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Introduzione alla Storia della filosofia contemporanea [FT0422]

Wittgenstein: Ricerche filosofiche


29 November 2017

Ricerche filosofiche (1953)


passaggio da una concezione rappresentazionale del linguaggio a un linguaggio come insieme di pratiche e comportamenti
questo corrisponde al passaggio da un solipsismo (Tractatus) a un’intersoggettività
l’intersoggettività è intrinseca a qualsiasi filosofia pragmatica
Tractatus: il senso di una proposizione rinvia a un insieme di cose che possono o non possono sussistere (il senso del linguaggio sta fuori il
linguaggio, sta negli stati di cose)

vi è un sistema di regole che tiene insieme il nostro linguaggio – ed è all’interno di questo sistema che troveremo regole che sovrintendono all’uso
del linguaggio; la coerenza con gli usi stabiliti stabiliranno il senso delle proposizioni
"Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio” (par.43)
l’uso indica il posto che una parola occupa nel linguaggio; una proposizione sarà insensata se useremo una parola in un “posto” che non è
appropriato
l’uso precede il riferimento, ne è condizione – ma presuppone un sistema di regole
Wittgenstein usa l’espressione “gioco linguistico”, per indicare che quando parliamo è come se giocassimo, aderendo a un particolare set di regole
il parlare un certo linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita (un modo di comportarsi comune)
la parola è implicitamente accompagnata da un insieme di istruzioni; imparare un linguaggio significa dunque assimilare quell’insieme di
istruzioni, le quali sono chiamate la “grammatica del linguaggio”

possiamo anche aver imparato da qualcuno che una parola si riferisce a un certo dato di fatto
questo è un insegnamento che Wittgenstein chiama “ostensivo”, ma esso funziona a condizione che noi capiamo il gesto del mostrare; in poche
parole, è necessario possedere già un insieme di regole, in questo caso per la pratica dell’ostensione
la grammatica ci dice che tipo di oggetto una cosa sia (cfr. par.373)
“L’essenza è espressa nella grammatica” (par.371) – l’essenza di una cosa è questione linguistica
e pertanto tutte le questioni filosofiche sono questioni linguistiche

la filosofia del linguaggio diviene qui un sostituto della vecchia ontologia, ma si scaglia anche contro il primato della coscienza, ovvero il primato
che il soggetto pretende nei confronti dell’essere e del linguaggio
Wittgenstein contesta l’idea che i concetti siano stati mentali, depositati nella nostra mente
quella concezione si fonda infatti ancora sulla concezione rappresentazionale del linguaggio – “il pensare, proprio come il parlare, non è
rappresentare”, bensì una pratica
il pensiero è fare un uso; comprendere un concetto non è quindi averne un'immagine, ma saperlo usare, cioè conoscerne la grammatica

nelle Ricerche non troviamo mai un riferimento diretto al primato del linguaggio, poiché noi non possiamo parlare del linguaggio in quanto tale
non c’è un universale (un qualcosa in comune, un'essenza) dei giochi linguistici; "questi fenomeni sono imparentati"
questa è la condizione che impedisce di parlare dell’essenza del linguaggio: la stessa nozione di gioco linguistico implica che ognuno abbia la sua
grammatica, e per parlare del linguaggio in generale dovremmo trascendere il nostro gioco

la regola ha a che fare con il suo carattere intersoggettivo – essa è per definizione condivisa tra vari individui
non ha senso parlare di regole senza nominarne il carattere ripetitivo: “non è possibile che un solo uomo abbia seguito una regola una sola volta”
(par.199)
viene escluso che una regola possa essere seguita una sola volta in assoluto (cioè da una sola persona, in un’unica circostanza); non c’è regola
senza ripetizione

com’è possibile essere sicuri del fatto che una regola sia stata rispettata o violata?
Kripke, in commento alle Ricerche: l’unica cosa che ci fa ripetere una regola è la memoria, ma essa è fallibile
la conferma può venire solo da altri soggetti, che conoscono la regola
“credere di seguire la regola non è seguire la regola” (par.202)
per questo è necessario il giudizio altrui: per distinguere tra il seguire una regola e il credere di seguire una regola
seguire una regola privatamente fa cadere la distinzione tra il seguire la regola e il credere di farlo; qualora saltasse questa distinzione, salterebbe
la nozione stessa di regola, poiché qualsiasi azione corrisponderebbe a una regola
privatamente, la correttezza non potrà che avere la parvenza di essere tale

spostato il linguaggio da una concezione raffigurativa a una dell’uso, pratica, regole e intersoggettività vanno assieme
1. v’è il problema della normatività nel linguaggio: non si tratta di capire se una regola sia corretta o meno, ma della certezza di poter applicare
in maniera corretta o scorretta tale regola
2. l’uso non può essere determinato soggettivamente, ma richiede la presenza di altri
3. l’intersoggettività appare come un presupposto necessario, non v’è una dimostrazione linguistica di essa – il darsi delle regole implica
intersoggettività
l’intersoggettività è una condizione genetica dell’uso delle regole; l’intersoggettività serve a farci apprendere le regole attraverso approvazione e
correzione
ma l’intersoggettività è anche condizione di validità dell’uso delle regole; essa serve a rispondere alla domanda: cosa rende corretta o scorretta
l’applicazione di una certa regola?
4. non si danno regole (e di conseguenza un linguaggio) senza un accordo intersoggettivo
l’accordo intersoggettivo è una concordanza di forme di vita (non di opinioni)
è possibile avere opinioni diverse in forza di regole ulteriori – questa è l’accordo implicito del quale si parla in questa sede

perché il giudizio dell’altro dovrebbe valere più del giudizio mio? In Wittgenstein non troviamo la risposta a questa domanda
la vera superiorità risiede nell’intersoggettività come pluralità di punti di vista; la regola si fonda su un rapporto sociale (Kripke:
comunità), non sul rapporto privato io-tu
dentro a questa socialità non c’è un punto di vista privilegiato rispetto agli altri, poiché ogni partecipante al gioco linguistico è giudice e giudicato al
tempo stesso
ogni giudizio formulato all’interno di questa comunità sarà per definizione provvisorio
la domanda sulla giusta applicazione può essere posta a condizione che in noi v’è un’idea della giusta applicazione
la norma generale di correttezza e giustezza, investendo la nozione di gioco linguistico, li attraversa tutti
è necessario aprirsi all’idea di un gioco dei giochi [sviluppata poi da Apel], possibilità esclusa dall'opera Wittgenstein poiché i giochi linguistici
pro lui non sono riducibili l’uno all’altro
il linguaggio è visto qui come uno strumento che sta davanti a noi, non come di qualcosa che ci precede (come dalla tradizione ermeneutica)
non v’è neppure l’ipotesi di un linguaggio ideale
sarebbe interessante ricercare una lettura storico-sociale di un mutamento filosofico che, da un rappresentazionalismo che sembra maggiormente
legato a un’esigenza epistemica forte, passa a un fallibilismo, a un “pensiero debole”
rimane anche da appurare se qui l’idea di un gioco dei giochi rimanda alla nozione kantiana di uso regolativo

by Alessandro Veneri
www.kumarproject.com

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