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Presentazione

2 maggio. Ieri sera dopo cena dissi:


«Voglio restare da sola per l’intera
estate… Voglio impigrirmi perché la
mia anima abbia il tempo e l’agio di
crescere… Trascorrerò i mesi sui
prati e nei boschi… Sarò felice,
nessuno verrà a disturbarmi… Dove
c’è silenzio, ho scoperto, c’è la
pace».
«Attenta a non bagnarti i piedi»
disse l’Uomo di Rabbia.
Così inizia questo divertente seguito
del Giardino di Elizabeth, resoconto
di quella che dovrebbe essere
un’estate rigenerante. Non un libro
sulla solitudine, però, quanto un
diario sul desiderio di solitudine di
chi si ritrova costantemente invaso
dalla presenza altrui. Le ore, infatti,
non sono mai solitarie come la
protagonista aveva pianificato: c’è
l’Uomo di Rabbia con cui
pacificarsi, le bambine che esigono
attenzione, i domestici in attesa di
istruzioni. Molte giornate iniziano
con riflessioni sul giardino, che poi
si evolvono in digressioni ironiche
vuoi sulla debolezza umana, vuoi su
indesiderati incontri sociali, sul
sonno o sul tempo, con scambi
satirici e ciniche conversazioni su
Dio, paradiso e inferno tra Elizabeth
e l’Uo-mo di Rabbia, cui le tre figlie
partecipano nel loro sincopato
linguaggio infantile.
Il libro riprende il tema conduttore
della produzione della von Arnim, la
fuga. Tutte le sue eroine fuggono –
dalla ricchezza verso la semplicità,
da una vita casalinga convenzionale
verso un viaggio all’estero, da una
casa comoda a un’avventura in
carrozza – e soprattutto fuggono, o
sentono il bisogno di fuggire, dai
mariti e dalla tirannia del
matrimonio. Qui, come nel Giardino
di Elizabeth, la fuga è
semplicemente in un giardino da cui
si gode un paesaggio più ampio, e
che diventa sinonimo di gioia.

Elizabeth von Arnim (Mary


Annette Beauchamp 1866-1941),
nata a Sydney in Australia e
cresciuta in Inghilterra, fu cugina di
Katherine Mansfield e amante di
H.G. Wells, che la descrisse come
«la donna più intelligente della sua
epoca». Tutti i suoi romanzi sono
pubblicati da Bollati Boringhieri: Il
giardino di Elizabeth (1989), I cani
della mia vita (1991), Un
incantevole aprile (1993), La
memorabile vacanza del barone
Otto (1995), Elizabeth a Rügen
(1996), Amore (1998), Un’estate da
sola (2000), Mr Skeffington (2002),
La moglie del pastore (2003),
Cristoforo e Colombo (2004), Vera
(2006), Il padre (2007), La storia di
Christine (2009), Colpa d’amore
(2010), La fattoria dei gelsomini
(2011), Il circolo delle ingrate
(2012), Una principessa in fuga
(2013), Uno chalet tutto per me
(2012 e 2014), Una donna
indipendente (2014) e Vi presento
Sally (2014).
Varianti
www.bollatiboringhieri.it

www.facebook.com/bollatiboringhierieditore

Prima edizione digitale settembre 2014


Prima edizione in «Varianti» 2000

Titolo originale The Solitary Summer


© 2000 Bollati Boringhieri editore
Torino, corso Vittorio Emanuele II, 86
Gruppo editoriale Mauri Spagnol
ISBN 978-88-339-7320-3

Illustrazione di copertina: © Iness Rychlik /


Trevillion Images

Schema grafico della copertina di Pietro


Palladino e Giulio Palmieri
Un’estate da sola

Nature nous a estrenez d’une large


faculté à nous entretenir à part, et
nous y appelle souvent pour nous
apprendre que nous nous devons en
partie à la société, mais en la
meilleure partie à nous.
Montaigne, Essais, II, 18
All’Uomo di Rabbia
con
qualche scusa
e
tanto amore
Maggio

2 maggio. Ieri sera dopo cena,


mentre eravamo in giardino, dissi:
«Voglio restare da sola per l’intera
estate, e giungere all’essenza della
vita. Voglio impigrirmi quanto più
possibile, perché la mia anima abbia
il tempo e l’agio di crescere. Non
inviterò nessuno, e se qualcuno
verrà a trovarmi gli si risponderà che
sono fuori, lontana, o indisposta.
Trascorrerò i mesi sui prati e nei
boschi. Osserverò le cose che
accadono in giardino e vedrò se e
dove ho sbagliato. Nei giorni di
pioggia mi addentrerò nel fitto della
pineta, dove gli aghi sempreverdi
rimangono asciutti, e nei giorni di
sole mi sdraierò sulla brughiera per
vedere la ginestra sfolgorante sul
fondale di nuvole. Sarò felice,
nessuno verrà a disturbarmi. Là
fuori, sulla piana, tutto è silenzio e
dove c’è silenzio, ho scoperto, c’è la
pace».
«Attenta a non bagnarti i piedi»
disse l’Uomo di Rabbia, levandosi il
sigaro di bocca.
Era la sera del Primo Maggio, e la
primavera si era impossessata di me,
anima e corpo. Il cielo traboccava di
stelle, il giardino di profumi e le
aiuole di violacciocche e di dolci,
furtive primule. Un’insistente brezza
aveva soffiato per tutto il giorno, e
per tutto il giorno lente masse di
nuvole bianche avevano navigato
attraverso l’azzurro. Ma ora l’aria
era ferma, immobile, nemmeno un
alito di vento, come se una mano
calma si fosse posata sul giardino,
calmandolo e riconducendolo al
silenzio.
L’Uomo di Rabbia sedeva in
fondo ai gradini della veranda in
quel placido umore postprandiale
tipico degli sciocchi, se non
contento, almeno indulgente, mentre
io, in piedi, appoggiata alla
meridiana, gli stavo di fronte.
«Ti porterai un libro?» mi chiese.
«Sì, certo» risposi, leggermente
irritata dal suo tono. «Sono pronta
ad ammettere che sebbene i campi e
i fiori abbiano molto da insegnare,
non sempre mi trovo dell’umore
giusto per apprendere e a volte i
miei occhi sono incapaci di vedere
cose che in altre occasioni sono
decisamente ovvie».
«E allora leggi?»
«E allora leggo. Bene, caro
Saggio, che ne pensi del mio
piano?»
Lui fumava in silenzio,
improvvisamente assorto nelle
stelle.
«Guarda» disse dopo una pausa,
durante la quale rimasi a osservarlo
desiderando sentirlo esprimere con
frasi articolate, ma lui scrutava il
cielo e non pensava affatto a darmi
risposta, «guarda come brillano le
stelle questa sera. Sembra quasi
intenda gelare».
«Non gelerà e non guarderò un
bel nulla finché non mi dirai che
cosa pensi della mia idea. Non
sarebbe stupendo trascorrere
un’intera estate in totale solitudine?
Non sarebbe perfetto alzarsi la
mattina, giorno dopo giorno per
intere settimane, e sentire di
appartenere a te stessa e a nessun
altro?» Mi avvicinai a lui, gli misi le
mani sulle spalle e lo scrollai un
poco, poiché continuava a rimirare
gli astri come se io non fossi stata lì.
«Per favore, Uomo di Rabbia, dì
qualcosa di lungo, per una volta»
l’implorai, «non dici una frase intera
da una settimana».
Lentamente distolse lo sguardo
dalle stelle per posarlo su di me. Mi
sorrise e mi attirò a sé facendomi
sedere sulle sue ginocchia.
«Niente sdolcinature» sollecitai.
«Ho bisogno di parole non di gesti.
Ma rimarrò qui se parli».
«Va bene, allora parlo. Che devo
dire? Tu sai di poter fare quel che
desideri, non interferisco mai con te.
Se non vuoi che nessuno venga a
trovarci va bene così, ma sappi che
la troverai un’estate lunghissima».
«E invece no».
«E se te ne starai sdraiata sulla
brughiera tutto il giorno, la gente
penserà che sei matta».
«Che m’importa di cosa pensa la
gente?»
«Nulla, è vero. Ma ti prenderai il
raffreddore e ti si arrosserà il naso».
«Che si arrossi pure».
«E quando farà caldo ti brucerai e
ti si rovinerà la pelle».
«Non m’importa della pelle».
«E ti annoierai».
«Annoiarmi?»
Spesso mi diverte riflettere su
quanto poco l’Uomo di Rabbia mi
conosca davvero. Siamo qui
seppelliti in campagna da tre anni, e
sono felice come un fringuello. Dico
come un fringuello perché altra
gente ha usato la similitudine per
descrivere l’assoluta gaiezza, per
quanto non creda che i fringuelli
siano particolarmente felici, e anzi
litigano furiosamente. Sono stata
felice, diciamo, come i fringuelli
migliori e, prima d’ora, ho vissuto
intermittenti stagioni di solitudine
durante le quali «annoiata» è
l’ultima parola per descrivere il mio
stato d’animo. Non a tutti, è vero,
piace questa vita, e ho avuto qui
alcuni ospiti un paio di settimane fa
che se ne sono andati dopo pochi
giorni, chiaramente senza essersi
divertiti. La trovano noiosa, lo so,
ma naturalmente è tutta colpa loro;
del resto, come si può rendere una
persona felice contro la sua volontà?
Puoi cercare di farlo appassionare a
certe cose, insegnargli un po’ di
quelle che a scuola chiamano
materie facoltative, ma per quanto
insisti, non caverai alcuna felicità da
un individuo che non l’abbia già in
sé. L’unico risultato, probabilmente,
è che tu ci perdi la tua. Ovviamente
la felicità viene da dentro, e non
dall’esterno;e a giudicare dalla mia
esperienza passata e dalle mie attuali
sensazioni, direi che ne ho
immagazzinata più che a sufficienza
per cinque mesi sereni.
«Mi domando» aggiunsi dopo una
pausa, durante la quale incominciai
a sospettare di appartenere anch’io
ai ranghi serrati delle femmes
incomprises, «perché mai dovrei
annoiarmi. Il giardino è bellissimo, e
io sono quasi sempre dell’umore
giusto per godermelo. Non proprio
sempre, lo confesso, perché quando
quegli Schmidt erano qui (Schmidt
non è il loro vero nome, ma che
importa?) quasi lo odiavo. Ogni
volta che uscivo, eccoli lì a
trascinarsi in giro con l’aria di
indignata rassegnazione. Credi che
si siano accorti dell’azzurra erba
trinità straripante dagli arbusti? E
quando li ho condotti per i boschi,
dove le fate erano indaffaratissime
ad appendere piccoli gioielli verdi ai
rami, parlavano tutto il tempo di
Berlino e delle prelibatezze cucinate
dal loro nuovo chef».
«Bene, mia cara, non mi
sorprende che sentissero la
mancanza delle loro prelibatezze. Il
giardino, lo ammetto, cresce molto
bene, ma la cuoca è pessima. Povero
Schmidt, a volte mi sembrava
proprio a disagio a cena, e la
bellezza delle tue decorazioni
floreali non bastava certo a
ricompensarlo della scarsa qualità
del cibo. Mandala via».
«Mandarla via? Ringrazia di
averla. Una cattiva cuoca è molto
più efficace di mille cure termali, e
molto più economica. Finché resta
con noi, mio caro, tu rimarrai
relativamente magro e attraente.
Povero Schmidt, come lo chiami tu,
mangia troppi manicaretti e poi
guarda sua moglie e si chiede perché
mai l’ha sposata. Guai a te se ti
pesco far lo stesso».
«Non credo succederà mai» disse
l’Uomo di Rabbia; ma se lo dicesse
come un complimento, o se stesse
semplicemente pensando
all’improbabilità di mangiare troppi
manicaretti locali, non saprei dire.
Obietto, comunque, al discutere di
cuochi in giardino in una notte
stellata, così scesi dalle sue
ginocchia e gli proposi di
passeggiare un poco.
Era una serata dolcissima,
splendido finale a un radioso Primo
Maggio, i fiori rilucevano nel
crepuscolo come pallide lune, l’aria
era densa di fragranze e io invidiavo
i pipistrelli svolazzanti in tale bagno
di profumi, con le stelle sopra e le
violette sotto, loro stessi per natura
incapaci, anche volendo, di emettere
suoni e disturbare la pace assoluta.
Molta letteratura poetica in inglese è
dedicata al Primo Maggio, e la
mente straniera reca una vivida
impressione di mazzetti di fiori, e
ghirlande, e prati di paese e
giovanetti e fanciulle adorne di
nastri, e agnelli, e gran baldoria. Una
volta mi ritrovai in Inghilterra il
Primo Maggio: ricordo che
sedevamo intirizziti davanti al
caminetto, ascoltando attoniti il
vento di nord-est che si abbatteva in
strada e il picchiare della grandine
contro le finestre, e gli amici presso
cui ero ospite mi dissero che quel
tempaccio non era certo una novità,
e che non avevano mai visto né
agnelli né nastri. Noi tedeschi non
attribuiamo alcun significato poetico
a questa giornata e tuttavia
potremmo perché il cielo è quasi
invariabilmente sereno; e, per
quanto riguarda le ghirlande, mi
domando quanti villaggi pieni di
giovanetti potrebbe rifornire il mio
giardino, senza che se ne noti la
mancanza? È oggi un giardino di
viole, e penso di averne di ogni
colore e varietà esistente. Le aiuole
lungo le finestre a ponente, desolate
e malinconiche l’anno scorso in
questo periodo, ne straripano, e sul
davanti sono decorati da parte a
parte da una larga striscia di violette
bianche e gialle. Le aiuole di rose
tea intorno alla meridiana di fronte
ai margini sono fazzoletti di viole
bianche e oro e viola e porpora, con
i delicati boccioli rossi delle rose tea
a presiedere tra loro. I gradini della
veranda che scendono a questo
paradiso di violette sono
fiancheggiati da vasi di tulipani
bianchi, rosa e gialli, e sul prato,
dietro alle rose, si trovano due
grandi aiuole di tulipani multicolore
su un tappeto di non-ti-scordar-di-
me. Come sono affascinanti le
distese di tulipani variopinti! L’anno
scorso, su raccomandazione di
diversi esperti scrittori di
giardinaggio, ho provato a piantare
insieme tulipani scarlatti e non-ti-
scordar-di-me. Molto carini; ma
vorrei che costoro vedessero le mie
aiuole di tulipani misti. Non esiste
nulla di più allegro e insieme dolce e
delicato. Escludo soltanto quelli rosa
intenso; ma scarlatti, oro, rosa
pallido e bianchi sono tutti lì e
l’effetto è incantevole. I non-ti-
scordar-di-me crescono man mano
che i tulipani muoiono e presto li
ingloberanno tutti, nascondendo la
vergogna del loro decadere tra
piccole braccia gentili. Rimarranno
lì, nuvole di tenero azzurro, fin
quando i tulipani saranno tutti
appassiti, e infine estirpati per
lasciare posto ai gerani rossi ospiti
estivi di queste due aiuole, dove
splenderanno nel sole a volontà.
Amo occasionali macchie di colore
vivace, e queste per contrasto
renderanno i gigli ancora più bianchi
e mozzafiato di quanto non siano,
sentinelle intorno al semicerchio
delle preziose rose tea.
I primi due anni in cui mi sono
presa cura del giardino ero
determinata a fare tutto ciò che mi
pareva, e circondarmi
esclusivamente di piante conosciute
e amate; temendo che un giardiniere
esperto approfittasse della mia
ignoranza, allora assoluta, e
riversasse su di me tutti i suoi incubi
floreali riempiendo il luogo di
orribili insalate miste, come spesso
si vede nei giardini dei ricchi
indifferenti, volevo alle mie
dipendenze un uomo mite di poche
pretese, facile a persuadersi che ne
sapevo tanto quanto, se non più, di
lui. Assunsi tre di questi uomini
miti, uno dopo l’altro, e appresi ciò
che avrei dovuto scoprire da tempo,
che meno una persona sa, più è certa
di avere ragione, e che nessuna arma
davvero efficace è ancora stata
inventata nella lotta contro la
stupidità. Il primo dei tre, trascorso
un anno, cadde nella depressione; il
secondo aveva nostalgia della sua
innamorata, gettò gli attrezzi e mollò
l’impiego per inseguire la sirena che
gli aveva dato alla testa; il terzo,
quando gli chiesi come mai le cose
da lui piantate non venivano mai su
nemmeno per caso, si grattò la testa,
e poiché è questo un certo segno di
inettitudine lo licenziai.
Poi mi sedetti a pensare. Ero qui
da due anni e, tramite questi uomini,
avevo lavorato sodo al giardino; mi
ero applicata per imparare quanto
più possibile in materia; mi ero
rifiutata di assumere altri se non un
giardiniere mediocre, auspicandomi
una cieca obbedienza, e un
assistente, desiderando poter godere
del giardino indisturbata; avevo
diligentemente studiato tutti i libri di
giardinaggio su cui ero riuscita a
metter mano; e avevo l’impressione
di essere una persona di normale
intelligenza e se una persona di
normale intelligenza dedica tutto il
suo tempo a studiare un argomento
che l’appassiona, il successo è molto
probabile; e tuttavia alla fine dei due
anni, che aspetto aveva il mio
giardino? Avevo preso con filosofia
il fallimento delle prime due estati,
ma la terza, uscivo in giardino e mi
veniva da piangere.
Per quanto mi riguardava, qualche
concetto l’avevo imparato, sapevo
che cosa acquistare e avevo nozioni
per lo più corrette su quanto
terriccio usare e in quale seminare e
piantare ciò che avevo acquistato;
ma a che serve comprare buoni semi
e piante e bulbi di qualità se sei
costretta a consegnarli a un
giardiniere che ascolta con mal
celata impazienza le tue puntuali
istruzioni, che ti risponde con una
sfilza di Jawohl, e poi va a fare
com’è abituato, e dunque a
sbagliare? Avevo le mani legate per
via della sfortunata circostanza del
mio esser donna, altrimenti sarei
stata felice di far cambio con lui, gli
avrei chiesto di parlare mentre io mi
occupavo di piantare e poiché non
avrebbe probabilmente detto molto,
al mondo ci sarebbe stato un distinto
guadagno di silenzio, che di sicuro
aumenterebbe se le donne si
ritrovassero con le lingue, anziché le
mani, legate, e chi lo desiderasse
potrebbe lavorare con loro senza
raccogliere una folla. Non è forse
cosa certa che più il corpo lavora,
meno la lingua si dimena? A volte,
letteralmente, mi dilania l’invidia
nel guardare gli uomini dediti a quel
bellissimo lavoro alla luce del sole:
rivoltano la ricca terra umida,
rastrellano, strappano le erbacce,
innaffiano, piantano, tosano il prato,
potano gli alberi – tutto ciò che
fanno, dal rimuovere la protezione
delle rose in primavera ai falò
novembrini, mi riempie l’anima del
desiderio di unirmi a loro. Molta
acqua dovrà passare sotto ai ponti
prima che, a livello popolare, si
raggiunga l’apertura mentale che mi
permetta di scavare senza creare
scandalo, e dunque ho ancora
parecchio tempo a disposizione per
lagnarmi; soltanto vorrei che le
lingue pullulanti in questa campagna
in apparenza deserta e solitaria
limitassero i loro commenti ai veri
peccati, se esistono, (visto che i
peccati prestano il fianco ai
pettegolezzi) e lasciassero in pace le
innocue eccentricità. Dopo aver
condotto il calesse per ore lungo
vasti tratti di foresta e di brughiera
senza incontrare anima viva né case,
è sorprendente sentirsi dire che il tal
giorno ti sei mossa in tale direzione
ed eri in tale luogo; eppure mi è
capitato più di una volta.
Figuriamoci allora con quale
fulminea rapidità si spargerebbe la
notizia di esser stata vista procedere
sul sentiero del mio giardino con
una zappa in spalla e un cesto in
mano, chiaramente china a estirpare
erbacce! Tuttavia amerei farlo.
Immagino fu l’incontenibile
prolificare delle erbe infestanti a
mettere fine alle mie esitazioni
sull’assumere un giardiniere esperto
e concedergli un ragionevole
numero di aiutanti; mi convinsi che,
per quanto amassi la privacy, ancor
più odiavo le ortiche, abilissime a
scegliere i luoghi in cui erano
piantati i miei fiori più belli, e a
sconfiggere i periodici e deboli
sforzi dei miei tre uomini miti. Ho
un gran cuore rispetto alle cose che
crescono, e molte erbacce che non
sarebbero tollerate da nessuna parte
sono autorizzate a vivere e
moltiplicarsi indisturbate nel mio
giardino. Alcune sono molto carine,
audaci e affascinanti, e considero
particolarmente gentile da parte loro
crescere, fiorire e ripiantare i semi
da sole, senza bisogno di aiuto né di
incoraggiamento. Ammetto di
sentirmi vessata quando si
dimostrano tanto invadenti da
inoltrarsi tra le rose tea e le
violacciocche, e preferisco i sentieri
sgombri; ma sul prato, per esempio,
perché non lasciare le povere
creature tranquille anziché torturarle
con orrendi attrezzi e cavarle fuori
una a una? Una volta andai in
giardino proprio quando l’ultimo dei
tre inetti si era piazzato, armato di
tali arnesi, nel mezzo del lembo
d’oro e d’argento che per
convenzione chiamiamo il prato, e
guardandosi intorno si grattava la
testa nel futile sforzo di decidere da
che parte dovesse incominciare.
Salvai il tarassaco e le margherite
quella volta, e mi piace pensare che
loro lo sappiano. Certamente hanno
un aspetto molto gaio quando esco
in giardino e forse i denti di leone si
danno di gomito l’un l’altro quando
mi vedono e sussurrano «Ecco,
arriva Elizabeth, niente male, eh?» –
perché, naturalmente, i denti di
leone non si esprimono in maniera
molto elegante.
Ma le ortiche non le tollero.
Furono loro a riportarmi al problema
cui avevo voltato le spalle tanto a
lungo e una bella mattina d’agosto,
in cui il giardino sembrava
appartenere solo a loro, ed era
difficile credere che avessimo mai
fatto altro se non coltivarne con cura
tutte le varietà, entrai nella tana
dell’Uomo di Rabbia.
«Mio caro» incominciai, con la
vocina suadente di chi è stata a
lungo ostinata e sta per cedere,
«potresti cortesemente mettere un
annuncio per un giardiniere capo e
un giusto numero di assistenti?
Quasi tutti i bulbi, i semi e le piante
sui quali ho riversato denari e
speranze si sono trasformati in
ortiche e la cosa non mi va affatto a
genio. È un’estate disgraziata e non
voglio mai più vedere giardinieri
miti».
«Mia cara Elizabeth» replicò, «mi
dispiace che tu non abbia seguito il
mio consiglio prima. Quante volte
ho sottolineato la follia di assumere
un incapace dopo l’altro? Le
verdure, quando le abbiamo, sono
immangiabili, e la frutta inesistente.
Non metto in dubbio le tue buone
intenzioni, ma difetti nel giudizio.
Quando imparerai ad affidarti alla
mia esperienza?»
Abbassai la testa; non era forse lui
nella piacevole posizione di poter
dire «Te l’avevo detto?» – e in
effetti non fa che ripeterlo da due
anni a questa parte. «Non mi piace
affidarmi» mormorai, «e nutro forti
pregiudizi contro l’esperienza altrui.
Per favore, puoi provvedere
all’annuncio oggi stesso?»
Si presentarono in gran quantità,
tanto che metà della popolazione
deve essersi considerata giardiniere
capo. Accompagnai i papabili a
visitare il giardino, e credo di non
aver mai trascorso una settimana più
castigante di quella. I loro commenti
erano assolutamente franchi: avevo
ribadito più volte di aver avuto
soltanto giardinieri mediocri da
quando vivevo qui, e non avevano
idea, quando educatamente
dileggiavano dei lavori, che fossero
frutto della mia volontà. Le
concimaie nel giardino della cucina
sulle quali mi ero molto impegnata
furono particolare oggetto di
derisione. Erano, sembrava,
completamente errate: dimensioni,
preparazione, terriccio,
manutenzione, tutto ciò che poteva
esserci di sbagliato, lo era. Di certo,
l’unico raccolto che ne avevamo
ottenuto erano erbacce. Ma a circa
metà settimana incominciai a
diventare scettica, perché nel
confrontare le loro critiche mi
accorsi che di rado coincidevano, e
presto ripresi coraggio. Scelsi infine
un giovanotto simpatico e ben
curato, dagli occhi intelligenti e i
gesti scattanti che si era dimostrato
meno preoccupato del caos esistente
in giardino, e più interessato a
proporre nuove soluzioni per
riorganizzarlo. È un ragazzo sordo,
dunque non spreca tempo in parole,
appassionatissimo di giardinaggio, e
conosce, come ho subito scoperto,
infinitamente più cose di me, a
dispetto dei miei tre anni di studio
indefesso. Inoltre, è pieno di
quell’umiltà e volontà di imparare
che si trova soltanto in coloro che
già sanno più dei colleghi. Accoglie
i miei progetti con entusiasmo, e
suggerisce innovazioni che, se non
sempre in accordo con i miei gusti
particolari, almeno dimostrano
chiaramente come quest’uomo
conosca il suo mestiere. Abbiamo
lavorato moltissimo insieme durante
l’inverno cambiando tutte le aiuole,
poiché a nessuna era stato dato un
terriccio in cui potevano crescere le
piante, e l’autunno prossimo intendo
far riseminare tutti i cosiddetti prati
all’inglese, e vedere se davvero non
riesco a ottenere qualcosa di
decente. Gli ho detto di salvare le
radici di margherite e tarassaco e ha
annuito a testa bassa, ma è giovane,
può imparare ad apprezzare quel che
piace a me e liberarsi dal suo solo
difetto, un atteggiamento da vivaista
verso tutti i fiori che non sono di
moda. «Vorrei moltissimi narcisi la
prossima primavera» gli gridai un
giorno all’inizio della nostra
conoscenza.
Gli brillarono gli occhi: «Ah sì»
disse con immediata approvazione,
«sono sehr modern».
Ero divisa tra il divertimento alla
nozione che i fiori di Spenser
fossero ora considerati moderni, e
l’indignazione nel sentire applicato
loro esattamente lo stesso aggettivo
che la mia modista dedica agli
esemplari più orrendi della sua
produzione.
«Ne voglio interi eserciti» dissi; al
che il suo viso si fece dubbioso.
«Davvero sehr modern», gridai. Ma
di colpo era diventato ancora più
sordo, fenomeno che ho osservato
ripetersi quando impartisco ordini
che non ha mai sentito prima. Tra
qualche tempo, penso, avrà assorbito
la mia scarsa ortodossia su certe
questioni; e intanto possiede il sacro
fuoco del giardinaggio, ama il suo
lavoro e l’amore, dopo tutto, è
l’ingrediente più importante. Non
conosco un concime altrettanto
efficace. Nel terreno più povero,
l’amore da solo compie prodigi.
Lungo il sentiero del giardino,
oltre la macchia di lillà dai gonfi
boccioli scuri e la grande aiuola
triangolare di rose tea e di
violacciocche, oltre i filari di rose
China e i gruppi di gigli e digitali,
giungemmo ieri sera al giardino di
primavera nella radura aperta
intorno alla vecchia quercia; e lì,
primo a sbocciare tra gli alberi da
fiore, risaltando nel suo candore
contro l’oscurità dell’imbrunire, era
un doppio ciliegio in piena fioritura;
accanto, seppur non così visibili a
quell’ora tarda, con i rosei boccioli a
sottolinearne la crescita, due meli
selvatici giapponesi. In quel punto, il
prato è pieno di narcisi e ai piedi
della quercia una colonia di tulipani
mi consola della perdita dei crochi
violetti, splendidi fino a pochi giorni
fa.
«Sento il bisogno di rimanere da
sola, per una volta, l’intera estate»
ripetei, guardando il giardino intorno
a me, quasi incapace di sopportarne
la bellezza, insieme alla magia del
cielo stellato, del silenzio e dei
profumi. «Devo stare da sola, non
voglio perdermi nessuna di queste
meraviglie, e avere il tempo di
goderne davvero».
«Molto bene, mia cara» replicò
l’Uomo di Rabbia, «solo non
lamentarti quando ti annoierai.
Rimarrai da sola se lo vorrai e, per
quanto mi riguarda, non inviterò
nessuno. È sempre meglio lasciare
fare alle donne ciò che desiderano se
si può, e risparmiarsi un sacco di
fastidi. In genere, lasciare che i loro
desideri si esaudiscano è punizione
sufficiente».
«Caro Saggio» esclamai
prendendolo sottobraccio, «non
essere così saggio! Ti prometto che
non mi annoierò, non verrò punita e
starò benissimo».
E con passo lento tornammo verso
casa molto sereni, discutendo del
firmamento e altre alte cose, come
se ne conoscessimo gli intimi
segreti.

15 maggio. C’è una fossa nei


campi di segale a circa mezzo
miglio dal cancello del mio giardino,
una piccola depressione tonda, con
acqua e canne sul fondo, e qualche
albero amante dell’acqua e cespugli
sul declivio circostante. Da qualche
giorno, vengo qui quasi tutte le
mattine, il luogo ben si adatta
all’umore in cui mi trovo: mi piace
lo stretto sentiero che lì conduce
attraverso la segale, mi piace la sua
solitaria umidità quando tutto
intorno è riarso, mi piace sdraiarmi
sull’erba e vedere in basso il verde
delle canne scintillare sull’acqua, e
in alto le frange di segale spazzolare
il cielo. Bestiole di ogni tipo mi si
avvicinano e mi osservano, le
allodole cantano sopra di me, strane
creature mi strisciano addosso e altre
scorrazzano nell’erba alta lì accanto;
qui mi porto un libro e leggo e
sogno per tutte le ore dorate del
mattino, accompagnata dal gracidio
amoroso di innumerevoli rane.
Ultimamente mi ha tenuto
compagnia Thoreau, sembrandomi
più consono portarlo allo stagno
anziché leggerlo, come era mia
abitudine, la domenica mattina in
giardino. Thoreau ama l’aria aperta,
e si rifiuterà di comunicarvi grandi
piaceri se cercate di avvicinarvi a lui
tra la pompa e le cerimonie della
tappezzeria; ma fuori, alla luce del
sole, e specialmente accanto a
questo stagno, è delizioso, abbiamo
trascorso insieme ore felici, lui
enunciando proclami e io
trovandomi entusiasticamente
d’accordo, oppure limitandomi a
sorridere, riservando di
pronunciarmi solo quando avrò
riflettuto con calma. A lui,
naturalmente, non piaccio tanto
quanto lui piace a me, perché io vivo
in una nuvola di polvere e di germi
prodotta da un’intenzionale
superfluità di mobilio, e non ho
neppure il coraggio di dar fuoco a un
fiammifero; e ogni giorno lui vede
lo zerbino su cui mi strofino le
scarpe prima di entrare in casa,
nonostante mi abbia detto di averne
una volta rifiutato uno con la
motivazione che i mali è meglio
evitarli all’inizio. Ma la mia
filosofia non ha ancora raggiunto lo
stadio acuto che mi permetterà di
vedere uno zerbino nella sua vera
prospettiva di impedimento allo
sviluppo dell’anima, e a me piace
pulirmi le scarpe. Forse se dovessi
vivere con pochi domestici, o
magari senza, abitando forse in una
caverna, farei anche a meno degli
zerbini, e probabilmente d’estate
pure delle scarpe, e mi pulirei i piedi
sull’erba che la natura, senza
dubbio, fornisce per tale scopo; del
resto sappiamo che per quanto
Thoreau amasse pellegrinare tra i
boschi, un giorno tornò indietro e
visse per il resto dei suoi giorni
come tutta la gente civile. Immagino
che in vita si sarebbe rifiutato di
notare una comune donna tedesca, e
non mi avrebbe mai degnato di un
discorso sui suoi temi prediletti; ma
ora il suo spirito mi appartiene,
come tutto ciò che pensò, e credette,
e sentì, e mi parla tanto e con tutta
l’intimità che anni fa era solito
riservare ai più cari amici di
Concord. In giardino era un
compagno piacevole, ma nello
stagno solitario è affascinante, e
quando siamo insieme le ore del
mattino corrono via a una velocità
sorprendente, e mi dispiace essere
sempre costretta a interromperlo a
metà di qualche frase bizzarra o di
un bel pensiero soltanto perché il
sole tocca un certo cespuglio lungo
l’argine dell’acqua, inequivocabile
segno che è scoccata l’ora di pranzo
e mi tocca rientrare. Torniamo
insieme attraverso la segale, lo
trattengo con cura sotto un braccio,
mentre con l’altro brandisco un
fuscello per scacciare le mosche che
compaiono non appena emergiamo
dall’ombra. «Oh, mio caro Thoreau»
mormoro a volte sul piccolo
sentiero, sopraffatta dal calore del
mezzogiorno e dalla insistenza degli
insetti, «le mosche a Walden
esasperavano anche te? E come si
modificava allora la tua filosofia?»
Ma lui non bada ai miei lamenti, e io
so che tra le sue copertine continua a
discutere sulla follia del lasciarsi
sopraffare in quel terribile mulinello
con tanto di cascata chiamato
pranzo, situato nelle secche
meridiane, e della necessità, se ci si
vuole mantenere felici, di navigare
oltre guardando dall’altra parte,
legati all’albero maestro come
Ulisse. Benché riluttante, Thoreau
viene riportato in biblioteca e riposto
sullo scaffale: guarda caso, attaccato
allo spirito ho ancora un corpo che,
se non viene nutrito al momento
giusto, diventa una scocciatura. Sì,
ha ragione, il pranzo è una insidia
tentatrice e forse cercherei di
navigarci oltre come Ulisse se avessi
una galletta in tasca a confortarmi,
ma ci sono le bambine da nutrire e
l’Uomo di Rabbia, e come potrebbe
una rispettabile moglie e madre
navigare oltre una qualunque secca
meridiana in cui si siano impantanati
i propri cari? Così sto loro accanto e
vengo punita ogni giorno da
quell’orrenda, per me inevitabile
sensazione da due-del-pomeriggio.
È mortificante, dopo le ore
soleggiate del mattino allo stagno,
quando mi sento quasi una poetessa,
e molto vicina a una filosofa, e
senz’altro una bestiola gioiosa in
un’estasi d’amore per la vita, tornare
indietro e sopportare le ore
tormentate del pranzo, quando
l’anima viene schiacciata e bandita
dalla vista e dai sensi a opera di
cotolette e asparagi e di dolci
vendicativi. Quando rientro in
biblioteca, l’amico del mattino mi
volta le spalle; di pomeriggio, non lo
tocco nemmeno. I libri, come le
persone, soffrono di idiosincrasie, e
non si mostrano in tutta la bellezza
se il luogo e il tempo in cui vengono
letti non li soddisfano appieno. Se,
per esempio, mi è impensabile
leggere Thoreau in salotto, tanto
meno mi sognerei di aprire Boswell
tra l’erba incolta! Immaginate di
condurlo, insieme al suo grande
amico, presso lo stagno di un campo
di segale, aspettandovi che vi
intrattengano. «Eh no, mia cara
signora» direbbe l’illustre in
possenti toni di rimprovero, «così
non può funzionare. Sdraiarmi in un
campo di segale? Che follia è
questa? Chi mai si mette a
conversare in una buca umida se lo
può evitare?» Così leggo e rido con
Boswell in biblioteca, tra le luci
accese, sprofondata nei cuscini e
circondata da ogni segno di civiltà,
le tende tirate a chiudere fuori il
giardino e la solitudine della
campagna tanto disprezzata da
entrambi, il saggio e il discepolo. È
proprio Boswell a sostenere che in
campagna soltanto i pasti sono
capaci di rallegrarti. «Fui felice»
racconta, ritrovandosi a
Corrichatachin, un posto sperduto
sull’Isola di Skye, e costretto in casa
per via della pioggia, «quando arrivò
l’ora di cena. Tale, mi par di capire,
è la condizione di chi vive in
campagna. Si desiderano i pasti più
per soddisfare le brame di una mente
vacua, che per appetito». E tale è la
perversità della natura umana che la
saggezza di Boswell mi delizia
ancor più di quella di Johnson, per
quanto li ami moltissimo entrambi.
Di pomeriggio mi balocco in
giardino con Goethe. A lui, sono
sicura, non importava un granché di
fiori e di giardini, tuttavia scrisse al
loro riguardo pensieri bellissimi che
rimangono impressi nella memoria
con altrettanta insistenza delle
espressioni ispirate da veri
sentimenti; è straordinario il genio di
chi sa fingere tanto bene.
Scribacchini mediocri devono
provare sensazioni fortissime prima
di riuscire, con fatica, a formulare
una frase che le descriva; e una volta
formulata, non sa cogliere in pieno il
brivido originario, finendo per
diventare un pallido, incerto riflesso
di una seppur fortissima emozione.
Leggo Goethe su una panca
speciale, da cui non mi allontano
mai quando siamo insieme, sul lato
sud della ghiacciaia, protetta dai
venti settentrionali a volte prevalenti
in maggio, e ombreggiata dai rami
bassi di un grande faggio quando
splende il sole. Di là dai rami scorgo
un gruppo di alti papaveri in boccio,
fiammeggianti sul prato, e ancora
oltre un’enorme betulla argentata, il
delicato verde primaverile non
ancora ispessitosi, che quasi appare
dorato sullo sfondo di un solenne
gruppo di abeti. Qui leggo Goethe –
tutto ciò che di lui possiedo, le opere
più famose e quelle meno
conosciute; qui spargo inevitabili
lacrime sul Werther, per quanto
spesso lo rilegga; qui mi inerpico
attraverso il Wilhelm Meister, e
siedo stupita davanti alle
complicazioni delle Affinità elettive;
qui tremo di meraviglia e d’angoscia
sul Faust; qui mi capita di
passeggiare su e giù nell’ombra
apostrofando gli alti abeti in fondo
alla radura nel soliloquio d’apertura
dell’Ifigenia. Di tanto in tanto poso
il libro e mi distraggo con una breve
passeggiata ristoratrice tra le mie
aiuole fiorite, sempre di gran
beneficio, e ritorno con una più equa
idea su che cosa, a questo mondo,
valga la pena preoccuparsi.
Al crepuscolo, quando tutto tace,
mi accomodo con Walt Whitman
accanto alle rose e ascolto quanto
quel bellissimo spirito solitario ha da
dirmi a proposito della notte, del
sonno, della morte e delle stelle.
Quell’ora ombrosa, silente è la sua;
è il momento in cui posso meglio
ascoltare i battiti di un cuore
generoso e tenerissimo: il grande
amore, il rapimento esultante per la
natura, e l’erba verde, e gli alberi, e
le nuvole e la luce del sole; la
struggente pena d’amore per tutto
ciò che respira ed è malato o
dolente; l’appassionato desiderio di
aiutare e riparare e confortare ciò
che non può mai essere aiutato e
riparato e confortato; lo sguardo
ansioso sulla morte, la dolce morte,
consolazione completa e finale – di
fronte a tali rivelazioni di pietà
universale, l’egoismo quotidiano,
timorato, si vergogna.
Quando scorrazzo per le foreste,
Keats viene con me; e se estendo il
viaggio alle coste baltiche e
trascorro il pomeriggio sul muschio
sotto i pini i cui tronchi rosati
incorniciano il mare, mi porto
Spenser; e le onde azzurre diventano
le increspature del Lago Idle, e una
minuscola vela bianca lontana è la
nave di Fedria, che velocemente
porta Cimocle al suo pigro nido di
delizie. Come posso cercare di
spiegarvi perché qui non porto Keats
ma sempre Spenser? Chi seguirà le
intricate motivazioni di una mente
femminile? Meglio non provarci
neppure, accontentarsi di catalogarle
collettivamente sotto la
denominazione Istinto, e farla finita
una volta per tutte.
L’amore per i libri è una vera
benedizione. Ognuno deve amare
qualcosa, e io non conosco oggetti
d’amore che immancabilmente ti
ricambino come i libri e un giardino.
Sarebbe certo stato più facile venire
al mondo con una passione
bruciante, una brama infuriante nella
mia anima vuota, diciamo, per i
cappelli! Sento verso i miei padri un
debito di gratitudine, poiché
immagino che la mia indifferenza
verso i cappelli si spieghi con il loro
scarso interesse per il genere. In
centro alla mia biblioteca, si erge
una colonna di legno che sostiene il
soffitto, a impedire, così mi dicono,
che ci caschi in testa; intorno a essa,
e per tutta l’altezza, ho chiesto di
montare degli scaffali, su cui ho
disposto i libri che ho letto e riletto,
e che spero di leggere ancora molte
volte – tutti quelli che amo di più.
Negli scaffali intorno ai muri ce ne
sono molti che amo, ma qui, nel
centro della stanza, facilissimi a
raggiungersi, ho disposto quelli che
amo di più – gli eletti tra i miei
preferiti. Man mano che invecchio
cambiano, e con gli anni alcuni
arrivano qui dalla libreria, altri
seguono il percorso inverso, e altri
ancora vengono del tutto rimossi, e
collocati su certi scaffali del salotto
riservati ai testi a mio giudizio
carenti da dove molto di rado, se
mai, ritornano. Carlyle era un tempo
tra gli eletti. Parlo di anni fa, quando
portavo i capelli molto lunghi e le
gonne molto corte, e sedevo nei
boschetti paterni con il Sartor
Resartus, e mi sentivo traboccare di
saggezza e Weltschmerz; e anche
dopo essermi sposata, quando
vivevamo in città, e il rumore dei
suoi strali tonanti veniva quasi
soffocato dallo strepito dei
droschkies sulle pietre della strada
sottostante, ancora brillava come
una stella particolarmente fulgida.
Ora, se sia l’età che avanza in me, o
se in campagna il troppo silenzio
amplifichi le voci, o se le mie
orecchie siano diventate più
sensibili, non saprei dire; ma
nell’istante in cui lo apro salta fuori
un tale frastuono di denuncia e
veemenza e ira, che ne vengo
completamente assordata; e poiché
mi confondo facilmente, e amo la
tranquillità, e il mio intento
principale è seguire il consiglio
dell’apostolo e studiare per
acquistare serenità, è stato degradato
dalla sua alta posizione intorno alla
colonna e ora, defilato contro il
muro, il caso alfabetico vuole che
riposi in soave compagnia di tale
Carina, un innocuo gentiluomo il cui
libro su Bagni di Lucca è alla sua
sinistra, e di un francese di nome
Charlemagne, la cui soporifera
commedia scritta a inizio secolo e
intitolata Le Testament de l’Oncle,
ou Les Lunettes Cassées, è alla sua
destra. Due suoi lavori comunque
rimangono tra i preferiti, sebbene
diversi in gloria – Federico il
Grande, affascinante per ovvie
ragioni a una patriottica mente
tedesca, e Vita di Sterling, un libro
tutto sommato tranquillo, il
documento di un’esistenza priva di
eventi particolari, in cui le naturali
posizioni di soggetto e biografo sono
capovolte, l’uomo di genio scrive
della vita di un amico non
importante, e il fatto che l’amico
fosse persona degnissima in nessun
modo diminuisce il disagio del
lettore nei confronti di tale
anomalia. Carlyle è uomo eminente,
mentre Sterling non lo è affatto, a
meno che non sia da considerare
eminenza quel (per fortuna) affollato
terreno in cui i brillanti, i coraggiosi
e i simpatici stanno insieme. Noi
tedeschi conosciamo tutti Carlyle, e
molti di noi l’hanno letto con il
dovuto stupore, la nostra
ammirazione spesso interrotta da
gemiti in corrispondenza delle
difficoltà che il suo stile pone sul
cammino dell’ingenuo straniero; ma
senza Carlyle, chi di noi avrebbe
mai sentito parlare di Sterling? E
persino in questo relativamente
placido libro mine dell’abituale
veemenza esplodono sul lettore
riluttante. Per il prosaico tedesco,
nutrito a base di letteratura libera da
tuoni e da ogni marcata
manifestazione di entusiasmo,
Carlyle è un fenomeno del tutto
sorprendente.
E qui mi sento costretta a
chiedermi con severità chi sia io per
parlare di Carlyle in tale disdicevole
maniera. Al che replico di essere
solo un’umile tedesca in cerca di
pace, priva del minimo reale
desiderio di criticare chiunque,
semplicemente ansiosa di togliermi
di torno ai geni quando fanno troppo
rumore. Desidero soltanto leggere in
tutta tranquillità i miei libri al
momento preferiti. Carlyle è ora
chiuso e tace sul suo comodo
scaffale; ma chissà che, magari in
vecchiaia, quando comincerò a
sentirmi davvero giovane, non possa
di nuovo trovare conforto in lui?
Che guazzabuglio di libri intorno
alla mia colonna! C’è Jane Austen
appoggiata ad Heine – che cosa ne
avrebbe pensato, mi domando? –
con Miss Mitford e Cranford a
sostenerla dall’altra parte. Qui c’è il
mio Goethe, una delle molte
edizioni in cui lo possiedo, quella
che ha conosciuto la ghiacciaia e i
papaveri. E poi Ruskin, Lubbock, il
Selborne di White, Izaak Walton,
Drummond, Herbert Spencer (quel
tanto di lui che spero di capire ma
temo di non farcela), Walter Pater,
Matthew Arnold, Thoreau, Lewis
Carroll, Oliver Wendell Holmes,
Hawthorne, Wuthering Heights, i
Saggi di Lamb, le Vite di Johnson,
Marco Aurelio, Montaigne, Gibbon,
l’immortale Pepys, l’egregio
Boswell, svariati libri per bambini
americani che ho amato da piccola e
amo ancora oggi; svariati libri per
bambini francesi amati per la stessa
ragione; file intere di libri per
bambini tedeschi con i quali sono
cresciuta, dalle affascinanti
xilografie di bizzarri bambinetti in
corpetti di pizzo, e brave madri che
imburrano il pane e descrizioni
dell’atmosfera di timorata
innocenza, pura religione, giudizi
sommari e piccole ricompense in cui
vivevano, e come la Finger Gottes
fosse impressa su ogni cosa
accadesse loro; tutti i poeti; gran
parte dei drammaturghi; e, in verità
credo, ogni libro di giardinaggio e
sui giardini in genere pubblicato
negli ultimi anni.
Questi libri di giardinaggio sono
un’infallibile gioia, specialmente
d’inverno quando, seduta davanti al
caminetto acceso con la neve che
cade dietro alle finestre, leggere le
voluttuose descrizioni di rose e di
tutte le altre glorie estive è uno dei
miei piaceri più grandi. Finisco per
conoscere e amare ogni dettaglio di
quei giardini il cui graduale sviluppo
è stato descritto dai loro proprietari,
e con la fantasia vago felice lungo i
sentieri di alcuni particolarmente
affascinanti nel Lancashire,
Berkshire, Surrey e Kent, ammiro le
belle disposizioni di aiuole, gli
affascinanti angoli inattesi, e tutte le
testimonianze di un amore
profondo! Mi basta vedere la
pubblicità di un libro che tratti di
giardini, per acquistarlo
immediatamente e ormai possiedo
una vera e propria collezione di
affascinante e istruttiva letteratura di
giardinaggio. I meno interessanti
vengono accantonati in salotto; ma
gli altri stanno con me inverno ed
estate, e presto, sotto le frequenti e
affettuose carezze, perdono lo
smalto delle copertine nuove per
assumere l’aspetto confortevole di
vecchi amici in abiti informali.
Davvero li considero amici speciali
e nel passare loro accanto
difficilmente riesco a trattenere un
sorriso, o un cenno del capo, rivolto
alle familiarissime copertine:
ognuno poi lo associo a un tempo e
un luogo particolari che me lo
rendono ancora più caro.
Il mio spirito ha già vagato in un
paio di giardini francesi, ma non ha
ancora sentito di uno tedesco amato
dal suo proprietario più di ogni altra
cosa. È naturalmente possibile che i
miei connazionali li adorino e
preferiscano non dirlo, ma molte
cose sono possibili ma non
probabili, e l’esperienza mi spinge a
ritenere trattarsi di uno di quei casi.
Qui abbiamo i soliti ricchi con bei
giardini architettati senza badare a
spese, ma quelli non sono giardini
nel senso in cui intendo io; oppure i
poveretti con il loro fazzoletto di
terra, mai abidito ad altro che a
pollaio od orto di patate; e per
quanto riguarda la borghesia, è
troppo indaffarata a correre
attraverso la vita per trovare il
tempo o l’ispirazione di fermarsi a
piantare una rosa.
Come sono contenta di non aver
bisogno di andare di fretta. Che
spreco di vita, soltanto avere e
spendere. Seduta accanto alle mie
aiuole di violette, con le nuvole lente
che scorrono tranquille, e tutto il
giorno libero davanti a me, guardo
alla tumultuosa mischia per mettere
mano agli spiccioli dell’esistenza e
mi perdo stupita dalla volgarità che
sgomita, che servile adula e
impassibile calpesta senza posa. E
una volta ottenuti i soldi, che fai?
Sono solo soldi, dopo tutto –
spiacevoli pezzi di rame battuto,
neppure d’oro, e non valgono mai il
degradarsi della persona, e l’odio di
coloro sotto di te che ne hanno
meno, e la derisione di quelli sopra
di te che ne hanno di più. Mi
accorgo adesso di farmi saccente, e
quel che è peggio allegorica, ed
essendo queste tendenze da
contrastare, andrò in giardino a
giocare con le bambine, che in
questo momento, sedute in fila sui
ranuncoli, cantano, mi sembra, una
scelta di arie popolari.
Giugno

3 giugno. L’Uomo di Rabbia,


osservo, fattosi serissimo, pone
trappole sul mio cammino. Ha
profetizzato che troverò la solitudine
intollerabile, e naturalmente
desidera che la predizione si avveri.
Sa che la pioggia mi deprime, e ne
attende l’arrivo sicuro che mi
porterà a confessare di essermi
sbagliata, al che lui pronuncerà quel
commento tanto prezioso per il
cuore di una donna sposata: «Mia
cara, te l’avevo detto». Incomincia
la giornata battendo un dito sul
barometro, poi guarda il cielo e
scuote la testa. Se vede nuvole
all’orizzonte, sottolinea come si
stiano addensando, e se non ne vede
dice che è troppo bello per durare. In
un paio di occasioni è arrivato al
punto di uscire, diretto alla fattoria,
in calde mattine di sole con
l’impermeabile, al fine di
convincermi oltre ogni dubbio che il
bel tempo è destinato a incrinarsi. Si
impone di starmi lontano tutto il
giorno, affinché possa avere
l’opportunità di annoiarmi il più
velocemente possibile, e di sera si
ritira nella sua tana subito dopo
cena, balbettando qualcosa a
proposito di lettere da scrivere.
Quando è finalmente scomparso,
esco sotto le stelle e rido dei suoi
trasparenti trucchetti.
Ma che cosa accadrebbe se
avessimo davvero giorni e giorni di
maltempo? Non lo so. Finché è
bello, i futuri rovesci non mi
sembrano poi tanto terribili, anzi un
giorno o anche due di pioggia sono
persino piacevoli – un diversivo che
ricorda l’intimità invernale, ora così
lontana, tempo per leggere e scrivere
e pagare i conti. Non pago mai i
conti né scrivo lettere quando
splende il sole. Per nessun motivo
abbandonerei tutto ciò che una bella
giornata trascorsa all’aperto mi può
dare, e dunque occasionali giorni di
pioggia intermittente sono necessari
a me non meno che al giardino. Ma
come sarebbe un lungo periodo di
brutto tempo? Ritengo che una
settimana di pioggia battente
d’estate riesca a deprimere il cuore
più robusto. La si sopporta
d’inverno grazie al semplice
espediente di rivolgere il viso al
caminetto; ma quando il caminetto è
spento, e le giornate lunghissime,
l’esuberanza si affievolisce, la
desolazione ti si insinua negli angoli
vuoti del cuore. A ogni buon conto,
mi sembra uno spreco di energia
meditare su cosa farei se avessimo
un’estate di pioggia in un giorno
radioso come questo. Preferisco
sedere qui in veranda e guardare
attraverso una cornice di foglie tutti
i boccioli di rosa che giugno ha
posto nelle aiuole intorno alla
meridiana, piuttosto che speculare
sul niente, e soltanto essere contenta
di essere viva. La veranda alle due
di pomeriggio è un luogo dove
essere felice e non decidere nulla,
come il mio amico Thoreau mi ha
detto questa mattina a proposito di
un altro posticino tranquillo. Le
poltrone sono comode, c’è un tavolo
su cui scrivere, e le ombre delle
giovani foglie tremolano sulla carta.
Su un lato una rosa rampicante color
cremisi getta gemme curiose
attraverso le sbarre di legno –
quest’anno per la prima volta riesce
a vedere quel che faccio quassù, e lì
accanto una clematide Jackmanii
afferra con giovani morbide dita
qualunque cosa ritenga d’aiuto alla
meta della sua ambizione, il tetto.
Mi domando quale delle due ci
arriverà per prima. Laggiù, nelle
aiuole di rose, tra le centinaia di
boccioli soltanto una pianta è in
piena fioritura, una Marie van
Houtte, una tra le più belle delle rose
tea, perfetta nella forma, nel
profumo e nel colore, sempre, nel
mio giardino, la prima a sbocciare; e
con fiori bellissimi, come se sentisse
che i primi dei suoi figli a vedere il
cielo e il sole e il giardino dopo il
sonno dell’inverno debbano
indossare, per l’occasione, i vestiti
più raffinati.
Attraverso le finestre aperte della
sala dove si svolgono le lezioni,
sento il vociare delle due bambine
più grandi. Il maestro del paese
viene ogni giorno dopo pranzo per
due ore, il che esenta noi da
governanti in casa, e loro da
qualsiasi altra forma di
apprendimento scolastico per le
ventiquattr’ore successive. L’aula è
accanto alla veranda, e man mano
che si avvicinano le due del
pomeriggio, sento crescere la loro
eccitazione: svolazzano su e giù per
i gradini simili, nei loro vestiti
bianchi, ad angeli sulla scala di
Giacobbe, oppure spiano con ansia
tra i cespugli facendo a gara per
scorgerlo per prime, Isotte in
miniatura perfettamente nella parte.
Lui è un gigante buono con quella
infinita riserva di pazienza che tanto
spesso si ritrova nei giganti,
specialmente quando il caso vuole
siano maestri di paese, e giudicando
dalla quantità di risate che sento, le
bambine si divertono durante le
lezioni come mai prima. Ogni volta
gli preparano un bouquet, e ne
ottiene più di una primadonna, o
almeno un rifornimento più regolare.
Il primo giorno ho temuto che le
bambine si intimidissero di fronte a
un uomo tanto grande e strano, e che
avrebbe estratto da loro soltanto
lacrime; ma nel lasciarli da soli,
chiudendo la porta, le ho sentite
informarlo con pronta sollecitudine,
tanto per rompere il ghiaccio e
inaugurare un’amicizia, che si
lavavano la testa tutti i sabato sera,
ma che i nastri per capelli non erano
uguali perché non ce n’era
abbastanza di un tipo solo. Me ne
andai sperando non ritenessero
necessario informarlo su quante
volte mi lavo io la testa, o altre
notizie personali su di me; ma non
mi stupirei se a quest’ora il maestro
conoscesse ogni minimo dettaglio
della mia toilette mattutina, che le
Tre osservano quotidianamente con
enorme interesse. Spero avrà più
successo di me con i racconti biblici.
Io non sono andata più in là di Noè:
a quel punto le loro domande
divennero tanto inquisitorie da
confondermi completamente; e
siccome a nessuno piace ritrovarsi
confuso, men che meno a un
genitore, ho imposto una brusca fine
al corso di religione assumendo
quell’aria di saggezza tipica
dell’infallibilità messa all’angolo,
affermando che per adesso erano
troppo piccole per capire certe cose;
e loro, avendo una fede commovente
in ogni mia parola, soddisfatte
emisero tre pigolii di assenso e
proposero di andare a far le capriole
sul prato sotto le finestre a
mezzogiorno – ricordo con piacere
che in quell’occasione mi astenni.
Ma il maestro, dopo sole quattro
settimane, è già arrivato a Mosè,
sano e salvo oltre l’arca di Noè sulla
quale mi ero tristemente arenata, e
se la loquacità è un segno di
conoscenza allora hanno imparato la
storia superbamente. Ieri, dopo che
se n’era andato, emersero sulla
veranda fresche di Mosè,
scoppiando dal desiderio di
raccontarmi tutto al riguardo.
«Herr Schenk ci ha raccontato
oggi di Mosè» iniziò April,
correndomi incontro.
«Ah, sì?»
«Sì, e di un böser, böser König
che ordinò di uccidere ogni bambino
maschio, e Mosè era l’allerliebster».
«Parla inglese, mia cara bambina,
non mischiare le lingue» la pregai.
«Non era un gatto».
«Un gatto?»
«Sì, non era un gatto, quel Mosè –
era un ragazzo».
«Ma certo che non era un gatto»
dissi con una certa severità;
«nessuno ha mai pensato che lo
fosse».
«Sì, ma mamma», spiegò lei
gesticolando concitata, «il Mosè
della cuoca è un gatto».
«Ah, capisco. E allora?»
«Lo mettono in una cesta
nell’acqua e quella galleggia. E poi
arrivarono, e lei disse…»
«Chi arrivò? E chi disse?»
«Mah, le signore; e il
Königstochter disse, “Ach hörmal,
da schreit so etwas’’».
«In tedesco?»
«Sì, e poi gli si avvicinarono, e
una dovette levarsi le scarpe e le
calze ed entrare nell’acqua a
raccogliere quella minuscola cesta, e
poi la aprirono, e quel Kind
piangeva e piangeva e strampel
così…» al che entrambe le bambine
si esibirono in una talmente vivida
illustrazione dello strampeln che la
veranda tremò, «e guarda! È un
bebè. E mandarono a chiamare
qualcuno per dargli da mangiare, e il
Königstochter può tenere quel
bambino, e non va oltre».
«Ti piace Mosè, mamma?» chiese
May, saltandomi in grembo, e
prendendomi la faccia tra le mani –
uno dei molti dolci vezzi di una
dolcissima creatura.
«Sì», replicai coraggiosa,
«moltissimo».
«Allora anche a me!» strillarono
felici all’unisono, vedendo
legittimata la loro considerazione
per lui. Godere di un’autorità tale
per cui il tuo verdetto su qualunque
argomento sotto il sole è assoluto e
definitivo è indubbiamente una
posizione di cui andare fieri ma,
come tutte le posizioni di cui andare
fieri, è irta di tranelli e inconvenienti
per i deboli di carattere; e la maggior
parte delle conversazioni con le
bambine finisce con un improvviso
cambio di rotta reso necessario dai
loro commenti e dalla mia
impossibilità di far fronte a tutti i
quesiti. Per fortuna, ieri il discorso
Mosè venne troncato da April: si era
improvvisamente ricordata che non
avevo ancora visto né compatito la
sua bambola più cara, un’olandesina
di nome Mary Jane, da quando un
lamentevole incidente l’aveva
privata di entrambe le gambe; April
si tuffò nella stanza delle lezioni, la
ripescò dall’angolo buio riservato ai
giochi straziati e me la gettò in
faccia prima ancora che io avessi
modo di tentare una riflessione sulla
natura e la misura del mio amore per
Mosè – cerco di essere coscienziosa
– e di prepararmi alla loro
successiva domanda.
«Vedi questa povera Mary Jane»
disse, la voce e la mano le
tremavano di tenerezza mentre le
alzava le gonne per mostrarmi il
danno in tutta la sua interezza,
«vedi, mamma, nulla gambe – solo
vestiti e niente».
Vorrei che parlassero inglese un
po’ meglio. La briga che mi prendo
nel correggerle ed estirpare le parole
tedesche che spuntano in ogni frase
finisce per logorarmi, considerando
gli scarsi risultati. In effetti, man
mano che crescono, il tedesco si
impone sempre più, e minaccia di
inglobare quel po’ di inglese
rimasto. Io mi rivolgo loro
regolarmente in inglese, ma tutti gli
altri, incluso una giovane baby-sitter
francese da poco importata, parlano
soltanto tedesco. Mi è stato detto che
i bambini assimilano le lingue
facilmente, come il cibo e l’acqua,
inconsapevoli di star imparando
qualcosa; al che ho immediatamente
introdotto questa ragazza francese in
famiglia, dimenticando quanto poco
inglese abbiano assorbito con me, e
il risultato è che trascorrono le
giornate felici di insegnarle il
tedesco. All’inizio le sorprese il
fatto che lei non capisse una parola
dei loro discorsi, e presto si
proposero di cambiare tale
situazione decisamente poco
confortevole; e siccome loro sono
tre e molto zelanti, e lei è una
personcina mite dal profilo simile a
una teiera che ha per manico una
treccia di capelli neri, il loro
successo era assicurato; lei fa buoni
progressi col tedesco, perlomeno ha
già imparato tutti gli sbagli. Vaga
per il giardino con l’aria stupita di
chi si muova in un mondo
sconosciuto; e le Tre, attaccate alla
sua gonna, le impartiscono
entusiastiche lezioni tutto il giorno.
Povera Séraphine! Che coraggio
alzare l’ancora a diciotto anni e
trasferirsi in un paese straniero, tra
completi estranei, senza un amico,
incapace di parlare una parola della
lingua del posto, e nemmeno sicura
prima di incominciare di trovare
cibo a sufficienza. O si tratta del
triste coraggio imposto ai timidi
dalla necessità oppure, come
probabilmente avrebbe detto il
Dottor Johnson, è pura insensibilità;
e mi dispiace ma quando la guardo
concordo con l’apostolo del buon
senso, e do per scontato che sia
priva di sentimenti profondi, per la
ragione, del tutto inadeguata mi
rendo conto, della sua somiglianza
con una teiera. Ora, una persona può
avere l’anima bellissima di un
angelo, una sinfonia di dolci suoni e
armonie, ma se la natura non ha
ritenuto necessario dotarne il corpo
di un mento, il mondo non se ne
accorgerà neppure. Se il volgare
pregiudizio è a favore dei menti, chi
sfuggirà alla sua influenza? Io, dal
mio canto, non riesco sebbene in
teoria rifiuti completamente
l’opinione che il corpo sia a
somiglianza dell’anima; e infatti non
abbiamo tutti amici che, lo
sappiamo, amano oltre ogni cosa ciò
che è nobile e buono, pur non
avendo un aspetto minimamente
nobile né buono? E che dire di tutte
quelle bellissime persone capaci di
amare soltanto se stesse? Tuttavia a
chi al mondo importa quanto
perfetta, quanto umile, quanto dolce,
quanto benevola sia la natura che
abiti un corpo senza mento?
Nessuno ha tempo di svolgere
indagini, e chi è senza mento deve
essere contento di essere trattato in
modo benevolo e tollerante fin
quando non gli sia cresciuta la
barba; e coloro che, per via del loro
sesso, si vedono per sempre preclusa
tale gloriosa possibilità dovranno
riporre molta attenzione, li animasse
un’acuta intelligenza, alle loro
parole, poiché nulla è più comico
dell’effetto di termini forbiti e idee
poetiche provenienti da un volto
inadatto.
Vorrei che non fossimo così
influenzati dall’aspetto altrui. A
volte, nel corso di una lunga
corrispondenza, un amico mi diventa
indicibilmente caro; capisco quanto
sia bella la sua anima, quanto fine il
suo intelletto, quanto generoso il suo
cuore e come già possieda alla
perfezione quelle qualità di
gentilezza, pazienza e semplicità,
dietro alle quali da tanto tempo io
lotto inutilmente. Non sono io a
rivestirlo di attributi vagando
insensibile in quella dolce terra
dell’illusione verso la quale i nostri
passi si dirigono ogni volta che
veniamo lasciati a noi stessi, è il suo
vero essere, e inconsciamente nelle
lettere si rivela l’uomo vero com’è
senza il suo corpo. Poi lo incontro di
persona, e tutte le illusioni
svaniscono. È la persona che
conosco da sempre, gentile e
simpatica; ma qualche vizio di
maniera, qualche elemento o
atteggiamento che non mi aggrada
del tutto, mi fa dimenticare, ed
essere totalmente incapace di
ricordare, quella che dalle sue lettere
so essere la sua vera natura. La
sensazione è senza dubbio reciproca,
e tra di noi si instaura una spessa
coltre di rigidità che, per quanto si
cerchi, non si riesce mai a eludere.
«Bene, e che conclusione trai da
tutto ciò?» disse l’Uomo di Rabbia.
Sul punto di uscire dalla porta della
veranda con il fucile e i cani per
sparare agli scoiattoli prima che si
mangiassero troppi uccelli, l’avevo
trattenuto per la manica della giacca,
tenendomelo accanto come un
testimone di nozze, quasi altrettanto
inquieto, mentre davo espressione ai
suddetti sentimenti.
«Non so» replicai, «forse che il
mondo è molto cattivo e i tempi
vanno peggiorando, ma non è una
spiegazione perché non è vero».
Scese per le scale ridendo e
scuotendo la testa e mormorando
parole che sono contenta di non
essere riuscita ad afferrare, poiché le
uniche due che colsi erano donne e
sciocchezze.
Con mio grande sollievo, l’Uomo
di Rabbia ha sviluppato
un’insospettata passione per
l’agricoltura, e sebbene traslocammo
qui per un periodo di prova di un
anno, ne sono passati tre, e nessuno
si pronuncia su un eventuale ritorno
in città. E io men che meno: per
quanto mi riguarda posso affermare
di non aver mai vissuto tre anni più
felici, nemmeno durante la mia pur
splendida infanzia, un periodo che
certo diventa più luminoso man
mano che recede nel tempo. Si tratta
di gioie semplici, è vero, e del
genere che facilmente provocano la
puzza sotto il naso dei più mondani;
ma a chi interessano i nasi altrui? Io
sono semplicemente me stessa, e
non mi stanco mai della benedetta
libertà da tutte le costrizioni. Persino
un dettaglio in apparenza minore,
quale l’essere in grado di uscire
all’aperto senza dover indossare
cappello, guanti e veletta, reca in sé
un fascino sottile del quale non
potrò mai stancarmi. È chiaro che
sono nata per una placida vita di
campagna, e placida lo è certamente,
al punto che le giornate sono a volte
più simili a un sogno che alla realtà,
dedicate interamente alla lettura, al
pensiero, all’osservare come cambia
la luce del sole o come crescono e
appassiscono i fiori; freschi giorni
sereni quando la vita trabocca
entusiasmo e non riesci a smettere di
cantare perché sei troppo felice, e
caldi giorni sereni sdraiata sull’erba
in un angolo appartato ad ammirare
la processione delle nuvole – una
posizione, lo ammetto,
particolarmente sconveniente, ma
pensate al conforto morale! Ogni
mattina, il semplice atto di aprire le
finestre della camera da letto, è un
modo di rinnovare un piacere.
Proprio lì sotto si trova un’aiuola di
viole in piena fioritura, i cui petali, a
quell’ora nell’ombra della casa, si
proiettano nitidi sull’erba
circostante: l’istante in cui mi
vedono affacciare, emanano il loro
profumo più intenso, attente a non
dimenticare la buona abitudine
tedesca del saluto mattutino. Io
ricambio apostrofandole
teneramente, e la loro fragranza si
spande ancora più vicina,
coprendomi il viso di delicatissimi
baci. Dietro di loro, sull’altro lato
del prato sempre dalla parte ovest
della casa, si erge una spessa siepe
di lillà proprio ora al suo meglio, e
quale è il suo meglio desidererei
potessero vederlo tutti coloro che
amano i lillà. Un secolo fa abitava in
questa casa un uomo che nutriva una
forte passione per il suo giardino. Da
giovane era stato un grande
viaggiatore, e non si dimenticava
mai di riportare indietro i semi di
strane piante del tutto sconosciute in
questi luoghi: la maggior parte
morirono, ma alcune attecchirono,
crebbero e prosperarono, e ora mi
fanno ombra all’ora del tè. Non
siamo a conoscenza della
sistemazione del giardino e della
composizione delle sue aiuole,
sappiamo solo che furono volute da
lui le undici aiuole intorno alla
meridiana, e che prediligeva in
modo particolare i lillà. Dobbiamo
ringraziarlo per la sorprendente
bellezza del giardino a maggio e
inizio giugno, poiché fu lui a
piantarli in grandi gruppi, a riempire
gli argini, ad ammassarli tra i pini e
gli abeti. Ovunque ci stesse un
cespuglio di lillà, lì lo inseriva; e
non di una varietà comune, ma
un’ottima scelta di bianchi e viola e
rosa e malva, e deve averli piantati
con particolare cura e discernimento
visto che ancora oggi prosperano qui
come null’altro, conservando vivo,
almeno nel mio cuore colmo di
gratitudine, il suo ricordo. Morì
vecchissimo, nella pace che presiede
le ultime ore di un uomo buono che
ha amato il suo giardino, e il suo
monumento funebre è in chiesa,
proprio dietro la nostra panca; e alle
lunghe lodi latine delle sue virtù ed
eminenza io aggiungo, nel passare lì
sotto la domenica, un caloroso
Amen. Chi non si unirebbe alle
preghiere per l’uomo cui devi i tuoi
lillà, i castagni spagnoli, i tulipani e
le querce piramidali? «Era un uomo
buono perché amava il suo giardino»
– è esattamente l’epitaffio che avrei
apposto al suo monumento, perché
spiega meglio di tante forbite latinità
il senso della sua natura buona.
Come potrebbe non essere buono un
uomo che ama un giardino – quel
filtro divino che ci spurga di tutta la
rozzezza lasciandoci, ogni volta che
vi mettiamo piede, più limpidi, più
puri e più innocui?

16 giugno. Ieri mattina mi sono


alzata alle tre e furtiva ho
attraversato corridoi echeggianti e
stanze oscure, fino alla porta sulla
veranda, ne ho aperto con mani
tremanti le serrature e sono uscita in
un mondo meraviglioso,
sconosciuto. Sono rimasta per
qualche minuto immobile sui
gradini, quasi spaventata dalla
impressionante purezza della natura
quando tutti i peccati e le brutture
dormono rinchiuse altrove, e lì fuori
non rimane altro se non la bellezza.
Era piuttosto chiaro, una luna
luminosa era sospesa nel grigio-
azzurro di un cielo senza nuvole; i
fiori, tutti desti, saturavano l’aria di
profumi, e un usignolo appollaiato
su un carpine lì vicino, cinguettava
rapito al giungere del sole. Di fronte
a me c’erano la meridiana, i roseti, il
mazzo di violette che avevo lasciato
cadere la sera prima sul sentiero, ma
come sembrava tutto strano, poco
familiare, direi quasi sacro – come
se Dio camminasse lì a prendere il
fresco. Scesi lungo il sentiero che
conduce al ruscello sul lato orientale
del giardino, strusciando le viole
piegate dalla rugiada, mentre le
speronelle alla mia destra e alla mia
sinistra levavano le punte celesti
verso il blu ferrigno del cielo, e gli
enormi papaveri sembravano
chiazze di sangue tra i grigi e gli
azzurri e il bianco perlaceo del
giorno nascente. Il ruscello è
costeggiato sul lato verso il giardino
da un lungo filare di betulle
argentate, e sull’altro da un campo
di segale che in polverose onde
grigie raggiungeva la porzione di
cielo già accesa da un solenne
bagliore. Sedetti sul tronco contorto
di una betulla, in parte caduto, e
attesi, i piedi nell’erba alta e le
pantofole fradice di rugiada.
Scorgevo tra gli alberi la casa con le
imposte ancora chiuse e le tende
tirate; tutti lì dentro si perdevano,
come io mi ero persa giorno dopo
giorno, la bellezza della natura a
quell’ora. In quel punto terminano
gli argini di viole e speronelle e,
voltando la testa per guardare un
gatto furtivo, sfregai il viso contro
un grappolo di fiori, quasi una
prima, fresca abluzione mattutina.
Era tutto straordinariamente
tranquillo, e l’usignolo sul carpine
dominava la scena mentre io sedevo
immobile osservando il bagliore a
oriente farsi più intenso;
straordinariamente tranquillo e
bellissimo perché si associa la luce
del giorno con le persone, le voci e
la confusione, e le corse avanti e
indietro, e lo squallore del dover
lavorare per nutrire il corpo, e
nutrire il corpo perché possa
lavorare per poi cibarlo di nuovo;
ma qui il mondo era ben sveglio
eppure soltanto per me, l’aria fresca
e pura soltanto per me, i profumi in
tutta la loro fragranza soltanto per
me, non un’anima viva ad ascoltare
l’usignolo con me, tra pochi istanti il
sole sarebbe sorto per scaldare solo
me, e nessuno, in nessun luogo,
pronunciava una singola parola
stonata, né compiva atti egoisti,
nulla poteva intaccare la benedetta
purezza del mondo che mi si
rivelava come Dio ce lo ha dato. Se
si credesse negli angeli, verrebbe da
pensare che ci amino di più quando
dormiamo, impossibilitati a
danneggiarci l’un l’altro; ed è una
benedizione che per qualche ora al
giorno si sia troppo stanchi per
continuare a essere scortesi. Le porte
si chiudono, le luci si spengono, e
anche la lingua più tagliente riposa,
e tutti noi, brontoloni e sgridati,
felici e infelici, padroni e schiavi,
giudici e colpevoli, torniamo
bambini, stanchi, e zittiti, e inermi, e
perdonati. E capisci la misericordia
del sonno, che per qualche ora ci
restituisce alla nostra prima
innocenza. Al risveglio poi, non
sono forse i nostri impulsi sempre
buoni? Non sappiamo tutti come,
anche nei momenti più infelici, i
primi pensieri dopo una notte di
sonno siano comunque sereni?
Reduci da bei sogni, ci svegliamo
sorridenti e ancora sorridiamo
quando ci sovvengono i problemi
che ci affliggono, prima di
riconoscerli con una stretta al cuore.
Il cielo era sgombro di nubi, e
presto vidi il sole sorgere rapido
dalla segale, una grande, nuda palla
rossa: il grigio del campo divenne
giallo, lunghe ombre si disegnarono
sull’erba e i fiori bagnati si
trasformarono in diamanti. D’un
tratto, mentre osservavo
quell’incredibile spettacolo
assaporando un’intensa felicità, la
certezza del dolore e della
sofferenza e della morte calò come
un nero sipario tra me e la bellezza
del mattino, e mi assalì anche un
altro pensiero, per affrontare il quale
occorre tutto il nostro coraggio – la
consapevolezza della tremenda
solitudine in cui ciascuno di noi vive
e muore. Spesso provo pietà e mi
commuovo di fronte alla nostra
disperazione, e agli accalorati sforzi
per confortarci. Con quale certosina
pazienza costruiamo teorie
consolatorie per proteggere, nei
tempi tristi, le nostre anime nude e
tremanti! Un elaborato meccanismo
che fatalmente si rifiuta di
funzionare al momento del bisogno.
Mi alzai e distolsi il viso dalla
luminosità indifferente,
insopportabile. Miriadi di piccoli
soli mi danzavano davanti agli occhi
mentre proseguivo lungo l’argine
del ruscello verso la panca intorno
alla quercia, dove sedetti un poco,
guardando il mattino da lì,
sorbendolo in lunghi sorsi,
determinata a non pensare a nulla, a
essere soltanto contenta. Sentivo il
forte profumo dell’erba appena
tagliata, rastrellata la sera prima in
mucchi che ora, umidi di rugiada,
scintillavano al sole. E laggiù, i
papaveri che già apparivano
accaldati, restituivano fieri le
fiamme al sole, barlumi di fuoco al
fuoco. Attraversai l’erba bagnata
fino all’amaca sotto il faggio sul
prato, e mi ci sdraiai per un po’,
cercando di dondolarmi al ritmo del
canto dell’usignolo; e poi passeggiai
intorno alla ghiacciaia per vedere
che aspetto aveva a quell’ora
l’angolo di Goethe; e infine scesi
alla pineta in fondo al giardino dove
la luce filtrava tra gli aghi verdi; e
ovunque aleggiava lo stesso mistero,
il vuoto, e la meraviglia. Quando
stettero per scoccare le quattro mi
diressi di nuovo verso casa, non
desiderando incontrare giardinieri
cui giustificare la mia ora di
silenzio, o, ancor peggio, la
vestaglia e le pantofole; raccolsi un
mazzo di rose e mi affrettai in casa,
e proprio mentre chiudevo la porta
attenta a non far rumore, terrorizzata
dall’idea di essere scambiata per un
ladro, sentii la prima annaffiatrice
cigolare dietro l’angolo. Ancora
spaventata salii furtiva in camera; mi
svegliai alle otto e quando vidi le
rose nel vaso sul comodino, mi
ricordai di che cosa era successo
come se si trattasse di anni prima.
Ho vissuto un’esperienza che non
dimenticherò presto, qualcosa di
molto prezioso e privato, vicino alla
mia anima; ho sentito quasi di aver
colto il mondo di sorpresa, di averlo
visto quando non sa di essere
osservato – come se mi fossi
moltissimo avvicinata all’essenza
stessa delle cose. La silente santità
di quell’ora sembra adesso ancora
più misteriosa, perché ieri, subito
dopo colazione, si è alzato il vento
da nord-ovest e non è più calato, e
guardando fuori dalla finestra non
riesco a credere che sia lo stesso
giardino: lo attraversano scurissimi
strati di nuvole, e vi infuriano brevi
ma arrabbiati temporali che ne
inzaccherano e tormentano gli
inermi abitanti, impossibilitati a
sradicarsi dal terreno e scappare a
mettersi in salvo, come sono sicura
anelino fare. Com’è scoraggiante per
una pianta fiera di aver appena
dischiuso i suoi fiori più teneri e
delicati, i fiori che ha sognato per
tutto l’inverno e per cui ha lavorato
sottoterra tanto alacremente durante
le fredde settimane della primavera,
vedere arrivare un dispettoso
acquazzone che in cinque minuti li
piega, li sbatte di qui e di là, li
ricopre di irrimediabili schizzi di
fango! Ogni aiuola è già piena di
vittime del temporale, e chi ne
scampa uno va giù al successivo;
dovrò dunque rassegnarmi all’idea,
immagino, di vedere distrutti tutti i
fiori che avevano raggiunto la
perfezione – incluse le corolle di
viole bianche che mi avevano lavato
il viso cent’anni fa – e attendere con
allegra speranza lo sviluppo della
generazione più giovane di boccioli
che gli scrosci non possono ancora
danneggiare.
Conosco queste tempeste.
Arrivano all’improvviso, sempre da
nord-ovest, e sono sempre gelide.
Devastano il giardino per un giorno
o due, mettendo a dura prova
d’estate la mia pazienza, e nelle altre
stagioni la mia pelle; tuttavia sono
preziose per la straordinaria
nitidezza della luce che le
accompagna, con il cielo di un
intenso azzurro freddo e le nuvole
un momento spaventosamente grigio
violacee e divinamente candide
quello successivo. Corrono urlando
come se le inseguissero con le fruste
diecimila diavoli, e negli intervalli
soleggiati mai nessuno degli umori
della natura uguaglia il terso
splendore dell’atmosfera, ogni
mollezza cancellata mentre foglie,
ramoscelli e quant’altro brillano
lucenti. Una tempesta da nord-ovest
non è beneducata; ci tratta non
meglio del giardino, ma con risultati
opposti, strofinandoci via con forza
la morbidezza dal viso: me ne rendo
conto guardando le bambine, ed
evito l’ulteriore prova del mio
riflesso nello specchio. Ma lì ribolle
la vita, una vita possente, intensa,
sferzante, e quando in ottobre dopo
settimane di tempo sereno la
tempesta di colpo si abbatte su di noi
in tutta la sua inclemenza, e il freddo
arriva in una folata, e gli alberi
vengono spogliati in un’ora, come è
tonificante la sensazione di trovarci
di fronte al primo alito d’inverno: è
finalmente ora di rimboccarci le
maniche, la stagione del lavoro,
della disciplina e della severità è
ormai giunta, la stagione severa che
ci obbliga a guardare in volto la
realtà, a mettere da parte sogni e
languori, e mostrare di quale stoffa
siamo fatti. Nessuno più di me ama
l’estate, il diletto tempo dei sogni;
tuttavia non ho alcun desiderio di
prolungarla scappando a sud
all’avvicinarsi dell’inverno e
defraudare l’anno di metà delle sue
lezioni. Baloccarsi tra le piante è
delizioso e istruttivo, ma è
imperativo per il corpo e per l’anima
che il baloccarsi cessi per qualche
mese, ed è giusto che ci venga
ricordato il lato più severo della vita.
Un lungo, duro inverno vissuto
dall’inizio alla fine senza tirarsi
indietro, è una delle esperienze più
salutari al mondo. Non ammette
perdite di tempo; non si può
indulgere in vapori e nei sentimenti
più sottili nel cuore dell’inverno
neppure a provarci con convinzione.
Il termometro scende a venticinque
gradi sotto zero, e scendi anche tu
con i piedi ben saldi a terra, a quello
stato elementare in cui ogni cosa è
grande – salute e malattia, gioia e
tristezza, estasi e disperazione. Ti
ricordi allora dei vicini più
sfortunati, e fai loro visita per
verificare che siano sufficientemente
ben armati di vitto e di calore per
affrontare la lunga battaglia; e
persino in casa tua ci si stringe più
che mai l’un l’altro. All’aperto fa
troppo freddo per passeggiare e così
corri, incredula di non essere più una
quindicenne; oppure indossi una
pelliccia, e ti metti a scorrazzare
sulla neve con la slitta, sicura di non
aver mai sentito una musica tanto
affascinante come il tintinnio dei
suoi campanelli; oppure indossi i
pattini e ti dirigi al lago dove hai
trascorso tante serate di giugno,
quando roseo rifletteva il bagliore
nordico e brulicava di una miriade di
pivieri e anatre selvagge, mentre ora
è del tutto silente, fatta eccezione
per il raschiare delle lame, e, non
fosse per il tuo calore e la tua
allegria, solitario. Né vorrei
perdermi il buio presto e il piacevole
tè davanti al caminetto acceso e le
lunghe serate tra i libri. È allora che
sono felice di non vivere in una
caverna, come confesso di
desiderare nei momenti in cui più mi
sento vicina alla natura; è allora che
mi sento capace di applicarmi alle
esortazioni dell’Uomo di Rabbia con
mente aperta; è allora che mi piace
sentire le urla del vento e che do il
mio assenso più caloroso, mentre mi
riscaldo i piedi davanti al fuoco, al
pensiero del poeta sulle benedizioni
di cui ogni cosa è colma.
Ma quale desolazione eguaglia
una tempesta gelida in piena estate?
Ho avuto freddo e mi sono
immalinconita, rinchiusa dietro i
vetri delle finestre su cui scorreva
una pioggia torrenziale, senza volere
accendere il caminetto, del tutto
inutile negli intervalli di sole
bruciante. Un paio di volte posai la
mano sul campanello pronta a
ordinare di accenderlo, ma poi scorsi
il sole spuntare ed era di nuovo
giugno, e piena di gioia mi lanciai
nel giardino lucente e gocciolante,
solo per scappare via cinque minuti
dopo a causa di uno scroscio ancora
più violento. Vagavo sconsolata
intorno alla mia colonna di libri,
cercandone uno che ben si prestasse
al compito di intrattenermi viste le
circostanze, ma parevano tutti un po’
tristi, riservati e impervi. Mi
sprofondai allora in una grande
poltrona, riflettendo che se i giorni
di pioggia si fossero susseguiti
sarebbe forse stato il caso di invitare
qualcuno di allegro a venire a
sedersi di fronte a me, in una di
quelle altre enormi poltrone che
apparivano gigantesche e vuote
come non mai. Quando l’Uomo di
Rabbia entrò per il tè, nuvole
gonfissime avevano oscurato il cielo
gettando la stanza nella penombra,
tanto che dovette scrutare a lungo
prima di scorgermi. Immagino che
lì, al buio, dovetti sembrargli
piuttosto solitaria, e più piccola del
solito seppellita nella capace
poltrona, poiché quando infine mi
scoprì il suo viso si allargò in un
sorriso esageratamente allegro.
«Bene, mia cara» fu la geniale
uscita, «fa davvero freddo».
«Sei entrato per dirmi questo?»
chiesi.
«Una tempesta del genere è molto
insolita d’estate» continuò; al che
non tentai neppure di ribattere.
«Non ti avevo visto. O meglio, ti
avevo visto ma è così buio che
credevo fossi un cuscino».
A nessuna donna piace essere
presa per un cuscino, così mi alzai e
incominciai a preparare il tè con un
contegno di gelida dignità.
«Temo che sarò obbligato a
rompere la mia promessa di non
invitare nessuno» disse,
osservandomi in volto mentre
parlava. Il mio cuore sobbalzò –
poca davvero è la costanza e la forza
di una donna. «Ma solo per una
sera». Il mio cuore affondò come di
piombo. «E ho appena ricevuto un
telegramma che ne annuncia l’arrivo
oggi stesso». Il mio cuore risalì con
un balzo allegro.
«Di chi si tratta?» mi informai. E
allora mi disse che era il meno
spiacevole dei candidati a sostituire
il nostro pastore, promosso in una
più alta posizione della Chiesa
Luterana; e la tempesta deve avermi
depresso davvero se la visita di un
pastore solingo mi dava piacere.
L’intera razza di pastori luterani mi è
poco affine – se per colpa loro o
mia, sarebbe poco conveniente dire
– e ora ci lascia il solo che
sinceramente rispetto, ammiro e
stimo. Ma è un caso unico nella sua
estrema devozione, perfetta
semplicità e vera umiltà, e sebbene
sapevo fosse improbabile che ne
avremmo trovato uno altrettanto
valido, mi disprezzai per l’ansia con
cui attendevo di vedere un volto
nuovo, non riuscivo a smettere di
sentirmi allegra. Com’è debole la
mente femminile, e quanto inattese
le conseguenze di due mesi di
completa solitudine suggellati da
quarantotto ore di tempesta.
Abbiamo ricevuto infinite
domande di lavoro durante le ultime
settimane; la prebenda è infatti
particolarmente consistente per
questa parte del paese, con un
reddito annuale di seimila marchi,
una buona casa e parecchi acri di
terra. L’Uomo di Rabbia è stato
turbato dalla difficoltà di scelta.
Secondo le lettere di
raccomandazione, erano tutti uomini
meravigliosi e predicatori
impareggiabili, ma a un’indagine più
accurata saltava sempre fuori
qualche magagna. Uno era troppo
vecchio, un altro troppo giovane; un
altro ancora aveva dodici bambini, e
la canonica ha soltanto posto per
otto; uno aveva una moglie bisbetica
e un altro era di tendenze liberali in
politica – ostacolo insormontabile;
uno era in difficoltà economiche
perché spendeva più di quanto
guadagnava e un altro non era
apprezzato dalla congregazione
perché lui e la moglie erano troppo
avari e non spendevano affatto. A
quel punto, spiegò l’Uomo di
Rabbia, era arrivato il momento in
cui o nominava subito qualcuno o
avrebbe perso il diritto di farlo, e
così si era deciso a scrivere al
pastore ora in arrivo, invitandolo a
casa per conoscerlo meglio e
interrogarlo sulla sua fede.
Quella sera, mentre sedevo ad
ascoltare la conversazione brillante
del minuto pastore, dimenticai ogni
tristezza e la disperata mezza
decisione di rompere il mio
giuramento di solitudine e riempire
la casa di frivolezze. Era molto
allegro, e tuttavia era difficile
vederne il perché considerando la
vita che conduceva, non dissimile
del resto da quella della grande
maggioranza del clero tedesco,
ricche prebende essendo rare qui
come altrove. Con piacevole
franchezza ci raccontò tutto su di sé,
di come viveva con un reddito di
duemila marchi con una moglie e sei
figli a carico, e di quali difficoltà
incontrava nel mantenere scarpe
decenti ai loro piedi. «Stilo di
continuo preventivi di spesa» ci
confidò, «ma il conto del calzolaio è
così esorbitante che manda i miei
sforzi tutti all’aria».
Sua moglie, neanche a dirlo, era
malata, ma già la figlia più grande,
una ragazzina di dieci anni, toglieva
molto lavoro dalle spalle della
madre, povera piccola. Parlava con
grande spontaneità, e disse nel modo
più semplice che se la scelta fosse
caduta su di lui l’avrebbe sollevato
da molte stringenti preoccupazioni;
decisi tra me che se così non fosse
stato, io e l’Uomo di Rabbia
saremmo stati all’istante due
estranei.
«Non l’hai mica tartassato con
domande sui principi?» chiesi,
attaccando subito l’Uomo di Rabbia
non appena uscì dal colloquio
privato con lui.
«Principi? Mia cara Elizabeth,
come può averne con quella
rendita?»
«Se non fosse un conservatore
lasceresti che ciò fosse d’intralcio, e
condanneresti quella povera
bambina a continuare ad assumersi
compiti altrui?»
«Mia cara Elizabeth» protestò,
«che cosa ha a che fare la mia
decisione su di lui con il condannare
dei bambini? Davvero non posso
essere governato dai sentimenti».
«Se non gli dai il posto …»
minacciai sventolandogli sotto il
naso un vibrante dito di monito, e
lui, indietreggiando, si mise a ridere.
Quando il pastore venne a
salutarmi per la buonanotte,
intendeva partire la mattina di
buon’ora, vidi subito dal suo volto
che tutto andava per il meglio. Si
chinò sulla mia mano, balbettando
parole di ringraziamento e promesse
di devozione e invocando di
benedizioni in tali quantità che
incominciai a sentirmi piuttosto
soddisfatta di me, come se avessi
compiuto un’azione virtuosa. Vidi lo
stesso sentimento riflesso sul volto
dell’Uomo di Rabbia, e considerai
allora che da parte nostra avevamo
soltanto assegnato il posto nel modo
più conveniente per noi, e dunque
non avevamo alcun motivo di
sentirci tanto benevolenti. Eppure,
ancora più tardi, mentre il candidato
vincitore sognava il suo reddito
triplicato e la felicità del ritorno a
casa l’indomani, l’eco della
soddisfazione non si era del tutto
spenta, e gongolavo dalla
contentezza di aver sollevato otto
persone dalle odiose preoccupazioni
che schiacciano la gioia di vivere dei
poveri dall’animo nobile. Sono
contenta che abbia tanti bambini, ce
ne saranno di più da rendere felici.
Quella piccola somma li renderà
ricchi, e senza dubbio permetterà
alla volonterosa ragazzina di
ritornare a più consone bambole e
grembiulini; e tutti avranno quello
che non hanno ancora avuto, una
certa quantità di quel dono senza
prezzo, del tempo libero – tempo
libero per sedersi e guardarsi dentro,
e chiedersi che cosa davvero
desiderano e davvero intendono fare
della loro vita. E questo, posso
osservare, è un processo salutare, del
tutto impossibile con cento sterline
all’anno da dividere in otto.
Ma mi domando se saranno
sufficientemente sensibili da
scoprire mai l’altro, meno piacevole
lato della vita, in genere colto
soltanto da chi ha moltissimo tempo
libero a disposizione. Le faccende
più umili sono certo tremende, e
precludono il meglio della vita, ma
finché si è occupati da mattino a sera
in attività pratiche, non si conosce il
fardello di paure, terrori e intuizioni
che assalgono colui che ha tempo di
pensare. Quando di mattina entro in
cucina e assegno le salsicce, non
penso ad altro. Il mio orizzonte ne è
delimitato, ogni facoltà assorbita, mi
avvolgono, e io sono con loro
escludendo il mondo intero. Non che
le ami; a differenza dell’effetto che
producono sulla maggior parte dei
miei connazionali, mi lasciano
singolarmente fredda; ma
incominciare la giornata con le
salsicce è uno dei miei doveri e ogni
mattina, per il breve periodo in cui
mi trovo in mezzo alle loro file
lucenti, osservando la mia Mamsell
che con destrezza toglie dal gancio
la più succulenta con uno strumento
simile a un alighiero, io sono
praticamente morta a ogni altra
considerazione in cielo o in terra.
Che cosa significano per me
l’Amore, la Vita, la Morte e tutti i
misteri? L’unica cosa che mi
preoccupa è la giusta distribuzione
delle salsicce ai domestici; e finché
non è conclusa, tutti i più insistenti
quesiti e i muti presentimenti
devono attendere. Se trascorressi le
giornate dedicandomi interamente a
tale lavoro, non avrei mai tempo di
pensare, e se non pensassi non
sentirei mai, e se non sentissi non
soffrirei né godrei rapita, e
probabilmente diventerei anch’io
qualcosa di molto simile a una
salsiccia, sebbene non per quello, ne
sono convinta, meno preziosa
all’Uomo di Rabbia. So che cosa
farei se fossi povera e nobile
d’animo – la nobiltà andrebbe nello
stesso posto delle altre -ità, tra cui
l’utilità, la rispettabilità e
l’imbecillità, e io siederei,
decisamente povera, con accanto un
vaso di gerani e in mano un pezzo di
pane e un libro. Concludo che se
facessi a meno delle cose che
erroneamente si ritengono necessarie
per il minimo decoro sarei in grado
di permettermi il geranio, perché li
vedo spesso alle finestre dei cottage
dove c’è molto poco altro; e se
preferissi indulgere in attività poco
dispendiose quali il pensare e il
leggere e il vagare nei campi alle
dubbiose gratificazioni che nascono
dal mantenere le apparenze (sempre
per abbagliare i vicini di casa, la cui
opinione mi lascerebbe indifferente),
immagino che mi rimarrebbe
abbastanza per comprare dei
ravanelli da mangiare con il pane; e
se il tempo fosse bello, e potessi
mangiarli sotto un albero, e dare a
un pettirosso alcune briciole in
cambio della sua allegria,
esisterebbe al mondo una creatura
più felice di me? So che la risposta è
no.
Luglio

1 luglio. Credo di poter affermare


che, dopo le rose, i piselli odorosi
siano i miei fiori preferiti. Nessuno,
tranne chi vuol essere originale a
tutti i costi, può negare l’assoluta
supremazia della rosa. Nulla la
insidia sul suo trono, e la sola
questione è decidere quali fiori si
preferiscano per secondi. Mi ci è
voluto un po’ a stabilirlo, sebbene in
fondo al cuore sapessi trattarsi dei
piselli odorosi; ogni estate quando
sbocciano per la prima volta, e in
tutte le occasioni in cui, girellando
per il giardino, mi imbatto in loro,
mormoro involontariamente, «Oh,
sì, siete voi i più dolci, cari, cari
piccoli fiori». Ed è una vittoria
importante, classificarsi dopo la rosa
nei gusti di una persona che ama il
suo giardino. Pensate su quali
bellezze trionfa: i gigli, gli iris, i
garofani, le violacciocche, i papaveri
fragili e delicati, le magnifiche
speronelle, il lucente nasturzio, le
fiere calendule, le soffici, fresche
violette. In questo preciso momento
una delle aiuole risplende della
piena fioritura di tutti loro, un
piccolo appezzamento irregolare di
terra fertile, lungo circa quindici
metri, che si chiude nella parte più
larga a est del sentiero lungo la
facciata a ponente della casa, e che
degrada sul retro fino a una parte
bassa e umida accanto a un
minuscolo ruscello, o meglio un filo
di acqua gocciolante dove, in un
angolo, sfavillante alla luce del sole,
ma con i piedi al fresco, si trova una
colonia di iris giapponesi; lì accanto,
più in alto sul pendio, gigli
Madonna, casti nell’aspetto e
voluttuosi nel profumo, e poi un
gruppo di malvarose nelle più
delicate sfumature del rosa, limone e
bianco, e alla loro destra e sinistra
bianche margherite e primule e quei
deliziosi papaveri di nome Shirley, e
un poco da una parte un gruppo di
delfinii azzurro metallico accanto a
un torreggiante lupino bianco, e
dentro e fuori e ovunque resede, e
viole, e garofani e una dozzina di
altre piante più piccole ma non
meno belle. Vorrei essere una
poetessa, per poterne descrivere con
maggior proprietà la bellezza,
soprattutto oggi pomeriggio che
ciascuno brilla al sole dopo la
pioggia; ma di tutti gli affascinanti,
delicati, profumati fiori qui presenti,
nessuno è per me paragonabile ai
piselli odorosi nell’angolo a nord-
ovest. Li ammanta un che di gentile
e tenero, di affettuoso nella loro
crescita arrendevole, tortuosa,
rampicante; e poi i lunghi steli dritti,
e i perfetti piccoli fiori alati in cima,
con la loro consistenza soffice e
perlacea e la meravigliosa varietà e
combinazione di colori – tutti puri,
tutti soddisfacenti, non uno brutto, e
neppure uno meno bello tra loro. In
casa, accanto a un vaso di porcellana
di rose, non esiste disposizione di
fiori migliore di un vaso, o una
brocca di Delfi, piena di fiori di
pisello. Quale massa di colore
lucente e insieme delicato! Con
quanta discrezione, nel momento in
cui apri la porta, ti accoglie il loro
profumo! E tu ti ci chini sopra, ci
affondi il viso, e li ami, e non riesci
ad allontanarti. Mi spiace
moltissimo per tutta la gente al
mondo che si perde tale sublime
piacere. Ma lo può provare chiunque
voglia aprire gli occhi e il cuore:
davvero, la maggior parte delle cose
che vale la pena avere sono a portata
di tutti. Chiunque scelga di fare una
passeggiata in campagna, o si
prenda la minima briga necessaria
ad arrivare sulla soglia di casa e da lì
guardarsi intorno, ne può godere: la
natura, che di continuo dona e
benedice, li riversa su di noi a
migliaia, a ogni passo del nostro
percorso. La vista dei primi pallidi
fiori che costellano il bosco ceduo;
un anemone sollevato contro il cielo
azzurro e il sole che filtra tra i petali;
la prima nevicata d’autunno; le
avvisaglie del disgelo in primavera; i
venti che infuriano e imperversano
soffiando via l’inverno e spazzando
negli angoli le foglie morte; il
profumo pungente emanato dai pini
quando – proprio come le more – il
sole li colpisce; la prima sera di
febbraio tanto serena da mostrare
come i giorni si stiano allungando,
con la striscia di cielo giallo pallido
dietro gli alberi neri dai rami
imperlati di pioggia; la fitta di
piacere con cui si comprende che
l’inverno sta per lasciare il posto alla
primavera; l’odore dei giovani larici
qualche settimana dopo; il mazzo di
primule che baci e baci ancora
perché sono perfette, divinamente
dolci, perché di tutti i baci al mondo
non ce ne sono di altrettanto squisiti
– chi mai avendo provato queste
gioie le baratterebbe, anche se in
cambio dovesse guadagnare il
mondo intero, con tutti quei
comignoli, e i mattoni, la polvere e
la tetraggine? E ben sappiamo che il
guadagno di un mondo non ha mai
ricompensato la perdita di un’anima.
Un giorno, passeggiando per il
giardino dell’Inspector con sua
moglie, che se ne prende cura, notai
con sorpresa che non aveva piselli
odorosi. Li chiamai Lathyrus
odoratus, e lei, masticando poco
latino, non capì. Poi li chiamai
wohlriechende Wicken, la resa
tedesca di quel che suona tanto
dolce in inglese, e lei mi rispose di
non averne mai sentito parlare.
L’idea che esistesse ancora un
giardino senza piselli odorosi, così
spontanei, così modesti, e così facili
da crescere, non mi era mai
sembrata possibile. Da quando ho
memoria, questi fiori riempiono le
mie estati; ricordo bene, nei giorni in
cui sedevo sul passeggino ed erano
tre volte più alti di me, una certa
siepe ondulata nel giardino dei miei
genitori, e come osservavo con
desiderio i fiori tanto oltre la mia
possibilità di raggiungerli,
inaccessibilmente proiettati nel
cielo. Quando divenni più grande ed
ebbi un piccolo giardino tutto per
me, comprai venti pfenning di semi,
e legai le piantine alla capanna dei
conigli, elemento principale del
paesaggio. Avevo piantato altri semi
in quel giardino, semi in cui avevo
investito tutti i miei risparmi e
intorno ai quali nutrivo fervide
speranze, ma i piselli odorosi furono
gli unici a spuntare. La stessa cosa
accadde la prima estate che arrivai
qui, la mia conoscenza di
giardinaggio non avendo nel
frattempo mantenuto il passo con gli
anni, e dei semi interrati quella
prima stagione, i piselli odorosi
furono i soli a darmi soddisfazione.
Dovrei dire che sono la pianta
migliore per gente con pochissimo
tempo e scarsa esperienza. Una
buona scelta di piselli odorosi è di
per sé sufficiente a rendere bello un
intero giardino e, praticamente senza
alcuna fatica, tranne il dolce lavoro
di spuntarne le cime per prolungarne
la fioritura, lo si può trasformare in
un recesso fatato di delicatezza e
raffinatezza. Tuttavia la Frau
Inspector non solo non ne aveva mai
sentito parlare, ma, quando gliene
mostrai un mazzo, non ne fu
minimamente colpita, e anzi mi
condusse nel suo giardino a vedere
le peonie di un rosso eccessivamente
volgare che crescono tra i suoi
cespugli di bacche, annunciando con
convinzione trattarsi dei suoi fiori
preferiti. Ero sul punto di
commentare come, in questi giorni
di bellissime peonie dalle chiare
tinte argentate simili a rose
gigantesche, sia assolutamente
vizioso tollerare che quelle odiose
rosse ci pervertano il gusto. Sono
convinta, volevo aggiungere, che se
una persona affacciandosi alla
finestra non vede altro che peonie
rosse, molto velocemente si ritroverà
con una distorta percezione di che
cos’è vera bellezza; e farebbe
meglio a visitare il mio giardino
ogni giorno durante il mese di
maggio, e curarsi alla vista delle mie
enormi e profumatissime peonie
rosa e azzurre; e alla fine della cura,
ne sono sicura, costui andrebbe a
casa e getterebbe le sue nella
spazzatura. Ma quale vantaggio ne
avrei tratto? Indicare la differenza
tra ciò che è bello e ciò che non lo è
a una Frau Inspector di quarant’anni
la cui attività principale è fare il
burro, è un’operazione quasi
sicuramente avara di buoni risultati;
inoltre, l’esperienza mi ha insegnato
che ogni qual volta mi ritrovi
qualcosa sulla punta della lingua la
cosa migliore da fare è lasciarla là.
Mi domando perché una donna
voglia sempre interferire.
È comunque un peccato che
questa signora sia tanto carente in
senso estetico, perché il suo giardino
è pieno di potenzialità. È esposto a
mezzogiorno, ombreggiato a nord,
est e ovest da costruzioni della
fattoria, ed è ricco di quei vecchi
alberi da frutta e ben stagionati
cespugli di uva spina che formano
un’ottima base per comporre un tipo
di giardino assolutamente delizioso,
il genere misto fiori-frutta-everdura.
Possiede, inoltre, un inestimabile
stagno viscido e pieno di rane, un
tesoro perpetuo di acqua
maleodorante, anelata dai fiori
assetati; e poi non abita nel mezzo di
una fattoria ricca di proprietà
fertilizzanti che solo richiedono un
secchio e una pala per essere
trasformate in rose? È triste vedere
come certe persone non sappiano
cogliere le loro opportunità.
Lo stagno, tra l’altro, è oggetto
del più vivo interesse da parte delle
bambine. L’olezzo non le turba e
amano la melma, ed è stato per
giorni e giorni il luogo dei loro
giochi prima dello sfortunato
incidente occorso a June: cadutaci
dentro, mi venne riportata indietro
che sembrava lei stessa una rana
verde e maculata, e solo allora rivelò
dov’era che avevano persuaso
Séraphine a lasciar loro trascorrere
le mattinate. Ne seguirono
preoccupazioni e lamenti, poiché ero
sicura che avessero tutte contratto la
febbre tifoide, e senza pietà le misi a
letto dopo aver loro somministrato,
come medicina preventiva, una
buona dose di olio di ricino – l’olio
del dolore, come lo chiama Carlyle.
Non serviva mandare a chiamare il
dottore perché qui vicino non
abitano dottori; un fatto che
semplifica la vita in maniera
sorprendente quando si hanno dei
bambini. Nel periodo in cui
risiedevamo in città il dottore
praticamente viveva con noi. Di
rado passava un giorno intero senza
che a una o all’altra delle Tre
spuntasse una pustola o, come
dicono i tedeschi in maniera
espressiva, un Pickel, e quale
genitore resisterebbe a mandare a
chiamare il dottore se ce n’è uno
dietro l’angolo? Ma i dottori sono
come le cattive abitudini – una volta
che te li sei scrollati di dosso scopri
quanto stai meglio senza; e, per
quanto riguarda le bambine, che
ormai vivono in giardino, per
mantenerle robuste è sempre stato
sufficiente metterle prontamente a
letto previa somministrazione del
suddetto semplice rimedio.
Ammetto di essermi spaventata
quando ho sentito dov’è che stavano
giocando, poiché quando il vento
soffia da quella parte, mi basta
sedere accanto alle aiuole di rose per
ricordarmi dell’esistenza dello
stagno; le ho tenute a letto per tre
giorni, attendendo con ansia i
sintomi, mentre continuava a
ronzarmi in testa l’orrenda storia
raccontatami, di un ragazzino
assalito dalla febbre tifoidea subito
dopo aver bevuto dell’acqua di seltz,
e poi deceduto: mi continuavo a
chiedere, con un ragionamento fine
insolito per una donna, se si muore
dopo l’acqua di seltz, che cosa può
succedere dopo lo stagno delle rane?
Ma non accadde loro nulla, se non
che diventarono chiassose,
producendosi in canti a squarciagola
e pretendendo più cena di quanto
ritenessi appropriata per delle
bambine sul punto di ammalarsi
pericolosamente; e così, dopo la
dovuta attesa, le autorizzai ad
alzarsi, vestirsi e riprendere le loro
abitudini, e da quel giorno a oggi
nessun sintomo è apparso. Dapprima
proibii nel modo più assoluto di
ritornare allo stagno, ma in seguito
ammorbidii la mia posizione, e ora
concedo loro di giocare in un
piccolo cimitero, in realtà
abbandonato, sul lato a occidente
quando il vento soffia da ovest;
almeno lì possono sentire le rane, e a
volte, se sono pazienti, riuscire a
vederle, cosa che le riempie di gioia.
Il cimitero è nel mezzo di un
gruppo di pini che, su quel lato,
affianca il giardino della Frau
Inspector, e non viene usato da
tempo immemore. La gente qui ama
essere seppellita nel cuore di un
bosco, sovente lontano dalla chiesa
cui appartiene perché, se ogni
villaggio ha il suo cimitero, tre o
quattro villaggi devono condividere
una chiesa; e davvero il bisogno di
chiese non è così urgente come
quello di tombe, visto che, se non
tutti frequentiamo la chiesa, nessuno
può evitare la morte né la sepoltura.
Non sempre questi piccoli cimiteri
sono nei pressi di un villaggio, e ti ci
puoi imbattere inaspettatamente
nelle tue scarrozzate per i boschi –
tratti di foresta recintata, vecchi
cancelli scardinati, sentieri verdi per
il lungo disuso, alberi mai potati che
gettano ombre nere e impenetrabili
sulle povere, miti, patetiche tombe.
Cerco talvolta, spingendo da parte le
erbacce, di decifrare gli epitaffi sulle
lapidi quasi mute; ma la loro voce è
soffocata da anni di vento, gelo e
neve, e poche lettere sparse sono
tutto ciò che riescono a pronunciare
– un’ultima balbettante protesta
contro l’oblio.
L’Uomo di Rabbia dice che tutte
le donne amano i cimiteri. Lui
predilige le affermazioni categoriche
ed è a volte curiosamente femminile
nella tendenza a desumere un
principio generale da un esempio
particolare. I piccoli cimiteri nella
foresta mi interessano e
commuovono perché sono solitari,
umili, trascurati e dimenticati, e
perché lunghi anni sono passati da
quando videro qualcuno piangere
sulle tombe. Nessuno soffre oggi per
il marito, il padre, o il fratello sepolti
qui; l’ultima lacrima mai versata per
loro si è asciugata anni e anni fa –
probabilmente prima ancora di
raggiungere il cancello d’uscita – e
nessuno più ne sente la mancanza.
Amore e dolore sembrano essere
fiori di civiltà, che sbocciano più
sovente laddove la vita ha più ampi
margini di tempo e di agio. I bisogni
primari richiedono di essere
appagati per primi; ma se per
ottenere i mezzi per soddisfarli si
deve lavorare senza posa da mane a
sera, chi troverà il tempo di sedersi a
piangere? Spesso accompagno le
bambine all’appezzamento recintato
vicino allo stagno della Frau
Inspector, e mi sembra naturale
vederle giocare lì, almeno quanto
vedere le farfalle rincorrersi
indisturbate tra le ombre. Il luogo,
poi, ha su di loro un effetto
calmante, si tranquillizzano non
appena ci avviciniamo, e nei
pomeriggi caldi si siedono quasi in
silenzio il più possibile vicino allo
stagno, contente di osservare la
casuale comparsa di una rana mentre
insieme discutiamo di angeli.
Quando siamo lì, gli angeli
diventano il loro argomento di
conversazione preferito. Proprio
come io ho tempi e luoghi speciali
per certi libri, loro sembrano avere
tempi e luoghi speciali per certi
argomenti. La prima volta che ci
siamo andate mi hanno chiesto che
cosa erano i tumuli, e con una serie
di sagaci domande riuscirono a
estrarmi l’informazione che le
persone lì seppellite erano ora degli
angeli (non sono una specialista, e
devo rifugiarmi nel ripetere loro ciò
che mi è stato detto da piccola), e da
allora si rifiutano di chiamarlo
camposanto e l’hanno ribattezzato
campoangelo, e hanno preso a
discutere di angeli in tutte le guise, a
volte con mia grande confusione.
«Ma che cosa sono gli angeli,
mamma?» mi ha chiesto June questo
pomeriggio, alquanto
sconclusionatamente dopo aver
assistito a giorni e giorni di
discussioni sul tema.
«Che bambina sciocca!» esclamò
April, voltandosi a guardarla con
disprezzo. «Non lo sai che sono
fanciulli del lieber Gott?»
Fui io a protestare a questo punto
di non aver mai detto niente del
genere. Rispondo alle loro domande
al meglio delle mie capacità e
quanto più coscienziosamente posso,
e poi, quando le sento parlare tra
loro dopo, immancabilmente
rimango stupita dall’impressione che
ne hanno ricevuto. Vivono in un
mondo di idee tutte loro a proposito
del cielo e degli angeli, e, per quanto
posso discernere, credono che
l’Essere che chiamano lieber Gott
pervada il giardino, e coincida, tra le
altre cose, con la luce del sole e
l’aria di una bella giornata. Non
sono responsabile di certe
sciocchezze, e neppure, ne sono
sicura, Séraphine, e ancora meno
colei che la precedette, Miss Jones,
donna dalle vedute estremamente
pragmatiche; tuttavia se, nelle
mattine di sole, scendendo mi
dimentico di spalancare subito le
finestre della biblioteca, April mi
corre incontro e con un’aria
preoccupatissima dipinta in volto,
geme: «Mamma, perché non apri le
finestre e non lasci entrare lieber
Gott?»
Se fossero meno rosee e affamate,
o se io fossi meno prosaica, potrei
nutrire il triste presentimento che
tale acuto interesse nelle cose e negli
esseri celesti sia profetico di breve
vita; nei libri, lo sappiamo, i
bambini molto addentro certi
argomenti invariabilmente muoiono,
dopo aver dispensato una quantità di
consigli ai loro riverenti genitori.
Per fortuna tali creature sono
confinate alla letteratura, e le mie
bambine non hanno nulla del
predicatore in erba – certo una
scomodissima forma di infante. In
effetti, noto che nelle loro
conversazioni prevale un salutare
spirito di contraddizione, e questo
pomeriggio, dopo aver accettato la
definizione di angeli data da April
con apparente riverenza, June ha
dato una scossa alle altre due
(sempre più docili e ortodosse)
informandole di sperare di non
dover andare in paradiso. Mi finsi
profondamente assorta nel mio libro;
April e May sedevano sull’erba
cucendo («lavorar d’ago» dicono
loro) pezze di lana dall’aspetto
tremendo per il compleanno di
Séraphine, e June, pigramente
appoggiata al tronco di un albero,
ciondolava tutt’intorno una bambola
senza testa reggendola per l’unica
gamba che le rimaneva, i calcagni
ben affondati in terra, la cuffietta
parasole chissà dove, e tutti i nodi
dei suoi capelli biondi che le
ricadevano sul faccino lurido e
bruciato dal sole.
«No» ripeté fermamente, gli occhi
fissi sui volti sorpresi delle sorelle,
«non voglio. Lì non c’è nulla con
cui le bambine possano giocare».
«Nulla con cui giocare?»
esclamarono le altre due in un fiato,
e posando svelte il lavoro di cucito
corsero entrambe verso di me.
«Mamma, hai sentito? June dice
di non voler andare nell’Himmel!»
urlò April, scandalizzata.
«Dice che lì non c’è niente con
cui giocare» esclamò May senza
fiato; e poi aggiunsero all’unisono,
come se il problema fosse stato da
loro sviscerato e risolto da tempo,
«ma può giocare a palla con tutte le
Sternleins se vuole!»
L’idea di June che scorrazza per il
firmamento scagliando stelle
tutt’intorno come fossero palle da
tennis mi diede brividi di terrore
cosmico.
«Ma se continui a rompere tutte le
tue bambole» aggiunse April
voltandosi severamente verso June,
buttando l’occhio sui resti distorti
che aveva in mano, «non credo che
lieber Gott ti lascerà neppure
entrare. Quando sarai grande e avrai
minuscole June – vere e vive –
finirai per rompere anche loro, e
lieber Gott non ama le mamme che
rompono le loro bambine».
«Ma io devo rompere le mie
bambole» esclamò indignata June,
punta sul vivo da quella che
evidentemente considerava
un’ingiustizia celeste; «lieber Gott
mi ha fatto così, e dunque non ne
posso fare a meno, vero mamma?»
In queste occasioni tengo gli
occhi fissi sul libro, e assumo
un’aria di profonda concentrazione;
e davvero, è l’unico modo per
mantenermi fuori da dispute
teologiche in cui verrei
irrimediabilmente sopraffatta.

15 luglio. Ieri, siccome era un


pomeriggio fresco e ventoso e non
era così piacevole baloccarsi in
giardino, pensai di andare al
villaggio e vedere come se la
passavano i nostri contadini. La
filantropia è in me, come in molte
persone, che però non lo dicono,
intermittente e mi coglie come un
raffreddore ogni volta che l’aria
rinfresca. Nei giorni caldi il mio
bernoccolo di benevolenza si
scioglie completamente e, in
proporzione, cresce man mano che il
termometro scende. Quando il vento
soffia da est è di dimensioni
decorose, e a gennaio, in mezzo alla
tormenta, lo vede chiaramente
l’osservatore più casuale. Per
qualche settimana, diciamo fino alla
fine di febbraio, posso tenere alta la
testa e guardare dritto negli occhi il
mio pastore, ma durante l’estate, se
lo vedo arrivare il mio modo di
progredire per cambiare strada è
descritto con perfetta accuratezza
dal verbo «svicolare».
Il villaggio consiste di una strada
che corre parallela alle costruzioni
esterne della fattoria. I cottage sono
su un piano solo, ciascuno con
stanze per quattro famiglie – due sul
davanti, affacciate sul muro del
cortile della fattoria, che è il lato più
ambito, e due sul retro, affacciate su
niente di più stimolante dei porcili.
Ogni famiglia ha diritto a una
camera e a una sorta di dispensa, e
divide la cucina con la famiglia sul
lato opposto dell’ingresso; ma le
donne preferiscono usare la graticola
del caminetto in camera anziché
esporre il contenuto delle pentole
agli acidi commenti del vicinato. Sul
lato ambito c’è un piccolo
giardinetto recintato per ogni
famiglia, dove il pollame zampetta
pensoso e medita sotto i fagioli di
Spagna (un po’ come me nel mio
giardino), le malvarose torreggiano
sulla biancheria stesa ad asciugare, e
vi è riposta la legna, rubata dai
nostri boschi, per l’uso invernale;
ma sull’altro lato si esce
direttamente sulla stia e sui cumuli
di letame.
La strada non aveva un aspetto
molto invitante ieri, con le nuvole
basse e il vento che mi soffiava in
faccia granelli di polvere e bruscoli
di paglia impedendomi di godere
della consolante veduta di campi
verdi e di pinete all’altra estremità;
ma non andavo al villaggio ormai da
troppo tempo – l’estate era stata così
bella – e da tutta la mattina qualcosa
dentro di me ripeteva aggressiva,
“Elizabeth non lo sai che ti
aspettano? Perché non vai? Quando
vai? Non credi che dovresti proprio
andare? Non senti un dovere
morale? Forza Elizabeth, vai”.
Strano effetto del cielo grigio e del
vento freddo! Immagino che di
fronte a una calda giornata di sole la
coscienza non mi avrebbe rimorso
affatto. Combattemmo un poco, e
ovviamente me le presi, come risultò
evidente dall’immediato gonfiarsi
del bernoccolo cui alludevo prima;
infine cedetti, e alle due del
pomeriggio alzavo il chiavistello
della prima porta e chiedevo alla
donna che ci abitava dietro che cosa
avesse preparato a pranzo per la sua
famiglia. Questa, mi istruì la Frau
Inspector nel primo giro compiuto
insieme, è la domanda che le donne
si aspettano; ed è ancora meglio se ti
spingi a esaminare e annusare quel
che resta in pentola, a dimostrazione
di quanto apprezzi l’intingolo.
Dapprima ero restia, ma ora, vista la
sollecitudine con cui rispondono e la
gratificazione che ne illumina il
volto, non manco mai di seguire
l’intera trafila. Questa donna, moglie
di uno degli uomini che accudiscono
le mucche, è arrivata a
quell’invidiabile stadio
dell’esistenza in cui le figlie, tutte
cresimate, escono a lavorare,
lasciandola in relativa pace e dignità
in una linda stanza vuota. I bambini
vanno a scuola, poi, all’età di
quattordici anni, vengono cresimati
e, ormai considerati adulti,
incominciano a lavorare; e ieri le sue
tre ragazzone erano tutte nei campi a
mietere. La madre ha un viso furbo e
vivace, e tutto intorno a lei è pulito e
confortevole. Il pavimento era stato
appena spazzato, le tazze, i piattini e
i cucchiaini brillavano da dietro i
vetri della credenza, e i due letti, uno
per sé e il marito e l’altro per le tre
figlie, erano i più gonfi che avessi
mai visto. L’imbottitura dei letti di
piume, mi dice la Frau Inspector, è
la principale fonte di considerazione
per una donna da parte delle vicine.
Colei che riesce a toccare il soffitto
diventa il personaggio principale
della comunità, e un letto piatto è
una disgrazia sociale. Resta per me
un mistero, a vedere le dimensioni
ridotte dei loro capezzali, come
riescano a dormirci dentro tante
persone. Non sono più larghi di un
letto singolo, tuttavia padre, madre e
spesso un bambino ci dormono
comodi, con tre o quattro bambini in
un altro letto nel lato opposto della
stanza. Senza dubbio la spiegazione
è che loro non sanno che cosa siano
i nervi, e che cosa significhi l’essere
svegliati dal minimo rumore o
movimento in camera e rimanere
svegli per ore, spesso l’intera notte,
totalmente incapaci di
riaddormentarsi, scrutando l’oscurità
con occhi che rifiutano di chiudersi.
Nervi d’acciaio e scarsa sensibilità –
quali inestimabili benedizioni per
questa povera gente! E non hanno
mai sentito parlare né degli uni né
dell’altra!
Rimasi un poco a parlare, non
invitata a sedermi – nessuno di loro
avrebbe osato prendersi una libertà
tanto grande –, a sentirmi raccontare
del pranzo a base di patate e
pancetta, del matrimonio della figlia
più grande, Bertha, fissato per il
giorno di San Michele, e di come il
suo bambino stesse ben superando lo
spuntare dei dentini.
«Il suo bambino?» feci eco, «ho
sentito bene?»
La donna andò verso uno dei letti,
sollevò un angolo dell’enorme
piumone, e lì, in carne e ossa,
dormiva placidamente un bimbo
paffuto, non meno simile a un
cherubino del più legittimo dei suoi
coetanei.
«E lui la sposerà il giorno di San
Michele?» chiesi, guardando la
nonna quanto più severamente potei.
«Oh sì» rispose, «è un bravo
giovanotto, e guadagna diciotto
marchi alla settimana. Vivranno
bene».
«Mi dispiace» dissi, «che il
bambino non sia venuto al mondo
dopo il giorno di San Michele
anziché prima. Non vede lei stessa
come sia stato commesso un
peccato?»
Lei mi guardò per un momento
perplessa, poi abbassò gli occhi e
ricoprì con cura il cherubino.
«Vivranno bene» ripeté, vedendo
che mi aspettavo una risposta;
«guadagna diciotto marchi la
settimana».
Che altro rimaneva da dire? Se le
avessi detto che sua figlia era una
terribile peccatrice si sarebbe forse
sentita per un attimo a disagio, ma
non appena me ne fossi andata
avrebbe visto da sé, con quei suoi
occhi svegli, che la mia accusa non
cambiava le cose: il bambino era lì,
con le fossette e pieno di salute, sua
figlia sposava un buon partito,
nessuno del suo mondo ci vedeva
niente di strano, e del resto tutte le
giovani coppie del vicinato
seguivano tale prassi
prematrimoniale.
L’anima sensibile del nostro
pastore è turbata nel profondo da
tale usanza. Lui predica, lamenta,
denuncia, implora e loro ascoltano
con stolidi visi impassibili e la bocca
aperta e tornano al lavoro quotidiano
tra gli amici e i conoscenti, senza
alcun sentimento di vergogna,
perché così è per tutti, e l’opinione
pubblica, la sola forza che potrebbe
porre freno a un certo andazzo, è
dalla loro parte. Il pastore osserva
con indicibile tristezza la futilità dei
suoi sforzi; ma il materiale è
complessivamente troppo rozzo
perché le sue dita delicate riescano a
manipolarlo.
«Poveretti» dissi un giorno, in
risposta a uno scoppio di
indignazione da parte sua, dopo aver
celebrato in tutta fretta il matrimonio
di una delle nostre domestiche, «mi
dispiace per loro. Finiscono per
essere sempre sgridati nel giorno del
loro matrimonio. Dopo tutto, che
cosa ne sanno questi ragazzi – così
ignoranti, incapaci di autocontrollo,
guidati da un istinto animale – delle
convenzioni sociali? Conoscono e
seguono soltanto la natura, e io dal
profondo del cuore li perdonerei
tutti».
«Commettono peccato» disse
brevemente.
«Allora il perdono è sicuro».
«No, se non lo cercano».
Rimasi in silenzio. Desideravo
rispondere che credevo sarebbero
stati assolti nonostante se stessi, il
perdono sarebbe arrivato che lo
cercassero o meno, e non si possono
mettere limiti alla provvidenza
divina; ma chi può discutere con un
pastore? Se costoro non cercano il
perdono è perché nemmeno li sfiora
l’idea che ne abbiano bisogno. Il
pastore predica diversamente, è
vero, ma lo considerano una persona
costretta dalla professione a
sostenere certe cose, e sono
abbastanza intelligenti da vedere che
le nefaste conseguenze del loro
peccato, predette da lui con possente
eloquenza, non si verificano in
nessun modo. La ragazza non langue
e non muore abbandonata dal suo
traditore, perché il traditore è un
valente giovanotto che la sposa non
appena gli è possibile; nessun dito di
scorno viene puntato su chi cade nel
peccato, perché tutte le dita del
vicinato sono attaccate a mani di
persone che hanno iniziato la loro
vita esattamente nello stesso modo;
e per quanto riguarda quel
problematico Giorno del Giudizio di
cui sentono tanto parlare la
domenica, forse ritengono che
potrebbe anche essere una delle cose
che dopo tutto non accadono.
Il domestico che era stato sposato
e sgridato quella mattina era un
giovanotto di vent’anni, e aveva
conosciuto la moglie, appena
diciassettenne, nella casa dove
lavorava prima di venire da noi. La
ragazza era una cameriera, e doveva
essere carina, ma della sua bellezza
non rimaneva traccia, a eccezione
degli occhi molto espressivi, nel
visino ansioso che vidi per la prima
volta immediatamente dopo la
cerimonia, e subito prima che il
pastore, stanco e nervoso venisse a
lamentarsi della cosa. Non sapevo
della sua esistenza fino a dieci giorni
fa, quando il giovanotto mi
comparve davanti in lacrime, e
senza spiccicare parola mi mostrò
una lettera in cui la ragazza,
incapace di sopportare la vita che le
si prospettava, meditava il suicidio.
Il poveretto era confuso: non aveva
risparmi sufficienti per comprare dei
mobili e mettere su casa, e, dopo
tanti mesi senza impiego, ora
neppure lei aveva un soldo. Non
sapeva trovare una soluzione, non
aveva proposte da fare, né scuse da
porgere, stava lì inerme a piangere.
Andai dall’Uomo di Rabbia, e
ragionammo insieme. «Non
vogliamo un altro domestico
sposato» disse.
«Certo che no» dissi io.
«E non ci sono stanze vuote nel
villaggio».
«No, nemmeno una».
«E come possiamo dargli dei
mobili? Non è leale verso gli altri
lavoranti che aspettano a farsi una
famiglia finché non riescono a
comprarseli».
«No, non è certo leale».
Seguì una pausa.
«È un bravo ragazzo» mormorai.
«Un bravissimo ragazzo».
«E lei sarà completamente
rovinata a meno che qualcuno…»
«Ecco che cosa possiamo fare
Elizabeth» mi interruppe;
«acquistiamo il minimo necessario e
glielo diamo a condizione che lo
ricompri gradualmente a piccole rate
mensili».
«Ma certo».
«E mi sembra rimanga una stanza
vuota sopra le stalle».
«Ma certo».
«Può procurasi in città i mobili di
cui ha bisogno, ritornare qui con la
ragazza e sposarla subito. Prima lo
fa, meglio è, povera ragazza».
E così in capo a due settimane
convolarono a giuste nozze, e
vennero a salutarmi: lui, fiero e
felice, si teneva ben eretto, lei in
nessun modo ancora ripresasi dallo
shock e dall’infelicità degli ultimi
mesi, mi guardava con occhi
diventati troppo grandi per il suo
viso, occhi in cui ancora si scorgeva
il terrore che l’aveva colta nella città
in cui si era nascosta, dove le dita di
scorno non sarebbero mancate, e la
crassa derisione, e la completa
vergogna, oltre al fardello di
un’infelice gioventù piena di stenti.
Stavano lì, mano nella mano, lei
in un decoroso abito nero, ed
entrambi indossavano corti guanti
bianchi che si rifiutavano di
nascondere le screpolate mani rosse;
avevano un’aria esageratamente
giovane, e tutta la storia era così
sconsiderata che non riuscii a
profferire nemmeno una parola di
biasimo mentre li guardavo ridere e
piangere. Avrei dovuto rimproverarli
per aver agito da peccatori
scriteriati; avrei dovuto ricordare
loro l’incredibile buona sorte grazie
alla quale erano scampati alla giusta
punizione per la loro stoltezza, e
invece mi ritrovai ad allungare mani
che vennero subito afferrate e
baciate, e a dire con un allegro
sorriso: «Nun Kinder, liebt Euch,
und seid brav». Li congedai e poi
arrivò il pastore, febbricitante per
quest’ultimo esempio di peccato
mortale, mentre io, con il carente
senso morale che spesso
contraddistingue il genere
femminile, pensavo solo
preoccupata a quanto erano giovani.
Il bambino nacque tre giorni dopo, e
quasi perdemmo la madre; ma era
una ragazza di campagna, combatté
e vinse, e presto ridiventò giovane
nel calore della rispettabilità
matrimoniale. L’ho incontrata l’altro
giorno mentre passeggiava al sole
con il piccolo, e teneva la testa alta
come se a casa l’aspettasse un’intera
fila di letti di piume, alti fino al
soffitto.
Nella stanza successiva, una
vecchia giaceva a letto con la testa
fasciata. La camera era piuttosto
spoglia – altrimenti sarebbe stata più
in disordine –, triste e trascurata, e
alcuni piatti sporchi, a suggerire
pranzi antichi, erano impilati sulla
tavola.
«Oh, che emicrania!» gemette la
donna quando mi vide, muovendo la
testa da un lato e dall’altro sul
cuscino. Notai che non era svestita,
si era infilata sotto il piumone così
com’era. Le andai accanto e le sentii
il polso – un battito regolare,
neanche una linea di febbre.
«Si è sempre in mezzo alla
corrente…» si lamentò quando vide
che avevo lasciato la porta aperta.
«Un po’ d’aria la farà sentire
meglio» dissi; l’atmosfera nella
stanza chiusa era così pesante che
anche a me incominciavano a
pulsare le tempie.
«Oh, oh!» gemette, visibilmente
indignata all’essere obbligata per un
momento a respirare la pura aria
estiva.
«Ho una medicina a casa che la
rimetterà in sesto» dissi, «ma
purtroppo oggi nessuno può
portargliela. Se più tardi dovesse
sentirsi meglio, venga a prenderla.
Me ne giovo sempre quando ho il
mal di testa» – (“Ma come,
Elizabeth, tu sai che non ne soffri
affatto” sussurrò la mia coscienza,
sgomenta. “Stai zitta” ribattei piano,
“hai già fatto abbastanza per oggi”)
– «e ho anche dell’uva da darvi,
dunque cercate di venire».
«Oh, non riesco a muovermi»
gemette la vecchia, «oh, oh, oh!»
Ma me ne andai ridendo, perché
sapevo che sarebbe puntualmente
comparsa a prendere la frutta, e una
passeggiata all’aria aperta era tutto
ciò di cui aveva bisogno.
È incredibile come al villaggio
temano l’aria fresca! Pochi giorni fa
è morta una bambina, uccisa, ne
sono convinta, da un eccessivo
amore materno, una forma di
protezione tanto esagerata da non
permettere a un alito d’aria di
sfiorarla. La madre era la moglie del
custode, una donna gentile ma
fiacca, con due stanze a sua
disposizione, ma che preferisce
vivere e dormire in una sola insieme
ai quattro figli, e utilizzare l’altra
esclusivamente per i battesimi e i
funerali, che a mio avviso hanno
luogo nella sua famiglia con una
frequenza non necessaria. La piccola
era nata lo scorso settembre in un
periodo di giorni dorati e cieli
tranquilli, e quando ebbe circa tre
settimane le suggerii, finché durava
il bel tempo, di portarla fuori ogni
giorno. Lei mi ricordò che non era
stata ancora battezzata, e
sovvenendomi che è usanza tra la
sua gente che madre e bambino
rimangano chiusi in casa e invisibili
fin dopo il battesimo, non dissi più
nulla. Tre settimane dopo fui la sua
madrina, e venne accompagnata
sana e salva dentro le porte della
chiesa. Nel congedarmi, commentai
che ora sarebbe stata in grado di
portarla a passeggio quanto voleva.
Il marzo seguente, un giorno che
profumava di violette, la incontrai
davanti a casa. Le chiesi della
bambina, e lei iniziò a piangere.
«Non cresce» piangeva, «ha le
braccia più piccole delle mie dita».
«La tenga al sole più che può»
dissi, «è il tempo giusto per
rafforzare una bambina debole».
«Oh, ho tanta paura che possa
prendere un raffreddore» gemette, il
viso sepolto in quello che era un
tempo un fazzoletto.
«Quando è uscita per l’ultima
volta?»
«Oh…» si fermò per soffiarsi il
naso, con forza e con superflua
accuratezza. Attesi finché ebbe
finito e ripetei la domanda.
«Oh…» un nuovo rigurgito di
lacrime, e un rinnovato
scrupolosissimo soffiar di naso.
Incominciai a sospettare che la
mia domanda, posta con
noncuranza, fosse più importante di
quanto avessi pensato, e la ripetei
ancora una volta.
«Non… posso p-portarla fuori»
singhiozzò, «… ne morirebbe».
«Ma allora non è mai uscita?»
Scosse la testa.
«Non da quando è nata? Sei mesi
fa?»
Scosse la testa.
«Povera piccola!» esclamai; e
davvero dal profondo del cuore
compatii la bimbetta, che moriva
soffocata da un mucchio di piume,
in una stanza calda, con quattro
persone ad assorbire tutta l’aria a
disposizione. «Temo» dissi, «che se
non respira subito dell’aria fresca
non vivrà. Mi domando che cosa
succederebbe alle mie bambine se le
tenessi al chiuso giorno e notte per
sei mesi. Vede bene come stiano
fuori tutto il giorno e godano di
ottima salute».
«Loro sono forti» disse dolente
tirando su col naso, «lo sopportano
bene».
Quel modo di guardare alla cosa
mi confuse, e me ne andai, dopo
averla pregata ancora una volta di
portarla un po’ fuori. Lei
semplicemente considerò il
consiglio brutale, e la sentii soffiarsi
il naso lungo tutto il vialetto
d’accesso. A giugno, il padre mi
disse che desideravano vedere un
dottore; la bambina dimagriva di
giorno in giorno nonostante tutto il
cibo che prendeva. Mandammo a
chiamare un pediatra nella città più
vicina, e andai da loro a sentire la
diagnosi. Non riscontrò nessuna vera
malattia, solo un’insolita debolezza.
Ordinò biberon a intervalli regolari
invece della serie ininterrotta che le
somministravano, e aria fresca.
Chiese se sudava sempre così tanto,
e lui stesso le tolse il piumone.
All’inizio di luglio morì, e la sua
prima uscita fu verso il cimitero
nella pineta a tre miglia di distanza.
«L’ho curata moltissimo» gemeva
la madre, quando andai a cercare di
consolarla dopo il funerale; «non
sarebbe mai vissuta così a lungo se
non l’avessi curata tanto».
«E le prescrizioni del dottore non
servirono a nulla?» mi azzardai a
chiedere, con tanta delicatezza
quanta potei.
«Oh, non l’ho portata fuori…
come avrei potuto… sarebbe morta
all’istante… almeno l’ho tenuta viva
fino a ora». Gettò le braccia sul
tavolo, e seppellendoci dentro la
testa pianse amaramente.
Un muro di ignoranza e di
pregiudizio ci separa dalla gente del
luogo, un muro inamovibile quasi
fosse di vera pietra, contro cui si
infrange ogni nostro tentativo di
offrire aiuto. Come il pastore di
questioni morali, così io posso
parlare fino a perdere la voce sul
tema della salute, senza per questo
mai lasciare il minimo segno.
Quando le situazioni peggiorano si
chiama il dottore, lui dà istruzioni,
prescrive medicine, ma, tranne in
rarissimi casi, non viene ascoltato.
L’ordine di lavare un paziente e di
aprire le finestre della sua stanza
viene automaticamente ignorato:
l’intero villaggio si solleverebbe se,
in seguito, la malattia si concludesse
con la morte, e si accuserebbero i
parenti di omicidio. Immagino che
considerino noi e i nostri simili di là
dal muro come persone dalle idee
bizzarre che non danneggiano i
propri bambini solo perché vengono
nutriti in quantità esclusivamente
possibili ai ricchi. Per loro, la
felicità corrisponde al cibo, e
ritengono che chiunque aspiri a
mangiare tanto quanto può
permettersi di comprare. Alcuni
hanno conosciuto la fame, e nella
loro esperienza cibo e forza sono
sinonimi – più cibo ingurgiti, più
t’irrobustisci; e chi ogni giorno si
alimenta di carne arrosto (oh,
ineffabile felicità!) può sopportare
una quantità di lavaggi e di uscite
che per loro sarebbe fatale. Ma è
inutile cercare di scoprire che cosa
pensino davvero. Immagino di
capire, ma in effetti capisco ben
poco. Non ho alcuna reale
concezione del loro atteggiamento
verso la vita, e a me non resta che
essere gentile quando si trovano nei
guai, e dispensare del buon cibo
quanto più spesso mi è possibile.
Preoccupata dalla confusione
intorno alle povere donne nel
momento del parto, chiesi all’Uomo
di Rabbia di procurare una
sistemazione che assicurasse loro un
po’ di tranquillità. Destinò un
piccolo cottage in fondo alla strada
come ricovero nel periodo del
puerperio, e io l’ammobiliai,
rendendolo luminoso e accogliente.
Assumemmo un’infermiera fissa, ed
ero sicura che la nostra iniziativa
avrebbe rappresentato per loro una
vera benedizione e un gran conforto.
Bene, non un solo bambino è nato in
quel cottage, perché nessuna donna
ha acconsentito di lasciarcisi
accompagnare. Alla fine di un anno
si dovette riaffittarlo alle famiglie e
licenziare l’infermiera.
«Perché non vogliono andarci?»
chiesi perplessa alla Frau Inspector.
Si strinse nelle spalle. «Preferiscono
avere intorno i mariti e gli altri figli»
disse, «e temono che lontano da casa
si possa far loro qualcosa di strano –
esser lavate troppo spesso, per
esempio. Vossignoria non riuscirà
mai a convincerle». «Vossignoria ci
rinuncia» mormorai.
Nell’aprire la porta successiva
rimasi sconcertata dall’affollamento
della stanza. Una donna stava in
piedi nel mezzo di una tinozza da
bucato che occupava gran parte
dello spazio. Di tanto in tanto,
metteva fuori una mano gocciolante
e agitava la carrozzina lì a fianco per
placare le urla del bebè. Su una
panca di legno ai piedi di uno dei tre
letti sedeva un uomo vecchissimo, lo
sguardo perso nel nulla. Accucciati
in un angolo, due bambini dalla
carnagione pallida giocavano con un
criceto e tossivano violentemente.
Una ragazzina dai bellissimi
lineamenti giaceva nel letto vicino
alla porta, gli occhi chiusi e la bocca
serrata in una smorfia di mal celata
sopportazione. Nell’aprire la porta,
la prima cosa che vidi, proprio lì di
fronte, fu questo compunto viso di
bimba incorniciato dai capelli
castani sparsi sul cuscino. «Come
mai, Frauchen» dissi alla donna
nella vasca, «siete tutti a casa oggi?
Non state bene?» Quasi non
rimaneva posto neppure in piedi per
un’altra persona, e la stanza era
densa di vapore.
«Si sono buscati tutti la tosse che
ho avuto io» rispose senza alzare lo
sguardo, «e Lotte sta molto male».
Strinsi la manina screpolata di
Lotte – così diversa dal viso delicato
– e mi accorsi che aveva la febbre
alta.
«Dobbiamo chiamare il dottore»
dissi.
«Oh, il dottore…» disse la madre
stringendosi nelle spalle, «non
serve».
«Dovete fare quel che vi dice,
altrimenti non può aiutarvi».
«L’ultima medicina che mi ha
mandato mi ha quasi uccisa» disse,
strigliando i panni con vigore. «Non
prenderò mai più nulla da lui, e
nemmeno i miei bambini».
«Che medicina era?»
Si asciugò la mano sul grembiule,
e allungandosi sulla credenza ne
estrasse una boccetta. «Fui costretta
a letto per due giorni dopo averla
presa» disse porgendomela, «ero
come morta, non sapevo che cosa mi
accadeva intorno». La bottiglia
conteneva oppio e recava scritte
esplicite istruzioni riguardo al
numero di gocce da prendere e la
lunghezza degli intervalli tra le dosi.
«Avete seguito le indicazioni qui
riportate?» chiesi.
«Mah, lo presi tutto d’un fiato.
Non ce n’era molto e mi sentivo
male».
«Non mi sorprende che vi abbia
quasi uccisa, anzi mi meraviglierei
del contrario. Di quale vantaggio è
prenderci il fastidio di andare a
chiamare il dottore tanto lontano se
non fate esattamente quel che vi
ordina?»
«Non accetterò mai più medicine
da lui. Se fosse stata efficace, più ne
avessi presa, prima sarei guarita». E
strigliava e sbatteva con incredibile
energia, mentre Lotte giaceva con il
suo visino cenere una sfumatura più
compunto e dolente. La vasca dei
panni, benché in mezzo alla stanza,
era piuttosto vicino al letto di Lotte
– del resto il centro della stanza era
vicino a tutte le altre sue parti – e
ogni colpo materno doveva
risuonare nella testa della bambina
come una martellata. Aveva soltanto
tredici anni e il cuore non le si era
ancora indurito.
«La bambina ha mangiato
qualcosa oggi?»
«Non vuole».
«Non ha sete?»
«Non vuole bere né latte né
caffè».
«Le farò avere qualcosa che forse
le piace, e manderò anche a
chiamare il dottore».
«Non le darò mai certa robaccia».
«Vorrei pregarvi di fare quello che
vi dice».
«Non le darò mai certa robaccia».
«Era assolutamente necessario
lavare oggi?»
«È il giorno del bucato».
“Mia buona donna” dissi a me
stessa, guardandola con indulgenza
tutta esteriore, “mi piacerebbe
moltissimo cacciare voi nella
tinozza e sbattervi con tanta forza
quanta ne impiegate con quei poveri
vestiti”. Ad alta voce dissi in toni
flautati di conciliazione: «Buon
pomeriggio».
«Buon pomeriggio» rispose senza
alzare lo sguardo.
I giorni di bucato portano con sé
una buona dose di malumore, e sarei
dovuta scappare via non appena
scorta la vasca, ma poi vidi Lotte
con la sua camicia da notte di
flanella gialla, sofferente come solo
i bambini soffrono, inerme, costretta
alla pazienza, a tollerare in silenzio
ogni sbattere di panni in cui sua
madre scegliesse di indulgere. Non
mi stupisco che tenesse la bocca
ermeticamente chiusa e non volesse
aprire gli occhi. Aveva le
sopracciglia ramate come i capelli, e
molto dritte, e le ciglia chiuse scure
e lunghe sul volto bianco. Per lo
meno adesso sapevo di Lotte e
potevo aiutarla un poco, pensai
mentre mi allontanavo sul sentiero
del giardino tra i filari di fagioli di
Spagna; ma l’aiuto che prende la
forma di gelatina e bibite fredde non
è di natura durevole, e non ho
grande simpatia per una
benevolenza che trova la sua più alta
espressione in doni del genere. Ho
conosciuto donne che se ne sono
andate nella tomba accompagnate da
speciali encomi pastorali, la cui
carità, a un esame più attento, si
basava soltanto sulle fondamenta
della gelatina. Tuttavia nulla al
mondo è più semplice dell’ordinare
gelatina da mandare ai malati, se
non l’astenersi dal farlo. Ma come
altrimenti potevo aiutare Lotte? Non
certo prendendola tra le braccia e
scappando via con lei per curarla,
poiché probabilmente si sarebbe
opposta a tale soluzione con
altrettanta forza di sua madre. In
seguito, quando starà meglio,
tornerà a scuola, diventerà vivace e
volgare e le verrà la pelle dura come
agli altri, dando al pastore, fra tre o
quattro anni, una fresca occasione
per addolorarsi sul peccato mortale.
«Se solo si potessero salvare i
bambini!» sospirai mentre salivo i
gradini della scuola, «prenderli da
piccoli, metterli in un giardino senza
adulti a insegnare loro con l’esempio
brutture indegne e volgari».
Il supplente stava facendo leggere
i bambini ad alta voce, a turno.
D’inverno, quando i piccoli
avrebbero bisogno di un posto caldo
e spazioso in cui trascorrere i
pomeriggi, la scuola è aperta
soltanto di mattina; e d’estate,
quando è facile che anche i più
assetati di conoscenza siano un po’
meno entusiasti, lo è di mattina e di
pomeriggio. L’orario è talmente
misterioso che dev’essere
provvidenziale. Herr Schenk, il
direttore, era a casa mia per la
lezione quotidiana alle bambine, e il
suo assistente, un giovane con gli
occhiali ma di aspetto pugnace,
sedeva alla sua scrivania,
producendosi in una divertente
raffica di appunti sarcastici a
commento della lettura. Difficile
immaginare un più completo spreco
di fiato e di acume. Ma non è ancora
sposato e il matrimonio, si sa, è un
gran castigatore. Al mio ingresso i
bambini si alzarono tutti in piedi, il
maestro smise di affilare la sua
ironia su un’ottusità incapace di
coglierla, e con molti inchini mi
prese una seggiola e mi pregò di
accomodarmi. Sedetti, e chiesi che
proseguissero con la lezione, poiché
ero solo entrata per un minuto
mentre scendevo lungo la strada. La
lettura venne ripresa, questa volta
senza l’accompagnamento delle
battute. Mi sorpresero quei visi
rozzi, dimessi, apatici, torpidi! Da
un lato sedevano i ragazzi tra i dieci
e i quattordici anni, non un barlume
di speranza negli occhi, e dall’altra i
più piccoli, tra i sei e i dieci; un solo
ragazzino pareva non aver nulla a
che spartire con il resto, colpiva la
sua espressione intelligente, attenta,
dignitosa. Poveri bambini – come
poteva il pastore sperare di cambiare
creature la cui natura era tanto
inequivocabilmente stampata sui
volti? I meno tonti avevano già
l’aria scaltra, e le ragazze più
grandicelle avevano visi di donna.
Incominciai a sentirmi orrendamente
depressa. «Guarda che cosa hai
combinato» sussurrai arrabbiata alla
mia coscienza, «adesso sono
tristissima e non ho fatto del bene a
nessuno». «La vecchia con il mal di
testa è felice per l’uva» replicò,
cercando di giustificarsi, «e Lotte
avrà della gelatina». «Uva! Gelatina!
Tutte sciocchezze. Non ne posso
più, vado a casa».Il maestro mi
chiese se i bambini potessero cantare
qualcosa dedicato alla mia cortesia:
forse si vergognava di come
leggevano e in effetti non avevo mai
sentito nulla di tanto stentato. «Oh
sì», dissi rassegnata, ma sorridendo
gentile con l’autocontrollo naturale
in una donna. Cantarono, o meglio
strillarono, un inno, così forte e
assordante che tremarono persino le
finestre. «Mia cara» spiegò l’Uomo
di Rabbia quando una domenica
tornando a casa dalla Chiesa mi
lamentai della terribile qualità e
volume della musica, «tiene lontano
i miscredenti».
I nostri numerosi figliocci non
erano a scuola perché, vivendo noi
qui da appena tre anni, non sono
ancora abbastanza grandi da
condividere le gioie dell’istruzione.
Io sono madrina delle bambine, e
l’Uomo di Rabbia dei maschietti, e
poiché a tutti i piccoli da noi
battezzati viene dato il nostro nome,
il villaggio pullula di minuscole
Elizabeth e di Ragazzi di Rabbia.
Una donna gobba, impossibilitata ai
lavori più duri, bada ai bambini
durante il giorno in una stanza
destinata a quello scopo, così che le
madri non siano intralciate nelle
faccende alla fattoria; devono
soltanto accompagnare lì i figlioli al
mattino e riprenderli la sera, e sanno
che sono al sicuro e ben curati. Ma
molte mamme, per ragioni troppo
criptiche da sondare, preferiscono
rinchiuderli in casa, soli,
esponendoli a tutti i pericoli che
circondano un bambino curioso
appena capace di camminare;
l’inverno scorso una piccola creatura
è morta bruciata, sacrificata dalla
stupidità della madre. Costei, un
buon esempio dell’intelligenza
prevalente nel villaggio, accese un
gran fuoco in camera prima di
uscire, pensando che quando sarebbe
tornata a mezzogiorno avrebbe
cucinato il pranzo sulle braci; lasciò
un bambino sul passeggino e una
piccola Elizabeth di tre anni libera
per la stanza, chiuse a chiave la
porta, si mise la chiave in tasca, e
andò a lavorare. Al suo ritorno trovò
il bebè placidamente addormentato,
ma la piccola Elizabeth, con tutti i
vestiti bruciati, giaceva morta
accanto alla graticola. Naturalmente
la madre urlava disperata, distrutta
dal dolore, e naturalmente tutte le
altre donne erano sconvolte; ma per
quanto cercassimo di spiegarlo, non
riuscimmo a far loro capire che si
era trattato di una disgrazia evitabile
che non aveva nulla da spartire con
la Finger Gottes, e le madri che
preferivano chiudere a chiave i loro
bambini anziché mandarli a balia,
continuarono a farlo indisturbate,
dimostrando che l’accaduto non era
servito da lezione a nessuna di loro.
«Mi scusi, Herr Lehrer, perché
quei due bambini siedono laggiù su
quella panca tutti da soli e non
cantano?» chiesi alla conclusione
dell’inno.
«Quella, gentile signora, è la
panca dei discoli. È necessario
tenere…»
«Oh, sì, sì – capisco bene – buon
pomeriggio. Arrivederci bambini,
avete cantato davvero benissimo».
“Ora” dissi a me stessa non
appena scesi finalmente in strada,
“me ne vado a casa”.
“Oh, non ancora” protestò subito
la mia ingombrante coscienza; “la
tua vecchietta preferita abita nel
cottage accanto, non vorrai certo
lasciarla fuori dal giro?”
“Mi par di capire” risposi, “che
non starò tranquilla finché non mi
sarò liberata di te” ed entrai nella
casa successiva.
L’ingresso era ostruito da tre
donne – le entrate qui sono strette, e
le donne larghe – decisamente più
allegre di quanto sembrasse
ragionevole. Si fecero da parte per
lasciarmi passare, e quando aprii la
porta vidi che la stanza era piena di
gente, tutte comari dall’aspetto
felice prese a chiacchierare con
foga.
«Ehi, che cosa succede» chiesi
alla più vicina. «C’è una festa?»
Si voltò con un ampio sorriso di
gioia. «La vecchietta è morta nel
sonno» disse, «l’hanno trovata
questa mattina nel letto. Proprio ieri
ero venuta a trovarla e mi aveva
detto…» Mi voltai di scatto e uscii
in strada. Quelle arpie gongolanti,
avvoltoi intorno al corpo che
improvvisamente era stato vestito
dalla morte di dignità e nobiltà, mi
fecero vergognare di essere donna.
Non c’erano uomini, chiaramente
una razza superiore. Sulla soglia
incontrai la Frau Inspector venuta a
sistemare le cose, si voltò e mi
accompagnò per un tratto.
«La vecchietta era più ricca di
quanto pensassimo» commentò, «e
ha lasciato un bel vestito di seta nera
con cui essere seppellita».
«Un vestito di seta nera?» ripetei.
«Con tutti gli accessori: belle
scarpe di pelle, calze di seta,
biancheria di pizzo, corsetti con vere
ossa di balena e un paio di guanti di
capretto bianchi nuovi nuovi. Deve
aver risparmiato a lungo per lasciare
tutto così in ordine».
«Non capisco» dissi io. La morte
non mi ha toccato ancora negli
affetti più vicini, e non ho ancora
riflettuto su certe cose. «Ma la gente
non viene semplicemente seppellita
in un sudario?»
«Un sudario?» Adesso era lei a
non capire.
«Una sorta di lenzuolo».
Sorrise con grande
condiscendenza. «Oh, mia cara, no»
disse, «nessuno di noi è così
povero».
L’osservai mentre mi camminava
vicino. È una donna di bassa statura
ma robusta. Sorrideva quasi
compatendo la mia ignoranza su
quel che è dovuto, persino dopo la
morte, a noi stessi e all’opinione
pubblica.
«Anche i più indigenti» disse,
«riescono a recuperare un bel vestito
per il loro funerale. Una coppia
poverissima giunse qui qualche
mese fa, e l’uomo morì prima di
aver tempo di guadagnare qualche
soldo. La moglie venne da me
(Vossignoria era assente) e cadde in
ginocchio implorandomi di regalarle
un abito per lui – lei poteva soltanto
permettersi lo Sterbehemd, ed era
agitatissima al pensiero di che cosa
avrebbero detto i vicini se avesse
indossato solo quello; temeva di
essere perseguitata dalla vergogna e
dal rimorso per il resto della vita.
Acquistammo un bel vestito nero,
cravatta e guanti, e alla fine aveva
un aspetto proprio elegante. I
becchini potranno ben vestire anche
la nostra vecchietta questa notte»
proseguì, mentre ascoltavo in
silenzio; «sarà un bel funerale. Mi
domandavo come impiegasse i soldi
della pensione, non sono mai
riuscita a persuaderla a comprarsi un
pezzo di carne. Ora capisco,
risparmiava per questo momento.
Sono dei corsetti bellissimi».
«Che spreco infinito!» esclamai.
«Spreco?»
«Sì, uno spreco enorme. Spreco di
denaro, spreco di vestiti e pura follia
il non aver acquistato qualche bene
di conforto in più. Mi spiega qual è
il significato, il senso dell’essere
sepolti con un bel vestito di seta
nera?»
«Sarebbe uno scandalo non essere
seppelliti con un certo decoro»
replicò, chiaramente sorpresa nel
vedermi accalorare sull’argomento,
«e i vicini la rispettano molto di più
ora che sanno quali begli indumenti
aveva acquistato per il suo funerale.
Non manca nulla. Ho persino
trovato una scatola con dentro una
spilla d’oro e un braccialetto».
«Immagino, allora, che quanti dei
suoi beni riusciranno a entrare nella
bara verranno seppelliti con lei per
impressionare ancora di più i
vicini?» chiesi. «Il letto di piume,
per esempio, e tutto ciò di un
qualche valore?»
«No, soltanto ciò che può
indossare, e le spazzole, i pettini e
gli asciugamani che vengono usati
per vestirla».
«Che orrore!» dissi con un brivido
di disgusto.
«È l’usanza» mi rispose calma.
D’un tratto, mi colpì un pensiero
spiacevole e sbottai con enfasi: «Da
parte mia non voglio addosso altro
che un sudario».
«Oh no» disse lei, guardandomi
con un viso inteso esprimere le più
rassicuranti promesse di devozione,
«Vossignoria può essere certa che se
sarò ancora qui lei avrà il più bel
vestito da ballo e la biancheria
migliore, e l’intero vicinato vedrà
con i suoi occhi come Herrschaften
conosca bene quel che è dovuto
loro».
«Darò precise istruzioni» ripetei
con maggior foga, «avrò soltanto un
sudario».
«Oh no, no» protestò, sorridendo
come se stesse rabbonendo un
bambino viziato ed eccentrico,
«nessuno potrebbe permettere una
cosa del genere. Come ci
sentiremmo nel ricordare che
Vossignoria non ha ricevuto i dovuti
omaggi, e che cosa pensebbero i
vicini?»
«Soltanto un sudario!» esclamai
ribollente d’ira, ma poi mi fermai
scoppiando a ridere. «Ma che
conversazione assurda e
raccapricciante» dissi tendendole la
mano. «Arrivederci, Frau Inspector,
sono sicura che al cottage hanno
bisogno di lei».
Fece un inchino e si voltò. Uscii
dal villaggio, percorsi la pineta e il
campo più in fretta che potei, aprii il
cancello del mio giardino, mi diressi
verso il sentiero più riparato, mi
gettai sull’erba di un recesso
tranquillo e sbuffai «Uffa!»
È una risaputa esclamazione di
disgusto che la scrittura esprime in
modo del tutto inadeguato.
Agosto

5 agosto. È arrivato agosto che ha


rivestito le colline di lupini dorati e
affollato gli argini erbosi di
campanule. I campi gialli di lupini
sono così splendidi nei giorni senza
nuvole che di recente ho trascurato
le foreste e scarrozzato per i campi
aperti, per poterne godere del
profumo mentre gli occhi ne
assorbono la bellezza. Osservare il
pendio di una collina ricoperta di
tale biondo splendore proiettata
nell’azzurro del cielo mi comunica
una felicità tanto intensa da sfociare
nel dolore. I fiori raccolti in spighe
dritte, vigorose, assomigliano ai
giacinti, ma il colore intenso
possiede una divina luminosità che
un giacinto giallo non potrà mai
uguagliare; inoltre i petali non sono
«cerati» ma vellutati, e le foglie non
sono cascanti, ma fronde forti e
insieme delicate di uno squisito
grigio-verde la cui fioritura vela
l’intero campo di una nebbia
leggera; per non dire del profumo,
sicuramente quello del Paradiso. La
pianta è tutta piacevolissima –
forma, crescita, fiore e foglia – e ai
cavalli tocca aspettare con molta
pazienza una volta che mi
depositano tra i lupini, perché non
ne ho mai abbastanza del rimanere
seduta immobile in quei bellissimi
campi radiosi. Non lontano da qui,
una bassa catena di colline,
assolutamente prive di alberi, corre
da nord a sud: ai loro piedi, sul lato
est, si apre una specie di strada,
principalmente di pietra, ma
prestando attenzione si riesce a
percorrerla in calesse, e di là dalla
strada la pianura si allunga verso est
e verso sud; colline e pianura sono
ora un manto d’oro. Mi ci sono
recata a tutte le ore del giorno – non
so tenermene distante – e le ho viste
di mattina presto e a mezzogiorno e
di pomeriggio, e di sera al chiaro di
luna, quando tutta l’intensità era
sfumata nel colore e concentrata nel
profumo; ma il momento supremo è
l’istante in cui il sole cala dietro le
basse colline: lo splendore è tale che
ti sembra di aver raggiunto le porte
del paradiso. L’altro giorno, essendo
impulsiva, sono davvero scesa dalla
carrozza e ho incominciato a
inerpicarmi su per la collina, quasi
aspettandomi di vedere le glorie
della Nuova Gerusalemme
sciorinatemi davanti agli occhi
quando avessi raggiunto la cima;
naturalmente ci rimasi male nel
trovarmi di fronte a prosaici campi
di patate, ad alcuni vitelli che se ne
tornavano a casa sollevando
ovunque la polvere della strada, e,
più in là, lo Schloss del nostro
vicino, mentre la Nuova
Gerusalemme era lontana come
sempre.
È per me un sollievo scrivere dei
temi che tanto mi appassionano:
evito infatti di parlarne, per non
essere considerata un’insopportabile
fanatica, e so bene non esistere
seccatura peggiore del ritrovarsi
gettati addosso gli entusiasmi altrui
quando tu non ricambi affatto. Ne
sono del tutto consapevole e in
genere riesco a trattenermi; ma a
volte ancora adesso, dopo anni di
esercizio nell’arte di tenere la bocca
chiusa, qualche frammento sparso
delle mie emozioni tende a spuntare
fuori, ma poi il freddo sguardo di
totale chiusura o di indulgente
superiorità che attende ogni
esibizione di sentimenti
assolutamente incompresi, cui sono
ormai avvezza, subito mi riporta coi
piedi per terra. Chissà perché ci
sentiamo tanto superiori se ci capita
di non capire o non condividere certi
pensieri quando, in effetti,
quell’incapacità è più il segno di una
nostra mancanza che dell’idiozia
altrui? Sono sicura che se invitassi
uno qualunque dei miei amici a
vedere quei bellissimi campi gialli
noterebbe soltanto i troppi sobbalzi
della strada; e se fossi così ingenua
da sollevare un lembo del mio cuore
per partecipargli la mia gioia e
meraviglia, dapprima si mostrerebbe
stupito per poi decidere di trovarsi in
quella spiacevolissima situazione
che ti vede costretto su una carrozza
lungo una pietraia insieme a
un’idiota, e finirebbe per cadere in
quell’umore di autocommiserazione
tanto di conforto quando ci troviamo
nei guai. Eppure doversi
continuamente soffocare non è
piacevole, e credo che, se
prolungata, una situazione del
genere rechi maggior sofferenza a
una donna che a un uomo,
possedendo lei, nonostante le sue
proteste, una natura molto vicina
all’edera e una ben poco salutare
frenesia di comprensione e sostegno.
Quando vado dai lupini e ne vedo la
distesa di perfetta bellezza e colore e
profumo immersa nel sole di un mite
agosto, vorrei invitare qualcuno a
condividere il piacere di guardarli e
di parlarne; ma quando scorro la
lista dei miei amici per trovare la
persona adatta, ancora una volta mi
spavento davanti alla solitudine in
cui ognuno di noi vive. Possiedo, è
vero, moltissimi amici – e con loro è
piacevole trascorrere un pomeriggio,
purché non lo si ripeta spesso, e non
si smuova in quelle occasioni più
della superficie delle cose – ma tra
di loro soltanto una ha, più o meno, i
miei stessi gusti; ma tutto ha un
limite, e lei dichiara con enfasi, per
esempio, che non amerebbe affatto
badare alle oche. Mi domando
perché. La nostra amicizia quasi
s’infranse sulla storia delle oche, un
argomento che si rivelò
inaspettatamente infuocato. Di tutte
le professioni, se avessi libertà di
scelta, prediligerei senza dubbio il
giardiniere, ma se nessuno mi
assumesse in quella veste, non mi
dispiacerebbe affatto custodire le
oche, rimanere seduta nel più verde
dei campi a prendermi cura di quelle
deliziose, grassocce, placide
bestiole, più bianche e tranquille
delle nuvole di una calma mattinata
estiva, e vederle pigramente
ancheggiare risulterebbe benefico e
rilassante a uno spirito esaurito, per
troppo tempo sotto pressione. In
particolare trovo affascinanti i campi
in cui le oche si pascono, così verdi
e bassi, con piccoli gruppi di alberi e
cespugli e uno stagno o un piccolo
terreno paludoso lì vicino, e una
profusione di delicati fiori di campo,
bellissimi se non recisi, ma tanto
insoddisfacenti per la velocità con
cui appassiscono se cerchi di
disporli nelle tue stanze. Per sei mesi
l’anno, badare a quelle ciccione
bianche mi renderebbe più felice di
una regina. Incomincerei ad aprile
con i ranuncoli e finirei a settembre
con le more, tenendo un occhio sulle
oche e l’altro sul volume di
Wordsworth che porterei con me, e
potrei in tutta tranquillità
presenziare alla processione dei
mesi, i primi tre tutti bianchi e gialli,
e gli ultimi tre splendidi con i campi
di lupini e gli azzurri i viola e i
cremisi che rivestono le siepi e i
fossi di sfumature meravigliose e
colorano l’erba accanto all’acqua in
grandi chiazze. Poi a ottobre
chiuderei il mio Wordsworth,
tornerei alla vita civile e
probabilmente assisterei alla
consumazione delle oche una dopo
l’altra, con un acconcio sentimento
di gratitudine per l’edificazione che,
dall’inizio alla fine, ne ho tratto.
Credo che in Inghilterra mangiare
le oche sia considerato di dubbia
eleganza, ed è lasciato alla servitù.
Qui l’oca arrosto ripiena di mele è
un piatto amato senza problemi da
persone i cui quarti nobiliari li
sollevano, o così ritengono, da ogni
sospetto di gusti poco raffinati, a
dispetto di tutte le oche che possano
mangiare, e per quanto ne possano
godere; mi ricordo di una signora i
cui avi, probabilmente tutti amanti
delle oche, risalivano a una stirpe
decisamente antica, la quale durante
una cena gettò una cortina di
silenzio servendosi di quanta più
pelle dell’oca poté, sottolineando,
tra uno costernato silenzio, come
fosse la sua parte preferita. Già.
Peccato che fosse anche la parte
preferita della fila di ospiti accanto a
lei, che si videro costretti dalle dure
leggi dell’educazione a fingere una
dignitosa indifferenza quando il loro
unico desiderio sarebbe stato alzarsi
in piedi e difendere a tutti i costi il
loro diritto a una porzione di pelle.
Aveva, mi ricordo, dita affusolate e
molto piccole, simili a minuscole
chele, e indossava bellissimi anelli, e
sedendo di fronte a lei, libera da
ogni indebita passione per l’oca, mi
presi l’agio di osservare il modo
rapido in cui, usando coltello e
forchetta con ammirabile destrezza,
la liberò della pelle, mentre gli anelli
e il candore delle mani riflettevano
bagliori di luce. Ritengo che nella
nostra nazione si pensi al mangiare e
al bere molto più di quanto sia
ragionevole, e questo spiega perché
tanti di noi, arrivati a trent’anni,
hanno perduto l’originale classicità
dei contorni. Camminando per le
strade di una città non si può fare a
meno di cogliere la parola Essen nei
discorsi dei passanti; e das Essen,
insieme al bere, naturalmente, reso
necessario dall’esagerato indulgere
nel cibo, costituisce la principale
felicità del ceto medio e basso. Ogni
racconto o romanzo è pieno di
sentite descrizioni di quanto ciascun
personaggio mangi e beva e in
genere contiene molti più pasti che
baci; il povero lettore che si aspetta
un romanzo d’amore, disgustato si
ritrova tra le mani un menù. Gli
esponenti delle classi alte possono
permettersi molti altri divertimenti,
das Essen cessa per loro di essere
tale e dunque rimangono magri
come il resto del mondo; ma se i
curiosi desiderano vedere quanto sia
parte integrante della vita, o della
porzione di vita, che le classi medie
riservano al piacere, può essere utile
visitare uno dei luoghi di
villeggiatura marini durante i mesi
di luglio e agosto, quando le scuole
sono chiuse e la borghesia realizza il
sogno in cui si è cullata tutto l’anno,
la vita d’albergo con un inesorabile
pranzo, ogni giorno, all’una in
punto.
April era una creatura debole nei
primi anni di vita, e il dottore ordinò
come ricostituente lunghe vacanze al
mare; per tre anni consecutivi la
portai in un luogo frequentato
esclusivamente dalla media
borghesia; e mentre lei si rotolava
sulla sabbia, si abbronzava e
irrobustiva, io mi annoiavo, e presi a
osservare gli altri turisti.
Trascorrevano il tempo a ruminare
le delizie del pasto appena
consumato, e nel prepararsi, con una
leggerissima attività fisica, alle gioie
del pasto a venire. La mattina
andavano in spiaggia, dove le donne
ricamavano al fine di apparire
indaffarate e gli uomini
passeggiavano senza meta attrezzati
di binocoli, cappelli nautici e lunghi
mantelli dai disegni orrendi a
sfiorare loro i calcagni, detti
Havelocks, che li facevano
assomigliare a tante donne grasse,
tutti in più o meno spasmodica
attesa dell’una, il grande momento
atteso fin dal giorno prima. Non
appena suonava la campana,
sfilavano in sala con una sorta di
silente solennità, una compostezza
contemplativa ben descritta dalla
parola recueillement, e mangiavano
tutte le portate, per quanto numerose
fossero, in una stanza caldissima
piena di mosche e inondata dal sole.
Il pranzo durava una buona ora e
mezzo; alla fine rompevano le righe
e paonazzi in volto si dirigevano,
armeggiando di stuzzicadenti, ai
tavoli sotto gli alberi, dove i
camerieri esausti servivano subito
tazzoni di caffè e torte. Lì
indugiavano per circa un’ora, e poi
alla spicciolata scomparivano in
camera dove dormivano, immagino,
perché da allora fin verso le sei
calava sul luogo un’immobilità
ferale, e io e April potevamo
godercelo tranquille. A quell’ora, si
incominciavano a vedere lente
coppie procedere con fatica lungo il
sentiero accanto alla spiaggia e
salire ansimando per i boschi, unico
loro esercizio fisico, necessario per
poi mangiare la cena con gusto; e
insieme ad April, sbirciando
attraverso la felce dei nidi di
muschio che costruivamo nei
pomeriggi, li guardavo boccheggiare
tra gli alberi dopo l’arrampicata
sulla scogliera, un passo avanti i
mariti con l’Havelock d’ordinanza
ripiegato sul braccio e in mano il
fazzoletto per asciugarsi il sudore
dal volto, e a ruota, non meno
trafelate, le mogli inguainate
nell’abito di seta, i nastri della
cuffietta slacciati, con sottobraccio
un mantello, un ombrello e molto
spesso anche un misterioso cesto e
l’altra mano impegnata a tenere su il
vestito, molto rigido, molto
scomodo e troppo stretto; e per
quante cose dovesse portare, per
quanto grassa e inerme fosse, per
quanto ripida la salita e per quanto
cibo avesse ingollato, l’idea che il
marito l’aiutasse portandole il
mantello, l’ombrello e il cestino non
le avrebbe mai sfiorato la mente. Se
per un qualche strano caso fosse
passata per la testa di lui, avrebbe
subito ragionato che non era meno
in carne, aveva mangiato altrettanto,
era di parecchi anni più vecchio e
dopo tutto non era roba sua. Logica
inconfutabile.
Continuare a nutrirsi molto tempo
dopo aver smesso di sentire fame
deve possedere un fascino cui è
difficile resistere, e se dà così tanto
piacere che la risultante
impossibilità di muoversi senza
annaspare è accettata dai più con la
remissione dei martiri, chi darà loro
torto? Il fatto che a me non garbi un
lauto pasto all’una non è ragione
sufficiente per pensare di essere
superiore a chi piace. I loro eccessi,
è vero, non sono i miei, ma dopo
tutto i miei non sono i loro: che dire
dei giorni di pigrizia in cui amo
indulgere, quando la mia unica
attività è sdraiarmi sull’erba a
guardare le nuvole? Se io
mormorassi «golosi», non
potrebbero altri, dal loro punto di
vista, ritorcere con convinzione
«indolente»? Tutte quelle massime
sul non lasciarsi influenzare nel tuo
giudizio sugli altri, e sul mettersi nei
panni altrui, mi dispiace ma non
sono affidabili. Mi furono
continuamente instillate da bambina,
cercavo di seguirle e finivo sempre
per sorprendermi dei risultati inattesi
cui arrivavo. Ora so che è prova di
inesperienza supporre che le persone
pensino e sentano e sperino e
gioiscano delle stesse cose e nello
stesso modo in cui fai tu. Se un
amico troppo zelante avesse
aspettato quella coppia affannata in
mezzo al sentiero accalorandosi per
spiegare loro quanto più felici
sarebbero stati se avessero vissuto
una vita più piena secondo altri
criteri, e quanto è divertente
passeggiare e camminare insieme a
grandi passi, con abbastanza fiato
per parlare e ridere, ed è un gran
piacere se l’uomo è allenato e in
forma e la donna agile e sottile, e
sarebbe bastato loro comportarsi
come lui, vivere di carne fredda e
pane tostato, e non bere alcolici per
essere gai come uccellini: credete
che lo avrebbero capito? Carne
fredda e pane tostato? Invece del
pasto che avevano assaporato con
tanta intensità? Perdere quella zuppa
intrisa dei misteri interiori delle
oche, le anguille cotte nella birra, il
maiale arrosto con il cavolo rosso, il
cervo affogato nella panna acida e
servito con fagioli sotto aceto e
marmellata di ribes rosso, le masse
di gelato alla vaniglia, il pan di
zenzero e il formaggio, e, su tutto, le
mele e le pere e, sulle mele e le pere,
le grandi tazze di caffè e le torte?
Non vedrebbero come una
camminata lesta e una moglie snella
potrebbero ricompensare della
perdita di tante leccornie; una
moglie troppo svelta, poi, si
potrebbe rivelare una dubbia
benedizione. E così compatirebbero
l’amico sollecito che spreca la vita a
mantenersi in forma e perde tutti i
piaceri, mentre il fautore del pane
tostato e dell’alzarsi presto, se
ingenuo abbastanza da reputarsi
migliore di loro, li guarderebbe con
profondo disgusto o forse, se
possedesse una mente aperta, si
limiterebbe a ricambiare la loro
compassione; a questo punto,
immagino, sarebbero tutti contenti,
perché il fascino del commiserare il
proprio vicino, sebbene sottile, è
innegabile.
Ricordo bene un episodio di
quando, all’età in cui
incominciavano a chiamarmi
Backfisch e mia madre mi vestiva
con un piccolo cappotto scarlatto dai
grandi bottoni di madreperla – e
tenevo sempre gli occhi rivolti in
basso perché ero timida e il naso in
alto perché ero impudente –,
trascorsi un’estate al mare con la
mia governante: nelle nostre
passeggiate notammo una signora
solitaria di nobile aspetto, che non
parlava mai con nessuno e sembrava
sempre avvolta in alte e distanti
meditazioni filosofiche. “Starà
pensando a Kant e all’ipotesi
nebulare” decisi tra me, avendo una
volta sentito alcuni uomini dalla
lunga barba parlare di entrambe le
cose, tutti con lo stesso sguardo
lontano negli occhi. «Qu’est-ce que
c’est une hypothèse nébuleuse,
Mademoiselle?» chiesi ad alta voce.
«Tenez-vous bien, et marchez
d’une façon convenable» rispose
secca.
«Qu’est-ce que c’est une
hypothèse…»
«Vous êtes trop jeune pour
comprendre ces choses».
«Oh alors vous ne savez pas vous-
même!» esclamai trionfante, «Sans
cela vous me diriez».
«Elizabeth, vous écrirez, dès que
nous rentrons, le verbe Prier le bon
Dieu de m’Aider à ne plus Être si
Impertinente».
Era una giovane donna piena
d’inventiva, e i verbi che mi toccava
scrivere per punizione erano della
natura più elaborata e complessa:
Demander pardon pour Avoir Sifflé
comme un Gamin quelconque,
Vouloir ne plus Oublier de Nettoyer
mes Ongles, Essayer de ne pas tant
Aimer les Poudings, sono soltanto
alcuni esempi delle sue creazioni in
questa particolare branca della
disciplina.
Quello stesso giorno al table
d’hôte la signora pensierosa sedeva
accanto a me. Venne fatto passare un
qualche ragoût, e dopo che ne ebbi
preso un poco mi chiese, prima di
servirsi, di che cosa si trattava.
«Lumache» risposi prontamente,
niente affatto castigata dalle
preghiere che avevo appena finito di
declinare in tutti i tempi possibili.
«Lumache! Ekelig». Con un gesto
altezzoso allontanò il cameriere, e
guardò con assoluto sdegno il resto
di noi che le apprezzava.
«Ma come, non le piace?, è un
ragoût eccellente» s’intromise
l’altro vicino, un uomo focoso,
mentre finiva di ripulire il piatto ed
ebbe il tempo di osservare la
vuotezza di quello di lei. «Non le
piacciono le lingue di vitello con i
funghi? Sonderbar».
Rivedo ancora il viso della povera
signora quando si girò verso di me,
più simile a una tigre che
all’impassibile persona di un
momento prima. «Sie unverschämter
Backfisch!» sibilò. «Il mio piatto
preferito… devo ringraziarti per
avermi rovinato il desinare, che
dico, il giorno intero!» E in un
attacco di rabbia mi afferrò il
braccio come se mi volesse scuotere
con forza proprio lì, in quel
momento, davanti a tutti, mentre io
sedevo attonita davanti alle
conseguenze dell’indulgere in un
gioco al momento sbagliato.
La suddetta storia, ora che ci
penso, illustra più l’odiosità delle
Backfische in abiti scarlatti che non
la tremenda importanza del cibo nel
nostro paese.
16 agosto. La mia idea di giardino
è che debba essere bello da
un’estremità all’altra e non
incominciare davanti casa con i
fuochi d’artificio, per scemare in
puri sterpi al limite più lontano. La
qualità raggiunta sotto le finestre
dovrebbe almeno essere mantenuta,
se non la si riesce a superare, per
tutto lo spazio, mentre l’usanza
tedesca tende a concentrare ogni
sforzo nel sistemare splendide aiuole
ornamentali e palle di vetro su
piedistalli di fronte alla casa, nella
speranza che l’estraneo, per nessun
motivo autorizzato a vagare in
giardino, ne possa dedurre una
uguale magnificenza in tutto il
dominio, quando tutti sanno che,
girato l’angolo, il paesaggio non
offre che pollame e bidoni della
spazzatura. Disprezzando il metodo,
ho cercato di accrescere la bellezza
del mio giardino, se non l’ordine,
man mano che ci si inoltra
all’interno; e l’ingenuo visitatore
che nell’emergere dall’ombra della
veranda pensi di vedere il meglio
davanti a sé, viene condotto ad arte
di bellezza in bellezza finché
incappa nello scorcio a mio avviso
più affascinante, la piantagione di
betulle argentate e di azalee sul
limitare estremo. È il confine del
mio reame sul lato sud, una vampata
di colore a maggio e giugno,
attraverso cui scorgi i placidi campi
che si allungano fino a un bosco
distante; contemplandolo, il
visitatore ideale ritorna a casa
sentendosi migliore, rinfrancato
nello spirito. È il genere di persona
che sei contento di accompagnare a
visitare il tuo regno: colui, o colei
che, amando i giardini,
possedendone uno proprio in cui
vive e che ama, percorrerebbe
qualsiasi distanza per vederlo; viene
ad apprezzare, confrontare e
ammirare, e le sue parole di elogio o
di critica sono gocce di rugiada per
l’assetata anima giardiniera, fin
troppo abituata, sotto questo punto
di vista, alla siccità. Sa altrettanto
bene di me quale lavoro, quale
pazienza, quale studio e
osservazione, quali amare risate di
fronte ai fallimenti, quali nuovi inizi
pieni di inossidabile zelo e quale
luminosa, inalterabile fede
rappresentano i fiori del mio
giardino. Sa che cosa ho fatto per
esso, e che cosa esso ha fatto per
me, e come è stato e sarà sempre più
un luogo di gioia, un luogo di
lezioni, un luogo della salute, un
luogo dei miracoli, un luogo di
sicura e immutabile pace.
È difficile, vivendo a stretto
contatto con la natura, sentirsi
scoraggiati. Le talpe e i geli tardivi,
ed entrambi capitano qui in
abbondanza, mi hanno spesso deluso
e addolorato, ma anche questi miei
peggiori nemici non sono riusciti a
deprimermi. Neppure una volta fino
a ora mi sono abbandonata a uno
stato d’animo negativo, tutt’al più,
diciamo, mi sono sentita poco
incoraggiata. Ed è allora che mi
lancio in una camminata a passo
sostenuto dalla quale ritorno
immensamente beneficiata. Vivere
in giardino ti dona tanta salute, della
mente oltre che del corpo, e quando
dico che le talpe e i geli tardivi sono
i miei peggiori nemici, dimostra
soltanto come non potrei nemmeno
se mi ci provassi sedermi e meditare
sulle colpe mie o del mio prossimo,
e come le brezze che soffiano nel
mio giardino spazzano via le
preoccupazioni, le vessazioni e
l’amarezza inevitabili per chi vive
tra la folla. Il gelo più severo che
mai strinse nella sua morsa le
speranze di un anno è meglio, per
me, del dover ascoltare una
cattiveria o una calunnia, e preferirei
vedere mille talpe indaffarate a
scavare gallerie sotto i miei roseti ed
esporne all’aria le radici piuttosto
che trovarmi di fronte a un solo
saluto privo di gentilezza. Come
puoi non essere felice se sei in
buona salute e vivi nel luogo in cui
desideri? Un uomo una volta mi
rimproverò per questa mia felicità,
dicendomi che tutti hanno delle
croci e che viviamo in una valle di
lacrime. Menzionai le talpe come
mia croce principale, e indicai le
montagnole nere di cui avevano
tempestato il campo da tennis, ma
non riuscivo a trovarmi d’accordo
sulla valle di lacrime, e nulla poteva
scuotere la mia ferma convinzione
che il mondo sia un posto buono e
piacevole e, finché camminiamo con
umiltà e ci teniamo a dieta, sa
offrirci tutto ciò che può farci felici.
Sottolineò come prima o poi il
dolore e la malattia mi avrebbero
colpito, e sembrò arrabbiarsi quando
suggerii che forse potevano essere
sopportati con una buona
disposizione. «Non hanno anch’essi
il loro lato positivo?» esclamai.
«Quando sarò immersa fino al collo
tra malattie e dottori, avrò almeno
qualcosa di interessante da dire alle
mie amiche, senza dovermi chiedere
ogni minuto come continuare la
conversazione, desiderando solo che
se ne vadano». Replicò che ovunque
intorno a me proliferava la tristezza
e la sofferenza e che ogni persona
non del tutto accecata dall’egoismo
doveva esserne consapevole e
rendersi conto della serietà e della
tragedia dell’esistenza. Gli chiesi se
il mio essere infelice e scontenta
sarebbe stato d’aiuto a qualcuno o
l’avrebbe reso meno disgraziato; e
lui disse che dobbiamo portare i
nostri fardelli da soli. Lo assicurai
che non mi sarei ritratta dal mio,
sebbene segretamente me ne
vergognassi quando mi ricordai che
si trattava solo di talpe, e lui si
allontanò scuro in volto e scuotendo
la testa, tornando dalla moglie e dai
suoi undici figlioli. Sentii subito
dopo che un dodicesimo bambino
era nato e che la moglie era morta, e
nel morire aveva voltato la testa
verso il muro, lontano da lui, con un
gesto di incomprensibile
impazienza; l’eco della sua pietà
raggiunse persino il mio giardino, e
come avesse detto nel chiuderle gli
occhi: «È la volontà di Dio». Era un
missionario.
Ma perché dire a una donna con
un giardino che dovrebbe
vergognarsi di essere felice? L’aria
fresca, vivificante ti solleva da ogni
commento del genere e ti permette
di riderne. Il profumo delle
violacciocche lo lava via, e tu
osservi i tuoi fiori bellissimi al sole,
più che mai persuasa di come il
sentirsi grata sia cosa buona e
benedetta. Oh, quale rifugio dolce e
sano è un giardino! Se sono stanca
perché ho gioito troppo, o perché ho
concionato troppo alla servitù, o
perché ho discusso troppo con un
missionario, mi basta scendere i
gradini della veranda per ritrovare
immediatamente la quiete e la
serenità, il mio io più vero, naturale.
A volte immagino che nell’entrare in
giardino, mani gentili si posino sulla
mia testa a benedirmi. Forse è la
calma che mi scende nell’anima
quando dalla casa chiusa e inquieta
esco in quella purezza silente.
A volte siedo per ore nel piccolo
sentiero a mezzogiorno accanto alla
veranda, rimango lì ad ascoltare e a
osservare. È un luogo raccolto,
sebbene direttamente sotto le
finestre, uno dei miei preferiti. Non
ci sono camere da letto su quel lato
della casa, solo gli studioli
dell’Uomo di Rabbia e il mio, e
dunque i domestici non mi possono
vedere. Se mai potessero, o fossi
consapevole della loro presenza, non
starei mai lì, poiché nulla annienta la
meditazione quanto il sapere che
qualche curioso ti sta spiando da
dietro una tenda. Conosco un
giardino meraviglioso, purtroppo
rovinato, a mio parere,
dall’impossibilità di evadere la vista
dalla casa, che ti osserva, con gli
occhi di un Argo, senza batter ciglio,
in qualunque angolo ti possa
rintanare. Una casa perfetta e un
giardino perfetto, in quella terra di
giardini straordinari che è
l’Inghilterra, un luogo dalla
dimensione giusta per la perfezione,
non un’erbaccia ammessa, denti di
leone e margherite – amici dei non
ambiziosi – estirpati uno a uno
ormai da anni, i margini squisiti
esempi di buon gusto, le zolle
impeccabili che quasi non vuoi
calpestare per paura di impolverarle,
il tutto pressoché inabitabile per
gente dalle mie tendenze solitarie
perché, ovunque tu vada, sei
sorvegliata. Poiché vivo in questo
luogo grande e sparpagliato, pieno
di sentieri e recessi in cui sono
sicura di essere lasciata da sola,
confinante con ampi campi e
brughiere e foreste, e tanto spazio in
cui muovermi e respirare, mi sento
soffocata, oppressa, strozzata in un
giardino piccolo e perfetto. Trascorsi
un felicissimo pomeriggio in quel
piccolo paradiso inglese, ma ne
venni via con gioia, e con molti
pensieri d’amore per il mio caro
giardino un po’ disordinato, e tutti i
suoi angoli in cui gli anemoni
brillano in primavera come stelle, e
dove la natura ha la meglio sull’arte.
Anno dopo anno migliorerà, lo so,
ma è decisamente troppo grande per
diventare mai perfetto, un giardino
immacolato tenuto a bada, mi viene
da immaginare, da truppe di
cameriere dotate di piumino che
ogni mattina escono a spolverare
ogni singolo fiore. La natura stessa è
disordinata, e in un giardino deve
avere la precedenza sull’arte che,
con le sue scope e le sue cesoie, non
può che seguire umilmente. L’arte è
già padrona in casa, dove si stende
sui muri e si appende alle finestre, e
fa capolino nei cuscini del sofà, ed
erompe in un’eruzione di ceramiche
ovunque le ceramiche siano
possibili: all’aperto dovrebbe
davvero accontentarsi del secondo
posto. Che noia incontrare un
giardiniere e una carriola a ogni
svolta – come immancabilmente
capita in un giardino perfetto. Il mio
giardiniere, la cui sordità è più che
compensata da una vista acutissima,
ha subito notato l’aria torva che mi
distorce i lineamenti ogni qual volta
m’imbatto in uno dei suoi aiutanti
nei miei luoghi preferiti, e ora non li
incontro più. Immagino debba
tenerli rinchiusi nella serra dei
cetrioli per come sono
completamente scomparsi, li lascia
liberi soltanto quando sa che sono
fuori in carrozza, o a tavola, o a
riposare. Non è forse irritante sedere
sotto il tuo albero preferito, matita in
mano, gli occhi rivolti al cielo in
attesa di un’ispirazione che tarda ad
arrivare, e all’improvviso vedere
spuntare da dietro l’angolo un uomo
che ti incomincia a vangare la terra
praticamente sotto i piedi? Nessuno
saprà mai il numero di quelle che
credo siano tecnicamente conosciute
come parole alate sfuggitemi per via
di interruzioni di questo tipo. A dire
il vero, nel riguardare queste pagine
mi rendo conto che devono essermi
sfuggite tutte, non ne riesco a
trovare nemmeno una con una
seppur rudimentale somiglianza a
delle ali.
A volte quando sono di un umore
critico e ho bisogno di tutta la mia
fede per mantenermi paziente,
scuoto la testa di fronte al disordine
del mio giardino tanto seriamente
quanto il missionario scosse la testa
davanti a me. I cespugli si allungano
sul sentiero e, impigliandomisi nei
vestiti, mi ricordano che non sono
stati potati; la fertile vita vegetale
prospera libera da ogni interferenza
di uomini e zappe; i garofani, come
sempre all’inizio dell’estate, sono
tutti mangiucchiati da lepri egoiste
intente alla propria gratificazione; le
aiuole recano i segni del passaggio
di volpi notturne; e gli scoiattoli
sfrenati trascorrono i loro giorni a
mordere e scagliare giù le tenere
giovani gemme degli abeti. C’è poi
il ragazzo che guida l’asino con
l’annaffiatrice, che ha la riprovevole
abitudine di tagliare gli angoli
affettando pezzi di prato mentre
guizza via. “Certe cose non si
possono cambiare, anima mia” dico
a me stessa. “Se vuoi liberarti delle
lepri e delle volpi, devi acconsentire
ad avere delle recinzioni di filo
spinato tutto intorno al giardino, e tu
lo odi. E dici sempre che certe
erbacce non ti dispiacciono, perché
allora ti lamenti del prato? Non ti
addolorare troppo se gli scoiattoli
rompono pezzetti dei tuoi abeti – è
loro abitudine da tempo immemore,
e gli abeti prosperano ancora. I
ragazzi poi, sono certamente
creature disgustose. Non puoi
acchiapparlo mentre non guarda,
gettarlo nel barile d’acqua e metterci
sopra il coperchio?”
Chiesi alla piccola June, che
parecchie volte ha osservato con
indignazione la colpevole
indifferenza di questo ragazzo nei
confronti degli angoli, se non
pensasse che sarebbe stato un buon
metodo per sbarazzarsi di lui. È una
fanatica della disciplina, e lodò il
progetto a gran voce; ma le altre due
sollevarono obiezioni. «Potrebbe
morire lì dentro» disse May
apprensiva. «Ed è un tale birbante»
disse April che ne aveva osservato la
condotta sventata con speciale
disgusto, «che una volta morto
andrebbe dritto all’Hölle e starebbe
tutto il tempo con il diable».
Era la prima parola francese che
sentivo dire loro: strano e sulfureo
primo frutto degli insegnamenti di
Séraphine!
Passeggiavamo per il giardino in
processione, io con un grande paio
di cesoie, e le Tre con i cestini, in
uno dei quali mettevo fiori freschi e
negli altri i fiori che incominciavano
a mettere i semi, fiori appassiti,
baccelli. Il giardino tremolava nella
luce e nel calore; la pioggia del
mattino aveva fatto emergere tutte le
lumache e tutta la dolcezza, ed
eravamo molto felici, come siamo
sempre, io quando sono immersa nei
fiori, e le bambine quando trovano
nuovi tipi di lumache da aggiungere
alle loro collezioni. Queste
collezioni vengono portate in giro in
scatole di cartone tutto il giorno, e di
notte ogni bambina tiene la sua sulla
sedia accanto al letto. A volte le
lumache escono fuori e strisciano
sulle lenzuola, ma alle bambine non
importa. Una mattina April si è
svegliata piena di gioia nel trovarsi
una piccola amica sulla guancia.
Chiaramente bambine dai nervi
d’acciaio e coscienze trasparenti.
«Allora conoscete un po’ di
francese» dissi mentre tagliavo via
teste di papavero; «mi avete sempre
detto di non saperlo».
«Oh, non buttiamo i papaveri,
mamma» esclamò April quando li
vide rotolare nel suo cesto; «se li
raccogli e li lasci seccare, maturano
e servono a moltissime cose».
«Dimmi del diable» dissi, «e
potrai tenere i papaveri».
«Non è simpatico, quel diable»
incominciò subito con affannata
eloquenza. «Séraphine dice che
c’erano una volta un ragazzo e una
ragazza che erano andati a fare una
passeggiata, e c’erano due strade, e
una passava dalla pietraia ma
arrivava dal lieber Gott; la ragazza
la seguì finché giunse a una porta, il
lieber Gott l’aprì e lei entrò
nell’Himmel».
«E il ragazzo?»
«Oh, lui era un ragazzaccio e
seguì l’altra strada dove c’era un
albero, e sull’albero c’era scritto
“Non seguire questa strada o
morirai” e lui disse “Questa è una
bêtise”, continuò di là e giunse
all’Hölle, e lì il diable lo frusta se
non fa quello che gli dice».
«E tutto perché era cattivo»
spiegò May, rizzando un dito
ammonitore, «non voleva andare
all’Himmel e non amava la gloria».
«Tutti i maschi sono cattivi» disse
June, «non mi piacciono».
«Nous allons parler Français»
annunciai, desiderosa di scoprire se
l’intero bagaglio fosse rappresentato
da diable e bêtise; «credo che lo
sappiate parlare tutte abbastanza
bene».
Silenzio. Tagliai i semi dei piselli
e mi lanciai a parlare francese a gran
velocità, ponendo domande e
cercando di estrarre risposte senza
ottenerne alcuna. Il silenzio dietro di
me si fece pesante. Poi sentii un
debole singhiozzo, e il cestino che
mi veniva porto prese a tremare. Mi
piegai velocemente e guardai sotto il
cappellino parasole di April.
Piangeva con grandi e copiose
lacrime. E con la mano libera si
strofinava gli occhi.
«Che succede, bambina mia
benedetta» esclamai
inginocchiandomi e abbracciandola,
«che cosa mai succede?»
Mi guardò con occhi addolorati e
dubbiosi. «Una madre che parla
francese alla sua bambina!»
singhiozzò.
Lasciai cadere le forbici, la presi
in braccio, e la portai su e giù per il
sentiero, confortandola con tutte le
parole dolci che conoscevo,
sopprimendo il mio desiderio di
sorridere. «La mamma adesso non
parla francese, vero?» sussurrai alla
fine di una lunga serie di coccole,
incominciando, credo, con voli
retorici quali benedizione infinita e
angelo mio, e finendo con
moltissimi baci.
«No, no» rispose, accarezzandomi
il viso con l’aria infinitamente
sollevata, «così va bene, è come
parlano sempre le mamme. Le vere
mamme non parlano mai francese –
soltanto le Séraphine». Mi abbracciò
forte e mi diede un bacio trasferendo
tutte le sue lacrime sul mio viso; la
posai a terra e, estraendo il
fazzoletto, cercai di ripulire le tracce
rimaste sulle sue guance. Mi
domando come mai ogni volta che i
bambini piangono, immediatamente
compaiono sui loro volti rivoli
marroncini. Credo che potrei
piangere per una settimana, e non
produrre neanche un po’ di fango.
«Ecco che cosa farò, bambine»
dissi, desiderosa di restaurare la
completa serenità in quel giorno così
bello, forse vergognandomi un poco
per lo zelo non richiesto – davvero
April aveva ragione: le vere mamme
lasciano le lezioni e i tormenti a
qualcun altro, e dedicano le loro
energie alle coccole – «dopo la
merenda facciamo una festa».
«Sì!» gridarono tre voci esultanti.
«Allora bisogna decidere che cosa
indosserete. E per cena, volete il
solito? Correte da Séraphine e ditele
di prepararvi».
Afferrarono i cesti e le scatole di
lumache e corsero via tra i cespugli,
chiamando Séraphine con voci
traboccanti d’estasi, il francese e il
diable del tutto dimenticati.
Si tratta di balli dati con grande
cerimonia due o tre volte l’anno.
Durano circa un’ora, durante la
quale siedo al pianoforte della
biblioteca suonando motivetti
allegri, e le bambine danzano
appassionatamente intorno alla
colonna centrale. Si rifiutano di
ballare a coppie, il che forse è
positivo, altrimenti ce ne sarebbe
sempre una a far da tappezzeria e
digrignare i denti; e quando
vogliono sfrenarsi nella quadriglia
sono obbligate dalla cocciutaggine
dei numeri a danzare in triangolo.
All’ora stabilita bussano alla porta
ed entrano abbigliate con gli
indumenti che hanno scelto (in
quest’ultima occasione April
indossava la mia giacca da caccia,
May un manicotto e June sfoggiava
l’ombrello di Séraphine), e,
inchinandosi davanti a me, ognuna
esprime un commento che ritiene
adatto all’occasione.
«Come sta tuo marito?» mi chiese
June, nel tono altezzoso che ritiene
acconcio a un ballo.
«Molto bene, grazie».
«Oh. Bene».
«Il mio non sta un granché»
aggiunse April in tono allegro.
«Davvero?»
«No, ha un po’ di mal di pancia».
«Poveri noi!»
«Altrimenti sarebbe venuto,
avrebbe indossato dei bellissimi
pantaloni – rosa, con i nastri».
Dopo un altro po’ di elegante
conversazione del genere il ballo
incomincia, e dopo circa un’ora,
viene servita una cena –
rigorosamente sugli sgabelli – a base
di ravanelli e limonata; e quando
hanno spazzato via ogni foglia e
ogni gambo, si alzano con grande
dignità, esprimono in termini
appropriati il loro senso di
gratitudine per l’intrattenimento, si
inchinano e vanno a dormire,
trascorrendo in genere una notte
agitatissima, in preda agli orrendi
incubi risultanti da una
combinazione così insolita di
ravanelli e danze. Ecco perché i miei
balli sono occasioni rare – le
bambine insistono nell’avere
ravanelli per cena e io, in quanto
decente genitore con un adeguato
senso di responsabilità, sono di
conseguenza obbligata a ridurre i
miei inviti a due, al massimo tre,
all’anno.
Quando la festicciola giunse al
termine mi sentivo esausta, e avevo
appena sufficiente forza per ricevere
i loro ringraziamenti con civiltà.
Strimpellare per un’ora con il
termometro a 30° lascia il segno sui
più robusti; e quando furono a letto,
ordinai la carrozza con l’idea di
cercare sollievo nella foresta,
cogliendo l’opportunità di scappare
prima che l’Uomo di Rabbia
rientrasse per cena. Erano giorni
estremamente caldi, ma la pioggia
del mattino aveva sortito un effetto
meraviglioso sui fiori, e
nell’allontanarmi non potei fare a
meno di notare la bellezza delle
aiuole di fronte alla casa, con le
malvarose bianche, le bianche
bocche di leone e le frange di
calendule piumate. Il nuovo
giardiniere ha già cambiato l’aspetto
del luogo, credo di aver finalmente
trovato l’uomo giusto. È molto
giovane per essere un capo
giardiniere, ma, proprio in virtù
della sua età, ancora più ansioso di
piacermi e mantenere il posto; ed è
un grande conforto dover trattare
con qualcuno che osserva e
interpreta correttamente ogni
espressione del tuo volto senza
bisogno di spiegarsi troppo. A volte
sbaglia a ingaggiare certe persone,
proprio come sbagliavo io quando
me ne occupavo di persona, e una
volta assunse un povero giovanotto
come apprendista che molto presto,
al pari dei miei primi tre miti
giardinieri, impazzì. Una pazzia di
natura innocua che prese una forma
letteraria; in effetti, non esistevano
altre accuse contro di lui, se non che
gli piaceva scrivere. Era solito
sedere di mattina presto sulle panche
in giardino, e meditare sulla musa
ingrata quando avrebbe dovuto
trasportare il letame; e scocciò
tremendamente i colleghi
apostrofandoli con brani di Schiller
urlati tra i cespugli di uva spina.
Lasciatemi chiarire subito che non
gli rivolsi mai la parola, non sapevo
neppure che aspetto avesse – mi
avevano solo riferito che portava gli
occhiali – e dunque l’insinuazione
dell’Uomo di Rabbia che io
influenzi l’equilibrio mentale dei
miei giardinieri è del tutto
ingiustificata. Gli occhiali mi
sembrarono un accessorio davvero
strano per un giardiniere, tanto che
m’informai subito su chi fosse: mi
risposero che aveva studiato Legge,
ma non riuscendo a passare gli
esami, si era dedicato al
giardinaggio nella speranza di
ritrovare la salute e il buon umore.
Lo ritenni un progetto estremamente
di buon senso, e incominciavo a
interessarmi alle sue sorti, quando
un giorno mi arrivò per posta un
pacco raccomandato contenente una
commedia da lui manoscritta dal
titolo L’avvocato come giardiniere, a
me dedicata. L’Uomo di Rabbia e io
eravamo entrambi tra i personaggi,
l’Uomo di Rabbia, però, soltanto
nell’elenco sul frontespizio, perché
non ci rimanesse male, suppongo,
visto che nelle scene non compariva
mai, neppure una volta. Per quanto
mi riguarda, venivo rappresentata
mentre me ne andavo in giro a citare
in continuazione Tolstoj ai
giardinieri – cosa che, lo giuro, non
ho mai fatto. Il giovanotto fu
rispedito a casa tra la sua gente, e da
allora non faccio che chiedermi: ma
cos’ha questo posto che tanto
insistentemente produce libri e
follia?
Ai margini della foresta, dove
fasci di polverosa luce solare filtrano
tra gli alberi, i bambini
raccoglievano mirtilli da portare al
mercato quando passai l’altra sera,
le mani, i visi e i grembiuli sporchi
di un’unica grande macchia blu.
Avevo deciso di recarmi a un mulino
ad acqua appartenente all’Uomo di
Rabbia che si trova in una radura
lontana, così distante, solitario e
tranquillo che lo spirito della pace
sembra pervaderlo in eterno; e per
tutta la strada il tappeto di mirtilli
era spesso e ininterrotto. Dopo il
lungo giorno caldo, i pini
emanavano un profumo pungente, e
i loro fusti rosei spiccavano ancora
più intensi al mio passaggio. Presto
oltrepassai la regione dei
raccoglitori di frutta di bosco, i
bambini non s’inoltrano nella foresta
a quell’ora di sera, e io sobbalzavo
sulle radici tra le ombre che si
andavano addensando, sempre più
pervasa dall’unica emozione che mi
rigenera, la consapevolezza di essere
assolutamente sola.
Vive nel mulino, ormai inattivo da
tempo, e se ne prende cura, un
vecchio signore sordo dal viso
pulito, senza denti e senza mogli a
dargli noia. Una volta ebbe la
premura di informarmi come ritenga
che tutte le donne siano degli sbagli,
in particolare quella forma più grave
detta moglie, e come fosse contento
di non essersi mai sposato. Da allora
sento una certa remora a
intromettermi nella sua solitudine,
gravata come sono dal fardello del
mio sesso e della mia condizione di
moglie, ma lui sembra sempre molto
contento di vedermi, e corre subito
al pollaio a cercare uova fresche da
cucinarmi; forse mi considera una
piacevole eccezione alla regola. In
quest’ultima occasione portò il
tavolo sotto l’olmo accanto al
ruscello del mulino, perché potessi
godere dell’aria fresca durante la
cena; lì sedetti in gran pace mentre
aspettavo che l’acqua bollisse,
osservando il sole tramontare dietro
il nitido profilo della foresta, e tutti i
piccoli laghetti e i mulinelli in cui il
ruscello si rompe mentre fluttua su
argini fangosi, acceso dal riflesso
rosso del cielo. Le pozze sono
rivestite di ninfee e abitate dalle
anguille, e in genere porto una rete
di quelle guizzanti bestiole
all’Uomo di Rabbia per pacificarlo
dopo la mia prolungata assenza.
Quando le ninfee sono in fiore, salgo
sulla barca del mugnaio e con la
scusa di raccoglierle remo tra le
isolette di fango, e un po’
avventurosamente esploro il fiume
che si addentra serpentino nella
foresta, mentre il vecchio signore mi
osserva preoccupato da sotto l’olmo.
Considera con indulgenza il mio
desiderio, per lui tutto femminile, di
raccogliere le ninfee, ma è
chiaramente a disagio di fronte
all’affetto che provo per gli argini
fangosi, e la volta che mi
impantanai, dopo aver lui corso su e
giù in grande agitazione per
mezz’ora gridando istruzioni su
come disincagliarmi, quando tornai
sana e salva mi sgridò dicendo che
le persone in crinolina (il suo modo
di definire le donne) non sono state
create per remare, e l’unica loro
possibilità di salvezza è rimanere
sulla terraferma, in silenzio. Quella
sera ero troppo stanca per lasciarmi
tentare dalla barca, che tra l’altro era
mezza piena d’acqua, probabilmente
riversatavi da un mugnaio stufo
dell’intraprendenza femminile;
bevvi dunque il tè tranquillamente,
proseguendo il mio interrotto
pomeriggio di lettura. Avevo
raggiunto una parte dei Dolori del
giovane Werther che mi affascina in
modo particolare: Werther incontra
Lotte per la prima volta e, dopo un
temporale, entrambi si avvicinano
alla finestra. Lotte è così toccata
dalle meraviglie della natura che
posa la mano sulla sua sussurrando
«Klopstock» – a totale costernazione
del lettore, ma non di Werther, visto
che la parola magica, scopriamo, lo
emoziona al punto che si getta su
quella mano e la bacia con lacrime
d’estasi.
Alzai gli occhi dal libro, e
osservai le quiete pozze e il profilo
nero degli alberi, sui quali le stelle
incominciavano a rilucere, nelle
orecchie il suadente gorgoglio del
ruscello e il verso non lontano di un
gufo solitario, e mi domandai se,
fosse stato l’Uomo di Rabbia al mio
fianco, mormorare «Klopstock»
avrebbe espresso certe mie piacevoli
sensazioni e se, in quel caso, lui
avrebbe immediatamente versato
lacrime di gioia sulla mia mano. Il
nome è decisamente poco musicale,
e il fatto che Goethe scelga di farlo
pronunciare alla sua eroina nel
momento del massimo rapimento,
sembra sostenere il punto di vista
che talvolta adotto nel discorrere con
l’Uomo di Rabbia: non aveva senso
dell’umorismo. Ma eccomi qui a
parlare di Goethe, il nostro grande
genio e idolo, in un modo precluso
alle donne. Che cosa ne sanno le
donne tedesche di tali cose? Del
tutto incolte e ignoranti, come
possiamo noi giudicare qualcuno o
qualcosa? Possiamo soltanto saltare
alle conclusioni, e poi accettare
umilmente l’accusa di aver saltato
male. Rimasi seduta lì ancora per
parecchio tempo dopo che il buio mi
impedì di leggere, ripensavo alle
parole del vecchio mugnaio e mi
trovai d’accordo con lui: a questo
mondo, la cosa migliore per una
donna è rimanere in silenzio. Venne
fuori una volta e mi chiese se
dovesse portarmi una lampada; il
mio desiderio di rimanere lì fuori
nell’oscurità lo metteva a disagio.
Vedevo le stelle riflesse nei neri
laghetti, e una linea di debole luce
lontana sui pini, dove il sole era
tramontato. Di tanto in tanto sentivo
in viso l’aria calda esalata dalla
terra, subito seguita da una brezza
più fresca proveniente dall’acqua.
Che senso ha combattere per le cose,
far tanto chiasso? La Natura
impartisce chiarissimi insegnamenti
e chi ha vissuto per qualche tempo a
stretto suo contatto ha ben pochi
dubbi sul «miglior modo» di vivere.
Rimanere in silenzio e recitare le
proprie preghiere, non sono solo le
cose migliori ma le uniche da fare
per essere davvero felici; e da parte
mia, vergognandomi di chiedere
quando ho ricevuto così tanto, posso
soltanto dar voce a una preghiera di
ringraziamento.
Settembre

9 settembre. Ho cercato sul


dizionario la parola inglese per
Einquartierung, che è quanto ci
accade di questi tempi, ma non ho
trovato nulla di soddisfacente. Il mio
vocabolario dice soltanto (1)
squartamento, (2) acquartieramento
militare, e poi cade nell’irrilevanza.
È evidente che gli inglesi fanno a
meno della parola per la
fortunatissima coincidenza di non
avere nulla del genere. Noi invece
sì, e non è divertente: un’epidemia
che infuria alla fine di ogni estate,
quando i cottage e le fattorie
pullulano di soldati e di cavalli,
quando tutta la popolazione
femminile si fidanza a scopo
matrimonio e smette di lavorare e
tutta la popolazione maschile
s’ingelosisce e vuole combattere, e
quando la mia casa è affollata di
individui così brillanti e decorativi
nelle loro splendenti uniformi che
quasi desidererei tenerne un mazzo
dei più alti e magri per sempre in un
grande vaso di porcellana in un
angolo del salotto.
Quest’anno le esercitazioni si
svolgono proprio vicino a noi, e ci
tocca una benedetta, ulteriore
razione di coinvolgimento: ovunque
tu vada vedi soldati, e la santa calma
che ha regnato su di noi tutta l’estate
ha lasciato il posto a una corsa
perpetua di valletti militari, a pranzi
preparati a tutte le ore, al rumore
metallico degli speroni e di tutti
quegli altri aggeggi misteriosi che
sferragliano a ogni passo degli
ufficiali, e ai lamenti dei miei
sfortunati domestici, tutti
decisamente fuori di sé, non sapendo
più da che parte voltarsi. La cosa
dura da una settimana e ce ne aspetta
un’altra. Cinquecento uomini con i
loro cavalli sono acquartierati alla
fattoria, e trenta ufficiali con i loro
valletti in casa nostra, e vanno tutti
invitati a cena insieme agli altri
alloggiati nei villaggi vicini che non
possono certo essere lasciati
deperire in case contadine; e così la
mia estate non è ormai per nulla
solitaria, e ogni qual volta fuggo
soprappensiero nei recessi più
lontani del mio giardino e
incomincio a meditare, secondo la
mia abitudine, sull’Uomo, sulla
Natura, e sulla Vita Umana, tenenti
dagli squisiti pantaloni di flanella mi
inseguono per invitarmi a una partita
di tennis, gioco che ho sempre
particolarmente detestato.
Naturalmente la fattoria non ha
posto per tutti quegli uomini e quei
cavalli, e quando pochi giorni prima
del loro arrivo (a volte soltanto uno
o anche soltanto poche ore) un
ufficiale compare e ci informa del
numero di ospiti che ci è stato
assegnato, l’Uomo di Rabbia deve
allestire temporanei ricoveri, alcuni
adibiti a stalle, altri a dormitori o a
sale da pranzo. Non è facile cucinare
per cinquecento persone più del
solito, e la gestione quotidiana della
fattoria si immobilizza mentre tutta
la forza lavoro prepara carrettate di
pancetta e patate, e mescola il caffè,
il latte e lo zucchero con un palo
dentro una tinozza. È qui da noi
parte della banda musicale del
reggimento, i toni alti. Gli strumenti
bassi sono nel villaggio accanto; la
cosa non scoraggiò un giovane
ufficiale entusiasta che, al momento
del loro arrivo, alle sei del mattino,
ordinò ai suoi uomini di marciare
sotto alle nostre finestre a bandiere
spiegate e alla banda rimasta di
suonare senza badare troppo al fatto
che quei grandi strumenti tanto
rumorosi non fornissero alla melodia
la solita e necessaria base. Siamo
pagati sei pfenning al giorno per
alloggiare un soldato comune, e sei
pfenning per il suo cavallo – poco
più di un penny inglese per
entrambi; peccato che le baracche e i
falegnami non siano tanto
economici. Altri ottanta pfenning al
giorno vengono aggiunti per il vitto
del soldato, che deve ricevere due
libbre di pane, mezza libbra di
carne, un quarto di libbra di
pancetta, e un quarto di libbra di riso
o di orzo o in alternativa tre libbre di
patate. Gli ufficiali ci vengono
pagati due marchi e mezzo al giorno
senza vino; non siamo obbligati a
offrirglielo, ma se lo facciamo si
considerano ospiti, e si comportano
di conseguenza. I trenta che
abbiamo al momento non escono,
come avrei desiderato, tutti insieme
al mattino rimanendo fuori fino alla
sera, ma alcuni escono mentre altri
entrano, e la colazione non è finita
finché non incomincia il pranzo, e il
pranzo si trascina fino a cena, e per
tutto il giorno la sala da pranzo è
piena di cibo e di ufficiali, e da una
settimana a questa parte non
abbiamo più la sensazione che la
casa, dopo tutto, ci appartenga.
Mi sento molto provata, la pace di
cui ho goduto fino a ora è
ampiamente ricompensata dagli
attuali tormenti. Credo che persino il
mio severo amico missionario
sarebbe sorpreso nel sapere quanto
rapidamente la sua predizione
sull’inevitabile arrivo di dolore e
sofferenza, si è realizzata. Trascorro
le giornate a ordinare pasti, far
lavare la biancheria da tavola,
incoraggiare le deboli ginocchia dei
domestici, rispondere agli ufficiali
con appropriati e cortesi commenti,
presiedere ai pranzi con tutta la
gentilezza che la natura permette, e
cercare di sembrare felice; mentre
fuori in giardino… oh, lo so com’è
guardare fuori in giardino con
questo bellissimo tempo: so come le
ore placide scivolino una nell’altra
in una pace inalterata, quanto sia
intenso il profumo delle rose e della
frutta matura su cui ronza l’ape
assonnata, con quanto tepore il sole
splenda là dove il piccolo castagno
spagnolo sta ingiallendo – è il primo
a cambiare colore, e nulla lo
eguaglia in bellezza autunnale; so
come tutto è immobile laggiù nella
mia pineta, dove gli insetti
bisbigliano indisturbati nell’aria
calda e silente; so come sono belli i
campi osservati dalla panca sotto la
quercia, con le onde verdi che
s’imbiondiscono sotto il cielo del
meriggio; so come i falchi volino lì
sopra in circolo, e come vi cantino le
allodole, e mi avvicino il più
possibile alla finestra aperta,
allungando le orecchie per
ascoltarle, dimenticando i giovanotti
che mi raccontano di tutte le gare
vinte dai loro cavalli, quasi come se
non esistessero. Vorrei essere là
fuori sull’erba dorata, e guardare in
alto l’azzurro infinito, e sentire in
tutto il mio essere l’estasi che il loro
cinguettio mi comunica, e il cuore
mi si lacera nel ricordarmi che non
posso. E tuttavia sono dei bellissimi
giovani; tutti estremamente cortesi, e
molti dei più anziani persino
affascinanti – come mai allora,
preferisco le allodole?
Abbiamo qui ogni grado di
gerarchia, dal povero alfiere, una
modesta creatura dai facili rossori,
con l’obbligo di rimanere in piedi e
prosciugare il bicchiere ogni volta
che un superiore glielo riempie,
oppure costretto a sedere sulle sedie
più dure o a raccattare le palline
durante le partite di tennis, al
generale, un uomo invariabilmente
brillante, il cui cervello l’ha
traghettato fra i pericoli annuali di
purghe all’interno dell’esercito,
distinto nell’aspetto e nelle maniere
come nelle capacità militari, con il
sommo pregio di godere della
compagnia delle donne. Non riesco
a interessarmi a nessuno di grado
inferiore al colonnello. Più si scende
più gli ufficiali aumentano, e più è
difficile individuare i promettenti
nella folla; ma una volta passato il
rango di maggiore il campo si
sgombera per via del modo
impietoso con cui sono stati
selezionati, e gli ufficiali più alti
davvero rappresentano l’élite degli
uomini tedeschi di mezza età. Per
quanto riguarda i sottoposti, i tenenti
sono creature vivaci e gioviali che
non ammirano altri più di se stessi; i
capitani sono in genere freschi di
matrimonio, avendo da poco
raggiunto il livello di retribuzione
che rende possibile sposarsi e,
essendo spesso ancora nella fase
dell’innamoramento, sono a tutti gli
effetti inutili per scopi sociali; i
maggiori sono uomini con famiglie
che crescono di anno in anno, per
loro il salario è sempre inadeguato, e
vivono nel costante terrore della
successiva purga: dovessero mai
eliminarlo, la sua carriera sarebbe
finita, si ritroverebbe più povero che
mai e, non più tanto giovane ed
esclusivamente allenato alla vita
militare, gli sarebbe pressoché
impossibile ricominciare daccapo.
Persino i figli della luce trovano
difficile ricominciare daccapo con
successo dopo i quarant’anni, e
l’ufficiale in pensione non è mai tra
loro, altrimenti non sarebbe stato
cacciato via. Privo del lustro fornito
dall’uniforme, lo incontri ovunque,
facilmente riconoscibile per la
sciatteria con cui indossa gli abiti
civili e vaga tutt’intorno simile a una
nave senza timone; col trascorrere
del tempo si adatta all’inevitabile, e
trascorre i suoi giorni in un
appartamento di periferia al quarto
piano, mangia, beve, dorme, legge il
«Kreuzzeitung» e nient’altro, gioca
a carte durante il giorno, si ammala
di gotta, e preoccupa sua moglie. Mi
sarebbe difficile contare quanti di
loro hanno risposto all’annuncio
dell’Uomo di Rabbia per un posto
da bibliotecario e segretario – e tutti
invano, perché se anche fossero
adatti al lavoro, nessuno al mondo
possiede sufficiente tatto da saper
gestire con successo una situazione
tanto peculiare. Ho sentito dire che
alcuni inglesi di disposizione
speranzosa assumono signore nobili
come domestiche; i casi sono
paralleli e la delicatezza richiesta per
affrontare entrambe sovrannaturale.
Degli ufficiali qui presenti, gli
unici con cui condivido gli
argomenti di conversazione sono i
generali. Di che cosa mai potrei
parlare con un tenente? Non posso
discutere dell’agilità di un corpo di
ballo o dei meriti dei fantini, perché
queste cose sono per me polvere e
cenere; e quando mi ritrovo
obbligata dai miei doveri di padrona
di casa a entrare nello spettro della
sua conversazione, anche solo per
alcuni momenti, mi sento vecchia e
di ghiaccio. All’inizio della
primavera, nei meravigliosi giorni di
speranza in cui la natura freme in
uno stato di eccitazione soppressa,
in attesa del miracolo annuale,
quando poche ore di pioggia tiepida
cambiano l’intero paesaggio, fummo
informati dell’arrivo imminente di
un tenente e di due uomini a cavallo,
che avremmo dovuto acquartierare
qui per tre notti, mentre una qualche
occulta esercitazione militare era in
corso ad alcune miglia di distanza.
La cosa fu specialmente
inopportuna, perché l’Uomo di
Rabbia era di partenza: mentre lo
salutavo, benché decisamente
preoccupato in volto, mi confortò
assicurandomi che il tenente di
giorno sarebbe stato lontano, e la
sera al rientro così stanco che
probabilmente non l’avrei nemmeno
visto. Ma non avevo mai conosciuto
prima un giovane che avesse tanto in
odio il riposo. Non una volta in tre
giorni rispose ai miei pressanti inviti
di andare a stendersi un poco, e tutta
la disperata eloquenza di una donna
alla fine delle sue risorse non riuscì
mai a persuaderlo di quanto fosse
sfinito e bisognoso di ritirarsi in
camera. Avrei voluto esser fuori al
momento del suo arrivo, e rimanerci
fino a ora di cena, ma giunse più
presto del previsto: ero ancora a
tavola con le bambine quando la
porta si aprì per far entrare il più
bell’esemplare di tenente che avessi
mai visto, davvero radioso
nell’uniforme bianca, tanto che le
bambine pensarono all’apparizione
di un angelo, del tipo che si rivelò ad
Abramo e Sara, e incominciarono a
parlottare di ali. Rispose alle mie
ansiose domande dicendo di non
accusare la minima stanchezza dopo
la lunga cavalcata, e, compresa al
volo la situazione, si mise a
chiacchierare senza posa, rendendosi
conto della necessità di evitare pause
prolungate. Nel pomeriggio, dopo
averlo invano spinto a riposare, lo
invitai ad accompagnarmi a una
passeggiata in carrozza, e mentre mi
raccontava dei cavalli, del
reggimento e del fratello ufficiale, in
quello che alla fine diventò un
blaterare intermittente, mi divertii a
fantasticare su che cosa avrebbe
detto se di colpo mi fossi lanciata
nei temi che amo di più, insistendo
perché notasse la bellezza degli
alberi soltanto in attesa, con tutte le
loro piccole gemme, di una pioggia
tiepida per scoppiare nella gloria
della prima estate. Forse mi avrebbe
considerato la varietà tedesca di una
iena in gonnella – che animale
spaventoso – o comunque una
creatura dalle tendenze isteriche; e
avrebbe incominciato a sentirsi solo,
a pensare ai suoi camerati, al rancio
non poi così tremendo, e magari
anche a sua madre, poiché era molto
giovane e aveva da poco lasciato il
nido. Rimasi dunque in silenzio,
limitando la conversazione ai temi
militari, dei quali conosco meno di
qualsiasi altra donna in Germania, e
ritengo che i miei commenti
debbano averlo impressionato in
modo del tutto insolito. Mi parlava
con condiscendenza, e io pure, e
tornammo a casa in uno stato di
prostrazione profonda – almeno io,
perché quando lo guardai mi accorsi
che a lui non pendeva un capello.
Salii al piano di sopra imponendomi
di sperare che si fosse stancato più
di quanto desse a vedere, e che
durante il resto del soggiorno
avrebbe accettato il suggerimento
tanto ansiosamente elargito di
trascorrere il tempo libero riposando
in camera.
Durante la cena – eravamo soli –
risultò chiaro come entrambi
considerassimo necessario, per il
bene dei domestici, non lasciare
cadere la conversazione. Ero allo
stremo delle forze, ma avrei detto
qualunque cosa piuttosto che
affrontare davanti a lui il silenzio, e
unendo gli sforzi ce la cavammo
abbastanza bene. Dopo cena provai
con i pettegolezzi, lo incoraggiai
perfino a raccontarmene qualcuno,
ma possedeva un incredibile numero
di parenti e chiunque io
menzionassi, si dava il caso fosse
suo cugino, o suo cognato, o sua zia,
come si affrettava a informarmi, e
così mi toccava trasformare subito in
lode sperticata qualunque cosa
avessi inteso dire; e lodare la gente è
un lavoro ingrato: ce la metti tutta,
ma sai benissimo di non essere
affatto convincente. Non sanno forse
tutti che è impulso naturale
martoriare gli assenti? Alle nove e
mezzo mi alzai, logorata nella mente
e nel corpo, e gli dissi con fermezza
che da tempo immemore era
abitudine della mia famiglia ritirarsi
in camera entro le dieci, e di
conseguenza lì stavo andando. Lui
apparve sorpreso e più sveglio che
mai, ma nulla mi scosse dalla mia
decisione, e me ne andai,
lasciandolo sul tappeto davanti al
caminetto, tipico per un esponente
dei miei connazionali che mai si
sognano di aprire la porta a una
donna.
Il giorno successivo uscì alle
cinque del mattino e, secondo i
piani, doveva rimanere fuori fino a
sera. Mi sentii come se mi avessero
liberato di prigione e feci una
gioiosa colazione in veranda: il sole
filtrava dal traliccio ancora privo di
rampicanti sul mio piccolo pasto, e il
primo cuculo dell’anno mi chiamava
dalla pineta. Non volevo pensare
alla cena e alla sera prima; progettai
invece di uscire dopo pranzo con le
bambine, portandoci
approvvigionamenti al sacco, e
perderci tra i boschi fino all’ora di
andare a dormire; e quando l’angelo
fosse ricomparso pieno di rinnovato
vigore e voglia di conversare,
avrebbe trovato il cofanetto vuoto e
la gemma fuori, a zonzo. Finita la
colazione, corsi in giardino, intenta
ad approfittare il più possibile di
ogni minuto, a stento capace di
trattenermi dal danzare. Oh, la
benedizione di una luminosa mattina
di primavera senza tenenti intorno!
Non conosco modo migliore di
incominciare una giornata densa di
promesse per le ore a venire, se non
con una colazione in giardino, sola
con la tua teiera e il tuo libro!
Eventuali ragnatele appiccicate
all’anima dal giorno precedente
vengono spazzate via con
sorprendente rapidità; mai il tè e il
pane tostato hanno tanto sapore
come qui al sole; mai un libro fu
così saggio e pieno di significato
come quello aperto davanti a te; mai
una donna fu così pulita dentro e
fuori, così rigenerata, così ben
strigliata moralmente e fisicamente,
come colei che incomincia la
giornata in questo modo. Mentre
procedevo leggiadra lungo il
sentiero del giardino iniziai persino
a pensare ai tenenti con simpatia. La
situazione non era poi così male;
sarebbe stato via fino a sera, magari
anche fino al giorno dopo; sarei
uscita di pomeriggio e ritornando
molto tardi non l’avrei visto tutto il
giorno – e forse, se la Provvidenza
era gentile, non l’avrei rivisto mai
più; quest’ultimo pensiero mi
elettrizzò e incominciai a cantare.
Invece, ritornò non appena finimmo
il pranzo.
«Herr Lieutenant è qui» annunciò
il domestico, «ed è andato a lavarsi
le mani. Herr Lieutenant non ha
ancora pranzato, scenderà tra un
momento».
«Preparatemi la carrozza
immediatamente» ordinai, non
potevo e non volevo trascorrere un
altro pomeriggio in tête-à-tête con
quel giovanotto, «e riferite a Herr
Lieutenant che mi dispiace ma sono
dovuta uscire, avevo promesso al
pastore di portare le bambine da lui
questo pomeriggio. Badate che non
gli manchi nulla».
Radunai le bambine e fuggii.
Sentivo il tenente al piano di sopra
muoversi per la stanza, e sapevo che
non avevamo un momento da
perdere. Il viso del domestico
mostrava chiaramente incredulità
alla storia del pastore, e le bambine
mi guardavano interrogative. Che
cosa deve fare una donna quando
viene messa all’angolo? Il padre
delle bugie vive negli angoli – senza
dubbio il posto più adatto per tale
furfante.
Corremmo a prepararci al piano di
sopra. C’era solo una breva rampa
su cui potevamo incontrare il
tenente, una volta passata quella
eravamo al sicuro; ma
l’incontrammo proprio lì. Scendeva
di corsa, arrotolandosi le punte dei
baffi con un ultimo gesto frettoloso,
l’aspetto più fresco, più luminoso,
più amabile che mai.
«Oh, buon giorno. Siete tornato
prima di quanto pensaste, non è
vero?» dissi debolmente.
«Sì, sono riuscito a sbrigarmi in
fretta» disse con una vivacità che
non mi piacque.
«Ma avete incominciato la
giornata tanto presto… sarete
stanchissimo».
«Oh, niente affatto, grazie».
Ripetei allora la storia del pastore
che ci aspettava, sottolineando – un
peccato sull’altro – l’inevitabilità di
una spedizione pianificata settimane
prima. April e May, sul pianerottolo,
ascoltavano con l’aria sorpresa, e
June, evidentemente concentrata
sulle ali, gli scrutava le spalle dal
gradino subito sopra. E ce ne
andammo davvero, lasciandolo a
pensare quel che voleva, e a
impiegare il tempo come meglio
desiderava, a fumare, dormire, o
vagare nei dintorni; anche lui, ero
convinta, doveva sentirsi sollevato
di essersi sbarazzato di me. Ma nel
pomeriggio il tempo peggiorò, si
alzò un vento pungente, le nuvole si
addensarono sulla foresta e
incominciammo a patire il freddo, le
bambine presero a starnutire e a
chiedere dov’era il pastore e alla
fine, dopo aver percorso parecchie
miglia, dissi che si era fatto troppo
tardi per andarlo a trovare, ormai era
ora di tornare indietro. Mi
amareggiò il fatto che fossimo
obbligate a vagare per le foreste
fredde e lasciare la nostra casa
confortevole per via di un tenente e
ritornai a casa piena di risentimento
nei suoi confronti.
La seconda sera fu decisamente
peggiore della prima. Ci eravamo
detti tutto ciò che intendevamo dirci
l’un l’altro, e avevamo lodato tutti i
nostri parenti con tale calorosa
buona volontà che non rimaneva
altro da aggiungere. Sedetti
ascoltando il lento ticchettio
dell’orologio e ponendo domande su
cose che non m’interessava affatto
sapere, quali il lavoro quotidiano e
le razioni e la paga dei soldati nel
suo reggimento e presto – avendo
incominciato la cena di buon’ora
com’è d’uso in campagna –
l’orologio batté le otto. Potevo
andare a dormire alle otto? No, non
avevo il coraggio, e nessuna scusa
pronta. Ulteriore ticchettio, e
ulteriori domande sulle razioni e
sull’uso dell’argilla bianca per
sbiancare il pellame. Ma che
orologio! Non ne avevo mai
incontrati altri che, per pura pigrizia
e oziosa deliberazione, impiegassero
tanto tempo a giungere alla
mezz’ora. Finalmente vibrò il
rintocco. Potevo andarmene?
Potevo? No, non avevo ancora una
buona scusa. Fluttuammo
dall’argilla bianca a una discussione
sulle biciclette per le donne –
soggetto ozioso. Era acconcio?
Nuoceva loro alla salute? Era
decoroso per una signora?
Dovevano le donne indossare gonne
o …? A Parigi indossavano tutte i …
La nostra educazione qui è
eccellente, e non potremmo
convincerci a parlare a un
giovanotto di alcun indumento
biforcuto nemmeno se ci
provassimo, così ci facciamo capire,
quando desideriamo accennare a
certe cose, con una pausa espressiva
e un pudico abbassare di palpebre.
L’orologio battè le nove. Nulla
poteva più trattenermi. Saltai in
piedi e dissi di essere stanca oltre
misura per aver guidato nell’aria
pungente, e spiegai come, ogni qual
volta trascorro un pomeriggio
all’aperto, sia mia abitudine andare a
dormire mezz’ora prima del solito.
Di nuovo, apparve sorpreso ma
decisamente meno della sera prima:
immagino che incominciasse a
conoscermi. Mi ritirai, fermamente
determinata a non dover affrontare
un’altra giornata del genere; e
avendo lui menzionato di essere
scevro da impegni l’indomani, decisi
che al risveglio mi sarei spacciata
per molto malata; e sarei rimasta a
letto, quell’ultimo rifugio
dell’infelice, finché lui sarebbe
rimasto qui.
Sedetti alla finestra della mia
stanza fino a tardi, guardando la luna
nel giardino silenzioso, con
l’orrenda sensazione di essere
imbottita di segatura, pensando
afflitta a una giornata tanto
promettente conclusasi così
squallidamente. Che ipocrisia non
essere in grado di essere sincera e
dire in tutta semplicità: “Mio caro
giovanotto, noi due non ci siamo
mai visti prima, probabilmente non
ci rivedremo mai più, e non abbiamo
interessi in comune. Desidero che vi
sentiate a vostro agio in casa mia,
ma desidero sentirmi a mio agio
anch’io. E dunque non
intralciamoci. Fate quel che volete,
andate dove vi pare e ordinate quel
che desiderate, ma non aspettatevi
che sprechi il mio tempo sedendovi
accanto a parlare di futilità. Devo
andare anch’io in paradiso, e non ho
tempo da perdere. Non mi vedrete
più. Addio”.
Credo che molte vessate Hausfrau
sarebbero felici di poter pronunciare
un discorso del genere all’apparire
di questi giovanotti, e sicuramente i
giovanotti stessi ne sarebbero grati;
ma la semplicità, a quanto sembra,
supera le nostre forze. È, di tutte le
virtù, la più apprezzabile, quella che
più io valuto, indicibilmente
preziosa per il suo potere di
rimuovere quelle montagne che
limitano la nostra vita e ci
impediscono di vedere il cielo. Certo
è che fino a quando non
recupereremo lo spirito semplice del
bambino, in nessun modo
scopriremo il nostro regno in cielo.
Così, e non solo, andavo
riflettendo là seduta, stanchissima,
quella fredda sera di primavera,
mentre il tenente che le aveva
occasionate dormiva placido ormai
da ore nell’altra ala della casa. I
pensieri relativi al giorno
successivo, la costrizione a letto, le
scodelle di pappetta da ingurgitare
se volevo che i domestici credessero
al mio malessere, mi facevano star
male. Mangiare pappette pour la
galérie è una ben triste condizione
cui ridursi – non so concepire più
profondi abissi di umiliazione.
Proprio allora, mentre ricordavo con
orrore quanto poco io ami la
minestra d’avena, sentii un
improvviso rumore di ruote che
giravano velocemente l’angolo della
casa, un gran acciottolio e tramestio
nella notte silente: spalancai subito
la finestra e lì, in una carrozza a
nolo, circonfuso ai miei occhi di una
luce celestiale, vidi l’Uomo di
Rabbia, giunto inaspettatamente a
salvarmi.
«Oh, caro Uomo di Rabbia»
esclamai, spenzolando le braccia
illuminate dal chiaro di luna,
«quanto ti preferisco ai tenenti! Mi
sei mancato come non mai – non ti
ho mai desiderato di più – non ti ho
mai amato di più – vieni su svelto
che ti possa baciare!»

1 ottobre. Ieri sera dopo cena,


mentre eravamo in biblioteca, dissi:
«Ora ascoltami, Uomo di Rabbia».
«Si?» chiese, guardandomi dalle
profondità della poltrona, mentre in
piedi gli stavo di fronte.
«Lo sai che come profeta sei un
fallimento? Cinque mesi fa sedevi
tra le violacciocche deridendo il mio
progetto di volermi intrattenere da
sola per un’intera estate. L’estate è
ora finita?»
«Lo è» assentì, ascoltando la
pioggia battere contro le finestre.
«E io ho invitato qualcuno qui?»
«No, ma ci sono stati tutti quegli
ufficiali».
«Non hanno nulla a che vedere
con questa storia».
«Ti hanno aiutata ad andare avanti
per quindici giorni».
«Certo che no. Sono stati quindici
giorni orrendi».
«Bene. Vai avanti».
«Dicesti che la noia sarebbe stata
la mia punizione. Mi sono
annoiata?»
«Mia cara, conoscendoti, non lo
confesseresti mai».
«Vero. Ma in effetti lascia che ti
dica che non ho mai trascorso
un’estate più felice».
Mi guardò di sguincio. «Se
ricordo bene» disse dopo una pausa,
«la ragione principale per desiderare
di rimanere sola era perché la tua
anima avesse tempo di crescere.
Posso chiederti se è accaduto?»
«Neanche un po’».
Rise alzandosi, mi raggiunse e mi
si strinse al fianco davanti al
caminetto. «Per lo meno sei sincera»
disse, prendendomi la mano
sottobraccio.
«È una stimabile virtù».
«Stranamente rara in una donna».
«Ora lascia perdere le donne. Ho
scoperto che voi non sapete nulla di
loro. Ma io so tutto».
«Davvero? Mia cara, una donna
non può mai giudicare le altre».
«Un luogo comune, caro Saggio».
«Le sue opinioni sono
necessariamente parziali».
«Venerabili sciocchezze, caro
Saggio».
«Perché le donne sono tra loro
nemiche naturali».
«Gergo obsoleto, caro Saggio».
«Bene, allora, che mi dici?»
«Sono delle CARISSIME persone, e
dovresti essere davvero grato e
felice di averne una sempre
accanto».
«Ho mai detto di non esserlo?»
chiese, cingendomi col braccio e
guardandomi affettuoso; e quando la
gente incomincia a guardarmi
affettuosa, smetto subito di
pungolarli ulteriormente.
E così l’Uomo di Rabbia e io
scoloriamo nella penombra e nel
mutismo, la mia testa reclinata sulla
sua spalla, il suo braccio intorno alla
mia vita; e che cosa potrebbe essere
più appropriato, più degno di lode, o
più pittoresco?
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