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dì 346

aprile
giugno ZOIO

Lo stato penale globale


Alessandro Dal Lago Lo stato penale globale.
Premessa 3
Nota ai testi 9
Loiíc Wacquant La disciplina produttiva: fisionomia
essenziale dello stato neoliberale 12
John L. Campbell Stato pe nale e stato debitore:
l'irripetibile esemplarità del neoliberalismo
americano 5?
Frances Fox Plven Neoliberalismo e neo-
funzionalismo: la logica opaca del capitale 81
Mariana Valverde La profondità è in superficie:
per una tregua politico-metodologica 92
Jamie Peck Il neoliberalismo zombie e lo stato
ambidestro 98
Bernard E. I-larcourt La penalità neoliberale:
una breve genealogia 109
Massimo Gelardl Dominio dei corpi. stato penale
e biologia della cittadinanza.
Riflessioni sul dibattito 138

INTERVENTI
Ferdinando G. Menga Unitarietà del potere
ed eccedenza della pluralità. Hannah Arendt
alla prova della decostruzione 158
Edoardo Greblo Vite senza contratto 185

ilSogginto|*e
rivista Fondata da Enzo Paci nel 1951

dr'rerrore rerpr.irr.raiar'le: Pier Ftldo Rovatti


reo'.-:izirirre: Paulo Barone. Graziella Berto. Giovanna Bettini.
Laura Boella. Deborah Borca {edri'i'rr_g, deboral1borca@libero.it).
Silvana Borutti. Damiano Cantone. Mario Colucci, Alessandro Dal Lago.
Rocco De Biasi. Maurizio Ferraris. Edoardo G reblo. Raoul Kirchmayr.
Giovanni Leghissa. Arma Maria Morazzoni (cr.v.›ra'i'rta†rrerrro.
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Finito di stampare nel giugno 2010


Lo stato penale globale.
Premessa
ALESSANDRO DAL LÂGO

materiali raccolti da Massimo Gelardi per


questo numero di “aut aut” documentano
un vivace dibattito (in questo caso america-
no ma anche europeo) sulle politiche penali e carcerarie neoli-
berali o. come si dice piuttosto in Italia. liberiste. Come spiega
Loic Wacquant nel saggio che apre il fascicolo.' la crisi del wel-
fare siate tradizionale. su cui si erano fondati lo sviluppo econo«
mico e Fequilibrio sociale nel secondo dopoguerra. ha visto un
ritorno spettacolare della “penalità” in tutti i campi: carcerazio-
ne di massa negli Stati Uniti. politiche penali sempre più rigide
in Europa. una diffusa cultura della sicurezza che. a partire dal-
la negazione di qualsiasi rnicroconflittualità urbana. si estende
alla repressione delle devianze giovanili e dei “ reati senza vitti-
me". all`ossessione per il consumo di droghe leggere e all'indu-
rirnento della disciplina scolastica. Se si dà uniocchiata alla sto-
ria del nostro paese. dalliinizio degli anni novanta a oggi. si com-
prende come Fondata penale abbia investito anche liltalia. che
anzi in questo campo puo essere considerato uno dei paesi
all' “ avanguardia”.
Wacquant ricorda come per Bourdieu. che nellianalisi degli

l ..
1. Si veda anche L. \l'¦«'acc|i1ai1t. Lei' prr1i¬orr.r tie le rr.u'.rere. Raisnn diagir Editions. Paris
1999: trad. Peroni a"rirtfr'rre.- rrilitrreiizri zero. Le rri:i.rfr.irr.vrizi'rirre ¢i'r'íi'r› stato pevvei'e rie/liv .ro-
rierri rrt'tifril›t›re!'t'. Feltrinelli. Milarin 20ll{l. Sulla situazione del carcere nel nostro paese. ctr.
anche Ftssnci azione Antigone. filtri* ri' roí!er*ei?i`ir*. .S'e.i'rr.i reppririo .rirflrr rr.vidrzi'f.vii' tir' a'ertvr-
zen-re :iv Irrrfirr. l`l larmattan Italia. Torino 2Elll'il.

aut aut. 3~lt'1.2t1Ill. E-H 3


effetti penali del liberismo va considerato un riferimento capita-
le. lo “stato” (nel senso di “governo politico-amministrativo di
una società”) non possa essere visto come un monolite. ma co-
me un campo burocratico in cui si combinano le azioni di agen-
zie diverse. istituzionali. economiche. sociali e mediali. Non cli-
versamente. il concetto foucaultiano di “governamentalità”. ela-
borato nel corso degli anni settanta. permette di analizzare lia-
zione complessa e solidale dei poteri punitivi in una prospettiva
che va al di là della funzione delle istituzioni repressive (e in par-
ticolare dello stato nazionale). In questo senso. la “penalizzazio-
ne” delle società occidentali e unionda ampia e composita. che
non esclude l'adozione di pratiche innovative e “scientifiche”
apparentemente neutrali: dalliossessione per la previsione e la
misurazione statistica dei comportamenti devianti e criminalii
alliinvadenza delle pratiche di analisi psicologica e psichiatrica
delle devianze: chiunque abbia qualche idea del funzionamento
della giustizia penale sa bene come assistenti sociali. consulenti.
psicologi e simili figure lavorino spalla a spalla con i magistrati
nella costruzione del profilo degli accusati.3
In questa prospettiva. le classiche analisi della “crisi fiscale
dello stato”. della regolazione economica e sociale dei “poveri”
e cosi via. se vincolate a una ristretta prospettiva economico-so-
ciologica. mostrano inevitabilmente la corda. Nessuna politica
penale. nei termini in cui viene analizzata qui. potrebbe essere
messa in opera senza l'invadenza di una cultura politica e me-
diale della “sicurezza”. La massima “se il cittadino si sente insi-
curo. allora il problema esiste e va risolto” È: quanto di più con-
sensuale esista di qua e di la della Manica e dell'Atlantico - al
punto che. dovunque. la semplice evocazíone delliinsicurezza
scatena una competizione che si risolve nelle strategie e negli
slogan “sicuritari” più truculenti.

| _
2. Si veda. per esempio. B. Harcourt. f'lge.i'rr.rr Prerlri:'rr'rnr.' Prrifilnig. Prifrtfrrrg. aim' Pe-
rri`rJÉnvrg in eri .r'1t*trerrr'ei' /lge. llniversitv of (ihicago Press. Chicago 2lilfli".
3. In generale. sulla ditlusione della cultura psicologica. cfr. F. Fnredi. 'lii1ertip_v t'.`.v!f.e-
re. Rtititledge. Lontlon 2f1ll3: trad. H irirrieii trirrƒrirrrrrlivivri. 'liroppe prii'r.e'rigr`e .ve'!l'e erre :zeri-
l'i'cfii:Irrri. Feltrinelli. Milano 20033.

4
La conseguenza e uniossessione. pratica e simbolica. che co-
rona. in modo squisitamente É›z}tJar£'r'.rerz. le campagne elettorali
negli Usa e in Europa. Ovviamente. nessuno È in grado di misu-
rare un fenomeno volatile. soggettivo e indefinibile come il sen-
so di insicurezza - e tanto meno i cosiddetti scienziati sociali che
hanno contribuito a legittimarlo e a diffonderloƒi E cosi che or-
mai la “percezione”. quanto di più aleatorio esista quando sipar-
la di fenomeni sociali. collettivi o di massa. e diventata criterio
decisivo nelle politiche penali contemporanee.
Parole come “percezione” o “simbolico” non dovrebbero es-
sere prese alla leggera. E chiaro che liossessione punitiva non e
estranea a interessi economici o corporativi di agenzie pubbli-
che o private (basterebbe pensare alla privatizzazione delle car-
ceri. soprattutto negli Usa o alliazione sindacale di poliziotti.
agenti penitenziari e cosi via in Europa). Ma se la violenza isti-
tuzionale dilagante - suicidi dei carcerati. “contenimento” spes-
so mortale di arrestati o sospetti. impunità di poliziotti ecc. - ci:
relegata nell'indifferenza. e persino giustificata dalliopinione
pubblica. è proprio perché la cal.-fera punitiva à divenuta nor-
mativa. E questo significa che un certo “discorso” (preventivo o
giudiziario che sia) è assunto in via trascendentale. consapevol-
mente o no. come liunico legittimo quando si parla di crimina-
lità. l\lell'ultimo programma quadro dell“Unione europea in te-
ma di ricerca applicata. liindividuazione dei comportamen ti “so-
cialmente abnormi”. mediante scanning elettronico o di altro ti-
po. è la linea di finanziamento privilegiata e quella che assorbe
più risorse.i
Naturalmente. la spettacolare trasformazione delfeconomia
capitalistica degli ultimi trentianni è decisiva nella produzione e
nell'espansione della cultura penale. Per riprendere un'intuizio-
ne di Gramsci. si potrebbe dire che il carattere brutalmente av-

4. Si veda. su questo punto. A. Dal Lago. Me grrerrdri rrrei? Note selle .rritrrilrigie "ere-
ii›r*¢ia'eu”' .vi lie/iti. “Etnografia e ricerca qualitativa”. 1. 2010.
5. Si vetla l`intro-.lozione a Ft. Dal Lago e S. Palidda ia cura tlil. Tfvrr "(i'r`er'ir`reii'r.irr” of
ll7er: .ri rrrieti (.'r.viflriv'.i'. .i`.etvrri'r_v. and rire Rr*.i'àripi'irg of (.'r.urrerepr.irar_v .'ír.itv`ei.r'es. Riiiitledge.
l_.m1Llt"i1'i Èlllll.

5
venturoso della vita quotidiana. ovvero la precarizzazione del la-
voro (e quindi dell'esistenza materiale in tutti gli aspetti). si tra-
duce. per contrappeso. nelliossessione della legalità e della sicu-
rezzaf chei poteri. pubblici e privati. sfruttano ormai da un ven-
tennio. Ma c'è molto di più: la “penalizzazione” della società
funziona come una sorta di filtro regolatore di un mercato del
lavoro virtualmente privo di garanzie di sicurezza. ipercompeti-
tivo. soprattutto nelle fasce basse. in cui i soggetti precari- gio-
vani. autonomi. anziani. espulsi dal ciclo produttivo - sono espo-
sti in tempi sempre più veloci alla marginalità. Non si tratta dun-
que soltanto di una versione contemporanea del classico regale-
rzeg the poor.i strutturalmente caratteristico della società ameri-
cana. ma di un vero e proprio profi:'Zz'eg pratico. incessante e quo-
tidiano. dei lavoratori marginali. che oggi. e soprattutto in un
paese come l'Italia. dove l'economia sommersa ha un ruolo pre-
ponderante. sono una quota rilevante. se non maggioritaria. del-
la fprza lavoro.
E sempre nella prospettiva di una “penalizzazione” allarga-
ta e strategica che dobbiamo interpretare le “riforme” scola-
stiche degli ultimi anni - orientate alla pre-definizione del de-
stino formativo degli studenti. alla rigida distinzione tra scuo-
la diélite e scuola professionale. nonché alliirrigidimento disci-
plinare. L'adozione della “buona condotta” scolastica come cri-
terio valutativo decisivo. liossessione mediale del bullismo e
della diffusione delle droghe. la proibizione strisciante di pier-
cing. ombelichi scoperti. abhigliamenti “sconvenienti” ecc.
hanno il senso evidente di un disciplinamento preventivo. del-
la trasmissione di un codice orientato all`accettazione a priori
delliautorità. Si preparano cosi i futuri signori e i servi - non
più in base al classico crinale di classe. ma secondo quello mol-

o. Pt dire il vero. Gramsci analizzava la fortuna del romanzo diappenclice all`epoca del
fordismo. e cioe la passione popolare della punizione del crimine come fenomeno di eva-
sione di massa. (ifr. A. Gramsci. Qeederr-:telai carcere. Einaudi. Torino Zlltlii. edizione cri-
tica a cura di V. Gerratana. vol. 111. p. 21 13
7. ll riferimento e al classico F. Fio: Piven. R..i'\. (Iltuvard. Rtgiiferrirg rive Poor: Tot'
F`rrrri'!iiiiir of Pribfrt' ll5"e!fere. Vintage Bool-ts. Neve York 1993 {l`er.lizione originale à del
1921 l.

6
to più fluido. e quindi al tempo stesso generico e angoscioso.
della legittimità e delliillegittimità dei comportamenti privati e
pubblici. della legalità e delliillegalità. dell'inclusione e dell'e-
sclusione.
I saggi qui raccolti costituiscono dunque un'introduzione ap-
profondita a un dibattito che non può essere ristretto solo alle
scienze sociali. ma dovrebbe includere. in primo luogo. anche
la teoria politica e la filosofia. Mi sembra indiscutibile che la
svolta penale qui discussa implichi una radicale ridefinizione
della gn-:zrrz'zr`a: tramontata qualsiasi idea di equità nella distri-
buzione del reddito. e cioè della tradizionale sortie! .recurz`ty. ec-
co l'ascesa del mito della safety (la sicurezza come incolumità
personale a ogni costo). ciò che riattualizza. ma in senso restrit-
tivo e dispotico. l"idea hobbesiana di una delega. fondata sulla
paura. delliautonomia polz'iz'c'a dei cittadini a favore di Leviata-
no. o magari delle sue caricatore locali. Non altrimenti si spie-
gherebbe - penso alliltalia. ma il modello à facilmente esporta-
bile - liadesione di una quota consistente di lavoratori. magari
garantiti ma impoveriti. al programma politico di una destra in-
sieme liberista e cesaristica. localista e poliziesca. federalista e
autoritaria. garantista con le illegalità dei potenti. ma implacabi-
le con quelle di marginali e stranieri.
Dove il declino apparentemente irreversibile di un'idea uni-
versalistica di giustizia civile e politica appare più clamoroso à
indubbiamente nel caso degli stranieri. Qui la situazione euro-
pea è per certi versi difforme da quella americana. La timida po-
litica di Obama a favore di una gestione federale ƒeelndevte del-
le migrazioni si scontra - è notizia di questi giorni - con la ri-
chiesta di alcuni stati del sud-ovest (in questo caso l"Arizona) di
controllare ed espellere ori the spot i clandestini. ln Europa. si
direbbe invece che l”ercZa.n'o.-ee virtuale di tutti i migranti sia opi-
nione comune e politicamente vincenteii Naturalmente. si trat-
ta di urfesclusione che svolge la stessa funzione regolativa che la
+ I I 'I -I

3. ln questo senso. si puo parlare di ttn razzismo del tutto coinpatibile con le forme di
una società democratica. (ifr. S. Palid da la cura di). Reni`.ivr.rri tftvrrr.e*r'.:.=i'i't'r.i. Le ,'›erset'n:r'r.›rre
dr'gir' .ti'reiri`rvv`r`n Errrnpe. Ptgeiizitt X. i'vliltt11o20ll':i.

T'
penalità gioca nei confronti dei marginali dotati di cittadinanza.
Un migrante irregolare. oppure regolarizzato ma esposto alliir-
regolarità. È: un lavoratore inevitabilmente sottomesso. I fatti di
Rosarno delliinizio del 2010 dimostrano a sufficienza che il raz-
zismo puo essere anche un modo sbrigativo e violento di risol-
vere il problema del costo del lavoro: la schiavitù occasionale e
spesso la forma che il lavoro dei migranti assume sui bordi estre-
mi di un mercato delle braccia ampiamente sommerso.
Comunque sia. e al di là delle differenze tra Europa e Ameri-
ca. una discussione sulla deriva penale di quello che generica-
mente si definiva welysre state non riguarda solo poveri e carce-
rati. marginali e stranieri: è anche una prospettiva sul modello di
società oggi dominante e sulla possibilità di immaginarne altri.
fondati su un'idea non punitiva di giustizia. Sì tratta dunque di
un dibattito che suona come un avvertimento per le nostre scien-
ze sociali - penso in particolare a quelle italiane - sempre più
sprofondare nella sonnolenza delliempirismo e di uniimpossibi-
le imparzialità.

aprile 2010

8
Nota ai testi

Vengono qui proposti la più recente riflessione teorica di Loic


Wacquant - ossia il capitolo inedito che ha arricchito la recente
edizione angloamericana di una delle opere più significative del
sociologo fran co- americano (Pzrezir/vr`fig the Poor: T/:Je Neolriberel
Government of Social lesecarziy. Duke University Press.
Durham. N .C.. 2009; ed. orig. Paez'r [er penore.r.- le rroneeezv goa'-
eerrzerrrerrt de l'r`rz.re'carrz`te' .rocr'eZe. Agone. Marseille 2004; trad.
Ptrrzrre r' porzerri- il rznoeo governo deZZ”z`e5z'carezze sociale. Deri-
veApprodi. Roma 2006) - e il dibattito da essa suscitato attorno
alle politiche economiche e penali che stanno ridisegnando la
struttura materiale e le strategie di rappresentazione delle so-
cietà occidentali. Attraverso una critica delle tesi di Garland sul-
la cultu ra del controllo. di Harvey e Giddens sulla ragione neo-
liberale. di Peck sui regimi di vvorkfare. di Piven sulle dinami-
che del welfare e di Foucault sulle politiche punitive tardomo-
derne. Wacquant chiarisce e compendia i fondamenti teorici di
quel modello del r-:ese government of .rociel r'm'ecnrr`ty (assunto
quale logica di ristrutturazione antiassistenzialista. poliziesca e
di classe dell'assetto sociale) che egli aveva proposto quale cor-
nice analitico-interpretativa dellievoluzione neoliberale del ca-
pitale. e che di seguito alcuni tra i più importanti studiosi della
società contemporanea prendono in esame muovendo da diffe-
renti profili disciplinari. integrandolo ltmgo distinte e talora an-
tagoniste articolazioni teoriche. inscrivendolo in diversi conte-
sti simbolico-materiali.

aut aut. 3-lo. 2t1Itl. 'it-ll 9


Loft* Wacqzrant ir Professor of Sociology e Research Associate
presso lilnstitute for Legal Research della Boalt Law School.
University of California (Berkeley) nonché ricercatore presso il
Centre de sociologie européenne (Paris). Nato e cresciuto in
Francia. ha ottenuto il Ph.D. in Sociology a Chicago. dove ha
preso avvio la sua carriera accademica. La sua ricerca. situata al-
liincrocio disciplinare tra teoria sociale. criminologia ed etno-
grafia. si concentra sulla marginalità urbana. la stratificazione
sociale. le politiche penali. liantropologia del corpo. la race
theory e liepistemologia delle scienze sociali. Autore di numero-
si articoli e volumi. tra le edizioni italiane delle sue opere vanno
ricordate: Pznníre r' poveri- il ritrovo governo de[Z'z'rr.rz'carezza .socia-
le (2004). DeriveApprodi. Roma 2006; .S`z`zvbz`o.rz' erariale.: eeolr-
berairsmo e polz`tz`t'a peeaie. ombre corte. Verona 2002; Amiata e
corpo: la faizbrtica dei pzrgziz' nel giretto nero arrzerrcaeo (2000). De-
riveßtpprodi. Roma 2002; Parola d'ordz'r.'e.' tolleranza zero. La tra-
.rfor.erazz`o.ve dello stato perraie nella societa rreolrberale (1999).
Feltrinelli. Milano 2000; Rr'spo.rre.' per arr"arrtropologt`a rrflessroa
(1992. con Pierre Bourdieu). Bollati Boringhieri. Torino 1992.
Wacquant à stato inoltre curatore di due volumi. entrambi tra-
dotti in italiano: L'a.rtafzz'a del potere: Pierre Bozzrclrear e la polzfica
derrrocratrca (2005). ombre corte. Verona 2005 e. con Nancy
Scheper-Hughes. Corpi' z`r.›: versante.: interi' e a pezzi' (2002). ombre
corte. Verona 2004.

jobrz L. Campbell è Professor of Sociology presso il Dartmouth


College (Hanover. N .H.) e Professorgof Political Economy pres-
so la Copenhagen Business School. E tra lialtro autore di Irr.n'z`-
ratz'o.va! Cbarrge arm( GZoɛalrzatr'orr (Princeton University Press.
Princeton. N J.. 2004) e coeditor (con Ove K. Pedersen) di T/:ie
Rise of Neolz`beralz`rm and Iestz`tatr'oeaZ Arraiyrzs (Princeton Uni-
versity Press. Princeton. NJ.. 2001).

Frances Fox Pzeen e Professor of Political Science and Sociology


presso il Graduate Center della City University of Nevi York.
Ha pubblicato tra l°altro C/vallerrgzrrg riti!/Jorr'ty.' How Ordiirrary

10
People Change Anrerzira (Rowman dc Littlefield. Lanham. Mar..
2006) e. con Richard Cloward. Regalanng tloe Poor: Tlve Fanc-
tronr ofPnolr'c Welfare (Pantheon. New York 1971) e T/Je Break-
ing oftlae /lrnerzcan Soct`al Cofnpact (New Press. New York 1997).

Mariana låalvercle à Director of the Centre of Criminology e mem-


bro dell'Advisory Committee del Centre four Forensic Science dt
Medicine presso la University of Toronto. E tra lialtro autrice di
Law and Oraler: Signs. Meanzrzgr. Myrlns (Rutgers University
Press. New Brunswick. N.]. . 2006) e coeditor (con Markus Dub-
her) di Police and I/se Lzàeral State (Stanford Law Books. Stan-
ford. Cal.. 2008).

]arnz'e Perle è Professor of Geography e Canada Research Chair


in Urban and Regional Political Economy presso la University
of British Columbia (Vancouver) e Senior Research Associate
presso il Center for Urban Economic Development della Uni-
versity of Illinois (Urbana). Tra i suoi volumi vanno segnalati
Constracníons of Neolilveral Reason (Oxford University Press.
Oxford 2010) e Wiorkfare States (Guilforcl. New York 2001).

Bernard E. I-larcoart è Professor of Law and Criminology. Fa-


culty Director of Academic Affairs e Director of the Center for
Studies in Criminal Justice presso la University of Chicago Law
School (Chicago). Tra le sue opere vanno ricordate /lgarnrf Pre-
dz'crz'on.- Profit`lz`ng, Polz'cz'ng, and Purrz`.rlJz'n_g in an Actnarral Age
(University of Chicago Press. Chicago 2007) e Illusion of Order.-
Tbe False Prornƒse of Broken ll7z`nclow.r Polzcing (Harvard Uni-
versity Press. Cambridge. Mass.. 2001).

11
La disciplina produttiva:
fisionomia essenziale dello stato
neoliberale
|.o'ic wncounur

re strappi analitici sollecitano una dia-


gnosi del nuovo modello di regolazione
delliinsicurezza sociale disegnato attorno
a quelliinedito connubio tra un rigido woriefare e un aggressivo
prrronfare che negli ultimi decenni del X); secolo ha impresso
una svolta punitiva alle politiche sociali degli Stati Uniti nonché
delle altre democrazie avanzate che ne hanno ricalcato le strate-
gie di deregalation economica e riduzione del welfare*
La prima rottura consiste nella recisione del giogo che tradi-
zionalmente indirizza i dibattiti teorici e istituzionali sulle poli-
tiche di carcerazione. vale a dire quel binomio crimine-pena a
noi cosi familiare e tuttavia ormai apertamente dissolto. La cre-
scita incontrollata e la fervente glorificazione dell'apparato pe-
nale registratesi in America dopo il 1975 - e lianaloga. sebbene
più contenuta. espansione che ebbe luogo nell“Europa occiden-

L. Wacqiiani. 'li5er.irei."cal Cr.:-:la: A 31'-:ei.'t¬l1 of nile Nerililveral .i'rrire. post fazione a Porri`.iiiv'rrg
rive Poor: 'l`ilit=- Neolràtiral Griirerrrrrzeirr of.5`oc.i1-:il lrr.i:et¬ori`r_v. Duke University Press. Diirhani
{N.C.l 2009 (ed. orig. Pr.in'.i'r lei parrtrri-rr.: le rrrioeeao grnraernernerii' de l'r'rise't.¬r.irr'i'.-f-F .ir.ier`ale.
Agone. Marseille 200-1; trad. Partire r`ptieerr`.- il nrmeo governo a'ell'i`nsr`t'rrre.zza sriciale. De-
riveApprodi . Roma 2006).
1. Per raorilzfare si intende l`insieme dei programmi assistenziali che condizionano l`e-
rogazione delle prestazioni allo svolgimento di iiniattiviià di lavoro. Con prrrrnrfare si desi-
gna il complesso delle politiche piibbliche che affrontano le questioni sociali ricorrendo in
modo esclusivo o predoiniiiante alliapparato poliziesco. giudiziario e penitenziario icon
qiiesi`iiliimo intendendosi la totiilità dei dispositivi e meccanismi di restrizione della li-
bertà. trai quali le varie modalità di sorveglianza eztracarceraria e le diverse procedure di
coi'il.ri¬illo. prriffliirg e archiviazione Llaii). |i\l.tl.C. l

12 nur sui. i-ia. ziiio. iaia


tale due decenni più tardi in un allarmante clima di riabilitazio-
ne politica - sono inspiegabili se continuiamo a interpretarle co-
me gli effetti dell'incidenza e della natura dei reati commessi.
Perché il dispiegarsi dello stato penale negli Stati Uniti all'indo-
mani del massimo sviluppo raggiunto dal Movimento per i di-
ritti civili risponde non alliaumento dell'z`m`z'cur€2Za difronte al
crz`mz}ze, ma all'ondata di z'rvsz'czzreZZa s*ocz'aZe che ha travolto il li-
vello più basso della struttura di classe a causa della frammenta-
zione salariale e della destabilizzazione delle gerarchie etnoraz-
ziali o etnonazionali (determinata negli Stati Uniti dall'implo-
sione del ghetto nero e in Europa dalliinsediamento dei migran-
ti postcoloniali). In realtà l”ossessiva attenzione per il crimine,
sostenuta dal senso comune che informa tanto il discorso ordi-
nario quanto il dibattito teorico, È servita a distogliere lo sguar-
do da quella nuova politica della povertà che e stata un elemen-
to cruciale nell'edificazione dello stato neoliberale.:-"
La seconda frattura nasce dall'esigenza di riconnettere le po-
litiche di welfare e le politiche penali, poiché questi due diffe-
renti versanti dell'azione del governo nei confronti dei poveri si
ispirano all'identica filosofia behaviorista incentrata sui concet-
ti di deterrenza, sorveglianza, stigma, sanzioni calibrate ai fini
della modificazione della condotta. ll welfare ridisegnato quale
sistema di lavoro coattivo e detenzione, e spogliato di qualun-
que pretesa riabilitativa, forma ora una singola rete organizzati-
va gettata per catturare la stessa clientela, che faticosamente si
dibatte dentro le paludi e le crepe delle odierne metropoli pola-
rizzate. La sua azione coordinata rende invisibili gli strati pro-
blematici della popolazione - allontanandoli dai registri dell'as-
sistenza pubblica, da un lato, e tenendoli sotto chiave, dall'altro
- e finisce per ricacciarli verso le periferie del prospero settore
Ii
2. Per esempio, l"eccellente volume The Clrtivse Drop tit /iitvert't'a, a cura di A. Blumstein
e_]. Wallman iOsfcird University Press, New Yvork 2i}l}l}l, che raccoglie i migliori crimino-
logi in circolazione per indagare le cause dell`inatteso declino del ntunero dei reati ma non
dedica nemmeno un paragrafo ai mutamenti di rotta che hanno riguardato l'edilizia pub-
blica, i fondi per il tvelfare, l`assisternot ai minori, l'assistenza sanitaria e tutte le politiche
statali correlate che congiuntamente definiscono le opzioni di vita dei gruppi più esposti ai
crimini di strada tin qtialitit di rei o di vittime).

13
secondario del mercato del lavoro. Riprendendo la missione che
avevano svolto all'alba del capitalismo, l'assistenza ai poveri e la
reclusione penale cooperano nel normalizzare, sorvegliare e/o
neutralizzare le frazioni indigenti e moleste del proletariato post-
industriale unificato dal nuovo regime economico contrassegna-
to dalla ipermobilità del capitale e dal deterioramento delle con-
dizioni di lavoro.
Il terzo strappo si realizza nel superamento dell'abituale con-
trapposizione tra approccio materialista e approccio simbolico,
che trae origine nelle figure emblematiche di Karl Marx ed Emi-
le Durkheim e si estingue nella ricomposizione delle funzioni
st ru mentali e simboliche dell'apparato penale. lntrecciando que-
stioni quali l'attenzione per il controllo e la comunicazione, il di-
sciplinamento delle classi diseredate e il moltiplicarsi delle fron-
tiere sociali abbiamo potuto accantonare le analisi sviluppate nel
circoscritto lessico della repressione tipico delle scienze penali-
stiche per chiarire in quale modo l'espansione e il ridispiega-
mento del carcere e dei suoi tentacoli istituzionali (libertà con-
dizionata, libertà sulla parola, registrazione dei condannati in
appositi database, la costellazione dei discorsi intorno al crimi-
ne e la virulenta cultura della pubblica denigrazione degli auto-
ri dei reati) hanno rimodellato il paesaggio sociosimbolico e han-
no ristrutturato lo stato stesso. Una ricostruzione congiunta de-
gli effetti materiali e simbolici della pena rivela che lo stato pe-
nale è divenuto una potente e autonoma macchina culturale, che
produce categorie, classificazioni, immagini destinate a essere
importate e utilizzate in ampi settori dell'attività di governo e
della vita civica.
Per raffinare i contorni analitici e chiarire le implicazioni teo-
riche di questa indagine attorno alla svolta punitiva che ha orien-
tato le politiche pubbliche sulla povertà nelle società avanzate
allialba del secolo, sarà utile confrontarla e intrecciarla con gli
studi di Pierre Bourdieu sullo stato, di Frances Fox Piven e Ri-
chard Clovvard sul vvelfare, di Michel Foucault e David Gar-
land sulla pena, di David Harvey sul neoliberalismo: l'integra-
zione della prospettiva sociologica servita a rappresentare in

14
maniera più esaustiva quel confuso e inquietante modello nor-
mativo che normalmente viene caratterizzato in termini esclusi-
vamente economici.

L'alleanza di "workfare" e "prisonfare": conseguenze


teoriche
In La .rmírërr du .worrde e in altri saggi Pierre Bourdieu ha soste-
nuto che dovremmo rappresentare lo stato non come un com-
plesso coordinato e monolitico, ma come un "campo burocrati-
co”, ossia uno spazio frammentato e percorso da forze che con-
corrono per la definizione e la distribuzione dei beni pubblicif'
La costituzione di questo spazio è l'esito di un processo di con-
centrazione delle diverse forme di capitale operanti in una data
formazione sociale e in particolare del "capitale giuridico, mo-
dalità oggettivata e codificata del capitale simbolico” attraverso
la quale lo stato consegue la capacità di monopolizzare la defi-
nizione ufficiale delle identità e liamministrazione della giusti-
ziafl Nella società contemporanea il campo burocratico è attra-
versato da due conflitti interni. Il primo vede contrapporsi l'“al-
ta nobiltà” dei policy .vzakers impegnati a promuovere riforme
favorevoli al sistema di mercato e la “bassa nobiltà” dei funzio-
nari esecutivi devoti ai compiti tradizionali del governo. Il se-
condo conflitto divide quelle che Bourdieu definisce la “ Sini-
stra” e la “Destra” dello stato. La Sinistra, il lato femminile del
Leviatano, è incarnata dai ministeri “spendaccioni” responsabi-
li di quelle “funzioni sociali” (pubblica istruzione, salute, edili-
zia pubblica, welfare, legislazione del lavoro) che offrono prote-
zione e soccorso alle categorie sociali che dispongono di esiguo
capitale economico e culturale. La Destra, il lato maschile, ha il
compito di realizzare la nuova disciplina economica attraverso
tagli di bilancio, incentivi fiscali, politiche di deregnfa!z'ort.

3. P. Bourdteu, lire rtfødfturrnrr ofrf1t*.iratt=, m Id. ct af., I fit' ll'/r'tg.i1r of Hive l'vi:.›r/a'.- .*›nt.'.ri-:u'
.i'irffcri`irg in (l`oirtr=rrrprirrtr_v .S`r.›t*rL›:=f}', Politv Press, (iam bridge 1999, pp. [31 - ISS (ed. ori g. La
rr.v',rt`*rt'r1ir rr.ro.vdt*, Seuil, Paris 1993 l; id. , Ht*r/Jt'triirt'rrg tot* .S't.-:i!t*.' On rbt* (itvitfius fora' .\`rrnct.vi'r'
ty' rbt* Birrt'rtrrr'rrrrrt' Fi.-:v".J, "Sticitiltigicttl 'l'l'|et¬iry”, I, I994, pp. l-19.
-4. Itl., Rtitfirirlrrrrg !›f='t*.'s`!aIt*. cit., pp. 4, 9.

15
Questa prospettiva, sollecitandoci a catturare in un quadro
concettuale unitario i vari settori dello stato che amministrano
le condizioni e le opportunità di vita delle classi svantaggiate in
un'intricata cooperazione antagonistica la cui posta in gioco e la
supremazia nel campo burocratico, ci ha consentito di rilevare il
passaggio in corso dal trattamento sociale al trattamento penale
della marginalità urbana? Piiriiie i' poiierif colma una lacuna nel
modello di Bourdieu, introducendo tra le componenti centrali
della “Destra” dello stato - accanto ai ministeri dellieconomia e
del bilancio - l'apparato poliziesco, il sistema giudiziario e la
struttura penitenziaria. Il lavoro intende suggerire che dobbia-
mo portare le politiche penali dalla periferia al centro della no-
stra indagine attorno alla riconfigurazione dei programmi di go-
verno volti ad affrontare la povertà e le ineguaglianze generate
dalla dismissione del patto sociale fordista-lteynesiano. Il nuovo
governo dell'insicurezza sociale messo a punto negli Stati Uniti
e indicato come modello agli altri paesi avanzati implica tanto
uno slittamento dal settore sociale al settore penale dello stato
(ravvisabile nella riallocazione dei bilanci pubblici e del perso-
nale, e nel riordinamento retorico-discorsivo delle priorità)
quanto la colonizzazione del welfare da parte della logica pa-
nottica e punitiva tipica della burocrazia penale che si È lasciata
alle spalle ogni intento riabilitativo. La progressiva diversione
delle attività statali dal settore sociale al braccio penale nonche
il tendenziale assoggettamento del welfare alla disciplina penale
partecipano, a loro volta, a quella ri'iiirirt'}2i`Zi`:i.'ziizi'oiie delle stato
che avversa i profondi e diversi mutamenti politici determinati
dall`azione dei movimenti femminili e dalla istituzionalizzazione
dei diritti sociali emergenti in senso antinomico ai processi sto-
rici di mercificazione. La nuova priorità riconosciuta ai doveri
piuttosto che ai diritti e alle sanzioni piuttosto che al sostegno,

5. fifr. il numero di “iìctes de la recherche en sciences sociales" dedicato alla tran-


sizione Dc i"Éi.-:ir sr.›ciL=.ii' ri r"Éfrii“ priiiii! (124, 19981, con contributi di David Garland; Bruce
Western, Katherine Becl-:ett e David Harding; Richard B. Freeman; Dario ivlelossi; Loic
Wacqtiant.
ti. L. Y(-'itt*qt1aiit, Piiiiirr' i' pnvrvi'. cit.

lo
la rigida retorica degli “obblighi della cittadinanza”, e la mar-
ziale riaffermazione della capacità dello stato di costringere i po-
veri molesti (beneficiari del welfare e criminali) in una “relazio-
ne subordinata di dipendenza e obbedienza” nei confronti dei
manager statali rappresentati come virili protettori della società
contro i suoi membri ribellizi tutti questi elementi affermano e
promuovono la transizione dal premuroso “stato balia” dell'era
fordista-keynesiana al severo “stato paterno” del modello neoli-
berale.
Nel loro classico RegiiZati'iig i/oe Poor,“ Frances Fox Piven e
Richard Cloward elaborarono un modello embrionale di gestio-
ne della povertà nell'era del capitalismo industriale. Secondo
questo modello, lo stato espande o contrae ciclicamente i propri
programmi di assistenza assecondando liandamento dell'econo-
mia, conformandosi al corrispondente allargamento o restringi-
mento del mercato del lavoro, rispondendo alle agitazioni socia-
li accese dall'aumento della disoccupazione e della miseria al-
l'interno delle classi meno abbienti. Le fasi di espansione del
welfare hanno la funzione di sopire “i disordini urbani” che mi-
nacciano le gerarchie consolidate, mentre le fasi di contrazione
hanno lo scopo di far rispettare la disciplina del lavoro riassog-
gettandovi i beneficiari delle prestazioni assistenziali” In Piiiiiie
i' poveri', tuttavia, sostengo che mentre questo modello era vali-
do per l”era fordista-lteynesiana, e consente di spiegare le due
più importanti fasi di espansione del vvelfare (il periodo della
Grande depressione e gli affluenti ma tu rbolenti anni sessanta),
esso È stato reso obsoleto dalla ristrutturazione neoliberale del-

T. LM. Yottng, The Logic of iiiii_rciii'i`iii'_ri prr.irecri`riii.' Rr{flr*t'ii`oiis oii risi* ciirreiii rriciiriiji
siate, in M. Friedman ia cura di), `l.7t'f'r.iiii.-sii ritiri Cii'i'izeii_r}_ii]D. Oxford University Press, Nevi
York 2005, p. 16. La tesi di Young a proposito della trasformazione degli Stati Uniti in
“stato di sicurezza” sttl fronte in temazionale rtll`indoma.ni dell`I1 settembre 201111 ptt-Èi es-
sere trasposta e applicata alla trasformazione che lo stato americano ha conosciuto sul fron-
te interno in ragione della duplice “guerra” da esso ingaggiata contro la povertà e i crimi-
ni di strada.
8. F. Fort Piven, RA. (`.lotvard, Regiii'riii`rig ibis Porir: T/:›r* Fiiiiri'i'oii.r of Pii}›i'rr¬ Wrifƒarri,
Virttage Bool-ts, Netv Yrirl-t 1993, nuova edizione (ed. orig. Pantheon Bool-ts, New `ì”tirl-t
li?? l ).
9. Ivi, p. :-tvt e ps-.i.ir'i.-ii.

1?
lo stato cui abbiamo assistito nell“ultimo quarto di secolo. Nel-
l“era del lavoro frammentato, della ipermobilità del capitale, del-
l'acuirsi delle ineguaglianze e delle incertezze sociali, “il ruolo
centrale svolto dalfassistenza statale nella regolazione del lavo-
ro marginale e nel mantenimento dell'ordine sociale”“l-' viene
soppiantato ovvero integrato dal vigoroso spiegamento dell'ap-
parato poliziesco, del sistema giudiziario e della struttura peni-
tenziaria nelle regioni subalterne dello spazio sociale. Al singolo
sistema di controllo esercitato sui poveri dalla Sinistra dello sta-
to succede ora il drippin iiiect¬iiiii'..riiio di regolrizibiie della poiieriii
coiirirtriiie iie!1'i:izi`0iie coiigi'iiiiiii eserciiriiri dal ivelfzire eiioíiiiosi
iii .ri'rteiiiii di' lavoro e ri'i`scz'pli'iiii e da iiiiri burocrazia peiiiile di`Zi'-
geiite e belligerante. Il ciclico alternarsi di espansione-contrazio-
ne delliassistenza pubblica ha lasciato il passo alla costante con-
trazione del welfare e alliincontrollata espansione del sistema di
reclusione penale.
Questa unione della Sinistra e della Destra dello stato sotto
l“egida dell'identica filosofia disciplinare di stampo behaviori-
sta e moralista costituisce un“innovazione istituzionale senza
precedenti, che rovescia le più accreditate categorie della teoria
sociale, della ricerca empirica e delle politiche pubbliche (a par-
tire dalla salda separazione tra quanti si occupano di “welfare”
e quanti si occupano di “crimine”). Cio può essere compreso in
primo luogo tenendo presenti le comuni origini storiche dei pro-
grammi di assistenza ai poveri e delle pratiche di reclusione pe-
nale, gli uni ele altre risalenti al tempo del caotico passaggio dal
feudalesimo al capitalismo. Entrambe le politiche vennero con-
cepite nel Xvl secolo allo scopo di “assorbire e regolare le mas-
se di malcontenti sradicate da questa transizione epocale”.“ Al-
lo stesso modo, entrambe queste politiche subirono una profon-
da revisione negli ultimi due decenni del XX secolo in risposta
I _
lu. Ivi, p. zitvitt.
II. lvi, p. 21. Piven e (ilotvard riconoscono di passaggio che il .ttt-'t secolo registro si-
gnificativi fenomeni tli espansione penale e attivismo sociale: “Il sistema di assistenza non
era certo l`unica soluzione adottata. Quella fu anche un'era di brutale repressione. E in
nessttifalt ra questione di politica interna il Parlamento fu attivo come nelfelaliorazione
del codice penale” iivi, p. 211, nota 32).

18
alle ridislocazioni economiche provocate dal regime neolibera-
le: nei soli anni ottanta, assieme alla riduzione dei programmi di
assistenza pubblica, la California voto circa un migliaio di leggi
miranti a estendere il ricorso alla carcerazione; al livello federa-
le la riforma del 1996 che “pose fine al welfare come noi lo co-
noscevamo” lf trovava la propria integrazione nell“Omnibus Cri-
me Bill del 1993 e un prezioso sostegno nel No Frills Prison Act
del 1995.13
Uaccoppiamento istituzionale di assistenza pubblica e reclu-
sione quali strumenti per controllare i poveri indisciplinati puo
essere pienamente compreso prestando attenzione alle analogie
strutturali, funzionali e culturali tra workfiire e prisoiifare quali
“istituzioni di trattamento degli individui” che si occupano di

I2. La frase fu pronttnciata da Bill (Clinton, che nell`agosto 1996 appose la propria fir-
ma sul Personal Responsibility and Wtirh Upportnnity Reconciliation iltct (Puri-'üRit): la
riforma, minando e ridisegnando la stessa nozione di bisogno sottesa alla tradizionale con-
cezione del tvelfare, restrinse l'estensione, la durata. la naturae la clientela delle prestazio-
ni assistenziali, vincolando inoltre la continuità dei benefici alla corresponsione di presta-
zioni di lavoro. Sulla filosofia e gli effetti della svolta impressa alle politiche economiche e
sociali negli Stati Uniti dell `ult imo trentennio, cfr. F. Fo:-t Piven, Rfi. Clmvard, ilibe Break-
iiig of rbt* Aiiiericriii .Social Coriiper*i, Nevi Press, New York 1997; W'. Difazio, Oralƒriery
Poverty- fi Liiiile Fririd ririrf Celti' S.-fririige, Temple University Press, Philadelphia 201)(-i; R.
Kuttner, 'Nic .fqiieriderƒiig of .f1iiieri'm,~ Hoiii I/:Je Friiiliirri of Oiir Po!i`ii`cr Uiiri*eriiii`iir'r Oiir
Prrispcrrri', Knopf, New York 2t]t1?; G. Ptnrig, Tiri* Criiisertieii'iie.t Have Nr.› C/riiÃ*Ier.~ l.WJ_1=
Righi-Wriig Ideas Keep Feilfiiig, Wiley, Hobolten (N._l.) 2007. lil*-l.d.lfi.I
13. ll 'v'iolent Crime Control and Lavv Enforcement ./'tct ii.-'t":t`.t.tf..n), denominato Omni-
bus Crime Bill quando venne discusso e approvato dal (iongresso americano lil 3 novembre
1993 alla House of Representatives, il successivo 19 novembre al Senato) e divenuto legge
con la firma di Bill (ilinton il 13 settembre 1994, à la più importante normativa sttl crimine
nella storia degli Stati Uniti. Particolarmente attenta a reprimere i crimini di strada. la leg-
ge estese l`elenco dei reati soggetti a giurisdizione federale (tra i nuovi cinc|uanta comparve
la mera appartenenza a una gang) e, tra questi, di quelli pttnibili con la pena di morte (tra
essi il traffico di droga, ma anche i conflitti a fuoco tra auto o i “dirottamenti” di auto
[tur;iiicil:i`ii_g] che sfocino in omicidi). Stanzio inoltre circa 16 miliardi di dollari per costntire
nuove prigioni e avviare programmi di prevenzione messi a punto da funzionari di polizia,
e ne disttibui altri 10 a stati e governi locali affinche rafforzassero i loro programmi penali;
finanziù Fasstmzione di 200.000 poliziotti; progetto e stimolo Fallestimento di campi edu-
cativi a disciplina militare Uzriot ciiiiintl ove smistare i minorenni colpevoli di reati minori;
soppresse i fmanziamenti destinati a giovani reclusi desiderosi di conseguire llistituzione
postsecondaria. flfr. chttp:/fhdl.loc.gov/loc.uscongress/legislation.li)}hr3355:=-.
Il No Frills Prison Act, approvato il 24 gennaio 1995, si propose di mantenere i detenu-
ti nella condizione di vita che sarebbe presumibilmente loro toccata qualora non avessero
commesso reati. lpotizzan do dunque le risorse e le opportunità di un “prigioniero medio”,
la legge, intesa a evitare “sistemazionitroppo confortevoli” (rio fri'iYr: senza fronzoli), nego ai

19
segmenti di popolazione affini. I* Ciò è stato agevolato dalla tra-
sformazione del welfare in senso punitivo e dalllattivarsi del si-
stema penale nei confronti della tradizionale clientela dei pro-
grammi di assistenza per gli indigenti: alla ristrutturazione pe-
nale del welfare è corrisposta una degradata “welfarizzazione”
del carcere. Negli ultimi trent“anni la concomitanza delle rispet-
tive riforme ha determinato una convergenza organizzativa con-
solidatasi anche a dispetto dell'adesione a principi contrapposti.
La graduale erosione delfassistenza pubblica e la sua riorganiz-
zazione in workƒzrc nel 1996 ha comportato la restrizione degli
ingressi nel sistema, l'abbreviazione dei periodi di permanenza
nei programmi e la velocizzazione delle fuoriuscire, dando esito
a una gigantesca riduzione dello .riock dei beneficiari (precipita-
to dai circa cinque milioni di famiglie del 1992 ai quasi due mi-
lioni di un decennio dopo). Le tendenze nelle politiche penali
hanno seguito un percorso esattamente opposto: l'accesso alle
prigioni è stato enormemente agevolato, i soggiorni dietro le
sbarre prolungati e le scarcerazioni limitate, dando esito a una
straordinaria lievitazione della popolazione sotto chiave (im-
pennatasi di oltre un milione negli anni novanta). Dopo il 1988,
e in particolare dopo l'abolizione dell“.=ftFDC nel 1996,15 lo scopo
del welfare è mutato, consistendo non più in un passivo tratta-
mento degli individui, bensi nella loro attiva trasformazione; la
prigione si e mossa invece nella direzione opposta, puntando
non più alla trasformazione dei detenuti (secondo la filosofia
della riabilitazione dominante dagli anni venti alla metà degli
anni settanta del secolo scorso), bensi al loro puro e semplice
stipamento (mentre la funzione della pena veniva declassata a

recliisi la televisione e la macchina per il caffe m cella, la visione di materiale pornografico e


di film per adulti, lo svolgùiiento di attività fisica e l`iitilizzo individuale di strumenti elettro-
nici e musicali, cibo e prodotti per Figiene. Cfr. -:httpsffbitll-:.resoiirce.orgi'gpo.govfbillsi'
11)4i”h(¬itâ3ih.tzt.pdf:=-. [N.d.(f..]
14. Y. Hasenfeld, Prviple Pi'ocerri`iig (lrgiiiiizii ii`oii.t: Air E.voi›eii_gr _/lpprtirioii, “iiimerican
Sociological Review”, 3. 1992. pp. 256-263.
15. La sostituzione tlell`.iliid to Families with Dependent Children 1.-iFl`Jt¬., istituito dal
Social Security .i"tct del 19351 con il ben più restrittivo e selettivo Temporary ilissistaiice for
Neetly Families (Tn.*~tF, entrato in vigore nel 19971 fit una delle disposizioni centrali del
Pttwtittii, (Ifr. .iii,i.ii-ri. nota 12. IN.il.{1._|

20
mera retribuzione e neutralizzazione). Liimprovviso svuotamen-
to delle liste del welfare e stato reclamizzato come la dimostra-
zione del successo delle nuove politiche sociali, mentre la grot-
tesca inflazione della presenza carceraria E: stata salutata come la
prova che la nuova politica penale funziona. La povertà non è
regredita, ma la visibilità sociale e lo status civile dei poveri me-
no disciplinati sono stati drasticamente ridotti.
La comune genealogia, l“isomorfismo organizzativo e la con-
vergenza operativa del polo assistenziale e del polo penale del
campo burocratico negli Stati Uniti rafforzano inoltre i propri
effetti in ragione del fatto che i profili sociali dei rispettivi frui-
tori sono virtualmente identici. Una larga parte degli utenti dei
programmi dell'.-XFDC e dei detenuti vivono attorno o al di sotto
del 50 per cento del livello di reddito indicato dalle stime fede-
rali come la linea della povertà (più precisamente, la metà dei
primi e i due terzi dei secondi); in entrambi i gruppi, neri e ispa-
nici sono sovrarappresentati (57 e 18 per cento contro 41 e 19
per cento); una frazione considerevole di entrambi i gruppi non
ha ultimato le scuole superiori e soffre di serie disabilità menta-
li e fisiche che ostacolano la loro partecipazione alla forza-lavo-
ro (il 44 per cento delle madri incluse nei programmi dell'AFDC
e il 37 per cento dei detenuti). I due gruppi sono inoltre reci-
procamente legati da relazioni di parentela allargata (rapporti
sociali e di coppia), risiedono prevalentemente negli stessi quar-
tieri emarginati e depressi, vanno entrambi incontro a quel de-
solato orizzonte che spegne di norma le traiettorie di vita degli
individui situati sul fondo della struttura di classe ed etnica.
Piiiiire i'poi.›eri` afferma non solo che gli Stati Uniti sono pas-
sati da un singolo (welfare) a un duplice (sociale e penale) mec-
canismo di controllo delle classi povere, rna anche che esiste una
stretta relazione causale e funzionale tra “il risicato sviluppo del-
le politiche sociali americane” sviscerato da Piven e Clowardif* e
l'ipei-trofia e iperattività senza eguali della politica penale ame-
ricana. Nell'Aiiierini del volgere del secolo le iiiilrerilii del iiielfzre

1 . . . .
lo. F. Fo:-; Piven, Rii.. (loward, Rrrgiiliiiiiig iliel-por, cit., p. 409.

21
e lYiiipoiieiizii del prisonfare .torio le dire frirce delle stesse iiiedii-
glie poli'ti'o:i. La munificen za del secondo iz direttamente propor-
zionale alla taccagneria del primo, e tale relazione tende a raffor-
zarsi in ragione del fatto che entrambe le politiche si ispirano al
behaviorismo morale. Gli stessi aspetti strutturali dello stato
americano che hanno favorito l'atrofia organizzata del welfare
in risposta alla crisi razziale degli anni sessanta e ai ttunulti eco-
nomici degli anni settanta hanno favorito la crescita incontrolla-
ta del sistema penale che si rivolgeva alla stessa popolazione pre-
caria. Inoltre “il tormentato impatto della schiavitù e del razzi-
smo istituzionalizzato sulla costruzione dello stato americano” e
stato avvertito non solo sul “sottosviluppo” della pubblica assi-
stenza e sul frammentato e decentrato sistema governativo e par-
titico che la distribuisce a un segmento selezionato delle classi
più povere,'” ma anche sul sovrasviluppo e sulla formidabile se-
verità del suo braccio penale. La potenza sociale di quella dissi-
mulata forma di appartenenza etnica denominata razza e l'atti-
vazione dello stigma della liliickiier.r sono due chiavi utili per
spiegare da una parte finiziale deperimento e l'impet uosa deca-
denza dello stato sociale americano nella post-ci'i.›i'l rights era, dal-
l'altra la sbalorditiva facilità e rapidità con le quali lo stato pe-
nale si à eretto su quelle rovine.“l
Per comprendere il destino dei poveri nella polarizzata strut-
tura di classe del capitalismo neoliberale, dunque, non basterà
integrare la tradizionale analisi del welfare con lo studio del
niorkfare. Perche il processo di residualizzazione della concezio-
ne pubblico-assistenziale quale scudo protettivo contro le san-
zioni del mercato del lavoro deregolamentato ha trovato la pro-
pria estensione nella crescita pantagruelica del prisoiifare, l'uno

1 _
IT. Ivi, pp. -'-124-425.
18. La fiinzione catalizzatrice della divisione etnorazziale nella ricostruzione dello sta-
to all'indomani del disfarsi del patto sociale fordista-iteynesiano e del collasso del ghetto
nero e l`argomento di un ulteriore studio che integra l`analisi del nesso tra riassetto di clas-
se e ristrutturazione rlello stato con temita in Pi-riiire i' priiieril (ifr. L. Wacqiia nt, Deria'i'_1= Syiii-
l}›i'r.itiit: llV›lieii (i'l:›r'!io trim' Prririii Meet iiiicl 1`Vle.tl.i, “Puni shment 8-t Society”, 1, 2001 pp. 95-
1.53; trad. .5`i`iiil›i'ris'i iiioririi"e. Qiiiiiiilri gli erio e ,riri`gi'i.iiie .ti iiicoiiir.-:iiio e si' iiiirecriiiiin, in .fi`iii-
iäiiisi' i~.i.ir.+i-iiile: iir'r.›l.i`.åerrilr'.i'iiiri e pi.ilr'ri'o:i ,t›iviiile, ombre corte, lv'erona 2002, pp. 4?'-105.

22
e l'altra accomunati dm compito di confinare nei più profondi
recessi dello spazio urbano gli effetti della normalizzazione del-
l°insicurezza sociale. In llVorlzf-:ire St.riie.t, la sua provocatoria ana-
lisi dello sviluppo del iriorieƒiire quale “reattiva strategia riforma-
trice che prepara la successione al welfiiire .rtiiie”, Jamie Peck
traccia un “riiirilogi'.ii tra il iriorkfzii-'e disegnato con mansioni di sor-
veglianza e il sistema di giustizia penale, dei quali mette in rilie-
vo la comune funzione simbolica di paradigmatica rappresenta-
zione morale e la corrispondente capacità di esercitare effetti di-
sciplinari ben al di là della loro clientela ufficiale:

Esattamente come le prigioni e le case di lavoro, i regimi di


woriëfrire sono concepiti per gettare sulla società un`ombra
lunga, tesa a modellare valori, norme e comportamenti della
comunità più ampia e così iiiiiiiteiiere iiii oreliiie cleteriiiiiiiilo.
Proseguendo nell'analogia con il sistema penale, ciò che con-
ta in questi contesti non sono tanto le attività e la sorte im-
mediata dei reclusi, ne le peculiarità dell“architettura carce-
raria, ma i più ampi effetti sociali, politici ed economici del
sistema di giustizia penale.1-”

La tesi di Peck e acuta, ma sottovaluta ampiamente le connes-


sioni operative tra questi due settori del campo burocratico e le
sovrapposizioni pratiche tra le loro rispettive attività. Perche tra
worlefare e priiroiifrire non sussiste una mera analogia, ma piutto-
sto una relazione di oiiiologilii organizzativa e di complementa-
rità funzionale. Essi non operano in maniera simile, ma con-
giunta, applicando alla stessa popolazione gli identici principi di
deterreriza, diversione, sorveglianza individuale e saimionamen-
to conformi a quella divisione del lavoro per generi che realizza
fassoggettarnento ai dettami del lavoro flessibile quale norma di

19. _l- Peel-t, 1.lt7'i.irië'fiire."i`!i:iir*.i', (iuilford Press, New Yorlt 2001, p. 23. Più avanti Pecl-i ap-
profondisce: “ Il ii.-virlrfere contribuisce a in an tenere l“ordine in una iiiriiiierri riiirilrigri a quel-
la in cui le prigioni contrihiuiscono al inaritenimento dell`ordine sociale: sotto il profilo
simbolico, la disciplina che l`uno e le altre sonuuinistrano agli individui iz- il prezzo che que-
sti devono pagare per aver infranto le regole” (ivi, p. 349, corsivo mioi.

23
cittadinanza operante de facto al livello più basso della struttura
di classe. Peck sottovaluta il fatto che, esattamente come il teorie-
fiire È “il complemento logico fornito dalle politiche sociali al re-
gime economico incentrato sul lavoro flessibile” ,29 un espansivo
e aggressivo prisorifere à il complemento logico fornito dalle po-
litiche penali tanto al workfiire quanto alla politica di normaliz-
zazione dei lavori temporanei. Allo stesso modo Sharon Hays,
nel suo volume Flat Brake Vfirb Cbilclreii, mostra di fraintende-
re la natura dell'intreccio attivo tra il trattamento sociale e il trat-
tamento penale della povertà laddove mette in guardia dagli ef-
fetti negativi che, qualora il workfiire non venisse sottoposto a
revisione, emergeran no in futuro dall'interazione tra l'assistenza
pubblica del nuovo corso, il sistema di giustizia criminale e il
complesso delle altre istituzioni cui viene affidata la custodia de-
gli emarginati.-”=" Hays non comprende che questi due elementi
delle politiche sulla povertà stanno già lavorando iii iaiideiii, e
che il welfare malthusiano e il keynesismo penale, lungi dall'es-
sere in disaccordo, sono le componenti complementari di un
funzionale duo istituzionale.
Sovvertendo la storica bifoi-cazione tra questione del lavoro e
questione del crimine che era stata compiutamente raggiunta al-
la fine del XIX secolo, il coiii°eiii`iiieiiio piiiii'ii'oo quale tecnica go-
vernativa di controllo della crescente marginalità urbana ha effi-
cacemente ricongiunto le politiche sociali e le politiche penali
alla fine del XX secolo. Essa drena la diffusa ansia sociale ser-
peggiante nelle regioni centrali e inferiori dello spazio sociale
quale conseguenza dello sgretolamento dei salari e del riaccen-
dersi delfineguaglianza, e la converte in ostilità popolare nei
confronti degli utenti dei programmi di welfare e dei criminali
di strada, rappresentati come la coppia di categorie antisociali

20. Ivi, p. 3'-12.


21. “Se la riforma del welfare non sarà a sua volta riformata, entro la fine del pririio de-
cennio del Iü.'.l secolo potremo iniziare a inisurarne l`imp atto sitlla popolazione carceraria,
sugli istituti che ospitano i disabili mentali e le vittime della violenza domestica, siti servizi
a protezione del|`infanzia, stil sistema di affido dei minori” (S. Hays, Flrii' Bi-riiicr* ll.'fi`ili filiif-
rlreii: Ilt?'oriiivi iii rlie .ilge cf Wrriyiirri Refliriii, flzfiirtl llniversi ty Press, New York 21103, p.
2291.

24
che minano l“ordine collettivo con la loro dissoluta moralità e il
loro comportamento dissipato e vanno perciò posti sotto severa
tutela.22 Il nuovo governo della povertà inventato dagli St ati Uni-
ti per conseguire la normalizzazione delfinsicurezza sociale con-
ferisce quindi un significato del tutto nuovo alla nozione di “aiu-
to ai poveri”: il contenimento punitivo offre aiuto non iii' pove-
ri, ma dai' poveri, facendo scomparire i più molesti tra essi dai
sempre più rarefatti registri del welfare e nelle sempre più ri-
gonfie segrete del castello carcerario. Con lo slittamento delle
politiche perla povertà da una modalità operativa singola e ma-
ternalista a una bipolare e paternalista, la luccicante linea che
separa i poveri meritevoli da quelli non meritevoli, e le sane “fa-
miglie lavoratrici” dal corrotto e inquietante “sottoproletaria-
to”, viene tracciata di concerto da iuorilifiire e priiroiifrire. E le pra-
tiche di carcerazione conquistano un posto centrale nello spet-
tro dei programmi statali sperimentati sulle frazioni precarie del
postproletariato industriale.
Michel Foucault ha proposto l“analisi più influente dell'ascesa
e del ruolo della prigione nel capitalismo moderno, ed è utile met-
tere le mie tesi a confronto con il ricco affresco di ricerche che egli
ha dispiegato e stimolato. Come ho già accennato, io concordo
con l°autore di Soiroegliare e piiiiire sul fatto che Pirrogazione del-
la pena ir una fertile forza proteiforme cui qualunque studio del
potere contemporaneo deve riconoscere un rilievo cruciale.”i* E

22. Questa ostilita viene notatii con soddisfazione dagli ideologi dello stato paternali-
sta: “La base politica che sostiene le politiche di restaurazione dell`ordine ii più larga oggi
di im secolo fa. Allora i più importanti sostenitori del controllo sociale erano perlopiù no-
tabili locali offesi daIl`immoralità della vita tubana, spesso correlata a prostituzione e alcol.
Essi volevano ripulire le città mettendo fuorilegge il vizio e i saloon, ma la gente era più tol-
lerante. Ugl, tuttavia. il crimine e le droghe dominano alctine aree urbane. Rispetto all`e-
ra delle riforme sociali sono molto più comuni tra gli strati sociali bisognosi le famiglie pri-
ve del membro adtilto maschile che god ono dei servizi del welfare, irientre sono molto più
rari gli impieghi stabili. A rischio e ora non solo la ni orale, ma l`ordine fondamentale della
società. Di conseguenza risctiotono forte sostegno le politiche penali, educative e assisten-
ispirate a maggior durezza, cio che contribtiisce a spiegare la forza attrattiva del pa-
ternalisino” (I_..lvI. Mead, Tilie ri`.te of pereriirili'.riii, in Id., a cura di, Tlie ùieii-P Priieriieli'.tiii.'
.iiii,iieriii'sriifvz1pproricl1e.t io Priorvry, The Brool-:ings liistitiition, Washiiigtiin, D.(i., 1991',
pp. 15-IT).
23. M. FciiicaiiIt,.$`ii i*iiei`llei' ei piiiiir. Nrii'.t.tiiiice de la pri`.tr.iii, G alliinard, Paris 1925; trad.
.'iiiriiegli'rrrt* c piiiirre. Nii.i'it'!ii dirlilz pri'gi'iiiie, Einaudi, Torino I 9Tt'¬i. llna convincente elabo-

25
sebbene il mezzo originario della pena consista nelle tecniche di
coercizione legale volte a far osservare le severe condizioni del-
l“ordine sociomorale, essa va osservata non attraverso l'angusto
prisma della repressione - come continua a fare la maggior par-
te dei critici dell'odierna svolta punitiva su entrambe le sponde
dell”Atlantico - ma facendo ricorso alla nozione di produzione.
In Piiiiire ipooeri' mostro come il deciso dispiegamento dello sta-
to penale ha generato negli spazi del welfare e del sistema di giu-
stizia nuovi discorsi e categorie, nuovi organismi amministrativi
e politiche di governo, nuovi tipi sociali e forme di conoscenza.
In breve, il trattamento penale della povertà si è dimostrato un
prolifico vettore di costruzione della realtà sociale nonché di ri-
progettazione dello stato piegatosi nelllera del capitalismo dere-
golamentato alla funzione di coiiirollo ¢lell'i'ii.ri`ciirezzii sociale. Da
qui in poi, pero, la mia tesi diverge nettamente dalla diagnosi
foucaultiana dell'affermazione e del funzionamento della società
punitiva, e ciò in almeno quattro punti.2**
In primo luogo, Foucault ha sbagliato nel ravvisare il declino
della “forma-prigione”. Metodi e tecniche disciplinari possono
aver conosciuto evoluzioni e metastasi, e aver esteso nello spazio
sociale le proprie vigorose reti di controllo, ma non per questo
la prigione ha deflesso dal corso della storia o ha “perduto la sua
ragion d'essere”.2” Al contrario, proprio dopo che Foucault e i
suoi seguaci ne annunciarono l“estinzione, la reclusione penale

razione di questa prospettiva e D, Garland, Piiiti'.i'liiiir*iii aria' Mriilerii .'iirit*rei_v, University of


Chicago Press, Chicago 1990; triid. Peiiri e .tocieiii iiirideriiri, il Saggiatore, l'v'lilano 1999.
21-I. Non e possibile intraprendere qui l`articolata discussione che l`analisi foucaultiima
della pena meriterebbe. Sarà sufficiente notare che ci sono almeno due Foucault che dia-
logano sull`argomento. II primo ritrae il castigo penale come "una funzione generalizzatii,
coestensiva al corpo sociale” (M. Foucault, ._i'riiwegli'ere epii.rii're, cit., p. 981 che esemplifi-
ca un`inedita forma pastorale di “potere/“sapere” rivolta alla produzione di soggettività di-
stintive della miova era. ll secondo insiste sulla redditività politica ed economica della san-
zione penale, siil suo ruolo nella riproduzione dell”`opposizione di classe” e sul legame tra
la ristrutturazione dell`“economia delllillegalismo” e le esigenze della produzione capitali-
sta livi, p. 951.
25. Ivi, p. 338. “Ilna rete carceraria, sottile, digradante, con istituzioni compatte ma
anche con procedimenti parcelliiri e diffusi, hit preso di iittovo in carico il rinchiudere ar-
bitrario, massiccio, mal integrato dell`età classica I ...I l'arcipelago carcerariotrasporta que-
sta tecnica dell 'istituzione penale nelllintero corpo sociale” tivi, pp. 528-3301.

26
ha conosciuto un`eccezionale ripresa riaffermandosi tra le mis-
sioni centrali del Leviatano. Dopo il boom del Seicento e il con-
solidamento dell'Ottocento, la svolta di questo secolo va anno-
verata come la “terza era della carcerazione” prevista dal crimi-
nologo Thomas Mathiesen intorno al 1990.21”
In secondo luogo, qualsiasi uso ne sia stato fatto nel XVIII se-
colo, le tecnologie disciplinari sono rimaste estranee all'ipertro-
fico e vorace sistema carcerario della nostrafiii de riecle. Le clas-
sificazioni gerarchiche, l'elaborata organizzazione del tempo,
lleliminazione dell'inattività, llattenta irreggimentazione dei cor-
pi: queste tecniche di “normalizzazione” penale sono state rese
impraticabili dal caos demografico generato dalla sovrapopola-
zione, dalla rigidità burocratica, dalfesaurimento delle risorse e
dalla deliberata indifferenza, se non dalla ostilità, delle autorità
penali nei confronti della riabilitazione. In luogo del clreimge
postulato da Foucault, vale a dire Faddestramento teso a mo-
dellare “corpi docili e produttivi”, la prigione contemporanea,
per noncurante inadempienza se non per un consapevole pro-
getto, ripiega verso la bruta neutralizzazione, la punizione di
routine, la pura e semplice accumulazione dei corpi. Se nella re-
te dei poteri disciplinari oggi in funzione esistono “ingegneri
della coscienza” o “ortopedici delliindividualità”, di sicuro non
sono impiegati dagli apparati correzionali.2”
In terzo luogo, i “dispositivi di normalizzazione” più tipica-
mente scolpiti nell'istituzione carceraria iioii si sono diffusi nel-
la società come fossero vasi capillari che irrigano il corpo socia-
le nella sua interezza. Al contrario, llallargarsi della rete penale
sotto il regime neoliberale ha proceduto in maniera decisamen-
te discriminatoria, colpendo gli abitanti delle regioni inferiori

26. T. Nlathiesen, Priroii ori 'li*i'ril.'i-11 Cri`ii'crilf1rreri-iiierii', Sage, London 1990, p. 1-1 (ed.
orig. Keri feiigsel /iir.ri.irii'.re.t?, Paz, Oslo 198? _); trad. Perclie il i'ercere?, Edizioni Gruppo
Abele, Torino 1996 (congiunzione selettiva delle edizioni norvegese e inglese), p. 50.
2?. M. Foucault, .S`ririiegli'iire e pitture, cit., p. 32.5 (traduzione modificata). (ilfr. la meti-
colosa critica di (IF. Alford, l`-Wie! Wiiiild li lvlriiier i,fl:'iiieijyi1lii`iig Foro-.'iiiii'i .iiiikl .dlvriiii Pritoii
1171-ore Ilvfirriiig? Di`si'rpliiir' riiirl Piiiii'.-di f1jl't*r20 l'iur.i-, “Theory and Society”, 1, 2000, pp. 125 -
146, basata su uri`osservazione sul caiupo su larga scala condotta in un penitetiziario del
Marylanil.

2?
dello spazio sociale e fisico a dispetto della contestuale esplo-
sione dei reati societari (esemplificata dallo scandalo Savings
and Loan dei tardi anni ottanta e dal fallimento di En ron un de-
cennio dopo).”” In realtà, il fatto che la selettività sociale ed et-
norazziale della prigione sia stata conservata, anzi largamente
rafforzata, dimostra che la diffusione del modello penale non È
una logica superiore e onnicomprensiva che attraversa cieca-
mente llintero ordine sociale assoggettando e avvinghiando tut-
te le sue componenti. Al contrario: si tratta di una tecnica asim-
metrica, che agisce lungo ripidi gradienti di classe, etnia e topo-
grafici, e che opera dividendo e differenziando gruppi e catego-
rie sociali secondo consolidate concezioni del valore morale (co-
me dimostrato per ii.li,rii*rcliiiri dal trattamento isterico e dalla sco-
munica sociale riservati ai colpevoli di reati sessuali).2” All'alba
del XXI secolo il (sotto)proletariato urbano americano vive in una
“società punitiva”, ma le classi medie e superiori di sicuro no.
Allo stesso modo, i tentativi di importare in Europa gli slogan e
i metodi della politica giudiziaria statunitense - filosofia della
tolleranza zero, minimo obbligatorio dell'entità della penaffl

28. Le Savings Et Loan associations sono istituti finanziari specializzati ne1l`apertura di


depositi di risparmio (siti quali hanno la facoltà di concedere tassi di interesse più elevati
rispetto alle banche commerciali) e nel dirottaiuento dei relativi patrimoni sitlla conces-
sione di mutui per l`acquisto di proprietà immobiliari. Tra il 1986 e il 1989, per via di una
quantità di fattori - dal progressivo allentamento dei vincoli sulla clientela e sulI`ammon-
tare degli investiiuerui allii diversificazione delle attività creditizie con conseguente molti-
plicazione delle opportunità speculative e dei connessi rischi. dagli slittamenti striiiiiirali
del mercato iuonetario e immobiliare alla mirata o iudoleute inadeiupienza delle autorità
federali di controllo - la Federal Savings and Loan Insurance (Iorporation (Fst-Ii:), agenzia
federale deputata alla copertura assicurativa dei depositi delle Sötl.. (subito dopo chiusa a
sita volta per insolvenza). dichiaro il fallimento o la chiusura di 296 di queste società. La
Enron Corp. e la multinazionale statunitense operante nel campo delfenergia che dichiaro
bancarotta nel 2001 a seguito delfiniprovviso crollo del valore delle proprie azioni, sco-
perchiando cosi una gestione efficacemente consolidatasi attorno a un sistema di espe-
dienti contabili, iina rete di speculazioni e una aggressiva opera di lolsibviiig. [N.d.C.]
29. In Europa occidentale l`appartenenza di classe e l`oi-igine etnonazionale sono stati
i criteri selettivi che hanno ispirato le recenti e inflattive politiche di carcerazione. Cfr. I...
Wacquant, Perieliz.:iri`oii, ri'epoli`iit"i`z.-riiioii, .-:iiirl niciri lifi:rriii'oii.' Ori lire oiieri'iic.iircer.iiri`oii riƒirii-
iriigraiiis iii iifie Eiirripeeii Uiirriii, iu S. Armstrong e L. Melita la cura di), Perr,tieci'i`iie.t oii
Piiiii`sifiirii=iir.- Tlrie Criiiiriii rs of Criiiirril, Claren don Press, ('):«tford 2006, pp. 83-100.
30. La disposizione, tendente a restringere la discrezionalità degli organi giudicanti in
regime di coriiiiirm lriiii, non ha uatiiraliuente rilevanza nei re gi iui di ci`iii`l litio, dove il mini-
mo e il massimo della pena (pene edittali) sono normalmente pre scritti dalla legge. [1`~l.d.(.`.. I

28
campi di disciplina per minori -- sono stati condotti sui condan-
nati appartenenti alle classi inferiori e ai gruppi immigrati, con-
finati in quei quartieri di cattiva reputazione attorno ai quali nel-
l`ultimo decennio la rinnovata e minacciosa retorica essenziali-
sta della ghettizzazione ha agitato un'ondata di panico sociale.
Per finire, la cristallizzazione della poriiografiii litio and order,
vale a dire la dilagante tendenza a concepire, rappresentare, ese-
guire i procedimenti penali in una forma ritualizzata idonea a
essere esibita dalle autorità (il cui paradigma puo essere indivi-
duato nella semiabortita reintroduzione della pratica dell'inca-
tenamento reciproco dei forzati in uniforme a strisce), fa ritene-
re che la tesi della scomparsa dello “spettacolo della punizione”
sia stata formulata prematuramente. La “redistribuzione”
dell'“intera economia del castigo”“ in epoca postfordista ha
comportato non la sparizione del supplizio dal pubblico sguar-
do ( come suggeriva Foucault), ma la sua ridislocazione istituzio-
nale, rielaborazione simbolica e proliferazione sociale occorse
secondo modalità inimmaginabili al momento della pubblica-
zione di Soroegliiire e piiiiire. Nell“ultimo quarto di secolo è sor-
ta e si è diffusa un'intera galassia di nuove forme culturali e so-
ciali, o piuttosto un'autentica industria che commercia in rap-
presentazioni di criminali e in modelli polizieschi. La teatraliz-
zazione della giustizia penale ha migrato dal terreno dello stato
allo spazio dei media commerciali e al campo politico nella sua
totalità, e si è estesa dal rito finale della punizione all'intera ca-
tena del procedimento penale, con un occhio di riguardo riser-
vato alle operazioni di polizia eseguite in quartieri abitati dalle
classi meno abbienti e alle contese processuali che coinvolgono
gli avvocati delle celebrità. La famigerata Place de Greve, dove
venne squartato il regicida Damiens,-32 e stata quindi sostituita
non dal Panopticon ma da Court TV” e dalfiriondazione televi-
1 . _ _ _ _ _¬
31. M. Foucault, .Soriiegliere epiiiiire, cit., pp. 9-111 (traduzione modificata).
32. llautore richiiuna qui le prime pagine di .S'ririir*_gli'iire e piiiiire, dedicate alla lenta e
minuziosa morte inflitta il 28 marzo 11157 a Parigi a Robert Francois Damieiis, che il 5 gen-
naio precedente avevii tentato di uccidere il re Litigi iti'. [N_d_('i.'l
33. (iourt 'I”'v' (dal 2008 tritTV1 à un canale statunitense via cavo fondato nel 1991, la
citi prograiiiiiiazione orbita interamente attorno alla cronaca giudiziaria e legale (com-

29
siva di reality show dedicati alla ricostruzione di crimini (Caps,
911, /liiierii-rri".r Most ll(/riiiterl, Airierioiiii Detectiiie, Boiiriiy Hiiri-
ierr, liisiifle Cell Blocle F ecc.), per non parlare dellluso della giu-
stizia penale quale materia prima per la cronaca ele serie tv dram-
matiche” Tanto da poter dire che il carcere, piuttosto che “es-
sersi sostituito” al “gioco sociale dei segni di punizione e alla lo-
quace festa che li faceva circolare” ,35 ne rappresenta oggi la vol-
ta istituzionale.
Si potrebbe perfino sostenere che il mutamento della pena
verificatosi al volgere del nuovo secolo ha significato l'inversio-
ne dello schema storico che Foucault considerava caratteristico
della società occidentale: “Il diritto di punire” non “è stato spo-
stato dalla vendetta del sovrano alla difesa della società”.3f" Al
contrario, la pena si profila nuovamente tanto come rivalsa con-
tro i crimini sociali che offrono un punto di approdo alle rimos-
se ansie collettive, quanto come reazione del sovrano indebolito
dalle pubbliche dichiarazioni di impotenza dei manager statali
sul fronte sociale ed economico. Il tratto giiigriol delle politiche
law iiiicl order è divenuto ovunque un elemento centrale di quel-
la drammaturgia civica allestita da funzionari impettiti che met-
tono in scena il repertorio delle norme morali professandosi in
grado di esercitare unlazione decisiva, cosi riaffermando la rile-
vanza politica del Leviatano esattamente nel momento in cui ne
organizzano llimpotenza al cospetto del mercato.

prendendo notiziari, dirette dai processi. programmi di commento e approfondimento,


documentari, reality). IN.d.(i.]
3-I. Negli Stati Uniti le serie poliziesche sono “la forma più popolare di intrattenimen-
to”, a tal pimto che “in ima settimana il tipico telespettatore di prima serata si imbatte in
30 poliziotti. T avvocati e 3 giudici, ma solo uno scienziato o ingegnere e un ristretto riu-
mero di operai” (K. Beckett, T. Sassoon, a cura di, Tlre Prili'ri`c_r of lipiisirce, Pine Forge
Press, Thousand Oalts, Cal., 2000, p. 1041. Negli scorsi anni novanta i reality show a sfon-
do criminale si sono moltiplicati anche nelle altre società avanzate (per esempio, _Cr.i'-
rr.iei.i.-¬rii`c.f› tti( in G ran Bretagna, r1.iiieiizei'r¬lien KY... l_lrigelrisi in Germania, Trirrioiri Nifzirierri
Uri in Francia, Opr.ispori`iig lfeizriclit nei Paesi Bassi), che perdipiù sono state invase dai
programmi statunitensi. In realtà il rinnovato inuuaginario luni iiiirl order americano si e
fatto globale attraverso la diffusione planetaria di serie televisive come tT_-.'_f, Lriir-' riiicl Order,
Miariir 1-"'i`t*e, ri' 'fitti Blae e Prrltoii Brcrili.
35. M. Foucault, .l›`r.ii*iie_r;li'rire e piiiiire, cit., p. 144.
lift, lv1,p. 98.

30
Ciò ci conduce direttamente alla questione dei proventi poli-
tici delle politiche penali, tema centrale nel volume di David
Garland La cultura del coiii°rollo,3'” la più completa e stimolante
illustrazione del nesso tra crimine e ordine sociale dopo l'opera
di Foucault. Secondo Garland, “le condizioni sociali, politiche e
culturali che contraddistinguono la tarda modernità” hanno pla-
smato “una nuova esperienza collettiva del crimine e della pau-
ra” alla quale le autorità hanno fornito una risposta reazionaria
e ambivalente, che concilia Fadattamento pratico perseguito at-
traverso “strategie di partnership preventiva” e l`isterico dinie-
go manifestato attraverso “strategie di segregazione punitiva”.-33
La risultante riconfigurazione delle politiche di controllo del cri-
mine rivela Fincapacità dei governanti di disciplinare gli indivi-
dui e di normalizzare la società contemporanea, la cui stessa di-
sarticolazione ha reso evidenti a tutti “i limiti dello stato sovra-
no”.l” Per Garland, la cultura del controllo compattatasi attor-
no alla “nuova situazione criminologica”, contrassegnata da alti
tassi di criminalità e conclamati limiti della giustizia penale, se-
gnala e al contempo occulta un fallimento politico. Al contrario,
Pii.rii're i' poveri' sostiene che il contenimento punitivo si è rivela-
to una strategia politica molto efficace: lungi dall'“erodere uno
dei miti fondamentali della società moderna”, secondo il quale
“lo stato sovrano È- capace di garantire legge e ordine”,"" esso lo
ha rivitalizzato.
Elevando la sicurezza (safety, _i*e'r'iiri'ie', Si'clierlaei'i ecc.) al ran-
go di priorità del governo, le autorità dello stato hanno conden-

'¬l -" '|' 1 "I | I' r - '|' '\ -

3?. D. (iarlarid, I lie (.i.iliiire of 1'.oi-ii rol: Crir.-ve ririd .liociiil Urrler iii 1”.oiiieiiipr.›riii~_1› .'iorie-
ifiy, University of Chicago Press, Chicago 2001; trad. Le ciilriirii del coiiirollo: crrlviilve e or-
diiie sociale nel .vioiido iriiirrvriporeiieo, il Saggiatore, Milano 2004.
38. Ivi, pp. 244-254 e piirtiiri.
39. “I dinieghi e le soluzioni espressive che hanno di recente contraddistinto le politi-
che penali non possono nascondere che lo stato ha una capacità decisamente limitata di ga-
rantire la sicurezza ai cittadini e fornire un accettabile livello di controllo sociale. 1...] Nel
mondo complesso e differeri ziato della tarda modernità, un governo legittimo ed efIicace
deve devolvere il potere e condividere la funzione del controllo sociale con organizzazioni
e comunità radicate a livello locale” (ivi, pp. 328-329, traduzione modificata1_
-'10, Ivi, p. 20-1. Per una precedente, più compatta esposizione di questa tesi, cfr. D.
Garland, Tlie Liiriirr r.iƒrlie .S`iiiierei'gii .l›`rriie.' .S`rrriiegi`e_i* rif (.'ri'riii* (foiiirr.›l i`.v Cririirrriiprireifii Sii-
i“iei'_v. “The British _lournal of(lriminology”, 4. 1992, pp. 4-'-15-421.

31
sato la diffusa ansia di classe e il montante risentimento etnico
generati dal disfacimento del patto sociale fordista-lteynesiano e
li hanno convogliati nella criminalità (_non bianca) di strada, di-
pinta, assieme alla dissoluta clientela del welfare, come la prin-
cipale responsabile del disordine sociale e morale propagatosi
nelle città. Il dispiegamento dello stato penale, e la sua associa-
zione con il ioorlefzre, ha fornito all“aristocrazia statale uno stru-
mento efficace tanto nelfalimentare la deregolamentazione del
mercato del lavoro quanto nel contenere i disordini originati dal-
la deregiilanori economica ai livelli più bassi della gerarchia so-
ciospaziale. Ancora più importante, questo modello ha permes-
so ai politici di riparare al deficit di legittimità che li minaccia
ogni qual volta essi riducono il sostegno economico e la prote-
zione sociale tradizionalmente garantiti dal Leviatano. Corilrii
Garland, allora, io ritengo che il disciplinamento penale della
povertà urbana ha funzionato come un veicolo per la ri`i'iiiile riaf-
ferriiiizi'oiie delle soiireiiiiii dello stato all'interno del ristretto,
F'
drammatizzato dominio dell applicazione della legge cui proprio
ii questo scopo lo stato ha assegnato assoluta priorità, ammetten-
do allo stesso tempo la sua incapacità di controllare i flussi di ca-
pitali, corpi e segni attraverso i propri confini. Il divergere delle
nostre diagnosi conduce a sua volta a tre importanti elementi
che differenziano le nostre analisi della spinta punitiva nei paesi
del Primo Mondo.
Il primo è che la rapida e inarrestabile tendenza alla “pena-
lizzazione della società” osservata a fine secolo non e una rispo-
sta all`insicurezza difroiiie til cri`irii'iie bensi all'insicu rezza socia'-
le.“ Più precisamente, le diffuse inquietudini che turbano i pae-
si avanzati sono radicate nella ol›i`eiii've insicurezza sociale che
percorre la classe operaia postindustriale - le cui condizioni ma-
teriali si sono deteriorate con la diffusione di impieghi instabili,
sottopagati e spogliati dei “benefits” sociali tradizionalmente lo-
ro connessi - e nelfinsicurezza _toggeiii'uii che attraversa le classi
Im
-'11. lina iuile discussione dei meriti e dei liiuiti delle teorie del mutamento sociale che
si soffermano sul dislocarsi de1l`:ingoscia collettiva à Fi. llunt, .i'1ii_vi`ei'y riiid.li`rii'*i'el Ezpliiiie-
i'i'iiii_-Soiiir*r1ii:i:ír*iies'/1l1riiiHIiizi`etƒ¦.-'. “_1ournal of Social History”, 3, 1999, pp. _i(19-528.

32
medie, le cui prospettive di agevole riproduzione o di mobilità
verso l'alto si sono affievolite nel momento in cui la competi-
zione per le più ambire posizioni sociali si è fatta più aspra e lo
stato ha tagliato la distribuzione dei beni pubblici. L'idea di
Garland che gli “alti tassi di criminalità [sono] diventati un nor-
male fatto sociale - comune ingrediente della coscienza moder-
na, rischio costante che va valutato e gestito” dalla “collettività
nel suo insieme”,`l2 e specialmente dalla classe media - è smen-
tita tanto dalle statistiche ufficiali sul crimine quanto dagli stu-
di sulla vittimizzazione. Dopo la metà degli anni settanta le in-
frazioni della legge negli Stati Uniti sono declinare o ristagnate
per vent'anni prima di crollare negli anni novanta, mentre l'e-
sposizione ai reati violenti variava notevolmente a seconda del
contesto sociale e fisico."“ Inoltre i paesi europei esibiscono tas-
si di criminalità simili o più elevati rispetto a quelli statunitensi
(eccezion fatta per le due specifiche categorie di reato dell'ag-
gressione e deIl'omicidio, le cui ricorrenze rappresentano tutta-
via una minuscola frazione dei reati complessivi), eppure han-
no risposto alllattività criminale in maniera considerevolmente
diversa, con tassi di carcerazione che, tenendo conto anche del-
le loro fasi di crescita, si sono attestati su una percentuale che
varia da un quinto a un decimo rispetto a quelli statunitensi. In
ogni caso, l'analisi dell'andamento dei reati non contribuisce in
alcun modo a risolvere llenigma della trasformazione conosciu-
ta nell'ultimo quarto di secolo dagli Stati Uniti, divenuti una
società cinque volte più punitiva a fronte di tassi di criminalità
costanti.

1 _
42. D. Garland, Le cnliiirri del rviiirriillri, cit., p. 2541 (tradunone modificata).
43. Tra il 1975 e il 1995 i tassi di omicidi tra i bianchi rimasero costantemente blocca-
ti a im sesto di quelli tra i neri (5 su 100.000 contro 28-39 su 100.000). Nel 1995 la per-
centuale delle rapine nei quartieri subtirbani era di circa un terzo rispetto a quelle com-
messe in città; la percenuiale di arresti tra le donne bianche dei quartieri suburbani era del
2 per 1000, mentre tra gli uomini neri dei centri urbani raggiungeva il 2-1,6 per 1000 (US
Department of justice, .*iriiirrelirir.vl“. of flri'iiii'iiril lii_rii'i¬e ._'irririIrii't;r 2000, Goverriment Print-
ing (')ffice, llilashiiigtiin, D.(¬_`._, 2001 1. Gli studi sulla vittimizzazione condotti negli Stati
Ilniti e in Europa occidentale coiivergorio nel confutare l`idea che "le classi medie lsono
diveuutel esse stesse vittime abituali di reati” (D. Garland, Le ciili'iirii del oviirrollo, cit.. p.
21321.

33
Qui giungiamo alla seconda differenza: per Garland, la rea-
zione dello stato alla combinazione di alti tassi di criminalità e
bassa efficienza della giustizia e stata sconnessa e perfino schi-
zofrenica, mentre io ne ho messo in rilievo la complessiva coe-
renza. Ma questa coerenza diviene visibile solo nel momento in
cui la lente analitica si estende el di' lii del reciiiio cri'iiri`rie-periti
per riffiicciiirsi' siil pi'.-:ii iierto ierreiio della poli'ti'cri, da una parte
mettendo in relazione le tendenze del sistema penale con la ri-
strutturazione socioeconomica dell'ordine urbano, dall'altra re-
gistrando la congiunzione tra worlifrire e prz`.roriƒ:ire. Quella che
Garland descrive come “ambivalenza strutturale della risposta
dello stato”"'1 è piuttosto una prevedibile divisione del lavoro
nelle politiche di trattamento dei poveri meno disciplinati. Qui
ci viene in aiuto la teoria dello stato di Bourdieu, la quale ci per-
mette di comprendere che le “strategie adattive” - le quali, ri-
conoscendo la limitata capacità dello stato di arginare il crimine,
sottolineano la necessità della prevenzione e della delega - ven-
gono perseguite nel settore penale del campo l.›iirocriii'i`co, men-
tre quelle che Garland definisce “strategie non-adattive” di “di-
niego e messa in scena”"1-3 - che puntano a riaffermare quella stes-
sa capacità - operano nel campo poli`li'co, in particolare nella sua
relazione con il campo giornalistico.“1“" Queste linee strategiche -
l““adattamento” al livello amministrativo e la “messa in scena”
al livello politico - sono due elementi complementari della stes-
sa politica statuale di “penalizzazione” che ha sconfitto le alter-
native orientate all'assistenza sociale e sanitaria e si è rivelata
perfettamente adatta a governare la nuova insicurezza sociale.
Garland riporta alcune analogie nella recente evoluzione e
nella definizione degli scopi delle politiche sociali e penali. Ma -
allo stesso modo di Joel I-Iandler e Jamie Peck, le cui ricerche

1 . .
44. D. Garland, Le t'i.ii!'riirii del coiiirollo, cit., p. 206.
45. Ivi, p. 233 (traduzione modificata] e ,t›e_rri`iii.
46. Sul processo di differenziazione storica e analitica del caiupo burocratico da quel-
lo politico, e sulle rispettive collocazioni all`interno del caiupo del potere, cfr. L. IX-lacqiiiint
la cttra di). 'I'i1ir*i'vi_i'si'i-r_v of i'1v1i'ii.r'_i'rry.' Pi'erre lioirrrlleii riiid Deir.iricrrrii'c Prili`iics, Polity Press,
(iambridge 20115, in particolare pp. 6-7, 14-17, 142-146; trad. .1'_'ii.tiii:_*i`ii del pr.vere.- Pierre
ilìoiirdleii e li prilriitri drviroirriii'i.ii, oiu bre corte, Verona 2005 , pp. 12-14, 21-25, 151-1.56.

34
muovono entrambe dal versante del welfare siete - egli riduce
questi mutamenti a semplici analogie o conseguenze parallele di
più ampi fattori esterni.“1” Cosi, anche quando mette corretta-
mente in relazione il controllo del crimine con un vasto insieme
di forze sociali e sentimenti culturali, egli continua a isolare la
sua analisi da quella dello spettro dei programmi statali che fis-
sano i parametri e le opportunità di vita del (sotto)proletariato,
mentre Piirii`re i' poveri' insiste sulla necessità di trattare le politi-
che sulla povertà e le politiche della giustizia all'interno di una
singola cornice analitica. L'idea di Garland che i mutamenti nel-
la filosofia e nella politica penale siano di natura principalmen-
te culturale discende precisamente dalla sua sottovalutazione
delle connessioni strutturali e funzionali tra la parsimonia del
welfare e la prodigalità del pri'_rorifiire, risultanti in un nuovo ap-
parato disciplinare che sorveglia i poveri più molesti e li assog-
getta alle norme del lavoro salariato deregolamentato. Secondo
lui, “l'apparato correzionalista associato alfassistenzialismo pe-
nale rimane quasi del tutto intatto”. E stato enormemente am-
pliato; ha perduto la sua autonomia professionale; è stato inte-
grato da un “terzo settore” costituito dalle partnership pubbli-
co-privato. Eppure i mutamenti morfologici impallidiscono al
cospetto dei mutamenti registrati “negli assunti cognitivi, negli
impegni normativi, nelle sensibilità emotive” che danno vita al-
la paralizzante cultura del controlloflii Al contrario, io sostengo
che la crescita bulimica dello stato penale americano ne ha de
fiero alterato architettura e scopi minandone dall'interno il pro-

47. “I cambiamenti istituzionali e culturali nel campo del controllo sono eiirilriglir' a
quelli che si sono verificati, più in generale, nel welfare state” (Lit ci.ili'iirri drv' coiiii'-allo,
cit., p. 288, corsivo i¬nio1. (ifr. inoltre le pagine conclusive del volume: “I temi dominanti
all'interno della sfera della politica penale [...] informano ora anche la `politica della po-
vertà'. I medesimi presupposti e obiettivi che hanno trasformato la giustizia penale sono
riscontrabili anche nei programmi di *riforma del welfare' intrapresi” negli Stati Ilniti co-
me in Gran Bretagna, tanto che “à impossibile non tracciare im parallelo con il nuovo
campti del controllo della criminalità” (ivi, pp. 316 e 317, ctirsivo mio, triidiizione modi-
ficata). Ma Garland dedica dite sole pagine all'analisi di questo parallelo, mentre il i.i.v.›riù-
_i".-:ire meriterebbe di esser considerato l'epicentro delle politiche che esprimono la sua “cul-
tura del controllo”.
48. Ivi, pp. 282 e 289 (traduzione modificata): più estesaiiiente pp. 280-239 e 289-305.

35
getto “correzionale", e che questo mutamento È stato determi-
nato non tanto all`esterno del campo burocratico dal “coinvol-
gimento delle comunità e del settore commerciale ",49 quanto al
suo interno, dalla riorganizzazione in senso restrittivo del welfa-
re in worßefare sotto l'egida della comune filosofia morale pater-
nalista-behaviorista.
In terzo luogo - allo stesso modo di altri importanti studiosi
dei sistemi penali contemporanei come Jock Young, Franklin
Zimring e Michael Tonry - Garland interpreta la svolta punitiva
come il frutto reazionario dellioperato di alcuni politici di de-
stra.-i“ Pumíre 1' povera', però, ha dimostrato da una parte che la
“penalizzazione” della povertà rappresenta un'autentica inno-
vazione istituzionale piuttosto che un ritorno al passato, e dal-
l"altra parte che essa non È affatto una creatura esclusiva delle
politiche neoconservatrici. Se È vero che la formula in questione
È stata inventata dai politici di destra, essa È stata però impiega-
ta e raffinata anche dai loro avversari di centro e perfino di sini-
stra. In realtà, il presidente responsabile del più consistente in-
cremento delle dimensioni del sistema carcerario nella storia de-
gli Stati Uniti- tanto nella popolazione reclusa (in termini asso-
luti come nel tasso di crescita) quanto nel bilancio e nel numero
degli addetti- non È stato Ronald Reagan, ma V(/illiam Jefferson
Clinton. Al di là dell'Atlantico, a intraprendere lo slittamento
verso un più massiccio disciplinamento penale È stata la sinistra
di Blair in Gran Bretagna, di Schroder in Germania, di Jospin in
Francia, di D`Alema in Italia e di Gonzalez in Spagna, e non i lo-
ro predecessori conservatori. Questo perché la svolta punitiva
non È un prodotto della tarda .vzoderirz'tri }ve†z.rz` del .veoZr`£›era'Zz`-
.rmc›, vale a dire di un progetto che può essere abbracciato indif-
ferentemente dalla sinistra e dalla destra.
I numerosi ed eterogenei processi sociali arnmucchiati da Gar-
| _
49. Ivi, p. 281
iù. _I. Young, 'Dive E›:r!:r.t."ve .S`o›:.'.ter_v,- .S`r.=r.¬.ti1! E.rt'Zsr.\¬:'r.=ir, (.'rz`sve tina' D:fltve:it't= :Iv Late
Mr.†a't*r:r:`t_v, Sage, Lotidtin 1999; F. Zini rin g, G. Iriavzi-tins, S. Karnin, l*'iu:r`rffir.vt=::ƒ sita' Desafi-
tratjv: 'I'brr*t* .ítrr-brr aim' }iv.v're (laut :lv firtf.§I'nrrrf'a, (i):-Lfortl Universi tv Press, New 'fori-t 2HU 1;
M. Ttm ry, 'i`i†r'r.u'cr'›:g afwrrf (.`rr'r.v.-:=.- .$'tvr.rr* anni .“›'rvr.n'/1z`t':'!_v in .flsverƒtrrn Prvrrrí (.`rn'trrrt*, Usforti
University Press. New York ZUU4.

36
land a comporre l'ospitale categoria della tarda modernità - la
dinamica modernizzatrice della produzione capitalistica e degli
scambi di mercato, i mutamenti nella struttura familiare e nei le-
gami parentali, le trasformazioni nell'ecologia urbana e nella
composizione demografica, gli effetti di “disincanto” generati
dai media elettronicifl la “democratizzazione della vita sociale e
culturale" (che comporta Findividualismo sfrenato e la prolife-
razione delle identità plurali e delle “comunità fondate sulla scel-
ta” anziche sul destino) - non sono solo troppo vaghi e insuffi-
cientemente correlati. Essi non sono nemmeno peculiari degli
Stati Uniti o degli ultimi decenni del XX secolo, e perdipiù ap-
paiono nella loro più compiuta espressione proprio nei paesi
nordeu ropei, i quali non hanno conosciuto la travolgente onda-
ta internazionale della “penalizzazione“.53 Inoltre, Faffermarsi
della tarda modernità ha avuto un andamento graduale e pro-
gressivo, mentre le recenti trasformazioni delle politiche penali
hanno avuto un impatto brusco e rivoluzionario.
Punrre 1' poveri' sostiene che non sono stati i generici rischi del-
la “aperta, porosa, mobile società di estranei che È la tardomo-
dernità"5i ad aver alimentato la ritorsione contro le classi infe-
riori percepite come immeritevoli e contro i tipi devianti visti
come irrecuperabili, bensì la specifica insicurezza sociale gene-
rata dalla frammentazione del lavoro salariato, dall'inasprimen-
to delle divisioni di classe e dallierosione della gerarchia etno-

Ii
51. (Iorn`È noto. nelfaccezione tveberiana qui evocata dall'autore, dr`rr'm:rrr.'-to è il pro-
cesso di razionalizzazione che scandi il declino della tradizionale metafisica religiosa o ma-
gico-misterica e innesco la prima modernizzazione dell`()ccidente. Nella prospettiva di
Garland. come riconcettualizzata da Wacqttant, il disincanto tardomodemo consiste nel
percorso di (parziale) astrazione dalle orr'gr'trarr`e identità etniche, di classe efo territoriali
favorito negli individui dalliutilizzo dei me dia elettronici. [N.d.(_I.]
52. D. Garland, La trrrltrrrrt dei t¬orrrrrir'[ri, cit., pp. lol)-UT. Stando alla maggior parte
dei criteri e degli indicatori normalmente utilizzati i paesi scandinavi sono le nazioni più
“tardomoderne“ , eppure hanno resistito felicemente alla spinta verso il contenimento pu-
nitivo della marginalità urbana. Nel 2004 il tasso di carcerazione in Norvegia era di 65 de-
tenuti su IUU.UüU residenti, in Finlandia del oo, in Danimarca del TU e in Svezia dell`S5, a
dispetto di tassi di criminalità molto simili a quelli registrati negli Stati Uniti (se si eccet-
tuano i reati di morte violenta). La somma dei detemtti di questi quattro paesi (17115) era
inferiore al numero dei detenuti della sola città di Los Angeles iIS.5I2).
53. ivi, p. 2?? lIt't1tll1ziot*|e l'not.lifit.'rtlal.

3?
razziale consolidata che garantiva ai bianchi degli Stati Uniti (e
ai cittadini dell'Unione europea) un efficace monopolio sui pri-
vilegi collettivi. Uimprovvisa espansione e la diffusa esaltazione
dello stato penale registratesi dopo la metà degli anni settanta
non sono state una lettura culturalmente reazionaria della “tar-
da modernità”, ma una risposta della classe dominante volta a
ridefinire il perimetro e i compiti del Leviatano in maniera da
instaurare un nuovo regime economico fondato sulla ipermobi-
lità del capitale e sulla flessibilità del lavoro, e allo stesso tempo
contenere l'agitazione sociale determinata negli strati inferiori
del1'ordine urbano dalle politiche pubbliche di deregolamenta-
zione del mercato e riduzione del welfare sulle quali si erige l'e-
dificio neoliberale.

Una lettura sociologica del neoliberalismo


L'invenzione del doppio dispositivo di regolazione dei segmenti
z`rrsz'crtrr' del proletariato postindustriale, vale a dire la coniuga-
zione delle politiche sociali e penali mirata alla normazione de-
gli strati inferiori della struttura di classe polarizzata, È una im-
portante .t2vrzo:uazz'one strutturale che deve farci ritenere supera-
to il modello imperniato sul nesso welfare-povertà che Piven e
Cloward elaborarono proprio mentre il regime fordista-l<eyne-
siano andava scollan dosi. Ma a catturare la nascita di questo con-
gegno istituzionale non valgono né la visione foucaultiana della
“società disciplinare” ne la nozione di “cultura del controllo”
formulata da David Garland, entrambe incapaci di ren dere con-
to dei sorprendenti tempi di realizzazione, della selettività so-
cioetnica e della peculiare traiettoria organizzativa della strate-
gia di controllo che ha invertito la tendenza delle politiche pe-
nali negli ultimi decenni del secolo. Perché il contenimento pu-
nitivo della marginalità urbana - perseguito ritirando le reti del-
la sicurezza sociale e gettando ancora più lontano quelle del-
liapparato polizia-prigione, a intessere cosi una nuova trama car-
cerario-assistenziale - non È il frutto di più vaste tendenze so-
ciali, che si tratti dell'ascesa del “biopotere” o dell'avvento del-
la “tarda modernità”, ma un progetto di rz'.t!rrr!trtrazr'o†re del/o

38
stato. Esso partecipa alla correlata riorganizzazione del perime-
tro, degli scopi e delle prerogative dell“autorità pubblica sui fron-
ti dell'economia, del welfare e del sistema penale. Questa rior-
ganizzazione È stata eccezionalmente rapida, vasta e profonda
negli Stati Uniti, ma È tuttora in corso - o in discussione -in tut-
tele società avanzate rigorosamente impegnate a conformarsi al
modello americano.
Eppure Foucault aveva ragione nel suggerire di “ considerare
le pratiche penali non come la conseguenza di teorie giuridiche
ma piuttosto come un capitolo di anatomia politica” .ii Perciò
Pzmzire z' poveri È stato inteso non come una variazione sul col-
laudato tema dell'econ omia politica della carcerazione, ma piut-
tosto come un contributo alla sociologia politica della trasfor-
mazione del campo del potere nelliera del liberalismo trionfan-
te. Perché rinvenire le radici ele modalità del prodigioso viaggio
dell'America verso Pipercarcerazione significa imboccare la più
breve tra le strade che conducono al .iwrtrrerz`o del Leviatano neo-
liberale. Ciò ci porta ad articolare due importanti assunti teori-
ci. Il primo È che fepperato penale È mi organo crrrcrirle dello sta-
to: esso ne esprime la sovranità e concorre in misura decisiva a
formulare sistemi categoriali, a sorreggere divisioni materiali e
simboliche e a forgiare relazioni e comportamenti attraverso la
penetrazione selettiva dello spazio sociale e fisico. La polizia, i
tribunali e la prigione non sono mere appendici tecniche piega-
te alla realizzazione dell'ordine normativo, ma veicoli di produ-
zione politica della realtà e di controllo delle categorie sociali di-
sagiate e delle riserve in cui vivono: analizzare la politica ameri-
cana, la stratificazione, la povertà, la razza e la cultura civica sen-
za riconoscere la funzione centrale delfapparato penale signifi-
ca pagare immensi costi teorici e politici. La seconda tesi È che
la “rivoluzione dallialto” realizzata dal capitalismo e comune-
mente chiamata neoliberalzlrrrro comporre Z“espa1rrz'o.ve e il refior-
zeererzto del .rettore penale del campo burocratico, tali da con-
sentire allo stato di tenere sotto controllo gli effetti provocati

l _ .
'54. M. Foucault. .Sr.›mt*gl:'art*e prr.v.='re, cu., p. 32 (traduzione modificata).

39
dall'insicurezza sociale negli strati inferiori della gerarchia di
classe ed etnica nonché di contenere il malcontento popolare ge-
nerato dalliabbandono dei suoi tradizionali doveri economici e
sociali.
Il neoliberalismo risolve prontamente quello che per la “cul-
tura del controllo” di Garland rimane un enigmatico paradosso,
vale a dire il fatto che “il tema del controllo torna a dominare
ogni area della vita sociale con fa .rmgolare e sorprerrdefrre ecce-
zzorze delle sfera ecotzc.vz='r't*e, dai cui meccanismi di deregu!arr'oe
giunge la gran parte dei rischi quotidiani”.5-” La ristrutturazione
neoliberale dello stato spiega anche liintenso pregiudizio di clas-
se, etnorazziale e spaziale che caratterizza il simultaneo ritrarsi
del suo cuore sociale ed espandersi del suo pugno penale: i grup-
pi più direttamente e sfavorevolmente colpiti dalla convergente
riorganizzazione del mercato del lavoro e delliassistenza pubbli-
ca si trasformano per altro verso nei privilegiati “beneficiari”
della generosità penale delle autorità. Infine, il neoliberalismo
esibisce una stretta relazione con la diffusione internazionale
delle politiche punitive nei sistemi di welfare e di giustizia pena-
le. Non È un caso che i paesi che hanno importato prima le mi-
sure di workf-are concepite per rinforzare la disciplina del lavo-
ro salariato spogliato dei suoi sostegni sociali, e poi (con qualche
variante) le misure di giustizia penale in stile americano, siano
proprio le nazioni del Commonwealth che hanno perseguito an-
che le aggressive politiche di deregzrletiorz economica suggerite
dalle ricette del “libero mercato” di provenienza americana,
mentre i paesi rimasti fedeli all'idea di stato regolativo impegna-
to a limitare l'insicurezza sociale hanno efficacemente resistito
alle sirene delle politiche della tolleranza zero e del “lavoro coat-
to”. Allo stesso modo, se società del Secondo Mondo come Bra-
sile, Sudafrica e Turchia adottarono negli anni novanta piat-
taforme penali iperpunitive ispirate alle riforme statunitensi (e
poi assistettero all'impennata della popolazione carceraria), non

55. D. Garland, La trrfrrrrrr :JW rrirrtrrillri, cit., p. 314 ltratluzione rno-f.liiicata). corsivo
tiiiti.

40
lo fecero perché avevano infine raggiunto lo stadio della “tarda
modernità”, ma perché avevano intrapreso la strada della dere-
golamentazione del mercato e della riduzione della sfera stata-
le.““ Ma per comprendere queste molteplici connessioni tra l'a-
scesa del Leviatano punitivo e la diffusione del neoliberalismo È
necessario sviluppare una più ampia e più dettagliata descrizio-
ne di quesfultimo: anziché accantonarlo in quanto tratto “trop-
po specifico” per spiegare un fenomeno come liescalation pena-
le (come fa Garland),5” il neoliberalismo va semmai indagato a
più ampio raggio, muovendo dalla sua tradizionale caratterizza-
zione esclusivamente economica per conseguirne una più piena-
mente sociologica.
La nozione di neoliberalismo È elusiva e controversa, un ter-
mine ibrido sospeso in modo incerto tra il linguaggio profano
del dibattito politico e la terminologia tecnica delle scienze so-
ciali che perdipiù viene spesso invocato in assenza di un chiaro
referente. Secondo alcuni, esso designa una robusta realtà (pe-
raltro spesso assimilata a quella indicata dal termine “globaliz-
zazione”) con cui si puo solo venire a patti, mentre secondo al-
tri il termine definisce una dottrina ancora di là da realizzarsi e
cui si può ancora resistere. Il liberalismo viene alternativamen-
te dipinto come tm rigido, immutabile e monolitico complesso

56. L. Wacqttant, Le.rprr'.'.'rm.t de la rrrirere, Raisons cl`agir Éditions, Paris I999; trad. Pa-
rmia ti'orrù1vt*.' trrfftrrarrtrt tem. La tra.-.fivrrrrazr'rrrrt› altrllri .tram pe›vaf'.'e .valle .rr.›nr`erri rrrrrifƒhrvaitr,
Feltrinelli, Milano Ellüü; e ld., Una rfittatrrrrt .rr.v' prnrtrrr'. Nr.›te rtrlla ptvtaft'::a:r`r.v:r* J.-alla po-
.verrfri tiv Brrrrtfe, in .'ù`rrtfrt`rJ.tt' rrrrrrfaltr. cit., pp. I IS-125 (ed. ingl. 'li'.+t.earcf.r rt Dr`t*ta!rrr.tf1r}'› mv.-.rr
rbt* Pravr? Notes on the Per:rt}rzatr'rJrr of Pr.|t.'ert_v .vr Brazil', “liunishment öt Society”, 2, ZUUS.
pp. 19?-205). Gli eventi britannici forniscono una limpida illustrazione di questo processo
di travaso dalle politiche economiche a quelle sul welfare a quelle penali. Come racconta
DP. Dolotvitz in Leartnvrg from ./'«lrrrerr`ca: li'oz'r'c_v 'li*a›=r.~.;fer as-'J rbt* Davrffoprrrrrrrt oftùe Brrirrn
W/oršrfare .frate (Sussex Academic Press, Eastbourne 1998) , i governi Thatcher e Major pri-
ma deregolamenta rono il mercato del lavoro, poi introdussero le misure aelfare-tr;-nflrirlit
già sperimentate negli Stati Uniti. Successivamente Anthony Blair espanse il nforleƒare e lo
integro attraverso tma revisione del sistema di giustizia penale servilmente confonnata ai
criteri fissati dagli Stati Uniti, con il risultato che l`Inghi.lterra È ora, tra tutte le nazioni ett-
ropee, quella con i più alti tassi di carcerazione, le prigioni più affollate, i più severi stan-
darcl di condanna, la più iperbolica retorica contro il crimine, le più profonde disparità
razziali” lM.li. Ton ry, Prnrr`.rii1zrrrvr£ arm' Pr.u'-'t'.ft'cr.' Er.›¬r'rferrce and Errrtrtlatrìvrr in 1'.-ire Mazerrrg of
Errgùsb (frƒrtrrr (.'r.vrrro! Pot"r`c_v, Willatt, London 2l'll}-4, p. Ioßl.
5?. D. Garland, La tzdtrrra dt*!t*rirrtrr›Hr›, cit., p. Intl.

41
di principi e di programmi destinati a rendere omogenee le so-
cietà, e come una flessibile, mutevole e malleabile costellazione
di concetti e di istituzioni adattabile a differenti componenti
del capitalismo. Che si intenda come unidimensionale o poli-
morfo, che se ne colga liandamento progressivo e graduale ov-
vero l'imporsi traumatico e rivoluzionario, la connotazione pre-
valente del neoliberalismo È essenzialmente economica: essa
mette a fuoco un vasto insieme di politiche favorevoli al libero
mercato, come la deregolamentazione del mercato del lavoro,
la spinta alla mobilità del capitale, la moltiplicazione dei pro-
getti di privatizzazione, lielaborazione di un'agenda monetari-
sta organizzata attorno agli obiettivi della deflazione e dell'au-
tonomia dei mercati finanziari, la liberalizzazione del commer-
cio, i provvedimenti a sostegno della concorrenza, la tenden-
ziale riduzione delle tasse e della spesa pubblicaƒm Tuttavia que-
sta descrizione È scarna e incompleta, nonché troppo debitrice
della retorica predicatoria dei sostenitori del liberalismo. Noi
dobbiamo superare questo nucleo economico ed elaborare una
nozione più densaf” capace di identificare liapparato istituzio-

Im
58. 1"'tll`interno di una vasta le ineguale) letteratura transdisciplinare, si vedano le acute
analisi di N. Fligstein, Une Art'f:r'te*t'rare of llfíiarÀ:'et'.t', Princeton [lniversitv Press, Princeton
{N._].} 2011!; _l. Campbell, (_). Pedersen (a cura di), 'live Rise of Èltrrrlrìåtrralƒsrrr aaa' lrr.tƒƒtrr-
rr`r.v.ra! Aaat-'_vsr`s. Princeton University Press, Princeton (N,l.} 2001; _I. (lt11ttartifl',_l.L. (lo-
maroff, Mrlltvrrrrai (i'apr'ƒa!r'.rrrr aaa' if:-Ia Caírrrrtr of t'\ltvit't`}Jt*ralr`sra, Duke University Press,
Durham lN.('1.J-London Ztìül; N. Brenner, N. 'Theodore la cura dil. .i`paces of :'“~lr'za'r'i›rvat*-
r`sra.- Uråaa Resrrrro'rrrr'rrg fa Norris ƒlr.verr'ca anal l.lti't*.rtft*rrr Efarr.+,or*, Wiley! Blackwell, Netv
York 2002; (i. Durnenil, D. Levy, If.'ap.r'ral Re.rargr*auf.' Rr.ar.it'.r of the Nerrlƒåtval l¬1t'rrr.v'rrt'r`r.›rr,
Harvard University Press, Cambridge lNIass._l 2l}l}4.
59. L`autore evoca qui la nota -oltre che i.ncerta sotto il profilo teorico-metodologico
- dicotomia r›i1rrrfƒ›ÈIr't'1lr alest'riprr`o.rr che l`antropologo Clifford Geertz elaborò rip rendendo
le osservazioni del filosofo Gilbert Rvle le dispiegandola lungo ascendenze analitiche di
matrice tveberianal. La descrizione densa lrfJt't¬Ã2, contrapposta a qttella scarna, Hit'.-rl si p ro-
pone di ricostruire Fintelligibilità di un`azione trascendendo le prospettive esplicite degli
attori e delucidando la sintassi comunicativa soggiacente alliinterazione osservata. Il cele-
bre esempio proposto da (ieertz È quello della di fferenza tra rtat`ml'›, contrazione involon-
taria della palpebra priva di connotazioni contestuali, e zara.-ir, ammiccamento intenziona-
le che affonda in ttna grammatica e rimanda a ttn universo di significati condivisi. Cfr. C.
Geertz, il??-t* lrrterprtvatƒorr r›fCrritare.t, Basic Bool-ts, Nev-r York i973, pp. 3 -il); trad. later-
_art*t!a:-'.t`r.are Ji tztfrrrre, il Mulino, Bologna 1937, pp. 39-T1; G. Rvle, 'I'/:›t`rr›Èr'rrg and reflr*t'rr'rrg
e iliàtr rbrrraivrrg of Hfmrrgivs, in (L`r.›l'lt='t'rt=d Papers, vol. H: (.'r.=Het¬tea' Essays 1929-1958, Rout-
ledge, New *|'orl¬: 2t`lt)9 led. orig. Hutchinson, London l9?ll. lN.d.(I.l

42
nale e i frames simbolici attraverso i quali i principi del capita-
lismo trovano concreta attuazione.
Una caratterizzazione sociologica minimale può qui tratteg-
giarsi come segue. Il neoliberalismo È un progetto polrlnro trans-
aaziorrale che mira a ristrutturare dallialto le relazioni tra stato,
mercato e cittadinanza e che È sostenuto da una nuova classe di-
rigente globale in via di formazione, composta da dirigenti ai ver-
tici delle imprese transnazionali, alte cariche politiche, manager
statali, funzionari delle organizzazioni internazionali (OECD, WTO,
IMF, World Bank, Unione europea),““ tecnici e consulenti cultu-
rali nella loro qualità di prestatori d'opera specializzata (tra essi
in particolare economisti, giuristi e professionisti della comuni-
cazione con esperienze e abilità rispondenti a caratteristiche ed
esigenze dei differenti paesi).“*l Ciò comporta non solo la riaffer-
mazione delle prerogative del capitale e del sistema di mercato,
ma anche Particolazione di quattro logiche istituzionali:

60. La Organisation tor Economic Co-operation and Development (OECD, tn Italia


normalmente tnenzionata come t:~tISE), costituita nel 1961 sulle ceneri della Urganisation
for European Economic Co-operation (1943), ha sede a Parigi e riunisce 30 paesi svilup-
pati e “impegnati a promttovere lieconomia di mercato” (cfr. -:'.http:fI'¬tvuHtt'.ttecd.org1>_l al-
lo scopo di favorirne Piutegrazione politico-istituzionale e la collaborazione economica. La
Wtirld Trade Organization (\I~L'Tt'J), istituita nel 1995 in sostitttzione del General rltgreement
on Tariffs mid Trade (1947 l, È ttn organismo cui aderiscono 155 paesi, che ha sede a Pari-
gi e che si prefigge “la liberalizzazione del corntnercio” (cfr. -chttp:r'f'ttf'tt'ttf.'-.vto.org:=-), fun-
gendo da sede di amministrazione degli accordi commerciali mttltilaterali e di risoluzione
delle dispute internazionali sttl commercio. L`lnternational lvlonetary Fund (IMP, nato nel
19-45, in Italia più noto come FMI) e la Wt'trItl Bank (1944) sono organizzazioni sorte dalla
conferenza di Bretton Wtzids (1944) che hanno sede a Washittgttitt, D12., e alle quali sono
affiliati 18€» paesi: il primo promuovendo Ia cooperazione monetaria internazionale e agen-
do per la stabilità dei cambi, la seconda perlopiù offrendo assistenza tecnico-finanziaria ai
paesi in via di svilttppo, entrambi prornettorto di “promuovere la crescita sostenibile e l...]
ridurre la povertà” e orientano le politiche economiche dei paesi membri fornendo loro
competenze, conoscenze e risorse vincolate all`attuazione di indirizzi politico-economici
liberisti (cfr. -=:http:›'!'ttn.vtti.ùnf.org*;- e -=:http:ffvrvvvr.tvorldbank.org:-=-}. [N.d.C.]
(-31. Sull`ascesa di ttna classe dirigente priva di leganti nazionali o locali, cfr. L. Sl-dair,
The iii-azrsrzatƒrrnal (”.apr`tair'st Cia.r.r, Basil Blaclctveil, Oxford 2001. Il tradizionale orienta-
mento cosmopolita dell`alta borghesia È messo in evidenza da Michel Pinçon, Monique
Pinçon-Charlot, Socƒologir* ale la barrrgt-v.›r'sr't*, La Decouverte, Pa ris 2000. Il ruolo di econo-
misti e giuristi nell 'incttbazioue, elaborazione e diffusione transnazionale del progetto neo-
liberale viene indagato da S.L. Babb, Maaagr'.irg Me.zv'co.' Et'tvaravrr'srs from r'*~iaH'r.v:al"r'.trrr to
l*~irn!t`£›t›ral't`sra, Princeton University Press, Princeton (N._l.l 2001 e Y. Dezalay, B.G. Garth,
The Interna!r`r.v:a!tFza.'.ir.irr ofPa!ace ll'='ars.' Larayers, Er'r.vraart'.rt.r, and the (.'o.›rrest' to 'li'arr.r,/orrrr
Latta .f'iaverr`r.*aa .5'rat'e.t, University of Illinois Press, Chicago 2002.

43
1) cleregalarion ecorrofrrzca, o meglio: ri-regolamentazione di-
retta alla promozione del “mercato” (o di meccanismi affini)
quale strumento ottimale non solo per orientare le strategie del-
le imprese e le transazioni economiche (secondo la concezione
della partecipazione al valore delliimpresa da parte degli azioni-
sti), ma per organizzare liintera gamma delle attività umane,
giungendo allierogazione privata di beni pubblici cruciali sulla
base di supposti criteri di efficienza (e di tm implicito e delibe-
rato disprezzo per le istanze di natura distributiva connesse ai
principi di giustizia e di eguaglianza);
2) devoluzione, coatrazz'orze e r.:'coraposzzz'0ae del welfare allo
scopo di agevolare e sostenere liespansione e Pintensificazione
dei processi di mercificazione, nonché di assoggettare gli indivi-
dui riluttanti alla nuova disciplina del lavoro salariato (spogliata
delle consuete protezioni sociali) attraverso varianti di zaorkfare
che istituiscono una relazione quasi-contrattuale tra lo stato e i
beneficiari delle classi inferiori trattati ora non come cittadini
ma come clienti o sudditi (laddove la continuazione delle pre-
stazioni assistenziali viene condizionata all“osservanza di precise
norme comportamentali);
3) il tropo culturale della resporrsal¢›z`lz'tå z`mlz'ar'daale, che inva-
de tutte le sfere della vita sociale per fornire un vocabolario di
motivi (come lo definirebbe Charles Wright Mills)'i'2 che conver-
ga sulla costruzione di un se modellato sulla figura delllimpren-
ditore, sulla spinta alla diffusione dei mercati e sulla legittima-

I _
(12. “Le motivazioni degli ttomini, e il grado in cui i diversi tipi umani ne sono tipica-
mente consapevoli, devono essere cotn presi nei temtini dei `vocabolari dei motivi` che pre-
dominano in una società nonché dei mutamenti e delle combinazioni sociali tra i vari vo-
cabolari”, C. W right lviills, 'I`l.':›e .§ociologr`cal laragr`nat'r`rnr, Oxford University Press, New
York 2000, nttova edizione con post fazione di T. Gitliu, p. 162 (ed. orig. 1959); trad. l_.'r'rr.r-
.vragnrarrorresociologica, il Saggiatore, lvlilano 1995, p. 171 (traduzione modificata, ed. orig.
1962). In una prospettiva tvittgettsteiniana e depsicologimata delliattività cognitivo-cate-
goriale, ossia “contro la concezione diffusa dei motivi cotne `molle' soggettive dell"azione,
va detto che i motivi possono essere considerati come tipici vocabolari aventi funzioni ac-
certabili in situazioni sociali delimitare. Gli attori umani danno espressione verbale ai mo-
tivi eli imptuano a se stessi e agli altri |'...l. Piuttosto che elementi ftssi `in` un individuo, i
motivi sono i term ini con i quali procede liinterpretazione della condotta da parte a(r'glr`ar-
tori sociali” (ld., .S`r`trratt*d rit'rr'r.ur.t aaa( lrbt'al2rrlzzrr'r-*.r of Morƒarr, “ritmerican Sociological Re-
view”, o, I9-40, p. 90-ll. |N.d.C.I

44
zione della competizione, a cui corrisponde la fuga dalle re-
sponsabilità da parte delle imprese e la proclamazione dell'ir-
responsabilità (o della dimezzata responsabilità) dello stato nel-
le questioni sociali ed economiche;
4) un apparato penale in e.sparr.rz'oae, r'm'rarr'oo e aggresmuo che
penetra le regioni inferiori dello spazio sociale e fisico per con-
tenere i disordini generati dalla sempre più diffusa insicurezza
sociale e dalle crescenti ineguaglianze. per estendere la sorve-
glianza disciplinare sulle frazioni precarie del proletariato post-
industriale e per riaffermare liautorità del Leviatano puntellan-
do la diradata legittimazione dei rappresentanti del popolo.

Un principio rtleologaro centrale del neoliberalismo È l'adozione


del “governo leggero”, risultante dalla riduzione del welfare state
keynesiano accusato di mollezza e ipertrofia e dalla sua trasfor-
mazione nello snello e agile workfare che “investe” in capitale
umano e “convoglia” energie collettive e appetiti individuali nel
lavoro e nella partecipazione civica attraverso “partnership” che
puntano sull'autonomia, sulla spinta per il lavoro retribuito e
sulle capacità manageriali. Parure z' poaerz' dimostra pero che lo
stato neoliberale si rivela clifatto molto differente: mentre in al-
to abbraccia la politica del lar'ssez-faire allentando le limitazioni
sulla circolazione del capitale ed espandendo le opportunità dei
maggiori possessori di capitale economico e culturale, in basso
troviamo tutto tranne che laz's.reZ-faire. In realtà, quando si trat-
ta di gestire le turbolenze sociali innescare dalla tleregalatioa eco-
nomica e di inculcare la disciplina del lavoro precario, il nuovo
Leviatano si mostra decisamente interventista, autoritario e co-
stoso. Il lieve tocco libertario che carezza le classi più elevate ce-
de il passo alla ruvida pressione che sorveglia le classi inferiori,
delle quali si prefigge di dirigere, anzi di dettare, la condotta. Il
“governo leggero” nella sfera economica genera dunque il “go-
verno pesante” sul doppio fronte war/Èfare-giustizia penale. Dal
grande esperimento americano teso a creare la prima società a
insicurezza avanzata nella storia si può dunque trarre la conclu-
sione che uno stato penale r'†zaa.rr'ao, clílatato e dr`spemlr'oso non È

45
ar: tratto estraneo al †reolz'l›eralr'saro ma plattosto aa suo :agre-
a'r'er_;re costr'tatr't›o.
E interessante notare che questo aspetto È stato offuscato o
trascurato tanto dagli apologeti quanto dai detrattori del neoli-
beralismo. Il migliore esempio È la celebrata riformulazione de-
gli imperativi neoliberali che Anthony Giddens ha realizzato per
la piattaforma del New Labour. Nel suo manifesto per La terza
nia, Giddens ravvisa negli alti tassi di criminalità espressi dai de-
gradati quartieri operai un segno di “declino civico”, incolpan-
done curiosamente il welfare state keynesiano (anziche la dein-
dustrializzazione e la riduzione delle garanzie e delle protezioni
sociali): “L'egualitarismo della vecchia sinistra era di nobili in-
tenti, ma, come dicono i suoi critici di destra, a volte ha portato
a conseguenze perverse, visibili per esempio in quelfingegneria
sociale che ci ha lasciato come eredità complessi di case popola-
ri degradati e flagellati dal crimine”. Egli individua nella “pre-
venzione del crimine” e nella “riduzione della paura” - obietti-
vi da realizzarsi attraverso la collaborazione tra stato e comunità
locali - un elemento cruciale della “ rigenerazione della colletti-
vità”, e abbraccia poi la mitologia law and order delle “finestre
rotteiizf'-5 “Una delle più significative innovazioni nella recente

Im
(13. Secondo la lvralctvr tr.-v`rralr›tr.=.t' rl: eory - che trovù la sua prima fonnulazione nell`arti-
colo di _I.Q. 't"(lilst1t1, (i.L. Kelling, l3ro.›f:tvr W*'r'rrtlrrttr.t'.' 'l'l;re Pr.u'r't'e aaa' Ntrrglilørrrbtrud .'l}rtji*ty,
"The .ùtlantic Monthly”. 5. 1982, pp. 29-38, e venne poi pienamente codificata nel volume
di GL. Kelling, (ii. M. (ioles, Fr`.¬rr'rrg lirrrlrtrrr ll7"r'rrti'rrrz›.r.~ lEe.rt'r.trr'rtg flrtltrr aaa' Retlrrtvlvg (L`rr'rrre
la flar (.`f.›.~rrrrrrtairr.-ts. Free Press. Netv York 19% - una efficace strategia di prevenzione
del crimine consisterebbe nella repressione di infrazioni minori quali vagabondaggio, ac-
cattonaggio, consumo di alcolici in luogo pubblico, minzione in luogo pttbblico, iscrizio-
ne di graffiti, salto dei tornelli nelle stazioni della metropolitana, atti di vandalismo ecc.,
che a dispetto della loro ridotta pericolosità favorirebbero il diffondersi di reati più seri in
ragione di ttn quasi naturale o meccanico spirito emttlativo e del consegttente e cumulati-
vo degrado delfambiente da esse provocato. Questo assunto ispiro inizialmente l`ap pena
eletto sindaco di Netv York Rudolph Giuliani (nonche la rigida strategia lata anal order
concordata con William _l. Bratton, che nel luglio 1994 egli aveva nominato capo della po-
lizia della città, e che più tardi avrebbe definito Kelling il proprio “tnentore intellettuale”l,
e successivamente tma gran quantità di politiche di ordine pubblico negli Stati Uniti e in
Europa. A dispeuo del stto sttccesso, tuttavia, non esiste ancora alctma prova che la lvrolrerr
a-v`.vtlr.+rt-*.r tbrrrrrjf possieda qualche fondatezza; essa setnb ra pittttosto essersi risolta nell 'atti-
vazione di un sistema supplementare di castighi. Sttlfargomento, cfr. B.E. liarcourt, Neo-
tibtval Pt=aalir_y.' Pr.›lr`rr`c.r aaa' Prat.*rr`t*e.t- r.gfl*'arrr'.rf1rrrt:rrr la tot: Imi. l'trrerat'et.r by Mas.rr`aro Gelar-

46
criminologia È stata la scoperta [.rr'.-1*] che la decadenza delle buo-
ne maniere nel quotidiano È direttamente connessa con la crimi-
nalità. [...] I comportamenti turbolenti che eludono il pubblico
controllo segnalano ai cittadini che la zona non È sicura”.“*' Ma
Giddens omette deliberatamente dalliequazione il lato del casti-
go penale: La terza via non menziona nemmeno una volta la pri-
gione e sorvola sull'inasprimento penale e sul boom carcerario
che hanno regolarmente accompagnato il sistema di deregola-
tiorz economica e di devoluzione del welfare che esso promuove.
Questa omissione È particolarmente sorprendente nel caso del-
la Gran Bretagna, poiche il tasso di carcerazione di Inghilterra e
Galles È balzato dagli 88 detenuti su 100.000 residenti del 1992
ai 142 su 100.000 del 2004 (a dispetto del tasso di criminalità in
diminuzione), con Anthony Blair a presiedere il più vasto incre-
mento della popolazione detenuta nella storia del paese (facen-
do il paio con l'impresa di Clinton, suo co-sponsor della “Terza
via” dall`altra parte dell'Atlantico).
Una simile sottovalutazione della centralità dell"istituzione
penale nel nuovo modello di governo delliinsicurezza sociale si
trova nelle opere di eminenti critici del neoliberalismo. Un ca-
so esemplare È l'estesa rappresentazione dello stato neoliberale
fornita da David Harvey nella sua Brief History of Neoliperal-
rsrrr, che illumina adeguatamente gli insuperabili limiti della tra-
dizionale economia politica della pena. Secondo Harvey, il neo-
liberalismo mira a massimizzare la portata delle transazioni di
mercato attraverso “la deregolamentazione, la privatizzazione e
il ritiro dello stato da molte aree di intervento sociale”. Come
Im
ali, “Cosmopolis”, 2, 2008, pp. 99-101; e Id. , illa.-nor: oƒ(Jrrler.~ Ttlrfrr False Prorrrnte ofßrolrerr
ll/nrtloafs Pr›lr`ctrrg, Harvard University Press, Cambridge (Masa) 2001. [N .d.(i..l
64. A. Giddens, 'live 'l`l.vr`rtl `llt7”ir_y: 'line Reaesaal r.1f.S“ot'ral Derrrocratjy, Poliry Press, Cam-
bridge 1999, pp. lo e 86; trad. La terza ara: rrrarnjfesto per la rrfontlazrrme della sot:r`ala.'e.v;a.›-
crazta, il Saggiatore, Milano 1999, pp. 31-32 e 89 (traduzione modificata). .fà sostegno del-
le politiche di mantenimento dell'-ordine Giddens cita ripetutamente il volume di George
Kelling e fiathe rine Coles Fr'.rr'rrg Brrzlferr ll7r'rrrlrru›.r, il “manuale per la riduzione del crimi-
ne” sponsorizzato dal Manhattan Institute che, come testimt¬miato dalla fervente approva-
zione tli john Dilulio (apostolo della carcerazione di massa e fondatore e direttore del
White l iouse Office of Faith-Based and (iommunity Initiatives sotto (ieorge W. Bushl, di-
mostra che “la tesi delle (inestre rotte È corretta al 100 per cento".

4?
avvenne durante precedenti ere del capitalismo, il compito del
Leviatano È “garantire le condizioni ottimali per una redditizia
accumulazione di capitale da parte degli investitori nazionali e
stranieri”, ma ciò si traduce ora in una espansione dello stato
penale:

Lo stato neoliberale ricorre a leggi coercitive e a tattiche po-


liziesche (per esempio, norme contro i picchettaggi) per di-
sperdere o reprimere le forme collettive di opposizione alle
grandi aziende. Le forme di sorveglianza e di controllo poli-
ziesco si moltiplicano: negli Stati Uniti la carcerazione È dive-
nuta una strategia cruciale dello stato per affrontare i proble-
mi che sorgono tra i lavoratori licenziati e i gruppi emargina-
ti. Le capacità t'oercitit=e dello .rtrufo vengono rafforzate per pro-
teggere gliirrteres.ri delle grarzclz'azr'eritle e, se necessario, repri-
mere il clisseirso. Nulla di tutto ciò sembra coerente con la teo-
ria neoliberalefñ

Dedicando appena qualche menzione alla prigione e nemmeno


una riga al taorkfare, Harvey ricostruisce liascesa del neolibera-
lismo in maniera deplorevolmente incompleta. La sua concezio-
ne del neoliberalismo si rivela sorprendentemente ristretta, in
primo luogo perche egli rimane legato a una nozione repressiva
di potere e non prende in esame la dimensione plurale e pro-
duttiva della pena. Uinterpretazione delle istituzioni penali qua-
li strutture meramente coercitive porta Harvey a ignorare la fun-
zione espressiva nonché le ramificate implicazioni materiali del
diritto e della sua applicazione (quali la produzione di immagi-
ni e categorie pubbliche deputate al controllo, la stimolazione
delle emozioni collettive, liaccentuazione delle frontiere sociali
e liattivazione delle burocrazie statali) che contribuiscono in ma-
niera decisiva al rimodellamento delle relazioni e delle strategie

Im
(15. D. llarvey, rl Brief l'lrstr.›ry of l\le*rrlr'l1t*rali1t*rrr, fìsford University Press, Neu' "ì“t_:›rl-t
2005, pp. 5. ? e 'ii' (corsivo miol; trad. Breve str.=ril-:i tlei irt*r.=li`izeri'.rrrrr,t, il Saggiatore, il-flilatto
2001”. pp. I I, I? e 92 -95 (traduzione motlificatal.

48
sociali. In secondo luogo, Harvey individua foggetto della fun-
zione repressiva dello stato negli avversari politici delle grandi
corporation e nei movimenti dissidenti che sfidano liegemonia
della proprietà privata e del profitto, mentre Partire i poveri mo-
stra che gli obiettivi principali della “penalizzazione” nell'era
postfordista sono stati i segmenti precari del proletariato con-
centrati nei quartieri degradati ed emarginati delle metropoli
polarizzate, i quali, schiacciati dalle pressanti esigenze della so-
pravvivenza quotidiana, non sono né capaci né desiderosi dicon-
testare il dominio socioeconomico delle grandi aziende.“'“"
In terzo luogo, secondo l'autore di Socialjastice and t/Je City 6?
lo stato interviene attraverso la coercizione solo nelle fasi di
collasso dell'ordine neoliberale, ossia per ripristinare le transa-
zioni economiche, respingere le sfide lanciate al capitale e ri-
solvere le crisi sociali. Al contrario, Partire i poveri sostiene che
l'attuale attivismo penale dello stato - che si traduce in bulimia
carceraria negli Stati Uniti e in parossismo poliziesco nell'Eu-
ropa Occidentale - È un tratto ordinario e costante del neoli-
beralismo. In realtà, a richiedere liaggressivo dispiegamento
dei mezzi polizieschi, giudiziari e carcerati nelle regioni infe-
riori dello spazio sociale e fisico non sono le sconfitte del siste-
ma economico, ma i suoi successi. E le repentine svolte law aria'
ortler sono un indice della riaffermazione della sovranità stata-

Im
(its. liarvey elenca quali obiettivi principali della repressione statale l`ls1am radicale e
la (lina sttl fronte esterno e i “ movimenti dissidenti” all"intemo, citando tra qttesti ultimi i
Branch Davidians di Wttcti, i partecipanti ai disortlini di Los tlngeles delfaprile 1991 (sca-
tenati dalfassolttzione dei poliziotti coinvolti nel pestaggio dell`automobilista Rodney
King) e gli auivisti anti-globalizzazione che scossero il G3 di Seattle del 1999 (ivi, p. 981.
Ma si tratta di isolati episodi di repressione e di fiacca mobilitmione contro il potere delle
grandi aziende e l`ingiusLizia dello stato (cite difatti non hanno certo reso necessaria la re-
clusione dietro le sbarre di milioni di individui). [Nel 1993, a Waco in Te:-ras, il Ft-H fece ir-
ruzione nella proprietà del movimento protestante Branch Davidian Seventh Day Adven-
tists al termine di ttn assedio iniziato cinquantuno giorni prima, a fronte della resistenza ar-
mata che i residenti opposero alliesecuzione di un mandato di perquisizione: nel corso del-
foperazione 'il dei seguaci, tra i quali 1? bambini e il capo David Koresh, vennero uccisi
a colpi di arma da htoco o furono arsi dal rogo appiccato con ogni probabilità dai federa-
li, N.d.(i.I
(17. D. Harvey, .h`oci'al jastice aria' tire City, University of Georgia Press, Athens 2009,
nuovaedizione (ed. orig._Iohns l iopkins University Press. Baltimore, Mar.. 19251. lN.d.(l. l

49
le, non della sua debolezza. Harvey nota che “lo stato espone
strati sempre più vasti della popolazione all“impoverimento” e
che “la rete della protezione sociale viene ridotta al minimo in
favore di un sistema che dà grande rilievo alla responsabilità in-
dividuale. L'insuccesso individuale viene generalmente attri-
buito a incapacità personali, e fin troppo spesso È la vittima a
essere biasimata”.i“3 Ma egli non comprende che sono proprio
questi normali disordini, provocati dalla tleregiilatiorr economi-
ca e dalla riduzione del vvelfare, a essere governati dall'azione
congiunta del dilatato apparato penale e del iaorlefare nelle sue
funzioni di sorveglianza. Al contrario, Harvey chiama in causa
l'uomo nero del “complesso dell'industria carceraria” sugge-
rendo che la carcerazione È un importante elemento del modo
capitalista di accumulazione e ricerca del profitto, quando si
tratta invece di uno strumento disciplinare dal quale deriva un
enorme salasso nei forzieri pubblici e uno straordinario freno
all'economia.'i"”
Infine, Harvey intende la spinta neoconservatrice alla coer-
cizione e al ripristino delliordine come una soluzione alla cro-
nica instabilità e agli insuccessi funzionali del neoliberalismo,
mentre io descrivo il moralismo autoritario, e più precisamen-
te la sua attenzione per gli strati più bassi della struttura di clas-
se polarizzata, come art elerrrerito co.rtz'tiiti`t›o tlello stato rreoli-
berale. Cosi come Garland, Harvey - a causa della sua defini-
zione angustamente economica di neoliberalismo, che ne con-
serva Pideologia ma ne tronca la sociologia - può spiegare il
controllo autoritario dei poveri da parte dello stato solo di-
stinguendo in una dicotomia artificiale “neoliberalismo” e

(58. D. Harvey, Breve storia del ireolil2err.rrrrri, cit., p. 91 (traduzione modificata).


69. “La crescita delle attività di sorveglianza e di controllo poliziesco e, nel caso degli
Stati Uniti, fincarcerazione delle componenti recalcitranti della popolazione, indicano una
svolta preoccupante verso un controllo sociale più rigido. Il complesso dell`indtistria car-
ceraria È un settore fiorente (insieme ai servizi di sicurezza personale) dell`economia statti-
nitense” (ivi, p. 188). in Pirmire ipoaeri vediamo che la crescita dell`industria privata della
carcerazione si arresto coriipletariierite con il crack del mercato azionario del 2000 (che È
un fenomeno determinato dall`espansione t.lello stato penale] e che il peso del sistema cor-
rezionale nell`econo|¬nia nazionale È in ogni caso trascurabile.

50
“neoconservatorismo”.lil Per chiarire la svolta paternalista del-
le pratiche penali al volgere del secolo, dunque, noi dobbiamo
evadere dal recinto crimine-pena, ma anche esorcizzare una
volta per tutte il fantasma di Althusser, la cui concezione stru-
mentale del Leviatano e la cui rappresentazione crudamente
dualista degli apparati ideologici e repressivi hanno seriamen-
te danneggiato Pantropologia storica dello stato nell'era neoli-
berale. Seguendo la lezione di Bourdieu, È attraverso l'attento
studio della complessità interna e della ricomposizione dina-
mica del campo burocratico da una parte, e del potere costitu-
tivo delle strutture simboliche delle pratiche penali dall'altra,
che potremo tracciare l'intricato reticolo di mercato e discipli-
na morale che percorre i domini dell'economia, del welfare e
del sistema penale."
Infatti, la diffusione della aleregalatioa economica e il dietro-
front nelle politiche sociali osservati in quasi tutte le democrazie
avanzate - che hanno dismesso il tradizionale sistema di diritti
diffusi e benefici automatici in favore di un approccio selettivo
che promuove Pingresso di operatori privati, futilizzo di incen-
tivi contrattuali e liimposizione di determinati stili di comporta-
mento quale condizione dellierogazione delle prestazioni assi-
stenziali (in maniera da contenere le possibilità di defezione dal
mercato del lavoro) - sono stati accompagnati ovunque dall'am-
pliamento e dal rafforzamento delle strutture, delllattività e del-

T0. Secondo Harvey, il neoconservatorismo È una formazione politica rivale, che “si al-
lontana tlai principi del neoliberalisnui puro” nella stia “preoccttpazione per l`ordine qua-
le risposta al caos degli interessi individttali” e “per una morale esasperata”: esso potrebbe
sostituire lo stato neoliberale perche qttesto È “intrinsecamente instabile” (ivi, p. 97, tra-
duzione modiiicatal. Garland adotta una simile linea argomentativa per risolvere la con-
traddizione empirica tra I`etl'1os libertario della tarda modernità e le tendenze atitoritarie
del neolibe ralisin o: “ Mentre l`agen da neoliberale favorevole alla privatizzazione, alla com-
petizione del mercato e alla riduzione della spesa pub blica ispirava gran parte delle rifor-
me delle agenzie che dietro le quinte amministrano la giustizia penale, È stata la ben diffe-
rente agenda neoconservatrice a disegnare il volto pubblico della politica penale” (D. Gar-
land, La caltara del corri' rrilla, cit., pp. 233-234, traduzione modificata).
71. P. Bourdieu, Retlii'irL¬i'rrg tlvelitate, cit., pp. 15-In; L. Witcqttant,Xyirilarilit'poiaer anti
tivi: riile of tiri: fiiitate' iirilàdity", in l.d. (a ctira di), 'lille à/ly.i¬tei'_v r.J'Mi`iii`.rtij1,', cit.. pp. 133-150;
trad. I1" potere sirrrlirilico nel griaerrrri della "aol:›i`ltii tii .litritri “, in Id. (a cura di), L'a.i'ta:-:ia del
potere. cit., pp, I-15-159.

51
festensione delle burocrazie penali orientate verso festremo in-
feriore dello spettro di classe, etnico e spaziale. Il cosiddetto en-
alrling statefz che all'alba del secolo?-3 domina su entrambe le
sponde dell'Atlantico le politiche pubbliche, favorendo ed
espandendo l'azione delle classi superiori, si trasforma per le
classi inferiori, ossia quelle colpite negativamente dalla ristrut-
turazione delfeconomia e dello stato, in un a'isal:›lr'ng state, in
quanto agisce nei loro confronti recidendone sistematicamente
opportunità sociali e legami sociali- per richiamare le due com-
ponenti delle “chance di vita” secondo la categorizzazione di
Ralph Dahrendorf.“"
Nel suo meticoloso raffronto tra le misure eugeniche degli
an ni venti, i campi di lavoro obbligatorio degli anni trenta e i si-
stemi di zaorkfare degli anni novanta in Inghilterra e in America,
Desmond King ha mostrato che “le politiche sociali illiberali”
che cercano di indirizzare coercitivamente la condotta dei citta-
dini sono “intrinseche alle politiche democratico-liberali” e “ne
riflettono le contraddizioni interne”.P Anche quando trasgredi-
scono gli standard di eguaglianza e libertà personale, questi pro-
grammi vengono perseguiti perché idealmente preziosi per sot-
tolineare e rafforzare i confini di appartenenza in tempi di di-
sordine sociale: essi sono infatti i più agili veicoli della nuova de-
terminazione mostrata dalle Èlite statali nelfaffrontare le peno-
se condizioni delle categorie devianti o reiette e nel mitigare al
contempo il risentimento popolare nei loro confronti, e servono

T2. Nozione chiave nelle concezioni post- o ttntiassistenziali della funzione stattiale e
della cittadinanza, l`espressione enalriing strite (to enable: rendere capace, mettere in con-
dizione di} designa lo stato che tendenzialmente si prefigge di non p restare soccorso o aiti-
to agli individtii. ma piuttosto di accrescerne, potenziarne, espanderne le capacità allo sco-
pri di incrementare la loro autonomia e moltiplicare le loro opportttnità. [N.d.C.l
T3. N. Gilbert, 'lrarisfiirirratiiori sy' toe Welfare .5”tate: 'fire Sileiit .Éiirreririer of Pal›li't'Re-
spriiisiii-ility, fflstford University Press, Neva York 2002; F. lvlerrien, R. Parchet, A. Kernen,
L'État social. Une perspective internatrlonale, Armand Colin, Paris 2004; _I. Handles, $ot'iai
Gitiztvislaip and Ililvrlzfare in tlse Uiriltea' States* and Westerii Earope: Tiri* Paratico: of I ricla-
sion, Cam bridge Ilniversity Press, Neva Ytirk 2004.
“F-4. R. Dah rendorf, Life t'flJarice.t.' /fl,t›,tirririt¬l.i es to .$'ocial ana( Politital 'l`i›er.ny, University
of Chicago Press, Chicago 1931.
75. D. King, In tlie Narne sy” Li`.ÈeralrIi'nr.' llliiheral .åiocial Prility in toe Uiiiietl States anti
Britain, (1:-.zford University Press, NetvYor1< 1999, p. 26.

52
inoltre a diffondere concezioni dellialterità che conferiscono
consistenza materiale alliopposizione simbolica consolidando
cosi l'ordine sociale. Tuttavia, con liavvento del regime neolibe-
rale che governa l'insicurezza sociale coniugando un rigido snork-
fsre con un aggressivo przlrorzfare, non sono semplicemente le po-
litiche dello stato a essere illiberali, ma la ma stessa arcbritertzrra.
L'esame dell'ascesa e del funzionamento delle politiche punitive
sulla povertà nell'Arnerica dopo la dissoluzione dell'ordine for-
dista-keynesiano e liimplosione del ghetto nero rivela che il neo-
liberalismo non esige la contrazione del governo, ma l'erezione
di uno stato cerrtaurn, liberale in alto e paternalista in basso, che
presenta sembianze radicalmente diverse ai due estremi della ge-
rarchia sociale: un viso gentile e generoso a blandire le classi me-
dio-alte, e un cipiglio arcigno e inquietante a scrutare la classe
inferiore.
E importante qui sottolineare che la costruzione del Levia-
tano-Giano liberal-paternalista non ha seguito un piano archi-
tettato da governanti onniscienti: l'efficacia complessiva delle
strategie di contenimento punitivo nelle politiche di regolazio-
ne della marginalità urbana allialba del secolo è una fzmZz'orm-
Erri port hoc nata da una combinazione di scopo politico, ag-
giustamento burocratico e inseguimento del consenso eletto-
rale che si à incrociata con il punto di confluenza di tre traiet-
torie relativamente autonome di politiche pubbliche concer-
nenti il mercato del lavoro dequalificato, l'assistenza pubblica
e la giustizia penale. La complementarità e Finterdipendenza
dei programmi statali in queste tre sfere sono in parte l'esito di
un progetto e in parte proprietà emergenti, e vengono alimen-
tate dalla necessità pratica di affrontare routinariamente pro-
blemi sociali intimamente correlati per via del comune assog-
gettarnento alla filosofia del behaviorismo morale e all'ordine
del pregiudizio etnorazziale - con i (sotto)proletari neri dellii-
perghetto situati nel punto di massimo impatto, laddove si in-
contrano dereg.vlafz`<:m del mercato, riduzione del welfare e po-
tenza di penetrazione del sistema penale. Il risultante sistema
di governo dell'insicurezza sociale non È né un preordinato svi-

55
luppo storico sollecitato da una irresistibile logica sistemica,
né una costellazione organizzativa scevra di contraddizioni, in-
congruenze o lacune. In realtà, il connubio tra workfare e pe-
nitenziario non fa che raddoppiare liirrazionalità, le insuffi-
cienze e gli squilibri che lacerano oggi entrambe le istituzio-
ni.ii° Il rigetto del funzionalismo nella sua espressione più mal-
destra è al contempo il rifiuto di un consolidato modello co-
spirativo del dominio di classe e la rinuncia a quel fallace strut-
turalismo iperdeterminista che tremare z' rzlmlratr' storz'ca;vrerzte
condr1zr'oaatr`de[[e lotte rocr'nZz` ingaggiate nel campo burocrati-
co (tesi a forgiarne perimetro, capacità e scopi) in un fatto ne-
cessario e ineluttabile.
Quali che siano state le modalità delle loro rispettive affer-
mazioni, è indiscutibile che la connessione tra la spilorceria del
welfare e la prodigalità del sistema penale, congiuntesi sotto la
guida del moralismo, ha alterato liaspetto del campo burocrati-
co in maniere profondamente offensive per gli ideali democrati-
ci.ii Poiché i loro sguardi convergono sugli stessi gruppi e terri-
tori emarginati, il potere deterrente del worêfare e la capacità di
neutralizzazione della prigione favoriscono l'emergere di profili
ed esperienze di cittadinanza del tutto peculiari dentro lo spet-
tro etnico e di classe. Essi non solo determinano una violazione
del principio di eguale trattamento da parte dello stato e limita-
no regolarmente le libertà individuali dei diseredati, ma minano
anche il consenso dei governati attraverso liaggressivo dispiega-
mento di programmi obbligatori che istituiscono responsabilità
individuali proprio mentre lo stato divelle i pilastri istituzionali
necessari per adempiervi (con ciò sottraendosi ai propri obbli-
ghi economici e sociali); worlfffare e sistema carcerario incidono
così sulle frazioni precarie del proletariato - dal quale proven-

To. Queste pecche e contraddizioni sono minuziosamente scandagliare da _|. Peck,


l`tÃvršffart1.*ita!es, cit. , e da M. Tonrv, il }'Jr'rrii?r`rr_¦g aifirirrr Crilvre, cit.
7?. Per una delucidazione delle concezioni repubblicane e liberali della democrazia
qui in gioco, cfr. D. lleld, i'\/íriff.-:*¦'.i' rrƒDcnvor.*rarjv, Éitanford llitiversitv Press, Stanfonti (('Ãal.l
Èliün (ed. orig. Polity Press, iiarnbridge 1'-JET); trad. iviria'r*iIi`dr' drtrarrtrrrznr, il Mulino, Bo-
logna i989.

54
gono tanto i beneficiari delle prestazioni assistenziali quanto i
detenuti- il marchio indelebile delliindegnità. In breve, la “pe-
nalizzazione” della povertà frantuma la cittadinanza secondo li-
nee di classe, indebolisce lo spirito civico tra le classi inferiori e
porta a termine il deterioramento dei principi repubblicani. In
conclusione, liinstaurazione del nuovo governo delliinsicurezza
sociale rivela che corrodere la ciezvrocrazzkr È nella natura dei neo-
Zrberalrszvo.

Nel 1831 Alexis de Tocqueville e il suo amico Gustave de Beau-


mont vennero inviati negli Stati Uniti dal re Luigi Filippo per
raccogliere elementi sul sistema penitenziario americano ed
esprimere un giudizio a proposito della sua eventuale riprodu-
zione in Francia. Proprio come sarebbe accaduto con le politi-
che di tolleranza zero negli anni novanta del XX secolo, il siste-
ma carcerario americano aveva catturato fimmaginazione dei
politici dell'Europa occidentale, i quali desideravano trarne in-
dicazioni utili per arginare i disordini legati alliammassarsi del-
liemergente proletariato nelle città in via di industrializzazione.
Fu nel corso di questo viaggio di esplorazione penale che Toc-
queville raccolse i materiali per il suo celebrato volume sulla
D.e;vrocrazt'a nr America. Qui il principale teorico del liberalismo
esprimeva sorpresa di fronte alla mobilità e alla vitalità di una
società caratterizzata dalla “prevalenza della classe borghese",
che - spinta dall'amore per il commercio, liindustria e il consu-
mo - illuminava il futuro della modernità nello scintillio del-
l'ottimismo capitalista. In un passo meno frequentato di quel
diario di viaggio Tocqueville esaltava anche la prigione ameri-
cana come una variante efficiente e benevola del dispotismo,
capace, attraverso la semplice pressione che l'isolamento socia-
le e liangoscia esercitano sui reclusi, di sradicare le inclinazioni
criminali tra le frange insubordinate delle classi povere e al con-
tempo inculcare in esse le sane abitudini al lavoro, alla mode-
stia e al rispetto delle convenzioni morali. Egli rimase positiva-
mente colpito dal fatto che “mentre la società statunitense offre
liesempio della più ampia libertà, le sue prigioni esibiscono lo

55
spettacolo del più assoluto dispotismo“.7“ Circa centosettanta
anni dopo, la ricaduta in quella che Tocqueville aveva ribattez-
zato “monomania del penitenziario” si È combinata con l'ado-
zione del workfare ptmitivo, estendendo cosi la formula del con-
trollo dispotico dalla prigione alla regolazione neoliberale del-
liinsicurezza sociale.

Traduzione dalfinglese di Massimo Geiardi

73. G. de Beatunont, A. de Tocqueville, Cv: to e Pertt'te.vt.iirry .Sf-,trterrr in the Urtƒtcrifirartrr


etici Its I-'lpplimtititt :lv France, University of Sottth Illinois Press, (iarbondale 1964, p. 4?
fed. orig. Carey, Lea ëz Blanchard, Philadelphia 1833]. [ina convincente lettura della di-
scussione del sistema penale all`inte1-no della sociologia politica di Tocqueville è R. Boe-
sche, Hit* Prt`.rr.vr.- iiiioynttutflcft' Mr›a'.c! for Dt*.t*pr›tt'.t'rrr, “The Westem Political Quarteri}f“, 4,
ivan, pp. Sio-:'1t~..3.

56
Stato penale e stato debitore:
Virrìpetìbìle esemplarità del
neoliberalismo americano
JOHN L. CAMPBELL

_ Lo stato neoliberale secondo Wacquant


E molto diffusa, ed È: condivisa dallo stesso Wacquant, la convin-
zione che il declino del modello fordista-keynesiano coincida con
liascesa del neoliberalismo. A metà degli anni settanta la compe-
tizione economica internazionale si allargò, e i prezzi e i mercati
divennero più instabili. Le aziende reagirono perseguendo una
nuova flessibilità attraverso piani di ridimensionamento e un ri-
corso più regolare al lavoro temporaneo, part-time o sottopagato
da procacciarsi perlopiù attraverso programmi di esternalizzazio-
ne della produzione in paesi meno avanzati. Posti sotto pressione,
gli stati puntarono a favorire la competitività delle imprese attra-
verso politiche di riduzione fiscale e provvedimenti normativi te-
si ad attenuare i vincoli sulle attività economico-finanziarie. Que-
sta strategia venne accompagnata da un attacco al zoetffarc .rtale,
cui si imputava di essere cosi perversamente munifico da neutra-
lizzare il timore della disoccupazione ed estinguere il potenziale
produttivo dei lavoratori.
Wacquant sostiene che tali mutamenti provocarono diverse
conseguenze. La prima fu lo sviluppo del workfare neoliberale,
che inaspri i requisiti di accesso ai programmi per liimpiego e re-
strinse volume e durata dei benefici del welfare; ciò negli Stati

Titolo ori ti inale: i"»it'r.›!'r`}Jt=rrt!t'.i'rrrit Ptv.utl'- atm' Dt*É't't.ir .°itatt*.i'.' fl i~itf;'r.v1vdt*r!r.› Loft* liiitcr'f nrnvƒ.
Ringrazio Marc Dis:on,_loht1 Ft. iiall, Deborali King per iloro preziosi commenti a una pre-
cedente stesura di questo saggio.

am nat. sia ano. -u¬~¬-ti 5?


Uniti trovò compiuta espressione nella riforma del welfare vara-
ta dalfamministrazione Clinton nel 1996.' La seconda conse-
guenza fu la rigenerazione dello stato penale, chiamato a conte-
nere gli imprevisti effetti delle nuove politiche sociali: l'inaridi-
mento delle opportunità di lavoro e la contrazione degli aiuti del
welfare fecero infatti della condotta criminale unlalternativa più
attraente, contribuendo cosi a elevare il tasso di carcerazione e a
stimolare Fespansione dello stato penale (nonche a rafforzare il
legame tra welfare sociale e politiche penali). Naturalmente l'o-
biettivo di queste nuove politiche era la classe inferiore, che do-
vette sopportare l'urto della nuova mobilità del lavoro, della di-
soccupazione, della sottoccupazione, della riduzione del welfare
e, di qui, dell'accresciuto coinvolgimento in attività illegali, reso
spesso necessario dall'esigen za di sbarcare il lunario. La terza con-
seguenza si registra al livello culturale, ed È lo sviluppo di una por-
nografia [aw and order: con ciò deve intendersi, secondo Wac-
quant, l'intensificata rappresentazione del funzionamento del si-
stema penale nell'i.ndustria cinematografica e televisiva a scopi di
rammemo razione ritualizzata delle sanzioni connesse alle condotte
illegali. La lezione È che puoi anche trarre profitto dalle attività
criminali, ma prima o poi la lunga mano della legge ti trascinerà
al cospetto della giustizia.
In conclusione, abbiamo assistito a un processo di duplice as-
soggettamento normativo della classe inferiore, realizzato attra-
verso l'attivazione di un connubio tra politiche penali e sociali al
fondo della struttura di classe sempre più polarizzata: si È tratta-
to di una importante innovazione strutturale, particolarmente ra-
pida ed evidente negli Stati Uniti, ma sviluppatasi anche in tutte
le società avanzate che si sono piegate a quella che \)i/'acquant de-
scrive come la pressante spinta a conformarsi al modello ameri-
cano. Di qui egli sostiene che dobbiamo estendere la definizione
di stato neoliberale in maniera che essa comprenda quattro ele-
menti: 1) deregalanorr economica; 2) dismissione, contrazione e ri-

| .
l. Ltr. L. W'at*qt1a|1t, La a'rÂt*t'r,D!r`trtt prr›rltrrrr'ort.- ji`.rt'r.urr.vr.uift er.re.vztirit* tfttifri .tratti irrtoiriiøttrrt-
le {Eii(i9), in questo tascicolo. nota 12. |N.tl.(1.|

58
composizione del welfare; 3) affermazione di un apparato penale
espansivo, intrusivo e aggressivo; 4) sviluppo del tropo culturale
della responsabilità individuale, secondo il quale il corso della tua
vita dipende da te, non dallo stato. Dunque, secondo Wacquant,
e contrariamente a quanto sostenuto dalla retorica neoliberale, noi
abbiamo uno stato centauro, liberale in alto (nei confronti delle
classi superiori e delle classi medie) e paternalista in basso (nei
confronti delle classi inferiori).2
Cosa dire in proposito?

La classe Inferiore e lo stato penale


In primo luogo, la natura dello stato penale È più complessa di
quanto Wacquant riconosca. In termini funzionali, lo stato pena-
le È qualcosa di più di un meccanismo di controllo concepito per
mantenere la pace sociale nelle strade. Esso puo anche essere vi-
sto come una forma emergente di politica occupazionale diretta
alliassorbimento della forza lavoro che altrimenti rimarrebbe inu-
tilizzata. Dopo tutto, la gran parte delle persone che popolano og-
gi le prigioni statunitensi sono uomini giovani, scarsamente istrui-
ti, appartenenti alle classi inferiori, spesso non bianchi, che se non
fossero in carcere ingrosserebbero probabilmente le schiere dei
disoccupati. In effetti, se questi uomini non fossero stati incarce-
tati, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti negli anni novan-
ta sarebbe stato di due punti percentuali più alto di quanto uffi-
cialmente registrato.-* Ciò non significa che si sia pianificato lo svi-
luppo dello stato penale per ridurre il tasso di disoccupazione. Ma
questo È stato uno degli effetti.
Inoltre, lo stato penale riflette la struttura del neoliberalismo in
due modi egualmente importanti. Da una parte, il sistema carce-
rario È stato sempre più pri'vsrz'2:zai'o nella misura in cui ha dero-
gato a parte delle proprie responsabilità affidando un numero cre-
scente di prigionieri al settore della giustizia privata (talora quale

2. Nell`illiisi rare gli effetti delle politiche neoliberali siti gruppi sociali più poven Wac-
qiiant semlira definire la classe in termini di reddito. lo, diuiqiie, farù lo stesso.
3. B. Westeni, K. Beckett, I ioiii ilirrtgirlrirtrrl ls fiat* U..S`. l.mlrrirMrir›(rt*i}' 'libri Point! .`›`_'i-*.i'i'er:v
tir ti Lzibrir MerÃ?t'! lrr_i'!r!ii!i'riir, “i"i|nerican ,Ioiirniii of Sticiiiltigf. 4. W'-J*-J, pp. lilíiii- llioil.

59
deliberata strategia di rivitalizzazione economicalfl Per esempio,
la Corrections Corporation of America (CGA), fondata nel 1983,
oggi possiede e gestisce sul suolo statunitense sessantasei prigioni
che ospitano 75.000 detenuti e impiegano 17.000 addetti? Que-
sto È diventato un affare molto lucroso. Il valore delle azioni del-
la CCA, liazienda leader, si È impennato dagli otto dollari del 1992
ai circa trenta del 2000. Unialtra compagnia che si occupa di ge-
stione delle prigioni, la Wackenhut Corrections Corporation, ha
goduto alla fine degli anni novanta di un tasso medio di profitto
sugli investimenti del 128 per cento ed È stata classificata dalla ri-
vista “Forbes” tra le prime duecento piccole imprese degli Stati
Uniti. Nel 1990 negli Stati Uniti cierano solo cinque prigioni pri-
vate, nelle quali erano reclusi circa 2000 detenuti. Nel 2000 circa
venti aziende private gestivano più di cento prigioni con circa 62.000
detenutifi Tra il 2000 e il 2005 il numero delle carceri private au-
mentò a quattrocentoquindici, e tale incremento rappresentò pres-
soché l'intero volume crescita delle strutture correzionali nel cor-
so del quinquennio. E vero che il numero delle strutture pubbli-
che (1406 nel 2005)? rimane di gran lunga superiore a quello del-
le strutture private. Tuttavia la tendenza alla privatizzazione È evi-
dente. In questo senso il sistema carcerario esemplifica perfetta-
mente lo stato centauro di W/acquant: da una parte, esso sanziona
la classe inferiore, che popola le prigioni; dallialtra, arricchisce la
classe superiore, che le possiede, e dà lavoro alla classe media, che
le gestisce.
Il sistema carcerario riflette anche la tendenza all'oet_roercr`eg
tipica del neoliberalismo. In primo luogo, si registra un alto tasso
di oizitsoercƒrrg di prigionieri tra gli stati. Nel 2007 il Tei-:as De-
partment of Criminal Justice inviò fuori dei propri confini 11.720

l _ _ ¬ _
4. T. lirilmg, Beƒldàvg e prirrie eoiiiriery .ie riirelƒ1reeri'ce, in lvl. lvlauer, Ivi. (_.henej,.f-Lmd
la cura di), lirrrárible Prriri'_rfnrrrerrr_' 'litie ffoilfererei If..`r.ur_reer¬irvir¬e_r of Mess Irrrpriìroriereiir, Neiv
Press, Neiv York 2002, pp. 191-213.
5. (ifr_ il sito della tltla, ehttp:/r'ivvriv.ciirrectionscorp.com:›.
o. K. Silverstein, .›=1iivr=-i*.i'r¬e'_r l~i'ri'reiifr=* Giitlrig, -:http:/f'is¬.iriv_cr¬›i*|:iivaich.org/article_php?icl=
3(i7`>, sito vi-'eli di (iitirpwiilcli, 20119.
7. 1l.S. Department of_liisrice, Iflerr_i:ir_r of .iítere firm' Frelttrril Crirrervroiiel' Frir*i'i'i'i'i'r*_i Eiiilií,
-chiip:r«'ivivi.v_ojp.iisdoj_gov/bis/piilir*asciir'csfciii5.ist::›, 'vi-*iishingiiiii {D.('I.l2i1t)8_

oO
tra detenuti e soggetti a libertà condizionata, ricevendone 6326 da
altri stati.“ Le prigioni stanno inoltre lentamente diventando una
fonte di manodopera a basso reddito perle aziende che decidono
di avvalersi dell'opportunità di appaltare lavoro ai detenuti.“ Fu
nel 1979 che il Congresso approvò iljustice System Improvement
Act, in virtù del quale le aziende private furono libere di assume-
rei detenuti mentre questi scontavano ancora la loro pena. In realtà
i sindacati contestarono questo provvedimento e riuscirono a im-
porre delle condizioni sulle norme attuative, come liallineamento
delle retribuzioni dei detenuti ai salari medi locali (nonché il ri-
conoscimento dei privilegi ordinariamente connessi alla mansio-
ne svolta) e la garanzia scritta che le aziende non avrebbero uti-
lizzato i reclusi per rimpiazzare gli altri lavoratori: e il risultato È
che finora solo un ristretto numero di detenuti È stato assunto da
aziende private. Tuttavia, anche in questo caso, la tendenza È sta-
ta avviata.'“
Eppure, dietro queste osservazioni preliminari si celano tre più
importanti questioni che chiamano in causa la nozione di stato pe-
nale disegnata da Wacquant. In primo luogo, lianalisi di Wacquant
È pesantemente strutturalista. Sembra quasi che il sistema penale
abbia costituito una necessaria risposta istiruzional-funzionale al-
liascesa del neoliberalismo. Ciò però non si concilia con il fatto,
rilevato dallo stesso ll(/acquant, che i tassi di carcerazione degli al-
tri paesi avanzati sono molto più bassi, il che - almeno se assu-
miamo che anche quei paesi hanno ceduto alle pressioni neolibe-
rali evolvendo in iuorkƒere nerer - suggerisce che per compren-
dere il neoliberalismo dobbiamo andare al di là dell'individuazio-
ne dei suoi imperativi strutturali.
In realtà il problema È che la teoria di Wacquant difetta di
analisi politica. Negli Stati Uniti È fin dagli anni sessanta che la
questione criminale viene deliberatamente utilizzata per mobi-
| _
3. Tesas Department ot Crtmtnal_liistice, .5ecce_r_r I lrrriirgb .iiipr*rr.vrioii_, “Anniial Reviei.v“,
2007, -f.http:r'r'iirir¬ii'.rclcj_state.ts.iis/iiiediasvcfiaiiniialrevieiv2007_pdf';›. r"iiisi.in (Tei-t.) 2008.
9. R. Weiss, “Rr=pe!rietiirg" Lriii:-Wege l,lii"rir»l=:_' 'i 'ire Prii'i'ƒii¬e! Ecriiir.›rr.{v raf Prisoii Lei(rorRepri-
eeti'3e!i'riii iii rbt' Pri_r!rire'ri_i'irie! Usi., “Cri mi ritiliigv", 2, 2001, pp. 253-292.
10. RD. :"iil-tii¬ison_ Prrliiiii Lerner.: lift lvlore 'llniir lireeii-:i`ri_r¦ Koons, “Policy Report". Pro-
gressive Policv lnsiitiire, -chttp:/fiifvnv.i1icic.iirgfLilirii1jvr'ill 83 lo:-, Washiiigriin (D_(l_i 2002.

(ti 1
litare gli elettori. Tale strategia fu inaugurata dalla destra degli
stati del Sud, raffinata negli anni di Nixon, ma poi rapidamen-
te adottata anche da molti politici di sinistra; le piattaforme Zero
erzd order, quindi, divennero parte integrante della maggior par-
te delle campagne elettorali molto prima dell'affermarsi del neo-
liberalismo.“ Per esempio, furono ragioni di politica elettorale
a spingere nel 1973 il governatore dello stato di Neiv York Nel-
son Rockefeller a emanare le cosiddette Rockefeller Drug Lavvs,
che inasprivano le condanne per possesso o vendita di stupefa-
centi: tale mossa suscitò liinteresse nazionale e contribuì in mi-
sura decisiva al successivo insediamento di Rockefeller alla vi-
cepresidenza degli Stati Uniti (nonché a un considerevole in-
cremento della popolazione carceraria dello stato di N eiv York). 13
Il punto È che l'evoluzione dello stato penale ha obbedito alla
logica elettorale almeno quanto alle esigenze strutturali del neo-
liberalismo.
Va inoltre ricordato che lo sviluppo dello stato penale fu epi-
sodicamente contrastato da una decisa opposizione politica che
ha riportato qualche importante successo. Tra il 2005 e il 2007 cir-
ca il 24 per cento del totale dei detenuti nelle prigioni federali e
statali (e oltre la metà dei detenuti delle prigioni federali) sconta-
va condanne per reati connessi alliuso di stupefacentiƒi e tra essi
circa il 20 per cento era stato condannato per reati connessi al pos-
sesso e alla vendita di marijuana (e non di droghe pesanti come
eroina e cocaina).“ Il dissenso nei confronti di tali politiche ha
scatenato un movimento nazionale di depenalizzazione della ma-
rijuana per usi ricreativi e medici. A partire dal 1973 dodici stati
e numerose città hanno arten uato le sanzioni per il possesso o l'u-
so di marijuana; particolarmente significative furono le decisioni

11. T.B. Edsall, .ii-f1.D. Edsall, Ciùerir Reec.t.i'rirr_' list* lrripeci' ri/"Rotte, Rights, euri ile:i:e.i' riti
rf1rrierii:*eri Politics, \lif.\*i-'_ Norton, New York 1991.
12. A. Wilson, Rricíatjƒir-¬h'er Drug Lettir lirjiirrriei'i'r.›rr Sheet, Partnership for Responsible
Drug lnformaiion, -::http:Hv.o.vi.v.prdi.tirgr'rticl-darvfacl.l1tinl`:›, New York 2000.
13. W'. Sabol, H. 'lx-'i=:.~ii, Prilrrirreri ie 2(107. in ll.S. Department of justice, Bivreee r.ƒjir_ir-
t'r¬t-*.'i'fe!ilrii'cs. 'fi-'ash ington iD_{'i_) 2008, pp. 21-22.
14. U Department of justice, .“›`riirrr'r:il›rir.if(: of t'.'ri'nvi`riet' _iiisi'i`o:* .S'iri!.r`_ri'r`rs. Washiiigtiiri
iD_i'2.i zoin. p. 444.

62
del parlamento dello stato di New York di escludere la marijuana
dallielenco delle droghe cui liavevano destinata le Rockefeller Drug
Laws (1977) e, poco più tardi, di modificare liintero provvedi-
mento in senso meno restrittivo (1979). Più recentemente, gli elet-
tori del Massachusetts hanno approvato per via referendaria la de-
penalizzazione del possesso di unioncia (o meno)15 di marijuana
o di droghe affini come lihashish o liolio di cannabis: sebbene il
dibattito sulla depenalizzazione sia acceso e difficile, si È trattato
di uniimporrante vittoria, conseguita da un movimento forte e or-
ganizzato. I suoi aderenti. sostengono che la depenalizzazione da
un lato garantirebbe il risparmio dei miliardi di dollari necessari
per fare osservare le leggi che proibiscono il possesso della ma-
rijuana, e dall'altro ridurrebbe più o meno del 7 per cento la po-
polazione carceraria. If'
Non È sorprendente che lo sviluppo dello stato penale abbia
incontrato significative resistenze. Dopo rutto, È il neoliberali-
smo stesso che si trova a essere contestato. Per esempio, le som-
mosse francesi dell'estate del 2006 indussero il governo a ritira-
re le politiche neoliberali del lavoro relative alla categoria dei
neoassunti (e miranti a facilitare il datore di lavoro nelle proce-
dure di assunzione e di licenziamento dei nuovi lavoratori). An-
che altrove vennero bloccati o respinti tentativi di imporre il wel-
fare neoliberale e le riforme del mercato del lavoro, tanto che il
neoliberalismo È riuscito a imporsi solo in un esiguo numero di
paesi del mondo” (su questo punto torneremo in seguito). E per-
fino negli Stati Uniti l`elezione di Barack Obama viene vista in
molti ambienti come un ripudio politico della visione neolibe-
rale. In altre parole, il neoliberalismo non ha nulla di ineluttabi-
le: non esistono imperativi funzionali che ne sollecitino l'ascesa

l _ _ _ _ _ ¬
15. Unoncia equivale a poco meno di trenta grammi. [N_d_(._]
16. _). Ftiistiri, f'le!lÈ1iri›l2i'rrg the ('.`orr_reei:terir¬e:i qf Det¬ri`reiiie!izi'rig Merijiiveiie, The National
Organization for the Reform of ivlarijuana Laws, <http:r'r'norinl_org/indes_cfm?Groiip_
lD=6695:›, W-'asl'1in,f2.ttin (D.('i.) 2005.
17. _I.L_ (iam pbell, .*§i'ei'e_i, poi'i'!i`r:r eed gir.iiivi!i'zeti'rirr_' Wei-' i'risii`!ei'ioiis sti'-il merita', in T. V.
Paul, ('i._l. Ilteiilierri.',_l.!”i_ llall (a ciirii di), 'lilie Neirriri .fiere tiv Qiie.ri'i`oii, Princeton Univer-
sity Press, Princeton (N._l.l 2003, pp. 234-259; lil., lri_i*ii'tiiti'r.vrel' (.'Ãiriiig.-:* end fi7oiløiil'izei'i'riir,
Princeton liniversitv Press, Princeton iN.,i.) 2004.

63
'L

o ne favoriscano il vigore, e non cie alcun motivo per cui do-


vremmo considerare irreversibile la tendenza verso lo stato pe-
nale emersa in alcuni paesi.
La seconda questione che intendo affrontare È l'analisi cul-
turale elaborata da Wacquant a sostegno delle sue argomenta-
zioni. Egli sostiene che il diffondersi della pornografia feto end
order sia una strategia culturale volta a rammentare agli indivi-
dui che, se infrangeranno la legge, prima o poi verranno con-
dotti di fronte alla giustizia. A provarlo sarebbe la proliferazio-
ne di serie tv e film ad ambientazione poliziesco-criminale. Ma
qual È la causa di tale proliferazione, ammesso che davvero di
ciò si tratti? Innanzitutto va rilevato che liesposizione degli sp et-
tatori cinematografici e televisivi a esplicite rappresentazioni di
condanna del crimine ha avuto inizio alcuni decenni prima del-
l'avvento del neoliberalismo. Ricordo i vecchi film di gangster
degli anni trenta e quaranta conjames Cagney e Edward G. Ro-
binson. E serie televisive degli anni cinquanta, sessanta e primi
settanta (come Dregrier, Meerziz, Gli' lrrtot.*ceoi7t' e Hewet Sene-
dre Ci'rreee Zero) piene di messaggi morali tesi a ramrnentarci
che i trasgressori della legge sono canaglie destinate a essere cat-
turate e punite. E i film western dello stesso periodo, nei quali
rapinatori di banche, assassini, ladri di bestiame e di cavalli era-
no quasi sempre arrestati o uccisi dai tutori dell'ordine. Qual È
dunque la novità?
Ma anche ammettendo di trovarci di fronte all`imponente svi-
luppo di una sorta di cultura mediatica [ero eee( order, dovrem-
mo per questo scorgervi i contorni di una strategia neoliberale
che ammonisce la classe inferiore a comportarsi rettamente? O
dovremmo piuttosto limitarci a registrare il moltiplicarsi delle op-
zioni produttive presenti sul mercato mediale? A partire dalla fi-
ne degli anni settanta abbiamo assistito all'affermarsi della tv via
cavo e satellitare (e alla conseguente esplosione del numero di ca-
nali in cerca di programmi per i propri palinsesti). Negli anni cin-
quanta e sessanta gli americani potevano scegliere fra tre network
e (forse) qualche emittente locale. Nel 1995 circa due terzi delle
famiglie avevano sottoscritto un abbonamento alla tv via cavo

64
comprendente fra i trenta ei cinquanta canali. 'ii Inoltre abbiamo
assistito alla diffusione dei video VHS prima e dei DVD poi, cosi
come alla produzione di un numero crescente di bíoci(2i:›ei'ter irro-
oier. E quando l'Europa e altri mercati internazionali hanno al-
largato la propria apertura ai prodotti televisivi e cinematografi-
ci americani, Hollywood ha intensificato le risorse investite sui
film d'azi-one convenzionali (compresi i polizieschi), che di nor-
ma non impiegano dialoghi troppo sofisticati e dunque non ri-
schiano di andare incontro a problemi di traduzione sui mercati
stranieri. 19 Si potrebbe quindi sostenere che la proliferazione del-
la pornografia [ere end order risponda alla domanda del mercato
piuttosto che al_l'esigenza di controllare la condotta della classe
inferiore.
Inoltre, Wacquant non fornisce alcuna informazione sull'effet-
tiva identità dei consumatori di questo genere di programmi. Il
mio sospetto È che a guardare la pornografia [ero end order non sia
soltanto la classe inferiore. E anche se liintento di questi programmi
fosse quello di mettere in guardia gli individui dai rischi connessi
alle attività criminali, non sono certo che tale messaggio abbia buon
esito. Da una parte la linea che separa i buoni dai cattivi, cosi lim-
pida nei film e nelle serie tv degli anni cinquanta e primi sessanta,
si È fatta da tempo meno netta, e ciò ha reso più ambigui i mes-
saggi morali: il Dirty Herry di Clint Eastwood, per esempio, era
un ispettore di polizia che infrangeva la legge.2“ Dallialtra parte,
alcune forme culturali odierne esaltano il crimine. Prendiamo il

13. S. Srrover, United ._'§te.ie_r_' (leider ilirirJei'_i'i'riri, The Museum ot Broadcmi Communica-
tions, ehttp:iiiif¬ir¬.v.iniiseiim.tviarchivesietvil lihtmllliunitedstatesciunitedsratesc.htm¬_:›,
Zllflfl.
19. lV1.P_ iillen, A.E_ Lin colti, Cizificei Dinrrirritre end the Cui-fiorai Corisetv'e!iriri ofArrieri-
ceri Fiirrir, “Social Forces", 3. 2004, pp. 871-894.
20. Com`È noto, Dirty I-Jerry (in italiano l_ipeifiore (fefiivgbeii, ii cern Scorpio e reo), diret-
to da Don Siegel nel 1971, È il primo dei cinque film (disseminati lungo qumi due decennil
nei quali Clint Eastwood ha interpretato il ruolo dello sbrigativo ispettore della polizia di San
Francisco Harry Callahan (senza la “g” inserita dalla traduzione italiana). Sarebbero seguiti
Megiiiirri For.-:e (diretto da Ted Post nel 1973, in italiano Uiie 44 Megriiirri peri'i`spr=rrort* Cei-
iegiieitl, 'liti' Eri,frirr:tv (_lames Fargo, 1976, Cicir.i di [J-i'r.v.vi;›r.i, i'_r_.aei'i'r.+re Ceiiegfieiil. .fiidtitvi Inv-
,i1eri' (lo stesso Easrwoo-ri. 1983. (}'iireggi`ri___ femierrirririzzerttl, 'l `£'›eDeed Poni (Biiddy Vari l iorn,
1983, Xcrirrirrittiirt con ie rivorƒel. |_N.tl.( 1. I

65
genere culturale gerfgste, e la popolarità di talune sue espressioni
(la rap music, i videogiochi ecc.). Esso emerse nei primi anni ot-
tanta causando profondo sconcerto nella classe media (tanto di
destra quanto di sinistra), che lo accusava di magnificare la vio-
lenza, gli stupri, le gang di strada, le sparatorie in automobile, l'u-
tilizzo di droghe: cioÈ proprio i comportamenti che la pornogra-
fia law end order si incaricherebbe di avversare_ Insomma, men-
tre la pornografia Zero end order si presta a molteplici interpreta-
zioni, oggi esiste un genere anti-Zero and order che spinge nella di-
rezione opposta.
La terza questione che suscita in me un particolare interesse ha
a che fare con l'apparato militare. Se noi vogliamo studiare il si-
stema penale quale appendice dello stato neoliberale, allora do-
vremmo includere nella nostra analisi anche le forze armate, in
quanto esse concorrono a governare gli effetti del diradarsi delle
opportunità lavorativeil Gli Stati Uniti sono passati a un sistema
di arruolamento su base esclusivamente volontaria poco dopo la
fine della guerra del Vietnam, vale a dire nello stesso periodo in
cui il regime neoliberale iniziò ad affermarsi, e il mercato del la-
voro a restringersi. Dalla fine della leva obbligatoria le forze ar-
mate hanno investito con decisione nei programmi di reclutamento
rivolti agli individui appartenenti alle classi inferiori, ai quali pro-
mettono finanziamenti per il college (di cui godere alla fine del
servizio prestato) e corsi di addestramento professionale diretti ad
accrescere le opportunità di impiego nel momento in cui essi fa-
ranno ritorno al mercato del lavoro civile. Diverse ricerche indi-
cano che questi incentivi hanno avuto un effetto positivo sui trend
di reclutamento?

-I 1 r - 1 1 1 1 1 1. 1. -

21. E possibile tracciare im parallelo sociologico tra le prigioni e le srnirtiire militari. En-
trambe appartengono al novero di quelle “istituzioni totali" - secondo la definizione di E.
Goffman, fflsyiiiors: Esre_y_i oo rf1e.S`ociei .5`i'rrieii'r.irr of llrleritei Perierir_r eiid Oiiner' Irroreres, Pen-
gitin, New York 1961; trad. A,i*_iiirirri_r_ Le i_rri'tio;i`r.vri' toteii: i riierzziriiš-.'ri.fi` deZi'erci'r.oir.vre e deiie
oioiovze. Einaudi. Torino 2003 (ed. orig. 1968) - che esercitano un controllo radicale sui pro-
pri ospiti, sotroponendoli spesso a severi program mi di risocializzazione miranti a reindiriz-
zanre la condotta secondo modalità socialmente più accettabili.
22. _l.M. Polich, R. Ferniin dez, B. Urvis, Ei-riùsrrrirtiit E.)'ƒt*r'is rif Mi`iù.'er_if Ediirzifiorrei Bove-
ƒii.'_r.~ Reed i`*«ioi'e. si-1783-ii-11-'-ari., Rand (iorporation, Santa Monica l(Ial_l 1982.

66
Tuttavia, ciò che È particolarmente interessante È che la qualità
delle reclute È migliorata quando le politiche neoliberali hanno
proceduto in maniera più spedita. Le forze armate definiscono re-
clute “scelte” coloro che possiedono un diploma di scuola supe-
riore secondaria (o equivalente) e che si classificano nella metà su-
periore delle graduatorie de1l'Armed Forces Qualification Test.
Tra il 1976 e il 1992 le reclute “scelte” sono sensibilmente au-
mentate in ogni branca delle forze armate (nelliesercito, per esem-
pio, sono passate da circa il 20 per cento a circa il 75 per cento).
Secondo il Dipartimento della difesa i più sensibili tassi di incre-
mento nel numero di reclute “scelte” si registrano in corrispon-
denza dei periodi di aumento della disoccu pazione giovanileii' Ciò
suggerisce che quando diminuisce la domanda di lavoro relativa-
mente dequalificaro e a basso reddito, cresce il numero degli in-
dividui che si rivolgono alliapparato militare. In altre parole, non
solo il sistema penale ma anche le forze armate assolvono una fun-
zione sempre più importante nel controllo del lavoro eccedente
generato dall`ascesa del neoliberalismo. In questo senso il sistema
penale e il sistema militare sono le due facce della stessa medaglia.
Con questo io non sostengo che liapparato militare sia stato in-
tenzionalmente (ri)progettato per far fronte alle conseguenze so-
ciali delle politiche neoliberali, né che esso sia una componente
funzionalmente necessaria del programma neoliberale. Allo stes-
so modo dello stato penale, il sistema militare svolge un ruolo es-
senziale tanto nel contenimento dei rischi della disoccupazione
quanto nel disciplinainen to della classe inferiore, ma non per que-
sto dovremmo sostenere che esso È animato da una necessità strut-
turale o da un piano cospirativo_

La classe media e lo stato debitore


Wacquant limita la propria analisi dello stato neoliberale agli ef-
fetti che esso produce sulla classe inferiore. Ma che dire della clas-
se media? Commetteremmo un errore se dessimo per scontato che
Im
23. 11.5. Department of Defense, /lr.i.irie Ctireportt*rir Erili.rit'd fippiiiruiiis true' f1rr'e_r_iioo_i,
ilffice of the llndersecretary of Defense, -chttp:iiwv.ni'.rlefeiiseliiik_inilr'prhtiiiieipoprep
21)(14/'enlisiei.l_accessioosr'ediicarioo.ht.ml:›, Wiishingtiin lD.( I.) 2009. figiira 2.8.

67
la classe media tragga beneficio dalle politiche neoliberali (come la
classe più elevata), ovvero se sottovalutassimo il fatto che alcuni
importanti mutamenti nella struttura dello stato sono stati deter-
minati dalliin tento di controllare la condotta dei membri della clas-
se media.
Com'È noto, la stagnazione dei redditi in corso dagli anni set-
tanta colpisce tanto la classe inferiore quanto la classe media. Dal
1947 al 1973 il tasso di crescita medio annuale del reddito media-
no delle famiglie statunitensi, tenuto conto dell'inflazione, È stato
del 2,8 per centoii In seguito, però, esso ha subito un notevole
rallentamento. Dal 1973 al 1979 È stato dell'1 per cento; dal 1979
al 1989 dello 0,6 per cento; e dal 1989 al 2000 dello 0,9 per cento
(sebbene dal 1995 al 2000 sia stato del 2,3 per cento). Ma dal 2000
al 2003 il reddito mediano È direiriozi'o a un tasso medio annuale
dello 0,9 per cento.2i Questa lunga congiuntura ha reso sempre
più ardua la difesa del tenore di vita di cui aveva goduto la gene-
razione precedente, e ha provocato liaumento del numero medio
di lavoratori alliinterno di una famiglia. La percentuale delle fa-
miglie bigenitoriali di classe media con più di un percettore di red-
dito si È quindi impennata: in particolare, se nel 1949 esse com-
prendevano una moglie lavoratrice nel 20 per cento dei casi, que-
sta percentuale ha raggiunto il 68 per cento nel 1996.2* E dal 1979
al 2000 l'insieme delle ore di lavoro di mariti e mogli del quintile
mediano nella struttura di distribuzione del reddito È aumentato
di oltre il 18 per cento?? Negli anni novanta il reddito di molti nu-
clei familiari della classe media sarebbe cresciuto molto più len-
tamente se non fosse stato sorretto dalliaccresciuto contributo del-
Im
24. Il reddito mediano È la soglia reddituale che divide i_n dite segmenti muali (metà su-
periore e metà inferiore) una detenninata stnittiira distributiva di reddito (individuata in ra-
gione di varialriili differenti: classi di soggetti, regioni spaziali, archi temporali ecc.)_ L`arten-
dibilità del reddito med.iano rispetto ad altri indicatori (quali, per esempio, il reddito medio)
dipende dalla natura centripeta della sua composizione, ossia dalla stia aitinidùie a contene-
re liincidenza dei dati statisticamente più anomali (verso l`alto o verso il basso). [N_d_C_]
25. L. l9lishel._l. Bernstein, S. iillegrettti, 'li-lit*.'›`rere of llf"iirir't'iig floierit:e. .?t'l0-ir'2iJii5, Cor-
nell University Press, lthaca l,N.Y.l 2005, p. 42.
26. F. Levy, 'lille ."*¬leio Doiieri' end Dreer.v_r_' .flreerirriri liicovets end Eo.+or_›.vvir' (.ii1eiigt=, Rus-
sell Sage Foundation, New Yrirl-c 1998, cap. 2.
27. L. Mishel,_|_ Bemsteio, 8. iillegretto, 'l7ir*.S`tert'*of1ií1.ir›ùi'ii_g .i4rr.›r=rir:e. cit.. p. 102.

68
le mogli lavoratrici, e in non pochi casi esso sarebbe diminuito.
Tutto ciò ha contribuito alliaumento delliineguaglianza dei reddi-
ti che si registra negli Stati Uniti a partire dagli anni settanta.2“
Le ragioni di questi mutamenti nella crescita del reddito, nella
partecipazione alla forza lavoro e nelliineguaglianza dei redditi so-
no complesse e non devono interessarci in questa sede.2°' Cio che
conta è il modo in cui le famiglie della classe media hanno prova-
to a gestire questa situazione, e cioè indebitandosi. Lfesposizione
debitoria dei nuclei familiari è salita dall'80 per cento del reddito
disponibile nel 1986 al 140 per cento nel 2007. Questo incremen-
to È: stato determinato in gran parte dall'aumento dei mutui ipo-
tecari, ma anche i prestiti finalizzati ad altri scopi hanno inciso in
maniera significativa: nel complesso, secondo gli osservatori, la
crescita del debito è stata provocata dalla necessità di compensa-
re la diminuzione media dei redditi reali. A ciò ha fatto riscontro,
non sorprendentemente, un decremento nei risparmi delle fami-
glie: la percentuale dei risparmi netti delle famiglie sul reddito na-
zionale lordo è diminuita dallill per cento del 1974 all'1 per cen-
to del 2003.i“ Fin qui abbiamo fatto riferimento a cifre aggregate,
relative all'insieme di tutte le classi. Ma il peso di questi rivolgi-
menti economici è gravato in misura sproporzionata sulla classe
media. Per esempio, tra il 1992 e il 2001 le famiglie con reddito
tra 40.000 e 90.000 dollari hanno pagato il servizio del debito più
altoi' (in termini percentuali ris petto al reddito familiare) e carat-
terizzato dalla crescita più rapida. E ovvio che furono le famiglie
con reddito inferiore a dover ricorrere in maggior misura a paga-
menti dilazionati, e che nel loro caso - un servizio del debito che
Im
28. L. Keister, Gerrrivg Riríi.' Ar.-verso: 's Ness Rri;¬i':› and Horn Tbej_v Got Tiiei W::_v, Carn-
bridge University Press, New York 2005, p. 17; L. Mishel. _]. Bernstein. S. Allegretto. Use
.Entre of llü"or›i::`r:_g .fflrrrerr'or_. 1998.31999, Cornell University Press, Ithaca (N.\'.l 1999. tavola
1.6.
29. Sulliargomento. cfr. S. Danziger, P. Gottschall-t, f'-1rrrerr`ce Uritvfrori', Harvard Univer-
sity Press, Carnbridge (i'v1as.s.} 1995:, F. Levy, 'I ifse Nere Driííerr moi' Drevisvs, cit.
30. The Economist, Wfaerr Frlrnvsfe Frriir.-¬::et1.' A fiipeoi-::!' Rt=-por: on :be Wiirfd Etr.›m.v::_v, 11
ottobre 2008; l{.T. Leicht, S.T. Fitzgerald, Pri.i'£r'ira'iv.rfriit! Peesrm.›!.r.- Tiie' Hr'.e.rr'nn f.›fi'vlr'¢1.'rzUr=-
(iù:-;.r Priisperrry. Wtirth, Netv York 2007.
3 I. Il servizio del tlebito È- l`ammontare dei pagamenti dovuti per interessi, provvigioni
e quote di restituzione dei capitale in conformità a un contratto di finanziamento. [N.d.('L.l

69
ammonta al 40 per cento o più del reddito familiare - l'esposizio-
ne debitoria determina uniesistenza di durissime privazioni. Ma
nemmeno le famiglie della classe media furono al riparo dalle nuo-
ve avversità.i2
Ma come poterono le famiglie americane prendere in prestito
tanto denaro, se - alla luce delliincertezza dei loro introiti e del
dissolversi dei loro risparmi - la loro capacità di rifondere quel
debito sembrava destinata in partenza ad affievolirsi ulterior-
mente? La risposta sta nelliinedita opportunità di accedere a cre-
diti a buon mercato, effetto congiunto di cinque differenti poli-
tiche governative.
La prima di queste fu la deregolamentazione del settore ban-
cario che ebbe inizio nei primi anni ottanta: alle banche che ave-
vano sede in uno stato fu permesso di aprire nuove filiali in altri
stati senza richiedere l'esplicita autorizzazione delle autorità loca-
li. Cio diede alle banche liopportunità di trasferirsi negli stati che
consentivano di applicare tassi di interesse più elevati, e scateno
una competizione tra gli stati stessi, i quali pur di attrarre o di non
farsi sfuggire rilevanti flussi di capitali giunsero ad allentare le lo-
ro leggi sull'usura. La concessione di prestiti divenne uniattivitå
più redditizia e le banche offrirono sempre più credito, spesso se-
condo nuove e più rischiose modalità (per esempio il rilascio di
carte di credito agli studenti dei college).ii
La seconda delle politiche governative che favorirono liacces-
so al credito fu la modifica della disciplina obbligazionaria, che
ebbe come conseguenza l'apertura di nuovi mercati del credito.
Nel corso degli anni novanta, promosso dalle norme emanate nel
decennio precedente dalla U.S. Securities and Exchange Com-
mission (SEC),i"* si sviluppò il mercato delle erre!-becÃ=:ed reca rzbier

l . _ .. .
32. L. M.tshel,_I. Bernstein, S. Allegretto, l }Je.St'are of Wfbrèzìrg ffisverri.vr, 200-U20t}_5, cit.,
pp. 301-3l.'17.
33. KT. Leicht, S.T. Fitzgerald, Pr:.rrr`frf1'rr_t'trr`r.tt' Pea_uavn'.r, cit., cap. 4.
3-I. istituita nel 1934 in seguito al l1i*itH.iirrer*r fi'ra.r!:› di cinque anni prima, la SEE e l`a-
genzia governativa statunitense che regolamenta il mercato :flionario e obbligazionario e ha
il potere di perseguire_ in sede civile i responsabili (individui o compagnie) di infrazioni tlel-
le normative vigenti. E composta da cinque com missa ri di nomina presidenziale lstrggetttt a
ratifica del Senato). equilibrata in senso brprtrr:`.rarr (non più tli tre membri ptrsstr|1t'rrtpprti1r_-L

70
(ABS). Le ABS consistono nelllimpacchettamento, sottoscrizione e
cessione di prestiti (mutui, debiti associati a carte di credito, de-
biti contratti per motivi di studio o per liacquisto di beni mobili
come le auto ecc.) e altri crediti in forma di obbligazioni. Circa il
70 per cento di questo mercato, che nel 2002 era costituito da ti-
toli del valore complessivo di 6600 miliardi di dollari, comprende
titoli ipotecari emessi principalmente da società garantite dallo sta-
to, tra le quali in primo luogo Fannie Mae e Freddie Mac (prima
che esse venissero rilevate dal governo nel 2008). Della parte re-
stante, una frazione cospicua riguarda debiti associati a carte di cre-
dito, la cui cartolarizzazione attraverso le ABS fii inaugurata a metà
anni ottanta dalla Banc One Corporation e gettò le fondamenta
per quello che è oggi un mercato dal volume di 400 miliardi di
dollari. Lo sviluppo dei mercati delle ABS contribuì in maniera di-
retta all'esplosione del debito al consumo registratasi negli Stati
Uniti. Nel momento in cui gli operatori finanziari ebbero la pos-
sibilità di acquistare e vendere pacchetti di obbligazioni a condi-
zioni particolarmente redditizie, la concessione di mutui e presti-
ti divenne urfattività più allettante: le società finanziarie presero
cosi a offrire ai propri clienti più credito di quanto questi ne ri-
chiedevano - e, soprattutto, più di quanto essi erano capaci di so-
stenerne - e poi a negoziarne con ogni mezzo il rinnovo (per esem-
pio, offrendo bassi tassi di interesse per il primo o i primi due an-
ni di contratto, esca alla quale i consumatori abboccavano intra-
vedendo nei prestiti un puntello per i loro incerti guadagni e i lo-
ro vacillanti risparmi). Tra il 1989 e il 2001 il debito da carte di
credito raddoppio da 4000 a 8000 dollari per famiglia.-il
In terzo luogo, una volta che il mercato delle ABS iniziò a fiori-
re, il governo decise di non regolamentarlo. Le ABS sono derivati
finanziari, ossia strtunenti finanziari il cui valore deriva dal valore
di qualcosialtro. Il valore dei derivati, per esempio un pacchetto
di mutui, è derivato dal valore presunto del gruppo di obbliga-
zioni che lo costituiscono. La crescente complessità di utilizzo di
Ii
nere allo stesso parlltoi e modificata annualmente per ttn quinto (il 5 giugno di ogni anno
scade il mandato di uno dei cinque commissari). |N.t|.(i.|
35. K.T. Leicht. S.T. Fitzgerald. Pri.-.¬rr'rrdrr.rrrr'ei i*'ee.uurr.r. cit., cap. 5.

71
questi strumenti fece progressivamente comprendere il rischio a
essi connesso, ma al tempo stesso ne rese difficile la valutazione:
fu per questo che nel 2003 il finanziere multimiliardario Warren
Buffett definì i derivati “ armi finanziarie di distruzione di massa",
e fu per questo che qualcuno invocö una più rigida regolamenta-
zione del mercato delle ABS. Alla fine degli anni novanta il presi-
dente della Commodities Futures Trading Comntissionii' propo-
se di esigere dalle banche che emettevano ABS llaccantonarnento
di riserve di liquidi che coprissero le perdite derivanti da un even-
tuale moltiplicarsi di inadempimenti dei mutui da esse impac-
chettati, acquistati e venduti. Ciò avrebbe smorzato fentusiasta
disponibilità delle finanziarie a concedere crediti, perché esse sa-
rebbero state costrette in molti casi a ingenti ricapitalizzazioni. La
proposta finì pero nel nulla a causa della decisa opposizione del
presidente del Federal Reserve Board" Alan Greenspan, del pre-
sidente della SEC Arthur Leavitt e del ministro del Tesoro Robert
Rubin, ognuno di essi preoccupato che unleccessiva regolamen-
tazione avrebbe compromesso llefficienza che essi credevano di
riconoscere in questi nuovi, eccitanti e sempre più lucrosi merca-
ti.i3 Alla fine, al crepuscolo delliarnministrazione Clinton, il Con-
gresso approvò il Commodity Futures Modernization Act, che sot-
trasse ufficialmente i derivati alla vigilanza del governo ed esclu-

3o. istituita nel I9?2, la t'1FTt2 e fagenzia governativa stattmitense che regolamenta il mer-
cato dei jirtrrna' (contratti standardizzati a termine con i quali le parti si impegnano a scam-
biarsi alla scadenza prestabilita determinate merci efo attività finanziarie ovvero - nel caso
deifirƒrrrer su indici - a liquidarsi delle somme di denaro calcolate sulla base della differen-
za tra il valore che l`indice concordato possiede in sede di stipula del contratto e il valore da
esso assunto alla scadenza] e ha il potere di persegttire in sede civile i responsabili [individui
o compagnie) di infrazioni delle normative vigenti. Le modalità della sua composizione e la
cadenza del sno ricambio sono identiche a quelle della SEC (cfr. r.-apre, nota 3-ll. [l\l.d.C.]
37. ll Federal Reserve Board È il consiglio direttivo del Federal Reserve System (comu-
nemente Federal Resenre e di qui Fed), ossia la banca centrale degli Stati Uniti (istituita nel
1913 l, che stabilisce la politica monetaria nazionale e vigila sulla stabilità del sistema banca-
rio e finanziario. ll Board È composto da sette membri di nomina presidenziale (soggetta a
ratifica del Senato) dei quali non più di due possono provenire dallo stesso Federal Reserve
District (dei dodici a estensione macroregionale di cui si compone la struttura della Fed). e
il cui mandato puo raggiungere i quattordici anni (con scadenza comunque fissata il 31 gen-
naio di un anno pari): il suo attuale presidente (ntuninato nel Zilüf-'› e confermato lo scorso
anno da llbama fino al 2014) e Ben Bernanke. |:N.d.(i.|
38. R. Wade, F.r1varrrrir!Rr=gr`rrrt* (..`nartgt*.?, "New Left Review". '53. 2008. p. 14.

22
se dai poteri di regolamentazione della SEC mcuni tipi di credit de-
fault swapsfg ossia obbligazioni del mercato ABS che proteggono
i mutuanti dalfeventualità di inadempimento dei mutuatari. Se i
potenziali acquirenti di ABS non avessero potuto contare sulla fa-
coltà di esigere onerose protezioni assicurative, ben difficilmente
se ne sarebbero sobbarcati il rischio, cosicché la decisione di non
disciplinare i credit default .twapr ebbe l'effetto di stirnolarne l'e-
missione da parte delle società e dunque di contribuire all'ulte-
riore crescita del mercato delle ABS. Il concorso di questi fattori
ha determinato il costante aumento della disponibilità di flussi di
credito per la classe media.
Il quarto indirizzo di politica economica che facilitò l'accesso
al credito fu la compressione dei tassi di interesse da parte del Fe-
deral Reserve Board alliindomani del crollo sul mercato azionario
delle società dot-cotvr (2001) e della successiva recessione: per via
di tale strategia - realizzata attraverso il contenimento all'1 per
cento del tasso di interesse sui fondi federali,'“-l difeso per un an-
no, prima di un timidissimo ripensamento - i constunatori desi-
derosi di mantenere il proprio tenore di vita ebbero llopportunità
di acquistare credito a un costo sensibilmente basso. Cio fu parti-
colarmente evidente sul mercato intmobiliare, che inizio a offrire
mutui a bassissimi tassi di interesse. Se si considera la combina-
zione con mutui anomali come i .t*tt/øprtirre rrror!gage.t - così defi-
niti perché il tasso di interesse (variabile) che essi proponevano
per i primi anni era spesso prossimo allo zero““ - si può dire che
il governo incoraggio di fatto le famiglie a contrarre più debiti.

39. Nella categoria degli .ruvtp.t - derivati finanziari consistenti in contratti di scambio tra
flussi finanziari (per esempio interessi su capitali di riferimento, pagamenti in valute etero-
genee predeterrninate. pagamenti indicizzati al valore di una crrtrrrrrrlrfrijtf fissata, ecc.) da ver-
sarsi a cadenza periodica o a scadenza prestabilita - i o*ecfr`t.' default su-ztpr sono contratti di
assicurazione che prevedono il versamento di un premio periodico in cambio di tm paga-
motto da riscuotere nel caso di fallimento di un'azienda di riferimento. [N.d.C.I
40. Il jeder-afflitrrtrit rate e il tasso di interesse che il Federal Reserve Board applica stti pre-
stiti interbancari (salvo successive transazioni tra gli istituti interessati) cui le banche devono
ricorrere nel momento in cui le proprie riserve presso il Federal Reserve System decrescono
al di sotto della soglia imposta dalla legge e dunque necessitano di integrazione. [N.d.('l.J
41. I rrrf›prrrnr› .›.vt.›rtgagr*.t devono la loro definizione al fatto di essere nuuui ipotecari "se-
condari" irtrhprnrrrtl. ossia di qualità inferiore o imperfetta ii] temiine tuttavia e proprio del-

73
Infine, il quinto fattore che provocò il dilagare del credito fu il
proliferare dei r.›zbprt`f:tre fzzortgager registratosi dopo il 2004 qua-
le effetto delfaccresciuta attività su questo mercato dei due giganti
del settore, Fannie Mae e Freddie Mac (società garantite dallo sta-
to). La strategia di investimento di Fannie e Freddie - conseguenza
della pressione politica di Washington, che intendeva espandere
il finanziamento del segmento di mercato immobiliare accessibi-
le alla classe media - incentivo a sua volta il volume dei prestiti, in
quanto le finanziarie compresero di aver trovato compratori sem-
pre disposti ad accollarsi i titoli dei quali esse avessero eventual-
mente voluto disfarsi. Tutto ciò, combinandosi con la politica dei
bassi tassi di interesse perseguita dalla Fed, contribuì prima al
boom del mercato immobiliare, poi all'aumento del valore degli
Im
la categoria generale dei prestiti l.rrt!vprt'rrrt* .(t.trtrr.r|, ivi inclusi i finanziamenti associati al rila-
scio di carte di credito o all`acquisto di beni di consumo). Essi si rivolgono agli individui che
si vedono sbarrato l`accesso al canale convenzionale dei priore rrrortgager perche hanno alle
spalle un incerto curriculum creditizio ibancarotte, insolvenze. morosità) e/o percepiscono
tm reddito troppo basso (normalmente non viene erogato tm prestito la cui rata di rimborso
gravi per oltre il 45 per cento sul reddito di riferimento) et'o forniscono garanfie troppo esi-
gue a sostegno della loro liquidità: essi raggiungono insomma un punteggio di credito (rcore
rreafitt: in una scala da 300 a 850 la soglia minima alla quale si associa una probabile solvibi-
lità È ti-20 circa) che li qualifica come incapaci in via prestuuiva di soddisfare le condizioni
standard del mercato primario dei mutui (la dicotomia prt'rrrr*/frtrbprtirrrrt distingue dtmque tan-
to le strutture dei sistemi creditizi quanto i profili creditizi dei rispettivi mutuatari standardl.
Il mercato dei .trtt'1prt`rrre rrrr.›r!gage.t (non a caso definiti anche recrtrtd-r'}Jartr'e rrrnrrgagerl com-
porta più sfavorevoli condizioni di ammortamento, volte apptuuo a compensare il rischio ac-
cettato dal nuuuante nel concedere un credito a un nuttuatario non pienamente affidabile:
esse consistono normalmente in alti oneri accessori, cospicue penalità nel caso di morosità o
di superamento dei limiti di spesa fissati dai contratti relativi all'utilizzo di carte di credito. e
soprattutto tassi di interesse decisamente superiori a quello di mercato. La categoria di trut-
ttti disastrosamente affermatasi alla fine degli anni novanta (denominata “2-28". con varian-
ti dipendenti dalla durata del cont ratto) concedeva un tasso di interesse fisso e molto basso
nei primi due anni di rimborsi ma ne imponeva ttno variabile (normalmente agganciato a in-
dici predeterminatil ed elevato negli anni successivi, tale cioe da ripristinare in capo al mu-
tuante un consistente margine di rientro sulle spese sostenute e di remunerazione delfalea
intrapresa, e in capo al nuuuatario il persistente incombere del reiterato inadempimento e
dunque del pignoramento delllabitazione (o delliinunobile ipotecatol. Com`e noto, alllo-
rigine del collasso economico del 2003 fu proprio la crisi dei .tr.nirprt`rrre. causata dalfazione
incrociata del rialzo dei tassi di interesse, che provoco llinsolvenza di troppi mutuatari, e del-
la implosione del mercato immobiliare, che depotenziù o neutralizzo le garanzie da essi pre-
sentate a sostegno della loro esposizione debitoria (e detenute in gran parte da società quo-
tate in Borsa. i cui titoli crollarono destabilizzando il mercato azionario e di qui de.-urutturando
l`ordine fiduciario degli investimenti e generando una contrazione diffusa e circolare delle
transazioni). [N.d.(l.l

74
immobili e infine allo scoppio della bolla nel 2008, quando la Fed
cominciò a rialzare i tassi di interesse per controllare finflazione
e in tal modo provocò fimpennarsi dei tassi di interesse dei mu-
tui ipotecari a tasso variabile, al punto che i debitori non potero-
no più permettersi di adempiere ai pagamenti in scadenza e fini-
rono per subire il pignoramento delle proprie abitazionifii' Que-
"lu

sti eventi, comle noto, innescarono la crisi finanziaria mondiale del


settembre 2008.
Quale lezione dovremmo trarre da tutto ciò? Di sicuro pos-
siamo ridefinire lo stato neoliberale quale dispositivo regolativo
rivolto non solo alla classe inferiore, come proposto da Wacquant,
ma anche alla classe media. Se parliamo di sviluppo dello stato
penale neoliberale, allora dobbiamo parlare anche dello sviluppo
di quello che chiameremo .ttato debitore neoliberale. Entrambi so-
no il risultato delle politiche neoliberali, ed entrambi hanno pro-
dotto effetti perversi sui rispettivi obiettivi: liaumento dei tassi di
carcerazione nella classe inferiore e liaumento dei tassi di inde-
bitamento - e, più recentemente, di pignoramento immobiliare -
nella classe media. In altri termini, dalla metà degli anni settanta
la responsabilità delllimpulso allleconomia passò dalla spesa pub-
blica di tipo keynesiano alla spesa al consumo finanziata dal de-
bito, secondo un mutamento alimentato dalla decisa espansione
dei mercati del credito privato con liincoraggiamento di diverse
politiche governative. Naturalmente si tratta di un`evoluzione coe-
rente con i principi del neoliberalismo, giacché segna la riduzio-
ne del ruolo dello stato nell'economia in favore delle forze del
mercato.
Vale la pena di notare brevemente che la disponibilità di capi-
tale proveniente dalle riserve di paesi stranieri, quali per esempio
la Cina, contribuì alla compressione dei tassi di interesse e all'e-
spansione delle opportunità di credito a buon mercato negli Sta-
ti Uniti. A questo riguardo furono significativi tanto il ruolo gio-
cato dalle politiche governative nelfagevolare il flusso dei capita-
li transnazionali, quanto llegemonica posizione finanziaria degli

42. The Eco|"uu'nisl.. llllftrrrr Fr.rrtttttt" Frrtrortrvf, cit., pp. li)-20.

75
Stati Uniti, e in particolare la consolidata forza del dollaro (valu-
ta delle riserve mondiali dalla fine della Seconda guerra mondia-
le) che rese possibile il ricorso a ingenti prestiti sui mercati inter-
nazionali di capitale.

La classe superiore e lo stato neoliberale


Wacquant sostiene correttamente che in epoca neoliberale abbia-
mo assistito allo sviluppo di uno stato centauro: liberale in alto,
nei confronti della classe superiore e della classe media, e pater-
nalista in basso, nei confronti della classe inferiore. Ma quel libe-
ralismo non è stato egualmente al servizio della classe superiore e
della classe media. A questo proposito sarà utile formulare due ra-
pide osservazioni.
In primo luogo, dal momento del suo affermarsi negli Stati Uni-
ti, il neoliberalismo ha distribuito in maniera sproporzionata i pro-
pri vantaggi al 20 per cento più ricco della società, non certo alla
classe media. Questo dato si riflette non solo nell'aumento del-
liindebitamento della classe media, ma anche nella crescita dell'i-
neguaglianza. Nel 1971 il quintile superiore delle famiglie perce-
piva circa il 43 per cento del reddito totale, ma nel 2001 questa
percentuale è cresciuta al 50 per cento. Nello stesso arco di tem-
po la percentuale di reddito del quintile mediano È: scesa dal 17
per cento al 14 per cento. In realtà, dagli anni settanta è andata
declinando la percentuale di reddito di tutti e quattro i quintili in-
feriori della distribuzione del reddito."-l
In secondo luogo, ciò ò dovuto almeno in parte alle politiche
governative, e non al mero funzionamento di un mercato final-
mente libero e sregolato. In particolare, la classe superiore ha
beneficiato di numerosi tagli fiscali che, alla maniera di un oc-
culto ttiefiare rtatefi* hanno contribuito alla redistribuzione del
reddito verso l'alto. Più precisamente, i tagli dell'amministra-
zione Bush del 2003 sono stati attentamente disegnati per favo-

43. KT. Leicht, S.T. Fitzgerald. Ptt.rtt'rtdtt.i'trt'af li'eu.rartt.r, cit., p. 53.


44. (I. I lruvard, 'filtr I irikírttr Wflnfƒiftrrt .S'tatr*.- 'fior I-i`.*›r,t›r*rtr.ft`tt.trt*.i' rtrtd .S`r.e.r';tt' Pr.›!fr_¬r ru the Iltr.-*red
.'ftutr*r. lirinceton llniversity liress, li'rinceton (N._l.) 1997.

76:-
rire il 20 per cento più ricco delle famiglie, e ancora più mas-
sicciamente l'1 per cento superiore. Ma questo non sorprende:
la disciplina fiscale è disseminata di scappatoie ed eccezioni che
recepiscono le istanze dei più potenti gruppi lobbystico-finan-
ziari, a riprova del fatto che per esercitare una significativa in-
fluenza sulla politica economica di Washington si deve dispor-
re di un genere di risorse accessibile pressoché esclusivamente
alla classe superiorefli

La sovraqeneralizzazione della stato neoliberale


I miei rilievi finali riguardano la tendenza di Wacquant a trarre
conclusioni di natura troppo generale a proposito dello stato neo-
liberale. In particolare, credo che si debba stare attenti a non so-
pravvalutare Fespansione internazionale del neoliberalismo (non-
ché ciò che essa implicherebbe, vfle a dire l'ascesa dello stato pe-
nale, la diffusione della pornografia law and order, e così via). Esi-
stono sostanziali differenze nei modi in cui le diverse nazioni han-
no adottato e gestito le politiche neoliberali.“"`* Wacquant descrive
ripetutamente il neoliberalismo come un sistema politico-istitu-
zionale emerso da una forma di produzione postfordista/po-
stkeynesiana, e rinuncia a prendere in considerazione le varianti

45. D. (ilawson. A. Neustadtl, M. Weller, DrtZfrtr.t*artrf Vi'.t!es.- Hrn.-:.-1 Brtrrìtr'rr Crrrrrpaƒgrr Corr-
trt'}›trtr`ort.t .iitrffiurvt D'errrorrac_v, Temple University Press. Philadelphia i998.
4o. _I.L. Campbell, Ir.t.ttr'trrt.torta!-' fiktattgrt arm' C.-'.lr.tti›rtt't':-.*rttt'r.›tr. cit.. cap. 5: lità. Hall. D. Sos-
ltice (a cura di). )irrt`etre.r of t'}rpr`trt!t`.rrrr.' 'lil-.te ftt.-.~ttìfrttt`ratrtt' Forrrtr!ritt'r.vrr of (.`r.vrrparatr`at- Arf-
t.¬a.v.-fage. (ihtford University Press. Neu' York 2001; B. Hancl-te, M. Rhodes, M. Thatcher la
ct tra di ). Bej\'r'.›rrd l-'itrftvtittr of Crtptta .ft.trrt.' Cttr-tjiit'r*£, Crttttraa't'r.'t.'t'r.vr.t. arrrt' ('.'t.›rrrpfrtrrrttrttartfi-:'.t fu
toe Etrrt.†pertu f:'rr.›.ttor.v_1=. Cla ford University Press, New Yorlt 2007.
Lo stesso pero deve dirsi a proposito delle .rr'ugr.ule nazioni. Alctme parti dello stato ame-
ricano sono molto meno neoliberali di altre (,).l_.. Campbell, _). Rogers I-lollingsvvorth, I...N.
Lindberg, a cura di, C}oarvrtartr*e r.yftf:1eArrrerr`crtrr Erntronrv, Cambridge University New
Yorl-t 1991). ll Dipartimento della difesa, per esempio, dai primi anni ottanta ha speso mi-
liardi di dollari in ricerca e sostegno allo sviluppo (cfr. Defense Advanced Research Projects
Agency, chttpzffv."¬.vv.'.darpa.1nil.t'it1dea.hunl:›]; il governo federale ha erogato ingenti sussidi
per l`agricoltura: e i governi statali intraprendono spesso progetti di politica industriale (_I.C.
Jen]-tins, K. Leicht, H. W'endt, Cla.-tr Forceit, Prtfitrì.¬at'lrrrtr'ttrtrì.urr_. rtrrd .ftrttttIrrterr.†rv.rtro.v: .frab-
rtattnrraf Ecrntorrrtr' Dear'/oprrrrttrt Prltåirjtt ttt tive Urttted .ftate.r, 1971-1990, "America.t1_lot1mal
of Sociology", 4, 200o, pp. 1122-1 180: gl. Whitford, 'lifte Neva (Jtd E`r*r.t.vr.›rrr_v.- t'\ietr.r.'or›(r.t, Itr-
rtt'trn't`r.vr.t, and rbt' (Jrgartt'za!t'r.›rtrtf Ira.=t.rfivrr.vrttt't.ut of r”lr.vert'crtu M'artrtfar*.tttrt`rrg, (lsford Uni-
versity Press. Neu' `“r't¬.~rl-t 2005). E legittimo ri tenere che la filosofia neoliberale sia profonda-
mente avversa a ognttna di queste politiche statali.

77
nazionali. vero che egli riconosce le differenze esistenti tra i tas-
si di carcerazione dei diversi paesi (affermando che essi si sono im-
pennati negli stati piegatisi al modello neoliberale americano), ma
in generale le sue argomentazioni tengono scarsamente conto de-
gli elementi di difformità tra le politiche economiche e sociali del-
le diverse nazioni.
Questo ò un problema perché nemmeno i governi conserva-
tori più vicini al neoliberalismo hanno sistematicamente adotta-
to le riforme neoliberali. Per esempio, un partito che si proclama
neoliberale è stato il membro più importante della coalizione bi-
partitica che ha governato la Danimarca negli ultimi otto anni: es-
so però si è contentato di armeggiare ai margini del fiorente we!-
fare rtare ricevuto in eredità, senza trasformarlo nel zaorèfare sta-
te descritto da Wacquant e senza sviluppare alcunché di simile al
dilatato stato penale degli Stati Unitiƒlf
Ciò che appare interessante, infatti, è che gli Stati Uniti sono
sempre stati più neoliberali della gran parte degli altri paesi avan-
zati, e che sono stati soprattutto i paesi anglosassoni ad aver ab-
bracciato il neoliberalismo e ad aver perduto diversi tratti so-
cialdemocratici; al contrario, i paesi continentali come Germa-
nia, Italia e Spagna rimangono cristiano-democratici, i paesi scan-
dinavi rimangono socialdemocratici e i paesi dell'Est asiatico co-
me Giappone e Corea del Sud conservano un forte orientamen-
to statuale.“"`l
Nel ritrarre la diffusione mondiale del neoliberalismo dob-
biamo quindi avere cura di non procedere per pennellate trop-
po ampie e approssimative. Il problema della sovrageneralizza-
zione si e mostrato con particolare evidenza nei modelli teorici
maggiormente sensibili alle tendenze strutturali del capitalismo.
Il funzionalisrno strutturale, la teoria della modernizzazione, le
riflessioni neomarziste, alcune recenti versioni della teoria della

47. _l.L. (.ampl:-ell, (IK. Pedersen, line Vrtrtet.te.r of Caprtaftrrrr artd H_vt3rrd .l›r.rccer.t: Derr-
rrrrtrtlr tiv tire (ii/rßraf Ecr.vrr.ur.'jr, “('iot1u_:›ttrttti'¬.=e Political Studies", 2, 2007. pp. 307- 332.
48. B. I lancl-ui'. M. Rhodes, M. Thatcher ia cura di), He_vo.vrf l-'itrt`t*tt`er qf Crtpr'tu!r`.trrr. cit.:
PJ. Katzenstein, lšetnteerr Ptuaer arrrt' Plrttrne liirrrrtrgtr I.icr.tttr.urrr`r' Pt)ltì'rì*r of rldatartcrtd lrrdrt.t'-
rrr'at' .'›`n.vr'r. llniversitjv of Wisct¬msit1 Press, Madison 197 9.

78
globalizzazione: ognuno di questi filoni analitici descrive un com-
plesso di forze strutturali che più o meno ineluttabilmente so-
spingono i paesi verso un repertorio condiviso di istituzioni po-
litico-economicheƒl” E la stessa trappola in cui cade Wacquant,
attiratovi dalla sua concezione strutturalista (sorretta peraltro da
unlanalisi piuttosto astratta del crollo del modo di produzione
fordista-kevnesiano e delliaffermarsi di quello neoliberale). In
altre parole, lo sviluppo dello stato penale quale appendice es-
senziale di un più esteso e articolato stato neoliberale potrebbe
essere un fenomeno più peculiarmente statunitense di quanto la
cornice teorica utilizzata da Wacquant permetta di scorgere. Non
solo: in America lo stato neoliberale potrebbe star già ripiegan-
do. Dopo tutto, fultraneoliberale amministrazione Bush e la nuo-
va amministrazione Obama, con il loro complessivo piano di spe-
sa di 1400 miliardi di dollari stanziati dal settembre 2008 a og-
gi per salvare il sistema finanziario e rilanciare lleconomia, han-
no già riportato pienamente in vita lo stato keynesiano (di qui il
popolare gioco di parole secondo il quale Bush è entrato in ca-
rica come conservatore sociale e ne È uscito come socialista con-
servatore). E possibile quindi che perfino in America, per gli ef-
fetti imprevisti delle politiche economiche all'origine dello sta-
to debitore e della crisi finanziaria, lieta neoliberale si stia già
spegnendo.

Conclusione
Per concludere. gli argomenti di Wacquant sono interessanti e pro-
vocatori. La sua analisi contiene diversi elementi che dovrebbero
essere presi più seriamente dagli scienziati sociali, e mi ha spinto
a prendere in considerazione l'ipotesi che non solo la classe infe-
riore, ma anche la classe media subisce gli effetti dei mutamenti
innescati dalle politiche dello stato neoliberale. Sospetto però che
Wacquant attribuisca una portata troppo generale a una tesi il cui
livello teorico è eccessivamente astratto per rendere conto delle
varianti politiche e istituzionali che differenziano i tanti paesi ca-

49. _l.L. (.ampbell, lrt.ttt!tt!tr›rtrt¢l f./.trtttgertttrf tftfrttirztt-'r.zrtttr.›rt. cu.

79
talogati sotto l'accogliente e generica etichetta del postfordismo-
postkeynesismo: la sua pertinenza sembra in realtà circoscritta al-
lleccezionale percorso evolutivo del sistema politico-istituzionale
statunitense.

Tradtmione dalfinglese di ivlassimo Gelardi

80
Neolìberalìsmo e neofunzionalismoz
la logtca opaca del capttale
FRÀNCES FOX PIVEN

noi accademici piace coniare nuovi ter-


mini. “Neoliberalismo" è oggi uno tra
quelli che godono di maggiore simpatia,
soprattutto a sinistra. Esso designa una nuova specie di capitali-
smo, alimentata da una logica del tutto inedita. Mentre in regi-
me fordista lo stato regolava i mercati, in quello neoliberale i
soggetti che operano sui mercati hanno colonizzato lo stato con-
vertendo la sua autorità al progetto delliespansione degli scam-
bi e delfincremento dei profitti a spese dei gruppi subalterni. In
altre parole, neoliberalismo significa che lo stato svolge un ruo-
lo più attivo nel tradizionale progetto capitalista di dominio di
classe mettendo a punto politiche rivolte allo smantellamento
delle modalità fordiste di regolamentazione delfeconomia pri-
vata (ossia orientate alla modifica delle discipline di protezione
del lavoro, alla privatizzazione di larghi settori dell'attività sta-
tale, allo slittamento degli oneri fiscali dal settore delle imprese
a quello pubblico e alllimpiego delle forze militari imperiali nei
paesi dell'emisfero sud del mondo al triplice scopo di sfruttarne
le risorse naturali, i mercati e la forza lavoro). In conclusione, il
neoliberalismo È un nuovo progetto politico volto ad accrescere
il potere e la ricchezza del capitalismo.
Molti di noi concordano con questa descrizione delliattuale fa-
se dello sviluppo capitalistico, così come sulla natura degli eventi

Titolo origirnlle: l{t'_t'prrtt.t't* to llyrtttƒttrtttt.

am aut. 3¬1a.2ttttt_.vt-vt B1
economici e politici che lihanno innescata. Normalmente si rileva
liemergere di due fonti di tensione o di crisi alllindomani della Se-
conda guerra mondiale. La p rima È liaccresciuta com petizione tra
sistemi capitalistici nazionali, determinata dalllespansione pro-
duttiva di Giappone ed Europa occidentale che ha rimesso in gio-
co la porzione di mercato tradizionalmente controllata dalle im-
prese americane. La seconda È la crescita del potere della classe
lavoratrice (nonché di altri gruppi subalterni), che ebbe inizio con
liaffermarsi dei movimenti di protesta durante la Grande depres-
sione e proseguì per tutti gli anni sessanta contribuendo in ma-
niera decisiva allo sviluppo della spesa sociale, al miglioramento
dei salari e alfirrigidimento dei vincoli sulle attività delle impre-
se, tutti ingredienti costitutivi del patto sociale che ha conferito
stabilità all'()ccidente nei decenni successivi alla Seconda guerra
mondiale. Questi successi provocarono llaumento del costo del la-
voro, dei costi di produzione e del prelievo fiscale, e finirono per
generare una compressione dei margini di profitto. Il duplice fe-
nomeno delfintensificarsi della concorrenza internazionale e del-
la compressione dei margini di profitto imposta dallo stato fordi-
sta giunse a parallela saturazione nei primi anni settanta, quando
i movimenti che avevano sostenuto il potere della forza lavoro ave-
vano ormai ripiegato. Era il momento giusto per una mobilitazio-
ne politica del capitale che puntellasse i profitti attraverso la neu-
tralizzazione dei costi derivanti dalliinterventismo legislativo, dal-
la spesa sociale e dagli incrementi dei salari.
Sembra tutto molto chiaro. Ma fino a che punto una logica co-
sì generale È capace di dare conto delfadozione di particolari mi-
sure politico-economiche? In Prmtie z' poveri' Wacquant descrive
il neoliberalismo come un progetto transnazionale sostenuto da
una classe dirigente emergente che opera su scala globaled Egli,
tuttavia, È interessato a spiegare non tanto il neoliberalismo qua-
le sistema politico-economico, ma piuttosto quelle che considera
le nuove forme di controllo sociale dei poveri attivate dallo stato

l. L. Wacquant, La drlt'r'rplr`rrrt prr.trtlt.tttr't.u.- _/lt'.tr'r.ttrr.trt.tr'rt e.t.trvtztìtt'e drtffrt stato rtr-tifrbrtraltt


i200'-J). in questo fascicolo.

82
in ossequio alla logica predatoria del neoliberalismo. Sebbene non
sia sempre chiaro in propositof Wacquant fa riferimento princi-
palmente agli Stati Uniti, dove perlopiù conduce la sua ricerca da
ormai due decenni. E tra i diversi processi di trasformazione del
sistema politico-sociale statunitense egli seleziona lo slittamento
dal vvelfare (e dalle politiche di sostegno rivolte alle classi inferio-
ri di reddito) al taorkƒare e llenorme espansione del sistema pena-
le, che giudica strettamente imparentati e che rappresenterebbe-
ro una “innovazione istituzionale senza precedenti” sollecitata dai
nuovi imperativi generati dal neoliberalismoi
Più specificamente, Wacquant sostiene che la logica del neoli-
beralismo esige nuove politiche destinate ad affrontare i disordi-
ni che la deregolamentazione del mercato produ ce all'interno del-
le sfere sociali meno privilegiate: esprimendoci in un linguaggio
appena diverso, potremmo dire che le nuove politiche sono fun-
zionali al regime neoliberale. Se rimaniamo su un livello analitico
generale, non dissento da Wacquant. Llaffennarsi del taorkfare e
fespansione del sistema penale hanno trasformato in maniera si-
gnificativa le politiche statali, e sono fenomeni associati a quel-
llinsieme di mutamenti che - ristrutturando in primo luogo il mer-
cato del lavoro- hanno fatto dellleconomia politica capitalista con-
temporanea ciò che definiamo neoliberalismo. Eppure, a dispet-
to della nostra generale convergenza di vedute, credo che l'anali-
si di Wacquant non sia del tutto soddisfacente, e ciò per due ra-
gioni. La prima È che, poiché ritengo che esistano considerevoli
elementi di continuità tra il capitalismo fordista e quello neolibe-
rale, ritengo anche che esistano considerevoli elementi di conti-
nuità tra le politiche generate dai rispettivi regimi, e sono convin-
ta che Wacquant sottovaluti tali elementi. La seconda e più im-
portante ragione È che mentre appare fondato sostenere che il
raorkƒa re possieda un'attitudine “funzionale” in quanto consolida

2. Wacquant ttttltzza dati emptrtct che st rtfertscono tn gran parte agli .Stati Uniti. ma al
tempo stesso sottolinea che quella statunitense È una politica pionieristica assunta altrove co-
me modello. (lift. per esempio L. Wacqttattt, (}rcfr*rt'rtg frt.tec.ttrt}'_v: .$`ra*ri:rf Ptlfarfzatftlrt ritmi Alte
Pr.vtr`tt`ae llprrrrgrt. “Radical Philosophy Review '", 1, 2008. pp. 9-27.
3. Id.. La rh`.tr'r}Dt'nta prt.u!ttttt'arr, cit.

83
il mercato del lavoro insicuro e sottopagato, mi sembra arduo rin-
venire nel congestionato sistema penale statunitense - denomina-
to da Wacquant “santuario del Leviatano neoliberale” e “organo
cruciale dello stato” - una qualche funzionalità. In generale, e la
tendenza a trattare le innovazioni politico-istituzionali come fun-
zionali a un determinato regime a essere insidiosa, perche essa fi-
nisce per occultare il potenziale di opposizione e resistenza che
quelle politiche sono in grado di generare.
Innanzitutto, quanto e nuovo il “vforlcfare" americano? Wac-
quant si rifà alla distinzione formulata da Bourdieu tra la sinistra
e la destra dello stato, l'una titolare delle politiche materne o di
cura (che si articolano nel zaelficzre stare) e l'altra responsabile del-
le funzioni di coercizione e di controllo poliziesco? Ma, se il suo
modello sono gli Stati Uniti, è necessario notare che le politiche
materne o di cura rivolte ai poveri dal governo americano sono
sempre state scarsamente sviluppate. E vero che la riorganizza-
zione del welfare americano ha assegnato nel corso degli anni no-
vanta un ruolo importante al lavoro obbligatorio. Ma questo e sem-
pre stato Porientamento centrale dei programmi di welfare, per-
seguito attraverso Ferogazione di sussidi miserabili (di entità va-
riabile su base locale, ma ovunque inferiore al salario dei lavora-
tori meno qualificati), la statuizione di criteri di eleggibilità parti-
colarmente restrittivi e infine la formalizzazione di trattamenti umi-
lianti da riservarsi a coloro che, riuscendo a superare le erte barrie-
re amministrative, divenivano beneficiari delle prestazioni assisten-
ziali. E vero che i program mi di sostegno del reddito vennero am-
pliati e accresciuti sotto la pressione dei movimenti di protesta
degli anni sessanta, ma si trattò di una breve parentesi: all'inizio de-
gli anni settanta la protesta si spense e il valore reale dei sussidi co-
nobbe un rapido declino. Nel 1996, quando il welfare venne rifor-
mato in nome dei priricipi del lavoro e della responsabilità indivi-
duale, il sussidio medio ammontava a meno di 400 dollari al me-
se per famiglia. Wacquant scrive che la riforma ha da una parte
l _
4. l}7ti1't'r:.r. lN.¢.l.[i.]
5. P. Bourtlieu, (.`r.›.vtr*c-_/iflax, Raisons tl'agir Étlitions, Paris 19'.-JS; trad. (.'r.›au*rr.›fr.rt›t'Z›:': ar-
g:1avtv:f:'pt*r rt*r:',n'orr' rt£l":'art.'a.i':'r›rrt* rfrrrr-It'f5t*r:'.\'!a, Reset. Roma l'*}9':}.

B4
sostituito il diritto dei bambini indigenti all`assistenza statale con
liobbligo per i loro genitori di trovare lavoro entro un periodo di
due anni, e dall'altra ha assoggettato i beneficiari dei programmi
di welfare a pratiche intrusive di rigido controllo della condottaf*
Ma in questo, contrariamente a quanto egli sostiene, non c'è nul-
la di nuovo. Non c'è mai stato un diritto dei bambini indigenti al
sostegno statale, i loro genitori hanno sempre dovuto esibire la lo-
ro appartenenza attiva alla forza lavoro, e allierogazione delle pre-
stazioni assistenziali è sempre stato associato il controllo della con-
dotta dei beneficiari. Ed è stato nel 1967, dunque quando l'e-
spansione delle prestazioni assistenziali in risposta ai tumulti dei
ghetti urbani era già avanzata, che il parlamento ha cominciato a
pretendere dalle madri a carico del welfare che esse lavorassero o
frequentassero corsi di avviamento professionale?
Ciò che è nuovo nella riforma del 1996 non È: l'induzione al la-
voro ma il rinnovato vigore amministrativo conferito a tale obiet-
tivo a causa dell'accresciuta partecipazione delle donne alla forza
lavoro. Gran parte della legge era rivolta alla struttura degli in-
centivi dei programmi ed ebbe lieffetto di spingere i governi sta-
tali e gli amministratori locali a sanzionare più liberamente gli as-
sistiti e a esigere più energicamente liesecuzione di prestazioni la-
vorative (anche non retribuite). Ciò significò liabbattimento del-
la protezione politico-culturale che la distinzione dei ruoli in ba-
se al genere aveva fin lì assicurato alle donne con figli. A dire il ve-
ro, le donne appartenenti alle classi meno agiate, e in particolare
le donne afroamericane, avevano sempre lavorato. Ora però è del
tutto screditata l'idea che alle donne con figli vadano riconosciu-
ti taluni esigui privilegi assistenziali in ragione dei differenti ob-
blighi che esse sono costrette ad affrontare*

l . .. , . _
6. L. Wacqttatit, I be pria.-:'.-r ofibe prison .av the new goaerarnrswr ofpo.vr›rt_1-,111 ML. Framp-
ton, I. Hanev Lopez, _I. Simon (a cura di). Aƒier the War ore ('.r:`ave.- Race, Derrrrrcracy, avrd a
.'"~Jtv..«:-¬ Ratto;-.›n'rrrr*!r`or:, New York University Press, New York ZUUS, p. 28.
T. F. Foa Piven, RA. (iloward, Rr*gav-'arrirg :vite Poor: Uva Fnrrtfrriirrr rrƒprrålitf Welfare', Pan-
theon Bool-ts, New *fori-t 1971, p. 344 (nuova edizione: Vintage Boo]-ts, New York 1993).
B. Sulfargotnento, e in particolare sul ruolo della seconda ondata femminista nella giu-
stificazione di tale mutarnento, cfr. N. Fraser, Ferrrr'rr:'.rrr.i, Crrprrafrfrrrr, ana' tnt* (.'arr.Irr'r.rg of Hr'-
.r:'r.›:fj_~,›, “New Left Review", _'5(1, 2fl{1':1, pp. 9?-1 18.

85
Nella teoria della ristrutturazione della forma statuale quale ri-
sposta agli imperativi neoliberali Wacquant assegna alla tesi dello
sviluppo del sistema penale (parallelo al diffondersi del ruorkfare)
una funzione più importante. Egli scrive: “Uinadeguatezza dello
stato sociale a fronte degli effetti delle politiche di deregulatäorr
sollecita e rende necessaria la magnificenza dello stato penale””.9
L'espansione del sistema penale che ebbe luogo a partire dagli an-
ni settanta fu davvero massiccia e spaventosa, e non solo perché
da allora milioni di giovani uomini (perlopiù appartenenti a mi-
noranze) sono stati incarcerati, ma anche perché, una volta eti-
chettati, i criminali sono stati stigmatizzati per sempre e conse-
gnati all'economia di strada. Wacquant afferma che la prigione è
uno spazio analogo al ghetto in quanto l'una e l'altro rinchiudo-
no ed emarginano interi gruppi sociali, e ritiene che il rafforza-
mento del sistema carcerario sia sostenuto dalla logica politica del
neoliberalismo, vale a dire dalla “costruzione di uno stato post-
keynesiano e liberal-paternalista idoneo a istituire una forma de-
socializzata di lavoro salariato e a diffondere la rinnovata etica del
lavoro e della responsabilità individuale che sorregge e giustifica
tale obiettivo”.'“
Cjran parte di cio che dice \)'í/acquant sul sistema penale è ve-
ro. E di dimensioni spropositate e processa diversi milioni di in-
dividui, in grande maggioranza poveri appartenenti a minoran-
ze.“ E costoso e assorbe quote sempre più cospicue dei bilanci
pubblici. E la sua espansione è stata brusca e rapida. Tuttavia mi
chiedo: esiste davvero una logica politica unitaria che alimenta lo
sviluppo del sistema penale? E quella logica riflette davvero gli im-
perativi del neoliberalismo? E, in termini sistemici, esiste una qua-
lunque logica nelfincarcerazione di massa?

9. L. Wacqttarit, flrderƒrrg Irrrerzrrriy, cit., p. 27.


li). Id.. Tbe piatte qftite prrlrorr :iv alte new goaerrrzverrr rifpovertfiv, cit., p. 31.
ll. Alla rine del XX secolo il tasso di carcerazione ië cresciuto tra tutti i gruppi demogra-
fici, ma si e im pennato tra le minoranze. Timothy Black riporta che nel 2003 sono stati in-
carcerati 'H7 uomini bianchi su l{)il.ü{}{} contro 4919 uomini neri su H.JI'.).l'.ì|'.JU e 171? uomini
ispanici su l(lfJ.t1üU,11onche 81 donne bianche su li}i}.(}i}l} eont ro 559 donne nere su 1fl(l.1'Jü{`J.
(ifr. T. Black, W"!5.-:=rr rt Hear! 'Iirr.v.r Rrrrzit .$`r.1r.':'c1".' Tnt* L1'.ve.r of illiutv* Par*rt'r.› Rioni Brr›r.i1r:r.r (lv
avra' Uff!›i1r:.'›`!rr'e!s', Pantheon Books, New York 2UU'-J, pp. 218-219.

B6
lo credo che l'espansione carceraria promossa nell'ultimo quar-
to del H secolo sia stata alimentata da logiche diverse. Un forte
impulso alla costruzione di nuove prigioni, all'adozione del mini-
mo obbligatorio dell“entità della pena e alllapprovazione di leggi
che inasprissero le pene per i reati correlati all“uso di stupefacen-
ti È stato fornito dalla politica elettorale, e in particolare dalla co-
siddetta “strategia sudista" repubblicana della demonizzazione de-
gli afroamericani, intesa a strappare i votanti bianchi al Partito de-
mocratico (al qualei neri vengono tradizionalmente associati). Cio
si notò in primo luogo nella politica nazionale, come dimostrano
le iniziative law and order intraprese già dalfamministrazione
Nixon. Ed ebbe ripercussioni anche sui democratici, che si trova-
rono in serie difficoltà quando dovettero elaborare strategie elet-
torali idonee a respingere liassalto repubblicano. Dopo tutto fu
Bill Clinton a utilizzare il suo discorso sullo stato dell'Unione del
1994 per comunicare il suo sostegno alle leggi “Three strikes and
vou're out'"2 che condannavano le persone al carcere a vita, e a

12. Mutuata dal linguaggio del baseball (.rrrr`.ê'e È l`infrazione commessa dal battitore che
manca la palla scagliata dal lanciatore avversario ovvero la colpisce o indirizza scorretta-
mente: tre rtrrii:e.r comportano la sua eliminazione), l'espressione “three stril-:es and you're
out" designa le leggi che negli Stati Uniti infliggono lunghe pene detentive le precludono ri-
duzioni o privilegi) a coloro che in passato siano stati già condannati per almeno due reati.
Pt inaugurare il nuovo corso legislativo fu la legge 213971 dello stato della Califomia, pro-
mulgata il ? marzo 1994 le confermata l`l 'l novembre successivo dalla consultazione popo-
lare che approvo con una maggioranza del 72 per cento la li'roposition I84 che ne ripren-
deva il dettato): essa condannava a una pena variabile da venticinque anni all`erga.-nolo, con
esclusione della libertà condizionata, il responsabile di tm qrrafrrrrqrrt* reato che in passato
fosse stato giudicato colpevole di crimini “violenti” o “seri”, gli uni e gli altri tassativamen-
te formulati lt ra i primi l`omicidio, la rapina a mano armata, lo stupro; tra i secondi il furto
in appartamento o Faggressione a scopo di rapina o di stupro). La conseguenza fu, per esem-
pio, che Leandro Ftndrade venne condannato a cinquanfanni di prigione per aver rubato
nove videocassette dopo essere stato condannato in passato due volte per furto in apparta-
mento: fu uno dei due casi che sollecitarono la pronuncia della Corte suprema, la quale -
interpellata dallo stato della Califomia dopo che la U.S. Court of Appeals for the Ninth Cir-
cuit aveva annullato la precedente sentenza di condanna lflardrnrle st fltrornejf Gerrera! of
Entre r.›f(.`nt'ƒ/ernia, 2?U F.3d 743, 9th Cir., 2l)()1) - sanci che le pene previste dalle ni:-rec rtrƒÃ2e.r
ernia non integrano il “trattamento crudele e inusuale" proibito dall`Ottavo emendamento
della Costituzione lLt.›t'k_vr«'r u Airalraalr, 533 l_l.S. 63, 2l}t}3: in termini analoghi. seppure stt
differente base procedurale, la Corte si pronuncio lo stesso giomo sul caso di Gary Ewing,
condannato a venticinque anni di prigione con esclusione della libertà condizionata per aver
rubato tre mazze da golf dopo aver commesso in passato tre furti in appartamento: cfr. En.-v'rrg
tz Ciitlzƒarrrrn. 538 ILS. 11. 2t`.I{l_3). Nel giro di qualche anno l'indirizzo tracciato dalla (ia-

8?
far avvertire poi il suo supporto al Violent Crime Control and Law
Enforcement Act.i3 Ma gli usi elettorali del crimine e della pena
non rimasero circoscritti alla politica nazionale. Il numero delle
prigioni statali aumentò molto più rapidamente nel momento in
cui i candidati alle elezioni per governatore decisero di trarre van-
taggio dalla politica di reazione al crimine che dominava le cam-
pagne elettorali nazionali. Difficilmente il tasso di carcerazione sa-
rebbe cresciuto così vertiginosamente senza la spinta delle nume-
rose competizioni elettorali che hanno scandito, assecondato e am-
plificato il rinnovato clima politico-culturale.
Ma non si trattò solo delle sfide elettorali. Seguendo la stes-
sa dinamica che mosse a suo tempo il complesso militare-indu-
li
lifomia venne seguito da un cospicuo numero di assemblee statali nonche dal govemo fe-
derale iche incluse la propria tb ree .t'trrli1*t=s' lata nel Violent (iri me Control and Law Enforce-
ment Ptct del [99-4: cfr. L. Wacquant, La a'r.rt¬r',aZr`rra prrrdattraa, cit.. nota lì). sebbene le pri-
me e l`ultimo segnando un`importante differenza: artrite* il terzo reato doveva far parte dei
crimini tassativamente indicati come “seri” o "violenti" (non mancarono tuttavia significa-
tive differenze nella costnizione di tali tipologie di reato, nonche nelle pene previste); fece
eccezione la Georgia, che giunse a dotarsi di una tran .rtrr`À:e.r lara. Attualmente sono ventisei
gli stati che contemplano to ree rrrrlzer later nella propria legislazione iva qui precisato che il
reale pioniere di questo percorso nonnativo, peraltro debitore a sua volta del tradizionale
ed eterogeneo sistema delle misure speciali per gli balzriaaf rrfƒemierr, fu lo stato di 'Wa-
shington, D.(`I., la cui t›l1ree.rtrai-:e.r t'ata del 1993 aveva pero destato scarso interesse perche
il suo ambito di applicazione era circoscritto a un esiguo mtmero di reati particolarmente
gravi). A prescindere da ovvie considerazioni sulla giustezza della pena ila cronaca giudi-
ziaria nazionale riferisce anche di condanne a venticinque anni di carcere infliue per il fur-
to di una fetta di pizza al salame o per la sottrazione di due batterie da 2,69 dollari, ovvero
per il consumo di alcolici non pagati all`interno di un emporio). le three n'rr`Ã;'e.r t'ara.r hanno
fin qui esibito un`efficacia molto dubbia (fatta eccezione per California e Georgia, la gran
parte degli stati le ha applicate in maniera estremamente sporadica. con cio fallendo lo sco-
po dichiarato di proteggere la sicurezza pubblica), allargano esponenzialmente la portata di-
screzionale delliaccusa lfisiol-ogicamente operante tanto nelfindividuazione delle fattispecie
di reato quanto nel loro computo numerico), vengono applicate in maniera sovrapropor-
zionale ai membri di minoranze, incrementano paradossalmente la pericolosità e la violen-
za dei reati lse la terza violazione determinerà comunque una pesante sanzione, chi la com-
mette sarà meno incline a contenerne violenza, durata, estensione). Cfr. F.E. Zimring, S.
Kamin, G. Hawkins, Parrrlrbareat and Derr.-:aaracy.~ Three Striker aaa' Yi›a“re Oat fa Cairfiir-
ata, Ozford University Press, New York 2003:_l. Dornanick, Craei']a.n`rì:¬e.- 'I`f›ree.'irrr}Èer aaa'
the Pallini-:s afffrƒrrre :lv/1raerr`ra'r Griidtvr State, University of California Press, Berkeley 2004;
D.W'. Kieso, Urrƒrrsr .S'errt'errcr`ag and' the fiairfirrrtra Three Strrìëer Law, LFB Scholarly Publish-
ing, El Paso iTez.l 2005; R. lyengar, l'a' Rrnf/si er Be Harrgedƒt'Jra.f›l›et'p Hliaa a Larrrtlx 'line Ua-
tivttvmfied ('.`r.›rrreqat*rrct=r of ""l`fJrt*e-.'§rrrll:rtr" Lana', National Bureau Economic Research \"ülork-
ing Paper No. 13784, febbraio 2008. lN.d.('i.|
13. (Ifr. T. Black, lffbrrrr a Heart 'Iirrar Rr›t*Ã:.i`r.›!r'a', cit., p. 217.

88
striale, l`espansione del sistema penitenziario genero a sua vol-
ta molteplici interessi, e tali interessi influenzarono sempre più
decisamente le politiche statali. Le comunità locali individua-
rono nel complesso carcerario una fonte di sviluppo occupa-
zionale e commerciale. Le associazioni dei funzionari dell'ap-
parato carcerario, interessate a una crescita indefinita delle strut-
ture penitenziarie, svolsero un'efficace attività lobbistica. E l'af-
fidamento della costruzione e della gestione delle prigioni a im-
prese private esterne inn esco un'ulteriore catena di stimoli pro-
duttivi.
Dovremmo poi chiederci quale sia il ruolo degli individui sot-
toposti alla sorveglianza penale: sono ottusi oggetti delle proce-
dure di controllo sociale o piuttosto attori a pieno titolo nella rap-
presentazione? L'opinione di Wacquant sulfargomento non sem-
bra netta. Da una parte egli individua nello sviluppo del sistema
penale una reazione alle attività del movimento per i diritti civili
e alle rivolte nei ghetti neri che si erano andate intrecciando a
metà degli anni sessanta. Con ciò intende dire che i poveri ap-
partenenti alle minoranze erano soggetti politici attivi? Non ne
sono sicura, poiche egli attribuisce liaffermarsi del movimento e
il succedersi delle rivolte al collasso delliapparato istituzionale che
aveva “consolidato la gerarchia etnorazziale nell'era fordista".i“
In altre parole, al collasso di un sistema di controllo sociale. Non
solo: dovremmo riflettere sulla possibilità che non solo i movi-
menti politici e le rivolte, ma anche i crimini di strada e l'uso di
droghe siano opera di esseri umani raziocinanti. Wacquant ha af-
fermato che non esiste un nesso tra il tasso di crescita dei reati e
fespansione del sistema penale negli Stati Uniti, ma e stato di di-
verso avviso a proposito del Brasile: qui “il ramificarsi della vio-
lenza criminale (alimentata dalle profonde diseguaglianze e dal-
la povertà di massa), la discriminazione di classe e di razza nella
conduzione dei processi penali, la brutalità poliziesca fuori con-
trollo e la condizione catastrofica nonché il caotico funzionamento

l'-1. L. Wacqttttttt, Rarvaí .t*trgrrra ar tnt* rrrrnluirg of/lraerr'r¬a'r piastrine rtrrre. In (1. Loury et
al.. Hrtt't', t'.vtr.=rreratr`r.›.v. aac! rlaver.r'rarr lfi.t!.vr:.\¬, Ml'l' Press, Cambridge llvlass.) 2008.

89
del sistema carcerario" sono stati ingredienti decisivi nello svi-
luppo dello stato penale."
Meno convincente è per me liidea che la carcerazione di mas-
sa sia sollecitata dalla logica del neoliberalismo, anzi sia un ele-
mento costitutivo del regime neoliberale. Nella descrizione di Wac-
quant il sistema penale agisce esattamente come il taorèfare nel
“ricacciare la sua clientela nei segmenti periferici del mercato del
lavoro dequalificato [...] (ri)generando cosi continuamente un'am-
pia massa di lavoratori marginali disponibili alfipersfruttamen-
to“.'“ La carcerazione “ha a che fare anzitutto con una logica e un
progetto politico, vale a dire la costruzione di uno stato post-key-
nesiano e liberal-paternalista idoneo a istituire una forma deso-
cializzata di lavoro salariato e a diffondere la rinnovata etica del
lavoro e della responsabilità individuale che sorregge e giustifica
tale obiettivo".'i Ma una simile spiegazione È sostenuta dai dati
disponibili sulle reali conseguenze della carcerazione? Al di là del-
le enormi somme di denaro pubblico utilizzate per allargare il si-
stema penale e che avrebbero potuto essere destinate a ben più
produttivi programmi di avviamento professionale, davvero lo
spreco di individui e di lavoro che deriva dalla carcerazione di mas-
sa È funzionale ai mercati del lavoro neoliberali? In realtà è mol-
to improbabile che la prigione fornisca ai detenuti le risorse ri-
chieste dal sistema professionale. Un terzo degli individui rilasciati
viene nuovamente incarcerato nel giro di sei mesi, e circa la metà
nel giro di un anno.I“ La maggior parte di essi finisce per strada,
a condurre una vita come quella descritta da Douglas Glasgow:

Senza un centesimo, imbrogliando, oziando, rubacchiando,


spassandosela, litigando. Qualche volta una rissa, qualche vol-
ta un arresto. Senza lavoro, perduto il lavoro, con un lavoro ma
senza paga. Una donna, un bambino, qualche responsabilità.

15. Cfr. L. llílacqttant, 'Use .li»ilr`fr'tarrzarr'arr sy' Urfzaa Margr'rra[r'r_v.: Lessons front the Br'azul-
ti-:ta Met'ropr.Jr's, “lntemational Political Sociology", l, 200f~§, p. '56.
lo. Id., Ttlte pfrrrz' rsftti-Ir: prrsnrr .vr mite ae-to gr.werarrrt'rrt r.=fpr.«r.=r:rt_v, cit., pp. 25-26.
l7. Ivi, p. 3|.
IS. T. Black, lifbtrrr a Hear! ilivra.-.' l¬{r.›t;'»l† .S'ralr`a', cit., p. 268.

90
Un po' di vino, un tocco dierba, una pasticca. Senza più appi-
gli, senza più orgoglio, ti lasci andare, vai a fondo, ora sai che
non ce la farai. lo ci ho provato, io sono quasi morto, e ora so-
no pronto di nuovo, ora sono pronto a tutto.'“

Le conseguenze della reclusione carceraria sono difficili da argi-


nare, e gravano non solo sugli individui che le subiscono diretta-
mente ma anche sulle nuove generazioni allevare da famiglie di-
sastrate e sulle comunità disastrate che attraverso queste famiglie
si riproducono.
Di conseguenza, non solo trovo arduo ravvisare una logica si-
stemica o funzionale nella carcerazione di massa,2“ ma sono con-
vinta che sarebbe facile scorgere la profonda irrazionalità di mol-
ti altri assettì e dispositivi istituzionali progettati nell'era neolibe-
rale. L” unica domanda che dobbiamo porci è se siamo pronti ad
afferrare le nuove opportunità politiche che sorgono dalla confu-
sa situazione che stiamo attraversando.

Traduzione dalliinglese di Massimo Gelardi

l . ..
19. D. Glasgow, Lite B.t'aa.è Urra'eraÃass.- Poverty, Urserrspioyvnear, arrtifirrtraprrrerrt oƒGber-
to Life, losey-Bass. San Francisco 1930, p. 104.
20. E giusto precisare che llifacqttant respinge vigorosamente quello che egli chiam a “iper-
deterrninismo strutturale" in favore di “una fivrrzt'r.›rsafs'tri past' .-àne nata da una combinazione
di scopo politico, aggiustamento httrocratico e inseguimento del consenso elettorale che si e
incrociata con il punto di confluenza di tre traiettorie relativamente autonome di politiche
pubbliche concernenti il mercato del lavoro dequalifi cato, l`assi stenza pubblica e la giustizia
penale" (L. lbífacqttattt. La dr'.rrr'pir'aa prmfrrrtt`aa, cit.).

91
La profondità è in superficie:
per una tregua politico-metodologica
MARIANA VÀLVER DE

e ricerche di Loic Wacquant sulla povertà


urbana e sulla criminalizzazione hanno
esercitato una profonda influenza negli
ambienti di sinistra, e sono state studiate in misura eguale dagli
attivisti e dagli accademici. Personalmente sono lieta di consta-
tare che il pubblico che dimostra interesse per un'analisi di sini-
stra non sia così esiguo come vorrebbero farci credere i guru che
appaiono sui più importanti mezzi di comunicazione. E non à
escluso che, alla luce della rinnovata popolarità conosciuta dal
keynesismo dopo il .ravl:prz'rrze cra.r}J, il pubblico di Wacquant sia
destinato ad accrescersi.
Avendo trascorso i miei anni formativi nella sinistra socialista e
femminista della seconda metà degli anni settanta, ed essendo ri-
masta alla sinistra di tutte le soluzioni socialdemocratiche e neola-
buriste affacciatesi negli ultimi due decenni, sono felice del largo
consenso riscosso dall'analisi di Wacquant. Tuttavia, mentre Wac-
quant e io siamo accomunati dalle simpatie politiche, i nostri ap-
procci teorico-metodologici sono notevolmente distanti, ele diffe-
renze che li separano rimandano a questioni di interesse generale.
Il modo migliore di iniziare un dibattito amichevole è chiarire
che una delle differenze cruciali tra l“approccio di Wacquant e il
mio è che io - a differenza di Althusser, della seconda ondata fem-
minista e di Bourdieu - non credo più che le differenze teoriche

Titolo ot'iginale: (.'r.›rrrr.vt'rrƒ ott Loiif llilatfrƒttrtrtfit" "ii ii"tt*rrrt*t't'tttt-' f.if'.=n'a" to liunish ing the lioor.

92 ma aut. t-is. sam, vzvs


segnalino differenze politiche. Una cosa che ho appreso da Nietz-
sche e dai dibattiti di fine anni ottanta sullmepistemologia fem-
minista” è che i progetti politici efficaci sono solitamente coali-
zioni pragmatiche di individui che desiderano le stesse cose ma
che non necessariamente possiedono la stessa visione o - nel caso
degli scienziati sociali - la stessa metodologia. Questo dibattito
rappresenta dunque tufottima opportunità per indaga re differenze
filosofiche fondamentali che, contrariamente alla concezione del-
la “prassi” dominante negli anni settanta, hanno scarse o nulle ri-
percussioni politiche.
La proposta centrale di Wacquant consiste nel “ reintegrare" la
criminologia e lo studio delle politiche sociali e del welfare socia-
le. Io concordo pienamente sul fatto che le politiche penali non
costituiscono di norma un campo separato delfattività del gover-
no (come invece pretende la criminologia dominante). Dopo tut-
to, i politici che approvano leggi [aaa and order sono quelli che
adottano provvedimenti più severi nel campo delfassistenza so-
ciale. E, fatto ancora più significativo (sottolineato da Katherine
Beckett e da altri studiosi statunitensi),1 gli stati americani che di-
spongono dei migliori sistemi di welfare sono quelli che esibisco-
no i più bassi tassi di carcerazione (e viceversa), il che suggerisce
che esiste una relazione tra politiche law and order e politiche neo-
liberali antiwelfare.
Tuttavia, mentre Wacquant utilizza i dati sulla relazione tra l'in-
cremento del tasso di carcerazione e il decremento del volume del-
le prestazioni assistenziali per sostenere che esiste una strategia da
parte dello stato, o di quello che egli chiama “il Leviatano neoli-
berale", io trovo problematica proprio llidea di richiamare in vita
il Leviatano. Le correlazioni messe in evidenza da Wacquant di-

| . _
I. K. Beckett, thlatëirsg Crosse Pay: Last: ar-tal f)r:tler os Crorteraporarjy Arrrerrtfarr Prririirs, Oz-
ford University Press. New York 1999:, K. Beckett, T. Bassoon, 'Foe Poftfics o_,Uny'rrsrƒce.- (..`rr'rrre
and Prrrrrsfirrrsrrrt in rlrrrerraa, Sage Publications, Newhury Park (Cali 20033; M. Gortschalk,
'Une Prison and nine fiai}'r›tr›.r.~ 'five Pot'r'tr`r.s of Mass lrrtarceratioa ir: fiorerr't:a, Cambridge Uni-
versity Press, New York 20-06; D. Layton iv1acKer|zie, lli"}.arr llt'f'r.›rrl:.r fa ('.`r.›rrertro.v.r.r.- Retirrtrrsg
nine t'.`roa'r`oat'..-'l n'r`tal'a::.r rJOf/erralr:r.r aaa' Deis'rrr;ot:rrt.i', Cambridge University Press, New York
200ñ; L. Miller. 'lille Pr*rr2'.t' r.fFea'eratlsIrrrr.' Rare, Poverty, aaa' toe Pr.a.'r`t'r`t's r.yf(.`rr'.vsr* (.`r.v.u“rr.›!. Us-
ford University Press. New 'r'ork 2t1tJ8. lN.d.('l.|

93
mostrano effettivamente liesistenza di alcuni nessi logici, anche di
natura strutturale, ma non provano necessariamente che esista una
strategia unitaria, né che sia all“opera uno stratega o un singolo at-
tore collettivo.
Qta, Wacquant potrebbe rispondere che egli non sta postu-
lando alcun attore collettivo, giacché, seguendo la linea di indagi-
ne tracciata da Bourdieu, egli concentra la sua attenzione non sul-
lo “stato” come tale ma su alcuni suoi “campi": per esempio, il
campo burocratico, oppure le interazioni tra capitale politico ed
economico.
Certamente la prospettiva dei “campi” illustra il processo di
formazione dello stato in maniera più dinamica di quanto faccia-
no i modelli unitari sviluppati da Althusser e dagli scienziati del-
la politica marxisti, così come le concezioni di Bourdieu a propo-
sito dell'esistenza di specifiche forme di capitale culturale con-
sentono un'analisi più dinamica e più attentamente situata dei pro-
cessi di formazione di classe rispetto a quella fornita dal marxismo
tradizionale.
Tuttavia, da una prospettiva nietzschiana/foucaultiana si po-
trebbe dire che postulando liesistenza di campi ( in particolare se
configurati in maniera amorfa e imperfettamente definita come il
“campo burocraticoll) finiamo comunque per privilegiare i para-
metri strutturali. La conseguenza e che le specifiche attività e le
particolari tecnologie di governo assumono un ruolo secondario,
presentandosi nella forma di modificazioni superficiali e locali che
solo di rado interessano l“assetto strutturale. Quali siano le deter-
minate leggi che generano la crescita della popolazione carceraria,
cosa realmente accada alliinterno delle prigioni, se i giudici stiano
perdendo la loro indipendenza, in che modo il “rischio” crimina-
lità viene misurato e gestito, sono tutte domande che in una simi-
le prospettiva teorico-metodologica vengono ignorate o emargina-
te. Unianalisi di matrice bourdieuana delle modalità di governan-
ce del rischio criminalità condurrà piuttosto a discussioni sulla si-
nistra e la destra dello stato, o sulle relazioni generali tra politiche
di welfare e politiche penali, e così via: solleverà cioè unicamente
le domande formulate da Wacquant nel testo qui in discussione.

94
Ma sono solo queste le domande teoricamente interessanti?
Quanti di noi sono influenzati più da Nietzsche che dalla socio-
logia direbbero che quello che i mar:-cisti definiscono “stato” esi-
ste solo quale prodotto della mutevole, instabile e concretamente
situata attività del governo. Liadozione di uno “stile di pensiero"
nietzschiano (che si ispiri a Deleuze come a Foucault) condur-
rebbe a una rilettura dello “stato” nonché del “campo burocrati-
co” quali efƒetní - e non fonti - di gooeraarzce, e più precisamente
quali particolari effetti di pratiche che vanno descritte nella loro
specificità. Da questa prospettiva, per esempio, sarebbe molto im-
portante comprendere se i detenuti delle prigioni statunitensi so-
no sottoposti al regime religioso che era tipico dei penitenziari del
XIX secolo o se invece sono semplicemente stipati nelle carceri: il
modo di assoggettamento dei prigionieri è infatti più rilevante del-
la loro consistenza numerica. Allo stesso modo, per una teoria che
aspira a essere situata sarà rilevante scoprire se la maggiore seve-
rità delle pene sia llesito politico della battaglia perduta dal pote-
re giudiziario contro quello legislativo o piuttosto il transitorio ri-
specchiamento della coscienza collettiva.
In una prospettiva genealogica ciò che va studiato - ossia cio
che esiste - sono le pratiche di cui consiste liattività di governo,
mentre non ha senso indagare lo “stato” (o, peggio ancora, il “neo-
liberalismoii) perché non lo troveremmo da nessuna parte. E se e
vero che gli studi stimolati dalla nozione bourdieuana di campo
non sono incompatibili con llanalisi degli assemblaggi ad/Jordi pra-
tiche di governo di eterogenea provenienza, sono pero gli “stili di
pensiero" bourdieuano e foucaultiano a risultare inconciliabili.
Wacquant critica la tesi di Garland della presenza di raziona-
lità contraddittorie negli stati contemporanei e perfino nelle loro
singole sfere pratico-sirnboliche (nel nostro caso la giustizia pe-
nale): per Wacquant, come per il suo mentore Bourdieu, in qua-
lunque follia messa in scena da un governo c'è un metodo da cat-
turare. Io ritengo che ogni essere umano capace di pensiero astrat-
to potrebbe sostenere che uniastrazione come capitale globale o
neoliberalismo è “alla base di tutto“; e sono delllavviso che una si-
mile asserzione non sarebbe scorretta. Essa però sopprimerebbe

95
le importanti differenze che separano una battaglia da un'altra,
uno stato americano da un altro, un livello di governo da un altro,
una congiuntura politica da unialtra.
In generale mi sembra che sia stato più facile disfarsi del ridu-
zionismo di classe - e far posto non solo a variabili come genere e
razza ma anche a fattori come il “capitale culturale” - che mette-
re in discussione la logica metodologica fondamentale del marxi-
smo, lo “stile di pensiero” marxista. Consentitemi di illustrare que-
stiultimo. Tra Finizio degli anni settanta e la fine degli anni ottan-
ta io e molte delle mie amiche femministe sprecammo un'incalco-
labile quantità di tempo per dibattere se la relazione tra patriar-
cato e capitalismo avesse la forma di una doppia elica, come il DNA,
o piuttosto di una torta a strati (mi piacerebbe poter dire che sto
scherzando, ma non È così). Nella ristretta nicchia di strutturalisti
di sinistra cui appartenevo, la doppia elica era popolare da un pez-
zo. Ma poi scoprimrno la razza. Per alcuni ciò significava che do-
vevamo aggiungere un terzo elemento alllelica. Per altri, invece, il
superamento della tradizionale struttura bipartita (articolata in un
duplice fattore o campo) condusse a una ridiscussione dell'intera
concezione strutturalista, quella che faceva sembrare teoricamen-
te interessanti le domande sulla relazione tra il patriarcato in ge-
nerale e il capitalismo in generale.
Alla sinistra degli anni settanta non difettava la teoria - a quei
tempi ogni cosa era soggetta a iperteorizzazione astratta - ma piut-
tosto il rispetto per le analisi concrete delle situazioni concrete.
Abbastanza ironicamente, “analisi concreta di una situazione con-
creta” È una frase di Lenin, come ben sapranno quelli della mia
generazione. E analisi concrete furono proprio cio che (astratta-
mente) invocavamo noi post-leninisti. Cio che non comprendeva-
mo - e che non abbiamo ancora compreso - È che, una volta ri-
gettato il contenuto del marxismo (il privilegiamento dei rappor-
ti di produzione), noi avremmo dovuto mettere in questione an-
che la forma, la struttura logica, del pensiero marxista. Ricercare
la verità “sottostante” agli eventi, che essa risieda nelle strutture o
nei campi, È una maniera di affrontare il compito della teorizza-
zione. Ma alcuni di noi hanno deciso di rigettare non solo il con-

96:-
tenuto del marxismo e del femminismo strutturalista della secon-
da ondata, ma anche il loro stile di pensiero. Alcuni di noi prefe-
riscono far proprie le parole impiegate da Deleuze per descrivere
il metodo di Foucault: "Le plus profond, ciest la peau”.2
Per tornare alla giustizia penale: osservando la proliferazione
di politiche così simili l“una alllaltra potremmo essere attratti dal-
la formulazione di una teoria di tipo bourdieuano (e marxiano),
ma potremmo anche considerare che ogni situazione consiste di
una particolare costellazione di eventi attivata da cause non ripe-
tibili, e di conseguenza esige analisi storicamente determinate. Ov-
viamente esistono analogie, influenze, appropriazioni: ma esse de-
vono essere rivelate dall'indagine empirica, e non assunte preli-
minarmente per far progredire il lavorio tutto interiore di entità
astratte come il “neoliberalismo” (qualunque sia la maniera in cui
"esso" viene definito).
Lialtro giorno ho fatto un sogno a occhi aperti. Ho immagina-
to un giorno di sole in cui nietzschiani ed empiristi, caduto il ve-
lo che aveva fin lì offuscato la loro vista, scoprono di avere un ne-
mico comune e si coalizzano contro la massa dei teorici. Llobiet-
tivo di questo attacco congiunto non È la morte delle teorie, ma
piuttosto un cessate il fuoco che le sospenda fino a quando non
avremo compreso cio che realmente sta accadendo nei diversi con-
testi sociali e locali. Durante la tregua tutti noi saremo costretti a
svolgere il nostro compito intellettuale facendo a meno delle se-
guenti armi: “neoliberalismo”, “stato”, “nuda vita”, "stato di ec-
cezione”, “disciplina”, "governamentalità”, “globalizzazione”. E,
naturalmente, “Leviatano” (stavo per aggiungere "capitalismo",
ma questo termine È oggi talmente sottoutilizzato che non c'È ra-
gione di bandirlo). Se Wacquant intenda aderire alla mia propo-
sta È questione che dipende dalla sua concezione di lavoro e im-
pegno intellettuale, ed È difficile avanzare previsioni.

Tradunone dalfinglese di Massimo Éielardi

| . . . _ _ .
2. La trasc ("ll più profondo È la peIle") È dt Paul 'v'alÈry, citata tn (1. Deleuze, Poar_nar-
t'ers, Minuit, Paris 1990, p. 1 19; trad. Porrrprtrirv, Quodlibet. Macerata 2000, p. 1 17.

9?
Il neoliberalismo zombie
e lo stato ambldestro
JÀHIE PECK

ra le interviste raccolte per la monumen-


tale indagine di Pierre Bourdieu sul disa-
gio sociale nella Francia in fase di dein-
dustrializzazione degli anni ottanta, una delle più memorabili fu
quella realizzata con il preside di una scuola superiore situata in
un quartiere che era stato teatro di rivolte urbane e che È stato
recentemente ristrutturato quale "area ad alta priorità educati-
va ”.1 Preda della tensione, ormai vinto, derubato della sua "vo-
cazione”, questo preside in stato d“assedio lamentava che le scuo-
le dei degradati quartieri urbani venivano ormai "trattate come
stazioni di polizia”, mentre il suo ruolo era stato distorto e de-
classato a quello di soprintendente, "custode de1l'ordine co-
stretto a adottare le maniere forti”.2 Quotidianamente a contat-
to con le ricadute sociali della nuova insicurezza economica e
del progressivo ritrarsi del welfare siate, questi lavoratori di fron-
tiera avevano ragione secondo Bourdieu di "sentirsi abbando-
nati, se non addirittura contrastati, nel loro costante sforzo di
affrontare il disagio materiale e morale che È la sola conseguen-

Titolo originale: Zorrroƒe Neofibevaissas aaa' tb e .r11osbsi1s:xtrr.ta_¬* State.


1. Le Zones dle-cittcation prioritaire, istituite nel 1982 dal ministero dellilstruzione fran-
cese, sono aree i cui istituti scolastici godono di risorse economiche e educative supplemen-
tari in ragione delle loro condizioni svantaggiate. [N .d.C.]
2. G. Balazs, A. Sayad, La ar'r.›!errr¬e de tl's`rr.rn`tarr'orr, "tltctes dela Recherche en Sciences
Sociales”, 90, 1991, pp. 53-(13: Iid., frr.rts'ratr'r:rra:l ar'r.=tierrr't*, in P Bourdieu er af., 'Dite ll'/t:.fg}:=t
r.y(nl'›e ll?'r.›rt'a'.- .5`rx*ra!.$iaflit:rr`rrg ra Covrt errrpora rfy .fr.act'er_*-,', Polity Press, Cambridge 1999, pp. 492-
50(-, led. orig. la .voltare da avoavi'¬e, Seuil, Paris 1993 ).

98 aut ata. sta. zola. s.stas


za certa di questa Realpolitik legittimata dalle ragioni dellieco-
nomia”:i la neoliberalizzazione fu la traduzione di un'austera vi-
sione utopica in un programma politico guidato e sorretto da
una logica meccanico-mercantile della quale gli operatori socia-
li, gli insegnanti scolastici e i lavoratori di strada del "braccio si-
nistro” dello stato furono gli ingranaggi più indocili. In realtà,
Bourdieu giunse a ipotizzare che la classe inferiore dei funzio-
nari dello stato sociale poteva essere spinta alllinsu rrezione con-
tro la classe superiore dei nuovi mandarini della razionalità del
mercato (e dei loro fidi tecnocrati), poiché “la mano sinistra del-
lo stato sente che la mano destra non sa più o, peggio ancora,
non vuole più sapere ciò che fa la sinistra”.“
Nel provocatorio testo qui in discussione, Loic Wacquant esten-
de e rafforza fanflisi di Bourdieu, situandola nel contesto della at-
tuale congiuntura " tardo-neoliberale”. Egli individua una fase evo-
lutiva che segna il superamento delliassetto socio-economico con-
solidatosi negli anni ottanta (e cosi vividamente catturato da Bour-
dieu e dai suoi colleghi, trai quali lo stesso 9(/acquant)5 e che si apre
quando lotte intestine all“interno dello stesso apparato statale as-
sumono la forma di una competizione asimmetrica tra i "ministe-
ri della spesa” appartenenti al braccio sinistro (traccia lasciata nel
cuore dello stato dalle passate lotte sociali) e gli agenti delllauste-
rità, della privatizzazione, della deregolamentazione e della mer-
catizzazione appartenenti al braccio destro. Quella che ll(/acquant,
nella sua interpretazione delliattuale configurazione socioecono-
mica, descrive come "un'innovazione istituzionale senza prece-
denti”(" implica quattro tendenze correlate. ln primo luogo, il so-
vraccarico complesso carcerario ha assunto un ruolo decisivo nel-
finsieme delle funzioni “economiche” dello stato, delle quali È di-
venuto il sempre più muscolare e mascolinizzato braccio destro; il

5. P. Bourdieu. I oe afzdrratrorr of toe nfate, tn Id. er af., 1 oe Wetgtzv of toe ll5"r.rrfai. ctt., p.
183.
4. Id., (.iwttrr=-/err.r, Raisons d'agir Editions, Paris 1998; trad. (fr›rrrrr.+ƒrrr;c.iv`.- argorrrerrtr' per
resi:-:tere at't"nvs›asr`r.›rrr* rr.-:=r.›-t'iñi?er*.r`.r!a, Reset, Roma 1999, p. lo (traduzione modificata).
5. P. Bourdieu et af., 'fitte Wt::rg};=t rrftot: Wrrrtd, cit.
o. L. ll(-iacqttttttt, La drlt'r'sp!r`rra prr›rfrrttr'aa.- ƒi'.t'r'ratr.›rro'a e.i'.rtvrzo:fe drrifri stato rrr'r.dr'}›r*ra!t=
01009). in questo fascicolo.

99
sistema penitenziario È dunque oggi liautentica ala autoritaria del
regime neoliberale. In secondo luogo, le funzioni residuali del brac-
cio sinistro (lo stato sociale) sono state profondamente trasforma-
te dalla logica worfiffarzsta della modificazione della condotta e del-
la subordinazione al mercato. La terza tendenza È la forma ambi-
destra della relazione tra il braccio autoritario e il braccio assisten-
ziale dello stato, i quali esercitano una presa congiunta e sempre
più stretta sui problemi di regolamentazione peculiarmente post-
industriali sollevati dalla flessibilizzazione del mercato del lavoro e
dalla estesa marginalità sociale. Infine, questo connubio storica-
mente inedito, da intendersi in termini di simbiosi piuttosto che di
unità ideologico-istituzionale, non agisce solo al chiuso delle più
alte sfere dello stato, ma si articola nella logica e nella dinamica del-
le procedure di regolamentazione operanti alla base dell'architet-
tura sociale, in particolare nei centri urbani degradati.
Il braccio destro dello stato, dunque, non È più ignaro o incu-
rante di ciò che fa il braccio sinistro, come suggeriva la metafora
corporale di fonte biblica proposta da Bourdieu ("Quando fai lie-
lemosina non sappia la tua mano sinistra ciò che fa la tua destra” ).“
Oggi, sottolinea Wacquant, la mano sinistra e la mano destra del-
lo stato lavorano secondo modalità funzionali e organizzative com-
pletrreatarr' per ridisegnare lo stato attorno a un modello di so-
stegno punitivo calibrato su quelliordine contraddittorio che È il
"capitalismo deregolamentato”. Inoltre, questo È un progetto non
genericamente (neo)conservatore, ma specificamente rreolrloera-
Ze, idoneo a essere sostenuto da politici tanto di (centro)sinistra
quanto di destra. ln realtà, questa dinamica di trasformazione nel-
la gestione della marginalità sociale può progredire ancora più
velocemente con i governi della "terza via”, in quanto essi sono
apparentemente meno vincolati da forme dottrinarie di antista-
talismo. Ronald Reagan ci avrà anche portato il taglio dei sussidi
e la metafora velenosa della “regina del welfare”,“ ma È stato Bill
Clinton a prometterci “la fine del welfare come noi lo conosce-

7. 1”i:trtgt*fo setr.›.ualo Matteo, (1, 3.


8. Negli Stati Uniti |`espressione t.ae.(fitre aaeert (regina del welfare) indica le donne a ca-
rico del sistema assistenziale che abusano, in maniera legale o traudolenta, delferogazione

100
vamo”;” e Norman Tebbitt, agguerrito ministro del Lavoro di Mar-
garet Thatcher., può anche aver esortato i disoccupati a " monta-
re in bici” e andare a cercare lavoro, ma sono state le politiche di
taorkfare di Tony Blair, e non qualche bicicletta metaforica, a espel-
lerci dal welfare.“i
Imputando alle esigenze del regime neoliberale il mutamento
delle politiche sulla povertàli - affidate prima alfassistenza so-
ciale e ora al controllo penale, con la conseguente ascesa del com-
plesso carcerario-assistenziale - Wacquant richiama corretta-
mente Fattenzione sul carattere evolutivo dei processi di neoli-
beralizzazione (anche se qualcuno trasalirà di fronte alllidea del-
la funzionalità de facto, ancorché "post hoc”, del risultante com-
plesso regolativo). Naturalmente i principi fondamentali del neo-
liberalismo non sono comandamenti scolpiti in tavole di pietra e
tramandati da Mont Pelerin;l2 lo stesso Hayek sottolineo ripetu-
tamente che il liberalismo deve essere una dottrina flessibile”
Lungo il tortuoso sentiero attraversato negli ultimi tre decenni-
dalla iniziale (ri )arti colazione quale progetto ideale-ideologico agli
incontri ravvicinati (nonche alle molteplici occasioni di coinvol-
gimento) con diverse forme di potere statale ed extrastatale - il
Im
dei sussidi. In uso fin dai primi anni sessanta, essa acquisto larga diffusione nel 1976, quan-
do Ronald Reagan la utilizzo nel corso della sua campagna presidenziale a proposito di una
p robalsilmente o parzialmente fantomatica abitante del South Side di Chicago ltitolare di di-
versi attas, che adduceva qualche marito morto di troppo) per illuminare le inevitabili di-
sfunzioni tlella macchina assistenziale. Ptlle strutturali connotazioni razziali della definizione
lnella percezione dominante l`utente del welfare tlst-. È tradizionalmente, tipicamente e cir-
colarmente sovraidentifìcato come afroamericano, rr.t.nia pigro e parassita) si combinano nor-
malmente pregiudizi di genere (fincontrollata sessualità femminile che si traduce in com-
portamenti inappropriati destinati a gravare sulle risorse collettive), talora con innovativi esi-
ti stereotipici (la donna nera che genera figli allo scopo di ctunularne i connessi sussidi).
[N.d.C.l
9. Cfr. L. Wacqttaut. La ttitsctittùrra prr›a'attt'aa, cit., nota 12.
10._I. Peck, ll7or!zƒare.i'tate.r, Guilford Press, New York 2001.
11. Cfr. L. Wacqttant, La rltsoplsita prodtttttaa, cit.
12. Il 10 aprile 194? nella cittadina svizzera di Mont Pelerin, nel corso di ttna conferen-
za organizzata da Friedrich von Hayek, venne fondata la ivlont Pelerin Society, influente as-
sociazione impegnata le tutt`oggi at tiva) nel promuovere il liberalismo politico e il liberismo
economico. [_N.d.C.]
15. F.t'lt. von l layel-t, 'liùe Reato' to lierffírtrtr, University offihicago Press, Chicago 2007 led.
orig. 1944): trad. La ora ct'-:riti: .t*abtaat'tti, Rusconi, ivlilano 1995 (ed. orig. 19%); _l. Peck, Re-
.†.va›i:v'a_g Latssez-fat're, “Progress in Human Geography”, 1, 2008, pp. 3-43.

101
neoliberalismo ha mostrato notevoli capacità di trasformazione.
La sua " logica” distruttivamente creativa può essere stata inizial-
mente animata dalla guerra multifronte contro lo stato sociale, i
diritti sociali e le collettività sociali (in quella che puù essere con-
siderata la fase "reattiva" del neoliberalismo),l“ ma il progetto È
apparso sempre più logorato dalla necessità di affrontare i costi
e le contraddizioni derivanti dalle precealerztt' ondate di neolibe-
ralizzazioni .
In questo senso il neoliberalismo non È ciò che era solito esse-
re (e non potrà mar' essere cio che era solito essere). Dalla dere-
golamentazione dogmatica alla ri -regolamentazione piegata al mer-
cato, dalfaggiustamento strutturale alla buona governance, dai ta-
gli di spesa ai vincoli di bilancio, dalla riduzione del welfare alle
politiche sociali attive, dalle privatizzazioni alle partnership pub-
blico-privato, dalle virtù delliavidità alla moralità dei mercati... il
volto variegato del neoliberalismo esp rime il dominio del merca-
to che deve il proprio consolidato vigore alliimmanenza della sua
crisi. Magari, in un modo o nellialtro, esso È ancora guidato dalla
vecchia bussola di Hayek, orientata sulfirraggitmgibile (e desola-
ta) utopia della società del libero mercato, ma liimpeto avanguar-
dista della " rivoluzione dalllalto”, rappresentato per esempio dal-
la fase thatcheriana dello scontro senza indulgenze e della "poli-
tica della convinzione”, ha da tempo aperto la strada alle ricerche
opportunistiche della Nene Matte ( la " Terza via” ), ai progressi at-
traverso i disastri, alla gooerrtartce per tentativi ed errori, alla spe-
rimentazione diffusa e alla pragmatica adesione a tutto “cio che
funziona”. Normalmente il nuovo neoliberalismo apprende (e si
evolve) sbagliando, irrimediabilmente impantanato nelle proprie
contraddizioni nonché nelle conseguenze sociali ed ecorrorrzzir/se
provocate dalle passate strategie di deregolamentazione e dai pre-
cedenti fallimenti.
A dispetto della purezza ideologica della retorica del libero mer-
cato, e a dispetto della logica meccanica delfeconomia neoclassi-
ca, la pratica della costruzione dello stato neoliberale È ineludibil-

~ 1 - - - ~ - rt
14. Peck, ft. Ttcl-tell, Nttrtftfrttrtttlt-ttttg .“tpttt”t*. "fltflttptttle , 3, 2002, pp. .'180-40-1.

102
mente e profondamente segnata da compromessi, calcoli e con-
traddizioni. Non c'È un piano. Non c'È nemmeno una mappa. E
le stesse crisi non pregiudicano affatto questo mutevole e ibrido
modello di governance, perché in qualche misura il neoliberalismo
È sempre stato una creatura della crisi. Ma una cosa È sfruttare se-
lettivamente le crisi dei sistemi keynesiani-welfaristi, o orientati al-
lo sviluppo della spesa, o socialisti; unialtra È rispondere alle crisi
che È il neoliberalismo stesso a generare. Eppure sempre più spes-
so È questo il compito indecente delle sue forme metastatizzate.
che ciò accada all'indomani della crisi finanziaria asiatica o dell'u-
ragano Katrina o del disfacimento dei mercati finanziari. Ognuno
di questi eventi È stato tipicamente accompagnato da frenetici ten-
tativi di riavviare (e talvolta rivitalizzare) il fragile predominio del
mercato., ma ognuno di essi È al tempo stesso - visceralmente e
strategicamente - un evento polz'tz'co, i cui esiti non sono prevedi-
bili." E possibile che un qualche neoliberalismo 10"* neutralizzi,
rimuova o ridislochi alcune delle crisi latenti, ma queste non po-
tranno mai essere risolte in maniera permanente. Ogni nuova ge-
nerazione di software per il libero mercato, in qualunque modo
essa venga confezionata, È destinata a presentare nuovi êmgs e vec-
chi difetti. Ciò significa che quella che passa per “gouerraafrce neo-
liberfle” mostra oggi invariabilmente una dinamica oscillante se
non irritante, ed È egualmente (rilanimata dalla forza delle con-
traddizioni e delle convinzioni.
In questo contesto, Wacquant dedica procluttivamente la sua
attenzione alle attuali crisi del mercato del lavoro flessibile e del-
la marginalità sociale, che esibiscono la forma storicamente pecu-
lia re (sebbene in evoluzione) della governance neoliberale. In realtà
negli ultimi tre decenni- un tratto di tempo caratterizzato dal fal-
limento delle politiche sociali nonché da ripetute innovazioni isti-
tuzionali e incessanti ri-regolamentazioni - sono state profonda-
mente ristrutturate quelle che Claus Offe definì “le istituzioni in-

lfi. H. Le1tner._|.Pecl-L. E. .Sheppartl (a cura dll, (.n›vtert::tg Nerií:iÉ›t=rr:Irsrrr.- llrba-'ri Fron-


t't'tv'.r. (riuilford Press. Neu.-' Yorl-t Zllllú.
ln. “ì.l'.l" È Fespressione utilizzata per indicare il più avanzato stadio evolutivo (nonché
i molteplici e aperti lttiliz-ai a esso connessi) delle tecnologie Weli. [N.«.l.{l.l

103
clusivei' del mercato del lavoro a basso reddito.'“ Le successive, e
per qualche verso cumulative, ondate di riforma - nel regime di
welfare/workfare, nelle politiche di carcerazione, nei servizi pub-
blici per Fassistenza e per l'edilizia, nella legislazione sull'immi-
grazione, e cosi via- hanno ulteriormente modificato le condizioni
dei mercati del lavoro temporaneo. In questo processo sono stati
forgiati i nuovi contorni sociali dell'inclusione e dell'esclusione e
le nuove norme sulfoccupazione (nonché sulla disoccupazione e
sulla sottoccupazione). Da una parte questi mercati del lavoro so-
no stati davvero assoggettati per certi versi alla logica mercantile.
Il processo di mercificazione del lavoro È sempre più avanzato, e
le forme prevalenti di competizione diventano col tempo sempre
più darwiniane. Ma, fatto altrettanto importante, i mercati del la-
voro hanno conosciuto una nuova stratificazione istituzionale e
razziale: essi non solo sono raggiunti dalle lunghe ombre del si-
stema penitenziario e dei regimi di workfare, ma subiscono l'in-
fluenza dei “nuovi intermediari” (come le predatrici agenzie a tem-
po) che plasmano attivamente le regole del gioco.'“
Fra le tendenze più diffuse vanno registrate, da una parte, la ri-
duzione al minimo dei diritti sociali e degli strumenti di tutela nei
confronti del mercato del lavoro, e dallialtra, gli incessanti (e ta-
lora riusciti) tentativi delle nuove istituzioni inclusive di smistare
la propria “clientela” attraverso test di idoneità per l'occupazio-
ne. A dispetto delle loro peculiari funzioni sociali e dinamiche isti-
tuzionali, È questo che fanno le agenzie per il lavoro interinale, È
questo che fanno i programmi di workfare, È questo che fanno an-
che le prigioni. Essi non solo rispecchiano i mercati del lavoro
(temporaneo), ma contribuiscono a trasformarli. Di conseguenza
Finteresse di *Wacquant per le connessioni transistituzionali, per

l ¬ _ _- _ . .
IT. (.. Orte, Dtrorgarrizetf Capr'talirnr.- tfiontemprirary Iratt_rforr.vatt'ort.t of ll?'t.vr.È and Poir-
rƒes, MIT Press, (lambritige (I)-.f"1ass._) 1985.
18._l. Peck, N. Theodore, Wiirls Ft`rnf.' ll'/i'›r.-le/itre and t/at* Regttfattnrt nfCoi:H`rrgerrt Laiinartr
Marirets, “íiiainbridgeltnlrnal of Economics", 1, Zllllll, pp. 119-138; lid., (.'tm!r`rrge.v! fff'a.ft'a-
gn: Re.t!rttt*tttrr`rrg tnt* .$',t›at¬t-'.t t._›,f 'lerrrprirarji-' Lrtnrir, “International ,Ionrn-al of Urban and Re-
gional Research", 3, Ztìül, pp. 4?l-4%; Iid., ffrtrceraf (iilJt'tngri.* Maßtìtg tive Ea:-r.fltvta"t'r Env-
,m'r.{vrt}Jt`l't`t_v (.'rr`.rr'.r, “ lnternational_lournal of Urban and Regional rch 2, 2I_ìUS, pp. 251-
231.

104
le relazioni omologiche e per le strutture metalogiche È prezioso
per diagnosticare gli aspetti critici di questa congiuntura norma-
tiva tardo-neoliberale e per individuare i luoghi delle sue più im-
portanti contraddizioni. Tra le procedure di controllo delle forme
(sempre più normalizzate) di in sicurezza economica e marginalità
sociale Wacquant assegna correttamente un ruolo preminente ai
programmi di worèfare e alla reclusione penale. Ma la mia sensa-
zione È che la questione delfintegrazione istituzionale dei diffe-
renti processi sia tutt'altro che chiusa: È vero che la mano sinistra
e la mano destra dello stato neoliberale esercitano una stretta sem-
pre più decisa sui problemi di regolamentazione connessi al lavo-
ro flessibile e alla marginalità sociale, ma nulla assicura che si trat-
ti di una presa efficace.
Sulfargomento Wacquant È giustamente cauto. Mentre so-
stiene in maniera decisa che le logiche funzionali di :vor/efare e
prigione sono intrecciate (anzi, complementari) in ragione delle
loro relazioni coevolutive con la storia del mercato del lavoro fles-
sibile, egli si guarda bene dalfaffermare che sia in vista una qual-
che forma emergente di equilibrio regolativo. Tanto separata-
mente quanto congiuntamente, questi domini normativi conti-
nuano a essere lacerati da “irrazionalità, insufficienze e squili-
bri” .1“ Cos'È allora che sostrerte questa forma perversa di coordi-
nata inefficacia strategica a dispetto di cosi profonde contraddi-
zioni e di episodiche ondate di resistenza e contestazione? Se que-
sti sviluppi sono stati un “prodotto del neoliberalismo",2“ do-
vremmo riconoscere immutata potenza ideologica, politica e isti-
tuzionale alla degradata, consunta e profondamente screditata
carcassa del tardo neoliberalismo, i cui ultimi riti sono stati re-
centemente descritti da Naomi Klein, Eric Hobsbawni e altri?2i
Dopo (P) la crisi finanziaria, possiamo pensare Fegemonia neoli-
berale al passato remoto?

19. L. Wacqllant, La a'.-`rrr,t›1l:'rra prr.›a"nttt'aa, cit.


211, U:It'c}ertt.
21. (iifr. N. Klein, 'l'/fre .S`f=r.e¬»e Doctrt'.fre.' 'lilie l~1t'.re of Dtfiraster (litpƒraåirrri, Metropolitan
Books, N etv `r'orl-t 2(1(1}'; trad. .'airl:=r.›t¬Ã† ccr.vtr.vrr_v.' :“a.n.¬e.ra ale! tupttaftirrrrri drv' t1t'ra.tt'rr`, Rizzoli, Mi-
lano 211117; E. llobsbtn.t-f|n,{1rr IÈrrrp:`n=.'r1trrert't.tt, llilftr anni (}t'r.u5tt!.S`ttprrvrratjv, P`antheon Books.
New Vor]-t 21108. [N.d.{Â.l

105
A questo stadio È impossibile raggiungere una conclusione de-
finitiva, ma se - eventualità alquanto improbabile - l'edificio nor-
mativo del neoliberalismo collassasse nr toto, come un castello di
carte, ciò proverebbe semplicemente che il neoliberalismo non È
mai stato una struttura monolitica. Per una volta ci potrebbe ve-
nire risparmiata l'arroganza dei zeloti del libero mercato, ma i ri-
volgimenti in corso potrebbero anche rafforzare le mani (che pu-
re ci hanno detto “sicure”) dei pragmatici e dei tecnocrati, gli au-
tentici eredi del neoliberalismo realizzato. La generica protesta di
George W. Bush - “io rimango favorevole al mercato” - alla vigi-
lia del G20 sulla crisi finanziaria globale puo essere vista come la
perfetta metafora della bancarotta del neoliberalismo ancora in-
capace di riflettere sulla propria ristrutturazione?? Ma se si ritie-
ne che, fin dalla sua nascita quale progetto ideologico transnazio-
nale (sessanfanni fa a Parigi, al Colloque Lippmann),-2-i' ciò cui si
È realmente dedicato il neoliberalismo sia stato lo sviluppo pro-
gressivo di forme attrae di dispositivi statuali neoliberali? allora
la catastrofe finanziaria che ha avuto inizio nel 2008 potrebbe por-
tare a ulteriori tornate di lacunosa rr'-regolamentazione a favore
del mercato cosi come a una implosione sistemica simile alla ca-
duta del muro di Berlino. E i tecnocrati, lo sappiamo, hanno la
tendenza a lavorare silenziosamente. Di sicuro il linguaggio poli-
tico che accompagnerà questa fase sarà improntato alla feroce de-
terminazione e al cauto pragmatismo, in contrasto con il crescen-

22. (.lr. Prt'.tr't(e.v! Brr.rfJ Dr.rt?ttr_rt*.t l*rrrarrt'tal lvlarll-rer.r and Wivrfd Ettmr.vrrjr, “Wih tte House
Press Release”. Federal lnfom1ation and Nevvs Dispatch, 13 novembre 211( 13.
23. ll fltilltiqtte 'Walter Lippmann È l`incontro di economisti e intellettuali organizzato
dal 26 al 311 agosto 1933 a Parigi dal filosofo francese Louis Rougier allo scopo di rilanciare
la declinante ideologia liberale. Dedicato al giornalista Walter Lippmann (1889-19?4, scrit-
toree giornalista statunitense. autore del libro 'lilre Gr.vr.›u".`lir.Ir.¬t'et_1,I, l93?; trad. La giusta ;rot.*r`eta,
Einaudi, Torino 1945, testo ispiratore della dottrina neoliberale del quale era appena appar-
sa la traduzione francese), l`evento rimase senza seguito a causa dello scoppio della Seconda
guerra mondiale, ma influenzo Friedrich von Hayek e la fondazione della Mont Pelerin So-
ciety (vedi srtpra, nota 12). [N.d.(i.]
24. M. Foucault, Nars.rarrt'e ale la fÉv'r.=,t›ralr'rrJ:;«tte. (..'o.vr.s' an (.'r1llÈge de France 1978- I'š1I"9,(ial-
limard-Seuil, Paris 2130-4; trad. Na.-:rr`!a della f?r'r:pr›l'r'tr't¬a. Corro aI(.`rillt1ge de Franor( 197111-1517511.
Feltrinelli, Milano 2I'.1(15;_l. Peck, Rrvrralrtng Lrtr`.r.rr¢t-faire, cit.: li'. Mirovrslri, D. Plehwe (a cu-
ra di), ililie Rrard ƒronr Miur: Peferr'fr.- 'li-“nr lvla»l1'r'rrg of rive Nari!t1l:›t*ra! 'l}'Jr.›.-agio' (.'r..~f!et¬ƒƒtre. Ilar-
vard University I1ress,(lambritlge (11-flass.) 211051.

106
do trionfalista che ha scandito liaffermarsi della logica del merca-
to negli ultimi due decenni. Teniamoci pronti alla Quarta Vial
Senza dubbio ha ragione Neil Smith quando, articolando la cri-
tica habermasiana della modernità, descrive il neoliberalismo co-
me “morto ma egemone”.2-5 E vero che gli interessi sociali che il
progetto neoliberale doveva in qualche modo comporre - grande
capitale, élite finanziarie, azionariato, investitori transnazionali -
sono stati infine scoperchiati, eppure essi continuano a imporre i
loro privilegi con sorprendente spregiudicatezza. Nelle politiche
di salvataggio finanziario intraprese dal governo statunitense, per
esempio, gli interventi più urgenti hanno riguardato le banche e le
imprese a rischio di fallimento, e la strategia complessiva È stata
quella di assecondare la compromessa “fiducia” dei mercati. Tut-
tavia - sostengono Hobsbavrm, Klein e molti altri- in queste stes-
se politiche alligna un rovinoso, se non fatale, atto di accusa rivol-
to alla governance neoliberale. Forse la corrente È cambiata. Ma
non dobbiamo dimenticare che, se questo maldestro ricorso al po-
tere dello stato (accompagnato da volgari manifestazioni di ipo-
crisia e dissonanza cognitiva) puù aver creato qualche momento di
imbarazzo nei più dogmatici seguaci del verbo del libero mercato,
l“(ab)uso del potere statale È del tutto coerente con il manuale del
neoliberalismo. In realtà i gruppi di interesse e le istituzioni che
hanno usufruito delle politiche di salvataggio non hanno mai gio-
cato secondo le regole del libero mercato.2“ Dovremmo allora chie-
derci in quale direzione si stia realnrertre muovendo la corrente, dal
momento che il rischio finanziario È stato socializzato in misura
quasi inverosimile, e che le logiche di \)(/all Street e 'Washington
hanno conosciuto una reciproca e inedita armonizzazione.
D'altra parte, non È certo per disattenzione che i problemi en-
demici alla base della dilagante insicurezza socioeconornica - dif-
fusasi dagli strati più poveri alla classe operaia e infine al ceto me-
l _ _ _ ..
25. N. Smith, .“~lrrifrbt>raL*.t*ar .ir Dean', Dnrrrrivant, Dtyfearable- I her: Wf'.l:›at.7-', “Human Geo-
graphv”,2,2l1l18, pp. 1-3; Id.. l\.ltr›lr't'¢rralrlt¬rrr.' Dead bra' Dor..vr1rarr!, “Foca-al”. l, 20t_1I'š, pp. 155-
151'.
2o. N . Chtttnsltv, Profrit ntrer ii't*r.vptle.' Ntrrilflm-:'raltÃt*rrr ana' filriåal ()m'er, Seven Stories, New
`t"orl-t 1998; trad. .frrl/a nostra pt-vile, lvlarco Tropea, lvlilano l'~1'r1E1; D. llentvood, 13t“it!l.S¬rrt=t=t.-
lltrrt-' lt' lliiirtùs and for livfirirrr, Verso, London 1511117.

10?
dio - vengono insistentemente ignorati. Le esigenze macroecono-
miche, ci viene detto, suggeriscono che “non È il momento” per
un'assicu razione sanitaria universale, per una legislazione che com-
batta più incisivamente la segregazione residenziale, per una rifor-
ma fiscale di tipo redistributivo, per progetti sistematici volti a
combattere la povertà. Al contrario, gli sforzi attuali sembrano vol-
ti unicamente a rattoppare il settore dellieconomia rrrcflele-apzi al-
lo scopo di isolare il regime finanziario da nuovi, futuri contrac-
colpi (provenienti .ia particolare “dal basso ”). Il tentativo di ri-re-
golamentazione appare sensibile soprattutto alle questioni del ri-
schio finanziario e dell'isteria “dei mercati mentre abbandona a
se stessi coloro su cui grava il rischio .ro.-nale. Che pero devono con-
tinuare a fare acquisti. A ogni costo.
Ricordiamo che lo sfruttamento delle crisi È stato un segno di-
stintivo della governance neoliberale, anche se l'attuale decorso de-
gli eventi sembra sempre più dissimile da quello che caratterizza
le “crisi normali”. Eppure un progetto cosi logoro e screditato mi-
naccia di ondeggiare senza meta (e finanche di trascinarsi più avan-
ti) se urfopposizione politica organizzata non ne bloccherà il cam-
mino, e urfalternativa sociopolitica non riempirà il vuoto che lo
accoglie. “Morto ma egemone”, il neoliberalismo potrebbe esse-
re entrato nella sua fase zombie. Il cervello sembra avere da tem-
po smesso di funzionare, ma gli arti continuano a muoversi, e an-
che i riflessi difensivi sembrano ancora attivi. I morti viventi del-
la rivoluzione del libero mercato vagano ancora tra noi, ma a ogni
resurrezione la loro andatura si fa più incerta ed esitante.

Traduzione dalfinglese di Massimo Gelardi

| -. . . . . . .. _ . .
2?. Lontrapposto al rrrc/ele alatarr e,'ƒec.=.' (secondo il quale. ut vtrtu del ltstologtoo funzio-
namento degli investimenti di capitale e degli scambi commerciali, la ricchezza delle classi
affluenti “sgocciolerebbe” ltrr't-È!c*cIr›:t=rr] sulle classi inferiori in forma di rigenerazione, espan-
sione e redistribuzione del volume di produzionel., il rrƒoitle trp effect consiste nell `im pttlso al-
1`acctanulazione e alla capacità produttiva che ernanerebhe sui più rilevanti soggetti delle
conomia di mercato da politiche di sostegno al reddito e al consttmo capaci di mettere a frut-
to le attitudini alla spesa delle classi medie. |N.d.(`..|

103
La penalità neoliberale:
una breve genealogla
BERNARD E. HARCOURT

La pn`acƒ,t›a!e ƒarrzrnrre dei afiirrltto penale .ia avra .racretai t¬apr'ta lrsrrca È
aatvlla alt r1ta'nrre gli iaa't`¬.:rr`a'ar` a rertarn' ale! .rrrteara alt' rcarašan aalorttartn
e retrr`å'at'to - il “raercarn ", rielle .rrre ƒivrare e.r,t:ft'r't.'rLte e rirrp irene - aaanalo
arresto, ra arrttì der' .åarri coni delle trarr.razr'aar, rapprereraa aa .rrlrteraa dr'
af1or'a:.frorrt* Jetlle rrsorse priti eflicrerrte rfciilri rca' rrrßrtt c'r.ett'1'r'ao I_ . _ il_ Qrrartdti
ti t¬or!r` tlefle trarrrazirira .trmo };›a.r.rr'. rl raercatt: È per a'eƒ}'rrr`.tr`orrc*r1'raeroa'a
,orti efƒirrreart* a'r'al!faa:.v`r.area1e1'1'erƒ_rnr.re. I tertta.tr`at' tft' .t*t'at'rt1tarIa raraaao
araüvdt' .rcnraggr§atr` da art srlueara tlegat1et`rrrpt*grratr› a pn.1rratr.›aoret`f
,tirr1tt*r}†Jri.› a'r*Zl't*ƒƒrt*rt*rr.'aI.'

1'I raercatn ti ri' rrrrgfirrr .uiutrrrra rrrar' raaerr rato per ailoca re le rt[ror.re in
raaarera t7'ji*`t'r`eat't* e per .vra.r.rr'rrrr'r.zare la prralrttr'r.›rrt* 1. .. 1'. Penso rirriítrt'
nivt* ct' sia aa ftrgarrrt* tra fa lrløtvta dr' r.vertato e fa t't`11:›t*rt'ri rrefla ma
. .. -1
at`t`er.rr.vvt' ,tutt arrrpra. *

ll“inizio del XXI secolo si sono registrati


importanti mutamenti nel sistema pena-
le degli Stati Uniti e delle alt re importan-
ti nazioni occidentali industrializzate. Liincarcerazione di massa
- ossia la crescita esponenziale (in termini assoluti e percentua-
li) del numero dei detenuti dei penitenziari federali e statali e
delle prigioni di contea - È stata la tendenza più chiara e im-
pressionante, almeno negli Stati Uniti. Nel 1973, dopo cin-
quant'ann.i di relativa stabilità, il tasso di carcerazione negli Sta-
ti Uniti ha iniziato a crescere: oggi un adulto su cento È dietro le
sbarre. Tendenze analoghe, sebbene meno decise, sono state os-
servate a cavallo tra il XX e il XXI secolo in Italia, Francia, Gran
Bretagna e altri paesi europei.

Titolo originale; Neolriàeraf l)errat'r'£jt›: I-1 Brief Gt-*rrc*alr.=gy.


1. R. Posner,Arr Etnrrorrrrc Tia.-:=r.nfv tiƒfåve (frt'err'rral Lara, “fiioltunbia Law Revievv”, (1, 1985,
pp. 11515-115113.
2. Barack Obama, citato in D. Leonhttrdt, ()frrrrrrrtrrarrrt`t:r, “Nevr `t'or1-t 'Iimes Magazine”,
24 agosto 2008, p. 52.

=aotut.s4t1.2a:n. tua-: tr 109


Un altro importante mutamento rilevato recentemente negli
Stati Uniti È la diffusione delfutilizzo dei metodi e degli strumen-
ti attuariali, ossia il crescente impiego di dispositivi empirico-con-
cettuali di valutazione del rischio nella previsione delle risposte
dei detenuti alla loro eventuale liberazione condizionale, nella sti-
ma del potenziale di pericolosità degli individui, nelfidentifica-
zione dei colpevoli di reati sessuali violenti. La sperimentazione
degli strumenti attuariali È stata avviata anche in Canada, così co-
me la logica della predizione attuariale (sebbene non l'utilizzo dei
suoi strumenti) si È allargata a paesi europei come la Francia, che
nel 2007 ha abbracciato con convinzione la formula della deten-
zione preventiva (re'tem'z`oa de .rtirere').
Gli Stati Uniti, il Canada e i paesi europei hanno conosciuto
anche -in momenti e in misure differenti- l`intensificarsi e il mol-
tiplicarsi delle strategie repressive (come la tolleranza zero e la po-
litica delle broken wz'rm'0w.r);i un più aspro trattamento della cri-
minalità minorile; un accresciuto impiego delle tecniche di video-
sorveglianza, delle procedure di raccolta dei dati biometrici e de-
gli strumenti di catalogazione di informazioni attraverso iniziati-
ve come il Total Avrareness Program“ negli Stati Uniti, la video-
sorveglianza a circuito chiuso nel Regno Unito e la costituzione di

3. Sulla lørrileerr tt.r."rra't.›ta.r ƒlatrrirftr, cfr. l... Wacqttattt, La tlrÃrt'r,tJ!r'rra proa'rrHr`aa.- fr'rrorrr.›rrrr'a er-
.rtvrztirt-'tr della stato rrtvilrln.-rale* (21109), in questo fascicolo, nota (1.31. [N .d.C. I
4. 'tlarato nel febbraio 20113 dalla Defense Advanced Research Projects /tgency 1D.f'tRP.›¬t1
quale parte della strategia di reazione alfoffensiva terroristica globale, il Total lnfomtation
Pnva reness Program (ribattezzato nel maggio dello stesso anno Terrorism lnfonuation Avrare-
ness Programi si prefiggeva lo sviluppo integrato e sistematico delle diverse dotazioni tec-
nologiche e dei differenti indirizzi metodologico-operaiivi in uso nel settore della sicurezza,
delfinfomtazione e della comunicazione al fine della raccolta della rorafrtri delle infonnazio-
ni reputate tanicamente rilevanti in un ambiente fisico e lungo ttn orizzonte temporale ten-
detmialmente illimitati lsecon do modalità che andavano dalfinvestitnento nei sistemi comu-
nicativi dei mezzi militari alliespansione della ricerca biologica, dall 'elaborazione di tecniche
predittive delle dinamiche di crisi alla massiccia immissione di anflisi comportamentali e tec-
niche di profiling - perlopiù etnicamente orientate - nelle previsioni di intervento investiga-
tivo e giudiziario, dalla costituzione di database comprendenti le tracce più profonde e sen-
sibili delle transazioni materiali, telefoniche e informatiche a programmi di identificazione
corporea a distanza su base biometrical. Nelliottob re del 211113 il programma si vide sospen-
dere ferogazione dei fondi dal Department of Defense Ftppropriations Act, che recepi la cre-
scente inquietudine generata dal profiiarsi di un regime di sorveglianza di massa; tuttavia,
intona parte dei suoi progetti rimane in vita, alimentata da fonti di finanziamento diversa-
mente rul-.-«ricate nei capitoli di spesa della National Security ftgency. lN.d.(l.|

110
archivi del DNA in Inghilterra e in Francia; liadozione di standard
più severi nelfirrogazione delle pene (tramite misure quali liin-
troduzione del minimo obbligatorio dellientità della pena, l'ap-
provazione delle three .rtrziees Zaw.r,5 Pirrigidimento delle norme
sull'uso di droghe e armi, la condivisione di linee guida tendenti
a fissare termini di pena più lunghi).
Nella maggior parte degli sviluppi sopra elencati gli Stati Uni-
ti hanno ricoperto il ruolo di esportatori di idee e tecnologie (per
esempio nella politica delle broken wzlrrdows e nelfintroduzione
del minimo di pena obbligatorio). Ma non in tutti. Il Regno Uni-
to È stato il leader ne1l'utilizzo della videosorveglianza a circuito
chiuso e nelle tecniche di raccolta del Dna; la Francia È stata una
innovatrice nei sistemi di dispiegamento di forze di sicurezza para-
militari antisommossa; e l'ltalia È stata alfavanguardia nello svol-
gimento di procedimenti giudiziari ban/iter-.t*tyle. ll principale stru-
mento attuariale oggi utilizzato negli Stati Uniti -il Level of Ser-
vices lnventory-Revised (LSI-R) - È stato ideato e sviluppato da
ricercatori canadesi, e lo stesso vale per lo Hare Psychopathy
Checklist-Revised (PCL-R).i*

1. Spesso si cerca di vedere in tutto ciò liincontrovertibile segno


di qualcosa di inedito emerso a metà degli anni settanta: una nuo-

5. Sulle tlrree' rtrri(a'e.t later, cfr. F. Ftut Ptveu, Neol.'t1l›errtt.'tIrrrrr.r e rtt*r.ƒttrrznvrtal'rsrrrr.›.- la logica
opaca ale! taprtaftr, in questo fascicolo, nota 12. I'N.d.C.l
(1. Il 1.!-il-tt e il Ptìt.-Išt, utilizzati soprattutto nei paesi anglosassoni, sono strumenti di va-
lutazione delle probabilità di recidiva dei criminali nel raggio di dodici mesi ai quali gli or-
gani giurisdizionali ricorrono per formulare perlopiù decisioni riguardanti la concessione
della liberazione condizionale: si tratta nel primo caso di un`intervista non stnttturata tesa
a catturare biografia, stile di vita e attitudini sociali del soggetto (articolata in otto catego-
rie: carriera criminale. atteggiamenti antisociali, convinzioni antisociali, ambiente familia-
re. ambiente lavorativofscolastico, attività di svago, utilizzo di sostanze psicotrope, fre-
qttentazioni criminali), e nel secondo caso di un questionario semistrutturato che misura
l`indice psicopatico di un soggetto - ovvero, inversamente, la sua disposizione a provare
sentimenti em patici o di socievolezza - sulla base delle sue risposte a venti rrerrrs volti a ri-
levarne biografia, stile di vita, attitudini sociali e tratti psicologici altamente specifici (or-
ganizzati come sintomi della biforcazione categoriale tra personalità narcisistica poten-
zialmente non-deviante, segnalata per esempio da una esorbitante autostima o da una pa-
tologica tendenza a mentire, e personalità propriamente antisociale o criminale, che si ma-
nifesterebbe per esempio in una scarsa capacità di autocontrollo o in un co-mportamento
sessuale “promiscuo”1. l1*~l.d.('l.l

111
va cultura del controllo, una nuova scienza penale, le nuove for-
me di biopotere. Uimpressionante diagramma che rappresenta
fandamento del tasso di carcerazione negli Stati Uniti - ossia la
sua crescita esponenziale iniziata nel 1973 - È scolpito nel nostro
immaginario collettivo e, associato al simultaneo collasso del mo-
dello riabilitativo della reclusione penale nonché alla coinciden-
te affermazione e diffusione delle misure law and order, compo-
ne una cornice interpretativa capace di inquadrare taluni muta-
menti sociali succedutisi dagli inizi alla metà degli anni settanta.
In realtà, pero, sarebbe un errore attribuire eccessiva enfasi a
quel periodo cruciale. Dopo tutto, il mantenimento dell'ordine È
una pratica disciplinare che risale almeno al XIX secolofl' Gli stru-
menti attuariali vennero adoperati negli Stati Uniti per prevedere
la devianza già subito clopo il 1930, e anch'essi risalgono alla cri-
minologia positivista e al movimento per la defe.a.re sociale del tar-
do XIX secolo europeofii Della raccolta dei dati biometrici - con-
dotta parallelamente allo sviluppo di programmi di sterilizzazio-
ne forzata, alla messa a punto di tecniche eugenetiche, allo svi-
luppo delle teorie frenologiche - esistono tragici precedenti allii-
nizio del XX secolo, tanto in Europa quanto in Nord America.“ E
anche la reclusione di massa non È certo un fenomeno inedito: di
fatto, negli anni trenta, quaranta e cinquanta del secolo scorso il
tasso di istituzionalizzazione dei malati mentali negli Stati Uniti
era molto vicino all'odierno tasso di carcerazione.'“ Le tendenze
rilevate sono egualmente impressionanti:

T. M. Foucault, .S'ecrn't't'e, terrr'tor'r'e_, prJ,ottl'att'r.ur. C'otrr_r aa C't.+l'fegt=' ale Fr.-:race_, 19??-1978,


Seuil-Gallimard. Paris 2004, p. 4?; trad. .°›'ri:zrrezza, terrr'ror:'r.=, popolazrrirte. Cor:-:o at' t'.'r.1l'i:`='ge ale
France (1977-1923), Feltrinelli, lvlilano 2005, pp. 21-22; B. Harcourt, l!l'.a_rr'ort offirder: 'Ilve
False Prorr.a'se of Broker: l1.i'.t'rrcfott.u Pr.ulr'c'r'rtg, l-larvard University Press, Cainbridge 1llrla.ss.l
zt›t:1,p. teo.
3. Tull-teus, lrrtrodacrioa, in et. Prins, La a'tjfea.re _rocr'aZe et' les rrarrrfirrazattiarrr da alroir
perraf, Editions Me-decine et Hvgiène, Genève 1986.
9. D. King, In the Name :J Lr1l,†eralr'.rrrz.' l'.Hnl=-eral .'5'r.nt'z.'l Pr.ulr'c_v rn tot* llrrrred .liraret and
Brr'tat'a, (info rd University Press, New Yorl-t 1999.
10. B. Harcourt. Frora I/ae A.-.gvlrtar to to e Prr'.rorr: I-Éetivr'rr»l:r'rrg the lacarceratr'r.vr Reao!ru'r'orr,
“Tez-: as Lan' Review”. Tr', Zililn, pp. 1751-1186; Id., Frozv t'r'at*1fl.r_vl'ttra to alte Prr'.rou.- Re!f1r'rr›l:-
ing the lacarcerarr'ou Rrrarilrrrriirr - Part II: .i'rate Level' Arra.l_v.rir, “University of Chicago Lav:
di l'2'.L"t*trtomlt.`.':`-I", 'Ulifl Wltirltittg l“ttpeI' No. 335, Zfllli'.

112
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Ill-

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'tir
-I IHÈIRHI '_' in-fl*fi"àflÉI'

Tassi di istit*-uzionalizzazione (per 100.000 adulti) relativi a strutture psichiatriche,


prigioni statali c federali, totale di strutture psichiatriche c prigioni negli Stati Uniti.

Dal 1935 al 1963 il tasso complessivo di istituzionalizzazione ne-


gli Stati Uniti (relativo alliinsieme delle strutture psichiatriche e
delle prigioni) È stato superiore a 700 per 100.000 adulti, con pun-
te di 778 nel 1939 e 786 nel 1955. A metà del secolo si registro una
proliferazione di strutture psichiatriche, tra le quali si annovera-
vano non solo gli ospedali pubblici statali e di contea, ma istituti
pubblici e privati per “handicappati mentali ed epilettici”, istitu-
ti pubblici e privati per “ritardati mentali”, sezioni psichiatriche
negli ospedali per veterani, ospedali per “psicopatici”, strutture
private per malati mentali. Il tasso complessivo di internamente
fu almeno pari a quello attuale”
E importante allora fare qualche passo indietro e indagare le
pratiche penali lungo un arco di tempo più esteso, mettere cioÈ in
I ll. Le cifre riportate nel diagramma non includono gli individui reclusi nelle strutture
destinate alla custodia cautelare (;iar'l'.r) in quanto i dati relativi non solo non sono catalogati
in maniera sistematica, ma fino al 19110 sono stati raccolti secondo criteri poco affidabili. Tut-
tavia, quando essi vengono inclusi nelle statistiche nazionali complessive, la tendenza rima-
ne identica; È solo con la rivoluzionaria carcerazione di massa degli anni ottanta e novanta
che i dati aggregati dei processi di istituzionalizzazionc si riavvicinano a quelli degli anni qua-
ranta e cinquanta (B. Harcourt, Front tbe ƒlryl'anr to the Prison, Retbínkfng :be lncaroerarion
Revolrnfon - Part II: Stare Level Analyrtlr, ci t.).

113
relazione la recente carcerazione di massa con le pratiche di re-
clusione simili o affini sviluppatesi alliinizio del XX secolo, e si-
tuare l'una e le altre dentro una più ampia cornice storica, che si
estenda non per qualche decennio ma lungo diversi secoli. Ciò che
viene rivelato da una tale, più ampia, prospettiva È che il modello
della reclusione e del controllo del secolo scorso È stato facilitato
dalliemergere e dal graduale imporsi della “ penalità neoliberale”.
Con tale espressione io intendo una forma di razionalità che ope-
ra sospingendo la sfera penale fuori dalfeconomia politica e asse-
gnandole una funzione di confine: la sanzione penale viene cosi
separata dalla logica dominante dellieconomia classica e costrui-
ta come l"unico spazio dentro il quale liordine viene legittimamente
imposto dallo stato. In questa prospettiva, la parte più consisten-
te delfinterazione umana - ossia il complesso delle attività eco-
nomiche - viene vista come volontaria, giustamente retribuita, or-
dinata e tendente al bene comune; la sfera penale È invece il con-
fine estemo, lungo il quale - e .rofo lungo il quale - il governo puo
legittimamente interferire.
La struttura discorsiva della penalità neoliberale- nata nel Xvlll
secolo, sviluppatasi nel XIX secolo e oggi di larga diffusione - fa-
vorisce la crescita della sfera carceraria: essa rende più agevole
tanto fopposizione all'intervento del governo nel territorio del
mercato, quanto la criminalizzazione di qualunque deviazione dal
mercato stesso; essa, inoltre, facilita liapprovazione di nuove leg-
gi in materia di giustizia e conferisce alla sanzione pen ale una ve-
ste più liberale perche zfirola la regione contrassegnata r1at't"erercz'zz'o
deíZ'artr'zn'tâ regolaníoa, o.rrz'a' lo spazio in can' lo stato prio Zegz'ttr'rna-
mente agire e approprz'atanaente svolgere la ƒanztone alt' governo.
Marginalizzando e spingendo la pena verso la periferia del mer-
cato, la penalità neoliberale sguinzaglia lo stato all'interno della
sfera carceraria.
Questa visione di un mercato ordinato nonché delimitato dal-
la sanzione penale domina Fimmaginario pubblico contempora-
neo e ha condotto a una demarcazione cruciale tra Pefficienza na-
turale del regime di scambio e la difettività del dominio penale,
che rende necessario e decisivo liintervento del governo. Oggi la

114
sanzione penale tende a essere considerata come una risorsa vol-
ta a calibrare le deliberazioni degli attori razionali, ma da attivar-
si in via ercla.rr'ua ed eccezionale agli estremi confini di un merca-
to altrimenti capace di conseguire il proprio ordine senza ricorre-
re a strumenti di regolazione esterna. E questa precisa combina-
zione - ordine nel mercato e governo ai confini - che contribui-
sce a modellare la moderna visione neoliberale della pena. E pro-
prio questa concezione che troviamo rappresentata negli scritti di
Richard Posner, e formulata in maniera eloquente nella semplice
e schietta epigrafe citata in apertura: È l'idea che la principale fun-
zione della sanzione penale in una società capitalista consista nel-
l'impedire faggiramento del mercato. 12 In questo passaggio l'idea
delfefficienza del mercato rimanda a una teoria penale che indi-
vidua nella pena l'unico legittimo spazio di intervento del gover-
no. Altrove tale teoria semplicemente ignora gli scambi volontari
e retribuiti, come se in qualche senso lo spazio del mercato esi-
stesse indipendentemente dalla formulazione di specifiche politi-
che, come se i due domini fossero distinti.
Le idee della naturale efficienza del mercato e delfeccezione
penale risalgono al pensiero liberale delle origini. La prima va di-
rettamente ricondotta alla nascita, alliemergere e al trionfo dell'1-
dea di ordine naturale in economia, dunque alla dottrina fisiocra-
tica di Quesnay, Dupont de Nemours, Le Mercier de La RiviÈre,
il Marquis de Mirabeau e altri economisti francesi del periodo
1756-1767. Le loro opere esercitarono una profonda influenza in
Francia e all'estero, ed È proprio la metamorfosi della loro idea di
ordine naturale che ha dato luogo a quella moderna nozione eco-
nomica di efficienza del mercato che È al cuore del pensiero neo-
liberale..
Negli scritti dei fisiocratici la nascita delfordine naturale con-
duce direttamente all'espansione della sfera penale quale unico
spazio legittimamente aperto alliarnministrazione e alfintervento
del governo. L'idea di ordine raggiunse il proprio sviluppo in una
teoria politica che combinava il disimpegno dalle questioni corn-

l - . . . .. . . _ _
12. R. Posncr, rin Ecrnronrrc lf.1et.›rjv r.gftf11t'* (.rtnnnal' Lrtte, cu., p. 1 19).

115
merciali con l'emanazione di politiche autoritarie e centralizzato
nelle restanti sfere della vita associata: era ciù che i fisiocratici de-
finivano la dottrina del “dispotismo legale”, espressione con la
quale Quesnay e Le Mercier de La RiviÈre designavano l'ideale
politico dell'assoluta inerzia dello stato nella costruzione dell'or-
dine sociale, indicando liintervento nelle questioni penali quale
unica eccezione a tale principio. Giacche le leggi naturali gover-
navano il commercio, gli e'conornzls*re.r non vedevano alcuno spazio
per fazione legislativa, eccetto quello di incriminare e punire quan-
ti deviassero dall'ordine naturale.
L`ordine naturale delfuniverso implicava il dispotismo legale
nelle questioni umane. Tale dottrina lil abbracciata dai fisiocrati-
ci nel 1767, anno della pubblicazione del saggio di Quesnay De-
.rpotz'.rm*e de la C/sine, e del libro di Le Mercier ljordre nature! et'
e.r.renrr'el :les socz'e'te's'po[r'tz1a'zaes*. Il Dai loro studi economici essi per-
vennero alla conclusione sillogistica che l“ordine naturale che go-
verna la sfera delfeconomia esige tanto l'assenza di intervento
umano - dunque di leggi positive - nel dominio economico, quan-
to Pimposizione di leggi positive che puniscano la devianza dalla
legge naturale: in altre parole, liordine naturale esige che le leggi
positive si limitino a punire il furto e la violenza. La logica proce-
deva cosi:
1) La sfera dell'economia - agricola e commerciale - È gover-
nata da leggi naturali intrinsecamente tendenti alla realizzazione
dei più elevati interessi del genere umano.
2) Le leggi positive, disegnate dagli uomini, possono al più ri-
specchiare l"'ordine naturale fungendo da istanze concrete della
legge naturale.
3) Di conseguenza, il diritto positivo non deve estendersi al do-
minio delle leggi naturali: nelle parole di Quesnay, “la legislazio-
ne positiva non deve raggiungere il dominio delle leggi fisiche”. H

13. E Quesnav, Derporr'.nne de la Cfnrre, in (E.=.vare.r etrnrornr'a*aer t¬nrrt,tJl-'etes er arnrer re.:-.'te.r,


lnstitttt National d'Études Demographiques, Paris 211115, vol. tt, pp. 111115-I I 14; Pf-P. Le Mer-
cier dc La Riviere, L'ordre natttrel et c*.t'.-;t*rrtr'c*tl t1c*.r.t¬r.›ct'citti.r prrft'rtÃatrt'.r, Editions ('ieuthner, Pa-
ris 19111(ed. orig. Noursc ot Desaint, Londres-Paris 171171.
1'-1. F. Qttcsntty, De.tpot'r'.rnre a"e la (.'l':n'rte, cit., p. 11117.

116
E per questa ragione che non c“È bisogno di una legislazione se-
parata. Ogni potere legislativo deve essere centralizzato in un po-
tere esecutivo unitario - un despota legale - che apprenda e ren-
da effettive le leggi di natura.
4) Ci sono tuttavia alcuni uomini che per via delle loro passio-
ni disordinate - passioni “ déréglées ”, come scrive Quesnayl-5 - non
riescono ad apprezzare e a osservare le fondamentali leggi della
natura.
5) L“unico oggetto legittimo della legiferazione umana, dunque,
sono le passioni disordinate degli uomini, che vanno punire seve-
ramente allo scopo di proteggere la società dai ladri e dai reietti
che ne sono animati.
In questo argomento logico liintero lavoro È svolto dalla no-
zione di ordine naturale, la quale conduce inesorabilmente a una
sfera penale che da una parte viene sospinta ai margini della geo-
grafia sociale, e dall'altra ottiene la libertà di espandersi senza li-
mitazioni. Giacché le passioni di alcuni uomini sono disordinate,
e tali uomini mostrano di non saper apprezzare l“ordine naturale,
il despota legale detiene il potere discrezionale - pieno e illimita-
to - di reprimere e punire. Il diritto positivo adempie soltanto a
una legittima funzione: punire coloro che violano l'ordine natu-
rale, che sono disordinati, che non rispettano le leggi naturali. La
nozione di ordine naturale si È consolidata di pari passo con il con-
cetto di “dispotismo legale” proprio della dottrina fisiocratica del
XVIII secolo, esattamente come oggi il criterio delliefficienza del
mercato si sviluppa di pari passo con il discorso della penalità neo-
liberale.

2. Nelfimportante saggio contenuto in questo fascicolo, Loic Wac-


quant fornisce un significativo contributo teorico instaurando una
relazione tra i più recenti sviluppi del settore penale ele più am-
pie questioni connesse al neoliberalismo e alle modalità di regola-
zione delle classi povere. Egli costruisce il suo intervento artico-
lando un confronto con i penetranti scritti di Frances Fox Piven

15. lfJti:ft'rrr.

117
e di David Harvey e (almeno in parte) delineando una critica del-
la nozione di disciplina formulata da Michel Foucault. Tuttavia,
io non sarei altrettanto sbrigativo nel disfarmi di Foucault. Se vo-
gliamo cercare una guida nella sua opera, il posto giusto non è nel
suo magistrale Sorueglzare e pzmáre e nella nozione di disciplina ivi
sviluppata, ma piuttosto nelle lezioni che egli tenne al College de
France, riprodotte in Szimrezza, rerrz'rorz'o, popo[azz'orze e in Nasci-
ta della Ãvr'opolzitz`ca.16 In queste lezioni Foucault ha esplorato i fe-
nomeni penali dei tardi anni settanta del secolo scorso - vale a di-
re il controllo di estese popolazioni carcerarie - attraverso un pa-
radigma diverso da quello di disciplina, e cioè all'interno di quel-
lo spazio concettuale che egli aveva definito sécurité' e che poi ri-
nominù gouverfref†zeHtalz'tã.Ii Foucault iniziò a esplorare la nozio-
ne di .re`t*.urz`rá nel tentativo di comprendere il passaggio delle no-
stre pratiche penali dalla logica del trattamento e della riforma del-
Findividuo a quella del controllo di sempre più vaste popolazioni
carcerarie. Non del tutto sorprendentemente, quelle lezioni su sé-
czrrzìé e biopolitica sarebbero diventate in realtà lezioni sul neoli-
beralismo.13
In questo saggio utilizzerà il termine “neoliberalismo” in ma-
niera da abbracciare un arco di teoria politica e sociale che copra
diversi secoli. Lo stesso vocabolo (come del resto la maggior par-
te dei vocaboli) è aspramente contestato, anche tra coloro che con
più attenzione studiano il concetto cui esso si riferiscefi' Io qui lo
userò per catturare almeno tre specifiche e distinte dimensioni. La
prima è quella cronologica e distingue teorici del XX secolo come
Friedrich von Hayek, Milton Friedman e George Stigler dai pri-
mi pensatori liberali, come Adam Smith e F rançois Quesnay. La
seconda dimensione e più “ideologica”. I primi pensatori liberali
l ¬ . . . _ _
Io. M. Foucault, årrwezfler et prnvrr. Nar`.t.taf-ace da fa pre-ron, Gallunard. Pans 1915; trad.
.iioniegfrirra e partire. Nascita della prr'ginrre, Einaudi, Torino 1'.-F6; Id., .S`:`cnrem:r, rerrra-1.-rr'o, pn-
pr.›fatr'orre, cit.: Id.. .ùi.ai.trarrt¬¢=a'e la /vzopoii'rria:.ve. firiatrtr aa' Criftiëgtt da France, 191%'-1 9751, Seuil-
Gallimard, Paris 21004; trad. N.-:r_tc:i'rr della )':fri*.›,t›r.›Zi`r.r'u:z. Crirrri al ffriffègrt da Fr.-avra (1E?7t°i-151.751),
Feltrinelli, Milano Züflfi.
li'. Id., .$`.*'cr.fr¢°:.-*.':-:t. ƒrvrƒrririri, pr›pr.›!azr'ririe, cit., p. 88.
18. lcl., ;\ia5t':`!d cftfifr fJ:'r.›pr›ft'£!i`d, cit., pp. 32-34.
l9._].L. (f.a1npbe|l,{).K. liedersen (a cura di), 'l'†'Jr-* Rr`.re :J :`~.i¢›r.›t'r`/›t*rtr1'i`.t›rr am! In.-:ni'r:rri;vra!
.flmn'_¬,›_r.¢'.~;. Princeton University Press, Princeton {N.,I.) Èiilil, p. 2T"ü.

113
condividevano un insieme di idee che non furono mai messe alla
prova; in un certo senso, essi erano piuttosto utopisti o idealisti. I
neoliberali contemporanei hanno alle spalle una lunga sperimen-
tazione e un bel po' di storia (la Grande depressione, il New Deal,
il collasso finanziario del 2008). In questo senso, il neoliberalismo
contemporaneo possiede un tratto ideologico più pronunciato, in
quanto tende normalmente a minimizzare il fallimento storico del
sistema di mercato. La terza dimensione ha a che fare con la con-
vinzione o con la fede: da questa angolatura il neoliberalismo è in-
teso come il convincimento che negli Stati Uniti stiamo davvero
vivendo in un sistema di libero mercato, e che tale sistema ha con-
seguito il suo trionfo: è la credenza che i mercati europei del Xvlll
secolo erano completamente ed eccessivamente regolamentati,
mentre quelli degli Stati Uniti odierni sono liberi.
Dopo tutto, utilizzerò il termine “neoliberale” in un'accezio-
ne appena più ampia di quella impiegata nelle opere più critiche
sul neoliberalismo, le quali tendono a concentrarsi sul periodo
successivo al 1970 (riferendosi a quello precedente come al pe-
riodo dell'ef†zÉ›edded lz`beraZz's*rv)2“ e in particolare sull'ascesa di
Ronald Reagan e Margaret Thatcher, sull'ondata di privatizza-
zioni che ne derivò e sul “`Washington Consensus”21 degli anni

Fi
20. La locuzione tvrrfz.-.ea'cit'd t'.r`}Jtvafrszv fu coniata dallo scienziato della politica statuni-
tensejohn Gerard Ruggie per designare il sistema economico-sociale (frutto di un compro-
messo tra capitale e lavoro inteso a disegnare un modello di sviluppo iperproduuivol che ha
governato il mondo avanzato dalla fine della Seconda guerra mondiale al 1970 circa: essa ri-
chiama naturalmente il concetto polanvano di eta.tòetIr!t*drzt›.t.\-, che lo studioso austno-unghe-
rese introdusse per sottolineare il naturale t'ttt¬a.rsanrovt'ri degli scambi economici nella strut-
tura delle relazioni sociali, ossia la loro necessaria appartenenza e afferenza a una trama di
regolamentazioni e restrizioni sociali e politiche che ii limitano, orientano, rafforzano (cfr. K.
Polanvi, 'liite Grrer! 'li'rt.rrsƒor.nvarr'orr. 'l`}:›e PoJt'rt}:¬at' arm' Er*r.vzo†zu`r.' Ortgtìts oƒflnr Tr`.v.ra, Beacon
Press, Boston, Mass., 1944; trad. La gra:-.wie trrt.rÂvrn.tszt'rJtre. Le ort`gtiit'etnnorrrici1e e pofr'!r't*}:1e
dell'21 nonrrr eprsoz, Einaudi, Torino 1974"). [N.d.C.]
21. Uespressione “"üi'ashingttm Ctinsenstts”, coniata nel 1989 dall`economista_lohn Wil-
liamson, indica le dieci direttive di stampo liberista (obiettivo del pareggio di bilancio, libe-
ralizzazione dei commerci, riduzione della spesa pubblica, privatizzazione delle aziende sta-
tali, ristrutturazione delle politiche iiscali, tributarie e monetarie ecc.}. che Flnternational
Mnnetarv Fund e la Wttrld Bank (entrambi con sede a Washington: cfr. L. Wacqttant, La di-
.rrípitfta prridrtftƒtra, cit., nota (10) im pon gono ai paesi bisognosi di aiuto economico; col pas-
sare del tempo ha li nito per denot are più genericamente le versioni più ortodosse tlell`ideo-
logia del libero mercato. lN.d.(l.]

119
novanta? Cercherò anche di distinguere il neoliberalismo dalla
globalizzazione - con la quale troppo spesso viene confu sozi - e
dai transnazionalismi liberali.24
inquadrato in questa più ampia prospettiva, il neoliberalismo
consiste oggi di un insieme di assunti che svolgono un'azione di-
scorsiva di default in favore di mercati non regolamentati. Esso
non rispecchia le posizioni più libertarie in tema di libero merca-
to che si associano comunemente alla prima Chicago School;-5 ma
abbraccia piuttosto una concezione più moderata, secondo la qua-
le l'intervento del governo nel settore economico rende tr essere
r`eeflr`cz`enre e dovrebbe perciò essere evitato. Ciò che caratterizza
questa concezione più moderata È un insieme di meno radicali as-
sunzioni rt prz`or.r` che si riflettono in special modo nella retorica
del dibattito economico. In contrasto con la retorica più estrema
della prima Chicago School- per esempio, con la tesi che il libe-
ro mercato e il sistema economico più efficiente in qualsiasi cir-
costanza - i teorici neoliberali del mercato suggeriscono che liin-
tervento del governo tende e e.r.rere meno efficiente; questo signi-
fica in primo luogo che i meccanismi del mercato funzionano ge-
neralmente meglio, in parte perché le transazioni comportano co-
sti inferiori, ma anche perché i soggetti che agiscono nel mercato
accumulano informazioni in maniera più efficace e tendono a in-
vestire di più nell'esito finale; significa inoltre che le agenzie go-
vernative devono affrontare i più impegnativi prr'ntz1t›al-agent pro-

l .
22. D. Ha r-vey, ri B rrefl 1'.rittory r.›fNt-rtZr'f›errt tlr`.tzv, (1:-tfortl l lniversity Press, New Yttrl-r Etìtìì;
trad. Brette srrirrir rfef tter.›Âr'førvr'.rrrrr.›. il S aggiatore, Milano 2t_)ti7 . pp. 2!)-22 , E8 e 2 3; G. Dtttnétt il,
D. Levy, fitrprkrrt' Rerarger.rt'.' Hoothr of :for-* l'*~J'r*r.tt'r'}›r*rrrI lirfertfrttrntr, Harvard University Press,
Cambridge (Mass.l Züti-4, pp. 1, 205-2{lo e 21 l:,_l. Peck, A. Ticltell, t“y'eofr`bere!tzƒttg .rpt:rt.¬e, in
N. Brenner, N. Theodore la cttra di), Spaces' rtf Neoirii›ereZrs.vr.* {.lrtå-att Res!rrrr'rrrrr`ttg .tin Nr.tr!o
Arrrerrce and Western Enrope, Blaclctvell, Oxford-Maiden {Mass.} 2002, pp. 35 e 37.
23._I. Peck, A. Ticltell, P~.ier.›i'rF:ereZr`zr'rrg .rpet¬e, cit., p. 35.
24. __l. Peck, Geogreptiiy enti Paùirc Przirity: Cr.v:t.r.tr.tterr`r.vr.t* of Neoitiøereltstrr, “Progress in
Human Geography", 5, 2004, p. 394.
25. La Chicago School e l`orienta.mento economico di impronta neoclassica, monetari-
sta e liberista che si impose nel Department rif Economics della University of (fihicago nel
corso degli anni cinquanta e a cui si ispirarono le politiche economiche di .*'iugusto Pinochet,
Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Tra i suoi esponenti più influenti vanno segnalati Fried-
rich von Hayek. Milton Frieriman, fieorge Stigle r, Robert Fogel, (iiary Becker, Richard Po-
sner. lN.tl.(i.|

1211)
blem.t,2'i sono meno versatili e dunque meno abili ad adattarsi al-
le mutevoli condizioni dei mercati, e tendono a un radicamento
contestuale che li rende vulnerabili agli interessi di gruppo. Que-
sti argomenti sono ormai familiari e tendono a promuovere una
meno rigida posizione di default che favorisca i meccanismi di
mercato rispetto alle politiche “regolatrici”, agiscono cioè impri-
mendo una inclinazione predefinita nella direzione del “libero
mercato”. Per molti versi, è cio che Jean Comaroff ejohn Coma-
roff hanno descritto come lmimpulso a sostituire la sovranità del-
la politica con la sovranità “del mercato', come se quesfultimo fos-
se dotato di mente e moralità proprie".2i
La logica della penalità neoliberale agevola le pratiche penali
contemporanee incoraggiando la credenza che lo spazio del legit-
timo intervento del governo sia quello - e solo quello - della sfera
penale. Se cerchiamo la chiave per comprendere le nostre pratiche
penali contemporanee, dunque, dobbiamo rivolgere la nostra at-
tenzione all'idea di ordine .frettrrele che emerse nel Xvlill secolo, e
alla sua metamorfosi pel concetto di efficienza dz' reerceto che ebbe
luogo nel XX secolo. E liidea di ordine netnrele a rendere possibile
e coerente la credenza nelliautoadattamento e nelliautofondazione
dei mercati. L'idea di flussi interni autostabili che funzionano me-
glio se lasciati a se stessi - la concettualizzazione della regolarità na-
turale, dell'equilibrio spontaneo, della naturale armonia che go-
vernerebbe il regno economico - è cio che permise ai pensatori del
XVII] secolo di reimmaginare la realtà sociale, di separare l'econo-
mia dalla società, di dislocate ed espandere la sfera penale.

3. Ma non fu sempre cosi. Ci fu uniepoca in cui le attività di or-


ganizzazione, amministrazione e controllo pubblico dei mercati

26. Nella scienza economica e nella scienza politica Fespressione prƒtretjoef-agent problem
indica l`ineluttabile margine di inefficienza inerente a qttaltmque relazione di genere man-
dante-tnandatario in ragione della divergenza di interessi o del diverso investimento emoti-
vo o della mera asitnmet ria informativa che separano il secondo dal primo [il lavoratore dal
proprio datore di lavoro, il management di ttn'impresa dalla proprietà, un organismo con
compiti burocratico-esectttivi dal proprio committente] e che percio minerebbero in radice
fadempimento di compiti di natttra delegata. |_l\l.d.(i.|
2?- _l. (iotuarttff,_l.L. (iotnaroff ia cura tlil, ti/lrfirrtrtrritf (.'rtpr`t'rtt'r`nn altri tor' flvftnrrt of Nrw-
ir'brvttfrIr.›rr, Duke University Press, Durham (N.(l.l Ztlül, p. 43.

121
costituivano parte integrante dellieconomia pubblica. Il giovane
Adam Smith lo aveva ben compreso, e infatti utilizzi) il campo di-
scorsivo delleffmzr`onz` dz' polizza per dissertare sull'economia pub-
blica, sulla regolazione dei mercati, sui monopoli, sul denaro, sul
commercio: insomma, sulle strategie da impiegare per accrescere
la ricchezza di una nazione. Nelle Lecrrzres on Iztrisprrrderrce, che
Smith tenne alla Glasgow University tra il 1762 e il 1764 (dopo la
pubblicazione di T/:ve Theory of More! Senrzzeeets, che risale al
1759, ma prima della pubblicazione di T/:Je Wes!!/9 0fNatz`o.es, che
giunse nel 1776),” il tema dellieconomia pubblica fu e.re[roz`t›a-
mente derubricato in termini di polizia. Di più: Smith sostenne
che il principale compito delle politiche di polizia fosse il perse-
guimento dell'obiettivo del /non rrzerclsé. Una volta garantita la si-
curezza interna di una nazione e il godimento della proprietà pri-
vata da parte dei singoli individui - sostenne Smith nelle lezioni
tenute tra il 1762 e il 1763 - liattenzione dello stato dovrebbe ri-
volgersi alla promozione della ricchezza della nazione. “Cio dà
luogo a quello che noi chiamiamo polizia", disse Smith. “Qua-
lunque disposizione venga approvata in materia di commercio, di
agricoltura, di industria del paese, deve considerarsi parte delle
politiche di polizia. “'29
Smith fece risalire la nozione di polizia allo stato francese, ci-
tando la credenza popolare secondo la quale il re pretendeva dal
suo Iƒerrƒefzem* general de police il conseguimento di tre obietti-
vi: la pulizia e la sicurezza della nazione, e Fabbondanza di beni
a buon mercato. Smith si riferiva in particolare al marchese d'Ar-
genson, capo della polizia di Parigi dal 1697 al 1718, il quale -
secondo la leggenda - al momento stesso di assumere il proprio
incarico venne a sapere che il re gli avrebbe richiesto tre cose:
“La prima era la pulizia o starete', la seconda era la ez`.ra†rce o si-

l . .. ..
23. A. Smith, Leourrer ott ƒrrrrlrprrtderrt'e, (slarendon Press, Usford 1978; Id., I lie I iserttjt
r.tƒMr.tre! .'§etrrr`.vrrvtrr, Cambridge llniversity Press, Cambridge 2002 led. orig. Millar-Kiticaid
ot Bell. London-Edinbttrgh 1759); trad. 'leorre diet' .rr'trt'r'seetrrr' seorat-'t', Rizzoli, Milano 1995:
Id., The lP'errt"t`›i1 of t'*›.irrrr'r.›.tt.r: /le ltrrgrrrijv r'rrtr.t the Nrtrrrre atta' (l'e.tr.re.r of rive Weefrit ofi"~lrrƒ7r.›rr.r,
Modem Library, Netv Yorl-r 1937 (ed. orig. Straltan ot (iadell, London 1776); trad. Le ric-
c}:›ezzrr rler't'e ttazƒrnti, Netvton (iompton, Roma 2008.
29. .t\. Smith, Lr*r*!rrtz*.t' ott ]rrrr'.t¬prrtcfrvtt*r*, cit., p. 5.

122
curezza; la terza era il bon etere'/oe', o la vendita di beni a buon
mercato”.“-' Quindi, affermò Smith nelle lezioni del 1763-1764,
alla voce polizia noi “registreremo liopulenza di uno stato”, cioè,
più specificamente, “liobiettivo dell“abbondanza di beni a bas-
so prezzo, ovvero - e si tratta della stessa cosa - Pindividuazio-
ne del modo più appropriato di conseguire ricchezza e abbon-
danza”.5“
Per i primi economisti pubblici, “polizia” era ciò che assicura-
va uniabbondante fornitura di cibo e merci. Come notarono Mi-
chel Foucault, Pasquale Pasquino, Mariana Valverde e altri stu-
diosi, questa originaria nozione di “polizia” recava con sé nume-
rosi significati, e non si limitava a quella funzione esecutivo-poli
ziesca associata al íietttettamf general de polare che per certi versi si
avvicina alla nostra attuale concezione della legge (e che rimanda
all'immagine delle uniformi blu che vigilano sulla sua applicazio-
ne).-P-' L`espressione “polizia”, nella sua più ampia accezione, cat-
turava anche quella che oggi chiameremmo “amministrazione”,
sebbene allora si riferisse esclusivamente ai comparti particolari e
locali delfapparato e delle attività statali; al congrario, il termine
gottvernemertt designava liamrninistrazione dell'Ete£.ii Ma i diffe-
renti significati erano intrecciati: liamministrazione delle condot-
te economiche che garantivano la sussistenza e Famministrazione
delle operazioni dei mercati cadevano entrambe sotto la giurisdi-
zione delle funzioni di polizia, e venivano percepite come attività
organizzate attorno a logiche di sorveglianza. Come dimostrano le

l _
30. Ibttfiettr.
31. Ivi, pp. 398 e 487. F
32. F. Olivier-Martin. La poùce etnrtrtsvti-yne de t”Atrer'etr liegrirre, Editions Loysel, Paris
1933 (ristampa di Cours a"ùtsror`re :In drriri' psnåt'r`t' rtidrgti r1”tt,sres Â-es ttores er ever* ftrt.-rt.trtistrttit.ttr
tiefvl- Oiteier-Martiri, Proƒesretrr ti ia Fet'tr!rrit1le Drott de Parts, Diplòme t:l'ëtttdes supérieures,
Droit Public 1944-1945. Les Cours de Droit, Paris 19451, pp. 13-22; S.L. Kaplan. Bread, Po-
t'.t't'r'ttr etttl'Po1t`rƒe.-.u' Er.r.v~tot:ey :iv .tf:›eRet'gtt sfLr.ttr.t'.r X1--', ivlartintts Nijhoii, The Hague 1976, vol.
I, pp. Il-I-1; M. Foucault, Siertrezztr, t'errr'torr'o, pr›prt!er;'orre, eit., pp. 225-226; P. Pasquino,
7}Èrern'r.-:on pulrtterrtrr. La gerreeirtgie del t'ept't.-:rie - ist "pr.tt'r`:oe” e ftt .rreto dt prosprtrrivi, “aut attt”,
1_67-163, 1973. pp. -17-ol: P. Napoli, Ner'.r.t'a.vce de le pr.tZt`re svr›dr*rtre.' Prtnurriz t:tor.v.re.r, st›rr'eiƒe,
Editions La Déeouverte, Paris 2003, p. 8;, l'vl.D. Dubber, M. Valverde, Tor* t"*~.iert.' Pr›!7re.S`r*7rvt-
ce: Wir* Pot'r`t'r* Pr.›rt:er :lv Dr.tsvt'.r!r'c ettd ltrrertttrtfr'r.vrtt! fir.tsr†ttatrr'r*, Stanford University Press,
Stanford l(ial.} 2006.
33. F. Ulivier- Martin, Le pr.ttlr't.t* tir*r.vtr›t.t:tr`›:,tn'r* de t".-flttt*r'tvr Rrigt'r.vr*. cit., p. I3.

123
prime lezioni di Smith, tra lieconomia pubblica e la “polizia” sus-
sisteva una relazione di perfetta continuità.
Bastava un piccolo passo per estendere tale logica al campo del-
la pena. Ed è ciò che avrebbe fatto il giovane aristocratico mila-
nese Beccaria nel suo breve ma influente trattato Dez'de1z'n'z' e del-
Zepene, pubblicato nel 1764.54 Il nuovo campo delfeconomia pub-
blica, vantava Beccaria, aveva addomesticato e civilizzato le na-
zioni attraverso il commercio. “Si sono conosciute le vere relazio-
ni fra il sovrano ei sudditi,” dichiarò Beccaria, “ [...] e si è accesa
fralle nazioni una tacita guerra d'industria la più umana e la più
degna di uomini ragionevoli."-P Seguendo gli stessi insegnamenti,
riteneva Beccaria, si sarebbero potute addomesticare e civilizzare
anche le pratiche penali e, col tempo, si sarebbero eliminati i bru-
tali eccessi propri del sistema penale del Xvn secolo.
Sotto Finfluenza di Beccaria, il campo delfeconomia pubbli-
ca avrebbe colonizzato il dominio penale e imposto la stessa lo-
gica delle risposte calibrate e proporzionato al problema della na-
turale tendenza umana alla devianza. Nella sfera penale - esat-
tamente come in quella economica - la soluzione proposta da
Beccaria fu quella di amministrare correttamente un repertorio
di tariffe e di prezzi. Per Beccaria la “polizia” era parte integrante
dell'economia pubblica. Le lezioni di economia pubblica che egli
tenne nel 1769 a Milano le che vennero pubblicate postume) co-
privano cinque aree: agricoltura, manifattura, commercio, fi-
nanza, polizia. La “polizia” era parte integrante dello studio del-
Peconomia pubblica - occupava, infatti, un'intera sezione ac-
canto a quelle sul commercio e sulla finanza - perché condivi-
deva la medesima razionalità, vale a dire quella della pubblica
a1nmi.t1istrazione.3'*”*
Ad accomunate il giovane Smith e Beccaria è la continuità tra

l _
34. (I. Beccaria, Der' deù't'rr` e detlite pene: cr.vr tres' rer¬eoZte tfr' tlettere e tforrrrrrer-Hr' rrdrtttsr' et'-
tie :restio: rieffopera e sile .rire jortrrtre tret7'E.trrr.tpa dei .S”etret¬etrto, Einaudi, Torino 1994, p. 10
led. orig. firiltellini, Livorno 1764).
35. Ivi. p. 8.
36. C. Beccaria. Edtzrotre treztotrrtftr ritdtlr* r.t,t›ere dt' (.'e.n.tre Hero-rrrit. a cttra di L. Firpo. Me-
diobanca, Milano 1984-1990, 7 voll.:, P. Pttsquino, 'liittrrttrtnvt pr.Jr`tti'rrrtr. La gtrtrttrrfrtgrrr ale! ce-
,r›t'tr.rt'e. cit.

124
lieconomia e la dimensione di controllo e di polizia delle funzio-
ni amministrative. Entrambi rilevavano una piena sovrapposizio-
ne tra le due sfere. Per Smith la categoria ombrello era quella di
“polizia ”, che sussume la discussione sull'economia pubblica e sul-
la ricchezza di una nazione. Per Beccaria - e per altri cameralzsrz'-P
della sua epoca -la categoria generale e quella dellieconomia pub-
blica, al cui interno la “polizia” occupa uniimportante sezione ac-
canto a quelle del commercio e della finanza. Entrambi, tuttavia,
intendono i due dornini stretti in una relazione di continuità se
non di coincidenza.

4. È precisamente questa idea di continuità tra l'economia pub-


blica e le funzioni di “polizia” che nella seconda metà del XVIII se-
colo apre la strada a un ideale molto differente. Se il bon rrzarcbe,
ossia Fabbondanza di beni a buon mercato, era l`obiettivo dell'e-
conomia pubblica e della police des gretrzs alla metà del secolo,-iii
difficilmente le cose sarebbero potute essere più diverse appena
un decennio dopo. ll contrasto È: stridente, e può esser catturato
nel nuovo dogma di François Quesnay:

37. Sorto tn Germanta alla fine del IWH secolo (“camere” erano gli orgartt dt ptantftca-
zione e di controllo burocratico che contrihuivano a delineare le politiche del principe) e poi
difftrsosi in buona parte dell`Europa, il cameralismo era una dottrina economica le in scgtti-
ro ttn atttentico sapere disciplinare che trovù ospitalità in nttme rosi sedi universitarie) che mi-
rava a formulare ttna teoria articolata e tendenzialmente onnicornprensiva del buon gover-
no: affine al mereantilisrno per la triplice, condivisa tesi centrale - secondo la quale la ric-
chezza di una nazione dipende da ttna elevata circolazitme dei metalli preziosi. dalla regola-
mentazione della vita economica da parte dello stato e dalla consistenza ntttnerica della po-
polazione - se nc discostava per l`attenzione derlicata a metodi ed esigenze delfamministra-
zione anziche all`andarnento della bilancia commerciale. [N.d.(”..._|
38. Rappresentativo tanto della congiuntura politica quanto della prospettiva teorica che
la innervava puo essere considerato l`influente E.r.rat`snr fa prt!ri¬r* gerrtiraíe des grarrrs, rar Ierrrr
prrlt' er sar tfes efli-'t'.r al-'e :”egrt't*rrllrtrre di Cl ande ,lacques Herbert {Londres 17531, che sostene-
va la necessità che la Frartcia claborasse una decisa politica agricola, capace di garantire t.tn
abbondante approvvigionamento cerealicolo (unica stabile e affidabile fonte di ricchezza per
una nazione), c imprimesse nttovo sviluppo agli scambi commerciali assoggettandoli al con-
tempo a rigidi vincoli legslativi. La contaminazione politico-semantica segnalata da Harcotut
emerge anche nelle versioni italiane del testo, tradotto inizialmerrte Rrflesstorrt strt*'!"etr.›rrr›rrrrL:t
gerrerrrfe Je' gr.-rrrr' rretírrrte dei ƒrerrce.re, con .trrr dr`.rcr.tr.t*r.t prelrivrrirare det' .rrgrror eåbere Gerrrrue-
rr' tnt'r*drr.vt`t'r› di cr.›rrrsvercr`r.t (Giovanni Gravier, Napoli 176-5) e in seguito .Yaggiri .rtriitr poi'r'zr`rr
gerrrtrrtie de' grant', tir' Cri-rtrdr'o _l. Herf:-ert, etr.tr-rosvr`.tt'e frrtrrcere. Prrfirrra rrrv'.n`r.trre t'ƒrnv`rrrrrr, rorr .vo-
tttzfttf rm'. Brrrgitt' (Paolo Emilio Giusti, Nlilano 1316]. lN.d.(i.|

125
Abondance et non-valeur niest pas richesse.
Disette et cherte est misere.
Abondance et cherte est opulence.-3”

In altre parole, la ricchezza di una nazione non consiste nell'ab-


bondanza di beni di scarso valore. Scarsità e prezzi alti, natural-
mente, corrispondono a miseria. Ed È l'abbondanza coniugata ai
prezzi elevati a produrre opulenza.
Questo mutamento trasformò radicalmente il significato, la con-
notazione e il ruolo delle funzioni di polizia, e si manifestò origi-
nariamente negli scritti dei primi ecorrofitzster. Fu proprio Que-
snay, dalla sua prima pubblicazione nel campo dell'economia pub-
blica -la voce “Fermiers” nel tomo v1 della Eetyclope'dr`e (1756)““
- ai suoi ultimi contributi nelle discipline economiche, raccolti e
pubblicati nella P/'J_jttst'ocrrtI't'e di Dupont de Nemours del 1768,41 a
riorientare drasticamente la relazione tra economia pubblica e “ po-
lizia”: Pintetvento del governo sul mercato diventava ora oppres-
sivo, e interferiva con Pautonomo funzionamento di un sistema
economico governato dalle leggi di natura e dall”ordine naturale.
Nel 1776, Fanno in cui venne pubblicato The ll(/ealt/2 t:fNatt'or.t.r,
Adam Smith non avrebbe più utilizzato la nozione di “ polizia” per
discutere di economia pubblica (di fatto, il vocabolo sarebbe ap-
parso molto raramente nel testo).
Quesnay presentò la sua idea di economia quale sistema auto-
uomo governato dall'ordine naturale nel suo Te/:feat: et*onorrtt`e.ee,
pubblicato originariamente nel 1760 in un'edizione accresciuta
dell'f1›rrr' des /:os-avrei* del Marquis de Mirabeaufiiz Il Tableau era
una descrizione grafica dei flussi di denaro e di merci fra le tre
principali classi sociali: agricoltori, proprietari terrieri e artigiani.
Per mezzo di un semplice grafico e del suo andamento a zig-zag,
Quesnay cercò di visualizzare le sue tesi principali, in particolare
Ii
39. F. Quesnay, G;¬rrt're.r rier.›rrt.vrr.r`r,trrta* tr.=rrrpZere.r et' atrtres t'e.rtes, cit., p. 570.
40. Id., “Fermiers ”, in (E.vr.tre.r r='tr›rrr.trrrr'rftrt:t' r*r.›rrrp!ete.r et' atrt.'re.r t.'e.*-aes. cit., vol. I. pp. 127-
161.
-'41. P.S. Dupont de Nemours, Pò;-'.t*r`ritratr'rt, ott t*r.trr.t't't'tftrt'rivrt rtaftrrttfftr r/rr gr.vrt.ferrterrrenr le
pftrr arvrrttagrrrrs' en genre tiurrrrrrr`rr, Merlin, Paris I767-1768, 3 voll.
42. M. de Mirabeau. L'ar.vr' t1'e.r rittrrrrrrrtt-, ('1hez(lhrerien Herold, Ilarnhourg 1760.

126
quella secondo cui la produzione agricola e l'unica fonte di ric-
chezza di una società, e che la ricchezza può essere prodotta solo
per mezzo di un sistema di scambio autonomo, cosicché lo stato
deve smettere di interferire attraverso liimposizione di tariffe, la
limitazione dei flussi commerciali e la codificazione di altre nor-
me restrittive.
Il Tableau ecoaoan`qae di Quesn ay suscitò molta attenzione per-
che tentò di rappresentare graficamente e sistematicamente quel-
lo che Dumont definì come un “tutto coerente” IP Ma ciò che si
rivelò ancora più importante e più influente sul futuro pensiero
liberale non fu semplicemente la nozione di .rrlttema economico,
quanto piuttosto la soggiacente idea di ordt`ae naturale. I sistemi
possono funzionare perfettamente attraverso interventi e cali-
brazioni esterne: un motore funzionerà come un coerente mec-
canismo unitario fino a quando verrà rifornito di benzina. Al con-
trario, il tratto davvero notevole del Tableau di Quesnay era che
il sistema ivi descritto veniva governato dall'ordine naturale, ed
era completamente indipendente da stimoli esterni. Liautentico
contributo di Quesnay non fu il semplice concetto di sistema, ma
l'idea di una regolarità naturale che governerebbe il mondo le che
avrebbe trovato la sua più elaborata articolazione nel libro del
1767 di Le Mercier de La Riviere, Liordre :aatarel et esseanfel des
socz'e'te's polt`!z'aaes) _““
La nascita - o, più correttamente, liemergere e il maturare” -

43. L. Durnont, l1'r_t.-rro at*aaalt'_r.' gcrrrerrr et tipartotrt'.r_t't*rrrertt' ale l't'rlrif.+logtt* rir'r_›rrr_›rrrr`qrrt*, ( i al -


limard, Paris 1977, p. 41; trad. Hrrrrtrt ar-1-:,'ttrrt.ltÂr_' gerre.-rt' e t'rr'r.vr/it u'ell`t'a'r'r.v'r.tgr'a err.trtorrrr`nr,
Adelphi, lvlilano 1984, p. 67. È proprio questo che lvlars trovò particolartnente brillante.
Nelle sue 'Ieorre sro' pla_r valore egli scrisse del 'liròleaa di Qttesnay che “qttesto tentativo di
rappresentare l`intero processo di prodttzione del capitale [___] in un 'lablearr che in fact e co-
stituito esclttsivamente da cinque linee che collegano tra loro sei punti di partenza o di ri-
torno - [e ciò] nel secondo [nel manoscritto: `primo”] terzo del secolo 3-tt-'T[l, nel periodo in
cui l`economia politica si trova ancora nel suo stadio infantile - fu in realtà un 'idea est rema-
mmttc geniale, inclisctttibilrnente la più geniale di etti si sia fin qui resa responsabile l`econo-
mia politica” IK. Mars, 'liòeorrerr fil:-er alert Mesòrtaert, Dietz Verlag, Berlin 1905; trad. 'lieorie
.ral,alasrtalr_›~re, I, in K. Mars, F. Engels, (Jptve, Editori Riuniti, Roma 1979, vol. Jt'..'<I{I'v, p. 363).
44. P!-P. Le lvlercier de La Riviera, lforrlre rranvrel et e_t_rerrtrel' tles srrcƒetes' polƒrƒarrer, cit.
45. ('}vviarnentc l`idca di ordine naturale non era del tttt to nuova. Simone Meyssonnier,
nella sua storia delle origini del pensiero liberale francese del lo.-'ttt secolo lla løalance cv l't":tt.tr-
t'n_ge: la genere de la peartie lr`lverat't= ea France .an .tvtIr' .rr't`*cle, Les Editions dela Passion, ivlon -

127
dell'idea di ordine naturale contribuì a modellare una visione del-
la sfera economica quale sistema autonomo, autoadattivo, autore-
golato e capace tanto di raggiungere un equilibrio spontaneo e na-
turale quanto di produrre ricchezza. Questa stessa nozione si riaf-
faccia nelle opere più tarde di Adam Smith e di Jeremy Bentham
e, oggi, in quelle di pensatori neoliberali come Richard Posner e
Richard Epstein. L'idea di ordine naturale sie ora trasformata nel
concetto di efi}`cz'eaza del mercato. Perché e proprio l'idea di ordi-
ne naturale a far si che Posner creda che “quando i costi delle tran-
sazioni sono bassi, il mercato e per definizione il metodo più effi-
ciente di allocazione delle risorse".“f“ In realtà, il concetto di effi-
cienza naturale e cosi cruciale nel pensiero di Posner che egli de-
_ƒi`az'.t*ce la stessa condotta criminale in termini di efficienza. Egli
spiega: “Io sostengo che ciò che e oggetto di proibizione e una
classe di atti inefficienti” .ii La definizione di crimine e dunque de-
bitrice della nozione di efficienza naturale. Esattamente allo stes-
so modo, i fisiocratici avrebbero definito la criminalità come di-
sordine e devianza dalle leggi naturali. ll pensiero neoliberale con-
temporaneo trae origine da tale disgiunzione tra “polizia” ed eco-
nomia pubblica.

Ii
trettil 19891, la fa risalire a Pierre Le Pesant de Boisguilbert, la etti opera si colloca quasi cen-
to anni prima (tra il 1695 e il 17071, ejoseph Sclutmpeter la riconnette alla dottrina degli Sco-
lastici, teologi attivi tra il I-£l`v' e il 1-{`v' secolo (_l.A. Schumperer, flrlrtrirjtr rtf Ecr.arr_trrr7c'.r1.valy_rr`_t,
tìsford University Press, Netv York 1968, p. 97 Ieri. orig. Allen ot Umvyn, London 1954]:
trad. .S`tr_trr}r rlell'ar.ra1'r`.rr' etr_ttro_t=vr'ta, Boringhieri, Torino 1972, cd. ridotta, p. 65 led. integrale
Einaudi, Torino 1959-1960, il voll.l1. E lo stesso Dupont de Nemours - il principale divul-
gatore e il più grande ammiratore e discepolo di Quesnay - ricondtrsse la dottrina lisiocrati-
ca al lvlarqttis d`Argenson (tra gli altri), al quale viene attribttita la tnassima “pas trop gou-
ve rner” (citato in A.R._1. Tttrgot, Sar les et¬r.trrr.trrr.i_t'te_t', in ('Etrt-'re_r :le Mr ilirrgrn', Mƒrrrstre al”É-
rat', prcet-irlerrs et' accr.vrrpagrre"e.r de Mc-ivror'res et ale Near' er rar sa ra`e_, soa adrrrriristrarƒorr et ser orr-
vrages, Imprimerie dc Delance, Paris 1308, vol. III, p. 309). Ma per esercitare ttna qualche in-
fluenza culturale non e necessaria ttn`autentica originalità. Uossessione di Quesnay per l`or-
dine naturale veniva pertetrrifa cotne nttova, e questa e spesso la cosa più im portm'1te_ Perce-
pita come nttova e radicale: molti crcdettero che quella ossessione aveva inaugttrato, nelle pa-
role di Dupont de 1"-lemours, “una nttova scierma in Europa” (E. Rothschild, Glrrbal Corn-
raerce arm' tlne Qftrestrorr r›ƒ.iriverergrrry .ta rise Etglftteerrrò-(irrrrtatj-t Prr_aa'rrces, “Modem Intel-
lectual History”, 1, 2004, p. 41 c molti saltttarono Quesnay come il padre fondatore di quel-
la nttova scienza.
46. R. Posner, Art Er¬orrr.vrrr'r¬ Tòctritjt of rl: e 1'.`rr'arr'rral Late, cit., pp. 1 195-I 196.
47. 1vi,p_ 1195.

123
5. La domanda successiva e: a quale prezzo abbiamo finito per cre-
dere che l`economia e il regno delliordine naturale e che la legit-
tima sfera del controllo poliziesco - ossia delfamministrazione e
del governo - si trova altrove? Innanzitutto, al prezzo della di-
storsione e dell'espansione senza limiti della sfera penale; e, in se-
condo luogo, al prezzo della naturalizzazione e dellioccultamento
dei meccanismi regolativi che agiscono negli odierni mercati, e
dunque della dissimulazione degli enormi flussi di distribuzione
di ricchezza che quotidianamente li attraversano.
In primo luogo, dunque, la distorsione della sfera penale. Il nuo-
vo paradigma penale influenzò il pensiero liberale del XIX secolo e
il moderno pensiero neoliberale: ciò e particolarmente evidente nel-
l`opera di Jeremy Bentham, il quale - sebbene, come Adam Smith,
respingesse la dottrina fisiocratica (principalmente per via del cie-
co affidarsi di Quesnay all'agricoltura quale unico mezzo di crea-
zione di ricchezza per una nazione) - abbracciò e sviluppò nei suoi
scritti economici una nozione di ordine naturale e, attraverso una
curiosa congiunzione tra la teoria econotnica liberale e la teoria pe-
nale di Beccaria , rip rodusse la relazione fisiocratica tra mercati e pe-
na: ordine naturale nella sfera economica, ma intervento del gover-
no nella sfera penale. Sul versante dellieconomia pubblica, come
egli stesso sottolineò nel suo Maaaal ofPolt`tt'c*al Economy del 1794,
Bentham abbracciò il liberalismo di Adam Smithƒl” Sul versante del-
la pena, tuttavia, Bentham aderi per intero alla posizione di Becca-
ria, condividendone pienamente la nozione di polizia e di ammini-
strazione (nonche l'idea di una sfera delfattività umana che deve es-
sere lasciata all'intervento del governo). Di fatto, il codice penale
era per Bentham un “grande tariffario” per mezzo del quale il go-
verno fissava il prezzo della devianza, una lista di prezzi prefissati
nelle cui voci si realizzava la piena opposizione al lafssez-faz`re. L`in-
fluenza di Beccaria sugli scritti penali di Bentham fu decisiva_'*“

48.1. Bentham , Marraal r.›ƒpr›lt'rrt'al ecorr navy, in ƒererrry Btvttlaarrr 's Eer.vrr_›rr.rr`c 1li"rt'tƒrrg.t', The
Blacl-tfriars Press Limited, Leicester 1952, 3 voll.; trad. lvlarrrralrra'r`ecr.vtrar.vaprrlriira, in AANV.,
Bt77lr}r!r*t*a tlr'ft”r'crrrrr›rrr.ir!a, Pornba, Torino 1354.
49. H_L_r*t_ Hart, Bcvrtltatrt anal Beccaria, it1 E_r_rr.ty.r oa llt*rrtòarrr_~ ]trrt`sprtrrlrvrt*e arm' Polin-
ca,t' '1`l_ter_a~_v, (isford llniversity Press, New Yttrlt 1982, pp. -10-172.

129
Oggi questa visione di un mercato ordinato e delimitato dalla
sanzione penale domina Pimmaginario collettivo, e le moderne
pratiche penali si mostrano coerenti con tale rappresentazione. Di-
mensioni e costi della sfera penale neoliberale negli Stati Uniti su-
perano di gran lunga quelli del passato.-ii* Uno studio del PEW Cen-
ter pubblicato nel marzo 2008 rivela che il costo delle prigioni ne-
gli Stati Uniti ha superato ogni altro paragonabile bilancio di spe-
sa eccetto quello di Medicaid_ “A livello sia statale che federale la
spesa per il trattamento dei criminali sta superando gli stanzia-
menti di bilancio nell'istruzione, nei trasporti e nell`assistenza pub-
blica. Solo la spesa di Medicaid e cresciuta più rapidamente di
quella destinata agli istituti correzionali statali, che si e quadru-
plicata nel corso degli ultimi due decenni."-il Secondo il rapporto
del PEW, nel 2008 gli istituti di pena sono costati agli stati la sba-
lorditiva cifra di 47 miliardi di dollari, in gran parte assorbiti da-
gli elevatissimi tassi di carcerazione: “Nel 2008 7,3 milioni di arne-
ricani, cioe 1 adulto su 31, sono in prigione o in regime di parole
o di probatioa, per un costo gravante sugli stati di 47 miliardi di
dollari ““.52 Nel 2001 la cifra totale stanziata dagli stati per gli isti-

50. La mia argomentazione intende mettere a fuoco la trasformazione di tma certa, ori-
gina ria razionalità penale nella penalità neoliberale. È dunque importante mettere a confronto
le svoderne pratiche penali neoliberali con la sitttazionc degli _n'e.rsr` paesi neoliberali in epo-
che precedenti, che essi siano gli Stati llniti, la Gran Bretagna o la Francia. Spesso prevale la
tentazione di mettere a confronto il trrrairtrrrrt neoliberalismo ctm altri discorsi courearporarrrv'
- ctune le forme di razionalità socialiste, o cornttniste, o fondamentalista, o atuoritarie -e sug-
gerire che il neoliberalismo e, o non e, ,r›c*ggr`rtrtt di che esso produce una ,tari sana sfera
penale oppure no, pene rrraggrorr' oppttre no, rrraggirtrt* incarcerazione oppttre no. Per svi-
lttppare tali comparazioni molti mttovono dal fatto che gli Stati Uniti sono i primi al mondo
non solo nel tasso di individui dietro le sbarre, tutt anche nel nttmero assolttto di persone im-
prigionate, aggiudicandosi con ciò la medaglia dioro anche rispetto a ttn paese come la (lina
che conta ttna popolazione circa tre volte e mezzo più nttmerosa. Tuttavia, ad animare il mio
progetto non sono i confronti tra il neoliberalismo e altri discorsi esistenti. La mia argomen-
tazione rappresenta, in senso ampio, ttna critica interna della direzione assunta dal nostro di-
scorso: essa consiste cioe nel sttggerire che tale discorso ha asst.rnto una direzione che favo-
risce la crescita della sfera pen ale ma avrebbe potuto assumere una direzione molto diversa.
Di nttovo: essa non rappresenta tma critica esterna, in quanto non mette a confronto il neo-
liberalismo con altri discorsi contemporanei e non giudica se il primo sia “migliore” o “peg-
giore” dal punto di vista degli effetti prodotti sulla sfera penale.
51_ S. Moore, Prr`.ro.tr .*iprtrrtir`rrg (Jtrtpar¬e_r /lll etti 11/1t*dti¬ar'¢1, “Neu-' Yorl-t Times”, 3 marzo
2009.
'52. lbriierrr. [Nel sistema penale statunitense la prtrrrlr* e il rilascio anticipato di un con-
dannato, al quale viene concesso di scontare la parte restante della pena fuori di prigione a

130
tuti correzionali era stata di 38 miliardi di dollari (sempre al net-
to delle spese di costruzione delle strutture detentivelfi Nel 2007
la spesa della California per gli istituti di pena ha sfiorato i 10 mi-
liardi di dollari, una cifra circa due volte superiore a quella del
2001.-5"* Molti stati stanziano annualmente pnl fondi per le prigio-
ni che per i college.-P Le cifre sono sconeertanti_ Con circa l'1 per
cento della popolazione adulta statunitense dietro le sbarre, di-
mensioni e costi della nostra sfera penale sono di gran lunga più
elevati di quanto fossero nelle epoche preliberali.
In secondo luogo, la retorica del neoliberalismo determina la
naturalizzazione del mercato, dissimulando in tal modo la mas-
siccia distribuzione delle risorse che prende forma al suo interno.
Essa nasconde il ruolo dello stato, i legami tra stato e attori e as-
sociazioni non statali, e la vasta struttura normativo-legale che con-
ferisce identità e articolazione a quelle entità; inoltre, distrae il no-
stro sguardo dalla condizione di libertà che caratterizzava in pas-
sato le nostre società. In altre parole, la retorica neoliberale oc-
culta da :ma parte il grado di libertà di cui si godeva all'inizio del
XVLLI secolo e dalfaltra il grado di regolamentazione cui siamo sog-
getti oggi. Nei mercati dei sistemi economici contemporanei ele,
e cie sempre stata, una dimensione “costrittiva” ben più profon-
da di quanto siamo capaci di riconoscere. La verità e che ogni at-
to di brol-ter, compratori, venditori, banche di investimento, so-
cietà di brokerage, compagnie del mercato azionario (e non solo)

determinate condizioni restrittive (astinenza da droghe e alcol, ricerca di ttn impiego, assen-
za di rapporti ctm altri individtti con dan nati, regolarità di rapporti con il parole r.J:Ãr'tz-'t' ecc.)
t-: sotto la sttpervisione di ttniattlorità appositamente tiostitttita (parole rtf/'rr*er'1; la proitatiotr e
la condanna, in sede di pronuncia della sentenza, a scontare una pena lo parte di essa) fuori
di prigione a determinate condizioni restrittive (astinenza da droghe e alcol, ricerca di ttrt im-
piego, assenza di rapporti con altri individui condannati, regolarità di rapporti con il proba-
t'r`orr oj_'7r`t'er ecc.) e sotto la supervisione di tma attt ori tà appositamente costitttita lprolztariorr
officerl, N_d_C_]
53. Bureau of _1usticc Statistics (B15), ..“§per¬ral Report: .iitate Prrsorr Evperrdirrrrer, 2001,
-=:http:r'r'utvr'ttf_ojp_usdoj_gtntfbisfpttlzfpdf/spe01.pdf:=-, 2004.
'54. (ialifomia Department of Ct':trrectit?tns and Rehabilitation 1tItt;R}. 21107-tiái Badge!
()verr›v`erc, -:ht I pv'7'vr¬ttn.v.cder. ca .govl Br tdgctRegs.«'1¬.t t tdget( '}vervievr1.171)8_htntl:›, 2007 _
537. Massachusetts Taspayers Foundation (tvtTF), Brrl1tvr'rr: .Yrare .'i`pr*mIr'rtg More oa Pri-
:-:orrr tirar: Higlrßer 1_itlrtratr'r›rr, <hrtp:fr”vr'tt¬.t'.t11asstai-tpayers.orgfdatafpdffbttlletins.-il1-24-
113962111Iorrections“r1›2t1Bttlletin.PDF:=›, 24 novembre 20113.

131
e soggetto a rigide valutazioni e regolamentazioni. Abbondano le
norme, i comitati di controllo, le aclvtlrory lettersfi le azioni lega-
li. La lista di prescrizioni e proscrizioni e lunga. Per esempio, le
società della Borsa di New York possono concordare una com-
missione fissa sulle transazioni azionarie di volume inferiore a
500.000 dollari - ossia fissare il prezzo di questa porzione delle
compravendite azionarie - ma negoziare liberamente le commis-
sioni sulle transazioni azionarie di volume superiore?? Le società
di brokerage possono stilare e combinare blackltsts per impedire
che piccoli compratori di titoli azionari di recente emissione tra-
mite offerta pubblica li rivendano prima di un periodo di tempo
prefissato (variabile dai trenta ai novanta giorni); ma le stesse so-
cietà possono consentire a istituzioni più grandi di svendere i lo-
ro titoli in qualunque istante del dopomercato borsisticoiii Le nor-
me vigenti lungo i confini dei moderni mercati sono intricate e
spesso arcane, e smentiscono la semplicistica convinzione che i no-
stri mercati siano “liberi ”_ La realtà e molto più complessa.

6. Una genealogia della penalità neoliberale - progetto del qua-


le il presente saggio costituisce solo un abbozzo - deve proporsi
di indagare fino a qual punto sia giunto il processo di naturaliz-
zazione di questa razionalità dominante, quanto diffusa e profon-
da sia oggi la credenza in questa forma di ragionamento, quanto
ovvio sia divenuto l'aderire a questa logica, e a quale prezzo. In
questo senso, un simile progetto si colloca nel solco di quella con-
solidata tradizione nominalista che - dipartendosi dal metodo del
francescano \Xlilliam of Ockham, attraversando i saggi di Michel
de Montaigne, giungendo infine alla forza polemica di Friedrich
Nietzsche - ha segnato la riflessione filosofica medievale, rina-
scimentale e moderna. Questo progetto inizia rappresentando la

56. Le adtrr`sr›rfr 1etrer_r sono pubblicazioni di consulenza finanziaria (perlopiù emesse da


società appositamente registrate presso liagenzia governativa Securities mid Eatchange Com-
mission. o sEtZ}. dirette ai sottoscrittori o al pubblico più ampio e contenenti informazioni e
commenti sull 'andamento dei mercati nonche più o meno tnirare raccomandazioni di inve-
stimento. [N .t.l_('f..l
57. ffrrrrlrrrr rt Nrtrt-* 1"i'.tr.b.lftr.tt"l? Earrfiartgrt, 422 ll.S. 659 1 19751.
58. Frr'crl.vrrrrr tt. _'t`alf_›rrrr.trrr“,'t›`rrrr'!tit Barrtcy 1rtrì*., 313 F.3tl 796 12d (lit. 20021.

132
forma a.viaer.rale (in senso ockhamiano) dei concetti di “ordine
naturale” e di “efficienza del mercato”, illustra quale lavoro es-
si compiano e sfida cosi la stessa esistenza di quelle categorie uni-
versali allo scopo di catturare la funzione delle procedure di de-
signazione e disvelare il loro compito di occultamento dei tratti
più radicalmente singolari delle entità individuali: in questo ca-
so, le forme individuali delforganizzazione sociale ed economi-
ca. La risposta che io fornisco in queste pagine riflette questa in-
fluenza nominalista: noi abbiamo sviluppato queste categorie o
universali per conferire senso a quelli che in realtà sono feno-
meni irriducibilmente individuali, per situate pratiche discrete
e divergenti dentro un coerente apparato concettuale, per di-
sporre di stereotipi o di più maneggevoli strumenti euristici, ca-
paci di semplificare le nostre attività di valutazione e i nostri me-
todi di giudizio. Per svolgere questo lavoro abbiamo creato del-
le apposite strutture di significato: ma abbiamo pagato tm prez-
Zo e.rorti›z`ta†tte.
Lo storico Paul Veyne, nel suo recente Foacaalt: .il pensiero e
l'aorrto,-59 rintraccia una simile influenza nominalista nel1'opera
di Foucault, richiamando in particolare Pattenzione sul passo di
apertura delle lezioni del 1979, poi raccolte nel volume Nascita
della br'opolr'tr't'a.*“l Il metodo di Foucault consisteva nelfesami-
nare criticamente le nostre concezioni teoriche per giungere a
comprendere qualcosa di noi stessi.“' In una prospettiva simile,
questa breve genealogia chiede in sostanza: supponiamo che l'“or-
dine naturale” o l”“efficienza del mercato” non esistano. Quali
conclusioni dovremmo trarre a proposito del lavoro svolto da
questi concetti?

l _. _. _ _ _ _
59. P. Veyne, Foacaalr_ .Sa perrsee, .ra per_rorrrre, Albtn Michel, Pans 2008; trad. Fotrcarrlr:
il pensiero e l'ao.trro, Garzanti, Milano 2010.
60. M. Foucault, Narcaa della l›r'opolr'rt'ca, cit.; B. Harcourt, Cesare Beccaria er .ron treat-i
“Des af_rit'.it's er a'es peirres”, in _1_-L. Halperin, C1. Cayla (a cttra di), Les gratuiti: rzattrrrts yirririi-
antes, Editions Dalloz, Paris 2008; P. Veyne, Foaraalt', cit., p. 48.
61. M. Foucault, L'ri!l:tir,?rrt* da .rr_tar.¬t' de .toi cozar:-ve pratriftrr* tie tit li/›er.›.'e', in Din er ecrit'_r,
Gallimard, Paris 199-1, vol. lv, p. 726; trad. L'e.tt'ta titrltlrt cara ali sti cr_tr.ae prat'.ica tlclla ltlrcrrtri,
in f1rt'tiu`ta`r.› Fortr*aa6t' 3: li_t*rr'-r'ri'a air-*li'e_rr'_rt'esfza, et'ita, potlitr`t¬a_ 1978- 191915, Feltrinelli, Milano
1998,p.290.

133
Il mio discorso muove dalla convinzione che noi non abbia-
mo modo di sapere se le nostre attuali pratiche sociali siano più
o meno regolamentate, più o meno libere, più o meno coerciti-
ve. Oggi le nostre esistenze vengono amministrare in maniera ben
più rigida di quanto appaia o di quanto noi siamo disposti a ri-
conoscere. Che tale controllo sia più o meno ampio di quello eser-
citato sulla vita sociale nel XvIII secolo e impossibile dirlo, per-
che e impossibile pervenire a una esatta quantificazione. Il fatto
e, però, che noi deroztvarao le nostre attuali pratiche sociali co-
me più libere di quelle del passatozfii e il problema e proprio que-
sto. Per giudicare positivamente le pratiche della nostra società
noi ricorriamo alle categorie di libertà e di costrizione; ma in que-
sto modo perdiamo di vista i processi di distribuzione che tali
pratiche - ossia le norme in vigore nel libero mercato - attivano
e rinforzano. Come notano - correttamente, io ritengo - ]ohn
Campbell e Ove Pedersen, “il neoliberalismo non ha a che fare
tant.o con la rleregolafrrerrtazioae quanto con la rrlregolatvrenta-
zione dell°attività economica”.i'3' Il problema e che esso nascon-
de tutta la ri-regolamentazione sotto la facciata della deregola-
mentazione.

Conclusione
Sorprende che la seconda epigrafe non sia stata vergata da Fried-
rich von Hayek o da Milton Friedman - sebbene di Friedman es-
sa riecheggi l'idea che “la libertà economica e anche un indi-
spensabile mezzo per la realizzazione della libertà politica” .'54 No,
quelle parole appartengono a Barack Obama, e vennero pro-

62_ Il mio lavoro mostra qui tma somiglianza di famiglia con la ricerca di Marion Four-
cade e Kieran Healy e in particolare con il contenuto del loro articolo Morar' 1-"ietzfs r.y'Marleet'
.liocretfr 1“AnnuaI Review of Sociology”, 1,2007, p. 2861, nel quale essi, allargando l`analisi di
Albert Ilirschman, tratteggiano le ntunerose rappresentazioni odierne del mercato (inteso e
vissuto quale fattore di civilizzazione, strumento ormai fiacco, elemento distruttivo, sistema
sempre più tnoralizzato e moralizzante1_
63. _l.L. Campbell, OK. Pedcrsen la cttra dil, lire Hire of Nnvltizrvalrsrrr and 1rtstittrrir.trr-
al .6rratft*sr`s, cit., p. 3.
64. M. Friedman, (irrpitaürrrr atta' Freetlorrr, University of Chicago Press, Chicago 1962,
p. 8; trad. (.`rrpitat'i_rrrro e liivrrrta, Edizioni Studio 'iii-si, Pordenone 1987, p. 17 (ed. orig.
c'it'rtzrt r*r*ortorr.rtcrt c lititrtrtri, Vallccchi, Firenze 1967).

134
nunciate nell'estate del 2008, dopo il collasso di Bear Stearnsii e
del mercato dei mutui ipotecari, quando il crollo finanziario in-
combeva su di noi. E anche dopo che il sistema bancario statu-
nitense ebbe toccato il fondo - dopo il fallimento di Lehman
Brothers, i salvataggi di Fannie Mae, Freddie Mac e AIG,f“*"-'I e l'ap-
provazione governativa di un programma di stanziamento di 700
miliardi di dollari a vantaggio delllindustria finanziaria in crisi
(TARP, Troubled Assets Relief Program) - Timothy Geithner, se-
gretario del Tesoro del presidente Obama, avrebbe comunque di-
chiarato: “Noi abbiamo un sistema finanziario che e sostenuto
dagli azionisti privati ed e guidato da istituzioni private, e faremo
il possibile per proteggerlo cosi com'e”.i°7 Non dimentichiamo
che la collettività americana, in seguito alfoperazione da 350 mi-
liardi di dollari che diede luogo alla prima parziale nazionalizza-
zione delle più importanti banche statunitensi, era in quel mo-
mento la più grande azionista di Citibank (detenendo il 7,8 per

65. La Bear Stearns Companies, fmo al 2007 tra le p:|ù tmportantt banche dt tnvesumen-
to e di affari degli Stati Uniti, venne travolta dalla crisi dei mutui ipotecari, nel etti settore si
era andata esponendo in maniera crescente: la sua svendita al colosso dei servizi fin:.=tnziari_1P
Morgan Chase, gitmta nel marzo 2008 dopo il fallito tentativo di salvataggio della Federal
Reserve Bank of New York (che aveva concesso tm prestito straordinario), anntmciava 1`im-
minente collasso del sistema finanziario. [N.d_C.]
66. Il 15 settembre 2008 la Lehman Brothers floldings, istituto bancario e finanziario
globale fondato a metà de11`(}ttor:ento le tra i più attivi sul mercato dei titoli obbligazionari
dello us Department ofTreast1ry1, richiese liapertura della procedtrra fallimentare che avreb-
be condotto alla più it¬nponente bancarotta della storia degli Stati Uniti (nonche all'acquisto
delle spoglie da parte della holding finanziaria britannica Barclays) e me-:so fine a ttna lunga
agonia scandita dal ricorso a pratiche illecite nella gestione dei bilanci, da11`emergere e con-
solidarsi di una insolvenza strttttttrale, daIl'erosione della fiducia degli investitori e dal crol-
lo dei titoli azionari della società; le sue sorti, drammaticamente e incancellabilmente messe
irt scena da cli pendenti e manager colti nel raccogliere i propri effetti personali e nel1`abban-
donare il posto di lavoro, hanno dominato la rappresentazione collettiva della crisi finanzia-
ria del 2008. L`r't1nerican International Group (attfìl e la società di assicurazioni che nel set-
tembre 2008 entrò in crisi di liquidità a causa del declassamento del suo crea'r`t rating le del
conseguente obbligo di presentazione di garanzie a sostegno della propria solvibilità) e che
godette di un credito agevolato da parte della Federal Reserve Bank of New Yrtrk per tm am-
montare di 85 miliardi di dollari; in qttesto caso il piano funzionò, risolvendosi nel più im-
portante salvataggio govemativo di ttna società privata nella storia statunitense. Stt Fannie
Mae e Freddie Mac, cfr. _1_1_.. Campbell, Starr: penale e .rt'atr.t rlt*i›r?ore_- l'irripetr7Jile eserrrplarini
del rrer.tt'r}5erat'isrrrr.t arrrericarro, in qttesro fascicolo. l'N.d_C.I
67. P Krttgrnan, Bailoa! ,for Brrrrgler_r, “New York Times”, 1” febbraio 2009, -chttp:r'.›'
www_nytimes.comr'21109:'02r'02f+opinionl02krugman.html?scp=46tsq=kntgmat1'362l16tst
=cse:-_

135
cento del suo capitale netto) e la titolare della fetta più grossa del
capitale azionario della Bank of America (possedendo il 6 per cen-
to del totale delle sue quote).
La resistenza della retorica dell'efficienza del mercato ha in-
somma qualcosa di davvero notevole. La sopravvivenza della fe-
de nei liberi mercati, nonché della dicotomia che ne sorregge la
struttura concettuale (libero versus soggetto a restrizioni, privato
versus controllato dal governo), È semplicemente sbalorditiva, e
ha comportato un costo significativo anche a1l'interno della sfera
penale: ricacciando la funzione penale alla periferia del mercato,
infatti, la razionalità neoliberale finisce di fatto per rafforzare il
dominio carcerario.
Il problema è che le categorie fondative di “ordine naturale",
"efficienza di mercato" e “libero mercato" da una parte, e di “ec-
cessiva regolamentazione", “inefficienza governativa" e “discipli-
na” dall'altra parte, sono illusorie e fuorvianti, e non riescono a
catturare i fenomeni irriducibilmente individuali delle differenti
forme di organizzazione di mercato. Lo stato è presente in tutti i
mercati. Ovviamente È: presente quando fissa il prezzo di una mer-
ce, come il grano o il pane. Ma è presente anche quando conce-
de sussidi perla coltivazione del grano, quando riconosce lo sta-
tuto costitutivo del Chicago Board of Tradefii quando permette
il commercio di uno strumento come i fzrtures, quando protegge
gli interessi proprietari dei grossisti del grano, quando crimina-
lizza il coordinamento dei prezzi, quando permette la fusione di
società produttrici di grano, quando impone restrizioni sul ca-
lendario dei commerci ecc. Tutti i mercati sono altamente regola-
mentati. Al tempo stesso, in tutti i mercati c'è libertà. Anche in un'e-
conomia controllata, in regime di prezzi amministrati, i bem' ven-

| . ¬ _ . . . _
E-S. Il (.h|-:ago Board of Trade e la più antica e la più grande Borsa agricola del mondo,
la prima ove H1 possibile scambi are stabilmente fi:ttttre.r (contratti standardizzati a termine
con le quali le parti si impegnano a scambiarsi alla scadenza prestabilita determinate merci
e/o attivita finanziarie ovvero - nel caso dei ƒißn¬fnre.r su indici -- a liquidarsi delle somme di de-
naro calcolate sulla base della differenza tra il valore che l`indice concordato possiede in se-
de di stipula del contratto e il valore da esso assunto alla scadenzai. Sono nel 1843 come or~
ganizzazione volontaria, il tìFf›t':›T ottenne 11eI IB59 formale riconoscimento da parte del par-
lamento t.lell`lllinois. che cosi gli conferi dimensione pubblica e atttoritativa. [N.d.('l.]

136
duti presentano delle variazioni nella qualità e in numerosi altri
aspetti, e ciò determina la differenziazione dei prodotti, facendo
si che in alcuni negozi si formino code di acquirenti e in altri no.
Nella sfera economica ciè libertà e ci sono restrizioni. Ciò che
possiamo vedere e il riflesso su noi stessi, non sul mercato. L'im-
portante è ricordare che le categorie che utilizziamo per organiz-
zare, comprendere, discutere, categorizzare, comparare i differenti
principi organizzativi, non sono altro che questo: etichette. Esse
non catturano l'autentica individualità degli oggetti descritti. E il
loro sfortunato effetto È quello di oscurare anziché illuminare. Es-
se svolgono una funzione di oscuramento nel momento in cui fan-
no apparire naturale e necessario un determinato insieme di og-
getti, e naturalmente non necessario un altro insieme di oggetti.
Questo saggio e solo una introduzione, un indispensabile pri-
mo passo nella direzione di una più esatta valutazione delle mo-
derne forme di organizzazione sociale ed economica. E indispen-
sabile per via della dominante e assordante forza discorsiva dei
concetti di ordine naturale e di efficienza del mercato. Il sempli-
ce fatto che noi usiamo il termine “libero " per descrivere il nostro
attuale sistema di mercato - sistema che è regolamentato da cima
a fondo - vale da testamento per il lavoro che ci attende. Potreb-
be essere corretto dire che il neoliberalismo ha così profondamente
e radicalmente distorto la nostra capacità di rappresentazione dei
sistemi economici che servirà un lungo lavoro per riuscire a valu-
tare esattamente le alternative praticabili nel campo dell'ammini-
strazione dei mercati e del sistema penale, e smantellare lungo il
tragitto la nostra penalità neoliberale.

Traduzione dalfinglese di ivlassimo Gelardi

1 3 T'
Dominio dei corpi, stato penale
e biologia della cittadinanza.
Riflessioni sul dibattito
MASSIMO GELARDI

[Dalla ruetti degli nrrrtr' orrarrral' il iaaorarrire ucvr ai prlrif rr.=rrr.-.vr`rr.i come
crearttra rotrafe oiie .-:eros airiroråitiiƒare r' rrmr' b.ù'rigrrr` dr' sticarezza,
.rnfruirnetri e teelf/are, .-tra conte nn r'rru'r'orkI'nr: oàe cerca affinarueirre air'
rrrridefltrre e rontroffart* fa ma vira per nra_rrr'rrrt`zzare t' _rnr;v` atri! tir rer.†.r.u`.vr`
tft' rrro:'t*.rsr_› e uit' raggrrrrrgrrrrerrtr; dei ƒi."rr.t' prtfirr.-:I It? I_ ._ i f"'111 uffi un r.-vtr"
_i'r.›ggt›r!ri›ri'ti dtfliƒrrdƒvrifrrri ,,vrt.Ia5:1rrr'ut.› ti una rrlrorra eranorrrttn t'tvrrrait*,
umv rm r.+_ti'utofr; da trai! rriffttrt' e ritirati?frittire.
N. Rose, P. Miller'

l dibattito presentato in questo fascicolo for-


nisce una ricognizione della logica del neo-
liberalismo intrapresa lungo un duplice e
congiunto piano argomentativo: da una parte un dispositivo dia-
gnostico (la più recente riflessione teorica di Loic Wacquant?
che lucida, ricompatta e isola liepicentro discorsivo intorno al
quale hanno fin qui gravitato le più significative e influenti di-
scussioni sulla natura, gli effetti e il destino del regime neolibe-
rale; dall`altra parte la sua plurivoca disamina critica, che ne con-
divide l'ordito analitico e dunque con più proficua acribia si pre-
sta a spianarne le pieghe e a rimuoverne i brandelli.
Liimportanza del saggio di Wacquant È tutta nel suo .vƒtore teo-

Massimo (ielardi si occupa di filosofia politica e teoria sociale, discipline antropologiche e


cognitive, filosofia delle scienze sociali; ha scritto numerosi articoli sulla questione razziale
americana e sulle politiche penali statunitensi ed È autore di una biografia politica di ilvílatl-
colm X di prossima uscita iDiabasis, Reggio Emilia 2i}1i}l_
I. N _ Rose, P. llriiller, Governr`rrg the Pre_rear: Azfurr'rzrÉrterrirg Etrontinzrti, _'§oof`al and Parro-
rraf Life. Politv Press, Cambridge 2il{l8, pp. 43-5il.
2. L. Wacqttant, 'l`f:›eorerr`rui Ct›da_* A Si-'ettif'9 riƒtfse P~.ir›r.ilir'berat' Stare, postfazione a Prrrrmiti-
tivg rive Poor_- il'be .~\ier;:'rFvtvai (iriuerrrrrrerrr r.g,f.S`rJt'rai lrr_ret¬rrrr'r_v, Duke l lniversit y Press, Durham
iN _(i.} 2iill9 led. orig. Pnrrr'r fat paafare_r_' ie rrrirureatt gortnrtrireruerrr dr* !'t`itsri:*rrrrtri sotr}ril'e, Figo-
ne, Marseille 2ill.l-1; trad. Prrrrrre r' pr.it›er.t'.' ti rrrrriar: gr.›.veruo u't*!f'r'trst`tzrtt':.':tt _tr.tcƒníe, Deriverìp-
prodi, Roma Biiiiol; trad. La a'r'_-.*tr'p.ir'rra prrir}rrrtr'aa_' /i`_i'r'r.utr.v.vri1 r*_r_rtvrztirt'e dediti .unto trririlriizera-
ie. in questo fascicolo.

133 aa nm. Ha. am ti, i usi sr


rico, nella corposa essenzialità della sua tesi. A circa un quarto di
secolo dal lento irrompere delliordine neoliberale in Occidente,
Wacquant ne ricapitola la struttura funzionale rrdßtcendo la fisio-
nomia alla meccanica e la fisiologia allieziologiaz la ristrutturazio-
ne del modo di produzione capitalista alliestinguersi del fordismo
si e dispiegata quale riarticolazione antropologica del lavoro pro-
duttivo, assoggettato a un processo binario di ra refazione ed espan-
sione da governarsi in termini di irreggimentazione selettiva delle
biografie professionali, rimozione o erosione degli strumenti di so-
stegno (anche indiretto) al reddito, reclusione delle eccedenze at-
tive. La precarizzazione di massa (irradiatasi dalla sfera del lavo-
ro alle più periferiche e interiori regioni della vita) genera circo-
lannente, sostiene Wacquant, quelliuniverso z`rz_i':`mro - di breve
avvenire, dalfarchitettura sfibrata e vacillante, dai confini angusti
e sfocati -~ che ci tocca abitare.

1.. Nota sul metodo


La proposta di Wacquant solleva, in ragione della propria ambi-
ziosa densità, questioni di ordine differente, sulle quali è utile sof-
fermarsi qui brevemente, introducendo e integrando i termini del
dibattito.
La questione centrale e di carattere solo apparentemente me-
todologico. Con un piglio che nelle scienze sociali va ormai dira-
dandosi, Wacquant si propone di _rpz'egara il più significativo pas-
saggio evolutivo della società occidentale a cavallo dei due seco-
li stringendo in un nodo sistemico-nomologico una visione dello
sviluppo economico, i fondamenti di una sociologia del lavoro e
una prospettiva macrocriminologica. Tuttavia fà a quesfultima che
egli assegna la funzione logico-argomentativa cruciale e domi-
nante nell'economia dellianalisi, e ciò al solo scopo di rilevare la
natura epifenomenica o derivata delle politiche penali nella for-
ma organizzativa delle società avanzate. Lieffetto è quello di un'a-
sirnrnetria metodologica che appare sintomatica di un irrisolto
svolgimento teorico.
Da una parte, infatti, liinserzione della criminalità nella com-
plessa cornice delle dinamiche sociali induce opportunamente

139
Wacquant a impiegare un approccio policentrico. L'attitudine
culturalista che sottolinea il crescente sostegno pubblico al re-
tributivismo law and order nelle strategie penologiche; l'indiriz-
zo costruzionista che segnala il profilo retorico-mediologi co del-
liinsicurezza epidemica connessa alla criminalità predatoria; in-
fine liingrediente di realismo criminologico di cui parzialmente
consiste ogni denuncia delle conseguenze cui è esposto un sot-
toproletariato che sperimenta la scarsità dell'occupazione e l'ag-
gressione al welfare: queste tre eterogenee prospettive si succe-
dono e si alternano saldandosi in un fascio esplicativo capace di
rendere conto delle multiformi e multisituate pratiche di gover-
no della devianza.
Dall`altra parte, pero, tale vocazione transmetodologica si ri-
vela fittizia. Se allarghiamo lo sguardo, infatti, ci scopriamo pri-
gionieri di una esile eppure rigida intelaiatura struttural-funzio-
nalista, che - sebbene (o forse pera/:›e') lasciata sullo sfondo e mai
esplicitamente tematizzata - esibisce una intima quanto efficace
inaggirabilità. Perché sebbene Wacquant respinga preventiva-
mente l'accusa di “iperdeterminismo strutturale" e chiarisca che
la sua costruzione teorica si ispira piuttosto a un funzionalismo
post }aoc,i la nozione di neoliberalismo che egli disegna allo scopo
di enucleare i correlati socioculturali della dominante accezione
economicistica non sembra prestarsi a equivoci. Non solo il neo-
liberalismo - come \`/Uacquant specifica nella sua più compiuta de-
finizione - “comporta” Faffermazione di quattro logiche istitu-
zionali (deregrtlatzorz economica, contrazione del welfare, tropo
della responsabilità individuale, espansione delfapparato penale),
tra l'uno e ognuna delle altre sussistendo dunque in tal senso una
relazione di irnplicmione/composizione (il primo consta dell'in-
sieme delle seconde);*' ma liequilibrio delineato dalla loro omoge-
nea e uniforme distribuzione topologica, che in apparenza ne se-

3. L. Wacqltant, La dr`rt¬r,Dfr'rra prr›d'rrrtr'va, ctt.


4. ft5rdt*rrr_ .rlltrove 1*(-'acqttant e stato anche più esplicito: "Uinadegttatezza dello stato so-
ciale a fronte degli effetti delle politiche di r1ert*gtn'mfriirr sollecita e rtvm'e ut'rt's_ta'rrie la magni-
ficenza dello stato penale " l ld., ()rdt='rr'rrg frr_recn rr`rjr.' .“›`r.tcr`.-:u' F'r.it'arr`:-_'rtrr`r.vr :rival Nfu* Prtrrrrrnt* Uprnr-
ge. "Radical Philosophy Review", l. 2111138, p. 27', corsivo miol.

140
gnala un'eguale rilevanza sistemica, È di fatto infranto nell'intero
testo dalla funzione motrice (in senso tanto linguistico quanto lo-
gico-operazionale) che Wacquant assegna al più recente assetto
evolutivo del capitale nel quadro dei processi di mutamento del-
le contemporanee società avanzate.
ln realtà, dunque, la poliedrica decodificazione dei fenomeni
criminologici si dissolve e si rapprende lungo una più ampia ed
elementare armatura teorica, che - distanziandosi dai più acco-
glienti funzionalismi pluricausali a pressoché nulla capacità pre-
dittivaii - consegna gli esiti della riflessione di Wacquant a un'i-
potesi esplicativa monologíca e in quanto tale vulnerabile non so-
lo ai rilievi di ordine sintattico-concettuale, naturalmente meno
maneggevoli per qualunque impresa epistemica, ma anche a quel-
li di genere fattualefi La conseguenza È che le tipiche obiezioni a
sfondo empirico-comparatista che vengono regolarmente suscita-
te da un impianto metodologico di siffatta, unidimensionale ma-
trice (nel nostro caso lioccorrenza di ampie o significative ecce-
zioni alla dilatazione delliappatato penale nelle società occidenta-
li, ovvero le correlazioni incerte o negative registrate in diverse ma-
croregioni tra taluni fattori/tendenze la cui covarianza viene inve-
ce assunta da Wacquant quale tratto t*ortz`tm'z'vo della logica neoli-
berale) e che di norma non paiono decisive in quanto problema-
tiche solo per un funzionalismo primitivo ad aspirazione univer-
salista, finiscono invece per incrinare il modello del neoliberali-
smo penale qui tratteggiato_
Ii
5. Una componente funzionalista (sia pure implicita) È rivertvrfe a qualunc|ue analisi so-
ciale che aspiri a una qumche in telligibilità_ Lfautentica alternativa consiste nel renderla irri-
levante frammentandola o diluendola in una rete di relazioni altrimenti significative (in tal
caso l`idea È che la riproduzione di tm sistema, o la realizzazione di taluni suoi scopi, si con-
seguono attraverso tma pluralità di funzioni equipossibili o variamente fungibili: l`accetta-
zione di tale indeterminatezza presiede alla costntzi one di ttna teoria dal potere previsiona-
le nullo o non rigorosamente fondato); ovvero nelliedificarvi attorno un esplicito congegno
predittivo, incardinato attorno a meccanismi plurilineari ma dalle sequenze finite (che resti-
tuiscono una rappresentazione finanche contrnfattuale e tuttavia cristallizzata del fenomeno
osservato). oppure disponibile a una serie aperta di procedure di adattamento alle eccezioni
le percio intrinsecamente esposto a tensioni che di fatto ne sfurnano, rimodulano e inline .tua-
.trrraim le asserire proprietà euristichel.
o. (ifr. i contributi di liiven, fiampbell, Peck e - con linguaggio, premesse e intenti dif-
ferenti - Valverde nel presente fascicolo.

141
Tuttavia, È proprio la rigidità delliapparato teorico, l'ordinata
dirompenza concessa da Wacquant al suo rudimentale cuore ope-
rativo, a squadernare la questione cruciale, e cioè findividuazio-
ne della struttura delle imputazioni causali (in altre parole, l'i-
dentità di un sistema). E dunque di qui puù dipartirsi una nuova
fase del dibattito sulla natura del neoliberalismo: se del contribu-
to di Wacquant va discussa e soppesata l'attitudine tacitamente
onnivora, il suo profilo complesso e sistematico sposta tuttavia per
sempre in avanti una discussione da troppo tempo avvizzitasi at-
torno alle sue istanze più sprovvedute e di più facile consumo, che
siano i variegati ma egualmente disarticolati ed esausti inni alla de-
crescita, oppure gli statici e angusti modelli indigenisti affeziona-
ti più alla rivendicazione di una metafisica e rassicurante prossi-
mità alla Natura e/o alla Storia che alliincrinamento dei rapporti
di dominio.
E allora lungo tre direttrici capaci di tenere salda la rotta dise-
gnata da \}Vacquant (anche solo per rettificarne o integrarne o, for-
se prima ancora, rovesciarne le coordinate) - vale a dire la ftm-
zione della pena, la questione delliautonomia, lo spazio della bio-
logia - che si può immaginare liormai urgente progetto di riordi-
no delliindagine sttlla società postfordista.

2. La funzione della pena nella società neoliberale


Liimpossibilità empirico-concettuale di rinvenire una logica uni-
taria (nonché pienamente plausibile) nelfespansione dello stato
penale? non deve certo indurre a ritenere tale fenomeno estraneo
o accem'rr`co rispetto al consolidarsi delfegemonia delle istituzio-
ni neoliberali Si tratta piuttosto di abbassare la soglia delle aspet-
tative riposte nel modello, ossia di accantonare la connessione de-

T. (lift. gli interventi di Piven, Camp bell e Peck - formulati da diverse prospettive -nel
presente fascicolo, e - per tma dettagliata rassegna teorico-empirica sullo sviluppo carcera-
rio nelle società occidentali- L. Re, Ctrrtere e glr.u':›rtlr`maztiurre_' ri" bririsv paiiutvrrƒarrri .irrflgir .fra-
ti llrrrrr' e tiv Earopa, Laterza. Roma-Bari 2tll_'lo. Va precisato che *vi-facqttattt È perfettamente
consapevole della presenza di importanti elementi di irrazionalità nello stato penale neoli-
berale da lui rappresentato: tuttavia È facile vedere che, sebbene di un sistema lo di un agen-
te) non sia possibile fissare astrattamente la soglia di razionalità, ttn nucleo compatto e coe-
rente ial riparo da tratti antagonisti) È Ia condizione della stia stessa itlentificabilitit

142
terministica che innerva la configurazione nomologico-deduttiva
ipotizzata da Wacquant in favore di un vincolo tendenziale, tipi-
co degli schemi probabilistico-induttivi che sanno accogliere con-
troesempi perché illustrano la prevalenza di una fenomenologia
senza blindarla dentro rappresentazioni legiformi_ La centralità
delliapparato penale - o meglio, del suo (talvolta abnorme) svi-
luppo - all'interno delle società avanzate verrà preservata, ma ri-
calibrata in termini contestuali riprodotti secondo procedimenti
genealogici_ La dilatazione del dominio penale in Italia, per esem-
pio, ha a che fare con il governo dei flussi migratori almeno quan-
to ha a che vedere con le (postulate) esigenze delle politiche neo-
liberiste: in altre parole, sarebbe r'azpo_r_rz'.f›z'Ze comprendere il raffor-
zamento delle politiche reclusive italiane sradicandolo da quel
plesso semiotico-normativo che ha articolato dentro una proce-
dura di assoggettamento una narrazione pubblica scandita se-
condo gli stilemi del distanziamento e della dissimmetria; l'espe-
rienza delfinsicurezza allestita in una tonalità paranoide; e una ir-
regolare ma coerente costellazione di provvedimenti giuridici di-
scriminatori. Il risultato È quello di una ristrutturazione di razza
del campo sociale prrzaa che di una tecnica provvisoria di imma-
gazzinamento di corpifi
Com'È evidente, il problema È quello dello statuto e del conte-
nuto funzionale della penalità nella società contemporanea. Indi-
viduando nel rafforzamento strategico delliapparato penale l'ele-
Ii
3. È evidente che dentro un soggetto convivono differenti appartenenza. e che non sem-
pre È facile discernere quali siano i punti di presa delle tecniche di controllo: tuttavia È im-
possibile ignorare che l`intenzion alità e la morfologia delle più decisive politiche penali ita-
liane clell`ultimo ventennio (congiuntamente emergenti nella etnicizzazione sia del tasso di
incremento delle misure restrittive e soprattutto detentiva, sia dell`indiri_zzo operativo delle
pratiche investigative e giuridiche) siano andate progressivamente attagliandosi alfagente cat-
turato nel suo differenziale simbolico (qui etnico-culturale] piuttosto che nella sua ordinaria
iimlproduttività marginale. Che in qualche misura le distinte afflimioni si sovrappongano,
e che la relativa intersezione rrorr abbia nulla di contingente (in ttn soggetto collettivo lo sta-
tus etnico interagisce con la posizione relativa occupata nella stratificazione materiale) e an-
zi talvolta esprima una relazione logica frutto di una discendenza genetica (la condizione del
migrante È non di rado ƒ_ur'rrrr'ra dalle macrodinamiche del mercato globale nonche dalle mi-
crodinarniche dei mercati locali, sebbene aver' nei termini idraulici di un ordine di flussi at-
trazione-spinta, e nemmeno in quelli altrettanto elementari di u_na propulsione nudamente
economicai. È una questione di rilevanza indubbia ma qui secondaria.

143
mento centrale di un modello di goverrraace contenitivo-selettiva
della popolazione, Wacquant incide nel sistema una discontinuità
inattendibile sotto un duplice, interconnesso profilo. Egli infatti
- postulando l'attivazione di una logica di disciplinamento esdrr-
rioa, vigente cioÈ all'interno di una singola, delimitata e identifi-
cabile ancorché generica regione socio-occupazionale (la classe
povera) - rimanda a una doppia incongrua cesura, consistente in
una compresenza di codici regolativi a giurisdizione parallela e set-
toriale che presuppone a sua volta una società compartimentata
lungo faglie quasi ontologichefi In realtà, entrambe le circostanze
sembrano scarsamente persuasive. Perché, se presa sul serio, l'i-
dea che la rete penale raccatti gli individui espulsi dal processo
produttivo e dalla protezione dello stato (e dunque che l'ipertro-
fia carceraria eserciti una funzione di controllo preventivo indi-
pendente dal tasso di incidenza dei reati, i quali infatti negli ulti-
mi due decenni sono andati ristagnando o declinando nell'intero
Occidente) 1” sembra incerta tanto sul piano teorico quanto su quel-
lo empirico: da una parte, infatti, la tendenziale relazione di co-
varianza che si può approssimativamente registrare tra il tasso
(combinato o aggregato) di esclusione dal sistema occupaziona-
le/assistenziale e il tasso di carcerazione È di carattere statistico e
non rzgurfi'ratr`ao, giacché rilevazioni indirette ma attendibili se-
gnalano che una cospicua frazione dei nuovi reclusi appartiene a
segmenti sociali in qualche misura z`aregratz` e protetti', ossia titola-
ri di reddito e/o sostegno da tvelfare (e, inversamente, una parte
consistente degli individui espropriati delle loro risorse redditua-
li/assistenziali non viene sottoposta a procedimenti di interna-
mento o di restrizione: in altre parole, non È su quest` ultima cate-
goria sociale che pare conca.-arrar_s:r' Fazione penale); e, dall'altra

9. L"estre:ma verticalizzazione del corpo sociale rappresentato da Wacqttant si riflette fe-


delmente nelfingittstificata dis attenzione che egli mostra per la sintazione della classe media,
la quale in realtà, in taluni non residttali suoi segmenti, condivide in qualche (mutevole) mi-
sura condizioni e prospettive della classe inferiore, e conumque non È per intero assimilabi-
le alla classe superiore. Sull`argomento, cfr. _l.l... (iampbell, .frate petra/t* e stato u'ef›r`mre.- l”r'r-
rr§t›t:rtf›t'it' eserrrpfarr`rti dei rrr*ru'r`f7t:ra!r'_i'rrrri ar.verr'trtrrr.›, in questo fascicolo.
lil. La fornutlazione È sttccinta e grossolana, ma coglie con sufficiente accuratezza la più
recente tendenza del crimine nelle società occidentali.

144
parte, una gestione cosi accortamente strumentale e consequen-
zialista della macchina penale dovrebbe riposare su una dinamica
strutturale ferreamente e irrealisticamente meccanicista (miste-
riosamente emergente dalla natura fluida e porosa dei sottosiste-
mi sociali) nonché su una capacità di controllo inverosimilmente
capillare e dispendiosa.

_` 3. Mutazioni ortonomiche
E allora forse il caso di percorrere in senso inverso la strada trac-
ciata da Wacquant. Più precisamente, anziché intendere l'espan-
sione del sistema penale-carcerario come una (dubbia) necessità
funzionale che si dispiega progressivamente sull'intera società mo-
dellandola in senso repressivo-punitivo, dovremmo considerarla
come una delle molteplici e interrelate istanze di una razionalità
governamentale che si realizza secondo modalità locali ancorché
omologiche.
Nello specifico, sono preziose le osservazioni dello stesso Wac-
quant. L'autore indica infatti tra i caratteri fondamentali del neo-
liberalismo lo sviluppo del “tropo ¢'nlrara[e della res'poasaÉ›r`Zr`ta irr-
dz`az'd.eale, che invade tutte le sfere della vita sociale".“ Ebbene,
mentre l'idea di tm soverchiante e dilagante affermarsi dell'istitu-
zione carcerario-contenitiva nella società spinge esattamente nel-
la direzione opposta - l'rrre_tpoa_ra/ørlrzzaate reclusione, compres-
sione, inaridimento e accantonamento delle competenze e oppor-
tunità individuali, sia attuali che potenziali - fino a costituire un
focolaio di insostenibile contraddizione nell 'illustrazione della dot-
trina pratica del neoliberalismo, È piuttosto nella diversione e ri-
descrizione del campo simbolico-materiale dell'autonomia - con-
dizione di possibilità (ancorché aporetica e intimamente corrotta)
della responsabilità individuale - che dobbiamo rinvenire la cifra
e liossatura della società postfordista.
Liimporsi del “tropo culturale della responsabilità individua-
le", osserva appropriatamente Wacquant, consiste nella “costru-
zione di un sé modellato sulla figura delliimprenditore, sulla spin-

1 l _ L. Wrtcqltant. La a'r1rrr'p/r'rra prr›dtrrrr'vri, cit.

145
ta alla diffusione dei mercati e sulla legittimazione della com peti-
zione, a cui corrisponde la fuga dalle responsabilità da parte del-
le imprese e la proclamazione delfirresponsabilità (o della di-
mezzata responsabilità) dello stato nelle questioni sociali ed eco-
nomiche".12 Ma, posto in questi termini, il processo cui egli allu-
de sarebbe incomprensibile, o più semplicemente impossibile, ma-
nifestandosi quale sezione evolutiva eccezionale e autoconsisten-
te, transizione isolata e avulsa dalla topografia complessiva delle
relazioni sociali. In realtà, invece, la sub-responsabilizzazione del-
lo stato (e delle imprese) corrisponde alla iperresponsabilizzazio-
ne individuale nella :misura in car' questa affonda in un'emergente
geometria sistemica di deresponsabilizzazione z`m*er:`adz`ar`drraZe, la
coltivazione delle traiettorie microsoggettive z`m*plr`caado la reci-
sione o Pallentamento dei legami orizzontali e lielisione della re-
sponsabilità collettiva.
Premessa, progetto, infine .rartaaza delle politiche neoliberi-
ste È insomma la ristrutturazione poietico-concettuale dei trac-
ciati della ortoao.vrz'a13 nei termini di una proiezione singolare

12. Ibriferrr.
I3. Propria del edite pratico della filosofia morale, la nozione di ortonomia (ossia di un
agire govemato da criteri di giustezza o correttezza) cattura quella concezione epistemico-
nonnativa di responsabilità che promana da un equilibrio raziocinativo-riflessivolungoil qua-
le credenze fattuali, giudizi valutativi e desideri di ordine plurimo si connettono e corrobo-
rano circolarmente all`insegna di una “irnparzialità che consente di assumere le istanze altrui,
nonche quelle del proprio self futuro, tanto come potenti sorgenti generatrici di desiderio
quanto come immediate e significative controparti" il-È liettit, M. Smith. Uu,r›rar!r`m! Rtvt_m.-r,
“lVIind", 405, |'~J':l3, p. T5). L`ortouou1ia non solo implica l'autonomia (di fatto riconosciamo
autonomia agli agenti _rr.›!ra.-tro nella misura in cui individuiamo la loro capacità di agire cor-
rettamente: cfr. M. Smith, 'life _ttrtrr'tnre of rirt/Jrurrirrrv, in _l. Hvman, H. Stetvard, a cura di,
.flgerrtjv aria!/1loir`r.vr, fiambridge University Press, Cambridge 2004, p. 167), ma rappresenta
la più esatta opposizione alfeteronomia di risonanza ltantiana (esattamente come al concet-
to di eterodossia fa da contraltare quello di ortodossia), laddove questa va intesa quale mo-
do dell`agire non secondo norme esterne a sé, ma secondo regole inappropriate in quanto
estranee ai desideri fondamentali che ci distinguono (P. Pettit, lvl. Smith, Barizgronrral Desire,
“Philosophical Revie'-.v", 4, 1990, p. 588): “Di ttna persona autonoma diciamo che possiede
ipropri desideri anziche farsi possedere da essi" (_). Eister, Espfarirrirg 'lÈofJirrtnfCfJarrge,('la111-
bridge University Press, Cambridge 1998, p. fl?). Va da se che il genere di razionalità pre-
supposto da tale concezione dell`azione È pienamente compatibile tanto con quella irrfiurrda-
ra consistenza del self che pare limpidamente segnare la condizione umana, quanto con uu`ac-
cezione di desiderio originaria e parzialmente cieca alla coscienza. quanto infine con l`r'dt=ait-
riäbftgatri di un infinito lavoro sulla propria capacità di interlocuzione morde (non si puo mai
attingere alla pienezza delle condizioni di emergenza del self): “È proprio in virtù dellio-

146
smzltsrrata e verticale dentro la quale si disperda la stessa condi-
zione logico-materiale della prossimità e della condivisione, os-
sia i tratti logicamente più antagonisti nelliuniverso pieno di di-
versità e privo di conflitti postulato e perseguito dal neoliberali-
smo. Lungo un divenire senza scosse, che muove dal primo ri-
flusso della società occidentale al chiudersi delle lotte degli an-
ni sessanta-settanta, trae alimento dal crollo del Muro e si calci-
fica nel sospettoso ritrarsi che fa seguito all'11 settembre, Èl'ethos
narcisista” che conosce la sua mutazione facendosi istituzione:
il ritiro dal sociale non si manifesta ora come privata defmione
ma come organizzazione delliindividualizzazione, le tattiche di
defilarnento divengono pratiche informali di partecipazione che
disegnano una cartografia attivamente ed erosivamente solipsi-
sta, il desiderio di una lunga deriva si erge rovesciato nella dife-
sa di approdi isolati ma esemplari. In altre parole, il tradiziona-
le progetto collettivo delfautonomia sopravvive mettendo ora in
forma la propria implosione, edificando il proprio recesso: la re-
cente curvatura familiare, microcosmica e agonistica della mo-
derna idea di un comune adempimento e potenziamento dei de-
sideri soggettivi ha assunto ora la forma frattale e la consistenza
assertiva di un tratto di proliferazione; llesodo non È più un ri_-
fugio interiore ma una pubblica drammaturgia morfogenetica. E
Fi
pacità verso di se che il soggetto si espone e accetta alcuni dei più importanti vincoli etici"
(I. Butler, (iiarrrg aa /1rrr.aorr of t)rrr›_i~r:il', Fordltam University Press, Nev.-' `i'orl¬: 2illi5; trad.
t';'rr`rr`tn dr'.lt'a r.v'r.›l'rvtzrt ritira, Feltrinelli, llvlilano Zllllo, p. 32), e se al tempo stesso la forza del
desiderio rimane parzialmente in-narrativizzabile e straniera senza per questo cessare di co-
stituirci - di (concorrere al fare di noi cio che siamo, ossia cio su cui possiamo esercitare la
nostra tecnica trasfonnatrice (cfr. ivi, p. 128) - È allora nella possente st retta ipernorm ativa
della figura ortonomica che È legittimo rinvenire una determinata anatomia immaginata del-
la fottcattltiana mtetica del se.
14. (ii. Lasch, Crrftarre r_›fi\iart*r'_rri.rrrr.' ƒlrrrericarr Ltjfe ur au r'-1ge rJfDr'rrr.r`rrrsfJr`rrg E_vpecrarr'orr_r,
lslüilfif. Norton, Netv York 1991, nttova edizione (ed. orig. 1';l`?'o'); trad. La mirare a'efrrarrirr`-
rrrro: firrdrartfao nr foga alal'_ton'aie .ur ae'etri dr' rIrlrr'llnrr'r.irrr' cr.if!en'r't.=e, Bompiani, Milano 1992
led. orig. 1981 ). Non tragga in inganno il comune involucro egotistico. Il distinto allestimento
delle fenomenologia in oggetto ne trasfigura diversamente esperienza e progettualità (cfr. pp.
li)-l 1), e se il narcisista (talora grottesco) di Lasch esplora il mondo come uno specchio dal
quale attingere vitali certezze attorno al proprio "io grandioso" lp. 22), il secondo ripiega cir-
cospetto, scrutando un ambiente minaccioso dentro il quale sopravvivere facendo feroce-
mente tesoro delle proprie risorse, piegando e condividendo la pubblica opinione al riparo
delle più tradizionali e calde certezze.

14?
la riconversione deflattiva e performativa degli affetti' che si ri-
produce in termini di egemonia”
Essenziale correlato regolativo di tale criterio di ristrutturazio-
ne normativa dell'assetto sociale È la dissoluzione di quello spazio
di visibilità dei soggetti che istituisce la comunità quale soggetto
politico e che si È progressivamente contratto nella “semplice in-
terazione tra meccanismi statali e combinazioni di energie e inte-
ressi sociali", ossia in quella “identificazione tra meccanismi isti-
tuzionali e modalità di ripartizione delle risorse che determina la
scomparsa del soggetto e dello specifico agire democratico [in una]
coincidenza senza rpsidui tra le forme dello stato e lo stato delle
relazioni sociali" .If E il paradosso della postdemocrazia, vale a di-
| _
15. Giacche il tennine va normalmente incontro ad abusive semplificazioni. È utile pre-
cisare che per egemonia intendiamo qui il compimento di una sinetldoche. la terapia che ri-
media all`opacità di ogni significante lalllindispoaibilità di un significato che ne discenda
direttamente.compiutamentee definitivamente, ci oÈ indipendentementedalleeffettiveistau-
se del significante) con una sttturazione contingente, il movimento di una singolarità che
tuttavia si istituisce come equivalenza rispetto a una catena di ulteriori singolarità. Da ttna
parte, dunque, ogti soggetto È costi mtivamente particolare per il fatto che emerge anale ar-
reuza di una soggettività assolttta e autotrasparente (sottratta a ogni determinazione con-
tingente), e ogni comunità È intrinsecamente divisa perche ogni consenso comporta esclu-
sione: in questo senso, iljivorr' È la condizione di possibilità della comunità e al tempo stm-
so la ragione delfimpossibilità della sua piena realizzazione. Dall`altra parte, la totalità ir-
rappresentabile si risolve tuttavia in un orizzonte di significato, nella dislocazione di un par-
ticolare contingente cl'1e dissimula l'esclusione che lo costituisce sovradeterminandosi come
soggetto generale, come istanza comune a tutti, come condizione universale (articolazione
È appunto l`assieme delle operazioni che fissano transito riamente le identità. arrestando la
proliferazione dei significati implicita iu ogni significante). Cfr. E. Laclau, (I. Mouffe, He-
gtvr.u.vr_v and _i`rz*rift/.r`.rr _S`rrareg_v.: 'li:uaara'.r a Rrrabra! Deavritrarrif Pr.il'r'.t'ri:r, 'l.›"erso. London-1\le¬tv
York zum-*_
16. La questione puo essere vista da tuttialtra prospettiva. Ulrich Beck. per esempio. in-
tento perlopiù a illustrare stimoli e opportunità di quella nuova “democrazia riflessiva" che
sarebbe andata ispirandosi a un autidogmatico disorientamento - rapidamente consunto, ove
sia mai occorso - com pendia il mutamento in oggetto ricorrendo al concetto di rrrbprrfitƒra,
la quale “si distingue dalla politica per il fatto che al anche attori esterni al sistema politico o
industriale lle categorie professionali e occupazionali, liintellighenzia tecnica nelle imprese,
le istituzioni e il management della ricerca, i lavoratori speci alizzati, le iniziative dei cittadi-
ni, la sfera pubblim ecc.) sono autorizzati ad affacciarsi sulla scena della progettazione so-
ciale, e fl) non solo gli attori sociali e collettivi, ma anche i .tri-rgrlft' r`rralr`vr`cfrr.t` competono per
conquistare il potere di conferire forma alla politica" (U _ Beck, Tbe Rerrraerrrrorr of Poiirirr:
ReriJr`rrf:r'rrg ilvloderrritjr .iv rue fiitfifzai .iiorral ffirdtv, Politv Press, Cambridge 1991 p. 103). Sul-
fargomento, cfr. anche la critica di (ii. llillottffe, Ou the firilr`n"t¬al, Routledge, Netv Yorl-t 2ll{l'5;
trad. .ii`rr!pr_›!r`rrir.›.- derrrrz-razia e ra,aprerearazr'rirre a'er` rorrflr'n.'r', Bruno Mondadori. Milano 2iiU?,
ancorché curiosamente miuata da un'incerta distinzione tra piano nomtativo e piano de-
išcrlt tivo.

148
re la "pratica consensuale di rimozione delle forme delfazione de-
mocratica. [...] Una democrazia dopo il demos"."

4. Il dominio dei corpi: estetica e fisica


deIl'assoqqettamento
"La demqcrazia non È un regime di vita o uno stile sociale dell'e-
sistenza_ E fistituzione della politica stessa, È il sistema delle for-
me di soggettivazione attraverso il quale un ordine di distribu-
zione dei corpi - assegnati secondo le funzioni corrispondenti al-
la loro “natura”, e situati nelle posizioni corrispondenti alle loro
funzioni- viene revocato in questione, reintegrato nella sua con-
tingenza _ " 'H
La dialettica parallela instauratasi tra la progressiva atrofia del-
le istanze assertivo-emancipative e la corrente versione del con-
solidato collasso della rappresentanza affonda di fatto nella nuo-
va biologia della cittadinanza, intarsio mobile di impalcature sim-
boliche, codici materiali, tecnologie normative, stratificazioni di
capacità la cui spina dorsale È legittimo rintracciare in quella pre-
sa esattamente bipolare sui corpi costituita, da una parte, da un
mutilato ipervitalismo dell 'agerzcy individuale” (indefinitamente
espansivo dentro percorsi di realizzazione vincolati) e, dall'altra
parte, dalla più sistematica compressione, reclusione, rimozione
(dentro spazi di invisibilità e di negazione che al contempo eri-
gono e ratificano l'intangibilità del modello socioculturale in vi-
gore) di ogni elemento di alterità capace di insidiare quelle ac-
cresciute e indivisibili aspettative dalle quali emanano più profon-
l _
IT. _). Rancière, La rrrti.t'.~:vri'r'r-.u't:. Pr›ir'tr'a-*ttt* ai ,ofJr)'rs_i'r.ip.hr'e, Galileo, Paris 1995; trad. lr' Jr'-
.rat'corr1'o, Meltemi, Roma 2ii(l?, p. 1 1.5 (traduzione modificata). l_.`agii¬›ilità fisico-simbolica del
conflitto politico È la premessa funzionale della democrazia perché esso, distinguendosi *' da
ogni altro conflitto di interesse che sorga tra particolari soggetti alfinterno di una popola-
zione, [___I È un conflitto sui soggetti stessi. Non È una discussione tra consociati ma una in-
terlocuzione che mette in questione il quadro stesso delfinterlocuzione" (ivi, p. 115, tradit-
zione modificata).
18. Ivi. p. 114 (traduzione modificata).
I9. Per ageutjv si intende "la proprietà di quegli enti Il che hanno ttn certo grado di con-
trollo sulle loro azioni, 2) le cui azioni hanno un effetto su altri enti le a volte stt se stessi) e
5) le cui azioni sono oggetto di valutazione (per esempio, in termini di valutazione della re-
sponsabilità in ordine a un certo eventol", rl.. Duranti, .flgrvrtjv and iarrgrrrrge, in ld. la cura
di), .rl fiirrrpairftrrt lo Lftrgtrrltfri'./lrttiirriprifrigy, Blacitnfell. Nlaldefl {Mttss.) 2l)l)-l, p. 453.

149
de e inafferrabili paure, che a loro volta invocano più drastici in-
terventi difensivi.
A un estremo del continuum troviamo dunque il sicuro ince-
dere di una onnivora filosofia delliautoproduzione. lntrodotta dal-
la modernità nella sfera del possibile, liidea della trasformazione
personale assurge nelliera contemporanea a ideale normativo, in-
vestendo liintero repertorio degli strumenti, delle tecniche e del-
le figure dell'identità lungo una galassia di microprassi monadi-
che e deritualizzate. Liidea stessa del divenire È stata piegata, fran-
tumata e imprigionata in una griglia di cubicoli esistenziali che
hanno eretto la crescita competitiva cellulare sul progresso tran s-
individuale in un movimento che r'raplr'ca disimpegno comunita-
rio, com petizione sociopatica e pratiche di dominio. E il corpo l'e-
picentro attorno al quale assume forma e rilievo tale metamorfo-
si del modo teleonomico di autopercezione e autorappresentazio-
ne sociale, È sopra, dentro, attorno ai corpi che si ingaggiano le
odieme battaglie per fautonomia e per il riconoscimento che ne-
cessariamente animano ogni progetto di libertà. In un presente il-
limitato che promette di assottigliare le sedimentazioni del tempo
e di ingoiare le incertezze del futuro,2“ È il corredo somatico - os-
sia il corpns delle estensioni e afferenze di cui esso consta, nonché
llinsieme e l'esito delle operazioni che esso permette e abilita - che
diviene principale terreno, misura, motore, risorsa, codice delle
relazioni intersoggettive. Lungo un rapido, continuo smottamen-
to le opportunità professionali, gli scambi commerciali, la rap-
presentanza politica, le transazioni private, i destini ideali hanno
conosciuto un inedito convergere in una estetica di assoggetta-
mento cosrz1'atr'uar†zear'e seriale e atomistica che ha ridelìnito gli sti-
li del conflitto e della cooperazione”

20. Per tm riassetto critico della filosofia della storia nel posunodemo, cfr. Et. Liu, Locat'
'lrarr_rcerrderrt*e_- Essays on Posmrorzferrr I-lrsrorr'rr'_rrrr ava( the Dataäase, University of Chicago
Press, Chicago 2008.
21. Wacquant ravvisa nel proliferare delle rrrivre .terrier fe della netta morale tvestern che
in esse dovremmo intravedere) il sintomo culturale della vincente società penale (L. Wac-
quant. La dr`_rrr`pl'r`.va prodrtrrraa, cit.). Tuttavia, mentre tale fenomeno puo essere facilmente
sottoposto a una diversa chiave di lettura (il dilagare della fiction fritti am! rirrftv si puo age-
volmente associare alla moltiplicazione dei media visivi che ha determinato l"impenn ata del-

150
All'altro capo delle fiorenti strategie di coltivazione e modella-
mento della nostra materia antropologica - a queste avvinghiata
in una relazione di rovesciamento formale e di contiguità funzio-
nale - agisce una infoltita schiera di tattiche di contenimento e
cancellazione dei corpi. Intima piega della declinazione solipsisti-
ca e polem-*z'ca dell'autonomia individuale È infatti liinnalzamento
e il blindamento dei confini di quella sfera soggettiva che dalla sua
riconfigu razione parossisticamente proprietaria, esclusiva e anta-
gonistica, nonché dal rinnovato, accresciuto e solitario investi-
mento su se stessa, ha Zogzcanaerrre derivato un"inedita vulnerabi-
lità, una strutturale precarietà, una rzararale insicurezza. Ed È a
questo sentimento paranoico che con timbro oscillante percorre
l'intero tessuto sociale - alla “irragionevole paura che qualcuno
voglia arrecarci un danno"22 - che si rivolgono le molteplici poli-
tiche sicuritarie corresponsabili della corrente destrutturazione
dell'idea stessa del vivere associato.2l In un paesaggio frammen-
tario e discontinuo, sensibile alle diverse politiche narrative e ai
differenziati regimi di enunciazione e di fruizione - com'È evi-
dente, È qui in discussione non una patologia psichiatrica ma un
ondivago atteggiamento pubblico, un (deficitario) modulo proiet-
tivo che si fa pulsione ordinaria e infine elemento di rrrr'lr`e.a - le
politiche sicuritarie agiscono in maniera diseguale e contingente
intrecciandosi con i frastagliati processi di corrosione del legame
sociale. La loro condizione di possibilità È però sempre quella " per-
' __
l"ollerta di un genere tradizionale e di gran lunga antecedente al neoliberalismo penale, cosi
comeÈ tutt`altro che univoca. ela sua fruizione comunque dipendente dai disti11tiƒrar.ve_t per-
cettivi. la precettistica morale che iutesse i prodotti in questione: su entrambi i punti, cfr._l.L.
fiiatttpbell, Starr) perrrrfe E .tram ulefzriortr. cit.), appare ben più rivolttz.ionaria e significativa la
nascita e l`immediata esplosione dei programmi tv -- realitv shotv, ma non solo - che prescri-
vono, organizzano, realizzano la trasformazione di un qualche tratto delfidentità individua-
le. Look, abitazioni, bar e alberghi, famiglie, talenti. capacità culinarie, animali domestici,
carriere professionali, competenze conviviali, fattezze, consuetudini sessuali: ogni compo-
nente delfesperienza va esplorata, valutata, ripensata, rettificata per essere rilanciata quale
atout di autorealizzazione nelle più ampie arene sociali.
22. D. Free-.man,_l_ Freeman, Pararrraa.: 'lille Elsr Cerrtarjv Fear, Oxford University Press,
Nevv Yorl-t 2l)il9, p. 27.
23. E cio, si badi, senza nemmeno dover essere realizzate. Foriera di ben più profondi ef-
fetti È la pura potenza discorsiva delle politiche si curita rie, la loro mera prissr`brfr`ni, il sempli-
ce adombrarsi e circolare di un concetto che deve la propria seduttività alla sua r`urtvr.i'ri.›rrt=
eminentemente operaziou ale.

151
cezione dell'esistenza [che] giustifica con la forza dell'autoevi-
denza la vestizione di una corazza rigidamente difensiva e l'isola-
mento dalla realtà, [con ciò] negando ogni spazio alle chiavi del-
l'intimità sociale - ossia la fiducia, la collaborazione, il mutuo aiu-
to",2“' e puntando piuttosto a “ conoscere ogni cosa in anticipo per
ripararsi da ogni sorpresa, a mostrare con ricchezza di faticosi ar-
gomenti come tutto si tiene, tutto significa la stessa cosa. La pa-
ranoia estende il territorio del prevedibile, gettando il suo sguar-
do ipervigile sull'intero mondo, disponendo ogni luogo e ogni
evento nello stesso spaventoso ordine".25

5. Il dominio dei corpi: elementi di fisiologia politica


Le attitudini riflessivo-produttive e le strategie repressivo-deten-
tive che dispiegano e costringono i corpi” sono i due bracci del

24. G. Alper, I be Paramore rJ Euer_va'a_v Life: E.n:¬aptrtg the Enenv_v ll/rtiitrri. Prometheus
Books, Amherst {N.Y.J 201115, p. 14. Per un`a_nalisi enti;-r.=.:!t`ecf e posthegeliana delle relazioni
dialettiche tra i percorsi di autotrasformazione individuale, i fenomeni di dissonanza psichi-
cae la matrice individualista delle odierne politiche sociali ed economiche, cfr._l. Russon, Ha-
.tzetn E.rperr`e.at'e: PÃ1ƒ.f1irnp1È›Jt i\lenrnrr`r, and the Elements nfEt.=erya'a_v Lzfe, State University of
Netv York Press, Netv York 2003.
25. _l.K. Gibson -G rah am, A Pt.›strap:`!at'i.rt PnZ.t'tt't:r, Urtiversitjr of Minnesota Press, Min-
neapolis 2D£)6, p. 4.
26. Uipotesi fin qui vagamente accennata È deliberatamente generica e nirniirisicrrre, ta-
le cioè da ospitare deviazioni. contraddizioni, confutazioni, elusioni lossia cio cui dovrebbe
mirare qualunque tesi di carattere generale e astratto che aspiri a una c|ualche credibilitài. Le
politiche sociali e penali ordinario territori locali, affrontano crisi regionali, sono elaborate
da soggetti particolari, sono situate in aree determinate, incluse in tratti temporali irripetibi-
li, acquistano senso e vigore all`intersezione curnulativa di ognuna delle variabili appena elen-
cate. Qui si indica una tendenza, una serie di eventi che hanno disegnato una più estesa fi-
sionomia informazione. una trama esilmente, confusamente e difettivamente sovrapposte ad
altre possibili, le cui reali sezioni di aderenza possono pero essere catturate riirƒcarrrturic da
circoscritte verifiche esperienziali e concettuali. È il tentativo di una istantanea tra i cui ele-
menti individuare prossimità, parentele, influenze, omologie, contomi. rinunciando a iden-
tiiicare la sorgente dello scatto. Perche non esiste il neoliberalismo, ne il mercato, ne lo sta-
to penale, né lo stato, ma solo il succedersi di pratiche di soggettivazione (gesti di identifica-
zione connessi a un esercizio disciplinare associato alla disponibilità di risorse materiali e sim-
bolichei che evolvono in fasci di forze e poi consolidano in entità sovraempiriche contro
le quali i movimenti antagonisti o più modeste ambizioni di riforma sono destinati a girare a
vuoto. E del resto non È forse vero che ciè qualcosa di paranniirn negli “accademici che chia-
mano in causa oscure, sebbene elevate, spiegazioni causali lsocietà. discorso, conoscen-
za/potere, campi di forza, imperi, capitalistnol, [..._| qualcosa che nella struttura della spie-
gazione da essi regolarmente invocata li accomuna agli individui osscssionati dall`idea che un
branco di biechi e loschi liguri irrornpa dal buio"? (B._Latour, Witv Hifi (.'rrtƒt;:rt* Run flzvt'.-'.›ƒ
Stttairi? From MaHtv.r of Fao' ro !viaritv.r of Cnnrenv, “Critical Inquiry", 4, 2tii'i4, p. 2291.

152
compasso che segna e racchiude liaccidentato e divorante terri-
torio del biopotere. Qui gli inventari organici degli animali uma-
ni (nei loro tratti attuali e potenziali) e le risultanti relazioni pra-
tico-simboliche di reciproco riconoscimento si compongono in
una fzltviologrkt polr'tz'ca, vale a dire in un regime di elementi che si
connettono, si rinforzano e si eludono secondo relazioni genea-
logicamente, logicamente e asimmetricamente determinate, gli
uni e le altre da una parte mutevoli lungo un decorso evolutivo
contrassegnato da istanze di regolarità ovvero di impredicibilità,
dall”altra inscritti e vigenti dentro una topografia riconoscibile
nello spaziosi
Non solo è dunque legittimo rilevare la tensione antinornica
a coniugativa che allaccia in un orizzonte egemonico le strategie
collettive di investimento nei corpi con le politiche penali che li
disabilitano o li inibiscono; È altresì necessario investigare tale
piano di conflazione quale occorrenza storicamente determina-
ta di una grammatica normativa, tracciare cioè le relazioni no-
miche e funzionali che presiedono al suo radicamento ontologi-
co. Nei termini di un materialismo politico che individua pre-
messe e struttura di ogni ragione governamentale nel confluire
continuo di costituenti organici, patterns pratico-sensibili e ti-
pizzazioni semiotiche, la congiunzione bipolare tra le tecniche
di riprogettazione dei corpi e le loro simmetriche procedure di
contenzione disegna infatti una decisiva linea di suturazione con-
tingente tra le molteplici (potenziali e conflittuali) forme di sog-
gettivazione.
Fm
2?. Diviene opportuno, se non urgente, saggiare le possibilità di un articolazione _ro_rran-
mt.-:r delfindagine biopolitica, scandagliare cioe le prospettive di una specificazione ed espan-
sione in senso funzionale di un campo di ricerca fin qui dissodato eppure mai messo inten-
sivamente a frutto: più precisamente, guadagnato alla riflessione un nuovo terreno fertile -
la nozione di biopotere quale capacità di di retto controllo dei processi vitali degli individui
da parte delle istituzioni a carattere variamente normativo-autoritativo - il necessario passo
ulteriore e quello di vagliarne più sistematicamente e minuziosamente la consistenza e la pro-
duttività, dunque di intraprendere lienucleazione e descrizione di quei processi e di quelle
modalità di controllo per evitare che la prospettiva biopolitica si inaridisca nella pura e sem-
plice individuazione del concetto di }2.t`n.r quale nuovo ptmto di presa del potere statuale su-
gli agenti, tuttavia inafferrabile e finanche inintelligibile (salvo quale indice indetenninato di
tma indistinta condizione di eterogeneità rispetto al regno non-animalel laddove non venga
saldato con i concreti processi biologici nei quali esso si rttrtftzztr.

153
ln tale prospettiva liespansione dello stato penale neolibera-
leiii deve assumersi come una tra le transitorie figure di arresto
discorsivo che percorrono i versanti incrociati lungo i quali le
dotazioni biologiche innervano (_venendone di converso orien-
tate) le procedure interindividuali di ascrizione epistemica, os-
sia di ordinamento del mondo, conferimento pubblico di iden-
tità e normazione dell'agire collettivo: una più ferrea e duratu-
ra stretta sui corpi - nel caso in questione: tolleranza zero e po-
Zz`cz'e.r affini, inasprimento delle pene, subculture sicuritarie - ti
dunque Temergere di un dispositivo semiotico-materiale che
può essere meglio compreso tramite un procedimento di ridu-
zione anatomv'ca. In altre parole, le proprietà e gli effetti degli
indirizzi politico-penali di un sistema legislativo o giudiziario
sono destinati a rimanere almeno parzialmente astratti laddove
non se ne rilevino e decifrino le concrete connessioni con le ri-
sorse somatiche degli individui; intenderne la natura le ciò val-
ga per qualunque atto istituzionale-normativo) significa cioe
considerare il genere di azione che essi esercitano sui corpi, dun-
que tenere presenti:
-le precise conseguenze prodotte dalle strategie detentivo-pu-
nitive in vigore, ossia l'esperienza fisiologico-percettiva e simboli-
ca, nonché le concrete ricadute sociali, di quelle determinate pe-
ne rivolte a infliggere determinati tipi di privazione e/o dolore;
- le specifiche premesse dalle quali quelle strategie muovono,
ossia le precise capacità corporee e simboliche soggette a limita-
zione e repressione, le concrete tecniche e procedure utilizzate,
dunque la ratio che induce a ricercare quei determinati effetti pu-
nitivi sui corpi, e di qui gli scopi che si intendono raggiungere;
-l'identità concreta che accomuna gli individui cui quelle stra-
tegie sono rivolte, ossia le categorie fisiche e sociali (necessaria-
mente intrecciate in una esperienza corporea vissuta come uni-
taria) degli individui che verranno colpiti.2`**

28. Per tm`interpretazione diversa e continuista dei tassi tendenziali di carcerazione nel-
le società occidentali contemporanee, cfr. tuttavia l'importante prospettiva di B. llarcourt,
La pt*.vaZt`ni iit'rnflil›t*ivtft*.- ams /›n:=.vt=' _gt=vrtvt!riga:t, in questo fascicolo.
29. A ulteriore chiarificazione della prospettiva sopra suggerita puo essere utile annota-

154
Tali elementi andrebbero rintracciati in quel dominio dell'e-
sperienza antropologica incarnata che può essere sezionato se-
condo la seguente approssimativa quadripartizione:
a) Le operazioni di discriminazione categoriale realizzate dal
sistema neurale.
b) I presupposti, le facoltà e le funzioni organiche delle produ-
zioni semiotiche (elaborazioni linguistiche e gesti sensomotori).
c) Le dimensioni, i contenuti e le caratteristiche della mente
estesa (ossia dell'attività cognitiva catturata nella sua costz`tazz`oae
tecnologica e architettura pluri-individuale).
d) La stratificazione del potere che discende dalla ineguale di-
sponibilità di risorse cognitivo-materiali (discorsive, incarnate, pro-
tesiche) in capo agli agenti.i“
Ii
re che mentre le osservazioni di Wacquant sulla dilatazione del sistema penale occidentale
sembrano destinate a cogliere im perfettamente (ossia .tons indi rettam ente) la pu r decisiva con -
notazione razziale delfapparato ptmitivo statunitense (cfr. 5.5. Wtilin, Dezoocrar_v Incorpora-
.tea': Managed Dearooary and toe Spet¬ter ti/' lttaertea' 'liataft`tartsra, Princeton llniversitv Press,
Princeton, N._l., Eülil, nuova edizione, p. 58 [ed. orig. 2008]; sul contenuto razziale delfin-
tero progetto neoliberale, cfr. D.T. Goldberg, Tina flilvreai' ofRace: Reflertrorrs oa Raoial' Neo-
ltoeraitsro, Wile},*-Blackutell, Hobol-ten, NJ., Zllilli, pp. 527-376), una ricognizione penologi-
ca condotta attraverso il criterio della presa sui corpi attiverà uno sguardo più perspicuo per-
ché consentirà di illuminare in una logica unitaria le peculiari tecniche utilizzate dalle politi-
che penali statunitensi (metodi di ranial prtiƒi't'itz_g; introduzione di fattispecie di reato tipica-
mente non-bimche quali appartenenza a gang o conflitti armati tra auto; irrogazione di pe-
ne più elevate per il consumo di cocaina in forma di cracl-t, tipicamente diffuso nelle comu-
nità non-bianche ecc.), la peculiare efficacia di tali politiche (nella popolazione carceraria o
soggetta a condizioni restrittive i non-bianchi sono rappresentati in misura sensibilmente so-
vraproporzionale) e i loro peculiari effetti di segregazione e razzializzazione (la dinamica cir-
colare di stratificazione fisico-sociale connessa alle convergenti rappresentazioni del crimine
e delle identità non -bianche). Analoghe considerazioni andrebbero avanzate a proposito del-
l`identità bi oculturale di gartdar.
30. Se non puù essere questa la sede per una più dettagliata trattazione della prospetti-
va teorica sopra richiamata, e opportuno accennare che la versione di ezrrføeddtta' raoject che
la sorregge si situa all`incrocio di differenti contributi e orientamenti metodologico-disco
plinari (la filosofia dei sistemi dinamici non lineari, la biologia dei sistemi autopoietici e del-
la aleoeloproeritai .r_v.r.tarrzs tiaeoifiv, Fantropologia sociale della acror :relatori: tbaorjt, la pro-
spettiva neurologica della teoria selettiva dei gruppi neuronali, una concezione inferenzia-
lista e olistico-nonnativa del linguaggio, una nozione di eor«l=tidt`ed/airatrea' orrori che incor-
pora una filosofia agentiva della percezione), segnalando liinterazione tra processi cogniti-
vi, attività sensomotorie ed elementi spaziali, e di qui il radicamento ambientale delle risor-
se linguistico-concettuali, delle strutture grammaticali e delle rappresentazioni mentali. Da
una _parte tale idea mette a profitto il concetto (peraltro non privo di difficoltà e ambiguità)
di servita attesa, che aspira a riformulare l`idea stessa di attività mentale rilevando la t¬r.›.tt."-
ttnvlva esteriorizzazione dei processi cerebrali ed estendendo in tal modo i confini della sfe-

155
Tale cornice teorica,iI naturalmente esposta su ogni quadrante
ad articolazioni e specificazioni contestuali, sembra adeguata
non solo ad afferrare senza residui le espressioni, i mutamenti
di stato, le modalità di produzione, i flussi di intensità, le de-

ra cognitiva (se non dell`io): la razionalità dell'agire ttmano viene cosi imputata alla capacità
della mente rinforzata lrcajfoialed rrzz'aol, vale a dire situata nel suo contesto fisico-simbolico)
di strutturare attroaorerrte il st1o mondo attraverso strumenti materiali, iscrizioni, tracce sen-
sibili tttilizzati quali arnesi di progettazione dentro un ambiente plastico. Acquista cosi ri-
lievo la dimensione intersoggett iva dell* attività netuocognitiva: istituzioni e organizzazioni
sono intese quali agenti e costrutti cognitivi articolati in forma di cooperazione decentrata
e intelligenza distribuita. cio che connota il pensiero non più quale semplice processo men-
tale o "naturale" (puramente fisiologico) ma quale azione da compiere, soggetta ad ap-
prendimentoe concertata socialmente. Dall'altra parte, l'idea di eorbtrddetfltribgeer presup-
pone un procedimento di ridislocazione e di riponderazi one delle componenti dell`habitat
umano che vale a rendere opachi e frammentari i confini delfantroposfera (st rottura morfo-
funzionale e realizzazioni storiche dell`umano) fino a mostrare che essa non e definibile se
non in relazione coniugativa con un`alterità tecnolt_igica che da sempre ne scandisce le pos-
sibilità: nei tennini di una epistemnlogia della tecnologia di marca antidualista, i processi
tecnosferici non sono riducibili a condizioni di incremento cognitivo-operativo, ma vanno
piuttosto letti quali contesti di riconfigurazione e di slittamento performativo dentro i qua-
li lo stesso partner tecnologico detiene potere di indirizzo e di negoziazione (disseminando,
espandendo, contraendo, ricalibrando l`esperienza umana secondo figure e direzioni inac-
cessibili al controllo degli agenti coinvolti). Appare sorprendente che di una ristrutturazio-
ne cosi profondamente “sociale” del progetto cognitivo non si sia fin qui indagata la di-
mensione poliiira, che cioe, ricondotta l"`umana produzione di senso alla disponibilità delle
risorse materiali e simboliche, non si proceda a un`acctu'ata analisi delle dissimmetrie eco-
nomiche lproprietà e opportunità) quali indici e ragioni delle differenti capacità di ordina-
mento del mondo associate agli agenti individuali e collettivi: sul punto, cfr. _l. Protevi, Po-
iüítal ƒlffect- Corrrrtttttƒrtg the Soria! aaa' alle .iioosam-.¬, University of Minnesota Press, Min-
neapolis 2009, p. 28 sgg. Notevolissirna eccezione, sebbene relativa non alla stratificazione
sociale delle risorse ambientali ma alle implicazioni politiche delle caratteristiche funzion a-
li della confonnazione neurale dell'animale umano, à la ricerca di George Laltoff: cfr. in par-
ticolare 'lil:›e Poz'r'tr`ta1 .|'vl'r'nd, Viking Penguin, Netv York 2008; trad. Peo.¬n`ero poiƒtƒtn e .tot'.-:vr-
za della rrrt-rire. Bruno Mondadori, Milano 2009.
31. Per un sintetico inquadramento del concetto di extertded rrrƒird, cfr. A. (ilarlt, Sa-
per.tr'zt'ag toe Mifid.: Earbridrzverrt, Aottorr, and Crigrtr'tr'ae E.vterrs:'oa,(f]›tft1rd University Press,
Neu' York 2008; A. Noë, (Uni of Our l-ieari.r.' ll'/'ilry lfba Are Not lbar Brarrt. and 0It'Jer Ler-
.torts frorrr the Biology oƒCort.trtion.trresr, Hill and Wang, Neva York 2009; D. Melser, 'liføe Ac!
of Tf.'›t'r.t›È't'rrg, MIT Press. Cambridge (lVlass.l 20(}4;_l.T. Cacioppo, RS. Visser, C.l_.. Pickett la
cura dil, Soci-al .*~iearor.-:ferree: People 'lil:i.t'nvltr`rrg airoat 'liitzinerag People, MIT Press, Cambrid-
ge (Masal 2006. Sulla consonante, e per molti versi connessa, refutazione ontologico-epi-
stemologica dell'idea di alterità tecnologica, cfr.,l. Bennett, liiftrartt Matter: A Poiirƒmf Eco-
iogy o/T›lJr`rigs, Duke University Press, Durham lN.C.) 2010; T. lvlay, Oor Praerr`cer_, Our Sel-
aes: Or; lliibat lt Mearrs lo Be Harrraa, Pennsylvania State University Press, University Park
2001; M. Michael, Rettortrtectirrg Cantare, 'lieciuttiirigy aaa( ùlata-re.' Frorrr .'i`r.›.-:'tet_v to Hereroge-
aeirv, Routledge, Nevv York Ztiüti. Per distanti eppure affini concezioni socio-ontologiche,
cfr. S. Fuchs, Against E`.trerttr'a!t's*rrr: /l il"f'.f›eriiy of (.'a!tare and .S`oct'e!jv, Harvard University
Press, tiambridge (Masa) 2001.

156
terminazioni del divenire sociale,i2 ma a conseguirne quella ri-
capitolazione fenomenologica che sola può fornire una strati-
grafia dell'ordine politico le attendere ai presupposti della sua
sovversion e ). ii

l . .
32. Cfr. _l. Protevt, Ptzirittai rljfect, cit.; _l.R. Mensch, Ernf?t.nir`nrertt.t.- Frorn toe Boufv to the
Bod_v Prrfiirr, Northtvestem University Press, Evanston {lll.) 2009; B. Massurni, Parati/e.tfor
rbt- Virtual: Monernent, Af/i:-rt, .$`enratt`t..-n, Duke Universit y Press, Durham (N .CJ 2002, in par-
ticolme pp. (18-83. Per tma più sistematica filosofia politica incarnato, cfr. la prospettiva in-
tegrata di WE. Connolly, Nertropoir'tt'ei*: 'l`.(az`rnltt'ng. ffaitare, .ipeea", University of Minnesota
Press, Minneapolis 2002 e ld., ldttnit'tj;tr'DtT,"i*rz*rtce: Den.tt.=crattì:' Negtnratioris of Pofiiita! Para-
a'r.n:. University of Minnesota Press, Minneapolis 2002 led. ampliata). Il dibattito sul neoli-
beralismo dovrebbe importare una analoga ridiscussione della nozione di mercato. Sulla na-
tura liminale e metalogica della sua sfera pratico-concettuale, cfr. B. Levinson, Market aria'
'lil:nrag›f›r.- Medrlairorrr on toe Political ana' B.topoit'tt`cai, Fordham University Press, Nevv York
2004; una storia recente delle sue modalità (economico-culturali) di riproduzione à conte-
nuta in GF. Davis, Managed by tbe Markets.: Hora Finance Re-.S`/Japea' An.terr'ca, Oxford Uni-
versity Press, Nevv York 2009; uno sguardo sulla sua dimensione ideologico-fantasmatica e
_]. Dean, Denrocraev and (Jtber Neoítineral Fantan'e.r: Crirnnzantcanae Captiairsnz and Left Po-
litics, Duke University Press, Durham (N.C.) 2009. Sulla consistenza materiale e culturale
ltecnologica, incorporata, simbolica) dei soggetti che lo abitano e costituiscono, cfr. i recen-
ti contribtlti degli science arm( ret'f1rrt.d0gvstazite.r alla sociologia dei mercati (in particolare fi-
nanziati): per tutti valga D. MacKenzie, Material Mar›l-rei.'.t.- Home Eozrtonritvlgerits fire Con-
strnrtesl, Ozftird University Press, Nevv York 200':i. Una radicale critica politico-epistemolo-
gica del sistema di mercato e del modello di cittadinanza segmentata che esso promuove e
M.R. Somers, Gerreaiogitts r..ƒ('.`tlftztvt.-.:)':n,t›.' Maricet.t, .S`tateie.tsnes.t and nie Rigo! to Have Rig›ln'.t,
Cambridge University Press, (iamb ridge 2008.
33. Giacche il solco sopra individuato pare essere di promettente chiarema. si piro qui
aggiungere che la condizione afroamericana pare prestarsi esemplarmente a una interpreta-
none di matrice ƒtsioƒogƒot. L`imposizione di una linea di discontinuità tra le identità bianca
e afroamericana - inaugurata e continuata sulla base di una disparità materiale semiotica-
mente organizzata (la statuizione dei criteri logzlrt' di ascrizione razziale sorregge la riprodu-
none giuridicamente regolata del divario genetico di potere e di risorse trai gruppi) - si e di-
spiegata infatti in una separazione fisica pressoché onnicomprensiva (carceraria, residenzia-
le, lavorativa, educativa, affettiva), cumulativa (senza interferenze significative la struttura
istinlita conosce effetti di incremento ed espansione), rispettosa della forma normativa ori-
ginaria (una relazione di distanza gerarchica logicamente trinceratal e ret roattiva (che cor-
robora e consolida la struttura categoriale-concettuale vigente); nella perdurante segregazio-
ne dei corpi va ravvisata la condizione (nonche l`esito) della riproduzione delle ineguali ca-
pacità di accesso alle risorse cognitive istituzionali e materiali che fungono da strumento di
affermazione della soggettività (individuale e/o collettiva) e di ordinamento del mondo (e de-
gli altri soggetti).

15?
Interventi
Unitarìetà del potere ed eccedenza
della pluralità. Hannah Arendt
alla prova della decostruzione
FERDINANDO G. MENGA

.el Francesco litri,


nei segno dr'otrt'fia srllenzrora detti_r!rn.tt'ortt*
ene e 1''arrnoí:.v'a

lrrrrnagtlna ono _n'ogan ai.-eni.: da ana none soia


ti tittfztrfe, r't}frt*tri'tr, ti nn .tn¬t¬t=iz'o tvln* non trtila
rna i'}t.tt'ra olu' .tr o.nr`_toano /e ao.-:'t` alt' nna fizlfa
e aiirrra avrai' t".-:ƒ/f:*!tr.› di nn aento cite rlrn_'t.›llrt_
Daniele Silvestri. l-'lvgira dr' grrltiare

1. Hannah Arendt e lo spazio della democrazia radicale


Sebbene nei testi di Hannah Arendt non sia mai reperibile una te-
matizzazione specifica della questione della “democrazia”, il pri-
mato che il suo discorso attribuisce a una costituzione radical-
mente democratica dello spazio politico si evince coerentemente
da quella che potremmo chiamare la traiettoria genuinamente mo-
derna della sua riflessione. Infatti, se con “modernità” connotia-
mo primariamente non l'epoca dominata dalla pulsione al fonda-
zionalismo razionalistico, come vorrebbe Heideggen' bensi, con
Lefort,2 la tradizione inaugurata dalla messa in scacco della su-
premazia di un principio trascendente a governo e legittimazione
di ogni compagine del mondo, allora, non risulta difficile corn-
prendere come l'esito che ne consegue sia lo stesso di quello pro-
| ¬_ _ _ _ _ _ _ _ _
I. lI.ir_ M. lletdegger, L'epooa rIeil'z'rnrna_gore del rnonfio, m _5ennerv onerrottr ( 1950), trad.
di P. Chiodi, La Nuova Italia, Firenze 1994.
2. lift. C. Lefort. Saggi .tal pr.=n`ir'trr_ J-.'i.it e .Ut _tet'n~lo (19861), trad. di B. Magii, Il Ponte, Bo-
logna 2lll)Tf', pp. 27' sgg., 2139 Sulla questione del doppio versante della modernità si ve-
dano B. Waltlettfiels, E_t'rrarrr'azitnre tit-*Ha rrrtn}errt.n'ti_ Parcor.tt`ƒitnorrrt=rrologrir` alt' co.nj}1ne (2001),
a cura di F.('i_ Menga, Città rltperta, Troina (EH) 2005, pp. 23-26; F. (Iiaramelli, L'r`rrrnragr'rra-
rio gtitrrifh`t*rr rittftlt denrotrazra. (iiappichelli, Torino 2008, pp. I-ln; (I. (ialli, lf.'rirrtrrigttrint e
rtt”t`t*_t_t'll'zi rrt'ffrt rrtgroitt' pf;/fIt'ta rrrritfttrtra. Lttletztt, Rotna-Bari Zlllllzl, pp. l.-'-\'lll.

153 tua aut. 3-1 a. zo: o, .rav-.'s4


posto da Arendt. Questa, in effetti, criticando ogni impianto di to-
talità ontologicamente fondato, p ropende per una visione del mon-
do come spazio di apparizione storico e contingente costituito uni-
camente sulla base del potere che emana dalla stessa interazione
collettiva che lo abita.)
Come si intuisce, allora, proprio sulla base dellieredità moder-
na che raccoglie, il carattere di democraticità, che si innesta nel-
liarticolazione della compartecipazione sociale, lungi dal poter es-
sere ridono - come già Mars avverte - alla mera accezione di “for-
ma di governo della maggioranza” ,“' implica piuttosto qualcosa di
più profondo e radicale, ovvero il fatto che ogni collettività, pro-
cedendo dall'im possibilità di assurgere a una fonte inconcussa che
la prefiguri e diriga, si vede costretta a costituirsi e a costituire il
suo mondo esclusivamente in virtù del proprio potere di autoisti-
tuzione e di autodeterminazione.
“ Democrazia significa, nel suo nucleo, autogoverno del popo-
lo e autodeterminazione delle proprie faccende”: tale è la sempli-
ce e pregnante definizione fornita da Ernst-*Wolfgang Böckenför-
def a cui fa riscontro, in termini arendtiani, l”idea del potere di
una pluralità che istituisce se stessa e il suo mondo a partire dalla
compartecipazione di tutti gli individui che la costituiscono.
Naturalmente, che una siffatta azione istituente debba com-
prendere la partecipazione generalizzata degli individui si evince
dal motivo di contingenza e storicità appena rilevato, cioe dal fat-
to che il potere della collettività, non traendo la sua legittimazio-
ne da nessuna istanza a essa trascendente, sulla base della quale
poter giustificare strategie di esclusione, non puo che risiedere nel-
la pluralità stessa, e cio nella forma di una partecipazione di ca-
rattere squisitamente inclusivo.

l ._ _ _ _ _
3. (sir. H. Arendt, La :nta della niente (1978), a cura di A. Dal Lago, il Mulino, Bologna
1987', pp. 102 sgg., 541 sgg.; Id., (fine co.t'e la poititt'ca_5i (1993 l, a cura di U. Ludz, Einaudi, To-
rino 2006, p. 40.
4. K. Mars, Crr`t't'tu tz'eill:tƒit'r1_i:trfi'ailtegeltana dei tlt'rt`ttti pnblzlt`t'rr (1345), in K. Mars, F. En-
gels, Opere eornpz'e!e, vol. lil, a cura di N. Meri-ter, Editori Riuniti, Roma 1922, p. 38.
5. E.-W. Biicltenfiirde, “Demol-:ratie und Repriisentation. Zur lsfiritik der heutigen De-
mokratiediskussion”, in Staat. li:trfa_t_i*ang_, Dernt.v(tratr't'*_ .S`tt.a:.(t`en :nr l-'r*rfa_tsrrrigsti1eorrle rrrrd
znrn littrfassrrrrgsi-ttt'l1t, Suhrkamp, Franltfttrt a.M. 19'-Jl, p. 329.

159
Con queste pu ntualizzazioni, possediamo tutti gli elementi fon-
damentali utili a comprendere nel suo complesso il concetto arend-
tiano di spazio politico come mondo-in-comune. Questo concet-
to, per un verso, fa perno sull“elemento della pluralità intesa nei
termini di sfera di partecipazione degli uguali e dei diversifi' e, per
llaltro, sulla nozione di potere istituente come potere di intera-
zione che emerge ed e effettivo solo fintantoché si esprime nella e
come coesione unitaria della pluralità medesima?
Considerando il primo aspetto, non è difficile capire come sia
proprio “il duplice carattere delfuguaglianza e della distinzione”
inerente alla “pluralità umana”” a portare con se un'irriducibile
connotazione democratica dello spazio politico. L'uguaglianza de-
gli individui garantisce, infatti, il carattere di com unanza della sfe-
ra comune, facendo segno verso una originaria e indiscutibile pa-
rità di opportunità di intervento e inserimento dei medesimi entro
lo spazio plurale di interazione; mentre la distinzione, lungi dal met-
tere in discussione fuguaglianza, offre invece il motivo stesso a che
si verifichi la necessità della loro partecipazione. Se non ci fosse di-
stinzione fra esseri uguali, in effetti, verrebbe a mancare la spinta
all“interazione entro la pluralità, poiché il quadro di riferimento,
che si disegnerebbe, sarebbe quello di un assetto globale della col-
lettività già stabilito, in cui le singolarità troverebbero piena collo-
cazione e totale identificazione. Insomma, in un mondo pienamente
omogeneo di esseri uguali, in cui dominasse indisturbata la con-
nessione e, quindi, la legge della ripetizione delfidentico, non ci
sarebbe affatto bisogno di interventi e immissioni di alcunché di
nuovo; anzi, ogni intervento, con la sua per quanto minima carica
di innovazione, non avrebbe alcun senso, poiché gli verrebbero a
mancare sia la ragione propulsiva, sia il terreno su cui innestarsi,
per non parlare poi della possibilità di essere percepito e accolto
come tale. invece, come sappiamo da Arendt, lo spazio politico de-
gli uguali, lungi dal rivelare la sua democraticità nell"auspicio di

ts. H. Ptrendt, Vita arrn.›a. La rr.›ndtztone an.tana (1958), trad. di 5. Finzi, Feltnnellt, Mila-
no 2ll0l, pp. 12?-128.
7. lift. ivi, pp. 14?-148.
3. lvl, p. l2}'.

160
una tale omogeneità totale (la quale sarebbe inevitabilmente vota-
ta alla quiete stabilita - o da stabilirsi -in forza di una conciliazio-
ne di carattere dialettico-speculativo),” in quanto storico e contin-
gente, si radica segnatamente attorno al primato della distinzione
degli uguali. In altri termini, si innesta in quell"evento della nata-
lità che, refrattario a ogni generalizzazione, porta con se l'indele-
bile segno della disuguaglianza dei singoli e, con cio, la mai satura
esigenza di interazione entro la pluralità e liincessante ca rattere ger-
minale di iniziativa e innovazioneiü Se, perciò, lo spazio politico
arendtiano, quale mondo-in-comune, da un lato si contraddistin-
gue per la sua originaria isonomia che può darsi solo fra esseri ugua-
li, da1l"altro mostra uniinevitabile dinamicità entro questa ugua-
glianza; dinamicità provocata dal fatto che tale uguaglianza, lungi
dall"'essere stabilita una volta per tutte sulla base di un dato origi-
nario e universale, si caratterizza soltanto come condizione mini-
male per l`intcrvento dei diversi e, perciò, come elemento di equi-
librio instabile da riattivare nonché da riprogettare esplicitamente
nella dinamica di accomunamento, in cui la pluralità viene in rap-
porto con se stessa nella sua molteplicità. E questa instabilità a te-
nere in piedi la storicità e a non dare mai quiete alla contingenza
delle compagini politiche. Ricorrendo a una certa terminologia le-
vinassiana, si potrebbe tradurre questo carattere di uguaglianza e
distinzione della pluralità nei termini di quella “comparazione de-
gli incomparabili”,“ che, sebbene si mostri come unica possibilità
di apparizione degli incomparabili stessi, non riesce comunque ad
affermarsi definitivamente in virtù del fatto che interviene entro un
rapporto di incomparabilità originaria, ovvero a partire da una sin-
golarità, da un'asimmetria, da un'estraneità che, essendo costituti-
ve, non possono essere eliminate una volta per tutte..

l _
9. (Dir. Id., 'lira passato efninro (1968), trad. di T. Gargiulo, introduzione di A. Dal Lago,
Garzanti, Milano 1991, in particolare p. 123; ld., La tnta deffa rnente. cit., pp. 354-3o8.
10. Cfr. Id., lina acnna, cit., p. 129; Id., La :nta dalla rnente, cit., p. 5-lo. Su questo cfr. an-
che S. Benhabib, 'Ilve Reltrtrarn l'vlt_nir*rrtt'_i'rrr t.JHrn.trta}_1 flrttrtdt, Sage Publications, Thousand
(')aks-London-Neu' Delhi 199ù, pp. 109-1 10; F. (`.iaramelli, Lo .tpazr`t.+ srrrrlurrhl-:tfr della a'erno-
trazta, Città Ptperta, Troina (122-J) 2003, p. 119 sgg.
1 1. E. Lévinas, /Ut rnrreittt' t'}J«e e_t_rere o al dt' [ri r:.'s*t'!"t*_t_tt*rt:a (1924), trad. di S. Petrosino e
M.T. r'tiello,_laca Book, Milano 1933, p. 197.

lol
Passando all`esarne del secondo aspetto costitutivo dello spa-
zio politico, quello del potere istituente che si dà entro questa plu-
ralità, se ne evince una conferma della visione radicalmente de-
mocratica che permea il discorso arendtiano. E questo dal mo-
mento cbe il carattere indubbiamente democratico affiora già dal-
la definizione di potere. Infatti, per Arendt, potere in senso vero
e proprio si dà solo ed esclusivamente come espressione di co-
munanza, coesione e accordo entro la pluralità collettiva; e ciò nel
doppio senso per cui il potere, da un lato, è ciò che si costituisce
solamente a partire dall'agire insieme e, dall'altro, e ciò che man-
tiene contemporaneamente in vita e operativo questo stare e agi-
re insieme degli individui entro la collettività. Scrive, a proposito,
l'autrice: "ll potere umano corrisponde in primo luogo alla con-
dizione della pluralità";12 vale a dire: “Il potere scaturisce fra gli
uomini quando agiscono assieme, e svanisce appena si disperdo-
no. [...] Il solo fattore materiale indispensabile alla generazione
di potere È il venire insieme delle persone. [. . .] Ciò che tiene uni-
te le persone dopo che il momento fuggevole dell'azione È tra-
scorso [. _ .] e cio che, nello stesso tempo, le persone mantengono
in vita stando insieme, à il potere ” .I-3 E ancora: “ Potere corrisponde
alla capacità, non solo di agire ma di agire in concerto. Il potere
non è mai proprietà di un individuo; appartiene a un gruppo e
continua a esistere finché il gruppo rimane unito”.“
Pertanto, si può affermare che quanto definisce il potere, se-
condo Arendt, e esattamente il suo carattere democratico assun-
to in senso radicale, cioè il suo essere espressione esplicita della
collettività in quanto potenzialità colíetrzoa'. Ne discende una con-
seguenza fondamentale: íl potere e sempre e soltanto potere della
comunità nella sua articolazione di comunanza, mai potere di qual-
cuno o di alcuni nella comunità. A ben vedere, quesfultima for-
ma di potere, per Arendt, sottraendosi al carattere di comunanza
e compartecipazione, si è congedata dall'ambito precipuo e origi-
nario del potere, per entrare nel territorio degenere e, al contem-

l I2. H. Arentlt, 'Hire atr:'.vrt, cit., p. 148.


13. lvl, p. l-4?.
l-I. Id., Sraffa t,v'r.›!tvt.ta I 1971)), trad. tli S. D'/iunico, (irlanda, Parma I9':1'(¬›, p. 4?.

162
po, derivato della violenza. Infatti, ciò che distingue il primo dal-
la seconda e primariamente la trasgressione della coesione collet-
tiva, la quale trasforma il potere comune in costrizione “ che un
uomo può esercitare da solo contro i suoi simili, e di cui uno o più
uomini possono ottenere il monopolio”.15

2.. Armenia del potere e frammentazione


della pluralità: l'ìncipit decostruttivo
Procedendo da quanto rilevato, il potere arendtianamente inteso,
in quanto potere della collettività tutta, o anche di tutti nella col-
lettività, assume una connotazione esclusivamente intransitiva, nel
senso che non puo essere interpretato come passaggio da un sog-
getto dfaltro, come nel caso, per esempio, della dinamica di tran-
sizione intersoggettiva di comando e obbedienza, bensì unicamente
come capacità diffusa, trasversale, comune: insomma solo come
"potenziale di una comunità"“" o “potenziale di una uolorztti ro-
rezaneiifi Come scrivono Speth e Buchstein, la forma arendtiana
del “potere puo essere definita intransítiva, in quanto esso è po-
tere di tutti, cioè di quanti agiscono insieme, creando cosi un che
di comu.ne”.'3
Opposta a questa visione è la concezione transitiva del potere
sostenuta emblematicamente da Max Weber, secondo cui il pote-
re, lungi dall'essere capacità diffusa radicata nel legame comuni-
tario, si caratterizza come esercizio di affermazione o imposizio-
ne da parte dei soggetti nella comunità. Weber scrive: “ Potere de-
signa qualsiasi possibilità di imporre entro una relazione sociale,
anche di fronte a un'opposizione, la propria volontà, quale che sia
la base di questa possibilità”.“"“

l _ _ _ .
I). id., Vita at'!rt:a, cit., p. 143.
In. Cfr. G. Giihler, Der Zasarrrrrreaviiarrg tmur Irr.rtr`tal.'r`rJrr_, Mar/Jr :md Reprti`reuralƒou, in Ici.
et ai'. fa cura di J, Irr_tr:rm':`r.›.v - .Marni - ReprtiÉl*erzta.u'r.vr_ Wrlfür prlilltlttrlwa I›rs£ti'rltr`orre,v :faber:
avra' tt.-ve .rie tt*.Fr.ls-:='rr, Nomos, Baden-Baden 1997, p. 39.
17. _l. Habermas, Faro' ti rrnrrrre. Cr.vrtrr'ba.tr' a avi.-:t teoria d'!n.*r.irrl't.›a altri rfƒrrƒrrl e della de-
rrrrltraztit 11992), a cura di L. (ieppa, Guerini, ivlilano 199(-i, p. ITG.
18. R. Speth, H. Buchstein, liarrtntlà Artvra"t.r 'l7aer.irt`e t`m'ralr.trtri.†t=rllvllatfiƒ, in G. Gö.~hlert"r
af. la cura (lil. lrisƒrtrlƒrmi - .Mat'›i:=! - Rr*,Drti'.l'erttarr'rm, cit., p. 2513.
19. M. Welaer, Etrmrlrrrrit t'.l'ut'r'en:i(1922l, tratl. di T. Bagiotti, F. (iasabianca, li'. Rossi, Ecli-
zinni tli ílmnunità, Torino 1995, vol. I, § ln, p. 51 (traduzione modificata).

163
Se qui ci riferiamo alla definizione weberiana di potere è per-
che questa non rappresenta semplicemente un'innocua alternati-
va alla visione arendtiana, bensi vi si oppone radicalmente, in quan-
to occupa esattamente l'ambito semantico che quest'ultima, inve-
ce, assegna al fenomeno della violenza.3“
Sulla base di questa opposizione sembra, perciò, disegnarsi lo
spazio di una irriducibile alternativa, la quale procede da una de-
terminata interpretazione del potere e si ripercuote su una conse-
guente interpretazione dello spazio politico stesso. Sul versante
del potere, l`alternativa consiste in questo: da una parte si colloca
la visione arendtiana, che assume il fenomeno del potere in ter-
mini intransitivi, prediligendo perciò il suo aspetto comparteci-
pato e collettivo e la sua netta distinzione dalla violenza: dall'altra
si colloca invece la posizione di Weber, che connota il potere in
quei termini transitivi che, dando rilievo all'esercizio del singolo
e alla dinamica di imposizione che ne deriva, non concedono più
un margine di netta distinzione con il fenomeno della violenza.
Dando seguito a questa alternativa, non è difficile registrare le ri-
percussioni sulle configurazioni dello spazio politico che ne deri-
vano: da un lato, la visione arendtiana, tutta tesa a sottolineare l'ar-
ticolazione originariamente compartecipata del potere, pare af-
fermare una conformazione radicalmente democratica dello spa-
zio politico; dall'altro, invece, liimpostazione weberiana, eviden-
ziando il primato del singolo, pare attestarsi su una strutturazio-
ne antidemocratica del medesimo spazio. Posti cosi i termini del-
l`alternativa, l'opzione arendtiana ne esce vittoriosa e consolidata,
in quanto è la sola a esprimere in tutto il suo vigore, a dispetto del-
la posizione weberiana, la radicale democraticità insita all'interno
dello spazio collettivo.
Tuttavia, le cose non stanno in modo cosi semplice. A un'os-
servazione più attenta, infatti, la visione transitiva del potere so-
stenuta da Weber non rinnega affatto la matrice democratica del-
lo spazio politico, a cui si ispira con forza la proposta arendtiana,
bensì si muove in conformità a un aspetto altrettanto democrati-

Zll. (.lr. R Speth, li. Bnchstem,litrrtrtal1w'lrtvtt}r.l' lfitnrttr rm'raH.tt!wt*rrlrlrrtíu', cit., p. 234.

164
co, il quale, sebbene venga riconosciuto senza riserve dalla stessa
Arendt, non riesce però a trovare coerente articolazione nella sua
nozione intransitiva di potere. L'aspetto che abbiamo qui sott'oc-
chio È precisamente quello della “singolarità”.
A tutta prima, può certamente sorprendere che l'aspetto della
singolarità faccia attrito con la configurazione del potere teoriz-
zata da Arendt, dato che sappiamo bene quanta rilevanza esso ri-
vesta all'interno della nozione di pluralità.21 Tuttavia, la sorpresa
rientra non appena si coglie come la problematicità della posizio-
ne arendtiana consista proprio in una certa incoerenza fra la strut-
turazione della pluralità e quella del potere: ovvero nel fatto che
Arendt, per quanto tenga fortemente in considerazione il ruolo
della singolarità nella costituzione della pluralità, non gli dà però
conseguente sviluppo all'interno della correlata dimensione del
potere. Pertanto, nel discorso arendtiano, si innesta una contrad-
dizione, insomma una sorta di dinamica autodecostruttiva, che si
articola in una nozione di potere non all'altezza di corrispondere
a quelfarticolazione che liautrice stessa prevede nella pluralità, al-
lorché in seno a questa assegna un ruolo costitutivo alla parteci-
pazione del singolo. Detto in modo più incisivo: nell°ambito di una
visione ossessionata dalliesigenza di salvaguardare a tuttii costi l'i-
dea di un potere, come direbbe Habermas, quale “potere comu-
nicativo"22 della collettività, non riesce a trovare spazio genuino
un potere che si ricolleghi alliintervento del singolo, come accade
invece in Weber.2i
Perciò, Fopposizione fra visione intransitiva e transitiva del po-
tere non deve essere tradotta immediatamente in una irriducibile
alternativa fra opzione democratica e antidernocratica dello spa-
zio politico, ma va riformulata nei termini di un'accentuazione di
due tratti contemporaneamente presenti nella conformazione de-
ri
21. Come È noto, peraltro, Aren clt, su questa irriducibile capacità di iniziare attribuita al
singolo fa ruotare la sua centrale nozione cli "libertà" (cfr. H. Arendt, *lira pasrarri eƒirrrrro,
cit., pp. 195-227: Id., La tura della rrrerrre, cit., in particolare p. 54(-il.
22._l. I-labermas, Harrrrafl /irrvra'r.r Begof/1r'erl'vlrrrr'ar, in Pt. Reifia cura diJ',Hamrrr1l1 ƒirr-vra'r.
il/laIrt*rrir›'ri:*rr :rr rilrrerrr llfårr'.-lr, Europaverlag, Wieit-lifliirtcltelt-Zürich 1979, p. 292.
23. (ifr. B. Wrtldeltliels, .$`olrarrerrrr`.i*.l*r afirr Morrri, Sultrl-tamp, Frankfurt a.M. Zllllfi, pp.
144-143.

165
mocratica, i quali seguono dal costitutivo carattere di storicità e
contingenza di quest'ultima: da una parte, la versione intransitiva
del potere esprime l'originario motivo della compartecipazione
collettiva della pluralità, la quale dà seguito al fatto che il mondo
umano, non procedendo da nessun fondamento trascendente, si
costituisce solo nella misura in cui e istituito come ed entro un
mondo comune; dall'altra parte, la versione transitiva del potere
esprime Finimaricabile necessità che, a partire da questo spazio
collettivo mai prefigurato sullo sfondo di un fondamento univer-
sale e inconcusso, sia sempre lasciata all”intervento dei singoli la
possibilità di immettere significati nuovi nel mondo.
Si capisce, allora, il motivo per cui se, da un lato, non puo es-
sere l'opzione intransitiva arendtiana del potere a esprimere nel
suo insieme l'articolazione democratica dello spazio politico, visto
lo svilimento della singolarità che essa attua, dall'altro, non puo es-
sere nemmeno una visione esclusivamente transitiva del potere a
rappresentare la soluzione. Anche in questo secondo caso, infatti,
il potere, essendo sempre e soltanto ricondotto all'intervento del
singolo, rischia di soffocare lielemento democratico, mortificando
l'effettiva significatività della compartecipazione collettiva.
Allora, se ce nie una, qual è la via di uscita? O meglio: esiste
una terza opzione, la quale, rimanendo nei termini originari di una
costituzione democratica dello spazio politico, riesca a dare se-
guito sia alliesigenza lecitamente insita nella visione collettiva e in-
transitiva del potere, sia a quella altrettanto giustificata, presente
nella visione transitiva del potere? A nostro avviso, questa opzio-
ne terza esiste ed è da ricercarsi non tanto al di fuori dell'impo-
stazione arendtiana .four court, bensi entro lo spazio di quella dif-
ferenza che, nel discorso arendtiano, si spalanca fra la nozione di
pluralità e quella di potere. Detto a mo' di assunto: nella misura
in cui si dà seguito alla configurazione intransitiva del potere, so-
stenuta da Arendt, si ritnane troppo sbilanciati sul versante dell'e-
lemento collettivo; mentre, se si segue la traccia presente nella
strutturazione, sempre arendtiana, della pluralità, si trova quel bi-
lanciamento fra l'elemento individuale e collettivo, che esprime
pienamente il carattere democratico dello spazio politico.

166
Sennonché, come ci si può subito rendere conto, perseguire il
progetto di approfondimento della logica della pluralità significa,
in fondo, non seguire le orme di Arendt, bensi pensare atrrat›er.ro
Arendt corrrro Arendt, in quanto il suo progetto di configurazio-
ne democratica segue - questa e la nostra tesi - esplicitamente e
coerentemente i dettami che le provengono dalla propria nozione
di potere, ma non altrettanto coerentemente quelli che le deriva-
no dalla nozione di pluralità.

3. Democrazia: fra immediatezza e mediazione


A questo punto, possiamo prendere posizione alliinterno dello spa-
zio di suddetta differenza fra concezione del potere e concezione
della pluralità, chiedendoci cosa sia specificamente in gioco. Po-
niamoci, percio, una domanda a doppio registro: che tipo di con-
figurazione di democrazia si evince dalliesplicita impostazione
arendtiana, allorché essa dà seguito alla nozione di potere? E che
tipo di configurazione le si pone in contrasto, invece, nel caso si
desse voce alla nozione di pluralità? Nostra intenzione è mostrare
qui come tale differenza non faccia segno a scenari inusitati o ine-
diti, ma esattamente alla tradizionale contrapposizione che si apre
fra una concezione di democrazia di tipo diretto e immediato e
unialtra di forma immancabilmente indiretta o rappresentativa.
Non E: difficile arrivare a capire come dallo sviluppo dell'artico-
lazione intransitiva del potere, sostenuta da Arendt, si giunga a una
configurazione dello spazio politico negli inevitabili termini di una
democrazia diretta. Infatti, alla preoccupazione di affermare e pre-
servare l'i.ncidenza dell'elemento collettivo non può che far riscon-
tro una predilezione per il momento di espressione e deliberazione
diretto e immediato da parte della collettività, al quale segue l'op-
posizione nei confronti di ogni forma di rappresentanza e interme-
diazione da parte dei singoli individui o di gruppi di individui. Non
a caso, come scrive a proposito Carlo Galli, la categoria di "rapp re-
rerrtanzapoZr`rr'o:r" resta “costante obiettivo polemico della Arendt” .zi

24. (.. (ralll, I irrrrrrrrlr r'lrrvrulr ri le r'rrrr='_r_;r.vrrr» prrlrrrrfvtr ritvila rrrfitferrrrrrr, in R. lzsposuo la cu-
ra tlil. La pírrrafrrri rirrapprr*.rr*r:ra.lrr`!r*. il prvr.rr'errr pafr`rr'rrl tir' llrrrrrrrrflr rlrorrlr, Q11atlrt'rVenti, l l r-

16?
Difatti, nelle pagine conclusive del saggio Stalla r:'t›oz'rrzr'orre, in
cui a tema è proprio il concetto di rap presentanzafi l'analisi sem-
bra concentrarsi prerninentemente sul pericolo in essa congenito,
il quale consiste nel fatto che, con la rappresentanza politica, il po-
tere della collettività, l'unico che nelliesprimere partecipazione dif-
fusa contenga il carattere veramente democratico, si trasforma in
potere di pochi, perdendo cosi la stessa caratterizzazione demo-
cratica. Leggiamo a proposito:

Che il governo rappresentativo sia di fatto diventato un gover-


no oligarchico e purtroppo vero, anche se non nel senso classi-
co di governo di pochi nelliinteresse di quei pochi; ciò che og-
gi chiamiamo democrazia ë una forma di governo in cui i pochi
comandano, o almeno lo si suppone, nell`interesse dei molti.
Questo governo è democratico in quanto i suoi scopi principa-
li sono il benessere popolare e la felicità privata; ma può essere
chiamato oligarchico nel senso che la felicità pubblica e la li-
bertà pubblica diventano ancora una volta privilegio dei pochi.2f`*

Come si può ben notare, in questo brano Arendt fa risalire al ca-


rattere rappresentativo la responsabilità della degenerazione del-
la democrazia in oligarchia. Dal che non à difficile intuire come il
recupero o la riattivazione della vera e propria configurazione de-
mocratica debba passare attraverso la revoca di suddetto caratte-
re di intermediazione, come pure attraverso la conseguente riabi-
litazione di un'articolazione democratica il più possibile confor-
me alla compartecipazione diretta della collettività. Ovviamente,
ci riferiamo qui a urfaspirazione e non a un'attuazione completa
della democrazia diretta, poiche Arendt, al pari di altri autori, e
ben consapevole del dramma che attanaglia ogni compagine de-
mocratica, e che si palesa nellìrrealizzabilità totale della sua for-
Ii
bino 1918?, p. 21. Sulla questione della critica arendtiana al concetto di rapprotentanza, cfr.
anche R. Esposito, Harrrrafv Arcrrrír tra "urrirrrrrri" c "rapprercrrraerìurrt* per rurrr crr`rr`rrr der' alc-
cr`.rr`mrr'.rrrrr.›, in Id. la cura clil, La plrrralrrri r'o*rrpre.rr=rrrrrbr`fr, cit., p. '59 sgg.
25. (ifr. I I. Arct1dl,.Yrrffa rr`rfriirrzr'rrrrr* (1963), trad. di M. Magrini, Edizioni di (iiomuoità,
'liirino 1999, p. 2?2 sg,-Lr.
2o. Ivi, p. 312.

163
ma diretta, a causa di fattori im possibilitanti come l'estensione geo-
grafica e l'elevato numero dei partecipanti alla collettività e, dun-
que, nell'inevitabile ricorso alla rappresentanza, come forma in cui
“i cittadini cedlonol il loro potere ai loro rappresentanti".2i
Tuttavia, questa ammissione di inevitabilità della rappresen-
tanza, da parte di Arendt, non deve innescare il dubbio di una ri-
cercata conciliazione con essa. Al contrario, non costituisce altro
che liulteriore conferma del rifiuto nei confronti della mediazio-
ne rappresentativa, in quanto si inscrive a pieno titolo all'interno
di quella forma consueta di valutazione della democrazia secon-
do cui, come rileva acutamente e con intenzione polemica
Böckenförde, la vera “essenza della democrazia”,2“ ovvero la sua
forma più “autentica e piena",2i' viene a combaciare con “la de-
mocrazia diretta e immediata"-*U e, “a partire da questo concetto
di democrazia, la democrazia mediata, rappresentativa, ottiene la
propria giustificazione solo a partire da datità tecnico-fattuali".“
Ne consegue, simultaneamente, un doppio ordine di implicazio-
ni che, per liassetto democratico basato sulla mediazione, si rive-
lano fatali: innanzitutto il fatto che, di fronte a uniidea autentica
di democrazia, che si radica nel suo carattere diretto e immedia-
to, la rappresentanza appare inevitabilmente "come forma infe-
riore, come “seconda via', la quale non può nascondere il suo de-
ficit di autenticità democratica";i2 in secondo luogo, che la de-
mocrazia diretta viene a fungere da paradigma di perfettibilità per
quel male necessario con cui, alla fine, si identifica la forma me-
diata di democrazia. In questiultimo senso, prosegue sempre
Böckenförde, “ogni elemento di democrazia immediata, che vie-
ne introdotto all'interno [della democrazia rappresentatival, de-
tiene un maggior grado di legittimità e rappresenta un “più di de-
mocrazia'”.” Pertanto, se si vuole realizzare una forma di demo-

' 2?. It.-i p. ass


28. E.-W. Biickerifiirde, “Demoltratie und Repriisentation", cit., p. 381.
29. lvi, P- }T9.
30. Ivi, p. 380.
51. Ivi, p. 581.
32. H›r`dtvrr.
33. lfJri:ft'rrr.

169
crazia vera e propria, la tendenza complessiva a cui ci si deve confor-
mare, e a cui si conforma anche il discorso arendtiano, “deve an-
dare nella direzione secondo cui gli elementi della rappresenta-
zione e della mediatezza, per quanto ineliminabili, devono essere
tuttavia combattuti e ridotti“.3“"
Nel discorso di Arendt, il predominio del valore paradigmati-
co della democrazia diretta trova riscontro negli indubbi tentati-
vi di divincolarsi dalla necessità rappresentativa e, coerentemen-
te, di caricare di significato tutte quelle articolazioni in cui a emer-
gere È il carattere di espressione diretta della collettività.
In tal senso, come già anticipato, bisogna non lasciarsi fuorvia-
re dalla profondità con cui Arendt coglie il “dilemma” della rap-
presentazione politica-ii e, soprattutto, non farsi depistare dalle sue
affermazioni secondo cui la rappresentanza è il luogo in cui ne va
della “dignità stessa della sfera politica“.“-`* In effetti, se si carica-
no troppo di significato queste considerazioni, si può giungere al-
l'impressi-one, anch'essa fuorviante, che il discorso di Arendt vo-
glia restare nella forma rappresentativa e auspicarne una soluzio-
ne dall'i11terno.-ii' Invece, le cose non stanno in questi termini, da-
to che, nonostante le acute analisi da lei dedicate alla questione
della rappresentanza, la soluzione prospettata tende costantemente
a eccedere tale opzione e a ispirarsi chiaramente ai momenti del-
fimmediatezza.
Più che mai, quindi, ci sembra necessario fugare ogni dubbio,
attraverso una più accurata tematizzazione del doppio passaggio
appena citato: descrivendo, cioè, il modo in cui Arendt, nono-
stante colga, in prima battuta, il nodo problematico della demo-
crazia rappresentativa, non approfondisca affatto tale problema-
ticità cercandone una soluzione all'interno, bensì la ricerchi espres-

34. ibrderrr_ Dello stesso avviso È: H. H ofm ann, Repràrerrrarrrrrr, Mefirfrerrrprrrrtrp arrr1'Mr'rr-
a'rvš›ar'rarrrr_bar::, in I--iàrƒa_rrrrrrg.rrec.È=r.liciae Pr*ripeÉ:rr'aerr_ _Arr;frri`rre rrrn: drv-r ].-rbrrrr Iüriü-1994,
fv1ohr1Paul Siebeckl, Tübingen 199,5, in particolare pp. 1F›3-1?3.
35. (ifr: G. Duso, La rapprr=rrvrrarrza prrfrifr'r'a_ Criteri' rr cri'.-rr' del concetto, Angeli, Milano
21}113, p. 211.
36. H _ A rendt, .lira/fa rƒarifrrzrrrrrri, cit., p. 2`i'l"›.
3?. Questo, per c.-_-rernpio, r": il tentativo compiuto ila Anne-Marie Roviello, F11:-ri'Jr'r`!_, fi/r'rt¬f1-
neri' and Rrtprrirr-*rrrarr'orr, in D. (ian zfrietl, ii. ilefti la cura cli), l 1'.-:rmrallr fìrtvralr. r'\.'rrr'1lr r.='c.vr '1 iv-
rañirr-rrr`rrrrrrr, Europiiische Verlagsanstalt, ilamburg 19'-1?, pp. 121-123.

170
samente nella tendenza a esaltare una visione diretta e immediata
della democrazia.
Nello specifico, è nello spazio delle pagine citate dal saggio Sal-
le rr`rJo[rrzr'orre che Arendt esibisce questo suo doppio movimento
di assunzione e rigetto della rappresentanza.
A un primo livello, infatti, la sua analisi si concentra sulla dif-
ficoltà da cui sono colti i padri fondatori della Costituzione ame-
ricana in ordine alla questione della rappresentanza; difficoltà che
si palesa nelfalternativa fra un sostegno al mandato vincolato e
quello al mandato libero. Quesfalternativa, radicata nel cuore del-
la rappresentanza, contiene unielevata problematicità: da una par-
te, l'adesione a una visione della delega vincolata alle istruzioni e
volontà degli elettori porta con sé l'immancabile rischio di desti-
tuire, fin dal principio, di significato politico la rappresentanza
stessa; dall'altra, invece, la difesa di una visione del mandato rap-
presentativo nei termini di indipendenza dei rappresentanti por-
ta con se il pericolo di ricostituire quelfoligarchia dei governanti
sui governati, la quale, lungi dal dare seguito alle intenzioni rivo-
luzionarie (nonché democratiche) di fondazione della libertà, ri-
stabilisce la situazione che ogni rivoluzione si prefigge di abolireis

"I I I- -II I I 1»

38. Scrive Arendt,1n una densa pagina che vale la pena riportare: “Lmtera questione clel-
la rappresentanza, uno dei problemi cruciali e spinosi della politica moderna sin dalle rivo-
luzioni, implica in realtà nientemeno che una decisione sulla dignità stessa della sfera politi-
ca. L'alternativa tradizionale fra la rappresentanza come semplice sostituto rlell'azione diret-
ta del popolo e la rappresentanza come governo, controllato dal popolo, dei rappresentanti
dei cittadini sul popolo stesso costituisce uno di quei dilemmi che non consentono soluzio-
ne. Se i rappresentanti eletti sono legati dalle istruzioni ricevute al punto da riunirsi solo per
tradurre in atto la volontà dei loro elettori, possono ancora scegliere considerarsi fattori-
ni in abiti da cerimonia o esperti pagati come specialisti per rappresentare, al pari degli av-
vocati, gli interessi dei loro clienti. ivla in entrambi i casi si presume, naturalmente, che gli in-
teressi delfelettorato siano più irnpeilenti e importanti di quelli dei suoi rappresentanti: iqua-
li sono agenti pagati di persone che, per qualsiasi ragione, non possono o non vogliono
occupmsi degli affari pubblici. Se al contrario si intende che i rapprmentanti abbiano, per
tm periodo limitato, il compito di governare coloro che li hanno eletti [_ _ _] la rappresentan-
za significa che gli elettori rinunciano al loro potere, anche se volontariamente, e che il vec-
cltio adagio "Tutto il potere risiede nel popolo' à vero solo per il giorno delle elezioni. Nel
primo caso il governo degenera in semplice amministrazione, lo spazio pubblico scompare:
non v`i: più spazio ne per vedere ed essere visto in azione [___ I ne per discutere e decidere
[_ _ .l: gli affari politici sono quelli destinati per necessità a essere decisi da esperti, ma non so-
no aperti alle opinioni e a una vera scelta: percio non c'e al cun bisogno di quel 'corpo scelto
di cittadini' [ I il quale clovrelnbe filtrare e decantare le opinioni in opinioni pubbliche. Nel

171
Tenendo presente la traiettoria di una tale analisi, ben si intui-
sce come Arendt registri indubbiamente la possibile deriva sempre
latente in seno alla rappresentanza, la quale consiste nel pericolo
di completa alienazione del potere della collettività in direzione dei
suoi rappresentanti. Tuttavia, questa intercettazione non conduce
direttamente all'auspicio di un oltrepassamento del registro della
rappresentanza, tant'e che Arendt non manca di manifestare quan-
to sia problematica l'adesione a una versione della rappresentanza
come mero sostituto o copia dell'azione diretta del popolo. Per-
tanto, restando a quesfaltezza della meditazione, pare si possa non
abbandonare l'ambito della rappresentanza, a patto di ricercare
una soluzione alla sua degenerazione mediante appositi correttivi
portati sullo sganciamento del potere dalla collettività.-3""
Per quanto pertinente, petù, questa considerazione non è quel-
la a cui, a ben guardare, Arendt aderisce. Infatti, in ultima anali-
si, lungi dal ricercare una soluzione alla carenza di partecipazione
democratica entro la rappresentanza, l'autrice giunge a una con-
clusione diametralmente opposta, secondo cui tale deficit parte-
cipativo è destinato a restare sempre “uno di quei dilemmi che
non consentono soluzione“,"“i fintantoché non si arriva a com-
prendere che ad alimentarlo È esattamente liistanza medesima del-
la rappresentanza.
E questo, in fondo, liesito a cui si giunge, non appena si ap-
profondisce la riflessione arendtiana in direzione del rimprovero
rivolto ai padri fondatori in merito al fatto che essi, non tanto non
avrebbero saputo trovare la vera soluzione alla deriva della rap-
presentanza, quanto piuttosto, seppure avessero voluto, non avreb-
bero potuto trovarla per principio, dato che la permanenza della
loro ricerca all'interno della compagine rappresentativa impediva lo-
ro di rintracciare in questiultima la vera causa di alienazione del
potere dalla collettività.
Ii
secondo caso, che e molto più vicino alla realtà, si riafferma invece la vecchia distinzione fra
governante e governati che la rivoluzione aveva cercato di abolire 1. _. I: ancora una volta i cit-
tadini non sono ammessi sulla scena pubblica, ancora una volta gli affari di governo sono di-
venuti privilegio di pochi" ll l. Arendt, Srrifrr rr'arlirrzri›rre, cit., pp. 275-274).
39. In tal senso, cfr. A.-M. Rovielio, Frer'i'rt*r`r, Cifrrr'r'r“a/:›r*r'r tutti 1¬ìc,t'›rti`sr*rrrrrrrr.+rr, cit., p. 122 sgg.
41). 11. A rendi, _$'rr/fr: r.r`r.›r.u"r~r:ir.›rrt', cit., pp. 27 3-27-'-1.

172
Proprio in tal sen so, fargomentazione arendtiana È chiara e in-
calzante, in quanto non disapprova affatto l“assetto costituziona-
le progettato dai ƒozmdzrrg far/9er.t in ordine alla sua capacità di
ovviare alla piena deriva antidemocratica: tant”È che, a questo li-
vello, non si lascia attendere liammissione secondo cui fu “dovu-
to esclusivamente alla *scienza politica' dei fondatori [l“istituzio-
ne di] un governo in cui la divisione dei poteri attraverso verifi-
che e giochi di equilibrio poté imporre il proprio controllo” .““ In-
vece, quello che Arendt critica aspramente È l'esplicito riflesso
del primato rappresentativo sulla Costituzione stessa, il quale si
traduce nel semplice e inequivocabile fatto che quesfultima, nel
suo corpo testuale, attribuendo “uno spazio pubblico solo ai rap-
presentanti e non ai cittadini stessi“,'*2 non È in grado di offrire
coerente riconoscimento al piano originario e radicalmente de-
mocratico dell'auto-organizzazione sociale. ljimmancabile ri-
svolto che perciò segue da questa corruzione rappresentativa È
che a non trovare riscontro effettivo nell'assetto costituzionale
non È un elemento fra altri, bensi niente meno che la sua fonte o
provenienza rivoluzionaria, ovvero: la collettività nella sua origi-
naria partecipazione al potereƒl-5 Per questo, di fronte a tale omis-
sione, Arendt non può che parlare di una “fatale carenza della
Costituzione, che aveva mancato di incorporare e debitamente
costituire, o di fondare di nuovo, le fonti originali del [___] pote-
re e della [___] felicità pubblica“,““ le quali risiedono nella di-
mensione della coesione collettiva.
Si capisce, allora, come la polemica di Arendt non si possa sca-
gliare se non contro il primato della rappresentanza, quale de-
vianza originaria, tale da impedire ai padri fondatori di corredate
la Costituzione di un coerente spazio per il suo fondamento e mo-
tore, ossia per quel potere insito esclusivamente nell'agi_re r`rr.rr`errze
della collettività. O meglio, detto con le stesse parole di Arendt:
in seno alla Costituzione, non si può non notare una certa para-

-'ll_ Ivi, p. 27o.


-'12. lfzflrìfrrrrr.
43. (ifr. A.-M. Roviello, Frr=r`r'frrr`!, ('ifer`rr'a/2 err rrrru' l'1r'*prri`_rrvrrarr'orr. cit., p. 121.
-'44. ll. A rendi, _*›'rr/tiri rftfr.u"rtr_l'r›rrr', cit., p. 27 (1.

173
dossalità, se si considera il fatto che “fu proprio la Costituzione
[quale] più grande conquista del popolo americano, che infine",
in forza della fatale contaminazione del principio rappresentati-
vo, “ lo privù del suo più superbo possesso“."-5
Eppure, È cosa tutt'altro che assodata come da questo tratto po-
lemico contro l'alienazione del potere collettivo provocata dalla
rappresentanza si possa desumere immediatamente e indubitabil-
mente una predilezione arendtiana per la soluzione democratica
diretta. Per esempio, studiosi come Roberto Esposito rifiutano
espressamente questo tipo di interpretazionefi' Ma, a nostro avvi-
so, non a ragione, perché la critica arendtiana all`appena citata ca-
renza costituzionale americana trae chiara ispirazione da una con-
figurazione immediata della democrazia. Infatti, qualora ci chie-
dessimo in cosa si concretizzi effettivamente suddetta omissione e,
conseguentemente, quali tratti assuma contestualmente la contro-
proposta capace di colmare questa lacuna, la risposta sarebbe pres-
soché univoca: per Arendt, si tratta sempre di evidenziare il mo-
mento originariamente democratico e rivoluzionario della com-
partecipazione diretta della collettività, il quale si compone esclu-
sivamente in quelle situazioni in cui il potere si mostra unicamen-
te e radicalmente come potere comune. In effetti, da quale altra
fonte ispiratrice, se non dal paradigma della democrazia diretta,
sarebbe mossa Arendt allorquando rimprovera ai padri fondatori
la loro “incapacità di incorporare “ nel testo costituzionale “le rottur-
.r/:r'p.t e le assemblee dei cittadini, fonti originarie di ogni attività
politica nel paese “P” E, sulla stessa scia, non sarebbe parimenti ri-
conducibile alla medesima ispirazione la controproposta generale
che, non limitandosi al solo contesto della rivoluzione americana,
resta tutto teso - come ravvisa peraltro lo stesso Esposito- a un” “ap-
passionata difesa di tutte le esperienze di autogoverno -la Comu-
ne francese, le towsr.ri;›r'p.r americane, i soave! russi, le Rare unghe-
resi- nate ad ogni scoppio rivoluzion ario“?48

-'15. lfJrìfr'rrr_
-lo. R. Esposito, l lrrrrrrrrllt ƒlrrvrdr tra "rrrrlrrrrrri" e "rrrpprr*.rrvrrrrzrivrrrf'. cit., in particolare p. oil.
47. ll. Arendt, .frrffrr rr'tfr›lrrzr'r›rrr*, cit., p. 27 ti.
-48. R. Esposito, llrrrrnrrfv .›-'1 rr.-rd! tra “an:'r.vrrri“ e "rrrpprrtrrvrraz.fizur"'. cit., in particolare p. oli.

174
Ma non solo. Ulteriore e fondamentale elemento che contras-
segna queste esperienze di autogoverno come forme innegabil-
mente ispirate al modello della democrazia diretta È, a nostro av-
viso, l'esplicito riferimento al loro carattere spontaneo.“'“ Infatti, a
cos'altro può corrispondere la spontaneità del comporsi di una
coesione della e nella collettività se non a un“espressione di im-
mediatezza della collettività stessa? E se poi si collegano queste
spontaneità e immediatezza al quadro di riferimento classico (e di-
ciamolo pure: romantico e dialettico-speculativo), che ravvisa nel-
la spontaneità la più alta espressione di purezza, genuinità e per-
ciù autenticità, l'esito a cui si va incontro È facile da immaginare:
la forma democratica diretta, in forza di tale spontaneità prorom-
pente dalla coesione collettiva, sovrasta con apodittica evidenza la
forma mediata, immancabilmente contagiata dal virus del sempre
possibile tradimento della collettività da parte “ dell'accentra mento
rappresentativo“.i“ Sulla scorta di queste considerazioni, ci pare
per nulla ininfluente il fatto che Arendt, ogniqualvolta si riferisce
al sorgere di suddette situazioni di autodeterminazione collettiva,
contrapponga tale presunta spontaneità alla dinamica rappresen-
tativa. Leggiamo a proposito: “Ogni volta che comparvero“' simi-
li fermenti di autogoverno “ scat urirono come organi spontanei del
popolo, non solo al di fuori di tutti i partiti rivoluzionari, ma com-
pletamente inaspettati da parte dei partiti e dei loro capi“.5l
In definitiva, quindi, l“assetto del discorso politico arendtiano
ci sembra sostenersi su questa dicotomia: da una parte, il potere
originario e genuino negli esclusivi e irriducibili termini democra-
tici di coesione della collettività, sino al punto che siffatta coesio-
ne, non ammettendo interferenze da parte di intermediari, finisce
per tradursi immancabilmente in una configurazione democratica
di tipo diretto: dall'altra, la democrazia mediata che, dovendo ne-
cessariamente ricorrere alla deviazione rappresentativa, cova in se
il rischio perenne di far degenerare la democrazia in oligarchia.

-'19. Sul riferimento alla spontaneità, cfr. ll. Arendt, lirtflrr rr't_›'r.ti'rr_':r'r.›rrr', cit., pp. 28-1, 283.
511. R. Esposito, (.`arr*gr.›rr`r* a'r-*lf'r`rrrprrfr'rr'rrr, il lvlulino, Bologna 19991, p. 1111.
51. ll. A rendi, _l›'tt/ftt rft.fr_u"ttI!'r›rtt', cit., p. 258.

175
4. Un confronto con la lettura di Roberto Esposito
A questo punto, se ci interroghiamo su come l“opzione interpre-
tativa di Roberto Esposito possa giungere a definire in termini di
“una pura impressione" la tendenza arendtiana all°“immediatez-
za contro la mediazione",-52 possiamo rinvenirne la spiegazione
nel fatto che egli, affidandosi preminentemente al tratto disgiun-
tivo della pluralità, nella sua analisi non attribuisce il giusto peso
a tre questioni fondamentali e simultaneamente correlate: in pri-
mo luogo, omette il ricorso allialtro tratto della pluralità, ovvero
quello congiuntivo (o di uguaglianza); in secondo luogo, non te-
matizza la nozione di potere, che poggia sul predominio di que-
st`ultimo tratto; infine, e per conseguenza, manca di registrare la
contraddittorietà che si insinua nel rapporto fra la nozione di plu-
ralità e quella di potere. Tenendo presente queste premesse, si ca-
pisce bene come, per Esposito, non risulti affatto difficile, a par-
tire dalla sola dimensione della pluralità, ovvero dalla carica di
distinzione e alterazione che quest“ultima contiene, scongiurare
un'eventuale adesione arendtiana alla democrazia diretta e, pari-
menti, alfauspicio di una unitarietà collettiva a essa collegata. In-
fatti, uno dei punti fondamentali che Esposito tiene a dimostra-
re È che in forza della nozione di pluralità, il discorso arendtiano
non può essere confuso con liopzione rousseauiana della demo-
crazia diretta, congiuntamente al suo necessario risvolto o pre-
supposto di una irrrr`oir .torres del popolo, né con la nozione di
Iderr.›fr'ti:i`t schmittiana, quale deposito originario e unitario in cui
si esprime la volontà del popolo”
Tuttavia, aver rilevato questa differenza interpretativa non chiu-
de i nostri conti con Esposito, giacche il suo ricorso esclusivo al
tratto disgiuntivo della pluralità contro le derive dell'inimedia-
tezza, lungi dal condurlo a problematizzare dall'interno Foppo-
sizione arendtiana alla mediazione rappresentativa, si rivela esse-
re simultaneamente elemento che lo porta coerentemente a con-
dividerne anche l”esito anti-rappresentativo. E, a dire il vero, non

*' " li H in ' F' '


52. R Esposito, Htrttrrrrilt .rl rrvrzft trri t›tifriiri'ri“ r* rrtpprr*_trvrtrr.':itiirt' _ cit., p. 611.
53. lift. ivi, p. oi sgg.

176
sorprende affatto che Esposito, dopo aver diretto la pluralità con-
tro fimmediatezza, riesca a farla giocare anche contro la media-
zione. Difatti, l'apparente vantaggio che l°esclusiva sottolineatu-
ra dell“aspetto disgiuntivo (molteplice o prospettico) della plura-
lità possiede È che esso la dota di una resistenza a qualsiasi ten-
tativo di accentramento e riduzione unitari. Vale a dire, la forza
disgiuntiva della pluralità puù essere fatta reagire tanto contro
una pretesa di unitarietà immediata e totale (democrazia diretta).
quanto contro una unificazione parziale procu rata, d“altro canto,
da una mediazione rappresentativa. Sotto tale prospettiva, ci pa-
re totalmente coerente la fedele adeguazione di Esposito all'in-
tenzione arendtiana e altrettanto ineccepibile il suo ribadire che
È segnatamente l'“ essenza plurale ad essere del tutto impron un-
ciabile al linguaggio rappresentativo. E impronunciabile per un
doppio aspetto: perché questiultimo unifica ciù che È plurale e
divide cio che È coincidente. O meglio unifica i soggetti rappre-
sentati appunto separandoli dal loro rappresentante“.i"
Tuttavia, quello che di altamente problematico scorgiamo nel-
Pinterpretazione di Esposito È il fatto che l°esclusivo primato
conferito al carattere di molteplicità plurale e alla conseguente
impossibilità di unificazione risulta un vantaggio soltanto appa-
rente: una pluralità unicamente disgiuntiva, infatti, per essere ta-
le deve, in ultima analisi, poter esibire un luogo, seppur segreto,
in cui effettivamente possa manifestarsi in quanto se stessa. Ma
È qui che il discorso di Esposito si scompagìna e il vantaggio di-
venta perdita. Siffatto luogo, ammesso che esista, non corri-
sponderebbe ad altro che all'istanza specularmente opposta a
quella di una totalità completamente conciliata e, dunque, im-
modificata nella medesima pretesa di assolutezza. Insomma, una
tale accezione di pluralità allergica a ogni piega di mediazione e
unificazione potrebbe, in definitiva, essere equiparata, per ri-
correre al lessico nietzschiano, a un totale dionisiaco, che si op-
pone a un totale apollineo, conservandone nondimeno la mede-
sima presunzione.

5-1. lvl, p. fill.

177
Eppure, se si guarda con attenzione alla struttura dell`articola-
zione della pluralità, non si trova riscontro ne di un'assoluta con-
sonanza, né di una lacerante dissonanza entro la collettività. Per-
tanto, quel che, tutto sommato, possiamo ritenere operi nell'in-
terpretazione di Esposito, in modo più o meno consapevole, È la
sottolineatura di una delle due derive possibili, contenute nel di-
scorso arendtiano della pluralità, non appena se ne assolutizza uno
dei caratteri. E cio con l'ulteriore avvertimento che la direzione in
cui liassolutizzazione di Esposito si muove È opposta a quella che,
alla fine, prevale nel discorso di Arendt. In altri termini, tenden-
do a esaltare il tratto disgiuntivo della pluralità, Esposito non rie-
sce a registrare, di Arendt, né la struttura intransitiva del potere,
immancabilmente votata a sottolineare il carattere congiuntivo del-
la pluralità quale (per dirla con Habermas) “intatta intersoggetti-
vità“,i5 né dunque la sua naturale propensione a prediligere una
configurazione diretta della democrazia.
Sennonchë, per quanto sia rimarcata liopposizione fra que-
ste due esasperazioni della pluralità, vale la pena registrare che
esse, in quanto assolutizzazioni univoche, condividono un trat-
to comune: entrambe, infatti, una per eccesso l'altra per difet-
to, mancano di corrispondere propriamente al carattere con-
tingente e costitutivo della pluralità dalla quale emergono. La
radicale disgiunzione degli individui entro la collettività con-
duce a una visione della pluralità lacerata da uniassoluta con-
tingenza e dissonanza, la quale, per principio, si identifica con
la possibilità di un prendere la parola di tutti e di un parlare
tutti insieme, dove alla fine, data liincomponibile frammenta-
zione dei parlanti e l'inarrestabile immissione di nuove pro-
spettive, nessuno parla su niente e con nessuno. Viceversa, la
radicale congiunzione degli individui in seno alla collettività
conduce a una configurazione della pluralità in cui, sullo sfon-
do del dominio assoluto di consonanza e armonia, la contin-
genza non ha più posto. Tutto cio che È da dire sarebbe stato

55.1. I Ial:~ermas_ Frtfiir irrirrrrc, cit., p. 177 {l`espressione È ripresa proprio dalle pagine
in cui l"aniore analizza il pensiero di Arendt).

173
già detto: ogni nuova possibilità di significato sarebbe, per prin-
cipio, esclusa; e, con ciù, altrettanto inutile risulterebbe l'atto
stesso del prendere la parola da parte di qualcuno (infatti, per
dire cosa di nuovo?).
Ora, se andiamo a sondare come la mediazione rappresentati-
va si collochi in tale contesto dicotomico, ci accorgiamo che, nel
primo caso, essa risulta impossibile, visto che ciascuno potrebbe
essere sempre e soltanto rappresentante di se stesso; nel secondo
caso, si rivela invece inutile, ovvero mera operazione di maqnzfla-
ge, visto che ciascuno potrebbe essere rappresentante di tutti.
Ovviamente, non È nostra intenzione attribuire tale visione sem-
plificata ed estremizzata tanto alfimpostazione arendtiana, incli-
ne alla congiunzione intransitiva del potere collettivo, quanto al-
la lettura di Esposito, tendente alla disgiunzione della pluralità.
Quello che, invece, corrisponde più puntualmente al nostro pro-
posito È sottolineare come entrambe le visioni - e quella arentia-
na votata all'esaltazione della partecipazione diretta, e quella di
Esposito che, del discorso arendtiano, evidenzia il tratto disgiuri-
tivo della pluralità allergico a qualsiasi mediazione - non permet-
tano di cogliere il fatto che una configurazione dello spazio poli-
tico nei termini di democrazia, tale da conformarsi effettivamen-
te al suo carattere di originaria contingenza e storicità, non deve
opporsi alla mediazione rappresentativa, bensì considerarla una
necessità costitutivafñ poiché soltanto essa riesce a dispiegare e a
contemperare pienamente il tratto disgiuntivo e congiuntivo del-
la pluralità.

5. Il carattere costitutivo della rappresentanza


democratica
La rappresentanza si radica nel carattere contingente e democra-
tico dello spmio politico. Essa, difatti, inserendosi nel contesto di
una non precostituita configurazione del mondo a partire da un

I _ _ _
5o. Per lo sviluppo di questa visione ci sono sembrati fondamentali approfondimenti e
suggestioni provenienti da antbili diversi. Ultre ai già citati E.-W'. Biicl-tenfiirtle, (ii. Diiso e
I 1. I ioliinann, in particolar modo: P. 1:1-otirdieti, Lriirgiirigrrriiitf .Sii-*rri}Jriii`r' Potter, Poli tv Press.
{iainbrii.lge 1992 e l*«'l_\fi-È Schiiell. l"tiiri'rrrirrrrvrtiirigir* ii'r*_t l*'riI-'r'i'i'.ti"itr'ii. Finlt.. ll/liiiichen 1995.

179
fondamento universale sulla cui base la totalità dei significati po-
trebbe essere ritenuta possesso sicuro e stabile della pluralità col-
lettiva, rinvia al fatto che i significati affiorano al mondo solo nel-
la misura in cui vengono portati ad apparizione dalla collettività.
Il che, però, vuol dire esattamente: emergono solo se È qualcuno
a prendere la parola in seno alla pluralità e, prendendo la parola,
parla non solo per se stesso, bensi per altri, facendosene inevita-
bilmente rappresentante. E proprio qui che inizia a manifestarsi il
carattere rappresentativo della comparizione dei significati, il qu a-
le non si riduce alla visione di Arendt ne a quella di Esposito. Cer-
tamente, come essi affermano, il fenomeno della rappresentanza
non puo evitare la riduzione della pluralità dei rappresentati all'u-
nità del rappresentante: tuttavia, non per questo mortifica la for-
za prorompente, alterante e disgiuntiva delle singolarità nella plu-
ralità, visto che ne È proprio piena e diretta espressione. A tale li-
vello, dunque, l`aspetto di unificazione della rappresentanza È in-
dubitabilmente secondario rispetto a quello della disgiunzione, se
non altro perche ogni unificazione riuscita È sempre genealogica-
mente il prodotto di uniirruzione singolare.
Ma questo È solo un primo aspetto della rappresentanza, a cui
va connesso immediatamente un secondo: quello cioÈ che, di con-
tro al tratto di singolarità e irruzione, si manifesta nell“aspetto del-
la congiunzione, quale costitutivo rinvio della singolarità alla par-
tecipazione della collettività. E questo sotto due profili: innanzi-
tutto, nel senso che colui che parla come rappresentante, lo fa sem-
pre a partire da un deposito di significati condivisi e già colletti-
vamente a disposizione; in secondo luogo, nel senso che l'azione
del singolo rinvia costitutivamente alla risposta collettiva. In rife-
rimento al primo profilo, l'emersione del nuovo significato grazie
al singolo, ovvero grazie a colui che funge da rappresentante, non
È mai una creazione dal nulla, bensi prende le mosse da un inevi-
tabile collegamento alla comunanza. Se così non fosse, manche-
rebbe sia la base di partenza per il rappresentante, il quale non
avrebbe nessun materiale da formare o alterare, sia la base di ar-
rivo per la collettività, la quale non riuscirebbe nemmeno a per-
cepire il significato che il rappresentante porta a comparizione. In

180
riferimento al secondo profilo, invece, va considerato il fatto che
a stabilire il successo del tentativo di rappresentanza da parte del
rappresentante, dunque a decidere se un qualche significato ri-
sulta effettivamente rappresentativo, È l'istanza di riconoscimen-
to da parte della collettività stessa.
Sennonché, È proprio a questo livello, in cui nella rappresen-
tanza, per un verso, si manifesta liiniziativa del rappresentante e,
per l'altro, il necessario riconoscimento da parte dei rappresenta-
ti, che bisogna introdurre liavvertimento fondamentale della pre-
senza di una paradossale logica della supplementarietà originaria,
in cui ciò che viene prima si manifesta soltanto attraverso ciù che
viene dopofii Infatti, se si incappa nell'errore di interpretare que-
sto doppio movimento nei meri termini di un'antecedenza e di una
conseguenza, il fenomeno genuino della rappresentanza corre il
rischio di dissolversi alternativamente in due sensi: il primo caso
È quello in cui si dà troppo peso allianteriorità e, dunque, alla pre-
minenza dell'azione del rappresentante, con la conseguenza che È
il ruolo del riconoscimento da parte dei rappresentati a divenire
secondario. In questo contesto, vista liaccessorietà del riconosci-
mento, cioÈ della corrispondenza di ciù che È rappresentato alle
esigenze dei rappresentati, il fenomeno della rappresentanza si sna-
tura in dinamica di imposizione. Il secondo caso, invece, È quello
in cui È la posteriorità del riconoscimento da parte della colletti-
vità ad assumere ruolo determinante e, quindi, a diventare ante-
riore all'azione del rappresentante. Come si capisce, anche qui la
rappresentanza si dissolve, poiché la collettività, già disponendo
di ciù che il rappresentante dovrebbe rappresentare, non ha af-
fatto bisogno di quest'ultimo_
Se, invece, come appena accennato, si sottopone il fenomeno

57. Su questo si veda _l_ Derrida, La irrit_¬e e r`i'fr*rrrirrieirri_ liirrrirtliiziorie tri' priibierrra ale! .te-
girri iieiiri ƒeiirirrreiroirigre di Hrrrrer! (19671, trad. di G. Dalmasso, Jaca Bool-t, Milano 19972,
p. 128: Id., La scrrrrrirrr e la drflemrrnr (19671, trad. di Ci. Pozzi, Einaudi, Torino 1991], p. 361.
Ancor più nello specifico, Derrida, per comunicare questa logica pmadossale, in iin breve
ma denso saggio dedicato all`analisi della Dichiarazione d'indi pendenza degli Stati lli1itid`r'°i-
merica, definisce la dinamica costittitiva di ogni fondazione di ordine e la relativa concate-
nazione rappresentativa proprio nei termini di un peculiare “futuro anteriore" o anche di una
“favolosa retroatt iv ità" llil., 1'Jtrit'?r'rigrripfir`r*_t*_ L'r'r-r_tr*grrriirir*irto rif i“~.li`r*r:,*_ti*.lii* ri fa prifrtri¬a dei .tro-
ior prripriri, 1984, trad. di R. Iianationi, 11 I-"oligrai`o, 1-i'ailova 1993.11.27).

181
della rappresentanza alla logica supplementare suggeritaci da Der-
rida e, in particolar modo, a quella sua versione feconda che Mer-
leau-Ponty ci ha mostrato attraverso la nozione di “espressione
creatrice°“,5*i si giunge a una giusta collocazione nei termini in cui
È solo mediante l'azione del rappresentante che si crea quel signi-
ficato per la collettività, la quale, una volta avvenuta femersione
del significato stesso, lo assume come se l'avesse già sempre pos-
seduto in sÈ.5'l' Pertanto, la rappresentanza, da un lato, si mostra
quale espressione, in quanto il significato che il rappresentante
porta a comparizione È un qualcosa che la collettività afferma di
possedere fin dall'inizio, tant'È che essa, alla fine, vi si riconosce;
da1l'altro lato, invece, si mostra essere creazione originaria, visto
che questo stesso significato appare per la prima volta alla collet-
tività medesima solo ed esclusivamente attraverso l'azione del rap-
presentante.““ Ma non solo, a ben guardare, il fenomeno della rap-
presentanza ha carattere di creazione anche in un secondo senso,
giacché esso non crea soltanto i significati per la collettività, ma
anche la collettività stessa, in quanto solo esso innesca il processo
di riconoscimento, attorno a cui la collettività si raccoglie e, rac-
cogliendosi, si configura per la prima volta.61
E questo, simultaneamente, vuol dire che dalla paradossale
logica delfespressione creatrice non si esce certamente con l'e-
scamotage che assegna all“azione di rappresentazione il solo com-
pito di esplicitazione o di esteriorizzazione di unlimplicitezza o
interiorità già sempre contenuta nella collettività stessa_f`2 Infat-

l _- _ _
58. (_1r. M. Merleait-Ptoiitv, Ferroirrr*trriitigr'ri alrtiia pr*rrt-zzriiirr* i19-451, trad. di A. Bonomi,
Bompiani, lvlilano 211113, p. 5i]2 _ Sulla portata politica delfespressione creatrice si vedano al-
meno: B. 9l"aldenfels, “ Das Pa rado:-i des Aiisdrticl-ts", in Deiir.tcb-Frrrrizi5rr`rol1e (Éedarr-Èerrgiirrge,
Stiltrl-camp, Frankfurt a_M_ 1995, pp. 105-123 e lvl. l-fanni, L'riri'rer.tr=* da prifirr`qrie_ E_r_trir` Jep-
proolve resprirrsiue, Les Éditions dit Cerf, Patis 21109, pp. 33-43. Ci permettiamo di rinviare an-
che a EG. ivlenga, Prirere rorririierrre e rappre_terrrnrrza rfer:rocrati`ca_ Per iiira_/errorrreiroftigi'a tale!-
.-fri rpirzr'o ƒrrrriizƒoirale, Editoriale Scientifica, Napoli 2010, in particolare capp_ 11 e 12.
59. Cfr_ NI. Merleau-Pontv, Le arruerrrrrre della alri:ii-'errri'a (19551, in Llrrrrrirrrrrrri e terrore e
Le rraiieirriire rfrtffa riraie*rti`ca, trad. di F. lvladonria e A. Bonomi, Sugar, Milano 1965, pp. 258-
259.
611. (ifr. 1'v1_\\li'. Schnell, P}_ni`rrr.irrrerrriirigr'e dot li'ri!r'rr'_t*r¬ùeir, cit., pp. 141 -1-'15.
61. (gift. Il Bourdieu, Larrgrrrrgc aria' .fvrrr/›tiir't¬ Poiiier, cit., p. 21)-4.
62. E questo errrrrrriitrtg.-:= a essere presente, per esempio, tanto nella teoria della rappre-
seittanza di (larl Schmitt (cfr. Dotrrrrrri a.'r*Zl'rt o_i.tri'rrizr'riirr*, 1928, a cura di A. tlarfacciiilo, Giuf-

182
ti, allo stadio dell'implicitezza non esiste ancora alcuna colletti-
vità. Detto altrimenti, e in senso pienamente arendtiano, la col-
lettività non possiede nessuna interiorità, bensì È il luogo stesso
delliesteriorità, dell'apparenza e della luce pubblica. Per cui, la
presunta esplicitazione dell“azione di rappresentanza, lungi dal-
liinnestarsi entro una collettività, che sarebbe già costituita pri'-
rrrrr e resterebbe identica dopo la sua azione, È proprio l'unica
istanza capace tanto di costituirla quanto di modificarla.

6. Conclusioni
Sulla scorta di questa riflessione giungiamo alle considerazioni con-
clusive. In particolare possiamo domandare ad Arendt in che ter-
mini pensa di accordare la sua propensione per la democrazia di-
retta con alcuni elementi che lei stessa tende a esaltare in seno al-
la fondazione della Costituzione americana, come il ruolo svolto
dai founalùtg fatberi' e la centralità dellievento medesimo di fon-
dazionefii Contrariamente a quanto liopzione della democrazia di-
retta riesca a contenere a livello esplicativo, non sarebbe più op-
portuno parlare qui dei padri fondatori nei tennirii di supremi rap-
presentanti e della loro azione nei termini di un'espressione crea-
trice?Ö"l Essi sono rappresentanti poiché parlano per il popolo; ov-
vero, lo sostituiscono nel mentre lo fondano. Al contempo, svol-
gono un'azione di creazione, in quanto solo il loro intervento la-
scia emergere quella configurazione di significati fondamentali ch e,
precipitando nel testo costituzionale, istituisce per la prima volta
ciò che esso rappresenta: in questo caso, il popolo americano. E
nondimeno, si tratta anche di uniazione espressiva, poiché questa
prima volta (secondo quanto esplicitato poc'anzi sulla base della
logica supplementare) È in realtà una seconda volta: ed È tale, giac-
l- _
trÈ, Milmo 1984, in particolare pp. 27i1-284), qtianto in qtiella di Gerhard Leibholz 1cfr_ La
r.-:rppre_rrvii'mr`orie rielle rierrrritrnzrir, 1929, a ctira di S. Forti, GiitffrÈ, lviilano 1989, in partico-
lare pp. 93-951. Su questo cfr. EG. il-flenga, Potere r'ri_trriFr_ierrre e r.-:rpprt›.ri›irtairza a'e_›rrrict'rrrt'crr,
cit., capp_ 8 e 9.
63. Cfr. H. Arendt, .S`r_ii'£'a ri'nrilirzr'rirre, cit., p. 234.
64. Oltre a una certa impostazione di matrice merleau-pontviana, un ulteriore percorso
che insiste in particolar modo stil carattere tadicalmerite creativo della rappresentanza È quel-
lo di ER. Anltersmit, _›-lrtttfartrir Pri!i`fri¬_i"_ Pr.iir'rr`i'ril Pil1r'l'ri_trip/:ni _l3e_vr.iirr! F.-:tcr ritiri liifrie, Stanford
University Press, Stanford l(lal.l 19961.

183
ché fazione di fondazione da parte dei rappresentanti, a ben guar-
dare, sprofonderebbe nel vuoto senza una qualche forma di rife-
rimento previo - e, quindi, di appiglio - a un qualcosa da rappre-
sentare effettivamente (appunto, il popolo americano stesso).
Ecco, dunque, il modo in cui la logica tutta espressiva e para-
dossale, che si instaura nel cuore dell'evento di fondazione quale
evento di rappresentanza, colpisce in pieno an che il discorso arend-
tiano: prima dell'evento di rappresentazione non esiste affatto ciù
che È rappresentato; dopo lievento di rappresentazione ciò che È
rappresentato si ritiene debba presupporsi alla rappresentazione
medesima, che altrimenti l'evento stesso, che la fa scaturire, sa-
rebbe già sprofondato nel nulla.
Ma a questa originarietà strutturale della rappresentanza la ri-
flessione di Arendt non ha saputo giungere. E siffatta omissione
probabilmente non È priva di conseguenze. Infatti, se È lecito pen-
sare - come si È cercato di mostrare - che È attorno alla media-
zione singolare che si compone e preserva il carattere di contin-
genza dello spazio politico, la contrapposta adesione arendtiana
alla democrazia diretta potrebbe ben nascondere, seppur incon-
sapevolmente, una certa seduzione assolutistica, e cio nei termini,
per esempio, di quel pericoloso anelito a una collettività orienta-
ta a unitaria coesione e diffusa organicità, da cui, in diversi modi,
Lefort, Derrida e anche Ankersmit ci hanno messo in guardia.“5
Pertanto, pur sottolineando llinnegabile fecondità del pensie-
ro di Arendt, un certo percorso decostruttivo attorno al suo di-
scorso può fornirci, in definitiva, più di un qualche utile motivo
per trattenerci dall'imboccare troppo in fretta quella che - ricor-
rendo a un proverbiale adagio - potremmo chiamare una strada
lastricata di propositi buoni, ma altrettanto sospetti.

65. Cfr_ C. Lefort, _H`rrr`ri't' .tiri ,'›ritlr'tr'iri, cit., in particolare pp. 21 279 sgg_:_I_ Derrida,
.frrirr i'rriirtgfiii. Dite .raggi .triffa n-:ig.r`r.vrc (211il3_l, a cura di L. Odello, Raffaello Cortina, Milano
211113 . pp. 311- 3-1: ER. Aol-tetsmit, Pi.|i'r'i'r`tri! 1-'lepri-*_trf*rrrtiifr'r.›ir, Stanford ll ni versitv Press, Stanford
l(Ial.} 211112, p. ltß sgg.

184
Vite senza contratto
eooitnno onesto

1. un consolidato luogo comune delfosservazione sociologica,


una considerazione divenuta cosi evidente da sfiorare la banalità,
che il passaggio dalla società tradizionale alla società moderna ha
distrutto le forme spontanee e tradizionali delfintegrazione so-
ciale. La dissoluzione delle forme circoscritte e particolaristiche
di solidarietà locale (“l'etica del buon vicinato” di cui parlava We-
ber) - basate su quei sentimenti reciprocamente obbliganti che
potevano concretuzarsi unicamente in società di “piccolo forma-
to”, in ambiti di vicinanza ristretti, in contesti di prossimità e fa-
miliarità posti sullo sfondo di un comune mondo di vita - ha di-
sperso le norme ad perroirarrz di aiuto reciproco nel mare dell'a-
nonimato, dissolvendo sia i legami orizzontali di solidarietà sia i
vincoli verticali della lealtà. Le moderne società com plesse, la cui
tenuta non può più fare affidamento su inclinazioni come il sen-
timento ola simpatia, che dipendono da relazioni intime e speciali
favorite dalla semplice contiguità, dalla prossimità e dalla vici-
nanza, devono cosi integrarsi su un piano più generale, collegato
a “virtù” morali sempre più astratte e artificiali. Nelle società com-
plesse, che si possono tenere norm ativamente insieme soltanto gra-
zie alla solidarietà astratta e giuridicamente mediata fra cittadini
dello stato, Paffidamento reciproco tra gli individui non dipende
più dalle relazioni faccia-a-faccia, ma dall“essere clienti di anoni-
me agenzie burocratiche che erogano assistenza ai propri utenti.
Tra cittadini che, in un quadro di progressiva anonimia dell'inte-
razione sociale, non possono più conoscersi personalmente, le

aut aut. 5-lo. 21.1111. i'.'~t_'i-1')v 185


aspettative che gli uni possono legittimamente aspettarsi dagli al-
tri sono continuamente indebolire sia da processi di mercato in
apparenza anonimi e senza regole, sia dalla composizione etnica-
mente sempre più eterogenea delle nostre società, nelle quali non
È difficile immaginarsi cosa possa voler dire essere estraneo tra
estranei, un altro per gli altri.
Ora. Cluanto più le reti di interazione divengono astratte, tanto
più si rendono evanescenti i rapporti di reciprocità che mettono
gli individui in condizioni di collegare più o meno immediatamente
le prestazioni alle ricompense. Quando il senso di obbligo mora-
le si estende ad aspettative che gli individui si rivendicano l'un l'al-
tro non solo in quanto appartenenti, ma anche in quanto estranei,
esso non viene percepito come soggettivamente “razionale” nella
stessa misura e con la stessa intensità del legame che si ha con i
membri del gruppo di appartenenza, fondato magari sulla base di
consapevoli legami di consanguineità, e sulla cui cooperazione È
sempre possibile contare. E vero che nulla impedisce di concepi-
re la genealogia dei doveri morali come un processo nel corso del
quale la lealtà tipica dei gruppi primari si rende disponibile a un
allargamento di orizzonte che si estende progressivamente a grup-
pi sempre più ampi. Quando però un concreto legame di bene-
volenza entra in conflitto con un astratto imperativo di giustizia,
quando cioÈ cio che È “buono” per alcuni non coincide con ciù
che È “giusto” per tutti, i concetti moderni di “persona giuridica”
e di “comunità giuridica” richiedono che gli appartenenti al grup-
po si rendano disponibili, anche coattivamente se necessario, a
modificare in senso universalistico la propria lealtà nei confronti
del gruppo di affiliazione e a trasferirla sul piano più astratto del-
la solidale responsabilità verso chiunque. Tuttavia, “affetti” e “sen-
timenti” non rappresentano una base sufficiente per fondare l'e-
guale rispetto nei confronti degli altri, in particolare se si pensa a
quanto della loro alterità non È empaticamente afferrabile
Ciò spiega perche nelle moderne società complesse il fabbiso-
gno di coordinamento tra i piani diazione - che i cittadini conti-
nuano a sperimentare nei concreti rapporti di riconoscimento “fac-
cia a faccia”, ma che non può più attingere alle forze di integra-

186
zione sociale tipiche delle comunità solidaristiche, familiari e di
vicinato - venga cercato nel contratto. Il contrattualismo infatti
esclude l'aspetto della solidarietà sin dall'inizio, dal momento che
risolve i problemi di coordinamento che si presentano tra esseri
che dipendono dalfinterazione sociale affidandosi a una raziona-
lità rispetto-allo-scopo che fa leva sugli interessi dei singoli indi-
vidui. La forma-contratto, che serve a garantire ambiti d'azione
tutelati per legge entro i quali gli individui sono liberi di perse-
guire i propri interessi, È infatti la procedura più adatta a legitti-
mare una strategia di fondazione teorica che individua la forza mo-
tivazionale che spinge le persone a interagire in un orientamento
egocentricamente interessato mosso unicamente da ragioni prag-
matiche. Un determinato ordinamento sociale È giusto, oltre che
buono in senso morale, se soddisfa in misura eguale gli interessi
dei suoi membri, che traggono origine dalla disparità oggettrwrr del-
le situazioni di vita e non dalla trama ordinaria dei sentimenti mo-
rali .roggeri'r`rrarrrerite percepiti. Lo scambio sociale dipende da un'i-
dea post-tradizionale della pari considerazione degli interessi che
È basata su un'antropologia più o meno utilitarista: gli individui
socializzati sono fondamentalmente considerati come attori ra-
zionali e intenzionali, i cui interessi particolari possono essere ascrit-
ti in maniera “adeguata” , piuttosto che soggetti identificabili con-
traddistinti da pretese normative e corrispondenti vulnerabilità.

2. Anche nella sua versione attualmente più diffusa e influente,


quella di Rawls, il contrattualismo concepisce la convergenza del-
le ragioni morali in termini di motivazione razionale e riconduce
igiudizi morali alla scelta razionale. Il contratto È una procedura
che pennette di soddisfare l'illuminato autoiriteresse dei parteci-
panti. I contraenti dovrebbero limitarsi unicatnente a valutare qua-
le possa essere il corso d'azione che È più utile o razionale adotta-
re nella prospettiva delle loro preferenze e dei loro desideri. In ciù
si riflette la tendenza largamente maggioritaria nella cultura poli-
tica “liberale”, che consiste nel suo riferirsi a principi universali-
stici nei quali si afferma una pretesa di astrazione particolarmen-
te drastica: il punto di vista morale che serve a decidere quale re-

187
gola della convivenza sia in egual misura buona per tutti chiede
alle persone di sacrificare le relazioni speciali a quelle im person a-
li. Le relazioni che contano e pesano maggiormente nella nostra
vita, ossia le relazioni personali più intime, che sono anche (e tal-
volta prevalentemente) relazioni di dipendenza, appartenenza e
prossimità, vanno escluse dalla scena pubblica poiché rappresen-
tano forme difettose di relazione, dal momento che non sono ba-
sate sulla scelta e la reciprocità, sulla simmetria e la reversibilità.
Non È un caso che la principale teoria della giustizia cui ci si ri-
ferisce per tracciare le responsabilità associate al concretizzarsi
della vita morale sia una teoria che concepisce gli accordi come il
risultato di un contratto sottoscritto per un vantaggio reciproco.
Infatti, la tradizione del contratto sociale non prevede che le strut-
ture di relazione che danno origine a obblighi e responsabilità spe-
cifiche dipendano da particolari sentimenti di benevolenza, ap-
partenenza o intimità. D'altronde, non È neppure casuale che le
parti contraenti siano rappresentative di coloro la cui esistenza È
destinata a essere regolata dai principi scelti. Poiché il principio
morale posto alla base di questo modello È riconducibile all'idea
di mutuo vantaggio in condizioni di reciprocità, viene preventi-
vamente esclusa feventualità di prendere in considerazione le per-
sone con le quali vi È un rapporto asimmetrico (di cura o di di-
pendenza) o dalle quali non si prevede alcuna contropartita. La
presa in considerazione di strutture relazionali improntate a di-
pendenza o vulnerabilità viene spostata a un momento successivo
alla cosiddetta “posizione origin aria”. I soggetti primari della giu-
stizia sono degli egoisti razionali, i quali aderiscono a un modello
volontaristico e contrattuale di cooperazione improntato alla re-
ciprocità e intendono distribuire equamente solo quei beni pri-
mari che risultano adatti allo sviluppo delle facoltà morali e alla
realizzazione dei piani di vita dei cittadini in quanto persone libe-
re ed eguali.
In realtà, Peguaglianza più o meno approssimativa di potere e
capacità tra decisori razionali interessati a prendere decisioni ra-
gionevoli, e quindi morali, potrebbe anche assumere un profilo
diverso. Certo, È necessario che il concetto centrale di persona, sul

188
quale si regge l'intera teoria, sia tanto neutrale da poter essere ac-
colto anche nella prospettiva di visioni del mondo alternative. Ciò
non impedisce, tuttavia, di ipotizzare che per le parti contraenti i
rapporti di dipendenza possano essere sia costitutivi e non acci-
dentali, sia condivisi da tutti - dal momento che la vita di chiun-
que passa da uno stato iniziale a uno finale di dipendenza. Di fat-
to, nella tradizione del contratto sociale le parti vengono però co-
stantemente raffigurate quali attori razionalmente competenti, si-
mili a quegli individui “liberi, eguali e indipendenti” che vivono
nello stato di natura immaginato da Locke. Si tratta di un'ipotesi
che ritorna anche nel contrattualismo contemporaneo: se i deci-
sori razionali che in Ravvls si candidano a definire gli orientamen-
ti di valore generalizzabili possono nutrire la fondata convinzione
che il loro campo visivo non È condizionato o pregiudicato da al-
cuna forma significativa di asimmetria o dipendenza, per Gauthier
le persone con bisogni inusuali o menomazioni non sono sempli-
cemente “parte del rapporto morale basato sulla teoria contrat-
tualista”.l
Il fatto che le persone abbiano titolo a essere considerate mem-
bri collaborativi o partner sociali affidabili solo quando sono sog-
getti e destinatari di diritti e doveri improntati a una logica di sim-
metria e reciprocità È qualcosa di profondamente connaturato al-
la struttura del discorso contrattualista. Liidea infatti È che il con-
tratto possa rappresentare l“unico medi um che nelle società com-
plesse garantisca una qualche forma di “solidarietà tra estranei”
(Habermas) in quanto le persone, sottoposte alla riorganizzazio-
ne normativa delle relazioni giuridiche sviluppata sotto la pres-
sione delle relazioni di mercato, saranno disposte a osservare le re-
gole che hanno scelto solo quando ritengono che la cooperazione
sia di mutuo beneficio. Liinclusione nella situazione inùiale di sog-
getti (singolari o collettivi) dai quali ci sia verosimilmente poco da
aspettarsi in termini di vantaggi o di utilità sarebbe estranea alla
logica di stabilizzazione delle aspettative comportamentali che do-
mina i modelli di tipo contrattualistico. Se le persone instaurano

l _ _ _
1. D. (iauthier. Morri/ l'r_-ti _-1gri'rvrrtvrr.t, U:-:lord llniversitv liress. Nevr Viirl-t 1986, p. 18.

189
rapporti di cooperazione per scambiarsi beni e prestazioni in con-
dizioni di reciprocità, È verosimile che il loro “lealismo” vada a co-
loro da cui si aspettano di ricavare dei benefici e non a coloro che
addosserebbero alla cooperazione sociale oneri (magari anche giu-
stificati ma) distribuiti in maniera asimmetrica. Non sorprende
dunque scoprire che le norme che meritano di riscuotere appro-
vazione in queste condizioni non vadano affatto nella direzione di
una morale della pari responsabilità solidale verso chiunque, poi-
che le sole ragioni che possono convincere un attore a risolversi
per una vita morale sono quelle conciliabili con la riserva menta-
le di chi vorrebbe poter sempre verificare se questa prassi È re-
munerativa nella prospettiva del suo particolare piano di vita.
Se È vero che i deteriorati rapporti di solidarietà non possono
essere rigenerati limitandosi a tutelare i diritti alle prestazioni bu-
rocratico-assistenziali legittimamente pretesi da singoli utenti iso-
lati oppure fornendo sostegno alla promozione di determinate po-
litiche previdenziali, È meglio affidarsi alle qualità pragmatiche
della giustizia contrattuale: solo su questa base le scelte individuali
possono per un verso evidenziare forientamento a una simmetri-
ca ed eguale considerazione degli interessi, e per l'a1tro non spez-
zare il legame sociale di tutti quelli che sin dall'inizio vogliono (e
possono) orientarsi alliintesa. Nel contesto di questa impostazio-
ne, feguaglianza tra le parti assume un ruolo decisivo, poiche ren-
de ragione delle motivazioni che inducono degli egoisti razionali
a impegnarsi performativamente nelfinterazione: la simmetria e
reciprocità degli interessi tra eguali puù superare le distanze altri-
menti incolmabili tra estranei perche trasforma l'affidamento per-
sonale in un “affidamento di sistema”_2 E quindi importante com-
prendere come tale assimzione di eguaglianza imponga di lascia-
re da parte alcune importanti questioni di giustizia, in particolare
la giustizia nei confronti di persone gravare da dipendenze e vul-
nerabilità. Si puù capire perche i pensatori del contratto sociale
classico abbiano lasciato in sospeso questi problemi, dal momen-

2. A. Baier, Mrirril Prr=_;trrrlir'c_t, iiarvrird llniversitv Press, (.aml:iridge ll*-f'1ass.l 1994, p. 184
sgg_

190
to che la lotta per la “libertà dei moderni” contro i vincoli sociali
di tipo cetuale che caratterizzavano le società protomoderne spie-
ga la scelta di focalizzare liattenzione sugli esseri umani approssi-
mativamente eguali per poteri e risorse, individui che non sono
dominati da nessun altro individuo, ne sono asimmetricamente di-
pendenti da altri.3'

3. Questa restrizione del campo visivo È pero attualmente impos-


sibile da giustificare. Per cominciare, si potrebbe osservare che la
scelta di assimilare le questioni morali ai modelli procedurali di
una razionalità rispetto-allo-scopo crea non poche difficoltà a una
strategia di fondazione che intenda impedire esclusione e tratta-
mento diseguale, cioÈ da un lato l'esclusione selettiva o ingiustifi-
cata di certe persone, per esempio quelle dalle quali non ci si pos-
sa aspettare controprestazioni, dallidtro favorire il privilegiamen-
to di determinati interessi, per esempio quelli che si rivelano fun-
zionalmente necessari a incrementare il saldo positivo di benesse-
re prodotto dal sistema di commercio degli individtti privati. Se È
razionale accollarsi degli obblighi solo quando vi È la ragionevole
aspettativa che il patto sociale preveda un guadagno o implichi
una contropartita, È difficile che i limiti della ragione strumentale
possano essere trascesi nella direzione di un orientamento mora-
le volto alla solidale responsabilità verso chiunque. E si potrebbe
inoltre osservare come la figura del “free rider”, cioÈ di chi si im-
pegna nella prassi comune solo con la riserva mentale di infran-
gere gli accordi alla prima occasione per lui favorevole, dimostri
come un mero accordo d'interessi non sia mai in grado, di per sé,
di fondare obblz`gazz'om'_ Per esempio, non È in grado di spiegare

3. Le parti contraenti di Ratvls sono ovurtqtie iiiiniaginate come adulti razionali, app ros-
simativamente simili nei bisogni, e cap aci di tm livello “nonnale” di cooperazione soci ale e
di produttività. In Liberafttino pr.u'i'ir'cr.› come in Urrri reorilzi della giustizia, Rav.-*ls stabilisce che
le parti nella posizione originaria sanno che le loro “ doti innate come la forza e l`intelligen-
za” rientrano “nei limiti della normalità” (cfr. _l. Ratvls, Li'f;›ei'ali1trrrt.› prili`rr`co, 1993, Edizioni
di Comunità, Milano 1994. p. 391. In Lr}l2erali'.i'rrrri ,t›rit'r'rr'r'ri, inoltre, le parti rappresentano cit-
tadini che sono descritti come “membri pienamente cooperativi della società per tittta la vi-
ta” o “come membri nomi ali e pienamente cooperativi della società per tutta la vita” 1 pp. 35,
36, 162 e altrove). La “questione fondamentale i.lella filosofia politica”, nella stia teoria, È
“qttella di concepi re gli eqiii termini di cooperazione fra persone cosi concepite” (ivi, p. 1621.

191
quel carattere vincolante degli obblighi morali che va al di là di
prescrizioni semplicemente prudenziali né sembra in grado di pro-
durre (retrospettivamente) sentimenti di disapprovazione interio-
rizz__ata.'*
E precisamente a difficoltà di questo genere che ha inteso rea-
gire l“etica della vulnerabilità proposta da Butler. Se ci si pone nel-
la prospettiva “di una comune vulnerabilità, di una comune fisi-
cità e di un comune rischio - anche quando “comune”, come sug-
gerisce Lëvinas, non equivale a “simrnetrico'”,5 le persone cessa-
no di essere oggetto di considerazione morale solo in quanto
espressione di interessi, e il legame sociale che nasce dal ricono-
scimento reciproco non si esaurisce nelle nozioni di contratto,
scelta razionale e massimizzazione del profitto, del vantaggio o
de1l'interesse. Se applicato a livello sociologico, il contrattualismo
viene a mancare di una controparte nei confronti delle pretese e
delle vulnerabilità individuali, che per chi vive una “vita disegua-
le ” rappresentano la base della prospettiva di valore a cui ispirarsi
per giudicare i “vincoli” morali alla base delfinterazione sociale.
La vulnerabilità, intesa come “condizione generalizzata dell“inte-
ra comunità umana” ,9 impone di ripensare la morale sulla base di
una universalizzazione della relazione asimmetrica, in cui liasim-
metria si rivela come un rapporto universale e universalmente re-
ciproco. Nella vulnerabilità si incarna una potenza intersoggetti-
va che precede e fonda la soggettività degli interlocutori e che non
È fondata sulla reciproca assunzione altrui da parte di tutti i par-
tecipanti.
Se a unire le persone non È necessariamente un'interuione di-
retta, ma invece una comune esposizione e vulnerabilità dell'altro,
che costituisce “una prima rivendicazione etica” e rappresenta il
presupposto della “nostra condizione politica”, che dobbiamo
“imparare a gestire - e onorare - al meglio” ,È diventa difficile esclu-

4. _]_ 1-labermas. “lina considerazione genealogica sul contenuto cognitivo della morale”,
in L'i`rr.-avisriiiic iIr=!}'rii'rrri (19961, Feltrinelli, lvlilano 1998, pp. 28-29.
5. _l. Bilder, (.`rr`i'r`o:r rlrvlla iirrilrrirzri r*ri'r.rt 1201151. Feltrinelli, lvlilano 211116. pp. 135-136.
6. Ivi, p. 115.
7. lvl, P. -516.

192
dere dalla comunità inclusoria degli aventi pari diritti tutti coloro
che, per un lungo periodo, o per liintera loro vita, sono marcata-
mente ineguali per quanto riguarda il loro contributo produttivo
o che vivono in condizioni asimmetriche di dipendenza. Nelle teo-
rie a orientamento contrattualista, tali individui sono assenti dal
gruppo contraente e i loro bisogni non hanno peso alcuno riguardo
alla scelta dei principi politici fondamentali compiuta dalle parti.
E neppure - se si concepiscono le parti che negoziano per il van-
taggio reciproco con coloro che, in quanto “ membri normali e pie-
namente cooperativi della società per tutta la vita ”,“ si trovano al
loro stesso livello - sulla loro concezione dei beni primari della vi-
ta umana. In questo modo, questioni di importanza cruciale per
una società decente, come la ripartizione delle cure e i costi sociali
necessari a promuovere la piena inclusione dei cittadini disabili,
vengono esclusi sin dall'inizio dal campo visivo oppure rinviati a
decisioni successive, quasi si trattasse di altrettante “cambiali in
bianco” da onorarsi in futuro.
L'individuo che si pensa autonomo entra in relazioni che sono
tipiche di agenti autonomi, che accettano più o meno esplicita-
mente il presupposto di una simmetrica ed eguale considerazione
degli interessi. “Ma che dire delle relazioni che si hanno con co-
loro che non sono ancora capaci, non sono più capaci o non sa-
ranno mai capaci di reciprocità?”“ Anche bambini, portatori di
handicap, adulti con menomazioni mentali sono cittadini la cui
particolare vulnerabilità crea aspettative e diritti che equivalgono
ad altrettante pretese morali, dotate di un carattere specificamen-
te obbligante che va al di là di prescrizioni dettate da semplice op-
portunità nonostante manchi a tali soggetti la possibilità di offri-
re controprestazioni o anche solo, talvolta, di cooperare. In effet-
ti, non È plausibile trattare la menomazione temporanea come un
caso isolato, rispetto al quale il reddito e la ricchezza sono alter-
native inadeguate al benessere. Come sottolineato anche da Sen,
le differenze e le asimmetrie nelle necessità fisiche non sono sem-

_l. Rav.'ls, Lr'i›ei'afr.trrrti pri/r`rrrr_i, cit., pp. 20, 21, 183 e altrove.
;~.op:- Bagnoli. L'trrirrir.r?ri tfr*/iii rrrrirrrfc, Feltrinelli. lVliliiitii2111)?, p. 53.
'il-ill.

193
plicemente casi isolati o evenienze sfortunate, ma un fatto che per-
vade la vita umana. Ora, se l“esposizione, Fespropriazione o la vul-
nerabilità non implicano lo smarrimento di un fondamento sog-
gettivo dell'eti ca, ma al contrario “la condizione specifica delfin-
dagine morale, la condizione per cui la moralità stessa emerge”,m
la piena inclusione di persone con menomazioni comporta la di-
sponibilità non solo a rinunciare al proprio vantaggio, ma anche a
quello aggregato di tutti i singoli aderenti, poiché significa coo-
perare con persone con le quali sarebbe possibile e (forse persi-
no) vantaggioso non cooperare affatto. Ma se si volesse davvero
prendere sul serio l'inclusione di individui la cui capacità di inte-
razione varia non solo in relazione a gradi diversificati di intimità.
ma anche a certe asimmetrie, dipendenze e fragilità, ciò signifi-
cherebbe tracciare un contorno della razionalità pratica cosi lon-
tano dall'idea del contratto per il vantaggio reciproco da rendere
superflua la metafora del contratto sociale.
Sostenere, con Butler, liidea che la morale consiste in un di-
spositivo specifico di tutela contro la vulnerabilità specifica delle
persone, che non ammette livelli di comparazione rispetto a un
qualche parametro presuntivamente “oggettivo”, significa intro-
durre un'idea di legame sociale che taglia i ponti con le illusioni
di controllo e padronanza che, nel paradigma contrattualista, por-
tano un individuo razionale a decidere, secondo le proprie prefe-
renze, se dispone di un motivo razionale per aderire alla comunità
morale. Porre la vulnerabilità al cuore del legame sociale significa
invece ricordare che il genere di reciprocità in cui gli individui so-
no coinvolti puo essere certo definito alla luce di attese normati-
ve di comportamento improntate alla simmetria e persino alla fe-
lice concordanza degli interessi, ma anche, e necessariamente, al-
la luce di momenti- talvolta solo transitori, talvolta persistenti-
in cui i problemi di coordinamento tra esseri che dipendono dal-
Finterazione sociale risultano segnati da relazioni caratterizzate da
urfasimmetria più o meno acuta - e che questo È un aspetto del-
la vita che dovrebbe essere ricompreso nella situazione in cui as-

1t)._]. Butler, (_:-.vtcri deliri i.-rrilrrrun ritiri, cit., p. 1?.

194
sumiamo il ruolo delle parti contraenti incaricate di progettare isti-
tuzioni giuste.“ Laddove llassunzione contrattualistica di fondo
consiste nell`idea che i corsi d“azione passibili di regolazione nor-
mativa possano essere modellati, in definitiva, solo nella prospet-
tiva della prima persona delliindividuo che agisce, il discorso di
Butler parla invece a favore di unietica dell'essere in relazione, ori-
ginariamente vulnerabile e dipendente, non solo perché il ciclo
consueto della vita umana comprende periodi di estrema dipen-
denza, durante i quali la nostra funzionalità È molto simile a quel-
la che sperimentano per tutta la propria vita le persone con disa-
bilità mentali o fisiche, ma perche ciascuno di noi È sin da sempre,
cioÈ sin dai legami primari, vincolato a norme e aspettative che de-
vono la loro direzione specifica e il loro orientamento al genere
stabilito di integrazione sociale.

4. Il discorso di Butler non si limita cosi a ricordarci come sia ne-


cessario che il tipo di socialità che È pienamente umano debba in-
cludere anche le relazioni che presentano un“asimmetria più o me-
no estrema. Ma esprime piuttosto liintuizione secondo cui È pro-
prio a partire dalle relazioni non siinmetriche che È possibile af-
fermare i presupposti di “una prima rivendicazione etica”.l2 La
valenza morale che si esprime nella vulnerabilità non si esaurisce,
come puù accadere per la nozione di benessere individuale, nel-
l”idea di ciù che È razionale desiderare da parte di un individuo, e
neppure su una relazione con altri affidata a un rapporto di com-
plementarità, quasi che l'autorità che abbiamo su noi stessi do-
vesse dipendere dall”autorità che riconosciamo agli altri. L'espo-
sizione e la vulnerabilità dellialtro convocano ciascuno a un im-
perativo di responsabilità che precede lieffettivo ascolto del biso-

11. Una considerazione del genere porta E.E Kittav, iti l_oi:e'.r Labor: Er.rayr iii lfforrrrvr,
Eqrrafiijii, rriial Depeirdeircji, Routleclge, Nevr York 1999, p. 77, a sostenere che “la condizione
di dipendenza deve essere presa in considerazione sin dall“inizio in ogni progetto di teoria
egualitaria che ponga tra i suoi obiettivi l`aspirazione a essere inclusiva nei confronti di tutte
le persone”. Tuttavia, come osserva lvl. 1'\lussbatun in (ii`ii_rriÉr_'ii_t .rrir'i1rri.(r=* e ti't`grir`rii rirrrrrrirr (il ivlii-
lino, Bologna 211112, p. 118) “questo potrebbe corriportare il fat to che la teoria non puo esse-
re affatto di tipo contrattitalisia”.
12. _). Biii1er,(.`rri'.*`irtti'e!lir i-r'oi'rvrzrt ruirt, cit., p. 46.

195
gno: non si tratta più di porsi la domanda astratta, che si chiede
“che cosa È nell'eguale interesse di tutti”, ne la domanda conte-
stualmente concreta, che si chiede “che cosa È meglio per noi”,
ma di mostrare che la dipendenza, appartenenza e relazionalità
della nostra identità pratica, che derivano dal nostro status di es-
seri che si formano in una relazione di dipendenza, possono spin-
gerci in direzione di una struttura della relazionalìtà fondata non
più sul contratto, come nel paradigma politico moderno, ma su
vincoli prepolitici che questo paradigma esclude intenzionalmen-
te: dipendenza, passività, relazionalità_
Per rendere giustizia alla fenomenologia delfobbligazione nor-
mativa, È necessario che la condizione di vulnerabilità e dipen-
denza, che impronta i rapporti primari ed È tipica di comunità so-
lidaristiche piccole o si estende ad ambiti di vicinanza ristretti, ven-
ga estesa e generalizzata alle questioni pubbliche e alle scelte po-
litiche. Ciò significa, per esempio, aprirsi all°amore come catego-
ria politica, se È vero che “essere trascinati dall'amore significa non
sapere perché si ama nel modo in cui si ama, farsi trascinare e co-
stringere dalla nostra stessa opacità, dalle zone d“ombra e di non-
conoscenza”.1i Come ha sostenuto Iris Murdoch, lo sguardo amo-
roso nasce dal riconoscimento dell“altro come altro, a prescinde-
re dai desideri e dalle aspettative che possiamo nutrire nei suoi
confronti.“ Se la relazione morale È personale, È una forma di at-
tenzione che rende conto in modo distintivo delle relazioni spe-
ciali, intime e solidali generate dalla prossimità. Il fatto, come di-
ce Kittay, che tutti noi siamo “figli di una qualche madre” e vivia-
mo all'interno di una rete di relazioni di dipendenza, sembra per-
ciò dover rappresentare il concetto guida del pensiero politicofii
Ma l“essere “figli di una qualche madre” È una metafora adegua-
ta per rappresentare il cittadino in u.na società giusta? Affetti e sen-
timenti sono in grado di suscitare solidarietà una volta che si sia-
no superati i confini della propria comunità morale?

13. 1vi,p_ 139.


14. I. Murdoch, E.i'r'i'!r*trzrrilr1i'ri`eirrrÃi'ri't't'(19991, il Saggiatore. lvlilano 211116.
15. EF. Kittajv, Lrii.*r*'r Lafrrii', cit., cap. I, parte Ill, sulle strategie politiche dal titolo .friirrrt
il/lrirlir*r'.r Ufv`irl.

196
Certo: i sentimenti morali giocano un ruolo essenziale nella ge-
nesi e nella costituzione dei fenomeni morali. Vi sono disposizio-
ni all`agire le quali generano conflitti nel comportamento che non
verrebbero neppure avvertiti come questioni suscettibili di rilie-
vo morale se non avessimo la percezione che la vulnerabilità di una
persona viene lesa o minacciata. I sentimenti, inoltre, ci fornisco-
no una bussola in grado di orientarci sul singolo caso moralmen-
te rilevante, spostando la nostra attenzione dall““altro generaliz-
zato” all'“altro concreto” .li Infine, oltre che nelliapplicazione del-
le norme morali, i sentimenti giocano un ruolo importante anche
nella loro fondazione. Liempatia, la capacità di immedesimarsi con
individui socializzati in una forma di vita estranea o dissonante, È
come minimo il presupposto emozionale per un'assunzione di ruo-
lo ideale che richiede a chiunque di accettare la prospettiva di tut-
ti gli altri. Si tratta di una disposizione cognitiva che ci rende sen-
sibili alla “differenza”, cioÈ alla singolarità e alla particolarità del-
l'altro che rimane aggrappato alla sua alterità. In Butler, tuttavia,
il sentimento capace di fondarsi sull“esperienza di una prossimità
che supera la distanza da un altro riconosciuto nella sua differen-
za, iri un intreccio di autonomia e dedizione che demanda le pre-
stazioni di solidarietà a proiezioni che sembrano tratte dalla strut-
tura familiare, chiede che anche le esigenze funzionali delle società
moderne possano essere soddisfatte secondo il principio della ri-
petizione del modello. Liidea che a dare origine a pretese morali
incondizionate via sia il legame strutturale tra dipendenza e vul-
nerabilità” sembra cosi plausibile solo a condizione di operare
delle generalizzazioni basate sui sentimenti intrinseci ai rapporti
di cura tipici delle relazioni familiari e resi necessari dall'asimme-
tria madre (o figura di accudimento)-bambino.

l _
16. Cit. Benhabib, 'lifae gerrrirarùzerl ritiri the corrcrere oi'l:fer: The Kriùlbrvg-Gƒfligarr corr-
rrouerry avra' ƒerrri`irr'.ri' rberiijt, in Benhabib e D. Cornell la cura dil. Ferriirifrrrr ar (_`rt`rr'rrrte,
University of Minnesota Press, lvlinneapolis 1987, p. 87: “Trattandoti in annonia con le re-
gole clelfainicizia, delliamore e della ctira, io confermo non solo la tua rirrrrriifrti, ma anche la
tua iiidiiiitlirrifitri umana”.
17. Secondo Butler, l_'_`rr`i'r`r.u rfellri i_v'r.i!rvr;,*rt crriri, cit., pp. 135 e 134, solo l`esperienza “di
tma vulnerabilità e di una dipendenza di citi non possiamo sliarazzarci” può costituire “la ba-
ili un senso di responsal:-ilitii”.

197
Il fatto È che nella modernità i rapporti di parentela non rap-
presentano più le strutture portanti delle relazioni intersogget-
tive. Quando si trasferisce fasimmetria del modello genitori-bam-
bino alla simmetria delle relazioni tra controparti in un comune
mondo sociale, la distinzione tra cura paternalistica e cura re-
sponsabile può allora diventare evanescente e trasformare l"al-
tro in un mero “oggetto” di cura. Finché la vulnerabilità resta
associata alla dipendenza, il “prendersi cura” prevede liesercizio
di poteri discrezionali che possono sempre scadere in forme di
relazione viziate dall'abuso della fiducia. Non solo la reciprocità
non È in contrasto con liintimità di certe relazioni ma anzi, al con-
trario, ci mette sull'avviso nei confronti di certi “vizi dell'inti-
mità” come il paternalisino, la prevaricazione e tutta una gam-
ma dì atteggiamenti deresponsabilizzanti. Si potrebbe forse ipo-
tizzare, rovesciando la prospettiva di Butler, che non siano la
prossimità, la dipendenza e la vulnerabilità a essere fonti di ob-
blighi speciali capaci di disconnettere le prestazioni dalle ri-
compense: la validità dei giudizi morali andrebbe misurata piut-
tosto sulla natura inclusiva di un accordo raggiunto tra individui
disponibili a ridefinire il concetto polrfico di persona in base a
un processo di graduale inclusione di quelle aree della vulnera-
bilità all'origine di forme di socialità che non rientrano nelle re-
lazioni di tipo simmetrico previste dal modello contrattualista
dominante.
Può darsi che aggiungere il bisogno di cu ra di chi È particolar-
mente vulnerabile alla lista ravrlsiana dei beni primari, con cepen-
do la cura come parte dei bisogni fondamentali dei cittadini, li* non
sia sufficiente e forse neppure possibile, poiché l`inclusione nella
situazione iniziale di persone incapaci di fornire adeguate contro-
partite andrebbe in senso contrario alla logica di una relazione di
tipo contrattualistica. Oppure che possa invece essere sufficiente
incorporare, nella concezione politica della persona, il riconosci-
mento del fatto che razionalità e socialità sono capacità transito-
l -_ _ _ _ _
18. (_onie propone per esempio E.F_ Kittav, Lr.›tir*'_r Lrifrrir. cit., pp. 1112-1113. Per le obie-
zioni a questa proposta, cfr. 11.11.11. Nussl:iauin, Le irrrr.iiir*ƒrriiiri`rrr* tir*/fit giiirtfziii 12111161, il Mit-
lirici, Btiliigutl 211117, p. 159 agg.

198
rie inteivallate da periodi più o meno lunghi di dipendenza. O che
la dottrina del contratto spieghi una parte sola della moralità, per
cui sarebbe necessaria una teoria diversa o complementare per af-
frontare le situazioni di dipendenza estrema e di più acuta vulne-
rabilità. Oppure infine che sia più opportuno concepire gli atteg-
giamenti di cura e amore come una forma separata di riconosci-
mento sociale, che consiste nella cura amorosa per il benessere del-
lialtro alla luce di bisogni individuali e che coesiste con il rispetto
di sé basato sui diritti giuridici e con liautostima radicata nell'ap-
prezzamento sociale circa il valore del proprio lavoro. Ogni con-
testazione moralmente significativa potrebbe perciò essere rap-
portata singolarmente a ciascuna di queste tre componenti_'“ Re-
sta il fatto, difficile da contestare, che il problema della distribu-
zione della cura nei confronti di vite diseguali soggette a vulnera-
bilità e dipendenza È anch'esso una questione di giustizia - ed È
per questo che l'etica della vulnerabilità non dovrebbe contesta-
re alla morale della giustizia il suo rango, e neppure funzionare da
elemento scenico per riempire i vuoti della teoria contrattualista.
Dovrebbe piuttosto renderle un servizio critico, anche per far sva-
nire le reciproche prevenzioni di teorie basate sulla rigidità degli
interessi precostituiti da un lato o, dallialtro, sulla indetermina-
rezza di una prospettiva per la quale il superamento delfegoismo
trova un'eco nella costituzione ontologica dell“uomo. La forza con-
ciliante della solidarietà con chi patisce, con la sofferenza di crea-
ture vulnerabili e abbandonate, accesa e alimentata da sentimen-
ti morali nei quali È insito il senso di giustizia, non può pregiudi-
care l'eguale rispetto per ognuno. Ma dovrebbe, piuttosto, moti-
vare il passaggio dall'amor proprio alla dedizione per il prossimo
e mediare l'eguale rispetto per ciascuno con la solidarietà di cia-
scuno verso tutti senza che vadano perduti i vincoli profondi tra
solidarietà e giustizia.

rm
19. A. llonneth, Lori'.-rr per il tritiirri_i*rr'rrrcrrrti 119921, il Saggiatore, Milano 211112, e Id., Re-
rli'rrri'}viizi`riiir* r'r.›rrrc r."rr_vro_rrr`_vrritto, iti A. llonneth, N. Fraser, l¬ìt*i.'i`.riPrr't'vriz.t`tiiir* ti rr'cottti.rci'-
rrrr'vrrr_+i* Uiitt criii!roi:rvi't'i't po/ri*r'rr.ij'i'íti.i'r_q;'.i`rri 1211113), Nleltemi, Roma 211117.

199
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