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Uno

Chi sono io?


Se per una volta mi rifacessi
a un proverbio: in fondo potrei forse
domandarmi semplicemente qui je hante:
chi frequento, chi infesto.
A. BRETON
E tuttavia prima di desistere, nella vita, penso sempre al fatto che quando
mio padre, quella sera di cinquant’anni fa, al cinema, si è seduto accanto a mia
madre, che lei era lì perché aspettava un altro, quando lei gli ha detto: «Vai via!»,
lui, invece di andare via, è rimasto.

Otto anni fa ricevo l’email di una ragazza, Viola, che ha letto un mio libro.
Il libro era uscito cinque anni prima e, per l’appunto, cinque anni era il
tempo che Viola aveva atteso per scrivermi, forse perché, si vede, quella email lì
aveva bisogno di tutto quel tempo lì per materializzarsi nella sua testa e poi dalla
testa scendere fino alle dita e dalle dita ticchettarsi fino allo schermo per poi
frammentarsi in bit e ricomporsi in bit più o meno identici sullo schermo del
computer di casa mia.
L’email diceva:

Ho fatto leggere al mio ragazzo una cosa che hai scritto nel tuo libro e lui non
ha mai riso, se non in un punto dove però secondo me non c’era da ridere.
Non so, sono molto perplessa. Mi sto chiedendo se sia la persona giusta per
me.

Che se uno pensa a quello che è capitato in seguito, e intendo negli anni
seguenti, è davvero stupefacente che mi abbia scritto una cosa simile, così come è
stupefacente pensare che uno rischi di giocarsi la ragazza solo non ridendo
quando c’è da ridere, o ridendo quando non c’è da ridere.
Anche se io sono d’accordo con lei, per me è un test perfettamente
attendibile e forse tutti dovremmo sottoporre la persona con cui stiamo o con
cui vorremmo stare a un test del genere: farle leggere un libro e giudicare se ha le
reazioni giuste nei punti giusti, farle ascoltare un’opera e vedere se piange o se
storce la bocca, portarla al cinema e vedere se è concentrata o se si addormenta, e
così via, e se magari ride quando non c’è da ridere o sbadiglia quando non c’è da
sbadigliare, dirle: «Scusa, ciao, non sei tu, sono io». Anche se è ovvio che non sei
tu, ma lei.
Non ricordo più che cosa le ho risposto, quella volta, però di certo una
risposta mica tanto memorabile, perché non è stato da lì che è partita la nostra
corrispondenza, ma molto dopo, per dire anni dopo.
E a pensarci bene, forse, io il test quella volta non l’ho passato, ma per
fortuna non era un test definitivo.
Nel frattempo, senza dirmelo, Viola aveva mandato una email anche alla sua
amica Alice con il titolo del mio libro, dicendo che mi amava definitivamente e
che voleva sposarmi.
E se è vero che di cose se ne pensano e se ne dicono tante, è anche vero che
certe, a differenza di tutte le altre, restano sempre lì nella tua testa, sia che tu le
pensi e le dica sia che non le pensi e non le dica. E se non sono proprio ferme,
allora vanno e vengono ciclicamente, come delle onde che a poco a poco
erodono lo strato di roba inutile che ti separa dal realizzarle.
Ed è così che vedo il pensiero di Viola che nel 2003 legge il mio libro e dice:
«Io questo qui me lo sposo», e il pensiero che si forma nel mio cervello quando
anni dopo mi scrive per dirmi così tanto per dire: «Ok, mi piaci ancora», e la
domanda immediatamente successiva che mi sono fatto nella mia testa: “Ma
come, già le piacevo?”, e cioè le vedo come onde che lentamente, poco alla volta,
infrangendosi e ritirandosi come per prendere la rincorsa e infrangersi di nuovo
con più forza, finiscono per sgretolare il suddetto strato di roba inutile, una
schiavitù autoinflitta, il fortino di incrostazioni nel quale mi ero arroccato come
a seppellirmi mentre ancora ero vivo.
Anni e anni di lavoro di erosione, di andate e di ritorni intervallati da
stagnazioni demolitrici diretti contro anni e anni di una fortificazione dentro la
quale mi ero barricato come per affinarmi in una sostanza densa e torbida e
completamente esanime e priva di energia, fino a spazzarla via del tutto e a
inondare così una vita ormai secca e arida quanto un deserto di sale di quelli che
sono dalle parti della Bolivia.
Mi immagino proprio quest’acqua fresca e brillante che percorre con furia,
avidamente, la superficie del deserto e si infila in tutte le fessure e in tutte le
crepe e un pezzo per volta lo scioglie e lo salva dall’inaridimento totale, cioè dalla
morte, una morte assurda e prematura, e insomma gli dà una vita che mai
avrebbe pensato di avere ancora.
Ed è per questo lungo lavoro di erosione, di sgretolamento e di stagnazione
demolitrice che la nostra storia non si sa bene quando cominci.
Per me è cominciata la prima volta che sono diventato un pensiero reale nella
sua testa, e poi si è sviluppata a nostra insaputa negli anni successivi, tramando
alle nostre spalle, per il nostro bene.
Finché un giorno, che da quel primo istante era molto lontano, non abbiamo
deciso, ma senza deciderlo davvero, che era venuto il momento di diventare
amici.
Anche se è chiaro, con il senno di poi, che eravamo quel genere di amici che
non riescono a essere amici e cominciano da subito, dalla prima parola che si
dicono, ad amarsi.

***

Per raccontare la nostra storia, che è una storia sotto molti aspetti normale e
sotto altri aspetti incredibile, specialmente per come si è sviluppata nel tempo e
per come ha resistito a tutte le difficoltà e le intemperie, è obbligatorio secondo
me passare per un momento che si è fissato nella mia memoria e che resta lì
come una lapide in un cimitero.
Dico una lapide perché, come ha detto qualcuno, si può morire tante volte
prima di morire davvero, e quello lì me lo vedo proprio come un momento di
morte vissuto da vivo, un momento terribile dal quale sono felice di aver preso la
massima distanza possibile e che tuttavia non voglio dimenticare.
Ogni tanto torno a trovarlo, come un parente sgradito ma in qualche modo
utile in quanto a modo suo istruttivo, perché riesce a ricordarmi che cosa ero
diventato e dove, assecondando le mie inclinazioni più deleterie, mi stavo
cercando di seppellire.
Il momento risale al 2012 e a un giorno di marzo, ma di quelli che ci sono
qui in Pianura Padana, con il cielo grigio, il freddo, la pioggerellina e, se tutto va
bene, la nebbia.
Però, per arrivare a quel momento, come sempre, bisogna risalire a dei
momenti che sono venuti prima, momenti più o meno brutti, più o meno
interessanti, ma che comunque fanno come i pioli di una scala che ti porta dove
devi andare.
E sono tutti momenti che si vanno a inserire in una situazione generale che
costituiva il sarcofago di cui ho parlato prima e che mi ero andato costruendo nei
sei anni precedenti, a partire da un altro malaugurato momento che, vista la
frequenza con cui mi capitavano, c’è proprio da pensare che fossi un
autolesionista.
E cioè quando ero proprio stato lì lì per dire a me stesso che una certa
ragazza, che tra l’altro di nome faceva Addolorata, neanche a dirlo, non l’avrei
mai più rivista, e non l’avrei mai più rivista perché proprio non faceva per me.
Solo che, quando l’avevo caricata sul suo treno che l’avrebbe riportata giù per
l’Italia, a più di mille chilometri di distanza di sicurezza, aveva cominciato a
piangere come un coccodrillo isterico.
E io giuro che lì, invece di dire a me stesso: “Questa qui non la voglio
rivedere più”, che in pratica stavo proprio per dirlo, a pensare a tutte quelle
lacrime e a tutta quella sofferenza, essendo io alla fine una persona con una
sensibilità acuta, un senso di colpa e una tristezza micidiali mi avevano preso alla
gola e non mi avevano lasciato arrivare più il sangue al cervello, impedendomi di
ragionare e di prendere la decisione corretta.
Così, invece di dirmi: “Non vediamola mai più”, mi ero detto: “Vediamola
ancora”. E quel “vediamola ancora”, colpevole anche la solitudine e la
stagnazione che imperavano fuori e dentro la mia testa in quel periodo (ma che
in confronto alla solitudine e alla stagnazione che sarebbero arrivate in seguito a
quel malaugurato cambio repentino di idee erano dei fuochi di artificio), era
diventato un “fidanziamoci”.
Da quel momento lì, due forze avevano cominciato a esercitare il loro
influsso sulle mie decisioni e sulle mie azioni: da un lato la compassione, sempre
presente, nei confronti di Addolorata, che era una persona in apparenza così
triste e abbattuta da suscitare negli altri il desiderio di aiutarla e di risollevarle il
morale.
Solo dopo ero riuscito a scoprire che la compassione era solo uno stato
d’animo che Addolorata, in quanto organismo predatore, generava negli
individui come strumento per assoggettarli.
Dall’altro, visto che i suoi genitori, a causa della loro viscerale gelosia per la
figlia, osteggiavano il fidanzamento e mi mettevano i bastoni tra le ruote più che
potevano, si era malauguratamente messo in moto il proverbiale spirito
agonistico e competitivo dei Berri, cioè noi.
Ereditato da mio padre, questo spirito agonistico non solo mi fa vedere
contese ovunque, ma oltretutto, nel momento in cui mi metto in testa di vincere
una di queste contese, mi permette di arrivare a ingoiare quantità di merda
incredibili, quantità di merda così grandi da farmi diventare un vero e proprio
maratoneta affamato di merda il cui carburante sembra essere la merda
medesima che la gente nemica radunata ai lati della strada gli tira in faccia per
non farlo arrivare a tagliare il filo di lana.
Da lì, io penso solo ad arrivare al traguardo, anche se poi alla fine, come
primo premio, dopo tutta la merda di cui sopra, c’è uno che mi tira un pugno.
Ma non mi importa, per me conta solo vincere. Anche se in quel caso, ma l’ho
capito dopo, vincere era perdere, stavo correndo nel senso contrario.
E così, nel mio percorso sempre più fallimentare, in quei giorni dell’uggioso
marzo 2012, la situazione era più o meno questa: Addolorata viveva a Fidenza
insieme a un’altra ragazza logorroica di nome Angela, mentre io vivevo da solo al
mio paesello, San Paco Llorente.
Cioè, considerata la scarsità di collegamenti ferroviari e il fatto che
Addolorata non aveva un’automobile, ero a una distanza di sicurezza di
cinquanta chilometri da lei e dall’ammorbamento che mi procurava in modo
sistematico e spietato ogni volta che riusciva a stabilire un contatto con me e con
la mia vita, vita che era fatta principalmente di lettura, scrittura e telefonate con
mia madre durante le quali le dicevo che dovevamo rassegnarci a una vita senza
amore. Che se uno pensa: “Ma guarda questo qui, grande e grosso che telefona
ancora alla mamma”, dico che, primo, come tutte le madri era lei a telefonarmi,
e, secondo, in pratica mia madre era l’unica persona con cui potevo parlare
sinceramente di come mi andavano le cose. La soluzione alternativa era farlo con
la mia immagine riflessa nello specchio e dopo, immagino, spararmi.
Poi, naturalmente, c’era la mia corrispondenza con Viola, che però a sua
volta era impaludata da dieci anni in una storia insoddisfacente con un certo
Jimmy, storia che l’aveva presto condotta alla medesima rassegnazione nella
quale mi stavo affogando a poco a poco.
Tra le tante cose che Viola mi aveva detto sulla sua relazione con Jimmy, una
in particolare mi aveva colpito: quando ci si era fidanzata lo aveva fatto in modo
leggero, quasi senza riflettere, quasi come a dire, quando lui l’aveva invitata a
uscire: “Ma sì, tanto stasera non ho niente da fare”.
Dopo quella prima uscita, però, Viola aveva capito subito, così mi aveva
detto, che Jimmy non era fatto per lei e che la loro storia non aveva un futuro. E
nel momento in cui aveva cercato di dirglielo, lui si era impegnato per rimediare
e si era presentato a casa di lei con un regalo. Allora Viola, vedendo questo bel
ragazzo opporre quella resistenza, sempre in un modo un po’ superficiale ma
anche abbastanza comprensibile, visto che è molto difficile scacciare una persona
che si presenta in lacrime con un regalo implorando il tuo amore, aveva
rimandato l’esecuzione.
Questo movimento si era ripetuto una seconda, una terza e una quarta volta
e poi ancora, fino a diventare periodico, tanto che quando lei diceva a Jimmy
che la loro storia non aveva futuro e che voleva liberarsi di lui, lui, senza più
neanche fare la fatica di imbastire un’arringa difensiva, si limitava a fare un salto
in gioielleria o in libreria o in qualche altro negozio, presentandosi poi a casa dei
genitori di Viola con un regalo per lei.
Tanto che i genitori di Viola quasi rimproveravano Viola. «Come fai a
trattare in questo modo un ragazzo così buono e che ti ama così tanto?», le
dicevano, e poi lo raccontavano ai nonni, e anche i nonni andavano da Viola e le
dicevano: «Ma dove lo trovi uno che ti ama come Jimmy?», e poi i nonni lo
avevano raccontato ai vicini, tanto che pure i vicini quando vedevano Viola si
permettevano di dirle: «Tu sì che sei fortunata ad avere Jimmy», e poi i vicini lo
avevano raccontato a tutti quelli del paese, e per Viola era diventato impossibile
andare da qualunque parte senza trovare qualcuno che le ricordasse quanto fosse
ammirevole e bello e prezioso il suo fidanzato e, sottinteso, che razza di stronza
lei a pensare di mollarlo.
L’intero paese sembrava perciò essere diventato un set allestito da Jimmy
dove tutti gli abitanti fingevano di avere delle vite proprie, ma in realtà erano dei
figuranti messi lì solo per celebrare Jimmy e convincere Viola a non mollare
Jimmy.
Viola me lo aveva scritto molto bene in una delle sue email:

C’è una cosa fichissima che dice Salinger in un racconto, riguardo all’essere
paranoici al contrario, e pensare che tutti stiano complottando per farti felice.
Quando l’ho letta ho pensato: “Anch’io, anch’io! Lo fanno anche con me!
Vogliono incastrarmi!”.
Forse è solo colpa mia, che invece di essere contenta mi viene da vomitare, se
sto per troppo tempo dentro a una “situazione perfetta”.
Tipo succede che Jimmy dica: «Compriamo una casa qui», poi un giorno
magari ci trasferiamo, e a me sembra che mi abbia detto: «è finita la pacchia,
saluta tutti e cucinami un arrosto».

E in questo modo, qui ero stato colpito, una serata con Jimmy “giusto perché
non c’era altro da fare” era diventata dieci anni, che è un fatto micidiale, secondo
me, visto che di dieci anni in dieci anni ci si può bruciare una vita intera.
Ma se non altro quella di Viola era una vita tutto sommato piacevole, fatta di
viaggi, cene, feste e spettacoli artistici.
Io invece non solo non mi potevo consolare con altro che non fosse la mia
solitudine, ma avevo anche una specie di cappa o di nebbia interiore che mi
faceva sentire il mio presente come un passato e il mio futuro come un passato e,
ma questo mi sa che è normale, il mio passato come un passato, ma troppo
lontano.
Anche se avevo trentacinque anni e in teoria una serie illimitata di possibilità,
me ne sentivo mille e consideravo di aver esaurito la mia esperienza esistenziale
che, posso dirlo, era stata nel complesso un fallimento lugubre.
Perché nella vita avevo sempre voluto una cosa, sin da bambino: essere felice.
Che cosa banale, lo so. Però è quello che ciascuno di noi vuole, non è che
uno per fare l’originale può dire: «La cosa che mi interessa di più è essere
infelice». Sarebbe anche un po’ scemo. Allora, le cose, meglio tenerle semplici.
La felicità è quello che la nostra natura ci porta a volere più di tutto il resto,
alla fine.
Non si parla di un desiderio che potrebbe essere così o anche diverso, si parla
della destinazione verso cui la forza misteriosa che nasce dalla nostra
configurazione cellulare tende in modo cieco e automatico.
Che io me la figuro come un magnetismo, questa forza, un’attrazione
invisibile e irresistibile che è così e basta, e che è così e basta perché noi siamo
così e basta: noi siamo la struttura deambulante del nostro desiderio di felicità.
Che è una forza fisica, o la sua manifestazione antropomorfa.
E la mia strada per arrivare alla felicità, ho sempre pensato, era trovare la mia
donna, il cosiddetto amore di una vita.
Il sospetto che quest’idea un po’ scema mi venisse dall’aver visto troppi film
con Meg Ryan e dall’aver ascoltato troppe canzoni di Bon Jovi quando ero
piccolo l’ho sempre avuto, però probabilmente deriva anche da un’altra cosa un
po’ più seria.
Mio padre, infatti, aveva trovato mia madre quando lei aveva solo tredici
anni e se l’era tenuta per tutto quel tempo – e lei si era tenuta lui, è chiaro – e
questo aveva prodotto una famiglia dove la felicità e la ricerca della felicità come
unico scopo della vita erano date per scontate.
I miei genitori mi hanno lasciato germogliare nella più totale libertà di
cercarmi la mia strada per la felicità, e anche se hanno tentato di educarmi e di
indirizzarmi come tutti i genitori di questo mondo verso ciò che secondo loro
poteva essere la strada giusta, alla fine mi hanno anche sempre lasciato libero di
non seguirla e di prenderne un’altra.
Così io, a dodici o tredici anni, avevo le idee chiarissime: la felicità era una
donna.
E questa donna me la immaginavo con molta precisione, anche: doveva
essere magra, bella, con i capelli neri, la carnagione chiara e un grande senso
dell’umorismo, ma nero e cinico come il mio; non doveva arrabbiarsi mai, essere
sempre positiva e contenta e avere anche lei ben presente che se c’è una cosa in
questo mondo che possiamo dare per scontata, è la necessità, egoistica se
vogliamo, individualistica in un certo senso, di perseguire insieme la felicità
attraverso la gioia.
Una ricerca della gioia con gioia, non una ricerca della gioia senza gioia,
come aveva detto non so più che antropologo, e di certo non una ricerca della
felicità attraverso l’infelicità.
Perciò, considerando questi fatti che ho appena confusamente elencato,
posso giudicare ben strano che dopo trentacinque anni di vita fossi arrivato al
punto di considerarmi già morto, tutto circondato da un sarcofago incrostato
pieno di nebbia velenosa e puzzolente, e che dicessi al telefono a mia madre di
rassegnarci a una vita senza amore.
E ancora di più mi sembrava assurdo essere fidanzato con una ragazza che
non mi piaceva, priva di senso dell’umorismo, sempre arrabbiata, sempre
negativa, sempre triste e che aveva la fissazione di perseguire l’infelicità attraverso
l’infelicità.
Quando avevo conosciuto Addolorata avevo notato subito la sua
incontenibile tristezza e scioccamente avevo pensato di poterla trasformare in
contentezza.
Addolorata si era presentata a me in lacrime, questo il suo biglietto da visita.
Me lo aveva consegnato senza pudore, umido e malconcio, e io invece di
buttarlo nella spazzatura lo avevo preso e lo avevo esaminato con interesse, già
pensando a come trasformare quelle lacrime in risate.
“Sono troppo simpatico”, pensavo prima di incontrarla, “nessuno mi può
resistere. Quindi ora prenderò questa poveretta in lacrime e la trasformerò in una
risata ambulante”.
E quando lei mi aveva parlato della sua famiglia e di tutte le angherie che
questa le infliggeva, quando mi aveva parlato di sua madre, «sempre arrabbiata e
triste», e di suo padre, «sempre imbronciato e afflitto», io, nel mio ridicolo
delirio di onnipotenza immaginaria, avevo pensato: “Non c’è problema,
cambierò anche loro!”.
“Lasciate che gli Addolorati vengano a me”, questo era il mio motto. Beati i
depressi, perché con me rideranno a crepapelle. E così via.
Ma in breve avrebbe dovuto sembrarmi chiaro che Addolorata e i suoi
genitori non potevano essere guariti dalla loro cronica afflizione. Non potevano
perché non volevano, prima di tutto. Non volere è non potere, potremmo dire.
E poi non potevano perché non potevano. Non potere è non potere, soprattutto,
sono forse l’unico a godere della tranquillizzante, indiscutibile certezza delle
tautologie.
L’esito più ovvio del mio ingresso in quel mondo così soffocante e cupo non
era che io contagiassi gli Addolorati con la mia allegria, ma che gli Addolorati mi
infettassero con la loro tristezza.
Così, in sei anni di storia con Addolorata, non ero mai stato felice, e anzi ero
stato infelice, e ancora di più mi ero reso conto della morbosità di quella
situazione quando lei stessa mi aveva confidato di non essere mai stata felice.
A me quella rivelazione era sembrata di una crudeltà spaventosa, una
mancanza di tatto e di riconoscenza nei confronti di uno che aveva risposto alla
sua richiesta di aiuto, senza capire che era solo un modo per attirare la preda e
annientarla.
E infatti ci ho messo tanto a capire che quei tre, ciascuno nei rispettivi e
vicendevoli ruoli di vittime e carnefici, erano parte di un meccanismo
perfettamente oliato, funzionante e autosufficiente che non avrebbe fatto altro
che macinare la carne e triturare le ossa di chiunque avesse cercato di
intromettersi.

***

Un giorno di quel marzo 2012 ero nel parcheggio sotto casa e stavo parlando
con un mio amico, Michele, incontrato proprio mentre stavo per salire sulla mia
147.
E come succede quando due maschi si incontrano, è normale parlare di
macchine, anche se a me delle macchine e dei motori non me ne frega niente, e
forse neanche a Michele, che però proprio in quel periodo stava pensando di
cambiare la sua Golf, e Michele è uno che ha un lato pragmatico molto spiccato,
è uno, direi, completamente dentro le cose, mentre io sono uno che, se non si
concentra, le cose lo colpiscono dappertutto come gli oggetti fluttuanti nelle
navicelle spaziali senza gravità.
Le avevamo prese più o meno nello stesso periodo, anni prima, lui la sua
Golf e io la mia 147, e Michele mi diceva che pensava di cambiarla perché da un
anno gli si era accesa una spia e non c’era verso di capire quale fosse il problema,
né di farla spegnere.
Era una spia che ogni tanto veniva fuori mentre stava guidando. E
nonostante la Golf continuasse a procedere senza problemi lungo la strada, la
spia si accendeva per segnalare che qualcosa non andava per il verso giusto, anche
se tutto sembrava a posto, e poi dopo un po’ si spegneva da sola, ma solo
temporaneamente, per poi riaccendersi in un momento del tutto diverso e
inaspettato.
Quando l’aveva portata dal meccanico, la spia non si era accesa,
naturalmente, e la Golf funzionava senza problemi, perciò il meccanico aveva
cominciato a pensare che il mio amico Michele fosse un tipo strambo, o uno con
del gran tempo da perdere.
Michele, allora, che è uno sveglio, aveva pensato: “La prossima volta che si
accende vado diretto dal meccanico”, e un giorno che la spia si era accesa aveva
cambiato direzione repentinamente e accelerando per fare in fretta si era diretto
dal meccanico, ma poco prima di entrare nell’officina la spia si era spenta e allora
Michele si era limitato a fare un saluto con la mano al meccanico come a dire:
«Salve, tutto ok?», come a dire: «Non mi sembra giusto andare dai meccanici e
dai dottori e da tutte le figure professionali solo quando si ha bisogno di
qualcosa, deve essere un comportamento che vi fa sentire molto soli», e poi aveva
ingranato la retro e se n’era andato via.
Aveva anche provato, quando la spia si era accesa, a dirigersi dal meccanico
di soppiatto, all’insaputa del dispositivo, fischiettando e guidando lentamente,
ma la spia, tutte le volte che arrivava nell’officina, si spegneva.
Aveva anche provato a fermarsi fuori dall’officina, pensando che magari
l’inclinazione del pavimento dell’officina facesse colare dell’olio un po’ più a
destra o un po’ più a sinistra provocando lo spegnimento della spia, ma la spia si
era spenta lo stesso all’avvicinarsi del meccanico, a piedi, dall’officina verso la
Golf.
Aveva anche convinto il meccanico a salire in macchina e farsi un giro, per
allontanarsi dall’officina, ma la spia non si era mai accesa.
Così aveva sospettato di un’avversione della spia per quel meccanico lì in
particolare ed era andato da un altro, un po’ perché come detto pensava che ci
fosse dell’elettromagnetismo negativo tra il suddetto meccanico e la spia, un po’
perché ormai, con tutte le figure da idiota che aveva fatto andando lì a
lamentarsi di una spia accesa che però era sempre spenta, ormai la reputazione e
la faccia, con quel meccanico e in quella officina, se le era completamente
bruciate.
Ma nemmeno il nuovo meccanico era mai riuscito a vederla, questa spia
accesa, e così alla fine Michele si era deciso a cambiare direttamente tutta la
macchina.
A quel punto avrebbe fatto ridere se così, tanto per vedere, di tutta la
macchina avesse tenuto soltanto la spia e l’avesse portata a casa e messa sul
comodino, e di notte la spia si fosse accesa ancora, segnalando così che il
qualcosa che non andava non c’entrava niente con la macchina ma, forse, con
Michele e con la sua vita. In quel caso Michele avrebbe ripreso la sua indagine in
modo più esteso e approfondito, esistenziale e filosofico, fino ad arrivare a
trovare il problema reale e così a risolverlo, credo.
Una spia così farebbe comodo a tutti, e avrebbe fatto comodo soprattutto a
me, ma io non ero un tipo pragmatico, non ero un tipo lineare dentro le cose,
ero un tipo tutto sbilenco che fluttuava senza controllo in una cabina spaziale, e
se si fosse accesa a me, una spia del genere, l’avrei minimizzata, screditata,
ignorata, ci avrei messo sopra un adesivo e sarei andato avanti per la mia strada,
che poi non era neanche vero che fosse la mia.
«E la tua, invece?», mi aveva chiesto Michele dopo avermi raccontato tutta la
storia della spia e del meccanico, indicando la mia 147, lì parcheggiata.
Io come sempre ero pronto per andare a Fidenza.
Ogni martedì, infatti, con la mia 147 andavo a Fidenza a cena da Addolorata
e da Angela, la sua amica logorroica, e una volta là restavo il meno possibile,
adducendo per andarmene le scuse più diverse, e trovavo un po’ di sollievo solo
quando finalmente mi chiudevo la porta alle spalle, scendevo le scale e
attraversavo il cortile con il terrore di essere richiamato, lo stesso terrore che
immagino avessero le spie dopo aver passato un controllo all’aeroporto, ormai a
pochi passi dall’aereo. Saltavo sulla mia 147, la accendevo e ripartivo, e ogni
chilometro che mettevo tra me e la casa di Addolorata era una dose di sollievo in
più che mi arrivava dritta nel cervello e nelle vene. Poi, una volta a casa, me ne
stavo lì senza noie e per altri tre giorni, cioè fino a venerdì, quando dovevo
andarla a prendere e portarmela a San Paco per il fine-settimana, ero in uno stato
di tristezza, di malinconia, di sensazione continua di seppellimento, ma, se non
altro, libero dalla presenza di Addolorata, dalla sua voce, dalle sue lamentele,
dalle sue arrabbiature e anche dai suoi silenzi, che erano molesti anche quelli.
Per uno come me, da sempre abituato a ritenere che una delle supreme
ambizioni individuali sia quella di avere solo giornate stupende costellate di
momenti sublimi, l’idea di importunare gli altri, facendo avere loro delle
giornate tremende, è inconcepibile.
In virtù di questo tratto del mio carattere mi riusciva difficile allora capire
perché mai Addolorata mettesse così tanto impegno nel regalarmi solo ed
esclusivamente momenti brutti, e l’unica spiegazione che mi sono dato è che lo
facesse per malignità e per dispetto, invidiosa del mio umore che era sempre
buono, a differenza del suo che era sempre cattivo.
Alla fine i giorni senza Addolorata erano giorni positivi.
È incredibile adesso pensare che quei giorni terrificanti fossero giorni
positivi, ma il cervello umano è fatto così: se mi fai vivere in una buca piena di
topi e sei giorni alla settimana mi tiri fuori per darmi delle bastonate, il giorno
che mi lasci tranquillo nella mia buca piena di topi senza tirarmi fuori per darmi
delle bastonate è un giorno lieto, quasi bello.
Credo sia così per via della necessità di adattamento che però, come tutte le
cose, è la proverbiale arma a doppio taglio.
La capacità di adattamento serve infatti per sopportare momenti negativi in
attesa di una soluzione che porti a momenti positivi, ma se non stai attento
diventa un’arma terribile per trasformare i momenti negativi in momenti
positivi, al punto che ti convinci che sono davvero positivi, anzi i momenti
positivi che cercavi, dunque ti fermi e te li godi.
È così che ero sprofondato poco alla volta nelle paludi della vita,
chiudendomi in un sarcofago e barricandomi nelle incrostazioni.
È così che da sei anni stavo con quella macinatrice di sofferenza che era
Addolorata e invece di prenderla e buttarla in un cassonetto dell’immondizia
pensavo addirittura di rassegnarmi a una vita senza amore, proprio io, che
pensavo l’amore fosse la cosa più importante, e di andare avanti così fino al
termine delle mie giornate.
Ed è così che Viola stava da dieci anni con un uomo che non era quello
giusto per lei, un uomo che rideva nei momenti sbagliati e non rideva in quelli
giusti, un uomo che aveva scelto perché bello – parole sue – senza pensare che
con un uomo ci devi vivere, mica lo devi appendere alla parete come un quadro.
Eravamo due persone che, sapendo bene di dover andare in una certa
direzione per raggiungere la felicità, stavano andando lentamente, come a bordo
di una barca che scorre sulla superficie di un lago avvolto nella nebbia, sempre
più nella direzione opposta.
«E la tua, invece?», mi aveva chiesto Michele dopo avermi raccontato la storia
del meccanico e della spia, indicando la mia 147 che se ne stava lì a guardarlo
come a dire: “Ma cosa vuoi da me?”.
«La mia? Speriamo che duri altri dieci anni!», gli avevo detto facendo le
corna.
Allora lui, per ridere, aveva lanciato una maledizione alla 147, sapendo che
sono un tipo razionale di quella razionalità superstiziosa che se uno non mi
lancia delle maledizioni è meglio.
Quindi ci eravamo salutati e io ero partito per andare a Fidenza, da
Addolorata.

***

Come ho detto, le serate da Addolorata cercavo di farle durare il meno


possibile.
Se devo pensare a un’altra cosa che mi dava sgomento come la cena
settimanale da Addolorata, mi viene in mente la messa della domenica, che
durava poco ma, in quanto ad afflizione del mio sistema nervoso, era intensa
uguale.
E mi ricordo che quando poi avevo ottenuto la patente, prendevo la
macchina e per far contenti i miei genitori dicevo: «Vado a messa», ma invece di
andare a messa parcheggiavo in una stradina accanto alla chiesa e stavo lì finché
la messa non era finita e la gente non usciva.
In pratica preferivo starmene in macchina ad aspettare piuttosto che andare a
messa, e per aspettare meglio mi portavo un libro.
Che alla fine, se fossi andato a messa, mi fossi seduto e mi fossi letto il mio
libro, non credo che né il prete né i fedeli mi avrebbero detto qualcosa. Avrei
potuto anche mettere, sul libro, una sovraccoperta che lo facesse sembrare il
vangelo o la bibbia, e sarei stato a posto.
Comunque poi tornavo a casa e mia madre mi chiedeva com’era stata la
messa, e uno cosa può rispondere a una domanda del genere? Come vuoi che sia
stata, la messa? Bella. Diversa dal solito. Meglio dell’altra volta. Ho visto i
chierichetti più sincronizzati, più a tempo. Belle anche le luci. L’ostia era più
fragrante del solito e la gente più intonata. Il prete, poi, era particolarmente
ispirato, ha fatto una bella predica, con molti riferimenti letterari e filosofici, alla
fine è cominciato un dibattito e siamo rimasti tutti lì a parlare venti minuti più
del previsto.
Comunque un giorno, stufo della pantomima, ero andato dai miei e avevo
detto: «Non ci vado più a messa», e loro non avevano neanche protestato troppo.
Avrei potuto dirlo anche prima.
E con Addolorata avrei dovuto fare lo stesso, dire: «Non ci vengo più a cena
da te, e non ti vengo più a prendere il venerdì, e va da sé che non ti devo più
riportare a casa la domenica».
Quando andavo, poi, speravo sempre che ci fosse anche Angela, ma non
perché mi fosse simpatica – in effetti era una di quelle persone che vogliono
sempre avere ragione e sanno sempre tutto – ma perché così poteva svolgere una
funzione di ammortizzatore, e perché se c’era lei potevo comunque parlare con
una persona, anche se una persona logorroica e che era intelligente solo lei e
sapeva tutto solo lei.
Il peggio era quando entravo e sentivo il caratteristico silenzio di quando
Angela era fuori, oppure quando entravo e Angela aveva su il cappotto.
«Non è che stai andando via?», mi veniva da dirle. «Sei appena arrivata? Vieni
che ti aiuto a toglierlo. Dai che te lo appendo!».
Ma a volte aveva il cappotto perché stava andando via, e allora mi si
prospettavano due ore o due ore e mezzo con Addolorata e basta, che era
divertente come fare due ore e mezzo di coda per prendere dei pugni nella
pancia.
Allora mi sedevo in modo da avere sempre a tiro il forno a microonde, mica
perché fosse un bel forno o perché ci fosse dentro qualche manicaretto, ma
perché sul forno a microonde lampeggiava l’ora, a indicarmi il tempo che
mancava per tornare a casa.
Dal primo istante che mettevo piede nella casa di Fidenza cominciavo a
contare i minuti nell’attesa del momento di andarmene via. Anzi, ancora prima:
prima di entrare, prima di arrivare, prima di partire, praticamente dal momento
in cui spegnevo il computer per cominciare a prepararmi per andare a casa di
Addolorata cominciavo a fare il conto alla rovescia dei minuti che mi mancavano
per ritornare lì dov’ero, a casa mia a San Paco, e quelle due ore con Addolorata
erano una penitenza.
Ci son molti che pensano che nelle vite successive sconti le malefatte della
tua vita attuale, ma secondo me in certi casi le malefatte della tua vita attuale le
sconti subito, come a dire “mettiamoci a posto prima di dimenticarci o di fare
confusione”, e si vede che Addolorata è una punizione che la vita mi ha inflitto
per espiare una colpa di questa vita stessa che però non ricordo.
Una volta lì, prima c’era la parte della cena, che era sempre una cena
vomitevole perché lei aveva delle convinzioni che l’avevano portata a essere
prima vegana, poi fruttariana, poi mezza crudista, e alla fine mangiava solo della
sabbia.
Il che fa ridere, perché ci sono delle persone – ne ho conosciute un paio
durante il mio sgangherato percorso di conoscenza del genere umano – che si
presentano come vegane o fruttariane o simili, magari per questioni etiche o
salutistiche, ti fanno dei discorsi, cercano anche di convincerti, di convertirti, e
poi magari di nascosto si abbuffano e poi vomitano, però in tua presenza
praticamente sembra che il cibo faccia loro schifo, quasi neanche lo toccano.
«Grazie sono sazio», dicono, «ho fatto merenda con un carciofo».
«Che cosa c’è di buono stasera?», chiedi, e loro ti servono sedano crudo e
finocchio bollito con contorno di fogli di giornale di ieri. Allora tu mangi per
non star lì a scatenare una tragedia o uno psicodramma che ti rovinerebbe
completamente la serata, solo che poi, quando vai via, aprono una botola sotto il
divano e tirano fuori un panettone gastronomico ripieno di carne, uova,
pancetta fritta, cipolla, senape e ketchup e un panettone gastronomico più
piccolo e se lo mangiano tutto scolandosi tre o quattro bottiglie di champagne.
Poi vanno al frigorifero dove tengono uno yogurt ammuffito dell’anno prima, si
mangiano anche quello e nel giro di dieci minuti stanno male e vomitano tutto.
E se per caso torni indietro perché hai dimenticato le chiavi o il portafoglio, le
trovi che sorseggiano beatamente una tisana al finocchio, che le guardi e dici,
con un principio di ammirazione: «Ma guarda questi qui, che ferrea disciplina
che hanno».
Durante la cena io e Addolorata non dicevamo quasi una parola.
Ho sempre pensato che fosse riuscita in una vera impresa, cioè di non farmi
dire più una parola, io che un tempo ero più logorroico di Angela, io che potevo
parlare anche con i sassi, io che a scuola parlavo con i banchi, che venivamo
sempre buttati fuori io e il mio amico Giovanni, anche se in realtà stavo
parlando da solo, ma i professori non ci credevano che uno poteva essere così
scemo da parlare due ore con il banco, e così buttavano fuori anche Giovanni
(che comunque era contento di farsi un giro fino al bagno e di potersi fumare
una sigaretta in santa pace).
E questa persona, pensavo, cioè Addolorata, era riuscita con i suoi metodi a
zittirmi completamente, a sigillarmi le labbra e a farmi passare la voglia di dire
qualunque cosa.
Che io le persone le divido in persone con cui ho voglia di parlare e persone
con cui non ho voglia di parlare, e mi capita spesso che ci siano delle persone che
vorrei tanto trovare simpatiche, e che vorrei come amiche, ma che per qualche
motivo non mi fanno mai venire voglia di parlarci, di comunicargli delle cose,
proprio non so dire perché.
E Addolorata, in breve tempo, era diventata così: una persona alla quale non
avevo più voglia di dire niente, e che non avevo più voglia di stare a sentire, né
lei me.
Questo mi risultava evidente in tutte le occasioni. Una volta in macchina mi
ero messo a canticchiare e lei, Addolorata, che tutto il tempo mi ammorbava con
la sua musica stramba e i suoi gruppi squinternati, le cui composizioni parevano
i lamenti di animali moribondi, dopo avermi lasciato canticchiare neanche
mezzo minuto, aveva sollevato il pugno verso il parabrezza e aveva detto: «Se non
la smetti lo spacco con un pugno», intendendo immagino il parabrezza stesso.
Allora io, pur non capendo il perché di quella reazione, visto che canto come
un usignolo, mi ero tappato la bocca immediatamente.
Perché ormai mi sentivo come un prigioniero al quale viene ordinato di
camminare sulle mani fischiettando la Marsigliese, ordine che lui, essendo la
scelta migliore per la sua incolumità, per quanto folle, esegue senza discutere.
(E una volta, mentre stavamo andando sulla tangenziale, mi aveva detto:
«Non ti viene mai voglia di tirare il freno a mano mentre stai guidando?». E io
l’avevo guardato, il freno a mano, poi avevo guardato lei e avevo detto: «No che
non mi viene!», aggiungendo poi, mentalmente: “non sono mica scemo”. E poi
avevo aggiunto, sempre mentalmente: “però te mi sa che lo sei, scema”. E poi
avevo aggiunto, ancora mentalmente: “sarà mica il caso di farti scendere, per
l’incolumità di tutti?”. E da quel momento ogni viaggio che avevo fatto con lei
avevo sempre tenuto una mano nei dintorni del cambio, per controllare anche il
freno a mano ed evitare che, magari a causa di una carenza di vitamine dovuta a
troppe radici crude, le venisse voglia di tentare l’esperimento e farci ammazzare).
Ho detto la scelta migliore, ma è naturale che la scelta migliore era, invece di
assecondare una simile aguzzina, fermare la macchina e dirle di scendere,
ripartire e non rivederla mai più. Tuttavia, a causa dell’impaludamento di cui ho
parlato, non ci riuscivo.
Anche se, a onor del vero, una volta l’avevo lasciata.
O almeno così credevo, perché infatti dopo che le avevo detto: «Basta, è
finita», lei aveva reagito in un modo del tutto imprevedibile a quella mia
decisione così perentoria.
Che cosa ti aspetti quando dici a una persona che è finita?
Ti aspetti che dica: «Va bene», oppure, «non va bene», o che si metta a ridere
o a piangere.
Ma lei invece aveva fatto una cosa che secondo me non ha mai fatto nessuno
nella storia delle relazioni amorose: aveva fatto la gnorri.
Non si è mica mai sentito, secondo me, che uno venga mollato e che per
tutta risposta faccia lo gnorri.
Ma lei invece aveva proprio fatto la gnorri e si era comportata come se,
invece di dire: «Non voglio più stare con te», avessi detto: «Devo ricordarmi di
passare in tintoria».
E alla fine questo comportamento mi aveva spiazzato e disorientato così
tanto che non avevo più trovato lo spirito e la forza di ricominciare il discorso da
capo per provare a mollarla di nuovo.
Perciò, riassumendo, le cose erano andate più o meno così:
«Vattene via!».
«No».
«Ok».
(Mi sa che c’è un concorso di colpa, in tutta questa insopportabile
scemenza).
E la sera, a Fidenza, quando ero lì a cena a mangiare sassi in brodo e nessuno
dei due diceva una parola, lei ascoltava la musica.
Se c’è una cosa che ricordo con tormento, è la musica di Addolorata. Non
tanto per la musica in sé, che comunque era una musica scritta da un musicista,
mi aveva spiegato lei, che da piccolo suo padre gli aveva sbattuto la testa sulla
stufa così forte da procurargli dei terribili acufeni permanenti, il che in un certo
senso spiegava come mai fosse musica così brutta. Comunque non era l’aspetto
più fastidioso, volevo dire questo, ma lo era il fatto che Addolorata la ascoltasse
senza usare le cuffie, costringendo così anche me ad ascoltarla.
E se durante quelle serate lo faceva per due ore, che comunque sono già
tante, specialmente per uno che è abituato a stare in completo silenzio, durante i
fine-settimana lo faceva senza sosta. E dopo sette, otto, nove ore di musica
sparata nell’aria e dritta dentro la tua testa, se non sei pazzo hai voglia di fare solo
una cosa: prendere la sorgente di quella musica e spararla fuori dalla finestra con
una catapulta.
Così alla fine ero sceso un momento al negozio sotto casa, avevo comprato
degli auricolari, ero tornato di sopra da Addolorata e porgendole le cuffie avevo
detto: «Tieni, mettile quando ascolti la tua musica».
E siccome lei la ascoltava sempre, la sua musica, quando era con me portava
gli auricolari sempre, il che generava una situazione ancora più grottesca e mi
faceva domandare a che diavolo servisse la mia presenza lì, o la sua presenza nella
casa di San Paco, visto che ognuno conduceva la propria vita ignorando l’altro.
Al di là delle spiegazioni che mi sono dato, e al di là del fatto che mi sentivo
tenuto in ostaggio, c’è da dire che la cosa più folle e tremenda era un’altra: a
vederci da fuori non eravamo una persona normale in ostaggio di una persona
fuori di testa, ma due persone fuori di testa che stavano insieme senza saperne il
motivo.
Dopo la cena, che finiva in fretta e che io trascorrevo totalmente pensando ai
fatti miei e guardando l’ora sul microonde, ci spostavamo in soggiorno, sul
divano, dove lei si addormentava e io guardavo la TV aspettando le 22,30, cioè
l’ora in cui, adducendo la scusa della possibilità di trovare forti nebbie (anche
d’estate), me ne andavo.
L’ora del rientro, e quindi della fine della punizione di stare con Addolorata,
era stata anticipata sempre di più con il passare del tempo.
In pratica me ne sarei dovuto andare alle 22,30, ma già un quarto d’ora
prima cominciavo a stiracchiarmi e a dire: «Tra poco vado a casa, prima che
salga la nebbia». Se a quel punto Addolorata obiettava che non c’era nebbia, io
dicevo: «Appunto!», e se invece c’era nebbia ero a posto.
Poi, però, invece di dire: «Tra poco vado a casa», avevo cominciato a dire:
«Vado a casa», e l’orario in cui potevo andarmene era diventato le 22,15, il che
mi permetteva di cominciare a stiracchiarmi e a dire «tra poco vado a casa, prima
che salga la nebbia» alle 22. Quindi, usando lo stesso metodo, avevo cominciato
a filarmela alle 22, orario sotto il quale non ero mai sceso, per una sorta di
pudore o di credibilità.
Anche perché di quel passo sarei arrivato alle 20 e, non appena entrato, avrei
detto: «Tra poco vado a casa, prima che salga la nebbia», e senza neanche
chiudere la porta ma solo voltandomi sarei uscito sul pianerottolo, dileguandomi
in un secondo.
A pensarci adesso era tutto insopportabilmente stupido e assurdo: presentarsi
alle 20 e andare via alle 22, non farsi vedere né praticamente sentire per tre
giorni, ripresentarsi il venerdì, caricarla in macchina, portarla a San Paco,
scaricarla sul divano con gli auricolari e proseguire con la mia vita, compreso
scrivere a Viola, fino alla domenica sera, quando le sfilavo gli auricolari e le
dicevo che era ora di andare.
A quel punto talvolta lei mi diceva che era indecisa se farsi accompagnare a
casa o se fermarsi una notte in più e prendere il treno la mattina successiva.
Io allargavo le braccia come per dire: «è una tua scelta», ma all’idea di stare
con lei un’altra notte mi sentivo male.
Così le dicevo che l’avrei accompagnata volentieri, ma che naturalmente
preferivo restasse una notte in più.
«Se vuoi andare adesso, però», riprendevo prima che avesse il tempo di
ripensarci, «ti accompagno a casa più che volentieri, così non devi stancarti a
prendere il treno domani mattina...», eccetera eccetera.
«Devo anche fare la lavatrice», rimuginava lei.
E io allora: «Be’, se devi fare anche la lavatrice...», dicevo allargando le braccia
come a dire: «Alla lavatrice non si comanda», o, «Ti capisco benissimo perché
anch’io sulla lavatrice non transigo, si può dire che sia il metronomo che
scandisce i tempi della mia vita».
E a ogni modo che mi facesse piacere se fosse rimasta una notte in più lo
dicevo perché non volevo farle capire quanto in realtà io sperassi di
riaccompagnarla a casa immediatamente, altrimenti pur di rovinarmi la serata e
darmi un dispiacere credo che sarebbe rimasta, mentre io l’avrei riaccompagnata
a casa sua in qualunque momento, anche alle quattro di notte, se me l’avesse
chiesto.
Immagino non abbia mai intuito quanto detestassi la sua presenza, altrimenti
avrebbe fatto di tutto per stare sempre con me, per andare a vivere insieme, e
non mi avrebbe mollato un istante. Ma è anche vero che è difficile che non lo
sapesse, perché se uno viene a cena da te alle 20,15 e alle 22 dice che deve
andarsene perché ha paura che ci sia la nebbia, quello lì è uno che ha voglia di
passare del tempo con te come uno ha voglia di passarlo con l’ispettore della
Guardia di Finanza.
Non ho idea, allora, del perché due persone che detestavano trascorrere il
tempo insieme non prendessero l’unica decisione da prendere, cioè lasciarsi e
non vedersi mai più.
Cioè, io lo so perché, per quanto mi riguarda: era un misto di paura, un
misto di scarsa considerazione di quelle che erano le mie reali possibilità nella
vita e di cattiva valutazione della difficoltà della cosa.
Ma per quanto riguarda lei no, allora non lo so.