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Il riscaldamento globale della Terra alla luce della storia

Prof. Ing. Domenico Salimbeni, Università di Cagliari


In quest’ultimo periodo ogni organo di stampa illustra il caldo afoso indicando invece della
temperatura reale quella percepita, un’informazione totalmente priva di significato se non asso-
ciata alla procedura di calcolo: infatti le condizioni reali di 38 °C con 60% di umidità relativa equi-
valgono a una temperatura percepita di 71,5 °C se si considera la temperatura equivalente, ma
anche di 32,2 °C se si considera il Thom Index, e ancora 55,5 °C (Heat index), 54,5 °C (Humidex),
50,8 °C (Summer Simmer), 32,8 °C (THI), e così
via con un errore che può arrivare al 122%. Ma
soprattutto si parla del caldo afoso con un mal
celato senso di colpa, perché gli esperti seguaci
delle tesi dell’IPCC (Gruppo intergovernativo
sul cambiamento climatico) attribuiscono esplici-
tamente all’attività industriale umana il riscal-
damento globale che realmente è stato regi-
strato nell’ultimo secolo anche se con una va-
riazione minore di 0,7 °C come evidenziano i da-
ti climatici più antichi e affidabili disponibili: quel-
li della stazione meteorologica Hadley Centre di-
stribuiti tramite il British Atmospheric Data Cen-
ter, reperibili presso il Met Office Hadley Centre for Climate Change (www.mwtoffice.gov.uk).
Il dato è confermato dal rapporto federale preliminare dell’8 agosto 2017 redatto da 13
agenzie federali, riservato per il Governo americano ma trasmesso al New York Times, nel quale
si parla di un incremento di temperatura di 1,6 °F (gradi Fahrenheit) in 135 anni, equivalente ap-
punto a meno di 0,7 °C (gradi Celsius) in un secolo, attribuendone in modo esplicito la responsa-
bilità alle attività umane.
A metà 2017, inoltre, l’IPCC ha approvato la bozza di “Global Warming of 1,5 °C”, un rap-
porto speciale sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5 °C sopra i livelli preindustriali che
contiene anche gli scenari relativi di emissioni globali nell’ottica del rafforzamento della risposta
globale e dello sviluppo sostenibile alla minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici. Rap-
porto che In verità fa sorgere qualche dubbio essendo stato redatto a seguito della richiesta avan-
zata dai governi alla XXI Conferenza delle Parti (COP21) della Convenzione quadro delle Nazioni
Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) tenutasi a Parigi nel dicembre 2015, nella quale si è
stabilito l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2,0 °C rispetto ai livelli
preindustriali, cercando di moltiplicare gli sforzi per mantenerlo proprio entro il valore di 1,5 °C
casualmente determinato due anni dopo dall’IPCC.
Sembrerebbe una situazione veramente preoccupante, anche se non quan-
to le conseguenze illustrate con frequenza crescente ai lettori dei quotidiani e ai
telespettatori, caratterizzati da masse di ghiaccio che si staccano dal Continente
Artico per andare alla deriva prima di sciogliersi e incrementare il livello dei mari
e orsi naufraghi che, ignorati dalle navi delle ONG, non sanno come approdare
sulla terra ferma.
Il sottoscritto non ha grande fiducia nell’IPCC, soprattutto perché il Presidente storico Ra-
jendra K. Pachauri, economista e industriale indiano, dimessosi il 24 febbraio 2015 per uno scandalo
estraneo al problema del clima, non è propriamente avulso da un pesante conflitto d’interessi. Infatti
dal 2001 è anche direttore generale della società TERI, istituto per lo sviluppo sostenibile che dal
21 gennaio 2003 è denominato “The Energy and Resources Institute” ma in precedenza si chiamava
“Tata Energy Research Institute” ed è restato sotto il controllo del gruppo di Società Tata che ha
una capitalizzazione di mercato globale di circa 77 miliardi di dollari ed è pesantemente coinvolto
nell'industria energetica e, in particolare, nel settore fotovoltaico. La scarsa fiducia è legata però an-
che alla mancanza di trasparenza sui dati climatici analizzati che nel 2009 ha provocato un altro
scandalo, tacitato in modo assolutamente non convincente, legato a comunicazioni via e-mail tra
vari scienziati e consulenti di IPCC su dati nascosti o modificati.
Non è però sulla base di considerazioni di questo tipo che il sottoscritto, anche col fondato
rischio di attirarsi molte antipatie da parte dei suoi fautori, ritiene il problema del “Global War-
ming” antropico una farsa.
In realtà, affermare che la Terra, che oggi ha 4,59 miliardi di anni, è in fase di riscaldamento
globale dopo aver analizzato l’andamento delle temperature negli ultimi 100 anni equivale ad
affermare, fatte le debite proporzioni, che una persona di 40 anni si trovi in fase di bollitura pre-
coce perché negli ultimi 28 secondi della sua vita registra una temperatura corporea di 37,7 °C,
ben 0,7 °C maggiore della temperatura di riferimento!
Viene quindi spontaneo porgere agli esperti del cambiamento climatico che pretendono di
sapere tutto sul clima terrestre grazie all’utilizzazione di modelli matematici arbitrari, perché con
troppe variabili scelte liberamente, applicati al periodo per la Terra insignificante di un secolo, la
domanda che il grandissimo Raimondo Vianello porgeva a fine anni ’90 alla simpatica Antonella
Elia: “Ci sei o ci fai?”.
I climatologi ovviamente non capiscono, perché essendo abituati a ragionare in punta di naso
(a distanza di ore o, al massimo, qualche giorno) ritengono 100÷135 anni un tempo lunghissimo
anche se equivale a meno dello 0,000003% della vita della Terra. Però un ingegnere, professio-
nista abituato a esercitare l’arte dell’ingegno mantenendo i piedi per terra, ha l’esigenza di vedere
“un po’ più in là”. Per esempio analizzando l’intervallo temporale di 420000 anni, preso atto che
purtroppo i dati scientifici oggi disponibili non si addentrano oltre nella vita della Terra.
Gli strumenti sono forniti da ricercatori, russi e statunitensi, che operano da 60 anni nella
base meteorologica di Vostok situata (78°27’51,92”S; 106°50’14,38”E) nei pressi del lago omo-
nimo nell’altopiano antartico, e affiliata (cod. 89606) all’organizzazione meteorologica mondiale.
Questi ricercatori, tramite l’analisi a diverse profondità dei ghiacci, che conservano con affidabilità
molto elevata numerose indicazioni su diversi parametri atmosferici fra i quali la temperatura che
interessa noi oltre alla composizione dell'aria, alla concentrazione di anidride carbonica, alla ra-
diazione solare e a eventi straordinari come le eruzioni vulcaniche, hanno potuto ricostruire, an-
che nell’ambito del progetto europeo EPICA, l’evoluzione della temperatura del nostro pianeta
negli ultimi 420000 anni riportata nel diagramma che segue, tracciato con i dati originali forniti
appunto dalla base di Vostok, nel quale l’asse delle ascisse cresce verso destra da 450000 anni
fa sino a circa due anni fa, e l’asse delle ordinate indica le variazioni di temperatura in °C.

L’analisi dei picchi di temperatura evidenziati con frecce rosse rivela come la temperatura
tendenziale +1,5 °C dichiarata dall’IPCC sia del medesimo ordine di grandezza di quella (+1,13
°C) registrata 5020 anni fa, e sia già stata superata 7840 anni fa (+2,06 °C), 128360 anni fa (+3,23
°C), 237980 anni fa (+ 2,2 °C), 323480 anni fa (+3,14 °C). Nei primi due casi la Terra era popolata
già dall’homo sapiens sapiens, che però certamente non aveva a che fare con l’era industriale
intesa nel senso attuale, mentre negli altri tre casi la Terra era popolata dall’homo sapiens che
323480 anni fa aveva appena sostituito l’homo erectus, e si trovava in pieno periodo paleolitico
inferiore.
Ammettendo pure che il riscaldamento globale attuale sia di origine antropica, quindi di-
pendente dalle nostre attività, appare naturale chiedersi quale attività industriale, che allora era
rappresentata esclusivamente dalla scheggiatura della pietra, e quale attività antropica in genere
abbiano potuto provocare un riscaldamento globale così marcato da sfiorare il quintuplo di quello
che oggi desta tanta preoccupazione. Sarebbe interessante sapere come il 99% degli “scienziati”
del cambiamento climatico citati lo scorso anno nella trasmissione Otto e mezzo giustificano il
riscaldamento globale di quei periodi geologici, e soprattutto il fatto che la Terra abbia continuato
a esistere. E sarebbe interessante sapere anche in quale modo il solito 99% degli “scienziati”
riesce a spiegare quale differenza ci sia fra i quattro periodi di riscaldamento globale degli ultimi
400000 anni (nel diagramma in realtà se ne scorge anche un quinto con +2,13 °C terminato
410480 anni fa), e per quale arcano motivo l’ultimo, quello attuale, meno importante, sia di origine
antropica e più pericoloso rispetto agli altri che certamente non ebbero origine antropica e non
hanno distrutto la vita nella Terra.
La presenza dei quattro picchi di temperatura registrati negli ultimi 340000 anni, iniziati
334000, 260000, 136000 e 25000 anni fa in coincidenza col termine della precedente era glaciale,
rende "difficile attribuire alle attività umane effetti in grado di produrre variazioni climatiche”, come
ha lucidamente spiegato in più occasioni il prof. Zichichi, scienziato con i piedi per terra.
Sarebbe interessante anche sapere come gli “scienziati” del cambiamento climatico giusti-
ficano l’origine dell’attuale riscaldamento globale che, contrariamente a quanto vogliono farci cre-
dere, è iniziato non 150 anni fa contestualmente con l’era industriale bensì ben 25000 anni fa, in
periodo paleolitico superiore, come evidenzia il diagramma delle variazioni di temperatura di Vo-
stok nell’area rosa.
In verità le quattro ere di riscaldamento globale evidenziate dalle ricerche di Vostok sono
caratterizzate da una differenza: due (la prima e la terza) hanno avuto una durata relativamente
breve (11000 e 7000 anni), con un gradiente di temperatura elevato e deciso, mentre le altre due
(la seconda e l’ultima) hanno avuto o hanno una durata molto più lunga (22000 e 25000 anni),
ma soprattutto un periodo di incertezza, che 260000 anni fa è stato registrato nella fase iniziale
mentre oggi si registra nella fase terminale.
Questa differenza, però, è assolutamente insignificante nella giustificazione antropica dell’at-
tuale riscaldamento globale. Anzi: il contributo antropico, se non totalmente ininfluente, avrebbe
dovuto incrementare il gradiente di crescita della temperatura invece di ridurlo. Proprio l’incer-
tezza attuale nell’incremento della temperatura terrestre è uno degli elementi in grado di dimo-
strare che il contributo antropico al riscaldamento globale è nullo, e affermarlo è solo una vacua
manifestazione di superbia che purtroppo ha coinvolto anche il Santo Padre quando ha sposato
la causa del riscaldamento globale antropico: per fortuna della Terra la capacità di noi umani di
incidere sulla sua evoluzione è nulla.
D’altra parte la stessa palese, ma non colpevole, incapacità dei nostri scienziati e dei nostri
governanti di tenere sotto controllo le emergenze vere della Terra è in evidente contrasto con
l’asserita capacità della popolazione umana di incidere in modo così determinante sulla tempe-
ratura della Terra.
L’evoluzione più recente della temperatura terrestre è praticamente non analizzabile nel
diagramma di Vostok a causa dell’eccessiva contrazione grafica che mostra solo una fase incerta
ma sostanzialmente costante, ma sarebbe sicuramente molto interessante poterla studiare nel
dettaglio in modo approfondito anche nel periodo successivo all’ultimo picco importante di riscal-
damento globale evidenziato dal diagramma di Vostok, cioè quello che si colloca circa 7840 anni
fa.
Questo approfondimento è possibile grazie agli studi di R. B. Alley che hanno consentito la
redazione dell’articolo intitolato “The Younger Dryas cold interval as viewed from central Green-
land”, apparso nell’anno 2000 nelle pagine 213÷226 della rivista “Quaternary Science Reviews”,
vol. 19, issues 1-5. Articolo che nell’interessantissimo grafico che segue evidenzia la dinamica
delle temperature registrate in Groenlandia negli ultimi 10000 anni.

Si può notare facilmente come il riscaldamento globale attuale sia iniziato non 135 anni fa,
bensì circa 178 anni fa, cioè nel 1840 come evidenzia anche il diagramma dell’Hadley Centre,
mentre la vera era industriale è iniziata 30 anni dopo, nel 1870, con l’introduzione dell’energia
elettrica, dei prodotti chimici e del petrolio, ma certamente non può aver prodotto effetti immediati
sul clima. E si può notare anche come il picco di temperatura attuale sia decisamente trascurabile
rispetto a quelli registrati nelle epoche medioevale (circa 1050 dC) e romana (circa 50 aC) che
tutti noi abbiamo studiato nella terza elementare anche se ce ne siamo dimenticati, e soprattutto
micenea (circa 1280 aC). Si può notare anche come la tendenza dopo l’epoca micenea, registrata
appunto circa 3300 anni fa, sia caratterizzata (come evidenzia il segmento rosso tratteggiato) da un
raffreddamento globale, con un gradiente di -0,78 °C/millennio. In altre parole, se gli “scienziati”
del “Global Warming” fossero stati meno superbi e avventati, e più lungimiranti, si sarebbero resi
conto che la Terra ha già iniziato il percorso verso la prossima glaciazione, altro che riscalda-
mento globale. Percorso che, come evidenzia la curva di regressione verde del diagramma
Greenland GISP2 Ice Core che precede, è iniziato circa 6650 anni fa ma è diventato più marcato
negli ultimi 3300 anni, dopo l’epoca micenea. In quest’ultimo periodo, però, si sono verificati quat-
tro picchi di temperatura distanziati rispettivamente di circa 1230, 1100 e 1050 anni. L’ultimo è
quello attuale, che probabilmente raggiungerà il vertice entro pochi anni. Ma è naturale, come tutti
gli altri, molto più importanti, registrati nel passato, che certamente non sono stati generati dalla
nostra era industriale e dall’utilizzazione di combustibili fossili.
Esattamente il contrario di quanto afferma, senza alcuna dimostrazione scientifica, il Syn-
thesis Report (SIR) dell’IPCC del 2 novembre 2014: “L’influenza dell’uomo sul sistema climatico
è chiara e in aumento, con delle incidenze osservate su tutti i continenti. Se non li gestiamo, i
cambiamenti climatici accresceranno il rischio di conseguenze gravi, generalizzate e irreversibili
per l’essere umano e gli ecosistemi. Tuttavia, disponiamo di opzioni per adattarci a questi cambia-
menti e delle attività rigorose di attenuazione possono limitare le conseguenze dell’evoluzione del
clima a un livello gestibile, nel quale è più percorribile un avvenire migliore.”.
Solo la miopia interessata degli esperti del riscaldamento globale ha potuto convincere
politici e pseudo-scienziati creduloni, ignoranti e altrettanto miopi, probabilmente anche interes-
sati, a bere la farsa del riscaldamento globale. È palese, infatti, che se ci si concentra su un
disturbo di durata infinitesima (per la Terra) che si sovrappone alla tendenza di base si può partire
per la tangente verso un abbaglio colossale e ridicolo come l’affermazione, contenuta nel rapporto
IPCC del 2007, che i ghiacciai dell’Himalaya si scioglieranno entro l’anno 2035: un’affermazione
avventata e ingiustificata che ha costretto l’IPCC a chiedere scusa quando l’autore materiale,
Murari Lal (scrittore e poeta indiano amico di Pachauri), ha dovuto ammettere pubblicamente di
aver pensato, assieme all’amico presidente dell’IPCC, di fare questa dichiarazione per obbligare
i politici ad assumere misure concrete: un esempio indicativo del rigore scientifico dell’IPCC!
Anche il famoso diagramma noto come "hoc-
key stick" di Mann, Bradley & Hughes, inserito nella
sottosezione della variazione di temperatura recente
del terzo rapporto di valutazione dell'IPCC (TAR),
tracciato dal gruppo di lavoro 1 (WG1), che ha occu-
pato un posto di primo piano in una relazione di sintesi
sottoposta ai Governi mondiali che conteneva l’affer-
mazione: "L'aumento della temperatura superficiale
nel 20° secolo per l'emisfero settentrionale è proba-
bilmente maggiore di quello registrato in qualsiasi al-
tro secolo negli ultimi mille anni", evidenzia quanto
scarso sia il rigore scientifico dell’IPCC.
Infatti, grazie alla sovrapposizione fra il dia-
gramma menzionato sopra e quello dell’Hadley Cen-
tre si nota facilmente che:
! nel periodo 1850÷1990 i due diagrammi sono so-
stanzialmente simili, come le due famiglie di dati
sperimentali, anche se la linea di tendenza adot-
tata è di tipo differente;
! l’estrapolazione successiva è completamente er-
rata, per incapacità previsionale o faziosità, come
evidenzia il diagramma sperimentale dell’Hadley
Centre del periodo 1990÷2017;
! la parte di diagramma antecedente all’anno 1850
è anch’essa completamente errata, come eviden-
zia il diagramma Greenland GISP2 Ice Core che precede, ma senza alcuna giustificazione.
Noi dunque non siamo in grado di incidere sull’evoluzione della Terra, però possiamo in-
quinare l’ambiente, come giustamente anche in questo caso ha fatto rilevare il prof. Zichichi,
quindi dobbiamo individuare le regole che ci impediscano di farlo, però senza coinvolgere il ri-
scaldamento globale, perché in questo modo si crea un fumo pestifero, si perde credibilità oltre
al contatto con la realtà, e si inducono i nostri governanti ignoranti a investire risorse economiche
rilevanti mirate a evitare un riscaldamento globale sul quale non siamo in grado di incidere perché
non esiste in forma antropica. Risorse che potrebbero essere utilizzate molto meglio, per esem-
pio, per ridurre i rischi indotti dalle emergenze vere quali i terremoti, i maremoti, i diluvi e gli alla-
gamenti, e le eruzioni vulcaniche.
Emergenze che diventeranno a breve molto più frequenti poiché, come evidenziano chia-
ramente i due diagrammi che precedono, il fenomeno “naturale” dell’ultimo secolo che noi chia-
miamo riscaldamento globale è in via d’inversione e in un tempo brevissimo (con riferimento a
quello della Terra, non di noi umani) sarà palese che ci troviamo all’inizio di una nuova era gla-
ciale. Emergenze che, come dimostra la storia degli ultimissimi anni, si manifesteranno in modo
importante e crescente, con l’intensificazione di fenomeni climatici estremi di segno opposto, so-
prattutto in corrispondenza dell’inversione del picco temporaneo di riscaldamento della Terra.
La presa d’atto che non esiste alcun riscaldamento globale antropico, e che anzi abbiamo
iniziato il viaggio verso la prossima era glaciale, però, non può essere un alibi per l’abbandono
degli studi sullo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili a favore delle fonti fossili.
I combustibili tradizionali, infatti, derivano da un processo di fossilizzazione di durata inde-
terminabile ma molto lunga che ne preclude la rigenerazione con la velocità della loro utilizza-
zione e conduce, di conseguenza, all’esaurimento delle scorte presenti nei giacimenti noti, la cui
autonomia sembrerebbe limitata a tempi dell’ordine di decenni, fatto salvo il rinvenimento di gia-
cimenti oggi ignoti.
Però l’energia rinnovabile, al singolare perché in realtà è una sola, quella solare, non deve
essere intesa e accolta come energia a inquinamento nullo, quindi “pulita”, perché è palese che
non lo sia più quando si realizzano sistemi per la sua raccolta.
A mero titolo d’esempio si può considerare l’energia fotovoltaica che oggi è presentata
come pulita e gratuita. Un modulo fotovoltaico c-Si (monocristallino), che nell’Appennino centrale
produce 1000 kWh/kWp con perdita di efficienza di 0,1 %/anno, nella sua vita utile di 25 anni
garantisce effettivamente il risparmio di 9778 kgCO2/kWp, ma in realtà produce i seguenti livelli
d’inquinamento legato al “Global Warming”:
a) Nella fase di costruzione e assemblaggio, che oggi avviene per il 65% in Cina col tasso di
generazione di CO2 qe=1,04 kgCO2/kWp, e per il 35% in Europa col tasso di generazione di
CO2 qe=0,44 kgCO2/kWp, quindi col tasso di generazione medio qe=0,82 kgCO2/kWp, composta
un consumo di 3300 kWh/kWp e la produzione di 2706 kgCO2/kWp;
b) La fase di trasporto e montaggio, che avviene in Italia col tasso di generazione di CO2 europeo
qe=0,44 kgCO2/kWp e percorrenze tipiche limitate rispetto ad altri paesi europei, comporta un
consumo medio di riferimento di 750 kWh/kWp e la produzione di 330 kgCO2/kWp;
c) La fase di dismissione (smontaggio, raccolta, riciclaggio e/o smaltimento RAEE), che avviene
in Italia, quindi sempre con qe=0,44 kgCO2/kWp, comporta un consumo di 4650 kWh/kWp e la
produzione di 2046 kgCO2/kWp;
quindi comporta la produzione di 5082 kgCO2/kWp, dunque un risparmio del 48%, non del 100%.
Ne segue che il processo di utilizzazione di energia elettrica tramite un impianto FV non può
essere considerato “pulito” con riferimento alla produzione di CO2 e al problema del “Global War-
ming” anche senza considerare gli scarti derivanti dallo smaltimento dei moduli FV. Scarti rego-
lamentati dalla norma RoHS, quali il piombo (Pb), i bromurati ritardanti della fiamma additivati alle
sostanze plastiche (BFR, PBB, PBDE), il cromo esavalente (Cr03, normato dal REACH 348/2013
entrato in vigore il 21 settembre 2017), l’arseniuro di gallio (GaAs), etc. nocivi per l’uomo e l’am-
biente, che non possono essere trascurati e anzi sono molto più importanti.
L’utilizzazione di energia rinnovabile può quindi trovare giustificazione concreta esclusiva-
mente quando è riconducibile al ruolo di fonte energetica più economica delle fonti fossili, ma non
ha senso quando è promossa con l’artifizio degli incentivi alla sua utilizzazione che rappresentano
solo la dimostrazione dell’incapacità di utilizzarla in modo economico.
Dovrebbero invece essere incentivati gli studi finalizzati a renderla economicamente con-
veniente.