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Il teatro greco si articola a partire da un recinto centrale in cui viene rappresentato

lo spettacolo: l’orchestra (da orchéomai, “danzare”). Qui si esibisce il coro, il


gruppo di artisti che accompagna con la danza i canti dedicati alle divinità.
Dal momento che questa danza avviene in circolo, l’orchestra ha una forma
circolare.

Intorno a questo recinto è disposta la cavea (kóilon) per gli spettatori, un’assise
di forma semicircolare a gradoni che sfrutta la pendenza naturale del terreno,
permettendo una perfetta visibilità e un’ottima acustica da tutte le posizioni.

Dalla parte opposta dell’orchestra è collocata la skené, o edificio scenico, che


crea un luogo appartato dove gli attori cambiano costume e che costituisce una
sorta di sfondo fisso, richiamando l’immagine della facciata di un palazzo.

All’orchestra si accede tramite due accessi scoperti,


le páradoi (singolare párados), che separano l’edificio scenico dalla cavea.

Nel corso del tempo, il ruolo del coro perde importanza rispetto a quello dei singoli
attori. Durante il IV secolo a.C., l’edificio teatrale si adegua a questo cambiamento
dando sempre più spazio a una pedana rialzata davanti alla skené, il proskénion,
ossia il palcoscenico, dove gli attori si esibiscono
TRAGEDIA
L'etimologia della parola tragedia deriva dal greco τραγῳδία (tragodìa), più
precisamente dall'unione delle parole τράγος (trágos)= capro, agnello e di ᾄδω (á(i)dô)= io
canto, cioè "canto del capro", che veniva svolto durante i riti dionisiaci in cui era sacrificato un
capretto oppure veniva donato in premio un capro al miglior compositore di rappresentazioni
satiriche tenute durante i baccanali.
Un'altra origine etimologica, meno accreditata, sostiene che la parola tragedia derivi dal verbo
grecoτραγὶζειν (traghìzein ) = cambiare voce, assumere una voce belante come i capretti da
parte degli attori che rappresentavano personaggi satirici durante i riti dedicati a Dioniso al quale
il capretto era sacro.
Infine, un'ulteriore etimologia della parola tragedia si fa risalire ad una radice tar- che significa
letteralmente trapassare, penetrare ed in senso lato, ferire uccidere.
In ogni caso, la tragedia prima di divenire il nobile dramma tragico intriso di lutto e di sventura
reso immortale da Eschilo, da Sofocle e da Euripide, indicò originariamente l'aspetto di libidinosa
selvaticità, di sfrenato piacere del cibo, tipici degli antichi riti dionisiaci.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]


Nacque tra il 275 e il 270 in Campania[3], probabilmente a Capua[4], che dalla fine delle guerre
sannitiche godeva della cittadinanza romana senza diritto di voto (civitas sine suffragio). Altre fonti
individuano la sua nascita nell'antica città di Atella, in particolare nell'area che attualmente è la zona di
Nevano (da cui appunto prende il nome) del comune di Grumo Nevano[1]. Proveniva dunque da una
terra di cultura greca e latina assieme; era di stirpe italica (osca) e libero, a differenza del
contemporaneo Livio Andronico, schiavo di origine greca. Militò nelle file dell'esercito romano durante
la prima guerra punica (264-241)[5] e fu allora che ebbe occasione di approfondire la conoscenza della
cultura siceliota (ma anche magnogreca e greca in generale) militando nel presidio romano di stanza
ad Agrigento nel 254 a.C. È probabile che tornando dalla Sicilia portasse con sé copioni greci.[6].
Terminata la guerra, Nevio visse a Roma lavorando come poeta: fece rappresentare la sua prima opera
drammatica nel 235 a.C. Le scarse notizie conservate sulla sua vita e l'esiguo numero di frammenti
delle sue opere giunte fino ad oggi non permettono di ricostruirne dettagliatamente la vita e le opinioni
politiche; si configura tuttavia come un poeta indipendente, che, tramite le sue opere, seppe
manifestare pubblicamente la sua opposizione alla classe dominante[4]. È infatti rimasto noto il suo
scambio di invettive (altercatio) con la potente famiglia dei Metelli: alla notizia dell'elezione
al consolato scrisse Fato Metelli Romae fiunt consules, ovvero Per la rovina di Roma, i Metelli sono fatti
consoli, oppure Per volere del destino i Metelli sono fatti consoli a Roma (e dunque senza alcun merito
personale). Nevio è stato molto attento a non rendere chiaro l'insulto verso i Metelli, sfruttando il
termine Fato, che significa sia sorte sia sfortuna, e il termine "Romae" può essere inteso come locativo
o come genitivo. Si conosce anche la risposta data dai Metelli[7]: Malum dabunt Metelli Naevio
poetae, La mala sorte daranno i Metelli al poeta Nevio, ma anche "I Metelli daranno una mela al poeta
Nevio", giacché "malum" può essere inteso come "mālum", mela, o come "mălum", male, cattiva sorte.
In ottemperanza alla legge delle XII tavole che puniva i mala carmina, nel 206 a.C.[4] Nevio fu
imprigionato in Roma, dove, dal carcere, scrisse due commedie con le quali faceva ammenda delle
offese recate[8]; fu dunque liberato grazie all'intervento dei tribuni della plebe, e la sua pena fu
commutata in una condanna all'esilio: Nevio morì in Africa durante la seconda guerra punica attorno
al 201 a.C.[4].
Biografia[modifica | modifica wikitesto]
Dibattito sul nome e brevi cenni biografici[modifica | modifica wikitesto]
Il nome del poeta è fra i dati incerti. Gli antichi lo citano comunemente come Plautus, la forma
romanizzata di un cognome umbro Plotus. Nelle edizioni moderne fino all'Ottocento figura il nome
completo Marcus Accius Plautus. Questa forma è di per sé sospetta alla luce di considerazioni storiche:
i tria nomina si usano per chi è dotato di cittadinanza romana, e non sappiamo se Plauto l'abbia mai
avuta. Un antichissimo codice di Plauto, il Palinsesto Ambrosiano, rinvenuto ai primi dell'800 dal
cardinale Angelo Mai, portò migliore luce sulla questione. Il nome completo del poeta tramandato nel
Palinsesto si presenta nella più attendibile versione Titus Maccius Plautus; da Maccius, per errore di
divisione delle lettere, era uscito fuori il tradizionale M. Accius (che sembrava credibile per influsso di L.
Accius, il nome del celebre tragediografo). D'altra parte, il nome Maccius si presta a interessanti
deduzioni. Non si tratta certo di un vero nome gentilizio e del resto non c'è ragione che Plauto ne
portasse uno; si tratta invece di una derivazione da Maccus, il nome di un personaggio tipico della farsa
popolare italica, l'atellana. Questa originale derivazione deve avere un legame con la personalità e
l'attività di Plauto. È dunque verosimile e attraente ipotesi che il poeta teatrale umbro Titus Plotus si
fosse dotato a Roma di un nome di battaglia, che alludeva chiaramente al mondo della scena comica, e
quindi conservasse nei “tre nomi” canonici la traccia libera e irregolare del suo mestiere di
"commediante".
Varie fonti antiche chiariscono che Plauto era nativo di Sàrsina, cittadina appenninica dell'Umbria
romana (oggi in Romagna): il dato è confermato da un bisticcio allusivo in Mostellaria 769-70. Plauto,
come del resto quasi tutti i letterati latini di età repubblicana su cui abbiamo notizia, non era dunque di
origine romana: non apparteneva però, diversamente da Livio Andronico ed Ennio, a un'area culturale
italica già pienamente grecizzata. Si noti anche che Plauto era con certezza un cittadino libero, non uno
schiavo o un liberto: la notizia che svolgesse lavori servili presso un mulino è un'invenzione biografica,
basata su un'assimilazione tra Plauto e i servi bricconi delle sue commedie, che spesso vengono
minacciati di questa destinazione.
La data di morte, il 184 a.C., è sicura; la data di nascita si ricava indirettamente da una notizia
di Cicerone (Cato maior 14,50), secondo cui Plauto scrisse da senex la sua commedia Pseudolus.
Lo Pseudolus risulta rappresentato nel 191, e la senectus per i Romani cominciava a 60 anni. Probabile
quindi una nascita fra il 255 e il 250 a.C. Le notizie che fissano la fioritura letteraria del poeta intorno al
200 quadrano bene con queste indicazioni. Dobbiamo immaginarci un'attività letteraria compresa fra il
periodo della seconda guerra punica (218-201 a.C.) e gli ultimi anni di vita del poeta: la Casina allude
chiaramente alla repressione dei Baccanali del 186 a.C
Lo schema delle commedie[modifica | modifica wikitesto]

Prima delle commedie vere e proprie, nella trascrizione manoscritta c'è quasi sempre un argumentum,
cioè una sintesi della vicenda. In alcuni casi sono presenti addirittura due argumenta, e in questo caso
uno dei due è acrostico (le lettere iniziali dei singoli versi formano il titolo della commedia stessa).
All'inizio delle commedie vi è un prologo, in cui un personaggio della vicenda, o una divinità, o un'entità
astratta personificata presentano l'argomento che si sta per rappresentare.
Nella commedia plautina è possibile distinguere, secondo una suddivisione già antica, i deverbia e
i cantica, vale a dire le parti dialogate, con più attori che interloquiscono fra di loro, e le parti cantate,
per lo più monologhi, ma a volte anche dialoghi tra due o addirittura tre personaggi.
Nelle commedie di Plauto ricorre spesso lo schema dell'intrigo amoroso, con un giovane (adulescens)
che si innamora di una ragazza. Il suo sogno d'amore incontra sempre dei problemi a tramutarsi in
realtà a seconda della donna di cui si innamora: se è una cortigiana deve trovare i soldi per sposarla,
se invece è onestal'ostacolo è di tipo familiare.
Ad aiutarlo a superare le varie difficoltà è il servus callidus (servo scaltro) o il parassita (squattrinato
che lo aiuta in cambio di cibo) che con vari inganni e trabocchetti riesce a superare le varie difficoltà ed
a far sposare i due. Le beffe organizzate dal servo sono alcuni degli elementi più significativi della
comicità plautina. Il servus è una delle figure più largamente utilizzate da Plauto nelle sue commedie,
esso ha doti che lo fanno diventare eroe e beniamino dell'autore oltre che degli spettatori; esistono
varie tipologie di servus:
 il servus currens: l'attore che interpreta questo tipo di servo entra in scena di corsa e mantiene un
atteggiamento trafelato finché rimane sul palcoscenico. Plauto lo utilizza come parodia del
messaggero, infatti porta sempre qualche lettera o informazione che è di vitale importanza per
l'avanzamento della commedia;
 il servus callidus: è un tipo di servo la cui qualità più spiccata è appunto la calliditas (astuzia);
ordisce inganni benevoli/malevoli sia a favore che contro il protagonista (nello Pseudolus, ad
esempio, il servo ha un ruolo centrale: è colui che organizza la truffa);
 il servus imperator: appare nella commedia Persa; è una tipologia di servo che sfoggia una
parlantina che utilizza parole che derivano dal gergo militare, e un'incredibile superbia. Parla di ciò
che fa come se si rivolgesse a una truppa in partenza per una guerra.
Inoltre il servo è centrale nel metateatro plautino. È infatti il personaggio che assume la veste del
doppio del poeta in quanto creatore di inganni. Paradgmatico in tal senso Pseudolus.
Un altro elemento strutturale di grande importanza nelle commedie di Plauto è il riconoscimento finale
(agnitio), grazie al quale vicende ingarbugliate trovano la loro fortunosa soluzione e ragazze che
compaiono in scena come cortigiane o schiave recuperano la loro libertà e trovano l'amore.