. Con una
prefazione del traduttore Edward
FitzGerald e colma d’illustrazioni, la
vecchia edizione era splendida e
irresistibile: per fortuna le
applicarono uno sconto
considerevole.
Fuori aveva cominciato a
piovigginare, a gocce sottili e tiepide
che la misero di buonumore. Peri
sorrise, infilò il curriculum nel libro
e guardò l’orologio. L’esercitazione
successiva iniziava un’ora dopo, e le
venne in mente che aveva ancora
tempo di andare a cercare Azur e
farsi dare il programma dettagliato
del corso su Dio. Per quanto, fra
quel che le aveva detto Shirin di lui
e i suoi stessi sentimenti contrastanti
quando lo aveva visto alla tavola
rotonda, era piuttosto impaurita
all’idea di incontrarlo di persona.
Sempre pensando al professore,
aprì a caso il volume di quartine che
racchiudevano anima e cuore di
Khayyām:

Amore! Tu, il Fato ed io
possiamo
Del mondo cogliere lo stato
gramo?

Lesse i versi adagio, con
attenzione. Contenevano forse un
presagio di eventi futuri? E se sì, di
cosa poteva trattarsi? Se in quel
momento l’avesse vista suo padre,
intenta a cercare segni nelle parole
di un poeta vissuto quasi mille anni
prima, certo avrebbe disapprovato.
Ma Peri non riteneva di aver
sfidato l’aurea regola paterna,
consultando Khayyām. «Per questo
amo tanto la poesia» mormorò tra
sé. «Perché le poesie si possono
toccare, vedere, sentire, fiutare e
gustare. Ho tutti i sensi impegnati,
Baba, fidati di me!»
Era dunque tempo di trovarsi
faccia a faccia con il professore.
Terza parte
Il lucherino

Oxford, 2001

Non sapendo dove trovare il


professor Azur, Peri azzardò
l’ipotesi che forse lo avrebbe
rintracciato all’Istituto di Teologia.
La sua materia d’insegnamento era
Dio: dove altro poteva essere?
L’imponente e modesto
fabbricato medievale era la più
vecchia struttura destinata
all’insegnamento costruita a Oxford.
Da lontano, con le sue centine, i
portoni in legno intagliato e gli archi
rampanti, faceva pensare, più che al
miracolo architettonico che era, a un
delicato acquerello dipinto da un
artista trasognato; si percepiva
nell’aria un torpido senso di attesa,
come se le antiche pietre, stanche
dopo decenni di tranquillità,
aspettassero qualcosa... o così parve
a Peri quel giorno, mentre vi si
avvicinava.
Qualcosa la attirò all’interno,
qualcosa di eccelso e trascendente
nelle linee sublimi della volta a
ventaglio quattrocentesca. Nessuno
la fermò all’entrata, e pareva non ci
fosse nessuno neppure nella lunga
stanza illuminata dalle finestre
perpendicolari, se non per uno
studente, seduto per terra a gambe
incrociate e assorto in un libro, che
alzò gli occhi al rumore dei suoi
passi. Sotto la luce che entrava di
sguincio da un’alta finestra i
lineamenti del ragazzo rimasero
sfocati per un attimo, per poi farsi
netti: la fronte stretta, i capelli rossi,
le guance lentigginose. Era l’addetto
che l’aveva bloccata all’ingresso del
dibattito su Dio, lo stesso che poi
aveva tentato di coinvolgere Azur in
una polemica. Troy: il professore lo
aveva chiamato per nome davanti a
tutti, e per questo Peri lo ricordava.
«Ciao» disse, cauta.
«Ehilà.» Il sorriso diceva che
anche lui l’aveva riconosciuta.
«Eri al museo, l’altro giorno. Ci
lavori?» gli chiese Peri.
«No, ci sono andato da
volontario. Sono un umile studente,
proprio come te.»
Peri quasi temeva che la
redarguisse perché aveva finito con
l’imbucarsi al dibattito, ma o lui non
l’aveva beccata come invece lei
aveva temuto, oppure preferiva non
tirare in ballo la faccenda. Al
contrario, si mise a chiacchierare
disinvolto, chiedendole da dove
veniva e cosa studiava; privo di
qualunque residuo di autorità, Troy
sembrava ora molto disponibile,
affabile addirittura.
«Cercavo il professor Azur»
disse quindi Peri in un attimo di
tregua nella conversazione. «Tu hai
idea di dove sia il suo studio?»
Per un istante il ragazzo rimase
impassibile, e riprese a parlare con
un tono sordo come un palloncino
da cui era sfuggita l’aria. «Qui no di
certo, adesso ci sono gli uffici
amministrativi. E comunque, perché
lo cercavi?»
Peri, che non si aspettava un
interrogatorio, esitò. «Ehm... mi
interessava il suo seminario.»
«Non dirmi che pensavi di
iscriverti a “Dio”?»
«Perché no?» fece lei. «Che ha
che non va?»
«Tutto» rispose Troy. «Quello là
è un lupo travestito da insegnante!»
«Non ti è simpatico, eh?»
«Mi ha cacciato dal corso. E io
l’ho querelato, tra l’altro. In
tribunale lo distruggo.»
«Accidenti, non sapevo che gli
studenti potessero fare cose del
genere» disse Peri. «Cioè... mi
spiace che tu abbia avuto dei
problemi.»
«Problemi?» le fece eco Troy, in
tono sdegnato. «Azur è il diavolo in
persona. Mefistofele. Hai presente?»
«Certo, dal Faust.»
Troy sembrò piacevolmente
sorpreso dal fatto che una ragazza
turca conoscesse il Faust. «Guarda,
sei simpatica ma sei anche straniera,
non puoi capire quant’è fuori di testa
Azur. Dammi retta, tieniti alla
larga!»
«Be’, grazie per l’avvertimento»
disse Peri, con la sensazione che il
livello di reciproca simpatia stesse
già calando. «Ma vorrei decidere da
sola.»
Lui si strinse nelle spalle.
«D’accordo, come ti pare. Azur ha
un alloggio al suo college, l’ingresso
è in fondo a Merton Street. Cerca la
terza scala sulla sinistra nel cortile
anteriore, e all’ingresso trovi un
elenco di nomi scritti bianco su
nero.»
Peri lo ringraziò, pur trovando
strano tanto zelo da parte di Troy
nell’indirizzarla verso un uomo che
secondo lui era il demonio.

Il college del professor Azur si


trovava in fondo a un’antica traversa
acciottolata di High Street, alla
quale si accedeva tramite un arco
gotico sfumato di miele e un
cortiletto di pietra.
Peri trovò subito la scala che
cercava; su entrambi i lati del muro
esterno erano stati trascritti col gesso
i punteggi dell’ultima regata a cui il
college aveva partecipato,
sormontati da due remi incrociati.
Una volta dentro scorse i nomi sulle
lastrine rigide inserite in un
tabellone: prof. T.J. Patterson, G.L.
Spencer, prof. M. Litzinger... e prof.
A.Z. Azur, piano terra. Peri percorse
il buio e angusto corridoio lastricato.
Laggiù in fondo, sulla destra, c’era
un ingresso con l’architrave
imbarcata dal peso del tempo, la
porta appena discosta e un foglietto
di carta appuntato sopra.

Professor A.Z. Azur
Orari: martedì 10-12 – venerdì
14-16
Regola: per qualsiasi domanda,
presentarsi durante l’orario di
ricevimento.
Eccezione: per domande urgenti
al di fuori dell’orario di
ricevimento, fare un salto dentro
e vedere che succede.
Si prega di valutare con cura se
il proprio caso rientri nella
regola o nell’eccezione.

Poiché non era martedì né
venerdì, Peri sapeva che sarebbe
stato meglio andarsene e tornare in
un altro momento. Ma l’ambiguità
del bigliettino l’aveva imbaldanzita,
perciò bussò alla porta: gesto inutile
perché aveva intuito, dal silenzio
che regnava all’interno, che non le
avrebbe risposto nessuno. Per
sicurezza diede un altro colpetto: e
dalle profondità della stanza udì
provenire un suono troppo
melodioso per essere umano, che
ricordava più un coleottero che
friniva in cerca di una compagna o,
forse, una farfalla che fuggiva dalla
crisalide. Tutti i muscoli tesi, Peri
rimase ad ascoltare finché il silenzio
tornò assoluto.
Allora fu sopraffatta dalla
curiosità, quella brama tormentosa
per le cose fuori della sua portata. In
una frazione di secondo decise di
buttare un occhio dentro e poi
andarsene in silenzio com’era
venuta. Diede una spintarella,
delicatissima, alla porta. Che cigolò.
Nulla l’aveva preparata alla
scena che l’attendeva. Sotto la
cascata di luce color zafferano che
entrava dalla ghigliottina semiaperta
della finestra, affacciata su un
delizioso giardino all’inglese,
c’erano torri di libri, appunti,
manoscritti e stampe. Le pareti
erano ricoperte di librerie, zeppe da
terra a cielo. A intersecare tutta la
stanza, tesi fra opposti scaffali,
c’erano diversi spaghi variopinti –
come i fili del bucato nei quartieri
più poveri di Istanbul – da cui
pendevano cartine e fogli appesi con
le mollette. Di fronte alla porta c’era
una scrivania d’epoca in ciliegio,
con i piedini a zampa di leone e il
piano completamente ricoperto da
altri libri. Tra le pagine spuntavano
rosse striscioline di carta come
linguette che si fingessero sorprese;
poltrona, divano, tavolinetto basso e
persino il tappeto rosso scuro tessuto
a mano erano ingombri di volumi su
volumi. Se mai era esistito un
santuario consacrato alla carta
stampata, eccolo qui.
Ma non era l’abbondanza di
libri, né il disordine, ad aver lasciato
Peri paralizzata: nella stanza era
rimasto intrappolato un uccellino, un
lucherino dalle piume giallo-verdi e
la coda biforcuta. Passato senz’altro
dalla finestra, adesso svolazzava
ovunque alla frenetica riconquista
della libertà appena perduta. Peri
fece qualche passo incerto,
trattenendo il fiato, e con le mani a
coppa tentò con la massima cautela
di acchiappare la creaturina. Il
pennuto, però, terrorizzato dalla sua
presenza, era ormai folle di paura e
schizzava da un angolo all’altro in
preda al panico, arrivando anche
molto vicino alla finestra ma senza
riuscire a imboccarla per
riguadagnare l’esterno.
Con movenze agili Peri posò la
copia delle Rubā‘iyyāt in cima a una
pila di altri libri e cercò di sollevare
ancora un po’ la vecchia e pesante
ghigliottina della finestra, che però
doveva essere bloccata a un certo
punto perché, malgrado lei la
spingesse con tutte le sue forze, non
c’era verso di aprirla ulteriormente.
Nel frattempo l’uccellino, ancor più
spaventato dal rumore, le sfrecciò
accanto e finì contro il vetro, al di là
del quale si stendeva, così evidente
eppure così lontano, il cielo infinito.
Tutto tremante per il colpo, il
lucherino andò a posarsi su uno
scaffale, talmente vicino che Peri
riusciva a vederne gli occhietti
sporgenti e colmi di terrore, e si
sorprese a guardarlo con
compassione perché il disagio di
trovarsi in una terra incognita le era
anche troppo familiare.
Subito dopo si mise a cercare un
attrezzo che le permettesse di
sbloccare il telaio della finestra e,
mentre passava in rassegna la
stanza, percepì un aroma che non le
riuscì di individuare. A mescolarsi
con l’odore muffoso dei libri c’era la
fragranza agrodolce di pompelmi
che marcivano in un cestino di
bambù, dalla lucentezza di pastello
in contrasto con le sfumature terrose
che dominavano l’ambiente, ma
insieme a quello c’era qualcos’altro,
un profumo di cui non impiegò
molto a scovare l’origine. Ecco, là
su una mensolina, un bastoncino
d’incenso che bruciava in un
sostegno di bronzo su cui si era
depositato un lungo e sottilissimo
dito di cenere.
Peri trovò un tagliacarte di
metallo dalla punta affilata, perfetta
per svitare i fermi che bloccavano la
finestra; e infatti, dopo aver allentato
la ghigliottina da tutte e due le parti,
le diede un’ultima spinta e la
finestra, persino più facilmente di
quanto pensasse, si aprì per tutta la
corsa. Adesso occorreva solo
guidare l’uccellino verso l’ampliata
via di fuga: si tolse il maglione e
cominciò a sventolarlo in aria.
«E questo cos’è, un nuovo
ballo?» chiese una voce alle sue
spalle.
Peri rimase così sorpresa da
lasciarsi sfuggire un gridolino,
quindi si voltò e vide il professor
Azur fermo sulla soglia a guardarla,
con un braccio poggiato al telaio
della porta e un’espressione divertita
in faccia. Visti da vicino i lunghi
capelli castani mostravano dei
riflessi lucenti, come fili d’oro
intessuti in una trama scura. Quel
giorno non portava gli occhiali.
«Ehm, ah, mi dispiace
moltissimo» reagì Peri, facendo un
passo verso di lui per poi arretrare
immediatamente. «Non avevo
intenzione di intrufolarmi senza
permesso.»
«E allora perché l’ha fatto?»
domandò lui, con l’aria di essere
davvero interessato a saperlo.
«Ah, uh, ho visto l’uccellino,
e...»
«Quale uccellino?»
Peri indicò, alla propria sinistra,
il punto che fino a un secondo prima
era stato occupato dalla creaturina
ma che adesso era completamente
vuoto. Allora si guardò attorno
nervosamente: il lucherino era
scomparso senza lasciare traccia.
«Dev’essersene uscito dalla finestra
mentre noi parlavamo.»
Per un minuto sano Azur rimase
fermo e zitto dov’era, lo sguardo
concentrato che trasmetteva una
bizzarra familiarità; come se lei
fosse un libro che aveva letto molto
tempo prima e di cui ora cercava di
rammentarsi. Alla fine disse: «A
proposito, quella era ambra».
«Chiedo scusa?»
«L’incenso che stava
guardando» rispose lui. «Il giovedì
metto l’ambra. Ne accendo di
diversi a seconda dei giorni. A lei
piace l’ambra?»
Peri ebbe un tuffo al cuore. Sì,
conosceva il potere dell’ambra.
«Le donne di Roma antica la
portavano con sé in palline, c’è chi
dice per il profumo e chi come
talismano contro le streghe.»
Peri spalancò gli occhi. Non
sapeva se per effetto
dell’avvertimento di Troy o della
semplice presenza di Azur, ma era
agitata.
«Non mi dica che ha paura?»
chiese lui, intuendone il disagio.
«Dell’ambra?»
«Delle streghe!»
«Certo che no» scattò Peri,
mentre una voce interiore le diceva
che se lui l’aveva vista osservare
l’incenso, doveva aver avuto anche
il tempo di vedere l’uccello. «Di
nuovo, professore, mi dispiace
molto di essere entrata nel suo
alloggio.»
«Ma lei passa il tempo a
scusarsi?» domandò Azur. «Già due
volte in tre minuti. Se è la sua
media, a me pare un po’ eccessiva,
che ne dice?»
Peri arrossì. Non aveva torto, il
professore. Lei si scusava
decisamente troppo: se era in ritardo
di qualche minuto a un
appuntamento, se lasciava andare un
secondo troppo presto la porta tenuta
aperta per chi la seguiva, se
superava qualcuno sul marciapiede,
se con il carrello sfiorava appena un
altro cliente al supermercato... Sì,
passava il tempo a dire «mi scusi».
«Butto là un’ipotesi» continuò
Azur scostandosi i capelli dagli
occhi. «Quelli che si scusano
quando non ce n’è bisogno tendono
anche a ringraziare quando non ce
n’è bisogno.»
Peri incassò. «O magari sono
solo anime ansiose che cercano di
tirare avanti. Fanno quello che
possono per stare al passo con gli
altri, pur sapendo che ci sarà sempre
un divario.»
«Che genere di divario?»
domandò lui.
«Come se fossimo sempre fuori
luogo» rispose lei, pentendosene
immediatamente. Perché mai si
stava confidando con quest’uomo,
che non solo era un estraneo ma
pure un insegnante, quindi a due
gradi di separazione dal suo mondo?
Azur le passò accanto, andò a
sedersi alla scrivania, si prese un
appunto su un pezzetto di carta e lo
appese al filo da bucato che gli
passava sopra la testa. «Quindi, si
preoccupa che i suoi compagni di
studi possano pensare che non è una
di loro? Un’impostora che si finge
uguale a tutti gli altri? Si ritiene...
diversa? Posseduta? Strana? Matta?»
«Non ho detto questo» obiettò
Peri. Sentiva i muscoli contrarsi, in
attesa del colpo successivo.
Indifferente alla sua reazione,
Azur proseguì: «E mi dica, cosa le
fa pensare che non merita di trovarsi
a Oxford?».
«Non ho detto nemmeno
questo!» Lo sguardo di Peri ricadde
sul tappeto rosso, che le ricordava
quelli di casa sua. «Qui sono tutti
bravissimi» continuò con lo sguardo
rivolto ai propri piedi.
«Mentre lei no?»
«Sono brava anch’io, ma devo
faticare molto. Gli altri si adattano
subito alla vita universitaria, mentre
per me è più complicato» disse Peri,
rammentandosi solo in quel
momento del perché si trovava lì. «A
ogni modo, volevo vedere il
programma del corso su Dio. Il
dottor Raymond mi ha consigliato di
chiedere direttamente a lei.»
«Ah, il dottor Raymond?»
Dal tono sembrò che Azur non
lo stimasse molto, il suo consulente
accademico, ma non aggiunse altro.
Prese invece un appunto da dentro
un libro rilegato in pelle, lo scorse
rapidamente con una smorfia, lo
appallottolò e lo buttò con mossa
esperta nel cestino della carta
straccia, quindi annunciò:
«Immagino ci stesse pensando per il
prossimo trimestre autunnale, in
ottobre: il corso è al completo e c’è
una lista d’attesa».
Questo Peri non se l’aspettava. E
adesso, saputo che il corso era fuori
della sua portata, moriva dalla
voglia di seguirlo.
«Anche se» aggiunse Azur
notando la sua delusione «c’è uno
studente che a un certo punto dovrà
lasciare, e quindi un’occasione
potrebbe esserci.»
Peri s’illuminò in volto,
entusiasta; e subito dopo provò una
fitta di disagio, perché le venne in
mente che lo studente di cui parlava
Azur probabilmente era Troy.
«C’era un ragazzo...»
«Sì... rabbioso e aggressivo»
disse il professore. «I rabbiosi e
aggressivi non possono studiare
Dio.»
Tra i due calò il silenzio, come
un sipario che si srotolava. Da dietro
la scrivania, Azur le puntò gli occhi
addosso. «Ora sentiamo, lei perché
vuole seguire questo corso?»
«In casa mia, la fede è sempre
stata fonte di contrasti. Mio padre
è...»
«Qui non ci sono i suoi genitori.
Lo sto chiedendo a lei.»
«Be’, ho sempre provato una
certa ambivalenza rispetto alle
questioni di fede... e anche molta
curiosità. Ho bisogno di chiarirmi le
idee.»
«La curiosità è sacra e
l’incertezza è un dono» disse Azur
ripetendo l’affermazione fatta in
coda alla tavola rotonda. «Quanto al
chiarirsi le idee, a Oxford io sono
proprio l’ultima persona a cui
dovrebbe rivolgersi.»
Da fuori venne il cinguettio di
un uccello e Peri si chiese se potesse
essere il lucherino, tornato in seno
alla natura che, sebbene colma di
pericoli e crudeltà, era comunque la
sua casa. Così distratta, non si
avvide del professore che si chinava
in avanti e prendeva in mano il libro
di poesie che lei aveva appoggiato
prima.
«A-ha! Cos’abbiamo qui? Ma tu
pensa, una vecchia edizione delle
Rubā‘iyyāt!» disse Azur. E prima
che lei potesse reagire, aveva già
aperto il volume e trovato il
curriculum infilato tra le pagine.
«Guardi, quello è solo...»
farfugliò Peri.
Ugualmente deliziato e
incredulo, il professor Azur scorse
rapidamente il foglio riempito da
Shirin. «Bene, bene, bene. Quindi si
occupava di un polpo, giusto?»
Peri si sentì raggelare.
«Creatura misteriosa e
intelligentissima» continuò Azur.
«Con due terzi circa dei neuroni
situati nei tentacoli, come lei
certamente saprà.»
Non potendo far altro, Peri
annuì.
«Secondo lei ciascun tentacolo
pensa per conto suo?» chiese poi lui,
ma, con grande sollievo di Peri, con
l’aria di non aspettarsi una risposta.
«Per decenni si è pensato che,
quanto più grande il cervello di un
animale, tanto maggiore la sua
intelligenza; si associava la
dimensione alla capacità intellettiva.
Alla faccia del sessismo! Perché i
maschi hanno più tessuto cerebrale
delle femmine. E poi arriva lo
splendido polpo, a sfatare il mito
con le sue sei braccia, sì, sei e non
otto: inserire anche le gambe nel
computo è un errore. E se invece di
un grosso e ingombrante cervello
centralizzato, il prossimo passo
dell’evoluzione fosse una complessa
rete multi-cerebrale?»
Peri venne percorsa, quasi suo
malgrado, da un sottile brivido di
eccitazione. Si rese conto che
ascoltare quell’uomo le piaceva.
«E poiché si fa più intelligente
invecchiando, se solo vivesse più a
lungo il polpo sarebbe la specie più
geniale al mondo. Invece Aristotele,
il più grande tra i filosofi, riteneva
che i polpi fossero scemi. Ora, cosa
ci dice questo su Aristotele?»
Peri aveva la strana sensazione
che, ovunque quella conversazione
andasse a parare, non si trattava più
di filosofi né di molluschi ma di
Azur e di lei. Rispose: «Che
Aristotele sbagliava, forse per un
pregiudizio. Pensava che il polpo
non avesse nulla di interessante, e di
sapere già quel che c’era da sapere.
Perciò non si rendeva conto che era
pieno di meraviglie.»
Il professore sorrise.
«Giustissimo... Peri» disse gettando
un’occhiata al nome sul curriculum.
«E proprio come il polpo di
Aristotele, Dio è un enigma che va
esplorato.»
«Però è diverso. Non abbiamo
bisogno di credere ai polpi,
sappiamo che esistono. Mentre di
Dio, neppure riusciamo a decidere
se ci sia o non ci sia.»
Azur si accigliò. «Il mio corso
non ha niente a che vedere con il
credere. Noi cerchiamo
conoscenza.»
Una vena di fermezza nella
voce. Minacciosa e impaziente. A
Peri venne il dubbio che quando
parlava tra sé, lavorando fino a tarda
sera o passeggiando nelle mattinate
umide di rugiada, il professore
usasse proprio quel tono.
«Il seminario su Dio è un
incontro di menti curiose. Veniamo
da ogni genere di retroterra, ma
abbiamo una cosa in comune: lo
spirito indagatore! Il programma
richiede molte letture e ricerche. A
me non interessa se i miei studenti
credono o non credono, ma c’è un
peccato che non devono
commettere: quello della pigrizia.»
Peri domandò, cauta: «E quanto
al sillabo...?».
«Ah, il sacro sillabo!» tuonò
Azur. «L’accademia aborrisce
l’improvvisazione. Agli studenti
bisogna dire cosa leggere settimana
per settimana, e bisogna dar loro un
mese di preavviso, altrimenti è il
panico!»
Così dicendo aprì un cassetto, ne
cavò un foglio, lo infilò nelle
Rubā‘iyyāt e le porse il tutto.
«Eccolo qui, se proprio deve»
concluse. Il curriculum invece se lo
tenne.
«Grazie» disse Peri, benché
sospettasse che il documento che
aveva ricevuto corrispondesse al
vero nella stessa misura del
curriculum che Shirin aveva
preparato per lei.
«Prima che lei vada» disse
ancora Azur, «mi riferiva che è
confusa e curiosa, e che le pare di
complicarsi la vita da sola: bene,
queste tre C sono essenziali per un
onesto studio della possibilità di
Dio.»
«Intende la confusione, la
curiosità...»
«E la complicatezza! Che
qualcuno chiama caos!» aggiunse
Azur. «Chiunque possieda le tre C
necessarie è già in vantaggio, per lo
studio di Dio.»
Se ciò significasse che sarebbe
stata ammessa al corso Peri non era
in grado di stabilirlo, però sentì
comunque il bisogno di ringraziare
Azur, dunque sorrise e chiuse
delicatamente la porta.
Nell’attraversare il cortile si voltò a
riguardare il fabbricato, cercando di
trovare la finestra che aveva
intrappolato il lucherino; gli occhi
percorsero la facciata segnata dal
tempo e si posarono su una
ghigliottina vetrata, dietro la quale
passò l’ombra del professore, come
un pensiero fuggevole. Ma forse se
l’era solo sognato.
Il sacro sillabo

Nella mente di Dio / Il Dio


nella mente
(Scuola di alti studi in filosofia e
religione)
Giovedì 14.00 – 16.30
Aula seminari, 10 Merton Street

Descrizione
Il ciclo di lezioni settimanali
affronterà questioni d’importanza
crescente per un gran numero di
persone in tutto il mondo attuale. Lo
scopo è quello di acquisire i
necessari strumenti intellettuali per
meglio comprendere e favorire una
libera discussione scevra da ogni
settarismo e dogmatismo. Agli
studenti si chiede di leggere,
studiare, meditare e rispettare anche
opinioni che non condividono sul
piano personale.
Il corso NON promuove alcun
credo religioso specifico e NON
aderisce ad alcuna posizione
predeterminata. Che siate ebrei,
induisti, zoroastriani, buddisti,
taoisti, cristiani, musulmani,
buddisti tibetani, mormoni, bahaisti,
agnostici, atei, praticanti della New
Age o sul punto di dare vita a una
nuova confessione, la vostra voce
vale quanto le altre. Nel corso delle
esercitazioni si discuterà seduti in
cerchio, in modo che ciascuno sia
equidistante dal centro.

Obiettivi del seminario


1. Promuovere empatia,
conoscenza, comprensione e
discernimento, sophos, per tutto
quanto attiene al concetto di Dio;
2. Fornire ai partecipanti una
vasta gamma di risposte alle
domande più urgenti del nostro
tempo;
3. Incoraggiare i partecipanti
alla riflessione critica e attenta su
un argomento di grande rilievo non
esclusivamente in ambito filosofico e
teologico, ma che continua a
rivestire un profondo significato in
psicologia e sociologia, per la
politica e per le relazioni
internazionali;
4. Avvicinarsi a dilemmi
universali senza rischio di
reiterazione meccanica, mancanza
di informazione, fanatismo o timore
di offendere;
5. In breve, confondere e
lasciarsi confondere...

Materiali per il seminario


Le bibliografie saranno
preparate individualmente secondo
determinazione, costanza e risultati
dei partecipanti. Si sappia fin da
subito che si assegnerà materiale in
contrasto con le singole convinzioni
e si chiederà di commentarlo (p. es.
i non credenti potrebbero dover
leggere libri di autori devoti, i
credenti analizzare opere di studiosi
atei ecc.).

Cosa aspettarsi da questo


seminario
Poiché il suo argomento
principale è Dio, il corso è illimitato
nel tempo, non ha un inizio e forse
nemmeno una fine. Saranno i
partecipanti a decidere quanto
trarre dall’esperienza e fino a che
punto spingersi nel viaggio.
a. Gru: sono coloro che,
insoddisfatti dal volo a quote medie,
mirano a salire più su di chiunque
altro, docente incluso. Vorranno
ampliare la bibliografia, faranno
domande sulle domande,
pretenderanno sfide al pensiero, si
libreranno sui passi di montagna.
b. Civette: non ambiziose come
le gru, i tipi-civetta sono tuttavia
grandi pensatori. Anziché divorare
migliaia di pagine, preferiscono
scavare nel materiale a
disposizione, in cerca di profondità.
Dubiteranno del corso, delle letture,
dell’insegnante e anche di sé. Il loro
contributo al gruppo sarà unico e
incommensurabile.
c. Rondoni maggiori: forse non
motivati come le gru né intensi come
le civette, i rondoni percorreranno
tuttavia le distanze maggiori.
Continueranno a leggere
sull’argomento ben dopo che il
corso sarò terminato e ben dopo
essersi laureati.
d. Pettirossi: si accontentano del
minimo, si preoccupano più del voto
che prenderanno alla fine che dei
cimenti intellettuali lungo il
percorso, timidi e restii ad andare
oltre la superficie delle cose, i
pettirossi sono quelli che in tutta
probabilità ricaveranno meno dal
seminario.

Regole di condotta del seminario


Qualunque contributo è gradito,
purché sorretto da ricerche,
abilmente presentato e frutto di
apertura mentale. Diversamente da
quanto previsto in altri seminari,
mangiare a lezione non è un
problema; anzi, il consumo di cibo
(moderato, niente esagerazioni) e
bevande (analcoliche, al cervello
serve sobrietà) è incoraggiato, non
solo perché giovano all’umore e
aiutano la mente a concentrarsi, ma
anche perché è difficile provare
ostilità per chi ha diviso il pane con
voi. Ergo, condividete il cibo con i
compagni, specie quelli che nutrono
convinzioni opposte alle vostre.
Prepotenza, bullismo, discorsi
diffamatori e comportamenti
malevoli verso i compagni (o verso
il docente, va da sé) non saranno
tollerati, come del resto un
atteggiamento permaloso.
Accettando di seguire questo
seminario, sottoscrivete un tacito
accordo per cui la libertà di parola
ha la precedenza sulla vostra
suscettibilità personale. Se non
reggete l’esposizione di/a idee
sgradevoli, non è possibile condurre
un dibattito aperto. Se vi sentite
offesi, il che è umano, ricordate le
sagge parole del poeta: «Se ogni
strofinata ti irrita, come pensi di
levigare lo specchio?».1
Se pensate di sapere già tutto
quel che c’è da sapere su Dio e non
siete interessati ad arricchire la
vostra mente con altre informazioni,
siete pregati di lasciar perdere e
«scostarvi dal sole».2 Il tempo è
prezioso, tanto il mio quanto il
vostro, e questo è un seminario per
Cercatori. Per chi è «disposto a
essere un principiante tutte le
mattine».3 E se tutto questo vi
sembra troppo faticoso, tenete a
mente: «La più elevata attività cui
può giungere l’essere umano è lo
studio per la comprensione, perché
capire è essere liberi».4

1 Rūmī.
2 Diogene.
3 Meister Eckhart.
4 Spinoza, naturalmente.
Strategia di marketing

Istanbul, 2016

Due cameriere, in uniforme nera,


grembiulino bianco inamidato e
identica espressione in volto,
entrarono portando vassoi di
cristallo pieni di praline al
cioccolato.
«Assaggiateli, tutti! Sono i miei
tesorucci» disse la moglie dell’uomo
d’affari.
Anche questo si era letto sui
giornali: l’uomo d’affari aveva
acquisito una fabbrica di cioccolato
in bancarotta e, come regalo
d’anniversario per la moglie, le
aveva affidato il controllo della
produzione e del marketing. Lei
aveva ribattezzato «atelier» la
fabbrica e il marchio adesso era Les
bonbons du harem: i consumatori
turchi non riuscivano nemmeno a
pronunciarlo, ma la francesità,
europeità, alterità del nome
bastavano a farne un prodotto
desiderabile, sofisticato, à la mode.
Adesso la padrona di casa
proclamava entusiasta: «Provatene
anche uno solo e vi garantisco che vi
leccherete le dita».
Gli ospiti si sporsero a esaminare
le prelibatezze, disposte per bene su
piccoli centrini di carta.
«Le abbiamo chiamate con nomi
di città. Vedete quella coi lamponi?
È Amsterdam. Quella col marzapane
è Madrid, Berlino è a base di birra e
zenzero, e Londra di whisky
invecchiato. Per gli ingredienti non
badiamo a spese.»
«Puoi dirlo forte!» intervenne
l’uomo d’affari. «Ha voluto usare a
tutti i costi whisky single malt
invecchiato diciott’anni! Mi
manderà in rovina.»
Gli invitati risero.
Ignorando l’interruzione, la
padrona di casa riprese: «Non mi
chiameranno più “la moglie
dell’uomo d’affari”, perché adesso
sono io una donna d’affari».
Gli ospiti applaudirono.
Imbaldanzita, la donna d’affari
proseguì: «Venezia, con liquore di
ciliegie; Milano con l’Amaretto;
Zurigo, cognac e frutto della
passione. E infine Parigi, allo
champagne!».
«Racconta un po’ della tua
strategia di marketing» la esortò il
marito.
«Abbiamo due linee: per i beoni
e per gli astemi» spiegò la donna
d’affari. «Stesse scatole, prodotti
diversi. In Europa e in Russia
esportiamo le praline con l’alcol,
mentre in Medio Oriente senza.
Geniale, vero?»
«Anche i cioccolatini halal
hanno dei nomi?» chiese il
giornalista.
«Certo, caro.» La donna d’affari
indicò il vassoio accanto. «Medina,
con i datteri. Dubai, con crema al
cocco. Amman, con caramello e
nocciole. E quella rosa, che contiene
appunto acqua di rose, è Esfahan.»
«E Istanbul?» chiese Peri.
«A-ha! Potevamo forse
dimenticarla?» disse la donna
d’affari. «Istanbul dev’essere fatta di
contrasti: crema alla vaniglia e
scaglie di pepe nero!»
Mentre gli ospiti continuavano a
chiacchierare e trangugiare praline,
le cameriere cominciarono a servire
le bevande calde. Le signore
scelsero in gran parte camomilla o tè
nero, mentre gli uomini optarono per
lo più per il caffè: espresso o
americano. Nessuno chiese caffè
turco, tranne il banchiere
statunitense, fedele alla massima
“Paese che vai, usanza che trovi”,
sebbene in questo caso l’usanza non
fosse all’apparenza così diffusa.
Ansioso di adeguarsi alle
tradizioni locali, l’americano chiese
inoltre: «Poi qualcuno mi sa leggere
i fondi?».
«Non ti preoccupare» gli rispose
in inglese la donna d’affari. «Non
serve: da un momento all’altro
arriverà il sensitivo!»
«Non vedo l’ora» s’inserì la
ragazza del giornalista. «Ho proprio
bisogno di parlarci per un po’.»
Peri si guardò attorno. Tutte
quelle donne erano animate dal
timor di Dio, dei mariti, del
divorzio, della povertà, del
terrorismo, delle folle, del disonore,
della pazzia; donne dalla casa
immacolata, certissime in cuor loro
di cosa aspettarsi dal futuro. Da
giovani avevano sostituito «l’arte di
blandire il padre» con «l’arte di
blandire il marito». Se erano sposate
da molto, esprimevano con più
coraggio e forza le proprie opinioni,
ma conoscevano bene il limite da
non oltrepassare.
Peri, dal canto suo, non
condivideva le loro preoccupazioni;
non aveva mai temuto né suo padre
né suo marito e, quanto al rapporto
con Dio, benché il suo non fosse
sempre stato ottimo, era decisa a non
temere nemmeno Lui. La vera fonte
del suo disagio era tutt’altra: era lei
stessa, la propria oscurità, a
riempirla di trepidazione.
«Ehi, al sensitivo mica gli
permetteremo di vedersi in privato
con tutte queste belle signore!» disse
l’uomo d’affari. Sottovoce aggiunse
anche una battuta di cattivo gusto, a
cui gli ospiti maschi reagirono
sghignazzando e le femmine
simulando un attacco di sordità.
Peri si ricordò della facilità con
cui Shirin diceva parolacce in
pubblico, agitando le mani come per
scacciare una mosca fastidiosa; e di
quando a Oxford lo aveva fatto
anche lei, ma in una sola occasione,
dicendone di tutti i colori ad Azur
quando si era arrabbiata con lui.
Com’è facile, odiare una persona
che si ama.
In Turchia c’erano due tipi di
donne: quelle che usavano il
turpiloquio senza ritegno e se ne
infischiavano dello stigma della
sconvenienza (un’esigua minoranza)
e quelle che non l’avrebbero mai
fatto (la maggioranza). Le signore
della buona borghesia presenti alla
cena appartenevano al secondo
gruppo: non dicevano una parola
men che corretta, se non quando
parlavano in inglese, in francese o in
tedesco. Tutto sommato, in un
idioma straniero ci stava bene anche
qualche parolaccia: oscenità che mai
si sarebbero sognate di pronunciare
nella loro lingua madre, le
scandivano invece nelle lingue
europee senza il minimo rimorso.
Era più facile – e, per qualche verso,
meno offensivo – dire l’indicibile in
una lingua altrui, come quando una
va a una festa in costume e si lascia
andare celata dal travestimento e
dalla maschera.
Gli uomini, invece, erano liberi
di usare le parolacce, lo facevano
generosamente e non solo se in
preda alla collera. Il turpiloquio
travalicava lo spettro culturale,
teneva insieme la specie dei maschi.
«A proposito, ecco qui due
praline a cui non abbiamo ancora
dato un nome» disse la donna
d’affari. «Una è a base di sherry e
scorzette di limone. Ma proprio
stasera mi hai dato un’idea, Pericim:
la chiameremo Oxford!»
Detto ciò, la donna d’affari si
alzò e frugò tra i vassoi. «Ah, eccola
qui!» Prendendo la pallina di
cioccolato delicatamente fra le dita,
la offrì a Peri. «Assaggiala.»
Sotto lo sguardo attento di tutti,
Peri se la lasciò cadere in bocca e
sentì i sapori sciogliersi sulla lingua:
sotto la dolcezza iniziale, al palato
arrivava poi il colpo secco
dell’agrume, allettante e
ingannevole al contempo, proprio
come i seminari del professor Azur.
Bacio mortale

Oxford, 2001

Per le vacanze pasquali Peri non


tornò a casa. Doveva ancora
abituarsi alla divisione in tre
trimestri dell’anno accademico
inglese, e le lunghe pause la
destabilizzavano ogni volta. Non
solo perché non poteva rientrare in
Turchia con la stessa frequenza degli
altri; non solo perché non era
un’estroversa né un’esploratrice e
quindi non era incline a perlustrare i
dintorni; ma soprattutto perché in
quei momenti percepiva ancor più
acutamente l’abisso tra sé e gli altri.
Quando erano tutti presi a scrivere
tesine e a frequentare le lezioni
anche lei poteva seguire la corrente
senza sforzo, ma quando in teoria
avrebbe dovuto rilassarsi e divertirsi
un po’ non sapeva cosa fare di se
stessa.
Nonostante tutto, quella stessa
settimana ricevette un invito
inaspettato. Mona, che a sua volta
era rimasta in città a fine trimestre e
passava da un’attività di gruppo
all’altra come d’abitudine, aveva
ricevuto la visita di due cugine
dall’America e tutte e tre erano in
partenza per la campagna gallese
dove avevano affittato un cottage.
«Perché non vieni anche tu?»
propose a Peri. «Ti piacerà. Aria
fresca in abbondanza.»
Correndo a mettere in valigia più
libri – compresi due del professor
Azur – di quanti avrebbe
umanamente potuto leggerne in una
settimana, Peri accettò l’invito.
Ipotizzava che Mona si sarebbe
dedicata alle parenti e quindi lei
sarebbe stata contemporaneamente
in compagnia e sola. L’idea era
tollerabile.
Fu presa alla sprovvista la prima
volta che vide i segnali stradali in
gallese e inglese. Fino ad allora non
le era mai venuto in mente che ci
potesse essere più di una lingua
ufficiale nello stesso Paese; in
Turchia non aveva mai visto cartelli
in turco e curdo, ed era tale la sua
sorpresa ogni volta che ci
s’imbatteva da doversi fermare a
scattare una foto.
«Tu sei matta» disse Mona
ridendo. «Sei immersa in un
paesaggio incredibile e fotografi i
cartelli stradali?»
I panorami erano davvero
magnifici. Pecore con gli agnellini
appena nati a pascolare in campi
saturi di colori, tappeti di verde
punteggiati da eriche viola,
campanule azzurre e fiori di cuculo.
La casetta affittata per le vacanze si
rivelò un minuscolo cottage di legno
dipinto di bianco appollaiato sul
versante occidentale di una valle. La
mattina veniva inondato da un sole
splendente, nel pomeriggio da
un’ombra densa e serena. In
lontananza si vedeva il fiume Wye
serpeggiare tra le colline come un
sinuoso nastro d’argento.
Peri s’innamorò del cottage: la
stufa di ferro, i soffitti bassi, i
ciocchi accatastati all’esterno, il
pavimento a lastroni di pietra e
persino il profumo delle lenzuola,
sempre ghiacciate quando ci
s’infilava a letto. Divideva una
stanza con Mona, mentre le cugine
avevano preso l’altra. Benché il
paesello più vicino distasse quasi
due chilometri, durante il giorno
c’era sempre così tanto da fare che
non restava molto tempo per
leggere; e lei, che era sempre stata
una ragazza di città, osservava la
natura con un diletto singolare, la
meraviglia delle piccole cose, e
aveva la sensazione che solo quello
contasse: le piccole cose. Sempre
incline a fantasie negative,
immaginava che fosse successa una
catastrofe – un’esplosione nucleare
– e che loro fossero le uniche
superstiti, lontane dalla civiltà.
Sapeva che sua madre sarebbe
rimasta scioccata al vedere la figlia
lì, quattro ragazze sole nel bel
mezzo del nulla.
Una sera dal letto osservò Mona
che pregava in un angolo, il viso
rivolto verso la Mecca. Di religione
non avevano parlato per niente,
scansando entrambe l’argomento. Ci
fosse stata anche Shirin, lei sì che
l’avrebbe tirato in ballo.
Quando Mona spense la luce,
sulla stanza calò un silenzio
improvviso. Peri si rigirava nel letto.
«Da piccola un’ape mi ha punta su
un labbro» borbottò adagio, come se
stesse spolverando il ricordo. «La
bocca mi si è gonfiata così tanto da
sembrare un canotto. Mio padre
disse che l’ape si era pazzamente
innamorata... di me, e aveva voluto
baciarmi. E io mi sono sempre
chiesta, lo sapeva di dover morire
non appena usava il pungiglione?
Strano, no, se lo sapessero e lo
usassero comunque.
Autodistruzione.»
Mona si girò su un fianco; al
lume di luna che entrava dalla
finestra la sua sagoma pareva una
scultura. «Solo gli esseri umani sono
dotati di consapevolezza. Così vuole
l’ordine divino. Per questo Allah ci
ritiene tutti responsabili del nostro
comportamento.»
«Sì, però gli animali non
vogliono morire, hanno l’istinto di
sopravvivenza. Poi vanno e
pungono, e di certo lo sanno che si
stanno togliendo la vita. Voglio dire,
uno guarda la natura e pensa, uh, che
bello, quanta dolcezza. E invece è di
una crudeltà feroce.»
Mona sospirò. «Ricordati che
non devi governare il mondo. È Lui
che ordina ogni cosa, non tu. Abbi
fede.»
Ma come faceva Peri a riporre la
sua fiducia in un sistema dove le api
erano destinate a morire non appena
si innamoravano? E se questo era il
divino ordine di cui tutti tessevano
le lodi, come potevano definirlo
santo e giusto? Sentì freddo e si tirò
la trapunta fin sotto il mento.
Quella notte Peri cacciò un urlo
nel sonno, e mormorò parole turche
che somigliavano al ronzio di mille
api che cercavano di liberarsi.
Le cugine nella stanza accanto,
svegliate dal baccano, si misero a
ridacchiare. Mona invece si drizzò a
sedere, attonita, e pregò che i
demoni che tormentavano la sua
amica, quali che fossero, potessero
venir dispersi in lungo e in largo. Il
mattino dopo tornarono tutte a
Oxford, e ogni volta che Mona e
Peri avrebbero avuto occasione di
riparlare della loro gita in Galles, lo
avrebbero fatto con un sorriso gaio...
benché ciascuna delle due, a modo
proprio, avesse intuito che sotto quei
momenti così intensi c’era qualcosa
di oscuro.
La pagina bianca

Istanbul, estate 2001

Terminato finalmente il suo


primo anno a Oxford, Peri trascorse
le vacanze a Istanbul. Di tanto in
tanto, sua madre accennava
distrattamente a questo o quel
giovanotto, utilizzando sempre la
medesima combinazione di parole
chiave. Per Selma, più che un
risveglio intellettuale o la base per
una carriera promettente,
l’istruzione di Peri non era che un
breve interludio prima del
matrimonio e solo nell’ultimo mese
aveva visitato sette diversi santuari,
accendendo candele, legando qua e
là striscioline di seta ed esprimendo
voti perché la figlia potesse maritarsi
presto e bene.
«Mentre eri via sono arrivati dei
nuovi vicini. Famiglia perbene»
disse Selma sgranando un mucchio
di fave che intendeva cucinare per
cena. «Hanno un figlio, un bel
ragazzo, intelligente,
rispettabilissimo...»
«Cioè, mi hai trovato un buon
partito» mormorò Peri, avvolgendosi
una ciocca di capelli attorno a un
dito e tirando forte. Poi si rese conto
che era molto più corta delle altre e,
improvviso e sgradevole, le venne il
sospetto che sua madre gliel’avesse
tagliata mentre lei dormiva. L’idea
che adesso i suoi capelli si
trovassero in uno di quei santuari,
sepolti tra le molte altre offerte di
Selma, le diede i brividi.
«Ma lasciala perdere, ’sta
ragazza» intervenne Mensur dalla
solita poltrona. «La mandi in
confusione. Deve pensare alle
lezioni, perché noi qui puntiamo a
una laurea, non a un marito.»
«Questo ragazzo la laurea ce
l’ha» ribatté Selma. «È andato
all’università. Possono fidanzarsi
ora e sposarsi dopo che si laurea lei.
Che cos’ha da perdere?»
«Oh be’, giusto la libertà, la
gioventù e il senno» intervenne Peri.
«Sembra di sentir parlare tuo
padre» disse Selma, e tornò alle sue
fave, come se avesse dimostrato un
teorema.
Argomento chiuso, dunque... ma
non per molto.

Istanbul, un mite pomeriggio di


fine estate. Peri era uscita a far
spese. Impermeabile, nuove scarpe
da corsa, zainetto... doveva
comprare tutto prima di ripartire per
Oxford. Scendendo dall’autobus nei
pressi di piazza Taksim notò un
capannello di gente. Erano tutti
fermi sul marciapiede, davanti a una
casa da tè frequentata da studenti, e
guardavano uno schermo televisivo
che berciava dall’interno. Le
silhouette, viste di profilo e bagnate
da una luce d’albicocca quando il
sole le sfiorava, erano un groviglio
di ombre.
Un omone con le spalle larghe si
teneva la fronte con le mani, le
sopracciglia strette insieme. Una
ragazza con la coda di cavallo
pareva stordita, il corpo rigido. Peri,
irritata ma anche incuriosita da
quelle espressioni, si fece strada
pian piano nel gruppetto.
E poi vide che cosa stava
passando in televisione: un
aeroplano che si schiantava addosso
a un grattacielo, stagliato contro un
cielo così azzurro che quasi faceva
male agli occhi. La scena veniva
continuamente replicata, come al
rallentatore, benché sembrasse ogni
volta meno reale. Volute di fumo che
si alzavano dall’edificio. Pezzi di
carta sollevati senza meta dal vento.
Come scagliato da una fionda un
oggetto sfrecciò verso terra, e poi un
altro... Peri spalancò la bocca,
rendendosi conto solo in quel
momento che quelli non erano
oggetti, ma persone che si gettavano
verso la morte.
«Americani...» borbottò un
uomo accanto a lei. «Ecco cosa ti
capita quando t’impicci degli affari
altrui.»
«Be’, erano convinti di dominare
il mondo, giusto?» commentò una
donna scuotendo il capo e facendo
dondolare gli orecchini a cerchio.
«Adesso sanno di essere mortali
anche loro, proprio come noi altri.»
Peri incrociò lo sguardo della
ragazza con la coda. Per un attimo
parve che solo loro provassero
tristezza, sconcerto, terrore. Ma
l’altra ragazza si voltò rapidamente,
senza offrire molta solidarietà.
Turbata dai commenti che sentiva
attorno Peri si allontanò, con la testa
che scoppiava di domande; ma
ovunque si voltasse trovava gente in
cerca di complotti su cui ruminare,
come api ronzanti a caccia di nettare
da succhiare.
“Devo chiamare Shirin” pensò.
Bisognosa di sentire la voce sicura
dell’amica, la chiamò da una cabina.
Per fortuna rispose subito.
«Ehi, Peri. Che cazzo di mondo,
eh? Si possa vivere in tempi
interessanti...»
«È orrendo e basta» disse Peri.
«Non so che cosa pensare.»
«Innocenti massacrati» tagliò
corto Shirin, quasi urlando. «E
perché, perché qualche stronzo
depravato pensa che andrà in
paradiso se ammazza in nome di
Dio. E le cose peggioreranno,
vedrai: adesso tutti i musulmani
verranno bersagliati, e molti altri
innocenti dovranno soffrire, da
entrambe le parti.»
Peri notò che qualcuno aveva
appiccicato una gomma da masticare
sotto l’apparecchio: una cattiveria
piccola, ma sempre una cattiveria.
«Terribile! Atroce. E spaventoso.
Com’è potuto succedere?»
«Be’, sono sicura che non si
parlerà d’altro. Per mesi, se non
anni. Giornalisti, esperti, studiosi.
Ma in realtà, non c’è molto da
discutere: la religione alimenta
l’intolleranza, che porta all’odio, che
porta alla violenza. Fine della
storia.»
«Ma non ti sembra ingiusto?»
disse Peri. «C’è un sacco di gente
che crede eppure non farebbe male a
una mosca. Qui non si tratta di
religione, ma di pura malvagità.»
«Sai che ti dico, Topina, non mi
va di discutere, perché stavolta sono
confusa quanto te. Devo parlarne
con Azur, altrimenti impazzisco.»
Peri ebbe un sussulto. «Vai a
ricevimento? Ma il trimestre non è
ancora cominciato.»
«E chi se ne frega? Domani
torno a Oxford e so che c’è anche
lui. Cambia la prenotazione del tuo
volo, vieni con me.»
«Ci proverò» concluse Peri,
evitando di puntualizzare che un
biglietto last minute non l’avrebbe
mai trovato, e se anche l’avesse
trovato non se lo sarebbe potuto
permettere.
A casa trovò il padre e la madre,
più sconcertati di lei, che
guardavano in TV le stesse scene
continuamente replicate.
«I fanatici stanno prendendo il
controllo del mondo» sentenziò
Mensur.
Aveva cominciato a bere più
presto del solito, e a guardarlo
pareva che si fosse già scolato
diversi bicchierini. Per la prima
volte sembrava incerto, al pensiero
della figlia che tornava a Oxford.
«Forse non avremmo dovuto
mandarti all’estero, non c’è più un
posto sicuro da nessuna parte. Non
avrei mai pensato di dire una cosa
del genere, ma forse l’Occidente è
diventato più pericoloso
dell’Oriente.»
«Est, ovest, che differenza fa?
Nessuno sfugge al proprio kismet...»
commentò Selma. «Se Allah te l’ha
scritto in fronte con il suo inchiostro
invisibile, non importa che tu sia qui
o in Cina. La morte verrà a cercarti e
ti troverà.» A queste parole Mensur
prese la biro che usava per fare i
cruciverba e si scarabocchiò sulla
fronte il numero 100.
«Che stai facendo?» gli chiese la
moglie.
«Mi cambio il destino! Camperò
fino a cent’anni.»
Peri non rimase là a sentire la
risposta della madre; dei battibecchi
dei genitori non ne poteva
veramente più. In preda a un’acuta
sensazione di solitudine si ritirò in
camera sua e prese il Diario di Dio,
ma per quanto provasse a buttare giù
qualcosa di ragionevole, non
riusciva a scrivere nulla. Non quel
giorno. Era talmente piena di
interrogativi, sulla religione, sulla
fede e su Dio... il tipo di Dio che
permetteva certe atrocità e
pretendeva comunque obbedienza.
Rimase a fissare la pagina bianca,
inghiottita dal candore di quel vuoto,
e si chiese cos’avrebbe detto Azur a
Shirin quando si fossero incontrati
nell’ufficio di lui. Quanto le sarebbe
piaciuto infilarsi là dentro di
soppiatto, come il lucherino, e
mettersi ad ascoltare. Anche lei
aveva delle domande per il
professore. Shirin aveva fatto bene a
insistere, probabilmente: a Peri
serviva proprio, un corso su Dio.
Non tanto per scoprire chissà quali
verità sull’essere supremo, quanto
per comprendere meglio le
incertezze che si sentiva ribollire
dentro.
Poi fece una cosa che non
avrebbe mai confidato a nessuno:
pregò per tutti i morti delle Torri
gemelle. Pregò per le loro famiglie e
i loro cari. E prima di terminare la
preghiera, ci aggiunse una piccola
richiesta a Dio perché la facesse
ammettere al corso di Azur, in modo
da poter imparare qualcosa di più su
di Lui e, magari, dare un senso al
caos dentro e fuori la sua testa.
Il cerchio

Oxford, 2001

Nella prima settimana del nuovo


trimestre, in un primo pomeriggio di
cielo placido come un laghetto di
campagna, Peri si stava preparando
per il primo incontro del corso Nella
mente di Dio / Il Dio nella mente.
Una manciata di giorni prima si era
trovata, nella casellina di posta della
portineria, una busta inviatale
nientemeno che dal professor Azur.
La nota che conteneva,
evidentemente vergata di fretta,
piegava lievemente verso il basso:

Gentile signorina Nalbantoğlu,
se è ancora interessata al mio
corso, comincia giovedì prossimo
alle 14 in punto! Porti con sé
dell’ambra, se ritiene, ma niente
scuse.
Il polpo l’attende.
A.Z. Azur

Da quando l’aveva ricevuta, tra
le lezioni e il lavoro part-time in
libreria, Peri non aveva avuto la
possibilità di riflettere sul passo che
aveva fatto; e ora, diretta in aula con
un bloc-notes stretto al petto, rimase
sorpresa dall’ansia che provava.
Entrò nell’aula e contò
mentalmente nove studenti: quattro
maschi e cinque femmine. Tra le
quali, con sua grande sorpresa, c’era
Mona, che la salutò altrettanto
meravigliata.
Poi passò in rassegna le altre
facce, notando i sorrisi incerti e il
modo in cui tutti sedevano a
rispettosa distanza gli uni dagli altri,
sollevata al vedere che non era
l’unica a sentirsi nervosa. Alcuni
compagni di corso erano immersi
nei propri pensieri mentre
chiacchieravano sottovoce oppure
leggevano la descrizione del corso,
probabilmente per l’ennesima volta;
poi c’era un ragazzo, con la testa
posata sul quaderno, che sembrava
addormentato.
Peri si piazzò su una sedia vicino
alla finestra e si mise a guardare le
ampie fronde di una quercia, le
foglie autunnali che scintillavano
d’oro e rosso sangue. Si chiese se
aveva ancora tempo per andare in
bagno, ma il terrore di rientrare a
lezione cominciata la tenne
inchiodata alla sedia. Fuori il cielo si
era rannuvolato, e benché fosse
ancora presto la giornata pareva già
volgere al crepuscolo.
Allo scattare dell’ora la porta si
aprì, e il professor Azur fece il suo
ingresso imbracciando una pila di
cartellette, una scatola di pastelli
colorati e quella che sembrava una
clessidra. Portava una giacca blu di
velluto a coste con toppe di cuoio ai
gomiti e, sebbene la linda camicia
bianca fosse perfettamente stirata, la
cravatta pendeva slacciata come se
lui avesse ritenuto troppo noioso
annodarsela, e i capelli erano tutti
scarmigliati. O si era fatto la strada a
piedi tra raffiche di vento, oppure se
li era ravviati troppe volte con le
dita.
Fulmineo come una frusta, mollò
il carico sulla scrivania e posò la
clessidra su un leggio,
capovolgendola immediatamente: i
granelli di sabbia presero a scorrere
dal bulbo superiore a quello
inferiore, viandanti in
pellegrinaggio. Poi si mise davanti
alla lavagna bianca, alto e snello, e
disse, con una vivacità che ribaltò
l’abulia della classe:
«Salve a tutti! Shalom aleichem!
As-salāmu ‘alaykum! La pace sia
con voi! Namasté! Jai Jinendra!
Satnam! Sat sri akaal! Pronuncio
questi saluti senza alcun particolare
ordine di preferenza o precedenza,
caso mai ve lo chiedeste.»
«Aloha» rispose qualcuno, e
anche gli altri intervennero con una
miriade di saluti, un turbinio di voci
e risate.
«Benissimo!» fece Azur
fregandosi le mani. «Vi vedo belli
carichi e sicuri, che è sempre un
buon segno... o la formula del
disastro. Vedremo quale delle due.»
Da dietro la montatura nero e
tartaruga gli occhi scintillavano
come chicchi di vetro bruno levigato
dal mare, e il tono di voce saliva a
ondate entusiaste, come quello di un
esploratore rientrato da terre
lontanissime che ora raccontava le
sue avventure agli amici. Si
congratulò con tutti per aver avuto la
curiosità e la faccia tosta di
iscriversi e aggiunse, con una
strizzata d’occhio, che si aspettava
da loro anche la tempra necessaria
ad arrivare fino in fondo al corso.
Tra l’agio e la rapidità con cui
parlava, tuttavia, era difficile, se non
impossibile, capire quando
scherzava e quando diceva sul serio.
«Come avrete già notato, siamo
in undici... dieci sarebbe stato troppo
perfetto, e la perfezione annoia»
disse Azur. Poi si guardò attorno e
schioccò la lingua. «Vedo che
abbiamo già da fare... avete
distanziato le sedie come se temeste
di prendervi la polmonite. Perciò,
signore e signori, se non è troppo
disturbo, vi spiacerebbe alzarvi?»
Sorpresi e divertiti, gli studenti
eseguirono.
«Quanta obbedienza! La virtù
più cara al Signore, o così si dice. E
adesso, vi spiacerebbe disporre le
sedie in circolo, cioè la figura più
adatta a parlare di Dio?»
A materie diverse
corrispondevano assetti geometrici
diversi, spiegò Azur. Per la politica,
ordine sparso e amorfo; per la
sociologia, un triangolo netto; per la
statistica, un rettangolo, e per le
relazioni internazionali un
parallelogramma. Ma Dio andava
discusso in cerchio, con quanti si
trovavano sulla circonferenza
equidistanti dal centro e in grado di
guardarsi negli occhi.
«D’ora in poi, ogni volta che
entro voglio trovarvi già seduti ad
anello.»
Per ottenere il risultato ci volle
qualche minuto e una certa dose di
raschi e strascicamenti di sedie a
terra, e alla fine la forma descritta
dal gruppo somigliava più a un
limone spremuto che a un cerchio
vero e proprio. Il professore non ne
rimase del tutto soddisfatto, ma li
ringraziò comunque per l’impegno.
Dopodiché, domandò a ciascuno
qualche frase di presentazione, che
raccontasse da dove venivano e
soprattutto perché si interessavano a
Dio «quando il mondo offre ai
giovani svaghi senz’altro più
divertenti».
La prima a parlare fu Mona:
dopo la tragedia dell’11 settembre,
disse, aveva cominciato a
preoccuparsi moltissimo di come
veniva percepito l’Islam in
Occidente. Pesando con cura le
parole, dichiarò poi che si sentiva
orgogliosa di essere una giovane
musulmana e amava la sua fede con
tutto il cuore, ma era molto frustrata
dal carico di pregiudizi che doveva
affrontare tutti i giorni. «Gente che
non sa nulla dell’Islam si permette
di generalizzare in maniera molto
rozza sulla mia religione, il mio
Profeta, il mio credo» disse. «E il
mio velo» aggiunse
immediatamente. Si trovava lì per
prendere parte a un dibattito onesto
sulla natura dell’Onnipotente, dato
che aveva creato tutti loro e, per
ottime ragioni, tutti diversi. «E io
rispetto la diversità, ma pretendo
anche di essere rispettata.»
Quando fu il suo turno, il
ragazzo seduto accanto a lei
raddrizzò la schiena e si schiarì la
gola. Si chiamava Ed, aveva una
formazione scientifica e voleva
avvicinarsi a Dio, disse, «in modo
cautamente oggettivo e
intellettualmente neutro». Riteneva
che scienza e fede potessero
senz’altro incontrarsi, ma che ci
volesse un filtro per eliminare i non
pochi elementi irrazionali della
religione. «Mio padre è ebreo, mia
madre protestante, e nessuno dei due
pratica» aggiunse. «Direi che come
Mona, ma per un altro verso, provo
interesse per identità e fede nella
contemporaneità, sebbene Dio per
me, in tutta franchezza, non sia mai
stato un problema.»
«E allora che ci fai qui?» chiese
un altro ragazzo biondo fulvo,
muscoloso e leggermente butterato,
che si rigirava un lapis tra le dita.
«Pensavo che Dio fosse un problema
per tutti, a questo corso!»
Peri notò che Ed alzava lo
sguardo verso Azur, il quale gli
indirizzò un cenno del capo quasi
impercettibile. Tra i due passò
qualcosa, un messaggio che lei non
riuscì a decifrare.
Il professore si rivolse al biondo.
«Di norma mi aspetto che i miei
studenti si commentino a vicenda e
li incoraggio a farlo, ma non così
presto. Siamo ancora pulcini in
formazione: mettiamo almeno la
testolina fuori dall’uovo.»
Subito dopo prese la parola
Olivia, una bella ragazza con un
chiaro accento irlandese. Aveva
grandi occhi castani e lisci capelli
scuri, una ciocca dei quali le si
impigliò per un attimo sulle labbra
mentre apriva bocca. Disse che era
stata cresciuta da cattolica e che
andava a messa tutte le domeniche;
era contenta di essere circondata da
gente meravigliosa nel Circolo
cattolico di Oxford, ma aveva
desiderio di allargare lo sguardo.
«Mi sono detta che seguire questo
corso poteva essere interessante,
anche solo per sentire come si parla
di Dio fuori dal mio orticello. E
quindi...» Lasciò la frase in sospeso,
come confidando nell’altrui capacità
di completarla.
«Direi che tocca a me»
intervenne il biondo, con la matita
che ruotava sempre più veloce. «Mi
chiamo Kevin, sono di Fresno in
California e sono qui con una borsa
di studio Rhodes.»
Con i lineamenti stravolti, Kevin
dichiarò che Ernest Hemingway, il
quale aveva ragione praticamente su
tutto, aveva chiuso la questione
affermando che chiunque fosse
dotato di ragione era ateo; e infatti
lui era un ateo convinto, per dire.
«Non credo a nessuna di queste
stronzate ed è per questo che sono
qui. Voglio impegnarmi in una
discussione costruttiva su scienza,
evoluzione e quel che voi altri
chiamate Dio, e sono sicuro che vi
farò incazzare tutti.»
Qualcuno sbuffò, per pietà o per
dileggio. Impossibile capirlo.
«Salve a tutti. Mi chiamo Avi e
faccio parte del Circolo Chabad di
Oxford. Ho anche un lavoro part-
time alla Samson Judaica Library,
che è la più grande biblioteca
israelitica dei dintorni. Forse non
tutti sanno che Oxford possiede
anche un ricco retaggio ebraico.»
Secondo Avi, c’era così tanto
odio nel mondo da scaraventare
l’umanità in una Terza guerra
mondiale: il presente era tormentato
dal fantasma della storia. E poiché
gli uomini erano capaci delle
efferatezze viste nella Shoah e nella
distruzione delle Torri gemelle, c’era
una necessità e un’urgenza senza
precedenti di promuovere un
autentico dialogo tra religioni. Il
timore di Dio era il più efficace
deterrente contro i tratti violenti
dell’homo sapiens, e mai come
nell’era moderna c’era bisogno di
Dio.
Avi sembrava intenzionato ad
aggiungere qualcosa, ma la ragazza
indiana seduta accanto a lui prese la
parola con modi spicci e irrequieti.
Si chiamava Sujatha e parlò delle
differenze tra la filosofia orientale e
la sua controparte occidentale. «O
forse dovrei dire mediorientale, dato
che le religioni abramitiche nascono
tutte nella stessa area, e ci vuole un
occhio esterno per comprendere
quanto siano simili tra loro.»
Proseguì dicendo che il suo
motto nella vita era «La tua idea di
te crea la tua realtà» e che ai suoi
occhi Dio non aveva caratteristiche
qualitative. Non intendeva offendere
nessuno, ma trovava il Dio di
Abramo troppo severo, censorio,
distaccato. «Io dico: ogni cosa è
Dio. Mentre voi dite: ogni cosa è di
Dio. La preposizione è piccola ma fa
una differenza enorme.»
Al tempo stesso arrendevole e
provocatoria, Sujatha concluse
dicendo che non vedeva l’ora di
sviscerare in lungo e in largo tutte
quelle disparità filosofiche.
A ogni persona che si presentava
Peri si contraeva visibilmente,
facendosi sempre più piccola e
desiderando in effetti che la sedia
potesse inghiottirla. Cominciò ad
avere l’inquietante sospetto che il
professor Azur si fosse scelto gli
studenti uno a uno, non tanto in base
ai loro meriti di studio quanto alle
storie e ambizioni personali. Non ce
n’erano due che venissero dal
medesimo ambiente culturale, e tra
loro c’erano palesi divergenze
d’opinione che potevano facilmente
sfociare in uno scontro. Magari Azur
voleva proprio quello: un conflitto, o
anche più di uno. Forse conduceva
sui suoi studenti un esperimento di
cui loro non erano informati,
neanche fossero una nidiata di topi a
sgambettare e azzuffarsi tra le mura
del suo laboratorio mentale. E se sì,
che cosa mai sperava di scoprire...
una nuova idea di Dio?
E c’era anche qualcos’altro a
turbarla. Se tutti quelli che le
stavano intorno erano stati
selezionati in modo da costituire una
piccola Babele, in base a che cosa
era stata scelta lei? Che cosa poteva
sapere di lei Azur, visto che non gli
aveva raccontato quasi niente di sé?
Più si lambiccava il cervello e più si
sentiva insicura. Le riecheggiarono
nella mente le parole del dottor
Raymond: Il suo metodo è poco
ortodosso. E non incontra il favore
di tutti. Questo seminario divide gli
studenti: alcuni lo apprezzano
moltissimo, altri cadono nello
sconforto.
«Ciao a tutti, io sono Kimber»
disse una ragazza dai capelli
talmente ricci che ogni volta che
muoveva la testa qualche boccolo
faceva su e giù. «Ho una risposta
lunga e una corta.»
«Comincia da quella lunga»
disse il professor Azur.
Kimber spiegò che suo padre era
un sacerdote della Chiesa di Gesù
Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni.
Erano tutti mormoni, la sua famiglia
e i suoi amici. Disse che le
interessava il corso perché Dio dava
senso alla sua vita e lei intendeva
espandere la sua comprensione di
Lui. Aggiunse che al giorno d’oggi i
giovani pensavano solo a flirtare tra
loro, a studiare per gli esami o a
trovare lavori ben pagati, ma lei era
convinta che nella vita ci dovesse
essere qualcosa di più. «Ciascuno di
noi ha un suo scopo su questa Terra
e io sto ancora cercando il mio.»
«E la risposta corta?» chiese
Azur.
Kimber fece una risatina. «Ho
fatto una scommessa con un’amica,
la quale sostiene che lei sia il
professore più avaro quando si tratta
di valutare elaborati. Io ho sempre il
massimo dei voti, non ho mai preso
un brutto voto a partire dall’asilo.
Perciò ho accettato la sfida.»
Sulle labbra del docente apparve
un sorriso sereno. «La verità è
talmente rara che è delizioso poterla
dire.»
Peri, pur coprendosi vagamente
la bocca, non si trattenne dal
mormorare tra sé: «Emily
Dickinson».
«Procediamo! Il prossimo»
intimò il docente.
Adam. Naso a patata, fossetta sul
mento e alte sopracciglia che gli
davano l’aria di venir costantemente
sorpreso dal mondo. Culturalmente
era anglicano, disse, ma non andava
in chiesa. Aggiunse che non gli
sembrava necessario andarci, perché
riteneva che Dio fosse Amore e che
pertanto lo si dovesse amare così
com’era. «Credo nel principio
universale del “Vivi, Ama e
Impara”, tutti con la maiuscola.
Nient’altro.»
«Tocca a me?» chiese la ragazza
seduta accanto a lui. «Mi chiamo
Elizabeth, nata e cresciuta
nell’Oxfordshire, quindi non mi
sono allontanata molto da casa. La
mia famiglia fa parte di una lunga
tradizione quacchera; quanto a me,
di per sé l’idea di Dio non è un
problema, ma l’idea di un Dio
maschio invece sì.»
Elizabeth proseguì dicendo che
gli essere umani avevano perso il
contatto con la natura e con la Terra
come Dea: l’elemento femminile era
stato espunto dalla storia, a prezzo di
guerre, violenze e carneficine, e lei
s’interessava di religioni antiche
come lo sciamanesimo, la wicca e il
buddismo tibetano: «Qualunque
cosa ci possa essere d’aiuto a
ricollegarci con la Madre Terra».
Raccomandò a tutti di smettere di
pensare a Dio come a un Lui, e
iniziare a esercitarsi nel dire Lei.
A quel punto dovevano ancora
parlare solo Peri e il ragazzo seduto
vicino a lei. Lei gli accennò di
precederla senz’altro, lui fece lo
stesso e lei cedette.
«Bene, mi chiamo Peri...»
«E per quella citazione da Emily
Dickinson, brava» intervenne Azur.
Peri si rese conto di arrossire;
non sospettava che il professore
l’avesse sentita. «Vengo da Istanbul
e...» Perse il filo dei pensieri e si
mise a balbettare, sentendosi stupida
per aver menzionato la città in cui
era nata anziché dire qualcosa di più
sostanzioso come avevano fatto gli
altri. «Ehm, non sono... non sono
molto... sicura del perché sono qui.»
«Allora molla» disse Kevin,
sfacciato. «Così saremo di nuovo
dieci. A me piacciono i numeri
perfetti!»
Il cerchio venne percorso da un
mormorio divertito e Peri abbassò lo
sguardo. Come aveva fatto a
inciampare su una semplicissima
presentazione quando tutti gli altri,
malgrado le divergenze più che
evidenti, avevano fatto la loro senza
la minima difficoltà?
L’ultimo a parlare fu un ragazzo
di nome Bruno. Disse che non era né
marxista né niente, ma sul fatto che
la religione fosse il veleno dei
popoli concordava con Marx... e con
l’ex leader albanese Enver Hoxha:
gli era capitato di leggerne le
opinioni in materia di religione e le
aveva trovate assai limpide.
«Bene, giovanotto» disse Azur,
«ma quando citiamo qualcun altro,
specie se si tratta di filosofi e poeti
per cui le parole sono importanti,
dobbiamo farlo con precisione. E
per la precisione, Marx ha detto: La
religione è il sospiro della creatura
oppressa, la pietas di un mondo
spietato, così com’è il senso di una
condizione insensata. Essa è l’oppio
del popolo.»
«Infatti, e io che ho detto?» gli
fece eco Bruno, senza nascondere
l’irritazione per essere stato
interrotto su un punto che lo
appassionava. Con il mento teso in
avanti, neanche si preparasse a
parare un colpo, proseguì dicendo
che se Mona chiedeva onestà nel
dibattito, lui aveva intenzione di
essere onesto al punto da risultare
brusco. Si rendeva conto che
qualcuno avrebbe potuto irritarsi per
le sue opinioni, ma era convinto che
in quel corso si desse valore alla
libertà di discussione: per lui,
l’Islam era un problema. In tutta
franchezza, aggiunse, le altre
religioni monoteistiche non erano da
meno, solo che Cristianesimo e
Giudaismo si erano riformati,
mentre l’Islam no.
Per esempio era inaccettabile il
modo in cui trattava le donne, e se
lui fosse nato donna sotto la fede
islamica, l’avrebbe abbandonata alla
velocità della luce. Affermò che
l’Islam avrebbe dovuto attraversare
cambiamenti sostanziali per adattarsi
al mondo contemporaneo, ma allo
stato attuale questo era inconcepibile
perché sia il testo sacro sia gli hadith
erano considerati univoci e assoluti.
«E se si proibisce il
cambiamento come la miglioriamo,
questa religione?»
Dalla sua postazione Mona gli
indirizzò uno sguardo gelido e un
commento personale: «E chi ti dice
che abbiamo bisogno di te, per
migliorarla?».
«Bravi, bravissimi: partenza
grandiosa!» intervenne Azur.
«Grazie per averci resi partecipi dei
vostri pensieri con tanta eloquenza.
Dopo aver sentito tutte le vostre
filippiche sulla religione anziché su
Dio, che è l’argomento del corso,
lasciate ora che vi spieghi con la
massima chiarezza di che cosa
tratterà questo ciclo di lezioni.»
Nel cerchio dei discenti, il
docente prese a muoversi con
sicurezza e a parlare con ardore.
«Non siamo qui per dibattere di
Islam o Cristianesimo, Giudaismo o
Induismo. È possibile che si faccia
accenno a queste tradizioni, ma solo
nella misura in cui lo richiede il
nostro oggetto primario, che è
un’indagine scientifica sulla natura
di Dio. Non potete lasciare che le
vostre personali convinzioni
interferiscano, quindi se vi fate
prendere dall’emozione nel corso di
un dibattito, quale che sia, ricordate
sempre, come faceva notare
Bertrand Russell, che “l’intensità
delle nostre emozioni è
inversamente proporzionale alla
nostra conoscenza dei fatti”.»
La luce nella stanza si fece più
fioca mentre il sole scivolava dietro
una vasta nube. Gli occhi di Azur
scintillavano. «Su questo ci siamo
intesi?»
«Sì» risposero gli studenti in un
coro effervescente.
E poi, qualche secondo dopo,
adagio: «No». Era stata Peri.
Azur si bloccò. «Come ha detto,
scusi?»
«Mi dispiace... è che... è solo che
secondo me non c’è niente di
sbagliato nel reagire emotivamente»
rispose Peri, gesticolando con
entrambe le mani. «Siamo esseri
umani, vale a dire che siamo guidati
più dalle emozioni che dalla ragione.
E allora perché squalificarle?»
Temendo l’espressione che avrebbe
potuto vedergli in volto, alzò gli
occhi verso il professore.
Ma Azur era calmo, bendisposto,
per non dire impressionato dalla sua
obiezione. «E brava, la nostra
ragazza di Istanbul. Continua così.»
Proseguì dicendo a tutti che se al
termine degli anni trascorsi a Oxford
avessero ancora pensato, parlato e
scritto allo stesso modo di quando
avevano iniziato l’università, quegli
stessi anni sarebbero stati uno spreco
di tempo per loro e di denaro per i
loro genitori; tanto valeva tornare a
casa subito. «Tenetevi pronti al
cambiamento, invece. Solo i sassi
non cambiano mai... e tra l’altro,
neppure questo è vero.»
Eccoli lì, continuò il professore,
a Oxford, vale a dire nella più antica
università del mondo anglofono; la
quale, per secoli e secoli, non era
stata solo un centro di studi teorici e
ricerca scientifica, ma anche un
fulcro di dibattiti ideologici e
dispute religiose.
«Siete fortunati! Vi trovate nel
posto giusto per parlare di Dio!»
Man mano che procedeva nella
lezione, Azur mutò del tutto
atteggiamento. Il viso, fin lì
tranquillo, si fece assai animato; nel
tono di voce, non più attento e
contenuto, c’era un filo di lama, un
fendente che lui teneva nell’ombra
ma non cercava di nascondere. A
Peri fece venire in mente un gatto
randagio, ma non un micio timido e
malconcio che si teneva ben lontano
dai bipedi, bensì uno di quei liberi e
autonomi felini di Istanbul che
passavano in cima a muri altissimi,
furtivi ma colmi di boriosa gravità
quando contemplavano il quartiere
come se si trattasse del loro reame
segreto.
«Bene, partiamo con le
domande. Vi comparisse davanti un
abitante dell’età del bronzo e vi
chiedesse di descrivergli Dio, voi
cosa direste?»
«Misericordioso» disse Mona.
«Autosufficiente» aggiunse Avi.
«Non Lui ma Lei» disse
Elizabeth.
«Né lui né lei» fece Kevin.
«Sono tutte balle.»
Il professor Azur si accigliò.
«Ma che bravi. Bocciatura
spettacolare, tutti quanti!»
«E perché mai?» obiettò Bruno.
«Perché vi siete scordati che non
parlate la stessa lingua, voi e il
vostro peloso antenato.» Andò a
prendere una risma di carta e la
scatola dei pastelli, che chiese a
Olivia di distribuire. «Lasciate stare
le parole e spiegatevi a immagini!»
«Eh?» fece Bruno. «Vuole che ci
mettiamo a disegnare? Come
all’asilo?»
«Magari foste bimbi dell’asilo»
disse Azur. «Avreste ancora tanta
fantasia e afferrereste meglio la
complessità.»
Mona alzò la mano. «Prof,
l’Islam proibisce gli idoli. Noi non
rappresentiamo Dio, riteniamo che
vada oltre la nostra percezione.»
«Benissimo. Disegna quel che
mi hai appena detto.»
Per i successivi dieci minuti fu
tutto un agitarsi e tergiversare, un
sospirare e reclamare, ma pian piano
i ragazzi tirarono fuori uno
spiegamento di opere. Un’immagine
dell’universo, con astri, galassie e
meteore. Un grappolo di nuvole
bianche infilzate dalla folgore.
Un’immagine di Gesù Cristo con le
braccia spalancate, una moschea
dalle cupole d’oro sotto il sole, Shri
Ganesha con la sua bella testa di
elefante, una dea dai seni colmi, una
candela nelle tenebre, una pagina
lasciata volutamente bianca...
Ognuno rappresentò Dio a modo
proprio. Quanto a Peri, dopo una
breve esitazione segnò un puntino,
che poi trasformò in un punto
interrogativo.
«Tempo scaduto» disse il
professor Azur, distribuendo un altro
lotto di fogli. «E avendo abbozzato
cos’è Dio, vi pregherei ora di
illustrare cosa Dio non è.»
«Eh?»
Azur inarcò le sopracciglia.
«Smetti di reagire, Bruno, e datti da
fare.»
Un demone dai gialli occhi di
serpe. Un’orrenda maschera di ferro.
Un pantano fetido. Una pistola
fumante, un pugnale incrostato di
sangue, fuoco, distruzione, un
brandello d’inferno... Stranamente,
immaginare cosa Dio non fosse si
era rivelato più difficile che
immaginare cosa fosse. Solo a
Elizabeth era venuto facile, o così
sembrava: aveva semplicemente
disegnato un uomo.
«Grazie per la collaborazione»
disse il professor Azur. «Adesso
potete sollevare i due disegni e
metterli fianco a fianco? Fateli
vedere a tutti i vostri compagni.»
I ragazzi eseguirono, mettendosi
a scrutare i rispettivi lavori.
«Adesso rigirate le immagini
verso di voi. Fatto? Benissimo.
Stiamo per affrontare un quesito che
filosofi, studiosi e mistici si
pongono dall’inizio della storia: che
rapporto c’è tra le due immagini?»
«Eh?» Stavolta Bruno non era
solo.
«Ovvero: il disegno di quel che
Dio è, il primo, incorpora o esclude
il disegno di quel che Dio non è?»
Azur prese ad andare su e giù. «Per
esempio, se Dio è onnipotente e
onnipresente, magnanimo e
benevolente, questo significa che
comprende in sé anche il male,
oppure che il male è separato da Lui
– o da Lei –, una forza esterna che
Lui/Lei deve combattere? Qual è
precisamente il rapporto tra ciò-che-
Dio-è e ciò-che-Dio-non-è?» Non
aveva terminato. «Avete fatto due
disegni: spiegatemi per iscritto come
sono collegati. Voglio una tesina,
decidete voi in che stile, purché sia
coraggiosa, audace, onesta e sorretta
da una ricerca delle fonti.»
Nessuno aprì bocca. Finché si
era trattato di disegnare avevano
preso l’esercizio alla leggera, senza
impegnarsi troppo: avessero saputo
che gli sarebbe stato chiesto di
scriverci sopra una tesina che
mettesse le due immagini in
relazione, ci avrebbero pensato un
po’ di più. Troppo tardi.
«Tornate ai filosofi, agli studiosi
e ai mistici del passato. State lontani
dalla contemporaneità. State lontani
dalla vostra testa.»
«Come, stiamo lontani dalla
nostra testa?» ripeté Kevin.
«Ecco il vostro compito per la
settimana prossima. Esagerate,
stupitemi!» proclamò Azur
riprendendo cartelle, pastelli e
clessidra, in cui l’ultimo grano di
sabbia era appena cascato nel bulbo
inferiore. «Però vi avviso, non sono
un tipo facile da stupire!»
Il teatro delle ombre

Oxford, 2001

Il venerdì sera, quando gran


parte degli studenti andava al pub o
in discoteca per qualche
meritatissima ora di svago, Peri
rimaneva a leggere nella biblioteca
del college. Man mano che se ne
andavano gli ultimi frequentatori il
silenzio dentro l’edificio si
addensava, non più interrotto da
sussurri, colpi di tosse e fruscii di
pagine. Passare dallo studio al
divertimento era come scambiare
una dieta con un banchetto, e non
per la prima volta Peri prendeva atto
della propria inettitudine nei rapporti
sociali. Ma in mezzo ai libri ci stava
volentieri, perché le davano un
senso di libertà impareggiabile, e
cercava di non pensare troppo al
fatto che ultimamente gran parte
delle sue letture girava attorno al
professor Azur. Già diverse volte
nelle ultime settimane si era sorpresa
a fantasticare su una lezione in cui
avrebbe detto qualcosa di così
inaspettato, ardito e geniale da farlo
rimanere di stucco e costringerlo a
vederla sotto una luce nuova.
Accanto a lei sul tavolo era
appoggiata la Polaroid pieghevole
che aveva comprato da poco.
Quando andava a correre le capitava
di vedere dei cieli veramente
straordinari – albe rosa corallo,
tramonti minacciosi, prati incrostati
di gelo – che voleva fissare su
pellicola; la macchina fotografica le
era costata parecchio, ma valeva
ogni centesimo. Aveva anche speso
troppo in libri e stava addirittura
pensando a un computer. «E che
diamine» si disse, «basterà lavorare
di più».
Si alzò per sgranchirsi le gambe.
Era sola in quella sezione della
biblioteca, ed era come essere sola
in tutto il fabbricato; ma nel passare
tra gli scaffali intuì un movimento
repentino, silenzioso come
un’ombra, e si voltò di scatto. Era
Troy.
«Ciao, non volevo spaventarti.»
«Non mi starai mica seguendo,
eh?» gli chiese Peri.
«No... okay, sì. Ma non
preoccuparti, non mordo.» Troy
sorrise e accennò col mento al libro
che lei teneva in mano. «Cosa leggi
di bello?... L’ateismo nell’antica
Grecia. È per Azur?»
«Sì» rispose lei, vagamente a
disagio.
«Io te l’ho detto che quello è il
demonio, ma non mi hai dato retta.»
«Perché ti sta così sullo
stomaco?»
«Perché quell’uomo non si pone
limiti. A te magari sembrerà un
punto a suo favore, ma non lo è. Un
docente deve comportarsi da
docente e basta.»
«E secondo te lui non lo fa?»
Troy reagì con un sospiro
pesante. «Vuoi scherzare? Quello
non insegna Dio, quello si crede Dio
sceso in terra.»
«Accidenti, questo mi sembra
troppo.»
«Aspetta e vedrai» disse Troy, e
subito fece un passo indietro, come
se avesse svelato più di quanto
volesse. «Vabbè, io devo andare. Ho
degli amici che mi aspettano al Bear,
ti va di venire?»
«Grazie, ma ho da fare» rispose
Peri, sorpresa che lui gliel’avesse
proposto.
«D’accordo, buon fine
settimana. E rifletti su quel che ti ho
detto.»
Quando anche Peri uscì dalla
biblioteca il cielo si era fatto di un
nero bluastro, rotto solo dal riflesso
spettrale dei lampioni, e sembrava
tanto vicino da poterselo tirare
addosso come uno scialle color
indaco. Lei camminava a testa in su,
gli occhi sulle grottesche e le
gargolle che dagli spalti del cortile si
chinavano verso di lei quasi fossero
i custodi del segreto dei secoli; in
quell’istante Peri ebbe l’impressione
che le antiche dispute teologiche
della città, le sue dolenti ossa
scolastiche, ancora ne infestassero le
stanze. Si tirò su la lampo della
giacca a vento fin dove arrivava:
presto avrebbe dovuto comprare un
cappotto invernale. Stava già
mettendo i soldi da parte.
Girò un angolo e rimase sorpresa
di trovarsi davanti delle persone che
reggevano candele nel buio. Una
veglia. Si avvicinò facendo correre
lo sguardo su file di fotografie e fiori
posati sul marciapiede: un
manifestino diceva SREBRENICA,
PER NON DIMENTICARE.
Peri passò in rassegna i volti dei
morti, ragazzi, padri, mariti: uno
somigliava a suo fratello Umut più o
meno all’età dell’arresto.
Nel gruppetto di veglianti Peri
riconobbe Mona, con indosso un
velo rosso acceso che si era
drappeggiata intorno alla testa e
sulle spalle. Anche Mona l’aveva
vista e venne a salutarla con la
candela in mano.
Peri indicò i visi nelle foto. «Che
tristezza» disse.
«È più che una tristezza» rispose
Mona. «È stato un genocidio, e
abbiamo il dovere di ricordare.»
S’interruppe, guardando Peri con
rinnovato interesse. «Perché non ti
fermi?»
«Ma sì, perché no» accettò lei.
Raccolse una candela e la foto del
ragazzo che somigliava a suo
fratello, e prese posto sul
marciapiede. La notte le si chiuse
attorno come un fiume ingrossato.
«È una cosa di musulmani e
basta?» chiese a Mona.
«Be’, l’ha organizzata il
Consiglio degli Studenti musulmani,
ma ci sono venuti anche altri in
segno di solidarietà. C’è anche gente
del corso di Azur. Guarda, laggiù c’è
Ed.»
Era proprio lui. Peri andò a
salutarlo quando Mona, che era
indaffarata con i colleghi
dell’organizzazione, la lasciò sola.
«Ciao, Ed.»
«Oh, Peri, ciao. A quanto pare
sono l’unico ebreo della situazione.
O mezzo ebreo.»
Come se l’accenno alla religione
costituisse una specie di tacito
assenso, Peri seguitò: «Ti spiace se
ti chiedo perché segui il corso su
Dio?».
«È per Azur. Quell’uomo mi ha
cambiato la vita.»
«Davvero?» A Peri tornò in
mente lo sguardo che lui e il
professore si erano scambiati.
«L’anno scorso mi ha aiutato
tantissimo. Avevo intenzione di
lasciare la mia ragazza.»
«E lui ti ha detto di non farlo?»
«Non esattamente. Mi ha detto
di provare a capirla, prima» spiegò
Ed. «Noi due stavamo insieme dalle
medie, praticamente, ma poi lei è
cambiata. È diventata praticante,
così, da un giorno all’altro. E io non
la riconoscevo più.» Lei aveva
optato per una rigorosa osservanza
della Torah, lui era totalmente dedito
alla scienza, e così il divario di
priorità fra i due ragazzi si era fatto
insanabile. «Sono andato da Azur,
non so neanch’io perché. Potevo
andare da un rabbino o qualcun altro
del genere, ma Azur mi sembrava la
persona giusta.»
«E lui cosa ti ha detto?»
«Una roba strana. Ha detto, per
quaranta giorni ascolta tutto quello
che ti dice. Un mese e dieci giorni:
non è poi così difficile, se le vuoi
bene. Fate Shabbat insieme,
qualunque cosa lei voglia mostrarti
lascia fare, entra nel suo mondo, non
obiettare, non commentare.»
«E tu ce l’hai fatta?»
«Ce l’ho fatta. È stato tremendo!
Quando sento quelle farneticazioni –
scusa ma è così –, tutte quelle ciance
religiose, il mio cervello si ribella.
Ma Azur aveva detto: lascia i giudizi
ai giudici. I filosofi non giudicano.
Comprendono.» Ed fece una
risatina. «Ma non finisce qui.»
«Che altro è successo?»
«Passati i quaranta giorni Azur
mi chiama e mi fa: bravissimo,
adesso tocca alla tua ragazza. Per
altri quaranta giorni parli tu e lei
ascolta, farà una specie di
disintossicazione religiosa.»
«E lei c’è riuscita?»
«Neanche per idea.» Ed scosse il
capo. «Ci siamo lasciati. Ma io ho
capito che cosa stava cercando di
fare Azur e per questo l’ho
apprezzato.»
Peri trovava irritante tutto
quell’entusiasmo, quella cieca
fiducia del discepolo nel maestro.
«Ma noi non siamo filosofi. Siamo
studenti universitari.»
«È proprio quello il punto. I
docenti ci lasciano spazio, tutti
quanti... tutti tranne Azur. Lui insiste
e non molla. È convinto che
dobbiamo essere tutti filosofi, quale
che sia la nostra vocazione nella
vita.»
«E non è chiedere troppo, a dei
normali studenti?»
Ed la guardò negli occhi. «Tu
non sei normale. Siamo tutti
speciali.»
Peri serrò le labbra.
«Qual è il problema? A te è
antipatico?» le chiese Ed.
«Ma no, è solo che...» Peri
mandò giù. «Mi chiedo se non stia
facendo un esperimento, con noi, e
quest’idea mi mette a disagio.»
«Forse è vero, ma chi se ne
frega» ribatté Ed. «A me ha
cambiato la vita. In meglio.»
Cominciò a piovere,
un’acquerugiola lieve che però
rischiava, nel giro di poco, di
diventare un rovescio più insistente.
La veglia si dovette rimandare, foto,
candele e manifesti vennero riposti;
Mona correva qua e là per sistemare
tutto.
Peri porse la mano a Ed, il quale
ignorò il gesto e la strinse invece a
sé in un abbraccio caloroso.
«Stammi bene. E fidati di Azur, è un
grande.»
Sola nel buio, Peri tornò al suo
college nell’aria densa d’aromi
impastati di terra e di pioggia. Di
bagnarsi non le importava: rimase a
guardare quelle mura che avevano
visto secoli di dibattiti accesi, e
sodali diventare nemici, e libri
distrutti e idee tacitate e pensatori
vessati... tutto in nome di Dio.
Chi aveva ragione, Troy o Ed?
In una sera sola aveva sentito sul
professore due pareri opposti e il
guaio era che, a sensazione,
potevano essere veri entrambi.
Come nel teatro d’ombre della
tradizione ottomana, tra lei e la
realtà c’era un telo, e davanti a sé
Peri aveva solo delle proiezioni.
Mentre Azur muoveva le sagome
dietro lo schermo, vigile e presente
in ogni istante, e tuttavia ancora
ignoto, sempre fuori portata.
Gli oppressi

Istanbul, 2016

Gli ultimi bonbons du harem


erano appena scomparsi dalla tavola
quando dalla porta aperta trotterellò
dentro un cane, scodinzolando con
un vigore in netto contrasto con la
corporatura esile. Era un volpino di
Pomerania dalla testolina minuta, gli
occhi teneri e un folto manto color
foglie morte d’autunno.
«Pom-Pom, tesoruccio, ti sono
mancata?» disse la padrona di casa.
Raccattò da terra l’animale e se
lo mise in grembo. Di lì la bestiola si
mise a osservare gli ospiti,
ammiccando, con i tratti volpini
atteggiati a un’espressione passiva
che nel giro di un attimo avrebbe
potuto trasformarsi in ostilità
ringhiante.
«Lo sapete quando mi sono resa
conto che questo Paese è cambiato?»
chiese, a nessuno in particolare, la
donna d’affari. «Il mese scorso,
quando ho portato Pom-Pom dal
veterinario.»
Normalmente era il dottore a
venire periodicamente da lei, spiegò,
ma qualche settimana prima s’era
fatto male a una gamba e, pur
potendo continuare a lavorare come
prima, in quel momento non poteva
fare visite a domicilio. E così era
andata lei alla clinica, con Pom-Pom
sotto il braccio. In passato i
proprietari di cani erano una
categoria molto omogenea: moderni,
metropolitani, laici, occidentalizzati.
I musulmani conservatori
consideravano i cani makrooh,
detestabili, e proprio non ci
tenevano a condividere lo spazio
vitale con loro.
«Non ho mai capito che
cos’abbiano da ridire, sui cani: tutte
queste assurdità sul fatto che gli
angeli si rifiutano di entrare nelle
case dove ci sono loro» continuò la
donna d’affari. «O nelle case dove ci
sono quadri, se è per quello.»
«È un hadith di Al-Bukhari»
intervenne un magnate della stampa
che solo da poco si era aggiunto alla
comitiva. La camicia bianca
immacolata, senza colletto, metteva
in risalto i capelli scuri tagliati alla
pari. Era ben rasato, senza barba né
baffi. A differenza di tutti gli altri
commensali, veniva dalla borghesia
islamica emergente e, malgrado la
ferma intenzione di frequentare
l’élite occidentalizzata della
nazione, non si sarebbe mai sognato
di portare la moglie velata a una
cena come quella. “Non si
sentirebbe a suo agio con questa
gente” diceva a se stesso. In realtà,
era lui che non si sentiva a suo agio
con lei accanto. Certo, era
soddisfatto di lei come moglie – lo
sapeva Allah che madre generosa
fosse con i loro cinque figli – ma
fuori casa, e in particolare fuori dalla
loro cerchia, la considerava poco
raffinata, se non addirittura
sconveniente; ne sorvegliava ogni
gesto, ogni commento con la fronte
aggrottata. Meglio lasciarla a casa.
Ora, appoggiandosi allo
schienale, spiegava: «E comunque
l’hadith non si riferisce a tutti i
quadri indistintamente: mette in
guardia contro i ritratti per prevenire
l’idolatria».
«E allora siamo fregati»
commentò l’uomo d’affari; poi con
un risolino soddisfatto spalancò le
braccia, a indicare le opere d’arte
alle pareti. «Abbiamo un cane, un
mucchio di ritratti e qualche nudo.
Forse questa è la sera che ci
pioveranno pietre sul capo!»
Nonostante il tono gioviale, le
sue parole diedero evidentemente
fastidio a qualcuno tra gli ospiti, che
sorrise imbarazzato. Percependo la
tensione, Pom-Pom ringhiò, le zanne
umide luccicanti di saliva.
«Sst, mammina è qui» disse la
donna d’affari alla minuscola
creatura, e poi rivolgendosi al marito
in tono meno affettuoso: «Non
indurre in tentazione il destino,
potrebbe succedere qualcosa di
brutto». Mandò giù un bicchier
d’acqua, come se l’irritazione
l’avesse disidratata. «Che stavo
dicendo? Insomma, arrivo dal
veterinario e rimango a bocca
aperta: la sala d’attesa è piena di
signore velate, e sono tutte lì col
cane! Chihuahua, shih tzu,
barboncini. Sono più fissate coi cani
di noi! Evidentemente i musulmani
praticanti stanno cambiando.»
«Non direi che stiano
cambiando» intervenne il magnate
della stampa. «Guarda, noi
osservanti non abbiamo mai goduto
delle vostre libertà. È da decenni che
siamo oppressi dall’élite modernista,
gente come voi, senza offesa.»
«Ma, se anche fosse, non sono
più quei tempi. Adesso al potere ci
siete voi» mormorò Peri, con voce
incerta, come se fosse riluttante a
esprimere quello che pensava, ma
ancora una volta non potesse farne a
meno.
Il magnate della stampa aveva da
ridire. «Non sono d’accordo: se si è
stati oppressi una volta, lo si è per
sempre. Tu non lo sai, che cosa si
prova a essere oppressi. Ci
dobbiamo aggrappare al potere,
sennò ce lo strappate di nuovo.»
«Ma per piacere!» strillò la
ragazza del giornalista, che
notoriamente reggeva male l’alcol.
Puntò il dito contro il magnate. «Tu
mica sei oppresso! Tua moglie mica
è oppressa! Sono io, quella
oppressa!» Quindi rivolse il dito
verso di sé. «Io, con i miei bei
capelli biondi, la mia minigonna, il
mio trucco, la mia femminilità, il
mio bicchiere di vino... Sono io,
quella intrappolata in questa cultura
tirannica.»
Il giornalista sgranò gli occhi,
allarmato. Temendo che la ragazza
potesse attirarsi le ire del magnate, e
che la cosa gli costasse il posto,
cercò di darle un calcio sotto il
tavolo, ma il tentativo andò a vuoto.
«D’accordo, siamo tutti
oppressi» disse la padrona di casa, in
un goffo tentativo di smorzare la
tensione.
«È molto semplice» s’inserì il
chirurgo plastico. «Più soldi si fanno
e più si aspira a un certo stile di vita.
Ho molte pazienti che portano il
velo, ma quando si tratta di seni
cascanti e facce grinzose, le
musulmane devote sono uguali alle
altre.»
L’uomo d’affari concordò con
vigore. «Come dico sempre io: il
capitalismo è l’unica cura per i
nostri mali. L’antidoto per quei fuori
di testa dei jihadisti è il libero
mercato. Se si lasciasse il
capitalismo libero di andare per la
sua strada senza nessun intervento,
si convincerebbero anche le menti
più contrarie.»
Dopodiché aprì un umidificatore
in noce levigato, con il volto di Fidel
Castro intarsiato sul coperchio, e lo
porse al giornalista con una strizzata
d’occhio. «Edizione limitata dal
duty free di Beirut. Prendetene uno,
prendetene pure due.»
I maschi presenti, con uno
sguardo imbarazzato alla padrona di
casa, si servirono smanacciando
all’interno della scatola.
«Non vi preoccupate di mia
moglie» aggiunse l’uomo d’affari.
«Questa casa è un Paese libero.
Laissez faire!»
Risero tutti, mentre Pom-Pom,
infastidito dal rumore, abbaiava
furente.
Cogliendo l’occasione, Peri si
accese una sigaretta. Notò che la
domestica che aveva visto
all’ingresso adesso girava con
discrezione a disporre i posacenere.
Si chiese che cosa potesse pensare di
loro; probabilmente era meglio non
saperlo.
«La nostra Peri è molto
pensierosa, stasera» osservò la
donna d’affari.
«È stata una giornata
lunghissima» rispose Peri schivando
l’osservazione.
Suo marito si sporse in avanti
come se stesse per confidare un
segreto. Adnan era solito prendere il
caffè molto forte, tenendo in bocca
una zolletta di zucchero. Ora, mentre
la zolletta gli si scioglieva sulla
lingua, disse: «A volte ho la
sensazione che a Peri piacciano più i
personaggi letterari che le persone in
carne e ossa. Anziché chiacchierare
con gli amici, preferisce appendere
le sue poesie preferite a un filo teso
attraverso la nostra camera».
Peri sorrise: l’ennesimo rituale
che aveva appreso dal professor
Azur.
«Ti invidio» disse l’arredatrice.
«Io non trovo mai il tempo per
leggere.»
«Oh, io adoro la poesia»
aggiunse la PR. «È come
abbandonare tutto e trasferirsi in un
villaggio di pescatori. Istanbul ci
corrompe l’anima!»
«Vieni a Miami, abbiamo
comprato una casa che dà
sull’oceano» disse l’uomo d’affari.
La moglie inarcò le sopracciglia.
«Che faccia tosta, quest’uomo!
Nessuna sensibilità artistica. Noi
diciamo poesia, lui dice Miami.»
«Che ho fatto, stavolta?»
protestò l’uomo d’affari.
Nessuno lo criticò. Era troppo
ricco perché gli si potessero dire le
cose in faccia.
In quel momento suonò il
campanello, due volte, tre volte, in
un misto di frustrazione, discolpa e
impazienza.
«Oh, finalmente.» La donna
d’affari balzò in piedi. «È arrivato il
sensitivo!»
«Urrà!» gridarono tutti.
Pom-Pom corse verso la porta
latrando e abbaiando furiosamente.
Nel parapiglia che seguì, Perì
colse un bip, molto vicino. Tirò fuori
il cellulare del marito e guardò lo
schermo: sua madre aveva composto
un lungo messaggio, benché Peri le
avesse chiesto di scriverle soltanto
«Chiamami». «Numero trovato, mi
sono persa il mio programma
preferito.» Sotto c’era
l’informazione richiesta: «Shirin:
01865...». Le cifre le ballarono
davanti agli occhi, la combinazione
che apriva una cassaforte rimasta
chiusa troppo a lungo.
L’interprete di sogni

Oxford, 2001

Il professor Azur entrò in aula


con le braccia cariche di libri e
un’altra persona al seguito – un
facchino, si scoprì poi – che
spingeva una carriola contenente un
fornello da vasaio, rotoli di carta
nera, un lettore CD e diversi cuscini
piccoli, come quelli che si trovano
sugli aeroplani. I due raggiunsero il
centro della stanza e scaricarono
tutto quanto.
Proprio come a teatro, pensò
Peri tra sé. Lui è l’attore in scena, e
noi il pubblico.
«Grazie per l’aiuto, Jim, ti sono
debitore» disse Azur al facchino.
«Nessun problema, professore.»
«Allora ti aspetto alla fine della
lezione.»
L’uomo fece un cenno di
circostanza e se ne andò.
Azur invece passò in rassegna le
giovani facce ansiose intorno a sé.
Sotto la luce fredda aveva gli occhi
stanchi, di un tono più scuro di
verde: un ruscello nel bosco, smosso
da mulinelli nella corrente. «Bene,
come andiamo stamattina?»
Le risposte formarono un vivace
coretto.
«Bene, se dovete recuperare un
po’ di sonno – cosa che la scienza ha
dimostrato essere impossibile – ecco
qui un’occasione. Mi fate girare i
cuscini, per favore?»
Ciascuno prese il suo. Nel
frattempo, il professore si dava da
fare con il fornello.
«Vogliamo dar fuoco al college,
prof?» interloquì Kevin.
«Ehi, hai intuito il mio disegno
criminoso! No, non bruciamo
niente.»
Di lì a qualche secondo, il
fornello ardeva di un bel rosso.
«Bene, ragazzi. Vi trovate,
facciamo finta, nelle vostre calde e
accoglienti camerette, mentre fuori
fa un freddo cane. Che altro si può
fare, se non addormentarsi!»
Gli studenti si scambiarono
qualche occhiata.
«Posate il capo sul cuscino!»
intimò Azur.
Tutti eseguirono. Tutti tranne
Peri, che rimase a sedere dritta come
un fuso, gli occhi spalancati e
diffidenti.
«Così mi piaci, Peri. Cautela.
Non si sa mai, potrei aver imbottito
il cuscino di gatti furibondi.»
Lei avvampò e stavolta obbedì.
Quindi il professore prese la carta
nera, si cavò di tasca un rotolo di
scotch e cominciò a oscurare i vetri.
Tagliata fuori dalla luce del giorno,
l’aula piombò nella semioscurità.
Poi Azur accese il lettore CD, e tutti
furono avvolti dal rumore di un
fuoco scoppiettante.
«Che cosa stiamo facendo,
prof?» Era di nuovo Kevin.
«Andiamo in un posto dove si
recava spesso Cartesio. Una terra da
sogno!»
Qualcuno trattenne una risata,
ma il resto del gruppo parve
interessato.
«E aveva più o meno la vostra
età, il grande filosofo. Qualcuno di
voi ha già fatto qualcosa di
significativo?»
Nessuno fiatò.
«Cartesio aveva grandi
ambizioni. Le vostre sono anche più
grandi, ne sono sicuro. Ma le sue
erano fondate sull’indagine
metodologica e filosofica.»
«Anche le nostre!» esclamò
Bruno.
Azur levò gli occhi al cielo. «E
noi adesso stiamo per visitare i suoi
sogni. Nella sua prima visione, il
giovane filosofo sta scarpinando su
per una collina e ha paura di cascare
di sotto. Sa che deve sforzarsi di più
per raggiungere i propri obiettivi,
ma non crede di poter ottenere
alcunché senza l’aiuto di una
potenza suprema: Dio.»
La testa sul cuscino, gli occhi
semichiusi, Peri ascoltava.
«In lontananza scorge una
cappella, la Casa del Signore: e il
vento lo solleva e lo trasporta con
forza tale da mandarlo a sbattere
contro le mura.»
«L’avevo detto che Dio non vi fa
bene» fece Kevin.
«Cartesio si alza e si leva la
polvere di dosso. Poi entra in una
corte dove vede un uomo che gli
chiede di un certo signor N che
dovrebbe dargli un melone, cioè un
frutto di un altro Paese.»
«Che strano» mormorò Ed,
seduto accanto a Peri. Si era portato
dietro una scatola di biscotti fatti in
casa, che a quel punto aprì e
cominciò a passare in giro.
Azur continuò. «Cartesio si
sveglia sudato e dolorante, con il
timore che il sogno sia stato
provocato dal diavolo. Da dove
vengono i pensieri malvagi, da fuori
o da dentro? Prega Dio che lo
protegga. Ma Dio cos’è, un agente
esterno o un prodotto della mente? È
questa domanda, quando riesce a
riaddormentarsi, a condurlo nel
secondo sogno.»
Azur saltò al brano successivo
sul CD e l’aula si riempì del rombo
di potenti tuoni. «Tutto intorno a lui
infuria la bufera. Sta arrivando il
temporale. Perché succedono le cose
brutte, nella vita?, domanda
Cartesio. Come può Dio lasciarle
accadere, se Egli è ciò che è? Il
giovane René è confuso, solo,
risentito. Questo sogno è oscuro e
deprimente.»
Peri ripensò a suo fratello Umut.
Non all’uomo che era oggi, chino
sul tavolo su cui realizzava campane
a vento fatte con le conchiglie per
turisti che non avrebbe mai
conosciuto; bensì al giovane
idealista che un tempo voleva
cambiare il mondo e sanare ogni
torto. E ripensò anche alle
conversazioni avute con il padre,
quando cercava di capire perché Dio
li avesse abbandonati. Si sentiva un
groppo in gola, e la tristezza che
l’aveva colta era così acuta che gli
occhi le si riempirono di lacrime.
Non sapeva in cosa credeva; forse
Dio era un gioco a cui potevano
giocare solo quelli che hanno avuto
un’infanzia felice.
Per interrompere il flusso di
sensazioni negative si affrettò a
chiedere: «E il terzo sogno, prof?».
Azur le rivolse un’occhiata
singolare. «Be’, è il più importante.
Cartesio vede un libro posato su un
tavolo, un dizionario. Poi ne vede un
altro, stavolta sono poesie, lo apre a
una pagina a caso e legge un
componimento di Ausonio.»
«Di chi?» domandò Bruno,
perplesso.
«Decimo Magno Ausonio.
Romano, poeta, grammatico,
retorico.» Azur puntò il dito contro
Peri. «Lo sapevi che visitò anche la
tua città, Costantinopoli?»
Peri fece di no con la testa.
«Il primo verso della poesia
dice: Qual strada imboccherò nella
vita?» seguitò Azur. «Compare un
uomo e chiede a Cartesio che cosa
ne pensa; ma il filosofo non sa cosa
rispondere e l’uomo, deluso,
scompare. Cartesio è imbarazzato. È
pieno di dubbi, come qualunque
persona intelligente. Ora, a qualcuno
va di interpretare questo sogno?»
«Be’, la faccenda del melone era
piccantina» fece Bruno. «Forse
Cartesio era una velata, e aveva una
cotta per quel tal signor N, chiunque
fosse.»
«Può darsi» sospirò Azur.
«Oppure il dizionario rappresenta
scienza e conoscenza, mentre la
poesia simboleggia la filosofia,
l’amore, il buon senso, e secondo
Cartesio Dio gli stava chiedendo di
conciliare tutto questo mediante la
ragione e creare così una “scienza
meravigliosa”. Ed ecco la mia
domanda: siete in grado di creare da
voi una scienza meravigliosa per
studiare Dio?»
«Come facciamo?» chiese
Mona.
«Siate eclettici» rispose Azur.
«Saldate discipline diverse, operate
una sintesi, non concentratevi solo
sulla “religione”. Anzi statene
lontani, perché la religione serve
solo a confondere e a dividere.
Rivolgetevi alla matematica e alla
fisica, a musica, pittura, poesia,
danza... Avvicinatevi a Dio per vie
insolite.»
Peri sentì un brivido di
esaltazione. Era in grado, lei, di
creare da sé una scienza
meravigliosa? Che bello sarebbe
stato! Poteva gettare nella miscela il
suo amore per i libri, la sua passione
per la scienza e l’erudizione e la
poesia, la sua costante malinconia, e
poi aggiungerci lo spirito spezzato e
la carne lacerata di suo fratello
maggiore, e la blasfemia e
l’alcolismo di suo padre, e le
preghiere e le mani sanguinanti di
sua madre, e la rabbia schiumante di
suo fratello minore, e fondere tutto
questo traendone qualcosa di solido,
affidabile, integro? Si poteva
cucinare qualcosa di delizioso con
ingredienti da poco?
Azur riprese: «Il terzo sogno mi
induce a chiedermi se il filosofo
temesse il giudizio altrui. Per noi, lui
è il grande Cartesio! Ma lui si
riteneva piccolo, insignificante. Se
mai qualcuno tra voi sentisse di non
essere abbastanza straordinario,
ebbene, si ricordi che talvolta anche
Cartesio si sentiva così».
Peri abbassò gli occhi. Aveva
capito con chi stava parlando Azur,
e per questo lo amava e lo odiava
simultaneamente. Stava dicendo a
lei, e a lei soltanto, di avere più
fiducia in se stessa: non si era
dimenticato il colloquio nel suo
ufficio.
Quasi al termine della lezione, il
professore fece partire l’ultimo
brano sul CD: «Beethoven, Missa
Solemnis» disse. «Tuffatevi in
queste note e tornate a dormire!»
Teste ancora sui cuscini, gli
studenti assaporarono la musica.
Nessuno fiatava.
«Tempo scaduto» annunciò poi
il professore pigiando il tasto STOP.
Nel medesimo istante si udì un
colpetto alla porta e Azur disse ad
alta voce, rivolto in quella direzione:
«Entra pure, Jim. Sempre
puntualissimo».
Il facchino rientrò, si diresse
immediatamente verso il fornello e
lo portò via.
«Bene, gente» disse Azur. «Alla
luce della discussione odierna,
scrivetemi una tesina su “Cartesio
alla ricerca di certezze e di Dio”. Ma
prima di mettere alcunché per
iscritto, fate le relative ricerche.
Congetturare senza sapere è solo far
chiacchiere per il piacere di
ascoltarsi. Tutto chiaro?»
«Sissignore» replicarono gli
allievi in coro.
Peri uscì con la testa che le
martellava. Il vento e la forza delle
cose al di là di ogni controllo; il
dualismo tra bene e male; la
necessità di dare senso al caos; i
codici nascosti nei sogni e certi
aspetti trasognati della vita; la
solitudine di un giovane filosofo alla
ricerca della verità; il primo verso
ancora attualissimo di una poesia
antichissima: Quale strada
imboccherò nella vita? Sentendo
parlare Azur, qualcosa dentro di lei
era cambiato; un moto talmente
lieve da essere quasi impercettibile
ma, allo stesso modo, irreversibile, e
che aveva lasciato un vuoto in cui lei
adesso aveva paura di scrutare, per
timore di quel che avrebbe potuto
trovarci. Sotto la superficie della sua
consueta reticenza si era aperto un
varco, attraverso il quale si scorgeva
il suo cuore galoppante. Avrebbe
voluto che lui seguitasse a parlare,
per giorni e giorni di fila, e solo e
soltanto con lei.
Quando Azur parlava di Dio e
della vita, della scienza e della fede,
le sue parole aderivano l’una
all’altra come grani di riso al vapore,
pronti a sfamare menti digiune. In
sua compagnia Peri si sentiva
abilissima e integra, come se alla fin
fine un altro modo di guardare le
cose esistesse davvero... non quello
di suo padre, e nemmeno di sua
madre. Nelle parole di Azur
intravedeva una via per uscire dal
faticoso dualismo di casa
Nalbantoğlu, in mezzo al quale era
cresciuta; accanto ad Azur poteva
riconoscere le molte sfaccettature
della propria personalità e sentirsi
comunque accolta. Non doveva più
dissimulare, dominare o nascondere
nulla; l’universo di Azur si trovava
al di fuori delle rigide dicotomie di
bene e male, Dio e Satana, luce e
buio, superstizione e raziocinio,
teismo e ateismo, e lui stesso era al
di sopra di tutte le diatribe che
Mensur e Selma avevano avuto nel
corso degli anni e, chissà come,
trasmesso alla figliola. Nel fondo del
proprio animo Peri aveva intuito,
anche se lo avrebbe negato il più a
lungo possibile, di essersi infatuata
del professore; e c’era qualcosa di
spaventevole e pericolosissimo nella
convinzione che qualcuno
conoscesse le risposte a tutte le sue
domande, e che proprio per quella
persona passasse, di lì in avanti, la
scorciatoia verso tutto ciò che era
rimasto irrisolto.
Il mantello

Oxford, 2001

«Trovate nuove narrazioni,


sempre al plurale. Spesso cerchiamo
di ridurre la nostra comprensione di
Dio a un’unica risposta, a una
formula... errore!»
Il professor Azur andava
rapidamente su e giù per l’aula, le
mani in tasca.
Fino a qualche decennio fa,
diceva, perfino i migliori tra gli
studiosi erano convinti che, giunti al
Ventunesimo secolo, la religione
sarebbe scomparsa dalla faccia della
Terra. E invece, alla fine degli anni
Settanta eccola eseguire la sua
rentrée spettacolare, proprio come
una diva che torna a calcare le
scene, e da allora non si era più
schiodata, e anzi gridava sempre più
forte di anno in anno: «Oggi come
oggi, le dispute più roventi girano
attorno a questioni di fede.
«Questo secolo è destinato a
rivelarsi più devoto del precedente;
quanto meno dal punto di vista
demografico, dato che i praticanti
tendono a fare più figli dei laici.
Solo che, nella nostra ossessione per
i conflitti religiosi, politici e
culturali, ci perdiamo per strada
l’enigma essenziale: Dio. Laddove
nei tempi andati i filosofi – e i loro
allievi – si affannavano più con
l’idea di Dio che con la religione,
adesso è il contrario; persino i
dibattiti tra atei e teisti, ormai
dilaganti nelle cerchie intellettuali
del Vecchio e del Nuovo Mondo,
riguardano più la politica, la
religione e lo stato del mondo, che la
possibilità di un Dio. Ma se
miniamo la nostra capacità cognitiva
di porre quesiti esistenziali ed
epistemologici su Dio, e recidiamo i
legami con i filosofi dei tempi
andati, perdiamo anche la natura
divina della nostra immaginazione.»
Peri si accorse che quasi tutti i
suoi compagni prendevano appunti,
decisi a catturare ogni parola,
mentre lei era più che felice di
ascoltare.
«C’è troppa gente che soffre di
M.D.C.» continuò Azur. «Qualcuno
sa cos’è?»
Kevin si buttò. «Maledizione
Della Ciccia?»
«Maschilismo Diffuso e
Costante?» gli fece eco Elizabeth.
Azur sorrise come se avesse
contato su quelle risposte e poi
disse: «Il Mal Della Certezza».
La certezza stava alla curiosità
come il sole alle ali di Icaro: dove
l’uno brillava possente, l’altra non
poteva resistere. Con la certezza
veniva l’arroganza; con l’arroganza,
la cecità; con la cecità le tenebre e,
con le tenebre, ancor più certezze.
Tutto questo, lui lo chiamava
tautologia delle convinzioni; al
contrario, in quegli incontri loro non
sarebbero stati sicuri di nulla,
nemmeno del sillabo che, come
qualunque altra cosa, era passibile di
modifiche. Erano pescatori che
gettavano ampie reti nel mare della
conoscenza; in definitiva, potevano
catturare un pesce spada, ma anche
tornare a mani vuote.
Erano al contempo viaggiatori,
compagni di strada che ancora
dovevano raggiungere una certa
destinazione e forse non ci sarebbero
arrivati mai. Tentavano, cercavano
soltanto. Perché in un mondo di
sfuggente complessità, una cosa sola
era chiara: la diligenza era meglio
dell’ozio, il vigore preferibile
all’apatia. Le domande contavano
più delle risposte; la curiosità, per
l’appunto, era superiore alla
certezza. Loro erano, in breve,
«Discenti».
Disfarsene una volta per sempre
era impossibile, ma era possibile
immaginare il Mal della Certezza
come un mantello che può essere
dismesso. «Una metafora, certo, ma
non prendetela alla leggera: dal
greco “mutazione”, qualunque
metafora trasforma il parlante.»
Di lì in poi, continuò Azur,
voleva che prima di entrare in aula
tutti si togliessero il mantello.
Professore compreso, perché lui
pure era incline a indossarlo.
«Visualizzatelo come un cappotto
vecchio, da appendere
all’attaccapanni. Che, tra l’altro, ho
piazzato davvero fuori dalla porta.
Vedere per credere.»
I ragazzi ci misero un attimo a
rendersi conto che diceva sul serio.
Poi si alzò Sujatha per prima, andò
ad aprire, uscì in corridoio e
s’illuminò in volto vedendo che
l’attaccapanni c’era davvero. Allora,
fingendosi intabarrata, si levò la
mantella dalle spalle, l’appese e
rientrò con aria trionfante. Gli altri
la seguirono a ruota, uno dopo
l’altro.
Per ultimo uscì il professor Azur
e, a giudicare da come si sbracciava
in aria, la sua cappa doveva essere
ben pesante. Dopo essersene
liberato, tornò in aula e batté le
mani. «Bravissimi! Ora che ciascuno
si è levato di dosso l’Ego, almeno
simbolicamente, cominciamo.»
«Perché abbiamo fatto questa
cosa?» domandò Bruno scuotendo il
capo.
«I rituali sono importanti, non
sottovalutarli» ribatté Azur. «Le
religioni, per esempio, lo sanno
benissimo. Ma i rituali non devono
essere per forza religiosi: noi, nel
nostro seminario, ne condivideremo
di nostri.»
Prese un pennarello e scrisse alla
lavagna: DIO COME PAROLA.
«La civiltà come la definiamo
oggi ha circa seimila anni. Ma gli
esseri umani esistono da molto più
tempo – alcuni teschi si fanno
risalire a 290 milioni di anni fa.
Quel che sappiamo di noi stessi è
niente, in confronto a quel che
dobbiamo ancora scoprire. Le
testimonianze archeologiche hanno
chiarito che per migliaia di anni gli
esseri umani hanno visto Dio, o gli
dèi, sotto varie forme: di albero, di
animale, di forza della natura, di
persona. Poi, a un certo punto nel
fluire della storia, è avvenuto un
salto immaginativo: da Dio come
oggetto tangibile, l’uomo è passato a
Dio come parola. E da quel
momento in poi, nulla è stato più
come prima.»
Azur si guardò intorno, notando
che Peri era l’unica a non prendere
appunti. «Mi segue, la nostra
ragazza di Istanbul?»
Provando a non arrossire
un’altra volta sotto i suoi occhi, Peri
si raddrizzò sulla sedia. «Sì, prof.»
Lo sguardo di lui, aperto e
fiducioso, indugiò su Peri qualche
altro secondo, come se si fosse
aspettato di sentirle dire qualcosa di
diverso e lei, al contrario, lo avesse
deluso. L’osservazione successiva
venne indirizzata a tutti. «Se io vi
rivelassi che dietro quella porta vi
aspetta Dio, e che voi non potete
vederlo – o vederla – ma potete
sentirne la voce, che cosa vorreste
che vi dicesse? Non a voi come
generici rappresentanti dell’umanità,
ma a ciascuno di voi, unico e solo,
personalmente.»
«Vorrei sentirmi dire che mi
ama» disse Adam.
«Già, che mi ama ed è contento
di sapere che lo amo anch’io» disse
Kimber.
Diversi altri ribadirono il
concetto con parole loro.
«Che è d’accordo con me: tutti
questi discorsi che si fanno su di Lui
sono fesserie» disse Kevin.
«Aspetta un attimo, per dirti una
cosa del genere Dio deve esistere»
fece Avi. «Ti stai contraddicendo.»
Kevin si accigliò. «Vi sto
soltanto reggendo lo stupido
giochino.»
Toccava a Mona. «Da Allah
vorrei sentirmi dire che il paradiso
esiste veramente... e che le brave
persone ci vanno e che là regnano
pace e amore, inshallah.»
Azur si voltò verso Peri, così
rapidamente che lei non ebbe il
tempo di distogliere lo sguardo e
non riuscì assolutamente a staccargli
gli occhi di dosso.
«E tu? Cosa vorresti sentirti dire
da Dio, tu, Peri?»
«Io vorrei che si scusasse»
rispose lei. Non sapeva come le
fosse venuto in mente, ma non fece
alcun tentativo di moderare le
parole.
«Scusarsi...» ripeté Azur. «Per
cosa?»
«Per le ingiustizie» replicò Peri.
«Parli delle ingiustizie fatte a te,
o al mondo intero?»
«Tutt’e due» disse Peri, più
piano di quanto avesse voluto.
Fuori, un’unica foglia sulla
vecchia quercia oscillò un’ultima
volta nel vento prima di staccarsi.
Dentro, i ragazzi erano così attenti
che il silenzio era quasi palpabile.
Nella quiete Azur disse:
«Giustizia! Che parola pretenziosa.
Giustizia secondo cosa, o chi? I più
grossi fanatici della storia hanno
commesso le ingiustizie più atroci,
nel nome della giustizia».
Il tono s’indurì. «Come vedete,
dalla nostra discussione sono emersi
due diversi modi di accostarsi a Dio,
e grazie a Kevin per aver giocato
con noi. Il primo associa Dio
all’amore: cerchiamo Dio perché
cerchiamo amore. Poi c’è la
versione di Peri, che cerca
giustizia.»
Lei mandò giù. Gli aveva aperto
il cuore e lui aveva preso il bisturi e
ce l’aveva conficcato dentro, davanti
a tutti. Se non tollerava il suo parere,
perché mai le aveva chiesto di
esprimerlo? E inoltre, additare lei
come potenziale fanatica, davvero?
A lei, figlia di tanto padre, di tutto si
poteva dare tranne che della
fanatica!
Azur non sentì nemmeno una di
queste silenziose proteste, e anzi le
puntò un dito contro. «Stai ben
attenta, coi paroloni come
“giustizia”! È altamente probabile
che proprio la gente con le tue idee
renda il mondo peggiore! I fanatici
hanno tutti una cosa in comune:
vivono nel passato. Proprio come
te!»
La lezione terminò poco dopo,
ma gli ultimi minuti Peri non li
sentì. Pensava a tutt’altro e aveva un
gran mal di testa. Non riusciva a
muoversi né a guardare nessuno per
paura di mostrare quanto era offesa;
e quando tutti se ne furono andati,
Azur compreso, si ritrovò sola con
Mona.
«Ehi» le disse la compagna,
posandole una mano sulla spalla. «È
stato veramente brusco, lo so.
Lascialo perdere, da’ retta.»
Peri abbassò lo sguardo, sul
punto di piangere. «Non capisco. Mi
sembrava fantastico. Proprio come
ha sempre detto Shirin. E invece...»
«... tratta tutti dall’alto in basso»
concluse Mona, venendole incontro.
Uscirono insieme. «E comunque
puoi sempre mollare il corso, eh»
aggiunse l’amica. «Cioè, se proprio
non lo reggi più.»
«Infatti» disse Peri tirando su col
naso. «Mi sa che farò così. Lo
odio.»

Quella notte dormì malissimo. In


testa, anziché la miriade di ansie e
paure che la tartassavano da anni,
aveva un unico chiodo fisso. Per
quanto ci provasse, non riusciva a
smettere di pensare ad Azur. Aveva
forse intravisto un lato orrendo del
suo carattere, che lui nascondeva in
attesa del momento giusto per
colpire, o era anche questo un modo
di farle capire che teneva a lei e alla
sua crescita intellettuale?
Il mattino seguente vide Mona e
Bruno al tavolino di un caffè, seduti
uno di fronte all’altra con i
lineamenti tesi da uno stato d’animo
che rasentava una vicendevole
ostilità. Azur aveva chiesto loro di
preparare in coppia la prova finale e
di passare una serata lavorando
insieme in biblioteca. Condividete il
cibo, condividete le idee. Lo aveva
fatto di proposito: costringere
Bruno, che non aveva mai nascosto
la propria avversione nei confronti
dei musulmani, a fare squadra con
Mona, sempre molto suscettibile
riguardo alla propria fede. Forse il
professore non se ne rendeva conto,
ma il suo piano affinché tra i due
nascesse un buon rapporto, per
quanto ben intenzionato, era un
fallimento: entrambi i ragazzi erano
in preda all’angoscia.
Peri, ormai, non aveva più
nessun dubbio: nei seminari di Azur
non c’era proprio niente di casuale.
Ogni aspetto veniva ponderato
attentamente, ogni studente era un
pezzo sulla scacchiera mentale di
una partita che lui non giocava
contro altri che se stesso. Si sentì
avvampare al mero sospetto di
essere, anche lei, solo una pedina.
Lo odiava.

Il giorno dopo, nella sua


buchetta della posta c’era un altro
biglietto.

A Peri.

La ragazza che legge Emily
Dickinson e ‘Umar Khayyām e
prende tutto molto sul serio; la
ragazza che non riesce a
lasciarsi il suo Paese alle spalle
e se lo porta dietro dappertutto;
la ragazza che litiga, non tanto
con gli altri quanto con se stessa;
la ragazza che è la più spietata
critica di se stessa; la ragazza
che si attende delle scuse da Dio
e intanto si scusa inutilmente con
gli altri esseri umani...
Probabilmente mi trovi una
persona orrenda e stai pensando
di lasciare il corso. Ma se ti
arrendi ora, non saprai mai se i
tuoi sospetti sono fondati. La
ricerca della Verità non è un
incentivo sufficiente a
proseguire?
Peri, non mollare. Ricorda, la
sfida a conoscere te ipsum è la
sfida a distruggere te ipsum.
Prima dobbiamo farci a pezzi;
poi, con gli stessi pezzi,
arriveremo a un nuovo Sé. La
cosa importante è che tu creda in
quel che stiamo facendo.

Con il biglietto infilato in tasca,
Peri infilò le scarpe da ginnastica e
uscì per andare a correre. Fece un
respiro profondo, si tirò la lampo
della felpa fin sotto il mento e partì.
Le facevano male i muscoli; le
articolazioni infiammate e dolenti
chiedevano pietà. Ma mentre
correva nell’aria del mattino, che si
portava dietro profumi di terra
umida e foglie autunnali, lasciò
partire una salva di insulti. Brutto
bastardo arrogante, chi cazzo si
credeva di essere? Andasse
affanculo!
Ebbene sì, per la prima volta
nella vita Peri ne tirò giù una sfilza,
e ogni parola era un grano di sale
sulla lingua nel vento freddissimo.
Perché non l’aveva mai fatto prima?
Correre e inveire insieme era una
cosa stupenda, deliziosa, proprio
rinvigorente.
La profezia

Istanbul, 2016

Sulla tavolata calò un silenzio


carico di elettricità mentre gli
invitati aspettavano la comparsa del
sensitivo. Attraverso la porta aperta
sentirono la padrona di casa
accoglierlo con una voce squillante
come campanellini di vetro.
«Dov’eri finito?»
«Il traffico! È un incubo»
proruppe una voce maschile, acuta e
nasale.
«A chi lo dici» rispose la donna
d’affari. «Vieni, carissimo, di là c’è
gente che muore dalla voglia di
conoscerti.»
Un istante dopo il sensitivo
apparve: indossava pantaloni scuri,
una camicia bianca e un panciotto di
un’altra epoca, in broccato a disegni
cachemire oro e acquamarina. Aveva
una rada barba incolta a chiazze,
talmente corta che poteva benissimo
essergli cresciuta lungo la strada;
occhi piccoli e ravvicinati, un viso
angoloso caratterizzato da un naso
stretto e a punta e il mento appena
accennato; il tutto gli dava l’aria di
una volpe in cerca di preda.
«Quanti invitati!» esclamò
entrando. «Dovrò bivaccare qui per
giorni, se devo leggere il futuro a
tutti.»
«Resta pure finché vuoi» disse la
donna d’affari.
«Solo le signore» disse l’uomo
d’affari dal suo angolino. Per quanto
lo riguardava, non c’era niente di più
noioso che sentire altri che si
facevano predire la sorte; la sua, di
sorte, se la costruiva da solo.
Desiderava conversare in privato
con l’AD della banca, mentre la
moglie si dilettava con quelle
assurdità. «Perché voi signore non vi
trasferite sui divani? È più comodo»
propose.
Obbediente, la donna d’affari
fece strada al sensitivo e alle signore
verso i sofà di pelle e indirizzò un
cenno alla domestica: «Porta al
nostro ospite...».
«Va benissimo del tè caldo»
disse il sensitivo.
«Che cosa? Non se ne parla
nemmeno! Devi bere qualcosa,
insisto.»
«Quando avrò finito» ribatté il
sensitivo. «Per ora il mio bicchiere
deve essere limpido, come la mia
mente.»
Peri, a cui non era sfuggito
questo scambio, pensò fra sé: “Non
è che il tè sia esattamente limpido. E
nemmeno questo tizio”.
Nel frattempo i signori si erano
radunati attorno a un’installazione
artistica, una scultura murale di un
enorme pesce preistorico con il
rossetto sulle labbra e un fez
ottomano completo di nappa.
Finalmente lontani dalla parte più
educata della compagnia, potevano
imprecare liberamente e non
preoccuparsi di dove soffiavano il
fumo del sigaro. L’uomo d’affari
chiamò la stessa domestica:
«Evladim, portaci cognac e
mandorle».
Alzatasi da tavola come gli altri,
Peri esitò in mezzo al salone,
combattuta come le capitava sempre
in quelle occasioni: la separazione
dei sessi, consueta nelle riunioni
mondane di Istanbul, la infastidiva.
Nelle famiglie più conservatrici si
arrivava al punto che uomini e
donne potevano passare l’intera
serata senza scambiare una parola,
raggruppati in parti distinte della
casa. Le coppie si dividevano
all’arrivo e si ritrovavano alla fine
della serata, subito prima di uscire.
E anche gli ambienti più
progressisti non disdegnavano
questa pratica; dopo cena le donne si
riunivano come se avessero bisogno
l’una dell’altra per ritrovare calore,
agio, rassicurazione.
Chiacchieravano di argomenti
disparati, con l’umore che variava di
concerto: vitamine, integratori e
ricette senza glutine; figli e scuola;
pilates, yoga e fitness; scandali
pubblici e pettegolezzi privati...
Parlavano di celebrità come se
fossero conoscenti e di conoscenti
come se fossero celebrità.
Quanto a Peri, rispetto a quella
femminile preferiva la
conversazione maschile, sebbene qui
gli argomenti fossero
tendenzialmente più cupi. In altri
tempi non ci avrebbe pensato su due
volte a raggiungere gli uomini e
mettersi a battibeccare con loro di
economia, politica, calcio... Loro
non avrebbero avuto da ridire, quasi
considerandola uno dei loro, anche
se di sesso non avrebbero mai
parlato in sua presenza. Quel
comportamento avrebbe destato
l’attenzione, e forse addirittura la
collera, delle altre donne: Peri aveva
notato, e ne era rimasta sconcertata,
che alcune mogli si sentivano a
disagio vedendola accanto ai loro
mariti. E un poco alla volta aveva
rinunciato alla sua piccola
ribellione: l’ennesimo sacrificio
sull’altare delle convenzioni.
In quel momento non desiderava
compagnia né maschile né
femminile, ma solo di stare per
conto proprio. Raggiunse con
cautela la terrazza, dove un vento
gelido proveniente dal mare la fece
rabbrividire, e assaporò l’odore della
bassa marea. Dall’altra parte del
Bosforo, sopra la parte asiatica della
città, il cielo era ormai di un blu
scurissimo, mentre ciuffi di nebbia
si addensavano sulla superficie
come brandelli di mussola. In
lontananza un peschereccio si
accingeva a salpare. Peri pensò ai
pescatori, seri e taciturni, che
tengono la voce bassa per non
spaventare i pesci e lo sguardo fisso
sull’acqua da cui viene il loro pane
quotidiano. Una parte di lei avrebbe
voluto stare lì, su quella barca, in
quel silenzio pieno di speranza.
Proprio in quel momento, come
a beffarsi dei suoi desideri, in
qualche punto della sponda europea
le sirene della polizia squarciarono
la quiete. Mentre lei si imbeveva del
paesaggio, a Istanbul qualcuno
subiva un pestaggio, qualcuno si
beccava una pallottola, qualcuno
veniva violentato... eppure, in quello
stesso istante, qualcuno si
innamorava anche.
Nella mano sinistra teneva
ancora il cellulare del marito. Lo
strinse e si decise. Erano passati anni
dall’ultima volta che aveva sentito
Shirin: a quel che ne sapeva poteva
aver cambiato numero, e anche in
caso contrario non stava scritto da
nessuna parte che fosse disposta a
parlarle. Ma la spinta a provarci,
andasse come andasse, era troppo
forte per resistere. Adesso che aveva
permesso al passato di infiltrarsi nel
presente, era sopraffatta da un senso
di rimpianto.
Armeggiando sulla tastiera fece
scorrere l’elenco dei contatti, finché
il pollice le si fermò su un nome
familiare: Mensur, con annotato
accanto «Baba». I rituali del
matrimonio: i genitori del coniuge
diventano automaticamente i propri,
come se il passato di un’altra
persona, tutti gli anni d’amore,
incomprensioni e frustrazioni, si
potessero trasferire in un giorno
solo, con una firma su un registro.
Suo marito non aveva cancellato il
nome del suocero dopo la morte
improvvisa. Magari concedere ad
amici e parenti scomparsi una
sopravvivenza virtuale
conservandoli nella rubrica era il
primo indizio dell’invecchiamento.
Perché un giorno anche noi, come
loro, diventeremo un nome e un
numero registrato su un cellulare.
Peri compose il numero che le
aveva dato la madre. Rimase in
attesa, il silenzio che all’altro capo
del filo sembrava come espandersi:
quel secondo di tensione, quando
non si sa se arriverà il tono di libero
o di occupato, il dubbio fugace che
precede tutte le chiamate
internazionali.
«Peri, vieni?»
Si girò, col telefonino ancora
all’orecchio. Adnan faceva capolino
dalla porta, con un bicchiere d’acqua
in mano. Nella vita di coppia, Peri si
era sentita sollevata quando aveva
capito che lui non era un bevitore,
né lo sarebbe mai diventato. Tuttavia
c’erano momenti in cui avrebbe
voluto vederlo perdere il controllo,
fare una qualche fesseria da
rimpiangere l’indomani.
«Si chiedono tutti che fine hai
fatto.»
Proprio in quel secondo il
telefono cominciò a squillare, a
oceani e continenti di distanza, in
Inghilterra, in una casa – immaginò
Peri – completamente diversa da
questa.
«Un attimo e arrivo.»
Adnan annuì, con un’ombra che
gli attraversava il viso. «Va bene,
cara. Fai presto.»
Lei lo guardò girarsi e tornare
verso il gruppo, che sembrava più
rumoroso e allegro da quando si era
allontanata. Contò: uno, due, tre...
Un clic. Il cuore le saltò un battito
mentre prendeva il coraggio per
ascoltare la voce di Shirin, ed era la
sua voce, ma in versione fredda,
meccanica: la segreteria telefonica.
«Ciao, questo è il telefono di
Shirin. Mi dispiace ma in questo
momento non ci sono. Se avete belle
notizie, lasciate un messaggio, il
nome e il numero dopo il segnale.
Altrimenti parlate prima del segnale
e non fatevi più sentire!»
Peri riattaccò immediatamente;
odiava i messaggi in segreteria, la
loro cordialità fasulla. Ma subito
dopo ricompose il numero e questa
volta lasciò un messaggio.
«Ciao, Shirin... Sono io, Peri.»
Percepì la fiacchezza della propria
voce. «Se non ti va di parlarmi ti
capisco. Sono passati anni...»
Deglutì, sentendosi la bocca come
impastata, gessosa. «Ho bisogno di
parlare con Azur. Devo sentirlo,
devo sapere se mi ha perdonata...»
Un bip. Lo schermo si spense.
Peri rimase immobile, elaborando le
conseguenze delle parole che le
erano uscite di bocca, quasi di loro
iniziativa. Stranamente si sentì
alleggerita, con la testa che non era
più un’orchestra di ansie e ipotesi e
segreti e desideri soppressi. L’aveva
fatto. Aveva chiamato Shirin.
Adesso poteva succedere qualunque
cosa, e lei era pronta ad affrontarla.
Sentiva la notte non fuori ma dentro
di sé, come una forza che le
cresceva in petto, le bruciava i
polmoni, si faceva strada nelle vene,
smaniosa di manifestarsi. Non c’è
una sensazione di leggerezza, pensò,
paragonabile a quella che si prova
quando si sconfigge un’antica paura.
La limousine

Oxford, 2001

Un giorno d’inverno Shirin entrò


in camera di Peri tirandosi dietro un
trolley rosa. Andava a casa dai suoi
per Natale. Andavano a casa tutti:
studenti, professori, impiegati e
addetti vari. Tutti tranne Peri, che
aveva sforato di parecchio il tetto
delle spese per il trimestre, aveva
aspettato troppo a comprarsi un
biglietto aereo economico e si era
rassegnata a trascorrere le vacanze a
Oxford.
«Sicura che non vuoi venire con
me a Londra?» le chiese Shirin per
la decima o forse la milionesima
volta.
«Sicura, sto bene dove sto»
rispose Peri.
A dire la verità, non sarebbe
rimasta esattamente dove stava. Nei
periodi di vacanza, a Oxford gli
studenti erano tenuti a liberare gli
alloggi, in modo che le stanze
fossero a disposizione dei
partecipanti a convegni. A chi non
partiva, come lei, il college forniva
sistemazioni alternative, temporanee
e più piccole.
Shirin le si avvicinò di un passo,
guardandola negli occhi. «Guarda,
Topina, che dico sul serio. Se cambi
idea, dammi un colpo di telefono.
Mamma sarebbe felicissima di
conoscerti, si esalta se invito
un’amica a stare da noi... perché così
può lagnarsi di me per ore e ore.
Siamo una famiglia di merda,
passiamo il tempo a stroncarci a
vicenda, ma con gli ospiti siamo
carini. E con te, saremmo
carinissimi.»
«Giuro che se mi sento sola ti
chiamo» promise Peri.
«Come vuoi. E non ti scordare
che quando torno traslochiamo. È
ora di farci una casa tutta nostra.»
Peri aveva osato sperare che
Shirin se la fosse scordata,
quell’idea, ma evidentemente non
era così. Gli oxfordiani che avevano
fatto lo stesso percorso non si
contavano più: si partiva dall’intimo
abbraccio dello studentato dove la
vita, tra inservienti, refettorio,
biblioteca e sale comuni, era
piuttosto facile; poi si iniziava a
trovarla di giorno in giorno più
soffocante; si metteva insieme un
gruppetto di potenziali coinquilini e
il secondo anno ci si trasferiva fuori.
Cosa a cui molti erano comunque
obbligati fin da subito, perché non
ogni college era dotato di alloggi
sufficienti per tutti gli iscritti.
Fino a quel momento, ogni volta
che l’amica era entrata in argomento
Peri aveva sempre declinato, gentile
ma ferma. Solo che Shirin era un
martello, e il suo entusiasmo era
contagioso; mostrando a Peri foto di
case passatele da un agente
immobiliare, le ripeteva che per lei
mettere una quota maggiore ogni
mese non era un problema, e in
cambio ne avrebbe ricavato spazi
privati e serenità d’animo. Odiava la
solitudine e non avrebbe mai potuto
abitare da sola, quindi se lei avesse
accettato la proposta sarebbe stata
Shirin quella in debito, e non Peri.
«Ci penserò su» aveva detto Peri
a un certo punto, con qualche
disagio.
«A cosa devi pensare? La vita di
studentato è fatta per le matricole.
Gli unici che ci restano sono quelli
troppo timidi per traslocare... e i
nerd.»
«O quelli che non hanno i soldi.»
«I soldi?» aveva detto Shirin,
con il tono che riservava alle
persone moleste e alle grane
inevitabili, tipo i guasti alle fogne o
il mancato ritiro della spazzatura. «A
quelli ci penso io, è proprio l’ultima
delle tue preoccupazioni.»
Pur non avendolo mai detto
apertamente, Shirin aveva lasciato
intendere più di una volta che i suoi
stavano parecchio bene; la vita le
aveva già riservato la sua quota di
sventure, ma la mancanza di denaro
non era tra quelle. Peri era certa che
la loro casa londinese non fosse
affatto umida e diroccata come la
descriveva la sua amica. Shirin era
disposta a coprire l’affitto anche per
intero; Peri doveva solo mettere libri
e vestiti dentro qualche scatolone e
seguirla in quella nuova avventura.
«Bene, tesoro, ora devo
scappare.» Shirin la baciò su
entrambe le guance, avvolgendola in
una nube di profumo. «Buona fine e
buon inizio! Non vedo l’ora che
arrivi il 2002! Ho la sensazione che
sarà l’anno più bello della nostra
vita.»
Peri prese la bottiglietta d’acqua
che teneva sulla scrivania e
accompagnò l’amica fino
all’ingresso.
Il primo portiere stava
sull’attenti davanti all’entrata; era un
ex ufficiale dell’esercito e pareva
conoscesse tutti per nome. «Buone
vacanze, Shirin, ci vediamo l’anno
prossimo» disse tutto allegro «e
altrettanto a te, Peri.»
A Peri sembrò di cogliere un
moto di calore in più nel saluto che
aveva rivolto a lei; probabilmente gli
faceva pena, l’unica studentessa che
non tornava a casa.
Per strada attendeva una
limousine nera con autista. Peri
rimase a guardare Shirin che se ne
andava, quasi trotterellando fra
tacchi alti e valigia al seguito, in
preda a emozioni contrastanti.
Andare a vivere con l’amica
rischiava di esacerbare la
soggezione che provava nei
confronti della sua personalità
fortissima. E poi, era davvero il caso
di ritrovarsi in debito con lei, o con
chiunque altro? Ma d’altro canto,
non sarebbe stato grandioso vivere
in una casa tutta loro?
Gettò dell’acqua nella scia
dell’auto che si allontanava,
seguendo l’antica tradizione con cui
i turchi salutano gli amici che se ne
vanno: Parti come acqua, torna
come acqua.
Il fiocco di neve

Oxford, 2001

Sulla città calava la frenesia


natalizia. Peri, abituata ai ben più
contenuti festeggiamenti di fine
anno a Istanbul, fu dapprima
sconcertata, e poi divertita, da
preparativi tanto elaborati: le vie
adorne di scintillanti luminarie ad
arco, i negozi che scoppiavano di
roba, i gorgheggiatori di canti
natalizi con le tipiche lanterne che
baluginavano come lucciole
nell’oscurità.
Svuotata dagli studenti,
sembrava che Oxford perdesse
l’anima; ed essere studenti e soli a
Natale era davvero straniante, anche
per Peri che, di norma, da sola stava
benissimo. Pranzava ogni giorno per
conto suo in un ristorante cinese che
aveva solo tre tavoli; il cuoco era
bravo, ma anche curiosamente
discontinuo. Forse era ammalato di
disturbo bipolare, pensava lei, e gli
sbalzi d’umore si riflettevano sui
piatti; fatto sta che certe volte dopo
mangiato era stata male.
Aveva anche ripreso il lavoro
part-time da Two Kinds of
Intelligence. I titolari le dissero che
ormai da anni, per richiamare più
clienti, tentavano di allestire la
vetrina in tema con le festività: un
pupazzo di neve che leggeva un
libro in poltrona, festoni di lettere
dell’alfabeto... quest’anno volevano
qualcosa di diverso.
«Se facessimo l’albero di Natale
dei Libri Proibiti?» propose Peri.
Come l’Albero della Conoscenza
recava il frutto proibito, il loro
albero avrebbe ospitato libri banditi
in qualche parte del mondo.
L’idea piacque al punto che
gliene affidarono la realizzazione.
Tutta presa, Peri piazzò al centro
della vetrina un albero argentato, ai
cui rami appese Alice nel paese delle
meraviglie, 1984, Comma 22, Il
mondo nuovo, L’amante di Lady
Chatterley, Lolita, Il pasto nudo, La
fattoria degli animali... La lista dei
titoli messi all’indice solo in Turchia
era talmente lunga che dovette
riservare molti rami a quelli, e non
bastavano comunque. Kafka e
Bertolt Brecht, Stefan Zweig e Jack
London si ritrovarono a braccetto
con ‘Umar Khayyām, Nâzım
Hikmet e Fatima Mernissi; e per
tutti i rami sparse inoltre i cartellini
fosforescenti che aveva preparato:
BANDITO, CENSURATO,
BRUCIATO.
Mentre lavorava, riandò con la
mente a un altro Natale – aveva
forse dieci o undici anni – in cui
Mensur aveva portato a casa un
albero di plastica. Nel quartiere non
ce l’aveva nessuno, un albero così,
benché se ne vedessero in diversi
negozi e supermercati.
Nel trasporto dall’ingresso
all’angolo prescelto l’albero si era
lasciato dietro aghi di plastica, come
il bimbo della fiaba che sbriciolava a
terra il pane per ritrovare la strada di
casa. Ciò malgrado, Peri e Mensur si
impegnarono moltissimo a
decorarlo, con fili azzurri, d’oro e
d’argento, e una volta terminate le
decorazioni già pronte ne avevano
confezionate da sé: noci colorate,
pigne, tappi di bottiglia e animaletti
di sughero dipinti con lo spray. Su
quell’albero di Natale tutto era
dimesso e scompagnato, ma loro se
n’erano innamorati.
Poi era tornata Selma dalle sue
commissioni, e aveva fatto una
faccia. «Che bisogno c’era di questa
roba?»
«Arriva l’anno nuovo» disse
Mensur, nella remota ipotesi che sua
moglie non lo sapesse.
«È un’usanza cristiana» disse
Selma.
«E quindi, a noi non tocca
neanche un gocciolino di gioia?»
Mensur alzò gli occhi al cielo. «Sei
convinta che Lui non mi amerebbe
più, dovessi mai divertirmi un
pochetto?»
«E perché mai Allah dovrebbe
amarti, visto che non fai niente per
renderti amabile?»
Ben sapendo che il padre aveva
acquistato la controversa conifera
solo per far piacere a lei, Peri si
sentiva responsabile di tutta quella
tensione e pensò che doveva essere
lei a rimediare. Quella sera attese
che tutti andassero a dormire e poi
eseguì il suo piano, stando alzata
fino alle ore piccole.
Il mattino dopo, entrando in
soggiorno, i Nalbantoğlu vi avevano
trovato un sempreverde
curiosamente rivestito: i rami erano
tutti adorni degli amatissimi rosari di
Selma, dei suoi gatti di porcellana e
dei suoi foulard di seta, questi ultimi
tagliati a striscioline. In cima
all’abete c’era una minuscola
moschea in ottone, con accanto un
libro di hadith in perfetto equilibrio.
«Visto? Non è più cristiano»
aveva detto Peri, sorridendo a tutta
bocca.
Poi, nell’attesa della reazione
della madre, era stato come se il
mondo smettesse di girare. Selma
aveva spalancato la bocca, incredula
e inorridita, e sembrava sul punto di
dire qualcosa: ma prima che potesse
parlare Mensur, giusto alle sue
spalle, era scoppiato in un riso
convulso, e al sentire quanto si stava
divertendo il marito, Selma si era
incupita ancora di più. Un istante
dopo se n’era andata.
Ancora oggi Peri non sapeva che
cosa sua madre avrebbe detto, e che
cosa avesse pensato davvero, del suo
albero di Natale islamico.

Il 30 dicembre Peri era di nuovo


in libreria, ma a parte una signora
anziana che era entrata più per il
tepore che per amor di letteratura,
non c’erano clienti. I titolari erano
andati a trovare degli amici e gli altri
commessi si erano presi il giorno
libero.
Peri spolverò gli scaffali, mise
su il caffè, spazzò il pavimento,
risistemò i cuscini e controllò
l’inventario, a proprio agio in un
posto che aveva imparato ad amare.
Svolte le sue incombenze si
accomodò in poltrona,
circondandosi di cuscini, con un
libro di A.Z. Azur. In negozio era
riuscita a procurarsi la sua opera
omnia, nove titoli seducenti su
sovraccoperte a motivi geometrici.
Dai rendiconti si evinceva che
vendevano bene, e al momento lei
stava leggendo una delle prime
opere, La guida per rimanere
perplessi.
La vecchietta si trascinò fino alla
poltrona di fronte, si sedette con le
palpebre calanti e il capo chino e
ben presto si addormentò. Peri prese
una copertina da sotto la cassa e con
delicatezza gliela mise addosso. Il
tempo si stirò e rallentò, un mistero
vischioso come la resina sulle
conifere dell’Anatolia; e per la
mente di Peri corse la sensazione,
inebriante come una droga, che
l’universo fosse colmo di possibilità.
Circondata da libri che voleva
leggere, tutti quanti, e accompagnata
dalla scrittura di Azur – un po’
provocatoria, un po’ consolatoria –
provò un senso di pace che non
sentiva da anni; sì, era ancora
arrabbiata con lui, ma non poteva
prendersela con i suoi libri. E non
aveva smesso di pensare al suo
corso. Non ci era riuscita.
Aveva a malapena terminato un
capitolo che la porta del negozio si
aprì in un trillo di campanellini,
lasciando entrare, insieme a una
folata d’aria gelida, proprio il
professor Azur, con un lungo
cappotto scuro e una sciarpa color
zafferano che avrebbe destato
l’invidia di un monaco buddista.
L’inappuntabile mise era completata
da un borsalino di velluto, che
conteneva a stento i ricci ribelli.
«Possiamo entrare?» disse
rivolto all’interno del negozio.
Peri dovette alzarsi, schizzare
verso la porta e inciampare in una
crepa del pavimento prima di capire
perché avesse detto «possiamo».
Accanto a lui, da sotto un folto
mantello bianco, sabbia e mogano,
spuntava il muso affilato di un collie
a pelo lungo.
Azur spalancò gli occhi. «Ciao,
Peri. Che sorpresa. Cosa ci fai qui?»
«Ci lavoro, part-time.»
«Che meraviglia! Quindi, che
faccio con Spinoza?»
«Come, scusi?»
«Il cane» spiegò lui. «Fuori fa
freddissimo.»
«Ah, okay, lo porti pure dentro»
disse Peri e poi, rammentandosi che
i titolari detestavano vedere cani in
negozio, corresse la rotta. «Anzi no,
forse è meglio se... aspetta vicino
alla porta...»
Solo che Azur era già dentro,
con il cane al seguito, e tutti e due
stavano con la testa alta e lo sguardo
dritto avanti a sé come in una pittura
egizia.
«È un po’ che non passo di qui»
fece Azur dandosi un’occhiata
intorno. «Ma è cambiato... sembra
tutto più grande, più luminoso.»
«Abbiamo spostato qualcosa e
dato via i mobili più ingombranti»
disse Peri, e intanto sorvegliava
Spinoza che fiutava un po’ in giro e
infine si sistemava sul cuscino più
morbido, con la pelliccia che si
allargava sul pavimento.
Se notò il suo disagio, il
professore non lo diede a vedere.
Con il solito tono ondulatorio, così
tipico in lui, era già passato ad altro:
«A proposito, l’Albero Proibito in
vetrina è una magnifica idea. Mi
piace molto».
Peri sentì un moto d’orgoglio.
Avrebbe voluto dirgli che l’albero
era opera sua, ma non voleva dare
l’impressione di vantarsi, perciò
disse la prima cosa che le venne in
mente. «Stava cercando qualcosa in
particolare?»
«Al momento no» rispose Azur.
«La mia addetta stampa mi ha
chiesto di passare a firmare qualche
copia e io le ho promesso che avrei
obbedito.» Gli cadde l’occhio sulla
poltrona da cui si era alzata Peri.
«Quello non mi è nuovo. Lo stai
leggendo?»
Peri non riuscì a nascondere
l’imbarazzo. «Appena cominciato.»
Azur rimase ad aspettare che Peri
aggiungesse qualcosa. E lei pure,
come se ancora non avessero trovato
una lingua in cui potessero
comunicare veramente. Alla fine
disse, indicando il tavolo: «Perché
non si accomoda? Vado a prendere i
suoi libri».
Che non erano pochi: la libreria
aveva due titoli di Azur in ordine,
ma gli altri sette erano disponibili in
un numero di copie tra dieci e
quindici ciascuno... c’era di che
farne una modesta torre. Il
professore si tolse il cappotto,
avvicinò una sedia al tavolo, tirò
fuori una stilografica e si mise a
tracciare firme con grande diligenza.
Lei gli portò un caffè e poi si trovò
qualcosa da fare in un angoletto da
cui poteva osservarlo.
A metà pila, Azur s’interruppe e
da sopra le lenti le piantò addosso
uno sguardo interrogativo: «Com’è
che non festeggi la fine dell’anno
con i tuoi?».
«Non sono riuscita a partire»
rispose Peri con uno svolazzo
disinvolto, come se Istanbul fosse lì
dietro l’angolo. «Ma non è un
problema, noi non teniamo
particolarmente al Natale.»
Lo sguardo si fece più intenso e
penetrante. «Mi stai dicendo che non
ti dispiace non aver potuto
trascorrere le vacanze con la tua
famiglia?»
«Non è quello che intendevo.»
Ormai lo conosceva da mesi, ma
ancora aveva l’impressione che lui
equivocasse di proposito ogni cosa
che diceva. «Semplicemente, queste
feste sono più importanti per gli
studenti cristiani.» S’interruppe.
Aveva detto qualcosa di sbagliato?
Sceglieva sempre attentamente le
parole, come se camminasse sul
ghiaccio, fermandosi di tanto in
tanto a controllare che la superficie
sotto i piedi non si fosse – ancora –
incrinata.
Lui la osservava, con un bagliore
strano nello sguardo che pareva
trapassarla. «I tuoi sono musulmani
praticanti?»
«Mia madre e uno dei miei
fratelli, sì» rispose Peri. «Mio padre
e l’altro fratello, il maggiore, invece
no.»
«Ah, che spaccatura» disse Azur,
con il tono trionfante di chi si trova
proprio sotto gli occhi il pezzetto del
puzzle che mancava. «Fammi
indovinare: tu sei più in sintonia con
tuo padre e tuo fratello maggiore.»
Lei incassò. «Sì, infatti.»
Annuendo tra sé, lui tornò ai
suoi libri.
«E lei?» azzardò Peri. «Cioè, lei
non festeggia con la famiglia?» Azur
fece le viste di non sentire,
limitandosi a proseguire con gli
autografi, e lei non osò ripetere. Per
qualche minuto, o così parve, nella
libreria non si udì che lo sbuffare del
collie, il russare della vecchietta, il
ticchettio della pendola e lo
scricchiolio della stilo di Azur. Peri
notò la mascella che s’irrigidiva, lo
sguardo che si perdeva per un
attimo; ma tutto in lui sembrava
sempre mobile, transitorio, effimero.
Niente passato, niente futuro, solo il
momento presente, fuggevole e poi
fuggito.
Poi lui prese un sorso di caffè.
«Adesso è Spinoza la mia famiglia.»
Adesso. Il modo in cui aveva
pronunciato la parola diede a Peri
l’impressione di aver forzato un
coperchio che non aveva il diritto di
toccare e aver scorto la tristezza che
racchiudeva. «Mi scusi» disse.
La penna si fermò di nuovo.
«Senti, facciamo un patto, noi due»
disse Azur. «Mi hai già chiesto scusa
talmente tante volte che di qui in
poi, se anche dovessi fare qualcosa
di orribile, non voglio più sentire
scuse. Me lo prometti?»
Peri sentì il cuore martellare
nella cassa toracica, anche se non
capiva bene perché: quel patto aveva
un che di illecito. Ciò malgrado, non
esitò un istante: «Glielo prometto».
«Benissimo!» Avendo terminato
di firmare le copie, Azur si alzò.
«Grazie per il caffè.»
«Adesso ci metto gli adesivi»
disse lei. «Sui libri, con scritto
“copia firmata”.»
«Grazie.» Le sorrise.
Si riavviarono verso la porta, il
crinito professore e il crinito pastore
scozzese, i corpi in un’armonia
raffinata da anni di amicizia. Nel
tendere la mano verso la maniglia
Azur si fermò, si voltò e la guardò in
faccia. «Senti una cosa, abbiamo
organizzato una cena informale,
qualche vecchio amico, qualche
collega, assistenti, ce n’è uno che ha
praticamente la tua età, magari è
divertente, magari è una noia
mortale, ma non passare la vigilia di
Capodanno da sola. L’Inghilterra ha
un modo tutto suo di far sentire gli
stranieri liberi in una maniera
esaltante e soli in una maniera
spaventosa. Che ne dici, vieni anche
tu?»
E prima che lei potesse anche
solo formulare una risposta, si era
già cavato di tasca un taccuino, ne
aveva strappata una pagina e ci
aveva scritto sopra indirizzo e
orario.
«Ecco qui, pensaci, senza
impegno. Se ti va di venire, vieni.
Non portare niente. Niente fiori,
niente vino, niente dolcetti turchi,
vieni tu e basta.»
Aprì la porta e uscì. Aveva
cominciato a nevicare e i fiocchi
volteggiavano in aria senza scopo e
senza direzione, come se si fossero
levati dalla terra anziché essere
caduti dal cielo. Oxford sembrava
un villaggio dentro una palla di
vetro.
«Che splendore» disse Azur, al
cane, a se stesso o forse a Peri,
chissà.
«Bello» mormorò lei dalla
soglia.
E poi fece qualcosa che non
avrebbe mai creduto. Benché fosse
tardi e facesse freddo, e lui se ne
stesse andando, e lei tremasse con
addosso solo il maglione e le braccia
incrociate, si mise a parlare del suo
libro senza riuscire a fermarsi, con il
fiato che le usciva di bocca a
nuvolette di condensa: «Secondo lei,
la vita di ciascuno di noi è solo una
delle molte possibili vite che
avremmo potuto condurre. E sotto
sotto, credo che lo sappiamo tutti:
persino nei matrimoni più felici e
nelle carriere più riuscite si ritrova
un elemento di dubbio, nessuno può
fare a meno di chiedersi come
sarebbe andata se avesse preso
un’altra strada... o altre strade,
sempre al plurale! Poi lei ci dice che
anche la nostra idea di Dio è solo
una tra le tante, e quindi che senso
ha essere dogmatici in materia di
Dio, atei o credenti che si sia?».
«Giusto» confermò lui,
percorrendole il volto con lo
sguardo, sorpreso e compiaciuto per
quello sfogo.
«Ma deve sapere che al mondo
c’è tanta gente, come per esempio
mia madre» seguitò Peri, «per cui il
senso di sicurezza viene dalla fede.
Sono convinti che esista un’unica
interpretazione di Dio: la loro. È
gente che deve già sopportare molto,
e lei vuole portargli via la loro unica
protezione, che è proprio la loro
certezza. Mia madre... per dire, io
certe volte la guardo e la vedo così
triste che penso proprio che sarebbe
impazzita, se non avesse potuto
aggrapparsi alla fede.»
Il silenzio che si aprì tra loro
aveva la delicatezza di un ventaglio.
«Mi rendo conto. Ma
l’assolutismo, di qualunque genere
sia, è sempre una debolezza» rispose
Azur. «Per come la vedo io, Peri,
ateismo assoluto e fede assoluta
sono ugualmente problematici; il
mio compito è inoculare una dose di
fede negli atei, e una dose di
scetticismo nei credenti.»
«Ma perché?»
Azur le rivolse uno sguardo
tagliente. «Perché non sono un
purista. Il purismo inibisce il
progresso intellettuale.» Un fiocco
di neve gli si venne a posare sul
Borsalino, un altro tra i capelli.
«Vedi, alcuni studiosi tendono a
dividere e categorizzare; altri, a
fondere e unificare. C’è chi spacca e
chi ammucchia. Io invece voglio
stare con tutti e cinque i sensi
all’erta, come il nostro prodigioso
polpo. Cerchiamo di non dipendere
da un cervello centralizzato.
Portiamo la poesia dentro la filosofia
e la filosofia direttamente dentro la
nostra vita. Il problema, oggigiorno,
è che al mondo contano più le
risposte delle domande, ma le
domande dovrebbero valere molto di
più! Forse io voglio portare il
diavolo dentro Dio e Dio dentro il
diavolo.»
«Sì, ma io... cioè noi... come ci
riusciremo?»
«Ovunque vedremo un
dualismo, lo manderemo in mille
pezzi. Con la singolarità faremo il
pluralismo e con la semplicità
faremo la complicazione.»
«E che significa?»
«Significa che faremo casino,
spariglieremo il gioco. Metteremo
insieme idee inconciliabili e persone
inverosimili. Pensa all’islamofobo
che si prende una cotta per una
musulmana... o all’antisemita che
stringe amicizia con l’ebreo... e
avanti così, finché capiremo che
cosa sono veramente le etichette: un
parto della nostra fantasia. La faccia
che vediamo allo specchio non è
veramente la nostra: è solo un
riflesso. E il proprio vero Sé si
ritrova solo nel viso dell’Altro. Gli
assolutisti venerano la purezza, noi
l’ibridazione; loro vogliono ridurre
tutti a un’unica identità e noi ci
battiamo per il contrario: la
moltiplicazione di ciascun uomo in
centinaia di appartenenze, in
migliaia di cuori che battono. Se
sono umano, dovrei essere così
vasto da emozionarmi per tutti e
ovunque. Guarda la storia, guarda la
vita: si evolve dal semplice al
complesso, non viceversa. Quella
sarebbe involuzione.»
«Ma non è un po’ troppo?» disse
Peri. «La gente ha bisogno di
semplificazione.»
«Gran fesseria, carissima.
Abbiamo il cervello programmato
per curve a gomito e tornanti!»
Non c’era altro da dire. Lui la
salutò con la mano, lei ricambiò con
un cenno del capo, poi uomo e cane
partirono nell’oscurità che si
stendeva loro dinanzi. Peri sentiva
uno strano vuoto nello stomaco;
aveva il respiro irregolare ed era
simultaneamente euforica e
terrorizzata, sull’orlo dell’ignoto.
Restò a guardarli finché non
voltarono l’angolo. Quello, per lei,
non fu un momento come un altro.
Uno lo riconosce sempre, l’istante in
cui s’innamora.
Il sensitivo

Istanbul, 2016

Quando rientrò nel salone Peri fu


colpita dagli aromi di caffè, cognac
e sigari sgradevolmente mescolati ai
costosi profumi sospesi nell’aria.
Pensava ancora al messaggio che
aveva lasciato in segreteria a Shirin
quando notò, a due passi da lei, il
sensitivo. Con un sorriso soddisfatto
adagiato sul volto, l’uomo era
seduto su un divanetto, circondato
da signore inginocchiate e adulanti,
come un sultano in una grottesca
fantasia orientaleggiante. C’era
anche il finanziere americano, che
aspettava paziente di farsi leggere i
fondi del caffè.
Peri si avvicinò al gruppo degli
uomini, ignorando le regole sociali,
e si sedette in mezzo a loro, accanto
al marito, tra nubi di fumo grigio-
azzurrognolo che provenivano da
vari sigari.
Adnan le posò una mano sulla
spalla e la strinse delicatamente: una
volta e poi un’altra. Era un loro
codice che significava: «Ti stai
annoiando?». Lei gli prese la mano e
la strinse in risposta, solo una volta.
«Tutto bene.»
«Statemi bene a sentire: questi
vogliono ridisegnare il Medio
Oriente» stava dicendo l’architetto
agli altri. «È chiaro che le potenze
occidentali hanno un piano
complessivo.»
«Poco ma sicuro. Non
permetteranno mai a noi musulmani
di prosperare» concordò il pio
magnate della stampa. «Le crociate
non sono mai finite!»
«Infatti, ma la Turchia non è più
quella di una volta» aggiunse
l’architetto nazionalista. «Non siamo
più agnellini miti, non siamo più il
fanalino di coda dell’Europa.
Adesso è l’Europa ad aver paura di
noi, e farà qualunque cosa per
sobillare gli animi.»
Il magnate la pensava allo stesso
modo. «Lo sanno bene, come
fomentare il caos: una mano
invisibile preme un pulsante ed
esplode tutto, massacri e violenza.
Dobbiamo tenere gli occhi aperti.»
Gli altri uomini ascoltavano
attenti, chi annuendo, chi senza
reagire.
Peri li fissava attraverso il fumo
dei sigari. «A me sembrano tutte
paranoie» intervenne a bassa voce.
«Europei... occidentali... russi...
arabi... Se li conosceste, non come
categoria, ma personalmente,
capireste che siamo tutti, più o
meno, fisicamente e
psicologicamente, uguali.» Tacque
un attimo. «Possiamo solo
riconoscere noi stessi, nel volto...
dell’Altro.»
L’architetto e il magnate la
fissavano a bocca aperta. Adnan le
strizzò l’occhio: «Ben detto, cara».
Sorridendo al marito, Peri si
alzò, prese congedo, attraversò tutta
la sala e si avvicinò al gruppo delle
signore.
Vedendola, la PR si chinò e
bisbigliò qualcosa all’orecchio del
sensitivo, che spalancò gli occhi
mentre ascoltava. Quindi alzò lo
sguardo e fissò Peri; le sorrise, lei
non ricambiò e il sorriso di lui si
allargò ancor di più. Come tutte le
persone abituate a essere adulate e
riverite, trovava interessante solo chi
cercava di evitarlo.
«Perché la tua ospite non si
unisce a noi?» chiese alla padrona di
casa, seduta di fronte a lui con Pom-
Pom in grembo.
Risoluta, la donna balzò in piedi
con una mano sotto la pancia del
cagnolino, e dopo aver infilato
l’altra sotto al gomito di Peri la
guidò, cortese ma ferma, verso
l’ospite d’onore.
«Conosci la nostra amica Peri?»
chiese al sensitivo. «È arrivata in
ritardo, proprio come te. Ha avuto
un incidente venendo qui.»
«Proprio una giornataccia, a
quanto pare» disse l’uomo,
osservando la mano bendata e il
vestito rovinato.
«Niente di serio...» ribatté Peri.
«Meriti un dono. Vuoi che ti
legga il futuro?» Si alzò e aggiunse
sorridendo: «Gratis».
La ragazza del giornalista e la
PR, sedute alla sua destra e alla sua
sinistra in attesa del rispettivo turno,
non gradirono.
Peri scosse il capo. «Hai fin
troppo da fare.»
«Ma figurati, sono qui per tutti.»
Sulla faccia gli serpeggiò un sorriso,
come se avesse pensato di
aggiungere qualcosa e poi deciso di
tenerlo per sé.
«Mi sa che per questa volta
passo.»
Il sensitivo ridacchiò, ma nello
sguardo gli era apparso un riflesso
metallico. «Sono venticinque anni
che lo faccio e devo ancora
incontrare una donna che non voglia
conoscere il futuro.»
La PR colse l’occasione: «E del
suo passato che ci dici?».
«Lasciamo perdere... Non fa per
lei» rispose il sensitivo, tenendo lo
sguardo fisso su Peri e porgendole la
mano. «Lieto di averti conosciuta,
comunque.»
Lei tese la mano sinistra, quasi
senza pensarci, ma invece di
stringerla l’uomo la afferrò per il
polso e non la lasciò. Da lui a lei
passò qualcosa, un formicolio, un
lampo di calore.
Continuando a trattenerla, le
disse: «Diffida dei ciarlatani, ma
non di un vero sensitivo».
«Lui è proprio il migliore, mica
come gli altri» confermò la donna
d’affari.
«Magari un’altra volta, eh?»
riaffermò Peri tirandosi indietro.
Aveva a stento fatto un passo
che la raggiunse la voce del
sensitivo: «Senti la mancanza di
qualcuno».
Si voltò a guardarlo. «Che hai
detto?»
Lui le si avvicinò. «Qualcuno
che amavi e che poi hai perso.»
Peri si riprese rapidamente.
«Potresti dirlo a metà delle donne di
tutto il mondo, e anche degli
uomini.»
Lui rise, con una vivacità falsa
nella voce. «Qui è diverso.»
Involontariamente Peri incrociò
le braccia, decisa a non avere più
nessun contatto.
«Vedo la prima lettera del suo
nome» continuò lui in un tono
confidenziale, ma alto a sufficienza
perché tutte lo sentissero. «È una
A.»
«Ci sono un sacco di nomi
maschili che cominciano per A»
disse Peri senza pensare. «Quello di
mio marito, per esempio.»
«Facciamo così: non voglio
metterti in imbarazzo davanti a tutti.
Te lo scrivo su un tovagliolo.»
«Kizim» gridò la donna d’affari
sovreccitata. «Portaci una penna,
presto!»
La PR, maligna, intervenne: «Se
è una storia vecchia, perché non si
può raccontare?».
«E chi ha detto che è vecchia?»
fece il sensitivo. «È una cosa ancora
viva, pulsante.»
Peri riuscì a mantenersi calma,
anche se le covava dentro una
tempesta. Voleva solo essere lasciata
in pace, da quel tizio e da tutte
quelle donne e quegli uomini e da
quella città con il suo caos infinito.
Apparve la cameriera con la
penna richiesta, così in fretta che
sembrava stesse aspettando solo
quello. Il sensitivo scrisse con un
ampio svolazzo per non farsi vedere
dalle altre e ripiegò il tovagliolo,
ogni azione esageratamente lenta e
teatrale.
«Ecco il mio dono» disse
dandolo a Peri.
«Bene, grazie.»
Peri si allontanò dalle signore,
superò i signori e uscì in terrazza. Il
peschereccio non c’era più, mentre il
mare si stendeva in avanti, più scuro
del più amaro dei rimpianti. Per
strada sfrecciò un’automobile, col
motore che rombava e la musica a
tutto volume, una canzone d’amore
in inglese che usciva dai finestrini.
Peri socchiuse gli occhi, cercando di
immaginare il tizio – mai una tizia –
che sentiva una musica come quella
così forte, così tardi.
Con cautela riaprì la mano
sinistra, quella che usava per
scrivere, la più forte. Lì, sul
tovagliolo sgualcito, il sensitivo
aveva disegnato tre figure femminili,
come le tre scimmiette sagge. Loro
tre.
Sotto la prima c’era scritto Lei
vide il Male, sotto la seconda Lei
sentì il Male. E sotto la terza c’erano
queste parole: Lei fece il Male.
Quarta parte
Il seme

Oxford, 2001

L’ultimo giorno dell’anno Peri


era troppo agitata per riuscire a fare
anche solo metà di quel che si era
prefissa. La mattina andò a correre
ma non riusciva a tenere il ritmo, e
poi le venne un crampo a un
polpaccio così forte che dovette
fermarsi prima del solito. Quindi si
mise alla scrivania a leggere ma non
riusciva a concentrarsi, le parole
strisciavano sulla pagina bianca
come formiche affamate. E lei aveva
più fame di loro. Con i suoi
precedenti di «abbuffate emotive»,
però, temeva che se avesse iniziato a
mangiare non avrebbe più smesso,
nervosa com’era. Perciò si mise a
sbocconcellare mele e ad ascoltare la
radio; buona idea, questa, perché il
suono costante le calmava i nervi.
Sentì le notizie dal mondo, poi
quelle locali, qualche dibattito
politico e un documentario della
BBC sull’impero azteco. Ma nessun
documentario – neppure uno sui
potentissimi Aztechi – durava in
eterno e, per quanto lei tentasse di
non pensarci, aveva in testa solo la
serata che l’attendeva. Alla fine, il
momento di prepararsi venne come
un sollievo: trovarsi a cena con il
professor Azur non avrebbe mai
potuto essere peggio dell’attesa della
cena stessa.
Come trucco Peri si limitò a un
filo di mascara, matita nera e
rossetto. Si guardò bene allo
specchio, trovando sempre troppo
paffuto il naso che aveva ereditato
dalla madre; se c’era un modo, con i
cosmetici adatti, di farlo sembrare
più sottile, lei non lo aveva ancora
scoperto. Se ci fosse stata Shirin,
avrebbe potuto chiederle un
consiglio; ma d’altro canto, se ci
fosse stata Shirin, molto
probabilmente Peri non sarebbe
andata da Azur. Non passare la
vigilia di Capodanno da sola, aveva
detto il professore. Sperava solo che
non l’avesse invitata per
compassione.
Il problema era cosa mettersi.
Non che avesse l’imbarazzo della
scelta, ma con i pochi capi che
possedeva creò diverse
combinazioni e le provò tutte, una
dopo l’altra. La gonna nera di jeans
con la camicetta liscia; la camicetta
con i blue-jeans; i jeans con il
giacchino verde... Non voleva avere
un’aria da studentessa o, peggio,
l’aria di non voler avere un’aria da
studentessa. Alla fine, con una pila
di vestiti sul letto, scelse una gonna
di velluto e un maglioncino celeste,
così morbido da dare l’illusione del
cachemire; e rifinì la mise con una
collana di perline scaccia-malocchio
blu scuro.
Benché Azur fosse stato molto
chiaro sul non portare niente, Peri
aveva imparato dalla mamma che a
mani vuote non ci si presenta da
nessuna parte. Comprò quindi otto
tortine in una gastronomia di Little
Clarendon Street: una vera
stupidaggine, dato che costavano più
di una torta intera.
Raggiunse la fermata
dell’autobus e attese. Il bus arrivò di
lì a cinque minuti; lei rimase
dov’era, a guardare le porte del
veicolo che si aprivano e si
richiudevano. Poi lo guardò ripartire
senza di lei, mentre tornava a casa a
cambiarsi la gonna e il maglioncino.
Abito lungo nero e stivali pesanti:
molto meglio.

Azur abitava appena fuori città,


a venti minuti d’autobus su
Woodstock Road, nel sobborgo di
Godstow. La primavera lo avrebbe
avvolto nel rigoglio verdissimo della
campagna inglese, con una vista
nitida dal Port Meadow alle guglie
trasognate di Oxford, ma adesso era
celato nell’oscurità. Quando fu ora
di scendere dall’autobus, aveva
anche ripreso a nevicare; larghi
fiocchi soffici sui capelli e sul
cappotto di Peri. Non c’erano altre
abitazioni nelle immediate
vicinanze; la cosa non la stupì. Già
da tempo sospettava che il
professore fosse un misantropo non
dichiarato.
La casa era imponente, dalla
facciata simmetrica rivestita in
pietra, e come per il proprietario era
difficile darle un’età; ma sembrava
un posto con un passato, una casa di
storie. Peri vi si avvicinò pian piano,
attenta a non scivolare, lungo un
sentiero tortuoso e fiancheggiato di
querce spoglie. Il vento le trapassava
il cappotto e lei rabbrividì, di
nervosismo e di freddo. Si voltò a
guardare la fermata dell’autobus,
quasi preoccupata di non ritrovarla lì
più tardi: come sarebbe rientrata?
Doveva pur esserci qualcuno, a
quella cena, che abitasse a Oxford e
che avrebbe senz’altro potuto darle
un passaggio. Tipico di lei, fasciarsi
la testa sulla conclusione di una
serata prima ancora che
cominciasse.
Dalle finestre del piano terra
colava fuori una luce calda e dorata
come miele. Con la scatola dei dolci
stretta al petto Peri si fermò vicino
alla porta, ad ascoltare il rumore che
veniva da dentro: chiacchiere
allegre, scrosci di risa e ondate di
musica in sottofondo. Un genere di
musica che nessuno dei suoi amici
ascoltava, e lei neppure; e che, come
la luce, invitava e intimidiva al
tempo stesso.
Nel fare il passo successivo udì
un sibilo, come il fruscio di un’auto
in lontananza; ma per strada non
passava nessuno, né autobus, né
moto, e certamente neanche
biciclette, con quel tempaccio. Nel
medesimo istante, la porzione più
lenta e più saggia del suo cervello la
informava che quel rumore era
molto più vicino, e Peri si guardò
intorno. L’occhio le cadde sull’alta
siepe alla sua destra e lei s’irrigidì,
mentre il cuore accelerava. Non si
muoveva nulla, nemmeno il vento,
eppure adesso era certa che qualcosa
o qualcuno la stesse osservando.
D’istinto domandò: «Chi è là?».
Nel buio torbido le sembrò di
distinguere una sagoma che
guizzava dietro i cespugli. «Troy!
Sei tu?»
Il ragazzo venne allo scoperto,
pallido e imbarazzato.
«Oddio, mi hai fatto prendere un
colpo» disse Peri. «Mi stai di nuovo
seguendo?»
«Ma no, non dire sciocchezze»
disse Troy con un cenno verso la
casa. «Sto alle calcagna del
diavolo.» S’interruppe. «Tu che ci
fai qui?»
Peri decise di non rispondere.
«Stai spiando il professore!»
«Te l’ho detto che l’ho
querelato. Mi servono prove per il
tribunale.»
Ne sei ossessionato, pensò Peri.
Strano davvero, che tra tanti diversi
tipi di ossessione, odio e amore
differissero solo di qualche tonalità,
come sfumature vicine sulla
tavolozza di un artista.
Dall’interno arrivò un altro
scoppio di risa e Troy schizzò
nuovamente dietro la siepe. «Per
favore, non dire niente di me.»
Peri si accigliò. «Non puoi fare
così, non ne hai il diritto. Io adesso
entro e aspetto dieci minuti. Poi esco
di nuovo a controllare e se ancora
non te ne sei andato torno dentro e
dico tutto ad Azur. E se lui non
chiama la polizia, la chiamo io!»
«Accidenti, calmati» disse Troy
con le mani in alto. «Non sparare.»
Peri lo lasciò dov’era e
raggiunse la porta d’ingresso,
decorata con un pannello di vetro
colorato in ambra, verde oliva e
rosso scuro. Suonò rapidamente il
campanello e una nota tagliò l’aria,
nitida come quella di un uccello: ma
non un trillo di canarino o di
usignolo, più uno strido da
pappagallo che ridesse in faccia allo
sventurato ospite. I rumori
all’interno cessarono per un istante,
poi ripresero altrettanto
rapidamente, mentre dall’altro lato
del vetro colorato appariva
un’ombra. Presto si udì un tramestio
di passi; e lei non si era ritoccata il
rossetto, ma era troppo tardi.
La porta si aprì.
A oscurare la soglia apparve una
donna. Bionda, alta, tonica, snella e
graziosa. Guardò Peri dall’alto in
basso, con la bocca atteggiata a un
sorriso che avrebbe potuto sembrare
cordiale se non fosse stato tanto
imperioso. Sapeva di essere sexy,
nell’abito blu scuro senza spalline
che le aderiva al corpo rivelando una
linea a clessidra. Non era
decisamente una prof, pensò Peri, e
si congratulò con se stessa per la
scelta di cambiarsi il maglioncino.
Non voleva avere niente in comune
con quella tipa, nemmeno una
sfumatura di azzurro.
Azur aveva detto che il suo cane,
Spinoza, adesso era la sua famiglia,
ma questo non significava che non
avesse una ragazza. O anche una
moglie. La fede nuziale non la
portava, ma non tutti i mariti si
sentivano in dovere di indossarla in
pubblico. Come poteva non esserle
venuto in mente, che lui stesse con
qualcuno? Certo che sì. Come tutti
quelli della sua età.
«Ehilà, bel faccino» disse la tipa
prendendole la scatola dalle mani.
«Tu devi essere la ragazza turca.»
Proprio allora, con un suono di
passi affrettati arrivò Azur, reggendo
una bottiglia di vino ancora chiusa
puntata verso di loro come un
cannone in miniatura. Portava un
dolcevita color canna di fucile sotto
una giacca misto cachemire
amaranto.
«Peri, sei venuta!» esclamò lui,
con la fronte che scintillava sotto la
luce. «Non stare lì al freddo, forza,
vieni dentro.»
Lo – li – seguì in soggiorno. Le
pareti del corridoio erano coperte di
fotografie incorniciate: Peri si
ritrovò osservata da ritratti di
persone di diverse parti del mondo,
assorte e distaccate, come se
sapessero già qualcosa che lei al
contrario doveva ancora scoprire.
«Affascinanti, queste foto. Chi le
ha fatte?» domandò.
Azur rispose con una strizzata
d’occhio. «Io.»
«Davvero? Allora ha viaggiato
molto.»
«Un pochino. In Turchia ci sono
stato, lo sai.»
«A Istanbul?»
Lui scosse il capo. No, non a
Istanbul, dove tutti andavano o
avevano la sensazione di dover
andare prima o poi. No, Azur era
stato in altri posti: sul monte
Nemrut, con i suoi colossi di antiche
divinità; al monastero bizantino di
Sumela, incassato in un erto dirupo;
e sul monte Ararat, dov’era andata a
posarsi l’arca di Noè. Peri tacque,
temendo che lui le chiedesse
qualcosa di quelle località... che lei
non aveva mai visto.
In salotto due altissime librerie a
tutta parete, una dirimpetto all’altra,
incorniciavano un gruppo di persone
eleganti, che chiacchieravano
cordialmente, flûte di champagne e
calici di vino alla mano.
Rivolgendosi agli ospiti riuniti,
Azur disse a un giovanotto in
particolare: «Darren, vieni qui.
Voglio presentarti una mia
bravissima studentessa», e non
appena lo vide avvicinarsi,
scomparve.
Darren era un dottorando in
fisica, dagli ottimi voti e dalle
splendide maniere; le portò un
bicchiere di champagne e le fece i
complimenti per il suo accento
«esotico», neanche fosse un
riconoscimento che si era
guadagnata. Poi le chiese del suo
ambiente d’origine, ma era molto
più ansioso di raccontare di sé, e per
giunta con l’aria di avere i minuti
contati. Sì, era intelligente,
ambizioso... e con un terribile
bisogno d’affetto. Cercò di farla
ridere snocciolando battute a raffica,
avendo forse letto da qualche parte
che le donne impazziscono per gli
uomini dotati di senso
dell’umorismo; e ogni volta alzava
gli occhi al cielo, come se lui per
primo pensasse di non essere
divertente. Simpatico, comunque. Il
tipo d’uomo che ama e rispetta la
sua ragazza, anziché mettersi in
competizione con lei, pensò Peri.
Eppure sapeva che tra loro non
ci sarebbe mai stata più che una
fuggevole scintilla. Perché doveva
andare così? Perché non si sentiva
minimamente attratta da questo
ragazzo, che era carino e gentile,
all’incirca coetaneo e sicuramente
adatto a lei, e invece languiva in
segreto per il suo insegnante, il
quale era non solo maturo, ignoto e
impegnato, ma anche totalmente
inadatto? Peri non cessava mai
d’interrogarsi sul perché non
inseguisse, e non avesse mai
inseguito, la felicità: la parola
magica che era al centro di tanti
libri, seminari e programmi
televisivi. Non che ambisse a essere
infelice, certo che no; solo che non
le veniva in mente di eleggere la
ricerca della felicità a valido scopo
di vita. Come si spiegava altrimenti
che si ritrovasse a spasimare per uno
come Azur?
Fece un bel respiro e cominciò a
sentirsi colma di audacia, come
invasa da un profumo inebriante che
mai avrebbe creduto di poter
percepire. Se ne accorgevano anche
gli altri, che dentro di sé lei stava
cambiando? Oltre tutte le formalità e
i sorrisi forzati della vita sociale
c’era una frontiera che separava gli
individui responsabili dagli spostati
in cerca di rogne e dai bucanieri in
cerca d’avventura. Un confine,
sottile come un sussurro, che teneva
le ragazze turche timorate lontane
dal peccato e dai guai. Che
sensazione poteva dare, avvicinarsi a
quella linea di demarcazione,
accostarvisi al punto da sentire sotto
i piedi la fine della terra ferma, e poi
l’inizio del vuoto, e d’improvviso
lasciarsi cadere, lieve e indifferente?
Peri non era una temeraria né
un’eccentrica, ma in un qualche
punto del suo cammino di gioventù
le si era piantato nel cuore il seme
dell’eresia, che non visto era poi
germogliato e ora doveva solo
sbucare dal terriccio. Nazperi
Nalbantoğlu, sempre in ordine,
equilibrata e attenta, ardeva dal
desiderio di trasgredire, dal
desiderio di errare.
«A tavola!» All’altro capo della
stanza Azur, con un sorriso
invitante, brandiva un forchettone
come fosse un giavellotto destinato a
un ospite ignaro.
La notte

Oxford, 2001/2

Peri seguì gli altri verso


un’ampia fratina di quercia, che
poteva aver fatto da oggetto di scena
in una pièce di ambientazione
medievale: le fu molto facile
immaginarsela circondata da nobili e
cavalieri e ricoperta di carni allo
spiedo, pavoni farciti e gelatine
luccicanti. Stasera però non c’erano
vassoi d’argento né calici d’oro,
bensì stoviglie normalissime.
Dietro il tavolo c’era un
caminetto, con un fregio di
mattonelle da entrambi i lati della
mensola e una foto in bianco e nero
incorniciata e appesa sopra. Peri si
avvicinò al fuoco vivo, attratta dal
balletto delle fiamme, e si accorse
che ciascuna piastrella ritraeva un
personaggio diverso; uomini
soprattutto, ma anche qualche
donna, con indosso abiti di altre
epoche ed espressioni solenni. Erano
immagini di profeti, santi e
messaggeri, alcuni con il nome
scritto sotto: re Salomone, san
Francesco, Abramo, Buddha, santa
Teresa, Ramananda... Le varie figure
portavano acqua, scrivevano su
pergamena, parlavano ai discepoli o
camminavano sole in paesaggi
deserti, e non sembravano disposte
in un ordine preciso; ma vederle una
accanto all’altra, come se
partecipassero a un loro convivio,
faceva un effetto inquietante. Era
più facile pensarli separatamente,
quei personaggi sacri. Peri cercò con
lo sguardo il profeta Maometto,
chiedendosi se la parata includesse
anche lui: ma certo, eccolo là che
ascendeva al cielo, il volto velato e
il capo circondato da lingue di
fiamma, come nelle miniature turche
e persiane dei tempi andati. Non
lontano c’era anche la Vergine Maria
con Gesù Bambino, l’incarnato
candido come la neve là fuori,
scortata da angeli alati, e Peri vide
pure Mosè che puntava a terra la
verga già parzialmente mutata in
serpe.
Perché mai Azur aveva messo
quelle immagini intorno al camino?
Se non per una questione estetica,
forse come rappresentazione del suo
sistema di credenze? E se sì, in cosa
credeva esattamente? Peri aveva
ormai letto diversi suoi libri, ma lui
restava un mistero. Incapace di dare
risposta alle domande che la
tormentavano, si concentrò invece
sulla fotografia sopra il caminetto.
Era una veduta della casa,
chiaramente vecchia di qualche
anno. C’era la quercia che aveva
visto arrivando a piedi dalla fermata
dell’autobus, come pure il sentiero
tortuoso; e c’era anche, nella foto,
un fitto giardino fiorito, e nuvole
dense, pesanti, e talmente vicine che
parevano sfiorare il tetto. La casa
sembrava diversa, più piccola: forse
aveva subito delle aggiunte nel corso
degli anni. La fotografia mostrava la
natura e la primavera al massimo
splendore, ma a Peri evocò
un’Arcadia perduta, un tempo di
gioia lieve e mai più riconquistata.
Gli ospiti si erano ormai disposti
intorno al tavolo, bicchieri alla
mano, e attendevano con pazienza di
sapere dove sedersi.
«Azur, dove vuoi che ci
sediamo?» domandò un uomo assai
magro e dalle guance infossate che,
apprese in seguito Peri, era un
luminare della fisica quantistica.
«Sì, come se lui fosse tipo da
dare prescrizioni! In questa casa,
ognuno si siede dove preferisce»
rispose un altro signore dalla stazza
considerevole. Era un ordinario della
facoltà di Teologia e religione, un
vecchio amico di Azur e una delle
persone che lo conoscevano meglio.
A sottolineare la propria
affermazione, scostò una sedia
qualunque e prese posto.
Gli altri invitati risposero
all’imbeccata e, uno dopo l’altro, si
sedettero intorno al tavolo; anche
Peri trovò una sedia libera, e Darren
si piazzò immediatamente vicino a
lei. La bellissima bionda sedeva dal
lato opposto, vicino ad Azur.
Il professore di teologia si
accomodò per bene, sempre
concentrato sulla musica che ancora
si coglieva in sottofondo. Dopo un
istante, levò il bicchiere: «Vorrei
proporre un brindisi al nostro
generoso ospite, che ringraziamo per
averci qui riuniti... noi derelitte
anime oxoniensi, logorate dal gelo
della notte.»
Lo sguardo rivolto a un
candelabro di ferro con sopra tre
candele accese, che gettavano ombre
sovrapposte sulle pareti, Azur
restituì l’omaggio con un sorriso.
Peri diede un’occhiata circolare
a tutti i commensali: un gruppo
eterogeneo di docenti e discenti di
varie discipline. Appena entrata,
aveva dato per scontato che tutte
queste persone, malgrado le
rispettive diversità, avessero in
comune il dono di una peculiare
intelligenza. Dovevano essere
davvero straordinarie, si era detta,
per far parte della cerchia più vicina
ad Azur; gente più colta e sensibile
della media. Che presunzione, da
parte sua. In comune avevano, tutti
quanti, solo il fatto che, per un
motivo o per un altro, erano stati sul
punto di accogliere il nuovo anno in
solitudine... finché non era arrivato
Azur e li aveva raccolti, come
conchiglie sparse su una spiaggia
lontana.
«E c’è anche un altro motivo per
cui vorrei brindare al nostro
anfitrione» proseguì l’anziano
professore. «Per aver messo Bach a
ciclo continuo. Se tutti quanti
ascoltassero Bach per dieci minuti al
giorno, vi assicuro che ci sarebbe
un’impennata nel numero di
credenti.»
Azur scosse il capo. «Attento,
John. Sai meglio di me che Bach,
dal punto di vista teologico, è un
campo minato. È vero, la sua musica
viene considerata come un eccelso
strumento al servizio della voce di
Dio. Ma più lo si ascolta, meno Dio
appare necessario alle sue creazioni,
e si arriva a considerare le sue opere
come la più elevata espressione
dello spirito umano. Bach può fare
di noi dei credenti... o degli scettici
convinti.»
Più d’uno dei presenti rise.
«Vi prego, servitevi» disse poi
Azur allargando le mani.
Tutto a un tratto gli invitati
rivolsero l’attenzione al cibo in
tavola: proprio al centro c’erano tre
ampi piatti di portata. Il primo
conteneva una montagna di fagioli al
vapore; il secondo, riso nero; e sul
terzo c’era un grosso tacchino ben
dorato al forno. Più una brocca di
vino rosso rubino. E nient’altro, né
salse né condimenti; era tutto di una
semplicità quasi manierata, e Peri
sorrise tra sé pensando a sua madre.
Selma sarebbe morta, piuttosto che
invitare ospiti a un banchetto tanto
spartano. Aveva insegnato alla figlia
che la riuscita di una cena consisteva
nell’«accertarsi che ci fossero due
piatti speciali per persona. Per
quattro ospiti ci vogliono otto
preparazioni; per cinque, ce ne
vogliono dieci». Quella sera erano in
dodici, con tre pietanze: sua madre
ne sarebbe inorridita.
Gli ospiti iniziarono a servirsi da
soli, passando poi ciascun piatto al
vicino. Quando venne il suo turno,
Peri si prese porzioni generose,
rendendosi conto tutto a un tratto
che non aveva mangiato niente in
tutto il giorno.
La bionda senza nome si sporse
verso Azur. «Hai preparato tutto da
solo?»
Peri si rianimò. Se doveva
chiederglielo, non poteva essere sua
moglie.
«Certo, cara, e adesso vediamo
se vi piace» rispose lui, e poi
rivolgendosi a tutti aggiunse: «Bon
appétit».
Alla luce danzante delle candele,
i suoi occhi erano verde bosco; le
punte delle ciglia parevano brillare e
le labbra, che Peri non aveva mai
osato scrutare prima, avevano quasi
preso la sfumatura del vino che
stava bevendo.
Lui inclinò un poco il capo e la
guardò di sbieco con gli occhi
socchiusi e con un’espressione di
leggera sorpresa. Lei arrossì,
sconvolta dalla constatazione che lo
aveva fissato troppo a lungo, e
immediatamente si rivolse a Darren,
felicissima di averlo lì.

Come dessert c’era il più tipico


pudding di Natale: Azur ci spruzzò
sopra del brandy mentre era ancora
caldo e lo fiammeggiò con un
cerino. Le lingue di fuoco azzurro
saltarono su tutta la superficie del
dolce volteggiando allegre, per poi
esalare l’ultimo respiro della loro
breve vita innocente. Con mano
esperta, Azur tagliò il pudding e ne
servì una bella fetta a tutti, guarnita
di crema pasticcera; i commensali,
che avevano osservato in silenzio
l’esibizione, assaggiato il primo
boccone si profusero in complimenti
all’ospite per le sue abilità culinarie.
«Dovresti scrivere un libro di
ricette» suggerì il professore di
fisica. «Questo pudding è la fine del
mondo. Come l’hai preparato?»
«Be’, sai, si impara» mormorò
Azur.
A Peri quelle parole aprirono
uno spiraglio sulla sua vita privata.
Allora forse era single, pensò.
Sperava che qualcuno indagasse più
a fondo, ma nessuno chiese nulla, e
tutti si gettarono invece in una
conversazione sulla guerra in
Afghanistan. L’atmosfera intorno al
tavolo cambiò nel momento in cui
alcuni commensali si dissero delusi
da Tony Blair e vicini invece al
dissenso espresso dai peones
laburisti; ma lo fecero in toni molto
misurati, che per Peri era difficile
associare alla politica. In Turchia,
tutte le discussioni politiche a cui
avesse mai assistito, da quelle tra gli
amici di suo padre alle proprie,
erano marchiate dalle tre R: rabbia,
rancore e rassegnazione. Quando
l’argomento era pesante, intense le
emozioni, e scarse le prospettive di
miglioramento, lo stile era la prima
cosa che veniva sacrificata; mentre
qui tutti si esprimevano in modo da
mettere la forma, anziché il
contenuto, al primo posto.
Completamente assorta in questi
confronti culturali, Peri perse il filo
della conversazione a tavola e,
quando si accorse che tutti la
stavano guardando, le ci volle un
momento per capire il perché.
Le venne in aiuto il professore
anziano: «Si stava dicendo, tu vieni
da un Paese interessante».
Rammentandosi
dell’avvertimento di Shirin a
proposito dell’aggettivo
«interessante», Peri lanciò
un’occhiata ad Azur. Ma lui, che la
guardava da sopra la montatura degli
occhiali, sembrava curioso di sentire
che cos’avrebbe risposto.
«Tu cosa dici? Alla Turchia
verrà mai data la possibilità di
entrare nell’Unione Europea?» le
chiese una signora con i capelli
bianchi e tagliati corti, a ciuffetti
sfilati. Era la moglie del professore
anziano.
«Be’, io lo spero» disse Peri.
«Non credi che sia...
culturalmente diversa?» intervenne
la bionda.
«Non so cosa intenda per
diversa» rispose Peri, sentendo che
le si apriva in cuore un campo di
battaglia. Da una parte, avrebbe
voluto esprimersi criticamente,
perché c’erano troppe cose del
proprio Paese che la frustravano. Ma
da un’altra, voleva che quegli
stranieri apprezzassero la sua
madrepatria. Si mise sulla difensiva.
Per senso di responsabilità: mai
prima aveva avuto l’impressione di
rappresentare un’entità collettiva.
«Quindi non vedi la religione
come un ostacolo?» la incalzò il
professore di fisica. «Ti capita di
temere che la Turchia possa
diventare come l’Iran?»
«Il pericolo c’è. Ma l’Iran è una
società fondata su memoria e
tradizione. Mentre noi turchi ci
sappiamo fare con l’amnesia.»
«E cosa pensi sia preferibile?» le
chiese Darren, lì accanto.
«Ricordare o dimenticare?»
«Entrambe le soluzioni hanno i
loro svantaggi» rispose Peri senza
esitazione. «Ma credo sia meglio
dimenticare. Il passato è un fardello.
A che serve ricordare, se non
riusciamo a cambiare niente?»
«Solo i giovani possono
permettersi il lusso di dimenticare»
sentenziò il professore anziano.
Peri chinò il capo. Non voleva
fare la figura della giovane; semmai,
avrebbe voluto sembrare intelligente
e saggia. Tuttavia, con sua grande
sorpresa, notò che Azur assentiva,
concorde. «Se potessi scegliere,
anch’io deciderei di rinunciare alla
memoria. Non vedo l’ora che mi
venga l’Alzheimer.»
La bellissima donna posò una
mano sulla sua. «Dài, caro, non lo
pensi veramente.»
Peri distolse lo sguardo. Non
conosceva quelle persone; il loro
passato, i loro rapporti andavano
completamente al di là della sua
comprensione. Riusciva a intuire,
ma non ad afferrare ciò che
rimaneva non detto, gli argomenti
che tutti scansavano con cura.
Poco prima di mezzanotte,
mentre venivano serviti tè e caffè, si
assentò per andare al bagno. La
faccia che vide allo specchio mentre
si lavava le mani era quella di una
giovane donna che, per l’ennesima
volta, non riusciva a sentirsi sicura e
spensierata. E aveva sempre
incolpato se stessa, per non aver mai
imparato a mostrarsi gioiosa; di
certo aveva fatto qualcosa di
sbagliato, per generare tanta
spontanea infelicità. O forse non
hanno nessuna colpa, quelli che non
passano l’esame di Felicità 1: la
malinconia non è una
manifestazione di pigrizia o
autocommiserazione. Forse la gente
come lei ci nasceva e basta, e lottare
per essere più felici è futile come
lottare per essere più alti.
Uscendo dal bagno, in corridoio,
fra ritratti di tutti i generi Peri vide
una fotografia che la costrinse a
fermarsi.
La donna nella foto – zigomi
alti, occhi distanziati, labbra piene –
era nuda se non per una sciarpa
rosso vivo drappeggiata intorno alla
vita. I capelli erano raccolti in uno
chignon disinvolto, le spalle chiare e
lucide, come oggetti d’avorio
levigato. I seni erano grandi e
rotondi, i capezzoli eretti al centro
delle areole scure; l’ombelico
sporgeva appena, e con una mano la
donna reggeva la stoffa che le
copriva le gambe, pronta in qualsiasi
momento a lasciarla andare. Il
sorriso sulle labbra lasciava
intendere il suo piacere nel farsi
fotografare, e anche che conosceva
la persona dietro l’obiettivo.
Stordita, Peri oscillò in avanti
come se avesse violato una zona
proibita e poi rimase immobile,
paralizzata nell’istante. Da qualche
parte, nelle viscere della casa, un
orologio faceva tic-tac; un
presentimento, a un tempo familiare
e impossibile da imparare. Con un
moto di trepidazione intuì la
presenza del bebè nella nebbia,
vicino in maniera preoccupante: e
infatti eccolo lì, lo stesso visetto
rotondo, gli occhi fiduciosi, la voglia
viola a coprire metà della faccia.
Stava cercando di dirle qualcosa... a
proposito della donna nella foto.
Malinconia: ce n’era tantissima lì
attorno, densa, intatta. Ma Peri non
era in grado di dire se si fosse
imbattuta in una pena antica, o se
fosse stata lei a portarla con sé.
«Vattene!» mormorò, inorridita.
Non aveva tempo per lui, proprio
no, non adesso.
Il bebè nella nebbia mise il
broncio.
«Che cosa stai cercando di
dirmi? Non puoi venire qui, in
questo posto...»
Una voce la interruppe. «Con chi
stai parlando?»
Peri si voltò; Azur era in piedi
alle sue spalle. Gli occhi
scintillavano di faville dorate e non
lasciavano trapelare nulla.
«Parlavo da sola... e guardavo
lei» rispose, indicando il muro. Con
la coda dell’occhio, fu sollevata al
vedere che il bebè nella nebbia
cominciava a dissolversi, una voluta
di fumo nell’aria.
«Mia moglie» disse Azur.
«Come, sua moglie?»
«È morta quattro anni fa.»
«Uh, mi scusi, non sapevo.»
«Di nuovo?» fece lui, lo sguardo
che guizzava dalla donna nella foto
a quella che gli stava davanti. «Devi
smetterla, davvero...»
«Ha lineamenti mediorientali»
soggiunse rapidamente Peri per
aggirare la critica.
«Sì, suo padre era algerino.
Berbero, come sant’Agostino.»
«Sant’Agostino era berbero? Ma
era cristiano.»
Azur la guardò, come
assimilandone la giovinezza. «La
storia è vasta. I berberi erano ebrei,
cristiani, un tempo anche pagani. E
musulmani. Il passato è pieno di
incontri che oggi ci sembrano
bizzarri, ma che ai tempi avevano un
loro perché.»
Quelle parole, benché non
avessero nulla a che fare con Peri, le
aprirono un vuoto dentro, uno spazio
inesplorato. Per quel che ne sapeva
lei, non solo il passato ma anche il
presente era pieno di incontri che
resistevano alla ragione.
«Hai l’aria pallida» disse lui.
Fu allora che lei gli confidò
tutto. Mentre stavano lì ad ascoltare
i rumori degli ospiti così vicini, Peri
raccontò al suo professore che fin da
bambina, per motivi che non era in
grado di comprendere, aveva fatto
delle «esperienze surreali». Ne
aveva parlato con suo padre, che le
aveva liquidate come
«superstizioni», e con sua madre,
che aveva temuto lei fosse posseduta
da un jinni. E da allora non ne aveva
più discusso con nessuno, per timore
di essere nuovamente giudicata.
Azur stette ad ascoltarla, mentre
uno sguardo meravigliato gli si
dipingeva in faccia. «Non posso fare
commenti sulla tua esperienza
surreale. Ma una cosa posso dirtela,
con convinzione: non aver paura di
essere diversa. Sei speciale,
davvero.»
Furono interrotti da uno scoppio
di voci euforiche dal salotto.
«Dev’essere mezzanotte!» disse
Azur ravviandosi i capelli con le
dita. «Riparliamone più avanti. Per
forza! Passa da me in studio.»
Poi le si avvicinò e la baciò su
tutte e due le guance. «Buon anno!»
Dopodiché partì per andare a
baciare gli altri.
«Buon anno, professore!»
mormorò Peri rivolta alla sua
schiena, con il tepore dei suoi baci
ancora sulla pelle.
Passa da me in studio. No, non
poteva essere una frase qualunque.
Fu percorsa da una naturale
eccitazione: lui le aveva detto che
era speciale. Speciale! La
comprendeva come nessun altro.
Mentre rimaneva lì, immobile,
pensierosa, tutto si fece chiaro ai
suoi occhi: l’ultima goccia davanti a
ogni sua aspettativa, la
cristallizzazione di ogni sua
speranza. Quando tornò nel cuore
della festa si era ormai convinta che
anche lui, il professore, provasse dei
sentimenti per lei.

Poco dopo la mezzanotte gli


ospiti cominciarono ad andarsene, e
solo quando mise piede fuori, al
freddo, Peri si ricordò di Troy. Gettò
un’occhiata nervosa alla siepe più
alta... ma a parte la notte, non c’era
nulla.
Sembrava che avessero tutti la
macchina, tranne lei e Darren; la
bellissima bionda – astemia e fiera
di esserlo, come aveva dichiarato –
offrì loro un passaggio.
In auto il tragitto per tornare a
Oxford era breve e trascorse in un
silenzio strano, dopo l’effervescenza
della serata. Su BBC Radio 4 c’era
un programma sulle lettere d’amore
di Gustave Flaubert, che riempì la
macchina di parole sensuali e gli
ascoltatori di un senso di solitudine
e del desiderio di un amore che era
di là da venire. Seduta accanto alla
conducente, Peri si chiese se nel
passato la gente lo capisse meglio,
l’amore; posò la testa sul finestrino
mezzo ghiacciato e tenne gli occhi
sulla strada davanti a sé, prima
illuminata a chiazze dai fari
dell’auto e poi inghiottita dalla
notte. Pensò ad Azur e alla donna
nella foto. Com’era la loro vita
sessuale? Pensò a come sorrideva lui
guardando gli ospiti che si
riempivano i piatti per la seconda
volta; a come reggeva la tazza del
caffè con tutte e due le mani,
godendosi il vapore che gli
carezzava il viso; a come aveva
aiutato le signore a rimettersi i
cappotti, lei compresa, mentre
salutava tutti al termine della serata,
e a com’era diverso rispetto a
quando era in aula, tenero, alla
mano, sorprendentemente fragile.
Tornati a Oxford, Peri e Darren
scesero dall’auto insieme. Il freddo
tagliente d’inizio serata aveva
lasciato il posto a un’aria frizzante.
Proseguirono a piedi,
chiacchierando senza pause, finché
non raggiunsero l’alloggio
temporaneo di Peri. Si baciarono
sotto un lampione. Si baciarono di
nuovo al buio. Sentendosi brilla, non
tanto per il vino quanto per
l’intensità della serata, Peri chiuse
gli occhi, più eccitata
dall’eccitazione di lui che dalla
propria.
«Posso salire?» chiese Darren.
Lei visualizzò il bambino che era
stato, mentre dava la mano alla
mamma nell’attraversare la strada e
imparava a trattare le donne con
rispetto. Se gli avesse detto di no,
sapeva che non avrebbe insistito;
sarebbe andato per la sua strada,
magari deluso ma senza traccia di
scortesia. E se si fossero incontrati
per caso il giorno dopo, sarebbe
stato gentile con lei, e lei con lui.
«Sì» disse Peri, agendo per un
impulso che non aveva voglia di
mettere in discussione.
Sapeva che la mattina dopo si
sarebbe svegliata con una
sensazione atroce, il senso di colpa:
perché era andata a letto con uno di
cui, in verità, le importava poco,
perché aveva deluso suo padre,
perché aveva avverato le peggiori
paure di sua madre. Se anche non
fossero mai venuti a saperne nulla,
lei si sarebbe sentita la coscienza
sporca la prima volta in cui ci avesse
riparlato, e probabilmente per molto
tempo anche in seguito. Ma c’era
una cosa che la disturbava anche di
più: mentre ricambiava i baci e le
carezze di Darren, pensava a un
altro. A soverchiare qualunque altra
emozione, c’era la consapevolezza
che era il suo professore, quello che
desiderava.
Se succede a Capodanno,
succede tutto l’anno, così voleva il
detto. Quanto sperava che non fosse
vero. Perché aveva fatto ingresso nel
primo giorno di gennaio con il cuore
gravido di emozioni complicate, e
sperava che il 2002 non fosse l’anno
dei sensi di colpa.
La bugia

Oxford, 2002

Aveva deciso di accettare


l’invito di Shirin, così prima della
fine delle vacanze Peri prese il treno
per Londra. Guardava gli studenti e
le famiglie con bambini in fila per
salire in carrozza; nel suo
scompartimento – per sbaglio aveva
comprato un biglietto di prima
classe – c’erano tre signori molto
maturi e azzimati, indistinguibili tra
loro, e una signora di età incerta, con
i capelli castani perfettamente
acconciati. La scrutarono tutti e
quattro con sguardo freddo, come a
dire: “Tu hai l’aria di essere salita
sulla carrozza sbagliata”. Peri trovò
il suo posto numerato e si immerse
nell’Opera omnia mistica di Meister
Eckhart.
Si era portata dietro anche il
Diario di Dio, nel quale annotò in
quel momento: Secondo Eckhart,
l’occhio con cui io vedo Dio è il
medesimo occhio con cui Dio vede
me. Se io mi accosto a Dio in
maniera rigida, Dio si accosterà a
me in maniera rigida. Se io guardo a
Dio con amore, Lui guarderà a me
con amore. Il mio occhio e l’occhio
di Dio sono un tutt’uno.
Il treno procedeva sui binari a un
ritmo costante che le si conficcava
nella coscienza. Di lì a poco
comparve un inserviente,
scarrellando con il minibar dal quale
prese a distribuire i vassoietti di
plastica della prima colazione e un
assortimento di bevande. Arrivando
da Peri, la informò che poteva
scegliere tra il menu uno, brioche
salata prosciutto e formaggio, e il
menu due, uova strapazzate con
salsiccia.
Peri scosse il capo. «Non c’è
nient’altro?»
«Vegetariana?» chiese l’addetto.
«No, è il maiale» rispose lei.
L’uomo, dagli occhi scuri e
incavati nel viso con appena un
accenno di barba, la osservò per un
istante. Lei invece gettò uno sguardo
alla targhetta con il nome:
Mohamed.
Le disse: «Vedo cosa posso fare»
e sparì.
Un momento dopo Mohamed
ricomparve con un tramezzino al
pollo, che le porse con un sorriso,
per poi riprendere il suo giro; e solo
allora venne in mente a Peri che
forse lui le aveva dato il suo panino,
il suo pranzo. Erano i fili solidali e
invisibili che s’intessevano tra
sconosciuti quando scoprivano di
avere in comune la religione o la
cittadinanza, e per questo provavano
subito un senso di affinità, un
cameratismo che si manifestava con
segni anche minimi; un sorriso, un
cenno del capo, un tramezzino. Lei
però si sentiva un’impostora: a
quanto pareva, l’uomo l’aveva presa
per una brava musulmana, ma lei lo
era davvero?
Era di cultura musulmana, certo;
eppure, le preghiere che aveva
imparato a memoria si contavano
sulle dita di una mano. Non
professava la sua religione ma
nemmeno si dichiarava, come
Shirin, un’ex musulmana,
espressione che le richiamava alla
mente le storie d’amore concluse in
tribunale. Che ne osservasse o meno
i precetti, lei non aveva divorziato
dall’Islam; il suo rapporto con quella
fede era confuso ma vivo,
ininterrotto, perpetuo. Se un posto
per lei c’era, era tra le file dei
perplessi. E se gli avesse raccontato
tutto questo, Mohamed si sarebbe
ripreso il panino?

Quando lei era piccola, a ogni Id


al-adha in casa sua scoppiava un
litigio. Mensur era contrario al
sacrificio rituale di animali: riteneva
che sarebbe stato meglio donare ai
bisognosi i soldi necessari
all’acquisto di un agnello. In quel
modo, gli affamati avrebbero potuto
riempirsi la pancia, i pasciuti
avrebbero potuto congratularsi con
se stessi, e tutto senza che nessun
animale dovesse dare la vita.
Selma dissentiva. Dio aveva i
suoi buoni motivi per volere le cose
fatte in una certa maniera, diceva.
«Se solo ti prendessi la briga di
leggere il Libro Sacro, capiresti.»
«L’ho letto» rispondeva Mensur.
«Quel pezzo, intendo. Non ha
senso.»
«Come, non ha senso?»
rispondeva Selma, irritata.
«Nel Corano, Dio non chiede ad
Abramo di sacrificare suo figlio. Il
tipo aveva sbagliato a capire.»
«Il tipo!»
«Sta’ buona e ascolta: Abramo
non sente con le sue orecchie Dio
che gli ordina di uccidere suo figlio.
È tutto un sogno, sì o no? E se
avesse sbagliato a interpretarlo?
Secondo me Dio, nella sua
misericordia, si rende conto che
Abramo ha sbagliato a capire e per
salvare il ragazzo gli manda
l’agnello.»
Selma sospirava. «Sei un
ragazzetto scontroso, ma a Dio
piacendo i miei figli li ho già tirati
su, e non ho tempo da perdere con
un altro bambinone.»
Decisa quindi a comprarsi la sua
pecorella, Selma risparmiava.
L’ovino veniva tenuto in giardino,
nutrito e dipinto con l’henné fino al
momento di mandarlo al macello;
dopodiché, se ne condivideva la
carne con sette vicini di casa e con i
poveri.
In una di quelle occasioni – Peri
doveva essere sui tredici anni – gli
stessi vicini decisero di unire le
forze e le lire per comprare un toro,
figurandosi una creatura maestosa
che irradiasse vigore, seguita dalla
propria ombra scura. Ma il toro che
arrivò, per quanto enorme, aveva
un’aria nervosa, quasi folle di paura.
Non era né un mite agnello
sacrificale, né una splendida offerta
votiva: era una delusione completa.
Lo chiusero dentro un garage
dove, nei due giorni successivi, la
sua angoscia non fece che crescere.
La notte lo si sentiva lottare, cercar
di fuggire, a mugghi che parevano
salirgli dal profondo dell’anima.
Forse aveva intuito il proprio
destino. Il terzo giorno, non appena
rivide la luce il toro si liberò dalle
pastoie. Galoppando a tutta velocità,
partì alla carica contro il primo
bersaglio che si trovò davanti, uno
sventurato passante. Lo scaraventò a
terra, ma il poveraccio riuscì a
sfuggirgli e si nascose dietro un
cassonetto dei rifiuti; intanto si era
radunato un pubblico in preda al
riso, e mentre qualcuno dava pacche
sulle spalle allo scampato, i bambini
corsero fuori casa per vedere cosa
succedeva. Peri si arrampicò sul
muretto del giardino e riuscì a
vedere le corna ondeggianti della
povera creatura che, in preda a un
terrore ormai assoluto, seminava il
panico anche tra la folla.
Al contrario degli agnelli, il toro
era deciso a resistere; e infatti
oppose tutta la resistenza di cui era
capace contro i venti uomini che lo
caricavano da tutti i lati. Balzò fino
in mezzo alla strada, un teatro di
guerra d’asfalto dove si trovò
circondato da mostri metallici; gli
uomini impiegarono tre ore a
riprenderne il controllo, e solo dopo
averlo colpito con un fucile
anestetico per poi ucciderlo.
Qualcuno in seguito sostenne che la
carne del toro non fosse halal perché
il tranquillante lo aveva frastornato;
ma a quel punto, di questi pareri non
fregava più niente a nessuno.
«Che razza di barbarie è mai
questa» si lagnò Mensur con la
moglie, a casa. «L’Islam dice di non
fare del male a nessuno, animali
compresi. Quella povera bestia è
morta di paura, dopo che l’hanno
torturata. Io la sua carne non la
mangio.»
Per un istante, Selma non
rispose. «Bene, non mangiarla.
Forse non la mangio neanch’io. Ma
non dire cattiverie. Abbi rispetto.»
Peri, che si aspettava una lite,
rimase meravigliata al vedere i suoi
genitori concordare, una volta tanto,
e distribuire la loro quota di carne
tra varie famiglie bisognose.
Quella sera a cena notò inoltre
che suo padre si rabboccava il
bicchiere un po’ troppo spesso. «Che
giornata, eh?» disse lui
distrattamente. «Passata a correre
dietro a gente che correva dietro a
un toro. Non mi sentivo così stanco
da quando voi due appena nati ci
tenevate svegli tutta la notte.» Ormai
strascicava le parole.
Peri, che si stava versando
l’acqua nel bicchiere dalla brocca,
quasi rovesciò tutto. «In che senso,
“noi due”?»
Mensur si passò una mano sulla
fronte, con l’espressione di chi si
rende conto di aver fatto un grosso
passo falso. Per un attimo parve
incerto sull’opportunità di
proseguire. «Be’, ti ricorderai di
certo.»
«Di cosa dovrei ricordarmi?»
«Del maschietto, il tuo gemello.
Che non è sopravvissuto.»
Ai margini della coscienza le si
addensava qualcosa. «Perché?»
«Ah, coccinella, non me lo
chiedere. È passato tanto tempo»
disse Mensur, ma poi, sopraffatto
dalla curiosità, aggiunse: «Davvero
non hai idea?».
«Non so di che cosa stai
parlando, Baba.»
«Ma pensa che strano... Io ho
sempre pensato che tu riuscissi a
ricordare delle... cose.»
Peri ci mise anni a scoprire che
cosa intendesse.

Il treno entrò a Paddington


Station; Shirin la aspettava vicino
alle biglietterie automatiche, avvolta
in una pelliccia grigio argento che le
arrivava al ginocchio. Nel cuore
della città, sembrava una figlia della
steppa.
«Quanti animali sono stati uccisi
per quella?» le chiese Peri.
«Non preoccuparti, è finta» la
rassicurò Shirin baciandola sulle
guance.
Peri la guardò negli occhi. «È
una balla, vero?»
«Uff!» sbuffò Shirin. «È la
prima volta che mi becchi. Brava,
Topina, sono felice per te! Stai
cominciando ad aprire gli occhi.»
L’amica la stava prendendo in
giro e Peri lo sapeva. Ma per quanto
ridesse, avvertì anche una fitta di
disagio quando notò la scheggia di
verità nelle sue parole: Shirin le
aveva già mentito, di certo più di
una volta, ma su chi o che cosa, Peri
doveva ancora scoprirlo.
La danza del ventre

Oxford, 2002

Peri aprì la finestra, beandosi di


una carezza d’aria fresca. Era felice
di ritrovarsi nella sua stanza, benché
anelasse a spazi più ampi; si sedette
sul letto con un libro in mano, le
ginocchia raccolte al petto. Qualche
lezione prima Azur aveva chiesto a
tutti di leggere un articolo sull’idea
di Dio nella filosofia kantiana, e lei
stava trovando Kant più enigmatico
alla seconda lettura che alla prima.
Capiva bene perché i teologi fossero
attratti dalla sua filosofia; ma d’altro
canto, anche insigni pensatori da
ascrivere al campo opposto, come
Nietzsche o Darwin, ne erano stati
senz’altro influenzati. Peri dovette
concludere che, come la città di
Istanbul, Immanuel Kant fosse un
uomo dalle molte sfaccettature.
Non c’era da meravigliarsi che
Azur lo amasse tanto: anche lui era
molteplice. Esisteva tutto un cast di
professori Azur: il conferenziere
sicuro alle tavole rotonde e l’attore
che amava e cercava ogni giorno
l’attenzione altrui; il docente che
metteva soggezione in aula,
l’inquisitore spietato in ufficio, il
garbato anfitrione in casa propria... e
quanti altri ce n’erano ancora? Peri
tornò col pensiero alla cena di
Capodanno e ai suoi postumi. Da
allora stava evitando Darren, benché
lui avesse chiamato più volte e
lasciato messaggi dal tono via via
più preoccupato, se non proprio
offeso; e si sarebbe volentieri chiusa
in camera per tentare di schiarirsi un
po’ le idee, non fosse stato per le
lezioni e il lavoro in libreria... e per
Shirin, che un pretesto per bussare
alla sua porta lo trovava sempre.
L’attrazione che provava per
Azur aveva conferito alla sua vita
quotidiana un’intensità dolorosa.
Ogni volta che andava da lui a
ricevimento, per parlare del bebè
nella nebbia, leggeva ed equivocava
ogni suo gesto, ogni sua parola,
incapace di vederlo con un minimo
di obiettività. Come un negromante
che vedesse segni divini ovunque,
anche lei cercava messaggi nascosti
nelle frasi più banali. A ogni modo
s’impegnava più che mai, decisa a
impressionarlo dando prova di
un’intelligenza brillante: solo che il
momento giusto per fare colpo,
l’occasione rivelatrice che attendeva
spasmodicamente non arrivava mai.
Vicino a lui Peri restava più che
altro sulle sue, con lo stomaco
annodato. Ogni tanto andava
all’estremo opposto, e in un accesso
di coraggio o di disperazione si
metteva a dibattere e a obiettare, a
provocare e a fare questioni, per poi
risprofondare nel silenzio.
Si era sempre detta che a lei una
cosa così non sarebbe potuta
succedere. Non era certo una di
quelle ragazze che si fanno prendere
dalla smania degli uomini maturi;
ragazze che ovviamente cercavano
di sostituire la figura paterna. Perché
fosse attratta da Azur, era convinta
di non poterlo spiegare a nessuno,
meno che mai a se stessa. Non che
avesse la minima intenzione di
raccontare quel che provava per lui.
Come il Diario di Dio che teneva da
quando era piccola, e come il bebè
nella nebbia, anche Azur era
diventato un segreto da custodire
gelosamente. Malgrado questo,
prese l’abitudine di addormentarsi
con uno dei suoi libri tra le mani,
tracciando nel buio le lettere del suo
nome con le dita, al suono di una
musica melensa. Di giorno
bighellonava dalle parti del suo
college, gettando occhiate furtive
dietro questo o quell’angolo in caso
anche lui fosse nelle vicinanze.
Deviò molto dal suo itinerario
mattutino per andare a prendere il
caffè dove lo prendeva lui, ma le
poche volte in cui effettivamente lo
vide arrivare si nascose nel bagno. E
mentre faceva tutte queste cose
ridicole, un’altra parte di sé,
distaccata e censoria, osservava con
disapprovazione, sperando fosse
solo una stagione di follia, che
presto sarebbe giunta al termine.
Adesso, non riuscendo a reggere
né i propri pensieri né quelli di Kant,
Peri indossò le scarpe da ginnastica
e andò a fare una corsa. Nonostante
il freddo, c’era nell’aria serotina una
promessa di gioia, sospesa come
cristalli di rugiada. L’assenza di
rumore che l’aveva tanto colpita
quando era arrivata a Oxford da
Istanbul non la meravigliava più.
All’angolo di Longwall Street
vide una cabina telefonica; date le
due ore di differenza, suo padre era
certamente a casa a bere, solo o con
gli amici.
E infatti fu Mensur a rispondere
al telefono. «Pronto?»
«Baba... scusa, è un brutto
momento per chiamare?»
«Peri, tesoro» esclamò lui. «Ma
che significa “un brutto momento”?
Tu puoi chiamare quando vuoi, anzi,
magari lo facessi più spesso.»
La tenerezza nella voce del
padre le fece venire un groppo in
gola.
«Tutto a posto?»
«Sì, certo» disse lei. «Come sta
la mamma?»
«È in camera sua. Vuoi che te la
chiami?»
«No, la sentirò un’altra volta.» E
poi, più dolcemente: «Mi mancate
molto».
«Dài, così mi fai piangere,
coccinella.»
«Mi dispiace tantissimo di non
essere riuscita a venire a casa per
Capodanno.»
«E chi se ne frega di
Capodanno?» fece Mensur. «Tua
madre ha stracotto il tacchino e ha
bruciato il pilaf, così abbiamo
mangiato carne rinseccolita e riso
carbonizzato. Poi abbiamo giocato a
tombola e tua madre ha vinto. A
sentire lei senza barare, ma chi vuoi
che le creda? Ah, e abbiamo visto la
danza del ventre alla televisione...
cioè, l’ho vista io. Nient’altro.»
L’«altro», Peri lo sentì senza
bisogno che Mensur ne parlasse: lui
che beveva senza sosta, e la
ballerina che dimenava i fianchi in
abiti succinti, e Selma che si
arrabbiava per tutte e due le cose, e
il litigio che ne era seguito,
l’ennesimo.
Come se potesse leggerle nel
pensiero, suo padre aggiunse: «Sì,
mi sono fatto qualche goccio.
Occasione migliore non c’è, giusto?
Sai come si dice, se succede a
Capodanno, succede tutto l’anno.»
Peri sentì il cuore mancare un
battito.
«Va bene anche se non sei
venuta» continuò Mensur. «Avremo
altri Capodanni da festeggiare. La
scuola è la cosa più importante.»
La scuola... Non la laurea, o
l’università, bensì la scuola. Quella
parola basilare, dalle caratteristiche
quasi sacre per gli innumerevoli
genitori che, pur non avendo potuto
studiare in prima persona, credevano
nell’istruzione e investivano tutto
quel che potevano nel futuro dei loro
figli.
«Mio fratello come sta?»
domandò Peri. Non le sembrava
necessario specificare quale: era per
forza Hakan, visto che di Umut non
parlavano quasi mai. E se lo
facevano, era sempre con un tono
diverso.
«Bene, bene. Aspettano un
bambino.»
«Davvero?»
«Sì» disse Mensur, la voce che si
riempiva di orgoglio. «Un maschio.»
Era passato un anno, da quella
notte tremenda all’ospedale, ma Peri
la ricordava anche troppo bene.
L’odore di disinfettante, la vernice
color muschio, i segni rossi delle
unghie sui palmi della sposa... e
adesso Feride avrebbe avuto un
bambino. Le riecheggiarono in testa
le parole di Selma: Molti matrimoni
hanno basi assai meno solide.
«Io non ce la farei mai.»
«A fare cosa?»
«A sposare uno che mi tratta
male.»
Mensur sbuffò, qualcosa a metà
tra un sospiro e una risata. «Io e la
mamma ti vogliamo bene» disse e
subito s’interruppe, poco abituato a
nominare sé e la moglie nella stessa
frase. «Purché tu sia felice, saremo
dalla tua parte.»
Le vennero le lacrime agli occhi.
Si sentiva sempre più fragile quando
veniva trattata con dolcezza, anziché
con ostilità.
«Che c’è che non va, anima mia?
Perché piangi?»
Lei non fece caso alla domanda.
«Sì, Baba, ma... se un giorno dovessi
disonorarvi? Mi ripudiereste?»
«Io non ripudierò mai mia figlia,
qualunque cosa succeda» disse
Mensur. «Purché non mi porti a casa
un imam barbuto come genero.
Quella sì che sarebbe una pugnalata!
E faresti meglio a non fidanzarti
neanche con uno di quei musicisti
con le braccia coperte di tatuaggi,
come si chiamano? Metallari! A me
non darebbe fastidio, ma la mamma
uscirebbe di senno. Anche scartando
imam e metallari, però, rimangono
molte altre possibilità.»
Peri rise. Le tornarono in mente
le loro serate davanti alla
televisione, e la volta che lui le
aveva insegnato a fischiare, a fare le
bolle con la gomma da masticare, a
mangiare i semi di girasole tostati
rompendo i gusci con i denti.
«Sul serio, comunque, chi è il
fortunato giovanotto?» domandò
Mensur.
La parola «giovanotto» la riportò
con i piedi per terra. Dal punto di
vista di suo padre, lei poteva solo
essersi innamorata di un giovanotto,
di un ragazzo della sua età.
«Bah, uno studente, ma non è
niente di serio» rispose. «Sono
troppo giovane per le cose serie.»
«È vero, Pericim.» Mensur parve
sollevato. «Passerà. Concentrati
sullo studio.»
«Lo farò, Baba.»
«Ah, e non parlarne con tua
madre. Non c’è motivo di farla
preoccupare.»
«Certo che no.»
Dopo aver riappeso, corse per
un’ora intera. I piedi slittavano sui
marciapiedi gelati, ma lei perseverò;
quando tornò al college la fatica era
tale che i polpacci le pulsavano dal
dolore e si sentiva bruciare la gola
ogni volta che deglutiva, tutte
avvisaglie di una brutta influenza. Si
addormentò subito e in sogno ancora
correva, stringendo fra le dita il
bigliettino che le aveva lasciato sul
letto Shirin.
Peri, ho trovato la casa perfetta
per noi due! Preparati,
traslochiamo!
Il menu

Istanbul, 2016

«Avete sentito cos’è successo?


Una cosa tremenda!»
Era la PR a parlare, rivolta a tutta
la sala. Si era allontanata per andare
al bagno, ma ne era uscita
immediatamente, rossa in viso.
«Che c’è, stavolta?» chiese
qualcuno.
Al mondo ci sono due tipi di
città: quelle che rassicurano i propri
residenti che l’indomani e il giorno
successivo e quello dopo ancora
saranno sempre uguali, e quelle che
fanno il contrario, ricordando
insidiose agli abitanti l’incertezza
della vita. Istanbul appartiene al
secondo tipo. Non c’è spazio per
l’introspezione, gli orologi non
riescono a tenere il passo degli
eventi. Chi abita a Istanbul passa da
un’ultim’ora alla successiva,
correndo e consumando in fretta,
finché succede qualcos’altro ancora
che esige la sua attenzione.
«L’ho visto su Twitter,
un’esplosione» annunciò la PR.
«Qui in città?» chiese l’uomo
d’affari. «Dove?»
Le tre domande fondamentali,
sempre in questo ordine: che cosa?
dove? quando? Che cosa: si parla di
una terribile esplosione. Dove: in
una delle zone più popolose del
centro storico. Quando: nemmeno
quattro minuti fa. Una detonazione
così potente da demolire la facciata
dell’edificio in cui si è verificata e
mandare in frantumi tutte le finestre
fino alla strada accanto, ferendo
passanti, facendo scattare gli allarmi
delle macchine e colorando di rosso
ruggine, per un attimo, il cielo
notturno.
Quasi tutti gli ospiti, guidati
dalla donna d’affari, si affrettarono
di sopra a guardare il telegiornale.
Peri li seguì, ma lentamente, in una
sala confortevole e luminosa,
rimanendo in fondo al gruppo, da
dove intravedeva appena il grande
schermo piatto. Una cronista scossa
– una giovane donna dai capelli così
lunghi che potevano farle da
mantello – parlava in fretta tenendo
il microfono con tutt’e due mani.
«Ancora non si conosce il numero
dei morti e dei feriti, ma il bilancio
appare grave, gravissimo. Si sa
soltanto che l’ordigno era
potentissimo.»
Una bomba. La parola, come un
vapore tossico che arriva dal nulla,
rimase sospesa in mezzo alla stanza.
Fino a quel momento gli invitati
avevano sperato in cuor loro che a
provocare il disastro fosse stata una
fuga di gas, o un generatore
difettoso. Sarebbe stato tremendo
comunque, ma una bomba era
un’altra cosa: una bomba non era
solo un evento tragico, ma aveva in
sé l’intenzione di uccidere. I disastri
sono orrendi, certo, ma disastro e
malvagità insieme creano un terrore
puro.
Eppure avevano imparato a
convivere con le bombe, o con
l’eventualità delle bombe. Per
quanto aleatori ed imprevedibili, si
riteneva che i terroristi seguissero
certi schemi: non colpivano di notte
e sceglievano quasi sempre il
giorno, per provocare il maggior
numero di vittime nel minor tempo
possibile e finire in prima pagina il
giorno dopo. La notte era pericolosa
per altri motivi, ma era al riparo da
questo genere di violenza. O almeno
così avevano pensato fino ad allora.
Per questo la donna d’affari
chiese: «Una bomba? A quest’ora
assurda?».
«Evidentemente anche i terroristi
hanno trovato traffico» scherzò
l’uomo d’affari. «A Istanbul non
arriva in orario più niente, neppure
Azrael.»
Risero. Un riso monco, senza
allegria. Scherzare di fronte a una
tragedia fa sentire sporchi,
colpevoli, ma aiuta anche a diluire la
paura e ad alleggerire il peso
dell’incertezza, che è sempre
insostenibile.
Frattanto in TV, sullo sfondo, si
era riunito un gruppo di uomini e
bambini che pendevano dalle labbra
della cronista, sperando di essere
scelti per un’intervista. Un ragazzino
al massimo dodicenne salutava con
la mano, eccitato per la telecamera
puntata verso di lui.
Poi si passò a una ripresa
dall’elicottero che mostrava il
quartiere dall’alto: case costruite una
sull’altra, così fitte che sembravano
un unico blocco di cemento. Ma a
guardar meglio si notavano le
differenze; un edificio, in
particolare, sembrava reduce da anni
di guerra civile: finestre sfondate,
mura bruciate, vetri a pezzi,
sventrato.
«Stavamo a casa, tutti insieme,
davanti alla tivù, quando abbiamo
sentito questo botto, ha tremato
tutto. Pensavo che era un terremoto»
raccontava un testimone, un omino
tozzo in pigiama. Nella voce si
percepiva un’eccitazione che non
riusciva a contenere, sbalordito di
trovarsi sulla stessa rete televisiva
che solo pochi minuti prima stava
guardando, laddove ora erano in
milioni a guardare lui. Mentre,
incalzato dalla cronista, passava a
descrivere «che cosa aveva
provato», in basso scorreva in
sovrimpressione il computo dei
morti.
Nella villa sul mare gli ospiti
tornavano uno dopo l’altro in salone,
per aggiornare gli altri: «Cinque
morti e quindici feriti».
«Il bilancio potrebbe aggravarsi.
Alcuni dei feriti sono in condizioni
critiche» spiegava il giornalista, che
non era salito per mettersi subito in
contatto con la sua redazione.
Con la stessa naturalezza con cui
a cena si erano scambiati i vassoi di
meze, adesso si scambiavano
particolari raccapriccianti, per
quanto ovvi, per quanto ripetitivi.
Più se ne parlava e meno sembrava
reale. La tragedia era una merce
come qualsiasi altra: andava
consumata, da soli o in compagnia.
La ragazza del giornalista
inspirò a fondo prima di dire:
«Quindi la bomba se l’erano fatta in
casa. Che roba: montarsi tutto da
soli, neanche fosse un Lego del
male. Ed è esploso. La bella notizia
è che i terroristi sono morti sul
colpo, quella brutta è che è morto
anche il vicino del piano di sopra.
Un insegnante in pensione.»
«Probabilmente insegnava
geografia, poveraccio» disse l’uomo
d’affari, con qualche difficoltà a
formulare le parole. «Che brutta
fine... Doveva essere un cittadino
per bene, correggeva i compiti in
classe, portava un abito liso. Dopo
anni di duro lavoro, va in pensione e
finalmente smette di combattere con
i mocciosi ignoranti. Gli viene ad
abitare sotto una banda di terroristi...
quelli cominciano a fabbricare
bombe, e al diavolo... bum! Fine
dell’insegnante. Agli scolari
insegnava affluenti di laghi e nomi
di capitali, mentre invece, cazzo,
tutto intorno a loro c’è una geografia
del terrore!»
Per un attimo non parlò nessuno.
«Sappiamo chi è stato?» chiese la
PR. «Marxisti? Separatisti curdi?
Fondamentalisti islamici?»
L’architetto ridacchiò: «Che
menu ricco!».
Peri sentì il marito schiarirsi
piano la gola. «Non è solo il
terrorismo o le sue azioni orrende»
disse Adnan, «ma la facilità con cui
ci abituiamo a queste notizie.
Domani a quest’ora, del maestro di
scuola parleranno in pochissimi, e
nel giro di una settimana sarà
dimenticato.»
Peri abbassò lo sguardo, mentre
la tristezza di quelle parole le
raggiungeva il cuore e vi si fermava,
come il calore che langue nelle braci
morenti di un camino.
Il volto dell’Altro

Oxford, 2002

C’era un taxi ad aspettarle


davanti al cancello. Per un po’
rimasero in silenzio durante il
tragitto, finché Peri non lacerò la
calma con uno starnuto.
«Salute, Topina!»
«Già, grazie... Ancora non ci
credo, che andiamo ad abitare da
sole» disse Peri in tono acceso,
guardando le vie della città sfilare
dietro al finestrino.
Indifferente alle remore di Peri,
Shirin aveva continuato a cercare
casa, dopo essere riuscita a
convincere l’amministrazione del
college che si poteva anche
traslocare nel bel mezzo dell’anno
accademico, e dato il suo zelo
incontenibile non ci aveva messo
molto a trovare il posto giusto per
loro. Industriosa come un’ape che va
di fiore in fiore, aveva pagato la
cauzione e il primo mese di affitto,
prenotato un’auto per il trasporto dei
loro modesti effetti personali, e
insomma aveva organizzato tutto
con una tale spietata precisione che,
quando venne il giorno deputato, a
Peri non restò che prendere il
cappotto e seguire la sua amica.
«Tranquilla, sarà uno spasso» si
esaltava ora Shirin. «Noi tre sole!»
Peri rimase senza fiato. «Chi
altro viene?»
Shirin si cavò di borsa l’astuccio
della cipria e si guardò nello
specchietto, come se prima di
rispondere dovesse controllare che
espressione aveva. «Mona si è
aggregata a noi.»
«Cosa? E me lo dici adesso?»
«Senti, dovendo dividere casa,
tre è meglio di due.» Shirin fece un
gran sorriso, ma pareva non ci
credesse neppure lei.
Peri scosse il capo. «Avresti
almeno dovuto chiedermelo.»
«Scusa, mi sono dimenticata,
avevo un sacco di cose a cui
pensare.» Ora il tono era più
morbido. «Qual è il problema? Mi
pareva che Mona ti fosse
simpatica.»
«Infatti, ma tu non la sopporti!»
«Esattamente» disse Shirin. «Mi
serviva una sfida.»
«Che vuoi dire?»
Se una spiegazione c’era, doveva
aspettare. Avevano raggiunto il loro
nuovo indirizzo: una casa a schiera
vittoriana nel sobborgo di Jericho,
con le finestre a bovindo al
pianterreno, i soffitti alti e un
giardinetto sul retro.
Sugli scalini dell’ingresso c’era
Mona, circondata da borse e scatole
di cartone. Le salutò con la mano e
poi venne loro incontro, il
nervosismo ben visibile in faccia.
Un’occhiata, e Peri capì che Shirin
l’aveva praticamente costretta...
come aveva fatto con lei.
«Ciao, Mona» strillò Shirin, una
volta pagato e mandato via il
tassista.
Le tre si ritrovarono sul
marciapiede, imbarazzate, a
scambiarsi saluti. Le loro differenze
contrastavano con l’armoniosa
architettura della via: Mona con la
sua palandrana marrone e il velo
beige, Shirin in abitino nero corto,
stivali a tacco alto e trucco perfetto,
Peri in jeans e impermeabile
azzurro.
«Ce ne facciamo fare qualche
copia» dichiarò Shirin facendo
tintinnare le chiavi nella mano.
«Sarà favoloso, vedrete.»
Così dicendo aprì la porta e fece
irruzione nella casa. Dietro di lei
entrò Mona, posando a terra il piede
destro per primo, con le labbra
increspate da un’invocazione a Dio:
«Bismillah ir-rahman ir-rahim».
Peri entrò per ultima, tra starnuti
e colpi di tosse. Benché ne avesse
già visto delle foto, e benché
gliel’avessero data in affitto
ammobiliata, la casa le sembrò
mezza vuota. Il pensiero di trovarsi
sotto lo stesso tetto con altre
persone, di interagire con loro a
orari imprevedibili, la intimidiva;
era l’idea della vicinanza
obbligatoria tra individui che,
sebbene non fossero amanti,
condividevano un certo grado di
intimità. Tentò di scacciare quelle
preoccupazioni e non ci riuscì: la
sorte era una giocatrice d’azzardo a
cui piaceva alzare la posta. Peri
sentiva fin d’ora che al termine di
quell’esperienza sarebbero state
grandissime amiche, sorelle per la
vita, o che tutto sarebbe finito in
lacrime e recriminazioni.

Se le case avevano degli


atteggiamenti, la loro era
un’adolescente bisbetica che non la
smetteva mai di lamentarsi. La scala
cigolava, le assi del pavimento
scricchiolavano, i mobiletti della
cucina stridevano, il frigo raspava e
la macchina del caffè gemeva a ogni
goccia che cedeva. Però era casa
loro, almeno finché pagavano
l’affitto; e avevano persino un
giardinetto privato dove
progettavano di dare una festa a base
di grigliate non appena il tempo si
fosse rimesso.
Delle tre camere al primo piano,
due erano all’incirca grandi uguali,
mentre quella che dava sul retro era
più piccola e buia. Peri insistette per
prendere quella: dato il suo scarso
contributo finanziario, le pareva il
minimo. Sospettava che Shirin e
Mona, senza consultarla, avessero
già organizzato la suddivisione delle
spese, e la parte del leone l’avrebbe
fatta Shirin, fedele alla parola data.
Mona avrebbe contribuito con le
bollette, per una somma che
probabilmente non avrebbe ecceduto
quanto già pagava per la stanza al
college. Quanto a Peri, le si
chiedeva di mettere qualcosa per la
spesa, e a quelle condizioni non
avrebbe mai accettato di prendersi
una camera grande.
«Sciocchezze!» obiettò Mona.
«Dobbiamo tirare a sorte. La camera
piccola tocca a chi perde.»
«Intendi lasciar decidere al
destino, allora?» disse Shirin,
scuotendo il capo meravigliata.
«Tu cosa proponi?» ribatté
Mona.
«Ho un’idea migliore» disse
Shirin. «Facciamo a turno. Ogni
mese si fanno i bagagli e si cambia
stanza, come fossimo una tribù
nomade. Come gli unni, ma più
pacifici. Così la situazione sarà
uguale per tutte.»
«Be’, grazie molte a tutt’e due,
ma non se ne parla neanche»
intervenne Peri. «O mi lasciate la
stanza piccola, o me ne vado.»
Le sue amiche si scambiarono
uno sguardo divertito: non l’avevano
mai sentita parlare così prima d’ora.
«D’accordo!» Shirin abbozzò.
«Ma devi smetterla di preoccuparti
per i soldi. La vita è troppo corta.
Voglio dire, chi può sapere quanto
dovrò io a te, alla fine? E se dovessi
impartirmi una lezione impagabile,
eh?»
Nelle ore successive ciascuna si
ritirò in camera sua, a disfare i
bagagli. Malgrado le dimensioni e la
scarsità di mobilio, Peri fu subito
stregata dallo spazio che le era
toccato, con una finestra che dava
sul giardinetto. Ma la sorpresa più
grande fu il pesante letto a
baldacchino in legno, completo di
tende e mantovane: relitto di un’altra
epoca, quando ci si sdraiava e tirava
le tende le sembrava di essere in una
carrozza trainata da cavalli. C’era
anche un’accogliente rientranza
davanti alla finestra, dove lei piazzò
una poltroncina, proclamandolo il
suo «angolo di lettura».
All’ora di cena bussò alla porta
di Mona, di fronte alla sua, e
insieme scesero in cucina,
impazienti di preparare il loro primo
pasto indipendente: rimasero
sorprese di trovare Shirin davanti al
tavolo, dove aveva già disposto una
bottiglia di vino, un cartone di succo
di mela, un piattino di olive e tre
bicchieri.
«Dobbiamo festeggiare!» disse.
«Tre giovani musulmane a Oxford!
La Peccatrice, la Credente e la
Dubbiosa.»
Seguì un breve silenzio, mentre
Mona e Peri decidevano quale
epiteto si riferisse a chi. Poi Peri
levò il calice di vino e brindò: «Alla
nostra amicizia!».
«Alla nostra comune crisi
esistenziale!» disse Shirin.
«Parla per te» disse Mona
sorseggiando succo di mela.
«Be’, tu sei in piena negazione»
ribatté Shirin. «Al momento, tutti
noi musulmani attraversiamo una
crisi d’identità. Le donne
specialmente, e più ancora le donne
come noi.»
«Sarebbe a dire?»
«Sarebbe a dire, quelle che sono
a contatto con più culture! Ci stiamo
ponendo grandi domande. Beccati
questa, Jean-Paul Sartre! Guarda un
po’ qui, se vuoi vedere una crisi
esistenziale come nessun’altra!»
«Non mi piacciono questi
discorsi» disse Mona mettendosi a
sedere. «Che cosa ti fa pensare che
siamo così diversi dagli altri? A
sentirti, pare che tu venga da un
altro pianeta!»
Shirin buttò giù un sorso di vino.
«Ehilà, sveglia, sorella! C’è pieno di
matti, in giro, che fanno delle cose
veramente orrende in nome della
religione, la nostra religione. O
forse non la mia, ma la tua di sicuro.
A te non dà fastidio?»
«Che cosa c’entro io, scusa?»
disse Mona drizzando il capo.
«Glielo chiedi, ai cristiani che
conosci, di scusarsi per gli orrori
dell’Inquisizione?»
«Se vivessimo ancora nel
Medioevo sì, è probabile che glielo
avrei chiesto.»
«Ah, e quindi oggigiorno
cristiani ed ebrei sono tutti angeli
senza ali?» disse Mona. «Sei mai
passata da un checkpoint di Gaza?
Io non credo. E il genocidio in
Ruanda? E Srebrenica? Non credo tu
ritenga i cristiani di tutto il mondo
responsabili di quelle carneficine,
giustamente! Ma allora, perché
biasimare tutti i musulmani per le
azioni di un grappolo di esagitati?»
«Ehi, voi due, la smettete di
litigare, per piacere?» disse Peri tra
un colpo di tosse e l’altro. Si sentiva
la febbre.
Ma Shirin insisteva. «Certo, è
pieno di pazzi anche tra i cristiani e
gli ebrei e bisogna condannare ogni
genere di fanatismo, da qualunque
parte provenga. Ma non puoi negare
che al momento attuale ci sia molto
più fanatismo in Medio Oriente che
altrove. Si può andare in giro da sole
in Egitto senza rischiare
un’aggressione? E non sto parlando
delle ore notturne! Conosco
personalmente donne che hanno
subito molestie sessuali mentre si
recavano in pellegrinaggio. In luoghi
sacri! In pieno giorno! Sotto gli
occhi della polizia saudita! Le
vittime non ne parlano perché si
vergognano. Ma com’è che ci
vergogniamo noi, anziché i
molestatori? Ci sono un sacco di
cose che vanno messe in
discussione.»
«Io sto mettendo delle cose in
discussione» disse Mona. «La storia.
La politica. La povertà globale, il
capitalismo, le sperequazioni, la
fuga dei cervelli, l’industria della
guerra. E non dimentichiamoci del
retaggio spaventoso del
colonialismo. Secoli di razzie e
sfruttamento. Per questo è così ricco,
l’Occidente! Lasciamo stare l’Islam
e cominciamo a parlare di questioni
nodali!»
«Atteggiamento tipico» disse
Shirin alzando le mani, esasperata.
«Dare la colpa dei nostri problemi
agli altri.»
«Ehi... se cenassimo?» Peri ci
riprovò, pur non aspettandosi una
risposta. Conosceva la situazione
anche troppo bene: era come
ricominciare a vivere con i suoi
genitori. Un palleggio di accuse
colleriche, un ping-pong di
malintesi. Stavolta però le sembrava
più agevole, fare da testimone: la
tensione nell’aria non la turbava
come a casa. Shirin e Mona non
erano suo padre e sua madre che si
saltavano al collo, e lei non sentiva
alcun bisogno di mediare. Non più
carica di responsabilità emotiva, la
sua mente era libera di analizzare;
perciò Peri ascoltava, sotto sotto
invidiando le amiche perché,
malgrado le loro polarità opposte,
erano entrambe ugualmente
appassionate. Mona aveva la fede,
Shirin aveva la furia. Mentre lei, a
cosa poteva aggrapparsi?
«Quello che voglio dire »
continuò Shirin «è che le sfide che si
pongono oggi a un giovane
musulmano sono più laceranti di
quelle che toccano a un monaco
buddista o a un predicatore
mormone. Questo possiamo
accettarlo?»
«Io non accetto proprio niente»
disse Mona. «Finché tu nutri un
pregiudizio contro la tua religione,
non possiamo discutere seriamente.»
«E rieccoci» fece Shirin alzando
la voce. «Basta che io apra bocca e
dica quello che penso, e tu ti offendi.
Qualcuno mi spiega perché i giovani
musulmani sono così suscettibili?»
«Forse perché siamo sotto
attacco?» disse Mona. «Ogni giorno
devo difendermi senza aver fatto
niente di male: tocca a me
dimostrare di non essere una
potenziale attentatrice suicida, come
se fossi costantemente sotto esame.
Hai idea di come ci si senta soli, in
queste condizioni?»
Come in risposta, le nubi che si
erano addensate per tutto il giorno si
spalancarono sulla città, mettendosi
a scrosciare contro le finestre. Peri
pensò al Tamigi così vicino, che si
gonfiava e tentava di uscire dal suo
letto.
«Tu, sola? Ma per piacere!»
sbottò Shirin. «Sono milioni, quelli
che stanno dalla vostra parte.
Governi, religione organizzata,
mezzi di comunicazione, cultura
popolare. Inoltre, voialtri ritenete di
avere Dio dalla vostra, e non mi pare
poco. Quanta compagnia ti serve,
ancora? Lo sai chi sono, quelli soli e
abbandonati, dalle nostre parti? Gli
atei. Gli yazidi. I gay, i travestiti, gli
ambientalisti, gli obiettori di
coscienza, questi sì che sono
emarginati, e a meno che tu non
ricada in una di queste categorie,
non frignare che ti senti sola.»
«Tu non ne sai niente» disse
Mona. «Io ho dovuto subire
prepotenze e insulti. Mi hanno
spinta giù dall’autobus e trattata
come una deficiente... e tutto solo
per il velo. Tu non hai proprio idea
delle cose orrende che mi sono
successe! Ed è solo un pezzo di
stoffa!»
«E allora perché lo porti?»
«È una scelta, una questione
d’identità! A me non danno fastidio
le tue abitudini, tu perché devi
prendertela per le mie? Chi è la
pluralista, qui, eh?»
«Bella cazzata» disse Shirin. «Si
comincia con una, poi sono dieci,
poi diventano milioni e prima che te
ne accorga, ecco la repubblica delle
sciarpe in testa. Per quello i miei
hanno lasciato l’Iran, sono stati i
vostri bei pezzi di stoffa a
costringerci all’esilio!»
A ogni parola che veniva
pronunciata, l’espressione di Peri si
induriva. Teneva lo sguardo basso,
sul tavolo di legno con un angolo
scheggiato: era sempre stata attratta
dalle cicatrici e dalle imperfezioni
sotto le superfici lisce.
«Tu che ne pensi?» le chiese
improvvisamente Shirin.
«Già, sentiamo, chi ha ragione?»
incalzò Mona.
Sotto quelle due paia d’occhi
Peri si sentì a disagio: guardò in
faccia un’amica e poi l’altra,
cercando faticosamente le parole.
Sotto certi aspetti aveva ragione
Shirin, disse, e sotto certi altri Mona.
Per esempio, lei concordava sul fatto
che gli appartenenti a minoranze –
quali che fossero: culturali,
religiose, di orientamento sessuale –
vivessero molto male nelle società
islamiche chiuse; ma era anche
consapevole dei problemi che
dovevano affrontare le donne velate
nei Paesi occidentali. Per lei
dipendeva sempre tutto dal contesto:
là dov’erano gli impotenti e gli
svantaggiati, a seconda del luogo e
del momento, lei intendeva
sostenerli. Perciò non si schierava a
priori con nessuno, salvo con il
partito dei deboli.
«Troppo astratto» disse Shirin,
tamburellando insofferente con le
dita sul tavolo; e a giudicare
dall’espressione di Mona, almeno su
quello concordavano. La risposta di
Peri, per quanto equilibrata, non
aveva soddisfatto nessuno.
«Mettiamo in chiaro una cosa»
disse Mona rivolgendosi
nuovamente a Shirin. «Io non ho
niente contro gli atei, né i gay, né i
travestiti. È la loro vita. Ma contro
gli islamofobi sì, eccome. E se pensi
di andare avanti con questo stile da
propaganda bellica neo-con, sarà
meglio che io me ne vada subito.»
«Neo-con a me?» Shirin posò il
bicchiere sul tavolo con tanta forza
che il vino si rovesciò. «Vuoi
andartene? Accomodati. Quella però
è la strada più facile. E invece
dovremmo cercare d’intendere
appieno quello che dice l’altro.»
“Intendere appieno” pensò Peri.
“Questa devo ricordarmela.”
«Sono d’accordo» disse Mona.
«Grande» disse Shirin. «Allora
scriviamo insieme un Manifesto
della Donna Musulmana. Già vedo il
logo, MDM, verrebbe favoloso. E ci
mettiamo dentro tutto quello che ci
dà fastidio. Fanatismo. Sessismo.»
«Islamofobia» disse Mona.
«Adesso però credo sia il caso di
avviare la cena» disse Peri.
Scoppiarono tutte a ridere e per
un attimo fu come se la tempesta
fosse passata. Un senso di calma.
Fuori la pioggia si era attenuata; il
tardo pomeriggio sgocciolava
nell’imbrunire; la luna era un
talismano perlaceo tra i seni del
cielo. Dall’altro lato del Port
Meadow il Tamigi correva forte, a
mulinelli profondi e turbinosi,
serpeggiando argenteo nell’oscurità.
«Sai che c’è» disse Mona con un
sospiro rassegnato, come se stesse
svelando qualcosa che ci aveva
messo parecchio a capire. «Sei nata
dentro una religione eccezionale, ti è
stato dato per guida un Profeta
meraviglioso, ma anziché
ringraziare e cercare di migliorarti
come essere umano, non fai altro
che lamentarti.»
E Shirin di rimando: «A
proposito del Profeta, c’è tutta una
serie di cose che...».
«Non ci provare neanche» la
interruppe subito Mona, con la voce
che tremava per la prima volta.
«Prenditela pure con me, va
benissimo. Ma non permetto a
nessuno di dare addosso al mio
Profeta, specie quando non se ne sa
nulla. Critica il mondo musulmano,
d’accordo, ma lui lascialo stare.»
Shirin sbuffò, frustrata. «E
perché dovremmo esentare qualcuno
da una valutazione critica? Specie in
ambito universitario!»
«Perché quella che tu chiami
“valutazione critica” è solo un
cumulo di cretinate per il tuo
tornaconto!» disse Mona. «Perché so
già che cosa diresti e so anche che il
tuo sguardo è impuro, il tuo sapere
contaminato. Non puoi giudicare il
Settimo secolo con i parametri del
Ventunesimo!»
«Sì che posso, se il Settimo
secolo tenta di dominare il
Ventunesimo!»
«Mi piacerebbe che tu potessi
sentirti fiera di quello che sei» disse
Mona. «Perché invece sei... una
musulmana che si odia.»
«Ahi!» fece Shirin in una
parodia di dolore. «Non li ho mai
capiti, quelli fieri di essere
americani, o arabi, o russi... cristiani,
ebrei, musulmani. Perché dovrei
provare orgoglio per qualcosa che
non ho scelto? Sarebbe come essere
fiera di essere alta un metro e
settantacinque. O congratularmi con
me stessa per il mio naso a becco. È
una lotteria genetica!»
«Però del tuo ateismo sei molto
soddisfatta» disse Mona.
«Ah, una volta ero un’atea
militante... ma ora non più, grazie al
professor Azur» replicò Shirin con
modi teatrali. «Però ho lavorato
sodo, per conquistarmi questo
scetticismo. Ci ho messo testa, cuore
e coraggio. Mi sono distanziata dalla
folla e dalle congregazioni! Non mi
sono trovata la pappa pronta.
Ebbene sì, sono fiera del mio
percorso.»
«Allora è vero, che disprezzi la
tua cultura. Quindi... disprezzi me.
Per te, io sono arretrata, oppure ho
subito il lavaggio del cervello. Sono
un’oppressa e un’ignorante. Ma io il
Corano l’ho studiato, diversamente
da te. E l’ho trovato estremamente
significativo, saggio, poetico. Ho
studiato la vita del Profeta: e più
leggevo di lui, più ne ammiravo la
personalità. Ho trovato pace nella
fede. Te ne frega qualcosa? Io
proprio non lo so, perché ho
accettato di venire ad abitare con
te!»
Un secondo dopo, Mona saliva a
grandi passi in camera sua, con le
assi del pavimento che protestavano
sotto il peso delle sue emozioni.
Shirin prese il bicchiere vuoto e lo
scagliò con tutte le sue forze contro
il muro. Frammenti minuscoli
piovvero sul pavimento come tristi
coriandoli; Peri sussultò, ma poi si
alzò all’istante per andare a pulire.
«Non ti muovere» le intimò
Shirin. «Il casino l’ho fatto io e lo
pulisco io.»
«Va bene» disse Peri, pur
sapendo che l’altra avrebbe raccolto
solo i cocci più grossi mentre le
schegge sarebbero rimaste
dov’erano, incastrate tra le assi, in
attesa di tagliare un giorno o l’altro
una di loro. «Vado in camera
anch’io.»
Shirin esalò un sospiro.
«Buonanotte, Topina.»
Peri fece qualche passo, poi
esitò, gli occhi fissi su Shirin che a
un tratto aveva perso tutta la sua
spavalderia.
«E sì che lui mi aveva avvertito,
che non sarebbe stato facile»
borbottò Shirin tra sé, credendo di
essere rimasta sola.
«Chi ti aveva avvertito?»
domandò Peri.
Shirin alzò lo sguardo, le
palpebre che battevano confuse.
«Niente» disse. Con una tensione,
nella voce, che prima non c’era.
«Senti, ne parliamo più tardi, okay?
Adesso ho bisogno di farmi un
bagno. È stata una giornata lunga.»

Incapace di dormire, sola in


cucina, Peri si versò un altro
bicchiere di vino con un vortice in
testa. Era forse inciampata in un
segreto, senza volere? La sbadata
osservazione di Shirin la assillava.
Che fosse per intuito o per
ragionamento, sospettava che dietro
l’ansia con cui Shirin aveva insistito
per quella coabitazione ci fosse un
mastro burattinaio: Azur.
Le tornò in mente un passaggio,
in uno dei suoi primi libri, in cui lui
esplorava la bizzarra idea che quanti
erano in grave dissenso, e presi tra
reciproche recriminazioni, dovevano
essere lasciati soli a dividersi uno
spazio limitato e costretti a guardarsi
negli occhi. Il detenuto suprematista
bianco andava messo in cella con un
detenuto nero; un minatore di giada
chiuso in una stanza con un
ambientalista; un amante della
caccia grossa con un animalista
votato alla tutela delle specie in
pericolo. Quando aveva letto quel
passaggio non era stata a rifletterci
più di tanto, ma adesso le tornava
tutto: si trovava dentro un gioco, a
svolgere inconsapevolmente un
ruolo, controllata da un cervello
lontanissimo.
Sgattaiolò di sopra, sconvolta.
La porta della camera di Mona era
chiusa. Dal bagno in fondo al
corridoio veniva il rumore
dell’acqua corrente, e dentro c’era
Shirin che canticchiava un motivo
che sembrava vagamente familiare,
dalla melodia assillante.
In punta di piedi, Peri entrò in
camera di Shirin. C’erano cartoni
ovunque; quanto a disfare i bagagli,
era chiaro che non si era data un
gran daffare. Su uno degli scatoloni
più grossi c’era scritto in
stampatello: LIBRI. La scatola era
aperta e Peri vide che qualche
volume era stato sistemato su uno
scaffale, ma poi Shirin si era
stancata della corvée e aveva
lasciato il resto dov’era.
Peri frugò nello scatolone e non
ci mise molto a trovare quello che
cercava. Un titolo dopo l’altro, tirò
fuori tutta la bibliografia del
professor Azur. Prese il primo libro
e lo aprì al frontespizio che era
firmato, esattamente come si
aspettava.

Alla dolce Shirin,
eterna esule, intrepida rivoltosa,
reietta filosofica,
la ragazza che sa come fare le
domande e non ha paura di
inseguire le risposte...
A.Z. Azur

Peri richiuse il volume di scatto,
con una fitta di gelosia. Non che non
sapesse che Shirin incontrava il
professore con regolarità, almeno
due volte la settimana, e che i due
erano molto legati, ma vedere
quanto valeva Shirin agli occhi di lui
era una tortura. Guardò anche gli
altri libri, a pura conferma che erano
tutti autografati. L’ultimo che prese
in mano, che era anche l’ultimo in
ordine di uscita, recava una dedica
più lunga.

A Shirin che non è come il suo
nome,
agra e dolce, come i melograni di
Persia,
la terra del leone e del sole...
Ma deve arrivare a comprendere,
se non ad amare, ciò che guarda
con disprezzo;
perché solo nello sguardo
dell’Altro
si può cogliere il volto di Dio.
Ama, mia cara,
ama la sorellastra tua...
A.Z. Azur

Quale sorellastra? Shirin non
aveva sorellastre e Peri lo sapeva... a
meno che non fosse una metafora a
dire «le altre donne».
Peri fece un respiro profondo,
mentre afferrava fino in fondo
l’enormità del raggiro. Shirin
disprezzava la religione e i fedeli. E
benché criticasse con forza tutte le
confessioni, era la fede in cui era
stata cresciuta quella che attaccava
più violentemente. In particolare era
allergica alle giovani musulmane
che si coprivano il capo per scelta:
«I mullah e la polizia morale
vogliono tacitarci da fuori. Ma le
ragazze che credono sinceramente di
doversi coprire in modo da non
sedurre gli uomini ci mettono a
tacere da dentro» aveva detto una
volta. E più ci pensava su, più Peri si
convinceva che il professor Azur
avesse messo Shirin al centro di un
laboratorio sociale in modo da
costringerla a interagire con il suo
«Altro»: Mona.
Scossa com’era da quella
scoperta, c’era tuttavia qualcos’altro
a turbarla ancora di più: forse non si
trattava solo di Mona. Mandò giù,
guardando se stessa, per la prima
volta, con gli occhi di Shirin: la sua
mancanza di certezze, la sua
indecisione, la sua timidezza, la sua
passività... Caratteristiche che una
come Shirin poteva solo aborrire.
Tre musulmane a Oxford: la
Peccatrice, la Credente e la
Dubbiosa. Non era stata prescelta
solo Mona, per quell’assurdo
esperimento sociale. Peri lo capiva
adesso: si trattava anche di lei, della
seconda sorellastra.
Rimise il libro al suo posto,
richiuse lo scatolone, uscì dalla
stanza. Quanto rimpiangeva di aver
abbandonato la pace e il silenzio
della sua stanza al college, per
andare a finire in quella casa dove
ogni loro mossa sarebbe stata riferita
al professor Azur. Si sentiva come
una mosca dentro un vasetto di
vetro: a un primo sguardo, al caldo e
al sicuro, ma pur sempre in trappola.
I chakra

Istanbul, 2016

«Il professore in pensione verrà


dimenticato» ripeté Adnan. «Nulla
più ci turba, abbiamo perso ogni
sensibilità.»
«Ma, caro, non sei un po’ troppo
severo? Che altro dovremmo fare?»
chiese la donna d’affari.
«Diversamente impazziremmo!»
A queste parole intervenne il
sensitivo con un cenno impaziente
del capo. «Anche le nazioni hanno
un segno zodiacale, come le
persone. Questo Paese è nato il 29
ottobre e quindi è Scorpione, sotto
l’influsso di Marte e Plutone. Chi è
Marte? Il dio della guerra. Chi è
Plutone? Il dio dell’aldilà. I pianeti
dicono tutto.»
«Cialtronate astrologiche»
commentò il devoto magnate della
stampa. «Che intendi per “dèi”, visto
che crediamo tutti nell’unico
Allah?»
Il sensitivo drizzò la schiena con
aria offesa.
«Il Medio Oriente ha tutti i
chakra bloccati» disse il giornalista.
«Non mi stupisce» interloquì
l’uomo d’affari. «L’unica energia
che conosce è quella del petrolio,
altro che energia spirituale!»
«E allora qual è la tua opinione
professionale sui chakra da aprire?»
chiese la donna d’affari ignorando il
commento del marito.
«Il quinto» fu la risposta. «È il
chakra della gola. Pensieri trattenuti,
desideri inespressi. Parte da qui, in
fondo alla bocca, ed esercita una
pressione sull’esofago e sullo
stomaco.»
Alcuni dei convenuti si
toccarono il collo.
«A proposito, ho la gola secca:
mi devo proprio aprire il chakra»
disse l’uomo d’affari. «Kizim,
portaci dell’altro whisky.»
Il sensitivo proseguì: «C’è una
tecnica per sbloccare i chakra di una
nazione...».
«Per caso è quella che chiamano
“democrazia”?» propose Peri.
Il chirurgo estetico guardò
l’orologio: «Perbacco, è tardi, vi
devo salutare. Domattina presto ho
un aereo». Sebbene si fosse stabilito
a Stoccolma già da molti mesi,
tornava spesso a Istanbul, dove
aveva degli affari e, a quel che si
diceva, un’amante che avrebbe
potuto essere sua figlia.
«Bravo; tu te ne vai e noi
dobbiamo stare qui a sistemare
questo disastro» disse la PR.
Quelli che partivano in cerca di
fortuna all’estero erano al contempo
invidiati e sminuiti, e non per la
scelta di New York, Londra o Roma,
ma per l’idea in sé di andare a
vivere altrove. Anche chi rimaneva
aspirava a nuovi cieli sotto cui
camminare; a pranzo e a cena
formulavano progetti elaborati per
trasferirsi all’estero, il che
significava quasi sempre in
Occidente. Ma quei loro progetti,
come i castelli di sabbia, si
erodevano pian piano sotto la marea
montante della famigliarità. Erano
trattenuti da parenti, amici e ricordi
in comune; poco a poco
dimenticavano le loro aspirazioni
verso un altrove, fino al momento in
cui si imbattevano in qualcuno che
aveva fatto veramente quello che
loro avevano desiderato un tempo.
Ed era lì che scattava il risentimento.
Il chirurgo estetico percepì un
umore avverso: «Guardate che
neanche la Svezia è il paradiso in
terra».
Un accenno di sillogismo che
non convinse nessuno. L’indomani
mattina se ne sarebbe andato in
Europa e li avrebbe lasciati soli con i
loro problemi; avrebbe mangiato
brioscine alla cannella mentre loro
dovevano gestirsi l’instabilità del
Medio Oriente, la turbolenza politica
e le bombe.
Peri gli sorrise comprensiva:
«Non è facile rimanere e non è facile
partire».
Avrebbe voluto dire a quelli che
sarebbero rimasti che, nonostante le
difficoltà, avevano amicizie durature
e ampie cerchie di conoscenze,
mentre quelli che emigravano
definitivamente si ritrovavano
incompleti, come un puzzle a cui
manca un pezzo essenziale.
«Oh, poverino, costretto a vivere
sulle Alpi!» disse la ragazza del
giornalista che, nonostante le
gomitate del compagno, continuava
a bere.
«Le Alpi sono in Svizzera, non
in Svezia» cercò di correggerla
qualcuno, ma lei ignorò il
commento. Con la pancetta
schiacciata nella minigonna
aderente, saltò in piedi e puntò
un’unghia smaltata e mezza
mangiata verso il chirurgo estetico.
«Voialtri siete dei disertori! Ve ne
andate all’estero a fare la bella vita...
mentre noi stiamo qui a confrontarci
con l’estremismo, e il
fondamentalismo, e il sessismo, e...»
Si guardò intorno come a cercare
qualche altro -ismo a portata di
mano. «Sono le mie libertà, a correre
rischi...»
«A proposito di rischi...» La
padrona di casa si rivolse al
sensitivo. «Carissimo, ti devo
mostrare la casa. Solo tu puoi dirmi
perché abbiamo avuto tanti incidenti
anomali. Prima c’è stata
l’inondazione, poi il fulmine. E della
nave, l’hai saputo? C’è entrata dritta
dentro casa, come in un film
d’azione!» Lanciò un’occhiata al
marito, quasi a controllare di non
essersi scordata qualcosa.
«L’albero» aggiunse l’uomo
d’affari, pronto alla bisogna.
«Ah, giusto, c’è caduto un albero
sul tetto! Pensi che c’entri il
malocchio?»
«Si direbbe proprio. Non
bisogna mai sottovalutare il potere
dell’invidia» rispose il sensitivo.
«Avete controllato gli alloggi della
servitù? Una delle domestiche
potrebbe avervi scagliato una
maledizione.»
«Pensi che avrebbero il coraggio
di farlo? Se troviamo qualcosa di
sospetto le caccio via in un
battibaleno.» La donna d’affari si
toccò il collo come se avesse
difficoltà a respirare. «Da dove vuoi
cominciare?»
«Le cantine. Se si cerca una
iettatura, bisogna guardare sempre
negli angoli più oscuri.»
Mentre il sensitivo e la padrona
di casa le passavano accanto
sfiorandola, Peri avvertì un’altra
vibrazione; e passò un secondo
prima che si rendesse conto che era
il telefono di suo marito. Impallidì.
Era Shirin.
La casa a Jericho

Oxford, 2002

Molto presto, ciascuna di loro


elesse a suo preferito un punto
diverso della casa. Per Shirin era il
bagno, o più precisamente la vasca
da bagno con i piedi a zampa di
leone. Tra candele, sali profumati,
creme e oli, la trasformò in un altare
ai piaceri dell’igiene personale; la
sua liturgia serale consisteva nel
riempirla fino all’orlo d’acqua
bollente, con l’aggiunta di
un’inebriante miscela d’aromi, e poi
restarci a mollo anche un’ora a
leggere riviste, ascoltare musica,
limarsi le unghie e sognare a occhi
aperti.
Il luogo preferito di Mona invece
era la cucina. Si alzava presto, senza
mai saltare la preghiera del mattino;
compiva le abluzioni, stendeva a
terra il tappetino di seta – un regalo
della nonna – e pregava per sé e per
gli altri... compresa Shirin che, a suo
modo di vedere, necessitava di una
divina scossetta. Quanto all’intensità
di questa scossetta, lasciava la
decisione allo stesso Allah, che era il
miglior giudice. Dopodiché Mona
scendeva in cucina e preparava la
colazione per tutte: crêpes, ful
medames, omelette.
Quanto infine a Peri, il suo
posticino speciale era il letto a
baldacchino in camera sua. Shirin le
aveva regalato una parure di
lenzuola in cotone egiziano, soffice
come lapin, che aveva cementato
ancor di più il legame tra Peri e quel
pezzo di mobilio. Ci studiava anche,
e la sera quando si coricava riusciva
a sentire il fruscio del vento tra i
rami più alti dell’ontano davanti alla
finestra e la corrente lontana del
fiume, mentre sul muro dirimpetto le
ombre altalenavano a un ritmo
silenzioso. Vedeva sagome che le
ricordavano carte geografiche, reali
e immaginarie; territori per cui a
migliaia e migliaia erano stati uccisi,
sangue su sangue. Si addormentava
stremata dal passo delle sue stesse
fantasie, e rasserenata dalla
consapevolezza che il mattino dopo,
al risveglio, avrebbe ritrovato il
mondo lì dove lo aveva lasciato.
All’inizio della giornata, quando
Shirin, la dormigliona, era ancora a
letto e Mona, la mattiniera, stava
pregando, Peri andava a correre, e
mentre incitava il corpo ad andare
avanti pensava ad Azur. Che cosa
credeva di fare quando aveva
spronato Shirin a metterle insieme,
che cosa gliene veniva in tasca? Più
tentava di svelare quel mistero e più
sentiva crescere il risentimento, con
forza, da dentro, come bile.
L’acrimonia si dipanava per lo
più intorno al tavolo di cucina,
spesso accompagnata dal profumo
del pane che cuoceva in forno. Una
volta Shirin se ne andò in malo
modo, urlando che ne aveva piene le
scatole, ma poi tornò per cena.
Un’altra volta fu Mona, a replicare
l’identica scenata. Le loro
discussioni si imperniavano su Dio,
religione, fede, identità, e qualche
volta sul sesso. Mona era
un’assertrice della verginità fino al
matrimonio – una forma di
devozione che pretendeva sia da se
stessa che dal futuro marito – mentre
Shirin trovava la faccenda
decisamente comica. Quanto a Peri,
che non venerava il concetto di
verginità ma nemmeno viveva la
sessualità con l’agio che avrebbe
voluto, ascoltava sentendosi, come
sempre, a metà del guado.

Un giovedì pomeriggio,
tornando a casa a Jericho, trovò
Mona e Shirin che assistevano mute
a scene di caos in televisione,
trasmesse da una videocamera che
guizzava qua e là con sottofondo di
sirene, vetri infranti e sangue a terra.
Un attentato terroristico contro una
sinagoga in Tunisia: un’autocisterna
carica di gas ed esplosivo era stata
fatta saltare davanti al tempio,
uccidendo diciannove persone.
Mordendosi una guancia, Mona
sussurrò: «Dio ti prego, fa’ che non
sia stato un musulmano».
«Dio non ti sente» disse Shirin.
Mona le rivolse uno sguardo
gelido e riaprì bocca senza più la
minima tenerezza nella voce. «Tu ti
stai facendo beffe di me.»
«Io mi faccio beffe dell’inutilità
della tua preghiera» rispose Shirin.
«Ma pensi davvero di poter
cambiare i fatti, se preghi forte?
Quello che è stato è stato.»
Tra Mona e Shirin la reciproca
esasperazione cresceva ormai di
minuto in minuto, e l’alterco di
quella sera fu il peggiore di tutti.
Peri salì in camera senza cena, si
buttò sul letto e si coprì le orecchie
mentre le altre di sotto continuavano
a urlare.
«Domattina» si disse, e lo
sperava «si vergogneranno di quello
che si sono dette.»
Dopodiché, se lo sarebbero con
ogni probabilità gettato alle spalle;
fino alla lite successiva. Delle tre,
solo Peri avrebbe mandato a
memoria ogni parola, ogni gesto,
ogni offesa: era da sempre
un’archivista coscienziosa,
un’annotatrice di ricordi amari.
Vedeva la memoria come un dovere,
una responsabilità che andava
onorata fino in fondo... benché
intuisse che un fardello di quelle
proporzioni, un giorno o l’altro,
avrebbe finito per schiacciarla.
Da piccola sapeva comprendere
la lingua del vento, leggere i segni
scolpiti nei campi mietuti per metà o
nella neve che cadeva dalle acacie,
cantare con l’acqua che scorreva dal
rubinetto. Pensava addirittura che, se
solo ci avesse provato, un giorno
avrebbe visto Dio con i suoi occhi.
Una volta, passeggiando con la
madre, era incappata in un
porcospino investito da un’auto e
aveva a tutti i costi voluto pregare
per la sua anima: richiesta che aveva
fatto inorridire Selma. Il paradiso
era uno spazio piccolo, limitato e
riservato a pochi eletti; gli animali
non vi erano ammessi, le aveva
spiegato la mamma.
«Chi sono gli altri che non
vanno in paradiso?» aveva chiesto
allora Peri.
«I peccatori, i malfattori, quelli
che abbandonano la religione e
deviano dalla retta via... e quelli che
si tolgono la vita. A quelli non si dà
nemmeno un’orazione funebre.»
E i porcospini, evidentemente.
La carcassa era finita in pattumiera;
poi però, quella notte, Peri era
sgusciata fuori casa per ripescare la
creatura morta dal suo puzzolente
ricettacolo. Non era riuscita a
trovare un paio di guanti, e nel
toccare il corpo senza vita aveva
avuto un brivido, come se qualcosa
fosse passato dentro di lei dal
cadavere della bestiola. Aveva
scavato una buchetta con le mani, ci
aveva messo una lapide fatta con un
righello di legno, aveva pregato; e
pian piano, l’organizzazione di
funerali divenne per lei un gioco
prediletto. Predisponeva esequie per
api morte e petali appassiti, farfalle
dalle ali spezzate e giocattoli
irreparabili: chiunque non fosse
gradito nel cennet.
Crescendo aveva imparato a
reprimere una per una le proprie
stranezze; ogni sua anomalia era
stata ridotta da famiglia, scuola e
società a un’opaca polvere di
conformismo. Tranne il bebè nella
nebbia. Ma lei lo aveva sempre
saputo, che era diversa, di una
difformità che doveva impegnarsi a
nascondere, una cicatrice che le
sarebbe rimasta incisa sulla pelle per
sempre. E faticava talmente, per
essere normale, che spesso non
aveva più la forza di essere
nient’altro, il che le dava
l’impressione di non valere niente. A
un certo punto, peraltro a lei ignoto,
la solitudine aveva smesso di essere
una scelta ed era diventata una
calamità: un vuoto nel petto, tanto
profondo e permanente che, a suo
modo di sentire, poteva solo
paragonarsi all’assenza di Dio. Sì,
forse era proprio così: Peri portava
dentro di sé l’assenza di Dio. Non
c’era da meravigliarsi che fosse così
pesante.
La pedina

Oxford, 2002

Peri attraversava Radcliffe


Square in bici, con una tracolla di
libri e un grappolo d’uva avanzato
dal pranzo. Di fronte alla Radcliffe
Camera notò Troy, seduto su una
panchina, che discuteva
animatamente con un gruppo di
amici; quando la vide, si staccò dal
gruppo e le venne incontro.
«Ciao, Peri. Ancora a leggere
per il seminario di Azur?»
«E tu... ancora impegnato a
spiarlo?»
Lui increspò le labbra in modo
assai eloquente. «Non dovrebbero
permettergli di insegnare in un
ateneo rispettabile, a quello. Lo
capisci o no, che dei suoi studenti
non gliene frega niente? Conta solo
il suo ego.»
«Però agli studenti piace.»
«E come no. Specie a quelli di
sesso femminile... tipo la tua amica,
Shirin.» Il nome fu accompagnato
da un bizzarro scatto della testa.
Peri piantò un tallone nella
ghiaia. «Sarebbe a dire?»
«Ma dài, come se non lo
sapessi.» La guardò negli occhi.
«Devo proprio dirlo apertamente?»
«Dirmi apertamente cosa?»
A Troy scintillavano gli occhi.
«Che Azur ha una tresca con
Shirin.»
Tra i due calò un silenzio
tormentato, che tuttavia non durò a
lungo. «Ma lei è stata una sua
studentessa...» disse Peri, lasciando
la frase in sospeso.
«Andava a letto con lui già
quando frequentava il corso.
Scommetto che le sue, di tesine, le
hanno valutate tra le lenzuola.»
Peri distolse lo sguardo. In quel
momento vide ciò che fin lì aveva
mancato di vedere: per quanto
intenso fosse l’odio che Troy
riservava ad Azur, la dose era
moltiplicata dalla sua gelosia. Il
ragazzo era innamorato di Shirin.
«Certe volte vanno nella camera
che lui tiene al college e chiudono la
porta a chiave. Ci mettono dai venti
minuti alla mezz’ora, secondo le
volte. Li ho cronometrati. Aspettavo
fuori.»
«Piantala.» Peri aveva il volto in
fiamme.
«Lo so che ci vai anche tu. Ti ho
vista.»
«Per parlare delle...» Peri fece
una pausa prima di aggiungere:
«delle esercitazioni!»
«Bugiarda. Questo trimestre non
hai il seminario con lui!»
«Ma... avevo delle cose
importanti da dirgli» rispose Peri.
Ovviamente non poteva
raccontargli che era andata a
trovarlo qualche volta per parlare
con lui del bebè nella nebbia. Azur
le aveva fatto decine di domande
particolareggiate su com’era
cominciata e sulle diverse reazioni
dei suoi genitori; la paura del jinni,
il consulto dall’esorcista, le cose che
lei si era annotata sul Diario di Dio...
Gli aveva raccontato tutto,
trasformando i ricordi d’infanzia in
un ponte che alla fine, sperava, le
avrebbe permesso di arrivare al suo
cuore. E invece, quando Azur ne
aveva avuto abbastanza, aveva fatto
saltare il ponte e aveva smesso di
invitarla in studio.
«Ma non vedi» disse Troy «che
quello è solo un predatore
egocentrico? Sempre in cerca di
menti e corpi giovani di cui cibarsi.»
«Devo andare» disse Peri in un
soffio.
Travolta da un’emicrania
orrenda, sulla strada di casa passò in
farmacia. Da quando era arrivata a
Oxford, gli analgesici da banco li
aveva provati tutti. Adesso
percorreva i corridoi ormai familiari,
rallentando davanti agli scaffali
pieni di contraccettivi in un
assortimento mai visto a Istanbul.
Confezioni luccicanti, colori
sensuali, motivi grotteschi, parole
bollenti. Le venne in mente che se
suo padre e sua madre avessero
usato uno di quei prodotti, lei non
sarebbe nata; e nemmeno lui. Che
delizioso non-essere: nessun dolore,
nessuna colpa, niente di niente.
Ci aveva messo parecchi anni a
scoprire la verità che i genitori
avevano curato di tenerle nascosta
finché era piccola. Sì, Selma aveva
avuto una gravidanza inattesa in età
avanzata, ma aveva partorito due
figli e non uno. Una femminuccia e
un maschietto, Peri e Poyraz: per lei
il nome di una fatina dalle ali di filo
d’oro, e per lui il nome del più
poderoso vento di nordest.
Un pomeriggio caldo e
sonnolento, quando avevano quattro
anni, Selma li aveva lasciati soli un
momento sul divano per andare in
cucina; stava facendo la confettura
di susine, una delle sue specialità.
Avevano comprato frutti in quantità
al mercato rionale e ce n’era una
ciotola piena sul tavolino del salotto,
ma il resto attendeva, sul piano di
lavoro in cucina, di essere bollito,
zuccherato e invasato. Il mondo era
inondato di viola.
Per noia, Peri aveva ben presto
deciso di passare dal divano al
tappeto e poi, tesa la manina verso la
ciotola, aveva afferrato una susina,
l’aveva osservata ben bene e ci
aveva dato un morso. Troppo aspra:
subito aveva cambiato idea e l’aveva
passata al fratellino, che aveva
accolto il regalo con gioia. Erano
bastati pochi secondi, niente di più:
quando Selma era tornata in
soggiorno, il figlioletto aveva
smesso di boccheggiare e aveva il
viso del colore del frutto che gli
aveva ostruito le vie respiratorie.
Peri aveva visto tutto, senza capire,
senza muovere un muscolo.
«Perché non mi hai chiamato?»
aveva urlato Selma alla figlia di
fronte a tutti i parenti e i vicini
riuniti dopo il funerale. «Che ti è
preso? Hai guardato tuo fratello
morire senza aprire bocca. Cattiva!»
La distanza tra loro non si
sarebbe mai colmata. Peri sapeva,
nell’intimo, che sua madre l’avrebbe
sempre incolpata per la morte del
suo gemello. A quattro anni, cosa ci
vuole a chiamare aiuto? Se lei mi
avesse chiamata, avrei potuto
salvarlo.
Torpore. Questo Peri cercava
sopra ogni altra cosa. Se solo fosse
riuscita a non provare nulla, a non
ricordare nulla. Ma per quanto ci
provasse, il passato continuava a
tornare, e con il passato il dolore. Il
ricordo di quel pomeriggio era
sempre con lei, accompagnato dal
fantasma del suo gemellino. E così
la vergogna e il senso di colpa e
l’odio di sé, che portava incastrato
nel petto non come un’emozione ma
come una solida sostanza fisica.

Quella sera Peri trovò Shirin sola


in cucina, intenta ad affettare
pomodori per un’insalata; cercava di
stare a dieta, dato che il suo peso
fluttuava come il suo umore. Mona
era uscita a cena con dei parenti che
erano venuti a trovarla da fuori, e
sarebbe rientrata tardi.
«Devo chiederti una cosa» disse
Peri.
«Certo, spara.»
«È stata un’idea di Azur? Questa
di dividere la casa, voglio dire. Noi
tre. Questo sodalizio era una sua
idea fin dal principio?»
Shirin aggrottò la fronte. «Che
cosa te lo fa pensare?»
«Per favore, altre bugie... no»
disse Peri. «Questo è un esperimento
a suo beneficio, giusto? Per il suo
laboratorio sociale.»
«Accidenti, che attacco di teoria
del complotto.» Shirin versò i
pomodori in una ciotola di lattuga e
ci aggiunse qualche oliva. «Cosa fa,
il prof, che non ti va a genio?»
«Mi pare che si diverta a
interferire nella vita dei suoi
studenti.»
«Ah» fece Shirin. «E come
potrebbe insegnare, se no? Secondo
te, come hanno fatto i vari studiosi a
istruire i loro allievi, nel corso dei
secoli? Mastri artigiani e
apprendisti, filosofi e pupilli. Anni
di fatica e disciplina. Solo che ce ne
siamo dimenticati, e adesso le
università dipendono talmente tanto
dai soldi che gli studenti che
possono permettersi di frequentarle
vengono trattati come principini del
cazzo.»
«Lui non è un mastro artigiano e
noi non siamo i suoi apprendisti.»
«Per quel che mi riguarda, sì»
disse Shirin afferrando le posate per
mescolare l’insalata. «Mi ritengo
una sua devota discepola.»
Peri tacque, non sapendo bene
cosa rispondere.
«Il rispetto per Azur è l’unica
cosa che io e Mona abbiamo in
comune. Che c’è che non ti torna?
Credevo piacesse anche a te.»
Peri sentì che arrossiva, e
detestava essere così trasparente.
«Ho paura che si aspetti troppo da
noi e che non saremo all’altezza
delle sue pretese.»
«Ah, quindi temi di deluderlo»
disse Shirin con il sorriso di chi la sa
lunga, mentre prendeva la ciotola
per portarsela in camera. «Non farlo,
allora!»
«Aspetta» la trattenne Peri.
Si sentiva la bocca secca.
Temeva le conseguenze, se avesse
fatto la domanda che la assillava,
eppure doveva farla. «Hai una storia
con lui?»
Shirin, già a metà scala, si fermò
e poi, appoggiandosi al corrimano, si
voltò a guardare l’amica con occhi
di fuoco.
«Se me lo chiedi perché sei
paranoica, è un problema tuo e non
mio. Se me lo chiedi perché sei
gelosa, di nuovo, è un problema tuo
e non mio.»
«Non sono né paranoica né
gelosa» ribatté Peri, incapace di
tenere la voce bassa.
«Davvero?» Shirin rise. «In Iran
c’è un proverbio che mi insegnò la
mia mamani: “Chi topo si fa, il gatto
se lo mangia”.»
«Che stai cercando di dire?»
«Sto cercando di dire fatti i fatti
tuoi, Topina, sennò ti mangio viva.»
Ciò detto, Shirin proseguì a
grandi passi verso la propria camera,
lasciando Peri in cucina a sentirsi
piccola e insignificante.
Quanto lo detestava. Azur e la
sua arroganza, la sua imprudenza, la
sua indifferenza verso di lei mentre
se la intendeva con Shirin e con Dio
solo sa chi altro. Le vorticava
nell’anima un turbine di odio, a spire
così violente da darle il capogiro.
Aveva fatto molto affidamento su di
lui: su di lui che, con il suo sapere e
il suo intuito, le avrebbe mostrato la
via per uscire dal dilemma che la
tormentava fin dall’infanzia. E
invece lui non aveva fatto proprio
niente del genere.
Ma soprattutto detestava se
stessa, e quella sua mente angariata
che concepiva soltanto incubi e
ansie; quel suo corpo indecoroso che
si trascinava dietro ogni giorno
come un macigno, incapace di
goderne; quella sua faccia
stucchevole che aveva desiderato
non sapeva più quante volte di
scambiare con quella di un altro... il
suo gemello, per esempio. Perché lui
era morto e lei era sopravvissuta?
Un ennesimo, marchiano errore di
Dio?
Peri era certa di non poter
diventare come Shirin, così ardita e
sicura di sé, e neppure come Mona,
devota e resistente. Ma era stanca di
se stessa, ferita dal passato, timorosa
del futuro. Di anima oscura e natura
confusa, timida come un tigrotto
neonato eppure incapace di far onore
allo spirito selvaggio che portava
dentro... Nessuno aveva idea di
quanto fosse faticoso, essere Peri. Se
solo avesse potuto addormentarsi e
svegliarsi nei panni di qualcun altro.
Oppure, meglio ancora, non
svegliarsi più.
Quella notte il bebè nella nebbia
tornò da lei. La voglia viola sulla
faccia sembrava più grande e lui le
pianse sul letto lacrime viola, col
denso e scuro colore che si spargeva
ovunque e ricordava le susine
mature. Nella sua lingua arruffata, il
bebè non smetteva d’incalzarla a
fare una cosa ormai necessaria da
tempo; stavolta lei capì che cosa le
chiedeva di fare e acconsentì. Forse
avrebbe rivisto quello sventurato
porcospino. Che ne era stato di
quell’animale, della sua anima?
Forse avrebbe imparato, in prima
persona, che cosa succedeva a
coloro che non venivano ammessi
nel paradiso di Dio.
Il passaggio

Istanbul, 2016

Quando uscì in terrazzo per


richiamare Shirin, Peri notò due
figure vicine in un angolo, per metà
in ombra, ma non al punto da non
poterle riconoscere: l’uomo d’affari
e l’AD della banca. Ingobbiti, con le
teste chine e lo sguardo fisso a terra,
sembravano discutere qualcosa di
serissimo.
«E quindi cosa fai?» chiese il
banchiere.
«Non ho ancora deciso» rispose
l’uomo d’affari, espirando un
pennacchio di fumo. «Ma ti giuro su
Dio che gliela faccio pagare, a quei
figli di puttana. Lo capiranno, a chi
stanno cercando di metterlo in
culo.»
«Mi raccomando, non mettere
niente per iscritto» disse l’altro.
I due non avevano visto Peri
ferma sulla porta e lei scivolò via
con discrezione, stordita da quello
che aveva appena sentito. Le foto
incorniciate che aveva osservato
nello studio, a testimoniare legami
con potentati corrotti e dittatori del
terzo mondo, le voci su
appropriazioni indebite di denaro
pubblico, i rapporti con boss
mafiosi, tutto tornava. Gli affari del
suo anfitrione erano dubbi e lei
sospettava che vari degli ospiti di
quella sera, compreso forse suo
marito, lo sapessero; ma non
avrebbero permesso che una
reputazione equivoca si frapponesse
tra loro e una bella serata con un
uomo ricco e potente. A che punto si
diventava complici? Quando si
svolgeva un ruolo attivo o quando si
affettava passivamente ignoranza?
C’era uno stretto passaggio tra la
cucina e il soggiorno, con una parete
a specchio. Lì, in quell’ambiente
angusto, Peri si fermò, tenendo
stretto il telefono come se qualcuno
volesse portarglielo via. Ogni volta
che una domestica entrava o usciva
dalla porta a battente, dava
un’occhiata in cucina: il cuoco
tritava l’aglio, con il coltello a
danzare un fandango sul tagliere.
L’uomo aveva un aspetto stanco e
irritato: dopo tutto quello che aveva
preparato per cena, gli era stato
appena chiesto di cucinare una
minestra di trippa che, nella migliore
tradizione di Istanbul, era
considerata una cura per i postumi
della sbornia.
Peri lo vide bofonchiare
qualcosa sottovoce al suo assistente,
che rise sgangheratamente; avevano
origliato quello che si diceva a
tavola, ne era certa, e ora li
prendevano in giro. La porta si
richiuse, separandola dal mondo
vivace della cucina; di nuovo sola
nell’andito, fu assalita da una ben
nota sensazione di terrore. Trovare il
coraggio di fare una cosa rimandata
per tanto tempo era come tuffarsi in
un mare gelido; un secondo di
esitazione e non te la senti più.
Compose rapidamente il numero di
Shirin, che rispose al primo squillo.
«Ciao, Shirin, sono Peri.»
Un respiro mozzato. «Sì, lo so.»
La voce non era cambiata in
nulla; lo stesso tono energico,
sonoro, sicuro di sé.
«È passato un bel po’» disse
Peri.
«Già. Non ci credevo, quando ho
sentito il tuo messaggio. È curioso:
mi ci ero preparata, a questo
momento, avevo chiaro che cosa
avrei detto se ti fossi rifatta viva, ma
adesso...»
«Che cosa mi avresti detto?»
chiese Peri passandosi il telefono da
un orecchio all’altro.
«Fidati, non lo vuoi sapere»
rispose Shirin. «Perché non mi hai
chiamata prima?»
«Temevo che fossi ancora
arrabbiata.»
«Lo ero. E ancora non lo
capisco, non capisco te. È stata una
follia, quello che hai fatto a te
stessa... e a lui. Non gli hai neppure
detto che ti dispiaceva.»
«Avevamo un accordo» disse
Peri. Le parole, come ogni
centimetro del suo corpo, parevano
fragili, sul punto di spezzarsi. «Mi
aveva fatto promettere che non gli
avrei mai più chiesto scusa,
qualunque cosa fosse successa.»
«Cazzate.»
Peri mandò giù un sospiro. «Ero
giovane.»
«Eri gelosa!»
Peri annuì a se stessa. «Sì... è
vero.»
La porta della cucina si aprì e ne
uscì una cameriera con un ampio
vassoio carico di ciotole fumanti.
Alle narici di Peri giunse un forte
odore di aglio e aceto.
«Dove sei?» chiese Shirin.
«A un ricevimento in una villa
sul mare. Acquari, borse firmate,
sigari enormi, praline... Non lo
reggeresti.»
Shirin rise.
«Ho avuto una giornata
stranissima» continuò Peri. Adesso
che aveva rotto il ghiaccio, le parole
uscivano facili. «Sono stata
aggredita e stavo quasi per
ammazzare quel delinquente.» Non
raccontò che lui aveva anche
provato a violentarla, mentre se
qualcosa di simile fosse successo a
Shirin lei avrebbe condiviso tutto,
senza farsi problemi. Com’erano
state diverse, e come lo erano
tuttora. «Ha trovato una nostra foto
che tenevo nella borsetta.»
«Cioè, tu vai in giro con una
nostra foto?» chiese Shirin.
«Quale?»
«Quella di fronte alla Bod,
d’inverno... Te la ricordi?» Peri non
aspettò un commento di Shirin. «Io,
te, Mona... e il professor Azur. In
tutti questi anni mi ero convinta di
essermi lasciata Oxford alle spalle,
ma mi stavo prendendo in giro.»
«Non ho mai capito perché hai
smesso di studiare. Andavi
fortissimo.»
«Si cambia. Adesso sono
moglie, madre...» Esitò. «Sono una
casalinga, una che fa beneficenza!
Organizzo ricevimenti per il capo di
mio marito... proprio il tipo di donna
che avevo sempre temuto di
diventare. Una versione moderna di
mia madre. E la sai una cosa? Mi ci
trovo bene, il più delle volte.»
«Scusa, hai bevuto?» domandò
Shirin.
«Più di quanto avrei dovuto.»
Una risata tenue come un lieve
stormire di foglie. Se Shirin disse
altro, Peri non lo colse, perché
proprio in quel momento il sensitivo
le marciò accanto a braccetto della
padrona di casa, a caccia del
malocchio per tutta casa. Si voltò a
fissarla, con un lieve fremito del
labbro, come se sapesse con chi
stava parlando.
«Come stanno i gemelli?» chiese
Shirin.
«Che ne sai che ho due
gemelli?»
«L’ho sentito in giro.» La fonte
non era difficile da indovinare: tutte
e due, ognuna per conto proprio,
erano rimaste in contatto con Mona.
«Crescono. La femmina mi ha
dichiarato una guerra fredda e per
ora la sta pure vincendo.»
Shirin emise un sospiro
comprensivo: la stava trattando
cordialmente, ben più di quanto Peri
si aspettasse.
«A te come va la vita?» chiese
quindi, perché anche lei aveva
sentito qualcosa. Sapeva che Shirin
e il suo compagno di lunga data – un
avvocato specializzato in tutela dei
diritti umani – avevano perso il
conto delle volte che si erano lasciati
e ripresi.
«Benone... Anzi, sono incinta.
Dovrebbe nascere a maggio.»
Ecco cos’era: una questione di
ormoni. Shirin stava per diventare
mamma ed era nella fase in cui il
perdono viene più spontaneo del
rancore. È difficile mantenere vecchi
risentimenti quando ci si prepara ad
accogliere una nuova vita.
«Congratulazioni, è una notizia
stupenda!» disse Peri. «Sono
felicissima per te. Maschietto o
femminuccia?»
«Maschio.»
«Hai già pensato a un nome?»
chiese Peri, e immediatamente capì
la risposta.
«Secondo me lo sai già, come lo
chiamerò» disse Shirin. Un silenzio
brevissimo. Una traccia di ostilità si
insinuò nel silenzio, come un fil di
fumo da un vecchio samovar. «Ti ho
odiata per così tanto tempo che l’ho
esaurito, l’odio.»
«E Azur? Cosa pensa di me
adesso?»
Erano passati quasi quattordici
anni dall’ultima volta che gli aveva
parlato. C’erano momenti in cui Peri
non era più sicura che la presenza
del professore nella sua vita fosse
stata intensa come la ricordava,
tanto il passato l’aveva sbiadita.
«Chiediglielo tu. A quest’ora
dovrebbe essere a casa. Ce l’hai una
penna?»
Colta alla sprovvista, Peri si
guardò in giro. «Un attimo.»
Aprì la porta della cucina,
tenendosi il telefono contro
l’orecchio, e con la mano bendata
mimò il gesto di scrivere. Il cuoco le
diede la stilografica che teneva nel
taschino e un foglio di un blocchetto
fissato al frigorifero.
«Grazie» sillabò con le labbra
Peri.
Shirin ripeté il numero, non
perché ce ne fosse bisogno ma
perché le offriva qualcosa da dire, e
aggiunse: «Chiamalo».
Proprio in quel momento risuonò
per tutta la villa il campanello della
porta e una domestica uscì di corsa
dalla cucina per andare ad aprire.
Teneva nascosto in mano qualcosa
da mangiare; Peri si chiese se il
personale fosse riuscito ad
assaggiare un po’ delle favolose
pietanze che aveva servito, e se anzi
fossero riusciti a mangiare alcunché.
Improvvisamente si udì un botto,
lo schianto di una porta spalancata
contro una parete, seguito da una
successione di rumori: uno strillo
soffocato, passi pesanti e concitati.
«Mi manchi» si sentì dire Peri.
«Anche tu, Topina.»
Dal passaggio Peri vide
irrompere, dalla parte opposta del
salone, due uomini con il viso
coperto da sciarpe nere e armati di
fucile. Uno dei due urlò con quanto
fiato aveva in corpo: «Tutti in
piedi!».
«Che succede?» strillò la donna
d’affari.
«Zitta! In piedi, subito!»
«Non si permetta!» La donna
d’affari emise un rumore strozzato
mentre si guardava intorno in cerca
del marito, che era ancora in
terrazza.
«Un’altra fesseria e te ne
pentirai!»
Il clic metallico di un grilletto.
Era la seconda volta che Peri vedeva
un’arma così da vicino. Rispetto a
quella che avevano trovato a Umut,
queste degli sconosciuti erano
grosse e verde scuro.
«Topina, ci sei?» chiese Shirin.
Peri non poteva rispondere,
neanche una sillaba. Lentamente,
silenziosa come la nebbia che
risaliva dal Bosforo, riattaccò.
Un bicchierino di sherry

Oxford, 2002

Gli uffici del rettore occupavano


tutto un lato della quattrocentesca
corte quadrangolare anteriore. Azur
raggiunse il lucido portone nero e
suonò; pochi secondi dopo,
l’inserviente anziano venne ad
aprirgli e lo fece passare nel vasto
ingresso.
«Prego, professore, da questa
parte» disse, quindi gli fece strada su
per lo scalone in quercia d’epoca
elisabettiana e lungo il corridoio
perlinato fino allo studio del rettore.
Dentro, il rettore era intento a
sistemare le proprie carte – da
vedere subito nel vassoio d’avorio,
importanti ma meno urgenti in
quello marrone, e tutto il resto in
quello giallo – come sempre faceva
quando gli toccava un appuntamento
che avrebbe preferito non avere. Il
colloquio sarebbe stato difficile, lui
aveva bisogno di riordinare le idee e
quindi, nel frattempo, si dava al
riordino della scrivania: i Post-it, la
spillatrice, il tagliacarte di
madreperla col manico in argento...
Sistemò i lapis – tutti temperati alla
perfezione – nel portamatite
cilindrico di pelle. Un regalo di sua
figlia.
Un vigoroso colpo alla porta lo
riportò alla realtà. «Avanti.»
Azur entrò, sfoggiando una
giacca di velluto dal colore intenso,
una precisissima sfumatura di viola,
sotto la quale portava un dolcevita di
un tono più chiaro. I capelli, come
sempre, erano scarmigliati con la
massima cura.
«Buongiorno, Leo. Non ci si
vede da un pezzo.»
«Azur, che bello vederti» disse il
rettore, in tono garbato e cordiale ma
teso. «Un bel pezzo davvero.
Pensavo a un tè, se ti va di farmi
compagnia... o se no aspetta,
vediamo che ore sono... un
bicchierino di sherry, magari?»
Azur non aveva mai adottato
l’usanza, comune tra docenti, dello
sherry in tarda mattinata; ma quel
mattino pensava che a lui, o al
rettore, servisse un goccetto. «Ma
certo, perché no.»
In pochi secondi apparve un
inserviente anche più anziano, il
portamento scolpito di petrosa
riservatezza, la schiena incurvata da
anni di servizio. Come per i ritratti
alle pareti, o i lignei seggioloni
gotici vicino alla finestra, era
difficile immaginare un’epoca in cui
quell’uomo non fosse stato parte del
college.
Per qualche istante gli altri due
rimasero a guardarlo mentre, con un
braccio immobile dietro la schiena e
la mano tremante, mesceva il liquore
con una lentezza esasperante.
Brocca d’argento, bicchieri di
cristallo, mandorle salate.
«Ho letto la tua ultima intervista
sul Times, niente male» disse il
rettore non appena si ritrovarono
nuovamente soli.
«Grazie, Leo.»
Seguì un silenzio imbarazzato.
«Tu sai quanto io ti ammiri»
riprese il rettore. «Siamo molto
fortunati ad averti nel corpo docente.
Ed ero molto affezionato ad
Anissa.»
«Grazie, ma non credo tu mi
abbia convocato per parlare della
mia defunta consorte» disse Azur.
«Ti conosco abbastanza da capire
che sei turbato, perciò dimmi: che
succede?»
Il rettore tirò fuori i blocchetti di
Post-it: li aveva risistemati per
colore – arancio, verde, rosa. Senza
guardarlo in faccia, disse ad Azur:
«Mi sono giunte delle lamentele che
ti riguardano».
Azur osservò attentamente
l’interlocutore: i capelli che
ingrigivano alle tempie, la fronte
aggrinzata, lo scatto nervoso della
bocca. L’alto funzionario di tesoreria
di una volta, dalla testa ai piedi.
«Non c’è bisogno di misurare le
parole, con me.»
«No, naturalmente no, ci
mancherebbe. Ogni volta che ti
hanno attaccato, e sappiamo bene
che non è successo di rado... o per le
tue opinioni, o per il tuo approccio
all’insegnamento... voglio dire, sei
molto apprezzato, ma non
universalmente, e questo lo sai
anche tu... io ti ho sempre
appoggiato. Sempre.»
«Lo so» disse Azur, tranquillo.
Il rettore fece una piccola torre
di Post-it. «Ti ho appoggiato perché
credevo nella tua onestà
intellettuale. Perché rispettavo il tuo
impegno verso la conoscenza e
l’oggettività.» Un sospiro. «Ma
perché, di grazia, devi pestare così
tanti piedi?»
Laureandi in lacrime, denunce
verbali e scritte contro Azur e le sue
tecniche di insegnamento: lo si
accusava di spingere i propri
studenti oltre il limite, di metterne a
nudo le debolezze, di umiliarli
davanti agli amici, di ostentare
atteggiamenti controversi e
offensivi. «Offensivi» ripeté il
rettore ad alta voce.
«Bisogna che imparino a non
offendersi» disse Azur. «Qui non
siamo all’asilo. Siamo all’università.
È ora di crescere. Non possono
pretendere coccole e carezze a vita. I
nostri studenti devono imparare ad
affrontare le cose. Perché le cose
succedono.»
«Sì, ma tutto questo non rientra
nelle tue mansioni di lavoro.»
«Secondo me sì.»
«Il tuo lavoro è insegnargli la
filosofia.»
«Appunto!»
«La filosofia com’è nei
manuali.»
«La filosofia com’è nella vita.»
Un altro sospiro. «Gli studenti
non possono star lì a sentirsi offesi e
spinti oltre il limite. Sono troppi,
ormai.» Il rettore fece crollare la
torre di Post-it. «E poi c’è un’altra
cosa... importante.»
«Sarebbe?»
«Una studentessa.»
Quest’ultima parola rimase
sospesa in aria, restia a dissolversi.
«Si dice che tu intrattenga
relazioni con alcune studentesse»
proseguì il rettore.
«Questi però sono affari miei, o
no? Fintanto che non mi approfitto
di nessuno... e nessuno si approfitta
di me.»
Il rettore scosse il capo.
«Posizione discutibile, quanto a
moralità.»
«Si tratta di Shirin? Perché lei
non è una mia studentessa, non più,
e tu lo sai.»
«Ehm... No, non si chiama così.»
Azur aggrottò la fronte,
perplesso. «E allora di chi stai
parlando?»
«Di una studentessa turca che
segue il tuo corso.» Il rettore alzò
infine lo sguardo stanco. «E che ieri
sera ha tentato il suicidio.»
Azur impallidì. «Ma chi, Peri?
Dio santo! Come sta?»
«Adesso tutto a posto... sono
giovani» disse il rettore.
«Un’overdose di paracetamolo, ma
il fegato ha resistito bene.»
«Non ci posso credere.» Azur si
accasciò sulla poltrona; dal suo viso
era scomparsa ogni traccia di vigore.
«A quanto pare, avevi una
relazione con lei e l’hai...
abbandonata.»
Azur inspirò di scatto, come se
avesse preso un pugno. «Lo ha detto
lei?»
«Be’, non proprio. Lei non è in
condizione di parlare, al momento»
disse il rettore. «È stato quel ragazzo
che ti ha querelato, quel Troy...
Minaccia di parlare con la stampa e
mi è parso piuttosto agitato. Ho qui
una sua deposizione scritta.»
«Posso vederla?»
«Temo di no. Deve andare al
comitato etico.»
«Posso assicurarti che tra me e
Peri non c’è stato assolutamente
nulla. Non hai che da chiederlo a lei
e sono certo che ti dirà la verità.»
«Ascolta, tu sei un bravissimo
insegnante, ma prima di t