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REPRESSIONE CRIMINALE

PAX DEORUM IN ETÀ ARCAICA

Durante l’età arcaica si presenta difficile ricostruire la storia del diritto criminale. Il diritto infatti
non aveva raggiunto un’articolazione tale da poter distinguere diritto privato, pubblico, criminale …

Tuttavia durante l’età arcaica il ius coincideva con il fas, cioè con il fenomeno religioso: le reazioni
della primitiva comunità romana erano connesse a violazioni di tipo religioso al fine di mantenere la
pax deorum, cioè il buon rapporto tra l’uomo e le divinità.
Occorreva perciò evitare offese contro gli dei per tener lontana una reazione negativa che poteva
nuocere tutta la comunità.

Vengono così enucleate le prime leges regiae la cui violazione è considerata lesiva della pax
deorum e a cui la comunità reagisce con sanzioni tese al suo ristabilimento.

SCELERA E PENE SACRALI

Gli studiosi hanno proposto una classificazione dei comportamenti non consentiti e delle loro
sanzioni. Essi sono distinguibili:
 Scelera expiabilia, cioè che possono essere espiati: l’autore del reato è tenuto a un’offerta
di un’entità patrimoniale o a un sacrificio di un animale;
Tra questi è possibile ricordare:
1. Divieto per le concubine di toccare l’ara di Giunone: la colpevole doveva sacrificare
un’agnella;
2. Divieto per le vedove di risposarsi prima che sia trascorso un anno dalla morte del marito: le
colpevoli dovevano sacrificare una vacca gravida;
 Scelera inexpiabilia, cioè che non possono essere espiati: l’autore del reato o risponde con
la sua stessa persona in un sacrificio rituale ( deo necari) o con la sua consacrazione e del
suo patrimonio al dio offeso (consecratio capitis et bonorum)
In questo caso occorre distinguere fra “consecratio” e “deo necari”. Per il primo caso è possibile
ricordare:
1. Violazione degli obblighi di fedeltà (fides) tra patrono e cliente
2. Violazione della persona dei tribuni
L’uomo che subisce la consecratio viene definito homo sacer ed è considerato un reietto: perde ogni
protezione da parte della comunità ed è abbandonato alla collera divina. Inoltre chiunque può
ucciderlo impunemente.
Per il secondo caso sono ricordabili:
1. Uccisione del proprio pater: il colpevole veniva chiuso in un sacco e gettato in mare insieme
a un cane, un gallo e una scimmia.
2. Fustigazione a morte per il ladro notturno di messi: si riteneva offesa la divinità dei raccolti.

LA PERDUELLIO

Quanto alla perduellio, tale termine stette a indicare, fin da età remota, il comportamento di chi
avesse tradito la patria. Tito Livio racconta che Orazio fu accusato e condannato (ma poi salvato
dalla provocatio al popolo) per tale crimine, colpevole di avere ucciso la sorella. Il reo di perduellio,
se giudicato colpevole dai duumviri e poi – in caso di provocatio, ossia di convocazione dei comizi
centuriati - dal popolo, sarebbe stato appeso, col capo velato, ad un albero ‘infelice’ (arbor infelix),
per essere lì flagellato fino alla morte. Nonostante l’episodio abbia un evidente sapore leggendario
(e un evidente anacronismo, in particolare, sia il riferimento alla provocatio, istitutonon ancora
conosciuta nell’età regia), è da ritenersi storica l’antica persecuzione di una serie di atti
genericamente considerati nocivi degli interessi della città-stato e delle sue istituzioni. La perduellio
infatti sembra essere priva degli aspetti più sacrali e di avere un forte connotato di laicità.

L’OMICIDIO

L’omicidio apre un prezioso squarcio sulla complessa realtà della repressione criminale in età
arcaica. Una legge di Numa Pompilio puniva l’omicidio distinguendolo in due ipotesi:

1. Omicidio volontario o con dolo: le fonti hanno tramandato un testo in cui è scritto “se
qualcuno abbia ucciso volontariamente un uomo libero, patricidas esto”. Tale locuzione
allude probabilmente alla sanzione da infliggere all’omicida. Essa probabilmente consisteva
nella vendetta da parte del gruppo familiare dell’ucciso.
2. Omicidio colposo: in tal caso l’autore dell’omicidio era tenuto a offrire un ariete in
funzione espiatoria e sacrificale al cospetto di tutto il popolo (in contione).

Oltre agli elementi tipici del sistema sanzionatorio arcaico (la componente sacrale dell’offerta
dell’ariete e l’esercizio della vendetta) la legge di Numa Pompilio apre la strada a un processo di
laicizzazione. In tal senso importante è la distinzione tra omicidio volontario e involontario, quindi
tra dolo e colpa da cui deriva una pena più o meno grave. Questo permette di distinguere tale norma
da altre, più antiche, immerse in un clima di superstizione e magia. Inoltre tutto ciò implica la
necessità di accertamento volto a stabilire se l’uccisione sia stata dolosa o meno. Tutti questi
elementi si ritroveranno poi processo criminale dell’età della repubblica dove il re e i suoi ausiliari
sono sostituiti dai magistrati e il popolo sarà riunito in assemblea (non più informale come quella in
contione).

LA VENDETTA PRIVATA

In età arcaica grande importanza è data alla vendetta privata al fine di ristabilire l’ordine sociale.
Nello sviluppo giuridico successivo molti di quei comportamenti che erano lasciati alla vendetta
confluirono nei c.d. delitti privati produttivi di obbligazione, ad esempio:

 Membrum ruptum: la lesione permanente di un organo prevedeva la legge del taglione che
poteva essere evitata tramite un accordo tra le parti;
 Os fractum:: frattura di un osso prevedeva una pena patrimoniale fissa.

L’uso della vendetta mano a mano scompare e lascia posto all’aspetto patrimoniale della pena.

CRIMINI MILITARI

I crimini militari erano puniti perché ponevano in pericolo la sicurezza militare della civitas. Tali
crimini erano: il tradimento, il passaggio al nemico, la codardia, la diserzione e la sedizione. La
repressione di questi illeciti è prima di connotati sacrali. Il re interveniva come supremo
comandante militare esercitando il suo imperium. I colpevoli erano sottoposti a fustigazione e poi
decapitati con la scure. Questa rappresentava il potere supremo e illimitato del sovrano alludendo
alla sua massima espressione, cioè la capacità di mettere a morte i cittadini.

Il carattere laico di questi crimini trova la sua spiegazione nell’esigenza di difesa comune e
l’efficienza dell’esercito al fine di preservare la disciplina militare. L’intervento punitivo del re non
era da intendere come espressione di un potere giurisdizionale, ma esercizio di un potere di
coercizione nell’ambito delle sue funzioni di comandante militare.
ETÀ REPUBBLICA E PROVOCATIO AD POPOLUM

Con il passaggio dalla monarchia alla repubblica si contrassegnarono i limiti del potere dei
magistrati nel campo della repressione criminale.
 La lex Valeria de provocatione del 509 stabiliva che all'interno della città di Roma ciascun
cittadino avrebbe potuto limitare il potere di imperium dei consoli ricorrendo alla provocatio
ad populum. Questo provvedimento avrebbe consentito al cittadino contro cui il magistrato
avesse voluto esercitare il proprio imperium di richiedere un giudizio innanzi alle assemblee
popolari. Essa prevedeva che “nessun magistrato potesse fustigare o mettere a morte un
cittadino romano che avesse provocato al popolo.”
 La lex Horatia del 449 vietò l’istituzione di magistrature esenti dalla provocatio.
 La lex Valeria del 300 avrebbe ripreso il contenuto della prima legge modificandolo; essa
qualificava “improbe factum” il comportamento del magistrato che avrebbe fatto fustigare o
mettere a morte un cittadino romano che avesse provocato al popolo.”
La provocatio costituiva uno degli strumenti in mano ai cittadini romani a garanzia della loro libertà
nei confronti del potere dei magistrati.

Alcuni studiosi hanno interpretato l’origine della provocatio alla luce della lotta tra patrizi e plebei:
essa è considerata come strumento di tutela dei patrizi ( i plebei infatti potevano usufruire dell’aiuto
dei tribuni della plebe).
I cittadini patrizi, a fronte dell’indiscriminato uso del potere da parte dei re etruschi, potevano
essere giudicati da un’assemblea popolare che controllavano appieno.
In seguito al pareggiamento dei due ordini la provocatio diventa un mezzo generale di tutela per
tutti i cittadini.

Al conflitto patrizio-plebeo può essere fatto risalire un altro strumento che contribuì alla
configurazione dei modi processuali della repressione criminale, le cosidette leges sacratae della
plebe. Esse stabiliva che i tribuni della plebe erano sacri e inviolabili (sacrosancti) durante la
magistratura e che chiunque avesse violato tale sacrosanctitas era da considerarsi homo sacer.
Nonostante il forte connotato religioso che rimandava alla repressione criminale dell’età arcaica,
c’era un elemento “rivoluzionario”: l’irrogazione della sacertà era disposta dai concilia tributa
plebis.

L’intervento dei magistrati plebei e dei concilia tributa permane per tutta l’esperienza di età
repubblicana: i tribuni verranno ammessi a sollevare l’accusa capitale negli stessi comizi centuriati.

La provocatio poteva essere usata anche nel caso in cui fossero previste delle multe che superavano
un ammontare massimo fisso di 30 buoi e 2 pecore, cioè 3020 assi.

Inoltre la provocatio poteva essere esercitata solo nei confronti dell’imperium domi: essa non era
opponibile all’imperium militiaes. Al di fuori del pomerio il potere magistratuale acquistava tutta la
sua estensione.
All’inizio del II sec. tuttavia tre leges Porciae estesero l’applicazione di tale istituto:
 Fu accordata la provocatio per la sola fustigazione;
 Fu estesa alle province e a favore dei militari nei confronti dei comandanti;
 Pena d morte per quei magistrati che avessero violato le disposizioni della provocatio.
QUALIFICAZIONE DELLA PROVOCATIO

La provocatio non consisteva in un diritto di appello in senso stretto contro una decisione del
magistrato. Essa era opposta all’esercizio della coercitio (un particolare attributo dell’imperium
magistratuale).
La provocatio non svolgeva una funzione giurisdizionale di impugnazione in senso proprio in
quanto la coercitio non si concretizzava in una sentenza, ma si poneva come atto di opposizione alla
decisione del magistrato con la richiesta di un processo davanti ai comizi (la natura giurisdizionale è
attribuita alla sentenza frutto della decisione comiziale).

PROCEDURA INNANZI ALLE ASSEMBLEE POPOLARI

Il processo comiziale poteva avere inizio solo se il cittadino avesse chiesto di essere giudicato
dall’assemblea popolare. Tuttavia le fonti riportano numerosi casi in cui i magistrati non diedero
corso alla provocatio. Dopo la lex Valeria del 300 questo non accadde più e la provocatio venne a
consolidarsi come una prassi implicita. Il magistrato, salvo flagranza di reato, rinviava la questione
ai comizi competenti.

1. L’accusa era portata innanzi ai comizi dai consoli (essi per l’esercizio di tale funzione si
avvalevano della collaborazione dei quaestores parricidii).
2. La facoltà di accusare di fronte ai comizi venne riconosciuta anche ai tribuni della plebe per
i crimini politici.
3. La competenza per i processi multatici apparteneva ai concilia tributa plebis e in tal caso
agivano come accusatori i tribuni o gli edili della plebe.
4. Gli edili curuli per le materie di loro competenza perseguivano vari illeciti, puniti con multe,
innanzi ai comizi tributi.

Il magistrato proponeva l’accusa e intimava all’accusato di comparire per una certa data di fronte
all’assemblea competente comunicando per quale crimine lo perseguitava e qual era la pena.

Una prima fase del processo era detta anquisitio ed era dedicata all’istruttoria che si svolgeva in
forma dibattimentale nel corso di tre riunioni. Venivano sentiti i testimoni delle parti, il magistrato
e l’accusato.

Al termine della terza riunione il magistrato o desisteva dall’accusa o proponeva all’assemblea la


condanna.
La decisione finale era riservata a una quarta riunione fissata dopo un intervallo di almeno 24
giorni e in cui il popolo si limitava a votare oralmente. La lex Cassia del 137 dispose che si dovesse
votare per mezzo di tavolette cerate su cui erano incise la lettera L (libero) o D (damno).

All’accusato era consentito di sottrarsi alla pena capitale abbandonando il territorio cittadino per
recarsi in volontario esilio. A questa decisione seguiva un provvedimento di aqua et igni interdictio
che comportava la perduta della cittadinanza, la confisca dei beni e il divieto di tornare a Roma,
pena la morte.

REPRESSIONE CRIMINALE SENZA RICORSO AL PROCESSO COMIZIALE

Gli studiosi si sono chiesti se la procedura comiziale fosse applicata per tutti i reati, anche quelli
minori, oppure se esistesse uno strumento processuale alternativo o complementare a quello
comiziale. Si possono fare delle considerazione:
 Il cittadino non poteva essere messo a morte se non in base a un giudizio del popolo
 La punizione degli illeciti più frequenti, quali il furto e le iniuriae, non passava attraverso il
processo comiziale, ma era lasciata all’iniziativa dell’offeso che poteva perseguire una pena
privata di carattere pecuniario.
 Gli episodi di piccola delinquenza erano repressi dalla polizia per opera di magistrati minori,
i tresviri capitales in via amministrativa e non capitale.
 Per i crimini più gravosi seguiva un’incarcerazione preventiva dell’accusato. Non c’era però
nessun obbligo di convocare i comizi entro un certo termine per sottoporre il deputato al
processo. La carcerazione spesso durava molto a lungo e anche per tutta la vita del detenuto.
 Per i reati minori i magistrati potevano ricorrere a un giudizio civile deciso da un giudice
privato.

LA CRISI DEL PROCESSO COMIZIALE E LE QUAESTIONES EXTRAORDINARIAE

La repressione criminale fu per secoli basata sulla potestà discrezionale dei magistrati con
imperium. lLa coercitio del magistrato venne limitata dal processo comiziale e dall’appello al
popolo, ma a partire dal II secolo nemmeno la partecipazione dell’assemblea poté più garantire un
processo giusto in quanto l’influenza politica iniziò a farsi sentire sempre più anche nei giudizi
penali. Il giudizio popolare manifestò altri difetti:
 Macchinosità della procedura
 Alla decisione finale partecipavano cittadini che non avevano assistito alle sedute precedenti
 Molti casi richiedevano cognizioni tecniche particolari

L’aristocrazia senatoria divenne sempre più ostile al processo comiziale e dall’inizio del II sec il
senato iniziò a inserirsi nel campo della repressione criminale, affidando a consoli o pretori,
affiancati da commissioni straordinarie, il compito di perseguire fatti di particolare gravità o
clamore.
Nel 186 a.C. si ebbe la repressione dei Baccanali senza ricorso agli iudicia populi. Nel 132 a.C. tale
strumento venne usato per fini di lotta politica nella persecuzione dei sostenitori di Tiberio Gracco.
Il campo più significativo riguardò il problema delle spoliazioni da parte dei governatori nelle
province. Per evitare che gli ex governatori venissero giudicati dalla assemblea popolare, il senato
istituì commissioni straordinarie formate da senaori, aventi il compito di accertare i fatti e di
restituire ciò che era stato rubato (pecuniae repetundae)

A tal proposito si parla di quaestiones extra ordinem o extraordinariae per indicare che si tratta di
indagini straordinarie, affidate sulla base di un senatoconulto, a commissioni speciali e non al
giudizio popolare.
Si hanno tuttavia notizie di questiones extraordinariae istituite tramite un plebiscito (queste sono
costituzionalmente legittime).

LE QUAESTIONES PERPETUAE

Nel 249 a.C. la lex Calpurnia de repetundis stabilì che le accuse contro i governatori provinciali
dovessero essere giudicate da un tribunale permanente, presieduto da un praetor peregriuns e
formato da giurati tratti dall’ordine senatorio. Il processo era di tipo privatistico e non era prevista
nessuna pena pubblica, ma il solo risarcimento.

Durante gli anni del tribunato di Caio Gracco (123-122) il plebiscito lex Acilia repetundarum stabilì
che l’illecito dovesse essere sanzionato con una pena pubblica, cioè il versamento all’erario di una
somma pari al doppio del danno cagionato. Venne a configurarsi un vero e proprio crimen.
Il plebiscito prevedeva che i giudizi fossero di competenza di un tribunale permanente presieduto da
un pretore e composto da giurati appartenenti all’ordine equestre.
La composizione della giuria era in stretta relazione con i cambiamenti politici: il partito senatorio
preferiva che i giurati provenissero dal suo ordo, mentre i populares prediligevano i cavalieri.

Il tribunale creato per i crimini commessi dai governatori costituì un modello per l’istituzione di
altre corti permanenti. A poco a poco questo processo sostituì quello di fronte alla assemblee
popolari tanto da divenire alla fine della repubblica e all’inizio del principato l’ordinario processo
criminale.

 Caio Gracco stabilì che la costituzione delle corti giudicanti competesse al popolo, qualora
queste fossero competenti a infliggere la pena di morte. La legge tolse inoltre la possibilità
al senato di creare nuove quaestiones capitali.
 Silla restituì al senato tale prerogativa e affidò a tribunali permanenti la cognizione di molti
reati. Si ebbe così la creazione di vari tribunali ognuno per un determinato crimen:
 Quaestio de maiestate: alto tradimento e attentato alla repubblica
 Quaestio de peculatu: sottrazione di denaro pubblico
 Quaestio de sicariis: sull’omicidio e simili
 Quaestio de falsis: per il falso testamento e monetario
 Cesare istituì una quaestio per la persecuzione dell’usura
 Pompeo assimilò al parricidio l’uccisione dei congiunti
 L’ultima riforma delle quaestiones si ebbe con Augusto con una lex Iulia iudiciorum
publicorum nel 17 a.C.

Le quaestiones erano competenti solo per i crimini commessi a Roma. Nelle province la
repressione criminale era esercitata dal governatore in virtù del suo imperium. Tuttavia egli non
poteva avvalersi liberamente del suo imperium nei confronti dei cittadini romani che dovevano
essere inviati sotto scorta a Roma perché venissero giudicati dalla quaestio competente.

LE PROCEDURA

Ogni legge riguardante una questio prevedeva l’illecito e regolamentava la procedura stabilendo la
pena. La procedura era simile per i vari casi ed è possibile tracciare lo schema di un processo tipo.
 L’accusa era affidata all’iniziativa di qualsiasi privato cittadino, quindi non era esperita
d’ufficio, né riservata alla persona offesa.
 L’accusatore doveva presentare al magistrato un’istanza volta ad accertare la sua
legittimazione (l’accusatore doveva godere di buona reputazione).
 All’accusato era ordinato di presentarsi di fronte al magistrato che lo incolpava del crimine
(nominis delatio).
 Il magistrato iscriveva la causa nel registro dei processi e fissava la data.
 Si procedeva alla formazione della giuria: i componenti venivano estratti a sorte dalle liste
dei giudici pubblici.
 Accusato e accusatore potevano eliminare i nomi dei giurati che non erano di loro
gradimento fino al raggiungimento del numero previsto per il collegio giudicante.
 Il dibattimento si svolgeva sotto la direzione del magistrato. Era necessaria la presenza
dell’accusatore (se non si presentava il processo si estingueva), ma non quella dell’accusato.
 Si iniziava con le arringhe di accusa e di difesa poi si passava all’interrogatorio dei
testimoni.
 Alla fine la giuria si ritirava per decidere il verdetto. I giurati utilizzando delle tavolette di
cera potevano votare per l’assoluzione, la condanna o astenersi.
 Con il verdetto la giuria affermava la colpevolezza o l’innocenza dell’accusato senza poter
variare la pena in base alla maggiore o minore gravità del reato perché questa era fissata
dalla legge che istituiva la quaestio.

L’accusatore correva il rischio di essere imputato per calumnia qualora, a seguito di assoluzione,
risultasse che l’accusa era stata sollevata con lo scopo di nuocere all’accusato.
Per quanto riguarda le pene esse consistevano o nella morte o nel pagamento di una somma di
denaro. Alcune leggi definirono l’esilio come una pena a sé stante: all’accusato era consentito, per
sfuggire alla pena di morte, di recarsi in volontario esilio subendo le conseguenze dell’aqua et igni
interdictio.

REPRESSIONE CRIMINALE NEL PRINCIPATO

Il passaggio dalla repubblica al principato comportò un cambiamento del sistema criminale che però
fu lento e graduale: nuovi istituti si affiancarono a quelli repubblicani, senza che quest’ultimi
fossero abrogati, fino a soppiantarli.
Si affermò il processo criminale detto “cognitio extra ordinem” perché al di fuori del sistema
dell’ordo iudiciorum publicorum. Esso vedeva come protagonisti il princeps, il senato e i
funzionari.
 Furono introdotti nuovi reati;
 Si aggiunsero nuove pene;
 La condizione sociale del condannato finì per influire sempre di più sul tipo di pena inflitta.

DIRITTO CRIMINALE IN ETÀ AUGUSTEA

L’origine di molti cambiamenti si riscontra in età augustea che fu segnata da un’ambiguità di fondo:
accanto alle novità permaneva un’adesione, almeno formale, ai vecchi schemi repubblicani.
Con la lex Iulia iudiciorium publicorum del 17 a.C. Augusto diede un assetto definitivo alle
quaestiones perpetuae, regolamentando in maniera unitaria il processo criminale. Tra le principali
novità:
1. L’accusa doveva essere formulata per iscritto
2. Dovevano essere precisati il nome dell’accusato e i fatti di cui era considerato colpevole
3. Il riordino degli albi dei giudici da cui erano estratti i componenti delle giurie

Inoltre modificò o precisò alcune figure di reato come la maiestas (crimine politico per eccellenza),
la vis pubblica e privata, il peculato e l’ambitus (il broglio elettorale).
Furono introdotti nuovi crimini che trovano la loro ragione in quel clima di restaurazione, anche
morale, perseguita dal principe. Vennero puniti l’adulterio e i crimini annonari. Con la lex Iulia de
adulteriis coercendis l’unione con una donna coniugata o anche non coniugata, purché di onesti
costumi, venne punita come un crimen. Era riconosciuto al padre o al marito di lei di uccidere
l’amante (se di bassa condizione sociale). L’accusa di fronte alla quaestio era riservata per 60 giorni
al padre e al marito, ma trascorso tale termine era esperibile a chiunque.

COGNIZIONE CRIMINALE DEL PRINCEPS

Già a partire dal principato di Augusto venne riconosciuto al princeps una competenza in materia
criminale che fu poi estesa per delega ai funzionari e ai governatori.
Tale competenza deriverebbe o dai poteri magistratuali conferiti al princeps (tribunicia potestas e
l’imperium proconsolare) o a una clausola della lex de imperio, o a un diritto attribuito ad Augusto
tramite un plebiscito del 30 a.C, o anche dalla stessa auctoritas del principe.
La cognizione si afferma come sostitutiva a quella delle quaestiones perpetuae: egli giudicava sia su
richiesta sia di sua iniziativa non solo sui nuovi crimina, ma anche su quelli sottoposti alle
quaestiones.
Egli era coadiuvato da un consilium formato da senatori e cavalieri di sua fiducia che potevano
esprimere un parere che tuttavia non era vincolante.
A partire da Claudio il tribunale imperiale divenne il supremo organo giudicante dell’impero e
furono chiamati a far parte del consilium giuristi illustri ed esperti.

Accanto alla cognizione di primo grado, si affermò anche quella di secondo: le sentenze emanate
dai magistrati o dai funzionari potevano essere appellate di fronte al principe. L’origine potrebbe
essere connessa o all’auctoritas imperiale intesa come caposaldo di ogni potere, o dalla provocatio
ad popolum, avendo il princpes assunto prerogative che in precedenza appartenenvano al popolo.
Il giudizio di seconda istanza era sentito come un’importante garanzia in quanto il princeps era visto
come un organo super partes non influenzabile.

COGNIZIONE CRIMINALE DEI FUNZIONARI IMPERIALI

L’attività giudiziaria era riservata oltre al principe, anche all’amministrazione imperiale sia centrale
che periferica. Si trattava di una cognizione di primo grado che si sostituì alle corti permanenti
(quelle delle quaestiones perpetuae). Ciò avvenne soprattutto nelle province data l’impossibilità dei
cives romani di farsi giudicare a Roma dalla quaestio competente.
Il princeps accordò ai governatori il potere di giudicare extra ordinem i cittadini residenti nella
circoscrizione amministrata.

Nell’età dei Severi tale prassi si era consolidata: i cittadini posti al giudizio del governatore avevano
però il diritto di proporre appello al tribunale imperiale. Tale diritto tuttavia non era sempre
garantito poiché spesso i governatori ostacolavano chi volesse ricorrere in appello.

Per quanto riguarda Roma la cognizione criminale era affidata al praefectus urbii, funzionario di
altissimo grado e di rango senatorio, che poco a poco sostituì le corti permanenti. Inoltre limitate
funzioni erano esercitate dal praefectus vigilim riguardo a reati minori quali i furti, e dal praefectus
annonae in relazione ai reati connessi all’approvvigionamento. Alcune competenze furono affidate
anche al prefetto del pretorio a cui successivamente fu affidata anche la cognizione d’appello al
posto dell’imperatore (vice sacra).

COGNIZIONE CRIMINALE DEL SENATO

Anche il senato ebbe una funzione giudiziaria: esso era competente a conoscere i casi di maiestatis
e di repetundae (reati politici). Inoltre ebbe la competenza di giudicare gli appartenenti all’ordo
senatorio.
Le decisioni del senato potevano essere condizionate dall’intervento del princeps in forza della sua
tribunica potestas: egli poteva bloccare i processi, aveva il diritto di partecipare alle sedute e di
esprimere il proprio voto.

L’attività del senato iniziò a decadere verso la fine del II d.C. con l’eta dei Severi: il tribunale
imperiale sostituì definitivamente il Senato.
INTERVENTI NORMATIVI DELL’IMPERATORE E DEL SENATO E RUOLO DEI GIURISTI

Le innovazioni nel campo del diritto si devono alla normativa imperiale:


 Rescripta: prendevano in considerazione singoli casi;
 Decreta: specifici dell’ambito criminale, erano vere e proprie costituzioni avente valore
generale e vincolante.

Una funzione importante era svolta anche dal senato attravero i senatoconsulta. A partire da Tiberio
il senato intervenne allo scopo di far rientrare nell’ambito dei crimini nuove fattispecie ritenute
meritevoli di punzioni.
In questo modo il senato contribuì allo sviluppo del sistema criminale.

Il ruolo dei giuristi fu senz’altro significativo: essi commentarono le norme penali contenute nelle
leges, nei rescritti e decreta imperali e nei senatuconsulta. Maggiore incisività ebbero i retori i quali
a differenza dei giuristi erano parte dei processi criminali nel ruolo di avvocati difesonori. Essi
affermarono nuovi criteri:
 Elemento soggettivo della pena
 Graduazione della colpa

CARATTERISTICHE DELLA COGNITIO EXTRA ORDNEM

La cognitio extra ordinem era un processo inquisitorio: questa differenza la distingue dalle
quaestiones che erano un processo accusatorio in quanto un privato cittadini poteva sollevare
l’accusa davanti al giudice.
Il processo cognizionale dipendeva invece dall’iniziativa del pubblico funzionario competente:
spettava a lui decidere se procedere o meno.
Non c’era la necessità di un accusatore privato anche se poteva accadere che il processo iniziasse
sulla base di denunce da parte di privati (delatores). La natura inquisitoria del processo non veniva
intaccata in quanto il giudice-funzionario competente doveva procedere con la conoscenza del
reato.
Nell’età dei Severi si estesero ai delatores le norme sulla calumnia già previste per gli accusatore
nelle quaestiones.

Successivamente vennero posti dei limiti alla libertà generalizzata di proporre l’accusa, richiedendo
che essa fosse sollevata o dalla persona offesa dal reato o dai suoi congiunti.

Tutto lo svolgimento del processo, dall’inizio alla sentenza era affidato al funzionario:
 Compiva indagini preliminari
 Aveva assoluta iniziativa probatoria: poteva sentire testimoni non indicati dalle parti e
ricorrere alla tortura
 Nell’emanare la sentenza poteva tener conto delle circostanze del reato e di conseguenza
variare la pena in base alla gravità del fatto, alla personalità del reo e alle sue condizioni
sociali.

LE PENE

La discrezionalità nella determinazione della pena diede luogo a una maggiore varietà di sanzioni e
a un incrudelimento di esse.
 Alla morte per decapitazione si aggiunse la crocifissione, la vivicombustione, l’esposizione
alle belve nell’arena.
 Erano previste che ponevano la vita in pericolo mortale: lavori forzati nelle miniere
(damnatio in metallum), condanna a combattere come gladiatore (damnatio in ludum
gladiatorum).
 Pene meno gravi erano la condanna all’esecuzione di opere pubbliche, alla deportazione
perpetua (comportava la perdita della cittadinanza e dei beni), alla relegazione (era
temporanea e non comportava la perdita di cittadinanza e di beni).
 Le pene corporali accompagnavano la pena di morte, come la battitura con bastoni o la
flagellazione.
 Esistevano anche sanzioni minori come multe, restrizioni di vario tipo, come l’impossibilità
di accedere a determinate cariche.

L’inflizione delle pene più gravi (es. i lavori in miniera o la condanna a combattere in miniera)
riducevano il condannato a servo della pena: egli subiva le conseguenze giuridiche di tale status
consistenti nella confisca dei beni, nello scioglimento del matrimonio, nell’incapacità di disporre o
ricevere per testamento.

Il diritto criminale romano era fondato sulla disuguaglianza: le pene erano diversificate a seconda
della condizione sociale. Si soleva distinguere tra honestiores e humiliores: alla prima categoria
appartenevano i cittadini di condizione elevata e alla seconda i cittadini di grado sociale inferiore.

REPRESSIONE CRIMINALE IN ETÀ TARDOANTICA

Nell’età tardoantica il processo criminale si svolge solamente tramite la cognitio extra ordinem. Le
riforme sulla burocrazia e sull’amministrazione hanno un ruolo decisivo:
 La cognizione di primo grado è esercitata dai governatori di provincia mentre a Roma e
Costantinopoli è affidata al praefectus urbi;
 L’appello va rivolto, a seconda dei casi, al vicario della diocesi (di cui fa parte la provincia
amministrata dal governatore che ha emanato la sentenza) o al prefetto del pretorio.
Le sentenze del vicario e del praefectus urbi sono appellabili al tribunale imperiale, mentre quelle
del prefetto del pretorio, che giudica in vice sacra, sono inappellabili salvo il ricorso alla
supplicatio.

Esistevano anche fori privilegiati per senatori, militari, funzionari ed ecclesiastici: essi avevano il
diritto di sottrarsi al giudice ordinario per essere giudicati da uno speciale.

La procedura aveva carattere inquisitorio:


 Il funzionario sottoponeva a giudizio il sospettato di un reato. Non era neccessaria la
presentazione di un’accusatio (era peraltro considerata con sospetto l’accusa inoltrata da
privati e si vietarono denunce anonime).
 Il processo si svolgeva negli uffici e non più in udienze pubbliche.
 Era fatto uso della tortura (a cui però erano sottratti gli honestiores).
 La ricerca delle prove spettava all’iniziativa del giudicante.
 Venne abbandonata la discrezionalità della pena che era fissata in modo rigido dalla legge
imperiale.

Per quanto riguarda i reati, quelli previsti in età tardo-repubblicana e nel principato continuarono a
formare un nucleo fondamentale, ma alcune fattispecie furono aggiornate e furono previsti nuovi
reati:
 Estensione del crimen maiestatis a cui sono ricondotto il falso monetario o il compimento di
sacrifici pagani
 Punzione del sacrilegium come trasgressione delle prescrizioni imperiali che erano
designate come divina o sacra
 Furono previsti nuovi reati per contrastare la corruzione e il disordine nella pubblica
amministrazione.
 Nuovi reati relativi alla sfera familiare e matrimoniale.
 Repressione del paganesimo e di eresie.

ETÀ GIUSTINIANEA

Il lavoro di compilazione fatto in età giustinianea si occupò anche del diritto criminale:
 Nel Digesto i libri 47-48, denominati per il loro contenuto libri terribiles, riguardano i
crimina e in misura minore argomenti processuali (anche delitti privati). Molti titoli fanno
riferimento alle antiche leges delle quaestiones ( ad es. Ad legem Iuliam maiestatis o Ad
legem Iuliam de adulteriis coercendis), ma ci sono titoli riguardanti crimini repressi ad opera
di interventi normativi imperiali.
 Nel Codex l’intero libro nono si occupa di materia criminale
 Anche le Istituzioni hanno un piccolo spazio dedicato all’argomento: questo rappresenta
un’assoluta novità rispetto ai manuali scolastici dell’età del principato.

La compilazione giustiniane ha il merito di aver fornito delle linee guida semplificando la massa di
costituzioni che si era accumulata in materia. Dal punto di vista dei contenuti i giustinianei non si
discostarono dall’orientamento emerso nella legislazione precedente. Tuttavia molto forte era
l’influenza del cristianesimo che comportò la previsione di nuovi reati, come quello della
bestemmia punita con la morte; un attenuamento della crudeltà delle sanzioni; l’introduzione di
nuove pene, come la reclusione forzata in un monastero.