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1789-1799

prelazione di Furio Diaz


M ich el Vovelle

LA RIVOLUZIONE FRANCESE
1789-1799

prefazione di Furio Diaz

guerini
V scientifica
© 1993 Edizioni Angelo Guerini e Associati SpA
viale Filippetti, 28 - 20122 Milano
http: //www.guerini.it
e-mail: info@guerini.it

Prima edizione: aprile 1993


Seconda edizione: ottobre 2003
Titolo originale: La Révolution frangaise. 1789-1799

Ristampa: V IV III II 2005 2006 2007

Printed in Italy

ISBN 88-8107-154-1

Le riproduzioni a uso differente da quello personale potranno avvenire, per


un numero di pagine non superiore al 15% del presente volume, solo a
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20121 Milano, tei. e fax 02809506, e-mail: segreteria@aidro.org.
I ndice

IX Prefazione di Furio Diaz


XXI Prefazione all’edizione italiana di Michel Vovelle
1 I ntroduzione
3 1. I l decennio rivoluzionario
L’Anàen régime e la Rivoluzione, p. 3 - La crisi dell’Ancien rèdine: cause re-
mote e cause immediate, p. 6 - Le tre rivoluzioni del 1789, p. 13 - La Rivo-
luzione costituente, p. 16 - La crescita rivoluzionaria: slittamento o conti-
nuità?, p. 19 - L’Assemblea legislativa e la caduta della monarchia, p. 21 -
La Gironda e la Montagna, p. 25 - Il governo rivoluzionario, p. 29 - Termi-
doro, p. 34 - Il Direttorio, p. 37 - La crisi del Direttorio e il ricorso ai mili-
tari, p. 42
45 2. Lo Stato rivoluzionario
Proclami e valori: i fondamenti dello Stato rivoluzionario, p. 45 - Le strut-
ture statali e le condizioni della vita politica, p. 54 - Le strutture statali: la
Francia ristrutturata. Le istituzioni, p. 63 - L’apprendistato della politica,
p. 77
89 3. Su due fronti : R ivoluzione accettata, Rivoluzione rifiutata
in F rancia e nel mondo
La controrivoluzione, p. 89 - La Rivoluzione e il mondo, p. 98 - L’esercito e
la guerra, p. 105-11 problema coloniale e l’abolizione della schiavitù, p. 109
113 4. La nuova società
Popolazione e demografia, p. 113 - Rivoluzione ed economia, p. 117 - La
rivoluzione contadina, p. 128 - Popolazione urbana e borghesia, p. 137
145 5. L’uom o nuovo : mentalità, religione , cultura
Dalla paura alla speranza, p. 145 - Religione e Rivoluzione, p. 153 - Feste e
simboli: la città ideale, p. 167 - Rivoluzione culturale?, p. 172 - Le menta-
lità: la Rivoluzione nella vita quotidiana, p. 178
185 C ronologia
189 Suggerimenti bibliografici
I ndice dei testi

9 Ciò che produce le forme di governo


14 Racconto di uno dei «vincitori» della Bastiglia
16 La notte del 4 agosto
24 II 10 agosto nella relazione dell’ambasciatore genovese
30 Robespierre «dittatore»?
40 II Manifesto degli Eguali
40 L’atmosfera inquieta e incerta seguita al 18 fruttidoro anno v
46 Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto
1789
49 Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 24 giugno
1793
58 La teoria del governo rivoluzionario
77 Brani dai rapporti di Saint-Just sui decreti dell’8 e 23 ventoso anno
il (26 febbraio e 3 marzo 1794)
96 La guerra civile in Vandea
104 Discorso di Robespierre contro la guerra (inverno 1792)
105 Estratto dal manifesto di Brunswick
111 L’abolizione della schiavitù (Convenzione nazionale, seduta del 16
piovoso anno il)
122 La legge Le Chapelier (14-17 giugno 1791) (estratto)
122 La dottrina degli «arrabbiati» (fine giugno 1793)
157 La messa a disposizione della nazione dei beni del clero
. 163 Decreto scristianizzatore di Fouché nella Nièvre
164 Robespierre e il culto dell’Essere supremo
182 Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (settembre
1791)

I ndice di grafici, carte e tabelle

11 La crisi dell’economia francese alla fine dell*Ancien régime


81 Le società popolari nell’anno lì
87 La Francia che parla e la Francia che tace (anno n)
94 Fronti di lotta, 1792-1794
103 Annessioni e Repubbliche-sorelle (1796-1799)
124 Svalutazione dell’assegnato a Parigi (1792-1794)
133 Disordini annonari e disordini antifeudali (1789-1793)
136 La quota contadina negli acquisti dei beni nazionali
146 La Grande Paura
150 Insorti e rivoltosi (1775-1795)
159 I preti «giurati» del 1791
159 Intensità della scristianizzazione dell’anno li
P refazione

di Furio Diaz

Forse la cosa più difficile oggi per uno storico è scrivere una sintesi di un
fenomeno grandioso come la Rivoluzione francese. Tanto più dopo i
tanti studi, saggi, ricapitolazioni, analisi minute e sguardi d’insieme che
gli anni del bicentenario (1989-1990, poi protrattisi fino al 1992, anniver-
sario della fondazione della Repubblica, e forse destinati a continuare
fin verso il 1999, ricorrenza della sua sostanziale eliminazione) hanno
portato. Ben note, e sempre ricorrenti, le resistenze che un lavoro del
genere incontra. Come riassumere gli avvenimenti senza cadere nel vec-
chio sommario cronachistico? E, evitando questo, come trovar posto, e
di quali proporzioni e significati, per i tanti aspetti meno événementiels:
istituzioni, valori ideali, rapporti con l’estero, vita sociale ed economica,
cultura, mentalità, religione?
Proprio considerando queste difficoltà tradizionali, direi più acute
per una vicenda relativamente breve nel tempo, ma di per sé così intensa
come la Rivoluzione francese, il saggio di Vovelle può rivelarsi davvero
un capolavoro. Nelle prime quarantacinque pagine si ha già la storia
abrégée della Rivoluzione. Tutti gli avvenimenti e le svolte fondamentali:
ma non seccamente esposti in una serie arida, già invece calati nella si-
gnificanza politica, civile, sociale che li contraddistingue. L’analisi parti-
colare verrà nei capitoli seguenti. Ma intanto la spinta e la direzione es-
senziali che muovono il grande rivolgimento sono indicati nei loro carat-
teri peculiari: contro il feudalesimo, contro la società di ordini, che ha al
sottofondo la crescente contrapposizione delle classi, contro l’assoluti-
smo del potere monarchico. Non era semplice già esporre questi tre pri-
mari obiettivi polemici della Rivoluzione, tanto più dopo che una storio-
grafia recente, diramantesi dai lavori di Tocqueville, ha riconosciuto alla
monarchia assoluta un ruolo importante nella preparazione «sociale» di
essa, con la progressiva eliminazione di eccessive distinzioni e barriere
tradizionali della società d’ordini. Ma come non vedere che verso il 1789
quel mondo di «stati», di «parlamenti», di signorie e privilegi nobiliari,
di diritti feudali, era ancora in piedi seppur già travagliato da una crisi
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profonda? Ecco quindi l’indicazione netta e precisa delle forze che spun-
tano attraverso questa crisi, e delle forme del loro premere: la contesta-
zione fondamentale dell’ordine stabilito, le contraddizioni interne fra
ordini, con la reazione nobiliare e signorile contro l’ascesa agli uffici che
parte dal Terzo stato e contro le rivendicazioni antifeudali dei contadini,
e lo straripamento esterno di questi contrasti, grazie anche alla crisi eco-
nomica fra il 1787 e il 1789, con l’unione di borghesia e masse contadine
contro i privilegi nobiliari, e soprattutto l’attacco della borghesia produt-
trice, dai gestori di manifatture ai grossi commercianti agli esponenti del
mondo professionale (avvocati, notai, medici ecc.). Una volta ben stabili-
te le qualità e le spinte di queste componenti, può divenire semplice, ma
anche sempre succosa, l’esposizione degli eventi: delle cosiddette tre ri-
voluzioni del 1789 (istituzionale o parlamentare, cittadina o municipale,
contadina), ai movimenti di massa che ne caratterizzano molti aspetti,
dalle giornate parigine del luglio e dell’ottobre alle rivolte contadine
contro i castelli, dell’agosto, e ai panici collettivi che vi s’intrecciano.
Emerge così il legame tra queste spinte rivoluzionarie e la «rivolta costi-
tuente». Ne è già premessa la celebre notte del 4 agosto, con l’abolizione
da parte dell’Assemblea dei diritti feudali. Ne costituiscono lo sviluppo,
tormentato e sempre profondamente vissuto e discusso, l’elaborazione
del testo istituzionale, già iniziatasi con la costituzione civile del clero, e
le vicende di movimenti in avanti e tentativi retrogradi che porteranno
alla grande crisi dell’agosto 1792. Vovelle non omette di inserire in que-
sta prima parte espositiva le questioni storiografiche più famose che la
Rivoluzione negli ultimi tempi ha suscitato. La sua presa concettuale su-
gli eventi consente, anzi costringe, a questo modo di procedere. Come si
potrebbe inquadrare storicamente il 10 agosto 1792 e la caduta della mo-
narchia se non ci si fosse resi conto che nella conclusione dei lavori della
Costituente, nel settembre del 1791, «il cammino rivoluzionario ha mu-
tato percorso»? Quella costituzione che doveva in un certo senso com-
piere il movimento nel testo istituzionale di un nuovo regime, si rivela
semplicemente il background di una serie di spinte e controspinte che
portano a una realtà completamente nuova. Ecco quindi le ipotesi espli-
cative, le tesi di Furet e Richet del dérapage della Rivoluzione, dovuto
piuttosto che all’intervento, naturale per l’ordine delle cose, delle masse
popolari nel moto rivoluzionario, all’accidentale combinarsi del timore
esagerato di una controrivoluzione mitica, appoggiata alla tesi del com-
plotto aristocratico, col risveglio dei vecchi dèmoni delle paure popolari,
fino alla esasperazione eccezionale della sensibilità rivoluzionaria.
La grande esperienza dello storico della Rivoluzione si mostra qui nel
suo evitare di assumere astrattamente un partito (tanto più che Furet ha
poi notevolmente moderato la sua critica iniziale). Meglio è ormai far
parlare i fatti e mostrare le forze in lotta che hanno condotto all’accele-
razione del movimento. Da un lato la controrivoluzione organizzata dai
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fratelli del re e da certi capi dell’aristocrazia in varie parti del paese, il


tentativo di fuga di Luigi xvi, bloccato a Varennes, la repressione seguita
al suo ritorno, con la sparatoria del Campo di Marte (17 luglio 1791)
contro i sezionali parigini che chiedono la decadenza della monarchia;
dall’altro lato la risposta del crescente radicalizzarsi della Rivoluzione
nelle campagne e del suo organizzarsi con giornali, club, attività perma-
nenti delle sezioni a Parigi e in altre città importanti del paese. «Questa
evoluzione venne senza alcun dubbio accelerata» dalla guerra cui,
nell’aprile del 1792, le potenze monarchiche costringono la Francia, e lo
sbocco ne è il 10 agosto 1792, quando, dinnanzi alle prime sconfitte al
fronte e alle minacce crescenti degli emigrati e dei comandanti militari
nemici, sezioni e popolo di Parigi scavalcano gli stessi dirigenti più de-
mocratici, Robespiere, Danton, Marat ecc., occupano le Tuileries, massa-
crano gli Svizzeri e alcuni gentiluomini di servizio e costringono il re a ri-
fugiarsi nella sede dell’Assemblea, da cui poi sarà trasferito nel carcere
del Tempio, verso il processo e la condanna a morte.
L’alta specializzazione dell’autore si rivela nella serrata concatenazio-
ne che sa mantenere fra eventi tanto clamorosi e spesso contrastanti: dal-
la riunione della Convenzione e dalla proclamazione della Repubblica
alla esecuzione del re, dal contrasto fra giacobini e girondini allo strari-
pare del movimento popolare, con i massacri di settembre e i movimenti
di piazza per calmierare i prezzi dei generi alimentari, dalla condanna e
la persecuzione dei girondini (31 maggio - 2 giugno 1793) all’assunzione
del potere da parte del Comitato di salute pubblica nella forma radicale
del 10 luglio 1793 e alla implacabile conduzione del moto rivoluzionario
all’interno e alle frontiere, fino alla catastrofe del Termidoro (27 luglio
1794).
In una sintesi di anni così densi di avvenimenti, di teorie e di contra-
sti, non può essere semplice per lo storico la scelta di un metodo costan-
te, capace di render conto di un susseguirsi di continuità e discontinuità.
Già nell’auspicio, tante volte ripetuto fin dagl’inizi dagli stessi capi rivo-
luzionari, di «mettere la parola fine alla Rivoluzione», è insita la contrad-
dizione che il movimento irrimediabilmente porta con sé. Le vicende
stesse dal 1793-1794 all’epoca direttoriale, dove il nuovo regime appare
in continua crisi, mettono a dura prova la possibilità di applicare un cri-
terio unitario alla storia della Rivoluzione. La centralizzazione giacobina
e l’organizzazione del governo dei Comitati, di Salute pubblica, di Sicu-
rezza generale, agenti nazionali nei dipartimenti, distretti e municipi, co-
mitati rivoluzionari o di sorveglianza locali, creano una rete di efficienza
nuova, resa più attiva e inesorabile dal continuo riferiménto alla Conven-
zione e dall’attività, per lo più ammirevole (nonostante singoli casi di
crudeltà e di eccessi), dei rappresentanti in missione. Ma appena l’unità
al vertice si incrina e Robespierre, Saint-Just e il loro gruppo vengono
messi in minoranza dalla parte non certo più eletta della Convenzione,
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tutto il sistema va in frantumi, compreso quel tentativo di dotare la Rivo-
luzione di una sua religione che era stato negli ultimissimi tempi l’orga-
nizzazione del culto dell’Essere S rpremo da parte di Robespierre.
E intanto era andato completamente in fumo quel sistema di organiz-
zazione locale che la «borghesia costituente» nel 1790 aveva cercato di
mettere in piedi, nel segno di una decentralizzazione (quale la Francia
anche in seguito mai è riuscita a realizzare) pur sotto l’impero del senti-
mento vigoroso della necessaria unità nazionale. Sicché tutto il tentativo
della Convenzione termidoriana di giungere a una Costituzione fondata
sulla rappresentanza nazionale e la stessa opera del nuovo regime diret-
toriale, avranno scarsi punti di riferimento e controverse prospettive di
realizzazione, fra residue tentazioni federaliste dei girondini sopravvissu-
ti, tendenze di restaurazione vendicatrice dei monarchici ritornati, ricor-
so a una riedizione del modello giacobino da parte dei rimasti fedeli allo
spirito del governo di salute pubblica. Probabilmente, in questo quadro,
il ricorso all’esercito dei direttori repubblicani contro la minaccia mo-
narchica, il 18 fruttidoro 1797, e la poussée giacobina che ne consegue
nelle elezioni dell’anno successivo, neutralizzata peraltro dall’intervento
di floreale del Direttorio contro gli stessi risultati elettorali, sono le ulti-
me manifestazioni di vitalità della Repubblica uscita dalla Rivoluzione.
Ma è una prospettiva che si rivela di impossibile realizzazione pur nell’ul-
teriore risveglio giacobino del susseguente anno vii, di fronte alle scon-
fitte militari e al caos che minaccia il paese. E «il ricorso ai militari» ini-
ziato dal Direttorio nel fruttidoro 1797 si conclude nell’abdicazione del
regime parlamentare nelle mani di Bonaparte, nel brumaio 1799.
Vovelle non insiste troppo su questi punti, perché ormai la sintesi im-
pone una considerazione attenta dei diversi campi del grande movimen-
to: l’accoglienza o il ripudio dei princìpi della Rivoluzione nei diversi
paesi del mondo, l’evoluzione della società francese verso nuove forme e
le remore che essa ebbe a incontrare, l’affascinante esplodere dell’«uo-
mo nuovo» uscito dalla Rivoluzione, nella mentalità, nella cultura, anche
nella religione.
Sul piano politico-istituzionale la Rivoluzione sembra offrire le di-
scontinuità più clamorose: al sistema elettorale stabilito dalla Costituen-
te, censitario, fondato sulle tre o dieci giornate di lavoro e sul marco
d ’argento, seguirà il suffragio universale, introdotto senza discussione,
per la forza stessa dell’insurrezione del 10 agosto, per l’elezione della
Convenzione. E, col Termidoro, tutto il lavoro della Convenzione mirerà
sostanzialmente a elaborare un ritorno al sistema censitario, concluden-
dosi dopo oltre un anno, e dopo tante fallite escogitazioni di politologi
come Sieyès, nel sistema proposto da Boissy d ’Anglas e compagni, che
rabbercia una sorta di rappresentanza nazionale censitaria unendola al
dualismo fra il Legislativo delle due Camere e l’Esecutivo del Direttorio,
eletto da un concorso fra i due rami parlamentari, e da rinnovare per un
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quinto ogni anno. Con tutte le cautele che il sistema rivela per evitare i
pericoli di una dittatura, i poteri del Direttorio nella nomina dei mini-
stri, dei funzionari e dei generali, e in tutta la direzione degli affari sono
enormi. Ma la stabilizzazione che si persegue, nel segno del vecchio slo-
gan «mettere la parola fine alla rivoluzione», comincia male già con la
legge che stabilisce che due terzi degli eletti alle Camere alla prima tor-
nata siano membri della spirante Convenzione e continua peggio con i
contrasti, ben presto operanti su di un terreno extracostituzionale, fra i
due poteri e all’interno stesso del Direttorio.
U na sorta di più stretta continuità può dunque rivelarsi nella direzio-
ne del mutamento sociale. Sotto questo aspetto la Rivoluzione può appa-
rire «un colossale trasloco e rimescolio di popolazioni». E il processo si
compie attraverso aspetti e movimenti contrastanti. Nonostante le dimi-
nuzioni dovute alle esecuzioni rivoluzionarie, alle guerre civili (federali-
smo, Vandea ecc.), alla guerra esterna, la Francia conserva la caratteristi-
ca di una demografia in espansione. L’economia è in rivoluzione e l’im-
pulso a un balzo in avanti nel campo industriale, affermatosi negli ultimi
tempi dell 'Ancien regime, subisce certo scosse e ritardi a seguito della
guerra, dell’economia dirigista, e delle vicende della moneta, dall’asse-
gnato alle avventure finanziarie e bancarie del dopo Termidoro: ma que-
sti aspetti di stasi o d ’involuzione colpiscono più che altro alcuni settori
(tele, macchine agricole, siderurgia), mentre altri (cotone, fabbricazio-
ne d ’armi) appaiono in crescita. Il grande commercio soffre indubitabil-
mente della interruzione dei grandi scambi marittimi; ma un commer-
cio di cabotaggio mediterraneo, specie con la mediazione dei paesi neu-
trali, ne prende spesso il posto. E se la Francia atlantica è in regresso, la
Francia dell’est progredisce in direzione dei paesi renani anche attraver-
so gli sviluppi della guerra. In conclusione, anche grazie alla nuova legi-
slazione, la Rivoluzione ha «immesso... le condizioni per entrare nella
modernità del xix secolo e posto le basi di una società nuova in cui la
borghesia liberale consoliderà le sue conquiste». Le vicende dell’agricol-
tura sono forse più note: la vendita dei beni nazionali consolida uno stra-
to di piccoli e medi contadini proprietari attivi nella produzione; e, pas-
sato il tempo delle requisizioni e del Terrore, riprende fiato anche la
borghesia rurale dei grossi contadini, il tutto a vantaggio di una crescita
agricola. Ciò che non deve far trascurare gli sconvolgimenti portati in al-
cune zone agricole dell’Ovest dal movimento politico controrivoluziona-
rio, e i conseguenti disastri per la produzione; né si deve dimenticare il
senso di precarietà che, ovunque, gli acquirenti dei beni nazionali prova-
vano di fronte alle alterne vicissitudini della rivoluzione e della guerra.
Alti e bassi contraddistinguono anche le fortune e i movimenti del «po-
polo minuto» delle città, così come la trasformazione di certi settori del-
la borghesia (redditieri, detentori di cariche venali, burocrati, grossi
mercanti e imprenditori), caratterizzata su di un piano più generale
xrv
dall’ascesa dei nuovi ricchi e dal declino, ma non certo dall’eliminazio-
ne, del potere economico dell’aristocrazia. Insomma una nuova borghe-
sia sembra affermarsi, ma non senza incertezze, ambiguità, contraccolpi
negativi. Mentre il popolo minuto delle città e delle fabbriche conserva
certi avanzamenti sociali e giuridici aperti dalla Rivoluzione, ma non cer-
to l’ascesa politico-civile compiuta negli «anni eroici» di essa.
Una considerazione aggiornata e scientifica delle fortune della Rivo-
luzione non può non fare giustizia delle calunnie che sotto la veste di ne-
cessarie correzioni storiografiche le sono state rivolte, ad esempio da Tai-
ne in poi. Ciò comporta, nell’esposizione di Vovelle, inevitabilmente in
primo luogo il giudizio sulla Controrivoluzione e le ribellioni che essa
pervenne a suscitare e quello sulla guerra contro le maggiori potenze eu-
ropee in cui la Francia fu coinvolta. La responsabilità di monarchici e
poi anche di repubblicani moderati nello svolgersi del movimento con-
trorivoluzionario in forma di cospirazione non sono da mettere in dub-
bio. «L’idea popolare del ‘complotto aristocratico’ - scrive Vovelle - non
è soltanto un mito». Le mene dei prìncipi reali, degli altri nobili e di
membri della Costituente emigrati si concretizzano nelle insurrezioni di
città e regioni, appena la Rivoluzione sembri in difficoltà e dove le circo-
stanze sembrino alimentare il malcontento: Montauban, Nimes, Greno-
ble, Tolosa, Marsiglia, Aix, Lione, Tolone ecc.; soprattutto la Vandea. E
l’autore osserva giustamente che, nonostante la molteplicità dei focolai,
«il Midi solo eccezionalmente fu teatro di guerra civile aperta e persi-
stente: è carattere originale della Francia occidentale aver dato luogo a
una controrivoluzione differente, essenzialmente contadina, coinvolgen-
do vaste zone di Vandea nella guerra civile e una quindicina di diparti-
menti nella guerriglia della chouannerie». Solo il moralismo ipocrita di
cattolici e realisti ultra tipo De Maistre e Bonald ecc., peraltro, può aver
tentato di dipingere questo avvenimento come la sollevazione autonoma
di una vasta parte di mondo contadino, toccato nelle sue credenze e nei
suoi interessi, contro l’oppressione e la crudeltà delle armate inviate da
Parigi.
In realtà le mene dei realisti e dei preti seppero sfruttare l’ignoranza
e il fanatismo religioso delle popolazioni dell’Ovest, il loro temperamen-
to refrattario alle chiamate in servizio per la guerra esterna della nazio-
ne, il quadro geografico del territorio paludoso e boscoso, per coagulare
in un esercito che si definì monarchico e cattolico il ribellismo dei van-
deani e dei bretoni. Scartata dunque la pretenziosa tesi reazionaria di
una sorta di guerra sociale fra città e campagna, borghesia e contadini in
queste regioni, resta la realtà di una guerra dura e sanguinosa che la ri-
bellione vandeana e «scioana» impose alla Repubblica, e la positività del-
la risposta del potere repubblicano, della capacità dei suoi generali, da
Kléber a Hoche, i quali seppero sconfiggere in battaglie decisive un ne-
mico dalle mille teste che cercava di colpire e fuggire. Sicché, contro la
XV

malafede anacronistica della tesi di un «genocidio», dove in realtà le per-


dite maggiori furono forse quelle degli eserciti repubblicani, si deve sot-
tolineare il comportamento umano e abile di capi come appunto Ho-
che, che sapeva pacificare i paesi dove aveva sconfìtto le bande armate
del nemico, comandate da fanatici crudeli come La Rochejaquelein,
Charette, Stofflet ecc. Tanto che molte atrocità degli inviati del Comitato
di salute pubblica, perfino quelle di Carrier a Nantes, poterono apparire
a certi storici «giacobini» dell’800 meno ingiustificabili di quello che la
tradizione storiografica prevalente fa pensare. E non tutto mi sembra da
respingere in quelle storie, passionali ma non prive di documentazione.
Analogamente il rapporto con l’esterno. Dissentendo dalla efferve-
scenza offensiva dei girondini, i rivoluzionari più lucidi e coerenti, Robe-
spierre in testa, furono a lungo contrari alla guerra. Non volevano l’aper-
tura della carneficina con popoli di cui il francese si proclamava fratello,
temevano le ripercussioni favorevoli alla supremazia di un potere milita-
re che le vicende di una guerra avrebbero potuto portare, volevano che
la propaganda della Rivoluzione fosse affidata all’esempio e all’incita-
mento amichevoli che la realtà francese avrebbe dovuto provocare. Ma
una volta che la nazione fu trascinata al conflitto dall’ostilità minacciosa
di Austria e Prussia, che armavano e sostenevano i raggruppamenti di
emigrati e controrivoluzionari ai confini della Francia, furono i capi dei
club e gruppi più decisamente rivoluzionari che guidarono la partecipa-
zione del popolo alla guerra secondo lo sviluppo delle ostilità, dalle pri-
me organizzazioni dei volontari alle coscrizioni, alla «leva in massa». E da
allora l’influenza reciproca fra successi esterni e mobilitazione patriotti-
ca fu costante e decisiva, pervenendo a creare una compattezza naziona-
le e una capacità di combattere che VAncien régime mai aveva conosciuto
e che rivoluzionò la mentalità e l’organizzazione degli eserciti francesi.
Così si salvò il paese dall’invasione straniera e si portarono i soldati re-
pubblicani al di là delle vecchie frontiere, divulgando fra gli altri popoli
il modello della Rivoluzione, pur fra difficoltà e contrasti, errori e prepo-
tenze che spesso resero notevolmente difficile la recezione delle idee ri-
voluzionarie da parte di popoli già non sempre disposti ad accoglierle. E
comunque notevole l’efficacia con cui questa sintesi necessariamente
breve riesce a darci il quadro del cambiamento dello spirito dell’esercito
e del modo di fare la guerra, dagli entusiasmi delle prime mobilitazioni
del settembre 1792 per respingere l’invasione straniera alla professiona-
lità sempre maggiore delle armate repubblicane fino ai tempi del Diret-
torio, con la congiunta crescita della influenza dei generali nella vita del
paese. Ciò che corrisponde del resto al ripudio da parte della Conven-
zione montagnarda dell’espansionismo girondino e a un progessivo riaf-
fermarsi, sotto la guida di Lazare Carnot, della visione, di eredità d ’An-
cien régime, della necessità delle frontiere naturali per la sicurezza della
Francia. Ma, di fronte alle necessità di combattere resistenze e controf-
XVI

fensive, e spinto spesso dalle stesse vicende interne, il governo della Re-
pubblica perverrà a spostare ben oltre le frontiere naturali i limiti della
sicurezza della Francia, estendendoli alle aree di paesi amici e di «repub-
bliche sorelle», fino a trasformarsi poi nell’espansionismo imperiale di
Napoleone.
Già lo sviluppo della Rivoluzione sul piano della costruzione di nuove
istituzioni, nuove forme di vita sociale ed economica, nuovi rapporti con
il mondo esterno imponeva una considerazione diacronica, nella quale
il sincronismo restava da applicare nella configurazione generale dei
nuovi princìpi di convivenza civile discesi dalla Dichiarazione dei diritti e
mantenutisi fermi, pur con modifiche e necessari adattamenti, attraverso
le stesse convulsioni politiche della vicenda rivoluzionaria. Come dovrà
delinearsi il criterio storiografico fra diacronia e sincronia, continuità e
discontinuità, generale e particolare, quando lo sguardo d’insieme sulla
Rivoluzione pone alla ribalta il problema dell’«uomo nuovo» che da essa
emerge, con nuove mentalità, religioni, cultura? È gran pregio del sag-
gio di Vovelle aver saputo contemperare le ragioni dello sviluppo con la
forza della permanenza di certi caratteri. Se all’inizio sono le pulsioni
emotive che più agiscono sulle masse, dalla «grande paura» dell’estate
1789 ai furori popolari dei massacri del settembre 1792, può dirsi che la
violenza rivoluzionaria, che serpeggia qua e là in tutto il paese, esprime
già nei primi anni una «preoccupazione di giustizia diretta, formulata in
modo elementare. La violenza genera una rappresentazione immagina-
ria, quello della lanterne (lampione) all’angolo della strada a cui si impic-
cano gli aristocratici, e che vediamo nelle immagini dell’epoca persegui-
tare le future vittime, fino a quando la ghigliottina non la sostituirà». E
qui si aprono le difficoltà di una considerazione storica che vede il moti-
vo comune del protagonismo popolare passare attraverso le diverse e
spesso contraddittorie vicende politiche della Rivoluzione. Si è potuto
scrivere che il Terrore aveva messo fine alla paura come in un certo sen-
so ha messo fine all’esercizio della violenza spontanea, mentre questa,
avendo cambiato campo, ritornerà sotto un’altra forma nei massacri del-
la reazione termidoriana dall’anno III in poi. La difficoltà di una conti-
nuità che si alimenta di espressioni di segno opposto può forse trovare
soluzione nel tentativo dei dirigenti della borghesia rivoluzionaria di
controllare e dirigere la violenza popolare, dalle farneticazioni di Marat
sulla «violenza necessaria» (centinaia, migliaia di teste da tagliare, per-
ché «è dai fuochi della sovversione che nasce la libertà», Ami du Peuple)
all’assunzione da parte di Robespierre di un terrore legalizzato, di Stato:
«Il governo rivoluzionario deve ai buoni cittadini tutta la protezione del-
la nazione: ai nemici del popolo non deve che la morte».
Gli elementi di maggiore novità che operano al fondo di queste mani-
festazioni della mentalità rivoluzionaria sono forse dati dalle folle rivolu-
zionarie e dal «sanculotto», così a fondo studiati da Lefebvre, Rudé, So-
XVII

boul. E anche qui espressione della complessità del fenomeno rivoluzio-


nario il nesso di integrazione ma non di identificazione dei due termini.
Concorrere di uomini, richiamati da determinate occasioni, e con diver-
se motivazioni, socio-economica o politica, la folla della Rivoluzione
comprende elementi eterogenei della popolazione uniti da quelle moti-
vazioni e da un collante sociologico di condizioni, situazioni familiari,
età, grado elementare di cultura: ma proprio l’accurata analisi di questi
fattori porta alla conclusione che ormai «non rimane gran che della rap-
presentazione fantastica, forgiata da Taine, di una turba miserabile, im-
maginata a somiglianza dei fantasmi dell’indomani della Comune del
1871». Non sarebbe altrimenti possibile che essenziale protagonista dei
movimenti di massa rivoluzionari divenga progressivamente il sanculot-
to, un «uomo nuovo» che conserva del minuto popolo la condizione so-
ciale ed economica, ma al quale il movimento rivoluzionario ha dato una
formazione politica, che si esprime nella partecipazione alle assemblee
di diversi gradi, nell’acquisto di una dignità e di un orgoglio che non na-
scondono anzi rivendicano la condizione economica modesta o anche
misera, ma si costruiscono espressioni di comportamento significativo:
come il modo di vestire, il darsi del tu, l’uso della parola «cittadino». E il
profilo caratterizzante della sanculotteria è che essa non è una classe, ma
un «‘misto’, un blocco nato da un incontro storico, il cui zoccolo duro è
costituito per circa la metà, più o meno, da produttori indipendenti, ma-
stri artigiani e di bottega, anche se una parte della borghesia e una mi-
noranza di salariati sono con loro». Alcuni caratteri comuni vengono
espressi dalle ricerche di Cobb e di Soboul, come la dedizione convinta
alla causa, la generosità e il senso di solidarietà. Ma alle limitazioni di ti-
po sociologico di Cobb (cultura elementare, buona dose di conformi-
smo, violenza di espressioni e di atteggiamenti che però non tendono
all’azione sanguinaria) saranno forse da preferire i tratti più etico-politi-
ci messi in rilievo da Soboul: spirito egualitario, espresso anche dalla fog-
gia del vestire (gilet o carmagnola, pantaloni, berretto, coccarda) e
dall’uso del tu, rivendicazione del diritto alla vita e ai mezzi di sussistenza
per tutti, senza arrivare a mettere in questione il diritto di proprietà, soli-
darietà, assistenza reciproca, gusto della fraternizzazione, ma anche vivo
senso della indipendenza individuale, amore della partecipazione politi-
ca, e tendenziale scelta della democrazia diretta.
Si può dubitare che questa società di base sia la protagonista degli svi-
luppi religiosi e culturali nel quadro della Rivoluzione. La costituzione
civile del clero fu attuata dalla élite laica e religiosa della Costituente, che,
sulla base della lunga tradizione gallicana del paese, delle recenti sugge-
stioni della philosophie e delle attuali necessità finanziarie dello Stato, vol-
le raggiungere una sistemazione del problema religioso ed economico
insieme, inquadrando la gerarchia cattolica nell’ordinamento politico
con il giuramento e mettendo a disposizione del governo i beni possedu-
XVIII

ti, e spesso male utilizzati, dal clero, per una grande operazione che do-
veva soddisfare anche la fame di terra dei contadini (non importa se, al-
meno agli inizi, ne furono beneficiari esponenti del mondo rurale, con-
tadini e no, che già erano proprietari di terre). Se mai, sarà con le tra-
sformazioni dei criteri di vendita dei «beni nazionali» imposti nel 1793-
1794 alla Convenzione dalla pressione sempre più violenta del movimen-
to popolare, urbano e contadino, che si realizzerà un più massiccio tra-
sferimento di terre ai contadini, anche i più poveri. La religione nel frat-
tempo rimase la cattolica, pur nella lotta dei preti refrattari al giuramen-
to contro quelli assermentés; ma, via via che la Rivoluzione si addentrava
verso soluzioni più radicali, il cattolicesimo subì un processo di decaden-
za presso almeno una parte della popolazione. Peraltro, i nuovi culti che
si cercò di far sorgere per sostituire quello cattolico negli animi della
maggioranza dei francesi, ormai decisamente rivoluzionari, furono an-
ch’essi iniziativa dall’alto, di élites rivoluzionarie: come l’ateismo anticle-
ricale e, a partire dall’autunno 1793, la scristianizzazione e il culto della
dea ragione, dovuti a capi della gauche estremista, Hébert, Laplanche,
Lequinio, Fouché ecc.; e infine il tentativo di lanciare il culto dell’Essere
supremo compiuto nel 1794 da Robespierre. La stessa riconversione ver-
so il cattolicesimo tradizionale, iniziata sotto il Direttorio, fu piuttosto
una conseguenza passiva, presso parte della nazione, della caduta della
tensione rivoluzionaria, mentre tentativi di elaborare nuove forme di re-
ligioni «filosofiche», quali la «teofilantropia» del direttore La Révellière-
Lépeaux, furono anch’esse iniziative di minoranze isolate, destinate al
fallimento anche più di quelle dell’epoca precedente.
Bene fa quindi, a mio parere, Vovelle a puntare l’attenzione soprattut-
to su quei movimenti di entusiasmo, con venature di una certa religio-
sità, che fra il 1789 e il 1795 si espressero nelle feste e nelle simbologie ri-
voluzionarie. La festa della Federazione a Parigi, nel Campo di Marte, il
14 luglio 1790, le feste del 1791 tenute, con la scenografia di David, in
onore di protagonisti e vittime dei primi moti rivoluzionari, la celebra-
zione, il 10 agosto 1793, del primo anniversario della caduta della mo-
narchia, le ricorrenti òommemorazioni della presa della Bastiglia, e via
seguitando, danno vita a un crescendo di simbolismo rivoluzionario, do-
ve l’immaginario collettivo, anche attraverso raffigurazioni e simboli trat-
ti dalla natura o dal costume (il sorgere del sole, l’albero della libertà, la
coccarda tricolore ecc.), si concretizza in forme di vero culto per le sorti
di una nuova umanità. E l’autore sa acutamente cogliere i nessi fra que-
ste forme di rinnovamento del sentire di masse popolari e un certo fer-
m ento di tipo nuovo della cultura e dell’arte, dalla poesia che si ispira ai
grandi fatti della Rivoluzione (Lebrun, Dorat-Cubières, i fratelli Ché-
nier) ai fasti delle rappresentazioni teatrali d’impronta «patriottica», ai
nuovi toni di romanzi e novelle, dove come mostra Bernardin de Saint-
Pierre in Paul et Virginie, il sentimentalismo di origine rousseauiana si ri-
XIX

lancia in un quadro esotico, con grande successo di pubblico; mentre la


moda del «romanzo nero», venuta dall’Inghilterra, si nutre delle tenden-
ze rinnovatrici della vicenda rivoluzionaria, nel descrivere le tenebre e
gli orrori di castelli e fantasmi di lontane età del predominio nobiliare.
Infine, in poche pagine, anche in una sintesi generale, Vovelle non
trascura di tratteggiare la rivoluzione delle mentalità nella vita quotidia-
na, cercando di rilevare i caratteri eminenti della maniera di vita dei ric-
chi e dei poveri, dei modi di vestire, dei gusti verso le feste e gli spettaco-
li, dei rapporti fra padri e figli, mariti e mogli, della condizione della
donna in generale. E sa fare emergere il senso evolutivo verso una mag-
giore umanità di tutti questi rapporti, la tenerezza in particolare che la
nuova kultur rivoluzionaria porta nei confronti dei fanciulli. Le stesse for-
me con cui la Rivoluzione si pone di fronte alla morte, dalla credenza
nella dissoluzione assoluta di atei e materialisti allo studio delle cerimo-
nie e dei monumenti funebri da parte dei successivi e, come sappiamo,
assai diversi organi supremi del potere, appaiono sempre intonate a un
com une motivo ispiratore: il culto della personalità e della dignità
dell’uomo nel loro valore terreno.
Siamo oggi in u n ’epoca di riflusso della vita civile e politica. Un riflus-
so che ovviamente si connette in rapporto di azione e reazione con la
cultura. E la storiografìa appare particolarmente colpita dal dilagare di
tesi che in odio alle ideologie, ai princìpi, che appaiono preconcetti in-
tellettuali, rifiutano la storia delle idee e anche la storia che si fonda
sull’efficacia del rapporto fra idee e fatti, a favore di analisi di impronta
sociologica o di imitazione delle scienze esatte e tecniche. Sicché vengo-
no tendenzialmente espulse dalla storia le valutazioni ideali e le concet-
tualizzazioni derivate da princìpi intellettuali riferiti agli scopi e ai desti-
ni dell’uomo nella vita associata. E prevalgono le strane storie «senza sto-
ria»: degli stati moderni di cui il valore è dato tutto da equilibri «sistemi-
ci», della validità autonoma di realtà istituzionali ed economiche dovute
soltanto al corso delle forze materiali e all’opera di funzionari, di rifor-
mismo senza i «lumi» che gli furono propri, di svolgimenti di tipo natu-
ralistico fuor dell’influsso delle rivoluzioni politiche, di libertà ridotte al
funzionamento meccanico di Stati costituzionali sotto il segno di una
certa «giustizia» interna al sistema, ecc. Lavori e saggi che potrebbero re-
stare soltanto nel campo delle esercitazioni improduttive di una moda
insulsa. Ma che invece stanno a base di manifestazioni aggressive di poli-
tologi e pubblicisti di scarsa preparazione culturale e di insensata arro-
ganza polemica. Sia dunque benvenuta una storia di sintesi, un piccolo
libro denso di fatti e di pensieri, che mostra in modo esemplare come la
vera storia sia ancora e sempre quella del concorrere di forze sociali, eco-
nomiche, istituzionali, civili, culturali, religiose ecc., in un flusso che solo
la valutazione ispirata ai princìpi e alle idee via via elaborati dal progres-
so umano rende pieno di significati.
Prefazione all’edizione italiana

di Michel Vovelle

La storia della Rivoluzione francese è parte del patrimonio comune


dell’umanità: essa è - nell’era moderna —il primo esperimento su vasta
scala della possibilità di cambiare il mondo nelle sue strutture istituzio-
nali, sociali e culturali. Segna l’inizio della modernità e dà inizio all’evo-
luzione che condurrà - dal xix secolo a oggi - alla costituzione delle de- -
mocrazie contemporanee.
A questo titolo essa merita di venire proposta, non già come modello
—e fu l’errore degli uomini del tempo volerla esportare, se necessario
sulla punta delle baionette -, poiché i tempi sono mutati e la storia ha
fatto il suo corso, ma come tema di riflessione che nulla ha perduto del
proprio potere di stimolo. Avventura collettiva, essa raccoglie nel breve
spazio di un decennio la potenza degli avvenimenti, guidati dalla volontà
comune degli uomini, dal gioco della necessità e del caso, dall’afferma-
zione di personalità eccezionali, ma anche da quella delle masse nel loro
apprendistato della libertà. In un intreccio di speranze e paura, essa as-
socia il sogno, la fraternità vissuta, ma anche la violenza e il terrore, che
non è certo il caso di nascondere.
Bisogna dunque raccontarla - non indulgendo a compiacenze né a
denigrazioni -, ma anche comprenderla, e dunque per questo misurare
l’ampiezza dei mutamenti ch’essa ha causato in tutti i campi. Ed è allora
che ci si rende conto dello sterminato cantiere di ricerca che lo studio del-
la Rivoluzione ancor oggi offre in tutti i settori, da quelli più a fondo dis-
sodati come la storia politica o sociale, ai nuovi territori della storia cul-
turale o di quella della mentalità. Quello che qui si presenta è un inven-
tario che, senza scadere nell’eccessiva erudizione, fa il punto sulle nuove
acquisizioni della ricerca attuale. Alphonse Aulard - uno dei maestri del-
la storiografia rivoluzionaria d ’inizio secolo - scriveva: «Per capire la Ri-
voluzione francese, bisogna amarla». Oggi certo non pretendiamo que-
sto, ma sicuramente la Rivoluzione non è divenuta «un corpo freddo»; es-
sa suscita ancora l’adesione degli uni, lo sguardo ostile o distante degli
altri.
X X II
Sforzandoci di rispettare quelle regole di obiettività senza cui non
può esservi un vero approccio scientifico, noi presentiamo qui gli argo-
menti di un dibattito che è lungi dall’essere concluso.
Introduzione

La Rivoluzione francese rappresenta un momento fondante essenziale,


non solo della storia francese, ma di quella dell’umanità. Ben se ne rese-
ro conto i contemporanei, che crearono subito il concetto di Ancien régi-
me per esprimere l’irreversibile cesura tra un prima senza ritorno e un
dopo. È forse condividere l’illusione di un’epoca vedere in quel decen-
nio il periodo in cui si entra nell’era moderna, lo spartiacque che, secon-
do una tradizione propriamente francese, segna la transizione dalla sto-
ria moderna a quella contemporanea, che è ancora la nostra?
La storia della Rivoluzione deriva il proprio particolare modo di esse-
re dal fatto d’essere racconto di un avvenimento: affermazione del tem-
po breve, del sovvertimento totale, in meno di dieci anni, di tutto un edi-
fìcio politico, istituzionale e sociale di lunga durata. Chi dice avvenimen-
to non dice certo per questo storia événementielle, nel senso in cui l’hanno
intesa i fondatori della storiografia moderna, visione ristretta di una sto-
ria politica senza prospettive, persino aneddotica. Ma questo non vuol di-
re dimenticare, come ricordava Georges Lefebvre, che la storia resta un
racconto, quello del concatenarsi dei fatti, con ciò eh ’esso può avere di
aleatorio, legato alla personalità degli uomini e alla «forza delle cose».
Perciò apriremo questo percorso d ’iniziazione evocando, in modo volon-
tariamente breve, dopo l’elenco delle cause, lo svolgimento globale di
quel decennio, con i suoi punti di svolta e i riferimenti essenziali: questo
è, assai più che concessione alla storia tradizionale, il solo mezzo di capi-
re la progressiva ascesa e i successivi passaggi dalla monarchia costituzio-
nale all’esperienza della democrazia giacobina, poi al compromesso del
ritorno all’ordine borghese dopo Termidoro.
Ma l’importanza della rottura rivoluzionaria è legata al lavorio in
profondità operatosi nell’arco di un solo decennio. In un mondo che in-
venta, a caldo, la politica nell’accezione moderna del termine, vengono
proclamati nuovi valori e poste le basi dello Stato liberale, il cui modello
sarebbe servito di riferimento non solo al futuro svolgersi della storia di
Francia, ma al m ondo intero. Si pretende oggi di riscoprire la storia poli-
2
tica della Rivoluzione francese: come se la si fosse mai dimenticata! Sen-
za entrare in un dibattito vano, diamo alla politica, tramite l’analisi delle
strutture del nuovo Stato, l’importanza che le tocca, per la Francia come
per il mondo.
Ma non bisogna per questo dimenticare ciò che costituisce la trama
della vita umana, ciò che fa nascere le rivoluzioni: nelle sue cause remote
o immediate, come negli scontri che ne costituiscono il canovaccio, la Ri-
- voluzione francese rimane un immenso sovvertimento sociale, l’abbatti-
mento di un edificio plurisecolare e l’affermazione di nuovi rapporti di
classe. Contestata oggi da alcuni, la storia sociale della Rivoluzione, quel-
la che si è aperta la via e ha affermato le proprie ipotesi da Jaurès a
Mathiez, sino a Georges Lefebvre e ai suoi successori, offre uno dei fili
conduttori più certi per capire il motivo che all’epoca mise in moto le
masse.
Le nostre prospettive sono divenute più ampie: nuovi territori ci si so-
no spalancati con l’accento posto negli ultimi decenni sulla storia delle
; mentalità come sulla storia culturale, in una parola: i modi di essere, di
sentire, di pensare. La Rivoluzione francese offre in questo campo un
ambito privilegiato di studio: divisa, secondo l’espressione di Georges
Lefevbre, tra due pulsioni contraddittorie: «la paura e la speranza», essa
affronta la volontà collettiva di far nascere un’umanità nuova, «rigenera-
ta». Ma si possono cambiare gli uomini in dieci anni? Nei successi come
nelle sconfitte, l’esperienza rivoluzionaria del 1789 rimane una delle più
affascinanti da seguire, non foss’altro perché essa è la sola, a tutt’oggi, a
essere riuscita a operare nel lungo periodo, trasmettendoci un sistema di
valori e un fascio di sogni —che possiamo chiamare anticipazioni —di cui
ancora oggi noi tutti ci nutriamo.
1. I l decennio rivoluzionario

rv X/
-

L ’Ancien régime e la Rivoluzione

La nozione d 'Ancien régime nasce con la Rivoluzione, che ha voluto essere


rottura con un lungo passato. Ma che cos’è questo Ancien régime nel pen-
siero dei contemporanei all’avvenimento e nei tratti costitutivi che vi
scorgono gli storici odierni? Pur col rischio d’una semplificazione assai
riduttiva di un argomento intorno al quale l’accordo è lungi dall’essere
unanime, si può evocare VAncien régime a proposito di tre temi: «feuda- i
lità» come allora si disse, o «feudalesimo» che rimanda a una terminolo-
gia d ’ispirazione marxista per caratterizzare il modo di produzione; «so-
cietà di ordini», che definisce una struttura globale, e «assolutismo», che
caratterizza un sistema politico e un modo di governare. Senza lasciarci
intrappolare dalle parole, ecco tre punti di riferimento che possono gui-
darci a capire che cosa si è voluto abbattere.

- La Rivoluzione ambiva a distruggere la «feudalità»: gli storici odierni


hanno respinto o, almeno, corretto, questo termine, certo più adatto al
sistema sociale medievale. Ma i giuristi rivoluzionari avevano un’idea ben
chiara: nelle strutture che essi contestavano si riconoscono facilmente le
caratteristiche del modo di produzione «feudale» o del feudalesimo, co-
me lo si intende oggi. La Francia del 1789 è un esempio di tale sistema,
anche se presenta alcune caratteristiche specifiche, la cui importanza ap-
parirà evidente durante la Rivoluzione.
Parlare di feudalesimo significa evocare innanzitutto il sistema econo-
mico tradizionale di un mondo dominato dall’economia rurale. La po-
polazione delle campagne rappresentava nel 1789 l’85% del totale nazio- -
naie, e la congiuntura economica dipendeva in m odo opprimente dal
ritmo delle carestie e dalle crisi annonarie. Infatti, in tale sistema, gli ac-
cidenti economici sono le crisi di sottoproduzione agricola: a fronte di
questi fattori essenziali l’industria ha solo u n ’importanza secondaria,
benché nel xvm secolo vi sia un continuo regredire delle grandi carestie *
dei secoli precedenti. Il tradizionalismo a volte, e le tecniche agricole, ar-
retrate se paragonate a quelle inglesi, rafforzano l’immagine d ’una cam-
pagna «immobile» sotto molti aspetti. L’intero m ondo contadino subiva
4
ancora, anche se in misura diversificata, il sistema «signorile». L’aristo-
crazia nobiliare, nel suo insieme, deteneva una buona parte delle terre,
circa il 30%; mentre il clero, altro ordine privilegiato, ne aveva per sé dal \
6 al 10%: insomma oltre un terzo della terra era in mano ai privilegiati. *
Per di più, e forse proprio qui si vede la sopravvivenza del passato, la ter-
ra era gravata dall’onere dei prelievi feudale e signorile, che ricordavano
la proprietà «eminente» del signore sugli appezzamenti di proprietà
contadina. Tali oneri erano differenti e complessi, e costituivano, nel
gergo dei giuristi, il complexum feudale. Questa gran massa di diritti com-
prendeva delle rendite in denaro (il censo), e, onere considerato assai
più pesante, lo champart, una determinata percentuale del raccolto.
C’era poi una quantità d’altre tasse, alcune esigibili annualmente, altre
i occasionalmente, ora in denaro ora in natura: ad esempio i diritti sui
cambiamenti di proprietà (lods et ventes), l’omaggio (hommage), le conse-
gne (aveux), e le bannalità (banalità). Erano, queste ultime, il monopo-
lio del signore sui mulini, i forni o i frantoi. Infine il signore conservava
ancora il diritto di esercitare la giustizia sui contadini delle sue terre -
benché tale diritto fosse sempre più contestato dal ricorso alla giustizia
regia. Inoltre in alcune provincie del regno, nel Centro e nell’Est, si ave-
vano ancora resti di servitù personali, gravanti su chi era soggetto alla
tassa di manomorta, e che ne limitavano la libertà personale (di sposarsi
o di ereditare) •
In questa superficialissima panoramica non ci si può tuttavia esimere
dal far risaltare ciò che costituisce l’originalità della Francia nel generale
contesto europeo della fine del xviii secolo. È consueto in questi casi
„ contrapporre al sistema agrario francese quello inglese, in cui una radi-
cale distruzione delle vestigia del feudalesimo ha già prodotto un’agri-
' coltura di tipo capitalistico. Possiamo, al contrario, paragonare ciò che
accade in Francia con i modelli offerti dall’Europa centrale e orientale, '
dove l’aristocrazia, proprietaria della maggior parte delle terre, si basa -
in modo sempre crescente, nel xviii secolo - sul lavoro coatto dei servi
della gleba. La versione francese del feudalesimo, a mezza strada tra i
due sistemi, è forse vissuta come tanto più insopportabile in quanto mo-
ribonda, all’ultimo stadio del proprio declino. Il mondo rurale francese,
diversificato al suo interno, proprietario del 40% delle terre del paese,
sarà in condizione di condurre la sua rivoluzione, seguendo una propria
strategia che solo in parte si confonde con quella della borghesia, contro
una nobiltà socialmente ed economicamente meno onnipotente di quel-
la dell’Europa orientale. D’altro canto, se paragoniamo la società france-
se a quelle più moderne, di cui è modello l’Inghilterra, vediamo assai be-
ne l’importanza della posta in gioco nelle lotte rivoluzionarie.

- Una corrente della storiografìa francese ha sostenuto che non si po-


trebbe applicare alla Francia dell’età classica un’analisi di tipo moderno,
a t 3

distinguendovi delle classi sociali: per questi storici la società francese


era piuttosto una «società di ordini». Con tale definizione non si pensa
solo alla divisione tripartita ufficiale, che contrappone nobiltà, clero e
Terzo stato, m a più ancora alle norm e organizzative di un m ondo gerar-
chizzato in una struttura piramidale. Per offrire u n ’evocazione simbolica
della società francese basta ripensare alla processione dei rappresentanti
dei tre ordini alla cerimonia d’apertura degli Stati generali, nel maggio
O
1789: il clero p er primo, in quanto ordine privilegiato, ma anch’esso fu-
sione eterogenea di alto clero aristocratico e di basso clero plebeo; poi la
nobiltà, e da ultimo il Terzo stato, modèstamente vestito della sua nera
unifórme. Questa gerarchia non è solo illusione, i «privilegiati» godono
di uno status particolare. Il clero e la nobiltà hanno privilegi fiscali che li
n o in modo massiccio daH’imposizione regia, ma anche privile-
gi onorifici e di accesso alle cariche - come ad esempio la rigorosa esclu-
sione dall’accesso ai gradi di ufficiale militare per il Terzo stato alla fine «
dz\VAncien regime. Si parla di «cascata di disprezzo» che scende dai privi-
legiati verso i plebei; né si fatica a trovare esempi concreti per spiegare il
termine di «socialmente escluso» usato p er il borghese francese alla fine
dt\Y Ancien régime. Questa gerarchia psico-sociale degli «onori» è tanto
più pretenziosa per il contrasto clanrnroso~cónTaFeàTtì, e per il fatto che
dietro le finzioni d’una società di ordini si comincia a profilare la realtà
dei conflitti di classe.

- Dopo il feudalesimo e la struttura della società di ordini, l’assolutismo


è la terza com ponente dell’instabile equilibrio de\Y Ancien régime. Forse
non v’è assoluta identità tra assolutismo e società di ordini, poiché i pri-
vilegiati daranno origine a un preludio alla vera e propria Rivoluzione
con una violenta contestazione dell’assolutismo regio. Ma la garanzia di
un ordine sociale che assicuri il loro predominio è ben presente nella fi-
gura del re onnipotente, personificazione della legge per i propri suddi-
ti. Nell’età classica il regno di Francia, come quello di Spagna, si è affer-
mato come l’esempio più compiuto d’un sistema statale in cui il re «nei
suoi consigli» dispone di u n ’autorità senza alcuna limitazione. In Francia
nel 1789 il sovrano è, dal 1774, Luigi xvi, personaggio mediocre per tale 7
ruolo. Dall’epoca di Luigi xiv la monarchia ha imposto gli agenti della
propria centralizzazione, gli intendenti «di polizia, giustizia e finanze»,
che sono, come si dice, «il re nella sua provincia», nell’ambito delle zone
da loro amministrate. Nel contempo la monarchia ha, con fortune alter-
ne, continuato il tentativo di assoggettare quelli che Montesquieu chia-
mava i «corpi intermedi»; l’esempio migliore ne è la sua politica verso i
Parlamenti, le corti che, a Parigi e in provincia, rappresentano le più alte
istanze della giustizia regia. La monarchia di diritto divino è al centro del
sistema politico de\Y Ancien régime. il re, unto con l’olio della santa am-
polla all’incoronazione, è un taumaturgo che im pone le mani agli
6
scrofolosi (malati di ascessi freddi). Figura paterna, personaggio sacro, il
re resta il simbolo vivente di un sistema in cui il cattolicesimo è religione
, -, di Stato, e che comincia appena ad attenuarsi negli ultimi anni dell’An-
e cien régime (1787), con la promulgazione dell’editto di Tolleranza conces-
so ai protestanti.

La crisi dell’Ancien régime: cause remote e cause immediate

- Nel 1789 questo vecchio mondo è in crisi: molteplici ne sono le cause,


ma tutto il sistema ha difetti clamorosi. Quelli denunciati più general-
mente - saranno stati quelli più «mortali»? - sono quelli che attengono
all’incompiutezza del quadro statale.
E su questo punto che si è posto l’accento all’epoca, ma anche negli
sviluppi classici della storiografia moderna. Vi si descrive il caos delle di-
visioni territoriali sovrapposte, diverse secondo il settore amministrativo,
giudiziario, fiscale o religioso: le antiche «provincie» divenute circoscri-
zioni dell’organizzazione militare non coincidevano con le «generalità»
ove operavano gli intendenti, così come non v’era unità tra i «baliaggi»
della Francia settentrionale e i «siniscalcati» di quella meridionale,(circo-
scrizioni amministrative e giudiziarie)a un tempo. La Francia, come mol-
te altre monarchie assolute, ma in proporzioni eccezionali in questa fine
del secolo xviii, soffriva per la debolezza e l’incoerenza del sistema fisca-
le regio. L’onere’difTenVà sécòndo i gruppi sociali - privilegiati o no -
come pure secondo i luoghi e le regioni - dal Nord al Sud, dalla città
(spesso «esentata») alla campagna. La taille gravava soprattutto sui conta-
dini, mentre la capitazione riguardava tutti i cittadini ordinari, entrambe
imposte dirette che venivano ad accrescere il peso delle tasse o imposte
indirette, dei dazi e dell’impopolare gabella del sale. Questo retaggio
non è certo una novità, ma in questo fin di secolo l’opinione pubblica ne
V> prende coscienza in modo più marcato come di un peso insopportabile.
Perché questa sensibilizzazione? Ha scritto Francois Furet che intorno al
1770 la «volontà riformatrice della monarchia scompare». Verità indiscu-
tibile: gli ultimi ministri riformatori di Luigi xv hanno fallito, Luigi xvi si
è disfatto di Turgot, nel quale s’incarnava questa volontà di progresso.
RimaruTda vedere perché non vi sia stato un dispotismo illuminato alla
francese, il che ci rimanda dalla crisi delle istituzioni a quella della so-
cietà.

- La crisi sociale della fine dell’Ancien Régime è una contestazione totale


- dell’ordine costituito: in quanto tale essa è diffusa a tutti i livelli. Ma la si
scopre in modo evidente in certi settori, come ad esempio per ciò che ri-
guarda il declino dell’aristocrazia nobiliare: declino assoluto o relativo,
secondo il punto di vista che si assume. In termini assoluti è ben chiaro
7

che una parte della nobiltà vive al disopra dei propri mezzi, e s’indebita. *
\ La constatazione vale sia per l’alta nobiltà parassitarla della corte di Ver-
sailles, che dipende dai favori reali, sia per una parte della media nobiltà
provinciale, talora antica ma decaduta. Si può certo obiettare che esiste
una nobiltà dinamica, che investe nei settori più aperti della produzione,
nelle miniere e nelle ferriere, così come partecipa aH’armamento marit-
timo o s’interessa, a Parigi, della speculazione immobiliare. Gli storici
americani sono stati i primi ad attirare l’attenzione su questo punto, che
rimette in discussione il pregiudizio di una nobiltà parassitaria contrap-
posta a una borghesia prodjutfiraTC’è anche una nobilita redditiera ferra-
ta m agronomia - elemento di quella «classe proprietaria» di cui parlano
j fisiocrati - che ha profittato, durante tutto il secolo, della crescita della
rendita fondiaria, soprattutto dopo il 1750: ma tale ricchezza redditiera è
in declino relativo in rapporto all’esplosione del profitto borghese.
Secondo i casi, tale declino collettivo può provocare reazioni differen-
ti: nello stesso ambito nobiliare si possono scoprire casi dijrifiuto di soli-
darietà di casta fra i declassati, come quello di Mirabeau o... del marche- »
se di Sade. Ma se tali testimonianze individuali restano isolate, l’atteggia-
t mento collettivo del gruppo si esprime piuttosto, al contrario, in quella
che viene chiamata la reazione nobiliare o aristocratica. I signori fanno !
rivivere i propri antichi diritti e spesso mettono in discussione con sue- I
cesso la proprietà delle terre collettive o i diritti della comunità rurale. I
Questa reazione signorile va di pari passo con la «reazione nobiliare» in
quel momento trionfante. È finita l’epoca - ancora sotto Luigi xiv - in
cui la monarchia assoluta traeva dalla «vile borghesia», come diceva
Saint-Simon, gli alti dirigenti del suo potere. Il monopolio aristocratico
sull’apparato governativo statale è totale, e Necker, banchiere e cittadino
comune, è l’eccezione che conferma la regola. Ai diversi livelli della ge-
* rarchia i corpi o «compagnie» che detengono le porzioni di potere - cor-
ti di giustizia, capitoli di cattedrali... - difendono, e persino consolidano
notevolmente, i loro privilegi. Sancendo tale evoluzione la monarchia,
negli ultimi decenni dell 'Ancien régime, vieta l’accesso al grado di ufficiale /
militare ( nell’esercito come in marina) al plebeo venuto dalla gavetta. I
. \ genealogisti di corte (Cherin) hanno un potere non solo simbolico. Bi-
sogna riconoscere che questo concetto di reazione signorile e nobiliare,
per lungo tempo ammesso senza discussione, forma oggidì oggetto di di-
battito. Si obietta infatti che i signori non avevano atteso questa fine di »
secolo per difendere i loro diritti e che la reazione nobiliare nell’appara-
to statale è diretta assai più contro i nobilitati da poco che contro i ple-
bei: dunque conflitto interno fra antica e nuova nobiltà.' Sembra tuttavia
assai difficilè~negare totalmente la realtà del fenom eno.'
Provocando l’ostilità dei contadini e quella dei borghesi, la reazione
signorile e quella nobiliare hanno fortemente contribuito alla crescita
della tensione pre-rivoluzionaria. E la monarchia, con l’appoggio loro
8
prestato, ne rimase compromessa. E in quel momento, in apparente pa-
radosso, che la crisi del vecchio mondo si esprime in termini di tensione
tra la monarchia assoluta e la nobiltà. Si è parlato di «rivoluzione aristo-
cratica» o di «rivolta nobiliare» per qualificare il periodo dal 1787 al
1789, che altri hanno chiamato «pre-rivoluzione». Nel 1787 un ministro
liberale, almeno in apparenza, Calonne, convoca un’Assemblea dei nota-
bili per tentare di risolvere la crisi finanziaria, ma si scontra con l’intran-
sigenza dei privilegiati. Essi attaccano l’assolutismo, quanto meno nella
persona dei ministri, e Calonne, minacciato, si dimette. Il successore,
Loménie de Brienne, tenta un negoziato diretto con le alti corti di giusti-
zia - i Parlamenti - che, secondo tradizione, formulano le loro «rimo-
stranze» e ottengono un equivoco appoggio popolare quando propon-
gono la convocazione degli «Stati generali» del regno, per la prima volta
dal 1614. Dietro questa facciata di liberalismo, rifiutando cioè ogni com-
promesso atto a salvare il sistema monarchico, gli aristocratici e i Parla-
menti difendono in realtà i propri privilegi di classe.

- Non si può, peraltro, descrivere la crisi finale dé\\'Ancien regime solo in


termini di contraddizioni interne: un attaccco venne sferrato dall’ester-
no, proveniente da quel Terzo stato ove coabitano la borghesia e i grup-
pi popolari, stretti in un’alleanza ambigua che conduce all’interrogativo
classico: la Rivoluzione francese è stata la rivoluzione della miseria o
quella della prosperità? Si dirà che è una discussione accademica, in cui
Michelet e Jaurès dibattono a distanza di anni, ma è invece questione di
sostanza. Il «miserabilista» Michelet non ha torto ricordando la triste si-
tuazione di gran parte dei contadini («Guardatelo, povero Giobbe,
sdraiato sul suo letame!»). I lavoratori della terra (giornalieri, braccianti
- manouvriers o brassiers -), ma anche i mezzadri, piccoli coltivatori che
dividono il raccolto col proprietario della terra, costituivano all’epoca la
massa rurale chiamata «consumatrice», quella cioè che non produce ab-
bastanza per le proprie necessità. Per questi contadini il XViii secolo non
merita certo l’epiteto di «glorioso» che spesso, dal punto di vista econo-
mico, gli si attribuisce: la crescita secolare dei prezzi agricoli, vantaggiosa
per i grandi fittavoli che vendono le loro eccedenze, pesa al contrario su
di loro in modo gravoso. Non hanno dungim guadagnatonulla dalla ten-
denza del secolo? Con una fòrmulàliritetica Ernest Labrousse ha scritto
chè^'àlm^órcTguadagnarono la vita». E vero, stando ai dati demografi-
ci, che nel corso dèi xvm secolo, specie nella seconda metà, le grandi cri-
si legate alla carestia e agli alti prezzi del grano regrediscono e scompaio-
no. Ma il nuovo equilibrio continua a essere precario e in questa econo-
mia vecchio stile la miseria popolare rimane una realtà indiscutibile. Sa-
rebbe comunque artificioso ridurre la partecipazione popolare alla Rivo-
luzione, nelle sue forme cittadine o rurali, a una fiammata di ribellione
primitiva: essa si troverà unita a una rivendicazione borghese che si iscri-
9
ve, in modo indiscutibile, nella continuità di una secolare prosperità.
> L’aumento dei prezzi, e conseguentemente quello della rendita e del
profitto, è iniziato negli anni intorno al 1730 e continuerà sino al 1817 in
un ciclo di lunga durata, non senza fratture, in termini di crisi economi-
che, o in maniera più duratura sotto forma della regressione interciclica
situata tra il 1770 e l’inizio della Rivoluzione. Ma, nel complesso, non si
può discutere la prosperità del secolo. La popolazione francese aumen-i
ta, soprattutto nella seconda metà del secolo, e passa da 20 a 28 milioni
di abitanti. 1

Ciò che produce le form e di governo

In un testopostumo Bamaye, uno deiprincipali attori della Rivoluzione che comincia, ha


evocato in termini assai moderni le cause remote del necessario cambiamento.
*" La volontà dell’uomo non fa le leggi: essa nulla o quasi nulla può sulle forme di
governo. E la natura delle cose, - il momento sociale cui è pervenuto il popolo,
la terra ch’esso abita, le sue ricchezze, i suoi bisogni, le sue abitudini, i suoi co-
stumi, - che distribuisce il potere; essa lo dà, secondo i tempi e i luoghi, a uno
solo, a molti, a tutti, e lo divide loro in proporzioni diverse. Coloro che, grazie
alla natura delle cose, possiedono il potere, fanno le leggi per esercitarlo e per
garantirsene il possesso; così si organizzano e si costituiscono gli imperi. Poco a
1poco i progressi della società creano nuove fonti di potenza, mutano le antiche
e cambiano i rapporti di forza. Le vecchie leggi allora non possono durare a
lungo; poiché di fatto esistono delle nuove autorità è necessario che si stabilisca-
no delle leggi nuove perché esse possano agire e strutturarsi in sistema. Così i
governi mutano di forma, talora attraverso una progressione dolce e inavvertibi-
le, talora invece attraverso violenti sommovimenti.

(Fonte: A. Barnave, Introduction à la Revolution franfaise, testo a cura di F. Rudé,


Colin, Paris 1960, cap. il.)

- Per tradizione, la storiografia francese ha identificato nella borghesia


la classe beneficiaria per eccellenza di questa ascesa secolare. Questa in-
terpretazione è stata contestata, dagli studiosi anglosassoni e anche in
Francia, con l’argomento che nel 1789 non esisteva la borghesia nell’ac- *
cezione odierna. Ciò richiede di definire con maggiore precisione un
gruppo, che sarebbe illusorio attendersi monolitico o trionfante. Nella
_> Francia del 1789 la popolazione urbana costituisce circa il 15% del tota-
le. Le borghesie traggono a ncora gran parte dei propri redditi dalla ren-
dita fondiaria, più che dal profitto, e i «borghesi » tentano di ottenere la
rispettabilità com prando terre éTmmòBniTomeglio ancora titoli di fun-
» ziònàrio regio che conferiscono a'ch'ili possiede una nobiltà trasmissibi-
le ai discendenti. D ’altro canto un a frazione di questa borghesia, la sola
che nei testi si fregi del titolo di «borghese», vive solo delle proprie ren- °
dite, o, come allora si diceva, «nobilmente», imitando al proprio livello
10
lo stile ozioso di vita dei privilegiati. Di fatto la maggioranza della bor-
ghesia in senso lato è impegnata in attività produttive. Si deve probabil-
mente contestare il termine di borghese per la folla di piccoli produttori
indipendenti - commercianti o artigiani - raggruppati o no, a seconda
dei luoghi, nelle loro corporazioni, che costituisce da un terzo alla metà
deila popolazione urbana. Ma la vera borghesia nel senso moderno del
I termine si trova tra gli imprenditori, mercanti e negozianti, stabiliti in
Tgran numero nei porti - Nantes, La Rochelle, Bordeaux o Marsiglia -
‘che traggono dal grande commercio d’oltremare ricchezze spesso consi-
derevoli. Si scoprono alfine(T)anchierOeìinanzierì\attivi in certi luoghi
' (Lione), ma concentrati soprattutto a Parigi. La borghesia più propria-
• mente industriale di imprenditori e fabbricanti esiste - e incontra anche,
come si è visto, la concorrenza di alcuni nobili - ma il suo ruolo è ancora
secondario in un mondo dove le moderne tecniche produttive (miniere,
industrie estrattive o metallurgiche) muovono appena i primi passi e do-
ve quello tessile rimane il settore industriale più importante. Questo se-
colo è quello del capitalismo commerciale, in cui l’esempio è fornito dai
«mastri mercanti» di lana, cotone o seta (Lione, Nimes), che concentra-
no la produzione disseminata dei «mastri fabbricanti» cittadini o rurali
che lavorano alle loro dipendenze.
La borghesia comprende inoltre i procuratori, gli avvocati, i notai, i
i medici: in una parolai membri delle professioni liberali, il cui ruolo sarà
essenziale durante la Rivoluzione e la cui posizione non è scevra d’ambi-
guità. Ci si aspetterebbe, data la loro funzione, di vederli difendere l’or-
dine costituito che li fa vivere, mentre invece essi affermano la propria
indipendenza ideologica in seno al Terzo stato. È in effetti con la matu-
rità delle idee-forza che la muovono che la borghesia fornisce, agli occhi
dei gruppi sociali che condurranno con essa tutta o una parte della lotta
rivoluzionaria, la migliore dimostrazione della propria realtà e della ca-
pacità d ’impersonare il progresso. Gli artigiani e i negozianti, come i gar-
zoni che coabitano nelle loro botteghe e laboratori, hanno certamente i
propri obiettivi di lotta; non sono impermeabili alle idee nuove e il loro
atteggiamento non può essere ridotto a una visione passatista. A maggior
ragione sarebbe prematuro aspettarsi un’autonoma coscienza di classe
dal salariato urbano.
, È possibile parlare d’ideologia borghese per definire l’insieme delle
aspirazioni che si rifanno alle idee deH’Illuminismo per pretendere un
mutamento profondo? Il termine è giustamente passato di moda. Si è
preferito riferirsi alla cultura di una minoranza progressista in cui si ri-
trovano, apparentemente d ’accordo, la nobiltà liberale e la parte illumi-
i nata della borghesia, nella prospettiva di una via riformista. E una nozio-
ne ambigua, e maschera profonde divisioni che verranno in luce duran-
te la Rivoluzione. Sta di fatto che la filosofia dei Lumi è stata divulgata e
quasi ridotta a carta-moneta in formule semplicissime, la cui diffusione è
11

La crisi dell'economia francese alla fine de\YAncien régime

Due indici della prosperità agricola: il profitto delfittavolo e quello della viticoltura

La crisi annonaria: prezzo mensile delfrumento e della segale dal 1787 al 1790
(Fonte: M. Vovelle, Le chute de la monarchie, cit., p. 102, da E. Labrousse, La crise de Véconomiefrancai-
se..., rit.)
12
’ stata assicurata da una letteratura fittissima e da strutture di associazioni-
I

smo (in particolare dalle logge massoniche). Le idee-forza deH’Illumini-


smo, ridotte a formulette piane —libertà, eguaglianza, governo rappre-
sentativo - troveranno nel contesto della crisi del 1789 un’eccezionale
occasione per imporsi. È infatti riferendosi a questo sfondo di cause re-
mote della Rivoluzione che le cause immediate divengono più leggibili
(vedi il testo a p. 9).

- Al primo posto tra le cause immediate, la crisi economica ha catalizza-


to, soprattutto nelle classi popolari, le forme di scontento. Nelle campa-
gne francesi i primi segni di malessere appaiono negli anni intorno al
1780: stagnazione dei prezzi del grano e grave crisi di sovraproduzione
viticola, e, allo stesso tempo (1786) un trattato commerciale franco-in-
glese che mette in difficoltà l’industria tessile del regno. In questo grigio
contesto un raccolto disastroso, nel 1788, sostituisce la stagnazione degli
anni precedenti con una brutale impennata dei prezzi: anche se non
raddoppiano, un aumento del 150% è normale (vedi i grafici a p. 11).
Le città si agitano: nell’aprile 1789 gli operai del faubourg Saint-Antoine
si ribellano e saccheggiano la fabbrica di Réveillon, ricco fabbricante di
carta da parati. Altri disordini si accendono in diverse provincie. I con-
flitti sociali legati al carovita danno una nuova dimensione al malessere
politico, fino a quel momento polarizzato sul problema del deficit. Que-
sto è vecchio quanto la monarchia, ma solo in questo momento assume
le dimensioni di un rivelatore privilegiato della crisi istituzionale, anche
■ perché cresciuto, specie a partire dagli anni della guerra d ’Indipenden-
za americana, a proporzioni tali da escludere ogni facile soluzione. Tra
le cause immediate, poi, la personalità del re ha un peso rilevante sulle
origini del conflitto. Sul trono dal 1774, onest’uomo ma certo poco dota-
to, Luigi xvi non è certamente l’uomo richiesto dalla situazione, né la
personalità della regina Maria Antonietta, tramite la quale agisce l’in-
fluenza del pericoloso gruppo di pressione dell'aristocrazia di corte, mi-
gliora la situazione. È d ’altra parte evidente che in un contesto ove sono
in gioco tanti fattori essenziali, la personalità di uno solo, sia pure del re,
non può certo mutare il corso delle cose. Abbiamo visto come due mini-
> stri, Calonne e Loménie de Brienne, abbiano senza successo tentato
d’imporre i loro progetti di riforma fiscale ai privilegiati dell’Assemblea
dei notabili e dei Parlamenti. Ma il rifiuto di queste istanze, che conduce
alla «rivolta nobiliare», ha conseguenze impreviste per i suoi attori: in
Bretagna come in Delfinato la richiesta di tenere gli Stati generali assu-
me aspetti decisamente rivoluzionari. A Rennes ci si batte apertamente
tra nobili e giovani borghesi, a Grenoble, dopo una giornata di festa po-
polare, si tiene la riunione di Vizille in cui i rappresentanti dei tre ordini,
su iniziativa di avvocati come Mounier e Barnave, lanciano un appello a
una profonda riforma che andava ben oltre i confini della provincia.
Le tre rivoluzioni del 1789

- Una rivoluzione, o tre rivoluzioni? Si è detto che tre furono, nell’estate


del 1789, le rivoluzioni: una istituzionale o parlamentare al vertice, un’al-
tra cittadina, o municipale, e infine una rivoluzione contadina. Dal pun-
to di vista pedagogico, almeno, questo tipo di presentazione può avere la
sua utilità.
Gli Stati generali si erano aperti solennemente il 5 maggio 1789; me- ‘r’ >
no di tre mesi dopo, il 9 luglio, essi si proclamarono Assemblea naziona- ^ fi-
le costituente e la vittoria popolare parigina del 14 luglio garantì il sue- ,t.
cesso del movimento: quei tre mesi decisivi videro arrivare a maturazio-
ne sino alle conseguenze estreme gli elementi d’una situazione esplosiva.
Per la prima volta la campagna elettorale aveva veramente dato la parola
al popolo, che ne aveva fatto uso nelle sue riunioni, e le migliaia di
cahiers de doléances redatti in quelle occasioni, dai più ingenui ai più ela-
borati, costituiscono per noi un’impressionante testimonianza collettiva
delle speranze di cambiamento. Il cerimoniale d’apertura degli Stati ge-
nerali, nella sua forma desueta, pareva poco adatto a rispondere a tali
speranze: ma subito, sulla questione del voto «per testa» o «per ordine», v
il Terzo stato, che già aveva ottenuto il raddoppio dei propri rappresen-
tanti, aveva affermato la sua volontà di mostrare ai privilegiati quale posi-
zione intendesse assumere. Il 20 giugno 1789, prestando il celebre giura-
mento della Pallacorda, i deputati del Terzo stato promisero solenne- c ’-
mente di «non separarsi mai [...] fino a che non venisse istituita la Costi-
tuzione». La seduta reale del 23 giugno, tentativo del potere di riprende- , y/
re il controllo della situazione, conferma la determinazione del Terzo,
che risponde per bocca di uno dei suoi capi (Bailly) che «la nazione riu- *
nita non prende ordini». Essendosi chiamata Assemblea nazionale e
avendo convinto - più o meno a malincuore - gli ordini privilegiati a se- ■>
dere con loro, il deputati del Terzo stato si rendono tuttavia conto della
precarietà della loro situazione quando prende forma la controffensiva
regia: concentramento di truppe a Parigi, licenziamento del ministro
Necker ITI luglio. Ma è ora il turno della popolazione parigina, che si
dà u n ’organizzazione rivoluzionaria.
Già agli inizi di giugno la borghesia parigina, utilizzando le assemblee
elettorali per gli Stati generali, aveva posto le basi di un nuovo potere e il
popolo della capitale era insorto una prima volta il 12 luglio, bruciando ( l ,
le barriere del dazio. La crescita dei disordini seguita al licenziamento di :
Necker porta alla giornata decisiva del 14 luglio: il popolo s’impadroni-
sce della Bastiglia, prigione e fortezza reale, vincendone la resistenza (ve-
di il testo a p. 14). La portata dell’episodio oltrepassa il fatto in sé e costi-
tuisce, in certo modo, il simbolo della fine dell’arbitrio reale e del crollo .
dell’Ancien regime.
R acconto di uno dei «vincitori» della Bastiglia

... Prima ci si è presentati in rue Saint-Antoine per penetrare in quella fortezza,


dove nessuno è mai entrato senza che lo volesse l’orrendo despotismo: il mostro
risiedeva ancora là. Il governatore, traditore, ha esposto la bandiera bianca. Al-
lora siamo avanzati con fiducia: un distaccamento di Gardes-Frangoises e 500-600
borghesi armati sono entrati nei cortili della Bastiglia. Appena molta gente ha
varcato il primo ponte levatoio, questo viene sollevato; una scarica d’artiglieria
abbatte diverse guardie e qualche soldato, il cannone spara sulla città, il popolo
si spaventa, molti sono i morti e i feriti. Ma ci si chiama a raccolta, ci si pone al
riparo dal fuoco, si corre a cercare dei cannoni, si erano appena presi quelli de-
gli Invalides. Si avvertono i distretti perché mandino subito soccorsi, con le armi
degli Invalides si armano i cittadini, quelli del faubourg Saint-Antoine arrivano
in massa. [...] Ma torniamo alla Bastiglia: si era di fronte al secondo ponte leva-
toio e bisognava entrare nella fortezza, giacché il primo cortile non è nella cinta
delle mura. L’azione aumentava d’intensità, i cittadini s’erano abituati al fuoco:
da ogni parte si saliva sui tetti, nelle camere e, non appena si scorgeva un solda-
to tra i merli della torre, cento erano i fucili che lo prendevano di mira e lo ab-
battevano all’istante. Intanto il fuoco del cannone, divenuto frenetico, perfora-
va il secondo ponte levatoio e ne spezzava le catene; invano il cannone della tor-
re faceva fuoco, si era al riparo, il furore era al colmo, o forse si rideva della
morte e del pericolo. Le donne, a gara, ci prestavano tutto l’aiuto possibile; per-
fino i bambini, dopo ogni scarica del forte, correvano e si slanciavano qua e là
per raccogliere là mitraglia e le palle. Furtivi e pieni di gioia tornavano al riparo
e le offrivano ai nostri, che le rispedivano per aria a portare la morte ai vili asse-
diati. [...] I signori Elie, Hullin e Maillard si slanciano sul ponte e chiedono in-
trepidamente che si apra l’ultima porta. Il nemico obbedisce, si vuole entrare,
gli assediati si difendono. Si sgozza chiunque si opponga al passaggio, ogni can-
noniere che si fa avanti morde la polvere, ci si precipita avidi di massacro. Si en-
tra, si conquista la scala, si liberano i prigionieri, si penetra dappertutto. Gli uni
si impadroniscono dei posti di guardia, altri volano sulle torri e innalzano il sa-
cro vessillo della patria, tra gli applausi e il trasporto di una folla immensa. [...]
(Fonte: citato daj. Godechot, La Pòse de la Bastille, 14 juillet 1789, Gallimard,
Paris 1965.)
La rivoluzione popolare parigina prosegue il suo corso, in luglio, con
l’uccisione di Bertier de Sauvigny, intendente della generalità di Parigi e
soprattutto ai primi di ottobre (il 5 e il 6), quando in risposta a nuove mi-
nacce di reazione le donne di Parigi, seguite dalla guardia nazionale,
marciano su Versailles per riportare in città la famiglia reale: «il fornaio,
la fornaia e il garzone»; programma ove alla rivendicazione politica
(controllo della persona del re) è unita quella economica. Considerando
questa serie di avvenimenti si può comprendere quale sia il legame tra la
rivoluzione parlamentare al vertice, come si afferma all’Assemblea nazio-
nale, e là rivoluzione popolare nelle strade. La borghesia ha certo molte
riserve verso la violenza popolare e le brutali forme di lotta per il pane
15
quotidiano, ma tra le due rivoluzioni esiste assai più che una fortuita
coincidenza: è grazie all’intervento popolare che la rivoluzione parla- /
mentare ha potuto materializzare i suoi successi, ed è grazie al 14 luglio I
che il re, dal 16, ha dovuto cedere e richiamare Necker, e accettare, il 17, ]
di portare la coccarda tricolore, simbolo dei tempi nuovi. Per di più, le 1
I giornate d ’ottobre hanno posto un freno alla reazione progettataci

- A questo punto la pressione popolare non è più esclusivamente parigi-


na, anzi. Seguendo l’esempio della capitale molte città hanno fatto la lo-x
ro rivoluzione municipale, talora pacificamente quando le autorità locali
cedono tranquillamente il potere, talora in modo violento come a Bor-
deaux, Strasburgo o Marsiglia, per non fare che qualche nome tra molti.
Quella che viene chiamata la rivoluzione con ladina non è una conse- -
-

guenza delle rivolte cittadine: essa ha, con ogni evidenza, un suo proprio
ritmo e suoi specifici obiettivi di guerra. Dopo le prime sollevazioni della
primavera 1789 le sommosse agrarie si sono estese a diverse regioni (nel •
Nòrd, in Hainaut, nell’Ovest èliel iocogè normanno, così come nell’Est,
in Alta Alsazia e Franca Contea, poi nel Màconnais) : rivolta antinobiliare -
in cui spesso si bruciano i castelli, violenta e talora duramente repressa.
In questo contesto di rivolte localizzate la seconda metà di luglio vede un
movimento simile e differente a un tempo: la Grande Paura, che riguar-
derà oltre la metà del territorio francese. ' r ^ ,$ JU:T;

- Questo panico collettivo può essere visto come l’eco deformata, riman-
data dalle campagne, delle rivolte cittadine. Il tema è semplice e a un
tempo variegato: i contadini corrono alle armi all’annuncio di pericoli -
immaginari. Saranno i piemontesi sulle Alpi, gli inglesi sulle coste, i «bri-
ganti» dappertutto. Trasmesso per contatto, il timore scompare assai pre-
sto, ma raggiunge in qualche giorno i confini del regno. Esso risveglia la
rivolta agraria e si prolunga nel saccheggio dei castelli e nel rogo dei tito- -
- li del prelievo signorile. A tale titolo la Grande Paura è assai più di un
movimento «uscito dalla notte dei tempi», come disse Michelet, giacché
«* suscita la mobilitazione delle masse rurali e simbolizza il loro ingresso uf-
ficiale nella Rivoluzione. Anche se, di primo acchito, la borghesia rivolu-
zionaria non mostrerà di accettare questa intrusione non desiderata.
Q uando la questione viene discussa alFAssemblea nazionale, il 3 agosto 3
1789, più di un deputato del Terzo stato (come ad esempio l’economista
“ D upont de Nemours) propende per un vigoroso ristabilimento dell’ordi-
ne. E dalla chiarezza di idee di qualche nobile «liberale» (Noailles, d’Ai-
guillon...) che nasce l’iniziativa che conduce alla famosa notte del 4 ago- L
sto, quando i privilegiati sacrificano il proprio status, e che vede la distru-
zione de\YAncien regime nella società e nelle istituzioni. X
Il periodo che va dalla fine del 1789 ai primi mesi del 1791 è stato pre-
sentato come u n ’occasione storica, purtroppo mancata, per l’elaborazio-
16
ne pacifica dei punti di un compromesso mediante il quale le élites, vec-
chie e nuove, si sarebbero accordate per porre le basi della società fran-
cese moderna. Questa ipotesi è qualcosa di più di un’illusione retrospet-
tiva? Bisogna riconoscere che le conquiste più importanti, quelle che
hanno profondamente rimesso in discussione l’ordinamento sociale -
come l’abolizione della feudalità nell’agosto 1789 - sono frutto della
pressione rivoluzionaria di massa. E la strutturazione del nuovo sistema
polìtico, lungi dall’essere frutto di un compromesso amichevole, rivela
tensioni sempre crescenti. Certo, per tutto un anno, nel 1790, il miglio-
ramento della situazione economica contribuì a diminuire la pressione
delle masse popolari; ma quello che si è chiamato «l’anno felice» è solo
una parentesi, anche se fu in questo spazio che la borghesia rivoluziona-
ria potè tentare di gettare le basi essenziali del nuovo regime.

La Rivoluzione costituente
- La distruzione del vecchio regime sociale fu, almeno teoricamente,
energicamente condotta la notte del 4 agosto. La denuncia della feuda-
lità da parte di qualche nobile lungimirante e realista portò a una mozio-
ne generale che tendeva alla completa scomparsa degli oneri e dei privi-
legi feudali. L’episodio ha l’aspetto di uno slancio collettivo, di una ge-
nerosa gara in cui nobili ed ecclesiastici rinunciano ai propri privilegi
(vedi il testo a pp. 16-17).

La notte d el 4 agosto

Un intervento celebre, riportato da un contemporaneo nelle sue memorie:


[...]I1 signor Le Guen de Kerangal, agricoltore proprietario e deputato di Bre-
tagna, salì alla tribuna vestito da contadino e lesse, con difficoltà, un lungo di-
scorso scritto per la circostanza. «Avreste evitato, signori, l’incendio dei castelli,
se foste stati più pronti nel dichiarare che le terribili armi eh'essi contenevano,
e che tormentavano il popolo da secoli, sarebbero state annientate dal riscatto
obbligatorio che ne avete ordinato. Il popolo, impaziente d’ottenere giustizia e
stanco dell’oppressione, si affretta a distruggere quei titoli [i documenti atte-
stanti i privilegi], monumenti della*barbarie dei nostri padri. Siamo giusti, si-
gnori, facciamo che vengano portati qui quei titoli, oltraggio non solo al pudo-
re, ma alla stessa umanità. Quei titoli che umiliano la specie umana, pretenden-
do che uomini vengano attaccati ai carri come bestie da tiro. Quei titoli che ob-
bligano altri uomini a trascorrere le notti a battere gli stagni, per impedire che
le ranocchie disturbino col loro gracidio il riposo dei loro voluttuosi signori.
Chi di noi non farebbe un rogo espiatorio di quelle pergamene infami e non vi
avvicinerebbe la fiaccola per sacrificarle sull’altare del bene pubblico? Non ri-
porterete, signori, la tranquillità nella Francia in rivolta che quando avrete pro-
messo al popolo che trasformerete in denaro ogni e qualsiasi diritto feudale, re-
17

dimibile a volontà, e che le leggi che state per promulgare distruggeranno il


benché minimo ricordo di quel regime di oppressione...».

(Fonte: C.-E. Marquis de Ferrières, Mémoires, t. i, Baudoin fils, Paris 1822, pp.
182-187.)

Il pentimento è tuttavia assai veloce. Il testo finale del decreto dichiara


che l’Assemblea nazionale «abolisce interamente il sistema feudale», ma
introduce precise distinzioni tra diritti personali, implacabilmente di- I
strutti, e «diritti reali» gravanti sulla terra, che vengono semplicemente
dichiarati redimibili. Nonostante tale restrizione la notte del 4 agosto po-
neva comunque le basi di un nuovo diritto civile borghese, fondato
sull’eguaglianza e sulla libertà d ’impresa. La soppressione dei titoli e pri-
vilegi nobiliari che venne subito dopo, come quella dei Parlamenti e dei
corpi privilegiati, seguivano la stessa direzione di quelle misure. In que-
sta situazione di tabula rasa bisognava ricostruire: dalla fine del 1789 al
1791 l’Assemblea nazionale costituente preparò la nuova Costituzione
destinata a reggere la Francia. Vi fu posta a preludio una solenne dichia-
razione dei Diritti dell’uomo e del cittadino, che il 26 agosto 1789 pro-
clamò i nuovi valori di libertà, eguaglianza, sicurezza e proprietà.
Ma la nuova Costituzione non venne elaborata in u n ’atmosfera sere-
na. In quel periodo di attività febbrile nasce un nuovo stile di vita politi-
ca e si struttura una classe politica, divisa in tendenze, se non ancora in
partiti: a destra gli aristocratici, i monarchici al centro, a sinistra i patrio-
ti. Portavoce e leader vennero alla ribalta: Cazalès o l’abate Maury tra gli
aristocratici, Mounier o Malouet al centro. I patrioti si dividono tra Mira-
beau, eloquente oratore ma uomo di stato equivoco, che presto si ven-
derà in segreto alla corte, e La Fayette, che sogna di diventare il Wa-
shington francese. In quella che oggi chiameremmo l’estrema sinistra
domina invece il «triumvirato»: Duport, Lameth e soprattutto Barnave,
ricco di analisi lungimiranti ma presto spaventato dalla piega degli avve-
nimenti. Poi, per il momento isolati, i capi di domani, Robespierre e
l’abate Grégoire, che predicano un ideale democratico ancora lungi
dall’essere recepito.

- La discussione della futura Costituzione occupò gran parte delle sessio-


ni dell’Assemblea, e alcuni problemi cruciali contribuirono a creare le
opposte aggregazioni. Il problema del diritto di pace e di guerra (per
iniziativa regia o dell’Assemblea), o quello del diritto di veto che dava al
monarca la possibilità di bloccare una legge votata dall’Assemblea, an-
che se solo per una legislatura (veto sospensivo). Ma ancor prima del
completamento dell’atto costituzionale le necessità del m om ento porta-
rono l’Assemblea costituente a impegnarsi in nuove esperienze, in ambi-
ti imprevisti. Così la irrisolta crisi finanziaria, ereditata dalla monarchia
18
d 'Ancien regime, portò airesperimento monetario degli assegnati, carta
moneta garantita dal ricavato della vendita déllaeni ecclesiastici naziona-
lizzati. Di conseguenza l’Assemblea dovette dare al clero un nuovo statu-
to^ remunerando i sacerdoti come pubblici funzionari: fu la «Costituzio-
ne civile ~dél clero», votata nel luglio 1790, che ebbe grandissime riper-
cussioni. La decisione di mettere i beni ecclesiastici a disposizione della
nazione, presa verso la fine del 1789 (il 2 novembre), non contrastava,
per rivoluzionaria che fosse, con certa tradizione gallicana. Ma l’avventu-
ra degli assegnati, a partire dalla primavera del 1790 divenuti rapida-
mente vere e proprie banconote, ebbe grande peso sui futuri avvenimen-
ti; il loro rapido deprezzamento e la conseguente inflazione saranno ele-
menti essenziali della crisi socio-economica rivoluzionaria. D’altro canto
anche la vendita dei beni ecclesiastici, divenuti beni nazionali, avrà con-
seguenze pesanti; l’operazione, benché denunciata dai controrivoluzio-
nari, fu ben accolta dal pubblico e le vendite, dal 1790, ma soprattutto
dal 1791, progredirono in modo marcato, legando in modo indissolubile
alla causa rivoluzionaria gli acquirenti dei beni nazionali.
Questo consolidamento del campo della Rivoluzione provocò tuttavia
anche conseguenze di segno contrario: la vendita dei beni nazionali, ma
più ancora la Costituzione civile del clero causarono una profonda divi-
sione in seno a tutta la nazione. Votata nel luglio 1790 la Costituzione ci-
vile faceva di vescovi e parroci dei pubblici funzionari eletti nell’ambito
delle nuove circoscrizioni amministrative, e inoltre imponeva loro un
giuramento di fedeltà alla Costituzione. La condanna del sistema da par-
te di papa Pio vi, nell’aprile 1791, provocò uno scisma tra i preti e il clero
costituzionale (coloro che avevano giurato) e gli altri, che vennero detti
refrattari. Tra gli uni e gli altri la rottura fu irrimediabile. Dei vescovi, so-
lo 7 su 130 prestarono giuramento, mentre i parroci si divisero circa a
metà, in modo tuttavia ineguale secondo le regioni, come si vedrà in se-
guito, tracciando in modo durevole le zone di fervore o di scarsa religio-
sità e, per il presente, la mappa dello scisma costituzionale e dei disordi-
ni che gli tennero dietro.
Prima di continuare a seguire la crescita impetuosa della Rivoluzione,
chiediamoci se sia corretto fare una pausa e considerare la possibilità di
una stabilizzazione sulla base dei risultati raggiunti. I contemporanei lo
credettero, ed è questo il motivo per cui attribuirono tanta importanza
alle feste della Federazione, celebrate a iosa nel luglio 1790 e ripetute,
con meno convinzione, gli anni seguenti. L’idea nacque in provincia,
prima nel Sud-Est, poi in molte città. L’Assemblea, all’inizio reticente,
decise di farla sua facendo celebrare dai parigini la commemorazione
della presa della Bastiglia, il 14 luglio 1790. La cerimonia sulla grande
spianata del Campo di Marte fu grandiosa, illustrando l’unanimità so-
gnata di un momento e l’ideale dell’unità nazionale. Semi improvvisata,
e tuttavia di grande successo, la festa parigina fu la dimostrazione più
19
compiuta e spettacolare di quel che si può chiamare l’unanimismo della
rivoluzione borghese.

La crescita rivoluzionaria: slittamento o continuità ?

Un anno dopo quella finzione è finita: il 17 luglio 1791, stridente richia-


m o alla festa della Federazione, lo stesso luogo è teatro d ’un massacro, la
«fucilazione del Campo di Marte». Un gruppo di membri del club dei
cordiglieri, che chiedeva la deposizione del re, viene mitragliato dalla
guardia nazionale in ossequio alla legge marziale, per responsabilità del
sindaco Bailly e del comandante della guardia, La Fayette. Si spalanca co-
sì, tra la rivoluzione costituente delle minoranze, che essi rappresentano,
e la rivoluzione popolare, una voragine che non cesserà di allargarsi.

- L’interpretazione di questa svolta della Rivoluzione non è cosa facile.


Tra il 1791 e la caduta della monarchia il 10 agosto 1792, il cammino ri-
voluzionario ha mutato percorso: è stato l’effetto di un superamento au-
todinamico e tutto sommato inevitabile, oppure di una convergenza ac-
cidentale di fattori? Taluni storici - Francois Furet e Denis Richet - han-
no proposto qualche tempo fa il tem a dello slittamento della Rivoluzio-
ne. A loro parere l’intervento delle masse popolari urbane o rurali nel
corso di una Rivoluzione liberale che aveva raggiunto quasi tutti i propri
obiettivi non rientrava affatto nelle previsioni. La paura esagerata di una
mitica^controrivoluzione, basata sulla te jD ria ^
avrebbe ridestato i vecchi demoni della paura popolare e provocato l’ac-
celerazione del processo rivoluzionario. D’altro canto questo slittamento
vennèTacHItato aaT eóm pórtam m itcf^ e chiaramente doppiogiochi-
sta del re, come pure dalle trame degli aristocratici in patria o all’estero,
e a farne le spese fu il fragile compromesso che borghesi e nobili liberali
presi insieme stavano allora sperimentando. Benché Francois Furet ab-
b iad a allora modificato questo concetto, l’interrogativo non può restare
senza risposta, anche se esso, tuttavia, sottovaluta l’importanza del peri-
colo controrivoluzionario, trascurando l’asprezza dei fronti di lotta
nell’insieme del paese.

- La controrivoluzione attiva è innanzitutto costituita dal gruppo degli


emigrati il mòvimentoTnizio nell’autunno 1789 con la fuga dei cortigia-
ni più compromessi e dei principi del sangue (il conte d ’Artojs), ma nu-
mèncam énte èra ancora àss'aì scarso. Ma tra UTTSfTe il 1792 la Costitu-
zione civile del clero e il radicalizzarsi degli antagonismi ne ingrossano
gli effettivi: l’emigrazione si organizza, sulle sponde del Reno intorno al
principe di Condé. a Torino intorno al conte d ’Artois. Essa comincia a
tessere una rete cospirafivà n e r p a é ^ F ^ r "provocare sollevazioni contro-
20
rivoluzionarie oppure, a Parigi, per organizzare la fuga del re (cospira-
zione del marchese di Favras). Tali imprese incontrano localmente un
terreno favorevole, all’inizio piuttosto scarso a Ovest, buono invece nella
Francia del Sud, dove conflitti e antagonismi sociali, religiosi e politici si
sovrappongono e si mischiano singolarmente in zone di contatto tra ;
confessioni diverse: Nimes e Montauban ad esempio, dove i protestanti
hanno favorevolmente accolto la Rivoluzione che portava a compimento
la loro emancipazione. Nelle montagne del Vivarais, a sud est del Massic-
cio centrale, i raduni armati controrivoluzionari - i campi di Jalès - si ri-
petono con continuità dal 1790 al 1793. E le città del Midi, da Lione a
Marsiglia, passando per Arles, sono teatro di duri scontri tra il 1791 e il
1792, prova di un equilibrio assai precario tra Rivoluzione e controrivo-
luzione. Quest’ultima può ancora disporre di appoggi assai forti nell’ap-
parato statale e, a fianco delle attività cospirative, non è difficile scorgere
una controrivoluzione ufficiale o di vertice: così nell’agosto 1790, a
Nancy, il comandante militare, marchese di Bouillé, reprime ferocemen-
te la rivolta dei militari patrioti svizzeri del reggimento di Chàteauvieux.
Questo tentativo di rafforzamento del potere utilizzando l’esercito in
u n ’ottica controrivoluzionaria è lungi dall’essere l’unico.
In questo contesto l’atteggiamento del re non manca di coerenza, an-
che se lo si è definito esitante e goffo; è certo che Luigi XVI si trova sotto
il fuoco incrociato dei suggerimenti di molti consiglieri: Mirabeau, La
Fayette, Lameth o Barnave, per non parlare dei rapporti familiari con
l’estero o con gli emigrati, per lui fondamentali. E noto l’esito della lun-
ga serie di trattative segrete: il 20 giugno 1791 la famiglia reale al com-
pleto lascia, travestita, il palazzo di Versailles; riconosciuta lungo la stra-
da, viene arrestata a Varennes e ricondotta a Parigi; la notizia della fuga
riempie di stupore i parigini, poi %tutta la Francia.

- A questa storia di resistenze e controrivoluzione fa riscontro quella del-


la politicizzazione e dell’impegno crescente delle masse cittadine e talo-
ra rurali. Questa mobilitazione riceve certamente u n ’importante spinta
dal rinnovato malessere economico: dopo la schiarita del 1790 un raccol-
to scarso nel 1791, aggravato dalla speculazione e dall’inflazione causata
dalla rapida svalutazione degli assegnati, rianima le rivendicazioni popo-
lari. Ancor più in profondità si realizza, nei campi, l’emancipazione di
fatto dal residuo prelievo signorile, col rifiuto, spesso violento, di pagare
i diritti dichiarati redimibili nel 1789. Fra l’inverno 1791 e l’autunno
1792 le rivolte contadine si succedono: nelle pianure a coltura intensiva
tra la Senna e la Loira grandi folle di contadini si spostano da un merca-
to all’altro per fissare un prezzo massimo - un calmiere - del pane e del
grano. Altrove, in tutto il Sud-Est, dalle Alpi alla Linguadoca e alla Pro-
venza, i contadini saccheggiano e incendiano i castelli.
Ciò accade in campagna: nelle città e nei paesi le associazioni popola-
21

ri e i club si moltiplicano, coprendo il territorio nazionale d ’una rete tal-


volta assai fitta. A Parigi il club dei Giacobini ha acquistato, a partire dal
1789, una notevole importanza sia come luogo d’incontro e di analisi
ove si preparano le grandi deliberazioni dell’Assemblea, sia per il nume-
ro 'di associazioni a esso affiliate. Il club ha brillantemente superato la
crisi di Varennes e la preoccupazione ch’essa ha destato nell’opinione
pubblica. Il suo reclutamento è ancor più selettivo e chiuso di quello di
altri club, come ad esempio i cordiglieri, dove parlano oratori popolari
come Danton o Marat, l’«amico del popolo». La crescita rigogliosa della
stampa, altra novità rivoluzionaria, è anch’essa elemento di accelerata
politicizzazione: dall’estrema destra, con Les Actes des apótres, agli organi
più democratici come le Révolutions deFrance ou de Brabant di Camille De-
smoulins e L ’ami du Peuple di Marat passando per il Courrier de Provence di
Mirabeau.
Controrivoluzione, o rivoluzione radicalizzata fondata sulla politiciz-
zazione popolare, questo è il vero dilemma che si presenta ai dirigenti
della rivoluzione borghese alla fine del 1791, proprio quando si sta com-
pletando l’atto costituzionale che dovrebbe reggere il nuovo sistema. Per
non compromettere un equilibrio che si avverte fragile si finge che il re
non sia fuggito di sua volontà, ma che sia stato rapito, e ciò permette di
restituirgli le sue prerogative... a scapito dei rivoluzionari più spinti, che
già stanno iniziando a contestare in modo assai vivace il principio stesso
della monarchia.
Iniziando con la Dichiarazione dei diritti, continuando con una rior-
ganizzazione da capo a piedi del sistema politico e delle strutture ammi-
nistrative, giudiziarie, finanziarie e financo religiose, la Costituzione del
1791, promulgata dal re il 13 settembre, non è certo un documento di
circostanza, ma la più compiuta espressione della rivoluzione borghese
costituente nel tentativo di creare una monarchia costituzionale.

L ’Assemblea legislativa e la caduta della monarchia

Fu sui fondamenti di questo nuovo sistema che si riunì il 16 dicembre


1791 la nuova Assemblea, chiamata «legislativa», doppiamente nuova
giacché i costituenti si erano dichiarati non rieìeggibili. Molti dei nuovi
deputati si presentano con la decisa intenzione di concludere la Rivolu-
zione o, come disse D upont de Nemours, di «rompere la macchina che
produce insurreziòrn».“Questa tendenza cóstitui fl ^ u p p ò déf foglianti,
dal nome del loro club, nato dalla~scÌRsiòné dérgiacxìbmi aU’indnm ani
dell’eccidiq del Campo di Marte. E un gruppo numeroso all’Assemblea
(263 su 745), ma diviso tra seguaci di La Fayette da un lato, e del triumvi-
rato (Barnave, Duport, Lameth) dall’altro. All’altro estremo si trovali
gruppo che presto sarà chiamato dei brissotini, e che diverrà poi quello
22
dei girondini. C’è un gruppo dirigente che vede intorno a Brissot degli
elementi brillanti (Vergniaud, Guadet, Roland, Condorcet), mentre a si-
nistra spiccano alcuni democratici avanzati come Carnot, Merlin e Cha-
bot. Per chiarirne la posizione è utile partire dalla formula del sindaco di
Parigi, Jéróm e Pétion, che scrive: «La borghesia e il popolo uniti hanno
fatto la Rivoluzione. Solo la loro unità può far sì che: si conservi». Ma di
quale unità si tratta? Per alcuni leader non deputati all’Assemblea, ma in-
fluenti, come Robespierre nel gruppo giacobino e Marat nel suo giorna-
le, tale condizione per sopravvivere è assai più che u n ’alleanza tattica;
m entre al contrario i brissotini non vi scorgono che una necessità sop-
portata sempre più malvolentieri. L’incontro tra loro, difensori del libe-
ralismo economico, e il movimento popolare, di cui temono la turbolen-
za e non condividono le aspirazioni sociali ed economiche, è per lo me-
no equivoco.

- Questa evoluzione venne senza alcun dubbio accelerata dalla guerra,


che irrigidì le scelte politiche ed esasperò le tensioni sociali. La crescita
del pericolo esterno non era cosa recente: la Costituente, nonostante
una «dichiarazione di pace al mondo», aveva già incontrato l’ostilità
dell’Europa monarchica, preoccupata da un lato per solidarietà dinasti-
ca e soprattutto, dall’altro, per tema dei fermenti rivoluzionari. Occupati
fino ad allora su altri fronti (la spartizione della Polonia), i sovrani - il re
di Prussia, l’Imperatore d ’Austria, ecc. - si accordarono a Pillnitz,
nell’agosto 1791, invitando le potenze monarchiche a coalizzarsi contro
il pericolo rivoluzionario, che pure al momento era solo ipotetico.
Ci si può stupire del fatto che in Francia l’ipotesi di un conflitto sia
stata considerata con favore da quasi tutte le parti politiche, ma l’accor-
do era ambiguo e basato su differenti premesse. Il re e i suoi consiglieri a
corte si aspettavano una facile vittoria dei sovrani stranieri; dal canto suo
La Fayette sognava una guerra vittoriosa che lo proiettasse in una posi-
zione di rilievo. Adottando la politica del tanto peggio, tanto meglio, il
re sostituì in marzo i ministri foglianti con un ministero brissotino diret-
to da Roland. Il fatto è che i brissotini avevano paradossalmente preso
anch’essi una posizione bellicosa sperando che la guerra, come prova di
verità, avrebbe costretto il re e i suoi consiglieri a rivelare il loro vero vol-
to contribuendo in tal modo al chiarimento della situazione. Dalla tribu-
na giacobina Robespierre fu tra i pochi, durante l’inverno, a denunciare
i pericoli di una guerra che avrebbe trovato la Rivoluzione impreparata,
avrebbe esacerbato il rischio controrivoluzionario, avrebbe forse fatto
emergere un provvidenziale salvatore militare. Nella discussione dram-
matica tra Brissot e Robespierre al club dei giacobini, il primo ebbe la
meglio. Il 20 aprile 1792 si dichiara guerra al «re di Boemia e di Unghe-
ria»: ma ben presto,sarà una grande coalizione ad affrontare la Rivolu-
zione. Ne fanno parte la Prussia, l’Imperatore d ’Austria, la Russia, i re di
23

Spagna e del Piemonte. Secondo le previsioni brissotine, la guerra co-


stringe assai presto il re a gettare la maschera e scoprire le batterie: egli
rifiuta, ponendo il veto, di promulgare le decisioni urgenti dell’Assem-
blea (come ad esempio quella che istituiva presso Parigi un campo di fe-
derati venuti dalle provincie, o quelle contro i sacerdoti refrattari e gli
emigrati), e licenzia il ministero brissotino.
Le speranze del re e degli aristocratici trovano intanto rapida confer-
ma: i primi scontri sono disastrosi per l’esercito francese, completamen-
te disorganizzato a causa dell’emigrazione di metà degli ufficiali. Alle
frontiere del Nord le truppe si sbandano, mentre la tensione cresce in
tutto il paese. Sfruttando questo vantaggio i coalizzati sperano di assesta-
r e U*L4l^^9ÌE9J^LQeD?ico lanciando il 15 luglio 1792 il celebre.Manife-
sto di Brunswick, col quale minacciano di «abbandonare Parigi in mano ai
militari e alla sovversione totale». La crescita del pericolo provoca il 20
giugno 1792 una giornata rivoluzionaria, ancora poco organizzata. I ma-
nifestanti invadono il palazzo delle Tuileries e tentano, vanamente, di in-
timidire il re che oppone loro ir passivo coraggio di cui è capace; è uno
scacco, ma serve al rilancio della mobilitazione popolare. Nel paese, e so-
prattutto nel Midi, avanguardia dell’impegno rivoluzionario, aumentano
le petizioni che reclamano la deposizione del re. L’11 luglio l’Assemblea
proclama solennemente «la Patria in pericolo» è dalle provincie si diri-
gono a Parigi i battaglioni di federati; tra essi quelli marsigliesi, che
diffondono e rendono popolare il proprio inno, La Marsigliese.
La calda estate 1792 segna certamente una delle svolte principali del-
la Rivoluzione. Il fronte della borghesia rivoluzionaria non è più compat-
to rispetto al movimento popolare che si mobilita, in provincia come a
Parigi, nell’ambito delle «sezioni» (assemblee di quartiere) e dei club, e
diviene la forza motrice dell’iniziativa rivoluzionaria. I brissotini, compli-
ci passivi della giornata del 20 giugno, temendo di essere travolti sono
tentati di scendere a un compromesso coi fautori del re, ma hanno or-
mai perduto l’iniziativa, che, nella capitale, viene assunta dalla «Comune
insurrezionale di Parigi», dai sanculotti sezionali armati e dal club dei
cordiglieri, con l’appoggio di alcuni leader. Marat, Danton e Robespierre.

- La giornata decisiva è il 10 agosto: l’insurrezione organizzata vede i se-


zionali parigini e i federati provinciali all’assalto del palazzo delle Tuile-
ries, abbandonato dalla famiglia reale. Dopo uno scontro sanguinoso
con gli svizzeri che difendono il palazzo, l’insurrezione popolare trionfa.
L’Assemblea sospende il re dalle sue funzioni e decide la carcerazione
della famiglia reale nella prigione del Tempie. Si decide la convocazione
di una Convenzione nazionale eletta a suffragio universale, che dirigerà
il paese, divenuto una Repubblica il 21 settembre, e gli darà una nuova
Costituzione. In questo modo si apre una fase nuova nella Rivoluzione
(vedi il testo a p. 24).
24

Il 10 agosto n ella relazione d ell’am basciatore genovese

Il venerdì mattina si vedevano molte guardie nazionali che parevano disposte a


difendere il re. Ma al contrario invece, verso le 9 e 45, la folla mischiata ad altri
distaccamenti di Guardia nazionale e ai federati si preparava a entrare con la
forza nel palazzo. Tutte le porte vennero allora aperte, i cannonieri volsero i lo-
ro pezzi contro il palazzo e la Guardia che sembrava esser là per difenderne l’ac-
cesso decise a un tratto di unirsi alla folla e all’altra parte della Guardia. Tanto è
vero che solo il battaglione dei volontari delle Figlie di San Tommaso e il reggi-
mento svizzero di circa 1.500 uomini presero parte alla resistenza, e furono i pri-
mi a far fuoco sulla folla, uccidendo così circa 200 federati marsigliesi e forse al-
trettanti tra la folla e la Guardia nazionale. Dovettero tuttavia soccombere rapi-
damente per il numero infinitamente superiore degli assalitori, appoggiati da
numerosi cannoni e da tutta la gendarmeria a cavallo, che fin dall’inizio si era
schierata col popolo. Gli svizzeri furono tutti massacrati e spogliati, ed è impos-
sibile fornire una spiegazione plausibile alla barbarie e agli insulti di cui furono
oggetto i loro cadaveri. Alcuni di questi svizzeri che si erano arresi alla Guardia
nazionale e domandavano pietà furono decapitati a furor di popolo e i corpi
gettati dalle finestre. Il numero dei morti oscilla fra i 2.000 e i 2.500. Fortunata-
mente il Re, la Regina, il Delfino e tutta la famiglia reale si erano recati, verso le
8, prima che cominciasse l’assalto, all’Assemblea nazionale e vi rimasero sani e
salvi per tutto il giorno. Ma quale spavento e desolazione devono aver provato!
Tutto il personale in livrea e gli addetti ai servizi più umili della famiglia reale
sono stati massacrati.
(Fonte: Archivio di Stato di Genova, Corrispondenza Spinola, 22-65, citato da M.
Reinhard, in La Chute de la royauté, Gallimard, Paris 1969, pp. 602-603.)

La fase che si chiude termina con due avvenimenti spettacolari: la vitto-


ria di Valmy, il 20 settembre 1792, che blocca bruscamente l’avanzata
prussiana già penetrata in profondità nella Champagne e muta perciò il
! corso d ’una campagna fino a quel momento disastrosa; e i massacri di
settembre. Valmy non fu una grande battaglia, ma un semplice scambio
di cannonate, concluso con la ritirata dell’esercito prussiano; quello
! scontro ebbe tuttavia u n ’importanza storica fondamentale, che non
sfuggì ai contemporanei, come ad esempio Goethe che vi assistè: le trup-
pe francesi, male addestrate e con un’organizzazione improvvisata, resse-
| ro senza sbandarsi all’impatto dell’esercito prussiano. Fu un successo
1 simbolico il cui significato travalicò di molto le immediate conseguenze
i materiali.
D’altro canto, invece, i massacri di settembre rimangono - nel libro
d ’oro della Rivoluzione - una delle pagine oscure su cui per molto tem-
po si è preferito stendere un velo. Quella reazione di panico è spiegabile
con due paure: quella dell’invasione nemica e quella del complotto in-
terno, la cosiddetta «pugnalata alle spalle». Inoltre il vuoto di potere - il
re è in carcere, quindi il potere spetta a un Consiglio esecutivo prowiso-
I
25

rio dominato dalla personalità di Danton - spiega come mai il furore po-
polare abbia potuto scatenarsi senza opposizione. Dal 2 al 5 settembre la
folla parigina corre alle prigioni della capitale e vi massacra circa 1.500
prigionieri: aristocratici, ecclesiastici (oltre 300) e, alla rinfusa, detenuti
per reati comuni. Questo massacro vuole tuttavia essere espressione di
una forma di giustizia popolare, con almeno una parvenza di giudizio.
Su queste due immagini contrastanti si chiude la fase della rivoluzione
delle minoranze e del compromesso; ne comincia una nuova in cui la
borghesia rivoluzionaria dovrà arrivare a un accordo con le masse popo-
lari.

La Gironda e la Montagna

Ricordiamoci la formula di Pétion, sindaco di Parigi, che dichiarò nel


1792 che il solo mezzo per garantire il successo della Rivoluzione era
l’unità «del popolo e della borghesia». E significativamente ancora Pé-
tion, nella primavera dello stesso anno, che dice ai borghesi: «I vostri be-
ni sono in pericolo». Questi diversi atteggiamenti di un uomo che esitò a
lungo tra Gironda e Montagna esprimono bene la netta divisione nella
borghesia francese dopo la caduta della monarchia.
Per una parte di essa infatti è ormai evidente che il maggiore pericolo
è rappresentato dalla sovversione sociale e la necessità più urgente è ri-
stabilire l’ordine. Per altri, al contrario, la cosa più im portante è la difesa
della Rivoluzione dal pericolo aristocratico - quello interno di controri-
voluzione, quello esterno della coalizione europea - , e tale difesa richie-
de u n ’alleanza col movimento popolare, anche se ciò impone di soddi-
sfare, almeno parzialmente, le rivendicazioni sociali di quegli strati della
società e l’adozione di una politica che, ricorrendo a mezzi eccezionali, è
ben lontana dal rispettare le forme costituzionali.
Fra questi due atteggiamenti della borghesia c’è la differenza che se-
para due gruppi di estrazione diversa, o solo il contrasto delle due opzio-
ni politiche rappresentate dalle denominazioni di girondini - o brissoti-
ni - e montagnardi? Ancora recentem ente alcuni storici, come Alfred
Cobban, traevano dall’analisi della provenienza sociale dei gruppi diri-
genti dei due partiti in cui è divisa la Convenzione la conclusione che
non c’erano tra loro reali differenze sociologiche, e_che m ontagnardi e
girondjni pròvenivano tutti dai medesimi strati sociali. Conclusione trop-
po affrettata e mai conferm ata quando oltre agli stati maggiori si possa-
no analizzare - e non lo si può fare sempre - le masse giacobine o giron-
dine in azione (come le si vedrà ad esempio durante la crisi federalista),
in cui la diversa provenienza è lungi dall’essere identica o intercambiabi-
le. D’altra parte la geografia elettorale, nella sua semplicità, riflette le di-
verse origini dei girondini e dei montagnardi: i grandi porti, Nantes,
26
Bordeaux, Marsiglia, centri esemplari della prosperità capitalistica mer-
cantile, hanno espresso i capi di quelli che significativamente si chiama-
no «girondini» - come Vergniaud, Guadet, Gensonné, che si uniscono a
; Brissot o a Roland. Eccone altri che invece sono provinciali, come Ra-
baut, pastore riformato di Nimes, il marsigliese Barbaroux, o Isnard, ric-
co profumiere di Grasse... La Montagna, al contrario, ha le proprie radi-
ci, a Parigi o in provincia, nelle cittadelle giacobine, e di lì provengono
Robespierre, Danton, Marat e con loro i nuovi arrivati come Couthon o
Saint-Just. È anche necessario non dimenticare che né la Gironda né la
Montagna dispongono della maggioranza all’Assemblea; separati, o al
centro, un numeroso gruppo di deputati definito con nomi diversi, la
«Pianura» o la «Palude», rappresenta una cospicua massa di potere deci-
sionale, che si sposterà in momenti diversi verso la Gironda o la Monta-
I gna.
Gli atteggiamenti di questa classe politica, che sarebbe altrettanto ri-
dicolo mettere in opposizione fra loro riducendoli meccanicamente a
spartiacque sociologici, quanto crederli intercambiabili e meramente ef-
fetto del caso, vengono meglio definiti se si tiene conto di una terza for-
za, esterna alle assemblee. Si tratta delle masse popolari sanculotte uscite
dalla crisi del 1792, organizzate nell’ambito delle assemblee sezionali cit-
tadine o delle società popolari. Da questi gruppi, a contatto con i bisogni
e le aspirazioni del popolo minuto, di cui si fanno eco, sono usciti dei di-
rigenti o anche solo degli occasionali portavoce, come gli «arrabbiati»
del 1792-1793, con militanti come Varlet, Ledere, e soprattutto Jacques
Roux, «il prete rosso». Dopo che la repressione avrà fatto tacere gli ar-
rabbiati un altro gruppo si costituirà intorno a Hébert, a Chaumette e al-
la Comune di Parigi. Gli hébertisti hanno quanto meno tentato di pren-
dere la direzione del movimento sanculotto e far leva su di esso. Gli studi
condotti attualmente sulla provincia chiariscono vieppiù che non si
trattò di un tipo di militante specificamente parigino. Dall’autunno
1792, con il divampare dei tumulti agrari, sino all’inverno e poi alla pri-
mavera del 1793, quando a Parigi si ebbero disordini annonari e sac-
cheggi, non solo per il grano ma anche per zucchero e caffè, il «popoli-
no» restò nelle strade, coinvolto direttamente nella gestione della rivolu-
zione.

- Lo scontro tra la Gironda e la Montagna era inevitabile e si sviluppò tra


la fine del 1792 sino al giugno 1793. Suoi episodi fondamentali furono il
processo a Luigi xvi, alcuni avvenimenti di politica estera - un’espansio-
ne vittoriosa seguita da gravi rovesci -, e infine in primavera l’insurrezio-
ne in Vandea che apriva un nuovo fronte interno.
Incarcerato nella prigione del Tempie, Luigi xvi venne giudicato nel
dicembre 1792 dalla Convenzione. La Gironda tendeva alla clemenza e
tentò di proporre soluzioni che evitassero la pena capitale: il bando, la
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prigione sino alla pace, o addirittura la ratifica popolare del verdetto. I
capi montagnardi, come Marat, Robespierre o Saint-Just, erano invece
d ’accordo, ognuno secondo il proprio modo di essere, nel chiedere la
condanna a morte in nome della Salute pubblica e delle necessità rivolu-
zionarie. La morte venne votata da 387 deputati su 718, e Luigi xvi fu
giustiziato il 21 gennaio 1793. Eseguendo, come essi stessi dissero, un
«atto provvidenziale della nazione», i convenzionali erano ben consci di
garantire il cammino ormai irreversibile della Rivoluzione, e uno di loro,
Cambon, lo espresse con chiarezza dicendo: «Siamo sbarcati sull’isola
della libertà e abbiamo bruciato i vascelli che qui ci condussero».

—L’esecuzione del re provocò un’intensa ripresa della guerra alle fron-


tiere. Occupati su altri fronti (la Polonia), fino al 1793 i sovrani europei
consentirono ai francesi di sfruttare in modo spettacolare la vittoria di
Valmy. Le truppe rivoluzionarie, vittoriose a Jemmapes, occuparono i
Paesi Bassi austriaci e tolsero al Piemonte la Savoia e la contea di Nizza,
annesse alla Francia dopo un referendum popolare. Allo stesso modo nel
Nord la Renania - da Magonza a Francofòrte - passò sotto il dominio
francese. Per certi aspetti si trattava della realizzazione del vecchio sogno
monarchico delle frontiere naturali, tuttavia riformulato in termini com-
pletamente diversi, sintetizzati nello slogan «guerra ai castelli, pace alle
capanne». In un primo tempo la Rivoluzione porta la libertà, solo in se-
guito verranno gli aspetti negativi della conquista, spoliazioni e saccheg-
gi. L’esecuzione del re arricchisce la coalizione di nuovi partecipanti: la
Spagna, il regno di Napoli, i principi tedeschi e, soprattutto, l’Inghilterra
che si sente minacciata direttamente dall’annessione del Belgio. La situa-
zione si rovescia: nella primavera 1793 i francesi subiscono una serie di
sconfitte (Neerwinden, assedio e resa di Magonza), e perdono uno dopo
l’altra il Belgio e la Renania.

- La situazione si aggrava con l’apertura di un fronte interno di guerra


civile. L’insurrezione in Vandea, nella Francia occidentale, esplode agli
inizi del marzo 1793 e si diffonde rapidamente. Si tratta all’inizio di una
sollevazione contadina, con alla testa capi di origine popolare (il guar-
diacaccia Stofflet o il contrabbandiere Cathelineau), ma poi, sotto la
pressione dei contadini, anche dei nobili come de Charette, d ’Elbée e al-
tri, s’impegnano progressivamente nel movimento e lo organizzano, così
che prima i villaggi, poi le città rimaste repubblicane sono sommerse dal-
la marea. Questa sollevazione è stata variamente interpretata, e l’analisi
delle sue cause rimane un problema complesso. Il radicato sentimento
religioso di quelle zone, per lungo tempo considerato la causa fonda-
mentale, ha certo avuto una parte importante negli inizi della mobilita-
zione per la causa del re, ma non spiega tutto. Forse un fattore più diret-
tamente mobilitante è stata l’ostilità al governo centrale, in una regione
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che rifiuta la tassazione e soprattutto la coscrizione (il reclutamento di
300.000 uomini decretato dalla Convenzione). Le più recenti interpreta-
zioni degli storici odierni pongono soprattutto l’accento sul radicamen-
to del movimento in un contesto socio-economico ove era talmente forte
la reazione anticittadina e antiborghese, quindi antirivoluzionaria, dei
contadini, da avere la meglio sull’ostilità nei confronti de\Y Ancien régime.
Queste sconfitte e questi problemi rimisero in discussione l’egemonia
dei girondini, gruppo che, all’inizio, dominava la Convenzione e dispo-
neva del governo, tramite il ministro Roland (marito della celebre Mada-
me Roland, ninfa egeria del partito girondino). Per rafforzare la propria
autorità essi tentarono, dapprima, di passare all’offensiva contro i mon-
tagnardi, accusandone i capi, Robespierre, Dànton e Marat, di mirare al-
la dittatura. Ma fu un fiasco; Marat, trascinato in tribunale venne assolto
trionfalmente da quell’imputazione.
La pressione dei pericoli incombenti sulla Repubblica portò, nono-
stante le esitazioni girondine, alla creazione di un nuovo sistema di isti-
tuzioni, prima fra tutti, a Parigi, il Tribunale penale straordinario, che di- '
verrà in seguito il Tribunale rivoluzionario, poi, nelle città e nei villaggi,
la rete dei comitati di sorveglianza, che controllava le persone sospette e
le attività controrivoluzionarie. Alfine, nell’aprile 1793, venne costituito
il Comitato di salute pubblica, all’inizio guidato da Danton. Esclusi dalla
guida della Rivoluzione, i girondini tentarono vani contrattacchi, talora
in modo incauto. Un portavoce girondino, Isnard, in un celebre discorso
minacciò a sua volta Parigi di sovvertimento totale («invano si cercherà
sulle sponde della Senna se mai sia esistita Parigi») se quel centro d’in-
flusso rivoluzionario avesse minacciato la legalità. A tale provocazione
verbale la Montagna, forte dell’appoggio del movimento sezionale pari-
gino, rispose decisamente, dopo la prima improvvisata manifestazione -
un colpo a vuoto - del 31 maggio. Il 2 giugno 1793 la Convenzione fu cir-
condata dai battaglioni sezionali e, cedendo alle minacce, accettò l’arre-
sto di 29 deputati girondini, i dirigenti del partito. Decisiva vittoria politi-
ca per i giacobini e la Montagna, e tuttavia dubbio trionfo giacché, come
dichiarò il portavoce del Comitato di salute pubblica, Barère, la Repub-
blica era una fortezza assediata. Gli austriaci avevano invaso il paese da
Nord, i prussiani erano in Renania, spagnoli e piemontesi minacciavano
il Midi, i vandeani insorti si proclamavano «esercito cattolico e regio» e
solo con grande difficoltà erano fermati alle porte di Nantes.

- La caduta dei girondini ebbe poi come conseguenza lo scatenamento


di u n ’altra guerra civile, la ribellione delle provincie contro Parigi, ossia
la rivolta federalista. Nel Sud-Est Lione insorse contro la Convenzione e
dovrà subire un assedio in piena regola; nel Midi si ribellò Bordeaux, ap-
poggiata da una parte del Sud-Ovest, e più ancora fu in rivolta la Proven-
za, con Marsiglia insorta e Tolone consegnata agli inglesi dai controrivo-
29
Iuzionari. Nella Francia settentrionale soltanto la Normandia si ribellò
apertam ente e inviò un piccolo esercito contro Parigi, subito disperso.
Ma è ancora dalla Normandia che partì Charlotte Corday per andare a
Parigi a pugnalare Marat, il tribuno del popolo. La pressione congiunta
di questi pericoli rafforzò l’intesa - o si può parlare di alleanza? - tra la
borghesia giacobina, rappresentata alla Convenzione dai montagnardi e
il cui potere esecutivo è il Comitato di salute pubblica, e le masse popo-
lari dei sanculotti. È una solidarietà senza smagliature? Lo storico Daniel
Guérin riteneva che i Irras nus, di cui erano stati portavoce gli arrabbiati e
le cui energie erano organizzate dagli hébertisti, fossero in grado di ol-
trepassare lo stadio della rivoluzione democratica borghese per realizza-
re gli obiettivi tipici di una rivoluzione popolare. In questa interpretazio-
ne l’alleanza da noi ricordata diventa una truffa: la forza collettiva -dei
bras nus viene impiegata dalla borghesia rpbespierrista per i propri fini.
Gli studi di Albert Soboul hanno in seguito ripetutamente mostrato
quanto fosse eterogeneo il gruppo dei sanculotti, che non può in alcun
modo venir considerato come avanguardia di un proletariato... ancora
in culla. Nonostante tutte le contraddizioni che portano con sé, i sancu-
lotti, specie quelli parigini, rimangono, sino alla fine del 1793 e anche
nella primavera 1794, un fattore centrale della dinamica rivoluzionaria.
- Con u n ’attiva e costante pressione essi impongono al governo rivoluzio-
nario la realizzazione di alcune delle loro parole d ’ordine: sul_piano eco-
- r * * * '* * + * * r * * ^ + » . _ 4 — ' S ~

nomico il controllo e la limitazione dei prezzi con l’applicazione del


maximum [calmiere] nel settembre 1793, su quello politico l’instaurazio-
ne del Terrore contro gli aristocratici e i nemici della Rivoluzione, e la
legge contro le persone sospette (17 settembre 1793) che coinvolge nel-
la sorveglianza e nella repressione tutta la gamma indefinita dei poten-
ziali nemici della Rivoluzione. Ma la vampata del 4 e 5 settembre 1793,
quando queste parole d ’ordine vennero imposte alla Convenzione, non
fu solo l’ultima, o quasi, manifestazione armata della pressione popola-
re, ma anche l’ultima vittoria dei sanculotti. È in effetti in questo perio-
do che la borghesia montagnarda organizza e prepara le strutture del
governo rivoluzionario in alternativa alla democrazia diretta, ideale dei
sanculotti.

Il governo rivoluzionario

Che cosa è dunque il governo rivoluzionario che reggerà la Repubblica


nel periodo cruciale dell’anno il, dal settembre 1793 al luglio 1794? Nel
giugno 1793, dopo la caduta della Gironda, la Convenzione aveva fretto-
losamentejelaborato e votato un testo costituzionale (la .Costituzione
deiranno i), ratificato in luglio dal popolo. Questo testo, che formalizza
l’espressione più avanzata dell’ideale democratico della Rivoluzione
30
francese, è degno di considerazione ma non venne mai applicato, giac-
ché la Convenzione, ritenendo necessaria una parentesi per le esigenze
della lotta rivoluzionaria, decretò immediatamente «il governo rivoluzio-
nario della Francia sino alla pace». Al governo venne data forma com-
piuta dal celebre decreto del 14 frimaio anno il, lo stesso che definì la Ri-
voluzione come «la guerra della libertà contro i suoi nemici».

- Il Comitato di salute pubblica, eletto dalla Convenzione e da essa men-


silmente rinnovato, ma la cui composizione rimase immutata sino a Ter-
midoro, è l’asse portante di tutto il sistema. I suoi dirigenti, già famosi o
nuòvi venuti, meritano di essere presentati: in seno alla direzione colle-
giale Robespierre 1’«Incorruttibile», il ventiseienne Saintjust e il giurista
Couthon sono i politici, mentre i tecnici sono Lazare Carnot, ufficiale
del genio, «organizzatore della vittoria», Jean Bon Saint-André, respon-
sabile della marina e Prieur, addetto alla sussistenza. Alcuni occupano
posti specifici come Barère, responsabile della diplomazia e anche porta-
voce del Comitato durante la Convenzione, o Collot d’Herbois e Billaud-
Varenne, simpatizzanti del movimento popolare e ad esso collegati. Mal-
grado le tensioni, che peraltro furono gravi solo nell’ultimo periodo, il
Comitato di salute pubblica fu la chiave di volta del coordinamento
dell’attività rivoluzionaria. La sua importanza mette in ombra gli altri
elementi del governo centrale: i ministri sono infatti subordinati all’ini-
ziativa del Comitato di salute pubblica, e anche l’altro «grande» comita-
to, quello di sicurezza generale, si limita a coordinare l’applicazione del
Terrore (vedi il testo a pp. 30-31).

R obespierre «dittatore»?

Il montagnardo Levasseur de la Sarthe lo giudica a posteriori:


Si è potuto credere, si è in effetti creduto, come è stato così spesso affermato,
che il sistema del Terrore fosse opera d’un solo o di pochi uomini? Si è potuto
credere che ne siano stati calcolati in anticipo la natura e gli effetti? Non riesco
a capacitarmene. Comunque, giacché se non lo si è creduto lo si è certo detto
ripetutamente, respingiamo questo ignobile e vergognoso pregiudizio, e dimo-
striamo che l’umanità non ha demeritato di sé fino a tal punto. Robespierre e la
Montagna, di cui si son fatti i capri espiatori degli eccessi rivoluzionari, crearo-
no e svilupparono volontariamente il regime del Terrore? Ecco, mi pare, come
deve essere impostata la questione; i fatti ci forniranno la risposta. E, innanzitut-
to, non si potrà certamente più sostenere che fossero progettati da Robespierre
tutti gli eccessi che tendevano all’immoralità, poiché egli vi si è costantemente
opposto e i suoi più feroci nemici ne furono gli autori. Nelle carte ordinate da
Courtois troviamo diversi appunti di Robespierre che bastano a dimostrare
quanta ripugnanza ispirassero al celebre membro del Comitato di salute pubbli-
ca i saturnali terroristi. In uno di questi appunti egli rimprovera a Léonard
s
31

Bourdon di avere ingaglioffilo la Convenzione introducendo l’abitudine di par-


lare col cappello in testa, e altri comportamenti indegni. In un altro egli attacca
con tutta la sua forza gli orrendi tentativi della Comune di Parigi di introdurre
l’ateismo pubblico. Si mostra sempre amante della virtù, della religione, peni-
no della buona creanza. Il culto della dea ragione lo disgusta ancor più del fa-
natismo dei preti cattolici. Egli pensa che l’uomo non possa essere repubblica-
,no se non è prima di tutto morale e religioso. Queste idee sono anche quelle di
Saintjust e di tutti i montagnardi di retto sentire, ossia la grande maggioranza
di loro.
(Fonte: Levasseur, Mémoires, t. il. Brano citato da L. Jacob, Robespierre vu par ses
contemporains, Colin, Paris 1939, p. 155.)

Vennero successivamente istituiti gli organi locali del governo rivoluzio-


nario: gli agenti nazionali nei dipartimenti, nei distretti e nelle munici-
palità, i comitati rivoluzionari o di vigilanza in molte località. Ma fra il
Comitato e queste istanze esecutive un ruolo fondamentale fu attribuito
ai rappresentanti in missione, convenzionali mandati in provincia per un
determinato periodo. La storiografia classica non ha avuto molto riguar-
do per questi «proconsoli», indugiando sugli eccessi, reali, di taluni ter-
roristi come Carrier, che organizzò a Nantes l’annegamento collettivo
dei sospettati, o come Fouché nel centro della Francia e poi a Lione. Al-
tri, invece, diedero prova di moderazione e senso politico. Tutti hanno
comunque stimolato lo sforzo rivoluzionario, per cui sarebbe necessaria
una valutazione più serena di un’attività spesso mal giudicata. A fianco di
questi agenti individuali si trova altresì l’azione, localmente fondamenta-
le, degli eserciti rivoluzionari dell’interno, agenti del Terrore nei diparti-
menti. Queste formazioni —come l’esercito rivoluzionario parigino che
operò intorno alla capitale e nel lionese o come gli eserciti provinciali —
nate dalle fila dei sanculotti, erano viste con sospetto dal governo rivolu-
zionario, che ne decretò lo scioglimento nell’inverno 1793-1794.
Questi sono gli elementi, o gli agenti, della spinta rivoluzionaria. Ma
quali risultati ottennero? Venne, come si è detto, instaurato il Terrore:
termine che comprende assai più della repressione politica, si estende al-
la vita economica e definisce l’atmosfera del momento. La repressione
divenne più aspra e la legge del pratile anno il (giugno 1794) rafforzò le
prerogative del T nb un al e~ff voluziò n affò parigino, condótto da Fou-
quier-Tinville, sopprimendo le garanzie della difesa e preludendo cosi al
cosiddetto «Grande terrore di messidoro». Nel 1794, dopo quella della
regina Maria Antonietta,, caddero le teste degli aristocratici e poi quelle
dei girondini. Il bilancio totale - in tutta la Francia 10.000 giustiziati do-
po processo, matassai di p iu .se si includono lejdttimejdella repressione
nei focolai di guerra civile (circa. 128.000 solo_inJAiridea) - parrà pesan-
te o lieve secondo le valutazioni, e comunque assai differenziato secondo
le regioni prese in esame. In campo economico il maximum [calmiere]
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sui prezzi delle derrate rispose inizialmente a una spontanea rivendica-
zione popolare; dal settembre 1793, con la legge del maximumgenerale,
venne esteso non solo a tutti i prezzi, ma anche ai salari. Ne derivò una
serie di misure autoritarie, come il corso forzoso degli assegnati e, nelle
campagne, la requisizione delle scorte dei contadini. Pur essendo dive-
nuto sempre più impopolare tra i produttori come tra i salariati, il maxi-
mum garantì nondimeno la corretta alimentazione delle classi popolari
cittadine durante tutto il periodo del Terrore.
I
Il risultato di questa mobilitazione delle energie nazionali si scorge
con chiarezza nel ristabilimento della situazione politica e militare. I ne-
mici interni furono annientati o contenuti: Marsiglia venne ripresa ai fe-
deralisti nel settembre 1795, Lione in ottobre e Tolone, infine, dove i
controrivoluzionari avevano chiamato inglesi e napoletani, cadde in di-
cembre dopo un assedio che rivelò il talento militare del capitano Bona-
parte. Alcune vittorie decisive nel corso dell’inverno (Le Mans, Savenay)
costrinsero gli insorti vandeani a trasformare la guerra in una feroce
guerriglia di lungo periodo, contro cui le «colonne infernali» del gene-
rale Turreau - più tardi sconfessato dal governo - applicarono implaca-
bilmente la politica della terra bruciata.

- Alle frontiere, intanto, prende corpo un esercito nuovo, quello dei


«soldati dell’anno il», che amalgama insieme i vecchi soldati di mestiere
; e le nuove reclute delle leve di volontari. L’entusiasmo rivoluzionario,
I W

i ma anche giovani generali che impiegano una nuova tecnica guerresca,


l’urto regolare di masse a ranghi serrati, fruttarono in quegli anni vitto-
rie decisive nei Paesi Bassi e in Germania. L’offensiva primaverile del
; 1794 portò in giugno alla vittoria di Fleurus, preludio alla conquista del
! Belgio.
L. Fleurus avviene solo un mese prima della caduta di Robespierre e dei
suoi seguaci, e si è tentati di vedere - alcuni lo hanno fatto - un nesso tra
i due avvenimenti: la politica terrorista crolla sotto il peso di vittorie che
l’hanno resa insopportabile. Ma è una spiegazione incompleta: già pri-
ma di Fleurus Saint-Just aveva constatato: «La Rivoluzione è congelata»,
celebre frase che esprime il risentito distacco tra il dinamismo delle mas-
se popolari e il governo di Salute pubblica. Abbiamo visto come i sancu-
lotti e il movimento dei cordiglieri fossero riusciti a imporre una parte
del loro programma nel settembre 1793: fu il loro ultimo vero successo.
Il movimento di scristianizzazione, tramite cui si esprime nei mesi se-
guenti la loro attività rivoluzionaria, fu certo più di un semplice diversivo
escogitato dagli hébertisti, come pure si è detto. Esso nasce nel centro
della Francia e nella regione parigina agli inizi dell’inverno, per diffon-
dersi poi attraverso tutto il paese nei mesi seguenti. Questo movimento
semispontaneo è subito malvisto dai montagnardi al potere e sconfessato
dal governo rivoluzionario: Danton e Robespierre lo denunciano come
9

33
iniziativa pericolosa, vedendovi u n ’astuzia controrivoluzionaria per al-
lontanare le masse dalla Rivoluzione. A distanza di tempo il giudizio si fa
più obiettivo: né complotto aristocratico e neppure espressione della po-
litica giacobina, nondimeno la scristianizzazione esprime l’atteggiamen-
to di u n ’avanguardia politicizzata. La scristianizzazione (di cui più oltre
esamineremo gli aspetti, dalla chiusura delle chiese alle abiure, sino alla
celebrazione del culto della Ragione) incontrò forti opposizioni in sede
locale, e molte regioni„ne furono solamente sfiorate. Tuttavia essa trovò
il suo terreno più fertile in certe categorie sociali cittadine e in alcune
zone rurali predisposte ad accoglierla. Il rifiuto che ne fece il governo ri-
voluzionario è uno dei tanti elementi del suo crescente desiderio di con-
trollare il movimento popolare. Dall’inverno 1793 alla primavera 1794 si
denuncia il moltiplicarsi delle associazioni sezionali, si sciolgono gli eser-
citi rivoluzionari, si rimette in riga la Comune di Parigi, tutte misure che
non rimangono senza opposizione, culminata nella crisi del ventoso an-
no il, quando i cordiglieri tentano nuovamente di mobilitare le sezioni
v contro la Convenzione. Ma la risposta a quest’ultima battaglia di retro-
guardia è data dal processo a Hébert e ai suoi, seguito in maggio (germi-
nale anno il) dalla loro esecuzione: si inaugura così la lotta intrapresa dal
governo rivoluzionario contro le «fazioni» di destra e di sinistra. Il movi-
m ento popolare dei sanculotti è stato addomesticato e non offre ormai
alcuna resistenza, ma il suo appoggio ai montagnardi al potere si riduce
in proporzione. Robespierre e il suo gruppo, per colpire gli hébertisti,
trovano alla Convenzione l’appoggio degli «indulgenti» - come Danton
o il giornalista Camille Desmoulins con i suoi articoli sul Vieux Cordelier-
ma nel gruppo vi sono anche personaggi dubbi, affaristi e speculatori co-
me Fabre d ’Eglantine. Denunciando la continuazione della politica ter-
rorista dopo la fine degli hébertisti, gli indulgenti incautam ente si
espongono: ecco subito un nuovo processo contro Danton e i suoi, se-
guito poche settimane dopo dalle esecuzioni.
Ormai lo stato maggiore robespierrista non ha più opposizione aper-
ta, ma verifica il significato della solitudine del potere. Robespierre e il
suo gruppo tentano di gettare le basi di alcune tra le riforme su cui vo-
gliono sia fondata la Repubblica. In aprile, i decreti di ventoso rappre-
senteranno il vertice dell’impegno sociale della borghesia montagnarda,
prevedendo la confisca dei beni e delle proprietà dei sospetti, ossia es-
senzialmente delle famiglie degli emigrati. L’esproprio progettato preve-
de la ridistribuzione ai più indigenti tra gli abitanti delle campàgnerMa
la misura è assai limitata e per nulla «socialista», come ha affermato qual-
cuno, dato che non mette in discussione il diritto di proprietà. Del resto, i
decreti di ventoso non vennero mai applicati, giacché ne mancò il tempo.
L’altra iniziativa, che si può definire simbolica, di questo breve perio-
do di egemonia robespierrista, si esprime nel rapporto sulle feste nazio-
nali e più ancora nella proclamazione, il 18 floreale anno li, dell’«Essere
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supremo e 14mmortalitàjlgIl’aninia>>. Il deismo rousseauiano dei monta-
gnardi, per i quali la società deve fondarsi sulla virtù e l’immortalità
dell'anima è un’esigenza morale, che necessita 1’esistenza di un Essere
supremo, viene contrapposto al retaggio cristiano, considerato alla stre-
gua delle superstizioni, e al culto della Ragione, ritenuto una via all’atei-
smo. La manifestazione del nuovo culto, maestosa ed effimera a un tem-
po, si celebra in tutta la Francia con la festa dell’Essere supremo, il 20
pratile anno il (8 giugno 1794).

- Si è voluta scorgere nella festa parigina dell’Essere supremo l’apoteosi


di Robespierre, amara e fragile vittoria, contestata il giorno stesso della
sua celebrazione da una parte dei deputati. Contro i robespierristi si co-
stituisce una coalizione tra ex indulgenti ed ex terroristi, talora - come
Fouché, Barras o Fréron —compromessi dagli eccessi compiuti in provin-
cia. Lo stesso Comitato di salute pubblica si disunisce e i gauchistes—Col-
lot d ’Herbois e Villaud-Varenne - attaccano Saint-Just, Robespierre e
Couthon, sempre più isolati. A termidoro la crisi scoppia, dopo un perio-
do troppo lungo di inattività di Robespierre. La violenta requisitoria ver-
so anonimi «furfanti», ch’egli pronuncia alla Convenzione l’8 termido-
ro, fa precipitare l’attacco avversario anziché prevenirlo. Il giorno dopo,
9 termidoro, nel corso di una drammatica seduta, Robespierre, Saint-Ju-
st, Couthon e i loro seguaci vengono dichiarati in arresto. Un tentativo
insurrezionale della Comune di Parigi, fedele agli arrestati, per liberarli,
si conclude in un fallimento. Male organizzato, esso rivela in effetti l’in-
differenza del popolino di Parigi. Il municipio della città cade senza
combattimento in mano alle truppe della Convenzione, e il 10 termido-
ro anno il Robespierre e i suoi seguaci vengono giustiziati. Così ha termi-
ne la rivoluzione giacobina.

Termidoro

- La coalizione che ha portato a buon fine il colpo di Termidoro è equi-


voca. Alcuni suoi istigatori - Collot d’Herbois, Billaud-Varenne e Barère
- coltivano la speranza di tornare a una direzione più collegiale, sulle
stesse posizioni. Ma non sono loro a condurre il gioco nei momenti di
reazione immediatamente dopo la caduta di Robespierre: questi tre
membri del Comitato di salute pubblica vengono esclusi dal potere, pro-
cessati e infine deportati. Fouquier-Tinville, simbolo della repressione
terrorista, è anch’egli giustiziato, come il rappresentante Carrier, a con-
clusione di un processo farsa: ecco le testimonianze di una svolta decisiva
nella condotta della Rivoluzione. Poi lo stesso governo rivoluzionario e
le sue strutture vengono rimessi in discussione: si riorganizzano i comita-
ti, viene chiuso il club dei giacobini e smantellata la rete delle associazio-
35
ni popolari. Si spalancano le prigioni, il Terrore ha una significativa bat-
tuta d ’arresto. La dinamica popolare s’indebolisce, eppure non manca-
no le ragioni per mobilitarsi in questi anni ni e rv, che sono certamente,
dopo il 1789, i più tragici per la sopravvivenza materiale dei gruppi po-
polari. L’anno ili sarà sempre, negli interrogatori dei mendicanti della
Beauce, quello del «grande inverno» del ritorno della carestia e del caro-
pane, cui contribuiscono il cattivo raccolto, il ritorno alla libertà dei
prezzi e l’inflazione degli assegnati, giunti ormai all’ultima fase del loro
degrado. Basta questo per risvegliare i popolani? Se pure avessero anco-
ra le armi, mancherebbero i quadri intermedi dell’organizzazione, che
sono stati annientati. Alla Convenzione, inoltre, la Montagna, decapitata
e disorientata, è del tutto fuori gioco. In questa situazione si comprende
facilmente come falliscano le due ultime giornate rivoluzionarie parigi-
ne, il 12 germinale e il 1° pratile anno ni. I sanculotti armati invadono la
Convenzione al grido di: j<Pane e Costituzione_ d el l 793», parola d ’ordi-
ne che ben esprime i due livelli della loro rivendicazione, l’economico e
il politico. È una disfatta; la Convenzione tiene duro e le conseguenze so-
no pesanti: l’ultimo bastione montagnardo all’Assemblea, quello dei
«cretesi», viene eliminato, e i suoi dirigenti (Romme, Soubrany) si suici-
dano. Per strada, si disarma il faubourg Saint-Antoine: si è chiuso col po-
polo in armi. La reazione politica trionfa a Parigi e più ancora in provin-
cia, ove i movimenti popolari in risposta alle giornate parigine sono spo-
radici (Tolone). È la controrivoluzione che molto spesso trionfa e non
già la normalizzazione che certamente avevano desiderato molti dei co-
siddetti termidoriani, desiderosi solamente di riprendere il retto cammi-
no di una rivoluzione borghese.

- L’ex terrorista Fréron, passato alla reazione, è a Parigi l’idolo delle


bande di «moscardini» che costituiscono la gioventù dorata e si prendo-
no u n ’insolente rivincita sui sanculotti. In provincia è soprattutto nel Mi-
di che imperversano i gruppi armati; i Compagnons deJéhu nel lionese e i
Compagnone du soldi in Provenza. La storia si fa sanguinosa, si assiste a
massacri collettivi e ad assassinii individuali di giacobini, acquirenti di
beni nazionali e preti costituzionali. I riuovi rappresentanti in missione
mandati dalla Convenzione spesso si associano alla reazione o, almeno,
la coprono con la loro complicità. La controrivoluzione diffusa si trasfor-
ma a livello locale in guerra aperta: in Vandea essa si risveglia in occasio-
ne di uno sbarco di emigrati a Quiberon (estate 1795), schiacciato dal
generale Hoche. Questa avventura senza domani riporta l’attenzione sul
pericolo monarchico nel momento in cui il fratello di Luigi xvi, preten-
dente al trono col titolo di Luigi xvm - il Delfino virtuale, Luigi xvii, è
morto in prigione al Tempie - espone le sue pretese nella dichiarazione
di Verona. Gli inizi della Convenzione avevano visto la supremazia dei gi-
rondini, l’anno il quella della Montagna; questo periodo post termido-
36
riano vede infine il trionfo del centro, quello che si chiamava la Pianura
o, con disprezzo, la Palude. I personaggi rappresentativi dell’epoca, più
di Barras, Tallien o Fréron, terroristi rinnegati, sono Boissy d’Anglas,
Merlin, Daunou, Chénier e altri che potrebbero definire la loro posizio-
ne nell’anno II dicendo, come Sieyès, «Ho vissuto...». Questi uomini
d ’ordine si sforzano di elaborare una linea politica, mediando tra la rea-
zione che tollerano o cui prestano mano e l’attaccamento ai valori della
Rivoluzione. Così in materia di religione li si vedrà, nel febbraio 1795,
votare u n a je rie di norme favòrèvlSi^lIàniberàlizzazione dei culti che
giungono sino alla separazione fra Chiesa e Stato, anticipazione audace
che non impedisce però il mantenimento delle misure repressive contro
i preti refrattari. La Convenzione termidoriana sfrutta in politica estera
le vittorie conseguite su tutti i fronti dagli eserciti francesi, sullo slancio
di quelle dell’anno li: Jourdan rioccupa la riva sinistra del Reno, Piche-
gru l’Olanda, la Spagna si vede invasa da truppe francesi. Una serie di
trattati firmati a Basilea e all’Aia tra aprile e luglio 1795 ristabiliscono la
pace con la Prussia, la Spagna e la neonata Repubblica Batava, e ricono-
scono alla Francia il possesso del Belgio e della Renania. Rifiutano di
trattare su queste basi i superstiti membri della coalizione, l’Inghilterra e
l’Imperatore d’Austria.
Questo annessionismo ancora limitato alle frontiere naturali è un la-
scito della Convenzione termidoriana, ma non rappresenta che una par-
te di un’impressionante eredità politica, talvolta un po’ usurpata, quan-
do si fa credito ai termidoriani di una quantità di riforme giuridiche, am-
ministrative o universitarie, spesso giunte a maturazione nel precedente
periodo montagnardo. In un certo modo la Convenzione è un tutto, ma
non si può certo contestare ai termùiorianiJa.paternità della Costituzio-
ne dell’almo ili, segnata dal loro marchio e dal loro spirito: con quel
compromesso borghese che rinnega l’anelito democratico della Costitu-
zione del 1793 essi volevano mettere il punto finale alla Rivoluzione.
Le dichiarazioni degli ispiratori del testo costituzionale sono chiarissi-
me su questo punto; Boissy d ’Anglas scrive che: «Un paese governato dai
proprietari è nell’ordine sociale». E significativamente la Costituzione
inizia con una «Dichiarazione dei doveri» in contrapposizione alla Di-
chiarazione dei diritti. Ripudiato il suffragio universale, il corpo legislati-
vo - strutturato in due assemblee, il Consiglio dei cinquecento e il Consi-
glio degli anziani - viene eletto da 200.000 cittadini benestanti. Lo stesso
principio di divisione dei poteri richiede la collegialità dell’esecutivo, di-
viso tra cinque «direttori». In questa ricerca d’equilibrio e di stabilità tut-
to sembrava essere stato studiato per dirigere quello che Robespierre
aveva chiamato il regno della «libertà vittoriosa e pacifica». Ciò significa-
va precorrere i tempi, in un mondo in cui la lotta era ancora aperta tra la
Rivoluzione e i suoi nemici. Ben se ne resero conto i termidoriani, che
subito bararono con la stessa legalità che stavano istituendo, imponendo,
37
col decreto dei «due terzi», che quella proporzione dei nuovi rappresen-
tanti venisse scelta tra di loro. Per i realisti, che in quel clima di controri-
voluzione potevano attendersi una conquista «pacifica» del potere, tale
misura era inaccettabile. Così il 13 vendemmiaio anno ili gli agitatori
realisti scatenano l’insurrezione armata nei quartieri ricchi della capita-
le. La Convenzione, guidata da Bar ras, si riprende e affida il comando
delle truppe al giovane generale NapoleoneJBorwparte, che spara a mi-
traglia sugli insorti sui gradini della chiesa di Saint-Roch. La controrivo-
luzione parigina in armi è fallita; ma per la prima volta la Rivoluzione,
che ha disarmato i sanculotti, ha dovuto far ricorso alla forza militare:
passaggio che direttamente ci porta al regime del Direttorio.

Il Direttorio

Dall’aprile 1795 all’ottobre 1799 il Direttorio copre circa la metà della


durata della Rivoluzione francese, e purtuttavia questo periodo, che
avrebbe potuto essere quello del consolidamento vittorioso, ha lasciato
di sé alla storia, almeno fino alle più recenti rivalutazioni, un ricordo me-
diocre, per non dire francamente cattivo. Periodo corrivo e corrotto, ma
anche povero e violento, e soprattutto periodo di instabilità, classica-
mente riassunta nell’immagine dei colpi di Stato - divenuti normali me-
todi di governo - come radicale vizio di forma e come simbolo del siste-
ma.

- Dunque un regime che non poteva funzionare? E troppo facile arriva-


re a tale conclusione guardandone il naufragio finale, ma già allora i
contemporanei avvertirono la fragilità dell’equilibrio previsto dalla Co-
stituzione dell’anno ili. Nell’affanno di bilanciare i poteri i convenziona-
li non previdero alcuno strumento legale cui ricorrere nel caso di con-
flitto tra i Consigli e l’esecutivo: vien fatto di pensare al colpo di Stato co-
me alla inevitabile conseguenza di tale lacuna. Ma è chiaro che tale spie-
gazione rimarrebbe formale se non la si collocasse nel contesto sociale
del rapporto tra le forze da cui ebbe origine il conflitto. Che cosa rap-
presentano quegli uomini che saranno al potere per cinque anni? Vi tro-
viamo gli eredi dei rivoluzionari del 1789 e del 1791, girondini, conven-
zionali del centro o della Pianura, che rappresentano una borghesia ri-
voluzionaria preoccupata innanzitutto di consolidare le proprie posizio-
ni, difendendo le conquiste politiche e sociali che le hanno garantito il
potere. Questa preoccupazione assume un rilievo stridente se consideria-
mo la personalità dei «profittatori» che difendono una posizione o un
patrimonio - questo è il loro momento - e vengono alla mente uomini
come il direttore Barras o Tallien, personaggi del giorno. Spogliati delle
dimensioni eroiche dei loro predecessori, non per questo gli uomini del
38
Direttorio sono fantocci, né sono tutti corrotti; si trovano però a dover
lottare con altri mezzi contro un’aggressiva controrivoluzione, rafforzata
anche dal corso delle cose, dall’affievolirsi del movimento popolare e
più ancora dal passaggio al campo antirivoluzionario di una parte del
mondo contadino che tende a sottrarsi al controllo statale. In tale conte-
sto che cosa altro può fare la classe politica se non volgersi verso u n ’altra
forma di potere consolidato, ossia verso l’esercito?
Lo stereotipo del Direttorio è quello di un’epoca di opulenza insolen-
te per gli uni e di durezza per gli altri. La classica immagine della «festa
direttoriale» come simbolo del periodo è ben più di una rappresenta-
zione di comodo. Nel loro modo di vestirsi e di comportarsi i «moscardi-
ni» e le «meravigliose» esprimono la reazione collettiva di giovani e me-
no giovani sopravvissuti al Terrore, ma anche 1 ascesa sociale talora effi-
mera dei profittatori del regime, speculatori, banchieri, affaristi e arric-
chiti.
Per la gran parte della popolazione, in città più ancora che in campa-
gna, la situazione è ben diversa: l’epoca inizia in uno stato di crisi, su cui
ha gran peso la congiuntura economica. I primi anni del Direttorio ve-
dono il definitivo crollo degli assegnati, cartamoneta cui invano si tenta
dì sostituire i «mandati territoriali». Ecco perciò, dopo i tempi dell’infla-
zione, il ritorno al numerario. Ma questa verità ritrovata nasconde una
congiuntura uggiosa, in cui una serie di buoni raccolti fa stagnare i prez-
zi agricoli. La crisi finanziaria dello Stato rispecchia non solo questa con-
giuntura, m a anche una grave crisi di autorità espressa dal rifiuto dei cit-
tadini a pagare le tasse, che avrà come conseguenza l’accentuata distor-
sione dell’espansione rivoluzionaria. La presa del potere diviene un mez-
zo per rimpinguare le casse: le motivazioni ideologiche ne soffrono e la
pressione del potere militare si trova rafforzata di fronte a un potere civi-
le che gli è subordinato.
Queste sono le costanti, e le pastoie, che segnano la storia di quei cin-
que anni. Senza addentrarci nei particolari di un percorso ricco di peri-
pezie, si contrappone di solito il «Primo Direttorio», dall’anno III al 18
fruttidoro anno v, al «Secondo Direttorio»* in cui il colpo di Stato divie-
ne comune. Il Primo Direttorio illustra, già nelle personalità dei diretto-
ri, il difficile compromesso del momento. Barras, Carnot, Letourneur,
Reubell e La Révellière-Lépeaux sono uomini della Pianura o monta-
gnardi pentiti che si trovano a dover lottare su due fronti: contro l’oppo-
sizione monarchica e contro quella giacobina.

- Per prima cosa si affrontano i democratici, organizzati in nuove strut-


ture, come il club del Panthéon. Qui i montagnardi più incalliti, come
Robert Linder, o i babuvisti, seguaci di Gracchus Babeuf, costituiscono il
nucleo di quella che diventerà la congiura degli Eguali. Babeuf, impiega-
to al catasto prima della Rivoluzione, avversario di Robespierre nell’an-
39
no il per il proprio ideale democratico, getta in quel periodo le basi del
suo progetto collettivista. L’importanza storica del suo pensiero, la qua-
lità del gruppo di rivoluzionari che lo circonda, come Buonarroti, cui
toccherà il compito di trasmetterne il retaggio, spiegano la portata della
congiura degli Eguali, nel 1796 (vedi il testo a pp. 39-40). Essa, intanto,
testimonia il ritrarsi del movimento rivoluzionario in uno stadio cospira-
tivo, che diffonderà per tutta la prima parte del xix secolo l’idea dell’in-
surrezione preparata nella clandestinità. Ma, al di là dei mezzi proposti,
la novità emerge dalla proclamazione di un ideale collettivista, per la pri-
ma volta affermato con decisione. La cospirazione fallì: il processo tenu-
to a Vendóme, dopo la denuncia e la provocazione poliziesca che portò
alla cruenta repressione al campo militare di Grenelle, decapitò il movi-
mento babuvista e si concluse con la condanna e l’esecuzione di Babeuf
e dei suoi compagni. Se l’ideale di Babeuf di radicale sovvertimento so-
ciale si rifugiò nel limbo dei ricordi fino alla sua riscoperta grazie alla
cronaca che ne fece Buonarroti, la corrente democratica sopravvisse gra-
zie all’attività dei neogiacobini, che fanno riferimento alla costituzione
democratica del 1793 e all’ideale della Rivoluzione dell’anno II. Essi ri-
trovano nei circoli costituzionali che fondano a Parigi (il Manége) e in
provincia uno spazio di espressione e di propaganda, ora tollerato ora
approvato dalle autorità secondo la congiuntura politica. Il regime del
Direttorio è disponibile a ogni compromesso: gli sviluppi del rischio di
una reazione monarchica gli impongono tuttavia questa volta di colpire
a destra.

- La controrivoluzione si organizza, crea strutture e coperture, come a


►Parigi il club di Clichy o l’Istituto filantropico. Essa non presenta un
fronte omogeneo, giacché vi coesistono i monarchici puri, fautori di un
ritorno a\YAncien régime, insieme con i monarchici costituzionali, disposti
ad accettare in una società monarchica una parte delle novità rivoluzio-
narie. Ma, pur con le sue ambiguità, il movimento si diffonde rapida-
mente tra i notabili, a Parigi e ancor più in provincia, specie nel Midi,
dove non ha rivali. La reazione è favorita dalla rinascita religiosa in corso
nel paese, per opera dei preti refrattari usciti dalla clandestinità o rien-
trati in massa dall’emigrazione. Il culto, tollerato o represso, riprende
poco a poco vigore, organizzato in missioni clandestine. Contro l’attivi-
smo dei refrattari la Chiesa costituzionale, decimata dalla scristianizza-
zione, conduce una lotta impari, nonostante gli sforzi dell’abate Grégoi-
re.
39
no il per il proprio ideale democratico, getta in quel periodo le basi del
suo progetto collettivista. L’importanza storica del suo pensiero, la qua-
lità del gruppo di rivoluzionari che lo circonda, come Buonarroti, cui
toccherà il compito di trasmetterne il retaggio, spiegano la portata della
congiura degli Eguali, nel 1796 (vedi il testo a pp. 39-40). Essa, intanto,
testimonia il ritrarsi del movimento rivoluzionario in uno stadio cospira-
tivo, che diffonderà per tutta la prima parte del xix secolo l’idea dell’in-
surrezione preparata nella clandestinità. Ma, al di là dei mezzi proposti,
la novità emerge dalla proclamazione di un ideale collettivista, per la pri-
ma volta affermato con decisione. La cospirazione fallì: il processo tenu-
to a Vendòme, dopo la denuncia e la provocazione poliziesca che portò
alla cruenta repressione al campo militare di Grenelle, decapitò il movi-
mento babuvista e si concluse con la condanna e l’esecuzione di Babeuf
e dei suoi compagni. Se l’ideale di Babeuf di radicale sovvertimento so-
ciale si rifugiò nel limbo dei ricordi fino alla sua riscoperta grazie alla
cronaca che ne fece Buonarroti, la corrente democratica sopravvisse gra-
zie all’attività dei neogiacobini, che fanno riferimento alla costituzione
democratica del 1793 e all’ideale della Rivoluzione dell’anno li. Essi ri-
trovano nei circoli costituzionali che fondano a Parigi (il Manége) e in
provincia uno spazio di espressione e di propaganda, ora tollerato ora
approvato dalle autorità secondo la congiuntura politica. Il regime del
Direttorio è disponibile a ogni compromesso: gli sviluppi del rischio di
una reazione monarchica gli impongono tuttavia questa volta di colpire
a destra.

- La controrivoluzione si organizza, crea strutture e coperture, come a


-Parigi il club di Clichy o l’Istituto filantropico. Essa non presenta un
fronte omogeneo, giacché vi coesistono i monarchici puri, fautori di un
ritorno all 'Ancien regime, insieme con i monarchici costituzionali, disposti
ad accettare in una società monarchica una parte delle novità rivoluzio-
narie. Ma, pur con le sue ambiguità, il movimento si diffonde rapida-
mente tra i notabili, a Parigi e ancor più in provincia, specie nel Midi,
dove non ha rivali. La reazione è favorita dalla rinascita religiosa in corso
nel paese, per opera dei preti refrattari usciti dalla clandestinità o rien-
trati in massa dall’emigrazione. Il culto, tollerato o represso, riprende
poco a poco vigore, organizzato in missioni clandestine. Contro l’attivi-
smo dei refrattari la Chiesa costituzionale, decimata dalla scristianizza-
zione, conduce una lotta impari, nonostante gli sforzi dell’abate Grégoi-
re.
40

Il M anifesto degli Eguali

Sylvain Maréchal, giornalista amico di Babeuf, redasseper i congiurati il «Manifesto de-


gli Eguali... », che annunciava una nuova Rivoluzione:
Popolo di Francia!
Per quindici secoli tu hai vissuto schiavo e perciò infelice. Da sei anni tu re-
spiri a fatica nell’attesa dell’indipendenza, della felicità e dell’eguaglianza.
L’eguaglianza! primo voto della natura, primo bisogno dell’uomo, e principale
nodo di ogni associazione legittima! Popolo di Francia! tu non sei stato favorito
più delle altre nazioni che vegetano su questo globo sventurato! sempre e do-
vunque la povera specie umana, abbandonata ad antropofagi più o meno astuti,
servì di zimbello a tutte le ambizioni, di pastura a tutte le tirannidi. Sempre e
dovunque si cullarono gli uomini con belle parole: mai e in nessun luogo con la
parola essi hanno ottenuto la cosa. Da tempo immemorabile ci sentiamo ipocri-
tamente ripetere: gli uomini sono eguali; e da tempo immemorabile la più avvi-
lente, la più mostruosa ineguaglianza pesa insolentemente sul genere umano.
Da quando esistono società civili, il più bell’appannaggio dell’uomo è ricono-
sciuto senza opposizioni, ma non si è ancora potuto realizzare una sola volta:
l’eguaglianza non è mai stata altro che una bella e sterile finzione della legge.
Oggi che è reclamata a più alta voce, ci si risponde: Tacete, miserabili! l’egua-
glianza di fatto è solo una chimera; contentatevi dell’eguaglianza presuntiva:
siete tutti eguali di fronte alla legge. Canaglia, che più ti occorre? Legislatori,
governatori, ricchi proprietari, ascoltate alla vostra volta. Noi siamo tutti eguali,
vero? Questo principio è incontestabile, perché, a meno di essere presi da paz-
zia, non si potrebbe dire seriamente che è notte quando è giorno. Ebbene! noi
pretendiamo ormai di vivere e morire eguali come siamo nati: vogliamo l’egua-
glianza reale o la morte; ecco quel che ci occorre. E l’avremo questa eguaglian-
za, non importa a qual prezzo. Guai a quelli che troveremo sulla nostra strada!
Guai a chi volesse far resistenza a un voto così deciso!
La Rivoluzione francese è soltanto il prodromo d’un’altra rivoluzione, molto
più vasta, molto più solenne, e che sarà l’ultima.

(Fonte: citato da F. Buonarroti, Cospirazione per l’eguaglianza detta di Babeuf, Ei-


naudi,Torino 1971, pp. 311-312.)

L’atm osfera inquieta e incerta seguita al 18 fru ttid o ro anno V

Un informatore della polizia descrìve il clima che regnava, dopo il 18 fruttidoro anno v,
in un regime dominato dai colpi di Stato.
A causa dell’attuale situazione finanziaria la gente è piena d’inquietudine. Colo-
ro che vivono di rendita, soprattutto se modesta, mostrano un vivo rammarico a
proposito della legge che li riguarda; è normale sentire violente proteste a pro-
posito della miseria pubblica, e i detrattori della giornata del 18 fruttidoro dico-
no che essa è dovuta a quell’avvenimento. La sensazione prodotta dalla legge su
chi vive di rendita è notevole, anche tra i privati che hanno rapporti con costo-
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ro; i debitori vogliono adeguarsi in tutto e per tutto alle disposizioni governati-
ve, e si ripromettono di non tenere conto né delle proporzioni né di alcun altro
accordo.
Il numero degli operai disoccupati a Parigi è aumentato, e corre voce che sia
altrettanto elevato nei dipartimenti; la grande indigenza in cui saranno ridotti
agli inizi delPinverno fa temere preoccupanti sviluppi. La malevolenza diffonde
allarmi dappertutto; gran parte del pubblico torna ad essere preda del panico,
giacché gli è stato detto e ridetto che la ripetizione del 18 fruttidoro era lì lì per
arrivare. Si fa la data del 13 vendemmiaio, e si dice anche, con queste precise
parole, di sapere per certo che il Direttorio farà un salasso nei due Consigli. Gli
uni lo temono, gli altri manifestano la speranza che avvenga il più presto possi-
bile. Intanto si dice che arriveranno tra poco a Parigi 50.000 soldati; 10.000, si
dice anche, sono già qui. Nei capannelli che si sono formati alle Tuileries si è
detto, parlando della Costituzione attuale, che non è affatto popolare e che il
governo è aristocratico; che se la Costituzione venisse consegnata a dei non re-
pubblicani si tornerebbe a una monarchia come nel 1791; che la sola differenza
tra la Costituzione del 1791 e quella del 1795 è che l’esecuzione delle leggi è af-
fidata a cinque persone invece che a una sola. Si sono anche espressi timori che
il Governo si lasci imbrogliare dagli amici di Carnot e di Cochon, e si fa notare
che i monarchici cercano di rialzare la testa e suscitare sospetti nel Direttorio
circa le intenzioni dei patrioti, cui si attribuiva astutamente quella di ristabilire
la Costituzione del ’93. Timori per il futuro quanto alla situazione politica, pro-
teste e anche insinuazioni circa lo stato delle finanze, e auspici di pace; queste
erano ieri e sono ancora oggi le caratteristiche dell’opinione pubblica. Esterior-
mente comunque la situazione permane calma senza modifiche.
Limodin

(Fonte: Archives Nationales, AF IV 1478, in C. Ballot, Le Coup d’État du 18fructidor


an v, Cornely, Paris 1906, p. 188.)

La forza stessa di questa pressione provoca la reazione del potere:


nell’anno V i monarchici hanno ottenuto la maggioranza nei Consigli e
con il generale Pichegru, che partecipa alla rete'dèl complotto monar-
chico, iniziano a infiltrare l’apparato statale. I direttori, di fronte al peri-
colo, assumono l’iniziativa: il colpo di Stato del 18 fruttidoro anno v an-
nulla i risultati delle elezioni che hanno prodottola maggioranza monar-
chica e dà il via a una fase di violenta repressione (vedi il testo a pp. 40-
41). Si rimettono in vigore le leggi contro gli emigrati, i realisti e i preti
refrattari; si ricorre alla deportazione più che alla ghigliottina,m a la
Guyana diventa la «ghigliottina secca» di questa’p asséggera vampata ter-
rorista. La svolta di fruttidoro anno v ha conseguenze durature: benché
non sia una vera pausa stabilizzatrice inaugura il ricorso ai militari, giac-
ché Bonaparte, comandante dell’esercito d ’Italia, su richièsta del Diret-
torio gli manda in aiuto il suo vice, Àugerea.u. La pratica diventa norm a-
le nell’ambito di una politica df equilibrio che si perpetua per tutto il pe-
riodo finale del regime. Nell’anno VI un successo giacobino nelle elezio-
42
ni dei Consigli, il cosiddetto «Secondo Direttorio», esprime una riacqui-
stata \italita in tutto iì paese, conseguenza della frenata di fruttidoro. Ma
il Direttorio annulla le elezioni e invalida gli eletti più progressisti. L’an-
no vii, invece, sono i Consigli che prendono l’iniziativa e attaccano il Di-
rettorio. La crescita giacobina si accentua, ai vecchi direttori se ne sosti-
tuiscono altri, favorevoli al movimento: Ducos, Gohier, il generale Mou-
lin. Si tratta di nuovi venuti, rappresentanti di un risveglio effimero che
si esprime anche col ritorno a una certa ortodossia rivoluzionaria: svolta
troppo tardiva per essere efficace.

La crisi del Direttorio e il ricorso ai militari

Il regime è minato dall’interno, da una crisi di autorità e da quella delle


risorse finanziarie. Molto si è scritto sulla miseria del Direttorio, incapace
di pagare funzionari e soldati e scarsamente obbedito in un’atmosfera di
disgregazione e anarchia. Ma questa immagine, che il nuovo regime uti-
lizzerà come pratico spauracchio, è vera solo in parte. Un economista co-
me Francois de Neufchàteau, già ministro dell’interno, e un finanziere
come Ramel hanno preparato le riforme di struttura che verranno utiliz-
zate dal Consolato. In ambito culturale vengono messe in funzione, an-
che se in modo precario, le nuove istituzioni: le Grandi scuole e, nei di-
partimenti, le Scuole centrali. Un ciclo di feste organizzate, dei tentativi
di religione civica (la teofilantropia) si sforzano di permeare la società
degli ideali repubblicani. Checché se ne sia detto, queste feste non sono
state dappertutto disertate o volte in ridicolo. Ma tutta una parte del pae-
se sfugge al controllo statale: il brigantaggio è una spia della crisi del re-
gime. Nelle pianure della Francia settentrionale gli chauffeurs arrostisco-
no i piedi ai contadini perché rivelino il nascondiglio del gruzzolo, nel
Midi o nell’Ovest i briganti realisti assaltano le diligenze. Questi primitive
rebelsesprimono in modi diversi il ritorno a forme elementari di protesta
popolare. A questi elementi di decomposizione interna si giustappone
tuttavia, in proporzione crescente, il peso della guerra e delle conquiste
esterne, da cui avrà origine il cesarismo.

- Dal 1792 all’anno il la guerra alle frontiere aveva già occupato un posto
fondamentale nello svolgimento della Rivoluzione, accelerandone o ral-
lentandone il cammino. Ma ora essa prende il sopravvento sugli avveni-
menti all’interno. Lo svolgersi degli avvenimenti e l’iniziativa individuale
hanno senza dubbio la loro importanza; non lo si può certo negare in
una vicenda che si intreccia in parte con l’ascesa di Bonaparte. Ma l’am-
bizione di un uomo non può spiegare tutto. La guerra non è un caso, è
attraverso l’espansionismo all’estero che il Direttorio opera quella fuga
in avanti che gli consente in parte di sopravvivere, ma la stessa guerra
43

che alimenta il regime contemporaneamente lo perverte. L’esercito si li-


bera dalla subordinazione dell’anno il e, negli alti gradi, tende a trasfor-
marsi in casta militare, mentre la truppa s’infeuda al generale che la con-
duce alla vittoria. E la distorsione dell’esercito nazionale dell’anno il,
che lo rende aperto a ogni manipolazione, anche se l’ideale repubblica-
no vi resta ancora vivace.

fensiva in direzionerai Vienna, attraverso la Genmmia, e jdjjua^jcamga-


gna diversiva in Italia. Mentre la campagna sul Reno fu un fallimento,
quella al di là delle Alpi, al contrario, prese dimensioni inattese, Bona-
parte, comandante dell’esercito d’Italia, con una fulminea offensiva bat-
te i piemontesi (Montenotte, Millesimo, Mondovì), poi gli austriaci ^.cac-
ciati dal Milanese, e corona il tutto con una serie di vittorie alle porte, di
Mantova (Arcole, Rivoli). Nella primavera d e ll7 9 ? fesercìto francese
marcia su Vienna, impossessandosi al passaggio di Venezia^ dei suoi ter-
ritori. Di suà iniziativa il generale vittorioso firma i preliminari di Leo-
ben e conduce le trattative che porteranno al trattato di Campoformio
(17 ottobre 1797). In esso Bonaparte mostra la propria indipendenza
nei confronti del Direttorio e contemporàneamente dà prova di una
nuova concezione dell’espansionismo rivoluzionario. Le Repubbliche-
«sorelle» si moltiplicano: la Cispadana, poi la Cisalpina, la Ligure, ma nel
contempo si cede all’Austria il Veneto e Venezia, cosa difficilmente giu-
stificabile con l’ideale rivoluzionario di emancipazione dei popoli. I miti
della guerra rivoluzionaria svaniscono, come anche l’idea delle frontiere
naturali, mentre altre Repubbliche-sorelle vengono instaurate: la Repub-
blica Batava, la Romana, la Partenopea e l’Elvetica.
Nel contesto di questo piano generale la campagna d ’Egitto, nella pri-
mavera 1798, può sembrare un incongruo diversivo: forse il Direttorio vi
scorse un mezzo per allontanare temporaneamente un generale dalle in-
quietanti ambizioni? O lo stesso Bonaparte la pensò come l’inizio della
realizzazione del suo sogno orientale? L’esercito francese batte i mame-
lucchi alla battaglia delle Piramidi, ottenendo così il dominio del paese,
ma l’ammiraglio britannico Nelson distrugge la flotta francese nella rada
di Abukir. Bonaparte, prigioniero della propria conquista, intraprende
la campagna di Siria, e qui il deserto, la peste e l’imprevista resistenza di
San Giovanni d ’Acri decretano il fallimento dell’avventura.
Nel frattempo altre situazioni hanno assunto carattere d ’urgenza.
L’Inghilterra ha costituito la seconda coalizione, che raggruppa l’Au-
stria, la Russia, Napoli e l’Impero ottomano; la guerra in Europa ripren-
de con violenza. Le Repubbliche-sorelle si disintegrano, l’Ita lia è Jfersa,
gli inglesi sbarcano in Olanda mentre in Germania e in Svìzzera i france-
si si ritirano incalzati dagli austro-russi. Nell’estate 1799 la Repubblica
francese è nuovamente minacciata. Quando il generale della prowiden-
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za abbandona in Egitto i propri soldati e torna in Francia altri hanno già
risolto quella situazione, in particolare con la decisiva vittoria di Zurigo
nel settembre 1799, riportata da Masséna contro Souvorov.
Non è alle frontiere, m a a Parigi, che alcuni accolgono Bonaparte co-
me il salvatore della patria. Il fatto è che il risveglio giacobino dell’anno
Vii rende inquieta la borghesia direttoriale, esemplarmente rappresenta-
ta da Sieyès, ora direttore al posto di Reubell. I direttori mirano a una re-
visione in senso autoritario della Costituzione, e questo richiede l’appog-
gio militare per realizzare un altro colpo di Stato. Bonaparte, prescelto
per l’occasione, soddisferà in modo inatteso le speranze dei suoi man-
danti. Il complotto ha una preparazione accuratissima: i direttori, tranne
Gohier e Moulin, sono complici o succubi, mentre il Consiglio dei 500 e
quello degli anziani sono stati trasferiti a Saint-Cloud con la scusa della
scoperta di un complotto anarchico, e neppure mancano appoggi da
certi ambienti finanziari parigini. Il colpo di Stato riesce a metà il 18 bru-
maio, ma il giorno dopo si scontra con la resistenza opposta dai deputati
del Consiglio dei 500. Bonaparte non sa che fare, ed è la presenza di spi-
rito del fratello Luciano, che presiede la seduta, a garantire il successo,
suggellato poi dall’intervento dèlie truppe che disperdono i deputati. La
storia dellàTGvóluzìòhé francese si chiude con questo colpo di Stato pri-
vo di grandezza. Comincia l’avventura napoleonica.
2 . L O STATO RIVOLUZIONARIO

Proclami e valori: i fondamenti deUo Stato rivoluzionario

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, adottata dall’As-


semblea costituente tra il 20 e il 26 agosto 1789, resta a tutt’oggi il princi-
pale punto di riferimento per valutare e capire il contributo della Rivolu-
zione francese. In essa Michelet scorgeva il «credo di una nuova era».
La sua importanza può meglio essere valutata paragonando la Dichia-
razione ai precedenti analoghi cui si può fare riferimento: la dichiarazio-
ne d ’indipendenza degli Stati Uniti del 1776 e, ancora più precisamente,
i preamboli alle Costituzioni di alcuni degli Stati americani, richiamava-
no certamente i diritti dell’uomo, ma in una visione pragmatica che non
voleva essere onnicomprensiva. Ai costituenti francesi gli esempi non
mancavano: conoscevano i testi americani, potevano fare riferimento al-
la carta dei diritti stesa nel 1689 dal Parlamento inglese, e avevano letto i
trattati dei grandi giuristi deH’Illumihìsmo, fondatori del diritto natura-
le. La nuova filosofia di Locke, Voltaire, Rousseau, e degli Enciclopedisti
aveva perm eato il loro m odo di pensare, i tempi erano maturi per l’idea
e già alcuni cahiers de doléances avevano richiesto una dichiarazione dei di-
ritti.
Il testo dei 17 articoli della Dichiarazione dei diritti dell’uomo (vedi il
testo a pp. 46-48) inizia con un preambolo che colpisce per il carattere di
solennità e universalità, giacché questa dichiarazione dei «diritti natura-
lhjnalienabili e sacri dell’uomo» è rivolta agli uomini di tutte le epoche
e di tutti i paesi. T diritti sono raggruppati in due parti, diritti deirùorno
e dirittijdella nazione. I primi riguardano la libertà, ì’^uag lian za e la
proprietà (artt. 2, 4, 7, 17); i secondi si occupano della sovranità nazio-
nale, del diritto di legiferare, di votare le im pòstée d i èssere rappresen-
tati nelle pubbliche istanze, come anche di poter chieder conto alle stes-
se della loro attività.
La libertà, citata in sette articoli, occupa un posto fondamentale, o
meglio le libertà, definite come personali - garantite contro ogni arresto
46
o pena arbitraria non conforme alla legge -, quindi libertà d’opinione -
rifiuto della censura e degli ostacoli alla libertà di esprimersi -, libertà re-
ligiosa, citata tuttavia con alcune limitazioni. La stampa e l’editoria sono
libere «salvo rispondere dell’abuso di tale libertà».
Nell’elenco di questi diritti l’eguaglianza trova certo posto (art. 1:
«Gli uomini nascono [...] liberi e con diritti eguali»)},ma esso è più mo-
desto, anche se viene precisata l’eguaglianza di fronte alle tasse, jponen-
do fine ai privilegi di nobiltà e clero, e la stessa possibilità di accedere
agli impieghi pubblici: la legge è eguale per tutti, «sia che protegga, sia
che punisca».
A completare questa trilogia non troviamo la fraternità, ma la pro-
prietà, definita come «un diritto sacro e inviolabile», e la sicurezza o la
resistenza all’oppressione (corollario della libertà).
I diritti della nazione ruotano intorno a due affermazioni fondamen-
tali: il principio della sovranità nazionale, che fa della legge l’espressione
della volontà generale, ma anche - essenziale per quei giuristi allievi di
Montesquieu - quello della separazione dei poteri, condizione indispen-
sabile a una Costituzione.
Nonostante la sua pretesa di universalità questo testo rimane l’espres-
sione di un momento particolare, frutto di un dibattito, nelle commissio-
ni e in Assemblea, in cui si scontrarono gli intellettuali dell’Assemblea -
Sieyès, Mirabeau, Mounier, Malouet -, alcuni dei quali, i futuri «monar-
chici», negavano che una tale dichiarazione fosse opportuna, come inve-
ce sostenevano i patrioti. Fra questi ultimi ebbero la meglio quelli che
privilegiavano libertà e proprietà, e non coloro per cui l’affermazione
dell’eguaglianza avrebbe potuto anche prevedere delle limitazioni al di-
ritto di proprietà. Animato fu il dibattito sulla libertà religiosa, proclama-
ta in modo contorto nonostante l’intervento di Mirabeau. Venne anche
discussa, e alla fine decisa, l’opportunità di u n ’invocazione all’Essere su-
premo. Pur con silenzi e reticenze, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo
pose le fondamenta di una nuova visione del mondo. Essa ebbe una eco
immensa, in Francia e all’estero, e fece nascere una dinamica di cui testi-
moniano le dichiarazioni posteriori.

Dichiarazione d e i diritti d ell’uom o e del cittadino del 26 agosto 1789

I rappresentanti del popolo francese, costituiti in Assemblea nazionale, con-


siderando che l’ignoranza, la dimenticanza o il disprezzo dei diritti dell’uomo
sono le uniche cause dei mali pubblici e della corruzione dei governi, hanno
deciso di esporre, in una solenne Dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e
sacri dell’uomo, in modo che tale Dichiarazione, sempre presente alla mente di
tutti i membri della società, ricordi loro senza posa diritti e doveri; in modo che
gli atti del potere legislativo e quelli del potere esecutivo, potendo essere a ogni
47

istante paragonati con Io scopo di ogni istituzione politica, siano più rispettati;
in modo che le richieste dei cittadini, fondate finalmente su principi semplici e
incontestabili, siano volte alla conservazione della Costituzione e al bene gene-
rale. Di conseguenza l’Assemblea nazionale riconosce e dichiara, presente e au-
spice l’Essere supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino:
1. Gli uomini nascono e rimangono liberi e con eguali diritti. Le differenze
sociali non possono essere fondate che sulla comune utilità.
2. Il fine di ogni organizzazione politica è la conservazione dei diritti natura-
li e imprescrittibili dell’uomo. Essi sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la
resistenza all’oppressione.
3. Il principio di ogni sovranità risiede fondamentalmente nella nazione.
Nessun corpo, né individuo può esercitare un’autorità che non ne emani
espressamente.
4. La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così
l’esercizio dei diritti naturali di ciascuno non ha altri limiti se non quelli che ga-
rantiscono agli altri membri della società il godimento dei medesimi diritti. Tali
limiti possono essere stabiliti solamente dalla legge.
5. La legge ha il diritto di vietare solamente le azioni nocive alla società. Tut-
to ciò che non è vietato dalla legge non può essere impedito, e nessuno può es-
sere costretto a fare ciò che la legge non comanda.
6. La legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno il
diritto di concorrere, personalmente o tramite i loro rappresentanti, alla sua for-
mazione. Essa deve essere eguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca.
Poiché tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, essi hanno tutti diritto a es-
sere ammessi a tutte le cariche, posti e impieghi pubblici, secondo la loro capaci-
tà e senza alcun’altra distinzione che quelle delle loro virtù e delle loro intelli-
genze.
7. Nessuno può essere accusato, arrestato, né detenuto che nei casi previsti
dalla legge, e secondo le forme da essa prescritte. Coloro che sollecitano, pro-
curano, eseguono o fanno eseguire ordini arbitrari devono essere puniti; ma
qualsiasi cittadino citato o denunciato a norma di legge deve obbedire all’istan-
te, e ogni resistenza lo rende colpevole.
8. La legge deve fissare solo pene che siano rigorosamente e chiaramente ne-
cessarie, e nessuno può essere punito se non per una legge deliberata e promul-
gata prima del reato e legalmente applicata.
9. Poiché si presume che ogni uomo sia innocente fino a quando non venga
dichiarato colpevole, nel caso sia ritenuto indispensabile il suo arresto ogni du-
rezza non necessaria per assicurarlo alla giustizia deve essere severamente perse-
guita dalla legge.
10. Nessuno deve essere indagato per le proprie opinioni, anche religiose,
purché la loro manifestazione non turbi l’ordine costituito dalla legge.
11. La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più
preziosi dell’uomo; ogni cittadino può quindi parlare, scrivere, stampare libera-
mente, tranne rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi previsti dalla legge.
12. La tutela dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza
pubblica; tale forza è perciò istituita a vantaggio di tutti e non per l’utilizzo pri-
vato di coloro cui è affidata.
48

13. Per il mantenimento della forza pubblica e per le spese amministrative è


indispensabile un contributo comune, che deve essere ripartito egualmente tra
tutti i cittadini, in ragione dei loro mezzi.
14. Tutti i cittadini hanno diritto di verificare, direttamente o tramite i pro-
pri rappresentanti, la necessità del (^«tributo pubblico, di deciderlo liberamen-
te, di seguirne l’impiego e di determinarne la quota, l’imponibile, l’esazione e
la durata.
15. La società ha diritto di chiedere conto della sua amministrazione a qual-
siasi funzionario pubblico.
16. Ogni società in cui non sia garantita la tutela dei diritti, né stabilita la se-
parazione dei poteri, manca di costituzione.
17. Poiché la proprietà è un diritto sacro e inviolabile, nessuno può esserne
privato se non quando la necessità pubblica, legalmente verificata, lo esiga in
modo evidente e a condizione che venga anticipatamente pagata una giusta in-
dennità.
(Fonte: citato da C. Faure, Les D éclarations des droits de l ’hom m e de 1789, Payot,
Paris 1988, pp. 11-13.)

Le dichiarazioni del 1793 e del 1795 (anno in)


La Dichiarazione del 1789 viene tradizionalmente vista in contrasto con


quella redatta all’inizio del 1793 come preambolo alla nuova Costituzio-
ne che segue la caduta della monarchia, e di cui si sottolineano le «anti-
cipazioni», come anche con quella del 1795, che precede la Costituzione
dell’anno ili e insiste soprattutto sui doveri, mettendo invece la sordina a
una parte dei progressi stabiliti in precedenza. Probabilmente tale con-
trasto è giustificato, tuttavia c’è anche una continuità reale nello svilup-
po e nei princìpi, così come furono posti nel 1789.
Nella primavera del 1793, nell’ambito del conflitto tra Montagna e Gi-
ronda si scontrarono due concezioni opposte, che diedero origine a pro-
getti meditati a fondo (di Condorcet e di Robespierre). I girondini ad
esempio sopprimevano qualsiasi invocazione alla divinità, mentre i mon-
tagnardi tenevano a un riferimento all’Essere supremo. Il progetto mon-
tagnardo, che alla fine prevalse, è comunque meno avanzato rispetto a
talune proposte di Robespierre nelle discussioni preliminari, che voleva-
no limitare il diritto di proprietà a quello «che ha ogni individuo di go-
dere e di disporre della parte di beni che la legge gli garantisce».

—Testo di compromesso, la dichiarazione votata il 23 giugno 1793 ha co-


munque un tono assai differente da quella del 1789, affermando fin dal
preambolo che «il fine della società è il bene comune», e che «il governo
è istituito per garantire all’uomo il godimento dei suoi diritti naturali e
imprescrittibili» (vedi il testo a p. 49).
49

D ichiarazione d ei diritti dell’uom o e d el cittadino del 24 giugno 1793

Preambolo e alcuni articoli significativi


Il popolo francese, convinto che l’oblio e il disprezzo dei diritti naturali dell’uo-
mo sono le sole cause delle sventure del mondo, ha risoluto di esporre, in una
dichiarazione solenne, i suoi diritti sacri e inalienabili, affinché tutti i cittadini,
potendo continuamente paragonare gli atti del governo con lo scopo di ogni
istituzione sociale, non si lascino mai opprimere ed avvilire dalla tirannide; af-
finché il popolo abbia sempre dinanzi agli occhi i fondamenti della sua libertà,
il magistrato la regola dei suoi doveri, il legislatore l’oggetto della sua missione.
Di conseguenza esso proclama, alla presenza dell’Essere supremo, la seguente
dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.
1. Lo scopo della società è il bene comune. Il governo è istituito per garanti-
re all’uomo il godimento dei suoi diritti naturali e imprescrittibili.
2. Questi diritti sono l’eguaglianza, la libertà, la sicurezza, la proprietà.
3. Tutti gli uomini sono eguali per natura e di fronte alla legge.
4. La legge è l’espressione libera e solenne della volontà generale; essa è
eguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca.
21.1 soccorsi pubblici sono un debito sacro. La società deve provvedere alla
sussistenza dei cittadini bisognosi, sia procurando loro lavoro, sia assicurando i
mezzi d’esistenza a chi non è in grado di lavorare.
33. La resistenza all’oppressione è conseguenza degli altri Diritti dell’uomo.
34. V’è oppressione contro il corpo sociale, quando è oppresso uno solo dei
suoi membri. V’è oppressione contro ogni membro, quando è oppresso il corpo
sociale.
35. Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popo-
lo e per ogni frazione del popolo, il più sacro e il più imprescindibile dovere.
(Fonte: citato in F. Buonarroti, Cospirazione per l ’e guaglianza detta d i Babeuf, Ei-
naudi, Torino 1971, pp. 274-278.)

Le diverse libertà sono notevolmente precisate, quella della persona co-


me quella di culto, ma ormai l’eguaglianza ha avuto la meglio sulla li-
bertà. II diritto di proprietà è tuttavia riaffermato nell’articolo 16, anche
se, riprendendo in modo leggermente modificato il testo del 1789, si
prevede la possibilità di non tenerne conto, per motivi di pubblica utilità
e dopo il pagamento anticipato di una giusta indennità. La nuova dichia-
razione è tuttavia rivoluzionaria per l’attenzione prestata a quelli che og-
gi chiameremmo i diritti sociali nell’ambito materiale e spirituale: il di-
ritto al bene comune, all’istruzione, all’esistenza e all’assistenza. Un altro
punto su cui si insiste molto è la lotta contro ogni forma di oppressione,
che sfocia nella proclamazione del diritto all’insurrezione, facendone
anzi un dovere: «Àrt. 35 - Quando il governo viola i diTiurdel popòlo,
Tirisùrrezione è, per il popolo e per ogni sua parte, il più sacro dei diritti
e il più indispensabile dei doveri».
50
V

E facile capire come questa dichiarazione preliminare di una Costitu-


zione che non venne mai applicata abbia nondimeno potuto, per le au-
daci anticipazioni di cui si faceva portatrice, rispondere nel decennio al-
le aspirazioni dei patrioti più progressisti per divenire poi una rivendica-
zione del pensiero rivoluzionario del secolo xix.

- La dichiarazione del 1795 registra il peggioramento, e talora il ripudio,


di una parte dei princìpi contenuti nelle dicfiiarazioni precedèntirSi so-
no avuti dei dubbi sull’opportunità del testo, e anche se una parte delle
affermazioni del 1789 sono state riprese, si è soppresso l’articolo: «Gli
uomini nascono e rimangono liberi e con eguali diritti», considerato
«pericoloso», si è limitata la nozione di libertà al diritto di fare ciò che
non nuoce agli altri, e quella di eguaglianza all’abolizione di differènze
di sangue. Nulla resta dei «diritti sociali» proclamati nel 1793, e soprat-
tutto scompare il riferimento ai diritti naturali dell’uomo, pietra angola-
re dei due testi precedenti. L’accento è ormai posto sulla conservazione
dell’ordine; sparisce il diritto all’insurrezione, mentre si insiste sul prin-
cipio di rappresentanza. Una dichiarazione dei doveri, presa in conside-
razione ma poi scartata nelle redazioni precedenti, acquista qui invece
grande rilevanza, mettendo con forza l’accento sul sacro dovere del ri-
* - ■• • —»• " • * • m . ,• * * •* « «v . ,• . r*

spetto delle leggi e dei valori come la famiglia. Volendo «mettere la paro-
la fine» alla Rivoluzione, la dichiarazione dell’anno ih fornisce quindi
una lettura restrittiva e, sotto certi aspetti, mutilata (in particolare nei ri-
ferimenti al diritto naturale), delle articolate dichiarazioni del 1789 e
1793. Resta tuttavia il fatto che un certo numero di conquiste appaiono
irreversibili: la libertà (le libertà), e l’eguaglianza, pur nei limiti che le
vengono fissati.

- Al di fuori delle dichiarazioni il periodo rivoluzionario ha assistito al


progresso di un certo numero di idee-forza, alcune rimaste allo stadio di
sogno o di affermazione programmatica, che si sono collocate tra le anti-
cipazioni, mentre altre hanno visto un inizio, anche se solo effimero, del-
la loro messa in pratica. E così ad esempio per la messa in opera dei
princìpi di eguaglianza e di libertà sia nel caso degli ebrei, la cui emanci-
pazione - già richiesta prima della Rivoluzione da portavoce eminenti
come Grégoire - si farà a tappe tra il 1789 e il 1791, sia in quello dei ne-
gri e delle persone di colore che pone il problema della schiavitù nelle
colonie. Nel 1790 e 1791 la questione ha causato violenti dibattiti alla
Costituente, tra i fautori dell’abolizione e della concessione di diritti civi-
li alle persone di colore - Robespierre, Grégoire e gli «Amici dei negri»,
favorevoli a una progressiva emancipazione -, e la lobby dei piantatori e
armatori negrieri, forte di potenti appoggi, come Barnave. Questi ebbe-
ro la meglio nel 1791, ma la rivolta degli schiavi a Santo Domingo, di cui
si parlerà più oltre, modificò i termini del problema, e la Convenzione
51
montagnarda avrà il merito di proclamare l’abolizione della schiavitù
nelle colonie col decreto del 16 piovoso anno li: anticipazione che verrà
rimessa in discussione già nel periodo consolare.
Quando il seguace di Babeuf Sylvain Maréchal redige nell’anno rv il
Manifesto degli Eguali, egli formula la rivendicazione di coloro che si con-
siderano traditi nella loro aspettativa di una vera rivoluzione egualitaria
(«Noi pretendiamo ormai di vivere e morire eguali come siamo nati: vo-
gliamo l’eguaglianza reale o la morte; ecco quel che ci occorre»), ed
esprime in senso utopistico l’attesa di «un’altra Rivoluzione, molto più
vasta, molto più solenne, e che sarà l’ultima», chiarendo in tal modo la
dinamica del processo iniziato dal testo fondatore del 26 agosto 1789.

1 valori della Rivoluzionefrancese

Nella concatenazione delle dichiarazioni dei diritti dell’uomo si eviden-


zia, nella loro elaborazione come nei progressi e regressi che vi si ritrova-
no, un insieme di valori nuovi che costituiscono il contributo specifico
del periodo. Riferendoci al complesso del discorso rivoluzionario, e non
più soltanto ai suoi testi fondatori, si può tracciare in breve la lista di tali
«nozioni-concetti».

-A l primo posto, com’è ovvio, quello di Rivoluzione, che assume defini-


tivamente l’accezione moderna. In un campo come nell’altro, i contem-
poranei hanno avuto assai chiara la sensazione di una frattura radicale,
di un punto di non ritorno, in riferimento a quello che diventa ormai
VAncien régime, quello della società divisa in ordini e dell’assolutismo mo-
narchico. «Siamo sbarcati sull’isola della libertà e abbiamo bruciato i va-
scelli che qui ci condussero», dirà Cambon nel 1793. La Rivoluzione, ta-
bula rasa, è un punto di conclusione o di partenza? Per Marat, per cui «la
libertà nasce dai fuochi della sedizione», è bene che la Rivoluzione sia
permanente e riattizzata senza sosta; altri, a conti fatti la maggioranza,
hanno fin dai primi giorni sognato «di mettere la parola fine alla Rivolu-
zione», di fissarle un limite da non oltrepassare. È l’atteggiamento della
borghesia costituente, sarà quello dei termidoriani e degli uomini del
Direttorio. Ma anche per loro l’idea di concludere la Rivoluzione si ac-
compagna al concetto di rigenerazione, inteso come la necessità di far
nascere un uomo nuovo mediante una pedagogia civica.

- Le basi di questo m ondo nuovo, non soltanto politico, ma sociale e mo-


rale, sono quelle del diritto naturale, retaggio del pensiero dei Lumi. I
diritti naturali, così come sono stati posti - lo si è visto nei diversi testi —
libertà, eguaglianza, sicurezza e proprietà per gli uni, diritto all’esistenza
per gli altri - non sono affatto definiti da tutti negli stessi termini. Attra-
52

verso quegli anni l’accento verrà posto su diverse interpretazioni succes-


sive, mostrando molte e disparate concezioni e delle contraddizioni, ad
esempio libertà contro proprietà. La Rivoluzione è stata forse infedele ai
suoi proclami iniziali, come pensano alcuni, ripudiando nell’anno in
ana parte dei suoi ideali? Rimane il fatto che essa non ha mai rinunciato
al concetto di sovranità popolare che aveva sostituito il sistema monar-
chico, anche se ne ha fornito letture differenti, restringendo a unajni-
noranza censitaria l’esercizio di questa sovranità, sotto la Costituente co-
me durante il Direttorio.
In ogni caso il concetto richiede comunque d’essere regolato dalla
legge. All’arbitrio si è voluto sostituire la Costituzione, garanzia dell’eser-
cizio della libertà, solo mezzo per evitare il dispotismo. Per gli uomini
della Rivoluzione, questa Costituzione non è un insieme di regole sanci-
te dall’uso, come in Inghilterra, o come le «leggi fondamentali» dell’An-
cien regime. Essa suppone il rispetto di un insieme di regole, come quella
della separazione dei poteri, ereditata.da Montesquieu, che non si ridu-
ce al semplice equilibrio tra potere esecutivo, legislativo, e giudiziario.
Tutti sono ben consci che il solo vero potere è quello di fare le leggi, ma
per evitare che un solo organo possa cumulare tutte le funzioni, suggeri-
scono soluzioni diverse. I costituenti, e più tardi i termidoriani, con una
concezione prossima a quella del sistema anglo-americano dell’equili-
brio dei poteri vogliono evitare la preponderanza del legislativo ponen-
do in opera un forte esecutivo: il re nella Costituzione del 1791, i diretto-
ri nel sistema direttoriale. Di contro il progetto costituzionale del 1793 si
basa sulla preminenza del legislativo, emanazione diretta della sovranità
popolare: è in questo che si riconosce tutta la corrente democratica della
Rivoluzione. In ogni caso il principio della separazione dei poteri ha co-
me fine la salvaguardia della sovranità vera, quella del popolo o della na-
zione, fondamento di uno Stato di diritto. Questo Stato di diritto presup-
pone un regime rappresentativo, essendo di fatto impossibile, come già
aveva notato Rousseau, l’esercizio di una democrazia diretta in una gran-
de nazione, e questo pone il problema della democrazia, sia per ciò che
riguarda la base su cui essa si fonda, sia per quel che concerne le condi-
zioni del suo esercizio.
La Rivoluzione crea la cittadinanza, conferendo ai francesi l’esercizio
dei diritti civili. Essa ne stabilisce i limiti - di censo per la costituzione del
1791, tramite la distinzione dei cittadini in attivi e passivi - , li amplia a
partire dal 1792 con l’istituzione del suffragio universale, diritto esteso a
tutta la popolazione adulta di sesso maschile, per poi tornare nell’anno
IH a un nuovo sistema censitario. Democrazia diretta o indiretta? Mentre
s’impone il principio del regime rappresentativo, che sottintende il rifiu-
to del «mandato imperativo»; la Rivoluzione si dividerà, nel corso della
propria storia, tra la richiesta di democrazia diretta, così come verrà for-
mulata nel 1793-1794 dai portavoce del movimento popolare, e la neces-
53
sità, dettata dalle circostanze, di avere un potere centrale forte. Il centra-
lismo, nella forma giacobina che temporaneamente lo incarna nell’anno
il, e il decentramento, così come lo videro nel 1793 i fautori del movi-
mento federalista, sono u n ’altra espressione delle scelte cui il periodo si
è trovato costretto. Ma, frammentato in tal modo, il periodo rivoluziona-
rio ha rappresentato un esperimento di democrazia? Comunque lo si
giudichi, esso ha consentito a gran parte della popolazione l’accesso alla
politica e ai diritti civili.
Così facendo esso ha dato anche origine a una coscienza collettiva
che si esprime nel prospettare un certo numero di idee-forza che avran-
no un futuro. «Unità e indivisibilità», la parola d’ordine che si imporrà a
partire dal 1793 e che non sarà più modificata, riconosce le sue origini
nei primi tempi della Rivoluzione, quando già nel 1790 si articolava nel
movimento delle federazioni, espressione spontanea di una coscienza
nazionale collettiva. Essa si incarnerà in diversi concetti elaborati nel cor-
so degli anni: Repubblica, nazione, patria.

- La Repubblica, proclamata con discrezione il 21 settembre 1792, non


faceva inizialmente parte del nucleo centrale del progetto rivoluziona-
rio. Se nel 1789 la sua idea evocava alcune immagini positive - gli Stati
Uniti, la Svizzera (come mito e come realtà) -, essa riportava alla memo-
ria anche Venezia o le Provincie Unite, oligarchie di antica tradizione,
pur se il vagheggiamento delle antiche Repubbliche era parte della cul-
tura umanista degli uomini del tempo. Non bisogna quindi meravigliarsi
se l’idea repubblicana si fa strada lentamente fino al 1792 in personaggi
così avanzati come Marat o Robespierre, pur se già ben presente in Con-
dorcet. Ciò tuttavia non significa —come si potrebbe pensare - ch’essa è
divenuta un punto di riferimento fondamentale della Rivoluzione solo
grazie al gioco delle circostanze, alla sconfitta per mano stessa del sovra-
no di un progetto riformista di monarchia costituzionale. L’idea repub-
blicana, infatti, è strettamente collegata all’unione che si è venuta for-
mando nell’immaginazione e nel simbolismo con l’idea di libertà, di ri-
fiuto del dispotismo e della tirannia, che costituisce l ’originalità
dell’esperienza rivoluzionaria francese. Essa connota altresì profonda-
mente il possente legame tra Repubblica, patria e nazione.

- La nazione esisteva da tempo, ma si confondeva con la fedeltà al mo-


narca. La radicale frattura formatasi tra popolo e aristocrazia, popolo e
monarchia, man mano che l’immagine regia declinava, ha dato al termi-
ne un contenuto affatto Riverso. C’è stato un momento - nell’illusione
unanimista delle federazioni del 1790 - in cui si è potuta sognare una ri-
* conciliazione riassunta nella parola d’ordine «la nazione, la legge, il re»,
che mascherasse il già avvenuto passaggio di sovranità dal monarca al po-
polo sovrano. A partire dal 1792 la caduta della monarchia, ma anche lo
54
stato di guerra contro «l’Europa dei despoti», danno alla nazione la pie-
nezza del suo significato; essa si identifica nel popolo e acquista tutta la
sua potenza unificante nello scontro con la crisi interna e la guerra ester-
na. Tra nazione e patria si realizza una temporanea fusione, ed è al grido
di «Viva la Nazione» che Kellermann sprona le truppe a Valmy. U n’idea
esigente, addirittura esclusiva, della patria, identificata con la Rivoluzio-
ne, si afferma quando Barère dichiara: «Gli aristocratici non hanno pa-
tria, e i nostri nemici non possono essere nostri fratelli». La nazione, si è
detto, riempie lo spazio lasciato.vuoto dalla monarchia, e da qui viene il
suo legame con l’idea di Repubblica. Quando la tensione dell’anno il
sarà scemata il concetto di nazione andrà declinando; la Francia del Di-
rettorio che si lancia in una guerra di conquista diverrà «la Grande Na-
zione adusata a vincere» e spalancherà le porte a tutte le susseguenti av-
venture, che porteranno dalla nazione al nazionalismo del xix secolo e
oltre.
In bene - e talora in male - queste sono le idee-forza che costituisco-
no, non senza tensioni e contraddizioni ma con una loro reale unità, lo
scheletro del nuovo Stato posto in essere dalla Rivoluzione e che fanno
entrare la Francia nell’era moderna.

Le strutture statali e le condizioni della vita politica

Il decennio rivoluzionario vede succedersi, durante il corso degli avveni-


menti, tre forme di governo: la monarchia costituzionale dal 1789 sino al
10 agosto 1792; da questa data sino al vendemmiaio anno il la Conven-
zione è caratterizzata dalla creazione, l’affermazione e il declino del go-
verno rivoluzionario; da ultimo la Costituzione dell’anno ili colloca al
potere il regime del Direttorio, che durerà sino al colpo di Stato del 18
brumaio anno v ii . A questi tre periodi corrispondono momenti di speri-
mentazione socio-politica pieni di contrasti.

La monarchia costituzionale

L’Assemblea costituente (luglio 1789-settembre 1791) e quella legislativa


(settembre 1791-settembre 1792) hanno una loro continuità, nonostante
la cesura rappresentata dal voto e quindi dall’entrata in vigore della Co-
stituzione del 1791. Nei due primi anni si creano istituzioni che verran-
no sperimentate brevemente sino alla caduta della monarchia, tuttavia
già dal 1789 si sono poste le basi di un nuovo equilibrio.

- In questo sistema il re mantiene un posto importante; fino al 1791 la


monarchia non viene ancora contestata. Ma a partire dal 1789 il sovrano
55
è diventato «re dei francesi», e regna, dirà la Costituzione, «per grazia di
Dio e per la legge costituzionale dello Stato». La monarchia rimane ere-
ditaria, ma il re deve prestare giuramento di fedeltà all’atto costituziona-
le. Egli è retribuito con una lista civile di 25 milioni di livres annue, incar-
na l’esecutivo, nomina ambasciatori e generali, ma le sue prerogative si
esercitano ormai solo nell’ambito del governo, ch’egli forma a suo pia-
cere senza riferirne all’Assemblea. Questo regime quindi non ha nulla a
che vedere con un regime parlamentare all’inglese; i ministri non dipen-
dono da una maggioranza alla Camera, che può solo domandare loro
dei conti e al massimo deferirli a un’alta corte. I ministri sono sei:
dell’Interno, della Guerra, della Marina, della Giustizia, degli Esteri e
delle Finanze. Il re, per parte sua, è inviolabile.
Il sovrano mantiene il diritto di controllo sul legislativo mediante il
veto, di cui si discusse molto accesamente alla Costituente. Pur se l’As-
semblea conserva l’iniziativa dei decreti, questi abbisognano dell’appro-
vazione reale, che può essere negata. La destra monarchica difese il veto
assoluto, ma alla fine venne approvato il «veto sospensivo» per due legi-
slature, non opponibile, tuttavia, alle leggi finanziarie e ai testi costituzio-
nali. Il re ha poi bisogno dell’approvazione dell’Assemblea per dichiara-
re guerra o firmare la pace.

- Se in tal modo il re conserva un insieme non trascurabile di prerogati-


ve, l’iniziativa e la responsabilità di legiferare competono al Corpo legi-
slativo. Da ciò l’importanza del dibattito che si accese tra i deputati alla
Costituente intorno all’organizzazione di questo potere. A destra, i mo-
narchici «anglomani» erano propensi a un sistema bicamerale, con l’As-
semblea eletta affiancata da una Camera alta all’inglese, elemento di
conservazione ove il re avrebbe potuto appoggiarsi al gruppo di notabili
che riuniva i vecchi nobili e l’élite dei nuovi ricchi; mentre invece ebbe la
meglio la soluzione unicamerale, con un’Assemblea legislativa di 745
membri, eletta per due anni e con vasti poteri, giacché essa redige e vota
il bilancio statale e ha l’iniziativa legislativa. Essa non può essere sciolta
dall’esecutivo, ma d’altro canto le manca ogni forma di controllo del go-
verno, anche se può mettere i ministri in stato d’accusa. La modalità del-
le elezioni non ha nulla di democratico; il corpo elettorale dei cittadini
maschi di oltre 25 anni è diviso in due gruppi: cittadini passivi e cittadini
attivi, definiti tali secondo un criterio censitario, il pagamento di u n ’im-
posta diretta equivalente a tre giornate di lavoro (anche i falliti e i dome-
stici sono tra gli esclusi). Tale criterio selettivo può sembrare assai ampio,
giacché si è calcolato vi fossero 4.300.000 cittadini attivi e solo 3 milioni
di passivi; ma se nella Francia rurale i cittadini attivi sono in maggioran-
za, assai spesso nelle città essi arrivano a stento a essere un terzo. Il suf-
fragio poi viene esercitato a diversi livelli: i cittadini attivi designano gli
elettori (che sono l’l% ) tra coloro che pagano un’imposta di dieci gior-
56
nate di lavoro. In tal modo circa 5.000 elettori scelgono i deputati, ed
eleggono altresì gli amministratori locali. Per essere eleggibili bisogna
avere delle proprietà e pagare u n ’imposta di un marco d’argento, cioè
52 livres. La clausola del marco fu disperatamente contrastata dai porta-
voce della corrente democratica, che denunciavano la ricostituzione di
una nuova aristocrazia, e venne alla fine abolita, ma troppo tardi perché
la misura fosse applicata alle elezioni della Legislativa.

- L’Assemblea, sempre in primo piano, si rispecchia, durante il periodo,


in due strutture che per la loro formazione sono apparentemente assai
differenti. La Costituente nasce dalla trasformazione degli Stati generali,
quindi in teoria la rappresentanza degli ordini privilegiati dovrebbe es-
servi maggioritaria, ma molti nobili sono tornati a casa e molti vescovi so-
no emigrati. Restano ancora dei parroci e anche un gruppo di nobili, al-
cuni liberali e patrioti, altri colonne incrollabili del partito aristocratico,
in gran parte monarchici. A questo proposito la svolta delle elezioni alla
Legislativa sarà decisiva, eliminando la quasi totalità degli ex privilegiati,
e facendo sì che la maggioranza d e l deputati..sia reclutata trai-plebei
dell’ex Terzo stato. Nelle due Assemblee non v’è posto per i rappresen-
tanti dei gruppi popolari, è la borghesia quella che domina. La vecchia
polemica degli storici anglosassoni a proposito dei lineamenti di questa
«borghesia» è ormai superata; nessuno mette in dubbio che di essa fac-
cia parte una discreta rappresentanza della borghesia produttiva di com-
mercianti e imprenditori. Gli avvocati, i giuristi, i legulei, sono presenti
in modo esagerato nell’una e nell’altra Assemblea, e questa tendenza è
ancora rafforzata nella Legislativa, dando in tal modo credito alla formu-
la spregiativa di una Rivoluzione «di avvocati e di ciabattini» (eppure
non vi sono più ciabattini all’Assemblea!).
I deputati si sono raggruppati secondo le affinità e le tendenze, ma
non si può ancora parlare di partiti nel senso moderno del termine, an-
che se certi gruppi sono più strutturati di altri, come ad esempio gli ari-
stocratici o «i neri» [gli ecclesiastici]. I patrioti, o «costituzionali», espri-
mono alla Costituente una gamma vastissima di posizioni, dalle più mo-
derate alle più progressiste. Frattanto vengono alla luce degli elementi di
aggregazione: strutture periferiche, come i club, dove si ritrovano i de-
putati di una stessa tendenza. Il gruppo giacobino, erede del club breto-
ne del periodo degli Stati generali, rappresenta per la sinistra unjnm to
di ritrovo dove, all’inizio, i deputati hanno un ruolo fondamentale e do-
ve vengono presi gli accordi per preparare le sedute dell’Assemblea, e va
sempre più assumendo una grande influenza nel plasmare l’opinione
generale. Anche i moderati e i controrivoluzionari hanno i loro club, più
ristretti, come ad esempio il club monarchico; per motivi di affinità essi
si ritrovano anche in strutture esclusive come i salotti. Si formano poi an-
che quelle che oggi si chiamerebbero le lobby, come il club Massiac, che
t

57
raccoglie gli ambienti degli affari - armatori, piantatori - mobilitati in di-
fesa degli interessi coloniali.
In questo fermento di aggregazione le personalità individuali sono
molto importanti: i più recenti studi prosopografici sul gruppo dei costi-
tuenti mettono bene in risalto lo stacco tra la massa dei deputati silenzio-
si o quasi e gli specialisti della tribuna - come ad esempio l’abate Maury
tra gli aristocratici - i cui interventi sono molteplici e attesi. Non si esa-
gera nel constatare che raffievolirsi della figura del sovrano si accompa-
gna alla venuta alla ribalta di personaggi cui si attribuisce un ruolo prov-
videnziale: Necker è stato una di queste figure, poi Mirabeau, infine La
Fayette, l’«eroe dei due mondi», effimera immagine della tentazione del
cesarismo. Ma queste reputazioni scompaiono altrettanto rapidamente:
quelle di La Fayette e di Bailly non reggeranno all’impatto dell’eccidio
del Campo di Marte.
È in quésto contesto che occorre considerare l’attività svolta dall’As-
semblea, il cui lavoro si struttura e diviene regolare. Talora si è posto l’ac-
cento sul disordine di queste sedute improvvisate giorno per giorno, ove
fa irruzione la quotidianità delle continue delegazioni di postulanti; ma
ciò significherebbe dimenticare l’importanza dei grandi dibattiti che
hanno scandito, sin dall’inizio, l’attività dei deputati: quelli sulla Costitu-
zione, sul veto, sul marco d’argento, il diritto di pace e di guerra, la Co-
stituzione civile del clero. Significherebbe, più ancora, dimenticare il la-
voro meno visibile delle commissioni, istituite fin dall’inizio dalla Costi-
tuente per preparare il proprio lavoro, e nelle quali vennero affidati a
specialisti i grandi problemi da affrontare: la commissione della costitu-
zione, quella incaricata della divisione amministrativa del paese, la com-
missione finanze, quella sulla mendicità, che lanciò per tutta la Francia
una grande inchiesta sul pauperismo e l’indigenza, e molte altre... L’am-
piezza delle riforme che verranno illustrate dimostra l’efficienza delle
strutture a tal fine predisposte.
È comunque necessario tener sempre presente il trascorrere del tem-
po: una svolta netta avviene indubbiamente nel periodo tra la fuga di Va-
rennes e la crisi dell’estate 1791. Si ha un’eclissi dei capi - o almeno la lo-
ro sostituzione con nuovi gruppi dirigenti -, il rinnovo del personale po-
litico in un’Assemblea legislativa in cui i costituenti non erano rieleggibi-
li, e ciò nel contesto dell’approssimarsi della guerra, della crescita del
pericolo controrivoluzionario, del conflitto tra il re e l’Assemblea, messo
in evidenza dal veto reale... Sotto la pressione popolare e dell’opinione
pubblica i centri decisionali si spostano altrove, e sono i giacobini a dare
la preminenza al dibattito sulla pace e sulla guerra. Le strutture partiti-
che si vanno precisando e radicalizzando all’indomani della scissione dei
foglianti, mentre la precarietà del compromesso costituzionale diviene
via via più evidente nell’anno che precede la caduta della monarchia.
58
Il governo rivoluzionano

Il 19 vendemmiaio anno il (10 ottobre 1793), il governo viene dichiarato


«rivoluzionario sino alla pace» (vedi il testo a p. 58). In realtà buona par-
te delle strutture che ora vengono istituite, precisate due mesi più tardi
nel decreto del 14 frimaio anno li, dureranno fino al termine della Con-
venzione, ossia a brumaio anno III; ma la caduta di Robespierre il 9 ter-
midoro avrebbe già allora interrotto la dinamica iniziata nell’autunno
1793. Un periodo che abbraccia da sei mesi a un anno racchiude quindi
l’esperienza politica che corrisponde ai momenti di maggior pericolo
corsi dalla Repubblica.

La teoria del governo rivoluzionario esposta da R obespierre


il 25 dicem bre 1793

Esporremo anzitutto i princìpi e la necessità del governo rivoluzionario, e mo-


streremo in seguito la causa che tende a paralizzarne la nascita. La teoria del go-
verno rivoluzionario è altrettanto nuova quanto la rivoluzione che l’ha prodot-
ta. Non bisogna cercarla nei libri degli scrittori di politica che non hanno previ-
sto questa rivoluzione, né nelle leggi dei tiranni che, lieti di abusare della loro
potenza, poco si occupano di ricercarne la legittimità; così questa parola non è
per l’aristocrazia che motivo di terrore o argomento di calunnia; per i tiranni,
uno scandalo; per molti un enigma. Bisogna spiegarla a tutti per poter raggrup-
pare almeno i buoni cittadini intorno ai princìpi del pubblico interesse. La fun-
zione del governo è di dirigere le forze morali e fisiche della nazione verso il
suo fine istituzionale. Il fine del governo Costituzionale è conservare la Repub-
blica; quello del governo rivoluzionario è fondarla. La rivoluzione è la guerra
della libertà contro i suoi nemici; la costituzione è il regime della libertà vitto-
riosa e pacifica. Il governo rivoluzionario necessita di un’attività straordinaria
precisamente perché è in guerra. Esso è sottoposto a regole meno uniformi e
meno rigorose perché le circostanze in cui si trova sono tempestose e mobili, e
soprattutto perché esso è costretto a sviluppare senza posa nuove e veloci con-
tromisure in vista di pericoli nuovi e incombenti. Il governo costituzionale si oc-
cupa principalmente della libertà civile, quello rivoluzionario della libertà pub-
blica. In regime costituzionale è quasi solo necessario proteggere gli individui
dall’abuso del potere pubblico, in regime rivoluzionario il potere pubblico è co-
stretto a difendersi contro tutte le fazioni che lo attaccano. Il governo rivoluzio-
nario deve ai buoni cittadini la protezione di tutta la nazione, ai nemici del po-
polo non deve che la morte.
(Fonte: citato da I. Godechot, La Pensée révolutionnaire, Colin, Paris 1964, pp.
190-191.)

- Il periodo che va dalla caduta della monarchia all’autunno 1793 è, per


ciò che riguarda le strutture statali, u n ’epoca di grandi incertezze e, in-
59
sieme, di innovazioni fondamentali per capire il seguito degli avveni-
menti. Di incertezze, giacché la sparizione del potere regio porta all’isti-
tuzione di un Consiglio esecutivo provvisorio, formato da una decina di
ministri e diretto da Roland nel periodo girondino. Esso continuerà a
funzionare, con responsabilità sempre più limitate, sino alla soppressio-
ne il 13 germinale anno il. Tale struttura fu ostacolata, Fin dalla creazio-
ne, sia dall’onere degli incarichi gravanti sui diversi ministeri, i cui effet-
tivi divengono pletorici, sia dal contesto politico, in cui si agita il proble-
ma del potere per la presenza della Comune insurrezionale di Parigi,
colma di ambizioni, e contro cui il gruppo girondino decide di scatenare
la lotta. Il conflitto alla Convenzione tra girondini e montagnardi, sino al
2 giugno 1793, non farà che peggiorare la situazione.
Innovazione importante, il passaggio al regime repubblicano: la Re-
pubblica viene proclamata senza enfasi il 21 settembre!792 ed è dichia-
rata «una e indivisibile» il 25. Il processo e la morte del re, il 21 gennaio
1793, sanciscono in modo definitivo l’ingresso in una nuova era.
L’elezione di una Convenzione, assemblea con l’obiettivo di fornire
alla Francia una nuova Costituzione, fu decisa il 10 agosto, ed essa sosti-
tuirà la Legislativa il 20 settembre. Per la prima volta nella storia nazio-
nale lo scrutinio, a due livelli, avvenne a suffragio universale, anche se
solo un decimo del corpo elettorale (700.000 cittadini su 7.000.000) par-
tecipò al voto. L’Assemblea contava 749 deputati, di estrazione prevalen-
temente borghese, di cui un terzo erano uomini di legge, divenuti spesso
politici esperti negli anni precedenti. Benché schierata molto presto su
posizioni contrapposte per il conflitto tra Montagna e Gironda, essa riu-
scì nondimeno a eseguire il mandato che le era stato affidato di elabora-
re una Costituzione, testo di grande importanza storica che ebbe il para-
dossale destino di non venire mai applicato nelle eccezionali circostanze
in cui era stato prodotto.
Nella primavera 1793 le discussioni preliminari fruttarono diversi pro-
getti, tra cui il più articolato era quello di Condorcet, vicino ai girondini.
Sicuramente democratico, gli verrà tuttavia rimproverato di tendere
all’istituzione di «una monarchia di ministri» e di mettere in opposizio-
ne, senza prevedervi un arbitro, un potere esecutivo e un legislativo, sca-
turiti ambedue dal suffragio universale. Dopo la caduta della Gironda i
montagnardi affrettarono il completamento del testo, che venne adotta-
to il 24 giugno 1793.
Quella Costituzione conferiva ampi poteri a u n ’Assemblea unica, elet-
ta a suffragio universale e incaricata di legiferare. L’esecutivo era affidato
a un consiglio di 24 membri scelti dall’Assemblea tra i candidati - uno
per dipartimento - proposti dalle assemblee elettorali locali. La possibi-
lità offerta alle assemblee primarie di respingere una legge, se ciò fosse
richiesto da un decimo degli elettori in metà dei dipartimenti, esprimeva
un indirizzo verso la democrazia diretta, rafforzato dal referendum, previ-
60

sto in alcuni casi, e dal fatto che i deputati erano tenuti a rendere conto
del mandato ricevuto ai propri elettori. Si trattava quindi di un testo che
offriva delle garanzie al movimento popolare e alle sue aspirazioni alla
democrazia diretta, ma, così com’era - e i suoi autori ne erano ben con-
sci -, totalmente inapplicabile nelle circostanze del momento. Sottopo-
sto alla ratifica popolare, su 7.000.000 di elettori il testo ottenne
1.700.000 sì contro 100.000 no, ma la sua applicazione venne rimandata
al tempo di pace, periodo in cui, come si sa, le idee sarebbero mutate. Su
basi affatto differenti, dettate dalla «forza delle cose», venne strutturato
il governo rivoluzionario. Alcuni dei suoi elementi furono creati ancora
prima della caduta dei girondini: il 6 aprile 1793, infatti, si era costituito
il Comitato di salute pubblica, in quell’epoca controllato da Danton. Il
Comitato fu poi rimaneggiato dopo la caduta dei girondini, e Robespier-
re vi entrò il 27 luglio; il Grande Comitato entrava in azione. Mail perio-
do in cui è agevole presentarne le articolazioni è quello tra il 19 vendem-
miaio (governo dichiarato «rivoluzionario sino alla pace»), e il decreto
del 14 frimaio che ne precisa in dettaglio il funzionamento.

- Al centro del sistema, la Convenzione resta il cuore della spinta e del


potere: essa sola deve governare. Nelle sedute quotidiane essa unisce al
lavoro legislativo la valutazione della vasta mole di petizioni e di corri-
spondenza che le viene indirizzata. I suoi ranghi si sono ridotti di un cen-
tinaio di membri a causa delle epurazioni, e anche per l’invio in missio-
ne nelle provincie di decine di deputati, in gruppi successivi. Inoltre i
convenzionali partecipano ai 19 comitati che, con un lavoro meno evi-
dente, conducono gli affari della Repubblica e ne redigono le relazioni.
È alla Convenzione che i deputati rendono conto, ed è essa che rinnova i
loro mandati, non solo concentrando così in sé il potere legislativo, ma
conservando un costante diritto di vigilanza su quello esecutivo.
Un comitato, tuttavia, assunse un’importanza eccezionale nell’orga-
nizzazione del potere: il Comitato di salute pubblica, composto all’inizio
di dodici membri, poi, dopo l’esecuzione di Hérault de Séchelles, di un-
dici. Robespierre, Saintjust e Couthon dettano gli indirizzi di politica
generale; Barère rappresenta il Comitato presso la Convenzione; Jean
Bon Saint-André, Carnot, Lindet, i due Prieur (de la Marne e de la Còte
d’Or) ricoprono incarichi specifici secondo le competenze di ognuno;
Billaud-Varennes et Collot d ’Herbois rappresentano la frazione progres-
sista vicina al movimento popolare. Ma la responsabilità è collegiale, e in
effetti tutti i membri del Comitato partecipano al lavoro collettivo per
elaborare decisioni comuni, nonostante i dissensi che talora li dividono.
Il Comitato di Salute pubblica ha al suo servizio un cospicuo numero di
impiegati (oltre 250), trasmette quotidianamente le proprie direttive ai
ministri, divenuti ormai semplici esecutori e, benché sia in linea di prin-
cipio sottoposto alla Convenzione che ogni mese gli rinnova i poteri, è il
61
vero centro dell’autorità. Tocca a lui, secondo il decreto del 14 frimaio,
realizzare «l’identità di vedute, di princìpi, di volontà»; dirige la diplo-
mazia, è responsabile della conduzione della guerra, ha potere su fun-
zionari e organismi pubblici, controlla la Comune parigina e manda nel-
le provincie i rappresentanti in missione che a lui renderanno conto.
Tra i vari comitati uno solo conserva un reale spazio di autonomia:
quello di sicurezza generale, pure di dodici membri. Epurato nel settem-
bre 1793, i suoi componenti, tra cui Vadier, Amar e Lebas, saranno an-
ch’essi rinnovati sempre sino a Termidoro. Al comitato competono le
funzioni di polizia e di sorveglianza su tutto il territorio nazionale, eser-
citate tramite inviati e osservatori, e utilizzando altresì la rete dei comita-
ti di sorveglianza che copre tutta la Francia. Il Comitato di sicurezza ge-
nerale subisce di malagrazia la tutela del Comitato di salute pubblica, cui
trasmette un rendiconto settimanale: l’aspro conflitto tra i due Comitati
ha avuto una grande importanza nella crisi di Termidoro.
Malgrado l’apparenza monolitica, e pur assumendo la dittatura collet-
tiva richiesta dalle circostanze, il governo rivoluzionario rifletteva le ten-
sioni - individuali o collettive - in seno ai propri membri o espresse
nell’ambito della Convenzione. I suoi poteri si rafforzarono nel corso
dell’anno li: all’indomani della caduta degli hébertisti, il 13 germinale, il
Consiglio esecutivo provvisorio fu soppresso e i ministri sostituiti da com-
missioni. La crisi di Termidoro fu fatale al governo rivoluzionario: il 7
fruttidoro la Convenzione limitò le incombenze del Comitato di salute
pubblica, lasciandogli la gestione della diplomazia e la conduzione della
guerra; il Comitato di sicurezza conservò la polizia, quello di legislazione
ebbe in carico l’amministrazione e la giustizia, mentre agli altri comitati
venivano conservate le attribuzioni precedenti. In questa disseminazione
di poteri ha termine l’unità di conduzione del movimento rivoluzionario
di cui era stato strumento il Comitato di salute pubblica.

Il Direttorio

Il regime del Direttorio venne instaurato dalla Costituzione elaborata


dalla Convenzione tra germinale e fruttidoro dell’anno in, partendo dal
progetto di una commissione in cui i moderati - come Daunou e Boissy
d ’Anglas - erano in primo piano. Quel lungo testo, preceduto dalla Di-
chiarazione dei diritti e dei doveri - di cui si è già detto - operava una to-
tale ristrutturazione delle istituzioni rivoluzionarie, con lo scopo dichia-
rato di fissare in modo definitivo le conquiste della Rivoluzione.

- Il sistema politico costruito dalla Costituzione ha lo scopo di evitare


ogni rischio di dittatura e di garantire il predominio dei notabili, nuova
classe politica nata dalla Rivoluzione. Molta attenzione è anche prestata
62

alla separazione dei poteri. Quello legislativo è attribuito a due assem-


blee: il Consiglio dei Cinquecento, formato da altrettanti deputati di età
superiore ai trent’anni; e il Consiglio degli Anziani, di 250 deputati mag-
giori di quarantanni. Non si tratta di una Camera alta e una Camera bas-
sa all’inglese, ma di un sistema per garantire la stabilità attraverso una
procedura di doppia lettura: i Cinquecento votano delle leggi, sottoposte
poi agli Anziani, che non possono modificarle ma, col voto favorevole,
conferiscono loro il carattere di «leggi della Repubblica». In caso di voto
contrario, la legge viene rinviata ai Cinquecento. Ambedue i Consigli,
scelti dallo stesso elettorato, vengono ogni anno rinnovati per un terzo.
Torna la distinzione tra cittadino attivo e passivo (domestici, falliti, con-
dannati, ma anche cittadini non registrati allo stato civile). Per poter es-
sere elettore bisogna avere la residenza e pagare un’imposta diretta: si-
stema in apparenza più aperto di quello del 1791, ma i cittadini attivi
scelgono annualmente degli elettori di secondo grado che, soli, designa-
no i deputati. Per poter far parte di questo gruppo di elettori bisogna
possedere dei beni che fruttino una rendita equivalente - secondo le zo-
ne del paese - a cento o duecento giornate di lavoro. E perciò un corpo
elettorale stabilito in sole 30.000 persone per la Francia intera quello che
gode della pienezza dei diritti civili.

- La definizione del potere esecutivo è circondata da precauzioni che


evitino ogni rischio di dittatura. Il potere collegiale è esercitato da cin-
que direttori, eletti dagli Anziani tra 50 candidati proposti dai Cinque-
cento. Il direttorio si rinnova annualmente per un quinto, e la rielezione
non è possibile prima di cinque anni, il che garantisce il ricambio del
personale politico. I direttori nominano i ministri, gli alti funzionari sta-
tali, i generali, e dirigono la politica estera; designano i commissari cui
compete il controllo delle amministrazioni, ma non gestiscono le finan-
ze pubbliche, attribuite invece a un’apposita commissione.
Nel suo intitolato, la legge del 5 fruttidoro anno IH si proponeva di
trovare i mezzi per «porre fine alla Rivoluzione»: bisogna riconoscere
che, nonostante tutte le precauzioni, e pur dando atto al Direttorio di es-
ser durato per cinque anni - il più lungo periodo continuativo di gover-
no durante la Rivoluzione - l’obiettivo della stabilizzazione non fu rag-
giunto. Fin dall’inizio il funzionamento del sistema si rivelò difettoso:
non era forse di cattivo augurio il fatto che i convenzionali, timorosi d ’es-
sere travolti dalla reazione, abbiano essi stessi violato il sistema elettorale
che stavano istituendo, votando il decreto dei due terzi prima dello scio-
glimento dell’Assemblea?
%

- Il Direttorio fu caratterizzato da un succedersi di colpi di Stato destina-


ti a far prevalere ora la destra, ora la sinistra, falsando il gioco elettorale
quando esso era sfavorevole ai termidoriani al potere. Il 18 fruttidoro an-
63
no v, svolta fondamentale del periodo, vide l’esclusione dei monarchici,
eletti in gran numero; il 22 floreale anno vi si ebbe l’invalidazione in
massa degli eletti di sinistra; il 30 pratile anno vii furono i Consigli che a
loro volta costrinsero alle dimissioni i direttori Merlin e Treilhard... E il
18 brumaio fu la conclusione di questa serie di attentati a una legalità
che non era mai riuscita veramente a imporsi. Si deve allora dire, come
spesso si è fatto, che questo regime di colpi di Stato era la conseguenza
di un peccato originale, di una malattia congenita frutto della Costitu-
zione dell’anno in e della mancanza di possibilità d’arbitrato in caso di
conflitto tra esecutivo e legislativo? E una spiegazione formale, giacché
bisogna probabilmente tenere conto della grande debolezza della base
sociale della borghesia direttoriale, che ha reciso i propri legami con i te-
muti gruppi popolari, rimanendo così in balìa delle rivincite di una con-
trorivoluzione aggressiva. Le tare del regime, corruzione, crescita della
burocrazia, hanno poi anch’esse contribuito alla disgregazione interna
dell’apparato statale, pur se è opportuna una revisione del bilancio ne-
gativo che tradizionalmente si fa del periodo. La crescita del potere mili-
tare, che assesterà al regime il colpo mortale, è tanto conseguenza quan-
to causa della sua crisi finale. Il consolidamento delle istituzioni repub-
blicane sognato dalla borghesia era troppo precario per poter resistere
con mezzi legali agli assalti sferrati dall’interno come dall’esterno.

Le strutture statali: la Francia ristrutturata. Le istituzioni

Dopo aver fatto tabula rasa delle istituzioni dell’Ancien regime, intrecciate
in una secolare stratificazione, e degli ormai superati princìpi che le reg-
gevano (privilegi, venalità degli uffici), la Rivoluzione dovette ripensare
la Francia e ricostruirla su nuove basi; né essa si sottrasse a questo compi-
to, cui anzi si dedicò fin dal 1789.
Le soluzioni adottate mutarono col passare degli anni: è ormai classi-
co e tutto sommato legittimo contrapporre al cammino caratteristico del
periodo costituente, che privilegiava il principio elettivo e un certo gra-
do di decentramento, l’ulteriore evoluzione che condusse nell’anno il al
centralismo «giacobino», mai veramente corretto dal Direttorio, e di cui
il centralismo consolare prima, imperiale poi, sarà il punto d ’arrivo. E al-
trettanto classico, sulle orme di Tocqueville, interrogarsi sul problema
della continuità o della frattura: la Rivoluzione può considerarsi erede in
linea diretta della politica monarchica di centralismo, o ha invece provo-
cato una frattura con l’apporto di uno spirito nuovo? Prima di prendere
in esame i differenti settori d’intervento —l’amministrazione, la giustizia,
le finanze, l’istruzione, l’assistenza... - è bene fissare alcuni princìpi ge-
nerali che hanno guidato gli uomini della Rivoluzione, delineando, no-
nostante notevoli deviazioni, un progetto unitario.
64

- Razionalizzazione, uniformazione, organizzazione: questi sono gli


obiettivi immediatamente proposti. Si tratta cioè di costituire un insieme
coerente da quell’«aggregato informe di popoli disuniti» di cui parlava
Mirabeau; atteggiamento che si fonde e sfuma nel volontarismo, già evo-
cato dalla mistica dell’uomo nuovo, in un paese rinnovato. Su questo
non c’è rottura tra i costituenti, i giacobini dell’anno il o gli uomini del
Direttorio.
E dubbio che tale progetto sottintendesse di necessità una volontà ac-
centratrice. Mentre Burke, critico inglese dell’esperienza rivoluzionaria,
vedeva nelle riforme della Costituente, che suddividevano la Francia in
piccole Repubbliche indipendenti, una delle ragioni della futura disfatta
della Rivoluzione, è certo al contrario che il sentimento della necessaria
unità del paese fosse una costante del pensiero dei legislatori. L’idea non
è stata incontrastata, e il federalismo avrà il suo momento, nel 1793,
combattuto con la parola d’ordine «Unità e indivisibilità». Ciò che in
certo modo attenua l’interpretazione centralista è, oltre all’indubbio
pragmatismo operante ad esempio nella formazione dei dipartimenti, la
ricerca di democrazia insita fin dall’inizio nell’affermazione del princi-
pio elettivo: eleggere gli amministratori locali, i giudici, i funzionari pub-
blici e persino i parroci fu una delle caratteristiche che colpirono gli os-
servatori dell’epoca. Il sistema instaurato nel 1790 dalla borghesia costi-
tuente è uno dei più decentrati che la Francia abbia mai avuto. Del resto
lo spirito del decentramento va di pari passo con un’altra idea cara a
quella borghesia, il liberalismo in ogni sua forma, un «meno Stato» di-
remmo oggi, così come espresso dalla dottrina del laissez-faire laissez-passer
in materia di economia. Tale dogma non potrà resistere alla pressione
delle circostanze e alla forza delle rivendicazioni popolari del 1793, ma
alla fine l’ultima parola sarà la sua.

- L’azione dei rivoluzionari fu guidata anche da altri princìpi: abolire i


residui feudali, ma altresì dissacrare le istituzioni e il territorio nazionale,
instaurare la laicità nel diritto, nello stato civile, nella ristrutturazione
dello spazio e del tempo; iniziative audaci, e addirittura temerarie, alcu-
ne delle quali non sopravviveranno al periodo, mentre invece altre en-
treranno a far parte in modo stabile del patrimonio della Francia moder-
na.

Lo spazio e il tempo

La Rivoluzione, come vedremo, ha fallito il tentativo di dare al tempo


una nuova sistemazione, ma è però riuscita a dare allo spazio nuove sud-
divisioni e nuove misure.
Dalla notte del 4 agosto 1789 le vecchie provincie e le vecchie distin-
67

lo del governo centrale resta limitato. Ogni com une è retto da una m u-
nicipalità: si elegge un consiglio generale, un sindaco, i funzionari m uni-
cipali, e così via, mentre il potere centrale è rappresentato dal procurato-
re del comune. Poca importanza ha il cantone, ove risiede solo il giudice
di pace e l’assemblea primaria dei cittadini attivi, che vi sceglie i propri
elettori, i quali designano gli amministratori di distretto e dipartim ento,
e anche i deputati all’Assemblea nazionale. Tali amministrazioni preve-
dono un consiglio generale, che funziona a sessioni, un direttorio per-
manente, che garantisce la continuità della gestione, e un procureur-syn-
dic (procuratore-revisore) che rappresenta il re. Questi poteri locali h an -
no com petenze assai vaste in campo fiscale, nei lavori pubblici, la polizia
urbana, l’istruzione, l’assistenza, l’addestramento delle guardie naziona-
li e il reclutam ento delle truppe.
Questo sistema ha bene o male funzionato sino al 1793: piuttosto ma-
le che bene, si sarebbe ingiustamente tentati di dire, poiché comportava
difetti evidenti, dato che il ricorso sistematico al principio elettivo non
era il più adatto in materia di fiscalità né, in senso più lato, nel campo
amministrativo, per la carenza di capacità tecnica, di istruzione, persino,
nei piccoli comuni, e talora per la scarsa autorità o la poca buona vo-
lontà. Se nelle città fu possibile trovare abbastanza quadri com petenti
m ediante la riconversione degli uom ini di legge, gente di toga in grado
di far fronte alla colossale dom anda rappresentata dai 40.000 comuni di
Francia, la stessa cosa non avvenne nelle campagne. Inoltre le autorità
espresse dalla borghesia rivoluzionaria si trovarono a dover gestire i pro-
blemi e le tensioni nati dalla crisi rivoluzionaria. I governi dipartimentali
e distrettuali, spesso di tendenze moderate, si trovarono, a partire dal
1791 e più ancora nel 1792, in equilibrio instabile nei confronti del m o-
vimento popolare, con cui invece le municipalità avevano contatti e in-
trattenevano un più stretto rap p o rto di sim patia. D urante la crisi
dell’estate 1792 questi quadri vennero malmenati e talora aggrediti di-
rettam ente. Nelle grandi città, a Parigi e in provincia, le sezioni - fino ad
allora semplici ritrovi delle assemblee elettorali - vennero ad assumere
u n ’im portanza nuova, aperte com ’erano ai cittadini passivi per le assem-
blee, divenute giornaliere dall’estate 1792. Dal 10 agosto la Comune in-
surrezionale di Parigi esemplifica in modo eccezionale ma significativo
la frantum azione di quelle strutture stabili che i Costituenti avevano spe-
rato di creare. Durante la crisi federalista i dipartim enti fecero spesso
una scelta di campo sbagliata: ciò non verrà loro perdonato al m om ento
della resa dei conti.

- Il nuovo sistema messo in opera dall’estate 1793 e formalizzato dal de-


creto del 14 frimaio anno li fece prevalere uno spirito com pletam ente di-
verso. L’epurazione delle autorità costituite era all’ordine del giorno: vi
si procedette a ondate successive fino ad anno II avanzato, e certam ente
68

il recupero del predominio da parte del potere centrale andò a scapito


delle istanze nate dalla crisi del 1793. La Comune di Parigi fu «addome-
sticata» durante l’inverno, e nella primavera 1794 le assemblee sezionali,
espressioni di democrazia diretta che in provincia avevano scelto il fede-
ralismo m entre a Parigi rappresentavano la pressione del movimento po-
polare, vennero prima rimesse in riga e poi, nell’anno li, soppresse. '
Ma anche le istanze istituzionali dovettero accusare il colpo: ì diparti-
menti, privati dei loro poteri e dei corpi deliberanti, furono ridotti a po-
ca cosa, m entre invece i distretti assunsero un ruolo di maggior peso. A
ogni livello: dipartimentale, distrettuale, municipale, il personaggio cen-
trale diventa l’agente nazionale, nom inato dal governo e dai suoi emissa-
ri, i rappresentanti in missione. È lui lo zelante esecutore delle disposi-
zioni rivoluzionarie, di cui ogni decade deve fendere conto, mentre ini-
ziano a operare nuove strutture come i comitati di sorveglianza - orga-
nizzati a tappe tra marzo 1793 e l’inverno dell’anno II - che hanno il
compito, a livello di dipartimento, distretto e com une, di sorvegliare e
arrestare i sospetti e, più in generale, di vegliare all’esecuzione delle mi-
sure d ’ordine repubblicano (requisizioni, problemi annonari, recluta-
mento di militari). Se si prende in considerazione la crescente importan-
za delle società popolari, divenute numerosissime all’epoca, e di cui par-
leremo più oltre, si scorge tutto un reticolo di nuova creazione che ga-
rantisce, sotto il vigile controllo dei rappresentanti in missione, il potere
del governo rivoluzionario sull'insieme del paese.
Quel sistema non sopravvisse a Termidoro. I comitati di sorveglianza
vennero direttamente attaccati, inizialmente ridotti a uno per distretto,
per poi'sparire. Il Direttorio restituisce vigore ai dipartimenti e sopprime
i distretti; mette inoltre sotto attacco diretto le municipalità istituendo le
municipalità di cantone. La direzione del'dipartim ento è adesso compi-
to di cinque amministratori scelti dagli elettori, ma questi notabili eletti
sono affiancati da un commissario del Direttorio - che sostituisce il pro-
curatore-révisore - che interviene direttamente nella gestione, non sen-
za frequenti conflitti il cui arbitro è il potere centrale. Nasce un nuovo
centralismo, diverso da quello giacobino dell’anno li e certo meno effi-
cace nel contesto della crisi dello Stato. Nel comune di campagna la mu-
nicipalità è sostituita da un agente e un aggiunto, entrambi eletti. Solò le
città con più di 5.000 abitanti hanno una municipalità completa, m entre
quelle che ne hanno più di 100.000 vengono dotate anche di municipa-
lità circoscrizionali, così da suddividere l’autonomia municipale. In que-
ste municipalità i grandi notabili ritrovano il ruolo e l’influenza di cui
l’anno il li aveva provvisoriamente privati.
Il potere centrale, convinto di non poter trovare personale sufficien-
temente qualificato nei piccoli villaggi, istituì le municipalità di cantone,
composte da agenti comunali e da un presidente eletto, sotto il controllo
di un commissario. Ma questa istituzione non ebbe il successo previsto,
68
»

il recupero del predom inio da parte del potere centrale andò a scapito
delle istanze nate dalla crisi del 1793. La Comune di Parigi fu «addome-
sticata» durante l’inverno, e nella primavera 1794 le assemblee sezionali,
espressioni di democrazia diretta che in provincia avevano scelto il fede-
ralismo mentre a Parigi rappresentavano la pressione del movimento' po-
polare, vennero prim a rimesse in riga e poi, nell’anno II, soppresse. '
Ma anche le istanze istituzionali dovettero accusare il colpo: i diparti-
m enti, privati dei loro poteri e dei. corpi deliberanti, furono ridótti a po-
ca cosa, mentre invece i distretti assunsero un ruolo di maggior peso. A
ogni livello: dipartimentale, distrettuale, municipale, il personaggio cen-
trale diventa l’agente nazionale, nominato dal governo e dai suoi emissa-
ri, i rappresentanti in missione. È lui lo zelante esecutore delle disposi-
zioni rivoluzionarie, di cui ogni decade deve tendere conto, mentre ini-
ziano a operare nuove strutture come i comitati di sorveglianza - orga-
nizzati a tappe tra marzo 1793 e l’inverno dell’anno II - che hanno il .
compito, a livello di dipartimento, distretto e comune, di sorvegliare e
arrestare i sospetti e, più in generale, di vegliare all’esecuzione delle mi-
sure d ’ordine repubblicano (requisizioni, problemi annonari, recluta-
m ento di militari). Se si prende in considerazione la crescente importan-
za delle società popolari, divenute numerosissime all’epoca, e di cui par-
leremo più oltre, si scorge tutto un reticolo di nuova creazione che ga-
rantisce, sotto il vigile controllo dei rappresentanti in missione, il potere
del governo rivoluzionario sull’insième del paese.
Quel sistema non sopravvisse a Termidoro. I comitati di sorveglianza
vennero direttamente attaccati, inizialmente ridotti a uno per distretto,
per poi sparire. Il Direttorio restituisce vigore ai dipartimenti e sopprime-
i distretti; mette inoltre sotto attacco diretto le municipalità istituendo le
municipalità di cantone. La direzione del dipartimento è adesso compì-'
to di cinque amministratori scelti dagli elettori, ma questi notabili eletti
sono affiancati da un commissario del Direttorio - che sostituisce il pro-
curatore-révisore - che interviene direttamente nella gestione, non sen-
za frequenti conflitti il cui arbitro è il potere centrale. Nasce un nuovo
centralismo, diverso da quello giacobino dell’anno n e certo meno effi-
cace nel contesto della crisi dello Stato. Nel comune di campagna la m u-
nicipalità è sostituita da un agente e un aggiunto, entrambi eletti. Solò le
città con più di 5.000 abitanti hanno una municipalità completa, mentre
quelle che ne hanno più di 100.000 vengono dotate anche di municipa-
lità circoscrizionali, così da suddividere l’autonomia municipale. In que-
ste municipalità i grandi notabili ritrovano il ruolo e l’influenza di cui
l’anno il li aveva provvisoriamente privati.
Il potere centrale, convinto di non poter trovare personale sufficien-
tem ente qualificato nei piccoli villaggi, istituì le municipalità di cantone,
composte da agenti comunali e da un presidente eletto, sotto il controllo
di un commissario. Ma questa istituzione non ebbe il successo previsto,
69
poiché lo spirito municipale rimaneva forte, e in molti dipartimenti non
si riuscirono a insediare tutte le municipalità cantonali previste, scacco
che in molte regioni riflette il rifiuto deWe^éliles locali di addossarsi re-
sponsabilità gravose, e talora pericolose in zone di particolare insicurez-
za. I dirigenti della vita politica locale si riducono quindi a una ristretta
minoranza di repubblicani moderati, anche se si ha talora la lieta sorpre-
sa di scoprirvi alcuni reduci dalla militanza dell’anno il.

Imposte efiscalità

I problemi della fiscalità, del debito pubblico e della diseguaglianza nei


confronti della tassazione.hanno avuto un'im portanza fondamentale
nella crisi finale dell 'Ancien régimey giacché sono stati, tutto ben conside-
rato, le cause prime della convocazione degli Stati generali. Come scrisse
Mirabeau: «O deficit benvenuto, tu sarai la ricchezza della nazione!». E
tuttavia, in modo apparentem ente paradossale, i problemi fiscali, mal-
grado la ben reale resistenza alle imposte, hanno occupato uh posto me-
diocre nello svolgimento quotidiano della Rivoluzione. Si è detto che i
governi rivoluzionari abbiano aggirato il problema; preso atto del debito
pubblico ereditato dalVAncien régimey essi hanno deciso di battere sentie-
ri diversi rispetto alla fiscalità per soddisfare le necessità statali: naziona-
lizzazione dei beni del clero, emissione di carta-moneta nell’ambito
dell’avventura degli assegnati, prestiti forzosi, drenaggio delle risorse dei
paesi conquistati nel periodo del Direttorio.
Nonostante questa gestione, che ben si può considerare malsana, i go-
verni rivoluzionari misero tuttavia in opera una serie di riforme fonda-
mentali, anche se relativamente tardive (inverno-primavera 1791). Si ri-
nunciò alle imposte indirette del periodo monarchico - come la gabella
o i dazi - , il cui peso aveva molto irritato l’opinione pubblica; vi si tor-
nerà sotto il Direttorio, e ancor più durante l’Impero, riscoprendo i me-
riti di questa fiscalità invisibile, ma non indolore per il popolino.

- Il giusto strum ento per alimentare le casse dello Stato parve essere
l’imposta diretta, o, meglio, la contribuzione diretta, cambio significativo
di nom e e anche di intenzione, che risponde alla proclam azione
dell’eguaglianza di tutti di fronte alle tasse, rivendicazione fondamentale
nella distruzione del sistema dei privilegi. Dopo una fase intermedia, ali-
m entata dagli iniziali contributi patriottici, si instaurarono le nuove con-
tribuzioni, in primo luogo quella fondiaria, che secondo i costituenti col-
piva la vera ricchezza, giacché essi, al pari dei fisiocrati ritenevano che
ogni ricchezza venisse dalla terra. Per ciò la contribuzione fondiaria ave-
va u n ’im portanza considerevole, costituendo il 67% dell’onere totale.
Né venne risparmiata la ricchezza mobiliare: sul reddito presunto si cal-
70

colavano la contribuzione mobiliare, unita a quella personale e suntua-


ria, mentre le attività commerciali e industriali, dall’artigiano al botte-
gaio, dovevano pagare una tassa di licenza. Il Direttorio poi, nel 1798, vi
aggiunse la contribuzione su porte e finestre, term inando così la costru-
zione del sistema delle «quattro vecchie» (contribuzioni), che sarà la ba-
se del sistema fiscale francese sino al 1914.

- La preoccupazione di realizzare una fiscalità più equa e, nonostante i


pareri discordi, relativamente leggera, incontrò molti ostacoli nella sua
applicazione. La riscossione della contribuzione fondiaria, chiave di vol-
ta del sistema, presupponeva la costituzione di un catasto in tutti i comu-
ni, lavoro colossale portato a term ine soltanto in una parte di essi, spe-
cialmente nel Midi, che già aveva i suoi catasti. L’Im pero ricomincerà dal
principio, e il cosiddetto catasto «napoleonico» verrà preparato tra il
1808... e gli anni Trenta del secolo. Per di più, non potendo o non vo-
lendo richiedere una dichiarazione dei redditi, si consentì che l’imposta
mantenesse la caratteristica d ’essere ripartita tra i contribuenti del co-
mune, con tutte le molteplici ineguaglianze secondo i luoghi e le circó-
stanze. Da ultimo il principio elettivo predom inante durante la Costi-
tuente fece sì che l’esazione venisse affidata alle autorità locali. Non esi-
stevano funzionari specializzati se non a livello dipartimentale, i payeurs
généraux [simili ai nostri intendenti di finanza], anche se il Direttorio
ten-tò, con scarso successo, di istituire degli uffici dipartimentali delle
tasse. Fosse per motivi di favore o per carenza di preparazione professio-
nale, gli eletti incaricati della riscossione dei tributi se la cavarono piutto-
sto male.
Ci si è tuttavia parzialmente ricreduti dal preconcetto secondo cui,
durante il decennio, la Francia si sarebbe sottratta alle tasse: il flusso del-
le contribuzioni aumentò col trascorrere del tempo e anche i ritardi si ri-
dussero, p u r se alcune regioni rimasero ribelli. Possiamo quindi parlare
di un relativo successo, anche se la fondamentale conquista dell’egua-
glianza di fronte al fisco conserva dei limiti. La ripartizione della contri-
buzione fondiaria colpisce in modo ingiusto; l’imposta non è progressiva
in proporzione al patrimonio e il proprietario m antiene il diritto di in-
corporare l’imposta, in parte o tutta, nel contratto d ’affitto, facendola
così pagare al contadino. La borghesia redditiera è riuscita a costruire
un sistema che funzionerà per lungo tempo, una volta superato il turbo-
lento decennio rivoluzionario.

Dal nuovo diritto alla giustizia rivoluzionaria


t
Quando prendiam o in considerazione successivamente l’elaborazio-
ne del nuovo diritto rivoluzionario e l’esercizio della giustizia entriamo,
71

dal punto di vista degli schemi preconcetti, nell’universo del paradosso.


A,un diritto em ancipatore, umanista, espressione dell’ideale dei Lumi fa
riscontro una giustizia che verrà inesorabilmente trascinata dalla forza
delle cose sino alla messa in opera del Terrore. E si tenga a mente che,
alla Costituente, Robespierre fu tra coloro che chiedevano l’abolizionè
della pena di morte!
La duplice riform a delle istituzioni e dei princìpi era con ogni eviden-
za indispensabile in un paese come la Francia Ancien régimz, caratte-
rizzata dal peso e dall’incocrenza delle prime - chi voleva ancora i Parla-
m enti, oltre agli stessi parlamentari? -, e dall’arcaismo dei secondi, pur
se la m onarchia al tramonto aveva abolito la tortura e, con l’editto di Tol-
leranza concesso ai protestanti nel 1787, aveva introdotto un timido ac-
cenno di eguaglianza di fronte alla legge.
Il nuovo diritto rivoluzionario, la cui essenza fu proclamata fin dalla
dichiarazione del 26 agosto 1789, fu oggetto di un lungo e costante lavo-
ro e di successive elaborazioni. Gli sforzi degli uom ini della Rivoluzione
in questo settore sono stati scarsamente valutati, poiché si parla di «dirit-
to interm edio», come se tra il retaggio dei secoli monarchici e il Codice
civile napoleonico non vi fosse che una parentesi, dimenticando tutto
quanto il Codice civile deve ai progetti presentati in tem pi successivi,
nell’agosto 1793, poi a fruttidoro anno li, pratile anno iv e, infine, fri-
maio anno vili. Questi progetti posero le basi di u n diritto unico, nazio-
nale, che subentrasse all’intrecciarsi delle consuetudini, m a soprattutto
ne fissarono i princìpi, m utuandoli da Beccaria e dai grandi giuristi
deH’IUuminismo: libertà individuale, rigetto di ogni inutile crudeltà, ri-
fiuto di qualsiasi pena non necessaria.

- Libertà degli individui: ogni residuo di servitù personale venne abolito


e così pure si abolirono, in m odo progressivo dal 1789 al 1793, tutte le
soggezioni attinenti agli strascichi della feudalità, rendendo in tal m odo
ufficiale l’abolizione senza riscatto dei diritti signorili. Tale liberazione
dell’individuo presupponeva la libertà dei contratti e delle convenzioni
per i possidenti, e quella di negoziare la propria forza lavoro per i nulla-
tenenti. Le leggi Allarde (maggio 1791) e Le Chapelier (giugno dello
stesso anno), n o n solo sancirono l’abolizione delle corporazioni, m a di
qualsiasi form a di organizzazione collettiva, con tutte le conseguenze -
vantaggiose p er gli uni, nefaste per altri - che questo com porterà p er il
futuro nell’organizzazione del lavoro. Si allentano le pastoie della fami-
glia tradizionale con l’istituzione del m atrim onio civile, con l’introduzio-
ne del divorzio (20 settem bre 1792), votando nel gennaio 1792 il princi-
pio dell’adozione e discutendo preoccupati della sorte dei figli naturali.
L’individuo h a dunque trionfato in m odo com pleto, e quindi ha vinto
l ’eguaglianza? Non è così, e la Rivoluzione si fa carico dei propri limiti
nel campo dell’eguaglianza civile - concessa agli ebrei solo nel 1791, e ai
72

negri nel piovoso anno li col decreto di abolizione della schiavitù -, m en-
tre la donna coniugata rimane sottoposta all’autorità maritale «secondo
l’ordine naturale». Pur se si devono riconoscere i progressi tangibili del
periodo della rivoluzione democratica, come la divisione eguale delle
successioni (1793) e i tentativi di egualitarismo sociale in favore dei più
poveri di cui le leggi di ventoso anno il furono effimera espressione, ri-
m ane fermo il fatto - riaffermato in termini inequivocabili dopo Termi-
doro nella Costituzione dell’anno in - che il nuovo diritto elaborato dal-
la borghesia è fondato sulla proprietà: «La coltivazione dei campi, ogni'
g en ere di produzione, ogni strum ento di lavoro e tutto l’ordine sociale
dipendono dalla conservazione delle proprietà». L’eguaglianza dei dirit-
ti trova in questo principio, cui consegue l’accento messo sul rispetto
della legge e la dichiarazione dei doveri, i suoi limiti evidenti. La Costitu-
zione, m entre ridefinisce i reati e sopprime quelli «immaginari» come
l’eresia e la lesa maestà, istituisce una gerarchia degli altri e limita la pu-
nizione alle pene «strettamente e evidentemente necessarie». Poiché la
venalità delle cariche è stata abolita, l’amministrazione della giustizia vie-
ne affidata a giudici eletti, assistiti, alm eno per quanto riguarda i reati
penali più gravi, da una giuria di cittadini, secondo il sistema inglese.
• %

- Si istituiscono diversi gradi di giudizio, tra loro in dipendenza gerarchi-


ca; nel diritto civile il cantone ha un giudice di pace, che ricopre anche
l’incarico di arbitro e conciliatore, m entre le cause più importanti sono
attribuite al tribunale di distretto, formato da cinque giudici e un pubbli-
co ministero. Nel distretto i reati vengono giudicati, secondo la gravità,
dal semplice tribunale di polizia o da quello correzionale, mentre se so-
no di natura criminale ricadono sotto la competenza di un tribunale a li-
vello di dipartim ento, in cui il presidente, tre consiglieri, il pubblico ac-
cusatore e il commissario regio sono assistiti da due giurie di cittadini at-
tivi, una di accusa e una di giudizio. Gli studi recenti sul funzionam ento'
di queste istanze di giudizio attestano l’efficacia del nuovo sistema e an-
che l’attenuazione reale della severità delle pene irrogate.
Per ragioni facilmente comprensibili ci si è lungam ente soffermati sui
tribunali speciali che la Rivoluzione è stata indotta a istituire durante la
continua crescita dei pericoli cui doveva far fronte, fino a giungere al si-
stema eccezionale del Terrore. L’Alta corte, istituita l’indomani del 10
agosto 1792 per giudicarci delitti politici, in 62 cause pronunciò 25 con-
danne a m orte senza appello: tale relativa moderazione contribuì all’af-
ferm azione della necessità della giustizia popolare, espressa in modo
sanguinoso e parossistico nei massacri di settembre.
Nel contesto della crisi della primavera 1793 - tradim ento alle fronde- •
re e guerra civile all’interno - il 10 marzo si istituì il Tribunale rivoluzio-
nario di Parigi, mentre i tribunali penali criminali ricevettero l’ordine di
giudicare «secondo la situazione rivoluzionaria» i reati di carattere politi-
73

co. L’emigrazione divenne così reato passibile di giudizio senza appello


né cassazione, che prevedeva la condanna a morte e l’esecuzione nelle
ventiquattr’ore. Le pratiche repressive instaurate nell’autunno 1793 con-
centrarono sul Tribunale rivoluzionario parigino la maggioranza dei giu-
dizi, tranne quelli che riguardavano le zone di repressione del federali-
smo e della controrivoluzione (Ovest e Midi), e allungarono la lista delle
attività suscettibili di cadere sotto il rigore della legge, in particolare do-
po che il 17 settembre 1793 venne votata la legge contro le persone so-
spette. Il Tribunale rivoluzionario ha ora un organico di 16 giudici, 60
giurati e 5 sostituti; quattro sezioni operano contemporaneamente con
procedura accelerata, proprio quando le prigioni si riempiono e il nu-
mero dei sospetti diventa elevato: si valuta, sommando tutti i diversi pe-
riodi, che almeno 500.000 persone siano state incarcerate, in maggioran-
za rimesse immediatamente in libertà, ma in parte deferite al Tribunale
stesso. La legge dell’8 ventoso anno n sanciva che venissero tenuti in car-
cere sino alla pace i sospetti, riconosciuti nemici della Repubblica: per
operare la selezione sei commissioni popolari dovevano esaminarne le
pratiche, ma solo due di queste commissioni vennero messe in funzione
prima di Termidoro.
Nel frattempo la promulgazione della legge del 22 pratile anno n -
che fu alla base del Grande Terrore - rese più formidabile il braccio del-
la repressione, giacché sopprimeva l’interrogatorio preliminare e l’audi-
zione dei testi. Forse la rivalità tra il Comitato di salute pubblica, che
s’era dotato di un suo ufficio di polizia, e il Comitato di sicurezza genera-
le, sospettata di essere stata la causa della volontaria esasperazione del
funzionamento della macchina repressiva, spiega almeno in parte il san-
guinoso bilancio di quelle poche settimane. Il num ero totale delle esecu-
zioni decretate dai tribunali rivoluzionari è stato valutato intorno alle
45.000, bilancio che non tiene conto delle esecuzioni sommarie e che è,
soprattutto, m olto diseguale a seconda delle regioni; infatti le zone di
frontiera e i teatri della guerra civile furono duram ente colpiti, m entre
altri dipartim enti - una trentina circa - hanno praticam ente ignorato il
passaggio della ghigliottina.
Dopo il 9 term idoro fattività del Tribunale rivoluzionario conobbe
un sensibile rallentam ento, la legge del 22 pratile fu abolita e lo stesso
Tribunale venne soppresso il 12 pratile anno ni. Ma la gamma delle leggi
repressive, in particolare quelle contro gli emigrati, venne ripresa dal Di-
rettorio e rimessa in funzione in diverse occasioni —come ad esempio
dopo il colpo di Stato di fruttidoro anno V - secondo le oscillazioni della
politica antimonarchica.
74 '

Istruzione e pedagogia

L’opera educativa della Rivoluzione può essere oggetto di due bilanci


contraddittori, a seconda che si prenda in considerazione l’abbattimen-
to e la disorganizzazione del sistema vigente sotto VAncien regime oppure
l ’im p o rtan za c h e il p ro g etto pedagogico rivestiva p e r gli uom ini
dell’epoca.
La Rivoluzione ha incontestabilmente assestato un colpo mortale ai
collegi retti prim a del 1789 dalle congregazioni insegnanti o dal clero se-
colare: privati delle proprie risorse, essi furono colpiti dalla dispersione
dei loro quadri ecclesiastici, al tem po della crisi religiosa, sia che questi si
fossero schierati con la Chiesa refrattaria, sia che avessero fatto atto
d ’adesione al nuovo regime, come gli oratorìani. L’insegnamento prim a-
rio, dal canto suo, sottratto al clero che ne garantiva la gran parte, si
trovò ad affrontare i problemi di una riconversione resa difficile dalle
circostanze.
E tuttavia l’interesse per la formazione dei giovani, inseparabile da
quello per la formazione del cittadino, deH’uomo nuovo voluto dalla Ri-
voluzione, occupa un posto essenziale nel programma rivoluzionario..
Nasce una nuova pedagogia, che si esprime con nuovi tramiti: le feste e
le celebrazioni civiche, l’apprendim ento attraverso le società popolari,
l’azione degli «apostoli civici» e dei «patrioti missionari», sostenuta da
tutta u na letteratura di catechismi civici e di opere didattiche indirizzata
ai bambini come agli adulti.
Molteplici furono i progetti per la ristrutturazione dell’insegnamen-
to, cui anche alcune delle maggiori personalità - come Condorcet - po-
sero mano; ma rincalzare dei problemi più immediati giustifica il carat-
tere tardivo della legislazione in questo settore, nella sua parte essenziale
posteriore a Termidoro, benché tutti i problemi fossero già stati a lungo
sviscerati in precedenza. Uno dei «martiri della libertà», Le Peletier de
Saint-Fargeau, convenzionale assassinato nel 1793, aveva elaborato un
progetto, presentato alla Convenzione il 13 luglio di quell’anno dallo
stesso Robespierre, che nel suo radicalismo era forse l’espressione più
originale dell’ideale rivoluzionario al proprio apice. Per ogni cantone
rurale e per ogni sezione cittadina si prevedeva l’istituzione di case di
educazione collettiva, ove i bambini da cinque a dodici anni, tolti alle fa-
miglie per essere istruiti secondo la «santa legge d ell’eguaglianza»,
avrebbero ricevuto u n ’educazione fisica, morale e civica, volta all’ap-
prendim ento di u n ’attività utile e al servizio della patria. Il progetto ven-
ne accantonato p er ragioni morali - il rifiuto di strappare il bambino alla
famiglia - più ancora che per motivi d ’ordine pratico, come la difficoltà
di m ettere in opera una rete così fitta di istituzioni.
N ell’anno li si tentarono tuttavia delle esperienze mirate per rispon-
dere alle urgenti necessità del momento: a ventoso - per la raffinazione
75
del salnitro necessario alla fabbricazione della polvere da sparo - un mi-
gliaio di adulti furono sottoposti a Parigi a un aggiornam ento accelerato
diretto dai migliori chimici, m entre da messidoro a vendemmiaio la
Scuola di Marte radunò nella capitale 6.000 adolescenti mandati dai di-
stretti di tutto il paese a ricevere un addestramento m ilitare/
Altre istituzioni, m eno schiave delle circostanze, si sarebbero rivelate
di grande avvenire: la Scuola centrale dei lavori pubblici, divenuta in se-
guito la Scuola politecnica, e la Scuola normale, istituite dalla Conven-
zione in fruttidoro e brumaio anno III. La prima forniva un insegnamenT
to scientifico di alto livello, m entre nella seconda 1.400 allievi adulti desi-
gnati dai distretti ricevettero dalle celebrità dell’epoca un insegnamento
enciclopedico, destinato a fare di loro i professori delle scuole normali
che si sarebbero costituite al loro ritorno nei paesi di provenienza p er la
preparazione dei nuovi maestri elementari della Repubblica. Il progetto
mirava troppo in alto per poter riuscire e la riforma educativa fu perciò
modificata, lim itandone le ambizioni, dalla legge D aunou del 3 brum aio
anno IV, che lasciava ai dipartim enti la responsabilità dell’insegnamento
primario. 11 regim e direttoriale, abbandonata così la pedagogia elemen-
tare, progettata a beneficio del popolino, concentrò i propri sforzi
sull’insegnam ento secondario, istituendo l’anno iv e v le scuole centrali,
che in ogni dipartim ento proposero u n ’originale esperienza pedagogi-
ca, lasciando agli allievi libera scelta per i corsi, che privilegiavano le m a-
terie scientifiche, le scienze biologiche e il disegno.
L’insegnam ento superiore non venne trascurato: tre scuole di m edici-
na, istituite l’anno ni a Parigi, Strasburgo e Lione, aprivano la strada al
m oderno insegnam ento della scienza sanitaria; m entre lo stesso anno
iniziava il suo cammino l’originale struttura del Conservatorio nazionale
di arti e mestieri, vero museo vivo della tecnologia e dell’innovazione.

Assistenza epolitica sociale

D urante VAncien régime l’onere dell’assistenza ai poveri, invalidi o no,


gravava in massima parte sul clero, tramite l’erogazione di sussidi parroc-
chiali. Tuttavia, specie nelle città, a farsi carico di questa assisteva erano
soprattutto gli ospedali che, nell’era ormai al tram onto, sotto nomi di-
versi - Ospedale generale, Misericordia o Carità —erano stati, più che
luoghi di cura, teatro della «grande reclusione» degli indigenti, degli or-
fani e degli em arginati. Il sistema agonizzava già da tem po, poiché in n o -
me del nuovo concetto di beneficenza l’Illuminismo aveva sviluppato
con Turgot e altri una vivace critica al trattam ento ospedaliero del pau-
perismo, sostituendogli l’idea dell’assistenza domiciliare.
L’opera della Rivoluzione seguì i criteri di questo filo conduttore, an-
che se forse sono stati soprattutto gli effetti nocivi di quest’opera a venir
76
messi in risalto, come la crisi della carità tradizionale legata alla dissolu-
zione dell’ordine del clero, o quella del sistema ospedaliero piovuta alla
vendita dei patrim oni degli enti. Ma questo significa trascurare il grande
progetto di beneficenza nazionale, già presente all’inizio del periodo, e
che si svilupperà, sbocciando, negli anni dal 1793 al 1794, in audaci pro-
getti e realizzazioni, anche se tem poranee, p er poi regredire all’epoca
del Direttorio. L’alienazione dei patrim oni degli ospedali decisa dalla
Costituente aveva lo scopo di limitare l’azione degli enti alla cura dei ma-
lati e di im piegare il ricavato della vendita per l’assistenza domiciliare ai
poveri. Rim andata sino all’an n o il, tale misura venne alfine applicata, af-
fidando al Tesoro l’onere di coprire le spese degli enti, m a provocò una
severa crisi dovuta alle condizioni economiche e finanziarie del m om en-
to, come pure alla scarsezza di personale legata allo scioglimento delle
congregazioni ospedaliere. L’anno m gli ospedali rientrarono in posses-
so della parte non alienata dei loro beni, godendo altresì di stanziamenti
pubblici, che il Direttorio com pleterà con le entrate del dazio e della tas-
sa per i poveri. Dopo aver traversato una crisi violenta, e talora tragica, al-
la fine del periodo gli ospedali ricuperarono i loro redditi precedenti, a
volte persino aum entati, avendo intanto cambiato carattere: la creazione
delle scuole di medicina e la limitazione alla vocazione curativa a opera
di medici qualificati fecero nascere quello che sarà l’ospedale m oderno
del xix secolo. È nell’anno il che Pinel fece liberare dalle catene i pazzi
del m anicom io di Bicètre.
Il problem a del pauperism o aveva una dimensione ancora maggiore.
La Costituente, che aveva istituito una Commissione sulla mendicità, ani-
mata dai rappresentanti della corrente filantropica, decise di misurarne
l’ampiezza utilizzando una vasta inchiesta statistica, che valutò il num ero
dei poveri e indigenti a una percentuale della popolazione tra il 5 e il
10%, cui era destinato, sotto form a di assistenza domiciliare, il ricavato
della vendita dei patrim oni ospedalieri.
Su questo argom ento la Convenzione sarebbe passata alla storia per
una serie di leggi del marzo e giugno 1793, di vendemmiaio anno il, e so-
prattutto p e r il grande testo del 22 floreale dello stesso anno, che stabili-
va le norm e della beneficenza nazionale: lavori tem poranei remunerati
in aiuto ai poveri validi al lavoro, soccorsi domiciliari p er gli invalidi:
donne incinte, ragazze madri, vecchi malati, figli di famiglie numerose.
La Rivoluzione, nella fase dell’anno il, aveva sognato di spingersi più in
là: i decreti dell’8 e 13 ventoso anno n - rimasti celebri p er il rapporto di
S aintjust che proclamava: «I poveri sono le grandi potenze della te rra e
hanno il diritto di parlare da padroni ai governi che li trascurano» - si
proponevano di volgere a profitto degli indigenti i beni sequestrati alle
persone sospette (vedi testo a p. 77). Fu ordinato ai comuni di preparare
delle liste di poveri, ma l’incertezza della formulazione dei modi in cui
essi avrebbero dovuto essere «indennizzati» e le reticenze o la cattiva vo-
77
lontà delle autorità locali resero inapplicabile tale disposizione. Si è di-
scusso e ancora si discute sul reale significato di quei decreti, dall’ambi-
guo retroterra politico; ma essi rimangono certamente il culmine della
sognata politica sociale progressista, di cui Saint-Just aveva affermato tut-
ta l’audacia: «La felicità è un’idea nuova, in Europa».
Al termine di questa rassegna degli aspetti dello Stato rivoluzionario
si può valutare l’ampiezza degli sconvolgimenti effettuati, alcuni effime-
ri, altri duraturi. Due importanti settori non sono stati presi in conside-
razione, l’esercito e la religione, giacché, per l’importanza avuta nello
svolgimento del processo rivoluzionario, essi verranno trattati in manie-
ra specifica più avanti.

Brani dai rapporti di Saint-Just sui decreti dell’8 e 23 ventoso anno li


(26 febbraio e 3 marzo 1794)

La forza delle cose ci porta forse a risultati ai quali non avevamo pensato. La ric-
chezza è nelle mani di un buon numero di nemici della Rivoluzione; i bisogni
costringono la gente che lavora a dipendere dai suoi nemici. Vi par possibile
che una potenza possa esistere se i rapporti civili volgono in favore di coloro che
sono contrari alla forma del governo? Coloro che fanno le rivoluzioni a metà al-
tro non fanno se non scavarsi la fossa. La Rivoluzione ci porta a riconoscere il
principio che colui che si è mostrato nemico del proprio paese non può posse-
dervi dei beni. Abbiamo ancora bisogno di qualche colpo di genio per salvarci.

Sarà dunque per far piacere ai propri tiranni che il popolo*si svena alle frontie-
re, e tutte le famiglie portano il lutto per i propri figli? Abbiate ben fermo que-
sto principio: nella nostra patria ha dei diritti solo colui che ha aiutato a liberar-
la. Abolite la mendicità che disonora uno Stato libero; le proprietà dei patrioti
sono sacre, ma i beni dei cospiratori sono a disposizione di tutti i poveri. I pove-
ri sono le grandi potenze della terra; essi hanno il diritto di parlare da padroni
.ai governi che li trascurano. Questi princìpi sovvertono i governi corrotti, e di-
struggerebbero il vostro se lo lasciaste corrompere: immolate dunque l’ingiusti-
zia e il crimine se non volete esserne immolati.

(Fonte: citato da J. Godechot, La Pensée révolutionnaire, Colin, Paris 1964, p.


208.)

L’apprendistato deliapolitica
È opportuno affrontare la storia politica della Rivoluzione non solo con-
siderandola dall’alto, attraverso i proclami, le istituzioni e le riforme del-
lo Stato: essa è stata teatro d’un mutamento profondo sia delle rappre-
sentazioni sia delle pratiche, una vera scoperta della politica per la gran
massa dei francesi. Questo apprendistato sul terreno è avvenuto in ma-
78
niere differenti: tram ite la stampa, tramite gli altri diversi media che con-
tribuiscono alla form azione dell’opinione pubblica, e, infine, tramite la '
nascita di nuove strutture di associazionismo politico.

La stampa e l ’opinione pubblica

L’assolutismo m onarchico vietava ogni forma di contestazione politica o


religiosa, e la censura era parte integrante del sistema, anche se alla fine
délY Ancien régime essa veniva criticata, aggirata da fitte reti di letteratura
clandestina, e lasciava comunque spazi di tolleranza; per di più le gazzet-
te straniere in francese informavano l’opinione pubblica. Il periodo pre-
rivoluzionario, soprattutto dal 1788, vide schiudersi u n ’im ponente fiori-
tura di opuscoli, libelli e pubblicazioni. La svolta decisiva fu il 14 luglio
1789, e più ancora, n ell’agosto dello stesso anno, la Dichiarazione dei di-
ritti dell’uomo che proclamava il principio della libertà di opinione e del-
la sua espressione, principio mai rimesso in discussione nei suoi elementi
fondamentali e reiterato nei testi costituzionali del periodo, anche se nel
corso degli avvenimenti rivoluzionari fu oggetto di restrizioni di fatto.
Dall’estate 1789 al 10 agosto 1792 prevalse una grandissima libertà, la-
sciando libero cam po a una spettacolare esplosione di giornali e pubbli-
cazioni patriottici o monarchici, pur se talvolta questa libertà preoccupa.
L ’A mi du peuple, ad esempio, giornale di Marat, verrà più volte perseguito
e alfine costretto alla clandestinità. Egualmente, nel periodo reazionario
seguito all’eccidio del Campo di Marte del 17 luglio 1791, si malmenò la
stampa patriottica ostile alla monarchia, anche se fu la fino ad allora vi-
vacissima stampa controrivoluzionaria degli «Amici del re», così chiama-
ta da uno dei suoi titoli, a subire attacchi diretti subito dopo la caduta
del monarca: giornali soppressi e giornalisti giustiziati. I girondini, che
avevano prestato particolare attenzione al settore della propaganda
quando avevano Roland agli Interni {bureau de l ’esprit public) , trascinaro-
no con sé nella loro caduta, nel 1793, una parte della libertà d ’espressio-
ne. Colpendo tanto la destra quanto la sinistra essi avevano fatto proibire
sia gli incitamenti al ristabilimento della monarchia, sia quelli in favore
della legge agraria; la stampa federalista venne a sua volta proibita e le
misure prese dal governo rivoluzionario (legge contro le persone sospet-
te) portarono seco un severo controllo dell’opinione pubblica, che però
non era totale nell’anno II, se si pensa che solo a Rouen nel periodo si
pubblicavano cinque giornali. E fino alla primavera 1794 fogli come il Pé-
re Duchesne di H ébert o, all’altro estremo, Le Vieux Cordelierdì Camille De-
smoulins, contestarono la politica del Comitato di salute pubblica.

- Termidoro provoca il ritorno a una conclamata libertà - pur con alcu-


ne riserve: rimane vietato l’incitamento al ristabilimento della monar-
79
chia - e so p rattu tto a u n a nuova m oltiplicazione di giornali, in particola-
re di una stam pa controrivoluzionaria, che ha il vento in poppa e fa con-
correnza alla stam pa ufficiale o a quella giacobina, com e Le Tributi du
peuple di Babeuf. Il D irettorio non esitò a reagire, specie dopo il 18 frutti-
doro, giacché giornali e giornalisti m onarchici vennero nuovam ente
perseguiti, e questi ultim i talora deportati. Tali misure, reiterate e aggra-
vate nell’a n n o vi e vii, lim itarono la libertà di stam pa, ma furono la svolta
del 18 b ru m aio e il severo controllo napoleonico a p o rtare u n colpo
m ortale a quella in e d ita esperienza decennale.
Il bilancio, infatti, rim ane spettacolare a dispetto degli ostacoli: il gra-
fico dei giornali parigini m ostra una p u n ta massima nel 1790 con 335 ti- -
toli, e an che la stam pa provinciale, oggetto di studi recenti, offre da par-
te sua più di 400 testate.

- La stam pa d ’opinione trova nei prim i anni u n a gam m a diversificata di


espressione, con fogli che p reten d o n o di garantire l’imparzialità fo rn en -
do u n ’inform azione neutrale. Il semi-ufficiale Moniteur pubblica leggi e
decreti, m e n tre il Journal logographique fornisce i resoconti delle sedute
delle assemblee, e il Journal de Paris, che offre u n a tribuna libera a paga-
m ento, aspira a essere giornale d ’inform azione. La stam pa realista, agli
inizi, beneficia dell’eredità di organi tradizionali, come la Gazettee. il Mer-
cure deFrance, ma quasi subito i partigiani del re si dotano di fogli incisivi,
spesso violenti: gli Actes des Apòtres dove scrive Rivarol, il Petit Gauthier,
L ’ami du Roi dell’abate Royou, che conserveranno il loro dinam ism o e la
loro combattività sino al 10 agosto. La stam pa patriottica, inizialm ente
schierata nella stessa battaglia in difesa della Rivoluzione, con il Courrier
de Provence di M irabeau, Le Patriote Jrangais di Brissot, o Les nnnales patrio-
tiques di C arra, m ette assai presto in evidenza le divisioni in seno al fro n -
te rivoluzionario. Fa spicco un indirizzo assai m arcato, anim ato da Les Ré-
voluiions de Paris ove scrive Loustalot, L ’Orateur du peuple di Fréron, o Les
Révolutions deFrance et de Brabant di Camille Desmoulins e, come è ovvio,
da L ’A mi du peuple di Marat.
Negli an n i successivi si assiste alla nascita di u n a stam pa popolare, che
per divenire il portavoce del movimento popolare adotta talora u n lin-
guaggio volgare, com e quello del PéreDuchesne di H ébert, m entre il m ini-
stero girondino, su iniziativa di Roland, tenta di influenzare l’opinione
pubblica con La Sentinelle di Louvet, che viene anche affissa sui m uri. Se
nell’anno il la stampa d ’opposizione della corrente m oderata, ra p p re -
sentata d a Le Vieux Cordelier di Camille Desmoulins, è imbavagliata, il
Journal de la Montagne, organo ufficiale del governo, è am piam ente diffu-
so in provincia e tra i militari, che dispongono altresì della propria stam -
pa. Il dopo Term idoro vide, sia in provincia sia a Parigi, il ritorno in for-
ze della stam pa m oderata o cripto-monarchica, e il governo, p er com bat-
terla, sovvenzionò una stampa repubblicana, talora di tendenza giacobi-
80

na com e L'Ami des Lois di Poultier e il Journal des hommes libres di Duval.
C o n d ata babuvista d eiranno IV ebbe i suoi organi di stampa: Le tribun du
peuple di Babeuf, LÉclair du peuple di Sylvain Maréchal, e il Journal des
hommes di Lebois.
In un campo come nell'altro la stampa ha così ricoperto un ruolo es-
senziale in u n a gamma di mezzi d'inform azione assai più vasta, ove biso-
gna ricordare il moltiplicarsi degli opuscoli e dei fogli volanti così come
la propaganda orale degli «apostoli civici» o dei «patrioti missionari» del
1793 e dell’anno il.

Club, società popolari, sezioni

La Rivoluzione francese fece nascere un insieme di strutture associative


propriam ente politiche, non senza precedenti in assoluto, poiché ad
esempio il term ine club verrà preso a prestito dall’Inghilterra, e già nella
Francia dei Lumi, dove pure il dibattito politico era ufficialmente bandi-
to, le m inoranze illuminate si erano rifugiate nelle discussioni dei salotti
e delle società di pensiero. Inoltre la massoneria, diffusasi a partire dai
primi tre n ta n n i del secolo, dal 1770 - quando s’era costituito il Grande
O riente di Francia - ricopriva il tessuto urbano del paese con una rete,
talora assai fitta, di logge, in cui ci si asteneva dal discutere di politica ma
si favoriva la diffusione dei Lumi, e dove l’eguaglianza che regnava tra i
fratelli ne faceva una sorta di laboratorio sperimentale di quell’«associa-
zionismo democratico» talora considerato uno dei ferm enti disgregatori
dei valori della vecchia società. Si tratta di un’interpretazione distorta,
così come distorto è il mito, cresciuto all’epoca senza alcuna base e ri-
preso poi dalla storiografia conservatrice, di un complotto massonico al-
le origini della Rivoluzione. Gli storici odierni preferiscono indagare le
mutazioni avvenute alla fine delYAncien regime nelFassociazionismo ma-
schile tradizionale, come ad esempio nell’ambito delle confraternite di
penitenti del Midi, in via di secolarizzazione o di evoluzione profana nel-
lo stesso m om ento in cui le élites le abbandonano per ricercare un am-
biente più consono nelle logge massoniche. Ma è evidente che non sono
stati i penitenti del Midi a fare la Rivoluzione: la loro è stata una traccia
sottile offerta p er indirizzarvi le nuove esperienze.

- A partire dall’aprile 1789, nell’ambito degli Stati generali, la struttura


inizialmente informale del club bretone ha riunito i deputati patriottici
desiderosi di agire in concerto. Nell’ottobre dello stesso anno il club, sot-
to il nom e ufficiale di Società degli amici della Costituzione, si stabilisce
a Parigi nel vecchio convento dei giacobini, da cui prenderà il nome.
Aperto all’adesione di membri di livello sociale ancora elevato, il club si
propone di discutere gli argomenti politici di cui dibatte l’Assemblea, in
81
Le società popolari nell’anno 11

Percentuale dei comuni con una società popolare

D da 2,6 a 7,7% : : da 7,7 a 11,5% \ J \ da 11,5 a 16,7% H a 16,7 a 91 °/A

particolare della Costituzione, e di m antenersi in corrispondenza con le


altre associazioni del regno. In quel periodo si fo n d an o altri club: i m o-
derati, com e Sieyès, La Fayette o Mirabeau, si ritrovano nella Società del
1789, i m onarchici nel club chiam ato degli «imparziali», cui succederà il
club degli amici della Costituzione m onarchica, che durerà sino al 10
agosto 1792. Più chiusi, all’inglese, questi club n o n avranno lo sviluppo
che fin dall’inizio si procurano i giacobini con la strutturazione della lo-
ro organizzazione, tessendo nel paese un reticolo di corrispondenze con
82
le proprie filiali, presenti in 300 città alla fine del 1790,1.100 alla fine del
1791. Tale diffusione non fu però senza ostacoli: tra l’estate e l’aùtunno
del 1791 i giacobini si divisero, vennero vivacemente attaccati e furono
colpiti da misure repressive della destra. La scissione dei foglianti mode-
rati li privò di una parte dei loro dirigenti, m a essi riuscirono a m antene-
re il controllo della maggior parte delle società popolari affiliate, e ripre^
sero la crescita, che li portò alla fine del 1792 ad avere filiali in 1.500 co-
muni e in 2.000 alla metà del 1793. Ma il loro carattere era mutato: pur
restando il club parigino la sede dei grandi dibattiti durante la Legislati-
va e poi nel corso della Convenzione, gli aderenti provengono da strati
borghesi più vari, mentre nelle società provinciali artigiani e bottegai si
trovano a occupare un posto importante a fianco delle professioni libe-
rali. Più popolari nel loro reclutamento, le società fraterne che si sono
andate fondando a Parigi a partire dal 1790 sull’esempio della «Società
fraterna dell’uno e dell’altro sesso», si volgono piuttosto verso la «So-
cietà degli Amici dei diritti dell’uomo e del cittadino», meglio conosciu-
ta sotto il nome di club dei cordiglieri, dove si riuniscono dirigenti pro-
gressisti come Danton, Marat, Hébert o Desmoulins. Nel luglio 1791 sa-
ranno proprio i cordiglieri gli istigatori della petizione del Campo di
Marte, cui si associeranno i giacobini.

- Nello stesso momento in cui riprende, nella primavera del 1792, la cre-
scita del giacobinismo, caratterizzata dal predom inio dei grandi club
provinciali (ad esempio Marsiglia), il movimento popolare, la cui base si
sta ampliando nell’ambito della sanculotteria, si organizza in altre strut-
ture. Le sezioni non sono delle istanze di associazionismo politico pro-
priam ente dette; esse, infatti, nascono inizialmente come suddivisioni ur-
bane - 48 a Parigi, 23 a Marsiglia, e così via... - fissate nel 1790 come ba-
se per le assemblee elettorali, cui di fatto servirono sino al 1792, riunen-
do in quelle occasioni i cittadini attivi. La crisi che accompagnò la di-
chiarazione di guerra vide la loro frequentazione accrescersi per la pre-
senza dei cittadini passivi, a un ritmo divenuto quotidiano nell’estate
1792 e sino al 1793, con periodi di fortissima mobilitazione, specialmen-
te in quest’ultimo anno. Il carattere delle assemblee sezionali si modificò
con il loro divenire riunioni permanenti, trasformandole nella sede di
discussione della sanculotteria militante e in palestra di esercizio di una
sospettosa democrazia diretta. A Parigi esse svolsero un ruolo fondamen-
tale sia durante la crisi del 10 agosto 1792 sia al tempo della caduta dei
girondini. Al loro nascere le sezioni intrattennero con le società popola-
ri collegamenti assai stretti, che a Parigi si m anterranno tali; in provincia,
invece, nella primavera 1793 il movimento sezionale divenne autonomo
e si ribellò all’egemonia dei grandi club giacobini, n ell’ambito di quella
che sarà la crisi federalista. A Lione come a Marsiglia il movimento sezio-
nale fu p red ad i una progressiva deviazione, nel corso della quale quadri
83

controrivoluzionari, aristocratici o borghesi, riuscirono nuovam ente a


m ettersi alla testa dell’elem ento popolare, facendo del movimento uno
strum ento di rivolta contro il centralismo parigino e provocandone così
la repressione.
A Parigi fu proprio l’iniziale simpatia nei confronti della dem ocrazia
diretta, sostenuta dal movimento cordigliero ed hébertista, a condurre a
un conflitto via via più acuto con il governo rivoluzionario. Le sezioni in
armi riuscirono a im porre la propria posizione alla Convenzione il 4 e 5
settem bre 1793, m a si trattò di una vittoria di corto respiro. NeH’inverno
e sino alla prim avera 1794 le sezioni vennero dom ate e si sancì la sop-
pressione del loro funzionam ento continuo, aggirata in un prim o tempo
con l’istituzione delle associazioni sezionali: il movimento sanculotto
uscì di scena. Ultime tappe n e furono la sconfìtta del movim ento di ven-
toso a n n o il e la repressione dell’hébertism o. Diffidando dello sponta-
neism o del movimento popolare, il governo rivoluzionario preferì ap-
poggiarsi, nel corso dell’an n o II, all’organizzazione sem pre più rigida-
m ente inquadrata del m ovim ento giacobino.

- D opo la crisi provocata dal movimento federalista dalla primavera


all’estate 1793, i giacobini avevano rafforzato la p ropria posizione contri-
b u en d o alla caduta dei girondini. O rm ai strutturati com e un vero potere
parallelo, essi sono parte integrante del governo rivoluzionario, stimo-
lando l ’attività delle autorità e fornendo suggerim enti ai rappresentanti
in missione. La democratizzazione del loro reclutam ento si è accentuata,
m a la g ran d e apertura è rigidam ente controllata dalla disciplina dello
scrutinio di verifica ed epurazione. È in questo periodo che si ha l’esplo-
sione n um erica delle società popolari d ie seguono il modello del club
parigino, p u r senza esservi affiliate. Nella prim avera dell’agno il saranno
5500, presenti cioè in oltre il 13% dei com uni, ed è a questo stadio che
se ne p u ò tracciare la m appa definitiva: sono praticam ente in ogni borgo
e villaggio del Sud-Est, e specialm ente in Provenza, con percentuali che
vanno dal 56% delle Basse Alpi al 93% della Vaucluse. Sono ben diffuse
anche in altre regioni, com e nel Sud-Ovest, nella regione parigina e in
N orm andia, con percentuali dal 15 al 30%. Altrove, il loro radicam ento
è assai m en o fitto, quando non addirittura scarso, com e nell’Ovest o nel
Nord-Est (vedi la carta a p. 81 ).
A Parigi ci sono poi società fraterne, società femminili, come ad esem-
pio il club delle cittadine repubblicane rivoluzionarie, e le società sezio-
nali, fino alla loro soppressione nell’anno il al m om ento della stretta nei
confronti del movimento popolare. Le società parigine univano n ell’an-
n o il u n grosso nucleo di artigiani indipendenti (41%) e di salariati
(12%) a u n a robusta m inoranza di borghesi (10%) e com m ercianti
(16% ), m en tre il personale domestico rappresentava solo l’8%.
84

- Parti essenziali del sistema dell’anno li, benché strettamente controlla-


te a partire dalla primavera, le società popolari vennero prese diretta- sf-
inente di m ira dalla reazione termidoriana: la Convenzione decretò il 22 \
brumaio an n o in la chiusura del club dei giacobini e, il 6 fruttidòro dello
stesso anno, statuì che «viene sciolta ogni assemblea con il nome di club
o di società popolare».
Nel contesto delPanno il è legittimo accomunare all’azione delle so-
cietà popolari quella dei comitati di sorveglianza, benché questi non fos-
sero, a rigor di termini, strutture di associazionismo politico. Tuttavia, se
ci si rifà alle loro origini nell’inverno 1792-1793, si vede bene come si
trattasse di organismi semi-spontanei, prodotti a Parigi dalle sezioni, in
provincia dalle società popolari o dalle amministrazioni locali, istituiti
per rispondere ai problemi urgenti del pericolo interno o esterno con le
due denominazioni di «comitato di sorveglianza» o di «comitato rivolu-
zionario». Vennero poi istituzionalizzati da una legge del 21 marzo 1793, A *
sotto forma di un comitato di dodici membri per comune, allo scopo di
sorvegliare gli estranei; ma nel settembre fu assegnato loro l’incarico di
preparare le liste delle persone sospette e di seguirne le mosse, mansioni
che verranno ulteriormente ampliate dal decreto del 14 frimaio anno n
sull’organizzazione del governo rivoluzionario. Veniva così costituito un
altro sistema reticolare, dotato di temibili responsabilità, parallelo a
quello delle società popolari; la sua localizzazione è assai diseguale, se-
condo le circostanze che lo hanno fatto nascere: i suoi membri, ora con-
centrati nel distretto, ora fittamente sparsi nei villaggi, hanno un profilo
sociologico analogo a quello degli aderenti alle società popolari, con le
quali spesso collaborano ma talora invece entrano in conflittuale rivalità.
Dal compito ingrato a loro affidato di dar la caccia alle persone sospette
dipende la loro orribile fama, spesso immeritata, come si vede dagli studi
più recenti, che mostrano come la repressione venisse frequentemente
attenuata da molti compromessi locali.

- Da Termidoro e per tutto il Direttorio il termine di giacobino designa


ormai, e con una marcata sfumatura di esecrazione se chi lo pronuncia è
un reazionario, chi è sospettato di rimpiangere il regime del Terrore, o
anche soltanto i repubblicani «di sinistra», quando tenteranno di rag-
grupparsi nel corso di quegli anni. I «neo-giacobini» si sforzarono di ri-
costituire delle strutture per riorganizzarsi, associazioni popolari più o
m eno clandestine nell’anno iv, ad esempio nella Còte-d’Or, a Angers o a
Tolosa; m entre a Parigi si ritrovarono nell’ambito del club del Panthéon,
che unì con vero successo, anche se solo brevemente, gli ex-montagnardi
e i seguaci di Babeuf. La repressione della cospirazione babuvista inter-
ruppe questo primo tentativo, ma aH’indomani del colpo di Stato del 18
fruttidoro anno v le autorità si mostrarono più indulgenti nei confronti
della fondazione di circoli costituzionali, i quali ebbero u n ’effettiva dif-
l
85
fusione in tu tta la Francia, dall’anno vi fino al 18 brum aio, nelle città e
in alcune regioni più favorevoli, il Nord, la Borgogna e il Midi tolosano,
m en tre nella Sarthe si costituì u n a rete di associazioni itineranti d a una
città all’altra. Mancava tuttavia ai neo-giacobini quella base di massa che
era stata la forza del giacobinism o. j
D al canto loro i m onarchici tentarono di approfittare dei m om enti fa-
vorevoli per costituire u n ’organizzazione a livello nazionale, che n e ll’an-
no v aveva strutture clandestine e cospirative, m a anche u n a facciata le-
gale: a Parigi il club di Clichy e in provincia la rete degli Istituti filantro-
pici, diffusa in 70 dipartim enti. La repressione seguita al 18 fruttidoro
anno v sm antellò tutta l’organizzazione.

La prova del voto. Le tendenze politiche

Società popolari, assemblee sezionali, e anche comitati di sorveglianza


sono le m inoranze motivate e in azione di cui, fino a questo m om ento, ci
siamo occupati. La stim a della partecipazione dei francesi alla vita politi-
ca d u ran te la Rivoluzione si rivela impresa difficile, giacché è assai peri-
coloso utilizzare i m etodi della sociologia politica contem poranea p e r un
periodo in cui i sistemi elettorali m utano, l’apprendim ento del voto è
difficoltoso e le fonti stesse sono lacunose. L’afferm ato preconcetto della
scarsa partecipazione al voto d u ran te il periodo, testimone prim a d ell’in-
differenza della maggioranza, poi della sua decisa ostilità, è oggi profon-
dam ente rimesso in discussione dalle ricerche di studiosi francesi e am e-
ricani, che h an n o nuovam ente affrontato il problem a.
La Francia ha avuto nel periodo - senza contare le elezioni agli Stati
generali - tre sistemi elettorali successivi: quello della m onarchia costitu-
zionale, a base censitaria, fino al 1792, poi il suffragio universale nel
1793-1794, e infine il ritorno, sotto il D irettorio, a uno scrutinio che
escludeva i n o n tassati e riservava l’eleggibilità a una ristretta m inoranza.
Q uale è stata, nell’am bito di ciascuno di questi sistemi, la mobilitazio-
ne degli elettori chiamati alle urne? Nel periodo della Costituente i citta-
dini vennero consultati a più riprese, troppe forse per elettori che dove-
vano assimilare le nuove regole, assai complicate, della votazione su scala
nazionale - con operazioni assai spesso protratte durante diversi giorni -
dissuasive per i m eno agiati. Ma era necessario provvedere all’insedia-
m ento prim a, al rinnovo poi, delle autorità di recente istituzione, dal co-
m une al dipartim ento. È tanto più notevole constatare u na num erosa af-
fluenza: su u n a trentina di dipartim enti considerati, più di d ue terzi m o-
strano nel 1790 tassi di partecipazione superiori al 50 e talora al 60%. Il
livello d ’istruzione è ininfluente: il Midi «analfabeta» vota come e più
della Francia del nord, le cam pagne si m obilitano più delle città: è infat-
ti a Parigi e nelle altre grandi città che la partecipazione è m inore. T ra le
86
ipotesi form ulate a spiegazione di questo fatto, sono secondo noi accet-
tabili quelle che rim andano al retaggio di una vita politica locale già atti-
va prim a della Rivoluzione e alle tradizioni dei comuni (ad esempio nel
Midi). Ma nel 1791, alle elezioni per l’Assemblea legislativa, primo voto a
livello nazionale, si registra un sensibile calo, con oscillazioni intorno al
10%, che riguardano quasi un terzo degli elettori. Tale tendenza alla di-
minuzione si accentua ulteriorm ente in agosto 1792 alle assemblee pri-
marie per le elezioni alla Convenzione, con partecipazioni dal 4 al 27%
nei dipartim enti analizzati. Molte sono le spiegazioni, tra cui l’impatto,
assai violento nel 1791, dello scisma religioso e delle conseguenti agita-
zioni, come pure la politicizzazione crescente e talora male interpretata
dei conflitti su problemi locali, m a si nota altresì - e ciò rappresenta una
costante ~ che le elezioni nazionali mobilitano gli elettori in modo deci-
samente inferiore rispetto a quelle in cui sono direttam ente coinvolti i
loro interessi. Vi furono tuttavia eccezioni a questa costante: nel luglio
1793, in occasione del plebiscito per la ratifica della Costituzione dell’an-
no I, si ebbe un notevole recupero, con risultati in qualche caso anche
superiori al 50%, proprio quando il suffragio universale aveva considere-
volmente ampliato il num ero dei cittadini chiamati alle urne. Comincia-
vano forse i francesi a familiarizzarsi col voto? La sospensione delle ope-
razioni elettorali nell’anno il, e soprattutto il nuovo sistema elettorale re-
strittivo creato dal Direttorio, insieme agli innumerevoli brogli cui que-
sto diede origine, non erano certo fattori incoraggianti. La Costituzione
dell’anno in, infatti, fu votata soltanto dal 14 al 17% degli aventi diritto,
m entre le elezioni nazionali per la formazione e il rinnovo dei Consigli
durante il Direttorio oscillarono dal 10% nel 1799 a un massimo di un
terzo scarso. Nei plebisciti tenuti tra il 1799 e il 1804, con cui Bonaparte
fece sancire la legalizzazione del proprio potere personale, egli ottenne
percentuali più alte, sino al 50% nel 1802, ma appesantendo con grande
spiegamento di mezzi la pressione governativa.
Il bilancio che si può tentare della partecipazione alla vita politica
quale viene riflessa dalla prova elettorale non p uò che essere sfumato:
m entre c ’è chi ritiene, come lo storico Eugen Weber, che l’ingresso dei
contadini nella politica inizi dopo il 1871, cioè con la III Repubblica,
molti altri, invece, pensano che la svolta decisiva si sia avuta nel 1848.1 ri-
sultati fino a oggi raccolti per il periodo della Rivoluzione suggeriscono
di risalire ancora più indietro, poiché le osservazioni che si possono fare
ci m ostrano certo un apprendistato della politica incompleto e selettivo,
che trascura una parte delle masse contadine e anche urbane, m a mo-
strano altresì la formazione di u n a classe politica e l’introduzione all’abi-
tudine di nuove pratiche politiche di gruppi assai più ampi di quanto
spesso si sia affermato. „

- Le incertezze e le lacune dei risultati elettorali non consentono certo


\

87

La Francia che parla e la Francia che tace

Flusso globale delle petizioni alla Convenzione nazionale (annon vendemmiaio - fruttidoro): divisio-
ne dei dipartimenti in 4 gruppi eguali in scala (dal più scuro al più chiaro) secondo il numero di peti-
zioni inviate.

di tracciare u n a mappa a livello nazionale dell’impegno politico delle di-


verse regioni, m a si può tentare di farlo aggirando il silenzio delle fonti.
Il conteggio delle lettere e delle petizioni - 15.000 - inviate alla Conven-
zione neU’anno il, nel cuore del momento rivoluzionario, offre u n ’istan-
tanea della Francia che prende la parola contrappposta alla Francia che
tace. Q uesto criterio m ette in evidenza l’intensità della partecipazione
nella regione parigina e nelle pianure circostanti, da Parigi verso la N or-
m andia o la frontiera settentrionale; traccia anche un asse Nord-Sud
88
che, dalla Borgogna al Lionese, scende verso la valle del Rodano sino al
litorale m editerraneo, m entre un altro asse si delinea nel Sud-Ovest, da
Bordeaux a Tolosa. Per contrasto si scorge il silenzio dell’Ovest, del cen-
tro della Francia e della maggior parte del Massiccio centrale, quello del
Nord-Est e di aree montagnose come i Pirenei e le vallate delle zone alpi-
ne (vedi la carta a p. 87).

- Si possono tentare di individuare gli orientamenti politici durante la


Rivoluzione, partendo dai risultati elettorali, analizzati non più col sem-
plice criterio dei tassi di partecipazione ma con quello delle tendenze
che rivelano, m a essi rimangono più difficili da interpretare, soprattutto
all’inizio del decennio, a testimonianza della lentezza nella formazione
di scelte radicali. Certo la Francia m ontagnarda non è quella girondina,
che ha sul litorale, da Caen a Bordeaux, passando per Nantes, o a Marsi-
glia, le sue roccheforti; ma bisogna attendere le elezioni durante il Diret-
torio, n ell’anno V, v i e VII, p er vedere delinearsi, con successivi ritocchi, il
tracciato di una Francia giacobina nel Centro, dal Nivernese al Limosi-
no, e poi in una parte del Sud-Ovest. A queste zone, che rim arranno
quelle del giacobinismo rurale nel xix e ancora nel xx secolo, non si può
contrapporre tutto il resto del paese come massicciamente «di destra»: è
necessario piuttosto dividerlo in una Francia dell’ordine, quella della re-
gione parigina e del Nord-Est, e in una Francia in stato di controrivolu-
zione, nell’Ovest o nella parte meridionale del Massiccio centrale. È
quindi una Francia del rifiuto che bisogna fin da allora prendere in con-
siderazione.
3 . Su d u e f r o n t i :
RIVOLUZIONE ACCETTATA, RIVOLUZIONE RIFIUTATA
in F r a n c ia e n e l m o n d o

La controrivoluzione

La controrivoluzione nasce con la Rivoluzione: è già allo stato em briona-


le nell atteggiam ento dei privilegiati al m om ento degli episodi di opposi-
zione ani ocratica agli ultimi tentativi di riforma m onarchica, e si precisa
durante gli Stati generali. La presa della Bastiglia provoca già la fuga dal-
la Francia dei principi (Condé, Artois) e dei più ostili tra i nobili, costi-
tuendo la p u m a ondata di quella che sarà l ’«emigrazione».

- Il term ine di controrivoluzione si attaglia a realtà diverse, che coincido-


no solo m m odo parziale. Molto precocemente viene elaborata un’ideo-
logia controrivoluzionaria p er denunciare il nuovo corso degli avveni-
menti e proporne u n ’interpretazione, m a la controrivoluzione è soprat-
tutto azione Per i nobili e p er i plebei che si schierano con loro! essa
esce dall am bito delle battaglie parlamentari - alla Costituente e poi du-
rante il Direttorio - e dei dibattiti d ’opinione sulla stampa, peM mpe-
gnarsi in un attività cospirativa che coprirà tutto il periodo, e ha altresì la
form a di tentativi di azione militare tram ite gli eserciti dei prìncipi, re-
clutati fuori di Francia tra gli emigrati. Ma la controrivoluzione ha trova-
to anche una base popolare in ambienti e in regioni che si sono schierati
m° ,l ° Presto d aJla sua parte, nel 1790 in ce rte zone del Midi poi
1hQO s p # ^ L’insurrezione della Vandea, nel
marzo 1793, aprirà un fronte di guerra civile che si estende, nella form a
della chouannene [guerriglia cattolica filo-monarchica, essenzialmente
contadina e fortem ente integralista] - ricorrente sino alla fine del peno-
do - nella maggior parte del] ’Ovest. v
Ii>r»n a!tra c° n tro n yoluzione si delinea così, in maggioranza contadina
all Ovest, contagiando anche gli ambienti cittadini nel Midi, con caratte-
ri propri, anche se sono evidenti i contatti con la controrivoluzione ari-
stocratica. Si e di recente proposto il term ine «an .involuzione» per desi-
gnare insieme degli atteggiamenti restii o ribelli che caratterizzano i
movimenti popolari ostili al nuovo regime o ad alcuni dei suoi aspetti
(politici, sociali, religiosi), senza sfociare in aperta rivolta. Tale espressici
90

ne ha almeno il pregio di perm ettere di distinguere tra le diverse forme


di ostilità alla Rivoluzione.

- La messa sotto accusa della Rivoluzione iniziò fin dai primi mesi; già al-
la Costituente alimentava le invettive dei principali fautori della monar-
chia assoluta, come l’abate Maury e Cazalès, m entre i monarchici, di cui
Mounier era il più rappresentativo, si battevano per una monarchia rifor-
mata, m a forte, nel quadro di un sistema all’inglese con una Camera alta
e una bassa. La sconfitta di questa proposta lasciò campo libero ai parti-
giani del ristabilimento di una monarchia di vecchio tipo, come il conte
d ’Antraigues. I pubblicisti come Rivarol o il gruppo di giornalisti de
L'Ami du Roi intavolano intanto una discussione, in cui Sénac de Meilhan
e il conte Ferrand s’interrogano sulle cause della Rivoluzione e, pur criti-
ci nei confronti délY Ancien régime, sono ostili alla borghesia illuminata e
al principio stesso di una rottura della continuità storica. Su questo tema
la denuncia meglio argomentata viene dall’Inghilterra, con le RéJlexions
sur la Revolution de France di Burke, che diverrà il vangelo del pensiero
controrivoluzionario, mentre la riflessione intellettualmente più limita-
ta, ma votata a un sicuro avvenire, è quella con cui l’abate Barruel fa na-
scere il mito del complotto massonico contro la religione e la monar-
chia, complotto alle origini di ogni male. Questo pensiero controrivolu-
zionario si è modificato nel corso degli anni: nel 1793 la morte del re ali-
m enta l’idea della Rivoluzione come prova collettiva, voluta dalla provvi-
denza divina. Sotto il Direttorio l’opposizione monarchica è divisa tra la
corrente, legalitaria fino all’anno V, che sogna la restaurazione della mo-
narchia adattata alle nuove circostanze, e la visione teocratica dei grandi
pensatori, come il savoiardo Joseph de Maistre o Louis de Bonald, che
auspicano il ritorno alle vecchie gerarchie: Dio, il re, il padre di famiglia,
garanti di un ordine provvidenziale. È quest’ultima la lettura che a parti-
re dal 1815 inform erà l’ideologia della Restaurazione e del legittimismo,
avendo anche ricevuto nel 1795, dopo la morte del Delfino Luigi xvn,
l’approvazione del pretendente al trono di Francia, il conte di Provenza
fratello del re, proclamatosi Luigi xvm, che nei proclami dall’esilio affer-
m a di voler restaurare VAncien régiìne, purificato dagli abusi, ma di esige-
re altresì la punizione dei colpevoli.

- Per quanto riguarda l’azione, la controrivoluzione s’impegna immedia-


tamente nell’attività cospirativa: l’idea popolare del «complotto aristo-
cratico» non è soltanto un mito. A Parigi il marchese di Favras, impiccato
il 19 febbraio 1790, aveva progettato di rapire il re per sottrarlo ai rivolu-
zionari, e in seguito, come si è visto, le imprese di questo genere si molti-
plicheranno, dal complotto vero o fantasticato dei «cavalieri del pugna-
le» nel 1790, alla preparazione della fuga del re nel 1791, e poi, dall’ago-
sto 1792 e fino alla m orte del re e della regina, ai tentativi di far evadere
91

la famiglia reale. In provincia, ma anche fuori di Francia, altri progetti


vedono la luce: il com itato di Torino, ove si era installato il conte di Ar-
tois, grazie a suoi emissari organizza già dal 1790 la rete della cospirazio-
ne nel Sud-Est, da Lione e da Grenoble sino a Tolosa, passando per la
Provenza. La rete venne distrutta e i singoli tentativi insurrezionali (a
Lione o, nel Vivarais, i campi di Jalès), si conclusero con delle disfatte, e
anche n ell’Ovest, nel 1791, la cospirazione chiamata di La Rouerie dal
nom e del suo istigatore, venne egualmente sventata. Lo scacco n o n è tut-
tavia mai com pleto, anche se testimonia dell’incapacità dei prom otori di
riunire allora attorno a sé u n a base di massa: sarà la crisi religiosa seguita
allo scisma costituzionale a mutare le regole del gioco fornendo alla con-
trorivoluzione, com e dice Francois Furet: «la bassa truppa che le manca-
va». Nel 1793, nella regione sud-est del Massiccio centrale, la cospirazio-
ne del n otaio C h a rrie r sarà un altro fiasco, ma già l’insurrezione
dell’Ovest sta portando in primo piano la controrivoluzione popolare.
L’attività cospirativa è sostenuta e fom entata dall’estero, dai prìncipi
emigrati: l’epicentro delle iniziative si è spostato dal comitato di Torino a
Coblenza, sulla sponda sinistra del Reno. E là che si radunano gli emi-
grati, diretti dal principe di Condé, che ha cercato di costituire un eser-
cito - ufficiali senza m olte truppe - nella prospettiva di una riconquista
del regno. Futile - col rischio di alimentare le esitazioni, per non dire
l’ostilità di coloro che li avevano accolti -, e più tardi misera, q u ando la
diaspora provocata dalle conquiste francesi li costringerà a disperdersi in
tutta Europa, la vita degli emigrati costituisce u no dei capitoli della storia
della controrivoluzione fuori di Francia. La loro attività militare fu di
breve durata: essi parteciparono in m odo marginale - tollerati tra sarca-
smo e disprezzo - alla campagna di Valmy nel 1792, e si dispersero quin-
di nei vari eserciti della coalizione; m entre la loro ultima entrata in sce-
na, nel 1795 in occasione del tentativo di sbarco a Q uiberon, si risolse in
un disastro. L’emigrazione però non ebbe solo questo aspetto. Dopo
aver inizialmente riguardato un piccolo num ero di privilegiati —la gente
di corte e un ancor modesto flusso di nobili di provincia - , essa andò cre-
scendo in diverse ondate: preti refrattari a partire dal 1791, e soprattutto
dal 1792 in seguito ai decreti di deportazione; quadri militari dopo Va-
rennes, e poi all’entrata in guerra; mentre la crisi federalista aggiunse a
quei com ponenti iniziali un contributo localm ente im p o rtan te (ad
esempio nei dipartim enti del Midi), di emigrazione borghese dalle città
colpite dalla repressione. A questo si deve aggiungere, in seguito alle
operazioni militari, u n ’emigrazione popolare di contadini e gente m inu-
ta lungo le frontiere: dal territorio di Nizza alla frontiera settentrionale,
o all’Alsazia, che ne fornì il maggior numero.
La carta che evidenzia questi flussi migratori mette in risalto le regio-
ni periferiche ribelli: il litorale, dalla Manica sino all’Atlantico, la frontie-
ra del N ord e del Nord-Est, la Provenza; m entre il bilancio globale, che
92
unifica i differenti strati sociali, perm ette di calcolare in circa 100.000 gli
emigrati, ossia dallo 0,4 allo 0,5% della popolazione francese, e non ci si
deve stupire se l’ex-Terzo stato vi contribuisce per il 68%, il clero per il
25% e la nobiltà per il 17%, poiché in termini percentuali rispetto alla
consistenza totale della categoria di appartenenza sono proprio i privile-
giati a essere colpiti più direttam ente.

- La vita degli emigrati fu difficile: partiti - come credevano - per un pe-


riodo breve, dovettero assai spesso affrontare la miseria, specie quelli,
nobili o preti, che non avevano portato con sé risorse sufficienti. L’acco-
glienza nei loro confronti mostrò una solidarietà ineguale, non certo
aiutata dall’arroganza dei primi emigrati. Col trascorrere del tempo, essi
dovettero stabilirsi sempre più lontano: dalla Renania, o dalla contea di
Nizza, dove in u n primo tempo si erano arrestati, le conquiste francesi li
obbligarono a disperdersi in Inghilterra, nell’Im pero austriaco, in Spa-
gna o lungo la penisola italiana, e talora più lontano fino alla Russia o
agli Stati Uniti. Paradossalmente, i preti vennero accolti meglio nell’In-
ghilterra anglicana che negli Stati vaticani o in Spagna, paesi entrambi
diffidenti di qualsiasi cosa venisse dalla Francia. La Francia rivoluziona-
ria promulgò, a partire dal 1792, una vasta gamma di leggi repressive nei
confronti degli emigrati prima, e poi delle loro famiglie, che raggiunse il
culmine nel 1793-1794: l’emigrato che rientrasse in patria era passibile
di m orte entro ventiquattr’ore, i suoi beni erano sequestrati e venduti co-
me beni nazionali di seconda provenienza, la famiglia ricadeva sotto la
legge contro le persone sospette. Il dopo Termidoro, che contem pora-
neam ente alla reazione dell’anno ili vide un massiccio rientro di pro-
scritti, non com portò alcuna modifica della struttura legislativa del pe-
riodo terrorista: momenti di tolleranza, in cui le autorità fingevano di
non vedere, furono seguiti da periodi di accentuata severità, soprattutto
all’indom ani del colpo di Stato del 18 fruttidoro an n o v, m a di nuovo
nell’anno vi e vii, Fu il Consolato, con l’amnistia, a causare il rientro del-
la maggioranza degli emigrati ancora all’estero o la regolarizzazione del-
la posizione degli altri.
La controrivoluzione popolare ci pone di fronte a un altro ordine di
problemi. Le dom ande vertono sul come e sul perché, sulla sua estensio-
ne e le forme di lotta, m a anche sulle ragioni che hanno fatto passare in
campo avverso interi gruppi sociali o aree geografiche, divenuti in massa
ostili alla Rivoluzione.

- Riassum endone velocemente le tappe, si vede che nel Midi si sviluppa-


rono assai presto dei focolai controrivoluzionari: nella primavera del
1790 i disordini di Montauban o la sanguinosa «rissa di Nìmes» (aprile-
giugno), rivelano dei centri di accesa tensione in cui si sposano conflitti
politici e rivalità sociali e religiose: plebe cattolica guidata dagli aristocra-
93

tici contro borghesia patriottica protestante, anche se n on tutto può es-


sere spiegato con la divisione confessionale in queste zone di presenza
riform ata. Lo scontro è violento nelle zone fortem ente urbanizzate delle
città, che costituiscono altrettanti punti caldi di una lotta di classe esacer-
bata, spesso organizzata sulla base di gruppi clientelari che uniscono no-
tabili e popolo m inuto in un campo e nell’altro. Marsiglia, Arles, Aixjo
Tolone, sono teatro di tali scontri, in cui si fanno anche sentire le rivalità
campanilistiche: così nel contado Venassino Avignone, filo-repubblicana,
si oppone a Carpentras, capitale tradizionale rimasta papalina.
In queste zone, ove l’organizzazione m onarchica ha lavorato a fondo,
la controrivoluzione si trova così a disporre di forti basi nelle città, ma
anche n ell’insieme dei villaggi urbanizzati, squassati dalle contese di par-
tito. Essa non è soltanto fenomeno cittadino: i raduni di guardie nazio-
nali controrivoluzionarie nei campi di Jalès, nel sud dell’Ardèche, nel
1790,1791 e di nuovo nel 1792, sono la spia della presa su tutta u na zona
ribelle nettam ente delineata, che copre il versante sud del Massiccio cen-
trale, dal Vivarais alla Linguadoca, pronta a estendersi a est verso la Pro-
venza, a ovest in direzione della zona m eridionale dell’altopiano centra-
le. Questo focolaio precoce costituisce l’epicentro di disordini ricorrenti
p er tutto il periodo, che si espandono a buona parte del Midi nei mo-
m enti di crescita controrivoluzionaria: nel 1793 durante la crisi federali-
sta e nell’anno in, quando il Terrore bianco vi trova un terreno fertile.
Ma durante tutto il periodo direttoriale, con momenti di grande inten-
sità e violenza nell’anno v, anche la valle del Rodano da Lione a Marsi-
glia è un focolaio controrivoluzionario: è là che operano i tagliagole mo-
narchici delle com pagnie di Jéhu (intorno a Lione) o quelli delle com-
pagnie del Sole, in Provenza.

- Rimane tuttavia il fatto che il Midi solo eccezionalmente fu teatro di


guerra civile aperta e persistente: è carattere originale della Francia occi-
dentale aver dato luogo a una controrivoluzione differente, essenzial-
m ente contadina, coinvolgendo vaste zone di Vandea nella guerra civile
e una quindicina di dipartim enti nella guerriglia della chouannerie.
La leva di 300.000 uom ini nel marzo 1793 per difendere la Repubbli-
ca provocò, dal 9 sino a fine mese, l’insurrezione generale dell’Ovest,
che riguardò nove dipartimenti: la Bretagna, i confini arm oricani e la
Vandea, e fu violenta sin dall’inizio: a Machecoul nella Loira inferiore
più di 500 tra guardie nazionali e municipali vennero massacrate dai
contadini. A nord della Loira la repressione è rapida e la rivolta schiac-
ciata entro la fine del mese, ma nel Sud i raduni contadini crescono in
modo tumultuoso; il 14 marzo Cholet cade in mano degli insorti, e il 23
le truppe repubblicane sono disfatte a Pont-Charrault. II movimento si •
organizza, si costituisce un «esercito cattolico e regio», che si sceglie i ca-
pi tra i nobili, come Charette. Sono proprio i nobili, pur se poco entusia-
94
Fronti di lotta. 1792-1794

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Fronti esterni F ronti interni


Controrivoluzione Movimento federalista

annessioni o conquiste epicentri della


y la Vandea militare
H 792-1793) sollevazione
Controrivoluzione
* vittorie
contadina
zone unitesi
sconfitte temporaneamente

assedi
•r■r**> l'offensiva vandeana
(estate-inverno 1793)
al movimento

sti all’inizio, a costituire ormai i quadri dell’insurrezione, anche se il tito-


lo di «generalissimo» è di un vetturino, Cathelineau, m entre, al gradino
più basso, le truppe contadine sono guidate dai capitaines deparoisse [capi
delle com unità contadine]. Alla fine di maggio gli insorti dispongono di
un territorio, che determ ina i limiti della cosiddetta Vandea militare: da
est a ovest esso si estende dalla costa alle sponde del fiume Thouet, da
nord a sud dalla Loira sino alla Sèvre di Niort (vedi la carta a p. 94). In
giugno l’esercito cattolico e regio prende Saumur, poi Angers, dove tro-
95
va grandi quantità di armi; si sposta alla fine del mese verso Nantes, che
resiste e limita così la espansione a nord dell’insurrezione, m entre quella
verso sud è bloccata dalla resistenza di Les Sables-d’Olonne. Gli insorti
restano com unque saldam ente installati nel loro territorio, resistendo
agli attacchi dei Bleus repubblicani almeno fino alla m età di ottobre,
quando un attacco convergente su Cholet perm ette ai governativi di ri-
prendere la città. Dovendo ritirarsi, gli insorti si dirigono a nord, con la
speranza di far nuovam ente insorgere la Bretagna, impadronirsi di un
porto e poter così ricevere aiuto dagli inglesi (vedi il testo a pp. 96-97).
Q uella che verrà chiam ata la «folata di Galerne» [il Galerne è un vento
di nord-est, umido e freddo, tipico della regione], raduna circa 70.000
contadini, di cui forse 40.000 combattenti, assai poco organizzati, con
d o n n e e bambini al seguito. Lavai e Fougères sono prese, arrivano
rinforzi dalla Bretagna e dal Maine, ma i Vandeani cozzano invano con-
trode forti difese di Granville e devono dirigersi di nuovo a sud. Qui il
passaggio della Loira è loro impedito dai repubblicani; si volgono quindi
a est e giungono sino a Le Mans, ove vengono massacrati dalle truppe
governative al com ando di Marceau. Quel che resta dell’esercito cattoli-
co e regio è annientato il 23 dicembre 1793 a Savenay.
Nel frattempo, rim asta sguarnita, la Vandea viene rioccupata; p e r ini-
ziativa del generale T urreau, com andante dell’esercito dell’Ovest, si met-
te in opera un sistema di feroce repressione affidato alle «colonne infer-
nali», che praticano la politica della terra bruciata. L’insurrezione ri-
p ren d e e durerà sino alla primavera 1794, m entre contem poraneam en-
te, a nord della Loira, p er iniziativa di bande locali rafforzate da resti
delfesercito cattòlico riprendono i disordini, ma con un carattere par-
zialm ente mutato. È da quel momento che si può parlare di chouannerìe
nel senso stretto del term ine in tutti i dipartim enti dell’Ovest; diversa-
m ente dalla Vandea non si assiste qui a operazioni belliche ma a una
guerriglia fatta di colpi di mano, spesso notturni, contro patrioti e solda-
ti isolati, e anche contro le diligenze. Questa lotta ha avuto diverse fasi,
u na attiva sino alla primavera del 1795 per iniziativa di capi IòcaHTcuì il
conte di Puisaye si sforzò d ’imporre la propria autorità. Il generale Fio-
che, nuovo com andante dell’esercito dell’Ovest, che ha sostituito alla re-
pressione sanguinosa una politica di negoziato, riesce in quello stesso
m om ento a imporre la pacificazione della Jaunaye. Lo sbarco degli emi-
grati a Q uiberon nel giugno 1795, pur fallito, non manca di rilanciare la
guerriglia, alfine battuta da Fioche, che riesce ad avere la meglio sugli ul-
timi capi Vandeani (Charette e Stofflet) e conclude una precaria ricon-
quista. Nel 1797, all’indom ani del 18 fruttidoro anno v, la chouannerìe si
risveglia in tutto l’Ovest, coprendo una zona ancora più estesa che nel
passato.

- L’ultim a fase della controrivoluzione, nel 1799, è in un certo senso la


96
più spettacolare, giacché com porta azione cospirativa e nello stesso tem-
po appello ^ la m obilitazione "dèlie"masse, e tocca sim ultaneam ente
l’Oves^e il Midi. E ben vero che essa nasce su un terreno già preparato:
si può dire che a questa data form e di chouannerie diffusa infuriano in
molte regioni, alimentate da bande di disertori e di renitenti alla leva, e
dai p reti refrattari, form e che talora poco si differenziano dal norm ale
brigantaggio. Inojtre i. cospiratori avevano ricominciato in pieno la loro
attività tra il 1796 e il 1797, sospinti da organizzazioni reticolari, tra cui la
più conosciuta è quella del conte di Antraigues, né F arresto dèi generale
Pichegru, su cui i congiurati del 1797 riponevano molte speranze, aveva
messo fine al lavorio cospirativo. Le sconfitte patite dagli eserciti repub-
blicani da parte di quelli della seconda coalizione ridonano ai monarchi-
ci e agli inglesi la speranza di suscitare l’insurrezione, che avrebbe dovu-
to scoppiare in agosto in luoghi diversi: in Bretagna, ma anche nel Midi,
a Bordeaux e a Tolosa. Il Tolosano fu la zona dove essa raggiunse la mas-
sima ampiezza: la città fu assediata da bande di contadini, refrattàri e di-
sertori, m a quel baluardo del giacobinismo meridionale resistette, e gli
insorti vennero annientati il 29 agosto a Montrejeau. Nell’Ovest, invece, i
capi chouani, Cadoudal, Frotté, Bourmont, riuscirono a mobilitare la
gente soltanto in settembre, proprio quando alle frontiere era stato scon-
giurato il pericolo esterno. Qualche città, come Nantes, Le Mans o Saint-
Brieuc, fu m om entaneam ente occupata, ma l’ordine venne ristabilito
molto in fretta.

La guerra civile in Vandea


•»

I l generale T u rrea u , i l creatore delle «colonne in fern a li» p er la repressione in Vandea, rife-
risce le co n d izio n i sp ecia li d i q u e lla g u erra civile.

[...] I Briganti, favoriti da tutte le caratteristiche naturali, hanno una tattica par-
ticolare che sanno perfettamente applicare alla loro posizione e alle circostanze
locali. Garantiti dalla superiorità che fornisce loro il loro modo di attaccare,
non si lasciano mai sorprendere: essi combattono solo quando vogliono e dove
vogliono. La loro abilità nell’uso delle armi da fuoco è tale che nessun popolo
conosciuto, per guerriero e abile alla manovra che sia, riesce a ottenere da un
fucile risultati migliori di quelli di un cacciatore di Loroux o di un bracconiere
del Bocage. Il loro attacco è un assalto terribile, improvviso, quasi sempre im-
previsto, giacché è assai difficile in Vandea far delle buone ricognizioni o anda-
re in avanscoperta, e di conseguenza garantirsi contro il rìschio di sorprese. I
Briganti danno al loro schieramento la forma di una mezzaluna, e le ali, che co-
me frecce puntano aU’accerchiamento, sono formate dai migliori tiratori, solda-
ti che non tirano un colpo senza prendere la mira, e che a distanza normale
non mancano quasi mai il bersaglio. Prima ancora di aver avuto il tempo di rac-
capezzarvi venite travolti da una massa di fuoco tale che le nostre truppe non ne
producono una che vi si possa paragonare. Essi non attendono un ordine per
97

fare fuoco, non conoscono il fuoco di battaglione, di fila o di plotone; e tuttavia


quello cui vi sottopongono è altrettanto nutrito, altrettanto sostenuto, e soprat-
tutto assai più micidiale del nostro. Se riuscite a resistere al loro violento attac-
co, è raro che vi disputino la vittoria, ma ne ricavate ben poco frutto, giacché si
ritirano così rapidamente ch’è difficilissimo raggiungerli, dato che il terreno
non consente quasi mai l’impiego della cavalleria. Essi si disperdono, vi sfuggo-
no attraverso campi, siepi, boschi, cespugli, poiché conoscono tutti i sentieri, le
scappatoie, le gole, i passi, sapendo quali ostacoli si opporrebbero alla loro fuga
e i mezzi per evitarli. Se siete obbligati a cedere al loro attacco, avrete altrettanta
difficoltà a ritirarvi di quanta facilità essi hanno nello sfuggirvi, quando sono
battuti. [...]

(Fonte: citato da C. Petitfrère, La Vendéeel les Vendéens, Gallimard, Paris 1981, pp.
24-25.)

- La controrivoluzione aveva fallito prim a ancora che B onaparte tornas-


se a ristabilire l’ordine. È a questo p u n to che bisogna interrogarsi sulle
sue radici, le ragioni dei suoi successi e della sua disfatta, e farne un bi-
lancio.
Risulta evidente che vi sono stati diversi modelli di controrivoluzione
- alm eno nell’Ovest e nel Midi. La rivolta contadina dell’Ovest è quella
che ha suscitato più interrogativi, e a partire dal secolo scorso u n ’impo-
n ente produzione storiografica le è stata dedicata. Agli inizi le cose era-
no semplici; si trattava, per gli autori legittimisti o conservatori, di una
sollevazione p er il re e la religione; m entre p er i repubblicani era il pro-
dotto dell’ignoranza di popolazioni fanatiche. Ma già ci si cominciava a
p o rre dei quesiti sulle condizioni specifiche dei movimenti dell’Ovest: il
carattere ribelle di popolazioni in ogni epoca ostili al reclutam ento di
truppe, l’ambito geografico del bocage [paesaggio dell’Ovest francese, di
campi e prati interrotti da siepi e filari d ’alberi], favorevole alla guerri-
glia. Il dibattito, di cui ignoriam o gli aspetti polemici, è stato ripreso ne-
gli ultimi decenni in m odo più puntuale. Nella sua tesi sui Paysans de
l ’OueslPsMÌ Bois, utilizzando l’esempio della Sarthe per m ettere in risalto
l’insufficienza delle spiegazioni tradizionali, ha per prim o messo in risal-
to il carattere sociale del movimento. I contadini, delusi nelle loro spe-
ranze e nella loro fam e di te rra dal fatto che dei beni nazionali si èra im-
padronita la borghesia patriottica delle città e dei villaggi, volsero la loro
ostilità n o n solo contro di questa, m a anche contro lo Stato rivoluziona-
rioT Questi problemi sono stati ripresi e ampliati da storici francesi e an-
glosassoni, che hanno dopo di allora insistito sul conflitto città-campa-
gna nelle regioni dell’Ovest, m ostrando quanto l’egem onia borghese,
tramite le nuove istituzioni amministrative, giudiziarie e fiscali, abbia po-
tuto contribuire a provocare quelle com unità aggredite nelle proprie tra-
dizioni, abitudini e form e associative. Gli studiosi più recenti esortano
anche, rim ettendo in discussione per la sua semplicità lo schem a di Paul
98
Bois, a rivalutare l’importanza del fattore religioso, fondamentale a par-
tire dal 1792. Essi m ettono l’accento, oltre che sulla intensità della prati-
ca religiosa in quelle regioni ove la Controriforma aveva ottenuto i suoi
successi più notevoli, sul ruolo dei preti - così numerosi nell’Ovest - nel-
la vita collettiva e nell’organizzazione dei poteri nei villaggi. Se oggi pos-
siamo accettare queste spiegazioni sfumate, è altresì chiaro ch’esse dan-
n o conto solo di una parte del fenomeno; valide come sono, infatti, per
la Francia dell’Ovest, non possono venire applicate al caso esemplare del
Midi come lo abbiamo esposto.
Questa conclusione non conduce a sottovalutare il costo di quegli
scontri in uomini e sofferenze, argomento che non si può eludere, an-
che se è bene prenderlo in esame rimanendo scevri da ogni polemica.
La guerra civile, soprattutto nell’Ovest, è stata sanguinosissima, densa di
atrocità da una parte e dall’altra, e accompagnata da una repressione im-
placabile: la cifra di 128.000 morti su cui sembrano essere d ’accordo gli
specialisti di storia della Vandea ne testimonia la dimensione. Basta que-
sto per giustificare il termine di «genocidio» impiegato da alcuni a que-
sto proposito? Per noi ciò significa usare l’anacronismo adottando un
metodo che l’onestà storica rifiuta, e dimenticare volontariamente che,
nonostante qualche dichiarazione oltranzista e isolata, tutta la filosofia
. della Rivoluzione va in senso opposto a un simile progetto.

La Rivoluzione e il mondo

La Rivoluzione francese non poteva restare un fenomeno esclusivamente


francese, ma si inserisce nel più vasto quadro dell’era delle rivoluzioni,
che in Europa come in America abbraccia il periodo dal 1770 fino ad al-
m eno il 1820. La rivoluzione americana, cui la Francia aveva dato il suo
appoggio, rimane il riferimento più importante; ma l’Irlanda, le isole
britanniche, i Paesi Bassi o la Repubblica di Ginevra avevano visto scop-
piare disordini o vere e proprie rivoluzioni prima del 1789 e, alle porte
di Francia, la rivoluzione del Brabante era iniziata dal 1788 nei Paesi Bas-
si austriaci; l’impatto degli avvenimenti francesi rilancerà poi una nuova
ondata rivoluzionaria in gran parte d ’Europa. Per caratterizzare Tinsi e-/
m e di questi sommovimenti si è a giusto titolo parlato di «rivoluzioni,
atlantiche»: concetto legittimo quando si tenga conto della diversità del
loro contenuto, indipendenza nazionale più che rivolta sociale in Ameri-
ca, difesa di antichi privilegi contro la brutalità delle riforme illuminate
nel caso brabantino.
L’esperienza francese si afferma come punto di riferimento originale
n on solo perché coinvolge il regno più popolato, una potenza di grande
prestigio in Europa, m a per il carattere stesso della Rivoluzione, che fin
dall’inizio, con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, si
99

pone in una prospettiva di universalità, rivolgendosi agli uom ini di ogni


epoca e di ogni paese. L’ampiezza degli sconvolgimenti sul piano istitu-
zionale come su quello sociale non poteva che rim ettere radicalmente in
discussione 1 ordine m onarchico europeo, offrendosi agli uni com e
esempio, agli altri come oggetto di intollerabile timore.

-L a guerra era dunque inevitabile? Si è rimproverato alla Rivoluzione di


essersi impegnata nel 1792 in u n ’avventura bellica dalle ricadute consi-
’y OT] *anto fuori di Francia, ma per il suo stesso corso; la guer-
a radicalizzo le posizioni, trascinando il paese in una scalata di misure
®rav?’. ^ cui *1 Terrore dell’anno il sarà un riflesso e il ricorso
a dittatura militare di Bonaparte la conseguenza ultima. Si tratta di
na responsabilità discutibile, e quanto m eno parziale: la Rivoluzione ha
. izio con una volontà di pace, che le circostanze esterne e interne - la
« orza e e cose» evocata da Saint-Just - condurranno a u n ’avventura
n w preventivata da principio. ~
Vi sono quindi diverse fasi distinte nel rapporto tra la Rivoluzione
rancese e Europa. Nel periodo che corrisponde alla Costituente essa
ìa voluto essere pacifica e insieme aperta al mondo: il 19 giugno 1790
arS1S„ n 0tS’ CllC SÌ Pro<dama «portavoce del genere umano», si
presenta alla Costituente alla testa di una delegazione di stranieri p er
c r e d e r e una festa (si è alla vigilia di quella della Federazione) che sia
,UinanÌtà- Si tratta di u n ’iniziativa ancora isolata, nell’am-
ì o ì una ip omazia prudente, la cui condotta rim ane affidata al so-
^ ™ maOVte ’ a Partire dall’agosto 1790, l’Assemblea afferm a uno spirito
snnnrl^rtpl'p n -r 1Partec;lPare a un conflitto che oppone, sulle lontane
,. nCl l^ ’ Inghilterra e la Spagna, cui la m onarchia è legata
dal «patto di famiglia», ripudiando in tal m odo l ’eredità della politica di-
nastica su cui si basava la diplomazia tradizionale.
rti S S ! att,eggiamento pacifico viene a scontrarsi con contraddizioni
a ir ai * ^ SOj UZ10ne’ ad esemp i° nella questione dei princes possessionnés
dell Alsazia, domiciliati nell’Impero, che lamentano il torto subito con
edizione della feudalità,,com e pure in quella della città di Avignone,
posse im ento pontificio, che nel 1790 chiede di essere riunita alla Fran-
i '2 ^ U° n IU*^re d ' esaudire la volontà liberamente espressa dal p o p o -
lo. D iritto m onarchico contro diritto delle genti, sullo sfondo di sangui-
nosi isor ini ocali, all Assemblea si sviluppò un vivace dibattito tra ari-
stocratici e patrioti e solo il 14 settembre 1791, dopo aver consultato la
popolazione, venne finalm ente votato il decreto di riunione alla Francia
di Avignone e del contado Venassino.
In questo prim o periodo, m entre i costituenti si sono attardati a di-
scutere su diritto di firm are la pace e dichiarare la guerra, i problem i
i 7 Qn°i?0 da a d!plomazia ParaUela e segreta del re, che il 3 dicem bre
1790 ha. scntto al re di Prussia chiedendo un congresso delle potenze in
100 \

grado di restituirgli i suoi poteri, come anche dairatteggiam ento degli


Stati monarchici, preoccupati all’idea della diffusione delle idee rivolu-
zionarie: è l’epoca in cui l'im patto degli avvenimenti francesi (le notizie
sulla presa della Bastiglia) si fa fortem ente sentire in Europa, negli am-
bienti intellettuali deH’Im pero come nei club inglesi. Il nuovo Stato rivo-
luzionario trae provvisorio vantaggio dalle difficoltà delle grandi p oten-
ze: la guerra russo-turca, la prim a spartizione della Polonia. Q uando, il
27 agosto 1791, l’Im peratore Leopoldo e il re di Prussia trovano racco r-
do su una dichiarazione che testimonia le loro preoccupazioni p er la si-
tuazione francese, essi si impegnano in modo ancora assai prudente. Ma
a questa data il tentativo di fuga del re a Varennes ha già messo sull’avvi-
so la Rivoluzione, che raccoglie i primi battaglioni di volontari e si preoc-
cupa della minaccia degli emigrati alle frontiere.
L’imminenza della guerra ha dom inato la storia della Legislativa, se-
gnata dal grande dibattito in seno ai giacobini tra Robespierre e Brissot
sulla opportunità di entrare in guerra contro l’Europa dei «despoti». Al-
la prudenza del prim o, che denuncia tutti i pericoli di un conflitto ed
evoca profeticam ente la possibilità che emerga un salvatore militare, si
o p p o n e la forse sconsiderata audacia del secondo: bisogna smascherare
la doppiezza del re e soprawanzare altresì le speranzose aspettative dei
popoli, estendendo il regno della libertà (vedi il testo a pp. 104-105).

- U n secondo periodo h a inizio quando prevale - semplificando - l’in-


terpretazione girondina della politica estera francese; ed è ovviamente
dom inato, dalla primavera, dallo stato di guerra, con l’inizio delle ostilità
il 20 aprile 1792 contro il «re di Boemia e di Ungheria», cui si sono ag-
giunti da subito, nonostante la prudenza diplomatica, gli Stati dell’Im pe-
ro e il re di Prussia. La congiuntura militare è in primo piano, segnata
dalle disfatte francesi, dall’invasione nella primavera ed estate 1792, e
dalla minaccia espressa il 25 luglio nel Manifesto di Brunswick di u n a sov-
versione totale se si fosse attentato alla persona del re (vedi il testo a p.
105). Ne conosciamo i risultati: dopo la caduta della m onarchia il 10
agosto, e soprattutto la ripresa francese grazie alla vittoria di Valmy il 20
settem bre 1792, la Rivoluzione si impegna in una politica di espansione
tem poranea, suggerita dalla conquista del Belgio dopo la vittoria di Jem-
m apes del 6 novembre 1792 e da quella della riva sinistra del Reno. Che
fare con queste nuove acquisizioni territoriali? In Savoia, presa al re del
Piemonte, il desiderio delle popolazioni, ratificato come ad Avignone
dal voto popolare, conduce all’annessione: la Savoia ormai costituisce il
dipartim ento del Mont-Blanc, e la contea di Nizza, dopo analoga proce-
dura, diviene il dipartim ento delle Alpes-Maritimes. Il Belgio, sollecitato
an ch ’esso sul problem a dell’annessione alla Francia, vi aderì con solleci-
tudine ineguale a seconda delle provincie, vallone o fiamminghe, breve
intermezzo prima della controffensiva dell’Imperatore. La nuova in ter-
101

prelazione che si afferma in questa seconda fase è dunque «guerra ai ca-


stelli, pace alle capanne», espansionismo rivoluzionario espresso nella di-
chiarazione del 19 novembre 1792 con cui la Francia concede «fraternità
e soccorso» ai popoli in lotta p er la libertà. Questa politica girondina,
che condivide gli obiettivi di Dumouriez, associa a un reale idealismo ri-
voluzionario considerazioni probabilm ente più concrete - aperture di
nuovi mercati p e r la borghesia e il m ondo degli affari.
Tale politica esce com pletam ente battuta dal riflusso delle conquiste
rivoluzionarie tra la primavera e l’inverno 1793: disfatta di Neerwinden
in marzo, seguita dal tradim ento di Dumouriez, evacuazione di Magonza
in luglio, attacco del territorio nazionale lungo tutte le frontiere, allarga-
mento delia coalizione allTnghilterra e alla Spagna dopo l'esecuzione
del re, proprio quando l’ultima spartizione della Polonia tra Prussia, Au-
stria e Russia lascia a queste potenze le mani libere per intervenire a oc-
cidente (23 gennaio 1793). Im pegnata nella riconquista dei fronti inter-
ni - Lione sarà ripresa solo nell'ottobre 1793, e Tolone verrà tolta agli in-
glesi il 19 dicembre dello stesso anno - e nella guerra alle frontiere (vit-
torie di H ondschoote e Wattignies, settembre-ottobre 1793), la Conven-
zione m ontagnarda ripudia l’espansionismo del periodo girondino, sia
per motivi ideologici che p er la forza delle cose. Ma nel Comitato di sa-
lute pubblica Lazare Carnot, la cui influenza è preponderante nel cam-
po militare e diplomatico, condivide il concetto del pré carré, retaggio
dell*Ancien regime che vedeva nelle frontiere naturali - la linea della Mosa
- la condizione della sicurezza del paese.
Questa filosofia, forse diversa anche se non nuova, prevarrà dopo Ter-
midoro e sotto il Direttorio, quando la marcia dell'espansionismo fran-
cese riprenderà su sentieri talora inattesi. L’influenza di Carnot, diretto-
re sino a fruttidoro anno v, e quella di Reubell, che ebbe un ruolo im-
portante nella politica estera del Direttorio, sostengono una linea di
pensiero che vuole la frontiera sul Reno e in genere propugna la politica
delle frontiere naturali. Ma come comportarsi: annessione diretta e divi-
sione in dipartim enti, o creazione di Stati satelliti, da battezzarsi «Repub-
bliche-sorelle»? Il problem a si era posto per l’episcopato di Basilea, effi-
mera Repubblica prima di diventare il dipartim ento del Mont-Terrible.
La riconquista del Belgio nel 1795 fu seguita da una nuova annessione
(ottobre 1795), e il 16 germ inale anno ili la pace con la Prussia, stipulata
a Basilea, riconosceva quelle frontiere - mancava solo l’accordo dell’Im-
peratore, principale interessato. Ma negli stessi mesi il trattato dell’Aia,
l'indom ani della conquista dell’O landa nell'inverno 1795 (battaglia
dell’Helder, 4 piovoso anno III), faceva nascere la Repubblica Batava, che
si dotava di una Costituzione sulla falsariga di quella francese.

- La soluzione delle Repubbliche-sorelle avrebbe definitivamente avuto


la meglio tra l’anno IV e l’anno v, grazie alla nuova piega data all’espan-
102

sionismo francese dalle vittorie di Bonaparte in Italia: se il Direttorio


guardava al Renò, desideroso di una vittoria che obbligasse l’Im peratore
a trattare, lo scacco della campagna di Germania dopo gli inizi prom et-
tenti nella primavera deiranno iv (1796) metteva in primo piano le con-
quiste di Bonaparte nella penisola italiana da aprile 1796 (Montenotte,
Millesimo, Dego) a febbraio 1797 (caduta definitiva della piazzaforte di
Mantova). Travolto dalla dimensione stessa del successo, ma soprattutto
dall’iniziativa personale del generale vittorioso, il Direttorio, nonostante
le sue velleità, perdette l’iniziativa delle operazioni e dovette rassegnarsi
a ratificare la ristrutturazione dello spazio transalpino negoziata da Bo-
naparte con rim peratore nei preliminari di Leoben (29 germinale anno
V, 18 aprile 1797), e poi nel trattato di Campoformio. Sembrava trionfa-
re il principio delle Repubbliche-sorelle, giacché la pianura padana dive-
niva Repubblica Cispadana (vendemmiaio anno v ), per estendersi poi al-
le dimensioni di Repubblica Cisalpina, mentre l’antica repubblica di Ge-
nova si trasformava in Repubblica Ligure. Nonostante il trattato di To-
lentino (ventoso anno v), con cui il Papa aveva accettato la perdita di
una parte dei propri Stati, il movimento continuò: nel nevoso anno vi
(gennaio 1797) il generale Berthier entrava a Roma e vi costituiva la Re-
pubblica Romana; meno di un anno dopo, nel piovoso anno vili, il gene-
rale Championnet occupava Napoli, cacciandone il re e instaurandovi la
Repubblica Partenopea (vedi la carta a p. 103). A questo punto si può
ancora parlare di diffusione della libertà? In Italia settentrionale, nella
Cisalpina, piccoli ma importanti nuclei di patrioti e giacobini italiani ave-
vano accolto con favore l’intervento francese, anche se il peso del protet-
torato militare di Bonaparte prima, poi del Direttorio e dei suoi commis-
sari e generali non teneva in alcun conto le loro aspirazioni né le loro
iniziative. A Roma e a Napoli, inoltre, la base su cui il protettorato fran-
cese poteva contare era ancor più limitata, e aveva di fronte la malavoglia
popolare e le resistenze dei fautori de\VAncien régime.
Ci si era presi gioco soprattutto dei princìpi che avrebbero potuto giu-
stificare l’intervento francese: la politica personale di Bonaparte aveva ri-
velato la scarsa attenzione di cui degnava le aspirazioni dei popoli quan-
do col trattato di Campoformio aveva ceduto all’Imperatore, come mo-
neta di scambio per gli altri aggiustamenti territoriali nella penisola, Ve-
nezia e il suo territorio, che tentavano di costituirsi in autonoma repub-
blica. Significava il ritorno al baratto territoriale, nella più pura tradizio-
ne delle monarchie tradizionali.

- La politica estera del Direttorio, condotta al momento da Barras e Reu-


bell, non è più univoca né disinteressata: sulla rioccupata sponda sinistra
del Reno si è lasciato che H oche incoraggiasse le speranze dei patrioti lo-
cali per la creazione di una Repubblica Cisrenana, per poi procedere a
una pura e semplice annessione; quanto ai cantoni svizzeri Reubell e Bo-
103
A n n e s s io n i e R e p u b b lic h e s o re lle (1 7 9 6 -1 7 9 9 )

REPUBBLICA
BAIA V A

REPUBBLICA
REPUBBLICA ELVETICA

HF: PUBBLICA
CISALPINA

REP DI
LUCCA
REPUBBLICA
LIGURE

REPUBBLICA
3ARTEN0PEA
TOSCANA

REPUBBLICA
ROMANA
□ La Francia nel 1789

Territori annessi
■M alla Francia
(Trattati del 1796-1799)

Repubbliche-sorelle
nel 1799
104
naparte si sono accordati neirinverno dell’anno vi per approfittare dei
movimenti rivoluzionari in corso, specialmente nella regione di Vaud, e
provocare u n a facile conquista francese che sfocia nella costituzione del-
la fragile Repubblica Elvetica, agitata dal dissidio tra federalisti e unitari.
Gli interventi diretti, le contribuzioni forzate e le estorsioni dei com-
missari del Direttorio e dei suoi generali contribuiscono a rendere fragi-
le in tutti questi paesi «liberati» un sistema che già si reggeva solo per
l’impegno di una minoranza di patrioti. Dopo la partenza di Bonaparte
per l’Egitto (floreale anno vi, maggio 1798), per realizzare un sogno
orientale che forse veniva incontro ai desideri di u n a parte dei direttori
ansiosi di allontanarlo, la formazione della seconda coalizione tra Inghil-
terra, Austria, Russia e Im pero ottom ano, rivelò nel 1799 la fragilità del
sistema delle Repubbliche-sorelle. Battuti in Germania a Stockach nel
germinale anno v ii , costretti da una serie di disfatte ad abbandonare
quasi tutta la penisola italiana m entre gli anglo-russi, sbarcati in Olanda,
attaccavano la Repubblica Batava, i francesi furono salvati in extremis sol-
tanto dal brillante successo di Masséna nella battaglia di Zurigo nel ven-
demmiaio anno vili, quando costrinse alla ritirata il maresciallo russo
Souvorov. Un mese più tardi, quando Bonaparte sbarca a Fréjus di ritor-
no dall’Egitto, l’integrità del territorio francese è ormai al sicuro, ma
nulla rimane del precario edificio delle Repubbliche-sorelle.

Discorso di Robespierre contro la guerra (inverno 1792)

La guerra è sempre la prima aspirazione di un governo potente che vuole dive-


nirlo ancora di più. Non vi dirò che durante la guerra il governo porta all’estre-
mo Io sfruttamento del popolo e la dissipazione delle finanze, e che copre d’un
velo impenetrabile le sue spoliazioni e i suoi errori; vi parlerò di ciò che tocca
ancor più direttamente il più vivo dei nostri interessi. E durante la guerra che il
potere esecutivo dispiega l’energia più temibile ed esercita una specie di ditta-
tura che non può che spaventare la libertà nascente; è durante la guerra che il
popolo dimentica le deliberazioni che riguardano fondamentalmente i suoi di-
ritti civili e politici per non occuparsi che degli avvenimenti esterni, che distrae
la propria attenzione dai legislatori e dai magistrati per dedicare ogni interesse
e ogni speranza ai suoi generali e ai suoi ministri, o meglio ai ministri e ai gene-
rali del potere esecutivo. E per il caso di guerra che nobili e militari hanno esco-
gitato le disposizioni, troppo poco note, di quel nuovo codice che, non appena
la Francia sia dichiarata in stato di guerra, affida la polizia delle nostre città di
frontiera ai comandanti militari, e fa lacere di fronte a loro le leggi che proteg-
gono i diritti dei cittadini.
E durante la guerra che lo stesso codice dà loro il potere di punire arbitra-
riamente i soldati. E durante la guerra che l’abitudine all’obbedienza passiva e
l’entusiasmo, del tutto naturale, per i capi fortunati rende i soldati della patria
soldati del monarca o dei suoi generali. In tempi di disordini e di fazioni, i ca-
pi degli eserciti diventano gli arbitri della sorte del loro paese e fanno pendere
105

la bilancia in favore della parte cui hanno aderito. Se sono dei Cesari o dei
Crorrtwcll si impadroniscono essi stessi del potere, se invece sono dei cortigiani
senza carattere, incapaci di fare il bene, ma pericolosi quando vogliono il male,
essi se ne vengono a deporre la loro potenza ai piedi del padrone, e lo aiutano a
impadronirsi di un potere arbitrario, a condizione d’essere i primi dei suoi servi.

(Fonte: citato da J. Godechot, La Pensée révolutionnaire, Colin, Paris 1964, pp.


180-181.)

Il Manifesto di Brunswick (estratto)

[...]8 - La città di Parigi e tutti i suoi abitanti senza distinzione sono tenuti a sot-
tomettersi immediatamente e senza indugio al re, a metterlo in piena e totale li-
bertà, e a garantire a lui, come a tutta la sua famiglia, Tinviolabilità e il rispetto
cui il diritto naturale e delle genti obbliga i sudditi verso i sovrani. Le loro Mae-
stà imperiale e reale rendono personalmente responsabili di ogni accadimento,
con la propria testa, giudicati da un tribunale militare e senza speranza di gra-
zia, tutti i membri dell’Assemblea nazionale, del dipartimento, del distretto, del-
la municipalità e della guardia nazionale di Parigi, i giudici di pace e chiunque
altro sia coinvolto; dichiarano inoltre, le suddette Maestà, sulla loro fede e paro-
la d’imperatore e di re, che se il castello delle Tuileries verrà forzato o oltraggia-
to, se la minima violenza, il minimo oltraggio verrà fatto alle loro Maestà, il re,
la regina e la famiglia reale, se non si prowederà immediatamente alla loro si-
curezza, protezione e libertà, esse ne faranno u n ’esemplare e per sempre me-
morabile vendetta, consegnando la città di Parigi in mano ai militari e alla sov-
versione totale, e i rivoltosi colpevoli di attentati ai supplizi che avranno merita-
ti. Le loro Maestà imperiale e reale promettono invece agli abitanti della città di
Parigi che interporranno i loro buoni uffici presso sua Maestà cristianissima per
ottenere il perdono dei loro torti e dei loro errori, e che prenderanno le misure
più rigorose per garantire le loro persone e i loro beni se obbediranno pronta-
mente ed esattamente alla sopracitata ingiunzione. [...]

(Fonte: P.J.B. Buchez, PC. Roux, Hisloire parlementaire de la Revolution franfaisey


Paulin, Paris 1834, t. xvi, pp. 276-281.)

L'esercito e la guerra

Gli anni di guerra coprono tre quarti del periodo rivoluzionario; la Rivo-
luzione dovette affrontare la coalizione della maggior parte delle poten-
ze europee proprio quando gli avvenimenti interni le imponevano di ri-
solvere il problema della disorganizzazione dell’esercito regio: impegno
assolto a prezzo di uno sforzo immane, da cui nacque l’esercito nazionale.

- Alla vigilia della Rivoluzione la monarchia disponeva di un esercito di


mestiere, con 110.000 uom ini nella fanteria e 32.000 nella cavalleria, or-
106
ganizzati in reggimenti francesi e stranieri. Per tradizione i nobili forni-
vano la maggior parte degli ufficiali, monopolizzando gli alti gradi se-
condo norm e divenute ancor più selettive verso la fine delVAncien régime
(editti di Ségur), m entre gli ufficiali di origine plebea, più numerosi nei
corpi tecnici (artiglieria, genio) avevano limitate prospettive di carriera.
In marina le «uniformi rosse» - gli ufficiali nobili - disprezzavano le
«uniformi blu» dei plebei. La vita della truppa era dura, anche per la
persistenza delle punizioni corporali»
La crisi di Varennes rappresenta la prima svolta importante, poiché
l’Assemblea, temendo un intervento esterno, decide un primo recluta-
mento di volontari, presi dalla guardia nazionale. I 100.000 volontari del
1791 sono in maggioranza artigiani cittadini (66%), ma vi sono anche
dei contadini, m entre gli ufficiali provengono dalla borghesia di villaggi
e città. Si forma un esercito parallelo —vestito di blu in contrapposizione
alle bianche uniform i dell’esercito regio -, vi si eleggono sottufficiali e
ufficiali, la disciplina è meno rigorosa. Questi volontari faranno la loro
parte nei primi scontri della guerra: a Valmy affronteranno i prussiani
senza timore. .
Le sconfitte della primavera e dell’estate del 1792 mostrano tuttavia la
disorganizzazione profonda di un esercito in via di ristrutturazione, da
luglio, dopo il proclama «la patria è in pericolo», sino all inverno 1792,
si è lanciato un secondo reclutamento di volontari per portare gli effetti-
vi a 400.000 uomini, di cui fanno parte sia i federati del 10 agosto, sia al-
cune legioni di patrioti stranieri. Ma nella parte fondamentale, tuttavia,
questa nuova leva coinvolge più direttamente la popolazione rurale, e in-
contra difficoltà nelle regioni restie al servizio militale, p u r se il Nord-Est
contribuisce col contingente abituale. I volontaii del 1792 sono più poli-
ticizzati e meno disciplinati di quelli del 1 /91: pi eludono alle reclute del-
le prossime leve; quella di 300.000 uomini del febbraio 1793, effettuata
per dipartimento con modalità definite localmente, conobbe vive resi-
stenze, specie nell’Ovest, e non fu coperta che a metà.

- Nell’agosto 1793, nel momento culminante della crisi interna ed ester-


na, la Convenzione decreta solennemente la leva di massa, gravante su
tutti i celibi e vedovi dai diciotto ai venticinque anni. «Da questo mo-
mento sino a quello in cui i nemici saranno stati cacciati dal territorio
della Repubblica, tutti i francesi sono in servizio permanente a disposi-
zione dell’esercito». Nonostante la difficoltà dell operazione, la Repub-
blica potrà contare, nel corso del 1794, su un milione di uomini di cui
settecentornila in prima linea. Questa mobilitazione senza precedenti ha
comportato la totale rifusione di due eserciti in uno solo, che si è trasfor-
mato nell’esercito della nazione: fin dall’epoca della leva di 300.000 uo-
mini, su proposta di Dubois Crancé si iniziò a mettere in opera la fusione
dei corpi usciti dall’esercito regio con i nuovi battaglioni, operando
107
l’amalgama, nell’am bito di una semi-brigata, di due battaglioni di volon-
tari con uno di linea. Non esistevano più differenze, di soldo o di carrie-
ra, grazie a un sistema che combinava anzianità ed elezione per accedere
ai gradi. A gennaio del 1794 si erano già costituite duecento semi-briga-
te, e l’inquadram ento in brigate arrivò a conclusione all’inizio del 1796.
Dopo Term idoro e le vittorie dell’anno il gli effettivi sono andati de-
crescendo di anno in anno, passando da più di 700.000 a meno di
500.000 nel 1795, e a m eno di 400.000 nel 1796 e 1797. Non rimane, in
quel m om ento, che un quarto dei volontari degli anni dal 1791 al 1793,
appena un quinto di quelli dell’anno n. Di fronte al proseguimento della
guerra, poi all’offensiva della seconda coalizione a partire dal 1798, il Di-
rettorio deve istituire un sistema nuovo: la legge Jourdan, votata il 5 set-
tembre 1798, dispone la coscrizione obbligatoria, che impone il servizio
militare ai giovani di ventanni, m entre le modalità di applicazione-sor-
teggio per scegliere i coscritti, possibilità di pagarsi un sostituto - verran-
no fissate nel 1799. Il Consolato e l’Impero perfezioneranno questo si-
stema, la cui com ponente democratica, come si vede, ha dei limiti: è fini-
to il tempo dei volontari del 1792 e dei soldati dell’anno li.
In quest’ambito cronologico l’esercito rivoluzionario mostra i suoi
tratti distintivi: è l’esercito nazionale del popolo, mobilitato per difende-
re la Rivoluzione e la nazione, né le resistenze suscitate dai reclutamenti
in una parte del paese devono far velo all’entusiasmo e allo slancio col-
lettivi. I volontari e i soldati dell’anno il sanno perché combattono: da
Jemmapes, novem bre 1792, cantano La Marsigliese andando all’assalto
delle linee nemiche; i loro atti di eroismo sono divulgati, se ne parla nei
loro club e la stampa li propaganda attivamente. Per una gran massa di
giovani francesi l’esercito è scuola di spirito repubblicano, cui essi m o-
streranno il loro attaccamento sino alla fine del periodo; esso è anche,
grazie alle possibilità di promozione che offre, vivaio di quadri giovani -
quei generali ventenni di cui Hoche o Marceau sono l’esempio - accanto
a elementi provenienti dal vecchio esercito, che trovano nel nuovo la pos-
sibilità di esprimere le proprie capacità, come Carnot, capitano del ge-
nio, che diverrà lo stratega e 1’«organizzatore della vittoria» dell’anno il.

- Come ha detto Jean-Paul Bertaud, è possibile prendere in considera-


zione una «respirazione globale» partendo dal calcolo degli atti di guer-
ra, scontri o battaglie di importanza diseguale, tra il 1792 e il 1802. Ne
sono stati contati 750, circa la metà tra l’apertura delle ostilità nel 1792 e
il luglio 1795 (trattato di Basilea con la Spagna) e, se si vuole essere più
precisi, circa un quarto tra la sconfitta di Neerwinden di marzo 1793 e la
vittoria di Fleurus di giugno 1794, ossia nel periodo della dittatura giaco-
bina, che dovette affrontare il maggior urto dell’attacco dei coalizzati. In
questi dieci anni di conflitti il teatro degli scontri è mutato, passando dal-
le frontiere settentrionali e nordorientali della Francia a paesi stranieri,
108
Italia, Svizzera, Im pero, a partire dal 1795.
Fasi di espansione e di ripiegam ento si succedono e si intrecciano. Da
aprile a settem bre 1792 il fallimento dell’offensiva francese in Belgio
porta all’invasione delle zone di frontiera da parte dell’esercito prussia-
no e austriaco, ferm ata il 20 settembre dalla vittoria di Dumouriez e Kel-
lerm ann a Valmy. Ecco allora la Convenzione all’offensiva: vittoriosi a
Jem m apes, i francesi occupano il Belgio e una parte dell’Olanda, annet-
tono la Savoia e la contea di Nizza. La formazione della prima coalizio-
ne, in cui Paesi Bassi, Spagna e Inghilterra si uniscono ad Austria e Prus-
sia m entre infuria la guerra civile, comporta, a partire dalla primavera
1793 (sconfitta di Neerwinden il 28 marzo) una nuova fase di ripiega-
m ento e una nuova invasione delle zone di frontiera. II miglioramento
iniziato in autunno con la vittoria di Wattignies il 15 ottobre 1793 si con-
clude con la decisiva vittoria di Fleurus il 26 giugno 1794. Gli eserciti
francesi riprendono l’offensiva, m entre la prim a coalizione si sfascia
(trattato di Basilea con la Prussia, e poi con la Spagna in aprile-giugno
1795, dell’Aia in maggio con l’Olanda), e concentrano i loro sforzi con-
tro Austria e Inghilterra.
Se sulla frontiera del Reno i successi hanno avuto fasi alterne e le
grandi offensive sono state bloccate, un sostanziale compenso si è avuto
con le vittorie di Bonaparte nella prim a campagna d ’Italia; le battaglie
decisive nell’Appennino, poi quelle nella pianura padana, dalla primave-
ra all’autunno 1796, sancite dal trattato di Campoformio del 17 ottobre
1796, hanno garantito alla Francia il possesso della penisola italiana e di
una zona che avrebbe presto incluso la Svizzera. I tentativi di invasione
verso l’Irlanda falliscono, ma il Direttorio progetta la spedizione in Egit-
to e la affida a Bonaparte, che vi sbarca nel luglio 1798; i suoi brillanti
successi, dapprim a contro i mamelucchi, poi contro l’esercito turco, ven-
gono annullati dal disastro navale di Abukir, ove l’ammiraglio Nelson di-
strugge la flotta francese, rendendo Bonaparte prigioniero di u na con-
quista ch’egli cerca di consolidare con u n ’offensiva in Siria.
Là seconda coalizione, costituitasi, come si è visto, nell’autunno 1798,
vede gli eserciti francesi cacciati dall’Italia, dalla Germania e dalla mag-
gior parte della Svizzera, m entre gli anglo-russi sbarcano in Olanda; la si-
tuazione, fattasi critica, viene ristabilita dalle vittorie di Masséna a Zurigo
e di Brune a Bergen nel settembre 1799.

- Nel corso di queste campagne l’arte della guerra è cambiata; è diventa-


to classico contrapporre le battaglie delle guerre del secolo trascorso a
quelle del decennio rivoluzionario. Il nuovo esercito della Francia rivolu-
zionaria compensa la mancanza di addestramento delle sue reclute con
la forza del numero e lo spirito offensivo garantiti dall’entusiasmo e dal-
la persuasione rivoluzionaria; esso pratica l’attacco frontale, sfruttando
la forza d ’urto delle masse in movimento, spesso all’arm a bianca: le pri-
109

m e vittorie significative, com e Jem m apes, illustrano questa tecnica


d ell’offensiva a oltranza, assai costosa in termini di perdite. Il contrasto è
però evidente tra le azioni dei primi anni della Rivoluzione e l’estrema
mobilità unita all’abilità tattica delle battaglie della campagna d’Italia.
La guerra è cambiata, l’esercito anche. Meno numerosi, ma più ag-
guerriti, gli eserciti del Direttorio mantengono dei tratti in com une con
quelli dell’anno II, sia per ciò che attiene alle condizioni materiali (le mi-
sere condizioni dell’esercito all’inizio della campagna d ’Italia del 1796),
sia nello spirito che li infonde (l’attaccamento alla Repubblica, di cui ci
si proclama difensori); ma l’impegno in terra straniera, la relativa profes-
sionalizzazione, la cesura dalla società civile della Francia del Termidoro,
tutto ciò rafforza l’influenza dei generali, a maggior ragione quando si
tratti di capi brillanti come Bonaparte. L’autonomia e il sentimento di
potenza di cui godono non può che rafforzare nei generali la personaliz-
zazione del nuovo potere militare, ad esempio in Italia; pur in conflitto
con i commissari del Direttorio, i militari sanno altresì che il potere civi-
le ha bisogno di loro: Bonaparte delega Augereau a Parigi per sostenere
il colpo di Stato del 18 fruttidoro anno v. Divenuti gli arbitri della situa-
zione interna in un regime di colpi di Stato, essi sono tentati di assumere
un ruolo politico, talora cospirando con i controrivoluzionari come Pi-
chegru e Moreau, ovvero riafferm ando le proprie convinzioni repubbli-
cane; Bonaparte pone fine al dibattito impadronendosi direttam ente del
potere.

Il problema coloniale e l'abolizione della schiavitù

Il problema coloniale può sembrare marginale nell’ambito dei rapporti


della Rivoluzione col mondo, ma esso assume tuttavia la giusta dimensio-
ne quando se ne considerino tutte le implicazioni: per suo tramite si
mettono in discussione non solo l’economia e la potenza oltremare del-
la Francia, ma anche il sistema di valori proclamati dalla Rivoluzione,
giacché esso non poteva m ancare di scontrarsi col problema della schia-
vitù.

- Del primo impero coloniale della Francia monarchica, già fortem ente
ridotto dalle guerre contro l’Inghilterra, alla Repubblica rimanevano es-
senzialmente, oltre alla Luisiana e alle basi commerciali in India e in Se-
negai, le isole produttrici di zucchero e derrate esotiche: isola Borbone,
é isola di Francia [l’attuale Mauritius], nell’Oceano Indiano; nei Caraibi
la Guiana, Mar ùnica, Guadalupa e i loro arcipelaghi, e soprattutto Pisola
di Santo Domingo che, con circa 45.000 schiavi negri nel 1789, rappre-
sentava l’esempio tipo di u n ’economia di piantagione in mano a u n ’ari-
stocrazia bianca, mentre una forte minoranza di liberi di colore, circa
110

30.000, privi di ogni diritto, occupava ciononostante un posto im portan-


te nella vita dell’isola.
In Francia il problema delle colonie e della schiavitù era stato posto
dagli uomini dei Lumi: Montesquieu, Rousseau, Diderot, l’abate Raynal,
poiché la minoranza illuminata era in contatto con i riformatori inglesi,
come Wilberforce, che conducevano la campagna contro la tratta degli
schiavi. Seguendo il loro esempio la Associazione degli amici dei negri,
fondata nel 1788, fu animata da pensatori e pubblicisti come Brissot,
Condorcet, l’abate Grégoire o Clavière; era frequentata da Mirabeau, e
anche da Robespierre. L’Associazione si batteva per l’abolizione della
tratta e, fin dagli inizi della Rivoluzione, per la concessione dei diritti ci-
vili ai liberi di colore, m entre l’abolizione progressiva della schiavitù ri- -
maneva un obiettivo più lontano. Ma la resistenza era vivace da parte de-
gli ambienti interessati al commercio con le isole: piantatori e loro amici
erano alleati agli arm atori dei porti, come Nantes o Bordeaux, che pro-
speravano grazie al sistema; attiva e potente, questa lobby coloniale si riu-
niva a Parigi nel club Massiac.

- La Costituente venne investita assai presto del problema coloniale,


giacché i coloni pretesero di avere loro deputati, cosa che venne conces-
sa, e loro assemblee coloniali, che vennero legalizzate. Ma anche i liberi
di colore m andarono rappresentanti a Parigi per rivendicare i diritti civi-
li: la loro richiesta venne respinta a due riprese, nel marzo e nell’ottobre
1790, e fu solo il 15 maggio 1791, dopo un vivace dibattito in cui venne
pronunciata da Robespierre e Dupont de Nemours la celebre frase: «Pe-
riscano le colonie piuttosto che un principio», che tali diritti vennero
concessi, p u r se in form a limitata; bisognerà infatti attendere il marzo
1792 perché essi vengano confermati. Il problema dell’abolizione della
schiavitù era tuttavia stato accantonato; a imporlo sarà nell’agosto 1791
la grande insurrezione degli schiavi negri di Santo Domingo e i suoi svi-
luppi. Sotto la guida di diversi capi, tra cui emerse progressivamente la fi-
gura di Toussaint-Louverture, nel 1792-1793 l’insurrezione si consolidò,
con l’aiuto interessato degli spagnoli, mentre, chiamati dai piantatori, gli
inglesi stabilivano loro teste di ponte nelle città. I commissari civili man-
dati dalla Convenzione, e principalmente Sonthonax, lottarono inizial-
m ente per riconquistare l’isola, poi trattarono con i capi negri, di cui ri-
cercarono l’appoggio contro gli spagnoli o contro i piantatori. Sontho-
nax, di propria iniziativa, tra agosto e settembre 1793 decretò l’abolizio-
ne della schiavitù nelle diverse parti dell’isola. Nel maggio 1794 Tous-
saint-Louverture aderì alla Repubblica e iniziò la riconquista dell’isola
contro spagnoli e inglesi, né i conflitti interni tra capi negri e mulatti im-
pedirono il successo dell’impresa. Nel 1798 Santo Domingo, sotto la gui-
da di Toussaint-Louverture, risultava essere una Repubblica indipenden-
te n ell’ambito della Repubblica francese.
Ili
A Parigi, frattanto, la decisione presa n ell’isola da Sonthonax aveva
provocato un deciso passo avanti del dibattito sull’abolizione della schia-
vitù: ancora reticente nel giugno 1793 di fronte alle richieste di una de-
legazione di negri guidata da Chaum ette, la Convenzione tra luglio e set-
tem bre abolì alm eno la tratta degli schiavi; il 16 piovoso an n o il (4 feb-
braio 1794) l’Assemblea accolse tre deputati di Santo Domingo e con un
moto d ’entusiasmo votò definitivamente l’abolizione della schiavitù nel-
le colonie (vedi il testo a p. 111).
Tuttavia il dibattito n o n è concluso, anche se la Costituzione d e ira n -
no in conferm a che «nessuno può vendersi, né essere venduto». Esso ri-
p ren d e nel 1795, in seguito agli attacchi dei piantatori contro i commis-
sari Sonthonax e Polverel, e di nuovo nel 1797 quando il monarchico
Vaublanc pronuncia u n a violenta requisitoria schiavista. Ma sino alla fine
della Rivoluzione il decreto del 16 piovoso anno il non verrà mai messo
in dubbio; sarà Bonaparte, sposo della creola Giuseppina di Beauhar-
nais, a ristabilire il vecchio ordine schiavista che d u rerà sino al 1848.
Nel frattempo, tra conquiste e riconquiste, gli inglesi si sono im padro-
niti della Martinica, di Santa Lucia, di Tobago e delle basi commerciali
in India, ma a brum aio dell’anno Vili rimanevano colonie francesi Santo
Domingo, la Guadalupa, la Guiana e l’isola di Francia, così come l’isola
Borbone, divenuta isola della Riunione. Pur trovando un accordo a San-
to Domingo con il potere nero di Toussaint-Louverture, la Rivoluzione
non era stata intransigente con i coloni dell’oceano Indiano, consenten-
do loro il m antenim ento della schiavitù. Di questa storia complessa e tor-
m entata delle colonie durante la Rivoluzione rim ane il ricordo di qual-
che grande personaggio, come Toussaint-Louverture e Sonthonax, e so-
prattutto forse di quel decreto del 16 piovoso anno li che rimane una
delle grandi anticipazioni della Rivoluzione.

L’abolizione della schiavitù

Convenzione nazionale, seduta del 16 piovoso anno il (4 febbraio 1794)


[...] Uno dei tre deputati appena arrivati da Santo Domingo fa un sommario
rapporto sugli avvenimenti che vi si sono svolti. Risaie alla causa delle sventure
di cui l’isola è stata preda, e la scorge nella politica odiosa e negli intrighi
dell’Inghilterra e della Spagna che, volendo far perdere questa interessante co-
lonia alla repubblica, avevano trovato modo d ’organizzar vi la guerra civile. Ma i
negri armati per la causa della Francia hanno sventato col loro coraggio quei
perfidi progetti, e hanno chiesto la libertà qual prezzo dei loro servigi, ed è sta-
ta loro concessa. L’oratore scongiura la Convenzione di confermare tale pro-
messa e di far godere pienam ente alle colonie i benefici della libertà e
dell’eguaglianza. [...]
l e v a s s e u r (deputato della Sarthe): Chiedo che la Convenzione, non ceden-

do a un moto d ’entusiasmo, ma ai princìpi della giustizia, fedele alla Dichiara-


>
112

zione dei Diritti deirUomo, decreti da questo momento che la schiavitù è aboli-
ta su tutto il territorio della repubblica. Santo Domingo fa parte di questo terri-
torio, e tuttavia ci sono degli schiavi a Santo Domingo. Chiedo dunque che tutti
gli uomini siano liberi, senza distinzione di colore.
l a c r o i x (deputato di Eure-et-Loir) : Lavorando alla costituzione del popolo

francese non abbiamo volto il nostro sguardo sugli infelici uomini di colore, e la
posterità per questo ci muoverà un grande rimprovero; ma dobbiamo riparare a
questo torto. Inutilmente abbiamo decretato che nessun diritto feudale fosse
percepito nella repubblica francese. Avete appena udito un collega dire che ci
sono ancora degli schiavi nelle nostre colonie; è tempo di innalzarci all’altezza
dei princìpi di libertà e di eguaglianza. Si ha un bel dire che non ammettiamo la
schiavitù in Francia, non è forse vero che gli uomini di colore sono schiavi nelle
colonie? Proclamiamo la libertà degli uomini di colore; compiendo quest’atto
di giustizia darete un grande esempio agli uomini di colore schiavi nelle colonie
inglesi e spagnole. Gli uomini di colore hanno voluto, come noi, spezzare le lo-
ro catene; noi abbiamo infranto le nostre, non abbiamo voluto sottostare al gio-
go di alcun padrone; accordiamo loro lo stesso beneficio.
l e v a s s e u r : Se fosse possibile mettere sotto gli occhi della Convenzione il qua-

dro straziante dei mali della schiavitù, io la farei fremere per l’aristocrazia eser-
citata da qualche bianco nelle nostre colonie.
l a c r o i x : Presidente, non permettere che la Convenzione si disonori discu-

tendo più a lungo. L’intera assemblea si leva in piedi acclamando. Il presidente de-
creta l’abolizione della schiavitù, in mezzo agli applausi e al grido mille volte ri-
petuto di viva la repubblica! viva la Convenzione! viva la Montagna! I due deputati
di colore sono alla tribuna e si abbracciano {applausi). Lacroix li conduce dal
presidente, che dà loro il bacio di fraternità, ed essi vengono poi abbracciati da
tutti i deputati [...].

(Fonte: Archivesparlementairesy2Aserie, CNRS, Paris 1971, t. 84, p. ’283.)


4. L a n u o v a s o c ie t à

Popolazione e demografia

- Secondo le odierne stime dei dem ografi, ottenute sfruttando - con


correzioni - gli incerti dati dei censim enti dell’epoca, la Francia, con
28.600.000 abitanti nel 1790, era, dopo l’Im pero russo, il paese più po-
polato d ’Europa, e questo peso dem ografico deve essere tenuto presente
per capire, in particolar modo, l’intensità dello sforzo bellico che il pae-
se dovette sostenere. Questa ricchezza demografica era in buona parte il
risultato di una crescita secolare, che aveva visto aum entare la popolazio-
ne a partire dalla fine del xvil secolo, dal livello massimo di circa venti
milioni raggiunto durante l’età classica. Certo, tale crescita era inferiore
a quella di altri paesi dell’Europa centrale od orientale, ove in quel pe-
riodo si era avuta u n ’esplosione demografica, ma essa era stata contrasse-
gnata, verso la m età del secolo e soprattutto tra il 1750 e il 1770, dalla di-
m inuzione della m ortalità dovuta alla riduzione delle carestie e delle epi-
dem ie, m entre la natalità rimaneva stabile. Essa era stata altresì disegua-
le, avvantaggiando soprattutto il Nord-Est e il Midi, dall’Aquitania alle
Alpi, m entre il grande Ovest, com prendente il Massiccio arm orico e le
regioni della Loira, vedeva calare i propri abitanti.

- Q uesta popolazione era in grandissima maggioranza rurale, m entre


quella urbana raggiungeva appena il 16%; cinque sesti degli abitanti vi-
vevano dunque in campagna, e di questi il 75% erano contadini in senso
proprio. La distribuzione spaziale della popolazione mette in risalto l’im-
portanza delle città della Francia del N ord e del Nord-Est, m a anche in
u na parte dell’Ovest e nella regione di Lione, e poi in una sorta di corri-
doio continuo dalla valle della Garonna sino alla bassa Linguadoca e alla
Provenza, che comprendeva il reticolo urbano m eridionale. D’altra par-
te, u n grande spazio vuoto si scorge a sud della Loira, occupato dalla
m aggior parte del Massiccio centrale e da una porzione dell’Ovest; le
città sono scarse anche nelle zone m ontane presso le Alpi e nel Piem on-
te pirenaico. Parigi, con i suoi 550-600.000 abitanti, è - dopo Londra - la
più grande capitale europea, m a poche altre città, come Lione e Marsi-
glia, raggiungono o sfiorano i 100.000 abitanti, o anche solo superano i
114

50.000, come Bordeaux, Nantes e Rouen. La Francia atlantica delle atti-


vità portuali ha una posizione dom inante, anche se centri industriali co-
me Lille, Amiens, Troyes e Nìmes m antengono la loro importanza. Ma
su m en o di 40 città con oltre 30.000 abitanti predom inano ancora le ca-
pitali regionali, come Digione, Tolosa, Rennes o Montpellier, tradizio-
nalm ente dotate, grazie alla presenza dei Parlam enti, di un potere di co-
m ando.

L ’impatto della Rivoluzione

Tale quadro, senza essere capovolto da cima a fondo, verrà profonda-


m ente toccato dal fenom eno rivoluzionario, e ci si chiede se esso abbia
rappresentato una battuta d ’arresto, o, peggio ancora, un regresso de-
mografico; o, in altre parole, se la Rivoluzione sia stata «populicida» co-
me si scrisse all’epoca e talora anche oggi. E possibile tentare un bilancio
complessivo, prim a di addentrarsi nell’analisi delle modalità e dei com-
portam enti collettivi: nonostante il carattere talora ipotetico i calcoli dei
dem ografi odierni ce lo consentono. Al term ine del decennio rivoluzio-
nario la popolazione francese è aum entata di forse mezzo milione di abi-
tanti. È poco o è molto? Probabilm ente è molto, quando si tenga conto
dei salassi che ha dovuto subire, in primo luogo per le perdite militari:
l’im m ane sforzo bellico, dai primi reclutam enti di volontari sino alla leva
di massa, e poi alla coscrizione direttoriale, viene calcolato in perdite di
quasi mezzo milione (480.000) di uomini. Più difficile è valutare quel
che è da attribuire, all’interno delle frontiere, all’avvenimento rivoluzio-
nario in quanto tale: violenze spontanee, il Terrore, la guerra civile, prin-
cipalm ente nell’Ovest, m a anche nel Midi, in forma più diffusa. Si è così
potuto - concetto controverso, come già abbiamo detto - arrischiare per
il periodo rivoluzionario la definizione anacronistica di «genocidio fran-
co-francese». Se si tenta di ragionare serenam ente evitando di rafforzare
o alleggerire abusivamente le tinte del quadro, conosciamo, sulla scorta
degli studi classici di Donald Greer, l’entità del Terrore legale: le esecu-
zioni seguite a condanne a morte pronunciate da tribunali rivoluzionari
furono d a 35 a 40.000, ripartite in modo assai ineguale, il 90% sui teatri
di g u e rra interna, le frontiere, e Parigi; ma 37 dipartimenti ebbero m eno
di dieci condanne. Tale bilancio riguarda, è vero, solo una parte delle
perdite «civili» imputabili alla Rivoluzione: si ebbero massacri al tempo
delle violenze quotidiane - sia offensive sia repressive - nei primi anni a
Parigi e in provincia, esecuzioni sommarie e di massa nel 1793 a Lione e
a Tolone, altri massacri ancora durante gli episodi del Terrore bianco
che infuriò nel Midi dall’anno II all’anno v e più oltre. Il tributo più pe-
sante fu senza dubbio alcuno quello pagato dall’Ovest insorto, e soprat-
tutto dalla Vandea militare, durante una crudele guerra civile: accettia-
115

m o il conteggio, già assai gravoso, di 128.000 caduti nei due campi, su


cui concordano gli specialisti più seri.
E allora da dove viene il resto di quel deficit di mezzo milione di per-
sone nel 1801 di cui si può affermare resistenza? Il saldo non Io forni-
scono gli altri focolai di guerra civile e di chouannerie, m a non bisogna
trascurare il prelievo causato dall’emigrazione - nel 1800 l’elenco degli
emigrati era ancora di 145.000 persone - , che in parte fu definitiva.

Comportamenti demografici

Malgrado il grave e pesante salasso effettuato, la Rivoluzione francese


n o n ha alterato i caratteri della demografia nazionale, che era in espan-
sione: sem bra anzi che la mortalità «normale» sia diminuita. L’Ovest del
paese ha avuto la tendenza a continuare nel suo decrem ento, m entre la
regione parigina, il N ord e il Sud-Est accentuano il loro progresso; tutta-
via si tratta di u n grande Ovest, esteso fino al centro della nazione, il cui
regresso n o n è che in parte imputabile ai disastri della guerra civile.

- In modo m eno spettacolare la Rivoluzione si può in effetti definire co-


m e un colossale trasloco e rimescolio di popolazioni, i cui aspetti più visi-
bili sono facilmente percepibili negli spostamenti dei battaglioni di vo-
lontari o degli eserciti rivoluzionari dell’interno, come in quelli della po-
polazione delle zone della frontiera del Nord o del Nord-Est (come EAl-
sazia). È cosa più difficile seguire le tracce delle migrazioni interne, an-
che se talora le si «sorprende sul fatto», come nel caso di talune com u-
nità dell’Ovest che si spostano all’interno... La Rivoluzione ha tem pora-
neam ente disorganizzato alcuni tradizionali circuiti di migrazioni stagio-
nali o per lavoro, ma ha anche creato poli di attrazione, come ad esem-
pio Tolone, totalmente svuotata all’indom ani della riconquista agli ingle-
si e popolata più di prim a dagli operai venuti da tutta la Francia per lavo-
rare nell’«arsenale della Repubblica». Tutto ciò conduce a sfumare nel
breve periodo il bilancio che si è creduto di poter tracciare di un decre-
m ento - del resto limitato - della popolazione urbana durante il perio-
do, dal 16 al 15% del totale degli abitanti. Certe città situate tra Parigi e il
N ord o l’Ovest insorto si sono occasionalmente affollate, altre, in altre
regioni, come ad esempio Montauban nel Midi, hanno conosciuto sta-*
gnazione e decremento. Questo comportamento, assimilabile a una diffi-
coltosa respirazione - espansione, depressione - , è ben riflesso dalle flut-
tuazioni della popolazione parigina, in aum ento all’inizio del periodo,
in calo nel prosieguo.

-A n c h e in profondità gli atteggiamenti demografici sono cambiati; dalla


fine del 1792 la Rivoluzione vede scoppiare una febbre matrimoniale,
116
che culm inerà nel 1793 e 1794, forse ancora più tardi: la guerra e i reclu-
tam enti cui non sono soggetti gli uomini sposati c’entrano sicuramente
com e stimolo potente, ma la tendenza era iniziata già prima. La nuova
legislazione rivoluzionaria e l’abolizione degli ostacoli giuridici religiosi
sul m atrim onio vi h an n o sicuramente contribuito, più d ell’ipotetico ri-
lassamento dei costumi talora invocato, anche se è indiscutibile che le
m entalità sono cambiate. L’unione libera dei sanculotti, ricordata da Al-
b ert Soboul, nella Parigi deìl’anno il non sembra essere tr atto generaliz-
zato; essa già si praticava e più ancora si praticherà nel xix secolo nelle
classi popolari urbane. Del resto, l’ideologia rivoluzionaria, naturalm en-
te virtuosa e partigiana della famiglia, predica le virtù coniugali, anche
se, con l’instaurazione del divorzio nel 1792, il nuovo regime pare dar ra-
gione a coloro che in esso hanno visto u n a svolta - considerata nociva -
nella storia della famiglia.

- Sulla base di una legislazione liberale, che am mette il divorzio per mu-
tuo consenso, notevoli cambiamenti si hanno soprattutto dal 1793 al
1795: 200 divorzi l’anno a Rouen in questi due anni, un centinaio nei se-
guenti, e anche a Parigi, Lione, Marsiglia è stato possibile misurare la di-
m ensione di questa ondata di divorzi, la cui importanza risiede nell’aver
cancellato un gran num ero di unioni già da tempo finite o mal assortite.
Le facilitazioni legali al divorzio offerte dalla legislazione del 1792 furo-
no limitate a partire dal Direttorio; tra l’altro il codice civile soppresse il
divorzio per mutuo consenso e quindi moltiplicò gli ostacoli, riportando
là pratica al livello assai basso che m anterrà per tutto il xix secolo.
Nascono poi altri problemi che non riguardano esclusivamente la de-
mografia, ma che attengono anche agli atteggiamenti mentali; ci si può
ad esempio chiedere se la Rivoluzione abbia modificato il modo di pen-
sare sulla vita per ciò che concerne la natalità, accelerando la diffusione
della contraccezione - nelle forme elementari di allora, già denunciate
dai vescovi come «funesti segreti» - che non era sconosciuta persino ne-
gli ambienti modesti di alcune provincie già a partire dal 1770. Emma-
nuel Le Roy-Ladurie aveva creduto di poter identificare nel periodo del
decennio rivoluzionario un deciso incremento delle pratiche contraccet-
tive, incremento che in seguito ha ritenuto di dover spostare al periodo
del primo Impero, tuttavia, anche se non esiste correlazione immediata
tra la Rivoluzione e il «rilassamento dei costumi», esiste oggi un accordo
sul fatto che l’epoca è stata favorevole a una più vasta diffusione della
contraccezione.
Questo elemento complementare del bilancio sfumato di questo pe-
riodo, che non fu il grande disastro descritto da certuni, ma resta un mo-
m ento di sensibile inflessione nella storia demografica di Francia, non è
da trascurare.
117
Rivoluzione ed economia

Un’espansione infranta?

La storia economica della Rivoluzione deve affrontare un paradosso- co


me la demografia, essa è disciplina tecnica, si occupa di curve, di cifre dì
complesse tecniche finanziarie. In questo ambito, nonostante gli studi
dell’inizio del secolo, si può dire che essa si sia affermata - in m odo bril
lante - soltanto n ell’opera di Ernest Labrousse La Crise de Véconomìe
frangaise à la veille de la Revolution che prende in considerazione i movi
menti congiunturali dell’economia «vecchio stile», dominata dal mondo
rurale, nel breve periodo d ’una convulsione di corta durata, ma ricollo-
cata anche nel contesto della storia dei mutamenti di lungo periodo e
dello sviluppo del «glorioso xviii secolo», contrassegnato dalla lenta ere
scita dei prezzi, della rendita e del profitto borghese. Rimane da analiz-
zare in profondità, e a ciò sono dedicati gli studi più recenti, l’impatto
del momento rivoluzionario sulle strutture della produzione nel settore
agricolo, industriale (quello tessile, allora predom inante, o il siderurei-
co), commerciale e bancario. °*
Questo approccio preciso, che deve aggirare le difficoltà di fonti di
u n ’epoca ancora in gran parte pre-statistica, mette in luce un altro aspet
to, quanto meno problematico se non inevitabilmente polemico poiché
attraverso il bilancio economico è la Rivoluzione nel suo complesso a
comparire sul banco degli accusati, in modo meno frontale di quando si
parla del Terrore, ma comunque diretto. La Rivoluzione ha forse infran
to lo slancio economico francese, concludendosi nel caos di un fiasco fi
nanziario, di un paesaggio agricolo e industriale devastato e, cosa ancora
peggiore, ipotecando in modo duraturo lo sviluppo del paese? Si ha la
tentazione di guardarsi intorno, di fare paragoni con l’Inghilterra che
senza Rivoluzione, continua la sua rivoluzione industriale prendendo un
vantaggio decisivo sulla Francia e rafforza il suo decollo già in corso da
decenni. In una parola, ha la Rivoluzione interrotto il decollo dell’eco-
nomia francese e ne ha compromesso in modo definitivo le chances di
raggiungetela rivale? Ci si può porre degli interrogativi - pur senza con-
testare la legittimità del metodo comparativo - su questo sistema di di-
stribuire premi come a un concorso; non c’è forse una specifica via fran-
cese allo sviluppo che merita di essere studiata in quanto tale? E se si vuo
le giocare allo stesso gioco, forse che si può dire che la Francia, negli ul-
timi decenni deli’Ancien régime, stava per raggiungere l’Inghilterra o per
eguagliarla nella corsa alla modernizzazione? ^
Sulle orme di Ernest Labrousse gli studiosi odierni, come ad esempio
Denis Woronoff, convengono che l’economia francese aveva fatto nella
seconda metà del xvm secolo, un grande balzo in avanti, testimoniato
non solo dall’esplosione demografica, ma anche dal progresso del gran-
118

de commercio, dallo sviluppo industriale in taluni settori, come quello


cotoniero, soprattutto dopo il 1760, e dalle innovazioni nella siderurgia
(^pnma'colata al Creusot di ghisa al coke nel 1785). TuttaviaTjuèsti stu-
diosi sono altrettanto attenti alle pesantezze e ai ritardi, specie in un
m ondo agricolo in cui l’estensione generalizzata delle superfici coltivate
comincia appena, in alcune regioni come ad esempio la Normandia, ad
accompagnarsi a una profonda trasformazione delle tecniche e dei ren-
dimenti. Se il movimento di espansione (la fase A degli economisti), ca-
ratterizzato da una lenta e benefica crescita dei prezzi e del profitto, ini-
zia in to rn o al 1730 e si prolunga sino al 1817, scavalcando il periodo ri-
voluzionario, esso è soggetto a delle variazioni interne. Tra il 1778 e il
1787 abbiamo un «intercido di contrazione» nella curva dei prezzi, il
crollo dei prezzi vinicoli, le difficoltà delfindustria tessile, e la Rivoluzio-
ne sarà l’erede di questo clima incerto e sfiduciato. Forse la Francia ave-
va già perduto la partita prim a del 1789, rendendo in tal modo relativa
l’im portanza in essa giocata dalla Rivoluzione.
D ’altra parte non bisogna nem m eno minimizzarne l’impatto: la rica-
duta degli avvenimenti politici intralcerà durante un decennio i naturali
moti della congiuntura economica; la guerra in prim o luogo, che dal
1792 sconvolgerà tutti i circuiti economici degli scambi internazionali,
im porrà un considerevole sforzo e prelievo alle forze vive della nazione,
richiederà l’instaurazione di u n ’economia dirigista di guerra e pertur-
berà in modo duraturo i meccanismi della produzione.
Ma la Rivoluzione non aveva atteso il 1792 per impegnarsi in una poli-
tica economica e finanziaria di grande rilevanza per il futuro. Anche sen-
za arrischiarsi a vedere nel ricorso a una guerra espansionistica una fuga
in avanti di fronte alle difficoltà interne - come alcuni fanno - , è neces-
sario valutare l’impatto di due misure, del resto intim am ente collegate,
come la nazionalizzazione dei beni del clero - colossale esproprio - e
l’avventura degli assegnati che, scatenando il meccanismo dell’inflazione
galoppante, avrebbe modificato tutta la storia economica del periodo.
Non c’è bisogno di ricordare - a proposito di attribuzione delle respon-
sabilità —che tale duplice misura è frutto dell’eredità dell*Ancien régimee
della crisi finanziaria che n e aveva accelerato la caduta; «O deficit benve-
nuto, tu sarai la ricchezza della nazione!», aveva detto Mirabeau, ma bi-
sognava trovarla, quella ricchezza!
All’incrocio dei moti di una congiuntura fo rtem en te ritm ata, in
quell’econom ia essenzialmente agraria, dall’andam ento dei raccolti - ca-
restia e conseguente crescita a freccia dei prezzi agricoli nel 1788-1789
che influiscono su tutta l’economia, miglioramento nel 1790-1791 com-
promesso dalla guerra e dall’inflazione a partire dal 1792, nuova crisi
agricola nel 1795-1796 seguita da una «schiarita» (Denis Woronoff) tra
1797 e 1799, di nuovo cattivo raccolto alla vigilia del 18 brum aio - e di
u n ’altra congiuntura, questa volta politica, l’econom ia del decennio ri-
119

voluzionario n o n fornisce un quadro uniform e, ma l’im m agine della lot-


ta incessante dei suoi attori per ergersi, com e si diceva allora «all’altezza
delle circostanze».

Libero mercato o calmiere

Ma quali strum enti ideologici avevano quegli attori per affrontare tale
congiuntura, o, più sem plicem ente, esiste u n ’econom ia politica della Ri-
voluzione francese? Sarebbe troppo semplice riassumerla in u n a parola,
libertà, e concluderne che tutti i dirigenti dell’epoca erano fautori del li-
beralismo economico, anche se la libertà d ’impresa com pare, si è visto,
come com plem entare dei valori proclamati di «proprietà» e di «sicurez-
za». Negli am bienti politici e affaristici del tempo si era probabilm ente
d ’accordo sul fatto che - nella sua versione assolutista - il vecchio siste-
ma di dirigismo econom ico, di stampo colbertiano, che regolam entava
in m odo pedante e minuzioso la produzione e sosteneva le fabbriche sta-
tali usando il privilegio reale, aveva fatto il suo tem po, e contem poranea-
m ente si denunciava l’arcaismo delle barriere - pedaggi, dazi e dogane
interne.
È corretto opporre p u n to per punto a questa visione diffusa nelle éli-
tes u n altro modello di etica economica, fondata su una diversa in terp re-
tazione della filosofia del diritto naturale, così come form ulata da Locke
sino a Mably, che poneva al centro dei diritti naturali dell’uom o quello
all’esistenza, con tutte le conseguenti restrizioni all’esercizio della libertà
di im presa, che doveva arrestarsi il m om ento in cui venisse m inacciata la
soddisfazione dei bisogni umani?
Q uesta teoria tuttavia si accordava con quella formulata a m odo loro
- sia nei com portam enti sia nelle dichiarazioni - dai gruppi popolari, in
città com e nelle campagne; si teme la libera circolazione delle merci,
giacché sguarnisce i m ercati, m entre il prezzo libero viene rifiutato in fa-
vore della fissazione di u n calmiere a prezzo giusto sui beni, che li metta-
no così alla portata degli indigenti. Queste rivendicazioni rispondono a
necessità oggettive, m a appartengono a un universo culturale in cui è ra-
dicato il tem a dell’accaparratore o del com plotto p er provocare la care-
stia, e si rifanno a una tradizione di lotte delle com unità contadine per
l’egualitarismo, la difesa e le azioni in com une. Tale possente esigenza
popolare, nelle due versioni, urbana e rurale, verrà imposta con le lotte
sociali, costringendo al compromesso la classe politica, e anche a fornir-
le u n parziale riconoscimento.
Possiamo quindi pensare che vi sia stato l’effettivo incontro tra una
m inoranza convinta fautrice della filosofia naturale, e la rivendicazione,
inizialmente spontanea, poi indotta, delle masse popolari? N on lo si può
afferm are in modo netto; ed è dedicarsi alla ricostruzione storica a poste-
120

riori concludere che la Rivoluzione avrebbe potuto scegliere, invece


d ’impegnarsi sul cammino della trasformazione capitalista della società,
ralternativa di questa etica economica in cui si incontravano la filosofia
del diritto naturale e la rivendicazione popolare.

Tappe di una politica '

Seguire sul terreno le tappe della politica economica della Rivoluzione


significa distinguervi diversi moménti. All’inizio, nonostante la pressione
popolare, la corrente liberale ha la meglio: fin dall’estate 1789 si procla-
ma la libera circolazione dei cereali, e in effetti alcune misure sono po-
polari e tali da ottenere l’unanimità dei consensi, come quelle che nel
1790 aboliscono i dazi e i pedaggi, e i parigini trasformano in festa la di-
struzione delle barriere daziarie alle porte della capitale. Ma sono indub-
biamente meno popolari altri testi, nei quali si finge di scorgere solo le
conseguenze della notte del 4 agosto, che ha abolito i privilegi feudali.
In questo periodo la Costituente ha deliberato i testi fondamentali che
regolano la libertà d’impresa: il 2 marzo 1791 si vota la legge Allarde, dal
nome del relatore, che sopprime le corporazioni, le industrie con privi-
legio reale e la regolamentazione della produzione. Il 14 giugno la legge
Le Chapelier precisa lo spirito e le modalità di questa prima tappa (vedi
il testo a pp. 121-122) vietando ogni «coalizione» o associazione di lavo-
ranti (compagnons) o di mastri artigiani e proibendo loro di «prendere de-
cisioni o deliberazioni sui loro pretesi interessi comuni», misura, quest’ul-
tima, che indubbiamente pesa fondamentalmente sui salariali, giacché la
libertà di associazione viene sacrificata alla proclamata libertà del lavoro.
Ma la persistente preoccupazione per i rifornimenti alimentari, esplo-
sa in rivolte per il grano sui mercati, e ancora cresciuta dal 1791 al 1792,
quando le imposizioni popolari del calmiere assumono u n ’ampiezza
spettacolare nelle grandi pianure intensamente coltivate, mentre a Pari-
gi dal 1792 al 1793 i disordini per lo zucchero e il caffè colpiscono le dro-
gherie, è la spia del divorzio popolare da una classe politica fautrice del-
la libera circolazione dei beni. Di essa si farà difensore, tramite i suoi
portavoce, come Roland, il partito girondino, anche se dovrà poi scende-
re a un compromesso, per la pressione della crisi dell’estate 1792, pro-
mulgando le prim e misure autoritarie per rifornire i mercati.

- Dopo la caduta della Gironda, la pressione popolare, le cui rivendica-


zioni vengono espresse dagli «arrabbiati» (vedi il testo a p. 122), e ancor
più la necessità di sostenere lo sforzo bellico, constringono la Montagna
a convertirsi ai princìpi dell’economia pianificata sotto controllo statale.
Il Maximum,, calmiere del prezzo del grano e del pane, poi di tutte le
merci, è introdotto a tappe: nel maggio 1793 è stabilito a livello locale
121

dalle autorità dipartim entali, in settem bre in tutta la Repubblica viene


applicato in modo uniform e il Maximum generale; m entre il 19 dello
stesso mese il calm iere è esteso all’insieme dei prezzi e salari, questi ulti-
mi sulla base di un tasso del 150% in più rispetto al 1789.
Questa politica di controllo è inserita nell’am bito della legislazione
sociale, la cui essenza, come abbiamo visto, era stata definita nella Costi-
tuzione del 1793, che enunciava il dovere di portare aiuto ai m eno favo-
riti e di garantire il diritto di tutti all’esistenza. Era l’espressione di un
ideale di dem ocrazia sociale, cui le leggi di ventoso anno il tenteranno di
dare una prim a applicazione nella primavera 1794.
Le misure che accom pagnano il Maximum - requisizioni forzate e
controllo - si integrano in un dispositivo generale che ha lo scopo di ga-
rantire il corretto approvvigionamento delle città; obiettivo raggiunto al-
la m eno peggio sino alla primavera dell’anno il. Particolare attenzione
viene dedicata a tutto ciò che riguarda lo sforzo bellico: organizzazione
di laboratori p er provvedere all’equipaggiam ento delle truppe e alla
produzione del salnitro per la fabbricazione della polvere, controllo in
diversi modi delle industrie siderurgiche indispensabili p er l’arm am ento
(règie [gestione sotto direzione di un privato delle industrie sequestrate]
o il sistema dell’entreprise [affitto a gestori privati]), e persino nazionaliz-
zazione delle polveriere.

- Con Term idoro si assiste al ritorno della de-regolamentazione, di cui è


simbolo l’abolizione del Maximum, diventato odioso ai salariati come ai
produttori; il D irettorio preferisce subappaltare lo sforzo bellico a im pre-
se e società che ne ricavano u n buon profitto. Il ritorno alla libera inizia-
tiva avviene in un clim a d ’anarchia di cui fanno le spese i più poveri, an-
che se la durezza della realtà impone di scendere a compromessi e pro-
cedere per gradi. Si tenta quindi d ’im porre ai coltivatori il rispetto della
disciplina di approvvigionamento dei m ercati urbani, per evitare la spe-
culazione e l ’econom ia del baratto in via di formazione. In stridente con-
trasto con gli ideali di virtù e solidarietà dell’anno il tende invece a costi-
tuirsi u n ’economia parallela, non ignota negli anni precedenti, quando
la denuncia degli accaparram enti e del malvolere dei grandi agricoltori
ne sottolineava i misfatti. Il naufragio della carta m oneta, di cui tra poco
m etterem o in risalto la dimensione, accentua la tendenza: da regione a
regione - vini della vallata della Loira in cambio di grano della Beauce - ,
da privato a privato - contadini e gente di città - la ritrovata libertà giova
a chi ha, a danno di chi non ha nulla da scambiare.
122

La legge Le Chapelier (14-17 giugno 1791) (estratto)

Articolo primo - Poiché Pannientamento di ogni specie di corporazione di cit-


tadini dello stesso stato e professione è una delle basi fondamentali della Costi-
tuzione francese, ne è vietato il ristabilimento di fatto, sotto qualsiasi pretesto e
in qualsivoglia forma.
Articolo secondo - I cittadini di un medesimo stato o professione, gli im-
prenditori, i negozianti, gli operai e lavoranti di una qualsiasi arte, non potran-
no, quando si riuniscono, nominarsi un presidente, né segretari o amministra-
tori, né tenere registri, prendere decisioni o deliberazioni, né costituire regola-
menti sui loro pretesi interessi comuni.
Articolo terzo - E vietato a ogni corpo amministrativo o municipale ricevere
richieste o petizioni a nome di uno stato o di una professione, e di fornirvi alcu-
na risposta; ed è loro ingiunto di dichiarare nulle le delibere che potessero ve-
nir prese in tal modo, e di vegliare con cura che non venga dato loro alcun se-
guito né esecuzione. [...]

(Fonte: J. B. Duvergier, Collection complète des lois, déarets, ordonnancesy t. in, Guyot
et Scribe, Paris 1834, p. 22.)

La dottrina degli «arrabbiati» (fine giugno 1793)

Delegati del popolo francese,


Cento volte in questo sacro recinto sono risuonate le descrizioni dei crimini de-
gli egoisti c dei bricconi; sempre voi ci avete promesso di colpire le sanguisughe
del popolo. L’atto costituzionale sta per essere presentato all’approvazione del
sovrano: vi avete proibito l’aggiotaggio? No. Vi avete introdotto la pena di mor-
te per gli accaparratori? No. Avete stabilito in che cosa consiste la vendila del
denaro monetato? No. Ebbene, noi dichiariamo che non avete fatto tutto per la
felicità del popolo. La libertà non è che un vano fantasma quando una classe di
uomini può impunemente affamarne un’altra. L’eguaglianza non è che un va-
no fantasma quando il ricco, con il monopolio, ha diritto di vita e di morte sui
suoi simili. La repubblica non è che un vano fantasma quando la controrivolu-
zione avanza, giorno dopo giorno, tramite i prezzi dei beni, che i tre quarti dei
cittadini non possono affrontare senza sacrificio. Tuttavia, è solo fermando il
brigantaggio del bottegaio, che bisogna distinguere dal commerciante, è solo
mettendo i commestibili alla portata dei sanculotti che voi li farete aderire alla
Rivoluzione e li adunerete intorno alle leggi costituzionali.
Or dunque! Forse perché questi mandatari infedeli, gli uomini di Stato, han
chiamato sulla nostra sfortunata patria i flagelli della guerra straniera, biso-
gnerà che il ricco ce ne dichiari una ancor più terribile all’interno? Perché tre-
centomila francesi, proditoriamente sacrificati, sono periti sotto il ferro omicida
degli schiavi dei re, bisognerà che coloro che ne custodivano i focolari siano co-
stretti a mangiare dei sassi? Bisognerà che le vedove di coloro che son morti per
la causa della libertà paghino, a peso d’oro, persino il cotone per i fazzoletti che
servon loro per asciugarsi le lagrime? Bisognerà che esse paghino, a peso d ’oro,
il latte e il miele che servono a nutrire i loro figli?

(Fonte: citato da M. Dommanget.Jacques Roux le cure rouge, Lefeuvre, Paris 1948)

Uavventura degli assegnati


%

N ell’avventura collettiva di questa econom ia rivoluzionata, in cui i


princìpi si scontrano con la realtà, la crisi finanziaria è stata considerata
come u no dei principali elem enti di un fiasco economico, che porta con
sé la condanna globale di u n ’esperienza fatta da apprendisti stregoni nel
segno dell’improvvisazione. Attentando agli equilibri de\YAncien regime-
equilibri d ’altro canto già assai pericolanti - , im padronendosi del patri-
m onio ecclesiastico, m a p er dilapidarlo in m odo sterile lanciandosi
neH’aw entura mal condotta della sostituzione della m oneta metallica
con m oneta cartacea, si è corso il rischio - dicono alcuni - di incontrol-
labili slittamenti verso la bancarotta finale di u n ’econom ia disastrata.
Non si può negare l’evidenza, anche se appare eccessivo giudicare unica-
m ente dal punto di vista dei problemi finanziari u n ’avventura collettiva
le cui conseguenze sociali ed economiche superano di gran lunga tale am-
bito, e se, quanto alle responsabilità, si passano celerm ente sotto silenzio
quelle dell 'Ancien régime in agonia. E perciò opportuno, senza pregiudizi
di sorta, seguire il concatenarsi dei fatti e valutarne le conseguenze.

- Pur non avendo delle finanze sane, la Francia del 1789 aveva una m o-
neta forte, la lira tornese (livre toumois), che si era stabilizzata intorno
agli anni Venti del secolo; il num erario non mancava, anche se era poco
diffuso l’impiego della m oneta fiduciaria, nonostante l’istituzione, alla fi-
ne dt\YAncien régimey di una cassa di sconto per tratte e cambiali com-
merciali: a differenza dell’Inghilterra, la Francia n on disponeva di una
grande banca centrale.
Il problem a cruciale, intim am ente legato al sistema fiscale, era costi-
tuito dalle finanze statali, che avevano un deficit cronico, che aveva as-
sunto negli ultimi decenni, e in special m odo dopo la guerra per l’Indi-
pendenza americana, vero pozzo senza fondo, considerevoli proporzio-
ni, giacché il solo pagam ento degli interessi assorbiva il 50% delle entra-
te annue. Perché - com e suggeriva il banchiere Lecoulteux con borghe-
se saggezza - non fare com e fanno in questi casi le famiglie, e vendere
una parte del patrimonio? Il 2 novembre 1789 Talleyrand propose all’As-
semblea la nazionalizzazione dei beni del clero, con u n ’entrata stimata
in due miliardi di lire tornesi.

-N e lla form a iniziale il sistema funziona con estrem a prudenza: una cas-
124
Svalutazione deirassegnato a Parigi (1792-1794)

Valore numerario 100 lire-assegnato

(Fonte: M. Bouloiseau, Im Réfmbliquejncobine, cit.)

sa straordinaria em ette i biglietti, gli assegnati (assignats), specie di obbli-


gazioni garantite dai beni nazionali, che fruttano l’interesse del 5%; essi
possono venir usati in pagam ento di quei beni, sono distrutti al rientro
nelle casse statali e finanziano le anticipazioni che la cassa versa allo Sta-
to p er rim polpare le sue finanze. Vennero in tal modo emessi 400 milio-
ni di assegnati.
Ma i bisogni incalzano: rassegnato è di difficile collocamento, la ven-
dita dei beni nazionali com porta ritardi, l’istituzione e l’esazione dei
nuovi tributi sostitutivi di quelli delVAncien régi?ne esigono tempi lunghi.
D ecidendo il 29 settem bre 1790 una nuova emissione di 800 milioni di li-
re in assegnati di piccolo taglio, senza interesse, e decretandone il corso
forzoso, l’Assemblea li trasform a in u n a vera e propria m oneta, la cui
co n tin u a em issione, servirà a coprire le spese correnti dello'Stato. Con-
trollata all’inizio - 9 0 0 milioni nel 1791, 600 nel 1792 - rem issione divie-
n e vorticosa n el 1793 sotto la pressione di nuove esigenze: n ell’agosto di
quell’anno sono in circolazione circa.4 miliardi in assegnati, inflazione
m onetaria che di necessità com porta svalutazione. N ell’estate 1792 il bi-
glietto da 100 lire era scambiato, in rapporto al num erario, a n o n più
d ell’80% del suo valore, al 50% all’inizio del 1793 e a solo il 30%
n ell’estate dello stesso anno; la m oneta cattiva scaccia quella buona, e il
num erario si nasconde, con tutte le conseguenze sociali che ciò com por-
ta. Tutto n o n era ancora p erd u to in quella spirale inflazionistica, dato
che proprio allora la vendita dei beni nazionali di seconda origine -
quelli degli em igrati - offriva una nuova fonte di entrate, così com e le
imposizioni del 1793 ai nuovi paesi annessi. Il governo di Salute pubbli-
ca, che unirà a questi redditi la spoliazione degli argenti delle chiese,
ten ta di arrestare la spirale rallentando le emissioni e riesce a o tten ere
qualche risultato tem poraneo, giacché il tasso di scambio degli assegnati
risale dal 30 al 50%.

- Dopo Term idoro è la disfatta, proprio quando i m om enti difficili stan-


no passando: n ell’estate 1795 sono in circolazione 11 m iliardi di assegna-
ti. I tentativi di risanam ento - pagam ento in natura di u na parte delle
imposte, prestito forzato nell’anno rv - hanno scarso effetto e, costretto a
riconoscere la realtà dell’inflazione, il governo fissa il corso ufficiale
dell’assegnato. Q uando il 19 febbraio 1796 si decide le fine dell’avventu-
ra degli assegnati,, ce ne sono in circolazione ben 34 miliardi. Il D iretto-
rio h a tentato di sostituirli con u n ’altra m oneta cartacea, il m andato ter-
ritoriale, sem pre a corso forzoso, m a questo nuovo tentativo ha fatto ci-
lecca: scambiabili in un rapporto troppo basso contro gli assegnati privi
di valore ( l a 30), i m andati sono colpiti dallo stesso discredito dei loro
predecessori. L’operazione è ancora più breve: nel febbraio 1797 al m an-
dato territoriale viene tolto corso legale.

- Il ritorno alla m oneta metallica e il crollo dei prezzi conseguente alla


fine del fenom eno inflazionistico com portano un duraturo marasma. Da
questo passaggio le finanze statali escono «al meglio», ossia piuttosto
malconce: liberate dal debito il 9 vendem m iaio anno vi (30 settem bre
1797) tram ite la «bancarotta dei due terzi», catastrofica p er i piccoli red-
ditieri, finanziandosi sulle entrate straordinarie derivate dal saccheggio e
dalle contribuzioni delle nazioni conquistate, sem bra tuttavia che le en-
trate fiscali com incino a migliorare nel paese, che si sta abituando alle
nuove imposizioni. La situazione però ridiventa difficile, e addirittura
tragica nel 1799.
La politica finanziaria della Rivoluzione si chiude quindi con u n indi-
126

scutibile fiasco, dalle pesanti conseguenze sia sul piano economico sia su
quello sociale, anche se è forse opportuno guardare al di là di questa
considerazione. La Rivoluzione si è garantita la sopravvivenza: la vendita
dei beni nazionali - qualunque ne sia stato il bilancio - ha operato una
trasformazione in profondità che non può essere giudicata fallimentare.
Come faceva notare Georges Lefebvre, a lungo termine una disfatta fi-
nanziaria può nascondere un successo sociale.

L'economia francese dopo la Rivoluzione

Un inventario sincero dell’economia francese alla fine del decennio ri-


sulta denso di contraddizioni. Gli indici della produzione, là dove si pos-
sono paragonare a quelli del 1789, mostrano una crescita tem poranea-
mente interrotta, che nella migliore della ipotesi recupera, all’epoca del-
la «schiarita» direttoriale, i livelli iniziali. E tuttavia è opportuno precisa-
re le variazioni.

- In campo agricolo la politica volontarista dell’anno II ha spinto a una


messa a coltura a qualsiasi costo di ogni spazio coltivabile; nuove coltiva-
zioni si sono affermate, come ad esempio la patata, talora a scapito
dell’innovazione nel campo delle foraggere e dell’allevamento del be-
stiame, colpito inoltre dalle requisizioni. Gli attrezzi agricoli, n on rinno-
vati, rim angono antiquati e rispecchiano così la società rurale di molte
regioni. L’occupazione delle terre comunali, come pure la messa a taglio
regolato dei boschi possono essere valutate in modo differente, a secon-
da che se n e consideri la portata sociale o la redditività economica.

-A n co ra più nette sono le contraddizioni nell’industria: il tessile, princi-


pale settore della produzione industriale, ha sofferto del marasma eco-
nomico della teleria (ad esempio nell’Ovest), come della drapperia del
Nord e del Midi di Linguadoca. Ma lo sviluppo dell’industria cotoniera,
dove si hanno le innovazioni, è ancor più notevole nelle regioni ove sono
situate le fabbriche: Paris, Rouen, 1*Alsazia, la regione di Lilla. Tagliato
fuori dall’esterno, il mercato francese si consolida; nuovi circuiti di rifor-
nimento suppliscono alla scomparsa dei vecchi, gli im prenditori appro-
fittano della m anna rappresentata dalla messa a disposizione degli edifici
già delle congregazioni religiose per impiantarvi i propri opifici, e conti-
nuano lo sforzo di am m odernam ento tecnologico installando nuove
macchine. Oberkampf a Jouy-en-Rosas e Richard e Lenoir a Parigi, che
occupano i locali di un ex convento, mostrano la disponibilità degli in-
dustriali ad adattarsi alle nuove circostanze.
Nel settore siderurgico o in quello minerario la situazione è lungi
dall’essere altrettanto florida. Molte aziende estrattive o siderurgiche, in
127

origine di privilegiati, nobili o abbazie, vengono sequestrate o mutano


p ro p rietario , e sono oggetto di particolare attenzione n el quadro
dell’econom ia di guerra. Il sistema della règie o de\V enlreprise, conferen-
dole in affitto a dei gestori sotto la sorveglianza dello Stato, consente che
adem piano alla loro missione nell’anno TI, prima che il Direttorio le met-
ta in vendita. In queste condizioni difficili l’innovazione segna il passo,
ad esempio al Creusot, che rimane l’isolata vetrina tecnologica del futu-
ro am m odernam ento; giacché il moltiplicarsi di piccole officine siderur-
giche - nel centro del paese o nelle regioni montane - non ha certo fa-
vorito il progresso tecnico, e la mancanza di legna da ardere, che rimane
il combustibile fondam entale, si fa sentire nonostante le requisizioni e i
tagli d ’imperio.

- Il grande commercio, elemento vitale del dinamismo econom ico del


secolo, è indubbiam ente quello che ha più sofferto per l’interruzione
dei grandi traffici marittimi. La svolta in questo settore, così come la si
può valutare attraverso gli arrivi delle navi in un grande porto come Mar-
siglia, non si ha nel 1789, bensì nel 1793, quando si fanno sentire le con-
seguenze della guerra e del blocco inglese, mentre sull’Atlantico la rivol-
ta delle colonie e la loro perdita assestano un grave colpo ai grandi porti.
Il colpo non è mortale: a Marsiglia gli scambi tradizionali vengono par-
zialmente sostituiti da un commercio di cabotaggio m editerraneo, effet-
tuato tramite interm ediari neutrali, come i genovesi; anche Bordeaux
m antiene una parte della sua attività ricorrendo a naviglio am ericano o
nordico. Ciononostante il periodo rappresenta una svolta irreversibile
per il grande commercio tradizionale.
Eclissi del grande commercio e degli affari? Ancora una volta, è op-
portuno sfumare. Nel m ondo complesso degli uomini d’affari e perso-
naggi della finanza alla fine del periodo non tutti ci avranno perso; la Ri-
voluzione ha ghigliottinato i fermiers généraux [finanzieri cui veniva appal-
tata la riscossione delle imposte indirette], ma ha relativamente rispar-
miato i banchieri, pur guardandoli con sospetto nell’anno il e chiuden-
do la Borsa (che riaprirà sotto il Direttorio). Le grandi famiglie dell’alta
finanza parigina, come i Perrégaux, gli Hottinger, i Delessert, spesso
d’origine protestante (ginevrina o svizzera), già saldamente impiantate
alla fine de\YAncien régime, hanno saputo sopravvivere, e dopo Termido-
ro la ripresa della dinamica degli affari dal 1796 al 1799 le vede prospe-
rare. Il ritorno dei capitalisti si concretizza nella creazione di numerosi
istituti di credito: la Cassa dei conti correnti, che associa l’alta finanza e il
grande commercio, la Cassa di sconto del commercio e la Banca territo-
riale, che si rivolge al mercato aperto alla speculazione fondiaria dalla
vendita dei beni nazionali. Se le necessità di denaro di uno Stato in catti-
ve acque rendono queste potenze un intermediario necessario, le ban-
che traggono egualmente profitto dalla ripresa dell’attività commerciale
128

n el territorio sotto i francesi, e il circolo chiuso degli uom ini d ’affari si


arricchisce di apporti nuovi venuti dalla provincia (Lione, Rouen, M ont-
pellier, Grenoble) com e dalla Svizzera o dal Belgio. Tale sviluppo è forse
m eno completo di quello contem poraneo in Inghilterra, e non arriva
certo a toccare Pinterno della Francia provinciale. Inoltre è fragile, giac-
ché a fianco delle dinastie consolidate che hanno saputo ritagliarsi la lo-
ro fetta di torta, durante il Direttorio i nuovi ricchi, fornitori militari,
produttori di m unizioni, faccendieri e speculatori d ’ogni sorta, ammas-
sano fortune talora immense e spesso effimere.
Non bisogna dim enticare questo aspetto speculativo dell’econom ia ri-
voluzionaria, m a n e ll’arco del p erio d o avvengono m u tam en ti più
profondi, tra cui il cambiamento della geografia economica francese è
certam ente il più significativo. La Francia atlantica ha un regresso e ac-
cusa il contraccolpo della crisi del grande commercio e delle industrie
tradizionali, che ne colpiscono gli ambienti urbani. Invece la Francia
d ell’Est progredisce, e si è potuto parlare di «asse renano», che testimo-
nierebbe col suo dinamismo economico un inizio di spostamento degli
spazi economici verso l’Europa continentale, evoluzione che si accen-
tu erà durante l’Im pero. In questo nuovo spazio trovano posto i territori
annessi - Belgio e R e n a n ia - ove la siderurgia è fiorente. Da ultimo Pari-
gi, ove si concentrano gli affari e anche le nuove industrie più dinam iche
del settore tessile o di quello chimico, si afferma anche come centro in-
dustriale di im portanza sempre crescente.
Periodo di disordini, ma anche di esperimenti con la sua parte di falli-
m enti, la Rivoluzione francese non lascia dunque, in campo economico,
il paesaggio coperto di rovine che si è talvolta descritto, avendo immesso
nella sua legislazione le condizioni per entrare nella m odernità del xix
secolo e posto le basi di una società nuova in cui la borghesia liberale
consoliderà le sue conquiste. E perciò opportuno a questo punto pren-
d ere in esame questa nuova divisione dei compiti.

La Rivoluzione contadina

Si deve principalm ente a Georges Lefebvre e alla sua insistenza a voler


distinguere le rivoluzioni, la coscienza della specificità, per n on dire
dell’autonomia, della rivoluzione contadina: autonomia relativa, giacché
si è visto quale peso abbia avuto il m ondo rurale sui destini nazionali, in
special m odo nell’estate 1789. Rimane nondim eno il fatto che tre quarti
dei francesi, che sono contadini, hanno vissuto la Rivoluzione in funzio-
ne dei loro problem i e secondo proprie strategie. Pur se non bisogna far-
ne un mito, la com unità contadina non è una vana parola; com posta o
strutturata in m odo ineguale secondo le regioni, essa ha i propri obietti-
vi collettivi di guerra, ma anche le proprie tensioni interne
129
Profmetà, sfruttamento, prelievo signorile

-D istinguerem o innanzitutto tra contadini proprietari e contadini senza


terra, poiché se roriginalità della Francia del 1789 è proprio di lasciare
una porzione relativamente im portante di terra ai contadini - circa il
40% sul totale nazionale -, ciò riflette delle assai differenti realtà regio-
nali: nelle pianure a cultura estensiva della regione parigina e nel Nord
la porzione contadina è ridotta, dal 20 al 30%, talora m eno intorno a Pa-
rigi; essa è assai scarsa nell’Ovest, limitata nel Centro dalla grande pro-
prietà (come nel Bourbonnais), che si ritrova anche in certe zone del Mi-
di (come nella bassa Linguadoca). T utto considerato il maggiore contra-
sto si osserva tra N ord e Sud, infatti anche se la porzione contadina cre-
sce nel Nord-Est, da Lorena e Alsazia alla Franca Contea, è dal Sud-Ovest
verso il Massiccio centrale, m a anche verso gli altri massicci m ontani, Pi-
renei e Alpi, dal Delflnato alla Provenza, che si estendono le regioni a va-
sta, e anche vastissima, proprietà contadina.
La porzione contadina non è tuttavia esclusiva neppure in quelle zo-
ne. A fianco della ripartizione della proprietà, bisogna prendere in con-
siderazione il tipo di sfruttamento delle terre (di proprietà di privilegiati
o di borghesi) che sono, in gestione indiretta, affittate ai contadini se-
condo modalità differenti: il fermage, canone fìsso per la durata di un
contratto di 3, 6 o 9 anni, in denaro o in natura, è consueto nelle regioni
a coltura estensiva della Francia settentrionale delle grandi tenute. Il né-
tayage, o contratto di mezzadria, che prevede la divisione in parti eguali
del raccolto, talora tuttavia più sfavorevole al contadino, caratterizza zo-
ne di agricoltura più modesta, quando non povera, nella Francia centra-
le e nella maggior parte del Sud-Ovest aquitanico. Nell’Ovest il fermage
coesiste con forme modificate di mezzadria, com e il domaine congéahle, in
cui la rendita dovuta al proprietario è appesantita da elementi tipici del
sistema signorile.

- Il peso ineguale del prelievo feudale è la terza componente, e non la


meno im portante, nell’articolazione di questi equilibri. Il peso dello
champart, quota del raccolto prelevata sul campo, può variare da un ter-
zo, caso eccezionale, sino a un trentesimo. Il tasso globale di tali diritti,
inferiore al 2% del reddito contadino neH’Ile-de-France, supera il 10%
nel Tolosano; ciò vuol dire che la sorte del contadino è assai ineguale da
un luogo all’altro e persino all’m terno della società contadina.

Le rivendicazioni contadine

- Le lotte contadine non sono soltanto centrate sulla fondamentale ri-


chiesta di pane che anima tutte le rivolte annonarie; nel 1789, il discorso
130
collettivo dei cahiers de doléances insiste piuttosto sulla denuncia del pre-
lievo signorile e del sistema feudale, talora associandovi quella della deci-
ma, deviata dalla sua originale destinazione. Altri motivi di contenzioso —
m eno evidenti a un prim o sguardo - sono quelli esposti da Georges Le-
febvre nell’opera Questions agraires sous la Terreur. nelle grandi pianure a
coltura estensiva della Francia settentrionale il problem a è quello delle
grandi fattorie, ossia della concentrazione delle aziende agricole sfrutta-
te così come allora praticata dai grandi proprietari, nobili o abbazie, che
aum enta la fame di terra dei piccoli coltivatori. Altrove, soprattutto sulla
frontiera tra le grandi coltivazioni e i piccoli appezzamenti, cioè nel cen-
tro e n el Sud-Ovest, ossia proprio ove è particolarm ente diffusa la mezza-
dria, si denunciano i com portam enti dei fermiers généraux, gli interm edia-
ri, contadini o meno, cui - in cambio di una rim unerazione fissa - è affi-
dato dai grandi proprietari l’incarico di riscuotere le loro rendite, e spes-
so anche i loro diritti signorili, e che opprim ono i contadini. Una parte
delle lotte contadine si concentra sul problem a dei communaux, terre co-
m unali di proprietà collettiva indivisa - terreni incolti, brughiere, ma an-
che foreste - , di cui si denuncia l’accaparram ento da parte dei signori,
spesso grazie a ripartizioni imposte alla com unità, alla fine delI’A ndm re-
gime, in virtù del diritto di scelta o di divisione (droit du trìage, droil de can-
tonnement). Si esita tra la difesa dell’uso collettivo e la rivendicazione di
una suddivisione - egualitaria o proporzionale alla proprietà - di queste
terre m olto ambite; e qui gli interessi divergono: l’individualismo agrario
dei contadini o dei proprietari agiati, che desiderano recintare le pro-
prie terre per sottrarle ai gravami delle servitù collettive, com e ad esem-
pio al diritto di pascolo (vainepàturé), e sostituire al maggese delle cultu-
re foraggere, si scontra con vive opposizioni.

- 1 problem i della commercializzazione e della distribuzione costituisco-


no infine un ulteriore ostacolo, e non dei minori. Contadini venditori,
m ercanti e mediatori da un lato, classi consumatrici dall’altro, si con-
frontano in città e in campagna: un consistente filone del pensiero libe-
rale si ispira alla dottrina fisiocratica del laissez-faire, laissez-passer, racco-
m andando, sulle orm e di Turgot, la libera circolazione dei grani, m entre
diverso è il m odo di ragionare e di comportarsi che prevale negli strati
popolari. La gente m inuta di città e di campagna esige non solo il rigido
rispetto del controllo p er evitare ogni accaparram ento, m a anche il cal-
miere del grano e del p ane, in m odo da renderne il prezzo accessibile ai
poveri, e si allarma alla vista di carri e chiatte che trasportino cereali.

Le lotte agrarie

La storia agraria della Rivoluzione è storia di lotte e di conquiste, spesso


131

a viva forza. Ciò non era scontato: gli storici hanno talora opposto ai «fu-
rori contadini» del xvii secolo la calma relativa di un xvm secolo rinsavi-
to nel quale le sollevazioni popolari diminuiscono di numero e di inten-
sità, e la guerra delle Farine (1774) si presenta come un avvenimento iso-
lato. Si sottovaluta così l’im portanza della mobilitazione contadina, forse
frazionata e m eno spettacolare, ma costante, a partire dalla quale si com-
prendono meglio le grandi fiammate dalla primavera 1789 all’autunno
1792.

- Un andam ento a fasi alterne si delinea in quegli anni, in cui la legisla-


zione agraria della Rivoluzione risponde, talora in ritardo, alle ripetute
sollecitazioni della mobilitazione collettiva. La rivoluzione contadina
precede quella delle città: fin da marzo e aprile 1789, nel corso della p re-
parazione degli Stati generali, alcune provincie si sollevano (Cambrésis e
Piccardia a nord, bassa Provenza a sud). Luglio vede un'altra vampata ri-
voluzionaria, che rianima i focolai del nord, ne accende nel bocage nor-
m anno, in alta Alsazia e nella Franca Contea, inoltre nel Màconnais (la
rivolta violenta si estende dal vigneto alle zone circostanti) e nel Delfina-
to. La preoccupazione per la scarsezza di generi di prima necessità, sem-
pre più diffusa, nel cuore della crisi dell’estate raggiunge città e campa-
gne, e si associa al movimento antinobiliare. In questo ambito la Grande
Paura, di cui si parlerà più oltre, assume una fisionomia originale, p u r
iscrivendosi in un contesto che la spiega: era diffusa la paura del brigan-
te, in una Francia percorsa da bande di vagabondi, o quella del complot-
to per provocare la carestia. In ogni caso le sue conseguenze dirette, sot-
to form a dei decreti del 5 e 11 luglio 1789, sconvolgono profondam ente
il panoram a sociale proclam ando Fabolizione della feudalità, p u r con i
noti limiti, dovuti alla distinzione operata dai giuristi tra diritti personali
aboliti senza riscatto e diritti reali dichiarati riscattabili, a condizioni che
rendevano l’operazione irrealizzabile o, quanto m eno, estrem am ente
onerosa per la municipalità. La risposta collettiva si esprime in u n a serie
di jacqueries (rivolte contadine antinobiliari), cinque o sei secondo Taine,
che fu il primo a enum erarle, prim a della recente messa a punto di Ado;
esse si susseguono quasi senza interruzione dal 1790 al 1792, partendo
dal Limousin, dal Quercy e dal Périgord, p er diffondersi a macchia
d’olio verso il Centro-Ovest (nelle C harentes), l’insieme del Midi aquita-
no, la maggior parte del Massiccio centrale e, a partire dall’inverno
1791-1792, in Provenza, nel Contado Venassino e nel basso Delfinato,
senza tuttavia che al fenom eno sfugga la Francia settentrionale.
Tali manifestazioni variano dalla resistenza passiva al pagam ento dei
diritti e della decima, al rifiuto di pagare, o a espressioni simboliche co-
me la piantagione del «maggio», che diverrà poi l ’albero della Libertà,
ma prendono anche la form a di azioni violente contro i castelli dai m o-
stravento blasonati, i boschi e le piantagioni, gli stagni. La mobilitazione
132

contadina giunge al massimo nei due momenti cruciali della primavera


e dell’autunno 1792, che sconvolgono il nord e il sud del paese: sono ri-
volte annonarie, e sfociano nell’imposizione forzata del calmiere del
prezzo del grano e del pane. Esse, durante la primavera 1792, prendono
la form a, nelle pianure attorno a Parigi, a Beauce, a Brie, a Hurepoix, di
spedizioni itineranti dalle campagne verso le città, che talora volgono al
peggio, come a Etampes, in marzo, quando il sindaco Simonneau è mas-
sacrato dai rivoltosi. Questi moti dalle pianure a coltura estensiva rag-
giungono il culmine nell’autunno dello stesso anno: è questo il m om en-
to in cui, in u n a zona ancor più vasta, dalla pianura sino ai limiti del bo-
cage tra Senna e Loira, si spostano per grandi distanze, da un mercato
all’altro, decine di migliaia di contadini per im porre il calmiere del gra-
no nelle città. Le agitazioni per il calmiere, che si esauriscono alfine nel
nord, trovano nel sud una corrispondenza: dal Vivarais alla Linguadoca,
dalla Provenza al Basso Delfinato i castelli bruciano; lo stile delle spedi-
zioni è diverso, forse m eno spettacolare, ma più brutale nell’ostilità anti-
nobiliare (vedi le carte a p. 133).

- In questo contesto, e in concomitanza con i successi politici del movi-


mento rivoluzionario urbano, non c’è da stupirsi del fatto che le princi-
pali misure legislative in questo campo - e le più avanzate - siano state
prese tra agosto 1792 e settem bre 1793. La Costituente e, sino ad allora,
la Legislativa, non avevano mostrato alcuna fretta: la nuova legalità bor-
ghese, poggiata saldamente sui due princìpi di libertà (22 agosto 1789,
proclamazione della libertà di commercio dei grani), e di proprietà (re-
pressione dei movimenti antifeudali del Sud-Ovest e, ancora l’8 dicem-
bre 1792, pena di m orte per chi propagandava l’adozione della legge
agraria, ossia la spartizione delle terre), e facendosi forte della legge
marziale decretata sin dall’ottobre 1789 contro gli assembramenti, non
transigeva. Il 25 agosto 1792, con l’abrogazione di fatto di molti di questi
diritti contestati, le barriere cedono la prima volta, e poi, in m odo decisi-
vo, il 17 luglio 1793, quando vengono aboliti definitivamente e senza ri-
scatto tutti i diritti relativi alla feudalità ed estinti i procedimenti in cor-
so. Per ciò che riguarda il calmiere dei grani, in seguito alla crisi
dell’estate 1792, il 16 settem bre fu emanato un decreto che imponeva ai
comuni la quantità di frum ento da mettere sul mercato, che però venne
applicato solo parzialmente. Il 4 maggio 1793, venendo incontro alle ri-
chieste dei sanculotti, veniva promulgata la prima legge sul Maximum.,
primo passo verso il Maximum generale dei salari e dei prezzi, decretato
il 29 settembre dello stesso anno.
Il problema delle terre comunali imponeva una soluzione, a causa del
movimento generale di recupero da parte dei contadini - iniziato dal
1789 - dei terreni usurpati dai signori, o considerati tali. Il 28 agosto
1792 fu emanato un decreto che riconosceva ai comuni la proprietà del-
133

Disordini annonari (1789-1793)

Dallo scuro al chiaro


secondo l’intensità
del disordini

Disordini antifeudali (1789-1793)

zona di disordini
• generalizzati
•focolai localizzati
134

le loro terre, consentendo altresì che esse venissero divise, ma durante la


Rivoluzione pochissimi com uni procedettero al frazionamento.

L a vendita dei beni nazionali

Lo sconvolgimento maggiore procurato all’equilibrio del m ondo rurale


rim ane il colossale trasferimento di proprietà rappresentato dalla vendi-
ta dei beni nazionali. Il 2 novem bre 1789 i beni del clero erano stati mes-
si a disposizione della nazione, e una legge ne dettò le modalità di vendi-
ta il 14 maggio 1790; m entre il sequestro delle proprietà degli emigrati
nel 1792 portò alla loro alienazione a partire dal 3 giugno 1793: esse di-
vennero così i beni di seconda origine. Una nuova legislazione in mate-
ria venne poi adottata nell’anno iv. La vendita era impresa di dimensioni
considerevoli, se si tiene conto che il clero possedeva dal 6 al 10% del
territorio nazionale, e, anche se è più difficile valutare con precisione il
patrim onio collettivo degli emigrati, tuttavia in totale cambiarono pro-
prietario tra il 15 e il 16% delle terre, circa un sesto dell1intero paese.
Senza entrare nei particolari delle modalità dell’operazione né delle di-
scussioni cui dette luogo, è im portante ricordare le modifiche di qualche
importanza. Nel 1791 l’alienazione era fatta a livello di distretto, e gli ac-
quisti erano pagabili in dodici rate annuali; i lotti importanti, grandi ap-
pezzamenti o fattorie complete, si vendettero rapidamente: spesso, nel
1791, più di metà, e persino i due terzi delle vendite del distretto erano
state perfezionate, a vantaggio di acquirenti agiati, soprattutto borghesi,
qualche contadino ricco e talora degli ex privilegiati. La legislazione del
1793, al contrario, prevedeva il frazionamento in piccoli lotti; in molte
zone fu questo il m om ento del piccolo contadino, la cui quota relativa di
proprietà si accrebbe, ma per un insieme di vendite assai più modeste.
Nell’anno rv si ha la liquidazione: ci sono ancora pezzi pregiati, specie
tra i beni di seconda origine, m a si è ritornati ad aggiudicazioni in bloc-
co, pagabili in tre anni, ed è un ristretto gruppo di notabili, am m inistra-
tori e speculatori che si disputa quei bocconi appetitosi. Nel complesso il
contadinam e m inuto, pur avendo tentato di partecipare alla festa m e-
diante acquisti collettivi o utilizzando un prestanome, ha avuto condizio-
ni favorevoli soltanto nell’anno li, e questo spiega il limitato accresci-
mento della proprietà contadina in rapporto al totale. Se si prende in
esame la m appa delle vendite, mosaico discontinuo ma espressivo, si
constata la m odestia degli acquisti contadini intorno a Parigi e nel cuore
della regione parigina, m a anche in prossimità delle città (Bordeaux, To-
losa, Montpellier, Rouen, Aix...) e abbastanza generalm ente in tutto
l’Ovest e pure nel Centro (Cher, Vienne). In alcune regioni la partecipa-
zione contadina si rafforza, come in Borgogna e nel Nord. Il contadina-
me minuto, insomma, ha avuto in genere solo le briciole di una divisione
135
che si è essenzialmente fatta tra i contadini ricchi, quando ne avevano i
mezzi, le borghesie locali e anche quelle delle città vicine, rafforzando
così la loro influenza, e talora i grandi speculatori, specialmente quelli
della capitale, nella regione parigina e al di là di essa, a volte, come nella
Vaucluse, raggruppati in «bande nere». Ciò non significa che nulla sia
andato, in fin dei conti, ai piccoli; anche se in gran parte esclusi dagli ac-
quisti diretti, essi poterono beneficiare delle rivendite seguite agli ulte-
riori frazionamenti, e della mobilità del mercato fondiario che seguì
questo vasto movimento di alienazioni. Nella Beauce, il num ero dei pro-
prietari sulle m appe catastali crebbe di un terzo, spesso di porzioni mo-
deste (vedi la carta a p. 136).

Bilancio globale

Nonostante l’influenza borghese e la posizione dei contadini ricchi, il


contadinam e piccolo e m edio esce rafforzato dalla Rivoluzione, e tale
resterà p er quasi un secolo - sino all’esodo dalle campagne del xix seco-
lo - dando alla società rurale francese il suo aspetto caratteristico. Se
l’annientata proprietà del clero fu quella che principalm ente pagò le
spese dell’operazione, la grande proprietà nobiliare (o di altra prove-
nienza) subì solamente danni marginali dalle vendite di seconda origi-
ne.
Tuttavia, non è certo in termini trionfalistici che si può tentare di ab-
bozzare un bilancio della Rivoluzione nelle campagne, pur se alcune
conquiste sono indiscutibili, come la soppressione del sistema feudale,
quella del prelievo signorile o assimilato, e la diminuzione del carico fi-
scale... Ma il problema delle terre comunali è lungi dall’essere risolto, e
il contenzioso che ne deriva segna tutto il secolo a venire; m entre la fru-
strazione dei contadini p er la vendita dei beni nazionali è stata citata, ba-
sandosi sull’esempio della Sarthe, come una delle principali ragioni del
brusco passaggio nelle file controrivoluzionarie di una parte dei contadi-
ni dell’Ovest. Anche se questa spiegazione socio-economica è oggi par-
zialmente rimessa in discussione, essa m antiene tuttavia un suo proprio
valore per spiegare un aspetto del cambiamento degli atteggiamenti con-
tadini nei confronti della Rivoluzione.
Non può mancare di colpire, in effetti, dopo la crescita dell’impegno
contadino dei prim i quattro anni, eco all’intervento attivo delle masse
che accompagnano il movimento rivoluzionario, il disimpegno, o addi-
rittura il m utam ento di com portam ento dei contadini che passano nel
campo dell’antirivoluzione o in quello della controrivoluzione. Esamine-
remo più oltre la questione se ciò sia stata la conseguenza del turbam en-
to causato dallo scisma religioso dal 1791, appesantito in modo traumati-
co dalla scristianizzazione dell’anno li. O è stato forse il rifiuto delle nuo-
136

La quota contadina negli acquisti dei beni nazionali (1789-1799)

ve strutture statali, per il tram ite rafforzato delle amministrazioni in ma-


no alle borghesie urbane, com e accadde nell’Ovest? Il peso delle requisi-
zioni, l’applicazione del Maximum e il Terrore nei villaggi hanno proba-
bilmente contribuito, nelle pianure a cultura estensiva, al ripiegamento
della borghesia rurale dei contadini ricchi, privati per un breve periodo
della propria egemonia sul potere locale, che tuttavia dopo il Direttorio
si ricostituì rapidamente: il fenom eno che Jean-PierreJessenne ha recen-
temente analizzato in Artois sotto il nom e di fermocratie [potere dei con-
137
tadini ricchi] testim onia il rafforzam ento delle oligarchie di villaggio.
Q uesto non avviene senza u n periodo d ’incertezza: l’indom ani della
grande crisi dell’an n o III, il «grande inverno» per i m endicanti della
Beauce, le bande di m endicanti si m oltiplicano nella pianura; per i gran-
di agricoltori, arricchitisi con l’econom ia di baratto instauratasi nelle
cam pagne grazie al fallimento della carta-moneta, è vivo il rischio dei bri-
ganti chauffeurs, che arrostiscono loro i piedi p er scoprire dove hanno
nascosto il denaro. Né è più invidiabile la sorte degli acquirenti dei beni
nazionali nell’Ovest e nel Midi. Ma che im porta, più d ’uno potrebbe di-
re, come farà molto più tardi la vecchia contadina di Michelet: «Ah! che
bei tempi!»;

Popolazione urbana e borghesia

Se, per il suo stesso peso, era necessario volgersi verso la numerosissima
popolazione delle cam pagne, l’altra Francia, quel quarto degli abitanti
che n on è «occupato neH’agricoltura», quel sesto che si concentra nelle
città, n o n può m ancare di riflettere, con ancor più vivacità, gli sconvolgi-
m enti sociali provocati daH’aw en im en to rivoluzionario. Infatti, esso
com prende - e lo farà sia nel quadro del regime censitario della m onar-
chia costituzionale, sia in quello del D irettorio - i più ricchi e i più pove-
ri, i perdenti (privilegiati, nobiltà e clero, ma anche funzionari regi e, in
parte, redditieri), e i vincenti (la borghesia vecchia o nuova, il cui ruolo
è stato rivalutato nell’ambito dei nuovi diritti civili). Questi sono i princì-
pi su cui si basa questo universo urbano: dissoluzione della società di or-
dini, soppressione di titoli e privilegi, delle gerarchie che organizzavano
la pioggia di onori o di riprovazioni, scioglimento delle «compagnie» e
di quelle strutture solidaristiche che organizzavano il m ondo del lavoro
-co rp o razioni, confraternite, imprese con privilegio reale...

Il peso della congiuntura

A questa onda lunga si sovrappone il peso della congiuntura sociale ori-


ginata dalla Rivoluzione; per alcuni aspetti essa è il risultato diretto della
grande rifusione di cui abbiamo parlato: l’emigrazione riguarda, è vero,
u na porzione limitata di cittadini - utilizziamo come ordine di grandezza
la lista del 1800 di 145.000 nom i di emigrati - m a è selettiva. Non omet-
terem o certam ente di citare, per il suo peso num erico, l’emigrazione
plebea delle frontiere del Nord e del Nord-Est, e secondariam ente quel-
la del Midi, contadini e frontalieri sballottati secondo le circostanze. Tut-
tavia l’emigrazione coinvolge in m odo magggiore una percentuale signi-
ficativa degli ordini privilegiati in passato, clero e nobiltà, anche se in
138

quest’ultimo caso le strategie familiari hanno spesso imposto lo smem-


bram ento della struttura, e anziani e donne rimangono in Francia a sor-
vegliare il patrim onio. L’emigrazione ha poi conseguenze indirette su
una parte di attività cittadine: il com mercio di prodotti di lusso o le atti-
vità legate alla cura della persona (sarti, parrucchieri, calzolai), come p u -
re l’edilizia, e in modo più generale tutto ciò che attiene al mercato dei
beni di consumo. Analogamente, nelle città sedi di Parlamenti o nelle
vecchie capitali amministrative e religiose, si subisce il contraccolpo della
distruzione degli organi dell’Ancien regime. Altri fattori ancora agiranno
poi sulle strutture sociali, e in prim o luogo la guerra, che si introm ette
nelle vicende della Francia rivoluzionaria a partire dal 1792; essa pure
sposta gli uom ini, e in modo ancor più massiccio dell’emigrazione, get-
tando durante il periodo un milione di soldati sulle frontiere, avventura
- come abbiamo visto - da cui molti non faranno ritorno.

- L e crisi economiche forniscono il loro contributo, come la crisi larvata


legata all’avventura degli assegnati e l’inflazione che ne consegue, parti-
colarmente sentita da certi gruppi (popolo minuto o redditieri), ma an-
che le esplosioni parossistiche, la cui durezza rim arrà impressa nella m e-
moria collettiva nel 1789 e nel 1790, e ancor più forse nell’anno il e nel
tv. __
È tuttavia opportuno riconoscere che, nelle strutture complessive, la
società non è stata sconvolta da cima a fondo; il m ondo della bottega ar-
tigiana e della rivendita al minuto, quello dei piccoli produttori indipen-
denti, conserva, nonostante le leggi Allarde e Le Chapelier, i suoi modi
di vita e di produzione, così come resiste l’universo di borghesi e reddi-
tieri, tem poraneam ente colpito. Molti han lasciato trascorrere la bufera,
durante il decennio rivoluzionario, senza venir toccati in profondità nel
ritmo della vita quotidiana. Se si tenta di tracciare un,bilancio di ciò che
cambia e di ciò che si perpetua, esso appare articolato in modo assai ine-
guale secondo i diversi gruppi sociali.

Il «popolo minuto»

- Il popolo, m eglio il «popolo m inuto», costituisce generalm ente alla b a-


se la m età o quasi della società urbana, se vi si includono i diversi settori
del lavoro salariato: giornalieri e m anovali, proletariato indifferenziato e
m obile, che h a tuttavia, p e r così dire, la sua aristocrazia nel g ru p p o ch iu -
so dei facchini del m ercato, fino ai salariati delle differenti corporazioni
di m estiere, che riunivano i m anovali d ell’edilizia, spesso venuti in g ru p -
po a Parigi dal Limosino p er trovare lavoro nei grandi cantieri della capi-
tale, operai e operaie del settore tessile, talora al lavoro concentrati in
u n ’im presa, m a più spesso in laboratori o a domicilio; associati dei vec-
139

chi mestieri corporativi (calzolai e sarti i più numerosi); mestieri della


strada p er cui sarebbe erro n ea la distinzione tra salariati e mastri (porta-
tori d ’acqua, erbivendole); e infine domestici, settore a grande maggio-
ranza femminile, num ericam ente im portante quando si consideri che in
u na città d yAncien régime esso costituiva una percentuale della popolazio-
n e più vicina al 10 che al 5%.
Sullo sfondo di miserie e difficoltà comuni, i loro destini sono tuttavia
diversi. L ’emigrazione aristocratica e l’abbassamento del livello di vita
borghese hanno in alcune città m om entaneam ente ridotto a m età gli ef-
fettivi del personale domestico; a Lione e a Parigi i lavoranti di botteghe
e negozi, così com e i loro padroni, risentono della crisi dei mestieri lega-
ti ai consumi di lusso. La produzione in massa, in laboratori spesso di di-
mensioni consistenti, per rispondere alle richieste dell’esercito di scarpe,
uniform i ed equipaggiam enti diversi, attutisce parzialmente la m ancan-
za d ’impiego nel 1793-1794. Ma la Rivoluzione, fin dai suoi esordi, ha vi-
sto movimenti sociali di tipo m oderno: ondate di scioperi nel 1790 e
1791 nell’ambito dei mestieri più organizzati, come carpentieri, m urato-
ri e nell’industria dell’abbigliam ento, proprio quando le leggi Allarde e
Le Chapelier vietano tale tipo di alleanze; anche il Direttorio avrà a che
fare con queste agitazioni. Le condizioni di vita di questi lavoratori è
sempre assai precaria: pagati alla giornata, essi risentono della scarsezza
della m oneta di piccolo taglio e dell’inflazione dell’assegnato, come è
provato, a Parigi, dalle richieste dei padroni di essere riforniti di assegna-
ti di bassa denom inazione, richieste che danno l’idea della già spinta
concentrazione di mano d ’opera in taluni settori d ’attività. In condizioni
particolarm ente precarie si trova la mano d ’opera femminile - lavan-
daie, sarte, filatrici, e tutta la gam ma dei mestieri legati al tessile.
Il flusso e riflusso, secondo i periodi e le stagioni, di questa mano
d ’opera spesso venuta dalla campagna, che la città ora attira ora respin-
ge, ma anche la sua mobilità in città, legata alla precarietà dell’alloggio,
testimoniano la difficoltà della sua esistenza. La loro situazione n on è
dunque cambiata in meglio? I salari sono cresciuti dappertutto, talora in
risposta alla rarefazione della mano d ’opera conseguente ai reclutam en-
ti militari, ma tali aum enti sono continuam ente erosi dall’ascesa dei
prezzi, dal carovita, dalla carestia che sono la sorte com une. La lotta p er
la sopravvivenza quotidiana aveva mobilitato le masse al tem po della crisi
del 1789; dopo un relativo rallentam ento, i disordini ripresero nel 1792
e nel 1793, talora concentrandosi su determ inati prodotti, come il sapo-
ne che manca alle lavandaie, lo zucchero e il caffè che la rivolta delle co-
lonie, ma anche l’accaparram ento, sottraggono ai parigini che ne hanno
preso l’abitudine. In ogni periodo la scarsità del pane, che è anche caro,
provoca code alle porte dei fornai. Si ebbero m om enti più favorevoli di
altri, ad esempio per una parte d ell’anno li, in cui la severa politica di re-
quisizioni per provvedere ai bisogni delle città e l ’applicazione della leg-
140

ge del Maximum riuscirono a garantire un approvvigionamento corretto


nel perio do del cosiddetto pain de Végalité (pane dell’eguaglianza). Ma la
de-regolam entazione term idoriana, in coincidenza con u na nuova crisi
annonaria e un inverno molto freddo, fecero dell’anno IH il m om ento
forse più duro p er le classi popolari; e la crisi tornerà nel 1798...

- Labile è la frontiera tra questo m ondo e quello dei piccoli produttori


indipendenti dell’universo di botteghe artigiane e rivendite al minuto,
che com prende in media - là dove è possibile calcolarla - dal 35 al 40%
degli effettivi urbani. L’unità individuale di produzione —mastro, lavo-
ranti, apprendisti - rim ane la più diffusa, benché si vadano estendendo
le form e di accentram ento della mano d ’opera, di cui alcune città, ad
esempio Parigi, forniscono gli esempi, sia in laboratori o fabbriche che
tramite il ricorso al lavoro a domicilio. Viene così delineandosi una scala
gerarchica, dai calzolai e sarti, i più numerosi, dal ciabattino, isolato nel
suo bugigattolo, sino ai grandi im prenditori ricchi; la sorte dei primi
non è m olto differente da quella del popolo minuto, costretti a subire le
sue stesse difficoltà nella vita quotidiana, m entre altri se la cavano m e-
glio: nelle città tem poraneam ente gonfiatesi di abitanti per forti afflussi
dall’esterno si assiste alla nascita di un gran num ero di negozi di generi
alimentari, fornai o macellai; taluni settori sono favoriti dalla congiuntu-
ra, com e i mastri m uratori, che si trasformano in im prenditori edili gra-
zie al colossale rimescolio di transazioni immobiliari legate alle vendite
dei beni nazionali. E se i mestieri legati ai settori del tessile o dell’indu-
stria dei prodotti di lusso attraversano un periodo di scarsa fortuna, do-
vuto alla perdita dei mercati tradizionali, le necessità dell’industria belli-
ca favoriscono altri padroni.

La nuova borghesia

Le modifiche più profonde concernono in modo visibile taluni comparti


che oggi collocheremmo nel settore terziario, e anche altrove, poiché la
borghesia agiata, che in provincia viveva di rendita fondiaria o a Parigi di
canoni d ’affitto, costituiva un gruppo numericamente non trascurabile
nella città di Ancien régime- dal 2 al 5%? - , e ancor meno dal punto di vi-
sta dell’influenza sociale. Per questa categoria il bilancio della Rivoluzio-
ne appare ambiguo; il term ine di «borghese» (con tutti i privilegi che in
molte città il titolo evocava) scompare dal vocabolario sociale: ancora
presente nelle liste dei cittadini attivi del 1790, cede poi il passo a rentier
(redditiere), soprattutto a Parigi, e a propriétaire (possidente) dovunque.
È questo ben più di un cambiamento semantico, giacché il possidente
del 1800 non è solo l’erede del borghese dell’Ancien régime, m a costitui-
sce la categoria in cui verranno a fondersi nuovi apporti provenienti, co-
141

m e vedrem o, dalle vecchie classi privilegiate. In questo periodo in certo i


destini del gruppo sono contraddittori. Fin da allora si è posto l’accento
sul declassam ento e sulla miseria del redditiere, caratteristica quasi esclu-
sivam ente parigina, perché qui le rendite provenivano da prestiti di Sta-
to o della città di Parigi, m entre in provincia si preferiva investire in ter-
reni. I piccoli redditieri sono stati direttam ente colpiti d all’inflazione,
vittim e del disastro d ell’assegnato, di quello del m andato territoriale,
della bancarotta dei due terzi e alfine del difficile recupero dei loro fon-
di, an che se questa situazione non deve essere generalizzata. In provin-
cia, forse più che a Parigi, p u r se la crisi è sensibile - ad esem pio nella ri-
duzione del personale domestico - vi sono stati tuttavia dei meccanismi
di com pensazione: si sono acquistati beni nazionali, la ren d ita fondiaria
- p u r scomparsa sotto alcuni aspetti, com e i crediti ipotecari dichiarati ri-
scattabili e «liquidati» n ell’anno III - si è rafforzata nelle form e classiche,
e l’im m agine balzacchiana di papà G randet, redditiere fondiario e un
poco usuraio, corrisponde a u n tipo sociale, quello di una borghesia che
h a scelto per un periodo di adottare u n basso profilo, p u r co n tin u an d o a
prosperare.

—L’abolizione della venalità degli uffici, e per ciò stesso del g ru p p o dei
funzionari regi - nobilitati, plebei talora sul cam m ino di nobilitarsi tra-
m ite l’ufficio - provoca u n a catastrofe irreversibile: è una trafila ch e si ar-
resta. Risulta colpita anche la cosiddetta petite robe (bassa toga), quella
folla di procuratori e avvocati (term ine che persino scomparirà p e r venir
sostituito da «difensore d ’ufficio»), che gravitava intorno alle corti di
giustizia regie e signorili, spesso gestendo gli affari dei privilegiati; perso-
nale ausiliario, insom m a, di u n apparato di p o tere che a livello d ell’am -
m inistrazione reale colpiva al contrario p er la scarsità dei suoi effettivi.
C he fine hanno fatto n o n solo i membri dei Parlam enti, m a quelle deci-
ne di consiglieri-segretari del re che nel 1789 aveva ogni città, anche m o-
desta? C ontro quelli ai livelli più alti, già entrati nel m ondo nobiliare at-
traverso la casta dei m em bri dei Parlam enti, c ’è l’attacco diretto: i magi-
strati delle corti dei Parlam enti, come pure i fermiers généraux, pagano il
loro tributo al Terrore, e molti emigrano. M entre pochi si integrano nel
nuovo sistema, molti si ritirano a gestire il proprio patrim onio fondiario,
spesso considerevole, andando a far parte della nuova aristocrazia dei
possidenti, dove li si troverà in buona posizione durante l’Iinpero. La
gente di toga, come p ure i m em bri di quelle che verranno chiam ate le
professioni liberali - medici, architetti, intellettuali - sono assai p iù sensi-
bili alla riconversione che i tempi sem brano richiedere; si p u ò p en sare a
un gigantesco vuoto da riem pire, quando, seguendo Jacques G odechot,
si consideri la massiccia offerta d ’impiego rappresentata da 40.000 m uni-
cipalità, 540 consigli distrettuali e 83 amministrazioni dipartim entali, e
anche dalle nuove strutture giudiziarie. Essi vi trovano posto sin d all’ini-
142
zio della Rivoluzione e ben presto li vediamo a capo delle assemblee.

- La Rivoluzione ha forse dato origine, come alcuni hanno detto, a una


nuova burocrazia, che prepara l’evoluzione del xix secolo? Il sistema
ch’essa ha fatto nascere non deve essere confuso con quello che verrà or-
ganizzato prima dal Consolato, poi dairim pero; il tratto originale del pe-
riodo è infatti il principio elettivo, a tutti i livelli e in tutti i campi, persi-
no in quello religioso. Per restare ai mutamenti nel campo sociale, è in-
dubbio che la Rivoluzione abbia contribuito alla nascita di un nuovo stra-
to di notabili piccoli e grandi, immersi nella politica locale, organizzati
in circuiti capaci di influenzare l’opinione pubblica e in grado di supera-
re le agitazioni e i cambiamenti di percorso: una classe politica oltre che
una classe sociale. Si è insistito, analizzando la questione dell’arrivismo
rivoluzionario, sugli slittamenti che si sono avuti dal militantismo alla sta-
bilizzazione, in seno agli uffici dei comitati e dei ministeri parigini, e del-
le amministrazioni provinciali, come mezzo di promozione sociale di
una piccola borghesia venuta dalla gavetta. Gli studi in corso sul perso-
nale delle grandi amministrazioni confermano, riducendolo contem po-
raneam ente a più giuste proporzioni, il fenomeno della burocratizzazio-
ne durante il periodo rivoluzionario; forse il tempo non è stato sufficien-
te. U n'altra trafila invece avrà magggior durata e più grande avvenire: la
professionalizzazione dell’esercito di volontari del 1792, nell’evoluzione
che si può vedere sino al Direttorio, garantisce la promozione a quadri
militari che entreranno senza difficoltà a far parte del notabilato dell’Im-
pero, e anche della m onarchia censitaria.

I nuovi ricchi: vincenti e perdenti

Entriamo nel m ondo dei nuovi ricchi, nato dalla Rivoluzione: argom en-
to classico quando si affronta la società del Direttorio, in cui essi appaio-
no scatenati; nell’ambito della «festa», quale è stato considerato il perio-
do direttoriale, i contrasti si manifestano con evidenza, dalla miseria del
popolo minuto e dei redditieri all’opulenza dei mostrati a dito: faccen-
dieri e profittatori, m ercanti d ’armi e fornitori dell’esercito, finanzieri
arricchiti grazie allo sfacelo e ai palliativi delle finanze pubbliche. Ou-
vrard o Hamelin diventano personaggi emblematici, simboli di queste
fortune presto fatte, talora incrementate dalle speculazioni sui beni na-
zionali, altrettanto presto disfatte in tempi in cui il denaro cambia rapi-
dam ente di mano. Questa realtà innegabile non deve tuttavia nasconde-
re i vantaggi acquisiti dalla borghesia nel suo consolidamento: n on sono
certo sconosciuti, e nem m eno gli ultimi arrivati i grandi banchieri -
Perrégaux, Lecoulteux-Canteleu, Laffon-Ladébat- la cui attività si svolge
nelle sfere finanziarie assai vicine allo Stato.
143

- Il g ru p p o dei grandi m ercanti e im prenditori ha avuto diversi destini,


nel tem po e nello spazio. A Nantes, Bordeaux, Marsiglia i m ercanti arric-
chitisi con i grandi com m erci internazionali hanno talora pagato un pe-
sante tributo al m om ento della repressione del m ovim ento federalista,
m a i loro affari hann o anche risentito del m arasm a degli scambi transo-
ceanici; sem bra passata l’ora dell’«oligarchia mercantile» di cui parlava
D anton. Industriali e im prenditori se la sono forse cavata meglio? Sfavo-
revole p e r alcuni, la congiuntura ha favorito altri che hanno saputo adat-
tarsi alle circostanze; il percorso senza erro ri di uno com e O berkam pf
nella sua fabbrica di indienne [tela leggera di cotone] a Jouy-en-Josas, o di
Claude Périer a Vizille, che ha diversificato le proprie attività dall’indu-
stria alla banca, esemplifica la solidità delle dinastie borghesi, m en tre al-
tre, n el cotone (Richard e Lenoir a Parigi) o nella siderurgia, iniziano
carriere durature.
In questa ridistribuzione di ruoli ci sono anche i perdenti: se abbiam o
potuto vedere che i guadagni sono lungi dall’essere uniform i p er la bor-
ghesia, e a maggior ragione p er i gruppi popolari, è evidente che ci si
aspetti di trovare chi h a perso nel gruppo degli ex privilegiati, ossia tra la
nobiltà e il clero. Di q u est’ordine, del suo potere e delle sue ricchezze,
non resta più nulla; il gru p p o um ano che lo costituiva si è disperso con
l’em igrazione e talora con l’eliminazione fisica (3.000 m orti), poi per
l’im patto della scristianizzazione e per gli abbandoni della veste talare
(le rinunce al sacerdozio). Inoltre quel clero è divenuto vecchio, e gli ci
vorranno decenni p er ricostituirsi.

- L a nobiltà offre u n ’im m agine più diversificata. A nch’essa è stata colpi-


ta selettivamente dall’em igrazione e dalle esecuzioni; alla fine del perio-
do la p rudente ritirata di molti - le famiglie sm em brate dall’em igrazione
- n e lle dim ore e castelli di campagna, è la spia di u na classe fragile e an-
cora sotto choc, ferita, oltre che nella posizione e nel rango, anche nella
ricchezza, dalla com pleta distruzione dei redditi che ricavava dal prelie-
vo signorile. Sono redditi difficili da calcolare, variabili secondo le signo-
rie e i patrim oni, ma si possono stimare in una percentuale che arriva
con facilità al 20-30% del totale. Inoltre la nobiltà è stata colpita nella sua
qualità di possidente: la vendita dei beni nazionali di seconda origine ne
ha scosso la ricchezza fondiaria, m entre essa non sem pre aveva rinuncia-
to, nei primi tempi della Rivoluzione, ad acquistare i beni ecclesiastici.
Anche in questo settore il bilancio è di stesura assai più com plessa che
per il clero, com pletam ente espropriato. È difficile calcolare q u an to rap-
presentino sul totale della proprietà nobiliare i beni degli em igrati, inol-
tre n on tutti sono stati venduti, e la più benevola legislazione del perio d o
direttoriale perm etteva di transare con le famiglie rim aste in patria;
m entre d ’altro canto in taluni casi i danni sono stati limitati da riacquisti
effettuati tramite uom ini di paglia. C om unque sia, se si stima al 16% la
144
parte di terre francesi che hanno cambiato proprietario per le vendite di
beni nazionali di prim a e seconda origine, si può valutare che un' quarto
della fortuna fondiaria della nobiltà sia stata alienata, il che non è poco.
Pur se ferita, la nobiltà francese non è abbattuta; nella nuova classe dei
ricchi proprietari terrieri, cui ancora si prospetta un prospero futuro, la
nobiltà m anterrà p er più di mezzo secolo un posto di riguardo.
5 . L ’u o m o n u o v o : m en ta lità , r e l ig io n e , cultura

Dalla paura alla speranza

Georges Lefebvre ha descritto la m entalità rivoluzionaria come divisa tra


le due pulsioni contraddittorie della speranza e della paura, form ula che
certo appare semplicistica, m a che può servire da guida per penetrare
nel m ondo nuovo che la Rivoluzione ha voluto far nascere.

In principio, la paura...

La paura non è l’unico movente delle reazioni popolari, m a ha un suo


proprio posto fin dai primi episodi, nel cuore dell’estate del 1789. La
G rande Paura è l’ultimo m om ento im portante di panico conosciuto dal-
la società contadina tradizionale, e forse il più spettacolare; essa n on
m anca di predecessori, e si è evocata tutta la serie delle paure ancestrali
- del lupo, della peste, dello stregone, dello zingaro - sostituite all’epoca
da quella dei briganti. Nella seconda m età di luglio, come a echeggiare,
si è detto, la caduta della Bastiglia, è esplosa in diversi p u n ti del regno la
diceria dell’arrivo di immaginari briganti, che saccheggiano e bruciano i
raccolti; qui si racconta di inglesi sbarcati sulle coste, altrove di tru p p e
imperiali o piemontesi. A partire da sei epicentri la notizia si propaga di
villaggio in villaggio sui tre quarti del territorio francese, seguendo i cir-
cuiti della circolazione commerciale. Essa suscita la reazione delle com u-
nità, che corrono alle armi, m arciano contro questa minaccia inesisten-
te, rischiando così di contribuire a diffondere il terrore. Disingannati, i
contadini m olto spesso si dirigono al vicino castello e si fanno consegna-
re, per bruciarli, i titoli che attestano i diritti signorili. Movimento poco
sanguinario - in tutta la Francia si contano solo cinque m orti - m a vio-
lento e spettacolare, la G rande Paura è all’origine dell’abolizione della
feudalità la notte del 4 agosto (vedi la carta a p. 146).
È stato ancora Georges Lefebvre ad analizzare il fenom eno in un cele-
bre saggio, ricostituendone l’evoluzione e i modi di propagazione, di-
stinguendo le paure originali e i passaggi da una all’altra. Egli ha indaga-
to sulle origini stesse della diceria, m ostrando com e essa nascesse in un
146

La Grande Paura (luglio 1789)

|----- 1Regioni coinvolte Diffusione della Grande Paura


S precedenti?aSPaura • EP ^ntrì dei territori principali

contesto preciso, quello della crisi annonaria e della carestia, che riempi-
va le strade di bande di vagabondi, temute dai contadini e dalle comu-
nità dei villaggi. Reazione di panico vecchio stile, propagata oralmente,
la Grande Paura è stata seguita nel corso del periodo da altre paure loca-
lizzate, come nella regione parigina nel 1790 e di nuovo nel 1791, all’an-
nuncio della fuga di Varennes: nella Champagne e alle porte di Parigi ci
si è allora mobilitati in seguito alle false voci di u n ’invasione. Malgrado
qualche recidiva locale, la paura in seguito scompare, m a non la diceria.
147
- In un m ondo ove le notizie circolano lentam ente e male nascono le vo-
ci più allarm anti, che in genere parlano di complotti. Il m orente Ancien
regime aveva conosciuto il «complotto della carestia», che si diceva fo-
m entato dai ricchi e potenti per affamare il popolo, a partire dal 1789 si
evoca il com plotto aristocratico, quello di prìncipi e nobili contro la Ri-
voluzione; si denunciano gli accaparratori, i progetti per affamare il po-
polo: il tem a ricorrerà in form e diverse, nel corso dei movimenti popola-
ri degli anni seguenti. Così, nella primavera e autunno 1792, all’epoca
delle rivolte contadine nelle pianure a coltura estensiva, si parlerà di un
com plotto fom entato dai controrivoluzionari o dal duca di Orléans, op-
pure dagli «anarchici». Ogni volta si denuncia la distribuzione di d en a-
ro, la diffusione di notizie false, gli emissari... Il seguito della Rivoluzio-
ne vedrà, dopo la dichiarazione di guerra, il «complotto straniero», prez-
zolato dal denaro di Pitt, e l ’accusa colpirà, in fasi successive, i girondini,
gli indulgenti e infine gli hébertisti. Il Direttorio lancerà nuovam ente
l’accusa di complotto contro gli «anarchici» al tem po della congiura de-
gli Eguali nell’anno iv, e il tem a verrà ripreso al mom ento del colpo di
Stato del 18 brumaio.

- I massacri di settembre del 1792 possono essere classificati come conse-


guenza della paura e del tim ore del complotto. All’indomani della cadu-
ta della m onarchia l’invasione si fa minacciosa, i prussiani sono nella
Cham pagne, a Parigi il tim ore delle mene dei controrivoluzionari e, co-
me si dirà più oltre, della «pugnalata alla schiena», suscita la mobilitazio-
ne contro le prigioni dove sono detenuti aristocratici e preti refrattari. A
partire dal 2 settembre gruppi di cittadini si spostano da u n a prigione
all’altra, da quella della Force a quella dell’Abbaye, alla Salpétrière: do-
po u na parvenza di processo vi massacrano da mille a 1500 persone, tra
cui 300 preti e molti detenuti comuni, m entre altri eccidi avvengono in
provincia, come ad esempio a Versailles. Come nel caso della Grande
Paura, m a per motivi diversi, le giornate di settem bre pongono degli in-
terrogativi: l’origine del tim ore è qui ben identificabile, ma si resta colpi-
ti dal carattere del massacro, parzialmente alla cieca, e dalla sua ferocia.
Le autorità, travolte o parzialmente complici, hanno lasciato fare, salvo
poi rinfacciarsi a vicenda la responsabilità, cosa che non aiuta a chiarire
la questione. Gli studi più recenti hanno messo in evidenza la volontà dei
responsabili - artigiani, bottegai e borghesi - di m ettere in atto una giu-
stizia popolare diretta, senza intermediari. I massacri di settem bre danno
sfogo alla paura con la violenza collettiva, attivando i meccanismi di quel-
la che Georges Lefebvre ha definito la volontà punitiva, secondo lui uno
degli sfoghi di una mentalità rivoluzionaria generalm ente più difensiva
che offensiva.
148
La violenza

Rimane il fatto che la violenza, con la paura, è una com ponente di que-
sta m entalità rivoluzionaria, e, come la paura, affonda profondam ente le
sue radici nell’eredità delYAncien régime. violenza repressiva dello Stato
contro violenze popolari, violenza quotidiana nella Parigi popolare evo-
cata dalle cronache di Sébastien Mercier o di Restif de la Bretonne. Dal-
la primavera all’autunno 1789 le scene di violenza si sono succedute a
Parigi; la borghesia costituente vuole spezzare questo ingranaggio votan-
do nell’ottobre 1789 la legge marziale e affrettando la costituzione della
guardia nazionale. Non per questo la violenza popolare si arresta: essa ri-
sorge nel 1790 in m odo larvato o aperto nei luoghi delle lotte contadine,
come il Limosino o il Périgord; con asprezza nei focolai dei disordini
m eridionali, in quei punti caldi che sono Nimes, Montauban, Avignone,
Marsiglia, Arles o Tolone... Gli scontri sanguinosi raggiungono il culmi-
ne, senza soluzione di continuità, nel giugno e luglio 1792, quando le
città provenzali vedono i loro pendeurs (impiccatori) che, a Marsiglia, Aix
o Tolone, attaccano nottetem po gli aristocratici o gli amministratori mo-
derati.
È possibile, a partire dall’analisi di queste vampate, tentare la descri-
zione del sistema della violenza rivoluzionaria; di rado sordida - anche
se a Parigi ci si dà al saccheggio il 12 luglio 1789 o nei disordini del 1793
- essa si esprime piuttosto costringendo a vendere a prezzo calmierato
durante le rivolte annonarie. Talora si volge contro gli edifici con gesti di
vandalismo, come nel saccheggio della fabbrica Réveillon nella primave-
ra 1789. Quando attacca le persone, una selvaggia ferocia che rivela pul-
sioni sadiche, come nei massacri di settembre, si unisce alla preoccupa-
zione di giustizia diretta, form ulata in modo elem entare. La violenza ge-
nera u n a rapresentazione immaginaria, quella della lanterne (lampione)
all’angolo della strada a cui si impiccano gli aristocratici, e che vediamo
nelle immagini dell’epoca perseguitare le future vittime, fino a quando
la ghigliottina non la sostituirà. :
Si è potuto scrivere che il Terrore aveva posto fine alla paura, giacché
esso, in certa misura, pose fine all’esercizio della violenza spontanea, fi-
no a quando quest’ultima, avendo cambiato campo, non ritornerà sotto
altra form a nei massacri della reazione term idoriana dall’anno m al v.
Per quanto possa apparire paradossale, la form ula si spiega quando si
consideri la dialettica dello scontro rivoluzionario; la borghesia ha am-
messo e tutto sommato approvato la violenza popolare quando le era n e-
cessaria, ed è nota la riflessione di Barnave a proposito dell’assassinio di
Bertier de Sauvigny: «Il sangue versato era poi così puro?». Alcuni dei di-
rigenti più impegnati, come Marat, elaborarono una teoria della violen-
za necessaria: «È dai fuochi della sovversione che nasce la libertà» scrive
L'ami du Peuple, che giunge a chiedere decine, anzi centinaia, migliaia di
149
teste. Ma questo massimalismo non risponde, indubbiam ente, all’aspira-
zione della classe politica di m ettere fine alla Rivoluzione F
Assum endo il controllo della violenza popolare spontanea con l’ela-
borazione della legislazione terrorista a partire dal 1793 Robespierre e il
partito m ontagnardo p o ngono le basi della linea di condotta che verrà
definita dall*«Incorruttibile» nel discorso del 5 nevoso anno ir «Il gover-
no rivoluzionario deve ai buoni cittadini tutta la protezione della nazio-
ne, ai nem ici del popolo non deve che la morte».

Le folle rivoluzionarie

Dopo la paura e la violenza, è forse la folla il terzo elem ento di questa tri-
logia della dinamica rivoluzionaria? L’argom ento ha appassionato gli
storici, a partire da Michelet in epoca romantica, fino a Taine e i suoi se-
guaci. Ma la rappresentazione della folla rivoluzionaria tram andata da
Taine si riduce a u n a trasposizione antropom orfica: la folla come «uomo
ebbro», volta a volta euforico e massacratore, o persino «scimmia lubrica
e cattiva». È stato Georges Lefebvre, in una celebre messa a punto, a por-
re le basi di u n ’analisi scientifica e serena; e le sue indicazioni sono state
seguite da George Rudé, storico delle folle parigine. Utilizzando di volta
in volta le fonti docum entarie che testimoniano la repressione (verbali
delle inchieste) o le ricompense, l’autore h a analizzato la composizione
delle folle partecipanti alle giornate parigine, dalla prerivoluzione sino a
vendemmiaio anno IH. Si delinca u n a tipologia, che perm ette di distin-
guere le giornate in cui predom ina la rivendicazione socio-economica,
come quelle dell’ottobre 1789 o i saccheggi delle drogherie nel 1793, da
quelle a motivazione politica, anche se domina il tipo misto, che unisce i
due elem enti. Allo stesso m odo è possibile seguire la crescente m atura-
zione dei movimenti rispetto allo spontaneism o della giornata rivoluzio-
naria: il 14 luglio 1789 l’avvenimento si svolge e prende form a senza una
vera e propria organizzazione precedente e sulla base dell’improvvisazio-
n e... Il 10 agosto 1792, e più ancora il 2 giugno 1793, la preparazione
spinta, che associa ai bonnets de laine [berretti di lana, copricapi dei popo-
lani] i battaglioni della guardia nazionale intorno a un progetto studiato
e annunciato, rende quasi im proprio il term ine di folla; quello che qui si
esprime è il movimento popolare organizzato (vedi la tabella a p. 150).
L’analisi sociologica delle folle ce le mostra a grande maggioranza
maschile - per i nove decimi, benché la partecipazione femminile si ac-
centui nelle giornate di rivendicazioni econom iche (il 5 e 6 ottobre
1789) - , di u n ’età media, a Parigi com e a Marsiglia, intorno alla trentina,
in genere sposati e padri di famiglia. A Parigi tre quarti dei partecipanti,
in media, sanno fare la propria firm a, il che non stupisce da parte di una
maggioranza di produttori indipendenti, di bottega o di laboratorio, in
150

Insorti e rivoltosi parigini degli anni 1775-1795 (età, sesso, istruzione,


origine, precedenti penali, ecc.)

0) (2) (3) (4 ) (5) (6) (8) (9)

N a ti C am era
S a la - E tà A ljab. Prec.
R ivo lte , ecc. A rresti TÌnfi D isoc. D o n n e p e n a li prov. mob.
m ed ia %
% % %

1. G u e r r a d e lle F a rin e 1775 139 102 18 14 30 33 15 80 37 *


2. R iv o lte del 1787-1788 55 28 • 1 23 60 ? 31 10
3. F a b b ric a R é v e illo n 68 52 8 1 29 62 13 66 25
4. B a r r ie r e d e l d a z io 77 26 ?• 9 •> > • •
? • •
5. A ffa re S ain t-L azare 37 33 — 13 — — — — —

6. B a stig lia 662 149 — 1 34 — — 63 10


7. C a m p o di m a r t e 248 128 44 13 31 80 2-3 72 20
8. 10 a g o sto 1792 123 51 — 3 38 — — — —
9. S a c c h e g g i d r o g h e r ie
58 35 — 7 30 — — — 17
1792-1793
10. P r a tile a n n o m 186 46 — 20 36 85 — 72 —
11. V e n d e m m ia io a n n o iv 30 1 — 0 44 100 — — —

* 46% nel caso dei residenti a Parigi.

(Fonte: G. Rude, LaFoule dans la Revolution frcin$aise, Maspéro, Paris 1983)

un insieme in cui la massa dei salariati - da un quarto a un terzo - non


oltrepassa la m età che in casi eccezionali (assalto a Réveillon nel fau-
bourg Saint-Antoine, primavera 1789). Se si aggiunge che la percentuale
di pregiudicati, marchiati sulla spalla, è in genere minima, che la quota
di disoccupati non supera il 20% e che coloro che alloggiano in camere
mobiliate sono meno di un quarto, non rim ane gran che della rappre-
sentazione fantastica, forgiata da Taine, di una turba miserabile, immagi-
nata a somiglianza dei fantasmi delfindom ani della Comune del 1871.
Pur avendo generalm ente u n a base- più popolare e più variabile nella
sua composizione, la folla rivoluzionaria si avvicina tendenzialmente, col
trascorrere dei mesi, al profilo di ciò che diventerà la sanculotteria.

Il sanculotto, uomo nuovo

Da popolo a sanculotto, il quale per un certo tempo rappresenterà


Pideale di uomo nuovo proposto dalla Rivoluzione, il ritratto di quest’ul-
timo viene definendosi per successivi ritocchi. Alla vigilia degli Stati ge-
nerali, quando Mirabeau evoca 1’«aggregazione inform e dei popoli divi-
si», il termine «popolo» si impiega ancora spesso al plurale; si canta, ad
esempio, evocando i ministri: «Ma come! questi esseri detestabili/ dei
popoli troppo m iseri/ vorrebbero sempre disporre [...]». Il popolo stes-
151
so si definisce facendo riferim ento al re-padre, di cui è suddito; la rottura
del 1789 vede la sua affermazione come persona collettiva e autonom a
(«Parigi difesa dal popolo»). Popolo di fratelli, che sostituisce al rappor-
to verticale della soggezione le relazioni fraterne: è Torà deH’unanimi-
smo e della riconciliazione che durerà almeno sino alla festa della Fede-
razione, nel luglio 1790. Ma già le immagini del m ondo alla rovescia, in
cui il contadino nelle stampe popolari cavalca gagliardamente i suoi anti-
chi oppressori, il nobile e il prelato, introducono una distinzione che an-
drà a partecipare della dicotomia patriota-aristocratico; inizio di una
escalation che collocherà nel campo degli esclusi il nobile, il prete refrat-
tario, infine la persona sospetta, definita nel 1793 come colui «che non
ha fatto atto di adesione formale alla Rivoluzione». Tra il 1791 e il 1792
la nozione di popolo si restringe e si amplia allo stesso tempo: nel mo-
m ento stesso in cui la borghesia costituente, con u n ’interpretazione re-
strittiva, aveva riservato la cittadinanza attiva alla parte più agiata della
popolazione, i cittadini passivi accedevano, nell’estate 1792, alle assem-
blee sezionali, prim a di ricevere la pienezza della cittadinanza grazie al
suffragio universale al tem po delle elezioni alla Convenzione. Ma simul-
taneam ente la nozione stessa di popolo tende a concentrarsi sui più po-
veri, i più sprovvisti, coloro che Marat descrive come la parte «più inte-
ressante e più negletta»; definizione restrittiva, accompagnata da una se-
rie di atteggiamenti significativi: l’abbigliamento, il darsi del tu, l’impie-
go del term ine «cittadino». Certo, il dopo Termidoro, col trionfo della
«gente per bene», tornerà a una lettura diversa, condiscendente, anzi
sprezzante - «Popolo imbecille, popolo bestia...», suona u n a strofetta
realista - del buon popolo, condita dal timore del «popolaccio». Ma è
proprio nel m om ento centrale del periodo, tra il 1792 e il 1794, che il
popolo così definito si è riconosciuto nel ritratto del sanculotto.

- La sanculotteria, quale è stata studiata a Parigi da Albert Soboul, e d a


altri in alcune zone di provincia, si afferma nel corso del 1792. Seguendo
le curve di frequenza alle assemblee sezionali, in precedenza organi elet-
torali riservati ai cittadini attivi, si possono identificare i m om enti di un
completo ciclo espansione-depressione-espansione: tra giugno e agosto
1792, poi di nuovo daH’inverno all’estate 1793, quando il movimento si
struttura e si allarga. Tra queste due puntate espansive si h an n o periodi
in cui la mobilitazione collettiva rifluisce, e si ripiega su quella dei quadri
perm anenti e dei militanti attivi. In che proporzione la popolazione m a-
schile adulta è stata coinvolta? A Parigi le ricerche di Albert Soboul ci
danno una percentuale dall’8 al 9%, variabile a seconda delle sezioni;
m entre a Marsiglia, dove si può stimare da un quarto alla m età il num ero
di coloro che hanno fatto alm eno atto di presenza, i veri militanti si pos-
sono calcolare intorno a un decimo, il che ci conduce a u n ordine di
grandezza analogo alla capitale.
152

L’analisi sociologica del gruppo produce egualmente risultati assai simili


a Parigi e in provincia:

Borghesia Produttori indipendenti Salariati


Botteghe e negozi

Parigi 18% 57% 20%


Marsiglia 30% 50% 20%

Le proporzioni sono m utate nel trascorrere del tempo, esse devono al-
tresì venire modellate secondo la gerarchia e le funzioni ricoperte: nei
posti di responsabilità la quota della borghesia (quadri e professioni libe-
rali) s’accresce in modo sensibile a danno dei salariati e degli artigiani.
Un profilo abbastanza preciso si delinea tuttavia: la sanculotteria non
è una classe, è un «misto», un blocco nato da un incontro storico, il cui
zoccolo duro è costituito per circa la metà, più o meno, da produttori in-
dipendenti, mastri artigiani e di bottega, anche se una parte della bor-
ghesia e una m inoranza di salariati sono con loro. I sanculotti sono uo-
mini fatti, la cui età m edia è tra i 40 e i 45 anni, l’80% di loro è sposato e
molto spesso padre di famiglia. P u r senza essere una rivoluzione di an-
ziani - la loro età media corrisponde a quella della popolazione adulta
delle città - il periodo non m ette in evidenza una pressione giovanile,
anche se è vero che nel 1793 molti giovani sono nell’esercito. I «giova-
notti» della borghesia si m etteranno in luce più tardi, ma nel campo av-
verso, al tempo della reazione termidoriana. Queste caratteristiche spie-
gano in gran parte i com portam enti e la mentalità del sanculotto. Come
lo ha dipinto lo storico inglese Richard Cobb, in un ritratto a dire il vero
poco edificante, il sanculotto è certo caratterizzato dalla convinzione
nella causa e dalla dedizione a essa, da una cultura elem entare che non
esclude la credulità, da una certa dose di conformismo che gli fa seguire
le svolte delle scelte rivoluzionarie, ma anche dalla violenza nel modo di
esprimersi e negli atteggiamenti, che tuttavia solo eccezionalmente sfo-
ciano in com portam enti sanguinari. Personaggio contraddittorio, il san-
culotto unisce, agli occhi di Cobb, un integralismo venato di xenofobia a
una generosità reale e al senso di solidarietà. In stato di continua tensio-
ne, il sanculotto è soggetto alla sfiducia e allo scoraggiamento, pronto a
ritrovare la strada di casa o della taverna, che frequenta ogni volta che
l’esaltazione cala.
L’indagine più penetrante - venata di simpatia - di Albert Soboul,
consente di andare al di là di questa psicologia un p o ’ miope. Analizzan-
do l ’universo m entale del sanculotto, egli insiste sull’aspirazione
all’eguaglianza che questi esprime attraverso il darsi del tu, l’abbiglia-
mento - il panciotto o carm agnola, i pantaloni, l’uso del berretto e della
153

coccarda. Questo spirito egualitario si esprime altresì nella rivendicazio-


ne del diritto alla vita e ai generi di prima necessità per tutti, senza giun-
gere a rim ettere in discussione il principio del diritto di proprietà, che
deve trovare il proprio limite nella soddisfazione dei bisogni di ognuno.
Solidarietà, assistenza, piacere della fraternizzazione, non escludono un
vivo sentim ento d ’indipendenza da difendere: la sciabola e la picca costi-
tuiscono l'arsenale del sanculotto. In seno alla famiglia è un fautore del-
le virtù domestiche, anche se talora si è liberato dalle costrizioni tradizio-
nali: la libera unione del sanculotto parigino corrisponde a u na caratte-
ristica delle società urbane. Per contro egli mantiene alcuni tratti di ar-
caismo e talora un solido fondo di fallocrazia tradizionale; nelle assem-
blee della sua sezione egli afferma la propria aspirazione alPesercizio
della democrazia diretta: là dov’è il sanculotto con la sua picca, là è il po-
polo sovrano. Tem endo le mene controrivoluzionarie, il sanculotto è per
il voto pubblico, e sostiene il voto di epurazione per potersi liberare de-
gli elementi infidi. Nelle loro caratteristiche comuni, come nelle loro di-
versità, questi due ritratti consentono di penetrare un po’ meglio una
realtà complessa, secondo i temperamenti: il vetraio parigino Ménétra,
che ci ha lasciato un prezioso Journal de ma vie,, riflette nei limiti e nelle
contraddizioni, così come nello smisurato impegno rivoluzionario, la
mentalità di quei piccoli produttori e il loro apprendistato della politica
a servizio della Rivoluzione.

Religione e Rivoluzione

Il conflitto tra religione e Rivoluzione poteva essere evitato? La domanda


pone uno dei maggiori problemi della storia del decennio rivoluziona-
rio.

La Francia religiosa nel 1789

- Ci si può chiedere se nel 1789 la Francia fosse veramente cristiana; cer-


to ne aveva le apparenze, rafforzate dal monopolio della religione catto-
lica e dall’intima associazione della sua Chiesa allo Stato monarchico.
Consacrato a Reims, il re era il protettore della «figlia primogenita della
Chiesa» [la Francia], e il clero era, nella gerarchia degli onori, il primo
degli ordini privilegiati. Dalla revocazione dell’editto di Nantes, avvenuta
un secolo prima, i protestanti, considerati «nuovi convertiti», non aveva-
no il diritto di celebrare il proprio culto, e se dalla metà del secolo le per-
secuzioni violente erano cessate, bisogna attendere il 1787 affinché, con
l'editto di Tolleranza, la monarchia illuminata accordi loro i diritti civili
e il permesso al culto privato. Gli ebrei - meno di 100.000 - riuniti in co-
154

m unita askenazite nel Nord-Est, e sefardite nel Midi (a Bordeaux e nel


Contado Venassino), erano soggetti a una condizione giuridica inferiore
e a u n a sorveglianza cui non sfuggivano che pochi privilegiati. La gran
massa cattolica del popolo eseguiva in m odo unanim e, apparentem ente
senza lacerazioni, i grandi atti «stagionali» dell’esistenza-battesim o, m a-
trimonio, sepoltura cristiana - annotati dai preti sui registri parrocchiali,
unici atti ufficiali di stato civile. Era quella una delle funzioni della Chie-
sa, che garantiva d’altro canto l’azione caritativa e di assistenza e aveva
un ruolo fondam entale nelfinsegnam ento, dai collegi alle scuole ele-
m entari. L’azione pastorale condotta con successo p er tutta l’età classica
dava i suoi frutti: un clero più istruito, di buoni costumi, giustificava l’im-
m agine del «buon prete» allora diffusa. Il ricordo delle lotte intestine,
come la disputa sul giansenismo che aveva lacerato la Chiesa fino alla
m età del secolo, pur senza essere cancellato tendeva ad attenuarsi.

- D ietro questa apparente unanim ità si scoprono tuttavia delle falle; al


vertice, nelle m inoranze intellettuali seguaci dei Lumi, la religione è
maltrattata: la parola d ’ordine voltairiana: «Schiacciamo l’infame!» ha
fatto proseliti. Si attacca persino l’istituzione ecclesiastica, il clero per la
ricchezza, i privilegi, il «parassitismo» - specie quello degli ordini religio-
si - e soprattutto per la sua intolleranza in u n ’epoca che ha vissuto con
partecipazione le vicende di Calas e Sirven, protestanti ingiustamente
condannati. Anche la religione rivelata è sotto accusa, se ne attaccano i
misteri e la «superstizione» in nom e di una religione naturale che non
abbisogna di dogmi, e di cui il discorso rousseauiano nel Vicaire savoyard
fornisce il modello. Si giunge sino alla completa irreligiosità? Diversi m o-
di di pensare coesistono, tra cui il più diffuso, sotto form e diverse, è il
deismo, che va dal vago rispetto di Voltaire per il Dio orologiaio all’effu-
sione di tipo sentim entale di Jean-Jacques Rousseau; m entre una tenden-
za materialista, minoritaria, contraddistingue il gruppo degli Enciclope-
disti raccolto intorno a Diderot, Helvétius, D’Holbach e La Mettrie.
Complessivamente, per quanto è possibile giudicare, i gruppi intellettua-
li illuminati del m orente Ancien régime, sia nobili sia borghesi, tendono a
una religione naturale liberata dai dogmi.
Q uanto a quello che succede a livello delle masse urbane o rurali il di-
battito è aperto per stabilire se si possa parlare, nella seconda parte del
xviii secolo, di u n inizio di scristianizzazione; esprimendo qualche riser-
va sul term ine, non c’è dubbio che diversi indizi convergenti siano verifi-
cabili. Si può parlare di evoluzione profana o di secolarizzazione quando
si studi, come si è fatto per la Provenza, la storia delle confraternite reli-
giose come quella dei penitenti meridionali: il declino num erico e so-
prattutto l’allontanarsi da esse delle élites, che trovano nelle logge masso-
niche un am bito di socializzazione più adatto, vanno di pari passo con
l’evoluzione interna che vede dim inuire i tradizionali gesti della barocca
155

devozione m eridionale. Alle stesse conclusioni si può giungere partendo


d a ciò che, nella stessa regione, dicono i testamenti, in cui la profusione
di invocazioni, di clausole pie e lasciti caritatevoli diminuisce in modo
nettissimo a partire dai decenni 1750-1770, per essere sostituita da un si-
lenzio che somiglia m olto a indifferenza da parte della borghesia, ma an-
che da parte di settori delle classi popolari cittadine e, in alcune zone,
rurali. Caratteristiche regionali differenti si delineano dietro l’apparente
unanim ità degli atteggiamenti, opponendo regioni a forte attaccamento
religioso - l’Ovest, il Nord-Est - a zone di indifferenza, come la regione
parigina; cosa del resto confermata d a altri dati, come il num ero delle
vocazioni e la densità dell’organizzazione religiosa, la diffusione della
letteratura devota o di quella profana. La crisi rivoluzionaria esploderà
d u n q u e su un terreno già preparato.

Nascita di un conflitto: lo scisma costituzionale

Nulla, tuttavia, lasciava inizialmente prevedere tale crisi. I cahiers de


doléances del Terzo stato manifestavano le preoccupazioni dei parrocchia-
ni riguardo l’esercizio del culto e per la rivalutazione della condizione
dei loro parroci; lamentavano lo storno della decima e anche la ricchez-
za e potenza di alcune abbazie, l’assenteismo dei vescovi, e talora, in
città, il parassitismo di taluni ordini religiosi. I cahiers del clero denuncia-
vano la propaganda degli Illuministi e l’editto di Tolleranza. Ma alle ele-
zioni dei deputati d ell’ordine del clero agli Stati generali l’influenza del-
la gerarchia era stata efficacemente contrastata dal basso clero delle par-
rocchie, che costituiva la grande m aggioranza della rappresentanza
dell’ordine, pronto ad allinearsi sulle posizioni del Terzo stato. «Sono
stati quei fottuti parroci a fare la Rivoluzione», ha detto un aristocratico
scontento; e, in effetti, nei mesi decisivi che precedono il 14 luglio, l’ade-
sione del basso clero e di qualche prelato liberale ha non poco contri-
buito alla vittoria del Terzo, cosa che viene notata con soddisfazione.

- U n ’atmosfera da luna di miele contraddistingue dunque i primi tempi


della Rivoluzione: il clero partecipa alle feste civiche e vi troverà una col-
locazione fino al 1792 e talora al 1793. Fin dall’inizio, tuttavia, sono
emersi diversi problemi: la Dichiarazione dei diritti che proclama la li-
bertà delle opinioni, «anche religiose», testimonia della prudenza dei
costituenti, m a anche dell’opposizione incontrata. La soppressione
dell’ordine del clero in seguito all’abolizione dei privilegi, e soprattutto
l’abolizione della decima, incontrarono molte reticenze, persino da par-
te di Sieyès. Sui problemi della libertà di culto per tutti e dell’eguaglian-
za dei diritti civili, bisognerà attendere il 1791 perché le ripetute offensi-
ve dei difensori degli ebrei, come l’abate Grégoire, riescano a spuntarla.
156
La posizione della religione cattolica era in discussione: quando nel
1790 un religioso, dom Gerle, chiese che il cattolicesimo fosse dichiarato
«religione di Stato», la mozione venne respinta m a suscitò nel Midi —re-
gione con notevole presenza protestante - un ampio movimento di ap-
provazione. L’applicazione dei nuovi princìpi poteva sembrare u n ’inge-
renza indiscreta nel campo spirituale, ad esempio con la soppressione
dei voti perpetui e della clausura dei conventi, perché violazioni della li-
bertà individuale. L’inventario delle case degli ordini religiosi, l’applica-
zione della misura che fece sì che alcune di esse, fondam entalm ente di
ordini maschili, si vuotassero dei loro occupanti, furono atti salutati con
soddisfazione dalla corrente di patrioti anticlericali che sognava, quanto
m eno nelle rappresentazioni iconografiche, di far sposare monaci e suo-
re e farli entrare nella vita attiva. Ma la corrente contraria si organizzò as-
sai presto, specie in alcune regioni, di modo che, ad esempio a Nimes e
M ontauban, dove la borghesia patriottica e riformata si trovò di fronte
alla plebe cattolica, il sangue scorse nella primavera 1789, all’epoca della
«rissa di Nimes», che riaprì la vecchia frattura religiosa.

- Bisogna dire che nonostante l’adesione iniziale di buona parte del bas-
so clero alla Rivoluzione, tra i suoi princìpi e la Chiesa esistevano sin
dall’inizio gli elementi di un profondo malinteso. I costituenti, in grande
maggioranza, non erano privi di religiosità e nem m eno veramente anti-
clericali, m a la loro formazione culturale era stata influenzata dalle idee
gallicane, ostili a Roma; soprattutto non bisogna trascurare che il concet-
to m oderno di separazione tra Chiesa e Stato era, nelle condizioni
dell’epoca, estraneo tanto a loro quanto ai loro avversari, il che ne spiega
l’intervento in quel campo. Ciò che veramente scatenò la crisi, fino allo-
ra latente, fu la sequenza di eventi provocata dalla messa a disposizione
della nazione dei beni del clero su proposta di Talleyrand il 2 novembre
1789. Considerata legittima dai rivoluzionari, vivamente contestata dalla
gerarchia, i cui elementi più illuminati invano proposero una misura di
compromesso, la decisione rispondeva non solamente a una situazione
di impellente necessità finanziaria, m a anche a una scelta politica com-
plessiva. Essa sanciva la scomparsa dell’ordine del clero, privando i mem-
bri delle sue risorse e im ponendo in compenso l’obbligo di dare un sala-
rio ai preti, facendone dei pubblici funzionari. Con queste misure, la de-
cisione si integrava nell’ambito dell’ampia ristrutturazione generale del-
lo spazio amministrativo, giudiziario, finanziario e... religioso, cui l’As-
semblea stava allora procedendo (vedi il testo a p. 157).
157

La messa a disposizione della nazione dei beni del clero

Discorso di Talleyrand (10 ottobre 1789)

Per quanto santa possa essere la natura di un bene posseduto secondo la legge,
la legge stessa può garantire solo ciò che è stato concesso dai fondatori. Tutti
sappiamo che la parte di quei beni necessaria al mantenimento dei beneficiari è
la sola che appartiene loro, mentre il resto è delle chiese e dei poveri. Se la na-
zione garantisce questo mantenimento, la proprietà dei beneficiari non viene
attaccata; se essa prende il resto per se, se attinge a questa fonte abbondante sol-
tanto per soccorrere ai gravi bisogni dello Stato, l’intenzione dei fondatori è
esaudita, la giustizia non è violata. La nazione può dunque, in primo luogo, ap-
propriarsi dei beni delle comunità religiose da sopprimere, garantendo il man-
tenimento delle persone clic ne fanno parte; in secondo luogo, impadronirsi
dei benefici senza funzione; in terzo luogo, ridurre, almeno in parte, i redditi
attuali dei titolari, assumendo le obbligazioni di cui questi beni vennero gravati
all’inizio. La nazione diverrà proprietaria della totalità delle terre del clero e
delle decime, che quest’ordine ha sacrificato, e garantirà al clero due terzi dei
redditi di questi beni. II reddito delle terre ammonta ad almeno 70 milioni;
quello delle decime a 80, il che fa 150 milioni, c i due terzi 100 milioni, che po-
tranno in seguito ridursi, grazie agli abbuoni necessari, ai posti vacanti, ecc., a
85 o 80 milioni. Questi 100 milioni verranno garantiti al clero con privilegio
speciale; ogni titolare verrà pagato trimestralmente e in anticipo, a domicilio, e
la nazione si addosserà tutti i debiti dell’ordine [...].

(Fonte: Archives parlementaires, 1Hserie, Imprimerle nationale, Paris 1867, t. ix, p.


398.)

- Iniziata alla fine del maggio 1790, la discussione sulla rifondazione del
clero portò il 12 luglio alla votazione della Costituzione civile, sancita dal
re dieci giorni più tardi. Vietandosi di trattare gli argomenti spirituali, i
costituenti ridisegnarono la carta ecclesiastica della nazione, istituendo
una diocesi per ogni dipartimento, e creando un clero stipendiato di
pubblici funzionari - vescovi, parroci, vicari -, eletti dal corpo elettorale.
Le prerogative papali venivano poste in discussione, giacché i vescovi,
consacrati da un vescovo m etropolitano, si limitavano a inform arne il Pa-
pa; in ciò stava il germe di un conflitto inevitabile non solamente con
Roma, ma con la grande maggioranza dei vescovi in carica, che si consi-
deravano legittimamente insediati nelle loro vecchie diocesi. Venne mi-
gliorata la condizione finanziaria dei parroci, m entre quella dei vescovi
rimase agiata, benché non paragonabile ai redditi precedenti, talora co-
lossali. Il principio stesso dell’elezione, l’ampiezza dello sconvolgimento,
l’attentato ai diritti del sommo pontefice, non potevano non dividere
profondam ente il clero: come apparve con chiarezza il 3 gennaio 1791
quando l’Assemblea impose ai preti funzionari l’obbligo di prestare giu-
ram ento alla Costituzione civile del clero.
158
Il malessere fu alimentato dal più che equivoco atteggiamento del pa-
pa Pio vi; m entre alcuni prelati, com e Boisgelin e Champion de Cicé, si
sforzavano di trovare una soluzione di compromesso, il pontefice, assai
ostile alla Rivoluzione, fece attendere a lungo la risposta, lasciando
nell’incertezza il clero francese. Essa giunse alfine il 10 marzo 1791 sotto
form a del breve Quod Aliquantum: era una condanna-radicale non solo
della Costituzione civile, ma di tutta la Rivoluzione e della sua filosofia
che attentava all’ordine divino. Tale inappellabile verdetto provocò a Pa-
rigi una vivace ondata anticlericale. A quella data si stava già costituendo
il clero costituzionale: la quasi totalità dei prelati già in carica fu ad esso
ostile, solamente quattro vescovi giurarono, e il solo Talleyrand accettò
di consacrare i nuovi vescovi. Il clero delle parrocchie si divise: il conteg-
gio esatto dei giuramenti costituzionali prestati sancisce la divisione del
corpo ecclesiastico in due campi: il 52% di preti costituzionali che h an-
no giurato contro il 48% che si è rifiutato. Tale bilancio nasconde dise-
guaglianze macroscopiche: tra parroci e vicari (questi ultimi più reticen-
ti), tra campagna e città (gli ambienti urbani, tranne Parigi, meglio orga-
nizzati per resistere al giuram ento), tra preti pubblici funzionari (parro-
ci, congregazioni insegnanti) e coloro per i quali il giuramento non era
un obbligo.
L’impatto di quello che fin dall’inizio appare come uno scisma in se-
no alla Chiesa francese è assai visibile, come si può giudicare guardando
la carta dei com portam enti collettivi: vi si delineano France diverse. Il
giuram ento è stato prestato dalla maggioranza dei preti, talora in m odo
massiccio, nella gran parte della regione parigina sino al centro del pae-
se, ma anche lungo un asse che dalla Borgogna al Lionese scende verso il
Sud-Est fino alla regione alpina e la Provenza. Gli atteggiamenti sono as-
sai più divisi nel Sud-Ovest, ma le zone del rifiuto si trovano nel grande
Ovest della regione armorica, nel Nord e nel Nord-Est, infine nella parte
meridionale e sud orientale del Massiccio centrale. Geografia tanto più
netta in quanto coincide quasi totalmente con le zone che saranno anco-
ra, nel xx secolo, quelle dell’osservanza religiosa e quelle del distacco
dalla pratica del culto (vedi la carta a p. 159).

La crescita delVanticleiicalismo

Dal 1791 al 1793 lo scisma ha creato una situazione che non può che ag-
gravarsi sotto la pressione degli avvenimenti politici, e poi dello stato di
guerra. Sul terreno, in provincia, il conflitto è vivace nelle regioni divise
o in quelle refrattarie. Il clero costituzionale riesce, talora con difficoltà,
a completare i propri effettivi attingendo dai disciolti ordini religiosi, m a
l’entrata in funzione dei nuovi vescovi si compie con difficoltà, di fronte
alla resistenza dei predecessori e delle popolazioni. Nei villaggi i preti co-
159
I preti «giurati» del 1791

Intensità della scristianizzazione dell’anno n

Indice composto che caratterizza l’Intensità del movimento di scristianizzazione (dallo scuro al chia
ro secondo il decrescere dell'intensità)
160

stituzionali devono talora venire insediati con la forza e sono malvisti,


quando n on perseguitati; d'altro canto la sorte dei refrattari n on è invi-
diabile, giacché si manifesta un anticlericalismo popolare - di cui le
stampe ci rim andano re c o - soprattutto a Parigi, dove le fedeli che van-
n o alla messa del prete refrattario sono sculacciate dai patrioti.
Ci fu u n m om ento in cui si credette che fosse possibile giungere a un
com prom esso tra i due culti in concorrenza che dividevano i fedeli;
n ell’aprile 1791 il dipartim ento di Parigi con u n a delibera sulla libertà
religiosa autorizzò il culto privato dei non-conformisti [cattolici fedeli al-
la Chiesa di Roma], disposizione estesa a tutta la Francia con un decreto
del 7 maggio. Mal tollerate dagli uni e dagli altri - il clero costituzionale
si sentiva sconfessato dalla concorrenza non conformista - queste misure
ebbero vita breve. La Legislativa, in u n a situazione divenuta difficile, in
cui l’emigrazione dei preti induce sem pre più a vedere nel refrattario un
aristocratico, impose il 29 novembre 1791 a tutti i sacerdoti, che avessero
giurato o no, di prestare un nuovo giuram ento a pena dell’applicazione
di misure di sorveglianza. Nonostante il veto reale la disposizione trovò
applicazione in molti dipartimenti, e nel maggio 1792, l’indom ani della
dichiarazione di guerra, si decretò la deportazione dalla Francia di ogni
p re te c h e non avesse giurato e fosse stato denunciato da venti cittadini. Il
26 agosto la repressione m ontante introdusse l’obbligo dell’emigrazione
forzata per ogni refrattario, m entre vecchi e malati rimanevano impri-
gionati nel capoluogo del dipartim ento. Gli arresti e le deportazioni in
massa si moltiplicarono: in totale 25.000 preti lasciarono la Francia e si
dispersero in tutta Europa: Spagna, Svizzera, gli Stati italiani e tedeschi,
anche in Inghilterra, che non fece loro l’accoglienza peggiore. Negli Sta-
ti cattolici - Spagna, Stato pontificio - essi sono in effetti presi di mira
dal sospetto che tocca tutto ciò che proviene dalla Francia. Nonostante
la creazione, grazie agli sforzi dei vescovi emigrati e delle autorità, di
strutture per accoglierli, il destino di molti di questi preti emigrati sarà
u n a vita miserabile e anche errabonda, ritmata dal progresso delle con-
quiste francesi.
Ancor meno invidiabile fu la sorte di coloro che rimasero in Francia:
n ell’estate 1792, nel contesto del grande panico generato dall’invasione
delle zone di frontiera, i massacri nelle prigioni parigine coinvolsero, a
partire dal 2 settem bre, centinaia di ecclesiastici - 300 alla Force e all’Ab-
b a y e - che divennero altrettanti martiri della fede, e anche molte località
della provincia, come Meaux, non furono risparmiate dalla vampata di
violenza.
La Rivoluzione venne condotta, dalla forza delle cose, su posizioni
sempre più anticlericali; tuttavia, fino al 1793, essa non fu antireligiosa.
1 Per capire la fiammata scristianizzante che d urò dall’inverno 1793 alla
prim avera 1794, è necessario analizzare anche solo brevem ente cosa
pensassero gli attori, illustri o anonimi. Sarebbe caricaturale irrigidire le
161
posizioni, affermando che i girondini erano più irreligiosi dei monta-
gnardi, giacché nell’am biente che circondava Danton vi erano degli atei,
m entre Robespierre e i suoi seguaci si riconoscevano in un deismo che,
p er loro, era garanzia di una Repubblica virtuosa. Nel gruppo degli hé-
bertisti un anticlericalismo violento spingeva talora la critica della reli-
gione rivelata sino alle estreme conseguenze. Bisogna per questo trasfor-
m are la campagna di scristianizzazione in uno strum ento bellico, sorta di
diversivo o di fuga in avanti di questa frazione del movimento popolare
in cerca di parole d ’ordine mobilitanti? L’accusa venne già form ulata
all’epoca, quando Robespierre e altri denunciarono l’ateismo militante
com e pericolosa provocazione nella migliore delle ipotesi, come com-
plotto nella peggiore. U na simile spiegazione, forse troppo affrettata e
parziale p er dar conto di un movimento di tale ampiezza, è stata ripresa
da u n ’im portante tradizione storiografica.

L a sdisti animazione deiranno il

Che cos’è dunque la scristianizzazione dell’anno il, così come si sviluppa


da brum aio all’autunno 1793? Non è u n ’iniziativa del governo di Salute
pubblica e nem m eno della Convenzione: D anton è stato tra i prim i a
condannarla, e soprattutto Robespierre, che vi scorge il pericolo di svia-
re le masse dalla loro adesione alla Rivoluzione. Dopo averne seguito
con favore le prime manifestazioni, la Convenzione voterà il 7 frim aio un
decreto che garantisce la libertà dei culti, concedendone tuttavia la libe-
ra applicazione alle iniziative locali. Si tratta allora di un movimento
spontaneo, nel clima anticlericale che abbiamo ora evocato? E ben vero
che sono Ris e Mennecy, comunità di villaggio presso Parigi, a prendere
l’iniziativa di chiudere le chiese e portarne come bottino le «spoglie»
all’Assemblea, e che l’epicentro del movimento è situato nel centro del
paese, m a l’ampiezza delle resistenze incontrate dimostra che n on si trat-
ta di un movimento di massa generalizzato. La scristianizzazione trova
nella frazione politicizzata della corrente rivoluzionaria, di cui i cordi-
glieri sono rappresentati tipici, fautori e attivisti, appoggiati dall’azione
degli eserciti rivoluzionari e da taluni rappresentanti in missione, come
Fouché e Laplanche nel Centro, Lequinio nell’Ovest o Albitte nelle Alpi.
In questa situazione l’ondata scristianizzante copre il territorio francese
in sei mesi, da brumaio a germinale anno li, partendo da un epicentro si-
tuato nella regione parigina e nel centro del paese. Raggiunge in primo
luogo il N ord e il Nord-est con ineguale successo, si propaga vigorosa-
m ente verso il Sud-Est, dalla Borgogna a Lione, alle Alpi, Provenza e Lin-
guadoca, m a trova anche ulteriori rilanci nel .Sud-Ovest, dalle Charentes
alla vallata della Garonna. Alcune zone sono m eno toccate in profondità
di altre: il Nord-Est, l’Ovest, il sud del Massiccio centrale, pur se an c h ’es-
162
se vedono le azioni massimaliste di gruppi fanatici.

- In questa campagna risulta pratico distinguere due aspetti: uno, di-


struttore, con la completa abolizione delle religioni esistenti, compensa-
to dall’altro, con il tentativo di istituire un nuovo culto civico, quello del-
la Ragione. Nel prim o si colloca la chiusura delle chiese, quasi totale nel-
la primavera dell’anno II, la confisca dei loro argenti, mandati alla Con-
venzione, come anche il sequestro delle cam pane p er fonderle e farne
cannoni. La distruzione degli oggetti sacri, «sonaglini del fanatismo e
della superstizione», ha in più di un luogo provocato distruzioni incen-
diarie, che hanno giustificato l’accusa di «vandalismo», neologismo co-
niato dall’abate Grégoire per designare questi com portamenti. Le ma-
scherate che accompagnano queste distruzioni, processioni burlesche di
sanculotti rivestiti di param enti sacerdotali, ebbero luogo dovunque. Ma
l’attacco è rivolto anche contro il corpo vivo della Chiesa: i preti sono in-
dotti a rinunciare a svolgere il loro ministero e a deporre l’abito; sponta-
neo in forse il 10% dei casi, tale gesto è assai più spesso imposto: coinvol-
ge forse 20.000 ecclesiastici, num ero ragguardevole. Il matrimonio dei
preti, an c h ’esso talora spontaneo - il movimento è iniziato prima, e du-
rerà più a lungo - , spesso forzato, riguarda 5-6.000 parroci o religiosi. In
tal m odo una parte consistente del clero costituzionale, direttam ente
esposto a queste situazioni, viene a essere annientata. A Parigi, l’abdica-
zione nel brum aio anno il del vescovo Gobel e dei suoi vicari espiscopali
è uno degli episodi più spettacolari della campagna (vedi il testo a p.
163).

- Si tenta di ricostruire: le chiese sconsacrate divengono «templi della


Ragione», ove nuove liturgie civiche vengono celebrate con inni e di-
scorsi, mentre incarnazioni viventi della dea Ragione sono portate in
processione attraverso le città: ruolo talora assunto da attrici o prostitute,
ma più spesso dalle spose o dalle figlie dei notabili giacobini. Una nuova
pedagogia inizia a svilupparsi: «apostoli civici» e «patrioti missionari»,
spesso con l’appoggio degli eserciti rivoluzionari o dei membri dei club,
diffondono la buona novella. Si può parlare di religione rivoluzionaria?
Il culto della Ragione viene elaborato su una base teorica assai incerta,
dato che si fonda sul rifiuto di ogni dogma, ma compaiono altre forme
di religiosità spontanea, specialmente tramite il culto dei martiri della Li-
bertà, vittime dei nemici della Rivoluzione: Marat, Le Peletier e Chalier
sono celebrati come martiri in tutta la Francia, e a Parigi delle patriote
salmodiano le litanie del cuore di Marat: «O Cuore di Gesù, o cuore di
Marat». Nell’Ovest repubblicano i villici tributano un culto ai martiri -
per lo più fanciulle - vittime degli chouans: come santa Pataude, o altre,
che sono state viste ascendere al cielo con ali tricolori. Questi fatti ci con-
sentono quindi di verificare come la scristianizzazione abbia potuto ave-
163

re u n ’eco favorevole nelle campagne, dove i cortei mascherati e il rogo


rituale appaiono come rivincita della vecchia cultura popolare repressa
dalla disciplina religiosa.

- Rimane il fatto che la scristianizzazione, accolta nel paese in modo as-


sai ineguale, ha invece incontrato dappertutto resistenze vivaci: soprat-
tutto quella passiva delle donne, ma anche dei parrocchiani che si riuni-
scono in chiesa per celebrare «messe in bianco» senza prete, apparizioni
di culti profetici nelle regioni m ontane delle Alpi o dei Pirenei, rivolte,
talvolta arm ate, nel Sud-Est, nella Corrèze, nella Nièvre e fino alle porte
di Parigi nella Vandea della Brie. Non si devono minimizzare queste rea-
zioni di «cristiani senza Chiesa», spesso ancora poco studiate, giacché es-
se hanno avuto un grande peso nell’influenzare il passaggio all’antirivo-
luzione, e talora alla controrivoluzione, di molte zone rurali.
Il tim ore che questo accadesse n o n è la sola spiegazione del progetto
di Robespierre di m ettere la parola fine alla scristianizzazione, procla-
mando il 18 floreale anno li, nella celebre relazione alla Convenzione,
1’esistenza dell’Essere supremo e la credenza delPimmortalità dell’anima
(vedi il testo a p. 164). E per lui impossibile che in una Repubblica retta
dalla virtù, «i buoni e i cattivi spariscano dalla terra» senza che i meriti
vengano premiati da una qualche form a di approvazione; l’immortalità
dell’anima, esigenza di ordine etico, presuppone quale garante resisten-
za di un principio supremo: la m orale personale d ell’«Incorruttibile»
trova in questa concezione il punto di contatto con la morale civica e so-
ciale. Ma quello dell’Essere supremo non è un concetto tipico di Robe-
spierre: il riferim ento ritorna con frequenza nei discorsi celebrativi del
culto della ragione. E perciò più facile capire come il passaggio dall’uno
all’altro, drammatizzato allo scopo di scongiurare i rischi dell’ateismo,
non sia stato ovunque vissuto come svolta radicale. Il culto dell’Essere su-
premo ebbe vasta e favorevole accoglienza, a giudicare dall’abbondanza
delle petizioni che lo riguardano e dalla grandezza delle celebrazioni te-
nute in tutta la Francia il 20 pratile anno li. La più clamorosa manifesta-
zione fu la grandiosa scenografia parigina, messa in scena da David,
trionfo di Robespierre e insieme preludio della sua fine.

Decreto scristianizzatore di Fouché nella Nièvre

In nome del popolo francese


Il rappresentante del popolo nei dipartimenti del Centro e dell’Ovest, consi-
derando che il popolo francese non può riconoscere segni di privilegio diversi
dalla legge, dalla giustizia, c dalla libertà, né culto diverso da quello della mora-
le universale, nè dogma diverso da quello della propria sovranità e onnipoten-
za; considerando che se, nel momento in cui la Repubblica ha dichiarato solen-
164

nemente che essa concede eguale tutela all’esercizio dei culti di tutte le religio-
ni, fosse permesso a ogni seguace di una di esse di esporre nei luoghi pubblici,
sulle grandi vie di comunicazione e per le strade, i simboli delle loro confessioni
e celebrarne le cerimonie, ne conseguirebbe confusione e disordine nella so-
cietà, decreta quanto segue: Articolo primo. Tutti i culti delle diverse religioni
non potranno essere celebrati che nei rispettivi templi. Articolo secondo. Poi-
ché la Repubblica non riconosce alcun culto dominante o privilegiato, tutti i
simboli religiosi che si trovano sulle vie di comunicazione, le piazze e in genere
in tutti i luoghi pubblici, saranno distrutti. Articolo terzo. E vietato, a pena della
reclusione, a tutti i ministri religiosi, a tutti i preti, vestire abiti religiosi al di fuo-
ri dei loro templi. Articolo quarto. In ogni municipalità tutti i cittadini morti, a
qualunque confessione appartengano, saranno portati, 24 ore dopo il decesso e
48 ore in caso di morte improvvisa, nel luogo destinato alla sepoltura comune,
coperti da un velo funebre dipinto con l’immagine del Sonno, accompagnati da
un pubblico ufficiale, circondati dai loro amici in lutto e da un distaccamento
dei loro compagni d ’armi. Articolo quinto. Il luogo comune dove riposeranno
le loro ceneri sarà isolato da ogni abitazione, piantumato d’alberi, all’ombra dei
quali si eleverà una statua rappresentante il Sonno. Ogni altro simbolo verrà di-
strutto. Articolo sesto. Sulla porta di questo campo, consacrato da un religioso
rispetto agli spiriti dei morti, si porrà questa iscrizione: «La morte è un sonno
eterno». [...] Nevers, 19° giorno del primo mese dell’anno il della Repubblica.
Fouché

(Fonte: citato da L. Madelin, Fouché (1759-1820), Plon, Paris 1903.)

Robespierre e il culto dell’Essere supremo

(Convenzione nazionale 7 maggio 1794, 18floreale anno il)


[...] L’idea dell’Essere supremo e dell’immortalità dell’anima è un continuo ri-
chiamo alla giustizia; essa è quindi sociale e repubblicana. La Natura ha posto
nell’uomò il sentimento del piacere e del dolore, che lo forza a fuggire gli og-
getti fisici che gli sono nocivi, e a ricercare quelli che gli giovano. Il capolavoro
della società sarebbe di creare in lui un istinto immediato per le cose morali,
che, senza il tardivo aiuto del ragionamento, lo conducesse a fare il bene ed evi-
tare il male; giacché la ragione individuale di ogni uomo, fuorviata dalle passio-
ni, troppo spesso non è altro che un sofista che ne difende le ragioni, e l’auto-
rità umana può sempre venir attaccata dalfum ano amor proprio. Ora, ciò che
produce o sostituisce questo istinto prezioso, ciò che supplisce all’insufficienza
dell’autorità umana, è il sentimento religioso che imprime negli animi l’idea
che i precetti della morale vengono sanciti da una potenza superiore all’uomo.
Da ciò non concluderete certo che bisogna ingannare gli uomini per istruirli,
ma soltanto che avete la fortuna di vivere in u n ’epoca e in un paese i cui lumi
non vi lasciano altra incombenza da adempiere che richiamare gli uomini alla
natura e alla verità. Vi guarderete bene dal rompere il sacro vincolo che li uni-
sce all’autore del loro essere. È persino sufficiente che tale unione sia esistita in
165
un popolo perché sia pericoloso distruggerla, giacché essendosi di necessità le-
gate a quest’idea le motivazioni dei doveri e le basi della moralità, cancellarla si-
gnifica togliere al popolo la moralità. Discende dallo stesso principio che non si
deve mai attaccare un culto esistente se non con prudenza e una certa delica-
tezza, per tema che un cambiamento improvviso e violento sembri un attacco al-
la morale, e una dispensa dal dovere di probità. Del resto, colui che può sosti-
tuire la Divinità nel sistema della vita sociale mi appare come un genio prodi-
gioso, m entre colui che, senza averla sostituita, non pensa che a bandirla dalla
coscienza degli uomini, mi sembra un prodigio di stupidità o di perversità...

(Fonte: Archives parlementaires, 2a serie, CNRS, Paris 1971, t. 90, pp. 132 e sgg.)

La politica religiosa del Direttorio

Ci si è chiesto se il Direttorio abbia avuto una politica religiosa; dom anda


che può riguardare l’insiem e del periodo post-term idoriano, in cui
sull’argom ento esiste u n ’unità reale nell’essere esitanti. Il gruppo inizia-
le dei term idoriani non era certo favorevole alla religione: si contano an-
cora qua e là alcune ritardate manifestazioni di scristianizzazione. Ma
all’inizio il punto di vista che sembra prevalere è quello del disimpegno,
e a farne le spese è la Chiesa costituzionale, orm ai considerata m oribon-
da, giacché proprio negli ultimi giorni dell’anno il si decide che «la Re-
pubblica non sovvenziona più alcun culto». Q uesta misura può sem brare
u n ’anticipazione della separazione tra Chiesa e Stato quale venne poi de-
cisa nel ventoso anno ili da un decreto che concedeva la libertà delle fun-
zioni e la loro celebrazione nelle chiese non vendute, a patto di prestare
un giuram ento d ’obbedienza alle leggi. In realtà si trattava soltanto,
nell’atmosfera di reazione dell’anno III, di adattarsi alla congiuntura nel-
la quale si veniva disegnando la ripresa del culto, proprio quando i preti
refrattari iniziavano un rientro che andrà crescendo negli anni a venire.

- Ma in realtà gli uomini al potere, term idoriani e direttoriali, n o n aveva-


no per nulla allentato la vigilanza nei confronti dei preti refrattari, in cui
scorgevano, non senza ragione, degli agenti della controrivoluzione; a
fruttidoro anno III e di nuovo a brumaio anno iv, furono reiterate le di-
sposizioni repressive che rendevano passibili di m orte i refrattari emigra-
ti e rientrati. Secondo le oscillazioni del contesto politico si ondeggiò tra
tolleranza e repressione: n ell’anno v, quando la destra realista, appena
m ascherata, dominava i Consigli, la legislazione sui preti refrattari venne
abrogata, ma il colpo di Stato del 18 fruttidoro portò con sé il ritorno
delle persecuzioni; si impose ai preti non-conformisti un giuram ento di
odio verso la m onarchia e l’anarchia, rifiutato dai più. Riprese soprattut-
to la caccia al clero emigrato tornato in patria, e questa politica raggiun-
se l’apice nell’anno vi durante l’ultima vampata giacobina, la quale, inve-
166

ce che alle esecuzioni, preferì ricorrere alla deportazione alla Guiana (la
«ghigliottina secca»), e più ancora, quando mancavano le possibilità di
deportare, ad ammassare i sacerdoti sulle chiatte di Rochefort (nel gen-
naio 1798 vi si trovavano 1800 preti in attesa di deportazione), dove mo-
rirono a centinaia.
Tale politica, condotta in modo ineguale dalle autorità locali, masche-
ra male u n a disfatta. Il ritorno dei preti emigrati, iniziato nell’anno ili, si
accentuò n ell’anno v; la Chiesa si stava ricostituendo, tra clandestina e
tollerata, e si diede delle strutture sotto l’impulso dei vescovi emigrati, e,
più ancora, dei loro grandi vicari o emissari, di cui Linsolas ci fornisce
un esempio per la diocesi di Lione. Tale Chiesa ricostituita aveva l’entu-
siasmo dinamico della riconquista: essa imponeva ai preti costituzionali
pentiti ritrattazioni e penitenze, e manifestò la propria intransigenza nei
confronti dei giuramenti di sottomissione dell’anno in e dell’anno v, che
alcuni sacerdoti, più attenti alle nuove realtà com e M. Emery, superiore
del seminario di Saint-Sulpice, invitavano a prestare. Questo clero batta-
gliero poteva farsi forte di una vivace rinascita della pratica religiosa: a
Parigi gli oratori privati erano centinaia e continuavano ad aprirsi, m en-
tre in provincia, assai spesso con la benevola complicità delle autorità, i
parrocchiani ritrovavano i loro preti di una volta e la vecchia pratica del
precetto festivo, disertando il decadi e difendendo le campane da chi vo-
leva fonderle.

-T u tto ciò non poteva che nuocere alla Chiesa costituzionale, nonostan-
te l’energia di coloro, come l’abate Grégoire o Le Coz, che si erano ado-
perati a ricostruirla; dal 1796 il giornale Les Annales de la religion divenne
l’organo della loro corrente e il loro luogo d ’incontro. Essi dovevano lot-
tare contro le usurpazioni di attribuzioni da parte dei refrattari, difende-
re i propri luoghi di culto, radunare i propri ministri, decimati dalle ri-
nunce, m ostrando nei confronti dei riconciliati una fermezza di princìpi
che non aveva nulla da invidiare a quella dei loro avversari. Avevano al-
tresì a che fare con la cattiva disposizione di un governo in cui l’anticleri-
calismo rimaneva vivo e che non sapeva che farsene di quegli ingom-
branti compagni di strada; soltanto con molte esitazioni esso autorizzò
che un concilio nazionale del clero costituzionale si tenesse a Parigi il 15
agosto 1797 (termidoro anno v). Ma questa corrente rigorosa, fedele al-
la fede e alla Rivoluzione che da lei si allontanava, non aveva pratica-
m ente possibilità di successo in un mom ento in cui i fedeli tornavano ad
affollarsi numerosi alle messe dei refrattari...
Gli uom ini del Direttorio, pur ripudiando il culto dell’Essere supre-
mo, non avevano tutti rinunciato al progetto di una religione civica o, al-
meno, di un quadro ideologico nel cui ambito poter radunare intorno ai
nuovi valori della Repubblica i francesi che bisognava sottrarre al ritorno
della superstizione; nell’anno iv, e ancora nell’anno vi, essi tentarono di
167
strutturare il ciclo delle feste civiche, come anche, senza grande succes-
so, di ravvivare il culto decadale. Tale corrente venne rafforzata da inizia-
tive private: la pubblicazione, nel gennaio 1797, del Manuel des théoanlh-
ropophiles da parte del libraio Chemin, ricevette favorevole accoglienza
dagli am bienti ideologici che rappresentavano la nuova filosofia e da al-
cuni politici, in particolare dal direttore La Révellière-Lépeaux. La «teo-
filantropia», questo il termine che venne adottato, era una religione sen-
za esserlo, predicando le virtù morali, sociali e civiche; essa organizzò in
quello stesso gennaio 1797 le sue prime cerimonie, in cui gli inni si alter-
navano alle prediche su argomenti civici. L’iniziativa incontrò un certo
successo a Parigi e in alcuni centri di provincia, ad esempio nella Yonne,
ma, alla fine del periodo rivoluzionario, era com pletam ente scomparsa.
È giusto fermarsi a questa disfatta per pronunciarsi sulla sterilità, o ad-
dirittura sulla nocività, dell’esperim ento rivoluzionario in materia reli-
giosa, che ha diviso la Francia in modo duraturo? Il ristabilimento della
religione sotto il Consolato entra a buon diritto nell’ambito di quelle
che Maurice Agulhon chiama le «restaurazioni ben accolte»; rim ane tut-
tavia il fatto che nulla è più come prima. L’episodio rivoluzionario, rive-
latore e acceleratore, ha messo in evidenza un paesaggio religioso ricco
di contrasti, profondam ente modificato, e i cui tratti distintivi sono an-
cor oggi riconoscibili.

Feste e simboli: la città ideale

Nell’universo della Rivoluzione francese la festa occupa un posto privile-


giato; è il luogo ove si esprime la mentalità nascente, in cui si proclama-
no i nuovi valori e si esercita la pedagogia civica: in qualche modo essa è
lo specchio in cui la Rivoluzione si contempla per scorgervi l’immagine
della città ideale. Lungamente malvista da una storiografia che non vi
scorgeva che eccessi anarchici o, al contrario, fredde cerimonie ufficiali,
essa suscita oggi l’interesse degli storici, attenti a descrivere le tappe di
quello che Mona Ozouf ha definito «trasferimento di sacralità», avvenu-
to nel suo ambito.

Evoluzione della festa rivoluzionaria

- Nei primi mesi del periodo la festa è alla ricerca di se stessa e si svolge
ancora nell’ambito della tradizione. È u n ’accoglienza di nuovo genere
quella riservata dai parigini a Luigi xvi il 17 luglio 1789, quando lo accol-
gono nel municipio della capitale. La religione è ancora presente nelle
feste, così alla celébrazione per i caduti della Bastiglia come ai funerali di
Mirabeau; ma, per contrasto, spunta l’allegrezza sfrenata che segue alle
168
giornate rivoluzionarie, come le improvvisate farandole dei provenzali
dopo la presa dei forti S ain tjean e Saint-Nicolas, le «Bastiglie» marsiglie-
si. Poco a poco viene elaborandosi un rituale, il cui esempio compiuto ci
è fornito dalla festa della Federazione a Parigi, nel Campo di Marte, il 14
luglio 1790; festa statica sul vasto terrapieno circondato da gradini dispo-
sto in to rn o all’Altare della patria, su cui si celebra la messa e si presta
giuram ento: incontro di due riti, civico e religioso, ancora non disgiunti.
Nel corso del 1791 il cerim oniale si dà una struttura, m a allo stesso tem-
po l’unanim ità si spezza; in primavera, a poche settimane di distanza, da
u na parte David progetta la scenografia del corteo per celebrare la riabi-
litazione da parte dei patrioti progressisti degli svizzeri di Chàteauvieux
ingiustam ente condannati, e dall’altra le autorità m oderate commemo-
rano la m em oria di Simonneau, sindaco di Etampes, «martire della leg-
ge», massacrato al m ercato dai contadini che im pongono il calmiere.

- N ell’estate del 1793 avviene una svolta im portante nella storia della fe-
sta, e la si può illustrare evocando la celebrazione, il 10 agosto, del primo
anniversario della caduta della monarchia, cui si unisce la consegna del
nuovo atto costituzionale alle delegazioni dipartim entali, nel segno
dell’unità e dell’indivisibilità della Repubblica. Liturgia puram ente civi-
ca, e anche pagana, poiché sulle rovine della Bastiglia è stata eretta una
gigantesca statua in stile egizio raffigurante la Natura che si spreme le
m am m elle per farne zampillare l’acqua della rigenerazione, fonte cui si
dissetano i corpi costituiti. Nell’inverno e durante la primavera dell’an-
no li la vampata della scristianizzazione ha provocato un gran num ero di
feste che ci mostrano questi nuovi rituali, ma il ritorno a una cultura po-
polare carnevalesca - quella del mondo alla rovescia - che s’esprime nel
rogo delle «spoglie» della superstizione, o nelle mascherate in cui i san-
culotti sfilano bardati dai paramenti sacerdotali, n e fa saltare gli schemi:
la burlesca processione dell’asino mitrato si ritrova nella regione parigi-
na, nel centro del paese, e si diffonde sino alle più distanti provincie.
Lo sfogo collettivo del periodo della scristianizzazione è di breve du-
rata: il compimento e insieme la negazione ne è l’instaurazione del culto
dell’Essere supremo. Nel discorso del 18 floreale anno li, Robespierre
non solamente ha fatto dare riconoscimento ufficiale alla credenza in es-
so e all’immortalità dell’anima, ma ha altresì proposto un sistema ciclico
di feste civiche e morali, e l’espressione spettacolare di questo nuovo cor-
so è fornita dalle celebrazioni della festa dell’Essere supremo, il 20 prati-
le anno il, a Parigi e in tutta la Francia.

- Nel 20 pratile si è voluto vedere l’apoteosi di Robespierre, ma anche il


presagio della sua fine: tuttavia, pur se Termidoro mette fine al culto
dell’Essere supremo, non vi è rottura tira il ciclo delle feste civiche pro-
poste dall’«Incorruttibile» e l ’organizzazione, durante il Direttorio, di
169
un sistema organico di feste, articolato nell’anno iv e più tardi perfezio-
nato. Si costruisce un intero calendario di feste, organizzate sotto diverse
voci. La Rivoluzione sistema la propria storia: si celebra il 14 luglio, il 10
agosto, il 21 gennaio, m a anche il 9 termidoro e il 1° vendemmiaio, na-
scita della Repubblica, cui si aggiungeranno, nell’anno vi, il 30 ventoso,
festa della Sovranità del popolo, e il 18 fruttidoro. Alla celebrazione de-
gli anniversari si aggiungono le feste morali: quella della Gioventù, degli
Sposi, della Vecchiaia, della Riconoscenza e dell’Agricoltura... Dalla pri-
mavera all’estate la vita collettiva è così ritmata d a un ciclo di ricorrenze,
in cui il contrappunto m inore delle grandi celebrazioni è costituito dalle
feste decadali, che sostituiscono la domenica e si celebrano con letture e
inni. Si deve riconoscere che queste feste hanno avuto un successo diver-
sificato nello spazio e, nel tempo, sempre più mediocre; tuttavia il p re-
concetto della festa direttoriale deserta, che al più raduna le autorità,
m erita una decisa revisione alla luce degli studi più recenti. La festa ha
avuto periodi di grande auge, inframmezzati da regressi nei m om enti di
violenta reazione; la vampata giacobina dell’anno vi le fornisce tem pora-
neam ente u n a nuova giovinezza, pur se è vero che essa è agonizzante
quando il 18 brum aio m ette definitivamente fine al suo ciclo.
E ntro quest’ambito, la festa ha avuto dei m utamenti, anzitutto di ca-
rattere: Cabanis, autore nel 1791 di un Essai sur ies Jetes nationales, vi scor-
ge l’espressione della spontaneità collettiva, m en tre La Révellière-Lé-
peaux, che riprende l’analisi del fenom eno sotto il Direttorio, mette l’ac-
cento sul condizionam ento puntuale delle masse n ell’ambito di una pe-
dagogia a scopo direttivo. Entro questi limiti cronologici, è possibile se-
guire le tappe di una creazione progressiva che va da improvvisazioni
spontanee all’organizzazione di riti celebratori, passando per l’esplosio-
ne selvaggia dell’anno il.
In questo senso la festa appare come parte integrante, pur se partico-
larm ente ricca, di un più ampio sistema di simboli attraverso cui si espri-
me u n immaginario nuovo, denso di figure e di rappresentazioni, cui la
Rivoluzione ha dato origine.

Il simbolismo rivoluzionario

- È un sistema che è stato certo elaborato partendo da improvvisazioni e


creazioni «a caldo»: Camille Desmoulins coglie u na foglia nel giardino
del Palazzo reale e «inventa» la coccarda verde-speranza (che verrà ab-
bandonata poiché richiama la livrea del conte d ’Artois!)... Si inserisce
tra il blu e il rosso, colori di Parigi, il bianco, colore reale: nasce così la
coccarda tricolore (17 luglio 1789). Ma nel sincretismo di cui questo
nuovo simbolismo è testimonianza si scorgono le diverse eredità che lo
com pongono, e la loro importanza. Le sessanta bandiere - vero e p rò -
170
prio discorso per imm agini - che si cuciono per i distretti parigini e che
sfileranno alla festa della Federazione, uniscono Veredità della tradizio-
ne cristiana dei gonfaloni da processione a quella delle bandiere
dell’esercito regio, m a arricchita da una gamma di riferim enti, alcuni ri-
cavati dalFiconologia classica, altri inventati (la Bastiglia). Tra le fonti
più ovvie si è citato il simbolismo massonico, quale si ritrova nel triango-
lo, la squadra, il livello, la bilancia e il compasso, o nell’occhio che vigila,
che può essere quello dell’Essere suprem o. Ma se questa influenza è in-
dubbia, si può anche parlare di convergenza nell’ambito di un reperto-
rio illum inistico orm ai divenuto patrim onio com une; il riferim ento
all’antichità è onnipresente e risponde alla cultura, all’etica e alla sensi-
bilità di u n ’epoca che ricerca ad Atene o a Roma i propri esempi morali
e civici. È dall’antichità che si prende il berretto frigio dell’affrancato, di-
venuto berretto della Libertà, o il fascio littorio; ed è anche sul modello
antico che si vestono e si svestono i quadri allegorici - in genere femmi-
nili - che costituiscono una sorta di Pantheon dei nuovi valori: Libertà,
Eguaglianza, Fraternità, Natura, U nione... Il personaggio di Ercole, in-
carnazione popolare della forza, prenderà il sopravvento nell’anno il su
questa coorte femminile, con un recupero maschile dall’aria vagamente
protettiva. Evidente derivazione giudaico-cristiana hanno le Tavole della
legge, su cui vengono scritte le dichiarazioni dei diritti da affiggere o da
portare in corteo nelle cerimonie, m entre l’Altare della patria può avere
una derivazione sia cristiana che antica.

- A ciò si aggiungeranno i simboli presi dalla cultura popolare e dal folk-


lore, il più rappresentativo dei quali è l’albero della Libertà, m entre l’ac-
qua purificante della rigenerazione o lo splendore del sole appartengo-
no al simbolismo di ogni epoca.
Si scorge così, da questa prima rapida ricognizione, la molteplicità
delle form e e dei modi di espressione che questo nuovo linguaggio può
assumere: ne nasce una circolazione d ’immagini e di simboli che si pre-
stano a significative associazioni o ritrasformazioni.

- Così accade alla coccarda tricolore, di cui abbiamo ram m entato le ori-
gini; l’adozione del simbolo inizia a imporsi sin dal 1789, anche sulle
bandiere, dove la definitiva disposizione dei colori avverrà progressiva-
mente. La coccarda si diffonde fino a quando il porto ne diviene obbli-
gatorio, nel luglio 1792 per gli uomini, nel settembre 1793 per le donne,
non senza conflitti e resistenze in alcuni am bienti popolari, come le don-
ne di la Halle. Dopo Termidoro ci si batte per la coccarda, tricolore quel-
la dei giacobini, bianca o nera quella monarchica. Il berretto frigio, co-
nosciuto a partire dal 1790, divenuto popolare nel 1791 (festa degli sviz-
zeri di C hàteauvieux), è sulla testa di ogni sanculotto nel 1792. Non è ob-
bligatorio (Robespierre non lo porta), ma è un segno di intensa adesio-
171
ne alla Rivoluzione. Diviene parte del simbolismo iconografico e si inse-
risce altresì nella rivoluzione dell’abito popolare, imitata p e r un certo
periodo, che im pone pantaloni e panciotto, a testimoniare, nella «civiltà
delle apparenze», un vera professione di fede rivoluzionaria. Termidoro
sarà fatale al berretto frigio ancor più rapidam ente che alla coccarda.

- Si sostiene che l’albero della Libertà sia stato «inventato» nel maggio
1790 da N orbert Pressac, parroco di Saint-Gaudens nel Poitou, ma in ef-
fetti l’apparizione massiccia di questo nuovo simbolo avviene nel 1790
nei dipartim enti della Dordogna, della Corrèze o del Lot. Questi «mag-
gio» della Libertà sono più spesso dei picchetti o alberelli secchi, che i
contadini piantano ai limiti della proprietà signorile per riafferm are la
loro rivendicazione alla soppressione senza riscatto dei diritti feudali.
Partendo da questo epicentro, l’albero della Libertà si diffonde a mac-
chia d ’olio in tutto il paese fino all’estate 1792 e oltre; divenuto ormai
simbolo d’unità e di adesione collettiva alla Rivoluzione. L’uso, divenuto
obbligatorio e codificato nell’anno li, viene ricordato dall’abate Grégoi-
re, che stima in 60.000 il num ero degli alberi piantati; i territori di re-
cente annessione o conquista sulla sponda sinistra del Reno hanno ad
esempio piantato i loro. Ma anche l’albero della Libertà attraversa delle
vicissitudini: spesso, dopo Termidoro, è reciso dai controrivoluzionari
delle regioni ostili, e le autorità hanno il loro da fare per ottenere che
venga ripiantato. L’albero della Libertà viene frequentem ente associato
all’Altare della patria, costruzione talora m onum entale, come a Parigi al
Campo di Marte, talora modesta, destinata ad accogliere le celebrazioni
collettive.

- Un ultimo esempio può illustrare questo gioco di simboli e immagini:


la personificazione dei nuovi valori dello Stato prima, della Repubblica
poi, sotto form a di allegorie femminili. L’iconografia dell 'Ancien régime
non ignorava questo genere di trasposizione, utilizzata per le virtù o per
le parti del mondo; tramite un miscuglio di prelievi dall’antico e di in-
venzione di codici nuovi, l’incisione, la scultura, m a anche il quadro vi-
vente danno un corpo e un volto a queste entità astratte, completandole
dei loro attributi caratteristici - animali od oggetti: il berretto e la picca
per la Libertà, il livello per l’eguaglianza. Si crea una gerarchia in una
classifica in cui la Libertà vince decisamente sull’Eguaglianza, e più an-
cora sulla Fraternità, ultima venuta. A partire dalle vicende della dea Ra-
gione ci si può chiedere cosa abbiano visto i contem poranei in queste
creazioni deH’immaginario, probabilm ente non delle vere «dee», ma
emblemi densi di significati. Essi spariranno nel nulla dopo la Rivoluzio-
ne, ma il ricordo di «Marianna», rappresentazione della Repubblica in-
ventata sin dal 1792 in qualche borgo del Sud-Ovest, percorrerà silenzio-
sam ente il suo cammino per risorgere dopo il 1848, e trionfare sotto la
172
IIP Repubblica. Questi simboli non sono le form e esterne di u n a nuova
religione, ma elementi di religiosità, di quel trasferimento di sacralità sui
valori civici che rim ane un tratto caratteristico deir epoca.

Rivoluzione culturale ?

La Rivoluzione francese è stata una «rivoluzione culturale»? Anche spo-


gliata dai connotati di provocazione che rim andano alla storia contem-
poranea delle rivoluzioni del nostro secolo, l’espressione fa giustizia di
una tradizione antica, cher presentava il periodo n on come rottura, ma
come u n vuoto, una parentesi spirile nella storia della creazione lettera-
ria e artistica, o ancor peggio còme momento in cui non potendo o non
sapendo creare si sarebbe soltanto distrutto. Non si tratta ora di procede-
re a u n a «riabilitazione» ma, avendo presenti gli studi recenti nel campo
della storia letteraria, dell’arte e della musica, di passare in rassegna un
periodo che fu eccezionale sotto molti aspetti.

Distruggere o costruire

La Rivoluzione ha indubitabilm ente distrutto, iniziando dalla struttura


istituzionale dé\V Ancien regime nel settore culturale: ha infatto soppresso
le accademie, bestie nere di un’intera generazione di intellettuali e di
creatori emarginati dal sistema, come Marat, o che, talora, come David,
avevano saputo scavar visi una nicchia. Essa ha sconvolto profondam ente
il m ercato dell’arte e della cultura, in cui la corte, l’aristocrazia e la Chie-
sa, disponevano di un patronato molto esteso, che influiva direttam ente
persino sui percorsi creativi. Una generazione di letterati e di artisti, le-
gati al vecchio m ondo, talora emigra, più spesso si chiude nel silenzio; al-
cune form e d’espressione artistica, come l’opera, il teatro classico, i sa-
lotti, interrotte p er un periodo, vengono messe in discussione. Inoltre la
rivoluzione ha compiuto distruzioni materiali, che l’atto di accusa tradi-
zionale associa all1immagine di vandalismo: attacco ai m onum enti reli-
giosi o regi, e, con questo, a tutto il patrimonio artistico, danneggiato o
volontariam ente distrutto, e n o n soltanto nei m om enti parossistici
dell’an n o II.
Limitarsi a tale bilancio negativo significa prendere in esame solo un
aspetto del problema. La Rivoluzione rappresenta una gigantesca solleci-
tazione, u n ’immensa boccata di aria nuova; al circolo chiuso delle mino-
ranze colte dei Lumi essa sostituisce l’esigenza pedagogica di rivolgersi a
un pubblico popolare, ampliando in modo spettacolare l’ambito di colo-
ro che, in un m odo o nell’altro, hanno accesso alla cultura. Per ciò essa
ha dato la possibilità a una miriade di creatori di prendere la parola:
173
l’esplosione degli scritti, come della creazione grafica (le stampe), ne so-
no testimonianza. Si dirà che la quantità non c’entra, ma in questo fluire
di opere nuove condizionate dagli stessi mezzi di produzione (la tipogra-
fìa, la stam pa), s’impongono nuove forme d ’espressione, proprio quelle
che la successiva tradizione ha mostrato di disprezzare. L’oratoria, la
stampa, l’immagine e la canzone, una musica differente, sono altrettante
innovazioni il cui im patto va ben oltre il decennio rivoluzionario e che
segneranno profondam ente il xix secolo. Mentre ripudiano il passato,
gli uomini della Rivoluzione sono coscienti di lavorare per il futuro; se
hanno distrutto, hanno anche avuto la preoccupazione di appropriarsi,
in nome della collettività, di un patrimonio artistico fino ad allora riser-
vato ai grandi, e la creazione del museo è il rovescio positivo del vandali-
smo rivoluzionario.
Una profusione di scritti: è questa la prima caratteristica che merita
d ’essere messa in rilievo. Fin dagli inizi della pre-rivoluzione si ha la libe-
razione della parola, nell’ambito della campagna elettorale per gli Stati
generali, e la caratteristica si accentua da quando la Dichiarazione dei di-
ritti conferma, con l’affermazione della libertà d ’espressione, la fine del
già inefficace regime della censura regia. La letteratura politica e pole-
mica sarà la prima a beneficiarne, ma il movimento è generale.
In questo contesto l’attività editoriale prospera, le tipografie si molti-
plicano; le attrezzature, spesso rozze ed elementari, sono alla portata di
tutti. Lo scritto si diversifica, dal semplice foglio volante all’opuscolo o al
foglio periodico, m entre nascono allora o si affermano aziende impor-
tanti, come ad esempio Didot, in mezzo a una quantità di iniziative spes-
so effimere, giacché la stampa è u n ’attività che può essere molto redditi-
zia, ma non senza rischi.

L ’attività letteraria

L’attività propriam ente letteraria rientra nel contesto generale della po-
liticizzazione, giacché è proprio in quest’ambito che si può valutare la
fioritura dell’eloquenza parlamentare: quella dei grandi discorsi di Mira-
beau, riordinata dopo l’eloquio, quella orale e scritta di Barnave, quella
infine delle curate e magistrali relazioni di Robespierre e Saint-Just. Ta-
luni oratori, come il girondino Vergniaud, si sono guadagnati alla tribu-
na una ben meritata reputazione.

- La poesia si adegua alle circostanze. Non che scompaia u na vena ana-


creontica di poesia leggera, ma essa è tem poraneam ente soppiantata dal-
la richiesta collettiva che reclama opere d ’ispirazione civica, inni per ac-
compagnare i riti collettivi. Alcuni scrittori già affermati si sono posti al
servizio della Rivoluzione: Lebrun - forse un p o ’ eccessivamente detto
174
Lebrun- Pindaro -, Dorat-Cubières, autore del Voyage à la Bastilleycelebra
anche l’eroismo dei marinai del Vengeur. I due fratelli Chénier, André,
che denuncia nei Iambes gli eccessi della Rivoluzione e verrà ghigliottina-
to, e Marie-Joseph, che la celebra con costanza, sono isoli o quasi la cui
memoria abbia resistito all’usura del tempo, forse ingiustamente.

- Il teatro conosce un periodo fasto. I vecchi monopoli sono intaccati: la


Comédie-Frangaise diverrà nel 1793 il Teatro dell’Eguaglianza, aperto a tut-
ti, senza gerarchia di posti. Soprattutto i teatri proliferano, a Palais-Royal
o altrove, e la provincia non è da meno: a Rouen, a Marsiglia, a Bor-
deaux le compagnie si moltiplicano. Gli attori sono stati liberati (come
gli ebrei!) dall’ostracismo che pesava su di loro, più d ’uno s’impegna nel
movimento rivoluzionario come Talma o Louise Fusil, attrice e patriota.
Poiché il repertorio classico viene visto con sospetto per un certo perio-
do, si creano nuove opere adatte alle circostanze. Nei primi tempi della
Rivoluzione ebbe un trionfale successo il Charles ix di Marie-Joseph Ché-
nier, che denunciava i misfatti della monarchia e della religione; a parti-
re dal 1792 nel repertorio che si rifà all’antichità si scelgono eroi repub-
blicani, ma anche l’attualità viene rappresentata, dall’assedio di Thion-
ville alla riconquista di Tolone. Le Jugement dernier des rois, di Sylvain
Maréchal, viene rappresentato a Parigi, in provincia, e al fronte per
l’esercito. Insieme alla moda del vaudeville [commedia leggera basata su
equivoci e scambi di persona], continua la rappresentazione di un reper-
torio lontano dalle preoccupazioni dell’epoca, che presenta i drammi
pastorali, la scena di genere, la commedia licenziosa.

- La novella e il romanzo - venuto di moda nella seconda metà del xvm


secolo - continuano a far conquiste; qui si può trovare l’effusione del
pensiero rousseauiano a opera di Bernardin de Saint Pierre, soprattutto
in Paul et Virginie, idillio sentimentale in ambiente esotico, che conquista
il pubblico. E soprattutto in questo settore che l’evasione continua a re-
gnare, a m eno di non voler scorgere nel crescente successo del romanzo
nero, d’importazione inglese, con i suoi castelli, morti redivivi e intrighi
melodrammatici, il riflesso distorto dell’attualità romanzata. Il romanzo
inizia un cammino che avrà grande successo nel xix secolo tra la borghe-
sia, piccola o grande, che si familiarizza con la cultura dello scritto. Gli
strati popolari si educano a una pratica «impegnata» della lettura sugli
almanacchi repubblicani e sulla letteratura pedagogica patriottica, ma
restano an ch ’essi aperti all’evasione vecchio stile, come la trovano nei li-
briccini blu della letteratura di colportage [collane di libri economici, ven-
duti da librai ambulanti], fedeli ai temi tradizionali, vecchi di secoli, del-
la cultura popolare, anche se il calendario repubblicano e 1’evocazione
dei fatti recenti aggiornano i vecchi almanacchi.
175
Le arti grafiche

La Rivoluzione coglie le arti grafiche in fase di totale rinnovamento. Nel-


la pittura, ove il term ine della carriera di Fragornard e Greuze simboliz-
za la fine di un gusto, è il mom ento del neo-classicismo, della scuola di
Vien e dei suoi allievi. David, impostosi nel 1784 col suo quadro del Ser-
ment des Horaces, illustra i canoni dell’arte nuova: sopravvento del dise-
gno sulla pittura, ricorso all’argomento antico per esprimere le nuove
aspirazioni e i nuovi valori di un mondo in cerca di eroismo e di virtù.
L’arte im portante, quella dei concorsi e delle esposizioni (i Salons), ha
dunque fatto la sua pre-rivoluzione, ed è nelle fogge classiche, «vestita da
romani» come disse Marx, che continuerà a esprimersi una folta corren-
te della pittura rivoluzionaria, capeggiata da David. Egli dipinge Les Lic-
teurs rapportant à Brutus les corps de sesfils, o, alla fine del periodo, L ’Enlè-
vement des Sabines, rappresentazioni, prese dall’antichità, del tema della
giustizia inflessibile o della riconciliazione nazionale, m entre Topino-Le-
brun evoca la morte di Babeuf dipingendo il suicidio di Caius Gracchus.
Anche l'allegoria rivoluzionaria si veste dei panni dell’antichità: Re-
gnault, rivale di David, ne La Libertc ou la Mort dipinge la figura nuda
dell’uomo nuovo rivoluzionario tra quella della libertà e lo scheletro che
raffigura la morte.

- L’avvenimento rivoluzionario ha certam ente sollecitato in modo più


diretto i pittori: al Salon del 1793 Berthaut otterrà un premio per una te-
la sulla presa delle Tuileries del 10 agosto, e le vittorie dell’esercito in Ita-
lia a partire dal 1796 danno il via a una corrente di pittura di battaglie,
che raggiungerà il culmine sotto l’Impero. Ma a fianco dei temi che illu-
strano il procedere della Rivoluzione, le statistiche dei Salons dell’epoca
ci rivelano la modesta posizione delle grandi composizioni neo-classiche
(dal 5 al 9%) rispetto al ritratto in crescita (dal 25 al 30%), al paesaggio
o alla scena di genere. Si scopre così l’importanza dei ritratti nella pro-
duzione di David durante la Rivoluzione, continuazione della grande tra-
dizione francese: la generazione degli allievi di David, Prudhon, Gérard
e Isabey, si dividono tra l’allegoria e il ritratto. Da ultimo il paesaggio e la
scena di genere occupano un posto inatteso in tale produzione (25%) :
molti pittori minori dipingono, sulle orme di H ubert Robert, paesaggi di
Parigi e, anche, scene della Rivoluzione (Debucourt, Demach, Boilly).
Se la scuola pittorica francese conserva in tal modo la propria egemo-
nia europea, una vera e propria rivoluzione avviene nel campo delle
stampe. Gli incisori francesi del xvm secolo avevano una solida tradizio-
ne, ma gli avvenimenti rivoluzionari stimolano la dom anda collettiva e
aprono un notevole mercato. La stampa diviene, in forme diverse, stru-
mento di lotta e attrezzo pedagogico: l’allegoria illustra le figure della Li-
bertà, dell’Eguaglianza e della Repubblica; la caricatura denuncia, defor-
176
ma e tortura i corpi grotteschi deirawersario, aristocratico o prete re-
frattario. Le stampe accompagnano le tappe della degradazione della
rappresentazione del re, dalla rispettosa devozione degli inizi all’ultima
immagine, in cui il re diventa un porco. Nei primi anni del periodo le ca-
ricature prò e controrivoluzionarie rivaleggiano tra loro, talora utilizzan-
do le tavole offerte dai giornali (Actes des apotres, Révolutions deFrance et de
Brabant). L’incisione non si limita al duplice linguaggio della caricatura
e deH’allegoria, ma segue e illustra l’avvenimento, come nelle mirabili ta-
vole incise dei Tableaux historiques de la Revolution fran(.aise, dovute prima
a Prieur, poi a Duplessis-Bertheaux e Swebach-Deffontaines, cui fanno
eco le illustrazioni incise delle Révolutions de Paris.
La rivoluzione dell’immagine s’iscrive in un contesto in cui si utilizza-
no altri supporti di uso più comune, come a Nevers e nel centro della
Francia, dove i temi del nuovo simbolismo rivoluzionario sono riprodotti
su piatti e oggetti in ceramica.

- In questo contesto il ruolo deH’architettura può apparire paradossale:


alla vigilia della Rivoluzione la Francia ha una grande tradizione e archi-
tetti di talento. Soufflot, morto nel 1780, ha lasciato quasi compiuta la
nuova chiesa di Sainte-Geneviève che diverrà il Panthéon, ma Nicolas
Ledoux (1736-1806), Étienne-Louis Boullée (1728-1799) e Charles de
Wailly (1739-1798), hanno già prodotto edifici e progetti nello stile mo-
numentale e spoglio che rende graditi all’epoca i monumenti pubblici di
grandi dimensioni, evocanti un messaggio simbolico tramite le loro for-
me massicce. In questo campo, come nella pittura, si può dire che talora
l’espressione rivoluzionaria ha preceduto la Rivoluzione, quando si guar-
dino gli schizzi di cenotafi, di templi, di monumenti pubblici, con cui al-
cuni architetti visionari, come Ledoux, Boullée o Lequeu, hanno tentato
di esprimere il sogno di una città ideale. Ma in un decennio dominato
daH’immediatezza le costruzioni definitive sono state scarse, e le ristrut-
turazioni dello spazio parigino rimasero allo stato di progetto. Bisogna
tutto sommato riconoscere che la Rivoluzione ha soprattutto creato ar-
chitetture effimere, statue, scenari per un sol giorno destinati alle grandi
cerimonie civiche, di cui assai spesso David è stato, dal 1791 all’anno vi,
ideatore e regista. Pur se di queste manifestazioni non ci restano che le
rappresentazioni grafiche e talora i progetti, è tuttavia opportuno non
dimenticare questo aspetto della creazione artistica, che ha molto contri-
buito alla nascita di una nuova dimensione deirimmaginario collettivo.

La musica rivoluzionaria

Si può forse far notare che questa «arte astratta» è poco adatta per ripro-
durre immediatamente in profondità l’impatto di uno sconvolgimento
177
collettivo come la Rivoluzione, m a i grandi rappresentanti della scuola
musicale francese come Méhul, Cherubini, Grossec e Lesueur, hanno
fatto più che adattarsi alle circostanze: essi hanno sperimentato un lin-
guaggio nuovo, che sboccerà dopo il 1830 nella musica romantica. Ber-
lioz n e è il degno erede.
A prima vista l’espressione musicale sembra calarsi nelle trafile tradi-
zionali: musica liturgica, musica d ’opera, che ha, come si è visto, un no-
tevole successo, associando a temi civici o alla rievocazione di avvenimen-
ti rivoluzionari, come VOJfrande à la Patrie, il canto, la danza e il parlato.
Pur se nei prim i anni del periodo i concerti privati nei salotti aristocrati-
ci o borghesi subiscono u n ’eclissi, l’ambiente della vita m ondana del Di-
rettorio li fa ricomparire: le romanze e i pezzi per arpa di Boieldieu in-
terpretano il nuovo gusto del momento.
Ma una nuova sollecitazione, la più intensa, è imposta dalla necessità
di rispondere alla richiesta collettiva delle feste e cerimonie al chiuso o
all’aperto. Ciò conduce il compositore al ricorso massiccio agli ottoni, e
all’impiego di cori di notevoli dimensioni: quattro cori per YHymne à la
Nature di Gossec del 1793, come pure per il canto del prim o vendem-
miaio di Lesueur nell’anno vili. Tale procedimento porta a una «conce-
zione stereofonica della scrittura musicale» (M. Biget), in cui cori e in-
siemi strumentali di fiati dialogano tra loro.
Dal canto suo la creazione popolare è presente all’appuntam ento.
D urante la Rivoluzione si è cantato molto; sono centinaia i parigini e i
francesi della provincia che vi hanno contribuito, anche solo con alcune
strofette, molto spesso cantate su motivi conosciuti o arie note, forniti
dalla tradizione, dall’opera... o dalla produzione ufficiale o spontanea di
inni. Il Qa ira, ma anche La Marsigliese o il Chant duDépart, sono stati così
il supporto musicale per molteplici variazioni prò o controrivoluziona-
rie; la curva ascendente dell’inventiva popolare attinge il vertice nel
1793 e nel 1794, sm entendo in tal modo il preconcetto di una popolazio-
ne ridotta al silenzio e in qualche modo terrorizzata. In quel periodo il
culmine dello sforzo pedagogico si concreta nella nascita d ell’Istituto na-
zionale di musica, che diverrà in seguito il Conservatorio.

L ’alfabetizzazione e la lingua

Tracciare un bilancio complessivo di questi differenti aspetti culturali ci


porta a riproporre, avendo acquisito un più vasto patrimonio di nozioni,
il quesito iniziale: si può p arlare di rivoluzione culturale? Q uanto
profondam ente sono state rimosse le tradizionali frontiere tra masse e
m inoranze dirigenti, n o n solo grazie allo sforzo pedagogico calato
dall’alto, m a dagli apporti propri della spontaneità popolare?
Non si può in ogni caso parlare dell’episodio rivoluzionario come di
178

regresso a livello dell’alfabetizzazione popolare: è questo un altro stereo-


tipo da distruggere. I sondaggi effettuati nel 1789 e nel 1815 basandosi
sulla capacità di firmare il contratto di nozze mostrano che, nel quarto di
secolo trascorso, il livello elem entare d ’istruzione è generalmente pro-
gredito, come è conferm ato dagli studi monografici sull’argom ento.
Considerando la disorganizzazione del sistema scolastico, è forse possibi-
le scorgere in ciò la conseguenza deH’apprendim ento sul campo, che si
ebbe a partire dai club, della lettura individuale della stampa, dei fogli
volanti o degli almanacchi.
Alcune barriere sono cadute. Si discute a proposito di quella linguisti-
ca. In una Francia in cui le lingue nazionali - i patois [dialetti], come al-
lora li si chiama senza porsi il problem a di ricorrere a perifrasi - occupa-
no ancora un posto fondam entale nel Midi, in Bretagna, in Alsazia e in
altre zone ancora, la politica delle autorità oscilla tra il realismo - tradur-
re i testi e i discorsi - e un ideale di unificazione linguistica politicamen-
te motivato: la controrivoluzione parla alsaziano o basso brétone, dirà
Barère. L’inchiesta effettuata a livello nazionale da Grégoire su lingue e
dialetti offre una notevole messe di risposte dai diversi corrispondenti,
ma è anche testimonianza di questo ideale che si è voluto chiamare cen-
tralizzatore. Non è forse anacronistico rimproverare alla Rivoluzione
francese di essersela in tal m odo presa con le «identità» regionali oggi ri-
scoperte? La rivoluzione linguistica, come ci dice Renée Balibar, non
consiste nell’espansione del francese parlato, peraltro ben reale (1 /4 dei
francesi nel 1789, 3 /4 nel 1800), ma nella creazione della «lingua civile»,
lingua repubblicana, come si dice, universale in tutta la nazione, che ap-
pare la condizione necessaria p e r la comunicazione tra tutti i cittadini.
Non esageriamo tuttavia l’ampiezza di questa unificazione culturale
in un paese in cui gli spartiacque sociali o regionali rimangono immensi.
Resta il fatto che la Rivoluzione, grazie a tutte le sollecitazioni che forni-
sce, per le rotture che provoca, rimane momento essenziale per la costi-
tuzione di un nuovo universo dell’immaginario. «Siamo tutti dei ci-de-
vant»t scrive un giornalista durante il Direttorio, significando così che,
per tutti, la cesura rivoluzionaria definiva un prim a e un dopo senza ri-
torno. Questa frattura si ritrova egualmente nei ritmi della vita quotidia-
na e nelle manifestazioni collettive più segrete.

Le mentalità: la Rivoluzione nella vita quolidiana

Ma mutò profondam ente, al di là delle sollecitazioni della quotidianità,


come la sopravvivenza, le requisizioni, il sospetto durante un certo perio-
do, la disorganizzazione dei ritmi e dei riti causata dalla crisi religiosa, i
timori o al contrario le notizie di avvenimenti lontani, a Parigi o alle
frontiere, la vita di molti francesi che vissero durante la Rivoluzione? O il
179
decennio rivoluzionario fu per loro solo un ricordo abbastanza sgradevo-
le, una parentesi al cui interno si struttura quella che lo storico inglese
Richard Cobb ha chiamato la «vita ai margini»?

Poveri e ricchi

Per tutti, o quasi, la Rivoluzione segna la vita quotidiana, in m odo diver-


so secondo i luoghi e le classi di appartenenza. Dappertutto, nei gruppi
popolari, pochi hanno potuto sfuggire alla pressione dei problemi anno-
nari. Il periodo inizia con la crisi del 1789; dopo un miglioramento dal
1790 al 1791, la preoccupazione di sovvenire alle proprie necessità, ag-
gravata dalFinflazione com e pure da nuove cause (la scarsezza di zucche-
ro e caffè legata alla crisi coloniale), riassume nel 1792 e 1793 im portan-
za vitale. E gli anni finali, che oppongono l’opulenza insolente degli uni
alla miseria degli altri, non ci danno l’impressione di un ritorno condivi-
so a normali condizioni di vita.
Tuttavia, la vita continua. Gli acquarelli dei fratelli Lesueur, cronisti
della vita quotidiana, raffigurano certo la minestra popolare distribuita
agli angoli delle strade nell’anno ili «e non ce n ’era per tutti», m a anche
la famiglia del sanculotto nei momenti di svago: la partenza per l’osteria
alle porte di Parigi. Pittori di genere e acquarellisti illustrano le attività
della strada, i suoi richiami, vecchi e nuovi, gli incontri al cabaret. Non si
può conservare di questi dieci anni solo u n ’immagine uniform em ente
grigia, per non dire tragica, di un periodo di difficoltà e di paura diffusa.
C’è anche chi se la cava piuttosto bene. Nei primi anni della Rivolu-
zione incisori e pittori di genere s’attardano a riprendere - associando
u na visione moralistica a un voyeurisme talora ammiccante - i luoghi ove
la vita parigina pulsa al massimo, illustrati dalle descrizioni di Restif de la
Bretonne o di Sébastien Mercier. A Palais-Royal, sui Champs-Élysées e sui
boulevard, già si m ette in mostra una folla elegante, piuttosto mista: nei
caffè e a teatro prostitute e donne equivoche si mischiano alla gente per
bene. Le nuove m ode femminili «alla patriota», «alla nazionale», diffuse
dalla stampa specializzata, si aggiornano; poi l’anno il fa provvisoriamen-
te sparire tali evocazioni; p er un certo periodo è bene camuffarsi da san-
culotto o, almeno, simulare la sobrietà. La «festa direttoriale», o ciò che
si descrive sotto questo nom e, esprime la reazione, nell’abbigliamento
come negli aspetti, di u n a classe agiata, spesso arricchita, liberata dalla
paura, e più specialmente di una generazione che alimenta le bande mo-
narchiche della gioventù dorata e si esibisce agghindata da «moscardi-
no» e da «meravigliosa». Si sottolinea la differenza di classe con vezzi lin-
guistici, come l’elisione delle «s», con tenute dall’eleganza appariscente:
i pantaloni aderenti e l’alto colletto degli uomini, le pettinature e le vesti
femminili, incollate al corpo e audacem ente scollate. La liberazione
180

dell’abbigliamento femminile dalla costrizione della crinolina e del cor-


setto mostra che, almeno su questo piano, una rivoluzione c’è proprio
stata... La festa direttoriale, fiera delle vanità in un ambiente di nuovi
ricchi e di denaro facile, in una Parigi ove si diffondono la prostituzione
e la follia per il gioco d ’azzardo, è la spia del gusto del momentaneo, per-
sino nella classe politica, che ha smesso di credere nei propri valori -
non si denunciano forse le orge del «satrapo» Barras? - e che pare si ri-
pieghi sul piacere immediato.
Tolta questa effimera maschera, possiamo tentare di verificare che co-
sa sia cambiato in profondità nelle mentalità collettive, al di là di quelle
di una ristretta minoranza.

La famiglia, la do nna, il bambino

- Gli studi demografici hanno scoperto alcuni indicatori che segnalano


come le strutture affettive della famiglia abbiano subito mutamenti. Sin
dall’inizio u n ’interpretazione ostile ha voluto vedere in questo fatto la
grande svolta verso la dissolutezza dei costumi, la distruzione delle gerar-
chie e delle solidarietà familiari. Eppure poche epoche hanno investito
altrettanto sul sentimento della famiglia: «Non c’è più la Bastiglia, siamo
tutti una famiglia». 11 discorso rousseauiano che sottende tutto il periodo
si colora di u n ’affettività nuova. Amare durante la Rivoluzione? Gli stessi
attori principali, attraverso le loro biografie ricche di contrasti, ci forni-
scono alcuni esempi. La voglia di vivere, la sete di piacere che non esclu-
de la generosità si vedono in Mirabeau, erede del libertinaggio aristocra-
tico, o, in versione plebea, in Danton. Ma non sono rare le coppie esem-
plari: Camille e Lucile Desmoulins, i coniugi Roland (e Buzot a comple-
tare un trio degno de La Nouvelle Héloisè), Marat e Simone Evrard... Per
altri, come Robespierre, l’impegno totale al servizio della Rivoluzione,
per amore dell’umanità, ha il sopravvento sugli altri legami. La Rivolu-
zione costruisce un ideale di affetto e di virtù domestica, che intende af-
fermare in contrasto alle turpitudini, vere o inventate, che riferisce a
proposito de\VAncien régime. la rappresentazione immaginaria di Maria
Antonietta, «moderna Messalina», «lupa austriaca», ne è un esempio.

- Tale modello si ritrova nelle classi popolari: si veda l’autoritratto che


fornisce il sanculotto parigino, di se stesso che lavora per m antenere la
moglie e i figli. Esso esce dall’ambito strettamente familiare per affer-
marsi in term ini di solidarietà verso i meno favoriti e di aspirazione al
nuovo valore di cui si son visti gli inizi: la fratellanza. La festa mette
u n ’enfasi particolare sull’immagine ideale della famiglia attraverso il
simbolismo delle età: a ciascuno il proprio ruolo. Così verrà poi precisa-
to durante il Direttorio: gli sposi, ì’uomo nelle vesti di produttore, ma
181

ancor più, forza delle circostanze, in quelle di guerriero; la donna come


madre, giacché Vepoca investe sulla gioventù che è, assai prim a della ce-
lebre formula, il suo «bene più prezioso», m entre un ruolo è riservato al
vecchio, detentore di saggezza, secondo il modello spartano. Questo
ideale proposto è, come è stato detto, mistificatore, celando la realtà dei
rapporti sociali nell’arm onia di una sognata città ideale? Le realtà sono
più sfumate, giacché uniscono a reali forme di emancipazione o di p ro -
mozione l’inerzia di eredità di lungo periodo.

- Lo stesso accade per la condizione femminile. Nel trascorrere quotidia-


no della Rivoluzione l’intervento delle donne è tu tt’altro che trascurabi-
le; loro è l’iniziativa della marcia su Versailles il 5 ottobre 1789, sono ben
presenti nell’anno in al tempo delle giornate di germinale e pratile, m a
anche, nel frattempo, nei tumulti popolari del 1792 e 1793 per il carovi-
veri. Esse non si mobilitano solo per ragioni economiche: hanno avuto il
loro ruolo nelle Società fraterne e assistono e talora partecipano all’atti-
vità dei club. Claire Lacombe, fondatrice della Società delle repubblica-
ne rivoluzionarie, è un esempio di questo impegno militante; altre h a n -
no espresso negli scritti, sotto forma di Dichiarazione dei diritti delle
donne, la rivendicazione all’eguaglianza politica con gli uomini: è que-
sto il caso di Olympe de Gouges (vedi il testo a p. 182), o Etta Palm
d’Aelders. Voci maschili molto autorevoli si sono associate a questa cam-
pagna, in particolar modo quella di Condorcet, m a bisogna am m ettere
che tali voci sono minoritarie. Ogni campo ha espresso una posizione an-
tifemminista, con particolare aggressività da parte dei controrivoluziona-
ri, che hanno costruito l’immagine ripugnante delle tricoleuses, avide del-
lo spettacolo del patibolo, simili ad amazzoni isteriche, approfittando
dello spunto fornito dal personaggio di Théroigne de Méricourt, mili-
tante delle giornate rivoluzionarie. Anche l’ala progressista del movi-
mento rivoluzionario non sfugge a questo atteggiamento: denunciando
l’intervento delle donne nella politica, alcuni cordiglieri come Chabot e
Bazire, ma anche Chaumette, sviluppano un’argomentazione di grande
misoginia.
Le donne hanno tratto qualche vantaggio dalla Rivoluzione? H anno
almeno ottenuto i diritti civili e una migliorata condizione nella famiglia,
ma nonostante il loro impegno i diritti civici sono stati loro negati.

- Come per la rappresentazione della figura femminile, la condizione


del bambino mostra, nello spazio a lui dedicato, con quale riguardo lo
considerasse la Rivoluzione. Fedeli allo spirito di Rousseau, i rivoluziona-
ri proteggono il bambino nei suoi primi anni, si fanno carico della sorte
degli abbandonati e degli orfani, danno dignità e diritti ai figli naturali,
e una delle loro preoccupazioni principali è l’istruzione. L’impegno dei
più giovani nella Rivoluzione si realizza fin dai primi anni: nel 1791 e nel
182

1792 vengono costituiti dei piccoli battaglioni giovanili, che affiancano


le guardie nazionali. L’entrata in guerra li stimola: u na strofa della Marsi-
gliese fa loro dire: «Entreremo nella carriera quando la generazione pre-
cedente ne sarà uscita». L’anno II mette in risalto i bambini eroi: il picco-
lo Bara, in servizio nell’esercito repubblicano in Vandea, massacrato da-
gli insorti, a Agrieoi Viala, vittima in Provenza dei federalisti. Come per
le donne, questo nuovo ruolo si conclude con u n ritorno all’ordine
quando, sotto il Direttorio, il bambino eroico cede il posto agli scolari
che sfilano col proprio maestro.

Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina


Olympe de Gouges, settembre 1791

Preambolo
Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, domandano di
costituirsi in assemblea nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il di-
sprezzo dei diritti della donna sono l’unica causa dei mali pubblici e della cor-
ruzione dei governi, esse hanno deciso di esporre in una dichiarazione solenne
i diritti naturali, inalienabili e sacri delle donne, acciocché questa dichiarazio-
ne, continuamente presente a ogni membro del corpo sociale, ricordi loro sen-
za posa i loro diritti e i loro doveri, in modo che potendosi gli atti del potere
femminile e quelli del potere maschile in ogni istante paragonare al fine di ogni
istituzione politica, essi siano più rispettati, acciocché le proteste delle cittadine,
fondate ormai su princìpi semplici e incontestabili, siano sempre volte alla con-
servazione della costituzione, dei buoni costumi e alla felicità di tutti.
Di conseguenza, il sesso superiore per beltà come per coraggio, nelle soffe-
renze del parto, riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere
supremo, i seguenti Diritti della Donna e della Cittadina. [...]
Articolo secondo - Lo scopo di ogni associazione politica è la protezione dei
diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell’Uomo: questi diritti sono la
libertà, la proprietà, la sicurezza, e soprattutto la resistenza all’oppressione. [...]
Articolo quarto - La libertà c la giustizia consistono nel restituire tutto ciò
che appartiene a un altro; così l’esercizio dei diritti naturali della donna non
trova altri limiti aH’infuori della tirannia perpetua oppostagli dall’uomo; tali li-
miti devono essere radicalmente modificati dalle leggi della natura e della ra-
gione.

(Fonte: citato da M. Rebérioux, A. de Baecque, D. Godineau, 11$ onlpensé les


Droits de Vhomme, LDH, Paris 1989, pp. 125-126.)

La Rivoluzione e la morte

Nella sua trasformazione di ogni aspetto della vita, la Rivoluzione non


poteva fare a meno di incontrare la morte. Essa la affronta sin dai primi
183
episodi di violenza popolare nell’estate 1789; la ritrova in forma diversa
nel m om ento centrale del Terrore, col motto repubblicano «La libertà o
la morte», che talora si allunga in «... o saremo noi a darla». Da qui alla
rappresentazione della Rivoluzione come massacro la distanza è grande,
giacché la morte non fa parte del progetto rivoluzionario nel pensiero
dei protagonisti, fedeli all’ideale dei Lumi quando si tratta di esorcizzare
l’ultimo passo liberandolo dei terrori che lo circondano, denunciando
ogni crudeltà inutile, di cui fornivano l’esempio i supplizi delVAncien re-
gime, nonostante l’abolizione della tortura. Bisogna non fraintendere
l’intenzione del deputato Guillotin, medico filantropo, quando propone
l’impiego della macchina cui ha dato il nome: è proprio per evitare,
quando si deve ricorrere alla pena capitale, la sofferenza gratuita. La
questione della pena di m orte è stata discussa, e non è paradossale ricor-
dare che il costituente Robespierre ne aveva chiesto l’abolizione.
Spogliare la m orte dai timori dell’al-di-là e deH’eterno castigo, questa
è, ancor prima di giungere all’episodio della scristianizzazione, la filoso-
fia degli uomini della Rivoluzione.
Ma per i rivoluzionari, quale al-di-là? Per certuni, eredi dei materiali-
sti dei Lumi, non ve n ’è alcuno: «Di noi non resterà mai altro che le spar-
se molecole che ci costituivano, e il ricordo della nostra esistenza passa-
ta» (Lequinio). A questo, come si è visto, Robespierre oppone la fede
nell’immortalità dell’anima, forse illusoria, egli ammette, ma che gli è
cara perché essa sola può garantire il regno della virtù sulla terra. Nono-
stante questa non piccola diversità, quasi tutti sono d ’accordo su una po-
sizione comune: l’esaltazione delle virtù familiari, e soprattutto di quelle
civiche, che perpetuano il ricordo del giusto nella memoria dei concitta-
dini. E l’idea che ispira sin dall’inizio le grandi liturgie funebri, come
quella in onore dei morti della Bastiglia, per i funerali di Mirabeau o per
la traslazione delle ceneri di Voltaire al Panthéon, luogo destinato a dive-
nire tempio del ricordo e delfomaggio della patria ai suoi grandi uomi-
ni. L’eroizzazione è al centro del nuovo modo di sentire collettivo, e il
culto dei martiri della libertà ne è l’espressione più caratteristica; esso
non è riservato a pochi eletti: si celebra il sacrificio collettivo dei marinai
del Vengeur du peuple e quello dei soldati caduti per la patria. Il buon cit-
tadino ha diritto alla sua parte di omaggio: Chaumette, alto funzionario
del com une di Parigi, ardente scristianizzatore, organizza un cerimonia-
le civico per condurre i morti alla loro ultima dimora.
Passata l’esaltazione dell’anno li, ci si preoccupa, sotto il Direttorio,
p e rla distruzione di ogni rito, per una m orte anonima e senza discorsi,
per lo stato di abbandono dei cimiteri cittadini che alcuni lamentano.
Nel 1800 il m inistro degli Interni, Lucien Bonaparte, farà bandire
dall’Institut un concorso dal tema: «Quali cerimcnie bisogna fare per i
funerali e quale regolamento adottare per le sepolture?». La quarantina
di risposte raccolte, spesso convergenti, sono d’accordo, nello spirito il-
184

luminista, a escludere dalla città per ragioni igieniche i campi dei morti,
ma anche per fare del cimitero, pensato come giardino panoramico dis-
seminato di monumenti, il luogo del ricordo collettivo e familiare. Tale
visione civica non soddisfa né coloro che, all’epoca, si danno da fare per
il ritorno della religione cristiana, né gli autori come Senancour o Ché-
nedollé e i poeti come Fontanes, che esprimono il nuovo sentimento
della paura nato alla fine dell’epoca rivoluzionaria. La m orte è l’argo-
m ento centrale del Genie du christianisme, che esprime questo clima
all’inizio del Consolato, e Chateaubriand invita ad andare «a vedere il
cristiano morente». Questo atteggiamento riflette certo solo quello di
una tendenza, ma significativa, del ciclo della morte durante la Rivolu-
zione.
In ogni aspetto, dai più superficiali - le apparenze - sino ai più riposti
- gli atteggiamenti innanzi alla vita, all’amore o alla morte - il decennio
rivoluzionario ha la sua importanza, svolta fondamentale nella formazio-
ne del francese e, forse, dell’uomo moderno.
C r o n o l o g ia

1787

22 febbraio Riunione dell’Assemblea dei notabili


8 aprile Destituzione del ministro Calonne, sostituito da Lomé-
nie de Brienne
16 luglio Il Parlamento di Parigi chiede la convocazione degli
Stati generali

1788

8 maggio Riforma giudiziaria di Lamoignon


Disordini in provincia (Grenoble)
8 agosto Convocazione degli Stati generali per il 1° maggio 1789
24-26 agosto Il ministro riformatore Necker viene prima destituito,
poi richiamato

1789

Marzo Elezioni dei delegati agli Stati generali


Rivolte in provincia (Provenza, Piccardia)
5 maggio Seduta regia di apertura degli Stati generali
20 giugno Giuramento della Pallacorda
14 luglio Presa della Bastiglia
15 luglio Viene richiamato Necker
20 luglio Inizia la Grande paura
4 agosto Notte del 4 agosto: fine dei privilegi di clero e nobiltà
26 agosto Viene votata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del
cittadino
5-6 ottobre Marcia su Versailles: il re viene riportato a Parigi
2 novembre I beni del clero sono messi a disposizione della nazione

1790

17 aprile Si attribuisce corso monetario alPassegnato


12 luglio Viene votata la Costituzione civile del clero
14 luglio A Parigi si tiene la festa della Federazione
18 agosto Raduno controrivoluzionario al campo di Jalès
186
1791

10 marzo Con il breve Quod aliqucintum Papa Pio Vi condanna la


Costituzione civile del clero
22 maggio Legge Le Chapclier che vieta le associazioni, in special
modo quelle operaie
20-21 giugno Fuga della famiglia reale, che viene arrestata a Varen-
nes
16 luglio I moderati del club dei foglianti si separano dai giacobi-
ni
17 luglio Massacro del Campo di Marte
27 agosto Dichiarazione di Pillnitz: le potenze straniere minaccia-
no la Rivoluzione
3 settembre La Costituzione è completata (verrà sancita il 13 set-
tembre)
1° ottobre Apertura delPAssemblea legislativa
7 dicembre Costituzione del ministero fogliame

1792

Gennaio-marzo Disordini annonari a Parigi e nelle campagne


15 marzo Ministero giacobino presieduto da Roland
20 aprile Dichiarazione di guerra al re di Boemia c Ungheria
27 maggio Decreto che stabilisce la deportazione dei preti che ri-
fiutano di giurare
4-11 giugno Veto del re al decreto precedente e a quello che orga-
nizza il reclutamento di 20.000 federati
12 giugno Cade il ministero Roland
11-21 luglio Viene proclamata «la Patria in pericolo»
25 luglio «Manifesto di Brunswick», che minaccia la distruzione
di Parigi
10 agosto Presa delle Tuileries e caduta della monarchia
10-11 agosto Convocazione della Convenzione. Si istituisce il suffra-
gio universale
2-6 settembre Massacri nelle prigioni parigine e in quelle del resto del
paese
20 settembre Fine delPAssemblea legislativa. Laicizzazione dello sta-
to civile
21 settembre Abolizione della Monarchia e inizio dell’anno i della
Repubblica
Ottobre I prussiani si ritirano, i francesi occupano Francoforte e
Magonza
6 novembre Vittoria di Dumouriez a Jemmapes. Occupazione del
Belgio

179 3 -Aal 22 settembre anno n

21 gennaio Esecuzione di Luigi xvi


1° febbraio La Francia dichiara guerra airinghilterra e all’Olanda.
Prima coalizione
11 marzo Inizio della rivolta in Vandea
18 marzo A Neerwinden sconfitta di Dumouriez, e suo tradimen-
to
6 aprile Costituzione del Comitato di salute pubblica con Dan-
ton
29 aprile/29 maggio Inizi dell’insurrezione federalista a Marsiglia e a Lione
2 giugno Le giornate rivoluzionarie: arresto dei girondini
24 giugno Viene votata la Costituzione dell’anno 1
27 luglio Robespierre al Comitato di salute pubblica
4-5 settembre Agitazioni popolari a Parigi: instaurazione del Terrore;
creazione dell’esercito rivoluzionario parigino
6-8 settembre I francesi vincono a Hondschoote
17 settembre Legge contro le persone sospette
29 settembre Istituzione del maximum generale su derrate e salari
10 ottobre 19 vendemmiaio. Il governo viene dichiarato «rivoluzio-
nario fino alla pace»
10 novembre 20 brumaio. Festa della Libertà e della Ragione a Parigi,
nella cattedrale di Notre-Dame
12 dicembre 22 frimaio. Disfatta dei vandeani nella battaglia di Le
Mans

1794- dai 22 settembre anno in

4 febbraio 16 piovoso. Abolizione della schiavitù nelle colonie fran-


cesi
13 marzo 23 ventoso. Arresto, processo ed esecuzione (4 germina-
le) degli hébertisti
Inizi aprile 10-16 germinale. Arresto, processo ed esecuzione dei
dantonisti
8 giugno 20 pratile. Festa dell’Essere supremo
10 giugno 22 pratile. Ristrutturazione del Tribunale rivoluzionario
e inizio del Grande Terrore
26 giugno 8 messidoro. A Fleurus vittoria contro gli austriaci
27 luglio 9 termidoro. Colpo di Stato del 9 termidoro: caduta di
Robespierre e dei suoi seguaci

1793 - dal 22 settembre anno iv

Gennaio Piovoso. Occupazione dell’Olanda


17 febbraio 29piovoso. A La Jaunaye accordi tra Hoche e i vandeani
21 febbraio 3 ventoso. Proclamazione della libertà di culto.
Prima separazione fra Stato e Chiesa
1° aprile 12-13 germinale. Insurrezioni popolari a Parigi e nel pae-
se
5 aprile 16germinale. Pace di Basilea tra Francia e Prussia
Maggio-giugno Floreale-pratile. Il Terrore bianco; massacro dei giacobini
188
a Lione, Marsiglia...
20-25 maggio 1-4 pratile. Giornate insurrezionali di Parigi
23-27 giugno 5-9 messidoro. Sbarco di emigrati a Quiberon
22 agosto 5 fruttidoro. La Convenzione adotta il testo della Costitu-
zione deli’anno in
5 ottobre 13 vendemmiaio. I realisti insorgono contro la Conven-
zione
31 ottobre 9 brumaio. Elezione del Direttorio esecutivo

1796 - dal 22 settembre anno v

19 febbraio 30 piovoso. Fine degli assegnati, sostituiti dai mandati


territoriali
Marzo-aprile Germinale. Vittorie di Bonaparte in Italia: Montenotte,
Millesimo, Mondovì...

1791 - dal 22 settembre anno vi

14 gennaio 25 nevoso. Vittoria di Rivoli


18 aprile 29germinale. A Leoben, preliminari di pace
27 maggio 8 pratile. Dopo il processo di Vendòme, Babeuf e i suoi
compagni sono giustiziati
4 settembre 18fruttidoro. Colpo di Stato antirealista
30 settembre 19 vendemmiaio. Bancarotta dei due terzi del debito
pubblico
17 ottobre 26 vendemmiaio. Pace di Campoformio

1798 - dal 22 settembre anno vii

Aprile-maggio Germinale-floreale. Elezioni, seguite dalla massiccia invali-


dazione degli eletti di sinistra
Luglio Messidoro-termidoro. Sbarco di Bonaparte in Egitto, vitto-
ria alle Piramidi

1799- dal 22 settem bre anno vii

Marzo-aprile Germinale. Disfatte francesi a Stockach, in Germania, e


in Italia
Elezioni al Corpo legislativo
16-18 giugno 28-30 pratile. I Consigli riprendono il controllo del Di-
rettorio: svolta a sinistra
Luglio-agosto Termidoro. In Egitto vittoria di Abukir
Sconfitta in Italia, sulla Trebbia
25-27 settembre 3-5 vendemmiaio. Vittoria francese a Zurigo contro gli
austro-russi
9 novembre 18 brumaio. Colpo di Stato del 18 brumaio contro il Di-
rettorio e i Consigli
S u g g e r im e n t i b ib l io g r a f ic i

1. Opere generali e manuali

Bouloiseau, Marc, La Républiquejacobine (1792-1794), Seuil, Paris 1971; tr. it. La


Francia rivoluzionaria. La repubblica giacobina. 1792-1794, Laterza, Bari 1975
Richet, Denis; Furet, Francois, La Revolution frangaise, Fayard, Paris 1987; tr. it.
La Rivoluzionefrancese, Laterza, Bari 1974
Soboul, Albert, La Civilisalion et la Revolution frangaise, 3 voli., Arthaud, Paris
1970-1982
Soboul, Albert, La Revolution frangaise, Messidor, Paris 1984; tr. it. La Rivoluzione
francese, Rizzoli, Milano 1988
Vovelle, Michel, La Chute de la monarchie (1787-1792), Seuil, Paris 1971; tr. it. La
Francia rivoluzionaria. La caduta della monarchia, 1787-1792, Laterza, Bari
1974
Vovelle, Michel (diretto da), L'Élat de la France pendant la Revolution 1788-1799,
La Découverte, Paris 1988
Woronoff, Denis, La République bourgeoise de Thermidor à Brumaire (1794-1799),
Seuil, Paris 1971

2. Dizionari e atlanti

Atlas historique de la Revolution frangaise (diretto da Serge Bonin e Claude Lan-


glois), e h e s s , Paris, in corso di stampa.
Sono già usciti i fascicoli: «Routes et Communications», «L’enseignement»,
«L’armée et la guerre», «Le territoire», «Les sociétés populaires»
Furet, Francois, Penser la Revolution frangaise, Gallimard, Paris 1978; tr. it. Critica
della rivoluzionefrancese, Laterza, Bari 1980
Furet, Francois; Ozouf, Mona, Diclionnaire critique de la Revolution frangaise, Flam-
marion, Paris 1988; tr. it. Dizionario critico della Rivoluzione francese, Bom-
piani, Milano
Godechot, Jacques, Chronologie de la Revolutionfrangaise, Perrin, Paris 1988; tr. it.
La Rivoluzionefrancese. Cronologia commentata, Bompiani, Milano 1989
Peronnet, Michel, 50 mots-clés de la Revolutionfrangaise, Privat, Toulouse 1988
Suratteau, Jean-René (diretto da), Diclionnaire historique de la Revolution frangaise,
p u f , Paris 1989

Tulard, Jean, e altri, Histoireet diclionnaire de la Revolution frangaise, Laffont, Paris


1987; tr. it. Dizionario storico della Rivoluzionefrancese. La Rivoluzionefrancese
dalla A alla Z, Ponte alle Grazie, Firenze
190
3. Il decennio rivoluzionario: gli avvenimenti

Brunel, Fran^oise, 1794, Thermidor, Complexe, Bruxelles 1989


Denis, Michel; Goubert, Pierre, 1789, Les Francois ont la parole, Gallimard, Paris
1964
Godechot, Jacques, La Prise de la Bastille, Gallimard, Paris 1989
Lefebvre, Georges, LaFrance sous le Directoire, Messidor, Paris 1984
Lefebvre, Georges, La Grande Peur, Colin, Paris 1988; tr. it. La grande paura del
1789; Einaudi, Torino 1953
Lefebvre, Georges, Quatr-Vingt-Neuf, Editions Sociales, Paris 1970; tr. it. L'ottanta-
nove, Einaudi, Torino 1949
Reinhard, Marcel, La Chute de la royauté, IO aout 1792, Gallimard, Paris 1970
Soboul, Albert, Les Sans-Culottes parisiens en Fan li, Seuil, Paris 1979

4. Lo Stato rivoluzionario. Istituzioni e valori


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De Baecque, Antoine; Schmale, Wolfgang; Vovelle, Michel, 1789, Fan / desDroits


de Fhomme, c n r s , Paris 1988
Godechot, Jacques, Les Institutions de la Revolution frangaise, c n r s , Paris 1986
Godechot, Jacques, La Pensée révolutionnaire 1780-1799, Colin, Paris 1989

5. La pratica deliapolitica: istruzione, stampa, aggregazione politica

Julia, Dominique, Les Trois Couleurs du tableau noir: la Revolution Jranfaise, Belin,
Paris 1981
Godechot, Jacques, Histoiregenerale de la pressefrancaise, t. IH , p u f , Paris 1968
Vovelle, Michel, LaDécouverte de lapolitique - Géopolitique de la Revolution franfaise,
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6. Controrivoluzione

Dupuy, Roger, De la Revolution à la chouannerie, Flammarion, Paris 1988


Godechot, Jacques, La Contre-Révolution, pensée et action, PUF, Paris 1984; tr. it. La
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Lebrun, Francois; Dupuy, Roger (diretto da), Les Rèsistances à la Revolution, Ima-
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7. La Rivoluzione e il inondo. La guerra e Fesercito

Benot, Yves, La Revolutionfranfaise et la Fin des colonies, La Découverte, Paris 1987


Bertaud, Jean-Paul, La Revolution armée, Laffont, Paris 1979
Godechot, Jacques, La Grande Nation, Aubier, Paris 1983; tr. it. La Grande Nazio-
ne. L'espansione rivoluzionaria della Francia nel mondo, 1789-1799, Laterza,
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8. Storia economica e sociale

Bruguière, Michel, Gestionnaires et profiteurs de la Revolutionfranfalse, Olivier Or-


bali, Paris 1986
Hincker, Francois, La Revolutionfrangaise et VÉconomie, Nathan, Paris 1989
Jessenne, Jean-Pierre, Pouvoirau village et Revolution 1760-1848, Presses Universi-
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Nicolas, Jean (diretto da), Mouvementspopulaires et consdencesociale, Maioine, Pa-
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Reinhard, Marcel e altri, Contributions à Phistoire démographique de la Revolution
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9. Stona delle mentalità

Duhet, Paulc-Marie, LesFemmes et la Revolution 1789-1794, Julliard, Paris 1971


Ozouf, Mona, La Féte révolutionnaire, Gallimard, Paris 1988; ir. it. La festa rivolu-
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10. Stoìia religiosa

Cousin, Bernard; Cubells, Monique; Régis, Bertrand, La Piqué et la Croix, Histoire


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Tackett, Timothv, La Revolution, lÉglise, la Trance, Cerf, Paris 1986
Vovelle, Michel, La Revolution contre lÉglise, la déchristianisation de Pan II, Com-
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IL Storia culturale: letteratura, belle arti

Bonnet,Jean-Claudc, La Carmagnole des Muses, Colin, Paris 1988


Bordes, Philippe; Michel, Régis, Aux artnes et aux arts!, Adam Biro, Paris 1988
Chartier, Roger, Les Origines cullurelles de la Revolutionfrangaise, Seuil, Paris 1990;
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Vovelle, Michel, La Revolution frangaise, images et redi, 5 voli., Messidor, Paris
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12. Gli uomini della Rivoluzione: alcune biografìe

Baker, Keith, Condorcet, Hermann, Paris 1988


Bcrtaud, Jean-Paul, Camille et Lucile Desmoulins, Presse de la Renaissance, Paris
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Bonnet, Jean-Claude (diretto da), LaMort de Marat, Flammarion, Paris 1986
Mazauric, Claude, Babeuf, Messidor, Paris 1988
Mazauric, Claude, Robespierre, Messidor, Paris 1988
Soboul, Albert, LeProcès duRoi, Gallimard, Paris 1973
Vinot, Bernard, Saint-Just, Fayard, Paris 1985

13. Alcuni contributi italiani allo studio della storia della Rivoluzionefrancese

L'albero della Rivoluzione. Le interpretazioni della Rivoluzione francese (a cura di Bru-


no Bongiovanni e Luciano Guerci), Einaudi, Torino 1989
Burstin, Haim, La politica alla prova. Appunti sulla Rivoluzionefrancese, Angeli, Mi-
lano 1989
Chabod, Federico, Alle orìgini della Rivoluzionefrancese, Passigli, Firenze 1990
Diaz, Furio, L'incomprensione italiana della Rivoluzione francese. Dagli inizi ai primi
del Novecento, Bollati Boringhieri, Torino 1989
Luzzato, Sergio, Il Terrore ricordato. Memoria e tradizione dell'esperienza rivoluziona-
ria, Marietti, Genova 1988
Rao, Anna Maria, Esuli - L'emigrazione politica italiana in Francia (1792-1802),
Guida, Napoli 1992
La Rivoluzione francese (1787-1799) —Repertorio dellefonti archivistiche e dellefonti a
stampa conservate in Italia e nelle Città del Vaticano, 5 voli., Ministero per i be-
ni culturali c ambientali - Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma
1991
Rivoluzione francese. La forza delle idee e laforza delle cose (a cura di Haim Burstin),
Guerini e Associati, Milano 1990
Viola, Paolo, Il trono vuoto - La transizione della sovranità nella Rivoluzione francese,
Einaudi, Torino 1989
accontare la Rivoluzione, e comprenderla. Po-

R trebbe essere l’ideale epigrafe per questo ulti-


mo, fondamentale lavoro di Michel Vovelle. Un
libro che riesce a sintetizzare tu tti i fatti e gli avve-
nimenti im portanti del periodo rivoluzionario m et-
tendone potentemente in luce valore e significato.
Vovelle si confronta con le acquisizioni delle più re-
centi ricerche e indica al lettore gli interrogativi, le
curiosità ancora da soddisfare, allo studioso i campi
ancora da dissodare. Fra questi, lo storico francese
dedica la sua attenzione, in particolare, a un te rrito -
rio ancora solo minimamente esplorato, la trasforma-
zione delle mentalità, giungendo a disegnare i tra tti di
quell’uomo «rigenerato», nella sua vita quotidiana e
nelle sue aspirazioni, che la Rivoluzione aveva sognato
di promuovere.

Michel Vovelle (Gallardon, 1933) ha insegnato all’Uni-


versità di A ix en Provence e dal 1983 è professore di
Storia della Rivoluzione francese alla Sorbona. Dal
1985 presiede la Commissione internazionale di Storia
della Rivoluzione francese. Ha pubblicato oltre venti
im portanti opere, molte tra d o tte anche in italiano.
Fra queste ricordiam o La morte e l’Occidente (Ro-
ma-Bari 1986), La mentalità rivoluzionaria (Roma-Bari
1987), Ideologie e mentalità (Napoli 1989).

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