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Nuova Umanità

XXXV (2013/4-5) 208-209, pp. 565-569

L’EUROPA UNA E MOLTEPLICE DI MORIN E CERUTI

Silvio Minnetti

Terra di tradizioni locali, di università, fondate nel Medioe-


vo, intese come grandi centri di sapere e di pensiero, l’Europa ha
prodotto una cultura, appunto europea, del tutto peculiare come
spazio indiviso e conflittuale, uno e molteplice. Filosofia, scienze,
pensiero politico, lettere, poesia, romanzo, arte, musica sono il suo
fondo comune. Questo è lo sfondo sul quale ragionano Edgar Mo-
rin e Mauro Ceruti1, autori di La nostra Europa.
Le tesi che vi sono contenute presuppongono la conoscenza della
vasta opera precedente di Morin, dedicata alla riforma del pensiero.
Morin la spiegò in I sette saperi necessari all’educazione del futuro2.
In sintesi: studiare i processi della conoscenza, capace di cogliere i
problemi dai punti di vista particolare e globale, così da situarli in un
contesto e in un insieme; insegnare la condizione umana: comples-
sità di identità, unità e diversità umane; insegnare la storia dell’era
planetaria, iniziata nel 1492, che oggi ci induce a vivere un destino
comune; non nascondere i problemi, le incertezze, gli errori, i dubbi
e i limiti delle diverse discipline e spiegare le strategie per superare
le difficoltà; insegnare la comprensione umana, che «è nel contempo
il mezzo e il fine della comunicazione umana»3�, «una delle basi più
sicure dell’educazione alla pace»4; studiare la genesi dell’incompren-
sione e del pregiudizio; affermare un’etica planetaria, una «antropo-
etica» con la quale l’umanità possa sentirsi un’unità nella Terra-Pa-

1 
Cf. E. Morin - M. Ceruti, La nostra Europa, Raffaello Cortina, Milano 2013.
2 
Cf. E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cor-
tina, Milano 2001.
3 
Ibid., p. 14.
4 
Ibid., p. 15.

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tria, dove poter «stabilire una relazione di reciproco controllo fra la


società e gli individui attraverso la democrazia»�5.
Si tratta di una riforma per una società-mondo più equilibra-
ta, fondata sulla responsabilità e sulla solidarietà tramite un’etica
comune. Una riforma del pensiero necessaria come conoscenza
nuova che superi la separazione delle discipline, presente nella no-
stra epoca, e che sia capace di formare gli educatori a un pensiero
della complessità. L’esperto per professione, infatti, sta perdendo
la capacità di comprendere il globale, come il cittadino sta perden-
do, di conseguenza, il diritto alla conoscenza. Già nel 2000 veniva
evocata la metafora della «testa ben fatta» di Michel de Montaigne
rispetto alla «testa ben piena»�6. La riforma dell’insegnamento e
del pensiero di Morin vorrebbe proprio rispondere alle formida-
bili sfide della complessità e della globalità nella vita quotidiana,
sociale, economica, politica, nazionale e mondiale. Ciò si potrebbe
conseguire attraverso un innovativo programma di umanizzazione
della polis, risultante dalla simbiosi tra le diverse civiltà planetarie,
scegliendo il meglio di ciò che ciascuna ha da offrire.
Per comprendere le minacce più gravi per l’umanità, minacce
legate al progresso cieco e incontrollato della conoscenza (armi
termonucleari, manipolazioni genetiche, squilibrio ecologico ecc.),
serve un pensiero complesso, capace di organizzare diversamente
la conoscenza per riconoscere errori, ignoranza e cecità, pericoli
che hanno un carattere comune.

Di fronte alla complessità del mondo in cui viviamo e


alle sue contraddizioni, la conoscenza non può essere
esclusivamente specialistica e frammentaria. Purtroppo,
nella tradizione occidentale ha sempre prevalso il Di-
scorso sul metodo di Descartes, per il quale conoscenza
significa separare, in nome di un metodo analitico il cui
risultato finale nasce dalla somma di tanti frammenti7.

Ibid., p. 122.
5 

Cf. E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del


6 

pensiero, Raffaello Cortina, Milano 2000.


7 
E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, cit., p. 12.

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A Descartes, Morin preferisce Pascal:

Questi, ricordando che non si può separare la parte dal


tutto, il particolare dal globale, propone un andirivieni
continuo tra i due poli, integrando la conoscenza di tipo
analitico in una sintesi tra i due poli, integrando la cono-
scenza di tipo analitico in una sintesi più vasta8.

Citando l’autore dei Pensieri, Morin ricorda che «il cuore ha le


sue ragioni che la ragione non conosce»9, motivo per cui occorre
impiegare la razionalità ma tenendone ben presenti i limiti e supe-
rando decisamente la logica puramente quantitativa degli ultimi
secoli:

Il pensiero complesso è consapevole in partenza dell’im-


possibilità della conoscenza completa. Uno degli assiomi
di complessità è l’impossibilità, anche teorica, dell’on-
niscienza. Riconoscimento di un principio di incomple-
tezza e di incertezza. Il pensiero complesso è animato da
una tensione permanente tra l’aspirazione a un sapere
non parcellizzato […], e il riconoscimento dell’incom-
piutezza e della incompletezza di ogni conoscenza10.

La nostra Europa ci presenta, nell’ottica di questo pensiero


complesso, un’Europa in crisi ben prima che si manifestasse quel-
la mondiale del 2008. Difficoltà nell’unificazione metanazionale
e nell’integrare i Paesi liberati dall’Impero sovietico. La Grande
Crisi o Grande contrazione del 2008-2013 rischia di disgregare
l’Europa stessa. Serve una politica di salvezza in una realtà ambiva-
lente, intrecciata di barbarie e di civiltà, scongiurando il rischio di
paralisi e di dissoluzione di un progetto storico, avviato nel 1950:
l’Europa Unita.
L’antidoto proposto da Morin e Ceruti sta nella rinascita della

Ibid.
8 

B. Pascal, Pensieri, 277.


9 
10 
E. Morin, Introduzione al pensiero complesso, trad. it. Sperling & Kupfer,
Milano 1993, p. 3.

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cultura e della politica europee nel tempo della globalizzazione. La


piccolezza dell’Europa, oggi, è figlia della sua grandezza storica.
Realtà geografica e culturale una e molteplice, la storia d’Europa
è una storia di metamorfosi. Eppure l’Europa moderna unifica il
mondo. Storia di Stati nazionali e di guerre di religione, nell’Euro-
pa moderna non vi è comunità di destino. Ma negli anni Cinquanta
è sorto un nuovo paradigma. È nata anche un’Europa dei popoli,
sovranazionale, con identità locali rigenerate. Teatro di pulizie et-
niche nell’Europa centro-orientale, nel 1989 è iniziata una nuova
metamorfosi attraverso l’integrazione nell’Unione Europea. È in-
dubbio che l’Europa è oggi in pericolo e che rischia la paralisi e la
disgregazione, a causa di nazionalismi e localismi. Essa ha dunque
bisogno urgente di nuova metamorfosi attraverso un progetto po-
litico, appunto europeo.
La globalizzazione ha trasformato tutte le nazioni europee in
senso multiculturale. Occorrono nuove identità europee. L’iden-
tità europea è, infatti, una e molteplice. Un’Europa aperta al Me-
diterraneo è storia di antagonismi, di scambi, incontri e meticciati
ma anche di universalismi. Manca ancora una politica comune me-
diterranea mentre il Mediterraneo è oggi al centro di una grande
linea sismica. L’integrazione energetica fra Europa, Africa setten-
trionale, Medio Oriente può far nascere un nuovo paradigma, ad
esempio, nella geo-politica verso una fraternità non più solo euro-
pea, ma più ampia, euro-mediterranea. Il Mediterraneo problema-
tizza l’Europa, mentre siamo nell’età del ferro dell’era planetaria.
La nostra crisi è una crisi di civiltà, dei suoi valori e delle sue cre-
denze, della scienza economica, dello sviluppo, dell’unificazione
tecno-economica del mondo. Tutte le crisi dell’umanità planetaria
tendono a essere sottovalutate, scollegate l’una dall’altra, percepite
in modo inadeguato.
Spetta all’Europa in un mondo in crisi, essendo una e moltepli-
ce, rigenerare la problematizzazione dell’università, del pensiero,
della scienza, dell’umanesimo, della nostra relazione con la natura
e con l’universo. L’umanità è una e attraverso l’Europa può com-
prendere che la diversità è il tesoro dell’unità umana. Possiamo
dire anche che l’unità è il tesoro della diversità umana; possiamo
dire che tutti gli esseri umani condividono gli stessi problemi fon-

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damentali di vita e di morte. L’umanità è una comunità di destino


per cui la patria terrestre è concreta. Passaggio storico fondamen-
tale è l’identità europea che si deve integrare con l’identità terre-
stre. In tal modo l’Europa metanazionale, nata dalla resistenza alla
barbarie e dalla difesa della democrazia, figlia dell’improbabile,
può dare una spinta decisiva verso la fraternità universale. Altri-
menti, senza il coraggio delle classi dirigenti europee, l’edificio
nato nel 1950 crollerà.
Concludono Edgar Morin e Mauro Ceruti:

La metamorfosi è incompiuta, non siamo né bruco né


libellula. Lo sforzo decisivo è ancora da fare. A differen-
za del bruco-libellula noi abbiamo una consapevolezza.
Questo conta. Nella storia d’Europa il pensiero ha con-
tato. Non è né idealista né utopico supporre che oggi il
pensiero possa aiutare l’emergenza di un’Europa politi-
camente unita e attiva nel mondo. Ma il vero problema è
di sapere se la cultura e l’educazione oggi siano all’altez-
za di svolgere questo compito. Mai nella storia d’Europa
le responsabilità del pensiero e della cultura sono state
così tremende11.

11 
E. Morin - M. Ceruti, La nostra Europa, cit., pp. 169-170.

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